LUIGI SPERANZA -- "GRICE ITALO: UN DIZIONARIO D'IMPLICATURE" A-Z Z ZA
Luigi Speranza –
GRICE ITALO!: ossia, Grice e Zabala – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). -- è professore ordinario (icrea) di
Filosofia contemporanea presso l’Università Pompeu Fabra, a Barcellona. Tra i suoi libri: The
Hermeneutic Nature of Analytic Philosophy. A Study of Tugendhat, The Remains of
Being. Hermeneutic Ontology After Metaphysics, Comunismo Ermeneutico. Da
Heidegger a Marx (con G. Vattimo), e Why Only Art Can Save. Ha inoltre curato: Il futuro della religione.
Solidarietà, ironia, carità (2005, di G. Vattimo e R. Rorty), Consequences of
Hermeneutics, Una filosofia debole. Saggi in onore di Gianni Vattimo e Being
Shaken. Ontology and the Event (2014). Collabora con il «New York Times», il
«Guardian» e la «Los Angeles Review of Books». Nome compiuto: Santiago Zabala.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Zabarella:
la ragione conversazionale e il lizio di Poppi – la scuola di Padova –
filosofia padovana – filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Padova). Abstract. Grice: “When Oxford opened its Logic
Institute on St. Giles I was so happy – no longer part of the sub-faculty of
philosophy!” “Note that Zabarella’s discussion opened up new perspectives on
how NON-scientific ALL philosophy can be – since it deals with contingent
‘secundae intentiones’ – from semantics to ethology!” -- Keywords: lizio, liceo,
liceale. Filosofo padovano. Filosofo veneto. Filosofo
italiano. Padova, Veneto. Grice: “Most philosophers are stealing the voice of
Zabarella; Poppi ain’t!” Primogenito di un’antica e nobile famiglia, eredita
dal padre il titolo di conte palatino. Considerato il massimo esponente del
lizio padovano. Studia a Padova, dove e allievo di ROBERTELLO, TOMITANO, e
PASSERI, laureandosi in filosofia. Succedendo a TOMITANO (vedasi) nella cattedra
di semiotica nello studio padovano. Declina l'invito del re Báthory di insegnare
in Polonia, ma gli dedica un saggio, l’opera logica, stampata a Venezia. Sono
pubblicate a Padova le sue Tabulae logicae e a Venezia, il suo commento agl’Analitici
II del Lizio. In risposta alle critiche mosse alla sua semiotica dai suoi
colleghi, PICCOLOMINI (vedasi), BALDUINO, E PETRELLA, compone a Padova la “De
doctrinae ordine apologia.” Apparvero rispettivamente i suoi saggi, la “De naturalis
scientiæ constitutione, e i De rebus naturalibus; postumi comparvero i suoi
commenti incompiuti alla fisica e al de anima di Aristotele. I libri della sua
biblioteca sono conservati presso a Padova. Altri saggi: Opera logica, Venezia;
De methodis; De regressu, Venezia, Bologna, Tabula logicæ, Venezia; In duos
Aristotelis libros posteriores analyticos commentarii, Venezia, De doctrinae
ordine apologia, Venezia, De naturalis scientiæ constitutione, Venezia, De
rebus naturalibus, Venezia, In libros Aristotelis physicorum commentarii, Venezia;
Opera physica, Francoforte, Verona; De generatione et corruptione et Meteorologica
commentarii, Francoforte; In tres libros Aristotelis de anima commentarii, Venezia,
De mente agente, De rebus naturalibus; De sensu agente; De rebus naturalibus, Rivista
di Storia della Filosofia, De inventione aeterni motoris e De rebus naturalibus,
Bruniana et Campanelliana. BERTI (vedasi), Metafisica e dialettica nel commento
di Z. agl’Analitici posteriori, Giornale di metafisica; BOTTIN (vedasi), La
teoria del regresso in Z., in Giacon, Saggi e ricerche, Padova; Bottin, “La
logica in Z.”, Giornale Critico della filosofia Italiana; Cuttini, Natura,
morale e seconda natura nel Lizio di Z., Padova; Pra, Un’oratio programmatica
di Z. Rivista critica di storia della filosofia, Papuli, Da Balduino a Z. e Galilei
BONAIUTO: scienza e dimostrazioni, Bollettino di storia e filosofia; Poppi, La scienza in Z. Padova; Poppi, Introduzione a
lizio Padovano, Poppi, Ricerche sulla scienza nella scuola padovano, Rubbettino,
Mannelli; Rossi, Il Lizio e i moderni: le ipotesi e la natura, in Lizio veneto
e scienza, Padova. TONELLI (vedasi), Z. ispiratore di Baumgarten; o l’origine
della connessione tra ESTETICA e logica, Da Leibniz a Kant, Napoli, Treccani –
Enciclopedie Istituto dell'Enciclopedia Italiana; Cantimori, in Enciclopedia
Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario di filosofia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Grice: “Z. is what I would call a proto-Griceian.” In fact, at Villa Speranza, Grice
is often referred to as the English Z., after Z. produces extensive
commentaries on Grice’s favourite tract by Aristotle, “De Anima,” and “Physica”
and also discusses some Aristotelian interpreters. However, Z,’s most original
contribution is his work in semiotics: “Opera logica.” Z, regards semiotics as
conceptual analysis. One tool Z. calls ‘ordine’ (cfr. Grice, ‘be orderly’). Another tool Z. calls
“metodo,” by far predating Cartesio. “Ordine” relates to how to organize the
content of a dictum to apprehend it more easily. ‘Metodo’ relates to how to draw
an illatum, or implicatum. Zabarella reduces the variety of ‘ordine’ and
‘metodo,’ classified by other interpreters, to ‘ordine compositivo’, ‘ordine
resolutivo’, ‘metodo compositivo’ and ‘metodo ‘resolutivo’. The ‘ordine
compositivo’ from a principle to this or that corollary applies to this or that
‘creditum.’ The ‘ordine resolutivo,’ from a desired end to the means
appropriate to its achievement applies to this or that ‘volitum,’ such as
‘pragmatics’ understood as a manual of rules of etiquette. This much is already
in Aristotle. However, Zabarella offers an original analysis of ‘metodo’ The
‘metodo compositivo’ infers a particular consequence or corollary from a
general principle. The ‘metodo resolutivo’ INFERS an originating principle from
a particular consequence, corollary, or instantiantion, as in inductive
reasoning or in reasoning from effect to cause. Zabarella’s terminology
influences GALILEI’s mechanics, and has been applied to Grice’s inference of
the principle of conversational co-operation out from the only evidence which
Grice has, which is this or that ‘dyadic’ exchange, as he calls it. In Grice’s
case, his corpus is intentionally limited to conversations between two Oxonian philosophers:
A: What’s that? B: A pillar box? A: What colour is it? B: Seems red to me. From
such an exchange, Grice infers the principle of conversational co-operation. It
clashes when a cancellation (or as Grice prefers, an annulation) is in sight:
“I surely don’t mean to imply that it MIGHT actually be red.” “Then why be so
guarded? I thought you were co-operating.” H. P. Grice. Grice liked to recite
Z’s works by heart. Saggi: Logica, Venezia, De methodis, De regressu, Venezia, Tabula
logicae, Venezia, In duos Aristotelis libros Posteriores Analyticos commentarii,
Venezia, De doctrinae ordine apologia, Venezia; De naturalis scientiae
constitutione, Venezia; De rebus naturalibus, Venezia; In libros Aristotelis
Physicorum commentarii, Venezia, Physica, Francoforte, De generatione et
corruptione et Meteorologica commentarii, Francoforte, In tres libros
Aristotelis De anima commentarii, Venezia. Z., Iacopo (Giacomo) Nasce a Padova da Giulio,
dal quale eredita il titolo di conte palatino, e da Gigliola, figlia di
Girolamo Dottori. Si forma nell’università della sua città, dove puo
seguire le lezioni di professori di spicco, come lo zio materno Marcantonio de’PASSERI
(vedasi), detto il Genua, TOMITANO (vedasi), ROBERTELLO (vedasi), e CATENA
(vedasi). Addottoratosi in artibus succedette a TOMITANO alla cattedra di
logica. È trasferito a quella di filosofia straordinaria e ottenne la cattedra
ordinaria secundo loco, in concorrenza con PICCOLOMINI (vedasi). Gli statuti
dell’ateneo patavino, infatti, prevedevano che ai primi posti venissero
chiamati docenti provenienti d’altre università. Sposa Elisabetta
Carazza, dalla quale ebbe nove figli. In occasione dell’inaugurazione
solenne dei corsi di filosofia naturale, ovvero dei corsi di passaggio alla
cattedra straordinaria e poi a quella ordinaria, Z. tenne due prolusioni, in
cui si propone di chiarire quali sono gli officia di un buon interprete del
lizio. Nella prima oratio il filosofo sottolinea che il pensiero del
lizio deve essere esposto in modo chiaro e preciso, cercando di tornare al suo
autentico significato, dopo secoli di commenti ed esegesi che spesso non lo
hanno illuminato, ma anzi hanno contribuito a renderlo più oscuro. Ciò non
significa, però, che l’insegnamento dello Stagirita debba essere accettato a-criticamente
dagli studenti che, al contrario, devono limitarsi a considerarlo frutto
ineguagliato dello sforzo della ragione umana di raggiungere risultati con le
sue sole forze. Un buon esegeta deve poi seguire nell’esposizione l’ordo
doctrinae aristotelico, che procede dall’universale al particolare, attenendosi
al metodo dimostrativo esposto negli Analitici posteriori, secondo cui non può
darsi conoscenza scientifica di un oggetto se non a partire dai suoi principi
propri, e deve infine sapersi districare all’interno dell’intero corpus
dell’autore, in modo da poter lumeggiare un passo con testi di argomento affine
tratti da altre opere. La seconda prolusione torna con maggior rigore
argomentativo sui medesimi temi: Aristotele è stato l’inventore del metodo
scientifico e la sua dottrina si configura come indagine rigorosa dell’empiria
e della prassi umana. Nell’arco di tempo intercorso tra le due orationes
videro la luce le opere di Z. di argomento logico. Sono stampati a Venezia gli
Opera logica, cui l’autore si era dedicato sin da quando un’epidemia lo aveva
costretto a lasciare Padova con la famiglia per recarsi in campagna. Due anni
dopo fu edita la Tabula logicae e il commento agli Analitici posteriori, dal
titolo In duos Aristotelis libros Posteriores Analyticos commentarii. Gli
Opera logica si aprono con un trattato sulla natura della logica -- De natura
logicae -- in cui Z. afferma che esistono due tipi di conoscenza –
contemplativa e pratica – e solo alla prima di queste, che comprende
metafisica, matematica e filosofia della natura, è confacente il nome di
scienza. Due sono infatti le condizioni necessarie per il darsi della conoscenza
scientifica: l’assoluta necessità del suo oggetto e l’assoluta certezza, da
parte del soggetto conoscente, che tale oggetto non possa essere altrimenti da
come è. Ne consegue – afferma Z. in netta opposizione a Scoto – che la logica NON
è una scienza, perché essa ha come oggetto le secundae intentiones, ovvero i
nostri concetti – cf. H. P. Grice on representation -- , che non sono eterni e
necessari, ma sono ANIMI figmenta, costruzioni – H. P. Grice: “Like me, Z. was
a constructivist!” -- speculative per rappresentare oggetti. La logica, perciò,
è soltanto un habitus mentale, strumentale alla comprensione delle altre
discipline e all’organizzazione dei loro dati. All’idea di Z. della logica come
instrumentum, che intende tornare alla genuina concezione aristotelica di
organon, si contrappose lo scotista PETRELLA (vedasi) con i Logicarum
disputationum libri, stampati a Padova, dando inizio a una querelle alla quale
partecipò anche PERSIO (vedasi), discepolo di Z., che nei suoi Logicarum
exercitationum libri duo priores critici, consegnati ai torchi tipografici,
confuta punto per punto le obiezioni di Petrella. Negata alla logica la
qualifica di conoscenza scientifica, Zabarella si volge alla fisica,
sostenendo, con una presa di posizione radicale e inedita, che essa invece è
formalmente rigorosa, al pari della matematica. La filosofia della natura,
infatti, procede secondo la necessità deduttiva dell’ordine compositivo, che
dalle cause perviene agli effetti, e può perciò assurgere al grado di scienza.
Poca attenzione viene invece riservata dal filosofo alla metafisica, perché
essa, come spiegherà più estesamente nel commento agli Analitici posteriori,
non procede per deduzione a partire da principi propri, ma perviene ai principi
comuni dell’essere per via induttiva. Al trattato De natura logicae fanno
seguito i quattro libri De methodis, che, insieme al famoso De regressu,
contengono il più importante lascito teorico zabarelliano. Innanzitutto
Zabarella distingue l’ordo doctrinae dalla methodus, l’ordine espositivo dal
metodo propriamente detto, grazie al quale da elementi dati si giunge, per
inferenza, a verità nuove. Il metodo, dunque, finisce per identificarsi,
secondo il filosofo padovano, con il sillogismo, ovvero con quella che, in base
all’insegnamento degli Analitici posteriori, è ritenuta l’autentica
dimostrazione scientifica, la quale può partire dalla causa per dedurre gli
effetti (demonstratio propter quid o a priori) o può muovere dagli effetti per
pervenire alla causa (demonstratio quia o a posteriori). Rilevata la
superiorità della dimostrazione a priori, Zabarella afferma che la demonstratio
potissima, grazie alla quale si può raggiungere una conoscenza certa, consiste
in una sintesi dei due movimenti dimostrativi: a una prima indagine che conduce
alla conoscenza incerta di una causa a partire da un suo effetto deve infatti
seguire una disamina mentale della causa individuata, che da essa ridiscenda
nuovamente all’effetto, riconoscendo tra i due elementi un collegamento
necessario. Se questo procedimento, detto regressus, è considerato a oggi
una delle più interessanti acquisizioni speculative di Zabarella, a suscitare
scalpore tra i contemporanei fu però soprattutto la netta distinzione operata
dal filosofo tra metodo e ordine espositivo. A quest’ultimo infatti Zabarella
assegnava un valore puramente didattico, volto a favorire l’apprendimento da
parte degli studenti, al contrario di Piccolomini, suo diretto concorrente alla
cattedra di filosofia naturale, secondo il quale l’ordo doctrinae è fondato
sulla natura delle cose, connettendosi inestricabilmente all’ordo naturae. La
De doctrinae ordine apologia di Zabarella, del 1584, è una risposta alle
critiche mosse da Piccolomini sull’argomento nella seconda parte
dell’introduzione dell’Universa philosophia de moribus del 1583; risposta cui
Piccolomini replicò nel Comes politicus, che fu stampato nel 1594, cinque anni
dopo la morte di Zabarella, dando l’abbrivio a strascichi polemici tra i
discepoli dei due filosofi che, andando ben oltre il nucleo concettuale
iniziale, mostrarono la sostanziale incompatibilità tra la logica ‘strumentale’
zabarelliana e la fondazione metafisica platonizzante della filosofia di
Piccolomini. Parte cospicua della trattazione sulla methodus è infine
volta a contrastare quanti, attenendosi pedissequamente all’introduzione
dell’Ars parva di Galeno, sostengono che la medicina sia una scienza. La
medicina, invece, è un’arte, una techne, dal momento che non ha principi
propri, ma li trae dalla filosofia della natura, e si pone un fine pratico e
non teoretico, al pari delle arti meccaniche, che solo marginalmente sono
oggetto dell’attenzione del filosofo, il quale, nondimeno, a esse riserva uno
spazio, spinto probabilmente dalle discussioni sui Problemata mechanica
pseudoaristotelici che animavano l’ateneo patavino, l’unico in Italia nel quale
venissero tenute letture pubbliche su questo scritto. Nel 1586 Zabarella
dette alle stampe la sua prima opera di filosofia della natura, il De naturalis
scientiae constitutione, concepito come introduzione alla sua ultima, poderosa,
fatica, i De rebus naturalibus libri triginta, che furono pubblicati postumi
nel 1590. Gli ultimi anni di vita del filosofo furono assai fecondi:
oltre a dedicarsi allo studio e all’insegnamento, egli era solito recarsi ogni
domenica presso il collegio dei gesuiti, dove, con ogni probabilità, entrò in
contatto con Antonio Possevino, il quale, sin dalla prima edizione romana del
1593 del suo magnum opus, la Bibliotheca selecta, dedicò un articolato capitolo
del tredicesimo libro a una disamina accurata dei De rebus naturalibus. Erano
anni di grande fermento, in cui lo schieramento dei ‘bovisti’, così chiamati
perché si riunivano nel palazzo del Bo, si opponeva strenuamente al collegio
padovano della Compagnia di Gesù, sostenendo che dovessero essere tenute
lezioni solo presso l’Università di Padova. Una chiara violazione della libertà
di insegnamento, considerata invece irrinunciabile da Zabarella che prese
posizione contro i bovisti. Nei trenta libri di argomento fisico, due
sono i nuclei di dottrina di maggior rilievo teorico, affrontanti dall’autore
con originalità: la dimostrazione dell’esistenza di Dio e la discussione
sull’anima umana. Il primo di questi è trattato nel De inventione aeterni
motoris, in cui Zabarella afferma che la metafisica, al pari delle altre
scienze, non può dimostrare l’esistenza del proprio oggetto, che deve trarre da
una scienza diversa; in questo caso, come ha correttamente sostenuto Averroè,
dalla fisica. Soltanto tramite la nozione di moto eterno, infatti, è possibile
giungere a concepire il primo motore. Per quanto concerne l’anima umana, poi,
Zabarella fa propria l’interpretazione alessandrista di Pietro Pomponazzi,
secondo cui essa non può sussistere indipendentemente dal corpo, di cui è
l’actus primus. L’incompatibilità delle posizioni zabarelliane con la
teologia cristiana può aver indotto, come è stato scritto (Vedova, 1836, pp.
430 s.), l’Inquisizione a indagare, costringendo il filosofo ad affermare che
egli come cristiano credeva in tutte quelle verità di fede su Dio e sull’anima
umana che non era stato in grado di provare con argomenti dimostrativi; ciò che
è certo è che, nel corso della sua opera, Zabarella si trincera
cautelativamente a più riprese dietro la distinzione tra l’ambito di pertinenza
della ratio filosofica e quello della fides. Morì a Padova il 25 ottobre
1589 e il collega Antonio Riccoboni tenne il 28 ottobre, nella basilica di S.
Antonio, un’orazione funebre in sua memoria. Due commentari aristotelici
che non avevano visto la luce durante la sua vita furono raccolti e pubblicati
postumi da due dei figli: In libros Aristotelis Physicorum commentarii furono
stampati nel 1601 a cura di Giulio e In tres Aristotelis libros De anima
commentarii nel 1605 a cura di Francesco. Opere. I quattro libri De
Methodis e il De regressu sono editi e tradotti in inglese a cura di J.P.
McCaskey in due volumi: On methods, books I-II, e On methods, books III-IV, On
regressus, Cambridge (Mass.)-London 2013; l’edizione dei De rebus naturalibus è
a cura di J.M. García Valverde, I-II, Leiden 2016. Fonti e Bibl.: Antonii
Riccoboni In obitu Iacobi Zabarellae patavini oratio, in Id., Orationum volumen
secundum, Patavii 1591, p. 58; G. Vedova, Biografia degli scrittori padovani,
II, Padova 1836, pp. 429-432; M. Dal Pra, Una ‘oratio’ programmatica di Giacomo
Zabarella, in Rivista critica di storia della filosofia, 1966, n. 21, pp.
286-291; C.B. Schmitt, Experience and experiment: a comparison of Z.’s view
with Galileo’s in De motu, in Studies in the Renaissance, 1969, n. 16, pp.
80-138; A. Poppi, La dottrina della scienza in Giacomo Zabarella, Padova 1972;
E. Berti, Metafisica e dialettica nel Commento di Giacomo Zabarella agli
Analitici posteriori, in Giornale di metafisica, 1992, n. 14, pp. 225-244; H.
Mikkeli, An Aristotelian response to Renaissance humanism. Jacopo Zabarella on the
nature of arts and sciences, Helsinki 1992; Id., The foundation of an
autonomous natural philosophy: Z. on the classification of arts and sciences,
in Method and order in Renaissance philosophy of nature. The Aristotle commentary tradition, a cura di D.A. Di
Liscia - E. Kessler - C. Methuen, Aldershot 1997, pp. 211-228; A. Poppi, La
struttura del discorso morale nell’opera di I. Z., in Id., L’etica del
Rinascimento tra Platone e Aristotele, Napoli 1997, pp. 231-246; D. Bouillon,
Un discours inédit de I. Z. préliminaire à l’exposition de la Physique
d’Aristote (Padoue 1568), in Atti e memorie dell’Accademia galileiana di
scienze, lettere ed arti in Padova, 1998-1999, n. 111, pp. 119-133; A. Poppi,
Ricerche sulla teologia e la scienza nella scuola padovana del Cinque e
Seicento, Soveria Mannelli 2001 (in partic. I. Z. o l’aristotelismo come
scienza rigorosa, pp. 125-152; Metodo e tecnica in I. Z., pp. 153-166); P. Palmieri,
Science and authority in Giacomo Zabarella, in History of science, 2007, n. 45,
pp. 404-427; D. Bouillon, L’interprétation de Jacques Zabarella le philosophe,
Paris 2009; B. Mitrovic, Defending Alexander of Aphrodisias in the age of the
Counter-Reformation: I. Z. on the mortality of the soul according to Aristotle,
in Archiv für Geschichte der Philosophie, 2009, n. 91, pp. 330-354; C. Vasoli,
Jacopo Zabarella e la ‘natura’ della logica, in Rivista di storia della
filosofia, 2011, n. 66, pp. 1-22; J.M. García Valverde, El comentario Giacomo
Zabarella a De anima III, 5: una interpretatíon mortalista de la psicología de
Aristoteles, in Ingenium, 2012, n. 6, pp. 27-56.Z. Logicam dicunt esse
facultatem, quod per hanc eornm refponfioncm difficultas, qui in pn fentianos vrget, non foluitur; quum enim conflat Logicam
habitum cfle intellectualem, et credendum fit plenam, Sc sufficientem esse
talium habituum enumerationem, quam LIZIO in lib. de Moribus fecit, attamen non
dum apparet, ad quem ex illis habitus logi» redigendus fit: imo nos ad nullum
eorum redigi posse demostrauimus: et in sola mentis conceptione consistuntj fabricat
enim illa intellectus, vt ijs iuuetur ad rerum cognitionem adipfcendam; hic non
sunt nili conceptus ANIMI – H. P. Grice: “of the soul” --, qui voce articulata
fune a nobis SIGNIFICARI. Vox enim
articulata est SIGNUM conceptus,
qui ellin animo, duplex autem est eiusmodi
vox, vt in huius libri initio
diccbamustalia namque SIGNIFICAT CONCEPTVM REI, vt vox “homo”, vox “animal”; alia vero
concepcum conceptus, vt vox “genus”, “species”, “nomen”, “verbum”, “enuntiatio”,
ra-quia logicancquc est scientia, neque
intel- £ tiocinatio, et alii huiufmodi; propterea lectus, neque sapientia,
neque prudentia, neque ars; qui igitur faculratcm esse dicur, fi facultatem
alium quendam habitum cfle putant pritcr
illos quinque, Atiftotclem
in habituum enumeratione mancum, ac diminutum faciunt; fi vero non alium,
sed eorum aliquem, id DECLARARE debebant, et argumenta, qui nos
attulimus, folucre, quod ipfi
neque fecerunt, neque facere, vt
arbitror, potuerunt. hx vocantur
fecundi notiones; illi autem primi: prius enim
mens rem concipit: deinde in eo conceptu
alium conceptum effingit,
enmque voce SIGNIFICAT, qui dicitur vox
fecundi notionis, et est nomen potius conceptus, feu nominis, quam rei: voces quidem primi notionis non funt inftrumenta sed SIGNA
CONCEPTVVM, vel falrem ipfi primi reru concentus nulla ratione inftrumenta
funt, fed imagines rerum, vt
docet Ariftotelcs in principio libri DE INTERPRETATIONE; propterca i» Z. Pataumi propterea disciplinx illae, quj in
his versantur. non dicuntur instrumentales. At voces feciide notionis instrumenta
dicutrruri quoniam conceptus, qui per eas significantur. Tunc instrumenta nostri
intellectus: nam An-gere in conceptibus rerum alios fecundos conceptus non
oportui/Tet. nili aliquam nobis
vtilitate prxllicuri fuiiTent; igitur aliud non funt, qua in instrumenta: quouiam
ea vtilitate amota, indigni qui a nobis cognoicerentur. feu formarentur, extitiifent: sed quu vtiles sint, et ad rerum
cognitionem capeffendam maxime conferant, digni fuerfit, de j quibus aliqu* disciplinx
conllituerentur; non quidem per se digni, sed propter alia, ad qua: vtiles sunt:
propterea lue discipline vocantur instrumentales: quia non propter J^;^y.fe,(ed
propter alias traditi sunt. Has ego i’.f, duas
cfTc exiftimo, grammaticam, et logi- Gum**- eam: nam vtraque est instunmencum pliilo-
i» fophif. sed alia, et alia ratione,
que difterentia breviter declaranda est. Mentis humane officium est, tum
humanam speciem conftituere. taquam proprie eius forme, tum etia proprias hominis edere operationes, quaru
prxftanrisfima est contemplari, et cognoscere: deinde vero, et adionibus nostris
pr$ef- Gramt- fe, 5clnfpiccre quid a nobis eligendum quid tkt mtive fugiendum fit. Sed caeftipfius infirmitas.
vr ipsa per se. abfque alieno auxilio, tum in contemplatione, tum in adione
parum proficere queat, et nemo hadenus fuerit inventus qui solus ipse
cogitando, et ratiocinando plenam, et feiendarum et agendarum rerum cognitionem
fuerit conlequutus-.sed artes oinnes feientic ab hominibus per additamentum
inuente, et pierfede funtj primus quidem aliquis in aliqua disciplinaali- i
quid invenittid tamen rude» et iniperfedu; alius posteaco principio adiutus,
aliquid aliud invenit: deinde alius aliud adiecit, do nec ad perfedionem per
multorum operam dudafit; quifque igitur nostrum dodorc indiget, ad plenam eorum
notiriam aflequendam qux homini humanis viribus vtentico gnofccrc datum est,
difeimus autem ab alio aut prf fente> et per vocem docente; aut absente, et per
literas, qu{ loco vocum sunt; id- circo quum Scabalijs intelligi. Et intelligere quid alij dicant,
et feribant, et addifeen- j dum, et ad docendum omnino necessarium fuerit, grammatica
inventa est. quf concinne loqui, et feribere doceret; cuius quidem difeiplin;
cognitio, si omnes vno atque eodem idiomate vteremur, minus fortafle necessaria,
licet non omnind inutilis nobis esser, quum fepe videamus rudes, et imperitos
homines ilia, que ab eruditis dicuntur, vel feribunturin eodem idiomate non
inrelligere: sed propter linguarum varietatem est penitus neceliaru, quum neque
iiccraci viri, ea, que ab alijS:aiio idiomate dicuntur. inteldigere queant, nisi
illius linget intelligeutii per grammaticam fuerint aifccutj: propterea non est
eadem apud omnes grammatica, quia neque ecdem voces, neque exdem Ii terx, vt
ait Ariftot. iq principio libri DE INTERPRETATIONE jverfacur enim grammatica in
sola vocum, quibus conceptus animi SIGNIFICANTUR, limationc; et quutn ad omnium
disciplinarum intelligentiam vtilis sit, precipue ad omnium prfllantisfimam cofert
que philosophia est, eiusque porisfimum gratia •s»» inventaro ac traditam
fuifle credendum est. Logica vero alia ratione instrumentum dicitur: quoniam
non in polienda locutione, sed in conceptibus ordinandis tota eius natura consistit;
propterea vna, et eade est omnibus
getibus, et nationibus: quia apud omnes homines idem sunt conceptus, tametfi no
ijfdem vocibus, neq; ijfdem literis apud omnes significentur: ideo logica eget grammatica
eaque posterior est, quia intelligere aliorum conceptus non po(rumus, nisivoces
eoru SIGNIFICATRICES intelligamus quare omnium disciplinarum prima debet dfe grammatica:
quia omnes ea egent, vt intelligere,
acjntelligi poifunt. Ob aliam quoque rationem logica grammatica liquitur:
quoniam ipsius Logicsr constitutio a nomine, et verbo ex ordiumluniit. quc a grammati-
*(•«« dico videtur accipcre logicus quamqua
alia, et alia est horum consideratio in grammatica, et in logica; grammaticus
enim voces rerum SIGNIFICATRICES alias vocans nomina, et alias verba; has et reliquas
orationis partes tradar, vt partes locl:tionis; conceptum autem SIGNIFICATVM non
cofiecrat, nisi propter vocem SIGNIFICANTEM; logicus vero conceptus ab eis SIGNIFICATOS
contemplatur, ipsas autem voces significantes non considerat, nisi propter CONCEPTVS
SIGNIFICATOS, quod diferimen in definitionibus nominis, et verbi a grammatico, et
a logico traditis inspici potcfl; logicus enim primario cocepru s respicit, secundario
voces; contra grammaticus primario voces, conceptus secudarid. Exijs, qtix
diximus, manifestumeil logica vna cum grainatica sub intcllcduali instrumento, tanquam
sub proximo genere contineri, vtraque enim est disciplina instrumentalis, seu
habitus animi instrumentarius, et nobis inferuiensad omnium aliarum disciplinarum,
et habituum acquiGtionem, precipue verd ad prxeipuas disciplinas, et ad habitus
omnium praestantissimos. Differentia vero harum duarum instrumentaliiim disciplinarum,
quem ad modum, et aliorum omniu instrumctoru, afcopo, et ab vsu vtriufique
defumitur; grammatic{ enim fcopus est, reda atque concinna locutio, qua iuvemur
ad omnium disciplinarum intelligentiam, et au- De Natura Logica:, Lib. et audiendo, et legendo. Logicz vero
fco- i puscfl, viam ac methodum tradere,
qua ad rerum notitiam adipifcentiam vri debeamus: ignotum enim non cognoscitur,
nili ex alicuius NOTI cognitione, et ad cuiufque ignota rei notitiam
aifequendam a flaturis qinbufdam principiis, et per certa quedam media progredi
nccelfc clt, line quibus eius rei cognitione numqtiam potiremur. Tales igitur methodos logica
ducet, ouas coguoscere vanum prorfus eiret si ad rerum NOTIAM adipiscendam
nihil nobis vellicaris przbcrcnr; quam obrem ea cli Logicae natura, vt scientiarum instrumentum sic. ik docear
quomodo conceptus rerum disponendi luit, vt ex notis cognitionem ignotorum
adipifcamur. Sed de logicz fine diligentius ac fufius in sequentibus loquemur.
Cap. an Logica fttb aliquo quinque habituum intcllcduatium contineatur.
Declaratvm eft haaenus, qualis habitus logica sit: efl enim habitus intelledtualis instrumentalis quo
iuiia-tur intelledlas ad aliorum habituum ade- as ptionem. Nunc videndum cll,
ani.i illis » quinque ab LIZIO numeratis
contincatur. Dicunt nonnulli LIZIO in
illo libro de moribus solos nominare vn-, luifie habitus principales, i taque sufficientem cifeeam
numerationem, tanquam habituum principalium; aft habitus Logicz non est
principalis, quum sit instrumentarius: nullum enim instrumentum dicitur
principale, quatenus instrumentum cll: quia cll propter aliud tanquam propter finem: finis autem
prellantior efl ijs, quz ipfius 1 Y
gratia funt, vel fiunt; habitus igitur logicz
illa enumeratione noh fuit
comprehendendus. Hancrcfponfrnncm haud equidem fpernenda aut refutandam eife
ccnlco, sed potius magis DECLARANDAM, vt omnis hac in re difficulcas tollatur.
Videtur enim dicendum ellc Logicam ea habituum nurnc ratione, et comprehenfam
tui(fc, et non coni prehenfam: no fuit coprehcnfatquia no fuit exprclfajfi
quidem LIZIO. folos exprimt- re voluit habitus principales; fuit tamen etiam modo quodam implicite, et secundario
comprehenfa: quia prxeipuorum habitu uni nominatione illi quoque
comprehenduntur, qui eorum gratia funt; quemadmodum fi quis ad percontantem quo
iueric respondeat Romam, hac responsione
alias quoque medias vrbes,
per quas tranfeundtim
fuit, implicite significat vt
Bononiam re! Florentiam, quz
exprimende non funt: propterta quod
prxeipuus illius itineris fcopus, ac finis non fuere,
fcdfola Koma. Similiter ratione
folemus dicere, Jmpera- i
tor Romam venit,
fine expreffione aliorum
quam plurimorum Ducum, et militum,
qui vna venerunt, hi
namque eius gratia
venerunt: ideo ei nsvnius
nominatione totum eius comitatum
fub intelligimu. I A C O B I Z ABARELL AE PATAVINI I O TE %A L O C
I C A : Quorum argumentum, feriein & vtilitatem oflendet tum verfa pagina,
tum affixaPRvEFATIO IQJNTilS LVDOVICI HAVVEK\EV* tjlkjl DoBoris Medicij &
(PhUoJopbi, in A kgeis^to* ttsfTzifsi Academm Profefjom* RERVM QjrOQJVE ET
VERBORVM maxime memorabilium Indices accef- ferunt locupletiflfimi. Editio
Tertia. Qtm Cratia & Priuilegio Cafirea Ullaieftatis. C O L O N I AE,
Sumptibus Lazari Zetzneri, clo. lo. Avn. fXJ> 6X OP E IOHANNES LVDOVICVS
HAVVENREVTE RVS, M E D I C 1 N AE £T PHILOSOPHIAE DOCTORj A C A- deraiae
ArG£NTORatens!S Profefibr, Studiciis Philofophia: S- P. D- VMtria fibi
Phdofcpht wfttis fcrtptis omrti tempore pro- ^=5^2** pofuerwt: Vnum, vt antmum
homtnis reritw prsjlanttf. Ji m *rum jcientta tmbuerent : ali trum , vt vitam
hont- fiis exornarent mortbm : tertiurn, vt bona id ratione & .^stfel^'
commcdo facerent ordme tn ommbm Artftoteles excei- : , luijje vtdetur. Nam Ucet
tongeante Arftoteiem Thalts ^ Mtitftm natur w Ubris derejamilta- h m eadem habttantes
clono probefaltcttei tj ; vtuerent, ckrakit. Inaureolm de Repubitca hbris,totim
ciuitaia fatutem S wcremen- t(tm,adeb definxitfertte.vt mhdmpublicu rebm.pactj
bcliwe temporejujci- PRjEFATIO. piatur , de cuitu euentu non longe certtus
dtuinare ttceat , quhn vtttts Aflr* bJ exaLrimfituaudeat. Hanc autemtkmmultarum
&pr*ciartfnr>*' tZJaua vera & ftti* djdtcantnr: bona k mmfr
dtfiermmtur, & lux ad- Gtc 4Mhodte vocare (olemus. Hacentm, vttpjem Toptas
tjflatm ,non JJJuJeHtnfirur^ntumadco^ttionem Phibfiphtcam^prudenttam. Ha^
tndefeffo.muUtpUet crudtttone, yu fingulari modo, & ^^^T£ co {J d0 re
damLret noxta, colmunta ^ ^necd^un docitfmo huc vtro, hraret vttlta ncbU kyu
kje*t&e»> Logt- quhdvfsmpr.ceptorum^^
auoqu*Dtakctxaqu*tuortrad>derttc^ doclrtnamfine qua muula ~W£2£^ ^natm eti.
Infcrm* ttqUt. n$a & certaejfe, ^fjJ^Z^J tJbula mbiguafton * Marj.- schalz
Q bibbopolti folefttfiimis : qui quam emtndattftma .tderentur: & txiguo
pretioa vobis comparari : & commoda forma tractari pojfent,procu-- rarttnt.
Hoc entm grato veflro an/mo, ad ftudta veflra tuuanda. tttm ^
tisipfos,tumalicsincitabttis. Valete_j. i^Aroenio- raio x : r.Auguftt K^Anno Ch
i^is ti Cl3 /J X-Clt'-- Z. PATAVINI, DE KATVRA L O G I C AE, Libn Duo. LIBER
PRIMVS. Xlaput. I. Prafationem hibri continens. ^ef^/ N cognofcenda logicae ai
tis natura muko ma ior,quiim multi putet, Mai ^ifficultas ineft;etli c- ] nini
dcriuitio nominis S^' ntminem fere latere fo i let, fiquidem nommc
logicaecunfti etiam pa- ^ rum eruditi uiliipliiia quandam argumentatricermfeu
artem quaa- dam aroumentandi fignificari intef taunt: at- tamen definitio rei,
qua: intimameius difci- plinae naturam.Sc comiitioneni dedaret , ita obfcuia t
ft, n eam plurimi litetati vin , & lo- gica;acphilofophi£ l'roh:flores,tum
fuperio ribus, tum his quoq; noftris tewponb. igno- rauerint.Huius autem
difficultatis ea(vtarbi- tror)caufafuit, qubd nemo quid fitlogica be ne
inteltigere poteft.qui & piopinquum eius genus,&fubitiium, &
riiiem, vnde diffcren- tiar fumuntur,non copnofcat : lubieftum ta- men logica;
nemo hactenus cognouit.nifi fo- lus Auerroes ; finem vero noffe perfecte non
polTumus,dum rubitdutn ignoramus :fed & de generelogica:, quod an te omnia
cogno- fcendurn eft, magna etl inter Philofophos al- tercatio;qunm alij logjcam
fcictiam efie, alij artem.alij nequc fcieritiam,neque artem,fed facultatem :
alij miJIum horum recipientes, nil ahud effe, quam inftrumentum exiftjma-
uerint. Hoc i^itur dtgfiuui efie cenfuimus.dc' quo aliqua fciiberemus, &
fententiam no- ft ■ am , pnfertim qimm ea ab alijs plunmum diftst, exponeremus
, genus quidcm logica; proximum inprimis inueftigando;deinde fi. nem,&
fjbieiium,ac demum in p3rtes totam lo^icam diuidciido,&migularum fcopos ac
feJes confiderando. A Caputll. de Rerum ac difdplina- rum diuifione. N A T v r
a m Irrgica; peru eflisatm i a re- rum diuifione cxordium fulnamus o. Rt
"' m potret, houioem ab ea difaplirtatuin quo-^ que ditieifna-s , &
iingularum narura e. i noerationem
ticoium diciticienEi-iu -" "Ufdn^M dupUcemin fcientia requir.
n.cefliiatem y V- ^ tj H J- naiV. in ipft re ftita, qux fimplidter neccfla- \
ria fit.8c ai.ter elTe non poflit: alteram in ant- moftietitis.qVi omninb
ceitus effe debet, rem illamali.ereffe non poffic; bam duaruin cond.tionum
altera vtrauU fubiata non habe- niu.fciemiam.vtfi icrum c_ntingetium no- ftxa
cogilitio Gt.vd necdlanarum quidcm, fcd cum fflflmi incertirtidine , &
h*fita»one. Rerum autem contirgentium>& a aoitravo- luntate pcndentium
duo fuiugenera , rtftn. ftotele. docet in ^apbef libn de Monbus, vnde dus
quoque difcipbnarum tn bis yer- fantium cUfies oriuntur eorum enjm.quaea nobis
fiunt, alia agi.alia effici ^?,fj^ : tunaaioquidemeo.u ^^S^i
Scv;tiumpcrttnent,quoruminte lectualisna 3 , bitus prudentia dicitur-,atque m
his tota mo- ^„„1 ralis dircipliuaverlatur:effectia veto eotum, ^ ^ uux ad
mater.al.a opera pettinent.quoruin habitus intelledualis dicitur ars :
propterea prudentiam & artem dehnient A.iftoteles.di cit ptuJentiam effc
habitum reftacum ratio- ne aftiuum:artemvei-6 habitum cum recta ratione effeft
uum. mter aftionem , Sc efte Lpeilatl funt; folam emm fc.etwm per con- r ^ „ d
aifcrlm . c ft, quodinter hnem, „„ P Uitionem quxrunt.non oper« ^^S^^*^» 1
uodam ' __r_n_ s diuifio e rerum omn.um , qtW-W v- «^..^ dorainurn Sc feruum :
artes en m omnes aliquam mitenam traftantes,-: ela- b 0 rantes,ad ciuiiem
fciimatem-tanquam^ ius miniftr* diriguntur.fiquidem ab.Uis ona
mbusvitEciuilicemodafuppeditantur.pro- indcn.hilpropterfeefficiuntfcdpiopteite-
lickatem : aftio vero non ad lelicitatem mn- Atur,fedfe!icitasi P rae.ft apud
AnSotelem, v luifeliciwtem vukeffenonvirtutemipram, iVd aftionemexhabitu
virtutis proficiicen. « n) ;huiu{modi igituraftio dominaeft, &h- n«omnium
effrftionum : effeftioncs autem omnes propter aftioncm , tanquam propur finem ,
Scipfius fcru» ac mmiftrs uint. horum omnium diligens d « ar ™"
n«rriBet,iio_is ratis 6\ G inteUeduafiw» ha- c h*l bituum numeru &
ditterenriam pro prifenu darl. praster ea» »s», — . .. -__finn_ co^ noicarnus :
tres quidem .ncei. S.^eliqu.omnesdirciplinx.nr^ lis verrantes^qu* f^^f^^^ F
aiSftiendam.prudenfam & a 1 tcm:fed a fienooiTunt.Contingentes s u " J
, ' _ I -n„ f - ,.. n r, hb.de Mo temp ationem q-*i -">■> -r— -
eanamq-, diuifio e rerum omn.um j qu.m v- S&t , & e-tti»
multipl.c..confidera tione defumitur, P«^«« deW ^"Sfl omittendaeft.vta
propofito atiena: lat.s elt fcientias conteinplatiuas; diumam, qu.« Me-
taphvfica dicitur, mathemat.cam , ecna.ura. lem -diuina quidem res_ matena
peuitu, ab- unftas ■ conuderati-aturalH autem res ma- "r.ales.quatonui
materiales ^£tM| tica verocas.qu,- matenales qUWem iu.u, nropterea oubd fine
matena non ex.fterent. tamen q.i-eai um eiTenti.i afenfill mater a non peSdet
,ab ea P er mentaiemcoi.fidera^ riou em fcparantur.fi al.ud genus rerum qux
anoftravoluntatenon penaeanr-prKternii. tianondatur.fequiturncq^roencamaliam
daii,p«tereaitres,quas modo «oumaau rnu P Reliqu- omnes d.fc.pliniin rebus.l.
"^ 1, . ^ u .u k..m,nivn lunta. ° enitionem pro fine nonhabent.quemad- n
?f dum dix,mus : tum etiam quod eacogn - Kquu rerum neceffariarum non *****
M^tu^ nominar. non debet: fcient.a namqu ft fi - fh. nia accerta cognitio rerum
fimpiiciter ne- c toum, & ftmpuemarum,vt » r o oco «bri de Moribus , afient
Ariftote- [ e °vbi eam te&m tfie iubitum demonftta-
lcduaiesnaoicuscxii-,^"^ Eimus,fcientiam,pru-entiam & aitcm:led a-
Lsduosad.icitAnftotelcsm^.lmdeMo ribusdntellcctum&fap.ennanvintclleaus
'quidemdicitur principioru cognit.o, exc.ua fdenttam condufionum adip.icimui :
qua.e maiorem haber cermudine& neceffitatem, quam ftientia, vt probat
Ariftoteles m J.cap. . Ubri pofteriorum Analyticorum , , & rnocapitc*.
libri. Sapiemia vero eft habitus prrftantifHmus, ftientiam cfi mtcUeftu con-
[uiigcnsAvtiutifcicu-acaputlubcns.v m de Natura Locncae, Lib, I. jlloe hb. de
Mmib.docet Ariftotele^. Qjum icitnrquinque fint habitus tntclleciiiaicvma
Bifeftum eft tits ita elle rerum fimplicirer ne ceflariarum & eternarum.w
eattra eas nulluoi locum habeant, ncmjic fcientia.inrellectum,
&fapientiam:duos veib co t .'g-ntium quae in nofti.T voljntaris aibicrio
fuucconftirutx, pruJcnt^.m cca tcm-preter hosnullum 3- lium intclleci talcm
h.bitttm pofuic A> lito- teles : de quibus h.trc paucadiccre necetlariu ciTc
iudiracinus : quia rion bene poflumus incelligere qualis hahirus loeicafic,
nifi ali- quam i pfbru m h tbituu noritiain haoeamus. Qriotri-m autem de duobus
potiflimum ha- bictbus diSu;i f iniui >feientia&arte, in qui- bus fere
tota difScuIras pufica tft,n6 tft igno. rindum i J, quoJ ab Anftoteledicitttt
de fci. entia&dca.tcin vltimo capite i.libri |*oile* rtorum-.dicir entm
fcientiam de enre efie, ar- temveib de generarione;jig;iirjcare vr>!cns iJ,
quod nos paulo fupeiius iiiximus , f, ien- tian: iti jjs rebus vei faii, qujc
iam funt : arcem vero refpicere ebrum crftcrionem & genera tionem,qux
nonjum 1'utHfJc rieri a nobis pofTum- Philolbphus enim conrcmpiatiuut aihil
cfncerevulr/eJea.queiam funt.cogno- fcete.artifexautcmemcerevulraliquid,q'uod
nofi ttt : pro;>terea ttiam iri quarto cspite (ejailibrrde M jribus mquit
Aiifloteles,ar- tem omnero in generarione veifan;non qui- dem generartonem
intelligens nacuralem, fed eam , qur i nobi> tie per habitum artis,
vtgenetationem Jejmii>iousimpo(ita,vt r.enus , fpe- cies ! nomer. 1
veibum,propofitio,fy!log!fmus, & ?.'.\2. eiufmodi , fioe conceptus ijifi,
qui pct hrc nom:nafig'iit:cantur.Noininib. quidem priraa; nottonis fiatim
resipta figmficatacx;- tra animumrefpoJet.quocircahxcopus no- Srfi tfle non
dicuntur:nemo enim calum, e- leinenca, anim.ilia & ftirpes opus humantim
tlT. diccret : quia litec omnianonMha xb ho- minibus inuenta , & rebus
tmpofita fuo arbi- C tratu fuerint,tamcndum illud, uuodperrale
nomefignificatur.tcfpirimus, ij anobis fieri nrjii dicttur,vcanimal ab homine
fadum non dicimus,ctfi homines huius vocis inuentores
fuerur.t.Atf-Cundasnotiones nemo neaaret opetancftra,ocanimi noiiii fiymenta
eff*e-,ho moquidem &equus funt etiam nobts non cogitantibus,fed genus,&
propofi(io 3 & fyilo gifmus,vbinam funt.ntfi quando a ncbis fiut? nobis nil
horum cowanttbus nullum hoium D eit.Huiusautem difieienti^ eaeft iatio,quod
nominaptim.j; notionis rcs figmficantprout funt:idebilIud,quod perilh
fignificatur, etia nobis non cogirantibus eiTe dicitur,quemad. modum fine vlla
noliiacogitatione animal & ftiipem,& elementa cxiiVre videinustat no-
mma fccund.-e norioni» res figciificant, prout a nobis mente concipiunturmon
prout extra mentem funt, prnpterea conceptus potiiis conccptuum,quam ccnceptus
rerum firjnifi- E car-,t,vndefectindiconceptus,&:fecunda;no- .
tionesappellatarfunc; opera ighnr , atque fi. gmentaanimi noftiiiutenuncupantur:
quaj quidemomnia exemplis fient manifefiiora:
duniconfidcrarnusSociateni,&Phtonem 1 & Calliam in hoc limilt s elie,
oj horaincs funt, conceptuliominis communemente forma-
mus,quidiciturconceptusiei,proindcpri_ musconceptus , & pnma notio : poftea
verb dumconcfptiihunccogitamusefle comune t quiddam.quod dc multts folo numero
, non nacura difcrepantib. prarJicatur.ideoq; con- ceptum homiim , & omnem
alium eiuimodi vocamtisfpcciejtuncfccundam notto^e cffirt gimus : fecundu entm
nomen primo nomini iniponimus, & in conceptu rci alte: D fecun- dtim
conceptumformamus. Eadcm ratione dum iiomine.bouem & equum.nstuta qnide
difiercntes.ftdincocimen rontiententei efie cunfideramus quod^mWlta funt,
comitiu. . nem ammalisconceprunj facimus,qui ftatim res itgmhcat, & p,j m ,
JS cta«epru- didcur: a i IacobiZabarellxPatauini 7 i' A ria m
-Scqaifo'iisoft"«emteretui-,»r!qiam deinde quum eum nM c0 £* m £ L" *
h« P»aocffe taentiam,» r«e«no« efte riam.Sc quiin uwoueuw , - hoc paao tffe
.Icicnriim, » .cueranon ctte feicmian a eumento e fca«IBm^mou- feam.
Idrireoioboc nullu.n eft diftnmen nte, rcslogicas.&resarce faftas. namfirea
arte fa^ai Ariftoicles «nnngentM i vocat, , i„p.ima»nempem concepturew-roH-« a
"^ liinobt Uuut 5 currcsioufta $ cffecou 4pm.i» « ma *o t i 0 pere-
auimaduerten Jum .nfic.emur, quz fim.l.tera nobis •£« «...jUf "l^iiimn* i
d . cuod ab omnibus dici folet, ggjg^ mentis arblt . ,o operac,bus?liccc deinde
quum eum lu^^— ---- tentibus fpecie iri eo quoxJ quideft . & omne ale
appcftamu» genus.ftcu.idum cocc ptum maonopere aniroaauErreuuw.., «• , ■ : - --
W« " ,S i" .muv i d , ciuod ab omnibus dlCJ folet, «»" V- ; f
]Sn^oft 1 n,teUeau,o r: erat 1 o- lucicumtresinasnoiiHii'^"^—-!- nonfint
materuies ,ikmh ' "■•*'«_,";," ^confiderarc,^ c 0
mpof.tionem,acd 1 u 1 fio.iem,5c !a r.oc 1 na » £™j cogl T a tione fabr.car* ,
non tamen com r „ __-_ /:„.„ii..irprmte laamus.lo- meni.ii ■ „ r ,(r„„ P .
nuando- nra' T -n.t.£,vi-i« , mentb "cogiratione rabricat*. non tamen p
opterea necefiaris dici poffunt; quando- uuidero tl\\ neceflariuro,vel
conuogens non ?neoconfift;t,qi.odmate,iale fit. vd non ma t,b..s produci
pnffir, vcl non po.hr,quemad- modum declarammus. Vndeipat^ Iw^ i^icM
fimilioremeffeart»bus,.quan.ftienti|sin re- /„, J rum^ffdeta^^^^^^
compoiitionem,acai-»"u-^'" Km.fi enim fintp hater.ntelhgamus _ lo-
£c"m ^«tu^ **$^hSt rierare decipimui ittuta eatraaatto a taculta- « ScaX
de An.ma P ertineat,.vbi de humancemeuri naturTac de eius-operatiombus ftrmo Bc
8 Shgendum eftcfifider* , l oradusftcundarum nocionum.qui ex» confiderataru
coiWitions:iH cl "'*"""- Emeuris noffra opetatione ^
'pftmen- rum con ^Rriteri.cceflanjs ve.fantur: «* Enoftra «nerantur, & p.
-oducuntur nam ,C C ^ ^ omnes io rebus conlln . tenoiTrj t, .,_,.,,,. v ._ li
., ul1l i E noiione*T.oti mgica ve. _ ff ,aucuntin: propte- Ste^ncVpiunturt
trlplcxautem eft noftra ™ autenim fimpiicitet rem appre- matio harum nononum,
genus, ipec.cs , no- men vetbum , Sc aliarum ftm.lium ; aut hu- ^feeVei
conceptum cum lUin* conctptu con oue in rebus iimpucnci uv^v.— ' verJ. &
artes omnes in rebus cont.n- ^«Us,qu* i nobis producuutur.propte- rea eriam
rar.o*e ftopi , & Bms log.ca artibua ££3 , fci* ns vero **&ffi£Z&
t.arum fin.s eft fola rerum confldtratarum cum.tio s artium vero non
cogmtio.ftd ette- atS^quam cttim cogmtionem habent , eam ad effe&onein
diriguntrfinuiemm A pneri- lisopmio effeMquisetederet eorum 5 qu3e ' nobis
fieripoffunt,cosmtionemaiiob,s^ __ : L,: ,, P ;„ cifn avehmusconqut- f in
affirmationem & negationem d.u.d.tur. oua* enunriatio eft lccundanorio-,
qur ex &da operationc intelleftus ortum habet ; Sndem ab ftocad ihud
d.rcurr.mus, & v »"« aho colligjmu. , quam ope^iouem vocamus
ratiocioationem .«nquarn- ftcun- dam hanc notronem in tettia intelkaus ope-
ratinne Eenerantet.Htsdeclaratts, a. gum ■^rr^^murKin modum.Toratraaatm logica
ciamus. ffi,-? non poteftiplTus I^H"" ^, U eV,cundis rtotronibos,
tifcaotem o P us E W*™ n m°J. eo mn cogmtionem tra- ™ m ^fcSAWb^ generationfs
doeere ,vt ea efig noftunt : no.v func iguur res nccelians-, ^ vtl ? anqU3m
inftrumetts pof- (edconrin S entes,itaque fub ftienUam no ca !H,t^^""
u "- 4 "- quam ita qtt*ri,vtinea fola «»™« «nqua- cftereific enim
infiuitus pene eaotireturwa. nium dtfciplinarum numerus.quum nos P lu- nnia
cfficcrc poiTimus.quxtum ipft p«fc nihil dignitatis Kabent,tum ad mhil a hud
vti Lfitnt^alium«itui-cog n .uoanobi,non propterftqu^Tfuriftdvtmodumfaciemh,. L
.rede Faaendi cpguofce«tc*.mcli« ea ta- ciamus. QHum igftur logicus '«
^^[«"J; c; ^„ rt hisi,r,flunt.non poteltiplius ttd continsentesjita». uc
icatoui.uji. ' Rt rerum tantummodo j , rWJnm efle ftientum, quia ett fc-
araumcntodemonftretur.eam fctentiam non l^^SSSSL ijlum non efle
iiiortuui,contrar 1 etasmc l '5M"„ , , ■ - , mor ' - __,_:_;, r-trita
fulum hommis nis naturam interimictacitq, w " nomen xquiuocum remane.c ;
ita etiam ae hoc,d 1 ea q o,rationaljs ) d,eendume^^ doquidem ^q^*' 00 »"
1 ™ r u bftientiamnoncadunt,quumnon(intne- SSa : quamobrem dicereTcienttam
rano- nakm, perindeeftac dkere fctemiam mora- Um -ft ientiani raedkani.fcicnuam
edifacato. dere, rdmoaum genr- ' r facere 5c faftis «.fanqnao* mftrumet.s pof-
fimus Huturmodi autem effe attcs omnes. mamfeftum tilidocer.t enimquomo. o mul-
^nS^tainobiafiautiqmbmfec^po- fiea vtamui ad -umane virce commoditate.rK
Qjbdigitut lop.-canon fitfc.cntia.&quam. ob caufam,mamfcft!im cft- CaputlV.
inquo eadtm feiirentU teftMiomoArifioidiscen- ffimatttr. HAC c quae arstimenro
ex ipfa reina- rura deduao^onfirer, & afleuera.e- compellimur, telrimonio
S" 0 !"*'!^" lis apertiffimo comprobaripoffiint. Ar to- tele T namque in i.
lb. Pr.orum An^lytico- um "nprincipioa.ac3. Seaioms ,alftr,t fc
^Si^iins*^^^: juoiiioJofa A ftrumentunj vtileaJ vtramque philofoplne
ilint.vcn-jsa . eosefficien jtr^nmfntM IX l Ub. Tmf 9 de Natura Logicas, Lib.
I. pe qtiomodo efficiendi liut, & -;u -ii ii fi^.-i n«vcQosad«--. at quis
non videat calem cir; a~:rem oqmfltn doc.ntem ? Siqws e«iDJ artem .cdificatonam
fcnbei et , nil aiiud do- cerct.quim quomudo (ir ocne, acfacile vdi. Bcanda
domus & alia-aitrs GmiJrter.AIius efl apnd Anftotelemlocus prohtfiusfententia:
voufirmatione validiffinuis in capite o.libri i. Topicorum, vbi definitipttein
probUmatis ^enu»m,vei/ug!endum,vt an voluptatfit tligen. Pialcaici ex
dr.ierli> materiebus defuinpra 1} da,nicne: tfuxdam autem ad /iiendum
txntitm, . _ i k _:A i-„ -_:. -..^uUmiMiiM nrnc vt jh mutifii** frt vrevv. ,it
— X.>_- . l-___.__.__ partem:q;ium igitur hicduo intctfc non pu
gnent.AnftoteJes dieeus logicam inftrumtn- tumelfe philofophi* , non propterea
negat iplam per fe fcietiam efTe,& cognitu dignam. Hanc rdponfioiiem &
vcrba Ariftotelis qua. ulntUnit i m mo o s-vpofuimusjnonadmittunt. &mu!t(.
pn»«*i,i. mmu ■■aluiequetia, qusfunthsc: [$h**dam * enim problemitum
vtitttflfcirt tantitm xdtlL gendttm,velfu$iendttm,vtan voiupttufit tligen.
tradens Ariftoreles , triaproblematum gcne ra enumerac,a£tiuuni,contempiatiuum
8t io. gtcum: aftiuum problema eft, vtrnm vo!u- ptas (Tt bonutn :conteniplamium
,an mon- dus fit rternus-.logicum, an detur qnarta iyl- logifmorum bgura; an
medium demotiftra- tionis fit definirio "nbitcti ,ao afTeCtionis, &
alia eiufmodi. Dantut qaidem etiam in arti- bus piopriaprijblemata, nempe quxft
oues de rcbus dubijs.que ad difcuticndjm yropo- nuntur: attamei iiuJla.ii horum
meiirionem ibi Ai iftotiles facit ; quoniam ea fola pruble matumgeneiacoinmemotare
vu!t, qux fub Ph:lofop!iurum cofi terattonem cadere pof. funt; f lent autem
Philofopbi tum deagen. «Jisrebus difierere, acfciibere, qu rebus,quxad
effec.rices artespcrtinent,Phi- lofophi non difterunt,quatenus Philoibphi funt
H«cigttutrtia pioblematum genera A- riftoteles accipere volet_s,eorum propnj-i
no miiubus non vtitur ,fcd ea per proprias con- ditiones circuiifcribitinimirum
per fcopos dtuerfosiilarum trium difciplinarum:dicit e- "nim alia
probletnatapcr fe rcfplcere clcftio- nem fogam,qu_. quidem funt problemata rr
an muitdni fit xttrnw, ncmt : yufophia:itaquefentenria Anfto. telii eft,qubd
rerum logicatum non fit fcien- tta,qi!um perhanc conditionem feparetpro.
blemaca rpeculatiua ab aaiuis&logicisjquod fola fpcculatiua fcopum habcnt
fcientiam. S>Ut>o. Quod fi aduerfarius aliquis dicat , euenwe
poile,vteademres tum adalia conferat , tum etiam ipfaperfeexpetibilis fit , vt
famtate & ptopterfc ipfam expcdnuis , Scvtcanferen. tem ad obeundas
opetationes vitx; quocirca idem vidctur delogicadici po(Te , tum ipfam per fe
Cognitu dignam eifc,quia cognitioncm tradit rerum logicarum ,tum euam ctTcin.'
\ ) mentum tantummo do elTephilofophir : ap. plic.itam vero fcientiam, &
philofophix par- tem elfefaterttur contiaLatinidoccncem di- - . _ cnntefle fcientiam
s apphcatamverb nonfci- >j' entiim.fed u^rumcntum : qua fententiani- hil
talhus efr, vt tum ratio a uobis declarata, tum verba Auftotelis memorata
demon- ftrant: certum eft enim logieamefle fcien- tiam eatenus foliim ,
quatemis fcientiam pa- F nt ,quatenus autem fcientiam non paric,ea- tenus non
eflVfcientum : A iftoteles autem r ■ j- eo in loco partim affentlogicam parere
fcien „f tiam , partmi ncgat : mgat quidcm pcr fe.af tU ; appLc. I A jertt
autem propter alias ic.qiii p C r lo-icam tjifenu- fciunturiefuafidicjt parere
1'cientiam remo. te,noii proxime. Inlibrisenim logtcis, quas eftlogica docens,
oibit per fe dignum eogat- tu tiadtatur ; quare logica tlocens.nullam fci-
entiam parirper fe, &proxime • patittamcn remote: quia pottft phtlofophia;
rebus co- giiuu digms applkaii, & earum fcicnciaai . II lacobi Zabarellce
Patauini tftf Jii fUttiAt t,a,«re.Qi;;scT»oitJcarcuscft,vtnonvidcai A
XriftotelftBi ibi manifeftc dicere Ipgtcani P er rcfumptam^ 1 rebus a,huc
ii)>M> diciturdocens , laentuun non efle : af.plica- tam vm &
fcie..tijs,& in vfu poutam , vere £ fle fri?ntiam ? Siquidem
applicatafc.eiit.am pa- , e'unaavcr6nulliu-.ieit,ad !C fcienn a| n. Ven.ru
ignorare non dcbemus.quomodo m- tribatndum fit loniwm apphcatam ph.lofb-
obiJLartero philofophia: & faennarn c u. Swmmnon kaeft fcientia.vt prxfe.
aljas fe e uia quedam rrieatiaftatuator,qus dicacur $L frientifs alia
fcicnrianpn datut: fcd fci- intia dicit«t,quatenu5 fitlcientiaft a.cuian-
Scatur : quicf enim aliud eft naturahs phfto- FophUMlulm losica rebus natura
hbus wpli- ca«> Totacer?c naturali» phftofophta eft «onicries multarum
propol.ttonum , indu. ffionum & ryllooifmorum in rebps natqrak* "us
formato unitita de Geometm,de An h- BUi ' " , ,i,,-mni>.:nrorJtere;
Caput V*h cleArgumentisScoti, & eorum folutwnc. VEit 1 t a t f
co^nita.comieniens-eft ,vt a- Horumargumenta.qurhuicrcntent.a, obfta.e
v.dctu.,foluamus, quod difEclk non erit Duo areumentai Scoto afteruntunn p T
in« quiftione Vniucrfalium , altero pro- btl -gicam docentemeffe fctentiam ,
oupd tale eft:L ^cuscft rc l ens i E.golo S ica aHn- ^ B er i
;!a:airumptumftcprobat:Log.cu ? .dcmon "1 ftHt-Ergo eftfcieiu:boc quoq;
affumptum s.^.; -|- nrobWl^.cahabneacmnia^ucadoemo- Lationem fackadam
requiruntur :hab« : e- nim propnum rubieSum.ncmpefyllog.rm habetprop.iascius
affca.ones ,qu* deipfo demonftrantur.habet p riucipia, perquje de-
n.onftrar.tur nam pcr Jehnitio.«m fjnlppt mi multa ipfi ineiTc oftcnduntur ;
Log.co itaq, decft.quQ minus in rebui Ipgicui cVe- Altcroarcu STe*ah>^
loeica applicata nomen log.ejr non ferua H fcientU emritur,& nomen
fum.ta..^- bus hs ,qu.bus appl.caturA vocatur f .en- J N taiwl Amhmetica>vel
aha aliqua. VidVturautem philofophanubua illud eue. niffe quod multis longum
iterfaauris con- tinPcrc fokt:priurquam cn.m iter ingreck n h:l deeit,quo
m.i.ui 111 —a—- j C onftiatinnci poffit ewruexe. AJtcrojugU- J««J mento probat
loijicam in vlu pofitam non ,«™ t «l Skndam , fofca applicata phMop - I
oroccdit per medTa xommunia;atfci e ntia ex prop. iis fit,non ex communibusiigitur
logt- caitla lion eft fcicnda :minorem probat au- thorirate Arifto telis , qui
multw m loc.s phi- lofopbix naturahsquando vt.turratiombus probabihbus &
communibus.qux faentiam non parium, »s vocatlogicas.&atjuaombt»
anturjuturamviammed.tantur.confideran non^p m e x adueifo drftmgu.t: «s per
qu*m«diaad propnfitum fibiloci m D ^°^ ommun : bus fi u „t ..demonfttatiux 1
f:x. s* ,~. n Ait,cruenite.aueant:mox q ui * c * ... u^^,ntitn,imentaSco.
tesper qusmediaaa prop—^ T'Z„n, melms & commoduis peruemtequeantimox Sa
nuenta,8ccognius mcdqs iteraggredl- U ntur" & p.iccden.em iliam
meditanoncm exeSuuntur.&invfu ponunt : fimlh ratione Sfophus volewad
rerumrc.cnt.am pet uenircviam priusmed.tatur ,cju* co duce.e
pX^qua.nuenta.percamad rerum con- Jcmplationem progreditur t*^*^ pi
opriumnao«:u»,-^- r nemillampixcedentem .nvft ponere dici P V ropriail | iusar
tispnnc.piaiOnin« mr . Meditario quidem vi- Iogica cft ft ,qua? E ^ do ^ afi «
xpr Wognitis s &perdifn ^citurdocens : cxecutio vero&vfus eft.pfa- ™-t
pbilofophia:& quemadmodum qu. &i- «rumitermeditatu^nullurn adhucter fa-
« , "T P hi ofophu, dum kgicx cognmon em md t, nuilam adhue
fdentian-licumsreipa r t fed prcceptatamum & modTm docet quo fc ientiS eft
aaip.rcendaifcue aotem.feu faen t an tradcretuncinopit, quando ■ inc.pit I
"habitu logicatiu rcbus phdofopharug _ •ii..„„.^ri, 1 it terfacere.quando
demonltratiuii qu-"' » — „■ g, auia ex communibus fiunt , demonftratius
autem ex proprij*. H*C font argumentaSc^ ti.quo.um vanitatcm oftendete facik eft.
™. pritB qu.demargumentnm, fi validum eflet, non magi-inlogica, quimin artibus
omm- bus cffcftribuj loeum habcrct; fi namque ar- temaliquam doeentem ftatuamus
, vt medi- cam , vel aedificatoriam.illa quoq; iutnetium
propiiumhabebit.dequomultademonftra- bitperpropriailliusartisprincipiaiommse.
nirndodiinafitexp ixccgnitisApe r ■ d I ikut- fum a noto ad ignotum; Qaid WBlt
> Arsat. diGcatoria docens etit fcientia fpeculatiua, Ad argumentum igitur
Scoti nceandum tft antccedens:Logicusemmneq;eHfciens 5 .,t- que demonftrat.nequc
habet ea-omnia, qu_e ad veram demonfi.ationem verasiaentw r el- fect.icem
requiruntur: no l.abct enim fub.e- ftum tak, quale ad fcientiam contcpiatiuam ■
..... .rL;».,»;--.ii(i-m ruhictlum pol.u- "■ V I:;'jif(Jl tiam traoeri
■"—r--j ^ ... - 1,,.;,/;- fituil) ta c, quaic au >■.»... -r- &
exbabitulogicsiu rebusphilofophan: fic itul '^feientia quidem Ibbiedum poRu
^viatot illc tunc mc.pititerfacere .quanuo F "1""" Don
eonting^s , quod atbitw mrditariottem incipU excqui,&ea vti. la ^!"^,^
" effe noffit : at ryllogilmo Kr viatof .ue cunt im.ii'" ■«»■ ■ n
ftaam mcd.tationem incipU c.cqui^ ea rti Txhis autem , qua;mod6 diximus coHige*
poEus iJgkara fimphcitcr diaan, non ^ff fcicntiaml quamuis emm in vfu pofin
rcientia cffe dicatur, ea tamen rten vocatu Sl.-.Io^Jd P hilofopb«p^ra^>»el
mathcmatica: lo^.cavero propnedicitui ea, qujcdocet^&pracccpta »radit,&
futu.am viam meditatur, hxc autem non eft rcien- tia. lai : seternum , non
contiugci.s , quod atbitrto noftroeffc,acnoncffepoifit:atry!!og,rmu S eft opus&
figmentum noftrurfljquarc ido- i.eum fcienticfubieaum .nor icft.imo ^necu- pnus
cffet.in quo coguofcendo L-p«^« jnkgica , nifi ad rerumfcientiam in ph.lolo-
phialdipircendamv,ilcnob,s.nfirun.etum cfiet. Pra;terea mimme vctum elt, qtiod
lyw log.fmus loe-co proponatur, vt fubieaum- coanokendum , ftd potius vt genera
..ous.Sl- cficicndus gropoiutur, quemadmodu .« a, - „ dc Natura Logia-- , Lib,
L „ i+ demonfcammus} quatrimus enim gene- A prajceptaac regulas docet.no eft
fcienria, fed ^tionewcoafiofccreryUogifmi.ytgenerare jpfum apti Iwiuis.ixgeniro
wimur.ntin v _co. gnof-amusr-i&m^iuod.uterr^eryllogifmo S l
anws,iU^^em_edcoionfc«ione,acde aliisreUw logicisd.iceqdutoeft.OttQdfi.jb-
ikiar Srocus; NtSnne Logicus multas colli- eitaecefl-riai canclufioties
expnncipijs ne- ccflirifsfin rebus igitur necetFailjs, noo m continuentibus
vcrfatur : obiettio hsc non iuftruivientu kicntiarmn : . tveio applicatur
rcbus, eft vere fctentia ,non quidem lcienm-, quE dicacur logica , fcd
fitkentia naturalis, yel Geoiuetrica.vel aliatquoniam fcientiatia- tuiuiis
nihil aliud eft,quam ca pars lot;ics, qux tcmonfttatiua dicttur,ad
conrcmpfatio- ncm reium uatuialiuin,&ad earutri fcientiam ex earnm proptijs
principijs coniparandani applteaia : quod fiveru eft, vt ceiteeft veriili- ^fts
dnnin- fle^tiua ftten ttix apf- licom ;.:.'.::'..' -. minus in arribus
er}caric.bus,qtiaru in logica B mam,non video.ti argumcntum Sjcoti contra
ipftim conuertamus, quid pollit sd illuJ rc- fpodere Scotus.dirit enim logica
applicatam, phdofoplnc non elleTcientiam,qi4ite. r.ius.non eft ibi neceiiitas
fimpliciter difla, fed foliim ex coofticutione ttati:aliquo emm fine
coiiftituto.cttera omnia exco colligun- tur: v t fi extruedalit Jomus vtilisad
habitin- dum,5c ad nos tuendov a irigore 6c _ftu , ne- ccflc eft eam tx tali,vel
cali niatena conllrui: itatnK gicadicimus.fifitcolhgendaviiiuer-
falisamrmatiua,nccelfe efttn primo modo pvimar tigu^ fylioaifmum ticri: fi pcr
(yllogif mum ttadenda fic perfcdaconclufiiims fcien tii,neciife eftiptum fien
exprop litionibus ncceif.uijs , &pritt)is , & caufiv conclufionis: tota
igitui li.cc necetTitaseft cx finii confticu- ti >neTfeu(vr dicitur}
ruppoficione : quialini- plicirer l^^jendo, nullanos necefiitas cogit ntc V/
fcten- tiji appitcx- t*Jciiiia tttt fcienuam pei deinoftiationem aoipifcamui :
attamen diim coiiftituiniusjindagaudam etfe fcientiam ex hac
conftitutiortCKquiturne. Cf fl-numeiTc talts propo(it:ones alfutneie,
(impliciter tamen non tft necclfarium- quia neq; fcientiam in Jagarc cft nobis
(iniplicitcr ncctifatium : qtif madmocum non tftnobis fiiiiplicitei net;
Ifartum «dificare,fed du con. ftituimus coiittiiiendam ttle donium, fequi- tur
nectirariuni eiTe talem tnateriam pro _t- dificattone acctpeie. Alterum
argumencurn, quoprobat Scotusiog ca applicat.im rebus K.cntiain non etTe, tta
vanum eft,vt profecto nnraii non dcfinatp,q:ioniodo vir eruditus, aut ita fit
decepcus.aut dccipt re alios fallacil- fimaratione pcrvoci* ambtguuatem volue-
f»r titixntt tit:na:n A^iftoteles ;qt:ando iu philofophia ra
^•/uV-yocentioiitbus lciubus & com uiubus vtenseasvo- \fr Itgtctt.
caclogrcas , probabiha aigunienta intcliigtt, . : '. : ";;j:^. eorum
qi1e,ignotantur,denionftiattone pro- gteditur, & i tbus illis, Teu ilti
rcientiajttaim- mifcetur,& inferitur,v t in eius naturam trant cat, Sc
nomtne logtcaeTcncto , nomen certs alicuiui fcientia: aLCtptat,quefibi certam
fub- iefti naturam canftderandani pMfcnbit,& vo ciiturnon ampluis
logica,fed C3eometria, vel Arithnietic3,vtl fcientia naturalis. Arsau.
temToptra , fi rebut nr.tutalibus applicetur, intimaearum non penetrat, ntque
ex earum propiia natura rationes deliimit, idcirco re- bus naturalibus, aut
fcieris naturali infeti n5 dicirur, neque eius icienti.r nomen fumit:
quiatnedtjs commtitiibus vtitur.que ctimcj. rum rerum natura nullum habet cflentialem
connexunijfimon minits ahjs quoquerebut aptari polfunt, quam naturalibus
:quofit,'vt non poflint appellari lationes naturales. o- ttinif enim
argumentatio nomtnatur a me- quitcontrarationesAnalyticas&exproprijs F d ;
o , quare vbi medium eft pluribus fctentiis ntix pnnciptjs ductav dtftinguere
fblct: commune , ratio quoque communij d^citur, & anullaccrta kientia
nominationcm ftimiD huiurmoJiigiturrationes,quum nouum no- nien non
fu(cipianr,nomen futim retinent.& dicuntur rationes Iogic_-: rx his
coiligimus, idem eficin rcbus naturahbus dicereiatio- nes Analyricas, (iue
demonfti atiuas ; & Jice- re rationes uatutalas : rationes cnim natura- les
illae dicuntur,qug c ptopria retum naiura- liumnatura delun.pt-: funt: atnon
itajdem eltinrebus naturalibus dicere rationts Top^- a 4 logicam emmfumtt non
pro toti logica difci ptina,fed pro fola facultate Topica,quam cur logicam
vocct, quft hoc fittotius artis>Jogica; cummune notnen,ratio cognofte Ja
cft,q"uam aneniine vtdt vnquifuifle dechratam. Dua; funt pattes
iogic-intercaeteras, qitema.imo- dum pufte.i iiedarabunus , Demonftraciua, qu*
hbris poftrrionbus Analyticis.fc Dtale. ft'ca,quaelibrisTopicis tiaditur:
interhasiL lud taiLfcrimcn , qndii demonftratiua dun tiua duiu/ 1$ Iacobi
Zabarellse Patauini cas,fiue logieas ,& dicereratiooCi nattitales nam quae
alijs quoq; tcietuijs funtcomniu- nes,natu:alts nomlnari non poftunt.fvopte-
rea aductteriduni eft, neob illa , quce a nobis anteadictafunt.ahquis in
errotcm labatLir: quum cmm diximuslogicam docentcm,&a rebus feiunaam ,
fcientiaro non elle.fed phi- lofophiae mftrumeutum.de totalogica, & de
ommbuseius partibus idiatelleximai:quum autem Logicam applicatam rebus
fcicntiaro eile dtxiraus non de omnibus Ldgicx partr- busid accipiedum fuir,fed
de fola pai te pt a». cipua,quMM. rebuifeiunfta^nequrvtappbcata. Carterum
dubitarea]iquispoffecdee>>,qviod diximus, losicam leiundam i rottJfitne
»n»m mentum vocanduut eft , quando aftu incidit aliquidiabfr dum lgiturvidetur,
& ab inftru- menti natura alienum id,quod diximu.sloeu cam effe
iuftrumentum philnfophia: , fed 10 «fupofitam, Scphtlofophiasapplicatam non
amplius efle iiiftrum.iuum, Ad h-anc obie- Vifftmtt* ftionem dicendmu eft,aliam
effe. verum cot- i»fi""-**ti poialiumnaturamjaliiinfi^riwnrjmiiiiuru-
$„>ut»&- ^nuimqutdem corporalenon poteftfien «7«r«fo. i]llldjpruraiCUl u
Se ftir)fttumenmm,vt(t rt Vfus eUdiieftinciEiopaniSjgladiusnonpnticithe-
riipfaincifio,quoniani corpusin nC cotpus, St in accidens ttaiiftrc non
poteft,ntquc po- teft fieri idcin , quod panis ipfe incifus : quia neq; ciatut
eorporum peneciariomeq; cotpus alrquod in aliuJ corpus fiue aUeratio.ne mu-
tari poteft: res autera fpiriraks.,ipphcatione, & coniunc;io«c iriter fc
vr.um & rdem bcrt felent, vtc»AtjftotetecoUi S tmu»in I- de Anima;ibi namqSe
dicitmentem noftram itttelliffciitem fieri illam ipfam rem,.qua? in-
tellisitWquia intelledio eft receptio fpeciei incorpores: &fpiritalis ;
proin -Je laem ett id, quod!ntelugit,&id,quodintelligirur,&ipra
iiitelle£Uo;noneftigitur mr.rum, tT habmis. loeicr ,quindo fpiritalibus rerum
concepti- biNc(immircetur,&eornm.eontemplationi,. quaTphilofophiaipiaeft,
apphcarur , htipfa- met philofophia, & inftrumenturo fit illud ipfum,cuiiis
inftrumentum effe dicehatur- s m his i"itiir mftrumenti natura infpici non
po- tefl Siftinaaabeo,cuiiis eft mftrumentiim, nifi ab eo, & ab vftt ipfo
reiungatur. quare lo- eica dum fdunSa a rebus& ab vfii iumitur,.
fntbumentumphilofophiaieffecognorcituK atdum invfu poniturjam eft ipfi:
philofo- pliia; cotgotaliatameu inftxumcnta&feiun- 16 A ctaabvfu, &
applicataad v^um inftrumenti dicutur,propteteam,quam disiiuus,caurain. rim, I
Caput V l L qued Logica nort ftt in- ttlleclm , netfefiptmtusiefc prudentta»
HActenvs logicam docentem fcien- tiam non elfe oftendimus, ad hocvnum er.ini
Jemonftradun),ea omnia,qua: hucufq; ^ dixiinuspertinueruiit. Eadcm ratiotic
ofien- ditur.eam non ciT; hahitum illum, qutdic ; . u tui intellecius :
fiquidem eiufdcm genetis &; cnn>!itionis efi'e oportet res illas,qu3rfub
fci- entiam cadOt, & illas,quarum eft mtelle£tus^ eftenim fcientia habttus
conclufiontnn , in- telleftus verb habitus prtncipiorum , ex qui- bus
coticlufionesipfe Jeducuntur: quoniam ig^tur fcientia eft rerum {Jmpiicitei
neceiTi- ^narum^fequitut inteilec.tum quoqjnon rni- C nus rerum neceiTatiarum
elFci coclufio cnim necefliri-i per iyllo^ifmum fciri a nobis non potett.rv fi
ev ncceflarijis pnncipip cotligatur, vt oltendir Anftoteles in i.libro
Pofteriorum. Attalyticoruni. quare fi res logicse non Tunt
fin>plidterneceFaria?,feq,uitur iubitum lo- giv.r^vtnon eft fctentia,-itauon
efle intelle- duin. Similiteroftenditurnon effefapientia, „ w;j J
cjuumnilaliudfitfapientia,qu^mfcientiafi- „,„ jM iiuilcumintellectu. Sed neq;
prfltatia dici tntuM ^pottftiprudentiamenim definitTltiftoteles^oiCT effehabttum
reda cum latione aftluum , (i n°»fi'""«' hoc tertio modo ars
appellari no poteft : pri- motamenatque etiaiu fectindo conuenttci arrts
nomen;fed perhoc tamen proximum eius gcnus non exprimitur, ftd rtmctum, SC
valde communemequc adhuc cognofcimus, fub quo intellettuali habitu , habitus
logica: confiituen.iu.fit : quoniam ars , qur ab rirt- ftotde inter
intellectuales habitus pomtur, lugicam , quemadmodum dcmonftrauimus, non
ampleftitur, Ciftit IX, quhdgfnus Legicanon ftt facultai. AL i oyt fuere^quiea,
quae modo dixi. mus, confiderautes } lo^icain neq; Ecien. oatnit . recipirutjVt
Ariftotclesdocetm ej.context 3. libn de Anima. iiiquit cmm , foiam animam
intelf efliuam tifc locum fpecieiu ; quu letr- ftts fitquidem perrecrpttone
fpeeiei , 3; per- peftlonem ; attamen non in ipfa aniRia fenhv bilirecipitur
fpeaes,fed in organo attimat >, vt color non in vifu , Ted in oculo ;
aftanima int.lJectiua nullo vtitur corpoico oraanoin fpcciebusrecipie.Tis,(ed
ipfaeas iccipir:pro. inde folainteromnes partes animae dtctt lo- cus fpecierum
: hic ena rofus eft fenfus verbo. rum Anflotelis in i!lo 6 . conrextu 5, libii
de liwktfnitH Anima. Logica igitureft habitus , qui finc vl- - *n , ^j» lapr
itfusn.atenaopetaturtum organi,tum ""'" *' ' rcc p ci.tis habita
ratione;lrs itaque dtci non tbuli potcit.du proprie liomcn aitis accipirur;am-
pla tamen fignilKarione no negaremus cam nou modbartem , fed fcitntiam quoque
ap pellari pofle; aum enitn fcicntia; nomen late rutni:ur,pio omni
ccgnittone,qua;curique ea fit.no modblagica, r ed & aittua phil'.fophia r
&ars omnis uoclj potcft vocarifcientia:pro ptereaqub-d Cogninontm altqnatn
tradit;hjc ratione medicina f.jiet quaruoqueappellari fcicntia.Sirrtilicei fi
nomen arti.« arriple iitma- turpro quauis mentis noftn artifTtiofa togi- tanone,
vel operarioiie (.irtificiofj autem .it citur, quaido cft ordir.atj,& ad
pr-^p i7 uni fibi Hnem alirjuem perconuenieii'..! , &t.lo nea
mediaprt)greditur}n..ii modaiogica.fed ipfaquooucphilofbphia t'n
diL'unrgLnusIog'ei,nifi ampliflitnuni & remotnTnii um; quafi dicant
logicSeffr quan- aam ditii^linam^rlhabitum qucndam^oni- nis eni.11 babitus
intellcftualis animu aprum F reddirad altquiu , queadmodum dicc baniusj veuiiu
hoc.qrum pci fc compertiiTimum fir, in pra;ftnttanon qua»rimus, fed mag.spro-
pinquum Itigicie genus indayandum ptopo- futmus. Aliquando
ftnCtiu^^&inaai-; propne, noraen ficultatis accipitur , ijuam fignitica-
tionem dechratopttme Altxander hl P.afa- tione fua in 1. lib. Topic. vbi dicit
fminfur, quam nos faculra^i m.feupoteftatein appcl- lamu^-caiti propue
vocan.qtia: xque vtru n_ tjue conttai ium refpictt ; ts tnim prop: tedi- ptts
couttra^laciuis, alias omrj.stiiibplinas Vcitur poffe ,
quiconttariapottftjVtanibulare 29 lacobi ZabarellaePatauini 20 is O oteft,qui
Stiart. poceft non ambulare-.coe- A nolU rarionc poffi.n.us Pg«^W*"t . ■
.,r. ; m „r„r. t ,;- .hnrur. re : n?itur fi aluiua losiic^ pais elt, Sc ainter
lum vtro polk mouen impropuc dicitur, quum non poftltno moueriun hacacceptio-
iie fidifciplimsnomen facultatis tr.bue.ium iit, duar tanuim funt ^vt ibi docet
Akxander) quibushzcappellacio conueniat.quiaheTo. laedocentinvtrainque partem
dilputarf , & nos aptos reddunt ad e_que vtramque pauem tuendam,quodetiam
ttftatur Ariftoteksm ilio 1. hb. de Arte Rbetoiica , vbi dicit has 10- las vocari
excogitandi argumenta. tiones pro vmulqtte pattis defcnfionc. Cer. tum eft
autemnomineDi.ikc"tk:eAnitote. lem non totam logicam intelligere.fed iblam
eius parte difputatricem, qua: ocfo libiis To-
pjciscontinetur.hancconipaiatcurrtRheto- ika ,&ei fimilem elTe dicit,
notjtotana logi, cam : ideb non paium miior,quod multintt eruditiinhunc ernorem
iiiciCciint , vt puta- uerir.c Arift.ibi nomiue Diakdica: totam lo HUIIrt 1
a^i" 1 '» ^ . « — — - — - n re : igitur fi ahqua logicr pais efl, Se, a
inter omnts praxipua, cuiiiomt n DuleCtica; non conuemt : fequitur etiatn
h>g'..a: toti no.iun illud non congruere; imo nulh pam logicx cogruit,n.fi
folis libtis Topicis.omues emm hbnlogici.quipofteiiorei Analyticos prece- dunt,
ad eo> di.igutur, & corum potiiiiniiim gratiafcnptifunt.quarc fi
puftenorei Analy- tici non funt Diakttici, ati j quoque non poi- B
funtDialecticinominaii, pariu itaque logi- cz pirs remanet , cui boc no ne
aprari qu~.t, tantum abtft , vt totam logicam difcipluum
bocnoniineliceatappellaie. Proptcieairru deiidoselfefemperexift^mauimultosekga-
tiuv ph:lo!'ophaiites,qu! Latini feimonis can- doiem magis,qu;im philofophiam
fcctantes, difciplinaiii tota 1nalu11tDuIecric.ini , quam iogicam
nominare,quafi Diakctica Latmurtt nome fit, logica vei o alienum, vel ba.barum;
«SSffldB ntm nomeiiiprum C neutrum certe vocabulum Launum eft, ki
gicamsntdhgeie^quum icq . P C mutmlu e : ncc magts vno.quam al- Diakdica, neq«e
illa, qux de Dialeaica ibt dicutiturab Ariftotele.totilogiccaptanpoU fintjipfe
nanque ibi affem Diakfticum sqrie paratum etTe in vtramque partem hjtrl®~
difputai r,hocautem arti demonit: a- dijquar pra;cipua pars logkat eftjcerte
r.o t6- ueniccaenim non docet quomodo quamli- bct tem propofitam demonitrare
dcbemnus, quandoquidem non ommaeiufmodi funt,vt fub demonftrationem cadant ,
neque doccc ] quomodo ique vtramq; con:ranam partem
Jemoiiftiemy^qubJan.uurademoiittrario- nis ahenilTtmum eft, quomam altsia
tatmirn contradictionispars, qua: vera & ntciftaiii efl.demonftiationis eft
capax.non altera,qu^ falfi eft Sed nequefimik.n totiIogica:Rhc- toricam diccret
Ariftottks ; quia Rhttonca cft pars qusdam lo^cSjVtmox delogic* di- tufi l
,nel(iquenEes,demonftiabimU:,quem- admodumigiturncmoliominem animali K- mikm
diceret, quum homo feeundum fuam fubftaittiam animal fitnta nequc Rhetoricara
lo^ica: quoniamRhctoticafteundum cflen- tialn fuam eft logica, 5c fub logics
parte vnt- uetfali tanquam rpeciesfub genere contine- tur.Ceteium etfifp eciem
generi fuo fimik ni nunquam dicimus, alteri tumen eiufdem ge- netis fpecietfimiUm
dicere poiTumus.vc afi- numequo:quianeutiu dealtero prxdicawtj itaRhetoricam
Diakaica: fimikm dicit Au- ftuteles , id eit,parti logicx difputatrki, qu£
Topica diciturfunt enim dua: diuerf*parse« eiufdem dirciplinA-, & pats
paiti fimiiis dict potcftjfed non pars toti,pra:feitim quumto- tumdeparte 111
cafu leaoprae.iicatur.Nome quoque Diakaic* rolam oifpuratrieeai fa- cultatem
(ignificat.non h.gicam totam:quia algLAf^spud Gr^cosnon figni£katrati->ci-
nari, vel demonftrai-e , fcd difterere,ac dihiu- tare. quare fi nobene
dieeremus demonftra- teai^M}*^, aitem quoque deiuonitiandi Cira:cum vtrumque :
ncc magii vno.quam al teio nobisvrihcec; eorum autem ea cil pro- pnetas.vt
D?akctica Iblam difputatncem fa- cultatem fignificct, qua: logif x pars quidam
5 eftjlocicaveib totam difcipl'.iiam,a nominc enimpTsV®-
deriuatur,&fignific3taitequan- LegcA
dam.qirerationevti^ctatiocinaridoceatjcu/iw-iil iufmodi eft lomcavniuerfa. In
eun^ ^rrotem Anftoteks & Grarciinterpretes lapfi r,o lunt, apud cmos vix vnquam
Diakaica nomc prc' totaartefumprum rt peiias,quado cnim to- ■tam difcipltciam
!igniricarevolunt,logic.^ no- minevtuntiii,quandi:. autem paue lolamdif-
putiatricem,eam vuc.mt Diakcficam. Vt igl-
,turadid,qiiodpiopofiiimusiedtamus,tacul- tatis nomen pioprie fjmptum
torildgicx no c..ngruit , & Ariftoteks quando Diakdicam dicit cire
facultatcni.no de totalogica loqtiu tur,fed defolapartelogicediiputatrice.vtlo-
cum illum ,5cta,qua: modb diximus, conti- deiatibusnianifeftuni eft.IHud
przterea anl- maduertere illt dcberencqui logicam dicunt e(k
facultacem,qubdperhanc eorum rcfpo- fionem dimculcas , qua: in pra^fcntia
nosvr- mt no foluitui,qtium enim conftetlogirain
iiabitumeireiinelkaualem.&crededum fit plcnam Scfunicientem efle talium
habituum enumei3tionem,quam Anftotel. in 6, hb. de. Moribus fecit, attamen
nondum apparet , ad - quem cxillis habituslogicaredigtnduslit: imh nos ad
nullum eoiu redigi pnfledemo- ftrauimus : quia logica neque eft fcientiame-
queintelleftus, neq, fapienttaj necu pruden- . tia.neq-.arsiqui igitur
facuttatem tfle dictint^ 1: fif.icuUacem alium quendam habitii tfle pu- tant
prKteriltos quinquc, Anftotekm in i-lu- bituam enumerarione mincum ac diminu-
tum iaciuntjfi vcib 11011 alium,led eorura a.i- qnem , id declarare debebant,
& argumenta, qu^ nos attuhraus, fohuie, quod ipfi ncque , kccruntjneqj
facere, Tt aibicwsr, potueumt. 11 dfeNaturaLoaic^ Lib. f. ti C.tpur X m qtto
prapri* fententia de 1 gencre Lojice exponitttr. -r^Go rempe; fcnrentiarmllam
vcrilfimam f^efle exijhmauijqnam Grarci ioterpretes 1. ,'m*
^O^fic.irevififiintJogicamiiulrumewmd M /!,*».f*«S.fe' P hilorophi3e 3 eiusque
naturam r.onpoiie melius & aprius , cjuam inftruinenti nomtne figmikari
& declarari: proimk genus logicce eiTc dilciplinam infirunictalem , feu
habitura jnfhtimeutalcm. Ha>c fententia tum ratione, B tum
Artftotel.tifiimonioftiitanobisiri pra.'- cedenttbus declarata.dum alu
degeEerelo- gicx dogmata icfuraremus; fed nuucmagis derlaranda eff,
&in:'humentorum genera di- ftincuenda,vtqua!e inlhumcntum logica fit,
.«rttwM» itire.ligamus . Antc omnia non eft ignorart- uni. dum ,quid
iicinfiiumentum ; inflrumentum illud elfe dicimus, quod quum piopteraliud. lit,
tanquqpi propter fiiiem,ipfius ea tantiim cftnatura, vtadtiium finem 3lTequedum
vti- lefit;qu6 fitvt illud proprie diraturinftru- merum,quo J amota vtilitate
ad illud , ipfucn nf.rumtnts- per fs experen dtim non ef. Jnftrumcnrorum aucem
duo funrgene.a ,aha namque a natu- ra , alia a nobis fiunt ; partes
quidtraanima- lium, & ftirpium natura: opeia funt, &inftru- mentaanimx
ad obeundasoperationes vic.c. Qua; vero a nobis fiunt,3lia corporea fur.tjVt
oninia artefadj; liaec cnim per habitum artis a nobis fiunt, vt iis tanquam
inftrumctis vta- mur ad ilh nobiscomparanda, quac hnmana: vicz neceflari», vel
commoda funt; cale in- ftittmentum ef. clauis , & domus,& nauis, &
s!adius,&a!iaeiufmodi, Aliavero funcin- corporca, & in (_■!_ mintis
conceptione com ftftunt; f-bticatenim lllaiutcllectus, vt iis iu- tietur ad
rerum cogtiitioneni adipifcendam; hic uon fur.t nifi conceptus animi, qui voce
arricuiara folent a nobis figmficari; vox enim atticulata efl ftgnum conceptus,
qui efi in a. I nimo. duplexautem eftciiifmodivox, vtiu huius iibri initio
tiicebamus : alia namque fi gnifkat conceptum rei , vt homo , animal ; alia
verc coticeptum conceprtis, vt genus, fpecies, nomen,
verbum.enuntiatio.ratioci- natlo, &alia: htiiufmodi; propteiea harvoca- tur
fecunda» notiones ; illa? autem prima?: ptiuscnim mctis rem conciptt : deinde
in co ccnceptu alium conceptum effir.git , eumq; vocefignificat, qua; dicitur
voxfecundse no- F tionis, & eft nomen putitis conceptus,fcu r omini5,quim
rei : voces quidcm piimt: no. rionts non funtinftrumentajedfisnacotice- ivienta
noftri intellefhisinam lirigete in con- ccptibus rcrum alios fecundp, lonceptusiio'
oportuilTct, nifi aliquam nobis vtilitatem pisfiitmi fuifTcnt ; tgicttr
a!:udnon funt, quam inftntmcnta: cjuoniam ca vtilitate a- ntota, inaigni qui a
nobis cognoiccrentur, fcu tormarentur 3 e.\citifleut : fid quuin vtiles finc,
&adrerum cognitionem capeirendam maxiine conf«rant,digni fuernnt ,dc quibus
3'iqua: difciplina: conliituetetitur; nonqui- dcm per fe digni,fed
propteralia,ad qusvti- les funttpioptcrca hidifciplinaevocauturin-
flrtimentales : quianou piopcerfc, fed pfo- ptet aliastraditaifunc. Has ego
d»cs efie exi- Diftiplin* frimo,(jrammaticam &Logicam : namvtia-
ixprumtit*- que eftinftrunientum ph,lofopfcia3, fed alia'" ^ u '*> r
" a ~ &alia ratione, qure differentia breuiterde- mlUC "- ei L
" claranda eft. Mentis hiin,anx officium eft, tu^' r *" humanam
fpeciem coliituere, tanquam pro- pi ie eius formf£,tum etiam prupiiashominis C
edere operationes, quarum prseftatitTima eft contemplaii & coguofccre:
deinde veto & aflionibus noliris prarefle , &infpicere quid a nobis
eligendum, quiJve fugiendum lit. Sed ea eft ipfius infirmttas , vt ipfa per fe,
Gr*nm*tica:quiaomneseacget, v nteil.gete, ic mtell.gi poffint Ob aham
quoqneuuone logica cjranamancam fequi- t q ur : qooniam .pfiuljogu* coaftitutio
a no- mine & verbo cxordium fumit.quae aGram- matico videturaccipere
Logicus-.quanquam V ,a & alia eft horum confidcrat.o in Gram- matca,&in
Log.ca- Grammatkus enim vo- « rerum ngnificatrices al.as vocas nomina, &
alias vertia 5 has & reliquas orationu par- testraaaCYtpartes locutiomsiconccptu
au- «m fi^catum non confiderat, mS propter voccm figmficantera ; Logicus vero
conce- ntus ab lis fignificatos contemplatur. .pfrs Ltem voces Ign&awes non
conudertt.n.li proptcr £ on«ptgsfignihc«os , quod diftri- Ken vn definit.onibus
nominis & verbi 1 GrammaticoSt a Logico iradms, infptci po- tcft-I o^tctis
enim primatio conceptus reipl- ct .'fecuodario voces; contra Grammaucus
nrimariovoces.co^ccntusrecundario.Eviis, ««dwUnus, manifeffum eft log.ca vna
cum GammantaVub mtellcduali infitumento, ^Patauini 24 nut fales igiAr mtthodos
logica docet, iuasCO£Kofterevanumprorfuseffer,fi »die- rumUOfttiatn
adipifcendaii. n.hil nob.svti- litatis piarbcrent; quamobrem ea cll logicae
narura, vt ftieniurum inftrumentum ht , &
doceatquomodoconceptusrerumdirpona. di fint.vt ex notis cogmcionem lgnotorum,
adipifcamur. Seddtlogic*finediligtntius acfufiusin fcquentibusloquemur. CA,
Ket± iifa* lefit* tiriminatica mu iuhuw— - — . tmouam fub proximo genere
conuneri ; v tta- aueemmeftdtft.ipl.na.nft 2"„™nimi '««rumentatms &nob.s.nftt.
mcnsadomniom aliarum difclplmaru &ha- biwumacquiGtionem.piccipuevMoaapr?-
ciouw difci P lma i ,& ad hab.tus ommum p>e- Effimos DifFercntia vem
harum ddarum nftmmentahumd.ftiplmarutn^quemacimo- dum & aliorum ommum
inftrumentorum, a fcopo & abvfu vtngfqoe drfumitur; Gram- mSn.m fcopus eft,
refta atqne connn nalocuno.quaiugemgr ad ommum difcpl.- na um intell.gentiam,
& audiendo ,& lt«n- co .Togks vrtb ftopus eft ,mm ac metho- dum nadetc
, q«a ad rerum nom.am adipi- &"m vti dcbeamus S -gnorum ca.tn non
,oVapfdtur,nifi exalicuii.s not. cogn.rione, S Sd cuiufqutiKOOte.C. not.nam
afleqne,- d *„ aftatutw qgibufdam pr.ncpus, & p cer-
uauxdammediaprogted.necefTe eft.fine q u buseLUSteicogniuone nunqgam poute-
Cap.Xl. dttLogica fub aliquo qmnqui habituum mtelleihiahum contineatur. DEC
iahatv m efthaa"enu!,quilisHa- bitus logicafit ; eft emm hab.tus mtel-
kctital.sitiftrutnentalisjquoiggatur.ntdle- drti ad aliorum habituu adeptionem.
Nunc videndg.n eft.an in illis quinqueao
A-iUor. numeratis contineatur. D.cunt nO.nulh.An- C flotelem in illo 6. hb.
deMorib. folos nornv narevoluifie habitus pvincipales, itaque lut ficientem
efle eam numerauonem.tanqujm taabituum principalium ; aft habnusjog.cx non eft
pr.ncipalis , quum fit iuftrumeianus: nullumenim inftnimetum dicitur pnncipa-
le quatenus inftrumentum eft : qu.a e« pro- pteraliud tanquam ptopterfinem :
finis aute prrfantior eft iis , qua: ipfius gratia funt , vel riuntihabitus
igitur logice illie.tumerat.onc D nonfuitcomprehendendus.Hancrefponfio- nem
haud cquidem fpernenJam ,aut retuta. dam effe cenfeo , Ted potius magti dec
aran- dam , vt omnishac inrc difficultastollatur. Videturenim dicendameffe
log.cam ea ha- bituum numeratsotie & comprehenfam tuii- fe,& non
compiehctifam; r.on tu.t compre- henfa ■ quia non fmtexprelfa; (iquidem An-
ftotelesfolosexprimerevolu.thabitusprin- cipales;fuit tamen etiam modo quodam
im- E phciti &fecundaribcomprini#!cnti* acquiricui.Hiccertj.
I_:.i„*-K.fir,ftii{h) illaiiabituumnume- deNaturaLogicac , Lib. L 2 * A cffcd.
icefla > & vt finem ; non di.xit operatio- neni effe finem furmaj.fed
iomnm ipfam di- xiceffe tinem:quiafoimam inregram ,&to- cum fuura
complcroentuniaff.-cutamacce. pit: proindenon otiofam.ftd op.rantcm, id eft ,
toimam cum fuis operationibus ; harc e- nim diciturfinis; fimiliter itaquc
habitus in. tellectuales habenc Iocum fiiiis , dum acci- piuntur fimul cum
opcratiombus fuis -nam habitum fapientiae affcqui vnlumus , vtcon- fuit
Ariftocelisfenfiis ratione, rt ipfiusverba fignihearevidcntu,; duens eniin
fcientiam efle habitum demon- firaduum , demonftrationem innuit,.qiia; in-
^rmtti» rkumewumeftfcKtr*acquireodx.e«oau- u x.i-t, lem
locovaiidifumiturreiitent!a:noitreco- ■ ji „ lB v - - j u„;„,n^ .npSn.s neoue B
rempiemur , habitum arcis qui-ri rous,vt erh- cdhyt* n obacio, quod Iogica
nemus: namli Arifioteles expnmcrenonde-
buithabitusillosintelleduales.quiprEcipui non funt ; dicuntur autern non
pricipui .ili, quialiotum gratia flint, ffquiiurneque pru- dentiam , nequeaitcm
eoin loco nominan- datfuiffe.quialuutpropteraliud ;naadope- rarionem
dirigunrur; mutiiis eft enim habi- tusprudentia:, nifi actio fequatur; &
habitus artis , nifi fequatur eiTectio , vt coium defini- Hubium. tlon es
declaranc, Prsterea certum eft.eorum ejuinquehabituum aliosaliis efle
nobiliorcs, & vnum fortaffe aiiorum omnium prsftm- tiflimum effe ; atqui
id, quoi in quoquo ge. nereelt eiufmodi,a!iorum omniu.n eiufiera ciamus;
refpecius itaque habituum intclle- ctualium ad fuas operacioncs, quas edere
poifunr,petfeaioriemjipfotum habituum fr- gnificat: operari namque,feu[poflt
operari peifeftto efl, & iorma quauto pluresedere poteft operationes,cantb
nobilior eft; fed re- fpecius inftrumfci ad finem , cuius gratia eft, 'i
imperfedionem & ignobilitate notanpfius J'™ inftrumenci :quia eft
propceraliud, &alij in- C feruit. infcruireautem eftimperfettio.adar-
gumentumigiturdicimus, habirumnon efl fe lnftrumenulem ea ratione, quaaptuscft
operari ; fcd quando a.i altenus habitus ade- prioneni dirigitur,& propter
ilUmefl, tan- quam propter finem , runcinftrumetum eiu* effedicitur,qua[is
eflhabituslogicsrefpeftu aliorumhabituum, qui principales dieuntur. Ad alceram
vero dubitationem refponderc Stlutn poffemuSjdeclarandoquomodo illoru quin-
gi-ntiisfcopusjacfiiiis efl : vnusigitur aliquis D que habituum principalitini
alij ad alios co- cx iis quinque habitibusaliorum quatuor fi nis erit,vt fi
talcm efle fapientiam dixeiimus, ve! aliorum aiiquem; necefle eftenimintec
oninct mentis ntft.r babitus aliquem vnum clC ,qui fit fuBima ipfius mentis
perfc£tio,& cuius gracia lint rel.qui omnes; eum icaque vnum Anftoteles
exprimere debuic,alios vc- StUiic. IO implicite tantiim complecti. Ad priorem
quidetn dubicationeii! dicimus^aliud effeha- biturn atiquem divigt id aliorum
habituum adcprionem ; aliud effe habitum dirigi ad o- peratioiiem propriam; dum
eoim chctmus, fiabitum aliquem cflcpropteralioshabitus, «iicimusad eos dingi ,
tanquam ad finem , & corum inftrumentum effe, &habiturn jnftru-
mentalem j cuiufmodi efthabitus logicaz re- fpeflu hahituum principalium ;
quifq; enim habitus sb aliuhabiribus Jifiindus eft : ideb fjropter illos
elfe,elt feruum alterius efle : fed ubitum dir.g. ad operationem,tanquam ad *n
ftr- Enem^ton refle dicitur,nequepropteiea fit, vt Teruus akerius effe
dicatur;operatio enim eft de interna peifedione ipfius formae, quia perfeftio
form^ eft.vt non fit otiofa.fed ope- retur. habitusautem forma quardam eft,
& a£tusprimus,vtinquit Anftot.in principio i. ]ib, de Anima : igicur ad
operationem dirigi non eft alreri inleiuire , fed eftpotius perfe. ctionem ,
& eomplementum fibi comparare; proptereaAnftot. in eo 1. lib. dcAnima, di
ferant, & altj aiiis nobiliores fint, & habeant racioirerr: £&h \
hoc cnim verifiimc dicitur, fed eftfano modo intelligcndumthoc etenim
reftciutelleciojappaierernullum eo.um ha_ bituum inftrumentaleni refpedu
aiioium dic; pofle.Sed quoniam rnulti altior effet ea contemphtio , qnam vt ad
Logicum perci- nere poflit, ea omiffa, fatisfitpropiacfenti oecafionej fi
dicamus nonfequi,fi vnusex eishabitibusaliorumprafftantiflimus, &in- ftarfinis
lic s eum folum fine aliorum expref- fionenominanduni fuiffe ; fieii enim
poteft,. vt aliquid tum ad alia vtile fit,tum etiam i- pfum per fe aliquam
dignitatcm habeat , & non modo proprer alia, fed etiam pioptetfe ipfum
expettbile fit,quales dtcimus eosha- bitus elle rtfpediu ilhus, qui aliorum
pra:- ftantiftimus fjc;quamuis enim modoaliquo piopcerillum fint, tamcn ipfi
quoque per fe dignitarem habent, vt illo quoqueamoto,, per fe ipfi cxpetibiles
mancant; afthabitus ]ogic« non eft huiufmodi : ita enim tftpro- pter aliosliabitus,
vtnullopafto fitpropter fe, neq; propter fe expetatur,fLd foliim quia
3dalio5adipifcedosconfert, vt f)y>ra demo- ftrauimus. Quum igitur (iicimus
Ariftote- lem eo in loco folos nominare voluiffehabi- tus principaics,noniine
principalium no eos tanttim intelligimus , qui prsftantiffimi Gnr, &
nuilumhabeant pra;ftanticitem:fed eos o- xit animaru effe cauiam , & \i
founam , & vt -'uincs, quiipfi pet fe aliquid habea-nt dignita- r 27 Iacobi
Zabarell-e Patauini 2t rss, quaper fe qiioque cxpetibiles fint; expe- A
runt.fed tanta cum difficultate.tanto cum la • * Vi 1 .1 S. UiU; . 0 _*_• m..M
1 inir.iliirH . «V II t__i". 4 QU
t.r.dus perfe sft l-.abitus prudentia. , & babi t.isartiv, licet fcientia
pi-eftantior fit , 8c pra.- _.antitfii__ ommura fapientia-, tdcircb nomi- nandi
atquecxprimcndioniiitsfuerunt.non ita habitus logicae ob cam , quam diximus,
rationem. Caput X 1 1. dc duplici Ligica , & de tmongine, bore, vt
piuciadniodum ,4c ij tantuni.qui ptrfpicaciffimo eflent itigenio , phtlofophia
& coqnitioi.e rerum potu -tur.AcIogiea ha_c artificiof- ab Ariftotele
condit-mi. ihce vtam nobisad philoloph.-Jum cxplanautt, & mul- tb
facilioiecogmtu re-didit viiiuert.m phi- iofophiam.
philofophia.gitttrcaul-fuitlo. p gica: tum vt effeftnx, tum vtfims; Philolophi
f"'*4 emni lugicam genueiuttt propter philolb. £"'" I v _ , qui
natutan. logicr fitdeclaratu- B ptiiitn, vt facilcm fUa, viua pb J_^,rus , non
patum intereft de eiufdem ori ' dn gme verha faeer*. Stiendum eit igtltw du-
lifx" piicem effai-gicam; vnam natuialem, aite- l.t.cai.ttu' ram
artilkiofam ; logica naturalis eft qtiidam t*lu- naturahs inftmciu. , & vis
qua_dam nallo hu- niano ftutiio comparata, qua homine. etiam penitus indocti,
lyllogifmos Sc argumcnta. yones faciunt, fine vlla notitia artis atgumc- tandi
;hacioi?icanatuiali vfifuntin philofo- icddercnt. Veri.n ptfipropter.fi. lam _
fophiam logica _ Pailofophis inuenta -ii ta-
menco.uingit,vtgeiiitaalii-qtio(]uc bmtil- bus difciplinii . tiits eflc
compertalir, nec ta- menpropttrtea ommiim difciplinaru .nttr_- menttim vocanJa
eft,fed philpfophii folius, a qtiafola, Sccuius fohus gratia fnit cumpo-
fica:arresenim neq;ge.neiare logicam apt* erant, neq; finalis raufagencrationis
1 gica: ptinidi tle "m philo- tandi ; nac .o__ca_iaiu--u- ."-->"-■"
i * v , , _ o. ■- phando pnla fapienies ;antequam cnim ali- C fuerunt, fed fola
philolophia; contetiip.atiua r • i . : /-.:_/TiT^f. ««,1 Anr in_>r. _Tii,ipm
nrim..ii_.fec_nd_iioaLirem IttlU-ji-C t. ii.i i i ., i ■ -ij. ...- i quii
logicam artcirt (cripfillet , vel docuidet, ipfi natutali inftir ftu du Cti in
remm conteni- platione methodum quandam fcruabant, & quibufaam notis
piincipiis coiifi-tutis ad i- lcn.wtifi- gnota progrcdiebantur. Pofteriore.
autem l J hilo!bpln eoiumfciiptalegentes,nonnio- do philofophiam.vetitm etiam
logicam uo. ao quodajn didicerunt: nam philofophindi rationem ac methodum
expendetes, eam ad quidemprimaii^/ecunciauoaureni a6tiua,vt
jnfequentibusdeclarabimus;ad a:tes vcio quod loglciconferat , et(i non cft
cutitra in- tcntionem Phtlofophorum , qui eam genue. runt , eft tamen pra:ter
eoruui lntentioneni : fic enim ttiam artifex tnfem facit ad pugnau- dum, non ad
fecandum panem,fad.us tamen enfis& ad panem incidenduniiS. _u alia utul- ti
priter ilhusartificis intetioncm sptari p. tationem ac nactuouuii. -■ r - ■ _ _
re-ulas , & ad artem redeeeumt, & loaicam, D teft. Ex his
omnibuscolligin.us , resq; per le L.M S .» '.- .: _ . C _....«. I .... r_
.n.f-ft. ,_• Inolnm __ .1 £) (1 1* t lO f (f 111 LlilttO- P ri9f. qu^ artiB
ciofa dicitur,compofuerunt. Latt- tiem hanc fibiatttibuit Ari-iotel-S in calce
fe- cundt libn Elenrhorum fophifticorum , vbi pr. fitttu r,fe primtim, quum
antc jpfum ne- mo deivllog fmisaliquid uocuiflet,hanc no- bts ope'-m p
rt;ttittflV I & logicam artificiofani ttadtdiffe. Simiieptincipiumattem
quoque KhetotKam habuiiie teflaturin principio pri mi hLiriRhetoticciram;
ptiufquam enim dc arte il!a aliquis fcnp6fl_t,multi natuiali quo. Sj,,t,ric*
dam mfttiiftu dnSB j Rhetorica nat_rait vte- r.xmrti*. baiitur adpciftiaiiendum
; poftea verb il i ex coruin otationibus regulas tk prxceptacol- leactunt ,
qua; ad artem rcdigentes,Rhetori- cam artificiofimi compofuetunt ; quonum ig
ttirpriusexaite, . uim de arte locuti funt homincs; id.ii priores Rhetoribus
Or.toies extiterunt, & arre logicapiiorfuitphilofo- t ,„ -jjphia
Ejthismanifeftumeft.logicamartificio- Mnl fhi- fam. ^ in prlf-ntia loquimur,
optis i.fipbi*. quo ddam ,& partum quer.dutti efle philolo- phiE : ab alio
enim BBijo, rnt. I folis Phiiofo- phi. ,5c perphilofophirh.
bitump.-!>duci,ic generari poterar ; fedpi?'ertim;\pfit!o;bpliia
contea-platiuaortum duxit,cuins fcoposco gnitio cft . prius namqv
opoituitanimuai r-i ruinct.gnitionepr.T-dittim er.tinHV, qtiam de tatibneA
mttbodo philo fophandi artcni lo- gicam , qua. aliis opc 111 fctttt,
compofuetit. Pofi-mus quidem etiam periolam iogicam natu: jlem phitofophari ,
vt comp!urt'i f«e. manifeftaeft,logicam& pofteitorem philo- pmA
fophiafuifl-.&pi iorem;in illorum enim ani- /"'P*J mis,qui primi logice
inuentores fuetunt,iie f c-.ife eft fcientiaift lubitu.s liabitu Iogic^ pno-
reifuitre; in alns veio , qui logicageiiita vti cccperunt, babitum logicx
priote cile opor- tct,non qubd ita iiectfiltas cogat,fcd ad ma- iorcm
vtiiitatem, ik pbilofophindifacilitatei logica tamen natur_lis in ommbus
homini- E bus ex neceffitateprxceditphilorophiarha- bitum, fi quis emm huc
naturali acuuiineca- reat, is ad philofophatidum ineptus omnir.b cft.vtpote
necefl-riis ad hoc munus auxiliis a natura penuus liuftitutus. Log:c_: autem
ar- ttiicioiE fi & principium , ongnicmque & _- nein fpedemus.eam
poilumus appellare fci- ctttiam,quatenus„ lcientns,& proptericien-
tiasgemta eft,ft verb ipfam per fc eius n„turi connderemus, noneft ftientia,fed
fcietiaiuru t inftrumentum,4t aittbus fimilior,quam fcie- tiis:quiain iis
rebusverfatur.quc fien a nobis poffuiu, & eaium generaii^nctn docet,quod
cttain artes faciunt : ex ip_ us aut logica: ori- gine, & ex eorum.qui tam
inuenerunt.fiopo &. confilio id comprobari poteft:nani l'hilo- fophi non
alio contllto earn vtdentur compo- iulffe , qtiam vtahis tffet infirumentum
vtile ad philolbphandum . Nolohn filcntio prx. Duli terire argtimcntti
quoiundam,quod etfi letie ac puerile eft.adolticcntibus t;tmen atque tl- v
ror.ibus itsg')tit!m faceffere potcft ; nonnulli i ' nouotum de Natura Logkx ,
Lib. I, 30 nouorum dOgnaltuin lnueiitotes viden cu. Mentes,Gr*corUDJ fententiam
coirigere vo- lueumt: quum eaim C5rici dicuntlogicam elTe mitrumentum
philofophia; , hi nonrc- Ctam eile hanc appclUtionem ioquiunt; fi- uuidcm
mftrumeoca ea fuot, quxin iogic» uaduntui , non logicaipfa ; funt emm logica
iuftrumenta ryllogifiuus , entbyme.aia,indu-
dio,demonftratio,&aliaeiufuiodi:hisnam- quc Philofophus vtitur, non vtitur
totalogi- ca ; ipfa ieitur loeica inftrumentum vocan Ja Ji men hsc lenrcntia
non probatur; puto enim noneft,fed facultasinftrumentorum fabrica. fccis
cfle.ij dicamms finemlogicse effedircer- tikui. trix . Puerilis ccrtc
animaduerfin : quali ali 3© A in aftiua bonum a malo , hac dufli ratione, quod
inceromncs conftat.logicam vtriufque philofuphix iiiftrumcntum ciTe . Videtur
e- ^rjwmf*- tiam eorum fententia teftinionio Ariftotelis tHm tUtrum.
eomprobari,quiin cap.9. hbri i.Topic. dicit logicam effc inftrumenrum
vtriufqueparti» philofophia;, & adminiculai i tum ad cogni- tionem
vcritatis in pjtte conteiiiplatiua,tum ad elcctionem & fugam in partc
actiua : ele- ctio autein efl boni , fuga vero mali. Mihi ta- Ctnfruiit. quis
vel Grscoruoi , vel poftcrioru itataruus fueritjVt logicam ita ioftrumentura
efle di- xerit,quod rcieoci z toto ipfo volumine logi- cx canquam inftrumento
vtantur. Quum igt- tui nemoidvnquam dixerir,fed omnes logi- cam ita effe
philofopb:ae inftrumentum in- tellexerintjquiainftrumeiitaipfiphilofophie,
nerein philofuphiaverum afalfo, quafi dica- mus cognitioucm efie rotius
Jogica^finemj de bono autem & malo nullam fsciedam ef- fementionem , fed
fuperuacaneam effe hanc additionem,& in definitione vitiofam,quod qttidem
faciie oftendemus. Inprimis illud Tiuii hgita. conficemur, logicara &
fpeculatiua; & a£riuaj philofophixinftrunientuui efle; dicimus ta-
fubminiftratjcertum cftiftos dcfolononiine C menn oneire in detinitione Jogicae
mentio controucrfiri,quum de ipfa re mternos con- ueniat : etemm qtiibus
inftrumcntis philofo- phia vtatur ,nenio Grscorum , autpofteno. rum
Philofophoruin iguorauit; fedfblaap- pellatio horum animum curbauit, qua; tame
nobis iiullim difficultateoi facit/quam enim Mtioncm habent res logice^ad
philofophicas, eaodrm habet logica tota ad ipfam philofo- phiam:quonisni i^itur
difciphnaiarebus co- #d?raiit pende.it/Stak eisuomiuationem fu- fctpiuot,
logicapoteft relpectuphilofophia: vocaii inftrumentum : quonia;u ca, quanra-
chmtjr in logica, fi;nr innVumoma cogrto. fccn Ji res in philofophia
eonfidcratas: vt ao- miaeir.ftravBeti n\ sliu dincelligamus.quam oifciphaam
itiftiumetalem,qualem ipfi quo- ^ueJogicaru eile affirmant. Ciput XJIl ifeFwe
Lcnc£. QVo hia m auttmciii:.;fqueinflrurne;i- ti nituia & cuiferejatia
propria afin; fjniicur, non fatis tft p;oxinnim logica?gc- nus cognouiire,
nifitiuem quoq; ipfius pro priutn cognofcamus; de eo qmdem ajqua •iiximus, dum
logicam a grammatica diftin. guerc-nius: aliqua etiani ad eius plcnaiii in- /»-
teUigentiim tiic:ndainanent. Soietamul- V lis adlgoan Jerlnicioiogica: talis
:Lcgica tft infti-uinetumphilofophii jaPlnlbfophisin uentum ad difcernendum tn
phiiofophia ve- rum i£iiro,&bonuni a ma!o;duplicem enim finem exprnnere
voluerunt.quoniam Iogica vtriufquephiiofophixmflrumecumeft. phi. Jofophia
quidern contemplatiua in vero ae falfo verfatut , id eft, in cognitione;
coenitlo emmeft veri & FalB; afliua verb in bono ac malo,
ideft,inaaionc,vtagendoeIigamus bonum, cVmalumfugiamus; fignificare isri rur
volueiunt fincm Iogic S eire,d,f C erncrem plulolophn contemplitiua verum
afalfo , & ncm vllam faciendam boni & mali, fed fo- liim veri
&falfi; ficcnim fatis, & ad plenum ipfiLis logica; vtilitattnt &
finem cxprimu mus: quia verum & falfum, eorumque co- gnitio nonmodoin
contempJaciua philofo- phia,fcdetiam in afliua, &in omnibus arti- bus locum
habeut, vt aiferit clare Anftoteles* in z. capite 6. libri de Moribuv:tiam in
omnu bus difciplinis cogmtio qusricur, & difiin— D ftio veri a fa!fo ; id
tantum inteicft,qubd con- templatiua; nullttm alium fineni habent, quam cognitionem;rcliqua;
vero omnes co- gnitionem nonperfe qua;runt , fed propter operationem:
docerhocde nrtibus Ariftote T ics in contexru ij.libri 7.Mttaphyfic3e, dice^,
cuiuiqueaitis duas effe partes ; vnam docen- tem , qmcognitioucm ipfiusartis
tradit; al- teram vcjo,qua? ex cognitione operatur : ea. dem latione etiam
ariiua philofophia diui- E ditur in docentem & agencem : docens qui- dem
mo:alibus S; ciuilibus libns Continetur, q:ioi legfiido , cognitionem
aiTcquimurvir- t^rumaciitioruni, &ventatem docemurdc agindisrtbus bonis
& rnalis,fed nondum a- flrjtud agimusj JicetaptiotesaJ bcneageo- dum,peream
cogriitionem reddamur; aflio enim cognitiontm fcquicur, & cxtraoio.a-
kilibrosconftiiuta efindto Anifoceles in 3. cap.r.Iibri deMoribus.dicsbatiuuenem
oon. ? clleiIliusdiftiplina;auditorem idoneu : qttia pei
turbatiuntsfequiiur^finisaurem non eft cognofcere,fed agereiqtiafi dicat,fe
folatn co- gnitionem agcndarum rerum in iishbns cra- 1 derc,cjua;inucilis
eft,mfi aftio fequacur, Bo Eenumfr num igitur & malum aliaraeioiic fub
aftio- malum. nem cadunt.aiiafiib cogtiitionem; fubaSio- nem enim cadunt
proutre ipfafunt , & ea ra. tione bonu & malum propne appellltur.r»b
cognitionem autem cadunt,quatenus animo concipiuntui (Latini noftri
dicerent^eiTe rca- .Je, &tife cugiiitum Jfic aucem ad vetum& 31 3 1 „ (
■,- .j;aimrarqucliber emm mentis no S*3tt affirmat.o , vel nega- T^t f.ue de
falubribus & mlaiubnbw, & mahs , fiue « 11 d amuis diftiplinam fi ue de
quauis a a filfum om __ M di - IacobiZabareUasPatauini 32 /„-„™ no "r
_..__ , , n „ am coamtiosiemtraoi ' nnmimus.ucertu.iiifldubitatumqueat 7&
^«SoSS aUquamcognitionemtrad., «? lls , ?,„ d3i;um refum, fiue agendarum, fiue
f r 6 £S«E? & Ariftot.lwipfc in memo- ^ioco de morali d.ft.plina hoc
confatetur, ^ ^ d atVnon effe in ca d.fdplina qwerjn- 1 /vauifitas
demonftrationes, ftd tales, das exqu.Htas u bfmus £ _ l T K
"l&n^ataadutabtatinne verum o- MmeruaAhg^ trad i_urum al-
ftendamus.ve.itatem i . u . ferit dc ekgendw, ^f^ft^eati* ar- ipfa
qjl*K»j2gS2Sd com P robar,dum. gumemu fum. potc ^ tiBs difti- pU m tfad"ns
alteraoperans^sKaeftin- tiouem "aa« r } . nam x . SrTtcW^» rKl0 * k ^ Mt ^
. tc ^din atoriaXednon in opcrat.o- dC * ' ™ conftruciione, logicairaque ft-
«iSB r^^oneftbomacmal., io eft> ene*"» r QUOqu _lo_,rca inftru-
a^apcSnt difternere mum.i W- KSumimato,mfi e* acadentnqua. _o»n«« bonu inglt
efl _ m rebus bo- W,W "Tm,h« hocautem v.detur perfc effe mS ' V f e L^m
&nulla probatione mdige- m T f l^SSSurfumit». m P% "J f Ir^Spuftquam
enimin primo li- nbns Ao*lyncis . p l ft aion _ & de natu- r t anfit
inftcundotibroadiyl- ra fyUogtfm.) tra n - tates _ c vires confidetadas «m« B
«ceffeeft pofitiones ryilogifm > veix ^ ^ fiot ^ dUr,
reftnrfirJn"ondSonem, ; ae falis.non ff « e i^ M6s , .«coilisi : tedan ftlftm,
qnS bon 1 CO uclufio bona.an ™t l "oSen aprot^etletanaturafyilo- teles :
qutaaUB ^ ■ . emadlt , oc ir, etiara ,n hb.o de iwtf* . ._ C 5_itibnem ,*t lit
epnnaationis dfen .1 en fd ,__. »e»a_ «# ,l SS tum in omnibu» frKKSE
£:i^;iUin^,u t n- 11 ir *2 d mentionem , non bon. ac : tMme li«2 cot _ u ! m
ftrumcntoru na A nia.Bc omnes d.ftipSiriascompleaenMitt sft A proprnftientiarnm
«n.emplanuarum^ft p t0 pria,eftvitiofa:quJalo S «ca debe efie co- ffi
inftrun.etum omniunv d.faphnar vm faltem omnium paraum philofophis . prat ft rim
eapar* logicx, qua; l.bro de Interprc- Se^prioriL.An^^cmumeu^ fi fftcommimis, V
tieucraeHedcDet.i_,iiiu inlftrifquoq-, Morabbus omnu cnunuat o fJS%
falfa,&omni fyllogifmo verum 5 11 fairumconcluditur.bonumai.teni8tma- nmp
opri* conditione» mater.e.funt.hcu- KbteL nfambte; artemum otcaducum-, dh
rom&mollei cahdum l alias eiufmodiomn«ar»losica,&on.n ia Liea
inftrumenta acc.dentar.c reipiciuntj idlb fi dcfimtione logiae fumamus bo ; num
i malum , penndc cft ac fi ahas quoquc ^^t«^=S : riSo definit.onem logic*
fomamus,«n- quam ex ipfc fine logic^ , ft »mp hff ^ ™ nium dift.piinarum, &
ommum ma enerurn "onditionU»»* aliaaomnei propri.»fingu c n ap l P prin^S
logicam efij ^mftrum- neie con emplatiua ad ft.entiam ventaw; «!« eatcnusad
vtrumque pett.nere ,quate- j E nus ftmt mftrumenta adminicnlant . ad v-
trumq^onrequendum^refpondemusftrilto- Fleftiouem & fugam: quta
perfc,&liatimiic j Xmentum clrferens adbene^ndum, fedquiaper cognit.onem
vet.tatisde agen- d,s tebus vt mediam & interccdentem ad be- ^reendum
conduciticutautem aa.onem m moialibus nominatemaluerit , .quam co- • l
fti°onem, rat.o eft 5 ^-^'f^ ; F Spemlocumtenet,quufitvla«n««.acpreci i nSnis
ad quem omms eatum uift.phna- ) fum coiitlo «trieitur.quare non poterat ah «K.
Arfftotclc.de fine &ftopo att.u* PhaXm f .Sednotadumeft,cosnmonem Kaftionem
aho modo ad moralem difo - nam . eferti, aiio ad logicam log.ca en.m Pju mano
cognitione vetitatisrtrpic t , actionenu m «»dan6, & pcr mediam
-§"'~'H UaVcrfcaaionem primar.o.rccundatio coh g ;"rionem:quia P
rop«t,ft. U nemtan uaJ ^opterfincm. Quoi autem ea R 33 deNatura Logicse, Lib.
I. Ariftotelis eo in loco , ipfe feqtumibus ver. a bis declarat , dum inquir [
yaa^am enimpro- tilemitnm ttiie efl jiire tjntiim propttr etettto 3* nem neqne
lcgic* difcipline n.turam.nequequa. lelubieftam in eaquarrendum fir, eorum vl-
i-i«/n nm t t ^ — ----- -- ' us cognouit;idcirto vno argumento omnes, , &
pe^endenduiu efl enim il- vnoque labore pcr ventaris declarationem verb-m
[/ciwj^uod figrific3t pioble- conuinci poiTunt : igitur omiiTade ipforurn
fabuiis difputatione, ad explicandam verita- tem accedendum eft;hec emm cognita
com- munem omnium crrorem deteeece f_ei!e potetit. . L j j »~ , d. • — r tnata
nioralia pnu* fub cor;nltionuii cade. re : deinde ad .lectionerr.» & fug-im
pertine- rjr, aJ h.inc enim vltinmm fineui tutam illo- ruin prubicmatu.ii
cognitiouem diiigit^ vult igitur ttism logica problemaia eatenus ad
etectioncm.&fugam pertiiKrrt*, qu.ttcnusad B ipforum probiematum morali im
cognitio- f«r /, quse modd d.-imus, fi£;icafecundau6harumin- ftrumcntumeft.
OjoJ aurem appdlatiro- Jcatinftrumentum philofopbie; tum contein- plattuar,
tumadiujf, nec irauicaturartium inrtrunientum , id non rit quia magis ad afti_
uam philofophtam , quam ad artes confeiat, fiqui Jemadhasomnesjqualis cftlogi&n
vti. D litai,& mint.r, quam M contemplatiuas . fed ratio ciusfumitur ex
comlljo, & rcopogene- rantisi phiJofbphi namque iogicam gcnue»
runt,&propterphi!orophianr 3 nonprGpter a-tes,idcirco phiiofbphi^non artium
inftru. mentum d:cicur. Qua- igiturlitlogics vtlli- tas,& qtn finis
mamfdtum eft. *C*put XIV. hiquoAliorumfentemttde fubietto iqgi;£proponuntur. E
P«« £ '"gicardechrato.deipfiusfubisao J. Jiccndum eft^Je quo m.igna fuit
intcr Latmo.scontroue ; fia,queadharcv"quetem- poramtei pofteriores P
e"rdu^at; Thomas e_ mm ens .atio.ns w' ;x , t effe rt.bieirtum Wicar,
bcotus tyHogrfciam, Albcrtus ai-um?nta- tionem. ah, qutdaaa Ttrcun.ias not.ones
P ,o- vt funt .aft.-umenta (vt Ipfi dicunt) notifi- V cand.jal.fortareal...
CLuomnesvno at- tent am tuenuamvfi f un r, quoJrum.tur ck condttion.bus ad
fnbieaumVcient.Trequ^ fibu^A f ^'^^«^«smpoftcno. iec-"um (>' P T'''' 1
^ » d «-'jHlogica fub. monrt T™ dU ™ , ellV » P ro ?^rca in eo de- ^ icinpti
vauam , &fii!)ilem rsr. QV v m defubiec>o logicte quarftio no- -
bispropofitafit. non eft ignoranduro quoL modis ftibiecium accipiatur, ne in
am- biguo laboremus , vtalij laborafle videntur. Piunme funt huius vocis
fignificationes.qua. rum pluicsvt ad propofitum nonconferen- tes diraitteiidar
funt, pra-fertim quumtrita: fint,& vulgatar, & fcrp.ift' "]1 i
hunianum eorpus art.s volumus, debemus nui r x, B g hcobiZabareltePatauiri , 6
'f_ «?W ^.wVaJa sattium, n.mirum ;ici 1-* ' ,m't ■ ftenim umne e.uimo moditatem
hW« *a»BOBretiaquuiit Alimix etian, attes iunt,qu.i uu» t rtiiquj- cii
eauntopsrationcm 5 vta.s ^atio . h*c autemipi- j boatttn confe- iur, Bifi eam
f^ftSlltoa c ipfa efficit nonob aliur. 1 tx« : , ; ^ operattonesvtiiisi.t.
t.ncu „ertet- a iud bonum eam to^fequerctut, pert" pra expetibilis M
prxftamiam uemomtiat, anx > , uc operationem, ft*e ^»**^'^^
BenVrf«,«pcrib.Um e *££?'5 p.onter alium extcrnum hnem b hotcm , qui fottafle
ettam ipfc prup e J Diiio.iiii [ , ^.„ ml . esomtml maitiun enim corpoi.s ats
medie» , ua h« animi ia- tiae.rjartim diiiim.iis> 1,mli,a "-"'^
~£~ ;Z rr f -^c^ndumcund^ J*"?*-. * " em,r ! ,fS fubieftutn Pt
ajnotcitur quod * — ss^^jcses* geauter^u lh rjkJ , raagnopete digna cogt_i s du
o vc ardificator.a domum ^^-^^ Vami^rume^um quo^ KlLii" - V' Saivkasvero
vei patticuia q»^ 1 ™^ ^ fu dit J ne qua non potcft e!ie telicitas , mtm ^ Z
habeaat, ^^.^S^fateL f, eai-ncacteiisartibuspixtt.reiii eeant, » t3 ] C m hncm
fibi efh. : mur: pr^ptet.a qtio» ta t:ra ii u m n f loqui n6 de e.terno : qou»
en.m Jeftb- c ^ftolo-icae aifteptatw nobw propofiiahr r j £'£ huiusvocis
figo&eat^™. ^eSSnut^ temulationem non pert.net iftdihewmui «nU folct
interdt.m vocan fub efl * ouam fubieilumdice.cmus.»auuri | 37 itiftum dicatur,
quidinreripfum, Scfibie- flum )*cie:itiac inteiiTc, declarare o_.pimus,
«ixnuu.que' huius fii-.is & principia,&ar■._' ft babeat , breuiter
tfeclarandum tlt; finiJ ... /.„6.. .r- hic , qeora fic u-ftrurr.entum .-,b
opeiatn- cuOcii.ii: ^r- ce diloplina ?fui grana fabricatuai , acctdcn- mtt*.
tia pjula habet. qujc in duas clallts diuifa fuut; aiia nam^uc i-iufmocii uint
, vttorum cogmtio coniYrar ad piiiu.pioiuni inuen- tionein, qua. pet
re.t/lutionetii iir , vtfiqua; finc propi ittatcs , & acci.ieniia domus,
quo- rum cognitio aJ mateitani, ex q.iadumus conftrutnda eft , inueniendaru
conducat : quse quidcm omnia fimnl cam ipfo fine prar- cognoicenda fiint, vt a
notione finis mf- Jrus, ac facihu. inueniamus piinctpia : ideo horum traftatio
in ai cedocente longediuer- fa eft ab accidenriuui confideratione iu fci- enria
conrcn_p!a!iua: nam aec.dencia liarc non de ipfofine dtmonftranrur, queniad-
modurn atcidentia dc fubieAo in fcientia fpeculariua : fcd potiu. prxnofcuntui
pto principiorum inuentione: Scaccidenciaqui- dem fubieiri *cx principus
demonftraiuur i.i fcientia ; in arte aucem potius principia ci accidcntibus
finis decla.antnr, vt in ar- te a.dificatoria fi bcnedomi!_ adificationem
deNauiraLogicic, Lib. L 38 A igitur accidentia cognofcenda quidem funt ab
artifice,non tamen ante principiorum co» gnitionem : fiq uidem ad inuenicnda
pruici- pianon conferunr, fed poft ipfam inuentio-, nem,vcais pcrfedta
tradatur; vtii tradcnda iit arsa_dificatoria , antc omma coguofcendus eft fiuis
cum illis proprietattb. qua. ad pnn- cipiorum inueiuionem conferunridcinde fa*
aarcfolutiorie,& u>ucntispriucipiis,txqtii- bus domuwronftruendaeft,
debet artifex e- jj tiam de vfu domus rermonem faceve, &cas proprietates
deelarare, quarum coguicio ad cius irfum conferat: hjc quidtm Droprretaten
confequuntur principia per riffolutionem inuenta: ideopoft eorum inuentionem
co- gnolcenda: funt; illa: veroahz , quaeaf prin- cipiorum inuentioncm
conducunt, formaiH pociiis confcquiiinur , hoc eft , definitio- nem tinisiideo
cum finc funtprjecognofcen- da:, vt inde ad principiorum inucntionem C ducamur,
Perhcec. qua. diximus,facile quif. tjue intelliget meihodum ab Aiflotcle ier-
uatam m libns Anaiyticis in tradatione de Jyllogifimo, &
dedemonfiratioiie,necnon ea, qua: dicunturab Auerroc in comment. i o o. lib.i,
Pofter. Analyt.dum declarat ,quomo- do fit perfe&a tractatio de fyllogifmo
, & de demonftrationein hbris Analyticis,quje om- nia alias fortaiTe &
nobis explicabuntur, fi oc cjfio dabituredendi commentariosin libros
tiocerealios volumus, propnetates . quaf- D Afialyticos .
Nuncfatisfitdifferentiani imer dam, quas Jomus habitura tft, abfquevl- Ja
piobatione accipiamu; oportet . vt ple- nam finis prjenotionem habencts ,
meliiit tila principia, qti_e ad talem finem condu- cunt, indagare, oV inuenire
valeamus : pro- pterea Bt itt accidentium , 5c in priucipio- rum confideratione
magnum difcriirten eft inter fcientiam, & artem : fubiectu.n enim fcieniij»
habei principia conftituentia , cx quibus accidenna dein onflrantur
habetprincipia,exquibus ipfe anobiscrfi- ci3tur, non ex quibus aliquid
dcmonftre- tur,proptereacontrano modo f; h_b;t prin- cipia, 6t accidentia
fioisiri arte, quam pitn- cipia, &acc;dantiart;bie-ii mfcientia: nam ia
fcicntia a priiiciptK ad accidentiuni dc- monftrationcm piogicdimur, &
pnncipia mnttemiiH, aqaibus : accidtntia vero rer- mini, ad qut.s; ac p;incipia
ipfius fiuis ftint ti.rni!r.i,adquos:a- fc-ur i f noWintopftoi. 39 B tnr in qua
formamgeneremus.quum n.h.l gE n «itur ex mh.lo ; talii .gvtur ma «r.a eft l»b.
iertumnon ad fc.endum , M ad op«». - dum: proponitur enim «mwthqui^fe ciarur ■
buW d.fcrimen aliud omu. , quo J "nirio, fcd tanta, quama adoperarmn m iad
finemailequcndum fltffic.at, iproprcr- ea ftpe non cognofcuntur ab auihee puiw
Ciph foi fubicfti, Vt faber naturam fcrn u «norat, & multas eiui
pioprterares : q.iom amadeffect.onemelauisnoncoc.rcmncl.d fatis ei
eftrudisquxdamfcm, fc*Uqe»or»m eius accidermum cognmo , ad dauem em- „ u
cicnuamyitamoral.ph.lcfoplwnoncirnt. c-fkia pleoanotiria partium animi.fc-. ta-
ft «/»./«- v a c^.libr.T.dcMo ; ibus;deh 1 nu(niodt. £ .i- u £Lcte nnlla Bt
demonftr.uo acciden. timn per fua princ.pia, n.fi ahqua.ido pro SaSi talis
aliqnademonftratm Kquiracur.quodrj.oadmodtim.eucn.t.P.c- S Tubi^um fe.entix
eontemp »««* : eft «ins proprium, neque ah| al.eU, d.fc pl.. >* pc.uft
commun.car,: at mb«ftum d.k.p - nx "peratritis poteft ei cum alnsrffe om
Sfune ! vr corpus humanum non modo m ™ m dica, fcdin aUi.qB dwf „,« f -
LmnominaretvtquunvdKimusfUoieaum 'mp^i^M^^L .^m effe corpushumanumvtla- Iacobi
Zabarellx Patauim 4^ A quafi ex h,s duabus partlbus tanquara ex ma- " tem,
& fo.ma fub.edum cou^ ™ - ^ ^A»^-^ arte med i £ a effe corpushumanum vt ra-
i>rfr**»fi n^dumividetur enim operatncis difciph- i""?? *~ "
rSftum rei confiderat* m tontempla dui & fimsoperatticis modo confide.andt
h"c tamen fimiUtudine etwm dtff.mil.tudo SiSeft : qmamodna ije horoinem in
atte mcdica non efl resKiiqua S"s, qux ad cc^nofcendum propona- uTkd
figmficar P o t tu, aliquid non^ quod emcendum propom tur : ^?°J™ propric
loquimur , dum dictmus fcb caum ^ aite medtca effehommem v.t.fanandum„ tetia,
cx lu.uiu iw— .- .. . prop.ie loqutndo aheia ta«HM9 Pa«s dta- L lubieftum ,
nempe huma,u... tWgm* altcra ve; bnon lubteftum , fed tob i quom-
amenimhiepr«.p,i.. S «usart.sel t ,m o b- iectum i quod to.nmune eil , P cr
iclatioucm a^utJoataat.tiquem.dnvodu^rik- cntia per modum co.ifi^erandi
reseonh^e wta e^ringitur , fcd hk vtraquc par t prop*. vte^-^vtfcbtc tam.pl^
entia: complens ,. atuue confttruens . Q.u.ie &a , ouale difciptin*
operatr.ces, e . h s *S(*sZ ert . no*autem vtaUer«m ab aU tero
iT.ievilacot.fufione drlt.nguamus . P r o. prl i,vtraquenoty..niI.us appc taui
J ..u,, U.b- ftum de quo: de ipfo enimaffeftjoaespet C prmcip a^emonftUtur ;
fub.eftum veto Lat/operamceshabcnt . vocammus lubie- 0 umo r
^,ationi.,fiuerub.ett«mmquo n eo emm operandum C ft,& eh.eien du-.. ali- J
Sd Ex ommbus , qux difta funt , quatuor cjM rub.crt^ accepnones colbgtmu, ,
pr.ma eft, ouar.dc, rubiertum lanllime fumitur pro qt.a ^ cunnuere confidenta
in quauis^icipb"> i^ w J fecund», quando iumitur pto fiib.etto d,
monftrationi. , qualehabent fcentix con^. D platiu* 5 tertia, quando ^pcr
metaphor.m -c- cipitut iubieftum pto £***^°t?£ fcku.rW.quom fubiertum med.cma.
d.«- n.useff, fit.aumi ouatta demum, qpaodo fumi.urpro fubiefto C-P«^°»* S .'
J»»**» operauictbus p.op.ie fub.cttum dK«^t in arte mcdtca corpus humanum ,ft m
tabn lifctrum. CAfut XV L dc fiibkaoLogminFum Jigwfitatione. HI s declaratis ,
ad piopofitaequxflK nis fotutioneru acccdendun. cfti u,.m. n. -'J
uuiuem.fiinpnmaillaampbfl.ma Bjmhc» ,1 tione fubieftum fcmamus p o quacunqne re
rj J confiderata in quauis mfciplin». r.o ntodo ta- cilis exphcatu res eft, fed
omoerquoqne.qm hac de re locuti fant , verum c.xerunt : 3 lo- e icb namque
eonffdcrau.rcna ranonis ,& ft- j iuod» notiooes W^J^S ipftt
primi,quiafecundx fine pnmi, m&m non poffunt; conflderantur etiam nomjn, v
e rbum,enunriar.o,fy!logifmu S jndua^,en- Vhymema , exemplum ,
demonftratio,&»nv. „e»e argumentatio, & inftrumentaco-u - tionUiqui
iptural.quodiioru«^velp.ura vel ommarubreaum Og.C» effe ^ uunt . n.i-
falfid.«mr,nifi dumhuiufmodi fubieao ei* conditionesap.a-enituntur, quas ^^ te
- les n l-bro h Pofferiowm Analyticorum de- datau M namqueomni rticonfidiiati
non o 41 copetuntjfedi-biefiopropnerumpro, qua le hibent fcienna;
conu-mpiatiuje ; qub i fi omni rei eonfiderata. conueturenr , ftonere-
turprinctpiorum elTe piincipia, & arFeerio- num ijreaffe£tiones.& ftcin
iiifinittim : nam pnncipiaquoque,&3rrect.one. funt res con
lideratavpioindefubiecLnnin prima figni- ..catioricappellanpoiTitnr quare li
omne ra- le habere: principis , 6c affettiones, id, quod modb Jiximus, ibGrtd
um Ceqo ere tur , & tta omms fcientiatoUrreuir: quiainfinitu com- prehendi
non puteft. Propterea rcrtum atq; indubitatum ciTe debcr, neminem curum,
quidefubiecio isgka. loenti funt.in prima hac ntmis ampla ntmis rudi acceptiune
fubteclum fiimpiiile. Caput XV 11. de SubitUo logiu in fe- cundu
figtuficatione. ^ M n t s , qui fubiectum logica; qua.fi- _ crunt.m fecunda
fignificationc fubie- ctuui accrp i tfe vi d e 11 tu r,t.e m p e pro fubiecto
denioTiitrariunts, de quo affcctionesperfua principia denionftrar.turfctendi
eratiaj huic enimftbietro, non alij a!icui,condittonesil- lar ab
Aiifto.elepofirx conueniunt, quas ifti etiam fubiefto Jogic3e,quod quisque
confti- tuit,vc iyliogifmo, vel argumentationi , vel inltrumento norificandi.vcl
enri tationis ac. ^runi;(icquoqueadrriic- tit Ariftoteles , vt per
tran?.lationeni dicamu» poculum efleenfem B itchi,& enfem dica. mus etfe
poculum Mams : vt rnim pocu_ E lum adBacchum, ita enfis ad Martem fefc habet.in
hoctanrum pofita cft corum fimi- litttdo,non in ommbus ; nccopottet.fi enfit
eft ferreus,pocuIum quoque fetreunt efle; vel ff poculumeft vitreum, enfem
quoque efie vitieum.Quoniam a u tem hi omnes iiib Qfimfomm leitum pro fine
accipientes non omnino fal fumdicunt.-illud euim,quod fubieftuml ,,,oat
"'/'"«- c^ltatuunt,eftpotiusipfiusloa'czfinis, vi- cognittonem tradit
, fiqtudem in ipfo Iocic% inir.oadhucnonextant,fedipfonimvtnor7 exiitentium
fabncationcm doeet; vanum igitur,& rwiculum eft horum alicui eas con- ditione:-
ttibuere , q Uas A> ifiotcles foli fub- ieao fcientiarum contemp!ati uarU m
tribiu «ndas efle extftimauit. Hoc autem cuique d itgenre, confidcami , 8c
libere , «q U _V gtnu. philoiopbanti ita deberet efleni-ni.
dendumeftquinammeiiu^qutdereriiis fen ■ iennt; mea quidem fentemia quj
fyliogif- niutn,&qui demonftrarionem dixere^f^nt re tquis ommbus
pra.ferendi.-nam fi vnmer M*«fi£, lalem totius logtcae finem quarrimus.i. ,, on
altuseft.quam fabriratio fyiiogifmi; fi vct b tH fs ll h"•" ^i^m rei
confiderata: elTe debere in tonititu- fiitr*tA. cllI i () verofubieao fcienP.x
coutemplatiua?; oubd (I quisobiiciat,ergomodusconfide- randi luperuacaneus eft,
quum mhil ab eo reflfinsarur: nam ab sequali nullafit coaitta- tio : dicemus
non rem , fed confiderationcm teftiingi : homo quidem , & ratiocalc a;qua-
liafunt,neque reftringitur homo perratio- nale fedhoiniiiis tofideiatio poteft
eiie mul tiplcx : ldeo h.ec leftiingitur; poteft homo confiderari vt
fa.iabilis, vt fdicitatiscapa», . & alikfo. raffe moiiii,ideo dum dicimus
lub- ieclum i fle hominem vt homo eft , vel vt elt ranonali^i id han.c vnam
confiderattonem koanniiucoaiaamus,Sial:as txcludunus:»» 44 A quum dicimus
co-pus quatenut habf- pnn- cip um roocus effe fubieCtum philoii.phir; na
tuiaiis.non coipus ipfum leftrmgimus , icd corp^ns confiderationemi corpus emm
om. ne Lbet in fe priucipium motus,& orune habens principium motus eft co .
pus ; fed ta- men poteftcorpuseonfiderati vt quantum, & ahis multis modis,
quos omnes txcludi- mus.dum dicimus,quaienus habens pnn- cipium motos: ideo id,
quod dicere fole- B mus, rem eonfideratam efTe amphorem mo- do confiderandi,
verum eft , fi fano moder intelligatut: commumor enim eftnon qua- tenus res,
fed quatenus confidetabilis. Hje« fi veia funt , duplex eft illorum error ,
quidi- cunt fccundas notiones pio Vt iunt inltru-
mentanotificandi,eiTefubicaumlogics;;e- tenim rem confideratam reftnngunt,quocl
faciendumnon eft ; confiderationem autera non reftringunt , quam potms
reftringere C debuiffent ; lecunda: quidem notiones_la- tius parent, quam
inftiurnenta notihcandi:* Graiiimatico namq^ fecundat notiones con- fiderantur,
qv»se iuikumenta notificandi notv funt ; videntuntaque fic dicentes rem ipfam
teftringere. Quod fi fecundas notionesncnr ample fumant , fed ftnae pro illis
tantum. qua & logico confiderantur, & funt inftru- menta nottficaadi ,
mhit reflring»nt , dura dicunt , prout func lnftrumenta notihcan- n di j rem
enim non reftringunt, vt manife- t5um eft: fed neque modum confiderandi: quia
harum nulla datur alia confideratio F quam prout funt inftiumenta notibcandl:
meliusirjque dixiflent,fecundas notiones, qnx funt inftrumentanotificandi ,
ftue hm- phdter inftrumenta notifitandi , effe fubie- ffcum 'ooicx. Funautem
huius etroris caula 5 . quod finem profubieao acc(perunt,quem- fipropriefinemeiTe,
non fubiea-jm, cogno- v uiiient, eum cx re confiderata, & modo con,
fidcrandic.-.nftarenon alTeruiffeu;:quori!anr __ .4 __^riu_. fini compofitio
h_c n _n coueait, fed potias ipfc totuslocum habetformx^: modi conii- derandi
refp.au fubteai difciphni Oftix. trtcis.vtquum dicimus,,in arte me_icafubi{>
fium elfe hominem quatenu^ eft fatiabiU»* ipfam autero fanitatem ex re
cojifideiata, modo coiifideranui coftarenon diceremu-j quum noufit fubieaum,
fed fim_. Viden tui p autcm hi inftiumcntanotificandi fyllogiimo
latiu.accepiire^adAlberti fenteiniam ac- ceffifi_,qin non fy:)ogifmum,fed
arguraenta- tionem fubieaum logica: ftatuit,vtahaquo- que praeter lyllogifnium
logica mftrumenia compl.aci etunnam 8ceii-hymeroa ) & tnda- aio,&
txemplum, &a ? ud aliquos enam de- finitioinftrumentafuntnotihcandi. Vcium
quod ad definitienem attinet, eam non ells loeicum inftrumentum in libro noftio
da Methodis demoni.i auimus;c-.teravero in- flrumenta q,ui4eia aouficwidi
funt> kd a* 45 1 '- infer « i ''«- Hoc tuoque fignificauit Anftotdes in
principia PpSTREMA ftgnificatio expenden- da relinqmtur, quamvnam omnes,qui de
fubieao logicarfermonemfaciunt.coV fiderare deberent: qooniam enim logica eft
difc.plma operatrix, & inftn.mcntorumfa- bnc-trix aliquam ei matenara
fubftemi necefTeeft, q u __r u bieauminquo.fiuefub- bus operatncibus ommno
neceffarium eft- quianuila forma Jnobis produci poteft.ni' fi tn aluTua fubieda
m atena , qua: ipfarn re- hudLl*^ ' gitUr nu]lum a- nntml,.,* £t ,a , 5 qU 'r
°P™tioni_ , qua.ren-M»as dumeft inlog.ca.idquedicimus effe res 0 - mnes fiue
earum conceptus , q _, prim CO n- ceptu s , feu pnrn. notionesV ocan folenf
quem en.ra locum habet » mcCZ. & a p.s,& 1 nfab,il,f mami& j Ignu U
ra a ^ gica habent conceptus rerum . qu j dicuntur tcano proponitur xs tanquam
matena ir, qua tormam ftatu* efficiat, ITei™ ' " fubieaurn f U6ear r
«"«p.us^nquarn gantur, vt f?nt inftrumenta no s iuuantia ad gl c.,non
fubieau.: prima. m b notiones ^ b _. 47 IacobiZabarellxPatauini 4 g fobieaum
logica propne loquendo, non A quidemfubieaum.dequodemonftrauones
i5ant,fedmbieaum operatioms. Hanc ien- tentiam abomnibus prolacam video, .rUc.u
tamen , & ipfarei veritate ad ita loquendum coaOs : omnes cmm dicunt
togicum fecun- das notiones traaace apphcatas pnmii, quod nil aliud fignificat,
quam pnmas not.o- nes effe fubieaum , inquo logscus erhcit ie- cundas, quai
ftintEms logic.:fecunda; nam- queffiiepnmisneq;effe,nequementecon »
apipoflunt.quidenim effecharcvox.genus, niifi ei fubftaretantmal , ftirps,
tr.angulum,& StmnAt »~alta eiufmodt? certejaihil. Noo eft autem I
eKUtnHiUUUHJ ) n.vu"« -- * . . /:»(. * dam a prirnis diflundum , quod
poitea ill.s impo.iatunfed funr jpfcmetres.feu .renim conceptus his fccundis
conceptibus opetti: quare fibieaum alogico confideratum^un res omnes.nontamen
quatenusresftmt fed quatenui fecUndlS not.on.bus fubftante*. ^ lem mateiia:
naturali imponant : alia igitur eftconfideratio ferriin Philofophia iMturali,
alia inarte fabnh; in ea emm confideratur, D
vtcognofcaturpnhacverovte.formactauic •impo S natur : fic atia eft confideiatio
humant corporis in libris Dean.mai.ous , aha in attc m-dica-ibi qnidem cft
cognofcendum ,hic ve'rb famcas ifl eo efficienda eft : fic an.ma in hbris De
amma confideraturvt cogno.catur, inlibris autemoralibusnon vt cognofcatur, tei
vt virtutum habitibus exornetursquam difFerentiam cla, e ab Arift. cxpreffam
legi- mu. in cap.7- lib-i. De monbus, cpando 3i- cit, fabet , 5c Geo.netra
d.uctfo modo rr- aumaneuIumconfiderant;ille cjuatenusad oL fotummodovtile
eftthie quum ventaus fpeculatoi fit.quid, & quale fic mdagar. n i
cieometrafc.endi ergo teaurn angu U tcon- fiderans , vult & naturam , &
affeaioncs co- ! nofcere, Hoceodem diftnmme togicus a Philofopho Jiffidet in
rerum confideia 10- ne abeoenimnonquidem tene,vel iilam ,em fibiconfiderandam
fumit,fcd omncs: ' s p. ur omncs confidwat Pmlofopbua. res omn "ogicus;
ille vt eas cognoftat; h.cvt.rt c.Tfecf.dasnotioneseffingat,qu S mftrume [ i ;
tacognorcendifi..c.ibiquideft.ntfub 1 ea.m j benio.iftrationis-,hkvero
opetat.onis. Hanc^J fentenuS aperciffimekgcre apud Auerroem poffumus ii.vlcimo
cap. Epitomes hb.Ca. Lor.vbi dict decemCategonas effe fcb- .edumAin fcientiii,
&mlog.ca, duobu,^ ^a men diue.fi; n»dis ; in logkaqutdem , qua-
^niseisc6uiigu,n 1 nrea e a S (>cunua.deft t tmateuus W fecfid* notione»
rtnponutunn. 49 de Natura Logicse , Lib. I. fcientiisvero quatenus
funtcoceptusretum, A titia,quama adoperarionem reejuiraturj ve qux extraanimam
funr,quafidtcat,quacenuj in artc fabrili nort citneceffarii peife&a co-
funtcognofcibilesjresnaniquecognorcimus per ipfarum conceptus,quosmente appre-
hendimus. Vifuseft etiahocfigmficare loan. OtnUw Gandauenfis in cjuasft.
e.lib.^metaphyiicei, f* r - dices in logica duplexefte fubieflum ; vnum quidem
rjrimario confiderattim , & funt res omnes lalterum fecundaiio, &
funtfccundae jrpmt.u- notiones. Sed in Gandauenfem quidam po. ,ndi
iterioresacerrimcinuehuntur,&dicuntlen- a Medtco oculum curaturo neceftaria
eft ali. guitio naturjc .Stproprietatum feni i ideo u pfiusdefinitioncm
faberignorar. Hme fen- tentiarrr apud Anftot. legrmus in vlrimo cap. lib.i.
Ethic. vbi dicitneceflariara efle morali Pmlofcpho cognitio n em ani m , &
pa rti u m eius , non quidem perfedtam, & exquifitam, fed
rudeni.&imperfeclain.idq; pulcherrimo exemplo dedarat dicens, quemadmodum
tlt qHtrnrt ttmrt Gm- tentiam cius efleinextremo(vteoruruvcr- dnMnftm.
bisvt3mur;faifitatis,&abominationis:quan- doqutdem^AriftotcIesexiftimauit
res omnes fcientiarum rantiim eonfiderarioni efle fub- ieftas^nonloeica*, in
quadefolisfecudtsno. riombusagitur. Praiterea vbi alrqua res efl fubtecium,
ibidem definitur,ibidem eius af- fectionesqua?nintur: at in logicanulfa res, nuilapiimanocio
definitur, nulla eius affe- qua oculi eognirio,quataad curationem fuf- fictat;
ita Philofopho morali, quiMedicus quidam eft anima: humana?,a]iqt*a cognitio
partiutn animae necefFariaeft:&ftattrn m eo- dem capite rudem , &
popularem nobis tia- ditanima;,& parttum eius notitiam fine vlla
defitmione.finevllaaccidentium dcmonftra tione. Noneftigiturtieceliaratui,
vtfubie- ctumoperarionisibi definiatur, vbi eft fub- tfytnfitp™ ftjo quanitur.
Ego vero etli non puto Gauda Cre&um , fedilludeft neceffarium de fubiectc»
andxmnft, uenfem plene tpfam rei veritatem efTe aiTe. cutum, fed trmere,
acventate eoacrum kxc dixiile,tamen hos eius aduerfarios egregie deceptos
fuilie exiftimo tu hac in re, tum in ajria multis ad logieam atrincntifaus,in
quam fuperioribus annis &commentarios,& qux- ftiones ediderunr; hi (t
logicae difciplitii na- tura cogiiouifTenr, facile v idiflent quam ina-
niaha;car^umenta fint, qua: ipfi vtvalidifli dcmonftrationis, quale
habentfdentiajcon- templatiuaj; ideo argumentu nil aliud often-
dit.quanrrcsipras non efTein logieafubiectu demonftratiotus ,quod ad fciendum
propo- mrur,quod qutdem nos conccdimus.Scd da. t3,nectamen conceffaiila
propofitionema- iore^poflumus aliter refpodere negando mi* nore : dicimus
enim,resomnes in Togicade- finiti ea ratione, quafuntfubieftumlogica?,
maaduerfas tnannem attukrunt : nos enim D nimirurano proutres funtjfed prout
eis fe- firmis jfohdisque nitentes tnndamentisnul. lo negorio ea folucmus. ad
priorem quidem rationtm Auerroes refpondet in memorato loco Epitomes
Categortirum , dum dicitres omnes &in Philofbphia, &in IogicafubieftQ
efTe,f;d diuerfis modts, vr iam declarauimus: atqui abfurdum non tft,fi
e.idemrFs diuei fis modis mplaribu? tiitciplinis fubieaum fta. tuatti ;
cfTecquiJem ablurdum.fi eodem mo do ; tiirura cft fubrccruro in libris
naturalis Philofophixvbi de merallis agitur : qui d igi- ttir.
nofipoteftproptereafe:-rum eflefubie- ftum in artc fabrtfi- non poteft humanu
cor. pus e(Te fubieaum in arte medica, qu.mtam mfcientiaquoqjnaturali fubiecttim
eft? res certf> nimis daia hrceft y fed cauTa errotis
miiItorum,nedicainomnium,fuitqubd dif- ferennaiTi intei fubiettBm
demonttrationis, &fubietiumopetationis, &difcrimen inter
contcmplattices,& opcratrtccs dtfciplinas, necnon earum natuw non
cognotterunr Adalterumargumentum duobusmodis prf ru.nusrefpondere:p rl nH.q. J
i.ien 1 .necando rtiaiorem illam, vbi#e. eft (bbieatim Jbi de « finitar.ibi
riiu aFeftiones demoi.ftrantur- ?1r" T%l£ d i fubiefto denioftrationi. ,
fed ™ l /r f uo,e ?° "Pmrioms.hoc enim non ad laendum, fed ad opera^um
Gippoaitm q^are neque neccffanum eft ipfbra definiri K ."Snof"
>«eq; eius afleaio. «es demonfttan : quiafatis eft taata ctus po. cunda;
notiones acttifauuntur; homo enira definitur in I6gicanon ptoutefl homo, fed
prout eft fpecies,Si protit eft nomen: itaani- mal in iogiea delintrur prout
eft genus,nott prouc eft antmal: fexundx namquenotiones non fignificant aliquid
a ptimis feparatum,ve antea dicebamus, fid res ipfas hisfecundij conccpttbus
apprehenfas.&his fecundis no. mmibusappellatas rgenus enim non lignifi- 1
eataliquid difluncium abanimali , ftirpe ,& aliii eiurmodi, Vid
figtiificatanimal ipfum, & ftirpem,& alia fi.nilia; non quidem proutta-
les res fiint, fl: J prout earum eoceptus, quos mens noftra ficit ;
prasdicancur de pluribus differentibus fpecicin eo quod quid eft : qua
igiturrationeconfideraturin logica animal, & pIanta,&a!ijsomnes
res,earattone definu Uiitur,nempevtfecundis notionibus fubia-
centes.nonvtresfunt. Dldum autetn Gan. Zrrtr C*»- tfauenfis, nifiad refltt
fenfum trahatur.quem dtntnfit, ipficogmtumfuiiTenon arbitror, reprehen- fione
non earet:logtcus enim &in primisno-
tionib.verratur.&rnfecundis.&vtrafqjpoire dui fubiedum bgica
n6negamus;red qubd res piimanb confiderentur alogico.fecun- da: autem notioncs
fecundario , id quidem non vidtturefTe vetum:quiafecunda: notio- ries funt
finis fogica:,ad quern rejiquaomnix oinguneur; principemigitur locumin logica f
enent: quemadmodu etiam m qualibet arte id ; quod pninario confideratur, efl
ipfe artis lacobi ZabarellxPatauini m ,xl »__ - jf !___„ «■____ *. IH »1 51
fi,.. S :quomodoi^tUTdicitjoannes ftcun- A dasnotiones tffe iubi.aum logica:
fecunda- r,um. quod fi pnmwiumA fccandarium ad folam 3ppel.acicH.em leteramu-,
& pnma- uum fubiedum iHod ioteHiga«ws,qujjl ma- g i_ proprie fobieaum
vociiur, fecundanum vc.6id,quod.mp.u . ....._»... , — _ rtitas.
SedhicGandauenfis neque coniide. uuit,nequecognouit Cap. XX. in quo ratio
eorum,qu* dicla fant,& definitioLogtcx «- panitur. 52 Philofopbis genita cft,&
a Phi.ofophix habi- tu orieinetn QusitiPhilofophiav.ro ou.mum rerum eft
cognitio:ipftTum iguur rerum eotl ceptus Philofophiin animo haoebat, m qut-
busaliosfecundos,&iivftrumei.tario S roiiee. ptus enWrunt. Nec tu.ba.e »os
debet ot- do , quo nos has diftiplinas app.ehcndin.us. quum enim prius logicam
, quam 1'hilc.io phtam difcamus, poffet ahquis ex.ftim-rr, pniis in animo
noftro ["eeudas notiones con- d P i,quam primas :hoc enim minime verum
eft,4iequevl]arationefieri poteft, icd rudis cusdam s & confufa revam cognuio
in ani- mo prxcedatopovtetA rudesre.um cooce- ptus, >n quibus
pofteafccundaniconcePtos Lm^tur , bis demum luuamur ad P.erfcaam &
exQUifitam rerum cognmonem in L iiiio- _ Iph^omparandan, bcclarata eft tato
*>g| nH s,Di fallor.totalogicr aitis natura,vt facile *"»• 1 cuicr fic
ciusdefinitionemexomnibus.qua- \ .T 1 ' _ 11. _._.-_. . _.fl »mm Inpica habltu
uer* lunt .«'_"".' """ ' "-. "I'^: - r ,ii_
in an mo noitro iceuoas nuuu. Jum propneloqui volumus:vtin arte mcd^- fp isi ■
- faoc enim mlr! , mc verum ca &Wec.nm tft corpus hamanum , non ft- B
X^eouevlla ratione fieri poteft , fcd rudis nitas. SedhicGandaucnfis neque
confide- «^«S _ evam cogm[10 in aui- . oHt.n.mit: coenouit. j_.„Kr.rtpf A.
r.idesre.um cor.ce- x jO*v«.q B --ef U b i .aoIo^ di«. cui^tc^ J -^-^^S ftfc lo
^ieoru m inftrum en to rn m n / tu , ra ', & , e,c eo.unftine , & ex
efiWM" caufa fac.lc defu- mi poteft: a natura quidem ipforumjquo- niam vt
prius dicebamus, eacft fecundarum "otionumnatura, Vtfineprimis efle nequ^
anr Tunt cnim conceptus quidam fecundan, Sariis rerum conceptibus acc.dente S
,qui Le illis efle non poffunt , quemadmodum neoue accidens fine fubiedo. A hne
autem, uvtju :,»'u]fimus.auem exter- dtXimiiS , CO.ilgerc . s." .
intclleaualis inftmmetali^ftu difciphna in- ftrumetalisa Ph^lofophis
exPhilofophis ha- bitu senita , quae fecundas nouones m con- c ep
tibusrerumiingit,&fabric 3 r,vtfintinftru meata, quibusin omnire verum
cognoica- tur &afalfodircernat U r.Quod igiturad vni- oerftmlogkam
attiiiet.perfeaa.Scommbus numerisabfclutaefthKedefinuio:quianihtl in ea videtur
fuiffc pixtetniiirum,etenim lo- r>- : ,,ir gt raiinim eius ttte-
^cdd^fincfhbi^o: Atineautem^ ^^^^^^^ nuoniam n«« '"S 1 " " ' '
num vocauimus.eftommumrerumcogni. tio.idcircoin omnibusrebus taquam m fub ieaa
mawria ipfam verftri oportuit ,& in o- mnibus inftrumenufabricare, quse
omnium rc rum co£;nitionem ptJtbcre nobis pofient. Ab cftearice autem cauft s
quonum logicaa eicx eneniiJiiitAfi"»-! — - -
ar_cem,&fubieaammatenam,&-i«em,CU. iuseratiafuit conftruaa; qua: omnia
quum abunde iri pricedentibus dedarata a nobis fuerint.eorum exphcatio re
pctendanon elt. fed ad partcs logic» coniiderandas trani- eundum. piHJS P R I M
1 LJBRl IAC. ZABARKLLAE PATAVINI, D E ^JTV%J LOGICM Liberficundtte. Caputl.
Vtdiiufionelogtcdi. A O m n 1 A,qu-e ad logica. vniuetfx naturam cognofcen-
damconferre poterant , inli- .' bro prarcedete dedarauimus-, reii^uum eft vt
ipfius diuifio- *J2£m&& ncm in partes, 8cipfaium par- tiun. lenem
doceamus: his cnim ignoratis lo E eicE diftiplinssnatura ptene cognita effe non
poteft. Quoniam autem non modo perie- aam,&omnibus numerisabfolutam, ied e-
tiam admirabiii ordine difpofitam etTe eam loeicam arbitramur,quam fcripfit
Arittote- Irs: ideo inlogicis eius libri. tum logicz di. uifionem , tum ordinem
paitium confidera- re ftatuimus. Quot partcs logicahabeat , Sc quis fingularum
Jocusfit,paitim manifeftum 1 ° omi.jbus 55 dcNatura Loglcx, Lib. II. H
omnibuseff^omnicjiiedifficultatecaret, par A deinde quid ipfe fentiam dedarab».
Am- tim dubium,& vclapud interpracs Arjfto- reliscontroue, fum , vel etiam
ab eorum ne roine ta£tum,vel deciaratum : hac igitur de re fermonem habituri,
operafpreciiim fade- nius.fi ea,quat nihil difficultatis habent,pau- cis
expofUenmus , in rehquis poftea diutius moiatun, lilud in primis interomnescon-
ftat , quod ab Auerroe declaracur in fuaprat- Ttu fatione in primum lib.
Pofteriorum , totam ii»*s k*htt i 0 gi cam jjj j uas pr^eipuas partes fecari;
t""P'" u quarum vnam vocat Anerrocs vniucrfafer»,
feucoimnunemjalteram particularem , fiuc propnam : pars coromunis tribus Jibris
ab. foluicur, libro Categariarum.delnterpreta. tione,&Priorum Analytieorum:
pars autem propria conrinet polteriores AnaJytrcos, Sc alios onmesfequentes ;
cur autemilla com- munis dicatur, hxeautempropria , ratioda-- ratft: illaenim
de fyllogtfniolatiffime fum- p:o, & ad nuilam matenam, nullimve fpe- ciem
contraiSo diflercns iurecomunis nurt. eupatur : harcaurem deipeciebus
fyllogifmi tiaclans paTriealaw.ac piopria dicirur. Pars communisparti propriat anteponenda
fuit: quia qux magis communia funt, debentin docltnna pr;eeedere,vt Ariftotcles
docet in prsfationeprimt libri Phyiieorum, & vt tii- bus a:gmnent:s probat
ibi Auetroes in Tuo pro.Emio, quibus eifdem etiam inproceiuio Dionius , atque
Simplicius in hoc vno de. ^nmen** monftrando laboraruiit, Ariftotclem in eo
" c ilm P ' ,c f Jibro- non de voeibus tantuui agcre , neque /*•**•***, de
rebus:antiini,neque de folis concepti- bus animi , fed fimul de hisomnibus,
videli- eet de vocibus res fignificantibus permedioj anisni conceptus; quod qua
ratione often^ dantnori refeiam, quum apud eos hsfcom. nia
legerepoffimiisi&quum rcs ita fitnia- B nifefta,vt nulla probatione
indigerevidea- tur: quomodo enim de vocibus agipoteft, mfiresfignificantibus ?
quomodp de tebus» nifi per voces , a quibus fignificantur ? nam doeere.vel
fcnbere de aliquare non poflU- mus , nifi vocc vtatnur eam rem figniBcante: fed
conceptus quoque anirui interfint ne- cefle eft ; prius namque conceptum rei in
a- nkno formaii oporcet , qttam pervocem ca ^ tesfi^nificetur; voceenim
fignificamuscon- ; c-cptum rei,quem in animo habemus. Sed quomodo harc
traciatio ad logicam perti- neat,&anliberfitlogicus, Grici non con-
ftderarunt. Latini . & pofteriorum magna Latineruw pars, vt
adJsgicamfaeulrarem hunc librum */>»«"« reducerent , oWrunt tres elfe
noftri intelle- cius operationes ita difpofitas, vt & prima ad
itcundam,& fecundaad tertiam tanquam pars ad rotum referatur: prima eft
fimpli- Ttiseptr^- ciumapprehenflo, Vtquanao hominem , vei tier>eimtt(~ luo
m pnmum Imrum Pofteriorum oftcn. D equum , vd aliam rem mens noftraconctpit:
dit.partem logics communeni paitt ptoprix anteponendain fuihe rqt.* omnia nufia
fa- dmus.ne inreomiubus nota cempus con. teramu». SeJ ftdefirigulis.qui
partecom. mum continetitur , hbris nemo ilubltauit fecunda eft ejiunciatio,
qua; in affirmatio- nem,& neeationem diutdittir.quas etiara /:.; : - ,■ -rr
quo ordine difponendt fint : omnes enira, qtil iurum Cattgoriarum logicum efte
pu. tant, eum ommiim primum flatuunt, fecun. dunj verb iibrum de
Inteipretattone , ter- tiumautem iibrum Priorum Analytico'riim, a qua communi
ferrtcnth ctediistu non eiJe Tcctdcndum. Caput 1 1. in quo it Mro Catcgeri*.
rmi fmtentU Uhtrum tx- fcnuntur. SEd liber Categoriarum non paruum ntUtli
^egotium faceffit. nam & qui fit tttt? flbri fubteftamatena.&uuomodo ad
fog,cam pertmeat noirfatis conftat. Cuius quidem difficujt.tis expluat.o
quoniam a j P^tmus mtel ligentiam fummopere^ t*L?DtLZ! € "-' leclir ? 1 '
3i,t »»He& conipofitionem , & diuiiionem vocant : ter- tia deinum eft
ratiocinatio.Si difcurfus: con- ftat cnuneiatio ex fin-piicibus terminis, Se
rattocinario ex enunciatiouibus . Locutu- rus crgo Ariftoteles iu |og, c a
«tehac tertiao. pcratione,ha-c enim eft inftrumentum co- gnitionis, alias duas
omittete non potuit: E q"}acog,ii(iopartiumdebet pra;cedere co-
gmtioneintorius; prtustgituragendum fuie de enunciatione,quam de
ratiocinatione, & pritts dt fTmplicibut terminis, quam de e .
iiunciationeinianiftftuseft itaqueordo lo- gicoruni Iibroruni, &ratio cur liber
Catego* riaiumad logicam pertineat: in libroenim rnornm Anaiyticoriim
agitAriftot. deratio- cinatione , qux eft tertia operatio intelles- ctus,quem
hbrum pra?cedit liber de Inrer- P^^one^vbiagiturdeenuiiciatione.qua? e« iecunda
operatio ; oportuit eigoeaden» tatione etiam hbro de Irtteipietatione a. • hum
librum prafceffifTe, qui 1 de (Tmplu eibuj cerminis;finr hoc etnm ars logica
man- ca,& mipeifeda cffirt : is igirur efiliber Ca. tegoriartim , m quo de
vocibus agirur res fT- gmncantibus per medios conceptuj , tan-
qnan^cfimplicibusrermini^ex.mnb.poft. c i ^nncatio confiituatu- : propteref
u> eft primushberJogksiquiaeif de pn naopera. 55 Iacobi ZabarellsePatauini
eiuslibri inirio trftatur: diftinguii emm vo. A ces in fimpIices.St
comp!exas,& omtlTrs com pkx.s de fimphcibus agedum proponit.-qus funt piima
decem genera res omnes am ple- ftentia. Hate eft communis opinioa me pau-
BMmdfiM cisvetbisrelata. Alij vero fuere.qu. eum h taili*. cisveroisrciiia. i^,
. F . i »- «ft,ctuod poftetior illa fefla dcmonfttauit, f»nm. ftbrum
Categoriarum non de fecundis no- tionibus , fed de rtb. eiTe : hoc enmi
verifli- me dicitur,& negan non poteft. nam fubliart tia,quamrim, &
quale, & reliqua fummage- nea, &onineseotum fpeeiesfunttes, non e ■
funt feciinda; notrones : quod ctiam Cirxci fi^nificaiunt dicentes eum librum
efle de vo eibusres (ignrficantibus perconceptus me. dios,voces enitn rerfi
fignificatrices non funt ntfivocesprim* notiems :vndefequtcurfal-
famciTecominuncm Latinorum opinioneru qubd ineo Irbroagat *rift. de primaopera.
tione intelkftus , & de fimplicibm. tcnumn, j e ouibusenunciatro
coliciatur. Prrmum qm- . ^'Zt dem quod drcitur logicum agere de tnbus F
operanon.bus rnte^ftus ,non omnmo ve- it&m *d
^-rumeftjmfiranomodointelhgatur.-quemad t it*m ftrn- modum fupra declarauimus :
operationes e. ( mt*M. ■nimintelltflusnoftiico^nofctre non cfl ot. ficrum
logici.fcd confideiat logieus tresgra- dusfecundarum notionum tx tribus llus o-
perationibusexorientes,vt tresillas opera- nones ad re^ulas, &prarccpta
quidam redt- pat,quibusruueturinte)kctusad rerum co. tmtiuiiem ilT-quendam :
debet autem ba-c fogicacolideratiouium opeiationum intel-
Vll(JHUilI*Vlll^**Mi»*-"'l rium efljtotum enim,& partes,quae integran
tes dixuntur, debent eiufdcm efle ordinis,& n aturaa : & qu u m fy '.
logi fmus fi t fc cu d a u o ti o, enuitciatio quoq, ipfiuspars, fccunua notio
efledebet. Eandcm igiturrationtm habere enunciatiohe ad fimplices
terminosneceire eft,vt ipfi quoq; fint vocesfecunde notionis, ficeninr partes
erunt enunciationii 1 & ad lo- oicampettincbunt. Huiufmodi non funt i-
piicatccoriar,vrdiclum efl : Tcd defimplicu
buStenmaisprimatintelleSusoperationire fpnndentibus, qui vere paites
enunciationis fuat,agitur lnpnncipio libri de Lnterpreta- tione,& Tunt
nomma,& verba, ex his dicit A- riftoteles enunciationem conftitui, non ex
fubftantia, quanto, & quali, vt patet legentu bustotumlibrumde
lnterpretatione,inquo nulla vnqua iit mentio fubflautia:, vel quan- titanquam
partium cnunciationu ,fcd cm- petiiominis,&veibi. Veium aliqui confide-
rantes ea,qux de nomine, & vcibo drximus, adhocconfugetunt, quodtraaatio de
fim- plicibus terminis duplcx effe dtbuit , vna quidem fine vllo refpeftu ,
& abfoluta, altera cum refpeftu ad enuuciationem , cuius pars eftmam &
de enunciatrone dupliccm uacta- tionemfecitAiiftoteles,vnam io lib.ek ln-
tciptetatione,vbi deipfaagit iitnphciter ,& piout eftenuciatio.ficenrmad
fy.logifmum non refertur ,neq; ad aliquod aliud : alterarn in priorib.
Analyticis , vbt eam confiderat vt partem fyIlogifmi,& mutato nomine propo-
fitionem vocat, & de ea agendum proponit inciLis libri exordio, Ita igitur
de fimphcrb. terminis dupkx tiaaatio eik- debuif, vna abfbluta.qui- fit in
lib.Catcgotiarum ; altera cum refpectuadenunciatronem,qua:efltra : aatio
denomine,& vciboin ptincipio libri delnterpretationeihjtcemm traaatio in
eo- dcmhb.cile debuit,in quo de enunciatione agitucquemadmodum traaatio de
propofi- tione, qua; ad [yllogifmum refertur, eft in eo iplb librojin quo
agitur de fyiloEirmo. Hic omnia,fibeneexpendantui,tnania 1 &fal!aeP fe
cognofcentur:Primum quidemquod di- cunt,id, quodalterius pars eftjpiiusfimpli-
ctterconfiderandumeft,poftea cuni refpe- Cin ad totum; hocconcedt poteft, fi
icfte in- telligatut-,quando enim de tuto agimus,&i- p(iu?fliuauram confideramus
, non puflu- urus n,on eius partes cftfiderare in ea ipfa tia ajtione totius:
quod fi par tcs etiam fine re- latiotie adtotum funtaliquidj& abfulutaha
bcut iiatuta ; eatuiii ttaCtationEm abfolutam pix- l.tlinil, s7 de Natura
Logicse* Lib. I f. $s pratctflirTeoporter traaationi totius, fice- A datione
VQcanturfubieaam,8t prfedicatum,, nim pcifefta & partium,& totws cogm
tio ha- quo in loco nulia fit mentto nomims & ver bi , mfi qiucenus tn
enunciatione funt ftibie. tura entm multa de no niiu-.Sc verbp dici pi ifinr,.
eoiura camen magua pars ad Giammaticum. , - " • r 7 — " * — o — »■ v
~- betur: lyllogifmi ctmliructior,em docci Aii ftotel.W Priur.A-iaiyE.quare fi
a piopufitio- nibusconftat fyliogtfasus, nuliaaJjacfl* po- teftryilogifcniciactitio,
q.uani tract.itio pro. pofitionmn , exquibus contliuitur : hxc igi-
turconfideratio partium cum iclpeftu ad to- Burn non niodtnn eodtm iibroclfe
debet, in qjjo de toto agirur,fed & it.i cominiica tracta- q.uu u«- _ -
& .»-«».v- v Kui.i.muj. uiuj. eoium caroen magua pais ad Giammaticur
noMtaaus^vteam non procedat, ncqueab li peitiner.pauca logico dcclaranda
relinquun eafit diliuutta netiue m eodcm libro . neoue r„r: AnfiW....... ;„;„
_..,r- , . eafitdifiuutia nequein eodcm libro , neque in alio: quude pattibus
agtre rtfpeduto- tius eft de toto ipfo agcre . Trattatio autein abfoluta de
partibus non prout partesfunr, diliun&i ciTe debet a. traciation;
roritJs,cdu totius non effe dlbuocUia ab ipfa cotms tiaaanone. quo- modo emm de
enunaatione agi poteft , nifi parciuni iplirn conftituentium confideratio »at?
? aitcs autem eius funt fubieclii , & prx- diwwm>qaae pafii.n ibi
nominantur, & con- ^eia.-cur ab Auftutei. qu.e enim flmpliciter Jumpta
dicuntur noinina, & vciba, ca refpe e cui enuncutionii mucato nomine
dicuntur lubuctumApiajdicatunnvtquam rationem.
enunciacioadpropofitionemhabet.eandetn natjeant nomea , & vtibum au
fubieftum, & F-acJicatum : %niftcaot eriini eandem ttm tuin umpbc.tei , tum
tefpetfu akeiius confi- derara.-n. DtepIexigituriflftracHrio deflVn. pncibus
teimir.is, vriaabi.jlu-:,,,. princtoftr 'b. L)elnre,p,ccac. qttaiMp 3g,tur u e
noim. '■M*vcr|jo;a,reranou, refnectum ad enun- ««0«wa», quanuo i n , ? ( a cuu
„Ciatiom s dertt,quemadmodumdiximus. TracVatrot. gitur de fimplicibus
terminis.qui? prima; in- teUeftus operationi refpondeat , nulla alia irr Jogid
habetur,quim que de nomine,ac ver- bo iic: ideo non male illi fcnferunt,qui
initiiV logica; a lib. de Interpretatione fumendum cfle cenfuerunt, hoc euim
quadaratione ve- rum cft: nontamenica,vtlibrum Categoria. SttittrtU
lumexcludamusjvtquofdam eum exclufifle Bildmni I>d ixiuius : logicusenim
eft, & ordi ne primus, csnfntath^ yt inss ofttiidemus. Dicancquxfo, qui
Iibiu- illum excludunc, cuiufnam fcicntiat 3 ve! difci- plini partcm ipfum effc
aibitientur ia ; u,it. Sed & ill-, ij ux in eo hbro ab A: iftottle de rerum
gctieribu>dicuncur, facile dcclarare pofiiint,. ciim proj.tc,- logicani
fcriptum, &!ogicum iu.ruartium ous brum fciipfent , quitum nulisus
difciphns pars effe poTeft,tumip.c per fc facuttatem alt- quam conftirucre
aptus non eit,p;oiii de inu- tllisprorfu^j& abiiciendus. Caput IV. tn
qtiop-opria fintcntia dc hbro CtttvpTumm tx- V 1 V 1 ppnitur. r T hlp in re
verv:as c >gr.;>f'-arvn , inpriniis onuiium diceudorunt iunda- raentum
ftatuendum eil , cjuod fu^ertu* de- monftrauimus; res omncs in logica iiibie-
ftum i^Sk eo modo, quo tcrrum in arte faofl Sb Ut8um Ujotinartc m cdicahuman u
eorpus.l ale aw- ep .._n..ww tem fubiecium quamttat»onc6gniti6n»yea .„_._•_.
ff- operat j ljn is gratu fubfttmatur, tamennon humafii corporis , ommumque
partium cms magnam habeat cognitionem . nam pra:ter prima» materi_enoticiam, ad
quamipienon perucnit : quia ea non eget, nulla alia huma. ni corporis feu
pars.feu caufa ielinquitur,cu- ius coguitionem habere no.Kiu3.iat, ac de- beat:
quo faaum eft.vtpiures m-dici uppa- o>iW, rentc&inaniargumen.o
deceptinon modo ndtbtt*r- ooerationis sratu fubfttnmur, «mennon lent.a
rciecenmus, quu ""'-'3- fi vtf**. ^b/t peni.uscne
ineogniu.rajqupni»min C fpicabuntur, propoiuos imttci _pra.te.gr-_ i&mrn .
2X teri, penitol tgnota ivulius arti- ^ diemur quandoqu.dcm ad quatftioms noftn
luDicai w x s - , , , ... Careeoriarum cxolicationem ha:c co
fexaliquidcfficerepoilet: debet emm taber aliquara ferri cognitione habcre , &xMedicus
notitiam habe.e humanicorpor.s i & partium eius.no quidem impe^feaam,&
exqumtim, fed tantam, quantam operatio iinguloium requsrit : docechoc Ariftot.
in vlt. cap. 1. libr. Ethtc quando dicit, vt medico oculum ciua- turo
ncceflarium eftahquam oeuli cogmtio de lib. Categonarum cxplicationem ha:c co-
fideratio fummoperc conferet : illud enim a nobis omnino conftituendum, &
pro coper- to habedum eft , qubd qucmadmodum om- nis difciplina operatrix
aliquamfui fubiefti cogmtioncm poftulat ,itanullaplensm eivis notitiam habet :
quo fit vt Philolophus con- teniplatiuusanullaartefumatieialicuius co- turo
neceltanum ettaiiqu.mocuucuguiL^- . — „...t, nem hibere , iwmotili
Phiiofophoanimwn D gnitione , fed potius ab ipfo artes omnt».lor ncn " '
^r._ _n.__: s, l. .-.i„ m r in. niinr antcm de coenitionc lntellettiia-i per
fanaturo , necefleeft animse partium ems aliquam habere notitiam, no quidem
exqui- fitam , fed tantam , quantaad propot.tum U-
nemconfequendumfufficiat.proptereabre- uem ficitibi Ariftot.diuifionem partium
am- me,& pi"gui SjBoem-jjae popuiaritet de Am- n.aloquuur:quia non eft
ibi rinisanimam co- Enofccre, fed eam virtutibus imbuere.vt bo ■ nas cdat
aftiones: peifefta verb animx co C U1_4V II _• J 1* " f « w- ™ — • f - ' ^
quor autcm de cognitione intellet-iiaii per taufasacqui-ita^hsc cnim folius
Wiilofophi contemplatiui propriaeft.Dicimusitaq.non modo medkinamtotam iio
poffe ftientia» dici.fed neq; illam eius pattem.in qtia dc de- mcntii , de
humonbus , de partibus humani cotporiscarumti. natura, &;vfu diti"er.tur;id-
que oftedimus prinuim quidem latione fco- pi , ac fioisiUius rraftationis-, fit
enim qvian- na^ edat aftiones: ptrteaa vero amni* i«- j,t , _-«bh i..,m- _ _
tSidoi Sfopl.o P cowerapiatiuo io libris E n.muis «liligens,& cxquifiia no
n cftfcicntia gnitioa inuoiup wyr .^.Unnn (.-ipi-.tia-Piatiahc. fed operatioms
£Ul»v p *__*_,» — . — | 1 de Animatraditur. Morahs lgitur animam o- ninino
ignorarc noti deber,neque ettam per- feftam eimi cognitionem requuir,ied quan-
tamh"nis ; acri:opi.seiuspoftuiat.Sicemmvi. demus in arte inedica
traftationem heri de parti.bus humani corporis,& de eius contiiu- ttionc
non modo ex part.bus inftrumt nt.ih- btis,& quaiuor humoribtis,veiiim etiam
ex quatuor elemctis, quibus fingulis hnguli hu- quianon kicnti_egvatia Gt , fed
operationis, vt cotporis famtatem vcl confeiuare , vel re- cupcrarevalcamus.
Qu&dfiquis d:cat,par- temiliam etiam fae.iitai.i-ni gratia legi pot- f.-,
n.n gratia medenctittunc Ptqtiitur.eS non amplius t ffe vocadam medicnia partem
, led pars erit fcientia; natwalis : latis tft igitur ,fi quatenus eft pais
artis mcJica- , catcnus fci- entiad rinopoteft. Sci pr_ete:ea quncunq.
finariior e emetis, ouibu. nncuns nnuun wu- » • r------r - ^o es rcfponden Moc
Lgittlorambu, ope- F modo eapar* furaatur.emrafi rciend, graua mo.Esreipo f .
w( .| icetoro . Wiotj eiTsdicatur, fcientia dia non poteft,
illVitaii-i|'""-'' o I' ratticibut dirripiinit contmgit , vtiicetpro
pofici fubiefti cognitionem non quserant, ta- men non omnino ignorare ipfvim
debeant, fed aliquatenus coanofccre:vnde pro fintufn diueifnate difcitme
quoddam inter eas exo- T ttfiVtt *tt* riturj quonia.n alius finis maiorem
f.ibieai rZfr S cognitioncm pofcit.almsmmorem.acicuio- ptr fAj: i 1 , , A ■ . -
tV^ i " __ : j /. t~z _ t _ _i.i_.ij--.»-, ....._..._,* uuui.umu-
i-mioiopnum potius, quam Medicum in e flare. nam habere angulos arquales duobus
B parte appeli.mdum effe nrbittatuHdq; Gale-
reais,no!.foli3.quilacerocomperit,n_que nus ipfe ignoiaiTenon videtur, quum
hbellu qu_teiiusett^uilateri.:&exelemeiiri_ con- au_ ....an. CrrinCerirvA n
a M A»-a~*. _.__ r . r\ . . 1 . , , . m , _ , >.-,.,,,_.-.,--. .... . t. —
■_—■_- — fc I — ' - ...........v ftare non fol: iio__iini,neque quateoug homo
eli. Huiufinodi autem ells totam fete tlbm medicina; partem nemo negaic pcteft:
do- (rt enim hominem exquatuor elcmentis , & cx quaruorhu-iioribus eflnt
qubd iieogni. tioiiisgiatiu.&vifcieritiam aiiuuaoi compo
B«ent,i.adocui_{ent, maximarepreheniio- nedignifji/Fetit^totaque eorum
traftatiode iis,qu^ tx accidenti effe dicinitur,& ibphifii-
caappcliaiiJatiretiSedquoiiiafoIutn fanan- d. huminis gratia ita docuerunt,
admittenda, laudandaqjefttota corum doArina, vtad e- iu(modia;tem tradeodam
idonea,& accon». tikfipi» modata. Qtii .eroartein medicafcientia.na-
«r»..,.V./V tiraiiaudsntanteponere, ridiculifunt : qtna Wium" nihl1 rtJ C0
3 ;lltlJ uignum in humano corpo- b.«-i'J„ rc W 0prioir.genioinueniie,&
caperepoteP.il. Januhomcdics artis auxilio indieetpto u raa. eogmnont
adtpi(cenda;fed contti pe. turs «neUKos aPbiIofo f bo n: t ur_ii eaonuria
•■»it, Su-.ptocogniiioncpattiumhumiHi 1 -» 4i^_--i-^4 >. _ . W— » JLTJL
^M-V-UJjp 1- JLJ 1.1 J__" Jam humani corporis ccgnitionemhaberet: ita
Iogjcus fecundas uotiones , cjuae funt iru ftrumefltafciendi, fabricare nou
pofTtt,nifi aliquam rerum notitiam haberet . Cogno- fccnshoc Ariftotcles ,
conftituitin principi» 3 logics rudem , acleuem rerum omnium no- titiamnobis
tradere, Silogica; vniuerfefun- damentaiacercjquarfunties omnesj&rudb cai
um cognitio. Cafut V. confirmatio eorum, qu* di&n funt, ex primo capitc
libride Intcrprctattone. VA t I r> v m argumenttim ad noftram hanc fententi
- -jtiam couiprobandam fu- mitur expiimo capite libri de Interpretatio- ne,quo
;n loco & confi_iuro,& artificium Ari- ftotd.a ncmine haftetuis
declaratum eil. In. iKterpttimi* fcribi.urliberille deInterpretatione ; a te c
1 U .'. j VUIIJ v lh ■-_■-■ J -1« -.-■-"■wi--| - in .M.ilofbphia tes
potius confideran dici jnus,quamvocesierum fignificatrtces: con. tra verd in
llbro Catt ■gortarum potius voces rcrumfigniP.catriceSjquam res : naminPhi-
lofophiar.rum ipfarum cognitio qusntur; qubd fi vocibus casfignificantibus
vtimur,id facimus vtres cogno(camus:proptereaAuer_ roes in vltimo capite
Epitomes libn Catego- liarum-icebatjipradeeemgen.rafubieau.Ti eiTein fcientiis
contemplatiuis , quatenus h- gnificant conceptus rerum exiftentium extra
ainmum;res cnim in fcientib cognofct-re vo- lumus- logicusautem de rebus qiudem
aglt, fed meliiis eius l'copumamngimus : ft dica- mus ipfumde vocibusagete
figiuficamcibus rerum: quiaipfe cogmtionem reium proh- nenonhabet,fed
fecundarum nutionum ta- bricjtioncm in rebus, hoc cft ,in nominibus rerum ;
vocibus enimprtma: notionis iple a uytivjiviv."!"'»» -j-- minat.eam
quandoque debuiiret interpieta- tionem appellai crhoc tamen nufquani facit.
Omninoiguui dicere cogimur infcriptione elTe c»mrnunem^ quia wi eodem libro
& de lTmplicibus torminis, & de cnunciatione agi- tur; vtraque
enimiiouune interpretationis ibfque dubio comprthendnntur.E>: his,qu_!
dmmusjcolhgere poftumuslibrum de Ir.ter- pretatione & primum logic^hbrum
dics poP D fe,fkn6 primum : priinus enimhber eft logi.
csBbricationisiquiaAriftotelesibiprimum^H incipitfecundas notiones fiaiicare,
& impo &m nere pi imis. Sed quatenus libei Categoria £■ rumvniuerfse
logica: fund3mcnta lacit, qus 1 iacere neceft-rium erat.ipte pnmus hber e ^|P
liber autem de lnterpretatione fecundum locum ttnet: dum enim vniueifani
tractatio- ntm logicam confidcramus, primus eft li. , ber Cattgoriai um :
dumautem illos tantiimi 1 ierum ■ vocibus enim pnma: notiun« n'i* •>- u.i
v^_n.g^..-, ■ --- iiasfecundasvocesimpon!t,quodface.cin- E logicos libros
accipimus, in quibusTecun- - ■ m ; a* inrprnteratio- Aw nnriones tra_laniur,
horum prtmus ettii. tctem 84* Cdttgeri*- rnm. cipit in illo primo cap.libn de
interpietatto- ne, vbi fttmmo cum artifkio hbru ilium cum libro Categoriarum
conneait.accipiens vo. ces fignificatrices rerumiam contiderat-s iti lib.
Categotiarunij Scin eis imponeieineipi- ens fecundasnotiones a (impiicibus
cxotdi- ens,qua; runtnomina Sc verba:boc enim nu- nifefle facit, dumdedarat
voces tftererum (iiinficatnccspermedios conccptus;tIeinde ftatim dicitharum
alias efte fimplicts , vt no- mina.Si verba;altas complexas, & ex his con-
ftantes-fici^itur&memotatosltbrosoptime coiieait Ariftoteks,& fcopum
libii Catego, riatum manif .flfi reddit, qut eft agere de v >-
ribusrerumngnirkatricibus.vtvocib. fecun- Jje&otioiiis tinquaiu fundamera
fubfterne- rentur. Illud quoq;pronoftr_r fcntenti* co- probacione cyniiderandum
nobis eft,qub J fi ciefimplicibus tcrminis m lib.Categonaruin agerct Ariftot.de
fecunda vero operatione in- telkaus io lib.de Interpretatioiie,euni bbrii
daTnotioDei trattatuur, horum prtmus eft li bet de Interpretatione : q_a
ratione libedj Categoriarumnoneit logicarpars, fed fuu damentum potiiis, &
tanquam totius logia ca; pta:ludium; quod videtur fignirrcaiTe AM riftoteks
nullum ilh hbro piooemium app . - ° _ IVIlMkU _--»j ju «•■•_|i KHiH ij Hl - | v
. _ i : , ; ,.' i non librum Categoiiaiu , ied tra£tationem de nomine, &
verbo refponderc diximus, j..»ir« idqucefficaciflimisargumentis comproba-
fttnii Sjl uimus . Ali j verb ea ratione vtebantur: liber 4kii>-
Catcg-riarum de rebus eiV, crgo non eft lo- "jcus.fed metaphy.icus:
quamaduerluseos uacoSucrterepoiiumus : ars fabrilis confi- derat rerrtttn ,
qua. ert materia naturalis, er :ii- ______ _A. /•.: ■ ... i tfifirimt» Tbtltfif
l:f fctrttficit l'jr f. li&urtb*t. dOi__propt_r logicam: ideo logica cft,
non m.taphyiica. Aha quoquc obieclio nobis Oiir**, -Olueudaert. nam aliquos
audmi ita areu- mcntantes: ficocon.ilio volujfiet Ariihne- les i 0 ipfiui
logica. exotdio de fumm.s rerii genc. ibus age, e , vrrudem rcrum omniurn
cognitionem, qu__ad iogicam crat nccclTa- ria. noDis traderct.mancus.ac
diminutus ...TT* ^"*~*"»» „ W^OB» trauerct.mancus.ac diminutui B _
ars ilia docens cftpars k.crrtic natuialis, B fuiUec : quia non omncs res
am.lexus eft qua eadcm ratione omncs efrec.nces artes nam fubftantia a matcr.a
abiuncta. in Cate .r.,n> i.arr.. naruraisPhi ( il,.r. ,i_-. .,. .,_ » =
'""_t-e.nv.ate _-jU_. v _-__i-i.-r-r v_VkUI ... illL.l erunr partes
natutalisPhilotophia.: adar- gumcntum igitur negandum dl eonfeques: quem.dmodum
etiim ars fabiilis, etJima- teriam n_Turalerntrac.at, non eft fcientia na
turalii,fedarsefFe_trix:quianon feiendi.feci operandi gratia inea materia
verfatur:ita Jiber Categoriarum , quum res omncs con- fideret nonvt
fimplicitereas cognofcat , fed vt iii eis - ■'_., .._ — _nctapf.yi.cui, fcd
logicus: quianon omnis traCtat.ode rebus tft fciefitia eontemplati- ua, veleiu»
pars : ab baM i n. inftiumentum,vtdomum, vclnauim .M ift logica illud tniiabile
eitemt ob eius mwl- ktlualemnaturara,%'t docT;rinsab operauo ncnon difiungatur
:-dum enim docet luftru mcntorum generatiunem.fimul ipfa inftiu-
mentagencrauquiatamoperatio, quam do arina eft inttllertualis: quo feftutn cu,
vt m loeica;traditione Ariftotelcs partim ordme enim eft habitus inttrumetalis,
& mflrumen tiimipfum.quod lo^ica fabrica^e dicitur, Effici igitW in logica
inftrumenta dicutur:- m.iadumlogicamdifcimus.generaturma- mmouoftrohabituslogicus,quamvocoin-
ftrumctifabricationera ah emfdem doctn- oa tion feiun£tam : ideo quando hunt
habr- tumiam adcpti ad rhilofophiam acccdi- nuts.Sc in rtbus naturahbus, vct
Geometii- logkaitraditioneAriftotelcspartimordine ^^r"^,^^^*^»
«^^r^l^". inZmailo.ic,^ v(us:r US da "tneiatio inftrumcti logici.fcci
vlus: cus enimnongeneratur in nobis habituslogs- cits.fedeum habentes eo vtimur
. Hw d« communi logicic paite fufficiant. Caput folutiuumquidero
do£itinaaitislogiC5e po ftulauit : compofitiuum autem gcneratio,& fabncatio
logicorum inftrumcntotum ; id- co videraus Arift jtelcm & priotes, c
culrate. inftrumenta fabricari inlogica» quum folus Philofophus inflrumeta ipfj
fabricet,quan- doad rcrum fcientiaadipifceiidamdcmor!- ftratione'-.ac
fifllcnifmos ibtmat: logicus Yeibnonfabricat :quia nuilu fyllogifmum facit ,
fedmodum tantumnaodo fabncandi 1 1 X. de mceptate LtgicA particukrifr
Lterav«bpars,qua: particuhtis, fea- tradiL; docet igitur.non gencratj fed Philo
ponuntur; akerum eft Imhw» partis neccl- fitasireliquumvcrb eius diuifio in
partes, earumqi numeriw.ac difpofitio. Primu cjui- Duim dcmdubitare a liquis P
oflet } &fufpicarj,par . tem hanc non cfTc necevTanam,fcd potms !u
peruacaiieam.quum in fola commum partc abfoluLtota&cultas logica Vl deatur;
pott- quata 69 deNaturaLogicse, Lib. II. 70 nuamervimdcnomine,ac dcvcrbofcrmo-
A nemfecit Ariftocelcs, & ex Im cnunciatio- j, cm , ac demumex
enunciatiombu» iyllo- eifmum, omniaq; logicainftrumenta con- irituit, nulia
videtur compofitio logica cor» /icieranda relinqui, quum pr*ter illas tres
rr.emoratas quartaintelleetus opcrationon detui.&tora ratiocinandi, ac
quouis modo difcurrendi ratioin Pnorib. Analyticistra- Afciuifi* ditalic. Ad
hocnihil video ab alijs refpon- m«. deti, nifiquodperfcctaeuiufquerei cogni- B
tio tunc habecur,quando non folutn gemis, fed&lpecics omnes.qujfub eo funt,
cogno uetimus : quumigicur in prioribus Analy- ticis deiyllogifmo, ac dcomni
argumentan di ratiorieagatur , alia quidem opeiario in- tellectus praeter
argumencacione, & difcur- fum nnn relinquicur , tamcn diucrfx lyllo- gifini
ipecies relinquuncur, quibus ignora- tis plenam fyllogifmi cognicionemnon ha-
bemus: idco de his agere poft libros Prio- C res Analycicos neceifarium
fuit.vidclicet de i) Uogifmo demonftratiuo, de Diakftieo,& dt Sophiftico,
dequibus ttibus fpeciebus agh Ariftotel.in tribus fequentibus libris, ne.upe
Pofterior- Analytic,Topic.& Elench. C»fruti*. Sophifticorum . Hacc
refponlio.etfi in ea o- mnes confcntire videntur, recipienda non eft:
quodenimdicunt, perfcctam rei noti- tiarrttunchabeti.qunndo non (olum genus,
fed & fpccics eius ornnes nofeantur, verum D quidem eft, fed logicae
aptaunon poteft; & qui id faciunc, eo dicto abutiitur : quoniam "
illistantumdifciplinis conuenit, qua: nil a- liud,quamcognitioneniqua;runt,
cuiufmo di funt fola: conteplatiua: : in his cnim per- fcttam fcientiaru haberc
nonpofI"umus,nifi & genus, &fpecies cius omnes cognofca- mus: fed
in illis.quiencm cognitionem , fed operationcm pro imchabent, & cognitio-
nemnon propter ie.fed propter operario- E nem quxrunt, rano i!ia locum
nonhabct: quia eognitioin hisnon omnino exquifita requiritur.fed tanta, qunnta
ad piopofitum fincroancquendumfatisfit : idcircofi con. tiiijat vc
cognitiogcneris ad operationem fufficiai. admkta qutdem eam non ciTe per-
fccram fc:tntiam (ine cognitionc fpccieiii, attamen dicam,notitiam fpecicrum
non rc- quin.&fupcruacaneam eile, fiad operatio. tiktitttrt.
nemnoaeonferat. Refponfio-igitur.quaj cx F eognicionefumicur. recranoneft;
qiitimex. eperacione potius fumenda fit , & ex vfu i- piius fyllogifmi : dc
co namq; agitur inpri- oribus Analyticis tanquaindc inftrumcnto, quoadverum i
falfo difcemedtim vrarour: proptereaoftcndcndum eft, inftru.nentum
inudadhucnonercaptum,& idomumad Uiwcvfum.& adhunc fincm , oiii dc
fpecie- bus eius iu logica diiferatur: ilc enim liuiu»
paitislogicc.qujalioquifupcniacua, &in- utiliscUct, nccctfitas
cgregiedemonftrai c- tur . Nos itaq; vt melioi em reiponfione ad-
inucniainus.rcm hanc in artibus confidcrc- mus, quibus fimilem elle natura
logicae de- clarauimus ; ilc cnnn fenfilium rerum exem plofaciliu:. ei, qui
fola mence comprchcn- dutui,pcrcipeicpoteiimus . Arcium igitur, quc
maccrialiaopeia efficiuncvt inmumen ca nobi5 ad varios vfus inferuientia,
aliqua: funt, qu2e inftrumcntum ita rude producat, vt nifi ab aliaarcc
e^poliacur.S: aptius ad v- fuia reddatur,nondum eo vti poffimus , fed inepcum
prorfus, & jnutile lit : patct hoc in
illisartibus,quasit3lanacIaborand»vetfan- tur,vt ex ea veftes fiant,quibus
humanacor- pora openantur: quzdam cnimarslanaex- purgat,alia
net,aliatexit,&pannufacit, qui adhuc ineptus eft.nifi alijs artibus
expoiien dus,& magis elaborandustradaturitandem quuprorliis cft
expolitus.eo indui nonpof- fumus.nifi futori, qui velicm faciaccum ttt
damus:pannum itaque,qui vfum nimis am- m plum, 6c eonjmunem habcbac (ad plucima
enimveftium genera, adplurimos diuerfo- rumhominum fcoposaptus erat) futor co-
ardac, ac reftringit, & proprium huiusho- minis indumrntum facicns ita vfui
proxi- mum id inftrumcntum rcddk.Hoc enim in rebuslogicispcv quandam
fimilitudinein- ipicere poflumusjquauis enim longe diuer- (a Cu logicocum
inftrumcntorumnatuta, St conditio.vtforcairealicui videri poftit, non reftc
hsnc comparationem fieri: camentalc quidda in his euenir, qualeinarce faflisin-
lirumetis confidcrauimus: los;ica entm in- flrumentum fabncat , quo \ccumafallo
di- fcecnamus , quod quidcm inftrcimcncumeft fyllogifmus
^etcnimnominefyllogifmialia omniainftrumenta logica comprehcndun- tur) hic
quatcnus in pnoribus Analyticis fa bticatur.eftadhuc rudis, 5: abvfu remotus:
quare oportuit ipfum in alijs fcquentjbus libris magis elaborari,& vftii
idoneum, at- queaptum reddi : nunquam enim fyllogi- fmo tali vcimur , qualcm in
prioribus Ana- lyticis difcimus,& fabricamus, nempe (icn- plici illa , ac
nuda forma fine vllamaceria: fcd femperinaliqua maceria iyllogifmu for
mamus,& propter aliquefinero : qutiigictir diucifi fint fcopi.ac fines
ratiocinantium,& pro finiu diucriitatematerias quoq; diuer- fas accipere
oporteat ; ideo docenduomni- no erat,qu| matei ia ad hunc fcopuattingen dum
requiratur,& qua: ad illum : vt pro oe- cafionc, &
opportunitatediuerfas fyllogif- morumfpccies fabricare fcirtmus; aliame-
aimmatcriamfumefcdifputanti conuenit» c i Iacobi Zabarelk Patauini ntrjk ds «k-
mero {ibnru 71 aliam demonftrsnti: quetnadtnodiim ettam A in aitt futoria aliud
panni gcnus pio tcgis vcfte.aliud proruftico fumcndum eft : & a- luid
procrunbus, aliud piovenne, ac pc- tlorcoperieudis : hasq; omnes differentia»
bonum futoicm noife opoitet,vt fingulit Tcopis fciat propnas, &
conuenientes mate- rias accommodare Ratione ttaque a fine,& abvfu defumpta
ncceliariae fueium ad lo- gicam perficiendam aitcs logica: particu- lares :
quia in fok communi pnrte tudc no B bis traditur inftrumentum , 5c nim;s ab vfu
rcmotum„proinde nos parum iuuans ad re. rum cognitionem conkquendarri, Caput
II. dePartibusLogic& partkuUris. SEd hacc omnia naanifeftiora reddcntur, fi
harum pattium numcium dcclarauc- limus: dehoc nonvidentui interpr.etes A- C
riftorelis confentire. nam pktiimi dicerefo lenteas cfietres; aitem
dcmoriftrandi , qua: .jnpofterioribus Analytkis traditur ; Djak
'aicam^uffiinTopicis^&Sophifticam.qua: iniibro Eienchorum fophifticorum .
Sim- plicius autemin praefanonc libri Catego- liarumRiictovicam adijcicns
quatuor ipfas facit.SedAmmoniuseodeminlficoPoctica quoque ijs annumerare
vidctur, cui videtur aflentire Auerr. qui fokt qutnque artes lo. D
gieas.nominare, prsfertim infinefui proa; mijin primum bbrum Pofteiior.
Analytic. rbi apertcJcRhctoricani.ck Poeticam cxpti mit, & harum mter fc
comparationcmfaci- ens, dicit artem demonftrandi ad alias qua- tuor eam habete
rationem, quam dominus habetad kruos,& finisad ea, ctuae funtante fine.
Nobis hatin re difficiiis>& ardua con- templatio proponitur, prasicrtim derdua-
bus poftremis,. Rhetorica, atquc Poerica:; E qubdenimtresillae, qusein
Organoconti nentur,fint pai tes logkse, facile erit demon ftrare.quumid nemo
vnqtiam negaucrit:de Bhetorica verb difficjlius,.quandoqtsidcm illud
compluribus incognicum fuit : fed dc Poetica diffictllimum, quum ars illavix
ad: logicareducipoflevideatur: qua de reuos illa diecmus , quac in
mentemvenitcpotuc- runt.qtutm nihil abaiijs diciurmaut fctiptu inuenetiraus .
Hunc autem ordinem ferua- bimus, prius quide de tribus illis partibtts loqucmur
, in quibus manifeftior res eft , & cflenderaus , quomodo fint partes
logics, & quemodo fub libris pcioribus Analyticis veluti fpedes fub
genere,fcu filiae fub com- muni matre contineatur : quomodo Philo- fophise
infttumeta fint;& quomodo demon fttandiari aliaitt ei©mina,ac finis fit,
& quae. 72 fingulatum fcdes efle debeat : dcindc vcrb- hac omnia in duabus
ieliquis,Rheiorica,& Poetica, inqnibus maioi difficultas mift,
coufidcrabimus. Cafut X. de Aitisr>emonjlr(it'tH&,& D:xUctic4,&
Sopbtftu* ytUiuttc^ IAm in prxcedentiSus dedaratum cft,t- niuerfani Philo bphia
tam acliua , quasv contcmplatiiiam in co^nuione vetiaircutn eotamendifciimine,
qubd contcmplatiua foiam cognitioneroquaEiit.camquc fibi fi-. ncm propenit :
aftiua vetb cogn^tinncm non propter le, fed propter actionem : quia
ipfiusfinisnoneftfcire.fcdagerc. Nos au- tem rerum cognitione indagantes non
pof- fumusftatim pcrfeiftam fcientiam adipifci, fed poftquam multum opeias, ac
muhum temporis in fpcculatione confumpfcrtmuE: quando etaim nati fumus , anima
noftra cft veluti tabella, in qua mhileft defcriptum, vt in tcrtio hbroDc
Ammadocuit Anftote- ks: omniuna itaq; teium ignari, oinmsque cognitionis
expcrtes nafcimui, quo fit, vt a fumma ignoiantia ad fumma fcientiam , & ab
extrcmo(vtdicitur) adextremum tranfi- refinemedijs nequeamus:quarc rude ptius,
& craffam notitiam accipiamus necelVeeft, quiim perfcclam ici fcientiam
colequamui: talemmethoduminlibtis fuis Aiiflotelcm feiuafie compcrtmus, vt nos
ad rerum fcien tiam duceret : quamuis enim dcmonftratio perfectam rei fcicntiam
pariat.tamcn Anfto telcsno ftatimad tei.qua: quxiitur, demon ftrationcm
accedit; hocenim argumctatio- nis genus quum intima rei penetrct, ctiffui-
leintelleaueft; & magisobkurum.arq; ie- conditum, quam vt animus noftcr illud
ita tim iecipereA compiehendete queat : pri- mo lgitui ioco Ariftoteles aiiorum
fenten- tias inmcdutmadduceie, &expendcte fo- litus cfti poftea leuioribus,
& facilioribui araumentisveritatem declararceiuf que o- pinionem aiiquam in
animis nofttis impn- mete: demu demonftratione vti , per qttarn ccita fcientia
potiamur. Vndc colligimus, trcs efTe diuerfos fyllogifmi vfus, promde trcs
oriti artcslogicas part,iculares,qus his tribus vfibus accommodare fyllogifmu
do- centsprimaeft Sophiitica.fecunda Diakfti- ca.teitiaDemonfttatiua; dum enim
ahoiu fentcntias perpendimus , neccflaria cft no- bis cognitio artis
Sophiftica:, per quam ea. ptiofa^c failacia aliorum argumenta depte hcndamus.ac
foluamus; quemadmodum e- nim, fialicui iterfacienti impedimcnta aii-
quaobijcercntur, quse pergereprohiberet, is pro> ] 1 dt/non timc 73 j s
progrcdinon pofler,nifi priiis illa ifnped, ment.iTiniOuerentui ; ita in ipfa
cognitionis via non pofuiraus ad vcritatis inueftigatio- nemprocedcre, nifi
priiisalioru cauillatio- fies, qi:.cnosinerroiem duccre:, foluanuis, ac
rctellainus : aliquam igitur elfe opcutuit Jogicam aitem, qua: doccret , qnot
niodis poifitaUquis fyllogifrao 3d dccipiendu vti, nou qaidcm vt emimodi
fallacijs vtamur, fed vt vtetibus alijs eas lbiuere, & nos ipfos "piXlM
D>* tu "' ' d,,i,nis : ■ Sc£ ]uitur fecuado locovfus U$.(*. * rI ' s
DJaleclicaB, qua; probabilibus arsju- jncntisquodiibet problema confirmare*clo
cct: liuiulinodi enira rstiones faciles,acpo- pulares funt,& opinionem
quandam iuani- ' >fr. mo gignunt rei poftea demonftranda:, no- ftrurnq.
animum prazparam ad vim dcmon- ftiJiior.is, quaefirmam rei fcicntiam patiat,
pcicipiendam. Jdco poftrcmus oroniura eft vfuidemosftrarionis.qua;, quumcaufas
rei fciutetur,difScjlior intellectu eft; Je hac lo- quitur Ariftotetes in
pofteriorib.Analycvbi doccLquomodofyllogifmortenduni fit ad fcientia rerum
ailequenjjm . Contingit au- tem quandoq; yel propternoftram imbecil lkate,qui
caulaspenctrarcnequeamus, vel proptcr fubiecta; materia: conditione, qiue
demonftrationis capax non cft.vt demon- ftrar.ionc vrt no polTtmus; ideo tunc
rationi- biisprobabiiib.vtimur.quaedcmonftratio-
nisvicesgerunt.quumnullaemcaciorrario tatrui qucat, itaq» dnplex eft
Diakaka-fa- cultatu vtilitasiaut cnim dcmonfttationis locum tenet, aut animu
praiparat ad fcquen .tcmdemonftrationempercipicndam. Alias quoq; ciufdem
vtilitates cbmemorat Arifto te.es is cap.2. lib.i. Topic. fcd nos eius tan-
tum..quepra:cjpu.-,eft l mentior!cni fecinms, qua tacultasiila ad fcientias.Sc
ad co*nitio. ne:n adipifcendam confert . H;tc igt&r ftft ratio,
curAriftoteles r oft logica: Mrtevni- uerlalemtreshaspaickuiarislo gkaJ naires
r^^^^e^.^l-cetvtnosdoce/cttres illosdiuerfos fyJfegifmivfaii, quiadreruni
cognitioncm confcqucndam pertinent. de Natura Logicae, Lib. II. 74 Caput XI,
detriummemoratarum artmm differentia. HAE trcsdifciplina: qubd p.mes lo»i
«emt,manifeft U m dkt&kuU nam- q«ab aite communi fum.t comrmtne ,1- ^d
genus, communem illarri fyllogifmi for mam,3c docet.cui mareriarappHcalnda fir
vt Siimusadlcicnnamparien^ , > i\, _ "enditmatetiam necelTarj nir
CUe,ncmpeseceiiana^ p , A decl3rat Anftoteles in lib.r. poftcrior. Ana- lycic.
Dialeciicus verb fyllogifmu ad alium htkm diriges^ i adTdifputandurarVel ad o-
piuionem quandam inanimo geBciandam, inateria^prob.ibili forma fyllogifrai
aptar, nonpcnirusvera; J acneceilaiij;,lbdpartici- pi vcri.&falfi: talis
enim matcria taji fcopo conucnicn.scV accomo J.rta eft. Dcmura So- Dhifta
fyllogifino «ivoicusa-J decipiciidii, iumitmatciijfalfjm. Prcptciea omnes, cui
£ /■ - B harumtrmm artium differetiam declarare uLrVb V- volunt, cam ex
folamatcria d.fumere foliti v cx dijiin- funt, diccntcs dcmonllratorcmvfi
roatcriii»'" 1 ^- fummcvcra.dcceptorcomninoralfa.Diale- fticuraverb medium
materia contingentc, qua: particeps eftveii,& falfi.Sed ineo decc DitftnntU
pti lunt.qubd iecandariamdiffcrcatiaad- ducentes primariampra:termifcrunt,qua;
a fl*- fine.noHaliunJe, peiendaeft. dcmonftrator me,,d ' teii - enim a
Dialeitico, cca cauillatore diftin- C guitunquia fcientiam qujerit.qua:
neutrius illorumfinisefti ita cauillatorab alijs duo- • busdillidct:quia
dccipeic vult;fic etia Dia- le£ticus,quia vuk difputarc, &vtramqi par-
.temtucripoflevel proptervictoria.velpro- pier opimonem quandam in animoproba-
bihbus argumetis generan Jam. Hoc difcri- niinelisetresarces perpetub
difcrcpant, fed non perpetub in materia, nihil cmm prohi- bct,quominus. Dialecticus inmateria necef- D
Taria argumetetur cam ftimens vtprobabi- lem. Cauillatorverononfemperinmateria
peccat.fed quandoq; ctiam informa, & pro fyllogifmo paralogifmum tacit
verisvtens prop ofit ion i b us, n on fal fis. Hoc i d em in ar- Artu difti*
tib i us omnibus eucnit.quibus fimilem in eo z'"""' ,r P r
"'" ex didifciplinadifcrimen prrcipuum ex fine ""• fumjtur.quod
in fcientijs cotemplatiuis fti- E miiurafubieclojviflcmus enimplurcsartes-
eandem materiam habere, tamen ad diuer- fos fines dirigj; quia tota talium
difciplina- rumnaturain ipfo fine conftitutaeft, non itt
raatcria,nifiljfcrri,negamus camen in a'rtis logi- Cv tiaditione,cV doclnna
libros Topicos po ftcrioribus Analyticis cffe antcponcndos. Caput XIII. de
Rbetonc>:,6' ffff- ■tica,quodpbilofopl}'u contem- flatim ihjlrmtient»
nonfint. DKarte quidcm Dcmonftiatiua, deDia 1 Pittictt funt tnltf. leelica.ac
dc Sophiftica facis ca fint, qua: haclenus didia funt; nunc ad duas rch- quas,
Rhetorica, atq; Poeticamtranfeamus, qux maiorem nobis difficultatem, aclabo-
rein pisbitura: func; quomodo enim partes Iogica:,& philofophix inftrumenta
iint.nc- C mo hadlenus declarauit.Quum itaque onus hocnobis integtii relielum
fit, nitcmur hu- iufce reivcritatemratiqoe.duce perueftiga- re. Has duas
facukates certuni cft in fecun. R.hiittinQ. dis notionifaus verfari.vc cuilibet
eas legen- ti manifcftum cffe poteft : vnde colligimus, easeife
in(liumentalcs:a!ias enim demon- fttauimus.fccundas notiones per fe cOEnitu
dignas non efte.led foluin vc infti umcnta ad aliquidaliud conferctiajliuc
tamcad oftcn- dendumeaslsgicaseirc nonfufricit, quum etiam Grammanea in
fecundis notionifaas vcrfetur.S: fit inftrumentalis quedam facul-
tas^&adphilofophiaiTivcihs, nec tamen lo- gicaeparsfit:quia non docct
rariociaandi, & avgumcnondi rationcm, fed folam tocu- tioms deccntiaik
ornatu: vnde fermocina- lisfacuhasvocarifalct. At iogica, 5; qua:li- bet e:us
pars e!t difeiplina ratiohalis, no fer mocmalis^ piopferea declarandu nobiseft,
quoinodo Rhetoiica &Poctica lint rationa- lc5,& in vfu argume ntationis
vcrfencur; hoc enim omnino olfcnjcnduin cft, ii pancslo-
gic^eefl"edebeat;tiam ii cffent (crmocinaLs, Vt alij putant , nulla
ratione noininc los;ic;e participaret . Sed vt iu re aidua ordinatc^p-
grcdiamur.fV a notioiibus ac faciliorife.ot- diamur, hunc ordineferuabimus .
primtim declavabimus.ad quid duxha: tacultares v- tiles fint.c\ anvniuci
ia;PhilofopIii;-c,,in ali- cuius tantiim paitis inftiumenta lint appel- landae;
deinde quomodo fub logicat anqua partes reducantur coniiderabimu^; fV quo- modo
hae quoqueferua:, ac miniftra: dican- turartis demonftratiua:,vt Auerroesait:
dc- mum ratione afferemus, cur lix dui non m to volumine locetur.qiiod Oiganu
dicitur, fedabalijslogicac partib.difiunae alibi rc- ponantur, & quifnani
Cit idoneus carij ioctw « 4 79 lacobi ZabarellasSatauini so jrj*.f»_»
inueftigabimns. Inpnrais illnd ■ ■« oue compcrtum efle deb et.cas i awcrfo
ph. ' phi_e parte melius, ac faci- liiis inteiiigendam.fatisigitur
demonftratii eft,Rheroricam & Poeticam moralis difci- plms ipftrumema no
cik: quia neq; ad eius cognitionem conferunt.neq; ad actionem. dum : dicit ibj
, prxcer cognitionem mora- lis difciplin.x, qua! vniucrfalium eft, alte- ram
rcquiri cogmtionem paiticularem ex. tra libios moraks.fi bona actio fequi debe-
at: in libris cnim moralibus, ficuti in quali- bet difciplina docente, no alia
prcecepta tra duntur, quam vniucrfalia, & conclufiones yniueriaks pcv
fyilogifijios vniuerfaks col- ligunctinfed niii pofcbillara vniuerfalcm co-
gnitioncm, quam in libris de Moribus ac- B cepimus, alteram particulaiem per
fyllo- gifmum particulaiem habeainus, nondum benc agimus : opoitct cnim vt
conclufio v- Biuerfalisin libris deMoribus colkcla, fiat pofteamaior piopolitio
lyliogifini paiticu Jaris, cui minorem particularem adijcien- doftatim
particularcm conclufionem col- ligimui, cuius cognitionem ftatim affioie-
quitur : vt ii in libris deMoribus didicimus -1- — -.._-__ _ , _. ,^,,_j _,_.
lumjiuiuimii jiil ci n genna,quos vci rttllto- intemperanter agere malurncUe,
& cibus C teks , vel alms aliquis fcripferit; ad quam fuauis nobis
comcdcndus offiT^r itr. nnnt. ^ri;nif:-sr. j^™ r. i _.._:.__ _-_ . Capfft X V.
qui>dRbetorica&Poe- tica folius ciujlts difciplhu in- firumcnta
fira,& quo- modo, RElinquitur fola ciuilis pars,fiiius opor tct inftrumenta
elTe has duas faculta- tcs, ii philofophiac inftrumenta appcll.ui debcant;
hocigiturquomodofeliabc.it dc- clarcmus. Inciuili fhculrate, ficitti etiam in
morali , duo coniiderari poftiint, cogni- tio Sc aftio : cognitio confiftit in
politico- rumlibrorum intelligcntia.quosvcl Atifto f-^l^L- nal -I: . 1 : -_ r .
- ialeiticam & Rhetoricam : ergo docet ra- tioncm perfuadendi tam bonum,quam
ma- Gor^iadicit, Rhetorica: aitis vfum in ciui tate non efic alia rationcadni
ittcndii, quam vtanimos ciuium bonos, ac iuftos reddati dcindc in finc
eiufdemlibri inquit , qui ali- tctvtitur arte Rhctorica, quara vt animos
ciuiummeliores faciat, is non veraRhcto- rica vtttur , fcd adularoi ia quadarn
arte. I demdcPoeticadicendueft.eius enim fco- pus ruturalisefl vtilitas , &
monim coitc- £tio, Bcaflectioiium purgacio: icd adiecta cftctiam delectatio, vt
hoimncs ad hancv- tilitatern pcrcipicndam alliccrentur : idco rectc poeta
dixit. [£f prodtjft W««t , & dele- S„rc |Mt_rj quod ita intelligcndum eft,
Vt prccipuc fpecUtur vtiiitas, delcctatio fecun darib,3c proptcr vtilitatem,
non propter fe» Q_upniamautein in poematibus dcleitatid cumvtiHtate
eftcommifcenda, hinc tactum eft.vt mulnartcPoeticaabtitcntes, poema. cm lum
:itan; fi ciuilishomo bcJniratcm , 11011 D ta companerenc , qua: dcleu.it lonem
aisiqs ' . . . . ,1 1 ! „.v i.Iii vil. prauitatem ciuium quajrit , Rhctonca
eitts inftiumentu dici non ^otcft, quum vcramqi perfuader.e apca fir. fimilner
neq; arsPoeci- cajnullus enimalius clTevidctur poematum fcopus.quam
dele£tatio,qu»raab onmibus proptct valuptatcm lcgantur, & audiantui: iaab
ali.jua citcumfcrutur pocrnata ita ob- fccetia, \t mores maxime depiau.ire
queant, tantum abeftvt dcpiauatos corvigant : pro- pterea Plato in librisdc
Republ. Puttasvt moium
cotruptbtcs,* ciuitate rcpellit, St a- ccrnnie in cos inuehitui. Refponfioad
lucc cx iplis Platonc & Anftorelc lumirur : nam Ariitoteles in
pviucipiolibr.i. Rhctoncorii, dicit Rhetoiica aptam quidem etre pctfua- Fiiii*
Rheie- dcretam bonum, qtiam malum ; pvoprium ncxeiih»- tamcn _ & germanuiu
cius finein elfe iufta KHjerfrA- p {( f ul( i erCiaoH jniufta; ea narnquc eft
Rhe- toricx artis narura.vt, (imulatque conftitu- ta eft.cavti poffiraus &
ad bonum,& ad ma- lum; htec enira eft conditio abca infcpara-) bilis,
quarnuis inuenta fit proptet bonum, nonpiopter malumjquod idem jnquit A-
riftotelcs in alijs multis boniseuenire; v t in corporis robore,infamtate,&
in diuic ijs: bo na enim funt,& bonum finem refpiciunt, ea tamen eft
ipforumnatura.vc inmalum quo- que vfum vcrti poffin; j fai} eiuns vti poffu-
vllavtiiitatc prjsbetent; hi namq; adulteii- »i poeta;prastermirfo pncipuo
huius - rtl *^ fcopo fecundanum folum icfpkiunt, qud per fe, &fine altero
qujei endus non eflet. Hkc fu« Platonis
opinio, qui in libris dc P Rcpubl. Poetas v^aaorum corruptorcs a ci- uitatc
reijcicndos eftcvoluiti contirivcib la I Sympofio eos laudibus ad cxlum fert,
& I prudentia:, acvirtutum genitoves appcllat: - ! C quum igitur diccndum
non Citjtantum phi- Jofoph-i ilbiaduerfari, fateii opoitet eurti 1 deveris
poetis Joqui, dumeosvocat vittu- tutn genitores: bi namq; vtilitatem fpe£U- '
torumquaerenreSjCQrumanimos bonis mo.' iibus,Scvirtutibus imbuunti vbiverb in
eo«/ inuehitur, Scaciuitate pellit, dcfa!fis poe-' tisloquitur,qui aitc Poetica
abututm,di!irri( folam deleaationcfine vlla vtilitate relpi-
ctuat.moresqucauditorumcorrumputvt. 1-j F demfignificauit Arifiotel. inlibcllo
deartc 1'oetica in definitioneTragu-dic.duni dixit {Tretgccdia efl imiutio
nElionw iliujiris pcr mijt- rkordum , Cr memm hutufinodi pcrtttrb.itionci
^jjc^ani] exp nmit enim fineui,& fcopuTtaij gcedix ijs vetbis [ hnlufmodi
persnrli^iionct p »r^»«j]quemadmodum autem Tiagccdie^ ita Scalioium poemacum
lcopus clt afrc- ftionci aojiDipurgatc, _*_aor,s .oirigetc. Aa de N atura
jLomcae, Ad hur>c igiMir finem quum & arsPoetica, A &jrsRhetorica
dirigantur, retfe diclu eft, eas clfe infhumenca,quibus homo cimlis v- dtui ad
ciues bonos cfliciendos. £ lh>. rr. 8ff C,f/>«f XVI quhd Rbetorica &
Poe- tka fint partes Logiaz. RHetoric.m & Poeticam effc inftrumen-
taplli[ofophia:,S. cuiufnampartis in ' - r- • — ■ _.u._, uuui tertum queiiaam
lyllotJilmi v- ft.umentalintofteiidimus:a.noi.dum ma- B fum ; fumit cnim cx
Prioribus Analvticis fiifcftumeft.eas ellc Dartes loo-ica: : nam f7 fi.)U,T,T m
..™ _.. ^ 1- _. . I* - — ■ - ■ • - . -..... • " " (. nifcftum eft,
eas ellc partes logica: : nam fi dtfcipiinain aliqtiam elfe inftrumcntaltm
confter, non continuo feqtfitur camloiri- camcftc. Hocigitur, quoda ncmincadhuc
bcne intellc&um fuir, effa nobis cutn dili- gcntia declarandum . Iam abunde
docui- inus.quid fitlogica, &.-quaefit ipfiusnatu. ra:docet anim
rariocinari, &difcurrcrea tHUi noto ad ignotum : ideo
di£raeft^j>-wi*,tan Caput XVII. quomodoRbetoric&fit- pars Logic&,
& in quo differat a Dialeclica. RHetorica: fa.ultatis natura in eo eft
conftituta, vt doccat iu omni re pro- poiita omnia argumenta ad perftiadendum
idonea excogitarc, & inuenire: ergo fi Dia- leftica uoalia
rationeeftparslogicse, quam quia docet certum quei.dam fylloc. jfrni v-
fyllogtfmum , eumquc applicat ad difpu- tandum inomni materia : lic& ats
demon- ftrandi, quia docer alium quendam fyllogi- fmi vfum:docet enim, quomodo
inmatcria nccelfaria fcicntiam pan.it; eademprorfus ratione etiam Rhctortca
eftaliapars logice: quia docet alium qucnda fyllogilmi vliim, nempe quomodo per
Ij-Ilogifaium materia; ciuili applicatum perfuadeamus alijs quic- »T" . =
. " ,. " — ,-.,-»._- ^ju,,, dppucatum periuaaeamus ali/s qmc 4*»n»:
quam 3 ranone, &difcurfti, nontanquam C quid volttcrimu.. Suntieitur ha.
omnesve «BJtiM- aboratione:&:]IIi redlcfaciunt.oui pam Ha- li.ti f...
„-_... s. ,:..rj ?_.. - Mtnt. aboratione:*: illi recie faciunt,qui eam Ra-
tionalc;_ivoC3nt,& diftinguunt a fermoci- nafibus difciplinis.cuiufmodi eft
Gramina- rica: in erroretamenfunt, dumRhetoricam & Focticam intcr
fermocinales collocant, qunm fint potius rstionaks, & partes logi- tx; quod
quidem de ipfa Rhetoi ica ita per- _picuurnell,vtmiranJumpiofe_t6 fit, quo-
modo viiiin hac facultate verl.1ti.I1mi hac lutiforores, & eiufdcm matris
filia:, cicqua fumunt finguL-e communem illam ar«ru- mentationis formam ,
eamque adftatutum cuique fTnem dirigcndo, & conuenientima tcriiaptadoitaatsjumrntationibusvti
do- ccnt . Quifque igitur fan_e menttsrem hanc diligenter confiderans,
nonnegabit Rheto- ficampartemlogica: eue:namqui hoc in- ncietur, dcbct eadem
ratione inficiari ar- i rr , ^ ■ . —""'"»- "«"«!■
aeoet caaem ratione inhcian ar- n relapfi fint De Poetica yero ita obfcu- D tem
demonftrand^Dialefticam, & fophi . lumeft, 5.cxplicatti difticile , vt
equidem c\cufandosomneseiVe cenfeam, quodhoc cognofcere non pottterunt. Qtiiun
igitur demonftrandtima nobis fit, has duas facul- tatese-Tetationales.in
memoriam rcuocan- dum cft id, quod paulo antc docuimus, to- tamlogicamin duas
prmcipcs partes fcca- riivnam communcm, & vniuerfafem, al- teram
veroparticulaiem, quarum vrraquc vooirur logica : quia norlnam ratiocinan-
«ji.acdifcutrenditradit; pars enim vniuer- fahs docet ipfam ratiocination.s
formam; particularis veredocet diuerfos eius vftis, Vt ad alium & alium
fcopum difcuifti vti vo- Ientes rci.imus cui materi^, id eft, quibus
propofitiohibusca fbrma applicanda flt, i- Plasq;propoutioncs,qu.3ndo opus
fticrrt '"^"'^''^^^P^mptu habcamus. In ES«f '"^'"P-^i^lan
locanda:.funt Rheto *"J l -'J{- ricaStPo.-tica d . ( h,„ , " j r mo
»°' «."««.uidcm inorationibusadmit. uer.al, formam argumemationis
fu.ncntcs doccntcettun_quendam e.usvfum perap. P icar.or,^ a ccrtnm matemra: f
J_ & Sor "i rc proDOIita rationcs excogitare: locis quoq; atgumcntorum
ijfdem vtuntur; idcir co RhetoticaluperuacaneaeirevidetLir.qufi DialctTica
eandem operam praeitct : poteft cniinoraioraigutnentis DialccTicis peifua-
dercquicquid vuitjqubd fi ha:c vocatur ars oraroria, innomiuibus lolummodo
dilcn- mcn eftitaquenon crit Rhctorica alialogi- cx pars practerillas tres iam
declaratas.qmT 8« A RhetoricaacTionem; DialedTieus enim argu mentaturvtille,
quiaudit, ahquid cogno- kat.&credat.nonvtagat; oratorverbvc au- ▼itoie?
aliquid agant : nam DialetTicus fyl- logifmus inftiumeritum cogmtionis cit ,o-
, ratoriusverb atlionis.quo rit,vt orator ptc- ter af gumcnta ornatum quoquc
locutionis adhibeat, quod DiaictTiCus nonfacit : nou vultenim DiaiecTicus
aduerfarium oratio- ne ad agendum compellere,fed \ claliquam B rei opinioncm
raanimum eius inprimercar gumentando, velipfumvincere,vcnegueat^
refpondeTe.quod fimplici fyllogifmo facitjj Sedquadovoiumusalicui perTuadere
vca--' liquid agat.maiore eflicacitatem argumea- tationi addereoportet,idcircc
ornatiore o-jj rationevtimur, vtauduores libctius audiat»"|j &
eaaudiendi deletTanone faciluis pfuafio-a nem recipiant : ob candem caufam
animad-J ucrtit orator.vt omnia miflafaciat, qu* au- jftiormn o-
reiufaaDialetTicancn diitinauatur. Com- C ditoribustzrito, acfaftidio eiTe
poflint ; id- Csafl , i t u r. Ha:c fu nt, qu 3; d c Gm i 1 it ud ine , a c d i
ffi- niilitudinc harura duarum aitium ab alijs ditTa inucnio: nerao tamcn
iiarum art:u:ii r)aturara,ac difTcrctiam cognouit; qitaedam enitn (ecundaria in
mediura aftcrunt,& pn- matiam difTcrtntiara praetermittunt, qaa: non
aliunde.qtiameA fineftimendaeft, eam poftea reliquae omncs confequiintur. £*o
i- gitur difcrimcn in hoc. puto efie conttitu- cuin.qaodDialccTiiacognkioiKinicfpicit,
frin. notafitiudicibus,& concefia etiam ab ad uerfario : nam fi
aduerfariusfaflum homi cidium negct, maioxcm adtnittit, in qur, nt^ cft pofita
vlla altcrcatio : fed negat mir.ore ideo foiaminor ab oiatore pronuntiatur, S
coiroboiatur; qubdfifactu confiieatur ad- uerfarius, iufte camen facfum
dicat;minoiput XIIX. Confirmatio corum, qtu dtfufunt,per e,t,qu.: dsatntur ai
Anflot. in prtmo Uko Kbe- tpricorum. HAec omnia.que de Rbctorica diximus,
comprobati poflunttcftimonio.&au- thontatc Ariftotelis in piimo Hbro Rhe-
toricorum, vbi & fimiljtudincm, & diifi-
rnilitudinemnotatintcrRlirroiJcam.&Dia ,„ i.i
•«iiiiuaincmnotatintcrRhetoiicam &Di, rerummukam babeat expcnentiam: mhac B
leaicam rationemater.a:, di m d c t man i-nim maFCna ijOtliliminn vprfirur -
ni..-. „ „- , "-juumuiui enim materia potiiTimum verfatur ; quia o- mnes
caufarum ftatus in hac materia confi- ftuntjin hac conclufiones omnes ad demon
fttandum proponuntur.qusrc ex eadera ma teria propofitioncs quoque, &
argumcnta. fumunrur. Hac igitur ditferentia coniiitu. ta inrereas duas
faculcates , qubd vna co- enitionem refpicit.altera adlioncm, manife ftumcft,
ex ea vna tanqua ex fonce reliquas omncs deriuari; ea vero prasrcrmiiTa.vt
pra:- tcrmitrere aiij vidcotur, difcrimen harurn facultatum nendum cognofci:
nam fi quis oinato fetmone, & amplificationibus vtens aliquodn.uurale
theorema eomunibusar gurnentts dcmonftraret , non propterea di- ccretur
orator.fed potius Dialecricus : qtiia nullam actione refpiceret ; fcopus enim
non eiTctnitli.quiaudiunt.agaritaliquid.fedvc intejligant , & cognofcanr;
amplificationi barig&ur-A 6mamenti s e ocutioni" i no D ZT A ™^ ioe
^*f(* gica,&ciuili facultate : nam ex logica for. ci « ,l ">>* r
iuentcamaDiakftKafeparatc^feddelfci- Iacobi Zabarclk Patauini 92
tionemtommuMmtradidcrir. ^f": A «^^^^^^f^JSSSt ^plncmus ! etfi tatio
oratoita, ieucx nne, quanao anjs pcr- IIUHLJM fcUUlll,u>*^.« 1 l*,pKg**th.
tcatiaoulio patto admittcrc debemus : ctli enim Aiifloteles antea de earum
fimilitudt- •_iepiuradixerat,tamen eas fcmper vt i_uas
Domiaauerat.nonvtvnam.&eandemfaeul-- tatem; &mox folius Rhetoncae
definitione tradendam proponit, nulli faQaDialccticK mentione- quocirca ea
definirio Diaiefli- cara compkcli non deba. Prstcrca licct AriftotelcsiB#tseccdea«
parte de foia ca 7- i /* L l" >_ „ ,- tatio orasona, fedcxfine,
quandoalijs per- fuadejcvolumusvt aliquid agantincq. dicc rcturDialettkus
deomni pcnitus re piopo fita.Se sn omnibus d.fciplinis poflc dilputa- re : nifi
etiam in matenaciuili daretur Dia- lectic a difputatio . lllud verb in illa _i-
bti inrtld , quando dixitRhetoricamPiaie- „-„ duimr akx efle.qu* verba
ptoculdubto 0 r6ipfG' ad fimiiitudmem Ibiam dedarandamab A- DufrBu*. r iftocelc
prolata fuere. omnia enim,.]ua. po fteadicuntut, ad folam fimilitudinem per-
tincnr r&ipfemet Ariftotelcs mox feiplum deelarat, dum dicit Rhetoricam
evTe fimili- tudinem Diakakx, & fubdit ^yt pri*s di- £l H mefi~}
fignificans initium libri, vbi cam (tinsfttpo appeliauerat : attsmen hsc vox
fi- mul etiadiffimilitudinem notat: quicquid quarenullam aliam fimilitudincm
vuit ibi fignifieareAriftoteks, qtiam prnportiona- lervn hxcautcm cum
diftimilirudine & di- ucrikatc fcmpcr contun-ta cft. Aiiftotele. autem
ipfam difcrepantiam non declarar. quia de fola fimilitudiccloquitur.Vt natu-
i-am Rhetorica. declarct : atqui certum eft ea,qu eft Anftotvlis compatatio,
qui illo inodo inteHefta incongruaefiet: virgultum euiin ex arbore ma^na non
nafcitut, fed ex eadem radicc & arbor magna, & virs*ultum logicae
reccnfens nuliam Poeticcc mentio- aem lacit. Ec Ammonius codem in loco, li- cet
Pocuca intei iogicas artes nominet, du- bie tamen, & ex aliorum potius ,
quam ex BfOpria fcntentta loqmtur : nam eius verba hascfutM [&
,ttttliqHfcsl»ni, manalVeieadem igitur.qiiam diximus,ratio- nevcramque logicam
efTe oportet , qubd qucmadmodumoratotcs, ita& interlocu- tores cnthymemata,
& argumcntationes fa- ciant. Hoc tamen minime verum eft, licetve
Ctxfiitttfc rifimileefTevideaturi non enim ex vfu lyllo- gifmi ars
logieanominatur, fcd ex rcgula- rumtraditioncadvfum fyllogifmi, & argu- 3
meniationis pcrtinentium; omnes qui dcm fcientta:, Starrcs argumentationibus
vtnn- tur.nec proptereafunt parteslogjcs, fed-H- I*fo] um,qu7 de conftruclione
, ac de vfu i- pfius fyllogifmi rcgnlas, & przcepta tra- dunt :atverb \t
ars tlhetorica artiPoerica, itaorstio poemati propoitione refpondet; oratio
qujdem non- cftari logica, fed vfus pottusattis logicae: illa namque eft ars
io- gica.quaj deoratione componenda regulas ■ docet : igitur nequepoema cft
parslogica:, quum fit vfusartispotius.quara arsj fed ilia, qHxde fcribcndo
pocmatc prcteptatradit, & ars Poctica dieitur,reftius, & conuenictv-
tiiis pars iogicaeaitis nuncupari poteft . Dc hac itaquc dimcultas integta
manet, quo- modo Ingica dici poflit : namRhctorica id- «o logiea eft, quia
dcvfu enthymematis, Se cxempli in orationibtts tegulastradit : fed Po«ica nihil
docct, quod ad conftruftione, vel ad vfum logieorum inftrumentoru per- t»eat,
quumeiusnaturano in argumenta. t ione, fed in imitationc confifiere videatur;
qtiamuis tgitur in poematibus argumenta- tiones fiant, ipfatamen ars
pocticanulla re- gulamdcargumentationibustradit.fed fo- liim dediuerlbrum
hominu moribus, & af- fectionibusimitadis.Qubd verb Ariftoteles dixtm,
Poctjca pcius inuenu fuiflc , dciadc Iacobi Zabarellae Patauini frs*. 95 cx ea
eduttam efTe Rhctoricam.td dcclocu- tioneintclligendumefiipriusenimpoetash mata
locntioncA figtarisvti ccrpcrunt: de- inde oratores hmc cx poeraatibus delunu
pferunt.quod lutem ad enthymcrnatum lo- cosAad 3r gumetationesamntt,nihil prot
fus*ars Rhetorica a Pocnca fumpiit . quare tiulla adhuc ratio apparet, cur
Poetjca pof- Gt logica, vel pars logica; appeliari . Dicam e°o, quid inrc
ditricillima inucniic uotue- lim, idqucalijsexpendcndum,5ccoiiigcn-
dumreljnquam.Diio funtlogica infhumen ta, fyllogifmus.Jc induclio.quz, dumad a-
aiones diriguntur.vocantur enthymema.Si excmplum. dum enim fyllogifmo petfua-
dercalicuivalumusvtaliquidagat.alteram cfopofitionemdimittimus,& enthyTaema
facimus.vt anteadiaum eft . cxcmplum au- tem eft induftio impcrfeaa,
vtAriftotc.es do^uK in fccundolibto Pnorum Analyti — t • 1 * _. _ _. _.__ J j l i _ r_ j-i 1
1 f\ i 9 apt» »d mores hominum corngends*. Pro- tiea ancrcpci i * i — r _■ bus
differt.qubd ill* ad coguitionem dirK| gunturs h_c verb, & Rhetorica ad
aQiC*| ncm ab ipfa autemRhetotica.quomam p apta ad mores hominum cornge.dos.
Pro^ »- - f " £ - nfl g ltjn o„in vfu. At inageid P^d.fir,- pt„ca aliuseft
apud oratores , alius apud J M"* hill * fert . ,_fia„ aaioncil _.„,»r/T(
-„.™nlnr,,m uftis!nam oratoresvl-r- ao-im"""'* J: _r_ /; n .x iJ
poctas exciiiplorum vfus:nam oratores vl-r- boexeinplisvtuntur,poct_
verbnonverbo, fed rc exempla fitla ob oculos fpeaantium ponunt , vt perfuadeant
bonos eiTe imitan- dosiprauos autem abhorrcndos, ac fugien- dos: itaq; folum
argumentationisaflumptu a poera ptopotiitur non verbis , fed faftis,
crjnfcquensautcm ipii auditores, 5s fpeaa- do nihilrefcrtanvetas, anfiaas
a-tioncsj mitemur, modo boti„ . ac ftudiof* fint; i* circoqitum Poctica non
cognitionerB.M aaionem rcTpiciat , fequitur vt, quauui.srj materia falfa
verfetur , iit taracn ao t*| gam,&advfum; prauascnim at"t:onesM
gete.&bonasimitatibonum eft, im e « W tac fint,fiue fia^, 1 de Natura
Lomcx, Lib. 1 1. 97 Caput XXI qitomedo Rhetmtu &Pee- ticaaddemonflrandi
artem dirtgan- tur tanquam adfinem. QV.o oautc Rhetorica & Poeticafer-
usefint ai tis demonftrandi , &ad eam i nnem dirigantur , facilc eft often
Jeie,fi conceficnmus totara aftiuam phiiofophiam dniui ad concemplattuam ; qua
de re non eft in p°xfcntia difputandum , fed fine vlla al. tetcatione
conftitiicndum nobis eft,actiuam feltcitatcm tum apud Ariftotelcm, tum apud
1'latonem non elfe vltitnum honiinis finem, fed contemplatiuam , qua:
prnftantiftinius finistiominis cft, acfumma eiuspeifcctio,ad quam homo
peruenrre non poteft, nifi ani- mum vitiis . ac pcrtuibarionibus abfolurom ac
hberum habear.qtrod ei pra?ftat aftiua phi lofophia omtiiahrcmipeiiimenta
expurgas, qua: hominem ad cotcmplationem ammutn attollere , & rei um
cogninone potiri non fi- nunf. Itaque (i tota aciiua^hilolophta ad
contemplatiuam tanquam dominam, 5c tan- quamfinem dingitur, fequmir inftrumrnta
quoque actiua: philofuphia: modo quodam dirigiad inftrumentaTonremplatiua: :
quo- niam eorum vfus eft propter vfum iftorum; inftrumentum autemommum
prxftantifii- mum i &ad fcientiam comparandam proxi- nie conferens eft ipfa
demotifirandi ars: ha:c A in quo alij omnes libri logici ordinatim po- fiti
funtjha; duat non legiuicur. Hacin re tiuo nobis declarandafunt.alterum ,curIiA
> uu.e difciplinae aliis logica: partibus anncctenda: Jion fint; rellquum
vero.quiftiam fitpropnus carum locus iefpe£tti hbrorum tam actiu.?, quam
conteniplatiua: philofophise. Scien- dum eft tgi tur, quod otnnis difciplina
inftru. mentalisillis omnibus,quaruminftrumctiim eft, pra:cedere debet :
propterca illa» oames B parteslogica:, qua: cognitionii lnft:u:ncata iunt,
viimerfa: philofophiae antepnni Jcbue- runt,fiquidem viiiuerlae philofoplva; i
'ftrti- mentafunt;exhisigiturilludvolumen ru:i- d.Hrin flatum eft,quod
fimpliciter , & pefexcellen- d " tiam Organum dicitur,in quo
continctur to- ^ ( '/ ta Io°icavniuerfalis,&tres illae particulares ^ a ts{
' artes^Demonfttatiua, Dialeftica & Sophifti i„in mtt ,,ii, ca : hs namq;
om nes cognition;s mftrumen- ta funt: proinde toti philofophia: pt*cedere C
debuerunt. Rhstorica vero.atq, Poetica,quu noti fint inftrumenta eognitionis,
quare ne- quetotiusphilofophiae^fid exigua? tanriitn eius partis.cui foli
inferuwtlt: ldeo neq; fim CurRlrHm- plicitsrOrganaappellari, neque toti phiro-**
& , f ,t "" fophis anteponi debuerunt; daraigitur eft H' c f, h
ratio,curin co voIumine,quod Organum du , ,. cttur,locatte,& cstens logicat
partibus appo fita? nonfuerincQtiodveioadptopriunt ea- rum locum attiuct,
certum eft,eas cum tibtis igituradRhetoricam& Poeticam habeteam
^^^P''"?*^ 1 ^?^"™^^^™ rationem, quamfinis ad ea, qua; funtantc fi-
nem,& dominus ad feruos:vtenim homines •demonftratione vtendo res
contemplari,& earum fcienriam affcqui poffint , vitiapriiis, ck pertuibationcs
cxpurgare oportet,quod quidemhomo ciuilis perRhctoricam cV Pof ticamfaeir.
Ahudimpenj genus excooitaii non poteft,mca quidem fentetia,quam hoc, ad diSum
\uenoi-> tuendum, nifi forte dica- mus, Auerroem illud foliim refpexilTc,
quod ^ ars demonftrsndi aliarum omnium logicas partium nobiliffima, ac
prsftantiflima eft: ptoinde dommi.at fints rattone habet; quod enim ca:teris
omnibus eiufdem generis no. bihtateantecellit,inftardomini , acfinisre- fptdtu
eotum omniumhabetifolet. Capv.t XXII. delocoduarumdiftti- rum partium.
SEqyjtvr' vtdefede harum duarum fa- culcMumdicamuSjdequa difficultas non
P««*a^as„quKdiximus,oiitur:namfive "tid.quodmodo dicebamuj, eat eJTe. w
logic*,viderentut aIiisIoo= • # rum part bus effe adiuneend» ■
'"""'S lae P* m i ft^,™.fl ""6 trl:la; .-quod tamen
mimme tadirneftjquumemmabArifiotdehjedua; Sn^lT"* ^ ° mnes P"t« lo
Ted^ ^ T$ eodemvolum in"o!loca n tur; poffe, quandocjuidem in Hiis fola
cognitio quseritur: ha; veib cognitionis mftrumenta nonfunt:fedconuenientius
actiua: philofo- phia; libris adiunguntur,ficuti etiamcum its imprimi folentjin
illis tamen triplex elfe po- teft harum duarum artium fedes-, aut enim
anteiilos omnes, aut poft omnes, autin me- dio, videlicctpoft morales ,&
mte ciuiles li- broslocanda; funt,quod foitafte.videturcon fentaneum efie
rationi: fiquidem folius ciui- lis partis inftrumentafunt,& infitumentura
pra;cedere debetilli,cuius eft inftrumentum, Iiunc tamen ordinem a nullo vnquam
ferua- tu effe confpicimus, vtreuera feruandus nott eftproptcr eam
raEioncm,quam mox tange- mus : feruatos tamecomperimus &pnmum &
fecundum : nam in codiceGratco ,in quo omnia Aviftotcliv opera continentur,ha:
due facuhates fequunturftatim libros ciuiles ; irt Latino autem his annis
emedato,& in luccm. edito moralibus omtiibus hbris antcponun- tur.Sed
abfque dubio conuenientereft ordo Zeciu Yemt tn eodice Grsco fcruatus :
quiafiha: dua; di. B&n.P**i r/l fciplina: effent inftrumenta ad cognitionem
ty- t * i *~ mora!is,ve! ciuilis philof tphia; conferentia, • omnibus certe
morahbus ,ac ciuilibus hbns anteponendc_fuiiTcnt:atqui ad eaium cogui- tionem
non confctunt, vt oftendimus, fed foliim ad ciuilis hominis a£iionem,quam eo-
guitio difciplina; ciuilis pra;cederedebet:id- eo legcudiptiusfuntomnes
morales, ac ci- 99 uileslib Hhf torici, ;utu Poetux.vt homo cmihs. lam
dKaph^cuul.^oemrionemaJcptu^eam per basduas faeattates ianqua.ii pcr .nliru-
menta exercerc , & ea vti m auuatis res.mi- ne aptus fit. Adde qued hat
duas attes , Rhe- torica prseftrtinl , in mater.a ciuilt veifaiitur, ctio fit,
vt nMiltfi mehus ab eo & difcanta-v, & cMrceantuv.qui cioilit
ftientiscognrttoiie Iacobi ZabarellaePatauini roo mlcontcrunti poft"
J_*n_da efl ope« JJggj ei) ^ nmt>wt cred5t verum elfe id,quod.lledixit:
propterea fupetius CUia Ariftot. dicebamus.omnem notliam acrio- nem pendere
afyllogifmo pai ticulari , quia- aiotus dominu»dicitur:nonemm agiinusa.
Iiquidunquam bonum, oifi tali lyilog.tmo collegerimuk verum efle qub J llluu
fit bonu. In pnuatis quoque admonirionibus hoc ex. cWeantur.qui c.u.l, W*^^ B p
^ur : ahquan Jo cnim quifpian, patctn» fep«^,Wa^^«^P«^
Lmon.tionefil.umrepuhendu.velamicu, ignarus fit. Rhetorica igitur &
['oeticaftar.m poftlibrosciuilescollocandajiunt, e*qutett jyfarum
propria,&eoiiuentensfedes. Capttt
XXII I. in quo dubmm quoddam propomtur,ac foluitur. V b i T a r e quifp.am
poftet aduer. fus ea,quai de BLhetotica r- talle elocutionis, quod quidem,
&alia eiuf- modiquirque fana: mentis extranea , & acci- deutanaipfi
hiftoria: etTeitidicaret ; quicquiri sniniaftificij in hiftoria notan potcft,
iUoJ oaann J 101 de QuartaFigura Syllog Liber. t02 tortca,vel A td quam logicam
vocareponimus,_non eon- niare poffumus; plure:, igitur non dari exiiU- rnandum
eft ,idque tuen optimc pofljmus, dum diuifionem faciro&s omnium auxi 10-
tum , quarab arte iogica cuique philolbphia; parti rubminiftran poffunt,quara
quidem di- uifionem quum ficile quiique ex ij?, quatfea* ftenu., uicta funt,
wlifcere queat , in piElett- tia ruiitim ficiernus ,vt iaftis , & fatis
luperq, firmatisfui.damentis veriutis,a!iqusm ali)S, quoque philofophandi
campum relinquamus. naruram.effentiamquep---- . " rs de hiftori-
ftnbendarradl.potcft. Exlns lUommbus, ,u*«ttiffl«»,fl»nifeftum eft.nullam ajiam
narilogjc* partem pttewr e^nuas memorauimus Grammaucacwn» ion eft lo«ca,« »nte
ofienfum eft. Hiflorica , rs non tiatur : imb eti.mfi daretut , loguas nars non
effet, quia non in declarando alicu- argumentationis vfu eerfatetur, aliam ve-
f I ?tl S S E C ius Z. PATAVINI, LIBER DE QVARTA &TL~ logijm o rmn figura
Caput I, Pra&mittm libri continem, V a x v i s Ariftot.inPriorL bus
Aitaiyttci, fiima ratione, folidisq; fundamentis nixus, tres tantum
pofueritfyllogif - - ' morum figuras, tame non de- fuere qui c.im n,aiicun,,ac
di- minutuiu fuiffe exiflmiauerint, quud quar. tam prjetcrmiferit, quam inuenit
Galenus,vt eiattribuit Aucrioes in cap. 8-lib.i.Pnor. A- ( nalyt.inlibris enim
Galem,qui nunc extant, nil Jehacfigura leg mus,fedinalitsforrairc, qui
dsliderantur.ix.quos Auerroes legit, hac de refermonem fecit Galenus.Quoniam
au- tem credendutn eft, tanrumviiuru non fine valida rationeaufum effe aduerfus
Ariftotele hanc fcntentiam pofene>non defuere viri eruduiffimi,qui Galeni
dcfendtndi prouin- ciam fufceperunt.&eius dogma contraArift. tueti,
!isf.amus,art i.tis Galcnum defeudant ab Auerrois argu- mentisi tandcm rationts
medicotum contra Ariftotelemadduftasfolueinus. Caput J L in quo declaratt(r,vndeaam figurarum numerm
ortusfit. AN t e ojf a m figutam quartam deda- remus , intelligendum cft, vm
enam fi- guratum diuerfitaa exortafit. In primis fum- mopere notandum eft id ,
quod dicirur ab A- uettoe in lib. i. Prioi.Anaiyt. cap. j. &8 Stin
Epitomeeorundem cap.t.uccnou ab Alexan dro inprincipio fecunda; rigurae; &
abipfis quoq; Galem defenfortbus coccditur, acpo- nitur, quod fyliogifmus
confideratus ab ArU ftot inlibris Fiioiibus Anaiyticis efl,qui con- ftituitur
luperdctcimm.ro qu3sITto,fd eftfu- per certa aliqua , 5: ftatuta conclufioue,
qua; proponitur pef fylloeifmum colhgeda; quod emm Grsci problemavocant, id
vocat Auer» f>1 ' ri mcdiurrj ; aut enim ratiotie vhtutis,& effi
/yUtjtfm* p» caciseinfcrendi conclufionem , qua ratione in
ommbusfiimfisvocattirmedius, quiaper iprtim conclufio colligitur; aut ratione
fcdis, ac pofitionis inter exti ema . qua ratione non eft meditis nifi in fola
prim. figura. Hmc cft Ariftot.iententiade numero figurarum. Caput III. in quo
figura quart* deckratur. jgiMirij fiffi- f~\ Alenvs vei 6 quartarn termini me-
r*.quiiftt. \J iij fcdem, proinde quartam figuram inueniflevideturjeftauttm
quarta fedes,ft medius ponatur niinori extremo fubieclus in propolitione
minore, & de matore prxdi- cattirinpiopofitione maiore; quodvtintel-
ligatur,affer3musexempla:fit talis coticlu- lio coliigcnda; aliquod corpus eft
homo ; Si fumatur^medius te:minus animal:maiorpro- pofitio ciit hic,omnis homo
cft 3nimal: mK aor veib h_c, omtic anjmaUft corgus : vude tsii dxoi : a M0*i*»4
dici totAittm. pus cfle homineminam fi illapropofitto,om- ne animal eft corpus
, pro tnatorc haberetur: ilU vetb, omnis homo eftanjmal, pro niino»
re,fcqueretur omnem homineelk corpus,& effct figuraprima^non quatta : fed
dum con. uerfo modo ptopoiitiones fumiitur, non ett ampliusfigura prima,fed
quarta,qua condu- fio conuerfi colligiturtalia ettim fedes quum iit,aliam
figuram eile necefteeft (dicunt ; tia- B leni fcctatores ) q_u_ numero quat ta
erit,in qua medius tenniaus neq; medium Locutn tcnet.neque
fupremum^itqueiniimum ; fed fimulfuptemum & infimummttm maiorefu-
perioreft,Bcinferiorminore. Str.iilicci Rcon ^'tlns^
clu(ioproponaturnegatiua,aliquod cotpus '_'"*• ^ nonefthomo,poftumus
inquatta tigura tta-^ w * . ratiocinan per iapidemruediym :nulIusho-
moeftlapis:qu_ cftpropofitio malor;omnis Lapis eft corpus,qux eft propofitto
minoi ,ex C quibus colligimus aliquod corpus non efle hominem ; qui modus
perpetub talem con- clulionem colligct.nequein aliafigura ioca- 'M jj
pDteft,quam rn quana. Videtur autem h_c quatta figurain eo efie fimilis tertise
, qudd nunqu3m coliigit cocluffonem vniuerfalem, fed fcmper particularetn tum
afErmatiuam» tuni negatiuanijquemadmodum tlla. CaputlV, inqiiomultaargumentitprg
D qumafiguraafferunmr. PLvtt 1 b v s argumentts oftendere pof- fumus, hancefle
quartam figuravtdem, &aliis tnbusannumerandam, Pnmum qui- p r i mvmtl dem
ejeiisjqtjarproxiroc didafuntjaigumeii gitnttmf tura tale coiltgitur ; datur
cjuarta fedes ter yt ^j* nnnimedij teipectu extremorum:eigo uaturJ_ ,, ir
quarta figura vtilis. antccedes taui tuitdecla- ratuni; confequensfimilitet
manifeftum eft: E qutanuiiaalia'rauone Anftutelcs figurarum numerum adinuentt,
niii ex diuerfapofitio- neterminimedij ttffc&u extremorum . l'r_
tereaiiletft bonus lyllogifmus , cui conipe ^»_»«* tit defiititio fyllogifmi ab
Ariftotele tradita; atfyllogifmis quarta; figur_ ea dcfinitio ccra
petit:ergofuntboiiifyiiogifmi. minor pio- batur t quta fyllogifmus quart_ ftgurat
ert o- ratiojin qua duabuspropolitionibus pofiris conclufio ab eis diuetfa ex
neccflitate fequi- p turpropteripfas,vtinexempltjpatuit. L>r_ Ttrtiim+ terea
illi funt boni fyiJogifmt , qui p erficiun -_ nem conclufionis nu- A uerfalis
in parriculat em: ex hac enim maiore, omneanimaleftcorpus, qucein quarta figu-
ra erat minor,& hac minore, omms homo eft animal,quarin quaica figura erat
maior, con. ■cludiaiusin Barbara , omnemhotninem effc .corpus, ex qua
conclu-ione inferturronuer- fapai ticu!aris,altq.uod eo.pus cfthomo,qux
eratconclufio in quartafigura Alccrquoque, nuem diximus', modus quarta; fisurs
ntga. a i :_. _j .-_-_.._. -_' - . n ■ i!-uer_erit&conftru_cctic,exijs )
qu.i. noi aliis j^,. de natura logicar diximus , tnanifeftum eft; ph Xi n*t>>r«-
quum enim dupIexfitlogica,vna naturalis,/.*.©....-/;^- altera artificiofa:
logicam quidecnnaturalem ««/*• iiema vnquaminuenit, vel eompofuit; cft e- mm
innacaqu-edam vis, &animishominunt infita, perquam etiam tgnoratiflimi
homi- nes fvllogifmos , &argumentationes faciunt, quum nullo ftudio,
nulloque labore eam ac- quifiuetintjfed logica attifictofa ab Ariftotele timts
reductrur ad Ferio per conucifionem B inuenra , & compo_.tae__e.dicitur;
exlogica Uiatoris tn vniuerfalem , & minoris inparti, cularcm hoc modo .
nullus lapis efthomo: a. liquod coipus eftlapis : ergo aliquod corpus t\ov-
efthoHJO, qu_c fuit conclufio tpfaquar- ' x x figur.?. Tandem poifumus ua
argumenta- ri;A_ifioti.le_. nuli-talia racioneiudicauicmo- dos figurarum
inutiles, quam quia mhil certi concludtint; & e\ eadem propo.itionti com-
plicatione modb arhrmatiua conclufio col- fisitur, modb uegatiua; aft hoc de
ilfit duob. moJis quarta: f.gur_e dicete non pofiumus; quihbet enini perpetub ,
& in omni materia conclufio.iem certam coneludn;a__irmatiuus quidcm
femperparticularem aiFirmatiuam , nutiquam negaciuam *, uegatiuus verb fem- pcc
psrticularem negatiuam,nunquam affir- matiuam; non funtigiturinutiles;ergoboni,
&vt;les : ergodanduseft eisaliquis locusin figurisfyllogifmorum : atinoulla
triurn.figu- rirum ponipofiunt obdiuerfitm medij pofi- tionem: cft igirur eis
tribuendafiguraquarta ab alijs tnbus diftin fts.Haec funt,qux ad Ga. leni
fententiam comprofcandam medtci ad- ducunt, vdadducerepqfflint. Caput V.
deditpUciLogicdj&duplici fyllegifmo, mturalt>& arti- ficiofo. CO m x
r a hanc quartam figuram pro Ariftotele .efficaci_T.nl e argumentatur Auciroes
, fed vt eius a.gunnentaintelligan- tur, mulraprius cognofcendafunt adomnes
figuraspertinentia, quibus ignoratis neque huiufcereiveritai, neque argumenta
Atter- roisbeueintelligereiitur. Illudin piiinisfci- endum eft,quod Ariftot.
ipfeprofiteturin fi_ ne fcc-ndi lib. Elenchorum rophjftkorum, Ariftorelem artis
de ryllogifmo ptimum jn- i««c, ° s f r C l; = ,1
toieni.S.conftruaoremfui_re,quam ne- I mo anteipfum fcripferat, vel
docuerat-,hoc idem cefiatut Alexanderin primo Itbr. Prior.
Analytie.fea.z.cap.3. dicensjfyllogifticame- thoJumprimus
Ariftotdesinuenrt.quaman teipfumnemo cognouit ; huius atittm for- mseinuentorem
pofiumus vniuetft.' artis lo. gireinuentoreappellare;ha.cenim cftcom- munis
fomuomnium methodorum , feu o- mnium logicorum inftrutnentorum, vrinli- oco
noftrode Mcihodis Fu.e declaiauimus. Q^a autcaa tnodo Atiltc:. I. • jrt ( m
logicam namquenaturali, quaalii folo duftiiniiinitu naturx vtcbantur,Ariftot.artificiofam
logici genuit, nimirumobferu-ismethodos, & pro- gicllns, quibus pet
iogicain naturaiem ali) philoiopliabantur , omn csque ad prsecepta,
_&adregulai artis redtgens , quemadmodum in memoratoloco expofuimus.
Quoniam i- gttur Ariftot. artem defyllogifrao conftruxit exlogica naturali ,
,&exfyIloeifmo naturali; C ideo nullum fyllogifmum coraider_uevc!uit,
quinou pervtam tiaturalem progrederetur, id ellpenllam viam , per^uamhomines
na- turaliinfhnftu dudiprocederefolent.imo & omnes fyllogifmos concludetues
reducere voluttad lyllogifmosnatura!es,& eorumvim, acneceffitatem declarare
pervim , ac necef- liitatem (yllogifmorum naturahum omnibus hominib.
natuialitercognnam: uon pofiunt autem iyllogifmi artificiaies ex naturalibus D
effe dedufti,& pereos confitmari, &.corrobo ,rari,nifi eis fimiles ,
& eis conuenientes fint, nani fi effeut contrarij vel diffimiIes,quomo- dQ
hi exillisgenerarijvelquomodohi peril- Josconfirmaripoffent ? Eftaucemaduerten-
_dum , nelegendo Auerroem ob vocis ambi- guitatem erremus : dum enim dicimus
fyllo. _ eifmum artifictorum , duo poflumusinteJli- ■ e X'f m ">» gere;
vel emm intelligimus fyllogifmum ar- dx / bui ' m , dft tificioium duftum
exnaturali, &ei limilem, ,«/ f //„ ( ,. t E quemadmodum diximus, qualcs funt
omnes pojfnmKt. fyiliogifmi, de quibus agit Ariftoteles intri- bus
tiguris:dicuutur enim artificiofi,quia pet artem defumpti funtex naturalibus :
vehn- telligimus artificiofum prout opponitur na- turali,& eft ei
conrrarius:quia non fecundutn viam naturalcm concluditur, fed fecundutn
artificiuin, & machinationem alicutus homt- nis : hoc modo artificiofos
vocat Auerroeso- mnes fyilogifniosquarta. figur_e , td eft con- trarios
naturalibus.-quianon progrediuntur per viam naturalem, per quam magna homt-
numpars progtedifolet, vt infiadeclarabi- mus: atfyilogtfmosab Ariftotele
confidera- tosvocat Auerroes naturales,id eftimitantes naturam , &
feruautcs ordinem naturalcm ; quos eofiiepoifumus vocare aitificiofos qua-
ici.ut ad 31 titn redatfi funt,non recedendo tamen a via naturali , vt diflum
cft. Ex his, qus diftafunt de fyllogifmo nstut-ili , &arti. Dxbmw,
ficiofOjColligiturfolutto cuiufdadubij.. quod
plerifquencgotiutiiface(fit;Ariftottkscni_a 107 lacobi ZabarellaePatauini I '
?: infib. Citegotiarum , Scin libro de incerpre- A vocatur totumrefpeau iiifimi
termiui, St eft tatione faipe raiiocinatur, &fyiIogTmos fa. cit,quum tamen
nihil adhuc de fyilogilmo docuerit: quodquidem r.oii refte &8uao w- detur:
quia non polfuinus iniuumento vti priufquam ipfum conftruxerimus ; canftrui-
turautero fyllogifmus , Stfabricaturin Prlo- ribus Analyticis. Ad hoc dicimus,
ignoiari quidem fyllogifmu artificiofuiii ante libros AnaIyticos,ft:d non
propteieatolli vfum fyl medius terminus in fyUogiliuo: fupremus att tem ille
teiminuf,qv.i dc toto ptredicatut-,eft maius extrcmti : itifiaiua vt 10, de quo
totum p-e_dicatur,efi minusextrtmuit;. Duii: iiecur,quippc C qus: ab eo non
contineretunquum veib liib- iungimus praedi catum illud fuprcmum itade,
parteprrdicarijitde toto pr^dicabatur,con- clufionem coliigimus, qus
&affirmatiua , 5» ne=atiua,& vniucrfalis,&particularisclTe po-
ttfl: nam io quahtate maiorem imitatur pro- pofitionem , quxmodb cft
afflraiatiua, mo- db ncgatiua: in quantitate veib miiioreni,- qtvae modbeft
vniuerfalis , mo^b panicul3- ris : quia pars fub toto potefi fuira &
vuiucr- omnium fyll^gifmorum artificiahum , quos rj falitet, vt fi
dicamus.omnis homo eft animal ineolibro tradaturuserat: ideo refle dice bat
Auerroes in Epitome eorum libroru cap. 1. Diaum deomni cftradix,&
principium ontnium fyllogifinorum concludencium: re- uera enim ex dicio de omni
origineiu ducfic omnes fyllogifmi affirmantes, qucmadmo- dum ex dttto de nullo
omnes negantes.tan- cjuarn ex duobus p.-optiillmis , ac aotiflimis fontibus, e
quib.etiam rudes hominesabfq; vllalogicc artiscognitionchaiiiiuntryllogif- E
mos. Propterea magnopenj cauenduKi eftj necum multistum l«gicat,tutn
Pliilofophi^ profefloribusarbitremur, nii alitid eife ditiu de omni , quam
propofitienem vfliuei lilern •Silfftmie o- affirmatiuam:& .diftutn dcnullo
eltepropo- (fi/ofitionem vniueifalem negatiuam, in quibtis Um ftiffi vtrifque
duo termini finr, aJcrdc alrero vni- rin yniHtrfa- uer £ ^ prajdicatus : h*c
enim faifatft cxiitl- matio , qustotum deftruic Atiftotelis artifi- ciura in eo
libro. Sed duo iila diaa,funt iluo integri fyHogifmi tnbutterminisconftaiues
eoordiue fecundum pr^dicationem dilpofi- tis, Ktvnus fitterminus pi
jedicationefupre. mus,&ordineprimus,quidefecundo vniuer se
pt^dicaturjaffirinatiue quidem irrdictodc omnt;oegathie autem in dtcro de
ntilIo,vthe diftiones oftendunt, omms,& nulius :fecvn- dus verb terminusde
alio tertio p.-aedicacur, qui vltimus omnium eft,& pra?vlicationt irifi-
mus,.&fubfecunJo tanquafubitcta pars fub toto contiaeturadeoftcuodusillc
tetminus &particulariter,vtfi dicanuis, aliqui* hom» eftanimal. Ha;c omnia
Auenoi opcime co- gnitafuerunr,quiin finecap.i. lib.i. Piioium declarat
riiiTerentiatn tiiter dictum de omni, & propofitionem vniuetfalem
affirmatiuam,, & fimiUter unerdiaum denullo, &propofi- tionem
vniuerfitlem uegatiuam ; dcinde iu; cap. j.inquit diaum de omni, & Jictum
de nullo du-as neceiTarib poftulave conditiones; vnam,qubdrnalor propolitio
femperfirv- niuerfaiisialtei-am qubd minorfemper litat- flrmariua : vult igicur
h*c duo difla integroi figniRcare fyiiogirmos.non fimplicts piopo- fitiones:
incapite-autem io,8t i^.eiufdem li» bri dicit Auerroes confkicrationtm tociusy
St partis in fyilogifmo concludtrite pei di. ctum de omni,velda nuilouon
bab:reIo. r cum nifi ln propoiitione ndnore, proinue^ miuorem fempertfle
affi;uutiti-am : in ma- p ioreautem piopofitione uori ifle totuni , Si «
partem,quum poflit elfe &ain:matiua,& ne- gatiua: eam tamen fempertire
vniuerfalem, nuoquilD particularem: qui. fi ciretpaiticu- laiis ,non adelfet ibi
dictum Je onun, vei de ntKIo : vocat itaque Aut rroes totum , Sc par- tem
medium terruinum ,& minoiem txcre- mitacem, qu» fub medioaccipitur taqquam.
pats fub toto. Hocautcm , fiuod detoto,&. pai te diximus , fano modo
eft.tnteBlgedunv ne fottaile putai et quifpiam femper fptciem-. ftjb geaete,
vchndiuiduuajfub fpeae aca- gieadtttti ie>9 deQuartaFigura Syllog. Liber. no
piendumeiTe: fsd !ata. &lafi£nificatio. A rum illoium naturalium
principiorua: effi- totum,5c partem fumimus, nulii nos obli- cacitas,qu;e prius
non apparebac. Cttput VIL dereductione aHorur» jjllogtfmorum ad primain
ftguram. NO m eftautem ignorandum,quot mo- dis harc reduQio tiat, &
quamobrem hat. KxiftimarefostifTequiipians polTtteam gantes materierum
conditioni,vt quodcun- queaffirmatiue de altcro pra:dica!ur,2d il- Iiul eam
dicaturhabere r*tioncm,quam to- tum habetad partf m : in omni igitur propo-
fitione affirroatiua disimus fubiectum etfe parteni prxdicati; vt fidkan-ius,
omnis ho- nio eftrifibiIii:rifibi!epro toto habetur,& jiomopro parte:
fiverb dtcamus,3liquod a- nimaleilhomo;homohabetur pro toto,& B
obcauranifyllogiftncsaliarum figmarumad fslfit.tf*"' ttniit"»"
pfltti*- DiBxm it t - »111, -* i primam figuram coiinent ; quia in vtro- qae
nccelfe eit vtmcdium fst pofitioie me- dium:quum etiim (it rotum , debetde
pattc pisedicari: debet etiam alij fupremo termi. no fbbssci , quemadmoJum
declarauimus : tione Ariftor.onjnes bonos trium figurarum fyilogifmos
comprehendi voluii : quia fyllo- gtfmumita ample definitum diuidit poftea c«Wy,%'V
in fyllogifmu primae figurae, quemvocat per- mi iltaritr» fe&um,&
eum,qui fiunaliisfiguris, queim-/^^™™ perfectumappellat. Secundargitur,actertia
d ">"' a ' t, « figura non minus.quam prima, nccefiuatem
reiumatttr iirationis habent, fed tamen noti cofplcuam, propterea qubd non eis
aptatur diftum de vnde quatuormodi oriuntur prima» figurx, D omni, vel de
nullo, vnde cuideutiSfufcspiunt Bec plures. nam in difto de omni fi pars fub
toto vniuerfaliter fumatur, oritur modus il- kjqui vocatur Barbara: fi verb
particulariter, oritur Dai" 1 ) :ficin diSodenullo fi pars fub toto
vniuesraltter accipiatui jortturCelarent: fi autem parttculanter, rit Ferio ;
plures his modi in prsma figura non dantur ob eam, quarn diximus , caufam.
Alia: autem figurz fub difro de omni, acde nullo non continen omnes boni
fyllogifmijidcirco ad primam fi- ^uram reducilntur, vt earum necelTitas con-
fpicua fiat,non vt neceftitatem fufcipiant :fi- gnificauit hocAriftot.in primo
cap.primi lib. t > riorum,diflinguensfyllogifmumperfcc"r.utn ab
impesfefto. dixitensm eum fyfsogifmum efle peifeclom , qui nullo indiget
vtnecetTa- nus efle appareat , smperfetiuio vetb, qui e- get redudiionead prima
figuramvt eiusne- tur,nifia>l priniam riguram reducantur: quia E ceifitas
apparcat,Simanifefla fiat : non enim ofitum dixit, vtfitneceflarius,iameiiim
eft,feddi- tcrminum medium extraalios duos p habet, vbi horum duorum
principiorum vis, & efficacirajnor. confpicstur: ideo Auerroes in ptimo
hbro Priorum capite r^.snquit di- ftumdeomnicflein prima figura ac~tu,in a-
liisverbnou aclu , fed poteftate : & Ariftote- les in capitc de prima
figura non alia ratione vTusesl ad mndos vtilesprima; figura; confir-
mados,quam diAis deomni.ac »i"i« alteram quidem propofitione conuertimus,
vtterminQ medium, qui extsaalios duos po- fitus eft,inmedia fedc collocemus
:ideo in fccunda figuraillam propofitione conuetti- mus.qucTutura cft maiorin
figur.t ptima,vo- lumus enim medium in maiore fubisci,quod in
fecundafiguraprrjdicabatur: in teitiaveib figura illam propoStiousm c6uertimus,que
d 4 III Iacobi ZabarellsePatauim 112 Futuraeftminor in figuraprima : quiavolu-
A bir^dm.queeftconfridiSoriaahcriuscoa musmcdium in mirioreprardicari, quod in
tertiafigura fubijciebatur : hacreduftione y- timurin omnibus modis fccundae ,
actettiae figuia:,duobus cxceptis , qui vocantur Baro_ co , & Bocardo, in
quibus quum propofitio- num conuerfione vti non poffimus, confugi- musad
ductione adinipoffibile, quaperpri- mitmmodum primae figura: horum duorum
modorum efrTcacitatem declaramus jnegata cefii propofitionis: efi enim inter
fingulares oppofirio contradidoria,quK non tflimer particularcs;ideo Anftoteles
reclefeutfta- tuens ex dnabus particulanbus mhil conclu- di : tatijen videcurin
rflodis vtilibus ceitia; fi- guraidebuifle hunonumerarejqui cft exduat-
busfingularibus, quum alta ftt tn particuiari. btssracto, aliaiafingulanbus,
partkulare e: n i m ftgnificat a d mo du pai ti 5 , & eft v a gu m ; J;
H*}* enirnabaduetfario cmclufione, Siconceffis B quarein eolocum
habetambiguitasj quoma /(IBti Ixptlitit ftnjilii. ambabus propofitiombus
aecipimus oppo- firam coclufionis vniucrfalem affirmariuam, cui akeram
concefiam propoiitionem vni- uerfalcm affirmatiuam adnecrimus, &exijs per
Barbaracolligimus oppofitaaltenus con ceflaspropofitionis : itaqi-e ad
hocaduerfa. lium ductmus, vt afferat vel duas oppoiiias eile fimul veras, vel
taies ratiocinandi modos elfevtilcs, & vi;n uiferendi habere , quod de-
clarandum erat:hac aute duftione ad incorrv modumnonin ijo tantum dtiobus modis
vtt licet, fedinahjs quoquefscundar, actertia; figurx modisyattamen quum in a!i
js nrciittt, ac facihiis redudionem b5c facere poffimus percoueifioncm
propofitionum, fpernimus duSionemad impofhbile, vt qnx ohiiquior,
acdifficilioreft. quandoenim reflaviaada- liquemfinem pro°redi poffumus, non
eft o- pus perobliquarn,"&Iongio,-eni incedere. V- propofitio
affirmatiua poteftoe aliquovera- effe, & ne gatiua fimtliter veta dealio.
quare r.ullaeft intereasoppofitio,6cfyliogifmus ex tahhusmhtlcorKluderet: quta
quatuor ter. minisrcoftaretptopter medtj ambiguiratem--
Atfingulaiefigniticatadmodum totius,&eft fignatum,- quare nullam recipit
ambiguita- tena , & habet cotradiftonam oppofkioncm: ideorario ex
finguiaribusefficaxeft. quando C enim alicui certo fubietto duo prjtdicarauj.
funtr, femper fequitur affirraatio alteriusde aheroparticulariter, fiue
fubieftum illud fic vniuerr;ile,fiuefingu!are:eftigitureadem fyU logiftica visw
eo modo.qui fitex vtraque fin- g Jlari, qu;e eft etiam in Darapii,vtcuiq; con-
fideranrt patet, Adhocdubiumcgo reipon- dendum putO jtiegari non poffe eam
latione arguiuentandi exvtraqj.fingulari efficacem, &eoncludenrem effe ;
qui enimhoe negaret 3 fus efteriam Ariftot.alia iertia ratione confir D fetiffi
egerec : tamen A^iftot.eam nomraefy)- mandi fyllogifmos propiia,& pcculiari
tertic figura, quam vocafiitexpoiltionem m capite de tettja figura;
Auerroesautem , & Alejran. derfenfibilem cxpofitionem appellarut: ter- tia
namque figura tota pai ticulaiis eS, & ferr. lilcm conclufionem coliigit, &
medium ha- betvtriqueexrremofubiefl.umjfumimus igi- tur fub medio aliquod
particulare fenfile , in quo ipfaconclufio fenfu cognofcatur; veiuti- exempli
gtatia, fi itaatgumenremur , omnis homo eft bipes , omnis homo eft :
iiftbilis,er- go aliquod rifibile eftbipes : pofiumus per fenfilem
expofitionenv ofttndere huius iUa- tionis efficacitatem,rumendoaiiquod fingu-
lai e notum fubhomine, vtSocratem.qtii cer- nitur & rifibilis effe,&
bipes s q«arein eo ma- fJp*» tiifeftum effaliquod rifibileeffebipes.Exhis
MsJrmw ' J « biun, ouoddam oritur,qnod a nobis facile' * ' foluetur: videtu:
enim exvtraqjpropofitio- ntfi qut p , larem arfirmatiuam, ff namque Socrates
eff bipes, & Socrates c-ftrifibilis, fequitur necef- fario aliquod rifibile
effi; bipes , qui ratioci- nandi modusinomni mateiia efficaciani ha^ ber, &
potefteriam confirniari perreduftio- netu ad prima figuram psrduCtionem ad imv
poffibile. fumpta enim cotradiftoiiaconclu- fionis, nullum rifibile eftbipes,
& eiadiunfta: ahera propofitione fingulaiiconcclfa.Socra- tes cft liflbfJis
3 Xequicm Socratem non efle: logifmi dignandam tfle tion cenfii]t,nec|5in^ tti
(yllogiirnoseacoUocarevoluit : vbienim eft confideracio tota fingularis, &
lenfilis, inr quanihil eft vniuerfale ,"ibi nullus cfi vfus ra-
tionis.aquafyllogifmushabet appellauonei. nomen igitur ratioeinatienis non
meietur } , quuillaconciufiofcnfu potius cognira.quain- rationecolkftafiti
& tft altena i.4*Stm ck mni,acdenu(io,inquibusvtriufqLtepropofi-
ttovniuerfaliscontineturjVtmanifeitum eft; MequeienorauitAtiftor. huiufccreodi
argo- mentationem , quum fit illa-iriffiiis txpcfi- tio, qaaipfe ad modoi
terti» frgurar confir- mandosv&seft : cogriofcens nanjq;eirepo- tiu,
ftnfitiuam cogniticncsn, quam ratiocii nium.nonpoiuh camioter fyibf.! fai o s ,
fe i mafuitper ipfam tanquam ptr tcftinioniura fenfus , vim & efficaciam
fyilogifiuotum tet- tia:figura:declarare.. ijgulariinterriafiguraficri
fy;logrtmfj ta Aufrrnw rontfj. auartank twn prbnurn Auerrou contrj, qtui ru m
fytifanr, qtto efienditur eam non c cffe naiufalemi HT I dedaratis- ad tres
fyllogiffnorurn 1 figuras peitinentibus , accedamus ad quariam
jdequadifrurationem ir.ftituimus;, & argnmenta Auenois contraeam rxpen-
damus , & vid-amus quxalij pro Galeno^ AutrroirefpoudeaiK.&obijciatu.
Ursniiim quidemv de QuartaFigura Syllog. Liber. ir*
mentuniAueiroisitaintelltCtumipfi efEc3x ; m ■nidl Auerroes in cap.8. hb. i.
Pnor.Aiialyc. A aduerfusG.ilenum na argumentatur : fyllo- offiai confiderandt
in logiea uks tflc de- bent , vt propofiro cetto quarlito cadat fu- ptr cos
cogitatio noflra natuialis s ar fuper Lloairmos quarta: figura: non tadit
cogita- rtonoftranaTuralis, ergo in logica confide- -andi non fiint , neque
altjs fyllogirmis annu- rnciidi^hacrattone &iefutacAuerroe*quar-
BjnfignramCialcni, & caut"amadducir,cur
ArirtoteltseamncgUxeiitjciconlideiateno B Jueiit, aduerlatut enim procefiui
noftto na- ruiali j promde cttamccnfilioipfius Aiiflo- tths in tu^tandis
fyllogilmis : iam etcnim di- ximuSjAriftotcieinfihi piopofiiiffe inPiio. nous
Analyti-cis ti-aCtandos cos tantum fyl- fogifinos, quiiintconlcntaBei natura,
non- e.rs.qui contra natmam proccdant. Non eft autemexiltimar.dum, Auenoem ideo
dice- reuuartaiii figuram efie connariam natur»: 00« condudatptadtcationem non
natuia-> Iem,vcluti ipcciei degeuere, vcl fubiecii de accidence, vtfi
dicamus ,aliquodanimal tft Iu>m"o,vel,oirine nfibile cft homo :
taliscuim iniiatur.ilitas,vciialoiiuaraur,eftratione na* tciia:, non latrone
formx, proinde ab Auer=- roe , turo eiiamab Arifiortlc in pofteiiori- bus
Analytieis confidcraturi-ibi cnimmate- rt.i foectatur,tH>n
farma,quocircaha;cpia:di- catio ntMft cenfetur, ammal efthomo, rifi- tileeft
boraojfed in prioribus Analyticis nul* laraatenx ratio hibetur, netjue
vlluminrua- teruvitium ctlfiderarur , fed nuda fe-rma re- fpicirnr fcpsrata adhuc
ab omni conditione miteri*:proptcrea dtfenfores Galcni in hoc refic dtcunt,qubd
fi Auetroes hocpacto in- naruralitattm mtelligat , argumenrum irjfius
nihiirobovis habet, nrc magis contra Gale- num , quarrj contra Aiiflotclem
procederet, namillaconclufio non naturalis-, omne rifJ. & validum
effepucauerintjCjuo tamen nihil di cipofferabfurdiuSjfiitaintelligeretur. INos
igiturdicimus, aliamfuificAuerroismetem, rjui locjuensde viainfyllogifmis
naturali, vel non naturali , imelkxit nacucalicatem , &in- N turaiem, vcl
non nacuralem in propofitioni- bus,quum hvc ad mateiiam pcrcineatjfed in-
tellexir naturalem,vel non naturalem illatio- nem condufionis ex
propofitioiiibus , mmi- rum qua:fiar,velnon fiat fecundum ordinem
infercndinaturalem -,vis enimillatiua infor- ma confiflir, non in materia :
ids,o narur«li- tas, &innaturalitas illationis eflnaturaliras. & innatm
alitas forma:, & lunc mtellexit abf- qes vlio dubio Auenoes. Ha?c autem
natu. Falitasfoima: totain difto dc omni & in di- ctodenullceonffituta cft,
vt Auerroes ipfe C teftatut in urimo capite Epitomes in Pno- res Analyticos,dum
3lt ^lyllo^ifmmdtqttofer- mofii in bif tibris , tH qx- jit juptr determind- t o
a*0pta jeiundiim vmm difit dt omni , cfl rianAturaiii} curauccin viam difli de
omni^ vocet naturalem , ipfe declarat in cap. f. li- bri i.
Priorum,ecal!jsinlociii dicitenim efre viam naturalem : quia talis illatio fit
a maiore homiriumpartcfecunditm natufalem cogita tionem: fyllogifmos
autem,quiapaucis tan- 3 tumhominibus fiunc nonfecundumviam di tti de
omni,appeIlat Auerroes artificialiter, & contranaturamconciudentes.
Sedclara o- mniaerunt, fi explicemus jquacnam fitin di- cio deomni, &indiSo
denullo vianatura- lis.- r3icimus iraque, ilJam efTe illationera naturalera,
quandoid', quodinpropofitio- nibus prssdicatur,. maneretiamprajdicatum
inconelurione : &id, quodinpropofitioni- busfubijcitur, manet Cmiliter
fubiedum in biSeefthomo.&illa, aRquod animal efthoL. E conclufione :
qualisillatio fit pet dictum de xno.porTluitin prima irgura colligi : quare fi-
omni , &perdianmde nullo : iam enim di- militerfequercturpnniam ftguram non
efTe ximnstiesin vTroquetermitios comprthen- naturalerrtjpr^terea
Ariftotelespro reducea- di , e quibus fyllogifmus naturalis conftitui-
cislyl!ogi|:ni£alia:iim fisurarum ad primam tut, quoium fupremus dicitur raaius
extre. docujtconiterfiofies propofitionuro; qjaa- mum, ftb qrio ffcatmedius
tejrminiif, K&h quan. f turrteifomB«mpropofitioncm r in racdio iiw laruntis
omntutit tincjtiam pars quafitpradicatia nacuralis, Seri non natu- fub
toto.quajdicicurminorextrcmitas, quu. ralem,dum conuertitur, qnum enim natura-
igitur maius extrenlum fic in propofitioni- lisfitha;cpropofitio, homo eft
rifibilis, con- busprsdicatumtantum^nonfubieftum : 8c uerfa fit non
natutalis,tifibik eft homo : fe- F minus extiemum fitfubiectum tancum,noa
quitur itaq; vel nalkm propofitionem pof- praldicaruni, reguladiiii de omni
poftulat,vt te conuerti , velalias quoquetres Aiiftotelis $gutas aducifau
natur* , quorum neutrtim dicere debemus. Talcm igitur materia»inna-
cUraliratemAuerroesimdligere non poteft: qiiia in-PHoriBus Analyticis hxc neque
ab- horretliTjneqjanimadueititurjfedibiomnis p r opofitioadmittitur 5
qu:eficconcefla: imo ntqueanvei a.anfalfafitattenduur: &miror qufi-J tnuid
logicsproftffbres huncfenfura fatuuni vcibis Auerrois atuibuerint, & argu-
ijdem duo termini in conclufione eundera interfe refpeitum , eandemque
pofitionem retioeanr ; nempe vtcolli^atur pra:dicatio fttperioris de inferiore,
id eii vt illud, quod in propofidonibus prasdicabitur , inferatur de illo
pra;dicari , qtrod inpropofitionibus fubijciebatur,& non e
r,oncrarioifuperiusau- tem, &inferiusnon eainteJIigimtis, quaein Categona,
& reipfa fint eiufmodi , vt coga. mur corpus de animali pr3edicare,animal
vc- facobi Zabarellx Patauini H5 rb de eorpore prxdicare nequeamus : fed in. A
vnam coiligit primanb , &imniediatc , alia. teliigin,iusfupcrius,&
infeiitis fecundum no firam acceptionem in propofi;ior,ibus , yt quod in eis
fuperius fuir.raaneat limiliter fu- perius in rondufione , & quod fuit
inferius, maneat inferius: haec eft illatio natutaiis, qua? perdictum de omni
manifeft^ ligmficatur : no cnim dicimus, quod de aliquo cmni pra?- dic3tur,
fubijcitur alicuieius paiti : feddici- rnus, quud de aliqtio omni pt-dcatur, pra»
mcdiati , & fecundarib , vtBarbara tres con- dufiones colligit , prscipue
quidem vniuer- falem affirmatiuam. fecundanb autem,& per cam duas
particu!aresairrrm:uiuas;vna,qua; pais eftilllus vniuerTalis ; altera ,quar eft
eius conuerfa: fi quis enim demonftrauit,omnem hominem ert'eammal,firr,ul
demonfttauita. Iiquem hominem efle animal, & aliquod ani. mal ctTe hominem
: quia illamvntuerfalem dtcatttr ctiam de qtialtbet eius parte : quare B ha?
dtiae ex necciTitare tonfequuntur : necta- quart.tfizu- Utie tidtn. perdiftum
de omni figntricamus , prardica- tum in propofitionibua manere pra:c'katum lti
concIiifionc.QuaTta igttur figura cotra ua- turanijSc contra diitu de
oranieondufionem coiiigit; propont batui enim in quarta flgura conciudettdum
taje Ptoblcma ; aliquod cot- pus eft homo ; Sc coiligebatur per mediutti animal
hoc pacio : oniius homo cftanimal, omne animal cftcorput , ergo aliquod cor men
haecconclufionum diueifitas , qux exc- if&em propofitionibus deducuntur,
facitfi- guraruoi , vel modorura dineifitatem : fed v- nuseftniodus , qui vrti
primario colligit pet diclum de omni,aIias fecundarib, & pet eam»
&artificIaIiter.Similiterin Celaretttquacuor condufiones negatiueex eifdem
piopofitio- nibusinferuntur» fed vaa vniuerfaiis prima- rioj&naturaliter perdtclum
de nullo, fecun- pus efthomo:inp;opofitionibusquidero fu. Cdaridvetb, &
artifkialtter altera vniuerfahs pretnum locum prjtdicatione obthiet tor pus ,
intimum honio.nara corpus de animaii fumiturpraedicaiS , &auimal de
homine,qua re fupeiius eft corpus animali, & animai ho- minc,proinde&
corpushomine, &corpus inpro^olttionibuspraedicatur tantuni, non fubijcitur,
homo retjt fubijcitur tantwm,noii pra:dicatur : ccntra verb in conclufione fub-
ijcitur corpus, przdicatur homo : (ic aute na- negatiua conueifa ,
&du:epartieularesnega- tiuK,qua: funtpartesillarum duarum vniuer- falium.
Ille igiturmodus aff!rmatiiius,quera, dicunteffeqitattsefigtux, pofirus eft ab
Ari_ fiorele tanquam primje figurje:quia fi fbecie- nius ordinem terminorum in
propofitioni- bus, efiprimafigura; quoniam mediumefr pofitiene meditim, fed
oblique, Stattifidali- terconcludens,& eftmodusille aLatinis vo- , turalis
ordo tltationis peruertitur, necferua. D catus Baralipton , quem in prima
figura po tur natura difti de onini,cuihxcillatio refto tramtteaduerfatur.Ideo
dtcttAucrroes.qubd fttper illam conclufionem non caditcogita- tio noftra
rtaturalis : quilibetenim homo au- diensillam piopofiraonum eomplicationem,
cxpeftaret proptetinfitam vim difti de omni conclufionem naturakm, omnis homo
eft corpus ; nam reueia fyllogifmus iile , quem dicunt tffe in quaita figura,
eftin primo mo- do ptiniK figurse , Si mtnor propofitio eft an- tepofita
maiori; qua enim dicunt^ffe maio- rtm , tlla efi minor, &quadicunt
effemino- rem , llla eft maior;qubdautem conclufio illa fequatur,aIiquod corpus
efthomo, no nega- mus, fcd dicimtis tnedtatam,& remorsm cfle
hancconfequutionem , &^ vt ait Auerroes) arttficialitcr , & cum
tnachinatione dedu- 6 am : primarib namque, Si immediate fe quiturin
Barbaraconclufio vniuerfalis, om ttunt , &vocantindirefle cotuludentem :
fic entm diccnteslonge mtniis errant,quam qut ailerunt efle figura quarta.
Eirigiturvalidifn. mum hocprimit Auerrois arguraentum,quo ptobat, quartam
hgurstm no elfc natttralem: &vetin1mum eius dictura , quando tcquit, fi
proponatur rale quatfitum in quarta figura colligendum, aliquod cotpus
cfthomo,&fi_. mamus has duas propofitiones, omuis ha- E moeftatiimal, &
omne animal eft cotpiis, tuncfumus mter duo, & iitfpenli ftamus , ari
dimiffo quasfito illo ptopoliro.folam infera- mus conclufionem. naturalem ,
omnis hotno eft corpus, adquam nos tiahtt inftta nobis vis difti de omni; &
itanon colligimui qus- fitum propofitum aprincipio: an pu-tiiis v- tramq; fimul
inferamus,nempe Sc condufio- ncm natutalem,&altetam propofitam iptin cipio
; quafi dicat Auerr. fic-ri non pofTe,vta- rirhomo eftcorpus : poftea
exhacvniutr- V iumiis nofter non colligat conclufionem na fA li&tt ftilt
incegttiitt A- rtUet. fali afKrmatitta fequitut fua conuerfapatti-
cu!aris,a!iquod corpus efthomo;!i9;c etenim non immediate ex ijs duabus
propofitiont- bus coi!igitur,fcd per mediam coclufionem vniuerlaiein in prima
figuta colkcfam. Ne- que Anftoteli incogntms futt hic argumen- tandi modus ,
quem ifti quartam figuram ap- pellant : eius enim nsentionem fccitinpri- ino
capite fccundi libri Prtorum, oftendetis aliquos efie jyllogifmos iiifiguris,
qui plures €ondui!onescolhgant 3 quanqua.ni fingulus turakm, quae ex
iliispropofiucmbus deda- citur per dtciura de omni : tiatura enitri noa cogit
audittstllis propofitionibus eamcogi- taie;ideo velhnnc foktm coiligtmusj vet
alte» ram cumipfa, &pci ipfam. Caput XI. Rejponfio fetb.it orum Cdeniad p
ri m u m Auerrois .irgu men rum. AD hoc aigumantum folcr.t defcnfotcs ^'9*'
Galcairefponderfjqubdiidu^iH.f pro- 0,1 pttStio. 117 ck QuartaFiguraSyllog
Liber. %t afft mathisitadifponaiuur.vtier- A que artificialitercolligitur
refpedu duorum diuerfjrum modorum. Quernadrnodum au- tem earundem propofitionum
tranfpofitio variat modtinifyllogirmi , ; ta neceffe eft figu- ram quoque
variari , fi coimngat mutari me. dijterminifitum, quodin fwcunda, acin ter.
BOllIIOII" jiii.cm»"»- r - ,*ruordincmprtmxfigm»,neaipevtilra,o nm c
taima! clt coftponaturtan- quamniinor, tunc res alitei fefe habet. nam
jlhc6dufioj."hqijod corpus eft homo,[equi.
quiiurimmediatc,&naiur3literper quiitam fi antcameuiiuiiDus, qut nla eft
^iiullushomo 119 IacobiZabarell-ePatauini tt/ralif, feiur. dx t 0* in lerittt
gnrx jit ittx- m ntixrx- *ftlapis,omaist3prsertcorpus,ergoaliquod A corpus non
eft homo: nemo enim dicete po- tefthunc effe in prima figura , & habere mi-
norem antepofitam maiori, quod alteri mo- doaffirnmiuo obijciebat Auerroes :
namfi prupofitionestranfponantur>fietminor pro- Eofitionegattua, quae in
prima figura locum abere non poteitincc dicere poffurnus con- clufionem hanc
negatiuam colligi mediate, fii perfuam conueiftm - quoniam eius con- uerfa
nullo pafto exijspropofitiontbus col- B ligitur : falfum.eft enimaliquem
hoininem Tion.cfTe .corpus : fedh;ecfblacolligitur, ali- quod corpusnon cft homo
: adde quod par- ticularis negattua non conuertitur.cjuate co- clufio
haccimmediatc colligirur, non peralia conclufionem pnorcm, & colhgirur
perfo- lamquaitam figuram,nonper pnmam. Hoc modo defeuforcs Galetii
.irgumentumAuer- roisoptimcfoluttjm, & foiutionem egrtgie
Confirm3taefTcarbitrantur,prjefertim qunm C argumeiuum ipfnm etiam eontra
Anftote. lcmconuerti poflc videatur. Caput X. in ouo rejponfw impugnatur ,
& ojlefitlitur, nonpojfe argumentum A- ntrrok contra fecundam ac
tertiatnfiguramre- I terqueri. D HAEc diccntes neque Auerrois argu- mentum
foluunt , ncque ipfum bene conna Artftotelem retotquent , quum ii- lud
contrafolamquartamEguram plurinrum valeat,contra alias nihil, quas pofuit
Arifto- telesthsecfactle ottendemtis, fi dedaraueri- rous, quomodoinfinguus
figuris fiatillatio naturahs,&quomodo nonnaturalis. lllario naturalis,qu*
perdidum de omni fignifiea- tur.in hocconfiftit ( quemadmod.u dmmus) E
vtprardicatu in propofitionibus maneat etiS prardicarum in conclufione.id eft
vt dn.o tet- mini extremt.in conclufione eundemferuet fitu,Sc eundemrifpe vel
cnini aequcfubijciunturmediOjVtin fecunda figura , vel aeque praedicaniur
demedio , vt intertia : idcircoquum in propofitionibus nullaappareatratio , cur
duorum extremo- rurn magis hutu , quira illum faciamus ma. 120 lus extremum ,
vel minus extremum fcrua- mus faltem ordinem noftrs pronunciaria. nis , vtqui
terminus, 5c quz propofitio prioi proferturjdicaturmaior: qui vero,ii quepo»
lkrior,dicaturminor: hinc ontur diflereaiijSj inter duosillosmodosfecundat
riguia.-, Ct- fare,& Camcflrcs^necnon jntti Djriit : >k Di. famisin
tertiafiguia , quatenus enim vtraii- libet piopo;itionem alteii anteponcre po£.
fuuius, eatenus ytruirt duorum extreiuorua volumus , prsedicarumin conclulione
poiTu* mus confttruere : nccproptereaadueiiUmur r.aturK:vcli linttermini
extremi,lapis,&ho/> nio , xque naturalttei per medium -.iOimat
colligemus j nullum hominem eirelapidero, ac nuilum lapidem effehpmincmjillud
qui- dcmin Celarejhocautem in Cameftres : iu ncutro enim horum duoium modoiuin
ptj. dicatum ia conclufionetaciemus id , quoditi propofitionibus fubicctum fuit
, quuni ho- mo, &lapis in propofitiombus ssqualcm fc- dem habucriitt ,
Stneutrumalteri lubicAum extitetit : quarequum nullus aiius fciuctut ordom
concludendc, quam noflrxpiopofi. tionum enunciationis, tranfpofitiopropoil-
tionii variat mouos. Dicere etiam pofiumus, djueriitatem hoium duoru,m modorum
at- tendi penes quarfituroa' prin.eipip propofi- tum.namfi
condudendumptuponatui, nul. lum hominem efieiapidem , & offeratur me- dium
animal , argumenrabimur neceilario inCefare : quta dc maiore cxtremo Upide
negabitur ammal , 6c eritciaior piopolitio negatiuahomo tutcmminus extremu
fubijp cieturanimali anSrroauue , iSt fietminotproB pofitio
affiimasiuatharccnim vocarurminor; quonnmhomo in quicfito propofiro fubii-
citurjillaveromaior, quoniam lapts in quae- fito propofito przdtcatur : hic
enim ordo, feu hicrefpcdus terminorum ou^^ipropo- fui manct in aninio
r.iriutinaiitl^B^fcco fit uominatio maioris, & minoujH Hlitio. nis, ^iverb
qusfitum coiiiiLiiiii^i^iona- tur, nullus lapisefthomo, &idem offcratur
medium auimal,ncceffari6argumentab]mur irt Cameftres:quiaminor
critnegatiua,& ma iorafKrmatiua. Patetigitur,qu6d ex etfdera
propofitionibus aeque colliguurvtiaqi con- uetlaconchifto : illa ramen Uicitur
pnmario colligi,qua: fuitpiopofitain principio : pro- iude neuter horum duorum
modorucftalte. ro naturaltor,& euidenttor, necaltcracoclu. fio
peralteracolligitur, fed arque ex proprio modoamba: colligunrur natura iter,6c
txal. tero artifieialiter: in propofitionibus autem non magis hoc modo, quam
tllo confpicitur diftum ue omni, vel-denullo: quare neutro moiio fitillatio
contra naturam,& conria di_ cium de onini. Hatceauem dicenda funt de duabus
tllis niodisteitiJtfiguras , Dilamis, & Da - ii:. Dicutituraureiti
f.cunda.ac tertiafi- guraelienaturaics : quia pluie>hununes in his 121 de
Qoarta Figura Syllog Liber. 122 htsnJturaliterratiocinanturao minfojquam A
nobi;; naturaliter infitanoi fempertraherer jn primarit>ura: Scquamuis bx
nonhabeant in propofitiunibus actu didlu de omni,quum non fmbeant mcdium in
media fede collo- caium, habenr ramen poteft homin , um P ar ^ m - "
Dignumautem cognitu .„.HfotT eft,licet,i neminehadenus declaratu ,qu6d
tfutaitnr, quum ob infiram vtm d^di deomni fepe vul- P" nites homines
abfque vlia artis cognitione , frmu. fi- fyllogifmos faciant, attamen non
femper i- -Q&gf- pr 0 diSo de omni vtuntur exquifitiflima ra- 'j 1 '"
4 '' tione accepto, fed faepe parum obliquato, Ariftotelem
hocfignificaireinipfadefinitio- ne fyllogifmi,dumdixii [pofim quibnfdatque
deftru- D tiocinatio pto colligenda conclufione, qua £to : ideo non folum in
prim3,fed infeeiin- da quoqueaetertiafigura ratiocinantur:fuiit enim & apud
artifices raateriales norma? ^usdam,ac regu!x,quibusnon femper vtun- tur
exquifite reftiSjfed interdum areclitudi- ne aliquAtum deuiantibus: naro
propterma- teriani , cx qua materialia opeta tonft.uen- dafuntjfepe coguntur
regulavtialiquantum. tt ■: ^"^fAl nius enim, duas effe tanones, cur duoruin
extremoium teiminorum aitcrum potius , quam altei uru appellemus iiuuui exti
tnium: pnor quidcm utio eft diijjofitio tertninQ- '"n»M Totiusitaque
difricultatis folutioin hoceft D rum in propofitionibui: aau fccunduin di-
»>rmj conftituta , quod omtics ratiocinantes C[Ux runt naturaliter
euidentiam. hasc autcm du- plex eft;vna materix ,vt ptopofitiones notar, ae
conceiTa; fumantur : aitera forma; , vtper diftum de omrii ratioeinatio fiat ,
fic enim euidentifsimaeft; iJcrco fi vtramque iimul euidcntiam habere potfunt,
in primafiguia abfcvue dubio ratiocinantur,noin ahjs ; quod fi vtramq;fimu]
alTequi nequeant, euidentt flumde oinui : illum enim termiiiuni , qui^mn
prstiicatione fupiemui ommun) eft, maio- rem vocamus, & propofitiontm ,
inqi.-a eft, propolitioncm maiore: lliumvero, quifub- ijciturc^teni,tlicimus
minuienii&illam pro- pofitionem tnim;reni appellamus : akerara. tio cft
ordo ipfirutn ptopofttionum, qutfu- niitur exordine uuorutn terminorum qua;-
fitiabinitio propofiti, quii enimexipfater- am materias fectari malunt,qui
magis vigere E mtnorum prardicatiouc m piopofitionibus vid£tur,quemadmodum
declatauimus. Hac ratione propter matenam declinamus ali- quantum ab euidentia
fotma:, fed poiiea hac quoq; adipirctmurpeneduttionem lyllogif- moruni ad
diclum dc omni,& ad figuram pri mam. Quod tgitur fccuuda , ac tertia figura
ftint naturales , & quomodo , & quod aduer- fuseasargumentum Aucrrois
maie ab aduer- fari/s retorquetur > manifeftum eft. Caput X I, quod
argumentum Auerroa contrn folam qujrtam figuram fit efftnafiwwm. NVnc
oftcndamus,ipftim contra quir- tam folam figurant plutimum roboris habeie,
& vanani efle folutionema medicis excogitatam, qui non viderunt,quartam B-
gurani neque cum prima , neque cum aiij-s duabuiefle conferendam : quia
nequeiila- tiotjem facit etiidentiffime naturalem, vt pri- nuilus pofiittpfoium
ordo defumi,quoniam duo extremi termmi stjualetn in eis obtt- netit fitum,vnde
non polfumus iudicare, v ter maior,vtctminorvocandus fit, nequc Vtxafie
propofitio maior,vtraminor:ideoillam vo- camus maiorem , quam prius protulimus}
illani minorem , quam poftetius, habita (T. mul -atione quxliti propofittt)
pancipio.Ve rim hatum duarum racionum ptioilonge ef« F fkatior, atque vrgentior
eft, & dum illam habemus t non refpicimus alteiam : quando enimin
propofitiombus tetmini fecuniJurii diCttim deomni luntdifpofitt, nd confidcra-
mus,vtra propofitioantepofitafucrit.vteain ' appellemus maiorem: fca tnaiorem
vocamus iilam, inquaterminut praedicationeftipre- mus continetur, etiamii
alseri ptopofitiont poilpofita fuerit , vt fepe in libfis Ariftotclis lnucnimus
minore propofitione maiori cfle antepofitam : propterea ryllogifmu illuni ex
Vtraq, vruuerfa;i affirmadua, queiuquarta fi- gtira' de QuartaFigura Syllog.
Liber. cutaefTe dicfit, Ariftoteles non mdicarec lia- g„ e coffl piicat!otiem
propofitionum diuer- fam a prime» modoprima: figura:, qm dicitur BJrbara:
quiaquum adfitactu diftum de o- mri, maiorterininusfcmpervocaturille,qul
«ridtcatione ftipremus eft,&llla propofitio. «n nua ille inefi , feniper
diciturmaior ,et«fi ml nor »n« pronunciatj fuerit:quocir- jca ni3nis prorfiis
cft aduerfanorii cxcogita- t io,qti6d trifpofnijinpnmafi^urapropofi- ronibus
modns , & figura vartetur : manete- nim eadem figura, & idem modus :
quiama- neridemtLfiminusniaiov , & idem terminus jninor; itaenim inmentibus
aoftris impri- jnicurdi&um deomni,vt quomodocunque
propofitionesdtfponantur.nos Tempei pro msiore habcamus illum , qut prsdicarur
de wedio; pro minoreautetn illum, qui fubii- ckiw tnedio , idqtie cft in anirao
cuiufque hominis fana: menris recuiidwni m.ftinctum naturalem. Ideo icfellcndum
penituseft i- ftorum figmeiuum.quod tcrminus ilie.qui prsdlcationc fupremus
eft, dieaturminor; jj u j vcr o infimu?,dicatur maior; eft enim at- tificiofa
qua:dam excogitatio alicuius ho- minis, non omnium,neque pluiium , fine aliquo
ordine naturali , imo contraria natu- ts. De CeC.ire autem , & Cameftres ,
ac ii- militerdeDatifi.cV Difamis alia,aclonge di- uerfaratio eft, in his naq;
eefTante priore ra- 125 A mcnveiitans habentilegem enim perpctu- ani , &
vniuerfalcm habrmus , qubd qaan- docunque medium mter extvema politum
eft,fiuebene, fiuemaleid fiat , eft primafi- gura : iudicatnr enim pnma
figuranon ex V- Tig»r* iu£- tiIitatemodi,fedex(itu medii :ideo Arifto- V******
'* teles in prima figuianon folitm quatuor il- ^. "JlJf^
losmodosvtilesnominauitjfed etiialios °- ^'/J- * mn:s inuriles; omnino ltaque
dicendum eft, hunc fyllogifmu negatiutim,quem hi in quai B tahiura
ftacuunt,effe in p;ima figura, inuti- Jem tamenj8i non concludemc, quum mino-
rem habcat negatiua; nam redte , & naturali- ter mhil concludit, quauis ei
accidat vt arttfi- ciose,& obltque ccrta quanda conclufionem colligat : fed
tam non tfle natuialem illatio- nem*, quiiibet fincerus, & fanae mentis
iudex diligenter confidetando cognofcere poteft: femper enim dum medium ponitur
lnter ex- ti cma.propofittoillaiudicatui maior,iti qua C terminus jncff
prjedicattone fupremtis ; illa veib minor.in quainfimus: ideo naturalis o-
mniut i hominu cogitatio caderet fuper con. cluitonem connerlam : quilibet enim
expe- ctarcttx illi* propofitionibus talem conclu- fioncn'.,iti qua anitnal
deequo prasdicantur, litet modus non concJuriens,& inutilis fit: quare
eollectio conclufionjs conuerfe.aii- quod animal non eft cqutis,efte6traomnem
anims noftri expedanonem,S: cogitationem tionead fecundam confugimus : quia
quum Dnaturalem. Neque Arilloteli fuit lncogmtui non habeant actu in
piopofitionibus dtiium deomnijfed ambas extremitateshabeant s- qualiter
pofitas.priorratio nullum ibi locum habet, nec poffumus latione pr^dicationts
ha ic potitisquam illam appcllare maiorem, vei minorem ;
tuncigiturllcudamrationem jefijjcimus, & portumuJVtravoIumus appel- lare
r»aiorem,Dihilo tnagis fic, quam dc ad- toTrUmtesnatury , & difto deomni :
qtio fit, vt Cf fiie, & Camertres frnt duo modi diuer- f in fecundafi^ura,
fic etiam Difamis,& Da- trfitn terf.a. Qaod etiain dicunt de modo il- lo
negatiitoquatti ngun,vant!m,&: cornen- titium eft, etat enim modus ille
talis, nullus equus efthomo, cmnis homo eft animal, ergo aiiqttod animal non
eft cquusthutc mo- do (ainnt) obiicere noti poifunt AriftoteSici, quod fit :u
prirua fignra, & minorern propo- fitionem habeac maiori antepofitam, quem-
admodum alteri modo affirmatiuo obiicic- bant; quia fi minor ea efle dicatur,
quar prior pofitaeft, Scfyllogirmum cfTcinprinia figu. ra.fequetur in piima
figuta minoie elTe ne- gatiui,quod qitidtm elk non potcft ; quftin pnma h^ura
cxminore negatiua nihil colli- gatur: h.c autem modus, qaem expofuimus, tit
fyi!ogilinustoiiclud£ns ; qtionia igiturin prima Bgara locaii non poteft ,
mulro minus autem ir feitet con- clufione naturalem,quat eft, omni:Thomo eft
corpus:ipfe poftea audic conuerfam , quam non expectabat,aliquQd corpus eft
homo: i- deo hanc i!li fubnectendo concladitur per pritvsamfiguram aliquod
corpus eiTecorpus: quiafi prrdicaturde homine corpus, &ho- mo de
eorpore,concluditurpr|dicaridecor- pore corpus,quas cft pr-:dicatiQ,c contrari)
naturse, & apud plures homines i» vfu minimefunt: Hancobcaufam ab Arifio- ^
tele in figuris commemoratinon fuerunt,fed ! folum extta figuras, vt dtciurn
eft. Poflumus ettam concedere hos effe fyllogiFnios vtiles,. prout contrapotsi
tur vtilis inutili in priore G- gnificatiorie accepto,proindein aftqua figu- ra
locandos,non tamen direae,fcd obliquei eftenim rationi confentaneum ,vt ficuti
ob- Iique conelufionem colligunt, itaetiam ob- lique . &fecundario in
figura eonftituanturt non eftigitur necefTarium adiicete quartat» P figutam ;
quoniam hi omnes funt ia prjma figuta vt oblique con- dudentct» S l 7^1 S L I E
1{ i p TL Q_V jt \T *£ Tignra. Syliogifmrnm. IAC 133 £fS t-£> dfo Cfj?
ieaflimo volui : tao- «juuftt in ii.syentutc logicani pu- srdtnnm
MMMfthodi dearticulatione iplius ,quia coniidciaie aii- 1-oc,
velillomodofonusficarticulantlus pro ■ fignifkattonererum, ad Giammaticum per-
tinet, vel ad nominum impofitores \ ideo A* riftoteles in ipfo ftatim iogicsc
arris mitio ac- cepit tauquam notum quodvoces fintfigni- ficattices concepcuum,
neq; cotifiuetauic aa ! hocvelillomodoformandaefintjfed ab all- qua
altoattiliee iam formacas fumpfir, neo> viliua 137 de Methodis, Lib. I. 13?
vllamampltus mentionem tahs inft umenn A lumalnim doceatieademrationepoteftlo-
iijlibris logtci.v fecit. Pnterea fciendum eft, ■ornnem methodum effe habitum
logicnm, fiuehabitum intelledualem inftrumetalem, 6c omnem talem habitum eife
methouum; nec propterea perfedam eile definitionem mctftoui , fi dicamus ,
niethodu effe habitum jntellcdusinthumetita!ein;quamuis hccde- finitio ex
genere, & differeiitiis conftet^ & cu definito.vt didum
eft,reciprocetur: nam do gictts babcre hos inftrumentalts habitus , & ncmim
eos ttadere, fedipfe pereos fcienti- am rerum inueftigare , vei alus fcientias
tra. dere. aiiud enim eft logicam docere , aiiud eft fcientias , &artes docereperhabitum
lo- gicae;genus igiturmethodi non aliud fumen- dum eft.quam habitus
menris:difieientia ve- rbjnftrumentalis ; finaiisautem caufa cogni- tio rerum
fiue ab eodem acquirenda, fiue a- cuit Anftot.in fecundo hb.Pofter.Analyt.ac- g
his tradenda ; harcfuit abfq; dubiomens Oa cidcntisdefinitionem non elfe
perfedam, e^ tiamfi effentialisfit, Scsequalisdefinitio ,nifi caufam exrernam
expniuat,a quaaccidens pender ; eft quidem effentialis haec dtfinitio, eciipfi*
eft prtuario luminis iunar,&cura ecli- pfi reripMCatur, fed non eft
perfeda,nifi ad- daturcaufaextema, queeft obiedio terrs: quoniam igiturmethodus
inftrumecum eftj & cuiufque mftrumenti caufa piajripua eft leni in
principio artis medicinaiis, quando Q«id Grft- dixit [ Trei jnnt daBrinx, t]He orditsi
innitnn- »«• ptrtrtt r»r] deordinibus enim loquens fignificauit deSritiatfi-
tres effemodos ordinate docendi fcicntiasS"'^'"""'-
omnes,ck artes, fed non confiderauit, qubd ordines dicantur dodrinar ,
quiaprajceptoE logicustres ordines doceat difcipulos.hoc e- nim fi refpexitTet,
ipfe quoq; reinehenfione nou vacaretob eam,quam diximus, rationc; ipfeiinis ,
idcirco in definicione mtthodi fi- cfrmiliterAnfto^in prmeipio libii
j.Poftcrior lialem eaufam adieeimus,qua; eft reru cogni tio anobis per
methodutn acqui; eda ;in hac enim confiitittota iuethodi na-tura; qua re»
fpiciemio pofTumusnon incongrue mefho- dos omnes appellarc do&nnas , hoc
cft mo- dos docendij & tradendiom»esfcientiav,'& artes, vtdodmtasnomen
fine ipfum metho- W« *!i~ di figmficet. Sed aliquifuerunt,qtri dodrina nm dt
pro genere meihodorum, atqueordinum, i- mb 3; fcientiarum , & aitiu
nmniumaccepe runt; hos enim oinneshabitus confiderarune proutdocetur,id eft,
prouta dodore eos ha. bente difcip-ulis tiaduntur, vt fi quis doceat atios
fciercriam naturale ex eiushabrtu,queni ipfe habet. frientia ii3turalis
vocabiiur do- drina; quai e fi prseceptot habens habitum log ca; doceat alios
viam ipfam procedendi, ncnipeordines,acinethodos; itaordines, ac methuiii
appcllabuntur dodiina;,quia tra. trt tae- dj. Anaiyt. dicens omnem dodrinam cx
prsrce- "dentecoEnitionerieri.notnine dodrjnsenon ipfius logics, fed
fcitntiarunr traditionem mteliexit. illud igiturremper animaduc: tttc debemus,
dum hos h ^bitus vocamus dodri- nas ,vt nom«n dodrin.e non ad logicam do- ijferei7tU
fine vlla difputatione referemus. Q^um mc- ititer ardint thodus fit habitus
loeicus, docens procedere ab hocad illud cogniuonisadipifcendse gra- tia.duplex
effe poteftifte proceflusaut enim res ipfas tractandas difponimus,vtpnus de
hacj pofteade iliaagamus: auta cognitione huius ducimur in eognitionem illius.
aliud enim eft hanc rem prius effe cognofeendam, ^ methoc& fr*prte.a£C6
conucnienter cSifponere. Dehac tameri de_ finitionc cgo fenipet dubitaut: elfi
emm fal. fa efle noti vidctur , manca tamen ,& imper. fe ignorantur &
quamtntur; veluti prius deccrmt de animnlt generaliteragendu efTc, mox de
fpeeieb fingiilis; poftea veib tic animali communi tiaftjtionetu aggrediens
methodos qua?iit,quaead animalis naturam, H iatuerit, & ad eiufdem
acctdentia cogno- Icenda nos ducant: finiititercjnum de homt- lie^&
fingulis alits fpecieb.eftlocuturus. Vi- detur ertam ordo vmucrfalius quiddam f
iT?, & latiiis cxtcn:ti.qu.ini methodus:nam in or- dine rcientism vmutrfam
refpicinuis , & ems partes jiner fe confcrimus ; mcthodus vero invnius lei
cjuifit* inutfticationc confiftit finevita paitium fckntia: incer fe compara-
ttone. quare omnino de ordine prius, qttitn dc niethodo □iffei cndum eft :
&prinium de ordinc vuiu«nc fumpto, Cf/iKr i V. in quo definitio ordink ab
aliit tradita, & diffimlta* contra eam _ exoriens exfqnitur, Griiuir dtflr
T 71 n s n T v r omnes ,qui de ordtne to- niiisficmt- ' \ cuti funt, in hac
ordinis definitione fe. 4*u*iw. tc confcutire : Ordo dodriux e&hatutusia-
difponeadi, vt bene, 6c conueuientcrdi;atur efle difpofiEa:proinde qu^nam
fitiftaconue- ,4 niensdifpofitio,nondum coguofcimus ; nort eftcnim dicendum,eam
difpofitionem ano« bis temere,&abfq; vllarationc,&penitus ar_
bitratunoftio fien,vt quecunq; ordtnem feu uantcs, & quocunq; modo pattes
difciplinae difponentes vel tranfponcntes, dicamuror- dine ftruare; ita enim
tSerct,vt ordo non efter q ordo,fed omniattificiosacvtilitatecarensin-
ordinatto.Propterea non reftam eflceorum
fenttntiaatbitramui,quiputantquSlibetfci- ^rmij, entla, & ai tepofleanobis
quocunq;volueri bu M mus otdinetradi,&exp!ic3ti,velutiaite me. ^*'*"
dicam arbitno noftro ique fcribi poflc ot- "*"* tionem , vt omnia,
qua; in qualibet fc-icntia f "^ 4lj confiderantur, ab vrn» .,liquo
pen.leatit.&ad ' LlJudrcf.raiituijquofj quum effc poffitvel v- tiujiii I i
T4I deMethodis, Lib. I. ^«orindpittfn^velvnummedium.vtlvnHs a nixam fundametis
efle opinioncm Aucrrots, & priniipi ? qu _m llli reiecerunt ; reuera emm
non ex «"• f" !_* t Cr'r finis liinc exoriri dicunt tres ordtnis fpecies,
com pnfinuC,refolutiuum,dcnniTiuii. Senten tiam hanc diligenter ex.pendercnon
pofia. mus nifi de fpeciebus ordinis loqusmur, id- cjrco adaliumlocumeam
confideradam rc- niittcmus,vbi oftendemus, pendetiam hanc ab v;io ncque ordinis
naturam dcclaiare, ne- auecmm orJinicompetcre. Multi videntur t«»!f* \
ftntenti* adimeie.qaam fusi aliqui phi- f^ViTlofophi explicarunt.dum
prarfationem prt- B difcetur. Quam qutdem veritatem compro f '"',',Tti-
nniib Fhyiicorum Anitotclis interpretiien- Z^Hfrm*- tur; ibi namque Auerrois
opinionem rcfcl- i w«« lunt , qui *->' clt Ariftotelem proponete m na- wn
,i' ( philofophia ordinem feruandum eflc a b vniuerfalibus jd paiticularia,
propterea ipfa rerum confiderandatum naturafumitur?"-''
ratiooiJinandifcientias, & dtfciphnas om- nes , fed ex meuore, acfactliore
noitra cog- nitione; non enim fcientiam aliquatu hoc potius,qua_n iilo modo
difponitnus, qubd hic fit rerum coriliJeraudarum naturalis ordo
proutextraaiiimutnfunt; fedquia ica melius , & facilius ab omnibus e*a
fcientia qubd vniuerfaie efl nobis notius, quampar. ticularia, Scinjcioribus
nobisfempereftjp- erediendum. At Jicunt hi, deceptum fuiffe Auerrocm, qui id
attribuitordini,qtiod po- titisfflCthodo,at vi_e tribuendum efi. pro- prtum
enim eft na;,feu methodi,vt a no- tisprogrediaturad ignota: quia finis metho-
di cft facere ex noiis cognitionem eius^quod ignoratur. ordo autem non
requirit,vt a no- tioribuiaufpicemur, fedlblum vt eaantepo. canrur, qua: natura
priorafunt. Horum igi- tur fenrentiaiu fi feqtiamur, ratio ac nornia bene,&
conuenienter omnem difdplmam difponenJi non aha eft, quam ipfe naturaits ordo
rerum confiJerandarurn ,vt iJja fit par- tiutn ahcuius fcienti_e conueniens
difpofi- tio , qua: rerum in ea craftatarum naturalcm ordinem imitetur ,& fequatur
, vt quum or- dine naturs elemenra prajcedant miftum, erdo doctrina; reftus,
&conueniens ille eft, quo pritisdcelementis agitur , quam de mi- rtis :
quod fi prjus de miuis agcrerur, praua eflet difpofitio; quia ordini ipfarum
rerum Jrvumtii- nsturaliminime eflerconfentanea. Senten bare,& contrariain opinionem euertere non
erit difticile tum ratione duce,tum mulcis Anftotelii tefttmoniis. Primum
quidem, h p,iw»mii. ___>. rt ^ mmImm _4_._inil- ^Ir« , n itnrPr... . _V __ O
tllOUS qni fcientiam naturalem aufpicatus eftitra aatmne de primis principiis,
qustamcn oc culta, & incognita eranc, &cognttu maxim^ difficilia,
iptiiq; compofita multo notiora e- rantjnon poflumusigitur dicere,Ariftotelem
priiis egifle de principiis, qubd notiorafue- rint : id enim eli mantfeftc
falfurn ; itaq; con- fireri cogimur, ipfum de pijncipiis agerc pn- mum
volujfll', ea tantum ratione duttu ,quia prtnciptafunt: principja enim quatenus
ftirtt ] principia,naturaprioralunt copoficis.&effe- Ctis;ratto igit
ordinandi oes dirciplinasvidet effe ipfe naturalis o: do re; u confiderandatu.
Capur VI. inqMditlafentetiarefellitur? & efiendkur ,rationem ordmandi
mn terejdptincipiis enim exorditndu fuit : qucn. niam exptincipioium
cogntttonc perfeetara aflequemurfcietiam rerum natutalium , hic U cnim reuera
cft caufa iinalis omnis oidtnis, in qua animus nofterabfque vllo dubio con.
quicfcit; 3c hancipfam affertibi Atiftoteles; traSattoms cnim de piimts
principiis non hancrationem aflert, quam ilh dicunt,nem- pe quod fint
ptincipia,&fecundum naturarn prima: fed quiaperfe£ta rcrum naturaliit co.
gnitiopedetexprimoium piincipiorum co- gnitione ; nullo igitur alio medio
oftendit etus ordinis tationem , quam noftra cognL C tione,hancvultibi
Aritloteles effe rationern ordiuandi omnesdifciplicas. quare locusiL
leapertiiftmefauetnoftra: opimoni, Stdres ii» 4 , (pi> hscmagis
eftmanifeftaj quam vt plinibus ar- ^»0»^ gumentismdigeatj traduntut entm
dtfctpli- iiJtnon vt in rebusipfis ordo ftatuatur; eum ecim iam narura
ipficonftituitjfed vt nos, difcamus ; eo igitur ordine vtimur, quome-
Iiiu,acfacilius dtfcamus, hxc eft veraratio or dinandi.ad quam & rcs
ipfanos ducit, &ipfa D quoq; vocum fignificatto: appeilatur enim a cunftis
ordo doctriiise,nou oruo naturaj.Sed Ctuf/t,^ caufa,vtputo, errcjris multoru
fuit ; queniam tllerHa, quandoq; hxc du.o fimu! funt; cotingit eniin^ vteadem
fcientia & natuta;ordinem fetuet,. &oi dine meliotis cognitionis; tdeo
opinan- turtalem feruari ordinem earatione, quaeft. ordo natura ; non quatemis
per eum melior cogjutio habenda cft, quemadttivdum qut putantaliquam figuram
habcte tres anguios l a;quales auobusrectis- quatenus tft sequila-' teta.non
qttatenus eii tnaiigulaiit:quoniam contingit eanuem figuram triangulum
el"et fii squilatei um ; quando tgittrr cueuit , vt in fcienttaorco naturs
gtnttantis fouetur, id non fit quatenus cft ordo naturs,fed quate- nus eftordo
melioiis noMix cognitionis , vn- de etiaappeliationem fufcepit: votatur.n.ab»
omnib.queadmadu mximus,oruo dodrinx.. Gaput VII, m quo tx qugrtmdAtn afn£
Artftot.loiorum obferuationetdem demonftratur. ,T T O nvM,qu2
dixtmus,efBcaciflSma con- ~ J_firmatio fumi poteft tx plunum Joco- rum
obferuatione ,in quibus Arifrotdes or. dine natur^ neg!c£io,volutt ordinem
noilias melioris cognitionis feruare ; quemadmo- dutn enim quado ordocogmtionis
eftetiam naturas ordo,magna d;tur oecafio etrandi, quum non appateac, Hrum
duorumauthoc ipfe 145 ttjattluti*. jpferefpcxerit j ita quando difiuncti^atque
e tiam eootrarij funt, nenipe ii conwigatordi- ncm nituiae noneffe ordinem
rneltoris co- rnitionis, tota rei veritas claratrobis, & pcr-
ipicuaredditur, dum videmus , fperniordine naturx, Srfoluni ordinem cognidonis
feiua- rL I'rutulithanc fentetiatn Arlftotcles.eamq; infuislibrisexequutuseft:
namin principio Jib. s . Me tap hy fic. daravoce teftatur.non fem perm
difciplinis principium cognitionis dfe etiamprincipium rei,fed id.Vnde facihus
di- fcamus. Iu primo quoq; lib.de Moribus cap.- ^inquit, dubium eife.an
eamoralis dirciplu lic.-V* ■ natra[ j^ jaficordine compofmuo, quem vo- £
ataprincipiis;anrefb]utiuo,quem vocatad pnncipijj qua dere ait Platonem re£re
dubi. u j]e ; poftta quasttionem diflbluens,dicitnil aiiud effe refpiciedum
nifi vt a noris iueipia- nius ,non confider«:ndoanfint prindpia rei, ndcne,
quareiubct ordineiii cognitionis fem per feru2r!,nc>n femper ordinem
naturse; mi- rurautem, qtiodaliqui etim locum iaterprc- BttfflSfro wntes,
dicanllaverbaadviam do&rma^non pjuj ■;*»- ad ordinem pertinere, quod
coditio metho- di (it,non ordinis, vta notioribus nobis pro- grediamur,eo
fortafle argumeto ducti, quod ibi Aniforelesnon nominct ordinem,fed di- cat
•&> qua» vi a eft; quod quidem argumen. tum nullius eft toboris, quum
poffit & ordo, &;n:chodus communi appellatione voeari ihs. quarevox
quoq ; compofita ftfyhs, fe- J pe proordiue accipitur, vt multis in locis a-
pud Ariftotele:, & alios Grscos authores ob- feruare poirumus;reuera enim
flipfius vocis ftgnifkatmncm rpeftemus^non minus ordL nem fignificai e
poteft,quim illam, quar pro- priemerlicidus sjici folct : nam &h.Tc, &
ille via quardam cft, & qui Jam progrefllis ex hoc ad iiiud : diftinftio
autem vocsbulorum non Kipia vocuoi proprierate dcfumpiacft, fed ad euitid im
ambiguitarem , Scobfcuriratem I inuentafuit;ratioiraque illorum ftiuolaeft.
quod autem Anftoteles ibi de ordine ioqun. tur,non demrrhodo, manififlum
eff,,fi eius VetbapcrpendimuSjdicit enim dubium cf- fe,an a pruicipiis.anad
principia viatenenda fit;at certuir cfl ,fi demethodo hxc intelli- ganrur,
fign.fi eaii his verbis diias fpecies dc- monftiaiionis s eiTet igiturqua:ftio
Anftoce. iis.vtrademonftratioms fpecievtidcbear, an ca,qua? cft aprinri , an ea
s quara pofteriori; F tpja: cen_' vana ciTet dubiratio, & contraria
lis,qciar antein ttitio capite dixetat, vbipro. teflatus erar,fe nulla vfuruni
effe demonftta- noije,ftdatgumentis tanitim comniunibus r « «vulgaribus, quaha
mareria fubieaa requi- rit:itaquenon poceftin cap.+.dubitare, vtra
Wtonftrationu fpeck vti debeat; idque ra- tir n: confcitaneu m cft : quiaff in
C3p i De mechoik. vei bafeccrar, quam ad res ignotas ceciarandavm us hbris
ft-ruaturuserar"; poft- " 111 quarto cap. jion debuit iterumdcme. dc
Methodis, Lib. I. A 146 thodo loqui , fed deordine , vtHgnificat ver. C*p. S./i
j. butu lllud \_tncipere'] quod non viae dodrina;, fcd Ibli otdini conuenit ob
eam rationem, quam in fiquentibus declatabimus. Plures etiam apud
Arift.locinotari poilunt , in qui- bus ipfe otdine naturx pra-terito, oidiucm
faciliorisdoctrin3;feaatuseft;in Iibroenim Categoriarum relationem qualitati
antcpo- "'•">""• fuitproptei faciliorem dodrlnam.quiain
ea- pite de quantitaterelationismentionemfe- B cerat,tamen ordine natura;
qualitjsantepo- nenda erat, quia abfolucum eft natura prius
refpefliuo.Porphyrios quoque caputdefpe- Vcrphyritu* de antepofuitcapiti dc
diffeientia &ciIioris do£tri.iaEgratia,quuni tamen difterentia fit
natuiipiiorfpecie.Et Adftor.infecundo Iib. 1 H& De*ni- dc Amma in
traflatione de quinque exter- mttrsci.tie nis fenfibus a vifii evordium
fumpfit. vrtimo/e»yiiw, autem loco detatiulocutus eft; tamen ordu nenaturaj tactus
pncedere dt buir,tanquam' C omnium fenfuum imperfeiiiiTimus, & com-
niuniftimus^ordinem igitur naturas fpreuic propter faciliorem dodrinam; qtiurn
enim in (ingulis fenfibus cognofcenda fuerint ob- iecla dk media, & organa,
vt cognofceremus operationemfieri exaaioneobiectiin orga- tiumpermedium,
trasferens fpeciem ab ob- iefto ad organum } anjmaduertit Arsftot. ita
effeincognita,& obfcura in raftu organum,& medium, vtii
ataduinccepilTec, iuredubita- 3 repQtuifTemus; an quilibetfenfus organum,
&medium habeatiideoavifu aufpieari vo- !mt, in quoeaomniarnaxime dilucida,
6c di- ftiniSa eiant, vtquum in vifu, &aliisfenfibus no&ilioribus
cognirum efict, operarionem fieri ex translatioKefpecietab obieftoador-
ganumpermedium .llludidemin aliis quo- que fenfibus , in quibus obfcurifliraum
erat, fateremur,videlicei:ingu(tu,&in ta£tu, quos ibi Anflot.in poftremo
lcco pofuit. efte aute : diflidha cognitu orzana, &media hotii duo- rum
lenfutJi declarat ipfa Ariftot. traQatio, ex qua nihfPBrti dehis defumi
poteft,quuin ipfe nihil exprimat,quod!n iis duobusfenfi- bnsorganu, aut medium
dici poffit , fedhaec leuiter tangat, &ucco pede pixtereat. Uxc
fuitveiaiatio liliusordinis, aliis adhucinco- gnita; omnesenimvna cum Auerroe
dece- pti , nuilam aliam afTerre folenc eius ordinis rationem, quam quod
Ariffot. feruare voluit ordinem nobilitatis; fcilicetfiataQu cxorfus efTec, non
minusidont-aeius quoq;_contratij otdinisrationeallatuii etant; dixilTenteniro
ipfum ordine naturar generantis vti voluiliej natura enim ab imperfeftisad perfeftapro-
gredi folet, dum generat; igitur quemcunq; voluit ordinem feiuare Ariftoteles
potuit, fi- quidem pro eius excufarioneratio aliqua il- liusordinisiiobhnon
erat defutura, cjuoni- hil ineptius dici poiTe demoftrabimus in fe- quentibus.
Atveib li eos percocaremur,qua- rc in traftatione de Senlibus voluit Ariftot. i
4 7 Iacobi Zabarellae Patauini r4ft .ordinem feniare a nobiliore; intraftatione
A ra.quofitvc minimc vemm eiTe videatur id, aucem De partibusanimx non
leruauiceun dem crdinem, fed potius contranum.qui elt ab igrtc.biliore ?
nullaro huius diuerlitatis ra- .tioacm,quamaddueer.ent,haberent;nosau- tem
horuna omniuro rationem optimam af- ferimus . dum dicimus ordinem vtrobiq; fer-
uattim eiTe facilioris , acmelioris doftrinae; hacc enim poftulauit, vta parte
animsc igno. biiiore , & nobiliore fenfu traftationis exor- dium fumeretur.
Similequiddampro huius veritatisconfirtnatione apud Anftot. legere Prlnts dc
bi- poiTuiiuiS if. pritr 0 Dc hiftor.animal. cap. 6. fier.ttnimtt. gjj n z , D
e panib.antmaUap. to. qnib. inio- C °P; 6 .
c!sproponit,dkendumpriusdepartibusho M S P'7"7 m inis,qisam de parttb.
aliorum ammaliumi • ' qu i lrlo bis,quihominesfumus,prorr,ptio- les, ac
noti«ties feot , ex quaruni cognitione in noticiam partium aliortim animalium
fa- cilut 5 vetiire poterimu»:certum eft aucenrijA quod nos cum Auerroe diximus
, non folurn viam doftrina:, fed ordinem quoq; eflea no- tioribusnobis;ideo
vtomnem penitustol. lamus difnculrate, declatare debemus, quo- nain modo ordo
doftiinse dicatur effe a no- tioribus nobis. In primis notanda eft diftin-
£■„»,,■ . ftto ilia vulgara, cognitio noftra duplex eftj rw/j^*
vnaimperfeft3,quam confufaui vocant; a!te r) perfefta, quam voca:it
diitiriftan.iqua» ad. B huc duplcx eft; aliqua enim eft fimplicitet ?'"•«/,.
perfcfta, aliqua verb non fimphciter, fed fo. "\5 fn !>i. lum in
genereperfefta dicttur,id eftpro con- ditione,ac narurailliuj
difcipiinej.viexempli gratia philofophus naturalis debct habere plenarn ,
&fimp]iciter peifefta cognitionertii omnium metallorum , vtin eu riihilipfi
mt- neat cognoftenduro.fin minus.impcrfeftam, , ■ ipforum nocicia habere
dicitui ; faber autem airarius non ecnetur untam habcre a»ri» co-
riftottiemibideordinedoftrii-.a: loqui,non C gnitionem, quantani habet phiioiophus
na. lib. dt P/sh tit. devia tordinem taraen diciceffe feruandum
auotioribus,neque dicitab homine aufpi- candum ctTe.vt a nobihorejfed vt
notiore.Li- bros quoque De animalibus antepofuit Ari- 'ftoteks libris de
PJantis.vtipfe tefbturin fi- ne libelliDe [ongitudine, &breujtatevita;, iAn
hbro aut .01 De ortu,& interitu con- fiderareeam gen.-rationem,qns cft
vnius cx |W>ribus: attamen generatio non diciturtra. -tarimfivbi perfe ex
fuis caufis cos;nofreda jropoiiuijijic vbi dtfiaitui. ryiaie ^rimu. li- quod vero
polteitus.HClpccies.VDineq; con- fidetatur,neque fieii poteft illatio vlla.
Inor- Oris'refilu~ dine autem refolutiuo "ex notione finis vide- •U*n*-
tuullacio fifrieorum,qua.adfii5em ducunt; **» **" tamen refolutiuusid
nonhabet quatenus eft "J r " d ^ t h"T ordo; oporteret emm omnem
ordincro effe l,/,'/,^^ eiufmodi,fed potitis quatenus eft talis ordo; ^ c^g,
eft-enim pecuiiaris conditio ordtni. refoluti- uiifed de hac ic
Ioquemurinferius;fatis cftin prrfentia difcrimea interordinem,_-n_e:ho dum
declar_if_ , -fhia eft eflentialis eonditio methodi,vthuiusrei ex illa faciat
illatione: pidinern ve o, quatenus ordoeft, dicimus non cflc ai gumenratidncm,
&nullam alicu- ilis rei txaliareiliationem facere fecundiim propriam lpfius
oidinis naturam. Caput IX, in quo & ordmU, & metbodi vtilit.ts
deciaratur, & clarih exponitur, q.uomodo ambo fint a notisribm, ad ple*
namargnmenticontrarij fihitionem, EXhis , qiix dida fuiit,pc;-Tumustam or-
dinis, quam methodi vtilitateni, finem- que colligcre; cuiufque enim inftruraenci
natura in fine & vtilitate confiftic; methodi fVltta cHjidem vtilitas.
&fini. eft notifi«arej.id eft 151 Iacobi Zabarellae Patauini 152
cognitionemface.eeius.quod ignoratur: fa- A alterius ,quum vtrumlibet di(.inf.e
eognofci poilit ettam altero ignoiato,quod contingit in fpeciebus,qu_e aeque
fub eode generecoa- tinetur, camen alterum,fi priiis cognolcatur, alterius
cognitiouem faciliore reduat : vt co. gnitio partium hominisfactliorem
rcclditco- gnitlonem partium alioru animahum; &co- gnitio fenfuum perfeftiorum
facihorem red. ditcogniti .nem aliorii impeifectiorum , qui difficillimi
cognitu funt,ideo tunc quoq; iL ciugiturme.hodusvt diftamus , quia aperit
illud,quod abfeonditum erat ; ordo aucero hanc vim nonhabet; nam fi res
traftadas re. fto ordine difpanereiuus, nec aliqua vtere- murmethodo', vel
argumentatione, nilnl di- fceremusj& nullam cognitionem adipifcere-
VtilitAt vrii- mur;fcdvtilitaso.diniscf.,vtpereum rneliiis **• ,&facilius
docearrtur; vt enimtnateriam prt- «nam.& elemenraj-Cmiftacognoftar.uSjme-
thodus nobis pra;(lat,non ordo;ab ordineSu B lud antcponere dtbemus »quod ad
aborum tem habcmus vt meltii s, vel faciiius h_.com- nia difcamus;melius enim
eacogrtofcimus,Ii priusagamus de materia prima , mox de ele- mentis.pofteade
miftis^ quia nifi hunc ordi- iieui feruemus, fierinon potcft.vt pccftftam Sc
diftinftam horum fcientiam habeamus, fi- tatHter quod fenfum vifus , 8. icnfum
t-ftus cogi.ofcamus, methodo.no ordimacceptum fenmusj vtautem facilius horum
cognitioiie cogr.itio-.em conferttanquatn vttle,etfi non confcrttanquam
neceflariC. Hi. igiturduab. diftt.uibu. [»?_.> aij & [fxcsliuf\ totam
otdi- nisvrilitatc. expiiniimu-;ratio eium ordinari- difumitur e nuftra
cogwticMie vel melius,vet faciliii. acquirenda ; meliui quidem,quando alter
dtfponendo cognitio optima in co ge_ ncre haberi non poteft:facilius
verb.quando poteit quide optima acquiri cognitio etiam otiamur,ordo
prxftat:fignifi.auithocAri C illoordinenonferuato,atmagtio cumlabo ft-_. in
principio hb. j. Metaphyfic. quando de ordine loquens dixit, priucipium doft
ti- na. non femperefTeprincipium rei ,fed vnde aliquis facilius difcat; hoc
enim ordinij pro- prium eft:quia ordinate difcendo facilius di- fcimus.
Diuerfis igtturmodis ordo,& metho dus ad cognitionem .conferunt rideo ambo
debuerunt eiTe progreflus a norioribus , alto fcf.fWtwre- tamen,& alio
modo,vt declarauimus. Idve- fyirit ctg» "tUnem **' dum , qubd quum ambo
noftra cognitionem {"r"n« tanquam .finem refpiciant, nontamen ean- S
t " , ^ A '1"'" n tjcm; mcthodusenim tam ad c6fiif.im,quam de rtri
f*& a tisii lit mctf- ftriw erdi, efle principium rei , fed quandoque effe
id, vnde qui^>iam faciliiis difcat. Tetigit etiam . vtramqne rationcm
Auerroes in primo ca- pite primi lib. Meteorologicorum , vt eo in Joco videre
poilumus. Ex his patet cos erraf fy fe.qui putarunt, omnem fcientiam , &om-
« nem artem pofTe diuerfis ordinibtis pro fcri- ** ptoris,feu doftoris arbitrio
ttadi ac Uifponi;* reuera enim vnus eft, non plures , in fingula *"
difctplina tradedaordo lnelions acfactlioris doftrinaTjquifipei untatui jceric
ea iiicultas beni de Methodis, Lib. I. I$3 hr „ e onlinata dici r»o P
oteft,quia fic «1 p«- S^gnitw acquiti nec,P«t,«l d.ffic.hus Sritur; ideocui
eompofitiuus ordo be- * cq «t.>. illi refolutiuus eomperere nou "'S
&econue>fo ; fed hacde refufius lo- Kemur, quum rie fingulis ordimbus
ftrmo- Saci^us.Ad argumentum .gituraduer teorum ciara eftrclponfio,qu*omnem
dif. Ktem colhtidicebant emm , Ar.ftoteles 154 iis exotdsri velimus ac
debeamus, quorum cognitio ad aliorum perfeftam cognitionem neceftaria,aut
faltemvuliseft; &quum di- fcipliriEpropternos tradantur.vt noseas co-
gnofcamus,fequitur in iis omnibus ordinan- dis pofteriorem huncrcrum ordinem
fem- per attendi,non alterum priorem : in hoc igi- tutfenfuverum eft,quod ratio
ordinatidi o- mnes difciplinas fumitur ex naturareium;ve rum eft etia,qubd
eafemperfumitur anoftra ntuii»"' ertofdttur, qux maximeincogni-
•~>+~r¥*%«*> ....1^11.^... »"•"»>"* — « P funt, '&
:£ompofita,8£ eirefta funtiis muko B cognitione : kmniWdw io eunde fenfum
cadunr,vrconfiderantibusmaa.fe8umeft. Cxput X 1. in quo defimrio Ordinis ex
iii, qtudicta ftmtjoib.guur. PE k hzcycraa. haftenus dcmoftrauimus,
conipicuaractacft ordinisvtilitas,& fi- nalis caufa ; quoniam igiturordo
inftrumen- tum noftrac cognitioiiiscft,& omnis inftru- lllJwi^
coonolciabiquedsftiiifta C mend naiurain fine,&vti!itate couMtU. ldeo
cnimoi.iiu"'.' s 1 r c_„„ u..„, ;„ s„n, ArKnitinnm. fJSorr er«-o «tordinis
conditiovtfitano ti o bus nobts. Inell ir, hocargumento falla. a iftcuudum quid
ad fimpkotennam.prm aefienobis isnotiora efteais,verum eft ftLndum noftram
confuram cognitiontm; fenplidter ramen igoot.ora non fo«t,aiita
ftXumordinemcogtiitionis-diftmaai: fnnt not ior3,&ommnopriusco ?
norceiida,quam cffieaiu , quia magis notio- res;alise facijiores cogmcu,alis
diftic;liorcs,& aliKadaliarum copnitionem corrferant:con- trivttb
hxadillasnequatjuam. Hic sutcm ordo non femper eft illemet crdo j quem res
fecundum fehabent.fcd contingerc poteft hunc Hil co ntrarium effe , vt
alius"fit orrio re- rum naturalis prout fecunduaj fe confideran
tur.ahusvcib eatundem vt op.timt: St facilli- mei riobiscognofcendarum, ideo
quum ta- ut iii natura uoftr&m cogaofceutiuiii , vt ab ■41 .IHI ILdlWfiH.
lll.V)^* . n*. 1.«.^ ^ ■ — fi Jinemhunc in ipfaordinis definitioue ex.
primamtrs,perfcftaetit, &omnibusnumc- ris abfoluta definitio , qus alioquin
eft man. ca, & imp et fefta, qualis ea i\ut ,-quam alij at- tulerunt.
Nosigitur dicimus,ordinem do- Definit™ tr* ftrinis
effeinftiumeiitalehabitum,per quem *'»» ^Hri- apti fiimus cuiufque difciphna;
pattes ita dif- ponercvtquantum fieti poffit, optime acfa* cihtme illa
difciplina dtfcatur.QubdhaJc de- D finitio-optima fit,multa teftantur. primum
quidemrei definua: natutam egregic deda. rat, acdilucidam reddit, quum
expiimatve- ram,& vntufrfalemiattonem ordiuaudt om. ncs difciplinas ,
quzquidem eft fints,&vtili- tasipfiusordinis. Omnes etiam difticultates
foIuit,& aliorumerrores,errorumq|ue cau* fas aperit ;alij namq;non
expreflerunt,qua?- namfit veraordinandi ratio;qubd fiahquafii' fi^i^iiCLilie
videntur,ineafalfifunt, quum di- E xerint rationem o ( dinandi ex ipfarerumna-
tuta defumendam effe: qus quidem fenten- tia tantum abeftvtdubiafoluat, vt
potius in pluiimas, easquemaximasdifticultatesalio- ruin snimos traxerit ; quum
enim in difciph- nis ab ilhtftribus authonbus traditis modo-' oidinem rerum
naturalem, modb orrJinem contrarium naturali ,vel faltem ab eo diuer- fum
feruatum efte vidcamus, nullamhuius vuietatisrationem atiriucere poifumus,dum F
iliam fententiam fequimur, &magnis,atque
infolubi!ibusdifticultatibusvrgemur;atno- ftfa opinioue receptaomnes
difKcultatesfoI- uuntur ; femper euim oftendere poffumus ^irdinem feruarinoftrs
mehoiis , vel facilio^. ris cognitionis; ad quam dum confugimas, caufam omnis
difpofitionisfacilc reddimus; fiue enim ordo naturse , fiue huiecontrarius, Gnc
alius quilibetferuetur,is femper eft or- do nofirs melioris cognitionis .
Denique hxc definitio caufam aiFert omnium eorum 3 qua; ordinem veluti
accideatiaquc;daniCon- fft . lacobi ZabarellxPatauini Irt quod veioparticulare
nominamus ,ipf1 nia. t**^ «fle,quam de fpeeiebtw, Sttraftationemvni- C ceriani
ipitus retnedij appeilandam alT^:lunt, w ' , "" , *
uerfaliumanteponedam clTs traftationi par- ticularium: certe Ariftot. in
pioostnio prtmi libri Pbyficoruiu non a!ia ratione probauit elfe ab
vnruerfahbus ad particularia progte- diendfr, quatn quiavniucrfale,quod de mui-
tis prasdieatur, eft nobis notius patticulari- bus , &itanotius, vt
neceflaria fitipfiusco- gnitio ad patticuiatium cognirionem perfe- fiam adipifcendam.
Auerroes quoq; in prar- fatione fua iu libros tllos, nec non in fua prsc-
fatione in pofterioies Analyncos trcs tatio- nes adducit, cur
vniuerfaliafintanteponen. da particulanbusin omni doftrina.qtta: om- nesejt
noftrameliore,ac faciliore cognitio- ae defumuntur, vtin mcmoratis locislegere
poflumas, non eftenim operspretiu eaom- nia,qua: tbidiciintttrab Auerroe.in
pr3eff:n. ti a r ec e nferc, q u u m loc o s o ft e n difle I at t s fi t.
CaputXl J. qubdproccdere*b vmuerft- Itbw ad particularianon fit pro~ frium
fotiuf ordtnu tom- fofitiui, PE R hxz tnanifcftus fit errorillotum ,qui
putantproceflum ab vniucrfis ad fingu- taproprium effeordinis compofitiui : nam
fi ratio huius proceflus eft fola noftra mclior cogni6o,ba;cautem finis
eft,& comunis con ditioomniumordinumrigkurptoceffushic F
autliores^comperimus quaudoque^fpedeS mturam ordims quatcnus ordo eft , confe,
gcueri,& particularcvniuerfaii ia trartario. quitur ; proinde omni ordini
competit,non fjiicompofiriuo. Patct autcm Ariftotelem Iion modo in fcientia
naturali ,qus ordine eompofitiuo tradita eft, abvniuerlisad fin.' ! vtlactucam.
Attamen vtnos eorum appellaZ tionem nonreprehendimus , ipfi quoq; no. ftrim
rcprehcndere non deberent ; fpecies emm remedir' frigidt laituca cft , de qua
frigt. dum incafu tefto przcdicaturiquE etiam non incogruemateriaillius remedij
dicituriquan doquidemvniuerfalcvtAiiftocelesaitinpri pio libro de Ceelo ,
Cgnificat formam ;partu culareveroformam 111 matcria : non debent D
iaicurnegare procefliim illum a frigtdo fim. pliciteradlactucam cffe ab
vniuerfaliad par. ticulare,quam comunem omnis otdinis coa ditioricm eiT«
diximus. Scd res harc magis declarabitur,quum dc fingulis otdmibus ler. mone
faciemus : hsc voiuimus brtuiter hoc inlocoannotate,vtpateret,communero eiTe
omnis ordinjs pioprietaicm ab vniuerfali. busadpaiticularia ptogi edi,non
foliuscom- pofitiui^vtaliquiaibitta-icur. E , , Cdput XIII. in quo dubium
quoddam proponitur contra ea ; qudtpro- * ximt dicta funt. CAE t e r v m
aduerfus ea, qua; tnodo diximus , dubitare non abfquc rationc quiipiampofJ et ;
videtur enim non etTe ordi, nis proprium.vcab vniuerfalibusad particu-. laria
progrediatnr , fiquidem apud probatos f;ula proceiTiiTe ; veriim etiam
iitlibtis mora. ibus,iS£ in Anaiyticis.in quibus feruauit ovdi- nem refolutiuum
j in moralibus enim prius de virtute iu vm'ue:lum locutuscft.poftca de
virtutibusfjngulis.-inAnalyticisautempofte- (i^ribus pdfisatiotione usiis
inucnit aiediit ue futfle antepofTtum;Euclides quatuorE- lemenco rum libros
quinto antepofuit, in iL listamen dc Iineis tantiim , ac fupetficiebus agit.
inquintoautem de magnitudine am- pTifliroe fumpta,qus 8c lineas,
&fuperficiei, &folidaquoquecomplectitur ; vnde colligi- tur.Geomctttam,
&Stercometriam no duas efTefcietias omnino difcinftas, fed duas eiuC dem
fcientia; partes, in quamagrtitudo latif. JJmcfumtafubteciura
conftuuaturjquintt» igieuc EjmbA de Mctliodis, Lib. I. 0 n ■tti. ordinis
eondirio eft,vt ab vniuerfalibus ad SAticularia progrediatnr. Anftoteles quo-
cyje i" rradacione derebus viuentibus non nJetar
vniuerfaliaparticularibusantepofuir fe;prius enim decorpoie viuente debuit ge-
neralittr& conimuniterloqui : deinde tte e. \tf UC i.VivlllUUIB, UU. k. \$%
jnitur iile Elementorum IiLer quumvrranq; A ponedum.noiiqutarTtviuuerfjfCjfediiielio.
ris doctrinx gtatia : quoiiiam cognitio partu cuhrium ex vniuetfahuin
notitiapendct;igi. tur fi quandoq;concint;at , vt propter cogni- tionem melius
fitatittpuniae paiticulare v- niuerfali,abftj; vllo dubio vniuerTaleob ean- dem
rattonem poftponendum eft : ideo praj- ceptum illud Anftoteiis, quod tiactatio
vni- uerfalium dcbeat pra;ccdere tradationi de particularibus,intejligendum eft
vr verumin SiiVfpeciebu5 ; nenipe animaiibut,&ftirpibusr B plunmis,
aliquado etiim eontingit (quamuii iaro)vtfacilioris do£hina: ratio cogat ordine
huncaliquantulu pertutbare.Quomodoaii. tem, & quam ob caufam id
eueniat,confide« randum eft. In omni re piopofita duo funt, qua: cognofcere
volumus; primum quidem tiTcntia, fiae naturaipfius reiideirrde propria eius
accideneia: ideo quando dcceraimus a- gendum effepriusde geuere ,pofteavero de
tpede, ipfius generis naturam , & accidcntia C primoJoco declaramus: deinde
naturam, & accidentta Ipeciei : ipfa enimnatura fpecici non poteflcognofd,
dfi naeurageneiisigno. rarur; declaraturus igitur naturam homini* debet prius
animalis uatura declaiafle ; hinc colligimusj quod fi forte contingeret,vttum
generisjtumlpecieinstuia^vclfaltemfolana ruragcneriseiTetres per
fenota.&nulla ege- ret declaratione jtuncneceflarium non eflct genus
fpeciei ordine doclrinac anteponere, tamen primo loco dc Animalibus egitjorn
nium enim deviuetibus libroruin prinii funt libriDe hiftoriaanimalium, poftea
libri De partibusanimalium, quicerte ammaliu pto. piij funnpofteosegit de anima
in vniucr- Funiiniibris Pe anima, qtia? quidem tracta- tio omnia
viuentiaconipieClitur. quarc tra- ttatio pattkularis fuuantepofita iniuerfali,
lniisquoqueSibris,qui Panri nattirales vo_ ontur, idcm infpicere potfumus;
aliqui e- nim,quiad foia animalia pertinent,aliqui- bus fitnt antepofiti
animantia omnia com- pledtentibus; prius enim egit Ariftoreles de
fenfu,&ftnfiiibus,de memoria & reminifcen tia,demo!uanimaiiumj quam de
vita& mor te,&delongitudine,ac breuitatevitar, de iu- uentute
&'fcne£tute,qua: communia acci- dentii funt omnutm animatorum ;aat igitur
Artftoteles, & Eudides non refte fecerunt, aut ncn eft neceffaiium in
difponendis cu. D nifi cognitio proptietatum id poftularet. Ac- ^cddeitHam
iufqu; difcipliJia: partibus procedereab vni- uerfahbus ad paiticulatia. Caput
X I V. in quo dubijfelutw exponitur, DIfficvlTas bscc ad plenum fol- EH non
potcft, nifi & de rcbus mathe- mancis , & de lis , qux ad animantia
perti- nentj nmlta dicamus , qtiar fortaiTe limitum tractatiomslogiea:
tranrgrefllo alicui effe vi- debittir:attamen aniroadiiertere quifquede* bet,
nos de rebus logids ita traftationem in ftituiffCjVtnon modo logicam arebus
abiun- -5j««j™)s tum fpeciei ea eft differentia jquod aliquan- dmgtntrA. do
proprietasfpeciei eft ipecies proprietatis generis; aliquado non eft
eiusfpedes,vt mo. tus eft proprietas corporis naturalis , motus autem amedioeft
proprietas corporis leuis: &quemadmodu corpusleuecft fpeciescor-
poiisnatutalis: itamotus amedio cftfpecies ^uscdam motus; calor autem eft
eiurde cor- i poris leuis proprietai, quarnon eft foecies motus : ita aptitttdo
adridendummhomine non eftfpeciesfenfus , qui animalisproprius eftjhuius autem
differentia: ea eftratio,qubd propria fpeciei natura tum proprias edit 0-
perationes, &acddentiapropriadiftinctaab accidentib.propriisgeneris ; tum
etiam ipfas gcnerisproprietates coar£tac,&fibia;quaIes reddit , vtmotus
aniraalts alio modo in auc coarflatur.alioinpifce, & alioin terreftri a-
nimali ;flc etiam aliomodoinhomine,& a. lio in brucis ; propterea proprius
hominis mocuseftfpeciesillius,qui animalisproprie. tas eft. Quaado
igituraccidftiageneriscon- fcrimus eum accidcncibus Ipeciei, qua: illo-
rumfpeciesfunt, certu cftaccidentia generis priits cfle cognofceda , quam
accidentis fpe- ciei : motum enim elementorum, & nrjotum animalium bene
cognofeere non pofFtjmus, nifi priiis motum vniuerseaeccptum cogno-
uerimusjvtproprietatem corporis naturaltSj, Cn etiam de gctiiratione
fimplicitei fuaipta m lacobi ZabarelkPatauini leratione a- il
priusagendumeft,quamdegenerati nimalium. Qubd fiaccidencia fpeciei non fint
fpecies accidentium geneiis, nuila do- arinarneceiiltastogit, vt ante
deaccrdeuti-. busgeneris,qurini defpecieiaccidentib. dif- feramus;poteft quidem
fubftantia genem, ii aliqua declaratione indigeat, poflulare , vt prius de genere,
quacn de fpecie traftatio fiit , fed fi fubftantta rci non confiderata , fo-
hsafteflionesrpeaenuiSjntitlacertc necet fitace copellimurad accidentiageneris
prius traftanda, quam accidentiafpeetei; nifi fortc facilitate doftrina;
ducaniiiTjfolentenim ac- cidentiagenerisfacihoracognicci eiTe,quarn ^ecidentia
fpeciei , quafldo vtraque fenfilia funt; tunc eniro priiis,& faciiius
accidttia ge- neris,quam accidentiafpeciei fenciuntur; in talibus igirur quando
diftjnftatn cognitio- neniqua-iitnus.Afacilionbus.proinde acom muniorib.
exordiri folemus ; veium fi neutra 'fenii]ia.fint,nonniodb nulla doftnna?necef
fitas, fed neipfa quidem facilitas poftuht , vt accidentia generis p ius
declaremus,quam accidentia fpeciei - quod quidem in ieb. uw. thematiciSjVt mox
declarabimus, potiifimu UMk pn»- contmgk . Ex his omnibus qua difta funt,
rkdubi; di hoc elicimus , in quo tota propoiitas dubita- txtlidt. I«5q A Hs eft
deBmiio magnitudinis latv lumptat: o. nines enim noiunt, magmtudinem tfle id
quod aliqua fit dimenfum jpropterea aftu. rus de magnitudinc Euclides m quinto
Ele. mentorumlibro eius defitiitione exprimere neg!exit,fed nonina tantum
quoiundam e. iusaccidentium detnoiiiirandotum declara. uit ; to tus igitur ille
quintus liber eft de accU dentibus msgnitudinis r.rr.pil' acceptae, dei. pfius
autem lubftantia & natura nihil dicitur. E Species autcm niagnitudtnis
Gmiliter fuivt per fenot2,&earumdcfuiiticnesper feia.
telliguntur,exprinienda' tamcnfuere, vtea. rum difcrimen nofceietur,quod
indimen- fionum diuerfitateconfiltic.De bisigiturtra. ftatutusEuciidespotui: a
fpcciebus magni. tndinis tisctationem aufpicari : quoniam ad eatum effenriam
inteiUgendam mtlla gene- tisdeclaratio requitebatur, quum fit per fc
notum,& nuilibi ab Euciide dcdai etui; acci- C dentia vcro fpeciemm
magnitudinisno fiiqt fpecies accidentium generis. quare derr.on. ftrari,&
eognofcl poiTuntetiam jgnotatis ac. cidentibus geneiis; videmus enim , nujlam
cfie demonihationemin quacuor anceiioru bus libris Eudidis, qux fupponat
aliquam earlim demonftrationum ,qua in quinto IU b ro fiunt:ficuti neq; vlla
clemcnfti acio quin- rihbripendetataliqua earum, qux in illis
ouatuorlibrisfafta;fuerant;vnde patet nuL tionisfolutio corififtit; qubd fi
euematjVt na, tura oeneris fitper fe nota, &nulla dcclara- tione indigeat,
& aceidentiafpeciei non fint ftecies accfdentiumgen £::5j uon eftnecefla- D
lam doftrin^ neceffitate coegiffe Eucl.de» lumptoBcjLtameliore cognitione^
vtprius autapnmo j3 ut a qoiritolibro exordt,- .; po- terat enim ab vtrolibet
fumere traaationu initium : fed tamen propter maiorem facili- tatem a primo
llbto incipeie voluit, non a qttintoi nonqubd primi libri ccgnitiofaci- Iioiem
reddat ccgnitionem quinti , fed qtiU demonftrationesprinii libri funt fim
pliciter intelleau faciliores ; quac verbin quinto fiut, difBcillimx: certu eft
enim & accidenciama- E gnitudinis vniuerfim fumpta',& aceidentia
linearum, aefuperficierum ,qux iniis libris demonftrantur,omnia
infenfiliaefTe,&no. bis penitus incognita non modo curfint, fed etiam quod
fintrideo tantb difficilioraintel-
leaufunt,qtiiinbvniuerfaliota,&abftiaaio- raafuppofitis: quianon ita
poffunt illae ds. monftrationes permatenaliaexenipla ob o. culos poni jfiquidem
exemplo lineara pro- pofitononftattmapparet icaetTe infuperft- degenece, quam
de fpecie agacur: nam de i pfa generis fubftantia agedura non eft, quum fit per
fe nqta:eiusauiem accidetia non con- feruntadcognofcendaaccidentiafpeciei;or-
do quidem naturaiis ipfarum retum requi- reret,vt prius de aceidentibus
generisagere- tunfed fi ordofaciiioris doaiinx poftularet,
Vtfpecietaccidentiaprafmitterentu^hiccer- te feruandus effct reli&o
ordinenstuiali. E- uenithocinfcientiismathematiciSjGeome- tria enim prout
Stcreomctria tanquam par- tcm coutinet 5 fubieaurn habet magmtudi- nem
latiffime acceptam, fed menteab omni renfili matcris abftraftam , cuius quidem
ita acceptxfubftant:a,& cfTentia per iolam no- minis declarationem toto
exprirnitur,.& ab omnibusintelligitur;eftenimfimplexquod. dam accidens ,ad
cuius eilentiam fignifican- ■damfola vocabulideclaratio fufBcit, proin- F
ciebus, acfolidis , nifi aliqua mennsadhibi* denominalisdiaadefiuitioab
eflentiali de finitione nondifFertjneq; pcrfeftior lbi da- turdetinitio, quam
nominalis, ideo refte di- cebac Auerroes incomment l- lib. i. 1'oftet- rior. declarationes
nominum reium mathe. maticarum effici perfedasin eo genere defi- nittones.
Geometraigiturtales definitiones tanquam principia ptofert , quia fimulatque
audtuntur 3 ineelliguntur, &funtperfe notar; quandoqueetiameasnonpiofert:
quia fine vlla expreffione funt omnib. notiffima:,qua- confideratione. Quoniam
igiturfcientia; ma thematicaiillatepeftate puctisante folidio- res alias
difciphnas proponebantut tanquam faciliores, vt contemplationi
a£Tuefeerent,.fl£ jn illis demonftratioiiibus eserceretur ; ideo voluitEuclides
a faciliore Geometria; parte aufpicari; & vfque adeofacilitatem doftrina;
fcaacus eit,vtGeometricorurn librorum fe- riem inteipofitis Arithmecicis libris
inter- rumperevclueric :nam poft fex Elemecorut» ;j libios GecmecrieQsreptimucn,oct3uum,«
i conuffl de Methodis, Lib. I. 161 nomim Arirhmetieos pofuit,in quibus dcnu A
«eris aeit.poftcain decimo l.bro ad magtii- rudinei reucrtitur,& tota
Oeometriam alns nluribus libris abfoluit:i.am Geometria; no- intStereonietria
quoq; eomprehedimus, , qu a poftrcmi Elementorum libti lcnbun.. tur Ev lihiis
igiturEuchdis magna fententia; fl,£ C onnimatioderuruiiur;fiquidemper oi
oitcndimusitotam ordinandi lationem a ' ft r3 meliore.feu faciiiore cognitione
acci- nicndanieiTc;f?mperenim atteuitur doclri- B D x faciJitas,dumroodb P e
'fecle m eo eenere onitionis neceflitas in conttarium non vr- eeat.hac 3 utem
vrgente feiuatut ordoperfe- Irioris dodf i"a» , etiamfi ordini rerutn
natu- t iti, ralicontranus fit. Ad alterum dubiu de libris AtMi- Ariftotelisde
Animalibus dicimtisnoomni- n0 peruerfum fiTe in iis libris ordinem ab v-
^iueirahbusadparticularia.redkuemquan- dammutationemfufccpiffcproptercascau-
fas quas modo declarabimus : cettii eft enim C tresefTe
debuiflediftinftastraclationes. pri- mam quidedecorporeviuentelatefumptoj
fecundam de animalibus;tertia vcrb deplan- t,i> fh»-
tisjeoromenim,quawueiitibu« competut, „ K einde multo tiotius forrna: quo- niam
igiturnullatraitatio decommuns ma- teria prarmitti pcterat,quia nullae fimt
inftru jnentales partes,qtus eafdem habeat anima- Jia, &ftirpes,iiifi
propnrtione quadam:idc6 cenfuit Atiftoteles melius efle aliquam con- fiderare
matcriam, quam niillam, quii etiam propria animaliummatcria fatis confcrat ad
cognitionem omnis aniroa: adipifcendam. Quod veto dcparuis naturalibus
dicebatur, lcuismumenti eftun illis cnim dc aecidetiti- bus viuentium corporum
agitut, oidovrto ab vniuerfMibui ad particu!aria,pQtifIimum proptereflenriaf
cognitionem folet efTe ne- tdUtUu: nifi enim cognitio fubftantiE ho- minis
cognitam poftularet fubftantiam ani- rn3!:s,pyfientignoratis acctdentibusanima-
lis^acctdentiahominispetfeite cognofci, nifl eorum fbecieseflentygitur pari
ratione dum & animalis &homims naturacognira eft, nul lanos neccffitas
cogit.vt pmisaceidentia ani malis,quam accidentia homuns demonfue- musjfed vel
do&rins: faciiitas attcnditur, vel fi bxc non vrgeat, aliquid qui;>piani
rcfpict tur; qucmadmodum in illis paiuis naturali- bus cernere poffunius: nam
fi Atifioteies to- tam de corpore vitientelate fumpto trafta- tionem feorfum
atraclatione de animalibus^ & de RirpibtM abfoluere vMuiflet,in ea eert.2
omnes quou-, comniunes operauones & af. feeuoiies viuentiura tra&ati
oportuiiUt ante omnes deaniimijhuslibros: fedqufi dccre- uertt in eodcm Kbro
continuata oratioite a. gere de forma & viuentii, Seonimalis, & ho*
juiuij, aulUdeaeeiuentibtu uatfiatiyne iti- 1(34 terpo(ita,manferuntpofiea
confTderande au fcctiones omnes tum viucntis,tu aniinaliuro ptoprir, vt ipfe
teflatur in piincipio libri de Senfu & feniilibusjJchis i^itur omr.ibus
tta» ftationem a«g:ediens poft cognitam itatu. ram & viuentis, &
animahs, nuila certe ne- eeffitate coaitus fuitad pr;us declarandav». uentis
accidentia, quam aninialis,quum ne. quefpeciesil!oiumhj:cIiiit; teftibit igitur,
vt facilitatem cognitionis fpc£t iret.fed neqj B hEcibi locum habtiit: u:iu
ntque commu.* nium accidentium cosnittu corfett adp:o_ pnotum notitiam
faciliits a[lcquendam,De. que haicad illam: pvopria quitte animahurn
efttradtatio defenfu & fenfiiibu?,den>emo- tia 5c reminifcentia, de
fomno ekvigilia,de motuantmalium, acde.ipforum Keticratier. ne.commutiisautem
ominbus viuetibus ea, quae sft de iuuentute Ei fcn;cfute, de longi. tudiae
&breuitate vitae , de vita & motte,de C fanirate &motbo:at quomodo
hQium cov gnttio faciliorem rcddat illorum cognitio. nem.aut econuerfo illaad
hxc conferant, vix imaginari aliquis poteft; Avifiotelei igitur neque
neceflltate.nEq; ficilitate vlla doflri. nse coaftus aliud quiddani iniis
libtis difpo. nendis obferuave voluit, & propriasanima. lium afFeftiones
communibus anteponert eonftituit, vtipfevidetur polliceti in primts verbis
libelli de Senfu & fenlilibu* , qu^ funl D hrc: [TaftjUAm dt an\mndic!im
efi ftcuntiitta ftipfitm,dictndum cfl deanimaliius, & vitam hit beniibns
omnibitt, yxrf f.nt p;-L-/jrite &■ qttx ccnt. Knncr operatients ipjorum']
priiis emm iiuiih. natanimalia, quam viuentia omnia,& pniis . proprias
operationes, quam comunes. illius autem ordinis r.itto harefuit; tam diximut A.
riftotelem conftituitTe in animaltbus decla. rare tutn arci Jeiitia propna
antmalium, tunt Communia v iuentibus omnibus: quoniam i. E gitunnaninialibus
hsc omnia contempli. batur:ideo iniis declarandis tum oidine fer* I uare
voluit, qttem habent tefpeftu natuiEi* pfius animalis : itaque illa, qua?
animali ma- giseflentialia erant.prius cunfiderai e voluity qua: vero minut
eiTetitia!ia,pofteiiiis; maxi_ me quidem omnium efler.tialis eft animalj.
fenfus, fiquidem neceifarius eieflvt fii-aut^j mal enim perfenfum eft
animaI;poft fcniiiro motus : hic enim atiimalibus, qua; tx fe dw, F ucntur,eft
neceflarius no vt fTnr,fcd vt feiuari vfq-, ad perfecram xtatem poffint: nam
fihti- mo vel equus abfq; pedibus nafceretur, effel quidem aliquandiu homo, vel
cquus, enam fine pedibus; fed quum viAum fibi cjuatrerC no poiret.breui
inreriretjnemo enimipfi ci- bum afferrct.ii omnes eflenthuiufiiioditfiic-
ceditmotui generatio.qus neque neceffaria cftanimali vtflt, ncq; vt indiuiduum
ipfttrrt feruetttr,fed foltim vt ferueturfpeciesjnam fi omnibus hominibus,qui
nunc riuun caufer- tetur vi.generandi £biiTmile } iLIiadhuc fio- minec 16S
deMethodis, Lib.I. 166 'nes efft 111 ' & eorom plutimi poflent diu- A que
non omnium, fieilioris docirins gritii, n1 i- * viueifjfeJ tanie humana fpecies
poft »»J»fi»;« .~ i«,-~ "*«'" ^irit refrjira- Cl : . J . I , 1
■iftA^plpr iniMl« eorum intcritum deleretur; Aiiftotcles igitur Brimo ioco
defe-.fi & fentibilius agerc .o- f it St'ie memona, & aliis
opcrationibus ad ftarientem factdtatem attincnttbus; poifea Ae roctu aRimakum:
deinde vero de genera- tlfin £:adde cj. generatio/implicitcrf .tnpta
rtoperaticianinisev^getalisjiicet a propna inwtalis natu:aa:l har. fpeciem
reftringatur, v. ii v wajiuiuiui a»LHiutin • — — w vr ipfe in eo loeo teftatur.
dicit eniru refpira- tione vitamaniinaliumconferuari,&fint h.ic ne modicum
quidem tempus durare pofle, proinde cdiungendam efle tractationem isque
natura:: nam cogni- tis diife;entiis , perquas genus in fpecies di- Biditur,
fpectetum quoi^ue definitiones ma. nifeftar fiuptArduu nobis certamen fubcun-
'» dum tft ctim iis ontttibus, qui haQenus de hac re ftripfetunt, prxfertim
cumMcdicis, qttimagtfttiluiGaleni fententiam d clarare ac defendere voluerunt :
Galenus enim in princtpio libri de Atte mcdicinalt tres otdi- nes pouit ;
coiiipofitiuiiui, iefolutiuum ,ac definitiuum , quam feutemip.m omnes Me- dici
ad vnum l>cuti funt; ita eriim iurarunt in vei ba magillii , vt folius
Cialciii authorita- tefr'ti,nullam illius dogmatis rattonem in- ueftigatterint,
quafi nefas eiTeaibitrantes tan tt viu fentenriam in uubium ieuocare,& eius
rationetn expetere : propterea multos vidi eam fententiam proficetites , ipfam
tamen non ratisinu!ligt:ntes,ex quibusii quisra. tionem exqulr.eret, nthil,
quod dicerent,ha- berent. Nos vcib Galeni qutdem authorita- tem,vcpareft, magm
factamus,fed tamen rationem ne con[tmnamui,,cainc|ue Galc- no pnfetre
nevereamur.iiab ipfa Galenum diflcntire inueneiimus; non folum enim S fcopum
attigerimus , atit propc ad vtritacem accefletimusjVe.Ltiiietiam ii alitjuantum
ab ea nos aberrare contigerit.Bihilominus lau- dandi eiimus: prritai cnim v
eritatis amore ductos inahquviiinrorem inadere, qnaro Galeno adciictos in fola
ipfias anthoutate acquiefceie fiue lationis indagatione ; illud f i 167 lacobi
Zabarellae Patauini namque irtgenuum , ac philofophicum ani- A tione, a
quaipfius exordtum fumitur: ordoj- giturdefinttiuus ab vna definitione, iai.q U
j ab vna medio aufptcarur.ad qua rcliqua om. mum prse feferr.hoc vero feruilem.
Cdp, X l. de dtfferentiis ordtnem doclri- mdiuidenttbus fecunduma- ttorum
opimonem. OMkes Medici.quihoc Galeni did-um confiderauerunt, illud verum
rffefta- tuentes,acferait: pro a,.ioma.tehabeiues, id
tanmmdcclarareaggreflifuntj quibusdifte. rentiis hi trcs ordines a fe inuicem
difcre- penceas cnira di(Ferentias,ac totam tpforum contemplationem ad Galent
fcntemiam ac- conimodare maluerunt, quam veritarem !i- bere inueftigando cum ea
Galeni di&uni eonferre,& videre an confonet.Qiiod sutem plurimi hacin
.edieerefolent, boceft, ordi- dinem compofiriuum efle illum>qm apii mis principiis,&
afimplicif_.mis ineogenere in nia refcruntttr, &a quaprndent. Ira^ue fuf.
ficienseft ordinis paititio in hastresfpecies: quia quum crrdinati dofttina
illa flt, qux ab vno incipit, illudvnutn non poteft efle nifi vnum prsrsdpium,
vel vnummedium,velv. nus finis : quare nec plurcs ordinis fpecics dantur.nec
pauciores. Caput 1 1 1. in quo diclz differenttd con- futantur,&
ojlenditur,non ejfe ordtnis condtttonem ab vno ituipere.. HAE c omnta, qu_e ab
hts dicuntur, puU cia quidcmfutu, &ingeniose excogi. tata.at (idiligenrer
expendantur, pltirimutn in fe difficultatis habent,quurn abeis multa. dpiens
ttanfitadcompoftra.qua. exillis prin C gratts,& (ine vllatatione
dicantur.multa et- cipiis producunturjrefolutiuum vero, quiab vkimo,
&afine, &a compoftto exotdiens pergit id fimplidora, donecad prima
acfim plicifl-ma principia perueniat, quocirca co- trarius videtui ordo
refolutiuus compoiiti- uo,deniquedef.nittuum effe illum , qui neq; aprimo,
neq;ab vltimo,fedadef.nitione au- fpicatur, euiusfingulas partes trac.ando,do-
necomnes abfoluantur, feruari diciturordo iam.quK apertc rcpugnant veritati.
Ptimitm quidem illud conlideratiduin eft, quod di- nu c,,^ cuut, ordinatam efle
do£_rinam,fi ab vno o mnia pen^eant,.. quo tr..Qattonis exordium fumatut:
huiusquidem dictinuilam ipfira- tionem attulerut, ouum pereom veiba non
appareat, cur, fi a pluribus initiutn dodrina. funjarur, ordinata ea dodrina
appellarinon poffitiat ceitc fi resrta fefehaberet,in eo fal. definitiuuSrqui
propterea diuerfus appatet a D ret^ efleot reprehendendi,qubd talem con-
comp.ofi.tuo &i rcfolutiUQ. Verum a!iqui diJigentiushscomnia perpendentes ,
Sdiac fententiam magis declarare volentcs, dicunt exdefinitioneordinis doftiin*
colligiid eC feofficium ordinis,ytomniap£ r ipfum con. uenienter difponantur;rec.am
autem difpo. fitionem efle , qtiando ael vnum omnia rtfe- rantur, &ab vno
pendeat; quum igitur illud vnumpofiit e£Te triplex,tres ordtnis fpecies
oriuntur, vel enim.eft vnum principium, vcl vnus finis.velvnum medium, a quo
cuiufque difcipltna: exordium rttmitur, & adjquod alia omnta
referuntnrivnum qttidem priiiciptum £fuerit,aquo fumatur exordium,8£a quo to
tafcientta pendere dicatur,oriturordo com- pofitiuus: fi vero vnus firiis,
fitordo rcfoltitt. ims, qut ab vltttno fine aufpkatur , &tranfit ad ea omni_tinueftigaiida,ecierum
multitudinem non iJipeclirefcientia; vmtate, dummcdovnu;n fiteenusfubiefium,
aquotanquaa comuni radKC omniaprodeant: non eft igitur nectf- Cuiuoig
vtfcientiaaufpicetor ab.vno princi- «o,quunnmiusfubiecli pluiaprima pnnci.
Ltlff poffint: harc aute frtbiecti vnitasnuL B fum ordinc conftituit, neq;
compofitiuum, ncque ref ilutiuum, neque aliquem alium: quia fubiedum totam
fcientiam capit, vnde ettam folet vocari adiquatuin,non tft igitur fljagis
primum, quam vlrimum, necfcientia abeo anfptcari dicitur, quum in nulla fcien-
tii parte quaratur.a.ftt t3men omnibus par tibus.au-atenusomnibus.qu.tin
fcientia tra. fiaiuur", fubfteriiitur: afbbkdo igitur, &ab pium aurem
vnum, vtl vnfi accidens fubieifti efii 11011 til neceifatium, quii poffint
eff.* plu ra.ergo no^ iJatur aliquod vnum in fcientia, 3 quo exoidiuin [umcndo
compofitiuus or- doconitituatur. Iliudquoq; non reftediei- tur, omnia quann
fcienria confiderantur.re- lationem hnbere ad vnum priroum princi- pium : daro
enim tj huiufmodi principium ptimum >n fcientia uium fit, non tamen ve
atiuerfus hanc fententiam mouere potuciur, ittmmopere obventatis amorem
defiderSs, autahos eognita veritare ln meim fcniettam vcnire, aut mc, fi ipfe
hac in refallor, errore meo petfpecio mutare fententiam.nam,fiia tio mihi
perfuaferir, pahnodiam canete non verebor.Ante omnia,quum ordiuem defini- tiuum
eum effe dioat.qui a definitione exor - dium fumit.videndum efi, qusna
m,Sccuiuf lum eft\qu6daljorum oninium eatenus con- D uam reifit ea defiuitio,vt
no illatantum,qua fideratio habeatur,quatenusad illud referfi- tur.principia
enim fubiediconfiderantur cu telationc ad ipfum, & propteripuTin; non e
couuetfo fubiecJum propteripfa,neque cum Rlltionc ad dla: quia principia
fubiefti qtia- tenus principia funt,iefpeftum habentad id,
euiusfunrprineipia,vt prineipia corporis na- turalis ad ipfum corpus natutale;
atfubiedu ipfum nullam habet relationem ad principia, ab his dicuntu,r,fed aiia
quoq;omnia,qua: di. cere pofltnt, rciiciendo, omnemq; fubter- fugij locu de medio
tolledo oft;ndamus,nos prohuius ordinis Jefenfione nihil inuenire potuiffe.Non
tft crcdendum,eos quimhbetC'«/«*.ffi'* dcfimtionem {ntelligerc, vt quycumque
fit/;?Kj-;'«»i mf ea definitto.a quaexoidium doilrini' fuma. tur, oidoabea
notainetut de&nitiuui ; cte i" f " I ''/" r "- nun hoc
atimiftojfcqueretur folum davior. ttnttam d? j j.r. - 11 1 nHHMii UdUtL
LCIdLIOHCUI dU J » I U i 1. 1 p I J , jiijji nut MUIIIIUJ, 1. t] UCrC IUI
lOJUHl tl J L J Ur- AeC fed omni refpeftuabfoiutum eft. Qax igitur E dinem dc
finitiuum, ck eo vno fcientias, &ar- B ',^ Bflt abillis Jicnr.tur, nullam
in ordine compofi. tiuo veritaiem habent: videnturautem ma- gis competere
rtfolutiuo-hic enim no modo ahrie, fedabvnofine traftaticnis exordium futnit
attamen non id^o ab vno fine aufpica- tur, quiaordo ScretSa pattium difpofitio
id reqturat: Ted quiaartiv vnitas poftulatvnita. tem firiis:nam vnitas finis
adordinein ac dif- pofitionem nihil conferr,fed ad aitisvnita:e: tes,Sc
difciplinas omnes traditjUj eiTe, & tradi poff:-: omnes enim k dcfinitibne
aufpicatur, vtreuera aufijicari dtbencquia pr^ccptu eft Platonis in I'hsdro,vc
de .iliqua re diceie ag- grtfluri eius rei definitionijin primts propo- namui;
idem pia;cipit Aiiftoteles in 1 lib. dc Motib.cap.7.&aliis in f.icis:qcr r
ctiatn in om- nibtu fuii hbris obfcruauit. Iibium enim de Intetprerarione
aufpicatus efi a defitiitione ordo emm refolutimii poteft tam ab vno,q a 1-
nominisjSt verbi,& orationis, 6; e tunciatio pluribus fimbus incipere:
attamen fi a pluiL busptureseruntartts, non vnareftigitur or- dinisrefoiutm;
tondit.50, aufpicari ab viiofi- ne, nmcn n6 qtiatenus vno,fed quatentis ri| ne.
Ab yno iszitu. incipere non eft efTentialis coaditio ipttus ordinia, qufl tn
o.d.ne com- pohriuo minime Kcrafit.ini efolutiuo antetn iocum quidem habear.non
tamen perfe,fed «.tacculi-Liti: quta neque qtiatenuseft ordo,
neq;qiiatenuseftordorefi.]utiuus,fcdro'u!n luawnusarsiilavna cife debet. QuG
ts^itut nisilibrum PciorO AnjlyricorD a definirinne ratioctnationis : Iibrum
1'ofterioiii a denni- tione demoiiftiationis:fcditiam natura'ein totam a
definitione n:ituri ot co* poiivnatu- rahs. Scientia; quoq; mathematicz a dtti,
u i xcoguarunt,in- tellexeie.Quarnam i"ttut tft ea d.finit o,cui f J 171
lacobi ZabarcIl-xPatauini I?2 hanc pizrocatiuam tribuamus, vtabeaor- A
da.qipfum medium : ad id namqtie omnin 0 dientes ordine dicamur vti
defimtiuo?ratio- eonritendum ratio nos ipfa comp_ellir,ab eo- ni confonum
videtur eam alicuius rei,quat in illafacultate ^&etwr,defiaittoo6effe:quom
enim de eo ordine uunc fermo nobis inititu- tus fj^quiinterretindifciplina
aliqua tracia tas feruatur, aliqua earum tfle videtur.cuius definitio toti
difciplina: antepofita ordinenr faciat definitiuuni:attamen cuiufnam rti co-
fiderats ea defiimtio eiTe pofTit,equidem no video.nam alicuius primi princlpi
j ca tileno poteft,quouiam a primis principiis ordifites faeimus ordinem
compofitiuu.' neq; defini- tiofubieaifcientise vniuerfasi ca namtiue ex primis
fcierise principiis conflata eft,promde compofitiuum oidineconftituit: viinfcien-
tianaturali exordium lumitur a definitioue natur£,qur etifubie£tum:id
eft,forma!isra- tio fubiccti totius naturalis phi!ofophi*,im r r __ . _
__,,a._. .t;,,,,,.,.,; de Methodis, Lib. II. ^ordinisdniifio.quaaiiqui fecere,
dirctucs orJmemciTe.iii quo fumitur tx ordi jm aut l\ n o principio , aut ab
vno fine.aut ab vno m.uio- nam j.quiuoce medium accipucnin ;„ eodem fenfu
medium in_elligaiit,to quo & „. ial u .i&vin,iiumacceperunt,iHmpeme-
dlum rale.quod inter ciufmodi prrmum & vl 174 Hic A e3ndem fententiam Iiii
vftbisr.ferrc poifu- mUs.Artem medicam tradituu luimii.in qul
deralubjib!?s,&infalubribus,&neutris diflc- remus. Ariftotelesveroin
pnncipio ptimi Ii- b: 1 Meteotologicorum proaenuum f-tcit , m quo proponit res
omnesin ea fcientisr natu- ialis paiu*c6fiderandas,quam totam feuten- tiam
poffiimusleui ne_;otio i.n illtuj difctpli- ni mcteorologicc; dcfinitione
connerrere.di cend M.reoiologia eft fciencia caufas detla Hocatum : quum ig.tur
priroum B rans flamarum omnrum infublimi appaien- timumlitco Jeyitimuni
accipiantur pro ebua coniTder3- t," s medium quoq; proaliqua rc
confiderata fkmi debuit:attamenip»/««&$sao««* medm accepcrunt iu quadam
vatde ttnpropria , & comme[itiai : yiHi^atione,quareipforum du uifio non
eftneceff .ia.o.uuai membtadiui. _{ea_ian6pc.irmtproptet a.nbtguitjtem te_ £
neco«:i.,:camus, quidnam fit derimt.o ipllus fcientiae, vel artis , &quomo.
doea-itriniiioad pa.tescius difciplinj refe- Mtur, nulla ratlone oidtne hunc
definitiuum admittemus, quoniam i:iterdeti:iitioncm a- licuius fcttntia: &
partes etufdein nullus po- teil ordo confidciari: vt igitui hoc cognofca. ttir,
fcireoportetomn. difciplina, cui ptoce- mruin firappofitum , diuidl folere in
prcce- _nium&traftationem:traiSatip quidem pr^- cipnacft,im6 folaeft neceffaria,&
eft corpus ipl"um,vt ita dicam ,illius difciplina? : prooe- mium vetb 116
eft ipfius difciplinae proprie di fta pais, nequeeftneceirarium,quu iineiplb
tracUtio & difcinlina integram3neat , frd ab authotibus apponi folct ad
lt-ftorisdoctlni- tem. Tolent entm in proirmiis proponcre res confiderandas, 8t
quandoq; etiam otdinem, quo confiderandi iunt; n;hil tame ibi confi.
deratur,nihil ttaftatur, fed vbi incipit author aliquid confidctare, ibi
traftatio iiKipir,qu^ ipVoaemio diftinguitur :vnde pattt.pofTc ,\ quauis
dtfciplinaaulerri procEiniuni,ea inte- gra manente,quum non ob neceffiwtem,fed
proprermaiorem comoditatem foleat ditci- dem tractationi ipfius adic£ta,vcl
dcleta.nul- laquc in patte ordine illius mutato,ordinerri tamen mutare,& ex
compofitiuo facere defi- nitiuum.qm quidem re nihil abfurdius ettco gitari
potcft; fenpta t nim effe eam fcientiam ordine compoficiUo nemo eft qui
ignoret:il- D li autemAriftot.proat-mium appofuic,in quo quidem no expreftit
res omnt s in cocafcicn- tiaconfiderandas, fediniis tantum libris de
Naturaliaufeultatione ,quo:fi reffieftum ad reltqitas eius fciencia;
partesfignihcare fatis habuit. nam omne proamium eft omnino aibittarium, Si
poteftauthorvelipfum pror- fus omittere, vel aliqua tantiim pncipua di- rniflts
reliquis in eo propontre, vtibi propo- fuit Ariiloceles tradlattone facitndam
dc pri- E mis principiis , lint quorum cognicione noi\ pofTunt alia beue
cognofci ,nos aucem fin- _;amusAiiftotcIcmibi plcnius feciife prooe- niium ,
& in eo resomnes in tota fcientia na- tutali confidcradas
propofuifTchuncinmo- dum : natu/alcm fcietiam fctipttiri, de primiss principiis
primo loco dicemus, quonia ablh; eorum ognitione c.etera cognofci tton pof-
funt; deinoe ordinatim de 1 ebusommbus na turalibusdifTcieint.ts : ptimtim quidedefim-
plinis procemium apponi.ln principio igitur F plicibus.mox de mittis,& his
priii- gcnera- alicuius fci*. nti^,ft eius fcientic definitionem ex
orniiibuMcbus confiderandis conftirutam afferatnu., ,nil aliud eftea deftnitio,
qptop- mitttsan quo resomnes tiaSade proponun» tur: difcriroen.flquod
eft,eftfolum in mod* loquendi; nulla eft enim eiufmodi dcfinifio, quam 110
poliuaiusproferrc ad modu ptoce- m:j:& c conuerla nullumtale pioo_m!um>
quod non pofltt in modum definitionis pio- poni*. nam vbi Galenus dicir,
MeJicma tfl ici.iiEiifilubnuui. irjfaiubnu, & neutrorum, tim, pofiea
fpCiiatini,quou:q-, ad infitnas fpe cies pcruentrimus:h'ic prooemio e\us
fcietia; coniiirutd , in quo appatet rei omnesin tota illa fcientta traaandie,
fitraftatio tota reques integra & immtititafi ructu , & eadem fetie,
qua eam fcripfic Anftotelc* , tiuonam orJine fciipta dicetur? nonne compoGtiu
,? procul- dubiu : at piooen lum ilIuJ in d pot;fi iaeaaltusordo tflte geni-
tus 3 fi i J ttn.cjU i ptius erat.ordo (tritatur! li ve rbdicat tfir
adoueordiactn compofitiuum v Vticuera effet, ipfipioprmm fuum dogma e- ueituut
deordinedtfiiiiriuo.naordinifcieri. tix naturalisaprabiturdtfiviicio ab eis
oadi- taordinisderj ivitiui, & conditiones eius onv- nes ,nectamen erit
dtfmiriuus : eiit quidem primo luco propofnatotius fcientiai defini- tiofumpta
arebtts omnibus in eaconfideran disjque^pofteaabaucorein partes omnes re-
foluitur,quum acatprimiim tle prisnis prin- cipiis, poffeade fimplicib.
eo[poribus,deiri- dede mifiis , & Jeniquedc aiiisomnibus or-
dinatim,proutin eadcfinitionefueiat difpo- (Ita-.ciir ergono
eritordodeflnitiuu;: f.Lte.in- tur vel inuiti, erdinem hunc comentum e/ffe»
& nuflaratione in fpeciebus ordinis. nuine- faw JSct» randum. Ejchis
coIligimu.s,i:t erroiem mani- tmm ■duici* feftuin l3pfos effe nounullos, qui
inani argu. Jhtm fcrijiff menlo dgccpci , putanint Ativ-enuam , qubd V , in
artismedice traditi orteab eitts deiiiiittone itfiniiwe. aufptcatus elrjeam
atcetn rcnplifle ordme ue- finittuo. Qus fententiancq; vera-cft, neque verifimilUtfiquidem
eaquoq; appaientc sie- fenflone deitituti fuiit, aJ quaru huius ordi- nis
fectacotes , vtmox euofiderabim:i;> , con. fu^ere vidcnrur, quum
dieuntjpropnum or- dinis definitiuieiTe brcuiloq.uium, rpialefer- uac Galenus
in artemedicinaii:£'ed Auicenna cum ntagna Termonis proltxitate artem iUam
icripfic; ideo curdefiniriuQOrtlinetraJitadi- carur, equidem n.uMneq;
veram,neq; app.i- rentem lationcm video:qui>d en ; m ideflni- tione
inceperit, id nihii cfl-, quoiiiam omnt s dirciplina: , vt praeduimus , i
definithsnibus exordium rLimunr T tiec ob idordioe defiftiti- UO omnes tcrrptat
funr; qubd autenon a qna cQq; derinitiotiej ftd i deflnitione attts me- dicje
iriceperit Auicenna,id ordniem illffred- dere defitutiuum noti poreii : dtcaiit
enim (quxfo ) ari abl ata ill a medtci n x d eEn i ti on e,. ars ilia Au'ccnnsE
integra &pe'feda maneat, ita rt !egi & iiueliigi pofllr, necne : hoc
qui- dem fiinficientur , 116 efiqnbJ aduenfus eos, qui res nianifeflas
negiintjjifputare velimuj; iam enim fcieutis; naruraJis exemplo oilen-
diniuSjCiiiufq; difciphnaf d, lintcionera atq ih pofie apponijiSt
auftrri,integra manenre ipf t aifanliax; h->c auteni fi verum t fi.vrcerre
ett ?siullmum,auftiamii£illam AuicenrjKdefL A nitionem,ars
ij;irurtntegramaneni,quonain otdinefcnptadicctur? ii dicant derir)-.tiuo,ri-
diculi funt. nam fi ablquedtfininonedatur ordo definitiuus , etiam abTque antma
ratio- nalidabiturhomo : fi autem alio,ergo nequc cum illaderinitione eft oido
derinitiuus.Ho- rum autem omnium ratio ea cft,quam paulo ante exponere
cirperamus:quoniam eiufmo di definttio ipfius difciplins: eft infta: prooe. mij
, nequeell: rractationispars vila, proinde B ntque ipfius difciplina:,propterca
nullus or- do pottft cotifiderari inter iliam difciplmar defiiiitionem.&ipfam
tractjtione, fed totus oidoin folatiactatione, &in rcrum confide. ratarum
ferie comprehenditur,non in esrurn propofitione _,quam autor in proccmio factt:
eftenim ordo rcfpedu-s quidam conuemens partium cuiuftjj difcipliua: inter fe ,
partes jL lasintelligendo, qua? resillius difciplina; tra-
ftant,3tfuntverepartes,nimirum partcs tra. C flatioiiis : ordo enim totus penes
hatum fe- riem atteditur,non penes prao:mium,in quo nihilautor tra£lat,red
roliim qua: fiint tra- ftandanponit: idcitco ordine alicuius fcien.
tiatconfljtuto .nulla efteius fcientia^defini. tio, qua: toti fcientijs
antepofica poliic ordi. nem variare,ea entm noneft pars neceflaiia
ipfius-dirciplina;, fed extraneum quoddain & aibitrarium , aquo, feu
.icuius relationead ti aftationem nullus poteftdefur«i,fed folam D .1 relatione
& refpeflu partitim rraclarionis- ad fe inuicem. Propterea etiam liber
Galeni de Arte medicinali, aiiquoordine pia;ter de- 1 finitiuum fcriptus eft,
vel nullum pemtus or- dinem habet:quia definitio illa medicina; no eft
traftationis pars , fed protEmij locum ha. ber. nani primiT ctus hbri capuc
proa-miurrt 1 quidem cft, fed nimis commune ,& logicurn potiits.quiim
medicinaie,& cuilibet aiij diftt plinas aptari poffet : definitio autem
medici- £ ii£,quxponiturin principio fecundi capitis, propriu eft eius at tis
procemium, qd f , quem. admodum diximus,ntillum ordinem potcft coiifiituere:
(juisautemille ordo fir,qtioGa- 5 lenus- in eatiaditione vftis eft , poflcrius
dit. , £emus-,quum eiiitn rfefinitiuus ordo non de- I tur,is vcl conipofitiuus
eft,ve! tero-utiuus, 5 vel nullus, fiprxterhosduosalius ordonoo. J reperitur^
p- Csput V. tn quo defenfiones qundum aduerfariorum reii- , ciuntttr. ( T~\ '•
-t hncfatis demonffrnta effeputo tfft Jj finitiui ordinis vanitatem , fed vt
aduer. ianis nullus , ad quem confu-atant , locus re- linquatur , tollenda eft
qua-dam relponfio r qua tpfi vti videnttir: qutim enim nus ifica- I mus, non
dari ordinfi definitiuum , fiLiiiidem in omni facuttate,qu^hrcord:ne ti s.iira
ciTe dicatur ^aliqttij aliusorilo infpici jjoreft: iptt vt dtfi- .1 de
Mcthodis, Lib. II. 177 definiciuum ordincm conlirmcnt , & ita ab A
^ordittibusfepareawtcuinyiisno^a. a ' ' rte C ommiftus,d:cuntordinisdefiiiitiui
oroprium efie breuiloquifi , & propiiam eius tilitatemeffejvtadmemonam
coferat.quo fit vc liber Galeni de Arte medicwali jF pter eiu's breuicatemnon
dicaturalioordinc eile l:r nufitus-5 definitiuo:fcientia Veronatura- f P QU S
tradidit AnftoteleS, dicatur ordinem habere copofuiuum, noo defitfiuufi,
ettamfi talemei appouamus definitionem,qualenJ B aiueadiximus. nam
propterlibroru multitu- dineni, Sctotius fcienti* prolixitatem, non poiTet llle
ordo dici defitiitiuus, etiamfi a tali definitione exordrrerur: fcictia verb
natura- lis que nuper edita eft ordine dcfinitiuo,non dicitut traditaordine
compolitiuo , ftd po- tiii, detintciuo propter cius breuitatem>qutf a j
mcmoriam maxitne eonferf, qd'quidenl de illa,qui Ariftotelcs compofuit, dicerc
mi- nimepofllimus. Verum hi.qui Iiec dicunt,fi C ' eadilisentei confiderarct,
ab hacpuerili de- fenfione defifteter,nos cnim non inficiamui, breuiloquio
maxime iuuari memoriam > fed a, breuitai & ptolixicas fint elTentiales
difFe- rentic,qua.' diuerfas 01 dinis fpccies coftitue- re aptje Gnt, n.emo
etuditus vir dcberct enun fiare- (i.jtiiJem id a ratione,& ab ipfh ordinis
iiaruiaeil proifus aJienumieftenim ab his pe ftndum,3n huhis ordinis
derittitiui natura in breuiloquio fic conftiruta, au irj dcfinitiorie
tlifciplinae ta'ii,qnalem lupra declarauimus:fi in breuiloquio. ergo etiam fiue
iila definitto- ne eritordo definitiuus, quod abfurdiffimu eft. namVhde
vocabituf definitiuus.li a nulla rfefiflitione aufpicabifurj pra:terea fequere-
tur,c;uod quoeunqvordine,imo Sc quacunq; inorainatione de altqua re breuiter
tracHtes, diceremur ordine feruare definitiuum, quod quidem ncmo } ne puer
quideni,alTereret: (i verbin deliiiitione.quod Sc rationi,& appel 1 fationi
magis confenraneum eft, crgo eiiam ITne breuiloijuio porerir eflc ordo
definitt- uus. Atcerte neque in denV.rrione, nequein Bretiitate, ntquein
ptDlixicate oraciom; ipfit ordinis uatura cofifht , fed 111 rcruni confi de-
ratarum ierie,eaiumqi:ead fe inuicem refpe- ftu &re'atione:hinc h.iutiendc
func differen tfje, quibus ordo diuidatur, & diuctfa: eius fpecies cooftttuailtur
: nam fi propofitim hl- beamus eandem fcientiam eafdem res, & ca- I dem
fetie difpoiitas tractantem,a duobus au- i thoribusfctipram . fcd ab alteio
breuiter, ab* altero i etb profxe, no eff dkcndum, eam a> lio Scalio
ordineab iis duobut t,aditam eifeVk fcdidcm tftordo ab vtroq; autore firuarus:
quemadnioJum dicet e debcmui de nattttJIi philofophia ab Arttlot piolixc
tradita, & de eadem histemponb 5 fcripca, vt multisyide. tnr,ordine
dtfinitiuoiin hac t nim rdcm ordo feruatur, qtitni fet i-auit Arifioteles , quare
eompofitiuui ctt,;:c;] defiouiuas.Q^an) au- 17$ tem omms ordo,quatenus ordo
efi, difcipli- nam faciliorem reddat, eicad memoriam con ferat,concra verb
inordinatio faciat ,vt re« diftuuli.tr memoria: mandentur: magis ta. nien
memoriaiettnemus ea,qu^ breu ter di- cta fitn,quam quit cum fetmonis
prohxitate: cjuia faciliuseft pauca recordan , quain mul. ta: fed in hoc non
eft confntutmia alicuius ordinis narura; accidens entm eit,quod xquc cuilibet
orctini compctere pottft : quare nul- la ordinis Ipcciesper boc ab aliis
oiuinibus diftmgueda eft. Q^bd fi quis dicat,propnum MU drfin* eiTe ordinis
definitiui,vt Uonfolutn tpfius di- fit. fcipliux dtfinitio ante omnia
propon?.tur, fed res quoque omncs, qua? in ea cractantur, per proprias
definitioncs explicentur : id li- CanfHtntit, rntliter nb redie dicitur : ad
mtthodum enina potius, quam ad ordmem peitincre videfur; prf^terea hocidem in
pbilofophia natutali ab Anltotele tradita ordinc compoiitiuo ani- C niaducrtere
polfumus: etenim nilul ferein ca competiemus,cuius dcfinitioncm aut ex-
prefie,aut faltcm implicite Ariftoteles non adducat, ornnium etnni Sc
fubftanctatum Sc accidentium peifecta cogmtio cofiftit in co- gnitione qUid
cft, vt mox , quum de metho- dis lotjuemur, declarabimus. A"iquos etiam MU
Aifiu* audiui dtcentef , prop-num effe ordinis defi- /**■ nititn , tranfire ab
vniueifalibus ad particula. ria, quoniam Galcnustradita illaartis medi- 15
c.Tderiiutione, diuiditftatim falubna Sc in- falubria in corporajfigna Si
ctufas:quare hxc' fub illa defininone unquam fpecies iubge- pete^ontineTltUf,
bed hauc effe no pdffe liU- Crnifnttti?' ius Ordinfi conftttufricem
dsfierentiam , ex ii>,qux generalner d-e oidine dixi"mus,mani- fefium
ati : oiKndimus eriim.cbmunem om- r;is ordinis conditionem effc, vta communi-
bus ad propt ta tranfitus fiat : quare efiam in (Ciencia naturalj tradita
ordine compoficiuo, f h:u:c ordinem confpicere poiTumus. namli- cet in hbns
Phyficorum agat Ariftofeles' de primis rerum naturalium principiis, tamen
iubieitum in iis libris cit corpus naturale la- tilfime fumptum , quod poftea
ab Atiftotele" in principio primi hbri de Cuelo.diuiditurin iimplex
Sciniftum :Sc omnia aliorum Iibro. lumnaturaiium fubie&a fub naturali
corpo- re ,tanquam fpecies fub genere comprehen- duntur.Sed nonne ertoreac
caratacem fuam F detegunt, quihzcdicunr, dum ordinisdcfi- i hifiuicoduionem
&naruiam aliundc, quam adefinttione defumunt? eaenim certe in fo- la
definitionc,iqua etiarrf appellattonem hic' ordoaccepit,Collocanda eiTe
videtur. Acqut propriamne elie ordinisdefinitiui conditio- nem alierent*
vcrvdefinitione "difciplins nbn) ex ipfis rebus confiderandis,fcd cx earum
%e-Mi dcmonftrarc, vt miiandu profeflo (ic tot virosinphilofophia atque
inmedica flimarunt Jiftionem illam [ >»« el faltc vtilia runt# atprirsioiuin
ptincipioiuu! cor^niLio eftne-*^ ccifaiia pro i e-iu naturalium ptrfecta cogni,
tione:ergo cogimur prin-o loco de principiis primi, 3L
ere,quieftorcoco!npofitluus.Qiii Jgitui dicunf/cientiam naturalcm polTe tra- di
ctum orUineiclblutiuo.fT authoritati Ari- ilKrehi non acquieicu.it, ad ipfius
areumen ■ F u ffi)upoflunt,rcrf-ontleaat.naiiiii;esnatu- ilia reflringitur ab
illisvcrhis, cognolceteSt fcire. tum quia p'roprie fumpta fcietia lcctim non
habet nifi in contemplariuis, vbiresa». terna; & necefTarij:
tractantui,quum reliquaJ difcipliua; verfentur in contingentibus, quse a nobis
fieri & nonfieripofllint : tum etiam quiaincarteris fcopusnoneft cognitio,
fed operatio; dum igiturid, quodin eis praici- puum eft.refpicimu^illa;
cognitionem notl . _ E quariut.fedhoc fpcculatiuaru eft propnum: qtiare modus
ip!e loquendifignificat, Arifto teiemibi.deilh.ij tintum methodisloquijqug
finemhibent praecipuum fcientiam; vtfen. fusfit.in omnib'jsdifciplinis,qtiaium
fcopus fitcognitio, & frientia, & qua; habeataliqua piima,cxquibL'.s
aliaco:iP.ent, cognitio ipfa | & fcientianon acquiritui nifi ex illorum
pri- morum cognitione, quod quideni prxdica- tum de aliis difciplims ab
Ariftotele no pro- nunciatur; quoniam illac fubfubicfto illius ptopofitionis nou
continentur. Ratio igitur ha;c Aiiflotelis eft efficaciftima ad demon-
flrandum.cj fcientis fpeculatiux foloordme conipofitiuo tradipoffint. Idcm
confirmare Cenflrmith poffumus argumeto fumpto ab oidme refo- f Km f>t autem
a defi. derioalienaj vtilitatis trahi ad'fcientiam fcrjj bendafitordme vri t
efolutiuo, quemadrno- dumifticomrninircuntur, niihl quidem ridi" cuiuni
tffe videtur,&coiifLjt3tioneindigni£ iimum,(iquidem ordo,dequo nobisin
pra-I fentiafermoeft, logicurri inftrumentnm eft* quod ad res melius
cognofcenda» confcrt.ck locum habet Iuc nupet inuencus oido reitjlu D quo
eruditi ac literati viri vtuntur: a fine au tiuus ? piimumquidem, diim nos
ipfidifc muslaboiado & coi)tcnipIando, qua vtamur rcfolutione nonyideo;
quod enim a fciendi cupiditate ad resipfas contcmplandas mo- ueairiur,id mhil
aliud eft,qunm nos arebusi- pfis fciendis moueriad eatum contemplario nem.vt
easfctamuSjipfaeigiturfuntcV finisSc fubieiflum totius noftra;
contemplationis,in quo ycrfamur & in prjncipio rcientiie, & in tem ad
aliquid agendum moucri non modo omnium horriinfi, fed brutorum ciuoc;:ani-
maiiumcft, imo&ftirpiutn, &rerum quoq; omni anima carentiuni;lapis
defiderio natu- rali infeti tnctduftu» deorfum fertur. quid i- gttut? vtittime
lapis ordine refoIutiuo!q- au. tem aliud fic ordineferuitercfolutiuum, orn
nisoperatio tum natur^, tum artiv ofttndrt. naturam enim inrernm produftione
ordine medio,&iii fine: quare cftprogrefito afine E vti compofitiuo manif
fium eft, ftquidem 3d fine,ab eodem ad idem: quta tn omni no- fti*
conremplatiohis partefcigtiam iliquam adip!fcimur:h^c igitur no eft refolutio :
quia tunc i efoluimus,quando a fine pioa^edimur ad sliaqua:dam ab eo diucifi,
&ipfo priora, quod quidemhic ne ringere quidempovTu- mus. Sed ;
pfaquoq;appellatiohtic errorem tleclarat; ordinem ettim refotutiuum omnes
\ocant ordinem a notione fims, finemergo fimplicibus adcomppfitiprogredittif,
rame quicquidagir,agit propter finem; afdiricatot cjuoqtte domum conftruens
agitpiopterfi- nem; finc enimaliquo mouetur, ordinc ta- men compofitiuo vriturduriii
aedificar, neca- liquisvnquam dixit,in ipfa natura? & artis o. peratione
commiftum e ffe cum ordine com- pofiiiuo altctum prdtnem refolutiuum, fj.fi.
nemoueamur: quia ordine feruare dicimut ant-jomnia notum effe oportet; 4;
definamiis, ajquibus incipit ordo compofitiuus. v» fi urdiamur a tractatione
vlttnvarum fpecieronj, rcluti hoti.ims, bouis, afiiu,& altarum omnium. mox
trafeanius ad E parresheterogeneas,deindead homosiencas; ab h;s ad traftationem
de quatuor clcmiri», Sctandem perueniamus ad primaematerixct furma:
ccnfidei.itione,aqua aufpicaturfcicu tianaturalisab Ariftoteie tradita ordine
co pofinuo. Scdquitaliordine refolutiuo pu- tant naturalem fcientiam tradi
poffe, igno- rsre videnmr, quid (Ttordo refolutiuus; hic , , emm'vt ipfi quoq ;
confitentui)eftanot!one "£r fini3,:acinfr 'V"S fp cei es poiTunt
quidem voca. fihiA„juL s: v,tirnu m,fed 110:1 finis: quia no omrte vhi- -'
miim#3U£,,,«..., fc ,j *A_:ft_^_t__:_ 1:1 _. itltlrt fcttn ( JSr. Cixfhtat;..
ftituere,quod quidem mintme verum e_t,ta- nien d 1 cini us.cas in tota naturaJi
philofophi 3 tra(Sari;necmagisin caicc,quamtn principio iliius fcientix,
totaenimin eisverfatur, non fulavltima ipfius pars ; genera nflmque non
reperiuntur extra fpccies fuas, fcd funttpfae- inct fp ccies, qua; fub ratiotie
communicon. fideraatur: animal enimconftderare quate- nus eft animal, nihil
altud eft confidetare» C quam hominem,equum,bouem, & aliasfpe- cies fubhac
comuni conceptione quatcnus ariimalia funt:idcirco traclari inlibris deNa.
tuialiaufcultatione corpusnaturaIe,quana- turale eft,nil aliud cft, quim
traftari homine equC,ignem,a_rem,aurum,3_s,& alias omnes fpecies cotporis
natutalis fub hac comunifli-. ma confideratione,vt naturalia corpora funt:
fimpfirer in libris deOrtu & inreritu traSari de mifto, eft traftari de
vltimis fpcciebus> Dqttatenui funt corporamifta: quodidemde aliis
inferiortbus.generibus dicendum cft;po ftrcma omnium eft earudem fpecieruui
tra- ftatio fccuridirm proprias fingularum natu- ras,quibus vnaquarq; abaiiis
difcrcpat: hanc igiturvhimam traftationem fi fpectemus.ea eft quidem v!tima,non
tamen eftfinis refpe- iSu prscedentiumiquia illKquoque fuerunt de cifdcm
(]jccitbus, liccc fub eonceptibus coiimiinronbiii.qui nominiis fiinlp,;*. ™ um
: e ^ fi"is,vtdocet Ariftoteles in libro i. J fas fpecietu
fenfilium,Sccaufas accidentium, Priyfic.rjsauteharc vtintc!:igatui,
fcicndum"\ qax funtin ets; non enim intellexitpfoprias efi.tota 11
naturalem philofbphiam ab Anflo :antum fpecierum caufas.&proptiafingula-
tele tra iditam -. ti ordineni iiruare , qmefiab» ium accidentia, fed
omnescaufas, &omnia , qu Wiiuerfisad fingula, qucn-iad.nodCi ipfirpro-
•teftatur inprooeaiio libri 1. Phyfic. pnmtrtn eniininoaolibns Phvficoiu
confidcrar cor- pusr.atutalem fua inavinia amplitudinc ac- «ptun^eiusqucpri.ic.pi:!
& arFfft-ot.es de- - ftereft,quem quidem finem titeoi efie dixi. B mus, vt
neceftarib ordinem compoiniuum lgquirat : quiigitur dicunrfcientiam r.atura-
lemtradi poffeordinerefblutiuo, decip:un. cur.Sc propriam huius ordinis naturS &
con- ditionemignoraut. Catut 11 X. quod neque ad fiienti* ftecuiatiue muenmnem
ccn- ferdt ordo rcfolu- tiuut. If tginit. L'i ojr' t fuerunt , qui putarunt
fden- uenerunt,a quibusexordium fumpGttradi. tio fcienttcnaturatisordine
compolitiuo:iru uentioigicurfcientia? naturalis pra»ceilitpcr
ordiiiemrefokitiuum,rnoxeam lubfectitt eft ipfius tradido per eompofitiuum .
Meqiia-^ , qnam tamen verum cft id ,quoJ ifti commi- ,4 ^"%, nifcuutur.
priniiim enim dubttare non abfq; rationepc>{VuiRUs,an in lila prima reium
coa fiueratiunc, quam ipfiinuentioiiem tcitntise vocant.is oido feruetur , quem
arbitrantur: quuni enim iti vltinus Ipecicbus onimumfu. "i periorum
gcn;rum natur£c6tiueaiuur,pr0- inde fpecits ipfa: nobis coguofcende propo- JS
nantur fub aiuerfis conceptibus, S; magis & mums comrnunibus,qutmailiiiouum
cuxu, & mus, raiiom confentsneum aSc videtur,vt prtiis nobis offe:antur,
& dcffdcnum cogno. fceudi in nobis rxcitent fub conccpru com-
muniore.fiquidem id, quod magis vniuerfa. Ie cft, pnus tk ftc.liii:, a nobis
cognofeirur , n3turaleiii, quo ab eis ir.uera prtivs fuit. nam lifolo ordine
compoiitiuo icientia nirurafrs tradi potuit: qtiia perfefta rerum naturaiiu n
ccgnrtjo alio ordirre nonpctcft comparan, iequitur, primos quoijtii-huius
fcientninuentores alio ordine perfefta re rumnatursliRfcientisni inueniie,
Sccofequi sonpotuiire: quodetiamde ineihodo alTe- retiduincft, quaenim metbodo
Atiftoreles' perfeihm nobis t.adidit fcientiam natuia. lem, Deceffeefteadcm
iDium quoq; ad reiii» ■ituwlittm perfeftam cogrfnioriem duftum luiiTc, Stead em
fu fle in u : ii tarn fci eii t lam na. rnralem : fraudatfct qutppe nos
Ariftotcles, »el quilqnii a j IUS 1):;t;lla i ls fcientia- priirus inue tuoi
fuit, fi eo ordiue.eaq; m^thodo di- «iittu ; quibusinrs vtcaskisunam naturakiH
diaadfinem illum ducentia,vtin atteiJifi- catoriaiinis eft domus ipfa.principia
vero ia- pides, iarcresjig 'a, & aliaciufmoci domus enim fiiam ex:ftens,
autfaftaa natura,vel ab» ■ (aiiquoalio agente nobis proponeretur, nul- lis
certe lapidibus, nullave aliamateria pro ea conftrucnda egeremus,fed abfq,
vllisme- diis fineoptato potiremur: verrim q^uiado- mus neque eli,neque fitab
alio, fed anobis; ideb matena mdigemus, ex qua ipfam effi. - ctamus^ais enim
folam artificiaiemformam gtgnere in matei ta poteft , rnatetiam gene-
rarencquit, fed eam anatura genitam acci- pit. Ordoigitur generationis ac
operatio. % n emm^ta» ntsinomni arteeft ex necefTitate campa(i-«i™[j tiutis,
nempea prinetpiis ad fincm,a fjroprt- ?*«c«i«% «- cibusad compofita. conditio
namq; eftper. g f »"f>i!* r perua, & lex neceffaria omnis
generationis j™""'?^ fme-i natara, fiue abarte,fiuea quouis alio J^°
m ^' - agetefaClir,vco[dinciu feruet compolitreil, ilib Aiifto teles iu con
tcstu 4J. feptimi Mt- Iacobi Zabarellas Patauini 191 taphy-.co.u_-- , loquens
deordineartis opc- A rantis folum ei tiibuitcorapofitiuu-T.,quieft
aprinciptis.Sedordos.tis docetis eft exne. ceffitateeotrariusordiniartis
operitis. nam finis ipfe nunquamproponiturignocus,nun- quam quarritur, nec
vnquarn definefit ali- quatonfultatio, ytdocet Ariftotelcs inter-
tiocapttetertijlibri de Motibus: fedfcmper ptoponktir finis abquis cercus
cofequendusj vt Snisexercitus eftviftoria, dequanuntjua fit con.uSeitio,
anquseiendafit, necne: fed B certum & conftitutum in omnium n.ffituni animQ]eft\incendum
effe:di_ccptatio autem tota,actota confultatio eft den_ediis,quibus
viftoriaacquiri poftit : obfidentium ciuita- tem finis certus eft expugnatio,
confuliatio autem eft de modo,.& de mediis ad eius ex- pugnatioi.em
conferentibus. Quum igitur inomniartefinisnotns proponatur.fi media quoque ad
illura ducentia, &prin.ipia, es !92 dini artis operantis, qutaneeeffe eftin
«&__. finere artis doflrinam, aquibu. operatio in. cipit: & ab iis
doftrina: exordiuntfunij,,^ quibus operatio definit. CapHt X. confirmatio ditta
ftntttitU tx Arifiottlu,Galtni,Auictn- n&,& Auerroit .dictu. SEntbntiam
hacapud Ariitotelera legimus in.J. contextU7. Mctaphyf. fe. pcanobb memorato,
vbi veritatem pulcre dcclarar , vrens exemplo artis Kdificatorij; InquiteniminJapidibus,
acprimis elemetis definereartis eius doctrina,&ab eifdemincL pere
opetationem: quemadmodu ab eodetR fine doctrina. initium fumitur,it. quo acqui.
fito definit operado:vndeco!ligit,quod mo_ do quodam domus domum facit, nempedo
quoque ad lllura ducentia, oc pnnupi.., « -- ^__--._ _ , ouibus
conftituenduseft , per fe nota fint, C mus pra.cogn)-a,domu_ment;_Iis domu ma-
UU1_>L_- tuu._in*v.*"^- , r . * iiulla arte docente opus eft.fed fola
arte ope- ranre: artisenirn doarina ad op.rauoneni ribusj&in capite
8-libri j.inquit Ariflotelei, finem,inaatonibus efle prjncipium , ficurttl
tnathematicis ruppofitiones: vteniminma. themacicis fuppofltioBes demonftrari
non --• 'i -". — s — »r eainfecundo libro lncipitagere devirtute:
nim nonfimphcitet eorum cognino qusr^ , * de Ariftotelisigiturfcntentia dubif
e(Te no^ ^r,fedfolur__vtadtalemr.n.econferentium } _, ' poffi-musj exetus enim
ledione vel ccecttj &i_propo.,iturnotus,requ 1 rureaexio1icol lationecuipfo
finepoffe rnanifefta fietindeo in eoriini coE;rationcm non peruenimus,nili «x
notione finis : exipfa igitur talium diki- plinarum tradendarum natura ortum
habet neeeflarib ipfe ordo refolutiuus; eft igitur ex neseflitatc contrarius
ordo artis docecis or- |;v.i..iji...-, -^^.w- * ...... ■ -jnfpicerepotef., quid
ipfe fenferit.Hocidem. .& Galenu? faflift eft in .libro de Artis me- 1 dics
conft.tutione. nam ln pr.mo, & vlnmo^ & penultirno capuib. aftent artcm
medi. cam conftitui a notione fi-ijs: quia eft denu- meroartium cffcancium,qu_e
omnesa finil fui notione conftituend.e funt; quarc noa arbiti-- I93 de
Methodis, Lib. I L 194, 4 ibitrarifif« vult in artibus eiTc ordinem re- A
nis.quas fapientes viri tradiderant.logicam fblutiuum,\t alioquoqueordinepro
fcri bentisarbitrio tradi polfint, fedneceffariu, ■yt nullum alium confiitutio
ahcuius 3rtis recipiat. hancq; dicit vecerumphilofopho- wn
,fcntenti5extitifle:itaq; ineolibro de- cLnat modum tradendi medicam artemor-
diac refoluiiuo; fuflt ctiarn.qui dicant Gale nlim jbi nofl folum modum
oftcndcre tra- dendiartcm med:cani, fed ipfam quoq; ar- rrm eo ordmetradere :
icd qua dufti ratio n e hocaflerarit, non vidco, quum exeius li- bn leftione
faifitas huius opinionis facile ■ m dcptehendatur. Auiccnna quoq;artcmmc-
dicamfcriplitordine refolutitto, noncom- po(Itiuo,vt medici arbitrantur.idq;
nosik- inceps apertifiime demonftrabimus; aut e- nim Galenus & Auiccn.
humfce reLverita- temnonignoraucrunt,aut faltemabipfa at
tisnatuia,qna;aIiumofdin«ti uon patimr, artem defumpfir , atq; conftruxit : ita
nobii quoque liccbit ex alijs difciplinis, a quibus logica ortum habuit, rerum
logicarura de- darationem deprornere,tanquam pcr logi- cam in vfu politam
prscepta artis logicse explicantibus. Et quemadmodtim Galcnus inlibroDeartis
Hiedicse coftirutioncvnitts morbi exemplopropofito.totius irciscon- ftitutionem
declarac: ita 5c nos fu.npto me- B dicmj; excmplo ordinem, quo aitcs omnes
tradenda: funt, explicarc commodepotcri- mns. Hacautem in re huncordinem fcraan
dum clfc duximus; prius cnim artis huiut naturam contcmplantci confidcrabimiu
ra tione duce, quem ordiaem traditio illius actis requirat.&vndeaam
fumcndum fit.co gnkionis eius inirtum : deitide eundemoc- dinem in Aucrrois, Sc
Auiccnnx Sc Caleni tradirionibus fei uatum efle oftendcmut.il- ad euin
feruandum tracci , atq; coa£ti fuerc. q lud inprimis a neminelitcrato viro,
& inar- Galenus quidcin in iibro De artis mcdkx conltitmione, videtur
veritatcm»ciusq; ra.- tionem non ignoraue : attamcn dum artem fuam mediciualcra
refpicio, nefcio quid de ipfo dicam;nam in ea fitniliter ordo ferua- tur refoiutii!U5,vrmox
dcmonftrabimus :i- pfetainen alium ordinem clfcputat, sempe .dcfiriitiuii.quem
antea rciecimus; propter- *r ***"*_ ftulare,vt \ cognitione humani
corporis c*- "**?*. ordium doftrina: fumatur.cteiripe vt omnes
"2",'* ipfiuspartes tam homogeneae, quam hete- hHmtnictu ro«eneje, Sc
fingularum naturse, ac t ern p e- ^ecw. ncs,necnon £cofficia,&operationes
ifitt omnia cognofcantur; hoc qmdem medicis incognitum futfiinon videtur : at
huius ta- "tcro infuo.qui infcribitur Colliget,no mo- artcm medicam tradit
ordine refoluti- uo, fed S: cins ordinis conditioncs ica egrc- Bjtt de;larat,vt
In illius artis naturacogno- Kettda, & in ea artificiofiifime difponenda
Cgnificet , fe cxquifita logicz cogr.icionc pra:d.iumfi;ifre r & in
eatamGaleno, quam Auiccnna: longe elTe prajferer.dum; potcft enim liber
ilkvocari idea ordinis rcfoluti- ui.quum eumexa£te,tum feruet.tum dccla- tet i
bi Auerrc es;vt m ox oftcndcmus. Capttt X l. in qw declaYtttuYtn artit medicit
tradttione conditis or- diriis refalutiut. QVomam autem cx attis medicittra-
ditione pulchcrrimum excmplum neicio . ratioau- -tem duplex eft > &
vtramquc aperte declarat Aucrroesin fuo Colligct; vtramquc etiam vifus eft
fignificare Galcnus in cap. 11. libri fui De artis mcdic* conftitutione ; vna eft,
quam tetigimus in libro noftro de Natur» logic^, dum delibro Cstcgortarum
fermo, nemhabcrcmus:ob ccndemcnim racione, ob quam voluit Ariftoteles in
principio lo- gica: de Deccm fummisgenerib agere, ds- E bet etiam mcdicus artem
docens a partibus humani corporis traftationem exordiriihu- manum enim corpus
cft fubiectum , inquo / Hiedicus vult effueie, vel conferuare fanrta- { tem.
nullus aucem artifex poteft operari in l fubicfto penitus incognito, fcd tantam
eius \ dcbct habcrc piarcognitionem, quanta ars K illa, & opus eius
expofcit, qucmadmodum r .um/ tcftatur Atiftotcles in 16. contextu libr.2, lumi
potcft oidinis refolutiui , non erit ab/. Phyficor. 5c -clarius in capitc
vltimo primi te ii eam aliquantum confideremus; quan^F Jjbti De moribus.vbi hoc
tpfo exemplovti- qu.tmenimmedici 11011 fumus, ncquc de reSl 1 „r: ficuti
medicus oculum cuiatuius, de meaica.ied derebus lorricis in m-rrmt i-> nn.
ed derebuslogicisinpraefentiano» bistermo innitutus eft rattamen fi eius artis
excrnplo q lu d fit ordo rcfolutiuus , S; quo- »nodo fcruttur docuerimus, non
paruum ccttc ope ra; precium fecerimufilogica enim omnium difciplmatuni
inftrumcntQ eft; & «luemadmodijAr^Qtdci cx ipfis difcifli- bct
anccomr.iaaliquam oculi cognitioneRj habcrc, quam illa curatio poftular; ita
mo- talis philofophus animam fanaturus debet in primisahquam animae, faltem
lcucm.ha- bere notitiam , & partesanima: pinguiMi- nerua cognofcere Toti
igitur arti medkie t,im opcranii, quam doccnti necelTar iaom- g m Iacobi
Zabarellx Patauini 196 nino efl pra:cognirio bumani corporis, & A «nda.vcl
recupoanda poterit indagare > f 8 pmnini»eiuspattiuia cum piopnis imgu-
iantm ctncijs,& opcir.rionibus; quomodo enim vitia , & morbos humani
corpoi is , & partiumcius retlecurabitmcdicui, nifi par tes ipfas eognofcar
: vt recte Gaienus dieit in cap.n. lib ri De artis medkiseonflirutio- se. Hac
ratione cogitur omnis ars docens tradere antc omnia proprij fubiefti cogni-
tionem aliquam, poftea in eo rationein , & modum operandi docere, nifi
contingat i- pfum fubieftum artis itacffe per fc confpi- cuum,vt a neminetanta
cius notitianonha- beatur, quantam ars illa requirit; hoc enira fi cueniat,
fpernitur huiulmodi tiattotio: quia iuperuacaneis non eft immorandum.
talc?utern piofcitb non eft humauum cor- pns,& eius paites; liamm enim
quampluii- «j* intcrnas.ec abfconditae funt; qua; ve- ti> fiutt externsc,
pingtii Minerua ab homi nitas autem nih.:l alii:d."ft, c.uam bouatc». tius
corporis b.tbitnan , & lonucmtDi fin. gularum partium tcmpciies; eonfiat
emr» aliam cilc elcmc.itorum mifturam in carni aliam in neruo.aliam in ofte,
& aiiam in f at J guine, aiiam in bile; pioinde diueifos efTe in fingulis
partibtis pnmarum qualitatunj oradus, diucrfa.- a notione finis s ctenim
ptxcognofcendus fim, r/f «r*. £ ft ^nis duplici praccognitione, quemad..
«;fl«/i-faa«r modum & de fubieSo fcictuiiE docec Ati- tiaoftendifle, qnbd
lanitas non poteftbene cognofci, nifi onnncs humani corpoi ispar-^ tes,earumq;
naturar.&tempcries, ScoiKciaj & opcrationes cognoicantur, V*nde mani-
feftum cft, tantum abeflevt ars mcdicatta-.J^H dita ab Auicenna fcruct ordinem
coiiipofi tiuum,vtomnes ptitanr.quumab ekmentis ^"^ 1 incipiat, & ab
humoribus, alijs k coiporis,,,,™ humani partibus»Vt potius hac ipfa ratione
djphapr*- ftoteles in piimo hbro Poftcriofum Ai^aly- st^miisne. t i c0iumj vt
cnim fubietlum in fcientiaefi ptaecognofcendum & quodfit, Scquidfit; ita
fims inarte prainofci dcbet tum qubd eiTe, fcu fieri poffit, tum quid fit; nifi
cnim «fTcpofTet, fruftra qua;icrer.tui mediapro cius gencratione; fi vcrb quid
fit ignore- mtis,nulla r.itione inucnireilla mediapof- fumus principio ad,
eorum inuentionc ido- ^ jtteo deftituti, quod vnum cft dtrlnitiofinisi tx hac
cnim vna duci poflumus ad medio- rum, fcu principiorum cognitioncm; docet hoc
Arifiotelct in cemtext. illo 15. feptimi 1 Jibr, Mctaphyficorum, dicens artium
om- \ aium dofttinaixi fieri anotione finis, nilque aliud efienotionem finis j
quam ipflus finis ^ «icfinitionem . Eft autem finis artismedicse^ 7 ' non
eget,proptcrea mi tiicina cadit apcife» fanitas tum confcruanda, fiadfitjtum
rc- "* ,fiione fcicntitc fpcculatiui , vt aho 111 loca demonftrauimus .
Vidctur aute dupiici vi* Pj (i propi lutiui, Yt antc omnia pr^cognofcatui tum
finis, qui cfficiendus eft, tum fubicftum ^ia quo eflerficicndus; qu* quidcnvpiatcog»
tio in alijsartibus magis, 111 alijs minus ei- quifita requiritur pro earum
diuerfiscon- ditiouibus & naturis ; ars ccitc mcdica cam valdeexaclarn
poftubt: nam quid fit fanitiit nonfatis pro ipfius conferu-uionc.vel recu- H
pcratione intelligcie poflumus,nifi caufas. &matciiales,-& tinaleiomnat
prittium hu-, - - mani corporis cognofcamus : finales qui- don caufi funt
fingtilai um officia, &cpe- rationcs ; materialcs verb q.uatuoi prima.
coipora, quae elemcnta \ ocantur , ex quo- rurn duierfis commiftionibus part :s
noftri" corpoiis finguls diuerfas , & piopriastem» I
peraturasadipifcunturi ad primam autem \ matcrianw &fubfu;ntia!cm
fotmammcdi- usnon peiucnit : quia haium cognitiorrt cupetanda-, ft lap fa,
fucrit ; debet igiturme- dicus antc omnia piacnofccrc fanitateni a. xnitti.Sc
recupcrari poflc: quod qmdem no- tiflimum omnibus eft: dcindcctiam quid llt
fanitas, Scin quo confiftat; hsc enim fi i- giioiet, r^ucmodo
icmcdiapiofaaitatctu- wfult** dcmonftrauimus . Videtut aute dupli mcdicus vti
ad coanofccndas humani cor- , pons partesivna quidcm per fcnlum , pti anatom cn
, q u a finc caularum c c: g n i 1 1 on e j a m fcd ipium qunquc ardinem
declarauit , S: oftendit, fc non te- mcic, Sc ab i p a rci natura coactum eum
ordinem feruaffe, fed fcientem , & optime praeditum logicat difciplinae
cogmtione, cjuam reucra alij msdicinon benc callue>- tunti vt ipfe ibi
fignificate videtur ; ldcoin priEtatione eJuiJibri proteftatui Auetroes, «os
qui nonfint in artc logka, & tn naturaii fcientia eruditi.nonefle
mtelletiuroshbrtt illuni,& artificium, quo efl confttiptu-s. In primo
igitur capite primi hbri Auerroes medicam attem attificiose difyoCturus, &
Itonionorsnsalium ordintm artibus.alium A cipiaartisdocentis, qtue funt
principj a co „ gnitionis; alterum vci o poileuus contin eat4 ea, qua; locum
habcnt conclufionmn, rumcollcctio eft fims ipiius artis doccntij- ptincipia
cognitioms fmit cognuio lubi c . £ti,& cogmtio finhjconclufiones veio, cj
UI ex hac cognitione inuefti^antur , funt ipft principiare ,a quibus operat io
incipit^ enim eftordo lcfolmiuus a riuis notionc a( j inuenieda principia.ex
quibus, feu perquj. B finis illeasobis effid poifir . Noneftautern
prsetcrcundum id, quod millopiimo capi, '" te doftiirimecdiidetat
Auenoesidicit tnitn pxincipia cognitionis non poffein arte fu&j(/£*?
derooftrari, led vel efle pcr ie nota, vcl fumi /tan Vt declarata in alia ahqua
ditciplina, quod etterjit inmedicina; principiis; nampartcs fubiecti funt per
fe notc.id eft perfc cogao. fci poffuiit; icnfu namq; per hurnani coi po- ris
feclionem cognofcunt-ur. finem autem; fcientijs conuenire, ante omnia fundamen-
C dari nemo ignorat, omnes enim fciuntbu. tttm hoc ftatuercveluit , mtdkinam no
cflc fcientiam, fed artcm effcctriccm : 6c rcpre- heniit deftniti&nem medicine
a Galenotra ditaminprincipioartismedicinalis; in qua fcicntiam accipitvt
mcdicinae genus, quum potius aitemaccipcredebuerit , quadc te Mosloqucmut
inierius, quando Galeni li- bros confiderabimus. Hoc fundametocon- llituto,
ftatim ptoponit Atteiioes ordinein, mana corpora fanaeil'e,6c a;gra; quidautcm
g*fm natttrali : ideo in tota illa partc omnis tcd- mt&cui d :t i o c a u
fa;, St omn i s deiE o n fl t a t i o p e r ca u« famrwtcriaiem , vcl pet
finalem tradita fu- mitur ex naturali phiiofophia. Priorem igi- turpattemad
principia cognitionis attinen mo,fecundo,ac tcrtio, fedmagno cum arti- ficioi
priiis enim cognitioncm fufeiccli tra^ , dit in primo libro : dcinde
cognitionem fi-,'" nis in fccudo ac-tertio, quam difticfttono» neq;
aGaleno, neqsab Auicctnna faSacom- penmus» etfi enimambo ab hac ttaclaiieM ne
aufpicati funt : attamen fubiecfi declara» tionem a declaratione finisnon
feiunjierutj.- 1 ■quod pulcheiTimefacit Auerroesj in primo--
ftmus.hecauremfuntipfapiincipia.exqui^Ty tnim librotraftat anatomen totius
huma- bus,feu perquxattifcxoperatur, inquibus 'nrcorporis, & docct
diligcnter fingulas i- I pfius partes iine vlla declarationc tempc-- riet um,
vel officiorum : folum ciim expo- nit, ex quot pattibus totum corpus & fhr-
gulum mcmbrum conftet , fine v3!a i cddi- doflrina artisdefinit, & a
quibusopetatio incipit; quarcabfque dubio ttibuit attibus oinnibus otdtnem
refoluttuum, quiano- tionc finis tendit ad inueftiganda principia p.to iJlius
finis confcquutione. Tria bxc ca- p.itaab Auertoe pofita poffum' nos ad dua t
edi gc r c; q u.o i u a k e t tun compleflaturpiift tionc caufarjcorpusaute ,
5c pattes eitisiunt- fttbieclumin quomedicus cft cffectuius fa- nitat tiii i
:ota hxc cognitio alcniibus fumi» tut 301 dc Mcthodis, Ub. 1 1. 202 , cr
liumani corpoi is fcCtionem , & per- A vuk tanquam aecidentia naturalia
viuen- tium coiporum: itactiamvult cognofceie alia acci Jentia pofteriora, qua:
cxillis pno- i ibus prodeimt : niedicus vcrb qui cogni- tionem accidentiu
naturaliumpro fine nou habcr, fed operationem, qua: non eft nifi in rcbus
particularibus; ita his accidcntibus vtitur.vt ei ad operandum inferuiunt s
ope- ratio autem cft in hoc,& llloliomine fanira- temtiieri.vcl
induccrc,fciLTgritudinem vi- tmct ad cocuitionein iubie£ti,vt ibi afifeiit ^uciioes.ln
fecundo lib.tradic nobis Auer- lilA*""' j0£SCU
gnirioticmtinis,r.empeian!tatis: id- t0 jnproocmiutotiusoperis, duin facit di-
uilioiiemlibroiura, dicit cum appcllan li- brum (aaitatisi & in pnncipio
iilius fecun- dilib ponit definiuoncm lanitatis , dicens faiur.item efie bonam
tempciaturam in fin- »oi«Aji| ytrJjjj^ -Tr&pf-Gy.y-lvj ,
Gyiu.&&7tx.l'jj , 'jymiljj » >Jtpy,^ ■xdj-nxljj^ quas medici femper
inorchabcnt; tamca cur in bas partes ais mediia d,ur4|jj tur,& cur co ordine
difponctida' iint, .icmi- nemvideo csgr.ouiiic , ni!i Iblu Aitcvroem,
caufas^onferuates.cVreftituentesianitatem 3 qui eas in fuo libro ordinatiliimc
acd.ftirv ctiifimetra£rauir , & tplarucum nfc^iiitate; tam conuenience
dilpoficioncm nb almndc fumpfic,quam ex ipfa oidinis refciutiui na- tura,dtim
arti medicqtradetide.ac difponert, dajisordoapplicatur; quod quumfacilie» |
iis, quaemodo diciafunr, colligere quilque ' poffit.in eo
dcchcandonotimorabimur. afcendicur , quaium inuencionc abfoluitur ordo
tefolutiuusin his quoq; ordinem fer- uat Auerroes conuenieittiflimum : nam pn-
rno ioco loquitur in quinto libro de natu- ri6,5c viribustum ciboru.tum
rrieilicfinfn- toiii, & prius quidcm vniuerse , riemde fpe- ciatim: vt
exempli aratia, pniis loquitui de aatura medicamecitorii induvantium & moi
lientium & apericntium, &aliorum huiuf- rnodi, poftca tranfitad
nominandas imgil C latimmedkamenrorurri fpecies, quibus has iacultarcviafunt .
Sed unedici priorempar- tern appellanda cenfent deremedijs; poftc- neremverb
dematecia remedioru, vralias notauimus; quam fencentiam nos cjuidem non
reprchendimus : attamcnipfe Auciroes noftra pothisvritur appcllationc: nam in
co ct uinto libro in calce capitis 30. & in princi pio 31. priorcparrem
vocar^niuerfiilcm tja itationem dccibit.ac de medicamentisipo D ftenorem verb
dicit efle fpccialem . quaie procelfum illum a genetibusad fpecies ciic
exiftimauit,vt icuera eft. Siceriam Ariftote- les in fecundb capite primi iibri
Poiterio- rtiin AnalyCicoruma definitione demonttra lionis progreditur ad
quafdanivniueifalei principiorum condiciones" inueniendas, 8c declaradasi
poftca vecb in quaito capite de- «larat, quxnam fint lllji propofitiones, in
quibus illae nmnct conditione» repcriun- E tur . Dcmtiin Auerioes in duobus
poftre- mis libris docet modumoperandi perilla principia, videlicetper
cibos,& pei medi- ( camenta;in fexto enim librodocet.quomo- dofanitas
conferocturtdcinde in feptimo, ^uomodoamiifa recuperetur; icaq; conuc-
nientiffiino ordinehanc de principijs me- denditraflacionem difpofuit; prius
enimin Cjuinto libro eorum naturas fimplicitcrcon iiderauit: deindc infcxco
Scfepcimo dc cii Caput XIII. inqtio oftetiditur,quomtt- doAuicennk meditam
artemtradi- dent ordine refolutiuo. EVndem ordinem,licet ciim paruo difcrr mine
, apud Auicennam qutfquc obf^r- uarcpoteft; illud enim difcrimen ipiamrc-
fblutiui oidinis nacutam nulla ex paitela- befactat, Primus quickm Auicennsc
libcrin quacuoi partes diuifu ab his tranfit ad humorts : deinde ad alias
corponspaites natura pofteriores: proinde afimplicibus acl compofita, putantomnes
ordinem ab eo fcruaci compofitiuum:fcili- tec nullumeftaliud ibi Auiccnna:
cbfilium, quamfcientiamfcubere naturalem, & no- bis cognitionem fabricx
humani corpori* tradcre : nam fi hic folus ipfius fcopus fuif. fet.vtiq; ab
elementis inchoando vfiis eflee Qrdine compofitiuo, eiufmodi tamen tra- datio
non amplius artis medicae pars fuiC- fet, fedfcientixnaturttlis. Qu^umautemi* ,
non fucnt Auicenna: fcopus in ea parte, fed fcopus fuevit acognitione humani
corpo- lis, & parriii cius, Sc fanitaris, & morborum omnium piogiedi ad
inuenicnda icmedia, pei qiws a me^ico operante fanitas prxfcns confcruaii.fv
amiliipecupciari qucat : ideo traftatio dc clcnutisTSc dc humoribus,& dc
partibus, & dc tcmF crle k us p4*t»« humani corporis efttrafiatio defubieflo
, Sc de fine artis medicte, quorti cognitio ad auxiliorii F inue:;tione,5c ad
operationcm.qucmadmo- • dum diximus,neceiTariaeft) eftigiturordo rcfolutiuus:
quia eftanotione finis ad prin- cipiorum inucntionc. Ccrtehuiufcereive- ritas
clariffima eft, & miror qubd medici O- mncs cx fola refolutiui oidinis
cofideratio- ne eam non infpiciant; hunc enim ordinem effe a notienc finis ,
& ad principta proce- dcrc ipfinoninficiantut : at quum principij I "
■ S + 207 Iacobi ZabarellsePatauini 20g nomenrcfpcftumnotec ad aliquid >
princi- A mittac * adhibstio igitur remedioiu eft q u j piura cnim cft alicfiu-
pnncipiu, cuiulnatn rei prmcipia (unt :l!a,.id q>nc itiueRicnda^ - giednnur
ordinc refolufiao? nonne princi- pia fiflis propeliti.id cllper quse illum ryo-
duceie polTimus: etgoa fanitatead princi- pia famtatis progredimur, quando ab
eius notione ad liuiefiigands remedi.iti.liimus; caufa; namque, & j;
rineipia, perquae medi- cus efficit fanitatc m.funt ipfa remedia, non dem rtnis
refpccTu precedentis cognitionifc fcdeft tamen principium mcjiti efrectio..
nis, a quo ad fanitaceir. progrtllio eft 01 do, compoiltiuus aitis opcratis;
mcdicus eninj. pet rcmedioi iim admotionem eiHcit fani. tatem : vndc patet in
arcemedica cotratium. fempcr clleordinemopeiarionisordmi co, gnitionis; ybi
cnim cogmtio dcfinit , indc incipit operatio, fiue vniuecfalcm , fiue par-
quatuor elcmcnta : nam illa principiaab ar- B ticularem cooninonemfpcaemus;
ytraque. ttemtmttt im mrttmtdtCJ md qucdptr- On tat t . te docente inueniuntur
ordine rcloliuiuo.a quibns incipit opetatio ordine compofiti- uo, vt ait
Aiiftoteles in contcmta^. feptimi lib Mrtnphyficorum j> nobis fxpe memo
rato: medicusaurcmper remcdia operatur, non per elementa.vt humanum coipus con-
ftjtucntia; elementorura igitur cunfidcra- tio non eft traftatio de pi incipijs
rcfpedu finis ipfius artis mcdica:, fed potius eft pars tiafiaiionisdeipfo
finc: quia fanitas cogno C hisigitur ratio fumitar oidinis refolutiui; enim in
remedijs dcfinit , a cjuibns initium opcrationis fumiiur. Dcbcmus ante exijs,
qux difla funt,diftiiiccionem hanc collige- rcac mcmoria: madare, qux omne
dubium n aj( ■ foluit.&ahoruerrorcmdcciaiat : duoprin- j>i»tj^ cipioitt
genera in medicma confiderantur:- ekmeta quidem funt principia rcfpeftu hu-
"r'/*""- mani eorporisi remedia \ crb (unt priiuipia,
""Q' refpedu fanitatis.qua: eft ntedieine. finis; ab fei non
potcftfine cognitione naturalistcm pei ici.imo hasc eft fanitas ipf3i nequc
natu- i. ralis temperies fine cogmtione pnmarum VnbsHm. quniitatum, & elemenrorum-.
Scd.dubitare quifpiam poffet,an vcru flt illud, quod mo- db dicebamus.medkum
operantema.remc dijsexoi dium fumereividetur enim incipe- rc a confideratione
fignorum, &ab hisad naturam morbi cognofcendam proccdcrc; quidicitur effe
ad principia refpeftu finis»- non rcfpccfufubietti; illacnim funt princL pia
operationis , quemadmodum diximut, quod ctiaGaJcnus fisnificauic in libio fu»
dcarcc Mcdicinali , vbi de caufls falubnbui & infalubribus fcrmonem faciens
, remedi* ipfa caufas falubres,id eft fanitatis caufisap pcllati dc
eiemcntisautem nihil dicit : quia noium confideratio in mcdicina noncft pe-
Stlati,. deincJevkinioloco^emcdiaadhibere.pu D nitus neceflaria.quu poflint
fupponi Tt de- Dmt ctgni- tisttts praci dttnt tf^er*. tifjitrts *nt. WM
dicsartis.yt ance detlntauimus.. Otput XIV. in qm oftenditur , cMk- .I^M
numinartiiniedic&rradirionealium erdmcmnon ftruajfe , qUAm refplutiutim..
Vod veto ad Galcnum attinct, five- k *\J rafuntea.qua; dcAuertoe, & dc
Atii- cenna diximus, fatis facile nobis critoftciu • dete eundem ordinem
nonmodb in librr* de Artis medicse conflitutionc, fed in acte ^ quoque
medicinali a Galeno fuifle fcma- ifpH tum.Prius quidcm,vt a notiorilius ad
igno- tiora^progrediamur, confiderandus eff or- in libro Deartis mcdica:
conftitutionc fer rccnpereiur; dicit in principio illiuscapi rij,qubd curandi
rntio a fanorum, Scaegro- rum corporu affe£lione aufpicatur, Sctran- fitad
inucftigarfda remedia fingulis moibis contraria , quacfunt principia
operationis. Has iziturduai parccs in illa artis medicK iKfpoutiooe cofpicimus
vna.in qua de prin cipiis cognitionis agitur, uepe de cognitio- nc fubieUi.Se
finis; aSteram,in quafit tranti- !us :id principia rei.ad remedia, qua: funt
cautat lanitatii; hic enim reueiaeftordo rc- folutiuus . In eo quoq; libco, quem
fcripfit Galenus de ordnielibiorum fuorum , ean- uandumeuedixit ie artibus-
omnibus.qui , c£lordorefolutiuus:ipfe tamenalium ordi- nem efleputat, quem
vocat definitiuu . Sed Rtprthtnjiv neq; reprehcnfionc vacat ipfapec fc Galeni
rff ^'"^J definitio , cuiusinuentorlicet nonipfe, fcd g^ tBJ Herophilus
fuerit , rt alio in loco Galenui confitctur : attamcn definitione vitiofa »ti
non debuit , prasfertim dum eam vt funda- mentum totius medic* aitis
conftruenda; proponir. Mihi quidem leuis, & parui mo- mcnti eftc vidctur
aduetfushanc dcfinitio- neobieftio ilia, qubd medicina inter fcicnc tias
collocet, quum non fcientiafit.fod ar« demfcntcnuamprotulir, inquit enim, ante
I, ad hanc enim fatis ipfe Galenus refpondetc aiios clfe legedosAnatomicos
libros} idcm fignificauit rn libro illo , qur infcribitnr, Qupd optimus medicus
cognitione philo- fophia; prsditus effc debeat . Hcec quum it», fefe habeant,
negarc non poflumus . attemt vidctur,dumait fenomen fcientix non pro- prie.fed
latovocabuloacciperejp quacunqj cognitionejhaud eniru falsb dicitur, medi-
cinam cognitionequandam tttc- Scd illud in ea definitione vitium maguu inefl,
qubd ^uoquemedicirralem codcm refolutiuo ort F.-fei definitc naturam &
effentiamnon expri dineelfe difpofitam: in co namq; totolibro* Dcfalubcibus ,
S; tnfi! ub ribus agitur . pn-* miim quidcm de corporibus , dcinde de fi- gnis,
derr,Li dc c.iufis ; atqui filubi itas Sc in- ^falubritas corporum eft artis
mcdica: finis; «aufcverb falubies rcmedia ipfa funt , quas fin:tatis ptincipia
cite diximus, in q:tibus rfefinitordo tefolutiuus; tieitaquc efl ille;
mit;arsenim omnis m cogmtione quident alicuius reiverfatur, fed tamcn
ipfiusnatu- ra nonin cognitione, fed in opetatione, >d quamcognitio tota
dnigitur,confiftit;de i- pfa tamen operatione rn ea definitiont nihil dieitur :
proptcrea longc melior eftdefini- tio tiaditaab Auiccnna , qui dicit quidem
midiciaam eiTc cognitionem humani eot- / E i Dtfimitir mtiitr, m Iacobi
ZabarclIsePatauml m tjoris pr«utfanitati,vcl morbo fubijcitur, A flcaptacur rnedirinac
hatc definitio.fed »m qus vcrba ad anis cognitionem pertineut, fcdftatim
praccipua definicionis pattc iub- jungtt,id eft cauiarn finale , euius gratia
co» gnitio qusentur, dum dicit; vt fanitas prae- fens
eonferuetur,&amiuarccuperctur:qui* i»us pofttemis vcrbis animz(vt ua dica)
me- dtcin* conrinetur , Sc finc illis natura ipfiu» tionexprimitur; paterautem
dehnicione tta nitam aGalcnoclle priorem paitem dcfmi- il tionis Auicenna:
dimitTa parre pjofteriore» quac pra:dpuaeft,& omtrti non debuit ; nec fatiscftfi
quis dicateam fubintclligi ; pra:- eipua enim dcfinitionis pais exprefsc frote
renda cft.non tantiim fubaudicnda. Et mut- to meliusfaceret qui dimiffa pas te
priore fo lam pofteriore fumeret , dicens raedicinaru eueartetri conferuandi
fanitatem iants cor- ponbus,& candem xgrotantibus icftituen- DtjtakhAr di .
Idcirco optima eft definirio tradita ab tttrrsis sgti- ^ucrroc m primo
capiteprimi libri j Mcdi ***» einaeftars aperatrix exicnsa prinripijs ve-
ris.inqua qu^ritur eoferuatio fanitatis cor- jjorishumani,&remotio firse
argritudinis. DefinitioautSGaiem, fi beneeonfiderctur, fld philofophu
naturalera potius, quam ad nicdieutnpertineti philofophusenim natu- talis res
omnesnaturales cognofcere vult, earumdj aecidentia omnia, etiam fanitatc, &
raorbum,& horurn figna", & caufas,vt an- tediccbamus: ideo
Ariirntelcs libcliu fcri pfit de fanitate,3c morbo, cuius paruumfra gmentum
tantummoda habemus , reliqua defideranturjcjucm libru noudebernus me- dicum
appdlare, fcd naturalc : quiacogni. tio cuiufcunq, rci naturalis, quxcun^; llla
fsr.sd naturalcm philofophu pertinet, dum mulla notlra operatio cognitioneillam
con- fecuturaift; (cd cognitio alicuius rei natu- ralts,qua:
adaliquamnoftramoperationem dirigatur f nonamplius ad naturalcm philo-
fophiam.fcd ad attem aliquam pcitmct; cu- fufmndi difcrimcn intet fcientiana
natura- Jcm, & atte medicamin cognitione fanita- tis & morbi dcclarat
dofte Auerroes in pri. irio capke primi libt. De attemcdiea. hane
autemdiffcrcntiafacile infpiceremus in de- fiiiitionibus fcientia: naturalis,
& cuiufque aitis: namin definitione artis cxprimitur o jperatio.in
definitione autem feientiscnatu nino «portuitvcl operatione.vel faltemno,. mcn
zttis in ea expnmcre:(tquidemarti$ no mination* operatio fignificatur; eft
cnini ars habitus rcfta cum ratione cffetliuus. V- na rcmanct Gjlcni
ctccufatio, qu^rquantum G-tl-n^ roborij kabca;,a];i cont:
d!i.crcpof-/'">A, ' fumus.Galcnum confuttb.fic d3taoperaar- tem
operaeitc omifirTejquutnanirn fibi pto- poluiikt compcndiariam traftationefacetc
i artismcditinalis.folamartem doeentevo- lnit tadcfinitione coplec?ti,dinnna
breuita- tis ijratia atte operante, quum claium, atq; cornpertum omnibus fit ,
finem illiusattis eife fanitatem feruate, vel recuperare , eru- ditisfakem,
quibus potiiTimum iilud cotn. - tJH pertdium fctibitur . Hanc fuiUe Galeni fen-
tctitiam ipfc vidcturtn eo eapite fignifica- rciquumenim diftinxillet lalubre
fcinfalu- ' b re t n corpo ra 3; f gna, & ca ttfas , fu b i ungit . ' i C
nomine falubris, imfalubris caufas prxci. $U pue fignificari: deinde veio
cotpora& fi- gna.quodquidcmdiftu de arte tanti:m do. cente verura eft.cuius
fiopuj. ac finis cft per tefolutionem inuenire caufai feruantes , 8c ►
recupcrantes fanitatem; finis enim femper dicitur principcm locura obt incte:at
dero- taartefaifum tflit , qtiandoquidem pnci- ojm pueeft corporu falubt :t.is
, qux cft\ ltimus rocdicinx finis, & cuius gratia falubrium & D
infalubriucaufarficognrtioquatiturjquod j fcnpfit Ariftoteles de
fanitate, & morbo, & eius defitiitionemafIignarevclIet,nulIa cer- rc
alia definitio affcrenda eflet, quam tila, qu^aGalenomedicinattribuitur: quia
pars illafcientietiatuialis.eftfcientiafalubtium, & infalubriuro,&
neutroru.tum corporum, ttun fignoru, tajncaufamm. quats no« w- musjvnam priorem,in
qua de principtjs c 'gnitionisagitur.id eftde fine.eiusq; notio- n^.nec non
ctiam dc fubiedto.fi opusfueritt alteraverbdeprincipijs rei.nempe deillis,
aquibus opcrationc aufpicar.do poiTimMJ finemillum confcqui,vel producere;Mani«
ftum igitureft.nullumdari alium ordinem, c.uoaliC|ua difciplina.tradi poffit,
qn»m c6- 2*3 ooftiuu-m & ; efolutiuurn , vr ex duplici di- k ip } m
aruinnauiiadcmonftrauimus:incon niplatiuis cnim. qua. Tolani cognitionem
prohiiehaberii.neceirerftordinemferuare iompolitiuu.inahjsautemomnibus.quo-
numcognitioiiem ad finem aliquem a no- bii ruoducendum dirigunt, necefTaria om-
oino tli a notione finis ad prmcipia progrc- |j, _. u icftordo rciblutiuus :
itaque fi tcr- tjumdifciplinaiugenus pia;cerca duenon dc McthoJis, Lib. 11.
2J4. A ottauofcptimi cotrarium aiTerere videtur* diccns in aftionibus iiium
clic piincipium, ficu» jn mathematicis luppolitionestergc» ordo refolutiaus,
quum a iine exordiatur, a principijs eft, fi finis cS pnncipium. At ^riV, non
libi aducrfatur Artftuteles : quaado c- nim ordincm relblutiuum ad priacipia
effc dicit, principia rei fignifieat , a quibus fu- mitur poftea operariunis
inttiura . quando autcm finemdicit efle principium , cogni J datu^fequitui
nondaripnterduosiliosa- B cionispriBcipiuni imelligic : quia a norio
Ijumordicem.quoaliquadirciplinalcribi, Vclttadipoffit-SententiamhancAtifioteles
feftarus eft.qui nullum vnquam alium oi di- nem feruaflc cornpemur, quam
compofi nuum&refolutiuii; & nulhus mentioncm vfquamfccic, nifi iroruru
duorum : naai in proamiopnmiiibriPr.yiicoiuin.&piimi iJ.teoroliJgicoru
ij^uiricat oidmem lcien- tisnauuaiis coinpoittiuunw m contextu au ne finis ad
prineipia rci imienicnda, & co- gnofccadaprogrcdimur. Quodfietiam fi- nem
dicetemus eiTe principmm rei , mlfe- queretur abfurdi : c.iulx nainquc frbi
inui- cem eaufc funtjfatis eft, ii dicamtts Anftete- lem.quando ordincm
rcfolutiuu mquiteiTe ad principia, piincipiorumnomine Bonin- telijgcrccaufam
finalem, fcd matcnalc, vd eflx£irice : nama notione finis adtalem cau- tem
feptimiMetapby&cflru», & libre 6. C fam inucniendam pioccdimus ordine
refo- pcmoribuscap.). necnon cap. 8. lib.7, lo- quittir de or dmc icfoluciuo,
quj aifibus, & inoialidlfciplinajcenurniens cft; deoidine autcm
definitiuo,vel deafquoalio ncver- bum quidemfrcitvnquanfl Ariftoteles. Sed
apertitijmcfcntentia iuarn profercin quar- to capitepiimi libri de Moribus,
& fignjfi- eat eiufdcm fententix fuiiTe Flaconcm , in- quit cnim ( ne
lateat autem nos, diffcrre eos lutiuo. Ex
his coli.giinus, poffe inhocfen •jtSqi*™t fu admitti nonnullorum
ferrtentiarn.qui di- /*»**» , vti contra a meta ad mmierarios . Ad- uetttndum
autcm , ne rcpugnantjam in di- «tsAutiotdiselkfufpicemur.quicoinlo- co^idmcm
rclblutiuumd.citeffe ad pnn- mt** ftd in o,«iato ta^ite fcati i,bri, & i a
Dtjtmtit et- colligere : & priiis quidem ordinis compo- **" fitiui,
quem dieimus effc logicd inflrumen- * tum.quo cuiufqaccontcnapracricis
fcicnti_e partesita difponimus,vt iprimisrei jjiinci- pijsexordiendo, 5c ad
fecunda tranleundo tandem ad proximaperucniamus.vt quant» icyeo gtncrc ficri
ggffitj op timc, & feciilijjai 21$ ^mm rraiari 1 tnirfl fcieat a
.ldipiicanHir. Eftquidcmomnis or,- iui> iommtii.t con- ditiO facctc ci
rjcilliine , c\ optiu.e eWlca. mus, fed atlfcientvamtanquiinacl vlnmum finern
dir.gi nioprium eft ordi.us compo- fitiui , qui ab ipta contemplauu Aium feicn.
tiarum namra denuatur. Portb hic procef- jfus.a primis pcincipijs ad fecunda,
& ab hii tettia nullam fignificat rat iocinationem, fed folam
ordinatamtractationemornnium lacobi Zabarellae Patauini 21(5 A maj & a
ptima forma.qux fimplex eft, aj f c _ cundam.quaeeft modo quodam compotita, vt
ait Auerroei in pnmo eomentaiio prirnj b k j lib. Phyficorum; hanc ordinatam
cauf.nuin r-, PV NT| '' trattationem fecunciiim ordinem compofi^ tiuum fignificauit
Ariftoteic; in ip'oinitia ptimi Phyficorum.dum d ixit a [jrnms prin- cipijs
aulpicandum ellc : quia cx eorumto. gniuone omniu a!ioium cognitio pendetj hoc
enim dicere eft ordinc confhi ueicatatj caufatum tti , qui neceflaiio eft
proceiTus a B fis remoris ad proximas, qui cft ordo copo- magis vniuerfalibus
ad minus »t»ruetfalia etenim agere dealiqui re m fcientia con- tetuplatius, eft
agcre di eius pi-i[icipij$,& a- geredcprinopijs rei ert de illa rcag;ic,eu-
pijtrwt*- jusfunt principia: vt in fcientia naturau a- re,efl; maximcpropric
ctiam elc- menta appeliantui. Hocdemoftrate in prs- fcntia intempeftiuum
cffet:alias remhaac ria eft quidem mateua horoinn, Sc equi, nd D diligentifEme
dcclarauimus, dum lacumil tamen quatenus efthomo, & quatenuseft equus.fedquatcnus
naturalia corpota funt: idco eam matcriam confidctare ert vetfati infubietTo
corpoie naturali ampliffimeac- cepto , a quo & homo, ckequus, & alia
eor- pora natutaliatanqua fpecies a gencic cou- tineiKur : dcinde confideratio
elcmetorum prout funtfecunda matena, eft traftatio de eorpore mifto, euiut
principia funt : &ita jum publiccinterpretaremut , & oftedimui nulium
in eo contcxtu verbum ab Ariftote- le profcrri , quod ,p ximas caufai
(ignificetj fcd primastantiim, acremotiffimas exptefc fit; Ipcundie.actcitia:
non exprimuntur, fed tamcn iubinielliguturi dum enim dicit cfTe primo loco
agcndum de primis principijs, qu3E elemcntavocantur, Ji|njficat ab hispo ftea
ad fccunda.acteitia cflctranfeundu. Ai 4. canttXt* ttb. deiaceps donec ad
pnncipia ptoxim» per- % declaiandam igitut ordinis compofitiui na ucnerimus,
quorii confideiatioeftanimalii eonfidetatio quatenus eft animal, vel homt- nis
quatenus cft homo,& fic dcaiijsjhicigi-1 tur idem proceflus , duni
fubictiturn ipfuml refpicimus, eft a magisvniuetfali ad minui l
vniuerfaic&a gcneread fpecies, a cerporer naturali ad miftum; a mifto
adviucns, avi-^ ucnre ad animafab animali ad homincm.&^ hunc fignificauit
Ariftotcles in quarto con textuprimi libri Pbyficorum. dum autei^a turam bec,
qua hatTenus difta mnt,fuffi- ciant, CapUt XVII. in qtio defimtio collw gitur
ordinit refiiutitti. ORdoautsm refolutiuns cft inffrumeo- D*/*» tum logicum
difponi ns, qito ii notio. . ncfinis,qui ab homine libeif opeiantepro- mk \ t
duci,c5c genetari qucat , progiedimurad in. J ;
ucnicnda.&cognofccndapuncipia, esqui- principiafubiecTi fpcftamus.eft a
primisjacl W bus opetationem pofteainchoanres.produ lemotiffimis ad minus
remota, Sc fecurida: deindead tertia, donec advltima, Sc^pria, quascuiufque
fpeciei propriaiunt, pciue- niamiisi inqua difpoiitione cosiiiftii ordo
eompofitiuus.qui eft afimplicibus ad com- pofita, vt a materia piima, quae
fimnlc.-; cft, ad matcriam fccundam , quae cenfL.V"-. fu ceic , &
gcncrate finem illum poifimus . Eft quidem omnium oidinum communis coo- ditio,
vtad tjognofcendum aliquid coterat, fed ad cognitionem conducerc, qua;
pofte> jn opcrationcm tanquara \ It mu finem di« rigatur, proptiu eft ordims
icfblutiui; iua» doquidem exoperanicibus difciplinis hic cidt dc Metliodis,
Lib. XX. ^••«'»». nem, & methodum nori in eo eflc conftitu- B tam.vt
methodus Gt fcmper ratiocinatio.ot do verb nurrquam; fed in hoc qubd metho- dus
necelTanb, & cffcntialiter ratiocinatur,: & illationem facit;ha:c enim
efl methodi na tura; ordo autem non iemper , neq; necciFa- rib; non tamcn
ita.vt e. repugnet : fatis eft i- gitur,fi non omnis ordo fit cirm illationc;
compolitiuus enim nullam illatione facitt qubd fi refolutiuur. ex notione finis
aliquid' colligitiid prouenk ex proprtanatura ordi- ceika paiticularemeius notitiam
indagan- C m» refoluHui.non ex natura oidinis, qucm- ' — "-■* cpmpofitiuum
vtilemelTe, refolutiuumau- tem prorfusinutilern; cotraverb in aljjs di- L
oinccompouciuo, vr ordo ai.m.,, leruetur, St ^ t ! " tlUufclum ^«,lem,com.
V quj per fc non fit compofitiuul . & ,n part ^l T r v S ua »P re P 0 «'0«
q«t ^iciiu. attisttadt.atordmetcfolut.uo ali- temnTa q t u^ f S 7 P °- rj Vl ^
^ ceptattadi poftunt prster id, quod dc or- dine vniuerse diximus, nempc
illa efle antci ponenda, quortjm cognir ; o ad reliquorura cogfiitionem
neccflaria fit ,• eticnirc aucera poteft in parte alicuius fcientia; tradit*
or-t dinecompoficiuo, vt ordo aliquis feruetur, templaciuatufcienciaru
traditionem com- pofitiuus,ica ad aliar6difciplinarum tcfolu GrdtKKr»
tiuusvtilis eft.©rdmum autemnobilitatcm ntHlitM. aliunde.quarp cx ipfarum
difeiplinarum na bilitatedefumer^tidiculum eftmam fecun- d«m fe nullam isaiorem
preftanti.m. hic or da aab?t,quamille, redq-.atcnuskie:iti^ \ .quam eiuidem rem
exemplis facile dedara- bimus i Si totam fcientia naturalem fpct.e- musjoara
dicimus fcriptam efTe ordine com pofitiuo: quonia a pnmis principijs aufpi-
eatur,S_invltimis,acproximis definit; five- topartcmaliquam eius fcicntia;
confidere- mus.vtofto UbrosPhyficKaufcuItationis. 221 dcMethodis, Lib. II. 222
'■ ad totum rcferamus, adliuc dicimus, A prior moiu : tempusSuttft poftciius.
quare oidinecopofititio fcriptam cifc quum cjuum motus loco, & tcuipon tuni
antcpo- Limhic fittotiusfcientreQrdo.cft etiam ordoomrmim partium prout
totiusparus Lrt & totum ipfum conrlituut. At fi jpiam I* cundum 'epaitero
funiamtis fine rclatio- nVad totft ', alia rat 10 efti poilumus quidtm
telibrwUlis diceir, ordinemfcruan com- poliriuurn, quaKnus de principijs
corporis M J tur.ilisp': ,ls:l g ,t,J, ''t ,oikadci r , ' lllsa£;C1 ' deatibus.
Sed ii pi imumiolum hbrum ac- yiamut.iaquo dcpnmis principijs agi nir'iTl neo
non plures t ra£tationes, fed -Ba traaatjofit.qux cft dc primis princj- pijs;
plura quidem thcoremata dcdarantur i attjiicnuaad ipfa prima
principia,&inillis hjcordoferuarur,qubd priti* theoremata magis confufa
& vniuerfalia , deindcmagis djftiiicta.&particul.iriaexplicantur; fcd
hic nonma^iseftordo compofitiuu*, quamre- foiutiuus , quum in \ troq; a
confufis ad di- ftincla, & abvniuetfalibustum rcbus.tum quailtonibus ad
candtni rcmattinentib. ad patticularcs prosjreiito fiat, qui poteff vo-
oftponatui, nullus ccnusordo fcruatur, nili fjcilioiis noflix cogniiionis; hoc
autem adhuc cuidentiu: cft , vbi plura ciufdcm fubiccri accidcntia traciatur,
quo- rum nullum cft natura prius a!io, neqHe v- Dum c* alio pcndct : eoium cnim
dif politio non poteft vocari oido compoiitiuus, ncq; rcfolutiuus (ecundum fe,
tainen refpeituto tius fcieutij: cftordo compofitiuustquia cft pais quadaui
ordinis coinpofit ui totius na turalis philofophiae . ln artibus quoquei- dem
poirumus annotare; ars enimmedica traditacft ordinc refolutiuo,fed prima ciut
pais,qua; pliyfiologica dicitur, fiipfafecun dumfeconiidcretur, netn fo]um «on
habct fetis «f ordiiicm relblutiuum, fcd potius coatia- multifuU' rium
compolitmum, quodmultos in tiwi"""'^'" crroremtraxit, vt
crcdidcrint, artem medi- c J*(r tu ' tt ^ C cam tEadstameircab Auicenna ordine
com- m ^i ciWa r- pofitiuoj fed non animaduertcrutjt, aliud dhit cempt-
CiTcartem medicain coniidcrare, aliud ciTe jitixi t primam illam partem
fccundum feipfam fu mctc abfqucvllo rcfpeclu adalias mcdici- nx partcs; ars
cnim mcdica tradicur ordinc refolutiuo , & pars cius phyfiologica ordi- nem
habet refeiutiuttmiquatcnustotiusat- tis pars eft,& refpicit ahas partcs,
ipfamquc artemtotam;eft cnim pars prima,3c jnitiurr» D orditiis rcfolutiui
tradens nobis notionem fims, quemadmodum antca dcclarauimus: at fi fccundum
fepars illa confidetctur.non prout cftillius artis pars, & alias partcs re-
fpicit : ordinc quidcm habet compofltiuu, ied non cftampliusarsmedita.neque
ipfius pars, fcd fcientise naturalis : quiacontem- plari humani corporis
iabricam finc vllo refpcctu ad curationem,vei aiiam operatio- nem,ad quam illa
contempJatio dirigatur, E oftacium eft philofophinaturalis. Videmu» ctiam in
arte medita proeefium ficri ab vni- uerfalibusad paiticutaria, a confufis ad
di- ^tincta, vt in quinto Aucrrois librooftendi- nus,& in fccundo
Auicennz,qui fecunduna, feiton eftordo rcfulutiuus, ncque comp»- kiuus, quum
invtroque ordine locumhi- \ cat:tamen rcfpeiftu totius artis cft ordo re- f
>lutiuus,id cft.pars ordinisrefotutiui.Hzc volui annotare propter nonnullos,
qui no- 1 dumin fcjrpo quzrunt,& putant ncccftariu Tttum intota
difciplina.tum ctia in qua- libct eius partc ordmem fcruari tatem , qui * fit
aliqua ordiais fpecies,nimirum vel com- poficiuus,vcl dehnttiuus, vcl
rcfbiutiuussr q ua fi necelfarium fit, fitotus homo cftani- mal , oculum quoque
hominis animal effe atqui oculus cft quidcm animal quatenu» cft pats homini»,
qm vcic cft animal, at ipf* lacobi Zabardlac Patauini 224 perfenon eftanimal:
itaomnis artifex to- A teger, Sic etiam oculus fenfu participat, in tam aliquam
difciplinam tiaditnrus certo quodam ordine resin ea traftandas difpo- (lit.qui
vel compofitiuus ordo eft. , vel refo- lutiuusi in fingulaautem parte non
femper ordinem feruat compofitiuum) vel rcfolu- tiuum, fed ordinerri
tamenferuat,dum ea prius declarat, qua;adaliorumdeelaratio- netn priiis
cognouiffesportuit.qux ellom- nisordinis codirio, & iile dicitur ordo com
pofitiuus.vel refolutiuus habita ratione to- tius.cuiusparseftipartieipat cnim
condi- tioncordiniSjVt ordinis pars 3 npvt ordo in- quo tota animalis natura
coniiftit, nccta- mcn fequitur oculum pcr fe anirr.al cfle j rffi eft enim
animal , r.eque fpeeiesanimalisvU la:quia conditione animalis participat yt a .
nimalis pari, nonvt animal totum . Quem- admodmn igitur daturaliquod fenfu prx.
ditum, quod no eft animalis fpecies aliqui; ita datur in difciplinis aliqua
difpofitio, quas neccftcrdo campofitium , nec rcTolu- B tiuus : cfti amen
parjaut huius, aut illius. Hacc de ordimbus dicta fiot,nuc.adriieth»-
dostranfeamus. JllilS LIBB^l SECyitDI DE M E T H 0 B / S. IAC. ZABARELLAE
PATAVINI, D E m E T H O D 1 S j jLihcr tertiui. .Captt I. de differentia.ordim
} C &metbsdif. Vo difcrimine mxrjiodusab ordine difcrepet.iam in pn.
icedentibus dedaratum eft: |quumer:im amba fintinftru- 'menta logica, &
preceflusa noto ad ignotii, ordo tameri, ejuatenus ordo eft.vim colligendi no
habct, Jed difponendi folum : methodus vero vim D habct illatritem.Sihoc exillo
colligit. Ad hocdifcnmcdrclarandum videntur illaa- ptari pofle,qua: dicunturab
Auerroe inpri-[ rao cornmentario prtmi libri Pofteriorum ' Analyticorum dep
raecognitionibus: inquit enim prsecognitionurri demonftrationi ae-/ ftirweii/i
eeflariarumUuo eflc gencra; alia namq; eflj *U*^cm, prxcognitio
dirigens,aliaver& agcns: diri^ mHtdiriger, gens, illa dicitur, iine qua
conclulio non col \, ligcretur, fola tamcn ad collc&ione facien E damno
fufficit, veluti pr^cognofcerequoS^ , ijibieclum fit , & qnid eius nomcn,
Sc qmd nomcn affeftionis fignificent . nam fi vaa a- liquaiftarum defit , nihil
poteft demonfira. ii, ex his tamen folis nihi! dcmonftratur. Prxcognitio autc
veritatis propofitionum eft pcaecognitioagens: quia iamagit, & in- /ert
ntceflatio conclufioiiem, Dicere igitur inpraefefitiapofrumtis.tamordiftcm,
quara 1 methodu efle progrefitim a norionbusi.Or. dinem quidcm a notioribus
cognitionetaa . tiim dirigcnte ad aliorum notitiam.rrictho- dumvetb anotioribus
etiam cognitionea- ' gente,qucvidctur effepiqpria mcthodi di& • fcrciia,
quamethodus ab orcinefeparaluii, inqua fignificatione metliodum acccpit A-
riftot.in context. + &j".primi lib. Deaniraa. • Propterea refteilli
dixere.qiii ftatucrut mc- : thodumeffe inftrumentum notificans,id cft v,
iamfaciens cognitione ignoti , otdinemve,.,- rb efie infrrnmentnm difponens:
partes e- nim difiipliac ita difpomt, vt eaantcponat, quotum cognitionos
dirigat, Scnosiuud ad ea^quaEpoftetius tiadlantur, cognofcea- da. De hoc quum
abunde locuti fucrimm, &demethodo agendum reljnquatur , pro- prie fumendo
nomenniethodi prout ab ot- dint diftinguitur.primo loco ipfam metho- di naturam
vniuerse' confiderabiinus, dein- dcad fpecies defccndemus. Caput II. in quo
definiriometbodi fonhur, & dechtratur. EX i|s,qux dicta funt de mcthodii
atcjue Vif"" r oi Jims differentia , hic mcrhodi de- finitio colligi
poffc videuir , Methoduscfl intdkcluaU in^iumentuiii faciens ex no- tii«B» 225
risa ,roprium eiTe methocii no th» tifieare 3?S£" e * differenriam fiberie
conTidere. efta pro. pofitionihus aJeonclufionennhit-ee-nim efit propria
TyUogifmi condirin: fedinhocme. aqnc, ex quo in huius cognitione,ducimur. D
thoni quoq; naturam conftitutam ffledixi, mu fimphcittr quzcHmq; fidet,&
jectmditm fttimcumijife thodum, nunc dkendum tff: omnn vnim credi mtis nutper
jjUogijiniim, aus ex indnciiant] iq tjuibus verbis duo funt maximc notanda, v.
num eftquodibiteiiatt-i philofophui, om . nem n_ethodum, quaefidem aliquam
facut, formam habetefyllogifmi,S£ n£ceflV;6 ad a. iiqutm modumvcileui trium
figjjrarutn re _ duci: St e contratio nil roboris habere, Sc nullam facete
fidem } IT ad formam boin fV|. Isgifmi reduci nequeat; alterum eft, quodo innia
iiiftrumentalogica apuU Anli. Vub fyl. fsi #L logifmo eonrinentur.aquo
iwbcuitota coV * f.qoenti* neceflitatem . quum enim cr.thy. meina
fitfyI!ogifmus, exemplum vctb fit irt_ du-tio illaqu.itunrad duo re Jiguntur,
ad fy[ _ogifinum,& induftioneimideo Arilt. omnij credi aitvel
perfyliogifmum, vel per indu- pr'os c.ie qijaniijliirimosj qui putarunt Ari- C
ftionemmcc vu!t aliquo alio inftruniento fi iiotelem nuiiibi io iogica de
mcthodis. locu tum tfl-,quum nullus alius fit eius fcopuv in pofterioi :b us
Analyticis,qu_m de mrthodis a^ere Syiiogiibii autem Dialtftici, tk orato- lij
non proprie dicuntur mtthoji: quiafo- Jam habent methodi formam, atmatetiam
conuenientem pro faenti_r adeptione non habent, neque cum d:u fecundi hbri
priortini Anaiyticorum: indufc^ . fto veluti imieciSttt Jj ^ojijw»^]
imbecilliiitiv* ftioautemfi p- rfcfta fit, vim habet neceifa- ' cat, id
cftinpraua forma confirnftum, quar tiam CoHigedi.fed per .yilogtfmum: eaenim
rationeconclutiit.qua vim fyllogifroi haber, & ad bonum fyllogiftnuhi
redigi pouft, vt ibitiem d«clarat Anftoteles incapittde In- «iuftione.
iitqueeut ab re, fiipfius veibain ptiticipioillius capitis pofita leferamus,
qua» ti hi ! ex neceflitatc coll.git, vt ipfepofteade- tlaratrvia igitur
fyllo_ifticaapudAriftoteient ftiit notma, quanH'tnodo.1 vtiles ab inutilr-j
businternofcere dcbtremuv. nam vix diuiff- itx en-cacitatem cognofcere vofens,
eana ai fyiloeifticani formam redegit, &: videns pra- UiUD^iioet&aium
cxca-ii;»} iuduIc cffe iir- tiicaiUX 22? de Methoclis , Lib. III. 236 r .
...-ainifiaanndremignotaniCTa. A dem ipfam rei veritatera pauc.s verbis ex-
caultvia nrur-teici ipiani r ,0 noto notifiwndam, proprerea ipwu. '" !
.iroaruam particulam mctbodt fy.logi- S^XSSw» rrllogifmom. Alexander j ir .
jmbcoimni i, 5 pr j ml , m librum n puwoemnil ahud fu.flcquam viam d M ? ,uU1
i>L»ro.totamaixe«n togt- " ' h«i ditnde.ido confifterearbttracus B
,"ih'eo profecti funr,noa uavtunturnomi D.aJ t a.« , feo atunt eam efle
viam &ra- tioBem quandam cm fadanius in rpeces.sc dciiafi igulia diC
feiamus : qna in re quuin difficuteas magna, & arduum tum 3ltis om,'.in'is
f-,timen rio- bis proponarur, hunc o: iiieui f. • ci I o.n do
ciiiazgratiafcruare ftatuimus^piimumqui- ponemusj deinJealiorum plac,ta,ac
dub.J, quE nos ad ea retutanda tiaxerunt, icfere- mus: poftmodum adveram
fencentiam re- ueitentes eam fuiius, ac dihgentiits txj.la- nare.cii compioba.e
mteniur. Dicium a no- biseft,methoJ. nomen icientian. vt hnem refpicerei eli
ciiim via ad fcient.a; adeptio- nem duceiis,nomineautemfciennr quam- hbet
certam cognitionen» jntelhgimus : Ita videtur methodum accepifle Euttianus in
fua pra;fatione itj hb. r. poiiciior. Anaiytic. quando demethodorum numero,
atque v- tilitate loqucns , dixit quatu o r efle metho- dos,quibus oinnis
difciplina fcientialis ac- quiritur. Q^oniamigiturmethodus eft via, & forma
fyilogiftica, certum eft,hanc non pofle fcicntiam alicuius rei parcre,mfi tna-
teriei neceflaria: applicecur, hoc eft nifi es propofitionibus necefiariis
canftet; necefia- C tlas aurem propofitiones Ariftotelesillas ef- fe
docuit.quarfintdeomni.perfe, & voiuer- fales, ad quarum conditionum
declaratio- nem noslibrum fcrtpfimusde propofltioni- bui neceflariis ,in quo
oftendimus , nullam propofitionem hoc modo ueceffariam elte pofle ,nifi
eflentialem pisdicati cum fubie- cxo connexioncm habeac, 5c nuliam pratdi- caticum
fubtedto conncxionem elfentialem efle pofle.nifialterumalrcriu* caufa fit.
HincM«*« *»de D fitjVtin omniryllogiihio fciendi gratia con- weJ,,! " i!,m
* ftrudonecefle fitvel i caufaad eftettum.vel ■»»««•*«■ contra ab efteduad
cauf-.m piogreiTum fie- rt,aliud genus fcientifici fylIogifmi,&ex pro-
pofitiombut co modo necelDrns conftittJti non muenio : qrium emm in
piopofittone maioremcdtum , 5t maior extremitas collo. centur, & neceifum
fit attetnm atterius cau- fam efte, medium quidem nuioris caufi ff fuerit,
fyiiogifmos eii a caufa ad efTefti.m : fi g vero maior cxtremitas fitcaufa
med.j ,cft ab effeduad caufum: duar.giturfiiciutricx mc. Dhm mttbt- thodl
oriuntur , non plutes , nec pauciores, dt. altera pcr excelientiam
dcmonftratiua me- ihiidii, di.citur, qttam Grscci x^»,- ^n^tt. I»
jVeli^na..^" tS Ash vocant ; noftii ,pOtif- fimam aenioiii^rationtm, vel
aemonftiario- nem propter quid appeiiare confijeuerunt: altera,qua; ab cfficru
ad caufaru pmgrcditur, refolutiua nominjrur : huiulmo di entm p'o- F greflos
refolurio efljficut: a caufaad efFectum dicitui compofitio. methodum hancvocant
Graxi euDsttwujit tbot., vt I ?^g,t*iftiiaii , noftri demotiftrationcm quia,
vcl (yllogifmum .ifi- • "110. vcl fecundi gradus demonfttationem. H-is
duasmethodos iaAriftotelis d fciplina reperio, demonft-atiuam. &
refolutiuam,a- Iia.nccpofjicAiift')te!ei,nec ratio vjdetur admittcre, quod cum
ex its, nnae modo dicta funt, facile rollig; pot.ft, ■um t xiis, quas di_
ceiidama icnt,ti-. i mamfeftiil] nunrnos au- tem fortaife non incougrua
aj>peUatione h j 231 Iacobi Zaharell-e Patauini vtfremtfr,fidemoltiaiin.rm
vocaremus com- pofitiusm ; quum enim ropofitio iit vucori- tiaria ref-Iutioni,
necefVe c-ftvt quemadmo- dum progrefllisab cftectuad caufi>m dicitur
refolutio,it_eum 1 qiii eftacaufaad efteittim, liceatappellare compoRtionem :
fub refolu- tiuam mtthodtiredticuuiin Juitio , vtpoft- Induaic. ea dcdarabimus.
Piaster has ntillam daii a. liam fcientificam merhodtim ,nullumque a- liud
fciendi inftrumentum ego c6ftantcr ext- ftimo ,quod mihi Scipfa tatio , &
Aiiftotelis authoritas perfuafit : omnino enim credcre, atque confiteri dcbemus
, prxcipuum eius fcopum in logicafuifi. methodorum traJi- ttonem ; hrc enim
inffhrmenta fciendi funt, vnde logica vocatur infirumeiuaiis : non efl jgitur
afterendum , ahquani roetbodund ab Ariftotelc omiffam fuifle,de quation docue-
rit : artamen nuliam aliam me;hodun> tradi- dit, nifi dcmonftr-tiuam, &
refolutiuam: de. monitratiuam quidem primario, quum ad «am omnes logici libii
dirigantur : refoiuti- uamaurem fsciinda:io,cuius rationcm in fe- quentibus
declarsbimus :ad maiorcm enim veritatis comprobationem decreuimushuic hoftrx
demethodis traetationi difputatiouc anncfrere de Ariftoteli- conillio in
Pofioio. ribus Analyticis: in it> enrin crcdimus Arifto- telem
diligentifllmc ,atq; artifiHofiffime de metrjodisdjfleruiflet fortifli enim
&no!tra contcmplatio non patuutii lumen bbtisilijs intelligendisaliatura
eft , &ijcifTi:nipfa Ari- ftotelis fententiadccma noftrfi miriric. con
firiiiabit.Nunc qutd alij ii numeio metho- dorumfcmiantjCxpoiiamus.. Caput V.ln
quo aliertm de methodU fentsntia declaratar. iniiiniityiit. T^St bactempeftate
comjnunis ommum thtdt ftcuii- t^fcntentia, quatuor efle methodos , de-
j&malui. rnonitratiuam, 5crefo!um:am,quasdiximus, & prarter has etiam
definitiuam , 3c diuifi- uamtvideturautem 6; antiquomm fuifTe hec opinio, quum
apud Grarccs Ariftot. inter- pretes ettamfxpe kgarnus-.fedcam aperto %v\tr»tim.
ponit j ac fnse declatat Euftratius in foa prar- fationein fecundum libtum Pofteriorum
A- paJyticoriim . vbi & numeri nec.ffiratem , & fiu_uiarum methodorum
vtilitatcm oft.dit: fcopum qtiideni merhodi definitiue dicitef. fe ret
eftentiam declarate, deinonftiariua: ac- cidcntia,qua: per fe inflttYtjffota
facere : ditii- fiute autemvtilitatem efle, vfmethodb defi. nitiua: materiam
fubminiftret: genera enim,* & differentix fimr materia , ex qua definitio
coftituitur, qur matcria per diiflfionem fup- pediratui : tan Jcrr methodi
rcfolutitiie 1co_ pus t fl a particularib. a J vniuerfaiia progre- di,& ,i
pofteriorib.ad pnora. Has methodos inter fc conferens EuAratius , tiicit
defirmiua ac demonflrariuam pnucipem locucater.e- A
re,&niagisdcfin!tiuam,qua:orrinium pra». ftantiiliinaeil; quuni fubltantiam
rei dtclaL rct :duasautem reiiquai (ccunJarias efle/fl. iliis Juabus
niiniflrantes, ac kvuientes :n'atu diuifiuamateria methodo ucfi iitiuarfupne
ditat,ijeneia,ac differentias: tef-jlutiua qu 0 . que cftminifttadtfinitiu.f,
ct:oniam „ p:rti" culaiibusad vniucrtalia , cx quibus d t finitio omnis
eftconfiituenda piogreditur: cidem inferuiunt etiam meth_do'dem-ni!ratiu*- £
quia demonfttatiua li;;e defiiiitiua (liennri poteft, quum abfque Jtiimtionc
non pulnt effe demouftratio : nec tamen defimtiua ci.
citurminiftrademuflratiuarjquamuis ei me. dium terminum ftippeJitct : quia
Jefinitiuj: eftetiam fibi fuilici.ns abfqut dcmonllrati- ua,quumad fubftantiam
declaiandam ade. monftratiua nonpedeat. c metha. dus defimtiua, fiquidcin
abfquc definitioj|^B fubfiantianon cognofcitur:.id accidentiave- to cbgnofcelida
vtimur methudo dcnionflra tiuaiatde -nitio ciiflitui non poicft, nifi par.
tes,ex quibus conflitucnda cft,ncmpegene* j ra,& diflerentise in proniptu h
-bcautur.has 1 autemvenari pofttimusvel a primibus pro. grediendo ,vel ,i
pofterioribus : a prioribui. £ quidero per Jiuifionenijdum afuremogene re
ordientes,ad propinqutorageneia , uifFe- q rentiascjue defccndimus: a
poftenonbus ve-. J ro per mcthodum tcfolutiuam, qui a pofte- rionbus ad prioia,
ex qnibus definitio co&9 flaredebet.progreditur.Quatuorigit-.tr me- thodi
nec-lTaria; funt , duarvt primaria.', duse vero vt fecunaaiis , & illis
duabus infcrrten- tes. Hinc eandem demethodis fententiam apud Ammonium legimus
in (uis cornmeitsB^H F tariisin pra;f_tionem Porphyiij. Pofleriorna,qua: in niedium
Xrintur:innltae«amftti«critpofl«a mter rontcmpUiidum confiderare, 5c fingulattm
endcre: illud in prarftnria omittendum elt.eos non mod6diu.lTuam,ardefiniti-
" p , s tcr deiuntiftratiuam,& refolutiuam, "uasi.ospofuimus/n
methodorum numetu eniliflc ; fedetiam refolutiuam methodum Looe aliter
acrepiffcquan. nos fupra decla. rauerimus namfub demonftratiuam metho /um onmes
demonfttationis fpecie* reduxe ,unt, ilhm quoque, quae a figno ad caufum
««oreiitur, quam nos dixtmus eflc meiho- 2um rcfolutiuam : nomine autem trethodi
Mfolutiux ahudquiddam intcllexere,nem- pe proccflum diuifioni cotraiiurrn vt
quem- admodum aftimmo generead inferiorade- (cenderediuidereeft, Simethodus
diuifiua, cflc vriIitateecies habira dnoniljn nnittm ratione. Sed vt cumque res
f fehafct3r, Sc quicumque methcdi diuifiua; Enis effc fta. tuatur, illud certnm
cfie cebet, quod rtiam F illi, qui talem methodum pnnunt, nepaflc non videntur,
aliquem cfte in ipfa dittifio. ne tetminum , a quo nt tum -, & aliquem i. •
gnotum, ad queiv; & demum illarti nem a. fiquamhuius exillo; hoc tnimomnino
di. ce t cogitur, quifquis dituft^nem metho- dum efleaflerit, qiiandocuidem
ntt-thoJus omnis eft procelfus a noto ad cognitionem ignoti cD illationis
necefticate: hxc igituc quomodoin dimfione locumha- beant, confideran- dum eft.
h S 23$ Iacobi ZabarellaE Patauini 235- Caput V I I.tn quo eorumfintentia
refellu A terminus notm, & differctia? funt maior tttr, qui dicutit
dtuifionem effe vietbo- dum rtiiem-ad venandaf partes definitionu ign ot&i*
V v m duo finesmethodi diuifiua; sb aliis ftatuatitur, firefpeclu vtriufque o
Itc 1 1 1 d ' e ri m u s ,d i uifion em efle prorfus inuci-
letnadaliqmdigtiotum notificanduni, fatis ex. tremicasignota,quam
qua?rimus,homo vercV minor exttemiras.cui oftertderc volutr tis ea S difrerentias
inefle: fijmatur igitur inprimit. hxc minor propofitio nora ,'bomo eft cor-
pus, &quiaprima;dirferentt-e, per quastjj, uiditur corpus, runtanimatum, Sc
iaanimii • nosautem eligerc volumus animatum vtho mini competens, &reiicere
inanimum: ideo- animatum cfl maior cxrrcmitas, quam qua;. ent demonftrafum ,
ipfam inrermcthodos B rimus,ergo (i maiorem propofitione ex eor Bon efie
collocandam: prioreni igirur illam rtiliratem confideremus, qua diciturdiuifio
ad P artes definiticnis notificandas conferre, &videamus, qmfnatri
firterminus notus, a re,& animato conftituere volumus,mai u r erit vnaex
tribus, vel, omne corpus eftanf. matum, vel, aliquod corpus- eft animaturn,
vel, omne animatum efl corpus: ii priniam.' rumamus, eafalfa eft:fi fecundam ,
eritfyilo. gifmus exmaiore pamculari, qui prauus eft Sfnihil concludit in prima
figura; fi tertiam, eritfyllogifiuusinfecundafiguia ex duobus affirmantibus,
qutfimiliterprauuseft, &nL Chil conciudcns : nullaigkurrationc peream
diuifionem colligere poflumus, hane dilFe- rentiam homtni competere, vanaq;
eftom- rrium fciuetta, qui putant , diuifionem nohit> talem notitiam
tradere. Quocl fi in iis termi». nis bonum rj-llogifmum facere vo!umus,de-
bemusin maiore extremitate vtrantq; fimul' dtfferenttam fumere, rjon altetara
fo!am,6i diccre,omne corpus eft animaturo 5 vel inani- mum:athomo eft
corpus,vndc in primafigir tatrt hah liquodfuperiuspenusnotii, fit illud corpus,
D rafcquitur, ergoomnis homovel anfmatur ccenim notum efthomine elfe corpus,
quod cft,velinauimus:qui bonus quidem fytlbgifi deinde diuidcndtl efl per
ptoxi.nas cius dif- ferentias, vtper animatum, fltinanimatum: Jeinde corpus
animatumperfen(ibi]e,&in- ienfibtle: mox fenfibile, quod animal eftiper
rattonale,& irratiotiale, vndeaccepto ratto- nali colligiturhominis
definitio, que eft,a- nimal rationale, vel, corpusanimatum fenft- tule
rattonale,quodidem eftjfi hoemodoin- telligatur viadiuifiua.nullaro
habetillationis E' tioneaccipiendasinqttitimut, Staliquod fit
,7,neceilitatem,neq; exnoto notificat aliquid ignotum: quare methodus
appellanda non cft;ad hoc oftendendum eo ipfo aigttmento TPir,quo vfuseft
Ariftoteles in memoratolo co prtuij libti Priorum Analyticorum.vbi de- ridet
.ac fpernit taquam inurilem viam hanc diuifiuam inquiens [Diutfio cfi yutdnm
parux farticuia dtBx methidh eji enim dtuijin im&ecii~ im fyttogfmi#5~}
qiiodipfepoflea deciarat; vi muscfl, fed non collteit propofitum ; voltii
musemm coifigere,foTum animatum homi» ni compctere reteclo nianimato. Hac
ratio*. nevtituribi Arifl.adoftendendam diuifionir inutilitatem,ad
differentiarum, fi latuerint, inuentionem : idq; reuera cuiiibet manife.
ftume£Te deberet-, quado enim hominis de- finitionemjidefttlifteretias inipfius
definii penusgenusnotum aceipimus.vt corpus, 8c ipfirm diuidimus peranimatum,3tinanima-
tumjVtaltcradifferentiareieaa reiiquam ho mini tnbuamus, tuncvel eflperffe
notum cj homofitanimatus, vel ignotum:fi perfe no- tum,accipiturflatimanimatum
reliftoinani mato, non tanicn qubd et ipf» diuifronis vt illud elucefcat,fed
quia eft pcr fe notum;fi vr rbfitperfeignorum,diuifio adid notificani dens emm
nullam pofTc fieriillationem nifi V dum nonfufficit, &fafta diutfione
corporis- per (yllogjfticam formaro, hanc dmifiorji ap- peranimaturo,
&manimum adhuc ignora- rur,vtradifferentia homini tribuenda fit:ve- ^ rum
quiares perfe notaeft, homine cile ani- niatum; idco data efl multis occafio
crran di, plicat, 8c facit ex diuifioiic fjillogifmum,5£ o- ficndit,eum
velprauum cffe,&nihil conclu. tiere.vel fi bonus, & concludcns fiat,non
col- JigereidjQuod cratcoIligcndum:ficenim eft debilis ryllogifmus.quia vel
eftprauus, & ni- fiilconciudcns, velnon eondudens propo- £t«tca,5t
itainutilis:hxcomniacum Aiiftot* leficoJleiido : fi ab ipfo genere
ritproeefllis illatiuus ad differentias,quc; horatni compe- «aar,
inusftigaadasjeft e:gQeorpusaiedi«s &sxtftimandi eamper diuifionem fieri
nota, quum tamcnnon diutfionis beneficio, fed ! perfeipfa fitnota: quod quidem
manifeflfe' infpifiemus, fi eo exemplo dimiflo aliudaK- tjuod fumanius
defittitionis perfeignotaj, & in cotrouerfia pofftar:ve!uti fi quiramus de-
6 ni t j one m Zo oph jrt [jo^uociriofatiseflclaru, aii vitaoj ^ I ,n« .i„at
anfti.mVquiaanfen A adaliud notius.confugiendUTri «fl , iiludque de Metliodis ,
lib. III. 238 necne, non omnino tognofc.tur: ftima- ° nus ! ,o. U m
corpus.ctmtm cft emm f"'fhyturn efle corpu», prmium qu.demfi . a\L,s
coipusper auiniatu.n, &inanu dlU ; n h i rd'ffcr E cntLptopof« ISip
,parctiIl i - ^Tnonhyium efle inim*tdm,nonin»nimu, 'len non qubd td nobis
diu.fio praftet, ied K«fc noturu cft.Zoophytum fiimerea- 3 L.-. *, natnd:
uoilea vero quando accC- u * u ....,...,- ,- r _ - lim nimato corporT, ipCum
duiidimt» pcr B lud quomie,quod et.amh non fit cogn tum, «u«nuu »» v»"- ,0
eft medium in ijrllogifmo, perquodeam ue- monftramus:dehf'Cpcrfe ignutofi
loqua- mur,certiffimume(tid per diuifiuttem att- nime nottficari, vraiteoinloco
Auerroes,!- niu &Arittoteits: P ei feautem notum,feu.na
turiliternotumdupkxtft.vccxip oAnftot. P" f'" paiTimhPoftertorib.
Aualyricis coliigunus, di^tit. 11 o n folu m eni m ill ud , q u o d o m n i bus
f ui- dentilTimumeft.dititU! pet fe r.otum.fcd il B onapp"etriHgw
Zoophytum dTe fenfibl r e auin .nfcnfib.le : qnu vbi m piopofita re
leutra^ffetemiaperre cognofcttut , diuifio B0 Uamprotfus nouficandmm habet.
tunc Wtur Utfi ad aliquam methodumconfuge. nmuf. quriMMtkem vim haberet, nullam
mobis wkoitione diuifio ipfa pr*ftaret:con- fijere aucem poifemus ad ahquod
accidens ftlfijm conkquens,& metfaodo «i reWuO- C ua veluti fi oiUnderemus
Zoophyrum do Ure quando pungitur, ex co emrn dolote,
irolli^remusZoophytofenfumineircquod Lfi dmifio oftendere liaudquaquam potelt,
jdque mihi viderurica eiTe maaifeftum , vt aulhprobatione indigeat. Cdput JIX.
in quo dul/ium quoddam folmtur, & dedanttur,qutdnam fitj>erfe»otum,&qutd
fer fetgnotum. CAe tervm aduerfus hoc ofaiieeM jhtiuisooiTet.videntur enim
plurim* «etimtione»* per folam diuifionem nonfi- can.quaiante diuifionem i e
notab.(ntur,ve- ]jtidefirtitiohomini S) deitoitiocirculi nam R rufticum
percotemur, quid ett homo?quid eftcirculus? nuilam liiet definitionem afli-
fnare,fcdfaaadiuifione,&nullaaliarnetho- oadhibiuvtramquecognofcct:
diuifioita- oue notificat illud, quod perfe ignotum e. tat . nam fi omnes
pattes dcfinitioms homi- cis fuiiTentpetfenow, ruft.cuscerte etiam ame
diuifionem eas eognouiiftt : declatatio igitiir definitionis ignot^ rota
diuifioni attxi- tmd rnpt, buendaeft. Hanc difficultatem . ficile folue-
ftiguim, tnusjfi intellig^mus quiJnam dicatur perfe noturu,&
qutdnonperlenotum ,id eftper fe isnotuu. : nim , vr docet Auetr. in comni. 2S,
lib. l. Pofter. Ana!yticorum,illud_dicitur perfe
ignotuirj,fiuenatu-aliterignotu,quod lumint propno, 8; propriaeuidentiaA nobis
cognolci non poteit, fed opus habetoften^i per aliud, promde perfyllog.fmum
notifica tur, vt hscpropofitiojttiangulum habettrEs anguios zqualcs duobus
rtdis;ipfa enioi per fe nunquam nota fietet neque pet longam mentis
confiderationem , nequeperdiligen- terntrianguiunrpeaionein:quoniam iltatri-
anguh affeaio naiaimefenfiiis eft : propterea quam eiufdem confiderat.onem
abfijue vu liusmedij ope cognoriinir : Ariftot enimii» fecundo ca P primilibn
Potieriorum Analy- ticorum i.iterpnncipia imraediar», & inde- monft
abiiiauonfola pomt axiomata.qux per fenota ftmt dircipuloantequa ea audiat
exore mag-ftri, fed etiadefinitionei , acfup- poficiones.quaenonfunt difcipulo
cognitK anrrquamaDoftore exprimantur: vtenim perfcnotadicantur, faris eftii non
proben- tur per aliud, fed ipfa per te, quando propo- nuntur,credantur : pofiea
vei-6 in tertio eiuf- dem lib. capite poftquam in fecundo fpecies principij
immeuiati diftmxerat , incipit eorfi ferjtentiamrefellere.qui nihvl fciii poiTe
afie- iieraban t,neenon eorum , qtn Otn nia per de- monftrationem fcin poile
aibitrabantur, & oftenditvtrunqueerrorem ejt co proceflllTe, Dqubdqualifnam
fitptimorum piincipiorum coguitio nun aduerterunt. putarunt enim
pnncipiaquoque, fi fciri debeant, p^r aliud tiTe demonftranda, quod omnino
ncgat Ari- ftoteles, fed die,t,primapriricipianonexa- llo,fed ex feip fis nota
fienmecde folts digni- tatibusloquitut, fed de omnibu* principiis, quse prius
inter fpecies p^incipif mdemon- ftrabilis iiumeiauetat:ou.nia igitur vocat per
fe nota, vnde colligimus , duplex elTe pcr fe E notumtaliquaenim dicuturpetfe
nota: quia funtomnibutaau perfe cogntta: aliquave- rb, quialicet non firit aciu
cognita,funt tamei pcrfe cognofcibilia, (i proponancur : veluti
definitiocirculi,ruftico non eftaftu cognir^ liramenipfi proponatur, liatim
abfque vllo medioeam inteiliget: fic d^finitio hominis, erfi notieft aftu
cognita ruftico ,tameu,fi- mulatqueipfi proponitur.ab eo cognofcitur perfe, non
peraiiud :hoc autem facile vide- repoffumus . fi finguias defimtionis paites
homini ruftico fine vlla diuifione,imb etiani fine vllo ordine proponamus : nam
G rufti- cum percontemur,eft ne homo rationis par- ticeps? anrjuet proculdubio:
fimiliter fi im. terrogemus, an fitfenfibilis, an fit animatus, an fit co' P
us.h«c namque omnia ruftico r.o- tiOimafunt: quoniaigitur ea, dum finediui-
fione proponuutui alicui,ftatim coguofcun- turjftquiturqubd etiam quSdo etim
diuifio- n e dicuntur,noti per diuifione.n notafiunt, fedperfcif
f^cognofiutut:iilavet6,qu*pe>T h 4 t 239 lacobi Zabarellae Patauini 240 fe
non cognofcuntur, ignota manent , (Tue A oftenfum eft, prima omnium principia e
fl£ cmn diuifioiie , fiue abfque diuilione profe tantur. nam dtuifioad
euuouiicadat.itprof> fus inefricax. dtput I X. aduerfm eos,qui dicunt,
diuifio- nem e(fe methodum vttlem udnotifi- candumnumerumftecterum ignotum.
duoconcraria, & vnum fubieftuin , tj;'t( Ise a manifeftusprincipiorum
numerus abltjj vlj a diutfione :fit quidc diuilTo qindam ab Arifi
iuctitcxtufextoillius Iibri,fed peteam pr 0 ponltutfolum qua;ftio,non
expltcatunquod inaliisquoque llliuslibn locisnotaie r>o!f u , mus;quandoquidem,vt
anteadicebam'us,dt. uifioutl iguotum notificac,q'jan uo nullurn niembrum eft
per fe notum : ideo qui di s -j. Eiim>vnvK aiiererrorconfutaii- JJ principia
vel plura eife, vel vnurri, &, fi p]^ R Jus eorum,cjui dicuntpermetliodum
diuiiiuam inueniri numerum fpeeieru igno- tuin : primilm quidem hi in co raihi
viden- tur erralle.quod numcrus fpecierum in que.- litis faeuualibus non
numeratur. nam Ar|. flot. in pnncipio lib. 1. Pbfter. Aiialyccorum
dixtr,qu3tuoi aJ fummum cfieilla^quae qua;- ti.ac fcin poflunt, an fir, quid
fit, ar, mlit , cur infit,non adiecit ,qttot fiot fpecies fub gene.
ra,velfinita,vel inrinita, & fi Ftnita.vel ctta vel quatuor,vel inalio
aliquo ftatuto numero' nonpropterea numerutn printipiotu drdi. rat, lcd folum
qu;eftione proponit Jc nume- ro priiicipiorum;quonta nullum exhs me ra _ bris
eft pcr fe iiotum : fafta autem qua-ftionfe Ariftot.non e3mfoluitper
diuifioiietu;fiq U j. demyelceecus vidertpoiFet, diuifioaem ad hoc munusidoneam
110 n e{le : fcd per metrto re: fi veib totarn Anftor.philofophiam iega- Q dum
tefolutiuamretenim indu&ione probat omnium rerum pnncipia efle
duoeontiaria- deinde oftendit , dart primam matcuam pet demonftrationem
abeffeitu; itaqs .iemorf. ftrando quod fint, & quid fintprincipia,nu- merum
quoque piincipiorum confequcncer declarat, & tiullaibi notari potdi
oitcnfio nu merifeiti-la a declaratiune quod fint,& quid fint : quare nulla
methodo nuinerus iauotus dedaraii poceft,ni(i illa eadcm,qua veltlTeu-
muSjVidebimusipfum nunnuam proponete Kwwcm numerum fpecicruin iuuemgandum ;
vult ciem ixfiiin quidem in pfiilofbphta naturali cognitio- tw qnxntHr. nein
nobis tradere ipeeierum cerpotrs natu- ralis , fciiicetvtearum natuias , &
accidentia cognofcamus: atquotilla; finr,nunquam dc clarauitjparum emmrefert
togrnjicere, an fpecjesanimafisfint mille,anbis mille;fed fat eft,fi ipfiuum
^pecieiu naturas,& acciden tianofcamus: hjc noutiaiii adtpti polluuius D
tia,vel faltetn extftetia dedaretur, Qui igttur fpeciesjli
viIumus,numerare:qii6Ll !r nume. rare eas nolimus, m>o proptereainiperfecta,
vel diminuta feicntia noftranuncupanda eft. Videtut autehuc ccgoitio numeri
effe quid- dam confequens ipfarum fpecicrum cogui- tiunem
fiuedifliii-tanijfiueconfufam. nam ex cognitione quid (Tnt, numerum ipfamni
colligete poirumus,quem nnnquam perfcdte cngnofcimus, dum eaiu naturas
tgnoramus; fed cognitionein etiam fpecierum imperfe- Ctam confequitai numen
quoque cogmtio i Tip.i fecia . quando Katol folurn quod fiitt, non quid fint ,
cogtiofcimus , dcbilem quoq; riurneiTnotiUam habemus : quia dum earum natuias
ignoramus , poffumui iipe dubitare an dua: aliquatfpecies fint reuera dua?, an
v. na,& eadem,vtafiuus,-;quodir! mul- tis auibus, arq; iii multis pifcibus
contingere facile potcft : cognitio igitutnumen ipccie- rumnoneft
feiunfiaaeogiiitione an fint, & a cognitione quid fint,fed cum cis ex
nectifi. tate efi coniunda, 6t eas confeqtiitur: pro- pterea hutufmodi
quzfiieau nuila itut men*. tioneiriAriftote]es,& in fcientiis nunqusm
tiumerus fpecierum quseritur,wi aliarum re- rum,nifi dumqua;rituranfint, Bi
quid fint, quemadmodum in primo libro Phyfrcor.no. tare pofiumu^etemm qu*rit
ibi Aiiftoteles, fjuot finr puncipia rerum naturaliu,cui qux- ftioni non
perdiuifiouem latisfacit, fed p:o- bando t]Uoafint,ci quid fint. poftqua:n
enira, dicunt, methodo diuiliuanumerttm fpecie. rum igtlotuno inuentri
,commentum dicuirt» quod r.e excoaitaci quiJcm mcomdtcio po- teft: quandoquidem
fi earum fpcftci um cxi- ftentta uota eft, numeiusquoq; cognofcituh fi veto
ettam eirentia,adhuc magis cogiioftiL turnumerus,neq; optts trt « pcr diudionem
inueftigetut iqucfd fi & c.iTencia , &exiiientia igiioretur, vana efi
numen iiiuasatio per du uiiToncm, is enim nuntiuam intitmetur , nifi
elfentia,vel fakem txdietia nota rist : at neu- t:a poteft per dtuifionem ottendi
, eigo neq; numetus. Duos igttur etrotes il!i cummffe- re : vnum quidem,quoniam
quaTtio numeri ftiuda a qua:ftioue an fi:,k a qua^ftsont quid fic,n(ineft in
vfu apud philoibplior: alttrum ' veio, quia eo mo^o, quo tft iu vfu , nin,num :
* contunita cum altera memorataium qusEr- ' : 'ftjpnum,digifioadeam q»a:ftionem
diiToL uendam.&numerum qusfitum dsclaradum nihii roborishabet. Veium ktce
ciartoiem huius dogmatts Falfitattm infpiciamus jcoiil fidctemus quisnam fit in
eo piogrellu cer- Uiinus notus, &. quis lg^.otus ,& quahs illasio
buiusex illoiNecelie eft,vt qm numcrum fpccierum per d uifiontm notificaii
dicunf, faceaiuur t:es carttfjn^oii., terminc.s hic pof. fe
coiifideran.rieiius, Jiricrcntus, fpccies: vet lgitur pTocefiuseft aijciieic ad
di flei eptjas, vcfageneread Ipccicvci a difFereiuiii atl
fp^eciescognolcendasjquoium nullum dicl p^llc 24 1 deMethodis, Lib.IIl.
acivi^iuwviu, fwiJ iffer !"" orumdiffepentiae non ignora Fui J
*^" ornm differentiz non ignora- *P ima L* Ln ftnt ignOt*,licet genera
|M«"; hit " . nil od fi quis dicat , hanccon- c>gnol« ni » : 3 fl
' e e ft 3 riimal,ergo cft ra- t,0 r 1'^e'iasinferri refpodemus.ad difte- D ° .
5 co ;, "n i ti o n e rn nos no duci ex cognt- r - enl crnerfs nam C
igneraVemtis dtffercn- none genen ionale & irrationale, dt-
^^r^lfemu.eftan.mal.ergoveleftra « re f"^' a rna!e: 3 Hoigiturmed,odu-
tioiialt^c ,j u f, T et:arumnotiti;i,ni- «I effeftu fArin E?«, 3U, :« certe non
P er genus : J* U 'P utc m iamcognit» eas « genens ftrentlU aur f m e n,m
eognofca t,ni.n»IUd.ffereati» Scintcril- ^odarimedtam.cemetia "
ftarnmaU.lludvel - d tur: ideo ioia accuiLim- - quoniamipfotumcaufe extra
corumeffea tiamfunt:adubftantiarumnon eft demon- ftra™o.quia caufa.qua funt ,
eft -pfa earum ipfa fo.ma,ae different.a proptia ho»ini* qu* non eft extra hc
m.nis cflent.am.fed ipfa eVentia , 8c narura hommis eft : quare B ho- R minem
demonftraremus per rationale pe- B SSn» iUud idem.quod nftendere vefle- mus.
rationale namque n,l _ aliud eft.quam Ko^fe.^qocc^gnoa^am^ dum homoignomtu, ■ ,
eaqj f ra Anctrois.& Euflratn in eodem , ioco ,« rt- omnes, quod
demonftrando fpecem pe f- lUtd e V n , „ riiStcril- ^ c.p.oqu.rebatn, ****** (S
, rti etil fumus qc- C d^*'^^ x necef- ratmnale effcvd 2-^1^-^1070^ «l^ m 3l
,iuuu ; ■ bitoncxgenerecogmio ad dtf- r"° na L e m not tiam pe
tfeclffariam iHa. ferC X^non;ovT.,nus:fedne q ueexge. t,U ? mc ^ tionem
fpecierum , eadem e- *" n ™S* Xis.vaUdaeftconfequen °rr-
-alrasomnescumdim.na.one vetutifi dkamus,eftmangu!um,er- ^SeVum , vel «quicn» ,
veHbde. £urn ■ qu a ian, nouimusahas tr.anguli fpe- g
"prwerhaatresuondariiaftvbirpeae. nmnesnor* non ftwt, qnamuis notum fit 0
;r,eaiUationev t inon P olumus-,no- r un enimnobiseft 3 enu S ammaI,tamen ex
Sumerus rpec.eri. infcTti no poteft, quum pKrimxfint nobis ignota:: quare fi dicamus,
eftanimahergovel homo.velbos, vel equus, vel aliquod afiud nobis notum.tatio
eitptor. fus ineffieaa: quiatffepoteftaliqoaalia am- malis rpeciesexearum
nomero.quai igno- «mns.-genus igiturnorteft tale npfum.ex ft(ri«
«ononumcrusdifferentiaiura.vel r P ecierum tfh,*m,^
iMotuscolIigi,acnotificaripoffit. Superelt .' ; _ , : . 1« rt Jr* A i tiiltu
ianotUiCoilmi, JCnotinun -_"r--" vt di:ant, in meihodo d.uiiiua
pr-ceflum fie- ti^differeittiisad fpccies tanquam x noto ad Wnotum , vt ex
differenuis notts uucamur 111 Sgnitionem numeri fpecitrum ignotiift-
Beqnehocdicipoteft:in tali enim procetTu tleret petitio piincipij manifefta ,
4uon1a.11 ^dbiilatio fiert non ; 'otift mii boc funda- menroconfiituto , qubd
numerus f;ieci£rurn ignotur infc»ur ; jr ex nu.riero differtntiarum noto.hoc
Jdt tft uifeti e idem ex fcipfo : qui*
^&t£t,aeftipfaraeteffentiarpeciei,necpo* teftvnquam effe cognitadum fpecics
igno- . ratui ■.- propterea Ariftoteles in fecundo 11- b.o PoUeriorun,
Analynconim , vbi doctt e demonflutione dehnuionem extrahere, in- qiur i!U
t^nuim poffe demonftrari, quae cau- f ..a babent tsternam": £c er.im aliud
exalio nodo poteft : cognitio antem nilaliud eft, quam cognltio d.ft naa^eci $
toducamur in cogmtiouem numeti Mpecie rum ignoti , fed prms ftec.es ipfas
;»o«»«. D pofle! d.fferent.a S ,quibus d^ctcpant.mda a mus.dum ipfarum effeawm
»°^ fi r " 0 ^ dJmus : ,dq- nemo fan^ menm infimr, de. beret : quiares
ipfaloquitur,&.n.pft V^a bulo ve itas a P er,e f*^£ nimhoneft aliouid pei
fe «^"fg fed alten inexife, nempe id, quo 1« dineie Pita-e differeiuiam
aliquasn poliumus inyc %: S ipfa ri.fferente? idrirco nemo vnquam E diccretf
animal al.ud rationale eflc , alindlt-
Iisfteciemrationiscompotero,&aliquam« o m exoertem :
ficdicimus.ammal.umalia «rr ftna P effc,alia volat.ha, ^»^*^ bm nouimus has
fpcc.es , quibus hx difte- ^tiarcompetuntiUliamenimharum^-
Ltia.uJpronunciaremus :,m(U P cem cui incft , nofceremus , q»«; g ■ tcft : quod
B fien poflet . vt 1? ofcere . bus ignoratis has difterentias cog mus, Sipfi.
vteremut , cur non e «m q« a - rf am differentiam adnceremus , dicent.s a a
Trnalia ,n teira.alia i-^nf 0" admmu ! inignedegere? *«»«MtJKm2£ foe- quia
p.siis nouimus , BttlH efle an.maiis ,pe ri.m cus in iene viuat : nunquam
igtturdlt- ciamus» nil fpecies, qmbus competant, « 1 Slfii 6ltem ahquas
cotdofeamo* nontftigiturveiumid.quod.llidicunt.es facobiZabarellx Patauini
Bixijle tfl sonhsdt». Triuijis . *ttt»j,i ttt- t/tm fiiitiam ktttc treU* 2 44
■umerodifferefitiirumnoiducipoffeinco- a dum corpus naturale gerieraliter arr^
enitionem numeri fpecierutn ianoti : auod riiiin.rKi, r.... e i-_. . Ptum.» * '
^v.i* ^\s- gnitionem numeri fpecierum ignoti : qaod in ipfa quoque diuifiont
manifefturet eft; quandoenim geaut per differentias diuidi- mus, nullam
ilJarionem facimut, nuilovti- jwurratiocinio idtfferentiis id fpeci.s pro-
eedendo tanq- notis ad ignotas r non enim dicimusr_»tionaLe,ergohomo 1
trrationale,er go bruta, fed propolitas differen tias fpecie. bus vt prius
coguicis applicamus . dicimus e- nim.animal ahud eft ra_iot.aie,aIiud irratio-
nale;rationalequiden_ eftho uich irrationale V erb peralias differentias
diuiduur, quz iin- gulse fpeciebusnotistribuuntur, nuriquam ipectes vtignota:
excisdeducuntur; nullus igitur proceiTlis illaciuusin diuifione appa- retmeq;
enim a genere ad differen tias.nequc i genere ad t>ectcs,neq; i differeotiis
a.i fpe. cies:quare nulla ratione eorum fen tentia ad, niittj poteft,quidicut
methodo diuifiuanos d uc : „j f — j huius diu_fioi_ei_i fe.itinfi._ip] _ X)
fkrniftn™ latefumpruni ; deinde miftua !mpeife£i_, ™ & perfeciutn)
deiu-kmjfti peifeftt i n hZ mogencum , 3c hetcrogeneuins poftca ho"
m«geneuul_pidc_, & in_t.-lla,, &heteroae"
neiinxniajalijj&ftnpo, ikhotum omniuro in fpecies vltima., vc primo loco
dccorp^ re natuiait communi tradatiouetzt faceret. pofteade fimplici, poftea
demifto eotnmu, ni, deinde de fpeciehus tam nitmoratii v r" que ad
infimas: q.jaleri. diui_ionem videttj. eriam tetigiffe Artftoteles wprincipio
priu,^ libri Decoelo , dum corpus nacuraie paittrtif iu fimpiex miftum , vt de
fimplici corpo te tiaAanonetn aggrederetur :. rt_cnon in pjj. mo capite pnmi
libn Meteorologtcoruni y. hi omniatumdjd_.tutiidiccndaeommemo- tat; inhac aut
diutfiorie tlluJ inlpicere pof. futnus , quod antia de ordin . d-.claraui_n[i S
. Ign ci ad cognofccndunj nuinerum fpeckrum C queadmotlum euim ordo nihil
ignotu noti otum. Scdhums erroriscaufafuit, quod ficat, fedfolum difpomt,ita
duni dimfionern facimusco.porum nawrajium , nullamrera ignotam deciatamus,f«d
diuidendo res natti. rales difponimus; mox auteni methodisvti non
cognouerunt.nonpoflenun.crum fpe. cierum ignotum rSecIarari,ni{i ipfarum effe*'
iia, vel faltem cxiftentianotafiat.-diuifio au- t-em ^uum
nullamhabeatvimdeclarandi ef. fentiam.vel ejciftentiam ignour_i , nurucrum
quoq; rpecierum notificarenoi- poteft:quod autem diusfio eflentiam ignotam non
decla. r*t,pn£isoftendimus,dum dc dcfiaitionis ve ^ .._.^_.,u Ulu uv.
utuHtLiurn. vt- pci it nocx , nue isjnotr tucrint;tiuandij t natione pcr
dluiSonem locutifumus t quod J> nimfuntperfenoti.ideft.ulrem perfeabC. vero
neo: ejffrenriam niV^mn.ft, veroneq; exiftentiam.nucdemotiftrauimus,
quoniameJ(necefl.tateprius eftcognitafpe- ciei exiftentia,quam differentia..
Ha_cigitur fententiarationi confentaneanon eft: fed & antiquorumphilofbphorum
authoritati ad. iterfatur : Ariftoteles enim quando Platonis
dediuifioneopinionem recenfet s nii aliud ipfi attribuit, nifi
quoddixerateameffe ido- neam mettiodum,perqttam partesdefinitio-
nuignotaainueftigemus : de numeroautem fpccicrum yer diuifionem indagando}|n:hil
_>rorfus dixit Ariftoteles,neqiab aliis dicium «ommcmorautt, Caput X.
devtUitxtediuifimis. 1N diuifiorte nullam efTe notificandi vim, fatis eftin
pra.cedeatibus demonflratum, nunc dedarandum eft, cju__nami_t diuifio - - * . —
— ■ j ■ L . laeiptmus m fingularum parttum traftatio. ne, quibus a noto ducimur
ad cognttionern i^noti.Eadero eft diuifionii vtilitasin defini. B - ., tionuui
aflignatione, fue dehnitionis partev «at-j? pei fe not* , fiue iguotx ftierint:
^uando e. uimJ nim..n,n.F_.-. n :J.H .J... — ' , ,j ..._ *m ■ J.nilUI, l| U , _
4111 vt prorfus inutiiem reiecifre. Dicimus igitur, diuifionitvtllitatem aon
innotificando, fed iij difponendopotiusctTeconftitutam.pro- inde ipfam ordinis
potiiis, quam methodi' > conditiones J a_natutam prarfe ferre:nam ad partes
rotius dirciplina; redte difponendas non parum juuatdiuifTo rerum confideran-
darum, vt in naturali philofophiacredendu cft Anftotele diunionevfumtflead
eiusfci- encia. partes bene ordinandas ,quum enini fubiefturn ipli ptoponcfetnr
«ot_fidmn- i - ■ - ' ^ , ... . , ... f * n__#pau que alio medic cognolcibiles,
vt parcrs defi- nitioni. homii.is rcfpediu rnfticijtunc diuifio facitvt
ordinate omnes proferantur & ecnu» diffetetiisomnihusanteponatiir, &
diffi-eB. ti-E fuperioresinferioririui ; quod mfifierec, nugacio eommitcciexur
: fi vero vel omnei partes, velainjuar fint naturatittrigrioc-. , &
inueftigattonc,atqucprobation£indigeanr, diuifio facit vt ordinare
inueftigentur, vcfi aflignanda eilet hatc hominis defini :i o ;cor_ pus animatum
fenftbilerationale, & nullaro harum cffetper fenocum hoaiiuniiefl_,pro-
inde /ingul-jdernonftrand^eir-ni: primum quidem demonftrandum eflec, homincmeC.
fecorpus , deindecfreanimatum, & ita d^in- ceps, qu^paitium ordinatio
commode per diuifionemfic, flnecjuapoffemus uug„tion£ committere demonftrando
priii'. hi.niineai . effe rationalem, deinde effeanim_tum : fei -, - . ; ',V u
™""'' ene rariona em , denuie e eantiiucunT fei iT fona P r." Ur
* nos " m F q»™ diu.fione fitmmi generi S Vtprorfusinuttiem reiecifre.
Dicimusit.itiir. 2« F.,; m ... „.,i.„..i * „ e . . crcB » . - o I 1 1—
uasfaamus,ordinat_pioced'mus,&_ju..ru do in aliquam partemnou perfe cognc^a
biiem incidimus,ad methodum aliqua .onfu j.imus,8c probationem
adh.beiiAisqoouian» diuifio vim probandi no habet,vtfupradice- bamus: methodus
igiturpai te. defi litionit ignota. notifieat, diuifio verb non nntiriiat, fed
folum difponit. Eft tgitur diulfto ord» potiiis,quam methodus,& ordo quidem
mo- do vniueifahsjmoJb parttcularis ;vniuerfali» quidem iD totius dtfcipliiiK
difpoiTtionefa- tieait: dcMethodis, Lib. III. 246 f*6ai«* cognitas oidinate,
& difti nae n^^randa^vtqu^cuaiquedicaturciled,- eam non in notihcando, lecl
eiTediximus.Dehacre poteft quifque ArL Itot.legereinprimolibro Priorum Analyci-
corum m calce feftioois recundi,& ini. Po_ umindifponendoconftiruamus. Si
veio flet.in.2J.&tn 73-contextu,alnsque feouen- njam videaturnon proprie
diuifionevo- tibus } 8c ipfius dicla bene confiderando ex fordinemjidftltemille
inficiari nonde- B eis hanc,quam expofuimus, fentcntiaro de. het diutfionem
miniftiam quandam otdinis fumere. CaputXI. tn qtts methodm definkim refeiittur.
foh.ni in difponendo conftiruamus^Sj mo m videat car iordioem,idfaltem aen. .
.ffe quum eniraduo fint prafeipua inftru- men taloeic3,ordo,&methodus,noneftne-
celfarium , vtomne quod logicus doeet, & nuo nhilofophus vtitiir,oido fit,
vel merho- dusiftd f" is e ""> fi acl hscduojreliqua omnia
velVariqu-m partc4 notaad defi ltionem vc ignotam, . dquem: & quiftiam
terminus B quuntur abfurdl: primum quidem entp ro . nusignortis, a notus, a
quo: vt, quahfnam ab hoc ad i viafit, confideremusiquatuorad fummum inuemo,qua:
refponderi poflint, eaq-,omnia van a &abfurdaeffedenionftrabimus: vele-
mrodicunt, »0 methodo definitiua procef- fum fieri aparte definitioms nora ad
alsam partem ignotam : vel are defiuitavt nottore
IddcfimtionemvtignotioremquumArifto tdei dicadnproa-mioprtrm hbri Phyi.coru
nomen rei definitse e*k nobis notius dehni. tione; vel dicunt(qu K potitis
videtureorum cffe fcntetiajmethodum definmuaefte pro- ceffum abipra definitione
ad effcnua,fiuc(rt aiunt ) quidditatem rei defimta. cognofcen-
damveldemumdicunt.vtaliqui dicere vifi funt' mcthodum definitiuam effe
proceltum apartibus dcfieitionisprecogmm adtotam defimtionem , qu* «* carum
compofit.one colligitur.Frimum quidem minime dici po- te ft,quum roanifeftum
fit, nullum effe m de j„ d ( *««^finttioneproeeffiimillatiuumi parteadpac ZnTf*
tem,fedtotamdefimt.onem ccntmuatalo- ilUm e*rt» fw ti 0 ne pronunciari taii qu
am mu ™£™u- txparlt. q Uam multa j quamuis enim in defimtione ■pnrtib. Atfi
nitio»** n " n cinttenit dt- tlit ceninn- 0mh mnlwfint partes, tamen non
vtplureipro- feruntur, fedvtvnum, quemadmodum ad- roonuitnos Arift. it) libello
De interpreta- tione:ideo naturs definmonis repugnatdl- ftio coiunaiua,qua;
multitudinepra. fe feifc nfi.enim c6iungimus n.fi efcqua yt plura £ - ponutur:
ob eandero rationeillatio inpatn- bus definitioms nulla effe poteft: qma no ml
nusmultitudine fignificati quemadmodum enimideroc&reipronoconiungitur.itaneq;
ex f-ipfoinfertar: partesautdefinitionis,et(i pluresfunt.tamennon ponuntur
«pluies, Fed vt adconftituendam naturam , & tflen. tiaro vnam conuenmnt,
quatenus aha pars noceftatem dicit, 6c detetminatur; alia veto K. - b, c,„
grcffus ab codem ad ldem , definicio namqj idem elt ac dcfinitG; fequeretur
eti.i deE:iiti{ effe definitionis parte, quod quii!e minime dicendu eft.nam fi
ipfadefinitio eft via, & me tliodus qusdam, oportet in ipfa defittitione
cpprehendi tenuinu noturvua quo, & termi." nu notii,ad quem, vt in
ipfa mcthodo tranS- tusiile confideretur nullo extiiiifecusaffum pto: itaqi res
defimta pars ertt methodi de. Cfinicius, proiitde etiam definicionis, quum apud
illosckfinitio fit methodus ipfn deiini. tiua: erit igicur repugnantia magna in
hae pofitione: quia ilum dicitur, hancviani effe adefinito ad definitionem ,
definttum cxtrj definitionem ponitur:quatenu^ vero definL tumdicitur effe
terminus,a quo ,in methodo definitiua, fic defimtionis part effe dicjtur.
Sedquid m re manifefti pluribus opus eft verbi??certum eft,cx cognitionc rei
definitae D nos non duci per necciratiam illadonem itj cognitionem definitioni?
Ignots; hocenini fiitafe haberec, facile effet omnia definire. qualibetenim
repropofita, ftatim cx eain. ferretur, & in lucem prodiret ipfitts defini.
tio, quem3dmodum evfutiio, quem intue. mur,infetimus ibi ignem effc:attanien id
no contingit, multas enim rcs cognofcimus, quarum definitiones ignorainus :
quoniam igiiur ex fola cognitione ■ ei deiinita' non du» E cimur in cogmtionem
dehnitionis ignottf, fequitur procefium hunc adefimto ad defi, nitionem non
ell*e methodum,quum metho dus fitviafyllogiftica cum neceffitate ilhtio.
nisignoti cxnoto, & ipfius ignoti notifica. tione.Neque nobi^ obeft diftum
Anftotetij inprocemio primi libri Phylicorum, qubd nomen rei definita? eftnobis
notius dehni- tione: notius enim eft, non tamentaleno- tius,ex quo pofTimus
duci in cognitione de- fle luro fieri dlfcurfum a parte defininonis i d partem
Pra-terea genus mdefimtione difte- rentiis femper antepomtur, dicimgs emm,
Mimalntionale effe hominis definmonem, ereo fi proceffusahquis illatiuus nereta
par- te p«cedeute ad fubfeguentem, effet vtiq; a«nere vt noto ad dirferentias
vt .gnotas tamcnhicillationihil tobons habet , & cft penitus ineflkaxiquianon
poffumtis dicere, diciEurpraEcognino dirigens," altera verdl»J2(Ef
gens:ditiges dicitur illa piaecognitio,qu3e eit^ i quidem neceffaria ad illtus
rei notitia com. parandam, tamen ad eam notificandam non
l*ufr}cic,vtpr3;cognitio fignificationis nomi. nit eclipfiseft neceflatia, fi
ipfius eclipfis co- gnitionem confequi debeamus, attamen t% C3 fola 111
cognitioncro eelipfiino ducimur: quiahscnon habetproceffum (y!Iogifticu:ae prX-
deMcthodis, Lib. II f. iU=« lii2t,0 "r"uoe^tiofatni facit ignem «^'^m.iaexhac
prscognitione fit fyl- . rs akcft.qa* pernecefla- A ne.ndiiVumeft: poCu.nus.g^
etu.n vo P. rl "?, f i 0 nem anjevhacprscogmt.onefTtryl liiatiorvem ^ . ^
facitlanem tlIiar r,; . niil ,,roceffus,quem polfumus mctho- K onccdimus igitur
defin.tum auin d finitione,b.ocemm nilaliudfi- no!lU • „ tra ou6d cognitio
Cuiufq; rel con ce hocidcm «lifcrime nutare. tu U rem rplatn
confu.scconccpu%nincarevolumus,rt&mi- nevti,nur,&diamus,homo: tivero
eandem diftinacconceptajidcflipfiusquiddiutem, vt.murdefinitior.ej&dtcimus.aiumalratio-
nale: idco Ar.ftotelcs in prooemio lib.i.Phy- ficorutn dicit , definitiones in
fingulas eflen- tialespartes rem diftr]buere,quc per nomeri tota confufi
fignificabatur : no.nen igitur a «fl CD rei 11 ' imnaa^poteftquidcmcognmo IPF r
Sirieete , ac iuuare ad acqui- ^lifentutmdefimtidccbrandmmn
fitmetbodasdefittittuai ^ V 1 vero dicunt , in co efte coftitutam /l
^oditJeftnitiuxnaturam^vtht^- V- m deemrio«ad euendam,* atfddu , oefiftita
i^otam dedarandam , in nte r ntemiam inc.dere videntur , qui di. ■ SSSrfS
tioncm effe .nftrumetuum fc.en- ■ T^ult WenMnim eft methodus.atqiin- diqutdeu.
... aj . QUum ioiturvttumque dogmajn ' « con f utat io. In primu co seacceptum
i fediftiufterumpto.quale eft difcriruen inter illa.qus: ab vt.lfque l.gnih-
canttir. res enim vttdtum quoddam conru- rumfi»mnc..turanomine,eademvtdi(tinac
fiimpta€ftid,quod perdefimtionero fign.h- cat U r :
hm"cfit,vtderimtionomenvnumelle nor. poflh,fed fcmperfit oratio : ldeo
Arilio- teies in defiriitione defimuonis eam dicit el- fe orationem, eft enim
oiatio velutigenus C definitionis,propriaauteraditre t eiKia,qu£ ab nliis
orationibus defimtio feparatur, eit finnificatio quidditatis rei , omms emm
pra- . tio eft alicuius rei.vel aliojjaiii 1 eru fignihca- tio Clt ailCUlus
rei.vci*»^."- ' ."*>. , j. tiixi at foladefinitio
eftiigtiificatrix quidd._ tatis Hx-comnia itafunt minifefta,vtanemr ne oeeati
poftint. Ex hiscoUigamus, magna propofiti dos;matis abfurJitatem : dicentes
enini definitionem eifc inftrumentum fci- ammcnw £ -, pnll T,nr umc adat,ea-
endi quidditatem rei,fiue methodum.qua d^ainvnum.&e^ dem erit vtriufque
confant «>• ^ pro nffiim ciTe idefininone tanquam nota, ^^Sa^iS^^ ^termino ?
Muo,adq«idd, M temtan idum noots w r - Tli Sifind QuodGnci^omsnoSriqutdeHi &
S5dS«« appellare deamus, qd inte. ht mter ; dchnmc me , , » Utatio- proccilum
ctiEatuiii„i"""—.| Svtcrmino, i quo , ad quidditatem tanquam
terminum ignotum .ad.quem : qua quidem fententia nrl poteft cife abfurdius;
quando. qutdem definitio,& quidditas non dtfcrepat
niftvtfian.ficansj&fignificatuinonpoielt 1- eitut delnttio elle nota, dum
quidditas igno ratur s quomodo enim notam haberc poliu- mushomin.s dcfinitionem
, &quidditateni hominis .gnorare? tamen fi dogma lllud ve- rum eiretropoi
teretdefimtioneefTe uotam dum eft ignota quidditas , vt a defin.t.oms coenitWUC
ad cognofcendam quidditaterri duceiemur^quod an dici , imo an excog.tari-
paffit.qttifqjK tationis compos confideret: ficenim dicitu. .demnotii
cire,& ignotum, Scprosrefium ficn ab eodem in idem. Rtrei vemashirceft.quoddcfinitioeftipfaqu.d-
diras,quiafiinificatquidditatem:ideo_deti- mtioncm mtelligeie eft quidditatem
intek li^ere : & quidditatem ignotam dicere, eir dfcere definitionem
ignorari : quidditatem qux i efl definitionem qu.en: & inueta deh- nmontflii
aliud nosaiTecutos ciTe dic.mus, cuam cognitionem quidditatis : nul.a igitur
me:hodus eft i definitionead quidditatem tanquam i noto ad ignotum , & vana
efl eo- tum fsnte.uia, quihoc modo putant dehnl- tioncmefTe inftrumentum
ducensad cogni- tton£ quid eft. Quod autem eos fefelht,fo»
ambiguitashuiusvocis,inftrumentum:igoo-- 25» lacobi Zabarellae Patauini rarunt
enim .qaomodo definitio fit inftru- A nientum, &quxnamfint
illainftruirient*, in quorum ttaditionc logicus verfatur,& quse
pcffjntappcllanmethodi; eft enim dcfini- tio iriftrumentum quidem ,non tarnen
noti- ficandiquiddirate ignotam , fed foiuro figni- ficandi : non cnim
peidifcurfum a noto id U gnotum dicitur dehnitio uotam faccre q/.idi- tatem
rei,fed quia eam fignificac eodem ino- do,quo nomen GgnjScatrem per cocepcum
raediuni , neq; vlluminter hrc diicrimen af- B fignart poteft,fi eiiim res
ignota St,hoa»en quoq*, eara ignotam figrv.ficabir.non eain no tificabit, Scita
ipfum quoq; ignotum dicitun ficquado quidditas eftignota , defin.it io eam
figuificatignotam, pioinde jgnota ipfa uefi . nitio dicitur , neq*, rcm
notiiricabit : eft igitur Omnt inflm- definitjo inftrumentum fignificandi
quiddi- mentHm U- t atem ret, ficuti nomen eft inftruniencum fi- pcm t!i dif. g
m g can .]i rem confusc aceeptam;dt non hs. (»'/>"•
,ufinodiftintinftrumenta]ogica,.q:.torum fa. bitcatto m logica quaititur, fed
fuOt inftru- mentanotificandi ignotutn ex noto pet rlid cuifum a noto ad
ignotum,&ilUtione necef, fariam huiusexillo,qu;e dieiturtetria men- tis
noftra; operatio ; at couceptio definitio. nisad ptimam pertinet opcrationsm,
qu-e (ImpiiciuiTi apprehenfio dicitur:ideo Arifto- telesinconttxtu i^.tkj^-
primi libri Pofte- tiorum negat definitionem enunctare: qua 2J2 quam rubcommuui
genere eontmentut: *-, ec ob aliam caufani Ariftotelcs in Poftenorifc2
Analyticjs de methodis , acque iiiftm fflen tis fciendi locuturus, confhtuu
Prioies __ ni ^ lyticosiis anteponeie , 5c in ns agere de fj,__ logiCmo
latilTuTie fumpto,quamvt pti&_4fc genere ommum methodorum.quam d_ fp e _ ciebus
ipfis loqneretur. elt enim lyllogifmm conimunt genus, & communts fornia
oinnL umlogicorum inftrunieutoruin , vtantea de B cla;aninius: hinc fit vt ,
quum otune initr. ittentum Ivgirum fit progitllljs a tcrmino ad teritiinuui, hi
te.-uiint t-iufdem oidinj_ g_ eiufdem rationts tfled?beant,r vcj jmbo m cori.
ceptu anirni fumantur : fic enim diciumr ab vno duci in cognitjonem aitetius,
quiefty e _ re difcurfus logicus : at a voce ad couce. ptum , vel a voce ad rcm
nullus tft I jgicm djfcurfus, quia ftatitn fine vllo difcuriii C ne vlio
tatiocinio voxfignirit^t rem perme. dium couceptum ; dehmtiu igitur , quum Gt
vux, non poteft eatcnus dici mcthodui,^'. iniL umenttim logicum , quatenns
fignificat conccptum quidditatistet:& qtuhoc d:cunt_ debenteaiiem ratione
couh.eri umnem o- rattonem,& omnem vocem tfit: methodtirn,
&mfttumctirumlogicum. oinnis eniinon- tio , &omne nomei) Aiitiuam nin
iignificw id ratnen aiiercreabfurdiflijiium t-njvtaduer refifecundam
operationcm non habet,mu!- D fauj quoque tpfi conce^ttLiit: iuco fi aduet. tb
minus habettettiam, qua; non eftfiiie fe cunda: non eftigituriogicum
inftrumentum; omnianaq; inftrurueta logica funt difturfus inoto ad ignotu,
Aliqui vero,qui dicunt,ali- qua dari iiiltrumentalogicaaaprima.non ad tertiam
metis uperationc pertinentia,& eiuf modi elTeipfamdefinitione, quid fit
inftru- nientum l^igicum, pcnitus ignotaie vsdetur: quum emm logicaiiri tS
*.ayv fit, non ran. quatn ab oratione, fed tanquam i ratione, & E difcuifu
jdvctre inftrumentura logicum fine difcurfu,eft dicere ^ijnyi otificins qgi res
omnes dicerentuf per fe ignota; , aede- monftrabtlcs, ttiam iila?,quar
peraxiomata ' fignificantur : pervoces ciiim earum fignifi- cantur : pervoces
enim c-arum iiguifieatricS notificaremus resomnes, tanquasi: i^notuni tx noto
pcr logira inftrumentii probante|| hocramen ncmo lana; rnentisalfe etet. He*
noftiafentetitiaabfiJuevHo dubio Anftote- lis 25? Ikfiiit «onftrtbirous, inquo
traaationem &ab Ariftotele in Pofter.onbos Ana£. ■ faSam declanu uii fumus
i nunc faus Gt, l^mlocun] ar>ud Anftotckm perpendere, ^'"'"nm
tftcontfxVus quartus, & quintus pmni 011 e ' „„ iniJ; qurrit ibl
Arlftoteles, anfil • r:fc^unumln 1 , l h,dus 1 nueft,,Sd lq .d S^nomnibus
fubftantiis, mcthodos enam Eai s nominat: fubiuneit eoim an ficde.
ionftratio.an dioifio, aaahqittri» njetbo- J 51«* ei a S definit.o vei methodus
defini- fi,aeftet proprium inilruraerum, Stpropna «erfiodusvqua
nocificatur.cjuid eft.vana cer- - effet qaaeftio Ariftotelis m eoloco.non e- JL
oV* erat dubitare,* ad aiias methodos Wbeere, quum jn promptu ruiflct com-
mtioismethodus inueftigandi omnes rerum ntidditates, nempe defioitip, feu
methodus Xr&nitiua: igitui vidit Arifto.reles defanitio-
ntranoneJienieihoiiuir), vel initrumentum ' aorifitandi quidcft,fedeffei«ud,
quodper methodum notificatur, quando latet: nam ou*rerequid res aiiqua fic,
cJtdc.hninonem eius -qurrere, proindc definitio quando eft io.iota (iniseft
mcthotioiu, non melhodus: aoanda autem notacft.notum tftquufres fir necmcthodo
egcr, qua inucftigetu;:prr>- pteres ibi Aiiftoteles non ipfam dehuitio- nem,
fedalias me-Lhodos nominat, nempe diuifionein iuxtaPIatonis fenrenriam,&
de- mont aronemfecundiimpropsiam opinio- nem • Plato iiamque definitinncs
ignotas perdiuiiionem venabatur; Ariftoreles vrre» putauit dcnionftiaciontm
etle methoduro, qua omnes accidentium definiriones inue- ftiaentur,
fubfiaiuiarum aurem definitiones inquitt methodo refolutina. quam fignifica-
Uitdum dixir [ -ctlaiicjtta aim mtibedat'] ftd de his poftea accuratms
diffcremtts. Nunc a- nimacucrlione disnumeft, ne quisea, quat nni. dixn-nus,
perpeiam accipiar, dtfinitionem trttt- jnueftigan.quando eft igoota , fc per
logica "'fi- jnft umenra, fculogka.'> methoJos inucniti: idro fi eas
methodos vellemus a fine nuntu- parc aefinittuis , nil fequeretur abfurdum.
noneRirn ita definitiuam methodum refeiie re volurrius,v:mtthudum
omnem.quadifi- nitiu iguor^ inueftiferur, dc niedjo tolia- mus: fcdfolumvt
olleniiamus, delinitiuam methodum *b aiiit diftinflain nondaii quu
eiu.mdefinitto ignota poflit & perdemon- ftritiuarn.&perrefolutiiia n
methodE inue- itigari, barum vrramlibet f! quis babita ra- tione fims
definitiuam appcllarc velit, nort prohibemus , dicimr.s tamen eam, quam il- K
definitiuam votabit, effe reuera.deinon- fi.armaixi, vel refolutiuatn: alis nam-
»jne praetei has duas metho- dinon dari- tur. deMcthodiS, Lib. III. 254 Cipnt
XIUI. quod prorejfusA parufou definitiom ad totam definitionenon ftt metbodm
difwiiit.i. vt3p?rtiff:mc 10 libro fequente de ', .., ;„ .Tiin rraLtationem de
me, 1) COn s i Diti s dvm fupercft, an rn progrciiu apartib. definitioms au
tota Lk-rimtioiieinmtthodi definitiux natuia ht cooihtuw,huiusmebri
co'ifutatione fumerc poffumuscxiis, quitradunti r ab Aucrroe incdmenr hb
i.pofterior.Anilyc. vbi ab iplo multadofte dicutur ad dcfuntione, Stadid,
dequoinprsefentialoamur, pertmetia.oCe dit.a.nullurai.'ffc poffc
dircuilumapartibus definititmis ad totaderinitione, tanq anoto ad iitnotu.itavt
ex patnbus prxcoenttiJ de- firutio per neceffaiia ill.uioaem colltgatur.ii:
innotefcatiid emm fteffet, dcfimtionesnatu
raliterignotsnoeeetentfyilogifino.quono Oficar6tor;6lM emm ex parcib.fuis tota
deh- nitionotafieret. quomodo aute defimtio u Bltotapei fyllo-irrou colligacur,
accurate in fequenbusdeciarabimusinucfatis eitadfen- Vtfinlth f- temiam Auerrois
declarad5m,Stad id.quod u&timp*» npof«ir«us,deai6lW«lira 5 G dicaraus tum M
reip?eau rei definit* polle duobus modis^ roofiderari; aut enim cognofcutur
lolumvt^ prxdK-jtailii iiiexiftcntia,aut cognorcutitur etiato vteflentialia,
Sipraedicata in eoquod quideftjquatuorigiturmcmbraconlideran- da r.obis
proponfitur, vt diftinde omnia de- claremus.primum quidem Tunt partesdefi-
nitionis prout pi xdicantur dedefinho, idq» vocemus A. fccundum verb ea>dem
partes prout funt partes defiiiitioni3,& piasdicataii» eoquodquideft ;
&vcceturB. tertio autem iocotota definitio, non vt defimtio , fed vt
przdicatum quoddam, quod appellemus C- Demum ipfa definitio piout eft eiusrei
de- finitio,Siipfiusquidditatemiignificat,&vo. cetur D.Pastesquidem non
poffunt efleco. ■f«t»mnes enit;e dum definitio eftignota : quiatotum d.ftrt a
frh nondiffertafuis partibus fimul coileSis; tfiprubmfr ieitur modo cognitaeft
definitip, velinco- m*l fimfM* gmta, cpiofiinteognitjr, vel incogmtaf par-
tesinoneftigitureognitum A.fine C.neque eft cognituro B.fine D.fed cognino
A.eit co- gnitio C. & tognrtioB. eft cognitio D.qui e- Dim cognoifil partes
fingu las de ilia re pvx- dii:ari,ifieeognofcit totadefiuitionede eade re
pisedicari,tioiidu cameproutefteius deti- mti qui vei 6 cognofcit paiKs fingulas
dc il 1 *rc iii eo quod quid eft pr3rdicari,cogriofeit ttiatotamdefinitione
effe illiusrei dcfinitlo nem.quarenullusfit difcutfus a partibns ad totam,
tanquam anotisad ignota; partes e- nimnotasinvnumcolligete non clt peme-
celfaMam illationcm proeedcre a notoadi- gnotfi, fedab eodemadidem,
&anotoad tiotunii eiat enim actu cognita dcfinitioin partibus fuis vtl
ftdefioMoJl ill* finttogui^ Iacobi Zabarellse Patauini tse vt pradicata in eo
quod quideft, velvt A partts ucfiirinnr.isvideaturjqua/ip.jpjs j g prasdicatumquoddam,
fi ill&'fint nots fo- taefuemir.uo eirtamen diuifio.qu.? nobisr-5
lumvtpra;dicaca,ii6 vtpraidicatain eoquod quid eft. rotcfttamen A. eflecoenitum
ante B.quare &C.anteD.prius eniin cognofcun- turhstcpraedicata vt illi rei
competentia.po- ftea vt eifentialia, &eiusdefinitione confti- tuentia;
quaigiturmsthodo ducimur a ro- gnitioneA. adcognitionemB. feu(qtiodi- demeft,)
a cognitrone C. ad cogmttonem D?certenulla, vt Ariftoteles optime uften- ditin
i.lib.Poftcr.Analyticorum.nullo enim lyllogirmocoiligere pofttimus, hocilli
com- pereTe in co quod qtnd eft, ftuefle illius de- finitionem, nifipctatur
illud idem, quod o- fiendere volumus , eveoenim quodhocilli ineft, pcfTumus
quidcm colligerealiquid a- licui inelfe, fed no poiTumuscoiligerc qubd irtfitin
quid,nifi in propofitionibus alfunia- tur medium minori inefle in quid. hocaute
efteiufdera reidefinitionem vt notam alTu- meie.cuius quxrimus definitionem,
qux eft pctitio principij, qtnim vnius ret vna tantum fit definitio; poftqua
igiturcognouimus hrc deillarepradicaii, nullo fvllogifmo, proin- denullamethodo
probare poffurntiS, qubd prasdicentur in quid,3cqubd exeis definitio illius
reiconftituatm; reftatitaq; vthocper jfnf»«i«»o»* feipfum nobis confidcrantibus
innotefcat, »»tifit*xt»r quando pei aliud oftendi nonpoteft; ntque ni» pt* a
lotd,ftdptr fClfffkt cognjtionem prellet, fcd quia diuidendope,- praedicata
cficnrialil tranfimus: proindeda tur nobis occafio ea auimo ttaftandi, &
cori" fideramh: ideo facilc nobis innotefcit eaefl fentiaiia efTe, atque
in dcrinitione illius rei (umenda; notaquidem etiam arte diuifi,, nemeranr, non
tamen vtefienck.l ... hrjcafit fine dtfcurfu nobis manitcifam fir , dum ea B
fiue perdiuifionem, fiue.eti.im abfque diui. /iotie intentc eanfiueiamus. Non
eft ighut methodus definuiua piocerus il!c abA. ad B. fiuc a C. ad D. q Jia vhi
resperie lpfaco- gnofcitu 1 , ibi ntiila illatio ficri cutinir; fcdcfi
procclfiiv a ro^nttiune eiufdem rci imperfe» daad perfeftam per eiufmet
di!igentcm irs. rpeftionem; propterea refte dicit Auerr. ta-
lesdefinitiones.modica cgere dec!aratione fsue per diuifiunem,fiue
perinduftione", fl« C ue aliquo alio modo, quo in ipfarum ccnfi. deratione
nientis aciem intendamus; fice- nim litproccfliisab A.a^ B & a C.ad D.Hoc
igitur m.odo ficnotum B. & D. quando nriu* cogaofeebatui A. 5c C. Sed
quando A quo. quc- ignorarur, tuncvtique afiqua methodo id inciagare oportet ;
quado enim partcs de. finitionis automnes, autaliquas Bonmod» qubd fint partes
dcfiiijttonis j fed etiaqubd omnino inesiftan t htnc rei ignoramus,iylf$.
reshicdubia.videri deber^.quandoqnidem D gifnio opus eftad eas colligendas; in
hoc« l»d«3m de in fenfu,i>of r..i.rnoprniiPi;iffi.iilt_. Ariftocelis veiba
non tecipiant, sn alterun. c r no.- -t nnfli. n neraliudno- tetur: at demcnftiator,
qui rc* potius, quam «ocesietpicit^fumit delinitionem it oratio-
nemfignificanttni iilam ipfarn itni.qiiam ct- itm romen liyniri.at : propterea
icfiuitfO. rem nunquatn^enunciat de re definita, dum c.rnfumit vt litrir.itio
cfl; & dicir, eam tion figmncare quodfit aliquid, vtliionfit, fed foliim
quM fit; maxime igitur Dialectico c6. ueriitci.ere, dcfinition em ex caufis rci
eSle: proinde ex prioribus & notioribus feciin. clucr natirrami caufa enim,
qti-tenuse-tcau- fa, noncl. idem quod effeaus; nequc idem tftnatuta piius, ac
notius feipfo: ideo in fe- cundolibro Pofterior. Analytic.quum oflen- diflct
Ariftot. in 37. context. qubd definitio vt dcfiniti ? eft, no pottft dc
dtfinita pet de- monftiatioiicm euncludi: quia nportet eiui'- dem teidcfinitioncm
in piopoimoaibas af- fumi, cuius dLtiuitio qiMEritar, qtia eflpeci- tiopnnfipij
: po{teaiii';8. tiufmodi fyllogif- niuni adn.ittit vt Dialccticum , quem ~t
dcr. monfttatiuum refutaucrat, oc «itiofum effe dixerat.nam , vt ibi uotat
Auerroes , apud Dialecuciim non tft inconucniens , qu6^5 enjfdem rei du*
ponantur dehniriones altera per alttram oftendatur line petitione piincipij ;
liuius aute latic ea eft, quam dixi- nius: qma Dialcfticus confiderat definttio
r ein m .nunciatione pofitam,6: pr-dscatam de re d.finitai quare non vt
idein,en. damus.Duo refolutionis modi ab alus ftatu- D», untur;vnus ab Atnmonio
in fuis commenta ♦•«*»'«.. riisin protemitl Porphyr>i;a!ter ab £uiiratio^ r
"*** in pra»fatione fua tn lit>. i. Pofterior, Analyt. ' veluti rei per
fetpfam notific.nio, qua; fim- C pofterioresvetb vttumquc modumrecipie. pltci
quadam exprelftone &fiiie vliametho. do fit. nam fi paites defiuitionis ad
ipfam qui Jditatem teferamus illarn poriiis fignifi- eant, tjuam
notificent^ficutantea demonilra uimus; fi verbad ipfum nomen rei defir.irx
referantur, notificant quidem etus fign fica- tloncm,fcd a.ihuc fimpliciter,
& abfque me- tho Jo, riifl methodus dicaturetiam illano- tifi:atio,cjua
nomen illud,merum,per vinum tes inhas duas fpecies methodu refolutiuam diutdendam
efle cenfuerfit.Ammoniusinqtj metrtodurn refolutiuaefTe, quido hominem in
caput,brachia,pedcs,& alia mebraditroluj mus; hscrurfijsmpartes homogeneas,
car- nem,ofla,neruos: deinde harum fingulam m quatuor elementa,& hsecdcmum
in materiS ii. formamjpofteriotes verb hanc vocantte- folurionem i notione
finis ; homine enini dechratur;atcerte anomine.ad nomcn non D propofito , &
eius operattonibus & officii» *fi mcthodus: quia nulla fit illatio hutus ex
illo, & nominis declaiatio pro probatione nunquam habetur, fcd potius pro
principio; ideo etiam ille, qui rem per fuam definitio- nem declarat,in
prtncipiisadhu^ verfatur, & nondumaliquid ignotuni ex principtis no- tis
deducit. Quomodo igttur defimtio ex iiot!0ribus,/uie ex prEcoguitis frt,manifeftu
«(i;exiiotioribusenimeft, exquibusnulla fit illatioj&perdefiiiitionem
dotlrina,acdifci- plinanon fit per mediunt, fed res poriiis per jfE/ftt* i- fe
ipfam.q peraliud diftitur; quod enim fine futtdriifk*- mtdio aliqiia difcamus,
cjuae ptins ignora, turferft- bamus, ttftatu- Anfloteles m piiutt> capise
tfifir,r,c-v p>r p r j m j |[bri Pofteriorum Analydcorum; mib etia fine
ipfius tsftimonio maniftftu eft tum in iis^quasfenfujtum etiam in iis,qu« mente
perfeipfa-diicuntur. Hsctfl Anftotclisfen- ttntiamillo cap. i. hb.6. Topiccjrum,necn6
conflderatis, colligimus eorum gratia fuifle h^cmembra homini neceffana. quarc
per notionem tinis hominem tn membra, tkei- dem ratione hxc in huutores , &
homoge. neaspanes rcfoluimus, & irj deinceps. Eu- txpttim firatius veib nullam
ponit aliam refolationf, quam illam, qul eft ab indiuidms adinfi- mas fpecies,
deinde ad genera proxima,mo» ad remotiora,donec tadem adfummum ge- nus
pciueneiimusjquam quidem refolujio. nisfpeciem eonfiatefTe direcie contraria^
diuifioniiin eadcm enira categoriaa fumm» adima defccndendo diuifione facimus;
ab i. mis veio ad fummu afcendedo refolution£j Vtiiem anteeffeait methodiihanc
ad dcfint- tioncsvenadas; quonil enim delinitiones cv eencre f &
diirerentiis conftttuuntur.per qu* & diuidendo, & refoluendo
ttanfiniuS:ideo- ad eas indagadas modo diuifione, modo re, in cotextu 48.
piitni Mctaphyfic. Quod aute F folutione vtimur, IMonnulli veic iinem om-
vtroq; inloeo definitione cum demonftratio »c comparet,dicls definitionf
exnotionbus «flcjficut etudentoufttatio, id nobis non of- (; ficitjtio
entmvultArrftot.eoccmodo defim_ tione acdemonftratioti£es notiotibus tfle,
nimi: u cum illationeignoti cx notis;id nam- que fi ipfe affereret,
ciuifentencia defeierc, aerefutare no vcreiemur: Sed folumin hoc comuai vult
earu fimtlitudincm confifterc, qubd vtraq; cx notionbus conftar, alio tame,
feilia mouoj demonittitio enim efl exne. . nis refolutionis eundcm feimc
flattitint ) qu£' &dtuifionis, nempe nuniertim cognofccre; nam (dicunt )
diuifione numerum inferio. ntm, refolutione vetb tiumerum fupcrio- rum,
acpriorum itiueiligamus; idcircociif- ferentiam hanc in ipfius metbo-ii
icfcluti- ua; definitione exprclleruut. Alta ([tioqne ntulta ab aliisde hac
redicuntur, quar con- . fultbmifia faeiinu.v. Nus vi- ro du:.i ^aidcm c '"-"'
( j refolntionis fptctes his fim;!cv tti ftqtieLti- t' mi 1 but Oatucmusj
tamcii ucutiain ib aliis bc- neia- 2(51 deMethodis, Lib. III. 2(52 -v
r,,,rTrabicramur;quurnenim A partes iilas effentiales notificandaJ, quo vfu
.eintelleasmfu.ne a \ J,t " mu :>J„ .,-..,«„„£ eft Artftoteles ad
pr.mam marenamw om. Latuorfint.quarbaci Snjunt,termi»u*aq •.^UeCtam tu.ne ^iu')
-v--— v . f€ ' n ftnt go* bac in rc in «onfideratione qU _ t uor » ■ H j qWV
eimtaoi ad quem, rfftSS acdcnYum finM«U!t»> S_ n.ax n e balludnati funt,
pr^erttm IH b »n,e "a refoluaonis r P ecic,q»c, pnncipem f „, ener- quando
en.m refolut.one com. feStin partes t , P"edum g* STi
panexilUanterefotaaoeem S an ienotse : fi nota: , nalla opus ett B 1 f ft
partium, feu princpiowm tnaouo, .iUndcmu* i Gy«o funt ,gno«, v» wnihil h.bet
eiffcacitat.s ad eas nonhcan. d» , q--od in eo ipfo «em P o dcckran po- tc fi-
homiuem enimin membra refolmmus, ^hicincarnem , oiUneruos t poia h» o.n-
«estartes fenfiles fimt , & per fe no« . qua- naLtX ipfohomine cocreto
pattiu harum eft Ariftoteies ad primam materiam.n om. ni corpore naturaii
demonitrandam. Huc DccUmtir modo fumcndacft methodus refolutiua, &
t»i»«*.i.»« ». fic cam intcllexit Auerroes interpretans tcr- ^Jtf- tium
contextum prirni libri Phyfieotum: quum enim Ariftoteles ibl dicat ad primo-
rum principiorum cognitionera progredten- dumefte acoufufis vt uotionbus,
confufain. teihgens ipfa naturalta corpora,que_ compo- lita uunc a philofophis
noftris appellantur, Aueiroes ea verba declarans inquit [ pofiibt- Le ex rebtn
compoftis , idefl ex confeqistntibtts ex- ritmcognojcerecaitfxs^ deinuein
commenra- rio qttutto clantis eundem fenfum reterens dicit[ fttcits compofttx
xpud noi fnnt natiarti fttis cAttfis i & tX iflis fpeciebiis procedimus id
cognttionem ctu/nrnm medizntibut Acctdtntibtu exifienubus in «*] quse verba
profcrt Auer. roes ad declaranda ca, quas dtxerat Arifto- C
«lcsincontextuternoMdeopeccanti, >q ui , s mttoneni conlequimor '• _,,_
doarinierefolutiuamintellieune ^^^itumprocedete^feniUpat- S fli* omnes
cognofcnnrut , ftoto«n« iUa quzpercipit, flatim&finemediopcr- apit.«go
nulla ibi methoduy ft , cmu. be- ncficio mnotum exnoto notificetur; idque
adhtic ciartut eft , vbi pattes perfe ignotae , 3c
inftnl.!esfunt,vtpi'iniimateria&torma > in quas omnecorpus naturilc
refoluitur ; ex t- nfo enim naeorali corpore in maten? pnmr, viam iilam
doCtrinje refolutiusm intelligunt a comporltis ad principia abfque accideu-
tium confiderationejpcccant etiatnilll, qui eo in loco confufaintelliguntfola
aceiden- tia, noncorporaipfa coinpoGta, ipfacnim corporapropne dicuntur confuTa
, vt exdi- uerfirumpartium confufione conftantia;ac- cidcntia vero prjffunt
quidem dici confu- se cognita, quando ipfommcaufeignoran- pfo ctoim ^ ^ D tor
7« quum fimpl.cia (Int , non re actoimt AQtiti m noa dutimut, nccd] ere u T t „
, Jl. ii' ■•■ - — licet,ignisibi e(t,ergo pnmamateria,dum ipfam miteriam piimam
ignotanius, ipfum iaiturcotnpofitum nonfufKcit ad partesfu- as etTentialcs
notificandas , quando abfton- jr,ij,»m»,- dim, &inrenfiL« fiint. Huiufce
autem rct ra. U b imub- tio exiii, quEanteadixtmus , coillgmirmul- ft*i*mttha.
]j enimviaeft, qus exnotofaciat ret igno- tmnfiU- tE CO gnitionem , nifi via
fyllogiftica , yt Ari- ftote;escL:ri3tin calce fecundi libri Priorum con- fufa
apperiantu.r; fed per fe clarares eft,ai iiiueniendaprincipiaopuseffe
vtraqueprae- cognitione, fcilicet&fubiecti, &medij;Ari- ftoteles enim
demonftrat in corpore natura- li materiam primam inefle exgeneratione, &
interitu tanquamexmedionobisconrpi- cuo; a conipofitis igiturad
principiainuent- enda pei refolutionem procedtmus perac- eidentiamedia.quxin
spfis funtiqueadmo- in caicciecunai tiDn rriuiuu! ,. - ■ r Analyticorum .
ryllogifmus autem omnis ex E dum enim qui lignum a iquodin partes teca 22s
lerrninis conftft , ex duobus noLHis fit re ^f^^^lt^Z fyllogifnius .
quandoigitur corpus naturale in pattes effentiiles: refoluendum proponi- iur ,
duos tanttSm terminos habemus : corpus ipfum nottim , & parres ignotas :
ergo ni hts nuiia poteft il!:>tio fieri, quum tetttus termi- nns
dcfitjfcilicettctminos medius ; nam duo illi,quo: habemusjfolam conclufionem
con- fittoont, quxfft, omne corpus naturile ex matetia & forma conftat :
ideo qtii dicitnt ex compjfito noto nos duci permcthoduir. refolutiuam ad
prinia materitc ignotse cogrti tinncm, dicunt conclufionem naturaliter i-
gnotatn poffe feipfam notificare . & folurri itibiectu propofittonis potTc
notificare prje- dintam qoodcanque ipfi attribuatur, qifte quidcm falfa ,
&abfutda fur.t, medius igitur terminus ptteter hos duos accipiendus eft,
nempe aliquod accidcnsin ipfo corpore na- tu-.alicauras illas confequ^ns,
Ktgcneratio,& tatctitus : hoc enim eft medium idoneumad to.quo ipfum fecet
-,ita humana mens volens compofitum in priticipiaipfura conttttuetia telbluerc,
egecaccidentibus euidentioribus', per qus hancrerolutionem petficiat . Hkc fi
Dtmenfiratla ita fc habcnt, manifeftum eft, niethodum"*'^* >L fi
proprie demonfttationis nomen fumcntes refolutiuam metho dum ab ea diftinguere
ve llmtiS, n on alia eft methodus refoiutiuaa co- pofitis ad fimplicium
inuentionem progre- diens , quam demonftratio abefFeau.Qitod autemahquidicunt,
metbodum hanc refo* iutiuarn cffe a notione fiuis , id fortaffe ia 25? artibui
eoneedi poteft , vtmoxconfiderabi. A mus: at in fcienciis contemplatiuis nutla
ra_ tioneadmittendum eft; quando enim inqui- unt, ex officiis, &
opetauonibus finguloruni humanicorporis menibrorum oftendi,qu6tl necefTatium
fuerit , hominem iis mcmbris pneditum cfTV, hxcnon efr merbodus refo- luriua,
fed demonftraciua; eft enim potiffima demonihatio fadTa per caufam finaJem, de
qua inlibro noftro , quem demedio demon- ftrationts foipfirmjs^copiose
dilleruimus.ex- B truitur ailt talii demotiff ratio, quado coono- fctmus, tum
illum iffechim elfe, tumata- li effectrice eaufa fuiffe ptoductum, vttalia
membra homini anatura datacrfic, & qtiar- rimus,cur illud erficiens
cfTectuni illom pro- duxerit; fic enim finalem caufam quarm musinjis, qua"
noscognofcere foliim, nort producere pofTumus ; fic autem hominem inmembia non
refoluimus,necinueniievo, hcobi Zabarellae Patauini 2 ogrdlu non m 0( f^ dem
dicendum ell, fed ctiam fi conceda™! eamcffemecbcdum, eft p-»tius afuJ.S bus ad
tnfenora , quam e conrran6 5 L 0 7 l " mm pnus i mentc noftra c«:-rtofcit
ur , e ft , c " *V>, gis vntuci &le, a quu a j mtnii.i vniueriajfc
.■«imfacitjprimoiritur.Wo .u^ti c or n ' * ! " nsin Sociateccntfoiur,
dcn,- v, poftrt ammalis, tanuem homicii } h lcI pS^l procelfusneque eft
fyllogiflicas , neqjabh? rerionbus ad fupertota, iid ct-Jl qmdaini contemplatione
vniucrfiilium tranfien^fu penonbus ad inferiura, S-d qnsnam eifiu lus
refolutionis, qualem ifti fir.guuc, vtil lt j*i an ex i nferioribus n u mem m
fup eri ortirri ifi uenire,vcaliqui dicunc?at veid mirabiti df
-«"""■■ "->•■" "."" ^— uenire,
vtanqui tlfcunr ?a t vei 6 mirabiie rii. liraiusquonllafmt.fcd quumea pnus co-
C Au hoc cft, quod equidemttllieere neoLl* gnofcamusiratronem fingulorum
qu^iimus, ab inferioribus namque ad fiiperio.a afc Pn * caiuqueex.operaticnibus
Stmuueribusfin. gulorum adducimus tanquam ex caufa finai ll. Qr>6d fi
aliquod auimal nobis antea inco- gnitum offeratur, in quo an infit membrum
aliquod,vtpulmo,ignoremus,ti!uditiieex o. peratione.vcluti exipfa
refpirattoncmuenia- mus,ab effeftu argumentari dicimui jnoam pliiisa caufa
fifialt: quia membrumiilud i dendoadvmtatem potius, quain ad nurne rum ducimur;
f.mpe r enim mulram Vrill ^ coltigimus, &tandtmadf l imm i ::genusper
uemmusjquod e.-; necefTTratevnum tffom inainfeiiora compleaens. Qui
veronicclro* dumhanc advenandim deiinitionem vttlem elTe
dicunt.rsftiiisrcntiunc: imareciiffirni, fi eius illatianis,ac venatiotns modu
m decla- vrrVfT. '"■ 1L ' l - l »^i4c venacioiiis moduni dec i. gnoramus,
&an fii .quznmus; eft .gitat de- Drallent: nam i particularibus ad
vniuerflfi monftratio ab effectu , & methodu» refolu- tma.cuiusfcopusefi
inuemre.&cognofccre aiiquarn rem effe.qus i^norabatur : atquatt- do
pulmonem jncife cognofcimus, & ipfttm ex refpiratione demonftramus ,
noneftde- monftratio inuetiouis , fed demonftratio pet caufam finalem , &
tnethrodss cemoniiVa. tiua . Methodi autem refolutiua; nuncdtcia- ratj fcopus
quod no fftcognofcere numerum partium conflrtuentium , vt aiiqui dieunt, E fed
foluin cognijfcere quod /int, tum raani- fcftum efl csiis, quajfuperitii
aduerfus me- th-odum diuifiuam dixinius,rum etia;» exiis, qua; raos de hac
methodo didturi fumm^na- € j nf» uti 4 - n i f efti u s fi e t. A 1 1 c ra t;u
o q u e r e foi u t i . j n I s (p c- fttnndta,- a.es, qutetftab inftiionhusad
liiperiorain w*". eademcategona, mihi videtui ndnpjeneati aliis fti.ffc
inttllefta , fiquidem qtiatoam in i- pfiillatio fiat,
riondcclararuntrimofecundfi eorum ftntentiam nulla ilIat»o fieri videtur; F
merts enim noftra.qu^pitibtli.s dicitur, pri- mo loco indiHidua, qui' BBi
afenfibui offe- runtur,inteIIigit:deindee>rttrnolumii>ead. iuta nacuram
vniuerfalem in iftis inruetnr. i. bi aurem duo piocellus cooffderarj pofliint;
vnuseft, quandomemab irdiuiduorum ?& vrnuerfalium intelleftione
craiifi';alci, qnM'. do plura vniuetfaha ordine quoda:ii cl.u- templatur;
prior/ quidem pro t rr-ifus nul- Jam fllatiQnem babit : quiamensjiorj dicitj
cilSjcrates, exgo efiiioino:fed ordinem po- _ r ...-. lt ,,.o ,.u .t.jucriaui
progreliio fat s non vtipfa vniuerfalij genera, vel fpecies cognofcantur, Ted
potiiis vtali- quid inelle alicui vniuc:f2(i coliigatui , eo quodiJiudidera
omnibus pa: ticuJatibus in- eft; vt iiomnemhoniineit] bipedem efleo- ftfiidamas
, propteiea qubd fiuguli homi- mt bipedeselfe infpiciuntur; ha-c r^iturre^
folutio nti ahud eft,quam induftio,quam A.i««,,j riifot.mfecundo hb. Pofttr.
Analyt. compo. fitmncm vocat; quia afcendendo multa co- "f'1*™.
ponimtiSj&invnum colli^imus ; Je hacnoa. inftriiis loqirtmut; nunc pauca
hxc corrrrai aliorum fcncentiau! de mcthodorcfolittiti»! diccre voluirpits, vt
lauo modohicmtiho- dusintelti^ar. Caput XVIl.ittquo ojicnditttr ; duAS me~
thodoi a.d res omnes cogn ofcen- t dasfti 'ficere. . QVod autem ad rcsontnes
cognofceci-- dasdua; methodi fjfficlant, demtm- itiaciua & refolutiua,
facileoftendi potcft:: r.Jm omne, quod coguofcenduni proponi- tiir , aut eft
fubfbnriaTauc accidens: ftibftan. tsa cjiiidemtuncplcnecognofcitnr, qu-snd»' p
e i fecf a ipiliis ti e fin i ti u Iia b e t u r ; hzc fi no. ta /ff ? ntiifa
eget methodo vc inueftigecui ; ir veroignota j peialrquammethodum venan- da
eft;per demonftrationE ni quidenrvenad eaiunon poilumus, vtait Ariftotties in
con- teacu i6$ icxtu dcMethodis, Lib.IIL 265 .1 fecundilibri Pofteriorum
Analyti- A ficus progrefius vela eaufaeic ad effeftum» i enim folo
apiiori,&per caufam no ^a^poffunt, quoruro effentia pendet ab Y , e ^terna
caufa , at effcotia lubftantixi ?t, ,-vrernacaurapendeti nulia isiiturcau-
huff" f "datusper quam dcfimrio fubftitiar.fi igno
fueriMcnioiiftrtripofTitjielinquiturjeam " n poffenKi a rebus
poftertonbus, &ab ef- ftftu alKiuonutiore cedatart, qu* eft me- L„ d0S
rtfo[utiiJa.Accidensautemaiiudpr-o i ' mn eft,*li"d commiine: eomune
quidem B pra^terdemonftratiuam, & refolutiuain ' fub fcientiam no ca dir,
propiiu vero ftm pec vclab effeftu ad caufam; illa qutdem eft mc- thodus
demonftrariua, harcaure retolutiua; afius proceffus, qui certam rei noririam
pa. fiat, nondatur: nim fiab aliquo ad aiiqund
progrediamur,isoccui!arprincipia,ex qusbus demonftrandum eft , ah i;not:s aiit
progredi ndpoflimiu : idto neceflitatecoacti idfecfl- danam quandam viam
confiigimus , cjtia: eft nicthodus re[bkitiua ad principioi um inue-
tionemducens.vtex.eisinuenEis poftsaeffe C flui naturales demonftrernus.quare
metbo- dusrefoluciuafccundanacft, & nimiftrade- nirjnfiistiu^quamfementiim
ani[ ,i ^rifto. telcm legerepoffumusin protEmio primi li- briThyficoruniifmipfo
enim eius libninitio metbodumferuandam proponit demonftra- tiuam , qua prrcipue
vti vmt, dicens rcsua- turales ex principiorum fuomm cognrtio- necffe
cognofcendas ^ deinde videnf, non efft iiuhis nota illa prineipia,rubiui!£ir
vten. dum efle aha fccunja la merhodo^a notio ribus nubis , 3J principia
notioia natura, qua- efl methodus iefolumia ; ad quam cer- tenou cmtagi&t,
fi pnndpia ternm natu. ralium fiatim nobis nota oecurriflVnt. Exhis
eol!igerepofTur*is,h'nem mechodi demon- ltratnia; elle pcrfcctim fcientiam.qua;
eftrci coijnitio perfuameaufam. mecijodi aurem F;»it mttbo-tefoliimix hnem effe
inutncionem potnks, ,Aicu demotiftrationem inuen. tionis . Theiiiifl.uAdc eadeir.
locmtns in cal cs jpnmicontexttis libru , Poflerior. dicit/i. g»3 poftenoia
tffcqiiidcm rjrincipia inuen- tioms , qucm pe.r ta caufas inueiiiamus , tai.
nien non fffe veras caulas rei, quardemon- llratur. Idem in contextu 9;. primi
hbri Poi. poftea exemplo hanc refXtionTm'^ r: ran», facitdemonftrationem ab
tfleftu quam dicitinueniri caufam ignotam define vtriufqLiemetbodt in prxfentia
f u ffi C ciant: nam in hbro fequente declarantes tr clationem Ariflotelis de
methodis fuh s \ s eodem loquemur - r nuncad colhgcnclashit tum methodorum
definitiones latisfiiue QU2Z modo Hivi miK ti:i pelni-wl..^ i ?*» fitik J» «iS
Uu*. Titmif monftratiua , in qua declaranda prsccim t vetlatur Ariftotele* in
Pofteriorib{is Anao? ticis, ab ipfo ctiam ibiderr. dcrinitur: propofita in
pritiiistaii demonftratiomsd^ finittone pcrcaufam finakm tra,iin,deaion
ilratioeft fyllogifmus fcienciam paricns, ei ea inueftigat
mareriamdemonftrationis ftj, licet pnncipiorum conditiones, quibus' n~ uentis
hsc affignari poteft pcifeCta, 6com- nibus numerisabfoluta definirio , Methodu»
demonftratiua eft fylloniimuv fcientiampj riens ex prnpofitionibus nectfuiiis,
medio?***» «rcntibusuotioribus.&caulisconclullonis- ** qua? quidtm
definitio obfcuia clTtnoj J tcftus , qui roft;tiorci Analycicos Ariliocel hs
incellexerjnt : ideo ipiiiis^declirtttjone ir~ pratfentia fuperredebimus
:pr*rertimquuiu. in alui libris logicis , quos de rebus ad de. monftrarionem
actinemibus confcnpfiuius" Dhas priucipioium conditiones faris abunde
declarauerimtts , Methodus autem refoluti- ua eft fyllogifirtus ex
propofitiombus necell fariis conftans, qtiia rebtis poftcnonbui,» »«• effeflis
notioribus ad priorutn & raufarum inuentionem ducit; ciretquidemdeclaran-
dum, quomodo hxc methodus expropofrL tionibus neceflafiis conftet, fed tum
hacdr re , tum de aiiis multis ad hac inethoduni at. tinentibusfatis fuper%
diiium efl a nobisift i libro noftco de fpeciebus demoiiftrationis, necnon in
iibro de propofitionibus neceffa. riis : ideo inde omnia petenda funt ; nunr an
ha: dua; methodi aliquam diuifioneuj re. cipiant, conflderenju^. Caput XI X. de
Jpcciefas metbodi refefa. tiu£>6" tttrum Htffetentm. NA x v r k
vtriiifnuemethodi deciarata r confiderandum manet, an ha? in fpe. cies
diuidantur; fed mcthodus quidcm de- monftratiua, quum fit foia illa demomlt.u
tio,qua;potiflim3dicjtur,nulIam dinilioncm. id«n'ttit,nifi forte illam,quK
exdtuifione ge- ii eti} . A ■ iiytie. tiicit rtfoiuere conduflo- ^iiu piincipia
, eft concluiione vera pr opourafn ucn|fe principta , exquibus coL F*ff«*.v :
^uare (weai refoiution» in inuen- V ll " n ; conft.tmt. Euftra-urvquQqne,
in foa pr^iitioue ia f-ciinduii^ettidja&deiiiou^ r.erumcaufarum deriuatu,-.
ba:caur*ad t': : r- feutem coiiderationem parum Dernnerevk detucfedcleea didum
anobis e"fiin libro de ; medio dcmonlUationis . Methodus autem refoJutiua
in duas fpecies diuiditur eiSc.ici- tate interfe piurimuin difcrepates ; alrcra
eft dejjaonftratife ab cffcchi,.quz ia uii mtinerti fu*- t69 dc Methodis , Lib.
111- 270 .ftefficarifTima.&eavtiniuradeo. A ignoturafecfidi.il. natmai.hid
dicitur, 4 uoi fun«ione c ' .V ^r-.,,^ & a btcondita funt, in f ulS
fingulafib.sfenr.lc 110 eft,ideo egeta. llomedionotiore, perquod demonftr-tuii
Scquuipftini proprio lumine no cogno.caf,
pei'a!t-riuslumeiiinotefcir,velutiprima m> -eria.qiia.quurenfum penitus
lateat, perfe iiunqua cognofceretur,nifipcr generationc notiricareturiita hrt
propofitio,iriang.il'ii-i habettresangulos duobus rcftis _equal_s,dl
citurignoralecurdum natura: quiacius pne ^mone; alce.a efi indu.tio.qu* eft mul
il=ot refoluto , & ad eorum tantummo ETSwentione* vfitata, qu* non ptomu i-
« fu.it Steui egSt de.larationc. v*iramqi &r.efolutu.ametnodurn,&lvb.«.
flionenunqua cognoiceremus treiiliosan- gulos effe duobus rccjtis afquales,fed
ratto i d nobis deruonftrat-, itaq; notumfecudiim na_ turamidem fignificat ac
per fe notu. ignotu autefecudiini natuiam illud eft, quod perfe jonotfi
dicitur, & cognofcitttr per iliuci.que- admodum declarat Auerr. in iy.
&. -d«atot1t tnftiumentum co- c in 1. Piior.cap.de Petit.pnncipij. His
igitur 11 r cr. ia,Ar'ftotel-smuIti- inlo- difftrentiis inu.cemdiffidet
induflio ,& de- S r ' j mcaiceretundilibriPtior. Ana- nioni-ratioab effeau:
vtraq; cmm eftmecho rf ti - io rjnite de irduaione, in c6textu 134- ehis
rerolutiua a rebiw poftenonbos ad prm. ^eriof um,& in vltimo cap.te fecun
cipta progrediertsifed duo pnncipioru gene. l "*
hiUnifflt-ninibusloci^afleritAriftoteles.^- nota funt:ideonuilo egent
inftruroeto logi- mium irinc-pia cor.fiimeniur. Eft autrm induaio nisenim riL
ftra cogmtio Afenfu originedu- □ raci-iiusaptiftenotibusad priora;quiavni
citjnec poteftaliquid anobis mente cogno- uet^lcfltnatuiapriuspafticularibus,
6tha- D fci, quin pnus fenfu cognitum fueric: pto- bcnattorem caufa;; ideo a
parncularibus ad inde induaione omnia eiurmodi prmcipia nobjs innotcfcunt, nec
propterea demon- ftrarijfeu probari dicuntur; eanamquepro- prie dicunmr
probaii, quse demonftrantnr peraliud: induaio autem non probatrem peraltam rem,
fed modo quodam eam per ie ipfam dcclarat;vniuerfale enim a fingulati
js-Virnylfc i reipfanon diftinguitur, fed ratione folumi&^*^»^» ,,,» quia
resnotioref. vtfingularis,quam vtvni- tU^mguintt r- I _ j-'jl k fl ( 1 n A a r-
« * ■ ■ — 1 p 1- fin mi I 1 JP#_ tietrationcni t»ujj,- - r -.. vniuetrale
ptogredi , efta potienoiibus ad piiora procedere, idqs dicitchre ArtLtotcIes in
capite de Induciione in fecundo libro ^■'T^PriorurriAnalyticorum. Eftautem
interhas £3Sar_.duas refolutionea magnum difrrimeniquia "indufiione non
inueniuntur nifiillaprinci- pia. quz fuiit notafecundum naturam,& ie. ■
obatione: atdcmonftratio i ui eoent compioojnu.iti «1 ut.,»!,»»,»,» . *t»«- . —
;"~>"P"T-""-' -« — >•• •-- • knoeftnuilto
efficacior, per eam emm illa E uerfalts: quoniam fenfilis dicitur vt finguia. n
priucipiainueniuntiit, quae lecu.idu.rn natu i_.ti funtignota, ad quorum
inuentionein- dl ftio tftpiorfus iuutiiif; ha.c autem diffe- rftiaclaracrir.fi
unelligatur quidnam fit no- Kiii™ ^tum.velignocum fccundum naturam.de hac
A*quidem re fuperiiis aiiqua diximus, aiiqua **- etiani bicMict.idafuntinoti:rn
fecundiim na turam:iiud dicitur,quoifeiiiileeft. eiufmo- dtautem funtnon ca
fohim, qua? fingulatia ris,fionvtvniuetfalis: ideoinduaio eft pro- ceffius ab
eodcm ad idemiabeodem ea ratio ne, quaeuidentiuseft. ad idem cognofcen- dum
earatione.quaobfcurius eftatq; laten. tius; propterea non mocib piineipia rei,
fed etiam principiafcietiar.feu principiacogno- fcendi, quse dicutur
lndemonftrabilia, indu- ftione cognolcuntui , vtvidcic poOumus a_ pud
Ariftotelem in contextu vndecimo pti. uiautem .uncnunca ioiuhi, ij.ruiigum»
^ii" ... ■- r - funt.fcd eanuoqivnii'e.falia,quoiumfingu- ,F «nfib.
Pbyf.corum,&in omnibus amea me . >■ — -■-■] — -^j) . 1 o laria Ptnfu
pereipi poflunt ; hominemtnim tem feiifiltm eife dicimus, nun qucd homi- nemvniuerf-Iem
ftnfus cogn"feat,fed quia finguliindiuidui hommes feufilesfunt: pro-
pttrea haecpropofitio, horno efi bipes, didl- turnora fecundum naturam, quia
quocunq; indiuidun homine oblato ftdtim cognofcit fenfus £u cirebiped-m.hic
auteiurc vocan- tur nota recnndum natura:quiapropnolu- minecognoftutur, neqj
eget alia tenortore, pec qua mediam dcmonftictur, Contta vetb moratis locis:
prxripueverbin vkimo capL tefecundi libri Pofteriorum Analyticoium. Alia vtrd
prkieipia func naturalitcrignota, • qtiia infenfilia, ideo ad ecrum inuentionem
induaionihilpenitusefficacitatishab.t.fed egent demonftratione lfigno,qua per
tffe- aum notiorem inueniantur.ac notif.ce.nur, quum ipfaperfe ncqueant
innotefecre, vt prima.natei ia, qua. eft principium tuethodi demouitratm^,
peream eriim taaqutm pti cauram demouftrat Anftot. plurcs ewtwl »7t
IacobiZabarelte Patauini 27 lutunkt.TtwprimolibroOeoriuflcinteii. A in cap.8.
lih. ?.De moribus, qua-tdo dir- c tugencratioms polGbiluatem.&eiufdem at-
nem inaftionibut efli princrplu fi-ut ,„ termtatejfedquiamaterianaturaliterigno-
thematicis fuppofitioncj-.Exaltcra ve,£ *~ ta proponcbatur, nonpotuts
Ariiloteles ea «prineipio ad aJiquid demonftrandumvri, nifi priiis ex effe£tu
notiore ipfam demon- firafiet: ita ptimus mo.ora.ternusef_ caufa, per quam seternus
mot-is demonftr-tur ia o£tauo Iibr . Phyfieorum , fed qu.anarurali- tcr
ignotusipfc pritnus motor nobis offere- batur,prius iprum inuenit Ariftoteles
per B demQ-nftrarioneiTiab cffecUi.Principiaigitur wietbodi deinonftratiuse
refblutiua mrtho- do inueniuatur, aJia quidem folainduftio- ne,.aiia
verddemonftra.-ioneafigno . Hanc differentiam eriam jn illa definitione, quar
fcienri-eprincipifi eftjnor.irepoflumus ; eius enim partesalia: ibla indufiione
cognoftun. tur,atia_ vcib, qua. non po.lunrnifipcraiiud "oti fieri, tgent
demonftratione ab efte. ciu, «uod figmficasit Ariftoteles in contejj- tu 11.
libr, i. £>? anima,dicens atcidentia plu- rimum conferread cognofcendas
fubftan. tiarum definittones. Sed de definirionibus omnibus quomrjdo per methodos
innote- fcant, fle ad eat methodi dingantur , docuit egregie Ar.iitotcles in
Podetioribus Analy_ ticis, idque nos in kbro fequente declara- re ft3tuimus-
teridetur effe methodus rciblut.ua : quot afineprocedilurad inuenieuda
principij ad ipfius generationem , aeproductionem i_. 0 nea:ergo
eftproce(Iusarinepotiiis?tab eff. Ctu,qvracauCi,& ad puncipia quatenuspru,
cipiaiunt.ej; quibus prodncarur, nn n q u » e nushabentlocumcffecius. quare
eftjiietho" dusrefolu.iuaab effeftuad eaufas. P ro huj„" dubirfoluaone
ft.ertdmi. eft,quod quand.!* de niethodis loquimur , ftientias tonttm
Vl"'* platiuas refpKj.nm, quarum !mis eft frire "■ O tlone
finis, & ipfanon per fc qusfita,fc(! prc». prei operationem. Quoniam igitur
metho. di funt inftrumenta acquirendi ccrtatn fcr. cntiani:ideo huiufmodi
difciplinis propnfe non coispetunt, aptari tamen ilhs aitqu» modo poffunt per
fimilitudinem pro rubic- ci* materia?conditione, quemadmodum e- tiam fcicntia;
nomen impropriS acce^r"!n ipfis quandoquetribuiturinam, vt aitAJeL xander
in principio commetariarum fuorum E inprimumlibrum Priorum Analvticoru ,lo-
gicaphilofophiaeinftrumetum eft,ck ptoptei- eam rradita, no propter alias
difciplmai ■ at- tamen poftquam fcrjptaftiit, inueia eftahis- quoque
difciplinis predeffe pofte ; idco alia non prohibentur logica vti eo modo ,
quo. poflunt. Oicimusitaque,indi%piir.isvte-J3«Ji»* tibus ordinc refolctiuo
nullan, uari demon.j£5 itrationem nequt 9 caufa, neque ab eSfedu ■ nam vrraque
fcientiam parit immutabilera fi fitiali ad cfltaum : .. liflimam
dcmonftrationem fieri- poffe do- cuit Ariilot.inhb.i.Pofterior.Analytic.vide.
Uir e tiam huic fenuntia; faucre Ariftot . ipfc quum propne loqucndo non fint
demcn- ftrationes, inillistamcn facultatibuslocum tabent demonftrationum ,
fiquidem eJfica- cioresdemonffrationes ibi non dantur- noa eli igitur mirum,
filiuiufmodifyllogifmia- Iiquando & demonftraticnis potiilim* &
demonftrationis a fi^no condmoncs ptcefe terunt , quum folum finiilitudine,dr
ptopot- tione quadam , non fimpliciter dicantur de- monflraaooes j idque caufa
fuit prarfenti» dubi- deMethocfts, Lib. III. ■274 175 « MMfa i ine arrisad A
mediajcerte hoc pcitcriujlonge pratcipuum *rf«t«foms : n» m proecltus a n « »™
»° _ , rcm P diorumeoiinitionem propter C ° ' pattfliM. p.rrim de. P «nfio
abclfeftumeutra .amen propnr, ^flam S demonftrati.Pim, qua» qu.- ■7 * uem mtl
u.intelhgemus.fihanc demon- dem remmt s philofophi naturahs £3 StS « Snah rafta
contu, pftrum difcr.men cxmfiderajsm- tBfaib-m»*' „.„„(« nutiitioiiem tanquam
co- ^» tuI fXm "nTm & hec omniaYunc ffm CT5*- fi ^ coftriccm ahmeuti ;
nequein noflro K- C»" retoftitutan. &cerc vtanimaiia nu. K U non
„«ri«eitur,& « v.m eoftru «m hab«nt,vel non habeant:ergo fi per nu.
"iHonem denionftremus, anima havmiha- hYre coftr.cem alimenti , erit
pottffimade- monffiatio pcr caufam finalem fafta , & pro- JS££, cVunt
Smplicimneceto* qum fmc.fi renecenltas.neft, non ex noftratan.
rimconfliiutioBe.ideooutntiovtcaufttin- tum fumirur, uon vt cffeaus:quranos
effice- reipfam non poffiimus-ideo propoffio cffe- Ai noto, ipfa vi coftrice a
natura ammalibus tradita , demoftftratio llla non habet pro fine inuentionem
facuhatis coftricis ; h*e emm iamcoanitaproponiturjnequeadeiuserre- aonem
,fiuead effeftionem numtionis div rieiturcognitioilla, quam p^reamdemon- ilrafionem
quserimusj quandoquidem ha?c facere nos minime poffumus,fed adfolam facultatis
coftricis cognitione perfuam clu- _ f-m w — . - — . ;1 >1 1 1. nM. a wri a^I
ilP. eft : nam remrdiorum cognitionem propter effcftionem fanitamqua-rimus ,
hauc igitur efft ftionem ab irtitio concipientcs,ad remc- dia cognofeenda
progredimur potms vt ab» effeftu , quani vt a caufa , Quod fi medicar» artem
folum vt tos>nofcentem , non vt ops- rantem rpeftemusffortaffe famuslocum
h*» betcaufefinaUs.perquamcognofcimusilIa remedia,attamen quum totailia
cognitio a4 B operationem Jirigatur , fcnitas videtarno» vt caufa.fed vt
effeftus confidcrari,& proarSE fus ille potiis dicenduseft methodus refe-
Iutiua r quimdem0nftratiua;addequodde- monfliatiopercaufamfinalemfaa-anonde-
monftrat ex fine caufam effeftiicem,red ette- ftumacaufa effeftrice
produftum.vt aJib» Cdeclarabjmus.quarenonvide^^ fus pofle vocan
demonftratioacauis nnaii, fed pacms ab e&ftu . Praeterea ordo refolu- «f
tiuus ideo appellatur refolutiuus : quiaett a pofteriori ad prius : ergo
fiquamethoduseuj eoconiunfta eft^a eftrefolutiua,prointie 10- effeftu , non a
cauft : nam omni^ cftufa qul- tenus caufa eft, pnoreftcffeftu; hnisigiruf
quatenus eft caufa finalis , non eft pofteno! iis , oux font ante finem , fed
pnor. Solemu» r> etiam dicere.inartemedica remediamuenu ri ex pra;cognitione
fanitatis &moibi; vtt^ murigitur nominemucntionisj&fatemurri- Jam efle
demonftrarionem, qust eftmetho- dus refolutiua : rram methodum demonttra- tiuam
non admodum folemus demonftra- tionem innentionisnominarejetemm lnue^ tionis
nomen folam refpicit cogmttonem aw fit methodus autem demonftratiuaconnlttr in
declarationc quamobrem fit ; illa igituf iciscoen tioneper uam cau- 1»
atujniiu^ h-™ ■ quare noneftaliamethodus, E methodus ad rerolutiuam potius^
quamad ,™ , . • „ ^.«onftrat.iiam vidctur effe reaieenda. aq fem finalem . q«am
-derrionftraEiiia.Atquando m arteme dica demonftramus, fitalem febrem cinare,
tt fanitatemrecupcrarevelimus, talibusre- mediisvtenduinefl-,6eita
exfebreremedia coliigimus, 110« pioponiturnobis fanitasvt esiftens/cd potitis
vtnon exiftens,& vtano. bis recuperanda, & efficienda .quare potini
YtefTeftus, quamvtcsufanobii ptoponitut; qvnjm enim duc ibi confidcranda
fint,cogni- tio remciiiorum tx illius finis prKCogjiitio- RCi deinde
iiliusfinis produftio per lilare- mcuiouus au ii.iuiu...™. | t . demonftrat.uam
videtur effe tixU U ^ Anftotelem autem m libr. 7 . de Moribus oi- ^^J^
cetemfinem eiTeprincipium, d.cimusjpSum intelligerepiincipium cognmonts, no
pnn- priruipitmr cipium rei i vel fi admirtamus etiam pnncr- „, pium rei
figniricari, idnon proprie dicttur, Ted folum per qaandam fimihtudinem : namr
ille proceffiis fpeciem quandam habet me- thodtdemonftratiua3,redmultoi3menf
magis rcfol uriuz,vt di- ftum eft . U E T H 0 P l & T l I D £ 275
PritYspiitto rtctntis iaq zabarellae; PATAVINL 2) £ E T H O Dl S Ltber QnartiM.
Caput 1. xlioYumfentcntu de confiito AriSlotelts in PoHenoriius Analjtscis. Os
t i aqv a n ratione duce demetitodii,earum;}; nume- ro, ac difierenriis verbafeci-
mus,no erit ab re,fi eajp we- thodorum traditione, quam -^rj
Arift.inPofteriorib. Analyri- cis confcri pfi t,ali quantu m pro o ccafion e d
e. jelarauerimus; quumenim nulJu aliud ibi co- jilium
eiHsfniiTearbitrefnurjquain demecho disagere,idque optime,& artificiofiifime
i- pfum pnftitiiTe non dubicemus, noftram de methodis fenrenria
tcftimoniorantiviii mi rifice comptobatam iri fperamus; prafterea vero in
conCderSdaAriftot.de merhodis tra- Gatione occafio nobis dabitur deftngularttm
mcthodorum vtilitate,ac fine multadkendi, quas niaxime digna cogtiitu funt,ck
in prexc- dentibus diftanon fuere: ea namq; facilioris dociring gratia
adfeqtientem contempiatio- flemremjttenda effecenfftimus . Quoniam autem verum
collatione faifi melmsconfpi- ci, firmiusq; eognofei folet, primo loco fen-
tenttas aliorum de PoSerioiib.Analyticisrc- feremus, eorumq;errores detegemus :
dein- de que_nam reuerafit in iislibris ititenrio A» riftot. aeclarabimus
,totumq; eiusaitifidum in tra£tatione de methodis explanabimus, Dua» circumferuntur
hacdere interpretum opinionesjvna eft Latinorum omnium excc. pto
Liiicoiuetife,& Grecorum prasterThemi ftium,quamhi*temporibus
paucifequuturj altera,quam omnes fere poftetiotes tuerur, .
&AuerroiacThcmittioattribuut.Latini di- cu:-,tintentionem Ariffot. in
iislibris hancr- nsm efle.agere dc dsmonflrarione.&tn prt- mo lib.traftari
de prineipiis eitis complexis, de propofitio>iibus,earumq; condirionibus; in
fecundo atntm de principio fimplici.nera "e dcmediojac defacili eiiu
inuentione. PL leriotes vero piitanrin priroo quidem hfaro agi dc
demonfiriitione ; in tectmdo autem non ampliuijfed de definitionc tanquam de
altero itiffiurr.ento feiendi t fcipia diftnifto i demoriftratione: proinde duo
initrumenta in iis hbiis tratii; denionftrarionerr., quaac. ddemia,&deiimttor«em,qua
lubftanci* co- A gnofcanttir; quibusatttem ars;ij meru j , quefefla
nitatur,coniiderandurn eft. Capm 1 1. m qno pmris fecia argume*. ta exponuntur.
LAtin-i & Or 3 cifententiam fuam Dr f. uant mulcis argu m ent 1Sj q uorum
,J™; pra.cipua tn mcdium nfleremus. fttmu quidem dxcunt , demoftrationem
etTeinflm ft, «* mentumfcienditradjtuinpioptetvfum-om ii pterea emstraaationem
has duas partes nn" ftulaffejvna, in quade eiur conit:ua; nr]e f °'
mofieretialteram.mquamodusfaait'" itruendi traderetur; non enim fatis eft
d oc , reexquibufnam propoiittonib. demonftrT tio extruendafit, fed modus
quoq;deci afjlr r duseft,quoeiufmodipropo/Tri 0 nesfaciIein. uenire poffimus ,
quando demonftrareaJL quid volucnmus; tatisfuittraaatio Ariftar"
deryllogifmoinprimolib. priorum Analirti" V - «> f "m; pniis emm
egit deipi?us S enerati Q . ne,poifeadeiacili eiufdem genera"tione,vti-
prettftatur in principio fecunds, acrert* feSioms eiufdem libn;facilis autem
confltti. flio fyllogifmi eanfiftic tn facili inuentione 1 medij.tx quo
propofitaconcitjfio per ncccf fariartt illationcm .olligatur . Quoniam ia. tur
demonftrationis quoq; traaario talisef. redebuit,&Arift,in primo Pofter.
libroprio- rem tanrumpartem profequtitus eft;esite- n=m ibt de gencratione
&Cfmftrufiionede. moltratioms , Hti cotiditiones onines docuit illarum
pjopofittonum , ex quib.demonftra- tio coitruenda cft : crgo fequtbatu-.vt
deft. (Jil : eiufdem generatione loqueretur.quod quidem factt to fecundo libr.
docens facileni lttuetionem medij ; hoc enim iT n e^emus fe- qmtur Arift. in
tiaccacione de dernoniltatic- nemancum, icdiminuctim fuiffe. Secundo tl ^,
argumento idem co^manc. meditim in de. „^1 E mclnftratlonep3! 5 pI ? (:ipt I
ae^^ 5 &p r j 1 , c ^pem' , locum tenet:ctgo in librisDe demonftratic I n .
e tuitomnmoagedum dcmedio; imopri-. cipuc demedio: eigo Anflot. vel demeditj
'«git inpttmolib.vehnrectindo, non inpri- mo: quia in eo egit de
propofitionibus, qu* luiu pttnoptaf oplexa.medium vero eft prin ctpium ffmpIex
3 q lt oJ n;m eft prnpofitio:er. g o in fecu n j 0 , q „ ai e & c D d tis
iib e r t ft d c me. T**» ' Hio dt mc.it,auoiii«,Tcitio lcco ita
aigunienj>««* 'tatur; deMethodis, Lib. IV. 2?S R Arifiot in fecundo Poftcr.
A tione authoris m aTiquo bbro.fen deeiush- (gW5« rt " m l 5 fi rt itiofl
e-at defiuitio duob. bn matcria coiitroue.famur.e duobus fonti- iib. age' c
**-j" ,„.,., niinnuan i, 1 jr,W> ^111»« «r
beat,indjganius.primumigiuirexiis,q.ucab Ariftot. inprimolibra
Pofteriorumdicutiir, arsuraentum rumeiiituidcindeexiis,qua. in tionK-q" 3
™ ' ' 0 ^ t " ui ; tu " r;1 ii »_», nunquam fe«undoj dcmum ratione cx
natuia rci fum- a Qj»K to ar f" n erio| .jb Analyt.de defimtione B pu
demonftrabimus, quid in his hbris Artit. ' Mffl refeiatad detnonftratio- agere
dcbuerit. In prtmis quando aduerrartj m mt ? T L q ""„„ m ,,p m
derimtione autelTe dscunt, Anftotelem in fecfido libro agere de medio
ttemonfiraiioms, & ipfum mediu elTc definitionem , petendum eit ab eis,an
intel- ligant mediutn ibt traftsii vt patiens fcientii piopter quid tft,an vt
pariens fcietiam quid eft;ipfeenim in prindpio fecundi iibri aflerit
abeodemniedto vtramq.nobis prxbetico- gnitiorjem,vt per cerras inierpofitionem
co- C gnofcimus, &curLunar infit eclipfis, & quid iitjplaecliptis.quam
fentetiam pofteafufius deciarat in eodenilibroicontextuj&wrque ■_d47.Si
ditant , medium trtttari vt pariens fcrciuia-mquideft,feeruitnrtra&ati
medium. prout eft dcfinitio, quod ipfi negant; dicunt cnim,definitionem potius
tractari vt mediu, qulm mediumvt definitionem;quum enittl nojninatio ilimenda
irt amodo eonfideradi, fcqueretui, traitationemnon de medio, fed
ffiicitcnimomnem def.n.t.one autelTe I^onft.atiouis prmc.p.um,.Utco B duft». t
m autdeoionlrrattoncm pofitwae dfffc, f e ,.t. n:eri»ononv iJ -t lefiotttonem
l_l»ll- Lialiauo modo cor.fiderare mh cum rela. tLc addemor.lr-tione,
acjnopterdeino- flritionerii.proinde tota vttiu% hbrlttacta-
rioeSdedcmonftratione: quu ommspto- D tKdBmoHftationet,aaaorTUt:tgitMq#an- do
in fccuodo iibro agit Aiifto. uedcBnitto- -p eamconfrderttpiautad demonftrattone
JirigituntruoprouteftmediumipioptCfea «dfmusAtiftjulem inrccundolibro de de-
finitione loqueatero, f;'mper demonfiratio- BjsmenHoticfacere.quia cmniatraSat
pro. pterderaeiiftrttioneabQ^ibtttra aigumen- tum addcre 1 olumus.quo vtitttt
contra Ale- xandniin Eufiratiusin piincipio libri fecuri. xand.uinEuifratitiSin
pnnerpio nori lecun. ic^ucrtru,, 7 ->-;- di Pofteri oTum-, dicebatentm
Alexander,tl- D de definitione appellandam eiiei conlequeti 1 r„,.-.^„ m
l,Kr„rr. f iedefir,itione efie ad- tia vero daraeftt quoniam trsdcre eognitto-
eilt'UCMV>MHI) ^ , . — - ]pm k-cudumlibrurndedefinitione efie ad- uerfus
quam fcntetiam huc in modtitn ab in- fcriptio.iearguinentatur Euftratius;
libriiifi i rcconiideuu infcnbutur tefoiutorij, qurt fiintdcdcmonftrat.oi)e,qu2eeSrefo]utlOiat
fi fecundum librum de definitione cfle dica- ntuijilli ea infcrtptio non
aptabitur: quia de- finitio n6 poteft vocati refolutio, fed potius illeliber
defintuuus.quKnn refoluriuus appel kntius ertt. attamen Artfloteles vtrumqivo-
E £atiitreR.iutOiium: ergo fecundus quoej; efi de demonfttatione.non de
definttionejnon poteftatjtem a,iat;itione diei de demonftra- , tioite,
niftquiaeft de medio demonftrttio- ais, ficdedtfinitione quarenus eft mcuium:
igtur non cftde definitione, fed dc medio. Aiiaque-q-, argtimenta addueere
poiremus, qui c6fulrcromitttn>us: quia ex ho. um, quae Ktuiiiiius.loiutione,
omnium alioruni f lu. tto faciJe Jefumctur. videnrur autem argu. t ioentaornnia
ad iccundum librum ditigi,fi- quidtm de primo nuilafuitapud alios alter-
tiLio^irer etiam quid inprimolibro agatur, tionomn.no inttlkxennt. « Cjpittlll
prima dicl.i fetitcnm impugnatio, SEmtiyjtiam hancfaiTam efTe,& ab
^.iilotele aiienam poiTumus dupliti ta. twne demonll;a;c; ciuantio enin» de
iaten- tia vero claraeftt quoniam trsdere eognitio- nem quid cft, cft
propriumdefinitionis offi- cium, igtturtraciarivtfaciens cognitioneni
ejuideft^nilahud fignificat quam traaarivt definitionem, Siverb dicatjtraAari
medium in fecudo libro.vt pariens rcientiam proptet quid eft.contraita
argumentor: de medio A_ riftot.hac ratione in primo libro fatis ftipetqj bcutus
eftjVt nihil amplliisde eodicendum maneat:ergo fuperuacuum eftde eodem ea. dtm
rationernfccundo libro traftare;ante- cedetis ita probatur; ibi agttar dcmedto
vr pariente fcicntiam propter qutd eft, vbl dc- claranturcondttionesomnesqii 1
in.pfoad talcm fcientiatn pancnda requn untur:at hat omnei in piimoltbro
dcelaTatur:eigo :_n pri- mo agitut de medio vt pariente rcientia pro- pterouid
cftiOiaiortm propofitione nemo fan^iiietis negaret minorprobatur, tres _c6-
rwwm(SL dtttouesin medio requ.runnir vt talem f.tc- ^ „ riampracftct; prima vt
fit notius: fecundavt i[(B ; „ fitcau r a illius rei, quam qu*nmusj tertiavt
tlemt / eaura prima,ideft proximaj&*quata,cer- tnmeft nullam aliam condidonem
poflula- rkouiafi**tresadfinl, fetentiam peifeaam acquinmus propter quid res
fit.vtcuiifide- ran t.bus ma-ifelturo eft, & vt Ardfoteles tc- ftaturin
cotextu 9i.primilibril 5 ofteriorum, CT.indo dicit [fcirntix profirr 9 uui tfl
fisftr fttmam raigfc»] nam cut dubium, fi medtum fic caura pto>;:uia rei
quadsts , & ptajteie* [acobi Zabarellae Patauini emm notior.qubd fciemiam
tradet prefhn- A pnus m demonftratione » rep . ff . tiiTimam , qua. dicitur
proptcr qu,d eft? har condittonem dedaraffet ■ M 5 U - ,d utem omnes
conditioncs tracfermir ab A- nifi in fecundo capirc o Ua '.e T td krt, diHone*
pr.ncipiorum, tradit C or,d? t ^° n - Jnedy.per qtiMpoftu diftingait demo' f?
ei «oaeproptei quidi demonWionToTJ Incontcxtuetiam 99 . declarans Arilr^^' 1, eam
demqnftration.H. , qua. fi tp „ , remcram.in fingularinumero nomi n « c 01
medi^naminpnnc.pic.Ii.^^^; B SSS^,^ 1 ^"- finiens ipfum fcire Arifto.de.
dixir f . rera °tum a tifto.ele diligenter inprimol.bro.vtvidere
pofliiniusinrecundo capitc, & jn memorato «ntextu 9J.&aliii
fequentibus: at refponde bur.taduerfarij.tra&ariquidemin primo li_ bro
easconditionei.noii tamen vt conditio- nes medij, fed vt principiorum
complexoru: cgo verb oftendo,.a_ _ra£tarivt condttiones finiens ipfum fcire
Ariftotcles dixit £ fiireefi t«Mftmcogn»fieri,propterquimrtt ef}] nomi- tie
autem caufe omnes iiuelligunt medium. quare.neadefini.ione exprimitur medium
vtcaufa.propterquam res eft, id cftvt faoes fcientiam propterqtiid eft:
deindcex ea de- finitionecotiigitprincipiorum conditiones, interquas nominauit
duat illas prarcipua., principia eiTep.ima, feuimmediata, ScriTe -.4../?.. ; J
-fl -__._ s-~ - -. • * cWid eft effe caufts immediatas rei, q US e C fte
mmediata MtiS™?™"-*** demonftrirur; quas conditiones certum eft ^tV^^^JJl^^i^*^^.
, ,„ lJua . oemonltratur; quas conditionei Ccrtum eft inedioprimum competere:
deindepropofi. tionibus propter medium ; imb neinteliigi jguidem
inpropofitionib. poflimt, nifiprius . mipfomedio mteJIigantur,ideo Ariftoteles
f rocdiump.a.cipue refpexft; etenim nomen ££_._*, caufepotefti^multaV.Scare:
quiaZ" ' pofitiones pofluntcITe eau.a; inferendi,pof- funteffeeauf-e
cognofcendi; poflunt deniq; .ore extremo. quarc dubitare minim> A mus,
Anftotelcm c«nditione S o mnt ^ termim inpnmolibro declaraftcquod TJ. 1
quoqjmanireftu eflepoteft, quoddeil.,, verbum.qmdem in fecundo J,bro fadt TttJ
men eas cfti coditioncs in mcdio reou,I] ra mfician nemo poteft; qubd *nim p?
in S complcxa debeant effe ■mmcd.ata, & S concedimusi-tnonneetiam medium
deb« gimrfi ageredeprincipiisnon fui t a ?efc £ medio, debuit Anftot. non
fokimde prind pi^fed et,i r eor f un , de medio eas cond bo" nes
deelararerergo fi fecidus libcrde med^ eft,»bmim mfccundo Iibro doeet Arifl Z
Aiam effe caufam immediaca. certc nuilibrt fccundus^turJibernon eft dicedus
denS d.o,flconditiones, qu* i„ mediofunt p er l tus neeelTar,a_ ) in_fecundo
hbro non deLriL eflecauf-reffendn qu6nam'ieiturmodo'in' n
■■^""■*'" E ' ,1, . , " unQ ° '«.ro non declari.
tellcxitAnftot prfn^fS^nne ° ^10=^?^^/"^ q«od fcsomnibusIimu^potifTimum
verb eflendif fioccerte omnesfatcntur; atqui caufs, q U j' busresfunt,non
funtpropofttiones, fed funt resfimpIicesjVtDeut, co_lum,materia, for. ma,h«
namq; res aliarum rerum caufa: funt, nomen igitur caufe non competit nifi me-
diotertninojpropofirionrbus autem tribui- tur ratione medij : quoniam ex eo
vtraque propof.tiocon8atur:ideo reftcaitin com- fnentario vndccimo eius libri
Auerroes \j> rm tipiafuit caufie, qui* medium ef} cnufii maiaris txtremt]
quod ipfe quoque Anftoteles ibl fi. Snificauitjdeclaransenim eam conditionem
fiibiunxit lcaufics^uidemtj[feopartet, fuU tunc fcimui , yj)«!H cauj&m
cogmfiimuf 1 (ineulan namque numero medium fit;nific_' U ir,& per
wedium.quode&caufa.declaraoitprincipia «ffecaufas. In contextuaurem 9 f.
djfcrimen flatuerevolesinterfcientiam propter qu d F H^l '"^ )o( 3"
atut & fcientiam quod eftj « alteriu P . conditloiit fbSlttS!!.
"^" ^ m 1 . ■ l L k_ | UU.U] & fcientiam quod e ft, e xalterius
conditionis defefiu, eaSnominatin fingulari numero: quiain medio ipfas
confidcrar: nam-in prin^ eipio ilJiuscapitis dicitfieri tuncfcientiam foIu-TT
quod eft, f e d nonprppter quid eft, quado non-fumiturprima caufa. demde ad- di
t [fcieniU enimpropter fuid efi.fit per prim*m c-*/-;m]perhanc autem
conditionem ibi fe- paratdemonftrationempropterquidabjt!. ^.monftratione quod ,
cuius medinm eft cauC» icnaota, quodfaccrenonpoflct, mfi principia complexai
medio diftmeucre vo Iuerunt,quc Ar.ft.in pofterior.busAnalytidt^
nunquad.ft.nx^mnsenim materia dem6 flra .oms, non .o.macofid.ratiir. matcri sm
«wt. auteml.ueipfum mediuincfTedicamus.fiue ""«K. propofitiones.idem
dieimu^ex medioenim con tatvtraq; propofftio.&prster
medium^''"."' mhiihabctnifiterminosconclufionis difcru ***** menautem
intermediB.fc propofitiones eft""' r T m Pf"« fwmam logi C
am:qu,a mediura eft voxfimplcx.velfaltcm conceptum fiani.
ncatfimpl,cem:pr,ncip,aveibfuntenuncia. tionM, vetu vc falfum fignificStesj q
US qui . demforma mhbro delnterpretatione, &in • ptiorib.Anilyt.ci-
confideratur, fed non " poftenoribus, vbifola marcria dcmonftrl. tiomt
rcfpicitur;quofir,qucmadmod U mdu ximus.vtdeprincipiisIocjuensArift.deme-
d,oloquat U r,&dcmedK. Joquens loqu.tut Iibns confund,t^t vidcre eft m 48.
&4.0 c0 textibuspnmiJibii; quum enij prop4if-
«oftendendum.priricipiademonftraijonj, 1S. neceflana, probat medmm efl: necef^
r(un.; idem legerepoffumuj in contn rj fi c e ,am m M-offindit pri.cipi* dcmm_
ftt it^ ' l f, - C ' 1 fe . &V ' ,,uerf3l, - ,: d ^"de id decli.
rans.&cocludens ,n j ff.dicit medium tertio, &pi.mum medio per r e
ineife,%nifican_ nil aliud efTV princp.a ponere perfe, q)1 5 m dj ce rcmedm
termmuperfe cum moq! extrerno conucxum 2fl deMethodis, Lib. IIIL
diutn.quireperipfrj non oftenditurnifi extremorum connexio,& : „ , ftiones
complexas, quod eft,& propterquid eft; eftenim veluti mediator quidam intet
duos, qui eos componir,arq;coniugir;qu6d fimedium alrerius extremi efTentia,
&quid- ditate dedarec, id non pr;eftatquatenusme- dium , fed
quatenuseftdeiimtio. officium e- nim definitionis, vt omnes norunt, eft decla-
rarequid resfit, & qusftioin fimplici fatisfa- eete> quare dehmtio,
vtcftde£nitto,non eft media interduo : qucmadmodum medium reipicit duo
extrema,& qu^fhonibus tanttirri complexi» fatisfacere poteih defiuitionem
i- .demed. de medio.vt nou de pnncipus. hacenim, firccVeconfidcrcntur,
pugnantia ftint.quas ILulconfiftcre nequefit. Notaieetiam pof- fumus ,
Ariltotcletnii. ccntexttbus 75,74,75, BritnilibriDi prKtognitts loquentem,&
di- rentem prinetpia efte prscognita, nomine princip'oiuin 11011 modo propofinones,
fed etiam fubie&um campr t L liediffe, tamcn £ub: iectum
uunefipnncipiumcomplexuiii; nou eft ieiturverurn , qudd itafeparauerit rraeta-
tionem de priucipiis coniplexis itractatio- ne de fimplicibus , vtin
priniolibro de com. p!exis,rantuni:in lecunuo de fimpjicibufr tan- tum
agereconliituerit. ^ Cjput 1 V. eiafdem fententU imfu- gttAiio feLUuda.- P\0 s
s v m vs etiam ilb fpectando, qu« infecundoitbr. Pofteriorum tradantur, ciui
fenrcntii faHitattm oflcridere; Arillo- telesin primo cap.fecundi libtl Pofteiiorum
Analyticn-uni dicljrar; quomodo vna,& ea^ dem lauf ,vnuni,&idem medium
fati«faciit omnibns qurft;ombus,qua:de eadem re fie- nrioirjntjfiiieanfit,
fije-quid fit.fiuean in. fti,lKie cur infit ; quo fit, vt omnis quxftio fit
fsmsmedij qn|ftio,vtipre ibi colligir:pofiea dedcftaitioi.ietractatione
aggreditur, in qua vfcj;ad contextum 47; eius Iibri veriatur. Vi- oeanTisiotur,
attin i!la parte dtfinitionem ct>ri;idt!Ct quarenus cft mtuidm ; an pntiiiS
mediuin quatenus tft dcfinitio. hocautcm hciledignofccmtis.jfi
tntelligaratif,qui Jnam fitCrtpdium cofideiari vcintdium.&nicdium
vtdtfifiit^o tem, &defitiitionem vt medium,- &definirionem vt
dcfinitione ; officium defi- ■JtiOBij-tft fignifica: e quid eft , cfKcift autem
nieuij-tlt aiteiijN in altero inbaerentiam de- «w*fe;mtdiBQieiHria cxtfemorum
eftme- autern fumere vtmedium , eft eam confide- rare vt notificanrem propter
quid inefthoc in illo : finuliterfunTeremedium vtmedium, eft ipfumconfidefare
vtfaciens fcientia pro- pterqui J eft: at fumere ipfum vt deflnitione, eft
ipfmn confideiarc vt declarans quid eft: quod fi /Vriftot.in primo cap.fecundi
lib. Vo- fti.riorum dicit,qusftione quid tft efleqirs. D ftionemmedij, non
proptereavuit medium s quatcnus eft mcditim,pra:berc cognitionerti' quid eft;de
medio enim demonftrationis lo- quitur,&oftendere vuIt,quod v'num,&idem'
medtum latgitur ccgnirionem propterquld, &qtiidi stnoneadem latione;
ptscttat enim fcietiam piopter quid, quatenus eft medium demonfttationis,
declarataute quid cft.qua-- tenus eft defifiitio ,vel pars defioitionis t non
quatenuscft mediura, feupats dtmonftrai E tlonis «quandoqutdcm eadem
ratio,vtin. qttit Anfloteles , alio modo dscitur denion- ftiatio , alio modo
definitio , vt nos infrade-- clarabimus: igiturnonad modum confide- randi ipfummcdium
, fedad medium , &ad rem ipfam funt 1 1 ferenda vcrba illa, & fenten'
tta rVriftoteri^ridccn enim medium dat nobis' cognttiontm propter quid , &
quid , aliatai men. & alia ratione. His omnibns declarati»,. quas ex
ipforum vorabiilorum (Tgnilicationc F manifeflafunt, falfitas illiui ftntentije
facilll- mc demoiiftia'iir.nam Aiiftot.poftquam dc-- clarauit, omnes
qajefliones efle vnius medij; qi#:lliones ,-proponitin fineillius primi ca-- t
pitis inueftigandtim, quomodo veniamns iti , cognitionem quid eft , an per
demonftratio- nem,an ptr ahquam aliam viam,& in hac de- cifando
veriarurvfq; ad 47; contextum. Vt^ igitur coneedamus, Ariftot. in totailla
pirte" ageie de medio, hocenirn nos quoque affe- ueiaiViUSjtamen clarum
eft, demedio iM ag.i' nqn p.t o u t vft m echfi , fcd p ro uc eft dctittitkr; ;
28? lacobi Zabarellae Patauini 2 « A nominauit qurefttonem quid eft * libris
logici. doceat Ariftoteles raerhni" 1 *Iiqi_am , qua. ducat in cognjt
loriCm quid eft,quando ignomut,ab% dubio I cam artem mancahi, atque
imp'erfefi7~!°^ 1 " didit eorum quate fl A modo confiderandi traftatioui
no- meii imponere eonuenit, Iiber ille dc defini- Eionc potius vocandu. eft,
quam demedio : quia de medio agitur vt ducente ad cogm- tionem quid
eft,proindequatenuseft defini- tio , non quatenus eft mediura . Prsterea tii-
plicem efle definitionemdocet ibi Ariftote- fes: alia naruqi.eft principium
deinonftratio- nis,alia eftdemoftrationi. conclufio, alia de- mum eft ipfamet
demonfttatto p_ fitione dif ferensademonftratione:dicaiitigtu;raduer- larij, fi
in eaparte de definitione agerttur quatenus eft medium , de quanam d ttitiitio-
neageretur? certe refponder.' coguntur, de illa.quac efi principiu
demonflrationis, idem enim eftprincipium dicere demonthationis, &medium
dcmonfirartoni., nec aha t arione definitio principium demoLirationts efl;:di-
citur, uifi quatenusefl ipiius medium; id ta- inen eft manifefle falfum, &
Anftoteli aduer- iatur,qui in illa parte ia context.41. aftem.fe C fiim : quod
abfutdum aufusVa conlteriA! quod qaidem abfiirdum ftneentk». fequitur, qui
dicunt Anftot.in r ecun doPoitenorum ij oro non agere de definiK ne nifi prout
eft medinm uemonftrat'nn °" nam meditim quatenuseft mediutn 11 6 B ftat
nobis aliam fcientiam, quam quod h " infitinilloAquamobreminfit.rednonq^
fit^hocemm f_pra.ftet,id facit quat.nXft dennmo , non quarenus eft medium : ete
0 r de definitkme agat Ariftotlcs eatantttrn ta tione.qua eft medium
demonft.a.ionis Oo l confiJerateam mfi vt nos ducitincognitiQ 11 nem
qu£fitorun.;complexorum Tg!turirift m ~ mettira , quo ducamur ad cognittonem qm
eft, de.idcra_ur,S.ab Anflot fuit pra.ter.nif non loqui de itla definitione ,
quje eft imme- diataj&demoftrationispiincipiumiSctotam illaro partetn
legentibus mat.ifeft.im eft, Ati- ftotclem confiderare definitionem, &
ipfum quid eft , prouteftignotum q^uoddam^quod fub quiftionem cadlt:illa vero
definitto,quse cftmedium 1 eftptincipium notum, Scinde- mcnftrabile. Sed
vtcunque res hxc fefeha- beat,ha.c cnimomnia in fequentibusdili- bertus in fuis
commentariis inPorphyriti« traftatu primo.capite quinto , dicens definj,
tionero a primo quidem philofopho confil derari, fedtamenalia
rationcetiamalogica efle eonfideratidam , nempe quatenus tradit cognitionem
quidefl,quam ttaaationenc" queab AriftoteIe,neq-,3b viio alio antiquol
rumFaftamreperiri, proinde dcfideratitn. ftationem logicam de modo definiendi :
vn. gentius expendentur, illud certum effede- D de fit, vt Anftoteies logicam
a.temtm-.etfe bet, Atiftotelem in totiillaparteioquide ea definitiottc , quK
eft demonftratio pofitione difFerens,non de illa, quse eft dcmonftratio-
nisprincipium : &hajequidem eft principiu ante demonftrationem cognitum;
illavero eftnaturaiiter ignota, & quaeritur,& exfaSa
dem6ftiationeextt2hicur,&innotefcit;qua~ re non ad demouftrationein
dirigitur,fed po tiiis demonftratto ad ipiam: qui igitur di-
aam,&macamtradiderit,8;partem eiusval" depr_efiantem,&precipuam
pr_rtermiferit. Cognouititaq; Albertus , tiattandum fui_ret_™«g ln Jogica de
definitione etiam qu3tcnase_li m ,i definttiojfed deceprus eft ,dum putauit.tra
xitin,. ctationemhancab Ariftotelc pr.TtermMram fuiffe,vcnospoftea
demonftrabtmus.Viden. tur etiam Ladni folam accidetiura coonitio-
nemrefpexiffe, dum folam de:noftra_ione_n cunc, agi in eapattede definitione prouteft
E in Pofterionbus Analyticis tradari aflerue- medtum, & proutdirieiturad
demoflratio nem,decipiuntur, & ilfana Ariftotelis ttaiSi- tiouem non
iatclliguac. Caput V. eiufdem fententuimpu- gntitw tertia. VE r v* M non modb
quid egerit Arifto- teles, fed etiam quid agere debuerit c6- fiderando,
poffurous aduerfus eam fcnten- tiam argumentari: arslogica, vt perfcftadi. ci
poffit, tradere nobis dcbecinfirumeina, fiue methodos , quibtts ad omnium
eorum, qus qu_cri,ac fciripoirutitjcognitioucm ptr, uenire poffimus : quajtuntur
autem tepe re. rum definitioues ignotas; imo inquit Arifto-
telesmultasdefinitiones vfque adeo eflei- gnorasjVtdemonftratione
indigeaut,quain- notefcant, proptereaetiam in principio fe- cundi libti
Pofteriorum Analyticorum inter iila, quac io fcie»tiis ignorari, & quasri
folt nt, runt: demonfttatione enim fola accidentia cognofcimus, non
rubftintiasitame rubfian, tias quoq;ignorari,& quseri contingit:quare ipfae
quoque inflrumctitologico egent, qit» innotefcant. Ratio tgitur nos faten
compeL lit.traftandaeffein l-ogicainftrumeta decla- rantia non modo
qu__;ftiones complexas,fed ettam qua.ft.onem quid efti& nttn folumad
acctdentium , veriirn etiam ad lubftantiarunt ' cognitionem conferentia:
attamen fi eorum fententiam admittamus.non tradidic Arifto- teles inftrumentum
ducens ad cognofcendii qnideft, neque inffrumentum id"oneuma4 fubftantias
notificandas, fed folum ad acct- dentia,&adfoIas quxiliones complcxas.
Caput VI. hi quo pcflermm felia argti- Tiienta proponuntur. ALt e'm m fententiam
plttrim: poffe. rioresrequunuir,quam Auerroiifuifl; profL ^ * „mvidetnrfe *f-
tionem effeinftiumentumfubftanti-ecogno r m.,-.*»-. fccnda-.videndum eft.quid
notnme fub._an- tixuitetUgsnt: fubftaiuianamq-.duobus mo disaccipiVolenquandoq.
figmficat pnmam ^ hbrowctarinenio vnquam ncgauit, B ?;Ca drfficukas manetir,
fecundo, an m ' \, dc.ur definitto vrinitmmenrum fub. tori*c"gnofcend*,.e
diftinaurna demon Sne- idco hanc partem pluribus argu. comprobare n.tuntur.
Pnmurn di- 22" p vnaquaq; re duo funt ad (ummnm, fiiobi' cognofcenda
proponuntur, fub- X .t.,fius tei 3c accide:)!ia propna.que tn ftiiuiaipnu- - fl
j ; ncx disacc.pi_o_et;quanaoq. ugjiwc» r ....»-- reittfunt vt " s W ka Je
_ C £a «goriam ab aliis nouem d.ft.naam.quw. ^f^.. u pnm» W D finttionem
declaratur, fiue de fubftantia,fiue de accidenteloquamur. demonfttationeve.
rbaccidentia cognofcimus non prout feotn- dum fe conftderantur, fed prout
accidentia funt, id eft prout alteri vt fbbieito inharrent; quid enim fit
gencratio,definitione fignifica- tnus, vtrum aut?m in eorporibus naturalibu*
fnfit, velcurinfifjdernonftratione; hscete* C ntm accidentium fcientiam tradit
prout al. rteriaceidunt, definitiovcrb eorum eilenttam.
declararproucfimpliciterproponunturrideo teftc dicitur definitionem qua»ftioni
firapli. ti fatisfacere , demotiftrationem vero cotn. plexa;- Preterea fi in
fesundo Potlciioium ;iibio de Definitionc ageietur tanquam de .altero
inftrumento re diftin&o a demonfira- tione,IiberPofteriorum non efietvnus
liber': deiruiuoJfit demonftratij pofitiorie a S* l ' rens, ckidenircquod
Jemotifiratio " pemtus diftma*fi 1 it,fiquidefubft ai ,.V I iUum : 1 '■
efldcmonftratio: «iilcrtiiit aute,n& finis.Sc rationx formx, : eo ;nirn amh
" propofitiones.es; nftant: m2teri3 \\iu defini tionis funt partes ipfa,quxin
dcfinitionefn ' muntur: at non pereandem caufam mediarri
accidentiademoi)itiantur,perquam fub(W tiadefimtur; vult enim Aiuttocs medifl^»
monftrationis rarb efle definitionem ftibie!! fti,£i vtplurimum eflealteif
accidens, q Qo i alterius accidentis caufaef;:e:{ caJcm iaj tllP matetia non
conflattn deSnitio fu.--'jntjc, tx quafit demonllratio accidenti'-: i;iomii«Lus
i»^Hjir4/(j. inftrumentafunt, vt fit etiam vnum, Sed qui hoc Jicuntjptcptium
dogma euertunt,& pu- gnanttadicunt: priiis enim dixetant.demon- quatenus
fub vno cnmmuni Si nere,quoda- nalogum vocant, comintntuj; cft emm cont. mune
vtriufque genus inilriip-.eiuuin fcicn. di : fic autem vna tftmtencio Ariftot.
docere jnftrum.entum peiiict.c (Vifmtx sctjuiredj, cjuoJ pofteain tiuas
fpejcsti mriitur,in de. monfttatior er dcrinitioucm. llxc quoq; refponfio vana,
fk comm t u:iri.t eft; quoniani Anft. nullum ronfideraiiit demotiftrationis E
geniis, nifi fvllfigifmurr., vtpatet Icgentibus itiitium primilib. Priorum
Aualyticoruoi, & initium capitts de prima figura in eodemlL bro:in fecundo
etiam c:'pnc :ib i. 1'ufteriotiL in definitione demoiifti-arionis nonacctpit
inftrumentum loco genei is.fe^ lyHogifmutn: 5c in fecundo libro deii, ic„s
Jinitioneni fu m pfit p i o gen e e o . :iti (; n = m , ii 6 i it ili umeu tum:erattamen
accipiendum loftrumeiituni invttiufque definitione, fi vtraguc.vtfpeciej
ftiationem, ac definitionem efre duoinfttu- F inftrumenti coufideraturTeJ
reuer3Comina> mentarediftinfta, poftea verb dicunt cflev- itum re. Praterea
non funt boni Auerroifta?, vtfeeffe hacin re proritentur. neque ea, qt;a: ab
Afiftot.infecundohb.Pofterioiurn dicun. I tur,intelligfit-Auerroes enim iu
prkno cora- , nient. lib. 6. Metaphyfie. clara voce teflatur, cam
definitionetD,qua: eftdemonftratro po- fitione differens , non eflefubftantiae
defini. tionem, fedaccidentis: &h3ec eft Ariftotelis fententia in fecundo
Pofieriomm manife- fiii1ima:quare dc defiuidonc fubftitix haufi- neomnium
logicor um infti-umentotora ge-» nus apud Ariftoteiem tft fy']og!fmus, vt an-
tea Jemonftrauimus. & vt ex Jcfinitione de. monftiationis nianif.Jfc
colligiinu*; quum@ gitu r fu b vn o senere d t fi n tt i o n o n c ontinaM
tur,non eftinftrumentum k^icuniTjideo Ati. ftot. in-contextu centcfiino ftcnnJi
lib. To. ftetiorum epilogo coliigcns omma,qtrae in \u bris Analyticis docuerat,
nullam fccit definu tionis mentionem.fed fdlum fv]!ogifmtim,ffl
demotiftratiouem iiominautti tatuiuam se- nui.Se. 289 deMethodis, Lib.IV. 290 *
m • oobdfilneo ftcamib libro A fi nullum in eo libro locum inuenenmus , in n us
& tracbffet tanquam de fpecie quo Anfl otelrs de definiiiot.e agar.vt de
;n- ,je De- m jjflj nCxa 3dcmoiifliatione,eim iliumento ducente ad
cognitionemqiiid.it, ^ rUll !VvnHriicrein*illo cpilogo debuifTet, hoc vno
aigumento eafententia fatisfuptiq; ... cxpriincrei ^Y.pfum c.mmune vtmifque
genusin- fcWenwrn. de quoctiam al.quaprius t.a 1 , il
c_an-4a-fp^iesaccederer,qucmad P .tametiapnusile ryllogifn.o egir, qu.im
gnitionem qutd eit, conhc 1110 , nftratione. Sed certe demonftratio * qua.nam
iit illa via,&de qt confutata cnt: Anftoteles ab initio eius Ubri
vrqueadconttxt.47-dili£etcm traclationcm 7 '-""^»- facit de
definitione, & de via ducente ad co. •**" gnitionem quid eft, confiderandu i^itur
^tf'^ p"a)' t nftratione. Sed certe uemonnrariu * quasnam fir ilia
via^&de quanam dtiinitione ' " Ww"' l 4 rfimuoniillumi
1;il,cntcolr,,nune g tnus ' l°q"3«urin " parte Ariftotelesjcerte vcl
cc;- *bft,tu mt flimum,o.ari-.ne_n, Vt iignificant £ cus infpicere
poi]'et,totam illarn traftatiorte efle dedcfinitione accidentium , non de de-
ruii renmt tells incontcxru 45. irj.i*.* u- ^J' ftenotum.de quaet.am
a!iqu»di*ttAr.ftotc- tcsinprintipioltb. de Interpret-ttoi^qua- rVfi
inftturn-entum fetendl putaiTctefle tatu- rieoiproxrmum genus.multd magis
deipfo, auarti deorattoneloqui drbuifl-f, genus e. nirn p: ox. m u m pi i n ci
pal i u s eft, § 101.0111 m : * oratio no« fo!u ' n aLogtco, - j" "r
nuTro folo cofideraii poteft: propterea cfctntia_, imoeius confiderationem
reiicit in aiJLU a ._ rtf™.,™ _,ft ..__.,._..-..., h,:_ , bntm vnum conflituere
no poflcnt.Pia^terea jj taphyficorum: fimiliter clarum eft, viam dtw imt PtSt.
icprfhcnfione dignus eflet Ariftoteles, qui in frcunito iilo libio fibi
proponens de defi- nitioneagendum,tanquam de altero inftru. mento penitus
difimcto a dtmonfttatrone, fspius in co libio ad tta£tatione demonftia-
tionisrenerritur,c>: has traclationei confun- dit.puftqua enim longo fetmone
egit in fccu dolrtiro de Definitioue,ad demoftrationem redit.&docet,
quomodo ipfius medium pof fiteirequodiibetexquatuor generibus cau.
farum.deindeitcrum ad definitionem teuer titu-, pofte3 iterum ad demonftrationc
: de- builU-temmim.lib.totum de demonftratio nefermorrem abfolucre: deinde in
fecimdo reorfum Jc dcfiiiltlone loqui,fi duo iirftin£ta inftrumenrafunt.qutmadmodutrftlli
trafla. ridirunt: quantditticultatcm non effugiunt nonnulli,qui aicunt
defmitionem tractaii in x.lib.vt initrumentu re diftinftum l demon-
ftratione.non tamsn vtinftrumentum fubflS ] ux tantum cognofcetidar, fed
fimpliciter vt inftrumetum cognofcendi quid eft firje fub- ftantiarLm.fiuc
accidentium; hi namq; mul- to mirsus peccant,fedtamen ipfi quoq; deci-t
piunturrquia defiuitio vt inftrumentum ca^ gn jfctndi quid eftin eo litsro no
confldera. tur.vcarguaientft modbfirSum ,& alia prius 1 addufta demonftiat.Sedhuius
f^ntentia; fal litasnon poteft clarius & cfficaciusoftendi,cJ totum ilium
Tecundum librum peicurrendo, & iingulai piit.es bieuiterexpendendo.nam
centem ad tognoicendu quid eftin arciden- tibus non efte definitionem, fed
demonftra. tionem. in fine enim i.cap. proponit Anfto- teles
declarandum,quomodo perdemonftra tionem declareturquid eft &in cotextu 47.
epilogum facienscolligit,fe declaraile, quo_ modo fitdemSftiatio ipfiu 1 quid
fft,& quo- modo quodquid eft monfttftur- fedtotam illam pattcm Ugentibus
manifeftum eft, A- E riftotelem nil ahud cocere, quim quomodo d£monitratio
ducat ad cognitioneni ipfius quideft: noneftigitur definitio inftrumen- ttim
ducens ad cognofcendum quideft, fed demor.fttatio.Deinde Ariftotelcs in contex-
tu 48 inciprr. tract:itionem de gencribuscau. farum,& docer,torti quodlihet
pcfle in de» monftratione medium effe:&M eacanfarum confideratione
vcrfaturvique ad contextum 68. qui tota trattatio abfque vllodubio de F
demonftratione eft : quia nihil ibi diciturde deritiitione. Poftea in contex.
fumquideft,&vena:i definitioncm idem Cap.UX. tnquo ojlmditur eam fen~
tentiam Auerroi qmqtte adnerfari. POsteaq^vam Jogma illud de d;fi ttone ab
Anftoteie ahenifTinifi effe de- inonftrauimus, nuncab Auerioe t|i!Qct,a|ie*
numeffcoitendamus:fententi;i Autrroij J| in mulrislocis, quod pnmus
Poftciiotuai li ber ad fecundun) dingatur, & demonftratji piopter
definitionsm traftetur,vtlegeietft ■ Qm commenrario vndecimo prinii Pofterio.
rum, & j n 3 S . fecundi, & iu Fpicome logices in capite de
demonftnitiunt , ,& inqua?ftionU bui iogicis.qUEEflione dccinia-arqui
Jcn>on. ftrario ad definitionem fubftanris nd diriei. tur, quu ad eam nihtl
penitus cuTerat, quaru doquidcm ad folam accidentium cognitiorje vJ conJuclt :
fed potiu^j; cc.nrrario dtfiriitio fubftantia? ipfi dcmonftrationi inferuit,
eam dtrigitufjtanquam eius principiurmita. J ^ » " — - 1 —- ^ r 1 |* *m
»ij , nenificant:quarenihil vauiuseft, nihtlab A- D quehune in modum
argumentemurilla de- riftotele alienius,q .itcere deflnitionem effe methodum
&infirumentum,quoipfe inea patte docetvenariprasdicata in quici , vt pa-
tettu legentib. verba Ariftotelis in eoloco, tum rem ipfam perfe
conffdcratibusiergo in caquoq; parte,q.ua;a conrex.69.vfq; au 84. protenditur,
manifeftum eft, tu Aiiftotelem non loqui de fola definitionefubflatise, tum
etiam non ccfhuderare definitionem vtmc- finitio in fccundo libro Pofteriotum
tracla- tur.adquam dirigitur tiaflatio de demon- ftratione tn ptimo, fed ad
iubftantia; tkfinL tionem non ditigiturdemonftratio; ergo f«. ' cunduslibernon
cft de definitione fubftan. tiar.fed eftpotitiii de ds.finnione accidentis;-^
adhancenimditigttur demoi;ftratio,tamen reipfaabeanon diftinguitar: quia
differurif ' folaterminorumpo/itione; quum igiturne- ihodum &inftnimcntu,quo
vencmuripfum E qtte addefinitioncm fubftaricie; dirigaturde- quid
eft.Hincfequitur, nullum cffe locum in «oa.libro, inquo Ariftoteles de
dcfiaitione fubflatiaefeorfum loquatur: &nullum etiam efle locum, in quo
eonfideret definitionem Trinftrumentum ducens ad cognitionc m i- pffus quid
eft:quiapoftilium corit&ytum 84. vfque id finem libri nil amplitui dicit de
de- finitione, rbi enim ad demonftrationem re-
uertitur,&loquiturdeicietiaipfius,proprer rnonftiatiOjneq; ad definitionem
late acce. ptam,qu3e &definitionemfubftantia?j&dft. finitionem
accidenris compleclatur, feciai folam aceidetis definitionem, feq.uitur qucfi
Auerroes no exiftimauit traftariin coffcun. do.libro ^efinitiontm vt
inftremcntumco. gnofceiica: fubftantia:,neque vt jnftrtimerl, tutncognofcendi
quid eft,gerietaliter furne- do quid eft tam fubftantjafu, quam accideif quid
cftpercogQitionera caute vfque adce- F tinm. neque vc inftrumentum diftinftumFC
tcftmum contextum, in quo Epilogum facit, & dicit fc de /yfiogifmo ac
demonfiratione aocuifie.dc definitione autenifitl dicit;quia rilJ^T U m n i ^
fi (1 17 frt n & 1 A i I titfVl Inmn. .'i' a demonftiacione: quiadefimtio
accidentis re non diftinguitura demonftratione: imbrl diftosAuertois locos
legamus,vult AucrroM leuera omnia.quaevfque.aj illum loeum tid- ipfam
potiusdemonflrationem eiTc inftru- — J J t\ . _ _ . ■ .. . .1 1 r- 1 -. fi
cuerat,ad demonftiationeiii pettinueranr,vt niox claiius oftencfemus.Demumin
poftre- ino capiteeius fecnndi Iibriioquitur Ait/io- tcles de prineipiis, ae
cie eorum eognttione, & deciarat, qua via fitin nobis acquifita pri- morum
principiorum notitia, &viam dicit we induiaioaem, Faffaeftignur)
&abAri- mentumdueensad cognofcenctum quid eff» 1 quam definitionem: nifi
dicamus.definitte^ nem ipfam accidentts eatenus efte inftiume- tum,quatenus
tftidem te,quod demonftra- tio; ficaurem n5duo erum inflmmenta, fed ■Q"
vnum, quemadmoduns infra declaiabimus. M Verumad hocargumentu aiitjui
reipondint' noH 295 dcMethodis, Lib. IV. rr,iu vtftosputamus,intelligendaA. A
00,1 ^.V.rba,quando dic.t.dcmoftratiouem r , rdehnitionem:non enim fign.fka.e
^?-r_aationem demonftra.ioms efle gra red demolrrationem eile m. ^en "m
dimtfone P r*ftauuo- :q««w ? rt £ plu«in aliqua d.rcpl.na rraCUn- d0 n, • n
vnum eft nobihus cstens.dice- auodaliorum preftantiffimum 'II UiliS t' 1 ' ' .
.1 • .i) .*irinn6 fic prooter tractationemB fT m ^SZ Juara vana fit , darum
SeSX» omn.bus memoratisloc.,: non . definkipnem effe demon. S&ftra.ioncm
efiftruont , effe «tra-too- C arfnitioi.ii , fccogn.noncm qu.deft :
Tlm.giturfunt Auerro.s verba, & ipl.us fen • « _h eo'um dosmate ahenifTimam
ef- B m oSt«« Pr.LeainruaPr^atione n rimum librum Poftcr.orum, Aueiroes ra
f/nem redJens.cur Ariftoteks mvno & «o- d!ra lib de dem". ftr-none ,
ac de defimoone thaauerit, inquit, no t£fe inter easraagnum 294 pter quid
cft,iu fecun.o autcm quatenu. tra- dunt ctiam cognitiorem quid eft. Dicant er.
go hi Auerroiftx.art Aucrroes intelligat pro- pofitiones necefiVias traaari w
eo fecundo libro , prout funt d.fiiiittones fubieai,--. ac- cident.s: fi
fubieai.adueifantur Auerroi,qui in pr.mo libro Poft-riorum,comnietariovn-
decimo, &in t_ua:ftione fuade medio demo- tirationis confutat corL.in
fenceiuiam.qui di- cunt, medium effc definitionem fubiefti ,&
probateiledefini:ioner_i femper, & exnecef- litate mai oris extremi.non
minotis,nifi raro, &cxaccidenti: atqui dum dicimus ptopofi- tionts
demonftrationis , dicimus terminum medium, vt fupra cotra Lstinos oftendimus,
flcYtifti quoquc Aiiertoifta;contraeofdcm difputando confitei.tur,& fumunt
: reuerac- nim praeter maius Scminus extremum nihil eft in propofi .iombus,
nifi medithergo tju». rtte ars propofiticmes fint defimrio maioris, an mitioris
extremi , ni! sliud efi*qu_,m qua:- rerc an medium ftt dehnitto huius, vel
illtus; quando igitur Auerroes dicit propofitiones, qu^materiademonflritionis
funt 5 confidc- tati mfecundo libro Pofteriorum.prout func definitiones, &
ducunt ad cognnfccndum quid eft, intelligit accidentis, no fubieaiier- go non
cftverum , quod in eo fecundo libro fccunduro Auerroem traftetur definitio vt
eft inftrumentum fubftantiae cognofcend», . . __. I _«. .-, _- 'nj.nnr^nrl I /
1 1 S 1 A pfl : 11 I1 1 1 T^X^ZZ D «q« genS^oicendi qu.d eft.oui,
tfc.imeri,quoU a.ueno , j _.,.-,„ .. j,fi n itionemrubfianti» nulla
tanoncretpe- , u . poftuhuerit : fed hoc Auerro.s dichim de arfoitione
rubftantiat minime verumeft : hsc enim , vt anrea ofteud.mus , eft d.uerfa
penitusadenionftiat.onei crgo hascnon elt iUadefinitio, dequaputat Auerroes
Anlto- telemaoete in [ecutido Pofteriorum ^necjue etiam p = v:tac traaan ineo
libro alterumin- ftrumentum re diftmaum a demonftratio- ne , fcd potius idem te
, d.ffetens autem folo ll_;LJUtg(_Jii%.i*iai.Vi - -j jl definitionemrubftantia-
nulla tanonc rePpe- xitAuerroes, in declatando Ariftoielisfco- poin illofecuntlo
libro, fed folam definitio- nem accidentis ! non eft et.am verura , quod
Auerroes pntet, defir.ittonem ibi ttaaari vC inftrumentum re diftinaum
idcmonftratio- nc.quumenimdicat, eafdem propofitionei
demonftiationisducereadcognofccndum & propter quideft, & quid cft,
dicitvnum in. n, r- ,i 'lotiu-; idem te, u.tteiens autem ioio propici
^u>" ~> i~- - . . SSfa A iaqooquevferbafuntio E ftrumcntum effe ,
quodvttamque cogmtio unrnnorumnu. " 1 H H _ „,„„j„ nra ,ft_. . & vocatur
tum Jcmonitratic VLIIIIIHV.U • - 4 A eoproormicAuetroi^ expendenda, quando
d.ctf, poflquam t-uftoseles in Pnonbus A- naJyttcis egit de
formadcmonftrationis, vult inl'ofterioribusageiedeeiusmateria:mate- ria auttm
deniotifitationis funt propoficio- nes vetat , qua: quidcm& in primo ,
&in fe- cunda libro Pofteriorum ftnalyticorum con-
_Tdeiantur,aliatamen,&a!iaratioiie:in pri- mo quidem quatenus ducunt
hominem ad vertficatiantmperfeaam, in iecund. autem F quatenus fiint
definitiones , & ducunt homi- nem ad pcrfeftam forrnationem : eftautem
veiificatio apud Auerroem cognitio quxfi- torum complexorum,qit^
perdcmonfiiat.o- c. nem, quatenus demonfttatio eft,innotcfcut:^ foimatioverb
eft coceptia natur_r,fiue quid- ditatiSjqu^ per defiiirctoriem fignificatur:f-n
tentia igicur Aueirois eft, quoJ propofitio- nesvetx, id eft,neceifarij_ tam iu
piimo,qin fecundo Pofterlorum libro ttaftentur,red io primo quatenus ducutad
cognttianem pro- nem pracftat, & vocatur tum «lemonitratio, tum definitio :
vt ipfe quoque Ariftoteles af- ferit in comext.4f . fecutidi Pofteriorum,&
Vt nos poftea declarabimus. Caf. I X. quodnamjit Arijlotelit ce*~ filtum in
VojieTiortbus AnaMicif: PO s _ o_v (t m .liorumfententijsreiect- mus,
adveritatis declar ationem accede- dumeft,Tttum pcrca, qua. de methodisdo.
Cgimus, adcognofcendam Ariftotelts men- tem ducamur : tum viciffim ti aftatione
Ari- ftotcHsintellecta fenreniiam noftram de me. thodis tanti viri teftimonio
mirifice com- ptobemus : etenim ea inftrtimetafciendi tra- aauit Ariflotelcs ,
qus traaare debuit, & ea modo ,quo debuic. lam oftendimus, duas taiitiim
cari methodos, feu duoinftrumenta fcicndi , methodum demonftratiuam, & me.
k -- Iacobi Zabarcllae Patauini 29j th jdum refi.lutiuam^ quxferua eftmethodi A
vt cauf_.funt , natuialiter notx funt (C demouftiatiiia:: quoniam rcfolutio
ficp.o. verojVteifeauSjnataraliterignoti-iliud " S ttuA metbo pur
compofitionem , vtiiJi principiafubmi. niftret : oprime igiturfecit
AiiftoteIes,quim Pofteriorib 5 Analyticis duas tantuni m ctho- dos
tradidic,demonftratiuam &refolutiuam; d*, tri8 a „ i r demQn&t!itl
" 3in ^ 1 "^ 111 prim2ri6,rcfolu- fri«UHi,tf
tiuamautemfecijdario.&proutpendetade- /tknk/d r„i monftratiua:propterea dum
pretipuum Ari- fkaaUUrii , ftotelis feopum fpe_tamt!s, re&e dicimus , v-
Ham efle vtriufque Pofteriorum libri fubie-
dammatetiam.demonftrationepotiflmiam: ideb Ariftoteles tn principiop.imi libri
Pi io- rum AnaJyttcorum prcponere nobisv.lens finem omnium Jibrorum Analyricoi
um , v- nicum propofiuc, demonftratiuam i.icthri- dum: & in epilogo in
calee f.cundi Pefte- riorum eam vnam colkgit, demahodoau- tem lefolutiua nfhil
dixinqma eatu lecunda- rio confiderauir, quirenus dirigitur adde .__„,„_„.., „
_... 5 .._. ----- .."^..._-, __ui__ lt _penoDis elleincosnita
monftratlua^iiJO fit, vt appeiiationc demon- C eftedus verb fcnfiles &
notos.h-rc etiim _ff ftratiujre foluiiua quoque cotnp: ehenJatui, lltjtii d_.j.
perfecta traSatio de methodo de- monftiariua eaomnia compleftitur,que spfi
dfinonllratiua; methodo iuferuiunt, acne- ceflariafunr. Qunmuis igitur noii
vBaro me« thodum traoflbtn,ii,fiexc 0 1nT^S: tione caufniuni , licutineoue efft
finecaufi ' iutspofrunt^giturignotifecundumrtiamn.
turamdicuntur:necpciturl)3renosd{bet i videamus, eaufas fipenobis efle
incosnita? ftuum cognttio abfque caufarum coEnitioni debih. &impeifcda tft
: & pJurimuintcitfl • quahfnam fit noftta coguitio, & quahfn.n,'
eHedebcretieftquidcmimpeirefta,^-,™ itatu ignorantia- iumus conilituti ,
aeif.au, fine caufis cognofcimus: fcd tamen itaaflei+i elledeberemus.vtpriu.
csufas.a effcttusto gnorceremus, & „ caufis art effedus naturam imitando
progrederemur:ideo qnando dici Dmus,caul.s cifenaturaiitei notas,rff.ausve.
rbnaturjliter ignotos, no iiitellrgraun ne.er ftnum eiie vt id fempe,
eueniat.vcpniis ta U - fts,quam effcc"tus J & excauii. elF. a , s
C()nr)0#i fcamusifedfoJam fpettando neifectam &di- ftinftam cogniciontm
fignifica ie voliimii* talemeiTecaufarum naturam qu..tentis caufe fum , &
efteduum au3tcni!s iunt efTtclus. vt prius, & magis caufas, quam tfft.dus
co^no. ftcre deberem u s , qu s ftc t op t, ma , & rriaxi_ , _r r ~" •
H"" u »"■■ "'" t,c "'->.qu3:
tiictoptima.Simaxi. dixiHtt, fi putaffct defimtionem quoquevt E me perfecla
fcientia,ipfiq ; rerum njturecon mltrumentum fciend inflrumentum fciendi
confiderari: ea enim effet infiiumentum demonftratione pra:fta_ j tius, vtetiam
Auerroift* omnesaffereie vi «Jentut. Caput X. in quoratlo conftlij Arifla-
telis exponitur. y~tA_TERv v w -ttum horum omnium ra s . ..,, r .,^, , L111 i,i
iuiihc con. Ientanea,fiqu,dem diflinda caufarum o eni. tio a diftinaa effeauum
eognicioncnon pen dct, fed effc_iuumd fiin6a co^nitiobaheri nonpoteii, mfiprius
caufa: ipfo^rum iici.an. tur. Ariftoteles igiiuc tradett nobis vuledii methodum
& inflrsime ntum . quoadrerum cognmonfcmducercmur. perfeium cogni- tlonem pnmarib
refpexit.S; primanb dicere voluit mftrumentum ilIud,quod naiuraltm ffTH ft r- r
"t I ri » I — v-, \ J _ __ ____*_ __ i . .- ■ . , ruiu.i iiuiruniElJt-m 1
Ufl.quod rjtu;a cm tionem habeamus.tum ea, qua; duenda F rerfi ord.neimitando
perfeftam nob S3 manent, intelligamus , fciendum eftquod ^potiflima
demonftratio optimam nobisre- rum fcientiam tradit; feriem enimrerum na.
turalem imitatur, d. facit aos ita rcs cogno-" feere,vtfunt,
-.vtcognofcenda; funt: ea eft rerum ferits naturalis, vteaufa priorfiteffc- Ou;
natuta enim ex caufis effedus pioducic exeaufarum igitur eognitione ii .ffeauum
fcientiam eoiifi.quamui,methodo vtimtir re- rum natuia: confent_nta.& 3
notis ad ia no ta fecundiunnatmam piogredimutiquia caufe. r ,1 .yu Jtiuj. tiatn
traderet , qua ita res cosnofceremus,vt cognorcenda. ftint:inqua fua
Dtimariatra. aationenonrefpexitingeirii nofiri imbecil- ttatem.quicauras,
aquibusprogreditiidiim iikt.nepenumeroignorsmus.feci folumqttS Aamfii methodus
peifeflam fcientiam tr£ dens,cc.ni?Jer3uit.Haiicf_ntenuam opiiine expicfiic
Themifiiuv in deeJaratione il!otu«i vetborom j.capitislibn i.PofterioiC vtr»
& n9tit.ru dup(Uiier.-\ vidcns en :ni A . iflo telem fdtta ilia ptions
& notiou. diftjndio- ne non 297 deMethodis, Lib. IV. m fhbiunxifle, Vtro duorum
modoruni A non habeit,vt aflerit Ariftoteles in contextn 5,1 ia
demonftratiotiis piiora & notiora ^i.fecuudi Iibrt l'ofteriorum,ideoque
dixit, &X*annobis*n omma, hocipfe expli- !r. JnIoit,inquiens pnncipia
notiora efie ^hVre no nob.s.fcd uaturaiquoniamautem i^icere aliquis
poterat.ergo ab ignotis pro- ° fvmur quod tamen diccndu.n elfe non K I u
"qu«doqnid«p Jemonftratio mftru ojrnofcamus.nonvtnatura cognoicat.
";. rae %,mncquedemonft:atjneq ; cogno- r it fed nos fumus, qui
demonitiationecx- lr .imus.vt fcienttam adipifcamunad hoc rc- r ■ ondet
ihemiftius.demonftrationem non ngini; nollri infirmitatem, fed folam verita
ftijfenteni Jhj ramefunimopere probatur, &doaiiii
maacveriffimacflevidetur.&AnlVotelima- jjmcconfentanca, qui
quumnotioradiftin- xerir dicensa!ianobis,ali3nfturanotioracf- fe certe alterum
membrum reiefto altero ac eipiedumeirevoluit;atquiilludminime fu- incndum
cft.quod fint priora & notiora no- bis non naturs: fiquidem principia
debcnt effc caof3t;crgo alterum,quod natura,n6no bis. Voluitigitur fignificare
ThemiftiuSj g> Ariftotelej docensinftrumentumjquaresi- gnotasindagare &
fcire poffiraliSjnon refpe. xitjkiuomodo nos aftefli fimus, fed quomo-
dosffe&i effe deberemus, nequeideo negat pr:^cipia nobtsnotaefle debere,
quia velit eanobis effe incognit»-, fednegat eanobis jiDtioratffe.vt in ftatu
imperfcaionis&igno taotiai conftitutis, &vult effe nobis notiora,
vtnatiiramimitantibus in rerum cognitione perueltiganda;hacautemratione toram
co- gnitiouem nobistribuit Ariftoteles, nonna- turae, vrillius diftinftionis
hiclit fenfus : alil dehnitionem fubftantia: non poffe demon- ftrari: quiaquod
caufam non habet, non eft denionftrabile : fubftantia igitur fecundiim naturam,
&fecundumeffenciam fuamnota dicitur: quia ab externa caufa non peridet:
propterea Ariftoteles in toto primoPofte- rioium libro,quando de definitione
fubftan- tiieloquitur,fcmper ea numeratinprincipiis B p ie notis,qua: fecundum
nacuram demoftra cionenon egent: itaque vaniflima cft eorum
fententia,quipraecipuum Ariftotelis fcapum effe arbitrantur,docere mftrumftum
cogno- fcendat fubftatizr,quandoquidem dum prs- cipuum eius fcopumrefptcimus,
fubftantia proponitur, vtprincipinm nottim , Sinullo inftrumento
eget,vtcognofcatur.Sedquam. f*£»Vnra pri- A inferifiles funt:quum enim
eafitnofha niariam intentionem caput illudincalce ii. bricoIlocans,tanquam
fecundaria tractatio- ne ad arti* perr'eetionem,& ad doftnne abu- dantiam
adicftum.De eadem locutus eft et- iam in tod cm fecundo libro,quado raodum
docuitvenidi ea, qur prxdicantur in quid, &definitionem eiTentialem
coF.ftituunt, vt mox declarabimus. Ha?c dicuntur ab Anfto-
teleinPofterioribusAnalyticisdevtraq, me-
thodorefohitiua:reliquaomnia,qu;etumin B confufam; diftmcraenim co primo,tu
infeeundo hbio tractantur, ad de- monttratiuam methodum perrin£nr,quxin fttoque
libio piimaria eft, vt memoratum procemium & epilogus majifefte declarant.
300 r — § l, irioire» fii onginf ducat,iHud omne, quod ftnfurl gnofcino
potelt,etiani{T principiurn & cauft aliquafuerit.ignorum nobisf C cund um '
turam dicitur, &ex alto cognofcitur, liri, fjmplieiter, &fecuudiUi
propnam iiattji a J anullopendeat, & t* fe cognotibilelrt. Efi demfenfum
aliis vr/bis referemus,Gdiftj||. guamus cognitionem noftram diftinaatn &
confufam; diftinftaemm cognititfac orniiia piincipiafuntnota fecur.diim
natura^quam. uicabfcondita & inlenlibiliafint : & omnes effectusfccudum
natuia funtignoci, etjamfi fenfiles fit]t;At!ideeonfuOnolira cooni [m Caput XI.
fohttio dubij deneto cr ignoto fecmdum nn- turam* ADvEitsvs ea,qux diximus,
dubium noleuc oritur:antea enim quum difcri- men intet demonftrationem
aheffeftu, & induttionem declararemus , dixinitis llla principia induftione
cognofci,qux fimtno- ta fecundurn naturam,hoceft,que.ex feipfis, nonex
aliocognofcibilia- Tunt: demonftra- ti onc autem ab cffectu illa principia
dedara- ri,quejgnotafe£undum naturam funt.&per o ni tio. ne !ij,qua
tationecaufgaliqua: di- «mturnobis ignoti fecundum natuia: quta •Tslmie.
cognttaeriripfa methodorum natura.Qjiotf igitur in iis libns fraftetut definitio
, omner Vtrmfq; fefta; jinrerpretes concefTere.ftd de ratione huius
traftationis, ac dc ii.t;;)ciea« Ariftoteliidubiu cil.quu aht eam vt demont
ilrationismedium,a!ij vtinffrunieutu fcieai di a demonftratinne diftirjfTum
traji»mii t cedere.cj definitio ca ratiorie i Mctaphynco /mM M
c6Gderetur,qLtatenus figtiiticat quidcitatej '*/«4 rerum,idt]iapud AueToeaperte
le^imus io, comm.42.lib. 7. Mctaph.eft igitur coonofce- dum, quidnam
litdefiniticnem conf::crari, vtfignificatricem quidditatis: mihiquideal
videtur,nilaliud elTejfjconfidersri vt dcfini* tio eft.namdefinitio ab
Ariftoreic ita defitiiv • tur,definitioeftoratio ligniffcans quid. aua- re Ci d
Metaphj lico confider3tur vt figniricis quidditates reiu,certe confideratur vt
eftde- 3 iinitio; quomam autEm definitio eft ora- tio fignificans quid eft, Sc
oratio omnis,quc- 3 imodum 5c omne nomc,& on>>:c verbnm,
e.4initrumentum, quo conceBtiones animi ftgnificamusfequicurcv clerinitio,
vtcft dtfi- uitio, &vteftoi3tio (fgnitic.i; ciuiddtcatem, y eftinftrumentum
fignificans ciiviidlr.item, quam aninio concipimus: Scdctjriitiot-e co-
iiderari a ptimo Philofopho.vrfignificantein q.uidditai- 1 30t CJ.IH
deMethodis, Lib. IV. 304 ,. ffl eOcamconfideraK vtin- A nem referatai .
Qnalitautcm fithaec reia_io> t**»m>$» ram.c-na.uihu,, & u.rcurrenti-
; , „oto ad ig-otum,hec enrm func inftro- ntI
!_-ica,"tantcadcmonftrauirmis:di- j£ut q«"K Philof-phus agere vult de
quid- tne ■ -*> rint' -.r.tibui tcru.ii, & datur. nam quatrerequid
resfic, nilaliud eft.quim eius dcfiniiione in- dagare: quomodo autem haecomnia
ftleha- -erioit;-nietat?gnific5di conc mj
neetamrneftattifexinftrumentalis-dici. C beant,manifcftum fiet,fi omnes
definitioni» ma^ iuque definttionem conSderarta Meta- fpecics fingillatim
confiderauerimus,& fin- •.huiico DTOUr eitiniltumeniu (igniScans re-
gularum rcfpeftum ad demonfirationem , Sc , •* '•
rumquiJ-iitatcs.neq.hocnirentcsinabfur- dititem vliam incidimus. Hacigitur
cadem ad logicas methodos declaraucrimus. -ratione fi etisni a Logico d;
fimtionem con- fiieran dixctimus , abfq-, dubio logicam cum
mctaphyficscoftdetationem confundemus ; quoJminimefaciendumeft.Sedneq,dicf re
poil-nius.earn _ Logico confiderari vt inftru- mentum notificandi rem ignotsm ,
a Meta- D \ TT hac inre irebus definitistanquitli'- phvfico autem vt inftrumentum
fignificandi V "otioribuirprogrediatnur^omue, quod Cap. XUl. quaratione
definitio fub. jtantiit in libris Analjticit (onftdtretur. phj quiJditatcm ,
quandoqutdem dchnitioncm initrdrnentu notifica«jdi non cffeiam in prar-
eedcntibusfu^e dcmonftrauimus. Quoniaru igiturnd eonfiderat Logicusnifi
inftrumen- ta notifirandi, &ta!e inftiumentum noneflr
*definitio,relinquituream nulla ratione poffe JLogicoconfidcrari , nif! prout
ad logica in- ftiumentarelationem altquam habet , vel ad definitur,aut efl fubitantia,
autaccidens, vt nomine fubftanrie; ilia omnia complectamur, qu aMofcten tiii vt
altcn fabftrata . & fubieda coritflBcantur-cknomineaccidentisea , qu»
confiderantur vtalccriinhjrentia.quffolent vocari pafnonesjfiueaffectiones
:propterea magnitudines&numeri.quz in fcier.tiisma- tbematicis habent Iocum
fubie-ti , de qiio eorumcoanitionem,vtltraditionemaliqua E aftetftiones
demonftrantur, licet fimpliciter ntione confert: quum enim loeicafit difci
plinainttrum.talis.nildebet confiderare,nifi inftrumeta fciendi,vel ea, qua; ad
inftrumen- ta fciendi aliquo modo rtferStur, atque p er- tiotant: id autcm
Aiiftoteles tpfc manifeftif- fiTie pronuncnuit , tum in primo, tum in fe>
cundo Poftcnorum Iibto,quando dixit,om- nem detinitioTieaut principium effe nemon-
ftVationii , aut condufione demonftrationis, accidentiafint.tamen fubftantix
nomine co- prchendcntur : idcb Ariftoteles incontextu 178. primi libri
Pofteriorum vnitatem & puntSum fubftantias vocauit : quia in toto c*« libro
ea femper vt alterifubic-ta , non vt ac- cidentianominauetat. Vtautcm _
definitio- Dtfiniiitnit ne rubftant;a: cxord.amur,huius duplex tfkf*bflSti*d»*
in Pofterioribus AnaIvticiscor,fideratio;vna/''" : '}'"»- pnmaria ,
altera fect:ndaria : primaria qui Jidrrdtto ia li . , -_. — — , j , — . - ,
.... ^ .... , - autipfammec dcmonftrationem folotermi- F ^em prout eft
principium nofum methodi " ' norumfituabeadifcrcpantcnimullamigitur
demonftratiua; , fectsnd^ria vcrb prout eft definitionem in iis libris
confidetarevoluit, finis ignotus niethodi rcfblutiua: : quum e-
nificumrerpeAuaddemonftrationem, idq; «nim primarta tiactatio fit dc potifllma
ei vtriurque libri leSionemanifeflecoIligji. demonftiatione tur. nam 111
fineprimt capiti* Tecundi !ib£, quandoproponit Ariftotelcsf. i!l:gente trjL
iSationem dedefinitionef-fturum.proponit tntercastetadeclarandum, quomodo
derini- tio ad demonftrationem pertincat: poflea in connxtU47 . Epilogumfactens
dicit,fedo- ciiSe, quooiodo deEnitio a J demonftratio- derinitio fubftantia: ad
hanc non refertur, mfi vt eius principium notum. nam h_c dcfTnitio non ttaditur
tx caufis extra rei dcfinita: effentiam pofitis, , fcd ex internis , quJE
efTentiam ipfam conftu tuunt: propterca Ariftotrles indemonftrl- biiem talem
dcfinitionem effe dixit incon. , textu 4-, fecundi libri Poftciiorum-definitBr
303 _nimfubft_fltiaperformam-&materiam, & A cius dcfinirionis nulll
caufa aiferri potcf.t: quia illa formatn materiainefi fiiir vllame. dia caula j
fiquidem ipfa cft & elTen tia rei , & caufa, quares effe dicitur :idcb
f.cundum i- pfam rerum naturam hatc definitio locum hi betcaufinonpendcntis ab
ahacauf-.proin- dehabetlocum principij noti iccundiini pio- prtam
naturam:propterea in primaria Anfto tclis traftatione lirc definitio non
confij.. ratur,niiivtprincipiiim denjonfltr*rtonispet B fe notuin , v: pat.c if
gcntibus Arjftotelem in pnmoPofteriorum Libro 5 vbi paffim defir.i. tionem hanc
numeratin principiis deinoii- ■ $ r *" onls P cr, " enot ' s ! &i
nJemonftrabi!ibu';. \mtlau- Dehsc defimrione Latim reaefennimr.v.uu IHtiZ
,'&*fi- d ! CUnt eam n "° reScc c onfid.ran, nifi n n*e - wmmt.
ri«ip«c>«»/*7**^»««r.] I>,ir„ar, a ,s_* , tur huius denmtionis tr.a.-.io
non a | a %' quam ea, quam diximus . Dum veib fec.m danam inns hbris
tractatioucm reip, C in" u in qua Anftotelesriam tradit. qua a J pr
jn" ' r>otuninot!tiam,f iatiicimc.ducamurd* finitiofubfiantiar
confidcrat.i ;tf. i> j"_ £ tus mcthodt rtu.iu.-:.*, £: .chd^ Anftcicles
in fecun.:o Ulio Pofteti o 1 tjnj A na ytieorurn _ contcx.c?^.v% ad 3 4 ibi n
_rn" que docet , qua via eam defimtionsm venari debeamus,cux cft pimnpitim
indemonftta! bfej&refutatopinioiicmPiatonis.qui _ lu j. fi.r:. dcfiniiionem
venabacur, non qmderri & lam non fufSceie arbiiratur,vt eam, q U _
Vlru fyllogifticam nonhabet . ipfe igitiirpr;_f ei . „ «■ C viam compofitiuam,
quse vim habetillatri cem i ^noti ex noto : fi ertim proponaturinl uefiiganda
defimtiogencris.vtaninialis vult Atiftotelss fpectandaieffe fpecies omncs i|
lius generis,& ea,qua: d e ipfis Tpecieb. ( ff !n ~ tialicer pndirantur,
hisnaiiiqui p -pdic.a», ommbuscolleftisjcxc^pcivqucilli^qu!/;^ 4 sularum
rpecierum propria liint, rdiqua ae neris defimtionem conltituent: fimili tatio.
ne fi fpcciei definitionem quarramus, indC J = (r_:.: ,r ■ ' » iptiici
aenmtionem qusiramus, ndL defin.tionem efte immediatam & mden.o n _ jj
uidua ccnfidcrar. debemus , & fumere oni r .___._. . ■ i ~ . i_. j _ 1 1 >_ v_ Irnr Au,r. ti.vel
Tuppoilti. Autrroiirx quoquedccepti ^funtjdum dixerunthancdifi.iitiorieni
conti- ha beat rt fp eQ us ; vn iiin ad i"i) bi ed unffui us
cftdefinitio;.aiterum id afrediones r _bie>" cu „aL nartesdefini_ionisvtil'sfit,nihilin
- uf u ^«^ McAnftotc ies ; fatke„,»babB«, K^SdeiUamP«molibroIccUt^\tb minu. ad
eas iodag»nda.,quc \ - iV.,rahterisnota;,eftiCaxei«:redquqd E2K££ t u ^' b e ^
au d€munllr£ * ™ r DKtetdennitionisnaMral,terignots,M- t> r P'" .■_ .
_:n„. _.!,..= i., rnnrevtu ii.libnr d dcMcthodis, Lib. IV. 30* Gif>. X I f .
quotupkxfit defnitk accidentis. Ccidentis autcm definitio mul- A riplex cft ;
alia enim eft perfefta, & om- nibus numeris abfoluta , qua: eft d cm
onftra- tio pofitione differensjalu imperfeaa & ma- ca , qux t„m conclufio
, turo principium de- . monltrati.nis cffe pot# rquxomniifacilc
intclli»entur.(i quarnam fit perftaa acciden- tis defimtio, declaraue-imus
:quod enitn ia quoqucecnerclummun^perfcaumqueelt, norma eflc folet , qua cstera
eius generis di- gnofointur . Acciden tia omnu pcr formam l matc.iam defin.cnda
funt, quemadino dumfubflantiar.aliatameivatione. nam ac- cidentis uenus form ?
locom tenet,proptium autcm fubieaum cftloco matenz.tjindeh- nitione pro
different.arumicur,vtdennitio tomtru. eft fonus inn_be,&fonusqui_iem
S2*__se_sa=-S_& SsbiSSSSSS: fubftamiisatcidat.in quibusgenushabetlo- . _.:
- .r.-XfArrnT i_i 1 ^idcoonof.cndum quid cft.nam cx ns.qna. „i drfmedJt
accidunc. duci m cogn.t.onem eoruaiq"* rius rei eflentiam coftituunt,e__
jbeffeabus eavena,i,&demonftrareapo- ftenori. fxhis patet,defin,.ionem
fub-tantia. nulla al.aratione confideran ab Ar.ftoceU r.n CbrisAnalyticisquam
vtprmcipium mftho- di dcmomt. at.ux , & Vt finem mcthodi refo- lutiuar , S
cam ignotam efle,& quxr t conun- £) __T pnorquidemillaconfider 3
t,oprin.ana «it hrc autemrceundarivquodSamficamt Auftoteies in concextu 4 a ■
W>« a . VoOeuo rum.de hac dcfininoneloquens, quando dt- xit,eam cffe piinciprum,
notum, vel,t, igno- ra,i contincat ,non demonftranone, fed ali* via manifcSam
ficri: dequaa.ravja fernio- rcmpofirafacerevoluirineapatte r quaMn- ftribuui de
vcnatione defimrionis. Has dua. ftadationesdedefn.itioneuibilitixin usli- E
fcris iruenio ,& p xteTta nullam: m quarun, ncutiadiccre
poffumus,dcfipiitiunem vtlti- frrumentum fubi.antia. coEnofcendx ConG-
«rerariab Ariftotele.red foliim « principium, wlufincminl-rumcntl i quando
snimeam tool-deist vt priicipium demor.ftrationis, ■oo a:: fubftantix , fcdad
acridentis cogni- ifonem i;ifain dirigit. quandq auccr» docet waniy.n--n.il
prardicata ciTentialia, & partes dcfiflirion:., non videmus Anftotclem
dieC- F *t defi.ntionem effe methodum, velinftiu- «nenrum , quo talia
pr__dicata venemur.id e- niai fi dixnler, ridiculum fe omnibus proe-
buifi"et:f..i viam uiu.fiuam , 5c.iam compo- C _ _ • _fi t : .._.— . «i
*_—*-_.«« /-.^ -wiTet:redviar.i uiu.fiuam , &.iam compo-» ptxi litiuani,
vtsiir.vua..r,tahu;usvenationis co~P not; fdcrauit, dcfimttonem ve:b nori vt
inftru-\ ud" jntntum , nsquc vtviam, fedvtBnemviJ- . ^m 1 * __m qucre>e
e i.quc in eo quod quid e3 prc^ ditantur, sl. ipfam dcfinitioncm quae- rer_:,vt
f..pius aictuin eftin. p:xc(dcr._ibus. Cuni maten-e, differcntia verofonna_:Kin
fubltantiis materiainternaeft.ex quarescon ftat; in accidentibus vcrbexterna,in
quam- hxrent. Defioitio harc ex matena&torma conftis dicitui effentialis ,
fiue quidditatiua: quia tota accidentis effcntiapereamexpri- m „ur , fcilicet
pcr genus reftnctu a fubicdto proprio fungente otHcto difterennx: etenim
quidnialiud eft eclipfis,quam pnuatio qu*-
damluminislunx-quidalradefttonitrus.q fonus qu,dam in nube faftus ? Sed ahud
eft magni^oment, difcnmen inter hanc acc. - detms definitiooem,&
definuionem fubttan tir, quod ad pi opofitam nobis contcrapja. teles . Ob hanc
igitur rationem in «ontextu*i.&4j. Jipri i. Pofteriotum c:cit A. iftoules,
definictonem arcidentis qutadi- tattuam demonft.abilem ciTc, n qb q a 6 J rota
dcrimno demonftretur, vt fi coliigitur ecti- pfini effe priuacionem luminis
laax>6c roni- trumelfcfonumm nube, quem fenfucu mul tiperperam accipmnc :
fed qubd alteraciefi- nitic_ms pars de^Uera parte de.no.ifir^cur, nempc tbrma
Jemateria o aliam rcrtiam par tem adie&ani , qua: eft caufa inhxren:ije
for- m_e in mareria : de iuna enim demonftratur piiuatio lummisper mediam cerr^
mterpo-i- tionem , ficdenube fonus permediam lenis Cxtindioncm *. idcircb hxc
perfstfta acctden- tisdefinicio apud Ariftoeelem eftrpfametde- monftratio,
& folo terminorumfituabipfa demonftratione _iifcrepat:quia ex iifdem tri_
busterminis oemonftracio accidetis . & eiuf. dem definitio
conftituittuvgenus quidem ac- cidentis eft in cftmonftratione maius extre- mum,
fubiedum eftminus extremum , cauia tntaceiitn. veib tuedius terininiii. H-ecperfeSadefini.
m dcfinif,^ t , 0 I0 duas imperfeclas diuiditur, vt notat A- nlf. contex.
appellau non bene cognofcitu^nifi perillam vtipif,,' 1, ,„,-.(, rt,-,.,..... ,u
:ii- ir _.— . 5 ,c un , eflentia. ciufa declarat, 5c eftperfeaa dcSni tio,eam
vocauit noniinalem : quianorriinij tantum fignificaticmem expriinit ,
effcnriatn vert. n*S bene declarac:poflea verb ta corjtejt. tu 45. ex iisi qus
prius Jixerat,colii igens om. ncs defini-ionis rpcctes.eam vocatcor.cl_il. (1 .
nern demoftraiioni.: quia caufam extra fc h» bet.pcr quam demonftraii
potefl.Tot igitut numero funtaccidentis definitiones. ^ Cap. X V.de aliorum
erroribm m ea ctefini- tietie,qmeifdemonftrarionit cemlufio. NOn Cuiit hlc
iiientio-pra.tereurn.ic!ua alrorum errores in inteliigendaillade., tiiutione ,
qua. recundtim Ariftotelem eft de" monftrationis conclufio:vnus error
eft.qubd multiputanederiiiitionem hancnon effi e_L dem , quam Ariftotelesin
coutextu -14 eiuj uerroes ln commentario 154. pnmilibri Po- D libri nominalem
vocauerat , quum tamen ea ftenorum. quarum alte ra eft principium de-
monftriEionis,altera vero conclulio? vt enim vtraque limul furopta facit
integram dcraon- ftrationem:quiafimul condufioncm & priti— cipia continet:
itafi in duasdiuidatur, aitera erit pnncipium demonftiationis tantiim, aL
teraverd erit folum conclufio : illa cj-im,qut;
tradi.urperfoIamcaufam,cftprincipium de- monftrationis; yttj dicamus , edipfis
eftiru terpoGtiotetr_e,quequidem improprie dici- E tur definitio , quu
dicatpotius propter cjuid, Difiniiie m quim quid : idebvocatur definitio
caufalis, &ad demonftrationem tefertur, r.ou aiia
tiot.e,quimvteiusprincipium, v{ atTerite- tiamThemiftius,interptetins cotextuai
46. fecundi libri Poftetiotuin: eft enim princi- pium,quia eft demdftrationis
medium : idci quartdo Ariftoteies dicit, aliquani deSnitio nem efTe principiuul
demonftratioiiis f intel. ligit quidem praecipue definitionem iuLue- fii,fed
adillud membrum redigitur illaquo- que affeftionis definitio, qus vocatur
eaufa^ iis, vtvult eo inlocoTIiemiftius. Alceravi- ri» perfcCtae definitionis
pars.quz formam 5c materiam linecaufacontinet.iila eft,quac di- citur
demoiiftrationis conduflo, vt fidica- mus , ec)ip-is eft priuatio luminis
lunae, toni trus eft lonitusin nube; & vocatur eos.eiufio". quia quum
extrafe caufam habeat, demon. ihari potett. hanc diximus vocariqutaditatt-
uam,fiiic ciieatulem, liue etiafoiiLjlcu dt- ipfa fic,
vtpatetlegentibustoramiHampar- tem , 5c vt nosaliointocoopportuniu.de-
monftrabimus:alcer aurem enor e!i,5: is fimtionem totam in conclufione
pr3edicaridW».^«i de definito , vr demonllratioiiis co;ic!urio ta-" ,r ™*
lis fit, ergo eclipfit eft priuatio Iu ninisinlu- na, ergo tvinitrus cft fonus
in nube;lic eriam definitionem tra: , quam matenalem vocant,
deipfairademonftrantpei alteram irse defi- nitionem formalem.nam per appetuum
vin- di&ae demonftraittiram tlf_r accenfionefan-
guinisincorciejveincondtifloneK.cei.ofan- guinis in corde (iepr-e.iicatum,ira
veib fubte &um: qua quiclem fententia nihil abfurdius, mhilab
Arii-oteleaiieiiius txcogit3ripotei.: fic enim ponitur modus i;le
denioriftranii definicionein, qticm piorHis reiecit Ariftote- llesincontextujd.
Scp. Hbn i.Pofteiiorum. , •nam definitionem demonftrarc Je definitofiiiW"
/ vanumperiituscfr,Scnatu[.T'.!eiTionftratio. nis repugnantiflimum, quod
multifariam 0- & ftendere poUumus.pnmum quidem id nobis , '' M "
conflttuendum eft,tum dc fubieftodemon- ftrationis , tum de afFeaione
demonftramJ» prarcogntjfceiidum tlTe quid nomtn ^Jfli- ficct, %09 de Methcfdis
, Lib. IV* 310 i nominis intelliei no A dieimus , alia ratione definmcnf iBam
effe poire, mfi ^l^wX qaomodo tota defimtio de dehmtopra^tcetu^ed q, altera
dtfiaiuonis pai s de alt^nempe fot- ma de matetu cocludatut, Anftotcles talem
definitionem condufionem demonittatto- nis effedixit.per mediam enirn
interpofitio- nem terta» demonlknius in lunaefie priua- tionem luminis,
&petmedium appetitum viudida: demonftramus ir» fanguine cordis uo.vtl
faltem remnto-,quomo Jo ^Enomen eclipfis itKell,gem,*,n,fifc.a. en n?ecli P fim
figntricare priuationen» quan- , mU ^mim^quomodo intclligemus nome dam „ us
n.fi norcamus effefonu quendam? SdcrnoBfttaraus, eclipfim effe ptt- «nnem
lumiais Lunc,eclipfim facunus in " * ?monft.*tione lubiednrn, ergo praeco-
Dedtfnitit* tlnfi», tpn» % W ° n S 0 nm SSS^SSS B ne^ufiw^uareh* defintttones
fr* ^fcimn "^P^^^ftfa mus , quod condufiones demonftrat.on.s, pr.uatiolu-
fegnoVcimnsTquodccttVablW^n» Gv^Sibbet fans menns aflereret. nam fi-
^Snomiai.eclipfismf»lia««,^5 ffiolumte» inluna;,dc6fi hancniwo. F ? -n effe
oporret. eadem demo __rar. no S nifi idwu d» feipfo dcrmtlrefr, cCtm
U.IalniJfite^pfis.qu^mpnaauolumiuis efle •e«»6 0 "^"!^7^££!3 £ ,i
ufioni rac d.um term.num add.mus.fc de- IIUIJl *V^V»*»»— » -J- conclufiones
demonftrattonis, pnuatiolu- mmisin Iuoa,&accenfiofanguinisin corde:
fietenim has demonftremus, veie caufam conchifionii
afferimus.ideft.caufaminhar- rennsprsdicati in fubieao: &quiaconclu-
fioillafbrmam&matei.am accidentis con- tinet,rubieclum enim eft matcria,
pr*dicatu autera forma ideo eft illadefmitio imperfe- aa, &
deraonftrabilis, qu.e caufam re, non Xpm --ffe fonuminnube;quiah*c eitfi-
Mdficatio nominis penitus mdemonftrafailis dejofonominemequealiqmdroborishabet
U auodrauiti d,cunt,defioiftonemdedeh- nito non dcmonftrari ea rat.one, qua elt
de. nnitio.fed quarenus eitqurfitum ignotuni; hoc enim ridrcalurn eft: qtna fi
eft qua;fitum i E not.jrii,li?iiific3tio igttur nom.nls fubieftl
ilnotacftiquomodoigiturdemonftrareah- * . , iT ... rnkfflAn. muic noni c ttoQ
clufioni racd.um terminum addimus.cc de- finitionem perfeaam facimus , qus
reipra a demonftratione non differt.fedfolo tetra,- notum fitu: harc eft
fententia^iftotehs, fi bene eius vetba perpendanr_«Brecuudo 11. bro
Pofteriorum, icontejttff^OTque ad 47. eaciueractoni mMim e confonTeit. nam hate
imperfeaa definitio ad conclufionem demo ftrationiseam tationem
habetedebet,quan , f ft atiOiTiijdo ig.tur demonltrare ait- tirariui.i» c-iu '
j j»™«,ft«rin ISefub^o.cuiusnoaie aon D Pf^a defimt.o ha c ^«^- uite'i:eimns- ?
qnod fi dieant, prsECOgnofci quidera quod ecl.pfis fignificatpriuationem
juminis.non tarnen eam, qase eft ta luna , & hoccffeid, qucd
demonftratur,in ahud ab- fardum inciiitnt non minusgtaue: ficenim fubieaum
demonfirationis eritipfuni acci- dtrs.vteclipfi^pirdicatumveib^quodque- litur,
entfub.eaum accidctuisjintllaenirn dem'jnff:itioneRihilmaaebitigno:u,quod *- I
. . . {V ....... n Otrfl'Jnn:;:!ijnciiiiiiiiinu.unij"«."n-— j—
-,=> dicatutQUEri.nifi luaainocautem eftincon- E uenit: oc.quume» . , ■ 1 j.
r..i..-a_ tfiniif f.inltttuaiUi nemtoam : vtenimbajc dicitur inregrade--
monftiatio, ficilla dictur dcmonftiaaonw conclufio : Tcd perfcaa detinitib idcm
ert re quoddemonftratioimodoiutem&rauone differt ademonftratione s &
diffetetiain duo- buscoiififtit.vtinquitAuerroes.ncommcn tario
Aj.hb.i.Poffcriorum.in rotma & m or- dtnc terminotum.nam demoftrano formam
fylloaifmi habet, qUse definiuoni noticon- - iiiclem fribus tetmims v-
■enitns,debet en:m acctdes de fubieao mo ftrari , vtfi: pra;Jicatio
natura'ts> non fubie- 4»i Mt»'»arim de3ccidecte. Prsteiea certum efl cim
effe ponlTima; demonftrationis conluna;obteira?intcrpofitionem:at,n de.r
o^ftratione nunquam a eenere anfpica. mur,i igiturin contex.4i &«^fle-
iitdemonft r ationem ufleJcre quid clhdem- ijeio4S .definicindcrinitiontm
diciteara ef- ' fe orsncinem fignirkiintcm piopter quid eft, &oraroncm
demonftiantem ; perfe£tienim a.:i :r-\o fignificar qutdditatcm cum caufa
quidJitatis; funt autc inillislocisbenener- pen Jen Ja Ai iftotelis verb*,qui
artificiofiflL nieiocutustftad denotadum demonftratto- ncmtlTimLiiiodum Sc
inftrumcntum logi- ' ,. cumid^fii.i"O ncm vero nequaquam,fed po- 2^.Vtius
'firieiii mtihoJi & inftrumenti logici ; EtfAw»' quan-uiscnim demonftratio
& definitiore- Et,»i.- ipf- lintiJem , tamen rationc form* logicl »>,/S
lifi- diftineuuntu:; detinitto enim omni difcurfu, omoique cnunrutione caret;
demonftratio auttsn & enuntiationem & difcurfum habet : quoniam igitur
mftrumentum logicumnon tftnifi cumhac forma logica.cum ratiocinio; ficemm
dicitur mtthodus, qui ab hocad il. ludprogrfditur.hinc fit vtdemonftratio fit
Jog;cuminfttumcntum,& methodusrdefini- tio vetb ncq;inftrumentum ,neq;
metbodus ] dici poffit, fed fims mtthodi , ficuti punftum eft tims Iinea?,
& fieutiquirsgrauium &le- nium in ftiis iocis tft finis moruum ipforum
r '«".«'i ad eadem lccs-.crmoftratio tmm motusqui •3«>iw». ; .
dameftinteilectuali^in quo tna notare pof fumus,vnum fuuiecfum, & duo
contraiia;al tetnm a q!io,re'iquum ad quod fit mctusjde- fiaitio vtro etl
fimplcx efTentix conceptio eumquicte, & fine vllo animi motu, cuius quietis
f:i':a txtruitui ab ommbus demcn- F fitamilus i:cmontirat!0;h3ecomnia figtnfi-
cauit ibi Auftoteks, dum munus definitio- nisden cftrationi
attribuit,&munusdemon- fftatioi,,s dtfimtioni; tribuit cnim demon- ftratic
n: vt oftendat , & notificet ipfuni quid ); •tff jtanq.jam methodo &
C"i'c >c'cte & notificare oui tuni & difcurfum a norti ad pi f
>pMa lcaict inll; umeti conditio-.m Co tu juttni 4; . tnbuit
dcfinitiontofTirium de. moufiimcuis , aoa tamen ampl.ui cum dif- finitio tft
oiatiO llimficans proptcr qutd, no dici*mot;ticans, fed figntficans;noti£caree-
niiii eft cum difcutfu t fignificareautem fine difcurfu , Voluit igiturdenotare
Anftoteles, demonfliationem tin mftiumentum cogno fcendi quid eft,id
cft,extraheds definitionisj dcfinitior.em verb efle frucium&fine ilims
infti umentt : acctdentium enim caufas addu- cerecfteorumdemonftrationem
afterre. ex caufisaute cognitis definitionem conftitne- re,eft definitionem
educere e demonftratio. ne , ac veluti Iineam retrahere & redigere ad
pun£fum, & ex re diuidua facere conceptum fimpiiccm & indiuiduuni:id
enim totum.qd/ per difcurfum inuenimus , poflea vt fimplcx, & omni difcurfu
careos comprehendimus. Cap. XVII. in qm ea, qm dicia fitnt, cen- firmantur ex
multti Autrrm C. atque Artftettiit « locis. SEstentiam hanc.quam expofijimtJS)
aperte legimus apud Auerroem inplit- jiousIocis :nam in commentariou. libri I»
Pofteriorum dicit potiflimam tfemonftratio- nem poteftate completxi quzftiopem
ciuid cft , qu £ eft dcfinitio, quam naturaiiter deC- deramus.&propteream
querimus cognitio- D nem caufarum ; dicitigitur demoftrationem ducerenosad
cognofcedumquid eft,hoceft, ad definitionem, & hanc effe vltimumorn- nium
demonfttantium finem , cuiui gratia caufas rerum quirnnt, &demonftraraones conftiuunt.
In commentario etiam jB.libri i. dicit demonftrationem eflV poteftate dcfi-
nitionem; & ldeo quicquid in priniolibro dictum eftdc demonftrationc,dtrigi
ad illa* qua:dicanturin fecundo de definiticne. In E Epitome quoque in capite
de demonftratio- ne , & in decima quarftione logicafafoe ean- demfententiam
profeit Auerroes,qnodfinu demonftrationis , & prarcipna intentio de-
monftrannum eft eductio definitionis;quae- tunr enim propterquid eft, vttandem
inueta caufa cjenr fcant quideft. Et in Pratfatione fua in Iib i. Poftcrioru,
cuius verba ettam an- te perpendimus, inquit Auerroes eafdepro-
pofiiionesdemolliationis confTderatiab A- nftotele ,&in
piimo,&infecudoPofterioifi Itbro; in primo quidcm,vtducuntadcogni- tionem
propterquideft; in fccundoautem, v^traduntcognitionequideftjidem igiturin-
ftrumenrufti demonftratio fecundum Auer- roem ducit ad cognofcendum piopterquid
, , ■ tota Anftotelis D 'fi»«"»»
fTuniustflu"^"'"""'- ntturalium [^itiones
inueitiganoas pioporut , vt quid p rtt i 0 „„, m^tus , quid locus, quid tcmpus,quid
gene- ra.tiOjquid miftio,quid putredo,quid coftio, DtcUrntit xerbsrtt ^iri
flsl.taprin- ciptoi- Ubri Prisrnm. m lacobi ZabarcIixPatauini
&aIiaeiufmO(Ji;iJicantigiturAuerfoiftr, Si A fteriorum, necnon verba
Auerroi demonftratio eft propnum inftruraentum, 3tf quo iccidentia
cognofcantur,nonnedVouit Ariftotelcs eorum accidentium demonftra- tionem potius
indagare , quam definitio- nem?quid ipfi ad hocrcfpondere poffini,n6 video ;nos
antem dicimus , definitiones illas efie demonftrationes fitu differcntcs, £c in
omnibus iis locit Ariftocelem e demonftra. tionede5mtioncmeoliigere;quum enim
de- monftratio fatisfacUt omnib* quatuor qua>- flionibus de accidente faftis
: vltimi taineri, & omnium pr^ecipua eft quaeltio quid eft, uuxnon potett
declarari,nifialiar omnes de- clarentur; haneigiturfipe propofuir Anfto- telcs,
&ei per demonttrationem fatisfccit; fiutredinis enitn dtfinitionem inuenire
vo- eru,fciensqueeam non efle perfertim, nifl cum c.tufs cognicione,eaufam
priiis eius ac- cidecis inquiric, quod ml aliud eft, quam de- manftrationem
inquircre : naro caufam rci adducerc, quatenus ciufa eft, demonftrare rcrr.
c-ft; ex caufatatitem cognitione dcfini- tioncm conftituereeft e
deraonftratione de- finitiotiem extrahere,quod in definitione il- laputredinisoftendere
poffiimns. Ariftotr- iesenim primo locodefmitionem nomini- letn
purredinisaccipit, qus ante omniaco- gnofcenda eft>dicens cain effe
corruptione-m proprij fkinnati caloris in corporehumido; ! ! " vtrinP que
loci intcrpretatione ; Anftoteles in prooemio quatrtt circaquid, Sc
tuiusfitcon° fideratio.quam queftionem Auerroes i ta j teiligi t , circa quid
tanquam circarem conf?" dcratam ; & cuius , id eft , cuiufnani finis „
* tia: ideb quum poftea Ariftotclesadvrraa," que quiftione rcfpondensait,
circa demon" ftracionem, & fcientiae demonftrafiuc c. rJt j 2 Aucrroes
putat Phllofophu.-n t;o J -.iv propn* i B nere inftrumetum,in quo ell vei
ftturtij, tum" frudtum & vtilitatem, quam ex illo inflru, mento fiimus
percepturi ; inftrumetum qui? dem vmcum propoiiitur demonftratio; Bnts autem
illins inittumenti fc ; ctuiademoriftraI tiua,ideft J
p;ifeasfllma&abroiutiiTim3 ; verr ba auteni Aiiftotelis in huius partis
dedara" Oofie funt has c [ & dicamm e tmm o u ld yiji^ tat , oine
nibktx dtmanflrathne proiicnitt , trit vl affeanamnr cogniiiontm dtmonfiritmayn
dt j Com/ti re, attinutm potefi hamamtturtiiter csn /«?*ii, fed ^oiiiis co-
gnitioquideft; Atiftoteles qttoqae in prin* cipio fecundilibn 1'olieriorunt
ottcndlt, qJ* idem demonftrationrs medium tiadit nobn cognitionem Cc prcpter
qu:d eft ,&quidet quo fit vc demuniVatio ducat nos ad cogn». i fcendum quid
eft, vt iofe in eo libtopoftea declarat . E:go fecunduin Auerroem & Ari.
ftorelem Jiceie cogimur, fcientiimpra^ftan. tifii;ii3m , quam ex Jemonftrarione
percipi. mus, eflecognitioneomnium quatuot quar- ficorum ; piatfertimatitem
ipfTus quid eft ,ia quo Tumma demonftrationis perfcfiioac»-. tiiitas
confiftittquiaquarftio hjc tftfinis onu nium aliarum qu.rftionuj
h.;ncigiturintel.' lcxic Auerroes, quando dixit vtilitatc deaici^ : ftrationis
effe (cientiaui prxftintifTimam d(jr omni re, quantumpoteft homo naturalite#j
confiqui . SimiSiterqiiandoin cifce ficundi TiidSSd Pofleriotum in Epilogo
colltgi- A iit ^teles, f*!"" 1 * Jjede ryilogifmo , ac dc^einoltratione.ac
de. " nonftritiua fcientia tracf "lle . fcientiam de. r ^nonftratiuam
intelligit Auerroes fcienriatn ' qua:fitorum,quaf inicientiis rpecr.latiuislo-
cum habcncnecdicitaliqucrum quxfiroru, fed tTmpluiter qu*fitorfi:omnia
igiturquae- iitainie'ligit;quarnturaute n fcientiisetiar» quid cftumo hasc efi
niaximc piorcipua qux- sm m ■ deMefhodis, Lib. IV. 1(1 "ScX^Anftotdcn, Sc
Aucrroem, !. u i tametfi ue deB.iitione piurima dixeiunt, ?Len folam
demonflratione vtinftrumen- , am aominanm: quia definitioncm finem ot-us
atquevtihtatem mftwmeti eiTe arbi- Ktjfimtiidcirco eam nomine derrionitrati-
Efcientii comprehenderunts fincmtnim Uemonftrationis pricipuG tlTc d.xmusde- B
fioitionis, qorcdemonftratiooeeolligitnn or
opreieaii.qmtibiA:iftoreles,dc-monftra- tionem ac fcieiitiam demonft-auuam idem
.ffe.fluoniaidem.cipfaeftdefinitio.ac de-
monitrstio,rf>'uminf.)irnaditcnnice&qttae fo-ma.quum iitlonicorum
ii.firurrenruium conditionecrfla ia.tacitvt dcroonft.-atio fit ' ioftruaicntuin
losjicum; mimrne veibdefi- nitij,nifiinip:r i pr:t s & p.rtranflationemio-
*o.uamur.&q'Jod demonftrationis cft,tnbua C ninidefinitioiPiiK er.im
dcfinitionem inftm roentum appeilaie poCuaitn ea ratione,qua eft idemquod
rfemor.irratio, attamen non ajtinftrumenuim a demonftiatione diftid
itum,fedidem,jum igitur defimtionem co- fidcramus.quatenus a demonflutione
diftin euitar, finis eft vltimus inftrumenti,nonin- ftrurr)rntuni:dum veib
ipfam fumimus,qua- tcnus idem eft ic.quorl demonftratio,inftru tium venamur,
methodo autem refolutiua dtfinitiones fubflantiarum;omnium igitur metbo Jorum
finis cft defimtio: pro.nde to- tius logici finis eft,non quidcm vt infltumtS
tum.fedvtfinis logicorum inftrumentoiuinj fumpta igiturnominatione.ifine,
pcttfto- mnis inethcdus vocaii dcEnitiua, quarenus ad definitionem ducit.quarehcecuiaquefi-
mul vera funtjomnem mcthodum efle defi- nitiuam.&nullamdan methodum
definiti- uam ; nu!]a cnim damr priter demonftrati- uam &rcfolutiuam.
CaputXlX. deerdine feruatsabA* rtfoxele in methedorum tradttitme. EXhis,
quashaftenus dt&afunt, manifc- ftumeft.nonaliudfuifTeAriftotelis con-
filium in PoftetioribusAnaIytieis,quam de methodisagere,ipfumq,id optime
ptsfti- tifle,quum & naturaro,& vtilitateminetho- dotum diiigentiffime
dectarauerir, relinqui- tur,vtpauca quiedadkamus de otdine, quo eam
trafiatiopem difpofnit; huius enim de- claratioadplenam confilij
Ariftotelisintel- ligentiam plutimum conferet. Illudinpti»
mentumvocar.poteft.fiquidem demonftra- D misin memonam reuocandumeft, quodiu-
" c : r -1 . , 1 nnmnrnm etTe in ns lbris tioinftrum£tum cft.necpropterca
duo funt inftrumenia.fedvnum, quod quum actu fit denicnftratio, vocaturetiam
deflnitio: quia poteftatc ec nonmeihodum umnemcfle definitiua, • ldq;fano modo
accipiarnus.ni! faifijVtlab- lurdi dicemu^-jOmnia namque iogica inftru- | mentaad
definitionem ducunt: quoniam o- mniumrerum cognitio in defitiitione con-
nltH;quxlibt t enim r^s tunc piene cognofci tur, uue u,bftantia fueiit.fiue
accides, quan. do pcifecti ipfius dchnitio Inbctur, vt ait Arnraomus in
principiofua pia:fatioiiis,in pradeclarauimus.primariam efiein iislibris
iraftationem de methocto demonftratiua: fe cundatiani verode refolutiua-, hinc
facVura eft.vt totam tradadonis ordinationem fum- ferit Ariftoteles amethodo
dtmonftratioa, quam folam in proormio ptopofait confide randam,&quafolamin
epilogo collsgit de_- cfaratam fuiffe;patet enim tu m procemio,ta in epilogo
iammemorati* nullafactam elTe mentioncmethodirefolutiux:quoniam igi- turhutus
confidetatio no fnitprineipalis,fed potius vt connexa methodo demonftratiuaf),
& 2b illa pendi s, tota traflationis.omnium- quetheorematum
difpofitiofumenda fuita methodo demonftratiua. Dicimus ita 3 ue i„ methodi
demonftiaiiua; traditionem fcripta^* ellc ab Ariftotele ordinc refolutiuo,
neque M(w> alio ordine fcribi potuifTe, vt manifeftum efttum exiis,
quaefuprade ordinibus dixi- F mus,tum etiam eX iis,quxalias de naturalo. gic^
fcripfimus;certum cftenim Ariftotelem aufpicatu cffeanotionefinisj&ab eo ad
ptin ciDiorum inuentionf pcr rcfolutione piocef filfc.finis auteduplex ei proponebatui;vnus
Hnit&upU*, * internuijipfa demonftratmamethodus;aker
""""■*" huiulmodi fines proponuntur, domus qukieni vt
inftrumentum ab ipfo fabtican. inftru- mur ptrfeftam ret fcientiam , tum
proptet quid fir, rim etiam quid fit, fed nomtii cau. fat communitcr
acgcneraliteraccepifte.fine.. vl'a caufarum diftinftione,vt in mtcibus no-
ftris dubium manere poffic, an omnt csuf* gertui, analiquod folu.nad tradendam
nr». bis pec- deMethodis, Lib. IV. 322 321 c iliamcoEn.t.onera idoneuni A
tradiderit far.iem principiomm inujnno- u. c nfrfc^i' 11 4 llmcl »-'_._
„._,,-.....}, nfm.mamteftumtfteum l.icuracoiifidcii. nem,maiii-eftum efteum
locunjcongdcra- tibus: nam naaatio, qu3f tft ah eius libn in- itio vfquead 47.
contextum , 3der> obfcun eft, &intil!e_tu diflficil-s, vta nem.ne poft
Aucrroimtum i'eiitentl3,tum intentloAri- ftotdis m ea partefuerit iutellsda,
credimuf qucnosprimo_hactempeftate locum illum
verai"ntc.-pretationeilluftr-ffi. igitur fiin ca parteticilemmedij
inuentione reddere vo- B luit Anftoteles.fpeatq; opinione fna cgre-
gief-iiftratus eft, quippe quum di.ficrlhma fit medij maentio, fiin lllius
parris intcllc- ctrone conftituta eft. Seddicanr.qu-cfo, La- t.ni,
quonammodoputent Anftotclem ibi facilem med.j inuei-tione docere: mihiqoi- dem
diccre videntur, Auftotelem id ftcere docedo medium e.rcdefinjtionem , fed hoc
quomodo faciiem reddat medij inuentione, equidem non rickoifccilis eniro fit m
uent.o r/ a u r^uccon:idcrarepoteft ; nob, S e_ Cned,}, 1»™*° cot,d.tio ahqua
max.mi. a- ?tp n ^SnVftti- eftmethodum &arti l.art. mconfpicuadeclaratur,
perquamreli- I" ico ewc-ra caularum d.ft.nguere confti l oSendere.quomodo
fingulum iH P o- ^fa demonfti^onemediu-r. eflc queat; fi n.m ab vnioerftl. a d
particulana pr o gre- icau&latc accepta ad fineu la cauft. ^«r.cra-.ibique
multa dc ciufis dic.r.que IU 8 «o 'ibro,vel in prima parte fctudi _bl- _f 0
S»«° nls mterrupt.oned.cere no po q l Dcrule !oqui-ur dc modo venandi , .1-
&d;fin e !7o.Km\quamdixera,etfe.^. um ft' h ,l-m acdemonftiiHonnprincipiH-,
^ ■a en.m conllderatione h-xvt pcrfe P nm Vfoue ad eum locam tubi» fueraq ibi
fecun Jartam quoque ftcere c.uf.c ^nonem.quatenus eam a nobiMgnora- £; n C o
,»git. E pto prsfenttoccal.one optu n.eintelii£-,ur- CtfHtXX.
folutioargumentorum priora ~ > Gr&coram & L*~ fecl* tinorum. DE C
lu* 10 confilio Atiftotelisin Poftehonbus Analytieis, reliquu eft, v. ^orum
argumcnta expendamus, & qua- tU m roboris habcant.confideremuSi & pnus
n.ji,'em areumenta La,ino:um & GrZCo.U, quibusoftenderenitebantur
Anftotelcm in fecundo hbro Pofteriorum Analyticorum a- tire dcmc^io, &
dcdefinirione prout eft quse ignotiotes inueniuntur, quemadmoda fi in
magnohominum numero vnum alique nobis dcfacie non cognitum qu_erercmus,
&aliquis diceret- Ille, do^ct ln pr moiir-rt.-, i-icnt..i vu..^— , .
- . • „, - Smeonftruaionem ... fecundo.dum do- p recpofteavero ^ m ^^.^ . r.
... ■ _• i:_ rt- _ t nn em co n ftru ere;fed con ti a q u ; r. t p rt
cetfacileminuentianemmedij:medionam queinuento,factl.s eft demonftrationis con-
ftru£tio. Ad hoc diclniu-.illud quidem venf fimuintfTe.quodAriftotclesjVt de
fyltogif mc,ita & multb magis de demoftrat.oned# buit & conftr U
aionem,8c ftcilem principio^ _>«.i_i,B- punmt», fccundo
quidcmlibro^quodAiiftotcles non ft^.tionemconftruere^fedcontiaqujritpri- muin
ipftm caufamrei, ex quainuenta de- n.onit>at.onem ftnt; poflmodum cauftre.
Agnita, definitione a_Ti^nat,in qua animus nofterconquiefcit; poftremum ig.tur,
quod coenofcimus, eft quod medium fit dehnitio nuuc! Arifitittt yuxfi itdti ,*e
* but argumentj. promuniur.] deabundantu L gltur propoflttonu loqui ntlaiiud
eli, q_; " locos declarare,vbt inucniri poffinr, cjuanjo iisvti
voluerimus: i deb Ariftoteles Jn tettio capitepriroilibtiTopicorum, de locis_
re n metorumtra&auone" inftituens, aireriteim adabundantiamfyHogitmoruft
perrirterc & dum pcretus verbacognofcimus, quam de- B in fecunda fechon;'
pri.niubri Piiorum pr" 0 finitio ieni pro mediolumeredebeamus?n6
ponensfelocuturuni uc abundantia prooo. iicionum^decUrat locos vnde
propufin,,^». bro noftro de Mcdio deruoftrationisfuse dc monftrauimus.
fuitnamque inter eosaher- catio mixima,qualifnarn defimtio fit ipfum medium,
& vtnus extremi fit definitio,eaq, coturouerfiiintct eorum fc&atotcs ad
haec vfque temporaperdurat,vtadhucfubiudice lis efle videatur; quomodo igicur
Ariftoteles ftcilemnobis reddiditinuentionem medij, dum docuicipfum efle
definitionem,li non- eft igitur fecu dus ilie liber de inuetione me- dij,
fedporiiisprimus, quanqua.n aiire me nemotdvidit, nifi Tiumiftiu; : cuius verba
me ad hoc inueniendum excitarunt, Scillu- Betelx i» mnarunt.Ctedo
itaque.Ariftotelem de co- t*p \iil> fs- ftructiorie demoftrationis e^ifle in
fecundo capltc primi libri, de racili auteni puncipio- rum inuentione.feu d«
abun JatHia propofi pufi-i.ine, funietida; funt:tta in quatto capite primj p 0
_ fteriorum docct locos p-iop&fitionu demori ftratiuarum.qu! funr.
primusatque fecund Ul modtis direndi per fe, vt not alias dectaraiit. mus, dum
librum iilum publice interpre la tetnur,cuius loci clara eft firnilirudo cum (V
cundaillafeftione pvimi Itbri Prioram: vtc; tionum in capite quarro,a!iisque
diubtis fc. C n im ibi Aiiftotclcs locos fvliogifmorum d__ ' eet,regulai
tradesde iis,qua:iimpHctternti. dicantur, &fiibiiduntur: fic ertim
facifisftt medij , & propofitionum inuenr.o; itahlc locos propoITtionum
demoftratiuarmti __■„ clnrat per tegularum traditionem deiis,qu z etTcnnaiitcr
prxdicantiir,ac fubiiciunrurded, manirefta res eft coiifiderancibus vefba Arj_
ftotetisin Gnecotexrus vigcGmi o£taui,q_i. bus lllam de locis tcactatione
proponit:narrj quentibus vfqtie ad contextum s6,in feiun- doenim captcedocuit
conftruitionem de- monft-attotus,dum tradidft codiriones pnn
tipiorjm.exquibusconftrucnda eft demo. ftratto, neque alta» condttiones pra*ter
tllas requiruntur, vt fiat prxftantillima demori- ftratio.quia li demoftremus
ex pnncipiis vc- ris, piimis, uiedioque carentibus.& pnori. bus, &
notiunbus, & caufis conclulwnis, ea cft potifli-ia,& oninibu.v nunicns
abfolutif. Dfimslibus verbisvfus eftinterno capiteprimt lima demonttratio.tn q
ja nulla ampfusco- ditio defideran poffit;quandk^aitiir Anfto- teies in quarti
capiti\& aliiife^J^tib#s do. cet principiademonfl ationis debcre eiH de
omtiii per fe, & vniueifaha, non piofert has fanquarn al as conditipnes,
quae in demon. ftratione reqtiirantur, pra::«r i!las antea me- inorat Js,q i;
Joquidem ills fine his effe non po(funt:proindcad demonflrationcm pr^-
Toplcoram,proponens traftsttanem de lo- cis, & de abundantii irsumcntorum,
The- nitftius autetn in eorum vetborum dcclara. tione clare dtciCjAriitotel.tbi
a^erede abun. dantiapiopofttionum demortitrattuaruinjSt Auerrocs ibidem ita
loquitur, vroftendatft huiufcereiveritatem ralteni fub nube Tidif. fejfed ea
nos sltts conftdernnda & expende. da reltnquimus. Adfecunduin
argutnetutmij. ilantillirtiam conftruendam illas nominalTe E
ditimus.Ariftotelem &inprimo,S;in fecrm » fatis fuit.fcd has in medium
affett, tanquam condtttones eaiiIantiores,8c ad faciUm illa- runi
inucntioncm,6t ad propofitionu abun- dautiam pcttincnfts; ptopterea parsillafe-
cmida: fectioni ptirai hbri Puorum propor- tione tefpondet, 61 vtrlque cum
primoli- bro Toptcot um: imo cum omnibus Topicis libtis compara.-i poteff : vt
enim in ilia fe- cundafeclione agit Aiiftotelesdeabundan- _ tia propoiitiooum
ad fimpliciter ratiocina. ^timtdmtU dum & in iibrisTopicis de ijbundantia
pro- "tU P 0 ^" onttm ad «ifputandum: itain *IIa parte
ttr."»t7't"i P r ' m ' l'hri Pofteriorum loquitur deabVin- dteLrare.
dantia ptopofitionum ad dcmonftrandum:f rlt autcm nobis altcuius rci copia,
&abunj K y dantia, quando locus oftenditur, vbi earef ' pofira cft, vt
optime dicebat Marcus Tulln^ jnpnncpto Tvpicoruni Tuotum, dedarar s
eorumlibtorfi infciiotioneiTi, &vtilitat/m,
CuiusvetbafunthjecL/^facrtmrtrajBjyHJliji- fianiiUtt funi, dtminfiriitD , £fr
itnsate ifnofit-.lk tlo Pofteriorii libro agere dc mediojde prin. cipiis enim
agerc,eft demedio agere, vtaote oftendimus;fed in primo Ijbro confideratBl
medium, etusque condttiDnes inuer.iuntur, prout ducit ad fciEntiam propter qutd
efbia fecundo autem declaratut, quod idemme- dium,& eifdem coditionibus
prrditum tra- ditetiam cognitionem quid eft, inhocigi. tur fenftinon
negatnusfecundum librum c£ F fc de medio, quemadmodum lllinegare nfi
deberent.ptimum quoque librum de medio eftc.hanc autem difterentiam indtcat
Ariftn- telesinprimo capite ftcundt libri, dumdo- cetquarftionc propterquid,
& qLixftionem quid vnius & eiufdcm medij effe, propterta quod vnum,
& idcm medif.in, \ na,&cadeai'' caufa vtrique fimul quxftioni
fhtisfacit; ffs . enim primum Iibrum cunt fccundo connC ctitjtnprimo emmdemcdio
e;;fr3r,vttra- dente fcientiam proprer quideft: in recun- doautem detodetn
metiio demoftratf onis aftttruS 325 u id eft. deMethodis, Lib. IV. A e ft vt
ducete etiam ad cogmtionem Tercium argunientum peccat ex „, nte enunieraticnc:
uim definitio iofu ^1am poteft eonfidcrari vtdcfinirio , & s on io.u *j f
mon ft tlt ior.is, ve.iini etiam vt fehcfcc.nfidet.tBrn eft definit.o , &o-
Srio P fi-*i6« nI quiJdiutera, ih» aurcro Sc*ii»rao«ii a logicoj in fecBndo
en.m Po £ J-.m 'ibto conli Jerarur praecipae, vt eft
Krfr»rioniifio«:waacemeft«e*^ 51 «rincipiura demonftrationis confiuera- Sura
enira eft dchawo «aftl», qu*oum ad defininonem acodcnris pcifeftam, "nl
eft^nn demonftrationis, Sdemonftra- g^ofitionedifferensS.miHtoraJqumBin Erimu*
verum eflc id.quoa ipfi iumunt,de finitionc.n n6 confideranalogiro.mfiprout '
^demunftrationem retertur : « relatto tee MteftcHe duplex , autenim vtrerui ad
do. miuom, autvt donv.niad feruum , : nam po. ieft defimtio dirigi *i
demonftratione,nem- l, quando vt medium dcmonftrattonisac. ooitur- poteft -tiam
demonftratioad deh. m-wnem dingi , quz eft praropua dehniuo- ms confideratio in
fecundo libro.quod iftl i- enorauerunt 3 idcb Ariftoteles quando hanc «lationem
fignificarcvoluit, nonfolumdi- jrit definitionem ffl'e demonftrationispiin-
dpium , ftd etiam concluftonem, & dcmon- ftratknem fitu terminotum
diffcrenteniihis namque omiubm modis definitio ad Jemon ftrat;oncm refertur,
non foltim vtmedium. Iure itaque Anftoteles Je definittone agens, in fecundo
libro etiam demonftrationisfae- penuntionem facir : ibi namque de demon-
ftratione agit ptoateftinftrumentumduc.es jW>- ad tilisdehnirioniseduAionem.
Exvltimo arguniento,quod fuit Euftratij aduerfus A- lexandium > colligimus
Alexandri fu;fle eam ; fententiam , quam nos jn przfenti. fequi mur . argumetum
mtem ib infcriptione co- lUffi libroium fumitur , quos dicit Euftiatius
infciib: refolutorios a re confiderata, ade- monftratioue , qu* eft
refoIutio,ynde iofert, fecundam 'ibrum non effe de dennitione ,vt putauit A;exander;
ficenim illi eainfcriptio non compcrerct, quandoquidrm definitio
noncftrelblutio. Sedfactieeftad hccargu.. mentum pro Alexandrcft-eipoderc.
primum quicem negare poflemus , inffcriprionera A- iialyticotum librorum
rumptam eflea tecon- fidcrata , &demonftrationem eflcrefolutio- ntm j hoc
enim non parum in fe difficulcatis habe: ; eo tamen in prae fentia conceflb,
quff, id excuteread propoGtam nobis contempl*; ticincm nu
pcrtinet,dicimus,fecundum que 1'oftcriorum librum effe de tlf monttra- tione,
vt AnftotelesinEpilogoin calcceius librt fignificauit, &n nos efScicitcr
contra Aueitoiftis oftcndimus , idq-, Ggtiificauit A- 326 lexander, fi eius
verba ab Euftratio rejatibe A'tx*ni*i ncpcipendamus idixitenim agiin feondo
/«-'«"*"' Jibro de Definitione ptout ad acmonftratio nem pertinet,non
dixit prout eft inftrumcn- tum a Jemonftrationediftmftum ,vt Auer- roiftar
dlcunt. quare iiberllle tta ett dedeti- nitione, vt fit etiam de demofttatione
fccua- dum Aiex;ndrum. Sed quonam modoin- telle.tit Alexanderdefiiiitionem ibi
confidc- raripioutad demonftrationem pertinet?cer- 5 tc alcero duorum modoiu
pernnct,vei qu64 ad demonftrationcm dtngatur.velquod de- monftratioad eam;fi
primum.non reciecar- piturab Euftratio Alcxandeij ea namque ett ipfa Euftiatij
fententia, qubd definitio tra- ftetur vt medium demonftrationis none- nim liia
ratione a J demonftrationem iling'- tur.nifi vcipiiusmediumjquiim igiturf.n-
ter.tiam AlexanJri refutetEuftratius.indkat fe cognotiifte aliam fotffe
Alexandn men- Ctem, fcilicet dcfinitionem in fecundohbro traftari, quatenus ad
cam tinquam ad finetn diiigitur demonftratio 5 fic enim defimtio-
nempertineread demonftrationemintelle- jtit Alexandcr; proinoe ea fuit tplius
de fecu- do lib*o fentenna.quatntios Auerois quoq-, fuiffL dettionflrauimus,&
quamfqlam veram effe atbttrainur. Cif.X X I.foluM Mgumentermnp- Jleriorts feftx
Auerroi- fijrum. SE qjv I T v r , vt ad Aucrroiftas , feu po- tius
Pfeadoauerroiftas refpondeamus-, iti ptimo quidem argumento id , quod aftu-
niunt, duoeffe in rebus cognofcenda , ftib. ftaiutam & aceidens,concedimus
;fcd quutn poftea inferunt: ergo de definitioneagen- dum in logica , vtde
tnftrumento fubftaotia cognorccndse,negandaeftconfeque!ia:nam debet quidero
logicus agere de infti umcnto, quo fubftantia iijncta notificetur, fedillud
noneftdcfinitio'; fedeft methodus rcfoluti- ua .vtnosiuperiusdeclarauimus
:hocigitut atgaraeto nil aliut! prcbsiH,quamag.endum fulffe in logicatum iic
nuthodo demonftra- t;ua,qua accidentiJ cognofcantur,tum de re-
folutiua,ciuafi!i>ftintii ignotae notificentur. : VnJe manifeftumcft, quivm
debihs icvana llc arnumentatio quorundam, qui denobi. liore^tnftrumento logico
difputantes, &a- ftcnderevolentes, definitioneni eile inftru- %icntum
nobihus demouftratione, itaar -Ajnmfmw eumentantur; defininone fubftantiam
co--fi?J*» inorcimus, dcmonftratione accidentia, at fubftamia accidentibus
nobilior eft ; ergo&J'~^ , '' 'dcriiiitiodtnob«litisinftrumentum demon--'
ft.atione.quadoquiJemillud eftinftiumen- Vumnobihus. qucd ld
reinobllijtiscogni- C>nf*uti» tioucmdirigitui:. Sedhi ineo primiim
pec-f""""'*- i 3-7 lacobi Zabarellae Patauini 328 eant,
qudd comparationem abfurdam fa- a illud eft dicendum nobilius infliutncnr
ciunt- folemusenim dicere, comparatiuum quod fit axQttirizta , & fcitiuiaiu
pa:iat fupponit pofitiutim : ergo non potcrant difl CCr - putare, vtrum
fitnobiliusinftrumentum de. monftratio , an definitio , nifi prnis cften-
dtirentdefinitionem tnftrumentum efie no- tificandi ; hoc enim negato , vt nos
omnino negamus , tota eorum difputatio inanis red- ditui. SeJ etiamfi detinitio
infttumentum fciendi effet, argumetum ipforum^qtiod me tiore;ob idfiduologica
inftrumentapro wl" nantur, quorum alterum tiufdcm rei, vej - .arque ignoti
fciet;tiam maiorem & cen ^ j j rem pariat, quamalteium,iiludcerte nobL iius
dicendum erit;qubd fi non njodoreie. que ignotar,fed ettam ret liiiiotions ,
atcaT' gnitudjfficillioris cognitiont certioiera no* bistprarftet, quira
alterum rei iwinu»ign 0 - t . mtnti. morauimus, nihilptorrushabereterKcacita- B
& facilioris cognitu, adhuc maiorillTuainS tis ad probjndutn , eam etFc
inftruiiienrum praritaiutus deraonitractone;ft quid emm ro- boris
haberct.probaret etiam methodum re- folutiuatn demonftratiua piaeftanriorcm ef-
fe; fiquidcm refolutiua fubftantias cognofci mu», demonftratiua vero accidenra
; idta- nien efi manifefte falfum, quumapud om. nes confter, pmiffimam
deuionirrarionem demonftrationeafigno atque ir.duttione no btlitasfk
cxcellcntta nidicaiiJacrir. tali ilu ,. tem efttncthodus den.i6fir.uiua
ufpectttttt, folutiua; : dcnionftiatiuai.aniquecertiorerrj frientiam patit,
quum non foluu nor.Bcee rem efle,fed etiam curfrt; refolutiua veto fo- liim
declaret itm tfle : certior euim leieniii eft, quaremefleper fuarn caufim
rnonofti; . mus , quam ea, qua fin e caufa rem cc j,nofti. mus, vt inquit
Aiiftoteles : prauerea illud»,' 2«- biliorem efTe. Soluitur autem argumenrum, C
quod per demonftrarsonera potiffimam no- tificarur, eft naturaliter ignotius
& diffiei- lius cognitu , quam id, quod per niethoduin refolutiuam;
fiquidem accidtns ftctindum rerum naturam non eft per fe notum,qujj pendet
icaufi cxrerna; fubftantia vero quuin ab alj? canfanon pendeat, perfe nota
dici. rurfecundum natuianijquou fi ignora fit,jj non tft feeundum ipfam rct
natutam , frd proptcr n oftram infirmttatem ; ipfa enrrn rei D narura per fe
cognofcibilis cfi: quaniame- tiam per fe eft ; accidens veionon ef! coqno.
fcibile , nifi pcr aiiud : euu etiain peraliud efi. Illud igitur, quod pcr
ineiho Juin demo. itratiuam declaiatui , natmam habet igno- tiorem, quim id
,quod per nieihodum relb. lutiuam notificatur. quare nie thouus deniS. Ilrariua
multo efficacior eft methoJo rtToIii- • tiua, quumrei igiiotillinia; fecuncum
nato- rain faentiam panat eertifllmani, mquaa. negando propoimonem illam , quam
pro a- xiomatc fuinunt: illud eft pra?ftantius inftru nientum, quod ad rei
pratftantioris cognitio. nem dirigittir; h*c tnim falla eft, ckmulta eanr
fequcjcturabfurda,veluti idcm demon. ftrationis genus nobilms effe in
dernonftian- dis accidfntibus hominis, quam in demon- ftrandis
acctdennbuE3!i''i : quum tarrenea- dem vtrobiquc fitpotiiumor drmonfiratio- nis
natura & vis; & demonftrationem a fi gno ,qua primusatternus rtioror
ofteniJitur, prjrflanuiis inftiumtntum effc ea demon- itratione a figno, qtu
demonft atur prima materia r imb &in omm potifiima dtnion-
ftrationr:q:ioniani Dtus omnibus rebiis no- bilttati praeftatittaque pro rcium
cogaofecn. darum vanetate innumeri erunt deirn.nttra- ttonum si-adus inter fe
nrjbilitatc & isnobi. Ut a:c di.Wentes, qua; orooiavana Tuiit , & ii
Kibikt*, la. nullo Phiiofopho prc-nuntiand». Nos iguur E nimus acquiefcit, neq;
deillaiealiquijpt» jf/tv inflritn.e dicimus, maiorem, vei minorem inftrumcn-
ammjhmi tl j 0 gi cl nobilitatein non tlfr fiifcenclaai cx r * nm ipfarerum ,qua:
notificantur , nt.btiirate.f d ex maioie, jrel tuinoie DotificaudiW & effi-
»*bthtute s f d tx r.t.tifi~ i„nd, ijj;,4- CSLCStlte : qwm cnim Anfiottles in
piuifi. fju/r. pio prim; iibri Jc Aniir a uic3t , dun t .fe ra. tiunes ,
qtiibus ahqua lirientia aijj fttentias prxftarc potcft ; vcl tnini praftu nr
bihtate fubieg:cam;ob iJ piim». fed Ioium*!nftriimenta, qt * apta fint no- afe
rta debuit ciT; eius confi Jeratio jn logica tatt tejutii abfconii;i.irum
to^mtioncin ductre^. q^uaiii inilrumenti vtilions 3c nobiiiotis ; fe- cuadaiis
220 A, r i% ve.o nietbodi rcfolutiuz, Vt fuse -S1 S dedaratum eft Ad ! fecuti-
'J-' ^rEumentam neganda cft confequen- !! l,«f enim loeicaffc facultft
inftrumen- lL' tan.cn non tft ncceflanum,vtqutcquld ,n lot:ica,.nftrumenWrn notlfian-
j veLmftrHmcntum.vcl faltem ad lo- wllrClrume.arefpedum aliquem habens; S en
eaioi & verbum non iunt fciendl ^ftramenta.traaanturunienin logicatan- ,n '
' in a'ena logicorum lr.ftrumentorum. qU ' r[ : ' r quieftiones declarantur ab
Ariftote- JiVnBrinctpjorecuJilibrirofteriorum, nec „mtn fnotinftrainenu
logtca,fed fcopi & fi" e5in ftriimenrorum;definitioigmirinlo- •
..jgjtur, nonvtinftrumentum logicu, ILlvtprincipium.vel vtfinis logicorum in-
ftrumenwrum, vt antea declarauimus. Ad re-tuim rfnimus.definitionem
vtinftrumen- tumicienJi r.equea Mctaphyfieo , neque a Lonco ncqueabaii--» v!lo
confideran: quo. mamipfa taieinft.rumentum noneft. Ad A- uerroem qoi (cpe
d»cir,primum librum Po- «erioruttJ rflede demoftratione: fecundum verb Je
definitione, iaru refpond.mus, ac mertem Aumois declarauimus.qui non pu tauit,
fecundumlibrumeffe de definitione, vt Je' altero inftrumento re diftindo ade-
rnotiltiatione , fed in pnmo de demon- ftraiione 3?i quatenus eft Jemonftratio:
in deMethodis, Lib. IV. 330 A idem quod dcmonftrarto.vt nos quoque fu-
pride(lavauimus:nam demonnrjtio tft dr- finino, & definitioeft
dernonft-atio: i ico definitio qua ratione pot-ft vocarj licinon. ftrario,eadem
ratione poteft dici inluunun- tum, quo ducimur adcognofcendum quid eft-demoniiratio
cnim duci: ad cogno.cen. dum quidrft: quod hxc fi: mens Auerrois, patet confi
Jcrantibus alia eius verbain eo- dem loco.non poteft cnim dicere,qu6J de- B
fiiiitio.vt extra cemonftrationem -urnpta, & vt ab ea
diftin&a.inftrumentum fit deciarans quidditatem ret.quia ftacim
coniideratione hanc primo Philofopho attribuit , dicens [Vhilafophus autem,
yustenus fgmficxt qitiddi- taterrerum.] definitlo enim lefpe&u natuiat
& quidditatis rerum non efi niti eius fignifi- catrix,fed ad ipfius ignotae
cognirionerh nos ducere non poteft;hacigitur rsrioneafierit Auerroes, eama
primo fhtiofopho confi- C derari.non aLogico.quare vtinftrumeiirum figmficandi
quidditatem eft confiderationis metaphy(ic3e,quo fit,vr eadem ratione ato- ^ico
confidcrari non poflit, fAd aliqua alia: idq; nosantta 'emonft auimus,
definirjone vt inftturnenturo fignificandi quidditatero, ad Metaphylicum
pertinere. inftrumentum autem norificandi ipfa per !e deiinicio dici non
poteft, fed foham quatenus m ipfo de- moiiftrationisdifturfii pofiia fumicuriot
qua fecundoveTo decadc demonftratione qua. D tenus eft demonftrario . fic
tnimeftinft.ru- mentum , quia- aemonffario inftrumen- tum tft j ha;c abfque
dubio eft Aucrrois mens in co loco , non quam aduerfai ij pu- tant: ita enim
mamft ftum tSt oftendimus Auerrois de definitione fententiam in lo- gicis
libris , vt fieo in loco id diceiet , quod. illi volunt.fibi tpfe
aduerfaretur;qu6d igitur definitionem dicattfle inftrumeiuutn logi-
cum,c6cedimus. quo J autem i c diftinftum E ademonftratione, negamus: idqtie
probare debcnt aduerfarij.quia riulio vnquam in lo- co Aucrrcremhocdixiflc
aflcuciamus. Cap.XXII. cur Ariftoteks in logic* dt methodts tantum,n«n de cr-
dimbus cecrit. o CAEtirVm poftquam de ordinibos 3c mechodis verbafccinitis.oc
traftacio- fed (oluna dkere, dtfininonesconfiderari a ntm Ariftotelis de
methcdis expufuinius, Logico quatcnus datur inftrumentum ali- quirere non fine
ratione aliquis pocTct, quo i !oeicum,quodducit intellcdum ad co ^iuum non
minus ordojquammt tho>.us lo- gnofiendas quid,ledditobitidiueTfismadii:
Logktts e- nimconfidetatdedefinitiiniliusfeeundum quod tflmfirumeniuni, t^uod
inducit intellcBum ad . .«..:.. . rerum. Vhiiofijihus xu- temj iccundum
yuodpgnificatriaturas rwam.] His vetbis duos fer.fus tribuere pofiumus.
pitmuquidem poflumus dicere, Auerroera nominaredcfinitionem in numcro plurali,
quum dicat [de dtfinitionihiuy deinde inftru- mentum In numero fingulan. quare
non yi- deturdcrinitioncm appellare infti Iacobi ZabareltePatauim o 331
nouir,fciip(?fTt. Ego vcrb, etfi in admiratio- ne Utgerffj Anftotchs nulli
moitahuni fccun. duseffevolo, ramen credo.ipfum neqiieo- mnia fcnbcre, ncque
omnia cognofcere po- tuiffe, neque ettarr. veriratem in omnibus, qu«e fciipfir,
itaeffe aflecutum, vt nunquam errare poruerir, quippe qin homofuit, non . .„ .
Deus; propterea dubium hoc aptid me non *5"J "' P n magni momenti cft
A rifloteles enim looj cK rrdcitad 1,lucntor Fu,r ' P'imu m &
rcfoIutiufijVtipre figniticauit in capitequar. \ to primi Iibri Ethicoiumj
& coiiipaiTtiLLini fahs contemplarniisirefoiutiuum folis ope. ratncibus
difciplinis aptari poffc exiftirua. - uit,vt eius vetba declarant in p ro ue.n
10 pu m j libri l J hyficotiim,&incontcxtu 13. Iitjrt lcpci rai
Metaphyficorum. Hoc autem quum ita, lc habeat, ordinum ricclarario paucis
verhit ajfoluiponutjOon enim tanta in eis dlfrRuL tasineiat, vrpecuharem
nactationcm,qtu ' : ftwti, qui.iem qubdiogicam p.-opterdifcetJs, ion D ad
legulas, artemque red]gerentUr,pofTuk' rent;propterea in proa-mio Iibri primi
l'hj- ficorum breuiterAriftoreles ordini» compa. fitiui naturam
exprefi!r,&eum m luliv. Iciea. tiis contemplatiuis locum habeie iismfica.
uit, nullis allis nixus fundamentis, quaro iis, quxin Poilcrioribus Analyticis
i:irtacrant; ibi enim de methodo ciemonft-atius loquei dixeratjfcientiam
cuitifque rei perfectamha, beriex cognitione proximae caufa?: attaufa E
proximanocogtiofcitur, mfiprius caufarie- motx cognofcantut: fequitur irique. a
cau. (Ts remotis adpro.ximas effe progrcdicndu, firerum fcientia habendafTr;
h;c autecn tft ordo compofitiuus, quiin fcientiarum tra_ ditione ntceflarius
efl. Exiisieitur, quarirj libris Anaiyticis, &inilIo proamio riicun-
tur,fatisfigtiificatan] ab Anftotele habemus ordinis compofTtiui naturam;
quemadmo- ^ dum refolutiui in contextu 13. Iibri 7,Meta. 7 phyfTcorum.
Qtjoniara igitur paucisverbi» vtriufqueordinis conditio drclarati poteiat, vt
paucis ipfam Ariftoteles declarauirrideo cognouit eos rraciarione iogica noc
admo- li-jm indiguifTcj &fau'shibuit de methodi» alcuratiflTme fcribere, &
in iis fohs ptififte. 7V quatn tracrationem ita csicgic, ac (ft di- J
eteconucnlt) itadiuiucptr.equutustft, vt eorum libroium exctlltrtiam
egoadruiiari nunquam dcfinam,&m eorum reeta intelii- -; gentia ficilllmam
& optimam vniucrfiephi- lofophiaj cogniuonem coullitutani cfiV non dubitem.
proprt-r docentes fcnbr.re cor.ftituit: nain nuthodorum cognitio uon foliim
docenti- bus,fed etiam dirientibti^ nccciraria, vclfil- tcm niaxmic vtiiis
tft.or.iinum autem noti- tiam usquidem, quifcribeie ahquam difci- plinam
volunt.non parum prodelie mamfe- Jtuiu eft: fed lis, qui difcerevolunt. vel
nihil, velparum vtiliratis afterre poteft,quum fatis effe videarur
rudisilJa&confura ordinis no- titia, quamnaturalirer infitam quifq; istio
nis con.pos habeicfoler.nempeilla prius tta fi^nda effc, finequorum tognitir.ne
caitera non bvnc percipi pcfiuntiideb videmusplu- fimosin libris Ariftotelts
interpretandis ue Ttrbum quidcro de ordine fecifle.reliqua ta- men dii
gentiflTine detlaraflVjquo enirn or- cinelib os Ana!yticos 5 libros de Moribus,ac
libroi iMetaphvftcosfcripf£tit,n6confTdera- runt.de oidine autcm in fcictia
naturali fer- uaro, paucaqtitedatn dixerunt, quiaab ipfo jAiiiTatcle in
p'ccemio primi libri PhyfTco. rum occafionem huius confTderatioms fum- pserc.
Cogni tio autem methodorumd ifccn-e tibus omnibus perutilis tft, fedquandoque
ctiam neceflaria; euenitenim fepenuroerb, vtoflenfionem aliquam
Anftotelis,velalius authoris inreiiigere tanti momenti fit, vtea jion intelleda
locum iilum intelliaerc ne-- . qucanuis: quianon parum refert, qualifnam /
tlofter.fio fit,ai) dcmonftratioabtfteau, an/ acaufa, & aj: a caufa
proxima, aaartmotaj v deConuerfdem^nftr.indcfin-Libcr. 334 . - - H_s
ieiturobxauf-s «ederepof-\ tufacere mihi ea vna ratio poteft.po» fc:.- dub!
A-,«Ltefem 6rdir,jbus in logica; pfi-.quia fcnbeie noluit; quod u qu» ml ho-
{tfimis.jV 1 ^ idem cgoaliomm gutia rum.quidiximus.recipiat.aliudquidpum
$"re volui; quod enim admeauinet.fa- piobibilius, iipoteft,inuenjat. FIX
IS LrBl^l IV- OE METHODlS. IAC. PATAVINI, LIBER D E roNVERSIONE ,f*Hi"f
defin.tionem affectionis perfedam etribus - ) propt,. onis : eclipfis cft
priuauo luromis ilonae ob V ferte int e tpofnion cm; hinc fir , vt fi in talem
defimtionsjn dcmonftratio mutandafit, ex iifdcuitiibu, paitibus demonftrationem
, co- ftare ocortcjt, a'io timen ordine cirpohns: fed lubitaum quiciem
afftaion.si;. demon fti atione locum habere minoris extremi,cau &m veib
efle medium tetminHm itamani- feftum tft, vt orcni prorfus difficultate ea-
re_i;in-oIogtf!Kreuubiummanet.quemlo-*.- cuoi in demonftratione
ob.iiieat;fiqui^em E iu minore exuemo poni non poteft.quurn is fbhu . fubiecti
locus fit; neq; in medio,q£. m jbi foia caufi ponatur , fea nque in maiorV :
quonUm nomenipfum affecfonis ibilocatV dum .{Te videtur; vt fi deinonftranda Gt
ecli-\ piis,miQus exuemun. e.u luna, medium ia-J terpofitio terrse , maius
autem cxtremum e. clipfis ipfa ; nullus igitu: locus relinquitur,it» quo genus
eclipils,fciIieetpriuatiolumini_ poni poftit; quomodo igitut ca demonftra- tio
ent etiam definitio ipfiusecliptis?huius ergo rei veritate inueftigaturi fumus
, 8c quia de loco minoris extremi,ac de loco medij ne- mo vnquam dubitauit,
infolo maioredi.fi- cultas manet, anibi ponendum fitaffeaio- nis genus , an
potius ipfum affectionis name duataxat exptimere debeamus. CapKt 1 1. in qno
mttltisargumentif often- dttiir, tn nuiorc extremo nomen uf- fecxtonii
ponendttm ejfe,non eius gemts . PRimv m quidem videtutinmaioreex- 1. *rg. tremo
genus affedionis poni non poffc, liquepluribus argutnentis cftendere poflu- mus
: primd !ic,illud, quod demonfirari di- citurieit maiusfxtremUm s at a&Vaio
ipfa eft ilia, qui dlcirar Jetiiotiftraii : ipft etgo in maiore extremr,
locanda tft. quarenon eius genus,quomodo enim demunftrati eclipGm dicemusjii
nufquam in demonftratione ecli- pfim nomincmus ?in medio namque, autin lninore
extremo exprimi eclipfistio poteft;iI la enim vtriq; qd' fint
pr3enorcimus,eclipfim vei b demonttiamus. Prsterca (T no ipfaaffc. * "i
aio.fed eius genusin maiore extremo pone- letur, conclufio non
elTetvniuerfjlis,qu2lefn eam effeiuffitAiiftot. in i.lib.P«ftet,papr2- dicatum
vniuerfile eft illud, quodfubicao ineftomni,8f p fe,Stquatenusipfum. huiuf-
modiauteracft,quanoo a;qu-uirfubi»'ao & I * 335 Iacobi Zabarellx Patauini 3
. , cumcoreciprocitur.fednonquandolatitis A gumentum eft, fi in maiore exrrrmo
pitet, quam lubiedu , vt ibi efHcaciterpro- tur atTedio ipf.i , nfln gc.ius
infius ir ?, 0n *- indefinirinu*. %imt bauit Aufroteles , dicens tres angulos
a*qua- les duobus rediselfe tnangulo pra?oicatum vniueifale ; non figurs ,
necxqmhtero; atfi loco propris ariectionis ponamus eius ge- nuSjfjuod anipliiis
6c ipfa,& fublcclo eft.prC- dicatum iii conciiJionelstiiis patcbir, quam
fiibie.£rum;quare conclufio non eritvniuer- falis ; vc piopria Iuna- affcctio
eft cciipfi'. : at priuatio luminis no eftiuncpropiia ; f?d com B rrtunc
qtuddam, quodajis plurimis corpa. ribus competere poteft. Ptieteiea (i mu.us
CXtremum I?t nofl atTedioipfa, fed eitis ge- nus.medium neque cum eo reup.-ocabir.ur,
neque eius caufa erir:proiiide hoii erit potif- fima Jenionftrano .
conKquer.r:.' probatur: cjuoniam priuatio luminis in jijii quoque pr Eterluium
contmgere pottft fine.vffa ttr rje i.uerpofitione . qjare Ijriis paret, quam
jnderiniiiouenomenlpfuir, rei deEnira/ea tin;ti vt : partem, quod-eft maximum
abfiut dum;iahominisenim tkfiri;: . D ni non potcil : confequens ita
ccc::ct,nt- jiSfl moilratio apud Ariftonlcmeft dtfii.itio' to- taetiim in
totaiv, d.Hnit ; o!i-..ui matatur' er goquicqiiiJ demonfirj-ioiiii p; i:o-.is
crlt. onodniflul rarioneadr.)itteniii! i> . li Coiili .V.j.h haiicJ
fententiam authontate Artf! otclis .. in^j^H textibu$40. & .| t . Pt-cundi
hbii Poiiftiortiti Ji Ana.'rticorum,\bi t « mpia den>oi.f>.- a .j 0t ^ I
r-Jcu^^fumitfemperg^nuiarjcni^mj „ ro maiore e.\tremo, no af... ct-cncn: .j f
n. ;n 'on emm Cun.it toninijm , fed o;u;m ;i)tclumit eclipfim, fed defectuni ,
tanq. agenusipfius i _t — l . ---. r ..... , ^nuum , tA.ilj. a tt llllS IJUHj
terta: uiteipolui, . : & uon omti» priuaticriis C etlipfis; etemm tn nube
fonum ineffe decrn luminis cau^i eft interpofitto teua;: ita am. ptiojeft
fonu\. qcxtinCuoignts.vbi namque igil!S exrincuitur, ibi fo.ius qut iem tit,
fed non c c.iiuerfo ;.non enim vbi eft fonus, ibi necefte tll 'gnis t-xtinctioocm
tlfe. qnare nu umnisluin cauficftc.VtinCtio:g ii5. Pciharc igitur de.nonftritum
clle viJct mt , ma;us ex- tiemum clfe non poJle cenus arTeciionii de.
monftran.J* , fcd ariect . one.„ ipf.m } hsec e. . :n ,ere liim &cura
a*c!c, cVcumn.iiHirc exjremo D veJJemus r ciaia nimis, Si exp licatu facilu re*
recip^ocatu. ,q.Jod m oiiuii demo.ift.atlone eiretiquiaA iftotelc.n & Auen
oem !r e amu» ftratj&iniunadcftCJum. Capnt I V. in qtto pro vcrfta tis de~
ilarxiione fundu mintm. lacmntur. 1N hac dirncultate lT (oh An-lotcJis & A.
uerrois auihoritate frtti litem dirimere potliTwni r.cctflaritiin cft. Caput
Ill.in quo pro contraria fen~ tentia argumcnta af- ftruntur. fi- NO v s v l l i
verb contr-ariam opinio- nem conRantifllmt tutati funt, niaius Kxtremum femper
elle ponendum sdect.o- Dis geuus, nonipfammetafttctionem : vt, fi de uonfiranda
fit eciipffs , priuationem lu. m nn pro maiore extremo fumenduneiTej tlon
eclipum ; fi tonitrus demoiiftrandus fir, fjmendum elle fonum , non ton.tru.n ;
hoc i. prcbcnt ciuobus ar^umen^ ;, quoium alte. rtim, quoipitmaxime
innitiintur, tftiilud, ououfupra tetigimus.fi demonllratio,ac dc- hnicioidcni
te- ifedebent^exeifdem termi- J nisconftituantutnteelTe cft; atin dcfinitio- nc
omnir.6 ponendum eft genus affsCtionis definita; ; ergo illud idem
in"ilemonltratione quoque ex neceilitate exprini endum eft: igi- * tti
\'cl in maiorecxtremo , velin minore. vef in mcdio, non in minora,neque tn
medio,vt- fuprao' 1 ::frrn efi .- ergo in maiore;ficenim demomlratioin
u'erini"tionem ordinetcrmi- no. iini duntjxitmutato conucrtetur, quod
fieri non potcft, dum in maiore extremo po. 1
■"'I-nitut.p.i.ni.ucaiuuisiiomen. Aiterum ar- ln lecundo libi o Poftenorum
Analvt; corum, prarfertim Aucrroem iu commciitario47, i- pforum fcntentia fuit,
qudd in demonflra- ttone potiflima tam ipfum aiFettioni* no. «■«Jrw,. men, quam
eius genus prn maiorc c-xtre(i)oA">^»»#, accipcre arbitratu n- ftro
poffimus , betmodo eaJcm fitdem.,n!i;ano ,'jjfo mi. 4 £ ,ai "*£
ror,.quomodo iili, qvi hic derednbitsi^r.t,'''**'**' E id non videtmt.
Veiiim . ac +_. fccundi libri iorii, dicit cilciiiiani ac--id:nm ex ma.
Iftmlit md p 0 iie *i «>..j, f yiitl.tr. tena &formaconilite, vt
cftenliam ecl pfis expnuationc luminiHar.juam fornia,St]u.- m tanquam materia;
& cff- ritiam tonitrus ex Tono tinquam fonua, & nube tanquam
Matcria,qtia> funt diiae paitci conclufionis,vt. ai:b; decla ; atum eft :
pro^te; cj foftciiores qm.:am cnixt hanc f. ntcntiam lutay funt, nnoJ eiltntia
2tcii!t r.tis csi:s dnabus paitii bus coriftat, vncieha?c d-.nniti • , Ibntii
in nu- be, tfiVtitiaas , 6c qunluitatiua nuiicupaturj- qua: njideni U ntentia
.icct qnadam pin- t*" •leiui. 6c o^Ke ioquenuo, vt ce: tum «tlocutum tife
Auerrctuijadmittenda fit Metaphyficus recipcrer, quia fi in fubflantiis, \utrri*
ntm quasuiateiiamintemam habcnt,exquacon- tft p*rt tfft»- Kant, iiiaterianon
eftquidditatis pars, raul > "'cftb- to numis in ac«dtntibus id afTei
eie Iicet , t i u ?-^^J W , " C matertipi noninternam,exqoacon!tent,fcd
extcrnam duntaxat habent, m qua mhjtreut: dehactamenre difputa.-ead prinium
Pbilo- fophum potiiis, qiiam ac! Logicum peitiner; fat eit inprelentia.fi
hocvniim inteliigamus, deikiitjoaeiiiiiLam^roiius :n rube, nonideo vocan
eflfentialcm, quod vtraque eiusparS' tflTcntiam tonitrus Conftituat, &
vtraqttefit efiaitia: pars ; id enun mnnme \ erum eft, ^kioniam per fobm f
jrinam cilcntia fignifi- catur , nimirum perfonmn ! fcd quiano om- ius fonns
eft tonitrus , & i.xp imendum om- uinoeft , quc fonum dicAmuseire tonitrum
: ideb aliqua particula reftringei.te opus eft, qua? nomcn foni
coarctct,&itaadhtincfo- num contrahat , vt hunc folum, non aiium fi-
giiificet-.adgenusigiturreftringendum adii- citur fubiecfum proprium ioco
difrerentia?, non vt cftentix pars , fcd vt coarcias illam di- ftionem, per quamfolameirentiafignifica-
tur, tanquam neceffaria conditio.fihe quail- ]a efTentia non eflct, reftringit
ig^corefien- tiam, fsd cxtra effcntiam mmct : nam poteft aliquod
adducivrconditio, IThe quaalterura non effet:quod tame illius alteriuseffentiam
non conftituat; itaque tffentiatonitiusnoa D cft fonus & nubes,fed fonus
ille,qui eftin nu- bc; fic enimfolum fonum dicimus cffe effen- tiam tonitrus,
non tamen omnemfonum, fcd illiimtantum, qui fit in nube : ideb hoc non ignorans
Auerrots in commentatio fcx- to fecOdi Iibri Pofttriojum, refte dixit,qubd
quxietcsquiJ eft , qurerimus formam;quid- JQvtddha dirasenim eftfola forma,
prrEfettimin izci- ftUfema.tft- dentibus. qtiando autem dixit, formam &
m.ireriam cffe duas partes effentie,qua; ano- E minc, fsu i nominis definitionc
ffgnificatur, vt L ; 'gicuslnquitur, nb vt Metaphyficui,qui vcritaris diligens
fcrutitor eft; Logicus enin» pattem efiVntiae vocat,quicquid eftpars de.
fiiiitionis cllcntiaiis • quianon eft ipfius offi- ciu n t-ifi.ngucrc
efteiiti:,m ret ab eacondi- tione, finc qua non poceft eficntia fignifica-
ri:at primus Philofo j»hus dicit , accidcntia ticfiniri pei additamcntum
:quoniamineo-- tum defiiiittonenbTola effentia expriniitur,. F fed fubieiltim
quoqueadditur,tanquam co- dino ncctffjiia , finequaipfa accidentis et feima
ncque cffe , nequc intclligi poteft. Ex his omnibus colligimus , qubd in ea
demon- fttat.onis conc'.ufionc,innube eftfonus , di_ * cere pofiumus,
effentialem definitione prs_ ^-Jicatuui fimul cum fubic cto complcfti ; to_
"^iitrus eniiu cftfonusin nube,quo modolo- _k tus tf(- Auerroes in illo 41
- commentario : pcvumus ctiaui dicere, pei folum ptasdica- tu.rjitxpnmi
effeiitiaiem tonitrus definitio. ("■iciter tajata vera nou cft, ueque t.im
neu/;pei fonum enimieftiiclum ad huncfo- . 1 7 339 Qtnut *jff num tota
tonitruscflentia fignificatur,quen-.- admouuemm in ea definicione, fcnus innu-
be, fonuip nube taaqua d differentiaexter- nam coarttatur;itatnillaconcluiir,u
,innu- be eft ionus , prxdicacum i lubiect j rcliiin- gitur.teli difterentia qu.dam
poter u ili co gitata , ac fubintclteiii ,quam ab eo fubicQ 6 deriu.-insus; quo
fitjVtfoUUS ibinon profoU Voce fumacur ,fedpro oratione nomen toni- trus
deilarante; ipfe enim per fe fuiuisfei- pfum coarctare non poreft,fed
coirct^tur ab ■alio, nempeidifferciuiavcl exprefla.velim- plicita,
&(vtdixtmus ) cogitata; ii.ec in'm fono adte&a, facitvt fqnusnon
voxvnafit, fcd oratio declara^s ncinen tonitru5,qa;? nl- cmir definitio
effeorialis . ftopterea cit »oi- Iacobi Zabareike Patauini A ?40 dutm
dtminftrata , ii tiusgentisaoj* fe ui demeuftrarione pociffitna poni extremum:
r.am fi genus fbmutir «defi_j tio nominati; , & hxc ancc demonrtrati I }l 0
*j*od pjjjpjtj vtejm vocatibiAuerroes,necnonin 1 ^*- eomment.41. eiufdem lifcri
, vbi forminsde- monftrationem tonittus dtcit, fe tnmaiore extremoaccipere loco
tontcrus oiatione» Je- clarancemfi^nificationcm nominis tonitrus,*. tamen
nul-am orationem pro maiure exf g, . mo fuimt, fed folam vocem fonus ; hiac «
j. nimvocat orationem: quianon funutea* vteenus, fed vt orationem nomtnudecUf--
tricem. Euftr.inus ltrB.\ te. duorura vo!uerimu«,in maiore t xtremocoL locare;
quid enimabfunli el> , idetn figni_ ficant, & a
demonllraiitepticagnofcuntuc idem fignificare ? ideo Anertoes iti Epitome
logtca in capite de dctinitiotie forroansde- monfttationem tonittus, in qua
raaiusex. tremum accipitfonum,ftatim ratiorisrri fg|>_ lungit, cur pro
tonitru fonutu accipiit,du teiis [^impofs&ile ttiimefs, oitin
ixpltcititit*. D minitjit bdw.] nam fi cfi pra:cognita,quii prohibet.neloco nominis
«ennitieaaBicci. piamus ? Ariftoteles quoque ir. fccundc li- ' bro
Pofterior>ini,fafpefonnaris demonftra- tioncm eelipGs, &
dernoii!>v.=none,Ti tooi. trus , mocb rnaius extremuni fu.itit : .ipJTm,
modo priuat:onem Limfin, & ittc>.io.toui- trum,mod6 (onum. Vcrum nusmuis
ittao.Xi$Ki ftro arbitno conftitutLim fic, vcium VQl_e!L■■' tiones ; altera ,
uux tx eodem ioco fumitar, eft,quia quum df mtinfiratio iit potcilatede»
finitio , & definiciorsis gi 2 f ia coi.iiruatnr, llit detnonftratio^qur
eft^deitr.itio potcftate^- xima.melior attjue exquiiltior etl l! deiuda- F
firationc, quae pocsftite tmtCiui remotaett definitio : dicitui autem
tlemoiukatio eSit.lf"' deiinitio pnteftate proxima , quandonttlia pars
deftmuonit pcrrectv n iienionflrauoat de£t j;raiur, quoi euenic, quando
maiusci- trcmum eu gerius afFectionts; folonamqite ordine termmorum iv,t:cjcc
tic pcifectaue* finitiu, quar ptius vocabaturdemi-nrtratio ■: iJta rei 6 , in
qua maius tstrcmun; fumiturt- pfam affddionis nomen,dicitur dchnitio po- tciiai;
reatotiore ; nunniam tx ea rtoli Ua« tim educitur derimtio, k J .j:;uj adticers
ta. tta dc de Conuerf demonftr.in defin. Ltber. 342 *^ r, jtiorrm
senasafFcSionisopor A funt, qui dariluminis pnuationem cogno- ttti^ 0 Z.n..nft
auone exp: cffjm non fcant.fed (im, qua: ln Iuna fit.lgnorent: me. Jius igittrr
tft. notiotibus vocibusvrt,quum ignotioribu*,ifa cnim dcmoftraiio maioitm
erEcacitatem habet. nam macts apparetne- xus caufi.St cffc&us J &
pendentia effecius a caufa,quum dieinius,terra» interpolltjo facit priuationcm
luminis.rj quum dicimus,terrae inte.pofitio fauteclipiim. Oftenfum eftlgjL tur,
dicendum non efle femper rr.aius extre- ! '; 3il .crr.iituri.perirahrc demon- P
r/ouirir, vt iu uefinirionem vertarur: ftcJll0 „n folum terminorum ordo muran-
^Tccd °ew> qu°1 uc aff.aionis adii- **idunv quanquam hoc fac.le, acleue ne-
& effcaus: autloco vtriufque fumuntur ixpnm tur cuiufnam fit ea definitio,
nifi ex- ipfuium definitiones nominales: aut in me- tradc aionfiratioiicm
addatur norrte eclipfis, dio fumi tnr nomen caufs, & in maiore defi-
quodnallo i.egot.ofit:quia]icet in demon- ftiationenomen iilud expieffum non
fiteiit, {au tamen prarcognitum, quod priuatio lu-
minisiumiturproeclipfitftcius nominis fi- Enificatio;piopter?a eam effe
eclipfis demo firationem dicimus.proinde & edipfis defi- nitiontm Hxc
igitur omnia vcta funt eo fun nitio nominalis affeaionis:aut demu in me- dio
definitiocaufjr,&in maiorenomenaffe- ftionis:primns quiJ£
modus,5tquartus,tra- dutdcfinitionem poteftate remotiore: quia necefte eft
adderegenus affeaionisin defini tione.quodin demoftrationeexpreffum no fuerat:
fed tam fecundus.quamtertius eftde ilarneitoronliituto.quodftgnificatio nomi E
finitio perfefta potcftatc proxima: quia in rtis eciipfii eff prarcognita,
& qubd priuatio lummis funtitur vttnem, quod eclipfis: fed brc
pofferiordemonftratiodicitur cchnitio pottftate^pximaiquianulladcfinitionis
pars ineadcfirieratur:& id, quod additur,non vt pais defitinonis
additur,led vt nomen eius, quod definitunaltera vero demonftratio di- citurdchV.tio
poreftate remotiore: quiaid, «juoj additur, eft pars definitionis, quac ex-
preifanonfuerat. Hecigiwr prior ratio eft, F curmcliuifitin maiore extremo
genus.cj no nien afFea:rmjs accipere. Altera ratio eft, ejuomain
ficdemonftratio euidetior, aceffi- Mc,ore(t,quum notius fitnobis genus,qfpe
ots.notior eii.tri nobis efi fonus,c^ tonitrus, & nct o
piuatioluD.itiiSjC^eclipfis; cuicum qaccnim nouis efttonitrus, eidem fonum
ftioquc cjgnnum cffc neceffe eft, uo tamcn ccuniicifo.plures enim inuenjas.quibus
no- . *J, fonus in multis rj.hus natu.alibus, qui **uaoi toiiittts
liOUuamiiabeBt:!» plimau definitione accidetisperfeaanihilrefert an nomen
proprium caufc.an ipfiuscaufE defi- nitio ioco nomims ponatut: definitio er.ira
idcnqiyA,ac dcfinitum. Ctput VI. conn arierum 4rgnmen- torttm fslutto. DE c l i
r k t a rei vcritate, folucnda ftintargumcnta, quseaduerfus vtram- que partem
adduximus, & priiis illa.quibas oftendebatur,nomcn affeftionis femperex- pi
i^» endum eITe,nuriquam ipfius genus. Ad ^primum quidcm argumentura neganda eft
^id frhmm confequentia: quaniuisenim in demonftra- argumintnirt 1 fonenomcn
echpfis non exprtmatur,fed pri/"»w V"** 't itio !ummis,ea tflmen
dieitur ipfius eclipfis dVnoftratJO clie , quia priuatio luniims fumi tur"
't dcclaratio naminis eclipfi*, & vtidem qucd eclipfis: vilidu vtiq;
argumentu effet, fi h# . QOU vt iiiem,fed vt o^uoddaoi ab echpft lac. Zabar.
Pat. de Conuerfdem. Liber. ^ldiZasfiri 343 diuerfum,vel rt comunius in ca
demonftra. rione fumeretur, quod quidem non negaui- mus. Ad fecundum pater
refpofio ex iis, qut diftafunt;nonenimfumitur genus affeftio- nis vc genus o
enim omnis priuario lu mirus in lunaintfle demonftiatiir, fed ilij fo lam,quE
dicitureclipfis. Eadeiu refpofionc tertium quoque argumeritum foluirur. nam
tnaius extremum non eftiatiu* termino me- dio, dum fumitur vt coartiatS &
reftnftum ad hanc fpeciem, cuiusgratia extrutturdc moiiftrario.-ficaute medium
eft iquata.cju- Tamaioris excremi, &cura eo reciprocarur. Ad prjmum
argumenrum eorum, quiaiTe- runr,maiuscxcremum femper cflc deberege .flus
affeftionis, nunquam cius nomen, dici- musqubd, liccCin demoiiitrauone nonex-
primaturgenusaflectioniSjfupponitur tame ex neceflitatccognitum ante
demonftratio- nem,proinde illademonftratio cft definitio fl nonpoteflateproxima,
faltem remotiore: quiafafta detnonftrarione-, additurnullo ne- gorio,&
nulla difficulrategenus ipfum prr- cognitum in extractatione deSnjaonis. Ad al
tcrum argumcntum negandaeftconfequen- tia: quando enim maius estremum eftno.
men affcftionis , ,& demonftracio in defini- tionemconuertitur,non
lemanetnomen il- H4 &quietis,6:itainaliisomnifaus, Ad A a
telisauthoritatem, qu.rn iili pio 4M nonefi opus refpondere.qi.oniamea^i! 1 '
apeitiffimg fauec : & ipfi falfiim attnb,* 1 * Ariftutcl:, quando uicunt,
,p! um aa „ "** & fbmere nomeii aff t ftionis pro maio^ t„ mo.nsni 111
conrexcu 41. ftrundi libn Poft rsorttci faciensdemonflratione tomtrus qmt [ $t
nnbe, C.swkrxs ^.extin£7,o isni, fumit lgiturnome tonitrus, non "snfi. detniie
itatim cam oemortftrarioneoi &. niansdicitpsrcxnrdionem ig n i s conr ! iH~
qucidm nubeintft A.ronu ,& italoco tr t us ponit fonum, quare abfque vllo
djjVri" tninertiturnomine&genereipfiui; quiaei accipitvt vnum,Sc
idera, non vrdmerla n * fivt diuerfa fumeret, non reftcfiKeret "j priusper
A.dixitfignifican tomtrunj, poff J dieit A. fignificare fonum. ex eo igicurloc
0 maximurn fumicurargumcntijmad compro bationem reritatis iairi .inobis
declarats-cj e bemus autem ibi animaduertere, Ariftore iem in proponedis tribus
terminisilli us del monftrationisdiccrtA.fignificare tonicnuo-
quiaproptertonitfum ea dsmonftratio cx-* truitur,poftea ve:o in tormanda
demonflra. tionefumere pro tonitru lonuni, vtfaciliuj demonftratio in
dcfinitionem vertatur. In contcxtu autem 40 aperte illorum opinioni
refragratur, & maxiroe miror, quod vitiilli ludvtparsdefinitioniSjfed
vtdefinitum.eu- D tantuni errorem commifcriiit, vcexeodem locoprofe argumentuni
defuniprerint: isq; error so minus c xcufan pottft. L]udhi,vci n ipforum
commentanis videre eft,Grset:a. [j Q gusceognirionern palam prDiltetu ipftquL
dem dicut.Ariilottlcm eo m locoin dcmon. ftratione cclipfis nofumere maius
exttemu edipiim ipfam, Ted defeftura gcnus eclipfis. hoc tameneft
manifeftefiKiim: quiavbiLal tinus codexfaabet detedum, Grxcushabet nullum
aliudibi maitis cxtremum ponitur,quam suAn-ijf , quam vocem Lati- nps interprcs
vertit defedfi : quare defeclnf ibi poniturvtnomeii ipfum eclipfisjnijnrt
genusi&locusillefentencia; noftrx rniiifiti: fuffragatur. ius eaderinicio
elTc dicitui; genus verb addi. tur,vtdcfinicionis pars no exprefla in demo.
ftrarione.fcd ance demonftracioaem cogni- ta: quidautem abrurdi cft,fi in
proponenda definitione nomcn quoquerci definitje ex- primatur? imb necefTaiiufn
id effe videeun definitio enim terminus cft; ergo alicuius terminus: quare non
intelligitur cuiufnam reirerminus ac definitiofir, nifi rei quoquc nomen tunc
exprimatur, non quidem:vtde- finitionispars, fed vtid,cuiusadducicurde-
finitio:tdeb videmusjira difciplinisnunquam ponidefinitionerniirienomine rei
defimti. dtcimus enitn , tiiangulurn eftfigura tribus hneis conceuca:natura eit
piincipium mocus y 1 7i t y. IAC ZA- ^ 1 jv* yv* -W- -*■» £JJ3 cXj c_Xj 34>
IAC. ZABARELLAE PATAVINI, D E iineipfj:eJdeni ranonepotcft fecundareperin
(Tnetertia,red non tertia ftne ft>cunda,quo fir,vt prima con dirioftila nert
ffirjarn qttidem propufiii^ ne fac!a',leui nmen ac p irua neccffitaie: fctun-
da vcro magis nccefTmanvfed ccrtia rurr.mc, ac maxiriie iu ccflanam ,
quadoquidcm cum raaln dus ex tieceflfirate coinutictjc- funt. Hanc fu nmam
neceffitatem propolTnones> demonfirationis Ita requirunt , vc nifi tres il-
Lrorrnes cunditiones adfint, nequeatpro. pcfitio dici demonftratiua, De his
iijiturtri- busco i:tion:busfcrmonem facere dcercui- Bius: h:s enitn dcclaratis,
manifeftum erit, quans in dert.onftiarioiie debeateffe propo-
■tionumneccfijtas. Seruat autem Anftote- I-i m ca tr?3ati',ne ordincm
conuenientif fcnunr.n im jjtjrno loco rtntm ilKrrum voca_ bulcrmr.
lTgnlficatiorum dedarat, vt quje- nam fit fumma neeefTitas intelligamus.dein-
de remouet quafdam errandi otcafionesin tertias condirionis acccptione:
poftmoduni probat talcm nectffitatem in propofinoni- bus demom-ationis ineffe:
idcir in quatto ca- pite nihil probat» folas vocabulorum fignifi- cattones
declarat, fedin fexto totam proba- tionernfadt: namhoc ordinevtendum efle ipfe
in iifdem libris docuit, vt antequarn ali- quid demunftrareaggrcdiamur,noroen
eius rei, quam quierimus, intelligamus,ac fl opus fueiir.dcclarenius. Eft
igiturnobis quoque a vocum dcdantione exordiendum. Caput 1 1.
dertaratitpradicttionis de omni. PRima conditiojqusedicitur Prasdicatio de
omnij quum faciat in propefiiione nectlfitatem ,promde notet refpeftum prae-
dicaftad fubiciSum.in pnmisfubieSum pro- pofinonis vniucrfale , ac perpetuum
poftu- lat: fabieftum enim fundamentum &rece_ ptaculum eft pr.tcdicati, quo
fit, vtcofub- lato ,quicquidin eo ineftjdemediotollatur: vanum i^tturerat
propoiitioiiisneceffitatem ir.dagare,njfipriu^ fubic^jic^eJitajac^peT-^
petui^isconltituereturjquani fTgniftcauitAT r eTe;ii1tces 4e"amm\ nam
dittio illa [t>m- »i"| r.on eft prarti:cato aLliungenda,fedrubie- D fto
. cum rciatione tamen ad pndicatnm : vt feufui fit,d c omni fubiedo dtci
pra?dicatum: conftat autem eim vocari notam vniuerfita- tis,qua-
fubicftoappofita.ipfum reddkvni- uerfcie vniuerfaliteracceptnm , vndepropo-
fitio dicitur vniuerfalis . Quid igitur fit de omni fubiefto prasdicatum dici
declarat Ari- ftoteles.pcr duas coditionesjnotantes refpe- £tKm p'r«dica:i ad
fubieftum jahera quidem * fubiedi vniuerfitatem ponit, altcta tempo- E ris :
ftibietli vniucrfitas refpeQu pridicati eft ; quando ptardicatum dc fubieSo
dicitur vniueifali , & vniuerfaliter fum pto , vt quan- c o inimal uon
folum de homine, fed dc om- ni liomineprxdicamus : fic enim nullam effe
ho.-niiiis fubieftam parteai dkimus,de qua animalnon piKdicetur:Tempotjs aiuf
rat- 5+7 uerfitas eft , quwdo tion folum aliquo tem- poj e,fed omni tempore
iliudprardicatum i!_ ii fubieito omni inefi , vt nunquarri finc iilo prxdicato
fubiectum illud reperire liceat: »r «w«'P«- hoc autem diicnmme prardicario de.
omni Jttri*ripicxm Pofterioriftica difttngttitura P.-toriftica ; cjuo- AjftrtA
fn, njam pnonftica folam fabie&i vniui-rfita "J 1 "'- tcrn
fignsficat, fed Poftenoriftica temporis quoque perpetuitatein requirit: fic
etrinm pto occaitonc aliarn 5t aliam esuluem vocis fignihcatione»! accipit
Anftoteles, in primo qindem Priorum Analyricoruns libroYoiarn ^ vtm
fyllogifticsm , quar iilariua dicuor , rc- fpictens, temporis vniuerGtate non
indtguir, fcd folam Lubic&i vr.iueifitttttitdif mine piaedicario de omnt
pofterioriftica a crimtm, prionftica difcrepat, &.co qusdem * paucis a-
nimaduerfo.qubd pofterioriftica folam pro- poiittoncrsi fignificae,ptioriftiea
vero nonfo- lam propofittonem, fed totumdenotatfyL logifmunij vtalias
declarauimus ineolibio, quem de quatta lyilogtfmorum figura fcn- pfimus. Primus
tgiturneceftttattsgradus hic eft,quiinduabus conditioiubus confiftic-vna I
quidetnfubiefii vniucrfitatcm , ac peipetui- tatem conftituit, quam tottus in propofitio-
at ncceilitatis bafim, acfundamcntu elTeCi- i'imus : alterarero prxdicatiin
fubiecto per- "petuitatem, Proindeinhacretiae neceflirateilL, facit :ad
fecurjdum gradum,qui multb * diJBciltorexpIicatu tft, / accedicnus. t plure*
modos adducuteflendi perfe.dequi- btts Ariftoteks nihit dixst . Harc cftcommu-
nisomnium aliorumfcntentsa, vno fortaile Auertoe excepto , quam ego faifam
ellepu- to : fedtum ipfa.tura eius taifstas meiiusde- prehendetur, poftquans
omnes ilios modoi deciarauerimus : nuncfatis iltjffpinguiqua- dam Minerua &
confuse eos coufiderand» hanceommunenrj deceptionem cetegereicu cipiamus.Primum
quidem.qj modospraeiii- candi cum modis eflendi com mifcsat Ariftti- ' itWt
teles,no eftrationi confentaneum, fiquidefll confiliu cius eft,de
propofitiombus derncn- ftrattonts, ac4e earum nectifitateloqui,noa
derebusproutperfefuntextraanimit,quuta boc logici muntu rninime. fit ; quum
igttut propoiitiones neeeffarias inquirat.Jc detut praedicatio pcr ft,qua!
gradum quendam ne- ceJntatis in propo£tione c6fiLdcjiion- merari
pi>;runt:ramcn q:nd ..bfurdius.quim — -ji™fl;.r.lL dicere.krc inlogica
tractari, cjuorum cot;ni- ■ ,'ioauin ablurda coparatio & felectio SKeluti
fi qui~ p:*itatem Philotbphum r.es fabrorutn cum Philofophis compl- .« 5 ....
>(( ^ 1 .' ' ' n; f a ceret.cx quabonfi Philofophitrn • menin Poftertoribut
Analyticis, fedinllbroj^ " f^Kffcretrr.o^ debuitigiturin mediumarTer- dc
Interpretacione, vbi mantfiiftum cft.Ail J,^," Kidcs clferrd' P" r
fe, fed modos cantum ftoceiem omnia ennnctationu genera,proin -jjtjndi.Ttrada
horum cnliatione vtiies de omnes enunciandi moJot diligenciffirnc, ^intitilibus
fccern?rer, 6c eligetet. Ineo E numeraffe, ac diftinriffe : libriautcm delil- .
..XAA.mnr A, 1 i>.,rpl e m rerp rera t ion t ,& 1'ofterio ru m A naly
ricorurtl iliud eff dilc.irnen m conftiieratione enurt- tiofolni'; pnrai
Philofophi propiia eft? Mo- M»rf»r «m, dosautem enunciadi confiderare, atque
di- ftinsitiere eft quidem loeici munus, nonta ]>"" frt- "'
*" 0 ^. oec ipiutur,quod uicunt, Anltotelem "* 5j ot potuiiTe
numrrare modos diceniipcr { t . crI lIo~qti.ir:or,quomominauit,hoc e „im
ttoftca & per ipfortrm modoi ttm diui. fion-i». quammox
riricmus.&perclatiiin ijfrr'stL-(iiiiiori!iirairiii6 &ipfiu» Arifto-
telis falfiim ommno effe deiwonftrabiniu»: ru ncofiVnde'e rd poffumus pcr falam
mo- dorum dicendi peracctdens,quosibiaddu. ciarinnts.quocrPrioiu &
Pofteriorum Ana- lyr.ieorum in confi Jccarione fyllogirmii enu- ciationtv enim
fola forma abiuncta ab omn i bus mateueuodirionihus ln Jibro de Inter-
pretatio;;e confidetatur,inPofleriortbus au_ tem Analyricis eadetn craitatur
vtinda ma- teria. necelTjria.: quemadmodum in Pnori- xn Anft"tdci,
conliderationem. tresernni C bus Analyticis nuda rattecinationjs form»
attulicti oJosdicendi peracadens quatuoc illis Jicen.i i p.- r lc ex o:-po(ito
refpondetess qucrend jm cftigirur cur Ariftotelts nC fpre ncrlt r.iouos dicendi
peraccidens, fi plutes fuetiit modos dicendi perfe, quorum nul- lam fccic
menrionem: magls enlm fpernen- di erarit morii dicendi per accidens, quim modi
drcendtperfe:vel, fimodi peraccides prrrermtrtendi non eranr,multo minus mo
fine vlla codinont rnaccni,iri Pofferioiibus vero eadem applicara matena. ik
celfai adfcientiam pariendam idonex: propterea hr propofirtones^imni-. homo
eftequus.ne cefle eft omnem homine currere,:n libro de Interpretarionc, &
in Prioribus Analyricis admitteTenturi lllaquidem mtervniuerfales
poneretur,hijc veibinter ilFas.quxvocantur de modo neccirario: quiaanvtrae,
anfalfa* dumaliquem perfe oniittere conueuiebai: D fint,ibi non refpicitur : at
pofteriorifticus v- quidad hoe refpondere poflint, non video, Sed 6 diljiniu*;
vr die.»rr debemus,Anftote- lcm factre plenam &fufEcientemdiuifione nrnri
am modorum prardicandi,in promptu eftrefpoiiiio.plcna enim diuilio requirebatT
vroTinesadduceretprsdicandimodos,tum pcrfc, tum tx accidenti, vtmodi5omnibu»
dicendi pe-accidens pofthabith.dimiftis et- iarDaliquotmodisdicendi per fe,
reliquos tantjui vtiles.acdemonftrationi conuenien ^irjaccipcret. Sed
alioruerrores venrasipfa * P^aeiet, fi hofiim modnrurn duiifionern k aeliiae
haer enus vifam expofuerimus. * * Cdj>. l V, de rera diuifione modorttm dt-
ttndiferjh, &dicendi ex- accidenti. CAE t i » v' m antequarn diuifionefa-
ciamL-^.qtjodnam fit iilud,qnod dimce «lum propomtur , bene eognofcere dtbe-
nius^ein aborii errorem, quem tetiaimus, .abamurnam ncq ; modos ctTendi, nerr,
idm _* 0S pr«d!candi,reurnuncianJi ibi r.umera- *WSr re, . acthmn ? ue re dcbet
Arilioteles : modos. 2?l'?'f 11"*, U ,cccre . qwibns fimpliciterre-funr,
no *"»»tp c ,, e 'rorr!c:umlogici,alioq!:i-iem modo Heus cl.,ahorelicuir
mentes-cnleftts, alio foima: mattitci Iiatiite», klio corpora, a!io acckien.
o*;ctenim pro ciuetfisgradibuijfeugeneti- tramque ieticerct,quiafalfa;
fijntjformam e- nim logicam non tiudam, fed eum materia coniundam
contemplatur:idc6 neq; fimpli if>A/f»«*^ eitermodosenunciandi,neq-,modos
effen e '/"J t ~" tir ~ di confiderar.fed modos cnuncrandi prout a ^
e n-^"y modisefietidi dtriuantur, & cum eis conue- - . * ** . nmt,ieu
modos euendiprout inde vanrmo- ,,„ c , ^ di enunciandi deducuntur: talis eft
tra&arioLpojj^. demodis dicendi per fein i.lrb.Poftcr. Ana!. E illt namque
onines funt modi enundandi, Sc modi propofitionum,qU3;dicuturperfe ef. fe, vel
per accidens,prout res ipfa, quam r.os enunciamus.per fe,vel ex accidenti effe
dici- tur:ex eo enim quodres ipfa cft per re.vel no perfc,noftra enunciatio
nominationem fu- mit^vtciicarurvclperfeeffc^velper aceides. . Omnia
igiturptopofitionum genera S nn- j^j^**?" niercniu.^.oaiearatione per fe,vel
per acci- dens appelhn poffuntjfexadrummu eaef- &prrtt[i . F fe
compc.iemus, cria per fe, & rria per acci. dtns illis ex aduerfo
refpondentia:qu6d fi v- num gtiius prcpofitionu per fe in duo diui- dlmus
vcfecit Ariftoteles, quatuoronentur modi p fe.quibustresmodi per accidens re-
fpondebut.hosq; omnes nullo praetermiffo, • lecenfet Arifloteles:hec autem
omniamani- - fefta 6cnt, fi tati diuifione vtamur. Inomni ^ropofTtione vel
pracdkatum & fubieftu re- ipfar.on 0 fttnguuiitur, velfunt duatresdi-
uerf», qttarum alteram in alteraineffe,vel i>jn ineffe pronunciamiiSjid
eft,af£rmamu* 351 Iacobi Zabarellae Patauini 3S2 velnegamus:
prxdicitumafubiefto reipfa A modum inceipretes Ariftotelis dicunt ti
nondiftinftum dicimus sn ea propofitione, eflcsiodum pracdicandi, feu
enuneiandi n* > ' 4t \ t fe, fedeffendi: quandoquidem fubftaritu ' quae
vocatur de fecundo adiacentc:vt, homo eft; in ea enim fi non rem,fed vocem
fpefte- niui,diuerfum eft prajdicatu a fubiefto,quo- niam,homo,& tft,
funtdua: voces iigmrica . tes,5c aita eft huius,alia eft lilius fi°niricatio:
proptereain libro de lnterpretatione,vbt tcs iptano attenditur,fed vox fola
aliquid figni- ficans,praedicatum illud afiibiefto di uerlum accidens in eo
fiim u tur prout funt extrV a *J' C j£S' mum:atdecipimur,vtinprirtc]pio
djximusf modum enim eilendi non confiderat Ariit 1 teles.quarenus
eftmoduselfendijfifdqm,^ nus ab codcnuatur, ac nominatarmodus- nunciandi perfe,
vel pcr acciJens. Dicunt prjetcrea, foli fubftantia; priniE, qm indi a j efle
cenfetunaftin Poftcrioribus Analyticis, B dua dicitur,tr«buere Anftorclc vt per
fc _ vbi res ipfa & materiei conditiones rpeftan. £xiflt*tia ni lur? f ecus
eftillud etiiai VCtbum [tfj] noii fi- gniScatnifi exiftentiam reiexcra
aniinujett- ilcntia vero non eft aliquid reale, vt ita dica, quod tanquam ab
homine reipfa diitinetum in eo dicatur intlTc.dii Jicitur \hnmn eri] fed nuda
intentio animi eft, & accuiens , vcvo cant, mtentionale, non reale,quod
tjuidem homini attribuimus, dum remcumconce- rp aliijttti itnie, ft i tc : tr.t
tttttf f.tKAit . ftit,n5 fubftantis vntueifali:hoc tauie quol modo fit
intelligendum, ignoiant,promd," praua eft ipforum interpretario,& ab
Ariftg telealiena. Nos autem aduertcrc deb Ai iftorekm,etfi foli primx
fubftaiuiae „ bmt vt per fe ITt) fubftantiam tamcn vniuet falcm non
excludere,atq; adeo om- i lubf-al tia: i J afcnbere,vt ipfius verba aperti dem6
ftrant, ioquit enimomnc, quod in fubiefio i ptioneanimi conferetes dicimus,
homu eft; C non eft.perfcefle.quodverotftin fubieQo accidens efie; atqui fubft
in:ia Viiiuerfalis no' efttn fubieftj,eft igiturperfe.fi veiba AriBo telis veta
funt, qui nuita aliam conditionem ponit,qua:tertium illumKioaum conititujt,
ni(ihancvnam,iti fubiedo non eilc: idc&yL dcrtius,ipfum in declaratione
il!ius modifo, haccidentia excludere,vt ambuIans.&aloiL
eaqinonfingulariafolummodo, fed ornnii; non enim drcit hoc ambuias ,
fedfimpliti tcr igitunn eiufmodi propofitione non eft prj? . dicatum re
diftinflum a fubie*9:o:fi vero eam refoluamus in propofiiionem de tertio adia. cente.dicetes.horno
eft ens, adhuc illud ens folam«xiftentiamfignificit,& eadem cft ra- tio :
prardieatum enim non diftinguitur re a fubiccto,& eadem cft propofitio,atq;
ilU de fecundo adiacente; quiarem ipfamfpefta- mus,non voccm folam: cj fi ens
non pro txi ftentia,fed pro genereomnium rerum fuma D
ambulans,&aibum;quoniam accidcns om. tur,alia ratio elt.talis enim
eftharcpropofi. tio, h©nrtpeftens,quaiiseltilla,homo efta- nimal,dequapoftea
dicemus.Diuetfum au. tem eftpr;dicatu a fubieifto,quando aliquid jeale de
fubiefto ptzdicamus, v.cluti quu di. cimus.homo eftanimal, horao currit. Hanc
diuifionepcrfeQani &ineuiEibilem eflema. nifeftum eft.qml nulla detur
enuneiatio,qut; alterumhuius diuifionis membrumeffugcre
neinfubiecioeft:fubiiantiam igiturvniuet. filem compleftirur, quufola
acgdentiati. cludat, & ca oranu, tum (inguhria,tum vni- uerfalia. Curigitur
fubftantiam folJmtndi. uiduam exprcffit AiiftotelcsrJixit enimfiibu ftantiam,
&qua:cunquehocaliquid fignifi. cant: quibus verbis clarum eft, indiuidaim
fubfiantiam figntficari: rationem huiusefle puto,quomam ibt deexifter.tu rei
txtra snt. queattaut enim id,qd? praedicatur, efta fiibie E mum loquitur:
atextraanimum nulla.datuf ftote diftinftum, velnoneftrcdiftiuftum,
fubftantia.nifi indiuidua: fubftatia_ver.b vnL j !>((«((._ f-t- . ■
conftituunt: alia dicLintm elTentiaiia, quia eficnriam fubic£_i confequuntur :
non po- tuit autem Auerrocs diccre modos dicendi perferres efte, dcindc diccre
cfic quatuor, nifidiuihcneilla, quam nos expofuimu , v- fus fuetir : ca autem
nemo vti poteft, qut nonconcedar,quatuor tantum cikmodos diccndi per fe,X rres
modcs di cendi perac- cidens: nec difficilc vidctur ciiiqtie erudito Viro.qui
innulhuiverbaiuiauciit, fcdlibe- r> ro.atq; ingenuo animo, nulloqi
liuoreper- tmbatuspliilofoplictur, hmutce reiverita- tem mipicere: nuUum cnim
enunciationMi gcnusdatur, quodlitin fcientijs vilt.itum, pra_ter c.:.qur
mcmoraiiimus; quaf.doqui- dem autalicuius rei ex»_tentia cnunciatur, aut rcs dc
reprjtdicarur, eaq: vcl ei comun dcfupcrficicpra-dicctur.ilkid oftenduTcia. tis
eft,eampropolitioncm [fuptrfian c,7 ct ~. lorxta] no effugerc, quin lit . ei
pcr fc prin.», roodo, vcl pcr fe ( e c u :i d o , w l cx a cci d eiui r ideoqi
oon cfiemodum quintum. Cupnt VI. deconduionibusprinii* ac fecundt modi dictndi
fjrfe. IrJud vcrb propter illa, qus Jeduoba**' prionbus modis dixiinus.tion
eftpia;. r . m-nendum . fent^r.ciameiVe ninnium inlee- prctiiiu, quii j
Ariftoteles vnam liatuat con- ditioneprimi modt dicendi pci (c, & .uni l
!i:piiit5iquidinrdentij s non inucnio : quod fi .u,,,»™™, prs , a unctJmcntia
vcrbariB ^ aljus al.quisafTeiaturab interprettbusmo- E Atfftottiis, qu_t
occafionem etiam nonnu]. dus diccndijc, fc, illum tadlcpoflamm ad lis dcdir
exiftimandi pio: o]itioncm,qu C ib___B aliquoJ noitra: diuifionis membrum rcdi-
' '"" gcre; nam ii quifpiam dicat.aiiua cifc mo- dum.quo Deus pci
feefi,a!;um quo rcliqne n_entes,aliuni, quo corpora: dicendumcft, cos c(Te
quidem dinctfos per fe eiTcndi mo- dos.fed tamccarationc, quacxeiscnuncia- tio
conft:tuitur, vnurn fieri modum dicen- di per fc.non plures , cumq; otdinc
tertium ab Ariflotclc pofitum fuilTe : quod tnim acL F logicum iion pertincat
confidcrarc diuer fos illos elTendi modos, Ariftotelcs ipfe tc- ftatur in
initio libr.2. Poftei ior. Atiaiyticor. quando cxcmpla afferens qu_cftionis
fim- plicis, qu_cdiciturqu_efijoan fit, inqtiit, an ccntaurus fit , an Deus fit
: fic cnim Dei , & omnium aliarum rerum, imb & figmento-
jumc_4jjjcaua__j fub ¥nu eaunciationis gc ^ perfeprimoniodcffconueitatc:!,
fie.i*per??ffl|| lefetudomodoteamverb qua;_itp;t iefe Z^,'",^
cudomoao,_.eri pcrlcprimo modo.ii co.i-'«»A. ucrt ;l -m : V : h;n. ; , r.on-.o
_i_ :3 ! ;on.iiis , cile. • . pcr fe primo modo ; hanc vcro, ratjnnale eft
homo,e(Tepcrfe fccfido : pari rarione hanc,- homo eft riiibiiis, efie per ie
fcci"idoniodt*. banc verbptimo.iifibileeft liomo : n.imre. ' -erarfi nulia
alia cfi piuni modi .conditio, ouam vtpr.xdicntum fir dedctiniuonc fub- icdi :
5c nujia alia fccundi , quam vt lubic % ctum fit dcdcfinitioncprxdicati.non
appa- vret.cur hatc negari polTint . Vcrum fi Ariiio- p s/ (,„*.- / telis
verbaintel]exiiTent J vidiiTentvtiq.,dua_ -ii*n }> " eflepriroi modi
coditionef, duasitidemfe «"^^H eundiab Anftotcle
cxprel1as:piiorqtiidc_n^|^H p.nmiJaodi conditioeft.vtprcdicatuminfit u - i r
:'a - i 357 dePropof neceflarijs, Lib. I. 353 r ■ r Wiecro altcravero vc
inlitmeo A verbu iungitur.ft fi^nificent id.in quopre- . . «'-, .
j.J.hr.tmntiiio. ei.L AtLiin m-.-.ic J:cirur . Icd rud um tantum. ,tip
T"^cft ideft.vttitded.hnitioncluo qU ° ouaJiclhiintilitcra.ccrstcvudinaO
(ca>. l »S „ Jicatum iniit nilubtc- Keravcrovc .ub.cau uc dedeSmt.one J eati
■ hoc cft - vt l" blc : ,I!a - ntfeltum igttur eft, duaspiimi modi condi-
tioncs ab Atiftotcle ibi expreiVas fuitie. Eic his colligimui.tnaximu tuillc
crrorem Sco dt pr*dic*. ti.qui pucauit elTe peifeprimo modo illam "tit
propofttioncm , in qua ptaedicctur ldem icf"^' fcipfo.vt homo eft
rtotno.ccnuaros eit cen- rauius : in liac t jincn defunt vtiaique piimi ..... .
.1 , - r . dicsiiocoacraiei naiuiam,\c iiwic-iui, • ■ T « , V. 1 „. ii lJn
iledihoaio,tifil>ilccfthomo:ftcenim © modteonditioncsab Anflotdc poiitas.ac
_j s,f,,k,i. «.,,^r,,m.ftnr^dicationaturaiis,ciusi.i-o. nra.dic.tur :d. quod
reucra lubeft , & fubij citur id.quod reuera nicft . Reite ( inquam)
hid:ci!c, lcd .iiiimaducrteic dcbutticnt, hoc eQcp.ccer-tum ab Anttotele
traditum inh- teta, d*um pnmum, ac iccundum modum p-op._nit. dc pnmo enimmodo
inqutt L"» &*OC t ' c* ™i «»••] quacverbaabomnibus (ic pcrpetam cxponuotur.qui-cumque
pie- dtcata iniunt ,n dctinitione , id eft , lunt dc dcSiiic.onc : attamcn
lenium hunc G.-a:ca illa verba non rccipiunt; 8c mtror , cur lal- tcm Grj-ct
imerpretcs, & al.j, qui Cira-cs lingux notitiam ptofeffi funt , idnon vide-
nn: : verbum enim lvzr*-;z*»j dum tjgmfi- cac inclTc, fempcriungitur datiuo
fine prar- poficioncnunqtiacumprxpolitionc, quan- qusmvcrbura compoiitum
[«t-JB-;^»] e- tianidanun cii ptapoiitionc mngittii : nun- quam entm Grceci
Jicunt ,tz y.y ^w-nfw^ira, quamuis ri."S l.arinrdic^ mus, rifibtletn
hominc mcft. fcd lcmperi- neprspofnioiicdicunt, 73?*>=MU' « *a l •u-p^it» ;
diccns ataque A.iftotelcs l«jk B tTftjlt uufa. T-ronMoat, Dronof rionem Jjiir
„„, * ifJ"." M ' '^° ad 1 ua,,urn IKodura P« pronunciat,
propofitionem dicit,qu;e non cft per fe:quia non dicit caufam;exiftentiam
enimdieit, caufam verb- exiftentirfi non di- eit: atqui fubftantiamdidt
«iftcrc,cxiften- tiam dicit.cV exiftenne caufam.-quia fubftan r:a cft ;pfa fibi
caufa exiftendi.vel faltem cau fam.quaexiftit.in fua cflemia habct.non ex-
trae.T'J>. ituIar,videlicetaccjdcnsreale,^p [0 pnum J ' ,M) *» fubieihim,
cui inhsrer, & caufam inlnrcr.- ti^ab vtrifque d.ftincTam ■ ideo piop
otiiit^ quaahquid exiftere fnunciatur, mmquam demoii£tiationcmiti S i e
jitur:qiioniaiiiexi-. ftentianoticiircs diihnftaareexifieiite.ae-
quecftaccidensiealcvtduunus, iedintea- tionalc. -j Cjput IIX. quomodo tn
qu.irto modo> dicendt pcr fe adfirrejpectus cau- fctidejfectum. f \
Vartus-modus qubd cuifam , cVcffei- V^y ftum liabeat , maximc oninium rut:
nitdtum eft. quumid ab Anftttclc expri- matur, qui dicir £ fnaruJe iB prapter
ipjam*; tflptrft-juxndoau tm nsn tfl prapter ip^m tfltxtcctdtnn] clarum eft
enim, diclioncm iJljm , propttr , fignituatc caufam : peria- • de igitur eft ac
fi- dicat, quando tcrmiiro- rumalteralteriuscaufaeft, propofitio t»4; caturper
fe, quandoautem neuter eftcau6- alterius.non eit per fc . Patct cr i.lquodnam
caufegcnusadquartumiliummodumpcr- tinear : quum cnim iam a uob.s conftitiw tutn
fit, terminos talis propofitionis non- cflercipia coniunftos, fcd loco
feparatos,. nonpoteftaltcraltcrius caufaeile mfi erTe- ftrix, vel final is;
matcna n?niquc , & formai t, : aere non poflunt. ldvcib inhocquarto"
modoeftanimaduertcndum.iioi' h.iberein""^!***' «colociim prtdicationem
contta naturanu^/^T . eft enim pr.i dicatio contra naturam , quan ' ~ *
doid,quod cxtra animum alten incft, in piopofitionefubijcitur: & iu.quod
cxtraa- nimum alteii fubeft.in propofirionc pra:di- catut; at quando tenaini
propolltionis /iint rcip/ai 'dePropofineccfTarljs, Lib. I. A ftaotem
definitioneni de icfmitio. Vtrura autcm gcnus matcriam figniticet, an ior-
mam,nobisd.fputarerioiiconuemt: etd c. nim formam fignificat gcneralcm, tamta
notat ctiam materiam , prfcfcrtim refpcttu vltima: differentia., quseipfi in
defin.ttone apponit-ur : eam cnim relpicit VI materia formam, & vt ens
poteftate , Sc imperfe- aumrefpic.tensaau.atquepcrfeaum. Ex jT»«£f>r*. 251
,f, difiunfti, & neuter akcr. ia«dht , V- ' Uibct dc alteropoflumu*
pwdicare,* trl '? rQ modo diciturcor.ua naturam p.*- K d.Ctraaa.xffear.i. , vci
finahs d r rfeetu pratd.catur.velcontra effciu.s J P opof.no eftper fc quarto
mfl- lcai f niac^cclusetlentiaa ? -m-jcrlo ca iicilhus caufa: natura , vt ta- I
- -i-i-j ':r - miare fl his colli2imus cum Auerroe, quinque cfle *« pnmum autem
modum duas cau- fas intcrnas pertinere ceitum cft, fct* i,ctt materum, &
formarn.cx quibus res ,conl1«uuntur,& cor.ft.mt: has cnimada-
liummodumattineie non poucoftendita- cile poreft. namvtiaquc in compofito in-
funt :ideo, fi prsdicat.o debet effe natura- lis.oportcr eas praedicari ,
compofirum au- temfub:ic. : quia (i compofitumdefua.na- I ter a.vci rlcilia
forma praedicarernus, elTet prardicatio contra naturam . atqui matena, &
foima defin.tionem coivipoiiti conftitu- unt.crgo intilipropoiitione, mqua lit
rc- fpcaus caufae fornaalis , vel matcrialis ad «tfeaum, neceuecfll pndicatum
cff« de de- finitionc fubiccfi .nunquam fubieaum de defitiiiionc ptacdicati ;
omnis sgiturpropo fitio , in qua alrer rcrminus iit altcnus for- ma, vtlmateria
, rftper feprnnomodo non alio . quia prsedicatum inert in lubieao ,Sc cft tic
dcfinitione fubicfti , qua: fuot condi- tiones pi imi modi . Q^ium autem in
defini-. tione fublfantis: compofita: vltima diff eren tiafit formi , aenus
veio locum maternte-i neat , ieqmrur in cmn. propoi.tione per !e primi modivel
senus de fpccie ptasdica.i, Vcl liiffcientiam de fpccic.vcl d vtnfqi cou- ra
trrtegra prxdicarur, aut gcnus.aut diftrren. tia.&hic ambo vcl proxima.vcl
rcmota r »t hi omncs propofir.ones fn.t pcr fe primo modo.homo eilanimal
rationaie, homocil animal , homo c& rarionalis, homo eft coc- pus, homo cft
a»imatus : dicens cnim Auer- roes pai tem generis, St partem diffcrcnt.ae,
genui rcmotum, & differentiam rcmotara intellcxit : iimpl.citcr autem
genus, ac dif- ferentiam dicens, proximumgenus, acdif- ferentiara proximam :
genus cnun lemo- tumpars eft elfcntialis proximi generis, vt corpusanimahs
,quum inanimalis defiai- tionerumatur : differentnrerb remotanon Ditfirt»u*
itadiciturpars differentia: proxims , fed a- J*#J ha rattonc, quandoqmdemomnis
ditttren- ( jf, tiatam proxima,quam remora iimplexfot- ma eft.qua- pait ibus
caret: fcd quoniam f£% D diffeicntiam proximam res diffett ab om- n.bus
ali}siebus : per remotamvcrbnonab omnib.us, icd ab ahquibus : ideo differen-
tia remota dicituT pars diffetentiae , proxi- maveibdicitur
limpliciterdiffcrentia, tka- lias «nnHes complcciitut , vcl faitcm fuppo-
nit:quia iine illis nullopaao effe , aut ec- cogitari poteft. Sed
obijcercqmfpiampof- fct.quomodo gcnus remotum, & differco-
tiaremotapracdicantu. defpecieperfe pri- momodo.fiin definitione fpcc«i non Gi-
muntur: nam in definitionc fumiturpro- ximum gcnus . Scproxima differentia taa-
tum, non remota; Anftotcles autem dixit, eatantum praedicata elfe per fc
primomo- do, qux ponunturin dcfinit.ooe fubieai, Ad hoc dicitnus, non modb
genus proxi- mum , & diffetcntiam proximam iumi m definitionefpccici , fcd
etiam omnia remo ta : ea enim omma, quanquam in definitio 0«»''" "m
nenonexprimuntur.tamcnin proximo ge dt A- tf - tttJlim nere.quod exptimkur, a^u
coittine:irur : vt j tfli „„ lme \n hominis definitioneetii corpns, & am- ^
tc i t i fit- matum tHin fumuntur, tamen catcnus Ai-mumnr. cunturfumi,ic
confideranda opinio Themiftij , qui ad Juncinodumputauiteam quoquc propo- finoncm
redigendam efTe, in quagenJde d.fterenr.a fua diu.dente pradicltu» : vt _uum d
lc , mu s,rationaIceft animal: at quo- ■ttffl hu.ufmodi propofir.oncm non modb
r.»m«r n a latlt e&uialcm conn^fi ft.tu.tfecundum medum d;ccnd jW C ° B
quuur omneacdden., criam ot ?" fub.ecro prxdicari pe_ f e fecu^"
"^* qUMiamnon minus aeri..™ ,-_ n,od S: m.tcna.ergo ct.am al bum fumet in
.ua dcfinit.one hominem.e,- i Cn,m ratl °Vij;«,quum fubiedurr, fit cxtcrna
ctiam refpcdu ac.denS commun.s.q„a, e etiam aecidens commune mer.r in rnKic-t^
/_ . vtomncs.ate^;^^™ £ Srrr^^ omio omn !? ,in quapred^t^! ^JZ^^J'-*»* 3
7"" ' c 'q"odq;,!demne- ^^'«^•'fitfFearix.ergohic facitS
tub.eftum fumatur indefinit.one accden. tis.promdefecundum modur., ccnft-tuit non
quarmm;aha namquc penden.ia afob- ■cc-to pr„er eas duasnon .emanet, „ et J
Thomas.pfcf s tet U rergo p endem,a a fub- .cctovtacaulaerTcaricead fecundummo-
™™p««ina:quia„ n ehacn6fe. u at ur . p r» p..a .IJ.us modi condit.o, v.
fi.biec.um fii- r.crcnonpoffit/q™™-^- , ^iu. -cdiconditto. « fo^.u. £ codcm
fuhiedo vt a materia e.xterna eate 1 « ? ot fubiccf i: quia in codcm incft.in
quo cft riiibilitas : at ratione cilentiae dicitur cxtcrna, quu fit ex-
traaccidentis eficnt lam : iugulator vero 1 1- fpcclu ingulaci eftcaufa
crfectrix cxterna no modb ratio-.eelTentiat, fed etia ratione loei,
dci"ubietti : iic obicctiotcrrar relpcftu ecli- ] fttoart- pus.Omnit
igirur cauta cffcttrix, quaecunq; iuiiHini" illa fit, externa dicitur
habita rationc etfen tmm,*i*i tix cifectus:at loco, & fubiectono omnis di
attvnm. c j tur cxterna, quum dctur altqua intcrna, id cttineoipib fubicGo
exiftcns, in quo mcft erfectus: dicimus itaqucad quartu modum diccndi per fc
illud efficics pertinerc , quod orotiino externum, 5c loeo difiunttii cft : in-
tcrnum verb ad fecundum modum.Sc ipiius propnu ciTc : quam diitinctione fi
Thomas cognouilTct.in eum.quem refutauimus, er- romn piotectb nor.
incidiiret.Poiliimus au tem candcm diftincf lonc alijs \ cvbis, 5c for-
taflemclius.atqi lntimiiis lioc ageotium di- fcrimen dcdarantibus lignificare ,
dicendo cfTkiens aliud cum attionc, 5c paffione cfE- tere.aliad fmeattione.vel
paifionc, fed per foiam emanationern etfectus a fua caufa : ll- lud qmdem folct
ajrpcllarj cfficicns veiuro, & proprie dicf um,5c praccipue refpiciturab
Anftot. quando elfectricem caulam nocji- nat.eamq; intcr caufarum gcncra
ponitthoc Terb no fimpliciter dicitur efticicns, led ef- ficicns pcr
cmanationcm, 5c efficiens imp ro ptiediclum.oc folct appcllari forma : iimile
namque cft forms : quia ab effectu nun- quam !cparatur, quum cum in eodem fub-
leclgctficiat.^onextta; fed quoaiam eft tx- Wintm, tra ipfam cftecfus
efTentiam) ideo ad cffe- ctriccm potius caufam redigitur, quain ad tormatcm,
licet foimx quoque fimilc fit, quemadinodum diximns. Efticiens autem proptiedictum
non producit efteftum im- mancntcm, fed extra pofitum : quianihil pioprieagtt
in (cipfuui.fed fcmpcruialiud. propterea diximus hoc appcilan externum: iliud
verb, quod per eiTunationem efficit, intcrnuiB . (^z omnia optime exponuntur ab
Auecroe ln 54. eommcntario primi libri Pofteriorit m declarationc quaiti
modidi- ccndi pcr fc, confidcrans enim Auerr. can- dem eilc caulatu, quz
refpectu compofiti dicitur formalis,6c refpecf u accidentis pro- ptij dicitut
cflcclr ix pcr cmanatiencm, di- cit candem caufam duabus diuerfis ratio-
nibusacceptam conftitucre primum, atque fccunduin modum diccndi per fc,
quatcnus cmm eft fotma compofiti , in quo ineft , 5c de eo tanquam de fubiecfo
pndicari p». tcft , 5cin cius dcfinitianc fumitut , eater.as pnmum diccndi
petfemodum conftituit: quatenus verb eadcm eft caufa effectrix pro- prictatum,
qux ab ea emanant in codcm fubiccf o , oc lacit vt in earundcm definitio- oibus
accipiatur fubiectum, eatcnus con- flicuit fecundum modum: hocaurem cffi-
cientis genus ab efiidcntc propi ic dicfo di- ftinguens Auerr.inqmt, hoc
nonefficereex- tra,lcd intus: ctficicns autem propricdi- ttum efficere extra :
forma enim nihil agit cxtra,nifi per aliquod accidcns medium, quotanqua
inftrumetovtatur: fcd id , quod ftatim , & iinemcdioab ca^pducitur, no eil
mfieffecfus immancns, qui ab eaperema- nationem fluit: accidentia vetb
aguntali- quid extrafc per yeram eftectionem.vt calor lgnis alias res
calefacir.Sc vrit, ignem ipfum alteraicnon potcft: tormavcro ignispotcll ,
quidem dici cauia cftcunx illius altctatio- nis.no tamen propmqua.fed
remota:quia£ medimn calorem alterat: fine niedio afit ni- hil cfEcit, niii in
ipibmct ignc, idq> pcr foia cmanationem efficit, nb pei veram effecf io-
nem:efficit enim in igne fummum calorem, & motum ad fuprcmum locum tanquam
piopnctates i»ms ab ea in igne emanames: proptetea dicit Auerroes tale
efficienspo- iitumiuiucab Ariftotclc in fccundo modo F dicendi pcr fe : quia
fcmpcr comitatur effe- cf um,5c etfectus ipfum ex necelfitate confe- quitur,
quo ri:, vt fumat illud in fua dcfini- tionc cuiufmodi nexus inter crficiens
extet- num , 5c effcttum fuum non fempcr infpici- tur, imonequefiequcntcr, fcd
raro : datut cnim iatpe efticiens non exiftente effectu ; 5t contra datur
effectus non exiftentccius cau- ia cffcctricc : quia etficicns poteft mtciirc,
m 4 Iacobi ZabarcIIse Patauinl 36g ncrn inrereunteelTtctu.iicuti cffcclus quo A
pctua, Scea perfpicjta ineft neccfT qucniterimi potcft, non intcrempto tffici-
rcntia: pr-diLai i mf„!,„A "'Minh* fjuc mrenmi poteft, non intcrempro
tffici- entc: irjcjucuio exteinuiii cfficiens inue- nias, quod cum cfFectii
reciprocetur, pro^ inde effeclus non fumit in fua definitione cauiam
fuamcfFcttnccrrr, nifi iai6;quum «nim fineillapoffitcxifterc.poteftctiamii-
titcadcm definiri: hocigiturefficicntis ge- nus reicctumcit ab Anlrorele ad
quartum m odumdicendiperfcranquam non taci- ens ia rerminis propolitionis nexum
dcfi- B nitiuum, miiraro, & ex sccidcnti . Clarum eftigiturfecundi.ee
cpiatii modi difcnmen, & fnblata e(l tota difficultas,qu S multorum animos
perturbarepotuir.. Capttt XI. quodfo&duoprieTesmo- dt dicendi
perfenecefttatem ha- beant, &eam maiorem,. qu.vn condnto de omnr..
HAEccrnnia, cma; hactcnus diflafurit, quifquis bcnc confiderauerir , facilc
jmelliget , propofitiones per fc piimi, ac feeundi modi omneshabere
tiecefljratem, aiias nonitrm: quod in eodem capire fta- timpofl deelarationcm
qnaruor modorum ditcndi per fe docet Arjftord. breuitcrta- tnen, &
obfcurcqwppequj nobiscorum, V .- -i-w i»' *-■ "m, uiij«i , ijiiitBon nr
per le, vt fijrcomms cor- ^*"bidieM_ntur, rn. OB em a ft mn d aM1 ^i >u
„ ie fr n ig er , nu i| lllI1 habcreile, n.,lemtcr- Tfrtiiu — * iai.iuuciii
arrerenaarnre- *_™*7£ M uit - Tertiusquidemmodus nullam ha- *tnfiti*ti. °V ne
cefTitatcm : quoniam enim alicuius rerdealia repracdicationcm non liabet.id. co
an neceiTarib prajdicerur nccne, cantj- derare iron poflumus t fed in eo fola
rei exi- ftentia enunciatur, quat potcft elfe per fe, uee tamen efte neceffana
. exiftitenim per fc fubftanria indiuidua, vrhic homo, qui taraen non ex
neceiiitate cxiltit, qtiomam ahquandoHonfuit, & aiiquandoiion erit \ qUSr
,r ■ caaomalycflcntia.&a lorma fu,^^ ? m l «, eflentiak accidcns
dicitut: q Uia c |f tiam confequicur, ideoneque re, neq; mcn" te"potcftreparan;etenim
neq,- ficr, vnouam poteftvt homononiit nfibitii, ncquepof f umus fine termmorum
repuonantia ' ^inati , hominem nou eife nfibrlem, horno* emm forma fuam habct
cx neceffiratc ; qu , a per eam cllhorno, hanc tx ncccffitate' iri6 quiturriiibilitas.ergo
fi tft homo.elt cx bc- C ceffitate tiilbilis, qua enim rationeeftho. mo,eadem
ratione nfibilis eft : quandoi gl * tureum non clTe rifibilemimaeinamuT.tr»!
mjnem ramen cilt, tunc & ufibilcm, &'nori rifibiieipfum elie (imul
im.r^mamur. qucd cftat(urdu-m ; &ficri nnnpowii-. Qiibdau- c„ tem in
lusduobusmodisdiccndi periem a hZl"Z lorjniit neceffitas, quam in
condirione de ; »"»»« ef t ornm , facile oftendJtnr . n a m piopoii: io de
,7 "" !"" i - quac non fit pcr fe. vt h jrc.omnis co r . ,
a Wl iuiiiic- j ijiii,iio proprcr raimam piopnam , 3i pro=- xio.quurri plura
vrdeamus elTegratia finis^ F priam naturam corui . Sccundus uatiue ne- qus nne
i!lo trijftrantur. Ouarp minorum connesum, quumiiaturara corur quatenur coruus
cft, nigredo non coafe- qu a tur,quo fir, vt nec in dcrinirione comi
fumaturnigredo, r.ee in definitionenigre- dinis coruus-: propterea dicebat
Porpby nus,cogitari pofte coruum a]bum;quusn c- nirn nigredo de eftentia corui
non fit.ncque" etlentiam cotui confequatur, nil ptoh:bct, quo- minus coruum
finc illo colorc iuugi- neraur : iraque habtta eflcntix corui ratfoi ne non
cftci ncccflananigredo : fed ncqur, coruus nigredini necellanus cl!, cjuando'
qui Jeru darur in alijs rebus nig.-edo, ia qm. buseriarn oaini coruo fubiato
fcruaretui:- idciico eiiifmodi propofitio efl de nurneto» illarum, qua dicuntur
nectilaria: ex acci- denti, non rjeceiTaria: per fe : tciruum enim' eiTenigrum
e(l nereftarium proptcr m a re- riam,n 6 p ropt e r f 01 mam pr op riam , &
pro=' qua: fine illo fruftraatur. Quareneque r.ei ceilaria eft caufie cxrernx
de efTectu pra-di- cano, ncqucetfectus de caufa , proindc in •mn* «r^
quartDmodo cftpra:dicatio pcr fe abfque _«*™ucue,& non,nclIe:aca-
drttium-cnin. p.opr.oro» duo lunt gene- a alia quidcm iimpiiciter prsdicantur
dc (ubicflo.vtrifibilcdehornine.&trcsangir. ; duobus rcclis a-quales de
triangulo, quo- ium ^nium ncccifitas man.tefta eft , & o- mm dubitatione
caret:alia vero non iiropli- tKer lc d a mbocontraiiadc iubiedo pra:-
dicantur.vr dc numero par, vel impar, de li- *ea rectum.vel cutuum , propnum
cmm cft «umen.vt fit p».»d impar, ptop.ium cft h- ncstt fit rerta, vci curua ;
hscc igitur iubic. ftii Tuis neceflariaeffe nonvidenrur: quia non
eftnece[rariu,lincam ciVc rettam.quum poflitetTecurus.ncquc cflecuruam, quum
Lffireflc rcfta . fimiiiternumerum nequc ncccueeft parcm efte, nequc cffc
impa.em. jjubitationemhanc folucrevoluit in dido loco Ariftotcl. Vt
certum.atque indubira- tum maneret , nuilum eftc tum primi , tum fccundimodi
prsdicatumperfe.quodnon hibcat inhsient.s ncccfiitatem: Solut.o au tcm m hcc
confift.t , quod fi duo illa con- rraria fimu! cum difiuncciua panicula fu-
mantur, conftituunt vnum propnum.quod jt fubie&o fuo ex necefTitate
pra:dkatuis-3t fivtrumqtie fcorfum, & fimpkciter accipia tur, ncutrum cft praedieatum
iicceflaiium, vtin dubitatione iccte dicebatur ; omncm emm numeium parcm cllc
non eft ncccha- num, rcquc omnem numetunj c.lc itnpa- retn; fedcfttaraen
necefiaTium.cmncm nu- mtrumvel oarcm clle, vcl iuiparem; nOOC- Bimfcorfum vt
duo propna accipieda funt, fed coniunftim vr vnum Taltm inhxrendr necciliuccni
probat Anftctelcs argumen- fans ab oppofiticjnc contiadictor.a, & spn-
uanua ad oppofitioncm contrariam; dcop- pofitio-.ic enim cor.tTadictoiia
inpiomptu habemus axioma iilud ,quod dicitur piin- cipiurt! contiadiSioais; de
omm re aut af. fivmsrc. aut ncgarc vcrum tft, quod nemo ett, qu: ;c:njrct iumme
neceflariiim ciie , 5c gerpctuamin rebus omaibus habcic vcii- rumeft, fi
infubieAo apto acciputur . cam eodcm modo neceflariam cilc: necetlc eft c- nim
omnc animal vifus capax vel ccecum ef- fc, vcl videns, id eftaltcium duoium
habc- re indiftinfte, fed non altcrum fcorium noa nominaro altcro ; fccus
cffet, fi priuatio- nem, &habitumadnon aptum fubicdlum referremus.vt ad
lignum:noncnim ncccfla- rium eft, lignum vel ridcns cfle, vel ccccum, K quuni
ci neutrum competat : quam igitur neceffitatem habct in rcbusomnibus con-
tradictio.eam in lubicfio fuo idoneo habet oppofitio pnuatiua. Propriaverb
illa.de qui dus feimo nunc eft, contraric opponi in- uicem videntur.vt in
Ijtcra fignificat Anfto- tclcs, qua dc re non cft in ptxlenna difputan dum:
Anftot. igitur ita argumcntatur : par, £c impar,reaum,cx cuiuum , &alia
eiufmo- di conc.atia, fi m fubietto fuo acciptantur. C vim habentoppofitionis
priuatiua:) imb & cotradiftorix .quare ficuti neccflarium eft,
conrradiiftionis akeram paitem veram efle, ita hoium duorum contrariorum
altcrum infubiecro apto necefle cft incffe, vt in om- ni numcioautpar, aut
unpar: hatcenimin numerisinftar contradictoriorum cflcma- nifeftum eft.vt enim
impar , & par coutra- rie opponutur, ita imparj& non impar con-
tracicrotic: atqui par,& non impar mnumc D 1 risidcm fignificanr ,ergo idcm
efi contra- rium-impsns, & comradittorium impaiis. qucmadmodum igitur
neceffeefl, omnem numerum vcl imparem efle, vcl non impa- rem.ita necctTe
cfkomnem numetuir, vcl im parcm cfTe.vel parcm. Ita hotum pioprio- rum
nece(fitatcmoftend;t co in loco Anfta- telc^.De his fermoncm faciens multis in
lo- c,s A^erroesdicitca in fuis dcfinitionibus nonaccipeteproprium fubieflom,
fed ge- E nus prop.ij fubicdfi,& hac rationcprcdica- n p cr fc iccundo modo
de genere lui iu bie- JJJJ fti : procuius difli intelhgcntia fciendum pn ^ cft.
par ,& impar cffe proptietates duaium j- Km i t ,„f Ht f fpecicum nuir.eti
i itaicflum , & curuura ignur ihcnntHrm fmthtuirfatnUmfgrjt / ( _ , fr£ d K
a. necejpt-tt J quoium vcrborum communis intcrprctado hsec eft; illa.qua: funt
petfe aut lecundo mod o,aur pricio.iimt & per fe, «Scneccllaria : m qua
cxpofitior.c eft nu_a- tiomanifefta.quum.dcmdefeprsdicctur, dumdicitur, quac
funt perfc funt per fe, cu- iuserron. caufa fuirptaua Giaicorum vcr- bo rum in
Latinum fcrmoiicmconucriio : i - br ehim Ariftotcics.-it Grrrcc [j cjtj 37* Z.
PATAVINI, D E o;bxc cmm.homo efta- nirual, noncft e nuntiatio \niucrfalis ,
licet homo, & ammal (int resvniuerfalcs, fed fit vniuerialis.fi modus
vniuerfalis apponatur: Tt, otnms, vcl, nullus, qua: quant itatis nots appelian
foient, & propofitionem reddunc ▼niuerfalein.dnm fubiefto apponutur: nam
P»wdicato easapponeie noncouen:t, vt ibi Ariftoteles oftcndit; bocigitur
vniucrfalc «omfleiiiLaeit^&ic cnwnciatiQnc coniide. A ratur. illud vcrb ,
quod rem flgniflcat , fim- plexeft. Neutra haruin fignificationum hic
j.At.-efitn ab Ariftotel fumitur, fed alia ab his long£ diuerfa; fumitenim
vniuerfalc pro prxdi- eato vniuerfali in propofiiione.quod ipfatn
fummenecelTariameile facit,ideo hjec ac- ccptio diftinguitur a prima,quonia
illa fim- ple* erat, & abfque enuntiatione, ha:c vero eft in enuntiatione.
a fecunda \ erb difFert: quoniam, etfi illa quoque rn esuntiatione B
fumcbatur.tamen erat conditio fubiefti re- fpt&u prajdicati.hacc aute cft
conditio prae- dicati refpectu fubiecli : in vcrbis cnimAri- ftordismanifeftum
eit, pra:dicatum vocari vniuerfale,nonfubiectum,cum relationcta- mcnad
fubiccfum, cft enim tnlis conditio,- qua: pra:dicatonon conuenit nilicum rcfpe
etu ad ccrtufubieaum: nam quando fubio tlum ei fupponiturtale,qualc piaecipit
Ari- ftoteles , nempc quod ei sequalefit , & cum 2 prxAi- txilit defcriptiones
prscdicati vniucrfalis, «'»»»«» qurrum priorh«c cft, vniucrfalc cft quod'*'*' •
dc omni eft, & pcr fe , & quatenus ipium; 5c reae facit , quum
conrditioocm pridica- , ti dcfcribat per conditioncs (ubiccli : nam relatmorum
ea eft natura, v t altetuminal- '. tcrius definitione fumendum fic , ncque in-
telligi poflit fine relatione adaltcrum trcs- autem dicit Aiiftotclcs in
fubiectd coditio- ncspoftularij fiprxdicatum dcbeat et eift-' 37S Iacobi
Zabardlse Patauini 3?« vniuctralcncmpcvtfubicctumomnc&pcr A eftihxcautempropofitio-omn,.-
*™ fe,__ quatcnus cft ,pfum, .11, pr x dkat o ,up- n.obilis,non eft quatenus
,r.f urn l . ^ ** imcnimdiximus.de .. 1 -V^.nevoj. . I " i — J Jl
ponatui;quemadmodum emmdiximus, de omni, (ignificaredc omni fubic£to,& pec
fC-ignificare per ipfum fubicftu : ita inter- tia conditionc, quatcnus ipfum,
di-tioilla, ipfum.lignificat lubiec.um; tunc cnira pro- poiit jo dicitur efle
quatenus ip fiim.quando vera cft cum duplicatione fubi.ecli , vt l._ec: homo
eft rilibilis : quia hoino quacenus eft 1 __l _: /-l. M - i . ^ „ u.rfali.;
no_cnm.quat.nus dihomn ^ q«"enuieftcorpu.,di.irurnio_ii li ,p ' cd de ah,s
quoque corpori bus mobilkasin fi quarenotota inhoinine comprehendir, nect; eft
p_a.diyitu_n vniuerfale refpeau h o_ mmis.Ex Uis coihgmm., fcntennara A
J>S>- te..siuil.e,ci_od nulla propofitio dem_ „"_*"&£.
flrationcm mgredi poffit, qua non habc. homo,eft rifibilts.h^c _ut,m:h omo cft
mo fi tcrminos par __ , & r«i P .Silc^" ! bit>.,vcr_quiden_
cft,lednon cum dupiica- nim ■..■,„.._.„ -\-.J_: ' 1 aod *- r *^" .'
^f.mt-_0 p erft, e> ,.;«.:, r>,«, t pfittn idtti JignijiciBt. pr*di£Atum
dicAtur rni- utrflit. bilis,vcraquideincft,l_dnonc_m duplica- tione fubie-tij
non cniinhomo quatenus ho mo.eft mobilu, fed quatcnus corpus. quate non cft
propofitio quatcnus ipfum : proin- deneque\ niueiTahs, ctiamli dicamus, om- nis
homo elt mobilis , prouthocin locofu- roitur vni.ierfale. Quoniam igttur
periilas trcslubiecti conditioncs declarat Ariftote- les hanc conditionem
pra;dieati; icico fi tres illa. cognit.c efTei.t, iimplene eog.ofcerc- raus ,
quid fii prjcdicatum vniuerlale; duae quidetniam declarata: funt, nempe de oin-
ni,& per fcitertiaverb «oua coditio eft, qua: dcclaratione i-tdigebat ,
propterea eam fia- tim declatat Anftoteies diccns.t?-" gjutv.k. Yi eu-ri
idemeiTc: quafi dicat.fi nofti quid.it pcr fe , nofts etiam quid iit quatenus
ipfurr. ldem enimiignificant, qui Anftotclis vei- ba maximum
omnibuslogicisnegotium fa ntm fubie_tut__t_t_m _ ptaedicato 'cotj*-
tur,manifeftum eft.cx ("oia coditione dc o"" ni.qu.a fi deomni
fubiedo illo pndicat? 1 -" nuil-et.eiusiubie-tipars.quxabillopr^ dicato
non comprchcndarur; quod aiuera. eonucrfo etiam prsedicatu totum ineofij 0
iecto inclufum lir.expreiTit per terti am co n " ditioncm.dicens
pra;Jicatum debere eiTc v niucrfale refpeau illius fubiccti , id elt ^1 ucrfura
ineo inclTc; quam cond itioncm n 0 " ftea e-emplis dcclarans l.imit hoc
prardica.* tum,trcsangulusequales duobus reftiE.o^ cumtribusfubiec.iscompaiat ;
cuin fitr Bra tum trianguto.Sc cumsquilatero; re!| e a_ quidem figuracdicit
non.cfte prxdicatuai vniuerialc : quia non omni figura: incfiine- que rcfpcctu
asquiLateri , qu a hlius patcft quam aequilatcrum , !t alijsquoq; praetcr j.
pfumineftrat refpeau trianguh eft ptxii. r , ? ----._> piuiu iii.h: _t rcipccru
tnanffuii eit pra:tli- cetTunt.&muho.mulM. diccremept.M co D catum
vniuerfale!^ quia nonexcedit trL, u . egerunt.quas nos conlu ko omittimus. frd
i..„ „_^ „l __ „._. j: . h egerunt,quas nos confuitb omittimus, fed eam, quam
ipfi excogitautmus, fentenciam cxponcmus . Si ratione quarraraus, curpt*-
dicatum de omni fubiefto J & per fe , 8t qua- teiiusipfum cft.vocetui ab
Ariftot. vniuet. fal Ci^omnino cnim aliquam effe oportet hu- ius appellationis
rationem) nullam inuenie mus pra:ter ha«c vnam, quod vniuerfum il- lud
praedscatum in co fub ieflo comprehcn- ditur.i. extra illud nufqua inueriituri
quan doenimprjedicatototufubieaum, in quo ineft, iupponimus, vtnihil citis
prardicati extra iliud fubieaum in alio fubi.efto repe- riatur.dkitur eiTeilli
fubiec.o prsedicatum vniuci (_lc,& fubieftumqu.tenusipfumeft, diciturhabeie
illud pr_:dicatum, nonqua- tenusaliud; cxeplis resclarior fiet; h_:pro-
pofitiones funt.quatenus ipfum , & vnmei- lalcs: homo eft lationalis :
liomo eft nfibi- lis : quia totum rationale, & totu nfibilf in homine folo
incft,& neutrfi extra homincm in aliavlla rc inucnitur; ineft etiam vtiunqj
homini quarenus fiamo cft, non quatenus cflnnimal.ncq: quatcnus.il corpus,
nequc quatcnusaiiquid almd : nam fi quatenusa nsmai, alijs quoque animalibus
compete. rcnt : at foli homini competcrepolTunt : cr- goineoinfuni ca tatiijn
rationc, qualiorno lum.neqs ab eo c.ccditur; voluit itaq;/\ r j_ ftot. illud
eue prsdicatum vmucrlaie alicjii fubief-o.quod & oitini,&foh
iiificproinde aequale fir.Sc cum c o rcciprocet ur; quod eo quoq; argumcnto
eomprobari potcft ; nam il propra iitiones omncs^j fe primi ac lecun- di modi
fiddemonftrationc idoneaifuifliijf. nullaexcepta, non opus crat Anftoteli pra
inuenicnda fumma propofitionts necemta- E tctertiam conditioneadijcere.fcd
fatisfuif. fet dicercpropofitiones dcberc eiTcdeom- ni, Scperieaut p rimo,aut
fecundomodo: quoniam in contextii dcclaraiierat in ijs duobus modis
neccffitatem incfTc, aiiquan) igitur efieopoitct in ijsmodis propolitio-
nem.quac fummam necclTiiatem no habtat, & ad dcmonftrationem inutilis
fit.ad quant cxcludendam Ariftotelcs tertiam hanc coo- d itione adieccrit;rcu
_f a enim excluder,e vo- 7 luitomnc; propofitiones quarum prxdica- * ta fit,t
ampliora fubiedis, vt in fcqiientt-tis demonftrabimiis.Nunc autem illud a nobu
to.nfidciandum eft, hasties cotiditioncs, de omni, P fe,5tquateuLis ipfum,hoc
ordineef- fe diJpofitas, vt prima fit amptioraiijs dua- bus.c. (ecuda fit
ampliorteitia; vt omniSjP* pofitio pcr fe fit etiam dc omni , non . con- ueifoj&
OtcmispropolUiOjtjuaifit quarenj..- ipf__M dePropofneceflarijs, Lib. H XJ7 - r
r„-r,.m A fuicontrar.j ccromiftum habeat, .mpuram 5L fit rtian. per fe.non c
conueifo, cura A £ con «a | [0ndltl0fiem habet. livero P^^^t^™!Z «St oUi
contingente^iacci- 4 U ° J °on e.um . t fc habet dc omni ad P « g"' 0 ' „
fe ad quatenus ipfum, fiue ad vni- iain ct>d.t,o dc omni fi reteratur ad *
nc p« «e, eft iHi^ genus, quod P « : ," babeM»» q pcr accidens; uaq; oc
rciunui" • ■ expurgatoomni contingcntc, &ornuiacci-
dcntationih-lineamancat,niiif*te,*ei- fjntialc , illud eft purifflmura per ie,
& ma- ou ,,er fe, quam ueffet remiflius.queroad- modum albumfummum eftmagis
aloum, quam album remiffum. Cond.no .g.tur per v^» fe fufcip.r magis &
minu. , & quar.do iunv « - ^ ma cft, & ad pur.tatem redafta. .dem eft,
« \Jf :_r., m J.imjutf.n cllimpura.no connexus cft differcnt.a d.u.deiTS
ff^^J^ZSZ „„nm . & raipuram efleot.ai» 4 ,, nnliam ocnus.S- con-
^^onrdeomn.ranqua.ngenus.c.con- SSS. «nditionem per fttanquam fpe-
Sa.aenensi&cfldiueriaad.ff^eu- ?^ftitu«tecondit.onedeomn.,*ucm-
SSSld.tterent.a hominem c6ft,tuens SKXad.ffercnt.aconft.tueteammab £, s enim
connexusnon.equir.tur vt iSS iode om._i.ftd fuffic.t iubica., r «morri»
vniuc.fitas ad eam condino- •^ToSuendamificutifidcbcardle* K nonrcquiritur.vtfit
rationiscom- SdTatiseft,fifenfumhabeat.Atc«ndi. «o «r fe adwnditionem quacenus
iplum «fcrtur non vt gentis ad fpeciem.fed Ivt i- drm differer.. p« magis &
mmua pciftftii. p „ P uium & non purum; quod exempl.s £l£ detlatabitur ;
coloi, & albedo Ita ieft ^,te 0i orfit g cn U aalbe S ^ eltidem.iea -d-ms
ff"i • -- . phciter fumpta, qu* * puram . 8t mipuram complcaatur, lat.us
patec, quarn pura, nec tamcn eft ipfius gcnus; ita cond.t.o pctie noncft
ncnusconditionis quatenus iplum, quum vtraq; per eandem d.ftcrentiam con-
fUatur, intenfam tamen,& rem.iTarn.que- admodum iiximus: nam conditio
conlti- tuens coi.ditionem, per fe, eft connexus«r-
mmorumctTcntialis.hocautemnullusma. ^ 10 v,autemcaciordatur:ideo teitiacondl-
malt>rtU . tid.quatenui ipfum, non oi.tur exadditio- tut _ ne noua;
d.fferentise pwter illam. qu* con- ft.tu.t conditionem per fc, fed ex fola
expur oatione cius,quod eft per accidens, & ex re- dudione conditionis per
fe ad iummam pu ritateireillud igitur.quod efl fumme pet lc, £ ft quatenus
ipfum.neque dux amplius con d,t iones hx funt , fcd yna; hoc voluit figni- . n
._i„ .... ^ivit . nerlc.oc ^^«tfitgenusalbedirm,^ ^i^ f^
daf.tfpeciescolom.qu.perd.ff.rent.am D fi-« Aultot q ipfiusvc[ ba
oene.Ud.caarr. coftitu.tui, & d.utrftm ab i^^ZTdi»c»ftrant i poftquam e-
& . . m ft,tnitur colol F.eilUS. h d.ffeic ntia,qua conftituitut coloi geaw
albedo autem quum habeat contranam ni- ored.ne_r,pMeft per eius eomiftioncm
beri imputa,Sc lemiift, poteft etiam ehe puia 8e fumma, finih.l habcat
mgredinis adm.itu; albedoinirurpura.&aibedo remilb.qux
nomtna-bedin.sfeiuct, nonlunt dus fpe- Kto-albtdtnis.fed vna.fit cademi
fiquidem differentia fccui-d-un magis & mmusnon vanat fpcciem: vtraquecr.im
per eandcm differentiam conftituitur, £. cadem elt vt n- ufq;
natura;a!t«atafolump«inteniioncm, & rcroiffionem ; altcrata enim
difteicntia eoa-iitucnte, id el\ ;ntenta, vel remiffa, fpc- tiemquoq;
co>.ftitutam mtendi, vcl rcmitti neceffceft,nccob id ritalia fpecics. Vt
igi-- rurh-tctria !"c habenr.color, albedo fimpli- titer fumpta , 6c
puriflima albedo ; ita & ha. trcscoditiooes, dconu.i.perfe,& quatcnus
-pfuin.ptimanamq; et. genus fccCida^sftcun datamennoneftgenusre:i.ia:.red eft
eadem ctnditio diffeiens vt albedo, fc punfiima al bcdoiidenimquod dicitutpeifccontiariu
habct fccundum Ariftotclcm id.quod voca- inus peracciden.,quemadmodum&
necel- ftr.o conrtarium eft ccintiiigcns > fiitaque p,r&pofit; C aiiqua
fitpetfe, aijquid tamen quatenus iplum ldLia cm., «* manifcftiffimc dcmonftrant
i poftquam e- nim locutus erat dc modii d.cendi pei te. accedens ad
dedarationem P"^ 1 "» vni- u«falis,inquit [^•»4»^ diom ' ni &
!*rli,& ouw™ ipJ»»A no nd um enim faaa cxpurcationc diftiriguit quatenus i-
pfiimabe->,quod«ftperfefic.enimp«ftU uuspatet.quamquarcnus.pfunufcdadic- aa
conditionc, quatenus ipfum , a qua con- ditio per ft ad fummam puritatem
red.g.- t ur, & rit exquifitum pcr fc : fubiung.t , tale pcr ft;« quatenus
iffiu» eiTe idem, nec am- pliusfumitp lcvtlatius, fedrtatqnaU : imo vt idem
quod quatenus ipium, vt fequcntia vcrba dare oftcndunt; cxcmplis en.miem
dcclarans duas ibi facit illationes; vnam d«. cens.eft quatenus ipfum ! er go
eft p« fc : al- teram dicens, eftpcrft: ergo cft quatemi. i- pfcm. Hoc
etiamipf-cvocesfignihcarevi- SenWr-naCw*' & «i^pcr fe.pfum, Scquatcnusipfum,
nil ahud iigmhcarev.- deritur.quam p« clTentiam piopnam; quan do enim fubicftum
p« fuam etlcntiam ha- bct illud pra.dicatum, dicirur per le.pium, &
quatenusipfum illud habere: quafi d.ca- tur cx «Tentia illius fnbiefti, non
exalia ra- tioncilludpr-edicatun-eicompttetc. Idcn»- Mttr* i,- iiciu Xui- 579
kcobi Zabarell^e Patauini lltTnifi.-iiij**.. . J_ _ __ ■ . — 3So fignificauit
Anftoceles in altera dcfinitione A rr„ri« ,4, _________?..«•'• >°.ter:quia ,
quatcnus ipfums corpuscmm quatCRUS et corpus, mouerur : de animali reto
(H-d.catur quide._,& de ornm an.ma- l,.lednnnv n , U e,falHer:,u
13nc>nqll:ltcnus eirananahfcdquatenuseftcorpuscnon,-,, I tutan.mali rt pnmo
fubiecro competit nio , tus.qu.acorpor.pr.ori. ideocj; a ; .,ma!i per corpiM medmm,
corpori attcm ineft vt pri- mo fub.eclo : quiae. cornpet.t no quatenus
cltai.quid aliud.led quatenuseft corpus: i- g.tur ,ll ud ,d«m fub.eclu , de
quoquatenus ip I um eft P r_d icatu r pr_d. car u m. ert et .a rn mum s itaq;
eadcm cond.tio eft „„„"-* pfum,& p ,„ Bu .Exh 1S pate t ,c, ; , '
,,^ci lm «uprard,cat, ; ,edex C u(and.. S e/l ,. Jl4 Ar P . fuir,& Gr_ce
lina U _ lg naru : ,eo pu - quod etli m appciiat.one ,ihqu,J erroS commi iit, m
rc tamen ipfa non errauit • i«_ aaeo egregie fe gelfit , » t ncnlu p.ofundS acmelius,
quamipic. nicnr,- A, itotdishlc iorepenetraueiit:nara& Gncornmcrro!
rcsdctex 1 t,at q ue,mpugnau,t,& toramrti ventatcmpulcher.-ime explanau.t ,
Enaui t autcnr Latmus intcrp. es in illo cotex. ;7 qu i d.ctionem.pr.mo,
tan.iuam aducrbiumpo- Hi.t , quum llt nomen ad.ec: i , qliod | u ^_ '
leaomngcadumcft, vt in G.aca litcram*. riil cfrum clt, vbi ,n duierlis calibus
hancyo- cem protuht Anfloteies. Caput 1 1 1. hi que e,h qn.c diHa funt^
(olliguntur, & dtcenda pro- fPHUntUT. HAc via. & pc, hos gradus nos
pcrdtt- - xit Anftoteles ad lnueniendam fuai. mam in propoiTtionibus
nece_itj!cm . pri- mum enim per cond.t.onem. de omni, prf>" potu.t
nob.i leuem. acdebilen, necefflta- tem, qu_eftinh_rent:a perpetua praedita-
t.infubiectoabk); vlla ellcntial. connexio- ne ; deindepercond.tioncir», per
le.maio-' rem protuljt receiTitate, qux cft c umiflea- tiah connexu,
inqtiotnr.cn al.^u:d cc: gent.s. lcu acciden: nij commiflum lit ; tan- demper
tertiam coi:d nonem, quateous i- P ' um . omne acc . ,1 a n um expurgau.t , Sc
rcmouir ipropoliiicn:bus pe. fe, & ira nos duxit ad lummam, &
exquilitam neceifica- tim*t* ,fma* _■_ rcm.qua n6 datur ma;. r in
enunr.atione.ea autcmconliftitini erpctuo & ellcntiah tcr- mmorum
connexufine Ul.i admn^one con f" tinotnt.i. Sednondumi-hnecoMnitaelli- fta
lumiHaneceiTicjs.nifi omiivs picpoiitio* oeiper icprnr.i, aclecuijdi
niodidihgen- 1« de Propof neceflarijs, Lib. II. 38Z fdeiemus.cV vidcamus,qu_nam
ini- A nim id aperte atreuenre videtur, quiim di- ji nnam , proinde cx tircon
ftim habeant cutirig 011 , ' l6e indiuucnnt. H-c ceitea.dua rcs
SSMU.fiicuJta:ibu S plcn a ,obid-d« k^tionibus mitium coicmplatioms.cx oc- -. p
h u ofophandifumcmus,quoJAri- rt ,,les Quoqs tspefacic propofuanamquc Tr \
horum fententijsdifputatione . & aho- „mribus patciadtis, ratilioreinuenicn
SeSviamrcddcre folituseft. Qua- cat l^VS" conutrbent atttm noi txt»jpU,-rt
er«« damus cmmno tequnndum ejje prtd.catumtni- nerale fnbiecit ,jed jcitndnm
geners quoqutdt f roximis fibi differtmiis vnwerjaliter prxdi cari, yiKiu»— i»
amptiorz fint > eir difftrentixs it fpttit- bm\ fubiung.t etiam rationem
Themiftias *>£ Ti trn. ad hoc comprobandum , quando dicit [6oc tnim mf:
contejferimusjctjuctur/itms definitia- nis tjje demonfirationemj naimple
cxiftima- oreiVecon-atpr-dicatapcrfe.tnaprimi B uit, in fecundo modo per fe non
dari pras- «ndi vnum verb fecundi.qu- fingula.con CJeraadurneft, an fint
pt-Jicata vniuerfa- L.tcnus.&diiFerenna.&integradcfinitro ««Sicantur
per fe pnmo modo : accidens i Lempropnu dc fukiefto F»dicatur pcr . ac
deinteoradtfir.itioncnemo vnquam Jubitauit , fc_ omnes vno orc conccilerunt,
&d,!fcrcBtiain vltirmmde Ipccie, &dehni- •jorK de definico oo modopcr
fc, fcd ctiam «Batenusipfum.&vniuetfaliterprse-icarii
JJjiacninipr-dicatacum fubicaisrecipio- __-,,/ ii c.Kur,&>n e:s iine
medio infunt.Dc rcliquis !_*..« du t, ia reseft,cVapud.nterpretesAriftotchs
Ejwiur. mjrnopeiecoiitrouerfj : nam Aucrroes , & laUDi omnes putant omnem
propofitie- nein peifc fecundi modi cflc v-iuerlalenj, &omne accidcns
propriu depropiio fub- icfto non foiiim per fe pr_dicari , veriim c-
nainquatenusipium. contra verbThemi- „ius& Alcxander negarunt infecundomo-
do oicendi perfe dari prardicatnm vniuer- ftlc. Geneiis autcm piasdicatio
duplcx m coniidciationeru cadcre poteft, vna de lpe- eie: vt, hemo «it anima!
," altera de diffcien- tij fua diuideurc:vt , rarionale eft animali
Tacin.ftiusvtramq; aiTcrit ellc pr_dicatio- Bt:nvr.iui:rfaiem,Auciroes ncutram;
Latini pr„d+o:ionem quidein gcneris dediftcien t.a rcicciflcvidcntur,fcd aitcram.qu-
eft ge rteris dc fpccie,recepiiTe >, t vniuerialem. De diffcientijs veri)
remotionbus, & ipecicam plioribus c.idem acdc gcncie altcicano tft; -arum
er.im eademeft coditioiiili quidcm, quipiitiit gcnus defpecievaiucriaiitcrprz.
dica.h rcmctam quoquc diffcrcntiain vni- oeifaliter de fpecie pr_ dicari non
inficia buntur . qui verb illud nfgant , hoc quoque «tgent necefie efbquod
igitur dc gencic fta tUi.mus, iliud dc remotis quoq; difterentijs
dMiumeiicintcliigatur. Cjput i v. anfrtdictttiogenerude difft^cntu fit
vtuuttfdm. «./;»- /^l5>nfidcr.indumprimoloco efi. anprse- V_/dicatio
gcr.tris de diffcrcntia lua diui- «D;slit ynmeifalis,ncc nc; Thcinift . . e-
dicatum vniueifale. hoc igitnr coRftitutoy rcfta eiic videtur ciui ai
gumentatio : nam fi negemus genera, & difterentias efle pr_- dicata
vniuerfalia, fequetur nulla remane- rc in demonrtratiombns pr_ dicata pcrfc,
qu_ vniuerialia fint, uifi definitiones. Sen- tcniiaha c Themiftij iure ab
aiijs intcrpre- CtnfaUtitt tibus improbatut: quianimis ab Ariftote- ie & ii
ventate aiiena eft : nam tantum abeft C vt prasdicatio generis de diftVrentijs
fit v- niucnahs , quomodo hic iumimus pr_di- cationcm vniuerfalcm , vt nc pcr
fc qmdcrrT -icenda fit,quod optunc oftedit in fuaque- ftioneScotus: quoruam
ieitur Themiftius inquit , talcm propofitionem cffcpcr fe pri- mo modo,
polfumus aduerfus hoc argtu mentari ex vtraque primi modi condirioncj piior
cnim conditio fuit , vt pr_dicatum in fubiecto infit extra ammum , fcd extia
ani- I \ mum genus in differentia non incft, led po- ti-S difteientia in
gcncrc. ineft cmm fbr- ma in mateiia,nonmatcria in forma; non eft igitui per fc
primc modo, quum fit prae- dicatio contra natuiam : conftat etiam inr- fu
eife.vt differcntias potiiis de genereprs- dicemus, quam genus dediffcientijs :
dum emm pcr diffcrentiasgcnus in (peciesdiui- dimus, dicimus, animal aiiud
idtionale eft, aliud irrationale, 5: ita de generept-dic— . E mus vttamq;
differentiam fimul fumptarrt. Ex a'.!cr3 vcrb conditione oftenditur , ta- km
pi_dicationemnequcpiimo, ncquefe- cundo modo voile dici per fc i il!a cnim
propolit.o neutro modo eft per :c , in qua neque prxdicatum fumitur in
dcfinitione fubieifti , neque fubieftum in definitione pr-dicati. huiufmodi
autem cft hxc , dc qua iBpr_fentia loquimur : quia neque g_. nus fumitur in
detinmone diffcienti-, ne- - que differentia in defiDitionc gcneris; funt #
enim dua:paitcs eilentiales diftincl— , qua- rum neutraeft
deeirentiaaltcrius.feJ vtta- que eft de eifentia fpecici : fiquidem ncque
nvveria cft dceffentia forms, ucqueforma de eifentiamateriae, fed vtraqueipfius
com- poGri elfcntiam conftituit : (iue igitur dica- ir.us gcruselTcformam
gcneralem, 3caiffe- rcatiatB cff« fqriaam piopiiam , fiuc genus» Iacobi
Zabarelk Patauini Qusmsdo firmtt fint fibi innittm Cduft. m - '«^ua,iaidUllll
e«e matenam rcfpcAu diftercntis, ncu. A conrcouin^ , 3S?4
^''".nifiquandoalteral. erfu "''H 3"? ^^««c.acdiffcrcnti djc**
P°n™ ,quu.n nequc gcnusea'???" Jerenturum, „ eqiie dl ffc rCBt a ^?***
fupraoftendimus. qua re etiarnif?"' 5 .* tio pcr fe gcncris dc
differentiis- i' (J ~ naturaJis trumdec_cnti..alteriuseft. _
form_:cfkntiadiftin_a cftab efTentia altc- tUM forma: , & cllcntia matcria:
diftinfta cft ab effcntia fornaa: , quettiadmodum dixi- mus.qubd autcm
dicitur.materiam, & for- mam li_jmuiccm caufaselie, id fanomo- do eft
intelhgcnd um ; eatenus enim alteru- tra altcr.us cauia dicitur, quatcnusfc mu-
tuo.uu.int ad compofitum conftituendum: F f crea vetum efthoc rationc «TcS B !™
0 LS i'f ^ "° b '» &£3t led non rarionc eflcntia. : nam ,t exiftant *
™ft rc 'S° - , ^ '"^ 0 mutuoegcntauxiJio.fed neutrms cffcnr.a . l _' am ,l
. n . 1 . al_ c ,_ m f,**? * i » l ^ «w , .i.L.ii >l C.\...alli,
mutuocgcntauxiJio.fed neutrius cf.cnt.a ab altera pendct : .deo neutra fumitur
ir -Chn.tionc altenus; gcnuscmm, & diffc- rcntiid.ucifas fpcc.e.
pe.fec.ioncs ____,,„_ «nt, quarum nuJia ab alia comprehendi- tur : nam fi
comprebendcretur, non p_-f. lent fimul genus, ac d.ffctentie m dehintio- nc
fumi, nili nugatio committeretur , & i- dem bis accipcietur', penndcac fi
quisdi- cerct.h omo cil animai coipus.quura m am- mali corpus aftu ia_t •ai.um
eft i - itur, prsdu-ationem gencis ac d.ffcrcntia voca- ievniuer/a]cm,qu U
rnnequcprimo,ncquc iecundo modo fit pe _ f« . Clara eft ctiam fca r -^cq U0
da_dcSr^gg fus mutilis ea propofitio, inn,,,: p,or " fiderantibus
man.feftum eft . Sed m ' 0 ?" parum hi e.rauctunt. qubd d ura A S *\»a»u«_
£ on«ifu n t,A 0 .. .ide ^fe mia.nmapcrtc reciam.ntem, qui non . "
neceflannmcilc. vt ,n ptd^ de o hcrenti,s vmuerfalitcr pwdicarf iSl j.mphora
fint; g c„crai ? i, u ^«^t ^ latiuspatent , quam dtffercntia. . «Ve Z
^Vtrarjuclimuldiftcrcntia.fcjA,^ S^^^-^-M-dicaS? _ _ . -..(,«... _, 4 i 4Cilc[
| amj{n tenna An.totelis tn contextu i7 . qubdpro- f crit , d .f";"
pr__a,cari^; poimo non fit , niuerfalis , nifi tcrmini pa- c -|" Vfl r i?'
g T™* f utf m ^iftij^ _ «S,& rc«pxocabilcs fint; inquit enim, p L „ h „ °
"'^^' -im.nifig^. ^ dtcattonem trium angulor^m duob^ rc- busJnlucrf.H IT '
& f ft " ei " iae dc J pW ^uahumdc arqu Jatcro non effc vni- D 2"^^^^^
*? JC ™> ucrfalcm, ptoptetea qubdpr.dicatum la- D ," S -i ^ Se f
»nflrationen_^ tmsnatet. s__i_____.a^ :__ -,. autcm diumus .aiteram
antcccdcntis I XjpKgrlZli* ix Yerbit titmipj. Vtftnfi» *- iiqu&rn prt Tbtm,
ConfMtMii*. , i r---*-*j M ^-^'a.ujcdiuiiiia- tmspatet, quam fubi.-a U m,
idtiuc adhuc magis declarat ln capttc icquente , auod de erronbus vocari folct
: crgo neque prardi- catiogencrisdedrfferent.a.nequeallavlJa, in qua
termini.non rcciproccntur , poteft fecundum Atiftotelem dici vniudfai.s ■ Sc
mirandumprofc£.b tft, quomodoThemi ftiOsaduerfusAiiftotclem idafferere aufus f
uem imo ct iam ad ut f ci pf urn . n - m in ftnc illms cap.tis de crroribus
Thcmift.us clarcconfcfius cft, pratdicatHm de illofub. icflo rniBCtfalkcj
piadicari, quo pofito po mtur.Jc quofublato aufertur. hicautcm efttermjttotum
reciprocatio. Propterwa- liqu, fua*, qu, Themi>: namin con-
Ssifionepridlciturfemper accides propiiu dc Crbiccio, de quo per caufam mediam
de- nionitratiir. quare fi inefi fubiefto per me- ctum.ineft non pi imo quia
onedio priori in_ cftjeft igirurptidicatio primain propofirio nematorc, vbi
accidens de medio p:a:iiica- tur,fednon in contlufione,vbi prardicatur ■
defiibic-to. Alcxander tamen videns huic fentttiz m-nitcfte repugnare verba
Arifto- telis,qui di.vit in conciufione elfe pritdicatio nttn pnmam,&
demonftrari vniuerfale pri- mum; demonftratur autem conclufio, non
principia,adhoc cofusit.quoderiam in con- tlufionibus eft vniuerfale
primuni.non qut- dein (iinpliciter,ncq; exquifitc, vtin pnnci- piii.ftd quodani
modo: itla; namq; condu- iio»cs.quc cx principns primis dcmonftran- tuti
dicuntur primi, & vniuerfa!cs,non fim- plicttcr, neque ratione ftii , fed
quomam ex prisicipiis vei i primis.fic vniuerfalibui dedu cun:u:; qua:um
comparationealia; condu- fiones,cju_! non ex pnncipiit piimis oemon-
ftiantur.fcd cs conclufionibus ancea demon ftrans.nuila rarione
vn:uerfales,acprim_! di- cipoffuntj veraigiturprimitas inprincipiis foiis locum
habeu-.Jeinde inconclufionibus, qux ex ijlis ucmonftiatunnam rationc piin-
cip!otum,rior ratione fui.prims,.; vniuerfa ksdicuntur. inrcliquts autem
conclufioni- ntKMtMbusnulIo modo primitas inefi. Hanc Alexa-
drifcntentiarnThemiftiusnfirecipit ea du- ftus latione.qubd pauca: admodu
effcnt de- monftrationes ; quarum codufiones pofferrt appellan prima-.ptunma:
verb haberent con clufiones non pnruas, vt in Geometria cev- nere poffumus,
vbivnam demoftrationem, aucalteriinuenias.quiexfolis primis prin.
cipiisdedu£tafir,quum reiiquaromnes^qua; funt quamplurima? , ex pncedentibus
con- duiloutbus fint demonftrateiatciui venfimi- tur.vr purauit A!exander;hoc
enim exemplo philofophus frcquentifllmc vfus cft^tiiai-gu- lum habettrcs
angulos iquales cuobus re- £lis,qu_:eft conclufio Geometricaab Eucli-
dedemonftrata ln primo Iibro Elementotu a non ex principiis primis,fed ex
pluribus aliis condufionibus antc dcmonftratis; eftigitur contra eos cla/a
Ariftotclis authoritas , ad quam ipfi nihil refpon.ienr, nequcrefpon- 9 dere
pollunr.Pofluinus ttiam in eorum do- gmate notare mamfefia repu^n.uiam; prius
enim penitusnegant, infecundo modo di- cendi per feda.i pradicaiionem vniuerfa.
lemipoftea verb ir.cofiderat. loquenteseara dariconfirer.tiir;maiorem etiim
propofTcio- nemdicunt effe vniucrfalem, &primam,in quaaccidens de
mediopraedicatur fincalio medio at propofitio m3iorfempcr cft per fe fccundo
modo nunquam alio, vtpofteao- E ftcndcmui;exfolaigiturdubiratione, quam
decortdufione demoftrationis habnere,norl debuerunt omnino ncgare, in lecando
mo.^' dodicendi per fe dari prardicationem vui. ucrfalem.Scd id.quod Grscos
decepit, fuit ! ^ Kt "* r g- arr.biguitas eius vocis TPrimh»n quam opti-
GrtttrHtn* me diftirsxit Auerroes; propofitio enim po_ tcft duobus mocJis
appcllari piima, autta- tione cau(a:,aut rarioue fubicctii piima dici. Pripejiu»
turrationc caufz illa ; ';_sc nuliam habet me dusbmm»- )r diamcaufam, per quam
dcmonftrari poffit.''" prima vero lationefubiefli eacft.cnius pr_
f"*r*- dicatum nb ineft alij fubi etlo pnori.fed fiuic prbr.o. poteftautem
propofitio effe prima ratione fubiecti, que non fit prima rationc caufc; non
tamen e conuerfo: nam qur pri- ma eftrationecaijfx.ca etiam rationefubie- fti
priiiiaeftjvtpropofitio hqc.homo eft riff- biliSjeftprimarationefubiccti: quia
nullum eft fubieftum medium,cui pnori, quam ho. miniunficrifibilita>-, fed
homini piimo ineftj nou eft:amenptimaratio[ieeaufe;quia cau- Iacobi Zabarellse
Patauini ) l -J»-»"' — ''■ IL .1 pot.lt , 5£ propter quam bommi ineft, vt
n- iiorule;. ncc ptopterea dicitur rifibilc prtus inefte rationali quam ho.iuni,quia
lationale dumfumiturprovkima homini. petf.Qio- ne.fimplicem formam
figmficat,cjuje non eft fubieaum,cui nfibilc iniit.f.d eft caufa.pro- pter quam
nlibile inefthomini;quod deo- mni accidente proptio dicimus;omnia nam-
quchabeni fjbierium proprium, cuiinfunt f.m mcJiaru habet, perquam demonftrari
A queperfe uuoditi _r«K.vr- _• ■ pot.ft , & ptopter quam i.ommi ineft, vt
ra- .uen. f. E P ±°f°_ .j:,„ r it " 6 i T", .'"1 u "-> a
*- ci ««eaicitui-vthomoniotui:quiamnf.,. dium vero fuhicftum elfe natutam
compofi tamrcaufa cnim quatcnus eft caufa, fimplcx
ei*;qui2cuiurq;accidentiscaufacft, vel for. maiubiccti.velalceiumaccidcns, qnod
aut m eo lubicao eft.aut extra. Haius diftinaio nis ignoratio Gra»cos illos in
errorem ttaxir qui putaru t, Anitot. de prar.licato vn.ue.f_ 1 Ii loquentem
vocaffe prop _ iinoncn. prima eomodo, quo infecundo capite eius primi iibri
princir.iademonlrtationis ptima.&im mediatacire di.\erat:ibi enim accepit
Arifto- telesprjmum , & immediatum tatio.is- c.u. f_f:ideo folapnncipia co modo
priina tfle di xit, nonconclufioncsiatin quarto captre,& in ciuinto,
vbiloquitur dencctflitatc pro- pofitionum, &depracdicatoviiijerfali,non
fumitampliusprimumrationecaure,ied fo- lum ratione fubiefti.propteiea talem
ptimi- tatcm atque pnncipiis^acconcluiionibus tri. hMl Y n-ln,H,,..i n - J*
quicquidmalicuiusreidefinirione futcVu illi eiTcntiaie, ac neceiTanum cilc
debet- Vr' eidentanum autem altcui cffe dicitu-id C~ ne quc id effe poteft :
propterea exifti m ^ O^. Auerroes fpeciem omneji fuo generi Con "'•7f K tingcntem
«Jfr.quunri fine llla gen ui eife pof"'"^^ Jit.queniaomodum
igtturfpecicj gencri i m l*»"». accidit, itaetiam propna: generis^aifcn
c^. accideredicitmjvthomoniotui^quiamoiu, » I » — !_!_]_■ IU1I) | A tione
caufar.tum ratione fubiei-i.conclufio- f»nes vero ratione fubie di tant„m, non
ratio- necaufo: conclufio igitur demonfirationis eft prinia, & vniuerfalis
nonminin, quatn ttf.t p_,7..pnncipi3. Ph-loponus autemin alium erto- dt ' ,r -*
rcm nnd:!Tc vidctur.eumquepofterioresa. rX\'ii 'IV li ^ n rc;g " ili,U: P
u "uit enim dan propol?. otueiiaii.. , ncrnpe iJ_m, inqua pra-dicetur acci
dens proprium d. !pe C i"e rubieai fui pri, F mi: ii namq; d camus.
trianoulum habet tres anguios dut-bus reSn atauales, propo.ltio eft per Tc,
& vniuetfalii ; li verb dicamus,^ quilatcvum habetr.es angulos fqualesduo-
busrcftii, haceilquidem perfe, atnoneft vniuerra!fv ;
qtiiap>a;dicatuniilIirubicaoin- eft noii pn.no, f.d rriangulo prirao: hicefl
- hilopsni ren:e.nia, qu_m ipfe dicit futffi quorundam feaatorum Theophrafti,
Ea ta. mera rnihi non probatur: puto enim talem ptopofiuoQem oe^ue voiuetjaieui
effe, nc poteftj q.umitaqiicule fubieaumin defi! nitioiitilfiu.accidentis
nequefumatur ne- que fumi poifit, quomodo poteft .iurmodl pi opo/irio diciper
fe f.cuntio modo.vtdcn tureuamhocncgareAnitoteles.&Auerroe» in contextujj.
ptimi libiiPoftcnorum.&in tapitcfequente,qtiodde erroribus appella. tur. in
contextu autem 96. Iib. _. Pofferio- rum Anftotclestalem praEdicarione m iftz _
te numetat in prasdicationibus per accidens" Tolerabiliorautem ci. Alberti
fententi_,qui protulit incalcc memorati capitts; inquite-""'*- niin
hancpropotTtionem, arquilaterum ha. bet tresangulos aqualcs duobus rcctjj, plt
~ timdici poifcperfe, partimnon poiTe:nam propric non eft per fe, eft tam en
per fe,qua. tenus in squilatetoeft aliquid (nempe ge- tiuscius) quod in
definitioneillius aceiden. tis ftimitur, quatidicat, ei.perferatioiie tril rtnn
ri m jt, n _» iiiln-Au - L- _ _ _ _ ,r'Ta D j. ~ ~^i.i™n.|,.4Ui4Uit[i|
concedipoteft,&videcur Auertoes quoque hocdixiiTeincommcntario p^.hb.i.
Poiie- riorum,quo inlocomuka dicit notatu dL gna ad id,de qtio nunc loquimur,
pertincs- tia. Meaigitur fcntptia eft, non dariinfe. cundo modo aliquam
propoCtionim perfe, quae uonfit vniuerlatis. CaputVI. inquo tilorum opmi»,&
argtu mentA exponmtur,qui dicunt,pr, quod VnusAuerroes negat. Commtiniso.
Of™" "* pituo raa^nam habetyeritaiii fpecic_a,qua raeo de Propof
necelTaiiis , Lib. 1 1. 3*9 iudicio orones dccer>it; videcurenim A w ', tf
,niquevriiuerfal.«JefiintioneiiiabA. %L traditam polTc efficaciter comprobaru
uldem Jehmtio fuit, vniiterfale tft w l'Z «*« : in .p:um : e §0 VM- j 0 iiemo
vnquam ncgauit;pr*diettttttl eft de detinitione fubieftt; quod »tt- fitquatcnus
ipiu r,itai»fti.iidirur:injhc. teni conteptu coiic--pcus aiiimails eilcn-
^rerincluditur.&mnat^rahomioiaBira- " roJ |i, vt hominis eilenciam
conihru- ' ' criio humo qua-enus homo eft animal; Lcenimneaaco, ftquetni
h.»rmncm pcr a. ■* mter- ■ Atc ,- St**** ' j,r, r .r,tto prJeaicJti vmue.fclis
tu:r, vnt ia drlcr.pcio j> *_.:„„.;„•* Katjid extcrnum eilc ar.imal , non
per .', .«ionem.quud tain^n fj'lum eft. 390 pianemus: iis
namqueintelleflis,iublatarn fore exiftimo totam huiufie ret difficulta- tem.
Loquiturhac dere Auerroesmulnsin lucis, fed potiffimum inprimo Itbro Pofte-
rior. Analytic. in commentariis 11, 56,37, 41* 44, f 4, &fufiiis in 94 .
fecundi hbri,8ciri faa qu&ftione 10 vbi h_c tria nit tur demon- ftrare,
pridicarionera generis dc fpecic not» elie quacenus ipfum, nec veram tfTe hanc
propofi-ioncm ,homo quatenus homo eft a- nimal.licet multis vera efle vidcarut
: demde genus non pr_dicari de fpccie tanquam Je fubiecto primo; & tandcm
non eflefutnmc nectflariam eam propofitionem , inquage- nus dc fpccie
pr_dicatur,vt animal dc homi- ne , fcd liecellitatem habere cum contin^en- tia
miftam , & etTe quidem per fc,fed aumi- ftum habtre id, quod dicitur
peraccidens. h-x igicur tria fi cum Auerroe declarauen- mus,perfpicuaerit huius
fententi- vecitas,6T Ber f.ieeft,quodinquo:ibet,&primomeft fd oenus p
jedicatur de fpecie tanquam de C a-gumenta omma folutaerunt,qu.?aduet. „-,
?..Sl de primo fubiecao : e-oo eft ei pr_. fuseamadduciaiunt, vci
adducipofliint. Caput IIX. quodpr&dicxtio gcntrii de Jpecienon fit
quatetiiu ipfum. oraai,& Je P *CTtamvniaerfile;quod Je omm .mauite. fluni
eft , qaod a ucem de primo.facile uften- liicur: quonum f :pe:iiis cum Aucrroe
dixi. rnus , pisdicationem prinnm in eo confi- ftcre , vcinterfubieftum,6t
pracdtcatumnon fit ahuJ mediumfitbie£tufn, cui piioriiilud r/raiditatum infic :
aft inter anitnal , & homi- nern non eft tiiterpofitum altud fubte&um
medium , cui prius tnficanimal,quam homi- ni:er?oanimal honnni
ineftprimo,&imtr.e- rjiate ratione fubierJti. quare hjec propofi- tio, homo
eft animai, pnma,& vniuerfaiis di. c*nua tu. Capui VII. in quo fcntentu
Auerroit proponitur,quodgenus de Jpecie ymuerftlittr non prddi- cetur. hihtt %
: -r; f . 4- COkthariah fententiam requu- tus eft Auertoes , eaque videtut Ari-
ttotdis opinio fuifTe, qui in contextu J7 . pnmi libri Poftenorum negat
efleptidica- tum voiuerfile id, quod latiiis paceac , quam fubicCtum,Sc in
calcefequencis capicts de ec- roribus afferit lllud efiV praedicatum vniuer-
fale.quoa fubiedo pofito,ponicur,& ablato, jtpm.^r» a_ftrcur:atDenu3 iatius
patet,quam fpecies, »***'«■ & ca quidcm pofita ponitur , fcd abiata non
aufertur , protnde noii pnteft efTepradica- turti vniueifate, tdcitco Auerrocs
non dubi- tans ita renfifTe Atiftotelem , conatus eftffu- iufce rci raUonem
fcrutaii , & totam rei verL Utem declarare,& aperire, quod ( vt tgo pu.
to)ira Egrctjie prgflitit,* t nemo hac in ce me- liu^acpiotu.ndiu? philoiophan
poffit. quam 5t philofophacus Auen oes : proptei ea ni) a- hud nobis in
pnfentialaborandum cft^nifi tt ca , qui ab Auerroe obfcu; c dicuncur , cx-
OVoDtd piimum attinet,negat con. ftanter Auerrocs , veram efle hac pro-
polictonem , homo quatenushomo , eftani- ) mal : quia fi hotno quatcnus eft
homo eflec animal, fequeretur folurnhomrnemammal efte , id eftomne animal effe
homincm, pio. pterea qubd illa dictio [ yuitentu~\ fignifi. catpantatem ,&
reciprocatioriem termino- rnm ; ad cuicis rei tntclligeciam fciendum eft,
duplicetn efTe fignificationem huius vocis \_qHHitnus ] poteft enim fumi late,
& fatis im propne; poteft etiam fumi ftcitte, qua? eft propria eius fignificatio
; late quidem,& am g""*^ E ple fumitur.quaudo ml aliud
fignificat,quam ,f™tf*' inccrnum pnncipium , feu lntcrnam latjo. nemiproinde
exclufionem pnncipij externi, & externf ratioms, in quaacceptionepro-
pofitio hxc cftvera,bomo quacenus horao eft anima! ,fic enim nilaliud
ftgnificare volu- mus, quam quod homo ex internarattone eft animal , non cx
ahqnoexterno principio ; quod quidem venffimum eft; quoniitnho- mqjf er
internam ratioceni eft fentiens, & a_ F nimal. in hoc igitur fenfu
concedendum tft p*i- totumpnmuinargumentum,qut.d fi;praad- uccfus fcnteutiam
Auerrotsattulimus. Alte. " ra eius vocis fignificatio maxime propna,vt '
ipfius vocabuh confidetatio oftendtre po- ttft, eft vt dicat candemelTe
vtriufqueter. minirationem, vt (i dicaruus , homo quate- nus homo eft nfibitis
, veraeftha;c propoiT- tio etiam in fecunda acceptione , quia fi^ni- ficat
eandem c(Te rjttonem , quaeflhomo, & qua eft rifibili- ; ;*er propriam
enimfor- mam habct homovtfithomo, percandern s & 391 habetvt fit
liffbilisjvefeioituihi.nioqnite- uushoinocft rifibil.s : qu.a excodem ptmci-
piop;ndet nfibiiiras, ex quo penderhuma- jutas ; fed h.rc non t il v rra ,
honio qu Jtenus homo eft animal: qcia non ex eodcm p inci- pio habtt vt fit
annnal.ex quo habet vt fit ho- mo , fiquidem per fcnfum efl ammal , homo yero
non pcr fenfjm , fcd pei rationcm nor- igitur quaratione eii homo, eadem ration
lacobi Zabarelk Patauini aejubtectoprimoiwupr^' duttxr. QVod
autemammaldehominet,- quam de 1'ubieau grimo non D r_T"
cetur..JtenditAueiioe_ dutou.fundam tisconAitui_s;vnumt,t.quod ^nJ,^ rit .nimil
(ViVli, * V -' C "' rJno,)i: " s c°nitituus; vnum tit. quod »tn ut ,
. r eitammal, fed-]ia&aliaratione,im r . homo ciem refrrtur tanq jam m
,r,rn ^ r.on quatenus h ,m U eft ammal . SecLdum B ex matena confb ?, w d
" ba P ' ' h.nc piop-.am l^mficanonem dicit Auet- caoite de d, _>„„,;',
™.~. .".i" 1 ° «'">''»« io , ■ — i _>Cll_:ii__II, h-nc
p.op-um hgmficat.onem dicil Auer roes.condmonem, quatenus lpfum.non effe mfi
cum iern.in,,rum -.quaJirare , & recipro- catione : idcofi homo quatcnus
bomoeflet a^Jiia.feqiiererurfoluiiihoimriein eiTeani. Ji-al : qma fi a propria
bominil natu. aa-iima- J«*sconftjtucretur s niht] pofletefll ammai, nth cflet
homo; in hac igitui fi. nij.ratione accepit A iftoielts eam conditicnein , qua
f" r» O i > i- , ■ . . I » * -„ ,' ■ r ..wnu,,,^. utuiant; cum nis
ismut accidennhn r. tenus ,pf um , „ eius verb _ - j CPtamateriadiuturfaarcius
efZ^ 11rant lI uarc,,onp tJ ta U1 t )P ,xd 1 catione mt! e. ^ finc ,11. erat m
Ir^^"-!^^ , _ . . - . _ _ rv.UA *fl,LL -CIIIUl,- nrtnt.quarc uon
!"uauir, p ,_;dicac]or,em _e- rejsdt fpecic foeb quod eit pe; aJiqufid
internum , & tfftntia- Je.qux eit lanor fismficatio, potc fi criam fu fn .
r- r o. __. __. _n« 1 . m pro
eoquod eft pcr propnaai effentian, : & f>cr id , :>tr qu od r« tai :
s tft . Stlti non t-ft tlifi icam ttiminorum paritate,& ,n idem co- incidit
cumiecunda acceptione cooditionis quatenus ipfum, ficuts etiam,pnores vtiiuf
quc accept;oncs iu idem coincidunt; cum hoc^tamen difcimiiie, qubd durn dtciniu
., perfe,niagi5uc:ciiiuriT^nificare piic.rc,n il- b".-, an.plam
acceptiune.n ranquam EBagu propriam. dum autcm dirimus , quateni^i pium, magia
videmur fTgnifica:e pofl. no - iein, &ftridiorem,vtrupenu- diximu^ua- que
fortaffi cauf_ fuit, vt Anftotcles condi. tlonem P er (e
voIiie:irtoaiaareperc.ji-di- tionem quatenui igfain ; videbnt enini c.n.
d,tioms,pcr fe,ean_ maxiii.cun promptu cffe accep.ionem.qna. Jarior
tft.qutmadmodum cor,ditionis,quatenus ipfum,ea efi maais ic proir.ptu,qua- fti
tctsor cft,£. arg.jftior. mm aptum eft fuj.eill- proprsa: differcncia.
fpeciemilJamconfiitiienti, vtanin a! inha.. mineiticiltanquam eius matena
ia:i(,i;alcrn animamrecipiensvtfotiiiam, qua h:,moeft homo; fcd ea.n non
recipe:ct, niii per.cci- dentiaqujEdam fadum eiitt hommis p, 0 . prium ; fic
dcaliis fpecicbtis dicer.dnm eft Piopterea rede dici t Auerroes.i.o t fTe idem
j&» ai,lnial,fuieandemanimai:ratc.i, :. b tbrmafr?*-» " E
cqui,quxcftfub formahomims, & ; x eft >*mimi> tub torma afini;
quamuis enim animal ron. ,:f ; &•»ie cftho- M miuis forma. harc
igiturpiopcfitio apud A- uerroem falfaeft, homo (viartnushomo eft animsl
hxcauttm vera.homo quatenus ho- mo cft anjinal quodda, hoc eft , ad fukipien-
dio± homitii. ibiaiam p ecuiianter prxpaia. tum; 393 dePropofit.necefTar-.s,
Lib. II. 394- ».-a , ___. meft ho A fanum alrero duorum modor5, vcl cnn vt
«"f rJoeirim i tua forma_-abet wfitho. * &animal itapr^atum, ftd non
f> 0 ' -1 fi_i.Dlici.er. accidenti- nanq;ll- " fit Ki?ifi"«pfi«i»«
facjunt efle .« U i Sdam.natur- animal.- q n cofe quuntur, ftd naturam hom.nss;
fiCn^omini. talempra.pa.at.onem „ ,,rafaml equi non poftularet; rtqurnt.q • e
ft. fidicaniusrorroamho B ■SuVnonduri. eft,efle caufam materi* ? M «1*
ix.quando en.m mater.a ad cet- SEBani forma prcpar atur _. cetTO quu
^da2academibus affic.t.r.fo rma aduen- bU ; E
rilliusprxpirationiacau&elftvt r "*' 2 h £ cauf. effe dicitut in
diueifis gene ScS^ primu» qu.de eftHoro.ni. Uf. ca.ra,quahomo cfl ^"^[J. c
mk nece /ariam «fn-t.ruere, fed nec-flan.m wam fdemum S«» ex altera parte.ex
alter. «roco u.ngri.tem "'^ !.» h* profXOlTtiones Tunt vn.ne.falcs , &
0U atenus .Pfun>. hotno eft r.fib.i.s, homo eft Sal quoddam; eademen.m
eftrat.ocur homoiHhomo, cu: fitnfibil.s, & «rfitatU- . * Slquoddam.ExhisautetnTuailtotroluuo
larium aunu uuc m** ~. Tieceirauoconftituer.s,v£lvtneccflano con ftquens-.idem
ih.sve.bis alij diceretAtwcrf farium a priori.&ii-ctii-r.tm a poitcrion,
homoquid.nfibilitatinfCt^riusenv^am conftLtues.r.fibilitasautemhom.nivtex ne-
ccl-itatchom.nem confeq_ens;rat.c t nale\ e- ibhominineceffa iurn^ilvt
conltrtueiiv & h o mo ratio nali vt confe q u ens, qu ate nu s no.
iuo-ftetFcAussbilUif .rm_coiift.tutus.bed in hac propofitione , ihomo eft
ania.al, elt quideni ai imal necefTarium hommi vt con- ftituens,fed homo neque
vt coiift_tuens,ne- que vt confequtns eft necefiar:"* anmali; non vt
conftituens- quiadatur fi ehomine animalis natura in altis ammahbus; no_ ct-
iam n conrequens.quiaanirnali pofiroho- monon exneceffitate
ponirt.r,liomuitaque e flaccidesammali__c .rnmisf^ecies fuo cc-
nen;nonpolTuntigiturpropofitioncrnfum- . JE ■ . .il :_....-_. _"_. 1
_._«-pfl;_ri:_m *_r quare cans prujjuui," . ,V- impuix: quiaadmifium haber
id.qu__- dici- turperaccidens. Manrvoluitcxclu iercAru ftotcles adiicltns
tcrtiam coooitionem, quae dicitut pr_rdic*tum vniuerfale; perhar.ce- nim omnes
propofiriones per le ej-dudi.n- tur.quaruin pra.dicatum la" ius
pateat,qtia tl E^cmm.animai homm, vtrubre^ |r ^jS^S^J^SS^ snima! , &
hqm.nem fit ammal quoddam, »««50^™^° „m«,ri fiint de rToiterioris ar.umentl
aduerfariorum; dice- ;^a:S.animalhomm,vtfubreao P r^ quemadmodum dix.mus.
CaftttX. quoifrefofim, m qxagtnus de fttctt fr&dt ca M,fum m m mctfi*
tatemnonbjl/eat. iritem non fitfumme neceffa- fineillo elfe poffitjh*
igituromn.es (bntde .omni. funt perfic, led no^ funt vmuetlales, quod per ipfim
quoque vocis fignihcatio- nem.quam declarauiii.usoflc Ji poteft: q'»a f. illud
prardicatum diciturvmu'Hale, .uius vniuetfusanibitusii\ eo fubietto mdufus dt,
& quod c..traillud fubicSum non inueni*. tur,animal refp.au honflnis non
pote» dici ae uix-i.Mu. ,14- fiww». 1 *— ■ . — 1 solitinhabct contineentiam
admiftam ne- ceffitari erso non haberfummam neceflita- teminam fummfc
neceftaria eft il!a propofi- tio, in qua nihil eft conttn?entis admiftum; jd
auteni fit, quando 5c pr_eJic3tum tit ne- ctliaumfubierto.Scfubieaum prKdicatoj
fed quando genus de fpecie prJcd.catur; eft quidem ptard.catum neceffarium
fub.E-to, vtanimai ho.Tiini.fedfubieaum ell contin- gens prxdicato, nempe homo
animali, & o tatt fH ma is foccies fuo gtnen; lHud cnim 1 dicitut Pf **•
il.cuj c ff e accidens Sc cotmsens, finf quo id eCTepotcfi. &?ft;
poteftauitm eifeanimjl, imo eft reipfa fine homine .n ali.s rpeciebi^ in quibus
intcgra animalis natura feruarttur Ctiam dcleta tora humana fpecie;fed hepro- v
K .ir ■ pofitionesfunrfummcnecelTiiis.homo e-t I__ "',7
ra«ona!.s,homoeftrifibilis:quianeq;homo iUv 'i ut k (ine iis duobus pt_d.catis
efll- poceft, neque •i_*. hxc CineilloieftautC-i- aliiiuodalicui necef tyttitt
itai V" pXA Qlt-L-lll » ,im_' .»«- . T totumanirual.idefttotus eiusambitus
non continetut. CaputXl.tnquoo1lenditur,iwUumbah' relocum in demonftrjtione eam
fropofu tionem, cuius prtduatum lattuspa- teat, quam fubieclum. V «
LiAquoqueratione oftendere poITd- /\ musralfspropofiriones, quarum prs- *icft_m
Ililaniis,quamfubica«.m 110.1 cfle vniuerrales : quoniam in demomi ^'one nullu
locum habcre poffunt: habete.it euuo. aliquem locum.fi tres illar cond.tione»,
de omni, perfc, & vniucrfale.in.his cponMi^JB repcrirentur. qubd autem denx
nllratio- nem ingred. nequeant, primum quidtmea ratione oftendi
poteft:quiafu.iiniam nectf- firatem,vt oftedimus, non habtnt at in >ro-
pofi-ion-bus-demonftrauonis \ olu.t A.ifto- JZHr , kcobiZabardkPatauini ' J *
«J^ S»t,one loeu» aJiqoem haberet.e £ ( 1 T dicablrur.tale™ ,,'r^ciet prfc
fmiitaiit gtxrri* dt Jf>erii> nert p lldtfft mj ttt ■iim.r, '}iuih,.h. -
._ — ..mwiu^m, nanerer,ea efietvel */I_m naior propoffuo, vtl minor,vel
conclufio quorum nullum diej poteft: nam eondufio nunquam elfcquia
demcnftratione aeeiden «albbmnoKreDnti eRenim drmon £ proprmm .nftrumertW cog
no rcend aca &partfunieffcn(ialmm noneft dem^,ft ;a .o.vtAnftoteles docetin
, .lib ro Poft ei o B dent;ad,-ftetiam adhoc probandnm r«,o P^nn», & F r 0
f un diffir„a, quam addn! ttratetur, effet dcmonftrario eins, ouodcx a«,den 0
rft. qu od quidem negat ftfi inpnmolibro Pofteriornm. c©nfeoue*s«a
^■^""'loriejgciKjsderptc P i 111 d.cabitur.talem aurem dcmonft «£„ F
** Jib.de Medio demoftrationis d£2? * p [L . 0 a ul m S Tademe 3 no n po t eK
rin W term,n„ s , qU odan fieri qSeat„S X^SS? «ro den.onftr.ita, d;,m ser us
■„„",, " °> er,. p oS^^ equalrs ye! fpeciei.yel Vtri% »mJ£r ' Cl
rum n ullum didpoteft:„ aru fi ^Vor^ cie. propaiTt.0 ma, or non er.tde o2 „ pC
J nnb,lc de horniue demonftrc mu °"; n mj m -^'»m,hxcerit ma ,orp, 0
pofi£r.?^ mal eftrifibile, qu*fi ¥ niuerfali£r ? W,_ "r. falfa eft.fi , Er
6 pj^fc^ »»« er,t ; qu 6d fi affect.o fir.qualf, ^ff condufio entoualem rf
^,.uL * :l ? ent . r, » --«...iiii.iiiinioiioaij CO')c iifitinr >>.> —
, '"f Jl 'ICUI.1ntei, para!n-,r °'«tnt,eft id,cuius cogn.no q^ rTZVf ^ E
affeitio fi '*«I» &■ naipitnreognitiopet talern dcmonftfa "o Ccundu ^
«■* q«alem reprobat Ari|"cl2 nem quarritut.-at verbid.ouod fc n 3"« '
*d»Gone vero „on ampl.a^j de aTRjuo alio , n,h,! refert- nam etfi uo „ de
fpcctetattatnen Jealiquofubfpeciecorrr™ tcquoj inaar rpeciei ed? p/ld' bi tur ^
qno per med.am fpedem demonfl, "bnut iiifeqnenobuii prarcip.c enim,ncaffe5
0 hit. fedommnoprolnbet, i,e vnquam duf atft,rd»r,q L od igirur nu ]| um !fl demonfti^
tione locnrn habeat p.sdicado genem ^ fpecie ; manif e ft unl £ ft, b " ls
* Capm XU. detsto, quem in dmenSr^, twne baiet primus modus di. eendi per Je.
HA c ti n v s tresilias cflditionetde- elar«, lmuSjln q ul b us A.iilorele. f
om . mam confiftereneccflitatem aibirrarns eft.& nicmirS" 7 ? T"
pm -"«oi.ftratinnJ teqnm oftendit, fi ad fdentiam pariendam ia° mVn n ^/^
P ° fi iS? OBUm d ™™&™- dVn.Z PP a dam effe «tifi'mamui,quan- doquidem duo
pnores modi dicenJi oer le per tertiam rnn.ll,.. . r" r r» 1 pnores mom
dic F le per ternam eondiuonem , que dieiVm pr r; icatio vniue. falisJimat,, „
utf ffi funtlo^ vn Je &coneluffon« dlmonftraH dx .apnicipia.per qne
demonftrenlur.tan- ^amcdu.buspromninmisfon.ibuthau. ^turjficemm &
condufiooes, & prrndpb fitaTem N H,0n . , , i f r mam h3bebu ™ ™* hnaT n
l" nC> ! lU 'l "^«"«Clarandnm re. ftnqu qtiomodo &
corrduffo demoflratio. n odo v Dr 7 o/Ttl ° fntper r e , & quo. Tum haS m0
i US dtm onftrauonelo- tUolbabeat;dein ^a n ali q uafit quarri mo. di vti-
dePropof necc-Tarns, Lib. II. 398 • n; m3 -.,t 1 rhisenimex
Anifubieaoinexillat.accidensver6irifi.icaa- i,rilit»»«» ,, ^ m CT,ft ^oftrth«
"aTem. fa raeffe non dicita. extraan.mum . quarc platio(ni raiu ifVftaeft.
' J Lm eiusvtilitasitamamreftaeft, d ° r« nemoVnquam dubitauetit : narr , .n ?
nftrttione nullumali-ir. locutnhab-.- "
t auam >n P ,opofitionemino.e;et- ceF „ ma-ore, & in coneliiBone femper
S_^£qaod accidens propriuui per defi. * '" „ f vel pervltimim
d.ft.rcnr.atr , fub. ?\ m i..oreftperre P1 :mcfaiodo, vtfiufi- l e f homine per
rationale med.um de- ^efurTminorer.t.hornoeft rationa^, «A ?«re P rim. J modo.
Vb.veroacc,- 3ens de (.-b««o demonhrawr non pcrde- inethattamenfi alteram
fecundimodicon- dicionem ,quae pra?cipua clt,fpectemus,ne- gare non poiTumus
maiorem effe illo modo per fe: nam eius fubieaum fumiturin defi- nitione
pixdicari; vtenim doeet Ariftotele» , in fccundolibro Pofteriorum , accidens
pro- prium fumit in fua definitione non modo B fubieftum , fed eciam caufam .
quando igitur defuacaufapra.dicatur,,llapropohtio elt per fe fecundo modo :
quia pra?dtcatum funiitir». ftta dcfinicioneipfam cauram fubiedam. Ad Ubni;
tollendam hanc difficultaterrt , ficdcclaran- dum , quomodo maior reuera fit
pet fe ferru per fecundo modo,nec minus.qunm conclu- fio, in memoriam reuocanda
funt ea, qua dL ximus de duplici pendentiaaccidencis pro- prij •ifubie&o,
nempe tiquamamatenaes- " : . „„, r.f.nueDet dincrentiamiL.Dietii, c*./ ■ —
, — -i , , fi fl ,t.o ,em,nequeper - or ,ft at[m _ C ter na, in qua iccipitur ,
&taiiquam a eaufa.a „„. * c fle P cr fe retundo modo , qt.um in
«'prtJicetur de fubiecto propnum acci- dcnt lecunau inuuu : quonum figu
Sccideni lunae ; in tali igitur demonftt atione pn.nui roodu-.nullumlocumhabet,
redfe- ciirtdasfolum. tn illa verb ,cuius medium cft dirferentia . fcu deGmtio
fubieai ,hic moJu s locam habet in fola propofitioae miuore v quj omnia in
libro noftro de medio dcmon- ftrat.onis fufiiis declarautmus. Cjpnt XUl. de
loco fecundi modi di' ttndi ferfe tn dtmonfha- uone. SEcvs d vs autem modus femper
eft in concbf.one, tk in maiore pmpoGtio- ne cuiufcunquepotiflima:
demonflrationis. in minorev-ionon femptrj fed aliquando, fdltcetin
eademonf!ratione,cuius medium eftalterum accidens 3 cei tum eft enim, vt an
eftalterumaccdtnsiceitumeitemm.vcan- njm H uc«fi u . ? a f tea dicecamus ,
minorem illam cfle per fe F caufa.fiquidem nomen caufe «pnmitur. al- j -- „A .
innmni tpra vcrb oendentiavta fuhiccto non cxprl- mdttrtqM* !»•_* Jll ptr I II.
«I..U_-MJ , — I fccundomodo; certumeft eriatn,inomn jotiflima demonftratione
conclufionem ef- .e per fe rccundo modo, nunauam alio , id- 4«enul!ae^et
declaratione. In rnaioreau- tem propoiitione atiqui difficultas ineft^uc^
noneftfinc diltgentt examine prstcreunda; in ea cnim prsdicatur accidens
ptopriutn, non de fubicao fuo, fed defuacaufa: idco Ron videtur efteperfe
fteundomodo, quan- doquidem Atiflot^es alteram fccundi mo- dicoEditionem
ftwuit,¥tpra:dicatum reipfi teraverb pendentiavta fuhieao non expri- mitur, fed
tamen implicitc, &,irtutcqua- dan, fisntficatur, dum enim dicimus, ratio-
naleeftnfibile, rationalitatem exprimimus, quar tft caufa rifibilitatis;
hominem autem fub.eaum no exprimimus aau,is tamen po- teftate , & implicitc
fubiici intelltgitur : ideo pcftea in minore a3u fbbiungitur.dum dici. tur ; ar
homo cft rationali s; propterea non eft ignorandum qt.bi quando dicimus ,
ratio- nale eft nfibile , con dicimus accidensiUud n 4 399 lacobi Zabarelk
Patauinr ftd (bbiecto, q uod ,bi vn tute comprehendi- nhwe I ^ "° ' qUim
luem r "bieftjl ■ . tur:,deo voabusvnmurffgnifica.ft.busnoa eriTneft . . '
netitram cr,!r » abl.._,.__ fr-,( 7-
"-""."t.ieav-raquealicui r r 1 1 ■ _ k *1» • ^iujicuu, qu
._ iDi vncure comprihendi- •__r:ideo vocibu* vnrourffgniricantibus noa teri i n
,A r T""' ' ucl tr ' Jf7] «nim reuis-" 1 ? abitrada,fedc on
c.eta ; „oneni, !1 ra f j ona r mmJr^- V W" l,cuitc '"».5M taa
efti-fibiliras.ftdra rionale cftrifibft * ™ m "tfniweaufaffr. Hanc fc„ tc
" i.uiuspropofi.mni. rcnf u rn„rj 05 S aUuf t - eft " I,0r "°
A:,ft uldam -ccipieba.ur, qui tilNt- ir_._m. T fionfna»
airerebatomnempropofitionern primim" C vft eft dnl _> * W.propontio
«„,„,'£ * " tat.onepoff.fienfteund,, &om„em JV_L_efteS, ,n ^ 1 "'
5 "S"""-»» neu£ nr:nif7», t„_.__ /_ « _ . mo eftriflbili^
qrrandoque non eftrubie- fiunynha.rentiie niff potcftate . e.implieite, Vt 111
har t)r.in..!l. inno I- _/l -f. -. flrauo propterquid, VMmqiVff , mo 5- mitti
ac recipi in fc, c nn: , alH r, c id " tem dict demo^rationem qu.d "
U d ;:' J,r " ftrationem pro/terqtiid P ereonu.rfi? n !^ maions
propoffnoni. : vbi namq nc f-^ctupRedkabanjrdiceiido oS.. . - vtuntur
prard.canone, contra natutam fcd naturah tantim t de propofftione autZ S?.
ftotelea quod conuertantur ■ reuera e ^ conuertr non poifunr ob eam, atl l
muvationem; fed ea^ UK ,n d Sra^ ne quod/mtpropofitiominor, fitabfqifl J"
la mutat.one concluffo demoftration,. p r J" — ..«._-!. nna. „,„ potc fate
, KimDlicitp I_ r r , ^ «'inor, ntab'qj?vl_ «^ptc»gofiriotr/ jI3 tionaeeSf^
quando iguurefi u_biec.Btninhierent « e - S _^ ' f _ ua: "Jltconcluffo
demoi «1° ^"«fineabfurditate, rationaie efthomo, ve! nffbikefthomo^deo
propoff m,nor,& C0Ilduao dcmonftrationi. non poffiint cotracrt, i« B> .
milcrlut!l _ dicano fft eoucta nartunm , nec flintamphJ., Pfr fe. Ar nn_n
_>„ *_„:___ ^r""' ......i^unc coTitranaturam.necrun.jim^',,"',
c j f.-^L-i ^uia lemperclt mtra P*r fe. At quandofSCp 0 S c ^ uud °;mmorve:6
femper eftpVffin /»». ™ ne ' «^.««ccft riffhiie, qus ' /*»•» prxdicatun,
ponfturin dcfin ^tionisp^rq^^^ noms propter quidjmaioren.mptopoi.tT;.'^. ftmper
efl per fe primomodo, ifeut .„ «onftra tione propte,- quid fen,per cft p"
rft f f c U nd 0; m I „orver6 femper eftpVft f^* domodo , quemadmodui; conduffo
demT ftranon,. propterquid; concIufTo lute e ^°: pr T- 1 n ? nd »«.«r«u„do } t
tiam propofltio laraoi demonftrationis „ „ pter cmd. Qubd i gicur ptim us t TSZ
Sia^ur & d.^Xt CaputXTK an qumtu modtts dkendi ftrfeaddemonftatwnem vtsiii
fit. DEtemo modo quodffrpro rusiirutE. . qu,s vnquam de eo dubitamt fe J J e
cma. 0 net Tnomt 3 _ n0n ^«525 fuhT. fln r " e a " ,dc ntcp.'op,io
onod de Sdo mus t.r rt0i h; " lc enim iam re.eci- P teriila n, _. S / aIfi
"; Crn *'«'"""«» i fcd pro. P tcnJIa,qu*; fupraduimu. in
Auerro e in ?4 . jePropofneceflariis, Lib. II. 4 e? Fofteri «i, orimi l.br.
Pofteriorum, A na oftenditurpr, ■««^'^ u " ~ fe fc uc , mU >tu r tn
dedwams duos n _______ fc*^ fffi lumuu t.iooit necemtatemr Smodos ad
demonftrinonemviile, effe, 0« eft cominunis mukorur^ntentia, & «ra OUi
quartum modum dicnnt "nquani SS Anftotele rel.aum feiffe. Ad cuntlocoeiusaccipicauram
extemarH , quar idco didm. fumi P er accidcns : quia loco al- terms caufs
fumiiur.quam fi notam babere- mus ,,llam externam caufam no fumeremuc. Qjjam
fentenriam nos al.as talfam f?>**' nftotcli, atque Auerro, aduerrar,
ofled.mu^ »>m fivolmVetAuerroes.caulam externatn effearicem fumi in
demonttratione lpeoal- SSS latentis , cette *^«*J»™£ C ni caufa
tffic.entecont.ngerepoffc,.etiamii non fit adsequata : adequatam emm efle , jel
non ad*quatam quid refcrt,fi non profe.ftj alterius clufe loco
accip,mi?.att»n,en .d non dixit Auerroes r fed folum d.xit aricem ottetnam tunc
m demonftiatione ftVtmTquandoeft Gmulcum eBeftu.&cum eo reciprocatur , vt
obieflio tertx cum ecli. pfi lun* , quarc pro fe eam accpi putat . noB
Jroalracaufaignota. Vcrum qui diligentem inutilem ao fl" 1
"""' •— . , ~ n hniut errors impusnarionem vwete cupu, l^ofitam
autem d.fficultatem refponfio -D nmu, « wrr d diodemonftrI . S nTra tnim
operaipretium hoc m loco ean dem d,r P utat,onem .epete, e^od verbibi
dicatAuerroes .caufamcffeariccm externam , quum in demm,ft,a«one pouff.- ma
locnm non habeat,faltem « ^emonftra- tione figni,& m demonftrattone . ^aufe
habe ie locum , id nos Ui libto noftro de fp« le ° us demonftranoni, expeodw.ui
, mmcad pro- E pofnum negotium ea conlidenno non per- DtOOOIItaill .uni" —
— . • . LJrui ex verbis Auerrm* m memoramlo- CI! . (.uartsm cnim modum
vtilemqnandjo- ouecta.&mdemonftrationepontlimaaU- q m
ndo!ocumhabere,haodinficiatutAuer- roes-fed juistatoicfeuenit.dmteffcexac-
cid^ati : nsm quae raro euenmnt, ei£ aca- dcntieuemre dicuntur; in dtfciplmis
autem Bdta raio hibenda eft eorum , qusc ex acc- der.ti funt, 6t taw eueniunt,
fed contem- mnitur.quneoriim fcientia haberi non po- red;. propofitiones igitur
, quar Tunt per Te p.-imo, vel feciiodomodo,videli;ettr,qu,- ^rus
pisdicaturdcfinitio, vel vltirna &f er ™- tiadefpecie, velaccidenspropnum
deiub-- itfto , omnes, &perpetuo vtilesfunt, 5t re- gnla ftatui potett
vniueifalis , & perpetua, quodduoiliimodidemonftrariosemingre- diuntur ; d
octuparj vide^ tur. nam inpiomptu limKtaJcs dem5 ftrationes , cuum fadltu»
fit.nf p i« re , ^creiabdlarepanatur.&recip.at.S propt.au, interna caufam
inrue. i , i qu Lu nm*propri«ate»di auunt. Propterea An~ ftoteles v.r 0ico
plcnus in arti_ logUx tra d.tione non ea folum , qu_e ipfe de r?bus n ^
CapurXV. w wnt&Mtfa D K^^^^^^ s auUmitattAnfteteUfconpTmantur^
terconlidcriuit,&;n derla-andademonflral tionn n^tura iilam demo/b ationem
fibi ante oculos pofuit, qu-e fit per internas caufw -il
fTOcautem^uodmododHmu^pr^ S^uVraL^^rft^^L^^V Vri^ ' fri ceptum , &
admonitio Ariftorel/fmt, wgn^"fcp r «e^Xit^"edliS£ iToene ipfius
artmcmm e.oenH^,,, . ab ,f fo no^rumTLque pi "c^ fuiire pnmus e S o
animaduerri, & eft ma. gnum philofpphi amficium nem ni co ? i,u
ipfiusartijictuni detlaratttr. TO c autem,q«od modo dijtimus, pnsv , J ceptum ,
«c admonitio AriftoccJ.s fmt, fi bcne ipfius artiticitim ejtpendamus •. nam in
modorum vtijiura eleaionequartum nio durn neglexit: tamen poftea non amnino i
Tii l> m 1 kCl 1 liP tnn/i» -. . ^ _- i. ______ 1' pfumalSque .SiSrt^fcS
"e^ one E f^TC° XSaT "^'^T' cmitt«evoIuit:i;quiden,i„e.p. 4 .jl l
.Po. fteriorum vt^" " P."™. lbrl * 1 ^ ' ■ _.uv_ri# tAl_tj,ljyil
omutere voluic : fiquidemin cap, 4 . lib.i.Po. fterior.poftquatn modos omnes
dkendi per fe, &perac.idens cnumerauerat,doeetduoi priores modos dicedi
perfe haberc necefla. rium terminoiu connexum,de quarto modo nthil dicit: in
fexto ttiam capite probis prin- cipia demonftrationis efle per fe, ac necelTi.
n«, eos tancum duos modosconlTderat^vt in ea parte legere poflumus.qna.
ineipiet a Con- f«ient omiiium,Q M dixMae.in«,,irr.!« 11 ! ll " \^P^^>
idmon« en « . . . . — i ^.^.....:. 1 .iji taciensomnium , qui dixerac,inquit
[fierj? gWwr operttt & mcdiumttrtit , primum tnt- dia inffe^ quibus
verbisiignificatfe loqui de iUis rantum pra:Jicatis , qua: infunt in fubie.
ftis,iion de diJtunaiSjptotnde deduobus ta- Mtgneiri tum pnoribusmodis, non de
quarto. Icaque dtmijlrai» Arifloteles pro illatanuim demonftiatione
fi""' rcgulas tbi n adit, qua> fit per int«nas caufas •* "°?
de .'" , > W fitpercicternas; quomam
rar6c6t.ngit,vtcauf_teAfternaaddemonftra. tionem vtilis fit ; cmura efl
etiam.fi ftietus ftenorum. vb, loquttur de icientia, acde- ~Zl monltratione
eorum, qua- fe pc fi unt : quum' k enwi in pwcedentee.uslii», parte poriffi. ■
mae demoniirationis corldltionesdocuiffe-, ,, &e_s tanrum demoftntiones,
quaeexinter nis cuifi» i5unt,f crpexilTet.it) his enim locura
habentduofol.prioresmodi dicendi perfe, poftea videns facile euenturum
effe/vteas, qussper externss caurasfiunt.a cenerede- voluir, easquoque efTe
vcras demonftratio- nes, earamque pnncipia, II beneconfide- i-entur, eife
necefliria nonminiis, cuamiU , la, q^inal.is Jemonftrationibusairumun- turquoln
loco qutim admoneat nos Anflo. teles vt:lit3tem quarti modi dicendi perfc, quem
prms defpe.xerat, &ipf U m reduciiu- beatadeas regulas.qius de aliis
tradiderat,fi eueniatvt eandem , quam illi, haSeat necef- atatcmrno erit ab re,
fi eum in p sefentufcf^ utter , & p ro occaCone explanemus , vt nihil tataU
dePropoCncccilariis, Lib, II 4°* 4° 5 r namus .uodadvfummodo A c*p»t XVI. ,nquo
e4,quMtfmt,de. jBBldiceo*" p« i_?_l__ Accidcn- |««*?^ u '/;.rtinere
videarur. Acciden- tWf^ ""ctaB ,, quaeabatermsMufc ISSV ft« _ « 3 e
" nr nam quxapropna natur»fui fU ^ a k ^ co nunquam Veparar, pofie «r i0f
*" c uum «im a forma prodeant, fin41U o r^cauftn fnfemp-rfivpaquoque uli
fit,vifi«ula^ J fi fiMtsnU fjbKft T&abUaaufe i un,ur,%tc:cbn, E? fi ouam bi
exempl, caufa nomfoat A- e t F t rnCrtumefl. Wiam igm.ran " ITuerat ,
eorum tan.um, qu* femper tca docuerat . >■ n . fc _.,_,„,__,.
dereaiuoiecioia.niu^-» -«- r —- ffi --, licetvtamatcr.a externa. & vt ab
efticientc J em3 nationc,vt,,fibileab fetinh. J m.n e caufieffea..a 1
jfib.luans_quS eft ipfa hom.n.s form.vignur G fien poflet.vt he du* crfuf.*
rifibilitaiia afeinuicem fepa. larertu ,& efftt iu homine nfibilitaa.m quo
Sulitas non .neffet.non effet neceffarju iXmem effenfibilerri, fed poffct non
efie bilismuia refpeaus.quem habcthomoid V;. . ? n r „r-..-A., i eciuiendi
imponit, non e conuer fo: vnde fitvt,' quum hxcaccidentiatuma fubieft.-,m .,uo
inharent,tum a canfa.aqui producur.trr, pendeant. ranone quidefub- F itdi non
femper fint. eft enim aliquando fubiectum lpfisnon cxiftcntibus •- fi vero ad
cauram:eferantui ; fiiuremper:quandocum» qse ^niun!lacaufaponitui,ipfa
quoquein, eo fjbiedo ex ncctffitate ponuntur ! cau- fiigiair l.s ex ft nji
neceftiwtem tnducit, noiifubiediim: quia noi. fiaip.icirer fen'pcr funr,k J
IVmper dum.ila cauf. exi(tit:fic et:ini cuium f.rrp.termtas.atquc ntceftltas
acirpien. daeft. homine mht , neceniwicui ..... ~ - tifibilitas
neceflar,atfthom,ni,nonpropter pcndentiam ab eo vt i mateua rec.piente; fed
propter pendent.am - 5 » uft ^» "f.f ce/u*eidemrub,eao mfita cft.
5™'^" tiorle in accidentibus, quorum «ufl i efe. ftrfi extcnatft, fiean,
mente tum fubieao accidentis coniungamus, accideni fcmper .neft, non minusquam
,llud, quod caufam inrernam habet,& hac ratione cus inh.ren- t.a fit
ncccffana pvop.er v.m «^«gPj pendem emm hxc quoque & a fubietto unquam
ivarena, &acaufa P.:'«> du « & n " u " ,n ro d.ffeiunt,
qubd ^^^S P roducensnonfuntcomunaa,rt.nUl.s,IecI S.fiundant.que fi fubKttum non
a« p 3- n.us i.lum, acnudum,ftdmun, t umv,itute cAira
co^ntis,accident.a,Uafiinte, necel- faria : vt ] u nam ficonfideremus eum obic-
ft.cn eterc* , neceffe cft m ea (*t ec hpfim, fed non eft neceiTaiium . dum
foram lnnam refpicimus. Ergo accidentia ha?C , qua: : r*. «one fcbiea, non
fempei fimt.ftmpe rta- mtn funt ratione caufe : q-a fam nectffirib
conftquuntur. E tem fumi d3m vert fteriotnm, rentur,mult»tame negotmr,, "7
quenS ,b. Anftottles de " ] ? er at£,de t 4©7 infunt
alicui:videturitaqucil!a,qua? perac- cidens prardicanrur, ad dtmor.itiationem
admittere.quod quidem nuila rarione vide- tur eile concedenaum:Greaf»c
interpretan- tur.per fe infunr, n in homine nfibiliras pcr accidens vero vt
eclipfis inluna: cft emmex acadentt.dum roliusluna? ratio hjbetur-at tamen
eftperfe adhibitacaur.eexcemi: co- fiderarione, perrefinquam) rccundnmodo: quia
indchnitione eclipitsponitui lurra: at , j„ viiiLcjsna juuam rau- ia,qaa: Junam
cogeictobfcurari; caufanam- n r . T C f xte ™ a ftateclipfimneceflatib.&pet
^Z Zrlt k,nJun »«n^. F.ftautemaduerrendumlne ItrfiH»,. mur i
«•«"oeffegeaeraeotuai, q,i£nonr«D. perhont, ldeoque exaccidemi fieri dkun.
tur:d!a cmm,qu* cafu eueniunt, cx acciden- urunt,& fub fcientiam.ac
dcmonftrationem non cadunt, quoniam raio fiuntnon folum . ratione rubicdi, ftd
etiam ratione ca u fte 5 nullim enim certam caufam neceffario con. requuntut ::
quia fiunt prarter intentionem caufe efficienns, qua-per fealiud quidpiam
etbcere vdebar.eclipfisautem rardfir.cVfub fcicnmm cadit: quiaratione tancum
fubie- _Cirarofit,rcdremper ratione caufa:: eorum . igitur.quarraro, &
exaecidenti fiunt,alia Cub Icienaamcadunr, alianon cadunt:Anftotel ""t™!"
60 loco edipJIm fafpe-fierLno" quod di&orjem illam acnp.atpro co, D
quim clrr* Satiuo,farpe,id eftnon fcmpe^nullum cnim eo inloco ahum
fenfumhabetjquamneea- tionemfempiterniutis. Iacobi Zabarella? Patauini A
ftratjo nulli rei particulari , vej b ,„^ 0 ^ tempori obiiganda dl , fed
vr.mfrfi ^be«: S uc.ftAr,iift„tentiacla' a S^ rato loco.cm mariitefte illi adu
tI f aari m °' emm ediphm V[ vn , uerta i enl fem ^-Jicit vtparticularem non
femper, p,omd e J^' 4 cuaremechpfim fub d.Lnl^Zj^ eajere. M,h,v,j e tur
noiipoffi ,„ r,, "?„ tione mmorc p r *dicari dc lunamref^^S nem rer^, niii
, f rra fumatur vt al ^porieretUr^^S^^a" B J™?' ""'^ ra, qa a:l
una mco S e, c to>rcuraH:c^ bttione luna manrr nhfi-,,,,.,' J. pfo hl-
CaputXVlI. quomodo in demonfhjtione faclaper caufamexternam fropefitianeh &
eonclufto ftnt per fe. H" I s dedaratis^videndum eft, quomodo _m tali
demonftratione propofitiones, ^faw . & ^ Qdufi olmtperfe,quemadmodumetii
dimen ln, fl3demonltratione,quiperinterna cau- jinHvnM.*-
ramrit,confiderauimus. In primis formanda fiarc demonftratio eft, cuius medjum
eft rau- faexternaj .vte.xcmpli gratia demonftratio «chpSs, qu^iam formatio
difficultate non »'4», iitionf effe per Te quarto modo.vniem tamt^^ qtf rato
inillo modo euenirediximuii fub-** 1 '*' Kftum emmeftcaura pridicati propria,
St ' adiquata : idto in eius defimtione fumitur, nempe inter po fi [la tcrra?
in definitionee. ehphs: caufaquidem externa eft, quaread quarcum modum ca
propofttio pertinetj eft tamead demonltratione idonea s qi)ii Gtade-
ptaconditione fecudi modi, qudd habet fub b lettu mdrfnirione pra?dtcati
acceptu :itae- mm dieete mdius effe puto, 3 eamin recua- do raodo
coJlocare,quandoquideni in fecu- modo non fbium requintur, vt ftibie. « «umiit
j e definrcone prxdicati, fed ctiam vtprsdrcatum ift, nifjicSo reipfa mexiftat,
quod ,b, Anftoteles exprcffit Demmore au V**- h "fiiun uemmoreau — •
tempropnlitionc quomodo litperfe, non"""''^ eft ficlc
demonftrare. namin ca pridicarut'"-*" de lunamtcrpofitio terra?, reu
impedimeo. tum taOu a terra interp. JTta quo, u termino- tuoi ntuceralterius ca
u :j ift.Diccrc forciffe s,kMl pof- ■ • 4.09 dePropof neceflariis, Lib. II. 4
10 ffcvelutiA duo fi adfim,non eftdubitandum. potiffima, ' fl -,n,us.imp edi, '
nentu ' 11 11 "r" P** v«te ii lun*. * lllim P">pofiiiontm K?P
rt r'f- c undomodo s n^turam emcn lu- ^ftAptirudoconieqwtur.vtatcrraob- ■£
^lffic luminefol.sprohiberi. bedhw ' e ? J P fin diffkultate nonearet; ahudeinm
refp° n "r . jimdeftackus.neque eandtni ^ habent, vt non eadem eft caufiru
cauiam i — aptitudinis ad ndcndum. fUS ffaSVd.cat.curbomo eftrifibil.srre.
& ref P onfio,quia rat.onalis; quod fi b , ouareridetrnon ampJius earefpon-
a^»"""'^^, fed caufa aliqua extcrna afte- *?i5.dVea ■• » m,lll€r
fi | aJ-cni iiueumens , & fic de alns om- nibti, Eadcm ratione
dicimus,naturam pro- pt.am lun* dic. polfe caufam , vndc emanat Lla recipiendi
potcftas , & llla aptitudo ad «cipienduiv. ,tumlumen,tumptiuationem
ljminis,fedtamen avtualis luminis,& adtia- lis pnuationis non eft caufa>iaturaltin.e
, fed aliqutd al ; u perdemonfti atiouem non quariitur , fi- militer neqnc
cof^nuio medij, fid &Ttibie- ftum. &me > iiL!m"aiite
demonttratiuricm co- j>nitai>jpponiitu-:tutai5jirur vis demonflia- noni,
ad a:T chone qujcfitam dnigitur' pro- inde ea fula in dem&nfttando
attendenda funt, qua: a,i ipfius affcctioms plenam fci- entiair. requiruutur:
hrc quum multafint, duolus tan.en p-xcepris omnia perftringi -- poilunt; quum
cnim atfedio pcndcat tum g~"Apatubiect»! fj.n acaufajquod ad fubiectum attiiiet,
vult demoniirarl de proprio fubic- cto , cui primo incll , non dc aliquo a!io ,
vt riCbi edc liomine, non de anima'i,vi ties an- guliarquaie, duobus rcctis de
tnangulo , non de Jiquiiatcio . neu; de figu»a : quod verbat- llnii it caufam,
vult dcmonftraii per caufam prt.x-ma.n, & fibi .rquatam .qua vn i pafita
ponitur , & ijuaablat* aufertur, uon per cau- uui aiiquatu couiaiuuem , c»
liruotain, H*e i0" *. B ffimidtmi 1 d > j 1 1 , | i * ' I J L i
wunui"'— rr — - ac p.arftant.fTimam cam dcmonitrationem eiTe, quum de
repropofitanullapotiorex. trui qutat : hocautem dtim dicimus , aiferi- mus in
demonftratione fumme tflintialem connexum effe debere afftftioms tum cuin
mcdio.perquod demonltratur, tum curn fublcctoj dequodemonftratur: medijverd cum
fubieAo non eftneceliariustaiis ellen. tiahs connexus , nequc rcqui. itur.vt
alterum alteriuscaufa fit,qumn ncqj fubicdum pro- ptcr n.cdium.neiiue mcdium
piopte. fubie- Ctum in demonfttationt fumatur,fed vtrurn. que proprer
atTeCiionem : illud itaquedili- genter mfpiciendum eft , quomodo llla duo ad
afreftionem ft habeant, non quomodo i- praad feinuicem : potcft enim
contingere,vt ab aliqua externa ca.ifa tanquam proxima, & adi-quata effeaus
aliquis in aliquo rubie- ctoptoducatur, aulla tameo fitafEnitasilliui C caufc
cum illo fubieao , led folum vtriufque cum illaarTeaionei inilloquidem primo
re- cepta,abhacvetbproximi ptoduaa, vt ln c- chpfi videmus : quid enim
dehacaffedione dicemus?poteftnedemonftrari,annonpo. rcft ? diccrc qubd non
poflit , eft cetce abfur- diflimum,quod enim caufam certamhabet t &
proximam,& fibi adiciuatain, id quemad- modum ab ea habet vt fit , ita ab
ea habet vt co°nofcatur: poteft ergo perillam fciri-.at U pcr talem caufain
fcire, proptet quam res eft, demonlltare^rem efl; poterit itaquede ftib- ietfo
proprio per ilUrr. caufam demonftra- ri, caque demonftratio potiftima erit:
quia nulla piadtantior p:o ilhus affcaionis fcien. tta conitrui poteft : qubd
(i nulla cft efleiitia. lis connexto caufae cum fubieao.in quo reci- pirui
accidens, quid hoc(quifo) ad eani, quam quxrimus, afteaionis notitiam ? certe
ntbil. Hxc omma ita verafunt,vt ex ipfius rei f£ infpeaione omnibus nota cffe
debetent, ii temporibus noftns philofophos habeiemus, qui rerum naturas
perfcrutando philofophl- renrur, ncc folum verbis Ariftotelisaddiai, eaquefatpiusperperam
intelli°entes , adea res i pfas accmumodare ioliti efient, nil aliud
qu3erente5,quam quid dicat Ariftoteles, ne. que aiiunde, quam ex ipfius vcrbis
argumen- ta ad cmnium cosnitionem, &comproba- tinnemfumentes. w Hisautem fi
ratio, quam F cxpltcauimus, perfuadere nonpoteft, faltem Ariftotelis authoritas
peifuadeat, qui in i.li- bro Pofteriorum fa:pc dicit.potiflimam efie eam
demonftrationem, qua eclipfis inluna • demonftratur pcr obieftionem terrae ,
Iicet propofitio minor in ea demonftratione ncn poflit vllo modo eiTe perfe:
non enim vnum, aut aiterum tantum A' ift"te is locom U Ipi- ccre oportet ,
fed omnes,& eos inter fe con- ferre , ii jpfitr. mentcm attmgere debeamus:
locus tnim locaei aperit, poifumusque ex v- tuus loci lofpedionc in nia^num eirotem
4" Iacobi Zabarcllae Patauini mcidere, in quem, fiatios quoque videri- A
nibus prineipiorum poti/T.m. j ^ 1 * mus, non inciJemus. Quoniam .guurex af-
nis Ariftotele. vei rna.o em ri^ 5 ^^ ft* : « affeaione , * fubiec/o induGo^
^^^^1^* 1 °° S ' bt S* fubiefto autem, & caufa propofitlo minor.
^^Tt^V'^'^^ dem.!lf" njamteftum eft in propofitione maiore , & in
conclufione.inquibu.affeftio pomcur.co- riexum terminorum efientialcm ooilula-
n, fi debcac eflepoMimiademonftratio: m minore autem non requiri nifi vt \cra
fit deiBonfiratiorsis confc.( P i.rnu s ey mei, io d» argum . f u(T ,i polTont
ex AriftotH? ^ bis deprompta ad huius fententij.^ ' Vet hati "V cunduni
modum pertinensf 'rTon' «h' 1 - quod autem al, , f& ai.a ratione "SpS2
! perle, tumperaeridens fn lurjaineff, Uni tur, facis eft deciaratum iti
pr^cedenrih Qu* igitur Sx fiitnnia propof. t ,.nj_ ne -rc tas, &quomodc in
demonftrationel r,. habeac. di & u m eft. Si q uit a u tc m fci r * cu
*"* uua rttlone r.m.j_r A.illn,,!..:.. •"««. pnmi librt Pofteriotum
dicentts, & m edium tertio, & pnrnum medio perfe iaefle opor- teres
fiquidem loquitur ibi de iila demoru iiratione, qua; ptr intemam caufim fit.in
iKceffe efl,vtmediumvel fitforma lubieai, veJ -.uspiopne-*s,proit.„e vtmi. nor
fit per fe, aut pnmo, autfecundo mo- oo , vt fupri declarauimus : fecus eft in
ea demonftratione^qusfitperextemamcau- , naoeat,moum eit.biouua fcm, quam fi
fub ea prxcepta reducere volu C n », ;J ... * i 1 a. ^ fcire cupiat, mus f \ti
s eft fifub il eo Ldc eomptehin P hnRotek > >" PnncU datur, quo
comprehend. noteft & ikf^ demonmanor.ivtalem reqmri nec t ff„ 3tr F * tem
participetTq^ ad I p^S^cmS" ule S»"P ut [*™ne s,vtv,deamos,
exqaarude.e- c.adetnunf-.-atK.nes fecundi ^raaus «toria- tur:fi namq. quotuplex
hic derec.us effc poi (it.nouerimus, iam omnesfpecic.,fiuegia- dus
demonftrationis confpicui nobis.ac ma- Ctnjititmti nifeft. eru.it. Duobus io
locis conaitiones dtmQn(irtt demonftrarionis ab Ariftotele traduntur, iiorttf .
prtorlocus eftcaputfecudum primi lib.i Po- ctI . fteriorum, altervero caput
quartum cuma- liisduobus f.quentibiis in eoder» tibrorfed ...riiconiiiltum, niu
»■ „.,-_nr,,r_ rji*ter ouas ntilla al'i F oeq » ,lie eft fipieiis
iunrcon:uitus- °f YflpTeu * :'»«&-- non dicimus Gm 'f' : c n r ert'-
pU,.lJeoAriftot.quando 1 r, S o-n-iium Aaal.vticotnm , l.bro.u ;„,
„.nribuse_etcon_itioni_.U5, nonpcuuiiic""" (."..■-..-—-■-.■
- - d SuVomnjbiis Ariftot C notiora.pnota & caufe corc ufion,, ,mfi Gnt c'a
(ir.de qumus «r . r • vnuier.alia, id eft.vt vnt> f !l Je d-monftratione
aauru propofmt, pn- ^ndemonft a.i->neinte.Ux.t, «cdehac T frVntii
l'oftcrioribusAnal7tins,oon Kniurn demoltrationum coaffloutt- „„rc enim
pluribus e_;et conditionibus, ^aftf ""a fitfde q
u,bus%moibt«,Ar,ftot. rSmcpertraaauit.AHajvetbftwii-
SScu-itlratioiKSnullamppnam __. Snd.t,onem habent, qua dcmonftrationes
£"_..□., fcdquatenus aliqmbus pnmar.a: _S_fc£l Sonftratioms conditionibus
pamcipanc, £._„„, vocabuli quoqi partKipatione de. » nl r.nftratione S
nom,.iantur: qua verc ■ tatio. nequibufdam illmi condmombus Jtftituta. funi, ea
-atione fccundf gradus demonftra ditionesnumerantur, piXter q.jas ntii_aal^a
addcnio iftrittonem p itilfi.mm cunftitue- damreq-jirituimamiiU.quin quarto ca-
pite declarantur, non f.int aln coiiditiones, qux pr xicr iiia% in d-.iionftrattonc
requ:ri- tur.fed foliimadfac: ! .em illarum inuentionc dedarantur ab A:iftotc!e
: quandoquldem finehiscondicionlbusiliirepenri ntquciit: non poffjnt enim
poncipia eiTe vera,prima, kll. LIU.lI. LfllUl» - de ouini,8f per fe, &
vnuier.alia, id eft(vt vno _ vocabulo has omnes comp!e£umur)ni(i fint
•fummcnecefljria-.ideorcaeAuetroesinco- mcnt.iS.libru.Pofterio.dicit,
Ariftotele,aru ica in TccuJo capitc oftetidifle, principia de-
mr>iiftratir-n!seflcnotio,a,pr,ora^n.media- ta, & n cct flaria, quum
tamen de ptincipioru neceflltate Anftotclesin eo fecundo capite nihil dixifTci:
cognouit enim Auerroes.pnn- { °"> ~J££ ^SSSSS. D cipia n6 ^ ^n *
immediata, & cau- twnes d.cuntur, & com aaiec , . r r {r[lmmi nec
eflana: impbcite lgic »liciter,demonftratior.es:quare li quam ha- tent
eonditionem , qua demonftiationes iicantur , eam per participationem , ha.
bent.oropriamvero nullam habent. nifi a.li- cuiu/conditionis defeaum.Hincratio
ru- mitur,cur Ariftotelesfoliusprimane demo- ftiaribnts conditionesdocuerjt >
ha:namque omnibus i nferui ut d e m o nftrati on ib us: quia ficonioncrim
omueiadfint, ptarftanttfllma fas, nififintrUmmeneceflaria: ,mp!,citeig,r:
Anftoteles in fecundo illo capite docct.prin cipia eiTe necefTaria, deinde
«Ure.S exptersc incapitequarto, 5c duobus aiiisfequetibus: propterea Aueteoes
in eodemloco fubiun- «it, bas conditiones prodire ex illisadmo- dum fundamenti,
hasnamquein ilhs contt- nentur:quiaprimailIaconditio aba-
liisrequcntibusteftringituradillamfpeciem *■ . - . iT. -.:."_ Ltwrrli/ediata
pnora^notiora, Sccaura Q*»i,u,*M cocliifionis; h^segoprjmujammaduettiin *m«g«»
duo cenera elfe &wS»fiix namq; in tpfa re, * alix "noninre.ftd in ammo
demonHrantis __, > Q jUbm- reqniruntut: inipla quidem re puftulacur.vt teR
pnncipia fint vcrj. & pnma. fen lmmediara, & priora-ecundi.m
na.uram.&caufa; tdclu- fionis, hoc eflcaufaeeffcntti: hana.nqueo- mnes
.ondiDones ptincipus adfuut etiam Iacobi ZabarcILx Patauin animo noffro non
cogitante.- inanimo aute A du noto dtclaaZlti,^ - 41« «oftro requmtui,
vtpnnc.pi. notioracon- rei.quzdem^^^^^ P'i;icitji, _?r tlI,1, «e. noltro
requirttui, vt principia notiora con- clufione habeamus,& vt fint nobis
caufx co- gnofcendi conclufionem.illa enim pcftrcma conditio [*_»/«] vtrumq,
renfum haber.tum effendi , tum cognofcendi , &adiefta fuit ab Ariftotele
admelius exprimenduni renfum illarumdu3tumpr_cedentium [notior* , fris«]
fiquidem poreranteffenotiora.nec tameneUecau^ coanofcendi coclufionem Ue diata:
d.cunturaurem prind^l concl.ifion.s.quandomedimneft»,, lom e«rem, , vt ait ibi
Anftot l es .^* **- rncdrnm fit caufa proxima iII 1Us e ff d |°fi naior
propofirto eflprima, & '- eft de no-.flr«io pr» fti'^^^ 1 ^
Clturdemon!?r?.tioproptei 0U ,J u' ^ U *dL „ «.ujjutnccnai cocimionem: medium
& rand r , 0-9 ^ 'HnuiuienSZ, poteranteffepnorafecundum naturam, ta. B
irw™_ i r - c "'' &caur » proxin^ mennoneflecauf_e__ndi: motusen.mla-
ec^V r ^ v ' J . wu "°"b An&J ptdisefinobisnotiorprimo
motoreetcrno. _.fr,! ™£ ■ 1 ™. a ', no 1 4*«empr,ma-«2S C ai«cramoip,Vum
fiabfuerit n 0 „a caufam, fiueeaufam perefteaum, fiue XI • ^JTJ^S^
*™»>'*^& pidis el. nobis notior primo motore eterno, noneft
tamennobiscaufa cognofcendi pr,- mum mororcni & forma hominis eft natura
pnor motu elemei-t!,attan.en non eftcaufa, vr i.ic motus fiar:ideo Arifto teJes
dixit, prm- cipja ita debere elTe notiora, n fi*W cWa: cognofcendi: & ita
priora, . tfintcaufa: ef- Tendi.Harum conditionum iJlar, quz ad ani.
mumdemonftrantis pertinent.in omnide monftrationccuiufcumquegradus eafit.re
pemnturneceffeeft. namfiue effectumpe' caufam, fiuecaufam pereffeaum.fiuequo.
cumquc aho modo Tciendi gratia demon- fli emus, oportet propofi tiones notiores
no. biseliecondufione, & eaufas .cognofcendi condufionem , fecus ea
demonftratio cft inutilis, necnorocn demonftrarionis merc tur. Tres tondjtiones
manent, qua. non ad -danimum, fcdrcm folam pertinent, nimi D rumpnncipia effe
vera, & cffe prima, ideft omn, medio carenria,qt.o demonftrari pof- BBE
& denique cffe caufas rei, qu_c demon- ltratur: pnoraverbfecundum naturam
non addimus-funt enim abfque dubio priora, fi lnntcaufaf. Primaquidem conditio
anulia demotiftrationefiuepnrni,fiucfecundi ~ra- Om»*de- dus
abeflcpotefttquiaomni. demonftratio expropofitionibusveris conftaredebet ,fi n
minus, eam nemo vocaret dcmonftratio- nem : imo nonfolum veritas in propofitio
nibuscuiusiibetdemonflrationispoftulatur, fcd etiam illa ventatis fpeciec, quar
neccfti- t3s diciturmam demonftrationis nojnen ma nifeftefignificat argumentum
necelTarium, &e propotitionibus neceffaiiis conflatum: Komnes homines
nomine demonft.ationis taiem ratiocinationem intelligunt: eftioitut omnium
demonfttationum communis con- ditio,vtprqpofition:busveris, acneceifarris ]
conftent:quare exhuius condirionis defeftu nullusconftituitur demonftratisnis
gradus. TJuarconditiones i dinquuntur.quaru vtra- iibet fi abfit, demonftratio
fecundaria efTi- eitur, qua; folumquod res GtdccJarat,non gropter quidfit,
vtfuse, ckclare docet Ari- Ifoteles in capite dccimoptimi libnPofts- norum:
aurenim principia funt immcdiata, non funt tamen cauferei, fed potiiis effe-
ciuijeaque vocatur demonllratto a Rs.no, ii ue ab cffe-tij;cauram. enim ignotam
efte- caufarum fecundarum; fi c enm^ e ftru,,& m fecunda figurl jn
Can, eft^JS^ eftamplior effeau, q Uar e c. pofita _onp«.«. rnrur neceffatio
effecius.pro.nde nonpJtefl eitcctus amrmatiue collig. tx iJlacaufi- ei ver.
ablata effeauj ex neceflltate aufertur. ideo viHdafemperefteaaraumenutio.qua
«neganonecaufEnegatiotffeaus coll.si- tur,1y!log[r mU
migiturinftcundafigurafilri neceflr; cft.quod quidcm facile oftendimua momni
demonftraticnt tresterminos effe oportet, quum omnisdemoiiftratiofitly!-
Jogifmus : termnii igitur erunt, caufa,e_-. ttus,& fubieftum tertium, cui
ambo infiint iiueaquoambonegaturj&caufaipfiremo- ta ent tcrmmus
medius.efftcius ma.or txnc mitas,fubie3:u vcro minorextremitas: &ac- cepta
negatio. caufs dc iJJo rbbie-to.de eo- dem negatione effefius cojiigemus; mpro-
politionequidem maioremamfeftueflpoBi mediuterminum cum maiore eittrcniitate, '
pf ° ln ^ c " u i* m 5& efi-ctum.quare maioren. necefieeftaffirmatmam
effe ; quonia exeife- ctu ; & caufanonpoteft nifiarnrmatiua enfi- mtio nen
non enim hoctllius caufa eiTet, iia.teram de alrsro ne_3rct_r : atvcbfiea °J d
I^ Cat £rTe '•"'UCiIalis, oportetcau- lam de cfteitu pr»dican,non effectu
ds cau- lajr|uum enim caufalatius patear,qu_in efte- cttis, 417 de (pecicb.
Demonftrat. Liber. 418 noteft effeSui de caufa vniurrfali- A"
colligereefFectum: debuitigitur Arift. doce- a " 5 ' ° e dkari:« etrt eft
autem quando mcdiu oifmutn ' -tiat.. -bnjioo poffe affirtn^ £ mdemonftrari, fed
negattue; conclul: „. ne »atiiia erit, ergo altera quoq; propo non maior.hanc
entma). ifio i- ta-T- jfitlonemaiorepiEdicatur.earritfle f c cundam,ergo
mifoiii propofino- t 3 ranone neceffariam eft, eum fytto in feeunda figura fieri.
[dem oftedi- ""Ttiam habita rauone minoris; diximus rous on poffe
arErmatiueextaheaura eftc- demonflrari, f ie aatiua erit, e fit ,o crunegttiua,
i gmatiuaetieofie.iimuSjergominortatjAi- nesatiua nonhabtt locum nifi inircun-
if Lrt idcures ipfa dec!arat:vGluarfis enim , neWtione cauii de fubicfto
colligere ne- Snone effeclusde eode,caufa veio & fubie- ftumin
talidcmonftrjtioneminore propofi tjcneconftituunt hccigiturexneceffitatee- „.
ne( T3tiuarquj: omnu in eo ipfo exemplo, ,H; U ribi Arilt.mamfcftafunt.dfmoftrat
** narietem no refpirai e propterea qubd C rd id contingit: ideo Ariftoteles id
corifide- re,quomodo demonftratio acaufaremoti tum in prima,tum infecudafiguta
conftrua- tur.Soluitut hoc argumentum optimc ab A- uerroe, quinon lnticiatur,
etufmodi caufas dari, fcd ait rard aJmodum id conringere, ideoq; ab Aiiftotele
nonfuifle eonfideran- dum.quaniara ea, qur raro eueniunt, exac- cidenti
eueniunt r^nec vlla ipforum ratioin difciplinis habenda cft: propreiea Ariftot.
id folum refpexit, quod perpetuum eft, 3c dixit demonftrationem ex cauTaremota
coflatam. fieri femper in fecunda flgura:fiue enim cau- fa rcmota latioreffecru
fueritjfiucciaequalis, vt aliquando contingit.femp cr ab ea ad effe- ftum
poiiumus negatiue argumerati, qucm- admodum diximus : negata enim dealiquo
fubiecto caufa,deeodem colligetur iiegati» t ffc£tus:fed non fenipci apofitione
talis cau- fa; colhgerc licet pofit:onem efl"i:Ctus,imd ra- , „, e V ta
nimaI,mediiiigitut eftann*i3i,fub. iecturri paries, maius extremum refpiratio:.
minot quide propofitio exanima!i,& parie- teconSata non
potefteflenifinegatiua,nul- lus paries eft animal, maiorvero non poteft cflemri
hzc,omne refpirans eftanim2l,con- netfa enim falfa efier,non etenim omnc ani-
mal rcfpirat: nuiio igituralio modo in his termw. s poteft formari
iyilogifmus,quam in fecundi rkurain Cameftres: patetaure ani- I mal eife
refpirationii caufam remctam,Scre fpira:ione latius tffe, fiquide datur animal,
quoJ non rcfpirat: proximaautem caufa re- fpirationis eftpulmo, caq;cum cffe£t,u,reci-
prccatunquiaomnetefpirans habet pulmo nejSiomiit habens puImotierefpirac.Heceft
de demoftrationeQuod percaufam remo- tam A riftot fententia, quam optime
declara- imrjhi», ront Auerr. &Alexander, fedaiij GtsciThe- &piiU(.
ujiftijSj&IoannesGramaticusperperam eu I locum interprctati funt dicentes
fyllogifmu aciufa remota n5 minusinprimafigura af- firmatiuum conftrui
polTcquam negatiuum infecundaTidq; fuifle eoinlcco pracceptum
Atiftoteiis:quorum errore, qui etiam Alpha rabij fuit, effi caciter impugnat ibi
Auerroes, Vtapud eum legere pofllimus: habcmus etia eo in ioco diligentem
loannis Gtammatiei difputaticnem contra Auerrois, &Alcxan- drifententiam:
fed exiis,quaribiab Auerroe dicuntur, faciilimum cuiq; efl folutionede- fumere
omnium argumcterum, quae a loan- ne aducrfus Alexandrum adducuntur:imo & *x
vetborum Ariftotelis confidcratione fa*i- le quifque poteft Ioannis errorem
deprehe- 1i f ^^"'P^^Pteieanoshacdifputationein pra:- (.■mT rcntia
fupetfedebimus: vnum adducere Ioan nts srgumentum fatis erit,cui ipfe patiffimu
innitttur, djntur caufx remota;, qua"funtx- qualcs'£rTtctibus, &
cumillis reciprocantur, efgo exeislUetm prima figuta airjrmauue rare non
debuit:qubd autem dicat Ariftote- les, talem demonftrationtm fempcr in fc-
cunda figun formari, de ptima veitese vcr. bum quidem faciat,
legentibuseumiocum eft manifeftiflimum : quat vero eorum ver- boifi i Grscis
adducitur interpretatio, aceo inepta eft, vtquilibetiudiciofus vireiusab.
furdicatem per le animaduertcre queat. ' Caput IV. de demonflratione a!>
effetlu. DE altera vero dcmonftratione QuQtf, quarab effeau adcaufam
progreditur, id annotandum eft, quod nunc de altera de- clarauimus, & ex
Auerroe fumitur incom- ment.g?- primi ltb. Pofterior.ck mirorquod amultis
logicadocentibus ignoretur, putant ldnlttrum ir enim demonftratione hanc e
duobus tantum nrin f, rm i- '■ terminis conftare, effeftu.Bc caufa^vt fi dica.
iiilniinJJw mus, eftfumus, ergoeftignis; eftgeneratio, tUnttbigt~ erao eft
prima materia: attamen e tribus te» minis eara conftare nccelfe eft,fiquidem
om- ^ nis demonftratio eftfyI!ogirmus,tertiu enim fubiectum requiritur, cui
amboinfint,&qcP fitin demonftratione minus extremnm : ex eo cnim quod illi
fubicclo hunc effedum in- elTcaccipimns, colligimus in eodem inefle caufam
quoq; illius effecius, non quod eam F cfleillius caufam cognofcamus, fed quia
no. uimus, duo llla perpetuo coniunftaefle: id- eoqt exaltero,
quodmanifeftiusineft,inferi- mus alterum quoque ineffe, quodignoraba- mus:
quandoigitureffcftusnotioreft, caufa verb ignotiot , cftendimus ineflealicui
cau- fam eo quod eidemineft effeclus.vt in natu- rali corpore materiam ineffe,
quia in eodera gencratioineft: S naturale corpus motorem habere artcrnum,
quonia iterno cieturmo- tu. Huiufmodifunrexemplaomnia, quibus Arifto tdcs hanc
dtmonft:atior e deciaratin o 4*9 Iacobi Zabarellae Patauini capite J«imo
primihb.Poftsriorum.nam A neq; ab effeftu elTe ad ciufam n-„ • lunat ineue
lpha-ricam figurani oftend.r, cd ad effeitu.fed ab effcdtu ad a - C * uf » «
'Odlunaacc.mrj rr.UJ.im,-., ™» r ,„,-,-«>„;■ ..: i_ - l - I I cau :Q,iiaPM m
,,l A„„ a~ . n "^uonts n ~ s ~v,iiviiur4tlr,Q|]« notareeamq;poiTumus f
AnfiotelertiiniJo' Henoribus Analytrcu uon vocaffe detij 0 „
ftrationenifiillam.in qua fitprr g r c [Tus vcl i caufaad effeau.velab efrVau
ad caufam , fi c enim eft proceffus inter illa, qu jr f unt cl r CI1 _
tiaIitereoniunfta:alium vllum ryllogiritium* ne nominare quidem in us hbns
volmt: vbi enirunon adeft effentialis conexus, ibiadefi §- . ' — : -
•■.".."..... .«uv.B.m- id.qu£ fic ab efftAu , illi , qua; fi t a
catifa remota , prae- ftaiuiortm efle habita & formae , & fims, &
jf,g MM , » niateriz» ratione : rTnamque formam fpefle.yir mus,c)cmonftratio ab
efteftu aflfirmatiua, & in pnma figurafit, demonfrratio aute a cau. fa remota
fit nesjatiua , &in fecunda figurai vt fupra dcmonftrauimus : at prxftat
aftir- matio negationi, & prima figura fecundx. Rauone ver6 finis eft
nobilior: quiaperfe- ^t„„ m jj ftiorem fcientiam parit. fcientia enim perfc.
cia duobus modis dici potcft,autfimplici- ter , au t in genere fuo.id eft
rationc rei fcien- ds,quTmeliusrciri nonpofllt: fiientiaqui-
deiuiimpliciterperfeaa,eftfcientia propter quid eft : ideo Ariftot.eam vocauit
fcientiam iimpliciter diftam ,& demonfttatioquse ta- lem fcietiam pant ,
demonftratio fimplidter appellatur:fi hoc modo perfeciam fdentiani
fumamus,neutrademonftratio quod, fcieti. naeiTedemonftrationcr.i,adue :
?fusqueeEre- E am fadt fimpliciter peifeaam :fedfialtero gicdifputauit Auerroes
mconinKnt.p^.pti- milibri Poftciiorum &in Qna-ftionibus lo- modo pcrfectam
fcietiaminrelligamus , de- gicis Qnxftione ic. deimonftrarionem verb propter
quid omnes histemporibus duplice cffe aiunt, vnam enim dicunrdeclararetan- tum
propter quid, alteram vero & propter quid, & quod : ldeo hanc vocat p
otilfima,il- lam ver'j propter quid foliim : cuitis dcgma. tis author
Auerroesfuit, pones tres demon- ftratior.15 fpecies diftincras ratione quafito
lum , qua pcr fingulas declarancur:vr.a cnim «oftendit foliim quod : alia
foltim propter quict , quamvocat demonftrationetn cauj^ unriim;alja
ver6vtrumquefimui,quarr. fira- plicker demo«ftrattoiiemappeIlat:hanc iJift
fictiltatenos pofteriiisconfiderabiniui, p ilis enim de demonftrationc
quod,& de Aui cc n- na:op!nione diccndum cft.tanquam de
ref.ci!iore,&qu^ paucionbus verbis abfolue- tur. nioiiftratio ab effectu
fdentiam paritperfe- ftani ; qu* veib acaufa remota fit , imperfe- ftiiri
fcientiam facit: idenim quod demon- ftratione ab effeftu fciendum proponitur,
eft cauft ignota: at caufa quatenus cftcaufa,nun poteft per aliam viam meliiis
inutft:gari, & cos;nofci quod fit, quam pcrefte6um iiotio- rern ; quam
fententiam teftimonio Themiftij F conspiobare pr-flumus, qui in pjocemio pri-
mi llbri Pliyficoturo ait [dtmonliratio *b tffe- Itu tjuir.tum &d not
zttintt , cfl &fficiinttf[im*~± q-jia quod in ea problema proponitur, non
poteft via meliore indagari , quaper effeafi : quod de demor.ftratione.quae fit
a caufa re_ mcta.iffererenon pofTumus:quod enim per eam cognofcediini
qujerltur,eft i ffccius rgno tus : ai effectus quatcnus eft tffeat,s , m tifia
cognorcitur per caufaro proxin>am,qua:n pet remotam : h^c igitui
deaionftratio fdea- tiarn paritiaiperfeaaoi tun, Smpltctterjtttra 4^3 habita
prnpofiti problematis racionealla Iacobi Zabarelk Patauini 424 C0r. ttnx. definmone
effeftus, dum fumitS? • Mma,q 0S vimiie qu-dam remotas 0 ^ 3 P'°- N m pl
citer perfectam non «pant, quianotificat io.um quod eft , tamenratione rei.qua:
ad • lcienuum proponitur,perfeaam,& fumcien tem fcientiam parit. Demum
eftperfeaior rationematen*. nam materia demonftra- tiomslunt
propofitionesneceflaria. ha;aiu nS^fi» nscc ?™ ru » tin demonft.atio- E££n3K -
m demonft ™°ne » «u- uam efie per fe, I w£2fo£Lr « em «^Ctcr qmd.nempe ef • .
-„ """'««ufaeiusproxirna.&fubieao.cui ***.t£» fu„ per fe £
S^h" pr ° pte ' € > nid C naturl dcmonftr.tiom, parS , ac 'S>* fiii
tKt . ii. liturpulir.o.feu puimongVabSo' '" n . 1 * % de eft aftu
mimaJ.quare hac ranorie e£ SU '' miliaeadefinirione acc;pi d.citur V r 301
7" admittamus.propofitionemilla-i -.^ - 1 ^ ^5M_ uam effe perfe, faltem
dicimus camlToTeT quatenus ipfum : qmaterm.ni non r , ? ffe cantur. Demonftiati
j igitur a caufa U materUe quoque h: bita r a . lone , re *P -*^a ftior eft
demonftrationc ab tffeOu-qu^ " s '^ t pofitlonei minii nfceffarias habet ■
_.'■! ?T ° nondefuere qu.d^xerint, eam nonffi"^^ monKrationemmiixqutuoc^qu
■ ' tiam/ifeq U ,noiimus J idra!tern ( liceredJ' n " H
mus.eameffeimperfectnTimam.&infiroj dus demonftratione.quum conditioujLfS !
cnndomo-do.i^emon^rioneauVabeffe n "^'. mmed ' aBS '^»c. n dirioneft,
aueft P erfeprimo,, d c ; fi* S,f5- D ^^ -_"....■«Liuiic dur 20 erre. ctu
eft per fe pnmo , idq ; fin e a'iqua ibrurdi- Mte:qu S omnia fusc
dcdarauimus.acdemo- «rauunus in libro noftro de propofirionibus
neceftanisiquarein demonftrationeab efte-
«uoespropo-itionesruntperft.&vniuerra. Jesidemoniiratro vero i caufa remota
omnes «mdepropofitiones habetdeonini/cdnul- Jani vMueifilcm . .mo neq ; per
fc,nifi fortaf. fe raam.pam habetconclufionem.Sc alteram propofirioncm
negatiuas; h_eigiturneq: pri. mo modo , ncq ; fccundo poffunt effe pcr f e -
quiainpiopo^tione vniueifahnegatiuafic- « non poreft, v t tcrminorum alter in
alterius aetimtione fumatur: reiiqua vero propofi. tio alnrmanua non eft
quatenus ipfum, in ea namqueprardicaturdeefteaucauraremota, que ,p.o amplior
cft, & cum eo nonrecipro- catur: fed nequeperfe videturelTe talis pro-
po.itio : qma caufa remota nonfumiturin dennmone effedus : attamen dicere
poffu- mus.earaeffepetfe, quoniam caufa rC mo u, et.i cxprefse non fumiturm
definitione etteaus, fumiturtameiiimp],citc,quatenus caufa proxima remotiores
omnes comprc Henait^. quea Jmodum enrm alias dinimus, ea propoiuione,in qtia
genusremotum de fj>e- cieprardicatur, vr de hominecorpiis, effeper ie pumo
modo, quanquam emm in dcfini nonf homims nnn expnmirurcorpus , ftd a riima
.ce.iusproximiim.tamen etiam corpus "cadefimaoneaceipidiciiBr: quia oauta
mediatis, vtea vna fublatamaanam neccffl tanspartemaufcrre, ac totu,n fcr c
eiferun" iem connexu tollere videamui: at in demo„ ftratione ab effedu
.ninorera defcft anl [ ner { ft certumeft.quamuis enim defitiIJaeddi& q uod
fit ex catifi Sj alteram unten habet quod eit cximmediatisjquacondinoncfcruata
ef _ ii- "•■""■'Jiuriiferua- tur manentilla: omnes conditiones,
qa x funimam in propofitione ncceinratcrufaci- unt. Hmc St.vt omnes &
Jogici, & philofophj ™ ' dum demonftrationii quod mentioncm fi c i_ unt ,
eam folam refpiciant, qu^ fit 3 b eifeau Auerroes quoq ; in commcnt. 4i. s ..y
4 . pntni Jlfa. 1'ofter. affent eas tres conditiones,deo- mm, per ft, Sc quatenus
ipftim.onines repe nn m derdonftrarione quod,fo!am refpiciens eam.qui eftab
effeau, &altcram fpernens, dequaidminimeveriimfu.ffet. Ariftot.au-
temdeouitaiiquaa. eius facercnicntionem, vtomnem tangerct conditionum defeflum,
cum quo nomen demonftiationis feruetur: veJ faltem propter maiorem potilfimx
de- monftrarionis dcclaraticne.vt pcr hatum de." 1 monftrationum interft
comparationemca- gnofteremus, quanti morneti fit illarum eon d.tionumdefcc3us,
& quimneceffariumfit, *■ eas omnes coniunftim i n ceitionfiratioiie
reperiri , fi perfefiam parere fcientiam de- btat. Eflprreterea
demonftratioabeffeftuiij ^mkA & Icientns vfi tatiffima,
p.^ftrtimmnaturali:'*»,'"»'!»^ tfemonftratio autem aca-fa 1 emoia,
mulio/"-'"''** mitius in vfu eft : tunc enim ea vtiraiir, quar:-^ do
caufam prcximam notam ncnhabctuus ; - quiafi hanchabearn.js,ftcrni.T.us
remotam: MttM* m philofophia quidem naturali Anft. vnum Jri$»t egolocnm
obferuau:, in qtio Arift.vfum cffe Mfty w , . 1 ' . 1. 1 1 I L 1 puto demonftratione
a caufaremota, quod aute mc nemo aliusanimaducrtit, isautem loCM 4« de
fpecieb.Demonftrat. Liber. 4 2 ^ ,aini-iu-u8. libriPhyffcorum,quan- A ■ d
" A Vim eius confiiium in eo libro tuenc fe/SnTatem demouftrarc*» fuam 10
!nsm Sc aequatani eauftm.qu.e vnaeft. IfSw immobiiis^enitus, hactame • ff 0t
nftrationc ftatim vti non potuit; quo- rd£n, °" u cternu,
otferebaturincoani-iH, 1,111,1 v n or««"on fitdcmonftratto: ideoquu 1
mnnve nec-tfum efTct arternum motu per «■ftrn rcgredtad xrernum motum 4 cotn-
t-.CJ ;m per demonftratione . ?t Ln*tavti, fedilliquoqjdemonftrationl
'Vk&to eadcm obftahat difl_cu!tas : mo cus iarcmw. p.rqu_ folum poteft
pnmus £r xce.nus.nueniri.no* m.mis .gnotus Sferebatur. quamipfe pr.mus motonob
td ' BMueimotJ admotorem.nequeamotoi* ? motum progredi poterat Anft. futtiguur
roaftusa" . lllm adinuenircviam.quaxter- -num .notun.,rilteq_uod
daretur,oftenderet, eruditos:vul?aresenim,quinon remper ..■.'._- fam proximam
noritnt.farpeafferur-rcmo, tam:hancdicttibi Ariftoteles per exceiTuni adduci,excedit
en.m fu3 amplitudinetfie- ftum :idco!ixc dem 6 ftrationis fpecies ne- fcio quid
. itiofi prs fe fert, exceffu. enim,Sc id,quod nimium dicitur,vitiofum putan
fo_ let:& Aue.rocsf_.pe dicitcaufam remoram, fi cum eo crfeAu C-.nfeiatur,a
quo eit remo- ta,nurnerariiritcr!lla,qua;ex accidenti funt. Quanta icitur (it
huius deroonftrarionis ita- perfcaiorinanifeftum eft. Caput II X. in quo
Auicemfd fententix tontra demonftrationstn ab ejfeftu (xponitur,
&argumtntis probatur. AV i c e n tj a verononmedo hanc. fed etiam demoftrationemabeffcflu
indL gn_m effe ncmincdemonfttationis conftan
terafferuit,&adhoeprobandumvfus eftar- gumento valde efficaci, quod
Auerromon u ^4tgm paruu nesotiumfaceftlt, fictalefuit: omnis^>-. Umk
demonftratioeftargumentum neceflaiium,«« &expropofitionibusneceflanisconftans:
at fvliog.fmus hicab effecln non eft huiufmodi, e'rgo"non
ei.dcmonftr3tio:maior propofitio probanone noneget,quumvis ipfiusvoca iceit'
num.otun^ltequoadaretuj ^o. lenucn*. ^ -^^nftrationem eiTe fylio ^^^ u Si^*S5SS?
eifmum quermam necefla^idq-, Ar.fto Itt.sfmobili latc fumpt.s, pr obat hancnega
riuam motum nunquam Cfepifle, Scnunqua rcfijtu umieamenini (.fte
demonitrationem propKrquid.vtaliquidixe^oc^falfumom-
ninoeft.quumconiiderantibus nianitcltum fit.nil almd pei eam notificari, qquod
detur 21 - tu5 motus, fed non cur detur, quia cau- pfius Ktpiata ibi non
addumur, qux eft . prin.us motor immobilis, fed non motor la. t te3--ceptus,
qus cft caufa ampla, & remota: rat.o tamen illa in ptincipns philorophix
Ariftotciii neccflatia eft:ideo quum neque litacaufa proxima,neque ab effectu,
dicere co^imur, eam efle a catifa rcmota^eaque A- nft Jtelem vfum
effc.neceflitate coaftii Hic de loco i!lo dicire voluimus ,Tt intelligatur,
;qual-fnam fic z?vd phiiofophos buius de- rconftrationisvfusjSccureafttparumvfitJta
.A 1 _: — r._:_ ; r-;s^j 3m rerum qux- imas, non per „.emota,qua: re_
fpeft-aiicuiusefFcausnofitcaufa proxima, vrmotor fimpliciter acccptus,
(inoneftff- quata cauTa a-serni motus, falte eft a-quata, & pro.vima caufa
motus fimplicitcr rumpti.per illam igirur eft demonftrandus morus, fed non
xrernn s.motus. Videtur autc Ariftot.in illo can. lo.fb.l. Pofter.fignificare.
hunc de. monfttadi modum a caufa remota apud vul- garespotius homines in vfu
e_fe,quam apud UU.ll ... r gifmum querrdani neceflatitlrn,iaq-, Ariito-
telesapcrte pronunciauit in context. 5!.pti- Bii hbri Poftenotum,vbi inquit
[ni/ex nrcep [irtU fyllogifmtn fiat,non pofHtnut flixm h*her* jaentiam tteyne
propter yHidfit,ne^iit '° ril Vl finonpot.ffimam, faltemnobj fe nei ?' '
iimam ad caufarum ih_-^_^j ,uril CifnriC i »-;&Auerrt^ J ««'ofit,no n
potefi ite^Z&^i""*- *2? ««« oAedimu.: *o„„ ,_ .". : ° Cc : -
u «d c_tu,,. 8 ""' clt " ,ur ' ,nd "eq; vere
dect-iauimu.-oun ,f ir,f . vno^ t traftario eoS Anli ° t " li » E mine
arqmuorn . . _, £ " n r °' 0 n °- rent. nondeh u ?fle^ "nuenj,
&itatraftant,,r ratj,,aftatUr tamen. flcrio ,Cs An_l. " r '
Arlfiote,em in P«_l ->"o .ifm^age^ftS r fcffode,lfl ' C- tfnBl /*-
profoia mii r ..M,. 01 '.nCJe _,, .«h pIa J &a,,«,ft,_Tf n ,artlf
"t.aquoc;ue &am- e^ffi dc* 4 2 9 ckfpecieb. Demonftmt. Liber. ±w m t**
' ~ 1J . J ] ^rtll M ^Arthf (11 fl * _ II ati-nis compreheudit, quzcumqi A
fcitur; idem autem fine caufa cognitumne- demonfc» 11 ?"^ ™ ,| cund jg r
_dus demon. «•»* Anfrenna olus habere ceitltudin.s. illafitfiue pi n > ,
_„„„,)„ n , n fi_i_r_ien- anlufte vcro , quando pro fola fc.en- 0 P finis
eft,aecipitur : & Ariftoteles in eif- """fiS Pofterioribus
Ana!yticisdebuit& ^ZLs imperfe Aam fcientiam rer P ice- P A-Hemonarationem
tum primariam,tuni t f > iX : ^nfT.^crire: iniiua emm difci- i!f4am,&
imperfe Aam fcientiam rer P ice- P « I acmooftrationem tum pnmariam.tum
fefflndariam confiderare; inqua enimdifcju 1 naid ineo g=nerepra;cipuum cft, f
r aftat«r,in eadem cetera quoque eius gene- ■ rnx oer pirtici nationem , &
per penden- S>m "b ilioalia dicuntur, traftari debenr. X. in quo
argumntxpro Auicenna adducla foluuntur. CO g n t t a tei veritate , ad
contrario- tum argumentorum folutionem acce- .imVum eft; argumencumquidem Auicen
gauit Auiccnnn plus habere cettitudwii, quam habeat propofitio, qu£ fitfolumde
omni , vc eadem certnudine cognofcatm a nobis illa propofitio, omnis coruus
eftni- ger,atqueilla,omnishomocftnfibilis,quan- do fine caufacognofcitur; quod
quidemfi verum cflet,a>gumenturn Auicenn _ demon- Rraret : quii propofitio
illa , quar a nobis co. gnofcitur folum vt dcomni, nonhabettan- tam neceiluatem
, &tantam certitu#nem_ quantam nomen dcraonftrarionis etiam la- te acceptum
requirit. Auerroes aCt in memo ratislocisait, rnagna efleharum propofitio- num
diffetentiarmnam lice'tcam propofitio- nem,omnishomo e[trifibilis,cognofcamus
fine ccgnitionc caufe: eam tlmen cognofci- raus vc habentem connexum
effenciarem , 8c vtperfe:quoniam enim videmus,accides iu
ludillifubieftofoliinhiircrej&eiuspropriu S^SrSr: c ^r -ns noftra etiam
fine «.S*^ njab * u V ro " n ,£ erfv-Su ,fi re m i- coenofcit ipfum inellc
per fe, & elfentiah- «F ! * ?»i^ n . ft ^±f^5S£ ter : promde Uit fubiedum
rn eius dcfin,- Dlani fpeftemus, non minusfuntneccllariJt, honminut per fe ,
Scquatenus ipfum , quam nropofitiones demonltratioms potiilimae: _r fiar.imum
noftrum refpiciamits , non ita __anofcunturaiiobisvtneceflarie,vtpropo-
fitioncs potifftma: demonfirationis:atcarnen aliauam in eis ncccflitatem
cognofamus , fi nor tantam.quanta reuera eft , faltem tanta, ter : ptomde fumit
fiibieftum in eius deSni- t!one:ideof3tf,econtin_it,vt talcmacciden- tis
dcfinitionem traditam per folum fiibie- Sum notam habeamus, dum caufam illius
proximam iguoramus , &videtur ( inquit A- Subit8_"* "« proximam ,
vc horao rattonalitatem , & eam " H / a """"
quEiuri"-! ,y / i_„„» j, r u. tur-.vtieitutcoenofcamus,nUbllcinelieho quz
iuium 1 »'. v"-s ' . tu-aui dcmonftrationis feruare queat; dccla-
fcwtMi-tat autcm hoc Auenoes confiderando cres „,uU>-> ,ieeffedUS
^proximaqu^fumrturindeLrionc e .«ii,, aaucomprehendiroripropofirio
cenit.._,r_scogn.tam, vtdeir.onfiratiuaan PeJanmcreatur. H_:c cftAuerro ;
"foot ma acprotund ; /nma, quam ai, os penetraf firnoo vid.o. KcJiq.a
onmia faal e p er ea Mftotefc' &"a' f ° iUtint ^ *"»»° «»
Mi,oteie_ & Aueiroes, _.G,a.ci demo-fl.. fne?A^ £- aS ?' Umaa > ac r
««utiam P a. gmunt Proiolapraeopua, &fim ljci dj _ fta, q Ua ranonenos quo*
afleue^ou^ mooftratronen, quod non eife demonftra" ^»«'»"«/0«tiam pa,
ere : at deSS fionem , « Tciennam late fumendo, n„ n ne lltZ ; pi h 9WDd «?
»«*»wate com prebau.mu.; idemQue adpoftremum argu «entum d.cimus : nam
fidemonl. atbnl.' icfcenriam ftriae f_-__amus- v r.ftotefcs ,„ f.cundo capite
pn^bTfe «.norum, totum eoncedimus . fi m 6 ia te nesamu. anteced.ns, nam
demonftrt" «o quo d , fi non taiem fcientiam patS* fit cogniao rei per
caufam, CoT, [t i !q efl am 'j&V CUm Sthu-S m.M
"'^"o.^^eutiamurifteiuma- mus, demonilrationem ve,o Jate , neeanda
eft eonfequentia ; non enim fi priffini io pacto eile demonfirationem, fedfolum
Tacobi ZabarelkPatauini fls crtcnt^ r,-i ....... „_r_ « n peltate tumIogic_e,ti
f? r " r «>p™ " u -f* urtmqu- fimul, qux C ll o m^ S^ fma
demonftratio, vtapud .^lV^ " ant * fiimusmultisinlocis Dn_ferrim * we W* C
tano pr. p nrnl Cfi S"?» tomein cap. dedemonftratione in . ' ttfiojr.
fccundi hb„ decceh Ar ^ libro CoUiact caMue ^ Fr ' n fententiam fuitfc &
veram, ac rationi confentancam ; vanam autem , &
commenti.iam.entcn:iamAuenoi.,quiva- .__,.. riusquoque,&.inconitaushacinrefjit:iuq;
..»_ _« piures Auerroiftas Auerrosm omnino tuert volentes ad hoc confugcre
coegit, vt dice- rentliteram Auerrois mulris in iocis mendo- _ fam.e_e 3
prapr_reaeamabf-_ vl!o aniiqui.ac fidedigni co-.icsste_;mo_iocoriigere, &af-
firmantem ir. ne gantem , & negantem in af- firmantem propria authoritate
mutarc auii funt. C_terura quia f_pc coutingic , vt qui Litlit d Ufiwium
diftinaa* cognoueruncvnam * C %- £m a"M ett, alteram proptetquid *_ ,_.
notifiimam efie demonftraucnem f ' Z ^tCluoz diuerf* fpec.es uemon_ jS*. *■
i;rJutn^S?«« C Pua^SS^UqVod dogma^.ende -„_ d.cuur P^P;" e r^;.fi; ui d em
ponor rc conte^unt,inaUoscomplures erroresla. Koqoenonuneappel.ecm,^maem pu^
bantui-fiquideeavno dato abfurdo multafe- quutltur. hinc faftunmft , vc _
feaatoilbus A. ueriois plurimx ad efm de.end.ndurnine- pti_ excngitita» fint ,
quas ne ipfe quidem , S viueret.Auerroes admittercuidcirco nos.qui non
altercaudi, vel pungedi, fcdiuuandi gra- tia hanc prouincia fufcepimus.earum
quam- plurimas, qu_ confutatione dign_ non funt. »«• »" m Z d 'fcrim ne
fi^ D mtffas faciemu S ,&i!lastanmmconfutartag- oiumum rpen-tud^icnminciioi
u profef r otUrn _ U t_onta- te,velaliquaventatis,3cfiimitatisTpeciede- ctpere
iiudiofotum adolefcc_tium animos, &in hunc ertorera traherefacilepofleexilti,
mabimus. £ ,nft.-a-io non ca.urquam ea,qu_ notl- S^^-rq-i-cftMa^Gr^diccnie.
.eraftmVer demoi.ftiationem inccile«re. S e " A iftutelis quoque
teftimomum adeft, !_iinca.itedecmv prtm.libnPofteiiorum __>s raxiim poiuit
lummas deiuonftratio- „i 3 foecies, »ta:i«a proprius locui, in ouodeoainium
[peaftum dtfcnmtnc * .icenJtmi ptopofuit: nam fi doccre voluit, ' «uor modis
perdefeaumcondttionum po- riffirr- demonftraticms demonftratio fe- cu- Jteradus
ti-t , qui notlficat folum quod eft._" auc dtfni«it cum diligentia in eam,
oij_ eftsb effcctu, & eani.quxa eaufaremo- O,nonne debutc et am dcclarare,
quomodo ■ Pct alicuius contiif.onis deftaumnonhce- m, Mam propter quid eft >
certi: multo ml- ris d bait,ou um dctn 01: (b atio propter quld detnori'ir:-ione
q-:ou lorgc prarltantiorfit. Q_' J J( ' c l u ' s dicac, Auftoteieminaltiifupta
.jnemoratiilocisiiiarum tiiumfpecierum de- inonftritionismentioncm feciilV •,
hoc ad A- ti-ot-lem defc.ide i-um , non fatiseft: M qnidem non mfdo ea^, vanis
in locis nomi- n.-:£,fed cttam ali. uoinioco ipfsrum difcti- _iiide:!a;aie
dchuir , quod nulhbi fecifte comprrttur, quum tamen aliavum demon- 1 _rationum
dilcrimitia dilircntiftime deda- raacnt; neq, fatis cft ipfum dixiffe eas
difter- te, quonta h_c notilicatfolum propterqmd; iiia Ytro propter
quid,Scquod: quemadmo- dum non fatis fuit dixiffe Kanc riadere (blurn |og
ntionem tpfius qnod,illam vetb p opter i?ui J : feJ tjtionem liuius djffeiminis
amilir, -ftsndens ob qucm defcftum h_C dcd:tret -)l_rn quad eft, qtiare omnino
debuitillud quoqut fimiltter , imo rouko ma^is ,!ec!ara- re, cur
aliquademotiftratio tiotiftctt lolum proj!ter quiue_l,&
juirnaaidcfec.us;r_pe- Caput XUI. in quo vAtuAuerroiprum fententia cn.trrMtur,
& inttr fe comps- : ranturje dtjfcTettfikitffifas demonftra- t;o propter q
ttid kfdUptBlA dijliiiguatur. QVo n 1* m tota contTOutr-ia in hoc: pt-lita eft,
an denionftratio propter Sq-iu, d-j-emonftratio potiffima fiht du_ dc-
monltratioiii- fpe.ies re diftincfx, vt Auer- roift_ putant, cwidicunt
poLiflimam de- moiiftrarionem etTeprimi graaus demoltra- : tioncn^eam
verbjquampropterquidappei- lant.eile fecundi sradu Si & esm,qu_ declarat
fclum quod t ft,efi. tcrtij gradus,-lt />.,. ,• — ' --•v. mui ocrnarilinus
Tonii tanus pratceptor, & i„ Iogicapubl.ee nt«t pretaada oltmpraeceffor
meJtrcidiS ««MWjbsduxilte dcmonftrariones ciTcn WmedM 5 lecundam e* tcrminorum
recipro- catlone ; temam exns.qu* quarruntur sT ucr a^ssi^^-^K b fJm^rlft effie
««*;in potiffinu vero rofteriorum,vbi dtcit caufem effeciricem ex- ternamnoningredideraonftrationempotif-
gmti: na.r, demoftrario potiifiS^ d.um r.otfi primo no nol™ [ -' 10tu ^&na3
6uno t , 0 , ep erd em onftr 3 tio, cl / 1 U b Se ^ proptetea dcn.onarat.onem p
opfer eft,remper P r: Ecs dr t demonfr r P at ? 0 ^" ? c '« '«qidm.oprtr.t.opotiffima
6t P effi3 Ptim oll oois notuir!;dtmonftrl ^ r ^,u m Pter quid, fitpermed.um
non primA P ^ f. . " ■"""'"iffii. . ;-- • s -»nmurmodi
caufas ha. berelocumir.demonitrationeC»n,;S!iiide monftrationecaufe.Vidcturetiamhancfen.
renriam fignificaffe Ariftot. in fecundo l.bro Poftenorum in cap.de caufis.vbi
docet,quo- mododemonftratto fiatpercaufam marlria- v & P e , r f.
ffearlcerl, ' & P«finalem ( defor- niali nihiJ dicit, igiturde potiflima
demon- itratione (bt non loquitur/ed de demonft-a- nonepropter quid,&
ffghificfcfcanc fieri P er has tres caufas, illan, vcrd per fo rmaje folam
Raaoneauteni terminorumdifferiithjdus t.flima fit femper e* terminij panWS
rCcfi procantibus ; dcmonftratio autem propter qu.d fien poteft tum ex
reciprocatibus, mm * *"*F.,.; ■ wat n °n declarernobis nin n,n»„. f... ;
*T . -, . -— r «"Muu^iiuia.r. tia fumiturex Auerroe in codem loco .dicit
enim caufam erFeAriccm externam nonin- gredi demonftrationem llmpliciter
diclam, fed demot,ftrat,onem cauftipropterca quod taliscaufacum fuo cftedu non
reciprocatur E* us demum,quaf tjujerfitur.differuDttquo ' mam
demonftiatiopotiffimadeelaratfimul vtrumq; quifitum : at demonftratio propter
quid non oftend.t rem effe.fcdroJum pro- P.«tguidfit,vndeetiamapp e
|I«ionemacce F pit: hancpoftremaru djfreietiamniamfefttf ftmc pomt Auerroes in
plurib. Jocis. pr*r e r' tim m commentariis 1J.pr.p7.prim.itb.P0.
ficriorum,&in ?9 .&4o.fecu.id: i &.nEptto me m cap ue Dem on
«rarion e,& in comrr.L * tanojf. fecundil.br. de C«!o 5 cuius v erba td&m
quumclarafint.nonrefcremus. SedH'ero »f.n... nymus Balduinus nuilam harum
dtfFerentia" rum rccipit, m/> tertiam, q ua; i quxfi tis fu.ni
tur,& aliam .pfe additratione medij, no qu." dcmobahquem defcdum ia
conditionibu" s- -ntiamprotul^^-n^^-^V quamfiAuerroisfuiff.Jicamus- vtXSS
dum effearb.tror.ma^.s «cufare J C, ■ omn.no, ralteai modo aJiqnodefe„/ ^
ueiroem poffnmui ; quod fiTom.S^^ nam Auerroi «abi?.^- fjfc J", d&
ftotcles ean, tueri ; .,. fa ftInl *l ! ^i*** i>tevir,d i c 1 ,epo !;3C 4 du
~^ res diftcrenti* a Tomitano «aon^iieq; verbis AnftoteJ,:- co:2t*Z> imonec
: uc Auerrois, mS inconftaS^H repugnaatum macdib.lem ,:: ,, 5 d ^ namus, qur
omnia m..x a 1: ,;,U C j*^ dedaraountur. Inili.s aiteai d«ib u «„? «ombu, a
BaJduiuo ,. ^ mus, cas modo quodam inidem coincidw quum a tcra a teram ex
ncceffitate cfir«3l tur; quod enim ^m^n..... lo 'ile nuncdtmon- ftrauinius.fi
veib dicant,in hoc tflc confisttt- turrj h.::u demor.ftrationi!m dikrimen.qubd
demor.i.ratio proptcr qai J fieii poteft, & F performaLm caufam, &ptralias,potiffima
veto perfohm formalcmjtunc fequitirr dif- fcf«ntiarr. hincnon clTe perpttuam,
fed fe. par.bilem,8caccidentariam 3 quum detur de- monft.-tio aliqua proptcr
quid , quarnoc di!cnminc i potifiirpa non drfcreper, aliam igitut
excos;itentdiff.r_tiam opoitet,m qua «conftituta natura huius dernonftrationis
proptcr t;uid, & cam perpetub feparet apo_- -■7 a ' tiiHi.ra. ?r_;tcrea
qmdicunt, propriam cfle **'"*"' F-Lilimx Uemonft.rar.iuni-.
condi.iune_-,vt quajcaufdmfuareffentia: externam habcntj illoium verb,
qua?c3ufam fuam nonexter. namji. d intcmam habent, non efle demon. ftrationem.
quomodo igitur dicere aliquis poteft potifflmam demoltrationem flen per caufam
internam formalem.quum Ariftote- les clarcdicat, eamfemper fieri per exter-
nam, &Auenoesid apert- & orc rotundo confittatur? At vetbadidfortafle
confugl- gj^'»fi"pf » ent aducrrani, vt dicant caufam effcancem,
-4««/-»-'. vel aliam aliquam tunc vocariformam per fi- milituHinem,qua'ndo
femper comitaturef- fecium,& in eius definirione fumitur,&hac in
dcmonftratione potiffima medjum effc, fed non formam propric diftara, qui
inter- nacaufacft,in dcmonftratione autem pro- pter quid eas caufas externas
fumi, qua. cum E cfteftibusnonreciprocatur.&in eorumde- finitionibus non
accipiuntur; quam fcntcn- tiam vid etur figmficare Auerroesin J4.& ]S-
commentanisprimilibri Pofteriorum. Hoc fidicanr, pugnanriadicunt, qua:
confiftere impugxMfti nequeuntnta enim dicunt.demoflrationem propter quid no
effe propter quid.nam cau- ja.qua: in definirione efireftus non accipitur, non
tradir iliius cognitionem quid fit. quae autcm caura non declatat quid efi, ea
neque ■ propterquideftdeclararepoteft,claraefte- nimfententia A.tiftotelis in
fecundoPofte- noium lib.qubdidcm eft fcire propter quld eft,& fcire quid
eft: &quzcunq;demonftra- •tio dcciarat propter quid eft.eadem declarat
etiam quid cftjvnde fequitui,vtqua. non de- clarat quid cft, ea non poffit
dedararc pro- ptcrqurdcft Aduerfantur etiam Auerroi.fi itadicantmam in fccundo
Pofteriorum mul- tisin Iocis, praefettira in commentan.s & 40. inquit tam
demonftrationem caufat uaiin. _uam demonftririoiiem fisnplitiwi 439 Iacobi
Zabarelte Patauini niponempulla .g.turcaufa, qus non pona. un 7 t k M; 1 Uura e
«'m poffiU,* firum pendere. ^"«ibu. * r> --_._-, ^ u nuu puna turin
definitione .rleaus, p.tefl tradcrec iusfcienti_propterquid eft; & nulla
deraon r,r,Um '"."^"'^""Propterquid.queiade. Tfr
'""" finitioncm non conuenatur. Pr_.ter"ea ad g xm, n ,um.
uetru . h _ nc prirnam dir._-er_.jarn ipft Au rr- roes clamatin Epiromc rp
capite de demou-, ftratione, vbi demon!.ration_m in illastres farum pcndere, P
erformi,nJ_-___ tur demonllrat.one ooxii&mr^**^ " U fa f demo„ ftr3t
ii n ;;:;:;;p;-- S ve IO fingul.sgeneribus caufa proxim_ T- ' ^ --'jfaproxiro .
„. ' ln n .•ccipiaturdedid abfurdiflirnu.; !(i'L fm «- lopaftone.ipotei.: (;
fflt > & ntt. in p.incpio fecnd, J,bri Poflc-,. r.?J . clanus „ calce
e,us hbri, v bi A. 0 ™ ' I & 97. comme,.tar„s ciar e dic* v ■ ius ,i? 9 * ■
- - . — •_"-- .-I.IUI-I, U- U_|- D[isiing:il,.rc Iocu_urumproponi. ; o_p
__.- quamlongofermonedc den.6ftratione iim plinter difta !oc_tus cit, incipit
declararc dcmonftranonem cauu tanttimrdeinde de- mon.tratii.ni_m quod, 4.
-ingularum condi- tiones exponit; fed dem6_. vationis propter quid nullas
aftert nouas conditione., quibus apoti.1iiuademonitrationedifiinguatur,fed
pccrquam res ._.,& ( ut: fit mediu^ lJ'°- ftr.t.onis dedarantisVtopternu d
* °_' &rar,onem aftct: quo^.am ha?c «Jf^^
eandemproprie.atem.condi.ionesquidcm C -" • • a,t,etcnm vn.ui - -»
prmcipiorum intelligit, proprietatcrn aute vocat ipfam vtm exhib-di
defini.ionem per- feftam.qua. e demoii-tratione ediicitur , vis
enimilJaeltpropriet-s qu_edam eascondi- tiones ex neceflitateconfequens.
flibiungit autemintereashocvnumdifciimen, quod exi(le'tia effeftus eft nobis rotaante
demon- itrationempropterquid: ideopeream non ^«-ineo^_mi;commcn^S
pnmihbr.d.c.t.mus reiw.am cf ! 4i . ftrationem A v nam _ efinitlo _ c ^d-c„ rc
qu S i?ta._i na cft caura. Anfl.tele» n__ w nondixitlcireeiTe cauras co.no
"e? ^ P«r quas res eft, fcd caulam dT_it in finffi nnumero , propter q
Uani res eft hTc |^ vniusre.vn... ih ... _ " ' xc euitn wnius re, vna
eli." Non p o te i i Ig V tu l a 7 1^» ^da«oc;r.a re r,^ ante
demonftrarionem potiffin.am ignota I rf ™ ^ uf '' ? ua: ' Um VOi «
eftextftentiacflfeaus.poAea tranfiens ?d d. . ' t_ i _° plcr a u . ,d > a!i
' ver6 prap te - - -.- "r p-uiuui.m ignota elt exiftcntiacflfeaus.poftca
tranfiens ad de- monftiationeni quod, dicit eamquoque ha- bereeafdem
coditioncs.non tamen omncs: - - » .].. — ., i.iuLii i : i . • z : . quiaahqua
eideeft, vtnos fupri dcciaraui. mus. negatigitur Auenoes demonlrratian. piopter
quid i potilfima diffVrrc incondi- tlonibuspnncpiorum.fcuin conditionibus
terminimedij . namconditior.es principio- rumluntconditiones mcdij: atin conditio-
nibus principiori.dif.errent, fiha-cpercau- o. r f ara fulamformalem ficrer,
iilavejo per a- «**_£«./_ J iS Neciue d;Ci?r ealiquis potcft, duaselfe pr,
«iMtrj*- fp . cles dtmorirationispropterquidjvnam, qua?apotiflima non
dilijnguitur in condi- tion ibus principiorum,red co ranttim difcri.
mincrat[onenof.ri,quod ibiab Auerroeta- gitur_ altcram vrro. quein
conditionibus principiorum differtapotiffima, quumfiat cs ahis caufarum
generibus prarter forma- tmpugnitie. Jem;huius enim demoiiftratioms nullam fa-
citibi mcntionem Auerrocs, quumtamen omnes demonftrationis ipccies dilioenter
entimeret, & fingulas ordinarim decl2ret: namibi ex profeffb de bnmi.us
Tpeciebu» demonftranonis loqnitur : quirenullaaiia, fpecics ciemonftrarionis
caufc tantam firit cogn t.; Auerroi pneter illam, qnam diciti _T»_. t*ra
-rpotiifima in condirionibus n6 d;ft_ire. Pt . Z»mtr,tum. tereai. h.vcfententii
admitteretur.fequercl turrnatn.& eandemrempotTc peraium, & qu,dA
quod.,mo h J,-,W X u? imphcanJ^S cn.mdicimu_,percaDfam aliqwm dcd.nu rip IO
pterqu,u t ft, dicimus ,ilam tiTecau. ' lam, picpter . ca fcscft.-at qjifi er i
poteft vte.ntcaura, _q__ rM h ab«lt£ nec oAei^t remdlV ; \on polluntalteS §
adueila^.ceretaiemcaufam nondccli* Ere rem c^:quia,d nocum ,.t firc.imdif.
rerennam, ae qua nunc Joquimur, deferunt &ada.,amconfug,_ n t, d.qua
.ofteiiuilo! quemur: etcmm perh*c, ,;, ; :c m odo dixi. mus.eam tantum piimam
differcntnm con- tutarc voIumus.quum dicunt demonftratio- nepropterqmd nonfieri
pei caufam .brma. Iem,ledpcrai,as:nam fi aliccau.. 3 r«ter.ot
maLemdedarant.«cproptrrouid:&qn_-_.W cogu n t U rcc 3 ..ter.t a le 1 n
d_monftra t ion £ m I- eiie poti-5mam,q a _ m -.r.- .;: fi rou J - aae n io _ m
fatiifaciat. „ vero dicant, vt dicer? vidcn. tur.pereas declarari tantum propter
quid, led non quod.cogitandum ... eir,ouommio eam,quam modoconfide.^u.mus,
.iifficolta. temc&tigcrepoffint.&quomoJoraijs fitha rum caufa.um
condit,.,, x n.uu a/.-t. quura" lintcauir propter quasreseft, &
dtclarcnt propter quideft, tamen quod ea resiit.no. tihL.vc nequeant. hoc.nim
mirabjle diflu eir,4. quod huniana mcns c_mpich:ndere non
vaJeat.Ratioigitur.cu; harc uem oftratio dcdaret de/becieb.Demonftrat. Liber.
442 . - ■ *_* .*■"_ ___ 1 _ tnllm^ m (i _> nnl m P 101 fuit pofita: imb
ipfius verbis ma- *£!ZuSvt demonftrau.mus.Vl- _ ._ „eturq ulu . ,., - , m aJ
haiicien.e- detorqui -p 0 ft er j 0 r_m ad haiicfeiue- ,« a differentia non
minoiem ha- bet abfurduarem , quam prima;dicunt enim, demonltrationem piopter
qutd fieri polTe exterminisnon rcciproc-ntibus; po- tiflimam verb
nunquam,fedremperereci- procantibus; quac fententia vana , & ridieu- la eft
: quoniam Ariftotele- in con ditionibus Primnm *r- potiflimi
demonflrarionisnufquamnume- gnmtninM. rauit terminorumrcciprocatlonem, fedta-
les conditiones adduxit, quasrcciprocatio _I_ _.__ - P__ roi.rnr * i n _ l i
ltu , r . *?: f „„ ._ neceffariaUlatioeffeftus C terminotum exnecellnace
confequiturtan ffnulia ueri p°«- nroo.cr quamproprictase6ditionesinfequens,non
«" _fc caufa ? & quomodo eft caufa , prop tci ' U mrc S eft ;
fieapofitac&ec.usnon P on.- ? ur > «uod fi loquitur de demonftranone a
._ufaremota,opt.me dicit,quomam hrc de- monftratio fit femper negatiua, vt
fupra de- monfttauimus. quare exnegatione talis ciu- fc rca.colligeturncgatio
effeftus. Prster- ea ratio , quaibi Aue.roes vtitur ad oftende- dum, cur talis
cauraindemonftrationepo- tifiimalocum non lubeat, eft, quiademon- ftratio
potiffima eft poteftate definuio , quu nediuui flt definitiomaioris cxtremi .
eiuf: mo^i auremcaufa in definitioneeffedusno futnitut. quare dcmonftratio
pereamfa3a non tridtt nobis definitionern effcdus , nec erir potefiate
derinitio; ba;c certe cftracio Auerrds : at quisnon videat , eadem ratione
oflendi fecundum Auerroem,qudd nequein demoi:ffatione ab eo vocata propterquid
tilis caufilocumhabere poteft r" liquidem i- ! pfius fententia fuir, quod
dcmonftratio pio- pttr quid ita fit definitio potcftate, vt de- monftratio
pot;lTima,quia eafdemhabetco- ditiones , & eandem propricratem. Igiturdi-
xendum videtur, Auerroem ibi non oqui de demonftratione proptcrquid, fcd de
demo- fttationeao cfteau, & de ca, quiE eftacaufa rerncta ; poffiimusenim
ab cff.au talem cau- 6m demoniitate , poflumus etiamabeaad efFectum procedere
negando , fcd non affir- tnando. Hoc mcdo Aucrroem egregiede- fcndimus : quod
fiipfe lntciligat demonftra- tioncm lilam, qua. apud eum declaratfoium propter
quid ,defendi nonpoteft , vt cuiqu^ fani men.is confpicuum efle debct ; fic e-
nitn fentenriam profeit non modofalfam, fed etiam quam in aliis, quos confideraui-
mus , locis ipfemet euertit . Qrod autem A- riftoteles in fecundo Iibr.
l^oltcr.orum in ca- pite de caufis hanc demonftrationum dtffe-
Jitiam-ienificauetit,id nuiiimeveiui- eft, ft tanquam conditio; dixit enim
propofitiones demonftrationis effe dcbere de omni, per fe, & quatenus
ipfum, qua. conditionesita ef- fentialem faciunt terminoium eonnexum,
Vtneceffefitterminosreciprocari. Idem di- cimus 3 dum eas conditioncs
fpeftamus.quae in fecundo capite numerantur ab Ariftot. di- xit enim principia
demoaftrattonis efleim- O mediata, & efle caufas , hoc eft effe proximaa
caufastpofteafubiunxir [ fic enim prindpixc- rnn$ proprixciut, qtid
demanfiritsiir'] fignifi- care volens fe inter alias hanc conditionem non
nominaffc quod pnncipia fint propna rei desnonftiita.: quoniam eas ex
neceflitate fequitur. quare illas numeralfe fatis eft ; pro- prium autem
alicuius id effe dicimus, quod ei squale cft , & cum eo reciprocatut . no
e- nim animal hominis propiium effe dicimus, E fed rationale & rifibilc.
non poffunt igitur principia effecaufa. proxim^effeflus demo- U»r* prtxi-
ftrati, nificumterminorumreciprocatione: -"»fi"«» nam caufa proxima
cumruo effe^u neceffa- *_«"'• nb rec.procacur. Ha?c quum itafefehabc- ant,
non poteftba.cdemonftratioab illadif- ferre per h.inc proprietatem.quc; eft
recipro. catio terminorum.nifipriusperaliquam co- ditioncm difierat, quam
terminorum reci- procatio confequatur; propterea hinonre- F Ai
faciutit,quifpeciesdemonftrationisper terminorum reciprocationem diftinguunt,
fed raJicem,ac originemhuius diffcrentiae petere deberent, nimirum difciimenin
alt- quaconditione,quamconfcquiturtermino- lum leciproeatio: hoc enim
nifidedaretur, vanum,ac puerile eft, diffcrentiam demon- ftrationum in
reciprocatione terminonim ftatuere. Attamen nos id ,quod ipfi praster. Stnium
*r- mifere, confideremus,& videamusan in co- gmem$nm, ditionibus memoratis
aliquod fit earum de- monitracionum difcrimen , quod faciat in al- lacobi
Zabarelk Patauini ..... - it , «u pcrpetua & mfifpirab,],, ^ 1« effe debent
omnes diffetcnij, SJl' pter quid untum, qua: habet termfr, «eiprocationem :na m
fi flufl &,^' u °> *quales ,& redpioMniw accipji' in „ e £ un «
fectuvfitaotior, demordtrabif U rr,ri,W f ~ Ttrtiumtt- gurntntxt». 443
««terminoiredproeiriiinalterareronon A difterre poffunt Pr»»»,», , ^44 ™'Pt°n
hak», r,,n i 1 . guc S jand o CJuf, am^ior eft effedu ; inprimt,/"" 1
""- qtn Jem modo,fi eftVaos fitnotioi^uistan '•***!• tum
demonffrationis fheeies locumhibere riirir nr™,', ».„;j j_ n w,u tur. II V ero
no habet,f a ]rum eft diSum Auer- rmsincomraentario w P rtm,I,bn Pofterio-
rum,quod predicati j de omni.pe, fe,& qua- tenus lpfum, requiritur in
propofitionibus omniumtnum fpecierum deminftrationia ; quuru etum rententi»
Auerrois fucnt . q-,6i iiiiconditio , quatenusipfuni, faciat exne. celiitate
terminos aequalei, & teciprocabi. les, vultib, manifefte Auerroes
necefliriam elie terminorum reciprocarioaem in omni. ous t.-ibusfpeciebus
demonftrationis , ctiam r, , e J m ? nftra:,orae q uod .eaftm'cet.oua.eft
Sr„*"" ab ^ eftu ■ Pofll,nlus 3U ^« cootra aduerfa; 1 ' n2s ,ta
"g^entan , recorocat.o trru.tno- rum aut eft conditio potiffima: demonftra
«onis , aat nontft; fieficonditio, mar,c ( ,s tuitAr,ltoteIes,qu, eam
interalias conditio. nes nonnominauit;errauitetiamAuerroes m Epitomemcap.
Dedcmonftratione,di- cens demouftrationem proptsr quid a po ttffima
demonftratione in coditior.ibu? non d^krrfjqmafipcrhancdiffertjpetconditio- nem
differt; ff rerooon eftcondjrio Ccd con. ditionesconfeauens, ab ea diftinctione
fpe. cierun, demonfirationis petjrenon dcbue. runt, fed ab ipfis conditionibus
prtm um : at- tamen nos oftendimus, nulium eflel.arum dcmonftraticmum difctimen
in iilis eondi- tionibus , qms hxc reciprocatio fequiru-. quare neque i n
tecipracatione terminorum dint. pnmu.o quidem demonftrationcmiu» eitcct.i;
.'.r;-.c.s mresreffii dcmonftrationem pionr Crqii id tantuin, fed non
deraonftn. ' L ''«r-pliciter diftam; quodficaufafft ■
^".rolamdemonftrationempo. nftirna r, ibi ipcom babere afferit; quiaa c U
ad efteftam primo loco procedenteso- lrcr,d, mU s tum qtiod fit, tum
propterquid »':«.Ji.vtrumq-icisnnraban.us.Iiifecundo autcii, modo mquit folam
daridemonftra- i " m P : nin ii\ omi-ib.membris habe- rc locum,AriftoctIrm
tar»e piimum taniiim membruii, recepilll-ieiciTi^ahis duobus-,ve-
Iumfialio>Auerroinem illuminationis veram cau- fam non effe: imo nequefolem,
nequelu- nam,neque aliud riufmodi corpus,fed com- muneahquod eaomnia
compleftens, vtfi dicamus eorpuslucidum, quod an fignincet natuiam vnam fque i
diftis corporibus par- ticipatam , an potiusvnum fitper quandam aualoeiamjnon
eft prarfentiscontemplauo- nis; quod enim per lllud commune foluni priffit
dcmonftrari, ac fciri illuminatio , ma- mfeftum eft: namquum caufam quatrimus
huius, vcl iltiusilluminationis, eamfortafle dicerc poffumus effc ignem,vel
folem?veI a- hud particulare corpus: fiquidem particuli- rium caufae funt
particufares, quemadmodu & vniuetfalium vniuerfales,vt Anftotelcs ait
fecundolibro Phyfivorum; fed illummatio- Ctaltxt.il. nis ampliffime fumts,fTcut
earn m prsfenria fumimus, nemo talem particularetn caufam adduceretjquod
quifqjfacile intelliget,fi fibi mtnuptoponat, fcienaaja c 6 c c m platiuaai 447
Iacobi Zabarcllas Patauini deilluminattone reripram; ineaenim eerte A Catut XV7
nvnJ Aj, _. * . 4>4& qusrerctur.quidfitillL.minatic.dqwnucni- ? ' - 9
" 0_,.,,,.. i u ' 1 - Alpharabii fentenna ha.com ma nrotn ifi>. -i,:.u;
'-_= . . •• 1 - cartnt m Alpharabij fententia harcomnia protulifTe. Cseterum,
vtad illos Auerroiflas redeamus, manitcftum eft,eorum fententiam , neq; ve-
ram,neq; verbis Auerrois confonam elTe; ipfi enirn dicunt,proprium effe
demonftrationis poti_-_m_f,,-tHat e terminis paribus;demon_
ftrationisauteptopter quid, vt fiat e no pa- ribus;Auerroesr___i)en &
potifHmam dcmo- ftrarionem e non parib u.,c_ demonft.atian i.
n-ulri-locis^pralertimveroincomiii-ntaria 5?.. primihhri Pai.eri.ium, &in ^
+0 cundi.&in Epitr>mejn capue De denionilr. tione. Idcircofihisduabu.
-hfler-i- ijcjuj- ^ftinaas demor.ftiatfonis fpecies noncon ftitui oflendermius
, fublata (ni f.llor . pen f tus erit hrc Aucrrois, & fc3atorum f/mta-
tiadennmcro fpccierum demonflrationit Illudin primis eftin memoriam
reuocaadfi," P roptcrquide P arib US conflare a fTeri, qu^D ^^^^^gSg* l^ 2
™^™™ ™™% « & « vnam reducqnoniam vna " 'tetJm nonpanbusfieri poffe
indiftincle.vaiia red_ ■dituthaicfecunda differentia; quandoquide P_t eamh_e
dux demonft.anoi.esnon difiin guuntar firerd dicani, potiffimam demon.
flrationemfempere paribus coftare,demon itrationem vcro propter quid tum ex
pari- bus.tumexnonpaiibusjadhticfequiturdif- ferentiam
hancaccidentariame_re,necpofIe qucmadmodnm enim rationale. SUtientix capax,
&rifibile propria hom:u:s funt,qua. cumbruris nequeune communkaii ntcta.
men hae omnea dicuntur difTcreiitix diftt__. guentes liominem a bru t:s: qu
oniam vnaeft differenria, rationale, qux a beiins horoi- «em feparat, reliqu_e
vero honiinemSbnu tisnon^feparant, fed differentiam feparan- Ainerr^ r nl .y.»*
-Vn 7 . j V ■ ' ^ , l,s ,lo;l leparant, iec citrerentiam feparan-. dtuerfas
rpectes coflituerej dabitur emm d e . E tem infequuntu, Ita differcnria ii!a
baram n. - n-onftratio propterquid ete.minis paribu». dem_ n i. _,:„-„_, „,,_.*
„. f ' • , ..»,,_, >„„ u ul . inanltratro propterquid eterminisparibus, qua_
hoc difctinunc a potifTima demonftra- tione non difctcpabit;non efligitut
dtfFeren },„.„„,. , ttavniuerfalis, & perpetua: qma non totam Jm**tKm\ f P
ea _ erna f o »rp*tiereparat,H 0 c quoq;ar. * gumeto vaiidifJimo exiis,qu_e
proxime eon- tra Auerroem diximus 5 defumpto, poflumus aducrfus illos Aueiroiftas
vti; demonftratio- ii em propter quid c terminis non reciorota- ».k.._ *-_n_—
/t_ j, _ . - . r - ;k ,«' 'n «■ 7, .'"'r'" 1 '- u-nuium normcationem
diltin^u.re aon f?: ,T*'^ , S , > ur -" nft F fttis h -buit, fed
neceflarium eff! cognonit . rti^au art_3 orenf.ant- Ptfpftnc nnA./. r-_,, .,_ :
_ & _. emonihationtim , quz n medio rumitur,,,',., „
cauraeflevideturaltenusdiffercnti^ exqu|-^ijl_i_>/. fitisacceptac, quum in
quxfitis nullutnpof-/'»' «-w fit effe difcrimen , niG ab aliquo in medio,
tf^"™> hoc eftin principiorum codui . nibu.,difni- m # i ^ ift "
mine deriuetur. Significauit hoc Ariftote-"'™^ les, qui demonftracicnem
propter quid.&^LXw demonftratJoncm quodperquifitoruai di- 1|, uerforum
norificationem diftinguete non f — -_ ,_,.._,, v.UIJ efte£iu amphorerit.aut
effeftus cauf_;G cau- raquidemfitamplioi;demonftrariopropter quid extrui non
poteft, quoniam Aeaufaam- piioread effeftum co)Ii_;cndu progredinon licetjfi
vero effcflus amp.ioi fi t.caufa illan on poteft dedarare propter quid eft:
qmanon eftcaufa perfe.redcaiifaexacridentijVticnis , rerpeftti illuminationis
Jat _ fumptar ; non da- tur igitur demonftratio propter quid tlifie tetminis
panbus,& reciprocantibus confiiat. vtmpriDcipiorum conditionibus,
fScratione mcdij lndemonftrationes difcrcparent, A- uerroes quoque in comment.
ioo. prirnili- bn Pofler.inquit, demonftrationem fimpli- citerdiftan),&
dcmoftrationem quod in na- tura ipfarum demonftrationum difcrepare, quod
declaras labiun^n^hocefH prapter dmtr- ftmrtn nntnr* termim mtdv in ipfis'] Diffsren-
tia veto in quatfi ris cft quidem differeniia ef- fentialis,&
exnaturarei,quoniaro exfine de- moitftrarionu deiumicur, hXQ tamen akeram
prioit» defpccieb.Demonftrat. Liber. 449 m diffcrentiam,nnaturamed,jcon- • ltl0
ncC ciTecft,ficequatani[iiriiumeit DtlOI , & proptcr noftram cognitione
fit. quarea no- tioribus nobisprocederc debeti finrainui, eft prorfus inutilis
: lgttur fi nilisnobiscft demonftracio proptcr quid , vt ceite vtiiil cfle
dcbet.eius principia & natura , & nobis notiota coclufioneeffe oporrct
. Aliasquo- que demonftrationis conditioncs confide- icrnus, quas Ariftotcles
in quatto cap.tepri mi libri declarat , principia dcmoflrationis propterquid
funt dcomni.funt ptr fc, iunt quattnu» ipfum.vt ipfe Auenoes affcr.t in
comentario54.eius libri;ornnes"ig«ur con- ditiones habet.S: in nulla
difcrcpat a potif- fima. Eigo diffeientiahisc.quamamedic* fumitAucrroes, cx
natura demonftiationis nonaccipitur:proinde extraneacft, &ipu
dcmonftrationi accidentartai reuera enita eadiffercntiain nobis tantumeft, non
ini- pfadcmonftrationisnanira.quandoquidem nobis contmgit , vt caufam primum
notam habeamus, & vt non priroam notam ex effe- ftu notiore inueniamus;
idenimadipfam demonftrationis naturam minime pcrtinet; ha:c igitur differenria
nb eft effentialis: pro- indcfpecics re diftinaasefficete no poteft. Ad hatc
nituntur feflatores Aucrrois rcfpon ^ ^-f lt jfc dere.&fatis quidem
apparente refponfio t\ . . 1 / . .1' . . .■ ■•. T*1ftrationisnaturaalienamefie
oftenda rj u , hunc in modura aduerfus eam argu- me pt'emui; hscdifferentia
Tumpta non tft tjt coadittonibus principiorum demonfha- lionis ab Anftotete
adduais, ergo a natu- ra demoritttatioriis non dtriuatur, proin |u»u-u> - r
'r'— ■-'vr- r rmdura eft.Arirtorclem omnes condit.oncs D nc: tonantur cnim
oftendete,han>. primi libri Pofteriorum in- teiprctatur , & vt
Ariftotcles in capite dcci- mo eiuid? Iibri declarat : nam fieri demon flr
jtior.cm ex immeiiatis ptincipijs, cV heri expiima, acpro.xima caufa maioiis
extrc- mi, ibi ptocodetnab Ariftotele habentut. demonftrationem autem propter
quid ex pioxirca caufa fieri certum cft, quumibi do Mat Atiftoteles, fcienttam
propter quid cft* ficri per primam caufam:ptr caufam autern remotamnon fieri
fcientiam ptopter quid, fed folum quod; habet igitut dcmonftraiio proptcr quid
principia immediata . Habet cttann priora, 8c caufasconcluflonis, quurn in ea
progrctlus fiat a caufaad cffcctum; ha kciJMjtisra Scngbis, cknatura; oatuia
qm- tiam ab Ariftotele in conditionibus dcmon ftrationis comprchenfam fuiflc;
interalias enim conditioncs dicunt Ariftotelem fta- tuiffe, principia eflc
notiora conclufione, quam quidem conditionem inquiunt pri- marib.&proprie
dcmonftratiom potilHmas competere.cuius principia funt primum no
bisnota.&natura; fccundario autc. & curo defeftu demonftrationi propter
quid.cuius principia nonfuntnobis priinumnota per feipla.fed inuenta cx cffcau
notiorfieamau tem cofequentia inualidam cllc dicut • con- ditio hatc ex animo
noftro (umttui; ergo n5 cx ipfa demonftrationis natura : fiquidcrr»
dcroonftratio cft animi noftri ppu« , & ab er» eft inucnta vt pcr eam
ipfe.fcientia reium po tiatur . quarc tion eft ab r urdiim , fi dcmon- ftratio
aliquasab animo noftio conditiones accipiat, ncquepei hocftat.quin illae ipu F
di.monftratiom cflentiales fint , & exinrma eius nat ura defumpt* Hicantur.
Hoc ex Ari- ftotele colligitur, qui tum dcfinicni fcire, mm ex
eadcfinitioncpoftca principiorum conditionesextrahens.aliquai- tct.git, qua: ex
ammo tantim noftio , non cx ipfa ictu- muntur ; in illa cnim dcfinitione non lolum
dixit icire efle caufam re i cogno cere pro- pter quam res iliac ft, &d
%.tititud nf qno^ 45 1 Iacobi ZabareII_t Patauini animinoftriadifcit, fincqua
tiullam habe A auura pnimw,, » 4.Z ' — w " «piavji., nncqua nuuam habe mus
(c.entiam. poftea verb cx illa defin.tio. «e collcgit pnncipia efle notiora
conciu i.one , qua. conditio non a re , fed ab animo Jioftro fumiturjex ipfa
tamen demonfha- *'°n,inat U raaccipidicitur:q_oni_demon- «ratiojnftrumentum eft
intelkauale &a- «im.noftriopusjhanc igitur conditionem mtegram pot.fl.ma_
demonftrationi com- peteredieuBtidemonftrationi surem pro- condu.ones
demonftrationis alias in ipfa fe-pfa.an ex effca u ,3nal,q.alL ' " ' la
PcT Anftotelesm,n.me,oi.de.a u o ? tl0n ^ monftrationis na tu lftni n0n peit ^'
a » tionis variarenoo nor.4 „.„ _ Et ?°«ft,a- Omtirnm dt- ■mzn _i jiji - ■
»>» tenii tia tii , yt fiat ts b». lioribus nt- tm .. . . ".-iiviiis
j,,„_ in jpi, ic,al,as in an.mo noftro poftulari , n0 n pro-
ptereacocedimus.cxomni animinofh. af_ te-honcacmutat.one naturam demonftra
t'on,sconrt.tu,,eiusque fpecies imamwl hoc en.m dato innumcra. demonfttationis
Ipecicsonrentur , qnastamtn ncmodruer- las cfle fpee.cs dcmoftr.tic.s aflereret
Sic etiam m ( omaesconditioncs, qu* ln rc con Itdcran poffunt, fpecies deraonfltaf.oni,
va "areaptatfuatjquodeniinnatuj-a ionisab aqui natura diueifa fit.ob .d
non fityt al.a iU demoftrat.onis naiura.qu* de igne, alia, qu* deaqua
conflruatur. Sicut isritur mul- i* funt m rcbu. variet.ites, quarnatur. de-
monftrar.onis non var.ant.,ta non cmnes a nim. noftr, mutationes apta. f um
di(|fri - . _ demonftratiouufpeces conftitue.e Videa- mus , s.tur, quidnam
Anftoteles ittcUjgat quando dtcit principiademoftrationis .on dufioncnotiota
eiTe, cert e intdiigit notio- ranafura. funt enim caufe.onclufiom^fcd
intelj.g.tetiam notioranobis: qui a omnis demenflrano.qua-cunq. illafit,
inftrumen- tumn 0 H, umeft , (tll0sf( , 3ml|Sjinucmu & elabemum: proinde
inutili. eft -a de- ~S.. u . >ta ''«.notioribusnobi.cx- E truatur.Efl tg.tut
comrnuni. omn.um dt- monftrat,onumconditio,vt fiant cx not.o- nbu. nob.s, .dq ;
fi dedemonftrationc pto- pt ei qu.d negarct AHerroes , ccrte e.m ciie
demonftratjonem negiret.-anwnen diferi- ? Cn tft ,mtr ^monit.ationes.qubd al.«
lunt exnouoribusnohis feruam.bus ordi- ncmnatu^.vtii;, omnes, q tlI a tlufli ad
«ttedla p f ogredumtur; aiia: vcto cx notiori Dusnob.s ord.nceontratio natura:
vtenti bus. vt ill* «, Ma b cffeais ad caufas proce . djmt idcoq, dicutut ex
nStis nob.s tantum, 'Hf^eroexnotisnob.s.&natuia.Siverahcc tunt.no, ,deo,
quomodo demoftrado pr _- £uatur, quum fcnfus aiitit condition.j to ««.*
mteger.qucin vtraq; demonftratio- dem de hac difTeretia fact . i n e^fr. ^*'
--^-mnesdefcduscondKjS^ derat , vnde fecundatia: demonft™ t ^ «oriuntur,nil de
hocdefedn dJlT 0utt perimus, quod tame maxJatfacete deb^"
f.eonfitetur.Anftotden. velle i n ™ p.« d.ftrnguere demonftiationem CmfT «ter
d.ciam adem on ft ratlonc dj platame.-qua.abAriflotelea^juntur.f.n;
dcmonftration.s p top ter quid. vt fimilite, Auertoa fateturin comment. 9 7.
ita* ,fl ritAue.ioes.At.ftctcleineocapitedcmon. flrationera propter quid C um
p„ i aJWdt- monftta t .o„econfunde.c i ea» en.n. re.er» nunquam diS.nxtt, &
noi , f, v[IHm 4e de . monftrat.one librum diligenter le^amus. nunquam
mueniimu,, Ariftotelem aTiquod eafumd.fcnmenc0ni.der3ffe.Scd .nEpito- f-*
me.ncap. De dcmbflrationeAuerroes hoc Jdem cl.iHiIm. confitcturidicitcn.ro dt-
monftrattonem proptcr quid, quamvorai deraonftrationem caufs tantum, elTe fpe-
ciem democftrationis fimpliciter dtflx,* cardem effe vtriufque «OHditiones.atq;
ea.i- * dem proprtetate . quomodo igitur d cmon- , «rat.opi.ma
dju.f.oedjuiditur in trfsfpe- eiis. fi dcmonftratio piopeer quid tantum elt
fpec.es deraonftranonis potiffimi ? & qnomodoha.funt duatfpecics drmonftra-
tionis re diftinflarj C exdcm penitus fiint fe- cundum Aucrroem vtriufque
conditiones» poflumusjgiturhuncm modmn argumcii- Uri ; ^ubdptmcipia,
qusefuntuotiora na- turav turi s on ' r - u defpeeieb.Demonflrat. Liber. 4*4.
bit.fint nobis primum cognita, A tiffima fuit; & nullam in fcipfa
mutatioHern ent a pcr aliud , hac vcl cft conditio a c neeeflaria potilfima;
dcmon- efle« , * l ^." i ; o '„ c aifiertconditio,Aucrroes ^ ra " i
dicit . quando ait demonftrationem pafTa fiet diuerfarum fpeeierum refpe&u
di uerforum hominum; quod fiabfuidum eft, vt ccrteeftabfurdiiTimum, dubitandum
mi nime eft, hanc differentiamenaturademori ftrationis fumptamndefle, fed
accidens effe ipfi demonftrationi, & accidcnsquidem fe- parabile.quum vni,
5c cidcm medio contin- gat vt fit primo notumalicui , & alicui non 4 d oa !
u,JI " ens _ quod naturam demonfti a- primo notum refpccru ciufdem
cffciftus i ia „ llirn 6 notctltiddiAuertocsipfe B ipfa igitur dcmonftrationc
nullum difcri- tionis >;l " ' r.j j._r .:. n -ki A nonlbiumpropierqttid
. Hoe autem ratio- t**W C - aTauo p.opteVquid '« u!m0 D : 5 d«n° ftlJ "°
Semonftrau.uws, Sctu. ^'"T tumAuc.roi>teft.monio com- A „ao^ ls ■ ' _
oinnii dc.noftratio pro- P' 0DJ "Ttr3dK preitmuff.ma.n fc.ent.au», P CC[q
Vcur aiu POt.or : proindc umnif «" J n °i\ u o P.OL ter quid pot cft ct
iam vo Oi" 1 ' 1 . Aliojuoflucar c dub.oAr.ftotclc- Al.o qttoeju*ar l
,,flicjcialn>0 idcohinu.i potcltj 8 um V-it-o en>ora im habet nouScand.
reroet fc curcaulaptoxiina v.m eandem non ha- bet : certc multbmagis habetj at
qui omnu notaanteillam demcVmUationei bacigittii: non notincabiiur quod tlt :
lmbnihil ptor- fus notificabiiur i id igi.ut non dchuiflet A- tiftoteles
itafimplicitcrprotc.rc , fed cutn hacexceptionc:ha;c dcinonftiacio notificat
quodcftfimodb ignotum (it:nam f. quis il lud nouerit.nihil iili declaranigitur
demo- ftratio quoa non cft omnibus demonft.atio quod.lcd aliquibusnontft
dcmonftracio. K«»cer:c mu tbmagi» haoeti atqui oui"» q.on.im *, H ...u, u
-,.. f 1„ ptopter quidexcau(apioxi-D quumcismh.Uotificet : Attamcn Anftate
deinon. |ra..o ptO f t 1 Y ?«.,,-. «rrntionevfusnoneft: quuvana.a ma conftati
non potcft .g.tur no habcre vim i :z avandi rem etie .Neq; alicuius momen-
itytR* t i t ft ca rc'ponilo , quam videtut id hoc at- jmm».
fctfcAtieirocsinillo coir.mentario yt pn milibriPoftet.& in F.pitome in
capiteDe dcivonfttit.one, dum d.cn demonft.atione ca.i Etantum non oftcndetc
tffedum eiTe: quoniam id notum cft antc iplam dcmon- ftrationc.n. quafi d.cat,
vim habet caufa jf- icstali exceptione vfus non cft: qu.a vana.3e
arcientalittaaationt alieniirima eft: icgu- la: namqi tradende funt
peipetuc.& res funt conliderandiefecundum ptopnas naturas: proindeciufmodi
demonftrationcs dicun- tur dcmonfttationescjuod : quia iuapte na- tura
declarant rem c(Te, non confi Jeraia ci, qui in diue.fis hominibus cft
accidentall 6.4f£. varictate Hanc fuiiTe Anftot.mentem. aper- • . . .. .11;., r
.- ■> -.ir l «• harc n mis ejata cfl, ncc al,a taridne "
Jotelcaddcn^poreft.nifidiccndoi;?;; de_,onft I ar, OB ,.,v,m , &nat.,.am f,e_»an-
" an, .« fl c.q U andoc, u ,dpereaBi oflendatur , — -» »vir,_ Iqi
'^^c.evol.m^^fTqn.demillademcnit" EkT ' *™ mWe ^"^wS'
«'«Mc«proprUeiu,i« llrao ft fdlt ™ 0 _3 C ° abcb I aniuJ ; Ar.flotelo in , 9 .
rar 1( _| r ... in.t__Frt««,.:k-. _ — : , f ?" u curiJJe, quirem efie
cocqu,d demonftrat.demonftrat efcatn Ji l^Tr ^T qUt & a - Uod fi « - &
=cc,denu a omn,afuhdcmonftrati 0 nem ta * b . ,e,Bfi f ipfi-, quooue Auet- ,
««ntvrgoomniaaullo cxcepto demoftran '°;* C""™tum. quov.ebatu, ouiej.
* Jluicenna a„bii fupra diligeater confide- ratum. * Jr.lrfnit canon poteft
appel- A nibus conflatus.qut ptocefom habeat t k« «iu»'.q«°5 " f uius
propofitione» vel tiakm.nim.ruma mum ad effeflum, vt! ab t_,i dcmon"r_u-»
. _ ( r ^ ^„„«fi-.,«^if effeflu ad caufam : quonia igimr omms de- ironftratio
aliquid cfle oftcndit . hoc duo- bus modis lacit , fcilicet vel per caulam ,
vcl fine caufa , proinde per cft'c£tum ; fi per caufam, aut proximam, aut
r.motam: pcr proxima quidem fit demonftratio proprer quid.quam dicimus
potiffimam, ac priftan tirfimam dcmonftrattor.em efie : per cau-
defpedeb.Demonftrat. Liber. 4vqiie cosnitione caufae , non polTumus e- im
necefl-tatcm plcne cognolcerc, quura tota^endeat a caufa, quam ignoramtts.vt
qtitvidct cclipfim lunae fieii.cV caufam i- D gnoiac, efie quide eclipfim
Vidct, fed qubd cx Beeeflitate fiat , fx qubd non poffit non fieri , ct(i
conie£tare modo aliquo poteft, excjuitite iam.cn fcirc non poteft, dum caa. fam
cclipfis ignorat: qui \ erb c-eleftiu mo- tuum ignarus non cft.ismultis ctiam
an- nis priufqu„m fiat eclipfis, cam ex neceffi- taretuncfuturam prsuidcre
potcft perco- euitionecn caufx. B 1 Caput XX. inquo omnes jpecies demon-
frttionu luxu Arijiotelis fenten- tiam collrguntur. SAtisigituroftenfumcft, non
pofle fieii democftrationem propter quid , qux turo proprii natura: luz.tum
dcmon- ftiantium habita rationc no notificet ctiam quod eft : proindc non dari
dcmoBftratio- ntm propterquid re diftincta a licmonftta. tionc
potilfima.tanquam aliam demonftra- Om**it- tinnisfpeciem.vt pluresarbitrantur.
Fiima lum quod: fimiliter pcr effeftum fit dcmon ftratio folum quod:itaque
dtia: fumma fpc- cics demonftrationis dgur habita rationc quifitorum, qux per
eat notificantur ; vna quj rem elTc demonftrat fimul cum proptcf quiAaltera,
qusEfoluraqiioddcclarat , aon propter quid: haec rurfus in duas diuiditur
rationc mcdij diftinftas , fcd non ratior.e quaffitoi uro.quae per eas
notificantur, akc- ra per caufam remotam dcmonftrat effe- flum.alterapcr
cffcQum not.ficat caulam. Aiiadcmonftrationis fpecies prstter hasa-
pudAriftotelem non datur. CAfut XXI. deduplkijignificdtionecau--
ftproxim&,& qubdnon emnu demonfira~ tio excaufa proximaftt demonftra-
tioproptcr quid. QVoniam autem dictu a nobis eft, de- monftratione propter quid
cx pro- xima tei cauia ficn , non cft ignoran- dumquoddam fumma annotationc
dignu, licet hneminc haftcnus dcclaratum: non eft cnim pingui Minerua
intelligendum.qu^na fit caufa proxima, Scquae rernota , quain re plurimi
erraucriit , & demonftiationcquod a demonftrationc propter quid internofce-
vc ncquiucrunt , cuius quidcm tei lgnoran- tiamultorumerrorumcaufafuit.
Caufaigi Ctuptiid- .... ; . .rt n.ir r l*t* prastmx
turproximadupliciteracc.p.poteft, aut c r nim firoplicitcr ^ximacffeflui
dicitur,aut ^^li nonlimpliciter.fedgenere fuo.quod ienfili M( „. hoc exemplo
clarius fiet:vadit aliquis in fo- rum, vtvideatamicum,'fi qtns igiturqua;-
tat.cutinforumvadis: potcftillc rcfpondc re: quia fuin animatus, & ita
caufamaffe- ict cffcaricem, remotam tamen : quia a- F mmacftcaufa remota illius
ambulationis, quu alia: fint caufa: cffcftrices propinquio- rcseffeGui.vt
fpintus vitales.qui mouentut gM» «ffigirutmanrt cadcmoifrxi^ ab ammaj &
membra inftrumcntalia, quae nos smea tecimus.vt tationi , atq; Ariftoteji
mouenturafpint.bus,vtpedes:ergoli iw- tffttft. J. tuann , s pcdcseftec,i
irnmefrearicem illiu* ambulation:s prosima ipfi cffeftui , qusno ctui ali.i
propir.qii!Ot,tatamtn a!ia ratto- »V*r*»/i maxune eonrcnranea.qiiam nunc
clanorena di rfi•_, '_ ne/iirt. Iacobi Zabarellae Parauini * T ru ^5 rt, P* >x,a
»i imlibrl Poftciioium.n.undoloo,,!"' 0 ?''- ftote!«dcdcm 01 fl : ., t !,
ni: i,a u l r U ' Ari - liitotocnimillocapitecauUm rern r „
catcaufam.&dcmonft.nt.oncnnilam "teffepetcaufam,r=rr,cn dici: , tI ra
dcmonrtrari proptcr quid.ic r.tioner-^.H rcnsfubiungit [ i £ ,,-, lTCU _ :
" ' 1 «c« fampri.SL-am nmmr.niciar, c.-,, :! ., m - - : i - C ^ 1 2tl|
qiuvfhoni p.opterquid cft : hscc cnimno n elt nid illa,qu.Tnon fowm. in g.-nere
fuo, icd fimplicitei qu.#qi.eprc,xim.t7t;relinu;_. enim omncs dicuntui remot-:
, & effcau arw ;,orcs fuat. ncc ptrcat dfmonrtiauir nili quod, eti.rr.fi in
fuu gtrse.e proxinsa; /irt: , cdvsn.mque & illius ambulationis,
&a.iari,-iu p!u, imarum caufi funt , & pedi- e ft:ba.cenimcaea« !a |]i
n ' i ic,u S i ; m cVaequaliscfreaui.qudi t fl „*!,"*■ ««.«« , at noneft,:
.»,, Tandem . nn J? re debemus illa fcqucr.tia \ e, bn r «... • . _ ^r-i !»■' I
,r f p'tf ? «-»rer,r9] q ua: declarar.t qu,m £ U fi[ intelligat,r,oncn:m omnis
cnufa tlh-,,.- illa, pioptcrquaroies.ft.hoe cft q ua . ff,.\ quod.ncmpc fiillj
ca.Cr lit folum „, | uo - 1*««* nereproxima.non fimpliciter prox :
,naica'»!2"' faautem h*c proxima iimpliotcr. q U3n , „. ' nmsrcivnam etle
diiimus , alicrous' rci tft caufa finali^alicuiusaurcrnifficuns.vtl».
tiquaalia, quemadmodiim docu Ariflote. lcsinfccundoluSro Poftcr. in capit.
dctau. bii.jiiL.nis , qua-aluscaulas, tcmotiores ad effccTum lllumcr ntrax t.
Manifclium ffti- gnur.quod lucr ,cs ahqua poflit habcrc
quar..orgcncracaul..iun,, & inlingulo gc- nerccauJamffinpiox.niam , piomdc
q ua . tuorpioxim.i.svn.itamenip!arLm tantum modoetKimplicitci proxima , trcs
aurcm reliqua nocmiiphVit. ricdl,; Pc„er.7uoD ^™»™*" ^c, ,n capit. dccaa.
prox.mx ii.ni: idcopereain folamdcmon- itratui prot.ici qi.id rft; at fi per
casomnes poirctcUmonftr.iri proptcr qiiid.ft.qiiere- turvmus rei quaiuor eiTe
poffc potill:"mas demonllrationcs.qiiod nulla ,r,tionc flcri pot t lli
idco reftc dixitAucir.jncomir.cn tario quadragcllmoqnatlo, primi.ijbi i Po-
fterjorunv, vniusrci vnam elfc demonftra- tioncm ,_5c vnam definitioncm : quia
vnius rcivnaeftproximacaufardo uitYoc -c, E Zu^T* P °i dcmo ^' at ^
toA.iftot/prcpe fincm fecundi l,En Po^. ^i^^^"'^?^. tcArjftot.prcpe fincm
fecundilibn Pofte rior.v bkAuerroes in commentar. t traflanu. musinlibio
nollioCe mcdio demonftra* tionis inunciatiscft im c! Ic.xiiie, vnam eitr vnius
reiproximam . c\- a-quaram c2ii'"am, qui facistaccre polTTt quatfticnt
pioptcr quid ell, dumfinis,ir.terdumaliacaufa, cc detTon- ftiatioextali catifa
dicirur demonft.atiOjp- ptcr quid , qua: cft potiffinia dcmonitiatio,
gularjnumero, M^TT^WtSZ F j"L P j? hWultc ,cit(ril3ttm • "« rc l ui
iufmodi canft, n. n pIures : dcindc "Ti tl ^fe?^."" '"^ 10
P'^^' 1 rufmodi caufa, non plures : dcindc v,i a „j. eu 1 c, qu um di c at iii
«J T /_, : aj t i c u I » j tn i m emphaii.1 quandam habcr,.& ftgnificat v-
nim ccitampirecipuamcaufam.nonrmnf) cjusrccaufas: eundem loquendi modum. in
pnaio capite iccundi l;bri Puftci io,um auaiinotauimus, quod fi^nificat
Anftotcl. Txia-eiTcicJ cautain, quaton-.mb. fiaiul qux- cftquod aliquis
dccipiatur credens plutfi. tffie vniusrci proximas cacfas in d.uciiii ne
neribus, pcr qi.arum vn.im ca ic5 pimffia.- dcmonfl.ttur, peralias vctb piotMfr
quid' Untiim; hicenim cfl ma.vimus , C apcitnu*. mus error.qui&Ariftotclis,
&• Aucnoisdo ctrina- rcpugnat. Per hax, qua: haaenus di- tta funt, fans
dccla,atam,ac derconftratan., etle puto huiufce rei veritatcm , ncc cqui- rbs,
Sc qui inalicuiusvcrba non iurai.f rinr,. neque5-,«i-_^ ? ?.A.T7« )
conft.tnciini fcdve utati ac rationi obtemperate parari-iint , in noftram
fenuntiamventuioi, fi benc ea om flia ronfidcaucrinr, qux nostum l>ic. lum
nilibro Dcmedio demor ft.at on;» hacde te fcripfmus.Rcliquum ift.t3d tortiaiio-
tuna argumeutotu tolut,omm actcdamus.. defpccieb. Demonflrat. Liber. r „ ll ..>_nUomnia,
qu* p.oAucrroe 466 SerlaufocileiQluentui^au- «»»* q . ' -ft - n tecedens:qo.a
ncque da- A plex.sducatnos in cognitionem fimpl.v..* qtundoquidcm m
accident.bus hc, & ili* in «undem feruumcadunr, .dem emmeiiue
accidentcquxrc.e an f.t,& qu*icre an ibuc: ita idem cft quercre propter
qo.d lit.cV quf- rcrequ,dfi.:dcord,neigiturqua:ft.on»i« eomplexa.um At.ftotcl.
tria diert , primum eft.quift.oquodprxcedit quandoqs tem- porequxft.onem
p.oprer quid , al.quanqtl «qu^i^orum,,^.-";-- da . \^ ^ noamm qilo deft
poftca q^r,- -«gand^ tft ^ d , r . rmlln e in B mus pioptc. qu.d e£t Secundum
cft.goari- grd,rc.nncn ^ , neqttC fic doqs nonakcrum priu, . aken.m portcnus
tft.non nolTumuscogr-iofccre prepterquiu eft.dum ig.oramus quod cft. ldem dic.t
de fi.Tiplicibuiquaftionibusiquandoqueete. n,mcognofc.mus rem etfc,
de.ndequxri- musquicr(it:quandoq;vtrumqi fimul intio. tclc,t:fed nunquam
cognolc.mus qu.d lut aum . »no«mui an fit. Vt tria hxc d,_ta de- clarct Ar 1
ftoteles,.ncipit enarrare .d , quod inpr.mo l.bro docuctat in context.i7&
pau lbantc a nobisdeclararo, d.cken.mpone duob.mod.s «ogoofci qi*.«
f.t.altciomo- do P er ai.quid .pfius re. , nimirum per e.us cautam . attero
modo pcr accidens, hoc clt ablq: cognioone caufx-.t.nde doccl.quod
«adcmonftrationc, qux peraccidens tacit nosco«nofcerc rcm cilc,noo
declaiatur^p- ptcr qu.d.fcd folum quod , qua cOgnmone P 0tC «neipfius cmod. Ad
locum Ar.fto ^M^^Zx u pr.m.lib.iPoftcr.oTU td ^ ' aduerfarioslcKum illum
no.mcl- * C,BUB ,?lumcn.m fi .ntcH.gerent^ t Lat,- ^«aomnes i B t«ll«c«u«,cV.vt
Aucr- ff aucm tuci volunc , eum .nterprc. f ° eS 'S ce.tc co a rgumcnto non
vtercntvir. tst u a .ir_tc'cs , poffc duobus modis " dTcsal.quafif^no modo
cu ^ nr E»« . alteio modo f.nc cogm- : ,T C °?- * l -,m co _nofc,tur quod cn
;,vii». . j - J . v H*c ^ eft eo m loco fcmentia At.ftotel.s, qua: non
Auerroi.fed nobisfauet.fi bene intcll.ga- ? „^ Isl ,,i»/ tur, idqinuncbreuittr
demonftrabimus ia- wlM)lt . a,s prius quibufdjm fundamentis:primum eft, qubd
nunqua duabus fimul quiftiomo. vtimur,(«d fcmr vna:aut enim quirirnusan ? U
xno7^d;er^ fit.autqoxrimas^ quidcft vulten-moftendcrc.eam tamum F .pptcr qu.d
fit.miqua hmulqucrimu S ^ VSSSS^ cjux no,ificat quod eft. ... ..rv .Werenns.n'
que.quattdo autcm cognolc.mus quuu 'nim^iA quwimus proptc.qti.d cft. Exquo
hoca- lu,d defumimus, nunquam q.n.i proptcr qu:deft,nifi quandocBgnoiciturquoei
ett, dum en.m ignoramur vtmmque , non licet quattcre propterqu.d eft:quia hic
qualto ex necciTuatefupponkcognitum quod lit,. p J "oZ flu-d cognofcmos
fine cogn.t.onc ^Tft Vcnimmodus non d.tur : & in
^cemslocnn.cprctar.oneomnescxpo^ confentinn..ctia« Aoetroe» : .deonos-
«tolocomaflMm fenrencii noflrx cohr- rK.t.cnem collig^u« demonftratianeoftcnt:!
quod eft, fed ^ el cu tauix cogninone , vcl f.ne cogn t.onc cau- jimtm. fx. Ad
akcrum locum in conrext. :9- «ecun- dilibri Pofteriorum v. CrW , ae fol.dam
Klponfionemjfferamus, declawnda cB A- nitatclis fcntent.a in .isverbrs tum vt
rei , _c Tita.eftdocere quaenam fit ca demonftratio. qux non fo'.um declarat
quod cft, fcdetiam r ■ , n , . i..- -.m rantum flcmonitiationem, qu* fimul cum
piopter quideft , duceienosin cognitionc.n qui d cft.cam vcrb; quxdecla- »at
folu.v: quod eft, nullo modo nos ducere a j cognolcendum qu.d efl: hoc igitur
vt o. ft.pdat.confidcrat eo inlocoord.nc . qi.erB' mquxrcn.lofcruamus tum >n
fimplic.bus qiutflionibus.tumincomplcxis, vtacom- Iacobi Zabarelk Patauini ««uc
nimno ir . , u^O 0 A quod ttcrra ,n tT r " c nc S 3 tururo, Geo
«otifitatur qX„m!i' V r ° pt ,r quid ordinc» qujftionum d f darans d J £££ J:j|
""liuqii e ante«mde« A ncm q«reba« ur , a>,ud pc t „ '« Onft
'"io. taa .««"^itur.non ert p£ au °» £ d^Miiti.Jo q «i proutarfr.T '
SllU(J efli Ptttfl p i3 quid , qtui »«» txsrt . ... 1 acciaransdcit 'dumcit.
quod .-j . «nis , qujr diximus. co lia.r... . g u Sruntu v;^';;:r t] ne e r Dar
«'-A;^ ''P^f.aamdcmonftri-^^^uTi «nt ur; nam (vtd.ccbamus.) dZTa°'^ '~ nern
omncm «urantum JJ},' n °"«r».ow B P ot e ft,n Ur)C;ailQ1 d-^^^^gft
demonftrarionf duofimu, innot, r % . * ' ^-tcd^tAr^torcJcsrtanrS-''^^: t-onem,
quam mcmorauimu 4 T° r n * r » mota.quaerebarurfolum pt ' * "^** ^ 1
"" 0 " «Wp« ea,n autcm „ 0 ff'«- ftcnd itU r,fed folum quodnon e
f " 0 - ium «bis cflcarbitror. quXe£ .t^ ibidicunturabAnfloteJi f.„r
'I" 1 offici 3Q£:lnauit I T ' " tcntI * "Oftra* c« A „.r, K r
lcr ^ uld -«quod 1 nonIi. n '— 'r^rPwnommLs ^iodeft 'Vbf^l «tq Uftercnifiquod
vt H i. nond.ctdemonftration.m j ari pe '°,jJ fi«, t amenpo« t ft,„ q ^ retcS3n
^ Dd f us D folum propter quid notificct, 'quS in Usm caufamr e ,, pertluam ;^
nc . ,da - 9"'««» tuac folum propte, „„, V rA ftdla demoftrano J,fL ,.' ±
d „„, ; n :r/ wls "'" q^retci an fit, incida- »S * «odT* PCIi,Uair '
fimoJ oftcnd^ " * «r??o d,t, Pr ° pt " nu,d « -» 'I- q US nau7m i
J> ^onunc.auit Ariftotelcs: Si*»*,*. inuenimus u ' tamcn v
"""»4- ^rnuJ »„,Li» t Ari «" r eics ,r, lp f 0 ei „ s libr,
i nitk)dlx ;? W ";^-* qu * xun L ur ' "umero zqU alia efTei J
qu^cantur^b.naraq, dc mod lsqu ^ rC n f ' & fc,cnd! g«c«l,'t« accepc,. loq«ba
q U *fita,, t p rl ma p ri nc lp iaora q b ™ c ^ ta= contra vcrb mulra qtf^antu
r . J n $ ^' quam fcicntur.vt ftdlarum, & ar cnatl^n , ™^S; tuMcft.«ao hi»
appeliaticnem fiimcredc- ^SST bct, n t quxft:opro- d.v^ndamefleproptcr qu.dtan-
!&.» ratione quaft.on.i prjcedcnusi "™ „, m dato, fcquerctur quod ea
demon- n h etetur nifi dcnio.uiratio qund: fi- Sl« ^ntccamnoqu.r.turn.Rquod.re.
Stutetiamquouai.quademonft.atioa Ecmota vocandaeflct Jcmoflrauo^- pctrqu.d.
licetdeclatetfolun. quorJ.naai Stcle.incstexta^prim.l.bnPofte. V.o.um.tace.us
demonltraron.s excmplu C SeWquam p.»««i« quxft.o^ pter cjuid. .5 ] cflccig.tur
demonfttatio j. «eramd tacione qusftionis prxccdent», LcJeftmanileftelalfam.
Patec.g.tur lo- wm.ilumAriflo.elts.n feeundo Pofte.io- tum Analytico.um iib.o
ab Auc. roift.s non jotclii tli . & e.s caufam crrons tuilTe , quod
Ar.rt^el. m ilU- tr.busd.fl.tconfi.ieUt cal ou.cltioncser.amvt demonrtrat.oncm
prf- X «ieniei.Lonfoluvtpe.dcmonflfationcm notiricjtab : ca.umtniir.vt
praceda.t.um dirfaentianunumdifcrimen facit in quat- utii.qiixfunt
deinonftiationis fints , neqnc diucrUsdemonftrationisfpceiesconftituit: fod
qnando Anftottles ftat.min fequcnti- busv\.rbisqux!tt2 illa non arjspl.nsvt
prac- ctdentra, fed folumvt per deiiioftiationem
Bm.ficatacontiderat.dtiastantum dcmon- ftrationu fpecie» ponit ralionc quatfitotum
1 nntificatotu d.rtinflas : dicit cnim di.obus jnodiseognofci rcm «fie.aut emm
pcr acci- deos.autper caulam, duas d.monftrationi» fpecies figniticans. quum
cnnn omnis de- monftrano aliquid efle oftendat.alia idta- cit
pcrcaufam.aliari.ictiaditione caulx: il- lcigitur locus adt.crfatur Aucrioi ,
noftix aul fcntentix mirificc ruffragjiur . Addc a- iiudquo^iargurr.entum, quod
indcaduer- fus Aue;roem colligimus , certe etficacitli- ! wjrn.nan Arittotcl.
ibi docct , quedy cam» dcmonrtrariorem.qua: rem ctTc oftcndit n6 per luam
caufam, non cos-nolcitur qu.d eft, fcd per eam tantummodo, qua: icm eflede-
montlrat pet fuam ciufani : argumt ntemu» kaquehunc inmodttm: fola demonftratio
cftcn.kns rem eiic per caufam luam cft .1- k> cju* dcclaiat quid cft, quofitvt
oroni» lacomanifeftc Ariftotcl. atqui demonfti.v tio, qtiam vocant propteiqu.d
tantiim , iei» caufxtantum.decbrat quid ift.vt Aucit. fatctur in ;9. &40.
Commentaii.»illius ft> cundi libn. hxc igitur declarat tem elTe pe» tauTam
fuam.declarat igitur rtmcffe, quod Auctioiftx ncgant. CaputXXUI,
tnqUo*rtdtxoT\tni obie^to foluitur,qu.»•. 471. lutenim fenfi,, aut ratione;
fenfu quidem a cogaofct al.quis Imum obfcurar,; aft.olo gus
autennncubtculomancn., „ lamfi n0jl .ntueatur.fc.ttamen fi erj tun. eclipfim lu
ni : «|u» f«j5 t««m tunc elie intcr nofira m ecljpfim cffe . & certa cft
«riufq ue cognkio p=r fe fumpta, fed rcdditur ccrnlfima! £! tcrurn
tcftimoruumcum altcro coniunga- tur: .ijenamque teftatur fe eclm.im v J'if
fc.h,.cvcrocaura m adducit.curn cr e:ra;, U m B fucr, «J'P'^ficr,aI. q uas.
5:tU rd„ c .p| 1 . nascfledocet.biAtiftotCcs.quaeiufaLd, funt, vtalttra nullam
habeascaufarum no- t.tiam, lcd fenlu rem aliq„am ita fc habcrc cognof^alrera
,-erb fola rationc,*rn,J- ianofcatfinevllotcftimonio fcnfus: quod qmdcmm folis
mathcmaticis cuenire po- tclUraaarit enim rc . mente abh,nc.. S a fcn
lilimater.a.quofit.vtcas fola ratione co- gnofcant linevllo fcnfusauxilio:
fubcis au qu»eafdcmrc*fcn(ili matcric. iuncrai co- . gnolcunt.promde carum
,erum. quaru i|f- f ?««or« di.ciplinac r cic „ tiam J ertau)a
fione.&taho.omninoefienrbi ,11 edt> ^ r-^^p.e.f 1 t ;& an 1 lluml ;i
U l Te "« "PO^us.lllud.npr.mucertum «L* .ndubitatum eilc dcbct .
demonftrTtio ,ttC caul* ddtmaa reipf, a demonftr&^" 1
Pt««rd,aahocefti„condrtio a *bSSj; c: p ,or ll m.fiue,ne^a tl t,t.not,ficS°- ^
qu*quxr l ,nt U r,d,,c.ep 1 nti-ft Jtu i n ft-,Q»ate„ullaaliad,Lenta re KSS
qo»«n«„obi i de 1 «6ft,an„b.ac cc??*^ ^en.mnotacftnob.scx.fter.tJcftg? .dco
nonqu«rimu_ n.fi pr0 p- tI nil ^ ^ ^-ca. gnota: , de P U3 P,^'
ftnmcnhpe.ndcmonftlarion.bu^oS g e ; f «[»oncgucpo t eft ) , 1 ,,. I e, pci , c
n £ n.lefta fi t . & hanc folam d.ftc.en^ , i^
ficavocal,s.qu__nonfciemiaeft,fed a[ . fea- D Au " ro «, ,^fi u . | cn[cn[
,,,„ j t.tcoionant.am.llam.&nulJ.mcruVr " norjfolTumu. Id - in "*« - tamen
corlfniucr neaa. ™»Valcn.d,_Fcrcm,am jq „ ! „ demo3£
^•«««««.^acc.dcn.fit.d.uc.faJS: n.oftra„on, s lpcc,c,Fo 1 ;i.cr.ft. t , cle 5-
i' pccie, nomen .m P ,op,ic.& arn . ]c fumj . »".v«qu*l,betd,« 1 fT 1
,„i. n ,cmbrarpS rod.u.l* lato vocabuio nom.nemu i. pofTe non ,n fic.amu r .
Attamcn dcmonf) ta _ t-o pr,ma d.u, fionc non re,>e ,n tr es fpctie.
diujdctur. nrpe.n mn P lic.tcrd,cii&canL quxvotaturcaufxtantum. &
dcmofttat,^ "««quod.quandoquidem non codcmdi-
'"'«"neJemonftrat.oquod abalijfdifcre. P*Muo 3 |« imer lc: ,l !a n ,
m e(reatM d._rere„tia.& cx n.n t ura rc, lu,„ H a ab cisdi.
ft.nguitur.,||arum autcm mtcr fe accdcr.ta- numeftH.fcr.meniP.opccamd.us cft.fi
dcmoft t at i oncpr..nad,u,f7onc,ndua i fpe- CICSD_lrrnm„p ,>f_.,; t a_-L _
pcnndTeS ^^'^-'"^ ««V prieSS eitachdiccrcmus.trescirefpccicsviucntis:
ifrpem.ammal, & homincm, quumhomo feban.u_al.vt .peciesfub gcacr. «ncu*». t
ur fign.fi.at crgo Auerroes ic nomen fpe- cici iatc fiuj_pOfifi quaio dixit trc
„ ' r"" i.t-ercntiaeiienttalisierffodifferentia nui c H S i ■
t.ofteafuhim.* de wm** jiratit ■ mttprifrit- fm. . Tr -i nutic IICCCIIC
elt:quare hoc ctiam figno manifeftiflimcap paret, Auerroem negarevilum elTeeatu
dc- monfti ationum clTcntiale diicnme . Sed cur proprictatem ducit in fingulari
numero > & quinam eft hxc proprictas l pricipua de- naonftrationis f
ropri „aj , ejmm jbi fTgn ifi. fc, atquc incavnadimiiTis fabuhs quieuif- fc.
Qi^oniamigitureirarchumanum tft.et- lataverbtorrigere ingcnuum . ac pbilofo-
phnum , egrcgic hac ratione dcfendi Auer- roem credimus, quum fatis cffe
vidcarut , tl faceamuripfum liuiufee rci veritatcaliquau do cognouiiTc. Quad fi
hoc defenfionii ge- nuj defpcckb.Demonftrat. Liber. 47* 4-77 . .
^.nfi.vcoBitent, A turanoola»efaaatui,ncq;imminu,tur,que; BUi al>j
'""'o.opimo Auerrois maximc * e " °Sultates,fi
pofluni,dnToluar,t. . nT dereci^harumdemon- Oratienmtuppeaatiate. ILlud den.que
m Jm dcmonftrationifeus Sadueaeniu.neft.qundad.p.aium leUat.onempcrt.net.nos
quidem con Sm eam.quam d.xunus diftcrcnt.a: con-
iuiiiuviiia»»i""»"- , i y » fempcr vim fuam retinct
dcroonftrandi v trumque : fed ncquc in-r.obis: quia aliquarn ici dcmonltrandae
paitcm pricognoicere abundantia potiusctTevideiur.quam dele- ftus : & nos
certiiEmam lpfius effectu» co- gnitionemcomparamus , dum fenfum cum Norig.tui
omniuro demonftrationu declaratium proptcrquid efta:qualcmtiTc perfeaionem,
Sccxcellen- -««ITeftSamai B tiamarb.cramur,pro.ndcornncspr,mi gra- fmt, tiiig j
e j^#~ SSouates vtiumqu* fimul dcroonftrc ^ . -"ai ilUm nommationis d.fferent.a
non i rr«e auailiamvocantderoonftrar.o. £opVe^u,d,hanc,e,b^i(E a »« : Scnim
illa & vocanda propter qu.d, Sioiumproptcrqu.ddcmonftret,om. q „ n!D3 ,Mi,
fiquidemomm demonftra- l«o&ur atiqu.d effc; qubd fi folam m«edentem
quxft.oneffl fpccWo .llam Lcemus demonftiatione propter quid tan- um, qu.a ante
illamquzrnui folum , pro- mcr qu.d. hoe pcm.tt, poteft : fed quod al-
ictavoceturpotiffima.vt tai. appellauonc ^«V». a b illa fepatetut , ..ulto
paclo conctd.rous, jZ» i" u nefas enini clTe puiamus, demonftrMionem
i«r^" ¥ llamdeclarantem proptcrquid eiincgaro f-*""*;
eflepotiirimam.ScprjeftantiHimamdemon- f ftaionem.nam fi dcmonftrauo, quam vo-
cant propter quid tancuro, non cft pontU- D rna,cxpnmi gradus , aliquem
ccricdcicctu, aliqued vitmm in ca notare oportet , quo hac ,iopclUiOQC,&
hocnomine indigna el- fe ccrifeatur: sullumtamen notare poll*- mus , Cuc ipfam
dcmonftrationis naturam, liueanimumnoftrum Ipeaemus; iph qui- dem natura:
dcmonftrationis nulla condi- tio.nuliapiopiiecasdeeft.vt Auerr.ipfum faiTum
cffc oftendimus , qui etiam in com- Hicntaiijsiins 39.40. fecundilibri Pofterio
E tum aflerit.vtramq; demonftrationcm fimi- liter tradere nob.s perfcctam rei
quefit^ dc- finitionem.hsecautem apud Auerioem cft fumma demonftrationis
petfcci.o, qua rna iotno darur.&vttimus demonftiantiu finis, quem adcpti
quielcunt, nulla igitur demon flratio dec.arans propter quid cft, dcbct fe-
«undi gradus dcmonftratio vocari > fed po tilfiraa feroper appellandaeft Si
verb habita animi noftn tatione demonftratio.quamvo I cant pioptcr quid.nontft
potiftima , Hicant^ qu-elo quid ci dciit; an quod ante demoftra tionem eft
nobis notum effecium eilc? cettc quifnam dcfcflus hic fit.no v.dco:in dcmon
fttauont quidcm nuilum ob id defeftu fta- tui mauifcftum eft : quia ctiamfi nos
vel al- tcmmquatiitumvel vttumqi prsecognofca- ■nu^pet hoctamen 'pi*
demOii&raiiocis appellandas ciTe : quapropter hanc appella- t.onis
dirierentiam omnino reijcmus , & eam potius,qua vfus eft Aucrroes ,
accpien- ApptlUii* dam eiTeiud.camusiAuerroes en.malttram A«tmH limplicitct
d.claro, altetam caufa tantum demoufltationem vocate folitus eft ; atta men
fano roodo harc intelligenda lunt. nam fiidcoputct.llam fimplicterdici demon-
ftrationem , qubd primaria fit, & propterea demonftrationis nomen fine vlla
adieftio- nc prolatum eam folam fignificet , non alt e- ram,qua: dicitur caula;
tantum , falfameffe « cius fententiam arbitramui :quiaita fumen- do fimpliciter
, omnis demoftratio ptopter quid dcclarans cft fimplicirer dida demoo- fttatio
, & nulla demoniiratio propter quid potcftfccundi gradu» demonftiat.o
appel- )an : quod fi dictio itla.fimplicitet.de qua-
ftionibuspticedeniibusintelligatur, illud appellationis difcr.me admitti poteft
, quan doquidem aliqua datur demoftratio.in qua a- /./«.#. S'«'mus,pofrumus
forrafTe Auciroem defcn B dictamnominatefoUn , fim P''dt_ t f ' ■ q«i « Epitomc
i„ cap.te dc dcmon- camuT, ole h _ ° u m d^' " a" 0 Verb °
gmficctut. & t || 3s cmnes adm%, m ^ C £ busillam tantummodo.quam haben.l
c.demalem, & ex nobis fumptamd ff tiam radieare v «limus, hanc e„im d,&
t,am non ncgamus, licetnequ* ab AuiCT .C.ncque a Grat.i. ime.pretibus ,a. q uam
fuerit conlide- taca. K r s. IAQ ZABARELLAE P ATAVINI, LTBER DE %ECRESSK Caput
J. qHidftfK£grejfus,& quid Ctrculus, Oniiderass Atifto- tclesinprimo
libroPoftcti- orum Analyricotu cireula- rem demonftrationem, qua prifci quidam
Philofophi o- mniafcin poiTeaifeuerabat, eam omnmo rcfutamt , & inutilem
effe cffi- cacicer oftericiit: ftt autem circulans dcmon «ratio, quando demonftrata
ex propofitio nibus codufione.e* ea viciffim eidem pro-
pufitioncsdemonftrantur.fttqiecondufio- »e ptopofitto , St c propofitione
cooclufio, quemadmodumlongaorationcin iecundo libro Priorum Anaiyticorii
declaratur . Ve- mmiriillaconfutanoncita iocutus cftAri- floteles.vt
nonomnemciicularcmoftenfio- Bem reieciiTevideatur.fedalrquamadroifif- fe.quam
complure» intcrprctes rccipiftes, «: a fircuIS iUo (ciungere volentes tenref-
fum 3 f pe llaiu m. AJij tauicn f 0 g U , B 0C n D modocireulum, fedregrefltim
quooncab Ariftoteleconfutatumcileexiftimarur.t.ta- tionibus ita apparentibus
nixi , « ic j mco j "-dicio ptr fc manifefts tencbras oaiidennt.eamquc
difricultatis , ac dubic*. tionis plenam reddidennt. Ego igitur veri. tatis
amorc dudus , quam abique vlla offii- fcationeomnibus confpicuam efle veilem.
dc hac rcaliqua dicere , Sc tum rationc.tum Anftotcljstcftimomo regrelTum
ncgandum E noneffeoftendtic conftiiui: quod equidero pauas verbis me
pisftiturum fpero , quan- doquidem non muJtorum arsumcntoium eongene, fed Ibla
rei , dc qua ioquimur.ia- tima fcrutatione,& excmpJorii naturaliutn -
diligenti dcclaratione veritatem apcrtifTi mamfuturam cifeminime dubito. Anteo-
Cimh tnnia intelligendum cft, quid per circulum, i"^' quid pcr regreftum
intelligamus : eircului qmdem.vtcxAnftotcIccolligimus.eftCcit F A. demqnftremus
B. dcindc reucrtcnte» cm B. demonfticmus A. Sc vtraque fit potiflima
dempj.itr.tjci, quac per caniam proximam dcdaici deRegreffu, Liber. 4*2
-r-rauid erTcausfir:huncpof- A dum.quod fi tffeaus eft notiornobis,qua-n jed-Kt
p»pK H jQ memorato i ot o c.ufe, & pr n P r.jm inuen.mus cauiam, non
jjbileui nonc" 1 - XJ r . .«..„,. iHj fib jlemnonc f 4qU cretur ide ie ? '
% noftenus, notius, & ignotitts fccun- 5?rn«Lam requcretur etiam.nil al.ud
P er ££_un dcmonftrari.quum ukm ex fcipfo, Cl ' w Tnaraq ad vltimuni
demonftraremus l&"A q eft,h«aut6(bntabrurdan,a- A.e' lc TT -/T..,
pf> inrrr eau fam. & ef- poffumus pofteaa ciufa reg^ediad cff.au. nam f
ptcr quod ahquid 'ale cft, illud eft ma 5is tajeat pioptei effeaC fit nobis nota
cau- fa, ergi-fcmpcr m3gisac firmius cognofce- mus
tffeaum,quamcatifam:re2rei!iigituti \ catifaad cffeaQ nuquam liccbit,ntfi
iminus noto ad magis notum progreflus fut.qus eft
vaiia.&.nutiiisdemoiiitiatio.Secundua.gu. Secun^m^ V. •r- * e t V^orelTus
vero tft inter caufam 1 & ef- ""$_*"
nfndoiec.procantui.&cffcauscft B mentum eft, dato regrcffumh.l ahud p«*. ff
«._«-_- fe aum, e k ufa . quuill cwmftm. pfum oftenditur, qi.amideperfeipfum,
qui no biJ „„ Kij! r.rnprediendum fit. eft proeeflas inunl.s, pnore namq;
proceflu «inotionbusnobis progrediendam fir, * - l* effeau noto caufam ignotam
demo _ rttt _ e . deinde caufacognita abeaadcffe- F |^drmoXnd2VVg?edim
r^t-rquideft. Hoeigicut mter c.rcuk. : & Lprrffuin intereft, quod in
circulo vterque nrLeffa? eft Jemonltratlo propterquid, cj.
ST«cogitabiIfttat,dlim & caufam elTr, &p opter quid fit effVaus, quare
alteto illo ptoccilu opus non cft. Captit Ui. wquorrgrcjfumdari osle,id;tur.
COnthakiam rententiam ex Ati- chrj Jn$* ftotele multis in locisrumin us. nsm u utn
ttpm»- capite tertio pnmi lib. Poflcrioium arju mcncans contra eos , qui
citculum pdnp. bant,rcgreffumc-xcipere vidttur dicKcntm inconuenicns tff ,quod
idem (it codcm no- tius,&ignotitiS:pc.fteafLjbiiingi' id non effe
inconucnies,fi diuerfis mcdis accipiatur no- tius,&ignotius , vtalteta
qutdcni dcmoftra- 483 lacobi Zabarella: Patauini tio fit fimpfiriter
demonftratio, alteraverii A ipfiuscauraisnoretur tunei»^ non fimpl.cuer.fec !
demonftrat.o quod^qua- efux d.m^ftSnon^ndSn^"^ K. fii a i M >tionb U
niob, S . eoB «*r,r Dn ,„„f dert,5ftranc.neege t ,quS:^ r ^ u '^m
fcfiuirerddcmonft.jtione, ,„ "^"f';? 6, ac per ruaracaufiin, c. J(J
norcat U rKl ttln - manotioribus nobis,conceditergo regref. funjjin
quopriorproceflusefianotiorib.no pis,8i demonfttatid quod. pofteriorveio eft a
notioiibusrecunduinnaturamjcV demon- fliatiofimplidtcrdiaa; eandem fententiam
kgimusaptid Arirtotelero in contextu pi, fecundi libn.In capire autem dtcimo
eiiifde iibndeclaransdifferetiam inter demonftra teft vna,& eadem
demoftratio vtraml ram prarftare, vna enim demniidj' ° pe ' reieft,no
Dlurium.-niur^/T „..1 . vn "-"« rei eft,no P Iurium:q U are fi
perhanTdcm? ftrationem caufa notificarur.nonporeft tiouem
propterquioV&dem^^;^; g Mi^S^tt^^ fi X quod.man.f./le regrefl^m fac.t:ex
eifdem e- ccretar, e7 u L" a2l" V" 0 'r.r.l=.n, f Jr.^,.ir. n .
tele itl prtttlO Itbro Plnfe- , , cerum. tillaot, crgo planerae ptope funt,qua;
eft de. mcnfiratio ab effectu:dei„de dicamns-qucd ^^^^'"^^■f ^ P dimcul
tate res ipf, fi bene .„„„ 1 gatur.omnem duhi.ahont.iri toJJct ; idctr"
ergo planeta; no fcintiUant, quar crt ^emon ltratio propte^quid^fi quis autem
veiba A i- co derlaran.r,,^' la Tv "rr l ' J " CI : 10 fcxc no-dici
cxemplitantumgratia, fcd ouia Ariltottlesailciiteuenire quandoq U f,vt hac
icciprncara demonftrationc vtamur,& taaa prioredemonftrationealternm q UO
c,- r. 0 ft e rioremexeifdem terminis coftruaniuVnam fc exempla ranrummodo
vtriufqj. demorftra tioms afferre voluilll.t, non cpus fui.Tctex tibus cogmta
nobis.&qu^ fncognita finr" &quomodo: haftciuis cnim latis Ituem
lm* lufcerei cognmonem iubeini.t3,q UK vtp ro " p^fitos nodos
expJicarevaleamu*,miiJini4* hjmcieiwcft.Inpnmis non tfl i^tioranda di flmaio
illa fatis apud phiJofjphoi t.jta & vuleata, cognitionfft.aduplrx
eft;a!teram dem fenttnnam eprArift. cclliri^n. n n,o« T bVrlff.T "f' tura
,n e ? tftu io ™* ha ^ f ,r rt V ^optimiJ.b.Phyfico.nm.nlTnlK - 'j-iih ui JIJ u
I U (I m,o pr,m, nb.Phyficoium. namin principio t.uUibndicitin cognitione lerum
natu%u lium procedendum elfe acaufis ad effcda, quxcft demonfiratio propter
quid. polLa animaduerrfs caufas ijlas offerri nobis inco gnitas 7
&abignotisnoneireprogrediedum, f,,b 1 unsitta.p-, US ex e ff c
aistaquamnotio. nbus nobis indagan Jaj,& inueniendas elfe, fw>i'.B>
furaquidem.quadoipfimi eife cognorcimus./** 'f f '"^ fedqutdnam
fitignoramus: cifti.,aa vero, %'J£** quandocognofcimuseiiam quid
fit^&ipfius * naturampenenamus. HocdccJararo tttaui stnttft- lpfius
regrcftus feiiem ordinatim confidcre- gngm. mus, & exemeSum aliquod oobis
propctna. musJn m« s - in q "° CTpc e£d»n» nonorem flu iripic'» (nu ' ' cl
ret , P rocabile : iumamus de. dc Regreffu , Libcr. 485 qu i e* r ,m~prunan
dari excffcdu "on1»cfl , C^-.c^ vcrb materia ma- „ob.s cogn ra A ' ccepto
jgitur fubieao pro- ' g ,"'-.u.o-cn^-it'alt«auco,cmpri. «I0.1C.1.C"
eo e . Jenlon g r „ U rca U ft«n B ine "\ P :.| dcmonl atio quod quz ita
fcr- ajS ' » n eftaeneratio .ibieftfiiBicfta ml «i» corpore naturali eft
sener,t«o,er- tC " ■ iiatu. ili cft m ite:ia : in hac de- &?:r:Xor P
ro?ofi«oeft r b^o- L/,,iito'.one minor p— r — : - - W ( t ■ auo uim gerteran
quidem,* uu UC0 «urliia corpora ce™imus,red«u- JLSgnor*".»
.natorvcropropoGrioquan uimus enim rnur.ar.ioae omnem haberefub- iedam
niateriam , non taaquam {{tettum 1- pfius matei w.fe J tanquam perpetuo roniu-
ctamcum mareria iubie£ta: exiftimauius e- nni mutationcm, & materiam nexu
ita ne- cciTim, iunftas efie , vt mutatio Gne matena nunquamuuienniqueat:
piopterea quu ti- la;in corpore naturaltmanifefteintueamur, ex ca coil.C.mus
alteram quoque, quam noB liitjsmurrineodemintrflV. Hinc fitvtbu.us quoque
conclufioiiis cognitio fit cofufa quia folum quod infit corpon naturali m
ateuain- ucnuiius,arq; cognofcimus,ipfius autern co-
ditione«,&naturam,flcdefinitionemignora- nius:h'jiusautem ratioin promptu
cit : quo- num nulla rcs dar alteri id,quod tpfanon ha- bet.tftcetus clt
coafuse tantum nobiscogm- tus.ideo nun poteft nobis tradete diftmaam caufx
coenitionem i notus enitn tpfequod _ . ^ . - l~ J (i*-,-\A Mmr*ri qu- renfu non
cognoRttur .*(h.b!tim;iua!ieon(ideiation. SSqi«t«io.ietpf».n declaratAnfto.de.
\ n!ib- PhyHcorum. i.amacciJeutium Krmn non «demus.atumenre aliquan-
fcalconfiderata cognofciniui iraiaomai ^uut.one effe op .rtere , «in ^.dennum
apoluio quan- Ciuix cogiut.unr.ui ■ -■»— w: • alkiaatamca C
eft,nondeclaratn.liquodcaufafit:noramen ne f.cJcnno- vtipfius caufa: quiaipfe
quoquenon eitno- . .ipfius caufa : quia ipfe quoque r - tus vt illius caufie
effeaus: fed folum vt res qujedamab tHo nunquamiepaiabilis.itaigu tur dicere
omnino neceffarium eft.fi fcm u pfam dihgt nter expe Jimus.effcaus enim co-
fusc eogmtus non reddtt caufim cognttam nifi confuse , caufa vero c6fuse
cognita, dutn : :.i i^mn nnreft dosnofcivt cau- jnnum nn. cuurusc , nuw — p- -
- matit, °^^lcZ ur^taque "indu^on cm il- ignoratnr uuid fit,n3 poteft
coanofti vt cau- ■""»« on « ' "'™ m Soesad Diakct.c* &.
«iciti| eft primus proccffus tn tegteffu lam V.& cogmtio non cftnifi
confufa: quialicct ptsJiciturafucaufafub- Z&jtiat cVuVi eft", fed vt p.ajdicatum
quod- dam neceifanumjflcinfeparabilc. Caput V. quod faftoprimoprocejfune»
Jiattm regredi ad effeclum pofimiu.ftd mtdutm qutndam conftderjtioncm
tHterponiaeceffefit. C\ v s a ita inuenta , videretur ftatim ab '2.
regrediendum ctle ad effeCtum Je- Oiouiirandum prop.er quid fit : atta:nen hoc
nondum facete poffumus : quum enini, vt modb dicebamus .nildetid, quodnonha-
bet , nos autcm P er regreffum quiramus co- cnitionem cffectus diftinctam,
hanc.obis caufa confuse tantum cogmtatradete non ooteft , fed eam prius
diftincte cogmtam he- F rioporiet,quamadeaaJ effeaum regredia- mur. Facto
iraque primo pioceiru,qui eit ab effedu ad caufam , antequam ab ea ad erte- aum
tetrocedamus, tertium qucndam me- dium labotem intercedeienecelk eit.quo
ducamurincognitione diftinaam ilhuscau- Ta: uuiconfusetantumcognitaeft.hunca-
haui neceffartum effe cognofteotes v.-carut nceotiationem iutelleftus, nos
metalc ipfius caufat examen appellarepoflumus, feu meu- talem
coiifiderauonem:poftquam smm cau- faiuiiUninucnimus, coufidc-are eamiaci- q 1 f
7 IacobiZabarcII^ Patauini 488 d_omi...i_ ,._.!... w 'P ° Uiirir, i.l . „_. K
,u junuotiir in iD n,, WU U_ q^omne.forrnas.& om.e pr Zfn ^
c-pcrc.ptantMtaquenul/i^mrw"^ ^ n»tur» , nui;, affeaionl _ j ^ I J ce r .
fccundumprcpriamci u .naturan ) f d 1 !f« mnibusl 1 bera.& im m „„: r ■ 1 u
' 10 «J*» omnia 5 ^ «Ra2S? D ^^^"""^"-iSSE Plomeiiusmrt-
inpn.,,.. 1 . c - ,crn - «atemhabere:h_!r„hr«..o j..i.:.. „ P ote - (,„[■.„,?„'
ell? "■'"Jse_cct„j «-.am . qnx omn.a coJem ftmpto extm!
Plome.iusmtt-lligcntur: « £fnt .L 0 ^„ SntiJi 1 ? m f fe4SS Tm Zt r^ ****** i
non Jum qui- dcm cognofcimus mattriam ipj. us o en i ' non nnir, 1 e "
e,fCl, ' J co^nofcimus W,.™^ _i ^ u : rcltU ," tcsu . raiI1, « s : 1!OC
'iic!mus, mat enam nueniriouiJ_m rEf > cft - or P°ri S nShiS te.es fhi « ° S
enc r«mn, Sj n e mpe vt A R 0 _ re e, ib> eam lr)uenm vtcaufam 3e .cratio. f
r ? ' vbiAnftoteiesagfn. nmc rumpta, dicit mqu rendas elfe e i us «„ f« ,
mdtcatergo effe idhuc noiSl "^ fan ' P"^ 11 »* gencrationh qu.rir J '
br ° Ph^.r.m caufegeJ neratioms non cognofcuntur , fcd caufe m «» en,m n.t U
ral, ptindpia q«SiSE ftatVm h , h, , nlu f r^-P^ndarum pote Katemhabere :
hxcabr q ue dubio ell __t, » ' hu ?c emm fenfum cat^. mn ' S de p „ ma . raat
_. tura dl - cunt0 ss;:;__sr £ rib n m _f OS ; itIOneln "«onxittum
coVm." illa pracedensconfiira quo j mat ,-,; . ? gjnei Mrt P-atiocun^en^f^
e a ;'._ p-t.nuenta: ffc emm paJlatim difcimm .._ locun, ^ gencrationcLbe.t
ipfa maTeria 1 & q U od nam e.us officium flt . >Il __ prmcp.orum
muncnbus diftin.uimu, ofS I ftri_ ft ^ 02 ' ° ffici ° rcd jfLi ° n,am Cmm
Por^rlatcm habet fo7m f omn "fo rm__. _cnL,JI a mce,-ram formam fi w
pra.fcnbit , fed rau. apra efl re Detnum r ? ^ 31 "'''' P 0 ^ ^ P er - eat
& « 'J^v* neCEfl,tate a l'9««ao mtcr! eft «c^ff 0 aI :- UlJ g ene r et
"r: hoc couffderare eitregreirumtacere, cjui eftpoftremus pro- grtiTus
tradcn, nobtsca dtfimiia guiuonc A %9 de Regreliu, Liber. 490 j-ftinaim
coenirionem effcaus, A gicis fcripta fant,e S pendere>»™ »-"un rumu. t
feu v-era Sfnfu^ropcuTtionemmaiore . * iamiam. in , oromptu habemus dcmonftr a.
fi,i pterqurd.propofiDonamq^ub. r^TnVomateriam inefl-enommus, qu* D °; oP
ofitio minor.m corpore natural, «. e i *"reria,colligimus in eodem ineffe
gene rfgSell p^iff.ma demonftrario. Sed
3_9 L'nvn*.w«» — ' « «_ eonfilium in eo libro non eft generatio. «otitiam
tradere per foas caufis, fed fo- vm ,xenita ad generationcm diftmfte CO
Moreend"am,eaque cft demonftrauo pro- Bterquid-Extnbusigitur panibus
necefla- ii6conflat ie?retr U Si pttmaquidem eftde- monflt Jtio qubd.qua ex
effeftus cogmtione ronfufa ducimur in confufam coenitionem ( _ u r_.;f C {unda
efteoniTderatio il!a mtntalts, tur enim ftatim tognofci etiam quid !it,fi ve-
railla runt,qti3e paulo fuperius diximus,cau- fam non poffe cognofci vt cauftm,
nifi prius quid ea fit cognolcatur, quo fit vt, 1, caufr vt caufacognofcatur,
cademfit etiam cognita quid ftt^red primus motor fimulatque inuc- tuseft ex
iterno motu,eft etiam cognitus vt motor, ergovtcaurajquia dicere motorem
eftdicerecaufam effcaricevii motus.hocau- ,.,irr-fcituralio fiwifto exem- flo
ex ottatio l:bro Vhyfi- corum. HAE C omnia, qun de regreiTu , atque eiuspartib.
diximus, pofluntaliis plu- ribusexemplis c naturali philofophia fum. tis decl
Jrari, & comproban; nobis autem tf- terum foium acciperefatis f,t,iii quo
tota ; re. Veritisapertiflimc conrpicitur; idq. (umitut ex oflauo libro
Naturalis aufcultationis , quemlocum diligenterconfiaerare iieqjin- utile,
ncqueifufccpta prouincia alienum e- rit ; q_a_doquidem non eafulLini, qus ab A.
nftot.alii.q; prcbacis authoribus de tebuslo quum videatur eode proceflu fimul
demon- ftran & caufam effe, & propter quideffcaus fit. quiaeaufa ftatim
inueoitur proutcaufa cft.f\«tamen,(lbene rcm hanc expendamut, s,Uti*. id minimeverum
eft:nam eftquidem motor caufi tffearix motus, fed a-terni motus, qui
eftfpecie*motus,proptiacaufa non eftnio- tor late fumtus.fcd motor certis
quibufdarn condicionibusp a.ditus,perquai vim habet E mouendi perpetubjhis
^giturconditionibus it-noraf.s no ci-gnofciturprimus motor e(Te caufa asterni
motus nifi vniuerfaliter,& con- fusc, h_autcm primi mototis conditiones
perprimiijiiil!u,quem diximus, proccfluui noninnotafcfiJeo nec ftatim regredi
pof- fuinusad JfcunOi mdum propterquid fic ipfe rterni^Blotus : quia motor
eftadhuc confuiicos;n»,; propterea necefle fuit A-
riftot_entfacer^nicntalemill.im confidcra- f tionem, ftu ncg\>t:at'0'iem
i>,,tlleaus. qua conditiones effentiiles primi motoris in lu- cem
proJirent.finon omnes, filtem aliqur, f.ilicetilU . quas aJ cognofcendam caufin
a::ernimoru. cogrtffcere nec ffnium crat: facit hoc Ariftotcles in pitticula p.
eius li- bri, dumoftcnd:tpnmummotorem,qui x- terni motuscaitfaiit,immobJem
pfnitos cf- fe dfcbere.vtnequeperfe.iiequ sxa ci Jcn. tifitmt.bili^quor.ia
vidrtiitis motores, qui perfe funtimmob,les,cxacc dcirti autc rro-
bilesjnonpoflemoucreperpctub: _eindeio H 3 491 lacobi ZabarellaeFataumi * p- ™
m «_l_ VIVU Ui JllH ^terno lrnraobili ad motum pnmumxter
nun.,&el.demonftratio propterquid Cae- ■'■V-r IigeHtiamnon eftilJeatio
pr__te.eundum ar- fJficium maximum Ariftotelis in eo Iibro a flernme cognitiij
quod nos primi, {fnm eum Jib.un. pubiic _ interpretaremur, decimo ab
htncaiinopa.efe_imus,qu_.runtn.ulti ratio nem tractanonis de imparribilitate
primi 45>i «nnS^rt" 6eitini «««: P'*™» A «nctusmateri*, «onpofTkfaW
raobili ad motum Dnmumnrr a»t*>. „„ ' : ^ " lalt *Wex lcC j_ — ,
_-~.i--__i_e._rev- . denti non moueriad moturu m_.-» f tamen Ariftot. expnmere
non aufe If hoc vidit efle conditionem fupernat^ tranfcendentem limttes
PiivfTcos ,h ' * moderationc eana inSnuare fltis'hah 0 ■ ClJ,,l ■uodut
ioqv.endi.quo ibi m.urMm^a ,Vl nam diat «edibile , _&, qu6d D.im us "
" t! sternus, quum rcmpcrmoueat, r_o„ & modomobilis nea- ner fp r.»,r
i uun I,tv 'lo -notoris, quara ,„ pcftr.mo c ius bbri cap.re B his enirn
paucisv^bi! m^nt2* m" ldenti i Jegimmj.nhac vna plunmi confent.unt:Ito
CderarionPm ' n_"__ lf m !"f ™ «»_ pus eratprarcipuus A.iftotelis b
eo Jjbroa-. Rered-p.ime__.erno raorore: ideo caputil- iud vl.imum eft veJuti
terias Jibn coronis, & apC n ln .¥ oArlftot f ' COIum ^gerc poflumus,
fit )& qu £ fitcaufa P etrerurmot u \ & & rr ?"T± U ^^'T^P^'™
« ■ U_ -j_llJ Iit,-.qu£i.tcaufapetpetuimotus,&eam ef_ femototem lmmobilem;
caput itaquevlti. n-.um.quodpofteum Epslogum Ie2itur,fcri ptum cft ab
Artftotele qt-afi extra p^imatium «uius confi.ium in eoJibro; &ratin, qux
i. pfnmmouitjfuiteheccoer.ouitA.-iftotehsil Uidmemise?,amenleuiter,&
imptrf.cte fa_ aura eife 111 contextu ji. ideocjue noa bene cogn.tam eueillam
primi motoris conditio. ncm, perquam eftaptus mouereperpetue- pfoindedcb;lem J
& infiimii fuiffe regr.frum a caura non bene eognita ad efTecTlumicondi-
tio enim primi mototis, perquam poteftfa. cerc-eternummotum.efthiBc,
qubdeftati- lunftus amateria;ita enim fit vt 111 mouendo iion fatigetur,
&.peipctuo moueancondu tioncm Iiac Anftoteles in contextu S u valdc
lemterattigit; roium erjim dkit,primum mo toreru non eflc vllo modo mobilem
neque pet fe.neque cx accidenti, quod figmficabat jffumelle
ifliatetiafeparatun.; ruo. £ e ft ct neque pen.tus lmmi/ram traitatioin natu"
rali. Neque id rcprehcnfione viia di S n_i__.
elt,quandoquideni ficuti rerum omniutqua. * m vmuerfo funt, admirabilis eft
coJliEatio & ne^s^ordoiitainrdentiis conringe,, „ e . Se!aii ^ «fJinri
fuit,vt colljgati ciTenr,& mutu._ m fi. bi auxilium prrfatcntjdiutna quidem
fti^. tia quantu m artaturali muctur, in Jibro dng. »«* dccicno Metaphyficoium
legere poflumus; m,&eam reddit modo quodam natur.le m quatenus eam
confiderat vt eauram acciden-' tiumnaturalium.nempein oftauolib I J h?
hcorum,vt caufam *terni motus,& ,n tcrtW W.a»
libroaeAmmajVtnientishumansiIlumina 1"». tncem,& cauram noftra.
inteJleaionisiTtto- que aatem 111 Joco Ariftoteles coafitis efkali.
quasfupernaturaJes eius condittones attin- gerejeuiter tamen id fecit.Si magna
cum mo dcrat-onej&abfq; diligcnti carum declara- tione, Tt quftque
ludidoftis, atque erudi- tus vir vtroque inloco infpicere potefljno* eram
fausfuperque de his locuti fumus; hacc aj-tem omma cum d.ligentia explicare
volui mus.vttresillatin regreffu neceiniiisr partes optimc cognorcetentur. Aliaquoque natu, raJia excmpJa
perpendere poflcmus, qux a- Uis eonfidera„da,& cum his.que de-
clarauimus,conferenda re__ linciui__iu_.. de Re^refTu , Liber. 49+ 4P? rrrr
tzoitresmemoraUPartesm A coilationem eaufe tnue_t_.com cfta«,e* r^»^ r1, ^ / 7
„_-. quoinucfltafuit:i- -«««fff /T« finonfcmper tempcre, 1 -i- ' rtantur. Q __„_S_-S£rf*5 b
o».(i«. . foJum - Sed neque rationr maie. •Mten* t,x - mi tetn namq;
demonftrationis eft me djuj ; terminus, r x quo vtraque ptopofuio «nflatur , vt
ait Ar.ftoteles in 4 8. contcxru fecund. Jibri Pofteriorum , & vt ibi
deciarac optime Themifnu, . materia qu.deru «rculi torafimiliseft & elu
rdem senerii.-quoniani in vtroqj progteffii meoiura eft proximacau. ia maioru
exttemi; vrerqueenim eftpotiffi- ma demotiftratioj tora igitur circul. proaref-
Uo effra caufa proxima au erTectum : p. omde f It per vjam totl Itmilcm ,
qualis eti circum- ierentia hgur* circularis : norato enim in ea
punciofipcreamahquid ab iflo puncte mo uearur,tranf?tpervia m ,quitor.i i:
,L.i-Icmfie- r.ens eft, doncc ad idcin punctum reuetta • At,n regreffii via
nontotafiroil.sr ft, cognmonem.; igitur ratione &„i s 7onT "1
regreffijs appellari drculus, " P° tni- uojic etufdem defini t peifecta
& diftM&Tjeft: cogmuonc d.ftmda; nec ditimus tilum tfL tura j fcd
aiTcnmus arnbo nobis noti^ra tu > Aoerfistamenmod.s eflcdum qu.demMV* ' fuse
cauftm vero d.ft.ndc, & fi^uti p" , aumconfufam cauratcoun.tmnem
admifj; m ur,.ta pe, caufam ad diiWam cffS gmnonem perucnimus. Ad fceundum™ D
gamu,- regreifum e fle proceffumab Z cm ^ ad .dem ; ei,«n,m a,confufa ad
diflinaje,^ dcm re, cogmtionem , a cognitionequod fir quareeitprorfusabeoderr)
ad.dem nater igitur duo hgcargumentaab Ariftotele cot J tra c lr , ul „ m
3ddu£UregrtflllJ aono{E g£ i oHremum argumentum erat jln priore pro-'ujr «ffi.
vel notum nob.s eft caufarn P £lli T " nr^^T ' ^'^«m ;fi notnm ,erg 0 . n
wc1 ?' no " ine.dodetnonflrweJL aZ ' verum « ia rnpropter qmd ilteffc- n e
U ;eft U ^ POfl£nor fu P«««»- eeflu vtipoffirmus, quum maior propo ^ io , iVnM
qP r" ^«""ftergo afinus.-quu E S ""fimfumiisnem efTe.
Adhoc dicimus, lgnoran a nobis cauf , am eJl; ™ mi u- U,n P« 0 ^pre.tcjTuvtimi
J t ; TnlTT ° blK1UD " r S° Priore proceffu Uinon poffumusjqu.amaiorem
propofitio- nem ignoramus, ncgandum eftboqfalkx c- fimpJic,ter:nam eft quidem
ilia maieraliqui. rauonc rgnota ,.non tamen fimpliciter,& o, mnmo
,gnota,fed aliquo etiam modo ccsni- ta,quancum fttis eftad demonftrationcmah.-
efteau conftruendam. Similem crrorcm ob . iect Anflot. Platoni.& quibufdam
rophiftis m pnmocafiKcpriiuiftbiiPoflttiozum , ifi^ naiaque deRcgreflu, Liber.
49* e ...«ha.arcnmentisnixifrienriani A nem adduftus.qno oftenditur Kwcignem
»^«»« W K„Kn^ qui* noueognofce- dari . quem non videmus , non ofawL.ur u .._
_an oftendetjani^ i . J> f . rt , m gnem Gmpliciter dart j id enim notum eft
, & fcnem effe eaufam fumi. Proptereaficxcm- p°o veriore vtamur.nullus
remanebitaduer- fariis ciuiltandi locusj fumamus igiturde- monftrationem
Ariftotetis in pnmo Iibio Phyffeorumjciii* talis eft : Vbl eft generatio,
ibieft fubiefta matetia: atincoiporenatu- .-_ I_ i , _. t rnlfC. non ^luro
darTquoddam intet peTfedam *J_2 o nem , & perfcftam ignorantiam, reK°S mt -
:_.., ««maue eft cosnmc H , ™* - , - re, '-f" u ippe inter vtramque eft
cogmtio S*__ft qua. ofita illorum eauiltauooescor- f0 Hunc cudem errorem
aduerlarns ob- B*_ „oflumiw : dicunt emm,vcl notum no- -■ _> DOl Uni u, ■
_.-- — - . ncc V ,(Tc caufam tuml, dummaiore i_i c« w"™ . pi.eW ,f
Snqueeft fun.us , ibi eft rali eft generario: ergo uveodem eft tnate illam
fumimu: s , vb.ct. aqLC feftlm „ otj B rf ailt ? hafie demonftrationem non eft
no ^*$^L^£tmMu*&. bis'notum, qubd rnatena fit caufa genera. ^S^f^r 8 ,- P
e_featfite«_* tbfC.oec^nj^^tarf^ ffefletogmtumFcpter^id^s , oe
recundi.piocefl\u:fi vero piorfus inl m! ex ea maiore fic ignurata polie .
ftrari ■ quar nos vtraque concedimu», ,doc.uidern neque ommno ignoramus ' qU !
«nft onem, - nexum harum duarum te- *° fi.rnr &i»nts,redeamanteanouimus J
tinn, . r> rw, _r,_m habemu. . aui_ l . ' . l % . iik - *._»•» r — n _ »
pofitio maior, vbi ^eneratio, lbi matena, fed confusecognita: prxnofcimus emm
eE. fe cum omni mutatione comunaum ex ne- ceflit.te fubieaumaliquod,
fednondumvt ipfius mutationis caufaiit; idquc ratiseltad demonftrandum qubd in
corporenaturali | mateiia infit; quaudoenim du . nm rerum monnrdiiu u_in»*
_„__.-- . tercaufam etfe oftendit, vt dicamus.eftetius eff, ergo caufa eft,r e
d horum duorum cone- ku in maiore propofitione aceepto, oftcndu mus in
rubieftoaliquotertiocaufamineliei propterea quod in eodem ineft efteaus.que-
admoduminlibro noftrodcrpeciebui dcmonfttationi_ eopiose de- cliMuimus- *T
finmii. ignem efti cauram fumi; fubieao aliquo e_tftere ^ cm ™>™" l g-
iLfir _*i. iib c r fiP ituT habemus fumi cognitionem, mus alteram quoqucm eodem
™f'> d £ flt Sq-re per pr.orem^lumpro' monftratio namque abefeau non fimphcr
"tm 1 demonftramus niff jnhanmriam ™,riinfubieat>»nondi_ii nouimuseam
ei- 2 dlius effeSus caufam . neque nos hoc ex- Spl-m perturbet, quod
videaturante U- t. ffl demonftrationem notum nobis effe , u tnem eiTt c. ufam
fumi : quoniam ea non eft l&nftratio, fed ryUogifinusqiiidaiD par- V
ocwans, exempli gratia ad r« dedatano- r 1 ?i 1 s. IAQ PATAVINL LIBER T> E TR IBVST KJECO GNITI X
Crffftf I. trisejfcadfummtim , i»«. . /r « - °* Oueade- fiatiotirm.quam vocant
quid "gnL verbbAufWlis mjniftfW e ft ™ VCl « cit efTej,, *cognorcend um
qujd f?" " on *» erentralem q Uoqiie definiti ; n '^ nim oonnfln'.^
J.,.;.r . . - , f .„ S^ncare no autcm ad nomen , non ad I rero of " 6ea
" Qfio J auwni ipfum fubteftum 5r,„ 0 P n i- E
fubieetumfaetiatuJeeflioportet qu cap vlf t J Pofter. dicebatfcirnria. de
entetfi, f tb ' ig^nota progrcdiatur ; atqui ignota fccun. dum ipfam terum
naturam accdentta funt, eorunique per fuas caufas cognitio precipuus eft
fcientiaiunicontempiat!uarum'fcopus:in trjbusigitutomnisfcietia^erfari
dicttur,fuh- kao,affeclioriibus,&.priiKipiis. Hocautem de folis
coutemplatiuis difcipiiaii inteliigen- dum c[i,de liis enim ibi loqiiitur
Ariflotelts, non de aliis, qua: operatriees vocantur,in- quitenim [tmiii
itwtnfttMiiutfiiuninj atdt- fciplinat operatrice* nequc demonit atiua:
fiint,nequefdentia;appel]amur,vt Atiftote- les docuit in 6. libro de moribus
eapite ter. tio,& quarto ; quia Snem ncn habent feien- iiam , fed o
peration em , & a n oti cne fi n i i ad prfneipia operattonis iauenienda
progie- •diuntur: ideo flnisin eiseftterminus, aquo; prindpia verb,
tertninuEadquem ; quofitvt ex hirum diftiplinarumfcopq tria illacolli.
gerenequeamus , fed aliavel tria.velplura C difciplmai verboes opcratricesinik
USi tribus.iB quorum coijfidtratione verfentur, nobis fiunr.,deori= hTv x, „ W
' I 0 * «finem, principia, &fubieaum,veiutiinar- te medica fanitatcm,
auxilia, & humanura corpus,& FortarTe ctiam plura :ars enim me- dica,
in fignis quoqtie verfitur$fed etiamfi fs. teamur; illarti quoque arrem in
rrtbustan- tura verfaiij fatisnobisefifinonfinteadcm tria, iu
quibuJverfanturfcientia: contempla- tiu^, fed alia^quaT adopetationeni, nonad
fciinnaradeptionemdirigautur. Quoniam D ommbus,quara>nfider a ntur, fine J£
■ iguur diftum Anftotelis fohscotemplatiuis bus, (lue principiis flibiaccr
ttitamZ , ? . r/i-nninnMMnnnA — — ~- J. _,(:, o, p* j ,„_„. ." . I U Jm
°rH tlJU cntetite a„. ' veto m gencranoneverf-N , quod &um no.mUbronoftro
denatura llTcl J" Iigenter cxpendimus, & rcienria.on.nl- tebus
ncceffariis, quat vd pe r ft fempe^ '° velanaturaproGUcuntu,, vcrfari ofted™
" ' difciplrna. verboes operat„cesin.j s aobu fiunt, ideoq; elfe , &
no„ effepoHt S^icaum.glt^fc.enti^fpecnlat.usS «fieens ) SnecelTarium,&
pra!co"nitum ^ P 'W*H quid nomen fignificet', tum .etiSmSS"»^
iedquarmaxime omoium pra-cipua e ft r n k ieai conduto , per quam & l pri
„c, P11S V aff.aiombus fepar^tur .AilT. ^uT^l yocabub figmficamr , f u b,eaum
en,m elf I Iud, quod toti fcientia: fubftratum eft L fci .-ntiis aptati poteft,
nosquoquein eius di- &i exanoinarionc, quam in hoclibrofacere
Conft]tuimus,roJas.contemplatiuasrcienrias Qrdt Hcin- conCderabimus . picrmus
autem quatnam ttenm, Cnrtunifubieaijtiimaf.eaionum,tum prin_ cipiotum propri-e
conditiones, vthorum v- cu nquodqut in fcientiis ab alus duobusdif- «tnere
omnes poftin t,nequc principium a- iiquod^veiarFeaionemjVtmuItifaciuntjpro fub .
do fcientia. accipiant; deindequomo. do fingulum iufrietiatraaari dicatur } 8c
quo- m .do p; -.cognofcatur , &-an poftint ea o m- ma in fcientia d
cmonftrati , an aiiquatatiim, & quomodo id fieri cotingat explanabimusi
& li quid aliud ad plenam horuin trium in. tc'li|entiam cognofcendum eiie
mdicamus, III jd breuiter explicare nitEmur, vt nihil, quod hac in re ad
mftruendos ftudieforum animos conferre pofie vidcatur, lntaflum relinquamus.
Caput 1 1. de condttionibm fub. ieHi. COnditiones fubieai fcientiae fpecula-
tiua: ab Ariftotele in Pofterionbus A- n-j)'t.cxponunti)r,quarum prinu ea cft
vr fit prajcognitum & quid fit & quod fitj dicens autem [fuidfit'] non
intcliigitcflentialem definitionem , quam noftri qmd rei appelia- baffs,&
fundamentum ; ,deo qu.equidconfi demur earatione quatcnus.n alto ,nefi id nullo
paao fub.ectum in ea fc.ent^S poteft Qj.on.am .g.tnr fubied.m tr.ch rer vta
,isrubiacen.s,neceil e eff horumal,, no- ta efte, alia ignota, vt totus
fcientix labitin boc fit conflitums.in tranreundoanotitad ignota in eodefubieao
propofito - ,"2 E ijgtur affea.ones fubiec^um habeat^nS elt,quar lUi per
Te inb Ir e at ,ac de illo dcmon! flrenturmam h^q Uum a cauffs, ae princip,,*
luts pendsancnaturahter f u „t ,gnota;-&-of quehis ruperuacanca cllettotafcieiinscoa-
ttructioi htsemm fublatii auferturdemor,- ftrwiorptoindenullaibfcenuababerur.aL
feftiones autem ignotaj demonftrari de fab, leaonon poilunt , nifi ex propriii
principii., qu^fecundurnnaturiipflsnot.orl, aC pno' ra /" nt ' n «fpni eft
igitut vrfub.eaum-. affeaiones habeat.Si princi P ia,a quibus affe-
ttionesemancnt. Has omnes, quaihaSenut raemwauimiu, condit.ones ita neceiTarias
eilemanifeftum eft, vtquaui» earum fublata omms fcientia de medio tollamr. Duas
aliaj X« i* fit- conditionesmultt adiiciunt, vnam vt rubie-/'* ™*" aum
habeat fpccies, quam ex Ariftotelc fc-^**'"J" munt tn parocula i j 9
. primt librt Pofterio- *"* rum , vbiba-c verba \es.antut^m eit umf c im.
ui tfit , fafafft g tn,Tis , out cum°itur quod fobie. A .caom fithomo.pars S^
da ™ eft Jf''f fcicntii, fed non vt fimphclter fit lub.tdtuoi Wbet
hibe.eprincipia, &a_.eaiones, ftuItl Pft [becies. Sed ea BOfl eft mens fcP.
,I, ^ti eoWo.quumipfc ibinon id IfJvel.tquenamco-itionesinrub ££ SurU d.
vn.cate -m^c.en- liiloqt r U nUmTuVcm dubuare de hoc aKqub po SSfXmutai lunt
res, qu* m vna.ae ea- _Mentia confiderantur, perhoc tamcn **£
nmnillatoentud.caturvna; faen- *°" cnim naturaUm vnam cffe d.c.n.u., B nfs
eonfiderei prima ? nnc.p. 3 ,& cce- fem " n «m 8c alia plurima eiulb.cd-.vnde
^Surfoennamnon efle vnam ex V £^S.= iueoA.ifto t etc S ad hoc re- ItlCtllldC,
ICU IIUU T V wp.^^-y jjf? fitilf fcietix. Altcram coJinont m addunt, vt iubie A
( « _ m . I . n4 lnnnm/ 1 1 J icieti_s. ..ut-ai-i __*-ii«_'»»v_.. - (tj
ctj.ditio anm fit vnu vcl vniuocum,vcl _nalogum( iia cnim id,quod ab Anftotele
ad vnum,uueab foentia dieatm ■"-» O " oibus rubTefti.c*
vnovocatur,vcfanum S-^s.ipfifatlsimpfo- gfoquitur.no de ™"J" 0 ™ prla
appellatmne nominare confueuerunt) i"ou« vnam effe frientw Ego vero hac
quoq; non effe cod.tion em pu B to.quum eapotiiis adfcietiam vnam conltl-
tu.dam requiratur,qu.tin fimplic.ter ad lcie- tiam.fcuadfubiedtun. fcientisc
conSrtuen. dum: etenimnomenafquiuocunijVt canis, h vi commune quoddam
funiatu.jmhil elt.nili noniL-r, foJora , quod ntque pnncipia. neque affeftiooej
habetj fivcroid,quod l.gn.i_ca_ tur,fpeaemus,illudnon vtium eft.rcdrouita, eaq
; fciennam conftituere aptafunt,eth non ^ ua r e
!""l"^„^fri"jnmmodo mo.ato loco ArWl^qui non dtx.tfc.en
ELri* vnitatem nonimpediri, dummodo £ aum vnum fit, Gquidem fob.efh vmt» fun
rerum confidera.arum multltud.ne o nnnie feruar. pottft. nec Orepiignat.quan- S
omnia ad vnnm fcb.eaum tanquanv l v namradicem,iquaprodeunt, reducun-
«r-qucinadmoduma-bore vntm vocamus, Lx'X rt »Jicet multos habeat ramos.fit mul-
«fol.a,&multosfruauj, dummodo haeco- H,niaaiadieevnaderiuentur, 8tin ea
.uean- turdicuntur au.em multa abvno fubieao denuari, quando aliquid eius funtj
nempc veUffcdioncs, vel principw,veK p ecies;hxc
cmmplutaquidemlbnMamenfaennieviii. tatem nontollunt.fi vnius^keiufdem fubie-
ftiaffeatones,S:principia,&rpecies-int.h?c kitu. dicitibi Ariftoteles
vtoftedat quicquid Mfcier->ia coni.deiatur 5 ad fuhieai vnttatem redi_;.: ,
quumaliquld lpfius fnbieai fit,non morato loco Anftoteles^qui non dixit lcten.
riam effe qus vnum fubieafi habeat, fed fciC tiam vuam effc, qua: vniusfubiettt
generw fit,fignilicansvnit«em fubieai no^dfubie- aam fcientiE.vel ad rcientiam
c-onftituenda, Ted ad fdentie vnitatem cfficiendam requin. Vt iPttur aliquid
rci e tiar contcmplanua: fub- C«.it-«n» ieftum Gt,h3.etantum requitnntut;
pnmum>»»« quidejvtipfiimper fefitens,hoc eft vt Mq^»»- D humana cogitatione,
vel operatioue tam exi ftaf : deinde vtfit pracognitum 8s quid no- itlen
fignifieet, &quodfi^poftea vero vt ai- feaiones proprias habeat, propnaque
P»n^| cipia; acderaum vt eius confideratio null-^ alrafir,quamprouthisomnibus
tJquam ba- fij,& fundamentum fubfternitur, fed non vt alten inheret; hoc
enim omnino ipbus con- diri oni,ac vo cis fi_;ni ficatio n i tep ugnat; quic
ciuidautem mtonon inhxret, id ad fcientia, 1 ... __■_.-, _-. A __:-. a_tb n_y^n
r» n j rcd.g,, quumaliqmd ipfiusfub.ea.fitinon ^ aa d ™bieao efc
^«™nonpo.i./.«r&. W f 0b ,ea, cond.t.ones enumeret. quod qw- E qu«d UofubWt
fifti » P Mndum>rfefcb .A^« *• dem.pralocutio demonfttat: namcumdiC.
tanaione loquitur.dieens, quicquid trafta- turinfcientia, elTe vel fubicai
pnncipium, vel affeaionem, velfpeciem: atfirecenferc febieai conditiones
voluillet, coniunaione potius vti debui-Tet, dicens fubieaum habe- r* &
fpecies,& affeaiones, & princ.pia.Nos igitur dicimus,non efftrubieao
neceffanu, vthabeat fpecies, fifubieaum fcientis effc ciebeatjfed folum fi
debeat effe febieaum to tius.quod diftinguitur^cotra fubieftum pat-
tiSjhomoiiamq;ln-imafpecieseft,qU5-nul- Jam fub fe fpecieoi habet, fctentiam
taqien poteft coftituere, quum de ipfo multas affe v aiones ex p-op.iis
principiis demonfttare pofflmur; quuru enim princip.a, & affeaio. nes
habrat, nihil ei dceft quo minus de ipfo (tientia conftrui queat, dummodo
Gtnotus ftquid nonven figmficet, Scquod fit; eata- mtn non dieeretur fcientia
xotalis, fed ("vt vvcaatj pittialiiifcicauaemm, in qua fub- iq ux ce
iiioiuDit-io C n, K»""»-"r- 1 f. fi , t „ iilt diut :
teft.Pritetea non eftignorandum,taleiut../ ^ ieaum duas habere partcs;
vnam.qujKma.v r teri3_iocui_itenet, Sdimur res conhdera- ta;altctam, quse loco
formafeft, «cvocatur inodusconfiderandi; h-ecautem parsprseci- puaeff;
abhacenim ipfa fcicntia conintui- tur,|&pendet:abihacaccidentiaomnia eius fubieai
ptopria, propriaav psincipta tanqua ramiacommuni radtce dcnuaatut: nam res i
cofideratapoteft huicfcienti_e cum al.is di- fcrplinis efle communis: atmodus
coniide- randi cuiufque ftientiar pfopriu«eft,8tfub. itaum propnuetfictt,
vtfidicamuscorpu» quatenushabes prindpiii _notus,e-fefubie- au ph.lofophiK
natufalis.totanaqvnaturaH- fcitntia in corporibus verfttur: attatnen non fola:
quiaetiam Stereometriade corponb. eft,-4 aitts quamplnritna. in corponbus ver-
far,tur;fedcorporis cofidcrano quattnus in fei pfo habet naturam, qua- motionis
princv- pifi eft, fcientia naBiraUai conftituiveau-t^. Iacobi ZabarelkePatauini
503 feparatabaliisommbusdifciplinis. Quidi- A oerf* froin. r ■ . ^ 0 *
gicarfitfubieaum fdenti* ccmtemulttmz P^ r r &ef frnt, a I,ter inh*
rens & aiaumeft. temputiu*, a^q.eflentiarri propnami|l, us , rut fcqiKnii
fic emm fcienti* vnita, quandovnofub le aocoftit U to,'vn ani fiicntit»,iit qua
lftj£i- Hio,nsn po- ttftconjldc- r*rir$ fitb- it.htn. Gaput tJL deconditionibui
affeclionum, ■& quaUfnamfit earum confideratto m fcientia Jpecuia- tiua.
ACc identivm au.epropric.ru ea B eft conditio.vr rubiedo inhxrean t,& vt
tanquam ipfi intizrcntia confideren.ur.fieut enim fubieat cfiditio eft,n taquam
aceiden- tibus,& aiTeaionibus fui. fubftjm cofidere- tut,iusccidentiseodi-io
eft, vtno tanquam fubftans.fed potius contta taquam inhxrens trafteturj&
queroadmodutn natur_e fubiefii repugnat tradari tiquam alteri inha-res, ita
naturas aecidenris rcpugnatcofiderari vtal- ten fubftans ;
quiaIicetfieripoflit,vtfubitd5 c alkuius fdentiae 1? t alreri ret i.ijia:reii_,
tame ji.fdenria, in qua eft fubieaum, non poteft
fpnfiderariytinha-rcns;quemadmodura et- iam fieri poteft, vt id, quod in aliqua
ftientia conf) deratur yt aceidens,& in fubiedo inh-e- reosjfit etiam
tale,quod alteri rubflet , no ta- men ita,vtin ea fcientia_ in quaeonilderatur
vtaccideiis. confidcretur etiam vt fubieftu- nam msgnitudines, & numeri,
flmpliciter com. Ioquendo.a«iden t iafunt, 5c n (bbi/a" „ n
S'™^?"" 6 ™ ™«nri"«.id«o£ h^en^inrciennis tamen mXmatfas -
^TrTJ^ ^'^«nitio nun^ . I ' ^ iuuicuu 1 1 1- ha.t enr, m fcientiis tamen
mathematicis te- ^ n en 1 1 ocu m fub i e di, & co nfi d eran ' u r vt a
ffe- 9 ftionibusfuis fubftant.non vtin rubieftoin- h_erent:eadem in fcientia
naturali confidera- turvt acddentianaturalibus corponbus in. ha.rentia,non vt
affeaionibus fubiiciuntur, proindem fcientiismathematicis loeum te-
nentfubieftijin naturali autem rdentia funt afftaionesfubieai. Ex his
colligimusjfubie- fiumtn fcientiafua nunquaro poircconfide- rarivtaccidenSj&afFeaionem
nuquam pof. fein ftientia,inquaeftaccidens, confiderari vtfubief-um;
fienificauitboc Ariftotdesin primolibro Foftcriorum, quando dixit fub- ieftum
effei.lud.dequo demoftrantur pro. pria accidentia,accidcntia mb eiTe llla , qus
deiprofubiecto dcmoftrantur, Scdipfa no- mitmm fignificatio hoc
declarat.fiibieaum enim eft quod alten fubiicitut.afFeaio verb,
&aceidensdicitur id, quod alteri .nhire.- propterea Ariftoteles in
particuIai/S. eiufl demlibrifernsonem facies de magnitudini- bus,5c numeris.qua.
in fciem.is mathemati- cishabentJocumfubieai,eas vocatfubftan- tias, non
vocataccidentia, quialicetfimpli. citerloquendo accidentiafint, tamenin lilis
fcientns confiderantur,non vtinha.tent, fcd
Vtfubftantaffeaionibus,qua.ipfTsautinha- T rent-aut faltem attribuuntar.
Pntcreacon- ditio arTeaionis^ft.non folum vt tanquam irih^teas
confidetetur,fedetiam vt tanquam r -«-utmidiiter intia?rens * . atq ; efTentiam
propnam ilJi", jl ^***, f^quensi fic cnim faentia: vnit a , r &i c ° n
- quando vnofub^efto coftituto vn a !! rUacDr . eft,quandorubvnoc6fiderand;rno
Pichenditur) reliquaomntaab co t3n acoramunifontederiuant^qujd^^ petfe
hrrere.declaratum a nobis de propofitiombus necelTariis. Efl , * lli>r °
fecttoms cond,t.o.vtqu,d e.usnomS^ hcetjpravuofcaturrquod autem fir a,, r r -^
1 ' guamobrcm fit, ^o^n^T^ figntficatK^em ignoraremus , n, deraonftrare
poffemus; fi vero et \ 3 T P US eftante demoUmtoncm perfel nofr d mus,
fnperuacanea omnis demonfl fat ' % fet, qua^oquidem ofilcium demo 0 ft ra t
ff" nis e ft oftendere propriura aedden" n nl lefto inelte pet fuam
caufim, efle au ^ " > ndentis eftinelTe. Quandoautern d1 ci ^ n
prsnofcendum effequ^d nomen Ggmficet, non intelli a ,mus perfed^ , .»(
definitionem.effep r ^o g no P f C endam^ mmeft dernonftratio P ofTt.one
diff^^T* necpoteft nifi tacta demoflrat.onem hc^"'- L
prodire^proindcantedcmcnftrationcmrn ^ V ** gnitaeflenonpotefl.i.iq; afferere e
ffet E u gnant,a dicere ; fed nominalem accidert tudefinitionem prscognofccndam
efiein te]lig,mus 5 q U a- caufam rei eontin ctjidtodu* pan foler; qua; omn ;a
nos ahbj fuse flc litli genterex P Iicauimus.Exh, s , q usn,od6d, XJ ';,4i Jj
mus, ar g U rncntum Tumuur ,d ld com piob i W, t *T' dum,q U od paulo antc
dicebamus, naii fi a f. U i.cT tethoquod ficnonprscognorcitur, fedde monftratur,
vt inquir Ar.iioteles. eraonon^**-" *f- poteflefJefubieftumitieafcietia,
inquaeft afteaio, quja fi effe , f u b jeftum , fe que r erac Jubieflum ,n
fcientia f ua demonftrar, per E caufam.quodciAriJt. & commun, ommim
philofoplioiumcofrnfioni aduetfatur Pof mus auten, in afieffionum
defimtionibuj! quasinfcientiislegimus.hocinrpiceredn^ emm fempcrfubiecium
aftcaionis exprimi. tur; «qni vtrerdefinitur ,ita confideratur, ergofiabrq;
fub,ecto definjri nequeunt,ft! quitur vt earum confideratio aliaeffe nort
po(fit,quam vtin fubieflo mharrent. F Caput IV. de jptcitbus & conditionihm
Pnncipiorum. PSINCIPU verojrjfcigriafpeculati- J. ua multipi.cia fiintma (vt
inqmt Arifto. in pnmo l,b. Pofteriomm) ahacommunia iunr, quidignitates vocatur;
alia propria, quar .n fuppofittones, ac definitiones diu,-
duntur.P„nc,piaqu,dem comunia demon.^^.j. ftratjonem non ingredit )ntur , f c d
ertrade. monitrationem demonftrantibus fnreruiOt:f!™er aliuc medtum notiusno
potcft, ob id ea ffne probatione fumere cncitur. ln fcientiaverb naturali vix
rale ahquid inuenias :quon:ani accidentia naturaiia omma caufjui aliquam
habent, perquam in cadem fcicntia demon- ftrari po:Tu;it; & licet A: iftot.
in principio 1. libri Pfiyficotum conflnue.c videarur mo- HHmbfii. cuntj effe ,
quando ait [ fttpponantur neiis tjitte MMMn». fnnt nimrsyiiii omma,ant tjntdam
i»o«ifri]]mo. tu' t3men poteft per caufam demonftraria T"itti P n '' 0
f°P^or!aturaii,notiorenim cftfuiscau- fis ciai.tiopt confufa : ideo ab eo
tanquam ab efrcci j noto prcgieiiimur piimo Joco ad prtncipiorum inuentiooem ;
fed hxc poft. quam inuer.ia, & cognitafunt , notiorafunt motu coEnitione
d.flmfta, idciro ab iis ad tr.c.uiii re^rcdi poiTnmus demonflratione
propterijUiti.^oteftiyiturniotus modo quo- datn vocan principium cognitionis in
(ciea- attamen magis piopiic in acd- dentibus , &afre£tionibu' corpons
naturalis cumeratur.quim pnnciplisiprincipiarianq; proprie diciinturii!a,qii_
quodfint.no pof- funt vilj rationc in fctentiafua deinonftrari neque a pnori,
neque a pofienori, harce Prinafun- nimpropric pnndpia
c.-giiitionisdicuntur.l»''";-'"?'"* quibus
lncalcienuanihiieftnctius; atroo- tu nil certc in fcient a nacurali notius eft,
dum loquimur de cog-:icione confuia, atta- men cognitionc diftinda , puncipia, &
caufat motuslunt ipfo mocu notiota. Pnncipiavc- vrir.npi* tf- 16 elTendino
fiint propofitir>nes,fed ies,ncq; f'"^ p'Jf*»* cx necciruate
pratnofcuntur, fed quandoque itmmjtnn. igno.antur, & ipoftenon Utmonftrail
poC font, noa timen ipriori : quia fi piioraprin. cipiahabetent,ipfanon eilenc
pruicipia.H^c autcnivcl accidentiu tantiim pnncipiafunt, non fubiefti ; vel
fubieai , proinde etiim ac- cidentium,vcin fcientia naturali materia, & Z
forma runt prima ptincipia tum corporis na- turalis, tum accidccium, & affcdionu
eius;at pnmus motor aeternus apudAriftotelemvel no eft principium corporis
naturalis.vel falte in fcientia natarali vt eius pnncipiu non cofi- dei
atur.fed Tolum vt caufa accidentis na tura- lisjicerni motus ; certum eft
autem,neq', pri- mum motorem } neque primam materiani i philofopho naturali
fine probationefumi, quum ambo in ea fcientia ab effeau demon- D
ftrentur.TaliaigiturprincipiafimpIiciarunt, ^«jnwo>'* non complexa, quia
cauf* reruni funt rei, cjfendt fint non funt propofitiones; ot h_cquadam ra-
*'""» "_"*- tione ftint ettam cognofcendi principia, qua
dam etiam ratione non funt;&quaratione fUnt principia cogiiofccndt, ea
ratione er- iam prsecognita uicuntui tum quid figniH- cent, tum quod fint: nam
fimpliciter qui- dem non funt cognitionis princtpia : Qiio- niam ab tfftaibus
notioribus demonfira- E ri poffunt; fimpliciter igitui non funtprx- cognita
qnod fint , fed quaefita, aedemon- ftiata in eade m fcientia. At principia funt
co- enttionu diliirifle.quiaiis ignoratis acciden- tium pciftaacognttiohaberi non
pottft , & nihil tft eis notuis in ea fcientia fecundum ordineni
cognitionis dlftina_ ,quandoqui» dem fi principiafunt , priora principu habe-
rc non poffunt ; hac igitur rationc poffunt appellaii prsecognita quod fint,
quiaadha- F bcndam perfectam accidetltium rcicntiam ea prafcognita efle oportet
non modbquid, fignificent , verum etiam quod fint, non qui- dem prxcogmta
remper vt per renota,fed • praec.ognitaquiapet alia priora principiano {iant
dtmonftrata, licet ex effeais prius in- uenta, &cognitafint : Il!a veib,
qu_ cogni- tionis tantiim principiaeftc diximus, fimplt- citer precognita
tfledebent, tumquidno- mina ngnificerjt, tum etiam quod fint;hac e- nim fta:uit
Aufloteles propriam tfle princi- pioium contlittonem, qua a quxiitis, hoc cft
507 Tacobi ZabarcllaePatauini abiffea.onibusdifl.nguuntur.quidquum A teria,S:
forma in corpce naturil ■ ! oiuenfigm- tcmoror^crnusin natu rs 'l^ 0 '^ nmu
--««. qutdsmnon ir.etl, modo raf cali^^S harc umma pr_eno_canrurquid nom.„
ficet.tame quod ITnt pnncipia quidem prae- «ognoratnrur,a_fcftiones verb
Jemonftran. tur"; dices autem pnncipia , etiam rubieSum fcientij:
complexus eft:nam & fubieftum, & principia debent efTe prsecognita non
modb quid fig-iGcertion.ina , fed etiam quod fint, idquc et.am p:inctp;t_ fiu*p:icib.qu_e
eflendi principia funt , aliqua ratione comfetcre o- _f.endnnu-.Non efi autem
i^noradum.tjaan- dodicimn.hsECpr_ecognr.f_! quodfint.non magis cffe iiudiigedam
fimplicem preco-rti- tioncm.qua.ncompIcxaiTi.neqjma^is coni. plexam,q'.!am
fimphe ti«,ied coiiune qnod- dam vtramquecomplect.-nstnain rjjnedo,»
principiafii>ip]ic!aprxcognorcutitu-(i!i!pli. «terquodfii.t; principiavtro
compleia _:d" Vera fintjin primo enim Pofte.ioruu. iib.mi- rnfef.um eft,
Artltot.hos duo*pr.rcogri(_.r.e di.{.uequ_eie.iin_odos 116 dit-inguere, nem- *
t a 0 P efim P iKtrn& comp!exum.feJidfacerepo- SuahHHMtjl
fteainprinetpiofecundiiib. Exhisauce.quje %*m*~i»l- dix , mus > ,d 'q u
^..nte dicebamus ) compro- m i jhnifitit, P c£eli s 'ubieftum
efiepiarcognofceduiti fid*i.mmi- H^ ld nBinen eiu s fignificet.fe.jnoomnino
me$iH4fit, quodfit, hoe eft pr_ecognofcendum effcno- minalem tanrum
definitionem , fcd non de- fimtionem elf_ntia.en. ; perfeiii'usrnociHi;num,
quodd init» ^^^^l^^i D "-^,t, & adal,or Um notitia?, ^fe cipia
fubiedi, «inod6dicebamus,pofrunt non tfle praecognita, hie quoque dffinitio in
ipro fcientia? initio poteftignorati,& ea niethodo irsueftigari, quae ad
def.nitionem venidam fitaccommodara: quod fi dc ordi- ne dillmcbe cognition is
loquamur, definitio fubiedi perteaa , quam vocant quid rei , de- bet atite
omtiia efTe cognita, quia vniuerf* fcientia. pr.nnpiuin cft, qucmadmodom m _
libro noilro de rr.edio demonflrationis o- ■*«'*'*' u omnibus , qtue iu
fcietiaconfi jeratur,fub *'J"" nc " • iaceat, quaqmdcm conditio^e
n £ c affVaio- nrs,necpnncipiapartic'pirepoifunr,('ed V- traq; in ipfo fubiecto
ineire neceiieefl; quic- qutdenim ineo no mcfi, i.iaJ eam fc enam tinnime
pemnet, ficuti neque pars a-ticis ' *AU' iHti» vlla dici poteftramus -j| ijjfi
,r,bo-i co pnndpUi» lunttu* non fir; alto quidem modo priftcipia AfcWJ. ,n- i a
fubiefto inefTe dicuntur, alio accident.aj '1 j"'' omnla caiien ln
toinfunt,vr cor.fideranti bus m^'feflumeft:namprinct P !.,fim:.licia,
quajfubtecliprincipiafunr.iniproiniir. di- tuatur iftpartes efTentiales in
tDto,£cua ma- . ^P^mohbiopi,! iicorum demonft-autr, ncceilariurn eff h
omnemousnsiimuliit cum moto &e ttum f:t • nsin dno corpoiafi lnte 1 ^- ern
' 1 '!" , - agartt S pat.afmtr, fi „ a[ , UIic , q uitfe ™J ungunt, rorpom
autcm mot. c, m lnco ^" 0 li ieu roouente nullu( eft ; (J .ira^ us Mo
nienmodofi uuiciljd.cuntu^quiiVn,,^ I lunaa & t.o-o. inio-po, Cui
eatenuscor^* 11 motomeiredicitur, quar-nusei adeft v aofiiret. OigniHtcsa-rtent
& P ri:» K p * * fit.onts "o«, fibenecon^JcrentUr.&ior, .^.ie
enuncutaliquodacadcniin^f^A,. ct > ifiefie, quodiupcrfcuotum.velfalr fu p p
o fi tu m ■ dieit e n 1 tn Geome t- a , rotu efT fua pirtemaius;
&qii*eiJem(\inta;q Bl i.-, C ca hbi inuicim ^quai.a .C ; ar efft mai Us »
effe m ib»,& efTe arquale.funt afft etio.iesnia. gnitudmum ac numetorum ,
Cjuunaliqiji busfunt ignoty, & demonftj^:itur vtanud" Eucfidem
ixpifiime u ie. e eft; modoerijm tn aliquibus notiffinii , qna; vt princ:pi aca
gnitionispropot.untur.mquibufJamenim" ignoramus hoceffemaius illo , idq ; dcmoa.
lriamus; at m to to rerpecru fua: pat tis t ft J( cidens omn.hus notilfi;num ,
quod disniti" — ... l\ - .— ff_ — J.1". - _ V - ....,j iU |
igituromninodicere cogimur, fi mirasfcie ti-eferuandafir, vnum effein quaiibet
fcien. tiafi.bieSuni,quod csctc is ^mt.ibus ftbeft, ad fubftidum enim vnum
futfi. itjnamfipjri. ra fubftarent, nonrnaeffct fcientia ied plul res, ergo
reliqua omnia , qus m (._> rcictiaco- liderantur, in eo vn . *a .:.a.n
recepraculo.St fundanieto hirere deber , fin niinii. , ad e*m fcicntiam non perrinen;;--ci;-.ii.ntur
a_;t^m, ; &infiintilio,5.alio modo.ficiincieclaraui- mus.
Priticipioruantcn. propriacoditfetljW*ifi_ w vt conriderenturruriiieiarioiie,
& rcrpeau.er^™ o_- adea,qu_eexpritKipii5peiicjt:u- : tuneemm**. dicunrur
principia,quan_;o vc p incipia ton- flJerantur-diguitatts quidem 5 '&
prinia;pio- pofitiones Tumuntur vtprincipia...: tJxut, qu_e
abfconditafunt.cognititjnemconferen. tla, & ex quibus alioiu'11 otnnium
cojjnitio pendetspnndpiavcrofin.plic.a, qua.et.aat effendi principiafuut.non
confideranturmG cum relatlonead effeftus ab einpf nilcntei, quatcnus ab ipfis
hahenr tUTn vt fint , tum « diftinde cognofcantur.idqncin omniumta- lium
principioruni ilefii.itionibus manife- flum eft; femper enimea huiulir.odi
refpc- &m dcfiniuntu-,vt inateria primi definitur per [ .! jtioneni aJ
cnrpus nsruralc, cuius a,.ubieafi,pr.n • «itai lO- r.tur,p..n qui B d.um rel r
u blli.t lJ -'P nn '''r. l.r. .nrr.iamioui- t.Oindt C'r"
x..|>mucuoierpi-n.bus fubftent, * cft fubieai propna condit.o, propnaqj ^confideratio,
quaj cum alns corcmunu cannon poceft- Caput V. quomodo inteUigi dcbeat du Sum
iliudAriJloteliSyOmnv dcmon- fintin-i ficntia m trilm rerfitur. HAE c in
difcernendo cuiufq; fcientiaf, (eulibri fubieao fi obfetuauer.mus , nu:iqu3m
errabimus,neq- principia vel acci- dentiipro fubiecxo accipiemus; fcd fcmper
quo Jna 5t propofiii libri fubieau : paiuo nc- gotio digtiofcemus Csccru vt id
faciliiis co- fequinuTr drclara.ium eft difiu illud Aifior. linquatut.T' uta
igitur fcientia! ti afla- Va* ini&* tioin duobus tantum, rron in tr.bu-
otcupa. prcuu: taeft, ncmpein principj.s, &accidentib fui fubieai,&
fcientiam al.quam in aliquo vt ia fubieaoverfari nil aliud fignificat , quam
il- Iiui fubieai principia, St afleaiones cofide- rarc; prarterharc duotpfumfubieftunj
r.on tradatur, quiavtnotumfupponitur,& fub- ftftrnuur toti traftationi.
Poflumus autem dicete , fcientiam illam tum in vno,tumin Sa**tU&
CduobuSjtumintribusverfaririnvnoquideni i»r»»*trfi>- quatenus vnum rubieftum
habet hominem, ? j a> ? r ' £! cuius toU illatraftario elTe dicitur: nam
^"^^ principiishominisageie eftdehomine age- re, ocdeaccidentibus
hominisagere eftde Jioinineagere; &liberille, fidehominem- Kribatur,
infcriptus diceturitota re confi- derata, nonabeius pattCTquiaquicquid itt eo
c6fideratur,aliquidhominiseft,aut prin- cipium, autaffeftio. lnduobus
autem,quia D duo tantiim eafunt, in quibustota fcientia
occupatur.principiahominis, & accidentia hom.nis. In tribusverb, dum &
res traaatx fpeaantur, & fubieaum, cuius r U nt,& quod toti traaationi
fubftcrnitur. Hin c fit vt dice- rc liceat.fLibieftum in fcientia& vbique
tra- ftari,& nullibi ; vbique,quatenus omnia,quc; traftantur,
earattonetraSanturvt ipfius a- liquid funt; fic crtjH) vbique de homine agt-
riu;nullibi vero.quatenuspraster accidentiG, _ : — ...Antinn r*i I 1 1 i i 1
.1. ,muiiiui .s.u.^u.l»!,,.- . ---- _ inl b i P» m eo Iibromam cifmn.en „ 0c e
_ * "T r >* men fubieai id,q U od notum eft r.fr, n °- men autem in
tenttoms refcrtur aJ 1 • ^ xdern "} ««"Pfc gratia lK,mo,qLf n Um ^.ft
QUErltur. fed nor.it (..,,_..,..:... '_H U ' AOtti,-^*» qusritur.fed notus
fii>ponitur 1 inte.,'__ 1 eli nomir.is accidentia, & pnnruia .
""^- r.nt, indagarrjquared.cere poff_ m £ 7*"«-* llr.rse. «,
r..nfi__,,,;.-_ .. J:rr. ^ '' et » 3 (e . rJ> tione, & confideratione
diEFerre- nVmT'' r) f-bieaum dicitur, quatenus no tQ citur effe tntent.o
authons quatenL ,/ gnotuj, hoc eft quaenns muita, iunt, ignorantur.nempe
prinapil & ' l den tia , adhsc emrn inquirenda tola a.thn mintentio
dirigitur.Vnde manifeflai; faerrommultoium, quemfupra tetl c mT quomam enim
fubieflum no fnquiriiur S prmcp,^ & accid entia ipfius;, d e o muj_ g Jent
in hunc errorem incidere.vt dicant acri. dens allquod, velprincipium rubiefi, t
S in aliquo libro fubieaum , quia 'fiibieaom ab intentionc diftingucre
nefciunt, fiet iu"i bm ceitfijiit f :. ' l*"""'„^
ijotclisinuslibiis^fei^nonrubie-um. ** i|j U maut_meunde_iordi_enividemus -\ii-
*mtl>**- g ot£ ] em rciuaife in traitatione dc animali. bus.quem fcruauit i_
tia__itioncde corpore • natU iali la c accrpto in hb. Phyficoium e„ nama-de
corpoit qaturali traaatio in duas paites diuifa cft;inaftcia de prinapiu ipfuia
coriftitaenribusagitur,ne_ipedematetia,& •_efoi_ia,mal:era veio detnoru,
aliisquei. pfius acci"de • 0 - fnalibusiu duaspuecipuas partcs diuiu.eft,
v - - piiorquidemeftdeprincipiisjfcilicet detna teria, _ de forma 3nimaliu_i,
pofterior vero de accidcntibus- nam de materia funt libri departibus animalium
, de forma verb libri de Amrra;deaccidentibusautem reiiqui o- jnnes,qui vocan
:ur Parui naturalf s;nulla igi- tural a efl animalium traaatio pr_ter eam, »
qu._ eftde principiis , oceam quaeeftdeac- eideniibusanimalium-, cum hac tamen
tra- Sationecommifcuit Arifto. etiam rrarlatio- nerc illoruiii omnium, qu_
animalibus funt communia cum ftirpibusj in fingulis igirur iislibnsfubicctumeft
animal, vel corpus a- ?>*nimatum : quiain quolibetlibro vcldeeius principiis
agitur, veldealiqua eius aftcftio- ne. eorum antem iibrorum difctimen inin-
tentionc potiu:,cruamtn PubiLao confiftit. Zrnrtmr- Multi etiatu dicunt, in
libris de generatione ^"'^'^ fubicdtum efleipfam «enetationcrnj»ec vi
StUitGi ^ enc eim vt afteaionem fubieai tracrari, no nutiitn, Vtfubie_um,vt ex
ipfius tuni demonftratio- 1 14 " ne, tum □eftnitione, quas ibi Ariftottles
af- fert, mamfeftc colligitur, nos autcm mel.u» MC^
dicirBUs;intcnrioAriftute!is ibieft agereile gcneratione,Sc interitu:
ergoilludeft fubie. aum,cut hicaccidentia per fc,acpiimo co- pctnnt.liue lllud
fit corpus ortui, & interitui E Xr^ -bnoxium,fiu.e corpus miftum. de
hocenim in prjfcntia non eft difputandum.Hanc ean- s:m ratioacm in ommbus
Ariftotelui* li- duorum tantum declarationcm dirigi,non
"«'""""• adtrium.Efttamenanimadueitendum.prin
Z"*" 1 "? cipia, quae eflendi p.incipia dicuntut, a
*-»Ai_a.'riJ« lubieai principia tfl>, alia accidcntium fo. y ^ lummodo;
depriucipiis quidem fubieaul lud,quod diximusjverutneftjid enimcfl fub-
ieaum,cuiuspnncipia quse utunat de prin- cipiisaccidentium tantum, cuiufmodi
eftpri mus mocor, de quo in oaauo lib, Phy.icorii E agltur,fecus eft:nam indc
colligitur quidem fubiedum^aha ramen ratione, prtus cuim cx co fumitur
inten'10, deindc tx incentione fubiettum; dicnnus cnim de prirr.o motorc
aeternoibiagitui vtde cau"a aeteiin motus,8c propter _ternum niocum : ergo
de iterno motu agere eftibi inttntio Anftot. nonde aecerno morore, illud namque
tiaaiiidici- tur, cuiusgiaciateliqua traaantui; atquiae- ternusmorustftaccidens
coiporis naturalis, F &vt eitiv accidens quaericur: ergo cojpu- na- tuiale
cft fubit'auin,qijia illuu eft fubicaii» cuiusaccidcnna quaeiunturiidcoircq
toque ex iis, qu_ coiifiderantur,ducin ttr in cogni- tionem fubieai , quod 1II1
coivfi.ierationi fubfternitUT-,nec in eumenorcm incidimus, vcdicamus quicquid
inaliquc. hbro tr.&a- tui,illud eiuslibn lubieau etrc;hoc n.mini- me veru
eft, etiafi jbeo i".lcnpt o libii fuma- tur,qLa.b q e .ibn fa?p = ' tell
*n.. c_,| „ ^rimtitftK. dlitrumrefelluntiir. NO n eft autem hic
pr*te.mi.te_*dnr-_ rd.quod plurtoii.vtfctuejntur, dicere lolitittiotidicunt
enimaliudeffe fubkaum tonu, (bentia^aJjud efTe fnbi e a U m pJU[is . fubjedmn
quidem totius «»,: poteft elTeaf teaio.neque prmcipiuffl/ed abhis difti n a_
«fferfebeMtdibieaapab.pottftelft prin tnbuunturjdeo q„u in traaL«"? ln '
cu ' «- vnilius _ffea_on-:_ V (C 'ubieaum.fieetiamprincii.ia ai, ' n ° n *t que
defenffonis cor 1 FL« io P « I f t lte ' , '»*q U o- afffcaio quidem, vel
princiH,. ™ r l otli '*; *">/_ m 2°; d ' 'gitor acciden _ia,&h_ec
pn n_ cipu locnm habentfbbieai in to l,bro, iu quo bngula tracbntur: ar refpedu
lcicm.a vnnie.far noofijntfiib.eaum, Eedprincipk «accdenna, vt gencrario
rc&edo torius lciennat naturalis eft ac eidens eorpor,. naeu-
raiis.atref.jert» iih„ A-fi. ■.- n - aurB P0 tcntmIe,ftd'n O n a auaif m.i Ubie
gr.r:a omnes ifeSio W( , & ^ *f* «^ r ^ ^"'^S Inquimur,.ftl agwnus de
ccrpore animato, no poteffatc « emn, anima me.t _ft „ in corporc amtnaio"^
taammaconfiderareeftaauinccrporisart mati eontempktione veira,i,&
quialiierfefc *L tiunt^on benc logicam didiceiunt. CV» IIX. de vecAli, &
demenulipr tegnhione, J":I " V" 0 ^^.^' afi»bi«fl-oi,fc P«nc, pi
a 3 &affea IO ne_ aliquo modo prjEcognofci oporrere^ omniunvque hotwu,
«ommunem pr_eco g nit_onem eif. quid no. mmafi^ngeemiin hacenim (vtioquit Ar,-
Fl, "f^ n !:" ll!aomn '3conue n it,dift r i_nen. auteriFeft fol u « j
n pracognitione ouod Cibiechim emm, & principuquod finr, pr*. cognoftuntur.
affeaiones ve/onon ptico- - rnofcuntur,red demoftranrur.vt ait ArWfct. i m
pamcula n . P rim, libH Pofter. dr p.mci. pjis guidem complrxis pr_ero C
n..fce.-dum. e-t cop/eae quod fint, hoc eft S uod vera fint» de bmphcbus autem,
fi pra? nofiantiir , ac de a 5 ' rm P lic ' rer - ird.snorandtim non. | ettid r
qu«d admoucc Anft. in parricula 76. eiuCiem Lbri } has omaes pr*cognit>one*
qiU». deTribusPraecognkis, Liber. p. ^ _.«re ■ ouandoqi«wmvoce fie- A
demonftrarionecognofcere.lcproeo.quod , «u» de frS U m P« ft ommbus nctif- eft
fbpponere.vel acci ? eic^ui opponiturid. ? "-CeSu «thor ipfum voce, &
exprcfsc jmu.oegiig eh , e r op p 0n erefetis habet, 6 ^ 0 S«, neminem illud
effe oega- . uum ^...ando autem non omnmo eft notu, ?rthaaid obfcuritatis habet
, mentalis fup- 2 non fuffieit, fcdore feppoiierc ne- Pf ?L 4«is fortalTe.pfum
negans illms ? ■ «ir con. emplationem ingrediatur, & o- .eui Uborcm,
omnemque operam per- *? «eVantibus enim alicuius fcientir fub- fjtt nuUui ad
eam eft adirus, quia oil rema- 1« quod illi P° ffit efle pr«ogn.tum , difin-
Jiniaute omms e_ prxcoemtis fir, proprer P «Dreffafubiecii
(irppofitioobrcurltatis eft 64 vbivero hec nonapparet , fiibieaum ■Z i
notittimum effc (Tgnificatur , femperta- *!' fupponitur aut voee,
autfaltemniente. fac idem alii* prscognit.s eucnire ait Arifto quod eft
p;obare,fcudemonftrarc,vtpalli__ in Poftenoribus AnaJyticis legimus. CapatlX.
anprtncipia, & {ubteftumfof- fm vnquamin fcitntta faademen- Jlrari, &
quomodo. POsteaovam dedarauimus,quomodo prscognofcenda fi nt prinripia,
Scfubie- ftum, & arTeaione*, colideraudum eft an dc- monfti ari aliquando
poflint, & quomodoid fie.icbiingatideaffeaionibusquideniqubd fintpcr fuas
cauf.s demonftranda. .manife- fturncft.quum cuiurque fcientia fcopus fit
affeftiones per fua pnncipia demonftrarc. _
Principiaverbquumduplieiaiint.aliacom- Pnnafm^- p|exa,aliafim P licia-,complexa
quidem nullo »*^ ( MJ-J> mina non declarant.quando ipfa per fc ab o-
mnibusintellig-niur.Qjicati_ig.turpr3.co rnofanecetlanum eft.id nifi voce
fupponcu duro exprimatur , mente faltem fupponitur; eabidvanafuit quorundaro
aduerfus Arifto. telem dubitario,qui dkebanr, Ari ftot.aflent fubieaum quandoq;
non pracognofci quod perquoddemonftrari poflint: pria-ipia ve-y-,,,,, dtme». rb
fimplida,que_efiendi principiafunt.ign o- jj„«..j>rpV ta efle > ac demon
flrari poffant , non tamen *mn . priori : quia nullam habent caufam priorem,
fed a pofteriori ex effeSu aliquo noriore ; qubd emmfarpe in fcientianaturalieontin-
gat,vteffcftusiint fuis eaufit tiotiores , ma. % „Sm .gitur mfua fnentlapiobVr,
D nifcftumornnibuscft: effeausemm «atuHU nl ' luult ,° . r»__ * :j I— ^l.iMm.im
fpofi Pifunt.caufivcroin. HoBiiiem qua d non przcognofcitur , id pro- batur:
OOS auie dicimus id quidem probari, quod necore,nec mente precognofritur,fed
id.quod ore folum nonconltitmtur.nou ne- ceuitium eft vt p robari p offit ;
narn fi mente fit prascognitum, no probatur.imo hoc mul- ih minus proban p
ureft , quam id , quodore fupponitur,quumeo.euidcntius fit: quead- modum
dirimus-, ideo Ariftoteles non dicit les vt plurimum fenfilcsfuDt , caufi vcro
in- fenfiles : quicquid autcm in eadem fcientia habctraedium ip(o notius,nil
ptohibct quin perillud demonftretunficuti primamateria, & ptimusmotor in
ptimo , Scoftauolibns Phyficorum ab Ariftotele demonftrantur, Quod vero ad
fubicaum attinet,nondefue- Ofiit.tttH requi dixerint fubieftum in fdentia
ruade-ir/Mfr«a, _ n.onftrari poffe: ad Ariftotelem autem ld f ^d r '** n modum
d.^imus; ideo Anitoteies non aictt monitr... . .- "■ ,--_ , nid nulio modo
probatCr, neq ; apriori.neque a pofteriori. Sed etiamfi Ttereturibi
Ariltotelesverbo ^&yttutrxat, ide fenfus elT.t nunquamenimaccepit pr_eco-
tnofcere pro co, quod tftanteaperdcmon- rationem cognofcere, fed femper pro eo
^uoti tft ante demonftiationem , 8_Iiue vlla fubiefttim k priori, & per
caufitn poffed^ monftrari , fed non negare a pofteriori, « per effcaum,
quemadmodum de principii- quoque finipliobus paulb ante dicebamus. Contri vcrb
alij fucre, qui d.xetuntfubie Opi» BMa ipfj P« P efle^j rcienti* vnuaa
fuainterna D r,„rin» "f . hom ">«m p~ i-j ' ointiium, confideratur
) & tinquamradi^a-quareJiqua fubiea. A. e u d,£fbamt; '= quumigitur
lubieauni ommbunn fcientiaconfideratis ftWernatur, rofiiblato c^nia aufe.ri *
Rnoiat!' n 60 nCgat0 ° mnia , « «i- gno,ato omma ,o norail . , r - - e? lunr,
in dubium reuocantur: ideorcflt- duebar Arifloreles in prindpio C« C
^ofier.orjim^ueftionem.an homo fitaN ° ^Mirequ.rfi.oneni pa.tis.qu^ftioncn, ve.
10 an homo fir, efle^ihonem tku S : Ula lumc]} non totuj homo cmauiturifed
a',quid ie^r: U a 'r b tf ° ; h » e ' et ° W quodAnfiatei,,&omniumfereph 1
loropho: -'^'-modo^ "annartim , & eorum , qua> nuJli confideretur,
fedrolumvtaliis r Ur .p — — r - fiu««, potcft. P,„ eH h« ^ ot ^n^
monfttatione,„ voeant, nonX* 181 ^ "«iio. red potiuv definirio , & d e
?K ^ 0 *" ^'""«apnncipiadecraiemu. P '"""Pn
fcdToJum ouid fit qu^dl o P u- s T f ^ Uld - ^- teretpnncpium . quia idem ne
" ^"Sl ".onftrare^quod f^mp cr JZ '^"T quid per fcam
caufam^nternam &' [T 1 ^ l?m dcnionftrarenituntur: nam dem ^ ■ no fcr e«e
!nam caufem fii ^ no „ " nam : & quxftio p rop rer quid eft P "'
ntef - ^«'onfiratjonisoftendin,™ mj'^ 1 a bru f d um hicopinj t>fl e m fequeret
" fubieft, confideratio ab affeKu™ ' "^one nullo difcri mlne £ ^ «f^
. cet & quod flt, nemonft, icuiautem t>,f tlf 7' ' Dquta.ud^^ 10
""^'' 1 '""-" 1 ^ ^P-^S^&qui^niHcentS^ Jint,
demonftranturaiit&lum P roit«d a j? finniubieaumetia.fidemon.^LrlcoB^ mai ■
nalter. inh 2r e ns , qoomodoffit h« afleaionibui diffirrat ron , ideo Sedl ' I
quoqerroremhi commifiir e v'd™ ™ !? ^'T'' c^n ^ ^ ' ql,atamCn Ariftotel «i°P^ E
™S ] ""'^«mquam numerauit: dia,« «refli prateognoftendom uuid ,Tr, S
q^d ^fednon prcprer quid fit, ouaff tferur ^5 n,Bo Pr°P"rquiu,quodminimfcw
P r™ f"™ e f e ^iuu : ,Jeo ouum nulla-i- pfamahaqua.fho requarur, n„i
poteft v 0 rt'#^ Ariftn- l"' T.— — eflequeat, qirum ll e Zfl P^^iones ,
dumad a J IJm Arifto^lesdKataccidentiuni tanrummodo ir aZ^ q u f ft 'onem
di-rntur, nuem- i^ om ^ M * r * ft ™»»™«onfcntanTum: W um T°r a!^ pnmi Ilbrl P
° n; »*- q^ 1 » efle, qm fubiecrum m feietiafua pciTe aliqua
tahonep:obariat!erue-:i-;t Gi/ar jf. qnod&fubuclnni , d- ^rwo^Mt ci"
4f adtmu cuittfy [cientu pro- fria ejfe debtznt. '" n^rcnt, demonftratio e
mr fleflemonftte «ur, demonrtrario Vo„ eft «'-> iJ.Oi um , qua; alteri
inhxrent : idcirco id r,L;?L oem onftr».oneiii forma-ent, q, l3 Jubieftum per
fuaacaufasdemonffirctu r o trfl,uirerm.m s conftar, pr.nc.puiouur fub f / 1»
t(/t uit/fii/lT. Von-ian auremdicru-anobiseff.fub- iecr:.m .-l-.-.r K.k- n. ,
eram qui- Q^......,.^„ 11JlwaBOt jcttum daashaberepartes,&aiteram
deTribusPrscogrikis, Libcf. t(Tr veluti imteriam.que; dtcTur rc» ^ UI
rvr»»&pluribu i d l fc. P lm I spateftc(re «nii-'«" 1 ' ^ 6 eir ., ve
i ut , f OI mam, * .Ccuiufq.ftbieaumconft.ruit.fcien - ZSZ X S Ve pa r«: ab hac
autem taa- "Scommuniradice cmnia rurn prir,ci- 1 uan . ?„„....i,nr. a
oiinntur: necerte eft vt CO tomrriu qu pro 522 dicturres A ra. flaris,relinquitur
no efle nilT er ptopriit «uiufque fcient.x principits extruendaai o- mnem
demonftrationem: ita probateoin loco Ariftoteles cx propriii cuiufqueprinci-
piisfempereife demouftrandum. r «, tum «ddennaonunttm ' «librt fcientia piopria
quoque pnncipta, Itropriw aftaiowa habear, qus cum al.a fufiadifciplina
communicati queant, vtde. lonflrationes propriorum acadenttum de Socethoe
Anftoteles t.ipnmo I.bro Pofte- t%n . 1 contextu . S.vfque ad 7 i. oftendtt e-
„i m .riotum ncquemedta,nequea«iden. tL poffe de vna fcientiaad aliam
rcientiarri ^.Verri hoc argurwnto «en, : qua=I.bet ftientiaproprium habet
fiibieflum.quod a- ttusfcieritia; fubieaum efle non potett: ata Mtura pioprii
fiibiefti omnia media , & o- C BHiUacddeuna emanare neeeffe eft, quan-
doquidem hscomnia ipfiper fe lueffe de- bent- per feautera tneffe eft quateuus
ipfiim irjefle, ergo rnedia, & accidentia, qus huius fubieai propria
funt.cum fubie&o alius fcie- ae nuli-m affiniratem habere poffunt: ad 3-
liam igitur fcientiani in alia fubiefli natuia jtrfantern rrinsferrincqueunt.ltaqj^
fiib- CaputXl. quemodo ful/tectum,&princi- pia,& accidentiapiuribm
fcien- ttii ccmmunican contingut. NO n eft automignoraudum,cor.tinge-
epoffe,vtquemadroodum fubiecium aho, Sc alio contideraiidi tnodo acceftum
plunbus difciplinis poteft effc commui.c, ita & principia, & accidentia
diucrfis rnodis co- fiderata pluribus rcientiis comraunicen- tur:alius enim
con/iderandimoduseft velu-. ti alia forma,quae aliamrem eflefacit,r.6 am-
pliuseandem.Modusautecoiiderandi tum 1/ _.•;«. princip.a, tum acudentia
fumituri modo frim confideradirubiea U m,r.iccnim voaommu *. e radixeft:
vtficorpusquatenushabens prin- cipium motus eftfiibieaum friemia: uatu- 9
raiis,modus eriam,quo omnia accidentia co- fiderentur, debeteflequatenus
talicorpori acridiit& inha:ret:fimiliterniodus,quo prin- eipia
confiderentur, debet efle quatenus vcl talis corporis, vel accidentium talis
corportl principia funt: fi qua igitur datur eorundem iefiumde fcientiain
fcientiamnon transfc- p" ratu. Ariftoteles ibi noprobar, vtmulti per- D
aha confiderat.o.cerrum efteam «d philoio phum naturalem perttnere non poiTe,re
neal.cu.d.fficultatc M*U,t»*. ,ac,atca * 9 uim l!,IS «rmtur, &fubieai &
'_Wuodd.tI.is afferit Ariftotdn, dem-n . tionn omnesmuficas, & P ror [
>eaf^°S «prmcpm fu_nr>t, S e fuperi.., £5«!? ftbakernantibiu ? etemn,
nonne h£ > tra 5 fei. ep „„ clpUde geuerein senuo tflc| modo etiam ficri
pofler.vt d^il" 0 - f^mMuficaappelUrentur.X c °"^ demonftrationes
fid* in Profpedma &8c JiiSifl matkt „.Y m "-"■"•.©."*■»
i" iuu. matnematicis lo. teles » & n«™»_i-'„" "K. — I
euhabet, 8_.il,, qoiin aliisfciftiis .alem fub. B "rprimillhriP^ "
con afternationem reperir, p utantj &fnentI|s 0 . 2^J_!:!l n -!?A n f™ M
reie ««*fi.bai« e *ittrtnnt r -fc,. „!■ 3 i-sc-us taiem lub-
afternationemrepenri putanr, fitftientiis o. mnes prima. philofophi*
fubalternat.s cffe « c »^*?'temmeclieifcientijBnanirali,alia.
quec.ufmod,audentenunciare,decipiQtur, ccharnm d,fc.p(,nar U m natunm, non
intelii- gunt: nam fubalrernaraaliqu. fiSentta aiten kiennsefledKitur.-jiiadotem
ftiWedom quodminaalrcraabiunitumamatca.&ab omni fenfihqu-Iirate
confidcrartir, , P ra cum ed:emp!atu::vt Arithmctica de numero tra. ftat nuilam
habfte ftnfilem qualitatem-Mu *ca vdo .n eodem fonii adumao verfetur- eftautem
lonus fenfifo quaJ.tas, quaremu- -icalubaltemata dicitur,& vc!uti filia
a-i.h ™et.cave.ofubafternans,ac™luttmaTer-ita OeometnalineamrpccuIaturflnevJla
renfili qual.tate.yrofpeaiua «ro candem „in ri fii pofitam: quare fubalternata
dlcirur Geo metr.a? Hocaute fi ;ta f.fl habct, ralem fuB a.ternarionem m folis
mathematic.s reperiri rnamf.ftum eft.nam tn m ranttm rebus locu habet (
qu*rerpfa er,IJamft,,fir qu ±^ t, 5 add.t,onem:q t .ia hxc eft difierentia acct
dcntahs,ri,entirau t cm,qua:ro!aacciJent_Ii ^fl-erenMdiftrepant^oiiiuntadmodiidif
Wes ,ud,eand^ : ctecipiuntur en.m Z \ D Ittc dicunt. quu fit .Ila d.fferetia
quanruipfi i "■«'«enntaccidentalu.certum-eft.diimfuffli.
tarrtmodusconfiderandiiipfam tenere Jo- cum formar, Sifieri differftiam
effentialen,, vtin ambuiomnibus confidcra.e poirumus JNosigitur poft
Auerroemprimi huiufte rei ventarem declaremus, quam ex ipfc Auer. roedidicimus
j n commentario 6 9 , primi \iJ"" bn Pofieriorum, quemlocura quum nen
o haaenasintellexerirmcparuum onerstpre- t tiirm iacemus, fi ipfnm P ro or
r.fionepafc cis verbis declarautrimus. fnqu-t ibiAuer, roeMtlplesdanfcientiarum
d.ftrims ratio. randi difFerre necelTe eft: cu,a cUuerfx mate. ST rraad
diuerfarum formarum rtceptionem/*6«a. dinguntur : taies funt Atithm ctica,
& G-o- raetna^llaenimnumerumpjout efi nume- rus, hxcveromagnitudinem
quatenus tna- t gmtudo eft, contcmplarur AJis inre confi- derata no
di£Fetiint,ftd mmodo mnrum co- lideradj,vtdiumafcienriaensc6_Tder_tqia.
tenuseftens,natura!isveroensauatenus e» ' m noatna:ei 8 .remanet itdicaoius, Auerroem
intelhgere difcnmeu IflV m fola i e confiderata. non in moao o>n fijmndi,
qu^ e« ""«a fc.enc.arum fubal- Kmaruru cou-Iitio, fic emm fcctle.eft
tueti nata afubalternante & fub:ectum,& prtnctptd,& affctltonts ac-
ciptat. PAtetigttur, fcientum ruhjlternatam a lubaltei ancefubieaumfumerc,
eique auuerematcrianaturalem ac fenfilem quafi- tatem,l« d modum c6fi Jerandi
ab eaJem ac- cipere intcgrum,oe nulla ei facta adduione i- ,■11,1 ronilCO, 1'c
cnirn uint c« wtn ti^... '"-r;,- -■-■> . ^ Kr " ttt um run, ,&
randemfceniiaC pfum in mathemacica puntate feruare.Quo ea.nonta.etenu €ioi ,
lir .h a . niamautefiibieauineftradix.aqnoomniJ Ifft r.onduasdiue.fas.
Dicimisia.tur.has» ™* n * lils la , e confiJc.ata non pemtus aifter w „.irr;«^
^ jCC1|Jt . atJ |, t jntuin Jiffercntia : in mo. ' J Joautem confijtmndi nullu
patto differre, frd eutiJem feiuari in lubalternata, acin fobalternaDte
confideiandi modum : addi. tio aiiuquf fenfilis qu»lit*tis (quodnemo hjKiuus
intelkKilJ fit^.Ureiconfideiat^, non ipfi modo coi.fijeiandi : vt in Mufl- :tl[
t xitA li ilo r . q uanJodixit quid eft.P-tet,git U r,qu._nam fitin
faenti" rutalternis rum fcbiefti , tum princ_pio££ tum a.adentmm
par.,cipatio : nequ.bd? iubieetum genus :demin v traqueefj, |_ C eM_ foetta
mfeno.e leuiwr a lterat2m!fi cn S rioL. ?__, genne W S eilai » & ?fum pri„_
opio.um eommuntum vitiofum cffe docuit «Ue dixerat.nempe pr.ncipiorum, &
affeftir uum trinilarionen, _ e f/entia in E£g£; lacobi ZabarelkPatau.ni $*7 f
— _-.ai___ic_.it. rarauini conftituit: nequc re tmet e, n ^ 000 * tmenrur
fub fecundo membro d",K___. Auerr. fedh. iMufkus vero addit„u raer ? f f ™
««-« nouum con/idcaTd n ,o dum , ftd vtqualrtaten, fenfilem , qua resI l conlf
1 ^" re « ri "S«ur, modu q _. au Jm conftderandi eundem
rerinet.quemAr^S? ni-tt.us habet: idco ad tertium eius _j_7 fionis membrum
pcrtinet, „"_ ad fe ^'* dum. Hoc idem __ _),;. ' _:_. a _ ,cctm -
Jtibatternamm, & tarum , /rf/. a dicmt effe fubal- ternas. Vt autem iJJa,
qu* de his fcientiis dixi mus, meiiusiureiJigantur.&easiacil itmca „„, qu ,
TubaJtern-i „on funt* d.gnoJ t p0(flnt > dc m _.. i"' i . ,cu - £ ir -
,i - . aa ' ecl u m iiumanamfpecie «rt 0 „ 1U , Wm rum P u ^«e materia no„ «fl
genus albedmts. g U _. eftinniue, ftd eft eadem fb.ma , qua: m ateria, 8tU raa
. teria „ mitur , j iguur rubieftum fcientiat fupeyoiis non efigenus fubicfti
fcientise in fenoriSjalM en,m efle dcbetnatura.acforma Senerit, _J.a fpedei, ql
,od h,c non cern.mus flqn.^em m ftientiainferiore.atquein C e ' rtore eatien,
fubtcdi natura ft.na.nt , dZ f- H_. ^;:„r ,!.._. d.Si Auerrois ra„ or f. , r c
_ -emp u : c he r r ira o, &adil!u m A rI f t0 re! i s.o.
«ummaxin-.eaccommodatojinquitcnim ff fo. , Ctum faeti_ inferions Sffe_J_S5_f
S«o_ Arifl_i, XI t > affcaton f t,& piincfpia penor. rcenria de_,mi ad
demonfi.^dum ■n fenorcquoiHam .ffetliones pro piia: 5 ™ neris „ on Competunt
.peciei vtfub.efto prl no, fed vt trcs angulisauale. duobutrcait
^""^peraaaitionemforma-fpccialisflcuri _«_.. L oco M ««ium eius dini
rationaleanimaliadiec.um hum^namfpe". E „ U T So? _" m 5^«' " 0n
id 6"^ facic: albedo aurem fumpta fine materia non _"» : ^ de ahls °
m nibus firin^ *i* senus albedinis. ot__ :.. "X V _i « "cidus dicendum cft. i n n m ■ .n
^ _ f, : i__i___i »_. j. " " c a '"s omnibusfcientii,.
&-rtibusdicendum cft. j_ quibusal i IhT tcrnarionem effe dican., ,n "
n" ibus ^ Bf.5«od I modd diflum eft UompcTcZlT mf r° r i UntUr ' V
.uiderlno m ;J a ma pMofophia rerpeau aharum fcienrii rum inprafajtancbi,,.,,
,„ diispoik» vt modA ^*" 11 rci enti^ fubaJtemannV « modo- dicebamus , no
n efteerms f u bic__r SiS f - gen " S ^eacrun. a/iarum on-njumfcietiarum :
q U0 fi t «prima otmZ pumet_ph y fic S fint ?aufer.m P o;^;X non fieaT
nacurailUm ' * mathemaS «»Oii fic au Kffl pttmaprincipiaAntimietir. «fpc- de
Tribus Praecognitis , Liber. m ^rdcmonftrentur unquam , ex «Bte «w demonftraa
__, ^ nQn cx .^,^ S quis faceret, tranfcendcre de generem gc- nus
dicereturtftnt etia principu diuiox plu-
lorophi*,caufa;remotxrefpeatta£cidetium naturalium,quarenullamipforumftientiarn
parereut : at principia arithmetica relpetti» theorematum muficorumfunt
caufarproxi- mx Plurimaisiturfuntdircrimina.quib.rci- 'nbaltcrnue eu fcuntur: 7
-^rftrentur tanquam ex dusi- y i"" 1 . d EMONSTRA- TIONIS LISRI DVO. .
Ctpnt l in qxo rts canfidev#id* propenktfr. E medie pottffimx dernonu itratioms
magna inter Arifto- telis interpretes Latinos,& A* 1 ab es al t e r c ati o
f uit , e aq-, ad- huc inter logtcai profeffores J perdurat, & in duas
partes di- Bifaeft ■. qiiirunt enim,vtiius extremi mediu fit ciufi,ac definitio
: qu-erunt etiam in quo fer.ere cau!\ fi t caufa.an vt materia.an vt for-, ma,
an vt rim^an vt efficiens. Prioris quidem quaettionis occafio pjit,quoniam
Ariftoteles- docuit in pEimopofteriorumAnalvticorum Kbro,medium termioum
potiffim^ demon- ftiatsoniseiTecauram, Gquidem perfeftarei ftientia ea eft,
qya: p er canfam habcturrin fe- eaodo autem hbro caufam baac , qux medri D
deraonftrationis eft, definitionem eflediwf bine iaitur dubitatio orta
eft,nunquid An«o- telesvelitmcdium effecaufam , & definitio-
nemaccidentis.anfubieai. Graeaquidenrt hac de re nunquani dubitarunt , fed rem
cli- ram ,atque confpicuam habuiffe videntur.vt leueraoninibus reftaratione
vtentibus,& A* riftotdis verba legentibus deberet effc da- nffima. Arabes
tamen non modb dubiu- runt , fed a Teritate plurimum ab erranint : vt E
oftenditAuerr. acuiusftntentianelatitqui- , demvnguemhacinxe dirceffuri fumu^
ea c- nim/i btne intelligatur.vera eft,& Anftoteli, ac ranoni fummopere
conftnunea . Latmi quoque omne5(mirabile diau)decepti ftnt, Sc omnes quoque
pofteriores logiej,qui rerrt bauc traftaruntjVtpotuerit Hictonymus B-al- duinus
mftaprolixaqujeftione de mediw duodccim aliorum fcateruias recitare ,&itf»
r f Facobi Zabarelk Pataulni futare, qmbusipfc decimamtertiam adiecit a nitioni^,
Cl» ali.s fortaiTe mulns derenorcm.Ego ve.bma iXfl^"?* CaUfa ^^mrio^, S
" ximc dubius fui,an dehacre aliquld fcnbere drfL-l"? r ""
lditi « = 'S^rS^t. aliicontrariam ipfi opinionem enetu ».fc rum Thomas ea dcm„
,, c.. I0 :. P °fter. n xiroc.dubius fui,an dehacre aliqu.d fcribcre deim>i«
4CC ." lccu > 'gitur ctia» 4eberem:primu_n emm dum
Ariftot.dia"& £ on ft" ?" Clufae f r '«quiii.ur.Pro.
_atriar.cfer_ten.iam Scorus, &pnurcla' a eft; quonia-i. A iftot.docuit
potiftimam den.cnftiatione conftare cx pnn cipns primis,q- - tiffimam
-emona.ationemT£StV* P °- bio pntauir Thoma S! med,u m q d en i 0 t^ dU - «»
pot.ffim^ effe definirione ftS ni^iTMuam & , P fc fecutuS to r°Z S ft
fta.tores quoqiic Thoma. hanc eand'^ tentiam ent« tuentu t ,e amcf , lf Th n,
tentiam fu,lTe efficaeiter ,3«!;, D 2« Jn S- C °P" Honem confirmant ffj D
no$i_. ls .om 1 ffi-, vnU m r3t_, ljl p rrter ° ! , a t - ,e({ » Scotoaddufta
fu nl , att re mu^qS ^ ea , qusc fiioK dirrr.ru . qu* aiox diceotur, no.
vid^rfiu^ 1 **^ F^undum ; q UU „^'~^o ru eodcm argomento vtatur.Vt p, fi tJV] ^
bimusrargumeiamautemtaleefffT^ M f «drfnitio affeftio nis , „^fi£g demo.i£iiat
( o:i e petitioorincir,,; 11 ****** ta&JST^ ;s ms infL ,a eodem fubiedo,
qua. eft „ ' ' l W '»> a ° r J »q « minor a-qui e ft ,n ™ f conclufio quia
vrnufq; idcm e ft ftSfi,, n^! iadecffpeti.iop.rr.c_j. 1 .,. tJIlcWu5 .F«>-
C4;*f i J /. d^fcntentuconfuutit. Ht\a fent j n i iacui "f^aquefueritfil-
' 1™ Tl Ar ! ftotells ^thontate ipfiusfilff. tJtcm oficndere: ranone quidcm
fic-rnen- Jta,., ia,quy er demoft.at.cnei c ompS^ ^ l d.quodq^ Et „ ilI ,
nc>Ilell( . l , bjca ^ demonft.^rionem traditar.noo fcientia fub_
.ettMgituraftictioni, c 3ti fa niedlurn elTc4je . cl : r x\ erg0Btdctinn ' 0: H
ct ,ones:maiorcni propofi- tionem nemofana; mentis negaret:dcmon firatfo
namqi.c inftruo.enti.oa eft, fc exfine «dlcatur, ncmpe cx fcientia, quam in
nobis paritiquse igitut denioniirario prarftantifli- ticu fcictiam prsftat.ea
cftptajSantiflimaj AkUULUIIH'.l kivmv -.--1 i liapotior prjfftantiflima
autemrci Rient.a tuncacquifitaefle dicitur.quaio omni que- ftioni, actoti animi
noftri defideno ftnsfa- aum eft,vt nil amplius ncbis qusicdum.vel defiderandum
maneat: probatuc m.not tclti monio Ariftotelis in primo cap. fecundi l.brt
Pofteriorum,& iu cottxtu 40. & ±i. eiufdem, imoetiamablqocAnftotelis
ccftimon.o ves ipfa pet fe manifeftaeft; docct.n pnncipio ill.us fccund.
hb.Anftoteles, quatuor clTe ad fummii ea, qux fciri ac ciuieri pulfunt, an l.t,
qu.dfit.aninfit, & cunnfit; poflea olfendis has omnes vnius, & eiurdcm
medu qusltio- nes effe,itavtco vno medio inuento ns o- mnibus fimul
quseftioniblis tatisfaaum fit s quod dechrat exemplo eclipfisluua;: pollu-
musemm quarrerean fitecl,pfis,&-8n.nlitin luna, quxdua; quxftiones .n
accidentib. in vnii renfijm cadunt,fiquidcm iccidcntis cUe eft ineife: poflumus
etiam quajrere, cur lnl.e in luna ecl.pfis, & quid fit, qux fimiliter dus
quarftiones inidem coincidunr. quia caola f propterquam eft ecl.pfis, eft etiam
defin.tio eclipfis: his omnibus quatuor quxftlonibus inquit Arifttit.vnam.atqi
eai.de m rero quen, fcilicctidemdemonfttationismcdium,ean- dem eclipfis caufam,
haec enim vna eft,inter- pofitto terrs,quavnailhs omnibus qusit.o- nibus ita
iatisht, vtnihil amplius de echph qua-rendum, vel rcicudnm relinquatur:ldeo
d.citibi Anftotclesjfi prope lunam eftcmus Sc tcrram mterpofuam intet fole.D,
& lunam iiuueremuMan.caurateiipfisperfenrumco gnita no quxrercmus amphus an
lit ecliphs, nequc quamobrem fi.,neque etum qnm ht: quia per eandem cauftm
omn.a cognouiUe- mus:ca icitur demoftratio,qua cd.pfis in lu.
naoaenoiturperint«rpofinonemterra:,tra : d.t omnium rcient.am, quar dc echph
quxri pofluot,oftendit e.iim quod fitjoc in luna in-
fit,oroprcrquidinr.t,&qu.dfii,cur;giturno efl potfflima dcmoallratio, fi
deda.at rem eile,&: propter qmd (icatque etiarn quid ht, ouon.am
dcfinit.onem folofitu differentem elarfiitur ? quid amplms (qu_:fo)alia vl ade-
monftr-tio declarat.quod h*c non declaretf certe nihil: harcigitur eft
potiflima demon- fttatio,qua no datur alia pot.or.Q.uapropter nonfuntaud.cJiilii.quidiCUnteas^uarun-
mcntionem fac.t Atiftoteles infecundo lib.
PofteriorCpotiflimasdemonftrationesnon elTcptaerertim qnumharc fententia ipft
per f e Cuamdeclaretabru.ditatf: quum cmmil- lerecundus liber fitomnium
logicoruni lr- brotum finis , &fcopus, exiftimandum po- tius cft,
atq;adeoprocomp-erto habendum in eo libro de pra-ftant.flima demonftratio- ms
fpeciefeimonem fien,Uon dellla.que cit (ccundlgradus-Quemadmodum igitu. Ari-
ftot femperdixitmedium potiftima: demo_- ftrationis efle d.tinitione maions
cxtrenu* lacobi ZabardkPatauini dieere deberent mediumeffe deffionem itS T
fumatUr "«^diuS r ; p,i *, •iffi», '/r • "'"«nonitranone po . ti
Jima neceflarium, aeperpetuum eft, n6 id, quodipfi dicunt. nam Ariftot.quoq; „
U nqoa dixit medium demoftraticnis effe drinitl" nem fubiedi , cognouit
enim non femper il- lud m demonftratione reperiritquod fiW fe t om n , U mpo t
iffi 1 n ai u ^ demoftratio„„m conduirj^tmediumfitdefinitiortjbieaijr n h=»r »
7 ~" f"" c " in ^ie-ntentia «profeao Ar «oteI«, qui ia £££
B £un^^^^ medium eije definitionemCSf ^ dmm eft definino maoris e « emi:
potiffi- am valdepwnpuain iwTfifej tetieiiTei.vidc. licetq U od e , us medjfl
ft definitio fobieai. fln C !?!r r ° p r° L ' vtmih ^detLir f omnium
ablhnCffima, & >b Ariftotele aUemffima eft! Ctput IV.deopinione
'Egid^&tim fmdamtntii. CG k i it k k i a m fententiam tuettn Egidms m
fccuudo Jib. Pofteriorum m fiuquarftionc demedio demoftrationis, vbi n.mur
demonftrare medium in potiffima demonftratione femper tfle definirionem
aSeaionHAnutiquam eflepofli defi nlt ,o nifcftumeftigitur, fi medTum alin»
definiho fiibieai, id n6 elTe mE * q " and ° eft accdenti, quod in ea
definitionX 0 ,' 1 ** tmgat; Ted formarr. ipfam fub,e a! l?? 1 Cot >- riam
nunquam vult Egidius in d*n ^ mate - nemedinm eftpoffekn S^ ft > dieit hbn
docetidem effefcire proL^f/ fcire quideft, q UO „ iarrl medmm^ '^* caufamaior»
extremi, eftfi mu lri' u 3* T, Cl1 m, vtmft Ariftotelcs a perte ib 0 «d «mpia
quoque omn^ demonftfaS quibus m eo fecundo I,b. vt,:ur Sm'"* Cemfmod, ftnt,vrmedi
um hXantXH acodens, quod fu defimtic ^ °4 gant U m,nur,q Ulm mlnoris>
Vaturethrn,^, «em argumento E S .d,u s ,q U 0 etiam rom^ ***** nafefta
vtcbatur; fimediun, effe, djfi? mmons mremi, detnonft«ndo petei^ 10 pnne,p,5 :
quiadefinitio.aedefin^S ft^t ergo a-que ignotum eft affecWncmi? eiT^nr u
b,eao,queeft C ond u fio, a ce 1 n^m inefle defimt.on, ftbiefti, quar eft p r 3
El ° ni»ior,a-q U e I g ltul i g „ ota erit J 3I0 P °*: »ncIuflo: qu.a
vtriufque idem eft l en ft7 quateftpetittopnncipjj. ' Crf/«r V. confuutio
ftntenit4 Zgidij, HAE c quoq; Egidt, ftntentia reiidendi eft : qu,ain muJt»
dectptuseftEs ^T"**» crramt primum (n a poftfern^ etuflftj^ oHtamurj dum
dtxitacndentia aliunnS fum, poflem definitionefubiefli veff parte, effenriale*
vel loco ahcui« s Zrf! feniuJ» latennsrquod enim pr It er KiT
fcspartesaccidensaliquodindefinidoS.r -a , matur.abfurdnm eft.ac pemtusabfS^^r*
efl "nlmrf , ehn,tJone affumerenon opu &«„jf4.
«■quodverolatenteaJiquaparteefftnthJi "J^ ' Vtforma , acpropriadifterenr
iareiXS*-»-* ■ aliquod '«oeiusrumatuvdquide^vS rtfml c r;^
&eflAuerroisrentfnt '"^ pttme declarata tn commentario lo . f.cundf
•:iiud tuncpro differentia effe, & proforma. tisfung.tur^bidfiformailla a r
C aioni s dc, «onftrwd at canftooo eft.nullum t U oq ; a« odens,q Uod iJJ.us
form ? Joco fumatur^, fcn 1 ^ P° te11 "«niprofotma fumitur.fedfgJum dupro
feipfo fuLitur.&vt taJe n . - i,. . ^ ...iviiuas utiwilio. Bem
rubieftiiinquitenim dariin eodem ftb caufaeft,& illaalius.&iu deinceps-.deo
quu •mn» demofttauo fieri debeat /x caufa pro ximaaffea.onisquielTt*, medium
eritfem- per aflcftio aJ,q Haj qujalterius afTeaionis caufaeft, H
quiamdefinitioneperfeaa c u . mfcumg; accidentis oportetei U i £ a U f a m ac
ctpere aqua accidens ipfom produdtur, ac pendet.propterea exeadem caufa
definitur aceidens,perquam ctiam demonftra t ur me dium .eiturefl fcmper
definitio affeaionis, fceftaltem affeft.o eiufdem fiibieai,proin- n -» bi ai
nunqujram demon- i £f,n,t ne mTd um clTc polTesqui-hordito .fpriniurnmo Jum
-icendl per le a^n,o ll ft- jt :;-eiocumo btinere, r^Z-ocnimdcmonftrat
on.sabfq; dubio tftoer ft fecundo moJo , nunquam prtmo rf m ia e- acc.dens
propnum de . ruDiefto ^rc tir ■ V'^ e P'°P° (?t, ° fem - f J ftn er
r-fe«ndomodo:qu.arcmperin ■per , f4 nricdic niaior quoquepiopol rieferundomoio
:qu.af lf3tu , c (Fe-tusderuac-ufa, quainl- H^itionerun.Kut^ofteadimusaliJs S
Sb o nof.ro -e prrpofit.on.bu- necefta r T, rcl.iuiuitur propofino mmo: ; qux
poilit GfeDt ftP.iooi»»d«.fi med.um.quod lin Kdlcatur,fltdefinit.o,v e ) pars defi.i.t.o.
2&ai :.>ocautem fi ncgemus.& tum E-
L^Tdftamus.med.umftmg-re^alteruEa Vri J ens ciu r .tem fubiefti : rmnor quoq;
fem- «rcrit per fc f.cunJo modo : pnmus igitur Efodtisad
d-monftratio.ifmeftprorf-stnu. T PrXt ercaar-umfntt:mfuBiltufaduetnis Ecidium
ve.bis Ar.ftoteltsin contextu j I. o^rti Itbti Pbvfico :uav bi dint omnem bo-
nam defmif-nem t.ia murte.a priftare, pn- mumquidemdec-araieeflentiam
reidefini- IIUL Ulll ■ *- V «l*. * _" * Te pnnio modo; quia nullum
acciJens qua- tenus eft accidens fumitur in dt finitione iub- lefti.fed cot.a
potiiiv fubi.ct um in dcfimtio- neplunum accid. ntium a-cipiturnoii eii c-
tiani per fefecun.o niodo . vt facile >lUnJl_ mus pcr ea, qur aliasdirtad
nobisfuntde modisdicendipei fc inlibroDe propofitio- B nibus necefl_riis ,eft
enim fccundi ntodt di- cendi per fe propriaconditio,»tfubicftum fumatur iu
defin.tione accidentis praedicati: atprimum illud accidensno fumiriiifuadc..
finmonefubie-tum:qitiaqi!icquid in defini- tione alicuius fumitur , illins
caiifa eit . rumi- tur emm caufa in defiiiitione EfTeclus, fed nS eftcctus in
dcfi.iitionc caufa? : fubieaum au- _em refpr-tu illius primi accidentis
qua.'nam ' caurient?cett-noneftfinis,vtpater,nonet. C ficiens: quranegat
Egidiusaccidensilh-dvl- lam habcre eiufmodi caufammon forma,ne- qua.
materia:H_;namque funtcaufa.inie.ne, & parres rcm
coftituentesjnorreftigitnrcau- fail:iuserTt-tus,nifidicat_relTe materiacx- •
terna.in qua ineft,non ex quacoftet; fed haec eft impropn. diaacaofa, neqtie
facitnexum effentialcm,rcu pcrrein terminis propolitio nis,nec (umitut in
definitione efFcSus, vt ac- cidcr.tia communia teftantur . nam ipTa quo-
«■.'.nniiiidemdcciarareenenciarorciu.uui- v.v.^..^. v__,. — - r * f-Se iXe.c
omnia dubi_.qu S in ca co- D q°e a f.biecto pendenc na marer.a externa,
ta::dein-eioiut.c U ^ y . oneftbteaui» non. rineuncdemtim accidenmim omnium ,
quat in fe inf-nr,c,iBfam adduce.e : rgit.ir ck dch- mtionefubieai vult
A.ifiotelestanquamex caur.afcidentiademonftrari. Idemfegnnus
apuiAriirotelemincontextuir piimi libri de Amraa ; vbi dicit vanam,tc
dialeatcam e(- feiilam derinitionem , qur rei dcfinit-facci- 'tritia.eorumque
caufasnon declaict: &io- qutrurdcrub'cc:r dcfii.itione:qu2iem3nife-
f},in:n- eft Atiftotelis kntenna.quo-J dcfiui- rio ft!b.t6i eftcaufa accidcntium
, qus in i- pfo fubicfio infunt.p: omde medium efle po-
«ft.exquoaccidentiidemollrentur : vnum- quodqueenim tunc Tcitur.quandoper fuam
clti!'am.au_:CUmq;illafir,dcnion{tiatur.Ma. Tmii ximiis cft ctiam t rror Egidi
j, dam dicit in re- tnir, fblutionc acciJentinra in fuas caufas tandcm perucn
ii ; i quoildam primiinraccidcnsin. demoniirar;::*; , qudd in fubiecto
iiloharet abrq; caufa mc* ia: Iioc enim ita eil f_! f um,vt nihilfjiH-S _ici
poilir, quod itaotrendo : ac. cidensiilad o.i.r.uTi vcl cauf.m aliqaam ha- jt'
ber,ve! r.o habet: fThabet,non eft lgituitn- dcrndn.liabile : quiaquicquid
extrafecau. la.ii hsbet , qua cft, exeapotert.ae debet de_ morftnri , fiueilhin
eofubieaofit,iTue ex- rra.ficuli demoftratarin luna cchpfis perob- rectioneni
rerrae : fi verbnuiliicaufam habet. perquamin i:!ofubieao infit,feqtlit_rvtin-
•■ * -llorubiectononinfTtpcrfe^rcdperaccidens qutcquid euim
alicuiineft.idvelperfeineft J( d 1hUIVV,1V ^.iivvii. i» — — * ramen in eorum
dcfinitionefubieaulB nori accipitur : er_;o primum Ulud accidens ab E- gidio
excosuatum non famet infuadefini- tione ft»bic£tuni,(i ab eo no pendet alio mo-
do, quam itamateriaextetna, petfeigituf fccundo m_do non ir.eft.ideo
ttlinquitur, vt infirper aecidens,ergo nullura ifl demonftra- none locum haberc
poteft, ea namq, ornnia- quarex accrdenii funt, alieniflima etle adc-.
monfttitionisnstuia docuitAiiftoteles. diptit VI. inquoAliaqmrurtdampofle-
riorum opinw expomtttr. PLvrim i hactempcft.temediamqu-ri-r.m/i »»e"'«ni
isitur eft _-ufa formalis , at afFeaionis form_ jjr pfo diuerfam iionhabet m,,,
m ;t r r q«*dam ilt a caufi P oli_" D ? n 'f/ Un,f °™ a ^tisqua.r,mus ;
e7^^ raanubis^fed extinam i„ ni . " n .°.? eft ** ™, r i ■ a . -*.crgo
iuem med um eftfnr m-fubiecti.&caura externa ,ff>A; - indc cft
dcfinition,,™J._ e ^»?H ,, ' P ™ tnr videturpiana & 2 ^ tHl ' *■ ftranonum,
non d«fi,,i_7on", fcbi^ """^ •naior propofitioclar.cit
e.defi \£° n £ cntix: minorfatisruner.,., r' tIOBt ft* % po«tft,.i.pra r fert J
m!qS luna lumen accipi«pe raccr C r 1"„ " )n, ' _. quam eiie po
fT e defimtionem affeai on i s Thomasquoqueconfiterinon vult ea „J_m cflc pojre
mmfo fimul cmemM_fi„"S quum dicataffeftionem demon„ r _r, £ ' fimtionem
affca.onis.fed defini^iouem a ff c foJumprobatmelmtmp^^r !d I _„„. ione .T°_
lS:n ," ^ 0 ^ S tiones Anfioteles vult c jTe oo «*),_., • per nullas al.as
caufas Jo£„ P t iafe*» «eli_ 5ia c P o,i_ 5 _e mo P n ft rar C ^ quas
memorauimus. i,„_1. ™ pereM ' _i1 31 t^^P. . H ■ L _, __ _ -_.
probarinunquamDotuit,h_t,,„„, ' . Dus rnodis refpondere. r!,r,,..,i, /.: _•
"*■. fimTs oui , q „ teftlmo »ii'- addete po^ rio m um q __in r mmCnt W
ini llbri c t dTmo n C ° mn,ent 40,r.cund, c!_redi. a one S eiE 0 " ' d '
pfis ,un ^ " obie -^- nem &in r,f F o:,l! "nim demo n
ftr_tio_____ h} __l corum decb a . rne „ Can ° ° uarti ,,b » Phvfi.»^ flot^ t
" S J d _ auo d'bidtcit U r a bAri-"«'f"^ itotele, bonam
definitionemtraderccaufas -*"""*" accdentjum.qu.c.n «d e fi
: ,h//nEinquh^ ^ .ir, .. _„ crum Ar '»oteIisverumquidem finf;,V " reci P
ro » fl -"am omnis bonade- fcm t! olubie_.id c b«rcdde r ecaufa.accideu- •
^ tiun I de medio Demonftrat. Libcr. I. ti'jsfubiciefib,eft i * d - ^"«rga
apuiAuer.oe n defimtio ' omniumciuiaccidentiurn cau- B itto ipfi J^SETaJiquorum
cauf* eruntaBpeci- 2 „. ; 3 Vitur G deraonftrida eft tes per fuam ^o-ia»
ouftin,propter qu ? ra eft,acadea. K formam.feudefinitlonem fubie- S
demonfttari non poiTunr.feddemonftra- rifunt P« aliaaccidentia,qua;fiinteorurn
oori* K*q»» e * caur * : &llleerunt P otif - £ £ aemoftrationesjtuncenim
affeaio po- riflhne demonftratur, quando melius.ac po- ,i,t demonftrari
nonpoteft, Squandopcr «mdemonllrationeni omnjbusfimut qu_ «jonibusfatisfit. Sed
aperciflime id kgimus ujAaerroeinin commentariis %6. & 17?. pnmiiibn
Pofteriorura , vbl dlclt magnarn pirtemdemonftrationumcclebratarum fie- ri
peiroedia.quf non funtcaufas fubicfti.fcd funtaccidentia eflentialia, cit
quibusalia ac cideatia demonftrantur: necloquitur de ali- qui fecundi gracfus
demonftratione, fedde potiflima, vtlegentibus patct: dacurigitur fecundum
Auerroem plurim* demonftra- nones potiflim*, qutbus accidcntia ex aliis
iCcidenFjui, qui proprixeorum caufifunr, demonvtrantur: «juareea refponfio
adargu- tnetumvana eft. Alii vero.fortaflevthas ob- "
jtdioiesetfugeren^aliterrcrpon-deruiu di- cendofenonnegare tndemonftracionc po-
tiHima fumi fspe pro rnedio atcidens ali- miod,feJ tuncnon fumi vt ac-cidensded
loco forma: latetis ; quum enim fspenumero con- tin»3t. propriam rci formam
ignorati, acei- densaiiquodpro formaaccipi folet: penndc igitnr cft, ac fi
formaipfaaccipiaturrpropter. «anon defueruntqui dixerint,veram caufarri'
crlipfis lunx cueipfam natutam luni, non •bieAionemterre:quia ni(i ea
effetluma; na- ttira.ulumen ab aLoacsiperet, &copnuata I
t)bfcJrare:ur,obieSio cerrs earn lumine pn- nare nonpolFetjveraigitur caufa
eclipfiseft fcrnia lunar, fedquum hic fit ignota, fumi- ' Utloco citis
obiecfioterrar, ptrhoctamen «orft.r, quindemonftratio illa dicaturper Krmam
fubiefti facia: quianoncft-refpicie- - 4um illud-acndens, quod pro medio
accipl. tn^fed formu,cuiu»Ioco ipfiim accidens fu- «iturldem,
dicuntdeahisoninibus demo- firationibus.qttarum medium fit aliquod ae- F
5*-dens ) &,iituturofrendere verum medium
-willisomnibusefTeformamfubietti.non il- 'udaccdensjquum hocip*fHis formae Joco
fii ' «atur: ideone^arunt etiam dari accn cntia ; . ab enterai5 caufis
pendcntia tanquam a pro. priis^&aEquatis caulis, fed emnium acciden- tion,
propriorura veram,& ^quatam caufam ellepijtarunt formam p:oj» | fubiecii,
t|uai- gporatalumiturpio mediodcmoi.ftr.uionis ahquod accideii5velin eofubiedo
inhxres, '*« cuaui cxtcruum. Scdh*ciefjoiiiio ell luna, non ipfalunac forma:
eigo quando hxc accideucia,vcl alia huiufmodi fumuntur pro mediis,pro
fefumuntur,non pro forma: idq-, rationc erricaci» »«W ftd
eftfinisaiiquiscxrernuj, qui mouetani. mamadambulandum,vtfimitas,defiderium
j-dcndiamicum.&aJiquidhuiurmodi obid fiquis aliqtiem percontaretur-,cur
pote's am bularc^&.IIererponderet.qmaOimviuu^ia ecns eni m
fi«ere7*„«»"' n, . ,l «*o«j B T vcram,&arquaram r.u&m afferrewtfiW.
pv.endZ inmVi! ' .-P n,od ">eni aJ viuus.vanacuetrerponlio.qu*):,, q;
,r,a, ....... : * pof QLKnWrno^r» non ambuiaKthom'^. viutis efJer,
&animattrs,attam e r,a n . ,D,S Kmota :a m ad p:cr. dici.
eaap.ttudofubicfl, caur^fti^&^ rur , i.cet fine tllaapmudine 3 fi £ ICU
poflit: i atapntudcquidem caor.n, hM 0 -'" »ft»-l;st«fpt,o penuetab agft^
teria caufa vera vtres gene n c „Ve pof r „™ „„X r r ' fcd ' pfiuS « U l
finf,qu,cqu,d enim marerii h.-,h,/ ,7 , P ? .non eft c a u fa,n,firemot 3r
&fi^ — ; — £3 111H.111C U (_> «nr,quicquid enim mareriahabec, id gene.
raTioni, &interitui obnoxium eft: fi d vradu gencrenmr, vel aSu intereant,
caufa non eft niatetia,fed agensgenerans.vel intenmens- a fod enim eft
generatio.&interitus aSualis, aliudcft (vtitaloquamur) generabilitas,&
*orruptibilitas:ideo aliat dum primum An. itotelis Iibrum degcneratione,
&interitu pu bJice interpretaremur.ofiendimus Ariftote- lem non dicere
mareriam efTe caufam perpe. tuajgeneratioms, &perpetm inreritur, ftd oicere
matenam elTe caufam, vt gener„io,& intentus lnrebm perpetuo durare poflint-
quarematena eft caufa poffibiJitatisFencra- tionisperpetua;, eaufavero
perpetuseene- rationis noneftnifi agens perpetuo res ge- iierans.&mtenmens,
dequacaufa loquittir Ar,ftoteIesincakefecu:idiJ,bri De geiiera- nonc.&interit^inprirtioenimlibioYarisha
buitciuspoflibilitatem, &caufiim polTibili- tatisoftendere.Idcirco foleo
etiam eorri-e- , - r f d >^ utn Jfccniiiliiin init,ofccundiIibrrde Vt
fiant,forn,am vera caulam eiTe vt fint t. Q piam i liSjfcu teinr. V racaufa
proj),ia,&a;a - " ^" turafubtefti iiliuV fclip^ Sfri Un ° ani
" fi e. et n.fi conftituta l,^ naf S"" a Ju 0 *,nr, q u,tur,
qu;P tft q^^nradx " ^ caufa ed.pfibilitat„,red ,pfi us ec I p& U
Iis.noneftcaufa.n.fir,™,/,. n P " fedvtcauflm maiorisex-
aateamemoratisiniecun.oiiDro loutn». r„ ttlU r t „ H . neque « »«.1 ^
dedarablraus , rU m dicit, medtum effe ratione ptimi ex:rc- SildMi _ tieMi-q
UOQBl "r m i inquitipferationem ibinon hzaibme, BHm CiVUt VtUM Hi eronjm
Baldtuni epinione. H (\i multi putant) definitionem, fed caufam, quoniam
Aiiftoreles ibidemedio vniuerfa- tirer Ioquitm:_t non Temper medium eft dc- M v
s Balduinus, qui proli. fifjnitio. Additprarterea, nunquam mediurn 1 ' R ,°r dt
rcqusttione fcripfir.poft. refpeau maioris e.vtremi effeintegram defi- F ._,in,i*
niiionem,fcdfempcreff-difter-tiam,&cau- fam:proptereaquandodicitur,medium
cfle definitioneminregram.inteltigedum cftmt- noris extremi,n6
maioris,vtfiriominem effe rifibilem dcmonftremus peranimalrationa-
lemcdium,eritquidcm animal rationalein. tegra definitio hominis,fed
rifibilitatis cau- qul . leru^, - ers "_ Mjum in allorum fa ;& d 1
fferentia,& pars definmonis erir.non commorari, quando neque verr
Cdcfiniriointegia.Eftigitur Balduin. renten- fentenuis com ^ J c 7 1MM -^ irtIw
.A, co n fi_ .ia.quam fumit ex Auerroe in commentario u.librii.Pofteriorum.quod
medium potifli- vox demonftrationisfemper,5;neceftari6 fit caufamaioris
extremt: ataliquando.&iiro, &exaccidentifit fimulcaufa etiam fubieSi,
Ted hoc Auerrots diftum ipfe videtur ita iniel ligere, quod ex accidenti
conringat eidem caufx, vt fit caufa duorum G.nul.quoiiia cau- fa vnaper
fe,& primum non pro _ ucit nifi cf- --meft imul *.0_l- .WW»»-._> I » _
cauf-efle, nifi ex accidenti: & ecornie.fo,» perfeeft caufaaftec-ionis,non
poteii niuex accidcn ti cffe caufa fubiec .i. f>mmultas alionim rententias
recefutt, J^Lnmt quarum aliquas etiam nos corn- »2SS mus.reliquas confulto miO*
fe- m -mDriam ipfc opmionem m medium f elt ' ia l * c facilc ex eius diftis
colligatur Iffientiat, eam quoq; libentet omififfe- im ? ^'"n-oueTd
veritatis inuentionem eonfi- jVr.tio ipfarum conducir-,verumtamcn pro. t.r
auoddam huius viri diftum, Je quo nos cficadil^enterlocururifumus, eam quoq; in
medium arTerre, & breuiter expendere llnftuuimus. £ius f'» BtUnmi
inconftintia: fibinamqucmanifcftc aduet- fatur.nec plene ipfe quid dicatvidetur
intel. ligere:prius cnim fatetur,eam effe potiffimi demonftrattonem, in qua
medium vtriufq- (imul extremi caufa fit (hoccnim dtcit abfq; dubio Auerroes)
fedpoftea dum hoc decia- rat.hoeidemtjegat; dumenim dicitcaufam .ubitfti non
elic caufam affcfiionis nifi ex accidenti , negat eam elTc potifumam de- c
monftrationem-r.am demonftratio porifli- ma (vt ipfe docet in ea qusftione)
tendit ad folam fcientiam accideutis perfuam caufam, quale fcientiam certi no
adipifcimur, quan- doaffeaione per caufam ipfi accidentariarn dcmonftramus-,
imo Balduinus ipfe apertc aflerit.ralem demonftrationem parere fcieru tiam
accidentalcm.nam in quaito fuppofito dicitfci.tiam per fetunt haberi, qusndo
res perpropriam caufnn fcitur, non peraherius rei C3ufam,veluti quando p-opriam
anc ftio- ncm fcimus g caufam fubiefli, hoc enim eft 545 demonflrareper eauram
alicni 4 ■ i cau ' am a «identalem;qi ^--.«-'apudBalduinunieffeno..,
aemonitrarionem, mqua medmm fitraura nrjufqueexrremi ; q U o .» ^ 57- Parocuifs
lecundi Jibri Pofte. O-y . ' — - * "tnuiit 2J>aioris £T. «renn.ueq,
eftqt-odille dicat nome rationis ib. , non ggnificare definitionem, fcd caufam
nonenioi benepercpitv.m Gra;ri vocabuJ *J*«j.quod . nm a-ibi.tum potiiTJmum co
in Joco definitiOBem abfque vllo dubio fi 0n ifi. «t, non caulam tantum, quafi
dicatur/^" defimt.onem maioris e.xtr.mi^ndcrefpon fionem fumere poffumus
ad WunMB^"' «emonifraoone eiT vtiit.caufa, „ fl „ nBtZ^ fiflltlo: imo ficontmeat
vt fitdcfin^.l r J«*-»»-dhoedidmu S ,d U o, e ffe7S»^ i ftmnop,, bnc, vnun,
proMM ,alt™-«S^* nms ettparete ftientiam propter ou.d tjT moX^ de ?:^ ratl o
P-ftat prout eftd^ monfiiano,» quatenus .pfius medwm c ft tia qu.d eft,quem
demonrfratioVrarflat, non .vt eft d.monfttatio, fcdvt poteftate dS «o, rcu
vtmdcen.t.onem conuerfajhicao. tcm vJtimus,acpra-ftantiffim US riniseft^quia
fcienmmpropterquid eftquarrimm, nL "«nmsfcicnnam quid eft, &
d.monftrat.o- «mquaenmus, vthabeamua definitionem. Q.uemadmoduro igiturproximum
demon- Mratioms finem refpicientcs uuarrere poffu. ,mus, vtnus extremi caufa
medujm fit itavl- umum quoque ac prarftantiffimum eius fi. nem
Ipedando.poffuiuusetiam ouarere v- tnuscxtremifit definitio;n6 enim e demon-
nrationedefinitioalteriusextremieducimr, niU mcnro termim medij, qui ili.us
cxrremi «fcauiacft, &defimtio; qua; oronia ita clara iuni apad AnftoteJcm
Sapud Auerroem , *t auJJa. ck Medio Demonftrat. Lib. I. U* ,«r ferlarationr,.n
fequemibiista A dicere, medium femper HTe Jcfinftionem n« iU eg l «trtiuftfiioi».
Baldmnus igi- maious; fed pofteademonlirabimus.quod ftn^^r ."i,
ouandodicicmeuium po- eadem rati.mc , qua v.rhicuegamrmedium vnquam cffe
dsfiiiitionem maior.s , negare eciam debuic cfTe vnquam dcfiiHtionem roi-
no:is; ique eni.n vtrumque eadem ratione oftenditur,fedipre ignoiauit, quomodo
mc- dium dicatur defir.itio , &curaliquaudo fn vnica didio , aiiquanuo
autcm oratio , quar omnia nos in fequentibus diligeatiilime de- SflHoW,
quandod.c.cmediumpo- «-«e denionftratioiiis non femper cffe de- ffilem ; Fal.um
ctiam eft.^od no iuma- tur *" ^hmtio : nira habi» quidem proximl ?' ' ar
!o„efumimrfo!umvccaura,led babi- ne Titimi fims fumitur vt dehnitio. A H ilam
Balduini imerpretat.crie non IiU,rn ,?nr' nempe contcxrus oj.& 97Prcundi B
clarare nkemur. SSRSerio. um:.b, namque Anftotelea o. „,„, voiens.vnius eftedus
vnam efle cau- r Taus potiffimx demoftrationis medium XpoiTic, h lt «itur
ratione^uiamedwm S«tio priun exti emi. at (quzfo) fi ratio ibi (wnificaret
dcfimtionem, fed caufam, iualifrTain effrt ea probatio Arirtotel,*? non-
«eridiruia rideai enim fumeret ad fui .phus probitioneni? ita Auuroes ibi
AnKotelem fitel'i D it,& probationemilbm ita -Jrdarat, «oosdiximus, &
inquitrationemfignifica- , c derliiit.ionem: fed Arlftotclesipfe ditta fua
interpietatu--, dieit enim in illo 97- contextu f xUiAtfl rartoprimi esirtmi ,
qnacircxam. nti (citnr.t p*r dtfir.inantm fitmt. ] ex eoenim oood medw cftracio
primi extremi , nb col. Jieerel omtiesfcie ntias perdcfinicioncm he- nifi
nomineracionis definitionrm nitelli- CdputX. in quo vera fententta,qu* Auerroa
eft,expomtur. MI h ividecurhacinrcab Auerrois fe«- toncia recedendum non effe ,
ea nam. quc Anitotcli & rationi eft n-.»gnopcfecon- fentanea. Hancpiofert
Auerroes multis in lociSjfed poc.ifiniumi.i duobus.mcommen- C tario ii p.im,
libu Pofteriorumj&iti fua qu£- ftione duodecima, vbiaiiorutn Arabum opi-
nionesconfutat ,&itatlare !oquitur,vtmi- randum fit, quomodoin
eiusfeiuentia per- cipicnda potuerit aliquis ballucinari. Scn- tentia Auerrois
eft , qubd in omni potiffima denionftraticne mediumfit caufa,&defini- tio
maioiis extremi , fed non in omni potifu- ma demonftratione fit caufa , feu
dermitio needici pctcft nomen definitionis ibi m.noris 5 imo rarb , 6tin paucis
fd contingat, nila!mJfi"nifie*re,quim«ufam f quiaeon. D
icavtmatimaparsdcmonftrationum potiiii- fcquens illud vanam efTet. cur enim ex
di&is maruru habeant medmm caufam maioris ex- coiligat , omnes feiertias
per caufam fieri, qutim id iam notinlmum fit, etiam in princi- pioprimiHbril 1
ibi enimd.xit ,fcireefle rem pet c i u fam c ocn ofc ete , h a n cq ;
effecommu- |nr omniuai hominum,tatn liierium,quam nonfcientmni
extftiniationeni. f^iod igitut apd Ariftotelem medium fic femper d efini- tio
maionsextrcmi , eaquefit Auerrois opi- aio,Ttianifeftum eft. Vnde fequitur,
reitam efTe noftram & aliorum quarftionem de vjri- tatc dicti Ariftotelis ,
an medium fu definitio UlM^tt- maioris, an mmortt extremi. Male etiam ac-
m*M&. cepit ilonifiarionem huius vocis , Medium, JfMM .„ af f 13 ternam
caufim; propteres omn ^ i ' nt *- accidentium pnma J u fi eftffi^ ^ C«i/>.
Xff. qMidicmdumfitdtiUj, tidmttbmqu* al> externis M «_ fispendcntr. HAECquum
tafiin.invtroqucde^ ftrartonum genere C Ofijertmu * tis,vtmterpofir 0 terra-
dtcaufa eclipfij lu- n*; otcalor amfcie .ria eftcaufapurr-din-j
«orurnaccidecium IIuJ «erefltdtfcrimefc quodaccideiia.qujabcxtern.s raafii
jnfefcl letto producutur, caof» quidem fuas perpe _ C OK >
cumitantur.&cum eis recipro«.,ru., a t non perpetuo com.tanrur proprium
fub.e- aums non emm fempereff in liwaidiaff», neque fempereftputredo in quouis
corpore Arilt-tcle. m contextu d r . primi libri Pofte norum quando diccbatea
fub ciendam, ac deieafioiulocodiffofi^ifum^ Iiabetd.fficultates, quas
foiuerefacile „ ff ci f Wquu hasomnesaiids expedimu»in Jibro" noftro
dePropofitionib. neceflid^id.g omiftit ... prarfentia fitw ft , fi illud certum
atqj compertuiiihabeamu*, pot ifimamcH- eam demonftrationem , qua eclipfis
oft.nditurperrntenec-tionemter^quan^, « m accde ;« ab vna certa caufa pendetoou
t poitftmeliu» demoftrari, quam petillamcan. famratnullaeflaliacaoraeclipfis
nuam mte" pofitiotcrreiideopotiffiina efteiufmodide monftratio ; fa
tiafadr etram omnibusflm&l quarftiMmqm de ecl.pfi fiQis, & e ft e , us
defi _ mrio poteftate.vt fijp-a demonftrauimus»*». go quum ex eatonm» frufium
pe r c ip, anjuSj ti ^em ex v Jia ponflima dt monftratione per- cipere » :
I.dtfidetare puftumu*, potilTimam , eani demonftr a tio nem t fn cognnturomnes,
velintnolic t ,c6fite t i;.npropofitiun;busc- n.m, St^aruni conditionibus ntilium
pottfi hibc e ditedum,quum in i;>Gu> fine, feu ef_ feaunullusdefedus
notanquarat; fT.,uidero R.aftant.Hima fcientia a prxft.,,, ffima de-
monftrationr. ot-ea-.prtftinnffirins p-opofi. tionibus rorftantefijr neccfti:
cfi. Irta i°itur demonftrationes , qua: per exte nas caVas ' fiuntimediun.
habent caufam maioiis extte- 55o . » , -". pcrcomitatui d. f>«- de re
aho m loco diff u fia s locmi f umus . »-^pa„„stamencontingitvt,quamu ls ,bextc
pereftaeeideo-sTi; uVj X ^ ^ tem pemtusmhis fe itentia Thom* fcSr^/T - ** t. ,
qunm m his medium nunuuam (T f f ^*.»''^ }• 7"'"'"si'»c,quamuisabe»
»(is fc nJe )n[ ,a iubiedo nunqu.m dif H.ngani«r . vt motus , q uo fuperu»
atr.* ro. tum elementum igo» a cotlo m o.bem f*„n! tatcm & fpforam fitits ,
atquc refpeftus im mutabthtatem iile motus perpetuo i„ ili, T."
Jem.ntisperdurarjsternumenimapudAri. ftb telem cceium efl , & motu
^terno^rcur,'. J-mni^ipfrquoqueeJementorumvniuer- fiwtes
iternifunt.&inloc,, propriis p-rpe tuo quiefcunt IJIa vcro accid^n 4«,^ jam
internam habe„ t ,p ei -p ;tua f , nr / n fubje . tt s fuis &cum
c.srecprocantur.vrcum boc mraerifibili«f-cui»re, eaeft-ca u ra,quo J h xc
omnia-accidet.aformam fubiea, inrequun- tm:quonumigiturpcrpe,uoi nf ft,„refor-
ma & natura propr.a j pofiu autem caofi ef
ttttumquoquepomneceflecft-idcbnecef. I Una,« : pe-pctua fubiedisfiiis fui.t
huiufmo- 4 accidentia otfubiedo pofito acc„e 5 q U o- qoeponi necefleeft. Qiiod
fi aiiqnis obiic.at «fum fohorum d e arboribu vmi nofemper a bonbus ineft,
caufirn tamen intetnam ha. bet . quareft humo.is conaelatio inipfisar.
bonbus.Jicendun, -ft cafurn foliorum exter nam pot, Ul csu ram habere, quim
internam, quiaconrequiturquide.n concelarionem hu- moriv, fcd harc congelatio
ab externacai.fi pioduc.wr.nerape afrigore acris ambientis- li tafttfrm ,
minorununquairijfunt- tamen potifllrna: demou. ftiationes, JeMedioDemonftrat.
Liber. L 552 55 1 . r xg**tit.m autab A tx caufa proximaaceidentispropoCti.
&v- CCM/ XIN. * » aCCtdetttlbUf, qtt* M> ft , em ,arn przftaiiummam
par.et, fcl- ittternataufrpendent.&eo rumdemonfira- tient. DF.ecidentibus,
qu* caufam internam h.benc, aliaratio eft; hzcen.momn.a J_fl fi» fub.eft.
naturam & formaru * f^uunrur, non itatamen.vtomma per fS rubi*«i demonftran
queant;hoc e- f i l tt em Seotum A alios multos dece- f£S fcmper cfle
definiuonem fubieaij ' SfoHliae quodam prodcunt; ahquod en.m SciJfflslferutatotiin
praduc.tur & eam . ■mmedUtc conftquirur, demdetllud ldem . ;SsL«
d!csscaurieft ' &hocltetumalte ' .roinde accidentium ommum pnma ms prouiae
n.Ki.ai. fed traq ; rcientiam prjeltanuiamam pa_ licetqubdresf.t,
&quamobremfir, Scquid fit;Vtraqueenimindefinitio_c fololitu dif- fcientem
co.iucrtetur, nihil igituriis deer.t. quominus fint potifiiina: > &
primigradus de- monftiationes.Siquis autem proteiuus velit performa fubiecU
omniaaccidenuademon- ftrare.is in hoc ipfo exemplo fue_ fentf tia; va- nitatcm
& fali.tatem infpicere poteft: nam ff B quaeratur.cur luna paulitim,&
per incremeta lumcn recipiat, &ipfe refpondeat.cuia eft corpus naturse
quintz, vclaliud eiulmodi, quonatuialunx fignificetur, non fatisfaciet
queftioni,vt quilibetrationiscopos aniiuai uertere poteft ; affetet enim
caufaru rcmoU. qua: no dedarat propter quid eft.Qiiod aute inhocexemplo
confpicimus, inaltismulu* euenire dicendum eft.veiun fi fingamus fub-
ie&umaliquodelTe A.cuius formaac defini- - -minde accidcntium omniuiu pnm-
i(h««' _...!----- "T P * D rimacaufaeft foriuafubita., fed Ct.ofitB.aqua
pluraaecidenua prouen.ant, radix , & pnma cauw „ rnxima , au . otfimC ,,„,*
quodam,vt ftatim a B.produca- ■nVeft ommum immediata,& prox.ma cau-
Ldeiquumrnumqnodqne perfuam p.o- l,rnamcau& !n ' non P eriem0tan, ' 1
tien,C '"' Cndnmfir, multi acc.deuuaexalns.ee,- ^,ntibus prjoribus funt
demonfttanda, non £ , f or mamfub.eai;h« enim elTetipiTorum Lf, rcmotajfed illa
accidenna, qua: ttatim, SUne vlli caura media producuntur a for- -. - er t 0
rmamdemo_ftrandarunt,h_:ct_. • J.».i..^ni*f ^vi lit A. l|U II. ... II - — | -
ordine tame quodam,vt ftatim a B.produca- turaccidens C.&aC.aliud
producatur voca- tum D.&a D.prodeatE.entquidemB rauft
prima,6ciadix.aquaomniaillaaccidentiao- riuntut, attamen non eftomnium proxima
caufa,fcdfolius piimiaccidentis C. aliorum aute caufa remota,horu igitur trium
acciden- tium C.D.E. trcs extructur demoftrationes; vna,quademonftrabitur C. de
Apermediii .erformam demoattrandaiuni.narcn- vni } qu> uc». u . ....-u.™
"* ' /"fl/J.f, enVuntpauca.ideopaucsrunt (vt ait A- D B.quodeftforma
fub.eai,proinde eftcauft «rroSiik demonftrauones.io qu.bus me- vuiufq-, fimul
extremi; alia^ua demonftw- dium fit caufavtnufque txtrcmi fimuli ha;
nimquefunt.llx, quarum medium eftfor- mafubieftiiinaliisverb.in quibus med.um
eftalterumaccidens,quodeftproximacaufa KCideutisquafiti.medium eftcaufa maions
tantiim nonminoris. Exemplum autem h^- iufce rei ex Ar.ftotele defumere
poffumus, quiinpcknolibroPoftenorum dicit rotun- Jstatemluna: efle eaufam cur
lumen in luna I pauiatim augeatur, Scquilibet fana; mentis vtdereooteft, nullam
eflealtam huiusacci- dentiscauram, quianifi rotundacflitfupcr- ficicslunx, red
plana,totafimuhllum.nire- tur,nonpiulaum,&italunamnunquam vi- dercniuj.mfi
plenam,quod eft manifeftc fal- fuoi;fph_;ricatamenfiguran6 eft forma lu- ns,
fed cft .ccidensieifenim qualitas quartat (peciei, &
quoniamomneaccidenscaufam aliquan hibet.aqua producitur, fi huius fi- ] fura;
caufara inquiraraus, eaerit abfque du- ioipfiluniT natura.quam talis figuraeoo-
fequiturj staque figura rphrrica demonfln. bitur per natura lun*,fi nota fuerit
, & hu L» s demonftrationis medium erit eauravtriurq; cxtremi limul; deinde
per fphxricarn figu- ramiiicrementum luminislunx demonftra- bitur,
&huiusdemonflrationis medium crit eaufa maioris extremitantum, quia eft
alte. rum accidens eiufdem fubieai; & vtraq; de- mcnftratioent pouilima,
quia vttaque erit » L ...... j . • ' " — " - ■ " j - 1 ...
biturD Je A.permedium C.&alia demurn. qua dcmonftrab.turE.de A.permedium D.
inquibusduabus demonftiationibus mediii eritcauta maioris extremi tantum^noo
mi- nons-,erunt tamen hi omnes demonftratio- nes potiiTimK,qufi per earum
quamlibct ac. cidens defubieao proprio percaufam fuam proximam dtmonftretur;
quod fi tria illa »c_ cidcntiademonftiarentur omma prrB.me- diu,folaprima
demonftratio efittpot flinta, rehqua; vero no dec!i'snt nifi quod eft, quia
fieientexcaufa remota. Sed pf-flVt aliquis o^ium. cotra nosita
argumetari:accidens propriurn ineft in fubicao quatenus ipfum : atilla di-
aio.quatenus, figmficat fccundum proptia illtusfubieai natuiam.qu^eft
formaeius:cr- go omnc accidens propr.um incft per forma fubieai; proinde per
hmc omnii funt dc. monftranda.Ad hoc dicendum eft.conditio - UUUt. nem,
quatenus ipfum,non denotaie caufam
inh*rentiJr,fcdf>lamdrteiir,ination6fubie- ai primt. aliud enim eft dicere
fubiea.m primum, aliud eftdicerecaufam proximam, formam igitur etle caufam
al.quo-um acci- dentium per alia accidentia media,facit qui- dem ne fit eorum
proxima caufa , fedno tol- lit quin coftituat proprium, ac primum fub- ieaum
illorum omnium, quum aeeidtnris media fiittrquidem medi^caufat,fc(i non fint
iDed.afubleaa. * i 55$ lacobi Zabare.kPatauInl zCtpttXir.dKltfentcMucom- A
u.fi.^o ,,. r,,,, £6) re)J ?rcb.ino. ^monftr Jr;oncnl ex ,,| Cn '_ u
«eBmtrrred "•-Taaceid.nnum, cft -efiL^L'" V^ Kl».ae Jecla ar ' bl
*A,jfc£ fc. rr«.,fa m decla erumninm r e T«* »ce,de m ,_ A err. tS
d"*"'."'"»--* .^fi r,)utm ptni' ism,..in. de J,fin,tione P
,bira,,vt lege.u.bul ctfm £ « i ^nem e mm d.fimtioocm fuh £_^ Je.no .fta.d avr
pl-ra deutur a_cidei.ua, q uae nV n ^ JUf « ^tem p 3tlirnr , er Auerroem
lee.Z" V^ tuidcm pttmamV ,n. I? - P " A »««eml, _rfinic._netn
fubi.cii elP- »0n .'.Tctar,,,, ptojffmat, fing.Jo-un cau fen, pe, ,,uaft. t gul_ft
;)t demon.tran" -non acciln m t™*™** 'Pftm efe cS ■ccdennirrn omn.um, fed
d,ct confrrrc*. co S "«» cei.da* ar«dehn_m caufa..de_i r,_ quumdic.ru,
pforafj nllmtro r ; ' *' «teas multaserTe m«ffrom *%&t% quum tamenvmusf.b^,
defmitio vna f /n ° ^'^" ,e P rlm o m«.do,qnia lc " 0n P'»^ 9»o_
rrvnaeffct ot lt D ^o.-P-^-cabitur, ei.rdlLuo, «1«,. rfennum
proxitT,acaufarpfadet. B «b ■ i ,e' ^""'"O"' 1 luh "
rti " ■ V -' pl " A, non rcfte|.,quer.i,r __,iflbrete d, rs P«,i„ m «
.emo.iftranon,, t ,P= p er ft 2. qu8 rut^c.tur. rua. t tu: .n de 6 „ IUOPCp °'
B q"un, .pliu-cajfaffr, deind* mi.oWS? pofir.onem «nfideraiu inqu" ff
™ pr °" dcmo,,n,a, ) o mS nonmoJ6fi [ c_, f .,r___? ™tP* no '^ fl %g
tolTJZTl " uft >q«^oqu,dern aij. tamea _ Fotma pemfent.ona -g .or_._oZi
3 « a 'gnorar, nec.fteeft. f] x h»anrempH« quam vanum fit argum .nt um , quod «
£ Jocoahqu, fbmunr.ad probandun, qu„d7e finitio f ubletii .n om n t P potUlTma
dS:I' rionc medmm efte debear A n ■ , bus h.VhT ft f fD ? mu( i
"Jqo«xe,npI,,q a ™ r_.f,S--xss;'»,ri« __«__ u«,i,_ .__J«s£S_i i
tcfimofepruag-fim,, nonoeiurdem iibti i no tranpe o.eJ.a,q l ,*v_t aC cipi ul „
Dr j B . non bus fob.ectum ,||,,J acc P Tu,,t , a haro »r.t , 7 f ^ a,,, a
«"icat,a P (ubi^mt F „? lb I us ™ e « , mm eft acnd^. aliquod, pauc,* verr,„,eJ,
U m oni s poti/Tu eft c_ufa maioris _«rem,; fia-cemni eft 2!"7' us fims
fft mafr; ' is co- -»«« fircauftmmor,. evrrcm, tanru.iJ nulf* -atione
a-nimirtexidcai Lit )4 uoui_ nl ea mm e_gst deMedioDemonftrat. Lib. L 55«
fflpl» f^^fit.iaadipraa.demo^ria^ B fcdvn K ai > . _._._.-__.,_
i..-mnnftr_-__o idnon CQ- effep 1 „ t ,p,-t.auun» Jemonftratio id non co - ST
__A_cb Antlotelcs in a.hb.Poftenorun, 5Sconi.u fe,nper«hxit med.um efle «_- r
ai dn B litionem rniions extremi, mmo. _____ti Qint • in Jitapl"»
wnfiderari no de- K t Hsct- :!es docecin f.cun Jofibro Pofteriorum, »«
p>itflpl» ica vna caufa poteft fimul plunutn .ffeauunt ri*m neOt- effe
proxima caufa , & m eodem genere cati- '\'JV[ __,quandoquniem vna&eadcm
formacau-* 1 "" ' ' fa eft pluriuni accidentium in eodemcom- pofito ;
&. quamuis plura fint accidentia.qn* no aequaliter
aforjnaflaunt,fedordinequo- dam , vt antea decl.rauimus, aliq^iatamea funt ,
que a-que fini mc-to ea idem formatn confequuntur, & vnum ab alio non
prndet, fed omnia ftatim a forma, vtSolis naturam
Cconfei;uunturhrcomnia,maxinialux, pio. pria tigura , & t.ntus in orbem
niotus, feu ad taiuum motum inclinatio, necumen luxi figura pendet, nec tig=ir_
a luce , nec motu- ab hi* , neque hx i mviu; fed lisc omnia im- mejiate a
natura 5o!u .manint , tinquam a cauii, Sc in eodtm gcnere caufe. Verum, vt
accideneia pi_.-tt rcamtis , ccitum cft eari- dem, qui f^bicai caula eft vt
fotma.cau- fam elT- acciJentiuin vt effttt -icem. quare t D C-Ucm in diucrfis
caufarum gcn.nbus ncga. renonpotTumus, eatidem caufam poffe effe caufam pei fe
pluirum t ff;-tuum , compofi. ti qui Jem formalem, accideiuium . utcm ef-
fettricenij idqne Anftotclesapeite pronun- tiainc in 96. part culafecundi
libnde Anima» dicens aniniamtll. caulam tum vt fo' raim, tum vecffectnceni ,tum
vt finera; nequein- telligit lelpeflu tinfdcm effeflus : qutafiert
nonVotefi,vtci^erti caufa rerpeftu eiufdem __ _T jm 1- .V ___ _ I
__...!*_._.____ *o- vt ununilircaulalubieaijlit etiamcau- nou jjuic», yi v^...
.... r -. fa.-r' ct 1 .nii,qu..fit,vttalisdemoliratiopa- E effertus lit cauia
fecundftij plura caufarum . 1 -_,.^ r . . \At i. iniml :-ftcjiira viueutis
corpo. ia»_ci.Li . ' ...... «- — — 1 riat iVientiani cius, quo-i ex accideti
eft, quia de_ionllrat-ff-_tior.empercat.fam alunamj nonpercaufam prop.um ,
fiquiuem perac- ciderts fcire aiiquam rem dicimur, quando eam per altenui rei
cauf-m cnguofcimus. ImttffAti; Sed hscin^erpretatio nequevetbis Auerrois
congru.t, neque vera cft.Auerroes enim de- Uionftraiinnein lltam, in qua
meditim lit v_ triulque exrr.mi caufa , potiliimam vocat, quum d'Cti- per
acci.lens euemre in quibuf. dam poniBmis dcmoi.ft.at.ombus , vt mc- diuin fit
caula vtMufque extremi (imul; at qsomodo potiflimam vdcare jioteft eam de-
iroiiftritioiiem, m caufi n.iVd pe alienaiti.cette canrum ab-ft.vt b.ec htpot
liima Jcm r 'nftiatio,vt nc d.nionfi-ano qaidem dict ncalit,ni(i '"o-
ph:lt ca,quaii.vtho- i_lnis,propriaru(ir,abf .|Ut bomitiecU. pof- funt &
ira non fmvt p»'^piia,qtiia nec omni, necloliconipetui-.t , Cj!;o.f fenlui aduerlaturi
certurxius eniui .aii;iuil_b:ectiptopriat.ire. » 4 lacobi Zabarellae Patauini
S$7 ad al, ouod acc ,dens p« uen iem U t ' «"od 1 b *°" > W°
^o»& n * «uIljacadetcproducitur-huiusiMn,,.,,., KI M u ™i3m omne accidens
D( .i , 'P°- «hcendum non cft . Il7u ( "auo^Sf ^*"" fi 8 UM,B de
lu ™ porr-T^ IX, ?"« hanc renrentiam fequemr ou^r^lt ^ " P' rl P^
"«uramlun* med a m ?, nftr * necn habcar mediam , non DotrffJ P ■ 10 - B
nflim.. P^te.eaomni.dSfl^Po. medmm habeat altquod aeddeut qa * * ff" iiahi
"- P n J„ f .e«»J *' q ^ 01 tdlUm Cft ' " «IM P«perai
««perontinatuMenim demonftration» nj h„ al,udpoa B lat, n ifi vtmed lum fi tf [
Ktammfi yerd tale med, U m adducW, quodfitetiam caufi m.oori, , pe , fto„idem
eomper.trlfi medio vtfit Pfi demonftranoni « aecident, co„t?ng vt tale DieJinm
hahpar. „ 5 . i« r; "^ Ci,t i non medio mal fe A l'J' %"a fl° r,J
qUO(!Ue eXCremi " ofi Ttj Junt lftm S uere "cfcicntesabertaue. Cfp. X
V 1. in qno «titffiinet qmltm pro- fnmturaduafm eam demonfirt- tieneni,M!u$
tnedium efliti- teTttmAccidens. C* ,T \ V* M a&ofienditur,noneffe
necefikrtantf». tifima demonftrationis ccndttio. nerii,vt m.nor propofitw fit
"^H t immedtata. VThat difficultatesfoluantur, cms---
«"'mcdignacogntuannotandanmt, « pnmum qmdem, q„6d ha>c
appellatic.^Pr*** potiffimademonftrario.etfl - -- ^ • - da non i " — ■
""W) *m rrprrhencer) p»*/'»|oT»Af^ - veJ de Medio Demonftrat. Lib- 1.
5 "^" la ^ul» autcm rei ea eft rauo.qiiu demon- ult .Hiiius auum ^ ^
^ iudicanda & ££tfa eft a fine cui^c^ C uSraZ 1-=^ ^ ^S^K^^ hocmun U sa P
tiffimum i qu6dfidu,propo. ^TnftraV.oi.em nonqusritur, acadentii d
«mn-tFcaaeoeoiiiotiinchabetiir.quan- H ;S pr oVerqu,deft, fP .erquid futcm
cognorcere eftpeicaufam proximam otrTofccre. aqua res habct vtfit , qu*
q">dnitrationcm , & P e ;' e - aiffimam rci fcicntiam tradere ,
& m deiini- tion? m conuerti. Vei um quia demonftratio pe ft a :fn am
fcientiam non traJlt,m(i quia cxpcifeaurnuis puncipiis ^&omnistondi. nantur
claues ferre^ iquale s ,aclimiles la re- liquis, redalterainaumaeflet, alteram.m-
me ; illaquidcm , qus effet aurata, alteri no- bilitatepr*ftaret: attaraenad
proprium mu- nus exercenduroa P tiordicinonpofletialte-
raenim*queaptaelTet,licctnonaurata,reo ferreafolum, mauratio igitur nobilitatem
quidem claui largitur , non eft tamen condi- j> tio necefFaria ad operatione
cliuis , fed latis cft fi lit feti eaj hxc enim eft cond 1 1 io n ecelia- ria ,
vt clauis optima fit , & ma*ime omniuio adfuum rriunuf idonei.
Dirciimenhocin conditiombus potiflimx demoftrationis m- fpiccre poiTumus namque
omncs con- dttiones , qnarum Aiifioteles memtnit m a. capicci lib.
pQfteriorum,funtneceiraria;,vt detnonftratio rcientiam przftantilTimam ef-
ficerepoftitiquodenini^pofltionesiintve- re Snotiores c6c!uiione,id in omni
demon- ftrationc , cuiufcunque giadus ealit.requm- tur- quiafiae his
inutiiiseft omnisdenvon- ftratio, & nu:lamco?nitionempant,qt:od autcm
propofinonesfintcaur* rci .qua: de- monftratur,& iromediata: cauf*, id elr,
quotl medius teiminus fitproxima cauiamaiorw extremi , ha; funtconditiones
nccelTarii , vt demonftratio fcientiam pi*ftantiflimam et- ficere queat :
quoniam attera condittone iuB- F Iata,nondcclaratampliuspropterquid,leil
foliira qubd eft , vt Arifioteles ipfc in cap.io. libtii.Pofterioruro oftcndit.
quare dus x prioresfuntnecefTarie coditiones omnis de-
nionftrationis;hiautedua:poftcrioreslur.t
nectffarieconditionesdemonftiationispro K*mtf**c*f- pterquid eft.quemadmodumin
Ubro nottro deSpeciebusdemoftiattonis declarammns. Ex his colligimus, non eiTe
demonftrationis propter qmd cftdiuonem necfBitiam.vtini. nor propofitio fit
immediata , fed follHn « maior- propoficiones cnimnon aiiatatione /Urium fi iit
imr.i a'.'»:3rt- flMti*Ht fir»- ptti qftimi- Ktr /11 lam'. 56t Iacobi Zabarelk
Patauini . - , ... . ijuia _uediu_ tftmmus eit smmediata , & ptox.ma
.i__;_nt:nar__ de.nonlrratio, vt _i_imus,foliin re.pi.it ma- ioris extrem
co^nuioriem, ideb vult proxi. rn_rr. i!!u>s caufirn a.idac.re; per hanc enim
f ._.,ti oi-eoditur prnprer quiJ eft : qu.miam it,.--n._.o'-,propo_..io ex
medio , & tnilore _x.;en.o .Gfljtur. immed.aram eam eifrne- ce_f t eft.quia
'i fuerit niediata.no efi acccpta prox;ni_ aul_;irtterhancenin! , SctSc&om
Duiia aii i cauli media accipi puteft : itaque ad iL-m •iiflrandum propterqu.d
eft,n_e_£. finiini oranno ftmainrem piopofitionein efl . 'nuiudiaram ; minorern
non itcm : con- fUt enim minor _x medio , & mmore txtrc- nio: at in
demonftrationenonfumiturmc- diiim prnptcr minus extrcinum, fed propter
affectiotiem tideo an mfdiuni fit prox:mum etiani minori, ita vt nil aliud
medlum inter illacadat, an nonfit, id ad demon-tra.ionis fcopum, &.
natu.a.u nhil perttn.tjfemper flff. Ct.o den,6ft.2nd_ cfl per caufnH fi_, pro_
xirnam-^bicauteiii nnn len.pej-pot.r_et.am foi.^iniliademonft^ofitpropttrquid,
ftr5L° ft£ _ n " at " r - Al,; P ot '^dI . 4 ' rrr - f - - -
«i"-n uuii ltat , quin iil_ demonf>,at.o lit propt.r quid, quum
r_rr.drn_Giil.rer prrcanfam . piopter tju-m eft: qood fi -onr.ngar, vt m.drjn.
r- trique eKtremo proxnntinifft , nemp~ q«ai'_ docitfo-marubieai, tunc.ionfriluin
rnaicr propofitio.fedm.noi quoque -l.immcdia- ta : hac tamen non _ft coniiitio
n etefTim, lc eonfcreDs aJ pr__fhnrioren. icientiam erfi. cicndam , fed eft
*anq_-am inauiat:o clju.i, cietnonftat...,..,.. en.m nob *lto.eni re_. fed pvf
fiatiiioreni fcicntiam non pan.,q.,_.j._ fit fcie nap.cp_erqui_l .'.,qoa,n
omnisde-- n-ol.ra.io p.nt^ tiummodo maiorem l.item propofi.iof.em li_he_t
immed.aiam - hoce- iUin ni_7 hal.eat. eft Jemotifhano a caufare- tnota, _ju__
non -eclarat nifi q 0o J cft : iiko Ariftoreics in liac demonfrratione non coi.
fTderauie caufam elTe rcmotam a fubtedD, fcd iolum ab _fl___j_,ne, quiae.ijm
cauf-m proxunam io.e.Jex.. r,>l_im refpeitti aff. dio. i ni^,cu uafneDda '
ftn! ^^amd.monitrail^^j^fipS bttaommum con_Udonfi^ U, fS'"S! c-nt , led a
J perfect, . rem K tm ^ ^ durn n,h.l conferunt/oh ptima _ft „ P demonftraiio ,
fed dumtt- p^^'^ ationem accp.m us , ;„ m /"l I' 1 ™* a ?Pd- ft^tlont.
nihil c.mferunt^ob fo r Tm t °°- -dderepoff ai . Elpramdem - ftr ^Um es Cru.
atrecfi 0p;opria t ' -? r °P'«noin_. li-rdli p r / ft an P ti 0 , .ttqu. LlXt 6
^ •wmi-e fi« , quam de lapjde, frdSf^ de "»«"*. 0-n_cU«bitpr_p te
quideft qUet1 -- to fi uem oftra.o de la P p,d . 0 b eam tat iol^ «on eft po „
,ft IIla , ob eandern .q^ em u _,q ill _ torj U ; ^ ft umenr. na:,.-a.n hne
confl.ru., ef., on : n i O eu,o,ft,a^, tu ,.;-,,;' p -™ maior, s --rem,, t ftp,
cif3 ; inad P eiIJ0 XS quodval i u,ffi«n,ar fe on»e.Ho 0 fien_.er_|M2 rnmui non
...ir uvemm per mediumC ie- monflraiorpiopt.r qu,d m.ftD. i„ A. q U ara
peimediun, B. dcn»„ift r e rurcur ln C & ton m„.u. per ,lla, n
drii.onftration.ra, q ua m p*i ha n c, _.__, n i b ui «] ft, o n ibus fad f. b
.& ot>ino.,IJa,q U a i „h_.r.vettiturinde_ hr.aio .r,,, ;,, ui „u a dc
moil ft r , rion edi«e. rcntc.j "c=t,am,[-a,q Uil _tmo n ft-atur£ de A.
pe^ med.omD. ,La nan . qu , tnaaccidfti- «- -J.ti, atque _emor.il: .,;,„
p:rcJufi_fu__i prox.mav, n ecp_. tt |, m _|. ii , ri rm[ , nnituE , .
qua.riperrnediu.nD. ,, ,V.c .p-imn oto. " V ,.^ U1 " S -v. .i.
j.-cfens (vtu J«») fl.-n-.u! .,&«„„,,;,.„ „,,.^ 0 I. .»,.r..: ,
r>,c.-J,, t ,._,,r ; ac --_nu_iiaj._.i_- .i-i-ieii6__.in_i.hin. q.,a-n iJam
deMedioDemonftrat. Lib. T. ^ ..-.tdeiTiotiftrat.orie .1 fimplttiter di- a» 1
" ' m necefl'. iam ponfiWdeii.on. «° •!!« babcat mmorem immedi.r.i.iii
ftrl " r _,d comi '_", nempetur,cto,um, ide nJ 0 mcd.L 1
meft^^vtriufq,e ext, ~ S U, ?1 H-eidem Mathematk* qtioq. d f 11 ri
_=.._-'_-_.«(. 5u ( - dtm libi.iv.detui lgitur fignificare Auerroes nr.nttfe p
ouiTi-.iiiiu demonftratione.-.i nii i!iam,quam vocat fimplicem, quse vtramquc H
-ciacii. "*-""" > , q proL>o_iiion.niiitcks de aiiu
demo- ftiationum pnncipus ibi non )oquitur,q -C ■ „ n, t._beatimmediara.n_
rebqu.e m Tdemoft,^ h.benc med.aram.fed n»n- Samm-inrem-,3ttamend.ceteon,«.c S
rota. qU -„r,ir.,Tir dfinonftration.i in mathe. S fre .ucnt.ifl num effe,
quo^d.aum Sevetum eft.fi eafolaeftpoaffi «a de. «nft-atio, q»* h-bet vtramque
propofi _.-».1i_r_m, auia « vna n.runuo *- r r -- » - - . v'a «**,& horum
tamin. eood.no-tt .^ul- __cit ver. in »>» _____ ... . ..,_-...-__-,■...
-a.i.iniim t>:oD )Iiriones, nt. quare den.onftraru>num p:opofitiones,
qua? peralias demoftrationes p.xdemoftra- te fucruru.fubeanicoGderacioiiem,
Sccon- ditionu.n declaratione non cadunc:h__ narn- que M
conclufionibusipfiusf-. ntix potius, q jimin principus nume-an_ac iunt. Oicitl-
gitur .riftoteles, princ.pl* dc.iionftiationw elTi.- iinmca.ata.tam maio. em ,
quam mino- « t^Swe^t r _Se^;*t_ i rtonaurataignob.iior eft c]»w:
inani3'a.rtrtamen6 m.nih adclaudcn- duinic a->erie i Juir. .donea cam cmm
nulla adv .itircm pert.nens condino dtficit. fed eata.tO-no lo.q .__ f>lam
nobihtatitn ptae- bet,(icu:i dtcianuimus. Cifut XI IX. foluuo cbsclienk acccfte
txverl>isArifl.mj.cap.i.lii. E Pefteriernm. S.d ad plenam verrati s inte !
rteent!3m'* lucn..aeft dub!tatio,qui aduerfus hec ex vjrbis A iftotel.s ontu*
infecundo cap.te pnmil.bri Poftertorum-, ibi namque exdefi- liitione
denv)nft-a.ion!s,coi!ig' ns Anltote- Ics omnes principiorum condition.:s ,
dtcit mtere_.teras pTinetpia efT_deberepr;__a,& P irnmediara & .ntcllia.t
vtra.nq-, p.opofitio. ntm fjuii dicit demonftrationcm in nume- ro fi-ngulari;
expr.m.s-autein & immediatis inp uraiii vultitaque minorem qu->que ejie
* rmmcdutini. Ajerroes autem ibid.cit, ve- ram Sc p op.ie diflam
demonft.-artonem ef- feiila.Ti, -.]ti_» tic tx principiis p-imis , & im-
rriedtatis,qua.n iplc vocac demonft. .111 oiitm Hmplieeipj ill_mve:l> ,
cuius prcpofition.s alti^ demonfti.rionibus fuermt demonft-a- te,q r ma_vocat
dcreonftrationeta eompoS- gete de.nonft.-ationem (iinplice-n, quje e» p.i.nts
firi«ati>J princip.is conftataefti in o- moi enim fcie u neceflTanum cft,
omnes mi- nores propofitioues med.atas refolui invni minorem p.ima n &
i'iime Jiatam , qui eft dcSnino fubieAi & primum touus fc.entiaf
p:inc.p.um,vt in exe.nplo inobis pofico mi- n.nllaA D.reioluitur in h-ncpnorem
A. C. & ha: c in hanc A. B. qux penltus prima Si immeduta eft;omnianamq 'ie
accider.tia de jpfo foentia: fubic-r o dtmoft antur et mul- Bsm.diKorduiatcd.fp
ifinsvta r Vuerroes in 179 coment »rio primi libn 1'ofteriorurn: quamuis enim
fintciufJe.v. fubtedi a_fs__io- nesea.um tainen diue.fjefunt pnnc pii-iquum
enim non lit n .ctffi- ia couditio potiffunz de monftra rio- nis vtminc.ehaa-at
immediatamiatis cn,ft \ el afl u i m m e diata hab eat, vel faltem c x i m- med.atis
dem^««iuniB auten «ffenonpo.eftnifiderrionarara. idebquan -o fumitur, poteft
dici imniediata.quia vir tute quadamcontinet, c.inreincluf_m ha- bet vim
pnncipiorum immediatotum ex quibus demonftrata fuit; ideoq; talis demo ftratio
,ure vocamr compolita.quia plunbus quodarninodo demonftrationibui conliat
PoiTunt ig.turprineipia demonftrationrs iU ttinimedutj.quum fcmper.m.ior
propofi- tm St »»e immediata:min 0 r vero aut fimili R trrimmediaia. autpendtns
ex alia minorc in.mediata.&pewtfam cognita, & eam qrjo- -animodoin
feconrintns. Ariftoteies itaq- co in [oco pnncipiorum, qua; prima funr'
coudinones confiderat, quas dum fineulis demonltrationibusaptamus, ftriseft li
ma. _ B . . ? or fit pen«us immediata, mmor veib vcl S™ """^"Velpcndesexalia
minoreimme- IJam.euius medium fi, alterum ^ ion '«i repn m ar 1 am 5& fimp|
1 c 1 te;S ro d ;^^ Arationem.eaautem eft demonft" deoi °»i.
P°fita,qu-_minorem habet mem a »° Corn - pro Auerrois defenfion. dS E *»W ■ vel
.pfum negaiTe demonftt« 0 tm pofitam _fl_ demonftrationerB J ™ Corn - qncndam
Joquendi, & folum c f " t.oncmcum demo„fi tatia illo decimo commetario
demonS ■ VeIin eompoficam ineell.xjffc i||_m "™ 0nei »» ,.„,_ . u_nc
eninmnn Auerroes *qui UO c. dic>_m dWft nem.quum aliis in loas dixerit e ™m
f tf „°- mo pnncipi-pVim^ ^tnwnjhttio ,flfyU,&m w t .'„ft*„ t , x £ C n a
"^' P . off " ,n ^ ar ,? un, 5 t0 v-«d.m_5_? 1t% Jf r«p.io * ' — v— mag cn xitCDfwwyrV^o eflfyllegifinu,
tB „ft sm ex r«, &prtmH, tutaiadm, yttptr >f _ M, &?rm«tiu,,m I
IibrJ Pofteriorum. J J .qMndodixitprinjapiademonflnrionif efle
immediata.Similiterinprimo Poftrriorti.n eapite dec.mo , feparans
demonftrationem ^uod a demonflratione propterquid, earrj demonftrationern dicit
efle « immediam, tjuaffoiam ma.oremhateat immediaram.ft demonftrat.onem dicit
in flnguiati num er 0j Feftumeftfolam maiorem clTeimmediatam. «Tpexit emm
Ariitoreles jd, q U od in demo- itiatione prorftis ntccflarium eft^nempe vt ^-
( r»,r ^^"^"'^^^o.iftrationedKit con. vfuseitAuerroesincommentano
icJg eiuf demlibn^iceusillam demonftrationem er le e.vimmediatis,!nqua nuliura
medium ca. dat inter medium tcrminum,& maiorem ex* F f* lmzm , mino ™m
immediatam, qu^ffto- trem.tarem. deminore n ihiidixit iqu ,ref_:
^^1*™'"'°""" P^ncipium, & in tremitatem. de minorc
nihii di x i t) quarefo- Jam mjiorem propofitionemputauit efTc (x c-i*. w. ne .
ccJ " rate 'nimediatam,& nihilommtis de. tTa fX ? oftran .°« l ' n
*PP«ll«i«i"i'medi.ti« con. £™ "* f al, ' em
'''pl"^"^ero.SeddimcuJta t em ^are-tdentur ye.baAuerrois in comment
io. etuslibn.quando inquit demonftratio- nem nmpliccm tfle demonftrationem per
pnui d.aam.demonftrauonem aurem com. pofitamefleperpoflcriu^&arquiuore
difii -emoflrationcm: quum tamei, in commen. Ptobare; namAriftotdes poflq_2 d
omnes conditionet princpio -m",»™ 11 ^^ flrationts pooflGn,., docere etiam
. °tmod.sperdef_ftum J cu t Tr* ^ Mntummodos tetigitivnum 011 »5„ «nfa ^.eff e aum l c red.bcff;n d d .S
Ptngredtmur : alterum, qu.udo . dcm, non tamen imm ediata, S proKj. # remota, in
qua demonftration/mgT:™ f pofitiocftmediata; de illa verodemonftr. none, m
quaminor f 0 J a ffrmediata.nc ve. tirfima acpnmi gradus demonftratio, m.rT cu*
fmflet Anftoteles, qu i nor. omn« cc. monftranonum def c a us tetigiflet;
cenj-i" Jg.tur tali defeflu demonftrationcm a So la ionem
S"""* ftd -' ffe adhuC -~ ' ^ 0 ""'" 10 P r °P
Cer qwd» «fl demonttratio pnmi gradus. Hlud vero noneft . nobis C rd7d?m„ r ^
ndUm ' 0011 ' deni di « nduln » ' - effe dedemonftratione, quatecus demon. i w
„>_ ™ cft, ac de tota aliqua fcietitia, du. eft "«"» muitarum
demonfirationum coneeri-s-fln c«* cima ; atque adeo fi id Aueiroes
dixiflct , rc-/« prehcnrionedignusfuillet.Gcut^llireptehe-^*'^'^ dendifunt,
quieoargumeco contia Autceii- f^"^ nam vtuntur; non enim reflcfutnunt
demo- [ff * ltrationem eas duas condmones poftulare-, vnam vt medium fit
cauramaiorisextremi; alteram vc fit caufainha:rentie_ maioris in mi-
noreipropterea quod hs non dua> conditio. B nesfunt.fed vna,quiaaccidentis
eifr eftineC fe,maius autem extremum accidcns eft. qua- re eadem et caufa eft
vt fimplicitei fit , & vt in fubicflo infit; quo fit vt altera conditio ab
aL tera difiungi nequeat , & fien nunquam pof- fic vtmediumfitcaufa
lniiajrennar ; fiinplici- ter auecraextftentia: caufa non fit; i dquevt - in
accidentibus , itamahis omnibusrebus» quralicui ineiTc dicantur ,
verurn'eft;cuius rationem mox cum Auerroe cofiderabimus. * me Jium effe caufam
mino.is extrcmi Jjeoonfttitione potiflima, idem dicimus. dp. XIX- dc Alpbarabtj
& Auictnn* fmuntijs, & ipftrum con- fuutione. I r b a reiecit
Auerroesfenten- mAuicen- eilc fpecies PRO PTl- tiatu Alpharabij , txfcntentum
Auicen- .. namAluharabius dixit tres e' 1 - 5i«onfttationis potiffimejvnam.in
quame- Siu-n cft maioris extrenu ratum;aliam, •n uua nnnoris tamiicn;
&aliam ,in quav- «Lfoue . Auerroes autem ab Anftotehs do- tenon recedeos,
eam folam coditiouem ^o-rilKmr demonflrationi nectilariam re- CNulloigitur
pactoillud Auicennatdiftu ad- id nitdium fit caufa maions extrc vt p. ccpic ,
quo mi- ob id fpeciem illarr, in qua medium non cflcaufamaioris.fed rainoiis
cantum , peni- tus rcfutauit, nec cenfuir effe appellandam demonftrarionem, m
teitia vero fpeeie dixit peraccidenscoiuingere vt medium fitcaufa Hiinoiis,
proindehancnoo efTe ftatuendam diuetfam demonftiationis fptciem, quan- dbquidem
diffeientia accidentalis fpeciem tnitteredcb(.mus,qudd medium nonfitcau-
famaioris.fit tamecaufavt niaius infic in nii- nore ; quoniam fition eft caufa
maiorisfeor- fum accepti , mh^rentije quoque caufa efle non
pottft.qucmadrnoduni fi eft caufa r h-- rentig.maiotis quoq; caufam effe
neceffe eft.- Ahqui tainen fuerunt, qui Auiccnnje ienten. ^4Uqn»>itt- tiam
itaititellexeie:medium n6eftcaufa.mai3y«i/w t n ioris (cparanm
arcepti.hocclUnon eft caufa-^""""*' non conftituit .
Auicen>.a veib interfpecits D'eifendi,fed eft caufainhcietie. luaioris
itvmi. demonftrationis potiflitna: illam pofmt, in qua medium non eft ciufa
maiorlscxtremi, fed' tlVcaufamhereritia? maiuris extremi m iniaore,cuius
demofttationis exemplum ta- JeeiV. omneanimal eft corpus; omnis homo eftanima!,er^o
omnis homo eft corpus; me- diuni et.iin anima! nou mo^ononeftciufa
cc-rpotiijfed potiiis t ft effeftus ipfius, ell ta- nien cau a hominis, flc eft
caufa vt corpusin nore , ld tftv canfainfcicndi; quam ego non' puto
AiKCcnnocnuntvfuilTe. quianimis ma. l/»pitg>uti*> nifcflum,8f nimis
ntagnum enorem Auicer.. na commififiet^quj nullo difcnmine demon- ftrationem a
fyilogifmoftparaffet.&omnetn fyllogifmum dixiffec efTe demonftrationem-, iu
omnienimbono fytlogifmo , etiamin eo, qui ex falfis propofitionibus conftct,
medrus terminus caufaeftillationis coclufionis ; ora.- honime mfit : m hac
igiturdemcnftrauonc E ms itaq; fyiiogifmus eiTet demofttatio. Qga. ■mtus
extremum eft caufa medij, 3t medium ciUiufatum minorisjtum inhsrentia; maio-
risin minore ;ideo cedendum eft, hanc tfie l!l.'n uemonftrationis lpeciem,quam
Alpha- rabius dixit habere medtum caufam minoris cxtremi tani ii3i,non maio
ris.Confurat hanc fementiam Auerroes cum in commeiario 1 1. iibn Poltertorum^um
fufius ln qu^ftione fua dupdecima , quae de mcdio den:onftrationis re netantu
abfhrdum Auicenar attiibuamus, ^idetur omninb dicendum efie , Auicennatn caufam
eftendi,non caufam inferendi intel- icxiik;at caufam effcndi in duo cenera
diui- fiffe , vt alia fit fimpliciter caufa eftendi , a!ia verb lneffendijfiue
inhserendi in aiio : nam irt' illafua demonftratione corpons dehominc per
medium animal,corpus dicebat effe cau. fam animalis medij termini, taquam
caufam- inteibitur : fed ea confutatioa multis perpe. F cfTendi fimpliciter,
aniraal vero vicifiim cau- ftmt Jttr Jf.a.wjrramiriteLigituriputant enim
Auerroein con "3*"r tedcre ir. t -a dcnioiiirratior.e merJifi effe
cau- ff.fl* cnxfm- , ... iam irbar mtiac maions t xtremi tn nnnorc, & non
effccaufam maioiisfeparatim accepti:^ atntga e cam t ile potiirimam
deinoftiatio- Waahoca g wtto ductum.quod in demon- «ratitjnt po.iiTi.ita ha:c
vtraque conditio ex titCifHutc p.jfiuiatur, vt medium fitcaufa lt:h erenti«
maioii cxtreini in minore , t3c fic etiam raufa ma otis fcparatim fumpti . Ve-
tui&hxc cuu tft Auitrois argumentatio ad- fam cffe inexiftctix corporis in
homine. Nos Vttin ftttfiu' jgitur dicimus , Auerrocm in confutandoA-
Antr.intnt-- uiccnnx dogmate non moA non concede. filnud t -4**' re s
quodanimal fitcaufainherentiicorpa- ">">•"' ris ir. homine
, fed illud e/Kcacicer negare»ae qoe impugnare, Si in hacimpugnanone to- cam
eius ditputationem adutifas Anicenam effe conftitutam;omnin6 enimncgat ammal'
effe caufam cur homo fit curpus.Se J vt Auer rois : pciulatio,quar dodiffima ac
profundif- fim.uft, mt clligatur, fciendum cft przdicaca lacobi Zabareilx
Patauini r -.i^ucuimii intc ripeciein mult^med.jc differenneinterpon.ntur vt
«xternam eaurfao, meftinhominecorr>u S ,ftd ^ioipcrrSaS^ 3 «*-«. fiffrrtuen,
» ir,=n-u — luntinet; ira viuen : nefthornini pcr fe.pfum, id eft.peripfam v
malmcit hommi per ,pfam anim3 ; :s ratio . bet v P r n , r'"'*? 1 f
f™"««»*«m homo ha- tUr,r.,,fi, ! 'ibritT i u da,a£ Autrf - ^ota^r. ... ,
£«, is ^ «iWr. omne* propofit.o- . W Iunt tmmediats & jndemo.nftrabile*,h 0
. M mo e " corpus, homo eft viues,homo cft aiu. A*"- aIi
*omneseiufmodj;namffha;cpro ^mcnftraripofreMllu/eirerv^^t^;" C -turamm
(c«6tmet 5 h«enia, eftWr^ J. k . " '""^ 1 'Muoameiiium
uemonfrran pofFer,iIlud eiTet vel wcermediu g e ™s,vtan.maJ )Ve |ipf
aviuentl5Ba » altrice anima ca H fiA it; Ted neuirum ho- nim dici poteftjnon
ipfa natnra v.uenti s.quia Ccviueniperropfumdemonftraretiinnam-
viuentisefteiufquiddirMCvtitalo. quamur; ateiiitdefiiiitioefltttialB, auxu dem
cftac defimtum , pro P tet eanth ,l pote ft demonftran pernaturam f uam proprum
, & peiluam dcfinitionem,quam vocantquiddi- ^, ta !f m aT a ' d f » cere
> e ftp«ereflludidem, «juodeft demonftrandum; cont-a quimin «ccidentibus
eueniat; ciufarn cn.memaft 3 J CJCq ^ a pofl " nt «femonftrari.qiuc efi
qu,de m ipforum definitio.non t.men £ fent,ai, s , r ed caufalutharcautem apud
Anfto. te em kgere poiTumus inp a rt,cuL 41 .4?.li. bn ftcund, Porteriorum .
riulla ig.tuT resde. nionftran poteft per fuam cffcntialem de. »"»«-■«11,
n S qui s oftenderetanimal in ] honnne inetTe p« definitionem animali,, &
edipfim meflc |„ ns - per prio«ionem Ci mims.qusefte.ujdennHioeiTentijl^fice.
nim i petitio prindpij committitur, vt diSum eft-Adde q UO j id ficri non poiT
e t,mR m pro . polinoe maiorepratdieireeurre* definita de «ff w™ C . , .n Ub
^""""'^fenlTbilueftanimal, w««,„„ ^ * ' P r * d 'Cat!o
contra naturam , & abfur- »«W«/rt, B i-
''^■^""^ucgenuspropinquuiiipotefr^iTe f fivtMfif,, medium,perquod
demonftrcmus -euusre moram m fpecie inefle,vt putauit Autcenna
tanquampercaufamilliushih^et^-animal cnim neque eft caufa viuentis , neq, eft
cauft curvtuensinfirin homine ; qucmadmodnm «nim viuens eft viufsper propnim nj
turam non per ammal , quum poffit cfle viuens fine animali s ira pcr propriam
viuentis naturam V.uen t ,neftinhomine in on pcranimalme- dium; cadem en,m eft
caufavtviuensfitvi. licn*j &nu£tfa«mu|i l c-use eft ipfiforrfa n
fit.quaderepIu^disinj^j^f^^lUot: Propofit t onum nec,m taE ; 10 j f u
°""flto de uent, « £ ,di« quum deturvmn^ « ' ?T' «- anim,) - conrra
verigenu, »6 HcTt ftd cft e, oeceffa.ium, & eifrntbll piu "> ex
neceflitarc h.befmfe naru„™ ' & •* n,ni »! P»nem fiiam eflen.iaSeni p^a
" -"f nds « tur animal videtur eft c uftTl 1'?^ HWi homoenim tn fo,
fubfta, «imal.s naturam , 5: ha^cin fuaflfl «t naturam viucnm.- ideo anim.l T*
^ hom.ne infit, videtur effe t3 uf' . t \ qua ™ vi u e ns , non eft ramen
caurape ft ^ 0 . 1 ' 1 quatenus eft ammal, ftd qLlci^I^ ra, & caufaperfcv t
homonuZ n 7 ¥ fed" U - viuent, accidit efie animni, : ideo l^Vt caufa per
acctdcnsvr homofft vhtT&i? teutu igitur Auerrois ctl , quod eanfi -S; 3«
eft a^quata ip(? rej , non poteft Z f J caufi. riufdem ftparat.m «««*
"erib 5 b« s en,m cluo d.ffu„ e , .fft m ? t ^ queuntj caufa v f rb
perac5de„, p ote fl "ft D caufavratiquidalicu, , n hrreat J,cern„ /• caufa
illiu» feparatim accenti ffcutS? corporis ftorfTm acc.ptt «ttfa non cfi
hallucnan, r, nt A ucrroem c« XJT. dedefinirionefubftamu, t> quomodo
conttngat aliqu.indo me- dium effe dtfinitietttm fttoiecli. H A _c t i tr v i
medium demonftrari*- _n,s vt caufam re( P eaue«remorum c6- fidera-.im„,,
dcclarandum rerr.anet^uomo- do .efpeaue wnndem fit dcfinirio, eVpriui qtn.cm
refpeftu fuhieai.deinderefpedu af- r;eUom 5 ; vfrumque autem ftcilc inteilige-
rur, h guomodg tum fub(iantia,tum scd. aem ae*matur,paucisvcrbis expofuenmui.
^jtftanti* locm u reii! JeMcdioDcmonflrat. Lib. L m :finino exgenere, ac A
fionevacat.fiquideThilofophisvirandafem- jii coi>dac»«kiaiau- SubfUntis
q»l«V* 1 C.lttc SSrectia, qua.ptopr.am re, Mturam .ficat, P'* cl P tw P ari ^
nn,tloIUS,:fi ' ffa jjhvi fitcn' m . r ^vocari potuenttota rei dcfinitiojdi- P
- jb, Ariftoules.iltimanj differentiara S^Snaruran. . totamque fubftannam elK 1
^ „; .^hmrionrni: QUiavultee. * ^ipfamrei defiiiitionen:: quiavultge- '
liffereati» remouore onditiones ne«ira.ias,fine cjuibus q efle ponu. utddi
quiddi ; f ;, Kd.ffereat.aj ■■ lones neeeita „ sl Ii it .re nonpoteft,
quamipl.us . « 1S parte Si per hoc autem foiutt i1!-iti dubi. auum «
plu"b» s partibus conftet; , d.cit e- „,;, 1 vn«n efTe, qu«mam vlt.ma
dtfterent.a „ ae lV hicciiimtrt tota reiquiddiras, Bci- pfius defioitio.Harc
autcm vltima differentia ^tptopnirelforma, otipfius propria,& at- quata
eaufa, qua pofira res ponitut , & qtm ablata aufertur, ipfaq,
eftiimuleiienua.feu Q r,vt(i dcmonltianoum ist ■u&aftiM hominem eil.
rifibilem, mediumfumeJum fimirrfitn cftpotius rationile , ..uiiii anima!
rationale, iirrt-mcm q[1I t fr- ct i nte g r3 definiuo : nam abfque du- irV^' n
' ma ' ' n Ea dem onftratione ft-perfluit, SZj. katqucponi ac nr-eteimitti
pi.ttfl,qu-ndo>. M quiiirm demonftrantis confilium in ip}b de- nionftiandi
aitu no cft hominem fubicc-um definire, fi;d caufam -dducere,cur homo fit j.
nnb.iis, arqui nfibilitatis caufa, noncftani- mal, fed tauonaie foJuni: cai fe
namque re- nim fum fimplices, & in ftibftantian.ilc ad demon- flradum
honunem efTe rifibileir,, animal ve. tofiue fuf-iatur,fiuc non fumatur,nihil
affcrt tnomenti Intesram ip itur uibiecti definitiq- nem m demoftrationefumcre,
licct magnus ertordonfttjattamcn tio-omnino repiehen- percftveiboifr
fuperfiuitas, prifertim qua- do errandi occafio aliis pisebetur, quod hac inre
euenit, complures enim putant totam definitionemfubietti eircaccident.scaufam;
prcH.ide caufam integram non 3dduc. , nifi tota dtfimtio fubiecti accipiatur ;
quam de_ ceptionem vitare debemus, quuid facilc,ac nullo ncgotio pr-tflarc
polTimus.Huiufce re* exemplum habemns in primademonftrat.o B ne prinu libii
Elen.etorum EucIiJis, vbi non tota definitio circuli pro mtdio demonftra-
tionis 3ccipitur,fed foliimpoftiemailla pars, qua dicitur lineas omnes a cetro
ad periphc- nam ductas aequales ciTc;ha;c enim fola fuf- -icientem
redditratione.cutconftituti trian- guli laterafiTita?quaIia,reIiquaevei6
eiusde- hnitionit partes ad eam demonftrationem noapertment,neque ei profunt,iurc
itaque omittuntut,fiquidem fcopus no eft citculum definire, fed propofiti
problematis dcmon- ftrationem adducere. Me3ium igiturdemo- ftrationis
tuncdicitureffe ciefinitiofubiecii,- quando eft vltima differentia.Sc propria
eius fubieiti fotma, quar poteft definitio appclla- ri, t-:1 quiareuera ttt
tota rei definitio,veI falte- q uta eft definitionis prarci p ua pars.Qu»
i^iturratione medium pociffima: demoftra- tionis eft quandoq; caufa
fubiefti,»adem ra- tione tucd.citur dehnitio fubiefli, quianul- j) lafubieai
caufamed.um demoftrationis efle poteft,nifi"propr!aeius forma,vt
nominefor- mz intelligamus tii illam.qux eft altera parj compofiti, tunq, ctiam
ipfam rei efTentiam, quando res *x materia 5c forma non c o nfta:, ytraque enim
poteft defiaitio illiusfubiecii appellari ea rationc.quam prxdiximus. »* *nh«j
aentis na ti ,__m,qu_ in homineineft fic ani. MrtemE nf r , ^ 3 ™ viu ^"ti
s « maf ,nelt homin, pee Mfm animais ratio. ^l ^I°JT± MU l im ' PJ«»P«riil ani
J nia! lneit hommi per ipfjm aftimalis ratio. nem,peranimam fen_e:em,quam honio
ha- 0 b «3 Vt optimeJeclaiat Auetr. in comir, enr. "? %,Z «w,„5 p, n - es
'unt iiumediate St indemo.n_rabiie.__o- mq eft corpus, homo eft vit!_s,homo
cftlm. mal,&alia:omnei eiufmodi; nam fi h_e_ pro tefr dimiit- pontio .homo
eft v, U e S: pera! 14 uod medU" C «emonftratipoffeclluddretvelirKcrmeuiu
C % T , -!" f " ™ eflv !"c Ju . « - . »ui|UVU illkUlUlll
demonftraripofTet, [ludeffetvelincermediu genus,vtanimal,veiipra viuentis
natuf_.quae in altrice anima confTftit; fed neutrumho- rum dicipoteft;nonipfa
naturaviuen tis.q uia fic viuenspct feipfom dcmonftraietur, naiu- ra enim viuen
tis eft eiusquidditas ( vt lta Jo- quamur) &ei_sdefini_oeffentiat_; ( quxi-
dem eft ac defiqitum i proptcrea nibiipoteft demonftrati per.aturam fuara
propriam , & perfuamdefini.onem.quam vo cantq iuddi- tatiuam, quia id
facere.eftpecere illud idem, q uod eft derrtonftrandum; contta quamin
accidcncibus eueuiar; cjufam enimejurafe a "^* poflunt demonftrari,qui eft
quidem ipforui-i definitio.non tamen efi fentialis.fed caufal_;h_-cautem
apudAnfto. telem Jegere polTumus m part1cuiis41.43.fi- brifecundiPofteriorum ,
nullaigiturres dc- rrionftiari potcftper fuamcfienciaJera de- !in«"r.ripm
»mm /_ _. ..__. _ Pt j_ __ . - I - tur aa™.^;?^» uens; homoemm in fua mbftan_
ahaHrV. mmalisnaruram , 3ch_cin fuar_bffanri_h*
betnaturamvmcndsudebar.im.i.quy", 1 ; homine mGt, videtu, eiT.caufi vthom
ol ° v,ue «s , non efl tamen caufa per fe, non quatenus eft ammal, fed qnatenu,
„ a ™£ finmonem, vt fi qu,s oftendcrctanimal i„ E eft an,{,,al . 2 ^ tfi homine
ineiTepcrdefinitionem _n, m „1, t . „, .„ „a , . ' '""«rent. honiine
inefle pcr dtfinitionem animalis, Ct eclipfim ineftc luna per priuationem ltt-4
mims , qus eft cius definitio eflentialit; fic e- «im petitio principij
committitur , vt diaum eft. Adde qub J id fien non pofftt.n,.. in pro. p,o_n5e
maiorcprardicareturres definitade eftentialide_nitione,maiorenimcfret _««-.,.#«
harc , fubftantia animata fenfibilis eftanimal, eil P«dicatio eontra naturam ,
& abfur- »>t» rf nf„,m- ^'•^dnequegenuipropinquumpotefttfTe !
Jiricjnfipir m *dium, perquod demonftremus qenuste- acadtnf. motum in fpecie
ineffe,vt potauit Auicenna, tanquam per caufam illiusinhneti _• animal enim
neque eft caufa «uentis ,neq ; eft caufa curvtuensinfitin homine ; quemadmodura
enim viuens eftviuesperpropriam naturam, non per animal , quum poffit efle
viuensfiac animali; itaper ptcpnam viuentis naturam Viuen* ineft in hominc ,
non per animal me- dium ; eadem enim eft CMlavtviueosfitvj- _sns, & n infit
homini, yux efl ipf_ Forrfl a vi fa.&caufj perfe vthomo fitviucns , f ed
viuenti accidic efie animalindeb .mimal .. caura pet accid.ens vc homofit
viuens Scn tentia igirur Auerrois efl , quod caufi « t r," quat eft iquata
ipfi ,ei , non poteft effe caufi mhsrenti* illius tei ,n aita, quin fitetiaa
caufi eiufdem fepararim accepta., & econ- uerfo ; hacc enim duo difiunci a
Te munio ne queunt; caura vero peracciden.potcftt.fl" D
cju/avtahquidalicui inhi.-eatJichnonSt caufa iili_s.epara_mac.epti,-
ficutiammal eit peraccideiu cai-n vt homo fit.corpni.fed torporisferjrf- ...
o-' caufa non e R. Id^ hallucmantu- :ui putant Auerroem coi cederc tw. etfe
csufam per f. _uth_r_o "' corpus , quum id ab Auenc !■ ipert . neec
tur,& . • ,bi ..rAiicetismmanifcft.faL rum;fic ! uise«_mqii_-r3t !t
>iopr e rquidh0!_. eltcorpus .loneftconueiiico.rcfpofioiqiiia caufa no:i
^ff, nifiaccidenta!ii,«di_itt__r. ideo lila non eft demonftratio; p er caufime.
nim aceidentalem fcientia 116 acquiritut; Ted dlcitAucrroes, eum euefyjlogifmum
quea. dim vendicum, quiintcr de__onflratioa_t coliocarj non nteretur. Caput X
X, dt definitiene fubjijnti* , & quomodo centing&t aiiquando me- dium
effe dtfimtionem fnbisclt, Jtiedium demonftrari»- ">e&vk
extrcniorum co- ium remanet,quomo. do icfpeflu eosundem fitdefinirio, Scpriut
quidemrefpeftufu1.ieai J deinderefpeau af- t.dionis; vtruroque autem faeile
iiKeilige- tur, fi quomodgtum fijbflantia ,tum scci. dca* de_niatur,paucis
verbis expofuerimui. Subftatuia* "T.T A c t e n v i med JL JL n 's vt
caufam refpe. fiderauimuj, dccla.-andur jjg*rerit.3,vd deMcdioDcmonflrat- Lib.
L 572 ^ ■ • m definitio exgenere, ac A Concvacat.fiquidtPh.lofophiJvitandafcni.
" s peteftv«ibo.u fuperfluitas, prxfemnjqua- do errandi occailo aiiis
pta?betur,q_od hac inreeuenit; complures enim putanctotam
definitioiiemfubicaielVe.ccidentiscaur-rn; prcnr.de caufam integram non aaduct,
nifi totadefinitio fubiecti accipiatur ; quam i oe- ceptionem vitare Jebemus,
quu id facilc,acr nullo ncgotio praritarc polTimus,Huiufce rev rei, * ,
?."^'; il[ias remotiores ciTc potm. exemplum habemus in pnmad-monftratio-
mf.^^ZS&Sto**^ B nepnmilibnElemetorumEucl^.s^b.non eondiaoncs n" eff
^J!""™i;!!, ,Lddi tota dtfin.tio circuli pro nu dio demonftra- lionis
accipitur,fed folum pofti ema llla pars, qua dicitur lineas omnes a cetro ad
periphe. nam ductas aequaleseireiharcenimfolaruf- ficientem reddit
ration.cutconftitutitrian- guli laterafir)tarqualia;fehqu_:ver6 eius de-
hnitionit partes ad eam demonftrationem non pertment, neque ei profunt, iure
itaque omittuntut.fiqu.dem fcopus no eft circulum P h - V
^-.'Ariftotcles.vltimam differe^tiam ''irCamnaUam , totamque fubftantiam ClT -
Smtei dennitioneto: quiavultge. tci) ^V, 1 .- .„„,:« remotiores effc potiu- n
,«ner hoc aurem folutt lUaoa dubi- utlS? * Ln»do cefiniiio dicatur vna,
^""^Xiba- partibus conftet, d.cte- quLzm vltima dtfierentia n-'h««n
n. eft tota reiqu.dditas, & i. Ifi definitio. H« autem vltima differentia
T, rWa, qua pofitares pomt_t, Scqna quaca c^" > H Y____ -_£.___-?«, «?£__.
lp raq- > eftfimuleill-n tl a.ftu C d-fimre, fed propoQti problem-tis demon-
auiertur, 11^4» , ^ ft rlr ir.npm -dducere. Medium iglturdemo- ablita —
«ujdditasrei,-- cauiarei.cootraqui Snnbuscoiumgat.quo^eircnt.anoneft
tafhrucaufa.redpor.usabcicteroacaufapen- d^forma vero fubfl-ti* eft t,l.s
forma, qu* .b.xterna «aula non pendct, & cftfimuUa fentia rei, & «uf_,
propter quam res eft; G quis eniru qU_*rae,pioprer quam caufant bo- mcl fit,
nulbro aliam refpondere debemus, quam propriam homims formaen.His omni- b.silljdvolu-musdedarare,
vUimaro diffe- rentiii-.i veleffe totam fijbfUmi-: compofi-
MMefir>itionen.,vcl faltera prarcipuam eius dcfinirionis partem, quofiivt,
quumliceat uuandoque parti praclpuar , ac oobil.otl no- men totius imponere,
liceat etiamjJtopnam fubftantixcorr,pofirxformamappell3rede- „r_i.ionem:idcb
fiquandoq; in demonfira- tionc ir edium fit furmafubieSi , d.cere pof.
futousmedium tffe dtfmitionem fubicai.-li cetalu dtfirin .nis p.-.rtesin
demonftratio- £ ,. anenoT e.xpnmiuir:im6 hereuerafiunquam o bZ.ii (xprim;n -a;
t llsn r;vt (i dcmonftiandum fk Z: hotoinemtffe rilibilem, medium fumeJura
f,m#tfilm cftpotius rationale , muIh. animalrationale, Afrnstum quae t ftet
integra dcfinitip : naro abfque du- ^fA^" bioanimal inea demonftr^tione
fupertluit, "* "" &a?qu; poni ac antcimitti pottft.quando-
quidem dcmnnft-anlis confilium io ipfo de. monftrandi actu nu efr hcminem
fubicctum definire, fed caufam »dduceie,cur homo fit j tifibilis; 2rqui
nfibilitatis caufa, non cft ani- maljfedtacionaie fblum: cat {jenamque te- rum
funt fimplices, & in fubftantiacorpotea caufa piopriorum acc. Jentium
eftfolaipfius 4 fubftan{ia?forma,foia i^itut mediurn demoa ftrationii elfe
dcbct^vtrationsle ad demon- flraeum honnnem eiTe rifibileir,; animal ve.
rofiuefijmatur,fiue non fumacurjnihil affert Biomenti Intesjam igitur fubiecii
definitio- ntm :n dcmoltiationefumere, liccr magnus cnoruonJit^ttttmen
ndoinniao reprehen. flrationem adduc«re. Medium igiturdemo- ftrationis tunc
dieitureffe definitiofubieat, quandoeftvltima differentia.&piopriaeius
fubtcdi forroa, qux poteft defioitio afpella. ri, vel quiareuera eft tota rei
definitio,veI faltequia tft dcfinitionis piatcipua pars^Qua ietturratione
medium potiffima; demoftia- tTonis eft quandoq; caufafubie£ti,eadem ra- tione
tucdicttur definitiofubiecli, quianul- •q lafubiecit caufamedium
deruoftrationis effe poteft,nifipropriaeius forma,vtnominefor- roa;
intelligamus tu iliam.quE eft altera pars compofitijturo, ctiam ipfam rei
efientiaraj quando resex matetiackformanon conftatj vtraque enim poteft
definitio illius fubiefti appellari ea ratione.quam pracdiximus. Caput XXI. de
dcfinttione Atcideutis, &- quomodo medtum demenfirattonit fit femper
defimtie maieris extremi. DEriMiTto autem accidentis qua;- +JtWSt- namfjf,
& eitquibuspartibus conftct, lAerf.r^.i^. tk m aiibt declarauimus; eam enim
conftitutam '5 eiTe diximut ex ^enere tanquam forma,& ex fubieftopioptio
tanquameit propriamate- ria, quae differentn officio fungitur, 8cde- mum cx
caufa inhzrentic illius formsm hae materia;qu3ecaufaefte:us definitionis pn.
cipua pars , quandoquitletn genus illud formse locum obttnens non eft tormapro-
pria, fed comniunisifubit&um vejbquum fitmatcria,piincipem locum tenete non
po- tefliredipia caufaeftillius rei propria,ciepro- ptercam rcsefts eaenim pofiia
res pon.tur, & eaablata resaufertur,& ab eapcndetreli- qua definitio,no
ha;c ab illa;priuatio enim \w minis luna; pendetabcbiefUone terrae, non
Deodct«bi£dio tett» ap.nuatione luaim* 573 lacobi Zabarellas Patauini Junar.
.Hareigitureaufi.quamuisexternafit, A monftrationis prineipiunvid,* - •n
defiwaonetteidenmMincipc locumte. potiflima demonftr/t o™ e 1,^°° inom » ;
ncUalternapudLog.cumdefeientiiderao- «ma.& 2 >ou ira „„r* ff.^
n>edlUm fii ftratiua ditTeientem, qua? ex eaura: cognitio- neacquiritur,-
proptetea Ariftot. in fecundo libro Pofterloru dicitpereandem caufam fa-
.tisfieri qulftioni propter quid eft, &qui- ftioni quid
eftjdicitenim.propter quid tl\ c- dipfis?proprer obiedionern tcrrar; ciuid cft
xima,& a?quara caufa affcedonis ^« Prc, eriamfemperdefiniiioeiuncrnV- ^eft
elTentialh defi nitio, neq; defi,, jc,-„ ^J?** fed caufalis qu _ didturab AriK4
d'^ tio, quia eft definitionispcrfeft at ti Dl - pars,quemadmodum cieclarauimus
H C ' FUa no modo,non aIio,intdii e ere deh.L ** dl-m potlffima: demfifi™,..:-
t r emtt *Ul6, e m • B definitlonemmaiorjscKrremj, fUe cauialisjhancenim ipfe
Anftotelesvocatde. fimtionem,hcetnonfitintegradefiniti 0 ,fed fola caufe;&
quando triplice docet eiTe defi- nitionemjvnanijqu^eftprincipiumdemon-
irratioms;aliam,qua: eft demoftrationis con- cIuuo;&aIiam,qua:eft integra
demonftra- tiofolo fitu terminorumdifferes;fub primo roembro eam accidentis
definitionem locat, qua: diciturcaufalis,& eft mcdium demofti3- tionis;
quamuis igitur ea definitio fit pars QitMtdt perfefte definiticuiis.tamen
Ariftoteles eam r j * vocatdcfinitione n'. dum dicitaliquam dcfi. «h.
idelt,mediuro, &.harceftAuerroisftnr.emia
ino^.commenr.i.Iib.Pofteriorum.PatetigL tur, quomodo fit intelligendum quod
nfe- dium demoftrationis fit femper definitio af_ fedionis; eft enim non
dcfinitio integra & perfcda,fed prarcipua eius definitionis pars, vocata ab
Anftotcle definitio,nempe defini Cty«/ XX 11. quomodo inteUi^nd m c dtclum
iUudAumois, qubd medi m vet eft nuicris extremi defi- nitio,veldtffe- rentu. IL
l v d vero hac in re fimticere non eor fum, me maxime dubtum efle, an dAu
Aucrrois probero, quod apud eum leojmi*. in comment.priibri
i.Pofteriorum,^:" ftpementionem fadt Balduinus in fua que . itionej dicit
eoinloco Aumoes, mcdiui demonftrationisfempereiTecauraan maiori* extremi, idque
altero duorum rnodoiumeft eniro aut definitio, aut diffcrentia; quod dj.
ftummihi ncnleuem oubitationefacit; quij -
%Jifica^evidetur,mediumei^equandoq.e?* fe ''' ,
tiocaufili^ullaenimaliaaccide^^efi;;: D ^^^^^^^ no medlum in demonftratione
efie DoreftS tionf s oatrcm n„* ,n Irrsr diet»- tium midiii tffe dtfinitif nem
tjftntiit tio medium in demonftratione effe poteft; definitio quidem perfecla
nf> poteft effe me dium demonftrationis.quu !tt demonftratio tota; eft enim
medium fimul cu coclufione; illa.vero accidentis definitio,qui finecaufa
fumitu^&eftential^fiuequidditatiuadici- tur.non poteft tlTe medium,quia tft
conciu- fii"i ucnni-, tionis partem,quat eft oiffcrentia; quemfen- fum
Balduinus & alij acceperunt; faifusta. meneft, necpoteft Auerroes excufari,
fiita fcnfitjintegra enim dciinitioaffeaionisnnii. quam poteft cffe rucdium,
quumfit potiiis totademonftrauo, vt praciximus; fedmt. dium eft femper
definitionis pars, & difiete- tia : nunquam definitio, dum fijmitur de5ni*
tiovtintegra,&vtdiftmaa cor.tradefinjfto. E
nispartemjquajdifferetianuncupatur.IiiioliJiriai^uww bene remhdcperpendimus,
nunquamediu^«« >tif. prcprie Joquedo / ft ciSeietia refptau
utiiof"""" f- ristxtremi 3 vtipravocisfignific3ti 0 declarat;
{"* diffetentiacnim dicitur.qua resdefinira dif- ■ . fertab aliis, quo
quidem munere mcdium demonftrationis in dcfinitione accidetis non fungitur; non
enim ad rem .abaliis diftin- guendamfumiturcaura in eadefinitioiie,fi-
quidemaccidcjperpropnum fubieaumfa- p tisab aliisrebus omnibus feparatur,
qoVexe. plo defiuitionis edipfis facile dcclarari po- teft;perhacenim
dennitionem,priua!iolu. minis lunE,eflentf a edipfis figniricatur, qua; i.
eftpiiuatio qua;dam luminir; fed quoniam pnuatio Juminis dealiis pluribus
dicipoccft, qua:nonruntecl!pfis, irledadieao rubieao Iuna,itaad p:opriani
eclipfis naturam figni- ficandam reftnngitur pnuatio luminis , vt eam Tolam
figniricet, ochancluminis pitua. tionem ab ahis omnibus feparet, vtexipfi
reciprocationc manifeilum fir ; ommscnim edipfii deMedioDemonflrat. Lib. t 576
ffi . ■ ,,in lununis luns.&omnis A orat.onem demenftrantcm : figniScatcnim
cdipfii eft P? u " "J" e ft «1 pfi« igitur pro effentiam fimul
cum caula effe,.t,e. quum al tera definmo nommalis fignihcetlolu quid eft/ed
ipfum non dcm6Itrei:qui3 ipfiuatau- fcm no affert:quatenus veib caufa illa
exter- naindefinitione arcipitur proptcr elwntiar coenitione.ratenusdicicur
fattsfacere qu=e- ftionfquid cft, &dicitur definitio caufalu. quar cft
perfeaio,& complementum mtegie deiinitioms: hocrefptxit Anftoteles in pn-
etlipf llpE un.eftcclipfisi.giturpro fe P , h iLetiaquia mhil fuperuacaneum P
uS 'c a n 0 ne rccip.endumeft.Cur .gitur u S2£SS£««* particula ,11. defiu, p
facauia« i obiedio terrar?ap- « om a ?Cc non vTdVe tentia. fed vt cauTa, PtffiXa;
qu.ddttatiuar; ea en.m dcfi- ffim £S» qu.ddicatiu*; S caufam habet.per quan ^iV
rjuiaill» forma meft - P ° vtcrnam caufam; pro huius aucem ire. Srd.Se,
&tonfirmationeiegere debe- - ^ ,™ nuidditatiuar; eaenim ocn- vcunuioui».
"■'^«■-^ '•''"" r MS V , £,Set uer quam demonftrari B mocapite
ftcund. libriPoftenorum.quan- nlti o cauiam ™ fo ;£ A £_ n | n iUa matetia H„
di_,r vnam. &eandem caufam qozn per *eft ; 1 r. n .« kntMt antent rei
""li libri Poficr.orum, vbididc definitio- ™« , « d ntium habere
eftcrnam caufam, ?Heo efle demoftiabiles, &cas poftea.n par- Sl.
vocatconclufiones dcmonftrttio- , oertinenretiatnadhuiufcerei intelli- „ c riam
verba Aucrrois pulcherrima, & do- C deremusinvtraque "
2tUtercuidcll,&qua>rerequldtft:tamen. i, iu j t cueraeft'd,quod
refpodetur adquat- g.onem quid eft-,aliud eft id.quod refponde- •ur ad
quaftionem pioprer quid eft.quod C- „im rtrpondeturad qua^nem quld eit.no mu i
.i l.! . l t_ ivi.uuui ntrt* - ■ i; dodix.t vnam, &eandem caufam quiriper
qucflionemquid eft,& perqu^ftiouem pro- pterquid eft.quumvtnque fimul
quaritioni eademcaufalarisfaciac. Caufaigiturin defi- nitione accidentis non vt
pars eiUntiar fumi- tur.fed vt caufa ipfius t fie ntiar,pruindc pro- prii
loqutndo nequc genens, neque o.fte- rentiailocum in ea dchr.itioneobtinet ,(ed
folum caufar.Hsc diceic voluimus, vc often- ne parte didi Auerrois dif> . .
meuifl cnim potnHma; de- monftrationiMiunquamcft ptrftcta dcfini- tio, nunquam
eftdiffeientia: quia vt caufa, non vt differentia tum in demonftratione, tumin
defimtionefuniitur.Quodvtiodite- c**f*i*i*- refokmus.definitioncm ex
^cneretantum,/;'i».*»«- acdifferentiisc6ftare,id,fipropueloqui ve- P-
limus.noneftverum nifi de defimnone ef- " st *"l" uuk. ;:r,tu '
TTT ' »ttamen in rermonibus fapientum ( ldque refpexic Anftotcies) eandemcaufam
quiti- muspet quefttonem quid eft^c per quaft.o- nem propter quid eft:
quandoenim eflentia habcc txtra fe caufam.aquapender, vir Ta. picnsdumquarrit
quidearesfir, non folam cffenriim quxrir, fedeffentiam fimulcum caafj
cffcntia;,vt fi quirat.quid eft eclipfiirSc rtfpo.-ideatur,priuatio
luminisIum,llon fa- I tisfit quifliom virirapientis: isenimadhuc quzret.cur
iuna priuatur lumine? quarftio e- nimquideftavirofapietc fafta cau r
amprac- finecaufa traditur,dixitdtfinitioncm iliam effeoratio. ncm
fignificantem propterquid eft, & efTc ntm cauia » wnn uiun.ii». ■•■ ne
acctdentis, quoniam eft pridpua defini tionis pats.&rei propria,&
atquata:& eft cau fa,qua pofira res ponirur,&qua ablata aufer- tur:
ideo vltimar differentiar Gmiliseft.nam in definitione fubftantia? vltima
difterentia eft eiufmodi, vt forma hominis eft caufa eius
propria,&arquata,qua efl homo,& eftpreeu pua p.irs definitionis
honwnis,in eo tantum difcrepant,qui)d in definitioneiubflanf^vl. tima
differenria tft caufa interna,quc; t em ab aliis feparat, quodin definitione
accidcntt* caufaexternanon priftar. Pcffumus autem ^Mimtdtdi- diftum illud
Aucnoi* ad bonum renfUm tra H here , licet nemini cogniti:m , camquf ptito T
"ij > J"' ipfiusAucrroismfntcin fuiiTc,vtexe.Lsver f > • bis
incommeiitariis 40 41. & 47. fccundilu bri Pofteriorum colligi pt-ttft:
dicmius enim ipfum in mcmorato loco non rem,f: d folam vocem rcfpexiffc : namfi
rem ipfam fpefte- mus,dimcnltatibus vrgtmur, qua^ memora- uinius, &tredimus
diflum Auerrois itain- telkaum.vtaltiinteliigut defendi nonpof- fc , medtum
enim quantumuis prohxa ora- , tione proferatur, niitiquam totam acciden-
tisdefinitionem jgnificar, fed folam exter- nam caufam . qua: eft dtfinitionis
pciftftK tertia pats:atfivocemfolam attedamus, dif- tthtUftim crimeniliud,quod
Auerroes tefptxi!,in me @-ftcK*4i*T diovidemus: mterdum enim vmca
dictione^*"'"'»^'»'- exptictiitur,interdumorationc pluribus di- 577
lacobi ZabareflaePataumi plex abqua diclio, vt quum rifib.le per ratio. nale
drmonftramus, eam habita tocis ritio- ne non poflumui appellare dtfinitionem :
(juia defimtio eft oratio, non diaio vna.ideo perfirjjilitudmem Aucrroes eam
vocauitdif- Ttrentumiqoij dl&io vna, quar ptoprtam rrj caufam
ffgnifirat.inilarditTerenti* efTevide. tur: oiationi verb poteft attnbui
nomeiietr" nitionu, eiiamfinon toradefniitro,fed par s defiriitionis
exrittricUdeoquando medium ««otatio.vtquaJo eclipfim demonftramirs pet
inre-po/Ttionem lerrac, 3f eafum foliorfi percongelancnem humons in conraAu fc_
norum cumramij, runc dtfinitie appeltari poteft. Attamen firemipfam
refpicjamuj, nullnm (ftdifcnmtn; ffut enim per cieiio-- nem vnara , fiueper
oratioiiem , & tam quF. demprolixani , exprimatur rnedium.faufam viiam
ffgnificar.ctus- eftteiuaparj dcfinitio- ■H, nunquam liefinitio eius inregra:
rllud quiJem vt-um eft, nopoffe meJrum definK tioncm iltam caufakm conftituere
s quando eftdiaio vna ; nonenrm dictrelicct. nfibiji- taj tft rarionalitas,
quemaiimodrim dicerc poiTumus.ecitpfis tft mteipormo terie:ramtf verumfempereftid,qaod
Artftotelei Jitir, «nedjumdemonftrationis tfte dtfinitionem maions exti
emi.qiicnian, fcmpcr eft prxci. puapars.&tomplemetum eiusdefinitionis 578
fiionibui conftantf : quanJoig.tur eftf.m- A rio, cuius principia ab a]ii s |
dent,non eirponW»!} a S P "» ^ eft definitio *&ede»h,h* tt *^«** dena
ex alns piinctpns, habet eni m ™ j >en - dtfinitionem aiftaionis, quat
«endVT J Ul ? nirione fubiefti.&pe, eari deWnftran detunn hocargumeto
Stotu,deH tl ?tio„ VL effrntia.em acc,de»t,;rer P ex,,i>, q ^ e * mm acadens
3 pnnapus ftj fub Ka \ fl ui ? C " iu quoquedertmnonem eiTcntiajemab Jr
dem fjuere neceiTe rft, fiquidem bxcd^ tioidemeft^cresdcfin.tldeta!,^^
nit.onetotum argumentum conccdere D t fumnsiAciiausenim hancnunquam d ,1
^" S - ,S tionem primi estremi. nam ratjo fis^nififat catifam
fansfactei.l;m qusrlionr qaid cft, tanquam illain ,quam prafcrpue vir ftpitns
quariit.dum quarntquiu resahquafit Quo- modo igitur mediu dicatur fempcr cite
deft- nitto maioris t.xtiemi & quomotio oir ando. que etiam minons, fat.s puto
fuiire ccclara- tum, nrtirtius enim extremi efl i^ttgradtti. nitio, fi-d pars
prarcpua cefinirionis, qu promdepoteftappellatidcii""- IDltHJ. -ii
primxm Capsr XXIII. in tjuo omnu aliotHtn ar- gummta foluMtitur. COc s t t
Aieivemarefaciieeftomnta aliotum argumenta foJuere:ad priniu m enimSroti,
quodcrar, omniapropria acci. tientjaaforniarubied! rluunt, ergo pcr for- man;
omtiia funr drinonftrandai nc^ainuj & anrecedeni, Sc confequcntiam
:%Dteccdens quidem, quoniam non omnia accideuraa prmcipiisintetnis f biedi
ptndcnt, fedaii. qua ab cstetnis caufis,» t antea diximus:ton. fcqutntian! \
c,6, quia dato quod accidtntia afotmaf, bitft. f)uant, n^tamen omniaim. media-e
t jt ea fiuunt , f. d ordine quod^m, fjucmadmoi nm deciara.::mui, jgiturno fc-
quiturcmnia per formam ftibjecti eiTe de. roonfiianda. Stctindum argumcimim
nihil toboijj habtt,ciicebat tniin^iJh demoiiftra- meuium eius uemoi.iiratioris
ex a!j 0 pnore mediopendeat, perilJudtile demonitTan- dunv&tta
aliameiree.uviltnionftratioricm' perboc tamen nou ftar,qnin ilb fitpotrftrma
deaionftiatio.vt indicatibj Aritlotc]e S . Mu noi quoque argumenti Scoti
Falfaeft.-Hiiijj quandomedium efidefinitio vtriofiji fimu] extretni.eft cette
definitio a&caionis-, ea 13. mennondicitu. pendere i dcrinitione fub-- E
lefti.qurj fft ipfsmetdcfinitio fubitctMqurW Jglturomnis defimtio sfftaionis
dcmonfirs ripoffLtperdefiRitionemfubita^fairumfft: vniutueprolatum:
qui»?)iquado ronrinojr deSnitlonemcauraJemaffcaionis eiTe finmi
definioontmriib.eai eiTentiilenj.In cotfero etroreeti3m Thomas fuit 3 dum
dixitsrciefj fmtTfa dcmoftrari quidemper fnam definiiionttr»;"*. fed eaju
peraiiam priojedtfinitionem.qu* fubiedi eft, effe demenftrandam: videturc. F
rumeflentiaieni accidentis definitionem re. fpexifle,qui commiinis omrtium Larinoruta
errorfuit: quia ha-ceftcondulio folumdei monftrarionis, nunquam mcdium:de cau6H
ajtrm dcfinitione falfum dixit.quoniam hi^e nonfemperex definitiune fubiefli
demcrj.. ftran poteft, quum aliquando fitipfa defint tio fubieftr, aliquando
etiam fitcaufa exttf- na.qusidefiiiitionciUiusfubieftinoB pen- dct. A'd
tertiumarjiumeirjtum pro eademo*_^jj. pinione a feetatoribusTlioma> adduauru
di. «raiK-cffe quideni petiuonem pnncipi;', fi recdiii» deMedioDemonflrat. Lib.
I. __ i. ■■_ f_: r _ * mbaiip _■_■ _■ _ _5**_ *e-iH« ™ ,* eft ac
definitimiiqiured. h9C enwn laem ' dmiximam _»beteffi bjc h _ be tdec,ufahdefi.
" £iMte „ ed^um e«.m eft detmitto «ufali*. »«!.*■„(„ demonftraodi aftu non
fum,- » 'P fa , fed vt C-uuquamuu en,m vl- ^KlfJSSfcS* fin » * dtfim ,'° iCCU
179 . l_e_ M _ r _idem,s A h*e»i>temn 0 nvtr U bieaiform»,neqacvte ' _•,* „t
eflentiiits dcfimtio aecidenm, A m«»u _ mlo neque vt eius caufain de Prft* -ft
_. de_mra*,:qu»rede TJJ», , f.d vtquoddam ,11. fubieaoinexiftens, quod
propofitiacctden- tis caufa eft: quod " etiamio ipfo demon- ftrandt a^u
eam effe fu-ica, formam cogno fcamus, nihiUbfurdi fequitur, nonenimi- dcm eft
forraa , & id , cutus eft torma, neque
.afumitu.vtforma.neqaeqiralittorma.led folum quu eft cauramalons t_tremi :
maior autemprcpofitionaturaliter notioreftco - clufione ■ quia maior eft
connexio illias acci- dentis cum forma fui fubieai.a qua vt a pr..- xjma canra
producitur,quam cumfubieao, in q,to per illam formam meft , proinde ma-
iorimmediat-.&indemonftrabtliseft.con- clufio veio demonft, abl!ts:quare
maior pro. ptftio namraiiter prior,ac notior cft coo- clufione. Sed reueu
etiamfi tntegrafubie-ti definiuo pro mcdio fumatur , hocenim par-
uimumentieffediximus.adhucobeandem r.L d arcamume;.;da S andamhacme dentis, iu
" Drim i s definitioneciusef. fti _uu,s ^""V^- afhtione dicimur
dtm °£ quatenu, cauCa eft ,« neceffitate T ff. ia diuerfa eft , idem eflenon
poteft, ? ^l S fci P fo>- '■"_J.monlt.adi aftu «-Uafit pctitto
prtn. §™ S medium eft caufaaffea,on,s,8evt rffcofa ,_muur,„ondum vtdehnttio.qua
. e ncque ,dem eft , ncq; fum.tur vt ,dem Ad rationem non fequitur
comimttiinptopo- fitior.e maiore petitionem pnnc,p>| : : quia
nonfumitutvtdefinttto ilhus .ubieat,tedvt quoddamde illo vere prxdiciturn, quod
, - husaffeaionis cau.acft. Ad argumencum il-
lorumPofteriorum.qu.putatmediumlem- per efle caufim , ae definitionem vtnulq,
ex- treml, quandomquiunt Anftotelem diceo- tem f ftw* tfl caujtm cojie/crrf ,
profur quim J_, . .11- _.__.. t^w^. fArm.lpm.nns hoC ^Snseo ar f mento ,d
&»™ P»£ D ^ Sh^^ foVr_Vier_,n os hoC Wq- _ in o M ,^«£ "eaSu/. na § m
fi de caufa fabkW^ SSoam cond.tionem vt dem6ft.ationi pft-
SneccffartamAtiftotelestefpe-U^ id r.on oft - ndltur, niinqua medium effe dt h
- nnion mfub,ea,,quod en.m A"ft°» les , h »- ius nullam fecent ment.onem,
tdnonfuif, Lta nunquam contingat, fed .«»f «^" Ml
3ensdemonftrat,on.conttng,t. Altetumve- ** ,6 -roumenim fonatTe aduerfus eos
val.dum eft . qui integram fubiefti idefinmone vt me. dium demonftrationis
affumuiu, vtanimal rationale in demoft.atione riftbtlitaus tn ho- jnine, idem
eft enim animal rat.onale , atque homoipfe: ideoin propofitsone matore vi-
dctur petitio prtncipii comitn : at certe con-
tranosearationihilprobat,dic,musen;mvl. timam folam differetiam fubiea,
fumendam effe: quia ea fola proprij accidcnus cauia eit: neeamus. nam fi de
caufa fi-bieai loqqere- mur , vera vtique effet tota eorum tonfidera- tio ;
nulla enim aha eft r_bft»nn:e compofitje caufa iquata , & propter quam ipfa
fit quam propriaform-,fed quum Anftot- caufamibi fumat refpeau affeaionis
d-monftranJiP, ncn rcfpcaufubieai , aliaratio cft: caufie- nim
prSpterquimiprumaeeidetw effe dut- tur.Aonfcmpereft.pfafubieai forma, ,mo raro,
frequentifflmc veioeft alterum acc,- dem, quod rcfpeau accidentis demonftrau
poteft effe etiam caufa materiahs, vel finahs, vel cffc-tnx, vt docuit
Anftotcles in fecund» libro Pofteriorum, quadercnospottealo-
CUturifumus:ficigiturmed,umnone-t (je&niiioj ncque caufa V-tluf_oe cxtremi.
r i _ n. t s. t £ 9 | 5*r tfc tfc tfe cfc UU tAJ CAj IAC. Z. PATAVINI, D E *MED
10 T>EMO N STRATIONIS. , e tV" *"'P«g»*»M*t*m a fe caufam nnalen
_. cffea . , Arfote^tum tumekdm* de me- b»fdam:q uum r„.rio„™ m 3f°J a Ar
'fioteli!,tumAuerroisd:iUsdeme- dio (u:ufmtntgeneTk CJUfi ftt. Osit A Q_vAM
t.ilrnfumeft, :nciiiuni.dcmonflratioiiij ef. le caufam, ac dtfi:iiuonem
roaioiisextreini.dccIaramJG fupereft m quonam genere WJ caufa: me di U!n caufil
fi Res harc difficijlima explicatu „ n ; h \ U ' n ""«vnquam pra:te,
A-iftotdcoi fo^rir P tnemohadfnu *«wmenrc inp i P „i ea.ti accc ffiffc V1 detu
r A,..-r roe* , vr poftea o £fc£2" ' T ° C!US hu,US **&W» caufa fu.tap
P arem q:lI .! ani tnco.,fl antia , ar ,. re row diftfe nam Ariftot - m fc ' r
rumhbrolonga.Termonedocu.t.meJ.umde" ttoncm; quare ^n.ficare v,f us eft
fem per e f -chmtto eft forma lp ra rei.artamen p ,,£tca jn •mnwq,, atU0 r
genera raufarum.iS eorum v » 1,1 ^«^emedioni etle *monftr« 10 »u fem P er eife
caufari. ia ™ Mm.fnI,ce [ m.i ltr ,a m ,&formar I1 :& m C om ■^fiaera,
& erricienremmamfefieexcludit" inquit en.m eas nunquam ,Wdi definj[jo
; -emp.o.naencauederaonitrationem.-quia. Con?", r ^ P ° tcfhte ^deS^uZ: to
L ° fler, ? Um «"»™* beat caufim ftnalem, f dfunS. fle -? u * I «- £ fam
fina em . nam ec\, n ni „ l , efl «cau- ^ **» a., a r P fc;e„^ etC3 ^ i! II.
quidtlijpofieriomktcde rt dixerint, :s prop 0 „ ru er r; u tr n f ^ ) r .
cuJtatem rdtquerint: imo „o„oK£ fi«««„ fe ea q Uar dixerunt, noS^fe «.
i^urimoienim inhanc fentc n r, am »»nftr«,oneffrroJ aC auriform,li, ahatl ro
tre S caufarffnr mcd ium in demon fl ^ , «ep^PMrqmd, «oninporiflSm»: 5'e
ftatuunt a demonftratione potiffin.a B ro! ptereafohus poniW den,6ft r at oni,
l Z prmrn eiie dkunt.vt rerminosco , e X" fto «nptoeabttei habeat:quia Wl
cauS m,n h, K m ° nfcan ° P^erquid apud t0I nou haber termmos conuertibilei :
ad h.nc fcnu m trah ont ve r baA U erroi i i I ,com a , t ; t C Ari^rj m ' ,bf
' Poft enorum , & ea qu „ h A-iltot. dwunrurin aJib. Poftermrum Tin ca. ems
Iibn proponat quatuor elie genera cau- ^^^'"•■«•nemooBrajioo-Hrnedioni
efte pofjunt, tamen pofteadewbuatantu* c a ufis,dd«I«at,ft I
JKetrnatr„a,efBc,criir. S fiae. defonna vero nihtl dicit : qui* ab tni. no
Jibti vfque ad eura locum lerutus rr«i dc niLdicquodeft forma,& q U iddita
S; id f o fc. JumreJmqurbaturdicIaran.ium.t-uomodo alw trescaufe mcdium cfTe P
oft,nt: ? rc P ter- «dicu a t,Ar,ftoteJem ab initioe.w jecundi Jlbr, vfn,,^
-tlA _ • — '"V™'«*,',+i.vDimateriarn,acfo.mjm Pa T •," l " ,u *
!1 tl,e pomnt:prcpter- J«ncdK> deotonfrrattoms penir , s exciudT F "
dlc " m ^^oKlem ab mitioe ,« Jccundi * »ult medmm femper clKca B &«
rffrclrf' j ^ ad con,Mn ' -rT.locurum effc de ' rn !' ?cl *«ffcwa»ge»etia«
hmufce d dif r™ Qnrirat!Q "epo t :ffima, cu i us me,: lum eft «cultatem
Juaa daafuaedtuo, m S ?"* 1° auwn "t»-»lti«* rracrarionem
"""ousci «demonftiauoneproptcrquid^inquaiocfi hibcnt
cfeMedioDemonftrat. Lib. II. 5M- ^ diftttfn.Htfl * u em6ftiationis,quamin me-
vrd.«m,/"'g» c P° tul - C , lun ° ne P ° tlUS d ' tt&mptign*t:o. Sv -
ha-c ditentes in multas, & magnas djmcuitatesmcidunt.priwurntmmdutn «
-itrationem propter qmd a potillima „ t -_- ... 0 v
untdccipiuntut.necmtelli^uiitAn- B memoracis locis Auerr. mterprctatur. Prac-
«' i = i ouiinlTecundo Pofteriorum Iibro terea uum dtcut Atift. in eaparte de
fola po- irmJni tudicat eam demonftracionem, rilTima demoilratione Ioqui,non
dedemon- ftrationepropterquid,aduerfanturAuerroi, quem boc modo tueri
volunt.nam Auerroe» in cominen ;;>.& ^o cius [ibri confundit de-
nionftrationem fimphciter diSam cumde- monftratione, quam vocat caufe tantum,
Sc de vtraquc fimul Ariftorelem loqui aiTent: * tridat co°n:tionem propter quid
eft, quiavtraqj dat nobis ptarftantiHimam defi- uevultcum fuotffeciu
reciprocari, vtC nitionem.IpfitquoqsperfehoFijmfementia "fitacionac &
abUuauferat effeftum: itaqi difficultatepotiusiugct,quasn foluat: dirDt
fierinon poteft,vi idem i#c&ut per caufam enim mediumdemoftrationis
potiffirnat ef fbrroalero potiffime demonftretur .peraliam nu quld -_ «notwm.
quxefrvltimui demonftrant.um J; Prirereadueetineodemlib.Anftote- ktvnsm vmus
cauf»m_effe_,_non pfcwt, quac cra>: eamque \ fe caufam formal£,fed quomodo
illud fit ipfi Mtdiunt nta. neq; declarant,neque,vt opinor.inrelligunt: P
>"]* 'iT' aut enim fubiefti formam efle dicunt,aut ao cideci-ffi
fubiecti,non bene loquuntur, quo- * * niaminprimo libro oftendimus cumAuct.
roe.paucas admodu efTc potiflimas demoiu ftrationcs, in quibus rnedium fitforma
fub- torro-iiciu p.,...-.— 1 j «rociufamdemoitreturpiopter quld tan- tum
G.enimfietet vt vmusrei plures effent nuljcratisfiticntts quiftiom propterquid
tft quod & Ai ftoce'Udlierratur,&rati«ni, .;..„./-.- quandoouideni qui
plures caufosaflerii fe- paiatimacceptas faiiitacere quarftion» pro- -.«^ ... ^
-.- -— Jbmr» nter uuid de eadem re faftg.is pu^nantu di- D tecli,& in ns
quoque paucis id accidetanum, p-pddi £ t & 'p [0 prium -ipfe dognueuetr.it:
quiafi non eflentiale dcmonftratiom elfe : qood ,.imtediupofl fiteffe formalis
caufa.ptout forma abahts tribuscaufis diftingnitur, non vuleo :foTmt decurart
propier quiu tu. iuiii u pumu a. ihuujuuu. u......^ , - pooiturex neceflitate C
& eftcaufa A.pro E namq; accidetisefteiusprop ia natura,&cf-
pterquiC.eft.eritierturC.fineB.quarenon fcntia.qua? fi inipfius accidentis
demonftta- efftntiaiuer pendetl B.quare B.non eft cw fa, propterquamfitC.
fimiiiter autemfiii. poniturefTc caufa,propterquam eft C.*cpo- fito B.
poniturexneceflitate C.eritergo C dr.c A.proindeabA.efTcntiahtetnon pedet: dum
itaque ponimus, duas caufas fcpaiariin acceptas litisfjcere qurftioni propter
quid deeademrefaaje, dicimusneuttahuicqui- ftroni fatisfaccre: vna igitur vnius
rei caufa I eft.qus declaretpropterquid ea res eft.hanc enim prafrogatiuam
pluribus caufis dareeft oulli dare. Veiiiin de hacre plura diximusin Jibro
noftro de fpeciebus demonftrationif, vbihanc errorem efficaciter improbauimus.
be a qnid nam illi ad Auerroem dicet?quum eoim hac in re fe Atierroem fequi
prolitean- tur, ilebenriplius verba interptetari : Auerr. inj^ 8c 4i.
commenrariis fecundi lib. Pofte- tio.um declarans ea, qux ab Anft.de potifil-
toa demonftratione dicutur, iaquit eius m». tione vt caufafumatur,idean per
fcipfum de- moiift-abitur.idem notumfiniuI,& .gnotum erit.Conftatetiam apud
Ariftor. m 41. & 4}. patticulis fecundi Iibri l'oftcriorum,mediura
demonftrationis dsbere tfie caufam exter- nam.tion inteinam.hancenim eo in loco
rl- tionem affert, cut rubftatia demot rtrari noa pculit, &folius
accidentis demfiirftiatio fit, quoniain fubfiant^a ciufam fua; efftntia; eic-
tia fe non Inbet .accides autt m habet tflen- tiampendetem abexterna caufa, ex
quade- monftriri pottft: fed caufa exteina 110 poceft effe forma accidentis ,
fe.t ent ex nectifitate vel matcria.vel fini".. vel efficies, nifi
dicamiii aliquam ex his caufis per fimtlitudtneai ap- psllari formam,feil
cunccaufifoinialis aba- lirs diftingucnd» n.>n crit, quod :fti faciunt, dum
dicunt potiffimam dcmonftrationem fieri per folam caufam ft rmalem , non pera-
liasj demoriftrationem aucem proptetquid « J IacobiZabarellarPatauini 585 5*5
tnAe ^rmdoquodmedmmdemonLti B . **pte**f4,&deconnexto»cc**. fitis de caufis
cum prtce. dmtibm. _ golis ca ufarunl generib S2»f rtem ^ ! ^«flj^nc
demonflrandi» ^ £ £ninonem fo!i us £quatI "% u,nt "rper c 0 .
«"loniEi isiturin deri a „„ j V " a eft ' nlfT cri *m «JocuiiTet 3
}'XP mx3 ' r *i .u.t, prtaolocoia princip^ Hbri c us 5^"" eB "«-
Qp°ST" enorum dixit.fr,-,,. =ir. ,IDrl e!tIS difctplma; t > ( .rf J
.«iri '§ R i s sigiturindeclarando Snoft e re,propterqna m res eft:i n qua den
"~ ISu !?r, nuif^"'' 3 ^" " uram • W » «iiguiarj numcro
prot"!it ■ m,;* «onc^tere.cS Sfedc.etur, quod jJff ,," Z* 3rcfcu, » r
'* p-o piuribusloct, oZ ' f\ r * Cf P tu 832! res iSs eti3m S SSR S T?-
fam dlmus^fj%»»« eflicien5,rcmperque externum eft,qtioiiiara m*tr~ non modb
fotms , 3t accid entibus, at mate. r " ria; quoque cnnuemt appellatio
erricientis pcr emanationem , quotnam etiam a natura '^'*~- matetia; pluta
accidentiainrebusemanantj t 4 m§r . . Iaco ^2:abareIl^Pataninr VeJuti trina
dimenfio ItrmJ. I- n _ m« mum snon eJ t ffi (1 ™|>d «rm acouemmm h aom
locuKi "ipettinn.mtiifionem , idcoC S?' eotum matcriam exrerr^ ^.A P t,us
« > ' i*m cxretnam.que&bllCitu, 8r "dpit, quam cauftm efieiir ccm
«StT Hmul cffe et,am cauram eftYftricem „ f r ,", Mftonem cu* reduciturad
g n "faufeT nim jccidentii diciturjcaatenusei r„h,n o , ipftn, reapit ,
eincremLo " \ S ea ' ^ ;produc[tuI] & ema^t^nu/d^ «ufanim gcnera difti
ng u„ nturj & cVr^ m^- r fU T ' * eadtm i*iore ae Ceptum dicaturfnx.ul
matt,ja.&-ffi,^, J£ forma,&efficie ns Qj,pn»»£S3k£ cdentw .nternacffc
non potei.mfilfent ftb.pdo ihhswens, manifeitum cfthav om tur
efficieiuperemanationem :nt q U „ fft ' mal/mT' dkeOKS b3nC «X fo? malem ,
fllam rero materialtm • no**r#.n£- «rum.ifrcip^u fubieai, atnon^fS dcnmcaufam
eonfide-rami», o^k^fT nil, «eitc&Kem: iniern» ignuraccidcntis Per fcipfum
demon^ '"m Jorm a i aea| — tauiam, propter cuan, «. A ,n *' li "': p
ffi«um emm f or0M . efi £n gl . , rcita vtpropureare^ fit & « nnff ft,thfe
- prmcpem locum teneat cJufm od ^ 1 " 0 »* propne loqucdo non fi : fc Jm»
- '* a,lia P^^ttamenperfi^^^.^Wf^Dt.a; vocatur foima ; quia formJ «S'
r"" mus ' D &in dcfinitione ?cc£ t ™ 1 en et:v*,d t roanifc Ru m
efl f P ™ h cva > P-PH^^mformaZ^Zrmm^ genu, ab alH.tnbu, difi.rfifr fed efl
^ * ^nt communc o mnts ^*r-- caufa s compleftens, 3c«dent„ iquo d dcWSu*
dcfinmoBW ' ytratUm ^«-M-m i is; caurLT™^ e ° tont «m puatuo, erft cauraj,
forma c/uam v otat qaod auided^i nlctZfr atn ^ Jc puiTe ; attamen p g flcs fi
ng ulam e«m P I» dcda.au* delMedioDemonftrat. Llb.II. m ^
■i.moliusdeforn-aftparatimdi- d e:U^"S «ufaru «cmpla 4 dduc,t, C 0
Tdem6ftrare effe demonftra- fi ^TrSThoc enim aperte protuhun
^Tbqucn.decaufamateruh.&in tontext-*»; ■ i ( .etcnim vtrobiq-, de * h *F_S
S etia qucd c_d cft,ac defi- viiaq; °' clt r * ; m .f ".vrremi : nam in
contcxtu q UO d ^'^j^c^fam formalemi & cau all(t x Z/ffl efle caufam
formalem.vtraq; f,nl eff ftfo"u,quando ert defiuitio. Ab tpfo en)m e&
fo m ^ undl l!brl hiirio vfqv ad con- j»»m . _^ P ^aor.namvfus eft exem KtoS*
SwtH» , qu* am.o acc.den- K^^-ra.eftarkeexte^ec^fis A ante omnia eft
ammaduertendu, quod I etiam' anteadmonuimus.noeffeeoinlocoATilio- tehs
confiliuru oftendeie, quodomnes qua- tuor caufar oroptic a..eptapofiint eiie
_dc- monftratioms medium: hoc enim fieuude forma ( quemadmodum dixiraus) ita
dema- teria minime verum efl-t-,quu enim caulas 1- bi confideret no fubicft.ftd
ar.eftionu,& ac- • cidentium.hecveram materiam,exqua con-
ftent.nonhabent.quoniamveiamatenanon- B eftnifi fubftantiarum
;proptereailli,quieo in loco verammateriam mtelligut, qua; u_- ftancia:
matenadicitur ,dccipiuntur, otlon- ge abfunt a mente Anftotelis : non enim vt-
deo, quomodo oftenderepoffintpet hanc fubieai materil accidentia cuird«mfal«*
demonftrari iq uod fi tamus.eacerte mater.alis caufa non ^ mAltfUlli . tis erit
, fed fiibi-fti , cuius non eft _ emolrra-' tio. Eft isitut ip.aperfe res
confideranda, .t phfiamus , Sceam m „,iidema terra?mterpofira,tonitrus vero»u
,_ isA.iftote.is conferamus , Acnde . i ST . ^TLV^TJZ 5?d SSon&an d.cimr ,
nullam a ha- betmateriam,quam fi._ ieftum,in quo inMr- ret. vt edipfis habet
niateriam ipfum lunaJ ici, yi _«.«£ . k-i-... Ji__n_me_a
TSq^eft^^efi^ti.nemma.or.s elT ' in totaigitur tlla parte aecepit cau- f"
fo 3 m vt genus a.iarum eaufarum f,m £ oropri!, & adarquats, & in de-
?f.««de - et diuifio ilia quadnmembnf. S rfLi» context\, illo **^«* JSSofdft
caufarum B™e ? *«on,«» m dem. nftrariomb A media efle poffe 5 j Csi,*». ",
s MBft ptoprix «eepta; pofGnt efl.de- Lo^ratioribmeJi^coftaten.m^e^ m am, neq;
mareriam propr.e acceptas pofle "ciiim medium efle demoftiat.omr.fed fo-
lun qfr.Jere vult, .n quonam fenfu fiue pro- pno?Gutimpio P
rioc6tingat,vthocdogma iueri poffimus , omnia quatuor generacau- farum in
demonftrationibus medium efte CilUiii iiflun r corpus : r.fibiliras matetiam
habethominem ipfura, in quo incft.non eivtaMtt™^ quat hormnis materia , &
pars eft , fed homo ipft totus eftmateriarifibilttat^&aliorum atfia tB
propriorum hominisaccident.um.nonqui- Zl e- D Sem materia.e* qua confleot, ftd
mater tn qua funt ; quoniam igitur nu lam materiara aff e aiones\ahent , mfi
fubieftim , in q* fum,conGderandum eft.quomodo P« »»>««• materiam
demonftVari "o^"rf l iB Sf" cnim durnm primo afp^^ d,ffi «'«' (
n " U ledu eft , quoniam fubieaumaccidentislo- clm quidcm in
demonftranonebabc^tame non medij teimini, ftdminons^xtremrdc ipfo namque demonftratur
affed.o ,ftdnon Y r i„ mitfr.aaccidentis m^Tu demUftrationibus medium effe , P
.o ' ^^teriaaccidentir poffciideodocettumfi^em^
cffeariceptoDMcfumptamdemonflrattom» nediQ eirepo'ffe,«on 9 omneemties ipoSiit
tlle meditim,fcd qudd poteft aliquando me- dmm effe efficiens propricd.aum ;
Formam verb & materiamdocet nonpoflen.il im- p op^.efumptas medium effe
demonitra- tipn.s.formam quidtm proutfumttur pro o- mrii caufa
adavquata,qua:cunqueilla lit, Sc vt cft genus omnium caufarum , quardtmon-
ftranonis potifllm*medsD effepofiunt: n.a- tompLtu renamverbquomodn acceperit
Arsft. nemo / Siurm adi. caufa iuterna fluunt, in fu o fub - Ieaoler
^permhatr_Ht, nec poffunt vUo vn- quarri tempore non ineiTe : tjuum enim pro-
P'.ijcaufa pojita effcaus ex nexeffieare pona- c tur,& caufa iila ia eo
fubieSo infita perp etuo «t, & ab eodiuelJi nuaquam poffit.effentia «nirn
rei , & q uicquid effenriam i n ea re eon- fequinir.a re feparari nequit ;
ideo harc acci- detta perpetuo infimt fiio fubieflo , & eo po. fico
exneceflitateponutur.reroper emmho- mo efi riftbilis,f cmp engnjs eft
calidiflimus, & leuiffimus ; quo fit vt e* neccffirate mat«-
TJ^produfladicantur, quiafihomo-ft.ne- «flario rifibilis eft : fi igni..eft,
necefrzrie ca- Jldifiimus efl , itque JeuiiEmus,; hafcmateria: aeceiiitas eft ilia
cattfa materialis , de quain co capite ioquitur Ariftoteles , qui non vuli medm
demonftrarioniseffcipram accidentii matenam.nempe fubiedum eius tntumJioc
enimeit minus extremum in demoftnrione: Jed vult medium tiTe aJiquid ilii
fiihiccto m- fitum 3 &ab eoinfeparabiJe, a quoper necef fanam emanationem
ille effecius produca. tur;fia;c enim materialiscaufadicitur , quia cxipfi
aatuta fubiefti , quod aectdetis mate- m eit, defumitur ; quonia enim fubie£cum
i- P^jntalerncaufam.quaminfitahabe^nobis ad demoftrandum prjeber, demonfiratio
du citur mediumfumere ex mater^ fubieae ne- cefUtatc ; quare caufa
tiEcrnarerialiseitilla, quaei nos antea cffearicem per emanatione
vocauimus.AccidentiavetOjqu^abcxternis ciufis pioducuntur.non dicuotur fieri ex
ne. «Ilitatemateriaf. cclipfis enimnon habeti i fubictti Iu 0a cxiftendi
ncceflitatcm. ouiru doqmdem pollta lunanon necefiirid pom. tutechpfis.ideo eius
cauranon cltnecefiltas ipfi iniuniSa a materia, fed eft ef»ari x tKter . na ;
proptcrea nor: eft rationi zbfonum, S di_ cimusdcm5ftiationemi!lam,quaoftenditur
fjommem cffe rifibilem perritionalemedi- upn , eifc per catifam materiaiem in
eo fenfu, m quQ AriftotelesiM cauram matenalcm ra- teilieitj cft emm
catifa-intcrna effeatis pcr "scefla/am emaH-uonaniipfanaiiiq; effeo- S9± tatcm,homineenimexiif
CBl tate nfibilnas. Ex hi, pate fuffi ! " ecefl; - quam ArifloteJe* fac, Xifio eT^* ni,ffi
««. «.» '«^moftra tl on,busioc;mt b e ?T r 'W/^- tna cmm caufar um S£nefa dic J
^gJ^^S ftrationum medi.UiRcelTit-r^^ dtm °o-^» - Au: d ' „.„ffi»t- materi».
Au:rro * s & PT*»" £ *Sc_ltatem vitarent, dixerunt Ar.ftote. bic
dmieuitatci», "-"^jg^ non imMeria ;„ ipfa remicitcul. penpheria fie
in eodcm krn inteiliuere nac nt ceiiua c fi C _„gcoti_--i ille emm angulustn eo
-did, cu,u 5 Lcarum co-cmft faau S ,d,m»ran S ulusm remicirculo: hunc probat
Euchdes rectum femper eiTc nam protrafta extra ^eriphe- ,_itis eft matena.ad
matenaipfamjlapidl ftS po-t» n- neceffario domu.pon.- Lr ftd poficadomo
ponfitnr ex neceflmte pofi t» ftatua p onitn r cx necefllta- B£fc_.-__- hanc
plunmiftcut, funt, «, ft^me-tfl, _ctep_gnatverbii,ac renteiitiar SnfhKl: s eo
io loco,qu. -ccarare coftituir, JSoniodo omma cauiarum gcnera poofli, q
.^moiftranonem ingtediaatur tan- P *™ Sm medij, h_ca_tem I caulaad C mcem
_,□__. effecer, \" - n d aKreditu non ab efi.au ad can- qualium
ang_.onii_.-li . ^Cpl , demolrrationis Fa&e i caufa n,
in quam cadit , perp. S2__Hqri- ibi vnrur Arift.eft demonftra- Si non ab
effe-ta, vt mox decU.abu Ssioeccffevft igitur.G ex caofii matem!, St
Bori_-i»v--»° iftraoo, vtadSc ncc«ftit_si kiateriaad id, cuius eftmatena,
quandoqui- Jemconuerfanecelfitas ad propofitum mi- Mniiptron.r, ipfaaotem
Ariftotells verbl hoc ape:re Jeclarant: nam in calceillius^S. i- conteK.
incipies ia fingulo gencrecauri:, id, nuod di_erar,confi(Jer_e, & prLmum in
c*u- lamateriaii.haiccaufamin medio termmo coilocat,non in maiore extremo,
& ptimolo camateriam valde improprie fumic, quatin demonftrationelocii
habecnd quatenuseft derncnftratio, fed quatenus eR ryllosifmus: dicitemm
niediu.exquo d__ propolicion.es fiunt, maceriam Cvllosifmi -tie, qua pofita
neceire ert conduiiontm fcqu!:accipitlgir.ur aecHlitarem, qujeefta materiaad
id.cuius tit natena, non econuerfo; ibiq; infpicete poflumu5, Ariftoteiem non
rumete mate- riamproprie, fed quemadmudum dixtmus, veilt declarare, in
quonamfenfu verumfit demonftrationem fieriexcaufa materiah fi- u:propnc,
fiueimproprie fumpta, etenitn icnpropnus q::im masime is modus eft, a quoibi ex
rditur, quod enim mediii fit ma. teriifyllc-jifinjjckeo pofiio roclufioex ne-
celTitate ponatur,eanonfolius demonilra- tfoni!,ftd cuiufqae bene formati
ryl!o;ifmi condstso eft\ & eft caufa matetialis non .ei, fed potius feeundx
norionis,5citlittonis,e i-srjueconfideratio ad priotes potius Ana-
lyticos,quimadpofteriores pertinere vide- — --,,.,,,1 i ,iji|i,u t : .k. luwt*
- 't- 11 '" lextu ftcjuente 40, aketummo.UBi attulit 1 w 1 _ _•__■ «» -
* . nam altera duatum linearum, probatalte. ramefl"e_lli
perpendicularem: qmaduosv-- ttinq; atigiilosinuicem jequales erhcit, proin
dercft is, vtpatetexdefinitione angul.re- fli,qu_eft qu_ndoreaalineain alteram
re- fiam hncam cadens duos vtrinq 5 angulos in- -rit, reauseft vterqj--
^&lmeaillacadensalt-- n, inquam cadit, perpendiculans vocatur: hxc
definitio inea demonftrauone eft me- dius termin uf ,minui cxtremu eft an gulus
m femicirculo.matus aute extremo rcftus.qua- re medium eft definitio maioris
extremi: Atl ftoteles aute eo in loco videtur ad eius theo- rematis
demoftrationem aliud medium fu_ mere : dicit enim oftendi angulum m femi-
circulo reftum eiTe propterea quod eft diroi- dium duorum reaorum : idern
tamenme- diumeft.c.idemfenrus petalia vttbaligni- ficatus,angulum enim illum
cfl- alteri aneu- lo _quatem,quii ambo irmui fumpti duobui rcaisiquales lint,
eft effe dimidmm duoru reaorum.quodipfemetAriftot.ibidemFatc- tur dieens medium
illud efleidem, quod dc- finitio anguh reaitquia idem fignificat, acil. la
dehnitio, quo fi t vt caufailla media fit etia E quodquid eft,acdefinitio
maioru extreml. Manifeftumigitureft,Arift.ib!loqui de de- monftratione propter
quid , qui ex cauia demonftrat effeaum: idenim 111 principio quoq-,illiui
cuntextus apeni prottilus erat dicens □_**»_** 'fl *** m f e* (ub.ea* mareti^
necefTuaSa " r '; d fedetiamintnathemat.cs locum h"h t t** nanique etfi
matcriam proprieiun,^; 1, h * confider.nt, habent t a P 0 ,/ n a&tT matenam
per fim.Iitudmem, quemad» ° dum enim tgnis fbbieau, dicLr £££ /iirnmicaioris,
itaetiam an E u! Ui : . tl * ubieaus poteft e,us ac.dcfis malerl RSj n.
Pflflnmus autem m eo ^emp^n,*^ Anftoiehs artthcum an (mi ducr,c7 no ab
eff._.uad cau- ■ j — 1 £»ni,vt Grici,& Auerroes exiftimaiunt in de- - L
„,._.at proprei quid per luccrnam ^-1^ P 5«ftVo--.en «£ «_h- potefteriam
rcfpondertcau.afi- W at * ,-|j s quidem , fidKimus vitrum pod.mus eandefcn M h_
& ^ n fto(,les poros, partes au- bare, inquit ibi Anf h * b f e i,n, s
renuimmaieffe,Siilllsporismi- effe propterhnem, te '" opterea e*
neeefr.cate ,d quod fub- ,' t {trar.ffionisluminispctvittum lu-
J^.rumTglturcftfuUeaUh^ustiaf- 2a'nis,Gqu.^m in eo fic tranfmiffio. cjua-
«vitrun» cit.piius roatena. «tame m eade- nmivliratione me-i-i terminu* no cft
iplum ^um, b« tmeft potmsmmw cxtremum, f.imedi-meftacc.dens quoddam vim na- Mlr
_m confeques fcilicet porofii_s,porofita- aui ex neceffitateconrequlturtranfitus
C tamen noii eftmaterii neceiTitai.fed impo ""um U f u btiliorum,ac
tenuiorumihxc autem lapidis declatat, dicens I;ipi Jem cx necc (fita- tetum
furfum,tum deorI_iti.erri,nontam- fecunduni eadcm necefli:atcm, deorfum em
fertur naturali neceffkate, qu_ceftmateti_: iieceffitas:nati.ralis entm
conditio lapidiscft grauita* a qua drorfum fcrtur tx neceffitate, quam vocat
Arilt.matcri^ neceflicitero;idem lapisproiec-usafcenditcx neceflitite.quum
rcfft.erenequeatvioftn.i_: proiicicntis,h_ec fita eft amotorc excemo contra
ilhus mite- riae naturam ;fumptaigiturneceflltatenatti- ra.li li demoniireraus
cut lapis deorfum fera- tur,eticlapis minus extrcmum.deorfumfer- ri erit maius
extremu.Sc grauitas medius ter- minus; quam demoiiftratione dicit Arift.efie ex
caufa materiali , (eu ex matenae neceflita- ie,nectim_lapid_ftatuert poiTumus
mediu terminum, fedgrauitat.:,qu_cvet formilipi- r^_mq'_*ftimq 5 illius
tranfitus caufa af D dis eft,vel icridens afotmifiuens, &eft illius motus
caufa tffediix. pereminationem.non ciufa materialis proprie difti; fed ea
deuno- ftmio eatenus dicitnr facia per ciufam ma- tciialem , qnatenus medium
eftcaufainttr- na.&illif-biefto in!iia,q _um fubiec-um ma- ttria iccidentis
effe dicatur : effe&usveto ab externo ageftte produ&i.poffunt qni J cm
dici cx nccdliclte produ-li , nontamenex necelfftate lubiect* materij-, fed
potiuiC» ageniii externi neceffiiate. In hocquoq; ex- cn.plo animad'iertere
poffumus Anflotelem tribuere nectlTitate cft"-C-Ui proplci caufim materialem.hoc
eft propter conditionem e« intjmis fjbie£ii dedti ftim , fed non matenae
piiprer cffc. _tuin:Jlcit enim deftenfum lapi- discffe nectffarium propter
lapidis natuiam. non ciicit nectffanam .idtotflc ilfam natu- ram quia lapis
defcendat : de eanamque de- monrtratiuneloquitur, quae eft a priori ,noil mgji
Mincrua ib Anftot.pro {(rturjuit-mmquo.u^mantiqiiorumfen- n/qB.d Vitrum fit
perforatii, qulrn Ari- ftot non probauittfedvoluit rationem tranf- mnlonis lumi
ni* effe ipfam trafpiretiam vi- tn, non _ orofitatetmca em eft diaphani cor-
ooiis natura.vt lume in fe recipiat,atq; tranf- __n__Kied eo in loco _e hac
redifputare non vult . nain quicumq; illius tranfitus caufa af feratur,ea no
eft mfi inaterialis.eft emm con ditio aliquanaturam vitri confeques,qua:fa-
citvt cxnec.ffitatelumen pervttrum trai. at: idto ttepli gratia accepit
rtntetiani illorutn, qui puta.it vitrum,& omne coi pus diapha num ell>
perfoiatum, idcoq; lun.e tranlinit- ttre.ln eai.iturdcmonftranonefubif Ctu eft
vitium , feuquxciimo; alia fit matena tr.nf- pares.exquaconftet lucerna.uiaius
extren.u efi trar.f nilfio lumiuis
medium po-ofi;u il- lius mareiix:& calem df nionfhationcm vult Anft
(1. percaufam materiale.tamen poro- ficasnonrftmateriarcf|)t_tu tnaioris txt e-
m: tranfmifioms luintnis, neq;refpeflu vi- tri.quum ponus (it jccldcns 1;'
fius.eigo dicc rc cogimut , eam idto dici per raufam mate- ri.lem , quoniam
accidens illud quod dc- monffratur, producitur ex ncceffitate a pro- priis
illius T.atciie conditionibus per fimpli ccmemanationc,quareC3ura tnrifmiflionis
F deea.quaeapofterioii, Quatigiturfitapud fiuefitpprofitasjfiue
tranfpa!ett_,efl effe-trix Anftoielem eo in loco demonft^atioacau-
pertmir.inonem,ea'iique Ariftoteles vocat ft matenali,& quamateriat
neceflitas, rnant. mateni necelTitatem .quia ex il!iu> fubtec._: feflumeft
■iiceuim facile intelligimui , quo- materta? natura dcfum nui : & ipfi
iiifitaatqud^modo _ materia ad id cuius efl materia , ire- iSilm 1 .f* Ctf
intema tft , ipfa tsmen caufa fecunfti accidens eft non mateiia , que naadmodum
dixirous.illud quoq.in co rxemplo animad- uenerc debemus Aiift"ttltm non
ipfi ma. teriimccifliratem tiibuerc tx tpfiuscfteflus pofttionc.fed ren.-_
ipfitfft ctul ex pofitio. ue iuatenc , quiie ntccffitatem fignifica- t ffarius
progreflVis , & neceffaria illatio fiat, quandoquidrm no iftproprit
diQamatena, Jed caufa effecirix pernccefl_riam cmanano- nem : qtiod quidtmdc
matei ia p:oprie ac- ccpta oftenderenon poffemus,e3 cmm p - fita non ex
nectflitats ponitur idjcuius eff tnatetia. TacobiZabarell^Fatauim Caput IIX.
folutio dttbitationii , quz ex A fe.ki abfquedubioamibueB,? proxime dtctii
exorltur. eeffi.ati mm. )z tanqiiam c ° u m ef! ^ft« e cu poffe eundem efta un
"efle prop " fi-" fe S ^' ^ ^'^«S* a«n & « ncceffitate
marni* Jj^ »'»»«.1.»; deaJra caufa loquitur , quam de illa , u E fiu aJitJ™
fine^ & nn 'ffi C ^ meBt « ptop^ Ttmotionbus caulii, qurnon dedarant nifi B
taii.quatn vti ind «n.r T 1 mL «rtiodeft, non opusem Ariftoteli id anno- vr U
^%uua lp ^ a 1 tffe S remhaberepoiTenonmododiio, ftdetiam fit propiTreeftumfinVm
° mn ' noi V,mb Ariftotel. C bus in fl ume , t J Du s V Wd » «8 yfe
hocdocetlongofetmoneincalcerecun- infpicere ooff mvm
d.Iibr.Poftcr.&.lfudidemfisn.ficauiietiaa» na.ur dan2 amm' ?i
.""''^P^ in memorato capite de caufis in eodem li- fionem ™ Aim r
propter ^fcfe b'o:i„illon amqB ecom e ,t.„.no n f U biun, 3LT C °^*-S x.ff«
contingerepoffev-t eadem res i duabus ea inftrum/. a&S ^ n ™? part,t
"» fin.nl cauffipe B d«r,nifipriikiin .raaationc necondirionUuVoofi^ij^ exneceffitatemateria:,&alium
promercau. n map,r,,m T T P - ,ta,crn ^eilfam *" «fficjentnm. Ad hoc CS I
cfcp™£ "mSri. « T ' '^™ ,U £ ftim manere dogma iIW A. iflbt.quAd * .1 is
ibi S : r ^ raa St eaufaransfaciel qac- mate rfftS^ ftion, propterqujdiquia fi
cffent plures, Ll bulatro aotem ™ neceffi «' «t.tjflct : am . la effetcaula,
vtantea dieebamut ■ ouod jut* tVn^r' P c ptCt Vlt * conr *f»arior em Arift.d f
x It de qU ,bufd im cSnslq^S ^3,?,^ «»™ e »"
««««ffitatemateriat.apropierlliquem dV tu VSuVnonde^ finem.id m rebus
naturalibut eucnit & plura lam o,«m m j" d c°emus refpondereil.
eiuJTnod, cxempfac libris Arift.de parribini ceffi.a^ ^fed n °on t r nl0raUlmUi
' mit " ie « ^i™derumerepoffumu«.i B a^ namquemuJ.a fiunt « niateri»
neceffitate, data eft ambu at i .f ° Pt(f ^ 10 "'"'^^
q^P-ftcaadaliquemfinem.&rnimptouL nem "«"S?"' 0 "^ ria
natura connerm , vt m fcpia emifflo atra. neceffaiia nfi f,,°iT°r P -T
^«^"latio H 1 e f ,htexnccc(I, t atemateri P : ,]linan 1 q;ne. "S^nlA
eeflarmm eft tale excrementum eenetare , & f U ,ff ™S 1 ^motaambulationtr.6
gemtumemittere^uodffmihrfnonedeo ^SSSr*"^ 1 mmbus ammantium «crementis
d.cendum contrar um euem, «™"*~"« tft;eorum tamen plurima ad aUqnem
vftim a lavt.iitatc * 3' , c " lim ™»« »bfn-,iL Uamta mtuntor, ne proifu.
inn^liaffnt, e°. per ft "eceffa^fc rHOt flt emmrep,»
atramentura.vtfeabftondat, r En nou ft„„ r oB^ *tue a t L rlpif«i„ imi co P
erftqoen t e:bou« ra ad aliooem XmS"™' ' "'"'"f " ,,u
- quoq ; ,&al,aei U fmo« ( ,animal, J babent C or- ur tj, c^tT^ ^T^ n U aex
neccffitatc materie^quia corum rem o,,ia rVdi „;n, materia- neceiljtas: P cra.
UI a eft V al de terreftr.lquare ^nmum %T mea 2 S„ tSeS' T ^ ^ *
ineis^iamturevcrenieiitirerrei nfir.^ » um non g enfrlr,:lt) co videmus,COr-
deMedioDemonftrat, Lib. II 604 . iororticrt.nctr.pe ma^nam A animali tal.
eonftituto , proinde conftit.it* tl^^^^^^Il^Sdem
neceffitatemateri^cftneceffariaillaem.ffic. etiam propter finem: quiaaliud
dcftntiontt genus animali'lud non habct: eft igitur P'°- pter fine,dum
neceffitatis matcria: cofidera- tio adhibetur, fed exneccffuate rMteiiaset- iam
nullaadbib.ta confiderauone finis. Caputl X. tn qao var'ta,& fugnantiaAHcr
roiidtcix cenciltantur , & advtrum fenfum trahuntur. S» *t«fl , ;f p"
u „ au .« vn„ac eidem W i m deo co'..Da ccruts ad pugnam, ac «- P 1 !- 'irn
idoneanondedit, proinde ynai- ' ea,quamuis pugna- Vt**
reinterfevideantur^conc.hare: quod enim "» in commenrarns ?4 . JJ. 6c 6S.
primi hbrldi- ^Tt«i Z necffli aiem.riguam vtrb,\tl qua- in commenrarus ?4 - JJ.
« oo- P rl,lu ''r'lls «*■ P 1 "' * , ( ' j a j U d #irlens,vel rnodii cat
folas caufis internas matetrarn, & forma kb ^ SS^X™ ckSter«iii»t«B,«cD efTe
medmm demonftrat.on.s, id p«ui «o. ioTcTfinern : proindc duas quidemcfle — '»
o„»n,«»«,™loc« Auerroes A- ciul^~,caufacur per Incer- r.jm c -fcfeiifit/ne
poterat exitgitsre^eoautc^a mrntieft, quomam in iislocis Aueiroes A
ri3oteleminterprctatur,qui intota tlllpar- te loqurtut de demonftrattone ftfta
per cau- fam internaro,cuiusfrtquentiflirnus eft vftisi vt nos eadepixcepta
et.a demonftrationi fa- Cix per externam caufam, qujstarior eft, ac- commodemus
quatitum accommodatt pot funt, quodanobisabundealias dcciaratuni Ub..'t-i*
fu.tinlibioncftro de piopofitionib.necef- & *l>v • /f-
fariit:Ai.erroesieituribiptooccafioneopti4.^»"»'»«" melt qoitur,
prifeitim quum in eifdelo-cw non orr.nirocxiernascaufascxcludatjfeda- peni
dicat ea.« quoq; in demonfttatione po- itffima Iocum habete, rarim tamen,nempe
tonrlo!um,qusndo cnmtffrftu reciprccan- rui Sc in t ins definitione fumfiturred
huiul- re rei diflmait it deelantioncad fccundu jv bium tanqua ad ptoprium
locum reraittit. Qt-bd autedicitAoerr.in tomenraritsfexto, «t 4 J.lib.i. med:um
fempertiTc cauftm F 39 t.-tttrnam^fft ftricemjVtlfiiiJlem.nunqujm f +j
internam, fcilicet formam, vcl matenam, id nriii fjcile fcfTtmus intt.pietatismatei.aenim,
P( jj, p> &foimam p:optiv..„ , „ t ucuctj rcipeau afte renam acc,den W .
vel eius formam vnouarn in demonftratione medium c_epoffe reJm- WrWw»edin» Gt
fempe. caufa c_- terna aut ofcanw « finalis.vt a>t A uerr qul c_ea r ,cera
externara, q..*prJprieeffearE drau» efteanit percmanarioncm, qu.m a!
nocme"":r; n » tri * "« cfll «- ulicc.Tn B S?-^* ° r5Uer,t A uei rtJCs: fed
Co,Ap_.,S m eo ^ on !S° lntdl, g. 1 [ «™»^™ ciic at lemper «fle ca„[_i_
-s.einam. Ad -_.._..__. noe «Iponffo « iplT* Auerrois reibis defu- apptlUtidue
m "u . caufa namq; interna vel externa duo _*_.._*. bus modisappelbLi poteft:
aur.n. ha d.citur ftrationi, eaufam cffcttricere furr effefiri.t.qm, vhi res
[Xt caS^ fioe caufafinal, fquod potSu\ CfTcc W produc_ntur,fed quandor,. et, ai
l . at,0,, *«i ab efficiente «„ er „ 0 tunc L, ? " IU *t
^cauraipra.ftearrv/aflvbirLr^*^ eftec-rieetn.tun. finalea, cau&m j"
tin » mitnr cauft fioalw, n , in cau( _ e a-"Jf dlu n> f« vt plnnmC
cor.tingit vt era c ieri s D f r / X: 5 u,i ptum non fit ranfaVopri, rt
"». red ampla.& rommu_, s ,& * " ™ * Qt "ta, «qn.de»,
aufert .fcaum."^»?" 1 n.t.etemm hunc eff.aum no „ ™^ Po aDronrin
fir,. _, - " r0t,u c ..nifi gatur, * - _ - uuu p r0( coutrahatur _d hunc
emhTn^ T° r ' * nim q__rat,curin forun, vidii _ifii S H" u
»Hon,,oci,*f«b7e^^ fotrf 4 cddentU,eff en rao UI dem acc P , a U ntU ^itZl^l
«**„_^S_- neceffario if Ja in 'forum P foS quoq, an,mam, ac pede* babebat.
n^/T" inforum proficirccbatm- reft tin *j" caufaftlaeffear.x abhocp,o
D o_r^ _ gltur defiderto videndi amk?m. «» fin, S fat, S faci t quffl.oni prop
te Vo_V£ ,U i ' demonflrarin n ,r!f:_ a... J: u l^d.St eft fpeaado omne s di3_
caufe dicuntur «tc «: quia evtra ei cs elTennam funt, quod ib, " P cr
™ana_onem,talBenim caufa eft,q UI d e m .nterna mione loci,& fub ica.-quiam
eodcm fubieclo eft. fed«tern_ rauone ^ririofi» eflfcau, : hoc i' modo medjum
eft fetnper caufaeTtem . n '"" I "'" a "«. lc
IV»"" propt erquid S._J m i,ri„ ^f- i""^ 1 Pofter.or.quia
.nterna caufa re. »«-4«. !" pr ° «monftreior, vt antta disimus. C>-
Auerro s intllo 4J . comment.fecundi hbrl iT™ S ancem ' r l d moranibus^uu lem
vr , rT 'f habeatc_uf.ni fina. fZ' v ^ c,, P ff * mn_,&rififa,Iita*ho_iini
1 faJ. c ura finalw:pr« er ca SbHpfia__rrf«i »de! dem« _ rr °" 10 " s
rtlbis > ^ uoniam in ^a demonftrat.anemediumvn. eaufaeft, non bn* medium
eftcani. final, s ,,„ nullaerit cau loi tV , . r a d,fficul «te non modo nul-
Juj fo, u r,rednefi,mmt- quidem labm ali qm^mngeteaufuaefl, eJoru» fer, /tiam f
^eat r f _; ) V_ anC ^ &q M - E »i u_t> #x tfficiente demtm /tratia
conjhuatur. Pianemu.jbj namqueAnCoJ&eS ratquoroodoex caufa finali
demonflratio »4™. fotmetur.fed ,ta breuiter, & obfeure,«ne W ocus ilJe
ueque res ipfa a fa vlloh, S tcmporl bus intelJrgatur.Ariftot.igitur in
eocontejct. n.prononHdedarandnn» quoraodo excau. lahnati demonftratio fi atj
fed quia magnatn ammtatem, & mag num connrxum imerfe Habent caufa finaJis,
& caufa effta rix, neque poteftex caufafinali demonflratioficri, ntfi
etiamcaula eftedrixin eadem den,5ilrat,o- ne e_pr,_,atur : ideo prius forma, in
eodem conrextu tiemonffrationcm tx caufa efliaf- te.vt poftca ex eifdem tcrmims
faaam a cu- lahnai, demonftrationcm magis jittriliEa- rnus, & rerpeftum
cfficicnns aJeffeaum-St f ftcftus ad finem dariuj mfpieiamui. . umil it_q>
deMedioDemonftrat. Ub. H. eog 607 i,,mhalare Doftcee- A poftreinu.quia me.iium
eft caufa efficicns. & ___..„« ter_mnos,ueambulare pottC« a eft fffVau( . prw mem & poftenai fieu
fumit Anftnt.jiut tempo c,aut filtem nituuific enim etia in demo iftntio- ne
per ciufs « finale fato.dirit minus txtre- mum eiregcneritionep.imui mcJlum
vero, ideftcaufim finalem, elfe gtrnerarir>ne Ho- mum.ideo icmanet .tmaiui
extrcniu fitge- neratione mejium, quod nobt_ n linquir A- fi^^^faTJtW-
dcambuUtionein rift.coll.gendum.Hocindemonft.itione fa- »&endete. amk • em
e)£ „ emitlt( . m . B fla per caafam tSe&nctm quomodo Tch- C tacitqjc ' „ b
facileeftconfiderare: nam eenerat P» h °r. » ad os vent.cul. non afcendcre
&, f *?' ta n ff S fir caufa effcatix fecundi, ?* eaufi effcAtixtetti, ,
&tert]us * re C £ ! f " n dunam dcambulatto a cce- (iu f_ MaM» d ventr
ict_li non afcendar, *** Im effieit fan.tate.n, fedfamtas eft hoC /c
^crdcambulansvdit cibo. nor, Bfafinalwcurac H,. m b u I«ionein i' - >,.P I
- " 1 beat, facileeftconfiderare:
nam gentratio ciuii etncientis eft fecundum naturam prior generatiorte efted
us,farpe vero etiam ten.po re prior.idco reftc dieit r\tiftottles,mediucB
ficriprtusquam maius extremumjcummi- nore autem exttemo conjpaiationem no»
facitiquia deillocertam regnlam afferrenon potuit, fi namque illud cxe mplum ,
quo ibt viitur,fpeftcmut,niinus extremum cff genc- C ticiiq'.c
rniuui"" . ? C u . ribos non afcendere vocat B. me dcin« «_
"«tur. .tf ump{ . 0 c;bj a Poj c_ Um finBprmnHu,, eft_.ruenr.cu t .dT ^ 0
' 8 * tur »anus, dei„L fu^/tu^K,. ^ m °*_ primarmn, .«£ "^'«..«fiSi . 2» u
"«n3 ,d, quod. /liiftot, di3tittumVn""i' u _? m vcro a,ter
efFeftus „ 0 fi, £ " Sp,t ° T > ter- _ro l'_yfi«,, Bm , tnm in proSll '
'" eft C3u,a *&&"*»ho™ n Ut . 1 P ' lrri ^ co fccun di -
oftetiorumKm * " #'? '°" C * P™*- «« . ve,_ ™ 9 7 ft* ent.s vel r-,1 1
tI,Cntum »gen_ereB_tu v/fl f Cm n ' ,,a P"_iario rc n, a n u X m ni "
mUS * nim; " M moue ' efficien. Drimari,.,,. C ' a ? lderr, iani mae ft
Pnmar,u, > a c rccundar,U5 Jici potefi r.,1 dme eenei-m.,.,;, . . r utt
" Cum or. ordineloquirar.in terc_ ,rf_ i'_-? ._ Mm " m
effea«.xpri_iar«, fed fecundaria ^ menral,.: ^,. . primo l30 J '"_ra.
efficente pendet, & re.irn. ? pnrnarl « ^P"o .„,m cibi non.S"
:^^. «uendum cft, nep' „? m ^ ^P^^' "^^umilludAi/ftotfit^rS 3Ca Pi n -^L
r> _b„n UjceiIlfaur . „ " . mn «-fn«-_jL ' enim fi r „ s dicitur «uft
/ffiri^ ablmuf:n o« cficftu., qui ab 3 cffic,Tn'te pr C 0 d, f,UU ' IJr «''
pter,Ilum S fi„cm , qui S ^TS[ erHaens ftcundaria A.,,„«\ eflcauf * »____. LS-rl ■':k_?;^ _3__^*4Sff?*=
«ntriculi. & hxc eft caufa _ S?- ' r b ' - ad 01 P-r_^;:-s_s_?F iatroni.
effc caufafinal h uTa « cauia etfe-tt.x Dnmjri. __k„ s~«a_ »^?«___o^_^t^ W
a,iu,Ji vc,ut « ""c " m elt > cfficiens P rimar, U TT -ffideS
f e 5" m rCi > Cftu ,,llUS fil »U_ a- ™rSffi- ,B, 5' uoaab co Snc
n ™ «u Sfi i e * fit, . en & « rum eft » nem i " r f V " de ,P»
tct d.fferentii A»jBm_. fucftf/o ^ G " a,crn ' fir,i « cn.m^iciturre-
cxpc- deMedioDemonftrat. Lib. II. ^ ■ :i; s . it non eft eius caufafiiiahs ; a-
A ^■ :t J, autera fccundaro' um noa eft tims, t%^Z Zovct ilb ■ f«i c«
fi«a>" «? 1US *5rj non mouet „ r atia ficUve! motafuntabagcntepil 5
iJed re (peau horum eft fimulcaufa, vera prapterfinera; i» u rimfiiial£ f-tus
f« d non ert ""^' Ex h ' 5 coIll § ,inu5 ' Tnnul ellc hzc Juo , omnc
efficiens agit n ; & , non omnis effedu:, habet nimam omnc cflicietis
aiiquid -> |t nropterfioem : velemm Enjs efltlle- ' tfeffeaus, fi
propteifeipfuin pioducatur, ^Ijiiudal:quidj fi efficjatur propteraliud; j rede
Jicit Auerr, omne efficiem habe- J,finem,&omnen. hnem habete efficies;fed
nut nuis omne efficiens lubeat finem, «6 ta- ? eri oninis effedus habct caufim
finikm;il- i"enim qui alrcrius gratia elfkitur, cauiam finafcm habec,fed
non ille , qui propicr fc.vt je conternplitione diximus;caufini cnmi ef f c
diiceml>jbc-eanima, caufi.n finalem nul. J'aiT! ,fi ipf" 3 P tr ^
expetitur,vi pofiimus;ni(i jjjtmus ipfirvi fijiciufiir) fi;ia!cui tlfe,quia »d
fui effcdionem animim mouet: fcd hace i cd ratis proprii locutio; hoc autcm in
o- mnibjs tffcinb. locum h;bet,qui per lc bo- nr, &petfecjcpetibiles
lunt.ruiuimodi vidc- tur elfe fanius ; hi cuim quatenus tales funt, habent
qjiJem caufam >bulans i coena fjtit Cibos non aTctrnJere, R ciufam
tffed;icem fpcuemt», ea piopufitio immediata, & im.icuionfl:abi- lis eft;
feJ b^itafioalu caufx ritione tftnie- diata, quja caufa hxc tiun efl mcdia
oriii- ne gCiieiationis intei efriciens , & cffecium, fcd vtrifque
pofterioi ; pnor tamcn efflcJu naturalitar quarenuseft eius caufa finaiis:
proinde j p loii ea Jcmonftratio eft, nona pofteuorij iJeo clara eft tatio,
cuifinisvo KtitsiKt fi- ca:i (blcat caula ta jlaium , ouindn enim co ttiiasur
gnoliriturproitiniacaufacBcatix ahcuiuscf c *"/ i " ft-ctus , no,:
mane: Jia cat:f. qux^eda, quim"""* h i' . (i '; .c rat.onem
teddit,curllja caula iL lu.u i»: .tut:- trr:c.-.ti rrcic igitur dtxil Ari-
ftotcl >n UcmnnftrationL' s caufa finali mtnus extremum clT.- ^eneratioric
ptiinum , tale namque tft ipfuni cfticiri:sprimanum , nie- dium veio eiie gcneratione
vlrimum jtalis e- mm eft ipfj caufa finalis-, quo :u vt maius t x- tremum
Gtgeneratione mediutn;caufa enim qujt iitur,ci:; hoc efiicies hunc tffeftum
pro- ducat ; caufa autem cft.quia a tali linc moue- tur. Colligere
exdiciispolTumuj rationemiV''». «» iidi e i] c pottft, demonifi3tioiiem a caufa
finali \) eius, quod qua:rebatur,cur multacaufamef :■"** h*bt» non hibcre
lucum vbi cifcciusnon propter ' ahud , ftd proprtr fc picducitur , cft cnim fi-
mu! eff;nui,Jifiiiis,uuare cx alio finc demo- fttaii non poteft , vt fi
conterrjplaiio propter fc erfict dicaturab animl,non potrftcx finali caula
demonft.aii , quia alicuius finis gratia pofl St In lllisigitui tantummodo
hiiiulmo- di demonftratio datur, quz altenus gratia £unt,uicimus autem[^nnt]ad
fignificandum cauum finaiem non eorum eiTe,quz faciunt, (edeoru.n qua: tiunt,
proinde eurum, qux cauQm cfl"eci:icera pnoremhabct,aquapro- pteralium
fincmliunt. Propcerea Auerroes rcflc dicitm lllot i.comaientariotAriftot.ibi
loqui de finibus fecundiriis, iis videiicer, qui ibeffictere pei ahum cficccum
medium pru. ducuntur, p:oinde non piimum , fcd f cun- dum locum ordine
generationis obnncnt a piimoefficieiite; pcrtaleru enim fijcmde- monftratur
efft:C*tus ilie medius , & in illa de. mQnftraticne pnmutn efricii^ns
fumitur vt minus cxtieinum;finis autcm,qui ceneratio- netertius eft, medtum
tfltiemorTftrationis; tffectus dtmum.qui gene-atione cft rpedius, eft iu
demoftrationt maius t xtrcmum.figni- ficatautcm Ariftotcl. ex caufi finali
tuncde. monftrationem rieri quanoo qucftio pn.po- nitur cur tale cffiti^ns
talcm tffictum pro. ducatjtdco pnmum tfficies tenet iocum fub- ,ieQi,&ad
tilem qustftio.iem nulla caufa pre terfiuJem telpoadtri poteft: liam depto-
fiftncem habentii ex ea demonftran neque-'" »/ ant ; ratioenimcft,
quoniaruvelcauracrlc ,a'" m "'* Atix amplior eft efiedu, vel fi
amphornonjjj"^'^ fit, qu*ftio tamen talis proponiiur , ve caufan,.^
effcarix tanquam notafumatur,&fubieauni, quzftionis ftatuitur , quo fit vt
cffcdrix ciu- fa tefponderi non pofttt , fed omnes intelli- gant caufje tantiim
finahs cam quarftionem effcj non onmia igttur habentia cattfam cffe- £ dricem
cx ea demanftrari poffunt. At quiru doid , euius caufa quxrttur, caufam finalem
habet,ad quxftionem propterquid cft, om_ nino caufam finalem rerpondere
opcntet: ideo Aucrr. dixitin ommbus habetibus cau- faiTi finalem hanc t{I'e
debere dcmonft atto- ms medium . Idcirco veiiftimum cft illud A- riftotel.
dogma , vnius r*i vnam elTe caufam; quauis cnim res v na plures caulas habeat,
ta- nien vna t ft, qux fatisiacere poflit quxti:oni F propter quid: quia dum
quzrendi mo Juni confi Jciamus , vna quxflio vnam caufam re Fne ympit
fpicit,non plutes : ideo fi aha altqua caufi af tii*n feratur.illi quarftioni
non faiisfit, quod io i pfo Ariftot. exemplo oftende^ep^Jftumus■ ) llJT' m
cxpor uimuSr de caufic fe» P artc «ntprsdita , vt 0fu | ! V e"! mn«
dobitarionef, etiVm ou* 7* fi ""««'-cn et,am aofameff^ i a '" P
*crdemttra«aik, n . *V ,,cfuo ' 4ta «.»»»*eit „,,-„, inomenti "r £2"
ncgotto di»*;^'o™m Iern,fiq n ,dem pro veriratc, & P ro ftu. ^o^rumvtiiitatelibentcr laborauimti5. I A C O B tNome
compiuto: Giacomo Zabarella. Zabarella. Keywords: metodo compositivo, metodo
resolutivo, ordine compositivo, ordine resolutivo, logica ed estetica,
Baumgarten, il liceo, il lizio. Refs.: Luigi Speranza, Notes on I Tatti’s
edition of Zabarella, “On methods,” -- H. P. Grice, “Zabarella,” Speranza, “Grice
and Zabarella.” “Grice e Zabarella: la risoluzione buletica,” Villa Grice, The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.
Luigi Speranza –
GRICE ITALO!; ossia, Grice e Zaccaro: la ragione conversazionale (Roma). Filosofo italiano. Abstract. H. P. Grice: “I like him!”
– Keywords: H P. Grice. INTRODUZIONE ALLO
STUDIO DELLA LINGUA LATINA OSSIA SAGGIO DI UNA GRAMMATICA LATINA RAGIONATA cioè
1.° Lessigrafia il." Etimologia lil." Sintassi Regolare e Figurata.
CON UN? APPENDICE INTORNO 4° TRASLATI PARTE L*® VOL. 1.° per opera DI ZACCARO
NAPOLI DALLA TIPOGRAFIA DE’ GEMELLI Vico lungo Montecalvario num. 7. tie = A ti
pen ufo $ ‘ ’ te 4,60” . * ’ 1 A + *— PREFAZIONE A° PREGETTORI Eccovi, o
Precettori.la Lessigrafia latina. Dessa corrisponde. al. trattato, che i gram-
matici addimandavano declinazione de' no- mi ed aggiuntivi e coriugazione de'
verbi: Non vi rechi:noia:la novità .del titolo, che non è nuovo omai nelle
senole, e poi corri- sponde più esattamente al metodo, che si: deve seguire
in:questo studio :,.cioè ‘di /eg-- gere e scrivere di:scrivere e conferire a
memoria le parole di una lingua, che un: metodo ben ordinato vuol affidare:
alla -me-. moria pria che alla intelligenza: In quanto al: contenuto di questo
trattato sotto il rispetto delle novità'di forma sopra materia tanto antica
conviene che io accen- ni qualche cosa per. giustificare il divisa- mento di
rifare un lavoro, di che abbonda- no le scuole, e per.dare ai precettori u
qualche indirizzo a bene usarlo: Se la-Lessigrafia delle scuole fosse sce- rra
di errori, sarebbe stato inutile produr- VI l si lin ne un’altrà, perocchè,
questo studio versan- ‘dosi sul fatto di una lingua esistente, ogni Lessigrafia
si potrebbe accomodare ad o- gni sistema filologico.-io dunque non seri- vo il
presente volume eol fine di compiere un corso,copiando un trattato ben
fatto,che le scuole si abbiano. Avrei potuto rimette- re i precettori a’ lavori
altrui. La vera ra- gione,che m' indusse ‘a quest: altra. pesosa produzione,è
l'imperfeziohedei trattati pre eedenti;da‘qualii giovanetti attiigonospro-
positi amtoreveli,dove importa che.sì ieno nozioni fondamentali, pdr: quanto.
è. possibi- le, ‘esatte e precise. ‘..- Pia a da . La ‘Lessizrafia delle.:scuole
tra;le altre cosè iinsegnavai iche i nomi. latini: oltre..il genere maschile e
fonundrile si avessero il genere nesird.; it dubbio, 'il conuine e \ ept-
ceno::Ora il genere. è: asenso:loro il sesso, ossia quella. proprietà;iché:
hanno alcune so-. stanze. animate‘ cude:alcuné sono maschi, altre femmitriè.
.Il gemeré ddunque non può essere che staschi/e.e:feneminile, nè più, nè meno.
I neutro, il:dubbio, il comune e l'e- pideno ‘sono assurdità ‘palpabili ;
ritenute per tradizione volgard:a-strazio delle tehe- re intelligenze; che:
debbono: ricondstere in grammatica: ciù ‘che ripugna di. essere in natura. ir
intio ne i i WII A correggere questi spropobiti autorevo- li,perchè iprofessati
da tanti -sevéli non ba- stava dimostrarne «l'insussistenza, senza spiegare
colle vere nomenclature te idee contenute. sotto le anticlei! Ecco-uns' delle
necessaria novità: nella presente: /Jessigra- fia. Ed ' a riuscirvi dovenimoi
farci finì da principio a distinguere nella variazione dei nomi e
degli'aggiuritivi le desinenze e/#mo- logiche e sintassiche.: Dalla quale
disamina risulta.ad evidenza! 1° che i soli nomi pos: sono avere
le-desinénzè:etimologiche'e sin- tassiche di. quantità, di qualità, idi sesso è
di relazione: ‘2°-che gli aggiuntivi ‘hanno solo desinenze sintassiche: 5° che
non ‘tutti i nomi hanno desinenze significative di ses- so, ma quei sdli.,
che.sighificano sostanze animate e che harino una duplice: desi nen- za
orizontale corrispondente al duplice ses- so; sì che gli aggiuntivi. non sono,
nè ma- schili,nè femminili; nè singolari nè plura- li ec. Da queste deduzioni:
è chiaro che il trattato lessigrafico dovea subire novità so- stanziali per
riuscire scevto di errori. È noi coniammo nuove nomenclature, distin- guendo le
cinque forme di variazione dalle cinque caratteristiche, ossia. dalle cinque .
vocali ordinate secondo l'ordine naturale delle vocali medesime. Al genere
neuro VII i sostituimmo la desinenza simile. 1 gerere dubbio, il comune e
l'epiceno si ‘riducono alle ragioni sintassiche sotto il rispetto del- le
‘concordanze. Das e TESRa Messo che gli aggiuntivi ;, come pure i pretomi,
hanno solo desinenze sintassiche, la teoria della loro variazione riducesi a
quella delle concordanze. Quindi in poche pagine racchiudemmo le regole dei
generi el nomi, ‘che tanto imbarazzano i princi- pianti secondo il metodo delle
scuole. La variazione de’ nomi, dei prenomi e degli aggiuntivi riesce razionale
e compiuta , comprendendo in poche pagine quanto si truova diffuso e confuso
nei tanti gramma- ticali volumi. Ciò che importa notare nel nostro tratta- to è
la differenza che noi ponemmo tra’ no- mi e le parole derivate e composte in
for- ma di nomi, come pure tra gli aggiuntivi e le parole derivate e composte
.in forma di aggiuntivi, le quali vanno confuse nel- Lessigrafia delle scuole
con tanto strazio della logica e della buona ragione; 000 — Nel Nuovo Corso di
Letteratura Elemen- tare e nella Nuova Grammatica ragionata per la lingua
italiana ho provato e stabilito che la classificazione delle parole deve di- scendere
dalla natura delle idee.di cui esse I *- d e P_& Spalle MH -
<< pù > «=> IO IO 21 AI. e alle — 1 di TT de Pol dl
at TT 4 IK sono segni. Ora posto chel’aggiuntivo è se- gno di qualità e
quantità, ogni altra parola, che non significa una di queste due eose, non è
aggiuntivo, ancorchè sotto il rispetto della variazione ne abbia la forma. Una
ta- le conseguenza è giusta e leggitima, ma non poteva essere veduta e
ritrovata senza determinare le attinenze sintassiche ed eti- mologiche,come noi
abbiamo fatto nelle due citate opere. La nostra teoria è generale, e sì estende
alla variazione dei verbi, i quali perciò vanno riguardati sotto questa dupli-
ce considerazione. Quello , che importava notare erano i verbi irregolari sotto
il rap- porto della variazione. I grammatici creb- bero le difficoltà,
multiplicando le regole, da cui non si trasse alcuna utilità. In quanto al
metodo io non ho mancato di fare delle avvertenze dove cadono in ac- concio,per
regolare la pratica dell'insegna- «mento. Ma tutte le regole pel precettore si
riducono a quest'una, cioè di spogliarsi del- Te vecchie prevenzioni e di
informarsi pie- namente de' principî razionali, che sosten- gono il presente
trattato. Il precettore deve fr viva la parola morta del libro per ab-
‘breviare il cammino dell’insegnamento , e la parola è viva,quando esce dal
labbro co- ‘me suggerita dal proprio convincimento , ‘perchè ‘allora soltanto
ha forza di farsi ad- derit pu penetrare nella intelligenza di - quei che
ascoltano. Il leggere senza inten- ere o. intendere a frazioni non producemai
comprensione,, la quale ‘tante volte risulta — dall'intuito de' pensieri di un
interotrattato. Quando i giovanetti non hanno indicata. la | Via da percorrere,
procedono all'oscuro tra Îl'dubbio e l'incertezza, disimparando una ‘parte per
impararne un' altra, perchè tra gli antecedenti e i conseguenti non vi, è |
uesso per loro, nella supposizione -che, leg- gano e imparino a sorsi a sorsi
quelle teo- Tie, che dovrebbero essere capite ad. una volta.Pertanto io
raccomando.a'precettori, che-vogliono adottare questo metodo,a pre- pararvisi
prima di cominciare, l’insegna-. mento, studiando tutte le ragioni del libro, e
rendendo, loro proprie le teorie per sovve- nirea bisogni delle tenere
intelligenze, dove ‘e come l'opportunità richiede meglio. Quel procedere alla
cieca senza sapere. dove pa- rano Te ‘parole della pagina seguente, anno- Ja 1
precettori e.i discepoli. L'insegnamen- te è una direzione di cammino per una
via tortuosa e difficile, la quale si suppone che sia stata percorsa palmo
per.palmo da chi si fa ‘ad'insegnarla. Nella supposizione che sia‘ ancora
ignota ‘al precettore nessuno si SF CN so 2° Le. MEO s4Ù & 2, see sr
fiderebbedi" fut, potendosi applicargli il” motto: Si coecus coecum ducit,
ambo în fo- veam caduzz, Lia qual casa, se è indubitata. per l'insegnamento in
generale , merita. di essere congidbrata specialmente rispetto. ad un
likraiche.viene ad abbattere secolari: progindizi, pes costituirsi esso: splo
‘in fuo-. go de'tanti e.de'più antichi. ia questo vuol. si il<proprie:
convincimento: siti per don- fermare le puove dottrina, sia per. rispon- dere
alle opposizioni,che vengono mosse im contrario, le-quali sogliono essere atri
e ca- lanniose da, parte di coloro, ghep.inello stesso: pasesij;nelio: stesso
luogsi;. inseggando, ven» ..goro a cofiffitto, per interessi personali; co-
me:pargalesia di primeggiare; e di usanpa- . re«pihioni. Chi dupque vuole
&dottare, que. sto {ib ; vegga bene se gli convenga, affin- e doble ergognosamnio
si tari, dopé” i ager giitalo il guanto-dellà disfida, Viyete felici, © | cede
2 ce 0° si | | ERRATA CORRIGE n ‘pra 12 verso 20 Cadaes Caedes n. 13 3» 25
questa quella »° 13 .» 50 in C, DL. in CL » 16 3» 9 Ladix Lodix »: - » 5 nomi
or nomi in or » 19 3 griphe , grips >. 19° D 26 bacchetta barchetta »
(20. 3 2 quin quarta - 2.29. a 19 Pinus il pine Portus il porto 3 45. » 27040
.. 0-0 » 57 >» 12 de felici da felici >» 62 3» 4 Plorale .
Plurale > 6$- » 18 pronomi ° prenomi n 75 3» 7 cum-cas cam-ea » 77 03»
29 detteto decreto | 2 49 a» 14 femminili femminili gli ag- giuativi >»
87 a 16 la rovere il rovere » 106 » 1 Quadro di Vaia. Quadro di VARO me ziono :
De. i > 140 3» 16, 17, 18 Di | noi | 10 ager pianto ) voi aver pianto {
fu | eglino egli » 150 » 16 dAudieturus Auditurus » 169 >» 9 Amat Amet »
185 piove e questi altri * » 18 piove ec. | TRATTATO COMPIUTO. DI LESSIGRAFIA
LATINA î ì ” « “INTRODUZIONE > AL TRATTATO DELLA VARIAZIONE O DELLE
PAROLE VARIABILI. | Le Classi delle parole di ogni lingua , come vedre- mo in
Etimologia, altre sono primarte 0 categoriche, altre secondarie o ipoteoriche.
Alle prime si riducono 1.° i Nomi 2.° i Verbi 3.° gli Aggiuntivi 4.° i Verbali
5.° le Preposizioni. Alle seconde si riducono 1.° i Nomi personali pri- mitivi
2.° i Prenomi 3.° gli Avverbî 4.° le Congiun- zioni. Le parole delle Classi
tanto primarie quanto secon- darie, altre sono variabili, altre invartabili. Le
variabili sono 1.° i Nomi 2.° i Verbi 3.° gli Aggiuntivi 4.° i Verbali 5.° i
Nomi personali prima- tivs 6.° i Prenomi. si aa 4 2 TRATTATO COMPIUTO Gli
avverbi e le congiunzioni soltanto sono inva- riabili. Le prime si dicono
variabili, perchè nell'uso della lingua non sì presentano sempre nella stessa
forma, ma ora in una forma, ora in un’altra, e, mentre la forma è differente,
la sostanza o il corpo della pa- rola è sempre lo stesso , appunto come gli
stessi al- beri nelle diverse stagioni dell’ anno compajono di- versi per le
foglie, per le frutta, pei rami ec. Que- sta proprietà delle parole variabili ,
detta variazione , si attua per le desinenze, o cadenze, o casi, pa- role, che
hanno lo stesso valore in questo luogo , ossia per lettere o sillabe
differenti, che si appongono alla fine delle parole variabili medesime, Quando
una parola ha subito queste desinenze, essa è già variata , ma prima di subirle
si può sopporre invariata, e in questa supposizione deve avere un no- me
particolare, per lo quale sì possa distinguere di sè stessa, quando è variata.
Questo nome è radice o ra- dicale, in quanto che è sempre la stessa per tutte
le parole variate, appunto come la radice della pianta è ‘sempre la stessa
rispetto alle foglie, a’ rami, alle frutta varianti. In generale la parte
radicale di una parola variata è quel complesso di lettere ‘o di sillabe, che
sì truova ripetuto in tutte ed ir ciascuna delle parole va- riate, che se ne
formano. Sieno le seguenti parole; ‘Aqua, aquae, aquam, aquarum, aquas, aquis.
Voi ‘subito vi accorgete che in esse vi è qualche cosa di “comune a tutte, e
qualche cosa di proprio a ciascuna, ‘e per questa ragione sapete che le
medesime paolo in sostanza ‘si riducono ad una, dalla quale non differi- scono
che per le sole desinenze. Ora ciò, che è co- mune a tutte ed a ciascuna parola
nel riportato esem- pio, è il complesso delle lettere aqu, a cui si appicca-
Asa? di PL _ ds ill. dv. ‘2 Pl i al £7 7 he 6 KAT -e na >. PI Pe (ss I
ar n i LE IC dr di -} sr DI LESSIGRAFIA LATINA 3 no le desinenze a, ce, am,
arum, ts, as: voi dun- que ferrete a radicale sn , ed a parole variate, lo
siesso aqu accresciuto di queste ' desinenze ,. tante volte ripetuto con
ciascuna desinenza. Allorchè dunque v'ìmbattete in una famiglia di pa- role
variate, la prima cosa, che dovete fare, è di ve- dere quale sia la radice o la
radicale di questa fami- glia. À rigore scientifico la radicale è quel
complesso di lettere o di sillabe, che si truova in ciascuna parola variata,
come abbiamo detto, ma la pratica delle scuole si è attenuta ad un modo di
vedere alquanto diverso, come vedremo in appresso. - | | ni Se mi domandate ora
: che cosa è la variazione ? îo vi rispondo è un appicco di tante desinenze,
ossia di lettere o sillabe finali, ad una stessa parola, che ,ne è il nucleo o
il tronco, sempre lo stesso in ciascuna parola variata, e perciò ripetuto.
Questo variare per desinenze non sì è fatto senza una qualche ragione, e la
principale tra tutte è do pia cioè 1.° per accrescere una parola radice o radi-
cale di maggior significato 2.° per metterla in rela- zione con altre parole
del discorso. Così dicendo agqu (mi si permetta questa supposizione), intenderò
acqua semplicemente, ma, appiccandovi la desinenza « e di- cendo aqua,
intenderò un’ acqua singolare, e capisco pure che aqua è primo termine di
proposizione fini- ta. Le desinenze della variazione, quando accrescono il
radicale di maggior significato, si dicono etimologi- che o significative:
quando mettono semplicemente il radicale in relazione con altre parole del
discorso, sì dicono sintassiche o indicative : quando nel medesimo tempo significano
e indicano, si dicono ettmologiche e sintassiche simultaneamente. Nello studio
della variazione delle parole di una & TRATTATO COMPIUTO lirgua si deve
sapere în quante maniere una parola si varii, o in altri termini quante diverse
desinenze d’uso appicchi ad uno stesso tronco di parola. E la soluzione del
proposto quesito sembra facile a primo aspetto, perchè tante sono le desinenze
di ciascuna parola per numero, quante sonole lettere o le sillabe, appiccate in
fine, differenti. Ma la pratica delle scuole non si è attenuta a questo
principio scientifico rigo» rosamente , perchè , avendo una stessa desinenza.
di- verso significato o diversa indicazione , si considerava ripetuta. Per
esempio aquae avea valere di due signi- ficati 1.° di di acqua 2.° di ad
acqua,e oltracciò avea virtù d’indicare un verbo variato alla terza desinenza
indicativa della terza persona plurale, e si tradu- ceva acque. Invece di dire
che la stessa parola a- quae sosteneva nell'uso della lingua tre uffici, le
scuole ne fecero tre casio cadenzeo desinenze di Nomina- Bivo , di Genitivo ,
Dativo singolare e di Nominativo plurale. Onde avvenne che, mentre i casi erano
ire per esempio in quanto alla forma delle parole, se ne fecero cinque o sei.
Noi avremmo potuto correggere fin da principio questo errore fondamentale della
va- riazione , ma, avuto riguardo allo stato attuale della filologia, abbiamo
dovuto acconciarci alla consuetudine delle scuole. Ondechè la nostra
numerazione delle de- sinenze è regolata dagli uffici diversi delle stesse de-
sinenze, e non dalla reale differenza delle medesime. ]l presente trattato sarà
diviso in sei Capi, corri- spondenti alle sei specie di parole variabili. Sr DI
LESSIGRAFIA LATINA 5 CAPO L°° INTORNO ALLA VARIAZIONE DE’ NOMI LATINI IN
GENERE. Se volete sapere la parte radicale de’ nomi Jatini, non avete a far
altro che considerare tutta la fami- glia de’ medesimi già variati, e,
spogliandoli delle de- sinenze, vi rimarrà un complesso di lettere o di sil-
labe, le quali si ripetono con ciascuna voce variata. Dite che quel complesso
ripetuto è ‘il radicale de’ no- mi. Così dovrebbe procedersi a rigore di
scienza, ma fuso e la pratica delle scuole ha ritenuto per radi- cale de’ nomi
iatini la prima voce variata de’ medesi- mi, che dissero Nominativo, onde
dicevano, a modo di esempio, aquam viene da aqua, patribus viene da pater. oi,
avvertito l'errore, seguiamo pure quest’'uso introdotto per rendere meno
difficile Io studio della variazione , il quale deve parfire da precettori
abituati a questo linguaggio, comunque erroneo.. | Le desinenze de’Nomi latini
altre sono etimologiche, altre sono sintassiche: alcune etimologiche e
sintassi- che in pari tempo, anzi, a rigore parlando, sono tutte etimologiche e
sintassiche simultaneamente. Per le desinenze etimologiche i nomi latini
racchiu- dono £.° il significato dell'unità o del numero , per cui si dicono
singolari o plurali 2.° il significato di alcune relazioni 0 rapporti, che si
dovrebbero espri- mere in italiano con le due preposizioni Di o: A, per cui si dicono
relativi o rapportativi 3.° il significato di grande 0 piccolo, per cui si
dicono accrescitivi 0 diminutivi 4.° il significato di bello o brutto, per cu?
si dicono migliorativi o peggiorativi, 3.° in alcuni 6 TRATTATO COMPIUTO nomi
il significato di maschio o femmina, per cui si dicono maschili o femminili. Le
desinenze sintassiche servono a mettere i nomi in relazione con altre parole
nel discorso. Le parole, con cui i nomi hanno relazione nel discorso, sono i
Verbi e le Preposizioni. Quando la desinenza mette i nomi in relazione col
verbo, si dice desinenza sintas- stca indicativa del primo termine di
proposizione fini- ta 0 infinita. Quando la desinenza mette i nomi in rela-
zione con qualche preposizione, si dice desinenza sin- tassica indicativa del
secondo termine dî rapporto. Ora non tutti i nomi latini hanno tutte le
desinen- ze etimologiche numerate quì sopra, perchè non tutti hanno i
diminutivi e gli accrescitivi , i migliorativi e i peggiorativi, i maschili e i
femminili. Ma tutti con- vengono in quanto che sono singolari o plurali: tutti
sono rapportativi, ossia che hanno desinenze significa» tive di relazione o di
rapporto delle preposizioni Di ed A: tutti hanno desinenze sintassiche
indicative del primo termine di proposizioni finite e infinite , e dei secondi
termini di rapporti. Noi dunque, riserbandoci di trattare in disparte di ciò
che è proprio di alcuni nomi , quì possiamo esporre le desinenze , che sono
comuni a tutt'i nomi latini. | Le desinenze etimologiche e sintassiche comuni a
tutti nomi latini sono cinque nel singolare e cinque nel plurale, che noi
chiamiamo 1.*, 2.%, 3.%, 4.° e 5.° desinenza, di cui ecco il rispettivo valore.
1.* Desinenza etimologica rispetto all’ unità nel sin- golare, al numero nel
plurale, ma sintassie a, perchè in- dicativa del primo termine di proposizione
finita , co- me aqua , che vale una acqua, ed aquae che vale più acque. | 2.
Desinenza doppiamente etimologica , perchè si- DI LESSIGRATTA DATINA L)
gnifeativa dell'unità o -del numero , e del rapporto esprimibile con la
preposizione Di, come aquae che mile di acqua, ed aquarum che vale di più
acque. 3.* Desinenza doppiamente etimologica, perchè si- gnificativa dell’
unità o del numero e del rapporto esprimibile con la preposizione A, come aquae
che vale ad un’ acqua, e ‘aquis che vale a più acque. 4.° Desinenza
etimologica, perchè significa unità o numero, ma triplicemente sintassica 1.°
perchè può essere indicativa di primo termine di proposizione in- finita 2.°
indicativa di secondo termine di 24 prepo- posizioni 3.° indicativa di obbjetto
dopo verbo transi- tivo, come 4QU4M un’ acqua , 4QUAS più acque. Le
preposizioni, che hanno per secondo termine un nome variato con la quarta
desinenza, sono le se- guenti 1. Ada. 2. ante avanti 8. apud appresso o appo.
4. cis o citra di qua. d. contra contro. 6. estra fuori 7. infra sotto 8. inter
e intra tra dentro 9. iurta allato di costa 10. erga verso 11. ob avanti, . 12.
penes appresso in potere di 13. pone vicino ietro.14. per per.15 postdopo
poscia. 16. praeter ol- tre, eccetto, fuorchè, salvo.17. prope vicino. 18.
propter a cagione. 19. secus e secundum secondo. 20. trans di là. 21. ultra
oltre. 22. versus e adversus verso, con- tro, dirimpetto. 23. usque in fino a.
24. circa circum intorno circa. 5.° Desinenza etimologica , perchè
significativa del- l'unità e del numero, ma sintassica perchè indicat'- va del
secondo termine di rapporto delle seguenti preposizioni. 1.° A, ab, abs da, e
lontano, o fuori di. 2.° coram alla presenza. 3.° clam di nascosto. 4.° cum con.
5° di o intorno di. 6.° e o ex da o fuori di. 7.° in in. 8.° palam palesamente.
9.° prae avanti 8 : TRATTATO COMPIUTO di. 10,° Pro a favore, o in luogo di.
11.° Absque senza. 12.° Stne senza. -13.° Sub e subter sotto. 14.° Super e
supra sopra. 15.° Tenus insino. Il no- me variato alla quarta desinenza, se non
è primo ter- mine di proposizione infinita od obbjetto, dipenderà senza dubbio
da una delle 24 preposizioni sopra no- tate. Il nome variato alla quinta
desinenza dipende sem- pre da una delle 15 preposizioni, espressa o sottinte-
sa, come vedremo in Etimologia ed in Sintassi. Quando diciamo prima, seconda
,"'terza , quarta e quinta desinenza , intendiamo sempre un definito e-
quivalente alla definizione data sopra per ciascuna. Oltre le cinque desinenze
i grammatici ne ricono- scevano un'altra , perchè ammettevano un altro caso,
detto Vocativo. Ma, siccome questa desinènza è pro- pria di alcuni nomi di una
sola forma di variazione, noi non ne teniamo conto nel quadro generale, ma lo
noteremo, come una pIOpricla di alcuni nomi sol- - tanto. Ma quali sono Ie
desinenze attuate dall'uso ne’no- mi della lingua latina ? Ad una tale
quistione non possiamo rispondere senza distinguere le diverse Forme. di
variazione, per - chè, quantunque cinque specie di desinenze abbiano tutti nomi
latini variati, non tutti hanno le stesse desinenze , ma tante diverse , quante
sono le forme di variazione. Ora queste forme sono cinque e si distinguono
dalla caratteristica della variazione. Per caratteristica di variazione intendo
la vocale, che domina nella variazione. E, siccome cinque sono le vocali,
cinque forme di varinzione avevano i la- tinì , disposte con lo stessa ordine
delle vocali. i DI LESSIGRAFIA LATINA 9 Diretno appartenere alla 1.* forma di
variazione tet' i nomi, ne’ quali, variandosi, domina la «. Alla 2.° forma tutt
i nomi, ne’ quali domina la e. Alla 3.* forma tutt'i nomi, ne’ quali domina la
s. Alla 4. forma tutti nomi, ne’ quali domina la o. Alla 5.° forma tutt'i nomi,
ne' quali domina la wu. Ciò posto ecco le desinenze per ciascuna forma di
variazione , esposte in due:categorie del singolare o del plurale , perchè la
desinenza etimologica signifi- eativa dell’ unità e del numero è fondamentale ,
in quanto che su di essa si appoggiano tutte -le altre de- sinenze,
etimologiche e sintassiche. PRIMA FORMA DI VARIAZIONE 1. desinenza 4 (Mu {ae 2.
desinenza ae (2) arum — “» Sing. ( 3. desinenza ae Plurale < 18 0 abus
(3) 4. desinenza am cc. (as si 5. desinenzaa —= = _—_ {so abus (1) Alcuni nomi
di origine greca ‘nella prima desinenza fanno in 45, come Aeneas, Enea: altri
ins come Anehi ses Anchise: altri in .£, come Penelope Penelope, Epito- me |
epitome o il compendio. Questi nomi nel singolare si variano nel modo seguente.
TS sE 1.9 I nomi in 48 hanno il così detto vocativo, di cui par- leremo
appresso, in 4, come Enea o Enea. | ali 2.® I nomi in £s hanno pure il vocativo
in Z, come 4 chises Anchise o-Anchise , ed oltre a questo la quarta de- sinenza
in en, come Anchisen, e la quinta in e Anchise. I nomi in Z si variano nel
seguente mado. i. desinenza © e Epitome 2. desinenza es Epitomes 3. desinenza e
Epitome 4. desinenza en Epitomen 5. desinenza e Epitome. ) 10 TRATTATO COMPIUTO
Esempi di nomi : Aqua l’acqua, Forma la forma, Anima l’anima, Musa la Musa, Mwa
la Mula, Equa la cavalla ec. ec. sa o Esempi di parole derivate in forma di
nomi. Poeta il toe , Nauta il pilota, Advena l’avventore ec. ‘ Ciò posto il
precettore farà successivamente variare quanti nomi può produrre di questa
prima forma sul quadro delle desinenze soprapposta , con le rispettive versioni
italiane, affinchè i giovanetti sì adusino ad as- sociare il valore de' nomi
latini variati al valore già noto della propria lingua. E ciò nel modo
seguente. (2) Questa seconda desinenza sul tipo greco anticamente faceva in as,
perchè in Enuio si truova Musas e Monetas invece di Musae e Monetae, di che fa
pruova ancora fa- milias in paterfamilias il padre di famiglia. Sullo stesso
tipo modificato dal dialetto eolico i latini anticamente di- cevano Musai, Terrai,
Aulai, Geryonaîi, invece di Musae, Terrae, Aulae, Geryonae. (3) Questa duplice
desinenza è quì notata per certi no- mi, che, essendo variati con la desipenza
us della quarta forma, racchiudono ancora la significazione del sesso, per cui
diventano maschili e femminili. E, siccome la desinen- za us fa is alla terza
plurale, così la desinenza 4 si tra- sforma in adus alla medesima terza
plurale, come vedre- mo, trattando della forma di variazione per desinenze si-
grificative del sesso. Sebbene è da notare che. anche i no- mi di quésta prima
forma, ancorchè abbiano i corrispon= denti in ws della quarta, hauno la terza
desinenza plurale in #s, come presso Cicerone: T'ul4us salutem dicit Teren-
tiae et Tulliace duabus animis suis. DI LESSIGRAFIA LATINA 11 Wartàzione del
neme AQUÀ. Singolare 0 2000 0 Plurale 1. a acqua ae acque 2. aa'di acqua: __
\arumdi uu Aqu } 3. ae adacqua. _ dis adacque 4. am acqua ag acque 5. a
conacqua (4) Fis con acque(4) SECONDA FORMA DI VARIAZIONE | 1. desinenza es (8)
i 08 (6) { 2. desinenza ei l \erum Sing. < 3. desinenza ei Plural. |
ebus 4, desinenza em -. °° ]e8 5. desinenza e | ebus (4) Quel con; aggiunto
nellà versione del nome variato alia quinta desinenza singolare e plurale, non
è contenuto nella pàrola làtina aguae aquis,mà vi è da intendere cura, che vale
con o altra delle 19 esposte a pag. 7, secondochè il senso richieile, perchè ll
nome così variato è sempre se- condo termine di rapporto, e perciò dipende
sempre da mea di quelle 1!$ preposizioni, sotto intesa. Questa avyer- tenza
valga per tutte le forme di variazione de’ nomi. 66 noi abbiamo messo con,
anzichè du, fu perchè la preposi- zione Cum più frequentemente è sott' intesa
nell'uso della lingua latina, anzichè 40 45, come vedremo nella sintassi
figurata. Noo to poi espessa in latino la preposizione per dar luogo a questa
necessaria avvertenza, dalla quale i giovanetti imparioo di buon ora la
proprietà latina. (3) Abbiamo messa per seconda forma di variazione que- sta
che nelle scuole è $.* Declinazione, perchè la e, che do- mina io questa
variazione, è seconda vocale dopo la 4. (6) L'uso costante della lingua latina
adopera al plurale pochissimi nomi di questa variazione. I più usitàti al
plurale sono Lies e Zes.Di species, e fa» cies variati al plurale 8’ incontrano
esempi appo gli anti» chi, ma alla sola seconda e terza e quinta desinenza. 12
TRATTATO COMPIUTO Esempi di nomi di questa forma di variazione Dies #1 giorno,
Res la cosa, Requies, riposo, Fides la fede, Species la specie, Spes la
speranza, Facies la faccia Progenies la progenie ec. (7). I Variazione del Nome
DIES. | Singolare Plurale . 1. es giorno {es giorni 2. ei di giorno erum di
giorni Di 3. ei a giorno ebus & giorni 4. em giorno €8 giornì 5. e in
giorno ebus in giorni TERZA FORMA DI VARIAZIONE. 1. desinenza £ (8) eg 2,
desinenza #s | ___ |umetium(11) Sing. { 3. desinenza è Plur. ( ibus (12) | 4.
desinenza em e tm (9) es 5. desinenza e ed î (10) bus. Esempi di nomi di questa
forma di variazione de- senti da più regolari in es e ts. Ciades la.sconfitta,
Cadaes la strage , Classis la flotta, Finîs il fine e la fine, Fums la fune.
Wariazione del nome FINIS. Sting. | Plur. 1. is fine - [ es fini 2. is di fine
tum di fini . Fin ]3.v afineo 0 ibus a fini 4. em fine es ni 5. e con fine ibus
con fini DI LESSIGRAFIA LATINA 13 (7) Anticamente questi nomi alla seconda
desinenza sia- Gore non uscivano in ef ma in e, come 4uius die, huius specie,
invece di Awius dici, huius speciei, il che dimo- sira il dominio della
caratteristica e in questa forma di va- Nazione. nea L als (8) Ho messo le
lettera 2, come segno di uo ignoto per la prima desineoza singolare de’ nomi di
questa farma di rariazgione, perchè detta desinenza non è una, ma moltiplice.
E, poichè non sempre si possono formare le altre desineo» + ze con ja semplice
eggiunzione dell'is, 1, em, tm, e, tec. credo indispensabile produrre upa lista
delle desinenze pri- me e seconde singolari, più comuni, affinchè i giovanetti
acquistino una tale quale idea della irregolarità indoma- bile di questa forma
di variazione. Metterò sempre la se- conda desinesza dopo ia prima,perchè da
questa preadono norma tutte le altre. uan De I. in a Gis, come Thema il tesa,
deusgma l''enimma 0 l'indovineHo , Jegma il domma , parole tutte venute nel
latino dal greco. i “na JI. 1. In 0 ente; come Sermoe il discorso, Mucro la
pun- la, Ligo Ja zappa, Dido Didone, Gorgo Gorgone. 2.° in 0 ini8, margo. il
margine, furbo il tarbine, cardo il cardine, Romo l’uomo , granda la grandine.
.° in 0, enîe come nio, nero nomi di fiumi. IH. fn C, D, L comeldac laetis, il
latte, cal sulis, il sale, sne/ medlis il miele, fel fellie il fiele, sol solis
il sole, Daniel elis Daniele. | IV. lan 1.° inenenis, come iena milza. 2.° in
en inîs, come pecten il pettine, flumen il fia- me, flamsen il fiamine , somen
il Rome, e tutt i suoi com- 3.° în on omnis, come Jason Giasone. — 3 4.° in on
ont, come Pheton Fetonte, Horizon l'ori- sente , Cthesiphon Gtesifonte. |
Y.lnr1.°inardarisearris, come ealear lo sprone , far il farro, Zar il lare.
Zepar fa hepatos il fegato. 2.° in er eris, come der l’aria, gesherl gere» car-
“14 TRATTATO COMPIUTO - cer il carcere. Pater mater e frater padre madre e fra-
‘ .tello invece di puseris materis e frateris per sincope ‘ fanno patrie ,
matris e fratrisi © di - ‘4° ia or oris, come decor il deeoro, dolor il dolore,
labor il lavoro , furor il furore. | SETE “© + 5,° in wr «rie, come fur i
ladro, murmur il mormo- ‘ rio, furfur la crusca, oppure - a | —6.°iînuroris,
come Jecur la milza, femur la coscia, - ebur l''avolio , rodur la rovere. i: |
Eccezigni. Zrer, che ‘anticamente faceva s/eris, dopo riease con slineris gita
andata: cor fa eordis il cuore.: - Jupiter fa Jovis Giove. ’ ce i VI. la ars
artis come pars la parte, ars l'arte, Mars ‘ Marte. uaar. Sio ie DÀ VEI. In
asche fa 1.° asis come cesae l'età , donitas la bontà , felicitas la felicità.
STA | © 2° in adiz, come Pallas Pallade, lampas ta lampade, : +:3,° in antis,
come 97948 il gigante, udamas il dia- mante , elephas l°' elefante. | |
Eccezioni. As fa assise l'asse, mas il maschio fa ma» ris, vas'il vase fa.
vasis', vas il garante vadis. VII. Esche 1.° fa in se,come verres il verre,
porco non castrato ; vazes il poeta, nudes la nube, C/ades la scon- filta. Bes
le otto parti della libra fa Bess:is. > | -* R. io etis,come interpres
interpetre, purses il Imi ro, topes il tappeto ; -«ries il montone 0 ariete ,
Magnes la calamita, adies l’abete, albero note. | 0/00» — 3. in eis, come aes
il bronzo o rame, ceres cerere, ‘pubes pubere. | | © - si 4. in edis, come pes
il piede , merees la mercede , praes il mallevadore in causa civile. na — 3. in
ati, come miles il soldato; eques il'cavaliere, pe- ‘ des il fante, pdlmes-il
tralcio , fomes il fomite. © IX. Ins che 1. fa in és, come classis.ta flotta,
cassts la rete, cucumis il cocomero. * ide i —_—2.in ris, come glis il ghiro.
(E ‘ «» 3. in erée, come pulvis la polvere, cinis la cenere, DI LESSIGRAFIA
LATINA 15. 4. in #uis, come senguis il sanane. pos il fior di farina , salumis
salamina, delphis il delfino. 5. in £0/8, come guiris il quirite.0 FOMaNO,
samia il. sannita , dis la lite, dis dile.. Da X. in os che 1. fa odis, come
eustas il PROSA 2. in orîs, come mos il costume, Sos il fiore, ros la iggiada ,
0s Ja bocca. 3. in 0/8 come dos la dote, sacerdos sicndnloe 4. in ofîs per
alcuni nomi. di tipo greco, come inca Minosse , Zeros |’ eroe. | Eccezioni. Os,
quando. significa l'asso, fa ossis, e Bos il bue o la vacca fa bovis. XI. In ts
chel. fa eris, come culius la ferita, Dia venere , wIcus ulcere piaga ;
onus.-carico , pandus peso ) vellus vello , scelùs scelleraggine. eo, 2. in
oris, come £emptus il tempo, foenus au le-. pus la lepre, pecus il bestiame,
nemue il boseo , pynus . il pegno , litus il lido s funus il funerale ; gidus
costella- zione , Soedus il patto. | 3. in uris, come gellus la terra, tus 1
ineenso s'us i , brodo, e quindi il diritto che spetta a .ciascuno, mus .il to-
po, pus la marcia. 4. in udis, come laus la lade, fraus la frode, palus la
palude , incus l'incudine. 5. in utis come salus la salute, virtus la virtù, in-
Sercus ciò che si frappone alla cute... | 6. in untis come opus, trapezus,
amatiua, 3 nomi. di città. 7. in wis comesusil porco, grus. la. grà..: 8. in
odis come tripus il treppiè.. i XII.In ds e ps,che fanno in dis e pis, came
Giuli smiboi stirps la stirpe, 84/8 la limosina , seps.la «siepe, adeps I’
adipe o il grascio. XIII. In /s, ed 7725, come puSs, che fa pultis, la
faripata, hiems, che fa hiemis, l'inverno. XIV. In ns 1. cle in ans
faandis, come glans la ghianda. 16
TRATTATO COMPIUTO | 2. in ens fa entis, come lens la lenticchia. 5, in ons fa
ontis, come mons il monte, p0ns il pon- te. frons la fronte : fa ondis, come
frons Fa fronde. © XV.In £ che fa d//s,come caput il capo e i suoi composti
sinciput, la parte anteriore della testa, occipue la parte posteriore.. | |
XVI. In è, che in @r,er,fx,02,tx, fa 1.acîs, ecis , icis, oris, ucis, come fue
la fiaccola, paz la pace, fer la fec- cia, fil'x la felce , lad's la coltre,
cappado+ cappadoce, tes la luce, nua la noce. ‘ sa 2. fanno agis, egis, fgis,
ugis, come harpas Fate a a sè la paglia, /ex la legge, Stga stige, frue la
biada. | | n Eccezioni. Nos fa noctis la notte, nie fa nivis la ne- ve, ong fa
onschis pietra preziosa, senex il vecchio fa sens, astianax astianatte fa
astianaciis, supelleg la su- - pellettile fa supellectilis. || °° | |
Avvertenza. In questa lista non sono andato registra- do rigorosamente i soli
nomi, ma ancora alcune parole derivate e composte in forma di nomì per rion
intralciarmi i} cammino fin da principio con quistioni anticipate. (9) Questa
desinenza è doppia nop per tutti i pomi, ma per alcuoi è e; per altri è 7, per
pochi è l'una e l'al-. tra. Il che basta a provare che la vocale caratteristica
di questa forma di variazione è là ?,perchè, anche dove è la e, Si può
considerare come # per ? affinità di queste due let- tere. Noi intanto, notando
i nomi, che hanno la desinenza 17, verremo in pari tempo a far intendere tuiti
gli altri,che hanno la desinenza €72, i quali saranno tutti quelli, che in
questa lista non si truovano notati, e che non apparten- gono a' così detti da’
grammatici di genere neutro, de'quali parleremo in appresso. Aa DI LESSIGRAFIA
LATINA 17. LI Lista de° Nomi che hanno la quarta desinenza “din EmeiniM. i ta
Clavîs la chiave, febris la febbre, navis la nave, pup-: pis la poppa, restis
la fune, #urris la torre, sementis la semenza, aqualis la brocca. À questi si
possono aggiun- gere per intelligenza degli antichi, appo i quali erano in.
uso, cucumin, che poi si fece cucumerem,cocomero, cutim: di cufss, che poi ebbe
culera, la pelle. Così pure appo gli antichi s’ incontrano praesepim da
praesep's presepio: atrigilim da strigilis la stregghia , sentim da sentis la.
spina , gummim da gummis la gomma, «avim da avis lo uccello , gratim da gratis
il graticcio, lentim da dentis la lenticchia , messim da messis la messe, ovim
da ovis la pecora , razim da ratis la nave , partim da pars la parte ec. i
quali tutti poi rimasero nell’ uso della lingua con la desinenza em: solo pars
è rimasto. con parsem e partim, ma i grammatici per difetto di logica ritennero
parz2n per avverbio. Alcuni nomi di origine greca fanno im ed n come ge- nesin
da genesis generazione genesi, Ersanym ed Erin- ng da Ertnnys Erinni una delle
furie: Stiriym e Sir- tin da Sirtys secca di mare fra Tripoli e Cirene, onde i
nomi de’ fiumi fanno #2, come Albin di A/his Elba fiume della Germania, Baeztin
da Baetis fiume dell'Andalusia, e Iris tridis V'Arco baleno fa sridem e irin
ec. ec. . Lista de’ Nomi che fanne solamente in 1M. Tussis la tosse, securis la
scure, sebbene 8° incontra. qualche volta securem, pelvis il catino, amussis la
livella o il traguardo, silis la sete, digri8 il tigre fiume , ravis la
fioccaggine, vis la violenza, decussis la moneta di dieci assi, centussis di
cento assi, Zibris 0 ?ibderis il Te- vere fiume, draris la Saona fiume, Buris
la piegatura cel aratro. 18 TRATFATO COMPIUTO (10) ReGoLA ceNERALE.Tutti i nomi
della terza forma di variazione, che hanno la quarta desimenza in e#2, hannò
la: quinta in e, e tutti quelli, che banno là quarta in #73 han- no la quinta
in #. E perciò quei che hanno alla quarta de- sinenza ema e 7 hanno la quinta
in eez. - 1.* Eccezione: da'nomi,che ulla quarta desinenza hao- 3 no sempre e73
si eccettuano 1977078 l'unghia, che fu tn-. que e ungqui, amniîs fiume che fa
amne e ammi, eints ce- nere che fa einere e cineri, ignis fuoco che fa igne
o.igrii, imber pioggia che fa imbre: e imbri , avis uccelto che fa. ave e avi,
supellex suppellettile, che supelleciile e supel- lectili, tridens tridente,
che fa aridente è tridenti. 2.* Eccezione. Araris fiume fa arare meglio che
arari, restis la fune fa reste è non resti, strigilis streg- ghia fa meglio
strigili, vectis la leva, e canalis canale fanno veceti e canali, ancorchè la
loro quarta desinenza ip #73 non 8’ incontri nell’ uso. SECONDA REGOLA.. È nomi
che alla prima desinenza singolare hanno ar ed e, simile alla guarita, hanno la
quinta in # come ealear lo sprone, che fa calcari, mare il ware che fa Mart.
Eccezioni. Da nomi «7 si eccettuano nectar il netta- re, sudar lo splendor del
sole, Aepar il fegato, far il farro , che fanno necfare, inbare , hepate ,
farre. Ag- g'iungete a questi tutti i nomi propri o particolari in ar come
Humilear, ehe fanno Ronnpre in e alla quinia de- sinenza. (11) Questa duplice
desinenza non è > per ogni nome di questa forma. di variazione, ma pe?
alcuni è in uma, per altri e in 2272. E in questo non si può stabilire alcuna
regola generate, che hon vada soggetta a moltis- sime eccezioni, onde per dare
un filo in tanto taberinto enuncieremo alcune regole, per quanto è possibile,
ge- nerali, ed apporremo le necessarie eccezioni, concilian- do la chiarezza
con là precisione. 1. Regola generale — I nomi della terza forma di DI
LESSIGRAFIA -LATINA 19° variazione che haono la quinta desinenza singolare i in
@ banno la secondà plurale in um. 1. Eccezione de’nomi in # ed e8,, che ‘000
hanno :nel plurale un numero di sillabe maggiore del singolare, fan- no in um
quantunque la quinta singolare faccia in e, come ensium da ensis la spada,
collium da -.codlis la collina, vermium da verziis îl verme. Bccezione di
eccezione de’seguenti , vates il poeta ; î strigilis la stregghia, panis H
pane, eanis il came, ju venis il giovane, fanno in ur. 2. Eccezione. Tutti i
nomi in es di una sola ssilla- ba, ancorchè hanno la quinta desinenza singolare
in e, fan- no alla seconda plurale sem,come meurzum da:mus il topo, solium da
sol il sole, datimra da dos la dote, cordium da cor il cuore, larium da lar,
faucium da fau& la strozza, noctium da nor. la potte, nivium da nix la
neve,cotium da cas la cote, ossi da 0s l'osso, oritem dallo stesso 0s Ja bocca,
assium da as l'asse, marium da mas il maschio, vadium da vas il maltevadore ec.
ec. 1. Eccezione di eccezione — I seguenti, quaotuo- que mouosillabici, fanno 7
cioè 9ryphum da griphs il grifone, /yucum da Iyna la lince, ‘sphincum da sphinx
Ja sfinge. 2 Eccezione di eccezione. I seguenti, ‘benchè sieno nomi di più
sillabe e finiscano in r # e 2 fauno #2, come lintrium da linter la bacchetta,
garnium da caro la car- ne, ulrium da uler l'otre, ventrium da venter il
ventre, fornacium da fornax, la fornace, paludium da palus la palude, samnilium
e quiriium da samnis e quiris il sannite e il quirite, coRorziunm da cohors la
coorte. Secondo regola generale. Tutti nomi della terza forma di variazione,che
hanno la quinta desinenza siogolare i dat, hapno fa seconda desinenza plurale i
in um. Terza regola generale. Tatti i nomi della terza forma di variazione che
hanno la quinta desinenza singolare in e e in ?, fanvo alla seconda plurale in
217. (12) Questa desinenza è sempre costante ne’nomi latini >. TRATTATO
COMPIUTO Osservazioni intorno a’ certi nomi di questa forma. di variazione, i
quali hanno la quinta desinenza singolare identica alla prima. Moltissimi nomi
di questa e delle due seguenti for- me di variazione hanno la prima desinenza
singolare simile alla quaria, come scelus scelus la scelleraggine, tempus
tempus il tempo, e nel plurale, qualunque sia la forma di variazione al
singolare, fanno ambedue in a come scelera scelera, tempora tempora. Siffatti
nomi adunque fanno un'eccezione da’ regolari di una qual- siesi forma di
variazione, da’ quali in nulla differisco- no se non per la quarta desinenza
identica alla prima, e nel plurale per la uscita in @, come nel seguente esempio.
sta I Variazione di tempus il TEMPO. Singolare Plurale 1. us tempo ora tempi ,
02. orîs di tempo orum di tempi Temp (3. ori a tempo ( ortbus a tempi 44. ‘us
tempo —. lora tempi 5. ore con tempo oribus con tempi Su questo modello di
variazione si variino gli altri nomi simili di questa terza forma. Ma quanti e
quali sono i nomi di questa forma di e se troviamo thematis per thematibus da
tema il tema , poematis per poematibus da poema il poema, dite che clo sia
fatto per aincope. i DI LESSIGRAFIA LATINA dI variazione che hanno la quarta
desinenza simile alla prima singolare ed al plurale uscente‘ in 4a? | Sono
molti e vari, che io racchiudo nella seguente lista in forma di nota, dalla
quale possono attingere i Co 18) nel secondo periodo dello studio lessi- ‘ad
(43) 1.5 RegoLa ceNRRALE, Tutt'i nomi della terza fore ma di variazione,che
hanno la prima deginenza in CZ 7, happo la quarta desinenza singolare simile, e
l'una e l’ale, ‘tra nel plurale esce in «, come Zac il latte, H7a/ec pesce in
salamoja (alice del dialetto ), Caput il capo. Se n'eccettua .80/ Îl sole @ 84%
in senso metaforico, perchè Sz/ îa senso proprio cioò di Sale al singolare se
gue la regola generale. uu 0 | 2.* REGOLA GENERALE. Sono ancora tali tutti i
nomi. della terza forma, che hanoo sen alla prima desinenza, come Zumen il lume
, flumen il fiume. — Se ne eccettua Zyzen Imene, che si varia come Finis ossia
regolarmente. co I | Si possono aggiungere a questi, v294e7 l' unguen-, to,
gluten la colla, e inguen l' anguinaia, : 3." ReGoLa ceNERALE. Tutti nomi
in 4r e in Ve di questa terza forma di variazione vanno cop questa legge,, come
calcar lo sprone, /aguear il tetto, seurmur il-mor- morio, ebur l'avorio ,
guttur la gola, Se ne eccettua furfur la crusca, surfur la. tortora. 4.° RecoLa
GENERALE. Tutti nomi de' frutti e delle piante di questa forma di variazione,
uscenti in er, come piper il pepe, siser la carota, Gicer il cece, suder il
suvero. | Si aggiungano a questi ver la primavera, cadaver il cadavere, spsnter
il nastro o la fibbia, uber la poppa. 5. RecoLa GENERALE. Tutti nomi in 4: e in
e alla pri» ma desinenza vanno compresi in questa categoria coma yy Al TRATTATO
COMPIUTO ‘ QUARTA FORMA DI VARIAZIONE, Questa quarta forma di vaziazione
corrisponde alla seconda declinazione de’ grammatici , ed è quarta per noi,
perchè in essa domina la vocale caratleristica 0, come si vedrà ne’ quadri di
variazione. La prima de- sinenza .de’ nomi variati di questa forma ha tre
uscite ordinariamente (14) 1.° in er, come puer il fanciullo, cancer il granchio
2.° in us, come alvus il ventre , | colus la conocchia 3.° in um, come templum
il tem- È thema, atis, il tema , dogma , atis, ildomma, aenigma, atis, l'enimma
, mare, maris, il mare. . 6.3 REGOLA GENERALE. Appartengono a questa classe
tatt'i nomi della terza forma di variazione nella prima de- sinenza singolare
uscenti ‘in #8, come fempus il tempo, scelus la scelleragine , /atus il fianco.
TE. ‘ . Eccezioni. Da questa regola si eccettuano i nomi in #8, che fanno alla
seconda desinenza singolare in udîs , lis ,untis, odis, e con essi il nome
dellus uris la terra. Tra i nomi in or appartengono a questa categoria ador il
frumento netto, cor il cuore, marmor il marmo aequor il mare. | Tra i nomi in
as v'è vas il vase. "Tra i nomi in os vi sono 08 08878 l'osso, os oris la
boeca, ed Epos odis il poema. “ (14) Ho detto ordinariamente, perchè oltre le
tre prime desmenze singolari ne'nomi di questa quarta forma i gram- maticî ne
riconobbero altre-due- in ur e in ir, -adducen= do per esempio della prima
s%/ur satollo e per esempio della seconda r/r l'uomo. Ma, siccome satur è
abbrevia- te di saturus e vîr di virus, io ho creduto di non anno- veratie con.
le tre, che sono Je più frequenti ed ordinarie tetta quaria forma di variazione
de'nomi latini. O I r DI Pd DI LESSIGRAFIA LATHA 25 pio, scamnum lo scanno ,
telonium .il-banco. Ma di queste tre desinenze la sola prima subisce una varia-
zione regolare, perocchè quella in us presenta una desinenza di più, quella in
um ha la quarig simile, e & una altra al plurale esce ‘iù a. Ecco
perchè noi dobbiamo presentare per questa forma ,trè. quadre. di variazione, il
primo pe’ nomi în o il secondp pe no- mi in us, il terzo pe’ nomi in um Lr
Primo quadro di variazione de nomi la ER. MI 1. desinenza .er : Frasi 14. = ca
| 2. desinetta i © «© «© \orum ** Sing. < 3. desinenza 0: | Plurale: fs
4. desinenza um > ‘dos. 5. ‘desinenza 0 i al 4 Esempi di nomi in er,.
liber il libro ,s cancer il granchio, ‘magister il maestra, ager il campo;; ‘
faber il fabbro, socer il suecero, :gener il genero. e) ‘Variazione del nome
liber. LR Singolare || «Plurale i 1. er . libro _t - libri 2. ri di libro orum
di libri lb 3.0 a libro . . ts. a libri 4. um libro 0s ; libri 5. © con libro |
n "con Libri ì Ù | Secondo quadro di variazione de nomi US. .. Nel
presente quadre di ‘variazione al singolare in- vece di cinque desinenze se: ne
truovano sei, perchè ì nomi in us semplice hanno oltre le cinque la’ desì; DA
TRATTATO COMPIUTO renza e, quelli in ius oltre le cinque hanno la de- sinenza
î. 1. desinenza us (15) {$ : Frida i | orum . desinenza 0 DI ss Sing. 4.
desinenza um Piyral. 08 5. desinenza 0 28 6. desinenza e o # (16) » (15) Benchè
questa prima desinenza invece della o ab- bia la , non è da dedurre che sia
poeo fondata la nostra dottrina, la quale ritiene che la quarta forma di
variazio- ne abbia per caratteristica la vocale .0. Imperocehe queste due
vocali sono affini tra loro asegno ehe Puaa spesso per l’altra s'incontra
scambiata, onde presso Piauto sf truova avos, proavos,alavos,invece di
avus,proavus.atavus. La stessa desinenza um non è che l'o6 greco, perchè ad
esem- ‘pio wdoroy ei traduce fdofur idolo. | I nomi greci in eus, come Orphews,
ritengono qualche cosa del greco nella stessa variazione latina nel modo se-
guente. in ° Singolare 1. eus Orfeo : ei Lar bia 0. 0 Orfeo Orph 4, eum, con e4
._ Orfeo 5. co con Orfeo 16. eu tu Orfeo (16) Ho messo unite le due desinenze,
non perchè uno stesso. name possa ayerle, ma perchè ia stassa desinenza ss ora
ha e ed ora è. La prima pe’ nomi in ws non prece- duto da ?,.come sausue , la
seronda è pe’ nomi in us preceduto da f come filius. DE - Quesfa sesta
desinenza fu detta da’ grammatici Vo- cativo riconosciuto in tutte le forme di
variazioni. La qua- DI LESSIGRAPIA LATINA 85 Esempi di nomi in us, pontus il
mare, tau rus il toro, alvus il ventre, humus la terra. Variazione del nome
TAURUS. Singolare Plurale 1. us toro î tor 3 DI di toro orum di tori . 0 a toro
DE a tori Taur 4. um toro 08 tori 5. 0 con toro 8 con tori 6. e tu toro(17) » »
- le supposizione è falsissima, perocchè a confessione degli stessi grammatici
in tutte le forme di variazione, che essi chiamano declinazioni, il Vocativo è
simile al Nominativo, e secondo il nostro linguaggio la sesta desinenza è si-
mile alla prima,eccetto ne’soli nomi in ws e 7us della quar- ta forma, che è
per essi seconda declinazione. Da questa concessione è chiaro che una desinenza
di più oltre le cia- que da noi enumerate i nomi latini non hanno, fuorchè ia
alcuni soli nomi di una sola forma di variazione. E secon- do questo
divisamento ragionando,non ne abbiamo ricono- sciuto più di cinque in tutte le
variazioni, ed abbiamo fatto un’ eccezione pe’ pochi nomi di questa forma. Egli
è vero che, facendo precedere la prima desinenza da 0,come o Poeta, o Musa, si:fa
intendere che il nome accorda con uo verbo variato con desinenza indicativa di
seconda per- sona, ma da ciò non se ne può dedurre che il nome siesi variato ad
una desinenza diversa , e che per sè stesso ab- bia acquistato un valore
diverso, perocche ciò avviene per la o,che precede, e non per la sua virtù
etimologica o siu» tassica. Stabilito ciò, vengo ad esaminare il valore di que
sta desinenza de’ soli nomi ia ts e sus della ua varia. 206 TRATTATO COMPIUTO
zione. Nell’ Etimologia vol. HI, pag. 124 e seguenti discu- terò la presente
quistione razionalmente. Quì mi contento di dire che questa desinenza è
indicativa della seconda per- sona singolare #4. Ba questo momento adunque
distia- guendo la prima desinenza dalla sesta, diremo che quella è desinenza
sintassica, che mette il nome in relazione col verbo variato alla terza
persona, e questa è desinenza sin- tassica, che mette il nome in relazione col
verbo variato alla seconda desinenza indicativa della seconda persona
singolare. E questa è la ragione, per cui i grammatici videro una certa
identità tra il nominativo e ’l vocativo, e per cui gli stessi nomi in ws di
questa forma di variazione, come Deus, Populus, Agnus e Chorus, si sono
adoperati con la prima desinenza, dove si dovea la sesta in e. Imperocché tanto
l'una quanto l'altra desinenza sostengono ua ufficio sin- tassico , cioè d’
indicare il primo termine di proposizione finita, nella quale il verbo deve
avere o la terza , o la se- couda desinenza. Fate la stessa applicazione alla
quinta desinenza de' nomi di origine greca, ritenuti in latino con una
desinenza di più, come Orpheu, Peleu ec. Se duoque mi chiedete ora che cosa è
il Voezlivo ? lo vi rispoudo : il vocativo è la sesta desinenza tra Je sei
singolari de’ nomi in ts e ius della quarta forma di variazione, desinenza
sintassica,che serve a mettere il no- me in relazione con uu verbo variato alla
seconda desi- nenza. Ed io non riconosco questa sesta desinenza che nel solo
singolare, perocchè al plurale non v'e nè, salvo quella forma artificiale, che
risulta dalla prima desineuza prece- duta da 0, come 0 sauri, 0 fili, la quale
è comune a tutti momi di tutte le forme di variazione. Quando i graminatici
riconobbero il vocativo in tutt* nomi di tutte le forme di variazione per un
sofisma,che ha la conseguenza più generale deile premesse, ragionavano a questa
guisa: alcuni nomi hanno il vocativo , dunque tutt i nomi debbono averlo, e ciò
per far simmetria, affin- ie Y a SÉ 453 PP fe &}Ju._ _ wi I © di DI
LESSIGRAFIA LATINA 27 ebé noti si alterasse il numero de'sei cas:,stabilito per
ogni declinazione. Ed a riuscirvi stabilirono una forma artifi- ciale, cioè un
costrutto di nome preceduto da o,che è un vero interposto, e così il numero
parve giustificato. Ma la scienza,che si affatica alla ricerca del
vero,abborrisce dalla simmetria ideale,che riesce ammirevole con pregiudizio
del vero medesimo. Ed un tal modo di ragionare de’ gramma- tici rimarrà più
fiaccato dal riflettere che la particella o si fa precedere egualmente a Taure
e Fili, dicendosi 0 taw- re, 0 fili, come dicesi 0 Poeta o Pater.Se è così nel
fatto, il ritrovato rimane inutile, perchè pazer e poeza riman- gono sempre
inalterati, messi in confrouto cou le formule di o taure o fili. (17) Jo ho
tradotto (aure per #u soro , perchè fu, co- me vedremo , è nome personale
primitivo di seconda per- sona, e da quanto abbiamo ragionato nella nota
antece- dente, questa desinenza è sintassica, che mette il nome in relazione
con un verbo variato alla seconda desinenza sin- golare indicativa della seconda
persona Variazione di Filius. Singolare Plurale i. tus figlio u figli 2. ti di
figlio torum di figli Fil 3. to a figlio (î8 a figli 4. tum figlio 208 figli 5.
io con figlio tig con figli 6. è tu figlio Cp » Come filius si variano
Virgilius, Vincentius , Ti- tius, Cajus, e tutti nomi propri in ius. 28
TRATTATO COMPIUTO \ Terzo quadro di Variazione de'nomi în UM | 1. desinenza um
(18) a 2. desinenza î orum Sing. ‘ 3. desinenza 0 Plur. { ts i4. desinenza um ©
a f 5. desinenza d@ ts Esempi di nomi in wm—scamnum lo scanno , templum il
tempio , telonium il banco, damnum il danno ec. Variazione del nome SCAMNUM lo
SCANNO Singolare Plurale (1. um scanno a scanni \2.i di scanno orum di scanni
Scamn 3. o a scanno 18 a scanni 4. um scanno a scanni | 5. o con scanno —‘is
con scanni (18) Questa desinenza è identica alla greca ov, la quale si fa mm
per l'affinità della o con la we della #73 con la n, onde «1SoApy si traduce
ido/usm in latino. Tutti nomi della quarta forma di variazione, che nella prima
desinenza e- scono in 272, hanno costantemente la quarta desinenza SÌ- mile
alla prima e l'una e l’altra al plurale esce in 4, come dicemmo a pag. 20, 4
.,--. E 25 6 SC 153 del > - DI LESSIGRARLA LATINA 29 | QUINTA FORMA DI
VARIAZIONE. | © La quinta fotma di variazione ha per sua specchiata
caratteristica la, vocale u, che domipa.in tutte le voci variate, come apparirà
da’ quadri seguenti. Dessa com- prende i nomi, che. alla prima desinenza escono
in us, oppure in w, ma gli uscenti in w formano un’ ecce- zione. dalla regola
generale, perchè hanno la quaria desinenza simile Lalla prima: nel plùrale
uscente in a.. Eeco perchè metteremo comè forma dominante quella, che comprendé
i nomi uscenti in us alla pri- ma desinenza. do ei Quadro di variazione. 1. desinenza us us 2.
desinenza us | tum Sing. ( 3: desinenza ui Plur. < ubus o ibus 4. desinenza um | | us 5.
desinenza u ubus o bus (19) Esempi di nomi — manus la mano, visus la vi- sta,
sensus il senso, pinus il pino, anus la vecchia. Variazione del nome MANUS fa
mano: Singolare © <= - Plurale 1. us © mano “n Us mani 2. us di mano uum
di mani Man ( 3. uv a mano ibus a mani 4. um mano us mani 5. u con mano ‘bus
con mani I nomi di questa forma di variazione, che hanno alla prima desinenza
singolare l'uscita in u, sono invariati al 30 ‘TRATTATO COMPIUTO singolare,e
solo nel plurale alla prima e quarta desinen- za uscendo in a, nel resto si
uniformano alla variazione di questa forma — Eccone un esempio. Variazione del
nome GENU fl ginocchio Singolare Plurale 1. u ginocchio ua ginocchi 2. # di
ginocchio uum di ginocchìi Gen ( 3. u a ginocchio bus a ginocchi 4, ginocchie.
ua ginocchi 5. « con ginocchio ibus con ginocchi Così sì rariano corna il
corno, verulospiedo ec. ec. (19) Abbiamo messa questa doppia desinenza non come
propria ad ogni nome di questa forma , ma con alcuni è - ‘1idus, con altri è
vous: I nomi, che hanno wdus, sono i seguenti. Lacus il lago, arcue l'arco,
specus la spelonca, ar- tus le membra del corpo, (ridus la tribù : porzus il
porto, veru lo spiedo, genu ii ginocchio fanno ubus e idus: par- tus il parto
fa solo parsubdus per distinguersi da partibus, che viene da pars la parte. Di
LESSIGRAFIA LAPINA 31 ubdbus e idbus rebus e fue i | >< a OI — GE
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(I 08 «gi se In questo quadro sinottico, come si vede, non en- trano le
desinenze di eccezioni. Così non ho messo nella quarta forma le tre desinenze
us, er, um, per- chè la prima è de’ nomi, che, variandosi, hanno sei de-
sinenze al singolare : la terza comprende nomi , ‘che hanno la quaria desinenza
simile alla prima nel plu- 59 TRATTATO COMPIUTO rale uscente în a.’ Parimenti
non ho messo la desi- nenza u alla quinta forma per la stessa ragîone. ll
presente quadro comprende ciocchè è comune gene- ralmente alla maggior parte
de’ nomi variati nelle cin- que forme, L’ eccezioni sono ladini che si ap-
prendono ne’ quadri particolarì riportati innanzi. Intorno alla variazione de’
nomi per le desinenze ù significative del sesso. Il sesso è quella proprietà ,
per la quale gli esseri animati sono o maschi o femmine. se Tutti gli esseri
animati si presentano inuna dua- lità di maschi e di femmine , similissimi tra
loro, co- me l’uomo e la donna, il bue e la vacca, il cane e la cagna e va
dicendo. 1 nomi sono destinati ad esprimere questi esseri. Ora volendo
esprimere uno de’ due, eioè il maschio o la femmina, sì è peasato di appiccare
allo stesso ra- dicale di certi nomi una doppia desinenza, una pel ma- schio e
l’altro per la femmina , affinchè dalla diver- sità delle desinenze si
apprendesse la diversità de’ ses- si, dall’ identità del radicale la
similitudine del ma- schio alla femmina. 0° Ora in latino questa doppia
desinenza è er o us pel maschio ed a per la femmina. Quindi si vedono al- cuni
nomi latini appartenere a due forme di varia- zione, cioè alla ipa ‘ed alla
quarta, come Mulus e Mula, Equus ed Equa, Lupus e Inpa. I Affinchè dunque un
nome sia variabile rispetto al ses- so, si richiedono due condizioni 1.° che significhi
essere animato, che realmente è maschio e femmina 2.° che DI LESSIGRAFIA LATINA
35 appartenga a due forme di variazione , cioè alla pri- ma ed alla quarta,
come Mulus e Mula.. Per la prima condizione basta che sia un essere anche
inanimato , ma da noi in forma di essere ani- mato immaginato , onde è avvenuto
che altri nomi avessero questa variazione , come animus l’ animo e anima
l’anima, Deus Dio e Dea. la Dea nel senso pa- gano. Se una di queste condizioni
manca , il nome non è variato rispetto al sesso. (Quindi, ancorchè in-
contrassimo un nome di animale, come tigris, il ti- gre , teo il leone, non
diremo ehe sia variato, per- chè nè l’uno nè l’altro possiede la prima
desinenza duplicata in us e in a. Lista di questi nomi varlati rispetto ai sesso.
Animus e anima l animo e l’anima, mulus e mula il mulo e la mula, equus ed equa
il cavallo e la cavalla, puer e puera il fanciullo e la fanciulla , famulus e
fama il fante e la fantesca ec. Maschile Singolare Femminile i. us mulo a mula
\ î di mulo ae di mula Mul / 3. 0 a mulo aea mula ‘4. um mulo am mula 5. o con
mulo a con mula Plurale 1. t muli ae mule 2. orum di muli arum di mule Muli 3.
îs a muli abus (20) a mule 4. 08 muli ag mule 3. 3 con muli abus con mule 84
TRATTATO COMPIUTO INTORNO ALLE IRREGOLARITA’ DELLE VARIA- ZIONI. -JI tipo
generale delle Variazioni de’ nomi latini ri- leva da’ quadri esposti innanzi ,
ma non perciò dove- te credere che, se la più parte si varia così, non vi sieno
eccezioni di molti, che da quel tipo si allonta- nano. Infatti vedremo che
alcuni nomi non sono af- fatto variati: altri nel singolare appartengono ad una
forma di variazione e nel plurale ad un’ altra : altri sono variati solamente
al singolare: altri solamente al plurale : altri nell’uso hanno voci di più forme
di variazione : altri hanno voci di una forma e voci di un’ altra. I grammatici
chiamavano eterocliti tutti i nomi, che si dipartono dal tipo generale della
variazione, ed ete- rochto vuol dire irregolare , ossia ciò che si diparte
dalla regola generale — Nelle seguenti liste io pre- senterò tutt'i nomi
eterocltità in quanto alla varia- zione. (20) La differenza delle desinenze è
sola in rapporto alla terza e quinta plurale ne' femminili, perchè invece di #s
faono abus per non confondere il senso, attesochè in questa sola converrebbero
le desinenze de’maschili con quelle de’ femminili. In tutto il resto non si
appartano dalla variazione delle rispettive forme , cui appariengo- no. ÌÎn
questo quadro non comparisce la sesta desinen- za pi Mulus, perchè non ha che
fare col principio ge- nerale. id A4C- £.- z3 —- -— — Ter DI LESSIGRAFIA LATINA
35 L Lista de° Nomi, che I° uso della lingua nen ha mai variati. | 1.° Pondo la
libbra o un peso qualunque 2.° Man- na la manna. 3.° Fas ciò che si può dire e
per traslato ciocch’ è lecito, e Nefas composto da ne, non, © fas. 4.° Moly una
sorta di erba. 5.° Gummi la Gomma. 6.° Sinapi la Senape, sebbene Gummis e
Sinapis sieno variabili 7.° I nomi della quinta forma di variazione, che hanno
la prima desinenza in u, come veru lo spiedo, cornu il corno, genu il ginoc-
chio sono al singolare invariabili. 8.° Melos la Me- . lodia. 9.° Chaos il
caesse o la confusione. 10.° Frit la sommità della spiga. 11.° Git la nigella,
12.° Che- rubim e Seraphim cherubine e serafino. i Di melos e di chaos si
vorrebbero addurre esempi di variazione alla quinta desinenza Melo e Chao, ma
l’ uso più comune non li riconosce. A8. Lista de° nomi che s’ incontrano
variali al solo singolare © al solo plurale. 1.° Al solo singolare i mancanti
di plurale. Ador il frumento netto , anethum l’ aneto , can nabis il canape,
hyssopus l’issopo , piper il pepe, ruta la ruta, siligo la siligine, aether
l'etere, ce- stus cintura di una femmina, fimus il fango o leta- me , tubar lo
splendore del sole, limus la mota, fan- go , meridies mezzodì, nemo niuno ,
pallor il pal- lore ed altri, i quali, se non s’ incontrano variati nel- l’uso
della lingua al plurale, non se ne deve dedurre che per natura sieno
invariabili. 36 TRATTATO COMPIUTO - Aggiungete a tutti questi i nomi propri,
che in sintassi regolare e in senso letterale non sì possono variare al
plurale. 2.° Al solo plurale i mancanti del singolare Arma armorum le armi,
nugae arum le bagat- telle, nuptiae arum le nozze, grates um le grazie , vepres
um le spine , divitiae arum le ricchezze, e molti altri, che l’uso della lingua
non ha mai adope- rati al singolare, ma che si sarebbero potuti ado- perare.
MI. Lista de° nomi, che nel singolare appare tengono ad una forma di variazione
y e nel plurale ad un’ altra, Juger o jugerum iugeri , il iugero, ossia tratto
dî terra quanto se ne può lavorare con un pajo di buoî, al plurale gugera
iugerum, che si varia come il plu- rale di corpus oris: vas ts il vase, al
plurale vasa ogm i vasi. 1Y. Lista de’nomi, che nel singolare si variano
secondo la forma generale , e nel piurale secondo l’eccezione, ossia secondo
que’ nomi ehe hanno ila quarta desinenza simile alla prima e viceversa. Sing.
locus, î, il luogo, pl. loca orum: sing. tocus 3 il giuoco, pl. t0ea orum:
sing.tartarus 1 il tartaro, pl. fartara: sing. avernus-averno, pl. averna:
sing. carbasus la vela, pl. carbasa: supellex l’arnese, pl. supellectilia:
sing. coelum t, il cielo pl, coelì i cieli: 1 S6C odio 6 CAOS Ter —P bi
LESSIGRAFIA LATINA to | sing. elysium l° eliso , pl. elystt i campi elisì :
sing. delicium sollazzò, pl. deliciae le delizie: sing. epulum convitoi, pl.
epulal i banchetti; sing. balneum il ba- gno, pi. balnega i bagni. ===. TY.
Lista de’ nomi che al singolare o al plurale appartengono a più forme di
variazione, o a più tipi della stessa forma. Cig ‘4° A più forme di variazione.
Plebs is, e plebes sei la: plebe, tapes eis, e tape» tun è tappeto, elephas
amtis , ed elephantus. i ele- fante,. titan:ts, e iWamus 1 titano, delphin inis
e del- phinus è delfino , dilumum è e diuvies ei diluvio , contagium $i, e
contages is, ed anche contagio omnis il contagio; tabum i e tades es, la tabe.
2° A più tipi della stessa forma di variazione. Absinthius î, e ‘abainthium s,
l'assenzio, acinus i e acinum $ l’acino; daneiportus i.e anciportum î
chiassolino , antidetus i e antidotum .î. antidoto, au- tumnus i e autummoan ?
autunno, bugdus è e burum è bosso, caseus i e caseum cacio, cingulus i e cin-
gulum © cingolo cintura, clivus î e clvum è pogget- to, collus è e.collum è collo,
fretus 0 e fretum i mare , ed altri infiniti che s' imparano coll’ uso. — VI.
Variazione di alcuni nomi più irregolari. Cioè. di Domus, Vis, Jupiter, Bos.
Singolare Plurale l. us. . casa Us » case 2. us et di casa |orumne uum di case
Dom ( 3. ui = a casa bus a case 4. uma casa 08 e us case 5.0 cou -casa bass Poe
case 38 TRATTATO COMPIUTO Singolare Plurale 1. è forza es forze 2. ts di forza
tum di forze -V (3.01 ma forza Vir (ibus. a forze 4. im forza €8 forze 5. è con
forza tbus con forze Singolare | Plurale 1. bos = bue 1. boves bovi 2. bovis di
bue - 2. bovum è» di bovi 3. bovi a bue 3. bobus e bubus a bovi 4. bovem bue 4.
boves bovi 5. bove con bue 5. bobus e bubus con bori Jupiter Gieve | 1.
Jupiter. —. Giove 2. Jovis di Giove 3. Jovi a Giove 4. Jovem Giove 5. Jove con
Giove (21) (21) Questa irregolarità nella variazione de’ nomi latin f è un
argomento dell’ incertezza dell'uso, perchè, essendo il popolo romano più
guerriero e conquistatore che cultore delle lettere,non ebbe tempo di stabilire
regole certe e sta- bili all'uso eiece delle moltitudini. Intanto, essendo
quella lingua moria, e non essendo più nell’ arbitrio di alcuno di
‘risuscitarla, è necessario studiare tutte le irregolarità, che si debbono
conservare dallo scrittore per essere capi- to dachi ha imparato quella liogua
su i testi de'latini scrit- tori, dove le parole si truovano quali 1’ uso
le.volle e.non quali la ragione filologica vorrebbe che fossero. < «In
ultimo luogo avremmo dovuta trattare de’ dizizzea. DI LESSIGRAFIA LATINA 39, dr
VERTENZA A’ PRECETTORI 7 precettore diligente e discreto nel primo Corso di
lessigrafia non pretenderà che î giovanetti ingoino. ad un tempo le teorie
generali e D' eccezioni riportate nelle rsote , perche procedendo senza guida
di princi- pî prestabiliti, le tenere intelligenze rimarrebbero im. pigliate
nella sciva inestricabile delle anomalie dell’u- #0. To nella pratica
dell'insegnamento faccio precedere în un gran quadro su di una lavagna îl
prospetto delle cinque variazioni esposto nel quadro sinottico a pag. Sf Vengo
dopo ad esporre i quadri di Variazione di cia- scuna forma, e prima le
regolari, in ultimo l'eccezio- nali. Io non faccio studiare a' giovanetti di
tenera e- ta la teoria delle variazioni sul libro, ma ho tutta la pazienza di
farle intendere colla viva voce, ed ho sperisientato che dopo la terza lezione
rimase lora. assai bene impreaso il lecnicismo, le nozioni annessevi, . e
quanto în lante pagine è contenuto, con quella chia- rezza e precisione, che
invano si spera dallo studio passtico sulla parola scritta, che e muta. £,
dicendo che Ia parola scrittà è muta, intendo metterla sn con- trapposto con la
parola pronunziata, che 10 chiamo vira. Ed é viva in quanto che acquista virtù
nuova di espressione dalla forza, che vi aggiunge la voce e l'intelligenza del
precettore. Ma la ragione più forte . poi si é che tl giovanetto non è capace
di leggere e imparare ad una volta molte pagine, ma pochi versi per volta, ed a
condizione di dimenticarsi quel che tivé ed accrescitivi, de' migliorativi e peggiorativi,
per farla finita con la variazione de' nomi, ma per alcune ra- i di metodo,
abbiamo creduto di parlarne in Etimolo- gia Vol. II, Cap. IT, Part. III, di
questa grammatica latina, j) quale è stato pubblicato prima del presente. e 40°
TRATTATO COMPIUTO ha imparato prima, se non tutto in parto, per ritene re quel
che fassi a leggere, per imparare, dopo. In- ganto il comprendere non si può
effettuire senza tenere presenti le nozioni sparse in molte pagine, le quali si
possonofper la viva vece apparare in due o tre lezioni ‘ Falte con eoscienza,
con amore, con impegno. Badina 7 precettori a questo fatto importantissimo per
lo buon . esito dell’ insegnamento, fatto attestato dalla sia lune . ga
esperienza, comprovato dalla ragione della quscetti vità delle tenere
intelligenze, le quali si debbono eque care con metodo. Ora principal dovere di
ogni buon. metodo è di disporre le materie in si fatta guisa. che î diseenti
timparino moltissime case in breve tem . po. Cosa impossibile ad ottenersi
dalla parola scritta, - che dev'essere letta è studiata a sorsellini, 0 ad in.
. rervalli tanto opposti e contrarsi alla formazione deî -, buoni e forti
abiti, che si cosutuiscono con alli congi- ,, nuati è fipetuti. Quindi deducesi
quanto male si av- _ visano que precettori , che non solo non parlano , 0.
parlano pochissimo , ma il più delle valte assegnano . la lezione a' fanciulli
col motto : imparate da qua fiù - quà. Z/ che è sokito a praticarsi da°
preceitori ignoran. . ti, 1: quali non sanno tstia la materia, sulla quale sì
versa lo insegnamento onde manca loro quella sine lesi 0 comprensione tanto.
necessaria all intendimene,, to, che poi pretendono di produrre ne’ discenti.
Pre. tensione puerile e ridicola ! Eppure nen mancano di . tali, che imputano
a’ giovanetti 11 poco 0 niunp profil. to di tanti anni di siudio , mentre è
conseguenza del . pessimo metodo che adottarono. Adunque io griderà eon quanto
fiato ho in corpo : Precettori, parlate, ma con coscienza, parlate ma con
pazienza, parlate ma con intendimento delle cose che insegnate , e i vozire
> discepoli intenderanno con vot e come waii . 1 DI LESSIGRAFIA LATINA
41 | SCA POI | INTORNO ALLA VARIAZONE DEGLI AGGIUNTIVI. Gli aggiuntivi ‘sono
tutte quelle parole, ché si ag- giungorto a tomi in ordine naturale , perchè ,
come vedremo in Etimologia, il loro significato, è:in inti- ma relazione tol
significato de’ nomi medesimi. -.. Ora nel discorso vi possono essere molti
nomi, ai quali un Aggiuntivo sì potrebbe agevelmente riferire, - mentre è
interesse di chi parla ‘0. ‘di chi scrive di farlo riferire piuttosto all'uno
che all'altro de’ tanti; À riuscire in questo si ‘è pensato di variare gli ag-
giuntivi, appiccando ul loro radicale alcune desinenze, per le quali si
riferissero piuttosto ‘a questo che a quel nome non solo, ma, siccome i nomi
esistono va- riati nell’uso della lingua ,- si apposero tali desinenze, per le
quali si sapesse ‘ancora ‘a ‘quale voce variata tra le cinque singolari e le
cinque plurali un-aggiun- tivo si riferisse. de "i al i E Onde è chiaro,
anzi evidente, che le desinenze degli aggiuntivi sono sintassiche e. non
etimologiche per loro natura, o in altri termini sono îndicative. e non
significative di alcuna idea per conto loro. E, siccome le desinenze de’ nomi
sono cinque or- dinariamente tra l’ etimologiche e le sintassiche pag. 9 nel
singolare, e cinque nel: plurale, ad: eccezione dei nomi in us e tus della
quarta forma di variazione bag. 25, gli aggiuntivi per adempiere esattamente il
loro ufficio hanno subìto il medesimo numero di de- snenze , le quali hanno îl
valore come segue 1.* Desinenza indicativa del nome primo termine di
proposizione finita singolare 0. plurale. 42, TRATTATO COMPIUTO 2. Desinenza
indicativa del nome variato a de- sinenza sigmificativa della preposizione DI.
3. Desinenza indicativa del nome variato a de- sinenza significativa della
preposizione A. 4.° Desinenza indicativa del nome primo termine di proposizione
finita, o secondo termine di rap- porto di 24 preposizioni, od objetto. 2/0 5.°
Desinenza indicativa del nome secondo terna- ne di rapporto di 15 preposizioni
(22). Dalla quale maniera di esprimere apparisce che noi, procedendo co’
principi della ragione, escludiamo dalla variazione degli aggiuntivi ogni idea
di significazione. L’ aggiuntivo non è singolare nè plurale , ma ha de- sinenze
sintassiche , le quali ci fanno pensare a’ no- mi singolari e plurali ec.
"ua Ma i nomi oltre le desinenze etimologiche © sin- tassiche numerate a
cinque nel singolare e nel plu- rale, che possiamo quì chiamare per variazione
ver- ticale, cioè da su in giù, ne hanno altre di varia- zione orizzantale, per
la quale diventano maschili e (22) I precettore sarà diligente a far bene
imparare que» ste nomenclature, le quali come si vede, sono per noi sosti-
tuite a° casi, detti Nominativo, Genitivo, Dativo, Accu- sativo ed Ablativo.
Ora tolte queste nomenclatare era uo- po sostituirne altre, perchè senza di
esse non si potrebbe svolgere la disamina scientifica delle parole, quando ec-
corre di farne l° analisi etimologica e siptassica. Ma la maggiore importanza
loro. è dal lato della verità ,, perchè dicendo ad esempio che il così detto
Vominativo è 1.* De- sinenza indicativa del nome primo termine di proposi-
zione finita , si esclude ciò che si deve escludere, cioè che l’aggiantivo sia
nominativo , perchè il nome può es- serlo e non l'aggiuativo, come vedremo. più
razionalmente in Etimologia. e . DI LESSIGRAFIA LATINA _ 48 femminili , come si
può osservare nel ‘queto di va- riazione a pag. 33 di Mulus e Mula, Gli
aggiuntivi in.gran numero per servire meglio all’ ufficio di ri- ferirsi a.
certi nomi variati, rispetto al sesso, presero ancora quelle . desinenze di
variazione orizontale — E, siccome questi nomi appartengono a due forme di
variazione , cieè alla prima ed alla quarta, co- me Mula e Mulus, gli
aggiuntivi presero tutte le desinenze verticali delle due forme di variazione
dei nomi latini, come si vedrà più chiaramente da’ qua- dri sinottici, che
vengono quì appresso. | . Oltracciò nella pag. 37 vedemmo che molti nomi avevano
appo i latini due uscite alla prima desinenza in us e um, comecollus e collum,
che appartengono a due tipi della stessa forma di variazione, vedi pa- gina
cit. Ma a considerar bene la cosa i due tipi non differiscono che nella sola
prima e quarta desì- nenza , e per questa identità sì possono considerare come
nomi di una forma che hanno doppia variazione, una -orizontale in us e um, e
l’altra verticale con cinque desinenze. | Su questo tipo alcuni aggiuntivi
ebbero una tri- plice uscita orizontale alla prima e quarta desinenza come
bonus, bona, bonum, ‘rimanendo nelle altre con due semplicemente , se non si
vuole aggiungere una sesta desinenza degl’ in us, che i grammatici dis- sero
vocativo ne’ nomi. | Posto che gli aggiuntivi si variano per ragioni tutte
sintassiche, ossia per mettersi in relazione coi nomi, parrebbe che le
desinenze della loro variazione vessero avere tante uscite, quante sono quelle
di tutte le cinque forme esposte nel quadro sinottico a peg. 31. Or questo
porterebbe una confusione di voci mille h& TRATTATO COMPIUTO volte
ripetute senza alcuna importanza etimologica e sintassica. Si è quindi
stabilito che gli aggiuntivi si variasséro sul tipo della prima ‘e quarta forma
nel medesimo tempo a buon dato, é il rinianente sul tipo della terza forma. Ma
gli aggiuntivi, così detti, ‘nu- merali,non seguono 0 itt tuito o in parte le
desinenze delle dette forme , ed oltracciò i Comparativi e Su- perlativi
secondo hoi non sono che una variazione degli aggiuntivi semplici. Dividerò
‘quindi il presente Capo in quattro articoli. Nel primo esporrò la varia- zione
degli aggiuntivi dalla pria è della quarta for- ma : nel secondo quellà degli
aggiuntivi di terza for- ma : nel 3.° la formazione de Comparativi e Super-
lativi : nel quarto fa variazione de’ Nomerali: ARTICOLO 1. Variazione degli
aggiuntivi, che hanno desinenze orizontali e verticali della 1. e 4. forma dé
nomi. Questa variazione comprende tutti gli aggiuntivi, che nella prima
desmenza orizontale hanno er o us, a, um, come pulcher, pulchra, pulchrum, e
bonus, bona, bonum, bello o buono. i | Per dare un quadro sinottico compiuto di
questa forma di variazione è mestieri connotare l’ufficio delle desinenze
orizontali e verticali. Ora le orizontali in questa variazione nella prima e
quarta sono tre, la prima mette l’aggiuntivo in re- lazione col nome maschile,
la seconda col nome femi- minile , la terza col nome simale , ‘per lo quale in-
tendo ogni nome, che ha la prima desinenza simile alla quarta. | Noi dunque
metteremo sopra ciascuna desinenza Le 3 ima. e» . bel cr SF ÉEI DI LESSIGRAFIA
LATINA 45 orizontale i segni nd) che vuol dire maschile, f., che vuol dire
femna 8.; che vuol dire simile s parole che si riferiscono soupre al nome, con
eui ha rela- zione ]’ aggiuntivo, . toe Per gli aggiuntivi. în us la sesta
desinenza e sarà allogata in un quadro eccezionale : dessa mette l’ag- giuntivo
în relazione col nome-primo termine di pro posizione. finita di seconda
persona, Le desinenze verticali saramfo.. “allogate in ili discendente, come
abbiamo fatto pe’ nomi, ma la ver- sione di ciascuna voce variata non si può
fare-senza P appoggio del rome. Quindi «sotto la voce dell’ ag- giuntivo
scriveremo ‘ancora un: nome. In realtà le desinenze orizontati non sona ché due
nella secenda , terza e quinta, perchè due : scite per ciascuna desinenza SONO
identiche, ma per seguire la pratica delle scuole la mettiamo ripetuta confe
nel quadro è vue + 4 A ; x Mn) id - dà Variazione. regolare: degli. ssi s* che
hanno la -prima desinenza ‘orizentale’ EB, 4, UM. | s re i È mo f.os. -m f.
8... 1. des. er, a, um, Ù, ae, -a; \ì des. i, de, i, © orUM, aruM,0orum, Sing.
{ 3 des. 0, ae, o, Pl.îs, is, ‘88, . des, um, am, um, 5. des, 0, U, 0,. - n.
Esempi di aggiuntivi di questa variazione liber a 5 um libero, pulcher chra,
chrum bello, niger nigra, Rigrum negro, ater,‘atra, trum atro e nero ec. ec.
OUUBIS 109 ep UO OMmu uo9I 019q![ CUUBI8 OI9q1 - OuUUBo:s 8 OI9qI OUUBI8 Ip
‘0100!1 ‘000998 0dOqH vIegu vpnui C19I] eu 8° CIogI] uu ip gIOqU eu i BIoqi{ ì
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URAT UNAOA vuwoIe —2vmu mu nb ID [Ar ‘e -f | 377 SIVINIA G È; 1091 Z e 4 + da
48 . TRATTATO COMPIUTO Su questo modello debbono conformarsi tutti gli ag-
giuntivi, che il precettore diligente farà variare nella pratica dell’
insegnamento ai suoi giovanetti , badando che nel conferire facciano precedere
sempre il nome all’aggiuntivo e dicano a modo di esempio, Mulus liber, mula
libera, scammum liberum, acciocchè si abituino a conoscere che l’aggiuntivo non
sì varia per conto proprio, ma del nome a cui si riferiscono. Variazione degli
aggiantivi în US, A, UM. Singolare | — Plurale m. f. ss. m. F. 8. 1. us, a, um
%, ae. a, 2. ti, 06, i orum, aATUM, OTUTA Bon 3. 0, de, 0. _ 08, ts 4. um, am,
um . 08; 08, a 5. 0, a, © 8, 88, is 6. e, » » (23)- ) > » Esempî di
aggiuntivi in us, a, um, malus malo, probus probo , magnus grande , longus
lungo , par- vus piccolo, altus alto, imus basso ec. ec. (23) Questa desinenza
appo i latini avea due uffici a sostenere nel discorso, perocchè non solamente
indicava il nome della quarta variazione in ws variato alla sesta desinenza ,
detta. vocativo, e quindi ogni nome primo termine di proposizione finita,
relativo ad un verbo va- riato alla seconda desinenza, detta di seconda
persona, ma era il più sovente destinata a far intendere un in- fero costrutto,
composto in forma analitica dalla pro- posizione in, dal nome modo accordato
con l’ aggiun» DI LESSIGRAPIA LATINA 49 Sulla ‘precedente forma si variano moltissime
altré fit derivate e composte in forma di aggiuntivi con prima desinenza
orizontale a triplice uscita in er o us, a, un, ed alcuni prenemi con piccele
me- :Gcazioni. ! | ARTICOLO TI. Intorno alla variazione degli aggiuntivi sulla
terza | forma de Nomi. ©» ©». Questa variazione differisce dalla precedente per
due ragioni principalmente , la prima, perchè in essa do- mina la terza forma
di wariazione de’ nomi esclusiva» mente, mentre in quella ‘sono due forme
trasfuse in una, cioè la prima e la quarta: la seconda, perchè la prima
desinenza di questi aggiuativi ‘orizentalmente tivo alla stessa desinenza. Di
guisa che prode da pro- das equivaleva a #7 230do probo; bone fatto dene a in
mo- do Bono, male a în modo malo. i grammatici chiamarono l’aggiuntive così
variato avverbio, e fecero valere prode io italiano per prodamente , e male per
malamente. Ma le parole della versione italiana compruovano la nostra opinione,
perchè, come abbiamo dimostrato nella nuova grammatica ragionata per la lingua
italiana, prodamente e le simili sono parole composte «da #enfe nome pre-
ceduto dall’aggiuntivo gproda ec. costrutto figurato di. pendente dalla
preposizione #8, vedi Nuova Gramma- tica Italiana. Ma essendo prode, male ,
bone, specchia» tamente variazioni di pr06, maZ, don, radici degli ag- giuntivi
produs, malus, donus , non si può mettere in dubbio che non giene identici alla
sesta desinenza, che i grammatici dissero vocativo. È 50 .TRATTATO COMPIUTO: -
considerata mron presenta sempre, come quella, ire usci- te, ma per alcuni
aggiuntivi ne presenta tre, per al- tri ne presenta due , per la massima parte
ne pre- senta una. -Gli aggiuntivi tutti poi, e dell’antecedente e della
presente forma, convengono in quanto al nu- mero delle desinenze verticalmente
considerate. Io dividerò il presento Articolo in tre $$. 1 » “a * $. das - È SS
Tot È - 4 Variazione degli aggiuntivi a tre uscite nella prima desinenza del
singolare. - Gli aggiuntivi di questa variazione sono assai po- chi di numero,
e per lo più alla prima desinenza han- no le tre uscite er, is, e, la prima fa
pensare al nome maschile , la seconda al nome femminile , la terza al nome
simude. | ©’ ©: Sd Quadro di questa variazione. 0 : 96 de 8. Le rie... f. 8. . IL. ero ts e... | 88 ces: da.
2. ds is is forum sum im Sing. 13. «1 è
« Plur. 2° ibus, ibus, ibus «Ji. em em e es ves ia. f b.. ® a bus, ibus ibus °
Esempi di aggiuntivi di questa variazione cdi parole derivaté 0 composte nella
forma de’ medesimi, Acer, cris,e, acre e forte, Alacer, alacris, alacre, ala-
ere ardito, volucer, volucris, voluere veloce ec. ta DÉ LOSSIGRAFIA LAFINA 51
Variazione del? aggiuntivo Cecery Celeris Celere, Cele.e Singolare Plurale mf.
e. m. f. &. ‘1. ep 108 e 8' es: ia 2. î8 18° 18 qum Tum ium Celer 3. 0
i 1? ibus ibus ibus £. em em & e8 € w 5. eet ibus ius ibus 620
Variazione degli aggiuntivi a due uscite nella: prima desinenza singolare. Gli
aggiuntivi dì questa variazione- sono in mag- gior numero rispetto a quelli
dell’ antecedente, e si può stabilire che la prima uscita nella prima desinen-
za singolare sta in is e la seconda in e, quella pel maschile e femminile e
questa pel simile nel modo: seguente.. Quadro: di Variazione: m. ef. 8. m.f. 8.
\ 5° i € i es ia ; îs ium Sing. / 3. î Plur. ibus \4. em e eg (a | 5. e ed
& bus. 52. TRATTATO COMPIUTO: Esempi di aggiuntivi per questa
variazione, brevis breve, brieve, dulcis e, dolce, mitis: e, mite, turpis a,
turpe, fortis e, forte. Variazione di BREVIS: E brievo, Singolare: Plurale i.
f. 8& . mf. ®. Ls e 8 ia 2. 18 | tum Brev( 3. % | idus À. em e es 4 5..
eei bus Vi. sono: alcune parole derivate in forma di aggiun- tivi, che hanno:
due uscite alla prima desinenza, una pel maschile in tor, e } altra pel
femminile ih triz, come nel seguente Quadro di Variazione Singolare Pluvale .
MN. i nl. . t. tor tria tores irices: 2.. torîs iricis: torum tricium 3. tori
trici toribus tricibus 4. torem iricem = tores trices 5. tore trice toribus
tricibus DI DESSIBHAFIA LATINA 53 Variazione di VICTOR 9 VICIRIX. gs: Vincitore
Vincitrice, . Singolare > Plurale: Lor ria cores rides. 2. orig. ricis
orum’’ ricium Fict. 3. ori rici oribis ' ritibus 4. orem ricem ores rìees 195.
ore (rice: oribus. ricibus: Variazione degli aggiuntivi ad'una uscita nellà
prima desinenza singolare.. Il numero degli aggiuntivi di questa” variazione
si” può dire infinito, perchè indefinite sono .le uscite della prima desinenza
singolare,-come quelle de’nomi, e l’ andamento della: variazione di' essi non
si può re- golare agevolmente senza: sapere la seconda “desinenza. verticale.
Ecco'per: ciò la” necessità di: segnare nel. quadro di variazione la prima
desimenza' con Ja lette-- ra x, segno -di-un ignoto; -e da' un altro verso
quella: di produrre in una’ nota una lista di molti esempi per ridurre una’
qualsiesi analogia nella mente de’ giova: netti. 54 | TRATTATO COMPIUTO.
Quadra. di questa variazione. m. f. 8. m. f. 8. 1. T 08: ta. 2. 8 tum Sing. 3..
i. Plur. bus: 4. ema | es ta 5. eedi. bus Esempi. di questi aggiuntivi —. felìr
felice, vetus antico o vecchio , ferox feroce, audar audace.. Variazione di
FELIX feliee. Singolare Plurale m. fi 8. 973. Sf. s. | I. 2, Ces cu: 2, cis o
cum Feli (3 ei cibus 4. cemex ces cia 5.. ce’oci cibus (24) (24) Le uscite
della prima. desinenza di questa varia-. zione, come abbiamo detto, sono presso
a poco. al- . trettante: quanie sono quelle de’ nomi della terza forma, «e la
lgro alterazione pel. formare la seconda desinen- za regolatrice di tutte le.
altre si effettuisce quasi alla stessa maniera, che quella. de' nomi. Ed io
quì; perc aggiuntivi non intendo quelle parole solamente, ie quali, come
vedremo in etimologia , significano qgua- lia, e quantita continua o discreta,
ma tutie le parole derivate e composte in forma di aggiuativi , perchè
variabili al pari di questi, come i così detti [di DI LESSIGRAFIA, LATRSA w
Paragonando .i quadri-di variazione esposti. ne'tre pa-. ragrafi precedenti, è
agevole 'a.rilevare che le specie di aggiuntivi della. terza forma di
variazione in poche cose differiscono ‘tra loro e propriamente: nella. prima Jona
sed i Ù participî e î verbali di ogni maniera variati.ia forma di aggiuntivi.
Premesse queste dichiarazioni, ecco una lista de” più. comuni e frequenti. a
Lista delte prime e seconde desfnenze singo=- larî degli aggiuntivi di una sola
uscita alla. 1. In al'alis, come autumnal’'autannale,.che poi rimase oulumnàle
— Animal’ è rimasto sempre così, e falsa- mente da’ grammatici si ebbe per
nome. Dite lo stes» so di capital, puleal, eubital, capitale,. puteale ,.
cubitale. i 2. in ans antis edin ens entis, come elegans ele- ‘gante, polens:
potente, parens la. genitrice , che falsa-. mente i gramatici ebbero:per nome,
mentre, come è ‘chiaro, è participio di pario partorire, invece di pa- riens
partoreénte, /emperans ,. temperante.. Questa de- sinenza è ricchissima pei
participi in ns. di.quasi.tut- ti verbi. SI | O 3. in er erss, come pauper
povero e le nomencla- ture de’ mesi in er sepfember, october, november.
december», settembre, ottobre, novembre ,. dicembre. 4. in ororis, come memor
ricordevole,. smmemor contrario di memor. | di gi ‘ 3. inililfs., come pugil
lottatore, vwigili&s vigile, benchè s’ incontrino wigilis e pugilis
per. prima . desi- nenza. E qui osservo che anticamente usavasi facwul' per
facilis facile, difficul per difficilis difficile ,. dedil per debilis debole.
* | 6. in as alis, come arpinas di arpino, vestras: 86. TRATTATO COMPIUTO
desinenza singolare, la quale in alcuni ha tre uscite, ix altri ne ha due, la
più parte ne ha una. Ma: tut- ti convengono nel rimanente , ossia nella seconda
, terra e quinta desinenza tutti hanno una sola uscita: nella quarta’ ne hanne:
due, tanto:nel singolare, pe nel viinzia | e nostras di vostro: paese 0 di
nostro: paese ce. Quio» di opiimates gli ottimati. . in es eris, come pubes
colui, a cui comincia a: nascere il pelo sulla guancia. 8. in es ilis come
/tospes l'oste, sospes sano e salvo, e quindi wmiz/es derivato da mille uno de’
‘mille, milite, soldato , sebbene comunemente per nome sia: considerato. 9: in
ove ofis, come compo» compote, #npo0s im- potente. 10; in aa, ex, 1%, 09, tx,
che fanno alla secon da desinenza acis, ecîs, ticîs, ocis, ucis 1. in ac, come
audar, audace, fenax tenace, fugar fugace 2. in ex come rea reggitore , remex
remigante, imbrex embrice, tegola piana 3. in #2 come felia fe- lice, phoenix
fenicio, pAr:ix frigio, 4. in 0% come cappadox cappadoce’, velox veloce ,
praecox' preco» ce. 5. în wr come dux duca, tradita” tralcio: 11. Tutti
composti da un nome per secondo com- ponente restano con la prima desinenza di
quest’ ul- timo. Come i composti di pes piede, alipes chi ha l’ ali a' piedi,
cornipes chi ha le corna a' piedi, gua- «drupes quadrupede , decolor chi non ha
colore, +- nops povero. Î grammatici per la unità dell’ uscita al- la prima
desinenza spesso per nomi tennero siffatte. parole, e noi, non volendo, alcuna
fiata le abbia- mo tra’ nomi annoverate per seguire la comune di es- si. Ma la
scienza, che procede per gradi a rettificare | DE BESSIGRAFIA LATINA 57 0
ARTICOLO HI Entorne alla formazione de’ Comparatiri 6 SUPERLATIFT:: — Ì
comparativi e i superlativi sono aggiuntivi varia- ti con certe desinenze, per
le quali accrescono il loro radicale di un nuovo significato. | I comparativi (
ritengé' questo vocabolo: riconosciu- to dalle scuole ) si formano: dalla
desinenza # dell’ag- giuntivo , accresciuta delle due desinenze orizentali or e
us, la prima per mettere l’aggiuntivo in rela- zione cof nome maschile e
femminile, fa seconda col nome simile, come de feliei. di felix felice , si fa
felicior e us: da sancti di sanctus si fa sanetior e sanctiuo. È Hl significato
clie questa desinenza aggiunge al ra- dicale è più o meno, che in latina si fa
per magis e minus, ond’ è che tanto se dico: felictor, quanto magis @ plus
feliz vale lo stesso. | superlativi sone» gli stessi aggiuntivi variati con la
desinenza ssimus , ssima , asimmun , pe la prima desinenza dell’ aggiuntivo è
ua, come in sarncius: con rrimus, rrima, rrimua, sa la prima desinenza è er,
.come hber, integer ec. con Himus , lima , limum, se la prima desinenza è lis,
come doctlis, agilis ec. gli errori vulgari farà rilevare a tempo razionalmente
la loro insussistenza, come faremo nell’ Etimologia e cella Sibtassi. | :58 ‘
'BRATTATO COMPIUTO: sebbene qualche volta anche gl’in er e gli in lis si
uniformano’ a'primi, prendendo ssimus, a, um. Questa desinenza aggiunge
all’aggiuntivo il significato equi- valente a il più, onde doctissimus si
traduce il più dotto. In latino invece db doctissimus: si può’ dire : valde
doctus, longe doctus ec. ©. Per la variazione de’ comparativi l’ aggiuntivo
ap-- partiene alla terza forma di. variazione, come dal se- ‘guente: quadre...
| | dra Vico | Variazione del comparativo FELICIOR US.. Singolare: Plurale m.
f. 8. 1. ori us ores' ora 2-0 era... arum > Felici ( 3. orto ‘+ oribus..
di 4. oreme us ores ora Di “ore. _. ortbus: Su questo modello si varia
sanctior, us: doe- nor, doctius: pulcherior, pulchrius, più santo, più dotto,
più bello: I superlativi si variano come bonus, a, um, pag. 48 Sotto’ questo
rapporto: ogni aggiun- ‘tivo sì può considerare in tre forme , che io chiamo.
1. forma semplice, corrispondente al positivo de’gram- ‘matici,. 2. forma
comparativa, 3: forma superlativa,. come nel seguente quadro.. DI LESSICRAFIA
LATINA H9. Forma Semplice Comparativa —Superlativa Feliz, felice . felicior .
felicissimus Liber, libero libertor iberrimus Facis, facile - .- facilior.
facillimus Doctus, dotto doctior doctissimus Sanctus, santo ‘ sanchior =
sanctissimus Ma non tutti gliaggiuntivi latini avevano tutte queste forme)
perocché ve re erano alcuni, che a formare il comparativo ed il superlativo
ricorrevano ad altre pa- role, e questi aggiuntivi erano i seguenti. i 1. Bonus
buono; Melior nfigliore, Optimus ottimo. 2. Malus malo, pejor peggiore,
pessimus pessimo. 3. Parvus piccolo, minor minore, minimus menomo. 4.
Magrtusgrahde, major maggiore, mazimus mas- simo; ma.major è lo stesso che
magior, quasi ma- gnior, e marimus è lo stesso che magsimus, abbre- viato di
magnissimus. a sr. VA sono alcuni comparativi e superlativi ., .la cui radice è
una preposizione . ‘onde si allontanano dal tipo della formazione, stabilito’
ne quadri precedenti, come apparisce dal quadro seguente | |. ©. Da citra di
qua citer citerior: citimus Da eztra fuori exter erterior erxtremus ed ertimus
Da super sopra superus Superior SUpremus e summus Da infra sotto inferus
mferior infimus Da Post dopo posterus posterior postremuse postumus 60 |
TRATTATO COMPIUTO ARTICOLO IV. Intorno alla Variazione degli Aggiuntivi detti
umerali. | Tl principio di ogni numero è l’unità, mentre dessa stessa non è
numero. (Quest idea appo i latini «era e- spressa cen i’ aggiuntivo Unus, a, um
uno ed uno, la cui variazione è in tutto simile a quella di Bonus, a, um pag.
48, eccetto la desinenza seconda singo- lare , che erizentalmente -è una in
-ius, e da terza che è in &. Variazione di UNUS, A, UM. Singolate
Plurele m. Îf. ms. 1. us, a, um i, de, @ (25) 12. “us, tus, tus, orum,
arum,orum, Un 3. LU Ù, e Lu 28, 98, 18, 4. um, am, um, 08, 08, 5. 0, @, 0, Î8, 38 18, 6. e » (25) Nel senso letterale
esrzus, 4, 199 non può avere plu- rale, perchè |’ uoità è singolare e non
plurale: ma in senso figurato, ossia per sineddoche, Spesso si true- va così
adoperato, ome i nomi propri. DI LESSIGRAFIA LATINA 61 I numeri cominciano da
due , onde tutti gli ag- giuntivi, che esprimono numeri da due în poì deb- bono
essere tutti plurali, perchè il numero è complesso di più singolari, è perciò
che, se hanno variazione, non può essere che pel solo plurale. Ma nen tutti i
nu- merali latini sono variati dall'uso, perchè da quattro fino a cente
s'adoperano invariati nel medo seguente. Quatuor quattro , quinque cinque, sex
sei, septem sette, octo otto, novem nove, decem dieci, unde- cim undeci,
duodeciîm dedici, tredecim tredici, qua- guordecim quattordici, quindecim
quindici, serdecim sedici, septemdecim diciassette , octodecim dieciotto,
noevemdecim diciannove , viginti venti, triginta tren- ta, quadraginta quaranta
, quinquaginta cinquanta, seraginta sessanta , sentuaginta settanta, octuaginta
ottanta , nonaginta nevanta, centum cente. Ì nu- meri intermedi da venti a
trenta, da trenta a qua- ranta ec. si fanno componeudo le unità e le de- cine,
come per esempio quatuor et viginti, quinque et viginit ventiquattro e
venticinque e va dicendo. Sotto il numero quattre seno variabili due e tres mel
modo seguente. Wariazione di DUO Variazione di TRES 773- Fi. 8. m,f. CA 1. duo
due 0duw Tres. tria 2. duorum duarum duorum trium 3. duobus duabus duobus
tribus 4. duoo duos duas duo tres tria 5. duoebus duabus duobus iribus Dopo
centum sono variabili 62 TRATTATO COMPIUTO Ducenii, ae, a duecento: fercenti,
ae, a trecento: quingenti, ae, a cinquecento : sercenti, ae, a sei- cento:
septigenti, ae, a settecento, così fino a mille sulla forma del plorale di
bonus a um. Osservazioni intorno a Mie e Bis. S'è insegnato in Lessigrafia che
Mille sia sostan+ livo cd aggiuntivo, e che sia singolare e plurale, due
contraddizioni manifeste , la prima perchè una stessa parola non può essere due
cose differenti per natura, come è dire sostantivo ed aggiuntivo : la seconda
perchè se mille è numero, non può mai dinotare l’u- nità, e per segno di unità
lo hanno coloro, che lo vo- gliono singolare. Ogni numero è un plurale, nè può
essere mai singolare. Noi dunque ‘diciamo che Mile si truova nell’uso della
lingua adoperato ora inva- riato ed ora variato , sempre numerale aggiuntivo,
sempre plurale (26). Quando è variato ha la seguene te form& se e 1.
millia . millium 3. millibus. 4. millia 5. millibus L Sicchè mille non è
singolare di millia, ma è dif. ferente dal medesimo per la sola variazione,
come gummi da gummis, sinapî da sinapîis. (26) I grammatici, che della parola
m//e ne feeero un sostantivo ed un aggiuntivo singolare, e plurale, furo- no
ingannati da alcuni esempî simili al seguenfe, Di LESSICRAFIA LATINA 63 Intorno
al numerale Brs. Questo numetale a me pare identico al greco dis due, ed a noi
è rimasto invariato in costrutto figu- rato detto avverbiale, onde si traduce
due volte. CAPO IL iNTORNO ALLA VARIAZIONE DE COSÌ DETTI PRENOMI. / I prenomi sono
di quattro specie, come vecremo nel. Y Etimologia, cioè Prenomi di sito,
Prenomi congiun- tivi mediati,, Prenomi congiuntivi immediati, e Pre- nomi
disgiuntivi. In quattro articoli distinti parleremo della variazione .di queste
tre specie di prenomi. mille militum interfectum’' est, che tradussero: un mi.
gliajo di soldati fu ucciso, perchè credettero che quel militum dipendesse da
mz//e, come rei da quid nella do- manda quid rei? dove mille dev’ essere
singolare, essi di- cono, perchè vi è est inlerfectum, con cui deve accordare
il primo termine. Ma, se avessero posto mente che questo costrutto è figurato,
e chie mille militum tutto insie- me dipende dal nome negonium sottinteso
determina- bile dei mille militum, la ‘contraddizione non sareb- be stata ‘elevata
a principio. E da questa forma di dire è derivata la nostra italiana sonvi di
quelli, huv- vi di molti ec. i Che mille sia adoperato invariatamente, si può
pro- vare con mille esempi. Adunque fa mestieri conchiu- dere che questa parola
-è una di quelle poche, che era în arbitrio de’ parlanti di ‘variare e non
variare pell' uso della lingua. Sebbene a me pare che per va- riarla vi dovea
essere una qualchè ragione. 64 TRATTATO COMPIUTO ARTICOLO I Intorno alla
variazione de’ Prenomi di sito Hic Ille e Iste. I prenomi in geuerale si
variano come gli aggiun- tivi, ma le loro desinenze sono differenti da quelle
dè’ nomi e degli aggiuntivi medesimi, eccetto per alcuni pochi, che si
conformano alla variazione di quelli. . | Variazione del pronome HiC questo Singolare
Plurale m.. f. 8. m. f. 8. 1. hic haec hoc o huc hi hae haec 2. huius huius
huiuso horum harum horum 3- huic huîic huic his his his 4. hune hane hoeo hue
(27) hos has haec 5. hoeo hic, hac o hic, hoe o hic (28) his his his (27) Ho
messo questa doppia desinenza , perchè Ae da’ grammatici si è fatto valere
perl' avverbio qué. Or come potrebbe mai essere che questa voce identi- © ca al
prenome %zc diventasse una parola diversa per natura? Io dunque penso che Aze
sia lo stesso che hoc o hac, a cuì sottintendendo in /oco 0 in regione, avremo
#5 hoe loco, in hac regione, in questo luo- go, in questa regione, e in forma
più sintetica qua. E la mia opinione è fondata sull’analogia, perocchè, come
vedremo qui, quae, quod, alla quinta desi- menza fa pure quo o qui, qua 0 qui,
quo o qui, e il quie rimasto in quia perchè, come vedremo. (28) Questo Auc
invece di hoc, è ritenuto in 4ue, —. _— E st f- DI LESSIGRAFIA LATINA 65
ereduto avverbio da’ grammatici, e in cdhue com- posto da ad e hue, e-ciò
perl'affinità dell'o stretto con la #. Se i grammatici avessero posto mente al
valor etimologico delle parole, non avrebbero multipli- cate le regole all’
infinito,: nè avrebbero cresciuto il numero delle contraddi zioni a dismisura,
facendo ap- partenere a tante classi differenti le medesime parole. OUUtIs U0I
‘ oxsonb OUURIS ojsonb OuuBos e ojsonh _ oxsanb OuUURIS — o]jsenb emu u09
gisonDh enu e;sonb emu e eisonb egnwa Ip ejsanh emue . ejsonb RSS” _—_ _ Cup
EEnnMÉÌ Onur uo9 0UwDIS ojsanh 90Y onu UnNUWwDIE o7sand 20Y omu è CUWDIS ojsanh
NY onu tp rUWwDIS osenb SnINY ojnur UNUWDIS ojsanb 207 ‘8 IEFTOONIS vfnui = omu
5DY 20) *G DINUL WIMINW UD] 9UNY Y aDmmnu omw DRY 29NY E QUmnuL nu SHIN/ STAY 6
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ejsonb gsonbo SW - 984 84 ‘9 IUUBIS -emu - . Inu DUwDIS = Sum SOmu o. Tsonb
agsonh nsonb 290/ 80Y 80) ‘E wueos ®e. emue © Imue SIUwuDIS = SAQUIRUE — SIVE ”
Hsonb ejsonb 1jsanb | S1/ S2Y st‘ mugos po amuip Mu Ip MUNIOUWDIS WMV VUNIO]BUE
13 sond ojsenb “0 nsenb o IUNLOY WRLDY WRKOY "8 tuuggs è © Omui quatro
BUWDIE OPInrUa qu nsonb —e;sonb ijsond 090Y YU . 20% - TIPUATA 68 TRATTATO
COMPIUTO AVVERTENZA AI PRECETTORI Su questo modello’, cioè del prenome seguito
dal nome, si faranno variare î seguenti prenomi e gli al- tri simili. E badino
i precettori a far leggere ed im. parare il precedente quadro in modo che il
prenome: preceda il nome, per esempio, hic mulus questo mulo, ancorché il nome
stia sotto e il prenome sopra. Variazione di ILLE, SILLA, ILLUD, il, lo, lay ©
quello e quella e di ISTE, ISTA, ISTUD cotesto e cotesta. Singolare Plurale m.
f. 8. 1. e, a, ud,(29)ît, ae, ad IU 2. ‘us, Vus, us, orum, arum,orum, 13. %, %, ds € 18 Ist
b) 2 d) E) È) , 4. um, am, ud, 08, as, a, 5. 0,7 a, 0, 838, $ 88; (29) Questa desinenza è. propria
de’ pronomi, desti- nata a riferire il prenome al nome sirz/e, quando le
indicazioni per.aggiuntivo non fossero sufficienti. Ma eiò solamente nel
singolare, poichè nel plurale pre- nomi ed aggiuntivi ad eccezione di Aie
convengono in tutto, come apparisce da’ soprapposti quadri di va - riazioni. Di
qui apparisce di quante risorse era ricca: la latina favella per dare alle
parole un mutuo richia- mo, mentre lo infinito numero delle desinenze ne’ nomi
negli aggiuntivi e ne’ pronomi le concilia tanta va- rietà, precisione, ed
eleganza, DI LESSIGRAFIA LATINYV 69 ARTICOLO IL VARIAZIONE DE’ PRENOMI I
CONGIUNTIVI ImmEDIATI TANTUS QUANTUS , € TALIS QUALIS— e in questo occasione di
Tot e Quot. \ Tantus, a, um che e significa tanto, e quantus, a, um che
significa quanto, si variano come Bonus a um 48. Talis tale, che significa
tale, e qualis ig , sa significa quale, si varia come Brevis e, DARRE Tot tanto
e quot quanto sono invariabi ARTICOLO IN. VARIAZIONE DE’ PRENOMI ConeionTIPI
MEDIATI, (QUI QUAE QUOD, IS, IPSE, IDEM, PAR, SIRTAZIO, SIMILIS. Questi
prenomi, benchè rispetto al significato si ri- ducono alla medesima specie,
rispetto alla variazione riduconsi a diverse forme, come da’quadri seguenti, 70
fRATTATO COMPIUTO 1. Variazione di Qui, Quae, Quop, il Quae, la QUALE 0 CHE
CUI. Singolare Plurale mn. f. $. qui quae quod (30) qui quae quae (33) , CUTIS
CUIUS CUIUS ‘@’—QUOTUMI Quarum quorum cuù cu cui queis o quibus (34) quem (31)
quam quod quos quas quae quo 0 qui,qua o qui, quo 0 qui (32) queis o quibue (_S
(30) Questo prenome si discosta: da ogni tipo di va- riazione, perche la prima
uscita orizontale è ?, la se- conda è «e, la terza è 04, sebbene anticamente
que- st’ ultima dovea essere cum, e la seconda a, come ri- leva dalla pota
seguente. (31) Che il quer di questa desinenza anticamente fosse guum apparisce
dal significato di quest'ultima pa- rola, la quale ora si scrive quurm ed ora
cur in senso di guando. Ora chi non vede in queste due parole il radicale di
qui, quae, quod? E, siccome il | tipo «di tutte le variazioni presenta
costanteniente nella quarta desinenza la prima uscita identica alla terza ,
si-può dedurre che anticamente invece di quod si di- ceva cum o quum. (32) Che
il qui stia invece di quo, qua, e quo, si può provare con mille esempî de’
classici serittori la- tini, onde rileva quant era capriccioso |’ uso di quella
lingua, che riteneva ad invariate alcune parole che in altre circostanze erano
variate. lo non saprei trovare una ragione più eonvinecente di questa
incertezza di uso, se non il predominio dell'elemento barbaro sulla civiltà
del- la letteratura latina. Mi spiego più chiaramente. Le paro» le nell'epoca
barbara di qualsiesi lingua non possono DI LESSICRAFIA LATINA 11 avere futta'la
esplicazione delle loro potenzialità : quindi . moltissime per natura:
variabili dovettero rimanere ine - ‘ variate, perchè mancò l'opportunità di
rariarle. La mol- titudine, seguendo l'esempio de’ primi scrittori barbarî,
ritenne quelle forme di dire per pregevoli, e gli scrit- tori dell'epoca eulta
Je rispettarono eoeme sdiotismi, mentre in mille occasioni seguirono le forme
più re. golari. Infatti non vi sarebbe alcuna ragione per giu» stificare lo
scrittore classico, che dice qwi, dove avreb- be luogo quo, già stabilito
dall'uso comune della : lin- gua colta... Chi volesse un.altro argomento,
rifletta al propterea guod tradotto .per la ragione che , al quo circa ec.
dove, come ognuno vede, nel primo esempio il quod è preceduto da ea, che è una
desinenza plurale simile contro l’analogia costante de’ costrutti latioi, e nel
se- condo C:rcum preposizione, che costantemente ha per secondo termine un nome
variato alla quarta desinen- za, è seguito da quo quinta desinenza. Alcuni
gram- matici l'annoverarono tra le sgrammaticatyre avvalorate dall'uso, ma
questa è una formula che dice niente, Jo dico che simili maniere accennano all’
epoca bar» bara della lingua, in cui si diceva quod o quo inva- riabilmente.
(33) Questo doppio quae, quae nella desinenza. ori» zontale è di molto
imbarazzo pe’principianti nello stu- dio di questa lingua, mentre al secondo
quae ben si poteva sostituire gua, secondo il tipo generale delle variazioni di
tutti gli aggiuntivi e di tutt i prenomi. È qua dicevano gli antichi invece di
guae terza uscita della prima e quarta desinenza plurale. Del che ne fa chiara
pruova il costrutto gua propter, dove il qua nop può essere quinta desinenza
singolare, poichè prop- ter è preposizione che nell'uso costante della lingua
vuole up nome variato alla quarta desinenza. Ne fa pruora inoltre la dottrina
comunemente ricevuta da' grammatici, i quali insegnano che a’verbi di moto per
72 TRATTATO COMPIUTO luogo la domanda si faccia con gua ? che si traduce per
dove ? Ora, dove è il per, vuolsi per secondo ter- mine un nome e per esso un
prenome warialo alla quarta desinenza. Onde il gua ransis? Equivale al loca
traasis? Intanto il qua, che sarebbe la forma regolare, è rimasto incerti
costrutti come un idio- tismo, mentre l’diotismo è rimasto nell'uso comune del-
la lingua per una forma regolare. (34) Questa doppia desinenza di guess 0
quibus accenna alle diverse epoche della lingua, e la prima all’ epoca
primitiva, la seconda all’epoca culta che stabilì que- stultima come desinenza
migliore da doversi preferire all'antica. diataa Variazione di Qui, Quas, Quod
seguito di nome. ‘qui mulus. il quale mulo "cuius ‘muli “del quale mulo
cui nuto al quale mulo quem muluni il quale mulo quo mulo col quale mulo
Sincorare quae mula la quale mula cuius mulae della quale mula cui mulae alla
quale mula quam mulam la quale mula qua mula . colla quale mula "i ir LE
quod scamnum il quale scanno cuzus scamni del quale scanno cu? scamno al quale
scanno quod scamnum il quale scanno quo scamno col quale scanno a GU RO e Si
Variazione di Qui, Quae, Quod seguito da mome. pe muli ì quali mulî quorum
mulorum de’ quali muli quibus mus a’ quali muli runs mulos i quali muli yuibus
mulis co’ quali muli n) Puunate 0. quae mulne quae scamna Je quali mule ì quali
scannî | quarum mularum quoruni scamnorum delle quali mule dei quali scannì
quibus mautlabus ouibus SCAMNÉS alle quali mule. a’ quali scanni quis mulas
quae scanmna le quali mule i quali scanni qu bus vnseela bus quibus scan:nis
colle quali mule co’ quali scanni DI LESSIGRAFIA LATINA 75. Variazione dei
pronome 19, Et, ID, ES9s®0, 2SSA ciò. A fi * __ mn. ff. ® | 1. is ea id | dî ea
ca, | 2. eius eius eius '6OTUM CATUMEOTUM Sing. 8. ei ei ei Plur. Jeis vel ts
«4. eum cum dd e08; €as, €08 f 5. eo. ca co feis vel mus Variazione di ye A UM
esso, essa quelto. Singolare Plurale
Mafie. mf. ®. Le a um î ae a 2. îus ww orumarum orum Ips | 3. î î8 4. um am um
08 as & do a’ 0. “a ds
È Il prenome idem, eadeni, idem, è composto da is e dalla particella dem
indeclinabile, in guisa che chi sa variare ts, ea, id, saprà pure variare il
composto idem; hè non ha da variare che il solo îs, ea, 14. M prenome par,
egualé, e i suoi composti si variano come gli aggiuntivi di unica uscita ‘alla
prima desi nenza singolare: aequalis e eguale, similis e simile, si variano,
come brevis e pag. 32. 16. TRATTATO COMPIUTO Cl cstega i 1 Vartazione DE'
PRENOMI CONGIUNTIPVI COLLETTIPI , MULTUS, CUNCTUS, UNIVERSUS, da: POTUS , NI-
MIS; MAGIS, "UO PLUS. ‘+ Pa I primi tre cioè vita molto, cunétus e
univertsus tutto, si variano come bonus, a, um pag. 48. Omnis e, ogni, come
brevis e, pag. 52. n Totus tulto come unus, a, um, pag. 60. o Nimis troppo ,
magis e mage più, satis e sat ba- stante, sono invariati nell’ uso della lingua
+ al solo singolare. ciali uris più sì varia, come fia, peg. 94, i | ‘ARTICOLO
IV. U S 3 ve 8 Variazione .de’ prenomi disgiuntivi .AaLIUS , 41TER, ULLUS,
NULLUS, UTER, COETERUS, DIVERSUS, PAU- LUSy PAUCUS, SINGULUS, DIFFERENS, MINUS,
I primi cinque, cioè alius altro, alter altro; ullus alcuno, nullus niuno’,
uter virius o l'uno. 0 l'altro si variano, come unus a uma pag. 60. -Ceterus
altro, diversus diverso , partus e | paucus poco., singulus.uno diviso da altri
sì variano come bonus, a, um: differens entis differente. come feliz. Minus è
la seconda uscita’ orinzontale del compa- rativo minor minore e si varia, come
a pag. 58. Di LESSIGRAFIA LATINA INTORNO, ALLA VARIAZIONE DEI COSÌ DETTI i
INTERROGATIVI E DELLE PAROLE COMPOSTE. © GI’ interrogativi nella lingua latina
sono i due pre- nomi quis, quae quod o quid, e cujus, a, um. ll primo si varia
come qui, quae, quod,pag.70, e si tradu- ce quis chi? per maschio, quae ch? per
femmina, quid che cosa per nome simile (35). Cujus, cuja, cujum, si varia enme
bonus, a.um . e si traduce di chi? di chi? di.che? (36). oi In quanto alle
parole cemposte si possono fare di- verse supposizioni rispetto’ alla variazione:
o le. due composte si variano entrambe, e allora ciascuna se- gue la propria
forma di variazione , come respublica la repubblica , jusjurandum il
giuramento, quisquis composto da quis e quis. La seconda supposizione concerne
le parole composte, nelle quali uno de’componenti resta inalterato : in tal
caso variando l’altro, secondo la propria forma non vi è altro ad osservare,
come neuter composto da ne non e uter l’uno o l’altro: quisque composto da quis
chi variabile e da que invariabile, e tutto’ vale cia- scuno : aliquis composto
da al abbreviato di alius inalterato e da quis chi, e tutto si fu valere per
al- cuno. Così varierete il solo qui quae quod in quili- bet qualsivoglia,
quicumque chiunque, quidam un cer- to, quivis chi vuoi : il solo: pater in
paterfamilias il padre di famiglia, il solo scitum in: plebiscitum de- ereto
della plebe, il solo consultum in senatusconsultum detreto del senato; il solo
otium in negotium negozio.. Si badi adunque a far bene variare gli elementi ,
af- finchè si sappiano: variare i. composti. (35) I grammatiei notarono che
quis, quae, quod, 0 8 TRAYTATO COMPIUTO. quid alla prima e quarta desinenza per
la terza usci- ta simile invece di quae faccia ancora qua, ma ciò non bastava,
perchè il qua di quapropter non è cere tamente interrogativo, ma affermativo.
(36) Questo Cujus è identico alla seconda desinen- za verticale di quis, guae,
quid : intanto si è variata questa desinenza in forma di aggiuntivo e n'è
riuscito l'interrogativo di diversa forma. Pare poi che desso non abbia uso se
non alla sola prima e quarta desinenza verticale, perchè gli esempi sono rariei
pochi che si allegano, si riferiscono a queste sole uscite, come in quel di
Virgilio: Cujum pecus, e. nella traduzione con- serva il dî della sua origine,
perché non potremmo tra- durre il Cujum pecus se non per di chi é il bestia.
ao. Da Cujus si è formato il derivato Cujas ass. dr LESsICRAFIA LATINA | |. 79
Intorno alle Concordanze de’ Nomi con gli Aggiuntivi e co'prenomi latini La
variazione degli aggiuntivi e de’prenomi, come abbiamo detto a pag. 41, è tutta
sintassica e non eti- mologica, ossia non è per conto proprio ma de’ nomi a
quali si riferiscono nel discorso. Ora abbiamo vedu- to che gli aggiuntivi e i
prenomi hanno duplice varia» zione, una ortzonztale, e l’altra verticale, la
prima per metterli in relazione co’nomi variati rispetto al sesso, la seconda
per metterli in relazione co'nomi variati a de- sinenze verticali. Ma non
tutt'i nomi sono e possono es- sere variati rispetto al sesso, e intanto per i
pochi maschi- li e femminili già si truovano variati rispetto ad esso. Come
fare per metterli in relazione con tutti gli altri nomi, che non sono per
natura ne’ maschili ne'femminili? In quanto a questo bisogna stare all’ uso
della lingua. Ma l’uso si apprende con lo studio de’testi classici e per
saperlo bisognerebbe attendere per molti anni. Noi dunque per dare un ajuto
alle tenere intelligenze de’ giovanetti andremo esponendo alcune regole ge-
nerali, e produrremo delle liste per alcune eccezioni in- quanto ai nomi
irregolari. Gli aggiuntivi ei prenomi accordano coi nomi, ogni qualvolta si
mettono a quella desinenza orizontale o verticale, che l’uso della lingua ha
stabilito co’ nomi: così hic poeta bonus presenta una concordanza tra nome €
prenome , tra nome ed aggiuntivo , perchè P uso della lingua con poeta mette
hic e bonus. Ma hic al singolare ha tutte queste desinenze verticali , S0
TRATTATO COMPIUTO 2. husus, 3. huic , 4. hune, 3. hoc, come bonus, ha tutte le
seguenti desinenze verticali, 2. boni, 3. bono, 4. bonum, 5. bono. Allora
dunque poeta è accor- dato con hic e bonus in tutta la sua variazione, quando
ad ogni sua desinenza vertieale fa corrispondere una di queste verticali ed
orizontali di hic e bonus. Simil- mente haee musa bona presenta una
concordanza, per- chè il prenome e ]’ aggiuntivo hanno subita una de- sinenza
otizontalè rispetto a musa, riehiesta è stabilita dall’ uso. E questa
coricordanza ‘è pet iutta la varia- zione, se a ciascuna delle cinque desinenze
di inusa, ne corrisponde uria di haec e boria verticalmente sotto la prima
desinenza, coiné hei quadri seguenti. DI LESSIGRAFIA LATINA 8, I. Quadro di
concordanza del-nome con l’aggiuntivo e col ira | ; I Singolare 0 De 1. hic
> mulus* bonus “questo ©» i: 2. hujus mul : boni . di questo. da 3. huig
mulo bono a questo mulo buono 4. hunc mulum bonum questo. . |. x 5. hoc mulo
bono con questo Plurale 1. hi . muli. doni — ba | 2. horuîn mulorum bonorum
diquesti {culi 3. his mulis bonis: aquesti }) È al 4. hos , mulos., bonos. questi
= |. PUON 5. his maulis bons. con questi i 2. Quadro di concordanza del nome
col Pe e con l aggiuntivo. Singolare .. 1. haec È mila dona questa Do 2. hutus
mulae bonae di questa 3. huc mulae bonaea questa) mula buona 4. hanc mulam
bonamquesta 5. hac mula bonacon questa 82 TRATTATO COMPIUTO © Plurale 1. hae
mulae bonae este | 2. harum mularum bonarum di queste le 3. his mulabus bonis a
queste tai 4. hag mulas bdonas. queste MOT 5. his =mulabus bonis con querte 3.
Quadro di concordanza del nome col prenome “ed aggiuntivo. e Singolare 1. hoc €
scammumo bdorum questo 2. huius .scamni » boni di questo 3. huic scamno bono a
questo "asrang &. hoc scamnum —bonum questo srt 5. hoc scamno.
bono - con questo _ - Plurale 1. haee scamna @dona questi 2. horum scamnorum
bonorum di questi| scanni 3. his scamnis bomis a questi ) 1° va &. haec
scamna bona questi |. su 5. his » scamnis. bonis conquestif © w 5, a es) _ Si
fn i -®* —. — n — a. DI LESSIGRAFIA LATINA GB AVVERTENZA AI PRECETTORE © © Ho
messo tre quadri di variazione per. ossergare le me uscite orizontali
de'prenomi e degli aggiunti vi con le ire uscite de' nomi, una maschile, Za
seconda femminile , / terza simile. Da questo momento il ‘precettore fara
esercitare è giovanelti a variare È somi.sn questa forma, che io chiamo forma
della variazione delle Concordanze. | Ma il prenome hie hace hoe da questo
momento | diviene una norma. degli accordì di tutti gli aggiun- tivi, che si
variano sulla terza forma de’nomi, e per dare maggior latitudine e generalità
al principio del. de concordaunze, posrà esercitare i giovanettia varsa- re
insieme il prenome con qualsivaglia agg'untivo co- me hic celer, baec celeris,,
hoc celere: hio et haee brevis, et hac breve: hic, et haec, et hoc Par. Ma farà
notare scrupolosamente che, quantunque ‘hic con sutte le desinenze verticali
corrispondenti sia desinenza indicativa di accordo col nome maschilé, baec
desinenzga indicativa di aecordo col nome fem. gsinile, hoc col nome simile,
non sempre fa inten. dere il maachile o il femminile, perch? infiniti no- wii
si danno tuvariati rispetto al esso, con cui ac- cordano hic ed haec. L'idea
del 8esso, è accessoria pe’ nomi e non per gli aggiuntivi o pe'prenomi, i quali
- variandosi indicano e non significano mai per con- A alal ciò. che al significato
loro non 8: ad- x Quando un nome accorda con hic, vuole bonus , ossia che la
prima uscita orizontale del prenome vuo» le la prima uscita orizontale
dell'aggiuntivo. Di ‘In quanto dalle desinenze verticali essendo cin- ‘ que, e
cinque ne'prenomi e negli aggiuntivi, debhe- 84 TRATTATO COMPIUTO no
corrispondersi secondo il numere :di ordine. In quanto a' nomi bisogna vedere
se vi stia hic 0 haec o hoc. Posto che vi sia hic, vi dovranno essere le cinque
verticalmente sottoposte: dite ‘lo stesso se vi è haec od hoc: dell'aggiuntivo
egualmente. Noi dunque, ‘ saperido l'accordo della ‘prima desinenza del nome,
del prenome e dell’ aggiuntivo, sapremo tutta la con- ‘cordanza delle voci di'
queste parole . variate. Ecco perchè nelle liste seguenti io metto innanzi a*
nomi i prenomi, e dopo, l’aggiuntivo, affinchè i giovanetti as- sociino ad essi
la. concordanza di tutte . le. voci va- rate. . . ca - Noi dunque diremo che’
l’ aggiuntivo ‘accorda col - prenome, ma non significa niuna di siffatte cose;
ol- ‘tracciò non tutti nomi ‘sono variati rispetto al gene- re, che per noi è
sesso. Ma diremo razionalmente che l’aggiuntivo e il prenome accordano col
nome, quan- ‘do si mettono a quella desinenza orizontale, che è sta- bilita
dall'uso , e in quella verticale, che è- richiesta dalla variazione. © iL A IA)
... . IREGOLE GENERALI DEGLI ACCORDI DE'NOME ‘: CON E PRENOMI ED AGGIUNTIVI .
3.3 Recora erneRALE — Tutti nomi latini di .es- seri animati variati con la
doppia desinenza er q us e a, come puer e puera, mulus e mula, con la prima.
vogliono hic e bonus, con la seconda vogliono haec e ‘ ‘«2.° RecoLa cenerALE —
Î nomi di esseri animati © rappresentati dall'arte come tali, ma che non han-
no la doppia desinenza er o us e a orizontalmente, se sono nomi :di maschi, prendeno-hic
e bonus, se LES. —. n > ro ni gi EE 5 I ” LE AL ser E° LI IT 3 3 aq DI
LESSICRAFIA LATINA 85 sono nomi di femmine prendono haec e bona; come hic
Iupiter Giove, hic Mars Marte, haec Venis Ve- nere, haec Dido Didona, haec
Pallas Pallade. 3.° RecoLa GENERALE. I nomi de’monti de fiumi e de'venti
vogliono hic e bonus, come hic Tigris il fiu- me Tigri, hic Ossa il monte Ossa,
hic Zephirus il vento. Zeffiro. Se. n° eccettna. Aetna il Mongibello, monte di
Sicilia. vicino Catania, Allia fiume d' Italia: in Sabina , Du- rentia Duranza,
Garwnna: la: Garonna ed altri, che . vogliono haec. . Jader Salona fame: della
Schiavonia, e Nar la Ne- ra, fiume del? Umbria, vogliono ‘hoe (37). 4. Recora
Generate. I nomi delle province, delle città, delle isade, e delle navi,
ordinariamente vagliono haec, come haec Corinthus: Corinto, haec Ciprus Ci- pro
isola, haec: Centaurus la | nave detta Centauro (38). (37) nali jegole generali
adunque hanno un' e- stensione relativa, ma non inducono mai la certezza che
sia impossibile una eccezione qualsiasi. (38) Centaurus propriamente è nome di
uomo o di una classe di uomini, detti Centauri. Se dunque in- contriamo magna
Centaurus presso Virgilio nel -senso di una gran nave chiamata Centauro, non
dobbiamo di- re che questo nome abbia perduto'il suo accordo pri- mitivo, ma
che in Centaurus magna vi è costrutto figu- rato , onde la frase in forma
analitica sarebbe la se- guente: Navis magna dicta Centaurus, dove Centaurus
sarebbe un primo termine di proposizione comparati- va nella seguente forma:
navis magna sic ‘dicta, sicut Centaurus est dictus, vedì sintassi. Vol. UI.
pag. 77. e segg. Dalla quale osservazione rileva au teoria 86. TRATTATO.
COMPIUTO. degeneri. del Portoreale è la più contradittoria del moudo, perchè,
confondendo le ragioni 'sintassiche con l’efimologiche, rende così incerta la
concordadza de'nomi co'prenomi'' e ‘con ‘gli aggiuntivi, che è def tutto inu-
tile tentarne lo studio, anzi, a parer mio, è nocivo aldo sviluppo, dell’
intelligenza. | uando ha stabilito chè ‘i. nomi in wm sono di prpere netitro, e
tali devono es: sere, perchè ànno le ‘desinénze simili, con quale ‘ac-’
corgimenio si fa a dire che Eustochium ‘sia fenimi. nile, perchè nome di
femmina’ sul’ solo esempio: di Saneta ‘Etstochikra; ‘quando si îè veduto. che
qui san- cta si riferisce a Mualier, Hi cub Eustochium. è caso di apposizione ?
Chi non vede che quelle: regole fane.. no a calci ‘fra loro e ton lorastessa,
sol che si guar- di agli avvertimenti, dore le, eccezioni sono infinita» mente
maggioti di numero rispetto a'casi ordinarì comì- presi nella regola? È niente
è più ‘assurdo che il suppore re alcuni nomi di genere. maschile ‘e
feramiinile, a cui. si subordinano tapti. altri nomi, perchè in simili sup-
posizioni vi è sesapre confusa la sintassi, con. |’ etimolo:. gia, io quanto
che il prenome o l’aggiuntivo, che si truova con quei nomi accordato , si
riferisce sempre al no- me generale sott’ inteso, di cui il nome espresso è un
caso di apposizione? Se io non serivessi un elemento pei giovanetti, farei vedere
fino alla evidenza la strabocchevo- le quantità di spropositi'che in duel libro
tanto autorevole si contengono, Dél ché ne fa, chiarissima pruova il ripetere
sotto diverse forme le medesime cose e la necessità di $offotare le ‘poche
regole con tante pa-" gine di eccezioni, che faono ‘parere quella lingua
tan-" to irregolare, Méntre non lo è di fatto, Se è queste scon-” cialure
aggiungete, l'altra peggiore, ciqè l'’aggregare: tra nomi. uo, infifito numero
di. aròle dérivate fn for- ma ‘di agguntivi, i quali ‘sì debbono ‘agli
aggiùntivi ri. durre sotto il rapporto della variazione, come'per esem- piò
doininys, magister, miles, servus et. véedrete' che fl” numero dell eccezioni
scemerebbe ‘ nella ‘ragione inver., 4 DI LESSIGRAFIA LATINA 87 5. RecoLa Generate.
1 nomi della prima forma di variazione in ‘@ latino e'in e greco alla prima de-
sinenza hanno l'accordo haec e bona. Esempi: haec ara l° ara, haec musa la
musa, haec epitome il compendio. 0.0 .©&».@=@=n x Eccezioni. Planeta il
pianeta, cometa la cometa, vogliono I° hic. ST Di Pascha, ae, e Pascha atis
vuole hoc. | 6. RecoLa GeneraLE. I nomi degli alberi general- mente hanno
l'accordo haec, come pinus alta un pi- no alto , parva quercus una. piccela
quercia. . Eccezioni. 1.. Spinus il pruno, e Dumus dumo 0 luogo pieno di
bronchi, vogliano hic, come pure tutti i nomi peggiorativi degli alberi.im
ster, come pinaster il pino selvatico, piraster i pero selvatico. :2. Robur
oris la rovere , acer erîs l'acero, siler il silio, su- ber il suvero, e tutti
i nomi di alberi ‘in um, come burum il bosso, ebenum | ébano ec. vogliono |’
ac- cordo con hoc. i 5 3. Rubus rovo prende hic ed haec. 7. Regora GeneraLE.
Tutti i nomi indeclinabili, de quali parlammo a pag. 35, come pondo la libbra,
fas il lecito, nefas l' illecito, manna la niannà ec. vogliono hoc. i xi sete
de gi 8. Recora GeweraLe, I nomi délla terza ‘forma di 4 sa, e le regole
diverrebbero più semplici e generali. Bia, non potendo in questa grammatica
elementare de- molîre un vetusto monumento per riedilicare sul fonda- ‘mento
razionale, io seguo in parte i dettati delle scuole, riserbandomi di fare
questo importante sérvigio al- l'insegnamento in ‘un altro lavoro di lena, se
Dio mi dà vita. 88 TRATTATO COMPIUTO variazione in o, generalmente parlando, vogliono.
hic, come hic mucro onis Ia punta, hic sermo omnis il discorso , hic arpago
omnis. l' arpione. | Eccezioni — 1. Caro carnis la carne, grando inis la
gragnuola, vogliono haec. 2. 1 nomi in do e go dipiù di due sillabe, eccetto
arpago, come dulcedo inis la dolcezza, fuligo nas la fuligine, vogliono haec. |
3. Vogliono ancora haec î nomi in to derivati da aggiuntivo, da prenome, o da
verbo, come talio da ta- lis il taglione , lectio da lego la lezione. di
Eccezione di eccezione, unio onis unione, per -u- nità e per una specie di
perla, duernio. il numero di due, termio il ternaio, quaderno il quaderno, e
pugio omnis il pugnale, quantunque fossero derivati in 10, to- ‘ gliono 1° hic.
I ‘ 9. RecoLa GenerALE. I nomi; che alla prima de- sinenza singolare escono in
m, c, I, ot, vogliono hoc come hoc templum il tempio , hoc lac il latte, hoc
mel il miele, hoc caput il capo. i. Eccezione — Sol il Sole vuole hic, e sal il
sale in senso proprio vuole hoc, in senso traslato vuole. hic. 10. RegoLa
GenerALE. I nomi uscenti in an; en, in, on, alla prima desinenza singolare ,
come pean amis, canto in onor di Apollo , pecten snis il pettine, a imis il
delfino, canon onis il canone, voglio- no hic. Eccezione 1. Tutti verbali in
men, come Zumes il lume, flumen il fiume, agmen l’esercito, vegliono hoc. 2.
Gluten il glutine o colla, unguen l’ unguento, inguen l’anguinaja, vogliono
parimenti hoc. 3. Sindon onis il lenzuolo vuole haec. DI LESSIGRAFIA LATINA 89
11. RrcoLa GeneraLE. I nomi della terza forma, che escono alla prima desinenza
in ar e in ur, voglio- no hoc, come hoc îiubar lo splendor del sole, guttur
siccum la gola asciutta. Eccezioni. Fur il ladro e furfur la erusca, vogliono
hic, come pure turtur la tortora e qualche altro. 12. ReeoLa GeneRALE. I nomi
uscenti in er della terza o quarta forma alla prima' desinenza singolare , come
ager il campo, imber ta pioggia, vogliono l’ hic. Eccezioni 1. fter il viaggio,
ver la primavera, ca- ‘ daver il cadavere, uber la poppa, vogliono hoc. Ai
quali si vogliono aggiungere sister il nastro, e tutt’ i nomi delle piante e
delle frutta in er, come piper il , cicer il cece ec. ec. 2. Tuber il tumore in
diversi sensi prende hic, haec e hoc. 13. RecoLa GeneRALE. I nomi della terza
forma in or oris vogliono hic, come hic amor, hic decor, l'amore, il decoro.
Eccezioni 1. Arbor l'albero vuole haec. 2. Cor cordis il cuore, ador adoris il
frumento netto, marmor orîis il marmo, aequor oris il mare in calma, vogliono
hoc. 14. RecoLa GenERALE —I nomi della terza forma di variazione, alla prima
desinenza uscenti in a, che fa atis alla seconda, vogliono hoc, come tema il
tema,. il domma, enigma l enimma. Si aggiungano a questi gli uscenti ia e, come
mare marts il mare. | 15. RecoLa GenERALE. l nomi, uscenti in as alla prima
desinenza singolare, se sono nomi greci della prima forma latina, come tiaras
la tiara, vogliono l'hic. 90 | TRATTATO COMPIUTO. Se sono della terza forma
latina, che alla seconda desinenza fanne atîs e adis, vogliono l’haec, come
haec pietas la pietà , haec lampas la lampade. | | Eccezioni 1. As assis l’asse
vuole hic. 2. Tutti gl in as della terza, che alla seconda de- sinenza fanno in
antis, come adamas il diamante, vo- gliono l he. | de 3. Vas vasîs il vase,
vuole hoc. 16. Regola Generale. I nomi in es alla prima de- sinenza generalmente
vogliono haec, come rupes im- mota ferma rupe, sancta fides la santa fede. —
Eccezioni — 1. Dies il giorno al singolare vuole | haec, al plurale per
ordinario segue hic. 2. Aes aeris il rame vuole hoc. 3. Vogliono l’ hic tutti
seguenti. Trames il tramite, poples l cavo dietro il ginoc- chio, limes il
limite, paries la parete o il muro, Ri - mes il fomite, stipes il tronco o
stipite, pes il piede, termes il ramo co’ frutti, gurges il gorgo o voragine,
palmes il tralcio , cespes il cespuglio. Con questi vanno tutti i nomi greci,
che si variano in latino sulla prima o terza forma, come magnes etis la
calamita, cometes ae la cometa ec. 17. ReGora ceNERALE. I nomi della terza
forma di variazione uscenti in is alla prima desinenza sin- golare, generalmente
parlando, vogliono haec, come vestis aurea la veste d’ oro , pellis arida la
pelle asciutta. o # I Eccezioni. Da questa regola generale si eccettuano tutti
nomi con la desinenza ts, preceduta da n, come vic panis il pane, hie cinis la
cenere. | Eccezione di eccezione, ma, se i nomi ins, prece» ld DI LESSIGRAFIA
LATINA 9i duta da n,sono di origine greca, seguono la regola ge- nerale, come
haec tyrannis la tirannia. noi ‘ 2.° Tutti seguenti, ancorchè non abbiano la 18
pre- ceduta da n, vogliono l’ hic. . | | Colis o caulis lo stelo o gambo
d’erba, aris l’asse, orbis orbita cerchio, callis la via battuta, fustis il ba-
stone , collis il mantice , lapis la pietra, vepris il pruno, follis il colle
collina, sentis ia spina o rovo, torris un tizzone, sanguis il sangue, unguis
l'unghia, Uis il fior di farina, cucumis il cocomero, mensis il mese, cassîs la
rete, vectis stanga, fascis il fascio, ensis spada, pulvis la polvere, postis
l'imposta. 3.° Scrobis la fossa, torquis la collana , clunis la groppa, finis
il fine, prendono ora hic ed ora haec ad arbitrio dello scrittore... n 18.
RecoLa ceNERALE. I nomi della terza for- ma di variazione, che alla prima
desinenza singolare escono in os, generalmente parlando, vogliono hic, co- me
flos purpureus il fior porporino, così mos il co- stume, ros la rugiada.
Eccezione 1.° Cos cotis la cote, e Dos dotis la dote, vogliono haec. © i 2.* 0s
ossis l'osso, Os orîs la bocca, ed Epos ìl. poema, vogliono hoc. | 19. RecoL4
GENERALE. l nomi della quarta e «quinta forma di variazione, uscenti in us alla
prima degncna singolare, generalmente parlando, vogliono l’hic, come hic oculus
l'occhio, hic fructus il frutto. Eccezioni. 1.° 1 nomiin ws derivati dal greco
in os vogliono haec, come abyssus l'abisso, methodus il metodo, synodus il sinodo,
erodus l'uscita, periodus il periodo, diphtongus il dittongo, eremus il deserto
, atomus l'atomo. | | 92 TRATTATO COMPIUTO ‘1 seguenti, benchè sieno latini,
vogliono l’haec, come hace alvus il ventre, colus la conocchia, acus us l’ago,
differente da acus aguzzella specie di pesce, che vuole hic, manus us la mano,
tribus us la tribù, idus uum gli idi, porticus il portico, ficus us e è il fico
frutto e albero, humus la terra, vannus il vaglio, carbasus $ tela di lino,
domus la casa. | 3.> Specus us la spelonca, penus us la provvisio- ne,
grossus il fico acerbo, phaselus una specie di barca, vogliono hic ed ora haec.
4,° Virus il veleno, pelagus il pelago o mare, vo- gliono hoc. 20. RacoLa
GENERALE. l nomi della terza forma di variazione uscenti alla prima desinenza
singolare in us, generalmente parlando, vogliono hoc, come tem- pus il tempo,
latus il fianco, acus aceris la paglia. Eccezioni 1.° Tellus ris la terra, e
tutt'i nomi, che fanno alla seconda desinenza in udis, utis, untis, vo- gliono
l’haec, come palus la palude, virtus la virtù, Hydrus untis Otranto. 21. RecoLa
cenERALE. | nomi della terza forma di variazione, che hanno la prima desinenza
in s, pre- ceduta da consonante, generalmente parlando, vogliono haec, come
haec ars artis larte, haec hiems hiemis l'inverno, haec frons ontis la fronte
ec. Hecezioni 1.° Dens
entis il dente, fons ontis la fon- te, pons ontis, il ponte, mons ontis il
monte, hy- drops opis l’idropisia,chalibs ibis l'acciajo, rud ens entis la
gomena, vogliono hic. 2. Scrobs
scrobis la fossa, adeps adipis il grascio, stirps stirpis la stirpe e lo
sterpo, prendono, ora hic, ora haec. | 22. RecoLa ceNERALE. l nomi della terza
forma di DI LESSIGRAFIA LATINA - 93 di variazione uscenti in x alla prima
desinenza sin- golare, generalmente parlanda,. prendono haec, come haec faez,,
ecis la feccia, haec lux, ucis la luce ec. Eccezione .1. forniz icis la cupola
o. yolta, paris varice o vena gonfia, caliz calice, urpiz, 0 herpia o hirpix
rastello, grez greggia, calye boccia di fiore, vogliono hic. 2. Vogliono hic
parimenti l in ax ed ex di due sillabe , come abar acis credenza o banco,
thoraz il torace ola corazza, storax storace profumo; afea I’ apice, verte
vertice , culer la zanzara ec. Eccezione di eccezione , da questi si eccettuano
fornax la fornace, forfea la forbice , cares la ca- rice, che sor one haec. 3.
Silea la selice, corter la vorizicia spuimes la imice, cale il calcagno, e
calrla calce, prendono ora ora haec, sebbene il primo accordo sia più fre-
quente appo i -huoni scritteri, come sono più con l’haee che eon l’hic i
seguenti, sandia icis il minio, 0nyx pietra preziosa. : -..- “+ 94 ‘ PRATTATO
COMPIUTO ‘INTORNO ALL’ ACCORDO DE’ PRENOMI E DEGLI AGGIUN- ° TIVI CON ALCUNI
NOMI DI ANIMALI, CHE I GRAM- MATICI CHI4MAVANO DI GENERE COMUNE E pr cenere
EPICENO. — O 6, 1 — Nomi di animali che si truovano accordati ora con HIG ‘ed
ora con HaEc. “e 1 grammatici chiamavano nomi di genere comune tutti quelli,
che, invariati rispetto ‘al sesso, si accorda- ‘vàno ora con la prima, ora con
la seconda desinenza ‘orizontale ‘de’ prenoemi*e ‘degli aggiuntivi, ‘a modo ‘di
esempio, ora con hic e bonus, ora con heeo e dona. ‘ E così accordati nel primo
caso facevano intendere | sitassicamente il sesso maschile, mel secondo il
sesso femminile. Delle quali cose ragioneremo in Etimolo» gia. Tali nomi non
sono molti, se dal loro mumero se ne escludono molti aggiuntivi , o parole
deriva- te in forma di aggiuntivi, che dai grammatici furono tenuti per norpi.
l principali sono i seguenti, Hic et haec canîis il cane e la cagna Hic et haec
homo I’ uomo e la donna Hic et haec bos il bue e la vacca Congur, che si
traduce per marito e moglie, è pa- rola composta in forma di aggiuntivo ( Etim.
pag. 189), parens, che si traduce il padre e la madre, è participio di parîo
partorire e generare ( presente vol. pag. 55). Dite lo stesso di tutti gli
altri simili allogati da’ grammatici tra’ nomi di genere comune. DI LESSIGRAFIA
LATINA © 95 620 Intorno a certi nomi di animali invariati rispetto al sesso..ed
accordati con una sola desinenza ori- zontale di prenome e di aggiuntivo. 1
grammatici chiamavano nemi di genere epigeno tutti quei nomi di animali, che
erano invariati rispet- to al sesso nella duplice desinenza, e che l’uso della
lingua accordava:con una sola delle:-due. prime de- sinenze orizontali
de’prenomi e degli aggiuntivi. Eccone alquanti: hic lepus la lepre, hic piscis
il pesce, hic vultur. do:.avoltojo, hace aquila, laquila, haec anas l’anitra,
hic: seormio lo scorpione, hic elephas - l'elefante, hic mus il topo, hic
phoenir la fenice, hic glis il ghiro, hic turtur: la. tortora; haec vulpes la
vol- pe, haec corma la cornacchia, haec talpa la talpa, haec dama il daino.
Sebhen è, da avvertire-che alcu- ni di siffatti nomi s'incontrano ancora
accordati con luna e con l’altra desinenza, come i nomi del $. antecedente,
Infatti presso Virgilio si truova timidi damae i timidi daini, e talpae oculis
capti le talpe prive degli occhi. Sicchè questa lora, apparente gno- malia -si
-deve piùttosta attribuire al difetto dell'uso, anzichè alla potenza ‘di
accordare siffatle parole. . 96 TRATTATO COMPIUTO CAPÒ IV. Intorno alla
variazione de’ nomi personali | | —_ primitivi Eco, Tu, Sur. “ha far Variazione
di Eco 10, persona prima, | Singolare Ego io. mei di me miha a me mme me me
.con me Plurale Nos noi nostrum vel nostri di noi nobts a noi nos noi nobis -
con noi 2. V ariazione di Tu, TU, persona seconda. ubi È di : È 1 ° Lo» 8 4 5
Singolare Tu a ata. tu dite nb ate fe te te con te Plurale vos voi "nl
—vestrum vel vestri di voi vobis a voi vos voi vobis con voi DI LESSICRAFIA
LATINA 97 3. Pariazione di Sur di se persona terza. Singolare ©. ‘Plurale 1.
(39) 3. 3 _{»_3» » 2. Sw disè -_.J diloro o disè ©" 3..abi a sè osì .
> aloro casè 4. se sè osi .{ loro o sè | 5. se con sè con loro o con sè
I nomi personali primitivi, come si vede, hanno un tipo di variazione
differente da quello de’ nomi, dei prenomi e degli aggiuntivi, pel grande
ufficio sintas- sico, che sostengono, di regolare le desinenze del verbo, a cui
si riferiscono. Essi non sono variati. rispetto al sesso, e .però non sono nè
maschili, nè femminili, nè diminutivi o accrescitivi, nè mi- gliorativi o
peggiorativi. La loro variazione si limita a poche cose, cioè a quelle, che
sono comuni a tutt’ i ‘momi, meno le particolarità dei pochi variati sotto il
rapporto del sesso , e della qualità e quantità con- tinua. (39) Io sono di
credere che la prima desinenza di que sto nome personale primitivo sia “8, che
per metatesi vale si, il quale appo gli antichi latini s' incontra usato invece
di sid. Per questa ragione io vorrei almeno so- stituire se a rile nella
variazione delle concordanze del nome col verbo, tanto più che noi italiani
adoperiamo in molti costrutti il #î nel senso di ##, come ho notato nella nuova
Grammatica ragionata per la lingua ita- liana. 9 98 TRAFTAPO COMPIUTO
AVVERTENZA AI PRECETTORI . Resterebbe in ultimo a parlare della variazione de'
verbali. Ma, considerando che verbali sono pa- role derivate in forma di nomi
nella massima parte, alcuni poi sono nomi per natura , io non avrei che
aggiungere oltre « quello, che abbiamo stabilito per la variazione de' nomi nel
Capo I. E però che io me ne passo immediatamente al Capo V., che st versa
intorno alla variazione de' verbi. La proprietà di questo terzo nome personale
primitivo | si è che non ha pinrale, e in eiò differisce dagli altri | due. Ma
alla prima desinenza plurale , messo # al sia- solare, si può sostituire 14, da
cui si è formato # italia- a ù riconosciuto da'grammatici per pronome innanzi
D: | ; i DI LESSICRAFIA LATINA I 99 CAPO V. Intorno alla variazione de verdi
latini. , Secondo il principio generale enunciato nell’ intro- duzione di
questo trattato p. 2. la variazione non è che una alterazione di una parola
radice e radicale per. ag- giunzione di desinenze diverse, per le quali lo
slcsso stipite o trorico di parola comparisce ripetuto in di- verse forme o
maniere. * Trattandosi dalla variazione di una classe di parole, è mestieri
ricercare prima, per quali ragioni speciali si variano, e poi quale è il
radicale della famiglia delle parole variate. ! Li se E, trattandosi di verbo,
diremo che esso si varia per due ragioni, cioè o per mettere il verbo in
relazione con altre parole nel discorso ; o per racchiudere qual- che idea
accessoria all’ idea primitiva del radicale. Le prime desinenze sono
sintassiche, le seconde sono e- timologiche. Le desinenze sintassiche nella
variazione del verbo servono a due uffici, o a indicare quando la proposi-
zione è principale, e quando è incidente, o a indica- re uno de nomi personali
primitivi, ego, tu, ?s. Se Ia desinenza della variazione del verbo si pro- pone
d’indicare la proposizione, sia principale , sia ancidente, sì dirà variato in
quanto al modo: questo modo è duplice, cioè modo della proposizione prin- cipale
e modo della proposizione incidente. Il primo modo è uno, che i grammatici
addomandarono modo sndicativo. Il modo della proposizione incidente è di 100
TRATTATO COMPIUTO tre specie, cioè modo imperativo , modo congiuntivo e modo
infinito; sebbene, a rigore parlando, il modo detto infinito, come vedremo,
contiene la voce radi- cale del verbo sotto molti rispetti. Se la desinenza è
indicativa de’ nomi personali pri- mitivi, si dirà il verbo variato per la
concordanza del nome col verbo. E, siccome ìî nomi personali sono tre, cioè di
prima, seconda, e terza persona nel singolare, e di altrettante nel plurale, è
chiaro a comprendere che, generalmente parlando, la variazione del verbo sotto
questo rispetto produce in esso tre desinenze indicative di accordo co’ nomi
personali primitivi sin- golari, ed altrettante indicative di accordo co’ nomi
personali primitivi plurali.’ | Ho detto generalmente parlando, perchè il modo
imperativo manca délla prima desinenza , e il modo infinito è invariato’ sotto
questo rapporto: oltracciò in modo infinito invece del nome primitive variato
alla prima desinenza, ha il nome variato alla quarta desinenza, che a pag. 7
chiamammo primo termine di proposizione infimta, la quale si ha, quando îl
verbo è al modo infinito. Le desinenze etimologiche nella variazione del ver-
bo servono a significare il tempo. Queste desinenze sono molte, incarnate e
trasfuse in quelle de’ modi e delle persone. Per questa ragione si distinguono
sul fondamento de’ modi medesimi. DI LESSIGRAFIA LATINA © 101 E nel modo della
proposizio- zione principale sono i sce guenti. E » sh gd 1. Del tempo presente
|NEL MODO IMPERAT. 2. del passato relativo © 1.Del solo tempo pre- 3. del
passato assoluto © sente. 4. del passato relativo anteriore \NEL MODO CONGIUNT.
5. del futuro assoluto. ‘. 1. deltempo presente 6. del futuro assoluto
anteriore 12. del passato relat. 7. del futuro relativo 3. del passato assol.
8. delfuturo relativo anteriore ‘4. del trapassatorel. Ne! modo infinito non si
hanuo che forme sinteti- che, indicative di risoluzioni, onde impropriamente in
esso si distingue, 1. il presente, 2. il passato, 3. il futuro. O In quanto al
radicale del verbo, volendo ragiona- re a rigore de’ principi scientifici,
dovremmo dire che sia il complesso delle lettere o delle sillabe , che si
truova ripetuto in tutte ed in ciascuna delle paro- le variate. Ma la
consuetudine delle scuole ha rite- nuto l'infinito, come voce prima e radicale
del ver- bo, da cui si formano tutte le voci variate. © E invalso ancora l’uso
di nominare i verbi latini dalla prima voce variata , la quale in -fornia
regolare o finisce in 0,0 finisce in or. Di guisache-incontran- dosi una voce
variata, invece vi ridurla all’ infinito, si è nominata quella prima in o o in
or, dicendosi a me- do dì esempio: amabam viene da amo, come pe’ no- mi,
prenomi ed aggiuntivi, abbiamo avvertito che tutte le voci variate si riducono
secondo l’uso delle scuole al- la prima prima desinenza singolare. 102 TRATTATO
COMPIUTO L’ infinito de’ verbi latini regolari in o è costante- mente in are,
ere lungo, ere breve, tre, dalle quali desinenze tolta la sillaba re, che è
comune, restano a, e, e, i,quattro vocali caratteristiche, le quali costitui-
scono le quattro Forme di variazione. Dico quattro vocali, perchè la e, quantunque
paja la stessa nella seconda e terza forma, è differente ri- . spetto alla
quantità, essendo lunga nella seconda, ‘e breve nella terza. | ica Le chiamo
caratteristiche, perchè sono vocali, che dominano in tutta la variazione a
segno che da essa so- la si può sapere a quale forma di variazione il ver- bo
sì appartenga, e ciò non. solo pe’verbi in 0, ma an- cora per gl’in or. | PINO
Sieno Amare, flere, petere, audire , quattro infi- niti corrispondenti alle
quattro forme: noi diremo 1. Amare della prima forma per la caratterstica
& .2. Flere della seconda forma per la caratteristica e . 3. Petere
della terza forma per la caratteristica e 4. Audire della quarta forma per la
caratteristica © Da Amare, flere, petere, audire amare, piangere , domandare,
udire, tolta la sillaba re, rimangono 1. Ama, fle, pete, audi, presenti del
modo impe- ralivo, a’ quali aggiungendo bam per le tre prime ed ebam per la
quarta, e per tutte rem, avremo | (a) amabam, li petebam, audiebam amava,
piangeva, domandava, udiva. Wall gi gi (BD) amarem, flerem, peterem, audirem,
amerei, piangerei, domanderci, udirei. MST Il.° Ama, fle, pete, audi,
accresciuti della sillaba #ît per la prima, seconda, e quarta, e cambiando la e
del- la terza in dvi, avremo i 1 DI LESSIGRAFIA. LATINA 103 Amavi, fleni,.
petvi, audivi, amai, piangi , domane dai, udii. © IV. Amavi ; flevi, purioi, .
audivi ‘agoresciati di ssem sse fanno. da, i (c) Amavissem, Meola: ?
petiviasem, , ndiistem avrei amato, pianto; domandato; udito e : ù (d)
amavisse, flevisse ,. petivisse cudivissa aver amato, pianto, domandato, udito.
- Da Amavi, flevi, petivi, audivi, cambiata la i in ero, eram, eri, si avranno
(e) Amavero , -flevero ,. petivero , audivero si canrò amato, pianto,
domandato, udito. ,. gi (f) Amaveram, fleveram, potioerini. sudivenait, aveva
amato, pianto, domandato, udito. (9) amaverim, fleverim, petiverim , avidiverim
, che io abbia amato, pianto, domandato, udito. © Da ama, fle, pete, audi,
tolta là finale, e aggiun- to o ed em per la prima, am per la terza: per la se-
conda e quarta SOpInageLido senza OELeRE o ed chia avremo. i (h) 0 fleo, peto,
audio, amo, piango , doman o , odo. © (i) amem, fleam, petam, audiam, che io.
“ami ) pianga, domandi, oda. i (4) Da ama, fle, pete, audi, aggiungendo bo per
le io prime, cambiando la e in am per la terza, aggiun- gendo semplicemente am
per la quarta, avrémo (I) amabo , flebo , petam, audiam, amerò; piangerò
domanderò, chiederò. Per la formazione de’ così detti futuri dell’ infinito 104
YRATTATO COMPIUTO si ricorre ad una circolocuzione dell’ infinito del ver- bo
sum e di una parola, detta participio in rus pei verbi in o, in dus pe’ verbi
in or. Oltracciò, comè ve- dremo, i verbiin or formano tutt'i passati col verbo
sum e col participio in us, che si forma da una voce derivata .da' verbi in 0,
detta supino, che è un vero nome verbale. « Da quì rileva che, quando si vuol
enunciare un verbo latino in o, si debbono esprimere 1. la voce in o. Z. la
voce avi, evi, ivi da cuisi formano d. e. f. g. 8. il supino, da cui si formano
participî in ws e rus. 4. la voce dell’infinito—nel modo seguente 1. Amo amavi
amatum amare 2. Fleo flevi fletum flere 3. Peto petivi petitum —petere 4. Audio
adv auditum audire E si può notare che i participi in ns e in dus si formano
per derivazione della voce dell’imperativo. Rileva in oltre che bisogna in
primo luogo variare il verbo sum, quantunque sia irregolare. Noi in questa
formazione abbiamo posta una sola voce; per ogni tempo di ciascun modo. Ma il
verbo si. varia sintassicamente per indicare le persone, che sono tre nel
singolare e tre nel plurale. A farla finita. metteremo il seguente quadro di
variazione, in cui sì registrano le desinenze pe'nomi personali primitivi sin-
golari, e plurali. DI LESSIGRAFIA LATINA 105 Quadro dello desinenze de’ verbi
regelaei variati in O. 1. o edam jo edemio ed im tvi Sing. | 2. as es î8 isti 3. at et st
vit 1. amus emus mus ivimus Plu. | 2.
atis etis. ttis- | tivistis 3. ant ent int ount|i iverunt oiunt 0 ivere Per
distinguere se un verbo appartiene alla prima o seconda o terza o quarta forma
con la sola enun- ciazione si può aggiungere las seconda desinenza, la quale è
sempre as, es, is come dal quadro preceden- te, e il precettore, quando i
giovanetti avranno impa- rato il quadro delle desinenze soprapposto, farà loro
enunciare nel seguente modo. Amo, as, avi, atum, are, 1. amare. Fleo, es, evi,
etum, ere 2. piangere. Peto, 133 ivi, ttum, ere, 3. domandare.. Audho, is, ivi,
tum, tre, 4. udire. Nella variazione del verbo invece di mettere i nu- meri 1.
2. 3. farà precedere i nomi personali, ego, fu, 18, NOS, v08, îl. Ciò posto
eccoci alla Variazione del verbo irrego- lare sum, es, fui, esse, essere. 106
TRATTATO COMPIUTO | Quadro di variazione del verbo SUM. MODO DELLA PROPOSIZIONE
PRINCIPALE, Variazione 1. del co presente. Sing. Ego sum —tuwes is est lo sono
tu sei egliè. Plu. Nos sumus vos estis ii sunt Noi siamo voi siete eglino sono.
Il. Del passato relativo. Sting. Ego eram —=tuweras as erat | Io era tu eri
egli era Plu. Nos eramus vos eratis ti erant Noi eravamo voi eravate eglino
erano INT. Del passato assoluto corrispondente ‘al passato assoluto italiano
Sing. Ego fui tu fuisti is fuit | lo tal tu fosti egli fu e Plu. Nos fuimus vos
fuistis ii fuerunt vel fuere Noi fummo, voi foste eglino furone DI LESSIGRANIA
LATINA 107 Lo stesso tradotto pel passato prossime | Italiano. Sing. Ego fuì tu
fuisti cs fuit | —_—Josqnostato: tu sei stato: egli è stato Plu. Nos fuimus vos
fuistis ti fuerunt vel fuere Noi siamo stati: voi siete statireglino:sono stati
IV. Del trapassato relativo fatto per «composizione. Sing. Ego fuerani tu
fueras is fuerat lo era stato tu eri stato egli era stato Plu. Nos fueramus wos
fueratis. {; fuerant. _Noieravamostati: voi eravate stati: eglino erano stati
V. Del futuro assoluto detto semplice, Sing. Ego ero tweris iserit | Io sarò: =
tusarai egli sarà Plu. Nos erimus vos eritis ti erunt i . Noi saremo voi sarete
eglino saranno 108 TRATTATO COMPIUTO VI. Del futuro relativo detto condizionale
‘presente. Sting. Ego essem —tu esses îs esset — Jo sarei - tu saresti ‘egli
sarebbe Plu. Nos essemus vos essetis' ti essent | Roi saremmo voi sareste
eglino sarebbero VII. Del futuro anteriore assoluto detto futuro | passato per
composizione. Sing. Ego fuero tu fueris ts’fuerit —. | lo sarò stato
tusaraistato egli sarà stato Plu. Nos fuerimus: vos fueritis: ii ‘fuerint noi
saremo stati : voi sarete stati: eglino saranno stati VIII. Del futuro
anteriore relativo detto condizionale passato per composizione. Sing Ego
fuissem tu fuisses is fuisset io sarei stato: tu saresti stato: egli sarebbe
stato Plu. Nos fuissemus vos fuissetis iî fuissent Noi saremmo stati : voi
sareste stati: eglino sarebbero stati DI LESSIGRAFIA LATINA 109 PRIMO MODO
DELLA PROPOSIZIONE INCIDENTE DETTO IMPERATIVO, Del tempo presente. Sing. Es vel
esto tu sii tu, sit is, sia egli Plu. Stimus nos, este vel estote vos, sunto
vel sint ti Siamo noi siate voi sieno 0 eglino SECONDO MODO DELLA PROPOSIZIONE
INCIDENTE , DETTO CONGIUNTIVO. VARIAZIONE. I del tempo presente. Singolare. Ego
sim io sia Ut } tu si che $ ta gii 8 sf egli sia Plurale. Nos simus noi siamo
Ut {% vos sitia che voi siate lt sint eglino sieno 10 400 RA TRATTATO COMPIUTO
«IL del passato relativo detto imperfetto: . «Singolare. Ego eS8em ‘ .q io
fossi Ut I tu esses © * che Ò tu fossi is esset egli fosse . Sla d* (Plurale. I
i v° Lù È i + "7 mos essemus “© ©“ © noi fossimo Ut vos essetis che voi
foste i Li sasenE cc eglino fossere Ill. del fano presente ‘detto perfetto, per
E Singolare. | o a ego fuemm ._ . lo sia Ut tu fueris Cc tu sil i stato .18
fuer ‘ egli sla de i i Fi è. FERISCE e»: 4 e * Plurale, ce — nos fuerimaus |
noi siamo Ut. ti vos fueritis, che | voi siate stati di Fuerime. di eglinio
pieno o oa in * » n DI LESSIGRAYFIA LATINA | 111 IV. del trapassato relativo,
per ‘composizione, detto prucchè perfetto. Singolare. ego fuissem — - \ io
fossi Ut: ) tu fuisses = che ( tu fossi } stato 8 fuisseto ‘egli fosse i
Plurale. - ‘ nos fuissemus noi fossimo I Ut | vos fuissetis che 0 voi foste |
stati 10 fuissent * eglino fossero VOCI DELLA PROPOSIZIONE INCIDENTE INFINITA.
I. voce Esse, per la quale gi accenna alla risoluzio- ne di una proposizione
finita, come qui appresso. Singolare. me 10 te esse essere i tu se egli.
Plurale. ROS: Ì noi vos | esse essere è voi 86 eglino 112 PRATTATO COMPIUTO
RISOLUZIONE. Singolare. { sum simo A sono sia €99% eram essemo | era fossì es
s18 sei sil Quod | TU < ras esses che tU 3 eri fossi . est stt . ) è sia
18 $ erat esset Î egli era fosse Plurale. | SUMUS SIMUS . ) siamo siamo \ nos)
eramus essemus NO $ eravamo fos. estîs sit18 . ) siete siate Quod | : _ } Ù
eratis essetis ES ) ‘° Seravate foste .» ) SURE SIN i . sono sieno "è 3}
erant essent eglino id fos- sero IH. voce per la quale si accenna alla
risoluzione dî una proposizione finita come quì appresso. me “io Sing. ( te
fuisse essere stato tu se egli vO8 . ) noi Plu. ) vos ) fuisse essere stati )
voi se ) egline 113 DI LESSIGRAFIA LATINA. RISOLUZIONE. OU7Is 0uos è 0uoInz
(-1[39 quaianf qunsanf stati O]BIS 9]9IS 9}S0J sumuanf sis) OUIISSOJ 9; ORARIO
ion SMuassimf snumioni omBIS 9 ocuIgIS owwNJS ( * “pan otti TI fa d) ate n so
"EI (n stan “Ln fo ‘aunpoburs W 9]SOf 9 o]gARIO 104 È suassim/ sumion] di
a È snunioni seni SON ponò 114 TRATTATO COMPIUTO Prima circolocuzione latina
con la prima voce del- l infinito Esse e ’l participio FuruRUM per accen- nare
alla risoluzione di una proposizione fimita, cui verbo è futuro assoluto o
relativo. Singolare. Me ) io te esse futurum essere per essere ) tu se egli
Plurale. Nos )_}Gn | | . noi vos ) esse futuros essere per essere ) voi se o
eglino Traduzione italiana di queste voci risolute col che. Me esse futurum 1.
che io sono o sia era o fossi per essere, 2. che io debbo o debba, dovea o
doves- si essere, 3. che io ho o abbia, avea od avessi da essere, 4. che io
sarò e sarei ec. ec. DS AVVERTENZA AI PRECETTORI Ii precettore sara: diligente
a far imparare tutte queste diverse versioni con ciascuna voce di nome
personale, perché secondo î diversi costruiti questa. forma sintetica può avere
una proprieta rispetto al senso, ©a® a» SIL Ce... DI LESSIGRAFIA LATINA 115.
RISOLUZIONE DI QUESTA FORMA AL VERBO DI MODO FINITO PRECEDUTO DA QUOD. _ -
Singolare. ego @88eMi ua sarei es. . ; sarai. tu : . .) esse8 se tu saresti. ;
et. -. |._.3: ) sarà egli Quod = ) esset Plu. Che 8 sarebbe nos ) erimus i noi
) Saremo essemus ‘“—’) saremmo , ) erttis ] unî ) Sarete 008 3 essetis VO $
sareste gu )'eruni egli- ) saranno essent no ) sarebbero Seconda cireolocuzione
latina con la seconda voce composta dall’infimito fuisse e dal participio
futurum per accennare alla risoluzione di una proposizione finita, il cui verbo
è al futuro anteriore assoluto 0 relativo. Singolare. Me io essere stato per te
uisse futurum tu po f essere egli 116 TRAFTATO COMPIUTO . Plurale. Nos VE: noi
. essere stati per > vos ) fuisse futuros Cara voi se eglino Traduzione
italiana di queste voci risolute col che. Me fuisse futurum 1. che io fui,
sono, sia, era e fossi stato per essere, 2. che io dovetti, ho dovuto, avea
dovuto, abbia dovuto ed avessi dovuto essère 3. che io ebbi, ho avuto, aveva
avuto, avessi avuto da essere, 4 che io sarò stato e sarei stato. Risoluzione
di questa forma al verbo di modo finito preceduto da quod. Singolare. su )
fuero ‘o ) Sarò I fuissem sarei fueris sarai ) stato e fuisses tu >
saresti fuerit Plu. . ) sarà li | ì o fusset Che 8% sarebbe Quori nos )
fuerimus noi ) saremo furssemus saremmo | fueritis . ) sarete stati i fuissetis
oi ) sareste Ù fuerini egli- ) saranno. fuissent (40) no ) sarebbero (40) Nella
lessigrafia delle scuole si è insegnato che 8#7, invece di esseri, al futuro
relativo faceva foremr rr AI O Ar 2 IA ana PA E ai E 4 —— 2 fr “Anali diana P__
di de n —., “sp stra DI LESSIGRAFIA LATINA 117 ARTICOLO I. INTORNO ALLA PRIMA
FORMA DI VARIAZIONE DE VERBI LATINI REGOLARI IN O. I verbi della prima forma di
variazione hanno per caratteristica la vocale a, onde l'infinito esce in are e
la seconda voce del presente del modo della pro- posizione principale esce in
as, la prima. voce del passato assoluto è avi, e il supino in atum, come amo,
amas, amavi, amatum amare. Il participio in ns è in ans, come amans. Il
participio iù us è in atus, come amatus. Il participio in rus e in aturus ,come
amaturus. Il participio in ndus e in andus, come amandus. e invece di esse
faceva fore, come quando imparavano a variare il così detto futuro dell’
infinito nella seguente forma: me fore vel me esse futurum. Io ritengo, que-
ste due voci come equipollenti, ma non miea un pro» dotto della variazione del
verbo Sum, perehè non hanoo ip sé ripetuto il radicale del medesimo. E, sebbene
il fui, il fuero, fueram, fuissem, sieno voci prestate a’ stuns dal radicale di
fore, non vi è alcuna ragione di toglie- re il luogo ad esser ed esse, voci
proprie, e sostituire forem o fore, che rarissime volte sì usano. Il verbo Sum:
non ha partieipi, eccetto futurus, che serve a formare la prima e seconda
circolocuzione del modo infinito. Il participio in ns sarebbe cen , 118
TRATTATO COMPIUTO Quadro detta prima forma di variazione. Tema — Amo, as, avi, atum,
are, ans, atus, aiu» sus, andus. MoDò
DELLA PROPOSIZIONE PRINCIPALE. I del tempo presente. Sing. Ego amo tuama is ama
lo amo tu ami egli ama Plu. Nos amamus vos amatis ti amant noi amiamo voi amate
. eglino amano. entis,ma non fù mai usato da classici Scrittori latini
isolatamente , benchè gli scolastici ei filosofi posteriori ne abbiano fatto
tanto abuso. Ma in composizione era viva parola di uso, come in praesens
presente , absens assente, prendendo una s avanti per eufonia. Per questa
ragione non ha supino, nè gerundîi, benchè nel medio evo si sia introdotta la
voce essendi, come allorchè dicevasi prize/pium essendi, e princi- pium
cognoscendi ; il principio di essere e il principio di conoscere. La Zssenzia
essenza {è dal participio es- sens non mai adoperato. Tutte queste cose si vogliono-
motare scrupolosamente fin da principio, affinchè i giova- netti non sieno
illusi daila praticaldi certi tempi, che si possono dire tenebrosi per la
lingua latina decaduta dalla BI LESSIGRAFIA LATINA | .319 > IL. del
passato relativo. Sing. Ego amabam tu amabas is amabat +. 1 Io amava <
tu amavi — egli amava Plu. Nos amabamus vos amabatis ii amabant noi amavamo voi
amavate' eglino amavano «duo. II. del'passato assoluto. Stng.-Eqo amavi © tu
amavisti | is amavi io amai ‘ —»’tuamasti0 ©’ ‘egli amò Plu. Nos amavimus vos
amavistis ii amaverunt ur 0 eee ‘vel amavere noi amammo voi amaste eglino
amarono Lo stesso tradotto pel passato prossimo 0 presente. | Ego amavi io ho
Sing. È. tu ammavisti ‘tu hai.j amato LL... 0 8 amante. | egliha — — sua nobiltà,
che acquistò nel secolo di Augusto, e in pari tempo sappiano dare ragione di
questi abusi, che tanta dovizia di nuove parole hanno contribuito alle lingue
moderne. Onde ciò che era abuso nella lingua di Tullio, divenne sorgente di
nuove bellezze per le lingue volgari, costituite posteriormente. 120 TRATTATO
COMPIUTO Nos amavimus noi abbiamo Pl.) vos amavistis | voi avete amato i
amaverunt vel amavere eglino hanno IV. del trapassato relativo, detto piucchè
perfetto. n Ego amaveram io aveva Sing. tu amaveras tu avevi (| amato is
amaverat egli aveva Nos amaveramus noi avevamo — Plu. E vos amaveratis voi
avevate amato | “a amaverant eglino avevano V. del futuro assoluto detto
semplice. “ Ego amabo tu amabis 3 amabit ng. io amerò tu amerai egli amerà PI
Nos amabimus v08 amabitis ti amabunt V- € noi ameremo: voi amerete: eglino
ameranno DI LESSIGRATIA LATINA 421 VI, dal den assoluto anteriore. i, Ù Si Ego
amavero jo avrò Sing. a amaqueris >» <a dvral 3 amato ds amaverit
egli avrà si | Nos amaverimme, noi avremo ‘1 Plu. ‘008 amaveritis voi avrete }
amate Al eanerne n vi AVramno . bi VII. dal futuro rdatico, buio condizionale
‘presente. O Si 1( Ego amarem | tu amares de amare "9° ( io amerei tu
ameresti egli amerebbe Plu. Nos amaremus vos amaretis i amarent nei: aMererAmO:
| voramerone: ‘egtino amareb- hero VII. del futuro relativo assoluto, detto
condizionale 0 pasoaio. 0. Ego aMaDIEsEm io ‘avrei | Smg. ) tu amavissee. © ‘tu
avresti amato is amavisset | «egli avrebbe Nos AMAVISSEMUS noi avremme Plu. E os
amavissetis “voi avreste amaio ii amavissent ‘ ’eglino avrebbero dl 129 '
TRATTATO COMPIUTO PriMo: MODO DELLA PROPOSIZIONE INCIDENTE, DETTO IMPERATIVO.
I. del tempo presente. . ©.’ iSingolate [4 SEE n : Ama vel amato tu amet is ama
tu ami egli | Plurale | Amemus nos, amate vel amatote vos, ament ri *,amiano
noi amate voi ‘ amino eglino 10.3 ‘. SECONDO MODO DELLA PROPOSIZIONE INCIDENTE,
| DETTO CONGIUNTIVO. I. del tempo presente. Sing. o Ut. ego amem tu ames is
amet che io ami — tu ami egli ami Plu. © ) 1£ nos amemus vos ametis © ament ,
“*., ) che noi amiamo voi amiate eglino amino i | t: DI LESSIGRAFIA LATINA 123.
II. del passato relativo, n Sing ut ego amarem tu amares is amaret ° (che io
amassi tu amassi ègli amasse Piu ut nos amaremus vos amaretis li’ amarent
"° (chenoiamassimo: voi amaste: églino amassero III. del passato assoluto.
I ; 1% sa Singolare. ga * ego amaverim io abbia Ut tu amaveris Che } tu abbi
amato ws amavert ‘© C egli abbia «Plurale, t n08 AMAVeErimUZ noi abbiamo | Ut
vos amaveritis . i Che } voi abbiate famato t amaverini eglino abbiano è ( ti
LI e no * hu 124 TRATTATO COMPIUTO) IV. del passato relativo: Singolare.. ego
amavisseny doo vega i. Ut tu amavisses. Che i ta avessi amato: ‘18 amavisset.
‘egli avesse Plurale. nos amavissemus noi avessime- Ut vos amavissetis: Ehe )
voi aveste H amato: Ùw aMavissent. eglino avessero. Prima voce dell'infinito
Amare, per ka quale si accenna alla risoluzione di una proposizione fimta, il
cur verbo è al presente 0 passato relativo tanto del modo indicativo quanto
congiuntivo preceduto da QuoD.. Singolare. Me ) ) io te ) amare amare ) se ) )
egli DI LESSIGRAFIA LATINA 195 : di a bag PRECI CESTI > Plurale. . Hi |
vos ) amare — .— amare) voi se eri ) egline ) i (71 COMINO INATTESO dCI, \ 0
"RisoLuzioNI st i î 14 É Y UR Quod n Singolare. amo, amem ‘- ) amo, ami
Ego . io amabam,. angrate n amava, duna K “Pu )'amas;‘ames © c). ‘ami, SE Tu”
dE, Che tu amabas, amares ) amavi, amassi Fs. amat, amet + egli ama, ami, SI i
amare | Amava; amasse A e si lai RO ea RE Do Quod 0 Plurale 5 DJ . . Nos ) amamus, amerniis : )
amiamo , amiamo ncinna, amaremus 0 ) amavamo, amas- : simo pas 4 amatis metis
sla amiale . dia ) amabatis,. amaretts. . Che voi vi} amavate, amaste mE | aman amant, ame
eglino ) amano, amino amabant, amarent amavano,amassero 126. TRATTATO COMPIUTO
II. Voce amavisse per composizione, con la quale si accenna alla risoluzione
nel modo che seque. Singolare. Me ) io te amavisse aver amato ) tu se ) ) egli
. Plurale. sa Nos. noi vos amavisse aver amato ) voi se eglino RISOLUZIONI Quod
Singolare amavi amai ed ho n | amaverim i abbia | Ego , amaveram 0 aveva ita
amavissem avessi amavisti ) amasti ed hai ) r amaveris pr, \ abbi \ ji du (
amaveras. Che Tu ) avevi VARIO amavisses o avessi DE LESSIGRATIA LATINA 7 3
Gsuaoeri dp * 3 abbia" S amdaverit | + abbia è. . amaneraì | PI aveva
artt. ) amarisset avesse Quod Plurale. ) amavi mu: —‘amammoed abbiamo ) È
amaverimus abbiamo = i amaveramus avevamo 5 amavissemus avessimo ) atnevie
*«‘—’‘&maste ed avete ) pina i + i abbiate | | a Vos ) amaveratis Che
Voi ) avevate bor 0 ) amavissetis | ) aveste ) ) amaverunt amarono ed )
amaverint A , ebbero a hi amaveranti Eglino ) avevano abbiano «mato amapissent
) avessero | 128 PRAPTATÒ: COMPIUTO - * I. CrrcoLocuzione latina e italiana per
alcune voci, che accennano alla risoluzione di una propo- sizione finita, U cui
verbo è al Futuro assoluto o relativo. dal n Singolare. Lui Me). i SA io te)
esse amaturumessere per amare ) tu we 0 e wo e IR * { i SoS i ) Plurale. . i È
- Nos "4 i ssi dog al ) noi vos ) esse amaturos essere per amare ) voi LÀ
‘RI : eglino . Diverse traduzioni e riseluzioni italiane. pia E 5 giano | Me
.gsse-amaturim 1: essere io per: amate, dover io amare , avere io da amare 2.
che io sonp e sia era e. fossi. per amaré , ehe io. debbo o debbaj dovea e
dovessi amare: che io ho ed: abbia, aveva ed avessi da amare, 3. che io amerò
ed amerei ec. ec. » BE LESSIGRAFIA LATINA 129: si RISOLUZIONE | | Singolare.
tm} e e} no Janetio cho] m oneri, n ta E PR Plurale. | { noe } Graremie.
|") ameremmo amabitis A amerete i) Che ; bi ameresta. “ ) amabunt | egli-
ameranno. . amarent no i amerebbero. 130. TRATTATO GOMPIUTO Seconda
Circolocuzione latina e italiana per alcu- ne voci, che accennano alla
risoluzione di una proposizione finita, il cui verbo è al futuro assolu- to o
relativo anteriore. | Singolare. * Me | -i0 te fuisse amaturwm Essere stato per
amare è tu 8%” gi RI egli ‘© Plurale, — nos va noi vos fuisse amaturos Essere
stati per amare ( voi 86 e eglino Diverse traduzioni e risoluzioni italiana. Me
futsse amaturum 1. Essere stato io per amare, aver dovuto io amare; aver avuto
io da amare, 2. che io fui, sono sia era e fossi stato per amare: che io
dovetti, ho, ebbi, avea, abbia ed avessi dovuto a- mare: che io ebbi, ho, avea,
abbia, avessi avuto da a- mare, 3. che io avrò ed avrei amato. Quod 0 ego tu ES
i S è »! DÎ LESSIGRAFIA LATINA < Pila , ) HF f, x ; i * RISOLUZIONI. £'
r . per difetto di Variazione. . Ù i OI ; 1 Y i Singolare. È amavero (io ) 18
amavissen: >: 1. i avrei. AMAVETTE . che'/ tu: Q AVI. amavisses \ °C, j
avresti. AMATO Ti egli avrà i amavisset avrebbe dato pe fe su tu" va ..
Plaunale:: - AMaAVeErImMAE t noi È avremo amavissemus avremmo amavertis h . )
avrete Abate e è voi amaviss eis » ) avreste’ amaverint. egli- ) avranno )
amavissent no ) avrebbero -131 Per composizioni latine e: cincolocamoni
italiane amato amato 132 MRATTATO COMPIUTO ARTICOLO IL° INTORNO ALLA SECONDA
‘TORMA DI VARIAZIONE DPC VERBI REGOLARI IN :0. 1 verhi della seconda forma di
variazione hanno per caratteristica la vocale e lunga, onde l'infinito esce in
ere, e la seconda voce dell’ indicativo in es, Ja prima del passato assoluto in
evi, il supino in etum come fleo, es, evi, ctum, ere. ‘II participio in ns fa
in ens come fiens . Il participio in ndus fa in endus ‘come flendus. | Ml
participio in rus fa in eturus-come fleturus Il participio in us fa in etus
.come fletus. Quadro della seconda ferma di | variazione. Tema — Flea, es, evi,
etum, ere, ens, etus, endus, elurus. | Modo della preposizione principale ,
dette Indicativo I. del tempo presente Singolare. 90 ) e0 To ) 0 tu fl )es tu
piang ) î ‘8 ) et egli ) € DI LESSICRAFIA LATINA 133 Piurale. Nes )emus © Noi )
famo vos N )eas voi prang ) ete sî ) ent eglino ) ono Il del passato relativo,
detto imperfetto. Singolare. £90 ) bam To ) va tu le ) bas tu piange vi 48 )
dat egli ) va Plurale. Nos ) bamus Noi __ | vamo vos file ) daus voi piange)
vate sé ) dant eglino ) vano il. del passato assoluto, detto perfetto.
Singolare. E90 ) vi Io _ Jef E fle ) vis tu pian) gesti ) pil egli ) se
Plurale. Nos ) vimus Noi )gemmo vos file ) vistis voi pian) geste si ) verunt
vel vere eglino Pe ) sero 134 TRATTATO COMPIUTO Lo stesso tradotto pel passate
prossimo e: presente IV. italiano. Singolare. Ego ) vi io ho ) tu fle ) visti
tu hai ) pianto iS ) vu egli ha ) Plurale. Nos ) vimus noi abbiamo ) vos fle )
vistis moi avete ) pianto îî ) verunt eglino han no ) del trapassato relativo
detto piucchè perfetto. Singolare. E90 ) eram — Io aveva ) tu flev ) eras tu
avevi ) pianto îs ) erat egli aveva ) Plurale Vos ) eramus Noi avevamo ) vos
flev) erutis voi avevate ) pianto îù ) erani eglino avevano ) (A ; DI
LESSIGRAFIA LATINA 125 IV. Deb futuro assoluto. Singolare. E90 ) bo lo ) rò tu
file ) bis in )piange( rai 18 ) dit egli ) ( ra Plurale. Ios bimus Nol ) remo
vos Sle ) ditis voi piange) rete si dune —eglino ) ranno V. Del futuro
relativo, detto Gondizionale. Singolare. Ego ) rem io ) rei tu fle ) rese tu
piange ) resti #8 ) ret egli ) rebbe Plurale. Nos ) remus Noi ) remmo vos Sle )
reti voi . piange) reste ri) ) rent eglino ) rebbero 136 TRATTATO COMPIUTO
Singolare. E90 ) ero io avrò ) tu fiev ) eris tu avrai ) pianto 18 ) eri egliavrà)
Plurale. Nos ) erimua Nol avremo.) vos flev )eritiz voi avrete ) pianto st )
erine. eglino avranno ) Singolare. E90 ) som lo avrei | iu Slevi ) ascs tu
avresti pianto 18 ) ese egli avrebbe ) Plurale. Nos ) asemus Noi avremmo DL vos
flevi ) ssetis voi uvroste ) pianto iù ) ssenteglivo avrebbero ) DI LESSIGRAFIA
LATINA 137 t Primo Modo della Proposizione Incidente, detto Imperativo.
Wariazione per desinenze etimologiche e sintassiche Del tempo presente.
Singolare. File vel fleto tu” Piangi tu Fleto vel fleat is Pianga egli Plurale.
Fleamus nos Piangiamo noi Flete vel fletote vos Piangete voi Flento vel fleant
ti Piangano egline 138 TRATTATO COMPIUTO ‘Secondo Modo della Propesizione
incidente , detto Congiuntivo. I. del presente. Singolare. Ego am lo a tu fle )
as Che) tu piang(a 18 at ) egli a Plurale. ) Nos ì amus noi iamo Tt ) vos fle )
atis Che i voi piang | ‘ate ) di ) ant eglino ano Il. Del passato relativo,
detto imperfetto. Singolare. | Ego ) } rem ) essi Ut ) tu res Che tu siano essi
is al ret egli ) esse a DI LESSIGRAFIA LATINA 139 Plurale. Nos remus noi )
essima vos fle )retis che voi piang) este ti ) rent eglino ) essero Il. del
passato assoluto, detto perfetta. Singolare. ) E90 ) erim io abbia ) | Ut ) tu
flev) eris che tu abbi ) piagto ) is ) eri egli abbia ) Plurale. ) Vos ) erimut
) nei abbiamo ) Ut ) vos flev ) eritis che ) voi abbiate ) pianto ) ti ) erint
) eglino abbiano) IV. del trapassato relativo, detto piucchè perfetto.
Singolare. ) ego 85018 io avessi ) Ut } egg flevi ) sses che ) tu avessi )
pianto ) 8966 ) egli avesse ) 140 TRATTATO COMPIUTO Plurale. ) nos ) ssemus —’
noi avessimo DI Ut vos fori) ssetis che ) voi aveste —. ) & dn Fa ssent
) eglino avessero I. voce, per la quale sì accenna alla risoluzione di una
proposizione finita, vedi pag. . ) me io Sing. ) te flere piangere ) tu se i
egli ) nos i noi Plu. ) vos flere piangere voi se | eglino II. voce, per la
quale si accenna alla risoluzione di una proposizione finita, vedi pag. .
Singolare. Me ) noi se flevasse aver pianto < voi se ) eglino Plurale.
Nos ). noi vos } flevisse aver pianto ) voi se ) eglino DÌ LESSIGRAFIA LATINA ©
i4i Prima circolocuzione latina e staliana per alcune voci che accennano alla
risoluzione di una propo- "ovina il cus verbo è al futuro assoluto 0 re-
ivo. | | Singolare. Me ) è | io te ) esse fleturum essere per piangere ) tu 80
egli Plurale. Nos ) | ) noi v08 ) esse fleturos essere per piangere ) Voi se
eglino Seconda Circolocuzione latina e italiana per alcu- ne voci, che accennano
alla risoluzione di una proposizione finita, il cut verbo è al futuro assalu-
to 0 relativo anteriore. Singolare. Mo io te | futsse fleturum Essere stato per
piangere. } tu se egli 142 TRATTATO COMPIUTO. Plurale. |. mos . . noi vos
fuisse fleturos Essere stati per piangere K voî se \ | eglino Le risoluzioni di
queste voci e de’ verbi apparte- nenti alle seguenti forme di variazione si
facciano come a pag. 129 e 131 della variazione del verbo amo. ARTICOLO HI.
INTORNO ALLA TERZA FORMA DI VARIAZIONE DE’ VERBI LATINI REGOLARI IN 0. 1 verbi
della terza forma di variazione hanno per caratteristica la vocale e breve,
onde l'infinito esce in ere e la seconda voce del presente del modo della pro-
posizione principale esce in és, la prima voce del passato assoluto è in ivi, e
il supino in ttum, come peto, petis, petivi, petitum chiedere. Il participio in
ws è in ens, come petens. ll participio in us è în ttus, come petitus. Il
participio in rus è in sturus, come petiturus. Il participio in ndus è in
endus, come petendus, DI LESSIGRAFIA LATINA 143 Quadro della terza forma di
variazione. PrAMO MODO DELLA PROPOSIZIONE PRINCIPALE DETTO INDICATIVO. I. Del
tempo presente. saga Ego 0 ) I da, pe ) is tu, Chied { i is it )e Plurale, nos
IMUus noi ) iamo vos pet ) stis ‘© —voi chied /ete 1 ) uni Eglino ) ono u Il,
del passato relativo, detto imperfetto. Singolare. Ego bam io va tu pete | bas
tu chiede vi bat egli va îs 144 TRATTATO COMPIUTO Plurale. Nos bamus noi vamo
vos pete £ batis voi chiede vate di bant eglino vano III. del passato assoluto
detto perfette. Singolare. Ego è, io dei o chiesi tu petti visti tu chie$ desti
ts ) vit egli dè o dette o se Plurale. Nos . ViMus Noi demmo vos peti | vitis
voi chie è deste ri verunt vel vere eglino dettero o sero DI LESSIGRATFIA
LATINA” 145 Lo stesso tradotto pel passato prossimo 0 presente. Singolare. Ego
quvi io ho tu peti) vish . tu hai ) chiesto is" )nit egliha ) Plurale. Nos
) fora vimus Noi abbiamo vos petti voi avete lchiest “ ) vera veruni vel vere
eglino hanno IV. del trapassato relativo, per COMPOSIZIONE, detto piucchè
perfetta. Singolare. Ego i eram Jo aveva i tu metivjeras tuavevi chieste w»
erat egli aveva Plurale. Nos ) pig Noi avevamo i vos peso voi avevate Joest O
pla ant eglino or 1 16 TRATTATO COMPIUTO | V. del futuro assoluto. Singolare.
Ego .. am io {rò tu pet es tu ‘chiede rai ts )et - egli rà Plurale. Nos \emus
noi, remo vos pet | etis voi chiede rete CO ent eglino ranno VII DI LESSIGRAFIA
LATINA IT VI. del futuro relativo, detto condizionale. Singolare. Ego rem 1)
rei tu’ pete | re8 tu chicde { resti 18 | ret egli -_— Yrebbe Plurale. Nos
remus noi remmo vos pete ) retis voi chiede) reste 1) rent eglino ) rebbero del
futuro anteriore assoluto, detto condizionale | passato. Singolare Ego . ) ero
io avrò tu petiv ) erso@ tu avrai chiesto 18 erit. egli avrà Plurale VOS
erttitis voi avrete è chiesto Nos erimus noi avremo pet tu —<erin
—ceglino avranno 148 TRATTATO COMPIUTO e VIII, del futuro anteriore. Singolare.
ego 8801 lo avrei | (u pelivi ) ss68 tu avresti chiesto ct) sset egli avrebbe
Plurale. nos" ssemus noi avremmo vos petivi ssetis voi avreste chiesto o)
88ent eglino avrebbero - PRIMO MODO DELLA PROPOSIZIONE INCIDENTE, DETTO
IMPERATIPO, I. del tempo presente. Singolare. Pete vel petito tu Chiedi tu
Petito vel petat 18 Chieda egli Plurale. Petamus nos Chiediamo noi Petite vel
petitote vos Chiedete voi Petunto vel petant w Chieggano eglino DI ÎMSSIGRAFIA
LATINA. 149 SH#CONDO MODO DELLA PROPOSIZIONE INCIDENTE , DETTO CONGIUNTIVO. 1.
del tempo presente. _-‘ Singolare, © - ( ego ) am io a Ut (tu pet ) as Che ( tu
chied ( a | is .a È © (egli (a Plurale: — ) nos ( amus ( noi ( jamo Ut )vwos
pet ( atis che ( voi chied ( iate i anto èglino ( ano Il. del passato relativo,
detto imperfetto. Singolare. ego ( rem io ( dessi Ut )tuw pete(res che (tu
chie( dessi î8 ret egli ( desse 150. TRATTATO COMPIUTO: Plurale. nos ( remus (
noi ( dessimo Ut )wvos pete( retis che ( voi chie( deste 1) rent )u eglino
dessero III, del passato assoluto. Singolare. Ego erim ( io abbia ( Ut tu
petiv\ eris che ( tu abbi » chiesto ds ertt egli abbia( Plurale. ) Nos erimus
noi abbiamo Ut ) vos petiv ) eritis che ) voi abbiate )chiesto “i. )erint |
eglino abbiano ) DI LESSIGRAFIA LATINA 151 IV. del passato relativo anteriore.
Singolare Egeo =, ssem io avessi Ut tu petivi! sses che $ tu avessi chieste îs
sset egli avesse Plurale. chie- Ut ) vos petivi è ssetis che ) voi aveste ‘n )
Nos SSEMULZ noi avessimo i în ssent eglino avessero Prima voce dell’ infinito
PETERE, per la quale si accenna alla risoluzione di una proposizione finita,
cui verbo è al presente 0 passato relativo tanto del modo indicativo quanto
congiuntivo. Singolare. Me ) io te petere chiedere < tu se ) egli 152
TRATTATO COMPIUTO vs Plurale. Nos noi vos ) petere chiedere ) voi se eglino Le
risoluzioni si faranno come a pag. 125. Il. Voce petivisse per composizione,
con la quale st accenna alla risoluzione nel modo detto a pagi- na 126.
Singolare. Me ) ) io le ) pettvisse aver chiesto ) tu "se ) egli Plurale.
No noi vos ) petivisse aver chiesto ) voi se, ) - | ) egline Le risoluzfeni si
faranno come a pig. 126. 4, e. tous Df LESSIGRAMA LATINA 158 I. Cincorocuzione
latina e italiana per alcune soci, che accennano alla risoluzione di una propo»
str finita, il cus verbo è al Futuro assoluto 0° relativo. Laden dad Singolare.
Me) pr RI te < 60886 pettturum _<qf 86 ) P - = chi ere egli N08
\NO 0.0 dere noi voe 6300 petituros CMece Der voi eglino: Il. Crrcorocuzione
latina è ‘italiana per alcune voci, che accennano alla risoluzione di una
propo- sizione finita, il cwi verbo dal futuro anteriore as- soluto 0 relativo.
Singolare. siva itato > Ss per chiedere ) egli ° Plurale. essere stati
per. chiedere NP Me te ) ss ) fuisse petiturum noi voi eglin Noe) in v0s bia
petituros se 154 TRATTATO GOMPIUTQ ARTICOLO IV.° INTORNO ALLA QUARTA FORMA DI
VARIAZIONE DEI VERBI REGOLARI IN 0. 1 verbi della quarta’ forma di variazione
hanno per caratteristica la vocale î lunga, onde l’ infinito esce in ire, e la
seconda voce dell’ indicativo in 48, la prima del passato assoluto in ivi, il
supino in itum come audio, dis, ivi, ttum, ire. II participio in ns fa in tens
come audiens Il participio in ndus fa in iendus come audiendus Il participio in
rus fa in îturus come audieturus Il participio in us fa in ttus come auditus.
Quadro della quarta forma di variazione. | Tema —Audio, îs, ii, tum, ire, iens,
itus, iendus, îturus. sn Modo della proposizione principale s detto :
Indicativo. I. del tempo presente Singolare. ‘ E90 ) #0 Io )o tu aud ) is . $u
od )îi 4800 it egli )e x DI LESSIGRAFIA LATINA 15%. sa ‘ Pltrale. Nos )imnus
ÎNoi vd ) iamo vos aud) stis voi ud ) ite if ) unt . eglino. od ) ono II. del
passato relativo, detto imperfetto. Singolare. Eg0 ) ebam Jo ° )wva tu audìi )
ebas. tu udî )vi ss ) edat egli ‘’’‘)#4 © Plutvale. | Nos... sara Noi. ) vamo
vos daudî ) ébatif «voi. > tdi) vate. zi ) ebant eglino ) vano Ml. del
passato assoluto, detto perfetto, | Singolare. Eg0 ) vi Io Dil tu audi ) visti
tu ud ) isti is ) vit egli )? Plyrale, Nos )vimue Noi =‘) mmo 108 audi )-vistis
voi ud )iste si ) verunt vel vere eglino ) srono 156 TRATTATO ‘COMPIUTO Lo
stesso tradotto pel passato prossimo e presente italiano. Singelare. Ego io ho
) tu audi ) visti ta hai ) udito 18 egli ha ) Plurale. 'Nos ) wimus ‘’’‘oi
abbiamo ) vos audi ) vistis voi avete ) udito ti ) verunt velvere eglino hanno
) {iV. del trapassato relativo, detto piucchè perfetto. Singolare. Ego ) eram
Io aveva ) tu audiv ) eras 4u avevi >) udito îs _) erat egli aveva )
Plurale Nos ) eramus Noi avevamo ) vos audiv ) eratis voi avevate >)
udito tt ) erant eglino averano ) DI LESSICRAFIA LATINA 157 IV. Del futuro
assoluto. birilli £90 ) am dio u | rò du Gaudì )es tu ) udi ( rai - îs )et .
egli) ( rà Plurale. Vos ) emus < Noi I ) remo vos audi ) eis xoi udì )rete
ti ) ent eglino — ) ranno V. Del futuro relativo, detto Condizionale.
Singolare. Ego )rem io ) rei tu audî )res tu udi ) resti 18 ) ret egli ) rebbe
Plurale. Nos ) remus Noi ) remmo vos aud? )retis © voi udî ) reste ti ) rent
eglino ) rebbero Singolare, Eg0 ) ero io avrò ) ‘u audiv )eris tu avrai ) udito
18 ) eri egli avrà ) 14 158 TRATTATO COMPIUTO Plurale. Ios ) erîimus Noi avremo
) vos audiv ) eritis voi avrete ) udito dî ) erint eglino avranno ) Singolare.
Ego ) ssem io avrei ) tu audiviî ) sses tu avresti ) udito 78 ) sset egli
avrebbe ) Plurale, Nos ) ssemus Noi ayremmo ) ros audivi ) sseti8 voi avreste )
udito ii ) ssent eglino avrebbero) Di LESSIGRAFIA LATINA 159 Primo Modo della
Proposizione Incidente, detto Imperativo. Variazione per desinenze etimologiche
e sintassiche Del tempo pre.ente. | Singolare. Audi vel audito tu Odi tu Audito
vel audiat is Oda egli Plurale. Audiamus nos — Udiamo noi Audite vel auditote
vos Udite voi Audiunto vel audiant ii —Odano eglino Secondo Modo della
Proposizione. incidente, detto Congiuntivo. I. del presente. Singolare. Ego )
am ) Io a lt )tu audi ) as Che) tu od (a 18 (a at egli 160 TRATTATO COMPIUTO
Plurale. ) Nos ) amus noi udì amo‘ Ut ) vos audi ) atis Che ( voi udì ate ) di
) ant eglino od ano: Il. Del passuto relativo, detto imperfetto. Singolare. )
Ego \ rem io ) 88ì Ur ) tu Yaudi 7 res Chetu udì < ssi )iîs8 ). ) ret
egli ) 88€ Plurale. Nos remus noi ) ssimo Ut ) vos audi) retis che voi udì )
ste Ù rent eglino ) ssero Ill. del passato assoluto, detto perfetto. \
Singolare. ) Ego ) erim io abbia ) Ut ) tu audiv ) eris che ta abbi ) udito )
ts ) eril egli abbia ) DI LESSIGRAFIA LATINA 161 Plurale. ) Vos )erimus ) noi
abbiamo ) Ut ) vosatdiv) eritis che ) voi abbiate ) udito ) ti ) erint ) eglino
abbiano) IV. del trapassato relativo, detto piucchè perfetto. Singolare. ) ego
) ssem io avessi ) 0 Lt )tuwaudivi) sses che ) tu avessi ) udito: ts sset )
egli avesse ) Plurale. ) nos ) ssemus ) noi avessimo © Ut ) vos audivi) ssetis
che ) voi aveste s dI) ssent ) eglino avessero ) * I. voce, per la quale si
accenna alla risoluzione di una preposizione finita, vedi pag. 125. ) me lo
Sing. ) te audire udire ) tu se ) egli nos ) noi Plu. ) vos audire udire voi 88
162 TRATTATO COMPIUTO II. voce, per la quale si accenna alla risoluzione di una
proposizione finita, vedi pag. 126. Singolare. Me ) i noi te audivisse aver
udito voi se ) eglino Plurale. Nos ) noi vos ) audivisse aver udito ) voi se )
eglino Prima circolocuzione latina e italiana per alcune voci che accennano
alla risoluzione di una propo- . sizionefimta, il cui verbo è al futuro
assoluto o re- lativo. Singolare. Me ) «___Jio te esse auditurum essere per
udire ) tu se ) ) egli Plurale. Nos ) noi vos ) esseaudituros esscre per udire
) voi se . eglino DI LUSSIGRAFIA LATINA 163 Seconda Circolocuzione latina e
‘italiana per alcu- ne vocr, che accennano alla risoluzione di una proposizione
finita, il cui verbo è al futuro assolu- to 0 relativo, | Singolare. Me 10, te
| fuisse auditurum Essere stato per udire ‘ tu se. egli Plurale. ” nos noi vos
ie audituros Essere stati por udire ‘ voi se eglino Le risoluzioni di queste
voci e de’ verbi apparte- nenti alle altre forme di variazione si facciano co-
me a pag. 129e 131 della variazione del verbo amo. 164 TRATTATO COMPIUTO.
ARTICOLO V. ()UADRO COMPARATO DELLE QUATTRO FORME DI VARIA- ZIONE PER VEDERE LE
RISPETTIVE LORO DIFFE- RENZE. 1. amo, as, avi, atum, are amare. 2. Fleo, es,
evi, etuwm, ere piansere. 3. Peto, 18, îvi, îtum, ere chiedere. 4. Audio, îs, ivi, itum, tre
udire. PARTICIPII CORRISPONDENTI. . Amans, flens, petens, audiens. . Amatus,
flctus, petitus, auditus. 1 2
3. Amaturus, fieturus, petiturus, auditurus. &. Amandus, flendus,
petendus, audiendus. Quadro di variazione. PRIMO MODO DELLA PROPOSIZIONE
PRINCIPALE, DETTO INDICATIVO. I. Del tempo presente. Singolare. Amo ra ( 0 _
> fleo es et Ego ( peto dh petis ( petit audio audis ( audit DI
LESSIGRAMTA LATINA $65 Plurale. rane 7 pr per emus | etis e | flent Nos (
petimus ‘9 \ petit potunt audimus. auditis audiunt H. del passito relativo,
dettò imperfetto. Singolare. , Amabam ( Amabas ( Amabat E flebam flebas .. }
flebat go ( petebam \ petebas i petebat audiebam —( vaudiebas —( ‘audiebat
Plurale. Amabamus ( Amabatis ( Amabant flebant flebamus è flebatis da Nos (
petebamus va petebatis = petebant audiebamus . audiebatis audiebant III. del
passato assoluto detto perfetto. Singolare. pd Amavisti ( Amavit evi flevisti
.. / flevit Ego petivi È ( petivisti ( petivit audivi ( audivisti ( audivit 166
TRATTATO COMPIUTO Plurale. Amavimus ( Amavistis — ( Amaverunt ae ( flevimus i (
flevistis si ( fleverunt . petivimus petivistis petiverunt. audivimus (
audivistis audiverunt Composizione di amavi, flevi, petivi, audivi, ed eram,
per far intendere il trapassato. Singolare. ( Amaveram amaveras ( Amaverat Eao |
fleveram fleveras is fleverat 9° \ petiveram petiveras ( petiverat audiveram
audiveras ( audiverat Plurale. Amaveramus Amaveratis (Amaverant Nos fleveramus
fleveratis .. (onere 0. petiveramus petiveratis petiverant ‘4 audiveramus (
audiveratis (audiverant i Amabo flebo Ego ( petam ( audiam Amabimus Nos
flebimus petemus audiemus Sîngelare, Amabis É flebis petes audies Plurale. ( Amabitis 8 ( flebitis petetis | ( aydietis DI
LESSIGRAFIA LATINA 167 I, del future assoluto, ( Amabit PO ( flebit petet .
Audiet flebunt tent ( audient Amabunt ll. del futuro relativo, detto
eondizionale, ca erem Eg a ( peterem audiren ( Serene” —. eremus Nos |
peteremus * ( audiremus Singolare, ( Amares ( fleres peteres Audires . Plurale.
Amaretis fleretis peteretis audiretis ( Amaret fleret is ( peteret ( Audiret -
( Amarent ( flerent peterent ( audirent 168 TRATTATO COMPIUTO Prima
composizione di amari, flevi,. petivi, ed ero, per far intendere il futuro
anteriore. Singolare. Amavero ( Amaveris { Amaverit Lao ( flevero qui fleveris
; fleverit 9 petivero petiveris ( petiverit audivere audiveris ( audiverit
Plurale. Amaverimus ‘ ( Amaveritis ( Amaverint fleverimus fleveritis .. (
fleverint Nos der Sosa a petiverimus ( petiveritis petiverint audiverimus (
audiveritis ( audiverint Seconda composizione di amavi, flevi, petivi, au- vi
ed essem per far intendere il futuro relativo an- teriore. Singolare ( Amavissem
( amavisses amavisset Eqo \ flevissem ,,,( flevisses flevisset g ( petivissem
petivisses petivisset ( audivissem ( audivisses ( audivisset Nes DI LESSIGRAFIA
LATINA 169 Plurale. Amavissemus amavissetis - amavissent flevissemus flevissetis: ..(
flevissent petivissemus ‘’’{ petivissetis petivissent audivissemus. { audivissetis audivissent PRIMO ‘MODO DELLA
PROPOSIZIONE INCIDENTE, ‘ DETTO IMPERATIVO. Singolare. Ama vel amato ‘© - {
Amato amat ( fle vel fieto ‘ sso ( fleto vel fleat ( is pete vel petito =’ (
petito petat ( audi vel audito ( audito ‘ audiat ( Plurale Amemus ({’ amate
este Îeamus . flete etote petamus ce petite ( vel petitote ( ai audiamus (
audite { auditote ( 15 170 TRATTATO COMPIUTO Amanto ( ament ) flento ( fleant )
Petudto vel ( petaut ) audiunto «( audiant ) ‘ SECONDO MODO DELLA PROPOSIZIONE INCIDENTE
, DETTO CONGIUNTIVO. I. del tempo presente. Singolare. ( col I ames ( amet (
fleam fleas .. ( fleat Ul €90 | peram- ÎU ( petas #8 ( petat ( audiam ( audias.
( audiat Plurale, ( amemus ametis ( ament ( fleamus fleatis .,,; ( fleant Ut
nos, ( petamos peo ( petatis deli ( petant . ( audiamus < .{ audiatis
’‘’( audiant DÌ LESSIGRAFIA LATINA 171 I. del passato relativo, detto
imperfetto. Singolare. Pipbi
| use ( amaret erem fleres “. ( fleret U ego peterem ' peieres i peteret
audirem ( uudires ( audret Plurale. Pai
PA e ( QESRA — fleremus eretle ( fierent Ut noe ( peteremus pia peteretis Li
peterenì ( audiremus audiretis audirent é 172 TRATTATO COMPIUTO Prima
composizione di amavi, flevi, petivi, audivi, e di erim per far intendere il
passato', detto pre- terito perfetto. Singolare. { amaverim —( amaveris (
amaverito U fleveriw ( fleveris . _., ( fleverit €90 petiverim ( petiveris (
petiverit ( audiverim ( audiveris ( audiverit Plurale. ( amaverimus (
amaveritis —( amaverint ( fleverimus voi ( fleveritis it ( fleverint (
petiverimus ( petiveritis ( petiverint { audiverimus ( audiveritis —(
audiveriat Ut nos . DI LESSIGRAFIA LATINA 173 Seconda composizione di amavi,
flevi, petivi, audivi, ed essem, ‘per far. intendere il trapassato , detto
piuccheperfetto. ( 1 amavissem ( flevissem Ue ( petivissem ( audivissem ( 1
amavissemus Ur € flevissemus ( petivissemus ( audivissemus. Singolare. 2
amavisses . flevisses petivisses audivisses . Plurale. 2 amavissetis
flevissetis petivissetis audivissetis 3 amavisset flevisset petivisset
audivisset 3 amavissent flevissent petivissent audivissent 174 TRATTATO
COMPIOTO Voce dell’ Infinito, per la quale si accenna alla ri- soluzione di una
proposizione finita, il cui verbo è al presente passato relativo, detto
imperfetto, tanto dell’ Indicativo quanto del Congiuntivo. ( amare po ( flere
Se ( petere (audire Nos ( amare ( flere — ( petere ( audire Le risoluzioni si
faranno come a pag. Singolare. amare piangere chiedere udire Plurale ‘amare
piangere chiedere udire (tb ( tu egli Noi eglino 125. DI LESSIGRAFIA LATINA 175
Composizione di aniavi, flevi, petivi, audivi ed esse per una risoluzione di
proposizione fimta, il cui verbo è al passato 0 trapassato tanto dell’ Indica»
tivo quanto del Congiuntivo. ‘ Singolare. (‘amavisse —_ — (amato (; Ho (
flevisse sue ( pianto . ( i ‘© ( petivisse | chiesto (._ Se | PEN! egli (
audivisse udito ( Plurale. ( amavisse —’( amato (| Pia ( flevisse ATER ( pianto
( No Seo ( petivisse ( chiesto ( Eolino ( audisse ._ ( udito ta; Le risoluzioni
si faranno come a pag. 126. 176 TRATTATO COMPIUTO ARTICOLO VI.° Det VERBI
IRREGOLARI IN 0. In quanto a variazione saranno regolari tutti i ver- bi, che
si uniformano in tutto al tipo di una delle quattro forme di variazione esposte
ne’ primi "quattro articoli precedenti. Tutt'i verbi, che per qualsivoglia
ragione se ne allontanano, si terranno per irregolari. La irregolarità può
essere di diverse maniere. lo la classifico sotto tre rispetti : 1. per difetto
assoluto 2. per difetto relativo 3. per difformità in quanto a’ tempi a’ modi
ed al supino e quindia' participi e derivati. 61 De’ verbi irregolari per
difetto assoluto. In questa categoria comprendo tutti quei verbi, che nell’ uso
della lingua non si truovano adoperati in tut- t i modi, o in tutti tempi, o in
tutte le desinenze indicative delle persone singolari e plurali. Tali sono A
seguenti, di cui io noto le sole voci correnti nel- uso. Aso io dico e Inguamio
dico. DI LESSIGRAFIA LATINA 177 Presente dell’ indicativo. f Singolare. Ego aio
inquam io dico tu as -. .inques»:.@@ tu dici 8 ai inquit egli dice Plurale Nos
» >» tinquimus o noi diciamo 8 2? ND » » » » i atunt «—,inquiunt eglino
dicono . Passato relativo. Singolare. Ego aiebam » » n» 1 Îîo diceva tu aiedbas
» » » »' tu dicevi is aicbat inquiebat egli diceva 178 #RATTATO COMPIUTO .
Plurale. . Nos aicbamus » >» > noi dicevamo v08 aicbatii » » »
voi dicevate ‘i aiebant inquiebant eglino dicevano Passato assoluto. Tu aisti
inquisti . tu dicesti Futuro assoluto. fu > » » înques tu dirai i
>» » » inquies egli dirà Presente del congiuntivo. Tu aias tu dica Cc)
aiat i ° Ut 8_&“. (Che egli dica vos alate voi dic iate i aan eglino
dicano Imperativo. Ai e inque o inquito tu dica tu, DI LESSIGRAFIA LATINA — 179
. Participio. Ajens e inquiens dicente. Memini, Odi, Novi e Coepi si variano
nel seguen- te modo. © Li MoDo DELLA PROPOSIZIONE PRINCIPALE. 1, pel tempo
presente è passato assoluto. Singolare Ego memini io ricordo, ricordai, ho
ricordato Tu meministi tu ricordi, ricordasti, hai ricordato Is meminit egli
ricorda, ricordò, ha ricordato Nos meminimus noi ricordiamo, ricordammo ,
abbiamo ricordato Vos meministis voi ricordate , ricordaste, avete ricordato li
meminerunt eglino ricordano , ricordarono , hanno ricordato, 180 TRATTATO
COMPIUTO IL del passato ‘e trapassato relativo. Singolare. Ego memineram io
ricordava, ed avea ricordato Tu memineras tu ricordavi ed avevi ricordato Is
meminerat egli ricordava ed avea ricordato Plurale. Nos memineramus noi
ricordavamo ed avevamo ricordato Vos memineratis voi ricordavate ed avevate
ricordato Ii meminerant eglino ricordavano ed aveano ri- cordato. II. del
futuro assoluto ed anteriore. Singolare. Ego meminero io ricorderò ed avrò
ricordato Tu memineris tu ricorderai ed avrai ricordato Is meminertt egli
ricorderà ed avrà ricordato DI LESSICRANIA LATINA 181 ° Plurale. Nos
memineriunis: neî ricorderemo ed avremo: ricordato Vos memineritis voi sioard
orsi ed'avrete ricordato Ii nane eglino ricorderanno ed avranno T1C01 to. . : i
IV. pel fiuuro relativo; ed anteriore. ‘Stagélare. : Ego meminissem io avrei fu
meminisses tu pie n cordato is merminasset w avreb Plurale. Nos meminissemus
noi avremmo ) i vos meminissetis voi avreste . rieordato ti meminissent. egli
avrebbero 16 182. TRATTATO COMPIUTO Modo Imperativo. Memento vel. memineris DA
ticorda tu. Meminerit is ricordi egli , Meminerimus nos ricordiamo noi
Mementote vel meminerigis vos ricordate voi Memainerint i ricordino eglino
“Mono. RETTO CONGIUNTIFO. I. pel presente e ‘passato assoluto. FORGRA TI ) Ego
meminerim To io. ricordi ed abbia ricordate Ut) tu memineris che tu ricordi ed
abbi ricordato ) is meminertt che egli ricordi ed abbia ricordato Plurale. Nos
meminerimus che noi ricordiamo ed abbia: mo ricordato | vos meminerttis che voi
ricordiate ed abbiate ricordato tn meminerinti che eglino ricordino ed abbiano
ricordato i È ) I DI LESSIGRAFIA LATINA Il. pel pussato ‘e trapassato relativo.
* Singolare. Ego meminissem ‘ ‘ lo ticordassi ed avessi tu meminisses che tu
ricordassi ed avessi is memumissee. egli ricordasse ed avesse Plurale.
memimissemus che noi ricordassimo ed beati ; i meminissetts che voi ricordaste
e Ui kag aveste meminissent che eglino ricordassero ed avessero - 183 dato LU
Bani $ fi 184 #7RATTATO COMPIUTO Voci dell’ Infimito. Me ) | io te )meminisse
ricordare ed aver ricordato er se ì CA Plurale. Nos noi vos meminisse ani ed
avere ) voi se ricordato eglino Le risoluzioni si facciano pe' ai 6 per tatt' i
passati pag. 125 e 126. Alla stessa guisa si variano odi odiare, novi cono=
noscere, coepi cominciare. DI LESSIGRAFIA LATINA 185 I seguenti sono usati in
poche voci. 1. Cedo dà, di su. 2. Ave, aveto, avete, avetote, buon giorno, il
ciel ti salvi. 3. Salve sta sano. 4. Va- le addio. 5. Apage e apagite andate
via. 6. Quaeso chiedo in grazia, quaesumus preghiamo. 7. Infit dice o
incomincia a parlare. 8. Defit manca e defieri man- care. 9. Ovat gioisce, onde
ovans antis chi si ralle- gra. 10. Ausim, ts, it, che io osì ed oserò. ll. Fa-
co e farim, faris, farit, fazitis, farint che io fac- cia e farò ec. 12. Forcm,
es, et, ent, che io fossi e sarei, onde i compesti afforem e deforem e Y'
infinito fore dover essere. 13. A questa categoria appartengono tutti verbi,
che si truovano usati alle sole terze desinenze, co- me oportet bisogna,
oportebat, oportuit bisognava e bisognò. Aggiungansi 1 verbi che esprimono
effetti naturali, come tonat tuona , mingit neviga , fulgurat lampeggia, pluit
piove ec. licet è lecito, libet, lubet, placet, piace ec. ec. 186 TRATTATO
COMPIUTO ARTICOLO II. INTORNO A’ VERBI IRREGOLARI PER DIFETTO RELATIVO E PER
DIFFORMITA. 15. Edo, edis mangiare ha le seguenti varietà. — -Ego edo io
mangio, tu edis vel es tu mangi, is edit vel est egli mangia. Plur. nos edimus
noi mangiamo, ves e- ditis vel estis voi maugiate, ti edunt eglimo mangia- no.
Variate allo stesso medo questa tempo del com- posto comedo io mangio insieme.
Futuro relativo, e passato relativo del congiuntivo. Ego ederem vel essem io
mangerei , tu ederes vel esses, ts ederet vel esset. Plur. nt0s ederemus vel es-
semus, vos ederetis vel essetis, i: ederent vel essent. Imperativo. Ede vel es,
edito vel esto tu mangia tu, edito, vel esto îs mangi egli. Infimto. Edere vel esse mangiare. Si variano allo
stesso mo- DI LESSIGRAFIA LATINA 187 do i composti comedo, eredo, in questi
soli modi e tempi. In tutto il resto sono regolari. 16. Volo, vis, volui,
velle, volens, volere. Presente dell'indicativo. Ego volo, tu vis, is vult, nos
volumus, vos vultis, în volunt. | Pusasto relativo di questo modo. Ego volebam,
né, at, amus, atis ant. Passato assoluto. Ego volui, isti, si imus, istis,
erunt o ere. Trapassato relativo.
Ego volueram, as, as, amis, atrs, ant. Futuro assoluto. Ego volam, es, et, emus
etis, ent. Futuro anteriore. Ego voluero, is, it,
imus, itis, int. 188 TRATTATO COMPIUTO | Futuro relativo. Ego vellem, es, et,
emus, etis, ent. Futuro relativo anteriore. Ego voluissem, es, et, emus, etis,
ent. Del congiuntivo; tempo presente. Ego velim, îs, ît, imus, iis, int. Il
passato relativo è simile al futuro relativo. Passato assoluto di questo modo.
Ego voluerim, 18, it, imus, iis, int. Il passato relativo anteriore è simile al
futuro relativo anteriore. Infinito 1. voce velle, 2. voce voluisse. 17. Malo e
Nolo sono due verbi composti, il pri- ma da ma invece di magis e lo invece di
volo , il secondo da no invece di non e lo invece di volo: il primo significa
volere piuttosto e il secondo non vo- Te, serv DI DESGIIRATTA LATIIA La loro
variazione è come segue. Mao. a Noso.. .... MODO DELLA PROPOSIZIONE
PRINCIPALE,» I. Del tempo presente. Singolare. Malo, mavis, mavult © Nolo, non
vis, non vult ‘Plurale. Malumuk, mavultis, malunt di - Nolumus, non vultis,
nolunt. A, del passato relativo. - Singolare. Malebam = .malebas malebat
Nolebam nolebas © molebat 190 TRATTATO COMPUTO. Plurale. |. Malebatnus =
malebatis —malébant Nolebamus nolebatis nolebant Il. Passato assoluto,
Singolare. Malui maluisti maluit Nolui noluisti ‘ noluit Plurale. Maluimus maluistis maluerunt
Noluimus noluistis noluerunt IV. Del trapassato relativo. Singolare. Malueram, as, at,
amus, atis, ant. Nolueram as, at, amus, atis ant. DI LEGSIGRAFIA LATINA 19%. V. del futuro assoluto,
Singolare. a es, et, emus, etis, ent, VI. del futuro anteriore. Dale } 18, it,
-imus, itis, int, VII. del futuro relativo, Mallem ) Nollem ) es, et, emus,
etis, ent, Imperativo, Malo n'è privo. Noli vel nolito tu non voler ta Nolite
vos non vogliate vol. 192 TRATTATO COMPIUTO — Congiuntivo. L Presente. role 18,
i, imus, its, int. IL Passato relativo simile al' futuro relativo. DL Passato
assoluto. Maluerim Noluerim I ‘dini it IV. Trapassato unta simile al futuro
relativo. aa ì dg di Malte e Nole. 2.* Voce Maluisse e noluisse. Mancano le
circolocuzioni pei futuri. | DI ‘ERASIORADIA LATINA: 198 - 48. Fero, ara, suli,
latuia, ferre, forons portare: questo verbo è ‘irregolare, per difetto relativo
e ‘per difformità, poichè al presente dell’ indicativo ni varia, fero, fers,
fert, ferunus, fertis, ferunt. Al passate relativo invece di ferrerebam fa
ferebam. Al passato :asseluto prende tuli a prestito da tolle. Al futuro
relativo fa ferrem invece di ferrerem. All’ imperativo fa fer invece di ferre.
Al? infinito fa ferre invece di ferrere. In tutto il resto segue la forma
generale di yaria- zione. 19. Eo, is, ivi, itnm, ire, iens, iterua, iendus,
eundus, andare. | MODO DELLA PROPOSIZIONE INCIDENTE. I. del presente. Eo, is, it,
imus, itis, eunt. Il. del passato relativo. î Ibam, as, at, AMUS, atis, ‘ant. Ul. del passato assoluto. - Ivi, ivisti, ivit,
ivimys, ivistis, ei” ivere. 1 1%. TRAPTATO COMPIUTO ’ di del pOsERO: talativo
anteriore. lied: îs, at, amus, vu ant. V. del futuro assoluto. ‘ -Ibo; is, , it, imus, itis,
uni, # . | Nel che è è donne dal tipo della quarta
forma, — sudo da VI, “del futuro relativo | .Irem; es et;;emus, etis, ent... è
VII. del futuro .anteriore. Ivero,. is, it, ‘mus, :itis, int.) >
>" Vill. del futuro DR anteriore, à a PRO i" . Imperativa.
< RESI #1 o fee lag I vel ito tu va tu > Lt. uo 98 ‘ vada ci ite
vel itote vos andate voi. eunto ti *° vadano egling a_i N DI ‘LESSIGRAFIA,
LATINA 195 È Congiuntico. ; I. del tempo presente. Eam, as, ai amus, ati, ant.
I II. il passato relativo è simile al futuro “a relatwo. | i. del passato assoluto.
lverim, is, it, imus, itis, int. IV.
al trapassato relativo è simile al futuro relativo SEE antertore. Infimto. 1.3
Voce fre 2.* Voce ivisse. 19. Possum, prosum, adsum ec. - Verbi composti da
sum, di cui abbiamo data la va- riazione a pag. 106 e segg. ‘ i Possum è
composto da pos invece di potis potente e sum, onde vale io sono potente 0
posso: Prosum da pro a favore vicino, onde vale giovare: adsum da ad a o
vicino, onde vale sono presente. - 196. PRATTATO COMPO MODO INDICATIFO. | E.
pel tempo presente. Singolare Possum prosum, . adsum potes prodes ades potest
prodest adest ° Plurale. Possumus == prosuntis’ adsumus potestis prodestis
—adestis possunt ——prosunt adsunt Il. Passato
relativo. Singolare... Peteram proderam’ aderam poteras proderas . aderas
poterat —— proderat aderat: Plurale. Poteramus: —proderamus —adezamus poteratis
proderatis aderatis poterant proderant aderant DI LESSIGRAFIA LATINA 197 Il.
Passato issolalo: | Singolare. Potui | profui | “adfui Ò potuisti profuisti
’adfuisti potuit: : profuit. — adfuit Plurale. Potuimus: profuimus ’adfuinius
potuistis profuistis adfuistis potuorunt ‘| -profuetutié . adfuerunt IV. del
trapassato relativo. Potueram profueram ) as—at, amus atis, ant adfueram e V.
del futuro assoluto. Potero ) prodero Li it, imus, itis, unt ero l ‘ 198 |
TRATTATO COMPIUTO VI. del futuro anteriore. Potuero . ) profuero ) is, it,
imus, itis, int adfuere i so - Vil. del futwro relativo. — Possem a prodessem )
es, et, emus, etis, ent Pi Rae ga Mi 4 VII. del futuro relativo anteriore. Potwissem: Yi profuissem ) es,
et, emus, etis, ent adfuissem — Imperativo. Possum ne manca. — Singolare -Prodes prodesto
Prodesto prosit i ades adesto —‘ adesto adsit ‘5 Plurale. Prodesto prodestote —
Prosint .. adesto adestote * *° adsint DI LESSIGRAFIA LATINA 199 ‘Modo’ del
tongiuntivo. I. del prasente. rivi) PARINI prosim ) is, it, imus, itis, int.
adsim ) I | H. si passato relativo è simile al futuro relativo. i SITI passato
assoluto. Potuerim profuerim is, it, imus, itis, int. adfuerim “) IV. il
îrapassato relativo è simile al futuro relativo anteriore. Infinito. 1.* voce.
2.* voce. Posse Potuisse prodesse | profuisse - adesse adfuisse | Allo stesso
modo si variano tutti gli altri composti di sum, come desum, Taesum, salvo le
piccole dif- ferenze, che risultano dalla composizione per l’eufonia, 200
TRATTATO COMPIUTO ARTICOLO IL n INTORNO A°' VERBI IRREGOLARI PER DIFFORMITA’
DEI TEMPI O PER DIFETTO DI SUPINI. In questa categoria vanno tutti verbi, i
quali non serbano }’ uniformità al tivo delle quattro forme , le quali
regolarmente hanno il passato assoluto avi, evi, ivi, e l supino azum, etum,
tium. Or questi verbi sono d’ infinito numero, è però che ne presentiamo una
lista, nella quale sì truovano notati anche quel- li che difettano di supino.
La loro irregolarità si rav- visa dal passato e dal supino, all’ infuori di
quattro, cioè dico, duco, fac e fero, i quali anche all’ im- perativo
differiscono dagli altri, perchè invece di di- ce, duce, face, fere, fanno dic,
duc, foe, fer. Lista de” verbif in 0 irregolari at paevato ed ai supino. À
Attin is igi ectum ere 3 attingere aldisco Îs didici » ere 3 FAI ago is egi
actum ere 3 spirgere adigo is egi actum ere È costringere asto as astiti titum
are l assistere affrico as cui ictum are È stropicciare admoneo es ni itum ere
2 ammomire arceo es ui v ere 2 contenere adhibeo es uî itum ere 2 adoperare
abstineo es uî entum. ere 2 astenersi | admisceo es ui istum ere È?
intramisshiare appareo es ui itum ere 2 comparire rbeo es uî ptum ere 2
inghiottire assideo es edi essum ere 2 seder vicino admordeoes èrdi orsum ere
mordere appendeo es endi ensum ere 2 pesare arrideo es isi isum ere 2 arridere
ardeo es arsi arsom ere 2 ardere adhaereo es aesî aesum ere 3 aderire augeo
esauri ctum ere È aumentare 202 LISTA DE’ VERSI IN © IRREGOLARI adaugeo' es
algeo es affulgeo es arefacio ‘is auzi si SÌ eci assuefacio i Is eci afficio is
. abJicio is adjicio is allicio is aspicio is accipio is abripio is aperio is
arguo .is acuo . 18 abluo is alluo. is assuo Îs attribuo is . adstruo ìs affluo
is abnuo. is annuo is adscribo is ‘ accumbo. is adduco is abduco is. abdico is
addico is assuesco ls. agnosco 1s ascisco is accresco is ctuna , » ere 2
aumentare ere 2 agghiacciare ere 2 apparire -” actum ere 3 seccare * sù actum
ere 3. gvvezzare ectum ere 3 disporre © —- ‘ectum ‘ere $ qittare ectum ere 3
apporre -- ectum ere 3 allettare ectum ere 3 guardare eptum ere 3 pigliare
eptum ere 3 rapire a ‘eci ecì eci exi exi epi pui rui ertum gui © utum ul utum
ui utum ui » utum ui utum ul : utum uxi uctum uxi uxum uo ul » psi ptum bui
bitum «xi ctum xi ctum xi cium xi ctum evi etum ovi otum scivi tum. evi etum,
ire 4 aprire 5 ere .3. arguire. - ere è aguzzare ere 3 lavare ere 3 allagare
ere 3 cucire. ere 3 attribuire ere 3 fabbricare ere 3 abbondare ere 8 far
segnodi no ere 3 far segno di sì ere 3 ascrivere. sr ere 3 coricarsi vicino ere
3 addurre — — ere 3.menar va ere 3 libergre..., ere 3 addire li ere 3
assuefarsi ere ere ere 3 attribuirsi è accrescere .... 3 conoscere > wi
» Po A Ps" 4 #5. .;, #4: _. îodfî è®> dee -—_deer Fo [au £ dee — Tx
SET H5E. . £5E —/r Po di i -& LIA Min Sp pa, Pat e <e - «2» esa
257 13 fl. o SE TT Lissa DE veRB] 15 0 1nascoLani. 209. ardesco is arsi. arsum
ere 3 ardersi Se accende is di ensum ere 3 accendere © apprehendo is di sum ere
3 apprendere © ascendo is di ‘sum ere d salire —. attendo is di tum ‘ere 3
essere attento assideo es edi essum ere 3 assiders addo is addidi ditum ere 3
aggiungere abdo is ahdididitum ere 3 nascondere abscondo is didi ditum ere 3
nascondere accido is idi isum ere 3 troncare alludo is usi usum ere 3 alludere
allilo is isi isum’‘ere 3 rompere co abstrudo is usi usum ere:3 cancellare |
abrado is asi asum ere 3 nascondere arrodo is osi osum ere 3 dentichare
applaudois usi usum ere 3 applaudire accedo is essi essum ere 3 accostarsi i
abscedo is essi essum ere 3 allontanarsi abscido is di isum ere 3 troncare
accido is di © -. ere 3 avvenire. adjungo is nxinetum ere 3 unirsi ad. alcuno
affligo is ixi. ictum. | vere 3 afhggere: doni arrigo is exi ectum ere 3
alzarsi assurgo is rexirectum. ‘ere 3: farsi ritto affigo is ixi ictum ere 8
affigere i a appingo is'ipxi‘metum. ere 3 apporre ” astringe is inxi ictum ere
3 obbligare attingo is inxi‘inetum. ere 3 cavare abigo isegi actum ere 3
spingere wa ambigo is egi actum’ ere 3 dubitare allego is egi ecium ‘ere.3
assoziware : aspergo is ersi ersum - .ere.3 aspergere asi abstergo is ersi
«ersum » ‘are :3 asciugare 204 = AIA9rA DE VERBI IN © IRREGOLARI attraho is axi
actum ere 3 attrarre abstraho is axi actum ere 3 astrarre advehe is exi ectum
ere 3 trasportare aecelo is olui ultum ere 3 abitar vicino 5 bibo is bibi
bibitum ere 3 bere > benefacio is eci actum ere 3 beneficare C cado is
ceeidi .casum ere 3 cadere s: caedo is cascidi cnesumere 3 troncare cano is
cecini eantum ere 3 cantare CUITO is cuc@rri: Cur- sum ene 3 correre Concurre
is eneurri ur- sum ere 3 concorrere. contingo is igi —contae- tum ere 3
talervenine circumdo. as dedi datum are 1 cincondare consto as stiti stitum are
1 costare cubo as cubui itum ese l appoggiarsi consono as nui itum ane Ì
consonare crepo as crepuiì ituz are 1 brure n Ta LISTA DE’ VERBI IN 0
IRREGOLARE 205 concrepo as pui pitum are l scoppiare conteno as ul commoneo es
uil coerceo es ui carco es ui cohibeo es ui tentineo es ui commisceo es ui
censeo es ui condoceo es ui clareo es ui. . condoleo es ui caleo es uì
complaceo es ui convaleo es ui compareo es ui censideo es edi “ensum itum are 1
tonare in più partì itum ere 2 avvertire SR itum ere 2 raffrenare » ere 2 esser
privo . itum ere 2 frenare entum | ere 2 contenere stum ere 2 mescolare ere 2 giudicare
"oetum ere 2 insegnare » ere Z Esserchiaroperfuma itum ere 2 condolersi »
ere 2 esser caldo citum ere 2 compîacersi itum ere 2 pigliar vigore itum ere 2
compartre essum ere 2 sedere insieme contorqueo es orsi ortum colluceo es uxi
ere 2 avvolgere » ere 2 lucere insieme calefacio is eci actum ere 2 scaldare
commonefacio is eci actum ere 3 avvertire conficio is eci ectum ere 3 fare
insieme conjicio is eci ectum ere 3 gettare insieme circumspieio is exi ectum
ere 3 guardare intorno confodio : is odi ossum ere 3 scavare capio is cepi
captumere 3 pigliare corripio is pui epium ere 3 riprendere 18 206 LISTA DE’
VERBI IN 0 IRREGOLARI concipio is epi eptum ere 3 concepire i cocpio is
coepicoeptum ere 3 cominciare concutio is ussi ussum ere 3 battere si comminuo
is ui utum ere 3 trinciare construo is uxi uctum ere 3 fabbricare confluo is
uxi uxum ere 3 confluire corruo is ui utum eré 3 rovinare insieme congruo is ui
» ere 3 combaciare combibo is bibi bibitum ere 3 bere insieme circumscribo is
psi ptum ere 3 circoscrivere conscribo is psi ptum ere 8 coscrivere connubo' is
psi ptum ere 3 maritarsi conduco is uxi uctum ere 3 condurre circumduco is uxi
uetum ere 3 condurre intorno condico is xi cetum ere 3 denunziare conquinisco
is exi > ere 3 abbassarsi compesco is cuì scitum ere 3 fermare cognosco.
is ovì itum ere 3 conoscere conscisco ìs ivi itum ere 3 ordinare | Concresco is
evi etum ere 3 crescere ‘insieme cresco ìs evi etum ere 8 crescere calesco. is
ui » ere 3 riscaldarsi cudo ls cudi cusum ere 3 coniare cando ìs candi cansum |
ere 3 scintillare comprehendo is di sum ere 8 comprendere conscende is di sum
ere 3 salire comedo is di esum<e-- stum ere 3 mangiare contundo is udi
usum ere 3 ammaccare contendo is di sum ere 3 contendere ò LISTA DE’ VFRBI. IN
0 IRREGOLARI 207 consido is edi essum ere 3 fermarsi credo is credidi credi- -
| tum ere 3 credere aa condo is condidi con- ditum ere 3 fabbricare coufundo is
udi usum ere 3 confondere conscindo is idi issum ere 3 dividere collido is idi
‘isum ere 3 offndere claudo is udi usum ere 3 chiudere. corralo is asi asum ere
3 rad:re in-ieme ‘corrodo is osì osum ere 3 corrodere concedo is essi essum ere
3 concedere concido is concidi conci- sum ere 3 tagliare circumeido is cidi
cisum ere 3 tagliare intorno concido is idi » ere 8 morire configo is ixi ictum
ere 8 conficcare consurgo is surrexi sur- rectum ere 3 levar 80 confligo is
lixi lictumere 8 battere conjungo is junxi junctum l ere 3 congiungere cIingo ‘
is cinxi cinctum i se ere 3 cingere » costringo is inxi ictum pae di ere 3
costringere confingo is ìixi ictum I l sn ere 3 fingere contingo is igi actum
ere 8 accadere compingo is inxi inctum ere 3 ficcare confringo is egi actum ere
3 rompere 208 LISTA DE’ VERBI IN O IRREGOLARE detondeo es detondi on- sum ere 2
tosare. disco is didiei » ere 3 imparare dico is dixi dictum ere 3 dire e
-posto is depoposci peo e 3 domandare can istar- za do as dedi datum are 1 dare
disto as distiti » are 1 distare decubeas decubui bitum are 1 ammalare : domo
as domui domi-. tum are 1 domare dissonoas dissonui sonitum are 1 dissonare
dimico as dimicui atum are 1 combattere cefrico as defricui frictum are Î
nettare deseco as desecui ctum are 1 tagliuzzare deterreo es terruì territum
ere 2 spaventare. debeo es bui bitum ere 2 dovere doceo esdocui doctum | ere 2
insegnare detineoes detinui tentum ere 2 trattenere distineo esstinut stentum i
ere 2 frastornare dedoceo es ocni octum ere 2 disimparare deliqueo es ul
>» ere 2 liquidare doleo es uì - itum ere 2 dolersi | LISTA DE VERBI IN
0 IRREGOLARI 209 displiceo es ui itum cere 2 daispiacersi depasco is avi astum
ere 3 pascere desuesco is evi etum ere 3 disusarsi descisco is ivi itum ere 3
ribellare decresco is evi etum ere 3 decrescere dispesco is cui scitum ere
3-separare dehisco is » » ere 3: spalancarsi dispando is di sum ere 3 spandere
descendo is di sum ere 3 discendere deprehendo is di sum ere 3 coghere defendo
is di sum ere 8 difendere dependo is di sum ere 8 pesare © distendo is di sum
ere 3 stendere detendo is di sum ere 3 allentare % divido is divisi divisum ere
3 dividere. dedo is dedi deditum ere 3 arrendere diffindo is idi isum ere 8
schiantare deludo is usi usum ere 3 deludere. destrudo is usi usum. ere 8
cacciare decido is idi isum: ere 3 decidere decedo is essi essum ere 8 decedere
discedo is essi essum ere 3 partirsi disjungo. is junxijunctum ere 3
disgiungere dirigo is exi ectum ere 3 dirigere distinguo: is inxi inctumere 3
distinguere . . defigo is ixi ictumere 8 fissare depingo is inxi inctumere 3
dipingere destringo’ is inxi ictumere 3 svellere distringo' is inxi ictumere 3
distringere depango’ is nxi actum ere 3 ficcare in terra 210 LISTA DE’ VERBI IN
O IRREGOLARI defringo is egi actum ere 3 rompere dego is egi » ere $ menare
deligo is egi cctum ere 3 sceghere ‘ diligo is exi ectum ere 3 portare amore
deliteo es ui >» ere 2 nascondersi derideo es » >» ere 2 deridere
dissideo es » » ere 3 stare in discordia dependo is di sum ere 3 dipendere
despondeo es ondi onsum ere 3 promettere detergeo es si ersum ere 2 mondare dissuadeo
es asi asum ere 2 dissuadere detorqueo es si tum ere 2 stiracchiare distorqueo
es si tum ere 2 sconvolgere diluceo es xi .» ere 2 dischiarire deficio is eci
ctum ere 3 venir meno dejicio is eci ectum ere 8 atterrare despicio is exi
ectum ere 3 disprezzare defugio is gi gitum ere'8 schifare diffugio is gi gitum
ere 3 svamre defodio is ossi ossum ere 3 sotterrare decipio is cepi ceptum ere
8 ingannare diripio is ripui eptum ere 3 togliere decutio is ussi ussum ere 3
far cadere discutio is ussi ussum ere 3 discutere diluo is ui utum ere 3
dilavare diminuo is ui utum ere 3 diminuire. destituo is ui utum ere 8
dastituire.. dispuo is ui utum ere 3 sdrucire distribuo is ui utum ere 3
distribuire destruo is uxi uctum —-ere 3 distruggere defluo is uxi uxum ere 3
cascare diruo is ui utum ere 3 rovinare LISTA. DE' VERBI.IN 0 IRREGOLARI 211
describo is psi ptum ere 3 descrivere | discumbo is bui bitum ‘ere 3 sedersi a
tavola duco is xi ctum'— ere 3 dedurre. deduco is xi ctum © ere 3 dedurre.
dedisco is didici » - ere 3 disimparare. dispungo is upxi unctum ere 3
cancellare dispergo is ersi ersum ere 3 dispergere demergo is ersi ersum ere 3
affondare detergo is ersi sum ere 3 mondare detraho îs xi ctum ’. ere 3
diffalcare E excurro is curri cursum ere 3 trascorrere effringo is egi actum
ere 3 infrangere exto as extiti titum are l soprastare excubo as bui bitum are
1 farela scolta edomo as ui itum are 1 domare emico as ul ) are 1 zampillare
exerceo es ui citum ere 2 esercitare exterreo es ui itum ere 2 spaventare , exibeo
es ui bitum ere 2 esibire emineo es ui » ere 2 essere eminente emoveo es ovi
otum ere 2 smuovere © exorbeo es bui ptum ere 2 trangugiare elugeo es xi ctum
ere 2 compiere il lutto emulgeo es xi ctum . ere 2 premere effulgeo es sì » ere
2 fiammeggiare eluceo es xi » —»——’ere 2 esser chiaro efficio is eci ectum .
ere 3 menare ejicio is eci ectum ere 3 gittar fuora 212° LISTA DR vERBI IN O
IRREGOLARI elicio is uì itum effugio is gi itum effodio is odi ossum excipio ìs
epi eptum excutio is ussì ussum exuo is ui utum exacuo ìs ui utum eluo is ui
utum effluo is uxi uxum eruo is ui utum expuo is ui » ebibo is bibi tum
exscribo is psi ptum enubo ìs psi ptum edico is ixi ictum educo is uxi uctum
excresco is evi etum exposco is poposci itum edisco 1s didici erubesco is » »-
exscendo is di sum expando is di sum ere ere ere ere ere ere ere ere ere ere
ere ere ere ere ere ere ere ere ere ere ere ere edois velesdisum vel estum ere
expendo ìs di sum extendo is di sum edo is di itum effundo is udi usum excido
is di » excido is di sum emungo is unxì netum erigo is exi ectum extinguo is
inxi inctum _exungo is xi nctum ere ere ere ere ere ere ere ere ere ere 3
cavare 3 campare 3 scavare 3 prendere 3 scuotere 3 spoghare 3 aguzzare 3 lavare
3 svanire 3 svellere 3 sputare 3 bere a fondo 3 comare 3 maritarsi 3 ordinare 3
alzare 3 ingrandire 3 domandare 3 imparare. 3 arrossirsi 3 smontare 3 spandere
3 mangiare 3 pesare 3 distendere 3 dar fuori 3 versare 3 cadere 3 mozzare. 3
forbire d ergere 3 spegnere 3 ungere Ù LISTA DE’ VERBI ÎN O IRREGOLARI exurgo
is rexi rectum expingo is xì ctum effingo is xì ctum effringo is egi actum
exigo is egi actumo eligo is egi ectum expungo is .unxi unctum emergo is ersi
ersum emolo is luì itum eccolo is lui ultum excello is ellui elsum evello is elli
ulsum expello is uli ulsum expromo is mpsi mtum eximo is emi emtum exprimo is
essi essum expono is osui ositum excerpo ìs erpsi erptum excalpo is psi ptum
exculpo is psi ptum erumpo is upi uptum excoquo is xi cium effero ers extuli
latum egero is essì estum excurro is cucurri cursum exuro is ussi ustum emitto
is isì issum everto is ti sum existo is extiti titum ere 3 levar su ere 3
copiare ere 3 ritrarre ere 3 spezzare ere 3 esigere ere 3 scegliere ere 3
cancellare ere 3 emergere ere 2 tritare ere 3 coltivare 218 ere 3 esser
eccellente ere 3 stirpare ere 3 spellere ere 3 palesare ere 8 metter fuori ere
3 esprimere ere 3 esporre ere 3 strappare ere 3 grattare ere 3 incidere ere 3
rompere ere 3 discuocere ere 3 portar fuori ere 3 portar fuori ere 3 scorrere ere
3 divampare ere 3 mandar fuori ere 3 distruggere ere 3 esistere 214 Facio is
eci actum frango is egì actum frico as cui ctum floreo es ui » fidejubeo es
ussiì ussu fulgeo es sì. » frigeo es gui » fugio is gi gitum fodio is odi ossum
fluo is uxi uxum fatisco is » » fido is di sum findo is indi issum: fudo is
fudi sum frendo is di nsum figo is xi ctum Glisco is» » glubo is bi itum ”
LISTA DE’ VERBI IN 0 IRREGOLARI F ere 3 fare "” ere 3 fiaccare are 3
stropicciare ere 2 fiorire ere 2 assicurare ere 2 risplendere ‘’ ere 2 aver
freddo ere 3° fuggire ere 3 zappare ere 3 scorrere ere 3 rompere ere 3 fidare
«ere 8 fendere ‘ere 3 fondere ere 8 schiacciare | ere 3 fiocare G ere 3
crescere ere 3 scorticare LISTA DE’ VERBI IN 0 ‘1RRLGOLARI Habeo es ui itum
haereo es haesi haesum hisco is _ » >» hebesco is » » herbesco is » »
horreo es ui itum horresco is » » Impendo is di sum. Jacio is jeci jactum ‘
Insto as ingtiti titum incubo as cubui cubitum insono as ui itum increpo as ui
itum intermico as ui » intono as ui itum infrico as ui ctum interseco as ui
ctum inhibeo es ui itum immisceo es ui istum intermisceo es uì istum immineo es
ul » invaleo es ui fitum incaleo es uì ilum indoleo es ui itum invideo es di
sum 215 H ere 2 avere ere 2 dubitare ere 3 sbadighare ere 3 esser ottuso ere 3
inerbarsi ere 3 inorruire ere 3 inorridire ere 3 spendere ere 3 gittare are Î
far istanza are 1 appoggiare are Î rimbombare are 1 gridare are 1 tralucere are
1 intonare are f fregare are 1 uccidere ere 2 vietare ere 2 mescolare ere 2 frammischiarsi
ere 2 essere imminente ere 2 ‘invalorire ere 2 riscaldarsi ere 2 affligersi ere
2 invidiare 216 insideo es edi essum îrrideo es sì sum inhaereo es si sum jubee
es ussi ussum indulgeo es si tum impendeo es di suna illuceo es xi » înficie 18
eci ectum interficio is eci ectum injicio is eci ectum interjicio is eei eetum
inspicio is exi ectum incipio ìs epi eptum încutio is ussi ussum induo is ui
utum imbuo is ui utum instituo is ui ntum irruo is ui inspuo is ui v ingruo is
ui » innuo is ui » imbibo is bibi bibitum inscribo ‘ìs psì ptum ineumbe is bui
bitum innubo is psì ptum induco is xi ctum iudico is xi ctum interdico is xi
ctum ico is ici ictum ignosco is ovi otum internosco is ovi otum induresco i$ »
» ere 3 LISTA DE' WERBI IN O IRREGOLARI ere 2 appostare ere 2 beffare ere 2
appiccare ere 2 comandare ere 2 condiscendere ere 2 soprastare ere 2 schiarire
ere 3 infettare ere 8 uccidere ere 3 gittare ere 3 interperre ere 3 guardar
dentro ere 3 cominciare ere 3 scuotere . ere 3 vestire ere 3 inzuppare istituire
ere 3 rovinar dentro ere 3 sputare ere 3 soprastare ere 3 far cenno ere 3
inzupparsi ere 3 intitolare ere 3 appoggiarsi ere 3 maritarsi ere 3 indurre ere
3 imporre ere 3 vietare ere 3 ferire ere 3 perdonare ere 3 distinguere ere 3
indurare csEIsta De veasi iN ‘6 farecoLanI * ‘217 imeudo is di.eum ‘
‘.ere’B:-coniare incendo sis di msm « c'vere 3 incendiare intendo is di sum ere
3 intendere insido is «edi -essum ere 3 seller su indo is didi ditum gere 3
imporre infundo is di sum ere 3 spargere illudo is di sum ere .3 deffare Allido
is di sum . . ere 3 offendere. includo is di'sum’’ È © ‘ere 3 includere intrudo
is-si sim © * ‘ (ere 3 inîrudere. invado is sfsum ’ © * ère 8 invadere , -
rintido is ilî‘ssim ‘’ © ’ ere 8 cader sopra incedo is essi‘essum ere 3
incedere . intercedo is ‘essi essum' ere 3 tnterporsi incingo is wi: nétum |
ci, ere 3 incingere, |, iungo is'xì ctùm ‘.’ ere 3 giungere . intingo is
ftî'mettm . © ere.3 intingere inungo is xi ncetum .' ' ere 8 ‘ungere insurge is
‘teri ctim. ere 3 insor infingo is xi-etum° > ere 3 ficcar dentro
ampingo #8. egi” actum* ‘ere 3 urtare , infringo is: egi-actum © ere 3
frangere. intelligo is exi ectim ‘ere 3 intendere. inspergo is :si-sum’ ‘’ ‘
‘ere 3 spargere immerge is si sum ere 3 immergere imveho is exi ectum ere 3
urtar dentro incolo i uì ultum .ere 3 abitare impello is uli ulsum ere 3
spingere ingemo is vi itum ere 3 gemere insumo is umsi umtum ere 3 spendere
interimo is emi emtum ere 3 uccidere incino is inui entum ere 3 cantare impono
is esui esitum ere 3 imporre 19 (218. Lista DE WERBI IN 0 manconARI interpono
is osui esitam ere $ interporve illino is ivi itum pre 3 impiastrare L i labo
is » » ere 1 scivolare lavo is avi tum ‘0 lautung are 1 lavare liqueo is cuì »
ere 2 li liceo es cui citun . ere è esser vendo è all'in mne canto lateo es ui
‘n ù S star nascoste i lugeo es xi ‘tuvtum * langere .. luceo es xi # pae 2
ucere labefacio is veci “atomi . ere 3 STMUOVENE liquefacio îs ecì actun ere 8
lguefare luo is ui » |. pre. Ha fio lambo is ambi » =. ere$ lIabasco î8 ». » .
ere 3 esagre pane lapidesco is.» ere 3 impietrire ludo is usi usum | | ere 3
giocare laedo is aesi aesum ere 3 offendere ‘risva va'-varni IN 0 mmnegeari =
“249 M ; Mordeo es momordi..mor- sum ere 2 mordere moneo es nuvi itum ere 2
ammonire mibceo es ui isium ere 2 mescere È mineo es ui v(ne'composti) ere 2
soprastare mereo'es ui itum. © ere 2 meritare maneo es sì ansum © ere 2
rimanere mulceo es si-xì-ctum-inm ere 2 linificare mnlceo es xi ctum: ‘ ere 2
mugnere minuo is ui utum “ ere 3 minorare metuo is ui >». ‘ ere 3 temere
mitesco is »...>».. . ere 3 mitigarsi mando is di sim =‘ ere 3 masticare
mungo is xi ctum :° ere 8 nettar il nasò e N Noceo es ui itum ere 3 nuocere
nubo Îs pei pium ere 3 maritarai nosco is ovi otum ere 3 conoscere 220. LISTA
DE'-VERBI IN 0.IRREGOLARI. s (95 Occida: is di asum ere 3 morire occide is di
sum , ere 3 uccidere osténdo is. di sum. ere 3 mostrare obste as stiti itum.
are 1 reststere oceubo aa ui ium ——are È eoricars €‘ obtineo es ui entum — ere
2: ottenere oleo es ui itum-etum: ‘ ere 2 olîre obeleo es ui itum.. . ere 2;
olfre obsideo: es edi essum ere 2 assediare ‘ obmordeo is ordi orsum. ere 2
mordere officio is eci » °° .—.—. . ere 3 nuocere objicio is eci ectum ——, ere
3 opporre! © occipio is epi eptum ‘’ ere 3 cominciare: ©’ obstruo: is uxi
ctum.—ere 3 turare obruo is ui ‘utum «—_’‘’ ere 3 coprire obnubo. is psi ptum
ere 3 coprirsi. obduce is uxi uctum. ere 3 menare oppando is di sum. _ ere 3
esporre. offendo is di sum ere 3 offendere obtundo is udi usum ere 3 rendere
ottuso oppedo is di sun.‘ -. ere 3 burtarsi . obside is edi essum: . . ere 3
sedereettorna . offunde is udi usum .. ere 3 versare. LISTA DE' VERBI IN 0
IRREGOLARI = 221° Pi Pendeo es pependi ensum ere 2 pendere pendo is pependi ensum
ere 3 pesare posco is popasci are 3 domandare praecurro ìs urri ursum ere 3
prevenire pungo is pupugi-upxi unotwin © na | ere 3 pungere procurro is urri
ursum' -ere 3 correre innanzi perficio is eci ectum . ere 3 fimre | pessundo as
edi atum are / pertcolare praesto as titi titum are Î prestare procubo as cubui
ubitum are / snchinarsi perdomo as uì itum are / domare persono as ui itum are
1 rimbombare perterreo-es ui itum ere 2 spaventare perhibeo es ui itum. ere 2
esporre probibeo es ui itum ere 2 protbire pertineo es ui entum. ere 2
appartenere permisceo es ui istum: ere 2 mischiar bene praemineo es'ui »° ‘ere
2 vantaggiare promineo es: ui » ere 2 sporgere palleo es ui » ere 2 impallidire
pateo es ui. » ere 2 essere aperto polleo es ui » ere 2 valere praepolleo es ui
» ere 2 aver maggior forza praevaleo es ui itam ere 2 essere da più praemereo
es ui itun ere 2 meritare innanzi praebeo es ui itum ere 2 dare peroleo es vi
item ere 2 olire melto 323 prandeo es di sum praevideo es di sum provideo es di
sum praesideo es edi essum permaneo es nsì nsum persuadeo es si sum’ LISTA DE’
VERBI IN_0 IRREGODARE ere 2 pranzare ere 2 prevedere ere 3 provvedere ere 2
presiedere ere 2 durare ere 2° persuadere LERUA es si-xi sum-ctum prolugeo es
xi ctum perfrigeo es xi » proficio is ecì ectum: projicio is eci ectum:
pellicio is xi ectum. perfugio is gi itum perfodio is odi ossum praecipio. 19
pi eptum protipio Is epi eptum pario is peperi. partum percutio is ussi ussum
polluo is ui utum prostituo is ul utum. perfluo is uxi xum pluo is vi » proruo
is ui utum praemetuo is ul »' praeseribo is psi ptum proscribo is tini ptum.
procumbo is bui perduco is xi ctum produco is xi ctum praedico is xi cum: pasco
1S avi astumo praenosco 18. ovi tum. — bitum. ere 2 raddolcire ere 2 piangere
ere 2 intirizzire . ere 3 profittare ere 3' buttàre ere 3 zimbellare ere 3
fuggire ere 3 forare ere 3 comandare. ere 3 fuggire © ere 3 partorire: ere 3
percuotere: ere 3 violare ere 3 prostituire ere 3 scorrere: - ere 3 piovere ere
3 abbattere ere 3 temer molto: ere 3 ordinare ere 3 proscrivere ere 3 cadere
ere 3 condurre ere 3 produrre — ‘ere 3 predire ‘ere 3 pascere ere 3
preconoscere propando is di sum pando is di sum prehendo is di sum perpendo is
di sum protendo is di sum. prodo is didi tum praetendo is di sum. ; portendo is
di tum pertendo is di sum profundo is udi sum perdo is didi tum pervado is asi
asum plaudo is si sum procedo is essi essum praecedo is essì essum praecido is
isi isum praecingo is inxi inctum porrigo is exi ectum praestinguo is inxi
inctum perungo is unxì unctum pergo is rexi rectum © plango is anxì ctum pingo
is xi ctum perstringo is xi ctum ere 3 palesare ere 3 aprire ere 3 prendere ere
3 pesare ere 3 stendere. - ere 3 tradire . — ere 3 pretendere ere 3
pronosticare «ere 3 finire ere 3 spargere > ere 3 perdere. ere 3
penetrare ere 3 applaudire ere 3 procedere ere 3 precedere ere 3 troncare ere 3
cingere ere 3 porgere ere 3 adombrare 923 ere 3 ungere tuto: ere 3 andare ere 3
piangere ere 3 pingere: ere 3 abbagliare: pango is pepigi pactum ere 3 pattuine
- ’ bi x f " è ‘ » r ; . M » quiesco is quievi etum ere 3 quietarsi
Remordeo es di stim respondeo es di sum Tecido is di asum rescindo is di ssem
recludo is si sum rado is sì sum rodo is si sum recedo is essi essum recido is
isi isum rego is xi cturà resurgo is exiì etum refigo is xi xum repango is xi
ctum redigo is egi actum. relego is egi ctum repungo is.unxi ctum retraho is
axi actum. recolo is olui ultum recello is» )) revello is elli-ulsi ulsum
repello is uli ulsum refello is elli » resumo is umsi umtum redimo is emi
emptum rcprimo îs essi essum recino ìs nui entum repono is suì ‘situna. relino
is ivi itum LISTA DE' VERBI IN Q IARRGOLARE ‘ere 2 rimordete ere 2 rispondere
ere 3 ricadere ere 3 rompere ere 3 chiudere ere 3 raschiare . ere 3 rodere ere
3 alienarsi ‘ere 3 tagliare ere 3 reggere ere 3 risorgere ere 3 ficcare ere 3
ficcare ere 3 ridurre ere 3 rileggere ere 3 rimbeccare ere 3 ritrarre ere 3
rimembrare ‘ere 8 abbassare ere 3 strappare . ere 3 ricacciare ere 3 rifiutare ere
3 ripigliare ere 3 riscattare ere 3 reprimere ere 3 rimbombare ere 3 riporre
ere 3 sturare LIsga.DE VERRI i o 2naecona =—2285 relinquo is iqui ictum , ere 3
lasciare: |. < «.» recurro is Urri ursym . ere 3 ricerrere:
<< reviso' is isi sum . . . ere 3 rivedere. remitto is isi issum.
. ere 3 rinviare; :: vepromitto is: isi issum -ere 3.ripromettare: reverto: îs
sus fui ere è riternare ||; resisto: is' stiti itum.. ——ere 3 resistere resolvo
is vi Iutum: = ere F risolvere — + — * revolvo is’ olvi lutum . ere 3
rivolgere. — .‘ rinvenio îs enì entume . ire 4 mnventire -: i. : retundo is di
sum ._—— ere F reprimere. — ‘ rejicio is eci ectum, - ere ® rigettare... “©
resto as iti ium . —. are È fermarsi. "© relavo as avi otum. ; .. are 7
rilavare - « ** recubo' as ui itum. » . are / giacere . -—. resono as ui itum.
_ , ere Z misonare. |.“ recrepo as ui itum. are Î risonare refrico as. ui
ictum: are $ ripulire reseco as uî ectum are 1 sminuire retineo es ui entum ere
2 ritenere recenseo es ui ensum ere 2 fare la rassegna rauceo es ui » ere 2
arrocare redoleo es ui itum ere 2 ridolire resorbeo es ui orptum ere 2
ringhiottire rideo es isi isum ere 2 ridere retorqueo es si tum ere 2 ritorcere
respondeo es di sum ere 2 rispondere refulgeo es si >» ere 2 rifulgere
refrigeo es xi » ere 2 raffreddarsi reficio is eci ectum ere 3 rifare rapio is
ui ptum ere 3 rapire repercutio is ussi ussum ere 3 ripercuatere redarguo is ui
utum ere 3 arquire 226 LièdA bE' VERB! IN 0 IRREGOLARI ruo is ui itu ere 9
ruinare respuo is ui è —éreî pata renuo is ui » tere rine resctìbo is pei piu
—ere3 riscrivere. recunibo .i8 bui ci pos ere 3 riposarsi reposco is ittit di
ere 3 ridomandare recognosco is ovi otum “ere 2 riconoserre: refrigesco is è.»
jtre8 raffreddarsi rudo is rudi. © » ‘ère3 ragghiate * retendo is tdi sura - .
© ere 3 reprimere” rependo is dé sum ere 3 compensare” revincio is init
fnetuto” ire 4 legartherro | refarcio is si tum “ | © ire 4 dara è li resilio
is ui ultum: ‘ire 4 risaltare ‘ mo | reperio is eri ertutà | “cine é ritrovare
"o, KO Vv 4 LISTA DE' VERRI IN 0 IRREGOLARI —287 _ S sedeo es edi essa.
ere 2 sedere spondeo es spepondi oneum . ere 2 promettere. satisdo as dedi
deter. «are 1 soddisfare sto as eti atua. are l stare substo as stiti itum ——
are h durare seno as ui iitm —. ‘ are 1 sonare bo as ni itsm. ere 1 coricarsi
supércubo ae ui itura. ate 1 covare ai as ui pito. sare 1 segare sustinee es
ui. sentam succenseo es ui ensum .ere 2 adirarsi sileo es ui ‘p are 2 facere
splendeo es ni » .are 2 splendere studeo es ui .» 2re P studiare suboleo es ui
itum. ere 2 dire sorbeo es wi orptura ere 2 sorbire subsideo es edi essum ere 2
agquattarsi supersedeo es edi essum ere 2 soprassedere strido is idi » ere 2
stridere suadeo es sì sum ere 2 consigliare subluceo es xi » ere 2 far poca
luee salisfacio is eci actum ere 3 soddisfare stupefacio is eci actum ere 3
stordire sufficio is eci pectum ere 3 bastare subjicio is eci ctum ere 3
supporre -guspicio ig exi ctum ere 3 sospettare satisaccipio is epi eptum ere 3
ricaver sicurtà 228 LISTA DE VERBI IN 0 ‘1RRAGOLAME «“suscipio 1s epi eptum
‘statue 1s ui utum :800 18 Ul ttum ‘Struo ds uxi uctum spuo ui . ‘Scribe ‘îs
psi ptum «subseribe .1S psi um ‘scabo is bi » ‘seduce is xi ctum :subduce is xi
ctum ’ ‘SUesce is evi etum ‘scando is di sum succedo is ssi sun «suspendo is di
sum ‘succido is di sum #ecedo is essi essum ‘succingo is inxi inctum «Sejungo
is unxi uctum . “lrgo is rexi rectum sere 2 assumere ‘ere .3 ordinare «ere 3
cucire ere '3 murare ‘ «were 3 sputare © «ere 8 scrivere è ‘ «ere 3
sottoscrivere «ere 3 grattare.‘ ‘ «ere 3 sedurre ‘*ere 3 sottrarre ©‘ « sere 3
avvezzarii © «ere 3 ordinare: “ere d.sahire: | | ‘ vere 3 sucosilere ‘ sere 3
:sodpondere ‘ - è “sere 3 tagliare“ < “° ‘sere 3 appartars || 0 sere 3
preparare | «ere 3 separare: © ©’ ‘nere 3 songene + > © wi, e du 4 Pi La
te 4 N n VOCINA o 78 CISTA DE vensIi IN 0 mREGOLARI 229 p ’ tondeo es totondi
tonsum ere 2 tosare tundo is tutundi tusum ere 2 pestare tango is tetigi tactum
ere 8 toccare tendo is tetendi tensum ere 3 tendere tone as ui itum + are l
tonare terreo es ui itum —— ere 2 spaventare teneo es ui entum ere 2 tenere
torreo es uì ostum ere 2 bruciare timeo es ui vo ere 2 temere taceo es ui itum
ere 2 tacere tergeo es ersi ersum ere 2 gergere es» ere 2 gonfiare tepefacio is
eci actum ere 3 sntiepidire terrefacio îs eci actum ere 3 spaventare trajicio
is eci ectum ere 3 trasportare tribuo îs uì utum ere 3 dare transcribo îs psi
ptum ere 3 copiare traduco is xi etum ere 3 tradurre transduco is xi ctum ere 3
trasportare tingo is xi ctum ere 3 tingere V Venundo as dedi datum are 1
vendere veto as ui itum are Î vietare valeo es ui itum ere 2 star sano video es
di sum ere 2 vedere vinco is vici ietum ere 3 vincere vendo is didi ditum ere 3
vendere , vado is si sum ere 3 andare | 230 LISTA DE’ VERBI IN O IRREGOLABI
VERBI REGOLARI ED IRREGOLARI Applico as avi-vi itum-atum are 1 applicare
complico as avi-ui itum-atum are 7 piegare explico as avi-ui itum-atum' are 7
spiegare implico as avi-ui ituin-atum are 7 implicare eneco as avi-ui itum-atum
‘are 7 uccidere neco as avi-ui itum-atum ate i uccidere interneco as avi-ui
itum-atum are / uccidere sapio is ivi-uio no ere 8 sapere © desipio is ui-ivi »
ere 3 vanéggiare resipio is ui-ivi » ere 3 rapvedersi TRAT. COMPIUTO DI LESSIGRAFIA
LATINA 28L° ‘ ARTICOLO VI. INTORNO ALLA VARIAZIONE DE VERBI IN OR. 1 verbi iu
or sono di due specie. Alcuni hanno il corrispondente in o nell’ uso della
lingua, come umor rispetto ad amo, - doceor rispetto a doceo, Altri non hanno
il corrispendente in o, non perchè rol po!cs- sero avere, ma perchè l’ uso non
li ha mai adopera- ti, come paltor, mortor, nascor. Neppure tull’i ver- bi in o
hanzo il corrispondente in or, ma solamente quelli, che dinotano azione, il cui
effetto pgssa dall’ a- gente nell’obbjetta, e.i loro verbi in or diventano ver-
bi di stato relativo, come vedremo nell’Etimologia e nella Sintassi. 00 ue I
Tutti i verbi in or, qualunque sia il Joro significato, convengono in quanto
alla loro variazione: essi hanno delle voci concrete e delle voci astratte. Le
voci concrete sono tut'e quelle, che racchiudono il verbo sum e’l participio in
us, come amor, che equivale a sum amatus. Le voci astratte sono costituite dal
verbo sum e dal participio in us, i Le voci concrete sono nei seguenti modi e
tempi. NEL MODO INDICATIVO 1.° il presente come amor, doceor. 2.° il passato
relativo come amabar docebar. 3.° il futuro assoluto amabor docebor. 4.° il
futuro relativo amarer docerer. 232 TRATTATO COMPISPO II. Presente
dell'imperativo, amare HI. NEL MODO DEL CONGIUNTIVO. 1.° il presente amer
docear. 2.° il passato relativo amarer docerer. IV. Prima voee dell'infinita
amari doceri. In tutto il resto hanno veci astratte, come vedrase si nel quadro
di variazione. Le voci concrete de’ verbi in or, che hanno i cor- rispondenti
in o, s'intendeno formati da’medesimi, ag- giungende r ad 0, come amor da amo,
o cambiando la m in r, come amabar da amabam. La variazione poi per le
desinenze indieative delle persone singolari e plurali è ceme segue. il or ar
ar er or ‘or 2 arts are eris ere ts tre 3 atur etur ur duro 1 amur emur imur
amur 2 amini emini imimi imini 3 antur _ entur untur iuntur Quindi quattro sono
le forme di variazione de’ver- bi in or, come quattro sono quelle de’verbi in
o, di- stinte dalle stesse caratteristiche, 1 loro imperativi sono gl infiniti
de'verbi in 0, come amare, flere, audire. Gl'in or della terza cambiano Fa re
in e come legi peti inveci di legeri peteri. DI LESSIGRAFIA LATINA 233 A
formare in conseguenza un tempo de’verbi in or variato per tutte le ‘voci
‘concrete mon ci vuole che guardare il tempo del suo verbo in o, e se la prima
voce è m cambiarla in r. Se la ‘seconda è in us farla aris o are seguita da
atur, amur, amini, antur. Se la seconda è ‘in ee farla ‘eris, ere, seguita da etur,
emur, emini, entur. Se la seconda e ts per la terza cambiarla in eris ere
seguita sur, imur, mini, untur. Se la seconda è in ss, per la quarta, cambiarla
in iris ire, itur, imur, imini, tuntur. In altri termini questa variaziotfe si
compie, con- servando la stessa caratteristica per ciascuna forma di
variazione. Se i verbi in or non hanno il corrispondente in o, per la loro
formazione si suppone il verbo in 0, e si procede alla stessa guisa. Noi ine ci
contenteremo di produrre un solo quadro di variazione; sul quale si possono
modellare. tutte le forme. La maniera di enunciare questi verbi è nel seguen--
te modo. 1 amer, arts, are; amari, amatus, amandus. 2 doceor, eris, ere, eri,
doctus, docendus 3 petor, eris ere, peti, petitus, petendus 4 audior, ins ire,
tri auditus audiendus 234 TRATTATO COMPIUTO | QUADRO DI VARIAZIONE De’verbi in
or della prima forma. Tema. amor, aris are, ari, atus, andus. Pa : O: oto a ue
#5 MODO DELLA PROPOSIZIONE PRINCIPALE I. Del tempo presente. Singolare. Ego
amor vel sumo io sono ) Tu amaris are vel es amatus tu sei ) amato Is amatur
vel est ) .. gli è Plurale Nos amamur vel sumus ) noi siamo Vos amamini vel
estis ) amati voi siete amati lr amantur vel sunt eglino sono Il. Del passato
relativo. | I Singolare | Ego amabar vel eram ) lo era Tu amabaris are vel eras
) amatus tu eri amato Is amabatur vel erat) gli era ) Vos amabamîimi vel eratis
DI LESSIGRAFIA LATINA 235 « Plurale Nos amabamur vel eramus Noi cora È i amati
voi eravate. }amati Ii amabantur vel erant ) i eglino erano ): III. Del passato
assaluto , Singolare Ego fui ) io fui e sono stato ) Tu fuiti ) amatus tu fosti
e sei stato amato Is fuit ) egli fu ed è stato ) Plurale Nos fuimus) noi fummo
e siamo stati ) Vos fuîstis ) amati voi foste e siete stati amati N fuerunt
eglino furono e sono stati ) IV. Del passato anteriore relativo. Singolare -
Ego fueram lo era stato Tu fueras amatus tu eri stato . ) amato Is fuerat egli
era stato ) TRATTATO COMPIUTO Plurale Nos fueramus ) noi eravamo l Ì Vos
fueratis )amati voi erevate ) stati amati Ir fuerant eglino erano ) V. Del
futuro assoluto . Stngolare Ego amabor vel ero amatus +. to sarò amato | Tu
amaberis vel amabere vel eris amatus tu sarai amato Is amabitur vel erit amatus
egli sarà amato Plurale Nos amabimur vel erimus amati noi saremo amati Vos
amabimini vel eritis amati vo sarete amati li amabuntur vel ‘erunt amati:
eglino saranno amati DI LESSIGRAFIA LATINA Del Futuro relativo Singolare Ego
amarer vel essem amatus 7) sarei amate I Tu amareris vel amarere vel esses
amatus tu saresti amato. Is amaretur vel esset amatus egli sarebbe amaio
Plurale Nos amaremur vel essemus amati noi saremmo amati Vos amaremini vel
essetis amati voi sareste amati li amarentur vel essent amati eglino sarebbero
amati VII. Del futuro assoluto anteriore . Singolare Ego fuero ) io sarò ) Tu
fueris ) amatus tu sarai ) stato amato Is fuerit egli sàrà ). 238 TRATPATO
COMPIUTO * Plurale Nos fuerimus ) noi saremo | Vos fueritis ) amati voi sarete
stati amati Ii fuerint |) ©" eglino saranno - | VIII. Del futuro relativo
anteriore. ; | Singolare D | o Ego fuissem ) io sarei stato Tu fuisses amatus
tu saresti stato amato Is fuisset egli. sarebbe stato ) . Plurale | —. - Nos
fuissemus ) noi saremmo —) Vos fuissetis ) amati voi sareste ‘Y stati ‘amati Ir
fuissent calo sarebbero )' MODO IMPERATIVO. PRESENTE SINGOLARE Amare vel
'amatoritu- - || 0. ". sì amato tu Amator vel ametur vel sit.amatus is sia
amato egli Plurale . Amamini vel sitis amati vos siate amate voi Amantor vel
amentur vel sint amati ii sieno amati eglino DI LESSIGRAPIA LATINA MODO CONGIUNTIVO È Del tempo presente ego amer
vel sim amatus che 20 sa. amato. #È Ut tu ameris vel amere,. vel. si amalns ai
che tu sis amato. . is ametur vel sit amatus . che egli sia amato ‘©. Plurale.
{ nos amemur vel, simus. amati che noi siamo amati Ut vos amemini vel sitis
amati che vei siate amatt ii amentur vel sint amati che eglino sieno amati Il.
del passato relativo, | Singolare. ego amarer r vel essem amatus che 0 fossi
amato vuo tu amareris vel amarere vel esses amatus che tu fossi amato is amaretur
vel ‘esset amatus che egli fosse amato TRATTATO COMPIUTO Piurale. mos amaremur vel
essemus amati che noi fossimo amati Ut VOS amareminì vel essetis amati che vor
foste amati ii amarentur vel essent amati che eglino fossero amati JlL de
passato assoluto. Stagalare. ego fuerim io sa Ut tu fueris amatus che fu siù ’)
stato amato . 18 fuerit egli sia ) Plurale. nos fuerimus N00 stamo sfati Ut vos
fueritis amati che voi siate dinati ji fuerint O eglino seno IV. del trapassato
relativo. Singolare. ego fuisse 0 ‘fossi do Ut tu fuisses )amatus chetu fossi )
stato amato is fuisset egli fosse i dh DI LESSIGRAFIA LATINA Plurale. nos fuissemus ) a noi fossimo stati
Ut vos fuissetis ) amati che voi foste amati i fuissent ) eglino fossero
Infinito. 1.* voce. He Î0 te ) amari essere amatotu se egli Plurale. Noe noi
vos ) amari essere amati voi s eglino Il voce per circolocuzione. Singolare. sm
io 3 fuisse amatum essere stato amato tu egli Plurale. I è noi fuisse amatos
essere stati amati voi eglino 21 e & $ N 2492 . PRATTATO COMPIUTO Prima
circolocuzione; per la quale si accenna alla risoluzione di una proposizione
fimta, Ù cu ver- ‘-bo è al futura assoluto o relativo. preceduto dal A quol. i
\ È iù si x vr . 93 Singolare Me n > lo te ) esse amarndunc essere per
essere tu se ) amalo — o egli e: | Îi vi .. Phorede. (LE Pa r 3 Nos ) _ noi vos
) esse amarndos:sssere per essere voi] se ) amati eglino UTI La risoluzione ‘si
faccia, come’ a ‘pagina 129 salvo la differenza ‘de’ due participì tradotti in
modo diverso e dei futuri de’ verbi in or. Seconda circolocuzione, per la quale
si accenna alla risoluzione di una proposizione finita, il cui ver- bo è al
futuro assoluto relativo o anteriore pre- ceduti dal quod. f Singolare, ] Me )
«©. io te. ) fuisse amandum' essere stato peritu se ) essere amato ‘egli DÌ
LESSIGRAFIA LATINA 243 Plurale, sa | ea noi $. fisso svi essere stati per voi a
essere amati eglino La risoluzione si faccia come a pag. 131, salvo le
differenze de’ participî' diversi e de' futuri de' verbi in or, con voci
concrete ed astratte” Su questo modello si variino' i verbi dolla seconda terza
e quarta forma, i quali non differiscono da amor, se non per S. sola DAIAEAO
USERS : i ARTICOLO Vi INTORNO 4’ vERSI IRREGOLARI IN 0 cHE HANNO QUALCHE TEMPO
DE’ rERBI IN OR. ] seguenti verbi in o hanno i pesati come i verbi in or. |
Soleo es solitus fui solere 9 essere solito Mocereo es mocstus fui moerere 2
dolersi Audeo es ausus fui audere 2 ardire Gaudeo es gavisus fui poor 2 godere
Fido is fisus fui fidere 3 confidare Juro as iuravi e iuratus fui iurare 1
giurare Odi e osus fui odisse 2 odiare 1 seguenti in forma de’ verbi in o hanno
la signifi- ‘cazione de’ verbi in or di stato relativo. DAL TRATTATO COMPIUTO
Vapulo as avi atum are 1 essere battuto Liceo licui e licitum fuit licere
essere stimato Fio is factus fui fieri 4 essere fatto Veneo is venii »v venire
4 essere venduto (1). INTORNO A4°VERBI IRREGOLARI IN OR, CHE NON HANNO IL
CORRISPONDENTE IN Ò, DETTI DEPONENTI. Chiamo irregolari i verbi deponenti, i
quali non hanno il participio in atus, etus!, itus , regolarmente formati comé
amatus da amor, fetus da 7 n , peti- tus da petor, auditus da udior. lo ne
presento una lista de’ più frequenti per com- modo de’ principianti. LISTA DE'
VERBI DEPONENTI IRREGOLARI Amplector, eris, amplexus, ampleeti 3 abbracciare
Vereor, eris veritus, vereri 2 temere Polliceor, eris polticitus polliceri £
promettere Fungor, eris functus fungi 3 adempiere Irascor, cris iratus irasci 3
adirarsi Nascor, eris natus nasci è nascere Reor, eris ratus reri 2 pensare
Fateor, eris fassus, fateri 2 confessare (1)In questo luogo; io seguo i
grammatiei ma mi riserbo di dire la mia opinione intorno a questi voluti
passivi. DI LESSIGRAFIA LATINA 245 I cui composti cambiano la a in e come
Confiteor eris essus eri 2 confessare Diffiteor eris » » eri 2 disdire
Profiteor .. eris ‘essus eri 2 professare Miseréor eris misertus, misereri 2
aver compassione Loquor eris loquntus loqui 3 parlare Tutti 3 suoi composti
sono simili. * Sequor eris secutus sequi 3. seguire Tutti i composti simili I
Nitor eris riisus o nixos niti 3. sforzarsi Tutti composti simili. Fruor eris,
fruitus o fructus frui 3 godere Queror eris, questus queri 3 lamentarsi Labor
eris lapsus labi 3. sdrucciolare Tutt° i composti sono simili Utor eris usus
uti 3 usare Abutor eris abusus abuti 3 abusare Adipiscor, eris adeptus adipisci
3 acquistare Paciscor eris pactus pacisci 3 patteggiare Nanciscor eris nactus
nancisci 3 trovare Obliviscor eris-oblitus oblivisci 3 dimenticare Ulciscor
eris ultus ulcisci 3 vendicare Proficiscor esis profectus proficisci 3 partirsi
Expergiscor eris experrefactus, expergisci 3 svegliarsy 246 TRATTATO COMPIUTO
Comminiscot, eris commentus comminisci $ i i fantasticare Gradior etis gressus
gradi 3 andar per gradi. | ST I composti cambiano la a in è come Aggredior
eris, apgressus, aggredi 3 assalire ec. - Patior eris, passus, pati 3 patire
Perpetior éris perpessas perpeti 3 soffrire assar Ordior iris orsus ordiri 4
cominciare Metior iris, mensùs, metiri 4 misurare Morior iris mortuus, mori 3
morire Experior iris expertus, experiti 4 sperimentare Orior iris ortus oriri 4
nascere Tutti composti sono simili. I seguenti non hanno passati. Vescor eris »
vesci 3 mangiare Diffiteor eris » diffiteri 2 disdire Liquor eris » liqui 3
distillare Ringor eris » riugi 3 digrignare Medeor eris » mederi 2 medicare
Divertor eris » diverti 3 divertire Reminiscor eris » reminisci 3 ricordarsi
ARTICOLO IX. POCHE OSSERVAZIONI INTORNO A PARTICIPI A GERUNDII ED A’SUPINI
DE'VERBI LATINI. I grammatici chiamano supino una voce che ha for- ma di nome
variato alla quarta o alla quinta desinen- za della quarta forma de’ nomi ,
come amatum , fle- tum, petttum, auditum, e amatu, fletu, petitu, qu- DI
LESSIGRAPIA LATINA — 247 ditu, corvispondentinele: traduzioni alla voce
dell’in- finito de’verbi in o e de’ verbi in or di stato relativo ed alla
preposizione ® o per: onde amatum, fletum, petttum, auditum si fecero valeré
per 4 o per ama- re, piangere, chiedere, udire, ed amatu, fletu, petitu, auditu
si tradussero a 0 per essere amato, pianto, chiesto udito. . .° sp Secondo:
questa maniera di vedere il supino in um. . è de’verbi in o, quell’in « è de’
verbi in or di stato relativo , ma l'uno e l’altro non è variazione di ver- bo,
ma voce derivata da verbo. | Ciò non ostante non si può fare ammeno di tenere
presente il supino nella. variazione de’ verbi, perchè da esso si formano i due
participi uno in us l’altro rus, pe quali si fermano i tempi di voci astratte
de’ verbi in or, e le circolocuzioni de'futuri dell’infinito de’ ver- bi in o.
Quindi è che i verbi che mancano di supino non possono avere nè le voci
astratte de’verbi in or, né le circolocuzioni pe’ futuri dell’infinito de’verbi
in O, ma per sostituire queste ultime si ricorre ad un’altra circolocuzione ,
cioè del fore ut seguito dal congiun- tivo dal verbo medesimo , così invece di
dire: Spero te disciturum voce che non esiste, si dirà: Spero fo re ut discas.
Similmente i grammatici riconobbero alcune voci derivate da verbo, dette
Gerundiî con tre desinenze in di, in do, in dum, come. 3 Amandi, flendi, petendi,
audiendi © 2 Amando, flendo, petendo, audiendo, 3 Amandum, flendum. petendum,
audiendum Il primo, avendo la seconda desinenza de’nomi del- la quarta forma di
variazione, si traduce per la voce dell’ infinito di azione o di stato assoluto
e relativo , preceduto dalla preposizione di. 248 TRAPTATO COMPIUTO Di amare,
piangere , chiedere Amandi flendi udire o Petendi audiendi ) Di paese amato
pianto, chiesto a udito I secondo, avendo la terza desinenza de'nomi della
quarta forma di variazione, si traduce perla voce del- l'infinito di azione o
di stato relativo, precatoto dalla preposizione a 0 con Ad ‘amare piangere
chiedere Amando flendo © udire o Petendo audiendo A o con essere amato pianto
chiesto udito ll terzo, avendo la quarta desimenza de’ nomi della quarta
variazione, si traduce per la voce dell’ infinito di azione o di stato
relativo, preceduto dalla preposi- zione a o per Ad o per amare, piangere,
Amandum, flendum chiedere, udire Petendum, audiendum , Ad o per essere amato,
pianto, chiesto, udito Come si vede i gerundi non sono che il participio in
ndus variato come bonus, a, um, il quale participio vale da essere amato,
pianto, ec ec. Se dunque in valore si traduce per di a, o con o per amare,
piangere, chiedere, udire, è per costrutto figurato, o per senso sintassico ,
come per senso sin- tassico appo i latini questo participio unito al verbo DI
LESSIGRAPIA LATINA 249 PS sum aggiungeva la nozione di dovere e necessità, co-
me quando traducevasi: petenda est pax per devesi chiedere la pace. Del che ne
dà argomento quella forma di costrutto, che da’ grammatici fu detta gerundio,
il quale ha luo- go ogni volta che il participio in dus lasciando Ja for- ma di
gerundio ritorna alla forma di participio, e ine vece, di dire: habeo
desiderium legend libros io ho desiderio di leggere i libri, diciamo: habeo
desideriuma librorum legendorum, ma di queste e simili osserva» zioni nel
trattato dell'Elocuzione. Fino della Leesigrafia. INDICE DELLE MATERIE.
PREFAZIONE Introduzione al Trattato della' Fariazione delle | ‘Parole
Variabili. . CAPO I. /ntorno alla Variazione dei nomi latini - îngenere. è.
CAPO II. Zntorno alla: variazione degli Aggiuntivi Arr. I. Variazione degli
Aggiuntivi, che hanno desinenze orizontali e verticali della ! e 4 orma deî
nomi . . Arr. 11. Intorno alla Variazione degli Aggiunti vi sulla 3 Forma dei
Nomi. . Variazione degli Aggiuntivi a tre uscite nel. la / desinenza del
singolare . 6 2. Variazione degli aggiuntivia due uscite nella / desinenza
singolare. . S 3. Variazione degli Aggiuntivi ad una uscita nella /' desinenza
singolare. “age n e Intorno alla variazione de' comparativi e superlativi. Art.
IV. Intorno alla V. aviazione degli Aggiuntivi detti Numerali . CAAO III.
Zrntorno alla Variazione dei ‘così detti Prenomi. . Arr. I. Intorno alla
Variazione dei Prenomi di Sito Hic, Ile ed Iste. ART. II. Variazione dei
Prenomi ‘Congiuntivi Im: mediati TaLis QuaLis TANTUS QUANTO e in questa
occastone di Tot Quor. . . . Art. II Variazione dei Prenomi congiuntici me-
diati qui Quae Quop, sa; IPSE, DE PAR SERRE: LIS, SIMILIS " ; ivi Arr. IV. Variazione de' Piùivizi
Congiuntivi Col. lettivi Multus, Cunctus, Uniyersus, Omnis, Totws, Na Magis,
Satis, Plus. . . Fariazione deî Prenomi disgiuntivi. Alius, Alter, Uilus,
Nullus, Uter, Ceterus, diversus. Paullus, Paueus, Singulus, Differens, Minus. ,
Arpempice: Zazorno alle Concordanze de' Nomi eogli Aggiuntivi e co' Prenomi
Latini, . Avvertenza ai Precettori . . Intorno all'accordo de' Prenomi, degli
Aggiuntivi con alcuni nomi di animali che i grammatici chiamavano di Genere
SOMUNS: e di Genere Pol ENO: .:e. °° 6-1, ‘omni , di enimali A “che si ruovano.
ore " con hic e ora.con, haec. . gu = ivi 79 83 lo PI $ 2. Intorno a certi
nov di animali invariati. i rispetio al sesso ed accordati con una solu dex |
sinenza origonigle di prenome e di Aggiuno of tivo a CAPO IV “Intorno ‘alla
Foriazione dei nami perso» nali primitivi Ego, Tu, Sui. . . CAPO V. Intorno
alla Variazione dei Verbi Latini. ART. 1. Intorno alla 1 forma di Variazione
det Verbi Latini regolari in O. ; . Arr. 1J. Intorno alla 2:forma di Variazione
dei Verbi regolari in. 0. Arr. FI. Intorno alla 3 forma di Variazione dei Perbi
Latini Regolari în 0. 96 117 . 132 . 142 Arr. ‘FV. Intorno alla 4 Forma di
Variazione dei , Pass Verbi Latini Regolari in0. . Agr. V. Quadro comparato
delle quattro forme di Variazio«e per vedere le loro rispettive dif- "1
ferenze. Art. 11V. De Verbi irregolari in 0. ; S 1. Dei Verbi irregolari per
difetto assoluto è. $ 2. De Verbi trregolari per iau relativo e per difformita.
. $ 3, Zatorno a Verbi irregolar i per difformità e per difetto di supini. . ()
. , CIS CI . 176 ivi . 186 100 ROSSI LIO GENERALE DI PUBBLICA ISTRUZIONE Napoli
3 Setlembre 1855 Vista la donde del Tipografo Nicola Mencia, con la quale ha
ehiesto di porre a stampa l’opera: Zafroduzione allo studio della lingua
latina, ossia suggio diuna gram- matica latina ragionata di Lorenzo Zaccaro.
Visto il parere del R. Revisore signor D. Paolo Garzilli. Si permette che
l’opera indicata si stampi ; però noa si pubblichi senza un secondo permesso,
che non si darà, se prima lo stesso Regio Rerisore non avrà attestato di aver
riconosciuto nel confronto esser Î' impressione uniforme all'originale
approvate. ZII Consultore di Stato Presidente Provvisorio CAPOMAZZA.. Il
Segretario Generale SE Giuseppe Pi etrocola, ; </pre><pre
style="-webkit-tap-highlight-color: rgba(0, 0, 0, 0);
-webkit-text-size-adjust: 100%; background-color: whitesmoke; border-radius:
4px; border: 1px solid rgb(204, 204, 204); box-sizing: border-box; color:
#333333; font-family: Menlo, Monaco, Consolas, "Courier New",
monospace; font-size: 13px; line-height: 1.428571; margin-bottom: 10px;
margin-top: 0px; overflow-wrap: break-word; overflow: auto; padding: 9.5px;
word-break: break-all;">INTRODUZIONE ALLO STUDIO DELLA LINGUA LATINA INTRODUZIONE
ALLO STUDIO DELLA LINGUA LATINA OSSIA SAGGIO DI UNA NUOVA GRAMMATICA LATINA
RAGIONATA DIVISA IN TRE PARTI cioè I." Lessigrafia TI. Ftimologia HII.*
Sintassi Regolare c F'gurata. CON UN APPENDICE INTORNO 4A’ TRASLATI ‘ per opera DI Z, @—— <a NAPOLI DALLA TIPOGRAFIA DE’
GEMELLI J'ico lungo AMontecalvario AVVERTENZA A° PRECETTORI - IL bisogno di una
Grammatica ragionata per la lingua latina è generalmente comprovato da’ nuovi e
incessanti tentativi n questo genere di scrittura per opera de’ più dotti
uomini delle più culte nazioni, com’ è dire di Francia e di Germania, i quali
in questi ultimi tempi specialmente hanno prodotto in- memorevoli lucubrazioni
con l intendimento di ap- pagare il comune desiderio di avere una buona gram-
matica. I nomi del dottor Zumpt, di Broeder, Gro- tefend, Ramshorn , Billroth,
Weissemborn, Blum, Baschoff, Haase , Gernhard, Vargner , Schneider , Struve,
Grysar tra gh alemanni, e di Burnouf tra’ , francesi, sono troppo noti nella
repubblica delle let- tere, e sia perla celebrità de’ citati autori altramente
noti, sia pel merito loro filologico, si è creduto, e da taluni ancora si
crede, che il bisogno generalmente sentito sia oramar appagato. Ed 10 stesso
per rive- renza a nomi cotanto illustri mi son fatto a leggere alcune delle
loro opere con favorevole prevenzione, spe- rando di ritrovare in esse,non dico
in tutto, almeno in gran parte, îl voto comune soddisfatto. E crebbe la mia
speranza în leggere la prefazione alla Grammatica Latina del Burnouf, uomo
assai benemerito delle greche e latine lettere , versatissimo nelle produzio-
VI AVVERTENZA ni filologiche degli alemanni, delle quali egli attesta aver
fatto tesoro prima che si fosse posto a scrivere la sua : crebbe, ripeto, la
mia speranza in legge- re queste sue parole: « Ora non è più il tempo, in cui
non accordavasi alla giovane età che una me- moria tutta passiva, nè vi è
oggidì un maestro ad- dottrinato , * quale non sappia che U fanciullo ra- giona
, e che ragiona con aggiustatezza che tali fia- te sorprende gli uomini fatti,
se pure non si è la- sciato penetrare idee false nella sua mente. A noi, che
insegniamo , spetta di coltivare una facoltà tan- zo preziosa (la ragione ) e
lo studio delle lingue ce ne formisce il mezzo più diretto e infallibile. La
Grammatica è la Logica de’ fanciulli . ... La Logi- ca grammaticale domina
propriamente nella Sintas- st ». Da questo generale divisamento del grammati-
co francese era naturale a dedurre che alle vecchie igrammatrche ne sarebbe
succeduta una nuova tutta diversa, la quale, dovendo essere la logica de’ fan-
cvulli, avrebbe sostituito i principi alle regole , pei quali si sarebbe svolta
la facoltà deduttiva , incep- pata finora dalla fede cieca alle regole e dall’
obbe- dienza cieca a’ precetti. Con ciò dichiaravasi nel medesimo tempo che
tutte le grammatiche precedenti erano insufficienti, non esclusa alcuna degli
ale- umanni ; attesochè l’ autore protesta che di tutti la- vori filologici de’
più dotti di quella nazione avea fatto tesoro per farne la logica de’
fanciulli. Ma le mie speranze rimasero deluse, come ho dimostrato nel 1.° Vol.
del Nuovo Corso pag.303 e segg., imperoc- chè invece di principi non. ho
trovato ehe regole empiriche nella grammatica del Burnouf. La causa efficiente
di questa insufficienza nel ten- tare una riforma negli studi filologici per
opera dei in mali A’ PRECETTORI VII più dotti uomini consiste nel supporre che
i po- chi principi concernenti la classificazione delle pa- role, le nozioni
primordiali e fondamentali , le clas- sificazioni etimologiche e sintassiche ,
la partizione delle materie ec. siano esatte , in guisacchè la mi forma non
debba versarsi che intorno all’ applica- zione, esplicando con esempi le
regole, e non mai dubitando della loro falsità. Or supponiamo per poco che le
classificazioni sieno inesatte, le nozioni fonda mentali sieno erronee, le
definizioni false, le partizao- ni inadequate , è agevole a comprendere che
ogni studio diretto a ricercare le ragioni della loro appli- cazione riesce nel
vuoto , non potendosi alcuna ra- gione di vero trarre del falso, per quindi
stabilire la logica de’ fanciulli, la quale appunto consiste nel formare Vl’
attitudine di dedurre facilmente e spon- taneamente le conseguenze da’
principî, e di appli- care 1 principî a’ fatti particolari negli innumere- voli
casi delle lingue studiate. Ma questo che ho det- to non è mica una
supposizione , è un fatto dima- strato ne’ tre grossi volumi del Nuovo Corso,
dove per ogni grammatica particolare è. stato osservato quello che la ragione
ha dedotto per la Grammatica universale. E quì valga quest’ umica ragione, la
più facile a intendere , cioè che melle scuole essendo ri- tenuto avere ogni
regola la sua eccezione , sì venne a inceppare la facoltà deduttiva per una
scetticismo formulato a principio ; imperciocchè , messo che la eccezione è un
contraddire alla regola, il giovanetto non può sapere con certezza, quando
abbia luogo la ped agitati pu! sempre il dubbio di un’ eccezio- me possibile.
Oltrecchè questo principio è la più cma- ra protestazione che le regole sieno
false, perchè l'eccezione che cosa è mai, se non il fatto contro di VIII
AVVERTENZA ‘ciò che vorrebbe la regola? La verità di un princi- po generale
consiste nella sua conformità in tutt’ i ‘ cas particolari , perocchè il
principio è una for- « mola contenente il genere rispetto a tutte le spezie. ‘
Come dunque si poteva stabilire la logica de’ fan- ‘ ciulli, quando le regole,
cioè le premesse, da cui si : deduceva, erano false, 0 almeno erano dubbie? E
se ‘è così, ognun vede che a stabilire questa logica dei ‘ fanciulli è mestieri
ritoccare i suoi principi fonda- mentali , e sostituire alle regole false le
premesse generali e assolute, cioè senza eccezione, ed al falso principio
metodico che ogni regola ha la sua ecce- zione, sostituire l’altro: ogni
regola, quando è vera, è assoluta e senza eccezione. Ma egli è poi vero che în
fatto di lingue si pos- sano avere sì fatti principî, che non ammettono ec-
‘cezione? Chi non sa quanto l’uso è capriccioso? Chi ignora le tante anomalie
negli accordi de’ nomi e ‘degli aggiuntivi, de’nomi e de’verbi, ne’così detti
verbi ‘ampersomali ‘e difettivi, nella variazione, derivazione e composizione
delle parole? Chi ardirebbe di enumerare ‘a priori principi assoluti intorno a
queste cose senza distruggere il fatto permanente della lingua con tutti 1 suoi
idiotismi e con tutte le sue sgrammaticature? A questa obbjezione spaventevole
a prima vista io ‘potrei rispondere dapprima che la possibilità di una
grammatica generale è riconosciuta da tutti i più ‘dotti uomini , i quali
diressero i loro studi e i loro ‘sforzi ad attuarla, ed ognuno ha creduto
potervi riu- ‘8cire, quando, infastidito delle vecchie, imprese a scri- vere
una nuova grammatica, e il Burnouf espres- ‘samente ha dichiarato che la
Grammatica possa essere la logica de’fanciulli. Adunque l’obbjezione non regge
nella opinione de’ dotti; e, se ha un lato vero, è fal- rr a "< de
-- 43 o —_ «a a = Lc ;- €« n n _ 2 a _ ° = s—» CA #£—- 4° PRECETTORI IX sa
assolutamente. A quello che io sappia la pro» posta obbjezione non è stata
valutata mella sua in- tegrità : 0 cercherò di metterla in piena e chiara
veduta per trarne ‘Ulazioni incontrastabili.. | Le lingue sono aggregati di
parole, e le parole so- no segni, ossia una quantità sensibile, che per con-
venzione ha virtù di far intendere l’insensibile (Gram. Ital. Vol. I. pag. 18),
in altri termini la parola è segno intimamente connesso col significato. Essa
ha dunque delle proprietà e delle modificazioni come se» gno 0 quantità
sensibile: ne ha delle altre come se- gno rispetto al significato 0 come idea.
n La parola, come quantità sensibile, va soggetta a tutte le alterazioni
fortuite delle bocche de’ parlanti, î quali, non essendo guidati da ragione, vi
produco» no delle difformità , ossia delle irregolarità, o ano- male , cioè
incostanza di uso. Il che avviene pro- priamente nelle desinenze delle parole
che appar- iengono ad una stessa classe, per esempio, tutt’ è nom de maschi
dovrebbero avere regolarmente un accordo con le desinenze degli aggiuntivi e
de’ pre- nomi in una forma determinata costantemente. In- tanto l’uso cieco
delle moltitudini produsse negli ac- cordi delle dissonanze, dando agli
aggiuntivi una de- sinenza dwersa. In questa parte hanno luogo le re- gole ,
ossia alcune enunciazioni generali con le eccezioni , ed ogm lingua ha le sue
regole, perchè ogni lingua si compone di parole che sono segni , ossia quantità
sensibili, capaci di alterazioni arbitra- rie. Ma voi vi guarderete bene di
credere che complesso di queste regole formi la grammatica, co- me Logica de’
fanciulli: un tal complesso costi- tuisce la così detta Lessigrafia, la quale
si propo- ne di studiare la forma attuata delle parole, e l’attuazione della
generazione de’ vocaboli per varia- zione, derivazione, e composizione in una
data lin- gua costituisce propriamente ciò che si dice gram- matica particolare
e propria di una lingua, da af- fidarsi alla memoria più che all’ intelligenza.
La Lessigrafia è la prima parte della nostra Gramma- tica Latina. Ma la parola,
come idea, ossia la parola rispetto al significato, è una per tutte le lingue:
così il no- me di qualunque lingua e di qualunque forma è se- gno di sostanza e
di causa, e la proposizione è l’ e- spressione di un giudizio. Per quest’ unità
assoluta UU’ idea 0 per meglio dire per quest’ identità di st- gnificato
sorgono principi identici per tutte le lingue, una Grammatica umversale , una
scienza assoluta rigorosamente parlando. Questi principi non hanno eccezione :
sono universali , di tutt’ i tempi, e di tutt’ è luoghi , e costituiscono la
logica de’ fanciulli come degli adulti, imperocchè la deduzione è eviden- te, è
certa, è ‘ncontrastabile. Questa parte della Grammatica comincia dall’
Etimologia e finisce cor Traslati, perchè dall’Etimologia incominciamo a stu-
diare la parola come idea, ossia ‘il segno rispetto al significato. Ed a parlar
con rigore l’ Etimologia è lIdeologia de’ fanciulli, come la Sintassi n°’ è la
Lo- ica: quella studia le nozioni fondamentali come idee, questa le
proposizioni come espressioni di giudizi, Da queste distinzioni rileva come la
proposta ob- bjezione possa essere risoluta: La Grammatica par- ticolare di una
lingua, in una parte ha regole con eccezioni: în altre sue parti ha principi
generali sen- za eccezioni. Defimre la Grammatica per una rac- colta di regole
assolutamente è un assurdo, un altro => = 5: ET 3 € E — Ze 3 IT AS93, o
EE 25 arc dr E x «fan Mr i mel 2 FA A’ PRECETTORI XI essurdo è sconoscere
affatto le regole. Ma l’ imbro- cp delle Grammatiche pubblicate finora sta o
nel- ” essere state esclusivamente raccolte di regole , 0° nell’ avere ammesse
le regole dove era mestieri che vi fosser principi, come mell’Etimologia e
mella Sin tassi , e tutto questo, perchè non si seppe distin guere il duplice
rispetto della parola come segno e come idea. Coloro adunque che credevano
impos- sibile una Grammatica generale per tutte le lingue, non videro queste
diverse attinenze delle parole, diciamo così la plastica delle lingue, e la
loro intel» ligibilità , ma, standosi alla prima, vedevano impos: sibile
raccogliere un elemento comune. — E la distinzione nostra è obbjettiva, perchè
risulta dalla natura delle cose, ed a questa condizione una sola Grammatica
governa tutte le lingue. La Gram- matîica particolare poi di ciascuna sì riduce
ad una cortissima distesa, cioè alla sola Lessigrafia, che pre- senta a leggere
e scrivere le parole come sono at- tuate con tutti gli accidenti plastici di
variazione , derivazione e composizione. | Ecco, o precettori, il fondamento
razionale della presente Grammatica Latina, derivato dal Nuovo Corso di
Letteratura Elementare, Parte Prima,e trasfuso nella NuovaGrammatica ragionata
per la lingua Italiana da noi già pubblicata, ed a cui la presente sarà in
tutto conforme, perocchè nella parte de’ principî le Gram- matiche particolari
non differiscono tra loro, se non per gli esempi particolari delle lingue , per
cui s0- no scritte. Ondechè le definizioni , le classificazio- nî ec. sono
sempre le stesse, în quisacchè studiata una sola grammatica, questa basterebbe
per tut- te le lingue. Ed to potrer tralasciare in ta grammatica latina tutte
le teorie esposte nell’ Étimoelogia e Sintassi italiana, se non fosse che non
tutti st sono provveduti della nuova grammatica ragiona- ta per la linqua
italiana. Voi dunque non mi ap- portete a difetto la uniformità delle mie due
gram- matiche e la ripetizione delle medesime teoriche cor- rispondenti;
perocchè da un verso è necessario pro- cedere così, dall’ altro è utile per la
brevità del tem- po che s'impiega a ricordare le stesse teoriche appli- cate a
lingue diverse. În una Grammatica comparata, ossia scritta per due o tre lingue
nel medesimo tempo, questa ripeti zione potrebbe evitarsi, perchè alle stesse
teoriche si appunterebbero esempi di lingue diverse, ma nion così per quella
che è destinata ad ‘uma sola lingua. Lo stesso vantaggio si poni ottenere da
chi sapesse maneggiare i metodo amiltoniano, nel quale non si studia grammatica
scritta, ma si va suggerendo le applicazioni de’ principi apparati nella
gramma- tica della propria lingua în occasione che si pre- sentano i costruiti
della lingua stramera che si stu- dia. Fuori di queste supposizioni è
necessità, ripeto, presentare tutte le grammatiche particolari con le stesse
formole, perchè tutte convengono negli stessi. principi, sebbene in Lessigrafia
abbiano regole di- verse, versantisi sulla plastica delle lingue. Con ciò ho
determinato il campo della Etimolonia e della Sintassi dopo la Lessigrafia,
perchè ho detto che questa ha regolé e non principî, come quella che studia le
parole di una lingua nella loro attuazione. tali quali si truovanio con tutte
le loro imperfezio- mi: l Etimologia e la Sintassi studiano la parola come
idea, 0 come segno rispetto dl significato, e pe- rò si versano intorno da’
principî diversi dalle rego- le, che non sono senza. eccezioni. Parrebbe da ciò
che la Etimologia di una lingua marticolare non dovesse trattare nè di
Variazione, nè di Derivazione, nè di Composizione delle parole, per- chè si
fatte cose appartengono alla Lassigrafia, do- ve st studiano le parole, come
sono attuate, tanto pri- mitive cioè radici 0 radicali, quanto secondarie, cioè
variate, derwvaie 0 composte. Ma, considerando che la Variazione , Derivazione
e Composizione sono co- munai a tutte le lingue, come mezzi di generazione di
nuove parole , debbono necessariamente in qual che cosa convenire, come
elemento generico, obbietto di scienza e non di semplice osservazione.
L’Etimolo- gia adunque tratterà di queste cose come sue, lascian- done alla
Lessigrafia l applicazione nell’ attuazione della lingua particolare. Io però
debbo confessare che nella mia Etimologia mi fermo più del convenevole intorno
all'applicazione de’ principi generali de’ mo- di generativi, e ciò per ‘lo
stato in cui si truovano gli studi filologici , imperocchè i trattati
lessigrafici delle scuole presentano molti difetti nelle nozioni fondamentali,
la correzione de’ quali non si può con- seguire senza ragionare per principi,
il qual ragio- nare sarebbe prematuro in quella parte, che procede per semplice
osservazione. Oltracciò la Derivazione e la Composizione delle parole vanno
considerate co- me studi di perfezionamento, e perciò posteriori d’as- sar alla
Lessigrafia. Io voglio rispettare per ora questo pregiudizio , ed aspetto che
|’ ordine rigoro- samente scientifico sia attuato, quando la gramma- tica
ragionata sarà divenuta più accessibile e più VA bag ne’ pubblici e privati
insegnamenti. L’obbjetto della Scienza reclamerebbe i suoi dritti intorno a
molte cose, a cui deve rinunciare per ora per la in- sufficienza de’ subbjetti,
i quali prevenuti r° pregiudizi non potrebbero intenderle nettamente, Io dun-
que dò al mio libro un ordine più conforme alla ca- pacîità de’ subbgetti ; e
lascio agli avvemre il compi- mento de’ desideri della Scienza, La mia
Etimologia per conseguenza sarà divisa in cinque Parti, come ho praticato nel
1,° Volume della Nuova Grammatica ragionata per la lingua italiana —ossia 1.°
Delle classi Categoriche; 2.° Delle Classi ipoteoriche; 3.° della Variazione
4.° della De- rivazione 5.° della Composizione delle parole. La Sin- tassi del pari
sarà divisata come l’ Italiana , espo- sta nel 2,° Volume della Nuova
grammatica ragio- nata, Questa nostra grammatica in poco volume racchiu de una
scienza compiuta della lingua latina, impe rocchè, cominciando dall’Etimologia,
i0 alle regole so» slituisco principi generali, 1 quali per quanto si estendono
nell’applicazione, per altrettanto sono ri» stretti di numero, Tutte le
grammatiche scritte fino- ra vengono fuse in questa con la grande differenza
che de’ più difficili ed eleganti costrutti rendiamo ra- gione in Sintassi,
della filiazione delle parole ridot- te a famighe, in Etimologia. Ma quel che
più monta è l'ordine, con cui le materie vanno disposte, peroc- chè è la prima
volta che la Etimologia ha una de» finizione , una limitazione e ed un campo
determi- nato diviso dal Sintassico. La Sintassi egualmente ridotta a principî
presenterà una novità scientifica per la giusta disposizione delle sue parti e
per la collocazione delle quistioni nel proprio luogo. La Sin- tasssi figurata
sarà un trattato scientifico compiuto, nel quale procedendo allo stesso modo,
con cu pro- cedemmo mella grammatica ragionata per la lingua italiana ,
otterremo un perfetto parallelo tra le due —a so => PI Ira io 4° lingue, il perchè una serve di ajuto e di
mezzo per imparar l alira— A riuscire in questo to farò no- tare come regola di
metodo la gran differenza che passa tra versione etimologica e versione di
equipol- lente. La prima farà corrispondere alla parola la- tina quella
italiana, che îl significato primitivo e per- ciò etimologico della parola
latina contenga : la se- conda farà corrispondere alla parola latina una o più
parole in italiano, che contengono un significato relativo e perciò secondario
0 metaforico della pa- rola latina per proprietà di lingua taliana. Per
esempio, incontrandomi nel Verbo Videor, non dirò co’ grammatici che significhi
parere 0 sembrare, stb- bene che sia un verbo passivo formato dell'attivo vi-
deo, e la mia prima traduzione letterale del se ,uente passo: Tu mihi videris
esse doctus, sarà: tu sei a me veduto di essere dotto. Ciò fatto, in un secondo
mo- mento noterò che questa frase o costrutto latino è equipollente a quest’
altro italiano: Sembrami che tu sei dotto. Il giovanetto con questo metodo non
con- fonderà il significato primitivo delle parole col se- condario , il
proprio col metaforico. Di qui la ne- cessità di far seguire alla Sintassi il
Trattatino de Traslati, nel quale esporrò î costrutti eleganti sotto il
rispetto de’ Traslati medesimi come di Nubo, par- co, ignosco, vaco, ec. ec.
Quindi nuovo ordine în quanto all’ esposizione degl’idiotismi latini da’ gram-
matîici esposti alla rinfusa per produrre tanta ma- lagevolezza di ritenerli
nella memoria de’ poveri fan- ciulli. Per questo la nostra grammatica latina
oltre da essere una Scienza puramente speculativa acquista ancora le ragioni di
metodo, che, ajutando la pratica, aspira all’ Arte, la quale è propriamente
l’atittu- XVI AVVERTENZA A° PRECETTORI dine di operare in conformità dei
principî della Scienza. Quindi non recherà più scandalo la nostra Definizione
della Grammatica come Scienza in quanto a’ principî, ed apparirà quanto sia
insulsa la pre- tenzione di coloro, che la vogliono Arte unicamen- te, perchè
ha sole regole e non principi, della quale stoltaggine è da ridere oggidi per
la sfronte- tezza con cu sì vorrebbe sostenere, perocchè fin dai tempi di
Aristotile come Scienza e come Arte fu con- siderata,e Quintiliano e tutti più
savi grammatici, non escluso il Donato, per tale la ritennero. Per la racione
del Metodo io non cesserò di avver- tire, dove cade in acconcio,i precettori
del modo da te- nere per la pratica, producendo to stesso degli esempi di
applicazione degli studiati principî. In questa guisa to non lascio alcuna cosa
a desiderare m questa Grammatica , ed, affinchè tutto corrisponda al fine
d’imparare la lingua latina, curerò i0 stesso di for- mire è precettori di un
testo di lingua accuratamente formato da Leonardo Tafel pel Metodo Amaltomano,
con mirabile Arte graduato pel primo insegnamento. Io re farò la ristampa con
un accurata esposizione delle regole di ben maneggiure questo libro oltre le
avvertenze, di cu è corredato nella prima edizione fattane nel 1849.
Pubblicherò in seguito i Colloqui del Vives, da me annotati, per renderl utili
a que- sto Metcdo, come pure un’ Antologia de’migliori pez- zi di storie sacre
e profane. Se Iddio ci darà vita adempiremo queste ed altre promesse. — Vivete
felici. VIRAL NETAIN Pe: "1 -INTORNO ALLA DEFINIZIONE ED ALL OBBJETTO ‘
DELL’ ETIMOLOGIA. Ogni lingua è un aggregato di parole, le quali si adoperano
congiuntamente per formare un discorso. Or se noi distacchiamo dal discorso
ogni parola per far- ne oggetto di particolare disamina, ne risulta una Scienza
che si dice Etimologia : se poi consideriamo le parole congiunte a discorso, ne
risulta un’altra che si dice Sintassi. L’ Etimologia adunque è quella parte
della Gram- matica, nella quale si studiano le parole isolate (cioè distaccate dal
discorso ) come segni per saperne i significato assoluto e diretto. Dicendo
parole isolate, si differenzia l’ Etimologia dalla Sintassi, e dicendo come
segni per saperne îl significato assoluto e di- retto, si differenzia l’
Etimologia dal Trattato de’ Tra- slati (1). | (1) Rigorosamente parlando, la
disamina etimologica non può essere tanto assoluta, che non partecipi in
qualche modo delle ragioni sintassiche, perocchè la v- riazione, come vedremo,
presenta alcune desinenze sin- tassiche, e ciò perchè la parola è destinata a
congiun- gersi ad altre nel discorso. Per avere una chiara nozione di questa
definizione è uvopo conoscere che cosa sia segno e significato. Ora il segno è
una cosa sensibile, che ha virtù di farci pensare all’idea di un' altra cosa
insensibile. «Il fumo, per esempio, è un segno; perchè è una co- sa sensibile,
che ha virtù di farci pensare al fuoco, che suppongo di non vedere, mentre vedo
il fumo. . Per sensibile intendo ogni cosa, che cade sotto i sen- si, della
vista, dell'udito, dell’ odorato , del gusto e del tatto, che sono sensi esterni.
Così il sole che ve- diamo, la rosa che odoriamo, la penna che tocchia- mo,
sono tutte cose sensibili esternamente. La parola adunque per essere segno deve
essere un sensibile esterno , ossia una cosa che cada sotto qual- che senso
esterno , ed essa è tale, perchè, se si pro- nunzia, è un suono, che si
percepisce per l’udito: se sì scrive, è un estensione colorata, che si
percepisce per la vista. Quindi è che la parola è segno sotto doppio rispetto,
perchè è sensibile per doppio senso, e perciò sì può definire un segno
pronunziato o scritto. Segno e significato sono relativi tra loro, come pa- dre
e figliuolo o padrone e servo. Ma che cosa è il sî- gmificato ? è l'idea , a
cui il segno ci fa pensare, mentre il suo obbietto non è presente a’ sensi.
Così il fuoco è un significato rispetto al fumo , che n'è se- gno , perchè
questo cì fa pensare a quello, che non è presente. | Ma il segno non ci fa
pensare al significato sem- pre allo stesso modo, perchè ve ne è una specie,
che ci fa pensare al significato per sua propria virtù sen- za bisogno di un
altro che lo dica : tale è il fumo rispetto al fuoco , il riso rispetto all’
allegria, il bron- cio rispetto all’ ira, il pallore rispetto alla. paura ec. I
segna di questa natura si addomandano segni natu- rali e necessarì, XE + KP i e
" ee fia = Sr € _ se ignari ALL’ ETIMOLOGIA "© 19 -" Ve ne sono
altri, che non hanno la virtù di farci pensare al significato naturalmente e
necessariamente, ma sibbene per un accordo scambievole tra più per- sone, ossia
per convenzione. Se per esempio voi vedete un asta di telegrafo ora salire ed
ora scendere, senza che un altro vi abbia istruito del significato di quelle
movenze, non potete conoscere quel che si voglia con esse far intendere. Non
così per coloro, che sono ad- detti al telegrafo, perchè dessi sono venuti in
accor- do tra lore , ossia ad una convenzione, per la quale hanno -stabitito
che, quando l’asta scende,si voglia in- tendere una cosa, quando s’ eleva, un’
altra. I segni così descritti si chiamano convenzionali ed arbitrari:
convenzionali, perchè sono tali per convenzione : ar- bitrari, perchè hanno
questo o quel significato per un arbitrio de’ convenuti, e, come significano
una cosa, ne potrebbero significare mille altre differenti. Se le parole sono
segni, si può quistionare se sieno segni naturali o convenzionali ? I
grammatici, che non hanno saputo distinguere la voce dalla parola, e che
annoveravano gl’'interposti o le Interiezioni tra le classi di parole, sono
costretti a riconoscere alcune parole, cioè gl’ interposti, come segni
naturali, perchè, come vedremo, questi segni ci fanno pensare naturalmente
all’affetto, che ci domina. Ma noi non possiamo riconoscere gl’ interposti come
parole, per quanto abbiamo dimostrato nel Nuovo Corso Vol. 1.° pag. 173 e segg.
È però che diciamo essere tutte le parole , segni convenzionali, ossia che non
hanno virtù di farci pensare al significato per sè stes- se, ma in virtù di una
convenzione. E che sia così basta pòr mente che, se noi leggiamo scritte o
udiamo pronunziate le parole di una lingua che ignoriamo , quelle parole non
producono alcuno significato in noi, 20 INTRODUZIONE ALL’ ETIMOLOGIA ma sono
suoni o estensioni colorate semplicemente. ÎNon così per coloro che hanno
studiato o pratica- ‘mente imparata quella lingua, perchè ad essi ogni pa- rola
è segno, che produce un significato. Ora che cosa è mai lo studiare, o
praticamente imparare una lingua, se non una convenzione o un accordo che fa il
maestro col discepolo o la balia col bambino intorno al signi- ficato arbitrario
di ciascun vocabolo? Adunque è chiaro, anzi evidente, che le parole sono segni
convenzionali ed arbitrari, non mica naturali o necessari. Un’ eccezione si
potrebbe fare per pochissime pa- role dette onomatopoîche, cioè parole che
pronunziate dànno un suono simile al suono della nalura che si- gnificano o
rappresentano , come tonfo, grugnire , mitrire , cracidare ec. Ma di queste non
bisogna te- Nere conto, perchè sono di sì piccolo numero che non meritano di
essere calcolate a fronte i cinquanta o ses- santa mila vocaboli di una lingua
: oltracciò queste piuttosto, come voci, che come parole si debbono con-
siderare, e quindi si riducono agl'interposti, da cui sono formate. L’
Etimologia non prende in considerazione che le sole parole segni, e, se fà menzione
degl in- terposti, è per differenziarli dalle parole segni conven- zionali. Intorno
alle Classi eategoriche o primarie. delle Parole, INTORNO ALLE CLASSI IN
GENERE. Per Classe io intendo una idea generalissima ; alla quale si riducono
infinite idee particolari, inguisacchèé il nome di quella viene partecipato da
queste. Per esempio Albero è una Classe, perchè esprime la idea generalissima,
a cui si riducono il Noce, il Castagno, il Fico, Vl Abete, e il nome di Albero
è partecipato egualmente dal Noce, dal Casta no, dal Fico, dall'Abe- te, perchè
se si domanda che cosa sono ? si rispon- de : Il Noce è albero, il Castagno è
albero ec. Ora per vedere se nelle Lingue vi sieo Classi di parole :, è uopo
esaminare se ve ne sieno alcune , a cui tutte le altre si riducono, e il cui
nome venga dalle altre partecipato. Che vi sieno delle Classi di parole è
chiaro dal solo riflettere che le lingue s' imparano, e un uomo può imparare
più di una lirgua. La qual cosa non potreb- be avvenire, se i 50 o 60 mila
vocaboli, di cui si com- pone una lingua non si riducessero a poche Classi ;
perchè mancherebbe il tempo e la pazienza d’ impa- rare uno per uno ciascun
vocabolo — Al contrario nella supposizione che i 50 o 60 mila vocaboli di una
lingua si riducessero a poche classi ; noi senza biso- gno di studiarli uno per
uno, sapendone alcuni, vir- tualmente sapremmo tutti gli altri, che si
ridurrebbero a ciascuna Classe. Se dunque più lingue s’ imparano în poco fempo
e agevolmente , fa mestieri conchiu- dere che realmente vi sieno nelle lingue
le Classi delle parole. | Ma quali e quante sieno queste Classi in ogni lin-
gua, non si può per nol determinare, se non dal si- gnificato delle parole
medesime, perchè noi abbiamo detto innanzi che la Classe è una idea
generalissima, e la idea è significato , di cui la parola è segno. Oltre a ciò,
essendo la Classe una idea generalis- sima , quelle sole parole meritano il
titolo di Classi , che significano le ldee più generali, ossia note a tutto il
genere umano, 0, come dicono le scuole, essenziali allo umano intendimento.
Ora, ricercando quali e quante sieno le idee gene- rali note e comuni a tutto
il genere umano ; trove- remo che non ci è uomo di qualunque tempo, nazione e
favella, il quale non abbia le seguenti nozioni uni- versalissime, cioè 1.° di
Sostanza, 2.° di Causa, 3.° di Stato , 4.° di Azione, 5.° di Qualità, 6.° di
Quantità , 7.° di Modo , 8.° di Moto, 9.° di Rela- ZIONI. | Parrebbe da ciò che
il numero delle Classi delle pa- DELL’ ETIMOLOGIA 23 role, dovendo
corrispondere al numero delle Idee uni- wersali , dovesse essere altrettanto ;
ma, essendo pia- ciuto di stabilire per le prime otto idee quattro Classi di
parole , dando a ciascuna una dualità di significato , cioè al Nome il
significato di Sostanza e Causa, al Verbo il significato di Stato e di Azione,
allo A49- otuntivo il significato di Qualità e Quantità, al Ver. bale il
significato di Modo e di Moto , alla Preposi- zione il solo Significato di
Relazioni, è chiaro che le Classi di tutte le parole di ogni lingua esistente o
pos- sibile in tutto sono cinque cioè 1.° il Nome 2.° il Verbo 3.°
l’Aggiuntivo, 4.° il Verbale, 5,° le Preposizioni. lo chiamo queste cinque
Classi di parole Categori- che e Primarie. Le chiamo categoriche, perchè le
parole ad esse subordinate significano Idee-categorie , ossia universalissime e
comuni a tutti gli uomini, Le chiamo primarie, perchè non hanno classi
anteriori, a cui si possano ridurre, Oltre a queste cinque Classi categoriche e
primarie io riconosco altre quattro clas- sì, che chiamo Secondarie o
Ipoteoriche, in quanto che si riducono alle prime , e, risolvendosi, presen»
tano più Idee-categorie, come vedremo nella seconda Parte di questa Etimologia,
e sono 1.° i Nomi Perso- nali Primitivi 2,° i Prenomi 8.° gli Avverbi, 4.° la
Conziunzioni. IxTORNO ALLA PRIMA CLASSE
CATEGORICA DELLE PAROLE IN OGNI LINGUA , OSSIA DEL NOME. Per Nome intendo la
prima fra le Classi Catezo- “tiche di ogni linzua, che comprende sotto di sè
tutte le parole, le quali significano Sostanza 0 Causa. + Per Sostanza intendo
la cosa permanente, che fa da sostegno dei suoi attributi senza che essa.
abbia. -bisozno di esser sostenuta. | Mi spiego con un esempio —Se voi mi
presentate un- biechiere di acqua limpida , io posso suecessiva- .mente farla
divenire bianca, rossa, gialla, nera, verde ec.; e voi, ciò vedendo, aztribuirete
tutte que- .ste qualità all'acqua,una dopo l'altra. Ma,quando l’acqua «era:
limpida , non poteva esser bianca : quando era bianca, non poteva esser rosa, e
va dicendo. Per l’acqua ‘non è così; perchè dessa è rimasta sempre acqua in
tutti i cambiamenti successivi delle sue qualità, aven- -do sempre ripetuta la
parola acqua per esprimere ogni ssambiamento di qualità sopravvenuta. In questo
fatte osserviamo 1.° che l’acqua è permanente, mentrele sue qualità compaiono e
spariscono, 2.° che l’acqua è soste- gno , ossia appoggio, che sostiene le
qualità; percliè quando l’ acqua è divenuta successivamente bianca , rossa,
gialla, abbiamo pensato naturalmente che dessa sia rimasta in fondo a tutte le
dette qualità sopravve- nute 3.° che l’acqua è permanente senza le qualità,
ondechè non ha bisogne di loro per sestenersì, poten- ‘dola concepire senza
alcuna di esse, Adunque è chiaro che l’ acqua è sostanza, ossia cosa permanente
, che fa da sostegno der suoi attributi, senza che 6350 abbia biso, no di esser
sostenuta. La sostanza con altro nome fu detta Soggetto, ole vuol dire
sottoposto , perchè , essendo sostegno delle sue qualità, non sì può concepire
che come posta sotto le medesime. Il nome, che esprime la sostanza o il
soygetto, fu detto in Grammatica Sostantivo, che vuol dire il se- gno delia
Sostanza. Per Causa poi intendo la Cosa, che, operando, ne fa esistere un’
altra, che prima non esisteva. Mi spiego con un esempio —Trovandomi nel porto
di Napoli, avea sotto lo sguardo tante barchette immo- bili. Di un tratto ne
vidi una muovere, e naturalmen- te pensai che il vento o ì rematori la posero
in mo- vimento. In questo fatto osservai 1.° che il moto, che non era, cominciò
ad esistere. 2.° che questo moto fu prodotto dal vento o dai rematori. lo
dunque terrò per causa il vento o i rematori, e per effetto il moto, che
cominciò ad esistere. La Causa dai Grammatici fu detta Agente, da Ago, Ayîs,
che significa spingere, ossia ciò che spinge ed opera. ll nome, quindi, che
esprime la Causa o l'Agen- vi sì potrebbe addomandare nome Agente, o nome tivo.
Dalla diversa natura delle sostanze e delle cause il no- me si divide in
Personale , Quasi personale , e Im- personale. Si dice Nome personale, quello
che significa sostun- za 0 causa = persona. Per Persona intendo un esse- re
intelligente e libero, ossia un essere ragionevole, come Deus (Dio), Homo
(Uomo). Chiamo Nome Quasi-personale quello ar significa sostanza o
causa-quasi-persona. Per quast- persone intendo gli esseri , che sentono, ma
non ra,tonano, come, Cams (cane),Lupus (lupo), Felis (gatto). lo con- sidero
questi esseri, come quasi-persone, per distin- guerli dalle sostanze o cause
fisiche. . Per nome imp:rsonale intendo quello che significa sostanza e causa
non persona. Per non persona in- tendo gli esseri che non sentono, in una
parola gli es- seri inammati, come Sarum (Sasso), Aqua (Acqua), Pratum (Prato),
Charta (Carta). | In quanto al nostro modo di concepire le sostanze. e le
cause, il Nome si divide in Indwiduale, Specr fico e. Generico. Per Nome
Individuale intendo quello, che significa sostanza .o causa individua, cioè non
divisa. Per intendere questa espressione, è mestieri cono- scere che, quando
noi ci formiamo le idee delle cose, in due maniere possiamo procedere: o
nell’idea concor- -rono tanti elementi quanti ve ne sono realmente nel-.
l'obbjetto, oppure con la nostra astrazione ne separia- mo alcuni, e ne
riteniamo cert' altri. Nel primo caso l'idea si dice non divisa 0 indivi. dua
in quanto che, paragonandola all’obbjetto, corri- sponde esaltamente , .perchè
niente se n’ è separato colla nostra astrazione. Per esempio, se l’idea che mi
. sono formato di Socrate contiene tanti elementi quanti ve ne furono realmente
in questo filosofo , essa sarà individua. Se poi quest'idea contiene meno
elementi . di quelli che furono in Socrate , si dirà astratta , e questa può
essere astraita semplicemente o astratta generica e specifica, e il nome che la
esprime si dirà . nome astraito semplicemente, come sono tutt’ i nomi formati
dagli aggiuntivi, per esempio, pulchritudo (bel- lezza) da pulcher (bello),
Felicitas (felicità) da felix (felice),
humamtas ( umanità ) da humanus (uma- no ) ec. ee. nn I ll nome, che esprime
idea astratta generica e spe- etfica, significa un genere o una spezze, le
quali idee si formano nel modo seguente. | I | Quando ci saremo formati le idee
di molti indivi- dur, come di Socrate, di Platone, di Alessandro ec. potremo :
para; onarle per vedere in che convengo- no o disconvengono tra loro. Ognuno di
questi indivi- dui ha molte particolarità, per le quali ciascuno. è differente
dall’ altro. Per esempio Platone ha le spalie larghe ed è di alta statura,
Socrate è smilzo e ba - so: Alessandro differisce da’ due per l’animo generoso
e pel colorito ec. Noi, facendo astrazione da ciò che è particolare a ciascuno,
e ritenendo ciò che a tutti è di comune, cioè la fisonomia umana, l’animalità è
ia ragione, avremo l’idea astratta dell’uomo, la quale si dice specie ,
consistente in ciò, che è comune a tutti gl individui umani. Il nome uomo, che
significa que- sta idea, è specifico, ossia nome di specie. E, sicco- me la idea
della specte corrisponde a ciò che si truo- va in ogni individuo , ogn
individuo si può appre- priare il nome specifico o della spezie, onde diciame:
Platone è uomo , Socrate è uomo,’ Alessandro è uo- mo ecc. 0 Quando si saranno
costituite in mente nostra mol- tissime idee specifiche , come dell’uomo , del
cane , del cavallo, del gatto ec. potremo ancora procedere al para;one di
siffatte idee per vedere in che conven- gono o disconvengono tra loro. Ciascuna
specie ha delle particolarità, per cui una è differente dall’altra, l’uomo per
esempio dal cane, il cane'dal gatto, il vatto dal cavallo, e ciascuna è
differente da tutte. Ma in mezzo a queste particolarità differenziali v'è una
cosa, in cui tutte gonvengono, ossia una cosa a tutte comune. Not facendo
astrazione, ossia non pensando a ciò che è particolare e proprio di ciascuna
specie, e ritenendo ciò che è comune a tutte quante, ci formiamo l’ idea
astratta di animale, che si dice idea di genere, o idca generica. . HI nome
amimale, che significa quest'idea, si dirà ge- nerico, ossia nome di genere. E,
siccome l'idea di <e- nere corrisponde a ciò che si truova in ciascuna
spe- cie, ogni specie sì può appropriare il nome generico, onde diciamo l’ uomo
è animale, il cane è animale, H gatto è animale ec. = :.L’idea del genere è più
estesa dell’ idea della spe- eie, perchè l’animale per esempio abbraccia non
solo le specie cane, uomo, gatto, cavallo , ma tutti gli individui, contenuti
sotto ciascuna specie, laddove la specie uomo, per esempio, comprende i soli
individui ‘umani. | 1 grammatici chiamavano nomi propri i nomi in- dividuali ed
appellativi i nomi specifici e generici. . .Il rome astratto semplice
differisce dal nome astrat- o specifico e generico, come la semplice idea
astrat- ta dall'idea astratta = specie o genere. Ossia la pri- ma si fa con la
sola astrazione, la seconda si fa con la comparazione e con I° astrazione. .. I
nomiì astratti semplici non solo si formano da- gli aggiuntivi, come
pulchritudo (bellezza) da pulcher tasso) , ma ancora dai verbi come îter (gita)
da ire andare), Lectio (Lezione) da lego (io leggo). Gli stessi infinita
de’verbi si considerano quai nomi astratti, come Scire tuum, il tuo sapere.
.i,1 nomi individuali sì chiamano concreti da concre- sco (insieme cresco),
perchè essi esprimono idee crc-sciute , ossia idee, dalle quali niente si è
tolto con T astrazione: Sotto il rapporto delta. quantità il nome si divide. in
singolare e collettivo. i 1] nome singolare è quello, che dinota un solo in-
dividuo , una sola spezie, un solo genere, come So- crates (Socrate), homo
(uomo), arbor (albero). Il collettivo è quello che significa una collezione di
generi e di spezie, come populus (popolo), eser- .cuus (esercito), Plebs
(plebe), schola (scuola). Tutte le distinzioni del nome adunque sono le se- guenti
1.° sotto il rapporto della natura delle sostan- ze delle cause è personale,
quasi-personale, e imper- sonale 2.° sotto il rapporto della maniera nostra di
concepire è concreto. ed astratto : il concreto è in- dividuale: l’astratto o è
astratto semplice o e astrat- to specifico e generico 3.° sotto il rapporto
della quantità è singolare e collettivo. . JI precettore avra la pazienza di
far bene inten. dere questi teoria fondamentale, producendo motti esempi, daî
quali i giovanetti possano fare tutte la distinzioni del nome. Per distinguere
i nomi specifici da' geverici usera questa regola, cioè di proporsi la domanda
che cosa è? che casa sono? sia per esem- pio arbore: domandera quale è arbore o
quali sono al- beri ? Se la risposta sara per le spezie, come per esempio :
Albero è il castaguo , #/ noce, 1/7 fico, dire che albero sia generico. Se la
risposta è per ind:- otdui, come quando domandasi: quale è uomo 0 quali sono
uomini? « cu? sirisponde: Pietro, Paolo, Anto- nio, dira che uomo é specie,
perché al genere sono subbordinate le spezie, alla spezie sono subbaridi- nuti
gli individui, o | INTORNO ALLA SECONDA CLASSE CATEGORICA DELLE PAROLE DI OGNI
LINGUA , OSSIA DEL VERBO. Il Verso è la seconda fra le classi categoriche di
ogni linqua, e comprende sotto di sè tutte le purole, che sigmficano STATO, e
AZIONE. Lo Stato è lo stesso che la quiete, la permanenza ‘0 il riposo. Ora si
dice che stia in quiete e riposo «chi nulla fa, chi non opera. Così, guardando
un obe- ‘lisco , un campanile , un tronco di albero, sorge in noi la idea dello
stato, perchè siffatte cose stanno e ‘non fanno. Al contrario l’azione non
consiste nella quiete o nel riposo, ma nel fare e nell’operare. Se voi udite un
uomo parlare, o vedete un uccello volare, un ca- vallo correre, subilo in voi
sorge l’idea dell’azione, per- chè le dette persone o cose fanno e non stanno.
Il Verbo, che dinota unicamente lo stato nella lin. gua latina, è Sum (io
sono): Quello che dinota unica- ‘ mente l’° azione è Facio (io faccio). |
Questi due verbi Sum e Facio sono perciò verbì ‘astrattî e categorici per
eccellenza. Si dicono astrat- ti, perchè sono separati da ogni altra parola,
con cui ‘ sogliono incorporarsi, e diventano concreti, come ve- “ dremo. | | |
. Si dicono categorie, perchè sono i due verbi uni- ‘ versali , che
rappresentano tutt'i verbi possibili del- | .la lingua latina, in quanto che
tutti gli altri verbi si ‘riducono a questi due. È " <a Oltre a
questi due categorici ve ne sono infiniti al- tri, che io chiamo verbi concreti
simili a Curro ( io | corro), Seribo (io
scrivo), Lego (io leggo), Ambulo ( io cammino ), Dormio (io dormo ) ec. Questi
si dicono Concrett , perchè contengono Sum e Facio incorporati ad altra parola.
Infatti Con- creto vuol dire accresciuto, e i così detti verbi con- creti sono
gli stessi Sum e Facio accresciuti di al- tra parola, a cuì sono incorporati.
Quindi è che tutti i verbi concreti altri sono di Stato, altri di Azione. I
primi sono quelli che racchiudono il verbo Sum, i secondi il verbo Facio. È, o:
Voi direte che si riducono al verbo Sum tutti ver- ‘bi concreti che nella loro
significazione non racchiu- dono la idea di Azione. Così direte che Dormio ( îo
‘dormo ), Sedeo (io seggo ) si riducono a Sum, per- chè chi dorme e chi siede
sta o non fà. AI contra- rio Curro (io corro), Ambulo ( io cammino ), Seribo (
io scrivo ) ec. si riducono a Facio, perchè chi cor- re, cammina, scrive ec.
non sta, ma fd qualche cosa. I verbi concreti di stato si risolvono in due
parole, cioè nel verbo Sum e in un participio in ns, se è ver- bo concreto in
o, come Dormio in Sum dormiens (so- no dormente ), o nel verbo Sum e nel
participio in us, se è verbo concreto in or detto da’ grammatici passivo , come
Amor (io sono amato) in Sum ama- tus, Videor ( io sono veduto ) in Sum visus:
salvo le poche eccezioni, di cui abbiamo parlato in Lessi- grafia. | | I verbi
concreti di Azione si risolvono in due pa- . role, cioè in Facto e nel Verbale,
ossia in un nome . astratto derivato dal verbo medesimo, come Lego (io ‘ leggo
) in facio lecturam ( io faccio lettura) , Curro . (10 corro) in facto cursum
(io faccio corso) Eo bio vado ) in facto iter (io faccio gita, andata ). È ciò
va detto per ogni verbo di Azione, tanto se è in 32 PRIMA PARTE © 0, come gli
addotti in esempio, quanto se è in or co- me i così delti deponenti simili a
utor (io uso ) in” facio usum (faccio uso), Dominor (io domino ) in facio
dominationem (io faccio dominazione ) ec. Tante ‘volte il verbale non è nell’
uso della lingua , ma ciò non toglie che voi non possiate formarlo per l’ anali-
si, non per usarlo scrivendo o parlando, ma per la semplice riduzione
scientifica. I grammatici riducevaro tutt’ i verbi concreti al verbo Sum, che
chiamavano sostantivo ed al participio , ma quanto erronea sia questa riduzione
è stato da noi dimostrato nel Nuovo Corso , e quì basta semplicemente osservare
che, es- sendo i verbi concreti di stato e di azione, e il ver- so dello stato
essendo Sum,come quello dell’azione Fa- cio, chi volesse ridurre anche i verbi
di azione al ver- «bo Sum, dovrebbe ritenere che l’azione e lo stato -sieno la
medesima cosa, il che è un assurdo e una contraddizione. I verbi concreti di
azione altri sono obbjeti@vi o transitivi, altri sono non obbjettivi 0
intransitivi. I primi dinotano azione , il cui effetto passa fuori dall’ agente
nell’ obbjetto, come amo , lego, seribo : i secondi dinotano azione , il cui
effetto è un moto, che resta nell’ agente, come curro, ambulo, eo, vo- lo ec.
ec. | Ma queste distinzioni sono piuttosto sintassiche e non etimologiche.
Avverto infine che i così detti verbi passivi non formano una classe di verbi
concreti differenti dalla classe de’ verbi di stato in quanto all’ Etimologia,
del | che ne fa pruova l’uso istesso delle lingue, che riso]- ve le voci
concrete di questi verbi nel verbo sum e nel participio in us, e dov'è sum vi è
sempre sta- ALL’ ETIMOLOGIA 33 to: onde dobbiamo dire che la passione non è
diffe- rente dallo stato. DI | Noi non facciamo quì menzione de'così detti
verbi neutri, ossia di quelli, che secondo. i grammatici non significano nè
azione nè passione, poichè, se il verbo dinota stato e azione per sua natura, e
la passione è lo stesso che lo stato, un verbo, che non significa nè stato nè
azione, non si può dare, perchè sarebbe verbo meno verbo. .0 0° . La nostra
classificazione è razionale e semplicissi- ma. Tutti i ‘verbi sono astratti e
concreti, e questi e quelli di stato e di azione: Sum e Facio sono verbi
astratti , tutti gli altri sono concreti, che si risolvono in. uno de’ due
astratti e categorici. CAPO IV. INTORNO ALLA TERZA CLASSE CATEGORICA DELLE
PAROLE DI OGNI LINGUA, OSSIA DELL AGGIUNTIVO. ‘ L’ AccruntIvo è la terza fra le
classi categoriche delle parole di ogni lingua, e comprende sotto di sè tutele
parole, che significano QUANTITÀ e QUALITÀ". Per quantITA’ intendo l’idea
che corrisponde alla domanda : quanto è? Così se uno mi dice: ho vedu- to un
palagio (palatium), ed io gli domando: quanto è? egli mi risponde ; il palagio
(palatium) è grande (ingens), piccolo (parvum), alto (altum), largo (la- tum ),
lungo (longum) , tutte queste parole ingens , parvum, altum, latum , longum
sono aggiuntivi di quantità, o in altri termini sono aggiuntivi quanti- tativi.
| | La quantità poi altra è continua, altra è discreta. La quantità continua
viene espressa dagli aggiuntivi 34 PRIMA PARTE longus (lungo), altus (alto),
latus (largo), imus (bas- 80), profundus (profondo), magnus (grande ), parvus
(piccolo), brevis (corto) ec. Dessa si chiama quantità continua; perchè costa
di parti contigue, ossia una at- taccata o inerente all’alira, come la
lunghezza (lon- gitudo) di una via: la larghezza ( latitudo ) di una tavola. La
quantità discreta si esprime con aggiuntivi nu- merali, unus (uno), duo (due),
tres (tre), quatuor (quattro), quinque (cinque), sex (sei), septem (sette),
octo (otto), novem (nove), decem (dieci), viginti (ven- ti), triginta (trenta),
centum (cento), mille (mille) ec. . Sì dice quantità discreta, perchè le sue
parti sono separate, come dieci uomini in una stanza sono dieci individui
separati, che si possono numerare. Questa di- stinzione della quantità è della
massima importanza come vedremo. La qualità è l'idea che corrisponde alla
domanda: qual è? Così se taluno mi dice : ho bevuto del vino, lo posso
domandargli : qual vino ? (quale vinum) ed egli mi dovrà rispondere: ho bevuto
il vino (vinum) bianco (album), rosso (rubrum), forte (forte), debole CE dove
tutte Ie parole album, rubrum, forte, debile sono aggiuntivi qualitativi. Gli
aggiuntivi quantitativi e qualitativi vengono compresi sotto la comune
denominazione di Attributi, ossia di parole, che si vogliono attribuire a’
Nomi. È ciò perchè le idee di quantità e qualità , di cui essi sono segni,
hanno intima relazione con la sostanza di cui il nome è segno. È perciò che la
mente nostra deve, voglia non voglia, attribuirle al soggetto. Per la stessa
ragione la parola, che l’esprime, fu detto aggiun- ttvo (adjectivum), ossia
parola, che si vuole aggtunge- re al nome, come vedremo meglio in Sintassi.
-—-—e °° y6—— PRIETA T®> -rma_- <a. £__. Pd dele ‘=. dei
“> F_. Ci . Gli attributi si dividono in Essenziali e Accidenta- ls, in
Fisici e Morali, in Assoluti e Relativi, in Pro-. pri e Metaforici. Diconsi
attributi essenziali quegli aggiuntivi, che di- notano qualità o quantità
essenziali, ossia tali che senza di esse la sostanza non potrebbe esistere.
Così l’acqua (aqua) essenzialmente è fluida (fluida), il cor- (corpus)
essenzialmente è lungo (longum) , largo (latum) e profondo ( profundum ). Se
voi infatti to- gliete all’ acqua la fiuidità , non è più acqua: se to- gliete
la lunghezza, larghezza e profondità, non è più corpo. Al contrario gli
attributi accidentali sono aggiuntivi di qualità e di quantità, che, come si
truovano ne'sog- getti possono ancora non esservi, senza che però sì d- strugga
il soggetto medesimo. Così l’acqua (aqua) ac-. cidentalmente è fresca SS) o
calda (calida). Il. corpo (corpus) accidentalmente è bianco (album), ros- so
Gubrom): giallo (luteum). Diconsi attributi fisici quegli aggiuntivi che
dinota- no quantità o qualità di sostanze impersonali, così l’ acqua è
fisicamente fredda (frigida), tiepida (tepi- da), fluida (fluida): l’uomo
(homo) è fisicamente bian co (albus), snello (agilis), grosso (crassus). Gli
attributi morali sono quegli aggiuntivi, che si- gnificano qualità o quantità
di sostanze personali, così l’uomo è moralmente onesto (honestus), giusto
(iustus), felice (felix), fedele (fidelis), amico (amicus). Gli attributi
assoluti sono questi aggiuntivi, che di- notano qualità e quantità, le quali da
tutti gli uomini sono riconosciute convenire a certe sostanze. Così la virtù
(virtus) assolutamente è bella (formosa), perchè non ci è uomo anche scellerato
che per tale non rico- nosca la virtù. | | Attr.buti relativi poi sono quelli, che
dinotano qua- lità e quantità, che aleuni uomini e non tutti ricono- «scono in
una sostanza. Così l’oro (aurum) è prezioso CPESAOSUA, pe'soli avari e non pei
filosofi, che ne usano pe’ soli bisogni. | Attributi propri sono quegli
aggiuntivi, che dinotano qualità e quantità, che si truovano nelle sostanze:
così la tigre (tigris) è propriamente feroce (ferox). Ma se dico: Nerone fu
feroce (Nero fuit ferox), la ferocia è attribuita a Nerone metaforicamente. Il precettore diligente furà bene intendere
“queste distinzioni proponendo diversi temi. Per esempio incontrandosi
nell'aggiuntivo 0 a bel- la posta proponendolo domandera : 1. È quantita- tivo.
0 qualitativo? 2. E attributo Essenziale o Ae- csdentale? E Fisico 0 Morale? E
assoluto o relativo? E proprio o metaforico? Affinché i giovanetti si av-
vezzino di buon ora a pensare ed a rispondere ade - quasamente intorno al
valore dei vocaboli. INTORNO ALLA QUARTA CLASSE CATEGORICA DELLE PA- ROLE DI
OGNI Lincua, ossia DeL VERBALE. Il Verbale è la quarta Classe categorica delle
pa- role di ogni lingua, e comprende sotto di sè tutte le parole, che
significano Erretto = Mono o ErFrr- ro = Moro. Per Effetto in generale intendo
un fatto, che co- mincia ad esistere da un tempo, prima di cui non era. La
scrittura. per esempio su questa pagina non cinzia | diet dA 1a ida del idr 4 i
pre li e saro Mr der | DELL ETIMOLOCIA 37 esisteva, prima che io mi fossi posto
a scrivere: la sua esistenza è incominciata da quel momento che io, pren-
dentlo la penna, mi son risoluto di formarla. La scrit- tura adunque è
unEffetto, ossia un fatto, che comin- ciò ad esistere da un tempo, prima di cui
non esi- steva. To vi | L’ Effetto è di due specie, cioè Effetto — Modo ed
Effetto — Moto. L’Effetto — Modo è'quel cambia- mento di esistenza, che avviene
in un obbjetto diver- so dalla causa che lo produce, come la scrittura pro-
dotta da me, che sono diverso dalla carta, sopra di cui scrissi. Un tale
Effetto adunque è in intima rela» zione con l’obbjetto, come vedremo in
Sintassi. ‘ L'Effetto — Moto è il movimento, ossia il passaggio” successivo di
un mobile pe’vari punti di uno spazio, per esempio, di una palla di avolio da punta
a punta di un tavolino di bigliardo , o dell’acqua che da sù corre in giù, o
delle gambe che compassano la via ec. I due Effetti differiscono tra loro in
questo che il moto è inerente alla sua causa produttrice , cioè al mobile ,
come il corso all’ acqua, il cammino a’pie- di. Al contrario il modo passa
dalla causa produttri- ce nell’ oggetto, come si è veduto. nell’ esempio della
scrittura. La parola, che esprime l’Effetto, si dice verbale, per- chè,
incorporato al verbo facto, forma un verbo con- creto di azione, come fare
scrittura (facere scriptu- ram ) forma scrivere (scribere), fare corso (
facere. cursum) forma correre (currere). La lingua latina più che l'italiana
presenta moltis- sime forme di verbali, come si è veduto in Lessigra- fia, cioè
di verbali in um, in to e in us, formati dal supino, come da Dico (dico) dictum
(detto), da ago (me- no o spingo) actio (azione), da video (vesso) visus (la vista ). I verbali in antia o entia da
participi in ns, e in ura dal participio in rus, come da temperans (tem-
perante) temperantia (temperanza), da diliyens ( dili- gente) diligentia
(diligenza), da Scripturus (per seri vere) Scriptura (Scrittura) 3. I verbali
in mentum come da Doceo (insegno) documentum (insegnamen>» to), da Moneo
(ammonisco ) Monumenium ( monu- mento) 4. I verbali in acrum, come da Lavo
(lavo) lavacrum (lavacro), da Simulo ( fingo ) Simulacrum (simulacro), da
ambulo (cammino) ambulacrum (luogo di passeggio) ec. 5. I verbali in 7 come da
lego (scel- 89) lex (la scelta e la legge), da precor (priego) prer (prece o
preghiera), da mereor (merito) mera dice ce) ec. ec. 6. I verbali di forma
irregolare, come da Eo (vado) iter (gita, andata) da rego (reggo) regimen .
(regime) ec. Il verbale più generale è quello in to. che quasi da tutti verbi
si forma, e nella risolu- zione de’ verbi concreti è da preferire a tutti gli
al- tri. Dove non si truova nell’uso, per non introdurre novità si può ricorrere
alle altre forme. È, siccome - l'infimto è un nome verbale a senso di tutti i
gram- . matici, alle volte può essere sostituito alle forme mancanti de’
verbali, In quanto al Verbale é da osservare che dopo la pubblicazione del
Nuovo Corso e della Nuova gram- matlica ragionata per la lingua italiana varie
obbje- zioni mi sono state dirette intorno al medesimo. Mi si è delto non
doversi riconoscere, come una classe” di parole cutegorica, perché, avendo la
forma di un nome astralto, va compreso în quella categoria. Que- sta difficolta
può tornare in mente de' miei giovani FAO daci- DELL’ ETIMOLOGIA 39 lettori,
ondeché so credo necessario confutarla per non rimanere alcun dubbio intorno
alla presente teo- ria. La classificazione delle parole si deve ripetere dalle
idee, e quindi tante classi di parole fa me- stierî riconoscere quante sono le
idee-categorie ,. im- perocché le parole sono segni, în grazia sempre dei
significati, che sono le idee. Se io dunque potrò di- mostrare che l effetto è
un idea-catevoria, ossia uni- versale ed essenziale all’umano intendimento ,
avrò pure dimostrato la necessita di riconoscere una classe categorica di
parole che la esprimesse. Ora chi dice Causa :#ncende Effetto, perché causa
alcuna non vi è, se non în rapporto all’ effetto, che ha prodotto 0 può
produrre. Se dunque il nome esprime la causa, vé deve essere una parola che
esprime l’effetto. E, ri- cercando quale possa essere, ho trovato che ella sia
tl verhale nell'uso stesso delle lingue, perché se do- mandute : che cosa fa
chi corre? la risposta é pron- ta: fa corso, e corre e farcorso e volare e far
volo, camminare e far cammino spesso si scambiano dal- l’uso. Nel Nuovo Corso
di Letteratura ho prodotta altre spiegazioni, che si potranno riscontrare Vol.
1° Part. Prima, Cap. VP. E, sebbene il Verbale abbia forma di nome, nn si può
con esso confondere, perchè, se i segni fessero identici, identiche sarebbero
le idee significate , cioè Effetto e Za Causa: 1 che è un assurdo. Nella clas-
sificazione delle parole non si deve guardare alle forma esteriore delle
medesime, sibbene all'idea, da cui prendono le loro ragioni. Ed 40. . INTORNO
ALLA QUINTA CLASSE CATEGORICA DELLE PAROLE | DI OGNI LINGUA, Ossia DELLE
PREPOSIZIONI. La Preposizione è la quinta fra le Classi catego- riche’ delle
parole di omni lin,ua, e comprende sotto di ‘s8 tutte le parole, che
significano ReLAZIONE 0 Rap- FORTO. e ° ia Relazione o il Rapporto è un'idea,
che ne lega due altre come suoi termini, e sì dice Relazione o Rapporto, perchè
quest idea sorge dal riferire o rap- portare un termine all’ altro. Così
riferendo Pietro a Paolo, che passeggiano insieme, sorge il rapporto di unione,
0 di compagnia , di cui è segno la Preposi- zione@fCum (con), e diciamo Pietro
con Paolo passeg- gia (Petrus cum Paullo ambulat ). Le due idee legate dalla
relazione si chiamano fer- mini, perchè stanno agli estremi. Così dicendo
Petrus cum Paullo ambulat (Pietro con Paolo passeggia), ognu- no vede che
.Petrus e Paullo sono termini , perchè stanno agli estremi ela relazione
espressa da Cum sta in mezzo. Il primo estremo si chiama primo termine di
rapporto , il secondo estremo si chiama secondo termine di rapporto. Così nel
ripetuto esempio PETRUS è primo, e PauLro secondo termine. ilsecondo termine di
qualsiesi preposizione è sem- pre un nome,ovvero qualunque altra parola,come
no- me adoperata. Ed anche quando le preposizioni si compongono, come iniziali,
a’ verbi, agli aggiuntivi, ai nomi, il costrutto è figurato e’l nome secondo
termi- ne e sottinteso. I In Lessigrafia ho classificato Ie preposizioni secondo
il linguaggio de'grammatici dalla desinenza del se- . condo termine. Ma in
etimologia dovendo procedere razionalmente, mi conviene classificarle dalle
ragioni del .primo termine, come ho praticato per la lingua italiana nella
Nuova grammatica ragionata Par. 1.* Cap. VI. e nel Nuovo Corso. Ora il primo
termine di ogni preposizione, o è un Nome , o è un Verbo, o è un Verbale di
Moto: chiamerò le preposizioni, che hanno per primo termi- ne un Nome,
preposizioni del Nome, perchè, dovendo essere seguite da un altro nome, sì
truovano allogate tra nome e nome. , Chiamerò preposizioni del Verbo e del
Verbale tutte quelle, che sono precedute da uno di siffatti primi - termini. Le
preposizioni del nome nella lingua latina, secon- do me, sono tre De, Cum e
Sine o Absque. De, tra- ducendosi Di, (1) significa rapporto di dipendenza, os-
(1) Che il De latino significhi Di, e quindi racchiuda' ‘Jo stesso significato,
apparisce dalla traduzione di molte frasi latine. Così trovando De Xis alias
collequemur non possiamo tradurre che Di queste cose altra volta parleremo. E,
se qualche volta si traduce per du/0rn0, è una versione di £quipollenza o a
senso. Infatti appo i buoni scrittori latini quando si accenna a rap- porto d’'
origine, di cui è segno la preposizione Da, corrispondente alla Latina 4 ab,
ads, e, cx, non si adopera mai De. E, se qualche esempio si potes- se addurre
in coatrario, guardisi che il costrutto non sia figurato, come appo noi
italiani, quando diciamo, partir di Roma, andar di qua ec. Dippiù l'afficità di
De e Di, è troppo apparente. In ultimo sarebbe un’imperfezione massima della
lingua latina, se mancasse di un segno categorico di questa relazione di
Dipen-. denza. Per questo io penso che De equivalga a dy, 49, - sia accenna che una cosa è, perchè un'altra
è.. Così « l'effetto dipende dalla causa, la qualità dal soggetto, . Il figlio
dal padre, la forma dalla materia. Cum.(con) ‘ significa rapporto di compagnia
o di unione, il quale “ rapporto sorge in noi, ogni qualvolta due sostanze con-
corrono al possesso di una qualità comune, o due : cause alla produzione di un
medesimo effeito, come acqua con zuccaro è dolce (aqua cum saccharo est -
dulcis). Pietro con Paolo passeggia (Petrus cum Paul- ‘lo ambulat ). | si :
Sine significa rapporto di disunione o di priva- zione , il quale rapporto
sorge in noi, quando non ‘osserviamo congiunte quelle sostanze o quelle cause,
‘che altra volta unitamente ci apparvero , come l'ac- qua SENZA meve È fresca (
aqua sink nive est. fri- gida ), Pietro senza Paolo passeggia (Petrus sine
Paullo ambulat ). Invece di Sine si adopera Absque, ‘parola composta da abs e
que, equivalente ad Abs et abs. E, siccome abs per metonimia significa lon-
tano da, Absque equivale ‘a lontano da e lontano da, € ciò che è due volte
lontano è disumito. Ecco per- chè absque si traduce Senza. ù Queste tre
preposizioni vogliono stare fra due nomi, perchè le sostanze e le cause, di cui
essi nomi sono segni, non possono esistere fuori di queste due po- sìzioni
antiteliche, cioè 1.° di dipendenza o d’ in- dipendenza, di unione o di
disumione. Ma la dipen- denza ha per segno la preposizione De, la Unione Cum, e
la Disumone Sine 0 absque, ne deriva che queste preposizioni per lo nesso de’
termini, che sono sostanze e sostanze 0 cause e cause, debbono allo- garsi tra
due nomi, come più diffusamente ragione- remo in Sintassi. Ae Preposizioni del
verbo sono quelle, che vogliono allogarsi dopo del medesimo , perchè il. Verbo
dinota ‘ Stato e Azione, e non vi è Stato nè azione, che non sia e non avvenga
in un dato spazio di tempo e di luogo, il quale spazio si concepisce come un
conte- nente e lo Stato e l’azione come contenuti, ne segue . che la
preposizione la quale significa relazione di con- tenenza, sia del Verbo, come
sua propria determinazione secondo che dichiareremo in Sintassi. Or la preposi-
‘ zione che dinota contenenza è In (in), perchè, quan- ‘do diciamo: Pietro è în
casa sua (Petrus est in do- mo sua ), ognuno vede che în casa dinota il luogo,
‘3n cui la permanenza di Pietro è contenuta. Ma, se più sostanze o più cause
sono contenute nel medesimo spazio di tempo o di luogo, sorgono in noi
naturalmente le relazioni di Sito, per le quali una è ‘sopra, l’ altra è sotto,
0 intorno, o oltre, 0 lontana, ,0 vicina ec. ne segue che tutte le
proposizioni, le «quali dinotano questa relazione, sieno ancora del ver- ho,
perchè il sito non è che una determinazione del rapporto di contenenza, che è
propria del Verbo. Nella lingua latina le proposizioni di Sito sono le
seguenti: 1.° Ante avanti, 2.° Apud appresso, 3.° Cir- ca 0 Circum intorno, 4.°
Cis o Citra di qua o vici- no a me, 5.° Contra contro, di rimpetto, 6.° Extra
fuori, 7.° Infra sotto, 8.° Inter e Intra tra dentro, ‘9.° Juata: allato, 10.°
Ob avanti, 11.° Penes appresso, 12.° Pone dietro, 13.° Post dopo, 14.° Praeter
oltre, © tre volte innanzi, 15.° Prae avanti, 16.° Pro e Pro- pe vicino, e per
metonimia Pro a favore, 17.° Pro- pter composto da prope e ter tre volte
vicino, e per metonimia a cagione di per la prossimità dell’ effet- to alla
causa, 18.° Secus e Secundum secondo, lun- hesso, 19.° Sub e Subter sotto, 20.°
Trans di à, 21.° Tenus fino, 22.° Ultra oltre, 33°. Usque fi- dh | no a, 24.° Versus verso e i composti adversus
e ad- versum, 25.° Erga verso, 26.° Clam di nascosto, 27.° .Goram alla
presenza, 28.° Procul lontano (1). (1) Ho messo in ultimo luogo le tre
preposizioni C/am, Coram e Procul per farvi le seguenti osservazioni : 1.° che
Clam e Coram non hanno affatto fisonomia di prepo- sizioni quantunque
s’incontrino seguite da un nome,che ha la desinenza di un secondo termine di
rapporto, detto da° ‘ grammatici a6/a6v0.Il che non è ragione di dichiarar pre-
posizione la parola che precede, come non è ragione di di- chiarare avverdio
una preposizione, che non ha espresso il secondo termine. Se in questo secondo
caso è uopo ri- conoscere un costruito figurato, come da’ buoni gramma- tici è
conceduto, si potrà egualmente dire che Clam e Co- ram, seguite dall’ ablativo,
sieno figuratamente costruiti, in quanto che quel secondo termine di rapporto
dipende da una preposizione sottiotesa. La ragione, che m'induce a credere
così, è che PaLam equivale a palesamente e Coram alla presenza, nelle quali
idee a me pare che non vi sia alcuna nozione di rapporto semplice. Lo stesso
potrebbe dirsi di pone,che è un imperativo di p0n0,e di versus par- ticipio di
verto, e di secundum participio di sequor. 2. . Mi sorprende poi che Procu/ non
è stato da’ grammatici annoverato tra le preposizioni composte, come prope ,
praeter, extra, inter, intra, avendo per sua radice pro, che è una vera
preposizione. Oltracciò,essendovi il rappor- ‘to di vicinanza espresso da pro e
prope, mancherebbe il segno del rapporto di /oriananza. Nè vale il dire che a
questo bisogno si è provveduto con 2, aò, ads, e, ex, che “in senso di /ontano
vanno adoperate, perocchéè, se in que- 830 senso si adoperano, è per traslato,
come vedremo nella “uinta Parte di questa Etimologia : eltrecchè non man- cano
esempi, in cui procu/ è seguito dal nome con la desinenza di un termine di
rapporto, come procul dub:o lontano dal dubbio o senza dubbio.Ed, ancorchè
quest’ uso . 45 Le preposizioni del Verbale di moto sono quelle, il cui
significato è inintima relazione col significato del Ver- bale medesimo. Ora il
moto,come passaggio successive del mobile pe'vari punti dello spazio, deve
necessariamente incominciare o partire DA un punto, continuare è passare PER l’
intermedio, tendere per finire a lo e- stremo. Quindi è che le preposizioni DA
( 4, ab, abs, e, ex), Per (per), A (ad) sono preposizioni del Ver- bale di
Moto. È diremo che 4A, 48, ABs, E, Ex, tutte identiche in valore, quantunque
differenti di forma, si- gnifichino rapporte di origine, Per rapporto di pas-
saggio e Ap rapporto di fendenza. Questi tre rapporti sì possono dire reciprert
in quanto che, posto l’uno, s’ intendono gli altri due per la ragione che essi
sor- gono in oceasione del Mote. Ora, se vi è Moto, deve necessariamente
principiare, continuare e finire, deve partire da, passare per. e tendere a. In
questo luogo considero le preposizioni in un mo- do diverso da quello, con cui
le ho considerate iu Lessigrafia, perocchè ivi ho guardato la forma delle poi e
non il significato. L’ Etimologia sì propone di i classificare e definire
secondo le ragioni delle idee, ossia de’ significati. Ora la presente teoria è
genera- lissima, comune a tutte le lingue, e di proprio non vi può essere che
la sola applicazione. fosse raro, non se ne potrebbe dedurre che procu/ non
fosse preposizione, perchè vedremo che alcune preposi- zioni von si truovano
mai seguite dal termine di rapporto per proprietà di lingua. | Intorno alle classi ipo:eoriche o secondarie.
LI Chiamo Classi ipoteoriche o secondarie le classi subordinate alle primarie
categoriche , che compren- dono parole differenti da quelle, che appartengono
alle Classi categoriche ; ma hanno dignità di Classi in quanto che tengono
subbordinato un gran nume- ro di parole, e il loro nome è partecipato da tutte
queste. La differenza delle due specie di Classi si riduce alla seguente : Le
Categoriche comprendono parole che significano principalmente una Categoria ;
come è dire Sostanza , Causa, Stato, Azione, Qualità, Quantità, Moto, Modo, e
Relazione : le Ipoteoriche al contrario comprendono parolc,che significano più
cate- gorie nel medesimo tempo. Mi spiego con un esempio. AUNorchè io dico: Ibi ivi, in una parola
racchiudo le. seguenti nozioni in loco procul a me, (in luogo lon- tano da me )
perchè a tutte queste parole equivale. una sola. Infatti, se domandate che cosa
vuol dire ii? mi si risponderà a quel modo analitico, Le parole delle Classi
ipoteoriche adunque sono ri- spetto alle parole delle Classi categoriche, come
i nu meri rispetto all’unità.Tanto invero se dico 1.-|- 1.4 1. quanto .se dico
tre 3, dirò la medesima cosa , quan- tunque la forma di 1.° tre volte ripetuto
, è diversa dalla forma del 3. Tanto le Categoriche quanto le Tpoteoriche
conven- gono in ciò che e queste e quelle sono primitive , ossia che in quanto
alla forma plastica di parole , Ie seconde non riconoscono le prime come loro
radici , ossia che le ipoteoriche non sono formate delle ca- tegoriche per
variazione , o derivazione o composi- zione, ma desse stesse sono radici o
radicali, cioè parole madri, atte a generarne dello altre in uno dei tre modi
indicati, Quindi è che, quantunque le parole variate, deri- vate e composte
racchiudono il significato di più idee categoriche , non sono perciò
‘poteoriche, perchè ana- lizzandole si riducono alla radice categorica dominan-
te. Oltracciò la Variazione, Derivazione e Composi- zione è posteriore alle Classi
categoriche e ipoteori- che, e comune alle une e alle altre, Voi potete sup-
porre una lingua senza variazione , senza derivazione e senza composizione di
parole, ma è impossibile che non abbia parole appartenenti alle due specie di
Clas- si, come non vi è aritmetica che non abbia unità e numero. I Grammatici
non hanno fatto queste distin- zioni, ma arbitrariamente posero in confuso con
la stessa dignìtà le classi categoriche e le ipoteoriche , 43. SECONDA PARTE
accrescendone o scemandone il numero ad arbitrio. Un filologo moderno il Muzzi
ha riconosciuto le plus- valenti, ossia parole che significano più idee in com-
plesso, ma senza trarne alcun vantaggio per.la pao- vera grammatica, senza
determinarne la natura, sen-‘ za classificarle. Lo abbiamo citato ad argomento
di. buon senso che suggerisce il vero senza volerlo (1). Le Classi ipoteoriche
delle parole per ogni lingua sono quattro.1.° 1 Nomi personali primitivi. 2.° I
Pre- nomi. 3.° Gli Avverbi. 4.° Le Congiunzioni. . (1) Il Nuovo Metodo per la
lingua latina per opera de” sigg. di Portoreale è il più ragionevole di tutte
le gramma- . tiche pubblicate finora. Eppure classificando le parole. riduce al
Nome l’Aggiuntivo, il Participio e il Pronome, . e da la stessa dignità. del
Nome all'Avverbio, alla Con- giunzione ed all’ Interposto. Ora chi non vede che
il Par- ticipio è una parola derivata da verbo, quantunque in. forma di
Aygiuntivo ? Chi potrebbe con sana logica - chiamar Nome l’Aggiuntivo e il
Pronome? Quale confa- ‘ sione nella Lessigrafia, quando nessuna differenza si
ri- conosce nell’ ampia famiglia de’ Prenomi sotto il rispet- to del
significato ? Come uscire dal laberinto etimologi- co e sintassico senza il
filo di una buona logica de-. scretiva, per la quale ogni parola avesse una
riduziao-. ne alla propria classe ? Ma come potevasi classificare .
logicamente, quando non si erano determinate le nozio» mì fondawenteli di
ciascuna classe ? DE’ NOMI PERSONALI PRIMITIVI EGO ro TU TU SUI pi sì. Queste
tre parole Ero Tu Sui sono nomi personali, perchè significano sostanze e
cause-persone, ossia es- seri intelligenti e liberi : ma sono nomì primitivi in
quanto che esprimono i primi soggetti, ossia le prime idee delle sostanze e
cause personali, che ci siamo po- tuti formare. ll primo soggetto è lo e70,
perchè l'io è lo spirito nostro sempre presente a sè stesso fin da’ primi
momenti della nostra esistenza, e quando non siamo ancora fare buon uso de’
nostri sensi ester- ni. Il secondo è Tu tu; il terzo è Sì, che manca in latino
nel primo termine di proposizione, e si accenna pel prenome ILLE, come vedremo
qui appresso. Differiscono questi tre nomi personali dagli altri an- cora,
perchè essì racchiudono in una parola un com- plesso di pensieri appartenenti a
più categorie. E primamente Eco ‘o dinota le seguenti idee : 1.° la persona che
parla o vuol parlare, 2.° la persona che è prossima ad un’altra, che ascolta, e
a cuil'Io ego vuol Pro o parla, perchè, se questa non fos- se in condizione di
udire, la persona, che parla o vuol parlare, non parlerebbe. Onde è chiaro che
il nome personale primitivo Ego io racchiude una relazione di prossimità alla
persona che ascolta, oltre le altre nozioni dichiarate testè. In secondo luogo
Tu tu dinota 1.° la persona vi- cina a chi parla, 2.° ma non sa che quella
voglia parlarle. Il tu è concepito simile all’ io con la rela- zione di
prossimità al medesimo. In terzo luogo ILLE, che rappresenta il Si italiane fa
intendere 1.° la persona lontana da chi parla e da chi ascolta, 2.° ignora che
questa e quella parlino di lei, nè può saperlo per la distanza. — | Oltre a
queste nozioni racchiudono le relazioni di ordine, espresse dalle parole primo,
secondo, terzo, ed Eco to si dice persona prima; perchè a parlare si.
presuppone che uno voglia parlare e che però inco» minci ll discorso. | ..- Tu
tu si dice persona seconda, perchè l’ io non parlerebbe, se non vi fosse chi 1’
ascoltasse, ma l’ascol+ tante è in secondo luogo rispetto all’ intenzione di
«chi parla, il quale sente. in sè prima il bisogno dj parlare. | . ILLE si
dicesi terza persona, perchè in terzo luogo può cadere ad obbjetto di discorso,
ed, a così dire, per Incidente. Al plurale Eco fa Nos noîì, che sono più
persone .prime, che parlano o vogliono parlare. Tu fa Vos voi, che sono più
persone seconde, che ascoltano, ossia prossime ai parlanti. | ILLE fa ILLI sì,
che sono più persone terze, di cui si parla, lontane dai parlanti. Il nome di
terza persona manca a’ latini , perchè chi è lontano è indeterminato. | Quindi
tutti gli altri nomi non sono nè prime, nè seconde ,- nè . terze persone ,
perchè non racchiu- dono le relazioni di prossimità e di lontananza. Essi
possono censiderarsi come cast di apposizione de’ tre nomi personali primitivi,
che, quando non sono espresr si, debbono sott’intendersi, Infatti si adoperano
con tut- te le desinenze del verbo, indicative di accordo co’no- mi personali
primitivi, dicendosi Ego Laurentius amo, pu Laurentius amas, ille Laurensius
amat, DELLA SECONDA CLASSE IPOTEORICA DELLE PAROLX - ossia DeL PRENOME. lo
chiamo prenomi una grande famiglia di parole , che hanno la forma di
aggiuntivi, ma tali non sono pel loro significato, perchè, quantunque come
aggiun- tivi sieno variati, come si è praticato in Lessigrafia , tutt’ altro
significano che qualità o quantità. Or, affin- chè una parola appartenga ad una
classe, non basta che ne abbia la semplice forma, ma è necessario che ne abbia
ancora il sigmficato. I: Grammalici, che clas- sificavano le parole dalla loro
forma esteriore, arrùo- lavano i pronomi tra gli Aggiuntivi distinti col ti-
tolo di dimostrativi o-relativi, senza punto badare ché gli aggiuntivi in
regolare costrutto si aggiungono, os- sia si allogano dopo de’ loro nomi,
mentre i prenomi . precedono, ossia vogliono allogarsi avanti a’ nomi, onde gli
chiamiamo prenomi, cioè avanti nomi. | Una. classe di parole differisce da ogni
altra per ra- gione di significato o di diverso modo di significare. Se dunque
i prenomi formano una classe ipoteoricà diversa dalle altre, debbono differirne
per una di que- ste ragioni, e si possono definire per una classe di parole,
che, avendo forma di aggiuntivi, non sono tali per significato, e la loro
significazione avviene ‘in un modo differente da quella di tutte le altre
classi ipo- teoriche. | "li # aa E, siccome i prenomi tra le ‘altre
nozioni racchiu- dono sempre una relazione, si possono distingucre-in più
specie dalla diversa specie delle relazioni che si- gnificano , le quali
essendo o di Sito o di Congiun- zione , 0 di Disumione, io distinguo tutti
prenomi in Prenomi di Sito, in Congiuntivi, e Disstuntwi. Il pre- sente Capo
adunque sarà diviso in tre Articoli. Intorno A’ PrenoMI DI Siro HIC questo,
ISTE coresto, ILLE queLLO. Tutt'i grammatici osservarono le differenze di
questi tre prenomi, quando dissero che hic haec hoc si ri- ferisce a persona o
cosa vicina a chi parla : iste ista istud a persona o cosa vicina a chi
ascolta, e però lontana da chi parla : ille dla illud a persona o cosa lontana
da chi parla e da chi ascolta. Questo divisa- mento fu vero, ma nessun
vantaggio se ne seppe trar- re in quanto alla classificazione. Noi dunque
diciamo che hic, haec, hoc è un pre- nome di sito, il quale racchiude la
relazione di vici- nanza a chi parla: iste , ista, istud è un prenome di sito,
che racchiude la relazione di vicinanza a chi ascolta : alle , illa, illud è un
prenome di sito, che racchiude la relazione di lontananza da chi parla e da chi
ascolta. Onde diremo: accipe hunc librum pren- di questo libro, parlandosi di
libro vicino a chi parla: diremo da mihi istum librum dammi cotesto libro ,
parlando di libro vicino a chi ascolta : diremo da mihi Ulum librum dammi quel
libro, che è lontano da me e da voi. È da notare che ille, illa, illud si
traduce in ita- liano ora per quello e quella, ora per i o lo e la, come ho
Lotato nella Nuova Grammatica ragionata pella lingua italiana pagina 38. Il che
è chiaro dalla ver- sione de’ costrutti latini in nostra lingua, onde ho de-
dotto che il così detto articolo italiano è un vero pre- nome di sito, come è
il latino le, illa, Mud, da cui si forma. n { Intorno A’PreNOMI CONGIUNTIVI, I
QUALI SONO | DI DIVERSE SPECIE: * In generale chiamo prenomi congiuntivi' tutte
quelle parole, che, avendo la forma di aggiuntivi, perchè va- riati, non
significano qualità e quantità , ma tra le altre nozioni racchiudono la
relazione di compagnia 0 di congiunzione, di cui è segno la parola categorica
Cum con. Or questa relazione può essere significata immediatamente,
mediatamente o collettivamente, ecco perchè io ‘distinguo tre specie di prenomi
congiuntivi, cioè immediati, mediati e collettivi, de’ quali parlerà ne’ tre
seguenti paragrafi. 61° De’ prenomi Congiuntivi immediati TALIis-QuaLIs ,
TANTUS-QUANTUS. Questi Prenomi Talis-Qualis, e TantusQuantus si- gnificano
relazione di congiunzione immediatamente , perchè, quando diciamo a modo di
esempio: Petrus est talis qualis est Antonrus, Pietro è tale quale è An- tonio,
non intendiamo dir altro che una stessa qualità sia con Pietro e con Antonio.
Similmente, allorchè di- ciamo Mulus est tantus quantus est equus, il mulo è 54
SECONDA PARTE tanto quanto è il cavallo , non intendiamo dire altro se non che
una quantità è col mulo e con il cavallo. Ora, dove è la preposizione Con
(cum), vi è relazione di congiunzione o di compagnia, bisognerà dunque con-
chiudere che Talis-qualis e Tantus-quantus sieno pre- nomi congiuntivi. Sono
poi immediati , perchè essi vanno a risolversi immediatamente con la
preposizione Cum (con) a differenza degli altri detti mediati, che si risolvono
immediatamente in Talis-qualis o in Tan- tus-quantus,e per questi nella
preposizione Cum (con). La duplice serie di questi prenomi va detta de’ cor-
relativi, perchè ponendo Talis è uopo mettere Qualis, come pure a Tantus sì
riferisce Quantus e viceversa, come vedremo nella Sintassi. . Ma talis qualis
differiscono da tantus quantus in questo che ì primi sono correlativi di
qualità , ossia si adoperano, quando si paragonano due soggetti, che si
truovano con una qualità , ed i secondi sono cor- relativi di quantità, ossia
si adoperano, quando sì pa- ragonano due soggetti, che si truovano con una
quantità. 62° De’ Prenomi di congiunzione mediati: Qui, Quar , Quop, Is, Ipse,
IbeM, Par, ArquaLris, SIiMiLIs. Tutt'i soprapposti Prenomi sono congiuntivi
media- tamente , in quanto che non si risolvono immediata- mente con la
preposizione Con (cum), ma con tale- quale (talis-qualis), o tanto-quanto
(tantus-quantus), in cui quella relazione è contenuta. In fatti Qui, Quae, Quod
si traduce quale in italiano correlativo di tale , perchè quando diciamo :
Liber, quem misisti ad me, est bonus, (il libro, che mì avete mandato, è buono
), DELL’ ETIMOLOGIA 55 l’ espressione equivale a quest’ altra in forma analiti-
ca: Talis liber, qualem hibrum misisti ad me, est bo- nus, il tale libro, il
quale libro avete mandato a me, è buono. Onde è chiaro che qui, quae, quod è
una formola ristretta di due parole Talis-qualis, e ciò è manifesto dal perchè
qui, quae, quod vuole essere co- struito in mezzo a due desinenze dello stesso
nome ri- petuto , detto antecedente se precede , conseguente quando va dopo;
perchè, dovunque si adopera siffatto prenome, vi è comparazione , come vedremo
in Sin- tassi. Is, ea, id equivale all’ italiano esso 0 desso ( vedi Nuova
Gram. ragion. per la ling. it. pag. 42 ) ed esso o desso equivale a stesso. Ora
chi dice stesso, intende tale quale o tanto quanto, perchè allora due cose so-
no le stesse, quando tale è l'una qual è l’altra, o l'una è tanta, quanta è
l'altra. Da Is si è formato il composto fdem, eadem, idem, che si traduce
stesso equivalente a medesimo o identico. | Ipse, a, um si traduce direttamente
stesso, e pare che differisca da Is, come in italiano differiscono £ss0 e desso
da stesso. , PAR Pari 0 eguale. La parità o l'eguaglianza. con- siste nell’
essere una cosa tanta quanta un'altra è , così, paragonando due e due, diciamo
che sieno part, perchè tanto è l’ uno quanto. è l’altro. Pari adunque è un
prenome di congiunzione mediato, che si risolve ne correlativi di quantità.
Equaris è lo stesso che pari, e ne differisce in quanto che si risolve per tale
quale, ossia è un pre- nome congiuntivo mediato, che si riduce a*correlativi
quantitativi. SIMILIS racchiude le nozioni di presso che eguale, e sì può
ridurre a’ preromi correlativi di qualità o di quantità. 56 < De’ Prenomi
Congruntivi Collettivi — MuLrus, Nim1s, Satis, Macis, PLus, OmnIs, Torus,
Cuncrus, U- NIVERSUS. I soprascritti
prenomi sono congiuntivi collettivi , perchè nella loro significazione
racchiudono la nozio- ne di congiunzione di più cose nel medesimo tempo, sia
sotto il rapporto della quantità continua, sia sotto il rapporto della quantità
discreta. ‘E primamente Multus, a, um, che si traduce Molto, accenna ad una
grande collezione indeterminata, come quando dicessimo multa materia, multa
pecuma, mol- ta materia, molto danaro. Con le quali espressioni si vuol
dinotare la collezione di più parti di materia, di più monete distinte
numericamente. Nimis, che ì grammatici ritenevano come avverbio, perchè
invariato, è un vero prenome collettivo, e si- gnifica troppo, vocabolo
relativo a collezione relativa, ossia il troppo è molto relativamente , vedi
Nuova Gram. Ragionata pag. 43. Satis e Sat da’ grammatici RT fu tenuto per
avverbio, ma desso è un vero Prenome collettivo, e si traduce bastante o
abbastanza: è diverso da Mul- tus e da Nîmis, perchè più determinato, e dinota
una collezione sufficiente, non molta, nè troppa. ‘ Plus, che ancora come
avverbio è da’ grammatici classificato, è variato plus, pluris ec. e si traduce
più, ossia dinotf collezione quantitativa messa in relazione a MINUS meno. ll
più è molto relativamente al meno, ‘ma può essere poco relativamente al troppo.
Magis e Mage ancora prenomi e non NGI, quantunque invariati, e si traducono
più, differenti da plus che si riferisce alla quantità discreta, come magis
alla quantità continua , perchè a me pare che da magis si fa magnus e major
quasi magior, e magsimus qua- si magissimus e per sincope maximus. Omnis, omne,
è un prenome collettivo di quantità discreta, ossia numerica , e significa la
collezione di tutti gl’ individui senza eccettuarne alcuno. In italiano sì
traduce ogni e tutto, ma la prima versione è pro- pria ed etimologica, la
seconda è per traslato. Ad omnis si riduce PLERIQUE, PLERAEQUE, PLER4- QUE, che
dinota molti individui, ossia collezione nume- rica. Questa parola è composta
da pleri e que, che si- gnifica e, onde plerique equivale a molti e molti. PLe-
RI poi viene dall'antico plerus, che si vuol formato dal greco pleros pieno ,
di cui al singolare è rimasto in uso plerumque, da’ grammatici falsamente
tenuto per avverbio. Allo stesso Omnis si riferiscono Cunetus e Universus.
Cunctus adoperato al plurale dinota tutti, ma raccolti nel medesimo luogo,
perchè si vuole identico a Conjun- ct, che significa insieme giunti o
congiunti. Univer- sus è parola composta da Uni e versus che significhe- rebbe
volto all’uno proprio delle cose circolari, i cui raggi si convergono al
centro. Totus, prenome di quantità continua, ossia dinotante collezione delle
parti di un tutto continuo, e si tra- duce tutto, ossia collezione compiuta
senza mancamento di alcuna parte. Differiscono adunque Ommnis e totus come in
italiano ogni e tutto , cioè sotto il rispetto delle due diverse quantità. Onde
diremo omnes homi- nes ogni uomo, e tota tabula tutta la tavola, e no al
contrario. De PRENOMI, CHE RACCHIUDONO LA RELAZIONE DI DISUNIONE, DETTI
DISGIUNTIVI. À questa categoria appartengono tutte le parole, che in forma di
aggiuntivi per la loro variabilità non si- gnìficano qualità e quantità, ma
racchiudono la re- lazione di disumione,di cui è segno categorico la pre-
posizione Sine (senza). E, siccome la congiunzione Non si riduce, come vedremo,
ad un complesso di no- zioni, tra le quali è la disunione, avremo per preno- mi
disgiuntivi tutti quelli, che immediatamente si ri- solvono col non. Oltracciò
vi sono de’ prenomi, i quali esprimono che di un tutto si è presa una parte ,
la quale si considera come isolata con l’ eccezione del tutto. Or dove è
eccezione, evvi disunione, ne segue che i prenomi così detti partitivi
appartengono anco- ra alla categoria de’ disgiuntivi. lo dunque dividerò il
presente Articolo in due paragrafi, nel primo esporrò i prenomi disgiuntivi che
si risolvono con la negazio- ne, nel secondo i partitivi, $ 1° De prenomi
Disgiuntivi per negazione, ALIUs, ALTER; CAETERUS, Dirersus, DrrreRENS, Minus,
PauLUS, Paucus. 1.° ALrus, 4, um. Metto in primo luogo questo prenome, come
quello, a cui ancora altri si riducono. Ad Alius noi facciamo corrispondere
altro , il quale ‘significa diverso, ossia non lo stesso rispetto a sè me-
DELL' ETIMOLOGIA 59 desimo in altro tempo o ad altro soggetto. Onde è che serve
alla comparazione] di diversità , ed è seguito. dalla particella comparativa
quam , come vedremo in Sintassi, : 2.° ALTER, a, um è una parola composta da
alius e ter e significa fre volte altro, essia molto diverso, benchè nelle
yersioni faceiamo cerrispondere altro tanto ad alius quanto ad alter, ma nell’
uso non si debbono confondere, come vedremo. E per dirne qui una cosa di
passaggio alter si adopera, quando i sog- getti di comparazione sono diversi ,
ondechè i latini invece di dire unus et alter, usayano elegantemente alter et
alter, Ve -8,° DivERsus è un participio del verbo divergo da cui divergente, e
divergenti si dicono due linee, che non sono parallele, ma a misura che
procedono si dis» eostano., Ora le cose diverse sono divergenti in rap- porto
alle loro qualità, Adunque diverso è identico ad altro in senso metaforico, Lo
stesse dicasi di differens differente in senso ancora di diverso , perchè come
‘ognuno vede questa parola è participio del verbo fero e per traslato si
adopera nel senso di alius, ‘ À4.° Minusèil] negativo di plus e gli è
correlativo , perchè, quando di due cose paragonate una è più, l'al ra
necessariamente dev’ essere meno. Meno adunque significa non molto, ed è
prenome comparativo. ] gram» matiei l’ ebbero ad avverbio come satis, magis e
plus, ma desso è un comparativo neutro per usare il loro linguaggio, adoperato
figuratamente nelle comparazioni, come vedremo in Sintassi, 5.° Paucus, 4, UM, e
Paurus, 0 Paullus, A, UM, si fanno valere in italiano per poco, opposto a
molto, 03- sia a non molto, E n 6.° Ceterus, a, um, è formato dal greco Kat
eje= 60 SECONDA PARTE ros , che corrisponde ad alter, benchè si traduca pel
rimanente. 629 De’ prenomi Disgiuntivi Partitivi — SincuLus, ULLOS, | UrER,
Quisque, ALiguis. 1.° SINGULUS, 4, UM, significa un individuo sepa- rato dalla
mollitudine, e si traduce singolo o uno ad uno, onde singularis singolare, cioè
di uomo o di cosa singola. Adunque Singulus è prenome partitivo per la nozione
di separazione che racchiude. 2.° ULLUS, A, um, si traduce alcuno, perchè manca
in italiano una parola semplice, che gli corrisponda, e dinota qualche separati
dalla moltitudine. 3.° UreR, 4, vw, equivale a ol’uno o l'altre, ossia accenna
alla partizione tra due. 4.° Quisque, quaeque, quodque, che si traduce cia-
scuno 0 ciascuna, è parola composta da quis e que , quis che equivale a chi, e
que, che dinota e, onde in forza di etimologia significherebbe chi e chi, e per
tras- lato indica partizione di più, che vanno considerati separatamente in
rapporto a qualche altra cosa. 5.° ALIQUIS, 4, OD, è composto da ali invece di
alius e quis, e si traduce alcuno o qualcuno. _ 6.° Quipaw, che si traduce
certo, in senso di parti- zione è composto da qui e dam, come vedremo nel
trattato della Composizioue. |_A questi si riducono i composti quippiam,
quisquam, quicumque, quilibet, quivis ec. ì quali per difetto di parole proprie
traslatamente si adoperano con forza di prenomi partitivi. DLL ETIMOLOGIA 61
CAPO II. DELLA TERZA CLASSE IPOTEORICA DELLE PAROLE, ossia peLL''AVVERBIO. L’
Avverbio sarà una Classe ipoteorica, distinta dal- le altre a condizione che
comprenda sotto di sè parole, che per corpo e per significato non rassomi-
glino in alcuna guisa alle parole comprese nelle al- tre classi. Se per esempio
una parola, simile a fel cer, sì potesse ridurre a felir felice , appartenente
alla classe categorica degli aggiuntivi qualitativi , voi non direte che sia
avverbio, perchè una stessa parola non può etimologicamente appartenere a due
classi dif- ferenti senza contraddizione. Affinchè dunque una pa- rola sia
avverbio, deve avere le condizioni sopra de- scritte. Ed in quanto al
sigmficato l’Avverbio racchiude prin- cipalmente due nozioni, cioè il rapporto
di contenen- za e un nome di tempo o di luogo in senso proprio o metaforico ,
oppure uno de’ rapporti di origine di passaggio e di tendenza , espressi da una
delle tre preposizioni 1.° a, ab, abs, e, ex, 2.° per, 3.° ad, seguite ancora
da un riome di tempo o di luogo. Sic- chè l'avverbio, se non contiene altra
nozione, equivale alle due parole, cioè ad una delle sopraddette preposi- zioni
ed al nome di tempo o di luogo in senso pro- prio 0 metaforico. Ho-detto nome
di tempo o di luogo in senso pro- prio o metaforico, imperecchè il vero MUOSER,
è quello, 62 $5C0NDA PARTS ene racchiude fl nome di tempo e di luogo. Se dun-
que vanno per avverbî riconosciute alcune parole, che invece racchiudono il
nome del Modo, o altro si- mile, voi direte che il Modo ha forza di contenente
in senso traslato, come vedremo. E di qui si compren- «de perchè questa Classe
di parole fu detta Avverbio gal latino Adverbium, che significa parola che
vuolsi stare di costa al verbo, come sua determinazione, Ora it Verbo dinotando
Stato o Azione, e non essendovi stato ed azione che non sia o non avvenga în un
dato spazio di tempo e di luogo, quelle sole parole voglio- no andargli a
canto, come sue determinazioni, che rac- chiudono queste nozioni , cioè In
rapporto di conte- nnenza, e un nome di tempo e di luogo. Il che pruova che l’
avverbio propriamente non può significare il modo o allra nozione in senso
etimologico. Ho detto ancora che l’avverbio può contenere un rapporto di
origine, di passaggio, e di tendenza, per alcune lingue sotto il rispetto di
alcuni verbi concreti . non obbjettivi o intransitivi, i quali racchiudono il
verbale di Moto, che ha per sue determinazioni quelle ‘tre relazioni. I
grammatici non si formarono una chiara e precisa ‘nozione di questa Classe di
parole, ondechè nelle-loro lunghe liste per altro incompiute, voi trovate tutto
confu- ‘80, cioè dire messe tra gli avverbi alcune parole, che ap- .partengono
ad altre classi, figuratamente costruite, ed ‘ommesse molte altre, che sono
veri avverbi. La Etimologia si propone lo studio delle parole iso- late, ossia
distaccate dal discorso, per conoscerne il va- ‘lore assoluto. Or, quando una
parola è stata classificata in Etimologia , come di una particolare natura ,
non uò essere tenuta presente sotto il rispetto di un va- pa relativo, che può
acquistare in costrutto , perchè si uscirebbe dal campo etimologico per
invadere il campo sintassico. Se, per esempio; avrete stalilito in Etimologia
che facile sia una variazionedi facu.», pa- rola derivata in forma di
aggiuntivo , ‘non potcte pol classificarlo tra gli avverbi, perchè incontrate’
un co- strutto, in cui figuratamente quel facile ha forza di facilmente, in una
versione di equipollenza, o come dicesi a senso. Oraigrammatici hanno tutto
confuso, come diceva innanzi, perchè hanno classificato tra gli avverbi alcune
parole appartenenti ad altre classi, soi0 perchè in costrutto si truovano
adoperate figuralameie- te, e la versione ha dato loro una forma avverbiale. Io
dunque, a procedere con verità, ordine ed esat- tezza, metterò in primo luogo i
veri avverbi, e passerò in seguito ad esaminare gli altri tenuti per tali,
ridu- cendoli alle proprie Classi. INTORNO AGLI AVVERBÌ DI TEMPO. Gli avverbi
di tempo sono tutti quelli, che racchiu- dono la preposizione In e un nome di
tempo. 1.° Nunc in quest’ ora, adesso. 2.° Tune e Tum in quel tempo, allora.
3.° Semel in un tempo, una vol- ta. 4.° Simul in un medesimo tempo, insieme.
5.° Olim in antico tempo, una volta, tempo già fu, anticamente. 6.° Jam già o
mai, in qualsivoglia tempo. 8.° Mox or ora, momò o mò nello stil familiare, 9.
Nuper (1) (1) Nuper secondo Festo è quasi noviper, o secondo lo Scaligero è composto
da novo opere, che si legga nuper, come fantop’re si truova scritto fantoper.
Se- condo quest'etimologia non sarebbe avverbio, ma parola: composta
figuratamente costruita. Ma, siccome questa eti. mologia è oscura,noi l'abbiamo
tra gliavverbi annoverata-” ‘poco fa, non è guari, cioè in un tempo prossimo
pas- sato. 10.° Saepe spesse volte, in volte ripetute. 11.° Pridem (1) in un
tempo passato un poco più lontano di quello che significa Nuper. 12.° Tandem e
Demum in fine, finalmente. Quindi non sono avverbi di tempo tutti seguenti, che
] Etimologia può ridurre alle proprie Classi. 1.° Noctiu e Diu, i quali sono
termini di rapporto. o secondo il linguaggio de’ grammatici, ablativi dell’an-
tico Noctus e Dius, invece di nox e dies , e signifi- .cano propriamente in
tempo di notte e di giorno , e se troviamo diu e diutius in senso di
lungamente. è per traslato — Modo si traduce ora, da modus modo e dipende dalla
preposizione In sott' intesa, di cui Modo è secondo termine. Horno usato da
Plauto e Lucilio in senso di in questa stagione o in quest’an- no, è variazione
di hornus, a, um, abbreviato di ho- rinus di radice greca, e corrente in uso
appo i clas- sici del buon secolo. | 2.° Mane, in tempo di mattina, hert nel
giorno di jeri, Cras nel dì seguente, Vespert in tempo di sera, non sì possono
per avverbi tenere , imperocchè sono veri nomi invariati, eccetto l’ ultimo,
come apparisce dall’ accordo che hanno con gli aggiuntivi e co’ preno- mi, come
loro determinazioni. di 3.° Molto meno si terranno per avverbi le seguenti
parole composte. Hodie composto da ho invece di hoc e die, cui manca in
costrutto la preposizione In (0g- (1) Pridem è senza dubbio composto da pr’,
che è identico a prae preposizione di sito, che anticamente leggevasi pri, come
dimostrano i derivati prior, pristi- nus, priscus : dem è una particella, che
per sè stessa isolatam. nie nulla significa, ma serve come finale in
composizione di molte parole, come quidem, ibidem , tandem ec. gidi, in questo
giorno). Perendie composto da ire pa- role Per, en, invece di empta , e di: ,
che significa dopo domani , ossia secondo il senso etimologico , nel giorno che
viene tolto domani. Pridie composto da pri invece di prae, nel giorno avanti, e
postridie compo- sto da postri in vece di postero e die nel giorno se- .
guente. Nudius teritus da’ grammatici è tenuto per avverbio in carne e ossa,
mentre Nudius secondo Fe- «sto equivale a Nunc Dies, e la frase tutta a Nune
est dies tertius, ora è il terzo giorno , come noi di- ciamo oggi è otto,
volgarmente oggi ad otto per indi- «care il primo giorno degli olto già passati
— Extem- plo, che si traduce subito, è composto chiaramente da ex e templo.
Adhuc finora, e composto da @d prepo- sizione, e huc invece di hoc, intendi
tempus, a questo tempo. Denuo di nuovo, composto da De di, e nuo anvece di novo
— Protinus composto da pro e tenus, € presso Varrone è ancora usato protinum, è
proprio di luogo, e, per traslato, di tempo, equivalente a subito, cioè nello
istante, immediatamente — Illico, composto da to e loco, è proprio del luogo ,
e per traslato si adopera pel tempo in senso di là per là, subito. Nel medesimo
senso si adopera Ilicet, composto da ire e licet è lecito andare, quando un
fatto è compiuto, sen- za ìintermissione di tempo. Statim e Confestim nello
stesso senso adoperati, sono parole anch’ esse compo- ste, come vedremo nella
categoria degli avverbi di mo- do — Quousque è composto da usque e quo, fino a
quando ? Postea composto da post ed ea intendi ne- gotia, dopo ciò. Dein, Inde,
Deinde sono due prepo- sizioni costruite figuratamente, Deinceps vi aggiun- ge
ceps da capio,e sì traducono di poi, per l'avvenire. Hactenus composto da ac
intendi parte, e tenus fi- no a, fin qua. Anitehac composto da Ante 0 hac in 66
SECONDA PARTE ‘vece di haec, intendi negotia, avanti ciò , per lo pas- sato —
Abhine composto da ab e hinc da quel tempo in qua. Diluculo è un vero nome da
diluculum, composto da De e luculum diminutivo di Lux luce , si fa va- lere all’
alba, al far del giorno. — Aliquando compo- sto da alî invece di alio, e quando
congiunzione mi- sta, secondo la proprietà latina di comporre agli avver- bi ed
alle congiunzioni alcuni prenomi, come vedremo nel trattato della composizione.
Aliquando si fa vale- re qualche volta, come pure interdum composto da inter e
dum, quandoque composto da quando e que, nonnunquam composto da non, da nun
invece di non e quam. Dudum composto da du invece di dum e dum si°fa valere
ora, testè. Nusquam composto da nus in vece di non, e quam vale non mai —
Denique è composto da denuo e que in senso di Et. Unquam non mi pare differente
da nunquam, benchè sì tra- duca qualche volta in opposizione di nunguam e nus-
quam. Identidem di tratto in tratto, è parola com- posta da idem et idem, ed ha
questo valore per tra- slato, come vedremo. 4.° Neppure terremo ad avverbî i
così detti parti- cipi variati in forma di aggiuntivi, e adoperati senza nome
figuralamente. Tali sono Cito participio di Creo muovo , onde citus mosso ,
quantunque per traslato cuo traducasi subito, presto. Subito da subitus parti-
cipio di subeo, composto da sub sotto ed eo vado , il quale si traduce subito,
e inaspettato, dal perchè le cose, che vanno sotto, improvvise appariscono.
Repente da repens participio di repo trascino il corpo per ter- ra, dal greco
erpo, onde anche serpo, serpeggio o imito il serpe — Repente si traduce ancora
subito e all’im- provviso, per la stessa ragione allegata per Subito su- bito.
Recens di fresco, ‘di recente, è recens recentes nuovo, fresco, dal verbo receo
non usitato, DELL’ ETIMOLOGIA 67 5.° Non terremo parimenti ad avverbi tutt i
nume- rali bis, ter, quater e tutti gli altri che da quinque In poi prendono la
desinenza es; perchè bis due vol- te è lo stesso che dis greco che significa
due. Ter e quater sono identici a tres e quatuor: in quinquies , series,
sepires, octies, movies, decies, undecies, duo- dectes, terdecies,
quatuordecies, quindecies, sexdecies, septiesdecies, octiesdecies o duodevicies
, noviesdecies o undevicies (1), vicies, vicrwes semel, bis et vicies ,
tricies, quadragies, quinquagies, seragies, septuagies, octogies, nonagies,
centies, ducenties, trecentres, qua- drigenties, quingenties, sercenties,
septigenttes, octi- genties, nonigenties, mallies mille volte, bis millies due
mila volte , ter millies tre mila volte, decies centies millies un milione di
volte , vicies centies miles due milioni di volte — ec. è chiaro il numerale
quin- que, sex, septem ec. e bisogna dire che la desinenza %s per convenzione,
componendosi, significhi volte , oppure sia abbreviato di vices, onde quinquies
è lo stesso che quinque vices cinque volte e va dicendo. Si possono aggiungere
toties tante volte, quoties quante volte, pluries più volte ec. 6.° Similmerite
Alias, che si ha per avverbio, è va- riazione di alius, a, um, ed è costruito
figuratamen- te ; equivale a per alias vices, come è chiaro dalla sua versione
per altra volta. (1) La parola duode e unde innanzi a wiginti e pvi- cies sono
composte, la prima da duo e de, il quale de in composizione ha forza di m22n0,
la seconda da unus e de, sicchè duodeviginti equivale a viginti meno due:
undeviginti a viginti meno uno. Quindi undevicies e- guivale a venti volte meno
uno, e quodevicies a venti volte meno duc. Intorno agli avverbi di luogo.
Avverbi di luogo sono quelle parole, che hanno i . caratteri descritti a pag.
61, e contengono la preposi- zione în o una preposizione del Verbale pag. 45,
se- guita dal nome di luogo. Avverbi di luogo così descritti ne ha pochissimi
la lingua latina, e son per dire, che ne abbia uno solo a rigore, cioè IBI, che
significa Iv o Vi, cioè in quel luogo, che è lontano da me e da voi. Si
potrebbe aggiurgere Foris a Foras fuori, ma a me sembra che questa è
preposizione e non avverbio, perchè l’ esteriorità è una relazione essa stessa,
come l’interorità. Infatti extra, che per traslato significa fuori, va tra le
preposizioni annoverata. Nè osta che " uso adopera siffatta preposizione
senza termine di rapporto, poichè frequentemente i latini molte prepo- sizioni
adoperavano a questo modo, come ante e post specialmente, onde gli sciocchi
grammatici le annove- rarono ora tra gli avverbi ed ora tra le preposizioni. Si
potrebbero aggiungere Eminus da lontano e Comi- rus da vicino, ma a me sembrano
piuttosto parole composte la prima da ex, e la seconda da cum, che in
composizione si fa com e co. Di Procul posto tra gli avverbi ho parlato a
pagina 44. Quindi è che per avverbi di luogo non si debbono tenere
etimologicamente tutte quelle parole, che la Sin- tassi presenta in costrutto
figurato, ma che l’ Etimo- logia può ridurre ad altra classe di parole. Tali
sono tutti 1 seguenti. 1.° Hic,che i grammatici addomandano avverbio di stato
in luogo col valore di qui, non è che il preno- “me di Sito hîe, haec, hoc, il
quale anticamente nella desinenza indicativa di accordo col secondo termine di
rapporto dovea fare ab hoc vel ab hic, ab hac vel ab hic, ab hoc vel ab hic,
appunto come qui, quae, quod, alla medesima desinenza faceva qui, qui, qui, il
che è chiaro da quia, composto da a preposizione po- sposta, e qui. Adunque
hic, parlando col linguaggio dei grammatici,é un vero ablativo del prenome di
Sito hte haec hoc figuratamente costruito, a cui manca il nome loco e la
preposizione In, sicchè hic in costrutto re- golare equivale a in hoc loco. 2,°
Huc qua, che i grammatici addomandavano Av- verbio di moto a luogo, è lo stesso
prenome hic, haec, hoc, che anticamente invece di hoc faceva pure huc, come
abbiamo veduto in adhuc, equivalente a ad hoc tempus, o riferendosi a locus,
che anticamente faceva locum, loci, è lo stesso che ad hoc locum. Sicchè huc è
costruito figuratamente in forma analitica equi- vale a ad hunc locum a questo
luogo. 3.° Hac,che i grammatici addomandavano avverbio di moto per luogo, è
senza dubbio una variazione del detto prenome costruito figuratamente , e che
perciò in forma analitica equivale a a qua parte da quale parte , e per la
reciprocità delle tre relazioni si può tradurre per qual parte. 4.° Hinc è una
di quelle parole che la variazione altera in modo proprio e particolare di
alcune lingue per racchiudervi in modo etimologico indiretto uua
significazione. Così quella n inframmessa a hic ha il valoro di a, abs do
preposizione segno di rapporto di origine, e in forma analitica equivale ad ab
hoe loco da questo luogo, detto perciò da’ grammatici av- verbio di moto da
luogo. Isthic o tstic costì 0 costà, è composto da iste e hic: ille o illic
colà o là, è composto da ille e hic. È 5.° Istuc o isthuc: significa costì o
costà,ossia a co- testoluogo , ed è composto da iste e huc. Illuc o il- Ihuc a
quel luogo, o semplicemente colà, è composto da ille e huc. 6.° Isthac per
costà, o per cotesto luogo, è com- posto da iste e hac : illhac per colà o per
quel luo- go, è composto da ille e hac. 1.° Istine o isthine da costà o da
cotesto luogo, è. composto da iste e hine : dlline o iUlhine da colà 0 da quel
luogo, è composto da ele e hine. 8.° Eo. è specchiatamente una variazione di 8,
ea, td, ancorchè nelle traduzioni a senso si faccia valere per là o svi. Dicasi
lo stesso di Illo là, alio altrove, ali= quo in qualche parte. 9.° Intro o
intus sono identici alle preposizioni In- ‘ter intra, e la diversa desinenza
accenna al suo co- strutto figurato, cioè senza secondo termine di rapporto.
10.° Eminus e Cominus in senso di luogo sono pa- role composte vedi pag. 68. |
11.° Horsum verso qua, istorsum verso costà, re- trorsum verso dietro,
introrsum verso dentro ec. so- no tutte parole composte da hoc, istoc, retro,
intra e?. e versum o versus preposizione pag. 44. 12.° Dein, Inde, Exinde,
hacienus, adoperate iy senso di luogo sono parole composte vedi pag. 65. Intorno
agli avverbî di modo. . Chiamo avverbî di modo quelle parole, che hanno i
caratteri di questa classe , e racchiudono la preposi- zione Fn e un nome, che
significa modo 0 mamera, determinato da un aggiuntivo o da parola in forma di
aggiuntivo, come nae certamente o in modo certo, La lingua latina non ne ha che
pochi di questa na- tura, che etimologicamente sieno avverbi, e sono 1se-
guenti ; NAE , preso dal greco nai, significa in modo eer- to o certamente. |
2.° FrusrRra che significa in modo vano 0 invano. 3.° FrRE in modo
approssimativo, e sì traduce per asì. 4.° FERME în modo ordinario
ordinariamente. 5.° PENE, che si traduce quasi, se pure non è ao- ‘accorciato
di penes preposizione, che significa appres- so pag. 45. 6.° Aur o, ovvero,
ossia, che per giuste ragioni ripongo tra gli avverbi di modo , vedi Nuovo
Corso Vol. I. pag. 164. Ad «ut si riduce Vel, che è il ver- bo volo, che si fa
ve componendosi, onde vel Sì può tradurre vuoi. Seu abbreviato di sive è
composto da Si se, e ve vuoi, cioè se vuoi. Vel componendosi ad ut fa velut,
veluti come siccome, che è .copulativa. 7.° Vix appena a stento—Se si fa valere
non, op- pure per tempo, è in senso traslato, De creduir avverbdì di Mono
secondo i grammatici. I grammatici credettero avverbî di modo tutte quelle
parole latine, che in italiano si traducevano colla de- sinenza in mente,
preceduta da un aggiuntivo o da pa- rola variata, derivata o composta in forma
di aggiun- tivo, come marime massimamente, radicitus radical- mente ec. oppure
in una forma qualunque da essi appellata avverbiale. Noi procedendo secondo l’
enun- ciato principio, che una stessa parola etimologicamentè non possa
appartenere a due classi differenti , esclu- deremo dalla Classe degli avverbi
tutte quelle parole, che alle variate , derivate e composte si possono ri-
durre, sia delle classi categoriche, sia delle altre ipo- teoriche, e non
terremo ad avverbi, ma a costrutti figurati, le seguenti parole. sa 1.° Tutte
quelle che hanno la forma delle altre ap- partenenti ad altra classe, meno
qualche piccola alte- razione per cambiamento di lettera, come îtem simil-
mente, formato da idem stesso o medesimo.(Quidem cer- tamente da quidam certo.
4.° Tutti nomi ed aggiuntivi, che prendono la de- sinenza itus, come radicitus
radicalmente, da radiz radice, funditus fondamentalmente da fundus fondo ,
humanitus umanamente da humanus umano. 3.° Tutte le parole desinenti in um, e,
0, ter, for- mate dagli aggiuntivi o da parole variate, derivate e composte in
forma di aggiuntivi, come verum vera- mente, vere veramente, vero in vero,
humaniter uma- namente—Intorno alle quali desinenze ‘è uopo fare le seguenti
osservazioni: 1.° Che la desinenza um è 1- dentica alla desinenza indicativa
del primo termine di proposizione infinita, ossia al così detto accusativo dei
si grammafici,che si riferisce ad un nome, come negoltum sottinteso, il quale
dipende da una preposizione richie- sta dal senso.Così verum equivale a per
negotium ve- fum per verità. La qual cosa vuol essere intesa per tutte le
desinenze, dette di yenere neutro , di qualsi- voglia aggiuntivo, e di
qualunque forma, come facile facilmente, dulce dolcemente, pottus piuttosto,
Recens di recente o recentemente. Ogni qualvolta adunque troveremo siffatto
costrutto, diremo che vi sia una Sintassi figurala, e non mica che la parola
apparte- nente alla classe degli aggiuntivi sia divenuta avver- bio.2.°Che la
desinenza o è di specchiato aggiuntivo , detto dai grammatici di caso ablativo
, ondechè tro- vando, vero, primo, secundo ec. tradurremo n mo- do vero 0
invero, în primo, secondo luogo ec. 3.° Che la desinenza e, come in vere
veramente, humune umanamente, malemalamente ec. sia un' alterazione della
desinenza o invece di vero, humano, malo ec. 4.° Che la desinenza ter, che ha
luogo negli aggiun- tivi della terza variazione specialmente; come da fela
FELICITER,da diligens diligenter ec. è una parola iden tica al numerale ter tre
volte, il quale accenna all’a- bito acquisito con la ripetizione de’medesimi
atti; per- chè felicemente feliciter, e diligentemente diligenter, vive ed
opera chi ha l'abito acquistato a quel modo. 4.° Hanno i latini alcuni nomi ed
aggiuntivi, o pa- role variate , derivate e composte in forma di aggiun- tivi,
i quali, alterando la loro desinenza in tim, diven- tano secondo ì grammatici
avverbi, come g9regatim a greggia , paullatim a poco a poco , statim in modo
stabilito, e, per traslato, subilo, sensim a poco a poco, partim in parte, ec.
Ma secondo il principio ge- nerale tante volte enunciato ciò non può esse- re,
è mestieri dunque conchiudere, cho siffàtte ” ib parole non sieno avverbi, ma
nomi od aggiuntivi va- riati, derivati, o composti. Ed io penso che la desi-
nenza tm sia la stessa che la preposizione In, onde «regatim equivale a în modo
gregis, Statim a in mo- do stato, partim a in parte, ossia che, quando il pri-
mo componente è aggiuntivo, o parola secondaria in forma di aggiuntivo, si
sottintende modo ; quando è nome s' inverte semplicemente la parola. La qual
cosa dimostra ancora una delle proprietà della lingua la- tina, che si vorrebbe
esclusivamente di alcune lingue mioderne o antiche ancor vive, come la tedesca
e l’in- glese, di posporre, cioè al suo nome, la preposizione. 5.° Per la
stessa ragione non terremo ad avverbi bifariam,trifariam ec. sì perchè composti
da bis e fa- iam, derivato dal greco fao, che significa dividere, come pure
perchè sono veri aggiuntivi da bifartus , a, um, trifarius, a, um ec. Profecto
che si traduce certamente, è composto da pro e fecto invece di fac- io. Reapse
in vero o realmente, è composto da re e ipsa, a cuì sì sottintende la
preposizione in, ed e- quivale a in fatto. Una , che tenuto per avverbio si fa
valere unitamente, è variazione di unus, a, um, a cui si sottintende în e vice,
ed è lo stesso che în una vice in una volta. Dicasi lo stesso di brevi , che si
traduce brevemente, mentre è una variazione di bre- vis, costruito
figuratamente, invece di in tempore bre- vi. Nimirum composto da Ni non, e
mirum mera- viglioso. ‘6.° Mettete in questa categoria tutte le preposizio- ni
costruite figuratamente, ossia adoperate senza il no- ‘me secondo termine, e
non direte, che Post e Ante per esempio, una volta sieno preposizioni, e un'
altra avverbi, come non potete dire, che l’ aggiuntivo ado- perato senza nome ,
diventi avverbio e qualche altra cosa. Ogni parola è quella che è, quale è
stata defi- nita in Etimologia. | In quanto al costrutto sotto il rispetto
della Sintas- si può subire mille cambiamenti senza lasciare mai di essere
quella che è per sua natura, come l’ uomo è uomo sempre, quantunque sotto il
rispetto della vita naturale e civile, ora è figlio, ora è padre, marito, me-
dico, magistralo ec. Non vi faccia dunque meraviglia, se io chiamo preposizioni
alcune parole, che non si truo- vano nell'uso della lingua adoperate maì col
secondo termine espresso—come Intus, forîs, foras ec. DeLLA QUARTA CLASSE
IPOTEORICA DELLE PAROLE DI OGNI LINGUA, ossia DeLLa CONGIUNZIONE. Questa
nomenclatura di Congiunzione, ritenuta nelle scuole per significare la quarta
Classe ipoteorica, è im- propria e insufficiente, imperocchè, se le Congiunzio-
ni sono quelle, che racchiudono la relazione di unione, che ha per segno la
preposizione con (cum), dovreb- bero addomandarsi Disgiunzioni quelle altre,
che rac- chiudono il rapporto di disunione, che ha per segno la preposizione
Senza (sine), perocchè, in congiunti- ve e disgiuntive i grammalici distinsero
le così dette Congiunzioni. Ora Congiunzione disgiuntiva è una contraddizione,
perchè, se congiunge, non può disgiun- gere e viceversa. Ritenendo adunque
questa nomen- clatura , intendiamo adottarla con quest’ osservazione nel
desiderio che col tempo ne venga sostituita un’al- tra più propria. La
Congiunzione adunque è la quarta Classe delle parole ipoleoriche, e comprende
sotto di sè tutte le parole, che per forma e per significato differiscono da
tutte le altre , e in quanto al significato racchiudono la relazione di
compagnia o di disunione, che ànno per segni Cum (con) e Sine (senza). Per la
forma le Congiunzioni differiscono da’ pre- nomi congiuntivi e disgiuntivi,
perchè questi sono va- riabili in forma di aggiuntivi, e quelle sono invaria-
bili. Pel significato differiscono dagli avverbî, perchè le congiunzioni
racchiudono uua relazione di unione o disunione, e gli avverbi una relazione di
contenen- za, che ha per secondo termine il luogo e il tempo. Ma vi sono
Congiunzioni, che racchiudono due re- lazioni, una di unione e un’ altra di
contenenza, cioè del Verbo, oppure una relazione del verbale espressa dalle
preposizioni Da, Per, A, corrispondenti alle la- tine, a, ab, abs, e, ex, a
Per, e Ad. Chiamerò con- quunzioni semplici quelle, che racchiudono la sola re-
lazione di unione o disunione ; chiamerò miste, cioè congiunzioni ed avverbî
nel medesimo tempo tutte ‘quelle, che racchiudono due relazioni , distinguendo
‘sempre le congiunzioni da quelle parole, che da’ gram- ‘matici sono per tali
tenute, ma che in realtà saranno ‘riduc:bìli alle variate, derivate o composte,
come ab- biamo praticato per gli avverbi. Dividerò quindi il pro- sente Capo in
due Articcli, e suddividerò ciascun ar- ticolo in più paragrafi. INTORNO ALLE
CONGIUNZIONI SEMPLICI. i 6. 1.° Delle Congiunzioni semplici, che racchiudono il
rapporio di UNIONE. Le Congiunzioni semplici di questa specie sono as- sai
poche di numero, e secondo me si riducono alle seguenti : 1.° Et che si traduce
e, e innanzi a vocale in principio della parola seguente, si fa ed, che po- co
differisce dalla latina Et, la quale fu ritenuta dai nostri antichi scrittori
senza alcun cambiamento. Que- sta Congiunzione racchiude la relazione di unione
, perchè dicendosi, a modo di esempio : Petrus et An- tonius ambulant, Pietro e
Antonio passeggiano, ognu- no vede che si voglia indicare l'unione di Pietro,
con cui Antonio passeggia. Diremo adunque che Et sia identico a Cum? Non mai,
perchè sono parole appar- tenenti a classi diverse, e che però non possono es-
sere identiche in valore. La Congiunzione Et, oltre la relazione di unione,
racchiude altre nozioni, mettendo un nesso tra due proposizioni, come vedremo
in Sin- tassi. 2.° Ac, a cui sì dà lo stesso valore di Ft. A me pare che sia
per metatesi formata dalgreso Kai, che in latino si fa valere et. In quanto
all’ uso vi è dif- ferenza, come vedremo in Sintassi e in Elocuzione. 3.° Atque
si fa ancora equivalere ad et, ma, come ognuno vede, è una parola composta da
ad e que, perchè nelle antiche scritture e nelle iscrizioni troviamo scritto adque
invece di atque. Allora quell’ ad sarebbe adde imperativo di addo aggiungo, il
que sarebbe e, e tutto il significato sarebbe Ed aggiungi al detto innanzi. 4.°
Que è una sillaba enclitica, che non si truova mai sola, ma composta in fine di
parola, come in gre- co te : è dello stesso valere di Et e. — Così, trovando
pater materque, distaccheremo il que da mater e lo faremo et, e tradurremo il
padre e la madre. 5.° Quoque che si traduce ancora , è parola com- posta, e
però mal si alloga tra le congiunzioni sempli- ci. Similmente Etiam è composto
da Et e e Jam qià, e però non è una congiunzione semplice. La traduzio- ne di
eitam per ancora, od eziandio, è per equipol- lenza e non etimologica. Diremo
ancora che, se et ri- petuto in due proposizioni comparative, si traduce non
solo ma ancora , non sia etimologicamente. Badisi a queste distinzioni nel
determinare il vero significato delle parole. 6. 2° Delle Congiunzioni semplici
che racchiudono id rapporio di DISUNIONE. ‘ Siccome Ft è la congiunzione più semplice,
che rac- “chiude la relazione di umione, così Non è la più sempli- ce tra
quelle , che racchiudono la relazione di disu- nione, dette disgiuntive. 1
Grammatici appellarono que- sta parola particella negativa, riducendola ora
agli Av- verbi ora alle Congiunzioni, ma senza alcuna ragione determinata,
perchè, non essendosi distinte le due clas- si con alcuna definizione certa,
rimaneva nell’ arbitrio di ognuno di scambiare le Classi e di ridurre le pa-
réle dell'una a quelle dell’ altra. Now non non può Ù) - - 7 essere avverbio,
perchè non racchiude la relazione di. contenenza, che è propria del verbo. Or
come sappia- mo che nonracchiude la relazione di disunione? Lo sap- piamo dall’
analisi di questa parola messa in costrutto. Allorchè diciamo, a modo di esempio
: Aqua non est dulcis, l’acqua non è dolce, l intendimento nostro è che l’acqua
presente è senza la qualità della dolcezza, che aveva una volta —E chi non vede
la identità di queste due espressioni: Aqua non est dulcis acqua non è dolce, e
aqua est sine dulcedine ? A Non si riducono ne e ni tanto semplici quanto in
composizione, col significato di non, come pure în e dis in composizione — Haud
si fa valere la stessa co- sa che non, ma, se derivasse da aut, avrebbe questo
valore per traslato — Neque è composto da ne e que e vale nè o e non. Nec è
abbreviato di Neque, onde ne ha lo stesso significato. 2.° Ast, At, Sed si
fanno tutte valere per ma, det- te eccettive , ossia che con esse e col ma
italiano si viene a far eccezione da quel che si è conceduto in- manzi. Così
dicendo : Petrus est doctus sed non est pius, Pietro è dotto ma non è pio,
ognuno vede che quel sed ma, viene a togliere la lode di pio a Pietro
riconosciuto per dotto. Ora che cosa è l'eccezione, se non una disunione ?
adunque è chiaro che ast , at, sed tra le disgiuntive si debbano annoverare.
Tra Ast e At non viè differenza che di una lettera, la prima più familiare a’
poeti, la seconda propria nella prosa. Sed si vuole da Sedum, perchè
anticamente fu detto Sedum invece di Sed, come Donicum invece di Do- nec, ma
niuno ha detto che significato si avesse pri- mitivamente Sedum. A me pare che
sia abbreviato di Sede imperativo di Sedeo , onde sed equivarrebbe a siedi,
fermati comando, che si fa a chi troppo conce- 8’ e con pregiudizio della
verità. Atqui parola compo- sta si fa pure valere ma, 3.° Tamen,che si fa
valere pure in senso di ecce- zione, a me pare composta da tam ed en, e il
senso etimologico sarebbe ecco tanto in contrario. 4.° Immo e mo che si traduce
anzi in senso di opposizione, e, per traslato, di privazione , a me non sembra
una corgiunzione, ‘ma piuttosto un avverbio , perchè anzi è fatto da ante, che
è una relazione di sito, e, se vé l’idea dell'opposizione, è per nesso logico e
non in forza etimologica. lo tradurrei Immo al contrario o in contrario, perchè
gran differenza vi passa tra l’op- posizione e la negazione. Quin si traduce
alle volte anzi, come Immo , ma dessa è una parola composta da qui e ne, che
etimo- logicamente significa che non, nel quale senso si ado- pera dopo dubito
e qualche altro verbo, e perchè non? nell’ interrogazioni. Dobbiamo dunque dire
che Quin in senso di anzi è adoperato metaforicamente, o che questo significato
gli si dà sintassicamente. 5. Autem si traduce ora ma ora poi, ma l’ uno e
l’altro è per equipollenza e non etimologicamente , perchè dessa è un
prolungamento di aut , ovvero , oppure, e semplicemente o. Ed osservo che,
traducen- dosì poi, non è congiunzione, perchè poi è identico a post
preposizione, come poscia, da cui si forma po- sciacchè e poichè. .6.° Vero si
traduce spesso per ma e pot come au- tem, ma desso è identico a vero di cui
parlammo a pag. 73 variazione di verus, a, um. Se sì traduce per ma e poi,
avviene sintassicamente, ossia a senso e non letteralmente. peLLe
Coneiunzioni MISTE. Non avevano tanto torto i grammatici, quando, in-
contratisi in certe parole di equivoca fisonomia , per uscir d’ impaccio le
allogavano ora tra gli avverbî, ora tra le congiunzioni, ed alcuni per
procedere più se- curi, dopo averle classificate tra gli ‘avverbi, le ripor-
tavano ancora come congiunzioni. Ciò che non si può loro perdonare è il non
avere riflettuto, che una stes- sa parola non può appartenere a due classi
diver- se, e, dove il significato avesse offerto più rela- zioni, avrebbero
dovuto da questo prendere le mosse per destinarle un luogo stabile e certo —,
perchè da ‘questa incertezza derivava una confusione inestricabile nella mente
de’ giovanetti , e la niuna precisione nel definire il valore de’ vocaboli. lo
dunque chiamo Congiunzioni miste quelle, che oltre la relazione di compagma ne
racchiudono qual- che altra del Verbo, ma questa seconda non è prin- cipale,
onde meritano di essere appellate Congiunzio- ni miste e non Avverbì misti —È
queste sono di più specie. La prima è di quelle, che racchiudono il’ pre- nome
relativo qui, quae, quod, preceduto dalla pre- posizione In, e che io chiamo
copulative: la seconda è di quelle, che racchiudono il prenome istesso prece-
duto in italiano da una préposizione del verbo o del verbale. Dividerò dunque
il presente articolo in due paragrafi. Dello Congiunzioni miste copulative VT,
QuanpO, Usi, SI. 1.° VT col modo indicativo, dissero i grammatici, si- gnifica
come, equivalente a Modo o maniera in cui ( vedi Nuova Gram. rag. per la lingua
italiana pag. 50). lo ritengo questo significato della parola Vi, e la chia- mo
Copulativa Modale per la nozione del Modo , che racchiude, preso
metaforicamente per il contenente dello stato e dell’azione del verbo, cui
precede. Ad Vt si vorrebbe ridurre quomodo e quemudmo- dum, ma queste due
parole sono composte, come è chiaro, la prima da quo e modo equivalente a in
che modo o come semplicemente, la seconda da quem, ad e modum. — Ut prolungato
si fa uti, composto a vel si fa velut e veluti, al correlativo sic si fa sicut,
che corrispon- ‘de all’ italiano siccome, che è ancora composto da st e come.
Tamquam, che si traduce pure come, è composto da tam tanto, e quam quanto,
costruiti figuratamente; perchè questi due monosillabi secondo me sono abbre-
viati di tantum quantum,e in senso etimologico significa per tanto, quanto si
possa dire Instar si traduce ancora come, ma questo valore. è per equipollenza,
perchè instar è un vero nome e significa modello, orde truovasi costruito con
un no- me variato colla desinenza significativa della preposi- zione di, da’
grammatici detto genitivo. Instar puncti a guisa di un punto. Ceu si traduce
come, ma non parmi parola radice. Quanpo
si traduce tale quale in italiano quan- do, e significa tempo în cui ( vedi
luogo cit. della nuo- va grammatica ), ecco perchè l’addimando con- giunzione
copulativa temporale per la nozione di tempo, che racchiude. A quando si riduce
Dum con valore più determinato, cioè momento, nel quale ma- mento. A Quando si
vorrebbe ridurre Quum e Cum, quaudo precedono l’ indicativo. Ma secondo me.
Quum è identico a qui que quod, il quale anticamente. va- riavasi quem, quam,
quum, come ‘ille, illa, illud al così detto genitivo faceva alli, illae, illi,
invece di 1l- lius. Quel quum poi per l’ affinità della Q con la C si fece Cuum
e poi Cum. Sicchè il quum o cum equi vale ad ad o în quod tempus o în quo
tempore, nel quale tempo. Osservo poi, che il significato primi tivo ed
etimologico di queste due parole è sempre quando, e se quando precedono il
congiuntivo si fan- no valere per conciostachè , oppure dànno al verbo nella
versione la forma di Gerundio, ciò avviene sin- tassicamente , ossia per
equipollenza di traduzione a senso. Dal che ne fa pruova la stessa pratica di
ec- cellenti traduttori, che spesso il quum e cum al con- giuntivo traducono
per quando, accomodato il verbo all’indicativo italiano per proprietà di
lingua, che non sopporterebbe il congiuntivo. 9.° Usi dal greco opoy vale ove,
corrispondente al- I’ Obe delle iscrizioni, e per eufonia nell’ incontro di
vocali dove ( che vale luogo, nel quale luozo. lo la chiamo copulativa locale,
per la nozione di luogo, che racchiude. | 4.° SI equivalente al nostro se,
ossia caso o con- dizione in cui, prendendo il caso e la condizione me-
taforicamente in senso di contenenti, e per la. nozio- me, che racchiude, io la
chiamo condizionale. “A Si riduco 1.° An
che nelle doma nde vale se, e forse, parola composta da fuori e se. 2.° Num,
che an- cora se e forse traducesi, derivato dal greco mon per metatesi. Utrum è
variazione di Uter, e, trovandolo adoperato in senso di an e num, diremo che è
per virtù sintassica e non etimologica. Forte, che si tra- duce acaso o forse,
è variazione di Fors, che deriva da fero e vale fortuna, che porta le cose a
capriccio come vuole. Da fors collo stesso significato sì sono formati ì
composti forsan , forsit quasi fors et , da forsit si è fatto forsitan, da
forte si sono fatti for- tassis e fortasse , per servire alla varietà ed all’
ar- monia. Dl o In Quasi è specchiata la composizione di qua e st, ed equivale
a come se, e se troviamo questa parola adoperata in senso di presso a poco,
ossia di appros- simazione , non diremo perciò che sia un avverbio | per la
ragione che non bisogna confondere il valore assoluto ed etimologico col
sintassico e relativo delle parole. Nist è composto da Nî non, e Si se. Ni in
significato di se non è abbreviato di Nisi. Ixrormo ALLE CONGIUNZIONI MISTHB
CHE RACCHIUDONO UNA RELAZIONE DEL VERBALE. Di queste Congiunzioni non è stata
in alcuna guisa definita la natura da’ grammatici, mentre empiricamen- .te
furono divise e suddivise in tante specie differenti. E noi nell’ indagarla
procederemo alla stessa maniera praticata negli Articoli precedenti, ritenendo
per Con- giunzioni etimologicamente tutte quelle,che hanno una ferma ipoteorica
senza ‘che si possano ridurre ad alcuna classe più semplice ed oltre alla
relazîone di congiunzione racchiudono in pari tempo un rapporto di origine, di'
passaggio o di tendenza. o. . E 1.° Naw, che sì fa valere perocchéè e
percioechè, e più brevemente perchè, sebbene in italiano | uso fa differenza
tra 1’ ultima e le due prime versioni. A Nam sì riduce Enim, che è composto
da''et e nam fatto nim. per eufonia. Eletitm è composto da' et , et, e ham,
ondechè nani, enim, eferim si 'farino va- lere' la medesima cosa. - | 2.° UnDE
‘equivale a onde, é Funò e l’altro a da ‘cin o dal quale luogo, e in senso
metaforico della quale causa, ragione ec. I grammatici mettevaho questa pa-.
rola tfa' gli avverbi e la denotavano per’ avverbio di moto da luogo. Ma,
siccome racchiude la relazione di congiunzione per lo prenome’ relativo Cui o
quale, è mesfieri annoverarla tra le congiunzioni. | 3.° DonEc al punto che,
finattanto che, fino a che— Si truova donicum invece di donec. Nepot. Oltre di
queste tre non ne saprei riconoscere altre’ di questa natura, perchè i seguenti
si riducono ad al-' ire classi anteriori — Ergo e igitur, che si fanno va- lere
adunque, sono il primo un nome costruito figu- ratamente, che equivale a causa
o gratia, come quan- do dicesi amoris ergo per amore, o per causa di amo-' re ;
il secondo è parola’: composta da Hiînc itur, pro- nunziato compostamente
hincitur, e quindi igitur, e hinc, itur equivale a da quì si va,e per
similitudine dal detto innanzi segue—(Quia perchè , è composto da qui e «
preposizione posposta, e in virtù dell’ etimo- logia significherebbe da che, ma
per la reciprocità dì ’ da, per, a, sì fa valere perchè. Quare è composto da ’
Qua e re, che dipende dalla preposizione a da, onde’ si traduee perchè per la
stessa ragione di quia. Cut, 5 che si adopera nelle domande in senso di perché
? è lo stesso quare sincopato e tronco, Quomiam, che si fa valere giacchè, è il
prenome relalivo quo e jam già., )uod, che si fa Hi perchè, è il prenome qui,
«Juae , quod castruito figuratamente. Vt , che col. soggiuntivo si fa valere
affinchè, acciocchè 0 che, è identico a quod , la differenza è che vt è di ori-
gine greca equivalente a quod latino, Etsi, che si fa valere benchè, è composto
da Et e, Si se. Ettam- sî, che si traduce ancorachè o ancorchè , è compo- sto
da Et e, Jam già, e Si se. Lacet, che si tradu- ce benchè, è verbo da licet,
licebat, licuit, sicchè, trovane, slolo in questo senso, bisogna riconoscervi
un costrutto . figurato. Quamwvis e quamquam , che si fanno valere. benchè,
sono pure parole composte, la prima da quam. quanto e vis vuai che è verbo, e
quamquam da quam quanto e quam quanto. Quapropier per la qual cosa, è composto
da qua e propter, Propiereaquod per la ragione che, è composto da propter, ea e
quod. Adea. cha si fa valere a tal segno è composto da Ad, eo, sgrammalicatura
giustificata dall’ uso secondo Festo, perchè a parlare secondo grammatica
dovrebbe dirsi adid o adea. Itaque, che si fa valere come congiun- zione col
valore di pertanto, è composta da ta così e que che significa e, onde vale È
così. Idcireo, che si traduce ancora perciò , è composto da id e circa invece
di circa , e vale etimologicamente intorno a: cò. Interea, che si vuole
congiunzione col valore di frattanto è composto da Inter tra o fra ed ea int.
tendi negotia, cioè quelle cose. Ideo si traduce an- cora perciò, ma a me pare
quell’id stia invece di ad, e che ideo sia identico ad adeo, che sì traduce
per-. ciò invece di a ciò per la reciprocità di per e. ad. (Quid nelle domande
si fa valere perchè, ma è identico all’ interrogativo Quis, quae, quid,
costruito figu- ratamente invece di proter quid negotium ? Quam- ‘obrem, per
cui, o per la qual cosa, 0 i perchè, è composto da quam, ob, rem, come è
chiaro. Ne in senso di affinchè non o di acciocchè non, seguito dal
soggiuntivo, è per ragione sintassica e non etimo- logica. ArrERTENZA 4°
PRECETTORI. Da questo lungo catalogo di voluti avverbî e congiun- zioni potete
dedurre quanto incompiuta n'era lu lista dei grammaticî. Né io sono stato lunto
minuto a raccu- gliere tutte le parole di siffatta natura , fidando nel buon
senso de’ giovanetti guidati dull’ analcgia. Quel ‘che mi preme, o precettori,
si è che avvertiate le di- ‘slinzioni, che î0 hu qui accennate di volo , delle
ra- gioni etimologiche e sintussiche nel determinare la na- tura delle parole
appartenenti alle due classi. I grana» matici spesso confondevano le une colle
altre, chiu- mando avverdî le congiunzioni e viceversa. Io son partito da un
principio incontrastubile, col quale dal- la natura del significato ho dedotto
la natura delle parole , naiura costante e invariabile in etimologia , ch: e un
veriloquio @4/ dir di Cicerune, ossia una de- terminazione del vero significato
primitivo de' voca- boli Quindi dedussi che molti creduti avverbi e con- g unzioni
non sono tali, e, se per tali furono credu- ‘i, derîcò dal perché si confuse il
valore etimologico ‘col sintassico o metaforico. /o voglio intrattenermi al-
quanto con voi intorno all’ importanza di queste nu- menclature , offinché ben
comprese possiate trasfon- derne la piena conoscenza nella mente de’ vostri di-
Scepoli. Il significato etimologico è primitivo, è dellu prima convenzione de'
fondalori di una lingua, conserv::tost nel lungo corso della medesima , anche în
mezzo all'al- terazione possibile de'traslati, di cui quel primo é ragio- ne
ultima , è norma o regola a’ interpetrazione. La ricerca di questo significato
per quanto è dilettevole e necessaria, per altrettanto è difficile , quando una
lingua non ebbe filologi accurati, non dico da' euoî primordi, almeno
dall'epoca meno incolta del suo pro- gresso. Per questo difetto una tale
ricerca è mala. gevolissimiae-t2 fatto di lingua latina , cd io giovan- domî
de'lavori più accreditati in questo genere di stu- di, ma più della leva
potentissima del metodo , mi lusingo di essere riuscito ad appurare la
etimologia de' vocaboli sopra notati. Dove non era certo, ho det- to a me pare,
perché arrischiare un’ opinione în si- mili ricerche è lodevole, per
insegnamento del Salvi- nti. Un tal procedere è indispensabile per un' esatta
classificazione delle parole; imperocché, essendo înfi- niti i sensi relativi
di ogni vocabolo messo în costrus- to, avverrebbe, come è avvenuto, che una stessa
pa- rola dovrebbe essere annoverata in tante classi diver- se secondo il vario
senso sintassico 0 di costrutto. In tal caso oltre della confusione avverrebbe
la im- possibilita di ritenere a memoria î sensi infiniti delle stesse parole,
né sî potrebbe cogliere il vero e in- tegro senso delle frasî di uno scrittore
, imperocchèé il valere relativo è sempre sul fondamento del.valo- ‘re assoluto
, il quale ignorato , la frase è capita a metà , come ho dimostrato nel
Trattato de’Traslati nel JIL.° Vol. del Nuovo Corso e nella Nuova Grammatica
ragionata per la lingua italiana. Il significato sintassico è di due specie,
uno di equi- pollenza o a senso, e l’aitro metaforico. Il significato di
equipollenza o a senso deriva da due cagioni,o dall'ignoranza del primit vo, 0
dall'in- compaubilita di un'altra lingua straniera. La prima cagione ha
esercitato una grande influenza nel domi- mo grammaticale col'ivato du vomini
poco versati nelle ragioni filologiche, e da'truduttori de’testi classici
latini ignoranti di grammatica. Costoro adunque, standosi al senso e non alle
parole per necessita e non per cle- zione assegnarono a certi vocaboli un
significato re- lativo, cioè accomodato a certi casi ed opportuno ud alcune
frasi parzicolari, ma non assoluto. Di qui è avvenuto che i Lessicografi nella
compilazione dei Dizionari registrarono a canto di un vocabolo cento
significati differenti, che non hanno alcun legame tra loro, perché quei significati
furono assegnati da' tra- duttori guidati dal senso e non dall’ etimologia. Le
liste delle congiunzioni e degli avverbi, da noi riportate, ne fanno pruova
irrefragabile. Io avrei vo- luto distruggere questo abuso tanto nocivo
all'integrita del senso delle frasi ed al metodo di conoscere le lin- que per
principî, ma non mi é stato conceduto dalla stato presente della filologia,
perchè non sarei stato capito da coloro , per cuî 10 intendo di serivere.
Quando 10 dunque ne' due ultimi capi ho detto per esempio et e congiunzione,
che etimologicamente si- gnifica e, e seguito da un altro et sintassicamente
significa non solo, ma ancora, infendeva dirlo in que- sto senso. Ma mi surei
ben guardato di meltere la stessa parola tra gli avverbi e tra le congiunzioni
, perche queste e quelli sono classi differenti, ed io avrei confuso il valore
assoluto 0 etimologico col sintassico O relativo. i Per questa ragione 10 non
ho messo ergo e igitur ira le congiunzioni, quantunque si traducano adunque,
parola che pure congiunge l illazione colle premesse, perocchè la congiunzione
come relazione non è signi- ficuta da quelle parole, ma è ricavata dal senso.
Si- milmente \nterea, Interim, Nimirum, Newmpe ec. per me non sono
congiunzioni, perché, quantunque noi appren- diamo una relazione di nesso tra
quel che abbiamo detto e quel che venghiamo a dire, non è ciò per lu significato
di siffatte parole, ma pel senso e rilevato uu noi, logicamente. Adunque,
intendiamoci bene, îl valore etimologico è contenuto nelle parole, îl
sintassico è dedotto dal sen- so. Ora nel classificare bisogna partire da
quello, che é uno ed assoluto, e non da questo, che è molliplice e relativo. i
Ma, se incontrerete difficolta a smettere di un tratto le antiche abitudini, io
pure voglio essere condiscen- dente a rispettare în qualche maniera il
linguaggio delle scuole. Onde consiglierei in principio che inve- ce di
sconoscere per congiunzioni o per avverbì tuta te quelle parole, che
etimologicamente si debbono ri- durre alle classi anteriori , facciate
distinzione di av- verbi e di congiunzioni etimologiche e sintassiche.
Metierete nella lista etimologica tutti quelli 0 quel- le, che noi abb:amo
dimostrato essere tali per loro na- tura: nella sintussica le parole o variate
o derivate o composite che da’ grammatici falsamente per avverbi e per
congiunzioni vere e proprie furono tenute, fa- cendo fin da principio le
opportune dichiarazioni, per le quali s° intendano senza equivoco l’ essenziali
dif- ferenze. | Il senso metaforico solto questo rispetto èé ancora sintussico,
ondeché, quanto ho detto del valore sintas- sico, va ancora detto pel metaforico.
‘ Serva questa avvertenza per giustificazione della novita introdotta, che io
reputo necessariaper la veri ta dei principî e per l' uniformità del Metodo. INTORNO
ALLE COSÌ DETTE INTERIEZIONI 0 INTERPOSTI. I grammatici, come ho accennato a
pag. 19 mette- vano tra le Classi delle parole le così dette Interje- zioni o
Interposti, che a confessione loro esprimono affetto, come dolore, ira, amore,
odio ec. e non idee. Non ci vuole molto per intendere che l’interposto dit-
ferisce dalle altre parole, come l'affetto differisce dal pensiero. Nel 1.°
Volume del Nuovo Corso ho pro: dotto molte ragioni per confutare quest’ errore
comu- ne ; qui mi contento di dire semplicemente , che le Interjezioni non sono
parole, ma voci, 0 espressio- n , e come tali non formano una Classe a parte,
benchè possano formare una Classe di segni naturali. E, se noi ne parliamo in
questo ultimo Capo, è per differenziarle dalle parole, e per non passare
inosserva- ta una quistione, che non è trasandata da alcuna gram- matica—Io
divido gl’ Interposti della lingua latina in puri e misti, come ho fatto per la
lingua italiana , e come è da fare per ogni lingua, perocchè, essen- do voci e
non parole, sono identici in ogni lingua. I soli misti possono variare in
quanto all’ elemento im- puro diverso in ciascuna lingua. " I purt sono
tanti, quante sono le voci umane, dette comunemente vocali, le quali sono
cinque a, e, î, 6, U, seguite dall’ aspirata (h) , come ah / ehl th / oh! uh!
che esprimono dolore, piacere, disprezzo , noja, meraviglia ec. Vedi Nuova
Grammatica ragionata per la lingua italiana Vol. I. pag. 53. i I puri sono
semplici o composti. I semplici sono i soprallegati, i composti sono quelli che
si formano da due interposti semplici, come heu! ahi! hoi! chi! her! ohimè |
heu! deh! #0! viva! Gl’interposti misti sono composti di voci e di pa- role, o
di elemento di parola, cioè di lettere o silla- be ossia di suoni articolati,
ed appo i latini erano i seguenti — Vagf Proh! En! Ecce! Heus! Vae ! che si
traduce guai / è composto dalla lette- ra V che è prossima all’aspirata, e da
ah, eh/ ac- corciati in ae / Proh ! che si fa valere Per e ch!è malamente
.tradotto. Esso è composto da Pro preposizione, che significa vicino, e per
traslato a favore (pag. 43) e da oh! e vale oh! stimi propizio o favorevole,
co- me Proh! Jupiter ! Oh Giivel ajutami. En! che i gremmatici non seppero
definire è un interposto misto di voce eh! e della lettera n, e si traduce ecco
, parola che dev’ essere ancora definita. Si è detto che ecco cquivalga a vedi,
onde si vorreb- be di En, come di ecco, fare un imperativo vide. Ma quale
sarebbe il radicale di siffatto verbo ? Come un imperativo così semplice senza
tema? Mi sì rispon- de, che dicendo en ecco, il senso di vedîì regge a me-
raviglia. Il ritrovato è meraviglioso, ma non soddisfa- cente, perocchè non
sempre ciò che si rileva dal sen- so è significato dalle parole. Infatti,
quando uom dice ah! rileviamo che egli senta dolore, vorremo perciò dire, che
ah/ sia una proposizione equivalente a 0 sento dolore? altro è quello che
rileviamo logicamente dal senso, altro è il significato etimologico delle pa-
role. Conchiudo, che En è un vero interposto misto, che serve ad avvertire ]l’
ascoltante dell’ affetto, che domina in chi parla. Ecce è composto da En hicce
ecco questo , e va. per esso detto ciò che è delto di En. DELL’ ETIMOLOGIA 93
Heus!/ Olà! è composto da Eh! uh! ed s. Non ho messo tra gl’interposti i
seguenti, perchè si riducono a classi anteriori e diverse. Evax ! viva, che a
me sembra up derivato da vi- vo, è identico a vivaz, vivace, costruito.
figuratamente. Euge! bravo , è parola tutta greca corrispondente alla latina
bene, recte. Papae! Capperi! dal greco babe, è una parola, e non una voce,
adoperata per traslato. Aye che si traduce orsù, via! è imperativo di ago, 8,
agire, menare, spingere. Apage viene dal verbo greco apago , che significa
rimuovere, onde «page via di qua, orsù via. - Interno alla Variazione delle
parole. INTRODUZIONE DELLE RADICI E DE’ RADICALI, E DELLE PAROLE SECONDARIE DI
OGNI LINGUA IN GENERE. Questa introduzione si versa intorno ad alcune no- zioni
generali e comuni alle tre Parti che seguono , perchè tutte e tre formano una
sola parte specifica rispetto alle due prime, che contengono i principi ge-
nerali e comuni a tutte le lingue. Dico dunque che le parole riguardate nell’
attuazione di una lingua si possono considerare rispetto alla loro origine
sotto due categorie, cioè di parole prime e di parole seconde , perchè è
agevole a intendere che non tutte si sono attuate ad un tempo, ma alcune prima
, altre dopo. Le parole prime io le chiamo radici o radicali, o parole
generanti, o parole madri: le parole seconde TERZA PARTE DILL ETIAOLOGIA 85
saranno delte generate, e, secondo il diverso modo di enerazione, Variate,
Derivate o Composte, perchè la loro generazione si compie per Variazione,
Deriva- zione e Composizione, Ecco il fondamento de’ tre se- guenti trattati.
Il Carattere generale delle radici e delle radicali si è che rispetto alla
famiglia, cui appartengono, sono le prime parole, non essendovene altre
anteriori rispetto ad una lingua, inguisachè tutta la famiglia apparisce come
generata da un solo stipite, In quanto al signi-. ficato poi le parole radici o
radicali racchiudono il. minimo numero d’ idee rispetto a tutte le altre ge-
nerale, | gr . Jo metto differenza tra radici e radicali. La radi= ce è
assolutamente prima in quella lingua, benché. sia seconda o terza rispetto ad
altre lingue, da cui .sia derivata, come nae certamente, la quale poi. viene
dalla greca nai, ! Le parole radicali sono prime rispetto alla famiglia:
generata, ma non sono tali assolutamente nella me- desima lingua, perchè sono
generate da radici ante- riori ad esse stesse , come feliciter felicemente che
a. pag. 73 abbiamo delto essere composta da felix felico e ter tre volte. A In
quanto al significato le parole secondarie racchiu» dono molte idee fra
principale ed accessorie relativa- mente al significato della radice o
radicale, , Nel determinare la Natura delle parole sarà uope Ticercare se
sierio' prime o seconde, per vedere quale ne è la radice, o quale n’è stata la
generazione. Con. questa pratica lo studio delle lingue si riduce a siste-. ma,
per lo quale conoscendo alcune parole in atto ,. virtualmente se ne conoscono
infinite altre. Ecco la magia di un metodo meraviglioso, da La $ DS 96 - DeLLa
Variazione e delle parole VARIABILI. Per Variazione intendo un’alterazione di
desinenza nella parola radice o radicale , onde ne risulta una parola
differente di forma e di significato; differente di forma, perchè non puoì dire
che sia più quella prima radice o radicale : di significato, perchè la pa- rola
generata da quest'alterazione oltre al significato primitivo della radice o
della radicale , da cui è for- mata , ne acquista qualche altro accessorio. Mi
spie- go più chiaramente. Se io dicò, a modo di esempio, di- cere dire, voi
intendete semplicemente TY azione della dicitura senz’ altro, senza
determinazione di modo , di tempo , di persona, di luogo ec. L’ idea del dire è
astrattissima e semplicissima, e la parola che la esprime è radice, ed è radicale
nella famiglia di tutte le parole, che se ne possono formare. Or, se io vario
questa radice, alterandone le desinenza, e ne formo, a modo di esempio, dicebam
io diceva, ognun vede che questa parola è differente da dicere per la forma,
ol- tracciò ne è differente pel significato, perchè oltre al semplice dire
dicebam racchiude la nozione di un tempo passato : mi fa intendere che il
dicente è la ra persona singolare, e che la proposizione è prin- cipale. ‘ Ora
si vorrebbe sapere ne’ termini più’ generali , quali idee la Variazione può
aggiungere alla radice v alla radicale alterata, e se ogni alterazione di
questa maniera si compie per accrescerla di nuovo significa- to? In quanto alla
prima parte della quistione rispon- do, che la variazione può accrescere la
radice e ra- DILL' ETIMOLOGIA 97. dicale di quelle sole idee accessorie , che
hanno inti- ima relazione col significato di quella. Il che che sarà dimostrato
dalla disamina della variazione di ciascuna classe di parole variabili, e in
ciò , come vedremo, la Variazione differisce dalla Derivazione, la quale pu- re
sì compie per alterazione di desinenza. In quanto alla seconda parte della
domanda propo-. sfa rispondo che la variazione non si compie per ac-. erescere
la radice o radicale di un significato acces- sorio unicamente , ma spesse
volte per mettere una parola in relazione con un’altra nel discorso. Quando la
Variazione altera la desinenza della radice o ra- « dicale per associarvi un
significato accessorio, quella. desinenza si dice, ed è significativa o
etimologica : quando poi altera la desinenza per mettere una pa-' rola in
relazione con qualche altra, senza aggiungere significato per conto della
radice o radicale, quella de- sinenza sì dirà, ed è, indicativa o sintassica.
Mi spie- fo con un esempio. Dicendo : aqua est dulcis 1° ac- qua è dolce, nel
verbo est bisogna riconoscere una desinenza significativa del tempo presente,
ed una sin- tassica per la quale intendo 1.° che est si riferisce a ille
prenome , che accenna alla terza persona singo-' lare, 2.° che la proposizione
è principale , perchè il verbo est è al così detto modo indicativo. La distin-'
zione delle desinenze etimoloziche e sintassiche nella variazione delle parole
è della più alta importanza , ed un’ originale teoria , come vedremo in
appresso. Nel trattare adunque della variazione di qualsiasi pa- rola variabile
noi dovremo indispensabilmente distin- guere questa duplice desinenza, tanto
più che alcune parole, come gli Aggiuntivi e i Prenomi, non sì varia- no che
sintassicamente. | Questo trattato della Variazione corrisponde alla 9 Jessigrafia ragionata de’ grammatici , ossia
al trattato ragionato della così delta Declinazione de’ Nomi e de- gli
aggiuntivi e della Conjugazione de’ Verbi, A_ decli- nazione e conjugazione,
parole insignificanti e insuf- ficlenti, ho sostituito Variazione, parola
generale, che comprende sotto di sè e questa e quella. . Ma quali sono le
parole Variabili ? Tra le paro» le categoriche sono 1,° I Nomi e tutte le
parole de-. rivate o composte in forma di nomi. 2.° Gli Ag quuntivi e tutte le
parole derivate o composte in for- ma di Aggiuntivi. 3 ° Tutti Verbi. Tra le
ipoteori- che sono variabili, 1.° Nomi personali primitivi, 2.° iutt'ì Prenomi
di qualsivoglia natura. Il presente trat-. tato adunque sarà diviso in cinque
Capi, ognuno dei quali avrà per titolo una di siffatta partizione, Intorno ALLA
VARIAZIONE DEL NOME BR DELLE PAROLE DERIVATE E COMPOSTE IN FORMA DI NOME, Il
nome è variabile, e, dicendo variabile, 8° intende già che tra le tante
desinenze prodotte dalla sua va- riazione, ve ne sia una, che si abbia come
radice o, radicale di tutta la famiglia generata, La prima cosa adunque, che si
deve fissare nella disamina razionale della variazione, è questa desinenza
prima, la quale. rispetto alle altre racchiude meno significazione sotto il
rispetto etimologico. A rigore parlando , ne’ nomi variati niuna desinenza è
prima, perchè rispetto alle altre è destinata a differenziare sè stessa da
quelle , attesochè le parole, come esistono oggidi , ossia dopo che le lingue
si sono attuate e parlate per molto tem- po, non esistono indeterminate, Ad
ogni modo per a- ° DELL’ ETIMOLOGIA 99 vere una norma empirica riterremo per
prima dest- nenza nella variazione de’ nomi latini quella , che è destinata
sintassicamente, come primo termine di pro- posizione finita, che i grammatici
addomandavano No- minativo , come Equus cavallo , Pater padre , Visus vista,
Species specie ec. Allora che dunque v’ incon- trereie, per esempio , in equo o
patrem ec. , direte che sieno parole variate, la cui radicale o radice è equus
nel primo caso , è pater nel secondo. Questa radicale o radice de’ nomi latini
è diversa secondo le diverse calegorie di variazione, che in Lessigrafia ab-
biamo ridotte a cinque , secondo le cinque caratteri» stiche, le quali non sono
che le vocali a, e, î, 0, , dominanti în ciascuna variazione, e con lo stesso
or- dine delle vocali addomandammo prima, seconda, ter- za, quarta e quinta
variazione de’ nomi latini. | Il Nome, variandosi, ha desinenze significative o
etimologiche, e desinenze indicative o sintassiche. Le prime aggiungono all’ idea
della radice e radicale alcune idee accessorie, che hanno intima relazione con
essa, le seconde mettono il nome in relazione con altre parole del discorso.
Noi tratteremo in due Se- zioni distinte delle prime e delle seconde. © © Sotto
la parola nome , parlandosi di variazione, fo comprendo tanto i nomi
propriamente detti, quanto I infinita famiglia di parole derivate o composte in
forma di nomi, come poeta il poeta derivato dal gre- co pico, io faccio o creo;
bibliopola il librajo compo- sto da biblio libro e pola vendo. Dopo che avremo
trattato della Derivazione e Composizione delle parole, si vedrà che i nomi
propriamente detti sono pochissì- mi a fronte de’ tanti, che hanno la forma di
nomi, e tali non sono per significato. DELLE DESINENZE ETIMOLOGICHE 0
SIGNIFICATIVE pEI NOMI LATINI. Se vogliamo sapere quante specie di desinenze
eti- .mologiche possano subire i Nomi per la variazione, non abbiamo a fare
altro che vedere quali e quanie idee accessorie hanno intima relazione col
significato del nome radice o radicale. È, considerando che ìl no- me dinota
Sostanza, ragioneremo nel seguente modo. 1.° La Sostanza è in intima relazione
con la quantità dis- .ereta , perchè di ogni sostanza si può domandare : è una
0 più? Adunque la variazione può alterare la desinenza del nome per
racchiudervi l’idea dell'unità .e del numero, per cui è singolare e plurale.
2.° Tra le sostanze e le cause ve ne sono alcune animate , cioè composte di
anima e di corpo organato , per lo «quale alcune si dicono maschi altre
femmine, e que- sta dualità è cosmica, è costante e invariabile, in gui-
.sachè, se qualche sostanza o causa animata si dà in na- tura, dev’ essere
necessariamente o maschio o femmi- 2a, non solo, ma, se vi è il maschio, vi
deve essere ancora la femmina. Per questa relazione, che il sesso ( o sia la
proprietà, che fa dire ad uno maschio, ed all'altro femmina ) ha con certe
sostanze e cause, la ‘variazione può dare a’loro nomi una desinenza che sìgni-
fichi quest'idea accessoria. 3.° La quantità altra è di- screta altra è
continua , e luna e l’altra è intima- ‘mente connessa con la sostanza. Se
dunque èvvi una desinenza di variazione significativa della quantità di-
screta, ve ne può essere un’ alira significativa della quan 'ità continua, ce
per essa il Nome può divenire | DELL’ ETIMOLOGIA 101 Diminutivo o Accrescitivo.
A.° Non vi è sostanza creata che non sia limitata è finita dalle sue qualità,
«come suoi limiti e termini, per questa relazione tra sostanza e qualità , il
nome può subire per la varia- zione una desinenza significativa di qualità,
onde ad- ‘diviene Migliorativo e Peggiorativo. 5.° In ultimo ogni sostanza da
noi si concepisce nella dualità antitetica di dipendenza o indipendenza, di
unione o disumio- ne , perchè ogni sostanza è o dipendente o indipen- dente, 0
è sola o in compagnia. Per questo nesso ‘di relazioni con le sostanze , la
Variazione può dare al ‘nome delle desinenze significative delle medesime. .
Ora i nomi latini in fatto hanno tutte le sopraddettè desinehze etimologiche ,
è perciò che noi esporremio in cinque Articoli l’attuazione delle medesime. Intorno
alle desinenze ettinttologiche significative della quantità discreta, per cui è
nomi latini sono sIN- GOLARI è PLURALI. Jo metto în primo luogo la fatiazione
per desinen- ze significative della quantità discreta de’nomi, perchè questa è
fondamentale e generale per tutt'i nomi. Ìn- fatti vi possono essere nomi
invariati rispetto al ses- so , alla quantità continua , alla qualità ec. , ma
po- chissimi o nessun nome è invariato rispetto alla quan- tità discreta. | |
Il fondamento di questa Variazione è la natura del- le sostanze o delle cause,
le quali o sono uniche per sè stesse o sono multiplici, o se sono molte se ne
può concepire una separata dalle altre, o se è una si può concepire come
multiplicata in diverse circostanze. Quindi è che quantunque Deus Dio, Sol
sole, Lu na luna, Caesar Cesare , sieno nomi che esprimono sostanze e cause
uniche , pure si variano in quanto al numero, e Deus fa Dei nel senso de’ falsi
Dei, Sol fa soles i soli, Luna fa Lunae le Lune, Caesar fa Caesares i Cesari,
perchè noi concepiamo lo stesso sog- getto unico come multiplicato in diverse
circostanze , ‘per esempio, Cesare privato, Cesare Guerriero, Cesa- Te
Dittatore, Cesare ucciso in Senato. Quando il nome ha desinenze significative
dell’ uni- tà, io non dirò che sia di numero singolare, perchè il numero è più
unità, ma chiamerò nome variato per desinenza significativa dell’ unità, o nome
singolare : quando è variato con desinenza significativa del nu- mero, lo
chiamerò Nome plurale. Sicchè Caesar, Cae- saris, Caesarem, Caesare, equivale a
un Cesare , di un Cesare, un Cesare, con Cesare o da un Cesare : Al contrario
Caesares più Cesari, Caesarum di più Cesari, Caesaribus a più o da più Cesari,
Cesares più Cesari. | Appo i latini la variazione per desinenze significa- tive
di quantità discreta era sufficiente a significare T umtà e il numero senza
altro aggiunto a differenza delle lingue moderne, come la italiana, che fa
prece-. dere il nome singolare, specifico o generico, da uno e una, o dal prenome
è, gli, quando è plurale, onde mulus non si traduce semplicemente Mulo, ma un
mulo, o il mulo, e muli 1 muli. Il latino Mulus e Muli bastano soli a far
intendere l'unità e il nume- To, e in questo è più precisa e più regolare. © .
(Quali sieno le desinenze significative dell'unità , e quale quelle del numero
ne’ nomi latini, si è veduto in Lessigrafia e propriamente nelle cinque
Variazioni. . Quel che importa osservare si è che alcune desinenze sono
identiche nel nome tanto singolare quan- . to plurale, come sarebbe «quae del
nome aqua, per- chè aquae vale di acqua, ad acqua, e le acque. Si- milmente
muli vale di un mulo e 1 muli : tactus va- le un taito, di un tatto, più tatti
o î tatti, perchè nella variazione si presentano molte parole omonime, ossia
identiche con diverso significato. Or come pos- siamo sapere se aquae , per
esempio , è singolare 0 plurale ? La desinenza non ci dà alcuna norma, e per
saperlo dobbiamo ricorrere alle ragioni sintassiche, 08- -sia guardare al senso
dello intero costrutto per vede- re se sia o questo o quello. Quando il nome
fosse preceduto da un prenome, o seguito da un aggiunti- vo di diversa forma,
da questo potremmo argomentar- lo, ma, dove nò, l’ unica regola è il nesso
logico tra Je varie parti del costrutto, procedendo con metodo . .di
esclusione, come vedremo a suo luogo. Delle desinenze fondamentali
significative del sesso detto GENERE. (uistioni intorno a’ così detti gene- rt
NEUTRO, PROMISCUO, COMUNE, EPICENO. Il Sesso è quella proprietà per le quali
delle so- stanze e cause animate alcune sono maschi, altre fem- mine. E,
siccome questa proprietà è cosmica, costante e universale , i nomi che
esprimono queste sostanze, ‘variandosi, possono etimologicamente racchiudere in
una desinenza questo significato accessorio (pag. 100). E posto che tutte le
sostanze e cause animate si presentano nella dualità di maschi e di femmine,
che in nulla differiscono tra loro in tutte le specie, la de- sinenza
etimologica significativa del sesso dev’ essere duplice, una significativa del
maschio e l’altra della ‘femmina non solo, ma le due desinenze debbono
es< sere appiccale alla stessa radice o radicale , affinchè la
medesimezza del tronco rappresenti la somiglianza de’ maschi e delle femmine, e
la diversa desinenza la diversità de’ sessi. Perciò stesso le desinenze
etimolo- giche significative del sesso non debbono essere più di due, appunto
come i sessi sono due e non più. Questa duplice desinenza si chiamerebbe
fondamen- tale in quanto che sarebbe fondamento delle desinen- ze de’ preriomi
e degli aggiuntivi, che debbono accor- dare co’ nomi, a cui si riferiscono.
Importa dunque di ricercare quale sia ne’ nomi latini, per poi proce- dere alla
soluzione di quistioni itrpottanti intorno ai ‘tanti generi riconosciuti da’
grammatici. Dovendo questa desinenza avere i sopradescritti ca- ratteri, io non
truovo che possa essere un’ altra diver- sa da quella, che si truova ne’ nomi
di sostanze ani- mate, che hanno al primo termine di proposizione fi- nita, ossia
alla radice o radicale, o come dicevano i grammatici, al Nominativo, la doppia
uscita in us e in & della quarta e prima variazione secondo l’ ordine
sta- bilito in Lessigrafia , che cotrispondoho alla primà e seconda
declinazione de’ grammatici ; come Mulus e Mula , Lupus e Lupa, Equus e Equa.
Affinchè dunque un nome si possà dire variato ri- spetto al sesso, debbono
concorrere le seguenti cor- dizioni 1.° deve significare sostanza e causa ani-
mata, che in natura si presenta nella dualità di ma- schio. e di femmina ,
oppure sostanze e cause da noi immaginate e dalle Arti rappresentate, come
maschi e femmine, simili a Deus Dio, Dea la Dea, perchè il si- gnificato delle
parole è relativo alla nostra maniera di concepire le cose esistenti. Che il
nome abbia la desinenza fondamentale us ed a, la quale è stabilita dalla
convenzione sul fon- damento razionale descritto di sopra a significare il
«sesso ne’ nomi latini. Ma non è assolutamente neceg- - sario che le due
desinenze siano in pari tempo attuate dall'uso : ne basta una sola, purchè us
significhi il maschio ed a la femmina, perocchè l’uso di una lin- gua è
capriccioso, e fante volte non ha l'occasione di attuare alcune forme di
parlare , il che ngn impedi- sce alla ragione di attuarle quando che sia.
Oltrecchè gli esseri astratti, immaginati da noi, si presentano al nostro
pensiero o solamente come maschi o sola- mente come femmine: ecco perchè i
nomi, che l’espri- imono, hanno una sola desinenza e non due, come /w- .stita
la Giustizia, Flora la dea Flora, Minerva Mi nerva, Neptunus Nettuno —Ho detto
che la duplice desinenza dev’ essere us e a, il che non si deve in- tendere
assolutamente, perchè invece della desinenza us s'incontra la desinenza er,
come caper capro e ca- pra capra, puer fanciullo e puera fanciulla , magi- ster
maeslro e magistra maestra. Ciò premesso deducesi che tutt'i nomi, che non
si-_- gnificano sostanze e cause animate, le quali sì pre- sentano nella
dualità di maschi e femmine, non pos- sono intendersi variati con questa
significazione, an- corchè avessero la desinenza us ed a, come aqua ac- qua ,
locus luogo, platea piazza, alvus ventre. . La ragione sì è che la variazione
può racchiudere nella desinenza quelle sole idee accessorie, che hanno
relazione con l’ idea principale della radice. Or se il nome significa sostanza
inanimata, che non ha sesso, la variazione non può aggiungere un significato ,
che non corrisponde ad una realità. Adunque non diremo che aqua 0 locus sieno
di sesso femminile o maschile . perchè
l’acqua non è femmina, e il luogo non è ma- schio. Per la stessa ragione,
ancorchè un nome dinoti so- stanza e causa animata , che si presenta nella dua-
lità di maschi e di femmine, non si può dire va- riato, se non ha la duplice
desinenza fondamentale us ed a, la quale è stata stabilita dalla convenzione
primitiva a significare il sesso. Quindi Leo Leone, E- lephas. elefante,
Jupiter Giove, Juno Giunone , Ew- stochium Lustochia ec., quantunque dinotino maschi
e femmine reali o immaginari, ron sono variati rispet- to al sesso. Similmente
pater, mater, frater, padre madre, fratello ec. E, volendota fare intendere, è
uopo ricorrere alle ragioni sintassiche per 1’ accordo degli. aggiuntivi e de’
prenomi, come vedremo nella Varia- zione di queste parole. Ma si potrebbe
domandare : ‘perchè dunque i nomi, che non significano sostanze e cause
animate, e perciò sfornite di sesso, hanno rice- vuta la desinenza fondamentale
us ed a, o er ce au? A questo rispondo, che te desinenze non sono desti- nate a
significare una sola idea accessoria, ma più , e però, dove manca il fondamento
della significazione dell’ una, servono a significarne un’ altra. Così aqua e
locus non significando sesso , significano I° unità. 01- tracciò , non possiamo
entrare nella ragione dell’ ar- bitrio della primitiva convenzione. Diremo :
così piac- que a primi fondatori. Ma ì nomi sono ancora variati per significare
la quantità discreta, come si è veduto nell'articolo ante- cedente. Sela
desinenza us ed a è pel nome singolare, quale sarà la desinenza del maschio e
della femmina pei nomì plurali ? La desinenza us ha pel primo termine plurale
la desinenza î, come Mulus ha muli i muli. La desinenza @ ha pel primo termine
di proposizione finita plurale ae, onde Mula ha mulue le mule. Po- tremo dunque
ritenere per nomi al tutto variati ri- spetto al sesso tutti quelli, che hanno
le quattro desi- nenze us e 1, a ed ae, Terremo ad imperfettamente variati
tutti gli altri che hanno solo us e non 4 e vi- ceversa, 0 solo us a a senza 1
ed ae. Per far intendere il sesso delle sostanze animate, i cuì nomi non
avessero, una desinenza significativa per. variazione, sì è ricorse ad. uno dei
due seguenti mezzi. Jl primo consiste nell’allogare prima e dopo del none un
prenome o un aggiuntivo variate con la desinenza Us 0 a, oppure con qualche
altra stabilita dalla con- venzione come hic haec , ille illa, ipse ipsa, qu
quae, E, siccome hic e bonus per esempio: sono desi- nenze di accordo col nome
maschile, haec e bona desinenze di accordo col nome variato femminile, tro-
vando un nome di sostanza animata non variato pre- ceduto da hic e seguito da
bonus, abbiamo dedotto che sì parlava del maschio, come, trovandolo preceduto
da haec e seguito da bona, abbiamo dedotto che si parla- va della femmina, Ma
tutto ciò avviene per deduzio- ne e per senso relativo di Sintassi e non
etimologica. mente ; è un mezzo sussidiario di variazione e non una variazione,
Il secondo mezzo è il nesso logico delle parti di un costrutto. Si parla, per
esempio, di Bos bovis, che i grammatici allistano tra’ nomi di ge- nere comune,
ma, come sì vede , è un nome inva- riato rispetto al sesso. Ora io, volendo far
intendere Ja Vacca e non il Bue nella supposizione , che non poesa far uso nè
di prenome nè di aggiuntivo, io met- terò nel mio discorso tali circostanze,
che logicamen- te la fanno intendere, e dirò per esempio, Bos non habet lac: il
latte espresso da lac non ha relaziona col bue, sibbene con la vacca, onde
capisco che qui quel Bos significa vacca
e non bue. Produrrò altre eircostanze per far intendere il Bue. E questo secon-
do' mezzo è tutto sintassico o logico, come è chiaro, mon mica etimologico. Di
qui si comprende che non è necessario di va- riare tut! i nomi delle sostanze
animate con desinen- ze significative del sesso, e, se si perde di regolarità e
di precisione, si acquista di varietà nel discorso, e ancora di curiosità e di
diletto nell’ ascoltante e nel lettore, che mette qualche cosa del suo, facendo
uso del buon senso e della logica nel sapere indovingre alcune cose
esplicitamente non espresse. e | Tutta la teoria razionale della Variazione si
ridu ee a queste poche osservazioni, ma io non posso’ passarmene così senza
prendere a particolar disamina la teoria secolare de’ generi de’ nomi
professata nelle scuole—I Grammatici intendono per genere (con quanta proprietà
non saprei dire) quello, che noi abbiamo chia- mato sesso, ossia la proprietà
delle sostanze animate, per cui altre sono maschi, altre sono femmine. Chia-
mavano nomi maschili o di genere maschile quelli , che dinotano il maschio, e
nomi femmimli, o di genere femminile quelli, che significano la femmina.
Comunque improprio un siffatto modo di esprimere , dice in fondo la sostanza.
Essendo il genere identico ’ a sesso, ì generi debbono essere tanti quanti sono
i sessi, i quali posto che sono due, e non possono essere, Rè più né meno,
perchè gli esseri animati sono ma- schi e femmine, nè più nè meno, altrettanti
debbono essere 1 veneriì. Ciò è chiaro e incontrastabile. Intan- to i
grammatici lungi di starsi a questo numero , ri- conobbero altri quattro
generi, il Neutro, il Dubbio o promiscuo , il Comune e l’ Epiceno 0
sopracomune. Ghiamavano di genere neutro alcuni Nomi, che ave-- DELL’
ETIMOLOGIA 109 vano ura desinenza diversa dagli altri nomi nel solo primo
termine di proposizione infinita singolare, che - pluralmente finiva in a,
tanto al primo termine di pro- posizione finita, quanto al primo termine di
proposi- zione infinita, ed, a parlare col loro linguaggio, què” nemi che
avevano Ì’ accusativo singolare simile al no- minativo, € l'uno e l'altre al
plurale uscivano in a, come templum tempio , ‘che faceva templa i tempi,
‘corpus il corpo, che faceva cotpora i corpi. In tutto il resto erano similissimi
agli altri nomi appartenenti al- la loro variazione , come si è veduto in
Lessìgrafia. Ma, se venere dinota sesso, un nome di genere neu- tro sarebbe
quello, che dinota una sostanza, che non è nè maschio nè femmina , ossia le
sostanze inani- mate, e allora quel nome, anzichè di genere neutro, dovrebbe
dirsi invariato. Ma chi dice nome di genere neutro, intende per genere un
sesso, ossia una cosa reale, che sta in mezzo al maschio ed alla femmina ,
genere che non si dà, perchè non è in natura. Que- sta nomenclatura adunque è
contradittoria e insulsa. Chiamavano di genere dubbio o promiscuo quei No- mi
di sostanze inanimate, che si trovavano accordati ora col prenome hic e un
aggiuntivo simile a bonus, ora col prenome haec e un aggiuntivo simile a bona,
ed era con il prenome hoc ed un aggiuntivo simile a honum, come hic vel hoc
vulgus il volgo o la mi- nuta gente, hic, vel haec, vel hoc tuber il tumore.
Chiamavano poi di genere comune quei Nomi, che esprimono nomi di sostanze
animate, non variati per desinenze fondamentali significative di sesso, come
Bos il bue e la vacca, Canis il cane e la cagna, Anguis il serpe ec., ma per
dinotare il maschio si fanno precedere © seguire da un prenome simile a Hic o
da un aggiunti- vo simile a .Bonus, per la femmina da ur e da bona, onde hic
Bos il bue, haec Bos la vacca, hic Ca-. nis 1l cane, haec Canis la cagna ec.
Chiamavano in ultimo di genere epiceno i nomi de- gli animali per lo più
invariati sotto il rispetto del sesso, come glis il ghiro, lyne la lince,
oppure in parte variati come talpa la talpa, i quali sì truova- no con
l'accordo di una gola voce di prenome o di aggiuntivo, come hic Iyne la lince,
hic glis il ghiro, hic talpa la talpa. Ora pretendevano i grammaticì che questi
nomi fossero di genere più che comune, in una parola epiceno, perchè sotto un
solo accordo di pre- nome e di aggiuntivo fanno intendere i due sesst, men- tre
quelli di genere comune fanno intendere un ses- so con l’ accordo hic, un altro
sesso con l’ accordo haec. In fatti, se vi sono i ghîri glires, debbono es-
sere necessariamente maschi e femmine, come maschi e femmine debbono essere le
talpe talpae, le linci Iynces. Debbo qui avvertire prima di venire alla
confutazio- ne di queste assurdità filologiche, che i grammatici, poco badando
alle accurate ricerche , misero tra gli epiceni alcuni nomi che si truovano
adoperati da’buo- mi autori come comuni, valga per tutti dama il daino, che gli
autori del nuovo Metodo per la lingua latina riportano col solo accordo
dell’hic, come timidi damae, mentre si truovano esempi di classici, ne’ quali
ha l’ac- cordo haec. (Questa osservazione è importante per la soluzione de’
problemi che ci occupano. Quando le ragioni sintassiche andavano confuse con le
ragioni etimologiche, e quindi il significato relativa o di costrutto scambiato
col significato diretto e imme- diato delle parole, la povera grammatica non
poteva discaricarsi dal peso di tante puerili contraddizioni , e sotto lo
specioso titolo di un metodo facile pei fan- ciuli abbeverati di sbagli puerili
divenne un guaz- DELL’ ETIMOLOGIA 111 zabuglio inesplicabile , una farragine di
spropositi e di contraddizioni. | | a Jo dunque non riconosco altri generi che
il maschile e ’1 femminile, ma assumo in pari tempo il carico di ridurre a’
loro principi le differenze della variazione, le quali hanno dato luogo a
siffatte nomenclature. I nomi tenuti neutri o di genere neutro adunque sono
nomi invariati rispetto al sesso, perchè ordina- riamente significano sostanze
inanimate, che non sono nè maschi nè femmine, nè come tali si possono dal-
l'immaginazione nostra concepire. A_ bandire questa no- menclatura balorda, ed
a notarela proprietà di siffatti nomi, io li chiamo nomi con identità di primo
ter- maine. Il che si renderà evidente nella seconda sezio- ne, dove esporremo le
desinenze sintassiche de’ nomi, tra le quali principalissima è quella del primo
termi- ne di proposizione finita ed infinita, detta da’ gramma- tici Nominativo
ed Accusativo. Ora in un piano re- golare di lingua dovrebbe essere identico
per la egua- le dignità del primo termine, tanto se la proposizione è finita,
quanto se è infinita. Questa proprietà è rima- sta ad alcuni nomi soltanto ,
mentre da quel che si è veduto in Lessigrafia, tutti gli altri nomi, special-
mente singolari, hanno i due termini differenti, e solo in plurale per la più
parte gli hanno identici — loro proprietà di variazione che nel numero abbiano
questi primi termini variati in a, | 1 Nomi detti di genere dubbio o promiscuo
sono in- variati rispetto al sesso, e, se si truovano accordati ora col prenome
hic, ora con haec, ora con hoc, biso- gnerà dire che l’ uso è stato incerto
negli accordi, ma non mai che hic, o haec, o hoc dia a siffatti no- mi la
significazione del sesso, che non hanno le s9- slanze per. essi significate.
Adunque diremo che Vulgus, per esempio, in quanto ad accordo usasi ora con hic
ora con hoc, ma non diremo che una volta sia di genere maschile e un’altra di
genere neutro. Per tegliere la barbara nomenclatura in Lessigrafia gli ho
chiamati Nomi di accordo dubbio o promiscuo. In italiano questo dubbio accordo
si ha in tutti que’ no- mi, che prendono ora dl lo, ora la, come Wtrave e la
trave , il fine e la fine, il fronte e la frome ec. I nomi detti di genere
comune sono anch’ essi in- variati rispetto al sesso, perchè essi per sè stessi
non s:gnificano nè il maschio, nè la femmina, se non sono preceduti da hic o da
haec. Se infatti mi presentate la sola parola Bos, io non potrò tradurlo Bue o
Vacca, molto meno Bue e Vacca nel medesimo tem- po, perchè dovendo esprimere
un’ obbjetto esistente , o è maschio o è femmina necessariamente. Se dun- que
io traduco Bos il Bue, o Bos la Vacca, è per uno de’ due mezzi indicati a pag.
107 in altri termini so questo sintassicamente pei prenomi ed aggiuntivi ,
‘oppure pel nesso logico. Conchiudo adunque che Bos ron è di alcun genere per
sè stesso, perchè niuno ne sigrifica. A togliere la equivoca nomenclatura de’
No- mi di genere comune io li chiamo Nomi invariati sot- to il rispetto del
sesso, ma di doppio accordo ora con hic per far intendere sintassicamente il
maschio, ora con haec per far intendere sintassicamente la femmina. In questo
differiscono da’ nomi della catego- ria precedente. | _ I nomi detti di genere
epiceno si possono ridurre a fre anzi a quattro categorie. La 1.* è. di quei nomi
che non sono affatto variati colle desinenze fondamen- tali us ed a,
significative del sesso, come palumbes co- lomba, Gls ghiro, Lina lince. La 2.*
è di quei nomi che ànno una delle desinenze significative e non due DELL’
ETIMOLOGIA 113 e con essa l’ accordo regolare del prenome e dell’ag- giuntivo,
cioè hic e bonus, se la desinenza è in us, haec e bona, se la desinenza è in a,
haec aquila laquila, haec anguilla l'anguilla. La terza è di quei nomi, che,
avendo una delle desinenze fondamentali | significative del sesso o us o a, non
hanno l’ac- cordo corrispondente,-come hic talpa la talpa. Si po- trebbe
aggiungere la quarta per quei nomi che aven- do una desinenza fondamentale us o
a, hanno l’accor- do hic ed haec, come hic dama il daino maschio, hace dama la
daina femmina. Tutti questi nomi convengo- no in una cosa, cioè che sono nomi
di animali, come pure quei detti di genere comune. | . In quanto a’ nomi dell
prima categoria è chiaro , anzi evidente, che non significano niente per sè
stes- si nella supposizione che sieno invariati, e si riduco» no a quei nomi
che i grammatici dicevano di genere comune, con questa sola differenza, che
l’uso non at- tuò i due accordi con hic ed haec. In questo caso quantunque si
truovino adoperati con hic sì traduco» no per la femmina e adoperati con haec
sì traduco- no pel maschio, secondo che il nesso logico del co- strutto
richiede. Onde è manifesto che non è una proprietà loro il significare con un
solo accordo due sessì, ma è un risultato logico e sintassico in pari tempo. In
fatti, se io truovo hic glis peperit, tradur- rò, femmina dì questo ghiro
partorì, perchè il partorire è della femmina e non del maschio. Ma, se mi to-
gliete peperit, come saprò, se debba tradurre per ghi- ro maschio o per la
femmina ? Conchiudo adunque , che siffatti nomi sono invariati, ed in virtù
della loro forma sono etimologicamente insignificanti ; e, se ora pel maschio
ed ora per la femmina si fanno valere, avviene per deduzione e non per
variazione. In quanto a’ nomi epiceni, che hanno una desinen- za regolare in us
o a, e il regolage accordo. come haec aquila laquila, haec anguilla l’
anguilla, dire- mo che sieno variati in parte con desinenza signifi- cativa di
un sesso, perchè l’uso in parte li ha variati, appunto come appo noi italiani
abbiamo toro diver- so da vacca, e luccio, corvo, anguilla, aquila (vedi Nuova
Gram. ragionata per la lingua ital. pag. 59 ). In quanto a’ nomi, che hanno una
desinenza signi- ficativa, e l'accordo irregolare, come hic talpa la tal- pa,
bisognerà dire che vi sia una vera sgrammatica- tura, uno di quegli idiotismi,
che non hanno altra ra- gione all’ infuori del capriccio dell’ uso. Lo scarso
nu- mero di siffatti nomi mì conferma in questa opinione, ed aggiungo che non
tutti gli esempi riportati dai grammatici sono esatti, come potrei provare con
mol. tissimi argomenti. Nella quarta supposizione, ossia quando ad una stes- sa
desinenza in forma regolare di us o a si truova ' accordo del prenome hic ed
haec , come hic dama il daino, ed haec dama la daina , bisognerà ricono- scere
nel primo accordo una sconcordanza giustificata dall’ uso dì alcuni scrittori,
e nel secondo una forma regolare, che accenna al desiderio dell’ altra
desimenza mancante di hic damus secondo l’ analogia stabilita della lingua.
Questa sgrammaticatura ci vorrebbero consigliare i grammatici italiani , i
quali incontran- dosi in alcuni nomi italiani simili, come la volpe, cervo,
vorrebbero per distinguere il maschio dalla fem- mina, che noi ditessimo la
volpe femmina, e la vol- pe maschio, e il corvo maschio, e il corvo femmina,
mentre la ragione e il buon senso pretendono che si dica, il maschio della
volpe , la femmina del corvo. Da questa disamina rapidamente eseguita. è chiaro
a comprendere che i generi non sono più di due, come due sono i sessî di
maschio e di femmina: che il genere neutro, il dubbio, il comune, l'epiceno,
so- no nomenclature vuote di senso, perchè nulla signi- ficano — Nelle tavole
lessigrafiche io ho presentato tutti gli accordi, in guisacchè, senza caricare
la me- meria di regole, si può in un momento di riscontro conoscere l’uso
costante della lingua, riguardo alla concordanza de’ nomi coi prenomi ed
aggiuntivi. La faccenda adunque de’ generi è di riscontro e non di regola , e
però vuol affidarsi a tavole accurate, an- zichè a volumi di grammatica. Delle
Desinenze significative di qualità e quantità, per le quali i nomi si
addomandano MisLiorati- VI, € PeeGioRATIVI, DiminutIvI e AccrescrTivi. ‘ Un
nome si dice variato sotto il rapporto della qua- lità, ogni qualvolta alterata
la desinenza della radice e radicale, riesce in un’ altra desinenza, la quale
si- gnifica uno di questi due aggiuntivi bello o leggiadro, brutto o cattivo,
orribile, in guisa che una parola , cioè il nome così variato, equivale a due
parole, cioè al nome che n'è radice, ed ad uno de’ detti aggiun- tivi.
Parimenti un nome variato sotto il rapporto della storage continua, si ha
quando, alterata la desinenza ella radice o radicale, riesce in un’ altra
desinenza, la quale significa uno di questi due aggiuntivi, cioè grande o
enorme, piccolo 0 piccino, in guisachè una sola parola, cioè Il nome così
variato, equivale a due parole, cioè al nome stesso che n’è radice, e ad uno de
detti aggiuntivi. | lo ho riunito i due articoli, perocchè i diminuitivi tante
volte non sono differenti da’ migliorativi, e gli accrescitvi non si possono
distiuguere da’ peggiorati- vi, per lo principio generale che le cose piccole
so- no belle e leggiadre, e viceversa, come le cose gran- di sono meno finite e
perciò brutte o cattive, e vi- ceversa, | | I grammatici hanno trascurato di
raccogliere le va- rie desinenze di questa specie, di cui è ricca la lin- gua
latina, dalla quale si sono trasportate nella lingua italiana. lo ne ho fatto
una raccolta, potrei dire ab- PIRO dal riscontro de’ migliori testi della
latina avella. I LISTA DELLE DESINENZE DIMINUTIVE E MIGLIORATIVE. 1.° In ellus,
ella, elum. Esempi. Asellus asinello da asimus quasi astnellus, Capella
cavretta da capra qua- si caprella , benchè si truovi adoperato in senso di.
capra. Libellus libretto o libriccino da liber libro, seb- bene in italiano
libello, che è fatto da lbellus, significa un cattivo libro, contenente
infamie, onde libello fa- moso, Fubellu favoletta, da fubula quasi fabulella ,
Agnellus e Agnella agnello e agnella, usati da Plauto, la cui radicale è agnus
e agna, Popellus popoletto , da populus quasi populellus, Lucellum guadagnetto,
da lucrum guadagno, Labellum labbruzzo, da labium labbro, Ocellus da oculus
occhiuzzo, Vitellus e Vitella Pomp. Arbit. vitello e vitella, da vitulus e
vitula , benchè in italiano questi ultimi si facciano valere pel diminu- DELL’
ETIMOLOGIA à 117 tivo. Agellus da ager campo, campicello, Ungella da rg va
piccola unghia. 1 ° 2.° In Icetlus e Icella. Esempi. Pedicellus pidoc- chietto
, da pediculus pidoechio. Floscellus da floscu- lus, e questo da flos fiore,
fiorettino , piccolo e gra- zioso flore. Da questo è formato l'italiano
fuscello per fior di farina. Avicella da avicula, e questo da avis uccello,
uccellino, o uccelletto, piccolo e grazioso uc- cello. Catullo ci ha dato
Mollicellus da mollis , come fondamento di analogia pe’ nostri più bei diminativi
e vezzeggiativi con questa desinenza. ‘3.° In IUus, illa, ilum. Oricilla da
auris orec- chiuzzo , Lapillus da lapis pictra , lapillo , pie- truzza.
Pupillus e pupilla da pupa, che è un fantoccio per trastullo de’ bamboli, e per
similitu- dine, un fanciullo e una fanciulla orfani, che ancora ‘lm italiano
diconsi pupillo e pupilla. È per la stessa ragione la retina dell’ occhio è
detta pupilla, perchè in essa sì forma un immaginetta, un piccol fantoccio
degli obbjetti. Anguilla da anguis serpentello , e per sineddoche , prendendo
il genere per la spezie , una specie di pesce di acqua dolce, detto anguilla in
lati- no e in italiano. Verticillum fusajuolo, da vertex. Si- gillum sugello ,
da sinnum segno, come da tignum trave, tigillum travicello. Mammilla da mamma
mam- mella : Hoedillus da hoedus capretto , caprettino. 4.° In ola, come
Corolla da corona eoronella , piccola corona. 5.° In olus e ola, Capreolus, da
caprea cavriuolo, Areola da area aja, ajuola, Bestiola da bestia be- stiuola ,
Filiola da fila figliuola, Tulliola da Tullia T'ullietta. — 6.° In ulus, ula,
vium. Hortulus da horlus orti- cello, giardinetto , Villula da villa villetta ,
Vaccula da Vacca vaccherella, Ramulus da ramus ramoscel- lo, Asellulus e
Agellulus da asellus e agellus un asi- nellino, un campicellino, Oppidulum da
oppidum bor- ghetto, Guitula da guita goccetta, Caenula da coena cenetta,
Horula da hora un’ oretta, Plumula da plu- ma una piumicina, Rivulus da rivus
un ruscelletto , Ovulum da ovum un piccolo uovo. 7.° In culus, cula, culum.
Vulpecula da vulpes volpicella, Lepusculus da lepus lepratto, Jusculum da Jus
brodo , brodetto ,. Funiculus da funis funicello , Munusculum da munus
regaluccio, Fasciculum da fa- scis fascetto, Animalculus da animal animaletto,
Cor- pusculum da corpus corpicciuolo, Pisciculus da piscis pesciatello , così
Ventriculus vertricello , Ponticulus ponticello, Avicula uccelletto ec. _ 8.°
In unculus, uncula, uneulum. Garuncula da Caro carne, carnicella, Lutrunculus
da latro ladrone, ladroncello , Portiuncuta da portio porzioncella , Pe-
dunculus da pes pedicello. 9. Alcuni vorrebbero aggiungere la desinenza inus,
come significativa di quantità e qualità , cioè atta a formare i diminutivi e i
migliorativi, adducendo per esempio pedicinus pedicello, e in qualche dialetto
d'I- talia pedicino , cioè il tronco inferiore della pianta , ma io ritengo
questa desinenza ed altre simili come forme di derivazione di alcune parole
variate come aggiuntivi. Nè fa peso l’ argomento, che si vorrebbe trarre dalla
lingua italiana, la quale per diminutiva ritiene la desinenza ino e ina iccino
e iccina, per- chè la convenzione ha potuto stabilire in una lingua una diversa
significazione alle desinenze trasporiate da un’ altra lingua. | -_ 10.
Aggiungerei la desinenza sper per i prenomi Tantisper un tantino, Paulisper un
pochettino , ma di questa a proprio luogo. Desinenze degli accresciriri e
Pecciorgtivi latini, 1.° InO omnis, come Cicero Ciceronis da cicer cece, grosso
cece, Vulpio onis Apul. Volpone, grossa volpe, in senso traslato per un uomo
astuto e fabbre di volponerie. Labeo onis da Labium labbro, Labeone grosso
labbro, Tubero omnis da tuber tumore, Tubero- ne, grosso tumore, 2.° In Aster,
come Philosophaster cattivo filosofo, Oleaster olivastro, olivo selvaggio, e
però cattivo, Pinde ster pino selvaggio ec. ec. Delle desinenze di Variazione
significative di RELAZIONI. Un nome sarebbe variato etimologicamente sotto il
rispetto delle relazioni, se in una desinenza racchiù» desse il valore di una
Preposizione qualunque, che è segno di relazione pag. 40. E, se ciò fosse
attuabile, dovrebbe essere a condizione che quel nome così va- riato nell'uso
della lingua non fosse mai da preposi- zioné preceduto , perchè nella contraria
supposizione si potrebbe dire che, quando il nome non avesse la preposizione
espressa, vi fosse un costrutto figurato ; ossia che la relazione s’
intenderebbe a senso o sia- tassicamente e non etimologicamente. Ora i Latini
ave- vano questa desinenza nella variazione de’ loro nomi, imperocchè patris e
patrum di pater equivalgono a due parole, cioè a di padre o padri, Aquae
equivale 4 di e adacqua. | Due sole desinenze etimologiche significative di relazione
nella variazione avevano i nomi latini, che io nella Lessigrafia latina ho
contrassegnato col numero d' ordine di seconda e terza desinenza , che appo i
grammatici furono addomandate con barbare nomen- slature Genitivo e Dativo
singolare e plurale. La se- conda racchiude la preposizione Di, seguo di dipen-
denza, oltre del nome, la terza desinenza racchiude la preposizione ad a, segno
di tendenza oltre del nome. E, quantunque Patris equivalga a de patre di padre,
non mai }) uso perenne della Jingua ha espressa la preposiziene innanzi a nome
così variate. Parimenti , quantunque Patri equivalga ad Ad Patrem a padre, non
mai l’ uso perenne della lingua ha espresso la preposizione ad innanzi a nome
così variato. Adunque Patris e Patri singolare, come Patrum e Patribus plurale,
sono vere desinenze etimologiche di variazio- ne, significative di relazione.
Ecco perchè, volendo da- re una nomenclatura significante a queste desinenze da
sostituirsi alle barbare , bisognerà chiamare il Ge- nitivo Desinenza etimologica
significativa della pre- posizione De di, e il Dativo Desinenza etimologica
siyni- ficativa della preposizione AD a. Questa forma sintetica di variazione,
che può essere Fisoluta analiticamente nelle due parole corrisponden- ti, cioè
Patris a de Patre, e Patria ad Patrem, ser- me mirabilmente alla chiarezza ed
alla precisione del favellare, ondechè troviamo spesso nell’ uso la forma
sintetica risoluta in analitica, e l’ analitica racchiusa nella sintetica, come
quando incontriamo Scribo tibi e scribo ad te ti scrivo o scrivo a te. sE La
maggior difficoltà pe’ principianti nello studio della lingua latina deriva
dall’ omonimia , ossia dalla identità delle desinenze destinate a diversi
uffici. Aquae, come avvertimmo a pag.119, è seconda e terza desinenza,
oltraceiò è prima desimenza plurale, e può va- lere egualmente 1.° di acqua,
2.° ad acqua,3.° acque. Per sapere quando valga l’ uno, e quando l' altro, la
variazione non mi presenta alcuna distinzione, onde- chè mi bisogna ricorrere
al nesso logico del costrutto. I grammatici empirici, nen dandosi alcuna
sollecitudine della verità e della precisione nelle loro teorie, chia- mavano
Casì le Desinenze, e ritenevano, che sei sono ì casì nel singolare, altrettanti
nel plurale , cioè No- minativo, Genitivo, Dativo ,' Accusativo , Vocativo ed
Ablativo. Ma, se caso vuol dire cadenza © desinenza, un tal calcolo sarebbe
esatto, ogni qualvolta i nomi, va- riandosi, avessero realmente seì desinenze,
anzi dodici cioè, sei nel singolare: e sei nel plurale. Ora prendia- mo un
nome, e sia aqua, e decliniamolo,a parlare col linguaggio de’ grammatici : 1.°
aqua, 2.° aquae, 3.° aquae, 4.° aquam, 5.° aqua, 6.° aqua, 7.° aquae, 8.°
aquarum, 9.° aquis, 10.° aquas, 11.° aquae, 12.° aquis.. Qui chi non vede che
la prima, quinta e sesta sia la stessa aqua? e dì tre ne abbiamo una: la
seconda, terza, settima e undecima, è la stessa aquae , e di quattro ne abbiamo
una, e di sette ne abbiamo due: la nona e la dodicesima è la stessa a- quis, o'
così di nove ne abbiamo tre, le quali aggiun- te alle rimanenti aquam, aquarum,
aquas, nel singo- lare e nel plurale, invece di dodici, abbiamo in tutto sei
casi, o in altri termini tre nel singolare e tre nel plurale. Con quest
aritmetica si può immaginare che prodigio di svolgimento razionale si possa
produrre nelle tenere menti de’ giovanetti! i quali dovran- no imparare che 12
= 61 Intanto non si può rivo- care in dubbio, che in quanto al valore aquae è
tre cose diverse, messa in relazione ad altre pa- role nel costrutto. Adunque
conviene DE : le cadenze o i casi, o le desinenze nel nome aqua sin: golare
variato, sono tre aqua, aquae, aquam , ma la prima, messa in costrutto, può
essere primo termine di proposizione finita, e termine di rapporto di alcu- ne
preposizioni. Similmente aquae ec. Così proceden- do si sarebbe parlato con
verità senza sconvolgere ]'a= ritmetica , perchè le differenze si sarebbero
dedotte ‘ dal significato e non dalla forma esteriore della paro- la. Ma chi
dice casiî o cadenze o desinenze, allude sempre alla forma esteriore delle
parole, e non mica al significato, e per difetto di preciso linguaggio stra-
zia la logica e manomette il calcolo. i | INTORNO ALLE DESINENZE SINTASSICHE
NELLA Variazione DE' NOMI LATINI. Abbiamo detto a pag. 97 che le desinenze
sintas: siche non sono significative di alcune idee, accessorie alla idea della
radice o radicale variata , ma servona soltanto a mettere nel discorso una
parola in relazio- ne con un'altra. | Per sapere adunque quali possano essere
le desi- nenze sintassiche de’ nomi latini , è uopo prestabilire con quali
parole abbiano relazione nel Discorso. Ora il nome nel discorso è, o prima
parola in grazia di cuì sono tutte le altre, come in questo brano, che si dice
Proposizione, Aqua est dulcis }’ acqua è dolce , o di- pende da qualche
preposizione, come termine dì rap- rto in modo esplicito o implicito. Nel primo
caso si dirà primo termine di proposizione , nel secondo caso sì dirà secondo
termine di rapporto. Il gramma- tici con barbare nomenclature, chiamavano
nominati: vo 0 caso retto il primo
termine di proposizione , e caso obbliquo il secondo termine di rapporto. Per
di stinguere quando il nome è primo termine, e quando è secondo, la Variazione
ha fornito i nomi di una de- sinenza sintassica, assegnando la prima desinenza,
se- condo l’ ordine da noi assegnato in Lessigrafia, ne'qua- dri di variazione
, di qualsivoglia nome , tanto singo- lare quanto plurale, per indicare il
primo termine di proposizione finita, ossia quando il Verbo della propo-
sizione è al modo fimo; la quarta desinenza detta dai grammatici Accusativo,
per indicare il primo termine di proposizione infima, ossia il cui verbo è al
modo infinito , come aquam esse dulcem , essere l’ acqua dolce. Il termine di
rapporto , che è sempre un secondo termine rispetto alla preposizione per
distinguersi dal primo termine, ebbe anch'esso una desinenza a parte, che è la
quinta per le qualtro variazioni , cioè per la prima, seconda, terza e quinta,
e che i grammati- ci addomandavano abblativo. Questa desinenza merita in
preferenza di essere denominata per secondo ter- mine di rapporio, perchè non
vi è caso che il nome con essa variato non dipenda da una preposizione espres=
sa 0 sottintesa. Anzi per questa stabile convenzione elegantemente il nome così
variato si adopera spesso senza preposizione, che dessa fa intendere, perchè da
essa, come secondo termine, costantemente dipende. Quindi è che la quarta
desinenza, detta da’ gramma- tici Accusativo , quantunque sia secondo termine
di moltissime preposizioni , pure perchè non sempre da preposizione dipende, ma
alle volte è primo termine di proposizione infinita, alle volte è obbjetto, non
me- rifa,come il nome variato con la quinta desinenza, ui cosere addomardato
secondo termine. Onde chiamandolo primo termine di proposizione infinita ,
soggiun- giamo che quando tale non è , è secondo termine di rapporto. | I
secondi termini di rapporto adunque sono indicati da due desinenze , cioè
quarta e quinta, patrem e patre, speciem e specie, e nel plurale patres e pa-
tribus, species e speciebus, a modo di esempio. Lo stesso nome variato con la
quarta desinenza alle volte fa da obbjetto, ossia indica l’ obbjetto, di cui è
Modo l' effetto prodotto dall'azione de’ così detti ver- bi transitivi, come quando
dicesi : Deus dilerit mun- dum Iddio amò il mondo. Ma l’obbjetto non è che un
termine di rapporto, in modo implicito, come ve- dremo in Sintassi, e come ho
dimostrato nella Nuova Gram ragionata per la lingua italiana Vol. lI. pag. 36
Conchiudo che le desinenze indicative della dipen- denza di un nome da
qualsivoglia preposizione, e per- ciò sintassiche, sono due, la quarta e la
quinta, nel singolare e nel plurale. La quarta variazione, che corrisponde alla
seconda de’ gremmatici, ne’ nomi singolari in us e tus ha una desinenza, che
da’ grammatici fu detta Vocatwo sen- za averne saputo mai definire la vera
natura , come Dominus che fa Domine, Filius fa Fili. In tutte le altre
variazioni questa desinenza manca, e ì grammatici per simmetrizzare le
declinazioni dissero che in esse il Vocativo è simile al Nominativo , e per
distinguerlo da questo , lo facevano precedere dalla particella vo- cativa,
ossia dalla voce 0 interjezione, 0, come 0 Pa- ter o padre, o patres o padri.
Lasciando stare le ul- time forme, che sono costrutti, e non parole isolate,
vergo ad esaminare quella stessa desinenza, che è propria ci alcuni nomi della
quarta variazione , per vedere se sia etimologica o sintassica, cioè ‘significativa’
– H. P. Grice, ‘semantica’ -- o indicativa. Nè ci è mezzo , peracché ogni de-
sinenza di variazione deve necessariamente essere l'una o l’altra. Non è
etimologica, perchè se tale fosse, dovrebbe significare una delle cinque idee
accessorie esposte a pag.100, cioè quantità discreta, quantità con- tinua,
qualità , sesso, relazione. Ora niuno ha detto inai che il Vocativo significhi
oltre l’' idea del radi- cale una di siffatte accessorie. Bisognerà dunque con-
chiudere, che sia una desinenza sintassica, ossia de- sinenza che mette il nome
in relazione con altre pa- role del discorso ( vedi pag. .97 ). Per le
desinenze sintassiche il nome non può essere che primo ter- mine di
proposizione finita e infinita, o secondo ter- mine di rapporto. Il Vocativo
non dinota certamente quest’ ultima cosa, perchè niuno ha pensato mai che esso
dipenda da una preposizione espressa o sottin- tesa. Resta dunque a conchiudere
che il Vocativo sia una desinenza sintassica, indicativà di primo ter- mine di
proposizione finita. Ma Dominus e Filius si sono fissati per questa
indicazione, e Domine e Fili sono di diversa desinenza, qual primo termine di
pro- posizione potranno indicare ? A pag. 50 dicemmo che tutt i nomi personali
non sono nè piîma, nè se- conda, nè terza persona all'infuori di Ego io, Tu tu,
Ille si, e che perciò tutti nomi differenti da que- sti si debbono considerare
come casì di apposizione , essendo indifferente il dire, Ego Laurentius, Tu
Lau- rentius, Ille Laurentius. Affinchè il nome si riferisca piuttosto a ego
che a tuo viceversa, che a alle e vi- ceversa, dovrebbe subire un'alterazione
di desinenza, per la quale sintassicamente indicasse piuttosto l’ uno che l'
altro. Or questo è avvenuto nel così detto. vo- cativo, il quale è una
variazione, che fa intenderé tw a preferenza. Ne' nomi, che non hanno questa
varia= 126 ‘© TERZA PARTE zione, si è supplito con un costrutto figurato.
Quindi. fu che i grammatici non mal si apposero, quando dis- sero, sebbene
impropriamente, che il vocativo aceorda col verbo di seconda persona , ma s’
ingannarono a partito, chiamando caso retto o nominativo Dominus e Filius, e
caso obbliquo Domine e Fili. Ma questa desi- nenza deve essere riconosciuta in
quei soli nomi, nei quali realmente si truova, cioè ne’ nomi in us e in tus
della quarta variazione al singolare, non mica in quegli altri che non l’ hanno
e che i grammatici per formarlo produssero una forma artificiale, come 0 pa-
ter , o Musa, o Magister, o Species, poichè in tali casi, ancorchè le dette
forme ci facessero pensare alla seconda persona, avverrebbe per un costrutto
intero e non mica in forza di una desinenza per variazione. CAPO II. InToRNo
ALLA VARIAZIONE DEGLI AGGIUNTIVI £ pEL- LE PAROLE VARIATE, DERIVATE E COMPOSTE
IN FOR- “MA DI AGGIUNTIVI, L’ Aggiuntivo secondo i grammatici per la variazio-
ne acquista desinenze significative, per le quali è sIn- golare e plurale, è
mascolino , femminino e neutro, ha sei casi Nominativo,Genitivo,Dativo,
Accusativo, Vo- cativo ed Ablativo. In somma sotto questo rispetto No- me ed
Aggiuntivo in nulla differiscono, e per la per- fetta loro identità sotto la
stessa parola nome si com- pro Nome ed Aggiuntivo. Con ciò riconoscono nel- °
aggiuntivo desinenze etimologiche. Ora abbiamo st@- bilito a pag. 97 che le
desinenze etimologiche sig ficano idee accessorie, per conto della radice o
radi- .ce ‘variata. Ma per ‘poterle significare è necessario che la idea della
radice sia capace di riceve- re quelle idee accessorie , come principale. Se
ciò non fosse, la variazione non potrebbe aggiungere ciò che ripugna alla
natura dell idea principale. Ora l’ag- giuntivo dinota qualità e quantità, e I’
una e l' altra non è, nè singolare nè plurale, nè maschio nè fem- mina, e molto
meno è secondo termine di rapporto, il quale come abbiamo stabilito a pag. 40,
è sempre un nome, che dinota sostanza o causa, perchè queste sole possono
essere in relazione. È giuocoforza con- chiudere che l’aggiuntivo non può avere
desinenze etimologiche , ossia significative di siffatte idee acces- sorie per
conto proprio, perchè mancherebbe il prin- cipale, a cui si appuntasse
l'accessorio. Ma egli è un fatto che l’aggiuntivo sì varia, come è chiaro dalla
Lessigrafia, perchè Bonus, ad asempio, ‘ha la prima desinenza in us, a, um, la
seconda in © ‘ed ae, la terza in 0 ed ae, e via dicendo. È, sicco- me le
desinenze della Variazione, quando non sono etimologiche o significative, debbono
necessariamente essere sintassiche o indicative , ossia desinenze, che mettono
una parola in relazione con altre nel discor- so, bisognerà conchiudere, che l'
aggiuntivo, variando» si, ha desinenze sintassiche. ‘Queste desinenze poi , o
sono sintassiche per sem- plice variazione, o per doppia variazione. lo quin di
dividerò il presente Capo in due Articoli. Intorno alle desinenze sintassiche
degli aggiuniivi di SEMPLICE VARIAZIONE. Chiamo desinenze sintassiche di
semplice variazione negli aggiuntivi quelle, che secondo i grammatici de-
‘notavano il numero , il genere e le relazioni : come terrò per desinenze
sintassiche di doppia variazione quelle, per cui gli Aggiuntivi diventano
diminutivi, ac- crescitivi, migliorativi e peggiorativi, comparativi e su-
perlativi. In quanto alle prime, negli aggiuntivi sia di qualità, sia di
quantità continua, esse avvengono per indicare il nome a cui si riferiscono nel
discorso tra tanti no- mi, che si possano trovare in un costrutto. Per que- sta
ragione l’ aggiuntivo dovrebbe subire tante desi- nenze, e le stesse desinenze,
quante e quali sono quel- le de’ nomi variati , affinchè ognuna si avesse la
sua corrispondente. E così è avvenuto in alcunì aggiunti- vi, che si variano
come Aqua, Dominus e Templum, ossia come i nomi della prima Variazione , che ha
il radicale in a, e quelli della quarta (seconda pe’gram- matici ), che hanno
il radicale in us o er, e in um. Riscontrando i quadri Lessigrafici di
variazione , tro- verete questo perfetto riscontro, vedi Bonus, a, um, e
pulcher, pulchra, pulchrum, onde abbiamo 1.° a- qua bona, dominus, bonus,
templum bonum, 2.° a- bonae, Domini boni, Templi boni ec. It fondamento
razionale di questa triplice desinenza radicale degli aggiuntivi, è la
desinenza fondamentale significativa del sesso ne’ nomi di sostanze animate, i
quali, come abbiamo innanzi stabilito, sì avranno perfettamente variati, quando
hanno us ed « allo stesso tronco. La terza um, che i grammatici chiamavano dì
genere neutro, è pe’ nomi che hanno identità di pri- mo termine. Se ogni volta
un nome, uscente in a, avesse l’‘ac- cordo di un aggiuntivo ancora in a , e l'
uscente in er o us avesse la corrispondente nell’ agginntivo , la cosa
procederebbe agevolmente, ma nel fatto non è così, perchè, come abbiamo
stabilito nelle tavole del- le Concordanze in Lessigrafia , avviene spesso il
con- trario. a Né questo solo è l’ imbarazzo, ma vi è il massimo, che deriva
dalle altre tre Variazioni , le quali hanno desinenze diversissime da quelle
degli aggiuntivi in us, a, um. Per rimediare a queste dificoltà prodotte dal-
la difformità delle desinenze de’ nomi, e degli ‘aggiun- tivi, si è ricorso a
due mezzi. ll primo è di dare una famiglia di aggiuntivi, i quali nella loro
variazione se- guono le desinenze de’ nomi della terza, i quali nella radicale,
o hanno tre voci come alacer, alacris, alau- cre, o due come Fortîs, Forte, o
una come Feliz, Potens, Amans. Dal concorso di più aggiuntivi diversamente
variati con desinenze indicative dello stesso nome, divenne facile a riferire
piuttosto a questo, che a quel nome uno aggiuntivo di desinenza difforme. Il
secondo mez- zo fu la diversità nella variazione de’ prenomi. Hic , Haec, Hoc,
IUe, IUa, Ilud, Iste, Ista, Istud, Qui, Quae , quod ec. Infatti, tutti prenomi
hanno una ‘variazione diversa, se non in tutto, in parte, da quel- la degli
aggiuntivi, e ciò non avvenne senza una ra- ‘gione, la quale per me è appunto
questa che ho det- to ; cioè di dare una luce al buon senso , per ritro- vare
più facilmente quel nome tra’ tanti, a cul un aggiuntivo irregolare di forma si
riferisce in preferen- za. Dove tutti questi mezzi non fossero sufficienti, si
lascia l’ interpetrazione al buon senso. La faccenda degli accordi adunque non
è di rego- la, ma di uso, ed ecco perchè nelle tavole lessigra- fiche io ho
posto per distintivo un prenome, un ag- giuntivo in us, a, um, ed un altro
della terza va- riazione. Per queste ragioni fondamentali noi non diremo che
l'aggruntivo deve accordare col suo nome in genere, in numero e in caso, perchè
le desinenze degli ag- giuntivi siffatte cose non significano , ma diremo che
l'uso argomentato dalle tavole lessigrafiche, ha stabi- lito che aqua, per
esempio, vuole haec e bona, che mulus vuole hic e bonus, che temglum vuole hoc
e bonum. Tutto ciò, che discorda da quest’ uso , è una scoucordanza, uno
sproposito, una sgrammaticatura. Quindi nell’ analisi non diremo più che hie e
bonus è di genere mascolino, di numero singolare, e di caso nominativo, ma
bensì diremo, che hic e bonus sono desinenze di accordo, che fanno riferire
queste parole a un nome maschile singolare, primo termine di propost- zione
finita, se è nome di sostanza animala: nel caso opposto, diremo semplicemente,
che sono desinenze di accordo,le quali ci fanno pensare ad un nome singolare
.primo termine di proposizione finita. Pertanto se incontre- remo l’ aggiuntivo
variato con la seconda desinenza, co- me boni, felicis, formosorum, non diremo
che sia genitivo nel senso, che significhi la preposizione Di, «come la seconda
desinenza de’ nomi, perchè Di è re- lazione, che vuole per secondo termine un
nome, e non mai l’aggiuntivo, ma diremo, che sia una desi- nenza sintassica, la
quale ci fa pensare al suo nome ‘variato con la seconda desinenza. 2, se in
cosnsrute figurato incontriamo un aggiuntico precednto da pre- posizione , come
In primis, non diremo che primis. sia l' ablativo, ossia il secondo termine di
quella pre-. posizione , sibbene il nome sottinteso da variarsi in quella
desinenza. Di qui è chiaro, che la teoria della variazione degli aggiuntivi si
riduce ad nna semplice. e pura teoria delle concordanze. ‘Quello che abbiamo
detto finora della variazione del» T aggiuntivo, si deve applicare a tutti gli
aggiuntivi di qualità e quantilà continua non solo, ma ancora a tut» te le
parole, variate, derivate e composte in forma di aggiuntivi, come sarebbero i
participi in ns, in us, }Ìn rus e in dus, e i composti da un nome e da una
prepesizione, per la quale composizione diventano ag- giuntivi in quanto alla
forma, come Insignis, Defar= mis, Confinis ec. | La stessa teoria è applicabile
a' pochi numerali va- riati simili a Unus, a, um, Duo, ae, a, Tres et tria, ed
a tutti i variati e derivati da questi aggiuntivi in forma di veri aggiuntivi,
secondo quello che abbiamo stabilito in Lessigrafia, i Intorno alle desinenze
sintassiche degli aggiuntivi . di doppia Variazione, | Le desinenze sintassiche
per doppia variazione han- no luogo, ogni qualvolta in un aggiuntivo se ne rac-
chiude un altro, e deli tutto risulta una parola con- una delle desinenze
esposte nell’ articolo precedente. Per questa variazione gli aggiuntivi o le
parole deri» vate o composte in forma di aggiuntivi diventano Comparativi,
Superlativi, Diminutivi, Accrescurvi, Peg- sorativi, Miglio rativi. _ Il
comparativo, come felictor , formosior , pulche- yior, vale due parole, cioè
magis o plus, e 1’ aggiun- tivo da cui è formato , così felicior è magis o plus
feliz più felice, formosior equivale a magis o plus formosus più bello ec. Ora
quel magis e plus , che il comparativo racchiude , non è per eonto proprio , ma
del nome,a cui si riferisce. . Il superlativo è una variazione dell’ aggiuntivo
sem- plice detto positivo per la desinenza ssimus, rrimus e llimus, la quale
racchiude il numerale ter tre vol- te, o come vogliono i grammatici valde ,
sicchè una voce come marimus, pulcherrimus, agillimus , equi- vale a due, cioè
ter 6 valde magnus, pulcher, agis, dove l’ aggiuntivo numerale dinota quantità
discreta , che è propria della sostanza, di cui il nome è segno stabilito, .
Anche gli aggiuntivi latini aveano delle desinenze di doppia variazione , per
le quali diventavano dimi- nutwi,migliorativi, accrescitivi, peggiorativi, e questa
desinenza racchiudeva un agginntivo di qualità simile a pulcher o deformis
bello o brutto, oppure di qua- lità simile a magnus grande , parvus piceolo.
Sicchè ‘ pulchellus equivale a parvus e pulcher , formosulus a parvus e
formosus, dicasi lo stesso di acidulus a- cidetto , meliuscule alquanto meglio
, mollicellus al- quanto molle, mollicello. Per .gli accrescitivi si potrebbero
addurre ad esem-. pi Huario Hiarionis da Hilaris, che malamente si traduce
allegretto , ma molto allegro significa , E- dax mangione, Bibar beone, Vivax
vivace, molto vivo, Fugax fugace, che molto fugge. Le desinenze di doppia
variazione esposte fin qua appartengono propriamente agli aggiuntivi di qualità
e di quantità continua, ed a tutte le parole variate, de- rivate e composte ìin
forma di aggiuntivi, non già agli aggiuntivi di quantità discreta , ossia a’
numeral dei grammatici, perchè questi non sono mai nè compara- tiri, né
superlativi, nè diminuitivi o accrescitivi, peg- giorativi o migliorativi.
Hanno però delle desinenze loro proprie, per cui diventano Ordinativi e
Distribu- ‘tivi, variati come aggiuntivi di qualità. Gli ordinativi, eccetto i due
primi, cioè Primus che è derivato da Pri, identico a prae, preposizione di sito
, che significa avanti, e Secundus che si forma da sequor, e significa
seguente, si formano alterando la desinenza del numerale nel seguente modo. Da
ter si fa tertius terzo, da quatuor si fa quartus quarto, da quinque si fa
quintus, da sex sertus, da septem ‘septimus, da octo octavus, da novem nonus,
da de- cem decimus ec. Vedi Vol. I. Lessigrafia. Con questa desinenza si
racchiude una relazione di anteriorità e posteriorità , per la quale si vuol
far intendere che una cosa è prima,un’altra è dopo,e le sostanze o cause così
disposte si dicono ordinate. I Distributivi sì formano da’ medesimi numerali,
va- riando la desinenza in diverso modo, come bini, binae, ‘bina, a due a due,
terni, ae, a, a tre a tre, qua- termi, ae, a, a quattro aquattro, quini, ae, a,
a cin- que a cinque, seni, ae, a, a sei a sei, ec. Vedi Les- . sigrafia. Queste
parole, come è chiaro a vedere, rac- ‘chiudono la nozione della partizione, che
si riduce ad ‘una relazione di disunione con quella del numero, e ‘prendono la
forma degli aggiuntivi qualitativi per la variazione. Intorno ALLA VARIAZIONE
DEL VERBO. La parte più importante della Variazione dopo quella del Nome, è la
Variazione del Verbo, sì perchè que» sta. Classe di parole sostiene un grande
nfficio nel dir scorso , come pure perchè molti sbagli vi hanno in- trodotto le
Lessigrafie delle scuole, Noi quindi cì trat- terremo un pò più lungamente in
questo Capo , per istabilire le più chiare e precise nozioni del medesi» mo,
considerato sotto tutt'i rapporti generali e parti- colari, affinchè niente
rimanga a deriderare in una teoria di tanta importanza secondo il nostro
Istituto, Ed a procedere con ordine esporrò Je teorie genera- li del verbo ,
considerato sotto il rispetto delle desì= nenza etimologiche e sintassiche in
due Sezioni. INTORNO ALLE DESINENZE ETIMOLOGICHE NELLA . VARIAZIONE DEL VERBO.
. Le desinenze etimologiche di qualsiasi Variazione possono aver luogo a
condizione , che le idee acces- sorie, di cui esse sono segni, abbiano
relazione all’ i- dea della radice o radicale, che vuolsi variare secon» do il
principio generale enunciato a pag. 97. Per sa- pere adunque se il verbo si
possa variare per desi- nenze etimologiche, è necessario vedere con quali no-
zioni la idea dello Stato e dell’Azione, di cui è segno, ha stretta relazione,
E, siccome non ci è Stato , nè Azione che non sia e non avvenga in un dato spa-
- DELL’ ETIMOLOGIA 135 zio di tempo e di luogo, è facile a comprendere che, se
il verbo è variabile , può subire etimologicamente desinenze significative di
tempo e di luogo. Similmente, affinchè il Verbo possa subire desinen- za
sintassiche o indicative, bisognerà provare che esso nel discorso abbia una
relazione ad altre parole. Ora il verbo ha relazione co’ nomi personali
primitivi non solo, ma è l’anima di un brano di discorso, che si dice
proposizione. Esso dunque può essere variato sin- tassicamente per indicare a
quale de’ nomi personali si riferisca, e che forma di proposizione è quel brano
di discorso, in cui esso si truuva. Benchè il verbo etimologicamente variato
possa in apposite desinenze racchiudere le nozioni di tempo e di luogo, i verbi
latini come. gl’ italiani, variandosi, non racchiudono che la sola nozione di
tempo; e ciò in due maniere, cioè o per semplice variazione o per doppia
variazione. La presente Sezione adunque sarà divisa in due Articoli, | ARTICOLO
1.° Delle desinenze etimologiche del Verbo di semplice variazione. E la prima
ricerca nella disamina delle parole va- riabili è diretta a fissare la
radicale, che è la prima parola madre nella famiglia di tutte le parole per va-
riazione generate. Si può dunque nella presente disa- amina domandare quale sia
la voce radicale tra tutte le parole del verbo variato. E, considerando che la
radice e radicale di una famiglia di parole racchiuder deve meno significato ,
è facile a comprendere che la voce radicale del verbo è quella forma, che nelle
scuole fu detta Infinito , come amare, docere, lege- re, audire. Quando una
parola radicale deve subire desinenze etimologiche e simtassiche in pari tempo,
oppure de- sinenze significative di diverse idee accessorie, è ma- lagevole a
discernere quale parte della parola variata è sintassica, quale è etimologica,
o quale parte signi- fica un’ idea e quale un’ altra. Così abbiamo veduto che i
nomi ad una desinenza associano la quantità di- screfa, il sesso e il primo
termine di proposizione fi- nita. Nella disamina presente adunque non andren;o
sottilmente distirguerdo ciò che la variazione presen- ta in confuso. Se la
idea accessoria, che la variazio- ne del verbo può significare in una desinenza
etimo- logica è quella del tempo, è naturale a dedurre cle noi dobbiamo vedere
che cosa è il tempo e in quante maniere il verbo può significarlo. Ora il tempo
è uo spazio contenente un mobile , come il luogo è uno spazio contenente gl’
immobili : che cosa è un’ ora nel quadrante dell’ orologio? è lo spazio
contrasegnato da 1 e 1l, contenente l’indice che si muove, e l'ora serza dubbio
è un tempo, una ventiquattresima parte del giorno. Tenendo presente il
quadrante dell’ oroio- gio, fotremo fare agevolmente tutte le distinzioni del
tempo. Quello spazio, che contiene l’ indice mobile, mentre io lo contemplo,
per esempio, tra 1 e 11, è pre- sente , perchè presente è parola composta da
pre in latino prae, che significa avanti di rincontro, e senie participio di
Sum, non corrente nell’ uso, onde prce- sente praesens significa ciò che è
avanti o di rincon- tro al senso, per esempio, della vista. Il tempo pre- sente
adunque è lo spazio col mobile so!topasto al senso. Considerando lo spazietto
anteriore a quello, dove DELL’ ETIMOLOGIA 137 ora si truova l'indice mobile
contrasegnato da XI[ e 1. ho l’idea di un contenente, in cui non vi è mobile,
ima mi ricordo che vi fu con la memoria. Quello spa- zio è differente dall’
altro sopra descritto , in quanto, che pure è tempo, ma non presente al senso ,
sibbe- ne assente, e ricordato dalla memoria. In una parola è un tempo passato,
da’ latini detto praeteritum, pa- rola composta da PRAETER tre volte avanti, o
sempli- cemente oltre, e itum andato; perchè l'indice, che vi era, movendosi, è
andato oltre. . Considerando lo spazietto, che è dopo II, contenuto tra Il e
II, truovo un contenente senza indice mobile, ama so per lo ministero della
memoria che un’ altra volta dall’antecedente spazio passò in quello, ‘e penso
ora che allo stesso modo vi sia per passare. Questo spazio è tempo futuro, il
quale si apprende nel pas- «sato, come è chiaro a comprendere. 0 Adunque il
tempo presente è lo spazio di rincontro al senso, il tempo passato è lo spazio
col mobile ri- cordato per la memoria dietro allo spazio presente , il tempo
futuro è lo spazio col mobile ricordato dalla “memoria , dopo dello spazio col
mobile presente. Il tempo passato può avere de’gradi secondo la mag- .giore o
minore prossimità al tempo presente: così lo «spazio segnato da XII e 1 è più
vicino al presente relativamente all’ altro spazio contrasegnato da XI e XII.
Onde è chiaro che vi può essere un passato più vicino, un altro più lontano o
rimoto. Similmente il ‘tempo futuro può avere de’ gradi secondo la maggiore o
minore prossimità degli spazi posteriori al presente, «così lo spazio tra Il e
III è Du vicino dell’ altro se- gnato tra III e IV. Di qui deducesi che vi può
essere un futuro più vicino, un altro più lontano o rimoto. ll passato e il futuro poi può essere
cunsiderato assolutamente e relativamente. Dicendo, a modo di esempio, amari io
amai, accenno ad un tempo passa- to senza alcuna relazione ad altro, ma se dico
ama- bam io amava, intendo sì un tempo passato, ma non assoluto , sibbene un
tempo passato, nel quale avven- gono due o più azioni, imperocchè con questa
espres- sione amabam io amava, intendo dire, che io amava quando un altro
scriveva. La stessa cosa dicasi del futuro, perchè dicendo: Ego seriberem io
scriverei, nol dico assolutamente, ma in comparazione del st habe- rem tempus
se lo avessi tempo. | Ecco tutta la teoria del tempo rispetto alla Varia- zione
de verbi — Facciamone l'applicazione a’ verbi latini. — Nel così detto Modo
‘indicativo, che in Lessigrafia ho appellato Modo della proposizione
principale, co- me pure dimostrerò nella Sezione seguente, la varia- zione del
tempo presente pe’ verbi in 0, è amo, doceo, lego, audio, pe' verbi in or, è
amor, doceor, legor, audior ; ondechè amo, per esempio , dinota l’azione
dell’amore nel tempo presente, e amor lo stato del lamore, in cui ci troviamo,
nel tempo presente. 2.° Amabam e amabar, docebam e docebar, le- gebam e
legebar, audiebam e audiebar sono le varia- zioni del tempo passato relativo o
comparativo , in quanto che amabam, per esempio, dinota l’ azione av- venuta
nel tempo passato , nel quale tempo un' altra azione era compiuta, come è dire
Ego amabam cum tu legeres io amava, quando tu leggevi. I grammaltici chiamavano
questa variazione preterito imper fetto (ve- di I’ appendice alla Nuova Gram.
Ragion. per la lin- gua italiana ). e Amavi, Docwi, Legi, Audivi ( non metto le
va- riazioni de’ verbi in or che ne difettano, e invece si ricorre alle voci
analitiche) sono desinenze di variazio- ne del tempo passato assoluto, ossia
che amavi, per esempio , dinota che l’ azione avvenne in un tempo passato , nel
quale tempo non pensiamo che un’ altra ne sia avvenuta. Nelle versioni di
equipollenza questa desinenza latina si è fatta valere per amati e per ho
amato., distinguendo le due forme con le nomencla- ture di passato rimoto e
passato prossimo , ma in latino questa seconda forma non esiste etimologica-
mente. 4.° Amaveram, docueram, legeram, audiveram so- ‘no tenute per desinenze
etimologiche di variazione, si- gnificative del trapassato comparativo, detto
da’ gram- matici più che perfetto, equivalente a î0 aveva ama- te, insegnato,
letto, udito. Ma io ho delle forti ra- gioni per considerare siffatte parole
composte dalla de- sinenza del passato assoluto amavi, docui, legi, audi- vi, e
dalla desinenza significativa del passato compa- rativo di sum, cioè eram, come
è chiaro dalla forma stessa delle parole. Con ciò i latini, mancando di va-
stazione per significare questo tempo, supplirono con la composizione di due
passati sufficienti a denotare un trapassato, appunto così, replicando un aggiunti-
vo, come bello, bello, bello, si dà l idea di un super- lativo. Si riscontri
sul proposito il citato Appendice alla Nuova Grammatica ragionata per la lingua
italia- na pag.9 e seg. dove ho chiamato -questa forma Compo- sizione latina,
per far intendere il trapassato relati- vo chiamato piucchè perfetto. Con
questa forma sì fa intendere un passato anteriore rispetto ad'amabam, docebam,
legebam, audiebam, ma è relativo o compara» tivo, in quanto che dicendo : ‘0
aveva amato amaveram, s'intende che io aveva amato nel temro in cui un altro
avea letto , 0 leggeva. Invece dunque di più che perfetto, io Jo chiamo
trapassato relativo, differente dal passato relativo, che dinola un tempo
passato posteriore. 5.° Amabo e amabor, docebo e docebor, legam e legar, audiam
e audiar, sono desinenze etimologiche significative del tempo futuro assoluto ,
in quanto che l azione o lo stato di siffatti verbi è contenuto in un ampo
posteriore al presente. 6.° Amavero, docuero, legero, audivero sono te- nute
per desinenze etimologiche di variazione, signifi- .cative di tempo futuro
anteriore, in quanto che l’a- zione di essi verbi avverrà in un tempo avvenire
pri- ma che un’altra ne avvenga, come ego amavero quun- .do tu ventes io avrò
amato quando tu verrai, dov’ è chiaro che il tuo venire futuro sarà posteriore
al mio amore avvenire. lo ritengo queste forme per composi- zione e non
variazione, perchè è specchiata la distinzione de’ passati amavi, docu, legi,
audivi con ero futuro assoluto di sum. Il che è secondo ragione, perchè, di-
fettando di desinenza significativa di questo tempo, i latini associarono un
passato ed un futuro per far intendere un futuro passato rispetto a un altro, o
un futuro anteriore. Due avvertenze importantissime ca- dono qui in acconcio,
la prima che spesso nelle ver- sioni dal latino in italiano, queste forme si
fanno va- lere pel futuro assoluto , come amavero per amerò , docuero insegnerò
ec. Ma ciò non deve far peso, per- «chè altro è il valore assoluto, altro è il
relativo o sin- tassico delle parole. Il primo è quello che importa ap- purare
in Etimologia : spetta alla Sintassi di dare ra- gione del secondo. La seconda
avvertenza concerne la novità, per la quale ho trasportato questo tempo dal Modo
Congiuntivo all’Indicativo de’ Grammatici, peroc- chè, come tutti sanno, nella
Lessigrafia delle scuole in quel modo questo tempo è stato sempre allogato.
Nel- l’ appendice citato ho prodotte le mie ragioni di que- sto cambiamento, e
qui me ne valgono due, che sono le più facili. La prima che è dottrina ricevuta
dai grammatici empirici, che il cum, quando precede l’in- dicativo, significa
sempre quando, a differenza del cum innanzi a congiuntivo, il quale, se per
equipollenza sì fa valere quando, nella versione il Modo passa all’In-
dicativo. Da ciò deduco, che, se il Cum innanzi ad amavero sì traduce sempre
per quando , è necessità riconoscere in esso un tempo dell’indicativo. La se-
conda è I’ autorità di tutt'i grammatici moderni delle lingue vulgari, e
specialmente italiani, i quali nella va- riazione de’ loro verbi allogano la
corrispondente ver- sione al modo indicativo. 1.° Amarem, Docerem, Legerem,
Audirem e le cor- rispondenti de’ verbi in or, amurer, docerer, audirer , sono
tutte desinenze significative di un futuro relati vo, in quanto che l' azione e
lo stato di siffatti ver- bi sì attuerà nel tempo, in cui avverrà una condizio-
ne , onde questo tempo fu detto del modo condizio- nale. Che sia futuro non vi
cade dubbio, perchè chi dice amerei, non dice certo che amò nel tempo pas- sato
0 che ami nel tempo presente, dunque intende dire che amerà. Che sia relativo
apparisce dal per- chè, dicendo : ameret, resta incompiuto il senso, e non si
compie senza soggiungere se potessi; Ego amarem si possem. Eccoci a
giustificare quest'altra rovità, con la quale mettiamo al Modo indicativo
questa forma di variazione, che i grammatici allogarono Al congiuntivo
chiamandolo preterito imperfetto. Ma chi non vede la differenza, che passa tra
la stessa desinenza nella 142 TERZA PARTE frase Ego amarem si possem io amerei
se potessi ? Amarem nella sua posizione è molto diverso da pos- sem, perchè il
primo vale amerei, il secondo potessi e non potrei. Affinchè dunque amarem
significhi io amass, che è imperfetto del Congiuntivo, deve neces- sariamente
essere preceduto da una congiunzione , il «che significa che per sua natura
etimologica è un ‘futuro relativo, e non un imperfetto del corgiuntivo. Che poi
questa forma appartenga all’ Indicativo è chia- ro dalla Sezione seguente, dove
vedremo , che il così detto indicativo è Modo della proposizione principale,
come il congiuntivo è dell’Incidente. Ora nella frase Ego amarem sì possem
ognuno vede, che ego uma- rem è principale rispetto a st possem, la quale per
la condizionale Si è incidente. Se non fosse principale Ego amarem , non ve ne
sarebbe alcuna , il che è inconcepibile — Vedi Vol. I. del Nuovo Corso di
Lette- ratura Elementare pag. 239 e segg. 8.° Amavissem, Docuissem, Legissem ,
Audivissem sono tenute per desinenze di variazione, significative del preterito
più che perfetto del congiuntivo, a par- lare col linguaggio de’ grammatici. Ma
queste voci pri- mamente non sono semplici, perchè si possono dire voci variate
con desinenze significative, il che è chia- ro dalla decomposizione di amavi ed
essem, docu ed essem ec. lo dunque le considero, come parole com- poste dalla
voce del passato assoluto, amavi, docui, legi, audivi, e dal passato relativo
del congiuntivo di Sum cioè essem , e da questa bizzarra unione di due passati,
ne può risultare un passato anteriore. In secondo luogo osservo, che queste
voci non sono de- stinate primitivamente a far intendere il passato ante- riore
del Congiuntivo, sibbene il futuro relativo ante- riore, detto da’srammalici
italiani condizionale passa- 19, ed
equivalente a 10 @vrei amato, insegnato, letto, e udito. La qual cosa è chiara
dal fatto, perchè, se | troviamo la seguente frase : Amavissem si habuissem
opportunitatem avrei amalo se ‘avessì avuto l’ oppor- tunità, ognuno vede che
amavissem vale un condi zionale, e che habuissem vale un più che perfetto , ron
per sè stesso, ma per la condizionale St, che gli precede, ossia fa intendere
i] trapassato sintassicamen- te. Di qui si vede quanto erronea era la pratica
del- le scuole, che con la lessigrafia del Donatello insegna» va.a tradurre
a’'giovanetti Cum .amarem conciossia» chè io amassi ed amerei, e Cum amavissem
concios- siachè io avessi ed avrei amato, riferendo allo stesso conciosiachè
Cum,tanto amassi quanto amerei, e tan- to avessi quanto avrei amato , perocchè
amarem in senso di amerei e amavissem in senso di avrei ama- to .non può essere
mai preceduto da congiunzione m} sta o copulativa. Ecco perchè nella mia
Lessigrafia ho stabilito il numero e l’ ordine de’ tempi del Modo in- dicativo o
della Proposizione principale nel seguente modo : 1.° Desinenze significative
del Tempo presente 2.° del passsato relativo 3.° del passato assoluto 4.? del
passato anteriore relativo 5,° del Futuro assoluto 6.° del Futuro anteriore
assoluto 7,° del Futuro rela- tivo 8.° del Futuro anteriore relativo. ! . Nell’
Imperativo non riconosco tempo, perocchè des- so è una forma tutta sintassica,
che fa intendere una proposizione, il cui verbo è di tempo presente al mod
indicativo, come vedremo a suo luogo, I Nel congiuntivo si distinguono le
desinenze signifi- cative de’ seguenti tempi. 1.° Amem amer, doceam docear ,
legam legar , audiam, audiar , le quali sono desinenze significative del tempo
presente nel verbo della proposizione incidente, preceduto da una congiunzione
copulativa e nella versione presentano due forme cioè che to ami e ssa amato,
che to insegni o sia insegnato ec. e 1 altra del Gerundio, che è un modo
proprio italiano, come amando, ed essendo amato to ec. &.° Amarem
amarer, docerem docerer , legerem iegerer, audirem audirer , sono tenute per
forme di variazione, significative del passato relativo, ma,come ab- biamo
veduto , non hanno questo significato, se non quando sono precedute da
congiunzione mista ( pag. 141 ). Esse hanno in italiano due versioni, una let-
terale cioè che io amassi o fossi amato, legessi 0 fossi letto ec. e l’altra di
equipollenza o a senso aman- do 0 essendo amato. 3.° Amaverim , docuerim,
legerim, audiverim , sono parole composte da amavi, docui, legi, audi e da erim
antica voce di sum invece di fuerim, e si fanno valere per un passato assoluto
del congiunti- vo colla duplice versione che io abbia amato,insegnato, letto,
udito, od avendo î0 amato, insegnato ec. 4.° Amavissem, Docuissem, legissem ,
audivissem, sono voci composte, come abbiamo detto nel num. 8. pag. 142 e solo
sintassicamente, cioè, quando sono pre- cedute da congiunzione possono far
intendere il pas- sato anteriore relativo con una duplice versione: che 10
‘avessi amato , insegnato , letto, udito, ed avendo io amato , insegnato ,
letto, udito ec. I grammatici dopo di avere dichiarato l'infinito per una voce
di verbo con significato indefinito, ossia che non ha finito tempo, finito
numero, e finita per- sona , distinsero in esso due tempi, cioè presente ed
imperfetto in amare , docere, legere, audire, e pre- terito perfetto e piucchè
perfetto in amavisse, docuis- se , legisse, audivisse. Nell’appendice alla grammatica
ragionata per la lingua italiana ho dimo» strato che queste voci possono avere
una forza tutta sintassica nella risoluzione della proposizione infinita in
finita e niuna forza etimologica significativa di tem- po. Intanto, come
vedremo, l’ infinito, comunque radi- cale del verbo, per la maggiore
indeterminazione del suo significato è un vero Modo, e si dice Modo infi- nito
, opposto al Modo finito. I e I participi non significano tempo, come l’
infinito , perchè sono parole derivate e non variazioni di verbo; come vedremo
nella quarta Parte di quest'Etimologia, quantunque sintassicamente facciano
intendere una proposizione incidente, il cui verbo sarà di tempo pre- sente o
passato o futuro. Delle Desinenze etimologiche de’ verbi latini per DOPPIA
VARIAZIONE. Io chiamo desinenze etimologiche del verbo per dop- pia variazione
tutte quelle, che aggiungono qualche nozione accessoria di tempo alla nozione
del tempo medesimo, significato dalla variazione regolare. 1 Lati- ni aveano
diverse desinenze di questa natura, delle quali eccone alquante : 1.° Dando al
verbo la desinenza sco si formano i ‘così detti incoativi, ossia verbi che alla
nozione del tempo aggiungono I’ accessoria del princimo o del cominciamento ,
come da caleo io sento caldo , sì forma calesco io comincio a sentir caldo,
così da frigeo io sento freddo si fa frigesco , da palleo io impallidisco si fa
pallesco, da rubeo io sr si fa 1 : rubesco, da oleo io olisco si fa olesco, da
tumeo gi fa tumesco ec. ‘.2,° Da un verbo se ne forma un altro, alterando la
desinenza del primo in to tto, onde ne risulta» no i così detti frequentativi,
ossia ‘verbi che, varian» dosi a questo modo , aggiungono all’ idea del tempo
quella della ripetizione, che si esprime con l’avverbio di tempo saepe spesse
volte. Così da clamo chiamo ad alta voce, clamito io chiamo spesso , da voco si
fa vocito, da cano si fa canto, da dico si fa dicto, da habeo sì fa habito , io
ho spesso, e per traslato io abito , da crepo si fa crepito, da cieo si fa cato
ec. lo sono di credere, che non solo la desinenza to, sto sia frequentativa, ma
ancora qualche altra, impe» rocchè una tale variazione ha per radicale il
supino del primo verbo, da cui i frequentativi sono formati. Ora non sempre il
supino ha la desinenzain tum, ma qualche volta in sum, come pulsum di pello, da
cui è pulso pulsas frequentativo di pello pellis. Curso as, è fre- quentativo
di curro , che al supino fa cursum. Nè esta che Cursito sia frequentativo di
Curso , perchè frequentissimi s’ incontrano nell’ uso della lingua lati» na ì
frequentativi de’ frequentativi, così, per esempio, nessun dubbio cade che
dicto as è frequentativo dij dico dictum, eppure da Dicto si fa Dictito. A
questa medesima variazione de’frequentativi deb» bono ridursi alcuni verbi
variati in esse e îsso, come facesse da facio, capesso da capio, e Plauto usò
Grae- cisso, Sicilisso, e Atticisse , anzi da Sicilisso formò Sicilicissito ,
sebbene pare che questa desinenza rac chiuda ancora la nozione d’ imitazione
de’ costumi di Grecia , di Atene e di Sicilia , la quale imitazione sj tompie
per la ripetizione de’ medesimi atti. INTORNO ALLE DESINENZE SINTASSICHE NELLA
VARIAZIONE DE' VERBI LATINI. Ingrammatica,come accennammo fin da principio, era
ritenuto che il verbo, conjugandosi, venisse a significa- re i numeri e le
persone, onde dicevasi che il verbo dovesse accordare col nome in numero e
persona , ossia che il verbo si dovesse mettere nello stesso nu- mero e nella
stessa persona del nome. Con le quali espressioni era esplicitamente ritenuto
che ìl verbo , come il nome, variandosi, significasse per conto proprio la
quantità discreta, cioè l umità el numero , € la persona prima, o seconda, 0
terza, come inomi per- sonali primitivi Ego, Tu, Ille. La qual cosa quanto sia
assurda si può rilevare dal riflettere, che l' aZio- ne e lo stato, significato
principale del verbo , non è una nè più, perchè queste nozioni di quantità
conven- gono alle sostanze e cause, delle quali unicamente sì può domandare
quante e quali sono ? In secondo luo- go l’azione e lo stato non sono persone,
perchè non sono esseri intelligenti e liberi , oltracciò tre e non più sono i
personali primitivi Ego, Tu, Sui ( pag. 49). Se egli è così, il Verbo non può
avere desinenze eti- mologiche significative di siffatte idee come accessorie,
perchè l idea principale della radice non può soste- nerle. Ma è un fatto che
amo, per esempio , sì va ria in amas, amat, amamus, amatis, amani, e con amo si
mette in accordo EGo, con amas TU, con amat ILLE, con amamus si mette Nos, con
amatis si met- te vos, con amant ILLI , e non serbando quest’ ac- cordo, si
commetterebbe.la più grossolana sconcordanza. Se dunque tutte queste desinenze
non sono significa- tive di qualche cosa, debbono certamente essere sin-
tassiche,ossia indicative degli accordi,in quanto che, se truovo amo, debbo
intendere ego , se amas, intendo tu e via dicendo. Adunque diremo che il verbo
non ha nè numeri, nè persone, ma ha desinenze, le quali ci fanno pensare a’
nomi personali primitivi singolari e plurali, e che allora vanno bene
accordati, quando con un nome personale si adopera la desinenza del verbo
stabilita dall’ uso. Che cosa è dunque la Concordanza del Nome col Verbo ? non
è che l’ uso della desinen- za del verbo convenuta per ciascuna persona, e que-
ste desinenze sono sei per ogni tempo, come sei sono i nomi variati singolari e
plurali. Variare adunque un verbo, o, come dicevano i grammatici, conjugarlo,
non significa altro che studiare le concordanze de’ nomi co’ verbi variati
nelle sei desinenze. La desinenza indicativa della seconda persona sin- golare
e plurale finisce in s, come amas, amatts: dite che quella s dinota scconda : e
direte che la terza desinerza indicativa detta ferza persona singolare e
plurale finisce in t, che vuoldire terza, come amat amant, salvo la seconda
desinenza del passato assoluto, che fa in sti come amari amavisti. Gli stessi
verbi in or nelle desinenze indicative della seconda persona .singolare
ritengono la s, per la terza prendono la r, come amaris, amatur, amantur. In
secondo luogo si è detto , che il Verbo, varian- dosi, diviene pertinenza di
Modi diversi. La prima par- tizione generale è del Modo fimito, e del Modo
infi- mito. Il Modo finito abbraccia l’ Indicativo , ? Impe- rativo, l’
Ottativo, e’1 Congiuntivo secondo i gramma- tici, il Modo Infinito è il
radicale del verbo, come a- mare, decere, legere, audire, e amavisse ,
docuisse, legisse, audivisse e il me esse , vel fuisse amatu- rum ec. La prima
cosa da esaminare è, che cosa si debba intendere per Modo, parlando di Verbo ?
La nozione, che ne hanno dato i grammatici, è così confusa che invano cercate
di formarvene un’idea distinta. Nel mio Nuovo Corso Par. I.* Vol. I. ho provato
che il Modo èuna variazione del verbo, per la quale appren- diamo che la
proposizione è principale o incidente: 1’ incidente poi o è Dee o infinita. La
proposizione ‘finta ha il verbo al Modo finite, cioè all’Indicativo, all’
Imperativo, al Congiuntivo, la infinita ha il ver- ‘bo al Modo infinito amare,
legere, scribere. La pro- posizione principale è sempre finita, ed ha il verbo
‘al solo Modo indicativo variato ne’ suoi otto tempi. La ‘Incidente finita è il
verbo all’ Imperativo ed al Con- giuntivo. Fu perciò che io chiamai, come
intendo chia- mare, l’ Indicativo Modo finito della proposizione prin- cipale,
e I Imperativo e Congiuntivo Modo finito del- la proposizione incidente —
Questa teoria razionale sa- rà ampiamente dichiarata in Sintassi, dove si
compren- derà meglio il valore di finito ed infinito, parlandosi di
proposizione. Di qui è chiaro che la variazione del verbo in modo sintassico
racchiude desinenze indica- tive della maniera, come noi, parlando, ci
proponiamo di dire le cose, delle quali parliamo — La prima va- riazione dunque
del verbo è pe’ Modi , ogni Modo si varia pe tempi, ogni tempo si varia per le
persone singolari e plurali. Allorchè dunque incontriamo un Verbo , la prima
domanda a fare concerne il Modo, la seconda i Tempi , la terza le persone
singolari e lurali. | i Cade qui la quistione se si debba riconoscere per Modo
diverso dal Congiuntivo il così detto ottativa , perchè nella Lessigrafia delle
scuole per modo a par- te viene riconosciuto. Nel Nuovo Corso Part. 1.* Vol. I.
pag. 341 e seg. ho provato ad evidenza che |’ otta- tivo non si debba
considerare, come un Modo diffe- rente dal Congiuntivo, perocchè in quanto a
forma di verbo in nulla differiscono, e solamente ne’ costrutti le stesse voci
del Congiuntivo precedute da Utinam , che si traduce Dio voglia o volesse, si
vorrebbero co- stitutive di questo nuovo Modo. Se dalle parole, che precedono o
seguono una voce di verbo, sì dovessero distinguere i Modi, questi sarebbero
infiniti, come in- finite sono le combinazioni delle parole. Ora chi po- trebbe
sostenere da senno tanta scempiaggine ? Con- chiudo che l’ ottativo non è Modo
, come non sono Modi i così detti Potenziale e Permissivo, perchè l'i dea della
potenzialità e della permissione, accedenti alle voci del Congiuntivo,
risultano dal nesso logico , e dalle ragioni sintassiche — Simili nomenclature
in- ‘ventate per distinguere, dove non v'è luogo, è un’ar- semonio della
superficialità dell’ empirismo gramma- Uicale. Poche osservazioni intorno alla
formazione de’ verbi in OR. Ciò che abbiamo stabilito per la variazione de’
ver- bì in 0, va detto ancora per quella de’ verbi in or in generale senza aver
riguardo se significano Stato, co- me ì così detti passivi, o azione. come i
così detti deponenti, o stato e azione in diversi costrutti come ì così detti
comuni — Quello che importa notare in questo luogo si è che le voci de’ verbi
in or altre sono concrete, altre astratte. Le voci concrete sono quelle, che
racchiudono il verbo Sum e’ participio in DELL’ ETIMOLOGIA 151 us, come amor
equivalente ‘a sum amatus, le astrat- te sono il verbo Sum e’l participio ;
nelle quali si risolvono le voci concrete. de 6 17 sai, Ora la variazione ha
luogo nelle sole voci concre- te, perchè le voei astratte sono variazioni di
Sum e del participio, che è parola derivata in forma di 4dg- giuntivo. I verbi
in Or dunque sono variabili ne’ se- guenti tempi de’ rispettivi Modi — 1.° Nelle
desinen- ze del tempo: presente: e pussato relativo dello Indi- .cativo e
Congiuntivo, Amor amer , amabar: amarer. 2.° Del futuro assoluto e del futuro
relativo Amabor amarer del modo. indicativo. 3.° Nell’ Imperativo. la tutto il
resto nen sono dessi variati, perchè mancano le voci concrete. L’ Infinito de’
verbi in or si fa ter- ‘ minare in #, amari, doceri, legi, audiri, e queste vo-
cì sono ancora concrete , de cui si formano tutte le altre, variando, ma questa
desinenza:in quanto alla for- mazione de’ tempi non .ha la stessa dignità
dell'infinito ‘in re, onde i grammatici insegnarono che la forma- zione de’
tempi. de’ verbi: deponenti si deve fare, sup- ponendo un verbo in o, che ha lo
infinito desinente In re. Importa ancora avvertire che non senza ragione in
Lessigrafia nella variazione de’ verbi in or abbiamo . corretto, come sbaglio,
l’ allogamento che i grammatici facevano del Sum al passato assoluto , dell’
eram al passato anteriore relativo, dell’ ero al futuro anterio- re assoluto ,
dell’ essem .al futuro anteriore relativo , del Sim al bi assoluto del
congiuntivo, dicendo Ego sum vel fui amatus, ego eram vel fueram ama- tus, ego
ero vel fuero amatus, ego essem vel fuis- sem amatus, ego sim vel fuerim amatus
ed all’ in- finito me esse vel fuisse amatum, imperocchè sum è presente e non
passato, come dunque può significare un passato assoluto ? Similmente Eram è
passato re- lativo , come può significare un trapassato ? Sarebbe lo stesso che
dire essere le medesime cose sum e fut, eram e fueram, ero e fuero, essem e
fuissem , sim e fuerim. Nè giova il dire che pel participio queste voci
dinotino il passato , perchè il participio , come vedremo, non significa tempo.
Stando all’ Etimologia Ego sum amatus equivale a to sono amato , ossia è
identico ad ego amor, che si traduce 10 sono amato. Similmente, stando
all’Etimologia, ego eram amatus., vale io era amato, come amabar ‘e via
dicendo. È vero che spesse volte dobbiamo tradurre ego sum a- matus per î0 sono
stato amato, come ego eram ama- tus per î0 era stato amato , ma ciò in nulla
dero- ga alla nostra dottrina, perocchè, se io potessi provare che s’
incontrano esempi, ne’ quali sum ama- tus si fa valere pel tempo presente, eram
amatus pel passato relativo o imperfetto , mi si dovrebbe conce- dere, che
negli esempi, dove il primo vale un passato assoluto, ed il secondo un passato
relativo anteriore, il senso è sintassico e non etimologico, ossia che quel-
l’idea di passato si dà per lo nesso logico del costrut- to. Ora gli esempi non
mancano per provare la mia supposizione, e quindi la tesi resta dimostrata. Sì
riscon- tri sul proposito la Prima Parte del Corso Intorno ALLA VARIAZIONE DE’
NOMI PERSONALI. > PRIMITIVI. I Nomi personali primitivi hanno desinenze
etimo- logiche e sintassiche, le prime significative , e le se- conde
indicative. In Lessigrafia ne abbiamo dato il quadro di Variazione, ondechè in
questo luogo ci li- miteremo a poche osservazioni. E primamente, che Ego, Tu,
Sui non hanno desi: nenze significative di sesso, dicendosi egualmente Ego e Tu
pel maschio e per la femmina, e ciò ragione- volmente, perchè, essendo la prima
e seconda persona chi parla, e chi ascolta, non si può fare distinzione degli
accessori, che non entrano nel divisamento astrat- tissimo de’ primi soggetti
del discorso. Ego e Tu hanno desinenze significative di quantità discreta, cioè
di unità e di numero, come pure di re- lazione in mei e tui, mihi e tibi,
nostri e vestri, nobis e vobis. ne " u Hanno desinenze. sintassiche pe’
primi termini di proposizione finita e infinita, singolare e plurale Ego me, Tu
te, Nos nos, Vos vos, come pure pe’ termi- ni di rapporto me me, nos nos, te
te, vos vos, Mancano di variazione significativa di quantità con- tinua o di
qualità. na —. Sui manca di primo termine di proposizione finita, ed ha sola la
desinenza sintassica del primo «termine di proposizione infinita Se, la quale è
pure secondo ter- mine di rapporto. . aa Ha desinenze significative di
relazione Sut e Studi , e manca delle significative di sesso, come pure della significativa
di quantità discreta, perocchè si adopera ‘egualmente per una terza persona e
per più, Sut di sè e di loro, Sibt a sè e a loro, Se siosè e loro, Se da sè e
da loro. CAPO V. InToRNO ALLA VARIAZIONE DE’ PRENOMI LATINI. 1 Prenomi latini,
come gli aggiuntivi, hanno variazio- ne per desinenze sintassiche e non
etimologiche, perchè è loro ufficio di determinare i Nomi, e non esistono nel
discorso per conto proprio. Quindi non hanno de- sinenze significative di
quantità, di sesso, di qualità, di relazione, ma ne hanno indicative di accordo
co’ no- mi, cui si riferiscono — In questo i prenomi convengo- no in tutto con
gli aggiuntivi in modo che , quanto abbiamo stabilito intorno a questi ultimi
sotto il ri- spetto della Variazione, va ancora applicato a quelli, salvo poche
differenze, di cui ci occuperemo breve- mente in questo luogo. ‘In primo luogo
ì prenomi sono in qualche cosa dif- ferenti dagli aggiuntivi nelle desinenze,
perchè alcu- ni per esempio hanno Ja prima desinenza di accordo col nome maschile
diversa da quella degli aggiuntivi .come ille, ipse, iste , hic, îs, qui, e tra
questi al- cuni hanno la prima desinenza di accordo col nome identico ne’primi
termini, onde dle e iste, qui e quis fanno illud , istud , quod e quid, ec.
Nella seconda desinenza di accordo con la seconda de’ nomi singolari sono quasi
tutti differenti, come pure nella terza , perchè in quella fanno in us come
illus, istius, hujus, ejus, cujus, solius, totrus, alius, alterius cc. e nella
terza ini come ssti, illi (eccetto hic che fa hutic) cui, toti, soli, ali,
alteri ec. i . Nella quarta desinenza alcuni ‘si wniformano agli aggiuntivi,
altri se ne differenziano, come hic fa hune hane , qu fa quem quam ec, Veggansi
i quadri di variazione nella Lessigrafia, — Or perchè questa differenza di
desinenze nella Va riazione de’prenomi? Per la ragione che abbiamo ae- cennata
a pag.107 cioè per avere una norma più si» cura di ritrovare il nome, a cui si
possano riferire gli | Aggiuntivi di variazione irregelare, quali sono tutti
quelli, che non hanno alla prima desinenza us, 4, um. Ecco perchè ne’primi
esercizi di lessigrafia è uo» po variare i nomi congiunti ad uno di siffatti
preno- mi, affinchè, associandosi le desinenze di accordo, in difetto degli
aggiuntivi potessimo senza difficoltà sco» prire il nome nel discorso. Onde
saggiamente i nostri pedanti erano scrupolosi nella variazione de’ nomi di
accoppiarli ai prenemi hie o ille, imparando a dire haec acqua P acqua, hic
mulus il mulo, hoc tem- plum il tempio, continuando la duplice variazione ft-
no all'ultimo. Ed io vorrei che il prenome si accep> lasse ancora con
gli aggiuntivi, come ho praticato in Lessigrafia, e abituare i giovanetti a
dire hic bonus, haec bona, hoc benum ee. oppure hic mulus bonus, haec mula
bona, hoc templum bonum, affinchè dalla continua agsociazione di questi accordi
in occasione di una .desinenza i giovanetti si ricordassero ancora delle altre,
e, quando il costrutto è figurato, si sapesse intendere il nome che manca. Ecco
a quale ufficio importante sono destinate queste differenze , che agli empirici
pajone di si lieve momento. Dì qui si com- prende il fondamento di quella
regola de’ grammatici italiani che il genere e i numeri de’ nomi si conoscono dall’
articolo, ossia dal prenome 31 lo la, equivalente è ile, illa, ld. In secondo
luogo è daosservare cheiPrenomi non han- ne variazione per desinenze diminutive
e accrescitive, migliorative e peggiorative, comparative e superlative, come
gli aggiuntivi di qualità e quantità continua , benchè s° incontri qualche
esempio, come ipsissimus , H quale si deve intendere formato più per ischerzo
che da senno, come in italiano diciamo per fempissimo e stessissimo.A pag.118ho
detto che tantisper e paulisper hanno fisonemia di diminutivi per la versione
italiana, che fa valere il primo per un tantino, el secondo per un pocolino.—Io
li terrei per tali nel senso stes- so che ‘psissimus e pertempissimo si hanno
per su- perlativi, AVVERTENZA. Badino î precettori a far notare scrupolosumen
te a'loro discepoli le differenze delle ragioni Sintassiche dall’Etimologiche
nella Variazione de’ Nomi, de Verbi, degli Aggiuntivi ec. E, se da principio
non potranno smettere l'antico linguaggio, si servano pure di quel barbaro tecnicismo,
ma abbiano almeno la sollecitu- dine di definire quelle parole nel proprio
valore. St ritenga pure la nomenclatura, per esempio, di genere neuro , comune
ec, ma facciasi intendere a’ giova- netti quello che significano — Niente più
nuoce al buon metodo quanto la confusione e l'oscurità nelle nozioni
fondamentali. DELL’ ETIMOLOGIA ai PARTE QUARTA Hntorno alla Derivazione delle
parole latino La Derivazione è il secondo modo generativo di una ricca e
sterminata famiglia di nuove parole, dif- ferenti dalle parole generate per
variazione. La filo- logia empirica non ha saputo finora rilevare le diffe-
renze di queste due maniere, chiamando indistitamen- te parole derwwative,
tutte quelle che da altre sono for- mate. E, quantunque si fosse stabilito che
alcune parole, comei nomi e gli aggiuntivi sì declinassero, e i verbi si
conjugassero, mentre gli avverbi e le congiunzioni te- nevansi per indeclinabili,
pure non fu veduta la natura di certe parole , . che egualmente si derivano
dalle variabili e dalle invariabili. La Derivazione infatti eser- cita un
impero più esteso, e sottomette alla sua giu- risdizione anche le preposizioni
e gl’interposti, che a detta de’grammatici sono indeclinabili. La Variazione e
la Derivazione ‘convengono in quante che entrambe si attuano per un’
alterazione di desi- nenza della loro radice 9 radicale, e ciò per accre- scere
la idea primitiva della radice di tante idee ac- cessorie, Ma, se variare è
differente da derivare , le | parole variate dovranno essere differenti dalle
deri- vate. E, benchè la yariazione e Ja derivazionesi com- piano per
alterazione di desinenze, la differenza de’loro prodotti deve ripetersi dalla
diversa natura dell’ altera- zione e dalla diversa maniera di aggiungere al
radicale un’ idea accessoria. | La variazione alterando le desinenza della
radice non ne altera la natura, in guisa che, se la radi- ce è nome, nome è la
parola variata, che ne risulta, come Dominus, Domini, Domino, Dominum, il quale
è sempre nome della quarta variazione , e non altra parola differente, ossia
che appartenga ad altra classe in quanto alla forma. | La Derivazione al
contrario, alterando la desinenza ‘della radice, la riveste di una forma, per
la quale ap- partiene ad un’ altra classe , -inguisachè se la. radice è nome,
il derivato è 'aggiuntivo o viceversa. Vi sono derivati che conservano la forma
delle loro radici , in:quanto che da una parola in forma di aggiuntivo può
derivare una parola in forma di aggiuntivo, come da Stingulus deriva
Singularis, da Unus deriva Umicus, ma vol vi guarderete bene di credere che ciò
avvenga ‘allostesso modo, come avviene nella Variazione, impe- ‘rocchè, se qui
non vi è differenza dal lato della for- ma esteriore delle parole, ve n° è un’
altra più im- portante del lato della significazione. Che sia così, la parola
Singularis, per ‘esempio, che è derivato ‘da Sin- ‘gulus , a, um, significa,
primamente Singolo, ossia ritiene il significato della radice, secondariamente
racchiude la preposizione De di, come vedremo ; e..-ol- tre a questo fa
intendere il nome, a.cui si riferisce la radice Singulus, in guisachè
incontrandoci in que- sta frase: Virtus. singularis. virtù singolare, in forma
analitica equivale a Virtus hominis singuli virtù di uomo singolo. La
Variazione non è così, ma se ag- giunge un’idea accessoria e mette in relazione
la pa- rola variata con un’altra, è per conto sempre della radice : significa
un’ idea e non più, mentre la De- rivazione in questo caso fa intendere un
intero co- strutto, come Virtus singularis fa intendere virtus hominis singuli.
Dal che è chiaro che la variazione racchiude idee : la derivazione, quando non
altera la forma delle parole, racchiude costrutti, ossia giudizi , o in altri
termini la Variazione racchiude parole per sua natura, la Derivazione, in
questi soli casi , rac- chiude proposizioni, Oltracciò le idee accessorie della
Variazione hanno stretto legame con 1° idea della radice, non così le idee
accessorie della Derivazione, come risulterà dall’ inte- ro traltato. — i
Quindi è che non basta dire questa o quella paro- la è derivata, ma il più
malagevole è di ricercare qua- li idee la derivazione racchiude in certe
desinenze. lo cercherò di essere scrupoloso in questa spinosa disa- mina, e
chieggo anticipatamente scusa, se qualche vol- ta al difetto de dati certi
supplisco con la mia opinio- ne, della quale io lascio ad ognuno di fare quel
con- to che crede, senza che mi adontino le altrui osser- . vazioni, quando
fossero ragionevoli. | . La Derivazione, come la Variazione, può essere sem-
plice o multiplice. La derivazione semplice è delle prime parole derivate da
una qualsiesi radice, la mul- tiplice è una Derivazione di desinenze, in cuì la
radicale è la stessa derivata. Così poeta, per esempio è immediatamente
derivato in forma di nome da un ver- bo greco : poeticus è un derivato di
derivato , cioè ha per radicale poeta, che è derivato da pieo. Voi po- tete
distinguere la derivazione di derivazione in quel- la di 1.° di 2.° di 3.°
grado ec., secondo che l’ ulti- ‘ mo derivato si allontana dalla prima radice,
ed ecco perchè nello stabilire che io faccio le principali radi- ci o radicali,
dalle quali parte ogni specie di derivazione, ne riconosco alcune ancora
derivate. Queste poi sono 1.° 1 Nomi e tutte le parole derivate o composte in
forma di nomi. 2.° I Verbi. 3.° Gli Aggiuntivi e tut- te le parole derivate o
composte in forma di Aggiun- tivi. 4.° I Prenoma in gran parte per una specie
di derivazione. 5.° Le Preposizioni. 6.° Gl’Interposti per alcune parole
onomatopeiche. Quindi andrò a dividere .3l presente trattato in cinque Capi. Intorno
ALLA DERIVAZIONE DA’ NOMI LATINI E DALLE PAROLE DERIVATE IN FORMA DI Nomr.
Sotto la parola Nome io qui comprendo tutti no- mi propriamente detti della
classe Categorica, di cui parlammo nella Prima Parte pag. 24, e seg. come pu-
re i nomì personali primitivi e tutte quelle parole, che derivano da altre
parole in forma di Nomi, come frue biada, tactus tatto, dictum detto, lectura
lettura, Lea la legge, ec. parole tutte formate da verbi, e che hanno le
variazioni de’ Nomi — Dai Nomi posso- no derivare le seguenti parole 1.° i
verbi, 2.° molte” parole in forma di aggiuntivi — Dividerò quindi il pre- sente
Cayo in due articoli. Intorno alla derivazione de’ verbi da’ Nomi. A chi ben
considera le parole, si presenta una ric- ca famiglia di verbi derivati da’
nom1 o da parole de- rivate in forma di nomi. Io ne produrrò qualche esem- pio,
verrò dopo ad alcune quistioni importanti. | ‘ 1.° Da Os oris la bocca, deriva
oro, as, che si fa valere per pregare , ma questo significato è metafo- rico,
perchè orare propriamente significa, muover la bocca, far uso della bocca, cioè
parlare, onde l’ Ora- zione da Oratio, derivato da oro, è un discorso pro-
nunziaio. | | 2.° Fimio finîs, verbo che significa finire o termi nare, è da
finis il fine o la fine. 3.° Dominor, aris, dominare signoreggiare, è da
Dominus Signore 0 pa- drone, sicchè Dominor è pure il padroneggiare. 4.° Domo
as, ui, domare è derivato da domus casa, sicchè do- mare etimologicamente
significa domesticare, ma sic- come ad addimesticare una fiera è uopo ricorrere
al- le bastonate , domare si disse nel senso dell’ italiano domare. 5.° Sono
as, che si fa valere sonare, è de- rivato da sonus suono , ande sonare equivale
a far suono. 6.° Frigesco e frigeo è derivato da frigus fred- .do, e vale io
sento 0 comincio a sentir freddo ; così gequiesco io riposo , da requies riposo
, tumeo e tu- mesco da tumor tumore, palleo e pallesco da pallor pallore. 7.°
Germino as, germogliare da germen ger- me o germoglio. 8.° Stercoror aris ,
concimare ì cam» pi da Stercus sterco concime. 9.° Fulgurat lampeg- gia, da
fulgur folgore lampo. 10.° Juvo ajuto e gio- vo, da Jupiter Jovis Giove, il
quale, essendo potente, poteva ajutare i deboli e dilettarli. Sedeo io seggo da
sedes sedia. 11.° Accuso as, accuso , chiamo in giu= dizio, metto in causa da
Causa causa, dicasi lo stes- so di Incusare. 12.° Aniîmo as, animare dar fiato
da animus o da anima animo o anima. 13.° Humo as, sotterrare da humus terra
fango. Dalla stessa ra- dice è humeo io mi bagno, mi rendo umido come il fango
, quindi humesco , frequentativo. 14.° Mercor arts, mercanteggiare, da merc
merce. 15 ° Negotior ‘aris , negoziare trafficare da negottum negozio. 16.°
Stbilo as, sibilare, fischiare, da Sibum il sibilo o fi- schio ec. 1 Alcuni
verbi derivati da’ nomi non esistono nell’uso, benchè frequentissimi sieno i
loro derivati, che si deb- bono riattaccare alla prima prima radice — Così Vio
as, derivato da via la via, non esiste variato nell'uso, ma ben si truovano
viandus, vians, viator, viatrix, viatorius ec. Riferire tutti verbi derivati
da’ nomi è opera mala- ‘ gevole, perchè importerebbe un Dizionario, io dunque
‘darò delle norme e regole per altro empiriche, per avere una guida a siffatto
discernimento, e queste so- ‘no due; la prima è questa : quando il verbo si può
risolvere in un nome, che non ‘sia suo verbale, la cui forma sarà esaminata nel
Capo II., si può tenere da quel nome derivato, così fimo. da fine: sedeo da
s8e- des , e tutti riportati ad esempi. La seconda è que- st’altra : se tolta
la desinenza 0, 0 re dell'infinito vi rimane un nome, tengasi quel verbo per
derivato. Così da orare tolto re resta ora variazione di os oris la bocca, | La
seconda quistione concerne ladifferenza che sa tra il verbo concreto, derivato
dal verbale, e il verbo eoncreto che deriva da un nome diverso dal ver- DELL'
ETIMOLOGIA 163 bale. Se il nome da cui deriva il verbo dinota l’i- dea astratta
semplice dell’ effetto, come Sonus il suo- no, finis il fine, sibilus il
sibilo, i verbi che ne de- rivàno, come Sono das, Finio is, Sibilo as, sono
con- creti derivati dal verbale, e però valgono facio sonum, facio finem, facio
sibilum. Se poi il nome, da cui de- riva il verbo, è un nome concreto, che
dinota sostan- za o causa, come Res rei la cosa, da cui deriva Reor ’reris io
penso, allora il verbo derivato non è identico al verbo concreto,detto di
sopra, e nella traduzione non si può far valere per facio seguito dal nome come
ver- bale, ma per un costrutto intero, secondo che richiede ll nesso logico.
Così humo as, derivato da humus non si può tradurre per ego facio humum, ma per
sotterra- Te, ossia per ego facto effossionem in humo io faccio lo scavo in
terra per seppellirvi alcuno. La terza quistione adunque, che riguarderebbe il
primo significato racchiuso dalla derivazione de’ verbi da’ nomi, in parte è
risoluta. Soggiungo che niente è più incerto del significato di tanti verbi
derivati, i qua- hanno per lo più un valore relativo), dedotto dal senso, ossia
dal costrutto , e perciò tutto sintassieo , in quanto all’ uso, benchè tutto
poi si fondi sul va- lore etimologico e primitivo degli elementi della deri-
vazione. Quindi dGducsii che nel compilare i Dizio- nari se meritano scusa, e
in certo modo anche lode i Lessicografi, che riportano tanti’ esempi raccolti
daì classici, per far intendere i diversi significati de’ver- bi derivati da’
nomi e da altre parole, sono degni di rimprovero, quando non si dànno briga al
mondo di ricercare il valore primitivo, che serve di nodo & tutt'i
significati relativi e sconnessi. < Intorno alla derivazione delle
parole in forma di acciunTIrIi da' Nomi. Tutte le parole, che derivano da’ nomi
in forma di aggiuntivi non possono essere aggiuntivi in senso mero e proprio,
perchè la derivazione non può rac- chiudere in una desinenza l’ idea di qualità
o di quan- tità, nozioni che la sola variazione può affidare ad un alterazione
del radicale, pag. 100 e seg. Ma che si deve intendere per parola derivata in
forma di ag- giuntivo ? Se è derivata da nome, è un nome, a così dire,
prolungato nella sua desinenza con la variazione di un aggiuntivo, così Mei
seconda desinenza di Eco prolungato fa meus, mea, meum, Tur fa tuus, Sur fa
suus ec. Or se la derivazione non può racchiude- re nelle parole derivate in
forma di aggiuntivi le no- zioni di qualità o di quantità, si vuol sapere quali
al- tre vi racchiude? A procedere razionalmente io faccio motare che questa
specie di derivazione, la quale dà alle parole la forma di aggiuntivi, si fa
sempre in grazia di un nome, a cui il derivato si riferisce come sua
determinazione, ed è per questo che in forma di aggiuntivo accorda con esso in
tutte le sue desinenze, come un vero aggiuntivo. Ciò posto è agevole a de-
.durre che il derivato, contenendo un nome, che è quello da cui deriva, e
riferendosi ad un nome, non può significare che una relazione , che passa tra
no- me e nome, ossia una relazione che ha per segno una, delle preposizioni,
che a pag. 41 chiamammo preposi- zione del nome, cioè relazione di dipendenza,
che ha per segno Di, di compagnia che ha per segno Con, di disunione, che ha
per segno Senza, perchè simi li relazioni sono e non possono essere , che tra
so- stanze e sostanze, cause e cause. Potrà il derivato avere ancora qualche
altra idea accessoria, ma non mancherà certamente di significare una di queste
relazioni—A me pare che la relazione dominante nella derivazione de- gli
aggiuntivi da’ nomi sia quella di dipendenza, in guisacchè un aggiuntivo così
derivato equivalga in la- tino alla seconda desinenza de’ nomi detta Genitivo ,
e in italiano ad un nome preceduto dalla preposizio- ne Di. lo andrò producendo
degli esempi delle desi- nenze più comuni di questa derivazione. Prevengo che
tante volte è malagevole a distinguere la Derivazione dalla Composizione,
perchè molte desinenze, che a pri- mo aspetto sembrano derivative, sono vere
parole ele- menti di composizione. A scanso di equivoco io la ri- peto con
avvertenza opportuna per ridurle all’ una o all’ altra, secondo che più aggrada
senza decisione. Lista delle desinenze derivate dalle parole derivate in forma
di aggiuntivi da’ nomi. 1.° In 4LIs, ELIS, 1LIS. Esempi. Da Pastor pastore
astoralis di pastore, da Caput capo capitalis capita- e, da fides fede, fidelis
fedele, cioè uomo di o con fede, da anus vecchia, amilis di vecchia, da aqua
ac- qua, aqualis brocca di acqua. 2.° In 4nus, ENUS, inus. Esempî. Da Mons
monte montanus montano di monte, da Terra terra terre- nus di terra, terreno,
da Alpes alpe Alpinus alpigia- no di alpi, da Urbs città urbanus urbano di
città, da anser oca, anserinus di oca, da arca cassa arcanus di cassa, e per
similitudine cosa nascosta come quel- le, che si serbano nelle casse chiuse. Da
Dies composto in quotidie si fa quoiidianus giornaliero di ognì giorno, da homo
uomo humanus di uomo, 0 umano ec. 3.° Insris e srRIS. Da Coelum cielo,
coelestis celeste o di cielo, da palus palude o pantano, palustris di pa- lude
, da Terra terra terrestris terrestre o di terra. 4.° In osus. Esempi. Da.
aqua. acqua aquosus ab- bondante di acqua, da forma forma, formosus bello
abbondante di forma, da Caro carne carnosus car- noso, così nervosus, torosus
ec. . 5.° In rcus, ricus, aricus, Esempi. Da aqua acqua aquaticus aquatico di
acqua, Rus villa rusticus vil- lano uomo di villa, da Villa casa di campagna, e
per traslato tutta la campagna, Valicus villico, un fat- tore di campagna. Da
Domus casa , domesticus do- mestico, uomo di casa. 6.° In rus. Esempi. Da
argentum argento, argen- teus di argento, da ferrum ferro, aurum oro, mar- mor
marmo , sì fanno ferreus, aureus, marmoreus. Questa desinenza è la più ricca in
questa specie di derivazione. A questa si riduce Meus, a, um mio o di me,
derivato da mei di me, variazione di Ego io. 1.° In ar, e ARIS. Esempi. Da Calx
calcagno, Cal- car armatura di calcagno , sprone, da Salus salute, Salutaris di
salute, da particula particella, particu- laris particolare de’ bassì tempi.
8.° In 4riIus. Esem. Da fumus fumo, fumarius luo- go di fumo, che poi si fa
valere pel fumajuolo, da Tabella tabellarius porta lettere, corriere, perchè
an- ticamente scrivevano sulle tavolette incerate, onde ta- bellarius vale
etimologicamente, uomo di tavolette. A4- piarium inteso come nome derivato in
forma di ag- giuntivo da «pis ape, luogo o ricovero di ape, arnia, ed avverto
che moltissime parole simili cioè, derivate in forma di aggiuntivi, ma
costrntte figuratamente da’ grammatici furono tenuti per nomi, così rosarium €
pomarium, derivato da rnsa e pomus. ct A dir vere, questa desinenza a me sembra
deri- ata dall’ antecedente in ar e aris, e, sebbene alcuni non l’ abbiano in
use, come glì arrecati in esempio, si deve. supporre, non essendo nuovo nella
lingua la- tina l’ uso de’ derivati, mentre in ‘uso non corrgno le :loro
radici. | -_9.° ‘In orrus. Esempi. Da Tonser tosatore , T'onso- rius di
tesatore, da Scriptor scrittere Scriptorius, “da Victor victerius, «da monitor.
monitorius ec. 10,° In vus da pater patris il padre, patruus di padre, e quindi
zio per parte di padre, da annus an» n0, annuus di anno, da tu tuus, da sui
suus, tuo e suo equivalente a di‘te, e di sè. 11.° In srER, come da nos noi
noster nostro, da vos voi voster e quindi vester vostro, 12.° In x, come da
limus fango mota limar luma» ca, che vive nel fango, da fera fiera, feror
feroce. 13.° In ENsIS da Athenae arum, Atene Athenien- sis ateniese, da Parisi
Parigi, Parisiensis parigino., da Carthago Cartagine Carthagimensis
cartaginese. 14.° In creus, da Viola viola, violaceus color di viola, da calx
calcagno calceus scarpa, cioè di piede prendendo la parte pel tutto, da testa
guscio testa- ceus ec. | 15.° In rus da pater patre patrius di pedro , onde patria
creduto nome, del paese o della città del padre. Da grex gregge e si fa il.
compasto egregius-egregio , scelto dal gregge. ei 16.° In ser da Salus salute,
Saluber salutevole a abbondante di salute. 17.° Im cuLus, da annus anno
anniculus di un anno, non sì confonda questa desinenza con la diminutiva, di
cui a pag. 118. x 168 | .° In xrRNps da Pater padre paternus di padre, da Ver
primavera vernus di primavera, da Lur la lu- ce Lucerna, preso come nome ,
istrumento di luce. Così. da dies giorno in eomposizione hodiernus odier- no,
di oggidi. . 19.° In urnus da Nor nette, nocturnus di notte, Da dies giorno
diurnus di giorne. 20.° In iLLus da Sus porco, Suillus percino o di orco, non
si confenda questa desinenza con la dimi» nutiva di cui a pag, 117, 21.° In
orus da sonus suono, sonorus abbondante di suono, da decor decoro, decorus decoroso.
. + Ed altri che io tralascio per amore di brevità. CAPO JII.° - DuuLs PAROLE
CHE DERIVANO DA’ Veni LATINI. La derivazione da’verbi è quasi ricca, come
quella, che «si fà da nomi per le multiplici e indefinite forme delle parole
che se ne formano, dalle quali risulta quella varietà e precisione in pari
tempo nel discorso,a cui .non giunge nessuna delle lingue moderne, eccetto la
italiana, che si appropria quasi tutte le migliori parti -della madre. Tutte le
parole , che derivano da’ verbi si riducono a due classi, alcune in forma di
nomi, .altre.in forma di aggiuntivi , le prime vanno. com- ‘prese sotto il
titolo di Nomi verbali, le secondo sotto JT'altro di aggiuntivi verbali. Il
presente capo adynque sarà diviso in due Articoli, Dr’ Nomi vERBALI DERIVATI
DA’ VERBI. I Nomi verbali altri derivano immediatamente dal verbo , altri
mediatamente : i primi sono quelli, che non riconoscono per loro radicale un
altro derivato ; i secondi al contrario. lo esporrò in primo luogo i verbali immediati
e in secondo i mediati. 61 Desinenze, più comuni nell’uso, de’verbali
immediati. 1.° In MEN da ago agis agire menare e spingere amen ins un esercito
e una moltitudine spinta, da rego reyts reggere regolare regimen inis regime
go- verno , da tento tentas tentare tentamen inis ten- tativo, da nosco 0 novi
deriva nomen, agnomen, co- | OMEN. 2.° In mENTUM, la quale desinenza a me
scmbra che sia un prolungamento della precedente , perchè in molti verbì si
adopera con lo stesso significato. Esempi, da Doceo es insegnare, documentum
insegna- mento, da moneo ammonire , monimentum e quindi monumenium monuinento,
memoria, da Torqueo tor- cere torquimentum , e quindi per sincope tormen- tum
tormento , strazio di tortura, da Moveo muove- re, movimentum, e per sincope
momentum momento, un istante chea un batter d’occhio non è più, da Fruor godere
fruire si fa frumentum, ricollo di cereali e per sineddoche quel che diciamo
grano, in dialetto, da Sacro sacrare, sacramentum il giuramento , con 15 : cui
si fa sacra la data parola appo i latini, e in sen- so ecclesiastico ognuno sa
quello che significa. 3.° In acrum da ambulo passeggiare ambulacrum luogo di
passeggio , da luvo lavare lavacrum. lavan- da , da simulo fingere in senso
traslato simulacrum un simulacro, ossia una stalua o una figura di finzio- ne
poetica, ec. | 4.° In x. Esempi, da Fruor fruire, frur biada o. frutto,
ricolto; da Mereo meritare, mera la merce, da Neo nes filare, nex la morte per
allusione alla credenza pagana che le parche, finito il filo della vita, lo
troncavano , quindi la morte. Da noceo nuocere , Nox la notte nociva agli
ammalati, ed allo stesso par- mi derivato nua la noce , pianta nociva alle
altre prossime , se pure noceo non è formato per deriva- zione da Nur e da nor.
i | 8. In us e um, per la quale si hanno parole de- rivate in forma di nomi,
che in us appartengono alla ‘quinta variazione (che è la quarta de’ grammatici
). e in um alla quarta ( che è seconda de’ grammatici ) come da video si fa
visus la vista, da tango sì fa tactus il tatto, da dico sì fa dictum il detto,
da fa- cio st fa factum il fatto. I grammatici vollero che questi verbali
derivassero dal supino. Ma posto che il supino si ha come nome variato di
quarta desinenza pei verbi in o, perchè visum si tradùce a vedere o ‘per vedere
: di quinta desinenza pe’ verbi in or come visu che si fa valere : da essere o
per essere veduto , ‘chi non vede che il supino è identico al verbale inus? | I
. 9. Dal verbale in us o um derivano i nomi verbali ‘in 70 della terza
variazione, come da visus vista de- riva visto omis la visione, da dictum
detto, dictio ‘amis la dizione, da oratum si fa oratro l’orazione ee. . -10.
Dal medesimo si formano i verbali in or., che io chiamo personali, perchè
dinotano l’ agente, ossia colui che produce ‘1’ effetto, di cui è segno il
verbale contenuto nel ‘verbo concreto , come da lectum si fa lector il lettore,
ossia colui che fa la Jeltura, da seri-. ptum si fa seriptor scrittore ec.
Questa fatta di ver- bali va classificata tra’ nomi per la desitienza or. del
primo termine, ma, considerando che i verbali in tor fanno in tria per indicare
la femmina, come victrie e victor, lectrio e lector ‘si possono meglio come ag-
giuntivi considerare. Essi equivalgono ad un participio in 8, e la differenza
del significato, oltre quella di forma, consiste in questo che scriptor, per
esempio, significa una persona che ha l’abito di scrivere, Stuns poi è più
indeterminato, e dinota chi sta , sia sostanza personale, sia: impersonale. -
11. Tra nomi derivati da verbo si debbono anno- verare i ire Gerundi in di, in
du e in dum, porchè secondo le versioni delle scuole, equivalgono ad una ‘
preposizione ed alla voce dell’ infinito, 62. — Desinenze de' Nomi verbali
Mediati, 1.° La desinenza antia ad entia, che è una varia- zione de’ participi
in ms derivati immediatamente da verbi, come da temperans temperante ,
temperunita la temperanza, da diligens diligente, diligeniia ia diligenza, da
substans sottostante, substantia sostan= za, da obbediens ohbediente,
obedientia ubbidienza ev. 2.° In ura dal participio in rus, da lecturus per
leggere, lectura la lettura, da scripturus per scri» .vere , scripiura-la scrittura
ec, A dir vero rigorosamente simili
derivati hanno for- ma di nomi più sintassicamente che etimologicamente,
imperocchè essi hanno la stessa forma delle loro ra- dicali, ma per lo
costrutto figurato ne differiscono. Io mi sono contentato di uniformarmi
all'opinione co- mune per non rendere più malagevole la novità. Av- verto però
che il significato di siffatti verbali deve sèmpre determinarsi da quello delle
radicali. Degli aggiuntivi verbali, che derivano da’ verbi latini. Sotto nome
di aggiuntivi verbali o intendo non so- lamente quelli, che da’grammatici
furono addomandati participî , ma ancora altre parole con desinenze di- verse;
e che in grammatica non furono classificati. lo dunque in due paragrafi parlerò
prima de’Participi e dopo di quest'altra famiglia di aggiuntivi da’ verbi
cerivati. 6. I. Intorno agli aggiuntivi verbali detti participî, Da’ verbi
derivano alcune parole in forma di aggiun- tivi, distinte da quattro desinenze
1.° in ns, 2.° in rus, 3.° in us, 4.° in ndus, come amans, amaturus, amatus,
amandus, variabili come gli aggiuntivi secon- do i quadri di variazione esposti
nel 1.° Volume. Sîi- milì verbali furono detti participî , perchè secondo il
linguaggio de’ grammatici essi partecipano del verbo e dell’ a giuntivo, e i
primi due furono detti participi attivi,
i due ultimi passivi. Insegnavano ancora che ì participi significassero tempo
nel seguente modo, cioè quello in ns come amans, significa tempo presente ed
imperfetto, onde lo tradussero colui che ama od ama- va, quello in rus come
amaturus tempo futuro, onde tradussero colui che amerà o è per amare, quello in
us come amatus tempo passato, onde tradussero colui che fu ed è stato amato,
quello in ndus come aman- dus tempo futuro passivo, ende tradussero, colui che
sarà amato 0 è per essere amato. Jo non posso entrare in una sottile disamina ,
per. confutare le contraddizioni de’ grammatici in una gram- matica per uso de’
giovanetti. Chi volesse impegnarsi in una discussione un pò alta, potrà
riscontrare il pri» mo Vol. del Nuovo Corso parte terza pag. 391 e segg. Qui
noto brevemente 1.° che la parola participio net senso che queste parole
derivate da Verbo partecipino di: verbo e di aggiuntivo è insignificante,
perchè, se è vero che nel costrutto si truovano con alcune de- terminazioni
proprie del verbo, è per Sintassi figurata, come vedremo nel III. Volume
seguente. 2.° che ma- lamente sono stati tradotti nel modo sopra esposto, da
cui pare che racchiudono tempo. Quella versione è fatta su i testi classici,
dove i participi sono congiunti ad altre parole, e però quel valore, che loro
si è dato, è tutto sintassico o relativo, e non assoluto o etimo- logico. 3.°
che i participi non significhino tempo per sè stessi, apparisce dal solo
riflettere che, accoppian- dosi ad-un verbo di modo finito variato in qualsivo-
glia tempo, il participio, risoluto a proposizione fini- ta, si mette a un
verbo variato nel tempo della prin- cipale proposizione. ‘In fatti, io posso
dire ego sum amans, €90 eram amans, ego fui umans, ego fueram amans, ego ero
amans, ego essem amans ec. Or, se posso tradurre ego sum , ed ego eram amans
per i0 sono colu che ama ed amava , non potrò fare lo stesso con e90 fui amans
, perchè qui dovrò dire 10 % fui colui che amò, ed ego ero amans per io sarò
colui che amerà, ossia che amans sarà di tutt’ i tem- pi sintassicamente, e
perciò dovremo dire che per sè stesso non significa alcun tempo. Facciasi la
stessa ap- plicazione per amatus, amaturus e amandus. Che cosa dunque sono i
participi ? Sono aggiuntivi verbali, ossia parole derivate da’ verbi in forma di
ag- luntivi, i quali si riferiscono sempre ad un nome per O più personale ,
come sue determinazioni in forma di proposizione incidente implicita , per quel
che di- chiareremo in Sintassi. Per questa loro natura i participi non si
possono tradurre etimologicamente, ossia isolatamente, perchè isolati non
reggono per sè stessi , dovendosi sempre appoggiare ad un nome e subordinarsi
al tempo della proposizione principale. Io dunque m'° ingegnerò di darne una
versione la meno inesatta nel seguente mo- do, che avrà tutta la sua importanza
in Sintassi, quan- tunque in Lessigrafia mi sia piuttosto uniformato a quella
delle scuole per non crescere le difficoltà dai primi passi. 1.° I participi in
ns, se sono di verbi di azione, co- me amans, currens si faranno valere ( uomo,
donna o cosa ) che fa, faceva, fece, avea fatto, farà, fa- rebbe ec. amore 0
corso. Se sono da verbi di stato, come sedens, quiescens, stans si faranno
valere ( uomo , donna cosa ) che è, era, fu, era stato, sarà, sarebbe, nel
sedere, nel ri- posare, mello stare, o nella sedia, nel riposo, nello stato. Le
parole ilaliane amante , corrente, stante , sedente, riposante equivalgono alle
latine. I participi in rus da’ verbi di azione, come a- maturus, lecturus,
venturus si fanno valere per (uo- mo, donna o cosa ) che è, era, fu, era stato,
sarà, sarebbe ec., per amare, leggere, venire. 3.° I participi in us se sono
derivati da’ verbi di azione transitivi, come amatus, lectus si faranno va-
lere per ( uomo, donna o cosa ) che è, fu, sarà, mell’ amore o nella lettura
proveniente ( da qualche causa ). I participî in us de’ verbi di azione
intransitivi , e de’ verbi di stato in o rare volte si usano, onde ne terremo
parola in Sintassi, - 4.° I participi in ndus de’ verbi transitivi, come le-
gendus, amandus si faranno valere per ( uomo donna ‘cosa ) che è, fu, sarà, da
essere nella lettura 0 nel- l’amore proveniente ( da una causa ). Se derivano
da’ verbi di azione intransitivi , come veniendus, currendus, si faranno valere
per ( uomo donna o cosa ) che è fue sarà da essere nella ve- nuta 0 nel corso (
da luogo). Se è di verbo di stato semplicemente, come seden- dus, standus,
quiescendus sì fa valere per ( uomo , donna, cosa ) che è, fu, e sarà da essere
nella se- dia, nello stato, nel riposo. Se i participi saranno di verbi detti
deponenti, 0s- sia che significano azione, mentre hanno la desinenza in or, il
participio in us si farà valere per pla in ns, quello in dus pel participio in
rus. Si guardi il significato del verbo, e il rimanente si riduca agli
stabiliti principi. Degli aggiuntivi verbali diversi dai participî.. Oltre de’
participîi io riconosco, come'aggiuntivi ver- bali altre parole , che da’
grammatici non furono ri- conosciute o fra i nomi verbali furono annoverate, e
sono le seguenti. 1.° Le parole derivate da verbo’ con la desinenza in 7, come
da edo mangiare, edax mangione, da bibo bevere bibax beone, così fuga® fugace,
tenar tena- ce., mordax mordace , differenti da quelli che allo- gammo tra nomi
verbali a pag. 170, perchè quelli di- notano idee di sostanze astratte, e
questi sì -riferisco- no sempre a un nome in nulla differenti dal partici- pio
in ns salvo la ferma. 2.° Le parole derivate con la desinenza or, come victor
vincitore, percussor percussore, i quali sì rife- riscono sempre a un nome
personale — À questa clas- se appartiene poeta di origine greca, perchè
derivata da verbo , tale è servus servo, e tutte quelle parole in forma di
nomi, che racchiudono l’ idea di azione relativa a un nomeagente. Così Advena
in latino, ma- lamente tradotto per istraniero è da vento equivale ad
avventore, ossia a colui che viene a, ec. ec. INTORNO ALLE PAROLE CHE DERIVANO
DAGLI AGGIUNTIVI Qui per Aggiuntivo non intendo semplicemente quel- la classe
categorica di parole, che Renono qualità e quantità, di cui parlammo a pag. 33,
ma tutte le parole variate, derivate e composte in forma di ag- giuntivi,
imperoechè da tutte queste si possono egual- mente derivare altre parole, come
apparirà dal tenore del Capo presente. Le parole poi, che si possono de- rivare
da tutti questi aggiuntivi, sono 1.° in forma di nomi, 2.° in forma di verbi,
3.° in forma di altri ag- giunti Divideremo quindi il presente Capo in tre Ar-
ticoli. Delle parole in orme di nome, che derivano gli aggiuntivi. I nomi che
derivano dagli aggiuntivi latini sono di- versi per le diverse desinenze ; io
ne andrò produ- cendo degli esempi per le principali. ù 1.° In r4s questa
desinenza è la più frequente, e perciò più feconda di nomi derivati dagli
aggiuntivi , come da bonus bonitas bontà, da probus probo pro- bitas probità ,
da gravis grave gravitus gravità , da securus sicuro securttas sicurezza, da
liber libero li- bertas libertà. 2.° In 1rIA e ITIES, come da piger pigro
piyritia e pigrities pigrizia , infingardaggine , da malus malo malitia malirae
malizia, da amicus amico amicitia " l’ amicizia, da spurcus sporco
spurcittia e spurcitie s la sporchezza, da dives ricto ditvittae le ricchezze.
3.° In r4 e 1ES, da miser misero miserta la mise- ria, da invidus invidioso
invidia la invidia; da peritus ga peritia la perizia, da pauper povero
paupertes a aaa | i ILE .° In eDO, da albus bianco albedo la bianchezza , da
pinguis pingue pinguedo la pinguedine, da putris putrido putredo la putredine,
| | 5.° In rubo, da magnus grande magnitudo la gran- dezza, da turpis brutto
turpitudo la bruttezza, da al- tus alto altitudo l'altezza , da longue lungo
longitudo la lunghezza, da latus largo latttudo la larghezza, da promptus
pronto prompittudo la prontezza, da valens valetudo la buona e cattiva salute,
da certus certo certitudo la certezza ec. 6.° Da’ participî in ns e in rus se
ne formano i de- rivati in anita o entia e in ura, di cui parlammo a peg. IT. |
ARTICOLO Il, De’ Verbi derivati dagli ‘aggiuntivi. 1 verbi, che derivano dagli
aggiuntivi, non si posso- no distinguere per le desinenze , perchè ogni parola
alterata con l’ intenzione di farsi verbo , deve subire necessariamente una
delle quattro desinenze radicali are, ere, tre. Io dunque produrrò alcuni
esempi, co» me cadono sotto la penna, per dare una norma-a di- scernere le
simili derivazioni, facendo in ultimo quai- che osservazione intorno al
significato di simili deri- ‘vati, con cui si possa giudicare quali verbi si
possano ‘derivare dagli aggiuntivi, % Da durus duro, deriva duro as, durare, da
gravis grave deriva gravo aggravare rendere grave, da su- perbus superbo
superbio îs, insuperbire, da curvus curvo curvo eurvare, onde incurvo
incurvare, da Hi- laris ilare, Erhilaror esilarare, da Miser misero Mi: sereo e
Misereor diventar misero, e per traslato aver compassione , da acerbus acerbo
acerbo ed ezacerbo esacerbare rendere acerbo , da Vacuus vuoto Vaca as, esser
vacante e per traslato altendere, perchè chi è vuoto di cure distraenti può
attendere, da riguug irriguo anaffiato rigo as anaffiare , da purus puro puro
as di Plauto render puro. o . Simili derivati racchiudono nel yerbo il
significato. dell’ azione o dello stato, secondo che l’ aggiuntivo di mostra.
Tante volte Ja nozione dell’ aggiuntivo fa in- tendere l’obbjetto, di cui ]’
aggiuntivo è una determi, nazione : così dicendo gravare rendere grave, inten-
desi l’ obbjetto aggravato, Di qui è chiaro, che il sk @nificato di questi
derivati varia secondo le diverse circostanze e le relazioni, che può avere il
significato della radice. Per vedere poi se un verbo è derivato. da aggiuntivo,
è uopo guardare alla forma del deri. vato ed alla sua significazione. La radice
è sempre più semplice del derivato, trovando, per esempio, durare, tolto re, mi
resta dura variazione di durus, io terrò que- st ultimo come radice di
derivazione del verbo, che è più complesso. Guardisi pertanto che l’ aggiuntivo
sia anteriore al verbo, il che non è malagevole a discer- di se presenta il
carattere d’ indipendenza dal me- - desimo. Degli aggiuntivi derivati dagli
aggiuntivi. la lingua latina presenta alcune parole in forma di aggiuntivi,
come da unus uno deriva unicus unico. Così posto ehe Seriptor, Lector ec. ,
ossia ì verbali in or sieno aggiuntivi, ossia parele derivate in forma di
aggiuntivi Scripiorius, Lectorius ec. , ossia lo pa- role derivate con la
desinenza in ortus appartengono a questa classe. Sene degne di notarsi alcuni
aggiun- tivi derivati con la desinenza as, atis, come da Ar- pinum che è un
aggiuntive derivato, tenuto per no- me, Arpinas atîis di Arpino, da Casinum
Casinas atis di Cassino ec., la quale desinenza è ritenuta in Ve- stras atis da
vester di vostro paese, patria o setta, Nostras atis da moster di nostro paese,
patria @ setta — Intorno al significato di questi derivati abbiamo ragionato
nell’Introdozione a questo trattato. INTORNO ALLA DERIVAZIONE DELLE PAROLE DA’
PRENOMI. Da questa classe di parole derivano ancora, se nun tutti, buona parte
de’ derivati esposti negli articoli del presente capo , e per darne qualche
esempio ne de- rivano Ì.° i nomiastratti; come da qualis quale, qualitas
qualità, da quantus quanto, quaniitas quantità, da mul- tus molto multitudo la
moltitudine, Su questa forma gli scolastici stamparono alcuni derivati barbari
e insop- portevoli, come da idem stesso identitas stessità , da DELL'ETIMOLOGIA
181 quid che cosa? quidditas la quiddità. 2.° Da certi prenomi derivano alcune
parole in forma di aggiunti- vi, come da Cujus seconda desinenza di qui, quae ,
quod , si è derivato cujus, cuja, cujum , come in Virgilio Cujum pecus ? di chi
è il bestiame, e da Cu- jus, Cuja , Cujum si è derivato Cujas atis , di che
paese 0 nce o setta ? da singulus singolo, singula- ris singolare, da plus più
pluralis plurale. 3.° Se non m’ inganno da plus plurîs , io credo derivato
ploro piangere dirotto, in cui si versano molte lagrime, cam- biata la u in o,
come la e di plerusmell’u di plures, da. par eguale, paro as agguagliare, INTORNO
ALLE PAROLE DERIVATE DALLE PREPOSIZIONI. Dalle preposizioni latine derivano
parole di diverse Classi, in forma di verbi e di aggiuntivi, e di diverse de-
sinenze — Per non rendere malagevole peso di memo- sia una lista compiuta dal
lato de’ derivati, io ne pro- durrò degli esempi dal lato delle radici. | 1.°
Dalla preposizione Ante avanti derivano 1.°, dn- ticus, che si usa a dinotare
una parte anteriore di luo- go, e antiquus antico per tempo, amendue in forma
di aggiuntivi di grado positivo, a parlare col linguag- gio de’ grammatici. 2.°
Anterior anteriore, compara- tivo usato da Cesare. — 2.° Da Ex prolungato in
vo, secondo me, deriva il verbo eruo spogliarsi , poichè er in senso traslato
si fa valere per fuori: ora chi si spoglia esce fuori . della veste. 3.° Da
Extra derivano, 1.° il comparativo exterior esteriore, e ’l superlativo
ewtremus estremo, ano, 1 182 QUARTA PARTE 2.° Una parola in forma di'
aggiuntivo con la desinen- za ernus, come eziernus e quindi i suoì derivati.
4.° Da In deriva secondo me induo vestirsi , per- chè, chi si veste, entra, a.
così dire, nella veste. 5.° Da.Citra derivano Citerior più in qua, citimus
vicinissimo a chi parla. | DL 6.° Da Inter e Intra derivano. 1.° Internus inter
no, Interior più indentro, Intimus intimo. 2.° Intro as entrare , differente da
Introeo composte da Intro ed eo is vado. c» 1.° Da Infra derivano, 1.°
Infermus, chi sta sotto terra. 2.° Inferior, infimus inferiore e infimo. 3.°
Inferi gli Dei sottani. 8.° Da Prae derivano. 1.° Priscus prisco , antico. 2.°
Prier priore, più avanti. Primus primo, innanzi a cul non vi è altro. A primus
si oppone ultimus ul- Umo. | | | 9.° Post fa 1.° Pòsticus opposto ad anticus ,
parte posteriore per luogo. 2.° Posterus. postero, chi nasce dopo la nostra
morte. | 10.° Da Super derivano. 1.° Superi orum gli Dei del Cielo. 2.°
Supernus di sopra. 3.° Superior e su- premus superiore e supremo. 4.° Supero
as. su- perare. 5.° Superbus superbo. o 11.° Ultra fa ulterior più in là,
ultimus ultimo , ossia l’ estremo opposto al primo. | OSSERVAZIONE INTORNO A
VOLUTI DERIVATI DAGLI AVVERBÌ. I grammatici empirici, che.sopra pochi dati non
be- ne intesi si dànno agevolmente a generaleggiare, vor- vebbero- anche negli
avverbi riconoscere alcune radici di derivazione, adducendo, per esempi,
Saepius e saer pissime derivati da saepe spesse volte , e Diuttus e diutissime
derivati da Diu, Citius e citissime da cito. Ma è un fatto, che i veri avverbi
come tum, tunc, ibi, nune ec. non si alterano mai. E, se è verò che le
preposizioni, parole invariabili, sono radici di deri- vazione, non se ne può
dedurre che gli avverbì e le ‘congiunzioni le possono essere egualmente; perchè
le “preposizioni sono parole categoriche di relazione con- ‘.nessa col nome, a
cui si riattacca ogni parola in for- ‘ ma di aggiuntivo. L’avverbio, al
contrario, determina il verbo e non ha relazione diretta col nome, quindi non
può alterarsi in forma di aggiuntivo eterogeneo «al Verbo. Che se ne deve
conchiudere da ciò ? che tutte le parole, le quali si costituiscono a radicali
di ‘ derivazione, non sieno avverbi etimologicamente, e che perciò Saepe, da
cui si formano saepius e saepissime, mon sarà tale. Io a pag. 64 l’ ho
riportato per avver- bio per la incertezza in cui era della sua origine. Ri- ,
guardo ‘a Div è notissimo che sia nome dall’ antico Dius ‘giorno — Adunque
Diuttus e Diutissime non sono im- mediatamente derivati da Diu nome, ma da un
aggiun- ‘tivo derivato simile a diutus, che non fu mai nell’uso. Il che non
deve far peso, perché mottissimi derivati si dànno nelle lingue, la cui radice
non è stata mai attuata dall’ uso. È in questo solo modo diutius si può
tradurre più lungamente, perchè Div etimologicamen- te significa di giorno,
come Noctu di notte. Rispetto ‘a Cito che si fa citius è detto già a pag. 66
che sia un participio. Dicasi lo stesso di Secius e Ocyus. Da tutto questo
deduco senza alcuna eccezione, che nes- “suna parola, dalla quale derivano
altre parole, si può .tenere per Avverbio, o per Congiunzione. DELLE PARPLE
DERIVATE DAGL'ÎNTERPOSTI 0 . INTERSEZIONI. Parrebbe a primo aspetto che dall’
Interjezioni non possano derivare parole, perchè, essendo vocî, non han- non in
sè la virtù di segni convenzionali. Ma avuto riguardo al fatto delle lingue,
che mescolano insieme le voci e le parole o gli elementi di parole, non sem-
brerà più strano il dire, che dagl’interposti misti pos- sansi derivare parole.
Ma sta per argomento il fatto, contro cui è inutile ragionare. I derivati dagl'
Interposti si possono classificare in due categorie, la prima comprende parole
derivate, cui non manca nell’ uso la sua radice : la seconda quelle ‘altre, la
cui radice non fu attuata nell’ uso. La’ pri- ma categoria ne ha troppo pochi
nella lingua latina, e forse un solo, cioè ululo as urlare formato da uh! voce
di lamento. — La seconda categoria abbraccia tutt'i verbi, che e- sprimono le
voci degli animali, la cui radice non s’in- contra nell’ uso, ma dalla voce
stessa reale parte pri- mitivamente la Derivazione. Ne riporto qui alquanti
esempi, che serviranno di norma a’ giovanetti in sus- sidio di analogia.
1.Rudio is ragghiare dalla voce dell'asino. 2.° Mugio îs muggire dalla voce del
Bue. 3.° Rugio ts ruggire dalla voce del Leone. 5.° Hinnio is nitrire dalla
voce del cavallo. 3.° Grunnio is grugnire dalla voce del porco. 6.° Crocito as
gracchiare dalla voce del corvo. 7.° Cu- culo as (manca in italiano) dalla voce
del cuculo. 8.9 Cucurio îs ( manca in italiano ) dalla voce del gallo. 9.° Gracillo as ( manca in italiano )
chiocciare dalla voce della gallina. 10.° Pipio is ( manca in italiano ) dalla
voce de’ polcini. 11.° Bombus è ronzio proprio delle api. Alle voci degli
animali si possono aggiungere i suoni degli oggetti inanimati, da cui derivano
le parole dette onomatopeiche, ossia che col loro suono rappresen- tano quello
della natura. Tali sono le seguenti, Mur- mur uris il mormorio, fluo is:
fluire, suono delle ac- que, che scorrono placidamente. Tonat, tonabat, to-
nuit tuonare , Fulgurat la più bella ad esprimere if guizzo della folgore: dal
suono della fiamma flo flas, da cui deriva flamma fiamma, onde flo fiatare e
fla- tus fiato : dal suono del fischio sibilus , e il derivato sibilo as
sibilare, fischiare : dal suono de’ corpi duri che si rompono frango frangere e
rumpo rompo: dal suono delle ruote currus cocchio, e da questo curro is correre
: dal suono delle gocce di pioggia cadente pluit piove , e pluvia pioggia : dal
suono delle onde del mare agitato, fluctuo frequentativo di fluo fluire ‘e
scorrere ec. ec. Per questo onomatopeismo, diffuso nella lingua latina, risulta
quell’ armonia nel verso , che rapisce ed incanta, Interno alla Composizione
dolle parole latine. Il terzo mezzo
generativo delle parole in ogni lin- gua, e quindi nella latina, è la così
detta Composizio- ne delle parole, la quale consiste nell’ unire insieme più
parole, ciascuna significativa per conto proprio, in una parola, ad eccezione
di poche desinenze , come vedremo. La Composizione quindi differisce da’ due
mezzi precedenti, perchè a differenza di quelli non aggiunge un elemento nuovo
per alterazione di desi- nenza, ma avvicina le parole che esistono isolate nel-
l’ uso della lingua , ancorchè per quest’ unione modi- fica qualche volta il
suono di qualche lettera, sia vo- cile sia consonante, degli elementi composti.
Ciò po- sto sì può domandare, se le parole composte, che ri- rultano dalla
Composizione, sì debbano considerare come nuove parole? – H. P. Grice, UTTERER’s
meaning, sentence-meaning, and WORD-‘meaning’” -- Nella supposizione che i
compo- nenti rimanessero dopo la loro composizione nella lo- ro rispettiva
integrità, non vi sarebbe nulla di nuovo meno l’ unione della profferenza, la
quale è richiesta dall’ esigenza dell’ euforia, ossia del buon suono. Ma, dove
componendosi uno di essi perdesse la forma pri- mitiva, e da nome, per esempio,
divenisse aggiuntivo, ossia parola in forma dl aggiuntivo , allora la parola
eomposta a questo modo, sarebbe un nuovo elemen- to. Ora è un fatto, che nella
lingua latina la Compo- sizione si compie alle volte alterando la natura di un
elemento composto , alle volte rimanendo inalterati i rispettivi elementi —
Quando gli elementi rimangono inalterati, due supposizioni possono farsi, o i
compo- nenti hanno eguale dignità e forza di attrarsi scam- bievolmente, oppure
uno de’ componenti è da più, in guisacchè l’ altro si possa dire attratto da
questo , e in grazia del medesimo composto. Nella prima suppo- -sizione ha
luogo la composizione , che io chiamo di equipollenza, nella seconda ha luogo
la composizione per iniziali o per final secondo che lo elemento se- condario o
meno nobile va in DEAR o in fine del componente più nobile. Io dunque dividerò
il pre- sente trattato in due Sezioni, nella prima esporrò la ‘ Composizione
delle parole alterate, ossia delle parole che cambiano natura componendosi,
nella seconda la ‘+ composizione delle parole composte alterate, e suddi-
viderò questa Sezione in tre Capi. 188 QUINTA PARTE SEZIONE 1I.* . DELLA
COMPOSIZIONE DELLE PAROLE ALTERATE. CAPO UNICO. Io non so che i filologi
abbiano posto mente a que- sta mirabile proprietà della lingua latina di
formare nuove parole alterando la natura di uno de’ compo- nenti per lo mezzo
della composizione. La chiamo pro* prietà mirabile, perchè racchiude tanto
senso in una sola parola, che non basterebbe un periodo a volerlo esprimere in
forma analitica. Le studio -delle lingue non è tanto agevole per quanto sembra
agl’ ingegni superficiali, quando si può provare, che senza que- sta profonda e
sottile disamina non si può cogliere l' integro senso, e il più occulto, delle
frasi eminente» mente sintetiche. Questa proprietà della lingua latina per
mezzo della composizione si ottiene specialmente per le preposizioni , le quali
unendosi per lo più ai loro termini di rapporto, che sono nomi, formano delle
parole in forma di aggiuntivi. Eccone degli esempi. 1.° AD seguito da finem,
componendosi, fece adfi- nem: prese la variazione di un aggiuntivo, e formò
affinis e affine affine , e per traslato, parente. Com- ‘ ponendosi ad uncum
uncino, si fece aduncus, a, um adunco, o in forma di uncino. 2.° AB da,
componendosi a sono si formò absono > si variò in absonus, a, um e ne
risultò una parola in forma di aggiuntivo col significato di dissonante, così
da ab e norma si è fatto abnormis et e senza regola o fuori regola, da ab e
unda si è fatto abundus, a, DELL'ETIMOLOGIA 139 um abbondevole, da ab e origine
si è fatto aborigines gli aborigeni. 3.° Cow invece di Cum componendosi a fine
si fe- ce confine, quindi variandosi risultò confinis et e con- finante, da
cone corde si fece concors concorde, da con e formats si fece conformis
conforme. 4.° De in significato negativo è la più ricca prepo- sizione di
questa composizione , onde Deformis senza forma, deforme, decolor senza colore,
scolorito, Depi- lis et e senza peli, dedecus e dedecor senza decoro, disonore.
D | 5.° E ex in composizione alterante col suo signifi- cato di da. o fuori,
come da e e grea egregius egre- gio, ossia scelto dal gregge, e perciò migliore
e squi- sito, da ex e lea si è fatto ezlea fuori legge, quin- di senza legge,
da ez e parte si è fatto eepars quindi expers fuori parte o senza parte , da ex
e spessi è fatto ewspes tuori speranza o senza speranza, da ea ed animo si fa
ezanimis et è senz’ anima o disanimato, scorato, da eo e sanguîis si è fatto
eranguis disan- guato, senza sangue. | 6. In ,-da In e signis si è fatto
insignis insigne, e col significato di in negativo si sono formati infor- mis
senza forma, brutto, iners da în e ars, senz’arte e quindi tnerte o pigro ,
perchè chi opera senz’ arte va a rilento, come il pigro, infamis senza fama,
in- finis senza fine, innumerus senza numero, innume- revole. i 7. Os, da ob e
via si è fatto obvius chi è avanti la via, ovvio. | 8. Per composto ad annus fa
perennis per anni, perenne, continuo, da per e via fa fatto pervius ov- vio, da
per e nix invece di ner morte, ruinoso pe- ricoloso , come di chi corre a
morte. 199 QUINTA PARTE 9. INTER compost ad amnis fiume, forma Intera- mnis, 0
interamnus in forma di aggiuntivi per dino- notare tn paese posto tra fiumi,
epiteto dato a molte ‘città latine, onde il derivato Interamnas atis un abi
tante di simile città. I 10. Posr composto a moerium alterato di murum, “luogo
posto dopo le mura. — “11. RETRO composto a gradus forma Retrogradus in forma
di aggiuntivo, un retregrado ossia chi cam- tnina a ritroso. Oltre alle
preposizioni altre parole cumponendosi ‘a’ nomi latini hanno la forza di
formare parole in for- ‘ma di aggiuntivi. Eccore alquanti esempi. i © 1.° Bis
accorciato in Bi, componendosi a nome , “ha virtù di formarne parola come
aggiuntivo, come ‘Biformis chi ha due forme : bifrons bifronte , e chi ‘ha due
fronti, epiteto di Giano: composto a dies al- ‘terato in duus fa biduum, lo
spazio di due giorni. Composto a corpus fa Bicorpor usato da Cicerone in ‘senso
di chi ha due corpi, composto a Coma chioma fa bicomis chi ha due chiome, così
bidens, bilinguis. 2. Ter fatto tri e quater fatto quatri, componen- dosi a
duum da dies e vium da via, formano triduum quatriduum , bivium, e trivium,
biduo e triduo, bi-. vio e quatrivio. | 3. Quinque, ser, septem, decem, centum,
com- ‘posti ad annis fatto ennis da annus, formano quin- quennis di cinque
anni, serennis, septennis, decen- nis, centennis di sei, sette , dieci, cento anni,
4. Pignus e Novus composti a luna fanno plenilu- num tempo di luna piena , e
Novilumium di luna Nuova. | 6. Semi parola greca composta ad animis da ani- mus
fa semianimis o semianimus mezzo vivo ec, ec. INTORNO ALLA COMPOSIZIONE DELLE
PAROLE SENZ ALTERAZIONE, ‘ CAPO 1° DELLA COMPOSIZIONE PER INIZIALI, La
Composizione per iniziali si compie per alcune paroline, che wanno in principio
della maggiere com ponente. La più parte di queste sono le stesse prepo-
sizioni, di cui parlammo a pag. 40 e segg. lo espor- rolla secondo l’ordine
alfabetico delle iniziali medesime. 1.° Ap che significa @ rapporto di
tendenza, ma per traslato in composizione spesso in significato di vicino a.
Nel comporsi subisce qualche alterazione cambiando la d nella lettera iniziale
della parola se- guente come Accurro per adcurro corro a o vicino a, Accuso
invece adcuso accuso. Affero invece di adfero apportare. Alle volte si altera
la seconda com- ponente come afficio invece di ad e facio, adhibeo in- vece di
ad e hubeo, accipio invece di ad e capio prendo. 2.° A preposizione che
significa Da e in composi: zione per traslato lontano da 0 fuori, per buon suo-
no componendosi si fa ab innanzi a vocale, si fa abs innanzi a C, q,t, si fa au
innanzi a fero e fugio come aufero porto via, aufugio fuggo lontano — Così abeo
composto da eo vado, abscondo comp@®to da condo io nascondo. Guardisi ancora
all’alterazione, che i componenti possono subire per l’eufonia —Così ra- pio in
composizione con ab si fa ripio. 19200 QUINTA PARTE 3,° ANTE avanti, in
composizione ritiene lo stesso significato , ma per eufonia si cambia in anti,
come antistes antistite, prelato, composto da ante e stes e- lemento del verbo
sto as stare. Quindi Antistita sa- cerdotessa, Ha il significato metaforico di
contrario in Antisophista chi appartiene alla setta contraria ai so- fisti, nel
quale senso è antipathia antipatia ec, 4,° ContRA contra contro, come
Contradico con- iradire, contrapono, contrapporre, contrascribo contra-
scrivere, Si fa contro in controversor e controversia, CONITOVETSWSUS CC, | 5.°
Cum con, in composizione si fa com, con, co, 6 la medn si muta nella lettera
iniziale della secon» da componente , come compono comporre , concurro
concorrere, collaboro collaborare, cohibeo composto da con e habeo, per
traslato raffrenare, impedire, coha- bito coabitare, coeo andare insieme £
comeo onde co- mitium ‘il comizio, ossia luogo dove il popolo. adunava- si per
dare i suffragi, Conficio da con e facio, con- cipio da con e capio. | | 6.° DE
con tre significati, cioè Di, Da, Non, ein composizione si fa di e dis, come
decipio da capio in senso traslato ingannare, diripio da rapio rapire, disrumpo
da rumpo, deficio da facio venir meno, de- sum da sum e de mancare o meno essere
, Devolvo volgere da , deduco da duco e de dedurre , devenio da renio e de
venire o devenire, 7.° E preposizione, che si prolunga in ez, col si- gnificato
di da e lina: o lontano , per ‘traslato, Edi- ctum da dictum ed e editto, fuori
detto o pubblicato, expono da poro cd ex fuori porre esporre, edo is da do ed e
fuori dare, dare alla luce, manifestare, La x alle volte sì cambia per eufonia
nell’ iniziale della se- conda componente , come efficio da facio ed er fare fuori,
effettuire, — effero da fero ed ex portar fuori. Ex per traslato alle volte in
significato di senza, come erpers senza partie, erpes senza speranza. 8.° ExrRa
è un prolungamento di ez col significato di fuori, estraordinariys
straordinario fuori ordine. .° IN în preposizione, e in inverso di nî nan, pre-
senta una sterminata famiglia di parole composte, alle volte rimanendo tn, alle
volte cambiandosi in îm, alle volte nell’ iniziale della maggior componente ,
come invenio da venio e în venire in, ritrovare, impallo da pello e tm spinger
dentro, illumino da lumino c in Hiluminare , inficio da in e facio in senso
traslato, negare, incipio da capo e în in senso traslato, co- minciare. In
senso di non, come inimicus non amico, iniquus non equo, imperius non perito ,
improbus non probo, infelir non felice, infidelis non fedele. A ir riduco trter
che in composizione si fa inira e in- tro, come Înterdico interdire, Intercedo
intercedere, Introduco introdurre ec. ec. 10.° O8 preposizione, che significa
evanti, in senso di ostacolo e d’ impedimento , o per. Innanzi a vocale: resta
intera, come in obedio composto da audio e ob obbedire , obeo composto da eo
vado ed ob per. Innanzi a consonante per eufonia, si cambia in quella, come
occurro da curro e ob, occorrere, correre avan- ti, offero da fero ed ob
offerire ec. Occido da caedo ed ob uccidere, da cado ed ob tramontare, occino
da cano ed ob cantare di contra. i 11.° Px£r per, preposizione, che dlinota
rapporto di passaggio (pag. 45 ) si compone da iniziale a molte parole con
alcune in significato di per , con altre in significato metaforico di molto,
assui, tutto —come per- vento da vento e per venite per, pervenire, percurro da
curre e per percorrere, pergraius Delo , assai 194 QUINTA PARTE grato,
gratissimo, perjurus chi molto giura , e però. spergiuro, ec. Per si fa pel
innanzi a luceo, onde pel- luceo molto lucere, e pellucidus lucidissimo. 12.°
PraE preposizione di sito, avanti, è un'iniziale d' infinite parole composte
con ilo stesso significato , come praedico da dico e prae dire avanti, predire,
prae- sum da sum e prae essere avanti, presiedere, prae fi- cio da facio e prae
preporre , praefero da fero e prae preferire, portar avanti ec. | . 13. PrerEeR
È una parola composta da prae e fer tre volte avanti, in una parola, oltre,
come praeter- mitto' pretermettere, praetereo composto da eo vado, e praeter
oltrepassare, preterire— praetervolo da volo e praeter, volare innanzi,
eltrevolare. 14.° Pro preposizione di sito , che primitivamente significa
vicino; come addimostra prope, che è inden- tica a pro prolungata. E; siccome
chi è vicino può es- sere di ajuto e a favore, spesso in questo senso per
traslato si adopera. Ma il più delle volte Pro in com- posizione ha forza di
procul lontano da. Per sapere quando | uno e quando l' altro signifi- cato se
le debba dare, è uopo ricorrere al nesso lo- gico del costrutto — Esempi.
Provenio da vento e pro da lontano venire, procuro da pro e curo da lontano
curare, produco da duco e pro produrre. Prosum da sum e pro essere a favore
giovare. È da avvertire, che questo verbo composto nelle voci, in cui sum ha la
iniziale e, il pro si fa prod, come -prodes, prodest, prodero ec. Prodo da do e
pro, manifestare, dar fuo» ri, onde proditor il traditore, ossia chi manifesta
il segreto. ui 15.° Posr preposizione di sito , in composizione si fa po e pos
qualche volta , col significato sempre. di dopo, came posthabeo da habeo e post
posporre, postpono da pone e post posporre, mettere dopo, posst- deo da sedeo e
pos seder dopo, possedere, perchè chi diviene nuovo possessore, siede padrone
dopo di un altro, e ciò per una delle metafore rustiche secondo il linguaggio
di Vico. | 16.° Re e RerRO preposizioni di sito con significato di dietro e
quindi di nuovo, come refero porto di nuo- vo, reporo metto dietro, rescribo
scrivo indietro, ri- spondo, retrocedo retrocedo vado in dietro, respicio veder
di nuovo o vedere indietro. - 17.° Se abbreviato di sine senza, si compone
& molte parole, separo composto da paro e se separare, cioè mettere le
cose, che prima erano unite, in luogo diverso , seduco redurre, sejungo
disgiungere. 18.° SuPER e supra, come superstes superstite , superpono
soprapperre , supersedeo soprasedere , su- prasceribo sopraserivere | © 19.° Su
solito, che tante velte per eufonia cam- bia la b nella consonante iniziale
della parola seguen- te, come succurre soccorrere , surripio rapir di na-
scosto, suscipio da capio e sub fatto sus per eufonia ‘intraprendere. — 20.°
Trans di là, preposizione di sito, si compone .a molte parole, come ad eo vado
in transeo vado oltre, passo, a forme fermare in transformo trasformare, a
gradior e fa transgredior trasgredire ec. 21.° UrrRA oltre di là, fatto ultra
si compone in ultrotributum usato da Livio. | Oltre le preposizioni si
compongono da iniziali altre particelle, di cui porteremo le più comuni. 1.°
Archi parola greca , si compone da iniziale a ‘molte parole italiane, non così
alle latine, perchè in quella lingua è vizioso lo ibridismo, e vuole la paro-
la composta tutta greca. Ne” bassi tempi di Latinità riiruovano molte parole
latine composte è questa pre- positiva col significato di primo. 2.° Bis due
volte, si truova da iniziale composto a molte parole, come bisaccium bisaccia ,
usato da Pe- tronio, Bisellium faldistorio, bipes a due piedi, hipen- nis bipenne,
bimaris a due mari. 3.° Dis particella greca negativa , che cambia per eufonia
la s nell’ iniziale di qualche secondo maggior componenté , come difficilis
difficile , discurro corro qua e là disordinatamente, Differo differire ec. 4.°
Nec abbreviato di neque, che si fa neg in ne- gotium negozio, negligo composto
da nec non e lego scelgo, non scelgo , ossia trascuro. Nefus e nefastus
nefandus — Ma l’uno e l’altro si riduce al semplice Ne non , il quale per l’
affinità dell’ e stretta con la i si fa e sì usa ni, e nell’una e nell'altra
maniera si compone da iniziale , come Nemo composto da ne non, e homo uomo, non
uomo, niuno. Nîhilum da ni non e hilum occhio della fava, nero di unghia , che
poi si fa valere niente. Nepos composto da ne non e ‘pus invece di poits
potente. Tralascio altre parole che entrano da iniziali nella composizione ,
perchè è facile a ridurle per analogia dopo gli esempi finora riportati. Il
precettore diligen- te potrà supplire col suo buon senso al difetto-di una
lista compiuta. | DELL’ ETIMOLOGIA DELLA COMPOSIZIONE FINALE DELLE PAROLE. La
Composizione finale abbiamo detto a pag. 187 si ha quando la maggior
componente, in grazia di cui si fa la composizione, precede, e l’altra
accedente alla prima va in fine a guisa di una desinenza. Il che av- viene per
un’alterazione della seconda componente, per Ia quale è parso a taluni che
parole derivate piutto- sto che composte fossero i risultati. Confesso anch'io
che non sempre il secondo elemento di composizione è significativo, separato al
maggior componente , ma ciò non toglie che non sia composizione piuttosto. To
dunque dividerò il presente Capo in due articoli : nel primo esporrò la
composizione per finali significanti , mel secondo la composizione per finali
insignificanti. ARTICOLO I. Intorno alla composizione per finali significanti.
Quando gli elementi della composizione non erano stati ben distinti e definiti
, come ho detto innanzi, molte parole composte passavano per derivate, pren-
dendo per semplici desinenze alcune vere parole, ben- chè alquanto alterate
dalla loro forma primitiva. La lingua latina ne porge moltissimi esempi, de’
quali io ne Lat alquanti per dare a’ giovanetti un meto- do di analogia pe’
casi simili. | 1° BiLis, che in certe parole per eufonia si fa ls
semplicemente, è una vera parola derivata da ha- beo, cioè habilis abile, atto
capace. Essa si compone ad un elemento di verbo, che equivale in italiano ad
essere, seguito da un participio per lo più passato , come dicevano i
grammatici, come Amabilis amabile, atto ad essere Amato, Fatilis facile, atto a
farsi e ad | esser fatto, utilis da utor atto all’ uso, utile, Agilis da ago
atto ad essere spinto, cioè leggero e snello , docilis docile, da doceo, cioè
atto ad essere insegnato o ammaestrato. 2.° Cina è da Caedo tagliare 0 uccidere
, si com- | pone a desinenza di molte parole, come homicida uc- cisore dell’
uomo, quindi il derivato homicidium omi- cidio, uccisione dell’uomo — La
desinenza Cida ha for- za di un verbale in forma di aggiuntivo, come Scrip-
tor, Lector ec. 3° CEN e cinium da cano cantare, il primo col significato di un
verbale aggiuntivo in tibicen inîs ‘trombetta, il secondo col significato di un
nome astrat- te in Lenocinium ruffianesimo, e per traslato carez- ze, moîne, da
cui deriva lenocinor aris carezzare ec. 4.° Dicus e dex è dicium, tutti
elementi del ver- bo Dico dire. Judex giudice, composto da jus dritto, o legge,
chi pronunzia il dritto e la legge, judicium giudizio, derivato da
juder—Veridicus chi dice il vero, maledicus chi dice male, dove si vedé che
Dicus ha fa forza di dicens. | 5.° Fer e ferus elementi del verbo Fero portare,
col significato del participio Ferens entis. Lucifer chi portà luce, Mortifer e
Mortiferus che porta morte , Mortifero, Opifer ajutatore. 6° Fricò, FIcUS, #EX,
FICIUM sono tutti elementi alterati del verbo facto , il primo ha forza di
facto, il secondo e ’1 terzo di faciens, il quarto di un nome verbale —
Magnifico magnificare, magnificus magni- fico; splendido, Artifex artefice, chi
fa arte 0 secondo _ Ue; DELL’ ETIMOLOGIA 199 arte , dg operatore, fattore di
opere , ariificium esercizio di arte — Da questi artificiosus, e artificia- lis
—beneficium, maleficium ec. | © 7.° Ger e cERUS, elementi del verbo gero 18
por- tare, col significato del participio gerens entis. © Laniger lanigero, che
porta lana, ed anche lanifer con lo stesso significato, Corniger cornuto che
porta corna, Turriger chi porta torti , onde turrigera fu detta la madre degli
Dei, ossia Cibele. 8.° GeNuUS e gena, elementi del verbo gigno iù sen- sé di
genitus generato in Alienigena uno straniero , ossia generato in terra aliena,
Indigena composta da ndu invece d’in e gena generato wm paese, dove ci troviamo
noi, e in italiano, indigeno. 9.° Lecium, elemento di lego legis, scegliere, in
sen- so di verbale di questo verbo, come privilegium pri- vilegio, sortilegium
scelta della sorte, e quindi sorti- Iegio, cioè atto superstizioso — senza
àutorità de’clas- sici da sortilegus chi fa sortilegio. Dicasi lo stesso di
Florilegium l' atto di sceglier fiori da florilegus. 10.° Monium , elemento di
moneo ammonire , col ‘significato di un nome verbale, come Vadimonium un atto
che dichiara garante, e per la stessa garentia o sicurtà, Mercimonium ,
propriamente un atto che manifesta l’ intenzioné di mercare un beneficio, Ma-
trimonium matrimonio, che avverte alla donna dover esser madre , come patrimonium
per l'atto che av- verte l’ uomo dover esser padre — A questi si riduce
parsimonia il risparmio. È 11. IGnuSs, IGNA, IGNUM , a me pare questa desi-
nenza identica a gena, più prossima a gigno , come malignus maligno chi genera
male, benignus benigno, privignus figliastro, ossia chi è generato prima del
se- condo matrimonio. 2 12.° Ivus, IvA, ivum, elementi di eo is, ivi anda- re,
con la forza di iens o euns chi va, Nativus na- tivo, che va a nascere,
furtivus furtivo— Da questa ola mi par composta la parola Oliva ae, olivo, cioè
° albero che va a far ‘olio, o a verdeggiare — Rivus dal greco reîn scorrere,
con questa desinenza signi- fica quel che va a scorrere. 13.° Go, 460, Ico,
sono elementi del verbo ago, da cui i derivati in agium, come Virago vergine da
tir uomo e go invece di ago in senso di agere, che spinge e agita l’ uomo,
Propago iginis propaggine , e ropriamente il tralcio , che sotto terra si
spinge a ormare nuova vite vicino alla madre, onde il verbo propago propagare —
Caligo caligine, fuligo fuliggine sono composti da ago. 14.° SpEx e spicium ,
elementi del verbo spicio vedere o esaminare attentamente, in haruspex icis
aru- spice, composto da haura stalla di porci, e per trasla- to qualunque luogo
simile , e spe quasi spiciens in- dovino, ossia chi interpetra i voleri degl
Iddi dalle in- testina degli animali sezionati nella stalla, Auspex chi vede
gli uccelli, un altro indovino, quindi auspicium l’ auspizio, e haruspicium.
15. Pera da Parto partorire in vipera, quasi vivi- para, animale, che
partorisce vivi e non uova. 16. Prex da plica piega in Simple da sine fatto sim
e plex piega, senza piega semplice e quindi du- ploa , tripler, quadruplex
duplice, triplice, quadru- plice. I I 17. Trmus identico a imus ima imum imo
fondo, quindi Aeditimus il sagrestano, che abita nelle parte intima del tempio
— legiimus leggitimo , maritimus marittimo ec. Intorno alla composizione per
finali insignificanti. Si potrebbe domandare, perchè si adopera una sil- laba
di più senza significazione? Se il fine del parlare è quello di far intendere
il significato per via de’ se- gni, a che giova usare parole senza significato
? Io rispondo che per parole insignificanti in questo luogo intendo quelle, che
isolatamente, rispetto a noi, non si- gnificano nuHa, ma che forse
significavano qualche cosa appo i latini, e oltre a queste di presente, se non
significano per sè stesse, composte ad altre parole ne ‘alterano e ne
modificano il valore, e questo è senza dubbio ancora un significare, oltre alla
varietà ed alla ‘ricchezza che ne proviene alla lingua. lo andrò no- ‘tando le
principali desinenze di questa natura nel pre- sente articolo. | Queste
desinenze sono le seguenti : 1.° Ce in hic- ce, haecce, hocce, la quale
aggiunge al prenome hic, haec, hoc, oltre la grazia del buon suono la forza di
una maggiore determinazione. 2.° Dam in quidam, quaedam, quoddam, e sì fa dem
in idem, eadem, idem, il quale è composto da ts, ea, sd e. dem. Il primo com-
posto da prenome relativo passa per la composizione del dam a partitivo e
dinota certo, il secondo, cioè idem, invece di esso, significa medesimo,
stesso. 3.° Mer sì compone a' nomi -personali Ego, Tu, Sui, e mentre per sè
stessa nulla significa , in composizione aggiunge la determinazione di
distinzione o individua- zione. Egomet io stesso, sibimet a sè stesso , tibimet
a te stesso, Tu monosillabo per comporsi a MET pren- de anche te e si fa
tutemet tu proprio. Si truova ancora ipsemet, esso proprio. Parmi questo met
identi- co a me personale, come il te in tuse invece di Tu, é identico a te
dello stesso Tu variato. Da qui sì po- trebbe derivare medesimo, che in
francese fa méme quasi meme latino. 4.° Pe sì compone a quippe da cu are venuto
quispiam, quaepiam, quodpiam desinenze insignificante, ma che altera il
significato dì quis, quae, quod. 5.° Pte, si compone a meo mea, tuo iva, sug
sua, come meapte , suapte, tuapte ;'e si fa. va- lere per mio proprio, tuo
proprio, sue proprio. 6.° Quae non sì truova mai sola adoperata, ma encli-
ticamente infine di parole, e fa intendere e congiun- zione ( pag. 78 ). Ma
dessa ha una proprietà in cer- te parole non osservata comunemente da’
grammatici, ed è quella di far intendere ripetuto il primo com- ponente, così
Quisque 0 quique, equivalgono e ‘quis et quis o qui ei qui, e quicumque a cum
qui et cum qui, onde il primo significa ciascuno, e 1 se- «condo chiunque o
ehicchessia. Questa forza è ritenu- fa ancora in ubigue, che vale ubi et ubi in
ogni luo- go, in undique che vale unde et unde, cioè per tutte parti, in
quoque, che vale quo et quo, onde si tradu- ce aneora, in atque che vale at et
at, onde si fa va- ‘Here e ec. 7. Te st compone a tu come in quel verso famoso
e FTite tute Tati, tibi tanta tiranne tulisti. , DeLLa COMPOSIZIONE PER
EQUIPOLLENZA. Invece di esser lungo ‘in questo -Capo, come dòvrei essere, se
-valessi- discorrere particolarmente delle tan- te diverse maniere di
composizioni di equipollenza ,. mi piace di esser brevissimo, :lasciando al
‘buon .senso de’ giovanetti di decomporre le composte parole ne’ lo» ro
elementi, con le poche osservazioni che andrò a fare. per certi casi
particolari, che presentano qualche difficoltà. ii | La Composizione di
equipollenza si ha, quando .pa- role di eguale dignità si ‘attraggono
.vicendevolmente e ne risulta un composto, ile’ cui elementi niuno è
‘principale , inguisacchè si .possa dire , che uno si è composto in grazia di
un altro —come etiam, quo modo, quemadmodum, quamobrem «ec. La lingua lati- na
è ricca di queste composizioni di ‘ogni maniera, € ‘presenta composti di nomi e
nomi, come Plebisertum decreto della plebe: di nomi € d’ aggiuntivi, come jus-
gurandum giuramento , Respubblica cosa pubblica e Repubblica: di prenomi e
prenomi, come Alteruter o I uno o l’altro: di prenomi preposizioni e nomi, co-
me quemadmodum , quamobrem , di prenomi e nome come quare, quotidie, quotannis:
di prenomi e verhi come quilibet, quivis, di -verbi le verbi ilicet, videli-
cet, scilicet composti dagl’ infiniti ire, videre , scire andare, vedere ,
sapere, e licet è lecito ec. ec. ec. queste composizioni si apprendono dall’
uso, ossia dal- la lettura delle scritture de’ classici, e ‘la grammatica ha l’
obbligo d’ interpetrare etimologicamente le -parole, non mica di -presentare un
Dizionario. i “ Le mie avvertenze adunque si versano intorno & certe
alterazioni, che avvengone ad uno degli elemen- ti nel compersìi, € dice
primamente, ehe ogni altera- zione per ragione di eufenia non deve essere un
osta- colo alla pronta riduziene de’ veeaboli alla classe cui appartengone.
Cur, per esempio, è identieo a quare pag. 86. Se la forma vi sgomenta, guardate
al si- gnificato ed ogni difficoltà è tosto svanità. La cosa, a cui bisogna
hadare principalmente, è il significato relativo, che acquistano certe parole
com- poste, da un late de’ lore elementi. Per esempio, ad- modum parola
composta da ad e modum, sì fa valere per mollo, in guisachè incontrandoci in
questo esem- pio : Cicero fuit admodum eloquens, ben tradurremeo Cicerone fu
molto elequente, oppure eloquentissimo , ma vi guarderete bene di credere , che
questo signi- ficato convenga ad cdmadum, etimologicamente, esso è relativo,e
la frase è incompiuta: vi manca marimum e in forma analitica dovremmo dire fuit
eloquens ad modum marimum, Intanto per parlare figurato sì af- fidò alla
composizione di ad a modum, la risponsabi- lità di farlo intendere. Dicasi lo
stesso di propemo- dum, che si fa valere per quasi 0 pressocchè, perchè vi
manca un’altra parola simile ad ordinarium. Con queste avvertenze e con tutte
le altre già fatte in tut- to il presente volume intorno al metodo etimologico,
si può dar ragione de’ casi simili. INTORNO
ALLE PAROLE OMONIME. Io chiamo parole omonime quelle , che in quanto alla loro
forma si riducono ad una sola, ma in quan- to a significato sono molte. In
altri termini una stessa parola, a cui si dànno vari significati, costituisce
1’ o- monimia , come sarebbe amare appo i latini, che è 1.° radicale di verbo e
vale amare,2.° è seconda desi- nenza del presente dell’ indicativo passivo , e
vale tu sei amato, 3.° è voce d’imperativo e vale sti ama- to tu, 4.° è voce di
aggiuntivo variato, 5.° e come . tale fu tenuta per avverbio da’ grammatici col
valore di amaramente. L’ omonimia non è certo un pregio per una lingua ,
perocchè nuoce non poco alla chia- rezza, e rende difficile l’ intendimento de’
costrutti a chi è principiante nello studio della medesima. La lin- gua latina,
mentre è ricchissima di varietà , abbonda strabocchevelmente di parole omonime,
nella variazio- ne de’ nomi, de’ prenomi, de’ verbi e degli aggiuntivi. Aquae,
per esempio, è seconda e terza desinenza sin- golare e prima plurale, patres è
prima e quarta de- sinenza plurale — Gli aggiuntivi seguono ì nomi: dite lo
stesso de’ prenomi in quanto ad omonimia. Si rac- comanda quindi a’ precettori
di far notare questa pro- rietà a’ loro discepoli , affinchè rendano obbjetto
di oro meditazione questo fatto , ed esercitino il buon senso e la logica
naturale nel determinare i diversi significati di una stessa parola, secondo le
diverse com- binazioni, che presentano 1 costrutti. RICORDI 4° PRECETTORI. Dal
contenuto del presente volume si può argomen- tare l' insufficienza de' metodi
adottati finora nelle scuo- de, dove l’ analisi delle parole era del tutto
trascu- rata, niuna parola intorno alla derivazione, nessuna sollecitudine
della composizione. Intanto il significato delle parole non può essere mai
definito senza ridur- re le secondarie alle primitive, le derivate e composte
alle loro radici o radicali. In pari tempo si può de- durre, che quando î
giovanetti avranno ben apparato il presente Volume, gia si truovano în possesso
della razionale conoscenza di tutta la lingua latina, peroe- ché ne avranno
compresa la essenza e la forma, Vat- tuazione e la virtualità in tutte le sue
esplicazioni pos- sibili. I precettori diligenti poî cureranno di non far solo
imparare a memoria un volume , ma di esigere l applicazione delle teorie a'
fatti, proponendo delle ipotesi a fine di mettere la mente de' giovanetti, nel-
l'attitudine di variare, derivare e comporre, 0 di ri- salire dalle parole
wartate , derivate 9 composte alle radici. Con questa pratica diligente si
viene a costitui- re l'abitudine del metodo, per la quale ad ogni pa- rola, în
cut s' imbattono, non vi si fermano esclusiva- mente, ma da questa ricorrono,
per un bisogno scien- tifico a tutta la famiglia della medesima. In quesia
gquisa viene a costituirsi un sistema di parole tutte le- gate tra loro, e în
poco tempo s° impara razionalmen- te una lingua, che co’ metodi delle scuole
dopo dieci e dodici anni di studio , resta ignorata per molti, e imparata
parzialmente da pochi. Avvertenza a’ precettori | Pag. Introduzione intorno
alla definizione ed all’ 2 | Matto dell’ Etimologia. : i 2 Intorno alle Classi Categoriche o primarie
dele Parole CAPO I. Intorno alle Classi in genere . CAPO II. /n'orno alla prima
classe categorica delle parole în ogni lingua, ossia del nome. Zntorno alla
seconda classe categorica «delle parole di ogni lingua, ossia del verbo CAPO
IV. J/ntorno alla terza classe categorica delle.parole di ogni lidi , ossia
dell ag: giuntivo. . . /ntorno alla quarta classe categorica delle parole di
ogni lingua, ossia del verbale. CAPO VI. Zaiorno alla quinta classe categorica
delle parole dî o dial ossia delle De posizioni. () CL) o: () 8 sN 31 i . Intorno
alle classi ipoteoriche e secondarie. Introduzione . A CAPO I. De' nomi
personali primitivi 60 îo TU tu SUI di se. 4 Della seconda Classe Ipoteorica
delle parole, ossia del prenome . è Art. I. Intorno a’ Prenomi di sito zIC
questo , ; ISTE colesto , ILLE quello. ART. 4I. Intorno a’ Prenomi congiuntivi,
i ‘qua li sono di diverse specie. ]& 6 1. De prenomi Congiuntivi
immediati Talie- Qualis, Tantus-Quantus. . De’ Prenomi di congiunzione mediati
: Qui, Quae, Quod, Is, Ipse, Idem, Par, Aequalis, Similis. 3 De' Prenomi congiuntivi
collettivi : Multus, Nimis, Satis, Magis, Plus, Omnis, Tous, Cuncius,
Universus. . De Prenomi, che racchiudono la rela-
zione di disunione , detti Disgiuntivi. ; 1. De' prenomi disgiuntivi per
negazione, 4- lius, Alier, Caeterus , Diversus , Differens, Minus, Paulus,
Paucus. ( 2. De’ prenomi disgiuntivi Partitivi : Singu- lus, Ullus, Uter,
Quisque, Aliquis. CAPO III. Della terza classe ipoteorica delle pa: role, ossia
dell’ Avverbio. Introduzione. . ART. I. Intorno agli avverbi di tempo. . . ART.
Il. Intorno agli avverbi di luogo. . î ART. 1II. Intorno agli avverbi di modo.
. Le creduti avverbi di modo seconda i grammatici. 46 49 51 52 fazio - fue 54 Della
quarta Classe ipoteorica delle parole di ogni st ossia della Congiune zione. .
tt) ArT. 1. Intorno alle congiunzioni semplici. S 1. Delle Congiunzioni
semplici, che racchiu- dono il rapporto di unione. 77 — $ 2. Delle Congiunzioni
semplici, che racchiu- «dono il rapporto di disunione. . ; . 78 ART. II. Delle
Congiunzioni Miste . . . SL _ $ 1. Delle Congiunzioni miste copulative , Vi,
Quando, Wbi, Si. , 82 Art. II. Intorno alle Congiunzioni miste, che rac- |
chiudono una relazione del Verbale . . 84 CAPO V. Zrtorno alle così dette
SRECIIERIORE O 0 Interposti. , : ; ì 91 DELL’ ETIMOLOGIA Intorno alla Variazione delle parole.
Introduzione. Delle radici e de’ radicali, e delle parole secondarie di ogni
lingua in genere. 9 CAPO I. Della Variazione e delle parole Variabili. Zniorno
alla Pariazione del nome , e delle parole derivate e composte in forma di nome.
. 98 Sezione I. Delle desinenze etimalogiche ò signifi | cative deî nomi latini
. 3 o 300 Intorno alle desinenze etimologiche si gnificative della quantita
discreta, per cui î nomî latini sono singolari, e plurali. Delle desinenze
fondamentali significati- ve del sesso, delto genere. Quistioni intorno a’ così
detti genere neutro, RIAIRICO, comu- ne, epiceno. PR Re sè. Delle desinenze
significative di qualità e quantità, per le quali i nomi si ad- domandano
Migliorativi e Peggiorativi, Di- minulivi e Accrescitivi . È : ; . 115 Lista
delle desinenze diminutive e migliorative. Desinenze degli accrescitivi e
peggiorativi latini. 119 AnT. V. Delle desinenze di variazione significa- tive
dî relazioni Zasorno alle desinenze sintassiche nel- la Variazione de Nomi
latini Zutorno alla Variazione degli Aggiun- tivi e delle parole variate,
derivate e compo- ste n forma di aggiuntivi . ; ù .- 126 Anr. I. Intorno alle
desinenze sintassiche degli Aggiuntivi di doppia variazione. Zutorno alla
Variazione del Verbo Intorno alle desinenze etimologiche nel- lo Variazione del
Verbo. Delle desinenze etimologiche del Verbo ivi di semplice Variazione . | .
è .- 135 An. II. Delle desinenze etimologiche de’ Verbi latini per doppia
Variazione. 4 ‘ » 145 Sezione ll. Zrniorno alle desinenze sintassiche nel. o la
Variazione de’ Verbi latini Poche osservazioni intorno alla formazione de'ver-
bi in OR. è ‘ ; ‘ i ; »Zniorno alla Variazione de' Nomi per- sonali primitivi Intorno
alla Variazione de’ Prenomi lai fini, e LI e . . a) la e C DELL'ETIMOLOGIA Intorno
alla Derivazione delle parole latine Introduzione Intorno alla Derivazione da'
Nomi latini o dalle parole derivate in forma di nomi . 160 7. I. Intorno alla
derivazione de' Verbi dai Nomi Intorno ‘alla derirazione delle parole in forma
di aggiuntivi da' Nomi. Lista delle desinenze delle parole derivate in for- ‘
ma di aggiuntivi da’ nomi . Delle parole che derivano da' verbi latini De' Nomi
verbali derivati da’ verbi. | 169 SI. Desinenze, più comuni nell'uso , si ver-
bali immediati.Desinenza de' nomi verbali mediati Degli aggiuntivi verbali, che
derivano da’ verbi latini Zatorno agli aggiuntivi verbali detti par. ticipî .
ivi $ 2. Degli aggiuntivi verbali diversi da’ par- ticipî. . CAPO Ill. Intorno
alle parole, che derivano da- gli aggiuntivi. . » 177 Art. I. Delie parole in
forma di nome, che de- rivano dagli aggiuntivi. sg” . ivi Arr. II. De' verbi
derivati dagli aggiuntivi.Degli aggiuntivi derivati dagli aggrun- cAPO
"Tv. Intorno alla Derivazione delle parole da’ Prenomi. i ; i . A . ivi Intorno
alle par ole derivate dalle Preposizioni Osservazioni intorno a’ voluti
derivati dagli av- verdi. DELL'ETIMOLOGIA Intorno alla Composizione delle
parole latine Introduzione. Della Composizione delle “parole al- terate. .Znzorno
alla Composizione delle paro. le senza alterazione 4 CAPO I. Della
Composizione. per iniziali. CAPO II. Della Composizione finale delle: ‘parole. Intorno
alla Composizione R: finali si gnificanti. . ‘ART. II. Intorno alla
Composizione per finali in- significanti ivi ivi Della Composizione di
equipollenza. intorno alle parole ‘omonime. CONSIGLIO GENERALE DI PUBBLICA
ISTRUZIONE Napoli Vista la domanda del Tipografo Nicola Mencia, con la quale ha
chiesto di porre a stampa l’opera: Introduzione allo studio della lingua
latina, ossia saggio diuna gram- matica latina ragionata di Lorenzo Zaccaro.
Visto il parere del R. Revisore signor D. Paolo Garzilli. Si permette che
l'opera indicata si stampi; però non si pubblichi senza un secondo permesso,
che non si darà se prima lo stesso Regio Revisore non avrà attestato di aver
riconosciuto nel confronto esser l’ impressione uniforme all'originale approvato.
Il Consultore di' Stato Presidente Provvisorio CAPOMAZZA. Il Segretario
Generale Pieirocola. Intorno alle ai ole derivate dalle Pre. posizioni. Osservazioni
intorno a' voluti derivati dagli av- verbi. . CN Jia : . DELL’ETIMOLOGIA » . Intorno alla Composizione delle parole
latine Introduzione. © < 186 Sezione I. Della Composizione delle “parole
alterate Intorno alla Composizione delle paro. le senza alterazione Della
Composizione per iniziali. . . ivi CAPO II. Della Composizione finale delle
parole. 197 Art. I. Intorno alla Composizione pe finali si , gnificanti. . ivi
Arr. II. Intorno alla Composizione per finali in- significanti ‘. Della
Composizione di equipollenza.' 203 APPENDICE intorno alle parole ‘omonime. INTRODUZIONE
ALLO STUDIO DELLA LINGUA LATINA INTRODUZIONE ALLO STUDIO DELLA LINGUA LATINA
OSSEA SAGGIO DI UNA GRAMMATICA LATINA: RAGIONATA cioè Lessigrafia Etinrologia Sintassi Regolare
e Figurata. CON UN APPENDICE INTORNO 4° TRASLATI per opera DI Z. SE NAPOLI
DALLA TIPOGRAPIA DE’ GEMELLI Vico lungo Montecalvario PREFAZIONE A' PRECETTORI
Eccoci a quella parte della grammatica , che a confessione de puù dotti
filologi forma la logica de’ fanciulli, la Sintassi! a cui le più dotte e pu
ac- curate sollecitudini furono mai sempre rivolte , ma indarno ; poichè
partendo dal falso supposto che la Sintassi abbia regole e non principi,
riuscirono i un. guazzabuglio di assurdità e di contraddizioni. Confessiamolo
senza riguardi a celebrità secolari , niuna grammatica o greca 0 latina ct ha
presentato finora una definizione vera della Sintassi! Ditemi, 0 precettori ,
ditemi se potete ; quale nozione netta € precisa vi siete mai formati di questa
parte della Grammatica,che si dice Sintassi? Quale risposta sod= disfacente
potete voi fare a questa domanda, di cun siate certi. di esserne voi stessi
soddisfatti ? Quando avrete detto che la Sintassi è Ordine o Costruzione , che
dessa è regolare e figurata, che è di concordanza e di reggimento,ditemi
coscienziosamente se queste parole destarono in voi quella compiacenza, che
tanto diletta lo spirito nell’ intuizione evidente del vero compreso qual è?
Nonvi rimase al contrario un vuoto lacerante per la indeterminazione di queste
nozioni oscure e con- fuse? E con. quale coscienza potete voi dire, che vasegnando
avete adempito il vostro dovere, certi che È vostri discepoli non hanno potuto
capire quelle nozio- ni, delle quali vor medesimi non avete potuto render- vi
mai conto esatto per difetto di chiarezza e dî precisione ? Io domando a voi
quel che domandai spesse volte a me stesso, quando uscito dalle vostre scuole
cercava di rendermi conto della dottrina, che volea insegnare. E in quale
conflitto non mi trovai allora , che convinto dell’ impostura di un insegna-
mento austero, col quale si suol trarre partito ad una opinione usurpata , mi
decisi di confessare al pub- blico la propria ignoranza, e di riformare da capo
il mio intendimento!! Misiin disparte i vecchi pregiu- dizî, 0 con animo
spassionato cominciai uno per uno a passargli a rassegna, e senza rispetto di
autorità a interrogarli, che cosa fossero, o che potessero va- . tere a fronte
del tribu della ragione, tanto est- gente, quanto sospettosa, e mi venne fatto
scoprire, che quei paroloni divenuti geroglifici misteriosi, rac- chiudendo
spropositi di una crassa ignoranza, non bastavano a colorire la presunzione de’
barbassori. Che cosa è la Sintassi? donando a voi, e domando «di nuovo a me
stesso , quale è l’ obbgetto intorno a cui si versa? che cosa può sapersi dopo
che si sarà studiata la Sintassi ? Dire che la Sintassi è Ordine o Costruzione,
è lo stesso che confessare non essersi ancora capita la natura di questa. parte
tanto im- portante della Grammatica, o di essersi ignorato l’ob- bjetto di
questa scienza, senza cui è impossibile che st costituisca la Logica de’
fanciulli. Dividendo la Sin- tassi in quella di Concordanza e in quella di
Reggi- mento, sì viene a confondere la parte grammaticale, che ha principî, con
quella che ha regole, la Sintas- si con la Lessigrafia , perocchè le concordanze
non 4° PRECETTORI VII sono, che lo studio degli accordi tra la desinenze de’
nomi, prenomi, verbi ed aggiuntivi ; cosa tutta pra- tica, versantesi sulla
lingua attuata in fatto, obbjet- to affatto proprio di Lessigrafia. (Vedi
Avvertenza ai precettori Vol. II. pag. IX. ). Ora st comprende per- chè
ritenevasi che la Grammatica in tutta la sua estensione fosse Arte e hon
Scienza, perchè l’arte ha regole, e la scienza ha principî , e la grammatica
tutta, secondo le scuole, ha regole assiepate di ecce- zioni senza principi
assoluti e universali. E con que- ste supposizioni osavasi tentare una riforma,
per farne la Logica de’ fancwlli ! — E si tentava di scrivere una grammatica
Universale! e si preten- deva di dare 4 titolo di filosofica ad una gramma-
tica senza principi / Dopo questo lungo e penoso conflitto tra l uomo vecchio e
V uomo nuovo , tra il mio spirito educato alle scuole , e il mio spirito
svincolato dalle pastoje de’secolari pregiudizi, 0 divisai un piano novissiino
ed originale di tutto il corso filologico , nel quale ogni parte ben divisata
occupasse il proprio luogo, e si rannodasse a tutte le altre con la stessa
condizione di omogeneità , onde risulta un tutto ancora omo- eneo, n ! : La
Sintassi pertanto, in questo nostro divisamen- to, è una Scienza, che risulta
da principi diversi da’ principi dell'Etimologia, in quanto che essa si pro-
pone d’ indagare î valore relativo delle parole con- gvunte , mentre V
Etimologia ha indagato il valore assoluto delle parole isolate. Tutta la
grammatica è Scienza delle parole , ma ciascuna sua parte se ne propone una
parte , ecco il nesso tra tutte le parti della Scienza filologica. Con questa
legge proceden- do, la Sintassi ha un campo determinato, nel quale non debbono
nè possono entrare quistioni di perti- nenza lessigrafica 0 etimologica, come
assurdamente fu praticato melle scuole, dove tutto è confuso. Ma questo è nesso
che lega la Sintassi alle altre parti della Grammatica, oltre del quale, ve ne
dev’ essere un altro non meno importante, e si è quello che lega le frazioni o
è denominati di questa parte, rispetto alle quali ciascuna parte ha ragione di
tutto. La Sin- ‘tassi è stata divisa in due parti, cioè Regolare e Fi- gurata:
queste parti debbono essere connesse tra loro rispetto al medesimo tutto. Or
quale è nesso che lega queste due parti ? Invano proponete questo pro- blema a’
grammatici per averne una soluzione sod- disfacente ,. perchè, mentre fanno
consistere la Sin- tassi figurata în certi costrutti ellittici generalmente
parlando, vi producono un mondo di figure orribili per eccesso e non per
mancamento. Oltre a ciò î due trattati vanno confusi , trovando nella regolare
Sintassi esposte le regole concernenti i figurati co- strutti, e per citarne un
esempio, mentre i Nuovo. Metodo ha dichiarato di pertinenza della prima sin-
tassi tutt’ i costrutti, ne quali sono espresse tutte le parole in forma
analitica , vi espone nel. medesimo trattato è Verbi neutri con l’accusativo ,
+ verbali seguiti dal genitivo, il verbo Sum col dativo, î verbi Doceo, Moneo
ec. con due accusativi, il genitivo do-. po gli aggiuntivi neutri ec. , mentre
poi negli av- vertimenti sì parla di Ellissi, di Zeugma, di Silles- si ec., che
appartengono alla Sintassi figurata, di cui non tratta che nel secondo Volume.
Niun ordine, miuna precisa e chiara nozione, ma tutto orribilmen- te confuso ,
messo dopo quel che dovrebbe precedere ed al contrario — Raccogliendo in fine
quanto si è. studiato in due grossi volumi, voi non possedete che A PRECETTORE
x un ammasso di materiali eterogenei , che andrete a dimenticare in brevissimo
tempo. La Sintassi figura- ta poi è un enimmna più inestricabile della
regolare, poichè non ancora è stato definito in grammatica che cosà sienò le
figurè, e poi, mentre pare che ogni dir figurato produca eleganza , e consista
nel dir poche parole per far intendere molti pensieri, incon- trerete tra le
figure annoverato il Pleonasmo 0 il ri- pieno, l’Iperbato, ? Antiptosi e ?°
Enallage, che sono vere sgrammaticature. | © — Noî dunque produrremo una delle
più importanti novità, se altro non facessimo che metter ordine în tanto
disordine. Ma troppo poca utilità c’ tmpromet-. teremmo, se non ci vemsse
conceduto di fondare un trattato compiuto, razionale e scientifico pel rigore
de’ principi, e per l’ esattezza del Metodo. Dico dum que che la mia Sintassi
ha per obbjeito suo parti- colare e proprio un brano di discorso , che si dice
Proposizione , nella quale si studia il valore relativo delle parole congiunte.
Essa è regolare o analitica , quando stabilisce le relazioni delle parole messe
@ co- strutto în tanto numero, quante sono le idee, che si vogliano manifestare
: è figurata o sintetica, quando stabilisce è principi di far intendere în
poche pa- role espresse molti pensieri. La figura dunque gram- medlo , che
distingue una Sintassi dall’ altra , è questa sintesi del linguaggio , è «l
difetto 0 manca- mento , 0ssta l Ellissi de’ grammatici , ogni altra e- sclusa,
come ho dimostrato nel Nuovo Corso di Let- teratura Elementare Vol. II. pag.
172 e segg. La mia Sintassi regolare è la Scienza della Pro- posizione, quale
dovrebbe essere in forma analitica. La Figurata è la Scienza dellà Proposizione
în for- ma sintetica. Io distribuisco la materia secondo que- x. PREFAZIONE A°
PRECETTORI sto scientifico divisamenta, e non farò come altri han fatto, cioè
trattare in Sintassi regolare, ciò che ap- partiene alla figurata. Pochi
generali principî illu- mineranno di luce indefettibile tutt’ i particolari co-
strutti ; che andranno ad essi subordinati , ondechè senza mulirplicare tante
osservazioni particolari quan- ti sono 1 particolari castrutti, otterrà il abi
ag van- taggio, dell'ordine, del nesso scientifico, e del metodo. La Sintassi
secondo me è differente dalla Costru- sione, perchè questa sì propone di
studiare È ordine o ta disposizione delle parole ne costrutti, mentre quella
intende a scoprire il valore relativo delle pa- role congiunte senza darsi
carico se questa parola debba precedere, quell'altra seguire. Îo dunque fac-
cio due trattati differenti di ut solo, ciascuno aven- ie VU obbjetto proprio e
determinato. Quello che ho stabilito intorno alla Costruzione nella grammatica
italiana è sufficiente , ondechè nel presente Volume m' intratterrò brevemente
intorro ad alcune partico- larità della Costruzione Latina, rimettendo chi »' è
vago al luogo citato, ed al IT. Vol. del Nuovo Corso. Alla Sintassi farò
seguire un Appendice intorno a’ Traslati per rendere compiuta la teoria
filologica intor- no allo studio della parola,come segno rispetto al signi-
ficato,e in questo m'ingegnerò di essere breve e chiaris- simo per quanto
comporta l’importanza delle quistioni. Io faccio grande distinzione tra i
costrutti ele- ganti per ragione di Sintassi, e quelli che sono tali per ragione
de’ Traslati , e gli uni e gli altri costi- tuiscono la purità e la proprietà
della lingua lati- ma, di cui mi cccuperò nell’Elocuzione in un 4.° Vo- lume,
che ho pure in animo di pubblicare. In que- sta guisa avrassi un Corso Compiuto
di grammatica latina razionale, quale dev’ essere, e quale è ne’voti di tutti
che fosse. A INTORNO ALLA DEFINIZIONE DELLA SINTASSI IN GENERE. Nella
Etimologia abbiamo studiato le parole isolate, ossia distaccate dal discorso
per appurarne il significa- to assoluto e diretto, ossia quel significato, che
la con- venzione primitiva assegnò a ciascuna di loro, e che però dà ragione di
tutti gli altri significati posteriori, che acquistarono relativamente,
mettendosi a costrutto. .La Sintassi si propone di appurare il significato re-
- lativo delle e congiunte a discorso , ossia quel significato, che loro
succede unendosi ad altre parole. Ma che .cosa è il significato relativo ? Per
compren- dere il valore di questa espressione io sono solito di ricorrere all’
esempio del mosaico composto di tante piccole pietruzze allogate in contatto l’
una dopo l’al- ira , in guisa che ne risulta un solo tutto, come è dire
l’immagine di un uomo, di un cane, di un ca- vallo: ec. , dove ciascuna
pietruzza, che isolatamente non è che pietruzza , in composizione acquista chi
il valore di pupilla, chi di punfa ‘di naso, chi di dito ‘e via dicendo ,
valore che hanno in quel composto , e che perdono appena che se ne distaccano.
Ond' è chia- ro che la pietruzza ha quel valore relativamente, e non
assolutamente, Fate la stessa applicazione alle pa- role. Se truovo, per
esempio , la parola. Aqua isolata così , petrò dire, che sia nome segno di
sostanza o eausa singolare , e niente più. Ma se incontrerò la stessa parola
nel seguente brano : aqua est dulcis, comprendo che aqua 1.° è primo termine di
proposi- zione finita, perchè sta in principio di questo brano, 2.° che sia
soggetto e non agente, perchè vi è il ver- bo est che dinota essere, 3.° che
non è termine di rapporto, come potrebbe essere, se fosse preceduta da
preposizione ec. Le quali cose io non potrei sapere, se aqua nen fosse
congiunta ad est dulcis, ond’è chiaro che tutte queste significazioni sono
relative , ossia rispetto al brano di discerso, e non assoluto. Ecco perchè io
chiamo valore relativo o sintassico delle parole quello , che risulta dalla
loro unione ad altre parole, appunto come la pietruzza in mosaico è pupilla
relativamente al tutto, mentre è pietruzza i solatamente considerata. i Il
fondamento della Sintassi nel ricercare questo va» lore sintassico delle parole
congiunte sta nel nesso, che le idee significate dalle parole-segni hanno tra
lo- ro. Il che si rende chiaro, anzi evidente, per via di esempi. Incontrandoci
nella parola Cum con, andiame in cerca. di un neme che le preceda, e -di un
altro che . la segua, perchè Cum con è preposizione, che dine- ta relazione. di
compagnia o di unione , la quale non può essere che tra ‘sostanze e sostanze, o
cause e cau- se, di cùi sono segni ii nomi { Etim. Par. 1. pag. 42). Noi dunque
dalla relazione, che hanno le idee tra loro, scopriamo la relazione, che hanno
le parole vicende- volmente. Quindi rileva più chiaramente, che la Sin- INTORNO
ALLA SINTASSI REGOLARE 13 tassi sì propone di studiare queste relazioni delle
pa- role sul fondamento delle relazioni tra le idee. Quel brano di discorso,
che la Sintassi si propone, per appurare il valore relativo delle parole, non
oltre- passa l’ estensione di un periodo, ossia di un pezzo di discorso
contenuto tra due punti fermi, uno in principio e l’ altro in fine, Esso in
Sintassi dicesi Pro- posizione, Frase, Enunciazione, Costrutto, ma noi lo
chiameremo sempre Proposizione, e per questo la Sin- | tassi si potrebbe
definire per la Scienza della Propo- sizione: nella quale definizione, comunque
ristretta, si contiene tutte, perchè, come vedremo, in una proposi- zione
logica massimamente determinata si possono ap- prendere tuttele relazioni possibili
delle parole tra loro. — Ora la Sintassi in due modi po procedere nella sua
disamina, perchè in due modi si possono suppor- re i costrutti o le
proposizioni, sopra cui si versa quel- la disamina, cioè o de parele ,..che
hanno relazione tra loro, sono tutte èspressé, 6 alcune espresse ed al- tre
taciute. Nel primo caso , essendo la proposizione Regolare è Analitica, la
Sintassi dicesi ancora Resolare o Analitica per distiaguersi dall Irregolare o
Sinteti- ca, he si versa nella disamina delle Proposizioni ir- regolari, éssia
di quelle; in: cui molte parole: si lasciano intendere e non si esprimono. Ecco
come la Sintassi di- videsi in due Parti, l una fondamento dell’ altra, per-
chè, se non sapessimo prima la Sintassi regolare, non potremmo: capire Ja
irregolare; È grammatici chia ma- no’ la irregolare Sintassi Figurata , parola
che non significa alcuna cosa. Tutte le distinzioni fatte finora in grammatica
di Sintassi di concordanza, di reggi- mente ec., vengoro ridotte ad un selo
principio vero e semplice, come apparirà dal. contenuto del presente «.d e. a,
i FA . ri Ù ì ' - . wa PIE E EZIO pag sp on i ‘ dii pet ti di i. ; ; a I z Sa.
i SR ; po oa ; ; i na "a a ano x » 240 eT 6 3 5 ‘ e s 4» ; i , . ‘a ni si
Ca a } ‘ Pilli.i PARTE PRIMA Intorno alla Sintassi Regolare o Analitica. 5 a
CRIST CAPOT. INTORNO ALLA PROPOSIZIONE IN GENERE E SUE SPECIE, Per Proposizione
intendo un aggregato di parole , «sufficiente ad esprimere un giudizio. Il
Giudizio è quell’ atto della mente nostra, con cui pensiamo che una Sostanza è
in certo modo, o che una Causa fa ‘esistere un effetto. Allorchè diciamo: Equus
est albus ‘il cavallo è bianco, ecco-.un aggregato di parole suf- ficienti ad
esprimere il seguente giudizio , cioè che . una Sostanza, chiamata cavallo, è
nel modo determi nato, cioè bianco. Similmente se troviamo Equus fa- . «st
cursum il cavallo: fa corso, eeco nn' altra proposi- zione , cioè un aggregato
di parole sufficienti ad esptimere “il seguente Giudizio , cioè che «una «causa
chiamata ‘cavallo fa esistere un effetto, cioè il corso. ‘Oni ‘proposizione
possibile si può considerare in Sintassi regolare o analitica sotto tre
rispetti genera-. lissitii : cioè 1.° sotto il rispetto del contenuto , 2.°
sotto il rispetto di chi parla, 3.° sotto il rispetto di chi ascolta. It
presente Capo adunque vuol essere di- viso in tre Sezioni, ognuna avente pet
titolo uno de’ fre rispetti. bi tri Da de SEZIONE 1.8 Della Proposizione sotto
il rispetto del contENUTO. -- La proposizione corisiderata sotto il rispetto
del cone tenuto , si divide in Sostanziale e Causale , Catego= cica e
Ipoteorica, à | “ La proposizione sostanziale ha per primo terminé ‘in nome
simile ad aqua , per parola media il verbo est variato di sum, e per secondo
termine un aggiunti vo di qualità, come alba, dulcis, 0 di quantità, come una,
magna, lata, longa ec., nella maniera seguente: ‘aqua est alba: aqua est una:
aqua est magna ec. '' La Causale poi ha per primo termine un nome si- mile ad
aqua, per parola media facit varialo di Fa- ‘ci, € per secondo termine un
verbale di moto simile ‘a cursum , 0 di modo simile a impulsum nel seguen-
"te modo: aqua facit cursum, o aqua facrt impulsum. " -H Nome della
proposizione tanto sostanziale quanto cansale si dice sintassicamente primo
termine, perchè sta nel principio, che è uno degli estremi, ed ogni ‘estremo è
termine , ma è primo termine rispetto al. ‘secondo, che viene dopo del Verbo.
L' Aggiuntivo. e "il Verbale seno secondo. termine , perchè stanno .ia 16
700000. "0 ©; fine della
proposizione. Il verbo poi è parola media, perchè sta in mezzo e lega i due
termini. Jn Etimo- logia a pag. 40 facemmo distinzione del nome come secondo
termine di rapporto: badisi quì a non confon- dere il secondo termine di
proposizione col: secondo termine di preposizione. . se ° Le tre parole, così
determinate sintassicamente , si dicono elementi essenziali. di ogni
proposizione possi- bile, perchè senza le tre parole non sì può avere un numero
sufficiente ad esprimere un giudizio, il quale consiste nel pensare;.0 che una
sostanza è in un da- to modo, o che una causa fa esistere un effetto, a-
qua-est dulcis, aqua facit cursum. Quindi è che, se alcuno dicesse : Aqua est o
est dulcis, aqua facit o facit cursum, nen si avrebbe giudizio per difetto di
parole, 0 ai n Affinchè la proposizione sia sostanziale è necessario 1.° che il
primo terminé sia-nome nel senso vero e proprio. ondechè, se si truova una
parola derivata in forma di nome, come poeta, seriptor ec., il costrut- ‘to è
figurato, e bisogna sottintendere il nome, a cui il derivato si riferisce, 2.°
è necessario che il secon do termine sia aggiuntivo in senso vero e proprio di
qualità o quantità, ondechè, trovandosi invece un prenome, o qualunque altra
parola derivata o compo- sta in forma di aggiuntivo, il costrutto è ancora
figu- ‘rato, dovendosi intendere il vero aggiuntivo, L’ aggiun- tivo poi deve
concordare col primo termine, con le ‘desinenze di accordo stabilite dall’ uso
, onde è uopo dire : aqua est ‘alba e non aqua est albus, aqua est dulcis e non
dulce ec. ,.secondo ciò che è stabilito nelle tavole lessigrafiche Vol. I.
Facciansi le stesse osservazioni pel secondo termine di proposizione Cau-
sale., in cui, se invece-del Verbale sì truova altra INTORNO ALLA SINTASSI
REGOLARE 17 sia ‘in forma di verbale , la sintassi & figurata. Il
erbale poi va alla quarta desinenza 4.0, come di- rebbero ìgrammatici , in
accusativo. Ma guardatevi di confonderlo con l’obbjetto. ì n. La proposizione
sostanziale è così -detta , perchè il primo: termine di essa ha valore di
sostanza, «di che ne è segno il Verbo Sum detto sostantivo, ossia ver- bo della
sostanza, che significa stato, e dove è stato è sostanza , che in Etimologia fu
definita per la cosa . permanente, che fa da sostegno de’ suoi attributi. senza
che essa abbia bisogno di .essere sostenuta ( pag. 25 Vol. Il. ). n ‘- La
proposizione Causale è così detta, perchè il pri- mo termine di essa, cioè il
nome, ha valore di causa, di che n'è segno il verbo Facio, che significa
azione, e dov’ è azione è causa , che abbiamo in Etimologia definita per la
cosa, che operando ‘ne fa esistere una altra, che prima non esisteva ( pag.
cit. Vol. II. ). Quindi è che lo stesso nome, per esempio, aqua, ha diverso
valore nelle due proposizioni, perchè nella so- stanziale ha valore di sostanza
, e nella causale ha valore di causa. Della qual cosà si sono avveduti 1
grammatici , quando appellavano il primo termine di proposizione, ora
Nominativo soggetto , ora Nomina- tivo agente, ma non seppero distinguere quando
fos- se l’ uno e quando l’altro, anzi spesso una nomencla= ‘tura con l’ altra
confusero. Per: noi Soggetto e So- ‘stanza sono la medesima cosa, come la
medesima co- sa sono Causa e Agente (Vedi Etimol. pag. 25 Vol. H.), ma
chiamiamo il nome Soggetto o Sostanza col . verbo Sum, Causa o Agente :cel
verbo Facio. Quello che importa osservare, concerne i verbi con- ‘ereti, i
quali racchiudono due parole in una; perchè abbiamo detto in Etimologia pag. 31
che i verb 15 : |. . concreti di Stato,
come Dormio io dormo, (Quiesco io riposo, Sto io sto, Amor io son amato ec.
equival» gono al Verbo. sum, ed al participio in ns, o in us, e i verbi
concreti di azione, come Scribo, Lego, Cur= ro al verbo Facio, ed al verbale di
moto o di modo. La proposizione con questi verbi invece di tre parole ne ha
due, perchè una , cioè il verbo ne wale due, così dicendo : Petrus dormit, o
Petrus legit, si ha in valore Petrus est dormiens, e Petrus facit lecturam, la
prima è sostanziale, la seconda causale. Ma, essen- do il participio una parola
derivata in forma di aggiun- tivo, che non può essere secondo termine di propo-
sizione, parrebbe che non sì dovesse in essa riconoscere una proposizione
compiuta.Ma per non anticipare delle quistioni alquanto difficili, mi contento
di averle sem- plicemente enunciate, e mi riserbo di risolverle nella ‘seconda
Parte, allorchè espongo la teoria delle pro- posizioni duplicate. Nè in ciò le
grammatiche delle «scuole hanno un vantaggio su questa nostra , perchè in
quelle è generalmente riconosciuto che il partici» pio sia aggiuntivo, ondechè
non è la presente quistio- ne neppure sospettata , mentre ha tanta importanza
nella Scienza etimologica e sintassica. . È —. Tanto la proposizione
sostanziale, quanto la Causal poi si divide in categortca e ipoteorica. Si dice
categorica ogni proposizione simile alle due’ ‘ prodotte in esempio, cioè aqua
est alba, aqua facit ‘ Cursum , ossia ogni proposizione sostanziale , che ha
per primo termine un nome simile ad aqua, per parola - media il verbo est
variato dell’infinito esse, e per secondo termine un aggiuntivo qualitativo o
quantitativo, simile adulcis, una, magna: oppure ogni proposizione causale, che
ha per primo termine un nome simile ad aqua, per | parola media. il verbo.
facto , e per secondo termine un:
verbale di moto simile a cursum-,' o: di modo si- mile a timpulsum, o, se il
verbo è concreto, costano. entrambe di nome e' verbo, come aqua quiescit, aqua
Tale forma di proposizione dicesi categorica , per- chè semplicissima e
umiversalissima , a cui tutte le. altre forme di proposizioni possibili, si
debbono ridur-: re, come i numeri si riducono all'unità. Per questa natura la
proposizione categorica si può ancora chia-> mare semplice, assoluta e
positiva: semplice, perchè contiene un solo giudizio: assoluta, perchè esprime
un. giudizio analitico, cioè fatto senza comparazione : po- stiva, perehè pone
una qualità inerente nel sogget:: to, e un effetto prodotto dalla sua causa. 41
grammatici e i logici chiamavano proposizione af-. fermativa quella, che noi
chiamiamo positiva, a cui: facevano corrispondere ta contraria detta negativa.
La quale nomenclatura è falsa per quanto ho stabilito nel Nuovo Cerso, ed ho
accennato nella Nuova Gramm rag. per la lingua italiana. | | La proposizione
ipoteorica è ogni altra forma di pro- posizione differente da quella della
categorica sopra descritta. Ogni volta adunque, che v'imbattete in una
proposizione, che invece di presentarvi tre parole co- me essenziali elementi,
v'introduca la negazinne, co- me Aqua non est dulcis, oppure invece dell’
aggiun» tivo per secondo termine, vi presenti un altro no» me, come Quercus est
arbar, vei direte che ‘non sia più categorica, ma ‘poteorica. ed La
proposizione ipoteorica adunque è di due spe- cie, cioè posttiva e negativa: la
positiva è quando il verbo Sum si truova tra due nomi, cioè quando in- vece
dell’ aggiuntivo per secondo termine èvvi un al- tro nome semplicemente, come
nell’ esempio riportato ‘ (3 . Sa Le
Quercus est arbor , la quercia è albero. Il che deve intendersi di tutte quelle
proposizioni, che invece del- ’ aggiuntivo dopo il verbo sum, hanno un.
prenome, o qualunqué altra parola variata, derivata e composta in forma di
aggiuntivo, come Liber est hic il libro è questo, Equus est meus il cavallo è
mio, Lupus est deformis il lupo è deforme ec., perchè simili parole, non
essendo aggiuntivi, si debbono considerare come determinazioni di un altro nome
sottinteso da allogar- si dopo est, come spiegheremo più diffusamente in
Sintassi figurata. | . La ipoteorica affermativa è, quando, oltre i tre ele-
menti essenziali, vi è pure la congiunzione non sotto qualunque forma, cioè sia
quando vi è non, o ne, 0 haud, sia quando vi è ni 0 in in composizione ad altra
parola, o di, de, dis o a insenso di negazione, perchè come ognuno vede, sono
più quattro parole che tre. Ond’ è chiaro che la proposizione ipoteorica di
qualunque forma è composta, e in quanto alla po- sitiva sarà dimostrato nella.
seconda Parte: in quanto alla negativa è chiaro dal maggior numero delle pa-
role, come si è detto. Questa forma di proposizione adunque, paragonata alla
categorica, si può dire com- posta, relativa e negativa ; composta , perchè
rac- chiude più di un giudizio : relativa, perchè il giudi- gio, che esprime,
avviene per comparazione : negativa, quando vi è la negazione, perchè toglie
una qualità che era nel soggetto , o un effetto prodotto dalla causa, Intorno
alla proposizione considerata sotto il rispetto Ogni nomo che parla si deve
sempre proporre una qualche cosa che voglia dire ; fueri di questa suppo-
sizione è impossibile di parlare in senso di discor= rere o ragionare. H
proposito 0 il proporamento, ma- nifestato com parole, si dice proposizione, la
quale prende tutt'i caratteri del proposito. o del proponi- mento. Ora in due
modi possiamo proporci una qual-. che cosa a dire, o come primario obbjetto che
prin- cipalmente c’ interessa, © ‘come secondario obbjetto, il quale è in
grazia di quel primo, in guisaché, se questo non ci premesse, non ci daremmo
sollecitudi- ne di quello. Quando la proposizione prende una for- ma atta a
farci intendere il primo proponimento, sì dirà principate : se prende la forma
stla a farci in- tendere il secondo proponimento; si dirà incidente. Ec- co la
noziohe più semplice, che possa darsi della pro- posizione principale e
incidente, delle quali 10 trat- terò partitamente in due Articoli, suddividendo
il se- condo in più paragrafi. _Caratteri della Proposizione Principale, ideali
‘ed empirici. 1 caratteri della proposizione tanto principale quan- to
incidente si desumono , o dalla forma esteriore delle parole, che la
costituiscono, o dalla ragione del pensiero che esprimono. Nel primo caso si
dicono ca- ratteri empirici 0 verbali, nel secondo caratteri idea- ko logia. |
1 caratteri empirici 0 verbali della proposizione principale sono i seguenti:
1.° che il verbo di modo finito è all’ Indicativo de’ grammatici, e che noi ad-
domandammo Modo della proposizione principale va- riato ne suoi otto tempi
secondo l’ ordine esposto in Etimologia pag.138 e seg. Vol.II. 2. che non sia
precedu- to da prenome congiuntivo simile a quantus, qua- lis, qui, quae, quid,
quod, o da congiunzione co- pulativa mista simile a vt, st, quando, ubi, nam,
etemim ec., ossia da qualunque parola che rac- chiude il che italiano. Messe
queste due condizioni, direte senza tema di errare che la proposizione così
formata sia principale senza ricercare allronde la na- tura della medesima.
Carattere ideale o logico della proposizione princi- pale si é che dessa
presenta un giudizio finito , o un senso compiuto, in guisacchè chi legge o
ascolta non rimane sospeso in aspettazione di qualche altra cosa a dire per
intendere. Così dicendo : aqua est dulcis, 0 aqua facit cursum , ognuno intende
senza sospensione di senso, che una sostanza, cioè acqua – or dog – hirsute (H.
P. Grice), è in un dato Modo, cioè dolce; e che una causa, cioè acqua, fa
esistere un effetto, cioè corso. | . Quando io dico, che la proposizione
principale pre- senta un giudizio finito ; 0 un senso’ compiuto, per quello e-
per. questo non ‘si deve intendere un giur dizio, o un senso in ogni modo
determinato , perchè così confonderebbesi la proposizione principale sempli- ce
con la proposizione principale logica o discorsi- va , di cui parleremo nella
Sezione: seguente. Quel finito e compiuto intendesi in rapporto a’ tre elementi
essenziali della proposizione e del giudizio. hei 5000 a Intorno a’ Caratteri
della Proposizione INCIDENTE, EspLiciTa e IMPLICITA. I Caratteri empirici.o
verbali della Praposizione in- cidente sono due ancora: 1.° che il verbo non
sia al Modo detto Indicativo da’ grammatici, e da noi Modo della Principale
proposizione , ma all’ Imperativo, al Congiuntivo ed all’ Infinito. 2.° Se il
verbo e al mo- do Indicativo sarà preceduto da Prenome congiun- tivo, o da
Congiunzione copulativa , in cui si rac- chiude il che italiano. si Carattere
ideale o logico della proposizione inci- dente si è, che dessa presenta sempre
wn giudizio mon finito, e un senso non compiuto , onde lascia ‘una sospensione
in chi ascolta o legge, per ia qual si è in aspettazione di qualche altra cosa
a dire per intendere. Se dico per esempio: Si tu scribiîs se tu scrivi, etst
ille veniat benchè egli venga, voi non in- ‘tendete certamente in modo assoluto
, ma state ad 84 è Poco: i . ;. aspettare ehe ie dica qualche altra cosa per
com; prendere il senso di quelle frasi -ineempiute. |. .. «La Pròpesiziene
incidente altra è esplicita, altra è implicita: la prima si ha quando è
preceduta espli» citamente da Qualis, Quanius, Qui, quae, quod sia semplice,
sia composto, come quamodo, quivis, qui libet, quicumque ec, n° e implicita ne’
seguenti casi: 1,° se il verbo-è al. l’Imperative ,. 2.° all Infinita, 3.° all’
Indicativo e Congiuntivo preceduti da Cengiunzione mista, 4.° se la proposizione
è interrogativa, In quattro distinti para; grafi esporremo queste quattro
specie di proposizio- ni incidenti implicite, A | e (SS ae Della Proposizione
incidente implicita 1mperatira, Quando diciamo : f prae va avanti, veni huc
vie- ni qua, fac cito fa presto, ognuno comprende che noi vogliamo dire, io
comando, io prego, io voglio , lo desidero che tu vada, tu venga, tn faccia ec,
In altri termini è chiaro, che la forma imperativa è una maniera di dire
abbreviata, la quale fa intendere la proposizione: principale ego jubeo , ego
precor-, ego volo, ego cupio ec., da cui dipende la incidente s0- stenuta dal
verbo variato a modo imperativo. Quindi deducesi che la' proposizione cel verbo
in tal niddo è incidente, perchè subbordinata ad una delle principali riportate,
ma è implicita, perchè una tale proposizio- ne non è preceduta da Preneme
congiuntivo è da Com giunzione , che racchiudano il che italiane. Oltracciò
‘deduco che questo Modo impropriamente è ‘detto im» “perativo ; perocchè hon
sempre la principale; da cui dipende, è io comando, ma alle volte è i0 prego,
i0 consiglio, i0 desidero, to voglio. In fatti, allorchè di- eiamo a Dio :
Libera nos ab omni malo s liberaci da ogni male,chi oserebbe asserire che con
quel libera nos noì miseri mortali osiamo di comandare l'Onnipotente?. e quando
un amico per affetto dice all’ amico : vent Gito vieni presto, sarà questo un
comando pari a | Quello che si fa al servitore con la stessa formula ? Niun
uomo di buon senso potrebbe pensarlo, Ondechè nella Nuova Grammatica Italiana
vol. Il: pag. 17. io proposi Modo volitivo preferibile a modo imperativo (1). $
2° Intorno alla proposizione incidente implicita INFINITA. La proposiziono è
infinita, ogni qualvolta ha il ver- bo al così detto modo infinito, come aquam
esse dul- cem, aquam facere cursum, o, se il verbo è concreto, aquam quiescere
, aquam currere. La distinzione dì ‘proposizione fimta e infinita è della
massima impor- (1) Il precettore per esercizio de’giovanetti, ogni qual- volta
incontrerà una proposizione imperativa , farà due cose; in prima farà loro
rilevare dal senso che forza ab- bia questa formula, se di preghiera, di
comando, di esor- tazione , di consiglio ec. In secondo luogo farà ridurre in
forma analitica il costrutto sintetico di questo modo e, se per esempio
incontrerà questa frase verzz cito, 80- stituirà ego precor ut cito venias,
passando al congiunti- vo coll’ w/ l’imperativo , oppure al modo infinito, come
ego volo te venire cito, secondo che il verbo della pro- posizione principale
richiede, come Lissa in appresso, . tanza sintassica, quantunque da’grammatici
non sia stata fatta, o almeno non si sia fatta rilevare sufficientemen- te. Ma,
come è chiaro dalle due prodotte in esempi, la proposizione infinita , quando
il verbo è. astratto, costa di tre parole, che nella sostanziale sono nome,
verbo e aggiuntivo, e nella causale, nome, verbo e ver- bale. La differenza è
in quanto al primo termine , i quale nella proposizione infinita À la quarta
desinenze detta nelle scuole Accusativo, con la quale concorda la desinenza del
secondo termine aggiuntivo, se è sostan- ziale, come aquam esse dulcem; nella
causale il pri- mo termine ‘è la stessa desinenza detta accusativo, ed il
secondo termine, che «è il verbale, variandosi come nome, prende pure la stessa
desinenza, come aquam facere cursum. | “a Il primo termine della proposizione
infinita prende tutte le nomenclature del primo termine di proposi- zione
finita, benchè differiscano in quanto alla desi- nenza nella più parte de’
nomi, cioè di soggetto 0 di agente secondo che vi sarà l'infinito esse o
facere, perchè tanto Ja proposizione finita quanto l' infinita I i in ciò che
sono sostanziali o causali, ca- tegoriche 0 ipoteoriche ec. | — Nella
proposizione causale tanto il primo termine quanto il secondo hanno la quarta
desinenza , come ‘aquam facere cursum, dove aquam è primo termi- ne agente e
cursum secondo termine effetto. © Ma, non sempre che incontrasi I’ infinito,
presenta ‘una proposizione in forma secondo il falso vedere di alcuni
grammatici , perocchè e in italiano e in latino .spesso si adopera, come nome
primo termine di pro- «posizione finita o infinita, 0 come obbjetto , 0 come
.termine di rapporto. Glì esempi sono ovvi nell’ uso «della lingua, ed .io mne
cito qualcheduno. S$ctre :tuum ‘ Lea INTORNO ALLA SINTASSI REGOLARE 27 nihil
est il'tuò sapere è nulla : Comprehendi mises rum est l’ essere incolto è
compassionevole , dove Scire e Comprehendi fanho da primi termini della
proposizione finita sostenuta dal verbo est. L’ uso più frequente dell’
infinito. è con l'ufficio di obbjetto do- po i verbi transitivi, come Scio te
studere so che tu studi, o so studiare tu: come termine di rapporto e-
quivalente ad uti nome variato con la desinenza eti- mologica significativa
della preposizione di si truova ne’seguenti casi I.” dopo i così detti verbi
passivi, ossia dopo quei verbi, che, avendo.la desinenza in. 0r, equivalgono al
verbo sum.ed al participio in us, for- mati da'verbi - di azione transitivi in
o, simili a Dicor, Credor , Vocor, Nitor, Conor (1) ec. L'infinito dopo questi
verbi ha forza del così detto genitivo, e tro- vando il seguente esempio :
Horatius dicitur fuisse poeta , etimologicamente tradurrete: Orazio dicesi di
essere stato poeta, benchè per traduzione di equi- pollenza si dica meglio in
italiano : Dicesi che Orazio sia stato poeta. La ragione sì è che quell’
infinito in simili costrutti non può essere nè primo termine di proposizione nè
obbjetto, e se non è una di queste cose dovrà essere necessariamente un termine
di rap- perio , per lo pelicino generale enunciato in Etimo- ogia Vol. II. che
il nome (e nome verbale è l' infi- nito ) in qualsiesi costrutto o è primo
termine di proposizione o secondo termine di rapporto in (1) Questi due ultimi
verbi Nifor e Conor si hanno per deponenti da’ grammatici , ma stando al
significa- to di ingegnarsi sforzarsi sono veri passivi come 2a- - ceor. Nè
osta che il loro attivo non è stato mai nell’uso, o che per traduzione di
equipollenza si facciano valere per dentare. a i . modo implicito od esplicito. Ora il verbo
passi» vo (e passivi sono i prodotti in esempio e: tutti que- gli altri che i
grammatici appellarono vocativi ) non può avere l’ obbjetto , come sarà altrove
più chiara- mente dimostrato : resta a conchiudere che l' infinito dopo i verbi
passivi in generale sia un termine di rap- porto equivalente ad un genitivo,
nel quale senso Vir- gilio adopera l’infinito cognoscere dopo il nome amor,
quando disse: Amor casus cognoscere nostros, amore di conoscere le nostre sventure.
2.° Dopo i verbi, che grammatici dissero servili, come queo io posso, nequeo
mon posso, possum io posso, soleo io son solito, debeo io debbo: esempi, nequeo
vivere non posso vivere: soleo scri- bere son solito di scrivere, imperocchè
simili verbi sono di stato e in forma analitica equivalgono a essere (esse) ed
al participio od aggiuntivo potis e potens, debitor per debeo, e solitus per
soleo. Sicchè traducendo etimologi- ‘camente ego non possum scribere, e ego
soleo scribere per io non sono potente o sono solito; l'infinito dovrà essere
necessariamente preceduto dalla preposizione di, come io non sono potente o
sono solito di sertvere. In simili casi l’ infinito non prende la forma espli-
‘cita di proposizione infinita, perchè non può essere ‘mai preceduto dal primo
termine, che si richiede in- -dispensabilmente per formare e costituire la
proposi- ‘zione medesima. Si può dunque domandare. in quali casi l' infinito
può formare proposizione ? Quando è primo termine di proposizione finita, e
quando è obbjetto di un verbo transitivo sotto certe date condizioni, come Deum
ésse sanctum evidens est essere Dio santo è cosa evidente, Scio te scribere o
te facere scripturam so che tu scrivi. Ma se il primo termine non può aver
luogo, ancor- chè fosse ne’ due casi descritti , l’ infinito non potreb- be
formar proposizione infinita. Ondechè dopo il ver- bo tolo opto e cupio , che
significano Voglio e Desi- dero, ne’ casi che il primo termine - della.
proposizione infinita dovrebbe essere lo stesso nome, che fa da pri» mo termine
della proposizione finita , l'infinito non è preceduto dal suo primo termine ,
dicendosi :Volo venire, Cupio esse clementem e non Volo me venire, © Cupio me
esse clementem. Se poi i primi termini sono nomi diversi, avrà luogo il
contrario, ben dicen- dosi: Volo te venire, Cupio te esse clementem: Fatte
queste dichiarazioni indispensabili, sorge la principal quistione : come la
proposizione infinita può essere ncidente e implicita? Che la proposizione
infinita -sia incidente, si ri- leva: dal solo riflettere che dessa non regge
mai da sè nel discorso indipendentemente da un’altra, che è principale rispetto
alla medesima. Chi dice infatto:: Petrum flere , non dà un giudizio finito o un
senso compiuto, se non lo fa precedere da Ego Scio lo so: che sia incidente
implicita apparisce chiaramente dalla risoluzione del modo infinito al finito
preceduto da Quod, perchè tanto se dico Scio Petrum jlere, quante se Scio quod
Petrus flet, dirò sempre la. medesima co- sa. Adunque il Che, latinamente quod,
è implicitamente contenuto nella forma della proposizione infinita , il che
basta a formare una proposizione incidente. im- pheita. | | - 68,9 Intorno alla proposizione incidente
implicita «—__Copulativa. La proposizione incidente implicita copulativa sì è |
quella, che è preceduta da una delle Congiunzioni miste Ut, Ubi, Quando, Dum,
Si, corrispondenti alle italiane Come, Dove, Quando , Mentre, Se, perchè simili
congiunzioni racchiudono il che 0 quale, ossia .il pre- nome relativo Qui,
quae, quod. In fatti Ut come ‘equivale a Modo in quo modo o più brevemente a
quomodo, ossia modo nel quale modo. Ubi dove a luogo nel quale luogo: Cum, Quum,
Quando quando a tempo ‘nel quale tempo: Dum mentre a momento,nel qual:mo-
mento:Si se a caso nel quale caso, Vedi Etimologia Vol. Il.° e NuovaGrammatica
ragionata per la lingua italiana ‘Vol. I.° pag. 82. e segg. Tutte le
proposizioni precedute :da queste congiunzioni sono incidenti, perchè non reg-
‘gono per sè stesse, se non si appiccano ad un’altra. proposizione, che
rispetto ad esse sia principale. Infatti mon dànno mai un giudizio finito 0 un
senso compiuto, ‘ma lasciano sempre una sospensione ed un aspettazio- ‘ne di
qualche altra cosa a dire per intendere, come «quando dicesi, Ut venio, come
vengo, Cum o ‘do reseribes quando risponderai: - Ubi dirtt dove dis- se, Sî
scies se saprai. Sono implicite, perchè il Qui, quae , quod, non è espresso ;
si dicono Copulative dalla congiunzione che precede. Per la nozione di modo, di
luogo, di tempo e di caso, che le suddette congiun- zioni racchiudono, le
proposizioni, che ne sono precedu- te, si possono distinguere con le
nomenclature di Pro- posizioni Modale, Locale, Temporale, Condizionale. È
proposizione Modale quella che va preceduta da Ut sia semplice, sia composto,
come uti, velut, veluti, e da Ceuw: è Locale quella ch'è preceduta da Ubi :
Temporale quella che è preceduta da Cum o Quum, Quando e Dum: Condizionale
quella che è preceduta da S: tanto semplice quanto composto, come mist o ni
abbreviato di nisi, da an, da utrum, ne, necne nelle proposizioni dubitative. o
i $ 4° Della Proposizione incidente implicita interrogotiva. Si dice
interrogativa quella proposizione che hella scrittura ha in fine un così detto
punto interrogativo, e_ nella profferenza porta una modulazione di voce, che
indica premura di sapere. . Dessa è incidente implicita, ogni qualvolta non è
preceduta da alcun segno esplicito d’ incidenza, come qui, quae, quod, qualis,
quantus, quomodo, cur, quare, quid? ec. perchè, se da alcuna di queste parole
fosse preceduta, ognun. vede che sarebbe incidente. Ma si potrebbe quistionare,
se si dessero proposizioni interrogative non precedute da alcun segno
d’inciden- za. Ed io rispondo ‘senza esitare che se ne dìnno mol- tissime in
ogni lingua, e quindi ancora nell’usò della lingua latina, la quale presenta
mille esempi di Do- mande con la particella ne e nonne, come Audisne? non odi?
Vidistine ? non vedesti? Nonne ivisti? fors non andasti? ec. ec. o Ma come si
può dimostrare che la proposizione in- terrogativa sia incidente? È facile a
provarlo dal soto riflettere che la proposizione interrogativa non prece- duta
da seguo di incidenza , come Vidistine? non vedesti ? in nulla differisce dalla
principale non vidisti mon vedesti, in quanto alle parole , le quali sono le
stesse, perchè ne non differisce da. non. Intanto ognu- no conosce.la
differenza che passa tra queste due enunciazioni vidistine? e non vidisti, come
è chia- ro dalla diversa maniera di scriverle e di profferirle. Or questa
differenza non può derivare dalle parole, che ‘sono le stesse: dovrà dunque
derivare dalla diversa natura delle proposizioni. E, posto che Non vidisti. è
principale, se ne dovrà conchiudere che vidistine? sia incidente , perchè ogni
proposizione non può essere che o principale 0 incidente. | Ma, se ogni
proposizione incidente deve dipendere da una principale 0 espressa o sott’
intesa, si vuol sa- pere quale sia la principale, da cui l’ interrogativa di-
pende ? Standoci al senso, che rileva dal nesso logico, la proposizione
interrogativa dipende dalla principale sott' intesa Ego volo scire io voglio
sapere , perchè chi domanda è incerto delle cose, ed è premurato dal bisogno di
saperle. ln questa guisa riducendo a forma analitica la interrogativa
Vidistine? avremo Ego volo sci- re casum in quo casu tunon vidisti, o più
brevemente ego volo scire an tu vidisti. Alla stessa guisa sì riduco- no le
interrogative precedute da qualche segno d’ inci- denza. Io ne produco più
esempi per norma di riduzione ne' casi simili 1.° Quare o Cur non fecisti id?
in for- ma analitica Ego volo scire rem a qua re,o propter rem tu 4 non
fecisti. 2.° Quis venîit chi venne ? Ego volo scire ‘hominem qui homo venit.
3.° Quid est? che cosa è ? Ego volo scire negotium quod negotium est. 4.° Unde
venis donde vieni? Ego volo scire lo- cum ex quo loco venis 5.° Ubi es dove
sei? Ego volo scire locum in quo loco es, 6.° Quomodo huc intra- sti Come -sei
entrato<quì ? :Ego volo scire modum in INTORNO ALLA SINTASSI REGOLARE 33
quo modo huc intrasti ? La soluzione in somma deve essere fatta in modo che la
domanda resti subordinata alla proposizione , Ego volo scire , come l’
incidente proposizione alla principale, sott' intendendo quel nome con quella
desinenza di variazione, che è richiesta dal senso e dalle ragioni della
grammatica. Si riscon- tri sul proposito quel che è ancora stabilito nel Il.
Vol. della Nuova Gram. per la lingua italiana. Intorno alla proposizione sotto
il rispetto di chi ascolta, ossia della Proposizione Grammaticale e Logica o
Discorsiva. Il fine di chi parla è quello di farsi intendere, 0s- sia di
manifestare con le parole il suo pensiero a chi ascolta. E, siccome non tutti
gli ascoltanti sono ca- paci d’ intendere un pensiero con. lo stesso numero di
parole, ma con alcuni se ne ha bisogno di molte, con altri di poche; è facile a
intendere che una stessa proposizione , che costa de’ soli tre elementi essen-
ziali, la essere intesa da alcuni, può non essere in- tesa da altri, se non è
specificata o determinata, ag- giungendo a’ tre elementi essenziali altre
parole. Il che è evidente dal fatto della propria esperienza, che io riepilogo
nel seguente esempio. Se più persone pre- senti al mio discorso, che si è
versato intorno ad una cert’ acqua, odono in conclusione aqua est dulcis
l’acqua è dolce, tutti intenderanno determinatamenle di qual acqua è mio
intendimento di parlare. Ma, se mentre enuhcio questa proposizione, arriva un
estra- nea al mio discorso, naturalmente dovrà domandarmi, per intendere , di
qual acqua si parli, ed io -per far manifesto il mio pensiero dovrò aggiungere
a’tre. ele- menti essenziali altre parole e dire per esempio : Aqua putei est
cum melle dulcis, P acqua del pozzo con. il miele è dolce. Da questo fatto è
chiaro che vi può essere una proposizione grammaticale simile ad a- qua est
dulcis, ed un'altra logica o discorsiva simi- le ad aqua putei cum melle est
dulcis. lo dunque tratterò in due Articoli nella presente Sezione. della
Proposizione grammaticale e della Proposizione logica o discorsiva sotto il
rispetto di chi ascolta, perchè ap- punto usiamo or l una or l’ altra in grazia
della ca- pacità relativa degli ascoltanti, che saranno più o-me- no informati
del soggetto dei nostri discorsi. Intorno a’ caratteri della Proposizione
Grammaticale. La proposizione grammaticale costa de’ soli tre ele- menti
essenziali, come Aqua est dulcis o aqua facit cursum, se il verbo è astratto, o
se il verbo è con- creto di due sole parole, come Aqua quiescti o aqua currit.
Dessa è sostanziale o causale , principale o incidente , categorica o
ipoteorica. Per questa sua natura è una proposizione astrattissima , perchè non
rende conto delle particolarità costitutive di un’acqua qualunque , e perciò è
ancora indefimita e indeter- minata, perchè non dice in che tempo,in che luogo,
in che modo ec. l' acqua è dolce o l’acqua fa corso, ma enuncia semplicemente
che I’ acqua è dolce e l’ac- qua fa corso. Dessa, a rigore parlando, rare volte
ha luogo, e pro- priamente quando gli ascoltanti sono informati dal pre-
cedente del soggetto di cui si parla. Dico a rigore par- _ Jando, perchè gli
oratori. mettono la proposizione gram: maticale prima dell’ orazione , e i
matematici è i fi- losofi il teorema, che può essere una grammaticale .
proposizione, prima della dimostrazione. Rare volte ha luogo, perchè ‘ogni
discorso, diretto ad informare altrui del nostro divisamento , non può
contentarsi di una proposizione astrattissima e indeterminata. È mestieri
dunque che se ne descrivano i caratteri, e che sia con- natata, anche perchè,
quando si fa la disamina sintas- ‘tassica sopra un periodo, che è una
proposizione Lo- gica 0 discorsiva, la prima cosa, a cui bisogna por mente, è
la proposizione grammaticale, che racchiude il Con- cetto ossia il proponimento
dello scrittore, in grazia di cui esistono, come appendici, tutte le determinazioni.
Intorno alla Proposizione Logica o Discorsiva. La proposizione tanto
sostanziale : quanto causale , tanto categorica quanto ipoteorica , tanto
principale quanto incidente, è logica 0 discorswva, ogni qualvolta oltre i tre
elementi essenziali è accresciuta ‘di altre parole , come Aqua puiei cum melle
est dulcis ac- qua di pozzo col miele è dolce, dove, come egnu- no vede, oltre
gli elementi essenziali Acqua est dul- ‘cts vi sono di più putei, cum, e melle.
Essa è detta logica .dal greco dogos, che significa discorso, perchè. quando .
più .di tre parole si compongono, si esce da’li- “miti di una semplice
enunciazione , e .si entra in di- -scorso. - Sicchè Logico. equivale all’
italiana parola di- -SCOTSÌvO. ! ai i ‘Posto :che in. ogni. proposizione logica
è mestieri ri- «cercarne -la grammatieale, .che è come .il nucleo e.la 36... .
PRIMA PARTE sostanza di n periode ‘0 di un costrutte qualun- que, è agevele a
comprendere che le parole dì più oltre gli. essenziali elementi in una logica
proposizione si possono censiderare eome dipendenti da questi. On- dechè tutte
le parele , ehe entrane a formare la più lunga proposizione logica, sì pessono
considerare alcu- ne indipendenti, che stanno da sè; e starebbero anche sole
senza bisogne di altre parele ; altre dipendenti cioè in grazia di quelle, in
guisachè, se le prime non fossero, non potrebbero le seconde reggere. Così nel-
l’ esempio: Aqua puter cum melle est dulcis, le pa- rale aqua est dulcis stanno
per sè indipendenti dalle altre, ma puter e cum melle sone in grazia di a- qua
in. maniera che, se togliete aqua, dovete togliere putei e cum melle, che ne
dipendono, Per questa ra- gione e pei caratteri innanzi descritti della
proposizio- ne grammaticale io chiamo Determinabili gli essenzia- li elementi
della proposizione grammaticale , e chia- mo determinazioni tutte le parole,
che si aggiungono come un dippiù di que’ tre elementi, Determinabile è ciò che
è capace di determinazione ; la determina- zione è un limite, una restrizione ,
che sì appone a ciò che è senza limiti o senza termini. | Mi spiego con un
esempie. Se io dico: aqua acqua solamente , vei intendete per quest'unica
parola ogni acqua possibile, e potete intendervi l’acqua di i pron l’acqua di
pozzo , l acqua piovana, l'acqua di fon- te ec, ec, perchè dessa sola è segno
di un’ acqua in- determinata, cioè senza limiti e senza restrizione , e perciò
un vero determinabile, Laddove se io dicessi : aqua putei acqua di pezzo, voi
nen sereste più nella libertà di pensare ad ogni acqua possibile, perchè la pa-
ola pater di pozzo, aggiunta ad aqua, ne restri il significato, e la riduce
alla sola acqua di pezzo, Onde è ‘chiaro che putei.di pozzo è un limife, un
termi- ne, una restrizione, 0 determinazione di aqua acqua. Ora si comprende
chiaramente che cosa sia una de-: terminazione: è una o più parole che apposte
ad un altra parola restringono ‘il’ significato indeterminato o generico di
quest’ ultima , come è putei di pozzo ri- spetto ad aqua. Tutte le parole
adunque; di cui si compone la più ricca proposizione logica, si distinguo» no
in parole determinabili e in-parole determinazio- ni, E, siccome quest'ultime sono
sempre in grazia delle prime, e però dipendenti, è chiaro che 1 determinabili
sono le tre parole costitutive de’tre elementi essenziali di qualsiasi
proposizione : le determinazioni poi sono tutte le altre parole, che non sono
que’ tre elementi, Se- volete pertanto sapere quanti e quali sono i deter-
mînabili , io vi rispondo che sono tre nella proposi- zione sostanziale e tre
nella causale, cioè Nome, Ver- bo e Aggiuntivo; e Nome; Verbo e Verbale. E,
sic- come Nome e Verbo sono gli stessì nelle due. serie , si può dire in
generale che i Determinabili> în tutto sono quattro 1.° Nome 2.° Verbo
3.° Aggiuntivo 4.° Verb ° . 90 è : Chi studia la proposizione Logica o
discorsiva, inten- de conoscere le determinazioni ‘di ciascun determina» bile,
perchè abbiamo veduto che, aggiungendo. quelle a questi, la proposizione da
grammaticale diviene Lo- gica 0 Discorsiva. Ecco perchè noi divideremo il pre-
sente Articolo in quattro paragrafi , ognuno de’ quali si propone di far
conoscere quali sieno e possano es- sere le determinazioni di ciaseuno
determinabile. Ma, siccome cadono ‘delle distinzioni rispetto alla diversa
natura di ciascun determinabile , perchè il primo ad esempio non sempre è un
Nome, ma alle volte un tn- finito , e’l secondo non sempre è verbo pteo ma alle volte è un verbo conereto ec. così
suddividere- mo ciascun paragrafo in più numeri , dove l’ ordine delle materie
e la chiarezza dell’esposizione lo richiede. $1° Intorno alle Determinazioni
del primo Determinabile. Jì primo determinabile non sempre è un nome nel senso
dichiarato in Etimologia Vol. II. pag. 24, ma alle volte è un infinito , come
abbiamo accennato a pag. 26 del presente Volume. Ora sotto il rapporto | delle
Determinazioni vi è qualche differenza tra l’uno e l altro, ecco perchè esporremo
in due Numeri 1.° quelle del Nome 2.° quelle dell’ Infinito. Num. 1.° Intorno
dlle Determinazioni del primo Determinabile . I principio generale e regolatore
nella ricerca delle determinazioni di ogni qualsiesi determinabile è il se-
guente. Saranno determinazioni di una parola tutte quelle altre , il cui
significato è in intima relazione col significato di quella prima, che rispetto
ad esse è un determinabile, perchè , essendo Ie determinazioni limiti 0 termini
di'un’ idea indeterminata , deve pas- sare tra il determinato e la
determinazione quella stes- sa relazione, che passa tra il termine e ’l
terminato. Se non vi fosse questa relazione,ancorchè una parola fosse
determinazione di un determinabile, non sarebbe tale ‘rispetto ad un’ altra. Procedendo
con questo principio per sapere quali sieno le determinazioni del Nome non
abbiamo a far altro che vedere; con quali idee ha relazione la so- stanza e la
causa, di cui il nome è segno (Etim. Vol. II. pag. 24 ). E 1.° Non vi é
sostanza creata esistente, chie non sia nel suo concreto limitata o finita
dalle sue quali- tà e quantità , perchè abbiamo. detto in Etimologia che di
ogni sostanza si può domandare: Quant’ é ? Qual'è ? Per questa intima
relazione, che passa tra la sostanza e le qualità e quantità, il Nome, che é
segno della prima, prende per sue determinazioni i qualita- fivi e quantitativi
clie sono segni delle secone de, e, se la proposizione grammaticale aqua est
dul- cis è oscura per chi ascolta , voi aggiungerete chia- rezza, determinando
il nome aqua con l' aggiunti vo alba, e direte aqua alba est dulcis, T acqua
bianca è dolce. Lo stésso avverrà, se invece di alba apporrete un aggiuntivo di
quantità continua o di- screta, richiesto dal senso. Da questo momento adun-»
que impariamo a distinguere i due. uffici, che |’ ag- giuntivo sostiene nel
discorso, cioè 1.° di secondo ter- mine di proposizione, come è Dulcis rispetto
ad aqua est dulcis: 2.° di determinazione del nome, come è alba rispetto ad
aqua nella proposizione logica aqua alba est dulcis. Nel fare l’ analisi di una
proposizio- ne logita, in cui concorrono molti aggiuntivi, tan- te volte è
difficile a discernere il secondo termine della proposizione , specialmente ne’
costrutti intrec- ciati per poetiche, e perciò ardite, trasposizioni delle —
parole. lo do una norma per nen errare in questa ricerca. Il secondo termine di
una proposizione so- stanziale rispetto all'aggiuntivo determinazione sta co-
me la proposizione principale all’ incidente. Per sapere adunque quale tra più
aggiuntivi sia quello, che ‘deve allogarsi dopo il verbo est, come secondo ter-
.mine , è mestieri considerare quale. tra essi ha la di- , 4qmità: di primario
concetto. di chi. parla. La qual cosa, se non si Fileva dalla posizione
naturale. delle parole, è uopò: che si raccolga. dal senso contenuto ‘in quel
.che precede o in quel che segue del discorso. Se, ‘per esempio, invece di aqua
alba est dulcis il co- ‘strutto si presentasse col seguente ordine artificiale:
Alba dulcis aqua est, a vedere se alba o dulcis sia secondo termine, e quindi
uno di loro determinazione, -non abbiamo altro mezzo che ‘il nesso logico di
que- «sta proposizione con l’antecedente e col seguente. .. Quando il nome è
seguito da un aggiuntivo qualita- .tivo o quantitativo, sua determinazione,
come Aqua alba .est dulcis, allora si dice che il nome è determinato in forma
analitica da un aggiuntivo. Ma. se il nome :sì varia con desinenze etimolegiche
significative di quantità discreta, per cui si fa singolare e’ plurale ,
«Oppure per desinenze. significative di quantità conti- .nua e di qualità, onde
diviene diminutivo e accre- +citivo, migliorativo e peggiorativo , allora il
nome si dirà determinato da un oggiuntivo di quantità o di . qualità in forma
sintetica. Così se m° incontro nel seguente esempio : Asellus est. fortis
l'asinello è forte, .non dirò che Asellus sia nome grammaticale , perchè
.asellus equivale a due parole , cioè parvus ‘piccolo ed asinus asino... pa
ati: In 2.° luogo il nome prende per sue determina- zioni 1.° un neme, con. la
desinenza significativa del- la preposizione Di, detta in. grammatica genitivo,
e da noi seconda. desinenza : 2.° la preposizione .eum con; seguita dal secondo
termine di rapporto : 3.° La preposizione Sine o absque senza , seguìta da
nome, come suo secondo termine. La ragione si è che il nome dinota sostanza o
causa. Ora non vi è sostanza o causa creata, che non sia dipen- dente, e che
non si truovi o sola 0 in compagnia. Ma i rapporti di dipendenza, di unione, e
di disu- ntone hanno per segni la seconda desinenza del no- me variato , la
preposizione Cum e Sine , è dunque chiaro a comprendere che ad esprimere questi
rap- porti di una sostanza, che ha per segno il nome pri- mo determinabile, è
uopo farlo seguire o da un nome variato con la seconda desinenza, o dalle due
propo- sizioni Cum e Sine, seguite da’ loro termini, Sicché possiamo dire che
la seconda determinazione del no- me si è quella di relazione , che ha per
segni una di queste tre cose. Così, se aqua est dulcis è propo- sizione
insufficiente per far intendere il nostro con- cetto, lo determineremo dicendo
1. Aqua putei est dulcis 1’ acqua di pozzo è delce 2. Aqua cum mel- le est
dulcis Y acqua col miele è dolce 3. Aqua sine o absque melle est dulcis 1’
acqua senza miele è dolce, e diremo che putei, cum melle , sine melle sieno
determinazioni del nome aqua. Da ciò deduco primamente che il così detto geni-
tivo de’ grammatici a ragione fu considerato come di- pendente da un nome
sostantivo espresso o sottinte- so , perchè racchiudendo la prepesizione Di,
che sì gnifica rapperto di dipendenza, la quale è tra sostan- ze e sostanze,
che hanno per segni i nomi, vuol es- sere allogata in forma analitica tra due
nomi. In se- condo luogo osservo quanto era assurda la dottrina de’ grammatici,
che consideravano it nome preceduto da Cum per un ablativo di strumento, come
deter- minazione di certi verbi, imperocchè lo stato e l' a- zione, significati
dal verbo, non hanno alcuna relazio- 42. . PRIMA PARTE ne con il rapporto di
unione e di disunione , la quale è tra sostanze e sostanze o cause e cause (
vedi Etim. vol. II pag. 42). “e . Quando il nome è determinato o da .un nome
va- riato con la seconda desinenza significativa della pre- posizione Di, o da
nome preceduto da Cum e Sine, si dirà determinato in forma analilica .per una
di sif- fatte relazioni. 000 o | "A Ma, se invece del nome variato con la
desinenza significativa della preposizione Di si.adoperassero pa- role derivate
da nome in forma di aggiuntivi, come meus, tuus, suus, derivati da ‘met, tui
sui, allora que- sta parole sì direbbero determinazioni del nome in forma
sintetica ’ sotto : il rapporto. della preposizione , Da. Così invece di dire,
analiticamente aqua silvae acqua di selva, dirò sinteticamente aqua silvestris
con lo stesso significato: parimenti invece di vir fidei uo- ano di fede dirò
nello stesso senso vir fidelis vomo fedele. Dite lo stesso di tutte le parole
derivate da’ nomi in forma di aggiuntivi con qualunque desinen- za per lo
principio generale enunciato in Etimologia pag. 158 vol. II. che dal nome non
possono derivare parole in questa forma, che non racchiudano per. si- gnificato
accessorio un’ idea di relazione, di cui sono segni le tre preposizioni De,
Cum, .e Sine. Quindi, se ancontrate Themistocles fuit Atheniensis ,’ tradurrete
-Themastocles fuit vir Athenarum: Cicero fuit orator -latinus , ‘tradurrete
Cicero fuit Orator Latii ec. Ri- «spetto alla preposizione sine senza si è
ricorso alla «composizione delle congiunzioni negative non, ne, in di, dis ec.
come negotium che vale non otium ec. In 3." luogo il nome s'intende
determinato , ogni qualvolta è seguito da una proposizione incidente espli-
gita, cioè preceduta da qualis, quantus, o. qui, quae, quod , imperocchè, se'
determinare vuol dire restrin- gere il significato astratto di una parola, è
facde a comprendere che il'nome si determina, quando è se- guito da una si
fatte proposizioni. Infatti ‘allora. che diciamo Aqua , quam dedisti mihi, est dulcis,
l'ac- que, che mi hai data, è dolce; ognuno vede che. per acqua non s' intende
un'acqua qualunque, ma quella sola, che tu mi hai data. Se egli è così, il
significato di aqua è ristretto dalla proposizione incidente espli- .cita quam
dedisti. La proposizione incidente esplicita a rigore dovrebbe essere preceduta
da qualis e quan- tus, che in Etimologia addomandammo Prenomi Con- giuntivi
immediati (pag. 53): ma in Sintassi per non inviluppare la mente de’ giovanetti
con tante distin- zioni abbiamo detto che la proposizione incidente è sempre
esplicita, ancorchè sia preceduta da qui, quae, quod Prenome Congiuntivo
mediato. I grammatici chia- mavano questo prenome, pronome relativo, intorno al
cui costrutto scrissero tante pagine, e accumularono tante osservazioni. lo non
posso passarmene senza fa- re menzione di queste teorie , che hanno acquistato
una celebre importanza nelle scuole. Dirò dunque che il nome determinato dalla
propo- s'zione incidente esplicita fu. detto nelle scuole ante - ‘cedente , col
quale il prenome congiuntivo qui, quae, quod deve avere un accordo per
desinenza significa- tiva di quantità, ossia di unità, di numero, e di sesso,
se l’antecedente è .nome di ‘animale variato, o come dicevano' 1 grammatici in
genere e numero. Quello stesso nome ripetuto dopo il prenome fu detto conse-
.guente , col quale volevasi che accordasse in .genere numero ‘e caso , perchè
tanto il prenome quanto il conseguente appartengono ad una stessa proposizione,
‘diversa da quella, che precede. Noi dobbiamo. so- ù è. stituire al linguaggio delle scuole , il
nostro più pro- prio, e perciò diremo che il prenome relativo qui, quae, quod
ha desinenze indicative di accordo col nome, che determina la sua incidente
proposizione ;. ma con esso ha un accordo parziale e non intero : I avrà intero
cel nome stesso fatto conseguente, a cui precede. In Sintassi regolare questo
secondo nome de- v' essere espresso, e nell’esempio riportato si dovreb- be mai
sempre dire: Aqua, quam aquam dedisti mihi, est dulcis. Ma l’uso della lingua non
serba quasi mai questa regolarità, ma il più sovvente sopprime il con- seguente
facile a intendersi, e lo esprime ne’ soli casi di oscurità. Cesare, che si
studiava di parlare chiaro, quasi sempre lo esprime , poco curandosi di essere
elegante con figurati costrutti. Ma di ciò a proprio luogo nella Sintassi
figurata. Quando il nome è seguito da una proposizione in- cidente esplicita,
si dirà determinato in forma analitica sotto il rispetto di questa
determinazione. Ma, sicco- me la proposizione incidente implicita in quanto a
senso equivale ad una proposizione incidente esplicita, è facile a intendere
che il nome si dovrà considerare come determinato in forma sintetica sotto il
rapporto di questa determinazione, ogni qualvolta è preceduto o seguìto da parole,
che racchiudono il senso di un intera proposizione. | E 1.° quando il nome è
preceduto da’ prenomì di sito Hic, Iste e Ille, diremo che sia determinato in
forma sintetica da proposizione ineidente implicita , perchè dicendo , haec
aqua quest acqua , il senso è: acqua, la quale è vicina a me : illa aqua Î'
acqua o quell’ acqua , equivale ad acqua , la quale è lontana .da me e da voi.
(Vedi Etimol. Vol. II. pag. 52 ). 2.° Dicasi lo stesso di tutt'i prenomi
congiuntivi INTORNO ALLA SINTASSI REGOLARE 45 mediati eccetto qui, quae, quod e
de’ collettivi, co- me Par, Similis, Equalis, Cunctus, Omnis o i dis- giuntivi
altus , alter, coeterus ec. de’ quali abbiamo parlato in Etimologia Articolo
II. $. 2.° 3.° ec. 3.° Facciasi la medesima applicazione a tutt'i par- ticipi
ed agli aggiuntivi verbali, che sono parole de- rivate da verbo, e come tali
racchiudono una propo- sizione incidente implicita, come legens, scriptus, seri
ptor , poeta, edax ec. ec. 4.° Allo stesso modo si considera il nome determi-
nato da proposizione incidente implicita, quando è se- guito da una parola
composta in forma di aggiuntivo, il cui secondo elemento è una voce elemento di
ver- bo, simile a dex, pera, ger, fer ( vedi Etim. pag. 197 e segg.), perchè
queste finali sono elementi di ver- bo con la forza di un participio in ns, che
contiene una proposizione incidente implicita. Incontrapdo adun- que un nome
simile ad aqua, seguito da una parola — composta di questa natura, come
aurifera, frugifera ec. diremo che sia determinato per una proposizione
incidente implicita in forma sintetica. 5. I grammatici riconobbero il così
detto Caso di apposizione , il quale è un nome dopo un altro no- me, come
Tulhola, deliciae nostrae Tullietta nostro sollazzo. Il nome apposto determina
il primo nome, «come apparisce dall’ esempio riportato, dove deliciae nostrae
restringe il significato di Tullia, considerata sotto altro rapporto. Or, come
dimostreremo nella Sin- tassi figurata, il caso di apposizione è un primo ter-
“mine di proposizione incidente comparativa , è però che noi lo consideriamo
per buone ragioni, come una determinazione in forma sintetica sotto il rispetto
del- la proposizione incidente. Cali il nome è solo, ossia senza alcuna delle
Li sopradette determinazioni, si dirà
Soggetto e Agente o primo termine grammaticale della proposizione, cui
appartiene , come aqua in aqua est dulcis. Quando poi sarà stato determinato in
qualsivoglia modo, si di- rà primo termine soggetto e agente logico , secondo
che la proposizione sarà sostanziale o causale. Num. 2.° Intorno alle
determinazioni del primo determinabile — INFINITO. ‘ A pagina 26 abbiamo detto
che l'infinito alle volte è primo termine di proposizione, alle volte è obbiet-
to, alle volte è termine di rapporto, perchè desso ha forza di un nome verbale:
per questa ragione può prendere le determinazioni del nome , di cui abbia- mo
parlato nel Num. antecedente. In italiano l’ infi- nito prende tutte quante le
determinazioni de’ nomi, ma appo i latini non si può dire assolutamente la me-
desima cosa, perchè non si truova mai adoperato con proprietà congiunto al così
detto genitivo, o alle al- tre preposizioni del nome , 0 co’ prenomi o con le
proposizioni incidenti esplicita e implicita, come a sue determinazioni, e, se
se ne incontra qualche esempio, è rarissimo, perchè in quella lingua ritiene
più del ver- bo che defnome. ——. Le determinazioni dell’ infinito, come Verbo,
sono quelle stesse, che si addicono al verbo, di cui parle- remo nell’ Articolo
seguente. Intorno alle determinazioni del secondo determinabile — VERBO. 1
Verbi altri sono astratti, altri sono concreti ( E- tim. Vol. MU. pag. 30): i
verbi astratti sono due Sum. e Facio; tutti gli altri, che non seno questi due,
sono werbi concreti (luog. cit. ). Tutte le determinazioni de’ verbi astratti
sono comuni a’ verbi concreti, ma non al contrario: ecco perchè in due $$
esporremo le determinazioni di quelli e di questi. | 6 I Intorno alle
determinazioni de’verbi astratta Sum e Facio ‘Secondo il principio generale
enunciato a pag. 38 si possono dire determinazioni di una parola quelle sole
parole, il cui significato è in intima relazione col significato di quella
prima. Ora il verbo Sum dinota Stato , e il verbo Facio dinota Azione : essi
dunque potranno avere per doro determinazioni tutte quelle parole, il cui
significato ha intima relazione con lo stato e con l'azione. Ma non. vi è stato
nè vi è azione, che non sia @ non avven-: ga in un dato spazio di tempo e di
luogo , è facile a comprendere che i due verbi astratti Sum e Facio. prendano
per loro determinazione la preposizione In, che dinota rapporto di contenenza (
Etim. Vol. Il. pag. 43 ) seguita dal nome di tempo e di luogo, co- me secondo
termine , il quale con questi due verbi, AB prende ia quinta desinenza , detta de’
grammatici ca» 80 abblativo. Così, se si dà la seguente proposizione Aqua est
dulcis, e vei volete sapere Quando e Dove l’acqua è dolce ? sì risponderà Aqua
est dulcis ‘rn hoc tempore per la prima demanda: in hoc laco per la seconda in
forma analitica. | ‘ La determinazione fatta in questo modo è in forma
analitica : sarebbe in forma sintetica, se si adoperasse invece della
preposizione In, seguita dal nome variato di tempo e di luoge, un Avverbio di
tempo e di fuo- go ‘come Ibi, Nume, Tunc: sarébbe una determina- zione in modo
figurato, se si adoperasse una di-quelle parole semplici 6 composte, che si
riducene ad altre parole anteriori, e che da’ grammatieì furono tenute avverbi
di tempo e di luego, come hic qua, iste co- sta, te colà, hodie oggi, cras
domani, Wiico subi- to ec. Si riscontri tutta la teoria dell’ avverbio nel- l’
Etimologia vol. II. dalla pag. 63 fino alla pagina 71. Si vuol avvertire che
co’ verbi astratti Sum e Facw per proprietà di lingua si possone adoperare s0-
lamente hic, Ulic, istic e non huc, istuc, Uluc, è illac, istac, hac, o mmc,
astine, illine, come osserveremo più distesamente in appresso: tra le
determinazioni del verbo astratto in forma sintetica si debbeno an- noverare le
congiunzioni miste, «che ratchiudonola no- zione di tempo e ‘di luogo, cioè
cum, quum, quando e ubi, così se si domanda : Quando e Dove 1’ acqua è dolce ?
Voi in questa forma sintetica potete rispon= dere: Aqua est dulcis cum 0 quum 0
quando conti- n: mel, oppure aqua est dulcis ubi cum -melle muscetur. E,
siccome il modo e la condizione in sen- so .metaforico spesso si prendono per
tempo e luogo, anche gli avverbi e le congiunzioni miste di modo e condizione
in senso metaforico spesso si prendono per tempo e luogo anche gli avverbi e le
congiunzioni miste di sad e condizione si possono adoperare co- me
determinazioni in forma sintetica de’verbi astratti Sum e Facio. | | Secondo
questa dichiarazione tutti gli avverbi in senso etimologico e sintassico (Etimologia
pag. 90) so- no vere e proprie determinazioni del verbo. 00 In 2°, luogo i
verbi astratti Sum e Facio, hanno per loro determinazioni in forma analitica
tutte le pre» posizioni di sito registrate in Etimologia a pag. 43 e seg.,
qualunque sia la desinenza del nome di tempo e di luogo in senso proprio 0
metaforico, loro secon» do termine. La ragione si è che, quando più sostanze 0
cause sono contenute nel medesimo spazio o di tem- po o di luogo, è agevole a
comprendere che, se una è sopra, l’altra è sotto: se questa è vicina, quella è
lontana, e via dicendo, Onde che le relazioni di sito s’identificano con la
relazione di contenenza, la quale abbiamo veduto che è una determinazione vera
e pro- pria del verbo astratto di Stato e di Azione. Quindi è che, se la
proposizione aqua est dulcis ritorna oscu- ra al nostro ascoltante, noi potremo
renderla più chia- ra determinando ii verbo est con una preposizione di stto
simile a prae, supra, ante , prope, ec. e dire: Aqua est dulcis praeter modum,
l’acqua è dolce ol- tremodo, I grammatici vi direbbero che una simile. maniera
di esprimere sia una forma analitica del com- parativo , di cui parleremo
appresso. ‘. Evvi nella lingua latina un costrutto, clie i gram- maticì
notarono con molta importanza, come una del- le proprietà specifiche della
medesima , cioè il così detto ablativo assoluto, il quale ha luogo ogni qual-
volta s'incontrano due verbi, ciascuno dipendente dal suo nome, per formarne
due preposizioni e principale rispetto all’ altra incidente, come nel seguente.
esempio, Dum tu legis, ego scribo mentre tu leggi io scrivo. In questo caso i
latini invece di due proposi- zioni in questa esplicita forma passavano il
verbo del- T incidente al participio variato con la quinta desi- nenza, detta
da’ grammatici abblatiro, nella quale met- tevano ancora il nome, suo primo
termine, e diceva+ no: te legente, ego scribo. Î grammatici chiamavano il te
legente abblativo assoluto, perchè non dipendeva dalla principale proposizione.
Questa nomenclatura è falsissima, poichè è ritenuto generalmente da’gramma-
tici che ogni abblativo senza eccezione alcuna dipen- da da una preposizione
espressa e sott’ intesa, e vi fu grammatico, che lo chiamò caso della
preposizione, Or, se l'abblativo assoluto dipende da una preposizione, ed ogni
preposizione è una determinazione del prime termine, che nel caso presente
sarebbe il verbo, per- chè i grammatici vogliono che l’abblativo assoluto di-
pende da Sub sotto, preposizione di sito ; bisognerà conchiudere che questa
forma di costrutto non può dirsi abblativo assoluto in senso che non dipenda
dal- la principale proposizione, e ritenere che dessa sia una determinazione
del verbo in forma sintetica, equi» valente ad una proposizione incidente implicita
tem- porale, di cui parlammo a pag. 80 del presente Vol. Credo utile e
necessario di presentare a’giovanetti un quadro delle forme analitiche, in cui
si può e si de- Pi I ve risolvere questa forma sintetica. Sia il medesimo
esempio riportato: Te legente ‘ego scribo, risolvete 1.° Ego ‘scribo dum tu
legis 2.° ege scribo cum tu legis 4.° Ego scribo quum tu legis 4.* Ego scribo,
quando tu legis, o in forma di ultima ana- lisi, ego scribo in tempore in quo
tempore tu legis. Se il tempo della proposizione principale è passato come te
legente ego scribebam Leggendo tu, io scri. veva , risolvetete f Ego scribebam
duri tu legebas; o cum e quuîti tu legebas, oppure quando tu legebas edanche
dum, cun, quum tù legeres; mettendo il vere bo al congiuntivo. | nie Se il
patticipio é in us, del così dettò verbo pas- sivo, le risoluzioni si fannò
allo stesso nodo, salvo le differenze de'diversi costrutti e della variazione;
come vedremo in sintassi figutatà, — | In italiano I’ abblativo assoluto si fi
valete un Ge- rundio, di cui si è detto nella Grammatica Italiana ( pag. 19
Vol. II ) come in te legente ego sceribo , eggendo tu io scrivo., ma quel
Gerundio vale una di quelle proposizioni incidenti, nelle quali. si è riso-
Tuto P abblativo assoluto latino: i , Ho detto che pet aver luogo l’abblativo
assoluto si richiedono due nomi divetsi, come primi tetmini di due proposizioni
una principale e l’ altra incidente , perchè, se uno stesso primo teritine
regolasse i due verbi, non potrebbe aver luogo, generalmente parlando, questa
forma, onde se dovessimo tradurre im latino questa frase italiana : Pietro
venendo ti vedrà, non possiamo fare: Petro vemente videhit te, perchè, come é
chiaro, mancherebbe il primo termine a videbit, met- tendo Petro in quinta
desinenza, o mancherebbe il nome a veniente, mettendo Petrus in prima desinenza
con videbit. Allora i latini si esprimevano in forma più analitica e dicevano:
Petrus veniens videbit te, oppure Cum Petrus vemiet videbit te , 0 Quum Petrus
vene- rit, videbit te. Si Lane Ho detto generalmente parlando , perchè si dànro
de’ casi particolari, ne’ quali Jo stesso nome primo termine delle due
proposizioni può dar luogo a questa forma sintetica , ed avviene propriamente
quando il nome esprime lo stesso
soggetto o agente in diverse inizi , per le quali si duplica e si triplica a
così dire, e oltre a questo il secondo verbo pet la sua desinenza diversa fa
intendere facilmente il primo ter- mine, che sarà il nome personale primitivo ,
come nel seguente esempio: Me consule (intendi il partici- pio enie che non era
in uso ) bellavi , essendo io console io guerreggiai. Ma tali casi sono così
rari che sî può ritenere il principio generale enunciato , cioè che a dar luogo
ad un abblativo assoluto si richiedono indispensabilmente due primi termini. I
| Num. 2.° Intorno alle Determinazioni de’ V. erbi Concreti. I Verbi concreti
sotto il rispetto del loro significato sono di due specie, cioè di Stato o di
Azione (Etim. pag. 31): sotto il rapporto della loro forma alcuni in o altri in
or. 1 verbi di Stato in o simili a quiesco, dormio e sto si risolvono nel verbo
Sum e nel participio in ns come Sum quiescens , sum dormiens, sum stans , dove
in participio equivale ad una proposizione inci- dente simile a qui est in
quiete, in dormatione , in statu. Ì Se n’eccettuamo Fio, Veneo, e Vapulo, che
avendo la desidenza 0, si risolvono come i verbi in ‘Or pas- sivi. I verbi di
stato in or si risolvono nel verbo sum e nel participio in ns, come Recordor in
sum recorda- tus, dove il participio equivale ad una proposizione in- cidente
simile a quella del participio în ns. lo chiamo i verbi concreti di queste due
categorie, verbì di stato semplice ed assoluto, perchè esprimono lo stato senza
relazione alla sua provvenienza. Chiamo verbi concreti di stato relativo quei,
che ì grammatici chiamavano verbi passivi, come amor io sono amato , legor io
sono letto , i quali si risol- vono ancora nel verbo Sum e nel participio in
us. Differiscono da’ verbi di stato in o, perchè dessi di- notano stato con la
relazione di provvenienza. In fatti quando dico: Io sono amato, esprimo lo
stato in cui mi truovo, ma uno stato provveniente da Pietro, onde la frase è
incompiuta, e per compierla dico: 0 sono amato da Pietro ( ego amor aPetro ).
Differiscono da’ verbi concreti di stato assoluto in or per la stessa ragione.
I verbi concreti di azione tanto in 0 quanto in or si dividono ancora in due
categorie. Nella prima met- to quelli che dinotano azione, il cui effetto è un
mo° do, che dall’ agente passa nell’ obbjetto (Etim. pag. 31 ) come Amo io amo,
Reor io penso, e questi si risolvono nel verbo Facio e nel verbale di Modo, co-
me facio amorem, e facio rationem per amo e reor, e si possono chiamare
transitivi ed obbiettivi. Nella seconda metto tutti que’ verbi in o e in or,
che significano azione , il cui effetto è un moto im- manente nell’agente 0
causa produttrice, come Curro io corro, labor io scivolo, e questi egualmente
si ri- solvono nel verbo Fac e i verbale di Moto , co- me Curro in facio
cursum, labor in facio lapsum, e si possono chiamare îintransitivi e non
obbgettivi. Da questa rapida esposizione chiaramente apparisce che i verbi concreti
contengono tutti o Sym o Facio, pe quali possono ricevere per sè tutte Je
determina- zioni di questo principalissimo elemento, e perciò pos- siamo
ritenere per principio generale (che non ammetfe eccezione) che tutti verbi
concreti in primo luo- go si determinano allo stesso modo che i verbi astratti,
di cui abbiamo parlato nel Numero antecedente, an- corchè alcuni di essi
racchiudano l’ idea di moto pel ‘verbale, perchè altre sono le determinazioni
proprie del verbo, altre quelle del verbale, e nel caso nostro ver- bi sono Sum
e Facio, che vogliono per determinazioni le preposizioni di contenenza e di
sîto, seguite dalnome di tempo e di luogo. Tutl’al più si può dire, come dire-
mo, che questi verbi oltre le determinazioni del ver- bo possono avere ancora
quelle del verbale di moto. I Verbi concreti possono avere tutte le determina-
zioni degli elementi che contengono. È siccome que- sti elementi sono due, cioè
il verbo sum e il par- ticipto per alcuni, il verbo Facio il verbale per certi
altri, cosi diremo in generale che dessi prendono per loro determinazioni
quelle del verbo e dell’ altro ele- mento. Delle prime sì è parlato nel Num.
antecedente: delle seconde a proprio luogo. Una sola osservazione credo
indispensabile dover fare in questo luogo, ed è quella, che riguarda ì verbi
concreti di azione transitivi od obbjettivi, i quali vo- gliono dopo di loro,
come propria determinazione, un nome, che dinota l’obbjetto, sopra di cui cade
l’effetto prodotto, come modo, con la quarta desinenza detta da’ grammatici
accusativo paziente, come Romulus interfecit Remum fratrem suum Romolo uccise
Remo suo fratello, dove Remum, come si vede, determina interfecit , che dinota
azione che produce l’effetto dell’ uccisione di Remo , il quale se non fosse
stato come un obbjetto recipiente, l’ uccisione non sarebbe avvenuta. Or questo
obbgetto è un termine di rapporto, | perchè, se voi risolvete interfecit in
fecit interfectio- «nem, la quarta desinenza sì cambierebbe in seconda = D5 . ossia l'accusativo passerebbe al
genitivo, e si dovreb- be dire: fecit interfectionem Remi fece uccisione di.
Remo. ll che basta a provare che il nome-obbjetto è un vero termine di
rapporto. Voi dunque vi guar- derete bene di confondere l’obbjetto col primo
termi- ne di proposizione infinita, il quale va pure alla stes- sa desinenza, e
se tante volte vi sarà difficile a discer- ‘nere quale de’ due nomi in un
costrutto , che hanno la stessa desinenza, sia il primo termine della propo-
sizione infinita, e quale l’obbjetto, come nel seguente esempio Romulum Scio
occidisse Remum , dove Ro- mulum e Remum potrebbero essere egualmente e pri- mi
termini ed obbjetti; in tal caso vi consiglio di ri- correre al nesso logico,
perchè I° uccisore è il primo termine, e l’ ucciso è l’ obbjetto , detto perciò
accu- sativo paziente, perchè riceve l’ effetto prodotto dall’ agente primo
termine. Intorno alla determinazione del terzo determinabil AcciuntIFrO. | ©».
i A rigore parlando , l’ aggiuntivo, che è segno di qualità e di quantità, non
può avere determinazioni, ‘come ho avvertito nella Gram. per la lingua ital.
Vol. II. pag. 87, perchè la qualità e la quantità sono ter- mini della
sostanza, e come tali non possono essi stese ‘si essere terminati, non
essendovi un termine oltre di tal termine. Ma, siccome è dottrina comunemente
ri- cevuta e insegnata nelle scuole, che gli aggiuntivi di qualità e quantità
continua possono diventare compa- rativi e superlativi, ogni qualvolta in forma
analitica sono preceduti da certe parole dette di comparazione, si è perciò
ritenuto, che gli aggiuntivi sieno capaci di determinazioni. Io. con la ragione
sostengo il contra- rio, è però che, mentre mi uniformo alle massime ri- cevute
dalle scuole, intendo farlo con questa dichiara- zione, cioè che le parole, da
cui gli aggiuntivi sono preceduti per divenire comparativi e superlativi, non
sono sue determinazioni, ma, se hanno forma di av- verbi, si debbono riferire
al verbo secondo determinabi- le secondo le stabilite teorie. Quando
l’aggiuntivo latino di quantità e qualità è preceduto da’prenomi correlativi, o
da parole che a' prenomi correlativi si riducono, ha sempre luogo la così detta
Comparazione, la quale in forma analitica presenta due proposizioni una principale
e l' altra in- cidente. Allora l’aggiuntivo secondo termine della propo-
sizione comparativasi dice determinato da quel prenome o da quella parola, che
al prenome si riduce. La Com- parazione invero consiste nel paragonare due
soggetti rispetto alla medesima qualità o quantità, e 1 risulta- to di questo
paragone consiste nel pensare , che un soggetto è tanto o tale, quanto o quale
è l’altro, op- pure nel pensare che un soggetto è più e l’altro è meno. Il
risultato adunque di ogni comparazione è il rapporto di stessità o di
eguaglianza nel primo caso: è il rapporto di diversità nel secondo. Il rapporto
di diversità poi 0 è semplice o è composto: è semplice, se si paragonano due
soggetti, de’ quali uno è più è l’ altro è meno: è composto, se si paragonano
più di due soggetti, de’ quali îl terzo occupa il grado massi- mo. Da ciò si
deduce che diverse formule si richie- dono per esprimere queste diverse
comparazioni, che nol esamineremo ne’ seguenti paragrafi, Determinazioni dell’
aggiuntivo nelle Comparazioni | -- di EGUAGLIANZA. Quando si paragonano due
soggetti, e il risultato del- la comparazione importa che antendae hanno la
stessa qualità o quantità determinsta , i latitii facevano pre- cedere
l’aggiuntivo della prima proposizione compara- tiva da Ita 0 Sic così, o da tam
tanto, € la seconda da vt come, o da quam quanto, cortie nel seguente esempio,
acqua est ita 0 ste dulcis ut dulce est mel, Pacqua & così dolce conte
dolee È il miele: aqua est tam frigida quam frigidum est marmor , P scqua è
tanto fredda quanto freddo è il marmo. în questa gui- sa Ita o Sic sono
correlativi di vi, come tam abbre- viatò di tantum è correlativo di quam
abbreviato di quantum, perché, messo Yuno, l'altro s'intende, se non è
espresso. I latinî aveano ancera le seguenti for- mulé per questa comparazione
, 1.” Aqua est dulcis aeque ac mel, dove quell’aeque ac importa egualment- te
che, 2.° aqua est dulcis non aliter ac mel, do- ve quel non afiter ac importa
non altrimenti che, o egualmente che, 3.° aqua est dulcis pariter ac mel, dove
quel pariter ac importa parimente @ egualmen= fe che ec. ec. n | | Tra le
proposizioni comparative precedute da Sic e Vi, e le altre precedute da tam e
quam, vi passa que- sta differenza , che le prime hanno per risultato i}
‘rapporto di eguaglianza qualitativa, e le seconde di eguaglianza quantitativa.
58 i 62. Determinazioni dell’ aggiuntivo nelle: comparazioni I dì SEMPLICE
DIVERSITÀ’. Quando due soggetti si paragonano tra loro sotto il rapporto di una
stessa qualità o quantità posseduta in grado diverso, il risultato di questa
comparazione sarà che uno è più e l'altro è meno. Ondeché 1’ aggiun- tivo,
secondo termine delle due proposizioni compara- tive,é preceduto da parole, che
esprimono quel più & quel meno in forma analitica , e le quali sono
nella rincipale magis 0 pius, e nella seconda incidente î quam; come nel
seguente esempio: aqua est magis 0 plus dulcis quam dulce est mel, lac- qua è
più dolce che il miele. Quindi è che plus e magis sono correlativi di quam
nelle comparazioni di diversità. | Questa formula è analitica, ma i latini
avevano la più ristretta e sintetica pel così detto comparativo, os- sia per l
alterazione della desinenza dell’ aggiuntivo semplice in or e us, onde invece
di dire: aqua est magis . o plus dulcis in forma ristretta dicevano: aqua est
dulcior quam mel. Oltre di queste formule avevano quest’ altre, 1.° aqua est
aliter dulcis ac mel, l' ac- qua è altrimenti dolce che il miele, 2.° aqua non
est aeque dulcis ac mel, l'acqua non è egualmente dolce che il miele. Se poi si
andava dal mento al più, l’aggiuntivo era preceduto da minus seguito dallo
stesso correlativo quam, come nel seguente esempio : Aqua est minus dulcis quam
mel, l'acqua è meno dolce che il miele e va discorrendo —lo- qui non tengo
conto de’ co- INTORNO ALLA SINFASSI REGOLARE 59 sirutti eleganti e figurati delle
comparazioni, delle qua li parlerò nella seconda Parte : in questo Inogo guar-
do al costrutto comparativo, quale dovrebbe essere in | Sintassi regolare. $.
3,° Determinazioni dell’ Aggiuntivo nelle Comparazioni di DIVERSITÀ COMPOSTA.
Quando si paragonano più di due soggetti sotto il rapporto della medesima
dualità 9 quantità in diverso grado posseduta, per esempio, di Pietro, Paolo e
Anto- nio, sotto il rispetto della bontà, si avrà in risultato di paragone che
Pietro è buono, Paolo è più buono, Antonio e più e più buono, cioè Pietro una
volta , Paolo due, e Antonio tre. Un tal rapporto, come sì vede, è di
diversità, ma è composto, perchè Antonio é più di Pietro non solo, ma è più di
Paolo ancora. I latini ad esprimere questo rapporto composto in forma analitica
facevano ' precedere l’ aggiuntivo dalla arola valde, che secondo me è
variazione di validus, per sincope fatto valde invece di palide , onde dice-
vano valde bonus per buonissimo. Oltracciò in forma ancora analitica
adoperavano i così detti avverbi nu- merali, di cui parlammo in Etimologia pag.
67? innan- zi all'’aggiuntivo, come 0 terque quaterque beati 0 tre volte o
quattro volte felici ec. | In forma sintetica determinavano } aggiuntivo sotto
il rispetto di questa determinazione, alterandone la de- sinenza in ssimus,
rrimus, Îlimus, per la quale signi- ficavano due aggiuntivi o due parole,
perchè optimus vale valde bonus, pulcherrimus vale valde pulcher ec. Ma,
siccome la comparazione, il cui risultato è un, Tapporto composto, non si
restringe a tre soggetti pa- ragonati, ma. può essere di quattro, di cinqué, di
sei, di mille; i latini, non trovando nelle potenzialità eti- . mologiche della
joro lingua i mezzi di esprimere que- sti rapporti compostissimi, ricorrevano a
certe circolo- cuzioni, per le quali formavano i superlativi de’'super= Jativi,
La qual cosa si otteneva, facendo precedere l'ag- giuntivo variato a
superlativo dalle particelle quam , longe e vel , in guisacehè marimus valeva
meno dij quam mazimys, ‘© di longe mazimus, o di val maxi. mus. Noi italiani,
volendo tradurre questa ferma, po- tremo dire. di gran lunga grandissimo ,
oppure ri- eorriamo al così detto superlativo comparativo forma: to da i paù:
dicendo: 4 più grande. Questo confronto delle due lingue è della massima
importanza per evi- tare il falso intendimento nello studio elementare del- le
parole. Noto in ultimo luogo un’ altra circolocuzio- ne; a cul ricorrevano i
classiciscrittori di gusto, quan- do volevano esprimere con maggior precisione
il mas- simo grado di superiorità di uno de’ soggetti compara- ti, e questa
avveniva per mezzo del mihi supra, op- pure col praeterea Remo, come
osserveremo nel- la Sintassi figurata. Gl’ italiani fanno corrisponde- re a
questa frase il superlativo comparativo se- guito da del mondo: come egli è i
più dotto del mondo, 0 i più scellerato del mondo. lo qui ho espo- sto quanto
concerne ' aggiuntivo determinato nella comparazione, il cui risultato è un
rapporto di diver- sità composta. Quale sia il costrutto in rapporto della
intera frase superlativa, sarà oggetto di Sintassi figy- . rata. id de: : Intorno alle Determinazioni del quarto
DETERMINABILE-V ERBALE. ‘_H Verbale, come abbiamo detto in Etimologia Vol. Il.
pag. 86, è una Classe di parole: nella proposi» zione Causale è un seconde
termine, capace di essere determinato pag. 87 del presente Volume. Ora il ver-
bale è un nome astratto, e come tale può prendere tutte le determinazioni del
Nome, di eui abbiamo trat» tato nell’ Articolo 1,° della presente Sezione, Io
non ne ripeto esempî per nen far cosa inutile. Ritengasi per principio
generale, che il verbale, come nome, si determina da nome. Ma oltre a queste
determinazioni, che fo chiamo co- muni, ve ne possono essere ancora delle altre
parti. colari, che ad esso appartengono come a Determina» bile di sua natura,
0, come dicevano gli scolastici, sui generts. E, siccome il verbale altro è di
Modo, altro di Moto, ragione vuole che dalle determinazioni dell'uno e
dell’altro trattassimo distintamente. Ma desso è un elemento , il quale
incorporandesi al verbo facio forma i verbi cencreti (Etim. pag. 37), e questi
pel verbale agri appropriarsi le determinazioni del me- desimo. lo dunque in
tre distinti paragrafi parlerò di queste cose separatamente, ‘ | 6. 1° Intorno alle Determinazioni proprie del
Verbale-Modo. 00 1} Verbale, che dinota Modo, ossia maniera di esse- re
prodotta dall’agente nell’obbjetto , oltre le determi- nazioni comuni, vuole,
come sua propria e particolare determinazione, un nome variato con la secenda
desi nenza etimologica significativa della preposizione Di , il quale indica
l’obbjetto,sopra cui passa il modo espres- 30 dal verbale, come prodotto
dall’agente. Sia la seguen; te proposizione: Petrus facit leeturam Pietro fa
lettura. In quest'esempio ognuno vede che la lettura è un modo, il quale deve
avere l’ obbietto modificato , perchè si può domandare di che cosa Pietro fa
lettura ? ed 2 questa. domanda viene naturalmente la risposta: Philo- sophiae,
e compiendo la frase avremo; Petrus facit lecturam Philosophiae. Il nome
Philosophiae è ap- punto quello, che io chiamo determinazione particolare e
propria del Verbale di Modo lecturem, il quale, se il verbo si aggio e invece
di facit drigiglnie si dicesse legit, allora Philosophiae passerebbe a quarte a
che i grammatici dissero ac- cusativo paziente del verbo attivo transitivo
Legit. $2,° Intorno alle Determinazioni particolari e proprie del Verbale di
Moro. N Verbale di Moto è quel nome astratto, che signi- fica il movimento, il
quale consiste nel passaggio sucr cessivo di un mobile pe’ vari punti dello
spazio (vedi Etim. pag. 45 Vol. II. ).
Come nome astratto prende tutte le determinazioni del nome, di cui parlammo
nel- Y Articolo IL di questa Sezione: come verbale di mos to ha per sue
delertiinazioni patticolari e proprie tut= te le parole, che dinotano idee; le
quali hanno intima relazione col suo significato. Ora non ci è Moto, che non
parta da un punto, non passi per lo spazio intetmedio , e non tenda ab l’
estremo, 0 termine. È dunque evidente che deter- minazioni particolari e
proprie del Verbale di Moto sono le tre preposizioni 1.° a, ab, abs, e, ez,
corri» spondenti in italiano a da,che significa rapporto di ori- gine o di
provvenienza, 2.° Per in italiano per, rap- porto di passaggio, 8.° Adin
italiano a,rapporto di ten- denza, preposizioni, che in Etimologia Vol. ll.
pag. 4% addomandammo del verbale per lo nesso, che passa tra il significato di
quelle col significato di questo. Ma ogni preposizione, come segno di
relazione, deve avere un nome per secondo termine , ed in ispecie un nome di
tempo o di luogo in senso propzio o metaforico. Sia il seguente esempio Aqua
facit cursum, acqua fa corso: se per avventura tal proposizione debba es- sere
determinata dal lato del secondo termine, voi ap- porrete le tre preposizioni
seguite da loro nomi varia» ti con desinenze indicative richieste dall’ uso, e
direte aqua facit cursum ab alpibus per amnem ad mare, D SI fa corso dalle alpi
pel fiume al mare, rite- nendo che ab alpibus , per amnem , ad mare sieno tutte
determinazioni del verbale cursum. I tre rapporti, espressi dalle rispettive
preposizioni, sono reciproci, ossia connessi a condizione che, posto l'uno, si
debbono porre in fatto gli altri due, perchè, se Moto si dà, deve
necessariamente avverarsiì a cone dizione che il corpo mobile parti da, passi
per, e ten- ‘ da. a. Se dunque nell’uso della lingua troveremo espres- so uno
solo di questi rapporti, non diremo che sieno «divisibili, ma bensì che è
piaciuto a chi parla di dir meno e lasciare intendere il dippiù. ul ll secondo
termine delle tre preposizioni può essere un nome di tempo ancora, perchè tanto
il tempo quan- to il luogo si rannodano all’ idea generale dello spa- zio,
ondechè spesso l’ uno per l’altro si confonde, e i così detti avverbi di tempo
sì scambiano con quei di luogo e viceversa ( Vedi Etimol. pag. 65 Vol. II. ). .
La determinazione del verbale, fatta .con le tre pre- posizioni seguite da’
loro nomi di tempo e di luogo, si dice di essere in forma analtica. Ma ogni
forma a- nalitica può avere la sua sintetica per economia di pa- role. Quindi è
che anche il verbale può essere deter- minato sinteticamente per mezzo degli
avverbi o delle congiunzioni miste, che racchiudono una delle relazio- ni di
origine, di passaggio, e di tendenza, di cui sono segni a, ab, abs, e, ex, per
e ad. «La lingua latina in Sintassi regolare non ne ha, per- chè quei che per
avverbi di Moto da luogo, per kuogo ea luogo sono tenuti, sono parole costruite
figurata- mente, e pe’ primi sono Hine da questo luogo, Zstine da cotesto
luogo, IUine da quel luogo. Pei secondi Hac per questo luogo, Istac per cote-
sto luogo, Hllac per quel luogo, benchè questa tra- duzione è a senso e non
etimologica, per la recipro- cità de’ tre rapporti ( Etim. Vol. II. pag. 69). |
Pe' terzi Huc a questo luogo, Istuc. a cotesto luogo, Iluc a quel luogo. 3 sa
Aggiungete a questi i composti come abhinc in sen- so di tempo, adhuc finora,
hucusque finora 0 fin qua. Se dunque troverete un verbale seguito da una di
sìffatte parole, direte che sia determinato da costrutto figurato. | 68°
Determinazioni de Verbi concreti non osssertIPI | O INTRANSITIVI. Posto che il
verbo concreto intransitivo o non ob- bjettivo racchiude il verbale di Moto, è
facile a com prendere che può ricevere dopo di sè le stesse deter- minazioni di
quel suo elemento racchiusovi. Supponia» mo che invece di aqua facit cursum ci
piaccia dire: aqua currit, niuno può incontrare difficoltà di appor- re al
verbo currtt le stesse determinazioni del verbale cursum in esso contenuto, e
dire: aqua eurrit ab al- pibus per amnem ad mare, l’acqua corre dalle alpi pel
fiume al mare. Sotto questo rapporto quanto ab- biamo osservato intorno al
verbale nel paragrafo an- tecedente, va applicato ancora al verbo concreto di
a- zione intransitivo. Ma olire a queste determinazioni simili verbi possono e
debbono avere tutte le altre del verbo facto, che contengono. Quindi si può
dare la ve- ra spiegazione di alcuni problemi filolegici non ancora risoluti in
grammatica. Dopo che si era insegnato nel- le scuole che i verbi di moto non
possono avere la preposizione Im con l’ abblativo ( parlo con linguaggio della
vecchia grammatica ), incontrandosi negli esem- pi simili al seguente, Petrus
ambulat in pomario Pie- tro passeggia nel i pia » fecero questa spiega. Se il
moto espresso dal verbo,a compiersi, non è mestieri che si esca dal luogo, si
può adoperare la preposizione in con l’abblativo, che è de’ verbi di stato in
luogo. Or chi non vede la contraddizione
in questa teoria, che confonde lo stato col moto? Noi diciamo: per ragione del
verbo Facio contenuto ne’ così detti verbi di Mo- to, questi possono avere
tutte le determinazioni dei verbi di stato in luogo: per ragione del verbale di
Moto possono ricevere tutte le determinazioni de’ ver- bi. di Moto da, per e a
luogo. Similmente dopo avere stabilito che In, Super e Subier fossero
preposizioni, che co’ verbi di Stato vogliono l’ abblativo, e co’ verbi di Moto
l’ accusativo, incontrandosi in esempi contra- ri, non seppero giustificare la
contraddizione. Nella Sin- tassi figurata risolveremo questo importantissimo
pro- blema filologico. INTORNO ALLE DETERMINAZIONI DI DETERMINAZIONI. Per
comprendere che cosa io intenda per Determi- nazione di determinazione, io
richiamo in questo luogo a distinzione, che più volte è fatto del nome, come
primo termine di proposizione finita o infinita, e come .secondo termine di
rapporto. Nella prima supposizione ‘il Nome è un determinabile e non una
determinazio- ine, come abbiamo stabilito nel 1.° Articolo dell’ante- ‘cedente:
Sezione : nella seconda supposizione unitamen- .te alla preposizione, che gli
precede, è una determina- ‘zione della parola precedente come primo termine di
‘rapporto. Ma, se il nome in questa posizione è una de- ‘ terminazione, non
lascia di essere un determinabile, os- “sia parola capace di essere determinata
essa stessa per . la natura dell'idea, che significa. Sia il seguente esem- Lay
Aqua putei est frigida l’ acqua di pozzo è fred- .da;.dove puteì è nome, che
determina il nome « gua. Or, se io a
putei appongo una parola in forma di aggiuntivo, per esempio, profundi, avrò
aqua puter profundi est frigida Îl acqua del pozzo profondo è fredda, dove quel
profund: è una determinazione di determinazione, perchè -determina putei, che è
determi- nazione di aqua. Similmente, se un nome è determinato da un così detto
caso di apposizione, questo come nome può es- sere ancora esso stesso
determinato, come nell’ esem- pio di Tulliola deliciae nostrae , dove deliciae
caso di apposizione di Tulliola, è determinato da nostrae. Così pure è
stabilito che la proposizione incidente è sempre una determinazione della
principale, a cui si appoggia. Ma, se un’ incidente segue ad un’ altra inci-
dente, si avrà il caso di una determinazione di deter- minazione, perchè la
prima incidente è come princi- ‘ pale rispetto alla seconda. (Questa
distinzione delle de- terminazioni di determinazioni è della massima impor-
tanza sintassica specialmente nella pratica del costrui- re , come ho
dichiarato nella Gram. della lingua ita- liana, e come dichiarerò nelle poche
osservazioni, che farò intorno alla Costruzione latina. DELLA SINTASSI Intorno
atta Sintassi Figurata o Sintetica .
IprA GENERALE DELLA SINTASSI FIGURATA da E SUA PARTIZIONE. > Stabiliti i
principî generali della Sintassi regolare o analitica, si può intendere il
fondamento della Sintassi irregolare o figurata o sintetica. In breve la
Sintassi regolare si ha, quando nel costrutto si adoperano tan- te parole,
quanti sono i pensieri che si vogliono espri- mere. La Sintassi irregolare o
figurata per conseguen- za è, ogni qualvolta il costrutto presenta un numero di
parole minore del numero de’ pensieri, che si vo- gliono far intendere. Così la
Sintassi è regolare nelle due proposizioni: Aqua est dulcis: aqua facit cursum:
o aqua quiescit: aqua currit. Ma, se invece di queste INTORNO ALLA SINTASSI
FIGURATA formule si dicesse: Aqua est o est dulcis o facît , quiescit, currit,
ossia sì esprimessero due sole parole Invece di tre col verbo astratto, o una
sola invece . di due col verbo concreto , la Sintassi in tali co» strutti
sarebbe figurata o sintetica. — Affinchè la Sintassi figurata abbia luogo, è
necessa- rio che le idee delle parole espresse avessero intima relazione con le
idee delle parole taciute, il perché le ultime si svegliassero nella mente
nostra in occasione delle prime. A ‘questa condizione & possibile che.
chi ascolta -o legge poche parole, intenda maggior numero di pensieri. Or
questo nesso esiste ‘tra le parole, pere chè esiste tra-le idee, di cui esse
sono segni. Così Sog- getto, Stato, Qualità sono elementi legati tra loro, in
guisa che, pensando ad uno, pensiamo agli altri due ne- cessariamente : così
pure Causa, Azione, Effetto , so- no connessi in modo che chi pensa al-:primo,
è ne- cessitato a pensare agli altri due elementi. Ciò posto la Sintassi
figurata è possibile, e per ‘essa, adoperando ‘il solo nome, si può intendere
il verbo «e 1° aggiunti- vo, e così per ciascuno elemento tanto per la propo-
sizione sostanziale quanto per la causale. | Di qui rilevano due cose
importanti ad osservare , la prima che la Sintassi figurata non si può
costitui- ‘re, se la Sintassi regolare, la quale studia il ‘nesso tra le
parole, rion -si sarà prima costituita : la seconda che la Sintassi figurata
essenzialmente consiste ne’ costrut- ti, che Ignis un numero di parole minore.
del numero de’ pensieri, e in questo consiste il pregio mas- ‘simo delle lingue
scritte o parlate, e l’ eleganza delle -più colte scritture. Imperocchè il
parlare è mezzo di ‘manifestare ì nostri penrieri, e il mezzo è tanto -più
‘perfetto, quanto più conduce al fine con maggiore sem- - plicità e minore
dispendio, "> . Quindi è che
io non riconosco altra figura in gram- matica che il solo difetto o mancamento
delle parole, che con greco vocabolo fu detto Ellissi 0 Zeugma. Ia a questo
vocabolo ho sostituito Sintesi, che significa eomposizione , perchè i pensieri
delle parole taciute .sì comporgono per lo nesso, che hanno tra loro, alle idee
delle parole espresse. Chiamo quindi costrutti sin- tetici quelli, che i
grammatici addomandavano ellitticî, ossia mancanti di parole. Il Pleonasmo , la
Sillessi , l' Iperbato, l’ Antiptosi, l Enallage per me non sono che
sgrammaticature, se non si possono ridurre a que- sto principio generale.
L’eleganza,che si attribuisce a’ costrutti figurati, si deve ripetere dal
piacere, che arreca a chi legge il po- tere scoprire qualche cosa non espressa
col proprio giudizio, e dalla perfetta corrispondenza del mezzo più semplice
col fine grandissimo che si consegue. Se il dir figurato consiste nel minor
numero di parole, che. hanno virtù di far intendere un maggior numero di
pensieri, e questo avviene per la intima relazione che passa tra le idee delle
parole espresse e le altre delle parole taciute; è facile a intendere che da
questo fondamento si debba ripetere la partizione della Sin- tassi figurata.
Ora la Proposizione altra è logica , al- tra è grammaticale pag. 33 : questa in
Sintassi re- golare costa di tre elementi essenziali : quella oltre le tre
parole, che formano gli essenziali elementi, è ac- cresciuta di altre parole in
qualità di determinazioni. La Sintassi figurata per conseguenza si può divisare
sotto questo duplice rispetto , cioè o riguarda il man- camento di qualche
essenziale elemento sotto il ri spetto della D'ruposizione grammaticale, o
riguarda il mancamento di qualche determinabile rispetto al- le sue
determinazioni. Ecco perchè noi dividere. INTORNO ALLA suvragsi eigurata: TL
reo il presente Trattato in due Sezioni; nella pri. ma esporremo la Sintassi
figurata o i Modi Sinte- tici sotto il rispetto della Propesizione : nella Se-
conda la Sintassi figurata o i Modi Sintetici sotto } rapporto delle
Determinazioni—In questo divisamento si comprenderanno tutt’i casì particelari
degli eleganti costrutti della latina favella non sole, ma verranno ordinati e
rannedati ad un prineipio generalissimo. ODE Moni SINTETMA SQTTQ IL BISPETTO DELLA
PROPOSIZIONE. Intorno alla Proposizione Analitica e Sintetica, La Proposizione
è Analitica ogni qual velta i tre elementi essenziali, che la costituiscone,
saranno espres- si, come aqua est dulcis, aqua fact cursum, aqua quiescit, aqua
currit. La proposizione analitica dun- que è di pertinenza della regolare
Sintassi , perchè in essa vi seno tante parole, quanti sono i pensieri che si
vogliono esprimere. Sarà proposizione Sintetica, ogni volta che i tre elementi
non saranno espressi, ma ne manca o uno o due o tutti e tre. Così, se inveee di
dire: aqua est dulcis, in una circostanza che il resto sì potesse intendere,
noi dicessimo : est dulcis, o dulcis sola- mente ec. avremmo la così detta
proposizione sinteti- | ea, la quale,
come rileva, è nel dominio delle Sin tassi figurata , perchè il numero delle.
sue parole è minore del numero de’ pensieri, che racchiude, onde è della
sinfetica per la sintesi , essia per la compo» sizione de’ pensieri non
espressi nelle poche parole che si adoperano, | | La proposizione sintetica pei
è di due maniere , eioè sintetica per Sintesi nella proposizione, e sintetica
per Sintesi della proposizione. La prima si ha, quan» do almeno une de’suei
essenziali elementi è espresso, e ne manca uno @ due al‘pit: la seconda si ha,
quan» do tuiti e tre gli essenziali elementi sono taciuti , la qual cosa come
avvenga sarà obbjetto della disamina ne’ capi seguenti delle due Sezioni. La
prima poi è per Sintesi semplice, o per sintesi composta , ob» bjetto della
presente Sezione. INTORNO ALLA PROPOSIZIONE SINTETICA PER SINTESI SEMPLICE
NELLA PROPOSIZIONE. In sei maniere e nen più la proposizione può essere
sintetica per Sintesi semplice nella proposizione. le ne andrò proeducende
degli esempi, ne’ quali l' uso mette in pratica queste diverse specie di
Sintesi, . La 1.° maniera è, quando sta espresso il sole pri- mo termine , come
avviene nelle risposte a certe do- mande simii alla seguente; Quis venit ? chi
è ve- nuto? alla quale bisognerà rispondere con un primo termine simile ad Antonius,
che in sè racchiude il senso dell’ intera proposizione , cioè Antonius venti.
La 2.* maniera presenta: il solo verbo Astratto © .Sum o Facio senza primo e
secondo termine. Così quando si è da taluno affermato: aqua est dulcis, e da
noi si risponde in conferma: tta est, ognuno vede che in est sì compongono i
pensieri di tutta una ppoposi-.. zione, cioè aqua est dulcis ( ita ut tu
ditisti) sù La 3.* si ravvisa in quelle formolè abbreviate, ‘che hanno espresso
il solo secondo termine di una pro- posizione. Così se alcuno domanda : Quid
fecisti ? Che ‘cosa hai fatto? e si risponde: iter viaggio, ognuno ve- de che
nel. verbale iter si compongono i pensièri di tutta la seguente proposizione :
Ego feci iter, io ho fatto viaggio. i La 4.* presenta due elèémenti., ne’ quali
si‘ compo: ne il pensiero del terzo. Così se alla domanda: Quis est: aeternus?
chi è eterno ? si risponde : Deus est’, voi già comprendete che si voglia dire:
Deus est'aé= sernus. | La 5.* è nelle formule, che presentano il’verbb col’
secondo termine e mancavi il primo : Così, se alla do- manda: quomodo est aqua?
come è l acqua ? si ri- sponde : est dulcis.è dolce, voi intendete che, si vo-
glia dire: Aqua est dulcis l'acqua è dolce. La 6.° finalmente è,.quando. si
esprime. il primo ed il secondo termine, e manca la parola media: dessa' ha
luogo in:una serie. di proposizioni: divise per due’ ta in una enumerazione di
parti, con la quale il ver-. o espresso nella prima si lascia intendere in'
tutte’ le altre., eome nel brano seguente: Aqua est dulcis: marmor album: lapis
durus l'acqua è dolce, il marmo: bianco, la pietra dura, dove il verbo est'è'
si-déve’ intendere per lè due ultime proposizioni. se ‘Quando il' verbo è concreto,
non dovete: dire che’ mancano due elementi, se esso solo sta espresso; per-
"chè abbiamo veduto che it verbo concreto racchiude due elementi. i 2 74.
È &EGONDA PARTE CAPO IL MeTORNO ALLA PROPOSIZIONE SINTETICA PER SINYEST
COMPOSTA NELLA PROPOSIZIONE, La proposizione sintetica per sintesi composta
nella proposizione può essere di due maniere, cioè comples- siva e duplicata,
In generale la proposizione è com. plessiva, quando si hanno ripetuti i termini
a la pa-. rola media : la duplicata è, quando prima e dopo del verba Sum vi è
un nome, oppure quando dopo certi verbi detti di accoppiamento sì truova un
aggiuntiva o qualche parola derivata e composta in forma di ag- giuntivo con la
desinenza indicativa di un primo ter- mine di proposizione. In due articoli
distinti parlerà di queste due specie di proposizioni. Intorno alla
Propcsizione Complessiva, La proposizione complessiva è una proposizione sin=
tetica per una sintesi composta nella Proposizione, Dessa è sintetica , perchè
]’ analitica, come abbiama, detto. nel Capo antecedente, ha un solo primo
termine un sole verbo e un solo secondo termine, mentre que-. sta ha più di uno
degli elementi suddetti, dovenda, uno almeno essere ripetuto per supposizione,
— La ragione poi, per la quale una proposizione è sin- tetica, quando uno degli
elementi è ripetuto, si è che ciascuno elementa è in intima relazione con gli
altri due, in guisachè in occasione di uno nai pensiamo neceg- sariamente agli
altri due, Quindi è facile a comprenn nf
e I | INTORNO ALLA SINTASSI FIGURATA.. 7}. dere che, se uno di essi è ripetuto,
nai pensiamo tailte volte all’ intera proposizione, quante volte quell uno è
ripetuto. si NRE: Affinchè poi la proposizione sintetica. sia comples» siva, è
necessario che gli elementi ripetuti .si, leghino agli altri due, che sono
semplici, in unità di costrutto, co- me apparirà più chiaramente dagli esempi,
che addur- remo per ciascuna specie. À parlare con più proprietà la proposizione
di questa natura meglio direbbesi un complesso di più proposizioni. 0/0... . La
complessione può avvenire in tre. modi princi palmente 1.° Quando in una
proposizione vi sono. più primi termini, e un solo degli altri due. elementi ,.
come nel seguente esempio : Hercules, Milo et_.Same son fuerunt fortes Ercole
Milone e Sansone furono: forti. In quanto all’ accordo del secondo termine coi:
tre nomi primi termini è ragionevole .che l’aggiuntivo: si metta Ai dna
indicativa del plurale, perchè,: essendo più nomi singolari, ognuno vede che
formano: un numero, ancorchè ciascuno abbia la desinenza : del, singolare. died
aa Li Quando i nomi hanno diversì accordi, cioè uno. htc e bonus , e l’altro
haec .e bona; allora. l’aggiun- giuntivo secondo termine, variandosi .per
desinenza in- dicativa del nome plurale, và secondo hie e bonus e: non secondo
haec e bona, come Pater ei Mater. suns. bons il padre e la madre sono buoni. Se
i nomi singolari significano sostanze e cause. ina- nimate, l’ aggiuntivo,
mettendosi alla desinenza indica». tiva del nome plurale, segue hoc e bonum,
come di: vitiae , decus et gloria sunt bona, le ricchezze il de», coro e la
gloria sono buone. |. ci -In quanto al verbo , se è precedyto, da più nomi
personali primitivi, per la stessa ragione che due sine + gol&ri
valgono un ‘plurale, andrà nella desinenza indi: guitisa del nurtero , ma'la
desimenza indicativa della persona -satà quella della più ‘nobile. La persona
pri: ma è più nobile della seconda e questa della terza ; ende ‘dirassi : Ego
et tu sumus felices 10 ‘e ‘voi siamdg felici , :0 voi ed io siamo felici, e
‘mon ego et tu estis felices — Quando poi i primi ‘termini :saranno un no- me
personale -primitivo ed un ltro nome, .P ac- cordo del ‘verbo ‘si può ‘fare
‘anche ‘con l'ultimo , co- me Ego ‘et (Cicero ‘meus flagitabit ‘il chiederà
Cice- rone mio figliuolo ed io. Queste ossetvazioni per altro lessigrafiche
possono avere una importanza dal ‘tato sintassico per dla conoscenza «dele
relazioni delle -pa- role né costrutti. | H 2.° caso di:proposizione
complessiva si ha, quando sono più secondi termini ed un solo verbo e un isélo
primo termine, come Deus est aeternus, bonus, ma- gmss , Iddio è eterno buono è
grande, dove e pro: posisioni sono tante, quanti sono i secondi termini ri
petuti , e ‘in forma analitica si dovrebbe dire Deus est agsernus, Deus est
bonus, Deus est magnus. Ad iscanso di questa nojosa ripetizione le tre
proposizioni si aecumulano in una nella forma complessiva, | U $.° caso è,
quando sono più di ‘un primo è più’ di un secondo termine nel medesimo tempo;
come nel seguente esempio, Cicero, Demosthenes, et Horten: sus fuerunt magni,
felices, et fortes, ‘Cicerone De mostone ed Ortensio furono granii, felici e
forti, do- ve le proposizioni sono tante, quanti sono i primi ter- mini da ‘un
lato è isecondi termini dall’altro, in tutto sei. Quando si avessero più primi
termini , più secondi, evpiù verbi le proposizioni in complesso si multipli-
eherebbero all’ infinito. | H 4 caso è sotto il rapporto delle determinazioni,
"e = - —-— € Va ri n €« 2, i. tNtoRNO ALLA Sivtassi wicurata ‘77 le quali,
quando sone ripetute , fanno sott'intendera per altrettante “volte l’intera
proposizione, Così di* -cehdo : Antonius interfecit Pranciseum, Paullum et
Sempronium, quì le ‘proposizioni ‘soho tante ‘qualità wono' gli ‘obbjétti
replicati, no aa e. # è * dat Iniorno alla Proposizione Sintetica DUPLICATA:
"* a: ; A : È sì “i :. ® ‘ Chiamo proposizione sintEtICA DUPLICATA quella
; the in primo luogo presenta il verbo Sum trà due - nomi, oppure lo stesso
verbo prèceduto da un norhe, e seguito da parola derivatà è composta’ in forma
di: aggiuntivo, come nel seguente esempio © ‘Aqua ‘est corpus l’acqua è corpo:
Cicero fuit orator Cicerone . fu oratore. . , n Proposizione duplicata ìmporta
un complesso di due proposizioni. Or, quando il verbò Sum è posto ‘tra due
nomi, come Nel primo esempio: Aqua est corpus, si hanno due primi termini,
perchè ogni nome, che non è termine di rapporto, è primo termine di
proposizione. Ma le proposizioni sono tante quanti sono gli elementi essenziali
ripetuti, per quanto abbiamo stabilito nell’ar- ticolo precedente ; bisognerà
conchiudere che, dove il verbo Sum si truova tra due nomi con la desinenzà di
primi termini, sostenga un complesso di due pro- “posizioni, le quali hanno ùm
solo verbo e ’1 secon do termine taciuto. In forma analitica simili propo-
sizioni equivalgono a due simili ad Aqua est talis,qualts est corpus, oppure
aqua est gravis in tali modo, în quali inodo corpus est grave. La ragione più
scienti- ca di questo costrutto ‘è stata da noi esposta nel :-. Vol. del Nuovo
Corso, © © © di on Li ... | , I Grammatici empirici non seppero distinguere
que- «sta specie di proposizione, ma assurdamente sosteti-. sero che il secondo
home simile a Corpus del ri- portato esempio fosse attributo. Ora attributo
importa qualità e quantità (vedi Etim. pag. 34), ed ha per segno l' aggiuntivo
in senso vero e proprio. Il nome dinota sostanza, la quale non può essere mai
attributo , perchè non può essere maij qualità , e contraddice a tutti ì
principi della retta ragione chi sostiene il contrario. Se dunque il secondo
nomè dopo Sum non può essere attributo, sarà soggetto , ossia primo termine di
proposizione. | Che una simile proposizione poi sia sintetica e non analitica,
è chiaro oramai da quanto $i è detto, mà per rendere quest’ asserzione ancora
evidente faccio riflettere che la proposizione semplice ed assoluta e ‘quindi
analitica deve presentare un Nome per pri- ame termine, un verbo astratto, e
per sécondo ter- mine, se è sostanziale, un aggiuntivo (pag. 15 del pre- sente
vol. ). Ora la proposizione Aqua est corpus invece di un aggiuntivo presenta un
nome nel luo- o del secondo termine: è perciò diversa dalla sem- plice ed
assoluta. Ma ciò, che non è semplice, : de- Wessere composto: ciocchè non è
assoluto deve essere relativo, è mestieri conchiudere che siffatta propo-
sizione sia sintetica. .. Dicasi lo stesso, se dopo il verbo Sum învece del-
Taggiuntivo per secondo termine si truova una pa- «zola derivata o composta in
forma di aggiùntivo, co- me Cicero fuit orator, Demosthenes fuit eloquens,
Cicerone fu oratore, Demostene fu eloquente. Im rocchè simili parole non
dinotano qualità o quantità, ‘ma racchiudono una proposizione incidente, o una
re- lazione, che determina ùn nome precedente, onde Cicero fuit orator in forma
analitica vale Cicero fut vir qui fecit orattones ; Demosthenes fuit eloquens
vale Demosthenes fuit vir qui fecit eloquutiones (1), -(1) Da ciò chiaramente
apparisee che il verbo Sum, seguito da participio forma una proposizione
duplicata; perché il participio non è aggiuntivo, ma parola deri- vata in forma
di aggiuntivo, che sinteticamente fa ia- tendere una proposizione incidente
implicita (Étim. pag. 175). In questa occasione piacemi di fare delle osserva-
zioni, che potranno setvire di fondamento ad una teoria assai importante. |
Allorchè dico : Aqua est currens, la frase in forma analitica sarebbe : aqua
est res quae fucit cursum, ‘perchè currens vale momo, donna o cosa che correo
fa corso (Etim. pag. 175) ossia res quae facit cursum nell’ esempio riportato.
Ora traducendo iu prima aqua est res per aqua est în tali modo in quali medo
est res, è poi quae facit cursum per talis res qualis res facit cursum, è
facile a vedere che nella prima se- ‘rie delle due proposizioni aqua est în
tali modo in quali modo est res manca l' aggiuotivo. Nè giova ri- correre a
ialis qualis, i quali, come prenomi non pas- sono fare da secondi termini:
resta adunque a sapere quale possa essere l' aggiuntivo da sott intendere. Vi
sono de' casi, ne’ quali è difficile, per non dire, imposgi- bile di trovare un
aggiuntivo , che esprima qualita o quantità comune a’ due soggetti paragonati,
ondechè a proposizione resta incompiuta, cioè col solo nome e €0ì solo verbo ,
come aqua est în tali modo in quali snodo est res, la quale per essere compiuta
dovrebbe ‘averè la forma simile ad aqua est gravis in tali mo- do in quali modo
corpus est grave. Ora non possia- mo dire che la proposizione possa essere
compiuta con due séli elementi, posto che sia, qual dev'essere, l'espres- sione
di un giudizio, che risulta dalla sintesi di tre pea- dove, come sì "vede,
dopo est viene un home, qual 6 vir determinato dall'incidente ©» sieri,
corrispondenti a' tre elementi reali de’fatti osser. vati. Bisognerà dunque
conchiudere che, se si danno si» mili proposizioni, delle quali non ci viene
conceduto di ‘trovare il secondo termine aggiuntivo nella lingua, do- wremo
dire che ciò derivi dall’ imperfezione della lin» ‘ggua medesima, che difetta
di alcuni segni corrispon» «denti all'idee delle qualità, che concepiamo nel
giudi- ‘zio, ma siamo fnabilitati ad esprimere. Che le lingue *sieno ‘difettive
rispetto allè idee sempre crescenti ' nelle nazioni parlanti, le quali sempre
progrediscono nellè ‘ Muove conoscenze, non SÌ può rivocare in dubbio, e pe
fanno argomento chiarissimo e fncontrastabile ‘i Trasiati, î quali come abbiamo
dimostrato nella Nuo- va Grammatica ragionata per la Lingua îtaliana Vol: INI.
pag. 10 e seg. e nel Nuovo Corso Parte Prima Vol. II. pag. 22 e seg., sono
senipre mezzi di biso» “gno soggettivo ed oggettivo, ossia dal lato de’parlanti
0 della lingua, e non mezzi di lusso o di eleganza, come si persuasero i
filologi empirici. ‘To dunque riconosco in Sintassi delle proposizione
incompiute per difetto di parole, che esprimano alcune qualità innominate, le
quali si lasciano intendere senza | poterle attuare in tali costrutti figurati,
e non dirò coi grammatici empirici che il parzie/pio e tutti gli @9- giuntivi
verbali , o le parole derivatè e composte in forma di aggiuntivi facciano da
secondo termine della proposizione sostanziale, la quale è un'espressione di
giudizio, con cui si pensa che una sostanza sia quali- ficata, cioè in un dato
modo, come si esprimono i logicì. Fuori di questa rigorosa deduzione si
dovrebbe cam- ‘ biare Ja definizione del giudizio, ma, se desso è quello che
siè defivito nel modo sopraddetto, ogni proposizio-» ne sostanziale per essere
compiuta deve avere neces- ‘sariamente per secondo termine un aggiuntivo
qualili» Calivo O quantitativo. intoino ALLA sifmassi vicurata Bi Per lo
‘stesso principio, trovando dopo sum ‘un pre- nome di qualunque specie invece
di un aggiuntivo, la proposizione è duplicata, come Liber est hic il libra è
questo : Hoc negotium est totum, questo è tutto. In secondo luogo fa mestieri
riconoscere un com- plesso di proposizioni in quei costrutti della lingua .la-
tina, ne’ quali dopo un verbo concreto troviamo un nome (o parola derivata in
forma di nome) e un ag= giuntivo ( o parola derivata in forma di iv. amendue
eon la desinenza indicativa del primo termi. ne di proposizione finita; detta
-da'grammatici caso No- iminattito | come ne' seguenti ‘esempi : Ego salutor
pot io sono salutato poeta : Petrus vidit contentus ietro vive contento. La
ragione si è che Ego salutor e Petrus vivit, contenendo de’verbi-concreti, sono
suf- ficienti praposizioni per sè stesse ; vi è dippiù poeta per la prima, e
contentus per la seconda , i quali, avendo .la desinenza indicativa del primo
termine di RIopoRziolo, accennano ad un'altra proposizione secon- o il
principio stabilito nell’ Artieolo antecedente. Ora quale sarebbe l’altra
proposizione per l'intero in for- ma analitica? .Non è difficile a ritrovarla,
se si pone mente che in simili costrutti ha luogo una compara: zione, il cui
risultato è il rapporto d’ istessttà o dì eguaglianza, è la forma analitica è
la seguente: Ego salutor sicut poeta salutatur , io sono salutate così come il
poeta è salutato, Petrus vivit contentus, Pe- irus vivit, sicut homo contentus
vivit Petro vive cos me uomo contento vive. I Grammatici chiamavano è verbi
così costruiti verbi di accoppiamento senza de- terminare in che l’
accoppiamento consistesse , anzi ve ne furono di quei, che il secondo nome
ritennero per attributo secondo la teoria testè confutata. | Di quì si può dar
ragione de’ costrutti ' del verbo. videor in ‘senso di parere o sembrare,'e
de'così detti vocativi. lo dirò brevemente qualche cosa e di quello e di
questi. © | | . I verbo videor eris è un vero verbo passivo, per- chè formato
da video, che significa vedere, ossia azio- ne, il cui effetto modo passa da
chi vede nell’ oggetto veduto. È proprietà della lingua latina di far seguire
questo verbo in forma passiva da un infinito, e que- --sto da un aggiuntivo o
da parola derivata in forma d’aggiuntivo, ed anche da nome o da parola derivata
în forma di nome con la desinenza indicativa della proposizione finila invece
della desinenza indicativa del primo termine di proposizione infinita, come Tu
videris esse felix , invece di tu videris ‘esse felicem, che letteralmente
tradotta vale: Tu sei veduto di es- sere felice, ma per versione di
equipollenza si fa va- lere a: Pare che tu ser felice. I Grammatici empirici,
che non seppero entrare nella vera natura di questo costrutto, ritennero che il
verbo videor fosse un ver- bo di singolare maniera in quanto che volesse per
sua determinazione un infinito, il quale invece del ‘secon= do termine colla
desinenza di Accusativo avesse quella: del Nominativo contro tutte le ‘ragioni
della costante analogia e proprietà della lingua. "I ‘ Ed alcunì per
addurre una qualche ragione, che, nulla spiegando, nascondesse almeno la
magistrale igno- ranza, si fecero a dire che in tale costrutto vi fosse una
maniera di dire alla greca , ossia un grecismo , senza punto riflettere che
tutte le-lingue lo hanno, e «debbono averlo, come di pertinenza della Sintassi
ge- nerale.e non particolare ad alcuna lingua. Ma, ricono- scendovi un
costrutto figurato, come noi abbiamo fatto, Fiona è sciolto e la ragione
garentisce la verità a teoria. i n da Piagr É Nel quale divisamente potevano
convenire i gram- . matici, se avessero riflettuto che vi sono costrutti, me'
quali il verbo videor ritiene la forma propria di | werbo passivo, assia di
verbo di stuto relativo, come - Visum est mihi ad te de senectute scribere,
dove vorrebbero questo: verbo adoperato impersonalmente e attribuirgli il
significato di parere o sembrare cosa ben fatta, confondendo il valore
etimologico col sin- tassieo , onde tradussero il riportato esempio : Mi è
sembrata cosa ben fatta scriverti intorno alla vecchiaja. ‘ Noì conformemente
allo stesso principio stabilito di- ciamo secondo ragione che Videor è sempre
lo stes- #0, ma in quanto alla sintassi, quando si truova con Ja desinenza
indicativa del primo termine di proposi zione finita dopo infinito, presenta
una proposizione du- - plicata comparativa : quando si truova come nell’ ul-.
timo esempio, presenta una proposizione analitica, sem- lice ed assoluta. Ma ]
uno e l’altro costrutto è lino e non greco. a La stessa teoria è da applicarsi
a’ così detti verbi. vocativi simili a Vocor, Dicor, Nuncupor, Credor, :
Feror,ec. i quali, come abbiamo detto a pag, 53, sono veri verbi passivi, ossia
verbi di stato relativo: siffatti. verbi come Videor si truovano costruiti alle
volte con ' l'infinito, il quale è seguito dal secondo termine con la desinenza
indicativa del primo termine di proposi zione finita, o come dicevano i
grammatici dal No- rainativo invece dell’ accusativo ; come ne’ seguenti.
esempi : tu diceris esse poeta, tu sei detto di essere . poeta osi dice che tu
sei poeta: Nos credimur esse . venturi noi siaino creduti di essere per venire
, 0 si . erede che noi siamo per venire. Oppure, tolto l' inf», ni{o, si
truovano con un nome: o ‘con aggiuntivo con. la desivenza: indicativa del’ primo
termine di. proposizione finita ;- come tu salutaris poeta tu sei salutato
poeta , nos vocamur invicti, noi siamo chiamati iri- vitti ec. ll principio:è
sempre lo stesso: in simili co- strutti bisognerà riconoscere una proposizione
dupli- cata comparativa, e tu dicerîis esse poeta in forma analitica vale : tu
diceris esse sic ut poeta dicitur esse: Nos credimur venturi vale nos credimur
esse sicut. homines venturi creduntur esse ec. == Quando poi si truovano con
l’infinito seguìto da no- me o da: aggiuntivo. con la desinenza indicativa del
primo: termine. di proposizione infinita ,. la Sintassi è regolare:,
come-quando diciamo : Dicitur., creditur, ferturi, te esse venturum , dicesi,
credesi, narrasi essere. tu pervenire. Non:diremo quindi con gli seioc- chi
grammatici che siffatti verbi una. volta sieno per- sonali, un’altra
impersonali, e che in un caso vi:sia una forma di dire alla greca, un’altra
alla latina: sib- bene. che nel. primo caso il costrutto è figurato; nel
secondo è regolare : che in quello. sono:due proposi» zioni. aggruppate, in:
questo una sola. Senza: stra- ziare- la logica e il senso comune noi terremo il
proble- ma:risoluto .secondò ì prestabiliti. principi. ‘ i Dopo di: avere
esposta. questa teoria intorno a’ co- strutti delle. proposizioni duplicate di varie
specie credo opportuno:.di. determinare.la: natura del-così.detto caso di
apposizione; che::in: grammatica non. è stato affatto preso in considerazione ,
anZi: contre: ogni ragiene si è ‘fatto; credere: che un:nome; apponendosi ad
unaltro nome, quel :prisnoa: diveniva: astributo . del secondo: Così dicendo
Tultiola:deliciae nostrae, ritenevasi che deli- ciae: apposto a. Pulliola
ne-:era perciò: .l’atiribuso; Ma bgmi ‘attributo. è.uma; qualità a-quanitià
termine e li- inite di sostanza ;. se: il:caso:di apposizione fosse. at-
tributo del primo. neme , cambierehbe: natara: ed il nome da segno di sostanza
diverrebbe segno di qua- Ktà, in altri termini la sostanza trasformerebbesi in
qualità. L’una e l’altra supposizione è assurda e con: traddittoria, perchè nè
ciò, che è segno categorico di un'idea, può divenire segno di un’altra, nè la
sostan- za può essere mai qualità , e viceversa. Se la è così fa mestieri
appurare che cosa-sia il così detto casa di apposizione. Lr, E, posto che il
nome, dovunquesi truova, non può essere che una di queste due cose, cioè o
primo ter- ne di proposizione o secondo termine di rapporto , noi con questo
principio perverremo facilmente alla soluzione del proposto problema.
Imperocchè, se il ca- so di apposizione , come è ammesso comunemente , non è un
secondo termine di rapporto , come quello che ‘non dipende da preposizione
rispetto al nome cui si appone, è mestieri riconoscerlo come un primo termine
di proposizione. Ed, avendo due nomi primi ‘termini in un costrutto, come nell’
esempio riportato TTulliola deliciae nostrae , bisognerà riconoscervi ‘un complesse
di due proposizioni per una sintesi compo- sta, le quali ridotte a forma
analitica presenteranno la seguente formula : Tulhola talis, quales deliciae
nostrae , 0 Tulliola est talis quales sunt deliciae no- strae. ‘Infatti il caso
di apposizione ha luogo ogni volta, che si paragonano due soggetti, che hanno
la medesì- “ma qualità, come assentirono gli stessi grammatici ‘quando dissero:
se due nomi significano una medesi- Îma cosa vanno al medesimo caso. Ma il
nostro principio è troppo generale e la lin- gua latina presenta delle
difficoltà, che noi non ‘siamo tralasciare senza rimanere molta ombra ‘-
scurità nella mente de’ giovanetti. © | In primo luogo si dice che la nostra
urta non possa . pitenersi per la ragione che il caso di apposizione parte cipa
di tutte le attribuzioni del nome principale, il quale se è un termine di
rapporto variato ‘nella sua desinenza, anche il caso di apposizione si vuol
mettere a quella desinenza, come nel seguente esempio : Fiius Tulliae
deliciarum nostrarum, Figlivolo di Tullia nostro sollaz» zo, deve si vede che
deliciarum mostrarum va alla seconda desinenza, appunto perchè Tulliae è così
va- riato. Adunque pare essere falso che il caso di ap- posizione non sia un
termine di rapporto +e A questa ebbjezione rispondo che deliciarum nostrarum è
tere mine di rapporto non per sè, ma pel nome, a cui sì appone , in quanto che
la preposizione Di è relativa a Tulliae e non a sè stesso, di che fa pruova la
versione italiana , nella quale non dicesi di Tullia di nostro sollazzo , ma di
Tullia nostro sollazzo, La desinenza quindi gel caso di apposizione non è
signi» ficativa, ma puramente indicativa o sintassica, in quan» to che, vale a
dire, mette in relazione il nome appo»- sto col nome a cui si appone, Ad essere
un termine di rapporto dovrebbe esso stesso dipendere da pre» posizione, che
avesse a primo termine il primo nome, La seconda obbjezione sarebbe in quanto
che non sempre si può formare una coppia di due. proposizio» mi, perchè il
primo nome potrà essere un secondo ‘ termine di rapporto, come nel seguente
propter Tul- liolam delicias nostras a cagione di Tullietta nostro sollazzo ,
dove ccme si vede Tulliolam è secondo ter- mine della preposizione propter. ]n
simili casi è da ricordare che, quantunque il nome sia una determina- “zione,
non lascia di essere un determinabile, e che perciò il caso di apposizione è
pna proposizione inci» dente da risolversi nella seguente forma : Tulliolam -
elem quales sunt deliciae nostraes, Intorno alla Sintassi figurata sotto il
rapporto O °° delle Determinazioni. | Î Tra le determinazioni e i determinabili
passa inti» ina relazione , ‘in quanto che in occasione di quelle
necessariamente pensiamo a questi j perchè le prime hon possono state senza i
secondi; e lasciano una so- po di senso tale che noi siamo in aspettazione i
qualche altra cosa è dire per intendere, come di- cemmo della proposizione
incidente pag. 43, che è u- “ na determinazione rispetto Alla principale, suo
de- terminabile, Se dunque la Sintassi figurata ha per fone damento la
relazione, che passa tra le parole espresse e Ie parole taciute, è agevole
& comprendere che Yi può essere una Sintassi figurala Sotto il rapporto
delle determinazioni , il che avviene in tutti i casi, ne’ quali le
determinazioni si esprimono e i determi» nabili si debbono intendere. Questo
principio è gene» talissimo, e, facendo astrazione dalle lingue particolari, si
può dire chie i casi possibili della Sintassi figurata in qualsivoglia lingua
sotto il rapporto delle Determi» nazioni sono tanti, quante sono le
determinazioni di tutt'i determinabili. Ma, trattandosi di una lingua par-
ticolare, sono tali e tanti i costrutti figurati sotto que» sto rispetto,
quanti e quali ne sono stati attuati dal- 1’ uso. In questa Sezione adunque
esponiamo i costrut- ti figurati della lingua latina attuati dall’ uso , ed a
procedere con ordine la divideremo in due Capi, nel primo esporremo la Sintassi
figurata nelle Determina» zioni, che fanno intendere un’interà proposizione :
nella seconda esporremo la Sintassi figurata ‘nelle Determinazioni, che fanno. intendere un solo
Deter- minabile. DELLA SINTASSI FIGURATA NELLE DETERMINAZIONI CHE FANNO
INTENDERE UN'INTERA PROPOSIZIONE. Una parola-determinazione espressa potrà far
inten- dere una proposizione intera; ma questa. o è semplice, assoluta,
analitica , o composta, sintetica, compa- rativa. In due Articoli distinti
esporremo i casì prin- cipali di questa figurata Sintassi. Della Sintassi
Figurata nelle determinazioni |, che fanno intendere un’ intera proposizione
semplice. ll primo caso di questa Sintassi figurata comprende ‘ tutte le
risposte con parole, che non sono elementi essenziali della proposizione, e che
perciò debbono essere necessariamente determinazioni di alcuno di essi. Così se
alla domanda : Vidistine illum9? nol ve- . desti ? si risponde : non, ognuno
-vede che in que- “st'unica parola, che non è elemento essenziale di pro- .
posizione, si compongono i pensieri di tutta la propo- sizione nella forma
seguente : Ego non vidi illum. . Similmente se alla domanda : Quid attulistt?
Si ri- sponde me ipsum, è agevole a comprendere che me ‘tpsum me stesso, che è
obbjetto e perciò determina- . zione di un verbo transitivo , fa intendere l’
intera . proposizione nella seguente forma : Ego attuli me :tpsum io arrecai me
stesso. Fate applicazione a qua- lunque altro costrutto , in .cuì la risposta è
per qual- ao — a e - Ce ne. << 4 _ — . uè ——r. — > [ai PSI
sivoglia parola determinazione di
qualsiesi forma ’@ nètura. gare: Il secondo caso comprende tutte le parole
segni di approvazione , èà condizione che non sieno elementi essenziali di
proposizione. Così, se alcuno dopo aver udito. leggere una produzione
letteraria , per dare il suo giudizio dicesse : bere , male, recte bene male
rettamente, vi presenterebbe in una solà parola, che non è elemento essenziale
di proposizione, l intendi» mento di una intera proposizione nella forma
seguen- te > tu scripsisti bene, male, récie tu hai scritto bene 0 male
0 rettamente. Il terzo casò comprende le parole , che non sono elementi
essenziali di proposizione nella così detta preterizione è interruzione di
discorso a causa di af- fetto che predomina. Così, se, mentre uno parlà, accor=
#endosi di essersi troppo inoltrato è che possa uscire da’ limiti del
convenevole, di botto si arresta su qual- che parola simile a Sed ma, la quale
fa intendere che altro. vi sarebbe è dire, ma non si dice. Della Sintassi
figurata nelle Determinazioni, che fan no intendere un iatera proposizione
Compara» tiva. Ogni volta che vi è comparazione, vi debbono es- sere
necessariamente due proposizioni, una principale e l’altra incidente, amendue
precedute da alcune pa- role correlative segni di comparazione, le quali sono
diverse secondo la diversità del rapporto, che ne ri. sulta di eguaglianza o di
diversità pag. 56. Se dune ‘que troveremo espressa una sola proposizione compa»
90 SE@ONDA PARTE rativa connotata da un segno di comparazione, in oc- casione
di questo segno, che è una determinazione im- propria dell’aggiuntivo ,
pensiamo all’ altra proposi- ziune comparativa non espressa. É, siccome questi
segni di comparazione sono diversi , ìn due paragrafi esporremo i costrutti
figurati delle proposizioni compa- rative di equaglianza e di diversità. g. 1
Della Sintassi figurata nelle proposizioni comparative | di equaghanza. Le
parole segni di comparazione di eguaglianza sono sic e ta correlativi di vt,
velut, veluti: di tam o tan- tum correlativi di quam e quantum : aeque , pari-
ter correlativi di ac, atque, vedi pag.57 e seg., che tutti in forma più
analitica si riducono a Talîs correlativo di Qualis per l’ eguaglianza di
qualità, ed a Tantus correlativo di Quantus per l’ eguaglianza di quantità. Se
dunque troveremo una proposizione con uno di questi correlativi, dovremo
intendere l’intera propo- sizione non espressa, che forma l’altro membro di
comparazione. Cosi incontrandoci in Tanium relligio potuit suadere malorum,
tanti mali potè consigliare la falsa Religione, in occasione di quel tantum
malorum pensiamo a quanti mali il poeta avea innanzi descritto, cioè la morte
d’ Ifigenia. Parimenti ineontrandoci in sic o tta est così è, oppure in vt diri
come dissi, nel primo caso intenderemo, Res est ita vt tu dicss la cosa è così
come tu dici: nel secondo intenderemo id est verum sic vt diri, ciò è vero così
come dissi ec. In questo luogo cade in acconcio la disamina di un sostrutto
latino, che noi italiani abbiamo fatto nostro, ed è propriamente Sic o Ita
seguito da vt in sen- so di che e non di come, e tamo tantum segui» to da vt in
senso di che e non di come. Eccone de- gli esempi: Sic est vita hominum, vt ad
maleficium nemo conetur sine spe accedere, la vita degli uomi» ni è così fatta
che niuno sia costretto di accedere al malfare senza speranza—Cic. Non se tam
barbarum, neque tam imperitum esse rerum, ut non sciret, Cic, non essere egli
tanto barbaro e tanto imperito delle cose che non sapesse ec. ec. In simili
costrutti, che ìn apparenza sembrano re- golari, vi è un complesso di più
proposizioni, che rile- yano dal sénso e non si contengono nelle parole. Po-
sto in vero che Ita & Sîc sieno correlativi di vt in senso di come, e
tam è correlativo di quam in sen- so di quanto, è agevole a intendere, che
dovunque non si truovi un termine correlativo , mentre l’altro è espresso, vi
sia una Sintassi figurata, come ho di- chiarato con molti esempi e risoluzioni
nella Nuova Grammatica ragionata per la lingua italiana pag. 54 e seg. Vol.
lI., a cui rimando coloro che vogliono es- serne pienamente informati. 6.2
Intorno alle Determinazioni, che fanno intendere una proposizione comparativa
di diversità. I termini correlativi nelle proposizioni comparative col rapporto
di diversità in forma analitica sono ma- gis e plus o minus, e quam: in forma
sintetica sono 1 comparativi in or e us, e quam per secondo termi- ne. Se
dunque troveremo una proposizione , che ha magis., plus, minus, e manca la
seconda preceduta da quam, diremo .che
vi sia un costrutto figurato, il quale in occasione della Determinazione fa
intendere — un'intera proposizione ; che sarà seconda proposi- Zione incidente
comparativa. La qual cosa è ovvia ed ha luogo propriamente, quando il secondo
membro di comparazione è facile è intendere, DELLA SINTASSI FIGURATA . NELLE
DETERMINAZIONE CHE FANNO INTENDERE UN SOLO DETERMINABILE. La Sintassi figurata
sotto il rispetto delle Determi= nazioni, che fanno intendere un solo
determinabile, hà una grande estensione pel numero indefinito degli e- leganti
costrutti nella linguà latinà. Questo Capo adun= ue avrà una lunghezza
corrispondente alla vastità della materia, onde sarà diviso in più articoli, e
que- sti suddivisi in paragrafi e numeri, secondochè la mag= gior chiarezza
dell’ esposizione richiede. | Sapendo quante determinazioni ha un
determinabile, . e quanti sono ì detérminabili stessì, si potrebbe Anco- ra
determinare il numero de’ costrutti figurati sotto questo rispetto. Noi
ridurremo la partizione generale a’ seguenti articoli 1.° Sintassi figurata
negli Aggiun= tivi 2.° Sintassi figurata ne’ nomi termini di rappor- to 3.°
Sintassi figurata nelle Preposizioni 4,° Sintassi figurata in certi particolari
costrutti. | INTORNO ALLA SINTASSI FIGURATA 98 ARTICOLO I. Intorno alla
Sintassi figurata negli Aggiuntivi è Prenomi e melle parole derivate e composte
in for- ma di aggiuntivi, cui manca il nome. Ogni aggiuntivo nel discorso
sostiene due uffici .0 di secondo termine di' proposizione, o di determina- ‘ne
del nome, cui deve seguire. Similmente il prenome è una classe di parole, che
per ragione del suo signi- ficato deve precedere sempre il nome (Etim. pag.
b1). Le parole derivate e composte in forma di aggiuntivi sono sempre
determinazioni di Nome, che dovrebbero in sintassi regolare averlo sempre
espresso. Se dun- | que troveremo una - di siffatte parole di qualsivoglia
forma o maniera senza nome espresso, diremo che vi sia una Sintassi figurata
nell’ aggiuntivo , o nel pre- nome o nelle parole derivate e composte in forma
di aggiuntivi. lo presenterò quì degli esempi più ovvi, colle rispettive
risoluzioni per servire di norma e di - analogia pe’ casi indefiniti nell’ uso
della lingua. Ma ‘è dagavvertire preliminarmente che, quando il nome «non è
alcuno di quelli, che sono espressi innanzi; se ne dovrà intendere uno di
questi generali Homo o mas, muler o foemina, res, negottum, uomo o ma- schio,
donna o femmina, cosa o negozio. Se l’aggiun- tivo ha una desinenza indicativa
di accordo col nome personale o quasi personale maschile, s'intende homo o mas:
se ha desinenza indicativa di accordo col nome personale o quasi personale
femminile si sot- t intende mulier o foemina : se ha desinenza in- dicativa di
accordo col nome invariato rispetto al sesso , ma che l’uso ha stabilito di
farlo prece: b}* | sEGoffia Pafti dere da haec, s'intende Res: se ha desinenza
indicativa di accordo col nome, che ha il primo ter- mine identico nella
proposizione finita e infinita , si sott'intende negotium. Ciò premesso ecco
degli eseni- pi. Multi ( homines) venient vt rapiant , molti (uo mini )
verranno per rapire. Ex his ( negotiis o re- bus ) cognosces da queste (cose)
conoscerai. Id (ne- gotium ) est cioè , 0 questa ( cosa) è. Quid ( nego- tium )
est? quale (cosa) è, 0 che é? Nescio quid (negottum) facias non so che faccia.
Quod (negotrum) ad me a:tinet la quale ( cosa ) appartiene a me. Aggiungete
& questi tutti i costrutti figurati, che i grammatici ebbero per
avverbi esposti in etimologia pag. 78 e tutti gli aggiuntivi o le parole
derivate e composte in forma di aggiuntivi, che, avendole adoperà- to l’uso
senza nomi espressi , si ebbero pei nomi , come bonum il bene, verum il vero,
malum il ma- le, poiché essi non sono differenti dagli aggiuntivi bonus, a, wn,
verus, a, um, malus, a, um pel su- premo principio filologico che una parola di
natura determinata in Etimologia non può cimbigre natura in Sintassi, benchè
possa variare all'infinito in quanto a costrutto per mettersi in relazione con
altr@ parole sempre mai. diverse, INTORNO ALLA SINTASSI FIGURATA 95 Fntorno
alla Sintassi figurata ne’ nomi termini di . sapporto, cui manca la
preposizione, che in Sine ‘tassi regolare dovrebbe precedere, pd ‘ Sotto questo
rapperto la lingua latina è ricchissima di eleganti e figurati costrutti, In
Etimologia e in Les» sigrafia abbiamo veduto che il nome secondo termine di
rapporto, ossia secondo termine di preposizione, ha una desinenza indicativa ,
la quale è propriamente la quarta e la quinta, secondo i grammatiei
l’accusativo e l’abblativo. Il presente Articolo adunque si può die widere in
due paragrafi : uno che riguarda i figurati costrutti, quando il nome variato
con la quarta desi» nenza è senza preposizione; l’ altro, quando il nome È
variato con la quinta desinenza detta abblativo. $1, Sintassi figurata ne°nomi
variati alla quarta desinenza | senza preposizione, Il nome variato con la
quarta desinenza, quando è termine di rapporto, dipende da molte preposizioni,
che i grammatici numerano fino a 28, cioè ad, ante, apud, circa, contra, ectra,
infra, inter, iurta, ob, penes , per, post, praeser, propter, secundum, trans,
ultra, citra, versus, adversus, erga, pone, prope, vsque. ‘Ora il nome variato
alla quarta desinenza, detta da’ ammatici accusativo, sostiene nel discorso tre
ufficî, cioè 1,° di primo termine di proposizione infinita, come scio E studere
2.° di. obbjetto, come Romwas inter» fecit Remum, 8.° di secondo termine di
rapporto, e perciò dipendente da preposizione, come propter An- tontum, praeter
modum , ertra urbem ec. ec. Al lorchè dunque incontreremo un nome così variato
, procederemo ragionando per metodo di esclusione, e veduto che non sia nè
primo termine di proposizione infinita nè obbjetto, conchiuderemo che dipenda
da u- na preposizione, la quale , se non sarà espressa, hi- sognerà sott’
intenderla, e quella -in ispecie che sarà richiesta dal senso. Moltissimi
costrutti presenta la - lingua latina sotto questo rispetto, che io ridurrò a
ca- pi principali. 1.° I verbi di stato assoluto, come vivo, servio, sttio non
possono avere per loro determinazione l’ob- bsetto, il quale è proprio de’
verbi di azione transiti- ‘, detti perciò da noi non obbjettivi. Se dunque tro-
viamo : Vivere vitam, servire servitutem, sitire hu- manum sanguinem., viver la
vita, servire la servi- tù , aver sete del sangue umano, non diremo che vitam ,
servitutem, sanguinem sieno obbjetti, ma se- condi termini della preposizione
propter sott’ intesa. 2.° Per la stessa ragione i verbi di azione intran-
sttivi, che sono i verbi concreti che racchiudono il werbale di moto, non
possono avere obbjetto , perchè H moto, effetto. prodotto dalla loro azione ,
non esce fuori nell’ obbjetto, ma rimane nell’agente. Se dunque troviamo dopo
siffatti verbi un nome di luogo varia- to. alla quarta desinenza, andremo
subito a sottinten- dere la preposizione Ad o Per secorido che il senso
richiede. Così navigare (per) terras, ambulare (per) mania , navigar la terra e
passeggiare i mari, modi gi dire in senso metaforico. Anzi è proprietà della
lingua latina di adoperare i nomi particolari deluoghi piccoli, come è dire di
città I ‘ castelli e ville, alla quarta desinenza senza. la preposi- zione Ad o
Per, quando il moto è a luogo a per luo-. go. Onde dicesi : bo Romam andrò a
Roma, invece di ad Romam; venit Florentiam, Venetias , Pari- 8i0s, venne a
Firenze, a Venezia, a. Parigi. Co: no- mi specifici o generici di luogo la
preposizione ad o per è sempre espressa, salvo con Domus casa e. Rus villa, che
si considerano come nomi particolari di luo- ghi piccoli, dicendosi: Redeo
domum e non ad domum SEE a casa, Redeo rus e non ad.rus ritorno. alla villa.
.3.° Vi sono alcuni verbi di azione transitivi, i. qpali oltre al nome variato.
alla. quarta. desinenza in- . dicativa dell’ obbjetto ,, sì costruiscono con un
altro. nonie allo stesso modo variato ,. il quale non può es- sere. un seconde
obbjetto., e questi sono Celo io na- scondo, Moneo io ammeonisco , Doceo io
insegno, co- . me pure Induo e Vestio ie vesto, Posco io chiedo e demando, ec.
come ne' seguenti esempi : Ego celo te hane rem, io. ti nascondo questa cosa:
Moneo te hane rem ti ammoniseo. di questa cosa: doceo te gramma- ticam. t'
insegno la. grammatica: Induit se vestem sì vesti: Pacem te: poscimus omnes,
noi tutti ti do- mandiamo. la pace. Uno: di questi. nomi variati. alla . quarta
desinenza, (ed. è. sempre un.nome persor ni fa.da. obbsetto, l’altro nome
impersonale dipende dalla preposizione cirea o propter , qualunque sia poi la
versione di. equipollenza,. che se ne faccia in italiano. - 4.° ] nomi delle
misure specifiche del luogo e. del tempo depo i. verbi o gli aggiuntivi che
dinotano di- stanza , lunghezza , larghezza, altezza e profon= dità, si mettono
alla quarta desinenza, ed alla quin ta. in molti costrutti, e nell’ uno e
nell'altro caso elè» gantemente non si esprime la PERSE di cui: quel nome è
secondo termine. Esempi Umbilicus sep- tem pedes longus, umbram non amplius
quatuor pe- des longam reddit Plin. l' ombelico (la parte media di un edificio
) lungo sette dI rende l ombra non più lunga di quattro piedi, dove a septem e
quatuor pedes manca la preposizione per. Dic quibus in ter- ris tres pateat
coelì spatium non amplus vinas. Dimmi in qual parte del mondo il cielo non è
più largo di tre braccia, dove a tres vlnas tre braccia manca la stessa
preposizione. Quae pedes octoginta inter. se distarent. Caes, Le quali fossero
tra loro di- stanti ottanta piedi, cioè per octoginta pedes. Simil- mente pel
tempo: Romulus regnavit triginta septem annos Romolo regnò trentasette anni
invece di per sriginta septem annos. 5. Dopo pridie e postridie, parole
composte la pri- ma da pri, abbreviato di prior?, e die ; e la seconda da
postri, invece di postero, e die i latini elegante» mente mettevano Kalendas ,
Idus, Nonas, a questa forma Pridie Kalendas, Nonas, Idus -per dinotare il
giorno avanti le calende , le none e gl’idi: Postridie Kalendas, Nonas, Idius
per dinotare il giorno dopo le. calende, le none, e gl’ idi. Quindi è chiaro
che a que- sti nomi variati con la quarta desinenza dopo pridie manca ante,
dopo postridie manca post. . 6. Elegantemente i latini adoperavano il nome va-
Fiato con la quarta desinenza senza preposizione, di - eui era secondo termine,
dopo alcuni aggiuntivi o pa- role derivate in forma di aggiuntivi, come
ne’seguenti esempi. Ailas humeros oneratus Olimpo , Ovid. At- lante carico gli
omeri dell’ Olimpo, dove humeros gli omeri dipende dalla preposizione ad o per.
Miles mul- to jem fractus membra labore il soldato già fiacco te membra per
molta fatica, dove membra dopo fra-etus dipende da quoad in quanto a. Da questa
for- ma latina si sono derivate le corrispondenti italiane figurate, e perciò
eleganti. 7. Bisognerà riconoscere una Sintassi figurata sottò il rapporto del
nome così variato in quei costrutti, che presentano gl’ interposti misti
seguiti dal medesimo , come En hominem ecco l uomo, dove hominem di- pende,
come obbjetto, dal verbo sott’inteso vide. . 8. In ultimo vi è una Sintassi
doppiamente figura- ta in tutti quei costrutti, che presentano un prenome-a un
aggiuntivo o una parola derivata in forma di aggiun- tivo, variati con la
quarta desinenza senza nome, il quale, se fosse espresso, dipenderebbe da
preposizione, onde da’ grammatici furono tenuti per avverbi contro le ragioni
etimologiche , come Dulce loquentem, dul- ce ridentem Lalagen amabo io amerò
Lalage , che dolce parla e dolce ride , dove quel dulce è un ag- giuntivo, a
cui manca il nome sott'infeso negottium, termine di rapporto della preposizione
secundum: di- casi lo stesso di facile, che si fa valere facilmente, di quod
che si traduce perchè, e di alias cui manca mices secondo termine di per (
Etim. pag. 67), di huc tradotto qua, ch'è identico a ad hoc, cui manca tempus
dipendente da ad o per, di istuc e ilue tenue ti per avverbi di moto a luogo,
di recens, che è un vero participio, e si fa valere, come avverbio, per di
recente, di verum che si traduce veramente o per ‘versione di equipollenza per
ma o poi, di primum, secundum ; terttum ec. adoperati cosi assolutamente. Della
Sintassi figurata ‘nel nome variato alla quinta desinenza senza preposizione. -
Il nome variato con la quinta desinenza, detta nel- le scuole abblativo, ha
tale nesso con le preposizio- xi che quasi sempre si lascia intendere, e
ragionevol- mente fu detto caso della preposizione. ll principio enerale
adunque .di queste costrutto è 11 seguente : ovunque si truova wa nome variato
con la quinta de- sinenza , si deve intendere una delle ‘preposizioni no- tate
in Lessigrafia, cioè A, ab, abs, absque, E, ee, Cum, Coram, Prae, Pro, De,
Palam, Sine, Tenus, In, Super, Sub, Subter, Supra Clam. . Le nostre
osservazioni adunque intorno a’ cestrutti figurati di questo termine di
rapporto sono «dirette a stabilire delle norme generali per sapere «diseernere
quale preposizione si.deve intendere in alcuna spevie di costrutti. i 1.°
Quando il nome variato eon la quinta desimen- za dinota luogo piccole
particolare di terra, città , ca- stello e villa , nel quale si sta o si fa
qualche cosa, o, come dicevano i grammatici; dopo un verbo di stato în luogo,
ordinariamente non è preceduto da prepe- sizione, la quale è Im, che significa
rapporto di con- tenenza, come Commorari Paristis trattenersi in Pa- rigi, Quum
floreret Athenis fiorendo in Atene, vi- vere Neapol vivere in Napoli ec. Quando
dinota tempo dopo i medesimi verbi, quasi sempre la stessa pprepes sione è sott
intesa; come an- no superiore nell’anno antecedente: hisce diebus in questi
giorni, hoc saeculo ìn questo secolo , biduo TtA 101 ] vel triduo in due o tre
giorni, onde hodie in questo giorno , e tutti i nomi invariati, come cras
domani, heri jeri, perendie nel giorno dopo domani. E, siccome il caso el modo
si 'adoperano metafori- camente per tempo e luogo (etim. pag. 62), anche il
loro nome così variato si usa senza la preposizione In da intendere, come modo
veniam ora verrò, mo- do venias purchè tu venga. E sotto questo rapporto vi è
una Sintassi doppia- mente figurata ne’ prenomi, negli aggiuntivi e nelle
parole derivate in forma di aggiuntivi, che si riferi- scono ad un nome di
luogo di tempo e di modo va- ‘riato con la quinta desinenza, ma non espresso
con la preposizione In, da cui dipende. Tali sono hic che va- le en hoc loco:
dlie che vale in illo loco : istic che vale in tsto loco. Similmente eo che si
traduce là, è prenome cui manca în e loco; illico identico a ilo. loco cui
manca în: Subito participio di subeo, cul man- “ca în e loco 0 tempore : dicasi
lo stesso di Cito da cico (etim. p.66), di Quo che si traduce dove, cui man- ca
loco, e in quomodo manca în. Per la stessa ra- gione èvvi una sintassi
doppiamente figurata ne’ cre- duti avverbi di modo in o e in e simili a vero,
vere, . humane , male, recte ec. che sono variazioni di ag- giuntivi e di
parole derivate in forma di aggiuntivi , e bisogna intendervi in e modo, onde
tradurremo YERO în modo vero, RECTE în modo recto, e la stes- sa soluzione è da
farsi de’ creduti avverbi in ter (eti- mol. pag. 73), perchè abbiamo stabilito,
parlando delle determinazioni pag. 48 del presente volume, che simili parole
sono determinazioni de’ verbi astratti Sum e Facio, ossia de’ verbi di stato in
luogo, in forma sin- tetica. | | 2.° Quando il- nome variato con la quinta
desinenze ‘significa’ – H. P. Grice -- luogo, da cui si parte, dopo i verbi
concreti di azione, che racchiudono un verbale di moto, se sarà nome
particolare di luogo piccolo, si adopera elegante- raente senza preposizione ,
che in costrutto regolare dovrebbe essere 4, 0 ab, abs, e 0 ex — Proficiscen-
tes Athenis partendo da Atene: Domus e Rus si considerano come nomi particolari
di luoghi piccoli , terre, città, castelli e ville: onde dicesi elegantemente:
Discedere domo, rure invece di a domo, a rure, par- tir di casa e di villa. A
dir vero i costrutti figurati con questo nome così variato sono più rari, usan-
dosi frequentemente i regolari costrutti corrispondenti, a fine di precisare il
punto da cui sì parte. | 3.° È proprietà della lingua latina di far seguire il
così detto comparativo in forma tanto analitica quanto intetica da un pome
variato alla quinta desinenza senza preposizione espressa , ed è propriamente
quel nome, che devrebbe essere il soggetto del secondo membro di comparazione,
preceduto da quem , come Leo est fortior equo il Leone è più forte del cavallo,
dove equo è variato alla quinta desinenza, e in forma più regolare comparativa
dovrebbe essere equus pre- . ceduto da quam, e dirsi: Leo est fortior quam
equus il Leone è più forte che il cavallo, I grammatici han- no detto che
questo nome così variato dope il com- parativo dipende dalla preposizione pra@
sott’ intesa , che poi traducono in paragone di, onde Leo est for- tior equo
vale il Leone è più forte in paragone del cavallo. | | 5. Tutti verbi o gli
aggiuntivi o le parole deriva- 3e in forma di aggiuntivi, che nel costrutto
fanno in- | tendere la nozione di lontananza o di provvenienza, «come Ì così
detti passivi, e disto, differo , recipio, audio, pero, ecpecto , spero, liber,
immumis ec. vos gliono dopo di loro il
nome della persona o del luogo della provvenienza o termine di lontananza
variato alta quinta desinenza, preceduto dalla preposizione a, ab, e o ex
espressa o sott'intesa, benchè, come vedremo, la preposizione eol suo secondo
termine sia determinazio- ne di altra parola non espressa, come Remus occi-
ditur a Romulo, Remo è ucciso da Romolo: Immunis culpa esente da colpa, Expers
crimine privo di delit- to, liber passionibus libero dalle passioni, /ustitia
differt ab aequitate la giustizia differisce dall’ equità ec. Spero ate spero
da te. Precor a Deo priego da Dio. E, siccomela materia, di cui una cosa è
formata, .è Il punto, da cui parte la sua esistenza, anche il ne- me, che ia
esprime, va alla quinta desinenza, dipen- dente da una di siffatte preposizioni
espresse o sotto intese, come Statua ex argento statua di argento, 6. Tutti
verbi, che messi a costrutto fanno inten- dere che nell’ azione concorrono più
agenti in com- pagnia, tanto se gli agenti sieno morali quanto se sie- no fisici,
@ gli uni e gli altri insieme, hanno dopo gli loro un nome o più nomi variati
alla quinta desi- nenza dipendenti dalla preposizione Cum espressa o sett’
intesa, la quale abbiamo detto in etimologia che è segno di relazione di
compagnia. Quindi è che l'w strumento , la causa, il mezzo, la pena, il
delitto, la ragione, e -simili, espresse da nome, vogliono questo costrutto,
come Veteres stilo seribebant gli antichi con lo stile scrivevano, Accusatus
furto messo in causa com furto , Damnare aliquem capite , condannare alcuno con
la pena della testa, laborare pedibus essere tra- vagliato co’ piedi. . A
questa categoria appartengono i costrutti elegan- tissimi di due verbi latini,
cioè afficio e prosequor, i quali sono seguiti mai sempre da un nome variate
104 SECONDA PARTE alla quinta desinenza. senza la preposizione Cum, da cui
dipende , come afficere aliquem amore , odio; e prosequi aliquem amore e odio
ec 1 grammatici han- no insegnato che questi due verbi prendono il signi-
ficato dall’ abblativo, onde traducono il primo esem- .pio amare odiare alcuno
, ed allo stesso modo il se- condo. Ma nel primo vi è qualche cosa di più, che
.non è nel secondo, come afficio è differente da pro- sequor. Per me stando
all’ etimologia Afficio seguito dall’ abblativo importa far sentire l’effetto
dell'amore e dell’ odio: Prosequor, che è da sequor, importa ave- re in cuore
l’amore e l'odio, senza che l’oggetto ama- to oppure odiato se ne accorga. 7. I
Verbi distimare o apprezzare, vendere, com- prare, affittare, e simili,
vogliono il nome del prezzo determinato alla quinta desinenza dipendente dalla
pre- posizione Cum sott’ intesa, Così dicesi : Petrus locavit domum suam
quinquaginta impertalibus, et condurit alienam septuagintaquinque imperialibus
Pietro affittò la sua casa con cento imperiali e prese ad affitto la casa
altrui con settantacinque imperiali — Così pure dicesi: Antonius vendidit
librum, et Paullus emit il- lum viginti assibus, Antonio vendè il libro, e
Paolo comprollo con venti assi. 8. I Verbi e le parole in forma di aggiuntivi,
che racchiudono le nozioni di abbondanza e di scarsezza, hanno il nome che
esprime la cosa, di cui si abbon- da o si è privo, variato alla quinta
desinenza, dipen- dente dalla preposizione ab, come è chiaro dal verbo abundo
composto da ab e unda, onde il nome dopo è di quella preposizione—V/illa
abundat porco, haedo, agno, gallina, lacte, casco, melle, Cic. La villa abon- .
da di porco, di capretto, di agnello, di gallina, di latte, di cacio; di miele
— A questa categoria appar- tengon careo, vaco, impleo, compleo, repleo, ec.
ec. Intorno alla Sintassi figurata nelle
preposizioni, cu manca il primo termine. I grammatici, non avendo approfondite
in Sintassi regolare le relazioni delle parole congiunte per difetto di nozioni
esatte etimologiche, non videro tutta la ele- ch della lingua latina -sotto il
rapporto di questa Sintassi non solo, ma tennero per regolari i figurati
costrutti. Da qui è derivata quella confusione ne’loro trattati sintassici,
dove non sai quel che si voglia dire con lo specioso titolo di reggimento, non
potendo di- scernere se quei costrutti debbano essere così per necessità
intrinseca o per accidente. Ma la parte più sintetica, e quindi più stretta di
quella lingua, consì- ste nell’uso delle preposizioni o de’nomi variati a de-
sinenze significative di rapporto dopo parole, a cui non hanno immediata
relazione , essendo ‘soppresse le pa- role che ‘sono ‘foro primi termini — fo
dunque mi iestenderò nel presente ‘Articole, ed a procedere con ordine -esporrò
in due lunghi paragrafi 1.° La Sintassi figurata nel nome variato alla
desinenza significativa della preposizione Di ed A, che i grammatici chna-
mavano Gemitivo e Dativo 2.° La Sintassi figurata ‘nelle preposizioni non
precedute dai loro primi termini. 6 1°
Intorno alla Sintassi figurata: ne nom, variati alla i seconda e terza
desinenza NUM. 1.° , Costrutti figurati del nome variato alla seconda A
desinenza- detta Genitivo. | Il nome variato alla seconda e terza desinenza è
una parola plusvalente, ossia una parola, che ne vale due per sintesi di
variazione, una delle quali è la pre- sizione Di in italiano e l’altra è a,
corrispondenti alle latine De e Ad. Ecco perchè, trattando de’costrutti
figurati nelle preposizioni, non precedute da’ loro primi ‘termini, dobbiamo
ancora parlare del nome così variato, e primamente del nome variato alla
seconda desinen- za, detta da’ grammatici Genitivo. E, posto che questo nome
racchiuda la preposizione Di, la quale significa rapporto di dipendenza,
ogn’uno vede che debba essere preceduto da un nome qual primo termine, perocchè
la dipendenza non può es- sere che tra sostanze e sostanze o cause e cause, che
hanno per segni i nomi, onde è chiaro che in forma analitica la preposizione Di
deve allogarsi tra due no- mì , e in forma sintetica il genitivo sempre dopo un
nome. Terrete dunque a costrutti figurati tutti quelli, che presentano il nome
così variato dopo ogni altra parola che non sia nome. Questo principio ,
generale ed assoluto così enunciato, basterebbe a dare una nor- ma per
giudicare nella disamina delle locuzioni altrui, quando in forma regolare e
quando in forma irrego- ‘Tare fossero
costruite. Ma la grammatica non è sala- mente una scienza speculativa: è pure
un metodo per la pratica, ecco perchè io andrò esponendo alcune proprietà della
lingua latina in molti esempi sotto il rap- porto di questo costrutto, 1.° In
primo luogo i latini elegantemente adopera- vano la seconda desinenza del nome
dopo un aggiun- tivo variato con la desinenza identica ne’ primi termini di
proposizione finita e infinita, detta dai grammatici di genere neutro, come
Aliquid pecuniae , ‘ultimum sceleris, multum vin ec. Per ciò,che abbiamo
stabilito . a pag. 93, dovendo ]’ aggiuntivo avere espresso il no- me, di cui è
determinazione, è chiaro a comprendere che sostituendo il nome negotium che
manca, il co- strutto diviene regolare , e tradurremo : alcuna cosa di danaro,
1’ ultima cosa, cioè eccesso, di scelleragine, molla cosa, cioè quantità, di
vino. Da questa forma è derivata la italiana: con alquanto di buon vino e di
confetti il confortò Boc. È, posto che Sat è un vero prenome (etim. pag. 56.)
Sat fautorum e Satis elo- quentiae sì riducono a questo principio. Alcuni
vorrebbero che aliquid pecuniae equivalga ad aliqua pecunia, ultimum eceleris
ad ultimum scelus, ma ciò è falso, perchè tre parole valgono più di due, e tre
ve ne sono nel costrutto figurato so- stituendo negotium, Si guardino bene i
giovanetti di confondere i due modi, se non vogliono scrivere da barbari in
latino , perchè allora il dir figurato riesce elegante, quando in minor numero
di parole racchiu= dè maggior numero di pensieri, . 2.° Elegantemente i latini
adoperavano il nome par-. ticolare de’ luoghi piccoli della prima e quarta
varia-. zione al singolare , variato a questa desinenza dopo ì- verbi -di
stato, dipendente dal nome generale sott'in- 108 SECONDA PARTE teso in civitate,
in urbe, in regione. Così dicendo Ego fui Florentiae, Romae, Lugduni io fui in
Firen- ze, in Roma, in Lione, ognuno vede che si voglia dire: io fui nella
città ‘di Roma , di Firenze, e di Lione. Lo stesso va detto per domus e rus, ì
quali per una proprietà di lingua si considerano, come nomi parti- colari di
luoghi piccoli, Ma, affinchè questo costrutto abbia luogo, è necessa- rio che
concorrano tre condizioni 1.° che sieno nomi particolari di luoghi piccoli 2.°
che sieno singolari 3.° che sieno della prima e quarta variazione. Onde non si
dice: ego fui Athenarum, o Paristiorum, 0 Venetia- rum, ma ego fui Athenis,
Paristis, Venéins, per- chè, sebbene questi nomi sieno della prima e quarta
variazione, non sono singolari, Avverto in ultimo che traducendo Ego fui Romae
per io fui in Roma, la versione è a senso e non etimologica : ad avere una
versione esatta in italiano è mestieri tradurre lette- ralmente Romae di Roma,
Florentiae di Firenze , Lug- duni di Lione, affinchè dalla stessa versione si
com- prenda l' integro senso del costrutto e le parole che mancano,. essendovi
notabile differenza ira essere mn Roma, ed essere nella città di Roma, per
quanto ab- biamo osservato innanzi nella pag; ani, %° Elegantissimamente depo
Tune allora:, Ubique per ogni dove, Nusquam. tion mai si truova adoperato un
nome di tempo o: di. luogo veriato alla seconda desinenza nel mado seguente
Tune temporis in quel tempo, Ubique terrarum: in ogni parte del mondo , Nusquam
locorum în nessun luogo, A: questi i gram> matici aggiunsero Ergo e
Instar, come amoris ergo a-cagion: di amore; Instar puncti a guisa di un punto,
Ma nessuna ragione allegarono: di siffatto irregolare sostrutto. Posto i}
principio generale che, il nome va- INTORNO ALLA SINTASSI rIicurata 109 riato
alla seconda desinenza, debba essere preceduto. indispensabilmente da un nome,
sarà uopo riconoscere: un costrutto figurato, ogni volta che sarà preceduto da
tuttaltra parola, e bisogna indagare con accurata disamina quel nome sott’
inteso, da cui dipende. Ora pe primi tre Tune, Ubique e Nusquam, il nome da in-
tendere è quello che si contiene sinteticamente o ipo- teoricamente ne’
medesimi, o per meglio dire il no- me variato alla seconda desinenza è una
determina- zione del nome contenuto ipoteoricamente in quelle parole, dette
avverbi. Infatti Tunc equivale a in illo tempore: Ubique a in eo loco et în eo
loco: Nusquam a in nullo loco. E, se il nome variato dopo siffatte parole è
locorum e temporis; Tunc equivale a in illo spatio temporis e. Ubique locorum a
in in illo spatio locorum, perchè il tempo e il luogo sono spezie subbordinate
all'idea generale di spazio—Per gli altri due, cioè Ergo e Instar, convengono
tutt’ i buoni grammatici che sieno nomi invariati, il primo di origine greca,
ed il secondo, per quanto a me pare, è una parola in forma di no- me derivato
da Sto e composto da in, perchè il mo- dello, suo significato, sta sempre
presente e inalterabile a chi ne trae le copie. 4.° Dopo gli aggiuntivi verbali
tanto mediati quanto immediati (etim. p. 169 e 171), come pure dopo tutte le
parole derivate o composte in forma di aggiuntivi, ehe significano interne
affezioni dell’ animo, si adope- ra un nome variato alla seconda desinenza ,
che di- pende, come determinazione, dal nome causa o gratia sottinteso, come amans
virtutis amante della virtù, conscius criminis, consapevole del delitto, lassus
via- rum. stanco del cammino, iimidus procellae timido della procella, cupidus
vini desideroso di vino, ec. ec. -5.° Similmente tutt'i verbi, che dinolano 0
in= 110. terna dell'anima, occasionata
da una causa esteriore, detti da’ grammatici verbi patetici, si truovano
costruiti — con un nome variato alla seconda desinenza, ed è pro» priamente
quello, che dinota quella causa occasionante, e però dipendente dal nome causa
o gratta sott intesa, come Misereor tui ho compassione di.te, Ercrucwor ani» mi
sono tormentato dell’animo—(Juando il verbo miseror aris si truova col nome
variato alla quarta destnenza, allora questo dipende dalla preposizione
propter, come abbiam detto a pag, 96 num. 1, È, se alcuni di que» sti verbi si
truovano costruiti col nome variato alla quinta desinenza, allora manca la
preposizione De, che è la forma analitica del così detto genitivo, -6.° I verbi
Poenitet, Miseret, Pudet, Taedet, Piget, che significano pentirsi, aver
compassione, vergo- gnarsi, tediarsi, rincrescersi, detti da’ grammatici im»
personali, perchè in costrutto si truovano adoperati sp» lamente alla terza
desinenza indicativa della terza per» sona; per la stessa ragione si costruiscono
con un no» me impersonale ordinariamente, variato alla seconda desinenza,
mentre hanno alla quarta desinenza 1 nomi personali me, te, se, nos, vos, se,
come, Me poemitet peccatorum mi pento de’ peccati; Me maiseret tuorum malorum
ho compassione delle tue disgrazie: Me toe- det mortis mi annoja il pensiero
della morte; Me pr get ebrietatis tuae mi fa ribrezzo la tua ebrietà, Ho detto
ordinariamente, perchè il nome così variato può essere ancora personale, come
Me miseret tu ho com- passione di te, A parlare con verità e precisione scien:
‘tifica è uopo dire che questi verbi hanno dopo di loro un nome variato alla
seconda desinenza, personale @ impersonale , e sarà propriamente quello, che
dinota la causa del pentimento, della compassione; del tedio, della vergogna,
del rincrescimento, Questo nome poi A Îli si deve considerare costruito
figuratamente , perchè dipende dal nome causa sott’ inteso, 7.° Elezantemente
il verbo Sum si truova costruito con un nome variato alla seconda desinenza,
come hie liber est Petri questo libro è di Pietro : est optime principis
custodire leges è dell’ ottimo principe custo- dire le leggi. 1 grammatici
insegnavano che il verbo Sum così costruito significava , nel primo esempio il
possesso, nel secondo ufficio e dovere. Noi secondo i prestabiliti principî
diremo: ogni volta, che sum è se- guito da un nome così variato , è costruito
figurata- mente, e bisogna intendere nel primo esempio lo stesso nome, che fa
da primo termine, come hic liber est liber Petri, e nel secondo il nome
Officium, come Custodire leges est officium optimi principis, il che è chiaro
dalla versione nelle lingue vulgari, che sono più analitiche. 8.° Dopo i verbi
di accusare, assolvere e condan- nare, come accuso, absolvo, damno, il nome
della col pa o della pena elegantemente si mette alla seconita desinenza,
dipendente dal nome generale variato alla quinta desinenza poena, crimine, come
accusare alr- quem furti accusare alcuno con la colpa di furto , damnare 0
absolvere aliquem capitis condannare o as- solvere alcuno dalla pena del capo,
cioè di morte. È 3 ip costrutto è doppiamente figurato, perchè manca j nome
primo termine di relazione e la preposizione, da cui questo dipende. Quando poi
i medesimi verbi sono costruiti col nome variato alla quinta desinenza, come
accusari furto, damnari capite essere accu- sato di furto e dannato del capo,
la sintassi è sempli- cemente figurata. ll verbo absolvo seguito dal nome della
pena variato alla quinta desinenza fa intendere la preposizione ab per la
relazione di distanza.I verbi di stimare e apprezzare, di vendere, comprare,
affittare e simili , quando il prezzo è in- certo e indeterminato, invece del
suo nome variato alla quinta desinenza, sono seguiti o dallo stesso nome
variato alla seconda desinenza , o in sintassi doppia- mente figurata da un
prenome o da un aggiuntivo di quantità alla stessa desinenza variato. I nomi di
que- sta specie sono pili di un pelo , flocci di un fiocco, nauci di un frullo,
nihil, di.niente—Onde si dice fa- cere, habere, ducere aliquem pili, o flocci,
0 nauci, fare avere stimare alcuno di un pelo di un fiocco di un frullo, dove
manca pretto con prezzo, e la frase intera vale facere aliquem cum pretio pili,
cum pretio nauci, cum pretto flocci. I prenomi di prezzo incerto sono i
correlativi tanti quanti, pluris quam, minoris quam, e gli aggiuntivi acqui,
boni, magni e multi, parvi ec. Onde si dice: Ego emi librum tanti quanti tu
emisti equum, dove quel tanti quanti si riferiscono a valoris, e prenome e no-
me dipendono da cum pretio, sicchè la frase intera è la seguente : Ego emi
librum cum pretio tanti valoris, cum pretio quanti valoris tu emisti equum io
ho comprato un libro con un prezzo di tanto valore col prezzo di quanto valore
tu comprasti un cavallo—Onde pluris equivale a cum pretto pluris valoris: boni
a cum pretio boni valoris: aequi a cum pretio aequi valoris : multi a cum
pretio multi valoris ec. ec. l grammatici hanno insegnato che Facio, Habeo ,
Luco, Sum ec. costruiti con uno di questi nomi o pre- romi o aggiuntivi variati
alla seconda desinenza signifi- chino stimare. lo credo necessario avvertire
che, se così si sono fatti valere nelle versioni di equipollenza, non è così
sotto il rispetto etimologico — Anche In- terest e Refert sono seguiti da
parvi, magni ec. come quando dicesi Parvi refert importa poco, magni in- terest
importa assai, dove quel parvi e quel magni fanno intendere valoris, che
dipende da nome sott’in- teso. Magni sunt mihi tuae litterae, la tua lette- ra
mi sarà di gran valore Cic. Ager nune multo plu- ris est quam tune fuit, il
campo adesso è di molto più valore che allora fù. Cic. Dove pare che Sum con
queste desinenze non ha un costrutto differente da quello che abbiamo notato
nella pag. 111, ‘num. 7, 0s- sia che magni e parvi con valoris, dipendono dal
no- me primo termine ripetuto, come Litterae tuae sunt litterae magni valoris
mihi — La difficoltà pare che sia in quanto al nome da intendere, da cui dipen-
de magni, parvi, multi valoris dopo interest e re- fert —I grammatici empirici
non ne fanno parola , contendandosi semplicemente di notare questo costrut- to,
come una proprietà di latino favellare. Io sono di parere 1.° che refert,
costruito a questo modo, cioè alla terza desinenza indicativa della terza
persona, è composto de re, che è identico a Res cosa, e nel costrutto di questa
specie vale da primo termine di proposizione finita, e refert è lo stesso che
res fert. In- fatti con questo verbo si truova mea, tua, sua, nostra, Vestra,
cuja, come pure con interest, dicendosi: mea Tefert, tua interest che si
traducono importa a me, ‘Rteressa a te ec. Ora che cosa sarebbe quel mea, tua,
sua, nostra, vestra, cuja con Refert ? Date a quel re di refert il valore di
res ed avrete mea res , tua es, sua res ec. fert, la cosa mia, la tua, la sua
porta che ec. ec. Id mea minime referi qui sum natu marimus, traducete Res mea
ininime fert «id ed il costrutto regge in forma analitica. 2.° Che In- terest è
composto da Inter tra fra ed est. è, ondechè mea, tua, nostra, vestra,
interest, equivalgonò a est inter mea, tua, sua, mostra, vostra, cuja negotia e
mea interest te venire equivale a.te venire est inter mea negotia. Ill tuo
venire o la tua venuta è tra le mie cose, cioè tra’ miei desideri, bisogni ec.
e da ciò av- viene che sì fa valere per importa o interessa. Ciò posto, quando
questi due verbi sì truovano costruiti con parvi, magni, multi, se è refert,
sott' intentendo valoris o pretti ; il magni o parvi pretù dipende da res
contenuto in refert, onde Id magni refert sarà ridotto a res magni pretù fert
id, una cosa di gran prezzo porta ciò, il che vale importa assai: se vi è
interest, come Magni ad honorem nostrum interest me venire Cic. riducasi a
questa forma analitica: Me venire est ‘inter negotia magni preti ad honorem
nostrum che io venga è tra le cose di gran prezzo all’ onor nostro. E,
trovandosi con qualunque altro nome variato alla seconda desinenza, come hoc
vehe- menter interest reipublicae, la soluzione regge a me- raviglia, dicendo :
hoc vehementer est inter negotia rerpublicae. Ciò è sommamente tra le cose
della re- pubblica, il che vale grandemente importa e interessa alla reppublica
in una versione di equipollenza — A me pare che questa soluzione sia
ragionevole e secon- do i principi etimologici e sintassici stabiliti. 10.°
Tutti superlativi, i prenomi partitivi, e gli aggiuntivi di quantità discreta
adoperati in senso di partizione sono seguiti da un nome variato alla secon- da
desinenza, che significa il numero compartito, co- me marimus phiosophorum il
più grande de’ filosofi, ‘Unus discipulorum uno de’ discepoli: Quis vestrum ?
Chi di voi? In simili costrutti vi è una sintassi figu- rata, perchè vi manca
în numero, da cui dipende il nome variato alla seconda desinenza, cioè
Philosopho- rum, discipulorum, vestrum, Numero 2. Intorno alla Sintassi
figurata ne’ nomi variati alla terza desinenza detta—Datrvo. Il Nome variato
con la terza desinenza detta Dativo equivale a due parole, cioè alla
preposizione a, in la- tino ad ed al nome, come miht a me, tibi a te ec. Etimologicamente
adunque mihi e ad me, tibi e ad te valgono la medesima cosa e in molti
costrutti è indifferente a’ buoni scrittori il dire scribo tibi, e scribo ad te
vedi Etim. pag. 120 (1). Di qui par- rebbe che il nome così variato si dovrebbe
tenere co- struito figuratamente in tutti quei casi, ne’ quali la preposizione
ad, che in sè contiene, è posta dopo pa- — role, che non sono suoi
determinabili, e in ispecie (1) Quanto ciò sia vero, apparisce da certi
costrutti eleganti del verbo swu72 con la preposizione 44, dove secondo i
grammatici dovrebbe essere il loro Dativo. Eccone degli esempi: Tum ad me
fuerunt qui libel- dionem esse sciebant, Var. dove il senso è: Io ebbi presso
di me coloro che ec. Curio fuit ad me diu io ebbi Curione in casa luogamente:
Cum ud me bene mane Dio- nysius fuit quando io ebbi di buon mattino Dioni-
sio—Gl' italiani da questa elegantissima maniera di dire formarono la loro :
Egli è stato da me, egli fu da me , o venne da me, come osserveremo più
distesa- mente in appresso. Adunque è chiaro che i gramma- tici, quando
stamparono le loro regole, non ebbero pre- senti tutti casi più notabili della
lingua latina, onde Je loro massime oltre di essere empiriche e insufficienti,
non sono a quel numero, in cui dovrebbero essere, posto che ad è proposizione
del verbale di moto pag. 63. il nome variato alla terza desinenza, che con-
tiene in sè la preposizione medesima, si deve con- siderare costruito
figuratamente in tutt’ i casì, nei quali non è preceduto da simile verbale, e
che per- ciò nel medesimo tempo dovremmo esporre i costrutti sintetici della
preposizione ad e del nome variato alla terza desinenza. Ma, considerando che ì
latini per pro- prietà di favellare adoperavano la terza desinenza in
costrutti, dove non avea mai luogo la preposizione ad o rarissime volte,
riterremo per vera la prima parte della deduzione, ma non possiamo riunire nel
mede- simo numéro le osservazioni intorno a’ costrutti figu- rati delle due
formule. Cominciamo dunque da’ co- strutti figurati del solo nome variato alla
terza desi- nenza. 1.° Nella Grammatica italiana vol. II. pag. 73. e se-
guenti, e nel Nuovo Corso vol. II pag. 158. e segu. parlando de’ tre rapporti
di origine di passaggio e di tendenza espressi dalle tre preposizioni da, per,
a, feci distinzione di rapporti fisict e di rapporti morali, chia- mando
rapporti fisici quelli, che passano tra gli oggetti fuori di noi pel movimento
reale de’corpi, come di una palla che si muove da un estremo all’altro di un
piano qualunque. I rapporti morali sono quelli che per simili- tudine
concepiamo tra’ nostri pensieri, perchè, non a- vendo vocaboli metafisici, non
possiamo esprimere i fatti spirituali che con parole, a così dire, corporee. I
morali poi ancora o sono reali o sono intenzionali. . Gl’intenzionali si hanno,
quando facciamo qualche cosa con l'intenzione che avesse un movimento ed una
tendenza ad un termine fuori di noi. Così, scri- vendo una lettera, abbiamo
intenzione che parta e va- al fratello, e volendo esprimere questa intenzione in
forma sintetica, diciamo: Ego seribo ad fratrem meum , o Scribo fratri meo io
scrivo a mio fratello, equivalente a questa forma analitica , io scrivo ton
l'intenzione che la lettera vada o arrivi a mio fratel- lo — Ciò posto. | 1.°
Tutti i verbi di azione transitivi, ossia che di- notano azione, il cui effetto
è un modo, che dall’agen- te passa nell’ obbjetto, a cui si può associare un
mo- vimento ’ reale tendente ad un termine, possono fi- guratamente avere dopo
di loro un nome variato alla terza desinenza, detta Dativo. Quindi tutti i
verbi, che significano dare, donare , esibire, arrecare, portare, mandare ,
consegnare, comandare , gio- vare, mamîfestare ec. come Do, Dono, Praebeo,
Exibeo , Affero, Trado, Mando, Mitto ec. han- no dopo di loro un nome variato
alla terza desinen- za, come Mitto tibi munusculum, ti mando un re- galuccio,
Obtulit operam suam Reipublicae offrì la sua opera alla republica — Ne’ quali
esempi è chiaro che il nome variato alla terza desinenza non è una
determinazione del verbo, che precede, ma di un ver- bale di moto associato
all’ obbjetto, onde mitto mu- nusculum equivale in forma analitica a mito munu-
sculum veniens ad te mando un regaluccio che vie- ne a te. Dicasi lo stesso, se
il movimento non è reale, ma intenzionale, ossia nell’ intenzione dell’ agente
che vi fosse, e sotto questo rispetto non ci è verbo, che non possa avere in
costrutto figurato un nome variato alla terza desinenza, che significhi la
persona o la cosa co- me termine di quella tendenza. Esempi Qui peccat , peccat
sibi chi manca manca a sè stesso. Gratulor tibi, mihi gaudeo, mi congratulo a
tuo riguardo, godo a mio riguardo: quindi studeo, io studio, costruito con 1i8
Snome così variato vale favoreggiare, come studere a- licui essere seguace di
alcuno — Favere alicui favo- reggiare alcuno ec. — I Grammatici misero tra que-
sto numero il verbo occùurro e succurro, in senso di occorrere e soccorrere, e
questi in senso di giovare ajutare. Come occurrere alicui andare in ajuto di
al- cuno. l'erre opem patriae, succurrere saluti, foriu- . nisque comumibus
Cic. portare ajuto alla patria e soc- correre alla salvezza ed alle fortune
comuni— Éttam snermes armatis occurrebant Caes. anche gl’inermi an- davano
incontro agli armati —Ma niuna osservazione ragionevole fu prodotta in quanto a
questo costrutto, che non è proprio di Occurro e Succurro, ma di ogni ver- bo
di azione intransitivo, ossia di moto, come Succurrit ila Varenus, et laboranti
subvenit , gli soccorse Va- reno e sovvenne a chi era in travaglio Ces. In
simili costrutti il nome personale variato alla terza desinenza a me pare che
non sia determinazio- ne del verbo di moto espresso, perocchè l’uso costan- te
della lingua ritiene per essi la forma analitica della preposizione Ad seguita
dal nome di luogo. Oltracciò s'incontrano esempi, ne’ quali Occurro, Succurro,
Subvenio ec. si truovano costruiti con la preposizione Ad seguita dal nome di
luogo variato alla quarta de- sinenza , e con un nome personale variato alla
terza desinenza, come Domitius ad Aeginium Caesari ve- mienti occurrit Domizio
corse incontro a Cesare ve- gnente ad Eginio Ces. Scripsi ad eum ut mihi He-
racleam occurreret, scrissi a lui, affinchè mi venisse incontro ad Eraclea—0r
sarebbero due termini di ten- denza una di luogo e un altro di persona col
mede- simo verbo di moto. Il che non pare che possa essere, se il verbo ritiene
lo stesso significato etimologico. E però che io penso con fondamento razionale
che il nome variato alla terza desinenza insimili costrutti dopo i verbi di
moto dipenda da un verbo obbjettivo, a cuf gi associa la tendenza a persona, e
traduco la frase ut mihi Herucleam occurreret ; ad Heracleam ubi ferret opem
mihi, che corresse incontro ad Eraclea, dove potesse arrecare ajuto vegnente a
me — Nella uale opinione mi conferma sempre più la versione italiana , la quale
fa sparire l’idea etimologica di sif- fatti verbi, e vi sostituisce l’altra di
ajuto, soccorso, idea che rileva certamente dal costrutto figurato da noi
risoluto alla sua forma analitica, se 2.° E non solo i verbi, ma ancora gli
aggiuntivi e le parole derivate e composte in forma di aggiuntivi, che messi a
costrutto fanno intendere una tendenza fisica e morale, reale o intenzionale,
possono figurata» mente avere dopo di loro un nome variato alla terza
desinenza, ma vi guarderete bene di credere che quel nome sia loro
determinazione per regolare Sintassi. Come Affinis regi parente, affine al Re--
Dejotarus fidelis populo romano, Dejotaro fedele al popolo ro- mano» Cic, In
questi casi il nome variato alla terza desinenza determina il verbale di moto
contenuto in una proposizione incidente, che è determinazione di mn nome
contenuto nella parola in forma di aggiun» tivo, onde Dejotarus fidelis populo
romano equivale a Dejotarus vir fidei, quae fides veniehat ad popu Jum romanum
ee, 3.? Vi sono alcuni werbi latini simili a do, tribuo, ‘merto, ed anche sum,
i quali si adoperano in costrutto con due nomi variati alla terza desinenza,
uno per- sonale è l’altro impersonale, come do tibi hoc pr gnors io dono A te
questa cosa in pegno: tribuo tibi hoc laudî, attribuisco a te questa cosa in
lode: Id mihi ed salus queste cosa arrecherà salute a me, per versione di
equipollenza—I grammatici hanno sempli- cemente notato questo costrutto senza
renderne alcu- na ragione sotto il rapporto della sintassi figurata. Io credo
necessario intrattenervisi alquanto ad indagarne la natura per serbare l’
uniformità scientifica a’ prestabi- liti principi. Dirò dunque che la sintassi
in simili co- sirulti è doppiamente figurata, perchè il primo nome personale
variato alla terza desinenza dipende dal ver- tale di moto intenzionale, con
cui si associa l’obbyetto di Do, Tribuo, e Verto, come abbiamo detto innanzi.
Il secondo nome impersonale variato alla terza desi- nenza, come laudi,
pignori, dipende da un verbale di molo reale associato all’ obbjetto rispetto
al fine, onde i grammatici dissero che il secondo Dativo dino- ta il fine, per
cui si dà — Onde Do nibi hoc pignori equivale in forma analitica a Do hoc
negottum ten- dens ad pignus cum intentione ut veniat ad te. Do questa cosa
tendente a pegno con l’ intenzione che venga o giunga a te. In quanto a sum i
grammatici hanno insegnato che con un Dative significhi avere, onde tradussero
hic liber est mihi per io ho questo libro : che con due Dativi significhi
apportare, cagionare, onde tradussero [d mihi erît saluti questa cosa mi
arrecherà, mi ap- porterà salute-—Simili traduzioni sono a senso 0 di e-
quipollenza e non etimologiche o letterali. Ma lascia- mo stare le traduzioni,
e vegniamo a quello che im- orta di sapere, cioè, se sum così costruito non è
satto Y dominio della sintassi regolare, perchè lo stato non ha relazione al
rapporto di tendenza racchiuso nel da- tivo, quale è la parola sotl’ intesa, a
cui si riferisce H dativo medesimo come determinazione ? I gramma- tici
empirici non se ne sorio dali alcun pensiero, sia a proporre , sia a risolvere
questo problema , ma si «onteniarono
semplicémente di farne vedere il valore di equipollenza per le traduzioni. E,
posto che il nome variato alla terza desinenza racchiuda una relazione, che ha
nesso al moto, è facile a comprendere che in tale costrutto, che presenta o uno
o due dativi, manca un participio ‘di verbo: intransitivo, onde hic Uber est
mihi equivale a hic liber est veniens ad me questo libro è vegnente a me, o
spetta o tocca a me. - Quando Sum è costruito con due nomi variati alla terza
desinenza, vi è una Sintassi doppiamente figura- ta, perchè sì sottintende due
volte il verbale, che di- “nota una tendenza d° intenzione alla persona ed una
tendenza fisica al fine, onde /Jd erut mihi saluti è lo stesso che id negotium
est factum cum intentione ad. me e cum tendentia ad salutem. La versione di Sum
così costruito per apportare è a senso, come ab- -biamo detto, 3.° I così detti
verbi passivi, che io a pag. 53 ho chiamati verbi di stato relaltvo , sono
quasi sempre seguiti dalla Preposizione 4 0 Ab, abs, E, o ea, che ha per
secondo termine un nome dinotante l’ob- -bjetto, da cui provviene lo Stato.
Intanto s’ incontra- © :no de’ costrutti di questi verbi, ne’ quali invece di
‘detta preposizione seguita da siffatto nome truovasi un ’ . nome variato alla
terza desinenza, come specialmente . il verbo Videor: tu mihi videris esse
doctus, tu rpi . sembri di essere dotto: Visum est mihi ad te de se- neciute
sacribere mi è sembrata cosa ben fatta scri- - vepti intorno alla n — La
Sintassi in tal caso - è figurata, e si fonda sulla reciprocità de'rapporti da,
per , a (etim. pag. 63). Per la stessa ragione inve- . ce del nome preceduto da
a, ab, abs, e, cexai adopera il nome variato alla quarta desinenza prece- duto
dalla preposizione Per. I grammatici, “Ti sapendone dar ragione, ricorrevano al
castrutto greco, ma senza fondamento razionale filalogico, | 62 Intorno alla
Sintassi figurata nelle Preposizioni del nome senza primo termine, — Le
preposizioni del Nome sono tre nella lingua la- tina, come nell’italiana, cioè
De, Cum e Sine a absque (etim. pag. 40) e si dicono del Nome, perchè vaglio» no
essere precedute e seguite da nome per lo nesso, che hanno le relazioni da esse
significate con le so- stanze e cause, di eui sono segni i nomi. Ogni volta per
conseguenza che simili preposizioni invece di essere precedute da un nome
espresso avranno innanzi ogni altra parola, la Sintassi è figurata, e però
bisogna sott’in- tenderlo , ossia rilevare dal senso qual possa essere per
ridurre a forma analitica il costrutto sintetico, Per dare una norma ed
un’analogia produrrò qualche esempio di tali costrutti. 1.° Posto che la
preposizione de equivale a di ita- liano, dessa è costruita figuratamente tutte
le volte che non è preceduta da nome suo primo termine, tra il quale e "1 secondo
termine siavi relazione di dipen» denza. E negli esempi, che vado a produrre,
mi pro- pongo di dare una norma, pe casi simili, di ricercare quale sia il nome
da intendere, e dico che il nesso ‘ logico del costrutto, e le versioni delle
lingue vulgari por- gono qualche luce in questa ricerca. Messala de Pom- pejo
quaesivit Messala domandò di Pompea, cioè Mes- - sala quaesivit sententiam de
Pompego, equivalente a sen- Fentiam Pompe. Gic. E, se traduciamo Messala
domand) 3atorno a o intorno di Pompeo, è chiaro a dedurre chè, éssendo circa 0
intorno una preposizione, fa intende- re il secondo termine nome, che è primo
termine della. preposizione de. De media nocte missus equitalus né- vissimun
agmen consequitur Caes. La cavalleria spe- dita in tempo di notte inoltrata
raggiunse la coda del- esercito. Dov è chiaro che de media mocte dipende dal
nome tempore sott’ inteso. E, sebbene în tempore de media mocte non sia usato ,
sibbene în tempore mediae noctis; non se ne può dedurre alcun che in contrario
alla nostra teoria, perocchè è provato per la lingua italiana che per proprietà
di favella alcuni prenomi, che dovrebbero per loro natura avere espres- so il
nome, nell’ uso non l’ hanno—Vedi Nuova Gram. ragionata per la lingua
italiana—Vol. I. p. 86 e seg. Altra è la natura delle parole , altra è la
proprietà della lingua per la tirannia dell’ uso. Non bonus som- nus est de
prandio. Plaut. si traduce comunemente, non è buono il sonno dopo del pranzo,
or quel dopo di fa intendere un nome secondo termine della pre- posizione dopo
e primo termine della preposizione di. Quale sarà questo nome? è tempo, ed
avremo il sonno non è buono dopo il tempo del pranzo, e latinamente Somnus non
est bonus post tempus de prandio, e per proprietà di uso post tempus prandii.
Lavabat de die et prandebat ad satietatem lavava in tempo di giorno e pranzava
a sazietà, dove lavabat de die equivale a lavabat in tempore de die, e per
proprietà di uso in tempore diei. Svet. Uni epistolae non rescripsi, in qua est de
pertculis reipublicae, Cic. Ad
una lettera ‘non risposi, in cui è parola o discorso de’pericoli del- ‘la
repubblica, dove è chiaro che de periculis reipu- blicae dipende da sermo
sott’inteso, invece di perscu- lorum, secondo la proprietà dell’uso. Yudicium est non ‘de re
pecumiaria, sed est de fama fortunisque Qua 124 SECONDA PARTE etit Cic. Il giudizio non è di cosa pecuniaria, ma dell’
opinione e della fortuna di Quinzio, dove è chia- ro che dopo est manca
yudicium, da cui dipende de re pecuniaria e de fortunis equivalente a questa
for- ma. Iudicium non est judicium de re pecuniaria (0 rei pecuniariae ) sed
gudicium de fama fortunisque Quinciti (0 famae et fortunarum Quinetu) (1). (1)
Dagli esempî riportati e da infiniti altri, che sì potrebbero produrre,
chiaramente resta comprovata la nostra dottrina, che ritiene la preposizione Ze
identica alla preposizione italiana Di accennata in Etim. pag. 4l. Ed alle
ragioni allegate quì sepra e nel luogo citato io pos- so aggiungere degli
esempi , ne’ quali il primo termine è aualiticamente espresso, benchè l’uso
parcamente per non dire raramente l’ adoperi—-Tali sono fama de illo nel senso
di Fama illius: Mentio de pecunia identico a Men- tiv pecuniae , Se gladio
percussum ab uno de illis iden- tico ad uno illorum ec. E se volete un
confronto della dif- ferenza tra ex e de,ecco un esempio preso dallo stesso Ci-
cerone,da cui ho tratti i soprallegati. Vihi/ex sacro, nihil de pubblico
attingeres,dove l'ex vale da, e de apertamen- te vale di. E, se qualche esempio
s'incontra,in cui de segui» to da nome di /x090 o di fempo par che accenni a
rapporto di origine, è sempre in costrutto figurato, come noi italia» ni
diciamo partir di Roma, venir di Firenze. fo quanto alla proprità del l'uso,
che dopo un nome pri- mo termine di questa relazione mette sempre un nome va-
riato nella seconda desinenza detta genitivo , non se ne può trarre argomento
in contrario per la ragione accen- pata innanzi. n quanto alla desinenza del
secondo termi- ne identica per 4,e,ex,e de non se ne puo dedurre che de abbia
lo stesso significato di 4 0 di ex, perchè moltissime a.tre preposizioni l’
hanno senza che siesi mai detto da al- cunolo stesso del significato. La più
potente ragione a favore di questa doitrina mi viene offerta dal senso comune
per La preposizione Cum con è specchiatamente una preposizione del Nome , ond’
è sempre figuratamente costruita, se invece di un nome avrà innanzi a sè qua-
lunque altra parola. Quindi, se incontriamo Vagamur. egentes cum congugibus et
liberis Cie. andiamo va-. gando da mendici con le mogli e co’figliuoli, non di-
remo che cum conjugibus et. liberis sia un ablativo del verbo, come
scioccamente insegnavano i grammatici,. ma intenderemo nos, dopo cui metteremo
cum col suo nome, costruendo: Nos egentes cum conjugibus et li- beris vagamur.
Similmente, se incontriamo . Coenare, cum toga pulla Cic. non diremo che cum
toga pulla sia una determinazione di coenare, ma del primo ter-. mine homines
sottinteso. Onde costruiremo Certo scio. te. fecisse cum causa in Certo scio te
cum causa fe-: esse So di certo che tu con ragione abbi ciò fatto ec. . La
difficoltà potrebbe . incontrarsi nel ricercare il. Rome primo termine di
questa relazione ne?’ costrutti. figurati o per ragione di altri nomi.
espressi, oppure ‘per la troppa indeterminazione dei costrutti medesi- mi, In
questo deve tutto ripetersi dal buon senso so- : ? è le versioni, che ne fanno
le lingue volgari, perocchè, essen-' do queste per loro natura più analitiche
della lingua greca - e latina, sciolgono la sintesi de’ figurati costrutti e
suppli-. scono le parole che mancano. E, facendo valere De per: dopo di,
întorno di, intorno a, circa di, a causa di, per, mezzo -di, ec. già dichiarano
apertissimamente che Le. dev'essere preceduta da un altro nome, che è primo terii-'
ne di De e secondo termine delle altre che precedono. È - messo che De
dev'essere ‘preceduta da nome, dovendo ' sncorà essere seguita da nome, come
ogni preposizione, è‘ chiaro anzi evidente che dessa sia una preposizione del :
nome Etim. pag. 41)... . TR, stenuto dal nesso logico e dal seguente principio:
Quel ‘nome è uopo che s'intenda, con cui il secondo nome dopo la preposizione
Gum.è messo in relazione di com- pagnia, sia che quel nome da .intendere faccia
da pri- mo termine .di proposizione, sia che faccia da obbjet- to o da secondo
termine di altra relazione, perchè, co- me abbiamo altrove accennato, il nome è
sempre un determinabile ‘ancora, quando fa da determinazione. 3.° La
Preposizione Sine senza o in senso meta- ferico Absque senza, come segno -di
relazione di di- sunione, vuol essere parimenti allogata dopo un nome come suo
primo ‘termine , come nel seguente esem- pio di Cicerone: Homo sine re, sine
fide, sine spe, sine sede , ‘sine fortunis uomo senza robba, senza fede, senza
speranza, senza stato , senza fortuna. Quindi, se leggiamo ‘il seguente passo
di Terenzio: Non fit sine periculo facinus magnum et memorabile, Non si fa
senza pericolo un gran ‘misfatto -e memorabile , non diremo che Sine periculo
sia una determinazio- ne di Fit verbo, ma di facinus nome, onde costrui-. remo
Facinus magnum cet memorabile sine periculo - non fit. E, dove questo nome
primo termine di tale relazione non fosse espresso, noi dovremmo sott’ in-
tenderlo, come Dives absque pecunia ricco senza da- naro, dove manca homo. Di
quì si comprende quan- to ‘falsa era la teoria de'grammatici, che attribuivano
lé preposizioni Cum e Stne seguite da loro nomi, come «determinazioni, alle
parole che precedevano in costrut- to figurato, sia che verbi sia che
aggiuntivi o avverbi 0 prenomi si fossero. Un tal modo di giudicare, grettamen-
te empirico e indegno di uomo che ragiona, pretende- va di stabilire le regole
della regalare Sintassi sopra i costrutti figurati, mentre fondamento della
Sin- tassi figurata è la conoscenza delle relazioni, che le to. (I i | ‘ENTORNO
ALLA SINTASSI FIGURATA 127. parole hanao tra loro, conoscenza che si acquista
pre- liminarmente nella Sintassi regolare (pag.13 del pres. vol. ) Ma nelle
scuole non si era ancora definita la Sintassi: non se n’ era fissato l’
obbjetto determinato: non si era conosciuto in che la regolare dalla figura- ta
fosse differente, onde tutto veniva confuso ne'trat- tati sintassici. Se dunque
ad alcuni parcà strano il costruire secondo questi nostri principi, ponga mente
che la ragione non ha paura de' pregiudizi e delle storte abitudini, ancorchè
avvalorate dal possesso di un cupo immemorabile, perchè la verità è imprescrit-
ile, $ 3. Intorno alla Sintassi figurata nelle preposizioni del verbo,
adoperate senza primo termine-verbo. Le preposizioni del verbo sono di due
specie se- condo il diverso loro .significato, cioè di contenenza e di sito :
alla prima specie appartiene In, alla secon- da tutte le altre notate a pag. 43
dell’Etimologia. -Il principio generale per tutte è .il seguente. Le .prepo-
sizioni di contenenza e di sito sono costruite rego- larmente ogni volta, che
sono -precedute da .Sum e Facio in forma astratta 0 in forma concreta, purchè
Jo stato e l’ azione de’ verbi espressi abbia nesso coi rapporti delle
preposizioni espresse, di contenenza e di sito. Sempre e quando adunque
siffatte preposi- zioni :si troveranno dopo di altre parole diverse , op- pure
dopo verbi, con cui.non hanno nesso di costrut- to, bisognerà dire che sieno
costruite :figuratamente , e ciò per i principi prestabiliti nella Regolare
:Sin- ‘tassi, che tutti si riducono questo solo: ogni determinabile hale sue
proprie determinazioni, ed ogni de- terminazione deve avere il suo
determinabile. Questo principio generale a questa guisa enunciato bastereb- be
per giudicare de’ costrutti multiplici figurati sotto il rapporto delle
preposizioni del verbo; ma per dare una norma più pratica ed un’ analogia a’
giovanetti ‘principianti, mi fermerò a disaminare alcuni esempi raccolti da’
classici e specialmente sotto il rispetto delle preposizioni In, Super e Supra,
Sub e Subter. Nom. I. Alcuni esempi di Sintassi figurata nelle preposizioni In,
Super, Supra, SUB, SUBTER. I Grammatici hanno ritenuto ed insegnato comune-
mente che le soprallegate preposizioni del verbo dif- feriscono da tutte le
altre in quanto che possono esse- re determinazioni tanto de’ verbi di stato,
quanto dei verbi di moto. E, siccome per noi si è dimostrato che il verbo per
sua natura dinota o Stato o Azione, che ha intima relazione con le proposizioni
di contenen- za e di sito, allorchè ammisero che i verbi di moto ‘possono avere
queste stesse determinazioni, in altri termini riconobbero compatibili le
relazioni dello Stato, con quelle dell’ Effetto-moto. La qual cosa, come è
agevole a intendere, è contradittoria, perocchè, essendo lo ‘stato opposto al
movimento, chi dice, che lo stato e il moto hanno relazioni comuni, dovrà
convenire che le cose contrarie sieno identiche. Da questa con- seguenza non si
può uscire, e dobbiamo conchiudere che le preposizioni soprallegate , se sono
determina- zioni de' verbi di stato e di azione senza moto, non possono essere
de’”verbi di moto in sintassi regolare, i L’ unica ragione, per la quale i
grammatici si cre- devano autorizzati a stabilire questa dottrina, si era l’
uso promiscuo del nome secondo termine variato alla. Quo ed alla quinta
desinenza, o come essi dicevano ell'accusativo e dell’ ablativo. E, siccome
dopo i verbi di moto più frequentemente adoperavansi le soprad- dette
preposizioni seguite dall’accusativo, e dopo ì ver- bi di stato più
frequentemente le stesse preposizioni seguite dall’ablativo, stabilirono la
seguente regola: in, super, supra, sub, subter vogliono l’accusativo e l'a-
blativo, il primo co’verbi di moto, e'l secondo coi verbi di stato. Onde
insegnavano che era indifferente il dire: îre ad forwm e ire in forum, andare
al foro e andare nel foro. Che le dette preposizioni sono seguite nell’uso
della lingua ora dall’ accusativo , ed ora dall’ ablativo non sì può rivocare
in dubbio, perchè infiniti esempi si possono allegare , ma da questo fatto non
se ne può dedurre che il costrutto sia regolare nell’ uno e ell’ altro caso,
posto che con l’accusativo determina un verbo di moto, e con l’ablativo un
verbo di stata. Imperocchè in questa supposizione non si può dire che sia
indifferente variare il nome con questa e con quella desinenza, come si
potrebbe dire, se non ci fosse differenza tra verbo di stato e verbo di moto,
quindi tra il costrutto col primo e l’altro col secon- do. Se dunque vi è
differenza tra’ due costrutti, uno deve essere regolare e l’ altro figurato
necessariamen- te, perchè abbiamo dimostrato in sintassi regolare pag. 47 che tn,
rapporto di contenenza , è determi» nazione vera e propria di sum e facio,
ossia del ver- bo assoluto, che non racchiude alcuna idea di moto. Se dunque
anche secondo i grammatici in coll’ablativo, ossia con la quinta desinenza, è
determinazione de’verbi di stato; bisognerà conchiudere che a questo modo costrutta
una tale preposizione è nel dominio. della ‘sin- ‘assi regolare , e- che,
trovandosi con la quarta desi- n:nza, è figuratamente costruita , o più
chiaramente bisognerà riconoscere una sintassi figurata nella pre- posizione în
ogni volta che ha per secondo termine un nome variato alla quarta desinenza,
dovendo avere in costrutto regolare l’ ablativo. Dicasi lo stesso delle altre
sopranotate, cioè di super, supra, sube subter, valendo per esse lo stesso
ragionamento. Ma, dicendo sintassi figurata importa dire un mancamento di pa-
role , perchè la grammaticale figura consiste nel far uso di un numero di
parole minore del numero de’ pensieri, che le parole espresse costruite fanno
inten- dere. Si vuol quindi sapere quale parola manchi ogni qualvolta in, super,
supra, sub, subter si truovano ‘seguite da nome variato alla quarta desinenza.
Se il verbo che precede queste preposizioni è concreto di moto, come tbo in
urbem. andrò in città, la sintassi è doppiamente figurata, perchè ad In manca
un nome di luogo variato alla quinta desinenza e un verbo di stato, le quali
cose unite formano una proposizione incidente, e ad urbem dopo In manca la
preposizione ad, che è determinazione vera e propria del moto con- tenuto in
tbo, onde ibo n urbem equivale a ibo ad urbem ut commorer in urbe. Infatti è
sensibile la dif- ferenza tra ire in urbem e ire ad urbem, come è ‘stato
rilevato da’ grammatici delle lingue vulgari. Ragionisi alla stessa guisa, se
avanti a if, seguito da nome variato alla quarta desinenza, si truovi un verbo
astratto o un verbo concreto, che non racchiude idea «di moto. Questa
supposizione non è strana, perocchè mille esempi si possono produrre, ne’ quali
în, super, supra, sub, e subter si truovane col nome variato alla quarta
desinenza, benchè il verbo sia di stato,’ e ? eol nomè variato alla quinta desinenza benchè
il ver- bo sia di moto, contro la regola generale formulata. da’ grammatici, e
chi volesse riscontrare i testi dei classici legga la raccolta fattane nel
Nuovo Metodo da’ sigg. di Portoreale. Nella supposizione adunque , che le
sopraddette preposizioni seguite dal nome va- riato alla quarta desinenza si
allogano dopo i verbi di stato, direte che la sintassi è doppiamente figurata,
rehè ad essa è uopo intendere ij nome variato alla aa desinenza, ed al nome
espresso dopo di loro la preposizione ad preceduta da un verbo di moto in nna
proposizione incidente, Nune mihi in meniem fuit Dis gratias agere, Plaut, Ora
mi sono ricordato di ringraziare gl’ Iddii, risolvete Nunc venit ad men tem et
fuit in mente gratias Diis agere, Vestros por- tus in praedonum fuisse
potestatem sciatis, Cic, Sap piate che i. vostri porti sono stati in potere de’
bri- ganti, risolvete Sciatis vestros portus cecidisse ad po- testatem et
fuisse in potestate praedonum. Simili modi di dire sono elegantissimi, perchè
molto sintetici, in quanto che con una sola parola fanno intendere una intera
proposizione, Della qual cosa avrebbero potuto accorgersi gli stessi grammatici
empirici, allora che, incontrandosi in alcuni costrutti, guidati dal buon senso,
osservavano che in'per esempio valeva ora sopra, ora dentro , ora contro , ora
verso, ora circa, o intorno ec, E non si volea una sottile speculazione per
comprendere che una stessa ola, quando se ne è determinato il valore etimolo- ‘
gico ed assoluto,.non può averne altro differente, ma, se ‘altri ne fa
intendere, è sotto il rapporto sintassico. Dire infatti che «n in certi
costrutti significa sopra, im- rta che vi manca qualche cosa, che, se fosse,
equivar- rebbe a quel sopra. Questa osservazione vuol essere fatta per tutte le
altre preposizioni, che per ragione di sintassi o di traslati hanno virtù di
far intendere più di un significato, Conchiudo da quanto ho detto finora che
in, super, supra, sub, e dla sono costruite regolarmente ogni volta che sono
precedute da un verbo di stato o di azione senza moto. e seguite da un nome
variato alla quinte desinenza, È perciò che debbono essere tenute im costrutto
figurato, ogni qualvolta sono precedute da un verba di moto senza che il moto
sia contenuto nel luogo espresso dal loro nome, o sono seguite da un nome
variate alla quaria desinenza, 54, Intorno alla Sintassi figurata nelle
preposizioni del verbale senza primo termine—Verbale. Le Preposizioni del
Verbale sono tre, a che per eu- fonia si fa ab o abs ce ex corrispondente a da
in HMaliano, ad corrispondente ad 4, e per corrispondente n per, Queste tre
preposizioni sone dette del Verbale di moto , perchè la prima dinota rapporto
di origine -0 di provvenienza, la seconda rapporto di tendenza, e la terza
rapporto di passaggio: ora la prorvenienza, Ja tendenza e ìl passaggio sono in
intimo nesso col moto , il quale non si può compiere se non A condi- zione che
il Mobile parta da, passi per e tenda a (vedi Etim, pag. 45, e sintassi regol.
pag. 68). Affin- chè dunque queste tre preposizioni sieno regolarmente .
costruite, è indispensabile che sieno precedute da un ‘ verbale chè significhi
moto o in forma analitica, o in “ forma concreia, cioé per mezzo di un verbo
conc reto «-di azione intransitivo, che racchiuda siffatto verhalo 3: Ogni
volta per conseguenza che tali prepasizioni ‘sì presentano in costrutta, non
precedute da verbale di moto ne’ due modi accennati, hisognerà ritenere che
sieno figuratamente costruite ; corre perciò il dovere. al giovane filologo di
ricavare dal senso quella parola, che f3 eleganza si è fatta intendere dallo
serittore. o dal parlante, Raccogliere tanti esempi, quanti sono. e possono
essere ì figurati costrutti sotto il rispetto. di queste tre prepasizioni,
sarebbe cosa impossibile da un lato, e dall’altro peso inutile di memoria.
Ecco. perchè io mi contento di produrne alquanti per ciascu-. na, da quali per
analogia si possa rendere ragione degl infiniti casì simili, Num Esempi di
sintassi figurata nelle preposizioni 4, 45, ABS, E, EX SENZA prime termine
verbale. I . 1.° In primo luago io metto a costrutti figurati tut= te. quelle
forme di latino parlare, che presentano que- ate preposizioni dopo i così detti
verbi passivi, e che 10 ho chiamati verbi di stata relativo ( pag. 53 del pres.
Vol.), come ne'seguenti esempi: Ego doceor a te io sono ammaestrato da te :
Antonius auditur a Sempronio Antonio è ascoltato da Sempronio , Pata-, vmum
fuit conditum ab Antenore antequam Roma conderetur a Romulo, Padova fu
fabbricata da Ante- nore prima che Roma fosse fabbricata da Romola ec, . I
grammatici ritenevano. per regolare un simile co-. strutto e ragionavano a
questa guisa. ]l verbo passi- vo dinota passione, che è prodotta nel soggetto
da un agente : per questo nesso di passione e di azione la proposizione in forma
passiva deve. dale di va primo termine simile ad ego del primo esempio , del
verbo conoreto doceor equivalente a sum doctus e di un abblativo preceduta
dalla prepasizione a, ab, e, er, simile ad @ te del primo esempio. Secando
questa modo di vedere dovremma dire, come dissero alcuni grammatici, che,
mancando il nome variato alla quinta desinenza e preceduto da a, ab, e, a ex,
vi sia una Sintassi: figurata, Ma un tal ragionare si fonda sopra di un falso
supposto, ed è în contraddizione con le stes: se grammaticali teorie, ll falso
supposto sì è che le determinazioni facciano parte essenziale e costitutiva
della proposizione, il che quanto sia assurdo è age vole a comprenderlo dal
solo riflettere che, ammessa ciò per vero, ne seguirebhe che a costituire una
pro- posizione in forma regolare si dovrebbero esprimere tutte le
determinazioni, e che perciò gli elementi es- senziali della medesima non
sarebbero più tre, ma | infiniti‘come indefinite sono le determinazioni, contro
ciò che si è stabilito dagli stessi grammatici. Oltrac- ciò questa deduzione
contraddice ]e grammaticali teo- rie, le quali ritengono il participio per un
aggiun» tivo ,' e riconoscono 'ego sum doctus per una pro» posizione analitica,
semplice , positiva , categorica , ossia una proposizione compiuta in quanto al
giudi- zio che esprime, Se il:così detto ahblativo preceduto dalle preposizioni
@ ab ec. facesse parte essenziale della medesima, non sarebbe più Ego sum
doctus una proposizione compiuta, Noi dunque, ragionando, e sem- pre in
conformità de’ razionali principî, riconosciamo quel così detto abblativo
agente , come una determi- nazione, per lo nessò che passa tra lo stato
relativo prodotto nel soggetto dall’agente esterno: dippiù non di- remo che sia
una determinazione del verbo passivo o del participio passivo in forma
astratta, ma di un verbale di moto; che il verbo passivo ci fa intendere fi- Sn
Infatti la voce concreta Doceor equivas e a Sum docivs: doctus equivale a qui
est in doctri» na provemente (etimolog. pag. 175). Ego doceor a te. dunque è lo
stesso che ego sum ile qua est in doctri= na proveniente & te io sono
nella dottrina provve- niente da te, dove, come è chiaro, lo ablativo, ossia il
nome preceduto dalla preposizione 4 0 ab, e o ea è determinazione de! verbale
di moto contenuto - nel participio concreto proverente. Infatti, quando gli
stes= si grammatici empirici vogliono definire la passione, si esprimono tol
buon Senso a questa guisa : il soggetto quel nome che riceve lazione, ed è
chiamato s0g- gesto, perchè sta senza far nulla sotto la passione, che facere
dall’ ugente espresso dall’ abblativo , dove e parole soggetto , passione, .
stato è provvemenza suggerite: dal senso comune spiegano A meraviglia ed
attestano la verità del nosiro divisamento, > Ie dunqne conchiudo che il
nome variato alla quin- ta ‘idesinenza e preceduto da @ ab ee. dopo i così
detti verbi passivi, è costruito figuratamente, come. quello che determina non
il verbo espresso, ma il verbale di moto contenuto in proveniente, che rileva
dal senso. Questa deduzione è secondo i principi razionali e ge- nerali, e
rende la teoria scientifica ed assoluta. Imperotchè , stabilito una volta che i
rapporti. di "origine di passaggio e di tendenza sono determina- ‘zioni
Vere e proprie del moto per l’inlimo nesso che ‘ passa tra le idee, non possono
in qualsivoglia sup- posizione «esser determinazioni dello Stato. ‘Ora il °
terbo passivo ‘è verbo di stato, si perchè, come è chia» ro.dalla stessa forma
esteriore . delle parole , ha per xerbo Sum, che è verbo di stato, si perchè, a
detta. de grammatici, il verbo passivo. dineta passione. Ora ehe cosa è la
passione opposta ‘all’ azione ? Non al- tro che Stato, perchè tra Stato ed
Azione, tra quie- ge e moto, non ci è mezzo, come ho scientificamente
dimostrato nella Sintassi Vol. IL del Nuovo Corso. Posto dunque che la passione
è stato, quale relazione può avere il verbo passivo con la preposizione «a, ab,
6.0 er, ché significano rapporto di origine o di prov» venienza? Ma non può
negarsi che detta preposizio- he, seguita dal nome variato alla quinta
desinenza, è una determinazione del moto, in quante che accenna all'origine o
provvenienza del medesimo: è uopo con- chiudere che, trovandosi dopo i verbi
passivi, dobbia- mo dire che sia costruita figuratàamente. — | ‘Con questo
ragionamento si possone risolvere molti altri problemi filologici, che non
furono nè propesti nè risoluti da’ grammatici. Giova osservare è questo pro-
posito che. l’abblativo agente è sempre quel nome, che, se il verbo .fesse in
forma attiva, ossia verbo ‘di azio- ne transitivo, farebbe da obbjetto, onde i
grammatici empirici insagnavano, che volgendo il costrutto dall'attivo al:
passivo , l’ accusativo passa in Nominativo , il nos minativo agente in
Abblativo. Così, se hvete detto: Ro- mulus occidit Remum, Romolo uccise Remo,
volgen- do dall’ atlivo in passivo., direte: Remus fuit occisus a Romulo. Al
contrario se trovate Patavium fut cons ditum ab Arntenore, volgendo, direte:
Antenor condi- dis Patavium, Antenore edificò -Padova, cioè passan= do l°
Abblativo in Nominativo, e’! Nominative'in Ac- cusative. Pei verbi Doceo , Moneo,
Celo ec. , di cui parlam- mo a pag. 97, che hanno dueaccusativi, volgendosi il
costruito dall’ attivo in passivo, il secondo accusativo impersonale resta
ancora nella forma passiva, onde Doceo te grammatican si volge Tu es doctus a
me Qramanaticam , perchè questo è secondo termine di | preposizione e. non
obbjetto., vedi luogo citato. —,, In 2.° luogo tutt'i verbi, i quali dinotano
azione,, il cui effetto è un medo, che. passa.in un objetto, prev veniente da
una causa estrinseca, si truovano figura tamente costruiti con le preposizioni
a, ab, abs, e 0 ex, seguite dal nome variato alla quinta desinenza, come quei
che significano ricevere , udire , ascoltare , ot- tenere, sperare, attendere,
chiedere, rapire , strap- pare , sunili ad accipio, percipio, audio, ‘obtineo,
spero, peto, rapio, decerpo, ec. perchè l' obbjet- to, che sì riceve, si ode,
si ottiene, si spera, si attende ec., deve provvenire da una causa estrinseca.
Ma quel nome così variato e preceduto da dette pre- posizioni non è una
determinazione del verbo espres- so, bensì del verbale di moto contenuto nel
participio vemiens sott.inteso, come. ne’ seguenti esempi: Nuper accepi
litteras (venientes) a fratre.meo, non è guari ricevei la lettera (vegnente) da
mio fratello :. Tamen cis malo te audire hoc (negotium. vediens) ea aliis,
benchè io voglio piuttosto che tu oda questa (notizia vegnente) da altri ec...
000.0. In .3.° luogo tutti verbi, che messia costrutto fan- no, rilevare l’idea
di distanza e di lontananza., co- ine gi aa distare, e gli aggiuntivi stessi
o,-le pa- role derivate in forma di aggiuntivi, come .liber,, im- munts, si
costruiscono figuratamente col nome variata alla quinta desinenza, preceduta da
a, ad, abs, e, er, le quali sono determinazioni del verbale di mgto col
rapporto di origine , tutto morale,..come-abbiamo sta- bilito nella Nuova
Grammatica ragionata per.la lingua italiana vol. Il. pag. 75. Iustitia, differt
ab aequitate la: giustizia differisce dall’ equità, dove: ab. aequitate dipende
da proficiscene partendo, perchè il senso della 138 © stona BARTR: ©‘. frase ‘è
«questo : partendo col ‘nio pensiero: dell’. idea della giustizia ‘a quella
dell’ equità, e: da questa ritor- mafido ‘a quella truovo che sono differenti
(vedi luog. ‘cit.). Quindi @bsolvo per questa nezione di lontananza dalla pera
va ieosì costruito, come /gher , dibero; im MUNE ec. | te na «Num. 2. x 3.
Esempi di Sintassi figurata nelle due preposizioni | AD e Pereenza verbale
«espresso. - Ripetendo sempre lo stesso principio, per e:4dsono costruite
figuratamente, ogni volta che non sono :pre- cedute dal ‘proprio determinabile,
ossia dal verbale di moto, il ‘quale si deve intendere secondo che dal -sen- so
rileva. Quindi è che le due preposizieni sì debbono tenere in costrutto
figurato dopo i verbì di :stato e di ‘azione transitivi, ossia che non
racchiudono un ver- bale -di moto, come «sarebbero speotat, attinet, perti-
met, -dettì da’ grammafici impersonali, perchè usati così alla terza desinenza
indicativa della terza persona, se- guiti dalla preposizione ad, come 'hoc a me
spectat ciò mi ‘riguarda: hoc aftinet o perimet -ad me ciò appartiene a me,
perchè «spectat -è frequentativo di si deri e -significa guardar spesso o
riguardare, idea che non ha per sè stessa relazione al rapporto di ‘ten- denza
: dicasi ‘le ‘stesso di attinet e pertinet, che sene formati da teneo tengo.
Ma, sebbene il guardare e il tenere non ‘abbiano direttamentè nesso cen fa
tenden- za, pure perchè chi guarda «ed aspetta, oppure tiene una qualche cosa
per darla, ‘ha in sè Î' intenzione di mu aovimento a un termine, avviene che
questi tre verbi hanno dopo. di loro la preposizione ad seguita eda ‘monìe
vatiato alla :quarta desinenza , ‘come. deter» Iminazione di un verbale
contenuto simile a ventens e tendens. in guisacchè hoc spectat ad me è lo
stesso «ehe hoc negotium terulons ai me spectat, questa così tendendo a me
guarda. Dicasi lo stesso di attinet e «pertiner. Di sum costruito con ad
abbiamo parlato è ‘ip. 115, Facciasi la stessa applicazione pei casi simili. :
‘Bella preposizione per costruita figuratamente sono «ovvi gli esempi , ed è
facile la ‘soluzione de’ figurati seostrutti, stando: a’ principi prestabiliti.
Intorno ala Sintassì ‘figurata în certi particolari. costrutti. -: Tn questo
articolo è mia intenzione di raccogliere alcune osservazioni intorno a certi
particolari costrut- ti figurati, i quali, benchè si potessero ridurre a’ prin
cipi antecedentemeute stabiliti, potrebbe riuscirne dif. ficile la soluzione a°
principianti. Senza quindi serbare un ordine premeditato gli andrò registrando
come ca- dono sotto la penna, ‘ 04.° La proposizione incidente, quando il verbo
è al congiuntivo, vuol' essere preceduta da ut identico a quod in tutti casi,
ne’ quali non è copulativa, cioè preceduta da vt in senso di come, si, dum,
quum, cum, quando, ubi, unde—Sarebbe dunque costruita figura- tamente ogni
volta che quell’ vt non fosse espresso, ma. si lasciasse intendere , come ne’
seguenti esempi : Fac venias invece di fac vt vemias fa di venire. . E figurati
bisogna tenere tutti i costrutti, ne’ quali il congiuntivo è preceduto .da ne
in. senso di vt non, come nel seguente esempio, considera, ne in alientesimum
tempus: cadat adventus tiutis, rifletti bene che il tuo arrivo non accada in
tempo inopportunissimo. .La ragione si è che ne per sè stesso significa Mon, se
dunque avanti a congiuntivo vale che non o affin- ‘chè non, non è per: forza
etimologica ma sintassica, in quanto che il congiuntivo ci fa pensare a quell’
vt. Quindi è doppiamente figurato il costrutto in quegli esempi, che presentano
il congiuntivo senza vt e senza ne , mentre .l’ uno e l’altro è uopo intendere,
come Cave id facias , invece di cave vi non facias id . guardati che non faccia
tal cosa. . Dopo Vereor, Timeo e Metuo, che significano te- mere i latini
usavano un costrutto singolare (1), cioè quando mettevano l’vt, che precedeva
il secondo ver- | bo al congiuntivo, quell’ut valeva che nono affinchè non:
quando mettevano il ne questo valeva che o af- finchè , onde Vereor, ‘timeo ‘e
metuo vi venias va- leva temo che tu non venga, e vereor ne ventias .valeva
temo che tu. venga. Una tale modificazione di significato era tutta sintassica,
ossia dedotta dal senso .a danno del valore etimologico , il che quanto possa
(1) Tutti-e tre questi verbi vengono tradotti dal vol. go de’ grammatici per
/ezsere, come se fossero perfetti sinonimi. Ma, se sinonimi perfetti non si
danno, convie- ne vederne la differenza. Yereor è composto da /ae Quai e reor
io penso , onde etimologicameute significa penso guauî, e, siccome, chi pensa
guai, teme, si disse ve- reor temere per metonimia, ma un temere per male -
imminente. Timeo viene dal greco fime che significa onore, onde fimeo vale ho
punte di onore: e, siccome chi ha punto di onore teme :di perderlo, Timeo valse
temere per punto di onore» diesuo. è identico a Timeo . rivollato per metalesi.
.L essere ragionevole, non si può determinare agevolmen= te senza tacciare gli
scrittori di sgrammalicature. 2, Dopo Accidit, Evenit, Factum est ec. che si
traducono per accadde, avvenne, fu fatto, si a) fa elegantemente èt col
significato di che, come dAcci» dit vt morerentur fame milites avvenne che ì
sol- dati di fame morissero. Dove è da osservare che quel- vt ha forza di quod,
il cuì antecedente negotium, sottinteso, è il primo termine di egcidit, eveniz,
fa- ctum est , onde wccidit vi milites fame morerentur si deve risolvere
Negotium, propter quod negotium milites fame morerentur, accitdit, I grammatici
dice- vano che in -simili costrutti il primo termine della pre posizione
principale fosse un periodo inteto.: Regola assurda e insussistente, perchè un
periodo può esse- te ‘determinazione dì un primo termine, non mai pri» mo
termine, il quale dev essere sempre un nome e- Spresso b sottintesò, n a -, ‘intorno
a corte altre volute figure grammaticali. I I grammatici empirici, che, come ho
più volte fatto osservare , non si ebbero formato una :Rozione: esatta e
precisa. della sintassi , oltre 1° Ellissi. o. il Zeugma, ossia del mantamento
delle parole in quei costrutti, che fanno intendere un numero di pensieri
maggiore :del.nu- mero delle parole, ammisero il così detto Pleon ol ripieno,
la Sillessi, l'Iperbato, la Antiptosi, e ?° E- nallage , 1° Ellenismo o
Grecismo. Credo dovermi in- trattenere alquanto nella disamina di «queste
volute fi- gure: per. darne .un’.idea.a .fine d'intendere il linguag> gio
de’ filologi che ne parlano, e provarne la loro in- sussistenza. 6. 1° Intorno
al Pleonasmo 0 ripieno. Per pleonasmo 0 ripieno i grammatici intendevatio una
figura Framlipatice e , onde nel discorso s’ intro- duceva un elemento, ossia
qualche parola 0 più parole che nulla significasseto, in guisacchè, tolto quel
super- fluo, il senso reggerebbe nella sua integrità. Una figu- ra così
concepita urta col buon senso , perocchè le parole, come segni d'idee, non si
debbono adoperare a solo titolo di parata, ed a condizione di perdere il lo- ro
nienificale , pet la ragione che si rinuncierebbe al fine del parlare, che è
quello di manifestare i nostri pene sieri col mezzo sensibile della parola. Una
tale figura ridurrebbe l’ uomo ragionevole al pappagallo parlante, che nulla
intende di quel che dice. Se dunque incon= triamo de’ costrutti appo i buoni
scrittori, che presen tano parole inutili e superflue, anzicchè commendare
queste abuso, lo noteremo a difetto, in cui cadono i più grandi uomini, che per
la loro limitata natura pos- . sono errare per distrazione, | | Non bisogna
confondere poi il pleonasmo 0 ripieno definito a questa maniera rigorosa con
quella ripeti- zione «della medesima parola, per la quale cresce chia- rezza ed
energia al discorso, onde non diremo che in quel detto di Plauto Magis majores
nugas agere yi sia un pleonasmo, perchè più senso si contiene in -Magis magores
nugas che in majores nugas sempli- cemente, come più senso è nell’ italiano
molto più | che nel semplice più. Similmente non diremo che abbia fatto un
pleonasma Cicerone, quando disse ; Sc ab’ omnibus potius desertos quam abs te
defensos esse malunt vogliono piuttosto essere ahbandanati da tutti, Anziechè
(la te essere difesi, perchè maluni è com- posto da ‘magis e wolunt, e quel
magis pare inutile flov° è potius, La ragione si è che ]’aratore voleva dar
forza alla frase, e non vi sarebbe riuscito col solo potsus messo ip PRC senza
ribadire col ma- gis' in fine, Infatti in italiana dopo piuttosto viene
anzichè, e niuno può dire che vi sia una ridondanza, traducendo cos) quella
frase latina. Conchiudo che non è pleonasmo, dove la ripetizione accresce
senso, e terrò per isbaglio ogni inutile superfluità, 6. 2° Intorno alla così
detta Sillessi. La Sillessi, secondo i grammatici, è quella gramma» tical
figura, per la quale gli aggiuntivi o } verbi, va» riandosi, non accordano con
le parole ‘espresse secon- do le leggi della lingua stabilite dall’ uso , ma
con le parole taciute -ehe rilevano dal sénso, come nel se- guente esempio;
Capita conjurationis virgis cossi , che traducono: i eapi della congiura furono
uecisi con le verghe, dove, essi dicono, coesi, non accorda con capita, perchè
dovrebbe porsi cvesa, ma con ho- mines, che rileva dal senso, ‘Ma, se è così,
la Sillessi non è diversa dell’ Ellissf, ossia dal mancamento, al . quale noi
abbiamo ridotte tutte le figure grammaticali possibili. Oltracciò malamente si
espressero che coesi sì Mferisce a capita, se è vero che accorda con ho- fines,
ma è ubpo sott intendere un intero costrutto dove possa stare homines con
-coest, Onde noi :risgl- 144 SECONDA PARTE . viamo: Capita (fueruni corwn qui
fuerunt) virgis coesiz ì capi (fureno di coloro che furono) Dattuli con le
verghe, Similmente Duo millia (fuerunt hominum qui. homines fueruni ) eleeti
qui mori juberentur. Due mila (furono di uomini i quali furono) eletti che si
comandassera di morire, Pars (fuit eorum qui fue- runt) in csucem acli, et pars
ci ut corum qui fue- runi) bestiis objeeti. Una parte (ha di coloro i quali
furono) messi in croce e parte (fu di coloro i quali furono) esposti alla
fiere. Daret ut catenis fatale mostrum (Cleopatram) quae generosius perire
quae- rens, Per mettere in catene il mostro fatale ( Cleo- patra ) la quale
cercando di finire da più generosa, Da’ latini abbiamo noi derivate alcune
italiane manie- re di dire simili, ma non confanderemo le buone for- me con le
viziose, le quali sono appunto ogni volta che non truovano un fondamento in una
ragione gram- maticale (si riscontri il secondo Vol, del Nuovo Con. pag. 181 e seguente,
| li Conchiudo che la Sillessi. non è una figura diversa dall’ Ellissi, quando
è ben è fatta, ossia dalla figura di: mancamento, per la quale in minor numero
di parole si racchiude un maggior numero di pensieri, 68,0 Intorno all’ I
perbato. I grammatici, confondendo Je materie appartenenti a trattati diversi,
riconobbero nel così detto fperbato una figura sintassica, mentre, come
vedremo, è di perti- nenza della costruzione , ossia di quella parte della
grammatica, in cui si studia l'ordine o-la disposizione naturale e. artificiale
delle parole, che compongono un costrutto. Infatti secondo essi l’ Iperbato è
una figura, per la quele le parole si spostano dal loro luogo, che
ordinariamente occupano, per averne un’ altro contro il consueto dell’ uso. lo
dunque esamino questa figura per tenerne informati i giovanetti, affinchè
possano inten- ‘dere il linguaggio de’ grammatici, che ne trattano, co- me di
cosa di grande importanza. I - — Messa quest'idea fondamentale di tal figura ,
sarà iperbato o disordine—anastrofe, quando si pospongono le parole :che
dovrebbero precedere, come mecum,, tecum, secum, invece di Cum me, te,;se:
quamobrem invece di ob quam rem: Quadere invece di Dequare : _ dis accensa
super, invece di eccensa super his. 2.° ‘Sarà dperbato-tmesi, se si dividono le
parole, ©he vanno composte ordinariamente, e i suoi elementi si trasportano in
luoghi separati, come septem subje- eta trioni invece di subjecta septemirioni.
3.° Sarà tperbato-parentesi, con quanta ragione non saprei, quando una
proposizione intramessa si nota neltia serittura con questi due segni O» come
nel seguente esempio : Titire, dum redeo (brevis est via) pasce capellas, o
Titiro, mentre ritorno (brieve è il cammino) pasci le capre. 4.° Sarà
tperbato-sinchisi, quando in un periodo tutto l'ordine delle parole confondesi,
come nel seguente e- sempio : Sara vocant itali mediis quae in fluctibus aras
invece di dire: Itali vocant aras sara, quae sunt in mediis fluctibus , gl’
italiani chiamano are i sassi, che sono in mezzo a’ fiutti. | Dalla semplice
esposizione di queste diverse specie d’ iperbato senza bisogno de’ mieì comenti
il mio let- tore potrà da sè giudicare in che conto ‘bisognerà te- nere queste
hazzecole battezzate per Mt Per ANTIPOSI ed ENALLAGE intendeno le scuole quella
grammatical figura, per la quale si adopera una desinenza di nome, di verbo, e
di aggiuntivo per un'altra, un tempo e un modo di verbo per un altro, e, dove
per esempio dovrebbe dirsi Pater bonus, si a- dopera patrem bonum, e dove si
dovrebbe porre ego «diri, si truova dicam o dicerem ec. In altri termini questa
figura è un mostre, che divora ogni regola , e distrugge ogni principio
filologico, da cui deriva la re- golarità del parlare e dello scrivere, A che è
giovato lo studio di tante regole grammaticali intorno agli ac* cordi de’ nomi
con gli aggiuntivi, co” prenomi, £ coi verbi? a che tanta fatica per apparare
la teoria delle proposizioni in Sintassi regolare e figurata , quando per l’
Antiptosi e per I’ Enallage si concede tanta la- - titudine e tanto arbitrio di
contradire ogni regola ? Dirò quindi col Sanzio» Non vi è cosa più inetta del.
l’ antiptosi de’ grammatici ». Conchiudo pertanto che ‘questa figura è stata
inventata per giustificare gli sba- «gli incorsi nelle scritture de’ classici o
per incuria dello scrittore o per ignoranza del copista, E, siccome credevasi
che grande ingiuria si facesse ad un autore, dichiarandolo fallibile, i
grammatici stamparono una fi- gura per leggitimare i suoi spropositi, che sono
pro» pri dell’ uomo debole e imperfetto, ancorchè di grande ingegno fornito. .
Ma vi guarderete bene di annoverare tra gli spro» positi alcuni modi di dire
eleganti non capiti da‘ gram- matici, onde non direte che nel seguente luogo dj
Livio : Quando duo ordinari consules anni, alter morbo, alter ferro pervisset
essendo i due consoli del- l’anno periti uno di malattia e l’ altro di ferro,
vi sia un’ antiptosi, perchè pertisset non accorda con duo consules ordinarti,
essendovi un ellissi o mancamento, per lo quale si deve intendere il verbo di
duo con- sules, e dire quando duo consules anni pertissent, et alter pertisset
morbo, alter pertisset ferro. 6. 5.° Intorno all’ Elenismo 0 Grecismo.
Ellenismo o Grecismo pei latini era lo stesso che nelle lingue moderne sarebbe
un latinismo , ossia il grecismo consiste nel trasportare nella latina favella
alcune maniere di dire proprie de’ greci. Ora ciò che è proprio di una lingua,
ossia ciò, che costituisce ‘una proprietà per una lingua, non può trasportarsi
in un altra, perchè, se si potesse, non sarebbe più una pro- prietà di quella
prima, ma una cosa comune, e perciò partecipabile da molte altre. Ora era una
proprietà nella greca favella, proprietà fondata sulla natura istes- sa della
lingua, che un aggiuntivo o un prenome ap- partenente ad una seconda
proposizione per lo più in- cidente , e che perciò doveva avere una desinenza
indicativa di accordo richiesta dal senso del costrutto, si metteva alla
desinenza di accordo col nome della principale proposizione per una figura
detta attrazio- ne. I Latini, dicono i grammatici, ad imitazione intro- dussero
: questa forma ne’ loro parlari, come ne’ se- uenti esempi : Ex epistolis ejus
cognoscetis, nutbus (nes di ) in peloponnesium misti , dalle sue. lettere
mandate nel poloponneso conoscerete. Ilum, . . vt vivat, opiant, invece di
optant vt ille vivat, de- siderano che egli viva. Haec me, vt confidam,
faciunt, invece di haec faciunt vt ego confidam, queste cose mi fanno
confidare. Atque istud, quidquid est, fac me vi. setam, invece di fac vi ego
sciam istud quidquid est. fa che io sappia ciò qualunque sì sia. Qccurrunt
animae quales (invece di qualibus) neque terra tulit candidiores vanno incontro
anime più candide delle quali la terra non produsse. Io ritengo simili maniere
di favellare per barbare nella lingua latina, appunto come per barbari sono
tenuti in italiano i gallicismi, ossia i modi propri de’ francesi,.ancora che
tra la gre- ca e latina vi siano ragioni di maggiore intimità e di- pendenza
che tra la francese e l’ italiana , perocchè ciò che è proprio di una lingua,
non si può participare da qualunque altra. Oltracciò simili modi sono rarissimi
appo i latini, e specialmente in alcuni luoghi, che dal greco si sono tradotti
nelle latine scritture , come è il primo esempio del traduttore di Demostene. E
tro- verete assai raro questo abuso ne’ buoni scrittori , se. dalla lista degli
esempi prodotti da’ grammatici ne to» gliete infiniti, che non appartengono
alla sintassi greca, ma alla sintassi generale ; come dalla disamina seguente
1.° Non mihi cet. esse (sicut hcet esse homini ) se-- curo. 2.° Cupio esse
(sicut est vin) clemens. 3. (sicut ) uror invieti Iovis ( est ) esse nescis,
non sai che tu sei moglie dell’ invitto Giove. 4.° (Quoad) Illum, ut vivat,
opiant , in quanto a lui desiderano che viva. Haec me (esse ita) ut confidam
faciune que- ste cose fanno essermi al caso che confida. | E sarei per
conchiudere che nen ci è luogo simile, purchè sia fatto a sagione veduta, che
non sia latina» mente spiegabile con la siatassà figurata generale e par- :
ticipabile. ad ogni lingua. ' f In 2.°
luogo oltre l’ attrazione i grammatici rico- noscevano per yrecisni o ellenici
favellari alcune ma- niere di dire , che presentano un nome variato alla’
quarta desinenza, non preceduto da preposizione, dopo parole che non possono
averlo a determinazione, co- ie Fractus MEMBRA : similis Deo 05 HUMEROSQUE :'
PacEeM te poscimus omnes : Doceo te ARTES. Or chi’ mon vede quanto sciocca
pretenzione sia questa, che rende proprietà ‘de’greci ciò che è di pertinenza della
Sintassi comune a tutte le lingue? Ammessa in vero! la Sintassi figurata per
Ellissi o mancamento in simili costrutti, diremo col linguaggio de’ grammatici
che all’ac- cusativo manca ia preposizione , come per tanti altri’ infiniti
costrutti si è osservato, e come per la latina’ abbiamo stabilito a pag. 98. E
specialmente per questo ogni lingua, non 'dico la greca ‘o latina, presenta
esem- pi a dovizia, e ‘valga per tutti nella nostra quel luogo del Petrarca,
dove dice. È con Lei Marte Cinto di- ferro è Più LE BRACCIA E’L coLio: Pien di
filosofia la LINGUA E’L PETTO, E didoppia pietate ornato il CIGLIO. ag a i Ed
In 3.° luogo ì latini grammatici riconoscevano un grecismo in quei latini
favellari, che presentano un genitivo dopo certi verbi o certi aggiuntivi, come
nei seguenti esempi: Abstineto irarum astenetevi dall'ira: desine querelarum
cessa di lamentarti : Regnavit po- pulorum regnò de’popoli: [Imperti me
divitiarum fam- mi partecipe di ricchezze: Gustavit mellis gustò del miele :
Audivit musticae udì della musica. É ciò non per altra ragione, se non perchè
non sapevano rendere ragione di quel genitivo,di cui non vedevano il nome da
che dipendesse. E, siccome il genitivo latino corrispon- de a due parole
italiane, cioè alla preposizione di ed al nome (pag. 40) e presso i greci il
genitivo è preceduto da una preposizione , ricorsero a questa per giustificare
un costrutto figurato in una lingua diver- sa, nella quale non si dà caso mai
che il genitivo sia preceduto da preposizione. Vi può essere uno slogica- re
più puerile e ridicolo di questo? Eppure gran caso se ne è fatto nelle scuole,
e valorosi ingegni si fe- cero a sostenerlo ! | | | Per dare una soluzione
razionale dobbiamo conte- nerci trai limiti conceduti dalla lingua, a cui quei
co- sirutti appartengono. Diremo adunque che in questi la sintassi è figurata,
perchè maneavi il nome, da cui il gentivo dipende. (Questo nome poi o è il
verbale contenuto nel verbo conereto, o è l’obbetto del me- desimo, se è
transitivo, o qualche altro nome, che si associa al verbo a compimento di
costrutto, onde absti- neto irarum equivale ad abstineto a passione ira- rum:
Desine querelarum a fac finem querelarum : Regnavit populorum a fecit regimen
populorum: Im- perti me divitiarum a face partem divitiarum : Gu- stavit mellis
a gustavit portionem mellis: Audivit mu- sicae ad audivit ‘aliquid musicae ec, Intorno
a certe norme per educare il buon senso nell’ analisi etimologica e sintassica.
6. 1.° Norma logica per discernere il prùno termine di proposizione. Il primo
termine di proposizione è un nome, che ha valore di agente nella proposizione
causale, e di sog- go nella sostanziale (pag.17). Or quale è I’ agente,
ogicamente parlando, in un costrutto date di classico scrittore ? Sì può dare
il caso che più nemi concorrano con le stesse condizioni etimelogiche , in
quanto che per la forma esteriore possono eeacorrere egualmente alla dignità di
primi termini di una proposizione, co- me nel seguente esempio: Mancipium
facinus patra- vit , lo schiavo un misfatto consumò. In tal caso ra- gioneremo
nella seguente maniera. L’ agente è una ca- usa operatrice di un effetto , e in
un costrutto quello può essere, che realmente opera, e può operare. Nell’ e-
sempio arrecato il misfatto non può essere causa pro- — duttrice di una maniera
di essere nello schiavo, bensì . lo schiavo può dare l’esistenza ad un modo di
misfatto: e a parlare più alla grossa, lo schiavo può ceramettere un misfatto ,
e non il misfatto può commettere uno schiavo , onde deducesi che Mancpium sia
il primo termine e mon. facinus. I grammatici empirici si e- sprimevano nel
seguente modo : il nominativa agente in un costrutto è quello che fa 1° azione.
Voi dunque. terrete questa norma, e per la pratica traducete pri» 152 SECONDA
PARTE ma ciascuna parola nella vostra lingua, quindi para- gonate ì significati
delle diverse parole, e il buon sen- so vi sarà di guida a discernere quale de’
nomi sia il primo termine. Questa regola è di grande ajuto per discernere spe-
cialmente il primo termine della proposizione infinita, la quale suol
presentare molta difficoltà, quando l’ in- finito è di verbo concreto di azione
transitivo, il quale ha due nomi variati alla stessa quarta desinenza, uno da
primo termine di proposizione infinita (pag. 25) e 1 altro da obbjetto, come
Scio Cainum Abelem occi- disse, dove, stando alle sole parole sotto il punto di
veduta etimologico, non puoi sapere quale de’ due no- mi sia primo termine e
quale 1° obbjetto, onde biso- gnerà ricorrere al nesso logico. | Sotto questo
rispetto cade in acconcio l’ osservare che non è regola sicura quella, che
stabilisce essere primo termine di proposizione un nome personale a preferenza
di un nome impersonale, perocchè vi sono alcuni verbi, i quali per la loro
significazione vogliuno. per primo termine un nome impersonale e per ob- bjetto
un nome personale, per la ragione che l’azione di siffatti verbi è di una causa
impersonale, che pro- duce un modo nell’ obbjetto personale, tali sono ì se-
guenti praeterit, fugit, latet, fallit, vuvat, delectat, et, qualunque sia la
versione italiana a senso o di soia Hoc praeterit, fugit, latet, me, che lette-
ralmente valgono questa cosa passu, fugge e nascon- de me, e per equipollenza
i0 ignoro questa cosa : Hoc fallit me questa cosa m° inganna: id tuvat vel
delectat me, questa cosa: mi giova o mi diletta :' Ilud decet te quella cosa ti
conviene o ti si addice. Da ciò si de- duce che il primo termine di una
proposizione causale è quello, che ‘sostiene realmente l’ azione ‘significata’ –
H. P. GRICE --. dal verbo, e l’essere personale o impersonale non contribuisce
in alcuna guisa alla maggior preferenza, posto che le cose possono agire ed
operare sulle per- sone egualmente che le persone sulle cose. Il buon senso sul
fondamento del nesso logico è tenuto di di- scernere ‘quale de’ nomi, che
concorrono in un costrut» to, è realmente il primo termine. Quando dunque i
grammatici stabilirono per regola generale che alcuni verbi vogliono
assolutamente per primo termine un nome di cosa e un accusativo di persona e
viceversa, non ebbero presenti nè la na- tura delle idee , nè i casi tutti
della lingua, infiniti esempi potendosi produrre in opposizione alle loro re-
gole. Il principio generale da noi enunciato risolve tutt' i problemi e non
ammette eccezione, e con la guida di questo principio è mestieri procedere per
dare un ajuto al buon senso nel determinare gli uffi- ci delle parole
congiunte. 62° . ‘Norma logica per discernere è primi termini delle .
preposizioni e de loro termini di rapporto... .. La lagua latina obbonda di
trasposizioni , ‘per le quali diviene difficile a intendersi prontamente, per-
chè le determinazioni di un determinabile non sono punte quelle, che in un
costrutto gli stanno vicine , ma tante volte sono le parole più lontane.
Pertanto, se si truova un nome variato alla seconda desinenza, detta genitivo,
dopo di un nome, non vi darete su- bito a credere che sia determinazione di
quel nome che gli precede, perchè potrebbe accadere, come di ovvente accade,
che il suo determinabile non sia quello ma una parola allogata dopo molt'
altre. Voi dunque userete questa norma: valutate ciascuna parola pel pro- prio
significato: paragonate poi il significato di ciascuna con quello delle altre,
e fate delle supposizioni diverse fino a che il senso regga in tutto, e siate
allora certo di avere trovata la parola, che è determinabile rispetto a quella
che era una determinazione. Sia il seguente esempio: Coronas milites pedibus
proterebunt, dove pe- dibus secondo termine della preposizione Cum sott'intesa
può avere per primo termine tanto coronas quanto mi- (tres, perchè amendue
parole in forma di nomi. Ma, sup- ponendo che il primo termine di cum pedibus
fosse co- ronas, il senso porterebbe che i soldati stritolavano le corone e i
piedi, ciò che non regge nel cervello di buon giudizio, perchè i piedi non si
possono stritolare come le corone. Conchiuderemo adunque che i sol- dati con i
piedi stritolavano le corone, e però diremo milues cum pedibus proterebant
coronas. : Per ciò che riguarda il nome variato alla quarta desinenza, detta
Dativo, abbiamo detto abbastanza nel la Sintassi figurata per mettere in
guardia i princi- pianti a non credere che desso sia una determinazio- ne de’
verbi, da cui è nel costrutto preceduto —La Sin- tassi figurata nelle
preposizioni senza primo termine servirà di norma nell’ indagare le parole
taciute se- condo i principi stabiliti. i Premesse queste generali
considerazioni vengo a dare un saggio di Analisi etimologica e sintassica da
servire di modello nella disamina de’ testi classici delle Latine scritture. lo
mi servo del testo di Leonardo Tafel ne- gli Elementi di Lingua latina secondo
il Metodo Amit- toniano, da noi stessi applicato per uso delle scuole d’
Italia. Vol. II. pag. 30. Napol. TESTO, Terra globi formam habet, nec satis
recte dicitur orbis terrarum. Globosam esse ee eo intelligitur, quod remotarum
turrium apices prius e longinquo conspi- ciuntur, quam fundamenta, quod fieri
non posset, si undique plana esset, Eodem modo in mari e longin- quo citius
conspiciuntur malorum apiees eum vertil- lis, quam tubulata. Deinde jam a
multis terra cir- cumnavigata est, quod fieri non posset, si disci for: mam non
haberet. Duplicem habet motum, etenim non tantum intra viginti quatuor horas ab
oceasu versus orientem circum arem suum movetur, sed etiam intra trecentos
seraginta quinque dies et quadratem diei cum Luna comite circum solem agitatur,
è ANALISI ETIMOLOGICA, 1.° Terra è parola derivata in forma di nome, il cui
radicale è il verbo fero is, che significa tritare smi: nuzzare, onde la terra
è propriamente quella, che si coltiva e però si sminuzza con l' aratro, con la
zappa e con la vanga, differente da tellus telluris, che è tutta la massa
terrestre. Variato ‘in forma di nome è della prima variazione , perchè ha
caratteristica la vocale a, che domina in tutta la variazione , come 1. Terra
2. Terrae 3. Terrace 4. Terram 5. Terra 6. Terrae 7. Terrarum 8. Terris 9.
Terras 10. Ter- ris ( anticamente terrais ). Terra per conseguenza è | prima e
quinta desinenza singolare, ossia è desinenza sintassica indicativa. del primo
termine di proposizione e desinenza sintassica indicativa del secondo: termine delle
preposizioni notate a pag. 100. vol. III. questo nome è invariato rispetto al
80880, 2. GLogi è voce variata del nome globus il globo, il quale è radice,
perchè ron riconosce altra parola an- teriere, da cui si possa dire che sia
formato; è della quarta variazione coon de’grammatici), la quale ha cinque
desinenze radicali us, ur, um, tr, er, Globi è seconda desinenza singolare
significativa della preposi; zione di, ende globi vale di globo, ed è prima
desinen+ za sintassica indicativa del primo termine plurale di proposizione
finita. Globus non è variato rispetto al sesso, perchè è nome di sostanza o
causa inanimata, e perciò incapace di sesso: è nome generico, perchè comprende
sotto di sè ogni specie di globo, ossia di una massa in forma circolare, Comprendo
che globi in questo luogo è seconda desinenza significativa della preposizione
di, perchè, se fosse indicativa di primo termine plurale, dovrebbe avere il
verbo variato alla terza desinenza indicativa della ‘terza ‘persona. Il che non
essende, ritengo che globi qui vale di globo. 3.:Formam'è quarta desinenza di
variazione del nome primitivo formala forma, il quate è della prima varia»
zione, in cui domina la ‘caratteristica ia, È nome di-so- stanza, o causa
inanimata, astratta, e ‘perciò invariato ri spetto al sesso, Formam sòtto il
rispetto sintassico può essere tre cose 1.° primo termine ‘di proposizione in-
finita 2.° ‘secondo termine di tutte le preposizioni re- gistrate a pag, 95
vol. Ill, 8,° ebbjetto di un verbo di azione transitivo. In questo luogo non è
il primo nè il secondo, ma è obbjetto del verbo habet. 4. Haser ha è variazione
del'verbo habere, verba della seconda variazione per la caratteristica e lunga,
che domina in tutta la variazione. Habet è voce va- riata etimologicamente e
sintassicamente, perchè «signifi. INTORNO ALLA SINTASSI FIGURATA — 157 ca il
tempo presente, e perchè indica la terza persona singolare e la proposizione
principale (vedi Etim. pag. 147 e segg.) Habere è verho concreto di azione
tran- sitivo, e si risolve in due parole cioè facere e habi- tronem usato da
Gellio ( vedi Etim. pag. 31). Habet è del modo detto indicativo, e da noi modo
della pro- posizione prineipale (etim. pag.138). Questo modo in latino ha otto
tempi (vedi etim. pag. 143). _ 5. Nec accorciato di neque, parola composta da
ne non e que e, onde nec vale né, oppure e non. Ne è congiunzione ossia parola
ipoteorica, che racchiude il rapporto di disunione, che ha per segno sine
senza. (Vedi. etim. pag. 78 e seg.). | 6. SaTIs e sat da’ grammatici furono tenuti
per av- verbi, ma dessi sono veri prenomi colleitivi ( etim. pag. 56)
invariati, o come dicevano Je scuole, indecli- nabili, È costruito
figuratamente, perchè gli manca il nome negottum, termine di rapporto di una
preposi- zione simile a in, onde satis è determinazione dell’ aggiuntivo recte
nel senso -da noi spiegato in Sintassi figurata. Vol. Ill. pag. 101. i | . 7.
Rrcre è variazione di Rectus a, um, parola de- rivalta in forma di aggiunzivo
da rego, is, verbo, che significa regolare 0 reggere. Da’ grammatici questa
forma di aggiuntivo fu detta participio. Recte è tutti gli aggiuntivi e le
parole derivate in forma di aggiun- ivi.con questa desinenza da’ grammatiei
furono tenu- ti per avverbi. ( etim. pag. 73). Ma ciò non può es- sere Lap
prineipio enunciato (pag. 72 etimol.). Recte quindi è una parola derivata in
forma di aggiuntivo figuratamente costruita, equivalente a in modo recto. . -8.
Dicitur è voce di verbo variato in forma, detta passiva , la quale racchiude il
verbo Sum e’ par- ticipio in us (etim. pag. 31). Questi verbi n a da’ verbi
concreti di' azione transitivi (vedi Lessigra- fia). Dicitur è desinenza
etimologica e sintassica, e perciò significativa del tempo presente e
indicativa della terza persona singolare e della principale pro» posizione. In
italiano vale dicesi o st dice e in forma più analitica è detto. Il suo
radicale è dico is, che si- gnifica dire. Il verbo passivo è un verbo di stato
re» lativo (sint. Vol. III. pag. 83), ‘9. Oris è nome di sostanza o causa
inanimata , generico, impersonale, singolare , concreto +— è ra- dicale della
terza variazione, che si altera in orbis, . orbi, orbem, orbe, orbes, orbium,
orbibus, orbes, orbibus. Adunque orbis può essere prima desinenza sintassica
indicativa del primo termine di proposizio- ne finita singolare, e desinenza
etimologica significati» va della preposizione dî , ma dal senso è dichiarato
primo termine, come vedremo quì appresso: questo nome è invariato rispetto al
sesso, perchè dinota so- stanza inanimata. 10. TerraruM vedi num, 1.° GLoBosam
è parola derivata in forma di aggiunti» vo , da globus: prendendo la desinenza
osus si ac- eresce del significato della preposizione di con la no- zione di
abbondanza (etim. pag.166). Onde globosus vale abbondante di globo. Globosam è
desinenza di variazione indicativa del nome variato alla quarta de» sinenza.
Gli aggiuntivi e le parole derivate in forma di aggiuntivi si variano
sintassicamente e non’ etimo- logicamente (etim. p. 128). Adunque non diremo
che lobosam sia di genere femmino , di numero singo- are e di caso accusativo ,
ma che abbia la desinen- za indicativa di un nome variato alla quarta desinen-
‘ za, singolare, e, se è di cosa animata, femminile (etim. pag. cit.). 11. Esse è radice e radicale del verbo Sum
(etim. pag.135). Esso forma una proposizione infinita (sint.. vol. III.
pag.25), che ha per primo termine un nome variato alla quarta desinenza, come
meglio vedremo nella disamina seguente. 12. Ex è radicale di lingua, se pure
non si voglia un prolungamento di E preposizione, che significa rap- porto di
origine, che ha per secondo termine un nome variato alla quinta desinenza. 4
13. Eo è voce variata alla quinta desinenza di /s, ea, id prenome congiuntivo
mediato (etim. pag. 54), onde dovrebbe precedere un nome espresso, e quan- do è
taciuto è uopo intendere homine o mare, uomo o maschio, se si riferisce a nome
personale , o quasi personale: objecto 0 negotto, se si riferisce a nome im-
personale, che ha identici 1 primi termini della pro- posizione finita e
infinita, come nel caso presente, dove ex eo vale da cidò.0 da questa cosa. I
14. IntELLIGITUR è variazione di Intelligere, da cui si forma con desinenza
passiva (vedi n. 8). Intellige- re suo radicale è parola composta da Inter tra
e lego scelgo , unde significa per’ traslato intendere , perchè a ben intendere
è mestieri che si scelga tra, o si di- scerna un pensiero tra molti. | Si
continui allo stesso modo per ogni parola, che segue mel testo, cioè riducendola
alla propria classe, assegnandone radicale e la radice, specificandone le
alterazioni e le idee accessorie che la variazione vi aggiunge, risolvendo i
derivati e è composti ne pri- mitivi elementi secondo gli studiati principî, e
prin- cipalmente badando di assegnare in questo momento. a ciascun vocabolo il
significato assoluto e primitivo, cioè l' etimologico. Il precettore in questa
occasione farà ripetere le apparate teorie sul principio per accenm generali,
in successo per intero, affinchè re- siino associate e abitualmente riprodotte
ne’ casi simili. Pell’ANALISI SINTASSICA converrà leggere un periodo, ossia un
pezzo di discorso contenuto tra due punti fer- mi, uno in principio e l’ altro
in fine, perocchè in esso per lo più si contiene una proposizione principale,
le cui parti o almeno le determinazioni si allogano in fine. Dopo questa prima
lettura si passerà alla distinzione delle proposizioni in esso contenute , le
quali saranno tante, quanti sono i verbi che vi si truovano—Enume- rate le
proposizioni, si passa immediatamente a fissare la principale, tenendosi
presenti i caratteri empirici e logici descritti in sintassi pag. 22 e 23.
Questa propo- sizione si riduce a’ suoi più astratti elementi, e, se ‘il verbo
è concreto, sì risolve nel verbo sum e nel par- ticipio, o nel verbo facto e
nel verbale secondo che la A arti sarà sostanziale o causale (sint. pag. 18).
opo ciò si passa a considerare ciascuna proposizione in quel periodo contenuta
sotto tre rispetli in sintassi regolare, cioè del contenuto, di chi parla e di
chi a- scola ( sint. pag. 15) e sotto il rispetto della sintas- si figurata in
analitica e sintetica p. 68 del presente vol. — Eccone la pratica. 1.° Terra
globi formam habet, mec satis recte di- citur orbis terrarum. In questo periodo
vi sono due proposizioni finite, perchè vi sono due verbi di modo finito, cioè
habet e dicitur, amendue principali, per- chè il verbo di entrambe è al modo
adito. da noi detto modo della principal proposizione (Etim. p. 138), e niura
di loro è preceduta da particella sospensiva, ossia da segno d’ incidenza
secondo .i caratteri empiri- ci esposti a pag. 24 vol. Ill. La prima è
contenuta in Terra globi formam habet , e la seconda in nec sa- tas recte
dicwur orbis terrarum. Esaminando la prima sotto il rispetto del contenuto ,
dessa ci appare una proposizione causale, perocchè il verbo habet è un ver- bo
concreto di azione transitivo, equivalente a facit habitionem , ondechè gli
elementi essenziali della me- desima sono Terra facit habitionem , delle quali
il nome, a cui si riferisce terra, è primo termine ugenie, facit è parola media
e habitionem è il secondo termi- ne verbale-modo (si riscontri la Sint. Reg.
pag. 15. e. 16 e 17). Questa: proposizione è semplice, positiva, categorica (
vol. III pag. 19). | A . Sotto il rispetto di chi parla è principale, perchè il
verbo è al modo indicativo , non preceduto da segno d'incidenza, come si è
detto quì sopra, conformemente alla teoria stabilita (vol. III. p.23.e seg.) e
perchè pre- senta un senso finito e un’giudizio compiuto, non ri- manendo
alcuna sospensione, per la quale si fosse in aspettazione di qualche altra cosa
a dire per intendere. . Sotto il rispetto di chi ascolta è una proposizione
logica o discorsiva, perchè oltre i tre elementi essen- ziali, che sono Terra
facit habitionem, vi sono pure globi e formam: anzi a parlar con rigore,
essendo ter- ra un verbale di tero in forma di nome col signifi- cato di trita,
ossia di un participio, la stessa parola terra è ùna determinazione del nome,
che dovrebbe essere il primo termine categorico della proposizione. E formam è
determinazione del verbo obbjettivo tran- sitivo habet (sint. pag. 54), il
quale, ridotto a facit habitionem, farebbe passare formam a termine di rap-
orig con la seconda desinenza formae (sint. pag.55).. lobi, col. significato.
di di e globa è determinazione | t . N di formam, sicchè abbiamo : terra habet
formam globi la terra ha forma di globo. In quest’ occasione si po- tranno
esporre le teoriche de’ determinabili e delle determinazioni dalla pag. 33 del
presente vol. I. alla pag. 70, e far notare che globi è determinazione di
determinazione, perchè desso determina formam, che è determinazione di habet. |
se | Sotto il rapporto della Sintassi figurata questa pro= posizione non è
sintetica, ma analitica, perchè i tre elementi essenziali sono espressi (vol.
III. pag. 71), se non vogliamo dire che terra non sia nome, rigoro- samente
parlando. | | | - Si passa quindi alla disamina della seconda propo- sizione,
sulla quale si faranno le stesse osservazioni, Ia per non ripetere le medesime
parole si accenna- no di volo e sì noteranno le particolarità. di ‘ Diremo
dunque che ‘nec satis recte dicitur orbis terrarum sotto il rapporto del
contenuto è una pro- posizione sostanziale, perchè dicitur equivale a est di-
cta riferendosi a terra, e dove è il verbo sum la pro- posizione è sostanziale
(vedi sint. p.15, 16 e 17). Ma non è categorica, perchè è preceduta dalla
negazione contenuta nella parola nec, la quale, come abbiamo detto in
etimologia, è abbreviata di neque, e questa è composta da ne non, e que e.
Quindi la proposizione è ipoteo- rica, composta, relativa, negativa pag. 19.
vol. HI. . Sotto il rispetto di chi parla è principale per le ra- gioni addotte
nella disamina della proposizione ante- cedente. Sotto il rispetto di chi
ascolta è logica o di- scorsiva; perchè oltre gli eiementi essenziali vi sono
altre parole cioè ne, satis, recte, orbis terrarum. In- fatti recte equivale a
in modo recto pag. 101 vol. III., che perciò determina il verbo. Satis equivale
ad una proposizione incidente, che-determina- in. mode recto; e, come dicevano i grammatici, è un avverbio,
che determina figuratamente l’ aggiuntivo: orbis terrarum è primo termine
logieo di una proposizione incidente comparativa, come diremo quì appresso. wi
. -Sotto il rispetto della Sintassi figurata è una pro- ‘posizione sintetica,
perchè il primo termine terra, o il nome a cui si riferisce terra, è
sottinteso, onde ab- biamo due soli elementi espressi e l’altro taciuto (p. 10
e ‘8. vol. III): oltre a ciò è sintetica duplicata rispetto al participio
dicta, il quale participio fa intendere una proposizione incidente (p.-78 e s.
vol. Ill.): 3. è propo» sizione sintetica duplicata rispetto a orbis, che è un
secondo nome primo termine di proposizione finita , onde terra dicitur orbis
terrarum equivale a terra di citur sicut orbis terrarum dicitur (p.81 e seg.
vol. II). | .Vi è Sintassi figurata rispetto alle determinazioni, che fanno
intendere il determinabile, perché recte fa intendere in modo recto: è pure in
satis, che fa inten- dere un’intera proposizione incidente (si riscontri la
Sintassi figurata pag. 101 e seg.) | ._ Facendo l’ analisi sintassica, è dovere
del giovane fi- lologo di supplire le parole che mancano, riducendo a forma
analitica i costrutti sintetici , per capire l' in- tegro senso racchiuso in poche
parole. 2.° Globosam esse ex eo ‘intelligitur, quod remota- rum turrium apices
prius e longinquo conspiciuntur qnam fundamenta , quod fieri non posset, si
terra undique plana esset. + In questo tratto vi sono 1.° una proposizione
infi- nita, cioè globosam esse 2. quattro proposizioni finite, delle quali tre,
cioè ea eo intelligitur: quod fieri non posset : sì terra undique plana esset,
tutte assolute, ed una comparativa cioè, quod remotaruh turrium apices prius -
e longinquo conspiciurtur quam fune damenta. La principale proposizione tra
queste si’ poggia sul verbo intelligitur, perchè questo solo è al modo indi-
cativo, non preceduto da alcun segno d’incidenza. Co- minciamo adunque la
disamina da questa Globosam esse ce eo intelligitur : sotto il rispetto del
contenuto è proposizione sostanziale, perchè, essendovi il verbo pas- sivo
invelligitur, vi è sum in esso contenuto (etim. pag. 31) : è categorica,
semplice, positiva (Sint. pag. 18) Intelligitur equivale a est intellectum. Il
primo ter- mine. di questa proposizione è l’infinito esse, che, come, abbiamo
stabilito (sint. p.33 e 25 e s.), è un nome ver- bale, che può fare da primo
termine di proposizione e da secondo termine di rapporto, e nel medesimo tempo
fa da parola media di una proposizione infinita (ivi), che cesta di un nome
variato alla quarta desinenza, che fa da primo termine, e di un aggiuntivo di
qualità o di quantità, che.fa da secondo termine. In questa il ‘ primo termine
terram è sott’ inteso: manca ancora il secondo: infatti globosam, benchè abbia
la forma di ag- giuntivo in quanto a variazione, non è aggiuntivo, per- chè
significa di globo , ossia equivale alla preposizione Di ed al nome globo, e,
dove è questa preposizione, vi deve essere avanti un nome, come primo termine
di rapporto, onde terram esse globosam equivale a terram esse negotium multorum
globorum, ossia equivale ad una proposizione comparativa duplicata. Quindi in
questo costrutto la sintassi è doppiamente figurata. Terram es- se globosam
tutto insieme è un soggetto logico o di- scorsivo della proposizione principale
, la quale perciò è ancor essa una proposizione logica, ossia determinata,
concreta, definita. E logica ancora dal verso di ex eo e di tutta la
proposizione incidente che segue ,. come quella - che determina il nome
sottinteso del prenome co , cioè negotto. Sotto il rispetto della sintassi figurata
è sintetica per sintesi composta nella proposizione, perchè, avendo un
participio nel luogo dell’aggiuntivo, è una coppia di proposizioni (sint.
p.79). È sintetica sotto il rapporto delle determinazioni, perchè ex eo non è
una determinazione immediata di intelligitur , ma di provemiente che rileva del
senso-(v.IHM.p.121 es.) onde est ‘intellectnm equivale a est in intellectione
prove- niente ex eo. Imperocchè ex è preposizione, che dino- ta rapporto di
origine 0 di provvensenza, che non ha nesso immediato ‘col verbale di modo,
sibbene col ver- bale di moto, e i participi detti passivi contengono il primo
‘e non il secondo, ‘onde è che, trovando tale preposizione dopo siffatti
participi, bisogna riconoscervi un figurato costrutto, e quindi supplire con l'
analisi quello che manca: oltraeciò vi:è sintassi figurata in eo, che è un
prenome, detto prenome, perchè deve pre- cedere. il nome, a cui si riferisce
(Etim. pag. 51): al- lorchè dunque non è espresso, fa uopo intenderlo, e nel
caso presente è negotio, termine di rapporto della preposizione er. | 0 Quod
remotarum turrium apices prius e longinquo conspiciuniur, quam fundamenta.
Questa proposizione, come si vede, è comparativa, perchè per prius e quam, che
valgono più prima che, si comprende che si paragonano due soggetti sotto il
rispetto di una qualità comune in diverso grado: pos- seduta (sint. pag. 58 e
seg.). Ondechè Y' analisi deve versarsi sotto il rispetto di due proposizioni ,
perché ogni proposizione comparativa -è un complesso di due proposizioni, come
due sono i soggetti ossia, i primi termini comparati ( sint. pag. 57). Dessa è
una pro- posizione incidente, perchè, quantunque il verbo sia al modo
indicativo, pure è preceduto da quod che (sin. pag. 23). È proposizione
sostanziale , perchè il verbo n
conspiciuntur è passivo. ll primo termine soggetto è apices variazione di aper
apice, e in forma ana- litica sarebbe apices sunt conspecti. È Logica o di-
scorsiva, perchè oltre gli elementi essenziali è accre- sciuta di altre parole
, cioè il primo termine apices oltre di essere variato alla desinenza
significativa del numero ha dopo di sè un nome variato -alla -secon- da
desinenza turrium delle torri, ‘e questo è deter- minato da remotarum, che è
determinazione di de- ‘terminazione ( sint. pag. 66 e seg.). Vi è di più prius,
che da’ grammatici è tenuto per avverbio, e da noi per un comparativo: derivato
da prae (etim. p. 182), e perciò costruito figuratamente, perchè manca il no-
me mnegotium e la preposizione, da cui questo dipen- de (sint. pag. 101): e
longinquo è una determi nazione del verbale proveniente, che rileva dal senso
‘ne’ costrutti passivi, come si è detto innanzi—Quam fundamenta sono parole,
che presentano una propo- sizione sintetica per sintesi nella proposizione,
perchè ha espresso il solo primo termine fundamenta, e man- cano gli altri due
contenuti in conspiciuninr. Que- sta seconda proposizione è secondo membro
della com- parazione,- e perciò è incidente d’ incidente, onde la prima, benchè
sia incidente ancora pel quod, è prin- cipalé rispetto alla seconda (sint. pag.
66). Merita di essere notata distintamente la sintassi figurata in quel quod,
che precede il complesso della proposizione. I grammatici per non impicciarsi
in quistioni astruse si contentavano di dire che il quod è un avverbio o una
congiunzione in tutti i costrutti, nequali ha sen- so di perchè, oppure dove
non indicasse un primo termine di proposizione finita, -od un obbjetto di ver-
bo di azione transitivo, ancorchè avesse senso di che, come nel caso presente.
Ma una parola classificata in etimologia non può mai perdere la dignità di ap-
partenere alla sua classe in qualsivoglia costrutto, Adunque quel quod si
riferisce all’antecedente nego» 110 accennato da ez go, e fa intendere il
conseguen» te negotium termine di rapporto della preposizione propter a
cagione, od altra simile, Alle volte l'ante- cedente si deduce dal senso, che
fa intendere un’ in- tera proposizione, come nel seguente costrutto: Quod fieri
non posset, dove l'antecedente di quod è con- tenuto in questa proposizione: et
hoc°est negotium quod fieri non posset e ciò è cosa che non potreb- be essere
fatta, ‘o non potrebbe avvenire, se ec. La proposizione sostenuta da posse è
sostanziale, ipoteo: rica, negativa, incidente, logica, analitica , ec. ST
terra undique plana esset è una proposizione sostanziale, categorica,
incidente, copulativa, condizio» nale, logica, analitica, È logica per si, che
vale nel caso che 0 nel caso în cui, e per undique che vale unde et unde, E,
siccome unde vale dal quale luo- go, ossia è determinazione del verbale di moto
(etim. pag. 85), dessa fa intendere una proposizione inciden- te, in cui può
entrare siffatto verbale, ancorachè per traduzione di equipollenza si faccia
valere per ogni parte. Si noti la differenza tra esset e posset tutta sintassica
, perocchè in quanto ad etimologia amen- due sono alla stessa forma, ma il
primo è condizio- nale per sua natnra (etim. pag.141): il secondo è im-
perfetto del congiuntivo, perchè preceduto da Si se. — 8.° Eodem modo inmari
elonginque citius con- spiciuntur malorum apices cum verillis, quam tabu- lata.
In questo brano si contiene un complesso di due proposizioni comparative di
diversità, pel compa- rativo citius seguito dal correlativo quam, delle quali
la seconda quam tabulata è sintetica. Esaminiamo dunque in primo luogo la
principale analitica conte- nuta in eodem modo in mari e longinquo citius con-
spiciuntur malorum apices, la quale è sostanziale, categorica, il cui primo
termine è apaices e gli altri due contenuti in conspiciuntur, equivalente a_
sunt conspecti: è principale pe'caratteri empirici e. logici: è logicao
discorsiva, perchè il primo lerminé .apices è determinato dalla sua variazione,
ende dinota nume- ro, e dal nome turrium variato alla seconda desinenza:
oltracciò è determinato da cun vers, rapporto di compagnia precedute e seguito
da nome (vedisint. pag. 41). ll verbo conspiciuntur è determinato 1.° da eo-
dem modo costruito figuratamente, perchè manca in preposizione del verbo (sint,
pag.101) 2. da in mari, che esprime il luego contenente determinazione ana-
litica del verbo (sint. pag. 48) 3, Cittus è un com- parativo. costruito
ratamente, cui manca il neme negotium termine di rapporte. della preposizione.
se» cundum, che dinota relazione di sito, determinazione vera e propria del verbo
{sint, Ji 49)--Notate co- dem determinazione (sint. pag.101). Sotle il rapporto
della Sintassi figurata a codem modo manca la prepe- sizione . in, e in eodem
modo è determinazione del ver- bo in senso metaferico, in quante che il modo si
pren- de pel contenente dello stato e dell’azione (pag. 70) In quanto a quam
tabulata è vvi una prepesizione sin- tetica per sintesi dalla proposizione (
sint. pag. 72 ) perchè, a parlare cen rigere, tabulata è un participio, ossia
parela derivata in ferma di aggiuntive, che può determinare un: nome, ma nen
può essere mai prime o secondo termine di preposiziene sestanziale. Ondechè
abbiamo espressa una determinazione senza alcuno ele- mento essenziale di
proposizione, ed a ridurla in for- ma analitica dovremmo. dire quam megotia
tabulara INTORNO ALLA SINTASSI FIGURATA 169 conspiciuntur. Non bisogna ‘neppure
trasandare la Sintassi figurata-in e longinquò sotto due rispetti, della
proposizione e; e di longinquo. La preposizione e di- nota rapporto di origine,
che ha relazione col moto, di cui è segno un verbale non espresso, onde è uopo
intenderlo, ed io credo che sia venientibus appiccato ad ab homimbus a questa
guisa: Apices malorum, cum verillis , conspiciuntur in eodem modo in mari ab
hominibus ventientibus e loco longinquo , sott’ inten- dendo il ‘nome loco a
longinquo. | 4. Deinde sam a multis terra circumnavigata est, quod fieri non
posset, si disci figuram haberet. ‘ In questo tratto vi sono tre proposizioni,
perchè vi sono tre verbi, est, posset, haberet. | La principale è contenuta
nelle parole Deinde jam a multis terra circumnavigata est , perchè il verbo est
è al modo indicativo, non preceduto da segno d’in- cidenza ,- ed è proposizione
sostanziale ipoteorica po- Sitiva a cagione del partieipio, che sta in luogo del
se- condo termine aggiuntivo. Sotto il rispetto di chi a- scolta è una
proposizione logica, perchè oltre gli ele- menti essenziali, cioè terra est e
gli altri due rappre- sentati da terra e. navigata, visono altre parole, cioè
Deinde , iam, a multis, e circum composto a navi- gata. Per vedere quanto senso
racchiude la Sintassi figurata in poche parole io mi fermo ad osservare le
determinazioni di questa proposizione. Deinde è parola composta da De
preposizione, che corrisponde a Di ita-. liano (etim. pag. 41 e sintassi p.
124): In è prepo- sizione del verbo, perchè esprime rapporto di conte-- nenza:
De è la stessa de in principio. Queste tre pre- posizioni segruppato insieme e
tradotte a senso, italia- namente per dipoi , ognuno vede che sono costruite
figuratamente, e perciò. è uopq sott’ dalai” a cia-. A Va » ad 700 170 : |
scuna di loro il primo el -secondatermine. ll secon. do termine di tutte le
preposizioni è unimome (etim.’ pag. 40): il prima termine per alcune. è
nome,:-per-al- tre è verbo,e per cert’altre è verbale (etim. pag. cit.). Ora
primo termine di De, che è una preposizione del nome, dev'essere .un nome
(sint,), benchè raramente l’ usa adoperi questo costrutto (sint. pag. cit.): la
preposizione ;In.,;avendo ;per primo termine.il verbo, deve averlo
:satt'infeso,: quando non.sarà espres- so. Quindi è chiaro che in:questo.
Deinde -siaggruppa un complesso. di pensieri, ad.esprimere i quali;in for- ma
analitica ‘di regolari costrutti: .si.avrebbe hisogno di più proposizioni,
le;quali determinerebbaro .la:prin- cipale proposizione :di «questo «periodo
messa in-rela zione con -le altre-del ‘periodo antecedente. Jam è un avverbio
di tempo (etim, pag. 63), epperò.è .una de- terminazione del verbo ‘in forma
sintetica, A multis Presenta .un -costrutto doppiamente figurato 1.° perchè - @
dinota rapporto di origine, che è in relazione cal verhale di moto non
espresso, ma.che rileva dal-sen So, quando è pasto dopo verbo passiva
(sint,p.133 e s.), Come abbiamo fatto vedere praticamente nel git. luo- So. 2.°
perghè màncale il secondo termine nome,che deve:seguire al prenome collettivo
multis,:cioè homi-, nibus. Finalmente «la :preposizione circum circa intar- no,
composta al verbo navigor, è costruita figurala- mente in quanto :al secondo
-termine taciuto , cioè se tpsam. DA i gi -La seconda proposizione Quod fieri
non passet è sostanziale, dpoteorica, negativa; perchè preceduta da non:
incidente, perchè preceduta da quod: logica 0 discorsiva, perchè vi è quod.
prenome, che determina il primo termine sott’inteso, e fieri infinito, che -fa
da termine di rapporto dopo i verbi detti servili Queo , (d INTORNO ALLA
SINTASSI FIGURATA Nequeo; Possum, Soléo;
e Debeo (sintassi pag. 28. ). La proposizione in forma analitica sarebbe quod
ne- gbtium non esset ‘pote, perchè possum è composto ‘da potis o pote ‘e sum,
da cui risulta potissum, e per ‘siàcope possumii > 0. DLL :° Sotto il
rapporto della Sintassi figurata Quod fa in- ‘tendere P antecedente negotium ‘m
una proposizionè simile alla seguentet et huoc'èst negottum,; quod nego- tium
non posset fieri. bi na Si disci figuram haberet è una proposizione in-
cidente, copulativa, condizionale; perchè preceduta dal- la copulativa
condizionale Sî sé : è causale, perchè il | verbo concreto haberet è verbo di
azione transitivo : è logica, perchè dlire gli ‘esseriZifili’ ‘eleftienti vi
sono altre tre parole, cioè St, disci, e figuram. Si se equi- vale a caso in
cui, ossia racchiude la preposizione in seguita dal prenome cui’, che si
riferisce al nome caso antecedente, e come tale è determinazione del ver- bo
(sint. pag.48). Disci è desinenza etimologica si- gnificativa della
preposizione di, e perciò determina- zione di figuram: figuri .è nomè variato
alla quar- ta desinenza indicativa dell’ obbietto, sopra cui cade il modo
-prodotto dall’ azione del verbo transitivo habe- vet: haberet poi oltre
a'‘queste determinazioni ha l’al- tra-in forma sintetica perla sua variazione,
‘onde si- ‘gnifica tempo futuro (etim. pag. 141) e per la con- ‘giufizione, che
le precéde, fa' intendere sintassicamen- te- il tempo: passato: relativo (etim.
‘pi 144) ec. ec. ec. °° In‘questa guisa si procederà nella disamina del ri-
‘manente ‘del tesfo : ma”badine i prevettori che io ho ‘'sortimariamiente
accennato alle materie studiate, ne'sem- pre’ lo- messo ‘ini veduta fatte le
cose da considerare in un analisi compiuta. Net: principio conviene proce- dere
sgrossando, a ‘così dire’, ossia contentandosi del poco sufficiente a formare
nella mente de’ giovanetti una veduta generale del metodo, ma, a misura, che sì
vanno addestrando, il precettore sarà sempre più ri- goroso in esigere
esattezza e precisione di teorie fino a che può essere certo che la dottrina si
è tutta co- stituita per principi incarnati a’ fatti in modo che si possa
contare che in ogni circostanza i giovanetti sap- piano chiaramente,
speditamente, e facilmente produrre le ragioni delle cose che dicono.
TRATTATINO INTORNO ALLA COSTRUZIONE LATINA ‘Quello che ‘ho stabilito nel II.°
Velume del Nuovo Corso intorno alla Costruzione, e che poi ho accennato nel
Tratiatino della costruzione nella Nuova Grammatica. rag.cnata per la lingua
italiana, sarebbe sufficiente ad informare i giovanetti di quanto è necessario
a sapere intorno a questa materia, anche nella lingua latina, in guisa che
crederei di far cosa inutile, ripetendo quì le medesime teorie. Pur nondimeno,
non essendo tutti provveduti di quelle mie opere, ed a fare che questo mio
lavoro sia: per qubnto è possibile indipendente da quelle, senza ripetere tutte
le teoriche andrò esponendo alcune particolarità) ché tiguardano propriamente
la lingua latina. Ometto pé? èonseguenza tutte le qui- stioni, che concernono
l° dtdine naturale delle detetmi- nazioni, rispetto à ciàscùn determinabile ,
e' po di avere esposto in due capi ffcune nozioni generali in- torno all’
ordihe naturale ed artificiale delle parole , . verrò immediafamente ad
#&lcune regole della costru- zione latina. pi | di CAPO I° ” x RI, ita
È: ss Ber PE to. pù ui ‘Qi nta i "intorno Aii' ORdiNé Narufire belli PAROLE
ÎN UN COSTRUTTÒ. L’odine naturale delle jatole, è quando ciàscutia pa- rola
occupa ùn luogo piuttosto che un’ altro secondo che naturalmente, cioè
senZ'atte, ogni parlante farebbe. Ma il parlante per mettere dla parola primà
di un altra dève necessariattiehte avere ‘una ragione di così fare , perchè
altramente ridh si potrebbe intendere co- Ifié titti gli uomini convenissero
concordemente nella Stessa disposizione, qifafido parlatio. Infatti l ordine
na- turalé non è ‘quello; che uh' uomo individuo dà alle sue parole, sibbene
quello che tutt’ i patlanti loro dàn- Trio ; perocchè; se si ‘ dovesse
ititendere quello di un oîno itidividuo; avrertànio tanti ordini naturali
diffe- tenti; quanti sono gl ittlividui umani. Questa ragione dell’ ordine
naturale non può consistere nelle parole, lé quali sono ‘segni estrinsetî all’
notito., & miezzi di manifestazione dell’ interno pensiero : bisognerà
dun- ‘que ricertcarla in ‘una cosa ifiteriore All’ uomo e co- Itiline &
tutti gli uomini. Or questa cosa intertia e co- imune a tutti gli uomini è l’
umano pensiero ; perchè Ogtil omo è prima pensante e poi parlante ; e il suo pensare
è secondo alcune leggi e condizioni comuni ad ogni spirito umano. Se dunque noi
ricerchiamo la ragione dell'ordine naturale delle parole, non possiamo trovarla
che nell’ ordine naturale de’ pensieri , ed al- - lora la norma generale sarà
la seguente : Le parole saranno disposte ad ordine naturale ogni qual volta sa-
canno allogate secondo l’ ordine naturale de’pensieri, di cui essi sono segni.
I pensieri poi seguono l’ ordi- me naturale, quando va prima quel pensiero, che
nello spirito umano comparisce prima , e dopo quel che dopo. L'ordine naturale
de’ pensieri si apprende nel .par- lare della comune degli uomini, i quali si
esprimono come natura detta senza artificio appreso nelle scuole, che poi
divenuto abituale negli uomini di lettere s’ in- sinua in tutti ragionamenti e
discorsi, che si versano sopra materie di poca importanza. Ora, riflettendo su
questa maniera di parlare della moltitudine, osserviamo costantemente che in
primo luogo mettono il soggetto o il primo termine della proposizione: in
secondo luo- go il verbo: in terzo il secondo termine, cioè l’aggiun- tivo.
Similmente non mettono mai in primo luogo la proposizione incidente ma la
principale : non mai le «deternyinazioni, ma il determinabile; perchè i loro
pe- riodi sono brevi e concisi, e tratti dalla necessità di farsi intendere al
più presto e nel miglior modo pos- sibile,-rifuggono da tutto ciò che potrebbe
deviare l'at- tenzione de’ loro ascoltanti dal principale proponimento. Del che
ne porge un argomento luminoso il fatto per- .manente delle lingue volgari, le
quali sono surte dalla .-lingua latina alterata e corrotta in principio dal
volgo, .da cui presero il titolo di vugari. Mettendo da banda per ora. ogni
altra considerazione su questo fatto, mi fermo soltanto a riflettere che le
lingue vulgari in sostanza sono la stessa lingua latina alterata, nella quale è
avvenuto il cambiamento dell’ ordine o della dispo- sizione delle parole,
perchè è un fatto a tutti noto che le lingue vulgari ritenendo della loro
origine , rifug- gono dalle trasposizioni artificiali della lingua latina lo-
ro madre comune. Ora la natura si appalesa più nel volgo che negli uomini
educati a una civiltà specialmente gterodossa , perchè quelli e non questi
hanno a guida la natura e non l’arte. È agevole quindi a dedurre che I ordine
naturale de’ pensieri e delle parole da questo linguaggio si può unicamente
ritrarre. .. Lo studio di quest'ordine naturale è della massima importanza per
chi vuolsi educare ad una lingua colia, £ per ragione di metodo. Noi nascendo,
e fino ad una ‘certa età, apparteniamo al volgo , e, cominciando a ,parlare e
quindi a imparare qualche cosa, dobbiamo uire natura e non arte , perchè questa
è opera di riflessione superiore alla capacità nostra ne’ primi anni. E,
siccome anche gli adulti, che ignorano una lingua, .sono volgo e idioti
rispetto alla medesima , volendola -apprendere, non possono con in buon metodo
incomin- clare a conoscerla sù i modelli elaborati con arte, per chè I uomo è
sempre uomo, e ne’ diversi periodi della .sua vita presenta diversi gradi di
capacità e non di natura. La lingua poi è diversa dalla letteratura, per- chè
quella è materia, che vuolsi affidare alla memo- .Mma:, e questa è forma , ehe
vuolsi raccomandare al- .I° intelligenza. n . Premesse queste nozioni generali,
io dico che lo stu- dio dell’ ordine naturale delle parole ne’ costrutti è «
necessario. | 1.° Per comprendere poi l’ ordine artificiale o di | letteratura,
che si truova nelle scritture classiche, le . quali sono inintelligibili di
primo slancio a° poveri principiantî. I precetti mi fanno festimonianza di
questo fatto; apperia rîcordéranno chè néllo studiò della lin- Gila latina
iiluhà cosà è tanto imbaraZzAnte per essi é pè loro discepòli. iano il
coseruîte 6 il prendere la costruzione, perchè ignorano i principi dell’
ordifie faturale ne’ costritti: Se a modo di esempiò si fossé prestabilito che
la proposizione prificipale, dovunque si trovi; è ifi méizo 0 iti fine di
periodo, deve im dr= dine naturale photedete ogni proposizione incidente , è sì
fosseto ifi sîntassî descritti i caratteri empirici è logici di ogni
proposizione possibile, chè costerebbe costraite Il più ititràléiato. periodo
di Cicerone € di Otezio, di SdlluStio € di Tacito? Ondé fpparisce ani- Gora che
la costriîzionie, ossia lo studio flell'opdine na- ‘turale delle paròle,
présippone la Sintassi e l'Etimo- - logia; comè trattati razionali e
scfentifici,' perchè, se «tostriliré Înipotta dfdinare TM élégafite disordine
dei dlassici serittàri! riducendo Ie-deteriminazioni a' deter- «minabili ; ciò
éHe deve precedere a ciò che deve se- guire; «sarebbe iitipotsibile senza
"pieconotcere le tetà- zioni delle parole congiufite. Ma Tà' Sititàssî è
TEtiind- Jogia; Come ‘tretiati scientifici; ndficavano nelle’ setole, ‘dove
fior. domiseguenza maticate Hicorà la Costruzio- ne; come ifi èffetti manéd;
perchè questo frattàfo non “esiste nelle Istituzioni; anzi Sihtassi è
Costruzione fu- -tono- confuse da' pramimiaficî: x bi è - .2.° Posto che Pl
oriinè-fiaturiile ci fa-interidere l'àr- tificiale, ognuno vede che quello
devesî prima éosti- ‘tire ih mente nostra, è' dòpo il secondo: Ma a' co-
‘stituirlo nofi bastano i soli precetfi senza la pratica, ossia senza tenere
presente questo, specialmente per quella classe dì giovanetti ‘ché sî addicoho
allo studio della tlingna latina in un’ età molto tenera; come si ‘pratica
generalmente. Ragione di metodo adunque pre- ed scrive che i libri, ne’ quali
si studia la lingua latina , ossia i testi di lingua, che debbono servire alle
prime traduzioni nel prîmo studio elementare, non possono essere nè Cicerone,
nè Livio; nè Sallustio, nè Tacito, molto meno i poeti come. Virgilio e Orazio,
Terenzio € Plauto, ma libri scritti a posta, dove tutto è fatto con l’
intenzione di educare menti tenere incapaci di uscire, per sè sole, da’
laberinti de’ periodi intralciati. Alcuni propongono certe raccolte . fatte a
posta con questo divisamento, come è dire le Storie scelte sacre e’ profane, ma
quando quei pezzi raccolti sono. degli autori, ancorchè più facili e più
stralciati rispetto a molti altri, ritengono sempre dell’ elevatezza e dell’ e-
leganza artificiale. Nè Cornelio Nipote nè i Commen- tari di Cesare sono da
proporsi per quell’ età, perchè oltre le difficoltà riferite presentano le
maggiori per le allusioni a’ costumi, alla religione, alla politica dei tempi
in cui furono scritti, e che può capirne un gio- vanetto ignaro ancora di archeologia
? Imparerà, se può, parole vuote di significazione, o parole segni d’»- dee
guaste, o alterate, alla men trista inesatte. | Il miglior libro,che io saprei
proporre, è la. giudi ziosissima operetta del bavarese Leonardo Tafel, che io
sotto il titolo di Elementi di lingua latina secondo il metodo amiltoniano
pubblicai nel 1849. In esso le trasposizioni sono rare e facili, il periodo è
puro la- tino senza intralciamenti. La materia è su cose dell’età nostre, sia
ne’ dialoghi, sia ne’ saggi di astronomia e di storia naturale : le favole la
più parte di Esopo ridotte .a bellissima prosa. Ivi non allusione a senato , a
co- mizi, a tribù, a foro, a rostri ec. Ma la cena, la scuola , il passeggio,
la limosina, la predica, il giar- dino, la mandra ec. latinamente pensate e
latinamen- te espresse. (Quel che più rende pregevole questo li- 178 OT
PRATATINO bretto' è la graduazione metodica del difficile; è la per spicatia in
allògare opportunamente i costrutti, dovè cadono le osservazioni per F
applicazione dé’ principi ‘sintassici—A coloro, che insegnano la nostra
sramima- ‘tica razionale, io propongo é ratcòomatido questo libro, ‘perocchè id
posso attestiré le' ose dette co’ fatti co- stanti del mio insegnamentò; dal
quale ho ritratto i più positivi vantaggi in brevissimo tempbi — Ritornafido di
proposito, lo' studio dell’ ordiné: Hatw- tale delle prole vuol essere fatto
tedricamente e' pra ‘ticamente. La téorica, a vero dire, riofi è ché un ap-
plicazione de’ principî apparati nella Sintassi, astrazio- ‘ne facendo di’ casì
particolari di questò 0 quel: co- ‘strutto : la pratica consiste nel verificare
quei princî- ‘pì applicati a’ còstrutti purtitolari:: La prima: parte sì riduce
a questo' principio generalissimo: L'ordine'tiaturalò idelle parole’ in qualsivoglia
costrutto consiste: nell’ al- Togare: le parole determinazioni viginò alle
parole, che ‘sono loro determinabili. Orà trè sotio ‘i’ determinabili în’ ogni
proposizione, cioè Nome; Verbo, e Agiiunitivo nella sostanziale, e Nome,
Verbo;é' Verbale-nella cati- sale. Ogni determinabile-lia l8 sue
deterinifitzioni: T'or- ‘dine naturile sta’ nel mettere le ' deterintintzioni’
dèl ‘nome vicinb' al' riditle;» quiete del verbé vicindad'essb ‘é va diterido:
Ghi' Ha- betit studitità là: téorîà” delfa piopositione Logita-sotto'il
rispetto della Sintassi ré- ‘golare, ion duretà fatica: a costruire’ uti
peribdovahechie intràlefato:. Ma' la’ sola: Sititassi regolare: non
-bàsta"*, perchiè- ttnte: volte: altuhé- parole nel ‘costrutto none
‘Sisténo in grazia :dellé pàrble' espresse, bensi delle-pat role’ tàtiute.
Impò?ta danque- conoséere la sintassi ft garatà per sostitttire-le parole che
mancano; e ridutte a fotma' anialitica i’ costrutti sintetièi; INTORNO ALLA
COSTRUZIONE LATINA IL° POGHE PAROLE INTORNO ALL'ORDINE ARTIFICIALE. - L'ordine
artificiale paragonato all’ ordine naturale delle parole è un vero disordine,
perocchè in esso av-, viene il.contrario di, quello, che dall’ordine naturale è
richiesto. Le. parole in-vera,. che secondo, questo dovreb- bero
precedere,jn.quello si pospangono e viceversa ;. così la.:propesiziene,
principale è posta in ultimo luogo e. l'incidente nel primo.: così il nome
primo termine di .proposizione -si pospore al verbo e :tanfe .volte al . secondo
termine, e-l’aggiuntwo, che dovrebbe seguire al suo nome, se ne separa, e la
preposizione o si po» spone ; e si divide dal :suo secondo sermine e .va di-
cendo. Ne..serxapo,di esempio i due. seguenti versi di Virgilio;
Titire,tu.patulae recubans sub tegmine fagi, Silvestrem tenui musam meditaris
avena, dove tutto è disordinato, peroechè recubans, che dovrebbe stare. vicino
a tu, si è posto dopo patulae, e patulae, che do- vrebbe .stare . dopo fagi e
dopo sub tegmine, precede tutte queste parole: parimente meditaris dovrebbe
sta- re nel. principio del secondo verso, intanto è pospo- sto a silvestrem.-
tenui musam, e silvestrem , che do- vrebbe stare. dopo musam, precede tutte in
principio, e tenui, che dovrebbe stare. dopo avena e con questo immediatamente
dopo tu. primo termine di proposizione, è posto in secondo luogo. E così
siluestrem aggiuntivo separato dal .suo nome musqm , come tenui separato dal
nome avena. Or si potrebbe domandare : perchè 1° ordine. artifi- ciale, che. è
un. elegante disordine, è stato. preferito.al- I’ ardine naturale, che è
secondo l'intelligenza comune? 180 ‘ TRATTATINO Per due cagioni, una di
necessità e l’altra di predo- minio del senso sulla ragione. La necessità è nel
verso, dove si debbono accozzare tante sillabe e non più, lun- ghe e brevi
combinate secondo certe leggi di armonia, onde le parole non si possono
allogare secondo l’ or- dine naturale etimologico e sintassico, perchè cadreb-
bero le sillabe lunghe, dove il verso richiede le brevi e va dicendo. (uindi i
poeti sono tutti disordinati ne- cessariamente, per trasposizioni, che
riuscirebbere dure nella prosa, che è un dir piano e facile. Onde è age- vole a
dedurre quanto sia erroneo quel metodo, che mette in mano de’ fanciulli nello
studio elementare di una lingua i testi poetici , i quali per l' ordine arti-
ficiale necessario riescono inintelligibili e difficili a’più ratici. I i La
seconda cagione dell ordine artificiale è il pre- dominio del senso sulla
ragione. Ciò importa che vi sono alcune lingue, nelle quali i parlanti
trascinati dal più dilettevole pensiero si fanno ad esprimerlo in pri- mo
luogo, quantunque in ordine di ragione dovrebbe mettersi in ultimo. ll che che
è facile a concepirlo dal disordine, che regna nell’uomo caduto dalla primitiva
perfezione , il quale preferisce il dilettevole all’ utile, e l'utile al giusto
ed all’ onesto. Questo disordine, con- seguenza della primitiva colpa adamitica
trasfusa nella sua discendenza, si è manifestata nelle forme esteriori delle
lingue parlate da nazioni eterodosse. Il vangelo pa- rola rivelata da Dio venne
a ristaurare l’ ordine natu- rale delle parole e delle idee, imperocchè in esso
tutto è facile e piano, il suo stile è adattato all’ intelligen- za comune, e
accessibile alla capacità de’ più deboli. Fu quindi un tratto di speciale
provvidenza che le lin- gue volgari succedessero alla lingua classica de’
latini, perchè quella e non questa sono più conformi alla ri- INTORNO ALLA
COSTRUZIONE LATINA Î81 staurazione dell’ ordine biblico. Quest ordine
artificiale, che rispetto all'ordine naturale è un vero disordine, non inteso
dalla natura , perchè si oppone direttamente alla consecuzione del fine di chi
parla, che è quello di farsi intendere , si disse e dicesi che sia elegante in
quanto ehe diletta, e questa diletto è di senso e non di ra- iene, perchè
l’uomo corrotto chiama bello ciò che piace. ro adunque, che commendano tanto
quest'ordine, sono degni di seusa e di lode, se essi intendono rac- comandarlo
non come una perfezione di arte ortodossa, ma come un fatto esistito In una
lingua, che più non si parla, a fine d'intendere i monumenti di una ci- viltà
caduta. Ma sarebbero sospetti di eterodossia in arte, se levando a eielo questo
disordine, provveniente dal predominio del senso sulla ragione, intendessero
farlo rivivere nelle moderne scritture. Della quale colpa non va esente il
Boceaccio nel 400 , che propostosi a modello Cicerone, introdusse nella prosa
italiana il periodo intralciato del latine ‘oratore, e Monsignor della Casa nel
500, che, propostosi a modello il Cer- taldese, rinnovò a quell'epoca il
periodo intralciato boccaccesco. Le moderne scritture si vanno restaurando in
quanto all’ ordine, perchè in conformità de’ principi ortodossi | vogliono
avere più del razionale che del sensibile , ed è più razionale il far servire
la parola, come segno immediate d’idea, e, a così dire, compenetrarla con
l'idea, piuttosto che dilettare il senso con pregiudizio dell’ intendimento. Il
precettore adunque farà intendere a’ suoi giova- netti che quell’ ordine
artificiale meraviglioso de’ clas- sic scrittori latini è un prodigio di arte
eterodossa , in quanto che stabilita una volta da’ parlanti, sviati da’
principi dell’arte vera, una forma di ati eglino 182 TRATTATINO furono
diligenti a perfezionarla , perspicaci a conser- varla, accurati a mantenerla
in ogni scrittura co- stantemente e a tale che, qualunque libro ci venga per le
mani, troviamo costantemente lo stesso tipo, che può servire di argomento non
dubbio del grado di civiltà di quella nazione. Che noì educati all’ ordine
naturale per mezzo delle lingue vulgari dopo il ristau- ro della redenzione; se
non possiamo riformare quella lingua che è morta nelle bocche, ed è muta ne?
libri, per intenderla dohbiamo imparare a costruirla, ossia dobbiamo, leggendo,
rimettere quell’ ordine, che vi do- vrebbe essere, facendo precedere la
principale propo- sizione all’ incidente, il primo termine al verbo, :e va
dicendo. . i Coe i In questa guisa la Costruzione, ossia .quella parte della
grammatica, che insegna a ridurre l’ ordine arti- ficiale delle latine
scritture all'ordine naturale, è della massima importanza, perchè mena a due
grandi risul- tati, il 1.° e d' intendere facilmente e prontamente i costrutti
intralciati : il 2.° è di far vedere la differen- za che. passa tra due
civiltà, l’ eterodossa e la orto- dossa. Coloro, che sono troppo appassionati
per le }a- iine eleganze, non mi-appunteranno queste deduzioni per troppo
ardite e irriverenti, perocchè io non: in- tendo in alcuna. guisa derogare alla
dignità di una lingua conservata per esprimere gli oracoli del Dio fatt'uomo, e
i misteri più. sollenni della: cattolica Chie- sa, sibbene è mio intendimento
di netarne i difetti, mentre ne ammiro gli altissimi pregi. Ricordino che io
nel Nuovo Corso ho derivato dalla latina la purità e proprietà delle parole e
de’ costrutti nell’italiana fa- vella, ritenendo per massima che tanto più è
italiano il parlar nostro, quanto più latinizza.. Se dunque io Imputo a difetto
l’ intralciato periodo de’ latini scrittori } “ INTORNO ALLA COSTRUZIONE LATINA
15300 rispetto all’ arte, e non all'artista, il quale di ogni lode è degno sol
perchè seppe mantenere una forma co- stituita,. non è per irriverenza o per
orgoglio, ma per sano e retlo giudizio. Quanto non fu celebrata l’ arte greca
negli immortali dipinti di Apelle ? nelle scultu- re - di Prassitele ? Eppure
chi ha imputato ad irrive- renza verso que’ sommi la critica imparziale
derivata dalla scienza dell’ arte, che imputò all'arte greca e non agli
artisti: l’ eterodossia di quelle celebri produzioni? E, se noi oggidi non
pessiamo accomodarci più alle fole mitologiche de’ Latini, e ci ridiamo dì loro
e delle loro credenze sotto questo rapporto , senza però mancare di rispetto
loro dovuto per tanti altri titoli di virtù e di eroismo, dicasi lo stesso di
me, che am- mirando la: loro favella, come generatrice di tutte le ‘vulgari
lingue, degna di essere conservata nel cristia- nesimo per servire a’ più
sublimi uffici della nostra ‘religione ,, appunto in essa quei difetti che il
cristia- nesimo istesso, adoperandola, corresse, perchè appo i padri della
Chiesa divenne più facile e piana. REGOLE PRATICHE PER LA GOSTRUZIONE LATINA. -
Dopo che avrete fatta accuratamente l’ analisi eti- mologica e sintassica sopra
un costrutto, riuscirà faci- ‘lissima la costruzione , perocchè costruire
importa riordinare, allogando le determinazioni di costa a'loro rispettivi
determinabili, per la precedente cognizione delle determinazioni e de’
determinabili. La qual cosa quando sarà preceduta, non costa fatica il trasportare
al ‘proprio luogo la parola, che sarà premessa o posposta. ‘- La 1.° regola
pratica è di mettere in primo luogo la proposizione principale , perchè tutto
il periodo e- ‘ siste in grazia di quella, come le determinazioni esi- stono in
grazia del determinabile. TRATTATINO 2.°
La proposizione principale costa di tre elemen- ti essenziali (sint. pag. 16),
ogmuno dequali è un de- terminabile, che ha le proprie determinazioni ( sint.
pag. 37). Dopo dunque che avrete fissata nel suo luo- go la proposizione
principale, distaccherete i suoi ele- menti e allogherete vicino al primo, che
è nome, le determinazioni sue varie e moltiplici, esposte nella Se- zione II!
della Sintassi regolare, secondo la proprie- tà e natura delle determinazioni
medesime, cioè, se sono prenomi, li allogherete avanti al nome, se sono
aggiuntivi , o parole derivate in forma di aggiuntivi , o casi di apposizione,
o proposizioni incidenfi espli- cite ec. si inetteranno dopo , come pure i nomi
va- riati alla seconda desinenza, e i preceduti da Cum e Si- ne. Ma badisi che
si mettano prima quelle parole, che, messe in altro luogo, potessero ingenerare
oscu- rità, in quanto che si potessero riferire ad altre pa- role più vicine.
Cesì il nome variato alla seconda de- sinenza, detta genitivo da’ grammatiei,
vuolsi allogare immediatamente dopo il nome, e rare volte accade che sia
preceduto da un aggiuntivo per la facilità di riferirsi ad altro nome, che
venisse appresso. In que- sta preferenza di allogamento servirà di guida il
buon senso. Determinato il nome primo termine, si passa ad ordinare le
determinazioni del verbo, esposte in Sin- tassì pegolare Sez. III. Art. H.,
mettendo prima le ana- litiche e sintetiche, e poi le proposizioni incidenti
per abblativo assoluto, le copulative, secondo che la chia- rezza e l'ordine
cronologico delle idee e de’ fatti ri- chiede. Si passa in seguito al
riordinamento delle determi- nazioni del secondo termine , in guisacchè
ciascuno determinabile esista, come un complesso massimamen- te determinato e
logico o discorsivo, e tutt'î tre complessi formino un -tutto con principio,
mezzo, e fine. “ 3.° Questa pratica concerne la costruzione sotto l’in- ‘tuito:
della Sintassi regolare : qualche difficoltà s’.in- ‘contra nel rendere a:
forma analitica. i costrutti figu- ‘rati e sintetici, pei quali bisogna
sostituire, secondo.i principi -stabiliti in Sintassi, le parole che mancano, e
che tante volte sono tante da formarne delle prope- sizioni determinate. Prima
dunque bisogna vedere la ‘natura delle parole mancanti: per allogarle vicino «a
quella parola espressa, a cui si riferisce per attenenza intima di
determinazioni. Io non. mi fermo qui a pro- «durre degli esempi, perchè, se si
saranno bene appa- ate le teoriche esposte in Sintassi figurata, ricorreran-
‘no a memoria pronti gli esempi ed a buon dato. 4.° Voi dunque non vi.lascerete
imporre dall’ or dine, che il testo vi presenta, per credere che le pa». role
debbono rimanere così come si truovano, peroc- ‘chè già sapete che l’ ordine
delle scritture de’ classici ‘è artificiale e non naturale. E, se per abitudine
vi suri- ‘ni male all orecchio l’ ordine naturale, non vi rima- nete perciò.
dal riordinare , perchè, quando .l’ abito è irragionevole, non merita lode .chi
lo segue. Intanto. si può dare che, riordinando un costrutto, alcune parole diventino
inutili, come avviene ne’ periodi, che:nella ° . . è . ‘prima parte, detta
Protasi, vi è ’Etst quamquam, che ‘81 fanno valere benchè o sebbene, e nella.
seconda ‘parte vi è tamen, che si fa valere per pure, ciò not ostante, innanzi
alla proposizione principale. Ora, met- "tendo questa in primo luogo, quel
tamen diviene inu- tile e insignificante. Voi toglietelo di mezzo senza
‘scrupolo al mondo , :perocchè nel periodo. fù’ posto non. per esprimere un’
idea , ma per ajuto della me- moria, che senza questo segno non riprodurrebbe
l’an- tecedente, con cui ha nesso quel che segue, 18600 TRATTATINO $.° Vi si
presentano de’ periodi, ne’ quali, essendo la principale proposizione allogata
in ultimo luogo, in- vece de’ nomi ha prenomi simili a ile, ipse, hic, iste,
îs, idem,o aggiuntivi, senza nome espresso, che fu al- logato nella prima parte
contenente proposizione inci- dente. Nel riordinarlo, per la prima regola, la
princi- pale dovrà passare in primo luogo, e quei prenomi senza nomi espressi
non fanno senso. Voi dunque fa- rete un cambio, cioè metterete i nomi nel luogo
dei prenomi e questi nel luogo di quelli. Sia il seguente esempio : Ftsi Cicero
habeatur ‘inter latinos orator eloquentissimus, tamen prudentissimum lum non
fuisse videtur. Benchè Cicerone si abbia per il più eloquente fra’ latini
oratori, pure non sembra che sia stato il più prudente. Ora, costruendo secondo
i prin- cipî stabiliti, ilum fuisse prudeniissimum non videtur, noi non
sapremmo a chi W/um prenome si riferisce rima di venire alla prima parte,
passata in secondo uogo, dove è Cicero eloquentissimus. Adunque facen- do lo
scambio, diremo. Ciceronem fuisse prudentissi- mum non videtur, etsi ille
habeatur orator eloquen- tissimus inter latinos. 6.° Alcune particelle, che
vanno in principio per lo nesso del periodo, che segue, all’ antecedente , come
nam, enim, vero ec, suonano male all’ orecchio abi- tuato a sentire in prima
una parola di più di due sil- labe, voi non darete tania importanza a tali
bazzeco- le tenute per miracoli da’ pedanti. Ciò che importa di osservare
scrupolosamente è nel dare a siffatte parole quel valore, che hanno in sè
stesse e debbono avere. 7.° Se il periodo presenta nelle due parti una pro-
posizione comparativa , voi già sapete (sint. pag. 56) che dessa ha due membri,
uno che forma la proposi- zione principale, e 1’ altro l'incidente ; la prima
pre- INTORNO ALLA COSTRUZIONE LATINA 187 ceduta da’ segni di comparazione
esposti in Sintassi (pag. 57 e seg.) e l’altra da’correlativi corrispondenti.
el costruire simili proposizioni farete precedere la principale all’ incidente,
ma baderete di mettere in ul- timo luogo il segno correlativo della
comparazione, come in principio della seconda I’ altro termine cor- relativo.
Sieno per esempio i due correlativi sic e ut, allogherete sic infine della
principale, e vt in prin- cipio della incidente. Dicasi lo stesso de’ termini
cor- relativi potius e quam, magis e quam, ec. ec. 8. Se concorrono nello
stesso periodo molte propo- sizioni incidenti, nel riordinarle metterete prima
quel- la, che è principale rispetto a tutte le altre, e in se- guito
subordinerete alla prima quella, che la determi- na, così la terza alla
seconda, e la quarta alla terza. E in rtl processo bisogna tener presente la
teoria delle determinazioni di determinazioni, esposte in Sin- tassi peg. 66 e
seg. | <- APPENDICE | INTORNO A’ TRASLATI DETTI ANCORA TROPI. . i La
teoria de’ traslati secondo noi, e secondo le ra- gioni di un buon metodo nell’
insegnare, fà parte del corso filologico 0 grammaticale per lo principio
generale che dominio di grammatica è fin dove si estende la disamina della
parola. Or che cosa è il traslato nel senso de’ grammatici, se non il
trasportare che si fa di una parola da un significato a un altro ? Questa
disamina adunque viene a compiere lo studio intorno alla pa- rola come segno
rispetto al significato, e per ciò stesso rientra nel dominio etimologico e
sintassico. lo ho esposto questa teoria scientificamente nel III.° Vol. del
Nuovo Corso, e ne ho fatto un sunto nella Nuo- va Grammatica ragionata per la
lingua italiana , che sarebbe sufficientissimo ancora per la lingua latina. A
non ripetere le medesime cose io metto da banda la polemica, ed, accennando
alle teorie, mi fermerò un poco più nell’ applicazione delle medesime a certe
ma- ‘miere di dire de’ latini , la cui bellezza ed eleganza si deve ripetere da
questa ragione, INTORNO A’ TRASLATI DETTI ANCORA TROPI 189 CAPO L° VERA NOZIONE
DEL TRASLATO IN GENERE. Per traslato le scuole intendevano la proprietà, ché
hanno le parole, di essere trasportate da un significato ad un'altro. Così, per
esempio, la parola ardeo, es, si- gnifica ardere, ossia l’ azione del fuoco,
che brucia e scotta. Ma,îse troviamo questa parola nel seguente ver- so di
Virgilio Formosum pastor Coridon ardebat A- lerin , non diremo più che ardebat
significhi bruciare o ardere, perchè il pastor Coridone non era fuoco , ma
diremo che ardebat si è trasportato dal significato proprio all’ improprio o
metaforico di amare forte- mente, perchè chi ama così, sente un calore simile a
quello del fuoco che arde. Ecco come, dicono i filolo- gi empirici, è spiegato
chiaramente che il trarslato, così detto da zransfero, 0 il tropo, così detto
da una greca parola che significa verto volgere, consiste nel traspor- tare una
parola da un significato ad un altro. I Questa nozione, che le scuole si ebbero
formata del traslato, è falsissima , perchè le parole non si possono
trasportare da un significato ad un altro senz’ alterare la natura di una
lingua, come ho dimostrato con forti ragioni nelle due mie citate opere. Dal
fatto di molte parole, che in ogni lingua hanno perduto il primo sì- gnificato
e sono rimaste con quello del traslato , :non se ne può trarre argomento a
favore di quest’ assurda teoria, imperocchè ciò è avvenuto per la imperizia de’
parlanti , i quali, non sapendo il vero significato primitivo di quelle parole,
credettero che avessero quel significato relativo, che rilevava dal senso in un
costrut- to , ‘dove quelle medesime parole si trovavano ad altre * 190
APPENDICE congiunte. Avvenne a costoro ciò che potrebbe avve- nire ad un
idiota, che, vedendo in un lavoro di Mo- stico una pietruzza-pupilla , credesse
e la chiamasse sempre pupilla, anche quando è isolata dal contesto ed è
pietruzza assolutamente. Questo fatto adunque è ar- gomento di corruzione di
una lingua e non di pregio o di eleganza, perchè, se questo fosse, pregevole
cosa sarebbe il far perdere a tutte le parole di una lingua il primitivo
significato , e allora, come ognun vede, si passerebbe incessantemente da una
lingua a un’altra, perchè una lingua intanto è quella lingua particolare, in
quanto che ritiene quel significato per ogni parola, che fu assegnato dalla
primitiva convenzione. Fuori di questa supposizione non si ha più unità di
nazione, per esempio, da Romolo a Cesare, perchè le parole a’ tempi di
quest’ultimo significherebbero tutt'altra cosa, che non significavano a’ tempi
del primo: ogni tradizione sarebbe interrotta, e i fatti de’ primi secoli non
sarebbero più antecedenti a tanti conseguenti operati ne’ secoli - po-
steriori. La nozione adunque de’ traslati per una pro- prietà di trasportare le
parole da un significato a signi- ficati sempre differenti è assurda e
sovversiva. Se la. è così, importa sapere che cosa è il traslato nella sua
natura. E un fatto che la parola ardeo si- guifica primitivamente ardere o
cuocere ne è un altro fatto che nel verso di Virgilio riportato ardebat fa
intendere un’ altra idea, cioè l’amare for- temente. Bisognerà conciliare tra
loro questi due fatti per iscoprire la vera natura de’ traslati. , . E,
ricordando in questo luogo la distinzione, che ab- biamo fatta in Etimologia e
in Sintassi, del significato assoluto e del significato relativo delle parole,
cioè quello etimologico o delle parole isolate, e questo sin- . tassico 0 delle
parole congiunte, troveremo la solu- » INTORNO A’ TRASLATI DETTI ANCORA TROPI zione
di questo problema. ll relativo non è fisso o permanente alle parole, ma è
occasionato, in quanto che ‘rileva dal senso, in siffatta guisa che segregata
ciascuna parola dall’ unione di un costrutto, quel s- gnificato relativo non è
più, e ciascuna parola resta -col suo valore primitivo ed etimologico. Adunque
ùna parola non si può trasportare da un significato ad un «altro, ma,
combinandosi ad altre parole in un costrutto, ‘ha .la virtù di fare intendere
un’ îdea, che nessuna delle parole espresse la significa, ma rileva dal senso
“che è un risultato della loro unione. © i ‘‘ Ecco la vera e precisa nozione
del traslato in gene- re, dedotta dalla disamina ragionata del significato
‘possibile delle parole, e- da'principi inconcussi etimolo- «gici e sintassici.
Se mi domandate ora: che cosa è il traslato ? Vi rispondo che questa parola è
impropria, ‘perchè è un definito: che non. corrisponde etimelogi. «camente alla
sua definizione. Ma, perchè il vocabolo è antichissimo e prodotto dalla prima
autorità filoso-- fica, lo ritengo con questa dichiarazione, e dico che ‘il
traslato di qualsivoglia specie consiste nel combina- ‘re ‘insieme più parole
in modo che dal loro senso ‘commisto risulti l’intendimento di un idea, che non
ha ‘vocabolo, e che perciò: io chiamo innominata. Infatti il verbo ardebat nel
riferito verso di Virgilio fa in- tendere un amore forte e cocente non per sè
stesso, che etimologicamente significa ardere o cuocere pro- prio del fuoco, ma
perchè combinato al pastor Co- ridone, che non poteva ardere, ma amare -il vago
fan- ciullo chiamato Alessi. Se mi chiedete poi, perchè ciò si faccia ? Non vi
rispondo con gli empirici filologi che avvenga per ele- ganza o per lusso, ma
per bisogno di far intendere alcune idee, che io chiamo îinnominate, ossia idee
che 192 | APPENDICE non hanno parole, come loro segni, registrati nel di-
zionario della lingua. Le pàrole infatti di qualsivoglia lingua sono sempre
minori di numero rispetto alle idee, perchè queste crescono incessantemente,
come la nazione progredisce nella civiltà e nelle conoscenze, mentre le parole
non possono crescere con eguale li bertà senza rendere impossibile l’uso della
medesima ‘o senza alterarla. Adunque è chiaro da questo verso che il traslato è
un mezzo di bisogno obbiettivo , 08- sia argomento: di povertà di lingua. Se a
questo bisogno aggiungete 1’ altro, che deriva «dal subbietio parlane, il quale
o ignora e non ricor- da i vocaboli della ria lingua, onde ad esprimersi per
farsì intendere deve ricorrere a’ traslati, conchiu- derete meco che il
traslato è un mezzo di bisogno ob- biettivo e subbiettivo, e non di Jusso e di
eleganza, “. Posto che il traslato consiste nella combinazione delle parole,
fatta in modo che oltre il significato pro- prio di ciaseuna ne rilevi un altro
non appartenente ad alcuna, in brevi termini posto che il traslato dà un
significato relativo e non assoluto, è facile a inten. dere che, mentre è mezzo
di bisogno, diviene in peri tempo mezzo di ricchezza infinita per una lingua e
mezzo di purità e proprietà di scrivere, perchè per esso sole possiamo proporci
e risolvere il seguente problema : Dato un numero infinito d'idee in una na»
zione progressivamente civilizzata, esprimerlo con quel co numero di parole,
che la nazione possedeva nel» ipizio della sua esistenza politica, INTORNO A’ TRASLATI DEPTI ANCORA TROPI 193
CAPO IL° INTORNO ALLE QUATTRO. SPECIE DI TRASLATI PÈR OGNI LINGUA, Posto che il
traslato consiste nella eombinazione delle parole , per la quale in occasione
delle. idee espresse . 81 fanno intendere aleune idee innominate, è agevole a
dedurre che ciò non potrebbe accadere, se tra le idee nominate e le innominate
non vi fosse alcuna relazio- ne, la quale servisse di norma al parlante nel
combina- re le parole a un mede piuttosto che ad un altro, se- condo che il
bisogno di far intendere questa o quella Specie .d’idee richiedesse. Dalla
disamina di queste rela- zioni, che le idee. hanno tra loro, risulta la vera
no- . zione de’ traslati e la loro partizione. Ora è un fatto che in occasione
di alcune idee o alcune cose natural- ‘mente pensiamo alle idee calle cose
simili. Così, mentre pensiamo ad un oratore nostro amico, il pensiero ei
trasporta all’ oratore, che udimmo in un’altra occasione. Questo fatto è
costantissimo nello spirito umano, e per esso possiamo elevare un principio
generale, che non ammette eccezione , cioè che le idee simili fanno pen- sare
alle idee simili. Se dunque avvenisse che alcune idee simili non avessero nome,
cioè che fossero innomi- nate, per farle intendere nomineremmo le prime, affin-
chè in oeeasione di esse si svegliassero le innominate : Quando procediamo a
questo modo, ha luogo quel tra- slato, che impropriamente nelle scuole fu.
chiamato ine- tafora, e che noi più propriamente chiamiamo traslato di
-simuttudine, a cuisi rannoda l’antifrasi, o il traslato di contrarietà, come
vedremo. Così Virgilio, non avendo la parola propria per esprimere il forte st
di Coridone per Alessi, ricorse ai verbo ardebat, il quale, messo in costrutto
con Coridone ed Alessi, fece pen- sare a quell'amore per la similitudine, che
passa tra il calore dell’ affetto e quello del fuoco. 2.° In secondo luogo la
causa è intimamente con- nessa con l’ effetto , e l’effetto con la causa, in
gui- sacchè, pensando all’ una, non possiamo non pensare all’ altro e
viceversa. Dicasi lo stesso del soggetto e della qualità. Queste idee si dicono
connesse , e con- messione è un legame tanto stretto tra due idee, che - l'una
ci fa pensare all'altra necessariamente, appunto come il padre ci fa pensare
necessariamente al figlio e viceversa. Alcuni chiamano queste idee correlative.
Se avvenisse dunque che una delle idee connesse fosse innominata, .noi potremmo
nominare l’ altra, in occa= ‘sione della quale si svegliasse in mente nostra la
iri- nominata, Allora avrebbe luogo un traslato di Connes- sione , il quale è
di due specie , cioè sostanziale e causale. Il sostanziale è, quando si nomina
la qualità per far intendere il soggetto , e questo nelle scuole fu detto
Antonomasia : il causale è, quando si nomina l’ Effetto per far intendere la
causa, e questo traslato fu detto nelle scuole Metomimia. 3.° In terzo luogo le
parti sono congiunte al loro ‘tutto, in guisacchè, pensando a quelle, pensiamo
a que- ‘sto e viceversa. Se dunque la lingua mancasse di pa- role per esprimer
le parti, usando la parola che e- sprime il tutto, per un traslato, potremmo
far intendere le parti innominate. Questo traslato, sarebbe di Con- giunzione,
e nelle scuole va detto Sineddoche. La Simalitudine , la Connessione e la
Congiunzione sono il fondamento di ogni traslato possibile, come tre sono i
principi della riproduzione e dell’ associazione delle nostre idee ., se è vero
che.il traslato è impos- INTORNO A’ TRASLATI DETTI ANCORA TROPI 195 sibile, se
1’ idee nominate non avessero relazione alle idee innominate. Ma i traslati
sono quattro , perchè la Connessione è duplice, cioè Sostanziale e Causale. In
quattro articoli distinti produrremo delle dichiara- zioni e degli esempi per
ciascuno di essi. ARTICOLO 1.° Intorno alla Metafora traslato di Similitudine.
Im. questo - appendice non mi fermo a ricercare le condizioni richieste, e i
requisiti necessari per formare delle buone metafore ; perchè ne ho parlato a
lungo ‘nel Nuovo Corso e nella Nuova Grammatica ragionata . per la lingua
italiana. Chi dunque ne volesse discor- rere per principî ed approfondire le
ragioni ultime di ‘questo traslato, può riscontrare le citate opere. Pei gio- vanetti,
che si addicono allo studio della lingua latina, ..-ne.ho detto quanto basta
ne’ due capi precedenti, onde quì mi limito ad osservare alcuni costrutti, ne’
quali ha luogo la metafora. sn ne Ma, essendo la Metafora un traslato di
similitudine non ci è paro!a, che, messa a costrutto, non possa dare luogo al
medesimo ; onde è chiaro che sarebbe impos- sibile raccogliere in una lista le
metafore possibili di una lingua. Aggiungete che una stessa parola, segno di
una stesa idea in combinazioni diverse può dar luogo a metafore ancora diverse,
perchè la similitudine, che ha con un’ idea sotto un rapporto, è diversa dalla
si- militudine, che ha con mille altre sotto altri rapporti. Per giudicare
adunque di queste metafore, che io chia- Iro particolari e proprie dello
scrittore che le adopera, ‘vi è bisogno del buon senso diretto dal metodo eti-
mologico,. ossia da quel metodo, che tassa ogni parola pel suo valore
primitivo. Così nell’ esempio di Virgilio riportato a p. 189 non possiamo
conoscere che in For- mosum pastor Coridon ardebat Alexin vi sia una me-
tafora, se non perchè sappiamo che ‘ardeo, es, primiti- vamente significa
ardere cuocere proprio del fuoco. Ora, traducendo letteralmente il pastor
Coridone ar- deva il bello Alessi, apprendiamo che ardebat è ado- perato per
risvegliare la idea innominata del forte a- more sentito da Coridone simile al
fuoco per l’effetto del calore. | | Il Metodo etimologico è la bussola del
traduttore .nelle versioni delle livgue, straniere al medesimo, spe- .cialmente
delle lingue morte da molti secoli, ad inten- der le quali mancano tutti gli
ajuti di verificazione per lo ministero della parola viva in bocca delle na-
zioni trafficanti. -Per difetto di questo metodo sono di- .fettosissime alcune
versioni de’ testi classici latini fatte nel 400 e nel 500, quando invalse la
moda di tra- durre a senso, come dicesi nelle scuole. Imperocchè ‘tradurre a
senso senza afcuna limitazione importa dare alle parole un significato relativo
e possibile alla ‘ca- pacità del. traduttore. Ma, fissato una volta il signifi-
cato primitivo di un vocabolo : posto , per esempio , che ardeo significa
propriamente l’azione del fuoco, l' arbitrio del traduttore nel valutare questo
vocabolo combinato a metafora è limitato alle sole similitudini degli oggetti,
che hanno effetti o qualità simili a quelle del fuoco. Bisognerà dunque
conchiudere che una ver- sione : è tanto più pregevole, quanto più il
traduttore è filologo , cioè versato nell’ etimologia della lingua, e, rovato
che un tempo l’ Italia difettò positivamente di studi critici e filologici,
basterà questo solo per con- chiuderne che le versioni dal latino, quantunque
pre- gevoli sotto il rapporto della lingua italiana, soho im- INTORNO A’
TRASLATI DETTI ANCORA TROPI 197 \perfettissime sotto il rispetto della lingua
tradotta. E, ‘siccome queste versioni hanno servito da testi alle compilazioni
de’ Dizionari latino-italiani e italiano-la- tini, è agevole a comprendere che
moltissime parole . hanno avuto assegnato un valore non proprio sott’ogni
rispetto, e che perciò si avvertono ì giovanetti a non credere ciecamente a
siffatte autorità, ma fermi all’e- timologia de’ vocaboli si abituino &
tradurre i testi la- tini, come la ragione prescrive, e non come si è pra-
ticato senza regola. Se non mi allontanassi troppo da’ limiti prescritti .alla
mia brevità, nel presente Appendice potrei dimo- strare con mille fatti alla
mano le mie assertive. Ma «chi vuole accertarsene, non ha da durar molta
fatica, riscontrando quelle celebri traduzioni di. Livio di un autore antico,
tanto commendate da Paolo Costa. Quel che io mi son proposto nel presente
articolo è di notare alcuna metafore inavvertite nell'uso della lingua latina.
Io chiamo metafore inavvertite quelle «combinazioni di parole in costrutto, le
quali hanno per- duto il primitivo valore, ond’ è rimasto loro il solo rela-
tivo , ossia quello, che aveano virtù di far intendere in occasione del
proprio. Ne vado a produrre qual- che esempio. ; | A.° Nubo , îs, psi, ptum
presso i latini, costruito con un nome variato alla terza desinenza, si
adoperava nel senso del maritarsi, ossia del passaggio che.la don- na faceva al
marito , onde nubere alicui si tradusse maritarsi ad ‘alcuno , come il
passaggio dell’ uomo alla moglie dicevasi ducere urorem, che i nostri fanno va-
lere. per menar moglie. ll verbo Nubo nell’ uso della lingua latina non ha
altro significato all’ infuori di que- sto , il quale non è primitivo nè
proprio © etimologi- co., perocchè esso è derivato da nubes nuvola, onde 198 i
APPENDICE nubo io cuopro di nube o nuvola, come avviene al sole, ‘che, impedito
ad esser veduto .da noi, par che si cuopra .lJa faccia di un velo di nubi. E, siccome
le spose appo «i Romani, per modestia, andando a marito, si copri- vano il
volto di un velo, si disse nubere per simili- tudine del velo alle nubi, e
della faccia del sole alla faccia della sposa. | “ o 2.° Ignosco, îs è un
verbo, il quale, costruito con «un nome personale variato alla terza desinenza,
si fa valere per perdonare , come iîgnoscere alicui perdo- ‘nare ad alcuno; e
nell’ uso della lingua non’ ebbe ‘altro significato. Intanto Ignosco è parola
composta da ‘îg in vece di In in senso di ni non, è nosco cono- sco, sicchè
ignosco è identico. a non conosco: ma, sic- «come chi perdona l’offesa ad un
altro guarda l’ offensore con la calma di un uomo, che per tale nol conosce,
«si disse ignoscere per perdonare. L’uso ‘cieco delle mol- ‘titudini ignoranti
di etimologia fece perdere il primiì- ‘tivo significato di questa parola, e le
assegnò per pro- -prio quello, che ‘in occasione del suo ebbe virtù di far
-Intendere. a n a 3.° Elegantemente i latimi dicevano pendere animi, -pendere
animo, o pendere. animis, in senso di essere sospeso , essere in dubbio, per lo
quale, come disse «1 Petrarca: Nè sì né no nel cor mi suona intero, e «dicesi
ancora italianamente: star tra due. In questa frase .primamente osservo che
pendere animi è un costrutto figurato, perchè quell’ animi, nome variato alla
seconda desinenza, dipende dal nome sottinteso in statu ani- «mi, o causa
animi. (vedi Sint. fig.). Quando è costruito con animo ed animis; man- .ca la
sola freposizione, da cui dipende quel nome va- riato alla quinta desinenza.
Ciò premesso, io dico che pendere animi, animo o amimis in senso di dubitare,
INTORNO A' TRASLATI DETTI ANCORA TROPI 199 è per metafora, che si fonda sulla
similitudine dell’a- sta della bilancia che scende e non scende, quando ill
peso della merce non è nè più nè meno in perfetto equilibrio, con lo stato
dell'animo nostro, quando vuolsi deliberare a due partiti uno contrario all’altro,
ma i motivi della preferenza sono eguali. Il verbo pendeo invece, che vale
pendere, ossia essere pendente, è un alterazione del verbo pendo, che significa
pesare , il — quale poi pare formato da pondus peso, cambiata la o di pondus
nell’ e di pendo. Sicchè pendeo significa es- sere pesante, e perciò star
pendente e sospeso, perchè il pendere è causato dal peso. 4.° Adolescens ed il
derivato adolescentia si adope- rano, il primo nel senso di giovanetto, ed il
secondo in quello di prima gioventù, o adolescenza, Intanto 1’ u- no e l’altro
sono formati dal verbo adolesco, il qua- le è da oleo, e questo da olus, eris,
ortaggio, verdura. Sicchè adolescens significherebbe verdeggiante, e ado- |
lescentia la verzura. Ma, siccome la. prima nostra età dopo l'infanzia è vegeta
come quella-delle tenere piante, per similitudine que’ due vocaboli avevano la
virtù, com- binati a -costrutto, di far intendere le due idee ripor- tate. In
successo si è perduto il significato primitivo per la moltitudine, e sì fece
rimanere il solo relativo. . 5.° Gemma primitivamente significava una pietra
pre- ziosa, o gioja, gemma, cosi detta dal greco gemo, che significa esser
tumido o turgido. Per la similitudine della gemma all’ occhio della vite sì
disse gemma per far intendere quest’ ultimo , come quando disse Virgi- lio:
Pampinus trudit gemmas et frondes explicat om- nes. Il pampino caccia le gemme
e spiega tutte.le fo- glie. Il contadino romano, che ignorava l'origine della.
parola, adoperolla in quest’ unico, come proprio. —. 200. | |. APPENDICE POCHE
PAROLE INTORNO . ALL’ ANTIFRASI. Nella Nuova Grammatica ragionata Vol. III.
pag. 29 e .seg. come pure nel nuovo Corso Vol. III. pag. ‘76 e seg. ho ridotto
l’Antifrasi a’ traslati di similitudine, perchè, quantunque abbia per fondamento
la contra- rietà, sotto un rispetto non è che una metafora. L’
antifrasi.adunque si deve notare più come un tra- slato, che dà ragione del
mutamento. di significato di certe parole , anzichè come un mezzo di far
intendere le idee innominate contrarie, perchè nella lingua cor- rente le
parole non possono mai adoperarsi a signifi- care un’ idea opposta a quella,
che è stabilita dalla pri- mitiva convenzione confermata dall’ uso presente.. .
La maniera di far intendere tutto il contrario di quello, che le parole
contengono, è l’ ironia, la quale si sco- “pre dall’ accento e dal tuono, con
cui.le parole si prof- feriscono , o si deduce da tutto il senso, che precede,
Opposto al senso dell’ intero costrutto ironico. Così la | Seguente frase: voi
siete veramente savio, pronunziata con un tuono di voce ordinaria, dà un senso
di lode: pronunziata con un tuono d’ironia dà un senso di vi- tupero. Oppure,
se dopo di avere lungamente parlato di un vigliacco , riuscite in una frase
simile a questa: egli fu valoroso, dalla stessa scrittura si può appren- dere
il senso contrario. Ma Ja :moltitudine non è ca- pace d’ intendere le finezze
dall’ arte nella scrittura , e, perduto: il valore tonico dell’ironia in una
frase per qual si vogli cagione, ha potuto scambiare il valore pro- prio delle
parole .col suo contrario. Quindi avvenne che Iacus, +, significò il boschetto
ombroso, ossia privo di luce , mentre per. la sua. etimologia. devrebbe
signifi- ca Lucido, perchè viene da Lux laluce. Parimente la INTORNO A'TRASLATI
DETTI ANCORA trop: 204 parola perfidus dinota un traditore, un uomo perfido,
quantunque per la sua etimologia dovesse significare fe- delissimo, perchè
composto da pery che in composti» zione significa molto assai, tutto, e da
fidus fedele. Alcuni vorrebbero che officium in senso di officiosità cortesia è
per antifrasi, perchè officio composto da ob e facio vale nuocere. Similmente
Bellum significa guerra idea opposta a Bello, che etimologicamente si- gnifica.
Si riscontrino sul proposito i luoghi citati delle nostre citale opere. o sen
ARTICOLO IL Della Metonimia traslato di connessione Causale. ‘ La Metonimia
traslato di Connessione Causale si ha, quando si nomina la causa per far
intendere l’effetto, o si nomina l’effetto per intendere la causa. La cau- sa poi
è efficiente, occasionale, materiale, formale, fi- sica, e merale (vedi Puova
gram. rag. per la lingua” italiana vol. II pag. 31 e 32). Si avrà sempre meto-
nimia ogni volta che si adopera il nome di una siffat- ta causa per fare
intendere in una combinazione di costrutto i corrispondenti effelti e
viceversa. E,. sic- come il segno è un mezzo di farci pensare al signi-.
ficato, e viceversa, ed ogni mezzo è causa, terrete a metonimia que’ costrutti,
ne’ quali si nomina l’ uno per far intendere Y' altro. Dicasi lo stesso dello .
stru- mento, rispetto al lavoro prodotto col medesimo. lo non produco esempi
per quelle parole, che, conservan- do il significato primitivo nell’ uso della
lingua , si combinano a bella posta in costrutti metonimici per far intendere
le cause o gli effetti innominati per la stes- sa ragione arrecata innanzi,
parlando della metafora. 202 AbPENDICE | . Piuttosto credo necessario ed utile
notare alcune dì quelle parole, che per. metonimia hanno perduto il pri- mitivo
significato, conservando il metonimico relativo. 1. Duro as verbo significa
nell’ uso della lingua il più sovente durare, ossia continuare ad esistere, ma
duro è derivato da durus a, um, che significa duro opposto a molle , ‘e questo
significato della radice è chiaro in obduro e induro. | | - Se dunque duro as,
significa durare, è per metoni- mia in quanto che la durezza è causa o
condizione della durabilità, e, nominando la causa, si fa intende- re
l’effetto. si 2. Pereo ed obeo si adoperano in senso di perire finire, morire,
ma il primo è composto da per, che per metonimia significa in composizione
molto, assai tutto, ed il secondo da ob nell'istesso significato di per con lo
stesso verbo eo is, che significa andare. Adun- que pereo ed obeo
entimologicamente significano an- dar molto, assai, tutto. Ma, siccome il molto
andare è condizione 0 cansa ucl firmirz o morire, noinizando la causa per
l’effetto, ebbero quel significato. Onde dice- si elegantemente appo i latini
obire diem supremum per morire, ed. assolutamente obut marì. - 3. Comilium e
Comitia orum appo i latini signifi- : cava l'unione del popolo per deliberare
sulle faccende dello stato per tribù, per.curie e.per centurie, onde i comizi
tributi, curiati e centuriati. Ma comitium è parola derivata da comeo, verbo composto
da com in- vece di cum, che significa rapporto di unione, e itium derivato di
eo, 18, wi, itum andare. Sicchè comitium significa l’andata di molti nel
medesimo luogo, la qua- le, come condizione e perciò causa’dell’unione, meto- |
DE faceva intendere, l’effetto, cioè l'unione me- ma.. I | i INTORNO A’TRASLATI
DETTI ANCORA TROPI Alcuni grammatici insegnarono che il verbo Va- co as,
costruito col nome variato alla terza desinenza detta dativo, ‘significa’ – H.
P. GRICE: IO SIGNIFICO -- attendere, onde imparavano a tradurre: Plato vacavit
scientiis ommibus per Platone attese a tutte le scienze. Ma Vaco derivato da vacuus,
che ‘significa’ vuoto o vacante, etimologicamente ‘significa’ essere
disoccupato, nel quale senso l’adopera CICERONE (vedasi), seguito però da un
nome variato alla quinta desinenza, e in questo costrutto riducesi a’verbi d’abbondanza
o scarsezza, di cui si parla in sintassi. Se vt Vaco costruito nel primo modo
fa pensare all’attendere, avviene per metonimia, imperocchè l’essere
disoccupato o vuoto – cf. H. P. Grice: “Waste not, want not” -- di cure è una
condizione, e perciò un mezzo, o causa, di attendere. La proprietà dell'uso di
questo verbo in senso metonimico dipende da questa ragione etimologica. SE Parimente
insegnano che il verbo “incumbere”, costruito con un nome variato alla quinta
desinenza e preceduto dalle preposizioni Fn o ad, ‘significa’ attendere con
premura, onde imparano a tradurre: Incumbite in id studium în quo estis per
attendete con premura alla studio, in cus siete. Ma “incumbere”
etimologicamente ‘significa’ appoggiare la fronte sulla mano sostenuta dal
gomito puntato sulla tavola. Se dunque in una specie di costrutto fa pensare all'attendere
con premura, avviene per metonimia in quanto che il poggiar la fronte sulla
mano è un segno di forte attenzione sopra affari di premura. Infatti questo
verbo corre nell’uso della lingua col ‘significato’ primitivo di appoggiarsi, e
allora è costruito con un nome variato alla terza desinenza, come “Ajar încubuit
gladio” -- Ajace si puntò alla spada e appoggiossi col corpo alla spada ec. e APPENDICE
ARTICOLO: HI. Intorno al traslato di connessione sostanziale o detto antonomasia.
Per la relazione che passa tra soggetto e qualità o condizione di non pensare all'una
senza pensare all’altro, si può facilmente intendere che, nominando un solo de’termini,
si può intendere l’altro. Il che è chiarissimo dalla sintassi figurata, la
quale presenta mille esempi non solo d’aggiuntivi senza nome espresso, ma di
determinazioni senza determinabili. Ma fino a quando l’aggiuntivo o la
determinazione di ogni specie è costruita figuratamente, non ha luogo l’antonomasia,
come traslato, perchè questo è, quando il solo aggiuntivo o la sola
determinazione ci fa intendere un soggetto innominato, come “africanus”, l’affricano,
che ci fa intendere Scipione, non come semplice cittadino romano, bensì come
domatore di Cartagine. Così “macedo,” il macedone per antonomasia è Alessandro.
Noterò quindi alcune parole che perderono per antonomasia il primitivo
significato; se Urbs in sua origine è ogni città, quasi orbis dalla forma
circolare: per antonomosia, urbs pei romani è Roma, onde ire ad urbem, importa
andare a Roma. Alba longa è una città, così chiamata secondo ì favolosi
racconti dalla troja bianca ritrovata da’ tre- .Jani secondo l'oracolo. Ma alba
è aggiuntivo, che ‘significa’ bianco. Per antonomasia è preso come nome. Circus
è ogni cerchio, ossia figura rotonda, ma pei romani il circo è un luogo di
forma circolare, dove si dano i giuochi. Intorno al traslato di congiunzione
detto sineddoche. La sineddoche è un traslato di congiunzione, in quanto che,
combinando in un costrutto il nome d’una delle idee congiunte, si-fa intendere
l’altra. Le idee congiunte sono quelle del tutto e delle parti. Il tutto poi è
continuo o disereto; il tutto continuo costa di parti contigue, come un: masso
di marmo, un tronco di albero: il tutto discreto costa di parti distinte come
un esercito, una squola ec. E, siccome il contenente è un tutto rispetto a’contenuti,
che sono parti, e il genere è un tutto rispetto alle spezie, come la spezie è un
tutto rispetto agl’individui – v. gram. ital. --, è agevole a dedurre che la
sineddoche ha luogo ogni volta che si nomina uno de’termini di tutte le
riferite serie per far intendere l’altro. Questo traslato esercita una
grandissima influenza nell'alterazione del significato primitivo de'vocaboli,
come sì può rilevare da'seguenti esempi. Consul appo i romani è un. magistrato
supremo, che presiede alla repubblica per due anni: e due erano i consoli per ogni.
anno. Ma consvl è parola generica, che ‘significa’ consigliere o provveditore
delle bisogne in genere, come apparisce dal verbo consulo is in consulite vobis
et prospicrte patriae, badate a voi e provvedete alla patria. Per sineddeche,
nominando il genere a far intendere la specie, si disse: Consul ‘un
provveditore particolare. Similmente praetor il pretore, che è un magistrato, è
parola generica derivata eni andar avanti, perchè praetor è identico a praeitor
ogni uomo che va innanzi, e per sineddoche il pretore. Censor da censeo è ogni
uomo che giudica o estima, onde censore vale spesso un critico: appo ì romani
vale un magistrato, che dura cinque anni: per sineddoche nominando il genere si
è fatto intendere la spezie. Magister e praeceptor, maestro e precettore sono
due parole usate generalmente a significare un uomo dotto, che istruisce e
insegna teoriche e prescetti. Ma magister è composto da “magis,” e “ster” elemento
di sto, e vale chi sta più onorato, come prae-ceptor è composto da prae avanti,
e ceptor invece di captot elemento di capito; e letteralmente vale avanti
prenditore o 'prenditore’ delle prime parti: di ‘onore. Adunque per sineddoche:
sono adoperate nel senso particolare detto di sopra. “Rex,” il re, è derivato
da rego ts, che ‘significa’ reggere, e secondo questa etimologia è re ogni
reggitore, ma fe sineddoche, nominando il genere per la spezie, si dice “rex” un
sovrano. Dicasi lo stesso di re-etor, che, tradotto letteralmente, presso noi
vale un reggitore di comunità, mentre in virtù di sua etimologia è ogni
reggitore. Dicasi lo stesso di Dur uciîs, che, tradotto in italiano duca; è
divenuto un titolo di onore, come pure di principes principe, d’imperator
imperatore, il primo de quali ‘significa’ etimologicamente il primo nell’operare
per ragion di tempo, onde il princeps senatus il primo a dare il suo parere, ed
il princeps juventutis il primo de’cavalieri. Imperator è ogni comandante,
oggidi suona titolo di un sovrano in alcune nazioni. Di quanta importanza sia
questa disamina nel volgere il testo latino nelle lingue moderne: apparisce da
sè chiaramente. eat. pr fe PP PENA à.°
Egregius si è fatto valere dall’uso della lingua nel senso di sceltb, squisito,
eccellente: ma egregrus è parola composta dalla preposizione “e” e da “grege,”
che variato prende la forma d’aggiuntivo. Etimologicamente ‘significa’ scelto
dal gregge, e, perchè scelto, il migliore, eccellente: per sineddoche,
nominando la specie per far intendere il genere, si dice egregio ogni cosa
scelta, e perciò eccellente. Pullus propriamente ‘significa’, per quello che pafe
a me, il polcino, ossia il neo-nato dell’uccello, intanto nell’uso della lingua
si dice pullus pell’asinello, pullus pell’orsacchio; pullus pel cagnolino,
pulliss. pel porcello, ec. E: ciò per sineddoche, cioè nominando la specie per
intendere il genere. Aequor: appo i latini vale mare e propriamente il mare in
calma, quando l’acqua alla superficie presenta una perfetta eguaglianza. In
virtù della sua etimologia aequor è ogni superficie piana da aequus equo -
eguale, per sineddoche nominando il genere si fa intendere la specie. Pope A 4 APPENDICE
, COROLLARIO INTORNO ALLA PRATICA DELLE TRADUZIONI LATINO-ITALIANE E
ITALIANO-LATINE. Dalle cose esposte ne’precedenti trattati si deduce, come per
conseguenza, che la traduzione di una lingua in un’altra è letterale, oppure è
a senso: la traduzione letterale è identica all’etimologica, ed è quando la
parola di una lingua si fa valere nel suo significato primitivo e radicale, o
anche relativo o sintassico, in cui è adoperata da’parlanti in quella con
parole o con costutti simili della lingua, in cui si traduce, come ne’seguenti
esempi Deus creavit coelum et terranù 1ddio creò cielo e terra; accensus ira
vasa perfregit aeceso di sdegno infranse i vasi ec. La traduzione a senso è
quando le parole e i costrutti delle due lingue non corrispondono, ma nella
versione si combinano in modo che il senso rileva nella sua integrità. Così se
ll latino dice “Hic liber est mihè” ed io traduco “io ho un libro”, ho una
traduzione a senso, perchè le parole e il costrutto non corrispondono,
essendovi nel testo latino il verbo “est” e nell’italiano il verbo “avere,” in
quello un costrutto figurato rispetto a “mihi” -- sint. -- e in questo un
costrutto tutto regolare. Si può quì indi quistionare se sia possibile una traduzione
rigorosamente letterale, o in altri termini, se una lingua possa corrispondere
esattamente ad un altra nelle parole e ne’costrutti, in guisacchè paragonando
le parole del testo con quelle della versione si possa avere non solo lo stesso
numero di parole, come nel primo esempio, ma ancora la stessa forma di costrutti
regolari o figurati : La quistione ridotta a questi termini si può facilmente
risolvere negativamente,perchè in fatto niuna versione in qualsivoglia lingua
di un’altra lingua -- e non d’un pezzo di scritura -- si è data finora in
questo senso rigoroso di letterale; la ragione poi di questa impossibilità è
nella diversa natura delle lingue, le quali non tutte convengono nella stessa
maniera particolare di generare le parole secondarie per variazione,
derivazione, e composizione, perchè alcune per esempio hanno ne’nomi desinenze
etimologiche ‘significative’ della quantità discreta e continua, della qualità,
del sesso, delle relazioni ec. Altre ne mancano, come vediamo della lingua
italiana rispetto alla latina. Così pure la latina ha più avverbi che non ha
l'italiana ec. Or, quando una parola è variata per desinenza etimologica,
racchiudé più idee, ad esprimere le quali vi è bisogno di più parole di un’altra
lingua, che manca di quella variazione, e, se il latino dice “poetae”,
gl’italiani debbono far corrispondere “di poeta.” H. P. Grice on Hardie: “And
what do you mean by ‘di’?” Similmente
se il latino dice “nunc,” l’italiano deve esprimersi con sintassi regolare “in
quest’ora,” con sintassi figurata, “ora”. Così a tum, unica parola ne deve far
corrispondere tre, cioè allora, che sciolta vale a la ora. Ragionate allo
stesso modo, se sì tratta di tradurre in latino un testo italiano. 0]- tracciò
l’attuazione de’costrutti figurati non coincide in tutte le lingue rispetto
alla medesima specie di parole: per esempio i latini adoperano il nome variato
alla quinta desinenza, detta abblativo, senza preposizione espressa quasi
sempre, gl’italiani non possono farlo in alcun caso, perchè, mancando delle
desinenze sintassiche, indtrrebbero confusione – H. P. Grice: desideratum of
conversational clarity – be perspicuous [sic]” --: in quanto a’traslati molto
meno si può sperare corrispondenza perfetta tra le lingue, nali essendo
costituite sulla similitudine, sulla connessione e congiunzione, i termini di
queste i relazioni variano come i tempi, i luoghi, i costumi, la religione, la
politica e le abitutini delle diverse nazioni. E tante volte accade che untraslato
riesce. ri> dicolo, trasportandosi da una in un’altra lingua. Per
esempio, i romani dieevano ire pedibus in sententiam alicujus per far intendere
[H. P. GRICE: IO SIGNIFICO, IO INTENDO] con una metomimia il convenire nella
stessa opinione, perchè è costume nel senato che, quando un senatore da il suo
voto co’piedi anda dinanzi allo stallo di un altro, che avea opinato e questo
basta per far intendere – H. P. GRICE: IO SIGNFICO, IO INTENDO -- che egli la pensasse
come lui. Ma, se oggidì traducessimo letteralmente andare co’piedi nella
sentenza di alcuno, faremmo ridere, perchè non sarebbe intesa – H. P. GRICE: IO
SIGNIFICO, IO INTENDO -- la idea innominata in costrutto di traslato. Conchiudo
da tutto ciò che la versione letterale in senso rigoroso, cioè che ad ogni
parola di una lingua ne corrisponda una dell’altra, e che i costrutti regolari
e figurati e i traslati si corrispondano esattaménte, è un assurdo pronunziato
dagl’idioti in filologia. È, se mi si vorrauno produrre in contrario alcuni
sforzi d’ingegno, pe’quali alcune versioni contengono un numero di parole pressochè
eguale a quello del testo, io faccio osservare di rincontro che la versione non
è esatta, oppure la differenza è ne’costrutti o ne’traslati. Una versione
dunque può dirsi letterale nel senso che il traduttore si è attenuto per quanto
la proprietà delle due lingue ha comportato, e, procedendo con questo
principio, sì è lasciato meno trasportare dall’arbitrio. Ma, se una versione,
non può essere letterale, dovrà necessariamente essere a senso o di
equipollenza, come ho accennato in molti luoghi della presente grammatica.
Questa specie di versione, unicamente possibile, ha per sua legge e condizione
l'integrità del senso contenuto nel testo, non avuto riguardo al numero delle
parole o alla forma particolare de’costrutti. E per riuscire in questo si
richiedono indispensabilmente le seguenti condizioni: una perfetta conoscenza;
per quanto è conceduto ad uomo pratico e diligente, delle ragioni etimologiche
delle due lingue per valutare nel giusto peso il ‘significato’ delle parole di
ciascuna; piena conoscenza della sintassi regolare e figurata attuate dall’uso
nelle due lingue, affinchè non solo si conosca il valore relativo, che risulta
dalla combinazione delle parole, ma si serbi la preprietà dei costrutti; conoscenza
esatta delle due civiltà appartenenti alle due nazioni, che parlano le due
lingue, affinchè si possano valutare i traslati delle medesime per dare in
equivalente nell’una ciò che è proprio dell’altra, e tale che non si può trasportare
da quella in questa senza riuscire puerile e ridicolo – H. P. Grice, “or both: “He
fell on his sword” --; nel sostituire l'equivalente in una versione a senso
vuolsi badare che il traslato sostituito sia sopportevole nella stessa lingua.
del testo, in guisa che se un parlante di quella nazione, comprende la lingua
della versione puo riconoscere come cosa sua il traslato medesimo. Per mancanza
di questa condizione diffettosissima è la versione di CESARI (vedasi) nelle
cinque commedie di TERENZIO (vedasi), dove a certe forme latine fa
corrispondere in men di un Credo, in sullo scocco dell’Ave Maria ec. perchè
simili allusioni sono ributtanti in un libro, che si versa intorno ad una
civiltà pagana, dove il pensiero non va ma rifugge dalle idee cristiane. E qual
bisogno vi è di far questo, quando la lingua italiana presenta tanti modi
comuni equivalenti? Tutto questo è pei traduttori. Pe’giovanetti che incominciano
a tradurre si raccomandano le due prime condizioni, cioè la conoscenza dell’etimologia
e della sintassi e le nozioni generali intorno a’traslati, e perchè mancano
ancora dell’erudizione necessaria per valutare l’allusioni – o implicature,
come preferisce H. P. Grice – i sottitesi -- delle due lingue si raccomanda
loro più la letterale che la versione a senso, più la fedeltà che l’eleganza.
Alcuni grammatici hanno fatto una raccolta di frasi italiane colle
corrispondenti latine, e di frasi latine corrispondenti alle italiane: lavoro utile
fino a un certo segno, o che io mi propongo di fare accuratamente nell’elocuzione
latina, a cui appartiene propriamente il lavorìo del materiale grezzo e ruvido
delle parole studiate in queste prime parti di grammatica. at | precenori ag a DA Introduzione intorno
alla definizione ella Sintassi Li , sn genere e A ge . DELLA SINTASSI
"PARTE data di | » ‘Intorno alla Sintassi regolare, 0. anatitica. Zatorno
alla Proposizione în genere, e sue i <400 ‘specie +» Della proposizione
‘sotto il rispetto del ‘contenuto . .. +... as a ‘ sotto îl rispetto di.chi
parlà. . 6° +. «è dr. I. Caràtteri della Proposizione principalè , ‘fdeali ed
empirici. . . è Anr. IL. Intorno: ci Caratteri ‘della Proposizione i ‘
‘Ineidente, Esplicita (H. P. Grie) e .Implicita H. P. GRICE IMPLICATURA. ..Della
ani SERE smplieita impe-- L rativa. 0 0 -. Ò ® $ Intorno alla proposizione
incidente implici» --ta infinita . . + do e e S 3. Intorno alla propobizione
incidente implici. È :ta Copulativa . . + i G 4. Della proposizione incidente
implicita inter= rogativa . Ù o. ° . DI CD) . o ° ° . 15 Zatorno alla
proposizione considerata v9 4 - 122 26 . Ma Li 30 sì 214 . Se zione III.
Zutorno ‘alla proposizione sotto il ri- spetto di chi ascolta, ossia della
-Proposizione Grammaticale, e Logica 0 Discorsiva Arr. Z. Intorno aî caratteri
della sia Grammaticale. . . Ant. II. Intorno alla Proposizione Logica 0 Di
scorsiva. è. >» f1./ntorno alle Determinazioni del primo De terminabile.
Num. |. Zatoruo alle determinazioni del primo de- terminabile nome. . . Nym 2.
/niorno alle determinazioni del ‘primo | de- , tefminabile— Infinito. ., . Art.
11. Intorno alle determinazioni del secondo — determinabile—Verbo | Zutorno
alle determinazioni dei verbi astrat- li SUM E FACIO Num 2 /ntorno alle
determinazioni dei verdi Con- creli . . ART. III. Intorno ‘alle determintizioni
del terzo determinabile Aggiuntivo . . 1. Deserminaz ani del'aggiuntivo ‘nellò
compa: a ; razioni di Eguaglianza VEE $ 2. Determinazioni dell’ aggiuntivo nelle
compa- ‘razioni di semplice diversità .Detergunazioni dell aggiuntivo: nelle.
comi _parazioni di diversità composta Intorno lle determinazioni del quarto :
«determinabile verbale.Intorno alle determinazioni proprie dei Ver | bale-modo Intorno
alle determinazioni porticolari e‘ proprie del verbale di moto Determinaziani
dei verbi cancreti non objet- MO SORADa ti. È ta Ù ro» | ivi uri” - Ù 215 Intorno alle
determinazioni di determinazioni è | DELLA SINTASSI. [atoroo alla Sintassi figurata o sintetica e
sua partizione Pi Ci è’ 0. . SEnoNE I. Intorno alla sintase: ‘ Agurnta, 0 dei
mo- d: sintetici sotto il rispetto della proposizione. Introduzione intorno
allu PrORSMIOno analitica e sintetica . Intorno alta proposizione sintetica per
; | sintesi semplice nella proposizione Zntorno alla proposizione sintetica per
sintesi composta nellu proposizione. Arr. I. Intorno alla proposizione
complessiva. Intorno alla prOpanzione sintetica dupli- cata. . ‘Sezione ll.
Intorno alla sintassi figurata sotto il rapporto delle de:erminazioni. Della
sintassi i figurata nelle determinazio- ni,ch- fanno intendere un'intera
proposizione. D»ila sintassi figurata nelle determinazio- Î Introduzione, idea
generale della sintassi figurata 3 71 72 74 ‘ivi 77 87 ni, che fanno intendere
un’ intera propenso: x ne semplice Della sintassi. figurata: nelle
determinazio. ni, che fanno sntendere un «intera PRE ne comparatica e" S
1. Della sintassi figurata nelle proposizioni comparative di equaglianza +Li .
(ivi A Zntorno alle determinazioni, che fanno în- tendere una proposizione
comparativa di di- | versila Della sintassi ‘Rgurata: nelle determinazio. | ni,
che fanno intendere un solo determinabile. Arr. I. Intorno alla sintassi
figurata negli aggiun- livi 0 prenomi » e nelle parole derivate e com- poste in
forma di aggiuntivi, cui manca il nome Iritorno alla sintassi figurata nei nomi
ter. mini di rapporto cui manca la preposizione , che în sintassi regolire
dovrebbe precedere . G1. Sintussifigurata nei nami varidti alla. Pea it .ta
desinenza senza preposizione. Della. sintassi figurata nel nome variato a alla
quinta desinenza senza preposizione Intorno alla sintassi figurata nelle pre.
posizioni; cui manca îl primo termine . . . (1. Intorno alla sintussifigurata
nei Nomi va. . riati alla seconda e terza desinenza. Num. 1. Costruiti figurati
nel nome variato alla + 8e- conda desmenza, detta genitivo . .. > . Num.
2. Interno alla sintassi figurata nei nomi va-. ; . riali
ulla-terza de\inenza.. detta dativo ... . 6.2. Zntorno alla sntassi figurata,
nelle prepo- sizioni del nome senza primo termine Zntorno alla sintassi
figurata nelle prepost- zioni. del i eee vai termine. . 127 verb. °°. Num..1.
Alcuni Pstmpi ‘dî sintassi figurata nelle preposizioni IN, SUPER. SUPRA, SUB,
SUBTER. $ 4. Intorno alla sintassi figurata nelle prepost- a del verbale senza
Da: termine — Fer- QUE. et. è Num. 1. Esempi di sintassi i figurata nelle
preposi- “ ZIONî A, AB; 48$, si a prino termine = iWerbalon. sg © e a e e 9
Num. 263. Esempi di sintassi figurata nelle due | preposizioni AD e PER senza
verbale espresso – non implicato H. P. Grice. Intorno alla sintassi figurata in
certi par- i ticoluri cosirutti. Intorno a certe altre volute figure
grammaticali $ Nea ° 0000. lil GI. Irttorno al Pleondismo 0 ripieno ‘0 7. 142
62. Intorno dilla così detta Sillessi. Intorno all’ Iperbato Dell’ Antiptosi e dell’
Enallage. e.»Intorno all’ Ellenismo o grecismo Intorno a certe norme per educar
e il buon senso all’ analisi etimologica e sintas. sica. S 1. Norma legica per
discernere il ME termi: ne di proposizione . . . > @ © dol S 2. Norma
logica per di \cernere î ‘primi termi. ni delle pre posizioni e deî loro
termini dî "e por to. D) . . C) PA ° Ù) C) è - CI . 153 Ì Testo . .. sé a
100 Analisi Eumologica è @ al de & de dg a 0 AI Analisi Sintassica. .
oe 0 + Trattatino intorno alla Coin
latina, Iniroduzione Znrorno all'ordine naturale delle parole in un costrut'o. Poche
parole intorno all'ordine artificiale. Regole pratiche per lu costruzione latina (i .
APPENI ICE Intorno a' Traslati, detti ancora iropi, Introduzione Vera nozione
del Trasi ‘0 Intorno alle quattro spe | ; per per ogni lingua . » . 8 ! Arr. I.
Intorno alla melafora traslato di simility- di ue 0) ° e . ‘. dine . .U... Poche parole intorno ull'
antifrasi. Della metonimia traslato di connessione causale . .° .°.0.00% 000. Arr. III. Intorno al traslato di connessione
sostan- siale detto antonomasia. Intorno al traslato di congiunzione detto
sineddoche . Intorno alla pratica delle traduzioni z x datino-ttaliané è
Utuliano-latine .. . ‘o LI CONSIGLIO GENERALE DI PUBBLICA ISTRUZIONE Napoli d
Settembre 1855 ‘ Vista la domanda del Tipografo Nicola Mencia, con la quale ha
chiesto di porre a stampa l’opera : Intrroduzione allo studio della lingua
latina, ossia saggio d’una grammatica latina ragionata. Visto il parere del R.
Revisore signor D. Paolo Garzilli. Si permette che l'opera indicata si stampi ;
però non si pubblichi senza un secondo permesso, che non si darà, se prima lo
stesso Regio Revisore non avrà attestato di aver riconosciuto nel’ confronto
esser l’ impressione uniforme all'originale approvato. Il Consultore di Stato
Presidente Provvisorio CAPOMAZZA. Il Segretario Generale Giuseppe Pictrocola. Intorno
«alla metafora traslato di similitudine Poche parole intorno all ‘antifrasi. “n . 200
ART. II. Della’ metonimia traslato di connessione causale A - Intorno al
traslato di connessione sostan- ziale detto antonomasia Arr. JV. Intorno al
traskato di CORSIABSONE detto sineddoche . ; Corollario. = intorno alla pratica
delle traduzi oni ‘ latino-îtaliang 6 Uuliano- latine. . </pre>C. GRAMMATICA
RAGIONATA PER j BA BITEPA ITALIANA secondo i principit CORSO DI LETTERATURA
ELEMENTARE Vi DI il | \ I} pp | RIDOTTA
A DIALOGO DALLO STESSO AUTORE | ò A SPESE DI LEONARDO VARGASBA a - lee TTT AIA rt + tr et VOL. I. PELLE
SCUOLE DI BASSA GRAMMATICA * © NAPOLI N.° 41. STAMPERIA STRADA SALVATORE 1854
RR 2 —— La . e 2. . e . . ® . 1 } tas 1.2. 1 IM PEPIRO P oe Za | - e. Cd 4 « è
. . - » a ? 3 i Ù . » Ì i ‘ - % -- 0090 V- © 0) vu e AR» 205 = + der 8 SEGRETI
St - Ux ea sie renna Pr FO TIE r » £ «7. : nisi i Leni =, hi “s * Ni PT) EI
> 7 IENA gie nti, ui AACRIO PCPOAAA, Di vero re. + REGIA: ET LA NSIA uo «0-0
Len 1 2 si RITIRI 0A & = £ è. Turion ie 7 Li e A \ ! >” - . 7 er e . a
(as VARA: . cu. è $ . 3 - . x i r * È » hr. EE È ‘ d lf 3 + î x s do ‘ 000 een
@ e. Fmi 2 a po DI ” mega - - Dopo di aver pubblicato un Corso grammaticale
.com- pìuto in tre grossi Volumi, ne’quali, abbattuto il cieco em- pirismo ,
che invase finora tutte le filologiche discipline , vennemi costituito un
sistema scientifico, mi credo già nel dritto di scrivere una Grammatica
ragionata per uso delle scuole, quale fu sempre ne’ desideré comuni , e per
opera di alcuno non mai asseguita. Tutti i tentativi fatti fino- ra per una
riforma riuscirono vani, perché, come ho di- mostrato quasi in ogni pagina del
Nuovo Corso , essendo le istituzioni travagliate internamente per non avere che
regole invece di principî, dovevano essere ristaurate dalle fondamenta , e non
solo abbellite al frontispizio. Dacché la filosofia si dissociò dalla
filologia, questa, che pel Vico fu il fondamento della storia ideale eterna,
riuscz.in ma- no de' pedanti e de’ parolai una palestra di .ridevoli qui-
stioni , e quella, se progredà colla libera discussione ri- vindicata dal
Cartesio, scompagnata dalla parola divenne atea, o scettica, o panteista.
Ricondurre in casto connu- bio la parola e l’idea, la filosofia e la filologia
fù il no- stro divisamento nello scrivere il Nuovo corso , il quale, essendo
stato degnato della pubblica indulgenza e con fa- vorevoli suffragi accolto da'
dotti uomini versati nelle filo- logiche quistioni , ci dà l animo di
francamente asserire che niun’altra grammatica, o italiana, 0 greca , 0 latina,
o alemanna, o francese, può paragonarsi a questa, sia che » 4 i guardi l’
universalità de’ principî, sia Z’unità sistematica , sia l'eccellenza del
Metodo, sia Za verità delle nomencla- ture, sia l'esattezza nel definire, sia
l’adeguate classifica- zioni. Per questi pregi, che dal Nuovo corso in questa
de- rivano, essa a buon dritto si può addomandare la Gram- matica delle grammatiche
, la Grammatica universale, ‘la legislatrice suprema di tutte le particolari
grammatiche ,. perchè per essa, sbarazzato l'ingombro di tante regole as-
siepate da ‘tante legioni pugnanti di eccezioni, vengono mes- se in chiara
prospettiva gli universali principi, che gaver- nano tutte le lingue, e che
sono la ragione prima ed ul- tima di ogni grammatica. Se dunque to chiamo
ragionata questa mia grammatica, non credere, mio dolce Lettore, che io vada
allargandomi in sotligliezze metafisiche, in inlerpetrazioni speciose , in
istudiati ragionari., no , ché so ben io essere cose siffatte tanti ostacoli
alla tenera intelligenza de’ giovanetti , che non regge a disquisizioni lunghe
e profonde. La chiamo ragionata, perché: è fondata sopra principî, che formano
ragionare. Quindi è che, mentre abbraccia otto grandi trat- tati, cioè, l'Etimologia;
Za Sintassi regolate; Za Sintassi figurata, :la Costruzione, Za: Punteggiatura,
è Traslati, Z'Elocuzioue, il Primo Comporre o tl Periodo, essa
si.comprende in tre Volumetti, che compa- ginati formerebbéro un. sol Volume di
giusta grandezza. -In sì piccola mole si racchiude tanta doltrina, che 1 gram-
matici ‘cedettero: in .gran parte alle usurpazioni de' Retori ? . Or come tutto
questo” Come tanta brevità tanta distesa? ° Perché 1: principî, sostituiti alle
regole , sono enunciazioni -comprensive di itutt'i casi. PEIODAR possibili
senza eccet- tuarne altuno.. | |. î Ne questi soli vantaggi ‘presenta una
ravioli «@ que- sto senso ragionata: ve ne sono ben aliri di maggior .im- @* 5
portanza rispetto al metodo per apprendere le teorie e im- parare le lingue.
Ogni precettore di buon senso ha potuto osservare co- stantemente che i
giovanetti, salvo poche e rare eccezioni, dopo di avere imparato parola per
parola un trattato, se ne dimenticavano a corto andare , in guisacchè in
Sintassi disimparavano l'Etimologia,in Elocuzione la Sintassi. La causa poì di
questo fenomeno passava inosservata, perché é precettori fedeli al libro, che
insegnavano, non avverti- rono che l’Etimologia non avea alcun nesso colla
Sintassi, né questa cogli altri trattati successivi. Ora è provato che la
scienza non si costituisce nello spirito-senza alcuni no- di o legami, che
stringono insieme gli antecedenti e i con- seguenti. La nostra grammatica è
lavorata su questo prin» ‘cipio per formare un metodo scientifico d' imparare
per sapere. Il metodo per imparare le lingue non ha formato mai obbietto della
grammatica delle scuole, la. quale non si propose che di studiare empiricamente
le parole , adopra- te dagli scriltori in qualche testo classico e non mai una
lingua, come sistema di parole.La grammatica ragionata, che io offro al
pubblico ,. si presenta col doppio titolo di Scienza e di Metodo. — Se essa
merita sl titolo di Nuova grammatica lo lascio dedurre al mio lettore. Resta
ora a vedere se ben si possa dire: Nuova grammatica ragionata per la lingua
italiana. ‘ Come invero si può concepire che una grammatica ge- nerale sia nel
medesimo tempo particolare? Ma, se tutte le lingue, come abbiamo detto testè,
sono governate dagli stessi principî, non sarà difficile a comprendere come la
nostra grammatica ragionata possa avere una specialità per la lin- gua
italiana, specialità consistente nel produrre esempi parti- colars di questa
lingua, a' quali sostituendo esempî desunti da altre lingue, ne risulta una
grammatica latina, fran- 6 cese, tedesca ec. Le lingue non hanno di particolare
che la forma delle parole e la specialità delle loro esplicazio- ni.Ora la
parola, come parte materiale di lingua, si ap- prende în lessigrafia, la quale
appartiene alla grammatica infima, e di cui non ci occupiamo noi, che prendiamo
a disamina la parola sotto il rapporto della sua significazio- ne scientifica,
incominciando dall Etimologia. Vediamo in ultimo come questa nostra grammatica,
con- tenendo sì alti principî, possa avere una destinazione ad uso delle
scuole. E, considerando che î principî non sono né alti né bassi per l’umana
ragione, ma, quando sono chiaramente formulati ed espressi, s'intendono come si
enun- ciano, perchè la loro verità è evidente all’ intuito dello spirito umano;
non vi sarà chi possa dubitare ‘che la no- stra grammatica non riesca più
facile di quella delle scuo- le. Oltrecchè. co‘principî veri sostituiti alle
false regole em- piriche si ottiene il vantaggio, che i giovanetti non solo -
chiaramente comprendono e ritengono il libro che studiano, ma molte cose
deducono da’ pochi principî bene apparati. Dal canto mio mi sono studiato di presentare
le teorie con un dialogo chiaro, facile, graduato e con formole per quanto
precise per altrettanto esatte, in guisacchè, se è precettori cureranno di far
intendere ed imparare quello che trovano nel libro, rilrarrano in brevissimo
tempo al cento per censo di profitto da' loro discepoli. Questo primo Volumetto
contiene l'Etimologia divisa in cinque parti, cioé, 1. Delle Classi
Categoriche. 2. Delle Classi Ipoteoriche. 3. Delle parole Variute. 4. Delle pa-
role Derivate. 5. Delle parole Composte. | Mi è piaciuto di aggiungere in fine
un Appendice di Lessigrafia per la Variazione, Derivazione, e. Composizione de
Verbi latini, in tante tavole sinottiche, per le quali în meno di due mesi si
può imparare a conjugare ogni verbo 7 latino non solo, ma a formarne tulte le
derivazioni, © le composizioni possibili. Avverto in fine che, in questo
Dialogo venendo trasfusa. la sostanza de'trattati del Nuovo Corso , molte
correzioni e dichiarazioni vengonvi fatte, che possono servire di lume ad
alcune quistioni ivi esposte, e che non si contengono tl | que'pochi fogli di
dialogo inseriti ne quaderni di ciascun volume. Raccomando a’ precettori la
pazienza , © la diligenza , quella nel dichiarare le cose nuove , che non sono
poste per lusso di erudizione, ma per indispensabile necessità dî dottrina e di
metodo; questa nello svolgere *l Nuovo Cor- so per impinguare le Lezioni di que
ragionari , che , se non sono tutti ritenuti da' giovanetti, lasciano
impressioni profonde ne’ loro animi. Jo ho cercato di essere breve per quanto
mi fu possibile, ma conosco che bisognerebbe am- pliare per informare
pienamente la gioventù studiosa. La- scio quindi il dippiù alla diligenza de’
precettori. Protesto che in fatto di nomenclature ho rispettato, fin dove ho
potuto, quelle delle scuole: dove ho mutato, fù per bisogno di servire alla
verità ed all'universalità de'princi- pi, perchè son convinto , che vale più un
principio vero fatto comprendere colla pazienza di un mese , che mille regole,
assiepate da una selva di eccezioni, mandate a me- moria in un’ ora. Io procedo
per un campo sgombro dî ostacoli : enuncio principî , che si verificano mai
sempre nella pratica. Or come ritenere le barbare nomenclature delle scuole e
ripromettersi tanto? °»—_’ INTRODUZIONE INTORNO ‘ALL’ESTENSIONE DELLA
GRAMMATICA D. Che cosa è la Grammatica? R. La Grammatica (1) è /a Serenza della
parola, sotto ogni rispetto: considerata. +» D. Sotto quanti rispetti si può
considerare la parola? R. Sotto die generalissimi rispelti, cioè 1. della sua
quantità, 2. della sua significazione. D. Di quante specie è la quanzità della
parola? R. Di die specie, cioè quantità successiva o discreta, e quantità
confinua. - a o D. Quale la quantità successiva o discreta della pa- rola o Mi
R. E la parola stessa pronunziata, la quale è m suono o un complesso di suon?
per la bocca, ‘e ‘sì dice successiva e discreta; perchè il suono, o i sont,
‘costano di parli distinte , che si percepiscono per l’ udito, l'una dopo l’
altra, in diversi momenti di tempo. . | D. Qual'è la quantità continua della
parola ? R. E la stessa parola scrizta, la quale è un’ estensio- {1) Grammatica
è parola greca , che in virtù della sua etimolo- ia significherebbe la scienza
deile lettere, da gramma lettera , che e il primo elemento della parola, ma
ognuno sa che per sineddoche si prende spesso la parte pel tutto, come nel caso
presente. La gram- matica non è arte, come è stata delinita nelle scuole, e
molto meno di ben parlare 0 scrivere, perché l’arte è un abito di operare, e la
grammatica è un complesso di principii, che precedono l’arte: il ben parlare
equivale a ben ragionare, obbietto di rettorica.E, se la gram- matica in una
sua parte, cioè nell’Elocuzione, insegna a correggere i difetti del parlar
comune, si potrebbe dire scienza, che corregge i goto e nonche forma il bel
parlare, com'e dimostrato nel Nuovo orso. i #0 40 . ne colorata, o un complesso
di estensioni eolorate, e si dice conzinua, perchè l'estensione costa di par-
ti congiunte, che si percepiscono per la vista nel medesimo tempo, e non una dopo
l'altra, come le arti del suono. 0 D. Che cosa ottiene la grammatica nello
studio della parola considerata come su0n0? R. Ne ottiene i seguenti trattati,
cioè 1. la Fonologia ossia il trattato della retta pronunzia delle lettere ,
delle sillabe e delle parole; 2. la Metrologia ossia il trattato della
verseggiatura; .3..la Declamazione elementare, ossia il trattato che insegna
a-pronun- ziare le ‘parole ne’ costrutti. © ha D. E che cosa ottiene la
grammatica dallo studio della parola considerata come è scritta? » R. I
seguenti traftati , cioè 1. la Calligrafia, ossia l’arte del bello scrivere; 2.
.la Ortografia, ossia la scienza di bene scrivere le parole, c4 e la Punteg-
giatura elementare (1). ia D. Come. si addomanda la grammatica, che si versa su
questi trattati? CR . Grammatica infima , della quale non ci occupia- mo noi
nel presente corso d'insegnamento (2). (1) La Punteggiatura parrebbe di
pertinenza della bassa gram- matica , contre quello che abbiamo divisato nei
Nuove Corso. Ma, se si rillette, che la punteggiatura in Ortografia Prende di
mira îl modo, come si scrivono i segni , e nella sintassi il valore de’ mede-
Simi , come significanti relazioni sintassiche, solto il rispetto delia
profferenza $ si vedrà chiaramente che noi non ci discosliamo da quanto abbiamo
ivi stabilito . | (aci . (2) A taluno per avventura parrà strano che in questo
nostro disegno di grammatica la Metrologia vada posta nella parte infima,
mentre nelle istituzioni delle scuole viene allogata nella parte più «alta. Ma,
se la pratica delle scuole fu guidata dal cieco empirismo, mon costituisce una
ragione di vero metodo. lo anzi ho delle pruove apogittiche a dimostrarne
l'assurdità, perchè a rigore di metodo ia Metrologia deve precedere
all'etimologia, come l’ortoepia ad ogni ra- pione grammaticale. Dico di più che
allora si saprà leggere, quando fanciulli egualmente i poeti che i prosatori
correttamente legge- | Fanno, H che non si ottiene senza la Metrologia. iii e |
i 11 D. Che cosa ottiene la grammatica studiando la pa- rola rispetto al suo
significato? — «> = ©» R. Se va in cerca del significato delle parole
isolate © ossia distaccate dal'discorso, ottiene l'Étrmologia, la quale perciò
è la scienza del significato assoluto ‘delle parole tsolate.:Se poi va in cerca
del valore delle parole congiunte a costrutti, ottiene la sintas-. st, la quale
perciò è la scienza del valore relativo delle parole congiunte. ip D. Pare da
ciò che il significato delle parole sia du- lice? R. Appunto, uno assoluto e
l’altro relativo, quello etimologico, e questo sintassico. de D. In quanti modì
la grammatica può ricercare il va- lore assoluto e ‘relativo delle parole? .R.
In modo diretto o indiretto , popolare o filolo- gico. D. Ditemi in quali parti
la grammatica va ricerean- do il valore assoluto e relativo delle parole
ne’quat- tro modi divisati? | R. In Etimologia cerca il valore assoluto in modo
di- retto e popolare, come allo stesso modo cerca il valore relativo in
Sintassi Regolare. In modo ?n- diretto e popolare cerca il valore assoluto nel
trat- tato de 7raslatt, e’l relativo nella Sintassi fi ura- ta. Cerca poi il
va'ore assoluto in modo filologico in una parte dell’ Elocuzione ed allo stesso
modo cerca il valore relativo nella ‘Costruzione, nella Punteggiatura, in una
parte dell’Elocuzione e nel trattato del Primo Comporre o del Periodo. © D. La
Grammatica adunque, che si propone la parola rispetto al suo significato, si
divide? | R. In otto grandi parti disposte come segue, 1. Ét:- mologia 2.
Sintassi regolare o Trattato della Pro- posizione 3. Sintassi figurata o
trattato de’ Hodî sintetici, 4. Costruzione, 5. Punteggiatura come a Fi D.
Dunqu .. parte; sintassica. fi, Traslgti 7. Elocuzione 8. Pre» mo Comporre o
Periodo. È {e D. In quanto al metodo, d’i insegnare, questa branca di grammatica
‘come sì può distinguere?.. R. Dall” Ur v pr if » . n; h ‘| » : 4 N : t Va, HRS 5 » + . Sor defi
"Bi Ri: 1 s r ato i A Xx ' ‘ 2°: ‘ . MLIRI ‘4 n Ni s a 7 si ay NA è. è a: SHE . > i i.
P) A ' sì dt N 3 ll ‘4 i Da. Ce, META LTT: ru . î n PSI! Sri; IAS t: ti! ‘ 2,
Pi +e: bt ', art ». N 5 ;t07T 0) ii <i. : URI ceci e dosi 4 » gi gut : Ren;
te: >» € vi vi ì 4 dei La) RARI to we 1. iù > A pid . 4 4 n 33 È È ì \1i
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v « ‘ , ai sa° i o AA . 4 È e ì ì Sg su . a) ° #. Le alal Di l # sÀ 1 rt + 4 ‘i
A) LI RIT) "4 R. In dassa, media;e.alta grammatica. Nella p orima va
ordinata l'Etimologia; «nella, seconda. la diplice - Sintassi, la Costruzione
e.la Punteggiatura; n terza i 7raslati, |’ ocuntene, è el pro o. comporre.
cominceremo? imologia, . nella lea ie [ii e mna »” 43 LRALTATO DELL'ETIMOLDETA VARE D, Che cosa è l’ Etimolog POE R. È una
parte della. du , nella ‘quale ii si ‘ studia la parola isolata, come SEGNO,
per saperne, I SIGNIFICATO diretto (1). E rei D. Ma che cosa è il segno? , | R.
È un sensibile, che ha virtù di farci pensare sl- Videa. di un obbjetto.
insensibile, Il fumo, per esem-, pio, è un segno, perchè è un sensibile, che.
ha vir- tù di farci pensare al /uoca invisibile. È, 1 D. Che vuol dire
sensibile? ; R. Ciò che cade solto.ì sens?, com’ è 3.dire sotto la gi sta,
l'udito, l'odorato, il gusto, Ho; tatto. Così il sole che vediamo, la rosa che
odgriamo, la pen na che tocchiamo, sona tutte cose sensibili. cià D. Or come la
parola può dirsi un sensibile? R, In quanto che, se si pronunzia, è Un . 8U0N0.
o in complesso di suoni, , che vengono In.noi pel senso ‘dell'udito: se si
scrive; è un: esteso o un comples- so di estesi, ossia di lettere seritte ,.
che ano . In noi pel senso. della vista... a (1) Questa definizione è confo me
al divisamento es sposto nell'In- treduzione ulla Grammatica in’ genere p ag.3i
‘La parola diretto ag- giunta a significato distingue |’ Etimologia. dal
Frattato de' Treslali: a parola ‘isolata, come segno, diversifica l'Etimologia
dalla Sintassi, la quale studia le parole cor iunte e non la parola isclata. In
questo dia- logo vi è qualebe diversife rispetto a quello, che pubblicammo nei
pocol. folii inseriti nel Nuovo orso, pe rché allora non potevamo ab-- racciare
-tutto comptessivamerì le prima di manifestate l intero | di visamaento
svilnppato in tre,volu | 14 D. Adunque la parola è segno sotto più rispetti ?
R. Senza dubbio , cioè segno pronunziato e scritto. D. Che cosa è il
significato rispetto al segno? R. Il significato è l'idea s a culil segno ci fa
pen- sare, benchè il suo obbietto'non sia presente a’sensi: così il fuoco è un
significato rispetto al fumo, che n'è segno, perchè questo ci fa pensare a
quello, che non cade sotto i sensi, come è supposto. D. Quante specie di segni
bisogna distinguere? R. Due specie, cioè di segni narurali e convenzionali. D.
Quali sono i segni naturali? ® C) e R. Sono quelli, che hanno in sè stessi la
virtù di farci pensare al significato: tale è il fumo, il quale na- turalmente,
e senza che un altro ce lo dica, ci fa ‘ pensare al fuoco: come pure, se
vediamo taluno’ rt- dere, naturalmente pensiamo che stia allegro, ossia ° il
riso è segno naturale dell'allegria. D. E quali sono i segni concenzionali ? R.
Sono quelli, che fino pensare al significato non ‘per propria loro virtù, ma
per la convenzione di più uomini. D. Come s'intende questa convenzione? . R. Si
dice convenzione il consenso di più sopra una medesima cosa. Se, per esempio,
due uomini, incon- ‘tràndosi in un ininale nuovo per loro, volessero dar- ©
gli-un nome, e uno proponesse elefante, e l’altro vi aceonsentîsse , in questo
caso ‘avrebbe luogo la ‘ convenzione, ed elefante sarebbe un nome conven-
zionale per i due uomini; i quali vi avrebbero con- sentito. In questa
supposizione ogni volta che uno ‘ de’ due dice: elefante, l’altro v'intende
l'animale. veduto; ma niun’altro ‘all’infuori de'due vi può in- | tendere
questofsignificato di particolare convenzione. D. Le parole sono segni naturali
o convenzionali ? R. Le parole sono segni convenzionali e non natu- rali
(eccetto poche parole onomazopetche); perchè - —.—_m__r—_TÉ€ È Si n nt 45 hanno
virtù di significare non per sè stesse, ma per la sola convenzione. D. E come
ciò? R. Se voi leggete o udite alcune parole della lingua tedesca, che - non
avete appresa da maestro, non ne comprendete il valore : similmente il tedesco
non com- prende le parole della IR italiana, che ignora, senza la voce del
maestro. Ora, quando il maestro ce le insegna, noi facciamo con esso una
convenzione, per la quale consentiamo che le parole abbiano un dato valore:
esse dunque seno segni convenzionali, differenti da’segni naturali, che fanno
pensare al si- gnificato italiani, francesi, tedeschi ec. senza biso- gno di
maestri. D. Come si divide l’ Etimologia ? R. Si divide in cinque parti, cioè
1. Delle Classi ca- tegoriche o primarie delle parole 2. Delle Classi
tpoteoriche o secondarie 3. Delle parole variate. ri vit parole Derivate 5.
Delle parole compu- ste . (1) Il fondamento di questa partizione è stato
diffusamente ra- gionato nel Nuovo Corso di Letteratura Elementare. In questo
dia- Jogo procediamo difilati e dommaticamente. Ii precettore, che vuole
informare i suoi allievi delle ragioni ultime del nostro procedere , potrà
attingere dall'opera grande. . . . * n ata 4 Ù $ sd - ’ SH e rs . ri s } ù ’ ki
nto! A ' i Ni È - i] ' «| * % DIANE par i no : 4 % x D. & È 46 pira 1/1 . ha x A î . x ta TRI LN de Si gii Spi : . ; a Ù
lett: si # . x i i 3 ‘ % ” * . ‘ 5 go È ‘ x : : LI È . do poté pp di * hi s I
CL CAPOT vs a , LAO, SRI ERE 0 SERI sa và ‘© DELLE CLASSI CATEGORICHE O’
PRIMARIE ‘© ‘DELLE PAROLE IN GENERE Che cosa è Classe? Gi. aa Per Classe
intendiamo un'idea generalissima, alla ale sì riducono infinite idée
parlicolari; inguisacchè . Hnome di quella viene partecipato da queste. Per
esempio albero è una classe, perchè esprime l’idea Pera an, a cui vi riducono
il noce, il castagno, il fico, l’abete ec. e il nome di albero è partecipato ‘
egualmente dal m0ce , dal egstagno, dal fico, dal- -l'abete ec. perchè , se
domandate ‘che. cosa sono? . wi sì risponde: il noce é albero D. R. >, il
castagno è al- bero, il fico è albero ec. se E tra le parole che cosa è Classe
? Se si dessero parole, a cui si riducessero tutte le altre, inguisacchè il
nome delle DERE venisse par- tecipato dalle seconde, allora quelle prime si
direb- bero classi. D. Ma sì danno nelle-lingue queste Classi ? R. Se le lingue
s’ imparano non solo, ma si sanno e si parlano, è mestieri che vi sieno delle
Classi, per- chè ogni lingua costa di quaranta, cinquanta, ses- santamila
vocaboli, alcune più, altre meno. Ora, se tutte queste parole non si
riducessero a poche classi, 417 sarebbe impossibile imparare una lingua , non
es- sendovi memoria tanto prodigiosa, che potesse rite- mere per filo..e per
segno tante migliaja di -parole sconnesse, appunto come un botanico non
petrebbe . ritenere tutte le.idee particolari delle piante, se que- sie non. si
riducessero a poche classi, © D. Quante e. quali sono le classi delle parole?
R. Essendo le. parole segni convenzionali delle nostre tdee-significati, il
numero e la qualità delle classi ‘ delle prime-si deve determinare dal numero e
dalla qualità delle classi delle seconde. Ora quali e quante sono le classi
delle idee? .R. Parlandosi di c/assî ultime, è chiaro che noi an- diamo.
cercando il numero e la qualità dell’ idee uni» versalissime comuni a tutti gli
uomini di qualunque . nazione e favella, di qualunque luogo e tempo. D. Or
quali e quante sono le idee comuni a tutta ‘la © specie umana? | 0 on:ci è
uomo, dacchè ha l’uso della ragione, il quale nen abbia le seguenti nozioni
universalissime, cioè 1. di Sostanza 2. di Causa 3. di Stato 4. di Azione 5. di
Qualità ‘6. di Quantità 7. di Modo 8. di Moto 9. di Relazione. | D. Pare da ciò
clie il numero delle Classi delle parole, dovendo corrispondere a quello ‘delle
idee, sarebbe nove ? Sua Sui > di . R. Così pare —Ma è piaciuto di
stabilire, per le pri- - me otto idee, quattro classi di parole, dando a cia-
scuna una dualità di significato, cioè alNome il si- FIILCAtO di Sostanza a al
Zerbo il significato . di Stato e Azione: all’ Aggiuntivo il nipifoaio di °
Qualità e Quantità: al Verbale il significato del Modo e del Moto: alla
Preposizione 1l significato delle Relazioni. ' a Ki D. Dunque le Classi di
tutte le parole sono?» R. 1. Il Nome 2. il Verbo 3. l’Aggiuntivo 4. Il Ver- 18
bale 5. la Preposizione, per ogni lingua esistente ‘ «0 possibile. © D. Perchè
queste classi si addomandano categortche e priînarte? ) | i R. Si addomandano
classi categoriche ; perchè espri- mono 2dee-categorie ossia universalissime e
comuni a tutti gli uomini: si chiamano primarie, perchè non ri- conoscono altre
classi anteriori, acuisi possano ridurre. D. Adunque li 40, 50, 60 mila
vocaboli , di cui si compone una lingua, in ultima analisi si riducono ad una
delle cinque classi? E R. Appunto, e tutte sono o Nomi, o Zerbi, o Aggiun- °
liv ec. D. Ma i grammatici riconoscono tra le classi delle pa- role anche gli
avverbi, le congiunzioni ec. © R. Se queste parole meritano il titolo di
classi, sa- ranno classi secondarie, che si riducono alle cin- que primarie,
come vedremo nella seconda Parte di . quest’Etimologia —In questa prima parte
non par- feremo che delle cinque Classi primarie. DELLA PRIMA CLASSE CATEGORICA
DELLE PAROLE DI OGNI LINGUA OSSIA DEL NOME Che cosa è il Nome? se di R. E la
prima fra le classi categoriche di ogni lingua – e. g. H. P. Grice’s ‘hirsute’,
SHAGGY --, e comprende sotto di sè tutte le parole, ‘che signi- ficano Sostanza
o Causa. | i D. Che cosa è la Sostanza? . si R. È /a cosa permanente , che
sostiene î suoi at- tributi, ossia le sue qualità, senza che essa abbia bisogno
di essere sastenuta. l D. Spiegatevi con qualche esempio. | R. Se io vi
presento un bicchiere di acqua limpida, voi potete successivamente farla
divenire bianca, poi Sho | 19 rossa, poi gialla ec. attribuendole tulle queste
qua» stà, una dopo l’altra, Ma, quando l’acqua è. limpt- da, non può essere
bianca: quando è. bianca, non può essere rossa e va dicendo. e, In questo fatto
osserviamo 1. che acqua è permanente, . mentre le sue qualità compaiono e
spariscono 2. che acqua è sostegno, ossia appoggio che sostiene le qualità ;
perchè senza acgua il bianco, il rosso, il giallo non reggono. 3. che acqua
rimane senza qualità , e non ha bisogno di esse per sostenersi, evi possiamo
concepirla senza alcuna di dette qua- ità. Adunque è chiaro che Acqua è
sostanza, ossia cosa permanente, che sostiene 1 suoi attributi, sénza che essa
abbia bisogno di essere sustenuta. D. Come si-:chiama la sostanza con altro
nome? R. Si chiama Soggetto, che vuol.dire sottoposto,, per- | Di come abbiamo
detto, la sostanza è sostegno delle valità, e il sostegno è nosso sotto. } D.
Che cosa è la p, 44 9” E. a R. Si dice Causa la Cosa (1) che, operando, fa
esistere un’ altra cosa, che prima non esisteva. , D. Spiegatevi con qualche
esempio. | R. Trovandomi nel porto di Napoli, vedeva tante bar- chette
immobili: ad un tratto ne vidi una muovere, e naturalmente pensai che il vento
o i rematori la spin- sero a movimento. In questo fatto osservai 1. che il
moto, che non era, cominciò ad esistere 2. che que- , sto moto fù prodotto dal
vento o da’ rematori. Io dunque terrò per Causa il vento o i rematori, e per .
. Effetto il moto, che cominciò. ad esistere. D. Con qual altro nome si
addomanda la Causa? R.. Col nome di Agente, da ago, che significa spingere,
‘ossia. ciò che spinge ed opera. . | | (#) La parola italiana Cosa secondo il
Vico è formata dalla la- tina Causa, pronunziando.il dittongo au, alla
francese, o. La ‘quale opinione consuona col nostro divisamento, imperòcchè la
Cosa limi- tata dall’ Azione producente effetto è Causu — La causa è cosa per
sineddoche. 20 D. Adunque il Nome è segno? > vata R. Di Soggetto o Sostanza
e di Agente o Causa. D. Come si divide il nome in quanto all’ obbietto ? R. In
personale, quasi-personale, impersonale. D. Quale nome si può dire personale?
R. Quel nome, che significa sostanza o causa, che ha | intelligenza e libero
arbitrio, ossia un essere ra920- névole, come Dio, uomo, angelo, perchè un tal
essere è persona. | ai ù D. Qual Nome si può dire quasi personale? R. Quel
Nome, che significa sostanza o causa senzien- te, ma irragionevole, come cane,
lupo, gatto, e sì ice quasî personale ; perchè gli esseri significati da tali
nomi sono quast persone. D. Qual Nome si può dire 2mpersonale? : R. Quel Nome,
che significa sostanza o causa materia- le, che non ha sensività, come 84880,
acqua, prato, carta, ec. in una parola ‘gli esseri fnanimati. D. E sotto il
rispetto delle idee come si divide il Nome? R. In individuale, specifico e
generico. © © © — D. Qual Nome si può dire 1rdividuale ? gie -_R. Quello, che
significa una sostanza o causa fndivi- ‘dua, ossia esistente, dalla quale eolla
nostra astra- ‘ ‘sione niente ne abbiamo diviso ‘delle sue partico- | lari
determinazioni, onde è detta 1nd:vidua, cioè non o @livisa, eb D. Spiegatevi
più chiaramente. da R. Noi, quando'ci formianto l’idea di una qualche co- ‘© Ba
percepita pe sensi, come per esempio’ di Socrate, possiamo colla nostra. mente
far: astrazione dalla 8/4- tura, dal colorito, dalla patria, dal sapere di que-
. ‘8to Socrate. Per conseguente: l’idea, che abbiamo di lui, è divisa, perchè
ne abbiamo effettivamente di- . yise le delte cose, le quali sono congiunte a
Socra- te. ‘Al contrario : se «dicendo : Socrate, intendiamo quell’ uomo
determinato con. tutte le sue qualità par- 21 . ticolari e proprie, allora
Socrate è ‘un nome #adi- viduale, perchè esprime | idea non divisa, di un -
uomo individuo. . —. . — D. Qual Nome si può dire specifico ? R. Quel nome,
.che significa un’idea-specie. D. Ma che cosa è l'idea-specie? | I R. Noi,
paragonando col nostro pensiero più individui, è «come Socrate, Antanto,
Platone ec., possiamo fare - astrazione, ossia non pensare alle particolarità e
pro- . prietà di ciascuno individuo, e ritenere ossia pen- sare soltanto ad una
cosa comune a tutlii detti3n- dividui, come sarebbe l'umanità: l’idea allora di
questa cosa comune sarebbe la specie , e ’1 nome uomo, che ne sarebbe segno, si
direbbe specifico. In brieve la Specie è una Classe , che comprende sotto di sè
gl individui. . E “a D. Qual nome si può dire generico? R. Quello che significa
|’ idea-genere. . Ma che cosa è l’idea-genere? nai . Siccome, paragonando col
nostro pensiero, più #r:d4- vidui e facendo astrazione, ossia non-pensando alle
. particolarità proprie di ciascuno, ma, ritenendo ciò . he era. comune a
tutti, ci formammo l'idea-specie; così, paragonando più 24es-specie, è facendo
astra- . zione ossia non pensendo. alle particolarità proprie di ciascuna, na
riterendo la cosa comune a tutte le spezie, ci fotmerema l’idea-genere. Così
paragonan- ‘do le specie castagno, noce, fico, pero, e facendo astrazione dalle
particolarità del castagno, del n0- ce ec. ma ritenendo ciò ché è comune a
tutte, co- me è dire l'avere radici, tronca, rami, foglia ec. ci formeremo
l'idea-genere, espressa dal aome. 9/- - bero, che perciò è delto generico. In
breve .il ge» | sere è uhacclasse, che comprende sotto di sè-le spe- c 0 come
la specie è una; Classe; che comprende '‘sot- to eno sl L i sè gl individui. ma
Ri # 22 D. Come si può sapere se un nome sarà specifico o. generico? R. Il Nome
generico è più estensivo del nome speci- fico; perchè la spezie è classe, che
comprende una sola fatta -d’ individui: il genere è classe, che com- prende
gl’individui appartenenti a tutte le spezze com- | prese da esso genere. Così
a/bero è una Classe, che comprende tutti gl’ individui delle spezie subbordi- ‘
nate, cioè tutt’i particolari castagni , i particolari ‘ noci, 1 particolari
‘fichi, mentre noce comprende i ‘soli noci individui e particolari e non altro.
D. Con qual altro nome si possono addomandare i nomi 2ndividuali, specifier e
generici ? R. I Nomi ?ndividuali si addomandano ancora con- y crett da
concresco, che significa accrescere, perchè dall'idea, che significa, ‘niente
si toglie, e rispetto all’ idea astratta essa è accresciuta. I nomi speci- fici
e generici si dicono astratti, perchè le idee, che essi significano, sono
formate coll’ astrazione, come si è veduto. | SE D. Ma non bisogna riconoscere
altri nomi astratti ? R. Ve ne sono certi altri, che significano idee forma- te
colla sola astrazione senza paragone : tali sono i nomi, che sì formano dagli
aggiuntivi, come bel- | lezza da bello, bianchezza da bianco, franchigia . da
franco, ed altri, come vedremo in appresso. D. Non vi è altra distinzione a
fare del nome ? - R. In ultimo luogo il Nome si può distinguere in s11- golare
e collettivo. —. °° D. Quale è il Nome singolare? e. R. Quello, che significa
un individuo, un genere, ‘ t&na specie, come sole, uomo, albero. © D. El
Collettivo? Ì R. E quello, che significa un complesso d'individue, di specie, o
di generi, come popolo, esercito, sena- to, scuola, ec. ! 25 D. In breve ditemi
tutte le distinzioni del Nome. R. Il nome, rispetto all’obbietto, è personale,
quasi- personale, e impersonale : rispetto al pensiero , è individuale,
specifico, e generico, che tutti si com- prendono nel concreto , e nell’
astratto. In fine è singolare e collettivo. CAPO III. DELLA. SECONDA. CLASSE
CATEGORICA DELLE PAROLE DI OGNI LINGUA, OSSIA DEL V LIDO: D. Che Cosa a è il
Vero? la seconda fra le Classi categoriche di ogni lin- | gua, e.comprende
sotto di sè tutte le parole, che significano Stato o Azione. D. Che cosa è
Strato? va | R. Stato è lo stesso che gusete o riposo. Ora si dio ce che
stia:in quei e riposo chi cui Sa, e non era. D. Spiegatevi con qualche
esempio... R. A chi guarda un obelisco, un campanile, un gros- ‘ 89 tronco,
sorge l’idea dello stato, perchè le dette cose stanno, e non fanno. D. Che cosa
è Azione? R. È tutt'al contrario dello” stato; sea non consì- ste nella quiete
0 nel hip ma. nel "o e DI l operare. D. Spiegatevi con qualche esempio. |
R. A chi ode gli uomini parlare, o vede gli uccelli volare, 0.le acque
discorrere, sorge l’idea. di azio- ne, perché le dette cose o persone fanno e
non stanno. D. Qual è il verbo che dinota unicamente lo Stato? R. È il verbo:
Essere... D. E quello, che dinota unicamente l’ azione? 24 R. E il verbo
Fare... I D. Come si chiamano questi due verbi ? a R. Verbi astratti e
categoriet per eccellenza. D. Perchè si chiamano astratta? ©» . |. O <.0. R.
Perchè sogliono incorporarsi ad altre parole, on- dechè, quando sono soli, si
dicono ‘astratti, . cioè se- parati 0 divist, | D. E perchè questi due verbi sì
dicono categorici ? R. Perchè essi rappresentano tutt'i verbi possibili di ‘una
lingua , 0 în altri termini tutti gli altrì verbi si riducono a questi due. È
Eb Da PIL | D. Pare da ciò che oltre i due verbi astratti? ve ne debbano essere
ancora degli altri. o 2/09. 0 R. Senza dubbio, e ‘sono tutti î verbi ‘comereti
: similî \« a correre, scrivere, leggere, ettmantnare, dormire ec. ec. . \ cia
nia D. Perchè si chiamano concrett? <. | _- R.' Perchè contengono in sè
Zssere 0 Fare incarpo» rato ad altra parola. Ora concreto vuol dire:aecre-
sciuto, e i così detti verbi concreti sono gli stessi essere e fare
acoresciuti.-di altra:-parola, a cui: s0- no incorporati. . aa, love SI. ce e
D. Quali'verbi concreti si riducono ad Essere e qua- li a Fare? si piu i R. I
verbi concreli, che significano 'szato, si -ridueono . ad, Esseré: quei,:che
‘significano azione,si: ridueono . a Zare. Sedere, dormire, sono varbi congreti
di stato: Zeggere, scrivere, ec. sono verbi. conereti di azione. + a f x D.
Come :dubque si risolvono i verbi -conoreti di stato? R. Nel verbo essere, «e
in un’altra ;parola,-che si dice :» participio, come sedere in essene sedente,;
dormire in essere dormiente. dii D. Eli verbi ‘concreti dicazione Tu a R. Si
risolvono nel verbo Fare e in un'altra :parolà , che :si dice 'Nerdale:,
:penchè si estrae ‘dal xerlò i | 25 concreto di azzone, come Camminare in: fare
cam» mino; correre in far corso eti. .. O O. ci . e . i 9 le D. Come si può
riguardare lo stato el’agione? |» } R.. In: fisico o._fistca e, mergle. Ù Sa
puadigi, i td i D. Qual è lo stato e l’azione Asseg?.. |. | E A R. Lo stato e
l’azione fisica conviene alle sostanze e ’ cause materiali o .1mpertonali.,;
core quando di* . eiamo: l'acqua è stagnante ;9 l'acqua fa corso. It questi e
simili esempi lo.s/2/0 espresso. dal verba 2, e l'azione espressa dal Verho.f4,
è fisico @ fisica e non morale. E e di D. E lo stazo e l’azione morale? ><.
0.00 R.. E quello 0, quella, che «conviene alle sostanze-o al .. lé cause
personali. Così dicendo : , Alessandro fu grande, egli Angeli ribelli fecero
guerra a Dio, lo stato espresso dal vefbo fu, .e-l’azione espressa dal verbò
fecero sono morali, perchè. Alessandra e ‘Angeli sono quegli; Sostanza,
e_questi. Cause per: E n CAPO IV... n) «3 ‘ DELLA TERZA CLASSE. CATEGORICA. DI
OGNI LINGUA , + OSSIA DELL'AGGIUNTIVO, © 00 ; 7 SIR: A ’ ogio È ae Lat D. Che
cosa è l’Aggiunttvo®:. co ve... .; R. È la ierza fra le classi
categoriche'di:ogni lingua, e comprende sotto di sè tutte le parole, che signi-
««ficano ‘Qualità 0 ‘Quantità. ite: ev. D. Che cosa è la Quantità? 0 GU... .R..
È l’idea, : che corrisponde alla: domandaQuantzo él Così, se uno mi dice: ‘40
veduto :un palagio, ed io. gli domando: guanto. è;1l palagio-veduo? egli mi
‘risponderà; graride, piccolo; alto ; basso‘, lago, .Aungo ec, tutte queste:
parole di. risposta sono ag- - giantivi. di quantità,» in altri termini
Aggiuntivi. quantitativi. 0 el Cd E E È p 26 D. Come si divide la Quantità? —
R. In continua e discreta. | D. Quale dicesi quantità continua ? cd R. Quella,
che viene espressa dagli aggiuntivi Jingo i largo, profondo, alto, basso,
grande, piccolo, cor- , ee. D. E quale dicesi quantità discreta? © © ©“ R.
Quella che viene espressa da uno e da’ numeri due, I tre, quatiro, cinque,
cento, mille ec. D. Perchè la prima quantità si dice continua; e la seconda
discreta? dd. Sato R. Perchè la prima costa di parfi contigue, ossia u- na
attaccata all’altra, e la seconda costa di parti | successive, ossia l’ una
separata dall’ altra. Così la lunghezza di una via costa di parit congiunte:
die- ci uomini sono deeet parti divise e' separate. D. Che cosa è la qualità? I
R. È l’idea, che corrisponde alla domatida : qual é1 Così, se taluno mi dice:
40 bevuto vino, ed io gli domando: quale vino avete bevuto? egli certamen- te
mi risponderà: ho bevuto il vino bianco, rosso, Forte, debole; dote titte lè
parole aggiunte a vino esprimono le qualér del medesimo vino. D. Adunque gli
Aggiuntivi si dividono ? R. In qualitativi e quantitativi. È > © © ©» ©* D.
In che convéngone tra: foro le due:spetie ‘di: ag- _ giundivi? | ee R.
Convengono in ciò, che i loro signifivati sono! ar tributi della sostanza
espressa dal "Fronte: o D. Che fuob-dire ‘che'i loro siguificati sono!
astributi. della Sostanza: espressa dal Nome? Sea R. Vuot dire che.sàn:ci. è
sostanza creata; la quale - nen sie lisditata dallà quanzito: e dalle duuatità:
è perciò che le; qualità e: la: quantità. attpibuendosi , ossia dandosi alla:
sostanza., si addothandàno a: tributi. Per la stessa ragione la parola; ole el
È q0, con tue D. Come si dividono gli arzributi? 21 sprime la quantità e la
qualità, fu delta aggiun- tivo, che significa parola, che si vuole Aggiungere al
nome, come la qualità è la quantità si vuole at- tribuire alla sostanza. | I R.
In essenziali e accidentali, 2. in fisici è morali 3. in assoluti e relativi
,-4. in propri è metafo- rici. e | | D. Quali sono gli attributi essenziali e
accidentali ? R. Gli attributi essenziali costituiscono la Sostanza in modo
fiale che senza di essi questa non potrebbe e- sistérè. Così l’acqua ‘è fluida
essetizialmentè , come l’uomo essenzialmenté è ragionevole, è il corpo es-
senzialmente è lungo, largo, é profondo. AI eontrariò gli attributi gecidentali
, come ci sono nella sostanza, possono ancora non esserci, seriza che perciò
quella si Sintra: Così ° acqua deciden-. talmente è fresca o calda: i corpi
accidentalmente son bianchi; rosst, gialli, perchè l’acqua pùò esistere senza
Che sia fresca 0 ca ch e ì corpi egualmente possono esistere senza che sieno
dianchi, ò rossi, o gialli. dai 28 “riconosca Della propria coscienza. * . “AT
contrario gli attributi re/atzv? sono alcurie quali- | td’o quantità, che sì
altribuiscono a certe sostan- ‘ze non da tutti, ma .da- pochi uomini: così
l'oro re- - lattvamente per gli avari è prezioso, e non già pei . non ci è uomo
anche ribaldo, che per tale non la virtuosi o 0 ig LUI D.: Quali sono gli
attributi Doro métaforici?. R. Si dicono attributi propr? . di. una sostanza ‘
quelle vo) qualità e quantità, A realmente im esse ritrovansi: "* ‘così
l’acqua è propriamente fresca o tiepida; la rò- sa ia fe è bianca., rossa,
giall ‘propriamente’ sono estesi ee. AI contrario si dicono attributi metaforici
le qualità o _ quantità, che' realmente non sì trovano in certe so- * stanze,
ma si attribuiscono foro per certa’ similitu- ? dine, ché' hanno con altre
sostanze: così dicendo : , Neroné febocd, ‘ognuno vede che fèroce''si attribui-
‘sce a Nerone metaforicamente, perchè è una quali- . dà, che 'non'si truova
realmente nell'uomo, ma nella i OCAPOV.. a: 1 corpi DELLA QUARTÀ CLASSE
CATEGORICA DI. OGNI LINGUA "SEAN ‘68 ba Na ; i * 54% SMI IFADTIT pgsdla
can VERBALE. E a D: Che cosa '&il'Verbaleto (GO R. È la quarta fra le
classi categoriche di ogni lin- . Qua è pp rende sotto di sè ‘tutte 'le parole,
che si- ‘ guiîficano E/fetto-Modo'o Effetto-Moto. D. Ma ‘che intendete per
effetto in generale? Pa . ‘ i R. Ognè fatto,’ che prima non erà, e cominciò ad
e- sistere da che fu,prodotto da una causa. D. Spiegatevi con qualche
esempio... R. Mentre io’ sfavaîni all'ombra di un pero ,. dopo lo scoppio, di’
un'arma da fuoeo, vidi cadermi a'piedi i 00 PIRO de e i sd ape Ss | (! ef sa 3
è 29 un fringuello, che prima udiva cantare. Ecco un fazto che prima non era, è
chè încominciò ‘ad’ esistere, cioè l'uccistone dell? ucceltetto; dins dalla
causa, cioè dal Cacciatore, D. Di quante maniere è 1° éffetto? È < > R. È
duplice, cioè effetto:moto ed {tto-modo È D: Qual è l effetto-moto : i | R. L
effetta-moto è il movimento, ‘cioè il passaggio ‘successivo; per esempio,
di‘una palla da punto a punto di un tavolino, o dell’acqua che da ‘sù scén; de
giù, o delle gambe animate, che compassano la via ec. sa 0 A D. E l'effetto-modo?
©» è ©" a: R. È quel cambiamento di esistenza, Close ‘oggetto diverso
dalla' causa che lo produce, come I, ‘prodotta. dal cactiatore nella
lepre" 1) nel ello vess: l Di n Ta che dunque differiscono. i i die
effetti? R. Differisconò in questo ‘che il 70/0 è congiunto alle causa che lo,
Siad come il corso ‘è congiunto all’acqiia ‘che corrè, ossia all'acqua che
producé il corso. li modo al contrario passa dalla causa, che’lo produce, nell’
I etto, come sì è è veduto nell’esem- pio del fringuello ucciso. ’ D. Fa la
parola, che dinota r effetto, si dice Ver a e N A i R. Perchè è una parola, che
si forma dal na con- ‘ ‘creto di' azione’, o perchè si vuole incorporare ‘al
verbo faré per formare un verbo concreto di ‘azione. DELLA QUINTA CLASSE
CATEGORICA DI OGNI LINGUA OSSIA DELLA PBEPOSIZIONE D. Che cosa è la
Prepasizione? se R. È la quinta fra le classi categoriche di ogni lingua, e
comprende sotto di sè tutte le parole, che signifi» cano RELAZIONE 0 RAPPORTO.
|. se D. Che n= ‘bisogna intendere per Relazione o Rap- ‘ . porto nÎ R, ga
relazione o il rapporto dicesî un'idea, che ne lega due altre, e 81 dice
relazione 0 rapporto , perchè dessa sorge dal riferire 0 rapportare le due idee
tra loro. Così riferendo Pietro a Paolo, con cui | Pietro passeggia, sorge la
relazione di campagnia _ in quesfa formyla: £ietra con Paolo passeggia. Come si
chiamano le due idee legate dalla e/a- zione ? | ni Le _ ca R. Si chiamano
termini di Relazione 0 di Rapporto, perchè sfanno hi; estremi, ed ogni gstremo,
è ter- mine. Casì, dicendo Pierro con Paolo, ognuno vede che Pietro. e Paolo
sono fermini, perchè sjanno alla Fine, e la relazione espressa da con sta in
mezzo. D. Perchè la parola, che esprime relazione , si dice . Preposiziane? |
R. Si dice Preposizione pel secondò termine, che è sem- ‘pre nome 0: altra
parola presa come name; perchè questa classe di parole va possa aranti. nome, e
in , composizione avanti verdo ed aggiuntivo; detta per- ciò preposizione,
parola composta da prae, che si- gnifica avanti, e da posizione, che significa
ciò che tutti sanno, D. Quante specie di Preposizioni bisogna distinguere. R.
Noi distinguiamo le Preposizioni dal primo termine che le precede. E, sicqope
ogni gg uò er essere preceduta o da Nome, o da o, o da Ver- | ‘94 bale, .così
ne riconosciamo tre specie, cioè 1. Pre posizioni del Nome. 2. Preposizioni del
Verbo. 3. Preposizioni del Verbale. D. Quali e quante sono le Preposizioni del
Nome? R. Le Preposizioni del Nome sono quelle, che vanno precedute e seguite da
nomi, e sono tre, cioè Di, Con, Senza, come figlio Di Antonio , acqua con neve,
borsa SENZA danat. D. Perchè queste tre preposizioni stanno tra due nomi? R.
Perchè significano relazioni, che legano tra loro . sostanze. e sostanze 0
cause @ cause, le quali so- . slanze e cause essendo signifitate da’nomi, le
prepo- - sizioni, che significano queste relazioni, vegliono alare tra essi
nomi. ——. — | D. E quale relazione significa la Proposizione Di? R. Relazione
di Dipendenza. —» Db. Che cosa è la Dipendenza? | R. Quando vediamo un uomo,
già ricco, appezzentito, . naturalmente pensiamo che la causa della sua povertà
- sia stata il giuoco: se non avesse giocato, non sa- rebbe povero, ossia la
povertà dipende dal giuoco, ‘ come l’effetto dipende dalla causa. Similmente,
pen- sando che la qualità non può stare senza il sostegno della sostanza, come
il ds4nco senza il'muro, la del- lezza senza il volta, apprendiamo la
dipendenza della qualità dal suo soggetto. Ande diciamo il corso ‘ dell'acqua,
la bellezza del volto, la dianchezza del' mura, mettendo il di tra ‘la ‘causa e
l’effetto , il ORE e la qualità. | 1 D. Quale Relazione significa la
Preposizione Con? R. La Relazione di Compagnia o di Congiunzione. D. Come ci
viene quest'idea ? R. Dall’osservare i fatti della natura: così vediamo,
l'uccello con 1’ uccello ; lo scolare con gli scolari, la luna con le stelle,
ossia sostanze o cause unite o congrtunte ad altre sostanze e ad altre cause.
32 D. E the Relazione significa la Preposizione Senza. R. Relazione di
Disunione è di Privazione. ||’ D. Come ci viene quest’ idea? | (000 na * R..
Dalla stessa natura; perchè spesso osserviamo qual- che uomo’ con’ metto danaro
, ‘qualche volta senza : un quattrino: un torrente Con .molt’acqua, orà-sENZA
“una goecia, |. Patt, D. Quali e quante sono le Preposizioni del Verbo? | R. Si
dicono Preposizioni: del /erdo tuttè quelle, che - «hanno per: primo termine un
Zerbo, :0 in altra me «© niera tutte quelle; che ‘sono’ precedute ‘dal veRBO.
Esse .dinotano- Relazione di conrENENZA: è di ‘$1P0. D. Quale Preposizione:
dinota Relazione di 'Contenea- za e come quest'idea ci viene? 00» R. La
Preposizione,. che dinota CONYENENZA, è IN. Questa idea poi ci viene in
considérare le cose: cons TENUTE rispetto al CONTENENTE‘, per esempio , gli scolari
in iscuola, l’acqua in bicchiere, i danaré : in borsa, ‘ne’ quali esempi;
scolarî, acqua, danari, “ sono . 1 contenuti: scuola, biechiere, borsa i conte-
. nenti. CE LE si I D. Quali preposizioni dinotano Sito e come quest’ i- » dea
ci. viene? |. >. RA a ee R, Le preposizioni che dinotano Siro, sonò sopra,
84, - ‘sotto, già, quanti, «dietro, dopo, circa, tra0 fra, . oltre, dentro;
fuori, vicino, lontano,-appo più ita- .: liano «che appresso: o presso; înfra
eè. (1). Quest” , Idea di sito poi ci viene, considerando moltissime Ù s db de
e LE ti ._ (1) Non metto in questa lista tante parole da’.grammatici con-,
siderale , come preposizioni, mentre sono, o. parole composte gome, . a-ccanto
d-a-llatp, a-ttorno ec. o soho più prepositioni consiunte;' come di sù, dì giù,
incontro, a-{l'in-contro ;eo., Si vorrebbe inclugera, Sino e fino e insino e
infino , ma sino è malamente preferito a ;finay il’ quale’ è identico ‘al
nome-fine,- onde infine equivale a in ‘fine. Metterei.tra Je italiane Ja
preposizione eiustA di; prigineJatipa (co- me traduzione di juxta în senso di
accanto, alluto.Ma dì niuna pa- ròki fanno tanto ‘strazio gl'italiani quanto
di’questa, allofchè dicono giusto il mio parere variandola come se, fosse
traduzione, di systus + iusta, iustuino © ” o ù p 35: cose contenute nel
medesimo luogo. Così, entrando in una scuola , déve stanno molti scolari ,
osserviamo che Antonio è avanti, Francesco è dietro, Paolo è dopo, ‘l'izio'è
sopra, Caio è sotto la porta, Filippo tra il muro e la panca, Giacomo oltre,
Taddeo è dentro, Giuda è fuort ec.-ec. | D. Quante e quali sono le preposizioni
del verbale? R. Sono tre, cioè DA PeR A. | + D. Perchè si dicono del verbale? O
R. Perché sono precedute dal verbalè, che significa ef- fetto-moto. DE Doe
vogliono esser precedute da siffatto ter- mine? ».. Li Ss R. Perchè siffatto
verbale significa movimento, il quale “ comîncta Da, passa PeR, e tende A... è
D. Che cosa dunque signifieano queste tre preposizioni ? R. Da significa
rapporto o relazione di provventenza ,0 di origine del movimento: «PeR rapporto
di pas-. . - saggio, ed A rapporto 6 relazione di zendenza (1). . (1) Non
abbiamo qui riportato il correlativo Tale ele e Tan- to, Quanto, di cui
arlereino nel Capo II della n Pa ] DELLE CLASSI IPOTEQRICHE O SECONDARIE.
INTRODUZIONE. - PD. Quali si dicono. classi ipeteoriche o secondarie?. R. Si
dicono classi tpotedriche o secondarie alcune | specie di parole differenti
dall’enumerate nelle cin- que classi primarie, ma per significato equivalenti
‘a più parole delle glassi categoriche (1). I .D. Spiegalevi con qualche
‘esempio... |. R. Se: io, dica: Quî, faccio. uso. di una-parola, che: non è. né
name, siè verbo, nè aggiuntivo, nè. preposi- zione, nè verbale, ma essa
racchiude il significato delle seguenti parole 2 /uogo ricino a me, dove ,în è
preposizione, /uogo è home, vicino è prepo- sizione, 4 è preposizione , #e nome
primitivo per- sonale, come vedremo. Adunque il gu? è una specie diversa di
parole equivalente a molte parole delle classi primarie. D. Quante e quali sono
le classi poteoriche o secon- darie delle parole in ogni lingua? R. Le classi
ipoteoriche o secondarie in ogni lingua sono quattro, cioè i. I NOMI PERSONALI
PRIMITIVI, 2. I rRENOMI, 3. Gli AvveRBI, 4. Le CONGIUNZIONI. (2) Dicendo : una
specie di parole differenti dall’ enumerate nelle cinque classi prjmarie siamo
venuti a differenziare le parole ipoteo-. riche dalle secondarie pe Variazione,
Derivazione e Composizione, perchè queste, se racchiudono maggior significato
delle loro radici , sono sempre o Nomi,o Verbi, o Aggiuntivi,0 Verbali, o
Preposizioni, 35 CAPO I. DE Nomi PERSONALI PRIMITIVI — /0, TU, SI. D. Perchè
10, TU, sI, si dicono Nomi primitivi per- sonali? 0 R. Si dicono primitivi ;
perchè sono le prime espres- sioni de’ primi soggetti, che si forma la nostra
men- te. Si dicono personali, perchè n pn perso- ne, ossia soslanze. e cause
ragionevoli, o esseri dotati d’ intelligenza e libero arbitrio. D. Ma come
questi nomi personali si possono anno- verare tra le clusst spoteoriche? R. In
quanto che oltre l’idea di sostanza e causa, co- me ogni altro nome personale,
significano ancora al- tre idee di diverse categorie, ad esprimere le quali
bisognano più parole appartenenti a più classi ca- D. Che cosa dinota. Zo. si,
* R. Zo dinota 1. la persona che parla o vuol parlare ? 2. la persona cheè SSA
persona, che ascol- . ta, cui parla o vuol parlare. Onde è chiaro che Zo
racchiude la relazione di vicinanza o prossimità della persona che. parla a chi
asealta. D. Che cosa significa Zu? R. 7 dinota 7 la persona vicina a chi parla
2. Ma non sa che l’z0 voglia parlargli: se questi parla, quegli può intendere
ascoltandolo. - | . Che cosa significa $2, . Sî dinota.1. la persona lontana da
chi parla eda. + chi ascolta 2. la: persona che ignora se lio e' tw parlino di
lei, nè. può saperlo per la distansa. D. Con quale nomenclatura si
distinguemo:to, fu, 312 ' R. Zo si dice persona prime: Tu sceouila: Si terza. ,
D. E perchè? . R. Perché, quando si vuol parlare, è necessario che i 56 uno
cominci e l’altrd aséblti.# E, siccome il comin- ciare è prima dell’udire, il
quale presuppone il suo- . nò ‘della pardlà proninziata, e chi comuricia “a
par- lare è /o, come, chi ascolla è 7u; ognupo vede “che! quellò «è ‘persona
prima ‘è questo seconda: It St poi in ordine è la terza, perchè la prima e se-
conda’ fersonà direttaniente parlano ‘tra loro é per ‘sincidente della denza.
Gt B.- Come -si chiamavano ‘nelle scuole questi nomi? R...Con-diverse
noménclatùre. Chi li disse pronom: per- sonali, chi sostantivi‘e ‘chi aggettivi
personali ‘catego- - rici, Maffalsissimamente come abbiamo dimostrato nel ©
Nuovo Corso. enna pr CAPO EI. Po ’ MR: ele io ae e a DEL PRENOME COME:CLASSE
IPOTEORICA O SECONDARIA. D. Che cosa. è il ‘(endme? ESTRO Le A R. Prenome,
parola composta da pre che significa ‘a- . vanti e nome , lo stesso che
@vanti-nome', è unà .. elusse di parole; iclie-nel discorso precedono il noine:
‘tali solo. questo, ‘cotesto , quello , perchè: diciamo «sempre;questo libro e
«nori: libro questo. Rispetto al significato il prenome è una classe ipotéorica
o se- condaria di. parole, che racchiudono tra le altre una idea di relazione,
che ha per ‘segnò categorico la 1 preposizione.» dii ear oa, E e
D..Come.isi::distingue' il prenome? 0 R. O dalla diversa're/azione, che
significa , o dalla. diversa maniera di significarla. D. Quante specie di
relazioni il prenome significa? R. Tre specie, cioè 1. relazione di siro, 2.
relazione .| di congiunzione, 3. relazione di disunione. | D.. In:quanti‘wodi.
può significare queste relazioni ? I R..Con restrizione o senza, immediatamente
‘0 -me> diatamente. Divideremo adunque questo capo in tre ' . i von LA to
atua : e ai SE È . e. . : SBZIONI:; 0 0 Pd + .* i 37 ; AEON | — SEZIONE
PRIMA" © de dit : CERA AIA TI UR ei oa n $ 1 LI > .,* Da 39 > ; t ;
5 ‘ to sBube h de dai: è . è A 5 > a Yuri pote -..- ** De” Prenomi clie
significano telazione di Sito: ©’ bra è è 4 2 e : ' a » . : Ù fi A £ L \ e i .
è . e E x pi »l x La ae + ARTICOLO. 1, e: SAR na è * "i i d TRO RAR Di) “
sa . Pegi it ì +,» ‘ 28 Ù . “34 ita e? « -» De? Prenomi di sito senza
restrizione simili a. - » Questo, Quello, Cotesto, Ciò, Ne, Il, Lo. D. Perchè i
suddetti prenomi si dicono di Sito? |" R. Perchè ‘racchiudono uha
relazione, che ha per se- gno categorico una di queste preposizioni 02e720 ,
ontano, che nel capo VI, Part. 1, pag. 32 dicem- mo preposizioni di s200. | E
DIE D. Che cosa significa il prenome Questo? | R. Questo significa cosa ò
persona vicina a chi par- la: così dicendo: prendetevi questo libro, voi già.
intendete che iò parlo del libro vicino a me. D. E Coresto? | nn 1 EA R.
Cotesto significa cosa 0 persona vicina a chi a-° scolta e perciò lontana' da
chi parla: così dicendo: datemi cotesto libro, voi già iritendete che io voglia
il libro vicino a voi e lontano da me. nerd DI E gueLLO tnt; R, Questo pronome
‘significa cosa o persona lontana da chi parla e'da chi ascolta: così dicendo:
se ve- dete. queLLO stupido di Antonio, ditegli ec. voi già intendete che ‘io
parlo di uomo, che non è presen- te, sibbehe assente ossia lontano da me e da
voi. ‘D. Che cosa significa ciò? >. (o & . . R.- Questa dala viene dalla
latina Aoc per ' trasposi- zione di lettere sla cio, e dagli Spagnuoli pronun»
ziata ciò, quale noi L si 4 - ‘ché il-senso comporta, come vedremo in Siniassi.
* 38 . D. Che significano /£ 0 Zo. R. Il e Lo equivalgono ambedue a quello ;
perchè derivano da una parola latina, che in italiano corri- sponde tanto a ;È
e lo, quanto a quello. Il poi si adopera innanzi ino a cominciano da semplice
consonante; /o innanzi a nomi che cominciano da vo- cale o da s impura ossia da
s seguita da consonante o da lettera doppia. Che // e Zo siano ‘gli stessi che
quello, apparisce dal senso, imperocchè, se io dico: datemi 10 libro, voi già
intendete quel libro, ossia libro lontano, di cui. altra volta parlammo.. |
ARTICOLO IL. Da' Prenomi di sito con restrizione — (UESTI,. Questi, Eau,
Costui, Corni. D. Perchè si dice che.i suddetti Prenomi significano con
restrizione? N: tdi R. Perchè è piaciuto all’usa di adoperarli in senso ri-
Stretto, mentre in virtù della loro etimologia potreb- bero averne uno più
ampio. Di Mostrate come ciò può essere. > da R. Questi non è differente da
guesto in quanto al- l'origine. Intanto l’uso ha ritenuto il primo pe'soli nomi
personali, sempre intesi e non ‘mai espressi. Così dicendo: Piciro. disse a
Paolo che fosse andato da lui, ma questi ec. si vede che questi si riferisce a
Paolo nome personale non espresso dopo il pre- ‘nome — Al contrario guesto
precede il pome tanto. personale quante impersonale, quasi sempre espresso,
come. guest uomo, frega Redi: il rima si adi Quegli non è differente da quello;
ma.il prima si ado- -pera pe’ soli nomi. personal sempre intesi e non mai
espressi, così digen da da “del paca, è sempré: infelice, sì vede che Quegli si
39 riferisce ad un #0mo non espresso. Quegli poi dif- ferisce da Questi, come
Quello da Questo. Egli non differiste da Quegli,.se non per due leltere di meno
nel primo e di più nel secondo. In quanto all’uso poi egli sì adopera, quando
si parla di er- sona lontana senza relazione ad un’altra vicina. Que- gli per
lo più si adopera in oppasizione a Questi, come quando diciamo : Antonio e
Paolo sono sti= mabili., QUEGLI per prudenza e Questi per dot- Irina. / Costui
è lo stesso che Cotesto in quanto all’ origine. In quanto all'uso il primo si
adopera pe’ soli nomi personali intesi e non espressi; il secondo pe’ nomi |
tanto personali quanto impersonali espressi, come eotesto uomo, cotesto libro.
n Colui è lo stesso che egli, perchè formato dalla stessa radice, come è
dimostrato nel Nuovo Corso. In quan- to all'uso Egli, Colui e Quegli
differiscono in que- sto che il primo si riferisce a persona lontana senza
.relazigne od opposizione ad un’ altra vicina. Que- gli si riferisce a persona
lontana messa in relazione od oppesizione ad un’allra vicina: Colu? persona
lon- tana. senza relazione od opposizione ad una persona differente , sibbene
alla stessa persona che de Late senta , onde nel diseorso è seguita da che,
dicen- .dosì quasi sempre: Colui che, 0 colui il quale. De? prenomi, che
siguificano relazione di Congiunzione. D. Quali sono i prenomi di Gi ‘unzione?
=. R. Sono quelle. parote, che precedono i' nomi e nel 1079 RigIuBeNio raso
rindono la relazione di compa- gnia, che ha per segno analitica la al scalati
con. D. Come si dividono questi prenomif 1) | I I | -_R.' Im tre spetie, cioè
1. ‘di quelli che significano im- | — mediatamente questa relazione, 2. e di
quelli che la. ‘significano medisiaménte 3. de collettivi ‘© <<’. D.
Quali sono i prenomi, che significano relazione di ‘ congiunzione
imrnediatamente? 0/0 / R. Sono talé-quate; ‘tanto:quantò. D. E quali soho i
prenomi che dinotano relazione di “congiunzione mediatamente? 0 o R. Sono tutti
quegli altri, che riduconsi ‘a’sopràddetti ‘simili a sfesso, medesimo, {dentico
ec. . © n pa NE: Leon Meg | Fai Ei a en N ele ARTICOLO:E: in, eli. ui cat Rini
Re, a i Ca n ai De'prenomi che significano relazione di congiunzione
immediatamente Tale-Quale; cioè Tanto- Quanto. PNRA e e SERE si A ia) E Noi D.
Come rale-quale e tanto-guanto' significano rela- zione di congiunzione
immediatamente? È R. Allora ‘che diciamo : Pietro è tale quale è Anto- ‘nio,
intendiamo dire che ‘una stessa ‘qualità è CON | Pietro ‘e ‘con Antonio. Ora,
dove è la preposizione “Con, vi è relazione di ‘compagnia O) di congiunzio- .
ne. Similmente quando diciamo : l'occhio destro è santo quanto è ΰ occhio
sinistro, intendiamo dire clie la stessa quantità è con l'uno se l’altro
occhio, ossia vi è relazione di congiunzione 0 compagnia # di espressa da con.
’ I D. In che differiscono tale-quale e tanto-quanto. R. Differiscono in
questo, che tale-guale sono preno- | mi congiuntivi. di qualità, e tanto-quanto
sono pre- i momi :congiuntivi di quantità. Ò | D. Con,qual nomenclatura comune
si’ addomandano Edile rispetto a. quale; ‘e tanto rispetto-a quanto? R. Si
addomandaho Correlativi, perchè posto 1 uno si pone l’altro, e, se uno non è
espresso, si sottintende. I, ne etti dl: D. Adunque nessuna differenza passa
tra:guale corre- lativo ‘di: tale è guale precedifto da' #l, lo; le? > R.
Nessuna. differenza rispetto all’ etimologia, sebbene iferiscatio in !‘quanto
alla sintassi. sp de De' prevomi ‘che significano con giunzione Mediara. |
mente;: e-st:dividono în Prossimi e Rimoti—Che, +. Cui;.Chî, Stesdo; Medesimo,
Simile: Tdentico E guale, Pari, Has Desso ec. È D. Perchè, quei prenomi diconsi
significativi di con , quiinzione. mediatamente? | - e an kh. Perché dessi
‘mvedialamelte racchiudono tale-qua- ide-o tantorguanto, ondéchè per mezzo ‘di
questi. e . on’ per .sò;stessi: racchiudoro la--preposizione Con. D.-In quanti.
siodi ‘avviene queta: mediata significa; -; zione? . «ra . In due modi, cioè
prossimo e rimoto. D, ‘Quali sono i prenomi. lg a Leoni R. Sono: Che. Ci, ve |
; D. Perehè ciò? R, Perchè. la parola che viene dal latino qui, che si ci
traduce: ona quale. eil ‘ora ‘che; 8imilmente: cui e variazione dig qui, che si
traduce ora che, ora qua- le; onde che e cuî:sond prossimi a tale-guale. In
fatti, quando diciamo: :/ libro, Che mi avete man- è dato) é-Badho;a- quel che
si ‘può-sostituire sl Yualè e dire 14 lrbro dl guale ee; Chi è «una parola
equi- valente a Colut il quale o Colei la quale , tanto se ‘sì usa
nell'interrogazione; quanto ne artizioni. D: Quali sono i prenomi congiuntivi
remoti R. Sono i seguenti. © 0 “ui i 1. Stesso equivalente'a tale-quale: ‘così
dicendo: para sto libro è lo stesso, l’espressione si traduce in que- x 2 >
\> \ n° “ LI 4 +’ 42 st'altra: il libro è /e/e-guale me lo avete. mandato.
2. Medesimo è parola di origine straniera e sì ado- pera nello stesso senso di
sfesso, con qualche pic- cola differenza in quanto all'opportunità di uso. 3.
Identico è ‘dal latino idem, che si traduce stesso, parola scientifica più che
popolare, onde equivale a tale-quale. ‘ 4. Esso viene dal latino ipse, che
ne'dialetti si tra» duce 1ss0, equivale a stesso, perchè dicendo: essa è,
l’espressione equivale a questa : è :/ tale il quale ha fatto ec. Dessa nou
differisce da esso, se .non per la 2 iniziale per ragione di buon suono. 3.
Eguale importa tanto-quanto, perchè, dicendo: A è eguale a B, l' espressione
equivale a quest'altra: A é tanto quanto è B. Don 6. do; viene dal la si ser sì
aduee antora —_ equale, ma questo è pi nerale e quello più par- ticolare î
poichè la parità è più fisica de vole | 7. Simile significa quasi tale-quale ,
ossia non per- fettamente lo stesso. |. n | D. Non passa alcuna differenza tra
questi prenomi ? R. Stesso, Medesimo, Identico, Che, Cus, Chi, Simi le si
possono dire prenomi congiunttni qualitativi. Equale, pare prenomi congiuntivi
quantitativi, per chè quelli si riducono a zale e questi a tanto quanto. | si e
ni De’ Pronomi CONGIUNTIVI COLLETTIVI; Molto, Troppo, | Assai, Più, Qualche,
Ogni-Tutto. D. Quali sono in generale i prenomi collettivi ? R. Sono quelli,che
significano la congiunzione di mal- te quantità continue o discrete
collettivamente. D. Che vuol ‘dire che significano molte quantità col»
lettivamente ? . : a 43 R. -Vuol dire che fanrio concepire una moltitudine di
quantità raccolte insieme. | D. Quali sono i prenomi collettivi di quantità
centinua? R. Sono i seguenti. | 1. Molto che significa una grande collezione
indeter- | minata, come molta materia, molto danaro. 2. Troppo significa molto
relativamente, perchè ciò, che :è froppo per uno, può esser poco per un altro.
8. Assai di origine straniera significa ridondanza ma meno di molta, ©. se A.
Più è correlativo di mena, ed ha luogo nelle com- parazioni. i 5 def | 5 D.
Quali sono i prenomi collettivi di quantità discreta? R. Sono i seguenti. | O”
I 1. Qualche che significa non tutti, ma tra tanti una ° parte, come iiafche
vomo, qualche frutto. Ogni si- gnifica la collezione ‘ di tutti gl individui,
così di- cendo : ogni uomo , s'intendono tutti gl’ individui ‘© umani senza
eccettuarne: alcuno. 760 propriamen- te significa la collezione di tutte Je
parti continue di un esteso come fuffa Za tavola, tutta la mano, ma
spesso-nell’uso si confondono. Ciascuno è com- ‘posto da ciasc corrotto di
quisque e uno, e signi- ca distribuzione, onde appartiene a' prenomi della
‘seguente sezione. A/cuno è ancora composto da ali- ‘quo uno e si può ritenere
per un prenome di que- "sto articolo. dh: 4d } K ti È r HE ion bd viag,
“Fi È na È i ce SEO 18. pr I al ‘De’ prenomi, che ‘significano relazione. di
-disumione e. che sì, possono dire disgiuntivi |, .\/.. GL... 1 ieB YVra D.
Quali sarebbero tali prenomi? ;;...,i +’ I had 3, . Meno, che significa non
tanto-quanto, così dicen- CAPO HI. DELLA TERZA CLASSE IPOTEORICA OSSIA DEGLI
AVVERBÌ. D. Che cosa sono gli Avverbi? R. Sotto questo 20me si comprendono
tutte ca pa- role, che senza rassomigliare ad alcuna delle pre- cedenti classi
racchiudono 1. una relazione, che ha ’ mm ir uu _m—&__&—_1zmm1nmu um _
n c—_—rr_—=#wBTi BÌ. 45 ‘ per segno wma preposizione del verbo 2. l'idea.di ,
tempo 0..di luggò: determinato ro. indeterminato: in senso proprio o
metaforico. Ondeechè siffatte. parole furono. detti. avverbi;.perchè,
determinando la. signi- . ficazione del verbo, se gli. allogano: d'accanto. +.
D. Ma quale relazione del verbo ordinariamente rac- chiude. 1 apperdtb Year R.
Ordinariamente l’avverbio racchiude la relazione di ». .comtenenza espresta
dalla. propesizione 24. Ho dettéi : erdinariamente, perchè, se il'verbo
satà:concreto e ..di.moto, può l'avverbio racchiudere la; relazione: di
origine. e di tendenza,che hinno pen. segni. quella . ‘la -prepasizione Da, e
questa.la. preposizione. A; €0- , ME YEAr@MOL La D. Come si distinguono gli
avverbi riguardo-al secon- do termine di relazione che contengono ?:: |. R. In
avverbi di.sempo 4 .di lago, Si.divannò avver- bi di tempo quelli. .che
racehiudono-la preposizione In e il nome di tempo: si diranno Avverbi di luo
..«go' quelli, che racchiudono la preposizione. £n. ‘e. il . nome di luogo. FAP
di -* Co Pen e D. ‘Ditemi..quali sono: gli Avverbi. di -lempo...: 1. R. Gli
avverbi di tempo. sono'i seguenti. 1: Gra°ehe | significa 1 &n ‘tempo
passata : così dicendo: av- »- venne. già; quello, che 10. avea preveduto ,
ognuno , ‘vede contenersi.in quel 964 la: tradazione 172.10 £em- :;po passato.
-4..Mai che-significa ‘în -un teinpa 0 | passato 0 futuro, secondo che :i tempo
del verbo a cui si associa richiede: così dicendo: Quando .. mai mi passò per
‘capo’ un tal pensiero? il mat , dinola er ‘un teinpo passato, ma dicendo:
quando mai Pretro verrà? il mai dinota 1a un tempo au» ‘ventre qualsiasi! © GG.
N 0 S’ingannarono quindi i ‘grammatici, che dissero dino: «tar questo. avverbio
lo stésso che sempre, perocchè noi diciamo: sempre: mat e mai: sempre, e due
pa- 46 role diversissime non possono avere il medesimo si- gnificato. 3. SempRE
che significa #n ogni tempo o passato o futuro, così diciamo egualmente : ho a-
mato ed amerò sempre, cioè îo ho amato tn ogni tempo passato , ed amerò in oqni
tempo avveni- re {1). D. Non mettete voi tra gli avverdî di tempo le seguenti
parole, ora, oggi, domuni, subito, allora ec. eo.? R. Niuna delle suddette
parole e delle loro simili si può ‘ dire avverbio 5 perchè esse appartengono
alle classi primarie. Infatti ora è nome, che significa la venti- quattresima
parte del giorno ; 0997 sigrtifica, come nome; il giorno presente, domani è
ancora nome, che significa il giorno seguente: subito è un pattitipio come
nella nota: allora è parola composta da «; la, ora. Ora l’avrerbio; come parola
ipoteorica, dev’es- ‘sere di natura differente dalle parole categoriche, i .
cuisigmificato esse racchiude, come già, mat, senipre. D. Ditemi quali sono gli
Avverdì di Luogo? R. Eccone alquanti 1. Ivi che significà 243 quel luo- 90 »
ossia 1n luogo lontano da me e da vot. Da dvi per brevità si è fatto vs con lo
stesso’ significà- . 2. Qu: 0 Qua’ che significa in questo luogo ; ossia nel
/Zuogo vicino a me. Onde diciamo : fv? 80- no molti leoni, parlando
dell’Affrica paese lorifàno da noi, e molti usignioli sono qui, parlando della
regione, in cui mi truévo io, 0 ci troviamo rivi. Da qui e vi si & fatto
Quivi, il quale ètimologicamente ‘.__{W) IT grammatici vorrebbero per avverbii
fosto, ratto , presto , subito, festè, incontanente, immantinente, quari, ma
TOSTO è partici- pio latino che significa arso o abbrastolito, e, siccome
gl’itàliuni dicono poi siete saputo per sapiente, dicono atcura fute tusto per
fate in sno- do ardente: nATTO è participio di rapio, SUBITO e perticipio di
subeo, e differisce da subito latino per l'accento sull'antipenultima: incon-
teneiite è parola corbposta da in con e tenente, IMMANTINENTE è pes- sima
traduzione del mndintenant fradcese, GUARI è parola provenzale è francese
guer'e e significa motto. Rimarrebile il sol0 testè di cui igno- ro la SEIglne,
La parola PRESTO è latina composte da pre e sto a- vanti sto. => > 2a
“-_. du > e SS ER € © . fs © figa] LL | 47 . parteciperebbe del significato
dell'urto e dell’ altro, ma i grammatici. fogliono riteneté che guivi signi-
fichi lo stesso che Zuî, cioè in quel logo lontano. + 3. Ci non è diverto pet
significato da qui, ma ne . differisce per l’accessorio di une vicinanza più
de- | terminata rispetto a chi parla. Così diciamo : Son venuto 4 cast con
tanto desiderio 8 no ci ho tro- « vato alcuno, deve quel Gi dinota la casa
determi- - nata, conte luogo dove mi rattroro io (1). 4. Costi a Costa’, che
significano în cotestò logo, osià nel duogo vicino a toi, 0 dove voi siete,
orde bisogna dire: se vor verrete qui, i0 al ritornò vi accom- pagnerò costà 5.
Li è La”, che significafio in quel er ag éssia mel luogo lontano da me è da
voi, endè pare identico a ?vÎ, 0 07, 0 quivi.Còta' ron dif- - ferisce da La, sé
non per una sp déteriniha- - zione di luogo: È falso .che gui differistè da gud
, 0 li da lé o tosti da costd, come il Baitoli ha di- mostrato ton mille
esettipi' degli stessi classici scrit- tori. eg e D. Ditemi gli avverbi, che
sigfificafio (mp0 è luogo in :fenad mnétaforteo, I VSS, ata: R. Eccone alcuni.
1. /ndarno che significa #1 modo vano o inutile 2. O chè significa in una.
suppost- zione, e, se è ripetuto, si traduce: nella prima, nella setohdd è
nélla tetta simposizione : Ovre- ro, oppure, ossi& sénò prole eorhposte. i
D. E che bisogna dire di que’ voluti avverbi de'Gram- matici, che finiscono în
mente, cime’ fortetiertà, grane ° demènte, massimamente: 0 R. Qiesté e
siniglianti parole:sono cottiposizioni di un tI ° (1) Questo - Dt è iderftico'
al faitino hié pei metdtesi fatto ci, il ale hic gi fa currispondere a qui;
Adanque.Ci£ Qui sono ancofa identicî. It che pruova, ehe, se si danno perfetli
sinonimi, è a con- dizione d’ introdurre vocaboli di altre lingue , dì cnî
ignoràudosi il sero, vaoze, si-fa lura siguifeerò un'idea già nemizata con propria
parola. D. Ditemi in ultimo ‘quali sono; 48 , aggiuntivo e del nome mante ;;.i
quali si riducono .. alle ‘classi categoriche; e solto il rispetto del.
costrutto alla sintassi figarata; i. ei | gli ;avvérhi, che con- tengono le
preposizioni .4,.-o 2a, che abbiamo dette preposizioni del verbale?) go. u Lan
R. In'primo luogo ;meltiamo Apuneue, che viene dal 4 » f li latino. ad unguera,
ossia. è pruova. di unghia,a ca- pello; Il senso di questo.avverbio è: A
capello com- bacia col detto innanzi quello che vado ‘a: dire, Il | quale
procedere del pensiero ha-luogo nella, conchiu- sione di .un ragibnamento, i. i
in. secondo. luogo; mettiamo Zadî parola composta da ‘da Di in. senso di Da,
perchè ‘identico al latino. De, ‘come 2rdî è formato da înde; il.:cui senso si.
rav- ; visa.in questa formola;: -Da quello che precede ve- è muoi | ndo in.
:Quinpi le Quinci ‘sono composti e: di: va= e 4 el N. R. E la quarta classe
ipoteprica di ogni. lingua”, e R. Vi sono i Misti, di cui parlerewio nel -Capo
seguente Î) n si È v ci so ® ’ A È: x È [a > se a -.- ACAPOVC: i î Reg Ma A
2 È i Ù .lore ‘identici a. indi ; ma, quinci accenna a prossi- ,mità
di.provyenienza, e in. ciò. differisce da quindi. Il Costinci è rimasto al 300,
{ è ‘%» D. Non vi sono altri avverbi? to: i n; (I 6 (ERA da 2 v Pad | DELLA
QUARTA CLASSE. IPOTEORICA OSSÌA |. , DELLE CONGIUNZIONI. . |<. . a % s { ‘
porgo ; "i su ieS Wi, E È: sb ME fe #. bi: Che cosa è la Congiunzione br
comprende sotto di sè tutte le parole, che racchiu» dono le relazioni di
compagnia e di disunione e- Ipreae dalle. proposizioni con e senza. D. ..In che
differisce allora la congiunzione da'preno> mi congiuntidito 0.000 ua de R.
{ prenomi: precedono i- Nomi, e: pe’nomi si varia- 49 0, come vedremo; le
congiunzioni al contrario nè precedono i Nomi, nè si variano. D. Come si
dividono le congiunzioni ? R. In pure e miste. D. Esponetemi le congiunzioni
pure ? R. 1. &, che innanzi a vocale per buon suono si serive | e sì
pronunzia ed, racchiude con, che prende a pri. mo e secondo termine que’nomi,
che offre il senso: così dicendo Pietro e Paolo asseggia, ognuno vede «che il
senso sia Pietro con Paolo passeggia. 2 Non sì riduce a senza, relazione di
disuntone e rende a prinso e secondo ternrine que nomi che iP senso olire: così
dicendo io ho fatto non cattiva azione, ognuno vede che il senso sia: io ho
fatto cosa senza cattiva azione. A non si riduce în negativo in com- |
posizione, come inutile equivalente a ron utile. Da ° 4Yon ed è accentato si è
fallo né, che significa e nor, delle quali una congiunge e l’altra disgiunge.
3. Anche, che significa aggiungere al detto innanzi, 4. Ma, che signifiea
eccezione: così dicendo: 4n- tonte è dotto, ma non é pi0, ognuno vede che quel
ma fa eccezione dalla lodè data nella prima pro- posizione. Ora che cosa è
l’eccezione;, se non una disustone? Adunque ma si riduce a senza. 5.Pu- re, che
significa eecezzone. Così dicendo: Sebbene Paolo sia oneste , PURE qualche
volta si lascia trasportare dall'ira, Ogruno vede che pure fa ec- cezione dal
concednto innanzi. ——— D. Ditemi ora le congiunzioni miste e con qual altro
neme sì addomandano ? R. Le congiunzioni miste sono quelle, che racchiudo- no
la. relazione di compagnia, di cui è segno con, e quella di sero, di eni è
segno /n, oppure la re- lazione di provvenienza, di cui è segno da e quella di
compagnia. Per questa duplice relazione, che rac- chiudono si dicono mtste;
perchè sone mezzo avver- f) x n ‘90 bii, e mezzo congiunzioni, dette-ancora
copulative, *- D. Come queste congiunzioni significano. la relazione | di
compagnia ? - 10. R. Per mezzo del prenome congiuntiva che; cuî, quale, che in
esse conliensi. DO Ai da D. Ditemi quali esse sono? . + dl R. Le seguenti 1.
Sx, che significa nel caso che o nel caso în cui. Così dicendo: studiereî, se
‘avessi li- " brî, ognuno comprende che si voglia dire: studie- rei nel
caso în cui avessi to libri. Questa copula- tiva viene ancora detta
condizionale, perche. espri- me la condizione, senza cui -non si dà un'altra
cosa. ‘‘2. Come, che significa nella maniera che:o nella marntera în cui 0 modo
tn cui ee. Così dicendo : . Morì come visse, ognun vede che il senso .sia.Mo- .
ri nel'modo în cui visse. 3. Così è correlativo di come e significa nella tale
mantera, e aliora come significa nella quale mantcra. Tante volte cos? si ‘abbrevia
in s! e si compone in. come, fotmandosene siccome collo. s'esso significato.
de’ componenti è 4. Ove ché significa /uogo nel quale luogo: così di- ‘ cendo:
Non so Ove egli stia, già si intende che si “* voglia dire : Nan so 1 luogo
niel quale: luogo egli °° srîa. Invete di ove si dice dove, aggiungendo la d ‘
‘per buon suono, come abbiamo -veduto che»si dice ° desso in vece di esso e
quivi invece di 122. 5. QUAN- po, che significa nel tempo o tempo, in. cui,
‘così " ‘dicendo: e scriverò, quando il.corriero venrà,l'e- _ spressione
equivale.a quest'altra: «2,scriverò nel teai- °° po, in" cui il corriere
verrà. 6. Mentre che: signi- « fica: nell'istante o istante tn gui: così
diceado!: |! ° ‘Mentre vot leggete, î0 scrivoz)il senso è:;t0 scri- |, I | | »
+ vo ‘nello ‘istante în cut voi leggete.:7..:ONpE, iche | "© significa;
dal luogo 0luogo.da- cut.(1).Cosb.dicen- ° di al) Si | ug ta Li d; è . LI ‘ tx-
A Mala ca - . (1) 1 Grammglioi hanno detto che onde italiano sighifichi di cui,
51 i! do: stettero in Roma, onde pot partirono, ognuno it =—vede che si voglia
dire : stettero 2n ÎRoma luogo, da cuî poi partirono. 8. QUANTUNQUE è parola
tutta id Jatina, quantumque, composta da quantum e que e si può tradurre per
guanto e quanto st voglia dire ehe. Non riportiamo poi'‘in questo luogo fe
parole È composte, che si riducono al valore degli elementi, il nè quelle
altre, che i grammatici annoverano tra le dé egongiunzioni e tali non sono
realmente. Per esem- ul pio sebbene non è differente da se condizionale e
P" bene nome: Benché è composto da dene nome e che 9 prenome congiuntivo —
0, ovvero ec. non sono con- ell qrunzioni,come abbiamo dimostrato nel Nuovo
Corso. 0: Eziandio è un mostro formato dal latino etiam diu, lo. composto da e
jam diu , in vece diremo ‘anche , È ancora, ‘petchè eriam ‘si traduce ‘per
ancora. Il n Poscia è identico al pòsr ehe significa dopo, e * quindi è ria di
sîto, came si rileva :dal senso. Pot è identico a poscra ‘è quindi a post— i
Posciatchè e-poiché sono composti equivalenti a do- di po che: Anz? è lò
‘stesso che ante avanli. "-D, In che durique differiscono gli avverbî
dalle ‘con- giunzioni?’ ea Sal " R. Dalla diversa relazione, che
racchiudono. Lo avver- è bio racchiude la relazione di conzfenenza o di òri- v
gine o di tendenza: la congiunzione racchiude la relazione di coripagnia 0
disunione. = È" —, - scon cui e.per cui. Eglino a parer mio si sono
ingannati a, partito , ., perocchè onde italiano e. lo stessp che unde latino,
il quale si adope- *’rava come domanda du luogo : UnpE venis? Done vieni ?
ossia da - «qual luogo vien? Se. quindi pare che in alcuni costrutti si truovi
in senso di di cui 0 con cui, € uopo considerare che lo sia metaforica- ia o
figuratariente, appunto còme figurata niente ‘diciamo partir di Roma cioè dalla
città di fioma, La qual opipione mivsembyra piu ‘ragionevole di quella, che io’
esposi storicamente.-nel Nuovo Corso. ‘Se non sì fissa una volta il verb valore
delle piréle, non si può spe- rare che sì correggano alcupi sprupositi che
vanno fondati sulle au- Acrità. 1 : » ct 19 D. R. D. "i D. R. - CAPO VI SE
L’INTERIEZIONE SIA CLASSE DI PAROLE? .. Che cosa sono le intersezioni o.
gl'interposti? Sono alcune vocî, che si frappongono alle parole nel discorrere
di qualche cosa. Dunque le interzezioni o gl' interpostt non sono parole? No,
ma voci. | | E che differenza passa La l' inzerposto e la pa- rola ? | o . La
parola è un. segno convenzionale relativo alli idea che significa, ondechè per
intenderlo è neces: saria l’opera del maestro che lo insegni, come da biamo
stabilito. nell’Introd. alla parte pruma. L'interpo sto al contrario è una voce
naturale, che senza con: venzione, ma per sè stessa, fa intendere la causa che
la produce, la quale causa è l’a/fezta, ossia una pas: sione, come dolore ,
piacere , ira, noia ec. Così ‘quando uno sente dolore, emette la voce oh! e no!
senza maestri, e con noi gl’inglesi, 1 francesi, i te; deschi ec.ancorachè non
sappiano la nostra lingua, all'udire quest'oh!, intendono che l’infelice, il
quale così si lamenta, senta aspro dolore.—Dicasi lo stess di ah! eh! 1h! uh!
eo. I D. E perchè gl’interposti si frappongono alle parole! R. Perchè noi, che
parliamo, abbiamo intelligenza pe conoscere, e cuore per sentire gli a/fezti.
Le affe zioni del cuore si esprimono colla voce, ossia cogl interposti, e i
pensieri dell’intelligenza colle paro) s'intendono. Ora, mentre pensiamo, può
darsi ch sentiamo ancora, onde avviene che la voce interron pa le parole e si
frapponga alle medesime. Do perchè simili voci si chiamano interjezioni 0. tate
posti. ! di D. Come si distinguono gl’interposti ? R. In puri e misti. | D.
Quali e quanti sono gl interposti pur? R. Sono le seguenti voci di una sillaba:
44! £%! Z4! On! Uh!, che esprimono i seguenti affetti: 1. Ah! esprime piacere o
gioia interna, se si ripele ridendo, come ah! ah! ah! Dinota dolore, se sì pro-
nunzia interrotta e isolata. 2. EA! si adopera, come voce di chi sgrida,
disprezza, ammonisce, discaccia, priega, scongiura, deride. 3. 4h! di chi
commisera, disprezza, deride. 4, Oh! esprime dolore, meraviglia, scherno,
rabbia, îra ec. 5. VA! esprime impazienza, noia, tedio, disprezzo. , Fra' i
purt interposti bisogna annoverare glinterposti di composti di due voci, come
ali! ohi! uhi! che, co- me si vede, equivalgono ad ah/ e #4/, ad oh! e t4/, ad
uh! e hl "_G D. Quali sono gl'interposti msst:? R. Quelli che hanno
qualche elemento di parola, co- me Del! per preghiera, Poh/! per disprezzo, Vf!
per noia; o qualche intera parola, come altmé! oht- me! paffare! ec. ec. iva DELL’ETIMOLOGIA
|. mond dii. ie iu sioni Delle radici, de' radicali, e delle parole' secondarie
«dt ogni lingua în genere. ©» d D. Quali parole si possono dire Radici in una
lingua? R. Sono parole radici in una lingua: tulte. quelle, che “non
riconoscono altre parole anteriori a loro, da cui... ‘sieno formate, ma desse’
sono le prime, che possono ‘generare sterminate famiglie di secondarie parole.
per questo che simili parole si addomandano, anco- ra parole madri, o parole
generanti, perchè desse sono le generatrici delle loro famiglie. D. Che differenza
passa Ira radice e radicale? R. La parola-radice è generante e non generata,
03- sia che non è formata da altra parola anteriore a sè, ma la parola-radicale
‘essenzialmente è gene- rata, quantunque sia essa stessa feconda generatri- ce
di altre parole secondarie. | D. Come si chiamano le parole generate con nomen-
| clatura comune? c R. Si chiamano parole secondarie in generale, per- | chè
elleno esistono, e non possono esistere, che do- — po te parole madri, da cui
vanno generate. dò D. In quanti. modi-si effettua la generazione delle pa- role
secondarie dalle loro radici o da’ loro radicali? + R In tre maniere cioè 1.
per Variazione, 2. per De- , rivazione, 3. per Composizione. Ma, a rigore par-
. lando;, la vera generazione si effettua propriamente :.pe dué primi modi e
impropriamente pel terzo. D. In che differiscono le parole varzaze dalle
derivate? R. Le parole variate differiscono dalle derivate in .questo: che Te
prime, generandosi, non alterano. la ‘ natura della parola. madre , la quale,
se è nome, . resta nome nella variata: le seconde poi, generan- dosi, alterano
la natura della parola generante, la. ‘quale, se. è nome, diviene serdo nella
derivata , come rî4 ed avviare, ec. ec. DELLA VARIAZIONE E DELLE PAROLE
VARIABILI. D. Che cosa è la Zariazione? cat | R. E un'alterazione, ché succede
nelle parole radici o -radicali, e.per la quale la: parola, che ne risulta, ri-
. tenendo il significato della parola madre, lo accresce di qualche altra idea
accessoria. Così dicendo, Jul intendesi l’animale così detto:senr’altro. Ma, se
va- .rio la desinenza in mulo, mula, mule, muli, oltre l’idea del così detto
.animale, per la desinenza 0 ag .giubga le idee accessorie di wn0 e maschio,
per la daivcir .& quelle di una e femmina, per la desi- * = nenza e quelle
di più mule femmine, per la desi- nenza 2 quelle di 2:% muli maschi. D. Pare da
ciò che la variazione si compie per l’al- terazione delle desinenze delle
radici o de’radicali? R. Supino è così, come vedremo dagli esempi, che
produrremo ne'capi seguenti. +D. In generale quali idee accessorie la
Variazione può 56 TARSAMICarO nella desinenza delle radici o de’radi- cali. I
si R. In generale possiamo dire che la Yartazione rac» chiude nella desinenza
delle radici o de’ radicali quelle sale idee accessorie, che hanno stretla
rela- zione coll'idea primitiva della parola madre, come particolarmente
vedremo appresso. ©. Li D. La Variazione si propone sempre di racchiudere:
qualche idea accessoria all'idea primitiva della pa- rola madre o si compie per
qualche altra ragione? R. La Variazione non si propone sempre di si9ntff- care
una nuova idea accessoria; ma spesse volle in molte lingue si propone
d’indicare alcune relazioni ad altre parole. sa x D. Che differenza passa tra
la prima e la seconda Va- È Piazione ? R. La prima è significativa o
etimologica, la secon- da è indicativa o sintassica. Le quali nozioni’ si
renderanno più chiare da quello, che andremo a di-. re in appresso. | an Ra D.
Quante e quali sono le parole Z'arzabili ? - R. Tra le parole delle Classi
categoriche le paroli va- piabili, ossia capaci di Variazione, sono le tre se-
uenti 1. .il Nome, e le parole derivate in forma «di nomi, 2. il Zerbo , 3.
l'Aggiuntivo , il quale — comprende ancora i Comparativi, superlativi et. e le
parole derivate in forma di aggiuntivi. -».: | Tra le parole delle Classi
ipoteoriche sono variabili , ossia capaci di variazione f. i Nomi primitivi
peo- sonali, 2. i Prenomi, sotto la quale nomenclatura intendiamo una
sterminata famiglia. sona ' do dio | —> — x s-_- sr 57 sale DELLA VARIAZIONE
DEL NomE. D. Qual è la radice o. il radicale de’ Nomi? R. Ritengo a modo di
semplice distinzione che la ra- dice e il radicale de’ nomi sia il numero delle
let- tere, che lo compongono , salvo l’ultima vocale in italiano.Così 72u/ è
radice del nome mulo, @sin di . asino, alber di albero, per la.ragione che la
Va- . riazione si compie nella destnenza, ossia nell’ulti- ma sillaba o
lettera. cs D. Perchè il nome si varia? : R. Per le due ragioni della
Variazione in genere, e- , sposte nel Capo antecedente , cioè o per aggiun-
gere idee accessorie all'idea primitiva della radi- ce o del radicale, o per
indicare. alcune relazioni del nome ad altre parole nel costrutto. Nel primo
caso la destnenza de’nomi operata dalla Variazione si dirà significatica 0
etimologica, nel secondo si dirà indicativa o sintassica. D. Di quale
Variazione de’ Nomi parlerete in primo luogo ? i R. [n° primo luago parlerò
della Variazione, che in- — duce desinenze significative o etimologiche , e in
secondo di quella che induce desinenze indicative, 0 sintassiche. Delle
desinenze etimotogiche o significative de’ Nomi. D. Quante e quali idee
accessorie può la Variazione racchiudere nella desinenza etimologica de’ Nomi?
R. Le seguenti 1. l'idea di sesso, per cui alcune so- | slanze e cause sono
maschi o femmine, 2. l’ idea di quantità continua o discreta. 3. l’idea di qua-
lita, 4, l’idea de’rapportî in certi nomi, :38 \ D. Come dunque sarà divisa
questa Sezzone? R. Ne’ seguenti Articoli. 1. Della Desinenza fonda- mentale
significativa del sesso, 2. Della Desinen- za fondamentale significativa della
quantità di- screta, ossia l'unità el numero, per cui il nome è singolare o
plurale , 3. Della Desinenza signifi- cativa della quantità continua, per cui 1
nomi di- ventano Diminuttei o Accrescitivi. 4. Della. Desz- nenza cepicanza
della qualità, per cui i nomi - si dicono Migliorativi o. Pèggiorativi. 5.
Della De- . sinenza significativa delle relazioni in certi Nomi. ARTICOLO LL
000 es Bella Desinenzafendamentale significativa del Sesso. D. Che cosa è
sesso? ML sE R. E° la duplice qualità, per cui ‘alcune -sostanze, o cause si
dicono maschie ‘ed altre femmine. . D. Quali nomi. adunque possono avere la
desinenza significativa del sesso ?. Prw gp R. Que'soli nomi, che-:significano
sostanze e cause, che in natura si mostrano a coppia di maschi e ferà- ‘ mine.
propriamente , e impropriamente quegli altri nomi che signifivano sostanze e
cause ,: che come mascii e come femmine si concepiscono, e si rap- presentano o
in pittura o in isco:tura: Così i nomi lupo , cavallo, gatto; ee. si possono
variare pro- priamente in una desinenza significativa di sesso , perchè in
natura esiste un lupo maschio ed una fem- mina, un gallo ed una gatta ec.
Impropriamente Dio, Angelo; Demonio , Giustizia , si variano: in desinenza
significativa di sesso, perchè-i pittori-e - gli scultori ci rappresentano
questi ‘esserà, aleuni:in forma di maschi, ed, altri in. forma di femmine. . Se
il sessa è duplice pel maschio. e per la. fom- t è 1 59 mina, pare che i nomi,
variandosi, debbano avere una duplice desinefiza , una pel maschio e l' altra
per la femmina? | R. Così è, e in fatti questa duplice desinenza in gre- co, in
latino e in italiano e in altre lingue ancora sì ravvisa per lo più ‘ne’nomi
degli animali. i D. Qual è questa doppia desinenza nella lingua italiana? R. È
Opel maschio ed ‘4 per la femmina, come mu- - lo e'mula, asino e asina;'cavallo
e cavalla, gat- toe gatta, agnello e agnella, pulledro e pulle- ‘ dra, colombo
e colomba ec.ec. = © D. Come si addomanda questa duplice Desinenza ? R. Desinenza:fondamentale,
‘perchè dessa è il fon- datnento di tutte le desinenze degli altri nomi, ‘dei
renomi e degli aggiuntivi, come vedremo. D. Un nhémng; per dirsi variato sotto
questo rispetto , deve avere necessariamente la duplice desinenza in o leg re
VERO R. Così dovrebbe essere, -ma nel fatto vi sono moltis- ‘simi nomi italiani
che ne hanno una sola in o pel solo maschio , e ‘in @ per la sola femmina, come
“per quello Zucezo, Corvo, Rospo, Toro, Uomo, U- signuolo, Coccodrillo,
Delfino, Riccio, e per que- ‘sia, Aquila, Rana, Vacca, Trota, Pecora, Troja: .
il’ che basta per dirsi variati a significare un sesso. | D. Ma percliè questi
nomi non hanno la duplice de- -$inénza? _ | uu R. Perchè l’uso non li ha
variali, onde, se taluno la prima volta dicesse lo Aguilo o la Tora,non pec-
‘cherebbe contro le ragioni fondamentali della lin- gua. Ma, siccome chi parla
contro l’ uso corrente, è deriso, non giova la sola ragione per introdurre ‘
inusitati vocaboli. ' | D. Dunque tutti nomi degli ahimali, che non hanno ‘la desinenza
fondamentale, si debbono tenere come >» ‘ not variali? i +0 ot 60 R.
Appunto, onde Zepre, Volpe, Cane, Bua, Leane, Elefante , beachè dinotano
animali, non sona; nè maschili, nè femminili. "ada ND. E come si fa per
connotare. il sesso di questi a- «nimali ? Se i paia R. In simili casi si
ricorre all'uso de’ prenomz,e de- gli aggiuntivi, come vedremo in appresso.:;
D. Ma, seunadice prua o casa, lago 0 piazza ec., «ognuno vede che questi nomi
hanno la desinenza, o .— @ a, diremo noi che sieno maschili o femminili? R. Non
mai; perchè le sostanze e le cause. che qne- sti nomi signifieano, non sono nè
maschi, nè fem- mine. Or come potrebbe la loro .desinenza significare ciò che
non conviensi al loro significato, primario? D. Perchè dunque prendono siffatte
desinenze ? . .. R. Per significare la quantità, come vedremo nell’arti- colo
seguente. SCIE SE D. Che bisogna dire di certi nomi di uomini desinenti in 4
come Zuca, Andrea, Geremia, e di certi al- tri nomi di sostanze rappresentate,
come femmine, de- sinenti in 0 come Erato, Safo, Clio? 00.0 R. Simili nomi si
debbono considerare di origine stra- niera, e come invariati in italiano
rispetto al sesso. D. Qual altra particolarità presenta la lingua italiana
setto il rispetto della desinenza significativa di sess0? R. Vi è quest'altra
particolarità che alcuni nomi va- riano il radicale in essa per significare la
femmina, come Leone in Leonessa, Elefante in Elefantes- Sa ec. ee. » iI ‘D. In
un piano di Jingua regolare i nomi degli ani- mali come si dovrebbero variare?
ut .R Ogni nome di animale dovrebbe avere la. duplice desinenza fondamentale o
e a, come /upo e /upa : intanto ciò non sempre sl avvera; perchè in italiano
«abbiamo molti nomi del masehio diversi da quelli della femmina, come zoro e
vacca, porco e troja “ariete e pecora, uomo e donna ec. La (i e n ili deine —
pid di PR acini BE . AI Paini IRE i AntIcoLo dn 1, . i HI : i ‘. "O SR 1%
ds to e Della Desinenza. fondamentale significativa. dell iaia discreta, per la
quale 11 Nome è Singa- are 0. Plurale, 000/20 a D. Ripetetemi la nozione della
quantità discreta, ‘.. R. Per quantità discreta bisogna intendere l’ Uui/d o il
Numero, poichè si è. vedute che. ogni sostanza è una o più. È, siccome
la..sostanza ha per. segho il Nome, così, quando questo esprime iu virtù di una
desinenza una sostanza, dirassi. Nome Singolare. Se ne esprime due, tre,
quattre.o in genere più di una, dirassi Nome Plurale: i... D. Qnando adunque il
Nome può ditsi. variato sotto al rispetto della quantità discreta? | | R.
Quando avrà la. desinenza fondamentale significa- tiva della medesima. È ciò è
vero per qualsiasi no- me senza eccettuarne alcuno, perchè di ogni sostan- . za
si può domandare quans è, alla quale domanda ._ si deve rispondere
necessariamente: è una, .0 più. ‘D. Qual'è la desinenza fondamentale
significativa del- l'unità, per la quale i nomi italiani si possono dire
singolari ?.. n bi È x R. La desinenza fondamentale significativa dell’ unità
in nostra lingua è quella stessa,.che nell'articolo an- tecedente abbiamo detto.essere
significativa del ses- so : ossia che tutl’i nomi italiani desinenti in 0 0 a
sono ancora singolari. (Quindi 200 dinola un uo- mo e maschio: vacca, dinota
una vacca e femmina: toro dinota. uno toro e maschio. ie D. Ma, se il nome
esprime sostanza inanimata, o in- corporea, che cosa significa la desinenza.o-e
G? R. Dinota la sola uniza e non il sesso. Quindi prata, lago, carta, piazza
sono nomi variati, che in 1 62 sinenza significano la sola u22/d e non mica il
ses- so, che non hanho'le sostanze per essi significale. D. E quale è la
desinenza fondamentale significativa i ‘del più; ossia del numero, per cui il
nome è plu- «rale 00 mi na Sa R. E la desinenza s corrispgndente ad 0, e la
desi- nenza e corrispondente ad @, delle quali la prima. ne' nomi di sostanze,
antmate ‘dinota più'e maschi, ‘come vomini, torî, agnelli: la seconda ne’ nomi
‘di '’ ‘sostanze: animate dinota più e femmine, come mu- Te, ‘agnélle, tupe,
vacche. Tanto Puna poi quanto .1 altra, cioè ‘e e f, ne' nomi di sostanze
27rarimate ‘sono significative del solo nuniero, come prat?, /a- ghi, piazze,
case et 0 D. Se un nome avesse una sola desinenzà foridamefi- tale, a modo
di'esempio, la sola desinenza 0 od‘@, oppure la sola desinénza 2 od e, si
potrebbe dire' clie , sia'variato ‘sefto il rispetto della quantità discreta?’
R. Senza dubbio; perchè avrebbe già una desinenza fondamentale; ma a
‘condizione che questa desinenza - corrispondesse a quella della ‘variazione
‘stabilita ‘a significare l’unità ed il ‘nvimero; peroechè molti nomi , terminati
‘così non sonòvariati come padre, Brac-' cia, specie. > Ria fee D. Nella
lingua italiana se ne incontrano di siffatti ‘nomi! per metà variati ds So R.
Moltissimi, cone fieno, esequie ec. Ma qui cade ‘la ‘slessa osservazione; che
abbiano fatta nell’arti- colo antecedente, parlando de’ nomi variati* rispetto
“a un'solo sesso, cioè dire:‘che, se alcuni’ nomi so- o no:variati solamente’
Lal i'unità 0 pel-numero, tion è per le ragioni fondamentali della lihgua, ma
pei ‘capriceî dell'uso. Onde è clie, siccome simili nomi sono ora niezzo
variati, coll’andar del temporlo stesso. «nso de buoni scrittori pottà:
variarli per l'unttaà e pel numero, ii sE; 63. D. In nostra lingua si ‘danno
nomi che si dipartono nelle loro desinenze dale fondamentali a, 0, e, 22 R. Vi
sono in nostra lingua moltissimi nomi uscenti -in.e, come padre, madre , specie
, ‘carcere de. ì quali non sono varziati; perchè in-essi fa destenza e non
significa pluralità e molti'nomi uscenti in.& come le braccia, le calcagna,
le miglia,le pugna ee. i quali non sono variali; perchè. in ‘essi: ta ‘de-
sinenza 4 non significa unità. - age 6 LI D. Quale too e lingua: per dinotare
l’ untid:: .0 il nuviero delle sostanze espresse da siffatti. nomi? R. Offre il
mezzo de’prenomi e degli aggiuntivi, sopra i quali passando la desinenza
fondamentale; come. ve- dremo, si accenna alla -desinenza, che è nomi dovreb-
bero avere e non hanno. Così dicendo /o padre, la, madre, la specie,
apprendiamo. che si: parla di. un padre, .di una..madre, di.una specie ec. e, dicendo!
le braccia, le calcagna, sappiamo che si parla di più braccia, di più. calcagna
ec... oe D. Ma vi sono. altre: desinenze irregolari ne’ nomi ita- .liani
invariali? . Ù | sg ad R. Ve ne sono ben altre, come l’ accentatà in virtu,
-cqrità, Itée, Mosè, Forli, Falò. ee Ma, a ben: consì- derare la cosa, simili
parole .gisono accorciate, gioè trovche. di altre parole, come virtà di
virtute, ca- rità di carttate, Rè di Rege, o:non sono parole italiane, almeno
in quanto alla profferenza, -essen- dosi ancora in nosira.lingiza introdotta
una pronvin- zia alla francese di molte parole, viziosa e da ‘cor- reggersi, ma
non avverlita da’ paristi. | In ultimo luogo è da notare che i ‘nomi personali
pri- -muitivi, hanno forme diverse convenzionali pel sua are e: plurale: Zo
singolare ha Not plurale : Zu singolare ha. vo? plurale, Sebbene :/o avendo la
de- sinenza 9 si, può dire variato. al singolare , come IVot.e oi avendo la
desinenza'7:si possono dire variati al plurale, ‘ E PE da pi trat va.» +
ARTICOLO III, Della Desinenza significativa della quantità. conti- : Ù e °. . .
. ” . sua; per la quale 1 nomi italiani st dicono Dimi- nutivi.o Accrescitivi.
«. . D. Ripetetemi in .questo luogo la nozione ‘della quan- tità continua? - de
R. La quantità continua si apprende nella lunghezza, larghezza, altezza ‘e
profondità e in generale nel- T estensione. © °° DI LL ei D. Quando un nome si
può dire varigto, sotto il ri- «spetto. della’ quantità. continua? . oe) R.
Allora chè subisee una ‘desinenza, alla quale si as- socia l’idea ‘di piccolo o
grande. D.' Quali e quante sono queste -desizenze. nella lin- : gua Italiana? |
R. Sono moltissime e più che in qualsiesi altra lin- gua. Io ne produrrò
qualche esempio. 1. La desinenza one, che apposta a’ nomi aggiunge al- I° idea
del radicale l’accessoria di grande, e i no- mi così formali si dicono
accrescitivi, come naso- ne. da naso esignifica gran naso: cappellone gran
‘cappella : portone grande porta, stradone grande ‘strada , similmente
.campanone , cestone , casone , demone eci a n: 2: Moltissime desinerize, che
apposte al nome aggiun- "pene all’ idea primitiva |’ accessoria di piccolo
, e e principali sono: (a) la desinenza atto, come /e- -pratto, che n gna
piccola lepre: (b) le desinenze ello, ella, icello, teela, come campanello, che
si- gnifica piecola campana, praticello e porticella ; -che :significano
piccolò prato e piccola porta: (c) le desinenze fino é ina, teino e 'icina,
tccino e icci- na, come fanetullino, cartina, lumicino, libricci- x 65 ‘ no,
che ‘significano pitcolo fandiullo, piccola car+- ta, piccolo lume, piccolo
libro::(d) la desinenza etto etta, come ometto, casetta, che significano
piccolo ‘somo e piccola casu: (e) la 'desinenza otto e otta, come passerotto,
aquilotta, ‘che significano piccolo | passero 0 piccola aquila: (f) la
desinenza wccto e ‘uccia, come cappelluccio e cappelluceta, che signi- ‘ ficano
piccolo cappello e piccola cappella : (g) la desinenza volo e vola, come
fighiuolo ‘e pagliuola, che significano piccolo figlio è piccola paglia. Chi
volesse una lista accurata di tutte siffatie desinenze, - potrà riscontrare .i
preliminari al gran dizionario de’ ‘ sinonimi del Tommaseo. | >" ©» o
‘D. Quando la variazione aggiunge le desinenze signi- ficative di piccola,
come'si chiamano i nomi così variati nelle scuole? di R. Diminutivi. ue een Te
a D. A quel che pare tanto i dimsnuttv:, quanto gli ac- crescitivi sono parole
‘equivalenti ad im nome ed , ad un aggunmtivo? - E i R. Così è., e le simili da
un moderno son chiamate plusralenti. e SE sl: ‘. Della desinenza significativa
della qualità , per la . quale tmomi'si a rece Misbiorativi e Peg- “ guorattri.
> gi Sfar ge de i D. In che modo la variazione può racchiudere in una
desinenza de’ nomi l’idea aecessoria della qualita? R, Allo stesso modo , con
cui abbiamo veduto che ‘vi racchiude l’idea accessoria della quantità ; perchè
tanto la quantità, quanto tequalità sone: inerenti all sostanza significata dal
wome: .Quali sono gli aggiuntivi generali. di qualità, che la «variazione.
racchîude nelle desinenze de' nomi? * t'. 66 R..La variazione racchiude relle
desinenze de’ nomi . due ‘serie di aggiuntivi generali qualitativi ,. 1. gli
.‘aggiuntivi dello, grazioso, leggiadro, onde ‘i nomi « così variati si dicono
;da’ grammalici vezzeggiativi . e da noi migliorativi; 2. gli aggiuntivi
brutto, de- forme, orribile, onde i. nomi così. variati si dicono
;dispregiativi o peggiorativi. In breve i migliora- | Hivi e peggiorativi
equivalgono .a- due parole; cioè ad un rome, ed ad un aggiuntivo delle due
serfe. D. Quali sano le desinenze italiane de migliorativi ? R. Elleno sono
moltissime. Ma, siccome le cose piccolé: ‘ sogliono essere aneora graziose,
gentili ‘è leggia- dre, tante volte è difficile a indovinare se un nome
-’variato in ‘qualche desinenza sia diminutivo 0 mi- | gliorativo, lo ne
produrrò qualche esempio, rimettendo 1 precettori a’luoghi citati, da’ qual?
possono -attin- gere una lista compiuta 1. la desinenza uazo e uzza «è
significativa’ di magliaramento: ‘così dicendo: ‘oe=’ chiuzza , favilluzza ,
@gnuno intende, occhio .-leg- tadro e vaga favilla; 2. La desinenza în0e ina,
ello ed ella si può tenere: tore significativa ‘di d2- minuzione e di
miglioramento. Così dicendo, fun- ciullino o fanciullina, donzella o fiorello,
ognuno intende un piccolo o una piccola, vago 0 vaga, Fanciullo ‘o.fanciulla,
donna 0 fiore. 00 4 D. Quali sono in italiano le desînenze de’ peggiorativi? R.
Sono ancora molte. Ma, siccome le cose grandi so- gliono ‘essere meno finite e
meno /eggiadre, tante “volte. è malagevole ‘a indovinare se un nome così
variato sia accrescitivo 0 peggiorativo. lo- ‘ne pro- :durrò qualcuna:1.la
desinenza @cezo ‘e accia, come: ‘im lebracciocartaceta, che significano brutto
libro, brutta carta: 2.la desihenza 4220, come in :popo- lazzo, che significa
brutto popolo: 3. la desinenza ‘aglia, come în plebaglia, gentaglia,che
significano brutta plebe e brutta gente: 4. la desinenza astro (] to, lo 0 buo
so ua 67 .-come in filosofastro , poetastro, brétto filosofo 0 brutto poeta ec.
de die na CE D. Che si deve osservare intorno a questa. specie di . variazione
È 2/4. 0/0) R. È da osservare che in nostra lingua spesse. volte tanto la
variazione di quantità continua; quanto quella : di qualità si effettuano nello
siesso nome ,:il quale ; sarà ad un-tempo peggiorativo ed accrescitivo, op- -
pure. megliorasivo è diminutiva insieme, come nei ‘ segnenti esempi: Omaccrone,
che significa grosso. e . brutto uomo» cassonaccio, grande e brutta cassa. . Al
contrario cassettino, che significa -piecola'e bella . cassa, cosettina,che
siguifica piecola e bella cosa. D. Quale. difetto bisogna 10 queste .notare?.
-.-. R. Bisogna considerare come vizioso l’arbitrio,cal quale ‘ sì ‘congiungone
insieme ‘le idee. di pidcola 6 granda: nello stesso nome, oppure.il
diminutivo.col peggio- -rattro come stanzueertecia, perchè vi sarehbe cons. :
traddizione ‘ne’ lermini. ch “. < +0 fg, PESCO ul #,°+ . ° i ti . Della
desinenza significativa di Relazioni incerti . nomt italiani Mi, Ti, Si, Gi,
Vi, Ne. Gil D. Come si può dire che, alcuni nomi variati nella de- - sinenza
siguifichino relaziant?. ose. R. Le relazioni sanovalcune dee; che ne legano
due altre come tersiini ed hanno per loro segni le pre posizioni (vedi part. d.
pag. 30). Se dunque wn .no- me, variandosi, ‘racchiudesse una relazione, iche.
sì:. . dovrebbe .esprimere con una preposizione, si awrebbe -c16 che.si è
domandato di sapere. -D. Quali nomi italiani ‘hanno queste desinenze siguifi.
‘cative di relazioni? .. R. I soli nomi primitivi personali Ze, Tu, Si... >.
68 i D. Ditemi le desinenze significative di relazioni nel no- me personale
primitivo 0. a A os R. II name personale priinitivo #0 singolare ha la-de-
nenza Mi, la quale significa @ e me: così dicendo: : Vidi Antonio, il quale mi
disse; ognun vede che ‘ mejdisse equivale a disse rame... .. H: nome primitivo
personale plurale./Vor ha le desinenze - significative di relazione Ne e Ci,
amendue le quali ‘ equivalgono a due parole cioè ad « e w201, Così di- cendo;
Zaddio Ci mandò il proprio figliuolo , per .«salvarò le anime nostre, ognun
vede che ci mandò | REL mandò ‘a not. Parimenti. se alcuno dicesse: - Nostra madre
mandonne un bel regalo, si vedreb- be che mandorme o ne mandò equivalga a mandò
a noi. | i o D. Ditemi ora le desinenze significative di relazioni nel nome
personale primitivo Z'u? |. | R. La desinenza significativa di relazione del
nome logi mitivo personale singolare zu ‘è 7, che equivale. a due parole cioè
ad @ e fe, come nel seguente e- sempio: 77 dirò pot, perchè nòn venni, dove
quel Ti dirò equivale a dirò a te. Lo stesso dicasi se il ‘#7 ‘s'incorpota
posposto al verbo, come in dirotez. La desinenza' significativa di relazione
del nome per- sonale primitivo plurale vot è /7, equivalente alle -due parole:4
e voi, come nel seguente esempio: 77 manderò poche pesche, dove è chiaro che vi
man- derd equivalga a-manderò a'vot. — . © ©» D. Ditemi ‘infine 4a desinenza
significativa di relazione del Nome personale primitivo St. " , Ri- La
desinenza significativa di relazione di questo no- «me» personale: primitivo è
lo stesso S? singolare e lurale equivalente alle due parole @ .e:sè , come
tHel-seguente esempio: Si fece arrostire due per- nici allo spiedo , dove il si
fece equivale a fece a sè. Sarebbe lo ‘stesso dicendo. Si Jeoero ec. ec.
"a i i | | 69 RIE ONE I gt e E » SEZIONE SECONDA — ©. ‘ Della Desinenza
indicafiva © sintalisica de’ Nomi. D. Quale desinenza si può dire indicativa 0
sintas- - sîca ne*nomi rispetto alla Y'arzazione? uu R. Quella ‘desinenza, che
non aggiunge alcunà idea:ac- cessoria ‘al significato del Nome, ma che: lo
mette in relazione con altre parole del Discorso; © .. D. Con quali parole può
il Nome esser posto in rela- zione nel Discorso ? R. Col verbo e colle
preposizioni. "0 D. Quali relazioni può il Nome avere col verdo, e quali ‘
colle preposizione ? R. Il Nome può avere col Verbo le seguenti relazioni 1. di
primo termine di proposizione, 0, come di- cevano i grammatici, di Nomznat:zo,
come in que- . sto esempio : -Aequa è fresca, dove è chiaro che Acqua, nome
messo in primo luogo, è primo termine di quel complesso di parole, che si diee
proposizio- ne. Si dirà primo termine di proposizione finita, se il verbo è al
modo indicutivo o congiuntivo, come nello esempio arrecato : si dirà primo
termine di proposizione 1nfintta, se il verbo è al modo ?rfinito, come nel
seguente esempio : vo? assere ammalato. Le quali cose saranno dichiarate ampiamente
in Sin? ‘tassi. | . Il Nome può aver col verbo relazione di oggetto, per lo
quale intendiamo per ora quel Vome, che in un costrutto va dopo del verbo e non
è preceduto da VIpo 2000, , come nel seguente esempio: 4o studio filosofia,
dove filosofia è aggetto del verbo studio. | Sotto il rispetto delle
preposizioni il Nome può essere secondo termine di rapporta. 10 10 Ora, se il
nome avesse una desinenza apposita, la quale ci facesse pensare piuttosto a
questa che a quella ia ae allora sì potrebbe dire che il nome osse variato
sotto questo rispetto sintassicamente. D. Abbiamo noi cosiftatte desinenze
nella lingua ita- liana? |. È | ta R. La greca-e latina con qualche lingua
ancora par- lata abbondano di queste desinenze, che furono dette cast ossia
cadenze, distinte con barbare nomencla- ture di Nominativo, Genitivo, Dativo,
Accusativo .. ed-Abblativo. ! Nomi italiani primitivi personali so- lamente le
hanno ritenule, ma si possono dire per- fettamente latine. pt Fani D. Ditemi
quali sono queste desinenze sintassiche nei nomi primitivi personali italiani.
i R. Eceole ne’ quadri seguenti e prima di ; ; , » NE ‘Io + Ù r 24 t L Primo
termine di proposizione finite... ,,.. Sing. Zo PI. Noi Primo termine di
proposizione infinita. . . Sing. Me PI. Noi Termine di rapporto con qualunque
preposizione Sing. Me PI. Noi Oggetto dopò verbo. . . «n. ++ Sing.Me PI. Noi
Oggetto avanti. verbo o incorporato al verbo. -. Sing. Mi(1)P1.Ne-Ci Li P s
"a ys* ‘ "x .. | Tu De voi N di , x h ù ce A e Primo termine di
proposizione finita... ...,Sing. Tu PI. Voi Primo termine di proposizione
infinita. . .'. Sing. Te PI. Voi Termine di rapporto còn qualunque
preposizione. Sing. Te PI. Voi Oggetto. dopo ‘verbo ma non incorporato... .. -
‘Sing. Te PI. Voi ‘Oggetto avanti verbo o dopo incorporato al verbo. Sing. Ti
Pl..Vi Primo termine di proposizione finta... ., . . Sing: Si, PI.. Sè Primo
termine di proposizione infinita. .... . Sing. Sè PI. Sè Termine di rapporto
con qualsiesi preposizione . Sing. Sè PI. Sè Oggetto dopo verbo ma'non incorporato.
... . Sing. Sé PI.. Sè Ojgetto avanti verbo o dopo ad esso incorporato. Sing.
St Pi. Si (1) Si badi bene che non sì confondano Mi, Ne è Ci, come Ti, Vi, Si
oggelto con quelli, che netl'articoio antecedente dicemmo parole iiusvalenti,
che equivalgono a due parole cioè a ne e a noi ec. ec. -—t-——__É
mT—_——__—_—_————_————mÒmé —w—mwmwxu|\|àÀàd]ò@|0(n iz; IA A === d i’. —_—É _—o_
__ O 74 D.: Tutti gli altri nomi, che non hanno queste desinen- ze, come si
chiamano rispetto alla variazione? R. Nomi anvariati sotto il rispetto
sintassico? ‘| *‘ ; : va n È 4 vin a 5 - ‘ CAPO MI. — ws Me Ce E ge e SE Sn +
DELLA VARIAZIONE DEGLI AGGIUNTIVI, D. Perchè si'variano gli aggiuntivi ? R- Gli
aggiuntivi ‘non si variano per conto proprio , È egizio essi dinotano 0 qualità
o quantità, le, qua- ‘li nofi:sono nè maschi nè femmine, nè singolari nè “-
plurali. Se ‘si 'variassero per ‘conto proprio, il foro ‘ significato ‘cioè la
qualità e la quantità iowdhba sot- tostare‘a queste nozioni ‘come il principale
all'acces- sommo. . e È ; i D. Per conto di chi dunque si variano gli
aggrunzivi? R. Essi variansi per conto de’nomi, a cui sì riferisco- no. Quindi
è che, se prendono le desinenze ‘fon- damentali a, 0, e, î, come duono, buona,
buoni, buone, non diremo che’ gli aggiuntivi sieno masco- linto femminini,
singolari o plurali, ma piuttosto ' difemo che ciò avviene per ragioni
sintassiche, o per ragioni etimologiche indirette. D. Che vuol dire che gli
aggiuntivi’ sì variano per r4- " gionî sintassiche?.. : ie E ge "u R.
Vuol dire che ‘gli aggiuntivi si variano per indi- care nel discorso più
distintamente il nome, a cui sì riferiscono. Sè io dicessi per esempio: l'acqua
è ‘: fresca e il'vino'é caldo, la ‘desinenzà « di fresca mi farebbe pensare ad
uequa.e non: a vin0, come la - ‘desinenza ‘o’ di é4/do ‘mi farebbe pensare a
v240 e non ad acqua.In guisacchè per queste desinenze si- « mili‘‘io riferirei
agevolmente fresca ad acqua e cal- do a vino. VOR RE . 72 D. E che vuol dire
che gli aggiuntivi si variano per ragioni etimologiche indirette? || © n R.
Vuol dire che, se. alcune desinenze di aggiuntivi va- riati significano qualche
cosa, ciò avviene indiret- tamente, ossia non per conto proprio, ma per conto
de’ loro nomi, come vedremo. D. La Variazione degli aggiuntivi quantitativi
avviene allo stesso modo che quella de’ qualitativi? R. Questa duplice
variazione sotto alcuni rispetti av- viene allo stesso modo, sotto certi altri
in. modo di- verso. Noi dunque divideremo questo capo in tre ar- ticoli. Nel I,
esporremo le desinenze comuni alla. va- | riazione de Quantitativi e
Qualitativi : nel II. Le "desinenze particolari della variazione degli A
ginno tivi di qualità e di quantità continua nel Î . Le desinenze particolari
della variazione degli Aggiun- tivi di quantità discreta. ARTICOLO I. Desinenze
comuni alla variazione degli aggiuntivi Quantitativi e Qualitativi. . D. Quali
desinenze per variazione sono comuni agli AgGUIZITI di qualità e quantità nella
lingua italiana? R. Sono comuni a questi aggiuntivi le desinenze o, a,?,€, che
nel capo If par. 3.* abbiamo appel- late desinenze fondamentali de’ nomi ,
significative della quantità discreta e del sesso. D. Ma sono così variati
tutti gli aggiuntivi suddeili? R. Non tutti, nè egualmente, ma alcuni in tutto,
altri in parte. | D. Ditemi quali aggiuntivi di quantità discreta sono così
variati ? | R. È variato in parte l’aggiuntivo uno che fa uza , il quale propriamente
non ha le desinenze uni e une, | 73 ‘ benchè in parlarfigurato' qualclie'voltà
s'incontrano. Sono anctra variati în parle i ‘numeri sé, dieci, venti. ‘Tutti
gli altri ‘numeri come ire: quattro , | einque, sette; bito) nove; trenta;
quaranta; cento, mille sono invariati , perchè Lei nie in e; a, 6 ‘non liannid
desitiérze secondo le ragioni ‘elimologiche ‘della’ nostra! lingia. n. D: Gli
aggiontivi di Quaritità ‘contihua son tutti va- matt, > a een LI R. Non
tutti, come non tuttii: qualitativi ; perchè ‘se ne incontrano alcuni di quelli
come dreve; e ‘mol- tissimi di questi, come felice, facile, docile, acre,
forte, prudente, ec. i quali hanno la desinenza e, «dove dovrebhe essere o..ed.
a: .e, dove: dovrebhe es- sere.e ed 7, ‘evvi selo quest’ ullima. O D. Perchè si
variano gli aggiuntivi? |. ‘ R:' Principalmente pér fagioni sintassiche ,
ossia’ per ‘dare una :inorma' a ritrovare facilmente ‘il nomé , a cui si
riferiscono nel discorso, come abbiamo detto testo, i 0 Ere e D. Ciò sarebbè
vero, quando anètora il nome fosse va- .riato, ma, ‘quando’ il nome"è
invariato, come /épre, volpe, padre, a che servono-le desinenze 0, a, e, ‘*
degli aggiuntivà? -' a e R. In questi casi‘le desinenze degli
aggiuntivi‘possono ‘essere’ significative ‘indirettamente della quantità di-
screta ‘è del sesso per "conto -del ndrne. Così,:dicendo ‘ ‘bella lepre,
la desinenza «a 'di'della mi fa intendere una lepre feminina, é; dicendo buono
leone; intendo «= tino: leone imaschib. i iii | D. Che vuol dire che le desinenze
degli-aggititilivi sono si 5 Ca indirettamente? 0... R. Vuol dire che queste
desinenze non significano quane tità'e -8es80 per conto, del significato
‘proprio, ‘sibbe- ne de’nomi , ai quali si aggiungono gli aggiuntivi. D. Questo
va bene per ‘ciò che truovo scritto ‘in un i 4 . . Ù 74 Ù . libro di buono
autore, ma;-se jo. dovessi parlare o | scrivere, come potrei sapere :che con un
nome in- variato simile a cane, volpe, lepre ci debba met- . tere un aggiuntivo
piuttosto colla desinenza 0 che colla desinenza 4? Ni: R. Non ci è alcuna
ragione in questo, salvo, il buon uso, perchè l’ uso delle lingue è
capriccioso. Perciò ‘ bisogna stare in questo all'autorità, ed usare piut-
tosto l’una che l’altra desinenza, che si troverà usata . nelle buone
scritture, o nelle buone parlate de’ savi ; precettori (1), 0 e SEZIONE IL.
Delle desinenze di variazione particolare agli aggiuntivi qualitativi,
diminutivi, accrescitivi, peggiorativi, comparativi, superlativi. D. Perchè le
desinenze, che formano le sopraddette va- riazioni, si dicono particolari degli
aggiuntivi di qua- , lità e quantità continua ? “a a R. Perchè il significato
di questi soli aggiuntivi per la relazione che ha con quello de’ nomi, può con-
seguire le idee accessorie significate indirettamente .da queste, desinenze. A
D. Quali sono le desinenze degli aggiuntivi diminutivi | accrescitini,
migliorativi e peggiorativi? R. Sono le stesse desinenze de’nomi così variati,
espo- .ste nel cap. II. par. 3.* come dellino, larghetto, vermigliuzzo,
bruitone, bruttaccio, rossiccio, bign- castro, bonaccio ec. ec. ec. Il
precettore diligente ne può raccogliere delle liste dal citato Dizionario di
sinonimi del Tommaseo. | , ù Veli ct (1) In un metodo ben ordinato i giovanetti
debbono pervenire a questo ‘studio: dopo che si saranno praticamente’
ésercitati nella lingua italiana, come dimostrerò nella. Metodologia. Intanto
consiglio a’ precettori di raccogliere in tante liste i nomi invariati italiani
, registrati coll’aggiuntivo a canto, desinente nell'uscita approvata dal-
l'uso., facendo apposite avvertenze contro l’uso contrario. . x ti rà } TT 75
D. Per conto di chi significano queste desinenze, R. Per conto sempre del nome,
a cui sì riferisce lo ag- iuntivo variato.Quindi, se incontriamo bellino, guar-
pen subito al nome dambdino, a cui si riferisce, e tradurremo bambino grazioso
e bello , o bambino raziosamente bello: dicasi lo stesso degli. altri, D.
Qual'è la desinenza dell’aggiuntivo italiano in for- ma di comparativo? ia. R.
Questa desinenza di aggiuntivo comparativo non è italiana, ma latina, onde è
rimasta nelle sole parole latine, come maggiore, minore, migliore, peggio- .
re, parole equivalenti.a più e grande, più e pic- . colo, più e buono, più e
cattivo. In questa lista non , entrano i comparativi formati da preposizione,
per- ‘chè da noi si considerano, come derivati. D. E quale è la desinenza degli
aggiuntivi italiani va- riati a superlativi? x | ! R. È la desinenza 2ssîmo ‘e
per taluni erriîmo, come dottissimo, bellissimo, integerrimo , acerrimo. Un
aggiuntivo così variato equivale a tre positivi come . dello, bello, bello,-o
tre volte bello, o il pi bello. Questa desinenza è a. noi pervenuta ancora dai
latini. D. Che si deve osservare intorno agli aggiuntivi variati . contenuti in
questa Sezione? I R. Si deve osservare che, mentre sono così variati, ‘ la più
parte prende pure le desinenze fondamentali a, 0, e, i, dicendosi dellino e
bellina, larghetto e larghetta, bruttuccio e bruttaccia, rossiccio e ros-
siccia, bellissimo e bellissima, integerrimo e' tn- tegerrima come pure
bellissime, bellissimi, larghet- te, lunghetti, belline e bellini ec. in guisa
che si possono addomandare aggiuntivi doppiamente variati sotto diversi
rispetti. I soli comparativi maggiore, mî- nare, migliore, peggiore e qualche
diminutivo , ac- crescittvo, migliorativo, e peggiorativo sono inva- riati
sotto il secondo rispetto. # | Delle Desinenze porticolari agli aggiuntivi di
Quantità discreta — Degli Ordinativi. - D. Quali « sono le desinenze
‘particolari per variazione degli: aggiuntivi di quanto cusereBii ossia de’ Nu-
meri? | È R. In italiano sono le seguenti : 1.° I due primi aggiuntivi di
quantità divcicta; sia Uno e Due non hanno in italiano variazione sotto il
rispetto di questa Sezione, perocchè ad uno si fa | corrispondere premo , che è
‘parola derivata dal la- tino pri che significa avantt, e a due si fa corri-
spondere secondo, derivato da sequor latino , che si- guifica seguire, perciò
secondo significa seguente, ‘0 da seguire. 2, da tre si fa terzo: 3. da quattro
si:fa quarto: 4. da cinque sì fa quinto 5. da set si fa sesto 6. da sette si.fa
settimo : 1. da otto si Ta ottavo : 8 da nove sì.fa nono. 9. Da Dieci in poi i
numeri si variano, aggiungendo ..Ja desinenza 2220 0 estimo, come decimo ,
undecimo ‘o undicesimo, ‘decimo terzo 0 tredicesimo, ventest= mo, trentesimo,
quarantesimo — Centesimo, mille simo, millionesimo. D. Che cosa aggiungono
queste desinenze all’ idea del Home, a cui sì riferiscono i numerali ?. R.
L'idea. dell’ ordine, con cui le cose sono disposte. D. E: che.cosa è l’idea di
ordine. R. L'idea di ordine.risulta dalle relazioni di. stto, per - Te quali.
alcune cose sonoposte avanti; altre dopo. echè rriMo vuol dire va cosa posta
avanti tutte: SECONDO. Un@ cosa posta dopo la prima: TERZO una ‘cosa. posta
avanti la quaria e dopo la. seconda, ha «via + dieconndo: e D. Che bisogna
osservare inforno a. questi aggiuntivi. I R. Bisogna osservare ehe anch'essi,
quantunque sieno variazioni degli aggiuntivi di quantità. discreta, pren- dono
per un’altra variazione le desinenze fondamen- ‘tali 0, @, €, ?, dicendosi
primo, oi prime, prî- , #î eo, ec. per ragioni s12/a8stche oper ragioni in-
dirette ezimolagiche. mM DELLA VARIAZIONE DE'PRENOMI. D. Perchè si variano. i
prenomi? | R. Per la stessa ragione, per la quale abbiamo vedu- fo che
sivariano gli aggiuntivi, ossia non per conto proprio, sibbene de’ nomi, cui
precedono, imperocchè essi significano relazioni, le quali non sono nè ma-
schi, nè femmine, nè singolari, nè plurali ec. D. Adunque le desinenze, per
variazione, de’ Prenomi non sono significative, ossia etimologiche? © R. Esse
sono ?îndicative o stntassiche, ossia servono a far ritrovare agevolmente il nome,
a cui si rife- ‘ riscono. E, se qualche volta s79gn:ficano qualche co- sa,
avviene indirettamente , ossia per conto de’loro nomi, come vedremo ne’seguenti
articoli. D. Come sarà ‘diviso il presente Capo? R. In tre articoli. Nel 1.
esporremo le desinenze fon- damentali de’ prenomi : nel 2. le desinenze sintas-
siche indirette: e nel 3. le desinenze etimologiche | îndirette. Delle
desinenze fondamentali de' preriomi. D. Quali sono le desinenze fondamentali
de’ Prenomi. R. Sono le stesse desinenze 0, a, e, ?, che ne nomi sono
significative di quantità discreta e di sesso. D. Tutti 1 prenomi hanno queste
desinenze ? 78 R. Quasi tutti, perchè abbiamo questo, questa, que- sti, queste:
quello, quella, quelle, quelli: cotesto, cotesta, cotesté, cotestî. Dicasi lo
slesso di tan- to, quanto, esso, desso, stesso, identico, medesimo, molto,
poco, troppo, tutto, altro, diverso. È que- sli si dicono in tutto variati.
Sono variati in parte: equale, simile, quale, tale ec. perchè hanno la sola
desinenza ? indicativa de’ nomi plurali, come eguali, simili, quali, tali ec.
Più è invariato, come che, parî e ogni. D. Qual prenome merita di essere
particolarmente con- siderato sotto il rispetto della variazione? | © R. È il
prenome /o, il quale si varia in Zo, la, le, li, ma invece di /o innanzi alle
parole, che cominciano da. semplice consonante, si dice #/, come #7 ferro, é
invece di Zi, si dice ?, e, se le parole che seguono, cominciano da s.impura o
da vocale, invece di /î o ? sì dice glî, come gli specchi. ua D. Di che uso è
questo prenome? sE R. Quasi sempre si prepone a’ nomi italiani, e serve
mirabilmente a il quel nome, a cui si riferisce, e, se il nome è invariato,
come specze, carcere, ser- ve a significare indirettamente la quantità, e, se
il nome invariato è di animale, serve ancora 2ndiret- tamente a significare il
sesso. Così dicendo: Za spe- cie, s'intende, per la -desinenza di Ze, che si
parla di specie singolare. Parimente dicendo /a volpe 0 2l tigre, s intende una
volpe femmina ed uno ti- gre maschio. - ge 5 4 Si deve in fine osservare che
l’uso di questi prenomi lo e la, le e li-o ® o gli nonè costante con certi
nomi, i quali si truovano e coll'uno e coll’altro, co- . me 2/ carcere e la
carcere, il trave e la trave, © carce- ri ele carceri, itraviele travi, iL
fonte e la fonte, 2 fonti e lefonti, de’ quali il precettore può raccoglier- 4
—»+y}+;»+—w-+y— 79 “ne liste accurate per far'‘vedere a’ giovanetti questa 4
intostanza ed ‘incertezza di uso. ’: «05.4 ARTICOLO II. © "Delle Destnenze
‘sintassiche indirette de” prenomi ‘- EGLI, ELLA, QUESTI, QUEGLI,' GLI, LO, LA,
LE, EGLI- ° NO, ELLENO, 'LUÎ, LÉI,O co | si D. Perchè le surriferite desinenze
si dicono sintassi- - ‘che indiretteB 0/00. 0° R. Perchè queste desinenze sono
relative al verbo, co- me vedremo; col quale ha relazione diretta il nome e non
il prenome, che esiste in grazia del' nome; cui è» VT e precede. © —. D. Ditemi
jl valore di ciascuna desinenza ? R. Fgli si ‘adopera , come primo termine di
proposi- zione, o in altri termini sì riferisce ad una persona di sesso
maschile singolare, il cui nome è primo termine di propasizione. ELLA si
riferisce ad una persona di . sesso femminile singolare, il cui nome è primo
ter- mine di proposizione. Esempi Egli è Buono, ed Ella ‘ è savia, cioè Pietro,
di cui si è parlato, è buono, e la moglie è savia. Invece di Ella si dice
ancora La, come quando incontriamo Za mî chiama, La “mì dice, ossia ‘Ella mi
chiama ec. Anticamente in- vece, di Egli dicevasi E/o, invece di cui s'
incontra ° Lo; eoine La invece di Ella. Mii Eglino sì riferisce al nome di
pérsona plurale maschi- , le, ed, EZleno ‘al nome di persona plurale
fernminile, amendue primi termini dì proposizioni —Invece di Elleno, troviamo
Ze, come Ze. non sono molte. — Questi e Quegli si riferistono ‘a nome di
persona sin-. ‘* golare ‘maschile, primo termine di proposizione. Le oro
differenze consistono nella diversa relazione che. significano. ,80 Ali si
truova ‘adoperato..pel nome, a cui sì riferisce, come oggetto plurale del
verbo, corse quando dicia- mo: Zo non gli ho veduti, dove è chiaro che gl sì
riferisce a più persone: di sesso maschile , che sono l'’obbietto veduto. Le sì
riferisce al nome di ersona plurale di sesso femminile, abbietto del: ver- 0,
così, dicendo: Non le ho vedute, s'intende non ho veduto le donne. La e Lo sì
riferiscono, quello al nome singolare di persona, ‘o quasi persona di .. sesso
femmineo, e questo al nome singolare di per- sona, di sesso maschile, amendue
abbiett? di verbo: Così dicendo :n07 lo ho veduto 0 non la ho ve- duta,
s'intende che io so ho veduto la donna’ o lo wamo, Invece di /o e /a indicativi
di obbietto si dice Zuî e Zeri. A parlare con rigore /o, la, le, gli, lî non
sono differenti da fo, Za, le, gli, lr esposti nell’articolo antecedente, ma di
ciò. più ditfusamente nella sintassi figurata italiana. —— ARTICOLO INIL: Delle
Desinenze etimologiche indirette de’ Prenomi. GLI 2 senso dî A LUI; LE în senso
di À LEI — LUI ‘ «@ LORO fermini di rapporto. ©. | D. Perchè queste desinenze
si dicono etimologiche in- dirette? ia Ce R. Perchè sì riferiscono. a un nome
preceduto da pre- | posizione espressa o sottintesa – IMPLICATED H. P. GRICE --.
Quale preposizione fa intendere GLI? |. |<. R. La preposizione 4 in
guisacchè GLI equivale ad 4 “edu. — l tao e. | Lo A D. È quale preposizione fa
intendere LE? R. La stessa -preposizione @, onde equivale ad a Zer. D. In che
dunque differiscono G/ 6 Ze? 0° R. In quanfo che il primo si riferisce a
persona di 81 ‘sesso: maschile e Ze a persona di sesso femminile. D. E che cosa
sono Zu? e Zoro. R. Sono termini di rapporto , ossia che sono prece- duti da
preposizione espressa , che ha per termine il nome, a cui precedono i due
prenomi. D. In che differisce Zu? da Loro. R. In questo che /uz si riferisce a
persona singolare e loro a più persone. © D. Datemi, se potete, un quadro di
variazione di Egli. R. Eccolo. | | Desinenza indicativa del 1. termine di
prop.Sing. Egli PI. Eglino Dell’Obbietto Sing. Lui, loPI. gli li Del termine di
rapporto con qualunque prep. Sing. Lui, PI. loro Indirettamente significativa
del rapporto di tendenza . Sing. Gli PI. Doro. D. Datemi il quadro di
variazione di Z//a. R. Eccolo. | Desinenza del primo termine di prop.Sing. Ella
o la PI. Elleno o Le Indicativa dell’ obbietto Sing. Lei laPl. Loro Le
Indicativa del termine di rapporto con qualunque preposizione Sing. Lei » PI.
Loro » Indirettamente signiticativa del rap- porto di tendenza Sing. Le » PI.
Loro » D. Che si deve osservare intorno a questa variazione? R. Le seguenti
cose 1. che Egli ed Ela, Eglino ed Etleno non si debbono mai usare dopo
preposizio- ne, ma sempre come indicative di primo termine di proposizione 2.
Che Zu e Ze? non si possano mai usare, come’indicative di primi termini di pro-
osizione!, quantunque i fiorentini nel parlar fami- Îiare l’usassero, e qualche
esempio se ne incontri preso gli antichi scrittori, e senza alcuna eccezione,
enchè 1grammatici vogliano che dopo essere e do- po come sì possano come tali
adoperare ‘3. Che bi- sogna pòr mente a non confondere gl indicativo di LÌ 82 .
obbietto e glindirettamente significativo di rappor- to di tendenza. Dicasi lo
stesso di Ze. CAPO V. DELLA VARIAZIONE DEL VERBO. D. Quale è la voce radice e
radicale del verbo? R. E la voce del così detto modo infinito, ossia quella che
ha la desinenza are, ere lungo, ere.breve, e ire, come Fare, Vedere, Essere,
Venire. D. E perchè questa voce si deve tenere per radice o radicale di verbo?
i R. Perchè è quella, che significa meno di tutte le al- tre voei del verbo,
qual dev essere la radice di ogni parola, onde i grammatici la dissero 2nfinzto
, ossia indeterminato e indefinito, a differenza delle altre voci, che si
dissero del modo finito, ossia definito, e determinato, come sì vedrà più
chiaramente in ap- | presso. | D. Adunque il verbo è variabile? R. Senza
dubbio, se è vero che il verbo oltre la voce dell’ infinito ne ha moltissime
altre diverse da quel- la, le quali, perchè diverse, sono una variazione del-
la prima. . NOR ‘D. Ma che fa la Zariazione nel verbo? | ‘R. Produce desinenze,
in parte etimologiche e in parte . sîntasstche.. | D. Quali sono in generale le
desinenze etimologiche nella variazione del verbo ? O R. Sono quelle, che
significano qualche idea accesso- ria al significato del verbo per conto del
verbo me- . desimo. o a | D. E le desinenze sintassiche ? R.. Sono quelle, che
non significano idee accessorie al | significato del verbo, e,se significano
qualche cosa, 85 non è per conto dél' verbo, ma del nome o della pro-
POSIZIONE: 0 se D. Come dunque «divideremo questo Capo ? R. In tre sezioni.
Nella î.* Sezione esporremo le de- ‘ ‘sinenze sintassiche indicative ‘de’ Nomi
personali pri- | mitivi e della loro quantità discreta ossia l’unità e’l numero
, per cui sono si2g0lart e plurali: Nella 2.* le desinenze sintassiche
indicative di proposizione : ‘nella 3.* Le desinenze etimologiche o
significative de’ tempî del verbo. | | SEZIONE Lo ‘Delle desinenze: sintassiche
indicative ‘de’ nomi personali singolari E ‘ .. © plurali. : a, D. Perchè il
verbo, ha desinenze sintassiche ? | R. Perchè desso nel discorso ha relazione a
certe pa- role, a cui si vuol congiungere: le quali parole es- ‘sendo diverse,
o per natura, o per forma, il verbo. prende una desinenza, che fa ricordare
piuttosto di una,. che di un’altra. — i si ). Con quali parole ha relazione il
verbo nel discorso tanto stretta che per esse varia le sue desinenze ? R. Co
nomi uni primitivi 10, TU, sI, NOI, voi, 81. D. Che fa la variazione nel verbo
per questi nomi per- sonali? E Tia | de | R. Varia in sei desinenze lavoce del
radicale, quante sono le forme de’ nomi personali primitivi singolari e
plurali, e con Zo il verbo amare per esempio fa amo, con tu fa amî, con egli(1)fa
ama, con noi fa amiamo, con vot fa amate, con eglino fa amano, in guisacchè se
truovo zo vicino ad amz, dirò, 0 che vi sia errore, o che il verbo dizo è tutt’
altro (1) Metto egli per ispeditezza di linguaggio, dove starebbe A, perchè
questo prenome sì riferisce ‘alla terza persona. , 64 che ami, come il nome, di
ami è tutt ,altep ‘che so. Per la stessà ragione diremo che amo è la desinen-
za della prima persona, singolare, @27 della secon- da singolare, ama,
della-terza ec. ec., .. D. Diinque queste desinenze. del verbo non significano
‘ numeri e persone? R. Non ‘possono significarie ] per conto. del verbo, perchè
ci verbo dinola, staio e aztone., e. lo .stato. e la- ‘ zione non è né
singolore, nè plurale, come pure non è sostanza ‘ personale, per quanto abbiamo
stabilito nella prima Parte. Ora, affinchè una desinenza fosse significativa
per conta della parola variata, sarebbe necessario che il radicale di questa
parola signifi casse un’ idea;..a cui.si riferisse quella della desi- ‘nenza,
come l'accessorio: al: principale. D. Non dovremo allora dire ab le amo, per
esempio, è persoria ‘prima; e ‘numero singolare?” | | R. Non:mai, isibbene
diremo clie amo è desinenza in- uo di ‘accordo col nome personale primitivo 0
ee, ii: D. E: solo.pei nomi personali primitivi il'véerbò si varia? | KR. Per
essi solamente, perchè essi soli significano prima, I I «ul «seconda, e-terza
persona: talti gli altri nomi possono: fines semplicemerte persona. Infatti
tutti glial- | .tri'nomi personali si mopiusono con tutte Te desi- i - nenze
del verbo; -come-/o Lorenzo scrivo, Tu Antento leggi, Egli Francesco dorme. Il
che ida che il civerbo non si. varia DEE essi. co SE È E ‘ ARTIOOLO Ir Delle
deonte sintassiché vidicative e MODI, ossia ‘| flello MANIERE: di ‘concepire’
là FIOPOSIZIONE. * NEC el St 44) lat + Si) {b Vi SLI da v* D, Che cosa è il
I/odo del Verbo. Da Ri Standoci alle decisioni. de' grambalici, ‘DOO. ‘possia-
85 mo sapere quale. nozione precisa: debba associarsi 4 | mer parola J/oda di
Verbo, distinto. in /ndicativo;. ongiuntivo , Imperativo, è, Infinita. | D. Ma
voi che intendete sotto. questa parola Modo? .. R. Per avere un’ idea chiara,
sa si ‘associi. a, questa parola Modo, parlandosi di verho, è da premettere che
il verbo. congiunto al.nome ed a qualche altra parola forma una
espressione,..che si dice propos:- 210€ ; perchè contiene un icamplesso di
pensieri, ché . il parlante sz proporne, ossia ha in animo :di mani-: festare a
‘chi ‘ascolta.. Ora in due Modi chi parla si può proporre. quesla
manifestazione, o come di un | ohbietto principale, che in primo luogo
gl'importa di manifestare ,: 0 come-di un obbietto secondaria: che per
incidente, ossia in grazia del primo, vuol manifestare. Nel primo. caso ld
proposizione è prin . cipale; nel secondo è incidente. A dinotare anche nella
forma. esteriore delle parole questa duplice ma- niera di proporre piacque.
dare alverbo una deter» . minata variazione, per- la quale venisse indicata: e
non significata la principal proposizione e .l’ ine:- dente. Se dunque mi domandate
ora che cosa sia il Modo del Verbo? Vi rispondo: E una variazione del Verbo,
indicativa della duplios proposizione princi» pale e incidénte. DE n D. A quale
Nomenclatura delle scuole corrisponde il. Modo della proposizione principale ®
È ia R.. AL Modo detto da’ grammatici /ndicativo o Affer- ‘ matîvo o
Indipendente ed al Condizionale." ©... D. È il Modo della proposizione
incidente? Ls R. Corrisponde all’ /mperativo, al Congiuntivo delle, «scuole, e,
per noi,, ancora al così detto Gerundto: italiano, che ha la desinenza ando 0
endoò ,, come amando leggendo (1). i) (1) Nel Nostro Corso ci uniformammo
a'placiti delle scuole, con- fondendo il participio col Gerundio, Ma qui è uopo
stabilire che il 86 i D. Con qual altro titolo si ‘distinguono i Modi? R. Col
titolo di Modo di propostzione finita ; e Mo- do di proposizione infinita ©» i
=» D. Qual'è il modo della proposizione ‘infinita? R. E la.radice del verbo
desinente in are, ere, tre, ‘e si chiama infinita la proposizione ; ‘perchè il
suo ‘ verbo non essendo variato, la proposizione rimane - astratta ;-
indifinita o-‘indeterminata; a D. E quale è il modo della proposizione finita?
— R. Sono tutt'i modi enumerati- di sopra fanto della pro- . posizione
principale , quanto della incidente , è si dice la proposizione finîta in
quanto ‘che, essendo il . verbo variato , il senso è determinato e concreto. D.
Come si esplica questa variazione modale ne' verbi - italiani. Deo Pi e at R.
In varie maniere. E, siccome si compié congiun- tamente alla variazione sintassica
per desinenze in- ‘ *.dicative de' nomi personali primitivi singolari e plu- ‘
rali ed alla variazione etimologica per desinenze 81- ‘gnificative de’tempi,
per sapere la variazione 20- ‘ dale è necessario pòr mente al quadro di
variazio- ne, che metteremo appresso. , Gerundio italiano non è identico al
participio ante 0 ente per le se- guenti ragioni i. perché non si varia come
aggiuntivo ‘potendo ac- cordarsi col singolure e plurale, col maschile è
femminile. 2. perchè il gerundio può avere tempo passato per una circolocuziene
, come a- vendo amato , il che € proprio del verbo di modo finito. 3. perchè il
Gerundio corrisponde al latino cum. amem, cum amiurem ec. Se i gram- matici lo
confusero col participio in ante o ente, è derivato dal per- chè amans si è
tradotto qualche volta per amando. Ora tante volte invece di dire Petrus cum
veniet, scribet, si trova detto: Petrus ve- niens scribet. Intanto non si può
dire che cum veniet sia participio. Corcludo che, se truovo amando sostituito
ad umante, non è ragio- ne che si confondano in una medesima cosa. Con questa
distinzione daremo Pagine della proprietà e improprietà di molti costrutti del-
la nostra classica lingua. Della variazione etimologica per desinenze
significative di TEMPO. Sotto quali condizioni il verbo può avere desinen- | 20
io ossia significative per conto perso! R. Le può avere a condizione che queste
desinenze | pc cassero idee accessorie intimamente connesse. - col significato
proprio. 0/00" | | D. Con quali idee accessorie lo stazo e l' azione si-
gnificata dal verbo ha intima relazione? R, Non vi è Stato, nè Azione, che non
sia o non av- venga in uno spazio di luogo o di tempo ; peroc- chè di ogni
sastanza e di ogni causa diciamo che sta e fà in un luogo ein un tempo. Adunque
è chia- -ro che il verbo, variandosi, può avere desinenze si- gnificative del
rapporto di conzenenza, che ha per -secondo. fermine un nome di spazio
determinato col- -Te ragioni di tempo. D. Come si divide il 7'empo?” R. In
Presente, Passato e Futuro. D. Quale è il tempo presenze? | R. È lo spazio
determinato, che cade sotto i sensi, co- me accenna la parola presente,
composta da prae che significa Qvanti in senso di contra, e sente in vece di
ente participio di essere, quasi ciò che è di rincontro la vista. Tale sarebbe
il piccolo spazio tra le due lineette de’ minuti primi, nel quale è l’indi- ce
mobile da noi guardato sul quadrante dell’ oriuolo. D. Quale è la variazione
etimologica significativa del tempo presente ne’Verbi italiani? R. E diversa
secondo, che il verbo è di stato o di azione , astratto o concreto —È diversa
ancora nei. diversi Modi della proposizione principale e inciden- te, ossia
nell’ Indicativo, nel Congiuntivo, nell’Impe- 88 peralivo, e nel Gerundio.
Intanto per dare una nor- ma ed un’ esplicazione di questa teoria prenderemo ad
esempio: la Variazione del Verbo concreto di a- zione amare. Gn ca La
Variazione del presente dell’INDICATIVO è fo amo: :dell’imperativo am? 1u: del
conciunTIvo Che 20 ami: » del GeRUnDIO Amando. t0, Le: prime tre voci si va-
«rlano per indicare -sintassictamente i nomi personali uni singolari e plurali,
la quarta è ‘invaria- ile per ogni nome personale primitivo. La varia- ‘zione
completa: si ‘vedrà nel Quadro seguente. D. Che cosa: è il tempo passato? E R.
È. uno spazio, che si. ricorda è non cadesotto i sen- : ‘sì, e perciò è
anteriore al presente. | D. Come si distingue il passazo ? R. ‘In assoluto e
relativo. ’ D: Qual'è in italiano la desinenza dal passato asso- “cluto? |. —
Sd | R. È quella desinenza, che i grammatici dissero pas- sato r2moto e più
saggiamente gli antichi chiama- vano preterito perfetto (1) simile ad ama:
dell’ in- dicativo italiano, e di cui difettano. l’imperazivo , il congiuntivo,
e il gerundio. n D..È qual'è la desinenza del passato relativo? R..E quella che
i grammatici dicevano preterito 272- . perfetto (2) simile ad amava dell’
indicativo , ad ‘amassi del congiuntivo. , D. Perchè il primo dicesi passato
4ssoluto, il secondo relativo YiGG 0 ‘ {A)'Se i grammatici, quando dicevano
preterito perfetto al pas- sdto: assoluto, avessero riferita la parola perfetto
al senso della frase in quanto che io amai non lascia sospensione di senso,
quella no- menclatura sarebbe stata esatta e vera. Ma, chiamando il tempo per-
fetto, spropositarono , perchè il tempo non è perfetto nè imperfetto.. (2)
Pariménte se avessero riferita la parola imperfetto al senso della frase,
atlerche diciamo semplicemente amava, amassi, amando, si sa- rebbeto espressi
con verità ed-esattezza, perchè realmente il senso . resta sospeso ed
aspettiamo il compiménto della frase per intendere quando 40 umuva ec. ec, d
LEI : R. Perchè amaz dinpta un pastato indeterminato sen- } I secondi cioè
amata, amassi e:amando sqno .rela- tivi, perchè si riferiscono ad un tempo, sel
qual , tempo un' altra azione st è fatta. Queste forme si .presentano in
costruito regolare-a «questa guisa: 20 amsva quando tu feggevi: se î0 amassi, scrive-
* - 89 za relazione ad altro, od..a sè stesso .rispetto;a più azioni, e
significa ‘o amaî in. un tempo passato qualstast. . rei: venendo tu, 10 gmava,
‘ossia-che il tempo di «amava, dìi, amazsi, e-di venendo è comparato al teni»
po di /eggevi, scriverei, amava. Or, dove ‘è com- ‘ parazione, vi è rapporto o
relazione, perciò si chia» ma passato relativo. D. I verbi italiani non -hanno
«essi altre desinenze si- Q@nificative di altri passali? R. Nianialtra
all’infuori delle tre ‘enunciate. D. Dunque voi non, riconascete ‘il passazo
prossima . % A . . . ° ° simile a 70 4a amato, il trapassato rimoto simile a :0
ebbi amato , il trapassato. prossimo , simile <a to avera' amato , il
perfetto del Congiuntivo 20 abbia amato,: îl pruecheperfetto simile a s0 avessi
amato, el Gerundie avendo î0 amato? . R. Queste formole sono c:ircolocuzioni, e
non, varia- . zioni di Verbo; perchè la variazione avviene per desinenza al
radicale, conservato intero nella paro- la variata. Ora, quando diciamo io ho,
ebbi, aves- sî, avendo AMATO, il verho amare è sparito ; per- chè il
participio, come vedremo, è una parola de- rivata e non rartata, e in quelle
formole si varia avere e.non amare (1). . dai (1)-Una delle cagioni
potentissime di tanti storti ragionari in gram- matica e stata i'aver voluto
esser troppo fedeli alle regole de' latini grammatici. E, siccome si portava
opinione che ancora le traduzioni avessero forza etimologica; si dissero
avverbi alcune parole ‘italia ney. che corrispondevano sd un:vero avverbio
latino, come per esempio fa corrispendente a muper, ‘allora corrispondente a
tum. Allo: - slesso modo i grammatici italiani vollero per pussato piucchò
perfet- 90 D. :Ma quali passati si vogliono far intendert colle so- | pra
esposte circolocuaioni?. «| |||} ©. =. ‘R. Guardate, io dico, all’ausiliario
avere; é saprete qual passato si voglia intendere. Ora, dicendo fo 4a «- mato,
abbiamo ‘il ‘presente di avere col participio, ‘. questa formola da pn esprime
un pa6s0/0 presen- ‘fe, ossia contiguo al presente-o passato prossimo. 2. Ebbi
amato':contiene il passato assoluto di avere, - e, se per convenzione accenna
all’oltrepassato; ‘in- .- dica un trapassato assoluto. GG 00 ©» 8. Aveva amato
per tale ragiòne’ indica trapassuto relativo. GS GETTA &. Abbia amato
accenna a passato prossimo del Con- | giuntivo. | ea B. Avessi amato accenna a
trapassato relativo del Congiuntivo. | ca 6. Avendo amata è una formola
sintetica equivalen- te a che to avessi amato, o abbia amato, o-’8 quando. 0
aveva amato. > 2/0 D. Ditemi ora ‘che cosa è il futuro? > 0 è > R. Il
futuro è uno spazio, che non cade sotto 1 sen- sì, ma è posteriore ossia dopo
del presente. D. Come si distingue il futuro ? 39 R. In assoluto e relativo. de
a A D. Quale è la desinenza significativa del futuro asso- - luto ne’verbi
italiani? È e 7 aa © R. È la desinenza erò, come in amerò. ©» 0 D. E quello del
futuro relativo? et R. È ereî, come ameret. ° gd i a Si to l'aveva amato
corrispondente ad amaveram, ed abbia amato corzis- pondente ud amaverim si
disse preterito perfetto , come piucchè per- fetto si disse ad avessi amato
corrispondente ad amarissem senz’ ac- corgersi che presso i latini esisteva una
variazione, che mancava in italiano. Se queste circolocuzioni fanno intendere
ciò che appo i la- tini era racchiuso in una parola, non avviene per. forza
etimotogica, ma sintassica. A_ parlar con chiarezza e verità dunque . diremo
che per esprimere certi passati che non abbiamo facciamo uso di para- ‘rasl, ha
ira _—@___T—m—m—_mr—@—@—@——@——@12@—@_——É@n2="== x
roP—m———2#<€<<_m@r_Mo — 94 D. Perchè il primo si dice assoliito e’
l'altro rela- tivo? e R. Perchè il primo dinota un futuro qualsiasi, e'l se-
condo un futuro comparato per più azioni 0 stati con- tenuti nello stesso
tempo. Infatti dicendo amere: il senso è sospeso e si altende nel caso che
potessi o se potessi, onde è delto-ancora futuro condiziena- to, e da’
grammatici semplicemente condizionale. D. Vi sono altri futuri? 00 pda R. Vi
sono ancora de’futuri,che si concepiscono an- tertori ad altri futuri. Ma la
lingua nostra difetta di questa desinenza significativa, e per esprimere il
futuro assoluto anteriore usa .il futuro di avere ell participio, e'l futuro
relativo dello stesso.avere col participio per far intendere il futuro relativo
an- tertore a questa guisa: zo avrò amato, e to avre? amato," | D. Se il
verbo avere si assume ad ausiliario per for- mare le circolocuzioni a fine di
far intendere i.pas-. sati e i futuri. ne'verbi di azione, quale sarà lo qu-
siliario per intendere gli stessi tempi ne’ verbi di stato? P R. 1 grammatici
pensavano che il verbo essere fosse esso slesso ausiliario, ma ciò è falsissimo
, perchè Essere è verbo categorico, che si varia per conto proprio. La voce
ausiliaria pe’passati e futuri, che rnancano in italiano, è il participio
sfa/0, come si vedrà nel secondo Quadro di variazione, che met- teremo quì
appresso, come per esempio 70 s0n0 sta- to, to era stato, to fossi stato, to.
sarò stato, 10 saret stato, essendo stato, sta stato. Infatti, se ìl verbo
avere non ‘è ausiliario di sè slesso, quando si varia col participio avuto,
neppure essere è ausi- liario di sè stesso , sibbene il participio staso. 92 di
4, QUADRO DI VARIAZIONE DEL VERBO amane | Hodo' della proposizione privi detto
Si 4 Andicativo 0 Afermativo. a li >» Variazione ‘per. desinenze indicative
de' nomi ‘ , personali: primitivi singolari, e e plurali. e per n desinenze RIE
ICAA VE. | | 4 Del tempo presente . Sing. Io amo, Tu ami, Egli ama - . Plur.
Noi amiamo, Voi amate .Eglino amano.! 2. Del passato relativo detto imperfetto
Sing. To amava Tu amavi Egli amava ——. ‘9 Plur. Noi amavamo Voi amavate Eglino
amavano. J 3. Del passato assoluto. detto perfetto. ° Sing. Io amai . Tuamasti
Egli amò. da ciali Noi amammo Voi mese Eglino . amarono. | CIRCOLOCUZIONI PER
FAR INTENDERE 4.0 passio presente detto prossuno: To ho ) | | Noi abbiamo Sing.
Tu hai ) amato Plur. Voi avete amato Egli ha . . Eglino hanno 2. trapassato
assoluto detto rimoto. Egli ebbe Eglino ebbero . 5. Il trapassato relativo
detto prossimo Io aveva Noi avevamo Sing. Tuavevi è amato —Plur. Voi avevate
> amato * To ebbi | ‘Noi avemmo | Sing. Ta avesti $ amato —’’—Piur. Voi
aveste $ amato Egli aveva Eglino avevano | | 95 F Variazione per desinenze
iludassiche indica- , Pur. tive de’ nomi personali e signifi cative, A. Del
Futuro assoluto. © Sing. Jo amerò © Tu amerai Egli amerà © Plur. Noi ameremo
Voi amerete: Eglino ameranno. 2, Del futuro relativo detto condizionale. . P a
Sing. lo amerei. . Tu ameresti Egli: amerebbe ° Plur. Noi ameremmo Voi amereste
.Eglino amerebbero. CIRCOLOCUZIONI PER FAR INTENDERE. 4. Il futuro assoluto
anteriore detta futuro passato. lo avrò Noi avremo. Sing. Tu avrai è amato
—Plur. Voi avrete - } amato Egli avrà . Eglino avranno 2. Il futuro relativo
anteriore detto condizionale passato. x lo avrei —. Noi avremmo Sing. Tuavresti
> amato Plur. Voi avreste ‘amato Egli avrebbe | Eglino avrebbero 4. Modo
della proposizione incidente , dettò Impetativo. Variazione per desinenze’
sintassiche de’ no- mi personali ed TAI DIOG: Ro] 1. î del 1InPe BECICISA: Sing
e 00000 Amì tu Hi Ami egli 1 Piu. Ami/mo . nei ‘Amate voi: ‘. —Amino: egliho se
Ct L, vi 19. del futuro... La TÉ CI n gi tie ee. Amhenaiiu: i“ Amerboegli, >
_Plur. Ameremo: noi: «Aterete voi >; : ‘Ametanno eglino 2. Mudo, detto:
Congiuntivo. Variazione per desinenze sintassichè . :@d'‘etimotogichie. ::.; i
i ‘ ‘4. Del tempo presente. > » . È Noi amiimo Voi ramiate Ebtino nino. ch
2. D.l passato relativo. Sing. che fo amassi Tu amossi Egli amasse Plur. Noi
amassimo Voi amaste Eglino amasserO, | CIRCOLOCUZIONI PER FAR INTENDERE. _ 1.
Il passato prossimo. Jo abbia Noi abbiamo amato 94 | Sing. CheTu abbi amato
Plur. Che Voi abbiate Egli abbia) . Eglino abbiano) 3. Il trapassato relativo.
- Toavessi Noiavessimo Sing. Che Tu avessi è amato Plur. Che. Voi aveste Lara
Egli avesse Eglino avessero) 3. Modo detto Gerundio per desinenza indicativa
‘0’ significativa. 4. Del presente ed imperfetto. . lo Noi Sing. Amando Tu ‘—
Plur. Amando Voi Egli Eglino CIRCOLOCUZIONI PER FAR INTENDERE Re 2. Il tempo
passato. .. a ga . lo. , Noi Sing. Avendo amato Tu Plur. Avendo amato Voi Egli
Eglino 2. QUADRO. DI VARIAZIONE DEL VERBO xssene. | Modo della principale
proposizione detto Indicativo. | Variazione per desinenze indicative de
"nomi personali , e significative 4. del tempo presente. | Sing. lo sono
Tu sei . Egliè — © Plur. Noi siamo Voi siete Eglino sono | 2. Del passato
relativo detto. imperfetto. Sing. To era Tu erì Egli era Plur.. Noi eravamo Voi
eravate Eglioo erano 9 3. Del passato assoluto detto perfetto. Sing. lo fui. ..
Tu fosti Egli fu Plur. Noi fummo Voi foste Eglino furono CIRCOLOCUZIONI .PER
FAR INTENDERE 1. } passato presente detto. prossimo. Jo sono Noi siamo na Stng.
Tu sei 1 stato. . . Plur. Voi siete stati gli è | . Eglino sono 2. Il
trapassato . assoluto detto rimoto;. lo fui sE . .Néi fummo Sing. Tu fosti
stato ._. Plur. Voi foste stati Egli fu | | Eglino furono 3. Il trapassato
relativo detto prossimo. lo era. Noi eravamo Sing. Tu erì stato Pur. Voi
eravate } stati Egli era | Eglino erano Variazione per desinenze santaselche ed
etimologiche. 4. Del futuro assoluto. Sing. lo sard. Tu:sarai °—Egli sarà Plur.
Noi saremo . Voi sarete. —Eglino saranno 2. Del futuro relativo detto
condizionale. Sing. Io sarei Tu saresti Egli sarebbe ‘ Piur. Noi saremmo Voi
sareste Eglino sarebbero. teo CIRCOLOCUZIONI PER FAR INTENDERE. 4. Il' futuro
assoluto anteriore détto futuro passato. lo sarò Noi saremo Sing. Tu sarai i
stato Plur. Voi sarete stati Egli sarà Eglino saranno 2. H futuro relativo
anteriore detto ‘condizionale passato. Io sarei Ì Noi saremmo Sing. Tu saresti
‘ stato Piur. Voi sareste , stati Egli sarebbe Eglino sa rebbero 96 Variazione
per desinenze CREO ORIO e sintassiche. .. DÀ |. 1. Del tempo: presente... Singi +
20000 0 Sii tu. i Sia ‘egli Plur. Siamo noi Siate voi Sieno li Ea : 2. Del
futuro. Sing. ......... Sarai tu Sarà br Plur. Saremo noi. - Sarete voi:
Saranno 'egtino * ‘2. Modo , detto Congiuntivo. Variazione per desinenze
sintassiche ed etimoiogiche. ì 1. Del tempo presente... © Sing. che $ 10 Sia Tu
sii =. Egli’sia Plur. Noi siamo © ‘Voi siste‘ ’ Eglino' sieno ai 2 Del passato
relativo, detto imperfetto, | Sing. ci To fossi Tu fossi. Egli fosse Plur. Noi
fossimo, — Voi foste . Eglino fossero CIRCOLOCUZIONI PER.FAR INTENDERE; E 4. al
sala PIGRO: Ca. (A lo sia iL se Noi tate Sing. Che ;Ta sii stato: Piur. Che Voi
siate. . è stati Egli sia SER, Eglino sieno. 2, Il trapassato relativo... Io-
fossi 4 . © Nei fossimo ; ua Che Tu fossi stato Plur. Che Voi foste stati è
(Egli fosse. gli fossero), Si Modo, detto Gerundio.': Nasiagione: per desinenze
1. del.presente ed META Jo Noi - Sing. Essendo Tu Plur. Essendo Voi: |. Egli ©
| Eglino 1. Modo della proposizione invidente ; detto Imperativo. | | I si 97
CIRCULOCUZIONI PER a INTENDERE #/ passato. lo Noi Sing. Essendo stato Tu Pur.
Essc ndo stati Voi «Egli ‘Eglino 3. QUADRO DI VARIAZIONE. Nel quale si
‘peragonano le differenze di alcune voci dei Verbi dezioonti in are ere. 0 dub
come amare, temere, sentire. Modo della proposizione principale, detto
Indicativo. variazione per desinenze sintassiche ‘ed etimologiche. . . 4, Del
tempo presente. <> alfa 3 i te ago ce Sing. ° S 10 À i 1. Amo __ 2. Ami
3, Ama. loj Temo Tuf ‘Temi Eglidì - Teme Sento -. Senti (. Sente 3 e e Plur, ui
; | . L ) si ‘| «‘((4, Amiamo - ( 2. Amate ‘ (3. Amano Noi . Temiamo Voit
—Temete Eglino ( Temono | Sentiamo . Sentite ————(’Sentono 2. Del passato
relativo detto imperfetto -: . sar: i ea È gi fa a Un Sig 4.Amava . (2, Amavi
3, Amava Jo Temeva 7Tug Temevi Egli Temeva Sentiva Sentivi Sentiva Plur. 4.
Amavamo 2. Amavate dò. Amavano Noi Temevamo Voi Temevate Eglino Temevano
Sentivamo - Sentivate { Sentivano Db 98 | 3. Del passato assoluto d:tto
perfetto. | Sing. L ‘4.Amai (2. Amosti 3. Amò © do Temei Tuî Temesti Egli Temè
o temette Sentii . . Sentisti. . Sentì o sentio i Plur. . {f. Amammo . ‘2.
Amaste ... (3.Amarono. Noi < Tememmo Vot, Temeste Eglinot Temer.otemet. —
Sentimmo Î Sentiste SenLinono: CIRCOLOCUZIONI PER PAR INTENDERE. i. Il passato
presente detto prossimo. i Sing.2. Tu hail temuto Plur. 2. Voi avete temuto 4.
Io ho { amato 4, Noî abbiamo( amato 5. Egli ha{ sentito 3. Eglino hanno (
sentito Fa 2.Il trapassato assoluto detto rimoto. Sing.2. Tu avesti € temuto
Plur.2. Voi aveste temuto 3. Egli ebbe ( sentito ‘’ 3. Eglino ebbero f sentito
5. Il trapassato relativo detto prossimo. 4. Io aveva pito 4, Noi avevamo fi 1.
Io ebbi amalo . 4. Noi avemmo i amato x Sing.2. Tu avevi < temuto Plur.2.
Voi avevate temuto 3. Egli aveva( sentito 3.Eglino avevano(sentito Yariazionc
per desinenze etimologi che e Sintassiche. 1. Del futuro ‘assoluto. Sa | Sing.
4. Amerò . "{ 2. Amerai (3. Amerà To Temerò Tu Temerai Egli Temerà Sentirò
Sentirai Sentirà 99 Plur. 1. Ameremò 2. Amerete dò, Ameranno Noi. ° TemeremoVoi
Temerele Eglinoà Temeraano Sentiremo Sentirete Sentivanno 2. Del futuro
relativo detto Condizionale. Sing. 4. Amerei 2.. Ameresti 5. Amerebbe Io
Temerei Tu Temeresti Egli &. Temerebbe SERALO Seutiresti “Sentirebbe ..-
Plur. 0A 3 4. ialerenno 9.Amereste ò. kiierebbaio Noi < Temeremmo Voi ,
Temer este Eglinot Temerebbero . Sentiremmo . ; { Sentireste ._, Sentirebbero
CIRCOLOGUZIONI PER FAR INTENDERE: 4, Il futuro assoluto anteriore detto futuro
passato. 4. Io avrò \amato ©. dA Noi avremo amato Sing. 2. Tu avrai LIulo Er 2.
Vor avrete cd temuto 3, Agla avrà (- sentità | Si Egline-avranno£ sentito
futuro relatico' bnterivre detto condizionale passato. A.Io avrei amato. RAR,
avremmo pen Sing.2.Tu avresti <temuto PI. 2. Voi avreste temuto |, o. Egli
avrebbe sentito 3. Eglino avrebbero sentito - Primo Modo delli proposizione
incidenie di detto Imperativo. i Variazione per le desinenze RICO: ,ed
SPANOGIGnE., | 4. Del tempo presente. . Sing. 2. 0000. Ama A . Ami . + + +. Temi)
2. Tu Tema è} 53. Egli «e + +. . Senti . Senta — » 100 Plur. Amiamo Amate ‘
Amino :. | Teniamo $ 1. Noi. Temete % 2,. Voi. Temano ( 5. Eglino | Sentiamo
Sentite | Sentano ì 2. Del futuro. i ‘Sing. . is. Ameri - Amerà (UU&€ : - +
+ + Temerait 2. Tu © Temerà ( 3. Egli © . + + + Sentirai FRA Ameremo (. |’
Kinieriete pa terni ; Temeremo ‘< 4. Noi Temerete” 2. Voi Temeranno 3. La
Sentiremo. { - ‘ Sentirete i Tennna | \ Secondo Modo della Piposizioii
incidente, j dettò Congiuntivo. ua i Yariazione per desinenze sintassiche ea
etimologiche. . “A. Del sica presente LA | 4. Ami 2. Ami (3. Ami Che io g.
Tema» che tuè © Tema che egli — Tema Senta — .. {. Senta i — Senta Plur. {AL
Amiamo: *' (2. Amîfate ’ ©@’(3.Amino Che noiî Temiamo che_vors Temiate che
eglino) Temano | Sentiamo Sentiate Sentano 2. Del passato relativo 0
imperfetto. Sing. 4 1. Amassi 1, Amassi >» < ©: , 3. Amasse Che ioà
Temessi che 1us Temessi che egli? Temesse — Sentissi i Sentissi Sentisse | 1014
Plur. Amassimo (Amaste Amassero Che noi STemessimo che: voi Temeste che
eglinoéTemessero Senlissimo * (Sentito Sentissero CIRCOLOCUZIONI PER FAR
INTENDERE. A. Il passato presente. . * i Sing. : si “ É di CI: Plur. . ; Jo
abbia ) amato —_—. ( Noi abbiamo) amato Che | Tu abbi temuto che < Voi
abbiale { temuto Egli abbia $ sentito Eglino abbiano | sentito 2, Il trapassato
relativo detto piucchè perfetto. ‘ Sing. Plur. | . { ZJoavessi' ) amato. Noî
avessimo } amato Che $< Tu'avessi è temuto Chef Voi aveste temuto Egli
avesse) sentito. Eglino avessero ) sentito Terzo Modo della proposizione
incidente, detto Gerundio. Variazione per desinenze sintassiche ed eti-
‘mologiche del tempo presente si | Amando Io | Amando Nos Sing. Temendo | Tu
Plur. Temendo è Voi . Sentendo Egli Sentendo ) \Eglino. CIRCOLOCUZIONE PERFAR-INTENDERE
il'passato. __— Sing. Plur. ha lo Amato Noi. “Amato — Avendo è Tu Temuto Avendo
Voi temuto Egli Sentito © Eglino sentito ‘D. Tutti i verbi in are si variano
come amare, e tut- i i verbi in ere e tre, come temere e sentire ? L | 102 R.
Tutt' i verbi italiani solto il rispetto della variazio- ne-si possono ridurre
a quattro classi 1. in are co- me amare 2. in ere lungo come semere 3. in erè
‘breve come leggere 4. in tre come sentire.iMa non tutti serbano costantemente
la forma de’ verbi espo- sti nel ‘quadro ‘antecedente , cioè amare, sembre ,
sentire , perocchè grande irregolarità ne presenta la variazione dell’ uso' in
moltissimi verbi. D. A che si riducono le irrogolarità de’verbi italiani? lt. A
tre capi 1. Alcuni lasciano la caralteristica dei verbi in are e prendono
quella de verbi in ere o îre: 2. altri hanno ‘una divérsità nel passazo asso-
luto e hel participio in to; 8. in fine molti difet- tano di alcune wvocî o di
modi, o di tempt. D. Ditemi in prima che cosa si deve intendere per ca- ratteristica,
parlandosi di variazione di verbi ? R. Per caratteristica intendo la vocale,
che precede la sillaba re del radicale di ogni verbo, la quale. è a ne verbi in
are; è e ne’ verbi. in ere lungg o breve | è 7 ne’ verbi in ere. ue D. Perchè
tal vocale si dice caratteristica. ‘è. + R. La caratteristica è un distintivo,
per lo quale fac- ciamo differenza tra cose diverse. Ora queste voca- li fanno
dislinguere, se una voce variata appatten- ga al verbo in are o al verbo inere
ov intre, per- chè essa: domina în quasi tutta la variazione del ver- bo ,'come
‘si può vedere dal paragonare alcuni fem- pi per‘esempio | amava, temeva,
sentiva: amaî lemet , senitt: amate. temete , sentite : amassÌ, temessi,
sentissi : amando , temendo, sentendo , e ne derivali amante, temente,
senziente: amato, temuto, sentito: dové si vede che la &, o li e, 0 la ?
domina în quasi ‘tutte le ‘voci della variazione. D. In che consiste la prima
irregolarità nella varia- ziohe dei verbi italiani? I | R. Consiste. appunto ne
cambiare la caratteristiea. di 403 una .desinenza radicale con quella di
un’altra, per esempio la 4 in e o in? e viceversa. Per esempio il verbo in are
al passato assoluto dell’indicativo fà in aî: se un verbo in are come fare fa
feciin ve- ce di fat come amat, ecco la; irregolarità in cam- po. Eccone degli
esempî nel seguente. 4. QUADRO DI VARIAZIONE Nel quale si paragonano i verbi
Andare, Dare, Stare , e Fare al verbo regolare amare variato nel 1 quadro. Modo
della principal proposizione detto Indicativo. Variazione per desinenze
sintassiche ea etimologiche - 4. del tempo presente (1). Sing. Vado o vò Vai Và
Do Dai Dà To 4 Sto Tu 3 Stai Egli Stà Faccio o fò Fai .{( Fa Plur. -{ Andiamo
(2) . gi Vanno -.} Diamo .V Date .._V. Danno Noi Stiamo V State Eglino Stanno
Facciamo ' Fate Fanno {1} To noto con carattere corsiro le voci regolari, che
si confor- mano a quelle del verbo amare per far intendere che tutte le voci
scritte in carattere tondo sieno irregolari. Riporto le voci regolari pel
canfronto alle irregolari. (2) Il verbo andare, se mal non mi appongo , è
derivato dalla reposizione ante , primitivamente antare ; quasi ante ire.
Infatti andore e il gire aranti , come il venire è il moto contrario — Non so
come radere possa sostituirsi ali’ audure. 104 2. Del passato relativo detto
imperfetto ho Sing. Andava - Andavi Andava: ‘Dava | | Davi i Dava ‘ lo Stava T
Stavi. Egli Stava Faceva Facevi Fuceva Plur. . Andavamo Andavate Andavan?
Davamo .3 Davale 1, Davano Noi Stavamo Voi Stavale Eslino Stavano Facevamo
Facevate Facevano 3. Del passato assoluto o perfetto. Andai | Andasti Andò
Diedi o detti Desti ° m3.% Diede o dette To Stetti Tu Stesti Egli Stette Feci
Facesti - Fece o fé. Plur. Andammo Anduste Andarono | ‘+ \ Demmo . ) Deste Ù
Diedero o dett*ro Noi Stemmo Voi Sleste Eglino Stettero Facemmo i Fuceste
Fecero Ne'tempi, che si formano per circolocuzioni, le diffe- renze si hanno ne
parlicipii @ndato , stato, dato, che sono regolari , e fatto irregolare, e nel
verbo essere o avere, che entra in costrutto a far inten- dere il tempo. ll
futuro assoluto regolare, stabilito dall’uso pei ver- bi in are, è desinente in
erò , quantunque per ra- ione etimologica avesse dovulo essere in arò. Quin- di
sona irregolari Qure, Stare, Fare, come dal se- suente prospetlo. | 105 Sing.
Anderò | Anderai Anderà Darò Darai ; Darà Jo Starò Tu . Starai Egli Starà Farò
Farai Farà Plur. i -Anderemo Anderete Anderanno 2 Daremo . } Darete ì Daranno
Noi Staremo Voi Starete Eglino I Staranno Faremo Farete Faranno — Primo Modo
della [et incidente , «detto erattvo. Variazione pel tempo presente. Sing. i
wie da Va Vada è... Dà Dia i DOLL Sta (0 T4 Stia Egli . Fà | Faccia Piur.
Andiamo + Andate Vadano Diamo + Date Diano Stiamo Noi State Voi Stiano eglino
Facciamo — Fate Facciano Variazione pel futuro. E Sing. . +. + » Anderai Anderà
° è è è. Darai Darà «000. + Starai tu Starà egli «0.» » Farai l Farà Piur.
SRIRO Anderete . Anderanno aremo Darete . Daranno ) Staremo | Noi Starete | Pos
Staranno (ei Faremo Farete Faranno 106. Secondo Modo di proposizione incidente,
detto | Congiuntivo. Variazione I. del tempo presente. . Siag. Vada ‘{ vada
“___{ vada ; Dia a°- dia o dî; ‘dia Che 10 Stia che tu, stia 0 sti. che ci stia
- Faccia faccia. faccia . ver "MORE si D È Plur. . Li n 3 ‘Andiamo Andiata
vadano Che | Diamo __+)Diale ... } diano noi ) Stiaino che-toi Stiate che
eglino - sftano o stieno Facciamo Facciate ‘facciano ?. Del passato, relativo.
detto SERA: n \ Sing. ui e Andassi o. Andassi. * Andasso i . } Dèssi ‘,..-}
Déssi ‘1. $ Dèsse. Sio Stéssi che tu Stéssi che egli Stèsse \ Fgcessi —. -
Facessi. Facesse : i i 2 Pur. e > 3 ' Andassimo' È —’(Andaste — { Andassero
.| Dèssimo . )Doste | .._ } Dessero ACunGI Stessimo ce SA ]Steste che eglino
Slessero l'acessimo - Fuccste Facessero Terzo Modo della proposizione încidente
implicita , . detto Gerundîo semplice, Variazione del tempo presente. Andando |
‘Andando | Noi Dando . ) 10° phyy, ) Pando Voi Stando ©) Tu U. € Stando Ealin
Facendo | Egli Facendo | E9"i0(1) Sing. (1) Non vi aspettate che io
produca in questa grammatica fulte 107 D. D'onde deriva la maggiore
irregolarità de’ verbi italiani ? R. Dalla formazione. de’ presenti dell’
indicativo e con- giuntivo da una parle e da quelle del passato as- soluto, o
perfetto dall’ altra ; imperocchè moltissi- mi nostri verbi per buon suono
alterano la varia- zione regolare de’ presenti , .aggiungendo qualche lettera
di più, come giacere che fa giaccio e giac- cta , tacere che fa #accto e
taccia: alcuni altri in ire prendono la desinenza ?sco, come cap?re che fa
capisco e-capisca , infastidire che fa infastidisco e infastidisca. Certi
altri, seguendo la variazione de’'verbi latini, hanno il passato assoluto
diverso dal regolare esposto ne’quadri di variazione, come 9?a- cere che fa
giacqui, giacesti, giacque, il quale è identico al latino jacuz, dicasi lo
stesso di tacqui, tacque, nacqui, nacque : altri fanno in s7 come /essî,
scrissi, dissi, dolsi, colsî, post: altri in vî come dev- vî, devesti, bevve:
volere fa volli, volesti, volle: vedere fa vidi vedesti, vide : come si può
riscon- trare ne’trattati lessigrafici della variazione de’verbi italiani. | |
i D. Ma come saprò che un verbo è variato regolar- mente o irregolarmente ? R.
Guardate a'primi tre quadri di variazione, e, dove trovate che un verbo si
discosti dalle forme ivi sta- bilite, direte che sia irregolare. Però diciamo
in for- - ma più generale 1. che il presenze dell’indicativo si forma della
voce del radicale amare , temere, battere, sentire, togliendo le desinenze are,
ere, re, e sostituendovi 0, ?, a, tamo,' ate, ano pe'ver- le anomalie nella
variazione de’ verbi italiani : perocchè suppongo che secondo le ragioni di un
buon metodo, i giovavetti sieno eser- citati nelle così dette conjupazioni de’
verbi italiani nello studio di apparecchio, che deve precedere ogni ragione
grammaticale, Il Pre- cettore in caso di difetto potrà supplire secondo questi
principii col- la raccolta de' verbi irregolari italiani, i 108 bi in are, ed
o, î, e, tamo, ete, ono peverbi ere o ?re. | È 3. Dal medesimo um, tem, batt,
sent si forma il pre- . sente del congiuntivo de’ verbi in are, aggiungen- . do
7, ?, ?, famo, tate, îno; e il presente del con- - «giuntivo de' verbi in ere e
ire, aggiungendo a, a, 0; tamo, tate, ano. | 4 Dal radicale amare, temere,
battere, sentire, toltane Ja sola-sillaba re e restando ama, teme, batte, sen-
ti, si formano 1. il passato relativo o imperfetto . dell’ indicativo,
aggiungendo va, vi, va, vamo, va- Le, vano . 2. il passato assoluta o perfetto,
aggiungendo 12, 802, . mino, ste, rono. La terza voce indicativa del nome . di
terza persona ne’verbi in are cambia la a in - è: ne verbi in ere cambia la e
in è; e neverbi in ‘tre cambia la ? in è accentata. | | 3. il futuro assoluto
de’ verbi in ere e tre , aggiun- . gendo' rò, reî, ra, remo, rete; ranno. Dei
verbi in . are cambia la a di amo in e per avere la stessa ‘forma, come amerò e
non amarò. I 4. Il passato relativo 0 condizionale, cambiando la . sola 4 della
desinenza are in e, aggiungendo re?, reste, rebbe, remmo, reste, rebbero 9. il
passato relativo del congiuntivo , aggiungendo .-85Ì, S8€, ssîmo, ste, ssero »
6. Il Gerundio, aggiungendo ndo, come amando, te- .. mento, battendo e pe’ soli
verbi in ?re la è si cam- , bia in e, come senzendo e non sentinde.: Ecco le .
forme regolari della variazione. de’ verbi italiani : . tutti quei verbi
adunque, che si discostano da. que- ste forme sono irregolari. ; D. Quali si
dicono verbi Lifertivi sotto il rapporto della variazione nella lingua italiana
? R..Sono quei verbi, che l’uso non ha variato in tutte le desinenze
sintassiche indicative de’ Mod? e de’ no- - - — SSIS “ _ mi personali prùnitivi
o ‘etimologiche significative de’ tempî. "Tali sarebbero in italiano
arrògere , ca- lèére, folcire , gire, licere o lecere, lucere, mol- cere,
rîedere, 1 quali s’ incontrano usali solamente in alcuni mod? e in alcuni
temp?, per esempio Ar- roge, arrogeva, arrose, arresero, arrogendo, e ca- lere
in cale 6 cal, calea, calse, caglia, calesse, carrebbe, caluto, calere ec. | D.
Questi e simiglianti verbi non si potrebbero varia- re-in tulte le desinenze
degli altri verbi? . R. Ben si potrebbe, se l’uso volesse, ma fino a quan- . do
quest uso non verrà attuato da’ buoni scrittori , . e seguito dagli altri, è
uopo guardarsi d’introdurre voci inusitate. D.. E che dite voi. de’ così delti
verbi ampersonali? ‘ R. Questa nomenclatura è falsissima ; poichè sì è ve- duto
che le desinenze de’ verbi indicano le persone e non le significano. Ora i
grammatici per verbi impersonali intendevano quelli, che nell’ uso: della
lingua non s'incontrano adoperati che in poche de- sinenze, come balena, tuona,
neviga ec. Il che è vero parlandosi dell'uso di essi in senso proprio , perchè
in senso metaforico possono ancora. infera- mente variarsi. Ad ogni modo simili
verbi. sarebbe- . ro difetticî, e cadono nella disamina della sintassi e non
dell'etimologia. APPENDICE Intorno alla variazione particolare di certi verbi
che 8î dicono FREQUENTATIVI € INCOATIVI. Ù D. Quali verbi appo i latini si
dicevano tncoativi? R. ‘Tutti quelli che alla desinenza di un altro verbo
aggiungevano la desinenza sco, come calesco da ca- leo, frigesco da frigeo ec.
410 D. E che faceva questa desinenza apposta ? | R. Aggiungeva il significato
del principiare, ossia del . tempo in cui cominciava l’azione del radicale in
guisacchè, se /rigeo significava sento freddo, il va- ‘ riato frigesco
aggiungeva:.t0: comincio a sentir reddo. a i . È D. Gl’italiani hanno ritenuto
questa desinenza ? R. Sì, in molli verbi in fsco, come capisco, agisco,
obbedisco, ardisco, finisco ec. ma si ritiene varia- to in poche voci simili
alle seguenti — nel presente ‘ dell’ Indicativo ; finisco, finisci, finisce,
finiscono e nel presente del Congiuntivo, finisca, finisca, fini- sca,
finiscano, e nell Imperativo finisci , finisca , finiscano. D. Ma ha questa
desinenza la stessa: significazione la- ‘tina? | i R. Qualche volta st, ma non
sempre, onde pare che essa sia ausiliaria della variazione più tosto che
siqmficativa. —. | > I A D. A quali. sono i verbi frequentativi? R. Sono'
quei verbi italiani, che a somiglianza de’ ver- bi latini: prendono una
desinenza, nella quale si rac- «chiude il significato equivalente a spesse
volte e ‘ ripetute, ‘come dormicchiare, canticchiare , cante- ellare,
spennacchiare, sonnacchiare, palpitare ec. DELL’ ETIMOLOGIA. INTORNO ALLA
DERIVAZIONE DELLE PAROLE. Che cosa fa la Derivazione ‘nelle parole? Ne altera
la natura e la forma, in guisacchè, se la radice o il radicale è nome,il
derivato è verbo o altra parola diversa dal nome. Romano per esem- pio è
derivato da Roma elre è nome, ma niuno può dire che Romano sia nome come Roma,
perehè quel- ‘ lo si varia nelle quattro desinenze fondamentali 0, “ @, e, ?, @
questo in una sola. — Db. Pare da ciò che la derivazione si proponga di ac-
cumulare più idee in una sola parola? Senza dubbio, onde mirabilmente serve
alla pre- cisione ed alla brevità del discorso da un verso e dall’ altro alla
varzerà che tanto diletta. Se invero una: volta avremo detto di Roma, in
un’altra -dire- mo romano, come invece di di me, diremo mi0, e in vece di far
lode diremo lodare ec. ec. | D. In che differisce la Variazione dalla
Derivazione. R. La Variazione altera le desinenze e non la natura delle parole,
perchè il nome, che si varia, è nome nel radicale e nel variato ; la
Derivazione al con- trario altera la natura e la .forma delle parole de- rivate
, onde queste sono differenti dal loro radi- cale, come Romano è differente da
Roma. 412 D. Da quali radici .0 radicali si fa la derivazione in italiano? | R.
Dalle seguenti 1. Dal Nome 2. dal Zerbo 3. dal- l'aggiuntivo 4. Dalle
preposizioni 5. Da alcuni pre- ‘ nomî 6. Dagl'interposti. Dagli stessi
derivati, onde si costituisce la Derivazione di Derivazione. DELLA DERIVAZIONE
DA NOMI D. Quando una parola può dirsi derivata da Nome? R. Quando in essa si
ravvisa il nome come radice o radicale. Il verbo. Murare per esempio. è
derivato da Muro, perchè questo nome in esso chiaramente si ravvisa, togliendo
la desinenza are, Quali parole derivano da’ Nomi italiani? R. Da’ nomi italiani
derivano i verdî, e.cerle parole . în forma di aggiuntivi. Quindi divideremo
questo , Capo in tre articoli : nel primo esporremo i verbi che derivano da’
nomi, nel. secondo le parole in for- ma di aggiuntivi derivate da’ nomi, nel
terzo le pa- role in forma .di nomi. De verbi italiani che derivano da' Nomi.
D. Come si compie la derivazione de’verbi da’ nomi? R. In generale si può dire
che i verbi si derivano dai ;..nomi, aggiungendo al radicale la desinenza are,
ere, tre, così da muro. si fa murare, da grado si fa . gradire ec. at 24h se
D..In particolare a che bisogna pòr mente in questa derivazione. R. Alle
seguenti cose. 1, Al verbo che si racchiude ) 113 in queste desinenze rispetto
al nome radicale 2. Al- , alterazione che subisce il radicale nell'atto della
derivazione 3. Alla radice greca o latina in molti ; _ verbi italiani derivati.
© - i È ‘ D. Qual verbo racchiude la derivazione in verbi così ‘derivati? ca dé
RS Vi R. In generale possiamo dire che vi racchiude i due verbi categorici fare
ed essere: Ma questo non ba» sta, perchè il verbo per lo più è concreto, quale
è richiesto dal nome, da cui si fa la derivazione. Così , dicendo: murare non
s'intende semplicemente fare il muro, ma ergere îl muro o circondar di muro:
così uccellare derivato da uccello si adopera nel senso d’ ingannare , per
similitudine da’ cacciatori che coll’ uccello di richiamo ingannano gli altri
uc- celli. Oltracciò birogna osservare che. gran differen- za passa tra verbo
concreto e verbo derivato. Ora se il primo racchiude fare e'T verbale, il
secondo necessariamente deve racchiudere un verbo concreto, che faccia senso
col nome da cui deriva. Così, di- cendo ferrare derivato da ferro, son lo
confondere- mo col verbo concreto, onde la traduzione analitica non sarà far
ferro, ma mettere. i ferri. Per sapere . poi se un verbo è concreto o derivato
si guardi al nome radicale, il quale se sarà concreto, il verbo. ‘ ehe se ne
forma sarà derivato, come ferrare da fer- ro, murare da muro. . è Al. è D. È in
quanto all’alterazione del radicale nell'atto della derivazione che bisogna
osservare ? R. Bisogna osservare che in alcuni casi per formare la
derivazione:di un verbo si fa precedere una com- posiziohe in principio. Così
da szepe non si fa ste- pare ma assigpare : da cera non si fa cerare ma ‘tîncerare:
da polcere.non si. fa. polverare ma 17° polverare.-Ultracciò vi.sono
alterazioni in quanto alla: desinenza del radicale. nell’atto. che s' informa 1
le 14: .a° verbo. Così da cicatrice non si fa cicatricere, ma cicatrizzare : da
mano non si fa manare ma ma- neggiare : da coda non si fa codare ma codiare: da
amore non si fa amorare ma amoreggiare ec. D. E in quanto alla radice greca o
latina ? R. Bisogna osservare che molti verbi derivati italiani hanno per
radicale un nome greco 0 /atino, che non. . corre nella nostra lingua.
Z'emporeggiare per esem- . ‘pio viene dal sesto caso latino fempore, per to
quale noi diciamo: tempo: Corroborare viene dal radicale latino ‘robore, che
non è in uso presso noi: Simil» mente irradiare da radio, tnoculare da oculo,
pa» ralizzare dal greco paralisi ec. ec. Questo miscu- glio di greco e latino
in italiano è frequentissimo tanto nella Derivazione, quanto nella
Composizione, come vedremp. | . ARTICOLO. IL. - Delle parole derivate da’ nomi
in forma di aggiuntivi. D. Quali parole in forma di aggiuntivi derivano dai
nomi? | È SLA R.: Tutte quelle parole, nelle quali si ravvisa. per ra- dicale
un nome, ed una variazione degli ag- giuntivi per le desinenze fondamentali 0,
a, e, 7 senza che perciò sieno aggiuntivi. | 0-00. D. Ma come può essere che
non sieno aggiuntivi, men- tre ne ‘hanno la forma? n D.- Affinchè una parola
appartenga ad una classe, non basta che abbia la forma delle parole di quella
clas- se, ma si richiede che ne abbia il significato. Così abbiamo veduto che quello,
quella, quelle, quelli non è aggiuntivo, ma prezome , quantunque ‘abbia la
forma di. Suono, buona, buone ec. Del pari que- 115 ste parole derivate possono
avere la forma degli ag- giuntivi senza che tali esse sieno, perchè non si-
gnificano nè qualità nè quantità. Mio, per esem- ‘pio è una di cosiffatte
parole , e significa di me. bra chi direbbe che mzo sia aggiuntivo, perchè come
‘aggiuntivo si varia? | D. in questa supposizione, se esse non sono nè No- ‘mi,
nè Verbi, nè Aggiuntivi e in breve nessuna delle classi primarie ‘e secondarie,
che classe for- ‘mano ? # R. Siccome le parole composte non formano classe a
parte, perchè i componenti si riducono alle classi slabilite, neppure queste,
le quali in sostanza noh sono che un gruppo di più parole racchiuse. nella
derivazione, ma dilferenti dalle parole variaze e com- ‘poste. È | I D. Ma
perchè sì variano queste parole? R. Si variano per ragioni sintassiche, ossia
per ac- cennare colla loro desinenza al nome che delermi- nano, così, per
esempio, dicendo m74 mano, 0 sua LU) fortuna, la desinenza a e a di mia e sua
fa inten- dere mano e forluna, di cui sono determinazioni. ‘ ‘ D. Quali sono le
principali desinenze di siffalte parole ‘nella lingua italiana e quali idee vi
si racchiudono? R. Sono le seguenti. 1. Le desinenze in ale, ele, ile, come
anîmale, fedele, canile, parole equivalenti a di anima, di fede, di cane,
dipendenti da un no- me da precedere come canile ad uso di cane, op- pure
equivalgono a con anima, con fede dipendenti da un nome da precedere espresso 0
solt' inteso, co- me wvomo fedele equivalente a uomo con fede 2. la desinenza
in esco come manesco, fanctullesco, grot- fesco, che equivalgono a dî o con
mano, fanciullo, grotta ec. 3. la desinenza in sto, come venusto il cui
radicale è cenus latino (Venere), onusto da onus (peso), robusto da (robur
rovere) e per traslato la i 146. Forza: essi racchiudono il nome dipendente da
di 0 «con 4. La desinenza in zc0 come portico, da porto e domenîco da domino
latino, che significa signore 4.Le desinenze in uo e 0s0 come annuo. e annoso,
il primo significa dî anno, il secondo racchiude l’ idea di quantità, onde
annoso vale di moltù an nt, dicasi fo stesso di acquoso, poroso ossia di tutti
i desinenti in 0s0 6. Le desinenze in eo, î0 ceo, co- me cereo di cera, 0 con
cera, patrio di padre, ro- saceo di rosa 7. Le desinenze in ano, ese, ino; ate,
«come romano di Roma, atentese di Alene, arpinate. di Arpino , parigino di
Parigi 8. Le desinenze in ‘are, orto od ojo, arto 0 ajo, come polare di. po-
Jo, rosario o rosajo luogo di rose, ciborio luogo. ‘di cibo 9. in eso come
spineto, roseto di molle spi- ne e di molle rose 10. i così deltti‘possessiv?
ossia le parole in forma di aggiuntivi derivate da’ nomi primitivi, personali
mzo di me, tuo di te, suo di sè, mostro: di noi, vostro di voi, i quali per la
desi- mnenza ?, fanno mieî, tuoî, suoî, nostri, vostri ec. D. Che bisogna
avverlire intorno a questi derivati? R. Bisogna avvertire che, essendo derivati
in forma di aggiuntivi, subiscono tutte le variazioni degli aggiun- tivi In
gran parte. In generale quasi tutti prendo- no le desinenze fondamentali @, o,
e, ? : molli pren- dono le desinenze de’ diminutivi, peggiorativi, ac-
crescitivi e migliorativi, come animalaccio, dni- maletto, fedelino, animalone
ec. Alcuni prendono le desinenze de'superlati vi, come fedelissimo, acquo-
sissimo ec. Ma in questo bisogna consultare il buon uso. Le quali desinenze
sono sempre per conto del Nome che racchiudono, onde fedelissimo equivale a
uomo di massima fede ec. Delle parole derivate dai nomi în forma di nomi. D.
Quali parole in italiano si possono dire derivate da’ nomi în forma di nomi? ©
© i R. Tutte quelle parole che hanno per radice un nome ed una desinenza come
quelle de'nomi variati. D. E nonsi potrebbero dire queste parole variate piut-
tosto che derivate? di ni | R. Nò, perchè le loro desinenze racchiudono idee
di- | verse da quelle che suole racchiudervi :la varzazione. D. In generate
qual idea esse racchiudono? R. Esse Facalimidono una proposizione incidente,
che determina un nome personale, a cui si riferiscono: così dicendo per esempio
fornaro, s'intende una per- sona che cuoce pane al forno, dove si vede che
fornaro equivale alle pazole che cuoce pane al forno. D. Ditemi le principali
desinenze di quesli derivati nella lingua italiana ? | R. Eccole 1. in aro 0
ajo come pecoraro chi custo- disce e pasce pecore, asinaro chi guida asini, 60-
raro chi guida buoi, mulinafo chi regola il moli- no, così campanajo, crestaja,
farinaro ec. adat- tandoci nella traduzione quel verbo che l’ uso è so- lito di
adattarei : | o Ra 2. In #tiero a ttiere come panettiero chi vende pane,
mulattiere chi guida mulo, vinattiero chi vende o — compra vino, daraztiere chi
fa ‘baratto ec. 3. In zero o iero, ere o ere come cantiniere, veritie- re,
limosiniere, ecc. sebbene questa desinenza a me pare pervenutaci dagl’ inglesi,
che dicono maker per . fattore ec. | | TE 4. In ista come macchinista chi fa o
regola macchi- ne, fochista chi fa e spara fuochi artifiziali, così ehbanista,
pianista, corista, violinista, desinenza 118 a noi venuta dal greco e latino,
se pure non voglia- mo dire che questa desinenza sia parola componente in fine
da sto stare. DELLA DERIVAZIONE DA'VERBI. D. In pete modi si adempie la
derivazione da’ Verbi. R. In due modi, cioè mediatamente, ed immediata- mente.
La derivazione mediata è una Derivazione di ‘. Derivazione, onde ne ‘dovremmo
parlare nel Cap. ‘VII. ma siccome si’ rannoda al verbo ne diremo ualche cosa in
questo Capo, che dividiamo in due i Selioni: nella prima arlersno ‘della
derivazione ‘ immediata e nella seconda della mfediatà. Delle parole derivate
immediatamente da’ Verbi. D. Quali parole derivano immediatamente da’ Verbi? R.
I così detti participîi 1. in ante o ente. 2. in do ‘ o so 3. in ando vendo
come faccenda, reverendo cenerando 4. în uro come futuro, venturo ec.. D. Secondo
quello che voi dite i particip? non seno aggiuntivi, né manco verbi. ae” R. Che
non sieno verbi è chiaro dal solo riflettere, che essi si variano come
aggiuntivi: che non sie- no aggiuntivi è facile a comprenderlo dal solo ri-
flettere che essi non significano qualità nè quanti- — ta. Chi direbbe che
amante sia lo stesso che de//o ‘0 grande? | D. Adunque che cosa sono? | R. Sono
parole derivate da verbo in forma di aggiun- tivi, e dicendo in forma di
aggiuntivi voglio inten- Sed ZI __ FR — ‘449 dere-che sieno capaci:di variarsi
nelle‘desinenze in in tutte le forme, con cui sivariano gli aggiuntivi. D. Che
cosa significa il participio. in unze 0 ente? .R. Questo ‘derivato ha diverso:
valore, ‘secondo la di-’ versa ‘natura. del verbo da ‘cui deriva. lo ne darò -*
la traduzione, distinguendo come. segue. S23 -4. Se il verbo astratto o
concreto è di stato ,, come sedente, dormiente, riposante, stante ec. il parti-
cipio equivale 4.: colui che è nella sedia, nel son- no, nel riposo, nello stato,..ossia.
equivale ad una proposizione incidente col verbo essere determina- to dal
rapporto di contenenza. seguito dal. verbale .che è un nome astratto dal verbo
medesimo. 2. Se il verbo è di azzone, bisogna ancora distinguere o è di azione,
che produce fftiosedo .come 4ma- ‘ s'e, sertvera ec.o è di azione, che produce
-effetto- moto. Nel primo caso il participio in ante.o ente equivale ad una
proponzione incidente, il.cui verbo è Fare seguito dal verbale, il quale è.
determinato dal rapporto di dipendenza.: ‘così dicendosi. Pietro è amante di
verità, o studente dî filosofia, ognu- no vede, che l'espressione ..equivale' a
iquesta. più semplice: Pietro è uomo, el. quale fa ‘amore di . verità o fa
studio di filosofia. Infatti. questi par- « ticipi anche in concreto soro
seguiti dalla prepo- sizione di in italiano e del genitivo appo i latini,
Undechè come latinismi bisogna considerare quei co- sirutti italiani, che
presentano questi participi seguiti da nome detto obbietto, come Pietro è
leggenie fi- losofia. | Il secondo caso, cioè quando il participio è di verbo
d’azione producente effesto moto, come vegnente , corrente equi;ale a
proposizione incidente , il cui verbo è fare seguito dal verbale di moto: così
di- cendo : Pretro è corrente; l'espressione analitica sa- rebbe Pietro è coluî
che fa corso. 120 D. E che dite de’ participi inse e Factente ? R. Questi si
traducono. semplicemente per colu? ‘che E o Fa. MT: Pa i D. E ehe significano i
parlicipi italiani in #0 0 sa, ,. eome amato, letto, venuto, scosso, seduto
ec.? R. Bisogna ‘ancora distinguere da ‘ qual verbo sieno. for- mati, e. perciò
Rel diciamo 1. che i par- ‘ticipi in: to derivati da’ verbi di stato, come
stato, | seduto, dormito, riposata ec. equivalgono. alla pro- ‘posizione în
:seguita dal verbale dello stesso verbo, . così dicendo 70 sono seduto: l°
espressione è-iden- tico a quest'altra 10 sono nella sedia: 0 nel sede- re 2. î
participi in fo derivati da’ verbi di azione producente effetto modo
equivalgono alla preposi- .zione în seguita dal verbale determinato dal parti-
. cipio provventente : così dicendo : to sono amato, .. Pespressione equivale a
quest’ altra: 70 sona: ne/- lamore proveniente (intendi da Paolo ec.) 3. Allo
‘stesso modo si traducono i participi in #0 de’ verbi «di. azione producente
s30%0 colla differenza . che: non hanno .il verbale determinato dal. participio
prove- niente. Così dicendo: #0 sono venuto, l’espressione : - equivale a: fo
sono nella:venuta intendi da Ro- - ma) (1) o to sono nel ventre o:sul venire
(da Roma). D. Ditemi ora che. cosa significano i participi in :ar- (1) Con
queste versioni de'participi italiani si può dare una spie» ga come
l'ausiliariò stato possa far intendere i tempi passati. Quan- do dico : to sono
stuto amato, l’espressione equivale a questa : io sono nella permanenza dell’
amore provveniente ( da Paolo ). Ora chi dice di essere permanente in amore,
già fa intendere che abbia ama- to per qualche tempo. anteriore al presente.
Similmente il verbo arere dinota tenuta o possesso, ulee le quali suppongono un
anterio- rità, perché il'possedere non si compie in un attimo. Dicendo quin- di
io ho amato, è lo stesso che io posseggo {Puolo) nell'amore prove. miente in
lui da me. Colla quale espressione si accenna al passato. Il participio adunque
in to non è né passivo nè passato, ma è sempre o stesso dopo di avere , e dopo
di essere. Le differenze consistono nella diversità della provvenienza del Modo
e non nella significazio- » ue etimologica di una identica parola. \ > oe +.
. 121 do, o in endo, come venerando, faccenda, meren- o da, prebenda, azienda
ec.? R. Queste e poche altre parole simili sono venute dai * latini, 1 quali
avevano il così detto participio in ' dus col significato di da essere o degno
di essere seguito dal participio in #0, come venerando e fac- cenda, che
significano uomo 0 cosa da essere, o degno e degna di essere venerato o fatta.
Dai ' —Grammalici latini questo fu detto participio futuro passivo , ma desso è
parola derivata in forma di '. aggiuntivo col significato anzidetto, e l’ idea
del fu- . _ turo è per ragione sintassica e non etimologica. D, E che significa
il participio di wro, come /uzuro?” ° R. Questa desinenza ritenuta in
pochissimi verbi ifa- °— liani, è desinenza lutta latina, come in futuro, ven-
‘- turo, nascituro, perituro ec. Essa significa una pro- = posizione incidente,
che ha il verbo essere, seguito da pere dalla voce radicale del verbo, da cui
de- riva, come anno futuro, che si traduce anno, che è per essere: gloria non
perttura, che si traduce . gloria che non è per perire ec. ec. | D. Per quali
ragioni i participi si variano, come gli ‘aggiuntivi? R. Per ragioni tutte
sintassiche. D. Ma quali sarebbero mai queste ragioni ? R. Siccome il
participio in genere. contiene una de- terminazione di nome , se gli è data la
desinenza del nome per farlo riferire allo stesso agevolmente. Per la stessa
ragione alcuni participi sì fanno com- ) paratvi,, ivan. diminutivi,
accrescitivi ec. come amantissimo, studentello, studentaccio ec.? Ì Delle parole, che derivano mediatamente dal
verbo. D. Quali parole derivano medialamente dal verbo? R. Quelle parole, che
derivano da altre parole, che im- mediatamente derivano da verbo : tali
sarebbero quelle, che derivano da’ participi esposti nell’ arti- ticolo
antecedente. I D. E quali parole derivano da’ participi ? R. Le seguenti. 1.
Dal participio in anze o ente de-. rivano alcune parole in forma di nomi
desinenti in anza 0 enza come da diligente la diligenza, da osservante la
osservanza. Questi nomi e tulti gli altri derivati da participi in forma di
nomi si di- cono verbali 2. dal participio in #0 o so derivano, alcuni verbali
desinenti in z%one 0 tone, come da letto LEZIONE, da atto AZIONE, da affisso
AFFISSIO- ; NE, da udito UDIZIONE: 3. dallo stesso participio de- ‘ rivano i
verbali in forma di nomi equivalenti ad una ; proposizione incidente che
determina un nome per- > sonale : questi verbali finiscono in fore o sore
co- me da Zetto si fa Lettore che significa. uomo che > fa lettura: da crocifisso
si fa crocifissore. Il ver- bale in zore sì varia in ?rice per dinotare
l’agente femmina, come Zettrice, autrice, creditrice, debitri- ce. 4. Dal
derivato in tore si derivano alcune parole in forma di aggiuntivi desinenti in
orzo, come da scrit- tore serittorio 0 i che significano di e scrit- ‘tore, da
monttore si fa monttorio, da censore if ST 2 — —-< e 2 - Pr & fa
censorto ec. 5. Dal participio in ro derivano i verbali in ra, ancorchè il
participio non sia usa- to, come scrittura, frattura, legatura, lettura ec. Da
questi poi si fanno altre derivazioni, come accen- | neremo nel Capo VII. Ecco
a quante cose è uopo j' attendere nella disamina della parola! 6. Metto in ul-
i ‘ 123 timo luogo alcuni derivati da verbo, che hanno la desinenza in mento, come
movimento da muovere, " e per abbreviatura momento: così monumento, do-
cumento ec. ; DELLE PAROLE CHE DERIVANO DAGLI AGGIUNTIVI o D. Quante specie di
parole derivano dagli aggiuntivi? R. Tre specie di parole cioè i. i nomi
astratti, 2. i ‘. verbi, 3. alcune parole in forma di aggiuntivi — ' Adunque
divideremo questo Capo in tre articoli. De’ Nomi astratti, che derivano dagli
Aggiuntivi. "D. Che cosa significano in generale i nomi astratti de-
‘’—rivati dagli aggiuntivi? | “R. Significano la qualità separata dalla
sostanza, e, a #. così dire, personificata, ossia considerata come so- stanza,
‘D. Come si distinguono questi derivati ? ‘R. Dalle diverse desinenze, che
hanno in italiano. ‘D. Ditemi le principali desinenze di siffatti derivati. ‘R.
Sono le seguenti. | | | 1. La desinenza d accenlala, come carità da caro, ®
beltà da bello, pietà da pio, verità da vero, bon- * ta, santtà, gravità da
buono, sano, grave. ‘8. La desinenza ezza come gravezza, bellezza, va- i
ghezza, fierezza, altezza, lunghezza da grave, © bello, vago, fiero, alto,
lungo. | 83. La desinenza (udine, come turpitudine, amaritu- © dine da turpe e
da amaro. ‘$. La desinenza in fa come miseria, superbia, invi- dia da misero,
superbo, învido. | î n) 124 I 5. La desinenza in 22/2, come grazia, pigrizia,
ava- rizia da grato, pigro, avaro. 6. La desinenza in edine, come pinguedine,
putre- dine da pingue e putre ec. I ! D. Che bisogna notare in quanto a quesla
derivazione ? R. Bisogna notare che anche le parole derivate in for- ) ima di
aggiunlivi hanno questa derivazione, come animosità da animoso, acutezza e
politezza dai} | parlicipi acuso e polito ec. si | De Verbi, che derivano dugli
Aggiuntivi. D. Come dagli aggiuntivi possono derivare i verbi? . R. A
condizione di una desinenza di verbo in are, ere, îre significativa di azione o
di stato, riferen-) ‘ do l’aggiantivo o al verbale od all’ obbierto, come | da
curvo, si fa curvare, che siguifica fare curcità o rendere curva la verga ec.
gravare, che signi- ° fica fure gravità, o rendere grave la mano, ec. D. In
quanti modi si compie questa derivazione ? R. O in modo semplice, 0 in modo
composto. D. Quando è in’ modo semplice? R. Quando l’ aggiuntivo semplice
assume la desinenza are, ere, îre come da liscio lisciare , da curvo cur- vare;
da sano sanare, da servo servire, da ami- co amicare ec. | D. Quando la
derivazione de'verbi dagli aggiuntivi av- viene in modo composto? R. Quando si
compie a condizione o di comporre i principio Lib alati prepositiva, o di
aggiun- | gere qualche sillaba alla desinenza aro, ere, tre, D. Producetemi
qualche esempio della derivazione col: la prima alterazione? GL. o ta R. Da poce
abbiamo il derivato addolcire pet la, 125 composizione in principio dell’4ad4,
da BIANCO 772- nm bianchire, da Buono dabdbonare, da TRISTE intristi- re, da
BELLO abdbdeltire, da LUNGO allungare, da LARGO allargare, da PIANO apptanare,
da SUPERBO insuperbire, da TENERO fatenerire, da DURO indu- rare ec. | É ari |
' D. Datemi ora qualche esempio di derivazione colla © seconda alterazione. rea
+ | ‘R. Eccone alcuni principali 1. alcuni verbi, derivati da aggiuntivi in o,
cambiano la ? in 2, come da ALTO . alzare, da DIRITTO dirizzare 2. da alcuni
aggiun- tivi derivano i verbi aggiungendo alla desinenza del . radicale la
desinenza ggiare, come da vaco si fa vagheggiare, da spesso spesseggiare, da
cALDO cul- __deggiare 3. alcuni verbi alterano la desinenza del- i. Iaggiuntivo
in zare, come da reLice felicitare, da "FACILE facilitare ec. ‘ D. Che si
deve osservare intorno a quesia derivazione? :-R. Si deve osservare che dessa
si compie ancora su ‘ moltissime parole derivate in forma di aggiuntivi, : come
da ACUTO participio si forma AGUZZARE , da PIETOSO 2mpietosire, da PESANTE
appesantire, da i PEZZENTE appezzentire, da umiLE derivato dal lati- no humus
si fa umiliare, da uMANO si fa umana- re ec. Delle parole în forma di
aggiuntivi derivate. a i dagli aggiuntivi. n " D. Quali parole si possono
dire derivate dagli aggiun- ® tivi in forma di aggiuntivi? — a: | i R. Sono
tutte quelle che hanno per radicale un ag- 1 .giuntivo, e sono variate come gli
Aggiuntivi. i D. Datemene qualche esempio. | R. Tale sarebbe unico, il cui
radicale è un0, 11 qua- I | 126 le si varia nelle desinenze fondamentali 0, @,
€, ?. Similmente romanico, il quale ha per suo radicale romano, che ha forma di
aggiunlivo, e germant-|3 co, îspanico, italico ec. ec. D. A che equivalgono
simili parole? R. Esse racchiudono la preposizione 47 e l'aggiunti- | vo
radicale, che finno riferire al nome termine di rapporto. Così dicendo uso
germanico, ognuno ve- de che si voglia intendere «so d: uomo germano , e figlio
unico significa figlio di una eststenza; 0 dt uno amore o di una speranza. Di
quì si com- prende la differenza di uno, «nico, e solo. E, se unico si confonde
qualche volta con uz0, è per me- tonimia e non mai direttamente. f DELLE PAROLE
CHE DERIVANO DALLE PREPOSIZIONI _ D. Quali parole derivano dalle preposizioni
dela lin- gua italiana ? | | R. Ne derivano molte parole in forma di rom? e di
aggiuntivi e molti verbi. Ma è da premettere che Ta radice di questi derivati
per lo più è latina co- me vedremo. D. Qual ordine terrete nell’esporre questa
derivazione? R. Metterò le preposizioni italiane o latine in ordine RIORDENO,
dalle quali simili parole derivano. 1. Dalla VERI alina an/e, che significa
avanti, deriva la parola antico in forma di aggiuntivo, dal « quale poi deriva
il nome antichità. Dal medesimo ante den in forma di comparativo anterztore. 2.
Dalla preposizione latina post, che significa dopo, gl italiani derivano in
forma di comparativo la pa- rola posteriore, e in forma di superlativo postumo,
e in forma di aggiuntivo semplice postero. I nostri la 427 antichi dalla
preposizione italiana dopo derivarono ® addopare, che oggidi non corre nell’
uso. "3. Dalla preposizione latina retro gl’ italiani derivano arretrare,
come da dietro traduzione di retro de- .__ rivano dietregquare. | ‘ 4. Dalla
Preposizione fuor? detta latinamente for:s 0 i foras gl'ilaliani derivano le
parole in forma di ag- * giuntivo forzere, forastiere, rana el verbo To :
raggiare parola tecnica della milizia. Il nome foro, 0 mì sembra che abbia la
stessa radice. + 5. Dalla preposizione latina :nzer che significa entro € o tra
o fra gl’italiani derivano le seguenti parole “in forma di aggiuntivi anzerno,
înteriore, intimo, i verbi erniernare ed entrare col composto adden- trare. ‘
6. Dalla preposizione latina super o supra italiana- mente sopra si derivano le
seguenti parole in for- ma di aggiuntivi soprano addolcilo in sovrano, su-
pertore, supremo con tutti loro derivali, come so- . vranità, superiorità, e |
verbo superare. 7. Da oltre preposizione corrispondenie alla latina u/- i tra
gl’italiani derivano oltranza, inoltrare , ulte- : .rtore, ultimo, oltraggio,
oltraggiare ec. 8. Dalla preposizione Jalina infra gl’italiani derivano
inferiore, infimo, inferno, e i derivati inferiorità, infimezza ec. , 9. Da
Extra preposizione latina gl’italiani derivano esteriore, estremo, ésterno,
esternare, esternazio- | ne ec. ; i» 10. Da sotto traduzione della latina sub e
subter, gli italiani derivano sottano e sottana , in forma di aggiuntivo e
sottile in senso metonimico a signifi- care cose minute, che si nascondono
penetrando tra le cose grosse. 11. Da Circa preposizione latina e italiana
derivano ; È 128 Circo e Circolo, Cerchio, Cerchia, Circolare verbo e in forma
di aggiuntivo, Chkerca e Chercuto. 12. Da Citra preposizione latina gl’
italiani ne tras- sero il loro derivato in forma di comparativo Crze- riore,
che significa più in qua, come ulteriore , ‘significa più în la. 13. Da Contra
o Contro preposizione derivano con- -trario e da questo contrarietà e
contrariare. CAPO V. DELLE PAROLE CHE DERIVANO DA ALCUNI PRENOMI. D. Quali
parole derivano da’ Prenomt italiani ? R. Siccome i prenomi hanno la forma
degli aggiun- ‘ tivi, potremmo dire che da essi derivano quasi tut- ‘te le
parole che abbiamo veduto derivare dagli ag- giuntivi. o D: Producete qualche
esempio di questa derivazione. R. Eccone alcuni. 1. Da certi prenomi derivano i
no- ‘mì astratti, come qualità, diana. medesimezza, parità, equaglianza,
similitudine, diversità, quan- tità da quale, da idem, medesimo, part, eguale,
simile, diverso, quanto. n La 2. Da certi prenomi derivano i verbi, come
immedest- mare da medesimo, assimilare, agquagliare, pa- reggiare, alterare da
simile, equale, pari, altro. -- E, quando dico che da’ prenomi derivano i verbi
, intendo tutte le varia ioni , derivazioni e composi- zioni del medesimo. = Ù)
DELLE PAROLE CHE DERIVANO DALLE INTERIEZIONI OSSIA DAGLI INTERPOSTI. D. Come
dalle Znierjezioni , che sono vocî, possono derivare le parole? R. Allo stesso
modo che nella seconda parte abbiamo veduto che vi possono essere ihterjezioni
miste. D. Come si chiamano in generale le parole derivate dalle Znterjezioni ?
0 R. Parole onomatopeiche. D. Che vuol dire parola onomatoperca? R. Vuol dire
parola la quale, quando si pronunzia, dà un su0n0 che rassomiglia al suono
dell'oggetto che ' significa; per esempio miagolare è una parola di de genere;
perchè, quando-voi la pronunziate, ormate colla bocca un suono similissimo al
lamen to del gatto. 1 D. La lingua italiana ha parole onomatopetche ? - R. Nè
ha moltissime e più che ogni altra lingua. aa qualche esempio col rispettivo
signi- cato. R. Dalla voce umana abbiamo le seguenti: 1. da w4! uh! ululare, e
da ahi il nome laî, 3. da ohimé ll omet. Dalle voci degli animali le seguenti :
mzagolare far la voce del galto, guazolare far la voce del cane, belare far la
voce della pecora, ruggire far la vo- ce del Leone, muggire e boare far Î: voce
del due, gracidare far la voce del corvo e delle cornacchie, chiocciare far la
voce della chioccia, grugnire far la voce del porco, così il zubare della
tortora , il cinguettare degli uccelli, il raggàAzare dell’asino ec. Si possono
aggiungere le parole onomatopeiche che rappresentano i suoni delle sostanze
materiali, come è 430 tonfo e tonfare , esprimenti il suono che fanno i corpi
solidi cadendo su i liquidi, il soffio e'l soffi a- re del vento, il fluido
delle acque, lo stormire del le foglie, il cigolare de'rami, il fruscio delle
frat- ‘te , il russare di chi dorme, il ruspo o ruspare delle galline, il
ruzzolare, il cozzare ec. ec. - DELLA DERIVAZIONE DI DERIVAZIONE DELLE PAROLE
D. Che cosa è la Derivazione della Derivazione? R. Si ha la Derivazione di
Derivazione, quando da una parola derivala se ne deriva ancora un’altra, in .
guisa che quest’ultima è derivaza di derivata. D. Datemene qualche esempio. R.
Sia la parola marinaresco. Essa deriva da mari- naro, martnaro deriva da
marino, marino deriva da mare, ondechè abbiamo tre derivazioni : 1. di marino
da mare , 2. di marinaro da marino. 3. ‘ di marinaresco da marinaro. Questa derivazione
di derivazione accresce immensamente il Dizionario delle lingue , ed-è sorgente
inesauribile di nuove parole pure, quando il bisogno lo richiede, D. A che
giova il sapere che una parola sia derzva- ta di derivata? n. R. Giova per due
ragioni potentissime , la prima è per avere una sorgente di nuove parole pure
in ca- . 80 di bisogno come abbiamo detto : la seconda è per usare reltamente
le parole. D. Che vuol dire retto uso delle parole ? R. Vuol dire che le parole
si debbono usare nel loro . vero significato. Ora per sapere il vero
significato ‘ delle parole è uopo conoscere quanto la variazio- ne, dertvaztone
e composizione vi racchiude, Chi 4151 ignora adunque la derivazione della
derivazione delle parole, non può usarle rettamente. D. Provatemelo con qualche
esempio. D. Se taluno ignorasse , che marinaresco è derivato di marinaro , e
ignorasse pure che la desinenza esco aggiunto a marinaro significa dî, onde ma-
rînaresco equivale a dî marinaro, come marinaro a di marino, e marino a di
mare, potrebbe dire spropositando womo marinaresco , come qualcuno ha detto
uomo popolaresco, o uomo grottesco. La derivazione di derivazione c’ insegna,
che possiamo dire uso marinaresco, espressione equivalente a que- sta
analitica: uso di marinaro ossia di uomo ma- rino , e uomo marino equivalente a
uomo pratico delle cose di mare. ‘ D. Qual metodo adunque bisogna tenere nella
disa- mina de’ derivati di derivati? R. Bisogna ridurre l’ ultimo derivato al
suo radicale prossimo , e risalire così fino alla prima radice, come abbiamo
fatto di marzinaresco rispetto a mare. D. Ma quest’ultima e prima radice è
sempre reperi- bile nella lingua italiana? R. Non sempre, perchè vi sono
moltissime parole ita- liane derivate, la cui radice è latina.Io ne ho no- tato
qualche esempio ne’ capi antecedenti , ma qui giova produrne degli altri. Gl'
italiani hanno pro- prio e proprietà, e quindi appropriare verbo, che non sono
radici, ma derivati dalla preposizione la- tina prope, la quale significa
vicino , onde prosst- mo, che significa vicinissimo. 2. Umiliare è derivato da
umile ed umile è derivato dal latino 4umus, che significa terra o /oto. 3.
Umanare è derivato da umano, e umano , se io non m'’inganno, dallo stesso 4wus,
come parola de- rivata in senso di aggiuntivo, onde umano è equi- valente a dî
ferra, perchè il primo womzo, detto la- 152 ‘tinamente 4omo dallo stesso Aumo,
fù plasmato di terra... i | . A. Iniziare viene da tnîzio, e inzio dal supino
initum ‘compostò da 27 e 7/um supino di eo ?s andare. 5. Documentare viene da documento
e questo da do- -ceo verbo latino non italianizzato, tradotto per 27- segnare.
| 6. Zormentare viene da tormento e tormento dal la- tino forqueo, il quale è
da torques collana, messa in giro o a filo ritorto. Si dice tormento quasi for-
quimento, da cui torcîmento diverso da tormento. 7. Demantale viene da Demanto,
e demanio di ori- -gine greca , perchè l’ elemento dema significa po- .polo 0
comunità, come apparisce in demagogo agi- tator di popolo e democratico. Quindi
s' ingannano -i giureconsulti, che pretendono questa parola di ori- gine
straniera, benchè introdotta da' Normanni. 8. Dominio deriva da domino parola
latina italianiz= .zala in Donno e Donna, che propriamente significa ,
dominatore, o dominatrice, padrone, o padrona. . Ma dominus viene da domus la
casa, e significò pa- drone; perchè chi sta în casa dà segno che ne sia .
padrone, La donna propriamente è domina; perchè . & lei si affida la
custodia di casa, | 9. Signore da sentore, che significa più vecchio, e se- .
nile da sene, che significa vecchio. Ecco come chi - vuol sapere la lingua
italiana deve ‘indispensabilmente . studiare la latina. | 153 - PARTR QUINTA
DELLA COMPOSIZIONE DELLE PAROLE 0 DELLE | | PAROLE COMPOSTE, ii PI .
INTRODUZIONE D. Per quale ragione precipua le parole si compon- . gono? | | uu
R. ‘Parlandosi di composizione di parole ,: è uopo di- .stinguere le parole
pronunziate dalle scritte e distin- tamente rispondere. alla domanda proposta.
Se si vuol sapere perchè le parole profferendosi si com- pongano ? rispondo che
ciò avviene per la naturale appoggiatura della voce dalla prima alla seconda
nella pronunzia di più parole congiunte a costrutto, affine di far intendere le
relazioni che hanno tra loro. Onde la composizione per lo più avviene tra
quelle parole, che :hanno maggior relazione sintassica, co- me perciò , perchè
, dal, allo ec. ec. Tante volte si fa per grazia, onde i monosillabi, ossia le
parole. . di una'sillaba, per lo più si compongono, perchè, se si
pronunziassero distaccate , produrrebbero noja. Se si vuol sapere poi perchè le
parole scrivendosi an- cora si compongano? Rispondo che la scrittura deve
seguire tutte le ragioni della profferenza, se vuole adempiere esattamente il
suo ufficio. |... D. Si può dire rigorosamente che le parole composte sieno una
generazione di parole secondarie come le | derivate e le variate, (0/0... - 154
| R. Se le parole composte conservano interi i loro ele- menti senza alcuna
alterazione , come oltremodo , tuttavia, tuttavolta, maisempre ec. si può dire
che simili parole non sieno una generazione diversa da uella degli elementi,
che entrauo in composizione. Îla, se componendo si altera la forma o il
signifi- cato de’ componenti, allora le parole composte sono una generazione a
parte differente dalle derivate e variale. | D. In quanti modi si può
effettuare la composizione delle parole? | | R. In ogni composizione si può
dare uno de’due casi. O una parola si compone a un'altra in grazia di questa
ultima, che vi figura principalmente: o i com- ponenti vi figurano egualmente. Nella
prima sup- posizione il componente che meno figura può pre- cedere e la
composizione si dirà 7n7ziale : può se- . guire e la composizione si dirà
finale. Nella seconda ‘supposizione la composizione si dirà di equipollenza.
Onde è chiaro che il presente trattato sarà diviso in ‘tre Capi. \ DELLA
COMPOSIZIONE INIZIALE D. Come avviene questa specie di composizione? R. Per
alcune parole di una o due sillabe, che si pre- mettono alla maggior
componente. D. Di che natura sono le parole, che sì premettono? R. Sono le
stesse preposizioni in gran parte, per lo più di forma /atina, oltre a poche
altre particelle greche e latine che non sono preposizioni. D. Le dette
particelle soffrono qualche alterazione di nugolo componendosi ? R. Spesso in
composizione le dette particelle fanno in- - Li MI i 135 tendere - altre idee
oltre la propria, 0, come dicono ‘le scuole, acquistano un significato
Metaforico. D. Ditemi quali sono queste particelle e la loro com- posizione. i
R. Eccole — 1. 4, che; quando la parola seguente comincia da vocale, si
accresce di una de si fa 44, è preposizione del verbale (vedi pag. 33 ) e
signi- fica rapporto di zendenza. È, siccome l’idea della tendenza siassocia
alla prossimità verso il termine, cui tende il corpo messo in moto, spesso
questa pre- posizione si adopera a far intendere la relazione di vicinanza.
Coll’uno e coll’ altro significato , o col solo primo si truova in composizione
di moltissime ‘parole e specialmente co’ verbi italiani. Per ragione di buon
suono se la maggior componente comincia da | consonante semplice, questa si
raddoppia, come al- legare, affondare, ammontre, accorrere, aggravare, -
abbellire, attorniare, assiepare, annotare , addi- venire, apportare ,
arrecare. Se ne eccettua la g che non si raddoppia, ma invece sua accresce l'
& di una c come acquistare. Se la maggior compo- nente comincia da s
seguita da consonante come scrivere, sperare, l’a resta inallerata come
ascrivere, aspirare, ma la x si raddoppia come azzeccare, az- zannare ec. Le
parole adombrare, adescure, adocchiare ec. sono esempi della @ che si fa 24,
quando la maggior com- | ponente principia da vocale, sebbene non manchino
esempi di aombrare, aescare da lasciarsi alla poe- ‘sia ne’ casi di necessità
metrica. 2. 4, ab, abs, sono tutte e tre una preposizione la- tina
corrispondente all’ italiano Da , che significa rapporto di origine ( vedi pag.
33 ). Differiscono tra loro non in quanto al significato, ma alle cir- costanze
dell’ uso per ragione di buon suono, cioè a si adoperaya innanzi a parole, che
cominciavano 476 da consonante semplice, ad. innanzi a vocale , abs innanzi a
£, 9;.6. Noi le notiamo perchè si truo- ‘ vano in composizione di alcune parole
italiane ve- nute da’ latini, come in abrogare, aberrare, abbor- rire,
abjurare. L'abs fatto as in @strarre, assente, ‘assolvere, astenersi. | 7 Ora è
da avvertire che questa leer componet- dosi non sempre ritiene il solo
significato di De, uma spesso si associa al rapporto di lontananza o di
esteriorità, così astenersi significa tenersi lontano da, abberrare, errare
lontano da o :fuori ec. 3. Circa preposizione latina e italiana , che esprime
rapporto di sito , in composizione si modifica per buon suono in circu, circo,
circon ; così compo- ponendosi con dare fa circondare, con ire (in sen- .so di
andare) fa cireutre, circuito, circuizione; “con stanza nome astratto dal verbo
stare fa -circo- .s8tanza.: dicasi lo stesso di circoncidere, circo- spetto ,
circonventre ec. 4, Con preposizione italiana , esistente appo i latini . nelle
sole parole composte come conduco , compa- . rare ec. significa rapporto di
compagnia (vedi p. .81) o di unione. Essa si compone ad infinite pa- . role
italiane , come concedere, conquassare, con- tenere, congtungere, confratello,
consorte ec. Bi- sogna notare alcune alterazioni di questa prepositi- . va
in:composizione ; perocchè, quando la maggior componente principia da /, m , r,
la n di con si .. Gambia in Z, nm, r come collaborare, commettere,
corrispondere : se la lettera iniziale della maggior . componente è po è, la 7
si cambia in 72 come com- battere, comparare: innanzi a vocale si fa co come
coabitare , coesistere, coincidere, cooperare. Que- 8ta preposizione. conserva
il suo significato in tutte le allegate composizioni. Pare che qualche volta il
co in composizione serva <n 157 - al solo buon suono , come in corale,
coranto, co- lui, coleî che non sono differenti da rale, tanto, Lu, Let ec. . |
5. CONTRA preposizione lalina e italiana esprime rap-. ‘porto di sz/0 e
propriamente l’ opposizione di due . soggetti. In composizione raddoppia la
lettera ini- - ziale della maggior componente, se principia da con- . sonante
semplice, come contraddire, contrallume, .contraffare, contrapporre. Non così,
se la maggior componente principia da s impura, come conzra- . stare — Alle
volte contra si fa contro, come con- . Irosenso , contropelo ec. pen 6. DE
proposizione latina corrisponde a Da italiano, ehe significa rapporto di
origine. Questo De spesso . trasformato in 2D/ si truova in composizione di
mol- . tissime parole italiane. , come derenire , dirigere, devoto , dipingere,
dipendere, descrivere, dimet- tere. Questo De spesso in italiano significa non
0 - meno, come deforme che significa senza forma 0s- - sia brutto,
demoralizzare opposto a moralizzare, .dimettere contrario a mettere ,
destituire contra- rio a sfatuire , deporre contrario a porre. > 7. E ex
preposizione latina che si tradusse da e me- - tonicamente lontano o fuori,
onde extra fuori :0 - lontano, si compone a molte parole italiane con gli
.-stessi significati, ma ex in italiano si fa es, ed - extra si fa estra o
stra, come emettere mettere fuori, editto fuori detto , esporre, esclamare, -
straordinario , stravagante , strarieco. In: alcune (1) È mia opinione che
queste e simili parole nella loro origine: fossero state differenti dalle
semplici, e che la composizione non fos- se avvenuta per semplice pienezza di
suono. Cotale differisce da ta- le, come con tale dal semplice tale. Ma come
cotule, cotanto , colui, Colei ec. potevano accordare col primo termine di
proposizione , che nelle scuole dissesi Nominativo ? Considerateli come una de-
terminazione del Nome e ’l problema è risoluto. Dicendo Colui per esempio,
intendesi l’ uomo con lui, ossia l'uomo con quel carattere D già noto. 158
composizioni la es si fa semplicemente s come scla- mare, sposizione ,
sperimentare e stra si fa train traricco , tragrande. 8. In preposizione latina
e italiana con lo stesso signi-- ficato di relazione di contenenza che nel Cap.
VII. part. 1° dicemmo preposizione del verbo, è una i- niziale componente di
moltissime parole italiane. Bi- sogna pòr mente che in grazia del buon suono la
‘la n di n si cambia nella prima consonante della maggior componente , se
questa comincia da /, r, m come illuminare , illustre, irrompere, immer- gere
ec. innanzi a è, e p la n si cambia in m co- me imparare , imbevere,
imbrigliare ec. innanzi ad 8 impura si toglie la n come ispirare, istituire ,
îspeztone , ma non bisogna confondere quest 1 ac- corciato di 77 coll’ 7 che si
compone all’ s impura preceduta da consonante, come per ?spezialità, tn
ispazio, con îstrazio ec. innanzi alla vocale « si raddoppia la n come innanzi,
innalzare , inna- morare : innanzi alle altre vocali e consonanti re- sta
intera, come ?2ncedere, indovinare , inferire , Ingerirsi , insinuare ec. ec. |
9. INTER e INTRA preposizioni latine corrispondenti al- l’italiano ra fra sono
ritenute in molte parole ita- liane con lo stesso significato 1. inter in
interpel- lare , intercedere , interporre. 2. intra in intra- prendere ,
intramessa , intravedere. 3. Intro in- vece di inira in intromettere,
introdurre. 4. Tra e Fra in trattenere , frapporre , tradire, trave- dere ,
tramezzare, frammesso ec. 10. InFRA preposizione latina col significato di
sotto - si truova in composizione di qualche parola italia- ‘na, come
înfrasceritto. 1. O8 preposizione latina in significato di avanti o contra si
truova composta a moltissime parole ita- liane — riliene la è in oberato,
obbedire, obbjet- 139. to, obbligare : la cambia in p avanti a p, comein
opporre , oppilare : la cambia nella consonante i- niziale della maggior
componente come in occorre- re, ovviare , osservare , ommettere , oggetto, of-
endere , ottenere ec. ec. | 12. OLTRE preposizione italiana da w/ra latina si
com- | pone come iniziale a molte parole, come o/trepas- sare , oltremodo,
oltremonti, oltremari, oltrarno. Qualchevolta si accorcia in #ra da ultra, come
tra- cotto cioè ultra cotto, onde è difficile a distinguere in certi casi, se
questo fra in composizione venga da extra o da ultra. 13. PeR preposizione
latina e italiana e di molte altre lingue moderne con lo stesso significato,
ossia di rap- porto di passaggio. E, siccome ciò. che passa tende all’ estremo,
cioè al compimento e totalità della sua esistenza, così quesia preposizione,
componendosi, ac- quista la virtù di far intendere l’idea di molto, as- saî,
lutto — come perfetto, che significa tutto o - bene fatto , perdere tutto o
molto dare, perire an- dare assai cioè finire o toccare il termine , perdu-
rare molto durare, pervenire giungere al termine, perdonare donar molto, quale
è il dimenticare delle offese — Ondechè i grammatici dicevano che il per componendosi
all’aggiuntivo formava il superlativo, come perfido fedelissimo e per antifrasi
7n/edelissi- mo, pertinace tenacissimo , pellucido lucidissimo. 14. PrE viene
dalla preposizione latina prae, che an- ticamente si leggeva pr? , da cui
derivano priore , prisco, e primo col significato di antertorità ossia ‘ di un
rapporto di sito. Si truova composta a mol. tissime parole italiane con lo
stesso significato come prenome , preliminare , premettere , predire, pre-
ferire , prescrivere, pretendere, lr pre- | venzione, previo, preporre,
presedere, prelibare ec. E, siccome da prae,e ter si fece appo 1 latini prae-
140 ter ossia tre volte avanti , e ciò che si truova in , tale posizione è
oltre relalivamente a un altro, co- . Sì preter con qsto significato si è ritenuto
in al- ‘ cune parole ilaliane, come in pretermettere , pre- terire , preterilo,
preterizione. 15. Posr è una preposizione tutta latina, che significa - Dopo
ossia rapporto di sito opposto ad avanti. E, sebbene non si usi da noi
isolatamente, niuno ila- liano deve ignorarla, se è vero che essa entra come
iniziale componente di molte parole italiane , nelle | quali vi figura ora come
pos?, ora come pos, ed ora come po in posticipare , postergare, pospor- re ,
pomerto, pomeridiano, poscritto, postutto (se . pur non si vuole il postuzio
una abbreviazione di posto tutto ec. ec.) 16. Pro è parimente una preposizione
latina, che noi . non usiamo isolatamente , salvo nelle espressioni & » mio
prò, a suo prò , ma spessissimo in molle. pa- role composte nelle quali figura
da iniziale compo- . nente — Pro radicalmente significa v2c2n0, e, sic- . come
chi sta vicino dà segno di essergli a favore, — Bpesso troviamo questa
preposizione adoperata nel-. l'ultimo .senso. metonimico. Proconsole,
provicario, propretore, propresidente. I grammalici tradussero in queste parole
il pro per “vice, ma, affinchè uno faccia le veci di un altro, è necessario che
sia costituito vicino a quest’ultimo; - la quale idea è propria di pro. si Alle
volle il pro in composizione è abbreviato di pro- . ‘cul, che significa lontano
o fuori, come in provve- . . dere, promettere, proporre, profferire, procaccia-
- re, prognosticare ec. 17. Re e Retro di origine latina corrispondono alla .
preposizione italiana diezro, e si trovano in molle nostre parole composte
nella quale lîe e 7 e re- - tro figurano da iniziali componenti , come in rea-.
_—__ 9 DI | 141 zione, recitare, reclamare, riaccendere, ridonare, rifare,
retrocedere, retroguardia. In composizione ritiene il significato di dietro e
di nuovo, ossia di rivetizione di atti. i | 13. Sopra viene dalla latina super
e supra preposi- zione, e in composizione ora si ritiene sopra, ora sovra, ora
super, ora supra, ora alla francese sur O sor, come in soprastare,
sovragqrungere, super- ficie, sorprendere, superfluo, surrogare , sormon- tare,
sovvenire ec. ec. | | 19. Sotto preposizione italiana, formata dalla latina sub
e subter e ‘insieme con esse si compone a mol- te parole nos!re come in
sottoscrivere , sottinten- dere; sottoporre, sutterfugio, subodorare, subire,
Per buon suono sotto si abbrevia in so e sud in su e componendosi raddoppiano
la consonante ini- ‘ ziale della maggior componente, come in sottrarre,
sossopra, sussistere, suddito, soggetto ec. ec. 20. Sine, preposizione latina
si truova in composizio- - ne di parole latine italianizzate, come semplice,
che . significa senza pieghe, sincero ec. Alle volte il s7- ne si fa
prepositiva in significato di negazione, co- me sparare opposto a parare,
spedito opposto a impedito, spaurare opposto a far paura, sprigio- nato,
opposto a 1mprigionato ec. cc. 21. Trans è preposizione latina, che non
corrisponde ad unica parola italiana, ma si traduce di? /d. E, quantunque
isolatamente non sia usata da noi, pure . si compone come iniziale in moltissime
italiane pa- role, ora come trans, ora come fras, ora come 1ra, in fransîto,
transitivo, transigere : în trasanda- re, trasferire, trasportare, trasfondere
: in trapas- sure, trafugare. Si guardi di non confondere que: sto zra con
quello di udra e di ‘exrra. D. Oltre a queste preposizioni italiane e latine
non bi» 149 sogna riconoscere altri iniziali componenti nella no- stra lingua.
—. R. Vi sono oltre a queste alcune altre parole greche e latine che non sono
preposizioni ed entrano a com- porre come iniziali le nostre parole. D. Ditemi
quali e quante sono quest altre iniziali ? R. Sono le seguenti principalmente.
i. AncHi, che in molte parole si pronunzia Arci è parola greca, che si compone
da iniziale a moltis- ‘sime parole italiane col significato di primo 0 prin-
cipale, come architrave, archetipo, arcivescovo, ar- cidiacono, arciprete,
arcasino, archimandrita, ar- cidiavolo ec. 2. Bis, che alle volte si fa 57, è
parola latina, che si- gnifica due volte, essa entra in composizione da ini-
ziale a molte parole italiane, come discorso, disac- «eta (che significa due
volte sacco, perchè la bisac- cia è a due sacchi) disavo, bipartire, bipenne,
bi- strattare, bisestile ec. ec. n 3. Dis particella greca con due significati
in compo- sizione, cioè di male o non e di. due o di ordine. Nel primo
significato si compone alle seguenti pa- role disinganno, disamore , disumano ,
disutile, dispiacere, diseguale e cambiandosi la s nell’ini- ziale della parola
seguente, come in difficile, dif- forme, diffamare, differente. Forse a questo
dis tolta via la s e cambiando la ? ine si riducono al- cune parole italiane
composte da de negativo come deforme, demoralizzare ec. ec. di cui parlammo a
ag. 137 num. 6. a Nel secondo senso si adopera il dis nelle parole di- sporre,
discorrere ec. 4. Equi parola latina da aequus, a, um, che signi- fica eguale,
si truova in composizione di alcune pa- role nostre, come in equilibrio,
equidistanza, equi- n0zio, equivalere, equipollenza ec. ec. 145 5. In
particella negativa per inversione della /V7 la- tina, che significa ron, come
è ritenuta in niente, composta da n? ed enze ossia non ente e in niuno, cioè
non uno, sì truova in composizione con lo stes - so significato in molte parole
italiane, come in înu- mano, infelice, tmportuno, inutile, iniquo, infa- me,
inquieto, incivile. Bisogna attendere quando 7 in composizione è pre- posizione
e quando è negativa, perocchè |’ uso alla stessa radice annette i due
significati differenti nei radicali e ne’ derivati, Così 7neivi/e significa non
ci- tile, incivilire poi significa render civile. 6. Semi è particella greca,
che significa mezzo 0 me- tà : essa si compone inizialmente con molte parole
italiane, come in semicerchio, semivivo, semilette- rato, semituono,
semivocale. 7. Nec parola latina, che significa e n0n, mutandosi in eg o
semplicemente in ne, si compone inizial- mente a molte parole italiane come in
negozio, ne- gligente, nefando, negare, nequizia ec. 8. Neo oNEA parola greca,
che significa nuovo, si com- ‘ pone à molle narole ‘greche italianizzale, come
neo- 1000: Neapoli e quindi Napoli, che significa nuova città ec. ec. 9. Mono
parola greca, che significa uno 0 solo si com- one inizialmente a molte parole
latine e greche ita- ianizzale, come monotono, monotonta, monostil abo,
monarca, monopolio ec. 1 10. Poi anche essa parola greca, che significa mo/eo
si compone inizialmente a molle parole Tit e gre- che italianizzate, come
polisillabo, poligamia ec. ‘ 444 Dl, CAPO 1. DELLA COMPOSIZIONE FINALE DELLE
PAROLE D. Quando la composizione delle parole si può dire finale? R. La
composizione è finale, quando sì compie per certe parole in forma di desinenze
apposte alla mag- gior componente che precede. D. In quante maniere si compie
questa specie di com- . posizione? R. In molle maniere : io ne andrò producendo
qual- che esempio per le principali. e 1. Per la desinenza adz/e la quale è una
vera parola per sè sussistente in forma di aggiuntivo col signi- ficato di
capace, onde abilità in senso di capacità. Essa si compone a mollissime parole
italiane come amabile, superabile, inurrivabile, desiderabile, e, se la parola
precedente finisce in ?, la @ di abile si cambia in quell’ 7, come mvinerbile,
sensibile. Il valore intero di simili parole è capace dî esse- re amato,
superato, vinto, sentito ec. Ossia che la a parola maggior componente racchiude
il verbo essere e’ participio in #0. Quindi è che ma- lamente in italiano si
dice sensibile per capace a - sentire. | À ime pare che in molte parole
italiane la desinenza vole sia la stessa abz/e per l'affinità della 6 colla v,
perchè lodevole, biasimevole corrispondono alle la- tine /audabilis,
vituperabilis ec. Come pure la de- sinenza t/e di utile, facile, docile, agile
ec. par- mi identica ad «b:/e, perchè rel significato concor- dano, onde utile
equivale a capace ad essere usa- to, facile a capace ad esser fatto ec. 2. Per
la desinenza Cina e Cipro, che sono vere pa- role alterate del verbo latino
Caedo, che significa 145 tagliare, onde si fa l’italiano incidere e i derivati
incisione, incisore, precistone, concistone. Le due desinenze si appongono a
molte parole italiane, ma la prima dà alla parola composta la forma di no- me,
che racchiude una proposizione incidente simile a coluî che uccide, come in
omicida, liberticida, Deicida, parricida, fratricida, e'l nome che pre- cede fa
da oggetto. La seconda desinenza dà alla parola composta la forma di un nome
astratto, co- me parricidio, fratricidio, Detcidio. Le parole Sui- cida e
Sutcidio sono composte da suz parola lati- na che significa dî sé, onde suicida
è l’ uccîsore di sé ec. 3. Per la desinenza Cinio, che è parola latina altera-
ta da cano verbo, che significa cantare e quindi pa- lesare o manifestare, come
in patrocinio, lenocinio, raltcinio. i £. Per la desinenza Dico e Dicio, che
sono vere pa- role latine, quello verbo, che anche in italiano esi- ste, e
questo derivato. Amendue si compongono in fine di molte parole italiane, come
maledico , ve- ridico, fatidico, giuridico, prendendo la forma di nomi. Quindi
giudico, che si è fatto giudizio , e giudice Vorvaladio a dicitore del gius e
quindi al magistrato. 5. Per la desinenza Ferro, che è un verbo latino, che
significa fo porto: come desinenza si appone a mol- tissime parole italiane col
significato di portatore 0 portatrice, come Lucifero portatore di luce, sopo-
rifero portatore di sonno, erbi/ero, mortifero, fiame mifero, sonnifero ec. 6.
Per la desinenza fico, fice,ficio, che sono vere pa- role alterate dal verbo
latino facto, che significa 10 So 0 faccio. Tutte e tre le sopraddette
desinenze si appongono a molte parole italiane, come malefico e benefico
fattore di male o di bene, magra ope- 140 ratore di cose‘ grandi: artefice,
oréfice , chi lavora secondo ‘arte o in oro, quindi .maleficto., veneficio,. A)
o benefizio — ORIFICIO, si adopera in sen- so di buco che dalla forma fa una
specie di docca ad un vase. | vo 0° dd 7. Per la desinenza Gero, che è un vero
verbo lati- . no, il quale significa portare. Essa si appone qual- che volta
alterata in zzero in molte parole italiane, come armigero ed armizzero,
cornigero, lanîgero, . aligero. | I a 8. Per le desinenze SPicio e Spizio, che
corrispondo- — no al verbo latino Sprcto, il quale significa io guar- do o
sbircto. Molte parole italiane prendono que- sto verbo a desinenza, che loro dà
‘la forma di un nome aslratto, come auspicto il veder degli ' uecel- . li,
frontespizio o frontispizio la parte anteriore di un edificio, che è presente
allo sguardo dello spet- tatore. . E. i | 8 0 Ge 9. Per la desinenza GENA che è
uria vera parola gre- ca, la quale significa gererare : alterasi qualche volta
componendosi in ggine, e igno, come andi- .geno; fuliggine , caliggine,
benigno, maligno. Il eno è ritenuto tale quale nelle parole greche ;ita-
linizale dalla scienza, come ossigeno, idrogeno ge- neratore dell’acido e dell’acqua.
da 10. Per la desinenza-Zegio , che è un'alterazione del verbo latino /ego,
clie ‘significa leggo privilegio, sortilegio , Slorilegio, spicilegio. Sg 11.
Per la desinenza zonzo alterazione del verbo la- tino m20neo, che significa
Ummnionire, avvisare, co- me patrimonio, matrimonio, mercimonio, parsimo- nîa,
ceremonîia ec. ec, i eg 12. Per la desipenza vo, che è un'alterazione. del pas-
.. sato 2vî del verbo latino eo, 28 andare, come ap- .. parisce dal senso che
presentano le parole compo- . «Ste desinenti in 7vo, quali sono significativo,
ossia 147 ‘. cosa che. va @ significare, giustificativo, aggiun- tivo,
lenitivo, purgattvo, nominativo ec. “ 13. Per la desinenza para, che è parola
latina alte- rata di parzo, che significa partorire, come ovipa- ra chi
partorisce vora, vipera invece di eivipera, serpentello, che partorisce i figli
vivi, puerpera ec. 14. Per la desinenza plice, che è parola allerata dalla
latina pica, che significa piega, come semplice sen-' za piega, duplice,
triplice, quadruplice, multipli- ce, quindi i derivati duplicare, multiplicare,
centu- plicare ec. | | 15. Per la desinenza 27720, che è un'alterazione della
parola latina ?ntimus composta da inter e imus, come Zeggiîtimo, marittimo. 16.
Per la desinenza vole e. colo, che è verbo latino, - che significa 20 voglio,
il quale in composizione ha il valore di volente, come benevolo, malerole, uo-
mo che vuole bene o male. | 17. Metto in ultimo luogo la desinenza aggio. e
talvol- ia eggto, che a me pare un’alterazione di ago, agîs., che significà
menare 0 spingere, e ìn com- posizione significa. alluazione come linguaggio ,
maneggio , parteggio , beveraggio. - ci A D. Non. vi sono 'a notare altre
desinenze di simil na- tura? | R. Se ne potrebbero produrre ancor altre, che io
per -. amore di brevità tralascio in un corso di elementare grammalica. DELLA
COMPOSIZIONE PER EQUIPOLLENZA. . D. Quarido si può dire che la Composizione si
fa per » equipollenzat>o "n DS DA : R. Okaado uno de componenti non ha
maggiore di- ® 148 gnità dell’ altro nella composizione , ossia quan do non si
considera aggregato in grazia dell’altro. D. In quante maniere avviene questa
specie di com- posizione per equipollenza ? R. E difficile raccogliere tutti
modi indefiniti, secon- do i quali essa si compie. Purnondimeno andrò e-
sponendo ne’seguenti articoli le principali combi- nazioni di siffatte parole
nella lingua italiana. Composizioni di Nom e Nomi. D. Quando ha luogo la
composizione di nome a nome? R. Quando due nomi si scrivono o si pronunziano
con- iuntamente, come se fossero una sola parola, come inomi particolari degli
uomini Carlantonio, Giam- pietro, Giambattista, Mariateresa ec. D. In quante
maniere si compie questa Composizione in quanto alla significazione de’
componenti ? R. In due maniere 1. senza aggiungere altro signifi- cato come un
di più, che non compete a ciascun com- ponente. 2. Col far intendere qualche cosa
di più che non è espressa. D. Datemi qualche esempio della prima maniera? R.
Esempî della prima maniera, oltre i nomi partico- lari degli uomini, sono poche
altre parole simili a capolavoro, trcocervo ec. D. Datemi ora qualche esempio
della seconda maniera. R. Capocaccia, caposcuola , acquavite, capelvenere, ec.
le quali parole equivalgono a capo della cac- cia, 0 di una scuola, ad acqua
della vite, a ca- pello di venere. Gl' inglesi per proprietà della loro lingua
usano un nome appresso l’altro quasi nello stesso senso di queste parole
composte italiane. 149 ARTICOLO II. Composizione di nomi e verbi o di verbi e
nomi. © © D. Come sì compie questa specie di composizione ? R. Apponendo la
voce del presente di un verbo al home ,.0 il nome ad una voce di verbo. D.
Producetemi degli esempi dell’una e dell'altra ma- niera ? i R. Per la prima
abbiamo sangusuga, febbrifugo, cen- tripeto, centrifugo ‘ec. dove il verbo è
forza di un participio, perchè sanguisuga equivale a chi suga sanque,
centrifugo a chi fugge il centro ec. ec. Per la seconda abbiamo parole simili
alle seguenti , picchiapetto, baciapile, azzeccagarbugli, spezza- cantoni,
qguardaboschi, ec. In queste parole, ben- chè precedute da' prenomi, il secondo
componente è invariabile , due non si dice ? picchiapetti , il guardabosco, ma
£ picchiapetto e il guardaboschi, perchè il prenome, che le precede, si
riferisce al nome sottinteso , il quale è determinato dalla pa- rola composta,
come da una proposizione incidente. Composizione di Nomi ed Aggiuntivi ed al
contrario. D. Abbiamo roi composizione di nomi ed aggiuntivi o di aggiuntivi e
nomi? R. Moltissime parole in forma di nomi di paesz, crt- tà, ville, e
castelli in nostra lingua, sono compo- ste da nomi ed SEGIDALItO come Montalto,
Frat- ar Ca Castelnuovo, Casanuova, Villafranca, ec. Ma in maggior numero le
composte da aggiun- tivo e nome, come 2elvedere, Chiaromonte, Alto- monte,
Belprato , e (tutti paesi, che hanno il no- id 150 me di un santo, come
Sangermano , Santelia, Sallorenzo, Sampietro, Santambrogio , Santan- drea ec.,
i quali si debbono scrivere compostamen- te, come compostamente si pronunziano
, affinchè sì metta differenza tra parole , che hanno diverso significato sotto
diversi rapporti. si 3A D. Che si deve notare principalmente sotto il. rispetto
- di questa composizione ?:. le a R. Si deve notare principalmente che per
proprietà di - nostra lingua si compone un’ aggiuntivo o qualun- . que parola
in forma di aggiuntivo colla parola mer- te, che è un vero nome e se ne forma
un compo- sto, che i grammatici scioccamente dissero «vverdio di qualità o di
modo, come freddamente, savia- mente, felicemente, medesimaumente , qualmente ,
talmente ec. Per la quale forma s'intende la preposi- zione n a questa guisa :
freddamente 17 modo fred- do, santamente în modo santo, saviamente 22 modo
savio. Quindi possiamo ritenere che una simile e- spressione é figurata ed è di
pertinenza sintassica. ARTICOLO IV. Composizione di aggiuntivi ed aggiuntivi.
D, Quali parole composte di due aggiuntivi presenta la lingua italiana? | R. Ne
presenta pochissimi, che pur bisogna notare isa sapere le tendenze della
medesima : tali sareb- ero «eridolce, dulcamara, pianoforte ec. Le quali
parole, checchè ne dicano 1 pedanti, sono di buo- nissima lega; perocchè
conformi all’analogia della lingua latina. | | I 4BA Composizione delle
preposizioni e de' prenomi IL, Lo, La, I, Gu, LE. D. Perchè non avete riportata
questa .specie di com- posizione nel Capo I. di questa parte, dove parlaste
della composizione iniziale ? | | R. Perchè la composizione delle preposizioni co’
pre- nomi 27, Zo, Za. ee. non induce alcuna alterazione di significato, come
abbiamo veduto in quel capo. . Oltracciò la composizione delle preposizioni a’
pre- nomi è per equipollenza di dignità de’ due compo- «nenti. —. i D. Ditemi
dunqué core avviene in italiano questa spe- cie di composizione ? . R. Essa
avvienè con qualche alterazione della lettera finale delle preposizioni, e
l'iniziale de’pronomi, co- me sì vedrà ne’ quadri seguenti. QUADRO I.
Composizione delle. preposizioni col prenome IL, che st fa. L, e 1 che si può
fare semplice apostrofo Au Lie a A Al ea od Con sifa Co Col e coi o co' Da. . .
. Da L Dale da’ o da Di sifa De Del e dei o de In sifa Ne I ovvero 7 Nel e nei
o ne ii Pel e pei 0 pe Sù . .. SÙ | Sul e sui o sw QUADRO II. Composizione
delle preposizioni col Prenome Lo che st fa LLO, e LA che si fa LLA. dig de
Allo e alla Da ... + Da LLo Dallo e dalla Di sifa De — Dello e della In sifa Ne
LLa Nello e nella Sù . .. SÙ Sullo e sulla D. Perchè non avete messe in questo
quadro Per e Con? | R. Perchè queste due preposizioni e /o e Za non ama- no di
comporsi, ma si scrivono separatamente per lo e per la, con lo e con la per non
confondersi con altri vocaboli. | ‘ QUADRO III. Composizione delle preposizioni
co’ prenomi GLI inalterabile e LE che si fa LLE. ‘ Aid a 6 Agli e alle Da. . .
. Da Gli Dagli e dalle Dì sifa De Degli e delle In sifa Ne LLe Negli e nelle
SÙ. +. è SÙ Sugli e sulle D. Perchè non avete neppur messe in questo quadro le
Preposizioni Per e Con? | R. Perchè cogl: si confonderebbe con la seconda vo-
ce del presente del verbo cogliere, e colle col no- me .colle, Pegli dà un
cattivo suono, e pelle si con- fonderebbe col nome pelle. | 153 ARTICOLO VI. ©
Composizioni de’ nomi personali co' verbi e col prenome 1. , D. Quali voci de’
nomi personali si compongono a’ ver- bi ed al prenome 2/? i R. Le voci variate
mt, tî, sî, ci, vt, ne. D. Come si compie co’ verbi ? | R. Posponendosi a'
medesimi, come ‘dicovr, pregoti , portami, dicesi, fatevi ec. Quando l’ ultima
vo- cale del verbo è accentata, si raddoppia la conso- nante del nome
personale, come du dimmi, curvossi, pregonne, rubocci, dietti ec. D. E col
prenome 20? R. La composizione si compie cambiando il mî, tî, 82, ci, vî, in
me, te, se, ce, come vel dico, tel disse, sel portò, mel rubò, cel mandò, sel
riportò ec. Composizioni de’ prenomi LO, LA, LE, GLI co’ verbi. D. Come i detti
prenomi si compongono a'verbi ita- _ Nani? R. Loro posponendosi come desinenze,
per esempio : mandalo, dimmela, pòrtule, scrivigh. D. E se il verbo finisce in
vocale accentata? R. Allora si duplica la iniziale de’ prenomi, eccetto 9g,
come mandollo, diello, raccomandolle. | D. Avviene talvolta che nel medesimo
tempo i nomi ersonali e’ prenomi si compongano al verbo ila- liano? | R.
Avviene spessissimo , e allora il prenome occupa l’ultimo luogo e i nomi
personali mi, #7, cî, vi, sî, si cambiano in me, te, se, ce, ve, come Man
damelo, dirottelo, ec. i 154 D. E nonsi dà composizione di più prenomi al
verbo? R. Si,e sono notabili glieli, glielo, gliela, composti da gli e lo, la,
le, che unitamente si compongono a verbo, come dirogliela, mandogliele, ed
‘ancor- chè si scrivessero distaccati dal verbo, glielo, glie- lî, e gliela si
scrivono e si pronunziano composta- mente. n 1 Composizione di Car e QUALE ad
UnQTE. D. Che cosa è Unque, che si truova nelle parole ita- liane Chiunque e
qualunque? | R. E una particella latina, forse unguam, che signi- fica mai,
come nunquam significa non maî, ondec- chè Chiunque e Qualunque fanno intendere
Colui ‘31 quale mat si volesse. © | Composizioni di congiunzioni ad altre
parole, come BencHÈ, SEBBENE, QuantunQue , Niuno, Nessu- ; NO ec. i Sa 5 i E si
D. Quale è il prenome, a cui hanno le congiunzioni ‘ maggior simpatia di
comporsi ? | . R. È il prenome C%é, a cui si compongono e prepo- ‘© s8t200nî,
come perchè, e nomi come la e con- giunzioni, come serzonchè, dovechè,
quandochè, on- dechè, comechè, mentrechè, ancorchè ec. 0° D. Che dile di
Sebbene, Quantunque , Niuno, nes- suno ec. a R. Sebbene è composto da Se e Bene
e il senso che , offre è : se per bene to concedessi ec., come den- | chè
equivale a: con tutto il bene dî concedervi ec. Quantunque è composta da
quantum e que, e dà Ì 155 questo senso : per quanto e quanto st voglia di- re
che ec. Niuno è ‘composto da #7, che significa ‘non e da uno aggiuntivo di
quantità. Nessuno a me pare formato da nesceio unum, perchè in alcuni -
dialetti il volgo lo pronunzia nesciuno. Composizioni capricctose — Altrettale,
Altresi — Co- tale, Cotanto, Qualsivoglia, Checchè, Checchessia, ‘Ossia,
Quvvero, Conciostacosafossemassimamente= chè, Conciosiaché, Avvegnachè ec.ec.
‘D. Perchè questa specie di composizione dicesi ca- pricciosa ? — R. Perchè si
discosta alquanto dalle ragioni comuni delle altre specie di composizioni, per
esempio co- tale, cotanto, altresì, sembrano compòsizioni insi- gnificanti,
perchè cotale e cotanto hanno perduto oggidì le primitive differenze da rale e
tanto: al- tresì oggi sì usa in senso del solo sì o di ancora st contro la
forza etimologica di a/rro. D. Ditemi partitamente delle soprapposte
composizioni? R. Altrettale è composto da altro e tale e significa un altro
tale uomo o cosa: Chkecchè è una ripeti- zione, colla quale sì accenna a più
soggetti, onde viene il senso di chiunque siasi — Qualsivoglia è composto da
Quale, sî, e voglia, voce del congiun- tivo del verbo volere. | Checchessia, e
Chicchessia parole composte da che, chi, e sta verbo : ossia parola composta da
o av- ‘verbio e sz verbo: ovvero è composto da o avverbio e vero nome e il
senso è 0 22 vero, oppure 0 più ve- ramente: -conciostacosafossemassimamentechè
è un mostro orrendo composto da otto parole con, ciò, sia, cosa, fosse,
massima, mente, che senza sen- 150 ° so: Conciosiaché è più sopportabile :
avvegnachè ‘composto dal verbo avvegna invece di avvenga e .da che, esprime una
concessione, onde da’ gram- malici fu tenuto per congiunzione. Altre parole si-
mili a tutte le precedenti esposte negli articoli di questo capo potrei
produrre, ma le lasciò per bre- viltà, e perchè è facile a ridurle,
incontrandosi, alla rispeltiva loro categoria. Quindi neppure quì faccio parola
delle parole composte di altre parole ancora composte, perchè chi sa decomporre
un composto -di due sole parole, saprà ancora decomporre le più composte (1). .
| | {1) I precettori saranno accuratamente diligenti a far comprende- re ed
imparare tutte le varie specie di composizioni delle parole italiane, affinche.
i giovanetti loro affidati sapessero valutare le po- tenze della lingua che
studiano. Eglino non si contenteranno sem- plicemente di sentire da’ loro
discepoli, che questa o. quella parola sia derivata 0 composta ec. Ma
esigeranno la traduzione di quell’ u- nica parola derivata, variuta, o composta
in altrettante equivalenti, perchè in più luoghi abbiamo notato che tante volte
la Derivazione e la Composizione alterano il valore delle radici o de'
componenti. Jo avréi dovuto essere assai più prolisso in questi trattati, ma
fi- dando nella ‘buona volonta de’ precettori molle osservazioni per a- more di
brevità ho tralasciato. Ora, se questo che io ho fatto a mio giudizio è
pochissima cosa, che dovra dirsi d lle grammatiche delle > scuole, dove di
Derivazione e Composizione non si occupano affatto? Se io mal mi apposi mel
dica chi sc ne intende. Intorno alle parole OMONIME e sINONIME. x D. Che s
intende per parole 07mo0nzme? si R. Si dicono 0A omonime tutte quelle, che,
avendo la stessa forma, significano idee diverse, come per esempio amare radice
di verbo, e amare aggiun- tivo variato in amare lagrime. n D. Che si richiede,
affinchè due parole sieno omonime? R. Si richiede. che tanto nella scrittura,
quanto nella profferenza conservino la stessa quantità di segni 0 di suoni,
come amare ed amare. Quindi, se una pa- rola sarà accentata, e l’altra nò, come
è ed e, d ed o, oppure una sarà coll'aprostrofo , e l’ altra senza, come e ed
e, a ed a’, o infine una sarà lun- ga e l’altra breve, una larga e l'altra
stretta nella penultima sillaba, come drcora ed ancora, torre e torre, danno e
danno, désse verbo e desse preno- me variato di desso, non sarà più il caso
dell’omo- nomia. sù D. Or come si può conoscere che le parole omonime in un
caso significhino un'idea e in un altro un’altra? R. Si conosce dal senso del
costrutto, ossia per le ra- ioni sintassiche. Così dicendo: Piovommi amare
ugrime dal vîso, ognuno comprende che amure è aggiuntivo. Egualmente se si
dice: zo non posso non amare î miei congiunti, si comprende , che amare è
verbo. D. E quali parole si possono dire sinonime. R. Sarebbero sinonime le
parole di diversa forma, che significassero la medesima idea, come s/esso e me-
desimo. 158 . * D. Si possono riconoscere veri s22072722 nelle lingue? R.
Rispondo con distinzione. Per parte della lingua non ci possono essere parole
8272027726, se non a con- dizione d’introdurre vocaboli forestieri, che la ren-
dono impura, per la ragione che le lingue possono difettare di vocaboli, ma non
soprabbondarne. Per parte de’ parlanti, che o la natura e'l si- gnificato vero
e proprio de'vocaboli, vi possono es- sere sinonimi, il che è difelto e non
pregio di par- lare, come vedremo nel Trattato dell’ Elocuzione. D. Come si può
vincere questo difetto ? | R. Studiando il significato delle parole assolulo e
re- ‘ lativo in Etimologia e in Sintassi. POCHE REGOLE PER L’ ANALISI
ETIMOLOGICA Alla considerazione de'savti precettori. & [ne aci vi eno “
Molto lodevole è la pratica introdotta nelle scuole di fare la così detta
analisi sopra qnalche testo di lin- Qua» applicando gli apparati principî in
occasione ella -disamina delle parole o de’ costrutti. Imperoc- chè, così
facendo, si richiamano le studiate teorie non solo, ma s’incarnano e si
concretizzano ne’ fatti , onde si costituisce quel nesso, che è fondamento e
condizione indispensabile al vero sapere. Le sole teorie sono aride e slerili,
anzi a corto andare sì dimenticano del tutto o non resta di loro che un va-
pore sottile soltile, che ancora fa temere che si vo- glia dileguare. La sola
pralica senza principi è cieca incerta, contradittoria, lunga, penosa e
infeconda. 159 Ma come nel fatto debbono consociarsi tra loro: le teo- rie e la
pratica ? Ecco un problema che balenò nella mente de saggi precettori, ma che
nessuno, a quel che io sappia, si propose di risolvere. Io quindi sen-- za
voler discettare razionalmente intorno al come ed al perchè verrò ad accennare
brevemente le norme generali da tenersi nel dirigere i giovanetti a que- sta
Zeorico-pratica di analisi etimologica. I. Considerando che le parole sotto il
rispetto etimo- logico gi riducono a certe Classi prime, il precet- tore nel
far l’analisi curerà in primo luogo- di do- mandare al suo discepolo a quale
classe appartenga la parola in disamina , e in questo non si conten- terà
semplicemente che dica, questa parola è nome 0 verbo,0 aggiuntivo ec. ma vorrà
accuratamente interrogare per sapere le definzzioni della classe, cui la parola
appartiene, le distinzioni, le classifica- zioni, le risoluzioni ec. | II. Dopo
che il giovanetto avrà classificata la parola, passerà a dirne il suo valore
etimologico per vedere se è radice, o radicale, se variata, se derivata, se
composta, richiamandosi a’ trattati, in cui se ne parla. Con peo pratica la sua
mente corre e re- corre ora al principio, or al mezzo, ed ora alla fi- .ne
dell’ Etimologia, il perchè le teorie sparpagliate | sì compenetrano, a così
dire, si compresenziano allo intuito dello spirito, e restano connesse sotto
diversi rispetti con legami indissolubili. III. Siccome le parole secondarie
sono in gran nu- mero rispetto alle poche radici di qualsivoglia lin- gua, a
costituire un metodo d’ imparare le lingue, come sistemi di parole, il
precettore sarà diligente di ricercare l’attuazione delle diverse maniere di
ge- nerare le parole secondarie dalle primitive. Quindi, . se la parola è secondaria,
farà risalire il giovanetto da questa alla parola madre: se la parola in disa-
160 mina è radice , procurerà di farla cariare , deri- vare, e comporre in
tult'’i modi possibili secondo il gusto e la natura della lingua. In cosiffatta
gui- . 8a Il giovanetto non ha bisogno di Dizionario, ma con questi mezzi si
creerà un sistema di parole e si vedrà sorgere un’intero vocabolario a memoria.
Jl precettore poi, che io suppongo qual dev’ essere nella lingua che insegna
versato, porrà ogni dili- enza a far distinguere le parole correnti nell’ uso,
. a quelle, che potrebbero attuarsi, perchè altro è l’uso, altro è la ragione
di usar le parole. I metodi invalsi nelle scuole hanno affatto trasandato
questo . punto di vista importantissimo per imparare le lin- gue , onde avvenne
che dopo tanti anni di studio non si è sapulo in lingua più del numero delle
po- che parole, che si sono lette in questo o quel brano . di classico
scrittore. IV. Nello stato attuale della filologia il precettore, se insegna a’
giovanetti viziati dalle prime istituzioni , potrà comparare le nuove colle
vecchie nomencla- ture, affinchè si possano in qualche modo giovare delle
apparate teorie. Ma, se insegna a menti ver- gini, non faccia loro nemmen
sospettare che vi sie- . no stati al mondo uomini capaci di erutlare tanti
spropositi, quante sono le barbare nomenclature, le false definizioni, le
inesalte classificazioni. V. Se i giovanetti dedicati a RO studio debbono
percorrere tutto il campo della filologia , i precet- - tori cureranno di farli
risalire alle origini latine di . quelle parole italiane , la cui
significazione riceve . Juce. da questa sorgente. VI. Quello che importa
massimamente in questa disa- mina è la precisione delle formole e la esattezza
nel definire. Badino quindi i precettori a non far dire le cose a senso, e
sproposilando, perchè questa li- cenza conduce a poco a poco alla irascuraggine
ed 464 alla confusione delle idee. Queste avvertenze ho cre- duto necessario a
far precedere come norme gene- rali, dalle quali dev’ essere governata la così
dett ana-. lisi etimologica. Ciò premesso, darò io stesso un pic- colo saggio
di questa pratica sul seguente passo di Monsignor della Casa nel Frammento di
un Trat- tato delle tre lingue Greca, Latina e Toscana. é TESTO » Se tutti ‘gli
uomini avessero sempre favellato, e fa- >» vellassero al presente di un
linguaggio medesimo, » non bisognerebbe ora che voi vi fica di ap- ) Da le
lingue, nè io di mostrarvi il modo » d’impararle. » Analisi etimologica 1. SE è
una parola compresa nella quarta Classe ipoteo- rica di ogni lingua detta
Congiunzione. Essa è una Congiunzione
mista per- chè racchiude due relazioni,
una espressa dalla pre- posizione Zn e l’altra dalla preposizione Con — on- .
d’ equivale a nel caso în cuî (pag. 5). ) 2. Turini È una parola compresa nella
Classe ipoteorica de’così detti prenomi (vedi pag. 36 ) Esso è un pre- ‘ nome
collettivo di quantità (pag. 42 ) differisce da ognî (pag.43). È un prenome
variabile, ossia pren- de le desinenze fondamentali 0, @, e, ?, indicative . di
accordo col nome wowmzr2, cui si riferisce, per- chè le desinenze de’prenomi e
degli aggiuntivi sono sintassiche e non etimologiche (pag. 77) ec. ec. 3. GLI è
un prenome che significa relazione di sito (pag. 80 ) il cui radicale è ee,
#/la, illud (pag. 88 si esso precede i nomi che cominciano da vo- cale come
uomini. Vedi pag.. Non si deve 4162 . confondere con gl: che. in costrutto
racchiude una - relazione di tendenza per conto del nome a cui si 4. -
riferisce (pag. 81 ). Quando s'incorpora 'a-preposi- - ‘zione resta inalterato
(pag. 152 )-ec. ec... Uomini è nome irregolare variato, perocchè al sin- .
golare. fa vomo. Italianamente parlando , dovrebbe .fare uomi, ma è ‘piaciuto
ritenere il latino 4omzzes acconciato iu womini. Il Nome è la prima fra le
Classi categoriche di ogni lingua e comprende sot- to di sè tutte le parole,
che significano sostanza o - causa ( Vedi pag. 18 ). Questo è nome’ specifico ,
. perchè dinola :dea specie (pag. 21 ) infatti que- -: slo nome womo si
partecipa da tulti gli: individui . umani, come Pietro Paolo Giovanni ec. (vedi
pag. cit. ). Uomini poi non solo è variato in quanto alla quantità discreta per
la ‘desinenza fondamen- tale : che significa numero, ma ancora sotto il rap-
porto del sesso (vedi pag. 59 e 61.) . AVESSERO FAVELLATO è una circolocuzione
italiana .. per far intendere il trapassato del Congiuntivo che manca alla
nostra Variazione. Il verbo avessero a- dunque è ausiliario e unitamente al
participio Pia veltato forma una circolocuzione, ché fa intendere il
trapassato. Il participio fevellato è parola derivata ‘ (pag. 119): favellare è
parola derivata da fuvella e favella viene dal latino fabella diminutivo di /@-
‘ bula: fabula poi viene da for farîs, che significa .. dire, onde fabula è un
racconto, una: diceria. '4- . wellare adunque significa fare un racconto.
Avessero favelluto indica la terza poe- sona plurale sî, di cui è caso di
apposizione gl uo- minî vedi pag. ec.
ec. SEMPRE è una parola appartenente alla classe ipo- teorica o secondaria
detla avverbio, {vedi pag. 44 ) il quale significa in ogni tempo presente,
passato e futuro (vedi pag, 49.) 00° 105 7. Eè parola appartenente alla Classe
ipoteorica det- ‘ta Congiunzione che racchiude la mne di compagnia espressa da
Con (vedi pag: 8. FaveLLASsERO è voce di verbo' variato della pri- ma
caratteristica (pag..102 ) perchè ritiene la 4 in - quasi tutte le voci
variate. Il suo radicale è f@vel- i spera F'avellassero è voce, che ‘per la sua
desinen- za significa passato relativo detto imperfetto, e ol- ‘ tracciò indica
il //odo della proposizione incidente . detto Congiuntivo (vedi pag. 10 )
Indica ancora la terza persona plurale (pag. cit. ). Esso si forma da
.favellare tolta via la sillaba re, ed aggiungendo . ssero. Tutto il tempo si
varia come segue. Che.o sé to favellassi, tu favellassi, egli favellasse. Che o
Se noî favellussimo, voi favellaste, eglino fa- vellassero (vedi pag. cit.) |
9. AL è parola composta dalla proposizione & e dal prenome 7, che in questa
specie di composizione di bea ( pag. 147) ara la? ; vedi pag. 151 )
proposizione del verbale ( pag. 33 ) e significa relazione o rapporto di
dipendenza ( pag. cit.) essa - sì compone come preposttira. iniziale a moltissime
- parole italiane (pag. 136 ) ec. ec. 10. PrESENTE è parola composta da Pre e
sente ( vedi pag. 87). Pre è proposizione latina invece di prae che anticamente
si leggeva ‘pri e significa avanti in senso di opposizione (pag. 87 ): essa si
com- pone come iniziale di moltissime parole italiane (ve- di pag. 138) Sente è
lo stesso che ente participio . .di essere, prende quella s in principio per
buon suono. Presente adunque . è lo stesso che cade sotto i sensi ( vedi pag.
87 ). I grammatici dissero a questa bo participio in ente, che per noi è arola
derivata in forma di aggiuntivo (pag. 119 ) a quale significa ciò che è avanti 164 11. Diè proposizione del Nome, che
significa rapporto di dipendenza (vedi pag. 31). Il precettore può domandare
che cosa è preposizione in genere, le varie specie, che cosa è dipendenza ec.
richiaman- dosi alle teorie stabilite. a | 12. UN accorciato di uno è
aggiuntivo di quantità di- ‘screta . I grammatici lo considerarono co- me
articolo, nomenclatura insignificante. In quanto all’uso, che lo fa precedere
a' nomi, si potrebbe dire prenome , ma etimologicamente considerato è uno
aggiuntivo di quanto. Esso si varia in uno e una, rendendo la desinenza
fondamentale de’ nomi per indicazione e non per significazione – “The same
thing!” H. P. Grice -- ec. 13. “Linguaggio” – i. e. ‘lingua’ -- è una parola
derivata da nome in forina di nome, se pure non vogliamo dire che sia una
parola composta da “lingua” a aggio, desinenza di 490 meno o spingo, come
abbiamo veduto che sieno composte matrimonio, florilegio, sucidio ec- In
quest’ultimo senso “linguaggio” – i. e. lingua -- è diferente da “lingua”,
perchè ‘significa’ *uso* della ‘lingua’, o l’attuazione della medesima. Non
ostante che "Miti scrittori, poco badando alla forza etimoogica delle
parole, spesso confondano “lingua” e “linguaggio”. Del che fanno pruova “retaggio”,
“appannaggio”, “malvaggio” ec. Mepesimo è un prezome , che significa relazione
di Congiunzione mediata (pag. 41. ) Questa parola non sembra italiana per
origine: ed è identica a stes- so ed amendue equivalgono a tale quale (vedi
pag. 42 ). E un prenome variabile, perchè nell’ uso rende le desinenze
fondamentali de’nomi 0, a, €, #. la queste desinenze sono indicative o
sintassiche e non significative ed elimologiche (vedi pag. 77). ec. Fine
dell'Etimologia. AL LILLE LIL TIDIEBO .-DELLE MATERIE lp «ET —_y "x
PREFAZIONE. i Introduzione intorno alla Grammatica in genere. Pag. » TRATTATO
DELL'ETIMOLOGIA Delle Classi categoriche o DORORE, delle Perat in genere è ca
ca ‘o @ Della prima Classe ca te di delle Paolo: di ogni lingua ossiu del . i Della
seconda Classe categorica delle DIS, di ogni lingua ossia del Verbo Della terza
Classe Categorica delle parole Di ogni lingua ossia dell’aggiuntivo. . » 15 16
480 25 25 166 CAPO V. Della quarta Classe categorica delle RCS di ogni .lingua
ossia del verbale, . sc ed CAPO VI.. Della quinta Classe Categorica dellé
parole di ogni lingua ossia delle preposizioni. DELL’ ETIMOLOGIA De’ Nomi
personali primitivi Io, Tu, Sì. . . » . Del Prenome come Classe ipoteorica 0
secondaria. De’ Prenomi che significano relazioni di sito. De' prenomi che
significano relazione di Congiun- ZIONO: Lod te Mera e e i De’ Prenomi che
significano relazione di disunto- ne e che si possono dire disgiuntivi Della
terza Classe Ipoteorica ossia degli avverbî. Della quarta Classe sparsonita
ossia delle Con- “© giunzioni . . + è ee ue di Se Vl’ Interjezione sia Classe
di parole DELL’ ETIMOLOGIA sa © Delle
radici, de’ radicali, e delle parole seconda- rie di ogni linqua in genere Della
Variazione e delle parole variabili. . ua - Della Variazione del Nome Delle
desinenze cnolagie o significative dei , Nomi. . . + ssa se e SEZIONE II. Della
desinenza indicativa o sintassica de’ Nomi. CAPO Ill. Della Variazione degli
aggiuntivi Desinenze comuni alla variazione degli LE ti quantitativi e
qualitativi Delle desinenze di variazione particolare agli ag- | giuntivi
qualitativi, cssia de’ diminutivi, ac- cresciuti, PEIGTEAOA, asia e su lativi.
. |. Delle desinenze particolari agli aggiuntivi di quan- tità discreta ossia
degli ‘ordinativi Della Variazione de’ prengmi Della Variazione del Verbo...
PARTE RERBTA, DELL’ ETIMOLOGIA a" s wai "CAPO I. ì Della Deviazione
da Nomi. (odi o i . . Della Derivazione da. Verbi Delle parole derivate
immediatamente da’ Verhi. AMI n 118 ivi D:lle
parole che derivano mediatamente dal verbo. Delle parole che derivano dagli
aggiuntivi Delle parole che derivano dalle preposizioni Delle sana che derivano
da alcuni prenomi. Delle parole che derivano dalle IRREZIORA Ossia dagl
Interposti. Della Derivazione di derivazione delle parole. . PARTE QUINTA Della
Composizione de se parso o delle parole com- poste Gale Introduzione Della
Composizione iniziale . +. +. è è. è. è CAPO II, Della Composizione finale
delle peroe: è 0. CAPO III. Della Composizione per equipollenza. Intorno alle
parole omonime e sinonime . Poche regole per È analisi etimologica SAGGIO DI
UNA DESSIGRABTAO PELLA VARIAZIONE DE’ VERBI LATINI ZO ITS SAGGIO DI LESSIGRAFIA
Per la Variazione, Derivazione e Composizione . dei verbiî latini. INTRODUZIONE
Al PRECETTORI. Con questo Saggio adempio un’ altra promessa già fatta nel 1.
volume del Nuovo Corso col doppio fine cioè 1. di compiere la pruova di fatto
dell’empirismo grammaticale; 2. di mostrare come il nostro sistema razionale si
presti ad organizzare le istituzioni di tut- te le lingue. In questa
introduzione adunque mi con- verrà esporre i difetti della Lessigrafia latina
per la arte, che concerne la così detta conjugazione de’ver- bi, a fine di
provare la necessità di una riforma, e in secondo luogo stabilire una
lessigrafia ragionata, che ossa essere sostituita a quella che abbiamo
difettosa. Riduco i difetti esistenti nella Conjugazione de'ver- bi latini
a'seguenti capi. . 1. Di nozioni inesatte e di false nomenclature. 2. Di
confusione delle diverse ragioni della Yariazione e della Derivazione. 3. Di
confusione dalle ragioni sin- tassiche coll’etimologiche. 4. Di confusione
delle ragio- ni della Variazione e della Composizione. 5. Di aperte
contraddizioni. 6. Di differenze. non vere delle voci concrete ed astratte de
così detti verbi passivi ec, ec. * fi 4 Io prego i precellori di seguirmi
attentamente in questa dispulazione ; perocchè si tratta di svelare e
combattere errori secolari , e trasfusi nel linguaggio tecnico delle scuole,
de’ Dizionari e del parlar comu- ne. Non è tanta la meraviglia, che può
produrre que- sta novità nell'animo de’miei lettori, quanta fu la mia in
considerare come uomini. d’ingegno, in tanti secoli, viziati da’ pregiudizi
imbevuti dalla tenera età non si sieno mai avveduti della loro scempiaggine nel
cre- dere come veri assiomatici le più assurde corbellerie e le più palpabili
contraddizioni. Non temo di essere accusato di audacia nell’esporre francamente
la cecità dell’empirismo secolare delle scuole; perocchè son for - te di
ragioni e di pruove di fatto per la pubblicazio- oe del Nuovo Corso già passato
in mano de'dotti , e giudicato favorevolmente. Incomincio adunque a pro- porre,
discutere e provare. | 61 Nozioni inesatte, e false nomenclature introdotte
nella Contugazione de’ Verbi latini Dopo que:lo che ho detto ne’ Trattati della
Varia- zione nel /Vuovo Corso , e nella Nuova grammatica ragionata per la
lingua italiana, non.è mestieri che mi allarghi troppo in parole per.
dimostrare quanto mi proposi in questo. paragrafo. i Il perchè accennerò qui a
poche cose più per ri- cordare quanto mi truovo detto , che per bisogno di
nuovi argomenti. è a È mi piace interrogare primamente gli stessi precetto- ri,
se eglino hanno avuto mai una chiara nozione della così detta Conjugazione :
che cosa è congugare ? Se pe parola può avere un valore, è sotto il rapporto
ella Sintassi del Nome col Verbo. Ora per Con7ugare Ù ,. e) non si può
intendere in etimologia il semplice «ccor- dare nome e verbo; perchè il verbo
si varia sotto il ri- spetto etimologico e sintassico. Oltrecchè qual barbaro
traslato non è mai il conjugare un verbo in senso di cartarlo per desinenze
etimo:ogiche e sintassiche ? Damindo in secondo luogo, se i precettori da libri
lessigrafici si poterono formare mai una nozione esat- ta del fempo presente
definito per ciò « che nota la cosa 0 l’azione essere o farsi attualmente. Come
sa- pere il presente ignorando lo attuale? perchè attua fe vuol dire d? atto, e
atto è participio dai gramma- tici dello passato. Come intendere che il tempo è
per- fetto 0 imperfetto? Il tempo è tempo, cui non conviene la perfezione o
l’imperfezione. Le azioni e gli state ossono essere perfelti o imperfetti, il
tempo non mai. Qual esatta nozione poterono poi eglino formarsi del Modo,
definito per una Modificazione del verbo per meglio esprimere le differenti
maniere ed affezioni che sogliono avere le azioni». Se voi avete capito, vi ho
per beato, io, confesso la povertà del mio in- gegno , non ne so capir nulla. |
Che cosa è poi wn /ndicativo, un Imperativo, un Soggiuntico? Quale stranezza di
epiteti? Ed è pol ve- ro che la voce dell’ 2mperaztizo racchiude un coman- ‘d0?
ML più delle volle non racchiude preghiera, dest- derîo, consiglio, volere ec.
ec. 1: | Che dico del Supino e de’ Gerundî per tacere dei Participi? Che mostri
di nomenclature! Ma quale n'è il valore determinato, quale la natura, cercate
inva- no di saperlo, o precettori. Parole vuole di senso, at- te a nascondere
la ignoranza magistrale di chi le prof- ferisce. (con) gs 2 Confusione delle
ragioni della Variazione con quelle della Derivazione. In che differisce la
Zuriazione dalla Derivazione delle parole non fu mai quistione proposta nelle
scuo- le. Anzi incontrale ad ogni pagina de’ grammaticali volumi le mille volte
queste due parole confuse, con- siderando come derivaie le variale e composte
parole, come quando si disse, a modo di esempio, che Aabe- bam deriva da habere
ec. ec. La prima volta’ fù per noi annunziata nel nuovo Corso la classica
distinzione di due differentissime ragioni, che governano i due mezzi
generativi delle parole secondarie. Per questa superficialità filologica
avvenne che i participî, i ge- rundi, e'l Supino si considerassero come parole
va- riate del Verbo, ossia come voci di verbo, e pei par- ticipi fu ritenuto
che partecipano di verbo e di ag- giuntivo. Come una stessa parola possa
appartenere a due Classi categoriche di diversissima natura, non ho potuto mai
comprendere, nè credo che uomo di sen- no, considerandovi sopra, possa
comprenderlo. Quindi avvenne che alcuni moderni grammatici italiani rico-
nobbero certi n07?, detti partecipanti, ossia nomi ed aggiuntivi nel medesimo
tempo. Se si possa più scioc- camente straziare la logica, no’ saprei, perocchè
po- sto che una qualche cosa sia di una determinata na- tura , è inconcepibile
che nel medesimo tempo possa essere un’altra di natura differente, che il
cerchzo per esempio sia quadrato. Ora il nome sta all’aggruntivo come il
cerchio sta al quadrato, e nella stessa ragio- ne sta l’aggiuntivo al verbo. .
Se i grammalici avessero distinte le voci variate del verbo dalle voci che ne
derivano, non avrebbero det- to che vi sono parole , che partecipano a due
classi 7 diverse, quali. sono il Verbo e l’Aggiuntivo. Che, cosa. poi sieno .il
Supino e'l Gerundio, non vè chi il dica; perchè voci variate di verbo non sono,
e, se deriva- te, dovevano i grammatici darne una nomenclatura ,: che in virtù
della sua etimologia accennasse al, suo significato od alla sua natura. >
Intanto non si può tutto togliere il fradicio per o- ra; poichè si correrebbe
pericolo di non essere inte- ‘so, onde ci resta pure a rispeltare alcune
barbare nomenclature fino a che non si sarà generalmente com- resa la necessità
di rettificare il linguaggio tecnico hi questa scienza. $ 3. Confusione delle
ragioni sintassiche colle Etimologiche. Quello, che di più originale io credo
di aver pro- dotto nel Nuovo Corso grammaticale già pubblicato, è la
distinzione delle ragioni sintassiche dall’ etimologi- che, che tutt’i
grammatici confusero, trattando della Vatiazione. Le barbare nomenc'ature
coprivano ogni senso alle parole, e in etimologia, per esempio, s’'in- troducevano
le nomenclature sintassiche, come è di- re di Nominativo, di Accusativo
paziente ec., senza motto fare che simili nomenclature si ponevano sotto il
rispetto sinfassico e non etimologico, per la ra- ‘gione che l'Etimologia è la
scienza della parola iso- lata, come la Sintassi della parola congiunta. Che ne
avvenne da ciò? Si attribuirono alcune significazioni a certe desinenze di
parole che non possono averle , come per esempio i Numeri e le Persone alle
desi- nenze dei verbi variati, quando si disse che amo è ersona prima e numero
singolare ec. Ora il ver- o dinota Stato o Azione, idee, che non hanno né 8.
quantità, nè personalità: e deducesi ché la: ‘sua va- riazione: non può dare
desinenze significative ‘’de’ nu- meri'e delle persone per conto del
significato del ver- bo medesimo. Deduzione leggitima e incontrastabile , ma
contraddetta dall’empirismo grammaticale, che ri- lenne essere il verbo
personale ed impersonale, per chè «confuse le ragioni sintassiche ed
etimologiche , nella variazione delle parole. Di qui la necessità di
riconoscere nella Variazione del Verbo due specie di desinenze, cioè
etimologiche e sintassiche, le prime significative, le seconde indicative. G 4
Confusione delle ragioni di Variazione con quelle — dî Composizione né’ verbi
latini. Nella formazione di certi tempi i grammatici latini riconobbero
semplici alterazioni di desinenze, dove a me pare che vi sia una vera
composizione finale, co- me avviene in molte parole italiane — Mi spiego più
chiaramente, i grammatici credettero che fueram, fue- rim, fuissem, fucro, come
amavero , amaverim , a- mavarissem , amavero , ec. fossero tempi semplici ,
ossia semplici alterazioni di desinenze del preterito perfetto di ogni verbo,
come fu? ed amavi. Ma’ per molte considerazioni e fondatissime ragioni io mi
av- viso che desse sono vere parole composte dalla voce del preterito detto
perfetto del verdo che si varia; e da eram, erim, ero, essem del verbo sum: in
gui- sacchè amaveram è composto da «mart ed eram, a- maverim da amavi ed erim; amavero
da amavi ed ero, amavissem da amavi ed ‘essem. La quale, comun- que bizzarra
combinazione, nell’impotenza della lingua ad esprimere colla variazione’ certi
tempi, ebbe una ragione concludenle ne’ primi fondatori , imperocchè Do per
amaveram si voleva far intendere un trapassato, , detto più che perfetto ; e
mancando il sussidio della Rie Lammediedi variazione , si pensò di accoppiare
due passati , uno del verbo da variare, e l’altro di Sum, come ausilia- rio:
due passati congiunti erano sufficienti per la pri- mitiva convenzione a far
intendere un rrapassato. E, siccome eram di amareram è un passato relativo, ne
avvenne che amaveram da eram poteva prendere la nomenclatura di trapassato
relativo. Amavero parola composta da «mavi ed ero, divenne futuro passato o
anteriore: amavissem composto da amavi ed essem un trapassato relativo.
Cadrebbe solo quistione sull’4- maverim, che per la combinazione di due passati
«- mavi ed erîim dovrebbe essere trapassato. Ma questo era in arbitrio della
primitiva convenzione , la quale avendo bisogno di un passato , rese
insignificante la desinenza, che rilenne come semplice forma di distin- zione.
Il che non è nuovo nelle lingue, potendo not produrre molti esempi di
composizioni di più parole, fra le quali una può essere insignificante, e sì
com- . pone o per distinguere una parola da un’altra, o per ragioni
sintassiche, o per eufonia. | ieri è Sotto questa considerazione i verbi latini
hanno ad ausiliario Sum, come gl’ italiani il verbo avere, con questa
differenza che appo i latini sum era ausilia- rîo componendosi ne'così detti
tempi composti, presso noi avere è austliario in una c?reolocuzione. Vutia
divisamento è ragionevole: infatti, se voi mi domandate: ., perchè amaveram è
un trapassato? io posso rispondervi: perchè è un composto di due passati.
Oltracciò l'eram, erim, ero si conservano interi in amaveram, amave- . rim,
amavero, elisa la 7 di amavi, e, se in amavîs- Tae sem si elide la e di essem,
la doppia ss conservata accenna alla sua origine da esser. Questa genealo- gia
de’ tempi composti, spande molta luce alla solu- sa 10 zione di alcuni problemi
difficili nella lessigrafia la- tina, come vedremo nel paragrafo seguente. 6 5.
Intorno alle palpabili contraddizioni de’ grammatici nella Variazione de’ verbi
latini. | È ritenuto comunemente da’ grammaltici che l'Infinizo è così delto.,
perchè non ha determinazione alcuna , perchè indefinito, indeterminato ec. E
tale dev'essere, perocc:è come ho stabilito nel Nuovo Corso , desso è la radice
del Verbo, e come tale deve unicamente significare lo stato o l’azione in
concreto o in astrat- to. Intanto gli stessi grammatici riconobbero tre tem- i
nell’ infinito, 1. il presente come esse ed amare, Ò. il passato come fuisse,
amavisse. 3. il futuro co- me esse 0 fuisse amaturum. Ora posto che amavisse e
fuisse sono parole com- poste cioè da amavi o fui ed esse, ogni ragione di
tempo sparisce dal verbo , perchè esse è voce radi- cale di sum, ed amavi non
ha altra forza in compo- sizione, se non quella, che le volle dare la primitiva
convenzione. Il J/e esse amaturum è una circolocu- zione, nella quale il solo
participio significherebbe il futuro, ma è dimostrato che il participio non
significa tempo. Resta pure dimostrato che l'infinito sotto il ri- spetto della
variazione ha unica voce cioè , amare o esse, Intanto non si può negare che me
esse o.me ama- re, risolvendo, si fa corrispondere al presente ed 1m- perfetto,
come quando diciamo invece : quod ego a- mo vel amem; quod ego amabam vel
amarem. Similmente il ze amavisse si risolve in quod ego amavi, amaveram ,
amaverim, amatissem, e il me esse amaturum in quod ego amabo, vel amarem ec, 41
Ora, se le voci dell'infinito non contenessero l’idea di. tempo, non vi sarebbe
alcuna ragione, per la quale ‘me amare si risolvesse pel presente ed imperfetto
piut- tosto che per gli altri passati. Dicasi lo stesso. di &- mavisse,e di
esse amaturum. Intanto, se l'infinito é infinito, non è nè presente, nè
passato, nè futuro, co- me non è, nè 7ndicativo, nè congiuntivo. Come si può
risolvere il problema per uscire da questa palprbile contraddizione ? | La
distinzione, che abbiamo fatta delle desinenze eti- mologiche e sintassiche
nella variazione de’ nomi può porgere la chiave della soluzione del proposto
proble- ma. Posto invero che in alcuni nomi la desinenza 0 ed a non è
significativa di sesso, e negli aggiuntivi e prenomi è semplicemente indicativa
di accordo, pos- siamo per analogia conchiudere, che, ancorchè l’ infi- nito
avesse desinenze simili alle significalive di tempo ne’ modi finili, non
sarebbero queste significalive, ma semplicemente indicative. La quistione
cadrebbe in questa prima supposizione sulla natura dell’ indicazione, ossia su
ciò che queste desinenze o circolocuzioni o composizioni dell'infinito
indicherebbero. Ora è a sapere che l’:nfinito è una forma di verbo fatta per
una iniziativa di proposizione indefinila e indeterminata frequente nel parla
degl'idioti e degli uomini volgari, la quale nella lingua colta si risolve
nella proposizione finita, determinata e formale. Gli uo- mini rozzi parlano
sempre così, come quando dicono, to andare Napoli, tu studiar leggi ec. ec. Un
tede- sco non pratico della nostra lingua. si esprime quasi: sempre a questa
maniera. Un'simil parlare adunque si può dire plebeo, informe, indefinito, che
aspetta di essere informato dalle ragioni filologiche, per le quali la
preposizione i7finita 81 risolve nella finita. he cosa è dunque la proposizione
srfinzta? È una proposizione in potenza, la quale vuolsi attuare per la - 4 v)
di risoluzione del verbo al modo finito, preceduto dal quod in latino e dal che
in italiano. E, siccome il modo finito è unimodo variato per desinenze
etimologiche è sintassi- che, significative tai ed indicative de’modi delle
persone. e: della loro quantità, sì è potuto alla vbce ra- dieale. del verbo,
come esse e amare apporre una vo- ce indicativa della risoluzione in un modo
piuttosto , che in un altro — ritenendosi. che amare si risolvesse in quod ego
amo, amem, amabam, amarem, e ama- vîsse in quod ego amaveram, amaverim , amavis-
sem ec. ec. ec. i | In questa guisa considerate le cose, l'infinito non ha
tempo, ma un’ indicazione di risoluzione ad un mo- do piuttosto che ad un
altro, dove vi è piuttosto que- sto che quel tempo. Quindi noi chiameremo il me
ama- re voce di verbo colla desinenza indicativa della riso- luzione pe’
presenti e pe’ passati relativi de’ Modi fi- miti iii e Congiuntivo. Me
amavisse, Composizione. di verbo colla desinenza indicativa della risoluzione
pe’ passazi assoluti, e tra- passati de’ due modi firiti Indicattro e
Congiuntivo. Me esse amaturum circolocuzione indicativa della risoluzione pe’
futuri assoluti o relativi semplicr. Me fuisse amuturum Circolocuzione
indicativa della risoluzione pe futuri anteriori, assoluti e relativi. . In
questo convennero implicitamente tutl’i- gramma- tici, i quali nelle versioni
dell'infinito apposero le ri- soluzioni accanto, come quando insegnavano che me
amare si traduce amar to, 0 che to amo ed ami, amava ed amassî. Oltracciò nella
stessa lingua lati- na insegnavano che me ‘«mare equivalesse a quod ego - amo,
amen ec. Ciò che indusse in errore i grammatici, quanitlo ri- conobbero il
presenze, il passato, ed il futuro nell’infi- nito, si fu che essi guardavano
alla risoluzione del me- desimo, E, siccome in quod ega'amo vi è il presente,
13 dissero che me amare. siapresente.e-ia discorrendo; appunto come i
‘singolare -e masco- -' lino, perchè fa intendere la quantità ei il ! sesso del
norne . invariato. Errore facile:a insinuarsi; ma la scien-.- za, che vuol
dileguare le: assurdità e te. contraddizio-: ni,. deve determinare colla
:massima precisione lana’ tura delle: parole e’l loro possibile
determinato-valore,'» - Conchiudo, a conferma di quanto ho dimostrato, col: .
l’osservare che, se l’ infinito: significasse tempo, una stessa sua voce non
potrebbe significare i presénti e. ì passati relativi, come amare, o i passati
assoluti e 1 frapassati, come amavisse, oi futuri assoluti e re- - lattici,
come me esse amaturum ec. ec. Se dunque la stessa voce, risolvendosi, prende.questa
o quella desi- nenza significativa di tempo al modo finito, bisogna dire che
l’infinito per sua natura non ne significhi al- cuno, ma, se ha diverse voci e
desinenze, queste non . hanno altra forza, salvo quella d’indicare in qual mo-
do a preferenza si debba ri:olvere. 0 de $6 Differenze non vere tra le vocî
concrete ed astratte ne così detti verbi passivi. | © Una delle più belle e
nuove ricerche. è la. presente, - come. quella, che si propone per la prima
volta. un'ac- curata indagine sulla- natura del éosì detto verbo pas- . s1:0.
Secondo le nostre teorie etimologiche ogni verbo è di stato o di azione,
ondechè se amo è ‘verbo di azione, amor è necessariamente verbo di sfazo. Da
questa deduzione non si può risalire. Intanto non si può dire che «220 -sia lo
stesso che isedeo, ancorchè sedeo sia verbo di stato. Pare da ciò. ehe amor non
sia verbo di sizzo come.sedeo, e gli altri verbi. sem- plicemente di staze,
come abbiamo stabilito in Elimo- 14 logia. Che una desinenza possa racchiudere
una. signi- ficazione nelle parole variabili, non si può rivocare in dubbio,
ondechè amor perla desinenza della r può si- gnificare una cosa di più che non
significa sedeo. Ma questo non toglie che tanto amor, quanto sedeo con-
venissero nel ‘medesimo significato dell’idea-categoria. di stato; perchè
ambedue si risolvono col verbo Sum, che è verbo astralto e. categorico di stato
per eccel- lenza (vedi pag. 23). Adunque i due verbi «mor e se- deo
differiscono per lo diverso participio che racchiu- dono, perchè amor equivale
a sum amatus e sedeo a-sum sedens. E siccome AMATUS amato equivale a nello
amore provveniente da, e SEDENS sedente equi- vale semplicemente a chi è nella
sede (pag.119 e seg.) il verbo amor sotto il rispetto della sintassi ama un co-
strutto differente da quello che richiede il verbo sede- re. La nostra teoria
de’ verbi si presta mirabilmente alla più esatta classificazione. Totti verbi
di qualsi- voglia lingua sono di azione o di stato, astratti o concreti. I
verbi di stato per la lingua latina altri so- no di stato semplicemente, come
sedeo, sto, quiesco: altri sono di stato passivi, come amor, doceor , le- gor
ec. I primi, essendo concreti, si risolvono col ver- o sum e'l participio in #s
come sedeo in sum se- dens, i secondi nel verbo sum e nel participio in #us -
come amor ìn sum amatus. I verbi di stato passivi in ‘ virtù della desinenza in
or accennano ad un costrutto, col quale si vuol far intendere la provvenienza
dell’ ef- fetto, come modo del soggetto da una causa estrinse- ca : i verbi di stato
semplicemente al contrario pre- scindono da questa provvenienza. Ciò posto £90
amor non è differente da ego sum amatus, se non come il concrezo dall’
astratto, il sin- tetico dallo analitico, appunto come a coufessione de- gli
stessi grammatici, ego sedeo non è differente da ego sum sedens. Similmente ego
amabar, ega ama- - _— 15 bor, ego amarer, ego amor ec. non sono differenù d ego
eram, €qo ero, eqo essem amatus ec. Intanto nella variazione de’ verbi adottata
dalle scuole il sum amatus si è posto al passato, facendo signifi-. care 20.
sono stato amato: così |’ eram amatus sì è posto al piuccheperfetto del.
congiuntivo , così l’ erim amatus e l’ ero amatus, contro ogni ragione di efi-
. mologia ; imperocchè, se sum è presente, come può significare un passato? Se
eram è imperfetto , come può significare il piuccheperfetto-e va dicendo? A
que- sl' errore furono indotti i grammatici dal perchè spes- so* c' incontriamo
in costrutti latini, ne’ quali @matus est ha forza di passato, amazus erat di
più che per- fetto, amatus erit di futuro anteriore ec. ec. Ma non posero mente
a due cose importantissime, la prima cioè che, in moltissimi esempi, simili
forme hanno il valore etimologico, onde parati sumus ad omnia per esem- pio si
traduce pel presente a questa guisa noî sî2m0 pronti ad ogni cosa: la seconda
che que: significato antietimologico è tutto sintassico ossia di senso, secon-
dochè le ragioni del costrutto addimandano. À pro- ceder con metodo e con
verità di principi, adunque avrebbero dovuto primamente distinguere le voci
con- crete dalle voci astratte del verbo passivo, e dire a modo di esempio £y0
amor è voce concreta della pri- ma persona singolare di tempo presente del modo
ic- dicativo, la quale si risolve nelle due astratte ego sum amatus, e nella variazione
dare al verbo questo pro- cedimento £90 amor vel sum amatus, io sono amato.
Dopo questo nella stessa etimologia, 0 più propriamen- te in sintassi, dovevano
avvertire, che spesse volte se- condo che il senso del costrutto richiede il
sum ama- tus ha forza di passato. i Non mai doveano stabilire come significato
elimolo- gico nella variazione del verbo un senso puramente relativo e
sintassico. Che ne avvenne da questa con- 10 fusione ?. Ne avvenne che il
giovanetto dopo ‘avere im- parato a tradurre /go sum. per #0 sono, variando 1
verbi passivi, dovea ingoiare una contraddizione, tra- ducendo ego sum amatus,
per 7a sono stato amato. Donde è uscito quell’ ausiliario stato? Non da Sum ,
che significa 70 sono : non da amatus, che significa semplicemente amazo. Che
se amatus lo contenesse , non ci sarebbe bisogno di fu: amatus, bastando il’
solo e semplice sum amatus; perocchè vedremo che i latini non avevano il
passato prossimo’, che gl’ ita- liani neppure hanno, ma lo fanno intendere per
una circolocuzione, ne | Ciò premesso, io vengo a stabilire nella Lessigra- fia
de verbi latini le seguenti innovazioni. | 1. Nuove nomenclature ‘Posto che il
verbo, come ho dimostrato a pag. 82, variandosi, ha desinenze etimologiche e
sintassiche , quelle significative de’ lempi e queste indicative o delle
persone o.delle maniere di concepire la proposizio- ne, nello stato presente
della filologia mi è necessità di sostituire alle vecchie le nuove nomenclature
, ma non posso del tulto trasandare le prime per farmi in- tendere da coloro
che partono dalle grammatiche delle scuole. Quindi esporrò i quadri delle
variazioni allo stesso modo che ho fatto pe’ verbi italiani, cioè met- tendo in
prima la nuova nomenclatura ed a canto la vecchia, e dirò per esempio: Modo
della proposizio- ne principale detto Indicativo o Affermativo ec. ec. .
‘Parlando de’ tempi , riterrò le stesse nomenclature della variazione de’ verbi
italiani, cioè di presente , passato relativo, passato assoluto, trapassato
futu- ro assoluto, futuro relativo, futuro assoluto anterto- re, futuro
relativo anteriore ec. ‘lo farò grande distinzione tra Variazione , Circo- 17.
locuzione e Gomposizione. Quindi; avendo dimostrato? che /ueram, fuero fuissem,
ec. sono :parole composte, : nori le. metterò tra le variate, ma le dirà
Composizioni. -Ora dovendo mettere la traduzione italiana‘a fronte, mi studierò
di far vedere le differenze delle :due lin». gue, nolando. dove una ha la
variazione di verbo e dove ne difetta, in paragone sempre dell'altra ; affinchè
i giovanetti imparino di buon' ora a non confondere le traduzioni 0 ii forme di
variazione’. delle parole. La quale confusione invaisa da.gran tempo nelle
scuole fu' cagione di tante abberrazioni nelle tco-. riche filologiche. . 2.
Nuoro ordinamento de Tempi. » Su qual fondamento si appoggi questa novità l' ho
abbastanza dichiarato. nel Nuovo Corso (volume 1) nel: Trattato della
Variazione delle parole. Ma pur giova qui ridirne brevemente qualche cosa in
quanto alle par- ticolarità della lingua latina. ' . - Jo distinguo i lempi
solto il rispetto de’ 4odt, pei quali intendo la maniera particolare, secondo
la quale. il verbo si. varia per indicare, se la proposizione per esso co-
stiluita sia principale 0 incidente. Ogni maniera adun- que ‘di qualsiesi tempo
, se sostiene una proposizione principale è del Modo.; ‘che‘i grammatici
dissero /a dicattro. Ora ho provato nel nuovo Corso 1. che il così detto
Condizionale presente o passato sostieneuna proposizione principale, perchè
dicendo : s? possem; ego vellem esse. Romae o semplicen.ente, ego. vellem esse
Romae, ognun vede che il senso principalmente si ‘appoggia a quel ve/lem.
Quindi vengo a dichiarare che la stessa voce vellem è imperfetto.e
condizionale, nel. primo caso sintassicamente; perchè è i da Si, Cum, Ut ec. nel
secondo caso etimologicamente. ‘Dicasi lo stesso di wo/uissem 2. che il. così
detto -fu- 18 turo ‘del congiuntivo simile. ad. amavero è un vero ‘tempo del
Modo indicativo, perchè non solo sì truova . costruito non preceduto da alcuna
parlicella sospensiva simile a Sî, Quando, Cum, ma, anche quando è pre- ceduto
da Cum, questa congiunzione copulativa ha. si- gnificato di Quando. Ora è
ritenuto da’ grammatici che 1lCum, precedendo l’Indicativo, ha significato di
Quando. Secondo me adunque il Modo della. Proposizione principale , delto
indicativo ha i seguenti tempi, 1. Presente 2. Passato relativo detto
IMPERFETTO 3: Passato assoluto detto preterito perfetto 4. Tra- passato
relativo detto piucchè perfetto 5. Futuro as- soluto detto semplicemente futuro
6. Futuro relativo detto condizionale presente 7. F'uturo assoluto an- teriore
detto futuro del soggiuntivo 8. Futuro rela- tivo anteriore detto condizionale
passato —Essi corri- spondono alle seguenti voci 1. Amo 2. Amabam 3.Amavi A.
Amaveram 5. Amabo 6. Amarem T. Amavero 3. Amavissem. Vengo al secondo Modo
della proposi- zione Incidente detto Soggiuntivo e meglio Congiunti- vo, poichè
il primo modo di questa proposizione è il così detto Imperalivo , e stabilisco
i seguenti tempi 1. Il presente simile ad amem 2. il passato relativo detto
imperfetto, che è lo stesso futuro relativo detto condizionale, ma se ne
distingue sintassicamente perchè receduto da St, Cum, Ut ec. simile ad umarem
3. 1 passato assoluto detto preterito perfetto simile ad amaverim 4. Il trapassato
relativo detto più che per- fetto, che è lo stesso futuro relalivo anteriore
@ma- vissem. Ma se ne distingue sintassicamente, perchè pre- ceduto da St, Cum,
Ut ec... Dimostrato che l’Infinito non ha tempi, io lo distin- guerò nel modo
seguente 1. Amare qual Zoce che accenna alla’ risoluzione pei modi finiti quod
amo, amem, amabam, amarem 2. Me amavisse Compostzione che accenna alla
risoluzione pe’ modi finiti quod ego ! 19 amavi, amaverani, amaverim, amavîssem
3. Me esse. amaturum prima circolocuzione per far intendere che si accenna alla
risoluzione pei modi finili quod ego. amabo, amarem 4. Me fuisse amaturum
seconda cir- colocuzione per far intendere che si accenna alla ri- soluzione pe
modi finiti quod ego amavero, umavissem. In questa forma di variazione non
entrano nè i ge- rundi nè i participii, che abbiamo dichiarati come de- rivafe
e non variale pàrole—Intanto riteniamo queste parole come sussidiarie della
variazione , cioè il par- ticipio in ws simile ad amazus, come voce analitica
del così detto verbo passivo, il participio in ndus e rus come voce ausiliarie
delle circolocuzioni, che fanno intendere in qual modo finito si debba
risoivere una Circolocuzione dell’ infinito. 5. Necessità di fissare le
carattaristiche per distin- quero le diverse specie di Variazioni ne’ verbi
atini regolari. I Grammatici adottarono la nomenclatura di Con- tugazione per
dinotare la variazione del verbo. Siccome noi a Conjugazione abbiamo sostituita
la più vera e ropria nomenclatura di Zuriazione, siamo nell’ ob- hligo.di
dichiarare come con questa nostra si possano distinguere le quattro
Conyuguzioni. Egli è dunque a sapere che ogni verbo latino, come abbiamo vedulo
per gl’ italiani, ha nella radice una di queste quattro desinenze are, cre,
ere, ire, cioè due ere una lunga e una breve. Facendo astrazione dalla ultima
sillaba re, che è comune, possiamo dire che tutti i verbi latini in quanto alla
loro desinenza radicale hanno differenti le vocali @, e, e, î, perchè ognuno
comprende che per quantità di scrittura e di suono amare è differente da docere
e questo da legere e qudire. Ora questa vocale che è diltoronte nelle de- 20
sinenze radicali de’ verbi latini, -io-la chiamo carae- teristtca differenziale
della loro variazione, perchè dessa domina in tulta la Variazione. Onde che i
verbi m are sono della prima caralteristica di Variazione: i verbi “n cere
della seconda:i verbi in ere della terza: i verbi in'?re della quarta, perchè @
è la prima vocale, e la seconda, ed e la terza, # la quarta. : .. . Se mi
‘domandate ora di' quale caratteristica è un dato verbo latino ? Vi rispondo ,'
vedete quale delle uattro vocali domina nella sua variazione;-e, se que- slo
verbo sarà amatvissem, dirò che sia della prima , perchè in esso vi è la'@, che
non è in /egissem, pe- tebam, audirem ec. ec.’ | | Per fissare queste
caratteristiche, che nelle Variazioni possono subire qualche leggiera
‘alterazione, ci converrà di produrre delle variazioni intere di un verbo di
cia- scuna caratteristica collo stesso ordine delle vocali testè accennale— Ma
questo solo non basterebbe, perocchè 1 verbi della terza e quarta
caratteristica hanno qual- che cosa di differente da’verbi della prima e
seconda, come 1 verbi di quella da’ verbi di questa nella ri- spettiva loro
variazione. È però che dopo di aver dato i quadri isolati pe’ verbi delle
quattro carattaristiche, cl converrà in un solo quadro presentare varialo un
verbo di ogni carattarislica , affinchè ad un. colpo di occhio si potessero
notare le poche differenze della va- riazione. | a Ma si è veduto testè che 1
latini ne’ passati ricorte- vano ad una certa Composizione, che io chiamo oscu-
ra, la quale si adempiva componendo alcune voci del verbo sum al passato
assoluto del verbo da variare — Oltracciò alcune voci dell’ infinito si
ottengono per una circolocuzione, nella quale entrano esse e fuisse , è perciò
agevole a comprendere che in un primo primo quadro dovremo esporre la
Variazione del Verbo Stra quantunque sia irregolarissimo. 24 ‘Tra i verbi da
presentare per esempi ne’ quattro qua- dri di variazione, presceglieremo
quelli, che hanno una variazione più regolare, affinchè dalla loro regolarità
si apprendano le irregolarità degli anomali. E, siccome la maggior irregolarità
de’ verbi latini è ‘ne’ passati, parmi dover tenere. a.modello i seguenti
quattro 4m0, Fleo, Peto, Audio; perchè tutti hanno il passato in vt come Amavt,
Flevi, Petivi, Audivi, benchè Peto è costretto a cambiare la sua caratteristica
in 7. Que- sto privilegio nella scelta mi vien suggerito dalla per- suasione
che quei soli ‘verbi in latino si possono .dire più regolari, i quali hanno v?,
o w? per desinenza di passato, e ciò per giuste ragioni. , i A. Alcune
osservazioni intorno al verbo passivo. Nella variazione del verbo passivo, io
non pre- senterò come si è fatto nelle scuole tutt'i tempi per ogni modo, ma
semplicemente que tempi che hanno voci concrete, eioè amor, amabar, amabor,
amarer, amare, amer, amart. Imperocchè ego fut, fueram , fuero, ero, fuerim,
futssem, ec. ematus non sono va- riazioni di verbo differente da Sum, es, est,
il quale è stato già varialo in una prima tavola. Il vero ver- bo passivo a
rigore consiste nelle soprarrecate voci concrete , le quali da noi vengono
considerate, come tante desinenze di variazione dello stesso verbo in o, simile
ad @m0. Il riportare, come i grammatici hanno fatto, tutte le voci di Su,
seguito da participio, è una. ripetizione inutile da un verso , dall’ altro
induce un errore fondamentale, cioè che il verbo Sum in que- sti verbi sia
ausiliario, il che è stato provato falsissi- mo. Neppure terrò presenti in
questo saggio i verbi Comuni e Deponenti , gl Impersonali, i lifettivi ec.
perchè di queste cose mi dovrò occupare nell’ Intro- 29 duzione allo studio
della lingua latina. Questo saggio ha per iscopo di adempiere una promessa e di
dare una spinta alla riforma de sistemi Lessigrafici. 5. Necessità di una
tavola sintetica per tutte le Va- riazioni, e della fissazione de’ radicali de’
radicali nella formazione de’ tempi. Nella variazione de’ verbi latini io
presento le desi- nenze distaccate dal radicale, affinchè si possa scorger a un
colpo di occhio quello, che si aggiunge per in- dicare o significare. Per
esempio variando il presente dell’ indicativo , io scriverò, @73-0, am-as ,,
am-at, ‘ am-amus , am-aîî8, am-ant. Pur tuttavia a me pare che questo non basta
senza mettere in una tavola si- nottica tutte le desinenze senza radicale,
affinchè si pos- sa prontamente vedere le differenze di ciascun tempo, o del
medesimo tempo di diversa caratteristica. Ma quello che più importa per facilitare
maggior mente lo studio della variazione de’ verbi latini, si è di mostrare in
un quadro sinottico le attinenze di un tempo generato ad un altro
generante—ossia far ve- dere quale è il radicale immediato di un tempo per
risalire successivamente da radicale a radicale fino a che si arrivi alla prima
radice — Quindi fissare tutti radicali da’ quali si formano tutte le voci del
verbo, e dire per esempio amabam si forma da ama impe- rativo, e ama sì forma.
da amare tolta via la re. Quindi ama è radicale immediato di amabam, quan-
tunque esso sia formato da amare. 6. Tavole sinottiche delle derivazioni e com-
postzioni de’ verbi latini. Quando i grammatici non si erano dati alcuna sol-
lecitudine al mondo per approfondire la natura della | ‘ | 25 ‘Variazione
.delle parole, e delle differenze tra parole, ‘variate e derivate , faceva
mestieri che tutto presen- tassero in confuso e-senza nozioni chiare di quel
che avvoleevano in barbare nomenclature. Quindi è che le così dette
Conjugazioni de’ verbi latini si possono con- siderare come un guazzabuglio di
parole vuote di senso, dove non sai quali parole sieno variate, quali derivate
dal Verbo e molto meno il vero valore di ciascuna voce vuoi variata vuoi
derivata — Non dico poi che della composizione del verbo ad altre parole non si
è fatta mai menzione di Zessigrafia , ossia in quella parte materiale di studio
filologico, in cui si esercita la me- moria colla scrittura e lettura delle
parole, di cui vuolsi fare acquisto per imparare le paci In questa guisa procedendo
sì studiavano le parole e non le lingue, ossia s imparava un numero determinato
di tante pa- role e non più quante se ne potevano leggere e rite- nere a
memoria senza alcun legame che le rannodasse tra loro. Sì dice poi che si
studia lingua e non parole allora che s'intende alla cognizione delle poche
radici ed alla maniera come da esse si possano generare le sterminate famiglie
delle parole variate, derivate, e composte. In questa guisa con pochi dati noti
attual- mente sì può conoscere potenzialmente tutta una lin- gua di 80 o 90
mila vocaboli, e senza ajuto di voca- bolario tradurre un libro qualunque di
lingua straniera, ancorachè non sia stato mai letto. Ora è notissima cosa che
da’ verbi infinite parole sì derivano, come infinite composizioni se ne forma-
no. Chi dunque non trascura le maniere frequenti di ia generazioni nella lingua
latina, può confidare i giungere in pochi mesì a conoscerla interamente ,
mentre co’ metodi delle scuole non si ci arriva che tardi e sempre
imperfettissimamente— È per questo che , noi tra le altre presenteremo le
tavole Sinottiche delle j Composizioni, 24 : Raccomando.a' precettori tutta la
eura e la diligen- za possibile: a convincersi prima eglino. della verità e
della necessità di questa innovazioni, affiachè le pos- sano :tras‘ondere ne’
loro discepoli. Del gran profitto che se ne può ritrarre dò per argomento la
propria Soprana ì ! QUADRI DELLE VARIAZIONI DE’ VERBI LATINI 25 quanro . DEL
verBo Sum. Modo della Dr roposizione principale, detto Indicativo. Variazione
per desinenze REFOTOBICHo e sintassiche. A. Del tempo presente. Latino Sing.
I.4 Ego Sum 2 Tu es 5 Ille est - Plur. 4. Nos sumus Italiano 4 Io sono | I. 2
Tu sei 5 Egli è 4 Noi siamo 2 Voi siete ò Eglino sono 2. Del passato relativo ,
detto Imperfetto, 2 Vos estis 35 Illi sunt Sing. II. 1 Ego eram | 2 Tu eras 35
Ille erat Plur. 4 Nos eramus 2 Vos eratis 3 Ill erant 4 Io era | II. 2 Tu eri ò
Egh era A Noi eravano 2 Voi eravate 5 Eglino erano 3. Del passato assoluto,
detto perfetto. Sing. III, 41 Ego fui 2 Tu fuisti o Ile fuit. Plur. 4 Nos
fuimus 2 Vos fuistis 2 Ill fuerunt vel fuere 3 Eglino furono 4 Io fui III, 2 Tu
fosti ‘3 Egli fù 4 Noi fummo | 2 Voi foste CiRcOLOCUZIONE $laliana per far
intendere il passato pre- sente detto prossimo, il quale SE : Sing. non esiste
in latino , dove sì 1 To sono IV. lascia intendere dal senso, a- 2 Tu sei stato
doperando lo stesso Fui 3 Egli è | Plur. 4 Noi siamo 2 Voi siete stati 3 Eglino
sono Composizione latina per far Paima composizione sfalia- intendere il
trapassato detto na per far intendere il tra- piucché perfetto. passato
relativo detto pros- | | simo. Sing. | IV. 4 Ego fu-eram 4 Io era | V. 2 Tu
fu-eras 2 Tu eri . stato 5 Ie fu-erat 35 Egli era Plur. A Nos fu-eramus 4 Not
eravamo 2 Vos fu-eratis 2 Vo eravate € stati 3 Illi fu-erant (14) = 5 Eglino
erano liana per far intendere il tra- | passato rimoto,il quale non esi- Sing.
ste nella lingua latina, dove sì A. Io fai a VI. lascia intendere dal senso, a-
2 Tu fosti £ stato doperando lo stesso Fueram, 3 Egli fù lA Noi fummo. 2 Poi
foste stati 5 Eglino 1ET0H0: (1) Fueram è smionio da fui ed eram, ma per
serbare latero il secondo “componente perde la i di fui. a) SECONDA
CIRCOLOCUZIONE ita- a 27 Variazione per desinenze etimologiche e sintassiche I.
del futuro assoluto V. 4 Ego ero 2 Tu eris ò Ille erit Nos erimus Vos eritis 3
Ill erunt O n Del futuro relativ, VI. A Ego essem 9 Tu esses 3 Ille esset 4 Nos essemus 2 Vos
essetis 3 Ill essent Sing. Plur.
Sing. Plur. 4 Noi saremo 2 Voi sarete 3 Eglino saranno odetto condizionale. 4
Io sarei 2 Tu saresti ò Egli sarebbe 4 Noi saremmo . 2 Voi sareste 5 Eqlino
sarebbero. Italiano VII. VII PriMA COMPOSIZIONE per far PrIMA ciIRCOLOCUZIONE
per intendere il fuluro anteriore far intendere il futuro ante- assoluto VII. .
A Ego fu-ero 2 Iu (u-eris 5 Ille fu-evit Sting. . Pur. 4 Nos fu-erimus 2 Vos
fu-erilis 5 Ii fu-erint (4) riore assoluto ! ‘stato Jo sarò Tu saral Egli sarà
Noi saremo Yoi sarete Eglino saranno IX. stati (1) Fuero è composto da (ui, che
in composizione perde la i, e da ero. 28 SECONDA COMPOSIZIONE per far SECONDA
CIRCOLOCUZIONE per intendere il fuluro anterio- far intendere il futuro an- re
relativo detto condizionale teriore relativo detto condi- passato zionale
passato. VIII, Sing. X. 4 Ego fui-ssem 4 Io sarei 9 Tu fui-sses © Tu saresti
stato 5 Ille fui-sseto 3 Egli sarebbe Plur. 4 Nos fui-ssemus A Noi saremmo 2
Vos fui-ssetis 2 Voi sareste stati 3 Mili fui-ssent (4). 3 Eglino sarebbero
Primo Modo della Proposizione incidente detto imperativo. Variazione per
desinenze etimologiche e sintassiche (2) Del presente. latino Sing. italiano e
è + « 2 Es vel esto Tu 2 Sii Tu 3 Esto Ille 5 Sia Egli Plur. 4 Simus Nos 4 Siam
Noi 2 Este velestotevos 2 Siate Voi 3 Sunto vel sint «ll 3 Sieno Eglino (1)
Fuissem è composto da fui ed essem, che in composizione perde a e iniziate. ò
(2) Io non riconosco variazione di tempo futuro nell’ Imperativo come
dimostrerò nell’ Introduzione allo studio della lingua latina. Secondo Modo
della Proposizione Incidente detto Modo Congiuntivo. ? Variazione per desinenze
etimologich e sintassiche 4. Del tempo presente. I. latino Sing. italiano I. 6
Ego sim Io sia Ut Tu sis Che Tu sii | Iesit Egli sia Plur. Nos simus Noi siamo
Ut Vos sitis Che Voi siate Illi sint i Eglino sieno 2. Del passato relativo,
detto imperfetto. Il. Sing. II, Ego essem Io fossi | Ut Tu esses Che Tu fossi
Ille esset Egli fosse Plur. Nos essemus Noi fossimo . Ut Vos essetis -Che Voi
foste Illi essent Eglino fossero. III. 3. Del passato presente. III, PrIMA
comPoSIZIONE LATINA Prima CircoLOCUZIONE ITA- — di rui ed enim per far in-
Liana per far intendere que- tendere questo tempo, che man- sto tempo, che
manca alla va- ca alla variazione riazione Sing. { Ego fu-erim lo sia Ut Tu
fu-eris Che Tu sil stato lle fu-erit Egli sia Plur. Nos fu-erimus Noi siamo |
Ut Vos fu-eritis Che Voi siate stati Uli fu-erint Eglino sieno 30 | IV. 4. Del
trapassato relativo detto -piucchè perfetto. 1V. SECONDA COMPOSIZIONE LATI- SECONDA
GIRCOLOCUZIONE I- na di rut ed ESSEM per far in- raLiana per far intendere
tendere il TRAPASSATO , che il TRAPASSATO, che manca manca alla variazione alla
variazione. Sing. Ego fui-ssem I Io fossi Ut Tu fui-sses Che Tu fossi stato
Ille fui-sset Egli fosse Plur. Nos fui-ssemus Noi fossimo Ut Vos fui-ssetis Che
Voi foste stati Illi fui-ssent Eglino fossero VOCI DELLA PROPOSIZIONE INFINITA,
VocepeLL'INFINITO, perlaqua- Voce dell’ inFinito, per la le si accenna alla
risoluzione quale si accenna alla riso- di una proposizione finita, il luzione
di una proposizione cui verbo È PRESENTE 0 PAS- finita, il cui verbo è PRESEN-
sato RELATIVO tanto dell'In- TB 0 PASSATO RELATIVO tan- dicativo quanto del
Congiun- to dell’Indicativo quanto del Livo. Congiuntivo Sing. | I. Me To I. Te
Esse Essere Tu Se Egli Plur Nos Noi Vos Esse Essere Voi Illos ‘ Eglino
RISOLUZIONI ) Sing. | sum, sim sono, sia Ego , eram, essem Ù era, ‘fossi | )
es, sis sei, sii Quod 4 Tu ) eras, esses Che Tu eri, fossi est, sit .) è, sia |
DLE erat, esset Eglis ci ) cera, fosse Plur. Nos ] SUMUS, SIMUS Noi ) siamo,
siamo ° eramus, essemus ) eravamo, fossimo .) estis, silis . ) siete, siate
Quod {Vos eralis, essetis Che, Voi ) eravate, foste ) sono, sieno . ) sunt,
sint Ù Ill Eglino $ erano, fossero erant, essent COMPOSIZIONE LATINA dè FUI
CIRCOLOCOZIONE ITALIANA per ed esse per una voce, che ac- la quale si accenna
alla ri- cenna alla risoluzione di una soluzione di una proposizio-
proposizione finita, il cui ver- ne finita, il cui verbo è Pas- bo È PASSATO, O
TRAPASSATO SATO 0 TRAPASSATO tanto del- tanto . dell’ Indicativo quanto l’
Indicativo quanto del Con- del Congiuntivo. giuntivo. . Sing. II. Me . To Te $
Fui-sse Essere stato Tu Se Egli | Piur. i Nos Noi Vos < Fui-sse Essere stati
Voi Illos Eglino RISOLUZIONI. o fui, fueram fui, sono; 0 sia ©) fueram, fuissem
“ ) era, fossi Dad fuisti, fueris —(cpe \=) f0ss,0 sei, e sia ] stato =) eri e
fossi fuit, fuerit 2) fu, è o sia ) ) | ) fueras, fuisses fuerat, fuisset
3") era, fosse >) _ =) CI t9 Plur. )fuimus, fuerimus | «») fummo, siamo
È )fueramus, fuissemus iS) e S) eravamo, sno x Yluistis, fueritis Ch Quo uod ©
‘8 )foste, siete, e siate / stati | > )fueratis, fuissetis Sa) eravate,
foste .= Yfuerunt, fuerint £)furono, sono, e sieno| ‘2 )uerant, fuissent
>)cerano, e fosse ro I. CircoLocuzione fanto în latino quanto in italiano
per accennare alla risoluzione di una proposizione finita, sl cui verbo è
futuro assoluto o relativo semplice. = Sing. Me 10 Te esse futurum essere per
essere < Lu Se egli Plur. Nos | Noi Vos esse futuros essere per essere ( Voi
IIlos Eglino RISOLUZIONI latino Sing. italiano ) ero sarò €80 ) essem sarei d Y
eris sarai A TU, esses Che saresti erit .) sarà DO esset egli) sarebbe n Plur.
) 3 erimus +) saremo d05 essemus 801) saremmo d eritis .) sarete ini essetis
Che ) vois sareste iui ) erunt ‘+ ) Saranno ) essent eglino, sarebbero dI II.
Circolocuzione latina e italiana per accennare alla riso- luzione di una
proposizione finita, il cui verbo è al fu- turo anteriore tanto assoluto quanto
relativo. Sing. Me ( To Te; fuisse futurum Essere stato per essere ? Tu Se I l
Egli Plur. Nos ( Noi . Vos ti futuros Essere stati peressere: Voi Ulos (Eglino
RISOLUZIONI. Per Composizioni latine e Circolocuzioni italiane, per difelto di
variazione. Sing. ) fucro ._ ) Sar ego) fuissem io J sarei fueris sarai stato
sa di Che tu saresti fuerit , ) sarà ino) fuisset egli 3 sarebbe Plur. Je
fuerimus + ) saremo nos) fuissemus set saremmo fueritis rs) Sarete | Ceo vos) {
fuissetis Pe voi) sareste SN fuerint i saranno mi 3 fuissent eglino sarebbero
d4 QUADRO II. VARIAZIONE DEL VERBO REGOLARE DELLA PRIMA CARATTERISTICA AMARE
Modo della proposizione principale , detto Indicativo. Variazione per desinenze
etimologiche e sintassiche. A. Del tempo presente. I, Sing. I, A Ego 0 Io t) 2
Tu am | as Tu am 0) 5 Ille at Egli a Plur 4 Nos amus Noi amo 2 Vos am atis Voi
am | ate ò Illi ant Eglino ano 2. Del passato relativo, detto imperfetto. Il.
Sing. IL Ego bam» To va Tu ama | bas Tu | ama vi ‘Ile bat Egli va Plur. Nos
bamus Noi camo Vos ama | batis Voi ama vate Ili bant Eglino vano 3. Del passato
assoluto, detto perfetto. II. Sing. HI, Ego vi lo ai Tu ama | visti © Tu am
asti Ille vu Egli Ò Plur. Vos ama vistis Voi Nos VviMUS Noi ammo am Uli verunt
vel ere. Eglino dò GircoLocuzione italiana per far intendere il PassATO PRE-
SENTE detto prossimo , il quale non esiste in latino, dove si lascia intendere
dal senso adoperando lo stesso | AMAVI Sing. IV, Io ho 1 Tu hai amato Egli ha
Plur. Noi abbiamo Voi avete amato Eglino hanno Composizione latina per far A.
Circorocuzione ‘italiana intendere il tRAPASsATO rela- per far intendere il
TRAPASSA- tivo detto piucché perfetto. TO RELATIVO detto prossimo. Sing. IV.
Ego eram fo aveva \ | Tu amavi eras Tu avevi amato V. Ille erat Egli aveva
Plur. Nos eramus Noi avevamo Vos amav < eratis Voi avevate amato Illi erant
, «°° Eglino avevano II. CiRcOLOCUZIONE ilaliana per far intendere: il
TRAPASSATO ASSOLUTO , il quale manca nel latino e si i lascia intendere dal
senso ado- Singolan. rando lo stesso AMAVERAM. vara Io ebbi “VI. | ‘ —Tuavesti
è amato | ©» i . -.' Egli ebbe; dai Plural. Noi avemmp Voi aveste amato : Egli
ebbero CR) DU Variazione per desinenze etimologiche . e sintassiche. A. del
futuro assoluto V. Sing. VII, Ego bo lo erò Tu ama) bis Tu amé erat Ille bit
Egli erà Plural Nos himus Noi eremo Vos ama € bitis Voi am < erete Uli bunt
Eglino { eranno 2. del futuro relativo detto condizionale VI Singol. VII. Ego
rem Io rei Tu ama € res Tu ame4 resti Ille ret Egli rebbe Plural. Nos remus Noi
remmo Vos ama retis Voi ame | reste Uli rent Eglino rebbero 4. Composizione
latina per Paima CircoLocuzione tta- far intendere il ruTtuRO ANTE- liana per
far intendere il Fu- RIORE. TURO ANTERIORE. VII. Singol. IX. Ego ero Io avrò |
Tu amav erts Tu avrai I amato Ille eril Egli avrà Piural Nos erimus Noi avremo
Vos amav | eritis Voi avrete I amato Illi erint Eglino avranno Seconpa
Composizione latina Seconpa CiRcoLOCUZIONE 1la- per far intendere il rururo
liana per far intendere il ru- RELATIVO ANTERIORE. TURO ‘RELATIVO ANTERIORE.
VII Singol. X. Ego s5em lo avrei i Tu amavi ts Tu avresti | amato Ille sse6
Egli avrebbe 37 Plurale Nos ssemus . Noi avremmo Vos amari < ssetis Voi
avreste ‘amato Mi ssento Eglino avrebbero ° Primo Modo della proposizione
incidente ; detto Imperativo. Variazione per desinenze etimologiche e
sintassiche. del presente. atino Sing. italiano © 2. Ama vel amato Tu = Ami Tu
3. Amato vel amet Ille = Ami Egli . Plurale 4. Amemus Nos Ai. Amiamo noi 2,
Amate vel amatote Vos 2. Amate voi 5. Amanto vel ament illì 3. Amino eglino
Secondo Modò della proposizione Incidente, detto Congiuntivo. Variazione per
desinenze etimologiche e sintassiche. A. del presente. I. : Singolar. | I. Ego
emo Io % . Ut | Tu am eg Che Tu am& t Ò £ Ille et Egli î E i Plural. i sE
OS CMmus 1 INO1 amo 1 Vos am I el1s Che Voiam] tate Illi ent Eglino f ino 10 2.
del passato relativo, detto imperfetto. II. Singol. | I{. | Ego rem Io assi Ut
<€ Tu ama | res Che. Tuam assi Ille ret Egli asse Plural. Nos remus Noi
assimo — Ut ) Vos ama $ retis Che Voi am | aste Illi grent Eglino € assero
Prima Composizione latina] Prima. CircoLocuzione tta- per far intendere il
rassato|liana per far intendere il PRE- PRESENTE, detto prelcrito per-|sentE
PASSATO che manca al- fetto. la Variazione. II. | Singol. “a III. Ego erim (fo
abbia ) Ut ( Tuamav È eris Che > Tu abbi amato . (Ile erit .- °° (Egliabbia
) Plural. (Nos cune ( Noi abbiamo ) Ut \Vos amav\ eritis Che ( Voi abbiate
‘amato Illi erint Eglino abbiano) Seconpa Composizione latina | Seconna CircoLOcuZIONE
ila- per far intendere il trapassato | liana per far intendere il rRA- ‘
RELATIVO,detto piucché perfetto | passato ‘RELATIVO che manca alla Variazione.
IV. Singol. ve IV. (250 ssem Io avessi Ut \Tuamavi ( 8ses Che ( Tu avessi )
amato ( Hle sset Egliavesse ) Plural. ©” (Nos _( ssemus (i avessimo Ut Vos
amavi ( 39elis Che\ Voi aveste ) amato (ili ssent (Eglinoavessero 39 Voce
dell'imcinito, per la quale si accenna alla RisoLUZIONE di una proposizione
finita, il cui verbo in italiano e in latino è PRESENTE 0 PASSATO RELATIVO
fanto dell’ Indica- tivo quanto del Congiuntivo. cl. Sing. IL 41 Me To 2 Te
< amare amare $ Tu 3 Se | Egli A Nos Noi 2 Vose amare amare $ Voi 3 Illos
Eglino RisoLuzionI Quod Sing. amo, amem . (amo, ami 4Eg i : amabam, amarem
(amava, amassi amas, ames ami, ami 9 ( ’ ,° © AU amabas, amares Chey tu amavi,
amassi amat, amet . (ama, ami I ) egli ) Sile amabat, amaret gl (amava, amasse
Plur. Quod { Nos amamus, amemus noi (Amiamo, amiamo amabamus, amaremus amavamo,
amassimo amatis, ametis (voi (amate, amiate 2 Vos ) i Voi ) da amabatis,
amaretis Che ( i amaste .( amant, ament »+ . (amano, amino puif amant, SUI
amabant, amarent . eglino (-mavano,amassero 40 COMPOSIZIONE LATINA di AMAVI ed
ESSE per una voce che ac- cenna alla risoluzione di una proposizione finita, il
cui verbo CIRCOLOCUZIONE ITALIANA Per qualche voce che accenna alla risoluzione
di una proposizto- ne finita, il cui verbo è al Pas è al PASSATO 0 TRAPASSATO
del-|SATO 0 TRAPASSATO dell Indi=- l Indicativo e del Congiuntivo. cativo e del
Congiuntivo. II. Sing. II. 4 Me To 2 Te | amavisse aver amato { Tu è Se Egli
Plur. 4 Nos Noi 2 Vos {amavisse aver amato < Voi 3 Illosf Eglino
“RISOLUZIONI Sing, > Quod amavi amaît ed ho amaverim abbia 1 Ego amaveram To
aveva amato amavissem avessi ‘amavisti amasti ed hai .Y amaveris abbi 2 Tu
amaverat Che ( Tu avevi amato amavisses avessi amavit amòedha amaverit . Jabbia
3 Ile 4 a maverat Egli Ju veva amato amavisset IVesse 44 Plur. Quod . | |
amavimus amammo edabbiamo verim . ) abbiam = A Nos ama er DIG Noi o) a
amaveramus avevamo mato amavissemus avessimo amavistis amasteed aveste]
amaverilis . ) abbiate 2 Vos aniaveralis Che { Voi nu amato amavisselis aveste
amaverunt amarono ed . f amaverint PBRT ebbero 3 Ill amaveranto Eglino avevano
amato amavissent avessero — I. CircoLOCUZIONE LATINA e ITALIANA per alcune
voci, che accennano alla risoluzione di una proposizione finita, il cui verbo è
al FUTURO ASSOLUTO O RELATIVO. . HI, Sing. HI, 1 Me 3 Io 2 Te fest amaturum
essere per amare Tu ò Se Egli Plur. 4 Nos Noi 2 Vos < esse amaturos essere
per amare < Voi 5 Illos Eglino RISOLUZIONI amabo 32 Samerò Ego amarem
famerei amabis amerai Quod 2 Tu i amares | Che Suu DNA amabit 1. fJamerà Ille i
amaret egli { {amerebbe Plurale nos ) amabimus noi (AMeremo ) amaremus (
ameremmo ine ) AMmabitis . ( amerete Quod $ vos )amaretis Che 4 voi ci .; )
omabunt + _( ameranno DI amarent eglino | amerebbero Seconda Circolocuzione
latina e italiana per alcune voci; che accennano alla risoluzione di una
proposizione finita, il cui verbo è al futuro assoluto o relativo anteriore.
IV. Singolare IV. 4 Me To 2 Te fuisse amaturum Essere stato per a- Tu a Se ste
Egli — Plurale 4 Nos ° ‘ Noi 2 Vos fuisse amaturos Essere stati per a- Voi 3
Illos A Eglino : ‘ RISOLUZIONI Per composizioni latine e Circolocuzioni
italiane per difetto di Variazione Sing. amavero i avrò 4 o È - . ia) (
amavissem '0 (avrei ( amaveris (avrai Quod 2 1: AE, Che <L (avresti amato 3
amaverit + (avrà Ò 1 I * - Le I amavissét egli (avrebbe ———nkIEOE@ MM sol re Choa
i i ie I ", si Plur. maverimus | + ( avremo | (a . n 05 ( amavissemus ©. (
avremmo amaveritis Che + ( avrete 2 v . s Quod VOS ( amavissetis ol avreste
amato 3inj ( AMaverint eglin o ( avranno ( amavissent (4) ( avrebbero QUADRO
II. DI VARIAZIONE DEI VERBI REGO- dn IN O DELLA SECONDA CARATTERISTICA SIMILI A
FLEO, FLERE Î ; Modo della Proposizione principale, detto Indicativo f dv >
Variazione per desinenze etimologiche e sintassiche 4. Del tempo presente .T.
latino Sing. italiano 1, 4 Ego e0 To 0 2 Tu fl es : Tu piang $ 3 Ile et Egli €.
Piur. 4 Nos emus °_ Noi amo 2 Vos /l qgetis i Voi piang qete 3 Illi ent i
Eglino ono (1) Ne' seguenti quadri di variazione io non produrrò le risoluzio-
ni delle voci dell’ Infinito per non ripetere inutilmente le medesime cose,
potendo ognuno col cambiare il solo tema sù i precedenti qua- dri farlo da sè
agevolmente. Ma sono pregati i diligenti precettori a porre ogoi sollecitudine,
affinché i giovanetti comprendano le no- menclature e la loro importanza.
Quando avranno chiaramente ca- pito il valore delle formole, si risparmiano la
tanta fatica e la tanta confusione ne' trattati enigmatici de' grammaticali
volumi. Io ne ho per pruova la propria esperienza, la quale mi- ha istruito con
me- ravoglia che in due mesi con questa lessigralia i miei giovanetti sa-
pevano tanto di grammatica , quanto non ne s:pevano gli appren- denti di più
anni, 2. Del passato relativo, detto imperfetto II. Sing. II. 4 Ego f bam To
{va 2 Tu fle bas Tu piange $vi 5 Ille bat di - Egli a i Ur. d i 4 Nos bamus Noi
vamo 2 Vos fle | batis Voi piange $< vate 5 Ii bant Eglino vano 3. Del
passato assoluto detto perfetto HI , Sing. Ill. 4 Ego 0), SO Io si 2 Tu le
visti Tu pian gesti 5 Ille vit Egli se i Plur. 4 Nos vimus Noi gemmo 2 Vos fle
vistis Voi pian geste 5 Illi verunt vel vere * Eglino sero CIRCOLOCUZIONE
ITALIANA per far intendere il PASSATO PRE- i SENTE, delto prossimo , tl quale
non esiste in latino, do- ve si lascia intendere dal sen- so,adoperando lo
stesso amavi. Sing. IV, Io ho | Tu hai pianto Egli ha Plur. Noi abbiamo Voi
avete pianto Eglino hanno | ro) sera; PA 45 Composizione LATINA per
far|CSRCOLOCUZIONE ITALIANA Per intendere il'raapassato, det-| far intendere tl
rRAPASSATO to piuccheperfetto. RELATIVO, delto prossimo. V. Sing. V. 4 Ego (o
Jo aveva ) 2 Tu flev eras Tu avevi pianto 3 Ille erat Egli aveva ) Plur. | 4
Nos (come Noi avevamo 2 Vos flev eratis - Voi avevate ) pianto 3 Illi . (erant
Eglino avevano II. CincoLocuzione italiana per far intendere il TRAPAS- SATO
ASSOLUTO, detto rimoto tl quale manca în latino , do- ce si lascia intendere
dal sen- so, adoperando lo stesso FLE- VERAM. IV. Sing. si VI. 3 Ego ( cram Io
ebbi ) i 2 Tu (le 7 eras Tu avesti pianto 4 Ille ( erat Fgli ebbe Pur. 4 Nos
eramus Noi avemmo ) 2 Vos fÎlev eratis Voi aveste pianto 3 1lli ( erant Eglino
ebbero ) Variazione per desinenze etimologiche e sintassiche. A. Del futuro
assoluto. V. latino Sing. staliano VII. 4 Ego bo To ) rò 2 Tu fle | bis Tu
piange ; rai 5 ile = “die Egli ) rà 46 Plur. 4 Nos bimus Noi remo 2 Vos fle $
bitis Voi piange rete 3 Illi bunt Eglino ranno €. Del futuro relativo , detto
Condizionale. VI. Sing. i VIII. 4 Ego rem lo rei 2 Tu le < res Tu piange
‘resti 3 Ille reb Egli rebbe Piur. A Nos remus Noi remmo . 2 Vos fle 4 retis
Voi piange $ reste _5 Hli rent Eglino rebbero I. CIRCOLOCUZIONE ITALIANA per
far intendere il roruro I. Composizione LATINA per far intendere il ruruRO AS-
SOLUTO ANTERIORE, ANTERIORE, VII, Sing. IX 4 Ego. ero Io avrò 2Tu flev | eris
Tu avrai ) pianto 3 Ille erit Egli avrà _. Plur. 4 Nos erimus Noi avremo 2 Vos
flev eritis Voi avrete pianto 5 Ili erint —. Eglino avranno II. Composizione
LATINA per] II. CircoLocuzionE iTALIA- far intendere il ruruno RELA-{NA per far
intendere il futu- TIVO ANTERIORE detto condizio-|ro RELATIVO ANTERIORE detto
nale pc 8820, | condizionale passato. VII. Sing. XL 41 Ego ssem Io avrei 2Tu
flevi 88es Tu avresti pianto 3 Ille ssel Egli avrebbe 6 t ; TI Vos fle i atis
Che Voi piang 0 tate _ Ego am Io a vi (Tu fle (as Che s Tu piangsa 47 Plur. Nos
ssemus . Noi avremmo Vos flevi < ssetìs Voi avreste pianto Hli ssent Eglino
avrebbero Primo Modo della Proposizione Incidente, detto Imperativo. Variazione
per desinenze etimologiche e sintassiche. Del tempo presente. Sing. | I. 2 Fle
vel fleto tu . Piangi tu 3 Fleto vel fleat ille Pianga egli. Plur. A Fieamus
nos Piangiamo noi 2 Flete vel fletote vos Piangete voi 3 Flento vel fleant illi
—’ ’Piangano eglino Secondo Modo della Proposizione incidente, detto
Congiuntivo. Variazione per desinenze etimologiche _ e sìntassiche. Sing. I, a
amo ano 2. Del passato relativo, detto imperfetto. II. Sing. II. Ego remo Io
e8sìÌ Ut I Tu fle | res Che | Tu piang | essì Ille ret Egli: esse | Plur. Nos
remus Noi essimo Ut < Vos fle & retis Che $ Voi piang $ este Illi rent
Eglino essero Prima composizione latinaf PrimA CIRCOLOCUZIONE $ta- per far
intendere il passarolliana per far intendere îl pas- PRESENTE dello PRETERITO
PER-|SATO PRESENTE, detto PRETBRI- FETTO del Congiuntivo. TO PERFETTO del
Congiuntivo. II. Sing. uu Ego erim Io abbia Ut $ Tu fleo $ eris Che < Tu
abbi pianto |: Ille erit Eglia abbia | _Plur. i Nos erimus Noi abbiamo Ut &
Vos flev <eritis Che è Voi abbiate pianto Hli erint Eglino abbiano Seconpa
composizione lati-f SECONDA CIRCOLOCUZIONE ila- na per far intendere il
‘rra-[liana per far intendere il rRA- PÀSSATO RELATIVO detto PRE-|PASSATO
RELATIVO detto piuC- TERITO PIUCCHÈ PERFETTO del|cuEPERFETTO del Congiuntivo
Congiuntivo. IV. » "SI Ille Nos Vos flevi Uli | Ego Tu flevi ssemus
Singolare IV. ssem ‘ To avessi sses. Che 3 Tu avessi > pianto sset Egli
avesse} Plurale Noi avessimo Voi aveste pianto Eglino avessero sselis sseno Che
0 49 Voce pELL’INFINITO, per la quale si accenna alla risoluzione di una
proposizione finita, il cui verbo è al tempo pre- sente o passato relativo
tanto dell’Indicalivo, quanto del Congiuntivo. | Singolare Me To Te Flere
Piangere 2 Tu * Se . ( Egli Plurale Nos Noi Vos Flere Piangere Voi Illos Eglino
Le risoluzioni si faranno come a pag. 39 COMPOSIZIONE LATINA dî FLE-|
CIRCOLOCUZIONE ITALIANA per vi ed ESSE per accennare al-|una voce,che accenna
alla ri- la risoluzione di una propo-|soluzione di una proposizio- sizione
finita, il cui verbo éjne finita , èîl cui verbo è al - al passato e trapassato
dell’ passato e trapassato dell’ In- Indicativo e Congiuntivo. idicativo e
Congiuntivo. | Singolare Me De: ( Io ‘ Te Flevisse ‘©’ Aver pianto } Tu Se È
Egli Plurale Nos Noi Vos Flevisse Aver pianto Voi Illos Eglino Le risoluzioni
si faranno come a pag. 40 e 41. 4. CIRCOLOCUZIONE LATINA € ITALIANA per alcune
voci che accennano alla risoluzione di una proposizione finita il cui verbo è
al fuluro assoLuTO 0 RELATIVO semplice. Singolare Me Io Te esse /leturum Essere
per piangere ) Tu Se Egli 41 50. Plurale Nos Noi Vos esse fleturos «Essere per
piangere È Voi Illos em Eglino Le risoluzioni si faranno come a pag. 41 e 42. .
II. CIRCOLOCUZIONE LATINA e ITALIANA per alcune voci, che accennano alla
risoluzione di una proposizione finita, il cui verbo è al fuluro ANTERIORE
ASSOLUTO O RELATVO. Singolare Me To Te fuisse fleturum Essere stato per
piangere o Tu Se Egli Plurale. Nos | Noi | Vos fuisse fleturos Essere stati per
piangere $ Voi |, Illos Eglino . Le risoluzioni si faranno come a pag. 42 e 43.
QUADRO IV DI VARIAZIONE DE’'VERBI REGOLARI IN O DELLA TERZA CARATTERISTICA
SIMILI A pero IL CUI RADICALE È perERE. ‘Modo della Proposizione Principale,
detto Indicativo Variazione per desinenze etimologiche e sintassiche si 4. del
tempo presente | Sing. I. - Ego 0 To 4) î8 Tu Chied | î i i Tu Pet Ile | Plur.
i | Nos imus Noi “ { tamo atis Voi Chied | unt __Eglino Vos Pet Ii 2. del
passato relativo, detto imperfetto II, Sing. | Il, Eso bam Io va Tu pete $ bas
Tu Chiede vi Ille bat Egli va Plur. . Nos bamus Noi vamo Vos pete) balis Voi
Chiede è vate Illi bant Eglino vano 3. del passato assoluto', deito perfetto.
Ill. Sing. lil. Ego vi To dei o chiesi Tu peli quisti Tu Chie < desti Ille
vit . Egli dè o detteo se Plur. Nos vimus Noi \ demmo Vos peti $ vistis Voi
Chie $ deste Ni verunt vel vere Eglino dettero o scro CIRCOLOCUZIONE ITALIANA
per far intendere il PASSATO PRE- SENTE, detto prossimo, tl qua- le manca in
latino e si fa intendere dal senso adoperan- do lo stesso PETIVI. IV. Sing. IV.
Ego vi Io ho Tu peti < viste Tu hai chiesto Ile f vel Egli ha Plur. Vos
petti ) tistis Voi avete Ili verunt vel vere Eglino hanno Nos viMmUs Noi
abbiamo chiesto 52 s ComPoSsIzIONE LATINA di PE-[ Prima 'ciRcOLOCUZIONE tla-
TIVI ed ERAM per far inten-|liana per far intendere il tRA- dere il tRAPASSATO
detto piuc-|PAssATO, detto «prossimo. cheperfetto. IV. Sing. e Vo Ego eram lo
aveva Tu petiv era8 Tu avevi | chiesto Jlle erat Egli ùveva n Plur. Nos eramus]
= Noi avevamo ff Vos petiv eratis ’ Voi avevate chiesto Illi erant Eglino
avevano IT. CracoLocozione ilaliana per far ‘intendere il TRAPASZATO i detto
rimoto, il quale man- cando în latino si adopera lo | sf 850 PETIVERAM,
lasciando în- tendere questo tempo dal senso. IV. Sing. ; VI. Ego eram Io ebbi
Tu petiv era8 Tu avesti | chiesto Ille erat Egli ebbe | Plur. Nos eramus Noì
avemmo Vos petiv eratis Voi aveste chiesto Iii erant Eglino ebbero I Variazione
per desinenze ctimologiche . (e sintassiche. 4. D: tempo preserte. V. Sing.
VII. Ego am Io rò Tu pel es Tu Chiede € rai Ille et Egli rà fon Plur. Nos emus
Noi remo Vos pet elis o Voi Chiede $ rete Illi ent Eglino ranno 2. Del fuluro
relativo, detto condizionale VI. Sing. | VII. Ego rem To rei Tu pete | res. Tu
chiede « resti Ille ret Egli rebbe Plur. Nos remus Noi remmo Vos pete retis Voi
chiede € reste li | rent . Eglino rebbero PriMA composizione latinaj PrIiMA
CIRCOLOCUZIONE ila- di PETIVI ed ERO per far in-|liana per far intendere il ru-
tendere il FUTURO ANTERIORE[ TURO ANTERIORE ASSOLUTO. ASSOLUTO, VII. Sing. __
I. Ego | ero Io avrò Tu petwv eri8 - Tu avrai chiesto Ile erit Egli avrà |
Plur. | Nos erimus Noi avremo Vos petiv | eritis Voi avrete chiesto Illi erint
Eglino avranno SeconDA COMPOSIZIONE lati-| SECONDA CIRCOLOCUZIONE {- na di
PETIVI ed xSsEm per far\taliana per far intendere il intendere il FUTURO
RELATIVO|FUTURO RELATIVO ANTERIORE, ANTERIORE, detto condizionale |detto
condizionale passato. passato. VII. Sing. __ X, Ego ssem lo avrei Tu petivi |
sses. Tu avresti chiesto Ille sset Egli avrebbe BA Ì 1 P lur DI Nos ssemus Noi
avremmo Vos petivi < ssetis Voi avreste chiesto Ili ssent Eglino avrebbero
Primo Modo della Proposizione Incidente, detto Imperativo. Variazione per
desinenze etimologiche e sintassiche. Dè presente. Sing. 2 Pete vel petito tu
Chiedi tu 3 Petito vel petat ille Chieda egli Plur. 4 Petamus nos Chiediamo noi
2 Petite vel petitote vos Chiedete voi 3 Petunto illi Chieggano eglino Secondo
Modo della proposizione Incidente, detto Congiuntivo. © Variazione per
desinenze etimologiche e sintassiche i A. Del tempo presente. I. latino Sing.
italiano 1. Ego am To a Ut 4 Tu pel ( as Che | Tu Chied è a Ille at Egli. a
Plur. Nos amus Noi . ( famo Ut è Vos pel < atis Che è Voi Chied& tate Ii
ant Eglino ano 2. Del passato relativa, detto imperfetto. Il. Sing. II. Ego
{rem Io dessi Ut è Tu pete < res Che è Tu Chie < dessi Ille ret Egli
desse Plur. Nos remus Noi dessimo Ut è Vos pete } retit Che è Voi Chie@ deste
Illi rent. Eglino dessero Prima composizione latina! Prima ciRcULOCUZIONE ifa-
di PETIVI ed eRAM per far in-'liana per fur intendere il pas- tendere tl
passato detto pre-{saTOo PRESENTE di questo Mo- terito perfetto. do. II. i
Sing. II. ! Ego erim | lo abbia Ut < Tu petiv < eris Che è Tu abbi |
chiesto Ille eril Egli abbia Plur. se Ea I Ito abbiamo Ut € Vos petiv { eritis
Che < Voi abbiate chiesto Illi erint Eglino abbiano SECONDA COMPOSIZIONE
lali-] SECONDA CIRCOLOCUZIONE {- na di perivied essem per far taliana per far
intendere il intendere il rRAPASSATO detto! tRAPASSATO di questo Modo.
piuccheperfelto. | Sing. Ego ssem To avessi Ut < Tu petivic sses Che | Tu
avessi chiesto Ille sset Egli avesse Plur. Nos ssemus Noi avessimo Ut % Vos
petivi € ssetis Che < Voi aveste chiesto fili ssent Eglino avessero 56 Voce
dell’ infinito per la quale si accenna alla risoluzio- ne di una proposizione
finita latina e italiana , il cui verbo è al presente 0 passato relativo tanto
dell’ Indi- cativo quanto del Congiuntivo. Sing. Me Io Te Petere Chiedere | Tu
Se Egli Plur. Nos Noi Vos petere | Chiedere Voi Illos | Eglino Le risoluzioni
si faranno come a pagina 39. Composizione LATINA di Pe-] PRIMA cIRCOLOCUZIONE
ITA- TIVI ed Esse per una voce che\riama per alcune voci che ac- accenni alla
risoluzione diicennano alla risoluzione di una proposizione finita , il\una
proposizione finita, îl cui cui verbo é al PASSATO 0 TRA-'verbo è al PASSATO 0 TRAPAS-
passato tanto dell’ Indicativo saro dell’Indicativo e del Con- quanto del
Congiuntivo, giuntivo. Sing. Me Io Te | petivisse aver. chiesto i) Tu Se i Egli
Plur. Nos Noi Vos petivisse aver chiesto | Voi Illos Eglino Le risoluzioni si
faranno come a pagina 40 e 4. I. CircoLocuzione LATINA e SeconDA ITALIANA, per
alcune voci che accennano alla risoluzione di una proposizione finita, «l cui
verbo è al tempo FUTURO ASSOLUTO e RE- LATIVO. ] Sing. Me Te | esse pelilurum
Se Essere per ala chiedere 67 | È Plur. a OS oi Vos ( esse pelituros pr per, (
Voi Illos iedere ( rglino II. Cincorocuzione LATINA e Terza 1rALIANA per alcune
vo- ci, che accennano alla risoluzione di una proposizione fi- nila, îl cui
verbo è al FUTURO ANTERIORE ASSOLUTO 0 RE- LATIVO. ii Sing. e (10 Te ( uisse
petiturum Essere sialo per Tu Se ( fuisse pei chiedere ( Egli î Plur. un os ( ;
E tati per (x Vos uisse petiluro8 ssere Sialt PET \ voi A aiuta chiedere (
Eglino QUADRO V DI VARIAZIONE DE'VERBI REGOLARI IN o DELLA QUARTA
CARATTERISTICA SIMILI AD AUDIO = AUDIRE. - I Modo della Propostzione
principale, detto Indicativo. Variazione per desinenze etimologiche e
sintassiche. A. Del presente. I. latino Sing. italiano | Eg (io | Io 0 Tu aud (
î8 Tu od $ Ille So tt Egli e Plur. Nos ( imus Noi ud ( famo Vos aud ( ilis __ Voi ud ( ite
Illi tune Eglino od ono 58 | — . Del
passato relativo, detto imperfetto. Il. Sing. II. | Ego ( ebam Io ( ca Tu audi
ebas Tu udì vi Ille ( ebat Egli (va : Plur. Nos ebamus Noi ( vamo Vos audi (
ebatit Voi udì vate I Illi ebant —Eglino (vano I ; i 3. Del passato assoluto,
detto perfetto. | HI. Sing. : II. | Ego vi __ o (ti Tu audi | visti Tu ud ©,
isti | Ille Di Egli (i Plur. Nos vimus Noi ( immo Vos audi. vistis. Voi ud ,
iste Illi ( veruni vel vere Eglino \ irono CIRCOLOCUZIONE ITALIANA Per far
intendere il PassATO PROS- SIMO, il quale manca în lati- no e si lascia
intendere dal senso adoperando lo stesso au- DIVI. II. Sing. IV. Ego vi Io ho (
Tu dudi ( visti — Tu hai udito Ille vit Egli ha ( Plur. | Nos ( vimus + Noi
abbiamo ( Vos audi( vistis Voi avete udito Illi verunt vel vere Eglino harno (
59 COMPOSIZIONE LATINA di AU-[ CIRCOLOCUZIONE ITALIANA per Divi ed ERAM per far
inlende-|fare intendere il rRAPASSATO re il TRAPASSATO RELATIVO chef RELATIVO,
detlo prossimo, che manca alla variazione. manca alla variazione. IV. Sing. V.
Ego ( eram lo aveva ( Tu daudiv > eras Tu avevi udito Ille ( erat Egli aveva
( Plur. Nos ( eramus Noi avevamo ( Vos daudiv } eratis Voi avevate udito Hli (
erant Eglino avevano ( SECONDA CIRCOLOCUZIONE fla- liana per far intendere il
rRA- PASSATO RIMOTO, tl quale man- ca alla variazione latina , e si lascia
intendere dal senso, adoperando lo stesso AUDIVE- RAM. n IV. Sing. - VI. Ego
eram fo ebbi ( Tu audiv > eras Tu avesti udito Ille (erat è Egliebbe © Plur.
Nos eramus Noi avemmo ( . Vos audwv eratis Voi aveste ‘ udito Hit (erant Eglino
ebbero Variazione per desinenze etimologiche e sintassiche, 1. Del futuro
assoluto. Sing. | VII Ego am “doo {( TÒ Tu qudi 7 es Tu udì rat Ilie (ei E gli
(rà 06 . Plur. Nos emus. Noi. ( remo Vos audi etis Voi udì rete Illi ent Eglino
(ranno 2. Del futuro relativo, delto Condizionale. VI. Sing. VIII. Ego rem Io
(rei 3 Tu audi res Tu udi- resti Ile (ret Egli (rebbe | Plur. Nos ( remus Noi (
remmo Vos audi» retis Voi udì reste Hli ( rent Eglino ( rebbero _ Composizione
LATINA per farf CircOLOCUZIONE ITALIANA per intendere il rururo AssoLuroffar
intendere il FuruRO ASSO- ANTERIORE a Che manca allafLuTO ANTERIORE ) che manca
variazione. . alla variazione. VII. Sing. IX, Ego ( ero Io avrò’ ( Tu audiv
eris Tu avrai udito Ilie erit Egli avrà (. | Plur. i | Nos erimus Noi avremo (
. Vos audiv eritis Voi avrete ( udito Illi (erint Eglino avranno Seconpa
composizione lali-{ SECONDA CIRCOLOCUZIONE ita- na di aupivi ed ESsem per
fariliana per far intendere il ru- intendere îl FUTURO RELATIVO|TURO ASSOLUTO
ANTERIORE , ANTERIORE detto condizionale] detto Condizionale passato. passato.
i VIII - Sing. e Ego ssem fo avrei Tu audivi 88e8 Tu avresti udito Ille sset
Egli avrebbe ( 61 Plur. Nos asemus —Noi avremmo — Vos: audivi ssetis - . Voi avreste | {udito Hlos
f ssent. Eglico avrebbero Primo modo della
Proposizione I; arseenie; detto..Imperativo. | Variazione per. desinenze
ettmologiche È e sintassiche. Del senso | presentò. î È Sing. = | Atidi vel.
audito: (ui «. A 0ditu Audito vel audiat ille : Oda egli Audiamus. nos. > -.
Udiamo noi. Audite. pel auditote 008° i Udite voi .: Audiunto. vel. saudignt
illi |. {Odano eglino. , Secondo Modo della Proposizione Incidente detto
Congiuntivo, Variazione per desinenze etimotogiohe -. | e.siutassiohe, “> 1.
Del tempo PRIDE, I. ; Sa Sing. * gs I « Ego “fam: lo ei gel Vita audi far | Che
| ‘Th od ‘2d Ille ati Egli a E cite 00 Blur...) if 3 9 Nos: ama Do Sf -Npi wdi
- È . Ut i Vos cadi ‘gtis: Che:4 <Voi udi o Uli | ani | Eglino od | 2 Da
presa relativo, detto imperfetto Hi te ing IL Ego rem. è (. ( 8sì Ut | «Tu
qudi, {re Che n udi 3, ssi He | Egli © È ose + 12 | I | 62 | Piur. | Nos “{
remus : Noi ssimo Ut | Vos audi relis Che | ‘Voi ‘“udis ste Alli ‘rent di
aupivi ed enim per far in-{liana-per far intendere il pas- tendere il PASSATO PRESENTE
)|SATO PROSSIMO che manca al- che manca alla variazione. |la variazione. © III.
Sing. ... HI Ego erim. To abbia Ut pri audiv eris Che € Tu abbi udito Ille erit
“.Egli abbia Plur. ‘Eglino ssero | Prima composizione latina] : Prima
circoLOCUZIONE ita- Nos erimus Noi abbiamo ( Ut Vos audiv eritis Che ( Voi
abbiate ‘udito | IMi Secona composizione lati-| £ na di avorvi ed Essem per
liana per far intendere il TRA- far intendare sl rnapassato PASSATO «dello
PIUCCHEPERFET- che manca alla variazione. TO; che manca alla variazione. erint
de i Eglino abbiano’ Saù Sao we ec i SECONDA COMPOSIZIONE tÉ4- Sing. Re Ego
ssem Io avessi Ut {Tu audiwvi | sses Che 4 Tu.avessi. “udito Ilfe AU sset Egli
avesse . (. no: di Ù Plur. «db A Nos ssemus È Noi avessinto Ut I vos audivi | ‘
ssetis Che & Voi, aveste. © € udito ili ssent .. f{ Eglinoavesserof et : è
et doi Voce dell'iscisito per la quale si accenna alla risoluzio- ne di una
proposizione finita, il cui verbo è al PRESEN- mE ASSOLUTO RELATIVO dell’
Indicativo e Congiuntivo. | a Sing. |“ ‘i î Me i x É Se È, iL ‘ To 3 ° Te
audire . udire : Tu | Li | Plur. | Nos. » Noi Vos audire _ udire € Voi Illos
Eglino Le risoluzioni si faranno ‘come a pagina 39 COMPOSIZIONE LATINA 6
CIRCOLOCOUZIONE ITALIANA Per alcune voci, che accennano alla risoluzione di una
proposizio- ne finita, ‘il cui verbo è al PassaTO € TRAPASSATO tanto dell’
Indicativo quanto del Congiuntivo. | Sing. Me . | To Te audivisse . avere udito
| Tu Se | Egli sea Plur. IA Nos Y}: ui ° Noi Vos | audivisse avere udito Voi
Illos ‘ Eglino Le risoluzioni si faranno come a pagina 40 e 41. PRIMA
CIRCOLOCUZIONE LATINA € SECONDA ITALIANA per alcu- ne voci che accennano alla
risoluzione di una propo- sizione finita, il cui verbo è al FUTURO ASSOLUTO 0
RE LATIVO. Ca Sing. Me | a To Te esse auditurum essere per udire Tu Se ) | Egli
Plur. Nos | | Noi Vos | esse audiluros essere per udire Voi Illos Eglino 64
SECONDA CIRCOLOCUZIONE latina € TERZA ITALIANA per alcune voci, che accennano
alla risoluzione di una-proposizione finita, il cui verbo è al FuTURO anferiore
ASSOLUTO O RE- LATIVO,... . i . } Singolare | Me | Ma si ) fuisse auditurum »
“essere stato perudire (.I (e e | gli n Plurale Nos ) o | ( Noi Vos | fuisse
audituros essere stati per udire \ Voi lilos ) o Eglino , QUADRO VI. DI
VARIAZIONE DI QUATTRO: VERBI REGOLARI IN o UNO PER CARATTERISTICA SI- MILI A
:AMo , FLEO PETO, AUDIO , PER VEDERE LE LORO DIFFERENZE. Modo della
I’roposizione rita detto Indicativo. Variazione per desinenze. etimologiche ; e
sintassiche I. Sing. i Amo "Amas A Amat teo) Rio se TRE nel e ‘’ Audio
Audis. ‘ { Audit - Piur.
Amamus Amàtis Amant Nos)” pitimus ‘°° 3 Pariis = 3 Retane Audìmus Auditis
Audiunt — Ego II. Nos ° 2..Del passato relativo, detto. imperfetto. i - 65 |
Sing. Amabam — -Amabas Amabat Fiebam tu Flebas ille Flebat Petebam Petebas
Petebat Audiebam Audiebas Audiebat Plur. Amabamus Amabatis Amabant Flebamus vos
Flebatis illi Flebant Petebamus Petebalis Petebant .Audiebamus - @ Audiebatis
Audiebant 3. Del passato assoluto, delto perfetto, SE
Singol. Amavi . Amavisti . Amavit Flevi tu Flevisti ille Flevit Petivi
Petivisti Petivit Audivi _ { Audivisti Audivit Li Plur. Amavimus { . Amavistis
Amaverunt Flevimus Re, Flevistis .n. ) Fleverunt Petìivimus ‘ Petivistis
Petiverunt Audivimus Audivistis Audiverunt ComPOSIZIONE di AMAVI, FLEVI,
PETIVI, AUDIVI, €d ERAM IV. Ego per far intendere il TRAPASSATO. Sing. Amaveram
Amaveras Amaverat Fleveram Fleveras ‘Il Fleverat Petiveram Petiveras 1€
Petiverat Audiveram Audiveras Audiverat Plur. Amaveramus ( Amaveratis (
Amaverant Fleveramus ( Fleveratis ‘Ii Fleverant Petiveramus ‘95 Petiveratis
1!!! ( Petiverant Audiveramus ( Audiveratis ( Audiverant 66 Variazione per
desinenze etimologiche e sintassiche,. 1. Del futuro assoluto. ille ( if ( (
Amabit Flebit Petet > ‘( Audiet Amabunt Fiebunt Petent ( Audient ( Amaret °
Fleret ille ( Peteret ( Audiret Amarent «ne / Flerent illi ( Peterent nei Sing.
sd Amabo - ( ABRDI Flebo lebis ESO (Petam su ( Peteso (Audiam (* Audies —_- Plural,
( Amabimus (Amabitis ; Flebimus | { Flebitis Nos ( Pitemus ‘8 ( Petetis
Audiemus Audietis "2. Il futuro relativo, detto condizionale li __ Sing.
De ( “Amarem ‘(’ Amares Flerem Fleres Ego CO Peterem = C Peteres “ Audirem
Audires Plur. Amaremus Amaretis «'# Fleremus ( Fleretis Nos ( Peteremus ‘95 (
Peteretis ( Audiremus ( Andiretis (Audirent PRIMA COMPOSIZIONE dî AMAVI, FLEVI,
PETIVI) AUDIVI ed ERO, : . per far intendere il roruro amrERIORE. Ì, Amavero
ron ( - Flevero Ego ( Petivéro , ( Audivero 1, Singol. ( Afgaveris . Petiveris
(Audiveris ( Amaverit — Fleverit n ( Peti verit (Audiverit 67 Plur. Amaverimus
. ( ‘Amaveritis © ( “Amaverint © Fleverimus Fleveritis .a- Fleverint Nos (
Pelìiverimus vos ( Petiveritîs: ini ( Petiverint Audiverimus ( Audiveritis (
Audiverint SECONDA COMPOSIZIONE dî AMAVI., FLEVI, PETIVI, AUDIVI ed . essEM per
far intendere îl FUTURO RELATIVO ANTERIORE. ( Amavissem —- ( Amavisses ‘(
Amavisset Flevissem . FlevisseSs. . Flevisset Ego ( Petivissem ta ( Petivisses
ille( Petivisset Audivissem ( Audivisses (Audivisset ‘Pluri ( Amavissemus (
Amavissetis ( Amavissento Nos ( Flevissemus vos( Flevisselis . i( Flevissent
Petivissemus Petivissetis Petivissent ( Audivissemus ( Audivissetis (
Audivissent Primo modo della Proposizione incidente, detto Imperativo.
Variazione per desinenze etimologiche e sintassiche Sing. i Ama amato ( Amato
amat 9 Fle vel fleto (tu Fleto fleat Pete petito Petito ‘°° pera ( e Audi vel
audito ( Audito audiat ( Plur. Amemus amate amatote Fleamus flete . fletote 1 Petamus:
( no 2 petite ( ì- petitote ( vos Audiamus\ audite auditote 68 Amanto ament
Flento fleant PRA Pelunto vi petant dla Audiunto audiant Secondo modo della
Proposizione incidente, | detto Congiuntivo Variazione per desinenze
etimologiche e sintassiche, A. Del tempo presente be È Singolar. amem © © yames
°° {Qmet . ___ fleam .. Yfleas ; fleat. Ul ego petam . i petas ile { petat -t
audiam - “audias ‘= Vaudia Piur. amemUSs ametis ament fl-amus fleatis +17. )
fleant Ut nos o petamus 0 petatis Ui petant audiamus audiatis audiant 2. Del
passato relativo, detto imperfetto II, Sing. amarem amares amaret flerem fleres
i fleret Ut ego 0 peterem ÎU pi Ule. 3 peteret audirem audires audiret i .
,Amaremus . {amaretis si Ut nos \ fleremus os i fteretis È peteremus ita peteretis
audiremus audiretis 69 ‘amarent dl flerent. peterent audirent PRIMA
COMPOSIZIONE di AMAVI, FLEVI, PETIVI, AUDIVI € di ERIM fetto.. ue HI | Sig.
amaverim amaveris Ut €90 a ua patta V audiverim audiveris di — Plural.
amaverimus —( amaveritis Ut nos) Desscerimus °°? 3 petivernit ‘ audiverimus
audiveritis al per far intendere il passato, detto preterito per- IL amaverit
fleverit petiverit audiverit alle amaverint fleverint petiverint audiverint
SECONDA COMPOSIZIONE DI AMAVI ) FLEVI, PETIVI , AUDIVI ed ESsEM per far
intendere il FETTO. IV. 1 amavissem flèvissem Us Vevissem — petivissem
audivissem 1 amavissemus . Ut flevissemus petivissemus audivissemus Sing. 2
amavisses flevisses petivisses audivisses Plurale amavissetis flevissetis
petivissetlis ‘ audivissetis ‘TRAPASSATO, dello PIUCCHEPER- LE IV. 3 amavisset
flevisset petivisset audivisset - ò amavissent flevissent petivissent
audivissent .. 70 Voce dell’ Infinito per la quale si accenna alla risoluzione
di una proposizione finita, il cui verbo è al presente o PASSATO RELATIVO detto
î quanto del Congiuntivo. amare ‘| S flere se | petere audire amare . 5 tere
HiloSt PE Ilo audire Sing. amare piangere chiedere . udire Plur. .. : amare
‘pangere chiedere ‘ udire mperfetto tanto dell’ Indicativo Noi I Voi Eglino Le
risoluzioni si faranno come a pagina 39 Composizione di AMAVI, FLKVI, PETIVI,
AUDIVI ed ESSE per una risoluzione di proposizione finita, il cui verbo è al .
PASSATO O TRALA Congiuntivo. flevisse petivisse audivisse eri vi Me E ISSE Nos
Vos Illos flevisse petivisse | amavisse audivisse ‘ Singol. avere Plur. avere
ssato (tanto dell’ Indicativo quanto del \ amato pianto chiesto Lo udito (58
amato ; pianto da chiesto > udito Le risoluzioni si faranno come a pag. 40 e
41. 71 Circorocuzione per alcune voci che accennano alla risclu- zione di una
proposizione finita, il il cuiverbo è Le futu- ro ASSOLUTO O RELATIVO, s. pei
Sa - Sing. Me: 0 marta, 3 fleturam cani «uu $ piangere V° Te esse petiturum
essere Per | chiedere si auditurim > 0 00 > Vadirée: (0! c° Pluri ©
amaturos ] amare > Nos i Ra Noi fleturos i piangere i Vos esse <__,:
essere per 7 Voi Illos petituros . ,&°. (chiedere Eglino audituros i udire
Seconpa CIRCOLOCUZIONE per alcune voci che accennano alla risoluzione di una
proposizione finita, il cui verbo ‘è all futuro anteriore assoluto 0 relativo.
| MATE 1 , amaturum amare , Re fuisse fleturum. . ‘essere ) piangere cn Se Ù
petiturum stati per } chiedere Eglino \ auditurum' udire 8 ‘Plur. r Amaturo$
amare ‘7, Var fuisse fleturos essere } piangere Noi Illos ‘007. 4 petityros
stati per |} chiedere Egli audituros udire glino !. QUADRO MII E VARIAZIONE DE’
COSÌ DETTI VERBI- PASSIVI REGOLARI simiLi Ap AMOR = AMARI Modo della ORONZO:
principale, detto Indicativo | Variazione: per desinenze ettmologiche e sìntagsiche.
1 del tempo DrAteate: È Li Foci concrete | equivalenti alle Voci analitiche.
Singol. Ego.amor . . aki Lie Ego gum amatus VETO Io sono amato — a Tu es amatus
Tu sei amato L s È t] Tu amaris vel amare Ille amatur == a Ille est amatus i Ei
è amato O e a -Plurdl. RSI ali Nos amaniar UTO Bir: Nos sumus amati © i ‘’Noi
siamò amati Vos amamini . ta Vos estis amati Voi siete amati Illi amantur ...
|. = a -Illi sunt amati * I si: PARC Eglino i amati ' (2 del palpa relativo,
detto imperfetto > i Voci concreta Voci analitiche | Singol. Ego amabar -«=
a Ego eram amatus Jo era amato Tu amabaris vel amabare = a Tu eras amatus Tu
ert amato Ille amabatur = a Ille erat amatus Egli era amato Plural. Nos
amabamur = a Nos eramus amati ‘» Noi eravamo amati === & Vos eratis amati
Voi eravate amati = a Illi erant amati Eglino erano amati 8. del futuro
assoluto | Voci analitiche Vos amabamini . Ili amabantur Voci conorele -
Singolar. Ego amabor == a Ego ero amatus Ù Io sarò amato Tu amaberis vel
amabere = a Tueris amatus Tu sarai amato Ile amabitur == a Ille erit amatus
Egli sarà amato . Plura!, Nos amabimur == a Nos erimus amati Noi saremo amati
Vos amabimini = a Vos eritis amati . Voi sarete amati Illi amabuntur = a Illi
erunt amati Eglino saranno amati * 4, del NERE relativo, detto Condizionale
Foci concrete Poci analitiche Singolar. Ego amarer = a Ego essem amatus Jo
sarei amato Tu amareris vel amarere = a Tu esses amatus ) Tu saresti amato Ille
amaretur — a Ille esset amatus Egli sarebbe amato Plural. Nos amaremur . . = a
Nos essemus amati . Noî saremmo amati Vos amaremini == a Vos essetis amati Voi
sareste amati Illi amarentur . == a Illi essent amati Eglino sarebbero amati 13
74 Primo modo della Propasizione incidente, detto Imperativo. Yariazione per
desinenze etimolegiche e sintassiche. 4. del tempo presente. Voci concrete Voci
ustratte Stngolar. Amare vel amator tu == a Esto amatus tu i Sti amato tu
Amator vel ametur ille = a Sit amatus ille Sia amato egli Plural. Amaminor vel
amemur nos — a Simus amati nos Ta Siamo amati nei Amemini = a Sitis amati vos i
Siate amati voi: Amantor vel amentur illi = a Sint amati ÎIi Steno amati eglino
- Secanda Modo della proposizione Incidente, detto Congiuntivo. Variazione per
desinenze etimologiche e sintassiche 4. del presente. Voci concrete i Voci
astratte Singol. Ego amer = a Ego sim amatus | Che io sia amato Ut Tu ameris
vel amere = a Tu sis amatus Che tu sii amato ' Ile ametur = a Ille sit amatus
Che egli sia amato 75 Plural. Nos amemur i = a Nos simus amati Noi siumo amati
Ut Vos amemini — a Vos sitis amati Poi siate amati Illi amentur — a Illi sint
amati Eglino sieno amati 2. del passato relativo detto imperfetto Foci concrete
Focî astratte ; Singol. Ego amarer — a Ego essem amatus Che i0 fossi amato Ut
Tu amareris vel amarere = a Tu esses amatus Che tu fossi amato Ille amaretur —
a Ile esset amatus Che egli fosse amato Plural. Nos amaremur — ga Nos essemus
amati Che noi fossimo amati Ut Vos amaremini — a Vos essetis amati - Che voi
foste amati Ii amarentur — a Illi essent amati Che eglino fossero amati Voce
dell’Infinito che accenna alla risoluzione di una pro- posizione finita , il
cui verbo è al PRESENTE 0 PASSATO relativo dell'Indicativo congiuntivo. Yoci
concrete Poci astratte . Singol. Me amari — a Me esse amatum i Essere amato i0
Te amari -— a Te esse amatum i Essere amato tu Se amari — a Se esse amatum
Essere amato egli Piural. Nos amari == a Nos esse amatos Essere amati noi Vos
amari = a Vos esse amatos Essere amati voi Illos amari ‘== a Illos esse amatos
. Essere amati eglino * Le risoluzioni si faranno come a pag. 39, 40, 41, 42 e
43. | QUADRO VIII. GENESI DELLE VARIAZIONI 4. RADICALE e Amare °& Flere =
Petere =“ Audire dal quale tolta la sillaba re rimane 2. Ama o Fle -2 Pete a
cui aggungendo bam e rem per le due prime È Audi Variazioni ed ebam e rem per
la quarta si for- A mano i PASSATI RELATIVI dell’ Indicativo e Con- È giuntivo.
| ha Amabam, Amarem Flebam , Flerem Petebam, Pi:tcrem Audiebam, Audirem Dallo
stesso radicale ama , (le, pete, audi tolta via la vocole in fine rimarranno.
*Su questo modello il precettore farà variare altri verbi di que- sta prima
caratteristica , e poi della seconda terza e quarta, in fine di tutte e quattro
come pe’verbi in o. Il precettore inoltre cu- rerà di far su questi modelli
scrivere a’ giovanetti quadri simili rsercitandoli allu lessigrafia leggendo e
scrivendo. 77 i. Am FI Pet a cui aggiungendo 0 ed eo, 0 io, em, 0 am, o Aud eam
o iam si formano i PRESENTI dell’ Indicativo e Congiuntivo. i Amo e Amem a Fleo
e Fleam Allo stesso RADICALE Pito e Petam Am Audio e Audiam Fi Pet aggiungendo
abo o ebo perla prima e seconda Va- Aud riazione, am o iam per la terza e
quarta si avrane no i FUTURI ASSOLUTI. Amabo Flebo E allo Stesso RADICALE Petam
Am | Audiam FI Pet aggiungendo avi ed evi per le due prime i ivi per Aud .e due
ultime si avranno i PASSATI ASSOLUTI. Amavi Flevi Petivi Audivi COMPOSIZIONI di
Amavi Flevi tolta via la é con eram, erim, ero,con ssem 836 Petivi in vece di
essem esse:si formano i tra= Audivi passati e i futuri anteriori. Amav Amavi
Flev 507 Flevi ) ssem Peliv 1 Petivi ) sse Audi, dii Audivi QUADRO IX, DELLE
DERIVAZIONI DE’ VERBI LATINI. Da’ verbi latini derivano | 1, Il così detto
Supino Amainm . amare Fletum piangere Petitum ut Ae ( chiedere Auditum udire 2.
I così detti Gerundi 4. in di Amandi (amare amato Petendi = dC FiOnIee 0 di
essere ( pianto Audiendi ( udire udito 2. in do. Amando amare amato Petendo @ ©
con( PiEnAETE 0 con essere( Pianto Audiendo udire . udito 5. in dum’ Amandum (
amare ‘amato Flendum piangere aoper ( pianto Petendum® ° 2°” ( chiedere essere
( chiesto Audiendum —C udire (udito : 3. I così detti Participiî. 4. in ns
Amans amante Flens | prangente Petens Ù chiedente Audiens udente I I 79 2. in
us Amatus amato Fletus pianto Petitus . chiesto Auditus ‘udito 5. in rus
Amaturus amare Flieturus pîangere Petiturus per ( chiedere Auditurus ( udire 4,
in dus Amandus , amato Flendus | pianto Petendus da essere ( chiesto Audiendus
( udito 4. I verbali in forma di nomi astratti, i quali per tutt’ i verbi al primo
termine di proposizione fanno in #0, co- me da lego lectio , onis la lezione:
in alcuni fanno in us, come visus da video, auditus da audio. 5. Da’ verbi
derivano le parole in forma di nomi colla desinenza or 0 for, che si
riferiscono a persona agente come auditor l uditore , lector il lettore. Se la
perso- na è femmina, i derivati in for fanno in trix come vi- ctrix la
vincitrice. | 6. Da questo derivato derivano alcune parole in forma di
aggiuntivi colla desinenza orius, come da amator si fa amatorius , da scriptor
si fa scriptorius. 7. Da’ participî in ns derivano alcuni nomi astratti in an-
tia o entia, come da temperans si fa temperantia, da diligens si fa diligentia.
8. Da' participî in rus si formano alcuni nomi astratti de- sinenti in ura,
come da scripturus si fa scriptura, da — lecturus si fa lectura, che
significano la scrittura e la lettura, | 80 9. Di’verbi latini derivano alcuni
nomi desinenti in mesa- tum come da moveo si fa momentumabbreviato di mo-
vimentum, da moneo si fa monumentum, da torqueo si fa tormentum abbreviato di
torquimentum. 10. Da’ verbi latini derivano alcune parole in forma di ag-
giuntivi desinenti in ax, come da edo, che significa man- «giare, si fa edax
ghiottone: da vivo si fa viraz vivace. 41. Da’ verbi latini derivano alcune
parole in forma di nomi desirenti in acrum come da ambulo sì fa ambu- lacrum,
da simulo, si fa simulacrum, da lavo si fa la- Vacrum ec. i ie band 84° QUADRO
X.. . COMPOSIZIONE DE’ VERBI LATINI (In composizione ) 1. A (ab, abs, au) IN .
AD (af, 49, al, am, anec.) . CIRCA ( circum) CONTRA — CUM (con, com, co) . DE
(dî, dis e diff; dil, dir ee.) . E (ex, extra, ed, ef, ec.) prep. (20, 2f, îm,
tr, ec. 9. in negativa (20, 2r, 21m, ec. INTER ( intra e infra) OB (0c, 0p, 0
ec.) . PER PRAE @ PRAETER PRO (prod) POST ( post, po, ec.) RE (red, retro) SINE (38€)
SUPER. @ Supra (sup ) SUB (suc, suf, sug, sus ec. TRANS (tra) AVVERTENZA (In composizione) FACIO (fici)
CAPIO ( cipio ) HABEO (4i5eo) VENIO SOLVO PARO TRIBUO YOLVO FERO GERO LIGO —
CURRO CEDO MANEO RUMPO EO | QUAERO ( quo) cADO (cido) . CAEDO ( cido) DUCO e
DICO I precettori che sanno praticare le soprapposte tavole ‘ della Variazione,
Derivazione e Composizione de’ verbi la- tini faranno rilevare diligentemente
le differenze che pas- sano tra parole variate derivate e composte in uso, da
quelle che sono contenute in potenza e non attuate dall’ uso — In quanto
all’ultimo quadro avranno cura di ripetere con ogni verbo tante volte la
composizione quante sono le pre- posizioni, il valore delle quali si può
rilevare dal trattato di Composizione della Nuova Grammatica ragionata per la
lingua italiana, - Li 82 QUADRO MODIFICAZIONI DELLE DESINENZE DE' VERBI
REGOLARI im 0 Ein OR 68 Sing. at amus atts Plur. ant es. 8 tetti aris | eris |
iris vel È cell | vel are | ere tre ct ti 14 alur | eluro itur emusiimue imus |
amur| emur| imur etis | sti l}istio Jaminif emini mini ent uni ieri anturi
enturi untur ve vel sunt | ere iur sx == ©® e ® ® = x E % Pag. 83 ERRATA
CORRIGE 39 v. 22 Colui persona Colui a persona 41 v. 22 8imilmente «Similmente paroli
variabili parole variabili 61 v. 13 Qnaudo Quando 71 v.7 sintassico? |
sintassico.. 72 v. 418 Articolo I. Sezione I. 84 v. 29 Articolo II. » Sezione
II. 87. v. 1 Quelle del passato Quella del passato Articolo II. Sezione II. -
245 v. 149 quello verbo quella verbo 148 v. 20 questo derivato questa derivato
——N_— Saggio di una Nuova Lestigrafia, per la variazione de’ Verbi Latini
ERRATA 20 CORRIGE 15 v. 6 del Congiuntivo Dell’ Indicativo 21 v. 6. a modelloiseguenti
a modelli i seguenti 23 v. 11 di Lessigrafia in lessigrafia 23 v, 36 delle
Composizioni delle Derivazioni, e Composi- zioni 82 MODIFIC. | Lr Sing. Posi:
Plur. ns nur È > —. ii sa alia i "93" 4 — svenfiiiiiaio —_- = —e _
"e Ict. = a set eni — ST - = — ga ti safari . Se: er— - a l-+- dl = PA
rara e _- up cai “e Arg »_< 4 — ae REBRARA = mat pali — = COVA GRAMMATICA
RAGIONAT, PER DA LINGUA RTALLANA secondo i principit DEL .0VO GORSO DI
LETTERATURA ELEMENTARE DI LORENZO ZACCARO RIDOTTA A DIALOGO DALLO STESSO AUTORE
VOL. II. PER LE SCUOLE DI MEDIA GRAMMATICA NAPOLI STAMPERIA STRADA SALVATORE N.
Mi. 1954 1% hs CONSIGLIO GENERALE DI PUBBLICA ISTRUZIONE ‘Ripar. = Carico Oggetto
Napoli Vista la domanda del Tipografo Emmanuele Rocco con che ha chiesto di
porre a stampa l’opera intitolata — Gram- matica ragionata per la lingua
italiana, di Lorenzo Zac- caro, per cura di Leonardo Varcasia : 3° il parere
del Regio Revisore signor D. Paolo Gar- zilli. Si permette che la suddetta
opera si stampi ; però non ‘ sì pubblichi senza un secondo permesso che non si
darà, se prima lo stesso Regio Revisore non avrà attestato di aver riconosciuto
nel confronto esser l'i sui siete unifor- me all’ originale ABEEOIRO: Il
Presidente Francesco SAVERIO APUZZO Il Segretario interino GiusePPE PIETROCOLA
"a CONSIGLIO GENERALE PUBBLICA ISTRUZIONE ‘Ripar, == Carico — N. 87
Oggetto Napoli 3 gennaio 1853 Vista la domanda del Tipografo Emmanuele Rocco
con che ha chiesto di porre a stampa l’opera intitolata — Gram- matica
ragionata per la lingua italiana, di Lorenzo Zac- caro, per cura di Leonardo
Varcasia : Visto il parere del Regio Revisore signor D. Paolo Gar- zilli. Si
permette che la suddetta opera si stampi ; però non ‘ si pubblichi senza un
secondo permesso che non si darà, se prima lo stesso Regio Revisore non avrà
attestato di aver riconosciuto nel confronto esser l’i HADOGSRtOnO: unifor- me
all’ originale ADEROIROO: Il Presidente Francesco Saverio APuzzo Il Segretario
interino GiusePPE PIETROCOLA NUOVA GRAMMATICA RAGIONATA PER DA BINGUA
IPABIANA secondo i principi Da. CORSO DI LETTERATURA ELEMENTARE RIDOTTA A DIALOGO PER LE SCUOLE DI MEDIA
GRAMMATICA NAPOLI STAMPERIA STRADA SALVATORE N, &fi. 1054 ZII ICT IZ
PREFAZIONE AI PRECETTORI In questo secondo Folume della nuova Grammatica per la
lingua Italtana to presento tre compiuti Trat- tati, cioè /.° Della Sintassi Regolare
e Fiqurata, 2,° della Costruzione, 3.° Della Punteggiatura. Credo
indispensabile rendere qualche ragione ai Precettori delle importanti novità
prodotte in questi trattati, che paragonati a quelli, che s'insegnano nelle
scuole, posso dire che steno nuovi di getto, e quali tutti desideravano che
fossero, ma da nessun gram- matico finora asseguiti. Se cercate invero nelle
Gram- matiche delle scuole che cosa sta Sintassti, invano vi affaticate d’
imbattervi nella sua vera Definizione : quale ne sia l'obbjetto determinato non
é stato ancora intraveduto.Si è detto: «la Sintassi è la Concordanza, « la
Costruzione e la Coordinazione delle parti del « discorso secondo certe regole
non comunt a tutte « le lingue». Nel qual modo di vedere va confusa la Sintassi
con lau Costruzione, ossia la Scienza del valore relativo delle parole
congiunte, con quella parte di Grammatica,che insegna a ridurre gli eleganti
co- strutti all'ordine naturale delle parole, che nelle scuo- le dicesi
Costruire o prendere la Costruzione. St è an- cora ritenuto che la Sintasst non
possa essere Ge- nerale, perchè st vuole un complesso di regole, par- ticolari
di una linqua. & 4 Not la prima volta abbiamo determinato il rero e proprio
obbjetto della Sintassi, definita per la Scien- za della Proposizione: not la
prima volta abbiamo se- nati i limiti della Sintassi regolare, che meglio sa-
rebbe detta analitica, e della Sintassi figurata, o dei Nodi sintetici.
Sintassi e Costruzione per noî sono due trattati differenti, quindi diversa è
la Sintassi regolare dalla regolare Costruzione , come diversa è la Sintassi
fiqurata dagli irregolari Costrutti. E per dir qualche cosa della Sintassi
figurata, osserverò primamente che finora sti è praticato nelle scuole di
raccogliere una lista di frasi o di bei mo- di di dire, o d’idiotismi d: una
lingua per affidarsi alla memoria senza dare alcuna ragione del segreto
magistero dello scrittore nel formark. astava dire: questa frase è bella,
quest'altro è un bel modo. Ma perchè? ntuno avea a domandarlo, per- chè il
Precettore, cieco adoratore dell'autorità, non era tenuto a rispondere: che ne
avveniva da ciò? che i giovanetti di debole memoria a corto andare rimane- vano
digiuni delle cose imparate, e 1 più tenaci ado- peravano quelle frasi senza
decoro , e inopportuna- mente, perché non sapevano mettersi nella stessa si-
tuazione degli autori, che copiavano. Oltracciò i loro scritti presentavano
sempre le medesime parole, î me- desimi costrutti, le stesse frasi ripetute. Il
loro pen- sicro era schiavo dalla parola, allorchè costringevano la povera
mente a pensare in un dato modo, che fosse il più acconcio alla frase, enon
contavano la frase come mezzo di espressione di un penstero original- mente
concepito. da questo inconveniente ne deriva- va un altro più serio, cioé che
chi sapeva un cen- tinajo di frast in una lingua , tgnorava quelle di ogni
altra lingua, perchè, ignorando tl magistero di contarle sn sussidio dell’
espressione de’ pensieri, do- vea procedere empiricamente allo stesso modo per
ò ogni lingua. Ora chi ha memoria tanto prodigiosa e vita st lunga che possa
far tanto per più di una, lingua ? Noî presentiamo un Trattato di Sintasst
raziona- le, che riduce a principî generali la pratica del dir figurato, perché
not non cr contentiamo di dire: questo o quello é un bel modo, ma ne indaghiamo
l'occulta ragione , affinchè il qiovanetto non solo ne conosca l’uso opportuno,
ma ne possa contare su quelli de- gli autori quanti agg bisognano, senza tema
di errare, e dallo studio delle frasi della propria com- prenda la forma delle
frasi di ogni altra lingua, perocchè pochissimi sono gl’idiotismi di una
lingua, nella più parte di essi tutte convengono. Il trattato adunque de’Modi
sintetici, o della Sintas- si figurata st propone due cose nuove, ma
necessarte: cioè, Î. dar ragione de’costrutti eleganti, 2. elevare a principî
le regole empiriche delle scuole. Da' quali proponimenti derivano due vantaggi
posttivissimi , - cioè la proprietà, 0 l'opportunità dell'uso de’ costrutti
elegunti, 2. la facilità, o l'abitudine di produrne a dovizia nella propria
lingua , e d' intendere quelli che appartengono ad altre lingue. Imperocchè t
co- strutti eleganti di una lingua differiscono da quelli delle altre, non per
le ragioni, da cui tutti egual- mente sono înformati , ma per la maniera
partico- lare di attuarsi in questa 0 quella circostanza, 8e- condo la diversa
indole delle nazioni parlanti. Il trattato della Costruzione è nuovo în gramma-
tica, quantunque antichissimo nella pratica de Pre- cettorî, © quali a voce
dirigevano ;f riordinamento dell’elegante disordine delle parole negl
irregolari Co- strutti. Ma questa pratica era cieca, cioè senza prin- cipî: era
empirica cioè senza raziocinio. Quindi av- rentva che 1 giovanetti dopo tanti
anni dî studio în una lingua non arrivavano mat a comprendere le 6 scritture
alte, come îl tessuto de’ periodi, e le tras- posizioni de’ poeti. Ma la
Costruzione, come Scien- za,non si poteva costituire prima che st fosse costi-
tutta la Sintassi in forma di Scienza intorno al suo obbjetto determinato. lo
non tralascerò in questo trattatino le cose degne di essere osservate, e
stabilirò principî uniformi per produrre una pratica ancora uniforme în tutte
le scuo- le, per la quale, tutti convenendo, non abbiano î gio- vanetti a
disimparare presso un Precettore quel che ampararono da un altro. Il Trattatino
della Punteggiatura per quanto bre- ve,per altrettanto riuscirà utilissimo,
poichè in esso non mi propongo di considerare que'segni, come sem- plrict mezzi
di profferenza, bensi sotto rapporto del valore sintassico, la cut mercè è
giovani sappiano punteggiare per principi, e non per arbitrio, appor- re, per
esempto, la virgola, come, e dove è richiesta dulle ragioni sintassiche. In
siffatta quisa questo Trat- latino riesce ancora nuovo ma necessario, e, potrei
di- re, universalmente desiderato. Veggano adunque 1 Precettori, se noî ci
siamo bene 0 male apposti, dan- do a questa Grammatica îl titolo di Nuova Gram-
MATICA. PRELIMINARI ALLA SINTASSI ). Che cosa è la Sintassi in genere ? R. La
Sintassi, come dicemmo in Etimologia (pag.11), é quella Parte della Grammatica,
nella quale st studia tl valore relativo delle parole congiunte. D. Fatemi
intendere con qualche esempio come si pos- sa studiare il valore relativo delle
parole? R. In Etimologia considerammo le parole 7so/aze, per saperne il loro
significato assoluto. Per esempio , disaminando la parola acqua, separala dal
discorso, dicemmo che desta era nome, segno di sostanza o causa. Ma, se io
considero questo stesso nome rispetto ad altre parole contenute in un brano di
discorso, simile al seguente: acqua è fresca , esso acquista 1.° il valore di
primo termine, perchè pri- ma parola di pe brano: 2.° di soggetto , perché
seguito dal verbo essere. Il qual valore alla parola acqua non sarebbe avvenuto
, se non si fosse con- giunta alle altre. Ecco perchè è relativo e sintas-
sîc0, cioè di costrutto. D. Ma su qual fondamento si può ricercare questo va-
lore relativo delle parole? R. Sul fondamento delle relazioni tra le slesse
parole. D. Ma quali relazioni possono le parole avere tra loro ? R. Le parole,
come parole , non hanno alcuna rela- zione tra loro, ma, se ne hanno alcuna, è
per le idee, di cui esse sono segni. 8 D. In ultima analisi fondamento della
ricerca sul va- lore relativo delle parole sono le relazioni tra le idee, di
cui le parole sono segni ? R. Per lo appunto. D. Fatevi intendere più
chiaramente con qualche e- sempio ? R. Incontrandomi nella preposizione Di,
vado in cerca di un nome che le preceda e di un altro che la- segua; perchè 2?
significa rapporto di dipenden- za, la quale non può essere che tra sostanze e
so- stanze o cause e cause. Ma le sostanze e le cause sono espresse dai nomi,
come in Etimologia (pag. 19), io dunque dalla relazione, che passa tra le idee
della iui e delle sostanze o delle cause, ap- prendo che la parola Di deve
allogarsi tra due no- mi, ossia apprendo le relazioni delle parole da quel- le
delle idee. D. Come si chiama quel brano di discorso, su cui la Sintassi va
ricercando il valore relativo delle parole congiunte ? R. Si chiama po o
enunciazione, o frase, o costrutto. Noi lo chiameremo sempre propostzione. D.
In altri termini adunque la Sintassi st può definire? R. Per la Scienza della
Proposizione. D. E in quante parti principali si può dividere la Sin- tassi ? R.
Indue parti precipue,che formano due trattati. Nel- la prima la Sintassi ha per
obbjetto la proposizio- ne, nella quale tutte le parole, che hanno relazione
tra loro, sono espresse, e si dice Sintassi regola- re o analitica. Nella
seconda la Sintassi ha per ob- bjetto la proposizione, nella quale non sono
espresse tutte le parole , che hanno relazione tra loro, e si dice Sintassi.
figurata 0 Trattato de'modi sintetici. Noi tratteremo separatamente di queste
due parti. DELLA SINTASSI REGOLARE INTRODUZIONE Intorno alla Proposizione in
genere, e sue specie. ). Che cosa è la ProposizionE in genere ? R. E un
aggregato di parole sufficienti ad esprime» re un giudizio. D. Ma che cosa è un
Giudizio? R. Il Giudizio è quell’ atto della mente nostra , con cui pensiamo, o
che una cosa è in certo modo, 0 che una cosa fa esistere un effetto. ).
Spiegatevi con qualche esempio. R. Quando diciamo: acqua è fresca, abbiamo una
pro- posizione, la quale esprime che una cosa, cioè 4e- ua, ha un attributo,
cioè fresca. Similmente, al- orchè diciamo: Acqua fa corso, abbiamo pure una
cosa, cioè l'acqua,la quale fa esistere un effetto, cioè il corso. D. Sotto
quanti rispetti si può considerare la propo- sizione ? R. La proposizione si
Due considerare sotto ì seguenti rispetti, in quanto a la sintassi regolare: 1.
Del suo contenuto, 2. dello stato di chi parla, 3. dello sta- to di chi
ascolta. D. Questa prima parte adunque sarà divisa ? R. In tre Capi. Nel primo
considereremo la proposi- zione sotto il rispetto del suo confenuto, nel secon-
do sotto il rispetto dî chi parla, nel terzo sotto il rispetto di chi ascolta.
ce 10 CAPO I. DELLA PROPOSIZIONE SOTTO IL RAPPORTO DEL CONTENUTO D. Come si
divide la proposizione sotto il rapporto del contenuto ? R. La proposizione
sotto il rapporto del confenuto si divide 1. in sostanziale e causale, 2. in
categori- ca e tpoteorica. lo parlerò in due articoli distin- tamente e di
quelle e di queste. Della proposizione SOSTANZIALE € CAUSALE, D. Quale è la
proposizione sostanziale ? R. La proposizione sostanziale è quella , che ha per
primo iermine un nome, simile ad acqua, per paro- la media il verbo essere, e
per secondo fermine un aggiuntivo di qualità , simile a fresco, o di quan- tilà
simile a grande, lungo, largo, uno ec. come acqua è fresca ec. )). E la
proposizione causale? R. È quella, che ha per primo termine un nome simi- le ad
acqua , per parola media il verbo fare , e | per secondo termine un verbale
simile a corso, co- me acqua fa corso. D. Perchè il nome nella proposizione,
tanto sostanzia- le, quanto causale, sì dice primo termine, e l'ag- “ guunivo
in quella, e°l verdale in questa si dicono secondo termine? R. Si dicono
fermini, perchè stanno agli estremi; ed infatti il nome in principio non ha lia
parola, che gli preceda , come l’ aggiuntivo e il verbale non hanno altre
parole, che li seguano in fine. IL D. Allora il rerdo come si potrebbe chiamare
? RR. Parola media, perchè sta in mezzo a' due termini. D. Come si chiamano le
tre parole costitutive delle due proposizioni, simili ad «equa è fresca, o
acqua fa corso ? R. Elementi essenziali della proposizione. I). È perchè ? R.
Perchè non si può formare una proposizione, co- me espressione di un giudizio,
senza le tre parole, che rispondono a tre pensieri essenzialmente costi- tutivi
di un giudizio. Quindi, se alcuno dice: é fre- sca 0 acqua fa, non abbiamo un
giudizio compiu- to, il quale consiste nel pensare che acqua é fre- sca 0 acqua
fa corso. D. Perchè la proposizione acqua è fresca si dice so- stanziale ? R.
Perchè il primo termine di essa, cioè acqua, ha valore di sostanza, di che n'è
segno il verbo es- sere, che dinota stato, e, dove è stato, è sostanza, la
quale in etimologia è stata definita per la cosa permanente, che ha per
sostegno è suoi attributi ec. DD. E perchè la proposizione acqua fa corso sì
dice causale ? R. Perchè il primo termine di essa, cioè acqua, ha valore di
causa, di che n'è segno il verbo fare , che significa azione, e, dove è azione,
vi è causa o agente, che abbiamo definito per cosa che fa e- sistere ciò che
prima non era (pag. 19). D. Adunque lo stesso nome acqua nelle due proposi-
zioni ha diverso valore? R. Cerlamente; perchè nella sostanzia/e ha valore di sostanza,
0, come dicevano i grammatici, di s09- getto: nella causale ha il valore di
causa, 0, co- me dicevano 1 grammalici , di nominativo agen- te. ()uindi nella
sostanziale acqua é fresca, diremo soggetto della proposizione al nome acqua, e
nella 42 causale acqua fa corso, diremo agente allo stesso nome acqua. D. Ma,
se invece del verbo essere e fare vi fosse un verbo concreto , come in acqua
stagna, o acqua corre, come si direbbe la proposizione ? R. Tuttavia la
proposizione sarebbe sostanziale o cau- sale; perchè, risolvendo il verbo in
due parole, si avranno acqua è stagnante, o acqua fa corso, giu- sta la teoria
stabilita in etimologia, intorno alla ri- soluzione del verbo concreto. Della
proposizione CATEGORICA E IPOTEORICA. Quale è la proposizione categorica? Generalmente
parlando, è ogni proposizione simile alle due prodotte in esempio, cioè acqua é
fresca – Fido is hirsute – H. P. Grice --, acqua fa corso, ossia è 1.° ogni
proposizione sostanziale, che ha per primo termine un rome simile ad acqua, il
verbo essere e un aggiuntivo qualitativo o quantitativo simile .a preso ec. 2.°
ogni proposizione causale , la quale ha per primo lermi- ne un nome simile ad
«acqua, il verbo fare, e per secondo termine un an simile a corso ec. ec. D.
Perchè questa specie di proposizione si dice caze- gorica ? R. Perchè contiene
la forma universalissima, a cui si debbono ridurre analiticamente tutte le
forme delle proposizioni possibili. D. Con qual altro titolo si può distinguere
questa spe- cie di proposizione categorica ? R. Si può ancora addomandare proposizione
semplice, o assoluta, '0 posttiva, la quale ultima nomencla- tura corrisponde a
quella, che nelle scuole diceva- si affermativa : si dios semplice , perchè
contiene o 15 un solo giudizio : si dice assoluta, perchè non ha relazione ad
altro: si dice positiva , perchè pone un attributo inerente al soggetto, o un
effetto pro- dotto dalla causa. | D. E quale sarebbe la proposizione spoteorica
? R, Sarebbe una specie di proposizione subordinata alla categorica, ossia che,
avendo una forma differente, si dovrebbe ridurre alla semplice ed assoluta. D.
Di quante maniere è questa proposizione ? R. E positiva e negativa. D. Qual è
la proposizione ipoteorica positiva ? R. È quando il verbo essere si truova ira
due nomf, come Antonio è astno, il ferro è corpo. Ma di que- sta e simiglianti
parleremo nella Sintassi figurata. D. E quale si può dire spoteorica negativa?
R. Quella, che oltre i tre essenziali elementi presen- la la negazione zon,
come l'acqua non è fresca, 0 l'acqua non fa corso. D. Adunque la proposizione
negativa non sta allo sles- so livello della proposizione categorica positiva ?
R. No certamente, perchè la categorica è semplice ed assoluta, la negativa è
comparativa e ipoleorica. D. Spiegatevi con qualche esempio. R Allorchè
diciamo: l’acqua non è fresca, il senso della frase equivale a quest’ altro: /’
acqua presenze è diversa dall'aerua resca, oppure: l’acqua è tepi- da o calda
senza la freschezza che avea l'acqua, D. E che dite della nomenclatufa di
proposizione af- Sermativa opposta a proposizione negativa? R. Dico che la
nomenclatura di proposizione afferma- tiva è impropria, perchè a negativo si
oppone po- sttivo , e non affermativo. Della proposizione sotto tl rispetto DI
CHI PARLA. D. Come si può considerare la proposizione sotto il rispetto di chi
parla? R. In principale ed incidente. D. E come ciò? R. Ogni uomo, che parla,
si propone sempre di dire qualche cosa. Ma in due modi si può proporre la
manifestazione di quel che dice, o come di un ob- ‘bjetto PE che principalmente
gl’ interessa, 0 come di un obbjetto secondario. Se egli dà alla pro- posizione
una forma atta a far intendere il primo modo di proporre, la proposizione si dirà
prnci- pale: se le da la forma atta a fare intendere il se- condo, la
proposizione si dirà 2rc:dente. D. 'Tratteremo adunque nei seguenti Articoli?
R. Della proposizione principale, e dell’ incidente. ARTICOLO I. DELLA
PROPOSIZIONE PRINCIPALE D. Descrivetemi i caratteri della proposizione
principale. R. I caratteri della proposizione principale altri si de- sumono
dalla forma _ esteriore delle parole , che la costituiscono, altri dalle
ragioni del pensiere. Quin- di, se i primi caralteri si possono dire verbali od
empirici, i secondi ragionevolmente si dicono 7deali o logici. D. Descrivetemi
in prima i caratteri empirici della pro- posizione principale. R. Ogni
proposizione principale ha due caratteri em- pirici costantemente: 1. Che il
suo verbo sia al modo delto Zndicativo, che noi in Etimologia a pag. $5 1ò
addomandammo d/odo della proposizione principale, sotto cui vanno compresi
dieci zemp?, tra’ quali il futuro relativo, detto condizionale, il futuro asso-
luto anteriore, detto condizionale passato ( Vedi Etim. pag. 87 e seg.): 2. Che
questo Modo indica- tro non sia precedulo dal prenome Che, Cui, Quale, Quanto,
o da parola, che ipoleoricamente conliene i delti prenomi, simile a Se, Come,
Dore, Quando ec. (Vedi Etimologia pag. 90 e seg. ). D. Datemi degli esempi di
cosiffatta proposizione. R. Eccone alquanti. Acqua è fresca acqua faceva corso:
Pietro fu dotto: Antonio ha fatto lavoro: Paolo era stato infermo: Francesco
ebbe fatto villania: Tizio sarà qrande: Cajo farebbe giora- mento: Teresa sarà
stata bella: Adelaide avrebbe fatto meraviglia. Ne quali esempi, come è chiaro,
la proposizione è sostenuta dal verbo al J/odo 7n- dicativo, variato in tutti
suoi tempi. D. Descrivelemi ora i caratteri ideal o logier della proposizione
principale. R. Rispetto al pensiero, che esprime, la proposizione principale
presenta un giudizio finilo o un senso com- piuto, in guisachè chi legge o
ascol!a, pon rimane sospeso In aspeilare ualche altra cosa a dire per
inlendere. Così sii acqua è fresca, 0 acqua fa corso, ognuno intende senza
sospensione di senso, che una cosa fa esistere un effetto che prima non era, o
che una cosa è limitata da un qualche at- tributo. Della proposizione
INCIDENTE. I). Descrivetemi 1 caralteri empirici o verbali della proposizione
2rcidente. R. La proposizione 2nezdente ha il verbo al modo dello 16
Imperativo, Congiuntivo, Gerundio ed Infinito. E, se il verbo è al modo
/Zndicativo , essa necessaria- mente sarà preceduta da Che, Cui, Quale, Quanto
o da parola, che ipoteoricamente racchiude siffatte parole. D. Descrivetemi ora
i suoi caratteri ideali o logici. R. Il senso della proposizione incidente è
sempre in- compiuto, ossia lascia sempre una sospensione, per la quale, chi
legge o ascolta, è in aspeltazione di qualcle altra cosa a dire per intendere,
come nei seguenti esempi : Se cor studiate... Benché gli uo- mini sieno
ragionevoli.... ec. ec. D. Come si divide la proposizione incidente? R. Si può
dividere in incidente esplicita ed implicita. D. Quaado la proposizione
incidente è esplicita? R. Quando è preceduta da Che, Cui, Quale, Quanto
espressamente, e la proposizione incidente è sempre esplicita in quanto al Che,
tanto se sia solo, quanto se s'incorpori ad altra parola, simile a perché, pot»
chè, benché, perocchè, conctossiuchè ec. D. E quando è incidente implicita ? R.
Quando il verbo è, 1. all’/mperativo, 2. all'Infi- nito, 3. al Gerundio, 4.
all’Indicativo e Congiun- tivo preceduto da Congiunzione mista, 5. quando la
proposizione è inferrogativa. D. Come dunque il presente Articolo sarà diviso ?
R. In cinque paragrafi. 61 Della proposizione Incidente Imperativa. D. Come la
proposizione, che ha il verbo al Modo Im- perativo, si lin dire Incidente
Implicita? R. Allora che diciamo: Andate via: venite qua: fate presto , ognuno
comprende che si voglia dire : #0 17 voglio , 0 prego, o desidero, 0 comando
che voi andiate, venghiate , facciate ee. ec. In altri ter- mini è chiaro che
la forma imperativa contiene una proposizione, che analiticamente dovrebbe
essere pre- ceduta da che, subordinata alla principale sott' in- tesa simile a
questa : to voglio , to desidero, to prego ec. Ondechè questo Modo è detto
2mperati- va , che vuol dire comandativo , impropriamente , perchè con esso non
sempre si vuol dinotare comar- do, ma alle volte desiderio, alle volte
preghiera, alle volte consiglio, alle volte premura per bene ec. Ora tulte
queste diverse affezioni dell’ anima vengo- no comprese sotto l’idea generale
del volere, è per ciò che questo Modo meglio direbbesi Volitizo. 62. Della
Proposizione Infinita. D. Quale proposizione si può dire Znfinita ? Ik. E
proposizione infinita quella, che ha il verbo al così delto Modo infinito,
simile ad amare, leggere e scrivere. D. E perchè si dice anfinita? R. Per la
stessa ragione, per cui il verbo è detto 1n- finito, ossia che non è finito o
determinato, per- chè il verbo txfirzto non è variato , e come tale racchiude
meno di significazione. Al contrario, quan- do il verbo è variato, come ne’
modi? detti finiti, la proposizione è determinata per maggior MEUIORIO, che la
variazione aggiunge al radicale. Di qui è chiaro che la distinzione della
propozione fintza e dle è di grande importanza sintassica. D. Di quanti
elementi costa la proposizione 1nfinzta ? R. Per determinare la presente
quistione è uopo distin- guere i diversi costrutti dell’ infinito. Alle volte
l’in- 15 finito è preceduto da prenome, come è/ vivere, lo scri- vere: alle
volte è preceduto da preposizione, come ne seguenti esempi : desidero DI
scrivere. Ho molto DA fare: siamo natt PER morire: alle volte si usa in forma
esplicita di proposizione, come ne’ seguenti esempi : %o saputo essere vot
infermo: hat voluto essere tu empio, ec. ec. Quando l’ infinito è preceduto da
prenome o da pre- posizione, si considera da’ grammalici, come un nome verbale,
benchè ritenga le determinazioni de! verbo, come vedremo. Quando poi si truova
costruito, come negli ultimi esempi, forma proposizione, che costa di nome
primo termine, di werdo che è l’infinito, e di attribuito o di verbale per
secondo termine. In ita- liano però il Runo termine si pospone all’ infinito
per proprietà di lingua ; perchè noi diciamo meglio: so bene esser vot dotto ,
anzichè so bene vor es- sere dotto. D. Ma come la proposizione 2nfinita si può
considera- re per incidente implicita ? R. Si può considerare come tale, in
quanto che, ri- solvendosi a proposizione finita, dovrà essere prece- duta da
che. Così, risolvendo la seguente: So dene essere vot dotto, dovremmo dire : 8,
bene che vor siete dotto. Che sia incidente è chiarissimo dal solo riflettere
che, la proposizione 22finita nou sta per sè nel discorso, ma sempre in grazia
di un'altra principale, da cui dipende. Infalti nessun senso farebbe la
seguente pro- posizione essere ro dotto, se non dipendesse delta principale: So
bene. 19 63. Della Proposizione Incidente Gerondiva. D. Quando la proposizione
incidente è Gerondiva ? R. Ogni qualvolta il verbo, che la sostiene, è variato
in forma di Gerundio, simile ad amando, leggendo, facendo, essendo; perchè
nell’ Etimologia Vol. 1. di questa Grammatica abbiamo stabilito che, il
Gerundio è una variazione del Verbo tutta sintassica, in quanto che racchiude
una proposizione incidente implicita ( Vedi pagina 85). I D. Fatemi vedere da
qualche esempio come ciò possa essere ? R. Allorchè diciamo, a modo di esempio:
Questo ca- vallo brioso, correndo molte miglia, alla fine st stanca, ognuno
vede che il correndo molte miglia equivale a nel caso che corre, o a se, 0
quando, 0 che corre molte miglia , ed è chiaro che in quel Gerundio si contiene
una proposizione incidente in ._ modo implicito. 1). Che si deve osservare di
più importante intorno a questa proposizione ? Si deve osservare in primo luogo
che il primo ter- mine della proposizione gerondiva alle volte è lo stesso
primo termine della principale , come nell’e- sempio riportato. In questa
supposizione il Gerundio si può tradurre col semplice Cie o 2 quale e la uale,
essendo lo stesso, lanto se si dice: 2/ cavallo | oi correndo, quanto 20
cavallo brioso, che corre. Alle volte il primo termine della proposizione
geron- diva è diverso dal primo termine della sua princi- pale, come nel
seguente esempio: Zenendo Pietro, 10 ti scriverò , dove si vede che il primo
termine . di Zenendo è Pietro, e della principale è o. In questo caso la
proposizione gerondiva sì dice nelle 20 scuole Ab/ativo assoluto, e il primo
termine si pos. pone al gerundio per proprietà di lingua , sonando meglio
Venendo Pietro, che Pietro venendo. Quello poi che importa di notare intorno a
questa forma, che si dice A4blativo assoluto, sì è che nel ridurlo a forma
analitica si deve tradurre per nel fempo, o nel caso în cui, come è chiaro dal
predetlo esem- pio : Zo ti scriverò nel tempo, în cui Pietro ver- ra, dando al
Gerundio il rempo del verbo, che so- stiene la principal proposizione. Gi.
Delle Proposizioni Incidenti Implicite Copulative D. Quali proposizioni si
possono dire /neidenti Impli- cite Copulative? R. Tutte quelle, che sono precedute
da una congiun- zione copulativa, o mista, simile a Se, Come, Dove, Quando ec.
ec. ; perchè, se il Che, o Quale non si truova esplicito in tali proposizioni,
è implicita- mente contenuto nelle congiunzioni, da cui sono pre- cedute ( Vedi
Etim. Cap. v. pag. 50). D. Come si possono distinguere con apposite nomen-
clature siffatte proposizioni copulative ? R. Siccome Se equivale a caso 0
condizione che, Co- me a modo o maniera che , Dove a luogo che, Quando a tempo
che, ognuno vede che con nomen- clature significanti 1.°]a proposizione
incidente prece- duta da Se, sarà ben detta Condizionale, come nel seguente
esempio : Se fu studit, diverrai dotto, e se 10 avessi libri, leggere. 2.
Quella che è preceduta da Come o Siccome, sarà ben detta Modale, quale si vede
ne’ seguenti esem- pi: Il fatto avvenne, come voi avevate predetto: 21 Lyli
parti siccome giunse: Non sapret come debba contentarvi. 3. Quella, che è
preceduta da Dove, oppure Ove, sarà ben detta Locale, come Zo sono ritornato or
ora da lioma, dove voi sarete per andare. 4. Quella, che è preceduta da Quando,
Mentre, sarà ben detta 7'emporale, per la nozione del tempo, che racchiudesi
nella Congiunzione, come ne'seguenti e- sempi: Z/o andrò în Roma, quando vot ne
ritorne- rete: lo leggo e studio, mentre vot vi divertite. ec. 65. ‘Delle
Proposizioni Incidenti Implicite Interrogative. D. Quando una proposizione è
Znferrogativa? R. Ogni qualvolta nella scrittura è seguita da questo segno (?),
e nella profferenza porta la modulazione di voce, che indica premura di sapere
a guisa di domanda. D. Quando la proposizione interrogativa è incidente
implicita ? R. Ne soli casi, ne quali non è preceduta da alcun segno d°
incidenza, perchè, dove fosse preceduta da Che, Chi, Quale, Come, Quando, Dove
ec. ognuno comprende che sarebbe 2ncidenze per quello che ab- biamo detto
nell’Art. precedente pag. 16. D. Ma si danno proposizioni interrogative
senz’alcuno di questi segni d' incidenza ? R. Infinite, ed eccone alquanti
esempi. Avete vot serit- to? È venuto vostro fratello? Non pranzate vot questa
mattina? È morto da gran tempo? Visse molt' anni? D. Ma come sapete voi che la
proposizione interroga- tiva, concepita in siffalto modo, sia incidente e non
priacipale ? 22 R. Lo so dal perchè chi domende o interroga , non propone, come
fa chi enunzia una proposizione prin- cipale, ma vuol sapere se sia vero quello
, intorno a cui si versa la domanda. Chi non vede infatti , la differenza che
passa tra queste due enunciazio- ni: ot avete scritto, ed arete seritto vor ?
quan- tunque le parole in entrambe sicno le stesse ? Or, se le stesse parole
non po:sono avere diverso signi- ficato, e le due proposizioni presentano con
le stes- se parole senso diverso, la differenza non può de- rivare che dalla
diversa natura della proposizione, la quale, non essendo principale, deve
necessaria- mente essere incidente. Aggiungete che il punto in- terrogativo non
è un segno senza significato, come apparisce dalla diversa maniera di
profferire: Avete scritto vor? e vor avete scritto. D. Ma posto che la
proposizione interrogativa è per natura sua incidente, ed ogni proposizione
incidente non regge da sè, ma è sempre in grazia di un’altra da cui dipende,
vorrei sapere quale sia la princi- pale sottintesa, e quale il segno
d’incidenza, da cui dovrebbe essere preceduta? RR. La principale, da cui
dipende la proposizione inter- rogativa, non preceduia da segno d'incidenza, è:
70 voglio sapere , o, se sono più che domandano, è: not togliamo sapere. La
particella segno d’inciden- za, che si deve intendere, è la condizionale se.
Così negli addotti esempi sostiluite: Zog/to sapere; sE vot avete scritto; SE
vostro fratello è venuto; sE non avete pranzato; se egli é morto da gran tempo;
SE visse moll annt. ro GI Della Propostzione sotto il rapporto di chi ascolta,
ossta della Propostzione GRAMMATICALE €@ LOGICA, O DISCORSIVA, D. In che la
proposizione grammaticale differisce dalla proposizione logica o discorsiva ?
R. La proposizione grammaticale costa de’ soli tre e- lementi essenziali, cioè
di n0me, verdo e aggrunti- vo, se è sostanziale : di nome, verbo e verbale, se
è causale, come Acqua é pura, 0 Acqua fa corso: e, se il verbo è concreto,
costa di due sole parole, come il cavallo dorme , e l’acqua corre. La proposizione
/ogica o dircorsiva poi è quella, che, oltre gli essenziali elementi, è
composta di altre pa- role, in guisa che non contiene un semplice giudizio, ma
più giudizi, ossia un d7scorso, onde è detta lo- | gica da /ogos, che significa
discorso. Quali sono 1 caratteri della proposizione gramma- ticale ? R. Ogni
proposizione grammaticale è astrasta, inde- finita, indeterminata e generica,
perchè , dicendo : acqua è fresca , sì fa astrazione da questa o quel- l’acqua
particolare, intendendosi per essa un'acqua qualsiasi: neppure si sa il grado
della freschezza o il tempo o il luogo, in cui quell'acqua è fresca. La
proposizione logica o discorsiva al contrario è con- creta, definita,
determinata e particolare. Allorchè diciamo per esempio: l’acqua del pozzo în
tempo di està è molto fresca , è chiaro che per «acqua non si può intendere
un'acqua qualunque, ma l'ac- qua di pozzo particolarmente : nè s'intende che
que- sl acqua è fresca in qualsivoglia tempo , ma nel tempo determinato di
esid: nè s' intende fresca in 24 qualsivoglta modo, ma, in modo definito, è
molto fresca. D. E perchè una proposizione grammaticale si fa lo- ica 0
discorsiva ? R. Rer amore di chi ascolta, il quale non potesse com- prendere
interamente il nostro pensiero per una pro- posizione grammaticale. Infatti, se
io dicessi sempli- cemente: acqua è fresca, ad uomo, che nulla sapesse di quale
acqua 10 intenda parlare, costui non potrebbe AS ig il mio pensiero, che è di
un’ ic la par- ticolare, nota a me e ignota a lui. A produrre in conseguenza
un'intera comprensione del mio pensie- ro in chi mi ascolta, io debbo rendere
logica la mia grammaticale proposizione, determinandola più o meno secondo che
la prudenza mi suggerisce, e la capacità dell’ ascoltante mi consiglia. Ecco
perchè il presente Capo ha per titolo Della Proposizione sotto © rapporto di
chi ascolta. D. Ma come una proposizione grammaticale può dive- nire logica o
discorsiva ? R. Aggiungendo a eiascun suo elemento essenziale al- tre parole,
le quali ne restringano il significato a po astratto e generale. Così ad acqua
aggiungendo di pozzo, abbiamo veduto che se ne restringa il si- gnificato, in
quanto che l’ ascoltante non vi intende più ogni acqua possibile, ma l’ acqua
determinata e particolare dî pozzo. D. Adunque le parole, che compongono una
proposi- zione logica, non sostengono tutte la stessa dignità e lo stesso
ufficio ? R. No certamente, ma alcune stanno per sè, altre in servigio e
dipendenti da quelle. Così nell’ esempio riportato: acqua di pozzo è fresca,
ognuno vede che le parole acqua è fresca stanno per sè, ma di e pozzo stanno in
servigio e dipendenti da acqua, la quale se si toglie, quelle più non reggono.
25 D. Or con termine tecnico e sintassico come si potreb- bero addomandare le
prime, e come le seconde? R. Le parole, che in una proposizione logica reggono
e stanno per sè, si possono addomandare determt- nabili, ossia capaci di
determinazioni, perchè le altre parole si aggiungono ad esse appunto per re-
stringere il loro significato, e il restringere si ope- ra apponendo limit: o
termini, il che con unico voca- bolo si dice determinare. Le parole poi, che si
ap- pongono in servigio de’ determinabili , si possono addomandare
determinazioni; perchè appunto des- se sono i limiti o i termini, pe quali si
restringe il significato generico de’ determinabili (1). D. Quanti e quali sono
ì determinabili? R. In ogni proposizione i determinabili sono tanti, quanti
sono gli essenziali elementi della medesima, cioè Nome, Verbo, Aggiuntivo, e
Nome, Verbo e Verbale, secondo che la proposizione è sostanziale o causale. E,
siccome nelle due serie Nome e Yer- bo sono identici, possiamo dire in generale
che i Determinabili sono quattro ome, Verbo, Aggrun- tivo e Verbale. D. E quali
sono le parole determinazioni? R. Tutte le altre, che non saranno ì
determinabili. D. Come dunque sarà diviso il presente Capo? R. Esporremo_ in
quattro articoli le determinazioni possibili di ogni dererminabile. Ma, siccome
il Ver- bo, altro è astratto, altro è concreto, e questo può essere di azione producente
Modo o Moto, così e- sporremo in un paragrafo le determinazioni de’verbi
concreti, delti transitivi. (1) Con queste due parole determinabili e
determinazioni, io ven- go a togliere le barbare nomenclature delle scuole ,
come è dire , Reggimento, casi obliqui, caso retto, subalterno, subordinato,
ec. perchè nulla significano. Intorno alle determinazioni del PRIMO TERMINE di
ognt proposizione. D. Il primo termine di ogni proposizione è sempre un Nome?
R. A rigore dev'essere sempre così, e, se troviamo tante volte I’ Zrfinito,
come primo termine di pro- posizione, ciò avviene, perchè |’ 2nfinzto,
adoperato così, è un zome astratto. Ma sotto il rispetto delle determinazioni
vi è qualche differenza tra il nome primo termine , e l’ 2rfinzto , come tale.
È perciò che divideremo il presente Articolo in due paragrafi, ed AGGIURESieziO
un’ osservazione intorno a’ preno- mt, 1 quali si vogliono per primi termini di
pro- posizione. si Determinazioni del primo termine —Nowe. D. Da quali parole
il ome può prendere le sue de- terminazioni ? R. In generale il Nome prende le
sue determinazioni da tutte quelle parole, il cui significato è in intima
relazione coll’idea significata dal Nome stesso. D. E quali sono cosiffatte
parole? R. In primo luogo sono | Aggiuntivi qualitativi e uantitativi, di cui
abbiamo parlato in Etimologia po IV pag. 26. D. E perchè? R. Perchè il nome
dinota sostanza o causa. Ora non vi è sostanza creata ed esistente, che nel suo
con- creto non sia limitata dalle sue qualità e quantità. Se dunque in natura
le qualità e quantità limita- no la sostanza esistente, nel discorrere gli
aggiun- 27 tivi, che sono segni di quelle, limitano o deter- minano il nome,
che è segno di questa. Se dunque voi vorrete determinare, per esempio, il Nome
Ac- qua, guardatela nella sua esistenza, e, trovandola, come è realmente,
fresca, fredda, leggiera, dolce, amara , voi determinerete il nome , sha 1’
esprime, dicendo : acqua fresca , acqua fredda , ec. , ec. Farete lo stesso ,
se vi metterele un aggiuntivo di La continua o discreta, richiesta dal senso e
alla verità. D. Invece degli aggiuntivi quantitativi e qualitativi, che
alterazione si può fare nel nome per determinarlo? R. Si può variare sotto
qualunque forma o per desi- nenze elimologiche significative di quantità
discreta, di quantità continua , di qualità , o in forma di diminutivo o accrescitivo
, peggiorativo o miglio- ralivo, come acquetta, acquolina , acquazzone , e come
tale si deve considerare determinato da ag- pio perchè in Etimologia pag. 64 e
seg. ab- iamo stabilito che 1 nomi così variati equivalgono al nome ed all
aggiuntivo dello e Brutto , grande e piccolo. D. Ma in che differirebbe la
determinazione del nome fer aggiuntivo da quella, che si compie per siffatta
variazione ? R. Differiscono tra loro come la forma analitica dal- la
sintetica: onde la prima sarebbe analizica e la seconda sintetica. D. Ditemi
ora le altre parole che determinano il nome? R. In secondo luogo il Nome prende
a sue determi- nazioni le tre preposizioni Di, Con, Senza, che in Etimologia
pag.30 addomandammo preposizioni del Nome ; perchè per la relazione, di cui
sono segni, si debbono allogare tra due nomi , come suoi zer- mint. È nel caso
presente un nome sarebbe il pri- mo determinabile acqua e l’ altro pozzo,
dicendo : ®8 acqua di pozzo, o acqua con zuccaro , 0 acqua senza neve in
diverse supposizioni. D. E perchè il Nome primo termine vuole queste tre
preposizioni , seguite da nomi, come sue determi- nazioni ? R. Per la stessa
ragione accennata innanzi, cioè che il Nome dinota sostanza o causa. Ora non vi
è so- stanza o causa, che non si truovi in una di queste posizioni in natura,
cioè o è dipendente o indipen- dente, o è sola o in compagnia. Ma la
preposizio- ne Di è segno della relazione di Dipendenza, Con di Compagnia e
Senza di Disuntone, ne segue che siccome le tre relazioni determinano la
sostanza o la causa in natura, le tre preposizioni, che ne sono segni,
determinano il nome nel discorso. D. Invece della determinazione analitica
delle prepo- sizioni di e con, seguite da nomi, quale sinzetzca potrebbe
adoperarsi ? R. Si potrebbero adoperare tutte le parole derivate da’'nomi in
forma di aggiuntivi, di cui abbiamo par- lato in Etimologia pag. 116 e
seguente, simili a fedele, fanciullesco, venusto, annoso, patrio, ate- niese,
mio, tuo, suo, nostro , vostro , ec. perchè ivi vedemmo che fedele equivale a di:
o con fede, mio a di me, ateniese a di Atene ec. In rapporto alla preposizione
senza 8’ intendono deter- minati i nomi composti dalla particella negativa ne,
în 0 dis, come negozio, disamore ec. ec. D. Ditemi ora da quali altre parole,
oltre a quelle che abbiamo riportate, può essere il ome deter- minato ? R. In
terzo luogo il nome sì determina per la propo- sizione incidente esplicita o
tmplicita. E in primo luogo per la proposizione preceduta da quanto, che, cui,
quale, perchè dicendo: l'acqua, CHE 74 avete data, o la QUALE o CUI mî avete 29
data , è fresca , ognuno vede che la proposizione incidente, apposta ad acqua,
la determina, ossia ne restringe il significato. In fatt non ogni acqua è
fresca, ma particolarmente quella, che mi avete data. Similmente se dico : Zani
acqua è fresca, QUANTA n'è în quel bicchiere , ognuno vede che l’ incidente
quanta n' è în quel bicchiere , esclude dal significato del nome acqua tutte le
acque, che stanno fuori del bicchiere. D. Come si può chiamare la determinazione
del nome per proposizione incidente esplicita a siffatta maniera? R.
Determinazione analitica. D. E quali sarebbero le forme sintetiche di questa
de- terminazione ? R. Possono avvenire ìn diverse maniere : 1. Quando il nome è
preceduto da prenome simile a . Il, lo, la, questo, cotesto, quello , perchè sì
fatte parole racchiudono un rapporto di sito, che deter- mina verbo preceduto
da che, cui, quale. Così di- cendo ?/ libro o l’acqua, tulti sanno che si parla
del libro o dell’acqua, pi cui si è parlato fra noi, e perciò /ontani dagli
obbjetti presenti. Vedi Étim. pag. 38. Adunque è da conchiudere, che il nome
preceduto da prenome è determinato o logico per proposizione incidente
implicita. Quando il nome è seguito da participio o presen- te o passato, come acqua
corrente, o acqua attinta, perchè in Etimologia abbiamo stabilito che i parti-
cipi equivalgono ad una proposizione incidente pag. 119 e 120. 3. Quando il
Nome è seguito da un Gerundio, che ha per primo termine lo stesso nome della
proposi- zione principale. Vedi Sintas. pag. 19. Così quando dicesi : l’ acqua,
correndo, si fa limpida, ognuno vede che quel correndo equivale a che corre
vedi pag. cit. Lo 0 4. Quando il nome è segulto da una di quelle parole, che in
Etimologia addomandammo parole derivate in forma di nomi simili a fornajo,
panettiere, ast- naro, mulinago ec. e tutti i nomi segnati nel Capo 1. Della
Derivazione delle parole Art. III. pag. 117 e 118, perchè FrornAIO0 equivale a
uomo, che fa pane al forno, AsinARO a uomo, che guida l’astno. 5. Per la stessa
ragione sono determinazioni sintetiche del nome tutte le parole composte da un
verbo e da un nome, come guardaboschi, sanquisuga, spacca- monti, picchiapetto,
perchè in Etimologia pag. 149 notammo che sanguisuga equivale a chi suga san-
ue ec. ossia ad una proposizione incidente. 6. Il così detto Caso di
apposizione , il quale si ha sempre e quando un nome si fa seguire ad un al-
tro nome , come ne’ seguenti esempi: Cicerone Con- sole fu grande oratore:
Ortensio, lume ed orna- mento della Repubblica romana, fu gran parlato- re,
dove Cooke è apposto a Cicerone, e lume ed ornamento sono apposti ad Ortensio.
Io considero il Caso dî apposizione, come una determinazione per proposizione
incidente implicita ; perchè, come dimostrerò nella Sinrussi figurata , ogni
qualvolta troviamo simili costrutti bisogna riconoscere una cop- pia di
proposizioni , una principale sostenuta dal primo nome, e l’altra incidente
sostenuta dal se- condo. 7. Si aggiungano i così detti prenomi di congiunzio-
ne în Etim. pag. 40, 41, 42 e 43. 8. Tutti i derivati in forma di aggiuntivi,
che racchiu- dono una proposizione incidente, come primo, se- condo ec. D. Il
Nome, quando è determinato, come si può di- slinguere con nomenclatura
sinlassica ? RR. Il nome determinato si può addomandare Sogget- 10 logico, o
Agente logico, secondo che apparliene I 34 ad una proposizione sostanziale o
causale. Lo chia- meremo Soggetto o Agente grammaticale , quando è
determinabile, cioè non ancora determinato. 2. Determinazioni del primo termine,
quand’ é Infinito. D. In quanti modi si determina l’ #nfinito, quando è primo
termine di proposizione? R. In due modi, cioè come Nome, e come Zerbo. D.
Fatemi vedere con qualche esempio come l’Infinito si determina a guisa di Nome?
R. Sia il seguente esempio — Correre è pericoloso. lo posso determinare
l'infinito correre, 1. con un ag- giuntivo qualitativo o quantitativo, come Un
cor- rere: un Correre lungo, 2. Con una delle tre pre- posizioni del nome, come
correre DI galoppo , cor- rere SENZA vedere, correre CON precipitanza è pe-
ricoloso, 3. Con una proposizione incidente , espli- cita o implicita, come //
correre, Questo correre, ll correre essendo, Il correre eseguito, IL correre,
specie di fuga ec. ec. 1). Quali sono le determinazioni dell’Infinito, come
verbo? R. L’Infinito, come Verbo, prende tutte le determina- zioni del verbo ,
di cui parleremo nell’ articolo se- guente, e altrove, cioè quando faremo
parola del modo, come si determina il verbo concreto. 63. Del Prenome, quando
pare primo termine di proposizione. D. Il Prenome può essere mai primo termine
di pro- posizione ? 32 R. Non mai, perchè il primo termine di proposizione
dev'essere necessariamente Nome o concreto,o astrat- ta, come l’Infinito, per
la ragione che la proposizione è l’espressione di un giudizio , il quale è
l’analisi di un'idea di sostanza o di causa, che ha per se- gno il nome. Ora il
Prenome è una determinazio- ne del Nome, non mica un determinabile. D. Dunque
quando troviamo: EGLI è venuto: QUESTI mi disse : Costui è un ladro ec. diremo
che Egli, Questi e Costuî non sieno prim? termini delle ri- spettive
proposizioni ? R. Appunto così dovremo dire, perchè questi e simili prenomi,
quantunque si adoperino dall’ uso sempre soli, onde furono da’ grammatici
addomandati Pro- nomî , determinano il nome, a cui si riferiscono. Quindi è che
tutte le determinazioni, che si truova- . no allogate dopo di loro, si debbono
sempre riferire al Nome sottinteso, cui in forma analitica que’ pre- nomi
dovrebbero precedere. ARTICOLO II. Delle Determinazioni della Parola Media di
ogni proposizione , ossia del Verbo. D. Come si può divisare il VERBO sotto il
rispetto del- le determinazioni ? R. Allo stesso modo che lo abbiamo divisato
in Eti- mologia, cioè in Astratto e Concreto. D. E perchè? R. Perchè,
quantunque le determinazioni de’ verbi a- stratti convengano egualmente a’
verbi concreti; ve ne sono alcune, che convengono a questi e non a quelli. È
però che divideremo il presente arlicolo ìn due paragrafi. dI 1. Intorno alle
Determinazioni de'verbi astratti EssERE e FARE. D. Da qual principio generale
possiamo sapere la na- tura ancora generica delle determinazioni de’ verbi
astralti Essere e Fare? R. Il principio generale, che determina la natura di
siffatte determinazioni, deve ripetersi dalla natura del- le idee, che i verbi
astratti significano. Ora in Eti- mologia abbiamo stabilito che Essere dinota
Stato, e Fare dinota Azione. Ma non vi è Stato e non vi è Azione , che non sia
o non avvenga ?# un dato spazio di tempo o di luogo, e lo spazio si conce-
pisce come contenente, e il rapporto di contenen- za ha per segno la
preposizione 72, ne segue che i due verbi categorici Essere e Fare prendono per
loro determinazione analitica Ja preposizione 2, se- guìta dal nome di tempo o
di /uogo. Così dicendo : Acqua è fresca IN està: Acqua fa moto IN mare; ognuno
vede che 2% esid e in mare determinano ì rispettivi loro verbi £ e £a. | D. E
oltre la preposizione Zr, che dinota rapporto di contenenza, quali altre
preposizioni determinano i verbi astratti essere e fare in forma analitica? R.
Tutte le preposizioni che dinotano rapporti di szt0, simili a o/ire, sopra,
sotto, verso, circa, intorno, avanti, dietro, dopo ec. Vedi Etimol. pag. 32. D.
E perchè ? RR. Perchè, quando più sostanze o più cause sono con- tenule nel
medesimo fempo o luogo , naturalmente sorgono questi rapporti, dovendo una
ESSERE avan- ti, un’altra dopo, questa oltre, quella sopra ecc. Così dicendo :
l’ acqua è fresca oltremodo, o l'ac- qua fa corso sopra il tetto, voi già
sapete che ol- 4 tre modo, e sopra îl tetto determinano i loro verbi
rispettivi. i D. Quali sono le determinazioni sintetiche de’ Verbi ? R. Le
seguenti : 4. Lo stesso verbo variato con desinenze etimologiche significative
di tempo. Così se incontrale questa fra- se: .fntonio faceva miracoli , voi non
direte che sia una proposizione grammaticale, perchè il verbo faceva per la sua
variazione non significa sempli- cemente l’ @zzone, ma racchiude ancora l’idea
ac- cessoria di un fempo passato. Vedi Etimol. pag.87 e seg. I 2. Tutte le
proposizioni incidenti copulative, cioè le proposizioni precedute dalle
congiunzioni miste Se, Come, Dove o Ove, Quando o Mentre , perchè siffatte
congiunzioni racchiudono ancora il rapporto di contenenza, di cui è segno la
preposizione /n. (Vedi Etimol. pag. 50). Ondechè, mentre congiun- gono le due
proposizioni, determinano il /u0g0 o il 4empo, ìn senso proprio o melaforico,
accennato dal- la variazione del verbo della proposizione principa- le. Così se
diciamo , per esempio : !’ acqua è De sca, quando è attinta dal pozzo, ognuno
vede che quando determina il tempo, în cui l'acqua è fresca. }). Ma come si può
dire lo stesso di Se e di Come ? R. SE dinotando caso în cui, e COME modo în
cut, non racchiudono la nozione di fempo o di luogo, e per questa ragione
parrebbe che la proposizione incidente, cui precedono, non sia determinazione
sin- tetica del verbo. Ma, considerando che in senso me- taforico, Il caso e ’l
modo si prendono, come con- tenentt lo stato e l’azione, ogni difficoltà è
risolu- ta. (Vedi il Nuovo Corso di Letteratura Elementare. Vol. Il pag. 78).
Di qui si può dar ragione come gli avverbi di tempo e di luogo, e in certe
lingue gli avverbi, che non significano /u0go o tempo, pos- sono in senso
metaforico determinare il verbo. dd 3. Si deve annumerare tra le determinazioni
sintetiche del verbo il così detto Ab/atzvo assoluto, ossia quel- la
proposizione incidente implicita, che dicemmo Ge- rondiva, il cui primo termine
è un nome differente dal nome primo termine della Principale. Così di- cendo:
Zenendo Pietro , to ti scriverò , ognuno vede che il senso sarebbe : #0 #2
scriverò, quando Pietro verrà. 62. o. Determinazioni de’ verbi Concreti. D.
Ditemi, se le determinazioni de'verbi concreti sieno differenti da quelle de’
verbi astraze:. R. 1 verbi concreti hanno di comune co’ verbi astrat- ti tutte
le determinazioni di questi ultimi, esposte nel $ precedente. La ragione si è
che i verbi con- crett contengono in sè i verbi astratti Essere o fa- re,
secondo che saranno di Stazo o di Azione: è però che sotto questo rapporto s'
immedesimano con essi, e si appropriano le slesse loro delerminazioni.'‘ Se io
dico, per esempio : l’acqua corre, in vece di acqua fa corso , posso allogare
accanto a corre le stesse determinazioni di /a e dire : acqua corre nel fiume,
come dissi : l'acqua fa corso nel fiume, dove la preposizione /n seguita dal
nome di luogo fiume, determina il verbo /ure, esplicito per analisi in fa
corso, implicito per sintesi nel concreto corre. Dicasi lo stesso degli altri
esempi riferiti nel pre- cedente paragrafo. D. E che hanno di particolare i
verbi concreti in quanto alle determinazioni ? R. I verbi concreti si risolvono
in due elementi, cioè nel verbo Zssere e nel participio, se sono di stato, come
dormire, sedere, giacere : nel verbo Fare e nel verbale, se sono di azione,
come camminare, 36 serivere, leggere. (Vedi Elimologia pag.24.) Quindi è
.chiaro che i verbi concreti oltre le determinazio- ni, che prendono sotto il
rapporto del verbo astratto che racchiudono, possono avere le altre dell’ altro
elemento, cioè del participio o del verbale, che e- sporremo negli articoli
loro rispettivi. D. Ma qual cosa è degna di essere osservata in que- sto
paragrafo? B In questo paragrafo vuolsi osservare che vi sono alcuni verbi
concreti simili ad amare, leggere, seri- vere ec. i quali hanno dopo di loro
per determi- nazione un z0me, non preceduto da una preposizio- ne, quantunque,
come vedremo, sia un /ermzne di rapporto. Infatti chi ama, legge o scrive, deve
ne- cessariamente amare, leggere o scrivere qualche cosa, per esempio, la rire,
la filosofia, sa rose) sto nome così adoperato io lo chiamo obbjetto , e il
verbo concreto, che lo richiede per sua determi- nazione, è un verbo
obbjettivo, ossia un verbo che vuole | obbyesto. D. Ma come si può sapere se un
verbo sia 06bjettiro? R. E facile a difltaguenta dal suo significato. Il verbo
obbjetlivo esprime azione, il cui effetto non rimane in chi lo fa, ma passa,
come modo, di un essere, che è fuori dell’ agenze. Così la scrittura passa
dallo scrittore sulla carta , la lettura dal lettore sul /2bro ec. I verbi non
obbjettivi , al contrario , dinolano «zione, il cui effetto rimane nell’
agente. Così camminare dinota l'azione, il cui effetto è il cammino, che resta
nel camminante, come il cor- so, effetto del correre, rimane nel corrente. D. A
quale distinzione de’ grammatici corrisponde que- sta nostra di verbi
obbjettivi e non obbjettivi ? R. Corrisponde alla distinzione de’ verbi
transizivi e intransitivi, nomenclature, che si possono rispetta- re, se si
vogliono, perchè ancor esse hanno un la- to vero. 31 ARTICOLO III. Intorno alle
Determinazioni del secondo TERMINE- AGGIUNTIVO— nelle proposizioni sostanziali.
D. In qual senso l’aggiuntivo può essere determinato? R. A rigore di verità
parlando, l’ aggiuntivo non può essere un determinabile, ossia uua parola
capace di determinazioni. Imperocchè l’ aggiuntivo o è quali- tativo o
quantitativo, ossia dinota qualità o ii (Vedi Elim. pag.25 e 26). Ma le qualità
e la quan- tità sono limitr o termini della sostanza, e ciò che è termine, non
può esso stesso essere /erz2nat0. À» dunque l’aggiuntivo a rigore non è un
determina- bile. In conformità di questo principio in Etimolo- gia, e
propriamente parlando Lila Variazione degli aggiuntivi, dicemmo che essi non si
variano per conlo proprio pag. 71 e 72, sibbene per conto del nome, di cui essi
sono determinazioni. Se dunque in que- sto Articolo parliamo delle
determinazioni dell’ Àg- giuntivo, bisogna intenderle in questo senso limitato,
cioè che ogni limitazione apparente di questa pa- rola si deve sempre riferire
al nome , a cui esso stesso si riferisce. D. Or come si determina l’ aggiuntivo
? R. L’aggiuntivo di qualità o di quantità continua si delermina per le
comparazioni, ossia per cerle pa- role che gli precedono, o per certa
variazione, che racchiude l idea d'identità o di diversità. E, sic- come la
diversità è per più o per meno, dividere- mo il presente articolo in tre
paragrafi, esponendo nel 1. le Determinazioni dell’ aggiuntivo per com-
parazione d'identità: nel 2. per le comparazioni di diversità; nel 3. per le
comparazioni superlative. 38 G 1. Determinazioni degli Aggiuntivi per le
COMPARAZIONI dî IDENTITA". D. Che cosa bisogna intendere per comparazione
in generale ? R. La comparazione consiste nel paragonare due s09- getti, col
fine di vedere in che convengono, o dis- convengono tra loro. Così, per
esempio, para- gonando due alberi tra loro, si vede in risultato che sono
eguali in grandezza, o che uno è mag- giore e l’ altro minore. ll risultato
dell’ eguaglianza si dice rapporto d' identità: il risullato del più o del meno
si dice rapporto di diversità. Ogni vol- ta che paragoniamo due cose, non si
può uscire da uno di questi due risultati, o d' 2denzità o di di- versità. Nel
presente paragrafo parliamo della for- ma della comparazione, che ha il primo
risultato: ne'seguenti paragrafi della Comparazione, che ha il secondo. D.
Qual’ è la forma analitica della Comparazione d’i- dentità ? R. La forma
analitica di questa comparazione presenta due proposizioni, nelle quali il
secondo termine, cioè l’aggiunlivo , è preceduto da uno di questi corre-
lativi: a/mente-qualmente, così-come: tanto-quan- to: l’ucqua, per esempio, è
talmente fresca qual- mente pisa é il marmo: o l acqua è così fiena come fresco
è il marmo: o l'acqua è tanto fresca quanto fresco è il marmo. — Voi potete
moltipli- care gli esempi all’ infinito. D. E non v'è alcuna differenza in
queste formule ? R. Quando l’aggiuntivo è preceduto da sa/mente-qual mente, o
da cosi-come, la comparazione si dice di identità qualitativa: quando poi è
preceduto da 39 tanto-quanto, la comparazione è d'identità quanti- tattva. D.
Ma voi avete detto nell’arlicolo antecedente che co- me è una copulativa, che
precede un incidente de- terminante del verbo, come può essere ora una de-
terminazione dell’ aggiuntivo ? R. Io ho detto nel principio di quest’ articolo
che lo aggiuntivo a rigore di verità non è un determina- bile , e che le
apparenti sue dezerminazioni sono riferibili ad altre parole, secondo la loro
rispettiva natura. Il che vuol essere inteso di altre parole, che precedono gli
aggiuntivi nelle Comparazioni di di- versità, come vedremo ne’seguenti
paragrafi. 2 Determinazioni degli aggiuntivi nelle Comparazioni dî DIVERSITÀ”.
D. Da quali parole è preceduto l’ aggiuntivo nelle Com- parazioni di diversità
? | R. In forma analitica è preceduto da più 0 meno, co- me: Zrancesco è Più
dotto di Paolo, e Puolo è MENO dotto di Pietro. D. E quale è la forma
sintetica? R. E per un alterazione dello stesso aggiuntivo varia- to, il quale
da’ Grammatici fu detto assolutamente comparativo, come maggiore , minore,
superiore , anteriore ec. parole equivalenti a più o meno se- gulto dall’
aggiuntivo, come maggiore più grande, minore meno grande ec. Queste forme a noi
italia- ni sono venute dal latino. D. Ma non ne riconoscete altra forma ancora
più sin- tetica ? i R. La forma più sintetica della comparazione di di- versità
è quella, che presenta l’aggiuntivo preceduto 40 dalla congiunzione /Von, o
altra equivalente; perché la negazione Ele ciò che era posto nel soggetto, onde
si riduce alla categoria della privazione o dis- unione, di cui è segno îa
preposizione Senza. (Vedi Etimologia pag. 32). 6. 3. Delle Comparazioni di
piversita’ in forma SUPERLATIVA. D. In che differisce la comparazione di
diversità in forma superlativa da quella, che è in forma compa- rativa ? R.
Nella prima sì paragonano più di due soggetti: nella seconda due solamente
Paragonando, Pietro e Paolo in quanto a dottrina, possiamo dire soltanto che
uno è più e l’altro è meno dotto. Ma, se pa- ragoniamo Pietro, Paolo e Antonio
sotto lo stesso rapporto della dottrina, e Pietro è più dotto di Pao- lo, è
dottissimo rispetto ad Antonio, e il più dotto fra i tre— E, supponendo che
Antonio sia dorto una volta, Paolo due, Pietro dovrà essere tre volte dotto. D.
Qual’ è la forma analitica di questa comparazione in italiano ? R. La forma
analitica di questa comparazione in ita- liano si compie pel prenome ?/, /0,
la, e più o meno, come Pietro è è più dotto, e Antonio è tl meno dotto. Invece
di più si può adoperare molto assaî ec. D. E la forma sintetica? R. Si compie
con la variazione dell’ aggiuntivo desi- nente in ss7m0, come dottissimo,
santissimo, per la quale desinenza si racchiude nell’ aggiuntivo il valore del
superlativo ih forma analitica. In quanto poi alla proprietà dell'uso di queste
due forme ne parleremo in Elocuzione. 41 D. Ogni qualvolta adunque, che
incontriamo un aggiun- tivo così variato,diremo che sia determinato 0 logico?
R. Per l'appunto , ancorchè le idee che racchiude di avvanlaggio si riferiscano
ad altri elementi della pro- posizione. Intorno alle Determinazioni del secondo
TERMINE VERBALE. D. Ditemi in prima le determinazioni comuni tanto al
verbale-modo, quando al verbale-moto. R. Essendo il verbale tanto di modo,
quanto di moto, un nome astratto (Vedi Etim. pag. 29), è chiaro a comprendere,
che desso prende tutte le determina- zioni del nome primo termine di
proposizione , e- sposte già nel articolo 1. del presente Capo. Senza quindi
ripeterle , ci rimettiamo al citato articolo. D. E quali sono le determinazioni
proprie e partico- lari di ciascun verbale ? R. Le vedremo ne’ seguenti
paragrafi. 6. 1. Determinazione propria del vERBALE-MODO. D. Quale si può dire
determinazione propria del ver- bale-modo ? R. La proposizione Di seguita dal
nome, che significa l’obbjetto, modificato dal m0do, espresso dal verbale. D.
Fatemi intender meglio questo concetto. KR. Il Verbale di Modo si forma da
que’verbi, che nel- l'Articolo II. paragrafo 2 di questo capo addoman- dammo
obbjettivi, perchè dopo di loro vogliono un nome non precedulo da preposizione
espressa, e che 42 si nomina obbjetto. Tali sono i verbali scrittura, lettura,
da scrivere o leggere. Ora quel nome, che come obbjetto si alloga dopo i verbi
concreti simi- li a leggere e scrivere, risolvendo questi verbi nel- l’astratto
Fare e nel verdale, deve necessariamente passare a termine di rapporto
preceduto dalla pre- posizione Di. Per esempio, se avrò detto: Pzetro scrisse
una lettera, risolvendo scrisse in fece serit- tura, dovrò dire : di una
lettera, ossia far pre- cedere l’obbjetto dalla preposizione Di, nè si può
altramente. È questo è quello, che io intendo per determinazione particolare e
propria del verbale di Modo. 2. Determinazioni del verbale di Moto. D. Quali
sono le determinazioni particolari e proprie del verbale di Moto? R. Sono le
tre preposizioni Da, Per, 4, che in Eti- mologia, pag. 33, addomandammo
preposizioni del verbale, seguite da’ nomi di tempo e di luogo. D. È perchè
questo ? R. Per lo principio enunciato tante volte, che le de- terminazioni
delle parole si debbono ripetere dalle relazioni delle idee, che significano.
Ora che cosa è il J/oto ? è il passaggio successivo che un corpo fa da un punto
ad un altro, toccando i punli in- termedi di uno spazio. Ora noi non possiamo
con- cepire il zz0to, se non a condizione che il mobile parta DA un punto,
passi PER lo mezzo, e tenda A lo estremo. Ecco perchè il verbale che significa
Moto si determina alle tre preposizioni Da, Per, A, che significano relazioni
di origine, di passag- gio e di tendenza (Etimolog. pag. 33), seguite dai nomi
di zemno e di /uono. Se io dicessi : l’acqua 45 fa corso, voi potreste
domandarmi da dove ? per dove ? fin dove ? perchè sapete che, se l’ acqua fa
corso, deve partire necessariamente dalla sorgente, passare per un canale, e
spingersi 4a mare. Ond’io debbo necessariamente ancora rispondere, determi-
nando il verbale corso al modo stesso che voi pensate. D. Ma, se il verbale di
moto è racchiuso in un ver- bo concreto non obbjettivo, come si apporranno le
dette deiorminazioni* R. Si apporranno al verbo concreto per ragione del
verbale che contiene, e diremo per esempio : l’ac- corre DALLA sorgente, PER
un’canale, AL ma- re, ritenendo che le determinazioni apposte sono sempre del
verbale contenuto nel verbo, e non del verbo, il quale è Zare, come è chiaro
dalla risolu- zione, € il verbo fare ha le determinazioni esposte nell’ Art.
II. D. Come sì addomandavano in grammatica i verbi con- ereti intransitivi,
così determinati ? R. Si addomandavano Zerbi Locali, appunto perchè erano
seguìti dalle tre preposizioni Va , Per, 4, accompagnate da’ nomi di /uogo. Da
quanto abbia- mo esposto si può giudicare del merito di siffatte nomenclature. DELLA
SINTASSI FIGURATA O DE’ MODI SINTETICI Datemi un’ idea generale della Sintassi
figurata , e de’ modî sintetici. | R. La Sintassi è figurata, ogni qualvolta il
costrutto non presenta tante parole, quante ne sarebbero ne- cessarie alla
proposizione (rrammaticale o Logica, come abbiamo stabilito nella Prima Parte.
Se per esempio invece di una proposizione simile ad Acqua è fresca o Acqua (o
corso, ossia invece di un com- plesso di tre parole, che sono elementi
essenziali di ogni proposizione , se ne ponessero o due o una soltanto, come
Acqua è, o semplicemente /@, il co- strutto allora sarebbe s:nzefzco , ossia
ristretto in quanto alle parole, e la Sintassi sarebbe figurata. D. Ma come può
essere che si produca intendimento in chi ascolta senza esprimere tutte le
parole ne- cessarie ne’ regolari coslritti ? R. Ciò può essere a condizione che
le parole espresse abbiano virtù di svegliare in mente nostra 1 pensieri delle
parole taciute. D Ma come le parole possono acquistare una {ale vir- tù, cioè
di suscitare oltre a' propri pensieri ancora quelli di altre parole? R. Per lo
nesso o relazione, che hanno le idee tra loro. Posto , per esempio , che i tre
elementi essenziali della proposizione sono in tanta relazione tra loro 45 che,
pensando dall'idea del nome, siamo necessitati a pensare all’idea del verbo e
dell’azireduto, ognuno vede che esprimendo con parole 6 uz0 solo, 0 due
elementi di proposizione, chi ascolta o legge può da sè pensare all'idea de'due
o dell'uno, che man- ca. Ecco il fondamento razionale di tutta la Sintassi
figurata , o de’ Modi sintetici. D. ln che dunque consiste la Strass: figurata
? R. Nell'arte di usare poche parole, e di far intendere moltissimi pensieri.
D. Perchè i costrutti, così congegnati, da voi si addo- mandano sinzetici ? R.
Si dicono sintetici dalla parola greca Sinzes:, che significa composizione, la
quale può essere na ag- gruppamento e coacervo. E, siccome chi parla figu-
rato, compone aggruppando moltissimi pensieri, è ra- gionevole che si
addomandino s:ntetici, diversi dai modi analitici, i quali contergono tante parole,
quan- ti sono ì pensieri, che si vogliono esprimere. D. A quel che pare, voi
non riconoscete altra Ftqgura grammaticale , che il solo mancamento, detto con
greco vocabolo E//issî e Zeugma ? R. fo non ne riconosco altra all'infuori di
questa, per- chè niun’ altra se ne può riconoscere, come proverò nell’
appendice a questo trattato. Avverto che 1 gram- matici chiamano costrutti
e//ittici quelli, che 10 ad- domando costrutti o Modi sinzetici. D. E perchè si
è detto il dir figurato un dire ornato ed elegante ? R. Si è detto così per lo
piacere che arreca a chi leg- ge o a chi ascolta, potendo aggiungere qualche
cosa del suo alla frase dello scrittore, ed anche perchè vede che con pochi
mezzi si ottiene un gran fine, cioè il pieno intendimento delle cose, che vuol
manife- stare il parlante, come appunto ci diletta il vedere un fanciullo che
colla leva innalza un peso di più 40 cantaja, per lo quale si richiederebbero
le braccia robuste di cento uomini. D. Come si può dividere il presente
traltato ? R. Posto che il dir figurato consiste nell’ uso di po- che parole
per far intendere molti pensieri , e ciò per la relazione , che hanno le idee
delle parole e- spresse colle idee delle parole taciule, è facile a com-
rendere che dalla diversa natura delle parole e delle a relazioni, si deve
desumere la partizione del presente Trattato. D. Come dunque si divide? R. In
due Sezioni: nella prima esporremo la Sintassi figurata sotto il rapporto delle
parole che costitui- scono la Proposizione, ossia de’ Determinabili, e nel- la
seconda la Sintassi figurata sotto il rapporto delle Determinazioni. SEZIONE
PRIMA Intorno alla Sintassi figurata o de’ Modi sintetici sotto il rapporto
della Proposizione. OGNI PROPOSIZIONE SOTTO IL RAPPORTO DELLA SINTASSI È
ANALITICA O SINTETICA Quando la Proposizione sì può dire ANALITICA ? R. La
Proposizione è analitica, quando tutti e tre i suoi elementi sono espressi,
come in acqua è fre- sca 0 acqua fa corso. In altri termini la Proposi- zione
analitica sì può dire regolare secondo i prin- cipi della regolare Sintassi. |
D. È quale sarebbe la proposizione Sintetica ? R. Sarebbe poi sintetica la
proposizione, se non tulli e tre gli essenziali elementi fossero espressi, ma
ne mancasse uno o due, o tutti e tre. Così, se invece di di- 4T re: acqua è
fresca, dopo aver parlato di essa, uno dicesse: è fresca: o domandato come è
l’acqua di cui si fa parola? rispondesse : fresca ec. come ve- dremo. D. La
proposizione sintetica adunque è nel dominio della Sintassi figurata ? R. Senza
dubbio, perché dovunque manca qualche cosa vi è dir figurato per quanto si è
detto nella Intro- duzione precedente. D. Di quante maniere può essere la
proposizione sin- tetica ? R. Di due maniere. La prima è, quando manca uno o
due elementi, ma uno almeno si truova espresso. La seconda è, quando nessuno
elemento è espresso, sib- bene qualche sua determinazione. La prima maniera si
dice Sintetica per Sintesi nella proposizione: la seconda per Sintesi della
proposizione. D. Quanti casi possono darsi della Proposizione sintetica per
Stintesi nella Proposizione ? R. Sei casi in tutto si possono supporre e non
più. 4. Quando è espresso 1l priîmzo termine e manca il ver- bo col secondo
termine. Se alcuno per esempio do- manda a un altro : Chi è venuto? e questi
rispon- de: Antonio, ognuno vede che nella parola Anzonio si compongono 1
pensieri di una intera proposizio- ne, simile a Pietro è venuto. 2. Quando
esprimesi il solo Verbo, e manca nome ed aggiuntivo o verbale. Supponiamo che
taluno avesse detto, che 7 acqua era fresca, e un altro approvan- do dicesse:
Così é, ognuno vede che nel verbo é sì compongono i pensieri di una
proposizione simile ad acqua è fresca. 3. Quando si esprime il solo secondo
termine ed è taciuto il primo termine col verbo. Così se alla do- manda: Com'è
l’acqua? si risponde: Zresca, o-al- l’ altra, Che fa l'acqua? si risponde:
Corso, ogauno 48 vede che nella sola parola fresca e corso si aggrup- pa
l’intendimento di due proposizioni, cioè Acqua é fresca, e Acqua fa corso. 4.
Quando si esprime tl primo termine col verbo e manca îl secondo termine. Se uno
domanda: chi fu l’autore dell’ Eneide? e voi rispondete: Fu Vir- gilio, avrete
in due parole una proposizione sinte- tica, la quale in forma analitica
dovrebbe essere : Virgilio fu l’autore dell’ Eneide. 5. Quando si esprime il
verbo e’l secondo termine, ed è taciuto il primo termine. Allorchè sieie do-
mandato : Com’ è l’acqua che avete saggiata ? e voi rispondete : è fresca,
avrete in due parole una proposizione sintetica, che in forma analitica do-
vrebbe essere : Acqua è fresca. 6. Finalmente al sî esprime îl primo e secondo
termine, e sì tace il verbo, il che ha luogo propria- mente quando in un
periodo si aggruppano molte proposizioni dipendenti da uno stesso verbo, che sì
mette in principio, come nel seguente esempio: C?- cerone fu eloquente: Cesare
valoroso: Pompeo gra- ve: Antonio leggiero: dov è chiaro che a tutte le
proposizioni dopo la prima manca il verbo, Fu es- presso in principio. D. Non
si danno altri casi di proposizioni sintetiche ? R. Non' se ne possono dare
altri, all’infuori di questi sel enumerati. DELLA PROPOSIZIONE SINTETICA
COMPLESSIVA D. Ditemi in generale quali proposizioni si possono di- re
complessive ? R. Ogniqualvolta in una proposizione truovate più di un primo
termine, più di un verbo, o più di un se- 49 condo termine, voi direte che quella
proposizione sia complessiva, o direte meglio, è un complesso di lù
proposizioni. D. E perchè? R. Perchè, se la proposizione assoluta e semplice
costa di un solo primo termine, di un solo verbo e di un solo ul termine,
ragion vuole che, quando si multiplicano gli essenziali elementi, che sono in
in- tima relazione tra loro, si multiplichino ancora le proposizioni in forma
sintetica. D. Da ciò pare che una proposizione complessiva debba essere ancora
sintetica ? R. Senza dubbio, perchè se ciascuna proposizione fosse analitica
non si avrebbe più un com so: ma una suc- cessione di più cose distinte e
indipendenti tra loro. D. In quante maniere può avverarsi questa complessio- ne
di proposizioni sintetiche? R. In tre maniere principalmente. 1. Quando in una
proposizione s'incontrano più primi termini, direte che le proposizioni sieno
tante, quanti sono que termini ripetuti, come in questo esempio: Cesare,
Cicerone e Pompeo furono emuli. 2. Quando sono più verbi, ancorchè sia uno il
primo termine, come Cesare andò, vide, vinse. 3. Quando vi è più di un secondo
termine, come /d- dio è Santo, Giusto, Eterno, Buono e Saptente. Quando poi si
ripetono tutti gli elementi della pro- posizione , si ripetono le proposizioni
' tante volte con ciascun elemento ripetuto, ossia si hanno pro- posizioni
infinite, come Cesare, Cicerone e Pompeo ambirono , însidiarono e perirono. o!
50 CAPO 111. Della proposizione sintetica duplicata e del così detto Caso di
apposizione. D. Che intendete voi per proposizione sintetica du- licata? R.
Intendo certe forme di pd , che dalle scuole furono tenute come regolar:, ossia
di pertinenza della regolare Sintassi, ma che, come vedremo, apparten- ono alla
Sintassi figurata. D. Ditemi quali sono siffatte forme di proposizioni ? R. In
primo Re metto quella forma di proposizione, che presenta il verbo essere ira
due nomi, come nei seguenti esempi: l’aria è corpo: il triangolo é fi- gura:
Antonio è un asino ec. ec. D. E che vuol dire che siffatte proposizioni sieno
sin- tetiche duplicate? R. Vuol dire che in ciascuna di esse si contengono due
roposizioni in modo sintetico, perchè in forma ana- Îitica dovrebbero essere
tre parole per ogni propo- sizione; e qui non ne abbiamo che tre sole per due
proposizioni : onde ne mancano altre tre. D. Ma come sapete che in siffatte
forme sì contengano due proposizioni? R. Lo so perchè, essendovi il verbo
essere, la proposi- zione è sostanziale. Ora la proposizione sostanziale deve
costare necessariamente di nome per primo ter- mine, e di aggiuntivo per
secondo termine (Vedi Capo I. Part. Prim. Sint. Reg. pag. 10). Ma nelle
suddette forme si truova un nome prima e un nome dopo. Nel Capo precedente
abbiamo stabilito che le pro- posizioni complessive sono tante, quanti sono gli
ele- menti essenziali ripetuti. Bisognerà conchiudere che, trovando il verbo
Essere tra due nomi, le proposi- zioni sieno tante, quanti sono i detti nomi, e
che per- 5, | ciò l’arta è corpo è una proposizione duplicata, o un complesso
di due proposizioni. D. E quali parole si dovrebbero sostituire per rendere
analitiche siffatte forme sinteliche ? R. Si devono esprimere gli aggiuntivi,
che esprimono qualità o quantità, nelle quali i due soggetti compa- rativi
convengono, e dire: Aria è grave, grave è corpo, ìl che in forma meno sintetica
della prima si direbbe : l’ aria è tale quale è corpo. D. Esponetemi qualche
altra forma di proposizioni sin- tetiche duplicate. R. In secondo luogo
riconosceremo una proposizione sintetica duplicata in tutte quelle forme, che
presen- tano un: verbo concreto simile a stare, vivere, cor- rere, morîre ec.
seguito da un aggiuntivo, come nei seguenti esempi: Pietro sta allegro: Antonio
vive contento: îl cavallo corre veloce: 1 Santi muojono felici, le quali forme
risolute per l’analisi diverreb- bero come segue: Pietro sta, come un uomo
alle- gro sta: Antonio vive, come uom contento vive ec. E la ragione è la
stessa che abbiamo esposta innanzi, cioè che tante sono le proposizioni, quanti
sono gli elementi essenziali ripetuti secondo la teoria de’ gram- “matici, che
tenevano quell’Aggiuntivo per Nominativo. In terzo luogo sono proposizioni
duplicate tutte quelle, che presentano il verbo Essere seguito da un parli-
cipio passato, e questo da un nome o da un aggiun- tivo, come ne’ seguenti
esempi: Pietro è creduto asi- no: Antonio è salutato poeta: Francesco è
riputato savio ec. Le quali forme risolute per l'analisi pre- sentano le
seguenti forme regolari — Pietro È cre- duto, come l'asino è creduto: Antonio è
salutato, come il poeta si saluta: Francesco è riputato, co- me uom savio st
reputa ec. ec. —Le quali forme s'incontrano ancora nel parlar comune nelle
circo- * di Ù 52 stanze, in cui per chiarezza è uopo procedere per analisi,
risolvendo la sintesi de’ figurati costrutti. D. Come il così detto Caso di
apposizione si può ri- durre a questa categoria ? R. Il Caso di apposizione,
come accennammo nel Ca- po 3. Art. II. della Prima Parte, è un nome che si
appone ad altro nome, come nel seguente esempio: l’aria, corpo fluido, è
divisibile: dove, come si vede, il nome corpo si è apposto al nome aria. Or
questo avviene per una comparazione occulta , cioè senza i segni correlativi.
Ma, se voi analiticamente li espri- mete, risulterà la seguente forma: l’aria è
divisi- bile, come corpo pan è divisibile. Il che vuol significare che il Caso
di apposizione è un elemento di proposizione sintetica. Bisogna però guardarsi
di tenere, come Cus? di ap- posizione, alcune parole derivate in forma di nomi
simili ad Oratore, Poeta, Scrittore ec., i quali piuttosto equivalgono a
proposizioni incidenti, come dicemmo in Etimologia. DELLE PROPOSIZIONI
SINTETICHE COMPARATIVE. D. In che modo si possono avere proposizioni s772%e-
tiche comparative ? R. Abbiamo delto innanzi che la comparazione non si può
istituire, se non a condizione di Lagoa due soggetti, i quali sono due terzini
di due proposi- zioni comparative, che si discernono da certe pa- role, che
abbiamo in Etimologia addomandati pre- nomi correlativi—Par. 2. pag. 40. Se
troviamo a- dunque dra una sola delle due proposizioni, pre- ceduta dal segno
di comparazione, e l' altra affatto taciuta, diremo che quella proposizione
espressa sia 55 sintelica, in quanto che fa intendere l’ altra che manca. È,
siccome la comparazione altra è d'iden- tità, altra di diversità, divideremo il
presente Capo in due arlicoli. Delle proposizioni sintetiche comparative colla
relazione d' IDENTITÀ. D. In quante maniere le proposizioni comparative d’i-
dentità possono essere sintetiche ? R. In molte maniere: le principali sono le
seguenti: 1. Quando si truova espresso st aalo correlativo 7'a/e, e si tace
Qua/e con il suo. nome, cui deve prece- dere, come nel seguente esempio: Onde
tal frutto e simile sî colga, dove il tal frutto fa intendere quel frutto, del
quale sì è già parlato — A. questo figurato costrutto riduconsi le maniere di
dire co- munìi: 20 tal uomo, il tale albero. Dicasi lo stesso di Cotale e
Altrettale adoperati isolatamente. 2. Quando si adopera quale in unica
proposizione, sen- za tale in un'altra corrispondente — Così nelle in-
terrogazioni: Quale de' due è vostro fratello? Qual cosa vi torna più a grado?
il senso in forma ana- litica sarebbe: Zo voglio sapere il tale de’ due , quale
de’ due è vostro fratello? Parimente nelle am- mirazioni, come quando
dicessimo: Quale sventura st è mat questa! Dove sostituendo la principale
sottintesa, avremo: Zo non so dire la tale sventura quale sventura è mat
questa! 5. Quando in una proposizione si truova #@nf0, e manca la proposizione,
che dovrebbe essere preceduta da quanto. Esempi: nel cospetto di tanto giudice.
Mi- sera me! 4 cut ho portato COTANTI anni COTANTO DÀ amore? B. La risoluzione
per analisi è la stessa che ne numeri precedenti. 4. Dicasi lo stesso dell’
unica proposizione preceduta da quanto, senza la correlativa preceduta da
tanto, come nelle interrogazioni e nelle ammirazioni: QUANTI felici son già
morti in fasce ! Quanti miseri in ultima vecchiezza? 5. Quando in unica
proposizione sta espresso il solo Così, 0 Sì, e manca il come correlativo: Tra
le donne erano così fatti ragionamenti. 6. Dicasi lo stesso di quell’unica
proposizione precedu- ta da Come, 0 Siccome, senza il correlativo St o Cosi:
come ne’ seguenti esempi: Come state? Come potrò vivere ! D. Che si deve dire
di 7ia/e, Tanto e Così seguiti da Che? Non è il Che correlativo di quelle
parole? R. Tale, Tanto e Così sono correlativi di Quale, Quanto e Come, e non
mai di Che. E però che se incontriamo costrutti simili al seguente: Amavalo
TANTO CHE ne morì di dolore, li terremo tutti per costrutti sintetici o
figurati, i quali se si vogliono render compiuti in forma analitica, daranno la
se- guente risoluzione: Amavalo în tanto grado quanto è îl grado per cut ne
mort. Sia quest'altro esempio: Era così gracile di corpo CHE finì di tisicia.
Risolvete: Era gracile di corpo in tanto e tale grado, quanto e quale è il
grado per cui morì di tisicia. Sia quest’ ultimo : Fu TALE il disptacere
sentito per la perdita del padre cuE ne divenne pazzo. Risolvete: £u rale il
dispiacere sentito per la per- dita del padre, quale è il dispiacere per cu di-
venne matto. D. Che ne deriva da ciò ? R. Ne deriva 1. Che non bisogna
confondere il costrutto analitico de'correlativi, col costrutto sintetico,
quando dò saranno seguiti da che. 2. Ne deriva oltracciò che nell'uso di questi
costrutti bisogna guardarsi di con- fondere il primo col secondo modo —
Peccherebbe di francesismo chi dicesse: Sî 7 nobili che i plebei, dove era uopo
dire: Si î nobili come i plebei. Ve- dremo in Elocuzione quando l’uno e quando
l’altro modo si deve adoperare, per non offendere la purità di nostra lingua, e
la proprietà de’ costrutti. ARTICOLO II. Delle proposizioni sintetiche
comparative col rapporto dî DIVERSITA”, D. In qual caso hanno luogo queste
proposizioni sin- tetiche? R. Posto che le proposizioni comparative vanno a
cop- pia, si avrà in esse la forma sintetica, ogni qualvolta ne troviamo
espressa una sola e l’altra taciuta. D. Adducetemene degli esempi. R. Eccone
alquanti. 1. Quando si truova una proposizione, in cui vi è il segno di
comparazione p?t o meno senza un’ altra proposizione preceduta da Che. Il che
ha luogo ogni volla che abbiamo parlato di una qualche cosa, che si connette a
quello che saremo per dire, come nel seguente esempio: Ciò che vengo a dire ora
è più o meno importante, dove bisogna intendere di quel- lo che ho detto, e la
frase sarà compiuta. Della Sintassi Figurata sotto il rapporto delle
Determinazioni. In che senso si deve intendere che vi sia una Sin- tassi
Figurata sotto il rapporto delle Determinazioni? R. Si deve intendere nel senso
che sieno espresse le determinazioni, e sieno taciuti i determinabili, co- me
quando a modo di esempio incontriamo un a9- giuntivo senza nome nel discorso,
mentre quello è una determinazione di questo. D. Ma quale virtà hanno le
determinazioni per fare intendere il determinabile? R. Ogni determinazione è un
accessorto, che si ranno- da al determinabile, come suo principale, appunto
come la proposizione incidente per la sospensione di senso, che induce, fa
pensare alla principale pro- posizione. D. Come si può dividere la presente
Sezione ? R. La divideremo in due capi, esponendo nel primo 1 Modi Sintetici
delle determinazioni, che fanno in- tendere un’ intera proposizione, e nel
secondo delle determinazioni, che fanno intendere un solo deter- minabile. Della
Sintassi Fiqurata nelle Determinazioni, che funno intendere un’ intera
proposizione. D. In quali casi ha luogo la Sintassi Figurata nelle De-
terminazioni, che fanno intendere un’ intera propo- sizione ? R. Ne seguenti
casì: 1. In tulle le risposte che si fanno a qualsiesi domanda per parole
determinanti gli essenziali elementi di una proposizione taciuta. Mi spiego con
qualche esempio. Allorchè uno vi domanda: Avete vor scritta la let- tera? se
voi rispondete: Sì, o /o, adoperate delle arole, che non sono elementi di
proposizioni, ma foro determinazioni, che hanno la virtù di fare in- tendere
un’ intera proposizione , la quale in forma analitica sarebbe la seguente: 20
ho serzitto la let- tera, 0 to non ho l’ ho scritta. Il quale intendi- mento,
com'è chiaro, avviene in occasione di una arola, che determina la proposizione
taciuta. 2. Allorchè avrete udito par/are o cantare, o avrete veduto ballare o
dipingere ec. e vorrete approvare o riprovare ciò che avete udito o veduto ,
direte bene o male, ossia farete uso di una parola, che non è elemento di
proposizione, ma ha la virtù di far pensare alla seguente proposizione : Zoî
avete parlato o cantato, ballato o dipinto bene o male. 3. ‘lrascinati tante
volte dalla passione, ci sentiamo spinti a manifestare alcuni pensieri di cose
occulte, ma in un momento di lucido intervallo facciamo forza a noi stessi a
non dire altro, mentre qualche parola sarà uscita, la quale fa intendere che
altro avevamo a dire, come quando taluno resta sul ma. Sarebbe ancora questo uno
de casi, in cui una pa- sn 58 rola determinante farebbe pensare all’intera
proposi- zione taciuta. Di questa forma sintetica i Retori ne for- marono una
figura di pensieri, detta Preterizione. ‘CAPO II. Della SintassiFigurata
nelleDeterminazioni,che fanno intendere un solo determinabile tn genere. D. In
quanti modi può verificarsi la Sintassi Figurata nelle Delerminazioni ? R. In
generale possiamo dire che si avvera ogni volta che nel discorso si truova la
deserminazione espressa e’l determinabile taciuto. Riducendosi adunque in
memoria il numero delle determinazioni, si potrebbe a priori determinare il
numero de'casi possibili di . questa Sintassi Figurata. D. Come dunque sarà
diviso il presente Capo ? R. In più articoli, e ciascuno di questi in più para-
grof , che saranno ancora suddivisi in numeri , ne' quali andremo esponendo i
principi generali, a cui sì possono ridurre tutti i casi particolari. Della
Sintassi Figurata negli Aggiuntivi , e nelle parole variate o derivate in forma
di aggiuntivi, come pure ne prenomi, D. Quando si può dire Sintassi Figurata
negli 4g- giuntivi ? | R. Ogni qualvolta si truova nel discorso espresso un
aggiuntivo senza nome, cui delermina: gli esempi sono da cr nell’ uso, ed io ne
andrò produ- cendo alcuni. Allorchè diciamo 77 dello , :l buono e #l sero,
ognuno vede che tre aggiuntivi stanno 59 senza nome. Ì grammatici scioccamente
insegnavano, che gli aggiuntivi così costruiti diventavano sostan- rivi. Il
fatto si è che l'aggiuntivo è sempre aggiunti- vo, ossia segno di guelzià 0 di
quantità, che non pos- sono mai essere sostanza 0 causa. Quando adunque
troviamo l’aggiuntivo così costruito, diremo che ha Sintassi sia Figurata,
dovendo intendere il nome gene- rale negozio od obbjetto 0 uomo, se
l'aggiuntivo avrà la desinenza fondamentale 0, cosa o donna, se la desinenza
sarà A. La quale avvertenza si deve esten- dere a tulte le parole variate o
derivate in forma di aggiuntivi, come pure a' prenomi, de’ quali par- leremo
appresso. | D. Che se ne deduce da ciò? R. Se ne deduce che bisogna riconoscere
una Sintassi Regolare in tutti quegli aggiuntivi, che da’ gramma- tici furono
tenuti per avverbi, come quando incon- triamo Dolce dala e dolce ride, dove
quel dolce equivale a 2» dolce maniera parla e ride. Dicasi lo stesso delle
parole derivate in forma di aggiun- tivi, adoperate assolutamente, e perciò
credule av- verbi, conie ralzo, rasente, subito ec. ec. , D. Ditemi ora come può
aver luogo la Sintassi Figu- gurata nelle parole derivate in forma di
aggiuntivi? R. Le parole derivate in forma di aggiuntivi sono de- terminazioni
del nome, e come tali, se si adoperano senza nome, per ciò stesso bisognerà
riconoscere in essi un modo sintelico. Se troviamo per esempio : 0 fatto, lo
scritto, la scritta, 0 primo, secondo terzo ec. ec. ognuno vede che nella prima
serie ab- biamo de’ participî, e nella seconda de derivati , che delerminano un
nome soltinteso , quantunque da grammatici ì primi come nomi, e i secondi co-
me avverbî sieno stati tenuti. Similmente chi dice : il mao, il #uo, il suo, o
l’ate- niese, il romano, ec. dovrà soltintendere uno dei 60 nomi generali,
richiesto dal senso, perchè siffatti derivati determinano il nome, che non è
espresso. D. Ditemi in ultimo come i Prenomi si possono costrui- re
figuratamente ? R. I Prenomi di qualunque specie determinano il no- me cui
precedono. Quindi è che, trovandoli adope- rali soli cioè senza nome, dovremo
pensare al no- me sottinteso, e 1. i Prenomi #/, lo, Za, 7, gli, le, di cui
parlammo in etimologia pag. 37. Se dun- que incontrate: 2 vide 0 lo vide, la
raccomando ec. sostituirete uomo o donna, negozio 0 cosa; e non direte che #/,
Zo e Za, variati ancora al plurale (Vedi Etim. pag. 38) sieno una volta
articoli e una volia prenomi. A questa categoria si riducono que- sto, quello,
cotesto adoperati senza nome. Si deve avvertire che se innanzi vi sarà un nome
pro- prio come Antonio, Lorenzo, i prenomi 2/, lo, la, equivalgono a quello o quella
— Vedi Etimol. 2. 1 Prenomi Egli ed Ella, Questi, Quegli, Costui, Colui, Colei,
Lui, Lei, Gli, ancorchè per proprietà di lingua non si fanno mai seguire da
nomi espressi, si debbono considerare costruiti figuratamente , per . la
ragione che si riferiscono sempre a nome di cui sono determinanti. 3. 1 Prenomi
di congiunzione 7a/le, Quale, Tanto , Quanto, Che, Cui, Stesso, Simile,
Identico, Me- desimo, Equale, Più, Esso, Desso ec. Vedi Etim. pag. 41 e 42. 4.
I Prenomi collettivi Molto, Troppo, Assai, Più, Qualche, Ogni, Tutto, Alcuno,
Qualcuno. Vedi Etimologia pag. 43. 5. I Prenomi di disgiunzione Altro e Altri,
Altruî , Diverso, Meno ec. Vedi Etimol. pag. 44. cia À_ i riti 61 ARTICOLO II. Sintassi Figurata
ne' Nomi termini di rapporto cui manca la preposizione, che dovrebbe precedere.
D. Quando un Nome può dirsi termine di rapporto? R. Ogni qualvolta dipende da
una preposizione; per- chè il rapporto o la relazione, di cui è segno la
preposizione (Vedi Etim. pag. 30), ha sempre per suo termine una sostanza o
causa, di cui è segno un nome. D. Or quando la Sintassi è figurata in quanto al
no- me , termine di rapporto? R. Ogni qualvolta la preposizione, da cui dipende
un nome, non sarà espressa. D. Adducetemene de i esempi. R. Eccone alquanti: 1.
In italiano elegantemente il pos- sessore della casa si adopera dopo questo
nome sen- za la preposizione Di, che in costrutto analilico do- vrebbe
precedergli, come a casa il medico, a ca- sa tl dottore, invece di a casa del
medico o del dottore. Su questa forma si sono coniate queste al- tre: Za Dio
grazia, la Dio mercè , invece di la grazia e la mercè di Dio. Simili a queste
sono le forme di dire, in cui si truovano i prenomi /u?, let, loro, colui,
costut, cut, coloro, tra il prenome 2/, lo, la e il nome, invece di dire di
lui, di lei, di loro ec. come /a cui fortuna, la costui sventura ec. 2.
Elegantemente ancora si dice in italiano: vostra mercè son salvo , invece di
per vostra mercè son salvo. 3. In nostra lingua elegantemente si adopera il
nome di prezzo odi valore dopo i verbi comprare, ven- dere, stimare,
apprezzare, costare, pagare ec. sen- za preposizione , che va sottinlesa —
Esempi. /o venduto il mio cavallo (per) cento scudi, che pot 62 fu estimato
(per) cento cinquanta ducati. Questo libro vale (per) un ducato: la libreria
costa mille dollari, nel quale ultimo esempio il nome mz//e dol- larî determina
la proposizione con composta col ver- bo sta, come dimostra l’ etimologia del
verbo co- stare. “gi 4. Dopo alcuni verbi italiani, come togliere, portare,
menare, andare ec. elegantemente si adopera il no- me via, come termine delle
proposizioni da, per ec. sottintese, come zogliete (da) via questo fangotto:
vadano (per) via quer furfanti: portate (fuori) via uesto tmbarazzo ec. Di qui
si può dar ragione del costrutto figurato nella parola composta #utta- via, la
quale dipende da una preposizione sottintesa. 5. Elegantemente gl’ italiani
adoperano il nome di tem- po senza preposizione, da cui dipenda: come ne'se-
guenti esempi: 4omo/o regnò (per) 37 anni: Pie- tro ha studiato filosofia (per)
due anni : Il padre mori (nel) l’anno passato: (In) poche volte è mat che io mt
levi (nel) la notte. Quindi si può dar ragione de modi comunì di dire in ogni
lingua, ne’ quali i nomi delle parti specifiche del tempo si usano senza
preposizione, come /a mat- tina, la sera, ora, terî, domani, sta mane, sta
sera, sta notte, questo mese, quest'anno, tutte dipendenti dalla preposizione
27 soltintesa.Ondechè invalse l’uso di segnare nelle Lettere familiari la data
del mese col numero preceduto dal prenome :/ o /î, come li 4 gennajo, e'l
millesimo senza preposizione, come il 1854, e il giorno della settimana
assolutamente, come Zunedîi o Martedì verrò, invece di dire, ver- rò nel di
della Luna o nel di di Marte. 6. Qualche nome di /uogo si adopera in italiano
senza . la preposizione, da cui dipende come suo termine. Così indicando la
Strada, il Vico e la Città, dove abitiamo, siamo soliti di scrivere in forma
sintetica: 65 Napoli Strada Toledo — Vico della Carîtà, in- vece di quest'altra
forma analitica : 22 Napoli, nella Strada Toledo, nel Vico della Carità ec.
Usia- mo dire allo stesso modo parlando de’diversi piani della casa che
abitiamo, dicendo: primo, secondo e terzo piano, invece di nel primo o nel
secondo pia- - no ec. Questo modo sintetico è fatto ad imitazione de’ Latini,
come ho accennato nel 2. Vol. del Nuo- vo Corso. 7.1 nomi, che significano
misure specifiche di lun- ghezza, larghezza, altezza e profondità, elegante-
mente in italiano si adoperano in forma sinletica senza la preposizione, di cui
sono secondo termine. Così diciamo: Pietro è alto cinque pPieDI : le via è
lunga OTTANTA MIGLIA: 2 pozzo è largo QUATTRO PALMI. 8. Dopo alcuni verbi di
stato o di azione non obbjet- tivi, altramente detti 22/ransitivi, troviamo
elegan- temente adoperato un nome a guisa di obbjetto , il quale è termine di
una preposizione sottintesa , ‘come ne’ seguenti esempi: Vormito har bella don-
na un breve sonno, e quest altro: No? viviamo una vita, che di fatiche
innumerabili è piena. Dove il nome sonno del primo esempio, e v:64 del secondo
dipendono dalla preposizione Zn, Con 0 Per sottintesa. I grammaticì chiamavano
siffalto no- me accusativo cognato per l idea, che significava- no, affine alla
idea contenuta nel verbo — Quindi di- ciamo ancora guerreggiare la guerra,
combattere la battaglia ec. 9. Si truovano alcuni verbi intransitivi simili a
correre, passare , viaggiare , navigare ec. i quali hanno do- po di loro il
nome di /uogo, che segna il termine a cui tende il moto, senza la preposizione
per o a, da cui dipende, come quando diciamo. £° corre pericolo di soccombere:
Napoleone passò il S. Ber- 04 nardo: Un grand'uomo ha viaggiato l'America e
l’Italia ec. ec. © I 10. Dopo i verbi composti da preposizione, elegantemen- te
in italiano troviamo adoperato un n0me termine di rapporto , che da quella
preposizione componente dipende. Così quando dicesi: Annibale oltrepassò le
Alpi, intenderai: Annibale passò oltre le Alpi : Similmente quando incontriamo:
Yoî avete tra- scorsi î confini: tutti subirono la stessa fortuna, risolveremo
i composti ne’loro elementi, e alloghere- mo le preposizione dopo i verbi, e
innanzi a' loro nomi. 11. ‘Tutte le parole italiane composte da un aggiuntivo,
o da una parola variata o derivata in forma di ag- giuntivi, e dalla parola
mente, come santamente, si debbono intendere. costruite figuratamente (Vedi
Eti- molog. pag. 48). ARTICOLO III. Sintassi Figurata nelle PREPOSIZIONI, che
non hanno espresst î loro termini di rapporto. D. Quando sì può dire che le
preposizioni sono co- struite figuratamente? R. Ogni volta che non hanno
espresso il primo o se- condo termine, o l’uno e l’altro insieme. È sicco- me tutte
le preposizioni furono da noi ridotte a tre specie, sotto il rispetto del primo
termine, che la precede, cioè Preposizioni del Nome, Preposizioni del Verbo e
Preposizioni del Verbale ( Vedi Elim. pae. 30), si può agevolmente comprendere
che le reposizioni del Nome saranno costruite figurata- mente, se invece
di.aver un nome saranno precedute da un verbo, o da un aggiuntivo: dite lo
stesso delle altre preposizioni, se non sono precedute dal 65 proprio termine,
come abbiamo stabilito in Etimo- logia. Il presente articolo adunque sarà
diviso in tre grandi paragrafi, ognuno de’ quali sarà suddi- viso in tanti
numer? , quanti se ne richiedono per oltenere una compiuta disamina. 61°
Sintassi Figurata nelle tre Preposizioni del Nome DI, CON, SENZA. D. In quali casi
queste tre preposizioni si debbono dire costruite figuratamente ? R. Sempre e
quando non si truovano precedute e se- guite da nome, perchè, dinotando
relazioni tra so- stanze e sostanze, 0 cause e cause espresse da nomi, vogliono
in costrutto analitico essere precedute , e seguite da nomi, come termini di
rapporto. Ne' se- guenti due Numeri produrremo esempi di modì sin- tetici in
queste tre preposizioni per la lingua italiana. Nd Modi sintetici italiani
nella Preposizione DI. D. Ditemi in quali costrutti italiani la preposizione DI
si adopera di idlamonb R. Si adopera figuratamente ne’ casi seguenti : 1.°
Tutti verbi, che dinotano interna affezione dell’a- nima , occasionata da una
causa esterna , come pen- tirsî , odiarsi, dispiacersi , rallegrarsi, congra-
tularsi , accorgersi, ammonire , sperare , temere , godere, ec. si truovano
elegantemente costruiti con a preposizione 2 dopo di loro, seguita dal nome,
pentirsi de’ peccati, accorgersi di un errore, teme- re di combattere, godere
della fortuna , tediarsi, 66 annojarsi o infastidirsi del medico ec. Voi sosti-
tuirete innanzi a quel Di preceduto da verbo le pa- role a causa o a cagione.
Farele lo stesso, se quel di si truova dopo aggiuntivi, che significano interne
affezioni, come certo, incerto, convinto , persuaso , timido , pratico ,
consapevole, stanco, contento ec. ec. È qui per aggiuntivo in- tendo tutte le
parole derivate in forma di aggiun- tivi, ancorchè aggiuntivi a rigore non
sieno. 2.° Tult'i verbi, e ol aggiuntivi, e le parole derivate in forma di
aggiuntivi, che signifitano abbondanza o scarsezza simili a pieno, vuoto ,
scarso , povero, privo , spoglio , adorno , empire , votato , ornato , privato
, ec. Come VOTO DI OGNI VALOR, PIEN DI oGnI orGoGLIO. Dove quel Di dopo verbo
od ag- giuutivo dipende da a causa, a cagione. 3.° Tutt' i verbi e gli
aggiunlivi che racchiudono l' i- dea della pena o della colpa, come accusare,
puni- re, assolvere, condunnare, reo, colpevole , ec. si truovano figuratamente
costituiti con la preposizione Di sezuita dal nome della co/pa o della pena,
co- me nel seguente esempio del Boccaccio: Sappi ntu- no di costoro essere
COLPEVOLE DI quello , DI che ciascuno sè medesimo accusa. Il quale Di dipende
dal nome a causa, « cagione. 4.° Dopo alcuni verbi concreti simili a portare,
ra- gionare , scrivere, dire , fornire , fruire, usare, minacciare ,
rimproverare, pregare, premiare ec. sì truova elegantemente adoperata la
preposizione Di, la qui dipende dal verbale in essi contenuto. Così parlare di
un fatto , equivale a far parola di un fatto: Minacerogli forte di batterlo,
equivale a fece- li forte minaccia di batterlo. 5.° Gl’ Italiani dopo i
comparativi per secondo mem- bro di comparazione elegantemente adoperano la
pre- posizione di, come ne’ seguenti esempi : Que è mag- 67 giore di uno: Uno è
minore di due: Pietro è più ricco di Paolo: Francesco è meno dotto di Anto-.
nto. In simili costrutti la proposizione D? dipende dal nome ?n comparazione
sottinteso , sicchè tutta la frase negli addotti esempi equivale alla seguente
forma analilica: Que è maggiore in comparazione dî uno ec. ec. 6.° Quando si
vuole esprimere distribuzione o parti- zione gl’Italiani fanno seguire la
preposizione Di alla forma superlativa analitica, a chi, auno, due, tre, ad
alcuno, alquanto , poco, ec. Uno de’ due fra- telli, Due degli Orazi, Chi di
voi a bevuto ? Con alquanto di buon vino e di confetti il conforto ec.ec. Ne’
quali esempi e simili, se il senso allude a quantità discreta, quel di dipende
da în numero, 0 nel nu- mero: se allude a quantità continua, il Di dipen- de
dal nome quantità soltintesa. 7. Vi è una maniera elegantissima italiana, di
cui nessun grammatico finora ha saputo, a quello che io sappia, rendere
ragione, ed è quando il Di si truova adoperato dopo un aggiuntivo, ed è seguito
dal nome particolare di un uomo, come ne’ seguen- ti esempi: Quel cATTIVELLO DI
Andreuccio : quello STUPIDO DI Antonio: quel sAnTO DI Fra Paolo, dove quel pi
dipende da uomo sottinteso, e la frase com- piuta sarebbe: (quell'uomo
cattivello di Andreuccio: quell'uomo stupido di Antonto. (Vedi il Nuovo Cor- so
Vol. II. pag. 126.) 8. Gl' Italiani, allorchè vogliono indicare la patria, i
genitori, la nazione ec. di un individuo, sogliono elegantemente adoperare la
preposizione Di tra il nome proprio dell'individuo, e l' altro del genitore,
della città e della nazione, come Antonzo ( figlio ) di Paolo: Girolamo
(cittadino) di Pisa: Eulippo (Re) di Francia ec. 9. Elegantemente adoperiamo la
preposizione 2? do- 68 po il verbo Essere, la quale dipende dal nome do- vere o
ufficio, come È del buon ministro ll invi- gilare gl'interessi dello Stato,
cioè è dovere o uf- ficio del ministro ec. Quando poi il senso accenna a
possidenza, come questo pa è di Pietro, è uopo ripetere dopo essere lo stesso
nome, che pre- cede, e dire : questo libro è libro di Pietro. 10. È
notabilissima in nostra lingua una maniera di dire elegante, per la quale un
nome preceduto dalla preposizione di si truova usato senza il nome, che sarebbe
primo termine di proposizione, oppure 08- bjetto. Ebbevi pi QUELLI, che
întender vollero alla Milanese: Fece due galee sottili armare, e mes- sivî su
DE VALENT UONINI, con essi sopra la Sar- degna se ne andò. Bocc., dove il
costrulto in for- ma analitica sarebbe: Ebbervi un numero di quel- li, messovi
su un numero di valent uomini. Se si accenna a quantità continua, il uome da
inten- dere sarà quantità, così dicendo : bevete del vino, mangiate del pane,
intenderete: devere 0 mangiate la quantità di vino 0 dî pane, che vi aggrada.
11. Spesso in italiano la preposizione di è preceduta da una altra
preposizione, come dopo dî, avanti di, sopra di, sotto di, vicino di, presso
dî. Così disse il Boce. Zschia è un isola assat vicino DI /Va- poli. Io ho
trovato una giovane secondo îl cuor mio assat PRESSO DI QUI. Noi non diremo co’
grammatici che la preposizione Di In simili casi sia composta, ma vi
riconosceremo un costrutto figurato, in cui manca il nome alla prima
reposizione, da cui dipende la seconda, e diremo: vali è un Isola assai vicino
(lacittà ) di Na- poli : assaî presso (i dintorni ) di ( casa che è ) gut: Così
risolverete la sintesi di RL preposizioni aggruppate (Vedi il Nuovo Corso Vol.
II. pag. 128). erremo a costrutti figurati tutti quelli, che dai 69 grammatici
furono tenuti per modi avverbiali , nei quali la preposizione dî è seguita da
un nome, co- me, di un colpo, di fianco, dove il nome da pre- cedere è indicato
dal senso. E doppiamente figurato il costrutto, se anche dopo Di, invece di
nome si truova o un aggiuntivo , o una parola derivata in forma di aggiuntivo
come i participì: d'improvviso, di subito, di recente, di fresco, di certo ec.
per- chè secondo termine di ogni preposizione è sempre un 20me, e non mai altra
parola; quindi bisogna sostituire per. secondo nome quello che dal senso è
richiesto, come per esempio: a guisa di modo 0 di cosa certa ec. ec. 13. Per la
stessa ragione, se la preposizione 2 è se- guita da un anioni di /uogo, come di
qui, di là, di su, di costà,noi non diremo che la Sintassi sia regolare, perchè
l’avverbio non è stato mai termine di rapporto. Onde conviene sostituire un
nome come termine di rapporto , e una proposizione incidente determinata dall
avverbio. Così se troviamo: Di qui seque, sostituiremo: dal tenore DI ciò che
abbia- mo detto Qui, segue. D. Non vi sono altre maniere sintetiche sotto il
rap- porto di questa preposizione ? R. Se ne potrebbero addurre ancora delle
altre, ma le poche prodotte in esempio bastano per dare una ana- logia per la
risoluzione de’casi simili. Intanto piacemi produrre alcune maniere eleganti
coniate da’ classici scrittori di uso non comune, notando in parentesi le
parole, che mancano nel testo per eleganza. — 1. Uomini e femmine erano (
uomini e femmine) dî grand’ ingegno e î più (nel disimpegno ) di tali servigi
non usati. Bocce. 2. Il Guardastagno passato (dalla punta) di quella lancia
cadde e poco appresso mori. Bocce. 3. Maestro lavorate (fate lavoro) di forza.
Bocce. 10 A. Egli piange e (a cagione) di grande pietà non oteva motto fare.
Bocce. 5. Zra loro hanno posto (la risoluzione) di uccider- mî. Bocce. Tenendo
egli (l'apparenza) del semplice era molto spesso fatto capitano. Bocce. Jo il
quale sento a qualità) dello scemo anzi che no , più vî debbo esser caro.
Bocce. 6. Così pure Alessandro (dal recinto) dell’ isola non st partiva. Bocce.
Egli (da’ cancelli) di prigono al trasse, e ritennelo per suo falcomiere. Boc.
Su questi esempi si possono coniare frasi consimili. Ni, De’ Modi sintetici
sotto il rapporto delle Preposizioni Con e Senza. D. In quali casi,
generalmente parlando, queste due pre- posizioni si possono considerare
costruite figurata- mente ? R. In tutti i casi, ne’ quali non si truovano
precedute e seguite da nome. D. E perchè ? R. Perchè Con è segno di compagnia,
e SENZA di dis- untone, amendue rapporti, che non possono costi- tuirs!, se non
tra sostanze e sostanze, o cause e cau- se. Ma le sostanze e le cause sono
espresse da’ no- mi, ne segue che le due proposizioni in forma a- nalitica
debbono essere poste sempre tra due nomi, e, se le truoviamo da nomi
scompagnate, dovrem dire che vi sia una Sintassi figurata o una maniera sin-
letica. D. Ma se incontriamo i seguenti modi di dire: Stu- diare con fervore,
vivere con parsimonia, dotto sen- za orgoglio, amabile senz orpello, non diremo
che Con e Senza sieno del verbo o dell’ aggiuntivo ? ra! R. Non mai, ma andremo
a supplire le parole, che mancano, per avere il pieno senso della frase, o di-
remo che, se si truova Cor dopo verbo, si riferisce al nome non espresso , come
pure al nome womo sottinteso, quando si truova Con e Senza dopo ag- giuntivo.
Il principio è generale, non ammette ec- cezione. g. 2° Della Sintassi
Figqurata nelle Preposizioni del Verbo. D. Ditemi in generale quando ha luogo
la Sintassi figurata nelle Preposizioni del Verbo? R. Vi è Sintassi figurata
nelle Preposizioni del Verbo sempre e quando nel discorso si truovano adoperate
dopo tutt'altre parole che verbi, oppure se sono seguite non da nomi, ma da
altre preposizioni , o da avverbi ec. ec. D. Allegatemene qualche esempio. R.
Noi spesso usiamo dire : dello oltre modo, santo sopra ogni altro, ricco în
bestiame ; ec. ne’ quali casi i grammatici asserivano che le preposizioni 0/-
tre, sopra, în, seguite da’loro nomi, fossero deter- minazioni delle parole,
cui immediatamente precedono. Ma questo è nluisino, perocchè la preposizione di
contenenza , e quelle di sito (Vedi Etim. pag. 32 e seg.), si dicono del verbo
per la relazione che han- no con lo Stato e coll’ azione, non può essere as-
solutamente che diventino determinazioni di altre parole differenti da verbo. È
uopo dunque con- chiudere che, trovandole così costruite , dobbiamo in esse
riconoscere una Sintassi figurata, cioè sup- plire il verbo che manca in forma
analilica, e di- re: era OLTRE MODO dello, era SOPRA OGNI ALTRO 792 santo ec.
ec. dando poi al verbo questa o quella forma che sarà richiesta dal senso. D. E
se manca il nome dopo? R. Diremo egualmente che la preposizione è costruita
figuratamente , come quando dicesi: Andate più tn là, venite più în qua ec.,
secondo quello che ab- biamo stabilito nell’ art. 1. Cap. I.° O se la prepo-
sizione si fa seguire da altra preposizione, come a/- l’insù, vicino a ,
lantano da ec. D. Qual cosa merita di essere osservata particolarmente intorno
alla preposizione Zn. R. Intorno a questa preposizione merita di essere no-
tato un costrutto figurato , che da’ grammatici co- munemente si tiene per
regolare e analitico, ed è propriamente quando la preposizione Za si truova
adoperato dopo un verbo di azione :ntranstiivo , il cui effetto-moto non sì
compie nel luogo espres- so dal nome dopo la preposizione /z. Sia il seguen- te
esempio del Boccaccio: Montò a cavallo e, come pruttosto potè, se ne ANDÒ IN
Corte di Roma. Dove, come è chiaro, il verbo andare dinota azione, il cui
effetto non si compie 22 Roma, ma per la via che vi conduce. Quindi è che 272
Corte di Roma dipende dal verbo essere sottinteso, in guisa che la forma
analitica presenterebbe la seguente frase com- piuta: Se ne andò per ESSERE o
DIMORARE IN Corte di Roma. D Ma perchè ciò ? R, Perchè In dinota rapporto di
contenenza, il quale determina il verbo, quando l’azzone del medesimo è
contenuta nel luogo espresso dal Nome. Fuori di questa supposizione è
inconcepibile all’umana ragio- ne, che un'azione sia contenuta in luogo dove
non avviene o non si truova (Vedi Nuovo Corso — Vol. II 6. 9, 2; p. 139, 140, e
seg.), dove ho esposto utili osservazioni per la lingua latina. 6.30 Della
Sintassi figurata nelle preposizioni del Verbale DA, PER, A. D. Ditemi in
generale in quali casi le tre preposizioni del verbale si possono dire
costruite figuratamente ? R. Sempre e quando non sono precedute da un ver- bale
di moto, o da un verbo concreto, che racchiude siffatto verbale, per la ragione
che abbiamo ripor- tata nel Cap. III. della Sintassi regolare , cioè che pa
dinota rapporto di orzgine , PER rapporto di passaggio e A rapporto di
tendenza, 1 quali rap- porti sono in intima relazione col movimento. Sem- pre e
piano adunque troveremo le tre preposizioni dopo altre parcle, che non sono de'
verbali di moto, dovremo dire che sieno costruite figuratamente. D. E quali
parole generali dovremo supplire nel ri- durre a forma analitica i modi
sintelici sotto il rap- . porto di queste tre preposizioni? R. Per la
preposizione pA intenderemo il participio Provventente, per la preposizione PER
il participio Passato o il gerundio Passando, per la Preposizio- ne A il
participio Zendente, o il gerundio Zendendo, Perche in essi si contiene l’idea
di 720t0, che ha re- azione co’ tre rapporti di orzgine, di passaggio e di
tendenza. D. Questi tre rapporti rispetto alla Sintassi figurata co- me sl
possono distinguere ? R. In fisici e morali. D. Quando sono fisici e quando
morali? R. Sono fisici, quando si riferiscono a cose materiali, come è dire a’
corpi, che si muovono successivamente pei vari punti dello spazio. Sono
rapporti moralî, quando per similitudine alle cose maleriali si riportano alla
s7enze nostra, che in certa A 74 guisa pare che, partendo da un pensiero ad un
altro, discorre per altri pensieri, allorchè va trovando le ragioni o il fine
del suo operare, come vedremo ne’ seguenti paragrafi. N. 1. Intorno alla
Sintassi figurata nella preposizione DA. D. Esponetemi i costrutti figurati
sotto il rispetto della preposizione DA ? R. In primo luogo terremo costruita
figuratamente la preposizione Da, che si adopra dopo i PARTICIPI pas- sati de
verbi obbjettivi simili ad amato , letto , serit- to , come la Lettera fu
scritta DA Pietro, perchè abbiamo veduto in Elimologia che sì fatti participi
equivalgono alla seguente formola , cioè la lettera fu nella scrittura
provveniente da Paolo: la lepre fu nell'uccistone provventente da Pietro ec.
ec. Si riscontri il nuovo Corso. Vol. II, pag. 148 — e l'E- tim. Nuova Gram.
pag. 33. Su questa forma sintetica di uso comune si fondano alcune maniere elegantissime
usate da buoni scrit- tori, le quali sono più sintetiche ancora, sopprimen- do
lo stesso participio, da cui dipende la preposi- zione Da. Eccone alquanti
esempi. 1. Degno cibo DA Voi il reputai, ossia lo reputai cibo degno (di essere
mangiato) da vor. Bocc. 2. Vi menerò (aspettato o desiderato) DA Zez, e son
certo che Ella vi riconoscerà. Bocc. À questa forma si riducono Yerrò da te,
andò dal Papa ec. 3. Essendo ella în età (richiesta) DA marito. Bocc. 4. Gioje
(volute o richieste o desiderate ) DA donne portandole a vedere. Bocc. 5.
Dioneo, questa è quistione (degna di essere riso- luta ) pa ze. Bocc. TÒ In
secondo luogo elegantissimamente gl’ Italiani soppri- mono il participio
provveniente, come delerminazio- ne di un nome contenuto in un aggiuntivo, e da
cui dipende la Pr poziono DA, come /alle omsrosA Da molti alberi, ossia valle
abbondante di ombra, provveniente da molti alberi. In questo senso dicia- mo:
la della dalle bianche mani , il brutto dal grosso naso ec. In terzo luogo
elegantissimamente gl’ Italiani adopera- no la preposizione Da seguita dal nome
particola- re della patria , sia ciltà, borgo , paese, dopo il nome della
persona, che appartiene a siffatti luoghi. Esempi: Questa giovane non è da
Cremona, nè da Pavia, ma è Faentina « intenderete provvenzen- te da Cremona o
da Pavia. In questo senso diciamo: P. Vincenzo da Napoli, Antonio da Padova,
Fran- cesco da Paola ec. In quarto luogo c’ incontriamo in certi costrutli, ne’
qua- li la preposizione Da determina il parlicipio provve- niente, che si
riferisce al verbale contenuto in un verbo concreto. Così dicendo : /Von le
rispondo DA medico, ma DA suo buon amico , risolverete , non le faccio risposta
provveniente da medico ec. In quinto luogo, dovunque è relazione di lontananza
sia fisica, sia morale, voi trovate la preposizione Da, la quale accenna alla
partenza dello spirito da un pensiero ad un altro, per poi giudicare che A e B
sieno lontani tra loro. Così dicendo : Napoli è lon- tano da Roma, ognuno vede
che per formare que- sto giudizio la nostra mente discorre da Napoli a Roma, e
da Roma a Napoli, e poi ritiene che que- sle due città sieno lontane. Quindi
deriva che tutt'i verbi, che nella significazione accennano a questo rapporto
di /ontananza, ancora che non sia espresso, sì truovano col da, come l- berare,
sciogliere, distare, differire, e gli aggiun- » 76 tivi immune, esente, alieno,
differente, avverso, ec. si truovano seguiti da queste preposizioni. E in for-
ma più sintelica diciamo: Von mi starò (lontano) dallo scrivere, non mi rimarrò
(lontano) dal dirlo ec. In sesto luogo molti verbi obbjettivi hanno dopo di lo-
ro un oddzetto, che provviene da una causa estrin- seca , e perciò in forma
sintelica l’ obbjetto è se- guito dalla preposizione Da. Esempi. £ per avere il
retaggio del Re Latino, grande battaglia ( prov- veniente da Enea ) ebbe da
Enea. Boce. Tali costratti si osservano co’ verbi prendere, riceve- re,
ottenere, pregare ec. ec. In ultimo luogo vi sono alcuni costrutti, ne’ quali
in- vece della preposizione D4 pare che stésse meglio la preposizione Cerca, e
tanto che alcuni gramma- tici si sono indotti a credere che veramente da si-
gnificasse circa o intorno. Esempi. /n cosiffatti ra- gionamenti Ferondo fu
tenuto DA dieci mesi. B. Comperate DA dodici botti. B. Essi videro vicino a un
cataletto DA dodici fanti. B. In simili costrutti, eminentemente sintetici, vi
manca una intera proposizione, la quale esprime il parZîre che fa la mente,
numerando da uno a dieci o dodici ec. Sicchè la forma analitica sarebbe. Zu mia
mente discorrendo da uno a dieci mesi truova che Feron- do fu tenuto circa
tanto tempo. Facciasi la stessa risoluzione per gli altri esempi. N° 2.
Sintassi figurata nella preposizione PeR. D. In quali casi, generalmente
parlando, si può dire, che questa preposizione sia costruita figuratamente ? R.
Ogni volta, che non è preceduta da un verbale di Moto, di cui è propria
determinazione. Quindi truo- 77 vandosi dopo verbi di stato, o di azione
transitivi, o dopo aggiuntivi ec. vi è sempre Sintassi figurata, e la forma
sintetica del castrutto si riduce all’ ana- litica, supplendo la parola
generale passando , sia che il rapporto è fisico, sia che è morale ; come —
accennammo nel principio di quest articolo. D. Allegatemene degli esempi. R.
Eccone alquanti con le rispettive risoluzioni : 1. Per de sparse ville e PER è
campi, e PE' loro col- lì e PER le case di di e di notte morivano. B. Nel qual
esempio è chiaro volersi dire che, a chi fosse avvenulo di passare per le
sparse ville, pe'campi ec. sarebbe venuto fatto di osservare che morivano ec.
2. Ho ricevuio lettera (passata) per la via di Roma. 3. Felice l’alma che (col
pensiero passando) per voz sospira. Petr. 4. PER ritrovar, ove il cor lasso
appoggi, Fuggo dal mio natio dolge aer tosco Petr. Dove quel PER in principio
accenna al passaggio che fa la mente .al fine o alla ragione, per cui il poeta
fugge dall’ aer tosco— Quindi si dà ragione de' se- guenti modi di dire: Zo
fare? per vot cosa, che î0 potessi e che a vot piacesse. Il perchè, il perocchè
sì riducono a questo principio. 5. Essendo stato un pessimo uomo în vita, în
mor- te fu reputato reR santo. B. Ella st chiamò PER contenta. I grammatici,
confondendo il valore eli- mologico delle parole col valore della traduzione ,
asserirono che ii per in simili esempi significhi co- me. Ma ciò è falso,
perchè una parola non può mai cambiare natura. Diremo adunque che in simili co-
strutli vi è una comparazione, a fare la quale lo spi- rito passa pel pensiero
di un altro soggezto, e l'e- ressione in forma analitica equivale alla
seguente: Passcsido dal pensiero di lut per quello dell’uomo santo, fu tenuto
come tale. N.° 3. Intorno alla Sintassi figurata nella preposizione A. D. In
quali casi, generalmente parlando, la preposizio- ne 4 si può dire costruita
figuratamente ? R. In tutti i casi, che non è preceduta da un verbale di Jfoto,
che accenna alla tendenza, di cui è segno «questa preposizione. D. Di quante
maniere è il rapporto di tendenza ? R. Come abbiamo detto nel principio di
questo para- grafo, è fisico e morale, il primo quando il moto è di una cosa
corporea, il secondo quando la ten- denza è tutta intenzionale , e perciò
spirituale e mentale, D. Spiegatevi con qualche esempio. R. Allorchè diciamo:
ho scritto una lettera A mio fra- tello, ognuno vede che la tendenza, di cui è
segno la preposizione A, è tulta 7nzenzionale , in quanto che chi scrive, ha
intenzione che la leltera vada al fratello. D. Che ne segue da ciò? R. Ne segue
che tutt’i verbi, i quali accennano col loro significato a questo moto
intenzionale o reale, an- corchè non sieno essi stessi verbi di moto , come
dare, concedere, servire, ringraziare, offerire, pre- sentare, mandare, portare
ec. sono seguiti dalla pre- posizione A. Ma non direte che la preposizion a de-
termini siffatti verbi in forma analitica , sibbene ri- conoscerete in tai
costrutti una Stnzass: figurata. (Vedi il Nuovo Corso Vol. II. pag. 158 e seg.)
D. Quali costrutti in siffatto modo sono più eleganti? R. Quelli, ne quali uno
di siffatti verbi, o de' loro par- ticipi, è taciuto, perchè la Sintassi allora
è doppia- mente figurata, come ne’ seguenti esempi del Boc- caccio : 79 1.
Amendue li fece pigliare (avendone dalo ordine ) a tre suoî servitori. 2.
(Mandatolo) A gran valentuomo il fece ammae- strare. | 3. Fatevi (mandando) a
ciascuno, che di queste cose mî accusa, dire. | 4. (Tendente) A vor non sarebbe
onore che il vostro paggio andasse a povertade. | 5. /Von istà (volgendo il
pensiero) a me : mandare o il venire. o 6. In abito di pellegrino ben fornito (
volgendo il pensiero ) a danari e care gioje. | D. Qual altro costrutto
figurato merita di essere no- lato sotto il rispetto di questa preposizione ?
R. Meritano di essere considerati que’ costrutti, ne'qua- li la preposizione a
è preceduta da una parola si- mile a eguale o simile ec. che accennano alla
com- parazione di due soggetti, per la quale la mente nostra discorre da uno
a// altro pensiero. Ondechè quello A dipende da un verbale sottinteso , che si-
(un questa tendenza morale. (Vedi il Nuovo Corso ol. ll. pag. 163.) D. È sotto
questo rispetto quali costrutti sono più e- leganti ? | R. lutti quelli,
ne’quali è taciuta la stessa parola e- quale o simile. Esempi. 1. Cotesti tuoi
denti fatti (eguali o simili) a'dischers. 2. Ne furono assaî allegri,
dappoiîchè l’ ebbero ( e- guale ) a signore. 3. Mia madre (pari) a servo di un
signore mi pose. Quindi, allorchè incontriamo i seguenti modi di dire : alla
scapestrata, all'impazzata , alla milanese, alla romana ec. ec. intenderemo: în
foggia o qui- sa o mantera simile all’ impazzata, alla milane- se, alla romana
ec. Intorno a’ modi sintetici nel ConciunTIvo e nell’ INFINITO. D. Quando il
modo Congiuntivo è costruito figurata- mente ? | R. Quando nor è preceduto dal
prenome Che in ita liano , o da qualche altra particella sospensiva in altre
lingue. Eccone de’ hellissimi esempi presi dal Boccaccio : 1. Quest’ ultima
novella voglio ( che ) ve ne renda | ammaestrate. 2. Dubitando forte (che) non
ser Ciappelletto gl'in- gannasse. 3. Ma forte temeva (che) non forse alcuno di
que- sto st accorgesse. 4. Cominciò a suspicare (che) per quel segno desso
osse. 5/5; che egli prese sospetto (che) non così fosse com’ era. D. E in quali
casi può dirsi che vi sia Sintassi figu- rata nell’ Infinito ? l R. In primo
luogo l'/rfinzto è adoperato figuratamen- ie ogni qualvolta si truova dopo che,
chi, dove, come, quando, onde, le quali parole accennano al modo Finito di
volere, dovere, potere , sottintesi, da cui l’Infinito dipende. Eccone gli
esempi : 1. Qui è quest una e non sarta chi (voglia) man- grarla. 2. Sallo
Iddio che to non so che (debba o possa) farmi. 3. E vo cogliendo quest erbe ,
acciocchè to abbia donde (possa) vivere. D. Ma perchè l’Infinito non si adopera
assolutamente? R. Perchè si è veduto innanzi, che l’/nfirzto, anche 81 quando
forma proposizione finita, dipende sem- pre dalla proposizione principale, a
cui serve come determinazione. Se dunque lo truoviamo senza verbo di modo
finito, che gli preceda, e senza preposizio- ne, bisognerà intendere o l’uno o
l’ altra. Ma nel caso presente, essendovi innanzi parole che accen- nano al
verbo di modo finilo, è uopo riconoscere il primo intendimento. D. E che dite
dell’ Infinito dopo i verbi so/ere, dove- re, potere? R. Dico che, quando
l’Infinito si truova dopo siffatti verbi, è termine di rapporto delle
preposizione dé sottintesa. Se dunque truoviamo : Zo ina scrive- re, posso
ventre, soglio leggere, riguarderemo quel- l’ Infinito figuratamente adoperato.
D. E perchè ciò? R. Perchè l'infinito, così costruito, non è obbyetto, nè può
esserlo, posto che i verbi, da cui è preceduto, non sono di azione obbjettivi :
non è primo termi- ne di proposizione : resta a conchiudere che sia un termine
di rapporto. Quindi fu che i grammatici dissero a’ verbi dovere, potere, solere
e simili, ver- bi servil:, perchè servono all’ infinito. Si riscontri il II.
Vol. del Nuovo Corso pag. 166 e seguenti. Alcuni modì sintetici sotto il
rapporto del Prenome ‘ongqiuntivo Ca. D. Per quale particolarità il Prenome Che
merita di essere considerato in un articolo a parle? R. Benchè questo Prenome
vada compreso nella cate- goria generale degli altri prenomi, che nella pag. 60
di questo volume riguardammo come determina- zioni; pure merila una particolare
considerazione : $2 sotto il rispetto della Sintassi figurata, per queliò che
andremo ad osservare. D. Ma può dirsi veramente che sia il C4e sempre pre- nome
? | R. I grammatici insegnavano che alle volte è prenome, alle volte è
congiunzione, ed allegavano per distin- zione, quando l'uno e quando l’altra
fosse, una re- gola empirica e irrazionale, cioè quando a Che si poteva
sostituire #7 quale o la quale era prenome, quando no era a a E noi possiamo
dire, secondo questa regola ragionando, che appunto è sem- pre prenome
congiuntivo, perchè ad esso si può in ogni caso sostituire 2/ ii o /a quale. D.
Ma ciò pare impossibile, perchè, se a che posso sostituire 2Z quale, o la quale
ne’ seguenti e.empi: il libro, cHE mt avete mandato, è buono : l’ ac- qua, CHE
ho bevuto, era fresca, non potrò fare lo stesso in questi altri: 7 pare CHE vot
studiate: INon sapeva CHE vot eravate matto. R. Ciò, che pare impossibile agli
empirici, non è tale, - per chi fa uso della ragione. Anzi è impossibile il .
contrario, perchè stabilito una volta il Che preno- me, non può mai essere
congiunzione , ossia non può appartenere a due classi di parole differenti. i
voi stesso potele persuadervene, se ricorrerete alla Sintassi figurata. D. Ma
come si potrebbe ridurre a forma analitica di quale il Che, adoperato negli
ultimi esempi ? R. Quando dicesi : 4/ pare che vot studiate, è fa- cile a
intendere che if soggetto di pare è il nome soltinteso cosa, delerminato dalla
proposizione in- cidente preceduta da Che dopo pare: il senso netto è questo:
Mi pare cosa la qual cosa è: vot stu- diate, o îl vostro studiare , o îl vostro
studio. Si faccia la stessa applicazione a tutti gli altri esempi di simile natura.
Ed è chiaro che al che sì può 83 sostituire #7 gua/e. Ma, quando il nome è
espresso, la Sintassi è analitica; quando è taciuto, come nel- l’ esempio
riferito, la Sintassi è figurata, o il modo è sintetico. ( Vedi il Nuovo Corso
Vol. I. ) D. Quali costrutti italiani presentano questa forma sin- tetica ? R.
I seguenti: 1. Avvenne che, Accadde che, Pare che, Bisogna che, Fa mestieri che
ec. dove il pri- mo termine della proposizione è il nome Cosa sot- tinteso,
come antecedente di Che. , 2. Quando diciamo: È però che, É uopo che, È me-
stierî che ec. adoperiamo parimente lo stesso costrut- to figurato da
risolversi come nel num. antecedente. D. Qual altra particolarità si deve
osservare in quanto a questo prenome ? R. Si debbono osservare i seguenti figurati
costrutti per difetto delle preposizioni, da cui dipende il suo nome sottinteso
: 1. Che invece di In cune. Esem. /n quel medesimo appetito, (in) cHe Ze
monacelle cadde, B. Messer Torello in quell’ abito, (in) car era. B. . CHE
invece di Di cHe , sebbene poco ragionevol- mente, // giudeo liberamente di
ogni quantità (d1) Car ?/ Saladino il richiese, il servi. B. Anima bel- la da
quel nodo sctolta, (di) CHE più bel mai non seppe ordir natura. Petr. 3. Che
invece di A cHe. Come giunsi di là, trovar molti compagni a quella medesima
pena condan- natî, (a) cue #0 (fui condannato). B. 4. CHE in vece di con cHe. £
parmi l'ombra di co- loro, che son trapassati , vedere, e non con quei visi,
(con) CHE ?0 soleva, ma con una vista ter- ribile spaventarmi. B. Ma questa
forma oggidì sa- rebbe dura e irragionevole. 5. CHE senza accento invece di PER
e CHE. /o ho tro- vato modo, (per) che avremo del pane per più di LO 84 un
mese. B. Ma dimmi la cagîon (per) che non ti quardi di scender quaggiù. D. 6.
Cue invece di pa cHE. £ gran tempo (da) cRE non ricevo tue lettere, E un anno
(da) cHE non ti vedo. 7. CHE invece di PRIMA o AVANTI CHE. Zoî non avre- te
ciascuno comptuto di dire una novelletta (avan- ti 0 prima ) CHE 27 sole sta
declinato , tl caldo mancato. B. 8. CHE invece di popo cHE. Arrivato cHE fu (
ossia dopo che fu arrivato ) 7» Zolentino , ebbe noja grandissima. B. 9. CRE in
senso di aLLorcnÈ. Zo scolare fu poco nella corte dimorato, (allora) CHE egli
cominciò a sentir più freddo che non avrebbe voluto. B. 10. CHE in senso di
PERCIOCCHÈ. £ però confortati e lascia tanto dolore, (perciò) cHE se 10
credessi che questa vita dovessi tenere, to în niun conto vi andrer. B. 41. CrE
in senso di EcceTTO o SALVO cHE. Egli ri- spose: Signore , le grù non hanno ,
se non una coscia e una gamba. Currado allora turbato disse: come diavolo non
hanno (salvo) cHE una gamba? ec. ARTICOLO VII. Sintassi figurata ne’ così detti
AFFISSI. D. Che cosa i grammatici intendevano per affissi ? R. Secondo l’
etimologia di questo vocabolo , gli af- fissi sarebbero alcune parole, che non
si potessero scompagnare da certe altre; e particolarmente s'in- tendono i nomi
personali 72, #°, 87, ct, vi, che si accompagnano indivisibilmente a certi
verbi, co- me pentire, accorgere, lagnare, dolere, ec. i quali sì usano al
seguente modo : Jo mi pento, tu ti pen- ti, egli si pente, noî ci pentiamo, voi
vi pentite, 85 eglino st pentono, dove, come ognun vede, il nome personale si
ripete variato. Zo mi, tu dî, egli si, not ci, vot vi, eglino st. A questi si
aggiungano i verbi detti da alcuni grammatici neutri-passivi, in quan- to che
esprimono un azione, che viene al soggetto da una causa esterna, come 20 mî
spavento, tu ît meravigli, egli st annoja. D. Or simili costrutti sono regolari
o figurati? R. In quanto a’ primi, cioè pentirsi, accorgersi, do- lersî ec. non
si può dire che sieno costruiti rego- larmente ; perchè il pentirsi non
significa azione prodotta dall’ agente Zo, Tu, St, ec. quando tutti convengono
che il pentimento, l’ accorgimento , il dolore è prodotto dalla ricordanza de’
peccatt, per esempio, o dall’occasione di un obbjetto estrinseco, onde sono
seguiti da un termine di rapporto di dz- pendenza : il mi, ti, st, è sempre
nome personale variato, equivalente a me, te, sè, obbjetto, oppure ad: a me, a
te, a sé. Ora nè l'uno nè l’altro può sla- re come determinazione di siffatti
verbi, perchè nes- sun senso fa 70 pento me o a me ec. Dovremo con- chiudere
che simili costrutti sieno sintetici di par- ticolare natura, e che racchiudono
il seguente sen- so: Zo sento che la memoria de’ peccati fa essere me pentito,
o to sento che la presenza del fiore fa essere me accorto. Nella quale
traduzione conven- gono tutti, perchè rende integro il senso dalla frase. D. E
come si risolvono i così detti neutri-passivi ? R. Allo stesso modo: zo mî
meraviglio di vor, è lo stesso che: 70 sento che vot, come causa, fate es- sere
me meravigliato ec. ec. D. Ma se si dice: 70 mi muojo di affanno, come ri-
solvete il costrutto? R. Alla stessa guisa, cioè zo sento che la piena del-
l'affanno fa morire me. D. Ma, se si truova il St volulo passivo, come quando
86 dicesi: /a virtà st ama da tutti, come avverrà la risoluzione ? R. Messo una
volta che Mi, 77, Sî, sono nomi per- sonali assolutamente, ossia
et1mologicamente, in co- strutto possono acquistare un valore relativo oltre
del proprio, ma non mai cambiare natura. Quindi il S? sarà sempre nome
personale , e non mai St passivo, se per questo s' intende una qualche cosa di
diverso. Ma è indubitato che la frase : la virtù st ama da tutti, presenta il
St con un senso rela-- tivo diverso dal senso , che presenta in altre frasi
regolari o analitiche: bisognerà dunque conchiude- re che sia costruito
figuratamente. Ora io dico che St in questa frase equivale a womo primo termine
della proposizione , la quale, ordinandosi, presenta questa forma : uomo ama la
virtù, che è nell’ a- more provveniente da tuttî, e se il verbo ha la de-
sinenza indicativa del numero, invece di uomo, mel- tete vominî, e tutto il
resto come sopra. D. Pare da ciò potersi conchiudere che questi affissi bene
adoperati non stieno mai oziosi, cioè come r7- pieni ? l R. Così è, nè può
essere diversamente , se vogliamo discorrere secondo ragione , la quale
prescrive che non si dica e disdica intorno alle medesime cose. ARTICOLO VIII,
Sintassi figurata ne' prenomi EGLI, ELLA , COSTUI, QUESTI , COTESTI, QUEGLI —
CHE, CUI, CHI, CIÒ, ALTRI ec. D. Come si può dire che vi sia Sintassi figurata
in siffatti Prenomi e simiglianti ? R. In quanto chel’uso li adopera
costantemente senza nome, cui dovrebbero precedere in forma analitica, per
quanto abbiamo stabilito in Etimologia pag. 38. 87 D. In che differisce questa
specie di Sintassi figurata dalle altre? R. Differisce in quanto che è comune
nell'uso della lingua , e non propria o particolare di questo o quello
scrittore. APPENDICE Intorno a certe altre volute figure grammaticali So 1
Intorno al così detto Ripieno o Pleonasmo D. Che cosa intendono i grammatici
per Azpieno o Pleonasmo ? R. V° intendono alcune parole adoperate nel discorso
senza significare alcuna cosa, in guisachè , tolte di mezzo, il senso non ne
viene a soffrire, ma resta nella sua integrità, come sarebbero quei tanti Eg/
ed E//a del Boccaccio, del quale disse un del 505: Se egli ed ella fosser
paternostri, il Boccaccio ne sarebbe un buono infilzatore. E di cosiffatta
ridondanza 1 grammatici ne vollero una figura grammaticale, che ha virtù di
fare elegante il discorso. D. Ma è secondo ragione questa figura ? R. E la più
irragionevole del mondo , ritrovata per iscusare gli spropositi de’negligenti
scrittori ; peroc- chè chi dice parole senza significato, adopera i mezzi, e
rinuncia al ino che si propone, come sarebbe mat- to colui, che camminasse una
giornata alla ventura senza arrivare a casa, dove si propose di pervenire. D.
Ma non ha alcuna eccezione questo principio ? R. Nessuna, e, se si dà ripieno
lGdcrole non è af- fatto nel senso de’ grammatici , perchè quel super- fluo
apparente serve o al fine di chiarire una sen- 88 tenza, che altramente sarebbe
oscura, o a quello di accrescerle forza ed energia. Si può riscontrare sul
roposito quanto abbiamo scritto nel Nuovo Corso bart 1. Vol. II. pag. 172 e
seguenti. g. 2 Intorno alla così detta SiLLEssi. 1). Che cosa intendevano i
grammatici per Sillessi ? R. Una sconcordanza nelle parole contro l’uso
costante di una lingua. D. Spiegatevi con qualche esempio. R. È uso costante
della lingua italiana di accordare il Nome coll’Aggiuntivo, dando loro la
stessa desi- nenza, e di dire Za quale, se il nome che precede finisce in a, e
2/ ul se finisce in 0, o anche così se fossero preceduti dal prenome /a o /o.
Intanto s'in- contra presso qualche classico scrittore il contrario, come
quando il Boccaccio disse: Che voi alcuna PERSONA mandiate in Cicilia , 10
QUALE pienamente s' informi , e in quest’ altro: Suditamente ogni cosa fu di
rumore e di pianto RIPIENO: Ogni cosa di neve era COPERTO. D. In che conto
bisogna tenere questo modo di dire? R. In conto di uno sproposito, in cui lo
scrittore può cadere, guardando all'idea, che vorrebbe esprimere, e non
esprime. D. Ma non vi sono casi di St//ess? molto elegante? R. Se ve n'è
qualcuno, è sotto il rapporto dell'Ellissi, ossia della Sintesi , come si può
riscontrare nel Nuo- vo Corso Vol. II. pag. 180 e seguenti. Ma in que- sto caso
la Sillessi non è una figura diversa dellEllissi. TRATTATO DELLA COSTRUZIONE. Che
cosa è la Costruzione? È quella parte della Grammatica, nella quale si studia
l’ ordine naturale delle parole per conoscere l’ ordine artificiale delle
medesime. D. Dunque le parole nel discorso non sempre si allo- gano
naturalmente ? R. Non sempre, ma il più delle volte quelle, che do- vrebbero
precedere, sì Lio seguire, e vceversa:quan- do le parole si allogano, come
naturalmente cadreb- bero, si dice che serbano un ordine naturale; quan- do poi
si allogano contro quest'ordine, si dice che servono all’ ordine artificiale. D.
Ma quale è l’ ordine naturale delle parole? k. È quando l'ordine delle parole
segue l’ ordine na- turale de’ pensieri, esprimendo prima quello che
naturalmente pensiamo prima, e dopo quello che do- po , secondo ciò che è
comune alla maniera di pen- sare di tutti gli uomini, e non particolare a
qualche individuo. D. Ma a che serve questo studio? R. A due grandi e positivi
vantaggi : il primo per sa- pere ben ordinare artificialmente le parole, quando
90 scriviamo: il secondo per sapere riordinare, 0, co- me dicono le scuole,
costruire i pezzi del discorso nelle scritture altrui tenute per classiche ed
artistiche. D. Come si chiama quel pezzo di discorso , sopra di cui si studia
l’ ordine naturale delle parole ? R. Si chiama costrutto , che è lo stesso
della propo- sizione di qualunque forma sia grammaticale , sia logica , sia
principale , sia incidente , sia assoluta, sia comparativa, sia regolare o
analitica , sia fi- urata 0 sintetica. In breve la Costruzione studia ‘ordine
naturale delle parole nella proposizione, che è stato obbjetto della Sintassi
esposta nel Trattato antecedente. D. Come dunque sarà diviso il presente
Trattato ? R. In due Sezioni: nella 1. esporremo i prircipi ge- nerali dell’
ordine naturale: nella 2. i principi ge- nerali dell’ ordine artificiale. Dell’
Ordine naturale delle parole —Partizione della presente Sezione. D. Come si
divide la presente Sezione nel ricercare l’ordine naturale delle parole? R. A
procedere con ordine e con metodo, che va dal facile al difficile, esporremo in
1. luogo l’ordine na- turale delle parole in una proposizione grammatica- le di
qualunque natura : in 2. luogo l’ ordine natu- . rale delle parole in una
proposizione logica 0 di- scorsîva. È, siccome le determinazioni sono diffe-
renti e relative a ciascuno elemento essenziale di ogni proposizione, dovremo
dividere e suddividere questo capo in più articoli e paragrafi. Oltracciò,,
proponendoci due vantaggi e non uno, come di so- pra è detto , esporremo in un
capo a parte alcune 9I norme generali per la pratica, nel riordinare gli ele-
ganti costrutti de’ classici scrittori. | CAPO I. Ordine naturale delle parole
nella proposizione grammaticale. D. Quale si può dire ordine naturale delle
parole nella proposizione grammaticale? R. Posto che l’ordine naturale delle
parole si deve ripetere dall'ordine naturale de’pensieri, è facile a com-
rendere che una proposizione grammaticale sarà na- turalmente ordinata, se le
sue parole si allogano con quello stesso ordine, con cui i rispettivi pensieri
appariscono nello spirito. Ora il primo pensiero nella proposizione sostanziale
è quello di sostanza o di soggetto , il secondo della sua permanenza , il terzo
della sua qualità o quantità. È agevole dunque a comprendere che la prima
parola, come primo termine, sarà il Nome segno di sostanza, la seconda il verbo
segno di permanenza o di stato, la terza l’aggiun- tivo segno di qualità o di
quantità. Facciasi la slessa applicazione per la proposizione causale , perchè
in essa prima pensiamo alla causa, poi all’ azione, in ultimo all'effetto,
pensieri, che tradotti in parole, dinno Nome, Verbo, Aggiuntivo nella
sostanzia- le, come Acqua è fredda, e Nome, Verbo , e Ver- bale nella causale.
Se dunque trovassimo le seguenti espressioni : ZVeciso fu Cesare e fanno rumore
i topî, noi, costruendo, ridurremmole all’ ordine natu- nb nel seguente modo :
Cesare fu ucciso e 1 topi fanno rumore. D. E sella proposizione sarà 7nfinita ?
R. Faremo allo stesso modo, come va praticato per la proposizione finita ,
perocchè in Sintassi abbia- 92 mo stabilito che anch'essa costa di tre parole ,
co- me: So esser voî dotto. È, siccome per proprietà di lingua gl' Italiani
pospongono al verbo il primo ter- mine in questa specie di proposizioni,
costruendo ridurremo le parole all’ ordine naturale : So vor es- sere dotto, o
So che vot siete dotto. D. E se la proposizione è 2n/errogativa ? R. Il
principio è sempre lo stesso, e se nell'uso di tutte le lingue il primo termine
di siffatte proposi- zioni si pospone al verbo , come Stere vor sano ? Noi
costruendo diremo: Amo sapere se vor siete sano. ec, CAPO 11. Ordine naturale
delle parole nella proposizione LOGICA 0 DISCORSIVA. D. Quale sarà l’ ordine
naturale delle parole nella pro- posizione logica o discorsiva ? R. Posto che
la proposizione logica o discorsiva è tale er le determinazioni di ciascuno
elemento essen- ziale della grammatical proposizione , e le determi- nazioni in
ordine naturale debbono allogarsi di co- sta al loro rispettivo determinabile,
ognuno vede che per sapere quale sia l’ ordine naturale delle parole nella
proposizione logica o discorsiva, è uopo in prima stabilire quale sia‘l’ordine
naturale delle de- terminazioni, relative a ciascun determinabile. Dell’ordine
naturale delle parole, che determinano tl primo termine della proposizione
logica. 6. I Costruzione delle determinazioni del NoME primo termine. D. In che
modo si debbono disporre le determinazioni del Nome ? R. A questa domanda è
uopo rispondere con distinzio- ne: o il nome ha una sola determinazione, o ne
ha molte. Nel primo caso si disporranno le parole nel seguente modo : 1.° Se la
determinazione sarà un prerome simile a 2/, lo, la, Stio , cotesto, quello,
ognî, tutto , as- sat, molto , tanto , quanto, tale, quale, medesi- mo, stesso
ec. nel costryire precederanno il nome, e si dirà: 20 cavallo, la fontana,
questo prato , quell’ acqua , cotesto libro, ogni nome, tutto il mondo, ogni
cosa, molta roba ec. ec. Dicasi lo stesso delle parole derivare in forma di ag-
giuntivi, simili a mi0, tuo, suo, nostro , vostro, dt bene in qualche caso, per
dar forza al discorso, si facciano seguire al nome, per ordinario gli prece-
dono. In questa stessa categoria vanno i così detti ORDINATIVI primo , secondo ,
terzo, quarto ec. L'ag- giuntivo quantitativo 20 e vn4 con tutti 1 numeri
1,2,3,4,5,6 ec. in nostra lingua precedono i nomi, come un nome, una donna, due
cavalli, cinque pecore. Onde avvenne che i grammatici di- chiararono arficolo
indeterminato uno e una , facen- do sparire il significato primitivo di questa
parola. 2.° Se il nome è Hicsninalo da un aggiuntivo di qua- 94 lità o di
quantità continua, come bello, buono, grande , lavo ec. questi in ordine
naturale do- vranno seguire il nome. Esempi: casa della, ca- vallo grande ,
uomo buono , cappello largo. Lo stesso dicasi, se il nome è determinato (a) da
participi presenti e passati simili a /ezto e leggente, amato 0 amante (b) da
comparativi o superlativi, come mag- giore, massimo ec. (c) da parole in forma
di ag- giuntivi, derivate da nomi propri di città e nazioni , come Francese,
Romano , Ateniese , (d) da parole derivate da nomi in forma di aggiuntivi
simili a lucido, ombroso, onusto , funesto ec., (e) da ag- giuntivi variati in
forma di diminutivi, accrescitivi, peggiorativi e migliorativi, come bellino ,
rossic- cio , biancastro, grassone ecc. Tutte queste e si- miglianti parole in
ordine naturale seguiranno il nome. I 3.° Se il nome è determinato dalle tre
preposizioni Di, Con, Senza, queste dovranno seguirlo imme- diatamente,
ancorchè le due ullime nel costrulto sie- no separate e rimole, e ciò per la
relazione che hanno al significato del nome. 4.° Il così delto caso dî
apposizione, essendo un sog- getto di comparazione, che si riferisce al nome che
gli precede, vuol seguirlo indispensabilmente. 5.° La proposizione incidente,
preceduta da che, cus, ag non può distaccarsi dal n0me, che nelle scuole u
addomandato antecedente. 6.° Siccome il gerundio italiano in ando e in endo,
quando si riferisce al primo termine della proposi- zione incidente preceduta
da che, cui, quale, non sì può distaccare dal medesimo in ordine naturale. 7.°
1 cognomi delle famiglie vogliono seguire imme- diatamente al nome proprio, che
sarà primo termine di proposizione ; come ne’ seguenti esempi : Vincen- zo
Gravina fu savio: Pietro Metastastio nacque povero. 6. 2. Costruzione delle
determinazioni dello 1nFINTO, quan- do sì assume a primo termine di
propostzione. D. Qual è l’ordine naturale delle determinazioni del- l’ infinito
assunto a primo termine ? R. L' Infinito ha due specie di determinazioni : la
pri- ma specie è di quelle che gli convengono , come a nome, la seconda di
quelle che gli convengono co- me a verbo. In quanto alle prime ci rimeltiamo al
paragrafo sucedinii in quanto alle seconde ne parleremo diffusamente nel
seguente Articolo. $. 3. Costruzione delle parole, quando il primo termine di
una proposizione è rappresentato da un prenome simile a EGLI, QUESTI, ELLA €c.
‘ D. Come st debbono ordinare le determinazioni del nome rappresentato da’
prenomi personali simili a EGLI , COSTUI ec. R. Il prenome non ha
determinazioni per conto pro- prio, sibbene per conto del nome sottinteso, di
cui esso stesso è una determinazione. Quindi bisognerà serbare lo stesso
ordine, che abbiamo veduto nel pa- ragrafo 1. rispetto al Nome primo termine.
96 ARTICOLO II. DELL'ORDINE NATURALE, CON CUI SI DEBBONO DISPOR- RE LE
DETERMINAZIONI DEL VERBO, PAROLA MEDIA NELLA PROPOSIZIONE. Costruzione delle
determinazioni de’ verbi astratti, EssERE e FARE. D. Che significa quando si
dice: costruite un verbo? R. Significa ordinare , 0 disporre vicino al verbo le
sue determinazioni, le quali essendo 1. le preposi- zioni di contenenza e di sito,
seguite da’ nomi di tempo e di /uogo, allora un verbo è costruito, quan- do le
dette determinazioni se gli allegano di costa, come l’acqua è în està nel pozzo
fresca ec. 2. Per la slessa ragione gli avverbi di tempo e di luo- go in senso
proprio o melaforico si fanno seguire immediatamente al verbo, come sono Qui
molte cose nuove: l’acqua fa ivi corso: vor siete saviamente buono. 5. L'
ablativo assoluto, che come abbiamo detto nella Sintassi regolare, è una
proposizione incidente, che determina il tempo della principale proposizione ,
deve in ordine naturale seguire al verbo. Ma, sicco- me per la sua lunghezza
potrebbe far perdere di vi- sta le rimanenti determinazioni del medesimo , si
può posporre ad alcune parole, che immediatamente seguono al verbo, come Enea
venne in Italia, es- sendo Troja distrutta : dove l’ ablativo assoluto non è
immediatamente dopo venne, perchè în Zra- lia, trasportato dopo, perderebbe il
nesso al suo de- terminabile VENNE. 3. Dicasi lo stesso se vi sarà una
proposizione inci- 97 dente copulativa preceduta da se, come, quando, mentre,
dove >. Essa si farà seguire dopo l’ ulti- ma determinazione della sua
principale proposizio- ne, e non immediatamente dopo il verbo della me- desima
— Esempi: Zerrò in Roma, sE èl tempo permette : Scriverovvi a lungo, QUANDO mio
fra- tello ritorna ec. 62. Costruzione delle determinazioni de’ verbi concreti.
D. Come si costruiscono i verbi concreti? R. Se hanno dopo di loro le
determinazioni de’ verbi astratti, si costruiscono alla stessa maniera, che ab-
biamo esposta nel paragrafo antecedente. Se poi il verbo è concreto di azione
obb:eztivo, pren- de immediatamente dopo di sè l' obbjetto, come: Ho scritto
una LETTERA 4 700 fratello. Se è verbo concreto non obbzettivo, prende immedia-
tamente dopo di sè le tre preposizioni da, per, a, seguite da' nomi di Zewmpo e
di luogo, come: L’ac- qua corre DALLA sorgente, PEL canale, A_ mare. ARTICOLO
III. Costruzione delle determinazioni del secondo termi- ne AGGIUNTIVO, 0 dî
parola DERIVATA în forma di AGGIUNTIVO. 61. Costruzione delle determinazioni
nelle comparazioni. D. Come si costruiscono le forme delle comparazioni negli
aggiuntivi detti comparativi ? 5 98 R. Ogni comparazione presenta due membri,
ossia due proposizioni, una principale e l’ altra incidente, ma quest ultima
può essere esplicita , cioè preceduta da che, quale, quanto, o tmplicita, cioè
in modo abbreviato — Ora nella costruzione è principio ge- nerale, come
vedremo, che la proposizione princi- pale deve essere posta in primo luogo,
però : . Se la comparazione è d'identità, deve le due pro- posizioni hanno l’
aggiuntivo preceduto da fanzo quanto, tale quale, si metterà in primo luogo la
proposizione, che ha rale o tanto , ed in secondo l’altra, che ha quale o
quanto. Esempi: — L'acqua è talmente fresca, li fresco è il marmo: l’ acqua è
tanto fresca, quanto fresco è il marmo - dicasi lo stesso di Così e Come. 2. Se
la comparazione è di diversità per più o me- no, si metterà in primo luogo la
proposizione che contiene più o meno, e in secondo l’ altra precedu- ta da che
o di. Esempi. Pietro è più o meno dotto che o di Antonto ec. 3. Se la
comparazione è superlativa in forma anali- tica, come quando dicesi: Piezro é
il più o i me- no dotto di tutti, la costruzioue procede allo stesso modo del
numero antecedente. 2. | Costruzione delle determinazioni del Participio. D.
Ditemi la costruzione delle determinazioni del par- ticipio in anze o ente. R.
Il participio in ante 0 ente è una forma di pro- . posizione incidente
implicita , nella quale il verbo, riducendosi alla forma di modo finito, è
preceduto . da che, e ritiene tutta la forza del verbo di modo finito. Quindi
le sue determinazioni si costruiscono 99 allo stesso modo, che abbiamo
osservato nell’articolo secondo, parlando del verbo. Ma il participio passato,
se è di verbo transizivo, è adoperalo figuratamente, e però a costruirlo
bisogna risolverlo nella forma analitica, come dicemmo in etimologia, e
coordinargli la preposizione da, seguita ‘ da nome agente. Così incontrando :
?0 sono amato da Paolo, risolveremo : 70 sono nell’ amore prov- veniente da
Paolo. | Se è participio di verbo 2-trans14v0, avrà coordinate le
determinazioni allo stesso modo del verbo con- creto niransitivo. ARTICOLO IV.
Costruzione delle determinazioni del verbale di Morto e di Mopo. D. Ditemi come
si debbono costruire le determinazioni del verbale? R. Considerato il verbale
come nome, avendo le stesse determinazioni comuni, queste si costruiranno alla
stessa guisa che quelle del nome, di cui abbiamo parlato nel $ 1, pag. 26, e
seg. Ma non così per le determinazioni del verbale di m20- to, le quali debbono
allogarsi di costa al loro de- terminabile, per lo principio generale e
filologico, cioè che l’ accessorio segue il principale. Quindi le tre
preposizioni da, per, a, vanno bene ordinate dopo siffatto verbale. Dell’
ordine naturale delle parole in certe proposi- zioni logiche, nelle quali
concorrono le determina- zioni delle determinazioni. D. Che s’ intende per
determinazione di determina- zioni ? R. Le determinazioni di determinazioni
sono quelle pa- role, che determinano le dererminazioni di un primo
determinabile. Se dico per esempio: Ze pere odo- rose, che voi mi avete mandate
în un canestro, coverto dî fiori, sono state di mio massimo gra- dimento, voi
vi accorgerete , che la proposizione incidente che voî mi avete mandate in un
cane- stro, è determinazione del primo determinabile PERE, ma le aggiunte
parole coverto di fiori sono delerminazioni di canestro, il quale, unito alla
pro- posizione incidente, è ancor esso una determinazio- zione. Similmente m70 e
massimo determinano gra- dimento , che è una determinazione anch’ esso di sono
state. D. In quante maniere si possono fare le determinazio- ni delle
determinazioni ? R. O per semplici parole, o per proposizioni incidenti
esplicite e implicite — Sarebbero per semplici parole nel seguente esempio :
Cicerone, oratore famoso , ebbe difetti come uomo privato, dove famoso è una |
parola, che determina oratore, determinazione di Ct- cerone. Ma se dicessi: Za
lettera di mio fratello, che sì truova a Parigi, mi è pervenuta con ri- tardo,
sarebbe facile a intendere che la proposizio- ne incidente che si truova a
Parigi , sarebbe de- terminazione di fratello, il quale è determinazione di
lettera. D. Che si deve osservare in quanto alla costruzione, 101 sotto il rispetto
di questa specie di determinazioni? R. Si deve osservare che, nel costruire,
ciascuna deter- minazione deve star vicino al suo determinabile, fi- no a che
tutte sono finite, per avere la continuazione della catena de’ pensieri, la
quale sarebbe interrot- ta, se alcune determinazioni si posponessero. Quin- di
è che, se si avessero più proposizioni incidenti, l'una dopo l’altra, ma la
terza come determina- zione della seconda, e questa della prima, nel costrui-
re la prima si allogherebbe dopo il determinabile della principale, la seconda
dopo la prima e la terza dopo la seconda. -D. Pare da ciò che la prima
incidente si può consi- derare come principale, rispetto alla seconda, e que-
sta come principale, rispetto alla terza. R. Così precisamente—I grammatici
distinguevano que- sle diverse proposizioni incidenti col titolo di sud0r-
dinate e subalterne, ma queste nomenclalure sono insignificanti — Quello che
importa al nostro propo- sito è di sapere che le determinazioni, come acces-
sorie, debbono stare vicino alla parola principale, in grazia di cui esistono
nel discorso. D. Ma, se ciò è vero per chi compone, non si può dire che sia lo
stesso, quando si esamina, per co- struire, un periodo nel componimento altrui?
R. È vero che vi sono alcune lingue , nelle quali le determinazioni di una
parola si pospongono a quelle di un’altra, per la particolare natura della
varza- zione, ma è vero altresì che nelle lingue moderne, e particolarmente
nella nostra, queste trasposizioni sono insopportevoli per l’ oscurità che
inducono nel discorso. Ma di ciò parleremo più opportunamente nella Sezione
Seconda. 102 ARTICOLO VI. Costruzione delle determinazioni sotto il rapporto
della Sintassi fiqurata. D. In che senso si può avere una considerazione della
Costruzione sotto il rispetto della Sintassi figurata ? - R. Nella Sintassi
figurata, e propriamente nel Capo II. abbiamo detto che tante volte si
esprimono le sole determinazioni, senza i loro rispettivi determinabili. In
questa supposizione la Costruzione non si potrebbe attuare senza sostituire le
parole che mancano, dalle quali si può vedere in qual parte si debbano col-
lJocare le determinazioni espresse — Sia per esempio il passo del Boccaccio
riportato a pag. 77. Per /e sparse ville, e per li campi, e pe lors colti, e per
le case di di e di notte morivano. Se voi vo- leste costruire, non sapreste
dove allogare que’ nomi preceduti da per, nè dove quel di di e di notte, quando
ignoraste la parola, a cui si riferiscono, co- me determinazioni. D. Che ne
deriva da ciò? i. La leggitima conseguenza, che chi vuole bene or- dinare i
costrutti, deve sapere a fondo la Sintassi regolare o analitica non solo, ma la
figurata ancora, perchè da questi due trattati unicamente si può co- noscere la
relazione, che passa tra le parole, e senza questa conoscenza è impossibile il
ben costruire, il quale non si può attuare, senza sapere di quale de-
terminabile piuttosto tra tanti sieno determinazioni queste o quelle parole.
Sono quindi avvertiti i pre- cettori a non trascurare la pratica, nel costruire,
di far supplire le parole, che mancano ne’ figurati co- strutti. i 105 ARTICOLO
VII. Costruzione delle parole nel concorso di più specie dî determinazioni, per
uno stesso determinabile. D. Quale norma è uopo tenere per costruire le parole,
uando più specie di determinazioni concorrono a iene una parola? R. La norma da
tenere in simili casi è di metter vi- cino al determinabile, e nel primo luogo,
quelle de- terminazioni , che distaccate o posposte potrebbero indurre
confusione, riferendosi ad altre parole vicine, o rimanendo senza relazione. D.
Spiegatevi con qualche esempio. R. Suppongo che sia la seguente proposizione:
Acqua è fresca, il cui primo termine acqua sia da deter- ininare con le
seguenti determinazioni: 1.° di un ag- giuntivo, come /21pida, 2.° con un
rapporto di dipen- denza, come dî pozzo, 3.° con un rapporto di disunio- ne,
come senza neve, 4.° con una proposizione inci- dente simile alle seguenti ,
attinza or ora , o la quale è attinta, o essendo attinta ec. ec. Volendo
disporre in ordine naturale tutte queste determina. “zioni, io baderò a
collocarle in modo che la chia- rezza non si offenda, e che l’ascollante o il
lettore sappia che ciascuno si riferisca ad ecqua, e dirò : l’ acqua limpida di
pozzo, senza neve, attinta or ora, o essendo attinta, 0 la quale è attinta or
ora, è fresca. Se cambiassi quest'ordine, mettendo prima senza neve e poi di
pozzo, 0 limpida dopo di pozzo, 0 attinta prima di tutto, confonderei il senso
in guisa che non se ne capirebbe più nulla — In questo adunque saran diligenti
ì precettori a di- rigere ed educare il buon senso de’ giovanetli, fa- cendo
loro avvertire i casi diversi, ne’ quali si pre- senta l'opportunità, perchè la
Costruzione, se “li 104 l'ordine artificiale al naturale, non è una pratica
puerile e infruttuosa, come si potrebbe credere dap- prima, ma un’esercizio di
tanta importanza, di quan- ta importanza è il chiaro intendimento de' testi
clas- ‘ sici, e il mezzo che conduce a sapere ordinare ar- tificialmente i
propri costrutti. Imperocchè l’ ordine artificiale non si pratica senza
intenderlo, e non s'intende senza preconoscere l’ ordine naturale delle parole.
ALCUNE REGOLE INTORNO ALLA PRATICA DI COSTRUIRE 1 PERIODI DELLE CLASSICHE
SCRITTURE. Regola. Leggete attentamente il testo dell’ autore, e se in questa
prima lettura non ottenete una chiara comprensione, ri-leggetelo, perchè la
buona ed attenta lettura è condizione indispensabile a saper costruire. REGOLA.
Dopo che avrete letto, numerate tutte le proposizioni, che si contengono in
quel pezzo di discorso, e troverete che sono tante, quanti sono i verbi di modo
finito, cioè dell’indicativo, imperativo, congiuntivo, gerundio, e qualche
volta dell’infinito. Regola. Ciò fatto, abbiate a principio che tutto quel
pezzo di discorso, contenuto tra hi punti finali, è un aggregato di tante
determinazioni, in grazia di una proposizione principale. Quindi andrete in cerca
di questa per allogarla in primo luogo, nel caso che fosse preceduta da
incidenti. E voi non isba- g@lierete a riconoscerla da’suoi caratteri empirici,
perchè dessa ha un verbo al modo indicativo non preceduto da “che”, “cui”, “quale”,
“quanto”, o da “se” – H. P. Grice: “I wonder who invented “if”!” , “come”, “dove”,
“ove”, “mentre”, “quando”, o “sebbene”, composto da “se” – ‘that iffy if! H. P.
Grice -- e “bene”, o da “che” incorporato, come “perchè”, “poichè” ec. Quindi,
escludendo tutte quelle, che a queste parole saran precedute, ve ne rimarrà una
sola, che è la principale. Regola. Alle volte vi possono essere più proposizioni
principali congiunte per la congiunzione “e” – H. P. Grice: “the first
conjunction!” -- o “ma” – H. P. Grice: “Colore differente, ma accetalo: Lei e
povera e onesta”, delle quali la seconda può essere sintetica o figurata –
metaforica?. Voi coi principi della sintassi regolare e figurata potrete
ordinarle e ridurle a forma analitica e regolare. Così trovando : Z7uzeî erano
comprest di timore e di meraviglia, ma Antonio più degl’altri, diremo che qui
vi sono TRE proposizioni principali, e risolveremo: 7utiî erano compresi di timore
e (tutti erano compresi) di meraviglia, ma Antonto (era compreso di timore e
meraviglia) pit (in paragone) degli altri – H. P. Grice: “It reminds me of my
analysis of ‘The present king of France does not wear a wig” – analytic!”. Regola.
Trovata la proposizione principale, spogliatela di tutte le sue determinazioni:
riducetela alla forma più astralta d’una proposizione puramente grammaticale,
e, se il verbo è concreto, risolvetelo nel verbo “essere” – H. P. Grice: “Aristotle
on the multiplicity of being” -- o “fare” – H. P. Grice: Socrates whatted:
drank hemlock – in “Actions and events” --, e nel participio o verbale,
affinchè possiate guardare direttamente il concetto – INTENZIONE, INTENTO -- dello
scrittore – profferitore --, ossia il pensiero, che si è proposto. Regola.
Fatto questo, distaccate il primo termine, vicino a cui allogherele le sue
determinazioni, come è stabilito in sintassi, e, se le determinazioni sono
anch’esse determinate, apporrete le determinazioni alle determinazioni, fino a
che tutte saranno esaurite: passerete alla parola media, cioè al verbo, e
farete lo stesso, come farete pel secondo termine, sia aggiuntivo, sia verbale.
REGOLA. Se concorrono più proposizioni incidenti, delle quali una è principale
rispetto alla seconda, e e questa rispetto alla terza, voi serberele quest’ordine
nel costruire senza tentare di separarle, perchè rimarrebbero senza
destinazione. Regola Alle volte sarete costrelto di violare quest’ordine a
causa del prenome “che”, “cui”, “quale”, “quanto”, i quali vogliono rimanere
dove si truovano. Sia il seguente costrutto: Ze pere, dî cut mr avete fatto
dono, erano mature, voi lo terrete come ordinato, ancora che di cuz dovesse
andare dopo dono, del quale è determinazione, perchè dicendo: /e pere, mî avete
fatto dono di cui, NON farebbero SENSO – love that told would cease to exist –
H. P. Grice on Blake, Nowell-Smith on J. L. Austin on John Donne --, o almeno
ritarderebbero la comprensione dell’integro senso. Regola. Tante volte in
principio di periodo troviamo “il quale”, “la quale”, “il che”, “il perchè”,
dinanzi alla proposizione, che dovrebbe essere la principale, perchè altra
all'infuori di essa non ne troviamo nel periodo, come nel seguente esempio: Il perchè
ne scrissi a mio fratello, che avrebbe posuto far diligenza. Dovè chiaro che,
se la prima proposizione non fosse principale, non ve ne sarebbe altra. Ora un
periodo senza principale proposizione è IMPOSSIBILE, come non si può dare dito
che non si proponga di dire qualche cosa. Intanto non si può dubitare che, dove
il che si truova, la proposizione è incidente. In simili casi adunque bisogna
conchiudere, o che vi sia un difetto di punieggiatura, o una sintassi figurata.
Noi perciò consigliamo o di cambiare il Che, Cuî, Quale, in questo o questa, o
di sostituire le parole che mancano – LE IMPLICATURE di H. P. Grice --, e la
intera proposizione principale richiesta dal senso, e dire a modo di esempio:
Per questo o perciò ne scrissi a mio fratello ec. Regola. Si danno il più
sovente de’periodi, nei uali antecedono le proposizioni incidenti, precedute da
“benchè”, “sebbene”, Vivai Come, Siccome, Dove ec. aventi espresso il zome, che
dovrebbe fare da primo termine nella principale, dove invece si truova il solo
prenome. Esempio. Benchè gl’uominî sieno ragionevoli, spesso eglino obbediscono
più all'appetito che alla ragione. Se voi nel costruire diceste: Spesso eglino
obbediscono all’appetito più che alla ragione, benchè gl’uomini steno ragionevoli,
indurreste OSCURITà invece della chiarezza, che si propone la costruzione Ad
evitare questo inconveniente passerele gl uomini alla Rn ale proposizione, ed
eglino all’incidente. Praticherete lo stesso per tutt’i prenom: ed aggiuntivi,
che si truovano nella principale, posposta alla incidente, nella qual cosa
potrete riuscire agevolmente, se avete ben capito la relazione delle varie
parti di un periodo. Regola. Se nel periodo si presentano costrutti figurati o
sintetici, pe quali alcune parole si truovano coordinate a cert’altre, con cui NON
hanno relazione, voi, risolvendo dea sintesi, supplirete le parole che mancano.
Dalla quale pratica deriva l'intendimento chiaro e integro del testo non solo,
ma si ottiene l’altro vantaggio, ancora positivo, di ri-chiamare alla memoria
la teoria della sintassi, studiata innanzi. Regola. Non vi farete imporre dalla
positura delle parole, che il testo presenta, ondechè, comunque sia lunga e
piena la prima parte di un periodo, è sempre vero che la proposizione
principale, comunque bin deve precedere. Regola. Badate di togliere, nel
costruire, quelle particelle, che diverranno inutili. Quindi è che, se vore
rete costruire il seguente periodo: Benché la virtù sia amabile per sé stessa,
pure molti vi sono che la disprezzano, potrete togliere quel pure dalla
principale, che deve precedere in ordine naturale, e direte: Molti vi sono che
disprezzano la virtu, benchè la sia amabile per sè stessa. Regola. Ponete ogni
attenzione alla punteggialura, la quale è un mezzo efficacissimo di distinzione
delle proposizioni incidenti, rispetto alla principale. Regola Avuto riguardo
alle scorrettissime edizioni, che corrono per le mani de’giovanetti, raccomando
di non credere ciecamente all’autorità della stampa, ma di leggere i testi con
dubbio salutare, nchè si scuopra dove giace l’errore, che rende il senso
incerto ed equivoco. Regola. Il precettore sarà diligente, ne’costrutti
difficili, di far notare le desinenze di variazione delle parole per vedere a
quali altri si riferiscono, perocchè abbiamo veduto in etimologia che siffatte
desinenze tante volte sono sintassiche, ossia di relazione alle parole, che
entrano in un costrutto. Così le desinenze del verbo indicano i nomi personali
a cui si riferiscono, e quelle degl’aggiuntivi indicano i nomi che determinano.
Dicasi lo stesso delle desinenze de' prenomi, e delle parole derivate in forma
d’aggiuntivi. Regola. Più d’ogni altro vuolsi che i precettori esercitino il
buon senso de Cine nel dirigere la loro attenzione al nesso logico de’pensieri
contenuti in un costrutto, perocchè da questo solo mezzo in molti casi sì può
ripetere l’intendimento di alcuni costrutti alquanto intrigati – H. P. Grice: “Exactly
Austin’s point in his rude response to Nowell-Smith: “From what less itelligent
people may call the the four corners of the world, angels, blow your trumpets.””
Per fare intendere come può aver luogo questa pratica, suppongo il seguente
esempio: Abele uccise Cano, dove stando alle parole, come giacciono, pare che
Abele sia stato l’uccisore, mentre in fatto è al contrario. Voi dunque nel
costruire farete uso del duon senso, se, dal contesto dello scrittore saprete
dedurre che l’uccisore fu Caîno; onde direle costruendo: Caino uccise Abele. Cain
Abel killed. Abel Cain killed. Intorno all’ordine artificiale delle parole. Quale
si dice, ed è ordine artificiale delle parole? R. È quello, che si discosta
dall’ ordine naturale delle parole, qua!e dovrebbe essere secondo i principi
sta- biliti nella Sezione antecedente. D. È perchè, quando scriviamo o
parliamo, ci disco- stiamo dall’ ordine naturale delle parole ? R. Perchè la
nostra imperfetta natura si lascia trasci- nare dal più sensibile, e quindi più
dilettevole, o più . Interessanie. DD. Spiegatevi con qualche esempio. R.
Allorchè costretti da bisogno di sapere una qualche cosa, che massimamente c’
interessa, la nominiamo in primo luogo, e invece di dire : vo? seriveste ?
diciamo serireste voi? Ondechè questo disordine più si rende palpabile, quando
parliamo con passione, la quale non lascia riflettere a mente serena, da cui
deriva l'ordine secondo natura. D. È come si può provare che l’ ordine
artificiale di- ende da questa cagione? | R. Dal fatto delle lingue antiche,
che esponevano pen- ‘ sieri profani ed eterodossi, come la greca e la la- .
tina, le quali paragonate alle moderne, perfezionate dal Cristianesimo, amano
più l’ ordine naturale e si allontanano da’ costrutti intralciati. Infatti la
stessa lingua greca e latina, adoperata da’ santi Padri, per esprimere il
pensiero evangelico , abbandonò quei giri di tortuosi parlari, quali si
ravvisano ne’ classici scrittori latini e greci. D. Ma non pare che questa sola
cagione spieghi la vera natura dell’ elegante disordine, perchè, se così 110
fosse, dovrebbesi a tult''uomo evitare un disordine ributtante alla ragione. R.
Si potrebbe ancora dire che ciò si faccia per man- tenere sospeso il senso, e
tenere desta l’ attenzione di chi legge o di chi ascolta, il quale si
annojereb- be ben presto di un discorso, che facilmente e sen- za fatica al
mondo capisse. Ma ancora questo sa- rebbe argomento di guasta natura umana, che
vuol essere soddisfatta secondo un desiderio irragionevo- le. Tante volte la
trasposizione si fa in grazia del- l'armonia per piacere al'oracoliiò
armonicamente nel- la prosa, metricamente nella poesia. E ciò sempre în grazia
del predominio del sensibile sull’ intelli- gibile, dappoichè la corrotta
natura non si lasciò guidare dalla ragione, ma si lasciò vincere dall’ e-
sigenza del senso. i D. In qual senso adunque l’ ordine artificiale può dirsi
elegante ? R. Nel senso che sa cogliere il più dilettevole per pia cere agli
uomini di un'età, che pensano e parlano in un dato modo. E, siccome a misura
che la natu- ra corrolta si ristaura per la vera civiltà, quest'or- dine
artificiale si va sempreppiù accostando al tipo primitivo dell’ ordine
naturale, come abbiamo osser- valo nel Nuovo Corso Vol. II. pag. 334 e
seguenti. I ALL TRATTATELLO DELLA PUNTEGGIATURA INTRODUZIONE Intorno
all'obbjetto di questo Trattatello. D. Qual è l’obb/etto della Punteggiatura ?
R. Ubbjetto della Punleggiatura sono i segni, che sì appongono alle parole
scritte, separati dalle quali nulla significano. D. Di quante specie sono i
segni della scrittura ap- posti alle parole? R. Sono di tre specie, cioè
ideologici , sintassici e patologici. D. Quali sono i segni ideologie? ? R.
Sono quelli che si appongono a qualche sillaba di una parola, per accrescerne o
diminuirne la quan- tità di lunghezza o lurghezza, brevità o strettezza, e ciò
per distinguere cogli accenti. 1. Le parole omonime, che hanno diverso
significato, co- me ancora da ancora, e da è , di da di, corre (invece di
cogliere) da corre fa corso, :érre (verbo) da torre nome, désse stésse (verbi)
da desse stesse prenomi. 2. Per indicare le parti tronche di una parola, come
città, virtù, fè, carità in luogo di czttade, vir- tude, fede, caritade, e, se
il troncamento è di vo- cali, questo accento si fa aposirofo, come e’ invece di
er, que’ invece di quet. | 3. Semplicemente per ragione metrica, e per eufonia,
onde l'accento significa quantità per sè stessa di lungo o breve, largo o
stretto. Ma di queste ragioni puramente etimologiche, e fono- logiche, non è
nostro proposito trattare in queste luogo. 112 D. Quali sono i segni patologie?
? R. 1 segni patologici sono il punto ammirativo, simile a questo (!), e’l
punto da pinna, simile a que- st'altro (?). Si chiamano patologici, perchè
signifi- cano che lo scrittore, dove fa uso di questi segni, è invaso da
passione o da affetto, come è chiaro dalla profferenza ben eseguita in
occasione di: sif- fatti segni, la quale cambia tuono, e prende quello della
passione. | Ma neppure di que segni sì occupa il presente tratta- tello, perchè
di pertinenza fonologica o declamatoria. D Pare adunque che il presente
traltatello si proponga i soli segni sintassici ? R. Per lo appunto è così;
perchè nostro proposito è di compiere la disamina sintassica. Or quanti e quali
sono ì segni sintassici ? Sono ì seguenti, cioè: 1. la virgola 2. il punto e
virgola 3. il due punti 4. il punto finale o punto ermo. vi pata non è vero che
questi segni sieno adope- rati a significare le pause nella profferenza? R. Noi
diciamo che non significano pause in senso di fermate o sospensioni di suono,
bensì modulazioni di tuono, le quali fanno intendere le relazioni lo- giche tra
le varie parti di un costrutto. Ma come provate che, per esempio, la virgola
sia ‘ segno di modulazione di voce, e non di pausa ? R. Lo pruovo con la
ragione e col fatto. Supponiamo che sia il seguente esempio: Pierro, Paolo,
Anto- mio e Francesco sono arrivati. Se la virgola fosse segno di pers: io
dovrei, nel profferire il riportato costrutto, fermarmi ad ogni parola seguita
da virgola, la quale cosa produrrebbe fastidio in chi ascolta, e spezzerebbe il
nesso, che lega i soggetti di una pro- posizione complessiva. Anzichè dunque
fermarmi, io ‘ dovrò modulare la voce alzandola e abbassandola in 145 principio
e in fine di ciascuna parola, seguita da quel segno, ma non interrompere la
profferenza, e così far intendere che sono più soggetti distinti, ma tutti
connessi in una sola proposizione complessiva. D. Ma pare che siffatli segni,
frapposti nelle parole scritte, separano le une dalle altre, e quindi nella
profferenza è uopo che si rilevi la separazione ? R. Così ragionavano que’
grammatici, che in questi se- gni non videro importanza sintassica, ma come
sem- plici segni di pausa consideraronli. Ora il fatto non è così, provato una
volta, come proveremo, che essi hanno la destinazione di significare
modulazioni dì profferenza, per distinguere le diverse dignità delle parti di
un costrutto. De’ Segni della Punteggiatura in Sintassi Regolare. D. I segni
della punteggiatura non si adoperano sem- pre allo stesso modo? | R. Posto per
principio che hanno un'importanza sin- tassica, non è difficile a comprendere
che possono subire qualche diversità di uso, sotto il rispetto della Sintassi
regolare e della Sintassi figurata. Ecco per- chè in questa prima Sezione
tratteremo del modo di punteggiare in regolare Sintassi, e nella seconda del
modo di punteggiar figurato, Dell’ uso della virgola come segno sintassico. D.
In che differisce questo segno di punteggiatura da tutti gli altri. nello
scrivere ? R. Differisce da tuiti gli altri per la frequenza dello 114 uso, e
per la importanza dell’ ufficio che sostiene. Infatti niun altro segno si
ripete tante volte nello stesso periodo, quanto la virgola, senza la quale
tutto sarebbe oscuro o confuso. La maggior chiarezza del discorso deriva dal
buono e frequente uso di questo ‘segno. D. E quale n° è l’importanza? ‘R.
L'importanza di questo segno è eguale all’ impor- tanza di distinguere le
determinazioni da’ determina- bili, l'accessorio o l’ incidente dal principale
nel discorso, il quale diviso in periodi, ossia in propo- sizioni logiche o
delerminate, vuol essere conside- ralo a parte a parte. Senza la modulazione
della voce, conforme al segno della virgola in iscrittura, un periodo non
sarebbe capito, perchè non avrebbe in profferenza que’ chiari e quegli scuri,
quegli alli e que’ bassi, per cui si dislinguono i principali pro- ponimenti
dagli accessori. D. Ma quale sarà nella profferenza la modulazione della voce,
di cui è segno la virgola ? R. Io non posso con la scrittura dipingere il
suono, ma dirò per farmi intendere che sarà, come quando si volesse finire, ma
tosto il tuono si ciprende e si appoggia alla parola, che viene appresso senza
in- terruzione, come ho più chiaramente esposto nel Nuovo Corso Vol. II. pag.
366 e seguenti. D. Ma in quali casi particolari si usa i virgola ? R. In primo
luogo la virgola in Sintassi regolare ha la propria sede avanti Che, Cui,
Quale, Quanto, che precedono le proposizioni incidenti esplicite nella
rolferenna, delle quali bisogna modulare la voce in guisa che il determinabile
si distingua dalla deter- minazione , il principale dall’ accessorio, come nei
seguenti esempi: Cesare, il quale domò le Gallie, Su ucciso în Senato, dove,
com'è chiaro, la propo- sizione incidente è preceduta e seguita da virgola —
115 Così pure scriverete: ZL’ acqua, che ho bevuta, era fresca: l'uomo, cui do
a mangiare il mio, mi tra- disce: In questi giorni si sono vedute tante mera-
viglie, quante non se ne videro per dieci secoli. E se vi sono proposizioni
incidenti subordinate ad al- tre incidenti, il principio sarà sempre lo stesso,
cioè segnarle con una virgola innanzi e un’ altra dopo, - come ira due
parentesi. | In secondo luogo si apporrà la virgola innanzi alle proposizioni
incidenti, precedute da Se, Come, Dove, Ove, Quando, Mentre, Onde ec. e, se
dopo di queste proposizioni vi saranno parole appartenenti alla principale, si
apporrà un’altra virgola ancora dopo, come nel seguente esempio: Za sola virtù,
se O QUANDO n0n è accompagnata dagli averi, è vi- lipesa. | In terzo luogo le
proposizioni comparative d’ identità , nelle quali sonovi 1 segni corre!ativi
‘Tale - Quale ; Tanto-Quanto , Così-Come, sono divise da una vir- gola, come
nel seguente esempio. 7'ale sarà la fine dell’ empio , quale fu la sua vita. In
quarto luogo apporrete la virgola prima e dopo il caso di apposizione, per la
stessa ragione, come nel seguente esempio: Cesare, guerriero famoso, vinse i
più feroci popoli del mondo. In quinto luogo l’ablativo assoluto vuol essere
prece- duto e seguito da virgola, come nel seguente esem- pio: Ze promesse
cose, venendo la buona stagio- ne, saranno adempite. In sesto luogo
punteggeremo alla stessa guisa la pro- posizione gerondiva, che determina il
primo termine della principal proposizione, come: l’acqua, correndo, si fa
limpida. ] In settimo luogo metterete la virgola innanzi alla con- giunzione tà
e Ma, in Sintassi regolare, sebbene, come vedremo, in punteggiar figurato
spesso e non è da virgola preceduta. 146 In ottavo luogo nelle proposizioni
complessive, che hanno ripetuto uno degli elementi essenziali , sia primo o
secondo termine, sia parola media, voi apporrete vir- gola dopo ciascuno, meno
che dopo l’ultimo, il quale per lo più è preceduto da e, come Cesare, Cicero-
ne, Pompeo e Catilina si odiarono e perirono : Questo boschetto è ampio, bello
e comodo. Dicasi lo stesso, se la proposizione è complessiva per ragione delle
determinazioni ripetute e non de’ de- terminabili, come nel seguente esempio: Z
libri, che vî mando, parte sono di Antonto, parte di Puolo, parte di Francesco
e parte di Giacomo. In nono luogo metterete la virgola innanzi a perché,
poîchè, dopochè , conciossiachèé ec. dovunque è il che, salvo il caso che non
sieno ìn principio di pe- riodo o di apodosi, ossia di seconda parte di pe-
riodo, come vedremo. In decimo luogo, a solo fine di chiarezza, noterete tra
due virgole certe parole, che in altri casi non le vor- rebbero, se,
tralasciate, inducessero oscurità, come nel seguente esempio: ot disporrete,
nel costruire, le e a questa quisa , dove è chiaro che, se nel costruire non
fosse posto tra due virgole; Ze pa- role si potrebbero prendere per suo
obbjetto. In undecimo luogo quando più congiunzioni si allo- ano una dopo
l'altra, come: Ma, stecome vot siete inabile a farlo, cederete il vostro posto
a chi n° è più capace, dove è chiaro che ma è seguita da vir- gola a riguardo
di siccome. Questa esattezza di pun- teggiare gioverà moltissimo a ben
costruire, perchè ognuno vede che il ma si debba congiungere alla principale
cederete il posto ec. Dicasi lo stesso, se si incontrano £, se: È siccome: Ma,
se, ec. In duodecimo luogo una regolare punteggiatura richiede che la voluta
disgiuntiva 0, e i composti ovvero, 0s- sia, oppure sieno preceduti da virgola.
117 In terzodecimo luogo le proposizioni, che io qui chia- mo ?nterposte,
simili a cioé, cioè dire, na dire, e le figurate a modo di esempio ec. ec. vo-
gliono essere precedute e seguite da virgola. In quattordicesimo luogo tutte le
proposizioni sinteti- che, che hanno espresse le dezerminazioni e taciuti i
determinabili, come le seguenti: @ vostro riqguar- do , per farvi cosa grata, a
fine di servirvi ec. inframmesse alla proposizione principale, debbono es- sere
precedute e seguite da. questo segno. In quindicesimo luogo il così detto
vocativo nelle scuo- le è un nome figuratamente costruito, in quanto che la
particella o, che dovrebbe precedergli in Sintassi regolare, è taciuta: è però
che si alloga sempre tra due virgole, come lo poi, Antonio, vorrei ec. Da tutte
l' esposte cose non sarà malagevole a dedur- ‘ re l’uso di questo segno, in
altri casi particolari a-. nalogici di qualsivoglia lingua. DEL PUNTO E VIRGOLA
COME SEGNO SINTASSICO. D. Quale è il valore del punto e virgola ? R. A quello
che io sappia, il valore di questo segno non è stato ancora determinato in
grammatica, pe- rocchè si è detto che vale più di una semplice pawu- sa, di cui
è segno la virgola, e, strettamente par- lando, si è voluto segno di una pausa
e mezzo. Un tal modo di vedere è assurdo , come abbiamo o0s- servato nel capo
antecedente, parlando della virgola, perchè questi segni sintassici significano
una mo- dulazione di #uono, la quale poi anch’ essa signifi- ca la dignità
delle parti di un costrutto. D. Come si chiama la proposizione logica e
discorsi- ‘ va, ossia sufficientemente determinata, contenuta tra 118 due punti
fermi, e le cui parole sonò disposte con ordine artificiale? R. Si chiama
perzodo, il quale, in quanto alla proffe- renza, si divide in due parti, la
prima nelle scuole va detta protasî, e la seconda apodost. D. Come nella
scrittura si distinguono queste due parti? R. Per l'apposito segno del punto e
virgola, il quale si alloga giusto nel mezzo, dove finisce la prorasi e
comincia l’ apodosî in Sintassi regolare. D. Allegatemene qualche esempio. R.
Eccone uno: Benchè gli uomini sieno ragionero- lr, e però debbano sempre
secondo ragione ope- rare; il più delle volte si lasciano vincere dalle |
passioni o dallo sregolato appetito , dove si vede che. il punto e virgola
separa la prima dalla secon- da parte del periodo, le quali parti, come vedremo
nel Trattato del primo comporre, si distinguono nel- la profferenza per
un'apposita modulazione di voce, di cui è segno il punto e virgola. D. Ma come
sarebbe questa modulazione di voce, o per meglio dire di ruono ? R. La
scrittura non ha segni per rappresentarla , ma 10 m'industrierò di farla
intendere nel miglior mo- do che mi verrà fatto, e dirò che questa modula-
zione deve essere in modo, che esprima una sospen- - stone atta a far intendere
che vi sia presso a poco . altrettanto da dire, quanto si è detto nella prima .
parte. Ondechè l'ascoltante è in aspettazione di qual- che altra cosa a dire,
perchè, dalla modulazione del . tuono, apprende che il periodo non è finito nel
prof- . ferire l’ultima parola della protasi. D. Adunque il purzo e virgola non
ha sede tanto va- . ria e tanlo frequente come la virgola? R. No certamente,
perchè è destinato a indicare par- . tl massime di un periodo , e si può
rassomigliare al punto medio di una bilancia, nel quale si costi- tuisce l’
equilibrio, 449 I). Che se ne deduce da tutto ciò ? R. Se ne deduce che mal si
apposero i grammatici, che davano a questo segno un luogo determinato da certe
pae come poichè, acciocchè, affinchè, ec. Un tal modo di vedere rende
malagevole e irrazio- nale il punteggiare. DEL DUE PUNTI COME SEGNO SINTASSICO.
D. Di quale modulazione è segno il Que punti? R. Il due punti sarà segno di una
modulazione di vo- ce, o di tuono differente da quelle della virgola e del
punto e virgola. L'uso ha stabilito di apporlo dopo una proposizione breve,
seguita da molte altre brevi proposizioni, come nel seguente esempio : Ct-
cerone declama: Pompeo cospira: Cesare trionfa e la Repubblica ruina. Sicchè la
modulazione, di cui è segno il due punti, è quella appunto, che si fa nel
profferire un simile periodo frastagliato di tanti incisi, come dicevano le
scuole, ossia un ele- vare ed abbassar di tuono senza interruzione, per
conservare la unità del periodo, e la distinzione delle proposizioni
indipendenti tra loro. D. In qual altra occasione si usa questo segno ? R. E
invalso l’ uso ‘ancora di adoperarlo dopo i verbi dire, rispondere, parlare,
discorrere , seguiti da un obbjetto complesso, quanto è l'insieme delle co- se
dette , parlate ec. come nel seguente esempio : Dopo tutto questo con calma rispose
: voi mal vi apponete, volendo sostenere una tal quistione. DEL PUNTO FERMO
COME SEGNO SINTASSICO. D. Di qual modulazione è segno il punto fermo ? R. Gli
empirici vi risponderebbero che il punto fer- mo è segno di una pausa finale ,
dove chi parla interrompe il suo dire per riprendere fiato e pro- seguire. Non
du ar ancora noi che il punto fer- mo si pone in fine di periodo, e che
realmente vi è una sospensione di suono, ma non possiamo con- tentarci di
questo solo significato. Imperocchè tutti ° sanno che il punto si adopera
infine del primo pe- riodo, in fine del secondo, del terzo, del quarto e, de’
mille, di cui è composta una lunga diceria. Ma | chi direbbe che il finale del
primo periodo sia lo stes- | so che il finale di un paragrafo, di un capo, e di
un discorso? Chi non sa che il finale del primo pe- riodo è fatto con tale
modulazione di tuono che, l’a- scoltante intende essere il discorso in
principio , e | che vi è molto altro a dire ? Dalle anali considera- zioni è
agevole a dedurre che, il punto fermo non è un segno di semplice pausa, ma di
una modula- zione di tuono, qual è solito a praticarsi dal rego- lato uso della
profferenza delle minime parti di un discorso. Della Punteggiatura in Sintassi
figurata. Su qual fondamento la Punteggiatura può servire alla Sintassi
figurata ? | R. Siccome la Sintassi figurata consiste nel risparmio possibile
delle paro'e, col fine di far intendere con pochi mezzi maggior numero di
pensieri, è facile a comprendere che voglia il minimo numero de’segni della
punteggiatura, che servirebbero a distinguere le parole che mancano; perchè,
dove manca il prin- cipale, manca ancora l’ accessorio. D. Solto il rapporto di
quali segni può avverarsi il punteggiar figurato? R. Sotto il rapporto della
virgola e del due punti, co- me vedremo ne’ due seguenti articoli. Omisstone
della virgola în parlar ricuRATO. D. In quali casi si omette la virgola, dove
dovrebbe aver luogo, se il costrutto fosse regolare ? R. Ne’ seguenti casi
principalmente: | 1. Avanti a che costruito figuratamente, cioè quando segue
verbo, il cui obbjetto è la parola cosa, come: So che vot studiate: vorrei che
veniste. Lo stesso deve dirsi, se il che è determinazione del nome co- sa,
soltinleso, qual primo termine del verbo, che pre- cede, come Avvenne che, Pare
che, È uopo che, Ond° è che ec. Vedi Sint. Figur. 2. Si tralascia la virgola
innanzi a Se, Come, Dove, Quando, Perchè , quando seguono immediatamente un
verbo, il cui obbjetto è contenuto in queste pa- 122 role. Esempio: Non so come
fare, o dove andare, mon so perchè, non so quando viene. 3. Si tralascia
innanzi alla congiunzione E, quando è seguita da una o due o poche parole, come
Anto- nî0, Paolo e Francesco st amano. 4. Innanzi al Gerundio, quando segue
immediatamente a verbo ne’ costrutti simili a’ seguenti. retro sta scrivendo,
mandò dicendo, uscì parlando. 5. Abbiamo detto a pag. 116 che, quando due
parole, segni d'incidenza, una sc l’ altra, si mette una virgola innanzi alla
seconda, come nel seguente e- sempio: Ma, quando seriverete, mi saluterete vo-
stro fratello. Or, se io domando: Ia quando scri- verete? ognuno vede che
quella virgola innanzi a quando non è più luogo. Dicasi lo stesso di //a se, Ma
dove, E se, E quando, Che se ec. ogni qual- volta il verbo della prima
particella sospensiva non è espresso. 6. Si omette la virgola innanzi a che,
preceduto da în guisa, così, allora, a misura ec., di modo che si trasporta
innanzi a queste parole, piultoslo per un uso introdolto, a cagione della
composizione delle medesime col che nella seguente forma: « in guisa- chè,
costechè, allorchè ec. 7. Similmente innanzi alla voluta disgiuntiva 0, segui-
ta da una sola parola, come: 0 /ietro 0 Paolo fu l’autore di quel delitto , la
virgola si tralascia. late la stessa applicazione per altri casi di Sintassi
fisurata, ne’ quali questo segno si tralascia innan- zi a certe parole, cui in
Regolare Sintassi dovreb- be precedere. Omissione del DUE PUNTI în parlar
figurato. D. In quali casi si omette il due punti ? R. Ne' seguenti: 1. Quando
i verbi dire, rispondere, parlare, discor- rere ec. di cui DILLO a pag. 119 non
sono se- uiti da lungo discorso, ma da una o poche parole. Così dicendo:
Antonio rispose che lo avrebbe fut- to, 0 Antonio disse di si, o parlò poche
parole, ognuno vede che il due punzz non avrebbe luogo. 2. (Quando più
proposizioni in complesso si succedo- no l’una all'altra, come vEN, vIDI, vici:
venni, vidi, vinst, invece di due punti, è preferibile la virgola. In generale
si omette questo segno in quei costrutti, ne quali dovrebbe essere, se la
Sintassi fosse regolare. Intorno al vantaggio, che la Costruzione può trarre
dalla Punteggiatura. D. È vero che un pezzo di discorso ben punteggiato, ‘ e
quindi ben pronunziato, sia mezzo costruito? R. È verissimo, perocchè l’occhio
percorrendo la scrit- tura, e l’ udito ritenendo le diverse modulazioni di
tuono o di voce, possiamo facilmente distinguere gli accessori dalle parti
principali , le determinazioni da’ loro rispettivi determinabili, e in questo
distin- guere appunto consiste il comprendere, e lo stesso ordine naturale, a
cui si deve ridurre l' elegante disordine artefalto. D. Fatemi vedere con
qualche esempio, come ciò possa essere ? R. Sia il seguente periodo : Era 77
Marchese di Mon- 124 ferrato, uomo di alto valore, Gonfaloniere de. .. Chiesa ,
olire mare passato in un generale pas- saggio, da Cristiani fatto con armata
meno. Voi non istenterete a costruire, se, guardando alla pun- teggiatura,
melterete attenzione alle relazioni logiche delle partì distinte, onde
facilmente direte. 7/ Mar- chese di Monferrato, uomo di alto valore, e Gon-
Saloniere della Chiesa, con armata mano era pas- sato oltre mare în un generale
passaggio fatto da' Cristiani. Supponete che alcun segno non vi sia di
punteggiatura, quale confusione non avver- rebbe nella mente del lettore, e,
profferendo , del- l’ascoliante, per difetto delle modulazioni necessarie ?
Fine del II.° volume, ARDUO DELLE MATERIE PREFAZIONE a’precettori Preliminari
alla Sintassi SINTASSI REGOLARE Introduzione intorno alla Proposizione în genere
e sue spezie . e e si CI . Della Proposizione sotto il rapporto del cox- TENUTO
i è « d' di è e I Articolo I. Della Propostzione Sostanziale e Cau- Sale: wu a
& &@ a se aa I Art. II. Della Proposizione Categorica ed Ipo- teorica .
- è ene 6 & € © e CAPO II. Della Proposizione sotto îl rapporto di CRI
PARLA. è. 0.0.4 I Art. I. Della Proposizione principale . . Art. ll. Della
Proposizione incidente implicita > 1. Proposizione incidente imperativa. 6
2. Della Proposizione infinita Della Proposizione incidente Gerondiva » 4.
Delle Proposizioni incidenti Copulative Delle Propostizioni incidenti implicite
– IMPLICATE – H. P. grice -- in- LETTOGALIVE ©. @ 0Della Proposizione sotto il
rapporto D1 CHI ASCOLTA – H. P. Grice: “It occurred to me to regard ‘signify’
as a triadic relation: what is communicated BY the communicator TO a
communicatee!” --, ossia della Propostzione GRAMMATICALE @ LOGICA 0 DISCORSIVA Intorno
alle determinazioni del primo Termine di ogni proposizione. . . . G 1.
Determinazioni del primo termine nome » 6 2. Determinazioni del prano termine
quan- d' è infinito -. « D 6 3. Del Prenome, quando pare primo termine di
proposizione . » Art. Il Delle determinazioni della Parola media, ossia del
verbo Intorno alle determinazioni de’ verbi a- stratti Essere e FARE Determinazioni
de’ verbi Conireit: Intorno alle determinazioni del secondo termine aggnnaro
nelle propostntori 80- » stanziali $i Determinazioni degli aggiuntivi nelle
Comparazioni d’ identità . . » SG. 2. Determinazioni degli aggiuntivi nelle
comparazioni di diversità. . - » 6 3. Delle Comparazioni di diversità in Sor ma
superlativa Intorno alle determinazioni del secon- do termine verbale Determinazione
propria del verbale ia Modo Determinazioni proprie del Verbale di Moto DELLA
SINTASSI FIGURATA O DE MODI SINTETICI Introduzione. © ° CI ° e ° e . e ® >
Ivi 44 127 SEZIONE PRIMA Intorno alla Sintassi figurata o de’ Modi sintetici
sotto il rapporto della Proposizione CAPO I. Ognî proposizione sotto îl
rapporto della Sin- tassi è analitica o sintetica Della Proposizione Sintetica
Complessiva . » 48 CAPO III. Della Propostizione Sintetica Duplicata, e del
così detto Caso di apposizione Delle Proposizioni Sintetiche comparative Delle
Proposizioni Sintetiche comparative col rapporto d’ identità Delle Proposizioni
Sintetiche comparative col'rapporto di diversità Della Sintassi figurata sotto
il rapporto delle determinazioni Della Sintassi figurata nelle Determinazioni
che fanno intendere un’ intera proposizione Della Sintassi figurata nelle
Determinazioni che fanno intendere un solo determinabile. > Art. I. Della
Sintassi figurata negli aggiuntivi e nelle parole variate o derivate in forma
di aggiuntivi, come pure ne Prenomi Sintassi figurata ne' Nomi termini di
rapporto , cui manca la proponi zione che dovrebbe precedere Sintassi figurata
nelle Preposizioni, che non hanno espressi 1 loro termini di rap- porto Sintassi
fata Hello: tre Preposizioni del Nome Di, Con, Senza Modi sintetici nella prepostzione
“di” – H. P. Grice: “’And what do *you* mean by ‘of’?’ my tutor would exclaim!”
Modi sintetici nelle Preposizioni Co o Senza Sintassi fi figurata nelle
Preposizioni del verbo. Sintassi figurata nelle Preposizioni del verbale “DA”, “PER”,
“A”. Nella Preposizione Di - de e N. 2. Nella Preposizione “PER”. Nella Preposizione “A” – H.
P. Grice: “I wouldn’t know the answer to ‘What is the sense of ‘to’?” --. . Intorno a’ Modi Sintetici nel Congiuntivo e nell’Infinito.
Alcuni Modi Sintetici sotto il rapporto del Prenome Congiuntivo CHE. . ) Sintassi
figurata ne’cusi detti AFFISSI. Intorno a certe altre volute Figure
grammaticali. G 1. Intorno al così detto Agnone 0 PleoNASMO Intorno alla così
detta Sillessi. TRATTATO DELLA COSTRUZIONE Dell’Ordine Naturale delle parole Ordine
naturale delle parole nella Proposizio- ne grammaticale Ordine naturale delle
parole nella Proposizione Logica 0 Discorsiva Dell ordine naturale delle
parole, che determinano il primo terme della Proposizione Logica Costruzione
delle determinazioni del No- me primo termine è © see È 0 2. Costruzione delle
determinazioni del- Ù Infinito primo termine Costruzione delle parole, quando
îl pri- mo termine di una proposizione è rappresen- tato da un prenome simile a
Egli, Questi, Ella ec. Cee ca & e #0 Art. II. Dell’ordine naturale, con cui
si debbono disporre le determinazioni del verbo, parola media nella
Proposizione Costruzione delle determinazioni de’ verbi astratti Essere – H. P.
Grice: “Aristotle on the multiplicity of being” e Fare – H. P. Grice, “Actions
and events: “Socrates whatted” – drank hemlock. Costruzione delle
determinazioni de’ verbi concreti Costruzione delle determinazioni del se-
condo termine aggiuntivo, 0 di parola de- rivata în forma di aggiuntivo. —. . »
$ i. Costruzione delle determinazioni nelle COMPUPAZIONI. Costruzione delle
determinazioni del par- LICIDIO. Costruzione delle determinazioni del verbale
di Modo e di Moto. . . . > Art. V. Dell’ Ordine naturale delle parole în
certe proposizioni logiche, nelle quali concorrono le determinazioni delle
determinazioni Costruzione delle determinazioni sotto îl rapporto della
Sintassi fiqurata Costruzione delle parole pel concorso di più specie di
determinazioni per uno stesso determinabile Alcune regole intorno alla pratica
di costruire t periodi delle classiche scritture Intorno all'ordine artificiale
delle parole TRATTATO DELLA PUNTEGGIATURA De’segni della punteggiatura in sintassi
regolare Dell'uso della virgola, come SEGNO SINTASSICO Del Punto e virgola,
come SEGNO SINTASSICO Del due punti come SEGNO SINTSSICOsegno Del punto fermo –
o il clistico di R. M. Hare – citato da H. P. Grice --, come SEGNO SINTASSICO Della
punteggiatura in sintassi figurataOmissione della virgola in parlar Sgurato Omissione
del due punti n parlar figurato Intorno al vantaggio, che la costruzione può
trarre dalla punteggiatura ERRATA CORRIGE che desta era nome che dessa era nome
pag. 11 v. 21 che ha per sostegno i che fa da sostegno de’ pag. 17 v. 29 della
propozione della proposizione pag. 28 v. 14 attribuito attributo acqua è fresca
acqua è fresca qualsivoglta qualsivoglia tutti i derivati tutti i variati o
derivati Del Osservazione intorno Paragonando Paragonando sì aggruppa si
associa ivi v. 23 il verbo. Fu il verbo Fù ivi v. 32 truovate trovate E però
che È però che è qualitativo è
qualitativo abitiamo, dicendo: abitiamo, come: che la precede che loro precede di sù di quivi Egli piange Egli piangeva adoperato adoperata pag. 76 e 77 v. ult.
quindi truovandosi Quindi trovandosi lie per ti e per pag. 81 v. 3 e 13
truoviamo troviamo pag. 93 v. 24 vostro, sebbene tostro, che sebbene pag. 94 v.
38 Metastastio Metastasio se gli
allegano se gli allogano che, l’a che
l’a ivi. v. 20 che, il che il CONSIGLIO GENERALE DI PUBBLICA ISTRUZIONE Ripart.
Car. Oggetto Napoli 3 gennaio 1853 Vista la domanda del Tipografo Emmanuele
Rocco, il qua- le ha chiesto di porre a stampa l’opera intitolata — Gram matica
ragionata per la linqua italiana di Lorenzo Z :c- caro, per cura di Leonardo
Varcasia. Visto il parere del Regio Revisore Garzilli. Si permette che la
suddetta opera si stampi; però non si pubblichi, senza un secondo permesso, che
non si darà se prima lo stesso Regio Revisore non avrà attestato di aver ri-
conosciuto nel confronto esser l'impressione uniforme all'ori- ginale
approvato. Il Presidente — Mons. Francesco Saverio Apuzzo Il Segretario —
Giuseppe Piernocona _— TS IE GRAMMATICA RAGIONATA DELLA LINGUA ITALIANA secondo
è principii DEL CORSO DI LETTERATURA ELEMENTARE CONTENENTE I TRASLATI, L’ELOCUZIONE
E’L PRIMO COMPORRE PER L’ALTA GRAMMATICA NAPOLI STAMPERIA STRADA SALVATORE ALL
IILLIIIULLIIDS PRBLAZIONEA A’ GIOVANI STUDIOSI E) Negli antecedenti volumi ho diretto il proemio
ai precettori, perchè avea con essi le mie ragioni a fare per giustificarmi
dalle accuse di novatore tn una ma- tera antica quanto le scuole. Nel che parmi
di esser riuscito pel buon viso, che fu fatto da tutte parti a* due primi
volumi della Nuova grammatica ragionata, la quale da molti è stata letta, da
non pochi adotta- ta, da tutti degnata di lodî non lusinghiere, non dico di
generosa indulgenza. Tolte di mezzo le sfavore- "i prevenzioni, è tempo
ormai di sdebitarmi con voî, 0 giovani studiosi , perchè con vot è diretta-
mente obbligato un autore, che tmprende a scrivere opere di questo genere. E
dicovi primamente che, giudicandovi informati delle ragioni filologiche fon-
damentali e però forti nel comprendere, î0 tolgo a ragion veduta in questo
volume la forma dialogica, la quale per quanto è necessaria e indispensabile
pe’ qiovanetti di prima istituzione , per altrettanto riesce nojosa
a'precettori intelligenti ed a’ discepoli ragionatori. Ecco una novità, che m°
induce ad in- trodurre lg giusta estimazione del vostro ingegno. 4 Dicovi în
secondo luogo che le mie speranze, o, dico meglio, le speranze di questa
scienza sono fon- dute sopra di vot principalmente , perchè le vostre menti
vergini de’ pregiudiziù fece essere infor- mate della verità , che , sembrando
nuova , perchè contraria agli errori finora creduti ; comparisce so- spetta di
mentita "Dio coloro , che furono educati nelle vecchie scuole. £ queste
mie speranze dnno un Sostegno su î tanti sacrifict durati per vot unica- mente,
poichè qual frutto mi poteva tv sperare da una novità mal accolta în principio,
se non pure da taluni maledetta o derisa ? Ila il forte amore, che mi lega con
vot, mi fece dimenticare del personale interesse, ed, a pericolo di essere
lapidato, i seritto con fronte serena, tenendo ferma la mira alle ventu- re
generazioni, di cui vot siete le primizie — Alcuno pot, non mt apponga a
sentimento dt orgoglio il pen- sare deciso e risoluto intorno al futto snio ;
peroc- chè una lunga e penosa meditazione su questo ar- gomento è basterole a
connotare, come franchezza, quella, che per avventato qiudizio sarebbe audacia,
e, come ragionato înferire, quello, che per manco dî convinzione sarebbe in
altri un discorrere senza ri- Slettere, dove parano le parole. Quello che è
nuovo în tutto îl mio corso Letterario è îl ragionare, mes- so che la materia è
tanto antica. Or chi ragiona può ualche volta ingannarsi , ma meno spesso di
chi Lora tra le tenebre, empiricamente procedendo. La massima delle novità, che
to vo producendo , è dunque îl minimo numero degli errori , il che îm- porta
che molti errori tenuti per veri vengono spiat- tellati, e se odo gridarmi da
tutte parti: come va che tanti siensi ingannati? è possibile che tanti uomini
celebri non se ne sieno avveduti? L'uomo è soggetto ad errare, rispondo to, e
certi errori possono per- petuarsi per molti secoli, quando st crede ciecamente
ò e non st fa uso della fiaccola della ragione. Or to dico : voi non credete a
me, come to non credo agli altri: ragionate meco e giudicate se io ben mi ap-
pongo. Chiamare i giovani alla discussione è un rendere il debito omaggio
all'umana ragione, e un onorare debitamente l’ ingegno di ciascuno , e dalla
parte dî chi scrive una dichiarazione di limitato sen- tire di sè stesso,
rinunetando all’usurpato dritto di essere tenuto per infallibile — Ecco, o
giovani stu- diost, la mia professione di fede per tutte le mie opere
pubblicate finora, e per quelle che ho în ani mo di pubblicare. Forse non
mancheranno detrattori, che per far cadere in disistima il mio libro vi diranno
che to ho degradato la vostra scuola, intitolando, come parti di grammatica, î
tre trattati che vi presento in que- sto volume, fatti finora appartenere alla
Rettorica. Ma con giovani di buon senso, quali to vi suppongo, non debbo
allargarmi in molte purole per richia- marti da un errore da trivio e da un
pregiudizio plebeo —Che st chiami Grammatica o Rettorica un trattato
scientifico , importa poco, purchè contenga il bisognevole e corrisponda al
fine. Che vi giove- rebbe di esser distinti in iscuola col titolo di Reto- ri,
se înfatti studiaste un trattato di regole gram- maticali? E chi può dubitare
più oggidi che 1 Tra- slati e" Elocuzione sieno di pertinenza della Gram-
matica, dopo che ho già provato che il dominio di questa Scienza st iregde fin
dove è tn campo la disamina della parola?—(Vedete © Preliminari al Primo Volume
del Nuovo Corso). Vengo în ultimo a toccar brevemente del conta- tenuto în
questo volume, tl quale presenta tre Trat- tî, cioè : 1.° De TRASLATI 2.° dell’
ELOCUZIONE Del PRIMO COMPORRE e DEL PERIODO , oltre un APPENDICE Dire le
principali novità introdotte în que- 6 sti trattati sarebbe lo stesso che
scrivere un volume invece di una prefazione, ondeché, rimettendo chi n° è vago
di saperlo al 3.° Volume del Nuovo Cor- so di Letteratura, conchiudo che riesce
nuovo ogni trattato per t principi razionali, che lo tnformano, principi
sostituiti alle regole empiriche , principi generali e però senza eccezioni Profittatene
e vi- vete felici. OORIRTO ORRORI RORTATA TRATTATO I. INTORNO A TRASLATI
INTRODUZIONE DE TRASLATI IN GENERE Gi Sulla falsa nozione de’ Traslati. Per
traslato i filologi intendevano quella proprietà, che hanno le parole, di
essere trasportate dal significato primitivo ed etimologico ad un’altro diverso
e perciò im- proprio. Per esempio, il verbo ridere significa propria- mente,
ossia etimologicamente, la coruscazione dell’ în- terna gioja, propria
dell’uomo. Ora dicendo: i prati ridono, secondo la nozione de filologi il verbo
ridono dal significato primitivo, e perciò proprio, sarebbe #ra- sportato a
significare il fenomeno della luce sull'er- be irrugiadate. In fatti la parola
traslato viene dal latino rasfero che significa trasportare e trasluto
participio si riferisce sempre a vocabolo e non a senso, quantunque sia invalso
l’uso di dire: 1 senso proprio e în senso traslato 0 improprio. 8 Questa
nozione del traslato è falsissima, perchè un vocabolo non si può mai
trasportare dal significato proprio a qualunque altro, quantunque per imperizia
de’ parlanti molti vocaboli abbiano ora perduto il pri- mitivo valore. La
ragione si è che, se un vocabolo si potesse trasportare da un significato a un’
altro, ciò non potrebbe avvenire che in una di queste due con- dizioni 1. o di
perdere il primo significato 2. o di ritenerlo. Se i vocaboli perdessero il
primo s7gn2ficato, non avrebbe luogo il traslato , il quale è sempre in
relazione al significato proprio. Infatti chi non sapes- se il significato
primitivo della parola erede , crede- rebbe che fosse proprio quel significato
, che tutti le danno, mentre lo ha per un traslato — Se poi il vocabolo
îrasportato ad improprio significato ritenesse ancora il proprio, dovremmo dire
che quel vocabolo non ha uno, ma due significati. E, siccome da quel che di-
remo un vocabolo può essere occasione di tanti signi- ficati impropri, quanti
sono i bisogni di esprimere nuo- ve idee, dovremmo dire che i significati di un
voca- bolo sieno indefiniti. Ora nessuno ha mai pensato che un vocabolo ha più
di uno significato, quantunque i zraslati sieno infiniti. E, se taluno l’ ha
pensato, ha pensato un assurdo, perchè non ci sarebbe dizionario sufficiente a
raccogliere tull'i significati relativi di o- gni parola Conchiudiamo che la
nozione di traslato nel senso , che un vocabolo possa essere rasporiazo dal
proprio e primitivo ieaiicalo ad altri impropri, è falsissima e
contraddittoria. () PA Vera nozione de’ Traslati. Se è vero che un vocabolo non
può essere #raspor- fato da uno in un altro significato; non si può però 9
negare che il verbo ridono, combinato in costrutto col nome ? pratî, ha virtù
di far intendere, oltre l'i- dea propria assagnatagli dalla primitiva
convenzione, anche l’altra del fenomeno prodotto dalla luce sul- D erbe
irrugiadate, come abbiamo detto. Questo è ve- rissimo , ma, ricercando come ciò
avvenga, trovere- mo la vera nozione del sraslazo. Se invece di ? prazî al
verbo ridere farò precedere altre parole, e dirò per esempio : 7 demoni ridono
: il cane ride: l'asino ride: l'agnello ride, la stessa pa- rola ride fa
intendere, oltre del riso propriamente, un effetto simile in qualche modo al
riso, ma diversissimo rispetto a ciascun primo termine di proposizione, perchè
nè i demoni, come spiriti, possono ridere come l’uo- mo, nè il cane come i
demoni, nè l'asino ec. Ondechè il verbo ridere non per sè stesso, perchè non si
alte- ra punto, ma per la combinazione ad altre parole è occasione di far
pensare ad altre idee. Distaccatelo dalla combinazione, resta sempre segno
della corusca- zione dell’ interna groja, e niente più. Onde è chia- ro che la
nozione precisa e netta del traslato consiste in questa formola: combinando
insieme più parole, in occastone delle idee stgnificate dalle parole espres- se,
intendiamo altre idee non SÙ A Dalla quale formola risulta che le idee intese e
non espresse non sono significate da alcuna parola della combinazione, ma si
destano in occasione delle idee espresse — In altri termini le parole combinate
acquistano le virtù di far intendere le idee innominate, che hanno rela- zione
alle idee nominale— Così dicendo : ? pratî r?- dono , ognuno vede che il prato
è in relazione col fenomeno della luce, a cui è simile il riso ossia la
coruscazione dell'interna gioja dipinta sul volto u- mano : quindi è chiaro che
in occasione delle idee nominate de’pratt e del riso intendiamo la innomi- nata
del fenomeno della luce. ,% 10 63. 1 Traslati st adoperano sempre per bisogno e
non per ornato. Il Bisogno è dal lato della lingua o de parlanti Distinzione
delle idee nominate e innominate. Nelle scuole è stato insegnato che vi sieno
traslati di lusso come ornamenti del discorso, in guisachè per ter- so
favellare e pulito discorso tenevasi quello, in cui maggior copia di traslati
si rinvenisse. Ma un tal mo- do di pensare fondavasi sulla falsa nozione de’
mede- simi, e benchè sia vero che Aristotile chiamolli lumi ed ornamenti dell’
orazione, è a surdo il credere che un mezzo di pura necessità possa divenire un
ogget- to di lusso. È invero ogu’ Idea avesse destinalo un vocabolo proprio,
chi ricorresse al traslato per farla intendere, darebbe argomento d’ignoranza
di lingua, erchè esprimerebbe per approssimazione ciò che po- trebbe
direttamente con la parola propria. Infatti il traslato non dice mai quanto
dovrebbesi, ma secondo la capacità del lettore o dell’uditore nel sapere inten-
dere un'idea non espressa, come da lui si può con- cepire. Bisogna dunque
conchiudere che il traslazo è un mezzo leggitimo di esprimerci ne’ soli casi ,
ne’quali mancano nel dizionario della lingua le parole conve- nule, come segni
di alcune idee 1r20minate. Il che si rende più chiaro dal riflettere che il
numero de’vocaboli di qualsivoglia lingua è determinato, e dev'essere così
necessariamente. Ma il numero delle idee è progres- sivo, come progressiva è la
civiltà di una nazione par- lante. Or tutte le nuove idee prodotte dal
progresso, non avendo assegnate nel dizionario le corrispondenti parole,
debbono farsi intendere in una maniera qua- unque, e una di queste è la combinazione
delle parole 41 esistenti, atta a far intendere le nuove idee 2nnominate, ossia
quelle che non hanno parole, differenti dalle n0- minate, così dette per la
ragione contraria. Il trasla- to sotto questo punto di veduta è un mezzo di
puro bisogno e non di ornamento, e, se arreca diletto, è per la sagacia dello
scrittore nell’ artificio della combina- zione , e non pel traslato in sè
stesso. Il Bisogno poi è di due maniere, 0 dal /ato della linqua, 0 dal lato
del parlante. Il bisogno dal lato della lingua deriva dalle parole rispetto
alle idee nuo- ve, e però innominate. Il bisogno dal lato del par- lante può
essere per ignoranza, in quanto che chi par- la, non sapendo le parole
registrate nel dizionario, ri- corre al traslato per un difelto subbjettivo o
relati vo e non assoluto. ln questa improprietà di parlare o di scrivere
possono cadere anche gli uomini doltissimi, quando trattano di cose, che non
appartengono alla lo- ro professione, perchè ogni scienza deve avere il suo
linguaggio formato e stabilito — In ogni caso il par- lare per traslati è
sempre argomento o di povertà di parole o d’ ignoranza de’ parlanti — La
povertà della lingua è una condizione necessaria per ìimpararla, per- chè, se
ogn’idea avesse una parola, non vi sarebbe me- moria tanto prodigiosa che
potesse tutta ritenerla. I traslati per ignoranza de’ parlanti sono argomento
di poca civiltà e di poca educazione per un popolo o per una nazione, come per
l'individuo. 64 Fondamento psicologico de’ Traslati possibili , 7 e quindi le
varie specie de' Traslati. Abbiamo detto nel paragrafo 2.° che il traslato è un
mezzo di far intendere alcune idee non espresse per mezzo di altre idee
espresse in un costrutto, do» 12 ve più parole si combinano , in quanto che le
idee nominale sono occasioni, che suscilano le idee innomi- nate. Di qui è
facile a comprendere che i traslali si fon- dano sulla legge psicologica della
riproduzione e del- l’ associazione delle nostre idee. Esaminando questa legge,
esamineremo ancora il fondamento psicologico de' traslati. Ora è un fatto che
noi, vedendo un agnello, ci ricor- diamo di un altro agnello, altre volte
veduto, s:222/e al presente : così, vedendo un uomo, ci ricordiamo di un altro
uomo s@rzle, e va dicendo. Questo falto è costan- te in noi per tutti gli
oggetti presenti, simil agli og- getti passati, le cui idee vengono riprodotte
ossia ricor- date dalla memoria. Bisognerà di: que conchiudere che la
similitudine è la legge della riproduzione delle idee di oggetti, simili ad
oggetti presenti. Nella supposizio- ne adunque che alcune idee non avessero
nome nel di- zionario di una lingua o nella mente del parlante, si potrebbero
far intendere in combinazione di alcune pa- role, segni delle idee di obbjetti
s7722/. Questo mezzo di esprimere va detto nelle scuole Metafora , parola
greca, che corrisponde alla latina rrans/azwm, ed all i- ialiana traslato, onde
noi lo chiamiamo, 7raslato di Similitudine. In secondo luogo le nostre idee,
quando si riprodu- cono, non vengono mai isolate, ma in compagnia di al- tre. Così,
se in occasione di un agnello presente voi vi ricordate di un agnello simile
passato, l' idea di que- st ultimo non apparisce sola , ma associata alle altre
idee, per esempio, del pastore, della mandra, del greg- ge, de’ cani, del Zatte
ec. Il che avviene per una leg ge, che dicesi associazione delle nostre idee,
per la quale in occasione di una idea cì ricordiamo delle mille ad essa
consociate. Studiando i principi di que- sl’ associazione, possiamo trovare ,
leggitimi mezzi di esprimere, quei #raslati, pe quali nominando un' idea 43
socia facciamo intendere le altre socie , che saranno innominate. Ora il primo
principio di associazione è la connes- stone tra causa edeffetto, tra soggetto
e qualità. Per connessione intendo quello stretto legame, che passa tra due
termini, per lo quale non possiamo pensare all’ u- no , senza pensare
all’altro, appunto come non pos- siamo pensare all’ effetto senza pensare alla
causa, nè possiamo pensare alla qualità senza pensare al s09- getto. Se dunque
in alcune circostanze io adopero il nome della causa per far intendere l’idea
dell’e/ferto innominato e viceversa, oppure il nome della qualità per far
intendere il soggetto e viceversa, io avrò un mezzo di esprimermi per traslato,
che le scuole chia- mavano Metonimia, e che io aldomando 7Yaslato per
Connessione, e nel primo caso per Connessione cau- sale, nel secondo per
Connessione sostanziale. Ma quest'ultimo nelle scuole va detto Antonomasta. Il
secondo principio di associazione è la Congiunzio- ne delle diverse parti al
loro tutto, per la quale pen- sando ad una parle, pensiamo all'insieme, e,
pensan- do all’ insieme, pensiamo a ciascuna parte , secondo il principio sila
cioè la percezione. passata ri- torna tulta, quando ne ritorna una parte. Se
dunque in qualche caso io adopero il nome del tutto per far intendere l’idea
innominata di una parte e viceversa, faccio uso di un mezzo di esprimermi, che
nelle scuo- le fu detto Stneddoche, e che io chiamo 7raslato dî Congiunzione.
Il presente ‘Trattato adunque sarà diviso in tre Capi. Nel 1.° esporrò la
METAFORA ossia il 7'ras/ato di Similitudine: nel 2.° la MmertonIMmIA o il
Traslato di Connessione: nel 3.° la sineDDOCHE o il 7raslato di Congiunzione. DELLA
METAFORA – H. P. Grice: “You are the cream in my coffee” -- OSSIA DEL TRASLATO
DI SIMILITUDINE. fi. Della Similitudine fondamento della Metafora. Se la
similitudine è il fondamento della Metafora, fa meslieri conoscere in che
consiste precisamente e quali condizioni richieggonsi, affinchè non isbagliamo,
sia quando noi vogliamo esprimere con queslo mezzo le idee nostre, sia quando
vogliamo disaminare il ret- to uso del medesimo nelle scritture de’ buoni
autori. Diremo adunque che la parola similitudine è deriva- ta da simile, e
questa dal latino s:mu/, che signifi- cava nel medestmo tempo , per la ragione
che non possiamo dire che una cosa sia s/m25/e, se nello stesso tempo non si
presenta al pensiero |’ altra cosa a cui è simile. Così non possiamo dire che
un ritratto è st- mile, se al nostro pensiero non si presenta l’ idea del- l’
originale nel medesimo tempo che contempliamo il ritratto e viceversa. Onde
risulta che la similitudine è un rapporto costituito tra’ due obbjetti almeno ,
come tra l’acqua e il marmo , tra il cavallo e l° elefante, tra il serpe e il pesce
ec. ec. Ed è ancora chiaro che non bastano gli obbjetti, se la mente nostra non
li tiene presenti nel medesimo tempo al suo intuito per vede- re in che tra
loro convengono, perocchè la similitu- dine, come è intesa nel senso comune, è
la convenien- za di una stessa qualità a due obbjelti distinti : così il marmo
è simile all’ acqua per la freschezza, l’uo- mo al cavallo per l’animalità , il
triangolo al qua- drato per la figurabilità ec. 15 $ 6. Differenza tra la
Metafora, la Comparazione, e l’ Allegoria. La Comparazione, come abbiamo delto
in Sintassi, con- siste nel paragonare due soggetti per vedere in che sonico o
disconvengono tra loro : nel paragrafo anlecedente sì è rilenuto che la
simz/itudine fondamento della Metafora richiede la presenza di due idee per ve-
dere se convengono in qualche cosa; parrebbe da ciò che la Metafora sia la
stessa cosa che una Compa- razione. I Retori infatti la deffinirono per un’
abbre- viata comparazione. Ma ognuno vede la differenza che passa tra le
seguenti espressioni , ? prati ridono, la mente è serena, e ques’ altre : /a
virtù si raffina în mezzo a’ travagli come l'acqua che corre e si rom- pe tra
sassî: la virtù st corrompe nelle prosperità, come 10 brando che giace inutile
diviene rugginoso. Or in che differiscono gli esempi della prima serie da
quelli della seconda ? In quelli un solo soggetto è e- spresso cioè 1 prati e
la mente: in questi sono espres- sì ì due soggetti comparati, cioè r2r/% e
acqua, vir- tù e brundo in due proposizioni distinte: in quelli si accoppia al
primo soggetto espresso l'attributo o l' a- zione del sereno o del ridere , che
appartengono al- l’altro non espresso : in questi l’ altributo e ll azione del
sereno e del ridere si ripetono co’ due soggetti e- spressi. Non si può dire
che i costrutti degli esempi arrecati nelle due serie differiscano tra loro,
come gli analitici da’ sintetici , sotto il rispetto della sola Sin- tassi,
perchè i traslali sono mezzi di necessità e non di eleganza, avendo per iscopo
di far intendere le idee innominate e non di racchiudere in poche parole molti
pensieri, come sì propone la Sintassi figurata. Resta a conchiudere che la
Metafora differisce dalla Compara- 46 zione in qualche cosa di sostanziale
rispetto al nostro pensiero. Vediamolo. La mente nostra nella metafora vede i
due soggetti er la semplice riproduzione dell'uno in occasione del- Efo. senza
alcuna sua deliberata elezione, e vede il soggelto riprodotto da quel solo
lato, che è simile all’ oggelto proposto, per esempio in occasione della mente
în calma pensa al ctelo sereno in quanto è se- reno, onde pensa che la mente è
serena senza tener conto del cre/o, da cui distacca l'attributo sereno. Nella
Comparazione al contrario procede riflessiramente , perchè paragona i due
soggetti a suo bell’agio, fer- mandoli e contemplandoli. In quella possiamo
dire che lo spirito nostro apre gli i e subito li chiude per avere idea
qualsiesi di una vaga scena: in questa apre gli occhi e li tiene aperti per sua
libera elezione, ri- chiamandosi dalle serie delle idee, che si vorrebbero
riprodurre, e ritenendo que’ soli pensieri di che si de- lizia. Ora in questa
veduta vaga e indeterminata del- lo spirito nella metafora consiste da una
parte il di/et- to e dall'altra la /uce che sparge nell’ orazione, simi- le a
quella della folgore in tempo di notte, che ab- baglia e sparisce, mentre nella
comparazione è luce di riflessione e permanente. Voi non confonderete la
Metafora con la Compa- razione, se sarete attento a’ caratleri empirici o
verbali di entrambe. La Metafora presenta sempre un soggetto combinato con una
parola, che esprime idea re!aliva all’altro soggelto non espresso, come i prati
ridono, ridenti colline, mente serena, mente cieca, acqua chiara, la virtù si
affina o si corrompe, la vita de- clina, gli anni volano, le selce mute,
tempesta îro- sa, folgore punitrice, tempi ingiusti, costumi corrot- ti, uomo
crudele , affanno spietato, morte barbara, mano empia ec. ec. AI contrario la
Comparazione ha sempre i due sog- 47 getti espressi in qualunque forma e non
tralascia quasi mai 1 correlativi /anzo quanto , così come, tale qua- le ec.
Per questa ragione, se troviamo il verbo Essere tra due nomi, come Nerone fu
Tigre, Tiberio fu volpo- ne, gli Apostoli furono Aquile ec. non diremo che vi
sia metafora ma comparazione , perchè i due soggetti sarebbero espressi, e la
proposizione così ‘concepita è duplicata e perciò comparativa, come abbiamo
stabilito in Sintassi figurata Vol. II. ‘ I Retori dissero che l’ A//egorta è
una continuata Metafora, perchè dessa altro dice, altro intende. Co- sì Orazio
in cagle sua Ode intorno alla nave descri- veva i pericoli della romana
repubblica : altri poeti negli Apologhi o nelle Favole nascondevano alcuni ve-
ri pericolosi, ma necessari al bene della società in cui vissero; e vi fu chi
per diletto sotto il simbolo della rosa descrisse la fragilità della vita umana
ec. Ora, considerando che le allegorie presentano componimenti fatti con arte,
ognuno può comprendere che desse so- no lavoro di riflessione e come tali alla
Comparazio- ne debbonsi ridurre e non alla Metafora. La Compa- razione poi
differisce dall’ a//egoria in quanto che la rima ha espressi i due membri
comparativi, mentre a seconda ha espresso il secondo e taciuto il primo.
L’allegoria è una proposizione incidente senza la prin- cipale, che ad arle si
sopprime; perchè è facile a in- tendersi. Potremmo adunque dire che la
Comparazio- ne è un costrulto analitico, mentre l’Allegoria è un co- strutto
sinletico. Ho avvertito queste differenze come per digressione , perocchè il
luogo opportuno e pro- prio a trattare di siffalte cose è in Estetica, come ve-
drerco. 48 67. Vi sono Metafore generali, ossia comuni a tutte le lingue. Una
Metafora è generale o comune a tutte le lingue in quanto che i parlanti delle
diverse lingue in diversi luoghi e tempi se ne sono serviti e se ne servono, a
condizione però che quella specie di Metafora abbia per fondamento la stessa
specie di similitudine, la quale come abbiamo dimostrato innanzi è fondamento
di que- sto Traslato. Or come si può ottenere la stessa specie di Similitudine?
a condizione che le idee innominate sì facciano intendere in occasione dell’
idee nominate, le quali si riferiscono agli stessi oggetti simili in tut- li
tempi e in tutti luoghi. Il che non si può con- seguire, se gli oggetli di
queste idee non sieno costan- î1, permanenti, identici; perchè, se questi
cambias- sero, il traslato varierebbe, e non si potrebbe più di- re generale e
comune. Per sapere adunque quali me- tafore sieno generali e comuni è uopo
vedere quali obbjelti sono permanenti, e costanti, non solo , ma universali
cioè noti a lutto il genere umano, perchè si potrebbe supporre un obbjetto
permane::te noto a po- chi e ignoto allo universale. E, guardando all’univer-
so speltabile, non v è uomo al mondo, che non conosca 1 monti, le valli, il
giorno, la notte, il sole, la luna, le stelle, le piante, l’ acqua, i rivi, i
fiumi, gli uc- celli, i uni 1 rettili, le nubi, la pioggia, l’ iride, fo
tempeste, le folgori, i tuoni, la nascita, la morte ec. Tutte le metafore, che
si fondano sulla similitudine di questi obbjetti, saranno per conseguen- za
generali e comuni a tutte le lingue, e le lin- gue posteriori possono
appropriarsele, perchè tutti gli uomini di qualsivoglia lingua o nazione , di
qualuu- que luogo e tempo, le intendono. Parimenti a chi non 419 è noto il
proprio essere , l’ entelligenza , l’idea , il destîderio, il volere? le
passioni come l’ amore, l'odio, I amicizia, l’ ira, la gioja, la voluttà , il
dispiace- re ec? Tutte le metafore fondate sulla similitudine a questi obbjelti
sono ancora generali e comuni. Infatti in tutte le lingue la chiarezza delle
idee, lo splen- dore della gloria, la fugacita della vita, le saet- te di volar
destose, il mare furibondo, le armi pie- tose, le ridenti colline, i prati
ameni , Vl onde cri- stalline, lo scorrer degli anni , il fiore della gio-
ventù ec. sono metafore copiate e bene intese. Anzi è avvenuto che molte parole
, adoperate in forma di traslati in alcune lingue , per poca perizia filologica
si sono trasportate nelle lingue derivate in senso eti- mologico a significare
alcune idee innominale , come intelligenza , percezione , întendimento,
intuizione, spirito, ec. ec. come vedremo in appresso. gs. Alcune Metafore sono
particolari per la similitudine di obbjetti particolari. Vi sono alcune
metafore fondate sulla similitudine di obbjetti particolari di alcuni tempi e
di alcuni luo- ghi e ind noti ad alcuni soltanto e non a tulti gli uomini.
Simili metafore perciò sono anch’ esse parti- colari di una famiglia, di un
popolo e di una nazio- ne, intelligibili alle altre famiglie, agli altri
popoli, alle altre nazioni. Dico di più che vi sono metafore par- ticolari
diverse per lo stesso uomo ne’ diversi stadi del- la sua vita, perchè come va
innanzi con gli anni, va- ria di gusto ‘e di appeliti, e trattando ne’ diversi
sla- di con diversi obbjetti varia ancora la s7militudine degli obbjetti, che
si presentano per le idee che domi- nano nel pensiero. Simili metafore
coslituiscono i ca- 2) ratteri delle nazioni e la proprietà delle lingue par-
late, per cui il francese si distingue dall'italiano, dal tedesco, dal greco e
dal latino, e ciascuna è per in- dole diversa da ogni altra, onde quello che è
permes- so in una è vizio in un’altra, e chi volesse traspor- tarlo fedelmente
alla lettera in un’altra farebbe stoma- co. Per siffalta ragione molte metafore
nella greca e latina favella sono inintelligibili alla moltitudine de' let-
tori, che non sono versati nell’ Archeologia, perchè, es- sendo ignoti gli
obbjetti, co’quali si istituisce la simi- litudine delle idee imnominale ,
queste non si posso- no intendere. Inintelligibili del pari sono le Metafore
fondate sulla similitudine degli obbjetti noti a’ francesi e ignoti agl
italiani od al contrario, o noti ad un in- dividuo e ignoti ad ogni altro,
perchè, come vedremo, la Metafora è un mezzo di espressione, comunque eco-
nomico , fallo per chi legge o ascolta e non per chi scrive o parla. Or, se
questi ignorasse l’ obbietto, in oc- casione della cui idea si desta la
tnnominata che si vuole far intendere, non potrebbe in alcuna guisa ca- pire il
senso del traslato. Sarebbe lo stesso che pre- tendere da un cieco nato
l’intendimento di una meta- fora, che si fonda sulla similitudine degli
obhjetti lu- cidi, come lo splendor della gloria, il riso de'prati, il /uccicar
delle spade ec. 69. Vi sono Metafore particolari per la particolare mantera di
concepire la similitudine. Posto che la Metafora è un traslato di similitudine,
e questa è un rapporto concepito dalla mente nostra tra gli obbjelli s:725/,
ognuno intende che , siccome non ulti gli uomini hanno lo stesso grado di
sentire e quindi di concepire le cose, così non tulti egualmen- 24 te vedono
negli oggetti tutte le qualità , o la stessa qualità nel medesimo grado. Il
perchè osserviamo che le metafore degl’ individui diversificano tra loro , e
quelle di uno scrittore sono diverse da quelle di tutti gli altri, ancorchè
tutti ragionassero del medesimo ob- bjetto, e chi, per esempio,
rassomiglierebbe la vita umana al fiore , chi all'erba verde il mattino e ap-
passita la sera, chi all'acqua che corre e più non ri- torna, chi alle onde del
mare che si rompono contro gli scogli ec. Ma dilettano immensamente e dànno
aria i originalità allo scrittore quelle che si desumono da oggetti noti e
comuni per similitudine provveniente da qualità, che Passano inosservate al
volgo Lei scritto- ri, come quella dell’Ossian, che paragona la Musica di
Carilo alla memoria del passato che insieme pia- cevole e triste riesce all’
anima. La Metafora considerata da questo verso puramente subbjetlivo manifesta
la particolare maniera di ogni scrittore o parlante, che i retori addomandarcno
szz/e o carattere, imperocchè ogni uomo limitato alla sua capacità si esprime
in quel modo che può, o voi po- tete giudicare della sua rozzezza o della sua
cultura guardando agli oggetti, cui allude, quando parla o scrive. Chi si
diletta di cose agrarze, non volendo, allude ai monti, alle valli, a' fiumi, a’
torrenti, al gregge, ai prati, all’erbe, a fiori, a' volatili, alle tempeste, alla
primavera, all’ autunno ec. Uno scrittore che si diletta della 722/272, prende
le sue metafore dalle armz, dalle dazzaglie , dagli eser- citt, dagli assalti,
dal campo ec. Simili allusioni tra- discono il più oculato scrittore , e un
sagace lettore te ne saprà indovinare i difetti e le virtù, le nobili o ree
tendenze , da una parola uscita a caso dalla bocca o dalla penna. to r9 6 10.
Riquardi, che deve avere lo scrittore nel formare le metafore in quanto a sè
stesso. La Metafora, abbiamo detto nel $ 4.° è un mezzo di esprimere le idee
innominate associate alle idee espresse per la similitudine, che passa tra i
loro ob- bjetti. Lo scrittore adunque dovrà essere diligente nel-
l'applicazione di questo principio, ricercando la simi- litudine da quegli
obbjetti, che più rassomigliano agli obbjetti delle idee innominate ; poichè
per esperienza sappiamo che in certi momenti possiamo illuderci a segno di
prendere le lucciole per lanterne e di vede- re una similitudine tra oggetti
differentissimi. l'ante volte una qualche similitudine può esservi, ma
rimotissi - ma, e tale che non tutti la ravvisano, onde avviene che le metafore
su di essa fondate invece di adempiere il loro ufficio fanno ridere o riescono
insopportabili. Tali sarebbero nella nostra favella le seguenti : viscerare î
monti per traforarli, avcelenare l obblio con l’in- chiostro: sudano î fuochi:
spargere lagrime di bel- tà, 1 figli dell acciajo , il tempestoso figlio della
guerra, il dardeggiar degli squardi , il rotolar della morte , l urlar de’ torrenti
ec. ec. In secondo luogo sarà diligente lo scrittore di gu- sto a scegliere tra
gli oggetti simili i più nobili e de- corosi, evitando ad arte gl'ignobili e
sconvenevoli. In questo mancarono la più parte de’ nostri primi scrittori, che
insozzarono le loro pagine di allusioni oscene e stomachevoli. Le produzioni
letterarie si propongono per fine il perfezionamento della specie umana, la d°S
diviene migliore a misura che in lei predomina l' in- telligibile e va
diminuendo il sensibile. . In terzo luogo lo scrittore dilingente si guarderà
di accumulare più metafore nello stesso a facendo 253 passare il leltore da
scena e scena sempre diversa ; perchè in così fatta guisa si perde di vista
l’obbietto principale e lo spirito del lettore divagasi come in una specie di
abbagliamento. Peccò contro questa regola il Petrarca in quel suo Sonetto, dove
dice : Io farò forse un mio Zavor si doppio Tra lo st: de’ moderni el sermon
prisco Che (paventosamente a dirlo ardisco ) In fino a Roma ne udirat lo
scoppio. dove, come ognun vede, il /avoro parogonato alla #e- la, è seguito AR
stile, che era uno strumento di fer- ro con cui gli anlichi scrivevano, e da
sermone pa- ragonato a séî/e, e conchiude che quel /avoro simile alla rela
faccia uno scoppio proprio del tuono. E qual accordo ira /avoro e udiraî?
perche il /avoro sì ve- de e si tocca, ma non si ode. Non sono rari gli esem-
pi di simili negligenze anche presso de’ migliori scrit- tori, che, per
servirmi della frase di Orazio, qualche volta, come Omero, sono presi dal sonno:
Quandoque bonus dormitat Homerus. 6 il lRiguardi che deve avere lo scrittore
a'suoî lettori nel far le metafore. Non ogni produzione letteraria è direlta ad
ogni classe di lettori, come non ogni discorso è fatto per ogni classe di
ascoltanti, perchè tutti sanno che una predica alla mollitudine è differente da
un panegiri» co o da un discorso accedemico , come la novella è differente
dall’ Epopea. I libri d’ insegnamento si scri- vono con uno stile semplice e
piano, laddove un’ ode o una canzica è scritta con islile ornato e fiorito. La
24 ragione di tulte queste differenze si è che alcuni com- ponimenti sono
diretti a leltori di basso intendimento, altri ad uomini colti e nelle lettere
versati. Ma primo do- vere di ogni discorso pronunziato o scritto è la chia-
rezza, per la quale il nostro pensiero, medianti le pa- role, si trasmettono
nell'animo altrui — Or la Melafo- ra è un mezzo di far intendere alcune idee
innomi- nate, nominandone alcune altre, che hanno la virtù di far intendere le
prime per similitudine. Nella supposi- zione che le idee nominate, ossia
espresse, fossero igno- te a’'lettori od agli ascoltanti, questi non potrebbero
intendere le innominate. È per questo che lo scrittore o il parlante,
quantunque potesse formare una metafo- ra sulla similitudine di mille oggetti,
dovrà scegliere tra questi que soli o quel solo, che è sicuro sia noto a’ suoi
lettori od ascolianti. Chi non vede infatti quan- to insulso sarebbe quel
dicitore , il quale, parlando a contadini idioti, dicesse loro: come ?/ velluto
de’ prati fioriti incanta lo sguardo? 0 come diletta la por- pora sulle foglie
di candida camelia! Come invero potrebbero intendere le idee innominate simili
all'idea del velluto ignoto, o l innominata qualità della rosa in occasione
dell'idea della porpora ignota? Per di- fetto di convenienza delle cose, che si
dicono o scrivono con la capacità d'intendere di quei che ascoltano o leg-
gono, avviene che la più parte delle letterarie produ- zioni non ottengono il
fine che si propongono. Quindi le metafore di un tempo allusive ad obbjetti
particolari riescono inintelligibili a'lettori di un altro tempo: similmente le
metafore di tal natura intese in un luogo non s’ intendono in un altro e quelle
che sono intelligibili a Firenze non sono tali in Napoli e in Roma. Di qui
deriva che un fiorentino, se parla o scrive pe soli fiorentini, può farne uso
lodevolmente , ma, se intende parlare o scrivere per tutt'Italia, si guar- derà
bene di farlo. Onde il Davanzati e ’1 Cesari pec- 25 «carono contro le leggi dell’arte
, quando il primo ci regalava la versione di Tacito e ’l secondo quella del- le
cinque Commedie di Terenzio con tanti fiorentini- smi, ed allusioni a cose
ignote a tutt Italia. 6 12. Intorno al metodo che st deve tenere per intendere
le metafore nelle scritture antiche e in generale de’ tempi anteriori a chi
legge. Questo Metodo è l Etimologico e giova a chi scrive pel buon uso della
Metafora. La Metafora, come abbiamo veduto nel $ 9., non si può costituire se
non in una combinazione di più pa- role, le cui idee sieno di occasione a far
intendere le idee innominate, per la similitudine. Così dicendo : i prati
ridono, in occasione delle idee de' fran e del riso pensiamo al fenomeno
prodotto dalla luce sull’ er- be irrugiadate, simile al riso. Affinchè dunque
in men- te del lettore possa aver luogo il traslato, si ricerca
indispensabilmente il concorso di tre idee cioè 1. l' i- dea de’ pratî 2. l’
idea del riso 3. l’idea innominata del fenomeno della luce simile al riso. Se
una di que- ste mancasse, avremmo due parole, segni di due idee soltanto, ossia
avremmo (ante idee quante sono le pa- role. Ma il traslato è una combinazione
di costrutto, per la quale si vuole far intendere un numero d’ idee mag- giore
del numero delle parole espresse: bisognerà con- chiudere che, se una delle tre
idee mancasse, non po- trebbe in mente del lettore aver luogo la Metafora. Que-
sto argomento è chiaro e incontrastabile. Ma si potreb- be quistionare se mai
si dieno de’ casi, in cui, mentre chi scrive adopera un traslato, chi legge non
lo intenda. Or questi casi non solo sono possibili, ma di frequente si
verificano nel fatto, perchè molte parole nella Locale 26 lingua hanno perdulo
il significato primitivo ed elimo- logico e si sono trasportate a significare
un’altra idea differente. Ne produrrò un esempio. ADOLESCENZA significa oggidì
l'età, che segue alla fanciullezza, e per la moltitudine non ha altro
significato fuori di questo. Ma dessa è una parola derivata dalla latina
o/esco, che, componendosi alla preposizione ad, si fa adolesco. Or quest’
olesco è variato di oleo, il quale deriva da o/us nome , che significa secondo
i vocabolari orzaggio o rerdura. Ond'è chiaro che adolescenza è l’astratto del
verdeggiare. E, siccome quell'età, che succede alla fan- ciullezza, è regeta,
come vegete sono le pianle in aprile, per similitudine si disse adolescenza.
Ecco un esem- pio, in cui una parola, perdulo il significato primilivo, è
passata a significare un'idea diversa. Chi volesse altri esempi vegga il III.
Vol. del Nuovo Corso pag. 102 e seguenti. Il che quanto noccia alla purità e
pro- prietà di una lingua non ci sono parole, che bastano a dimostrarlo; ma
giova al proposito il solo riflettere che a breve andare si passerebbe da una
lingua ad un altra differente, perchè allora si ha la stessa lingua, quando le
parole conservano lo stesso significato, che fu assegnato loro dalla primitiva
convenzione. Oltracciò come noi potremmo intendere l'integro senso degli scrit-
tori antichi di una lingua vivente, quando la terza idea simile nella
combinazione del traslato fosse sparita ? Chi non sa che tre idee sono più di
due? Or come avviene questo mutamento di significato alle parole ? Per
ignoranza di quei che l’ usano , ma la maggior colpa è de' filologi e de'
lessicografi, i quali, standosi all'uso della moltitudine, danno alle parole un
signi- ficato improprio; poichè appunto gl'ignoranti sbaglia- no il più
sovente, e ignorante è la moltitudine, e mag- OrACo la plebe o la minuta gente.
Che dovremo unque giudicare di que’ filologi addomandati puristi, i quali
vogliono elevare a giudice di lingua italiana 27 la bassa plebe di Firenze, o
di quegli altri, che per scrivere un Dizionario di Sinonimi vanno a consultare
ìi contadini dell’ Arno? possono invero i contadini co- noscere le allinenze
della lingua italiana con la lati- na, da cui deriva? Conoscono eglino le
antiche serit- ture, dove sono registrati nel vero senso le parole, di cui
usano al presente ? Se le ignorano, come potran- no giudicare del vero o falso
, proprio o improprio significato delle medesime ? Adunque è chiaro che i soli
filologi, versati nelle ra- gioni delle lingue, possono tassare il vero
significato delle parole e correggere gli sbagli dell’ uso cieco del- le
moltitudini. Ho detto # filologi versati nelle ragio- nt delle lingue per due
motivi 1. per dichiarare che uesto dritto non compete a’ puristi, che stanno
all’uso della plebe, per la ragione accennata innanzi 2. per ave- re occasione
di parlare del metodo da tenere ad in- tendere nella loro integrità le antiche
scritture. È di- rò che siffato metolo è I° etzzz0logico , il quale pre- scrive
che a cogliere tutto il $tnso de’ costrutti com- binati a metafora è uopo
badare all’ eizzologia de’ vo- caboli, per vedere quale fu il significato
primitivo loro assegnato dalla primitiva convenzione. Ragionando sul- l'esempio
riportato innanzi, la parola adolescenza, come sì adopera comunemente, non fà
intendere più che l'era posteriore alla fanciullezza , ma chi risale all’
origi- ne di questa parola vi aggiunge, oltre l' idea innomi- nata della detta
età, ancora la propria del verdeggia- re. Adunque è facilissimo a comprendere
che chi co- nosce l' esimologia delle parole può solo comprendere l'integro
senso del costrutto combinato a metafora. Di qui deriva che, se mille uomini
leggeranno uno stesso componimento, la comprensione varierà secondo la di-
versa capacità d'intendere di ciascuno, ossia secondo il diverso grado di
cognizione elimologica de’ vocaboli che lo formano, Onde si spiega come lo
stesso libro da 28 noi lelto in diverse epoche della vita produce diverso grado
di comprensione, e più ne intendiamo, quando poniamo attenzione all’ etimologia
delle parole. Quante volte non abbiamo adoperata, per esempio, la parola
pensare per l’atto della mente che conosce, come pure il percepire, l’
attendere, Vl’ intelligenza, il concepi- re ec. senza mai badare al loro
significato primitivo? Ma, riflettendo che pensare viene dal latino penso, che
significava pesare in bilancia : percepire da percipio composto da per e capro
che significa prendere: în- telligenza da tntelligere composto da inter e
legere che significa scegliere ec., quanla significazione non avviene in noi,
che prima non vera? Quale chiarezza di nuova luce non si sparse nella nostra
intelligenza, guar- dando all'etimologia di queste parole, che prima non davano
che un senso vago e indeterminato? Senza que- sta cognizione è impossibile che
le parole si usino a tempo e luogo, cioè con proprietà; perchè, prendendo- le
in senso proprio, quelle, che furono adoperate in costrulli combinati a
metafora, perdono la re'azione al primitivo significato, e quindi sì vanno
sempre disco- standosi dalla primitiva loro destinazione, onde hanno uso
opposto e contrario a quello de’ primi scrittori, e s'inlerrompe la uniformità
di senso delle stesse parole usate in diversi secoli, il perchè le lingue s’
imbastardi- scono e a lungo andare cambiansi di forma e di abiti, e degenerano
in altre lingue diverse. Il Metodo etimolo- gico adunque è l’unico e solo mezzo
di conservare le lingue, d’ intendere pienamente l’integro senso delle
scritture degli antichi, e di usare quelle stesse parole con purità e proprietà
ne’ costrutti. La quale avvertenza si deve intendere fatta per lulti 1 traslati
, come ve- dremo nell’ Appendice, parlando dell’ alterazione av- venuta ne’
vocaboli a causa de traslati per difetto di Metodo Etimologico. - 29 $ 13.
DeLL’AntIFRASI come traslato, che sì riduce alla Metafora. Per «ntifrast relori
e grammatici concordemente in- tendono quella specie di traslato, per lo quale
una pa- rola sì trasporta dal significato dell’idea propria a quello di un'idea
contraria. Così presso i latini la pa- rola /ucus, che è derivato da /ua la
luce, significava un boschetto ombroso e senza luce. In italiano la pa- rola
perfido è composta da per che in composizione significa molto, assat, tutto, (vedi
Etim. Vol. 1. Gramm. Rag. pag. 139) e fido che significa fedele, in- tanto
perfido oggi s'intende quel che tutti sanno, cioè un traditore infame, mentre
in forza dell’etimologia dovrebbe significar fedelissimo. Similmente assassino
nella sua barbara origine significava un uomo di gran fiducia, un cavaliere di
onore: oggi significa quel che tutti sanno. Dicasi lo stesso delle parole Drudo
e Carogna. Or come questo mulamento di significazione è potut avvenire? Allo
stesso modo, come abbiamo os- servalo innanzi, che sia avvenuta l’alterazione
del si- gnificato de’ vocaboli per la metafora. Mi sì dirà che, essendo la
Metafora fondata sulla similitudine , facil-. mente si può concepire lo scambio
del significato pri- mitivo col posteriore di un’ idea simile, ma pare in-
concepibile come una parola possa passare dal signi- ficato proprio al
contrario. lo penso che questo pas- saggio sia avvenulo per un’ ironia, ossia
per quella figura, onde i retori vogliono che le parole hanno un senso
contrario a quello che contengono etimologica- mente. Ora questa figura non si
può attuare se non tra 1 contrari, perchè se zronzcamente dico : Ecco D eroe
de’ nostri tempi! e voi intendete un vigliac- co: 0 se dico: siete veramente
savto ! e voi intende- 30 te un ignorante , facilmente comprendesi che 1’
ironia non si attua se non rispetto all’idee opposte. Perdutosi col tempo
l'accento 2ronico nella profferenza di certi vocaboli, questi rimasero segni
delle idee contrarie. Questo traslato poi si rannoda alla Metafora in quan- to
ché, essendo una delle idee contrarie positiva e l’al- tra negativa, una
richiama l’altra, come la simile richiama la simile. Infatti non abbiamo idea
del ne- gativo se non a fronte del posîtiro, come non abbia- mo idea di tenebre
senza quella della /uce, nè del- l'ignoranza senza quella della dotirena.
Avverto però che questo traslato non è commendevole, se non per dar ragione
dell’ allerazione avvenuta, perchè accenna all’epoca barbara di una lingua.
CAPO II. Dea Meronimia — Zraslato di Connessione Cau- sale, e dell’ antonomasia
Traslato di Connessione Sostanziale. 6 14. Idea generale della Connessione —
tanto Causale ‘ quanto Sostanziale. La connessione è un legame indissolubile
tra più idee associate, come abbiamo detto nel 6 4. pag. 13. per lo quale pensando
ad una non possiamo non pen- sare alle altre. Così, pensando al padre, non
possiamo non pensare ai figli e viceversa, e, se voi tentale di non pensare a
questi ultimi, è inutile lo sforzo, o tut- l'al più riuscirete a togliere di
mezzo la prima 2dea, non volendo dar luogo alla seconda. La connessione è nel
giudizio causale, il quale presenta la Causa l’ Azione e l° Effetto con tale
vincolo che, pensando all'una delle tre, dovete necessariamente pensare alle d1
altre due. In secondo luogo è nel giudizio sostanziale, il quale presenta la
Sostunza lo Stato e la Qualità con ta’ legami che, pensando all’una delle tre
idee, do- vele necessariamente pensare alle due altre rimanenti, da qualunque
lato vorrete considerarle. La prima Con- nessione è Causale e costituisce la
Aetonimia, la se- conda è Sostanziale e coslituisce l’ Anlonomasia, come
abbiamo detto nel $ 4. Della METONIMIA 1 tuiti è suoi modi. La Metonimia è quel
traslato, che consiste nella com- binazione di più parole, per la quale,
nominando l’ ef- fetto, si fa intendere la causa innominata, o nominando la
causa si fa intendere l’effetto innominato. Così, se sincontra detto:
A/speltare la bianca chioma, ognuno comprende che si voglia far intendere un
vecchzo, che ha i capelli canuti. Parimente se incontriamo queste altre
espressioni. //o studiato Omero e letto tutta Virgilio, intenderemo gli
effetti, ossia le opere de’ no- minati autori, Ma la Causa rispetto agli
effetti è di diverse specie. In primo luogo sì Sisinnio in causa efficiente e
causa occasionale , e l'una e l'altra si suddistinguono in cause materiali e
formali. La causa efficiente è quella, che immediatamente produce un effetto:
per esempio, il fuoco è causa efliciente del calore, l'albero è causa
efficiente delle /rutca, l’acqua del corso. La causa occastonale è una causa
mediata, che di- spone la causa prossima efficiente ad operare. Così la cantina
è causa occastonale, che dispone a bere il vino, che è causa prossima ed
efficiente dell’ubbriachesza. 32 La causa materiale è la materia, di cui si
compone una qualche cosa: la causa formale è la forma, che er la relazione che
ha con la materia pare che la accia esistere. La Causa in oltre altra è fisica
altra è morale o personale. (Vedi Etim. pag. 20). Gli effetti possono prendere
o in tutto o in parte le stesse nomenclature delle cause corrispondenti. Fatte
queste distinzioni, è facile a comprendere come per Metonimia si può nominare.
1. La causa efficiente fisica 0 morale per far inten- dere | Effetto
innominato. Esempi. Studiare Omero, leggete Orazio, imitate Demostene ,
intendendo le opere de nominati autori. 2. L’Effelto fisico o morale per far
intendere la causa corrispondente, come rispettate la bianca chio- ma, che è un
effetto della wecchiaja: mangerai pane col sudore della fronte, che è un
effetto del trare- glio. A me pare che a questa categoria si debbano ridurre
piuttosto le seguenti espressioni: sorte palli- da, luogo tacito e muto, armi
spietate ec. 3. In virtù di questo traslato si nomina la materia per far
intendere la cosa, che n’ è formata. Come nei seguenti esempi : l’ uccise col
ferro : il curvo legno, o il piro o l'abete, su cut Giasone solcò le onde pel
conquisto dell’ aureo vello. i 4. E, poichè il segno è un mezzo, per lo quale
s’in- tende il significato, ed ogni mezzo è causa, è facile a comprendere che
vi sia una metonîmia in tutti que parlari, ne' quali si nomina il segno per far
intendere il significato e viceversa, come ne' seguenti esempi : cedano le armi
alla toga, 0 il pennello alla penna, o /a mezza luna alla Croce, dove come
ognuno vede sono nominati i segni della guerra e della pace, della pittura e
delle Lettere, del maomettismo e del cri- stianestmo per far intendere i delti
significati rispettivi. 5. E, siccome lo strumento, di cuì facciamo uso per dd
produrre un lavoro, è causa fisica efficiente e imme- diata del lavoro
medesimo, riconosceremo una metonz- mia in que’ parlari, ne’ quali si nomina lo
strumento per far intendere il prodo‘1o0 innominato. Esempi. La dotta penna del
Segneri , l' immortale scalpello di Michelangelo , il divino pennello del
Sanzio, dove ognuno vede che si vogliano fare intendere le opere prodolte dalla
penna, dallo scalpello, e dal pennello, come strumenti di ina arli. In questo
senso ado- periamo il vocabolo lingua, che è lo strumento della parola per far
intendere le /arelle ec. Avverliamo in conchiusione che la metonzmiza, se si
usa da scrittore perito in fatto di lingua, non può aver luogo, se nel
dizionario esiste il vocabolo proprio del- l'idea, che con questo traslato sì
vuol fare intendere. erò che, ricorrendo alla metonimia, dà chiaro argo- mento
che l’idea, fatta intendere a questa gnisa senza nominarla, non truova nella
parola esistente la sua giu- sta misura, perchè sarà o finite o minore. Fuori
di questa supposizione l’uso della metonimia argomenta l'ignoranza di chi parla
o scrive, e quindi un d:s0- gno relativo o subbjettivo, come abbiamo detto
nella Introduzione Dell’ antonoMAsIA — fraslato di Connessione « Sostanziale. 6
16. Intorno alla natura di questo traslato e parco uso che dobbiamo farne. Per
la connessione, che passa tra soggetto e qualità, . . C) o possiamo n07:nar
l'una per far intender l’altro, come dk S4 abbiamo detto innanzi. Quel che
vuolsi avvertire si è che a ben usare di questo traslato in quanto alla lin-
gua richiedesi che non esista il vocabolo della idea innominata nel dizionario,
0, se vi esiste, non è suffi- ‘ciente ad esprimere l’idea, come è concepita
dallo scrit- tore. Per esempio, mi si presenta un animale nuovo, di cui ignoro
il nome: ne considero una qualità che mi fa più impressione , e, supponendo che
sia la sua ve- doctrà nel corso, lo chiamerò veloce, che in una lin- ua si dice
eigre. In questo caso io farei buon uo dell’ Antonomasta, perchè, nominando la
qualità, farei intendere il soggetto innominato. Ma, se questo proce- dere ha
una ragione dal lato mio, non sarebbe così rispetto agli altri che ignorassero
quest’animale. Onde è che l'Anlonomasia per essere un mezzo leggitimo di
manifestazione indiretta delle idee innominate, rispetto agli altri, conviene
che la qualità più appariscente sia nota all’ universale de’ parlanti una
lingua. A questa condizione diremo bene l’ A//iieano per far intendere
Scipione, il Cartaginese per far intendere Annibale, il Macedone per far
intendere Alessandro, la Pecca- trice per far intendere la Maddalena , il
Giusto per far intendere Aristide ec. ec. Ne’ quali casi ognuno vede che
Sc:pione, per esempio, non equivale all'4/fri- cano , perchè il primo farebbe
intendere un generale romano , non ancora elevato alla gloria del vincitore di
Cartagine. L’uso però di questo traslato , per non degenerare in abuso , dev’
essere opportuno e perciò raro. Della sineppocHE Traslato di Congiunzione. La
Congiunzione non è la stessa cosa che la Con- nesstone, perchè le cose
congiunte non hanno un le- game tale che, pensando all'una, non possiamo fare a
meno di pensare alle altre. Per esempio, io ho veduto in teatro nello stesso
palco cinque amici congiunti. Nel ricordarmi di uno di essi posso ancora
ricordarmi de- gli altri quattro, ma non necessariamente; perchè può darsi che
non mi ricordi di qualcuno. Ma non così per le idee connesse. Adunque la
Sineddoche non è da con- fondersi con la Metonimia. Or quali cose si possono
dire congiunze? Tutte quelle che si truovano nel medesimo /u0go, e sono
percepile nel medesimo fempo. L'identità dello spazio o del tempo forma la
simultanettà, per la quale si dice che le cose stieno ansieme. L'insieme delle
parti si dice tutto, il quale risulta dalla congiunzione di esse parti. Per
questa relazione di Zufzo e parti possiamo leggitima- ‘mente nominare l'uno per
far intendere le altre inno- minate e viceversa. Esempi: non aver tetto in senso
di non avere abitazione: é 20 primo bdirbone del mondo in senso di primo
birbone di una città ec. ec. Per comprendere i diversi usi di questo traslato
se- condo le teorie de’ retori è uopo disaminare e distin- guere la nozione del
zusto e delle parti. E primamente il tutto allro è di quantità conzinua, altro
di quantità discreta. Il primo si ravvisa in un tronco di albero, in un pezzo
di marmo, dove le parti sono contigue e non separate , il secondo si ravvisa
nel numero di cose separate, ma riunite per la simul- tanettà: sollo questo
rispetto usiamo i nomi variati pel 36 numero in senso di una sola sostanza , 0
viceversa. Esempi. Chi può agquagliare i Demosteni 0 1 Crce- ront? Il trafisse
con mano intrepida: quardollo con occhio bieco. In secondo luogo, essendo il
contenente uno spa- zîo , che contiene molte cose, e dall’ identità dello
spazio risultando la simu/tanettà, e quindi la nozione i rutto, è facile a
comprendere che per Stineddoche possiamo nominare il contenente per tar
intendere il contenuto e viceversa, come quando diciamo : fozza sogg'ogò 10
mondo: la Grecia vinse la Persta in senso de’ lomani vincitori degli uomini
contenuti nel mon- do, e de' Greci vincitori de Persiani. In questo senso disse
il Petrarca: Se Affrica pranse Italia non ne rise. In terzo luogo
rappresentando il genere lutle le spe- zie subordinate che gli si appuntano,
come la Spezze tuiti gl'individui ; nateralmente concepiamo quello e questa
come 2x7, che con la loro estensione com- prendono le specie e gl’ individui
come parti. Per questa ragione possiamo nominare il genere per far intendere
una specie, o la specie per far intendere un individuo e viceversa. Così
diciamo: Mori di ma- lattia senza dir quale: if vento ha sconvolto le onde: 0
l'Euro e il Noto per ogni vento. Influenza della Metonimia e della Sineddoche
nel- l'alterazione del significato primitivo de vocaboli. Necessità del Metodo
Etimologico. Intorno all’ Influenza della Metonimia. Come nel $ 12 dicemmo che
molti vocaboli perde- rono il significalo primitivo e ritennero il significato
stia fuga per l’ignoranza de’ parlanti, diremo in pe sti due articoli che per
la stessa causa molti vocaboli perderono il significato primitivo e ritennero
il I/eto- nimico, e di Sineddoche. Jo andrò producendo alcuni esempi, pe quali
si può istituire un’ analogia ne’ casi simili. 1. PREVENZIONE oggidi significa
un'informazione an- licipala inlorno a qualsiesi oggetto, senza alcuna re-
lazione al suo significato primilivo. Ma questa parola è derivata da prevenire,
parola composta da pre che significa avanti e venire, sicchè la prevenzione è
l'atto del venire avanti. E, siccome quest'atto è un mezzo o condizione indispensabile
ad informare anticipata- mente, e il mezzo o la condizione sì concepisce come
una causa, è chiaro che il significato della preven- zione è il metonimico e
non ir proprio, il quale per ignoranza dell'etimologia appo la mollitudine si è
per- duto — Dicasi lo stesso di Convenzione e Invenzione. 2. Perire da noi si
usa in senso di finire o mori- re. Ma questo deo non è proprio , perchè b. rire
è composto da per, che significa fusto , molto, assat in composizione, e da zre
in senso di gire o an- 38 dare, onde in forza dell’etimologia significherebbe
220, molto, assai andare. E, siccome a finîre 0 morire si richiede per
condizione il molto andare della cita ordinariamente, per metonimia sì disse
perire per mo- rire. Ed, essendo condizione del molto sapere il molto andare
per osservare multiplici oggetti, sì disse perzio l’uomo sario o rersato in una
materia, e se ne formò in questo senso il nome astrallo perizia. 3. Durare è
derivato da duro, onde in virtù della sua elimologia significherebbe rendere duro
e in que- sto senso diciamo 2ndurare e indurito. Ma, siccome la durezza è una
condizione della durevolezza, meto- nimicamente si disse durare in senso di
essere dure- vole. Per ignoranza etimologica questa parola appo la moltitudine
ha perduto il significato proprio. 4. Travedere va perdendo il significato
primitivo, perchè comunemente sì usa in senso d'ingannarsi 0 di prendere
lucciole per lanterne. Ma in virtù della sua etimologia significa vedere tra
ramo e ramo, per esempio. E, siccome, quando un oggetto si vede tra .mille
altri, si ha una condizione ad errare ossia a pren- dere l’uno per l’altro,
fravedere acquistò il valore metonimico d’ :ngannarsi a questo modo
determinato, e non generico. Alcuni fanno differenza tra 7ravedere e
Intravedere Si riscontri il HI. Vol. del Nuovo Corso pag. 110. A ravvivare le
lingue ed a reintegrare il senso delle antiche scritture badino i filologi a
mettere in campo il Metodo etimologico , unico mezzo di conservazione perenne
delle parole contro i capricci dell'uso cieco delle moltitudini, le quali per
un avverso destino della nostra favella si sono elevate a dignità di magistrato
supremo nelle controversie filologiche, relative alla pu- rità delle parole e
alla proprietà de’ costrutti. 39 ARTICOLO II. 6 19. Intorno all'influenza della
Sineddoche nell’alterazione del significato primitivo de’ vocaboli. Per la
stessa ragione accennala ne’ paragrafi prece- denti molti vocaboli hanno
perduto il loro significato primitivo, passando all’ improprio per Sineddoche.
Ne produrrò pochi esempi. l 1. Per arrivare oggidì s'intende toccare un termine
prefisso, e spesso si confonde col pervenire e col giun- gere. Ma desso è un
verbo composto dalla preposizione a, e da rîvare derivato da riva, che è l’
estremità della terra ferma, che è di riparo alle acque di mare o di fiume ,
affinchè non straripino. Arrivare adunque in senso elimologico equivale a
foccar /a riva. Ma, per sineddoche prendendo questo termine specifico per ogni
termine generico, si disse arrivare per giungere. . 2. Erede oggidì s'intende
quel che tutti sanno, 0s- sia chi succede ne’ dritti di chi muore. Ma erede de-
riva dal latino Acereo che significa aderire, essere inerente, congiunto.
Prendendo il genere per la spe- zie si disse erede a chi è congiunto in
parentela, e che ‘però può succedere ne’ dritti del morente. 3. Fazzoletto è
voce derivata da faccia, e propria- menle dinota una pezzuola per asciugare il
sudore della faccia : oggidi si usa per sineddoche a signifi- care ogni
pezzuola simile, ancorchè non destinata per la faccia, ma pel naso o per altro
uso. Gli esempi sarebbero infiniti, e, se volessi tutti re- gistrarli, uscirei
da’ limili prescrilti a questa trattazio- ne. Finisco quindi con avvertire i
preceltori a non tra- scurare il metodo etimologico, per lo quale tante pa-
role, che corrono comunemente in un senso improprio, bi 40 riacquistano il
primitivo quasi perduto per molti, per la moltitudine non inteso più. Corollario
intorno alla maniera di far buon uso dei vocabolari, che abbiamo, quantunque
pieni di difetti per manco di principi filologici. I Vocabolari o Dizionari
delle lingue , se fossero compilati secondo i principi di una filologia
razionale, presterebbero un gran servigio a’ giovani che si ad- dicono allo
studio delle lettere; perocchè risparmiereb- bero il tempo, che è prezioso , ad
apparare in tanli volumi il valore delle parole di una lingua e indur- rebbero
nelle menti di tutti gli studiosi uniformità di pensare senza bisogno di tante
inutili e non mai de- cise quistioni. Fatto sta che i Dizionari, salvo qual-
che rara eccezione per qualche lingua, presentano, co- me in risultato de’
pregiudizi filologici , tutti difetti dellempirismo grammaticale. In questo
luogo non mi fermo a notare difetti di altra natura , bensì que’ soli che hanno
relazione col presente trattato de’ Traslati, poichè degli altri difetti
esistenti hanno scritto con molta profondità il Cesarotti, il Monti e qualche
altro di non minore celebrità. Dirò dunque che i nostri Dizionarî presentano in
confuso il significato primitivo coll’improprio de’traslati in cosiffatta guisa
che voi non sapete scegliere tra’ tanti quale sia l’etimologico e quale il
sintassico. Nè questo solo è il difetto, il più delle volte per ignoranza del-
l'etimologia nel compilatore il significato primitivo non eomparisce affatto e
si assegna al vocabolo quello, che dapprima solo si lasciava intendere per una
combi- 41 nazione di traslato. Riscontrate ne’ Dizionari italiani le parole
giferite ne'due precedenti articoli in compruova di quest’assertiva. Nè giova
il dire che, essendosi per- duto il primitivo significato, un lessicografo può
impu- nemenle trascurarlo, perocchè il lessicografo è un fi- lologo, che si suppone
in questa maleria versato, ed ha un dovere stretto di ben fare quello che si
propone di fare. Il Jhonson fa più saggio de’ nostri lessicografi, allorchè
divisava pel dizionario inglese di apporre in primo luogo il significato
elimologico , ancorchè non avvalorato da alcuna aulorità, per la potente
ragione che da questa nozione dedotti si possono con maggior facilità conoscere
i sensi figuralivi — Ma, poichè un di- zionario così fatto manca per ogni
lingua, io andrò in questo paragrafo a dare alcune norme per far buon uso de'
difettosi, che possediamo per la nostra. 1. In primo luogo procedete con dubbio
metodico intorno a quello che trovate scritto, ossia non credete ciecamente a
quanto viene asserito intorno al signifi- cato di un vocabolo. 2. Prima di
leggere i paragrafi apposti al vocabolo guardalelo in sè stesso per vedere se è
radice o ra- dicale, se derivato o composto, 3. Nella supposizione che sia
parola-radice, dovete ricorrere necessariamente a’ significati apposti, perchè
non siete voi al caso di conoscere l’antica convenzione ogni volta che il suo
valore non vi sia noto dal dia- letto che parlate, o dalla poca pratica che
avete coi buoni testi che avete poluto leggere. Allora paragonate tutti
significati messi a registro, e vedete quale è quello che supposto per
etimologico o primitivo può dar ra- gione e dichiarare tutti gli altri. Abbiate
per principio che il significato primitivo di un vocabolo è il filo di Arianne
nel laberinto de’ significati impropri. Se v incontrate per esempio nella parola
durare , cui il vocabolario assegna per significato proprio l’es- 52 sere
durevole, voi procedendo con dubbio metodico paragonerete gli altri significati
che seguono, copie me- taforici, per esempio in senso di durare fatiche ec. e,
guardando all’ etimologia, come abbiamo fatto a pa- gina 38, verrete in
conchiusione a certificarvi che il primitivo valore di questa parola è l'essere
duro , e però permanente. 4. Se le parole adunque saranno derivate, voi ne ap-
purerete il vero valore, risalendo alla radice. 5. Facciasi lo stesso, se la
parola è composta, risol- vendola ne’suoi elementi. Se perciò trovate definito
il verbo sparare in senso di fendere la pancia per ca- varne fuori le
intestina, ricorrendo all’ etimologia, tro- verete falsissima la definizione
del vocabolario, peroc- chè sparare è composto da s prepositiva, che ha valore
di negazione, e da parare derivato da pari, che signi- fica eguale, onde, se
parare è agguagliare , sparare è disagguagliare, come apparisce chiaramente in
parità e disparità ancora derivati da pari. Chi volesse altre osservazioni
intorno a questi difetti de’ Dizionari esi- stenti riscontri il Vol. IIl.° del
Nuovo Corso nell’Appen- dice pag. 101 e seguenti. IGT RT TRATTATO DELL’ELOCUZIONE
Intorno a' difetti di questo Trattato, come s'insegna nelle scuole. Io non mi
fermo a disaminare la improprietà della parola Elocuzione nel senso inteso da’
Retori, che ne trattarono, ma non posso dissimulare la dappocaggine de’
medesimi, che non seppero eglino stessi manifestare quello che v’ intendevano.
Se infatti domandate loro : che cosa è l’ Elocuzione ? Non isperate che alcuno
vi risponda, perchè niente è più imbarazzante per essì quan una definizione
qualunque di questo Trattato. - T'roverete per avventura un discorso proemiale
molto forbito intorno alla favella data all'uomo, come un mi- racolo piovuto
dal Cielo, e senz'altro un farsi addentro le uistioni intorno alla cAzarezza,
alla purità e proprietà delle parole ec. Vi troverete ancora una strana teoria
de’ fraslati, e qualche cosa intorno allo stile, al pe- riodo, ec. Ma, come
queste cose tanto sparate sì con- nettano tra loro, indarno cercate di saperlo
dal libro, il quale è più ammirato per quanto più oscuri sono 44 gli oracoli
che per enimmi si traggono fuori dal tri- pode — Ora una Scienza senza una
buona definizione è come un vascello senza bussola, che, spingendosi senza
regola a discrezione de’flutti e de’venti, urla in iscogli, e dà nelle secche,
o tocca quando che sia per buona ventura un lìdo sconosciuto. Se questo
disordine si restrin- gesse a dichiarare unicamente l'imperizia dello
scrittore, importerebbe poco o nulla, perchè , chi si espone al pubblico, deve
far prima ben bene le sue ragioni se gli convenga, ma l’inconveniente deplorabile
è per la po- vera gioventù, cui si raccomandano le famose impostu- re, con le
quali si fa giuoco della buona fede de’let- tori, che avidi di sapere dopo il
pasto hanno più fame che pria, e, quel che è peggio, se non intendono, se ne
imputa la loro dappocaggine. Se si potesse fare mag- gior ingiuria all’umano
ingegno in altra guisa, a dir vero lo nol saprei. 6 22. Che cosa è dunque l'
Elocuzione? Vera nozione e definizione di questo Trattato. Quando i grammatici
definirono la Grammatica per l’arte di parlare e scrivere correttamente in una
lingua, benchè non dissero tutto vero, accennarono ad una parte importantissima
di questa Scienza, la quale, se non fù trattata distintamente, fu almeno
riconosciuta come di sua perlinenza, cioè il correggere, nel parlare e nello
scrivere, t difetti del parlar comune. Chi non conosce infatti quanta diversità
passa Ira il parlare di un idiota e quello di un letterato, ancorchè nella me-
desima lingua? Vi deve adunque essere in Filologia una parte, in cui si danno
regole o principi, pei quali avver- tendosi i difelti che conimetliamo
parlando, si potessero evitare o correggere. Or 1° Erimologia , la Sintassi, 4ò
i Zraslatt sono trattati, che di queste regole o prin- cipî non possono
occuparsi, perchè il primo cla il valore assoluto delle parole : il secondo
studia il re- lativo o sintassico comune a’ costrutti tanto nobili quanto
plebei : il terzo studia la combinazione delle parole, come mezzo di sussidio
per far intendere le idee innominate tanto nella lingua colta quanto nei dia-
letti. Con tutti questi trattati bene imparati noi pos- siamo tuttavia
sbagliare, cioè parlare o scrivere scorret- tamente. Vi debbe adunque essere
necessariamente una parte posteriore, che adempia il ministero di correggere
gli spropositi che possiamo commettere parlando , e questa parte è appunto
l’Elocuzione, la quale secondo questo divisamento si può definire per quella
Parze della Grammatica, che insegna a correggere è difetti del parlar comune. G
25. Partizione del presente trattato di Elocuzione Posto che l'Elocuzione ha
per obbietto la correzione de’ difetti, che si commettono nel comune parlare,
non è malagevole a comprendere che tante sono le parti di questo trattato,
quante sono le specie principali di essi difetti. , 1.° Ora chi parla una
lingua senza alcun grado di col- tura filologica può fare uso di parole, che
alla sua lin- gua non appartengono, ma da qualunque altra proven- gono per lo
commercio delle nazioni parlanti. Questo difetto si nota nelle scuole con la
nomenclatura d'77- purità e pregio opposto n'è la purità. L' Elocuzione adunque
tratterà in primo luogo della Puritd delle parole. 2. Le parole per avventura
saranno pure, ma i co- strutti, ossia le loro combinazioni, sia sotto it
rapporto 46 della sintassi sia solto il rapporto de’ traslati, non sa- ranno
conformi al gusto della lingua. Questo vizio si dice improprietà, ed è chiaro
che l’ Elocuzione come facoltà correltrice tratterà in secondo luogo della Pro-
prietà de’ costrutti sotto il duplice rispetto. Ma quale sarà il Criterio della
purità e della proprietà nel par- lare e scrivere italiano? Quali saranno le
ragioni per risolvere il problema filologico intorno al come si possa
arricchire una lingua senza lederne la purità natìa ? Queste e simiglianti
quistioni con la maggior chiarezza e brevità possibile a lume de’ razionali
principî saranno risolute. 3. Una lingua è fatta per essere parlata dalle vive
bocche degli uomini e non per essere un complesso di segni muli nella
scrittura, la quale si assume come un mezzo di trasmissione de'nostri pensieri
agli assenti o agli avvenire. Ora una lingua pronunziala è un com- plesso di
suoni successivi, i quali per manco di col- tura ne parlanti possono riuscire
disarmonici e però in- grati all'udito di quei che ascoltano, e questi si
annojano e non si prestano al fine, che ci proponiamo, d'informarli de’ nostri
pensieri. L’Elocuzione, che è correttrice dei difetti del comune parlare, è
nell’obbligo di rimediarvi in una sua parte intorno all’ Armozia. 4. Il volgo,
che parla senz’arte, suole ripetere sem- pre le medesime cose, il che si dice
monotonia. A riparare questo difetto l’ Elocuzione darà i principi delia
Varietà. 5. Chi non ha mai badato a reintegrare il disordine di una corrotta
natura, non si avvede, quando parla o scrive, di quella giusta disposizione de’
pensieri e delle parole, per la quale risulta la chzarezza e l energia del
discorso. L' Elocuzione soccorre a questo bisogno in una parte, che dà i
principi intorno alla Co/loca- zione delle parole sotto il duplice rispetto. 6.
Per lo stesso vizio radicale della natura umana 47 scaduta spesso il volgo dice
parole inutili, che sono vere ridondanze e ripelizioni per distrazione , per
di- menticanza, o per insufficienza di comprensiva. Difetto dannevolissimo è
questo, poichè abusa del mezzo in opposizione al fine, che si propone il
parlante. Contro quest’ ultimo difetto 1’ Elocuzione darà i principi del giusto
mezzo in quella sua parte, che ha per titolo Della Precisione. In breve l’
Elocuziore sarà trattata in sei Capi I. della PuritA’ delle parole 2. della
PROPRIETA’ de’ co- strutti 3. dell'armonia 4. della vARIETAÀ’ 5. della cOLLocazione
delle parole 6. della PRECISIONE. INTORNO ALLA PURITA' DELLE PAROLE 24. Intorno
allanecessità di un CRITERIO per giudicare quali parole sieno pure e quali no.
In generale dicesi che una parola è pura, quando appartiene ad una lingua: così
le parole italiane sa- ranno pure, se appartengono alla lingua italiana — Ma
come si può sapere che le parole appartengono ad una lingua e in particolare
che tante parole e non più ap- partengono alla lingua italiana? Dire che sieno
parole italiane tutte quelle che sono registrate nel Dizionario italiano non è
certo un procedere ragionevole, perec- chè i dizionari sono stati compilati da
uomini, 1 quali dovetlero avere una norma o un principio, in una pa- rola un
criterio, coll’applicazione del quale alcune pa- role come pure prescelsero,
altre come 1mpure riget» tarono. Adunque noi non possiamo contentarci della
sola autorità del Dizionario, ma a procedere razional- 48 mente dobbiamo sapere
quale fù il erizerio, la norma o la regola, che tennero i compilatori del
Dizionario della nostra lingua. Or, se un criterio si vuole, dovrà essere
retio, certo e costante, perchè, se non è retto, avverrà che invece di parole
pure 8’ introdurranno le impure: se non è certo, non può essere una regola,
della quale possiamo far uso noi altri uomini: se non è costante, le parole
tenute per pure in un secolo diverranno 2mpure in un altro — Queste ragioni,
co- munque accennate semplicemente, sono chiare e con- vincenti— Noi quindi
andremo in cerca di questo cr? terio per applicarlo alla puriià delle parole
italiane, esaminando ed escludendo tutti gli altri assunti da'fi- lologi per
venire in conchiusione a stabilirne un solo, nel quale concorrano tutti ì
caratteri, che abbiamo di sopra descritti. g 25. L'autorità degli scrittori di
qualunque secolo, ben- chè sia un argomento probabile di purità, non n° è un
criterio assoluto. I filologi empirici ritenevano per parole pure ita- liane
tutte quelle e sole quelle, che furono adoperate dagli scrittori del buon
secolo, per alcuni il 300, per altri il 500, o l'uno e l'altro. E, siccome queste
pa- role furono raccolte nel Vocabolario della Crusca, ta- li altri vorrebbero
per parole pure italiane tutte quel- le che in questo vocabolario si truovano
registrate , tanto nella prima Compilazione quanto nelle posteriori accresciule
de’ vocaboli omessi da primi compilatori. In altri termini il criterio della
purità per questi filo- logi è l'autorità degli scrittori, 1 quali meritano
tutta la loro fede. Ora, quantunque gli autori, che merita- Tono di essere
reputali c'assici, sieno un argomento pro- 49 babilissimo di puro scrivere,
perchè, se nop avessero bene scritto, non avrebbero meritato la fede de’
posteri; nondimeno non si può dire che costituiscono un crize- 70 retto, certo,
€ costante, Non retto, se si può provare che gli autori sie- no fallibili,
ossia capaci di errare. Ora non solo pos- siamo provare la capacità di errare
negli autori falli- bili, ma ancora il faito degli errori, in cui sono ca-
.duti, scrivendo, rispetto alla purzrd. Udite il Cesarotti: « Se io, per
esempio , facessi uso d' alcuna delle se- guenti locuzioni, 20 /uî aggiornato
per la Z'ussanti: l annea fu trista: balitemi quel libro : colui è bor- nio :
sono intoppato în un ai * conviene che io chit la casa: questa è una storia
controvata : co- stui è con vot foso : io mon ridotto nulla: egli ha commesso
de' gran for/uiti : io sono invironnato da nemici : i fisiciani non sono di
accordo fra loro: quel discorso /ado: il principe deve giuggiare e vengiare i
torti: plusorî pensano altramente : le fantesche hanno in lei una buona
maestressa: siate visto che ho fret- ta: certamente convien che io mi faccia
sagnare dal cirugiano, 8 io dico parlassi o scrivessi così, chi non crederebbe
che io facessi la caricatura di un goffo francese italianato, o di un italiano
che franceseggia burlescamente ? Pure io non farei che servirmi di ter- mini
toscanissimi, ( perchè usati da autori classici del buon secolo ) lutti
autorizzati dagli esempi dei Boccac- ci, de Villani, de Fra Giordani e degli
altri scritto- ri del secolo d'oro della lingua » (Saggio sulta Filo- sofia
delle lingue. Par. III. ) Queste impurità si so- no correlte ne’ secoli
posteriori , i quali, fidandosi di un criterio diverso dall'Autorità, le
giudicarono insop- portabili nella lingua italiana. Io potrei addurre in
compruova di questo fatlo le infinite correzioni, che gli stessi puristi, tante
devoti all'autorità filologica, hanno prodotto a piè di pagina de’ così detti
desti di gngua 50 pubblieati per la stampa, oltre le tante introdotte nel
testo, 11 quale, se si paragona all'originale manoscrilto, è tanto diverso che
appena vi si ravvisa la copia. Or che cosa è la correzione di un autore, se non
una di- chiarazione de’ suoi errori di falto, rispetto alla purità dello
scrivere? E chi vorrebbe a criierio una regola fallace ? Come può regolare
altrui chi ha ‘bisogno di TRO Ù ” Autorftà in secondo luogo non è un ertterzo
cer- to, perchè, provato che gli autori sieno caduti in er- rore, sorge
necessariamente il dubbio da un lato: dal- l'altro, se l’ autorità filologica è
costituita da infimti scrittori contemporanei e successivi, è difficile, per
non «dirlo impossibile, tenerli tutti presenti. Nè vale il Vo- cabolario ,
quando sì può provare cbe mille errori si truovano in esso registrati, e
moltissime correzioni ed aggiunzioni vi sono state fatte ne’ secoli posteriori.
on è un crizerto costante, se si può provare che la lingua italiana del 500 è
più ricca o più corretta di quella del 300, e quella di oggidì, maneggiata dai
buoni scrittori, è più ricca e più bella della lingua stessa del 500. Dunque
gli Autori, che costituiscono l'autorità, non sono costanti, posto che i
posteriori so- no diversi da quelli de’ secoli precedenti. Infatti l’ gr-
torità non si deve considerar divisa , ma. complessi- vamente, in quanto che
tutti gli autor? convengono ‘nello stesso divisamento. Nella supposizione
contraria l'autorità sarebbe incostante , contro l’ ipotesi de’ pu- risti, the
l’ hanno a criterio. Resta dunque a conchiu- dere che l’ autorità, benchè sia
‘argomento probabile di puro scrivere, non è, nè può essere criterio di pu-
rità della nostra lingua. Dico argomento probabile, perchè un aulore, se
commette errori come fallibile , ne commette assai meno di un uomo poco pratico
del- le cose filologiche , come un plebeo ne commette più di un uomo educato
alla civiltà. 54 6 26. L'uso è un mezzo empirico di conoscere le parole, che
appartengono ad una lingua, ma non è crite- rio della purità delle stesse
parole. Per dare un sostegno all’ autorità gli empirici ri- corsero all’ uso, e
dissero che si debbano tenere per ‘parole pure della lingua italiana quelle,
che corrono ‘nell’uso o degli scrittori contemporanei, o di una provin- cia
privilegiata in Italia, cioè la Toscana, dove si vuole che la nostra favella si
sia mantenuta immune dal con- tagio della peste straniera. Dicendo uso degli
scrittori, non si dice una cosa diversa dall’ auzorzià , perchè ‘un autore
diviene autore dopo che ha scritto, e l'uso non è che l'attuazione o la pratica
del parlare o del- lo scrivere. Tutto quel che abbiamo detto e stabilito nel $
ant. contro l’ autorità, va detto ancora contro quest’ uso. Anzi debbo dire di
più che tante volte l’u:0 è tiranno dell’arte a segno che uno scrittore per
non. essere deriso, quantunque convinto in contrario, scrive ossia usa di parco
che per buone ragioni dovrebbe proscrivere. È niente è più incostante e
capriccioso dell'uso, e tanto che Orazio gli concede il dritto, l’ar- bitrio e
la norma di parlare. Gli scrittori del 300 a- doperavano tutte le voci francesi
riferite dal Cesarotti , perchè l uso le faceva correre per buone: il 500 le
proscrisse, perchè l’uso di quel secolo le giudicò in- siano Oggidì l’uso ha
proscritto arò , are, abbo, aggio, avemo ec. del 500. Un uso ne distrug- ge un
altro, e se l’ uso non avesse per legge che l’ar- itrio, povera lingua
italiana! Ora per le voci danna- te vi fu l’uso di un tempo, vi fu l'autorità:
ma nè uesta nè quello bastarono a prolungarne l’agonia. Se l’uso fosse costante
per tutti i secoli, come per tante parole , che si scrivono oggi e significano a
lo stesso 52 medo che si scrivevano e significavano a'tempi di Dan- te, sarebbe
un’ argomento probabilissimo, ma non cri- terio di purità deile parole: anzi
sostengo che non so- lo l’uso nelle scritlure di tutti i secoli, ma ancora
l’uso nel vivo parlare dal Cenisio al Faro non è affatto una norma sicura di
puriià, perocchè si è provalo che molte paroie 2mpure vissero per molti secoli
in Italia, appunto erchè le protesse l'uso, la cui ragione è l’arbitrio. La ba
morte fu dopo una prolungalissima agonia, quando i filologi le proposero, e la
nazione, progredendo nella ci- viltà della parola, cominciò a disamarle come
sospette, e dal disamore passò all'antipatia, e da questa all’av - versione.
Allora fu che un uso ragionato dichiarò abuso l’ antico uso, o per pure
tenevansi in un secolo quelle parole, che furono dappoi, come :mpure, antiqua-
te. Coloro adunque, che assumono a criterio di purirà l’ uso come uso, si
affidano ad un cavallo indomito e senza freno, o, se vi piace meglio la
similitudine , si affidano all'incostanza medesima, perocchè al dir di Orazio
molti vocabuli, che non è quarti perirono, ri- nasceranno, e perirunno, se
vorrà l’uso, presso cui è il dritto e l’arbitrio e la norma del parlare. La
quale sentenza non è un precetto di arte, ma una enuncia- zione storica del
fallo di ogni lingua, specialmente non diretta dalla ragione filologica. E
questo in quanto all’ uso degli scrittori , uso al certo più regolato, perchè
più ragionato. Or che diremo dell’ uso in quanto a' parlanti, e spe- cialmente in
quanto al volgo e alle moltitudini ? Si potrebbe dire che il volgo è più tenace
delle vec- chie tradizioni, e, come lale, è un testimonio più si- curo della
purità delle parole usale ne’ passati secoli. E, siccome lo stesso non è
filologo, è meno tentato d’in- novare con introdurre nuovi vocaboli nella
lingua che parla. Se ne vorrebbe conchiudere che l'uso del po- polo,
specialmente toscano, può essere un crilerio co- stante: di purizd nel parlare
e nello scrivere, dò Ma il fatto e la ragione stanno contro queste asser- tive,
o, per dir meglio, contro queste supposizioni. A confessione de' fi'ologi,
fautori di un tal sistema, gli scrittori del 300 scrivevano come parlavano, in
al- trì termini l'uso della plebe è attestato dall’ uso degli scrittori plebei.
Ora, paragonando il goffo parlare di Fra Guittone di Arezzo e di Brunetto
Latini coll’ uso del popolo di Firenze e Toscana a’ giorni nostri, tro- viamo
tale differenza .che il gergo de’ primi ci sembra inintelligibile per vocaboli
non più usati e per la re- golarità delle desinenze e de’ costrutti nel toscano
dia- letto de’ giorni nostri. Sta contro la ragione, perocchè il popolo parla
una lingua, come la truova, pura o fmpura. E, siccome la lingua italiana per l
influenza de’ domiui stranieri fin dal suo nascere fu alterata dalla
commistione di ele- menti eterogenei, il popolo ritenne tulto senza saper
discernere il buono dal caltivo, per incapacità filolo- gica. E, se il dialetto
toscano di oggidì è molto pu- rificato rispetto all’ antico, si deve attribuire
all’influen- za della lingua scritta: come pure, se è un dialetto più purgato
rispelto agli altri dialetti, derivò dall'in- uenza de’ grandi scrittori
italiani, che furono toscani. Ma, da iuilonigne cagione tal cambiamento sia
prov- venulo, è un fatto che l'uso del popolo è ancora in- costante e variabile
per molti vocaboli e modi di dire, se non in quanto al corpo della lingua.
Considerando poi che la Toscana non è circoscritta da una siepe impenetrabile,
che la renda inaccessibile alle altre nazioni, troveremo che la porta d’
ingresso di tutte le impurità straniere è l’ wso del popolo, il quale non può
essere scrupoloso in fatto di parole a pericolo di spacciare i suoi negozi. E,
siccome il po- olo non è filologo, non si può dar pena di ritrovare + equivalente
nel Dizionario per sostituirlo al nuova che viene da Parigi, o da Londra, o da
Tuaisi, o da Sé Costantinopoli. Quindi, mentre i puristi con voce sten- torea
si lamentano del contagio di questo morbo arri- vato a Firenze, le iscrizioni
sulle botteghe, i conve- nevoli delle società hanno un colore ed un sapore
tutto francese, e fanno dimenticare gli antichi vocaboli regi- strati nel gran
Dizionario della Crusca. ‘ Pare che alcuni, distinguendo |’ uso dall’ autorità,
per questa intendono l'’ attestato degli autori sul do- cumento delle loro
scrilture, e per quello il vivo par- lare del popolo toscano. Onde pare che
vogliano de- durre essere pure tutte quelle parole, che si truovano scritte
nelle opere degli antichi e corrono oggi nel- l'uso della lingua parlata. Ma,
dimostrato che gli au- tori sono fallibili e che in fatto molte impurità rima-
sero nelle loro opere : dimostrato che l’uso, sia degli scrittori, sia del
popolo, varza, antiquando vecchi voca- boli, e introducendone de’ nuovi
eterogenei, bisognerà conchiudere che l’ uso e l’autorità non fanno fede .
perchè testimoni bugiardi, e, come tali, non meritano di essere elevati a
dignità di criterzo. 627. Il Criterio della purità delle parole è la RAGIONE,
da tutti riconosciuta, da niuno definita. Quando gli scrittori di un secolo
sostituirono a’ vec- chi vocaboli di origine straniera altri nuovi, n’ ebbero
una ragione, come una ragione si ebbero i put: che, producendo per la stampa i
vecchi testi di lingua, molte cose corressero , e segnarono alcuni vocaboli e
modi di dire da non seguire. Una ragione si ebbero 1 filologi, che notarono le
sgrammaticature, regolariz- zarono la variazione de’ nomi e de’ verbi italiani
con- tro l'attestato degli autori e dell'uso. Or questa ra- gione è per
leggitima conseguenza superiore all’ quzo- dd rità ed all uso, perchè esercita
una giurisdizione so- pra l'una esopra l’altro, con la quale condanna il
cattivo ed approva il buono. Inlanto, mentre tutti han- no usato della ragzone,
i puristi, che stanno pel solo uso e per la sola autorità, la disconoscono
teorelicamen- . te, dicendo che contro il fatto non val ragionare, e che un
fatto è la lingua. In questa scuola, come ognuno vede, i principi fanno a calci
cou la pratica, perchè, mentre i suoi seguaci fanno uso della ragione , pra-
ticamente correggendo i vecchi abusi; insegnano in teo- ria che la ragione non
ha che fare con la lingua, che è un fatto. 1 Un altra scuola, che i pwriîst?
rimproverano: di neo- logîsmo , ossia di novità di parlare, fa l'apoteosi alla
ragione, che assume a crileria assoluto in fatto di lin- gua. ll rimprovero non
é del tufto immeritato; perchè, non essendo determinata la idea di questa
parola ra- gione, i suoi fautori taccano l’estremo, dando ingresso a parole
straniere senza necessità. Alcuni più mode- rati riconoscono per criterio di
purità l'Uso \° Autorità e la Ragione con eguale dignità, senz’ ivvedersi che
cadono in continua contraddizione per le pretenzioni di ciascun criterio contro
|’ altro. $ 28. Che cosa è la Ragione filologica, come cRITERIO della purità
delle parole în una lingua ? Allorchè taluno enuncia la seguente proposizione :
l’uomo mentisce, e chi ascolla ne domanda il perché, ossia ne domanda la
ragione, il proponente risponde: perchè l'uomo è limitato ne’ suoî mezzi di conoscere,
onde vede negli obbjetti ciò che non v'è, e però s'in- ganna: oppure perchè
l’uomo per natura corrotto è dominato dalle passioni, per le quali non dice
quel che 56 pensa, e però mentisce. In questo procedimento di do- mande e di
risposte, di proponimento e di dimostrazione, ognuno vede che la ragione, ossia
il perché della pro- posta è desunto dalla nazura o dall’essenza dell'uo- mo.Se
dunque aleuno mi domandasse : perché la pa- rola ACQUA, per esempio, é pura? ed
io rispondessi: perchè è parola italiana , o in altri termini, perché ha la
natura o l'essenza di parola ttaltana, io de- sumerei la ragione o il perchè
dalla natura e dall’es- senza della lingua. Ond’ è chiaro che per me la ra-
gione filologica, eome criterio di purità, non è di- versa dal fatto esistente
della lingua considerata in. sè stessa: per me la parola ragione è presa nel
suo senso primitivo ed etimologico, perchè dessa è identi- ca a ratto, parola
latina; derivata da reor, reris, ra- tus, rertî, il quale poi deriva da res la
realià, la na- tura , l'essenza , onde rato ragione è il pensiero della cosa,
della realtà qual è. Io dunque dirò pa- role pure italiane tutte quelle, che
hanno questa nalu- ra delerminata o che da essa rampollano, ed avrò 272- pure
tutte le altre, che a questa determinata natura si oppongono, o che da essa non
provengono. Quesla ra- gione così definita non è capricciosa, perchè 06bjet-
tiva e permanente: non è mutabile nè variabile, ma costante e immutabile. Dessa
infrena la licenza del- l’uso, e sottopone al tribunale della critica
imparziale la negligenza o la dabbenaggine degli scrittori: dessa con la sua
uniformità informa tutti i parlanti di uno stesso principio, e dichiara abuso
ogni atlentato con- tro di lei. Senza di essa l’ autorztà non si costilui- sce,
perchè, chi scrive senza questo criterio, non me- rita di essere riconosciulo
per aufore- per essa un uso corregge l'abuso precedente, ancorchè sostenuto da
nomi celebri e famosi. Gli autori (come subbjetti ) che usano della lingua
(come obbjetto) possono ingan- narsi; ma la ragione, identica al fatto, alla
natura del- 57 la lingua, è sempre la stessa, come identico è 1° oB- bietto,
che si lascia intuire, ma non possedere a guisa di proprietà di pochi
esclusivamente. Una tale ragio- ne porta seco i carafteri descritti nel $ 24,
ossia è un criterio retto , certo, e costante, perchè è sempre la stessa e
indipendente dalle opinioni degli autori o de’ parlanti. Questo è quel
criterio, su cui si fonda la Critica, ossia quella giurisdizione, che fu sempre
eser- citata sulle produzioni letterarie e sulle parole più ae- creditate
dell’uso corrente, e come tale è superiore al- l’ uso e all’ autorità, che al
tribunale supremo di lei si appellano per essere giudicati. | 6 29. Intorno
alla natura ed essenza della lingua italiana considerata în sè stessa. Posto
che la Ragione filologica, come Criterio di pu- rità della lingua italiana, è
la natura determinata della medesima, dobbiamo ricercare quale sia questa
natura. E, considerando che la lingua italiana non è una lin- gua primitiva ma
derivata, non avremo a lambiccarci il cervello in ricerche sottili e
metafisiche per appu- rarne il suo primo embrione, il primo primo vagito,
quando venne alla luce, cose tutte ardue e difficili alle più accurate
indagini, trattandosi di lingue madri, di cui non esìstono i documenti storici
contraffalti o perduti nella notte de’ tempi. Essendo dunque la lingua nostra
secondaria e non primitiva, ne scopriremo facilmente la natura e l’ essenza,
paragonandola alla lingua ma- dre, da cui fu generata. Ed io non dovrò
allargarmi in molte parole per dimostrare che dessa è figliuola Rena della
Latina, perchè i filologi italiani tutti confessano, se non per tutta la
estensione, pel corpo almeno, ossia per la massima parte delle sue parole, , 58
dove alcuni di essi per sostenere qualche stranissima opinione volessero
mettere in dubbio questa verità di fatto, io non avrei a far altro che
presentare un con- fronto delle parole dell'una e dell’altra lingua, dopo del
quale , -all’infuori de ciechi, tutti vedrebbero che la nostra, anzichè
derivata, meglio direbbesi la stes- sa lingna latina variata, da cui ha preso
non solo il corpo delle parole, ma le stesse desinenze, le forme, le
derivazioni, le variazioni e le composizioni. Anzi è tanto vero quello che dico
che nelle compos:zioni ha ritenuto tali quali le iniziali, e le finali ( Vedi
Etim. Par. V.): nella variazione de’ nomi ed aggiun- tivi tali quali i
comparativi e superlativi, tali Loi le variazioni de verbi (Etim. Par. III.)
tali quali 1 d77722- nutivi, peggiorativi, accrescitiri ec. (luog. cìt. ) Tutto
latino è il costrutto, latine le locuzioni , lalino il periodo, latina
l'eleganza — I traslali più belli ita- liani sono stampati sulla forma latina.
.- E già vi accorgete, o lettore, che io parlo della lingua italiana scritta,
aulica, illustre, cortigiana, uscita dalla viltà plebea delle bocche volgari,
Jos a di- gnità di lingua de’nobili componimenti poetici per ope- ra di Dante,
che chiamolla nuovo lutino: del Boccac- cio e del Petrarca, che, /attnizzando,
resero illustre l’ab- bjetto volgare, fino allora parlato e non scritto. Ed è
palpabile questa verità di fatto a chiunque avrà pa- zienza di paragonare le
prime scritture italiane con le posteriori de’ secoli successivi, perocchè il
400 cor- resse il 300, come il 500 corresse il 400 e va dicen- do,
regolarizzando le forme de’ verbi e de’ nomi sul tipo delle latine variazioni :
sostituendo parole dedotte dal fonte lalino alle straniere, provenzali, arabe,
saracene: scrivendosi una grammatica, che prima non esisteva, a rale le licenze
dell'uso, e sempre sul tipo della na. Ma, siccome la lingua latina dopo il suo
500 grecizzò, 59 pobilitandosi delle greche forme ignote a tempi di Nu- ma, la
lingua italiana, divenendo nuovo latino, fu nel- lo stesso tempo grecizzante ,
e tanto è vero che infi- nite parole non solo, ma la sua costruzione meno in-
tralciata, più alla greca che alla latina appartengono. Sicchè la ragione o il
criterio della purità dell’ilalia- ne parole è la loro /atinità o grecità, o in
altri ter- mini sono pure purtssime tutte le parole italiane, che hanno la loro
radice nel greco o nel latino idioma. Si riscontri e si legga tutto il Capo I.
dell’ Elocuzione del Nuovo Corso Vol. III. 6 30. A determinare la natura della
lingua ttaliana è uopo considerarla nella sua ATTUAZIONE e nelle sue PO- TENZE.
Nel $ antecedente abbiamo considerata la natura del- fa lingua italiana in
quanto all’ origine delle sue pa- role, ed abbiamo veduto che desse sone latine
e Hula. Or questo solo non la determina nella sua individua- lità, perchè molte
altre lingue moderne dalla latina e greca derivano, ma tutte differiscono dall’
italiana in quanto che le stes‘e parole nell’ attuazione di ciascuna assunsero
forme proprie e particolari, onde una è fran- cese, l’altra spagnuola e va
dicendo. Quale sia la lingua italiana nella sua attuazione, lo abbiamo veduto
in Etimologia, la quale si può definire Scienza della natura ed essenza altuata
di una lingua. Tutte le parole quindi, che derivano dalla greca e lalina
lingua, ed hanno le forme di Variazione, Derivazione e Composizione esposte in
quel trattato, saranno pure italiane: e saranno impure tutte le altre, le
quali, disco- standosi da quel tipo, si avvicinano alla forma francese,
spagnuola ec. Ora abbiamo enumerato co’ fatti alla ma- 60 no tutti modi di
variare , derivare e comporre sulla lingua esistente, e nelle scritture e nel
parlare di uso eorrente. Basterà questo solo a risolvere tutt’ i proble- mi
intorno alla purità di nostra lingua? Certamente no, perchè abbiamo osservato
innanzi che molle parole fu- rono in uso ne’ secoli posteriori, ignote ne
secoli an- teriori : sorge quindi la quistione : si possono tenere per pure
tutte le parole, che vennero dappoi, per esem- pio, le parole nuove del 500,
che non erano in uso nel 400 e nel 300? Alla. quale rispondo che possono e deb-
bono lenersi come pure se f. sieno derivate dalla stes- sa origine, che ha
determinata la nalura della lingua italiana, perchè ciò che è contrario a
questa natura deve alterarla 2. purchè in essa concorrano le condi- zioni
stabilite dall’ attuazione nelle parole esistenti, va- le a dire che siano
variate, derivate, e composte in conformità delle parole esistenti. 3. purchè
vi sia una cagione di attuarle, e questa è sempre il bisogno di esprimere idee
nuove — La ragione si è che una lin- gua nel suo principio è proporzionata al
bisogno de’ parlanti, i quali, avendo uno scarso numero d’idee, han- no
pochissime occasioni di attuare tutte le porezzze del- la medesima. Io per
posenza di una lingua intendo la suscettività di svolgersi secondo la sua
determinata na- tura. Mi valgo di un esempio. Un seme di frumento ha la porenza
di germogliare, poi di produrre un’er- ba, poi lo stelo, poi la sptga, infine
il frumento mul- tiplicato. Tutto questo sviluppo non è in atto, prima che il
seme si trapianti, ma è in potenza, in quanto che può sviluppare e deve
sviluppare così per la sua de- terminata natura. La lingua italiana del 300 era
seme, cioè era lingua in potenza, e tale la dichiarò lo stesso Dante, quando paragonolla
a un So/e, ma nuovo, che dovea risplendere ne’ secoli avvenire. E, siccome il
seme di frumento sviluppa in modo diverso dal seme di segala, così le potenze
di una lingua si svolgono diversa- GI mente dalle pozenze di un’altra. Mi
spiego più chiara» menté. Quando la nostra lingua venne a costituirsi, pre-
sentò due classi di parole, cioè parole prime dette radici, o radicali, o
parole madri, e parole secondarie e gene- rate. Ma non tutte le parole madri
fecondarono allo» ra, nè tutte le parole generabili furono generate, per- chè,
ripeto, mancò l’ occasione di attuare la genera- zione. Adunque le parole
secondarie erano contenute nella potenza generativa delle parole-madri. Queste
po- tenze poi, torno a dirlo, sono limitate dalla natura della lingua, e questa
dall’attuazione delle parole esi- stenti, ondechè ì secoli posteriori, attuando
le potenze, procedono per analogia su i dati primi. Consultando il fatto della
nostra liugua, troveremo appuntino avverato il detto finora , perchè il 500 è
più ricco del 400, e questo del 300. Or come ciò si potrebbe spiegare al-
tramente ? Quindi è che, se per bisogno io formo un nuovo derivato, un nuovo
composto secondo l’analogia e le tre condizioni di sopra esposte , non sarò
certo un neologo, perchè procedo secondo ragione, e se- condo dritto, che niuno
può contrasiarmi. E, se l’uso sì scandalizza in principio, quando la mia novità
è ra- gionevole, vi si acconcia dopo , come vedremo. Con- chiudo : custe Ze
parole nuove introdotte per GENERAZIONE, 08874 per attuazione delle PoTENZE
della lin- qua tialiana ne cast di bisogno , st debbono tenere per pure
purissime. La lingua italiana è dunque progressiva. Il PROGRESSO si compie
PURIFICANDO ed INNOVANDO: QU27- di parole NUOVE e parole ANTIQUATE. Da quanto
ho detto nel $ ant. è chiaro, anzi evi- dente , che la lingua italiana è stata
progressiva: e 62 lo è tuttavia, perchè progredire significa rion fermar- si,
ma andare avanti, e nel caso nostro è un con- tinuo svolgersi delle potenze,
come nel seme che, svol- to, ora è germe, ora pianta, ora stelo, ora spiga. Ora,
come si è veduto innanzi, così avvenne ne'diversi secoli per la nostra favella.
Ma il progresso non si deve confondere col neologismo, il quale vorrebbe in-
novare, spiastando un seme per mettercene un altro: il vero progresso suppone
la stessa radice che si svolge, e lo svolgimento è sempre riferibile al primo
seme. Quin- di il progresso ritiene la sostanza antica che riveste di foglie
nuove, come lo stesso tronco di albero rimane sem- pre, quantunque i fiori che
po e le frutta sieno va- rianti secondo l'influenza delle stagioni. In altri
ter- mini il progresso di una lingua si compie, spogliandola del vecchio e
vestendola del nuovo, ossia anziguando alcune parole e introducendone delle
nuove, che ripul- lulano dalla stessa radice, come si è detto. Da un verso il
progresso purifica la lingua, dall’ altro la ravvira. La purificazione è degli
elementi eterogenei , come della ruggine che si attacca alla spiga , o dell’
erbe selvatiche, che infestano il campo di frumento. La no- stra lingua è ita
sempre purificandosi fino al 600, ma uest’ opera non si è compiuta per le
stolte pretenzioni de così detti puristi, che vollero farla ritornare alla
ruggine ed alla miseria del 300. Onde anche oggidì contiene molta borra,
sostenuta dall’ uso capriccioso e cieco, e dall'autorità de’ pedanti. La
Innovazione sì compie in due modi, come sì è detto 1. se si deve introdurre una
parola madre o ra- dice, si ricorre al fonte greco o latino 2. se sono parole
secondarie, sì ricorre all’ attuazione delle potenze ge- nerative della
Zariazione, Derivazione e Composizio- ne. Così si è fatto finora e così si farà
in avvenire, non ostante che i botoli digrignino, bajando alla luna. Con- tro
il fatto non val ragionare. Questo è un dritto delle 65 nazioni parlanli, e
niuno può loro disputarlo — Biso- gna avvertire che per parole rwore intendo
ancora le antiche, che l’uso capricciosamente ha poste in obblio, mentre
meritano di essere messe in onore. Imperocchè, essendo italiane parole, se si
tolgono dall’ uso, rimane un vuoto da riempire con parole straniere o con tra-
slati. Or perchè impoverire la lingua de’ suoi leggitimi mezzi per un capriccio
0 per un arbitrio irragionevole? Il Botta ha cercato di risuscitarne aleune non
sempre felicemente, perchè non sempre italiane e talvolta sen- za bisogno,
polendosi provare che le risorte da lui hanno Te pure equivalenti. 631 Come în
ogni lingua, ancora nell’ Italiana, è uopo distinguere la lingua coLta dalla
POPOLARE, quella. COMUNE e questa dî DIALETTO Contraddizione de’ puristi. LA
LINGUAL è una, come uno è il sole. Ma, siccome non tutti possono vedere il
Sole, qual è, per difetto de’ veggenli ; così non tutti parlano la lingua ,
come dovrebbesi , per difetto de’ parlanti. E, siccome tutti concedono che un
astronomo vede il Sole assai meglio di un idiota, bisognerà convenire parimente
che par- lano meglio la lingua italiana 1 Letterati, che la stu- diano e la
considerano nella sua vera nalura. La lin- gua de' Letterati adunque è lingua
colta, 0, come la disse Dante, aulica, contigiana, illustre. La lingua del popolo
è lingua incolta o di dia/ezio. Quella è lingua comune in quanto che tatti,
studiando, la pos- sono conseguire: questa è particolare di una città, di una
provincia, o di un piccolo stato politico. Ed io per lingua popolare non
intendo la lingua plebea o volgare, come dicesi comunemente, ma la lingua che
64 si parla anche da persone ciez/î, ma non versati nella Letteratura: intendo
ancora quella che parla il popolo toscano e che si vuole la più colta tra
tutl'i dialetti delle tante città e province d' Italia. Fatte queste dichiara-
zioni, ecco le differenze delle due lingue , cioè della lingua colta e della
popolare. Ca lingua colta è più purificata, perchè maneggiata da uomini che
professavano letteratura, quindi il suo presto è stato più di ai , più regolato,
più con- orme alla natura della lingua italiana. La lingua popolare è più
impura; perchè contiene tutte le parole barbare antiche, le quali non si sono
potute antiquare per difetto di studio e di riflessione filologica, altesocchè
il popolo ignorante di filologia non ha potuto abolirne l’uso. E,se il dialetto
fioren- tino di oggidi è più purgato in paragone degli altri dialetti d’Italia,
è impurissimo rispetto alla lingua colta comune. Imperocchè di quelle parole,
che contiene il dialetto fiorentino, la maggior parte è straniera, come per
esempio arnese, assassino, drudo, alcora, barca, albicocca ec. benchè si
tengano per italiane, e come tali si adoperino da’ puristi. È, se il dialetto
medesimo è più purgato rispetto agli altri dialetti d’ Italia ; è av- venuto
per la influenza degli scritti di Dante, Boccaccio e Petrarca primi autori
fiorentini, ma con un progresso tardissimo e lentissimo, mentre nelle scritture
è stato rapido e sollecito. Quindi la lingua colta è lingua italiana , perchè,
essendosi purificata dell'elemento straniero a forza di latinizzarsi e
grecizzarsi, è divenula nuoro /atino, re- lativamente più puro, e però comune a
tulti gli scrit- torì italiani, mentre la lingua popolare tanto meno appartiene
all'Italia, quanto più abbonda di elementi stranieri, e difetta di latinità e
di grecità di parole. La lingua colta contiene elementi barbari nuovi per
difetto di buona direzione filologica, onde a sostituire 6ò le parole antiquate
ricorse alla moderna lingua fran- cese: ma la popolare contiene barbarismi
antichi e mo- derni : i primì per manco di critica , i secondi pel commercio
colle nazioni vicine traflicanti, vizio rico- nosciuto dagli stessi puristi nel
parlar fiorentino di NERA, | lingua colta è aristocratica, ossia una lingua no-
bile per la nobiltà del pensiero, perchè adoperata nelle colte scritture, onde
è ignorata dat popolo o non in- tesa: la lingua popolare è lingua parlata o
adoperata nelle scritture basse, perciò lingua di mercato , come mezzo di
manifestazione de pensieri relativi a’ mestieri ed alle faccende domestiche. |
Chi dunque porta ‘opinione che regola di pwro scri- vere sia il dialetto
toscano, s' inganna a partito per le cose dette innanzi. Se è vero che gli
stessi scrittori classici de’ primi secoli hanno difeltato , e che la pu-
rificazione della lingua scritta, benchè progredita, non è ancora compiuta per
una falsa direzione filologica, bisognerà conchiudere che molto meno la lingua
par- lata di Toscana può essere criterio dì purilà. 6 32. Concordia della
RAGIONE coll’ uso ‘e con l'AUTORITA. in fatto di lingua. Quando io dico che la
ragione sia il Criterio della purità delle parole italiane, non intendo dire
che le sue sentenze debbano essere eseguite con un perentorio al- l'uso di
tanti vocaboli :mpurî, che si dovrebbero sfrat- tare dalla lingua per
sostituirvene altrettanti nuovi. Im- perocchè le lingue si parlano dalle
moltitudini igno- ranti di grammatica, e sollecite di spiegarsi nel mi- glior
dodo ossibile e conforme all'interesse delle loro faccende, onde si riderebbero
delle novità, come l’idiota 66 ride dell’astronomo, che gli vuol far credere il
sole im- mobile, e continua a dispetto della Scienza a dire.che il Sole nasce e
tramonta. La ragione dunque pretende da’filologi custodi delle favelle, che
propongano alla na- zione parlante una lista degli spropositi, che commette
senz’ avvedersene. Dapprima l'annunziate novità le inge- nerano scandalo, ma a
poco a poco, trovandole ragio- nevoli, non le disapprova, quindi le vagheggia ,
in ultimo vi si acconcia. Qualche scrittore più ardito op- portunamente
comincia a dar loro luogo onorevole in qualche componimento, cento altri lo
imitano , e le scuole fan loro plauso: dalla bocca de’ discepoli si dif-
fondono tra la moltitudine e l’uso ragionato corregge il vecchio abuso. Dacchè
qualche filologo fece osser- vare, per esempio, che la parola sensibile,
significando l’obbjetto capace di essere sentito, non può significare il
soggetto capace di sentire; qualche filosofo a sens:- bile sostituì serRsivo,
come sensività a sensibilità. Fe- cesi lo stesso nel 500, quando le variazioni
de’ verbi si ridussero a regole stabili, e si notarono come sconce maniere l’
avemo, l amdramo, l'abbo ec. ed al falsa opinione, alla esequia, alla travaglia
vennero sostituiti la falsa opinione, l'esequie e il travaglio. Adunque è
chiaro che la ragione rispetta l’ uso per una folle- ranza necessaria e non per
una così detla /ransazione, appunto come in altre cose si rispettano ì
pregiudizi, che non si potrebbe tentare di sbarbicarli senza peri- colo di
essere messo alla berlina. Ma in quanto ad au- torità la ragione esercita più
liberamente la sua giuri- sdizione con una critica severa e imparziale, mentre
si mostra ossequente verso gli scrittori che hanno meritato la nostra
gratitudine, perchè hassi a fare con gente più ragionevole ossia con filologi,
che pensano e danno giu- sto peso alle discussioni falle Hi fine di servire
alla lingua. La ragione è superiore all’ uso ed all’ aufor:- tà: è l’ultimo
tribunale di appello, e contro di essa 07 non v è magistrato superiore, come
non ve n'è contro la legge. Adunque i puristi dalla celebrità degli autori e
dalla tirannia cieca dell'uso non possono trarre ar- gomento a favore del loro
sistema, come dall’ autorità del genere umano non si può trarre argomento,
contro la verità astronomica, che giri il Sole e non la Terra. Dal detto finora
deducesi che io sono più rigido dei puristi e più indulgente de’neologi. Più
rigido de' uri= stî, perchè io a nome della ragione pretendo che si bandiscano
dalla lingua italiana tutte le parole antiche (e non son poche) di origine
straniera, ossia che dalla greca e latina lingua non derivino: pretendo che si
richiamino a vita nuova le parole anliquate ingiusta- mente e pel solo
capriccio dell uso : pretendo che si evitino nella lingua colta le parole
barbare di data recen- te. Sono più indulgente de’ neologi, perchè a nome della
ragione pretendo che si stampino nuovi vocaboli :ta- liani, per surrogare ì
barbari dannati: che questi nuo- vi vocaboli si Serivino , se radici, dalle
ricche mi- niere greche e latine : se secondari , dalle radici e- sistenti — I
Puristi al contrario gridano ad ogni piè sospinto: ecco un gallicismo, e non si
fanno scrupolo di mettere in onore la barbarie antica, e, siccome pro- cedono
sull’ altestato dell’ uso serata toscana vi- vente, non vergognano di
rispettare i barbarismi no- velli. I Neologi, mentre fan vista di liberalità,
riescono demagoghi, perchè vanno in accatto di parole dalle lingue povere, e
dissipano i tesori inesausti della gre- ca e latina lingua. Berta questa
dichiarazione come A che mi giustifica dalle calunnie de’ puristi e e' neologi.
68 $ 33. E uopo distinguere în ogni lingua colta e popolare una lingua MISTA,
cioé la linqua delle arti e dei mestieri, che comunemente si dice lingua
TECNICA. In ogni lingua sì forma una lingua mista di tante lingue, uanti sono i
vocaboli che derivano dalle me- desime. I marinari italiani, per esempio, hanno
infiniti vocaboli, di cui il filologo italiano, che non è versato nel francese
, spagnuolo , inglese, arabo e persiano idioma, indarno andrà cercando l’
origine , 0 scanda- gliandone il valore: così gli agronomi hanno la loro lin-
gua, come la propria i cuochi, i calzolai, i negozianti, ec. he dico poi de’
pubblici funzionari , dei giusperiti , de’ militari ec.? I puristi? troppo
serupolosi in fatto di po: avrebbero preteso che questa lingua mista si osse
purificata e che il negoziante avesse adoperato vocaboli italiani invece dei
barbari, che il funzionario pubblico, scrivendo, avesse bandito la voce
Ministro, Capo di Ripartimento: il militare avesse prostritto le Pie
Colonnello, Tenente, Reggimento, Caporale ec. retenzione veramente ridicola !
perchè quei, che par- lano siffatta lingua, non professano letteratura, e non
truovano un dizionario si surroghi italiani vocaboli non ancora coniati. Questo
miscuglio in siffatta lingua è inevitabile, perocchè le parole indicano idee
nuove scoperte da uomini di altre nazioni, e, volendosene l’e- quivalente in
italiano da idioti nella Filologia, non re- sta altro mezzo che italianizzarle
in quanto alla forma esteriore, non mica sostituire. Quindi, parlando con uo-
mini di mestieri, che hanno la loro lingua tecnica, di- remo: gilè, palettò,
caffè, sofà, cumò, burò, capo di ripartimento, reggimento, colonnello ec. senza
tentare di surrogarle; perchè saremmo derisi senza esser capiti. Ma, mentre si
vuol rispettato l’uso, non s'intende scu- C9 sare i filologi di studiare
siffatte lingue per vedere di trovare nel greco e latino idioma parole
equivalenti, da registrarsi in appositi Dizionari, da'quali l'uso sia illu-
minato per produrre col tempo a poco a poco quel cambiamento, che avvicina la
lingua tecnica alla lingua pura. Ma questo lavoro è difficilissimo, perchè un
filo- logo non si abbassa ai mestieri. I tentativi de’ puristi riuscirono
infruttuosi, quando volevano sostituire parole .antiche di quattro secoli
addietro per esprimere idee nuove -scoperte ieri. È chi non ride del consiglio
di chi vorrebbe a cumò sosltiluire cassettone, o a sofà il /ettuccio da sedere?
poichè il cassettone degli an- tichi non è certo il cumò, nè il letto è fatto
per se- dere, nè letto da sedere è il so/@. Ultracciò non do- veano pretendere
che l’ uso si fosse arrestato di bolto al comando di un purista : conveniva
proporre ed aspeltare che la nazione parlante accettasse. Ma con quale
sfrontatezza non si fecero a rimproverare ì buoni parlanti secondo uso, che
dessi senza autorità ricono- sciuta volevano distruggere come abuso ? Jo non
credo che per altra via si possa insinuare in una lingua la barbarie più
facilmente che per questa, im- perocchè, abituandoci all'uso di simili voci,
che ci rie- scono in fine familiari, non volendo, le adoperiamo nelle nobili
scritture di lingua colta. 1 buoni ed accurati ri- corrono alle perifrasi o circolocuzioni
per non macchtar- ne la purità. Ma non sempre riesce lodevole il rimedio, e,
perchè non trovano l'equivalente, il più delle volte so- no costretti da
necessità a introdurre la nuova barbarie. Conchiwdo che la colpa non è dello
scrittore, che deve badare all’ idea più che alla parola, ma è de' filologi i
quali sono tenuti non solo a custodire inviolato il deposito ricevuto della
lingua, ma più di ogni altro a provvedere a’ nuovi bisogni di nuove parole,
come segni delle nuove idee , che ogni giorno scuopre il progresso della
civiltà nazionale. Per nostra disgrazia 70 i filologi ifeliani si lacerano per
quistioni puerili e ri- dicole intorno alla nomenclatura della lingua nostra,
se italiana o toscana debba addomandarsi: vanno dis- sepellendo cronache e
novelle senza darsi carico al mondo de' bisogni presenti, anzi ogni ostacolo
pongono ad un salutare e pronto ed opportuno rimedio. E che avvenne? Che mentre
dessi chiacchierano nelle scuole, e declamano e si affaticano, gl’italiani
continuano nella barbarie della favella, e continueranno così per la fal-
sissima direzione degli studi filologici, i quali prelen- dono l’ impossibile e
1° agionevo a cui niuno può e niuno deve acconciarsi per qualvoglia prezzo. É
pu- re ciò che è difficile per le altre lingue, è facilissimo per la nostra che
ha tanta parentela con la lingua gre- ca, lingua pieghevole e ricchissima per
tutt’i bisogni direi del passato e dell'avvenire. $ 34. Per non errare ne’
giudizi di PuRITA' di parlare o serivere st raccomanda il Mertono ETIMOLOGICO —
Quindi il filologo critico deve possedere la lingna greca e latina almeno.
Posto che il criterio della purità è la Magione , e er llagione bisogna
intendere la natura della lingua Italiana, la quale in quanto al corpo delle
parole è greca e latina, ognuno vede per leggitima conseguen- za che il
filologo, il quale voglia come critico retta- mente giudicare della purità
delle parole nelle scritture altrui, deve conoscere queste due lingue. A questa
scla condizione può paragonare le parole della lingua ita- liana con quelle
della sua origine, ossia procedere eti- mologicamente dall’ attuale al
primitivo. Or questo pa- ragone, o, dico meglio, questo ricorrere all’origine
dei vocaboli, che io chiamo Metodo etimologico, non è per ra! diletto, ma per necessità,
perchè nella supposizione contraria, sarebbe impossibile ogni buona critica, la
quale si compie per l’ applicazione di questo principio generale : Sono pure
tutte le parole italiane di ori- gine greca e latina. I filologi finora non
hanno riconosciuto questo Me- todo pienamente; perchè alcuni, cioè i pur?st,
trovan- dolo difficilissimo per le condizioni, che si richieggono ad attuarlo,
si fidarono ciecamente all’uso od all'auto- rîtà, ritenendo per pure tutte le
parole che corrono nell’ uso della lingua parlata dal popolo toscano, o che sì
truovano adoperate nelle antiche scritture de’ classi- ci del 300 e 500. Altri
negli ullimi tempi ricorsero alla Critica, come il Cesarotti, il Perticari, il
Mon- ti ec. Ma la Critica non si può costituire senza un er?- terio retto,
certo e costante (624): chi ricorre alla critica od alla ragione senza
stabilire il criterio, intro- duce l’ arbitrio per norma, peggiore dell’ uso e
del- l'autorità. Noi dunque, avendo determinato il valore della ra- gione come
criterio di purità, abbiamo nello stesso tem- po rendula possibile la Critica
limitata dall’ obbjettività del criterio. Ma i filologi della Critica non si
potevano pronunziare decisamente, perchè non ebbero il corag- io di sconoscere
tanti vocaboli di antica dala, ma di Barbara origine, che tuttavia corrono
nell'uso presen- te. Io non ho l'orgoglio di credermi superiore ad uo- mini di
tanta levatura, ma non vergogno di confessare la mia ardita ingenuità nel dire
le cose, come le sento: e che io comincio dov’ essi finirono. 72 g 35. Metodo
da inculcare a’ qiovanetti in fatto di criti- ca, e scelta de’ libri da leggere
per formarsi l’at- titudine a retto giudizio —Librt da proscriversi. Se il
Metodo etimologico è indispensabile al filolo- go, che vuol farla da critico,
non si può raccomanda- re nello stesso modo a’giovanetti, che vengono per ìm-
arare la lingua colta italiana, perchè si suppone che a ignorino, come ignorano
la greca e latina. Allro dun- «que è il Metodo di chi vuol imparare una lingua:
al- tro è di chi vuol giudicare se bene o male adoperata. Dirò quindi che i
giovanetti dapprima debbano afli- darsi all’ so, che, come abbiamo detto , è un
mezzo empirico di far conoscere l’ esistenza e "l valore delle parole di
una lingua.In questa pratica, che deve pre- cedere alla grammatica , parte con
la viva voce del maestro , parte con la lettura de’ buoni libri moderni come il
Giannetto, le prime Letture del Taverna, del Cantù ec. si viene a costituire la
parte materiale della lingua italiana senza voler sapere, se le parole del
miglior uso sieno pure o impure, se di latina o barbara origine. Quando i
giovanetti sapranno parlare e scrivere italiana- mente secondo il miglior uso
corrente, passeranno allo studio della Grammatica, e dalla fede cieca all’ uso
ed all'autorità cominciano a-passare al convincimento della ragione con l’idea
di essere filologi e letterati , che sanno quel che fanno, ed hanno coscienza
di ben fare. Intanto lo studio della lingua latina, almeno, con lo stes- so
metodo accompagna la pratica per la lingua propria e i giovanetti possono
paragonare le identità e le di- versità delle due lingue. Se sì potesse
accoppiare il greco, sarebbe ancora desideratissimo. Cominciando lo studio
della grammatica ( non quella certamente delle scuole, che è un complesso di
regole convenzionali for- 78 mafe secondo ì principî empirici ) i giovanetti
proce- deranno a leggitimare quel che per lo innanzi credet- tero ciecamente.
Intanto avranno per le mani le prose del Perticari, la Proposta del Monti, la
Filosofia sulle lingue del Cesarotti, i Pretesi Gallicismi del Gherardini, il
Catalogo di Spropositi di Marco Antonio Parenti ec. i quali, se non sempre
procedono ragionevolmente, ajuta- no almeno a ragionare per quella tendenza,
che hanno a favore della Critica. In quanto a scelta di libri si ban- discano
dalle scuole tutti que’ testi di lingua del 300, sia lo stesso Dante, il
Boccaccio 0°) Petrarca, in que- sla prima epoca d’ insegnamento, sì perchè
contengono molte impurità, come abbiamo innanzi dimostrato, sì per- chè l'uso
delle parole ne’secoli successivi ne ha alte- rato il significato, onde non si
possono intendere senza critica filologica, come è chiaro dalle tante
annotazio- ni fattevi negli ultimi tempi. Dante, Boccaccio e Pe- trarca si
dovranno leggere, come poeti, e non come te- sti di lingua, quando 1 giovanetli
avranno studiato l’E- stetica. Con ciò non intendo degradare opere tanto clas-
siche, ma determinarne l’ opportunità dell’uso. Nelle Croniche, nelle Favole e
nelle Novelle antiche si truo- va poco oro puro, ma misto a moltissima scoria,
che 1 soli provetti in letteratura possono discernere. Si con- servino adunque
siffatti libri nell’ Archivio della Let- teratura nazionale, come le pergamene,
che s° interpe- trano dagli Archeologi, e non si raccomandino a’fan- ciulli
facili ad imprimersi più delle cattive che delle buone cose. 74 6 36. Se st
debbano tenere în conto di parole PURE le ONOMATOPEICHE dî conto puramente
italiano. Le parole onomatopetche sono quelle, il cui suono nella profferenza è
identico al suono dell’ obbjetto si- guificato. ‘Tali sarebbero mzagolare,
muggire, nitrire, soffio, tonfo, fiume, fiasco, fischio ec. Moltissime di
siflatte parole sono a noi venute dalla latina, come fiume, sibilo, muggire,
cuculo, fiamma ec. e su di queste non cade alcun dubbio che sieno ita-
lianissime per le ragioni esposte innanzi. La quistione è per le onomatopeiche
di conio tutto italiano , ossia che non hanno origine dalla latina : tali sono
tonfo, fiasco, buffo o rabbuffo, fischio ec. ec. E diciamo che simili parole
per purissime si debbono tenere ; impe- rocchè quella, che oggi dicesi Italia,
un tempo era Lazio : ‘lo stesso ciclo, la stessa terra, gli stessi fiumi, gli
stessi monli che ispirarono i padri nostri, ispirano oggi noi tardi nipoti. La
lingua italiana oltracciò non è diversa dalla latina, perchè, come abbiamo
osservato nel $ 29, anzichè derivata meglio si dice latina variata. Sotto
questo rapporto la lingua italiana si può dire la- lina più sviluppata nelle
sue potenze attuate , perchè i Latini fecero servire la loro lingua a tutt'i
bisogni di una civiltà relativa al loro sviluppo, ma non a tut- ti bisogni di
una civiltà progressiva. È pertanto che le parole onomatopiche , essendo
creazioni nostre, si ossono ancora dire latine, in quanto che, se i latini fasi
oggi esistenti con la stessa civiltà nostra, l’a- vrebbero coniate. La qual
cosa vuol essere intesa per le sole parole onomatopeiche, perchè desse sole
possono essere indigene ad una. nazione —Nel nuovo Corso ho rodotte altre
ragioni, che si possono riscontrare nel ‘ol. II, Elocuz, Cap. III. pag. 211 e
seg. 75 637. Epilogo del presente Capo da servire per un quadro sinottico delle
materie contenutevi. Si dicono Pure tutte le parole, che appartengono alla
lingua italiana, e saranno pure tutte le altre, che non le appartengono. : Ma
per sapere quali parole appartengano e quali nò alla lingua italiana, evvi
bisogno di un criterio, ossia di una rorma o regola. I Puristiî, così detti
alcuni spasimanti della purità di parlare e scrivere italianamente , hanno per
crile- rio l'autorità degli scrittori del 300, o del 500, o di questo e di
quello. In guisacchè hanno per pure tutte le parole che si truovano adoperate
in quelle antiche scritture. E, siccome il Vocabolario della Crusca ha rac-
colte quelle parole, in ultima analisi la norma o la re- gola della purità per
tali filologi si riduce all’ autorità di questo Vocabolario. Altri di detta
scuola mettono in dubbio questa stes- sa autorità, e si riducono all’
infallibilità dell’ uso del popolo toscano, onde, quando cade dubbio intorno
alla purità delle parole italiane, consultano le fantesche e i ‘contadini dell’
Arno. Ma il Criterio (ola norma o regola de' nostri giu- dizi ) dev'essere
retto, certo e costante, una delle quali condizioni mancando, cessa di essere
crizerzo. Ora l’ aurorità degli scrittori di qualunque secolo non è retta,
perchè gli autori spesso sbagliano, come ne fa pruova la flo degli stessi
puristi, che, pubbli- cando i testi di lingua, vi hanno fatte infinite corre-
zioni : non è cerfa, perchè non tutti gli scrittori di uno stesso secolo hanno
consentito sulle stesse cose : non è costante, perchè gli scrittori di un
secolo han- no corretto gli scrittori de’ secoli precedenti. Lo stesso 76 va
detto del Vocabolario della Crusca , che nelle di- verse edizioni posteriori è
riuscito più ricco e più cor- retto che non era nelle antecedenti. Bisogna
conchiu- dere che l’autorità non è eriterio di purità, Non lo è del pari l’uso
del popolo toscano, perchè sì può provare con documenti inattaccabili che il
fa- vellare del popolo toscano di oggidì è diversissimo da quello de’ secoli
anteriori. Oltracciò il popolo non è ‘filologo, non può quindi riflettere se le
parole che usa sieno . pure o barbare. Onde ritiene tutta la barbarie antica
trasmessa tradizionalmente, e raccoglie la bar- barie nuova pel commercio delle
nazioni vicine traffi- canti. Bisogna dunque conchiudere che neppure l’uso
della Toscana è criterio. Un criterio, che abbia 1 caratteri sopra descritti,
cioè che sia retto, certo e costante non si iruova che nella ragione. Ma che
cosa è la ragione? è la lingua ita- liana considerata in sè stessa, ossia nella
sua natura ed essenza. Questa natura, rispetto all'origine, è la la- tinità e
grecità delle sue parole , ondechè sono pure sutte le parole italiane, la cui
radice è greca o latina. Ma questa nalura così considerata è tuttavia inde-
iermmata, perchè altre lingue ancora, come la france- se, spagnuola ec. dalla
greca e latina derivano. A de- lerminare questa natura, che costituisce la
lingua ita- liana esistente, è uopo considerarla nella sua attuazione, e
questa, quale sia, lo abbiamo veduto in Etimologia, la quale da questo punto di
veduta, si può definire per la Scienza della natura attuata di una lingua. ‘.
Ma una lingua non si attua in tutta la sua ampiez- za possibile dal suo primo
apparire, perchè, essendo allora limitatissimo il numero de’ bisogni,
limitatissimo è il numero delle parole attuale. Ondechè, dovendo una lingua
essere progressiva, come progressiva è la civiltà della nazione parlante,
ognuno vede che bisogna stu- diare la natura della medesima nelle sue
aszuazioni e nelle sue potenze. 71 La parle attuata di una lingua costituisce
l’analogia delle attuazioni possibili delle parole nuove, o prime 0 secondarie
, quelle parole madri , queste generate. I modi possibili della generazione
sono la Variazione, la Derivazione, la Composizione, ma in una lingua par-
ticolare questi modi sono determinati a cerle stabili «maniere. Tutte le parole
in conseguenza, che in caso di bisogno si generano dalle parole madri o radici
se- condo l'analogia, saranno pure per una lingua, perchè in esse niente vi è
di nuovo, menochè la forma avva- lorata dall’ analogia. Quando adunque si
avesse bisogno di parole nuove, sì potranno, se radzcî, prendere della greca e
latina lin- gua : se parole generate, formarsi per Variazione, per Derivazione
e Composizione. In ogni lingua si costi- tuisce una nuova lingua mista di
parole della lingua comune e di altre moltissime appartenenti alle lingue
straniere, nelle quali scrissero gl’ inventori d'idee nuo- ve. Questo misto di
ogni lingua è la lingua de’mestie- ri, delle arti meccaniche, de’ politici ec.
e con greco vocabolo dicesi lingua tecrica. I filologi, che hanno in custodia
il deposito delle lingue, debbono invigilare alla sostituzione delle parole
pure a senso di semplice proponimento, e non di perentorio contro l’uso, il
qua- le, quantunque sia il più irragionevole, vuol essere ri- spettato ad ogni
conto. La purità rispetto all’uso è relativa nel senso che in un epoca bisogna
usare di quelle parole, che cor- rono appo gli scrittori e appo i parlanti. Ma,
quan- tinque relativa, vuolsi rispettare per una tolleranza necessaria, appunto
come si rispettano certi pregiudizi, che non si possono di botto sbarbicare senza
pericolo. La ragione sì è che la lingua è nel dominio di molti, la ragione nel
dominio di pochi, come la Scienza astro- nomica, avendo pochi cultori, si
guarda di obbligare l’i- diota a pensare e dire che la terra giri e non il
‘sole. 78 La purità assoluta ed obbiettiva di una lingua è vo- luta dalla
ragione , ossia dalla natura di essa lingua considerala in sè stessa. Ma, se la
ragione la vuole, non può pretendere che si altui di un tratto per le : cose
esposte innanzi. (Quindi propone ed aspetta che la nazione illuminata dal
progresso della civiltà faccia. buon viso alle nuove atole suggerite. In quanto
alla pratica si vogliono sbandeggiati dal- lé scuole i testi antichi in quella
parte dall’ insegna- mento, che sì propone d'informare i giovanetti dell’e-
lemento materiale della lingua colta, perchè ne’ testi antichi vi è molta
scoria, e poco senso per le dimen- ticate allusioni ad obbjelli antichi. Si
preferiscano in questo esercizio i buoni libri, scritti appositamente in questo
secolo secondo l’uso corrente. Quando poi i giovanelti saranno divenuti
filologi, potranno consultare que testi, come gli archeologi consultano le
pergamene. INTORNO ALLA PROPRIETA’ DE COSTRUTTI G 38. Che cosa s° intende per
PROPRIETA’ di COSTRUTTI ? Partizione di questo Capo. Nell’ Introduzione al
presente Trattato ho detto che la Purità è rispetto alle parole, e la Proprietà
rispetto a’ costrutti, ossia alle combinazioni delle parole, per- chè può darsi
che le parole sicno pure e però z/alza- ne, ma non ttaliane le loro
combinazioni , e perciò amproprie. I Retori non hanno date nozioni così pre-
cise della Purità e della Proprietà, perchè sotto il rispetto della prima
traltarono dell’ /mproprietà , che eriva da’ sinonimi, mentre il discorso
cadeva intorno 79 alla Purità. Infatti, se taluno adopera una parola in senso
diverso da quello che fu stabilito dalla conven- zione, non si deve dire che
parla con 2mproprietà, ma da ignorante o da imperito. Ciò premesso, io dico che
per proprietà bisogna in- tendere la combinazione delle parole richiesta dalla
na- tura della lingua, in guisa o il costrutto si dice ed è italiano. Questa
proprietà che deriva dalla natura della lingua è assoluta, ed, ancorchè non sia
nel fatto, è desiderabile che così fosse. Il Criterio di questa proprietà è la
Ragione, come è stata definita nel Capo antecedente $ 28. Vi è un altra
proprietà relativa che si fonda sull’ uso e sul- } autorità per tutti quei
costrutti, che ripugnano alla ragione della lingua, ma sono avvalorati dall’
uso de- gli scrittori e della lingua vivente. Vengono questi co- strutti
compresi nella nomenclatura d’ 2470t7sm?, ossia di modi di dire degli :470t7,
che si rispettano per zo/- leranza necessaria, e non mica per fransazione, co-
me dicemmo nel $ 32 I Costrutti poi come combinazioni di parole si pos- sono
considerare sotto il rapporto della Sintassi e sotto I’ altro de’ Traslati. Io
dunque dividerò il presente Ca- po in due Articoli. 80 ARTICOLO I. Intorno alla
Proprietà de’ Costrutti italiani sotto il rispetto della Sintassi. 6 39. St
producono degli esempî di proprietà de’ costrutti italiani , sotto îl rispetto
della Sintassi regolare per dare una idea generale della PROPRIETA” e 1M-
PROPRIETA. La Proprietà, come abbiamo detto nel f antecedente, altra è di Zso,
altra è di Ragione : sotto la prima in- tendo ancora l'Auzorità, e intendo per
costrutti pro- pri, tanto quelli che si usero dalle bocche vive dei parlanti,
quanto quelli che sono avvalorati dagli serzt- tori. La Proprietà di ragione
risulta dalla natura del- la lingua, ma dessa per una #o/leranza necessaria,
ri- spettando l’uso, propone il meglio, come un desiderio da compiersi, quando
che sia. Ecco perchè, producen- do gli esempi, mi esprimo con le seguenti
formule : è proprietà di uso e di ragione, o proprietà di uso e non di ragione,
o proprietà di ragione e non di uso. 1. È proprietà di Uso e di Ragione nella
lingua ita- liana, che nelle Circolocuzioni, per far i nio al- cuni tempi vip
sì che mancano alla Variazione dei verbi concreti obbjettivi o transitivi
simili ad amare, leggere o scrivere ec. si adoperi il verbo Avere, dai
rammalici detto ausiliario, e non il verbo Essere: Onde diciamo : fo ho amato,
vot avevate scritto, Pie- tro avrebbe letto. Chi dunque adoperasse il verbo es-
sere, invece di avere, in siffatti costrutti, offenderebbe la proprietà di Zso
e di aprono della lingna italia- na. Intanto è una proprietà di uso e una
2mproprietà di ragione il mettere siffatti verbi con Zssere nelle 81
Circolocuzioni, quando sono preceduti da 2, #2, 87, c?, cî, onde dicesi: m?
sono fabbricata una casa, ti ser mangiato una gallina, è greci si sono fatti
ammi- rare pel valore. | 2. È proprietà di ragione e non di uso accordare il
participio di siffalti verbi con l’obbjetto, onde si dovrebbe dire : ho scritta
una lettera: ho letta la filosofia, e non ho letto filosofia, e scritto la
lettera, perchè la’ frase ridotta a forma analitica darebbe la se- guente
espressione : to ho la filosofia come letta: ho la lettera come scritta.
Intanto l’uso, sgrammalican- do , pretende come proprietà /erto filosofia :
lettera sertito. Bisogna dire però che l’uso più illuminato sì va accostando
alla ragione, dacchè 1 grammatici av- vertirono che si possa dire all’ uno e
all’ altro modo. 3. È proprietà di uso de’ classici scrittori, ma non di
ragione il dire: non ha quari : hacci di grandi uomini : Ebbevi di quelli che
parlar vollero alla mi- lanese, perchè in questi costrutti di forma tutta fran-
cese il verbo avere non è ausiliario , e il senso ri- chiede il verbo Essere,
secondo la proprietà latina. La ragione quindi consiglia il buon uso di dire:
non è quarti: vi sono de’ grandi uomini : vi furono di quelli. 4. E proprietà
di Uso e non di Aagrone il dire: Antonto è maggiore di Paolo, e non più
maggiore, più migliore, o più peggio, più meglio, ossia di a- doperare il così
detto comparativo assolutamente, e non preceduto da più. Ma la ragione della
lingua sul tipo greco e latino in certi casi potrebbe adoperare il se- condo
modo, perchè, se io paragonando Zietro, Paolo, Antonio e Francesco, avrò dello:
Pietro è maggiore dt Paolo , Paolo è maggiore di Antonio, Antonio è maggio-e di
Francesco , riflettendo su queste gradua- zioni quantitative, dovrei dire:
dunque Pierro è più maggiore di Antonio, ed è più e più maggiore dî Francesco.
Ma ciò, che la Ragione vorrebbe, non è con- 82 sentito dall’ #0 tiranno dell’
arte, benchè pure qual- che esempio s' incontri ne' lesti venerati da’ puristi.
5. È proprietà di uso e non di ragione adoperare il prenome EGLI in principio
di periodo, senza alcuna importanza di significato , come ne’ seguenli esempi :
Egli è vero che: Egli fu în quel castello una don- na vedova: Egli avvenne che.
ec. Ora è provato che il pregio massimo del parlare consiste nel far inten-
dere molte idee con poche parole, e che p/eonasmo o ripieno non si dà, nè sì
deve ammettere in lingua. La ragione adunque, consigliando l’uso di corregger-
sì, rispetta per tolleranza l’anlico abuso. 6. È proprietà di uso e non di
ragione il dare a certi nomi variati la desinenza / ed @ nel plurale, co- me i
peccatt e le peccata , i bracci e le Braccia, i pugni e le pugna ec. La ragione
vorrebbe la semplice uniformità, e, siccome siffatti nomi escono in o per si-
gnificare l’unzzà, dovrebbero uscire in ? pel numero. . L'incertezza dell’ uso
deriva dall’ indecisione delle teorie filologiche, o, per meglio dire , dal
perchè la grammatica italiana si è formata sulla proprieta del- l’uso e non
della ragione. E, trovando due uscite ado- perate dagli scrittori, formulò
delle regole con cui sì concesse una libertà senza limiti. Ma, se avesse op- Fo
avvertito, come per tanle altre cose ha atto , l’uso anche in questo avrebbe
proceduto più guardingo, ed oggi non avremmo tante anomalie inu- tuli, che si
"olivi giuslificare co’ vani titoli di va- rietà e di ricchezza di lingua.
La proprietà della ragione si deriva dall’ Etimologia e dalla Sintassi
italiana, perchè in questi due Trattati abbiamo studiata la natura delle parole
e la struttura delle proposizioni. La Proprietà dell’ uso si raccoglie dalle
scritlure antiche e moderne , e dal parlar vivo più colto. Si terrà per
proprietà di uso quella, che è avvalorata da’ più, ossia quella in cui la più
parte de- 83 gli scrittori e de’ parlanti convengono. Avremo a pro- ‘prietà di
ragione quella che risulta dalla natura de- terminata della lingua, come si è
detto. Adunque è chiaro, che i filologi, che hanno per criterio di pu- rità e
proprietà l’ usa e l’ antorità, non si propongo- no d’ indagare l’ assoluto e
l’obbjetiivo della lingua , sibbene il condizionale e relativo e subbjettivo.
Chi vuole in conseguenza stare alle loro decisioni, non si meravigli che truovi
le nostre teorie spessissimo in con- traddizione colla grammatica delle scuole.
6 40. St producono alcuni esempi di PROPRIETA’ di costrutti FIGURATI ?20aliani,
e intendo sempre della proprietà sotto il duplice rispetto della Ragione e
dell'Uso, La proprietà di ragione ne’ figurati costrutti italia- ni si desume dall’
uniformità a’ costrutti figurati latini e greci, verità riconosciuta da’ più
valenti filologi ita- liani, e dalla pratica attuazione della Sintassi figurata
nostra, sul tipo della latina. Il 500 non fece che no- bilitare la lingua,
accostandola sempreppiù a’ greci e latini esemplari, e ripurgandola degli
idiotismi plebei, di cui ridondava ne’ secoli anteriori. I Grammatici, la-
vorando sul tipo di quelle due lingue , introdussero nella grammatica italiana
le stesse nomenclature, le stes- se partizioni, le stesse definizioni delle
latine, e delle greche grammatiche. Sicchè possiamo, senza tema di errare ,
francamente asserire che la proprietà di ra- gione degli italiani figurati
costrutti si fonda sulla la- tinità e grecità de’ medesimi. Allorchè dunque io
di- co che la proprietà dell’ uso si discosta dalla pro- prietà di ragione in
molti di essi, voi dovete inten- dere che io parto da questo criterio, e con
esso pro- cedo a giudicare i casi particolari, Se, per esempio, io $4 dico che
Egli ed Ella per proprietà di uso e non di ragione non sono mai seguili dal
nome, cui si riferi- scono, e cui dovrebbero precedere, come pure il Che e il
Lu, dico questo perchè Egli ed Ella sono iden- lici a Z/le, Illa, e Che e Cut
identici a Qui e Cui latini, i quali si adoperavano in Sintassi regolare col
nome espresso, in Sintassi figurata col nome taciuto. Di quì è chiaro che l’uso
non è ragione o crilerio di proprietà assoluta, come non lo è di purizà
assoluta delle parole, perchè desso viene dal popolo ignorante della natura
deila lingua, che parla, cioè non filologo. Ecco ora alcuni esempi di proprietà
ed tmproprietà sotto il rispetto della ragione e dell’ uso. 1. E proprietà di
ragione e di uso ben regolato nel- la lingua italiana il sopprimere i nomi
personali Zo , lu, Pol: (invece di St) Not, Vor, Eglino (invece di S7) avanti
alle voci del verbo variato, e si espri- mono ne’ soli casi, in cui si voglia
far intendere op- posizione di stat: e di azioni, o si voglia dar forza alla
frase. La ragione si è che, avendo il verbo ita- liano per la variazione simile
alla latina desinenze eti- mologiche e sintassiche sufficienti a significare i
tempi e a indicare i nomi personali e la quanlità discreta , ossia l’ unità e
’1 numero , come i latini ancora noi dobbiamo non esprimere parole inutili, che
si possono facilmente intendere. Gl' italiani adunque, che, parlando o
scrivendo, esprimono sempre i detti nomi personali innanzi a’ verbi variati, e
specialmente £g/, Ella in- vece di S7, parlano alla maniera de’ francesi, i
quali, non avendo nella profferenza le diverse uscite signifi- cative o
indicative, per non confondere debbono ne- cessariamente esprimerli. Quei
grammatici italiani adun- ue, che giuslificarono il Boccaccio, che tanto abuso
ece di £g/ ed EZa, col Pleonasmo e col Ripieno, non si avvidero che contro la
ragione della lingua auto- rizzavano una barbarie di costrutto, e che è una
pro- rrietà di uso pe’ francesi. 85 2. Evvi un costrutto figurato in nostra
lingua ogni volta che a’ Correlativi Così, Tale, Tanto, facciamo corrispondere
un Che, dicendo Così che, Tanto che, T'ale che, ( Vedi Sint. Fig. Vol. II. pag.
54); perchè dessi come correlativi rispondono a Come, Quale, Quan- to ( Vedi
Etim. Vol. I. pag. 40). Il Costrutto figurato esprime un numero di pensieri
maggiore sempre del numero delle parole espresse. Chi dunque adoperasse questo
costrutto figurato dove si vuol esprimere in co- strutto regolare tanto numero
d'idee, quante sono le parole, commetterebbe un francesismo, appuntato allo
stesso Perticari, quando disse: St? è nobil: che è ple- bei , invece di Si £
nobili come i plebet. I francesi infatti dicono con parole equivalenti così
che, invece di così come. 3. È proprietà di uso e non di ragione, e però un
idiotismo o una vera sgrammaticatura il dire: 70 mî pento, 10 mi tedio, î0 mt
ricordo ec. ossia variare cerli verbi nella forma de verbi di azione obbjettivi
o transitivi, perchè i latini questa forma non aveano , ma dicevano me
poenttet, me toedet ec. Qualche gram- matico ha osservato che si dice meglio:
mm ricorda di queste cose, mî duole de peccati ec. meglio che mi ricordo di
queste cose, mi dolgo de’ peccati. ll che accenna che si voglia introdurre una
novità suggerita dalla ragione per sopprimere un abuso, il quale non si
giustifica, se non come un 2deoltsmo, ossia come uno sproposito autorizzato
dall'uso cieco delle moltitudini. 4. In nostra lingua l’uso avvalorato dall’
autorità dei grammatici comincia a prescrivere contro la ragione, per cerle
limitazioni di siguificato di alcune parole co- struite figuratamente, cioè di
Egli, Ella, Lui, Lei, Questi, Quegli, Altrî ec. che si vogliono adoperate,
quando si riferiscono a'soli nomi di persone. Ma la prescrizione può assicurare
il dominio, e non già co- stituire un dritto, perchè il tempo non può fare che
86 sia mio ciò che non è mio, nè può far tuo ciò che è mio. Infatti ad onta di
questa pretenzione e della buona fede de’ grammalici l’ uso istesso in certi
mo- menti di distrazione si lascia sorprendere dalla ragio- ne, che gli fa dire
Zuî, Zeî, Gli, anche quando si riferiscono a' nomi impersonali. Gli esempi
sarebbero infiniti , e non la finirei mai se volessi, non dico tulti, la più
parte Latin Credo che i pochi riferiti sieno sihiorenti a dare una norma di
diglagia per giudicare de’ casi simili, e rendere av- vertiti gli studiosi di
non credere ciecamente alle sen- tenze diltatoriali de’ grammatici,
specialmente puristi e lessicografi de’ dialetti comparati , quando si fanno a
dire: questo è un bel modo, quell’ altro è un galli- cismo. 4. Vi sono alcuni
costrutti comuni a più linque, e st possono dire proprietà comuni rispetto ad
altre lin- que Ciò che è comune a tutte é obbietto di gram- matica universale.
Se vi farete a leggere, o giovani studiosi, le gram- maliche italiane
pubblicate da’ puristi in questi ultimi tempi, e ì cataloghi degli Spropositi
raccolti secondo i loro principi, e i Dizionari de’ creduti Gallicismi, op-
pure avete studiato un pò di francese , di spagnuolo ec. perderete la bussola
del ravigare nell’ oceano tempe- stoso della lingua italiana, di cui dovele far
uso og- gidi parlando o scrivendo. I Grammatici vi diranno 1. che sia francese
ogni eostruito, il cui simile non g'incontri nelle scritture anti- che 2. che
sia francese ogni costruito italiano che ras- somiglia ad un costrutto francese.
Contro il primo assunto vale quanto abbiamo detto nel capo antecedente, perehè,
avendo una volta stabi- 87 lito che la lingua italiana è progressiva in dritlo
e in fatto , ognuno vede che molte combinazioni nuove di arole dovettero
seccedere alle prime attuate, nelle quali le posteriori erano potenzialmente
contenute. Non ispen- diamo quindi più parole per confutare un principio tan-
to irragionevole. In quanto al secondo, che ritiene per francese ogni frase
italiana per ragione di somiglianza, facciamo no- tare brevemente che la lingua
francese, l'italiana e spa- gnuola principalmente, sono lingue figliate dalla
stessa latina, e perciò sorelle che hanno faccia gualem de- cet esse sororum,
per esprimermi con le parole di Ovi- dio. In moltissimi costrutti, anzi nella
massima parte, queste tre gi debbono essere somigliantissime , le particolarità
di quelle due sono poche, e propriamente quelle, che derivano dall’ elemento
straniero consociato al greco e latino. Ora è difficile che un italiano voglia
e possa acconciarvisi di buon GrACO, salvo il caso che non si sia affezionato
con lo studio a quelle, trascurando la propria. La ragione adunque di
somiglianza non solo dei costrutti ma ancor dalle parole non è sufficiente
criterio per tassare dì francesismo gl italiani costrutti. Anzi so;giungo , che
tutte le lingue senz’ eccettuarne alcuna debbono convenire in certe forme
sintassiche, che costituiscono l’ efemento comune, obbjelto di Gramma- tica
Universalissima. I puristi non sanno elevarsi a tan- ta altezza e fanno come i
bamboli che alla voce finta del J/ammone fanno vista di spiriltati. 88 6 42.
Improprietà di parlare e scrivere , che deriva dalla Sinonimia relativa , ossia
dall' ignoranza del si- gnificato de’ vocaboli — Si raccomanda il Metodo
Etimologico. Nell’Etimologia Vol. I. pag. 158 ho semplicemente ac- cennalo che
Sinonimi da parte della lingua non si dan- no, salvo il caso, che non si
vogliano introdurre voca- boli stranieri col medesimo significato di quelli,
che esì- stono nella lingua propria, come ho provato nel Nuo- vo Corso Vol. II.
e Vol. II. In questo convengono tutti i filologi, cui non è avver- saria la
ragione , e potrei citare nomi illustri antichi e moderni. Ma è un fatto
innegabile che per ignoran- za del valore etimologico de’ vocaboli, che si
riferisco- no ad uno stesso obbjetto considerato sotto diversi rap- porti,
spesso l’ uno per l’ altro si adopera in costrutti dove non reggono , perchè
fanno intendere relativa- mente ciò che non è in intenzione di esprimere. Sotto
questo rispetto si dice che i rocaboli sono propri 0 impropri. Mi spiego con un
esempio. Onesta, Casta, Vereconda , Pudica , Pura sono cinque vocaboli che
esprimono cinque idee relative ad una vergine. Ma, sic- come ognuno di essi
significa un’idea particolare, dif- ferente da quella degli altri quattro, chi
ne ignorasse il significato primitivo ed elimologico, prendendoli per si-
nonimi, adopererebbe pudica dove starebbe casta, 0 ve- reconda dove starebbe
pura. Ad iscanso di questa im- a e si raccomanda il metodo etimologico , ossia
a sollecitudine di ricorrere all’ etimologia di ciascun vocabolo. Supponiamo
invero che lo scrittore, meditan- do su i cinque vocaboli arrecati in esempio,
ragionasre a questa guisa: Onesia è chi ha onore, ossia chi ha ripu- tazione
nell’opinione altrui: casta è chi vince la guerra 89 de’ sensi e castiga il
corpo: onde non dirà casta a chi si crede onesta, perchè può darsi che casta
non sia. La verecondia è di una fanciulla timida: il pudore e di una
vergognosetta : la purità è assoluta, cioè senz’ al- cuna relazione a
circostanze estrinseche, onde una fan- eiulla può essere intatta ma non pudzca
o non vere- conda : o sarà vereconda e non pudica: così ragio= nando, ognuno
comprende che lo scritture si guarde- rebbe di confondere l’uno per l’altro vocabolo
, ma userebhe or questo or quello secondo che la verità del fatto
richiederebbe. Ma questo metodo è inattuabile, se lo scrittore o il filologo
ignora la lingua greca e la- tina , perchè da quesle deriva il significato
primitivo de vocaboli italiani, come abbiamo stabilito nel Capo antecedente.
Quando adunque i retori raccomandavano questo metodo senza rieoidaro le
condizioni necessarie, esponevano un desiderio e non miravano ad appagarlo. Intorno
alla proprietà e improprietà – cf. H. P. Grice, “I will abbreviate the
appropriateness condition in philosophers of my playgroup such as J. L. Austin,
P. F. Strawson, as the “A” condition -- de’ costrutti sotto il rispetto de’
traslati. Se si è posto mente a quello che abbiamo detto nel Trattato
antecedente intorno alla metafora, si può age- yolmente comprendere che cosa io
intenda per proprie- tà de’ costrutti italiani sotto il rispetto de’ limalali:
im- perocchè, avendo ivi osservato che i traslali sono mezzi indiretti che
fanno intendere le idee innominate, ognu- no vede che per essere propri di una
lingua debbono essere formati secondo la suscettività de’ parlanti. Ciò osto
produrrò qualche esempio di proprietà di costrutti Italiani solto il rispelto
de’ traslali , in quanto alla ra- gione, che si dibatte coll’ uso, e vorrò che
per me parli questa volta il Cesarotti. 90 » Gli amatori di uno stile sobrio e
castigato sono assai disposti a trovare o sfacciale o strane le locuzio- nì
metaforiche degli scrittori più animati e vivaci, e vi oppongono quelle del
buon tempo antico, che sem- brano loro più misurate e di una modesta
semplicità: questa non è che un'illusione nata dalla poca avver- tenza e dall’
abitudine. Le frasi metaforiche de’ tempi nostri, essendo tralte da somiglianze
o da contrasti non comuni, colpiscono con tutta Ta forza e gittano d’ im- RIA
una luce viva che abbaglia le viste più de- oli: laddove le metafore antiche
smaccate dall’ uso e rese a noi familiari per l'abitudine fanno un' impres-
sione men forte. Quindi noi per un errore troppo co- mune trasportiamo a colpa
della cosa ciò che dee met- tersi a carico .delle nostre sensazioni: che se,
analiz- zando il senso primitivo e intrinseco delle locuzioni antiche in ognuna
delle lingue più celebri, ne facessi- mo un esatto ragguaglio con le moderne
più analo- ghe, troveremmo forse più d’una volta che quelle in origine non
erano punto più sobrie, ma solo meno ag- giustate delle recenti. Lascio stare
lo mascelle del fuo- co, che si leggono presso Eschilo, e l' innumerabile ri80
del mare del poeta stesso, che Catullo con la stes- sa metafora, però in un
luogo più conveniente, chia- mò cachinno , e la nave dalle guance di minio del
buon Omero, e lo sirale di Pindaro che avea-le-gen- give-di-bronzo e tante
altre locuzioni di simil fatta , che si ammirano nel Cigno Dirceo e sarebbero
fischia- te nel Ciampoli; ma la chioma parlante di un albe- ro mosso dal vento
non si accorda molto con la sem- plicità di Catullo, e il tagliar le midolla di
un mon- te presso il medesimo non è forse gemello di svzsce- rare î monti di
Paro, come voleva lo Achillini? Nè so dire se le querce orecchiute di Orazio
avrebbero irovato lo stesso favore nel ‘Testi, nè, se le mazzzieZle del
terreno, che tanto vale uber glebae, si passercb- 91 bero al Marino, come si
rispeltano nel misurato Vir- pilo Molti esaltano Dante per la proprietà de’
voca- oli : cosa vera specialmente in ciò che per lui v'è nulla d’ improprio.
Il suo frasario spira talora la fe- lice arditezza di un uomo di genio , ma
molte delle sue locuzioni non dovrebbero renderlo degno di esse- re alla testa
dei secentisti ? Tali sono fra cento altre, 3 curro o carro dello squardo, far
monchîi i pensie- rî, la penna tempra del sole che scioglie le nevi, e le
piaghe che ineblriano le luci, e i lamenti che lo sactiano con gli strali
ferrati di pietà, e la notte che china le ale de' suoî passi, e ’l superbo
strupo o stupro di Lucifero, e la rimembranza che dà delle calcagna a’ giusti,
e la invidia che move il manta= co a’ sospîri, e l’arco del dire tratto sino al
fer- ro, el uomo cavalcato dal buon volere, e il seme del piangere, e il fumo
accidioso, e la cruna del desto, e l’ alvo della fiamma, e’! pagar lo scotto della
col- pa, e l’ortica del pentimento, e il Sole lucerna del Mondo, e il fiume
della mente, e il piede dell’ani- ma. Niuno certamente de’ prosatori o dei
poeli di quel secolo scomunicato ( del 600 ) disse nulla di più strano o in
vari sensì più sconveniente. In non sarò certamente quello che voglio
bestemmiar lo stesso poeta, perchè abbia detto: cibarsi di speranza, dispiccar
tenebre dal- la Luce, arrivare a vart porti nel gran mare dell’ Es- sere, nè
farò mal viso all'arco degli anni che scen- de, o al nome che tien fronte al
mondo, o al parlar visibile, e all'orlo della vita, o alia navicella del-
l'ingegno che alza le vela, o al luogo muto di ogni luce, e neppure mi lascerò
spaventare dallo spavento che bagna la mente di sudore , dirò solo che tutte queste
locuzioni sono dell’ ordine stesso di quelle, che tutto giorno ne’ moderni si
condannano di neologismo e di audacia. Ze schiume della coscienza è per mio
avviso un’ espressione di Dante non mal appropriata a 92 rappresentare le
sozzure dell'anima, ma, se uno dei nostri si arrischiasse a dire che il
pentimento dischiu- ma la coscienza, io son ben certo che i delicati se ne
farebbero beffe, nè vorrebbero vederci che la scAzz- matura della pentola :
bensì sarebbero contentissimi se si dicesse che la penitenza purga l anima
senza ont a' purganti. Il gentilissimo ed aggiustatissimo etrarca IaleGo
alquanto con le ginocchia della mente, e più col Sole che guarda dal balcon
sovra- no. Quand egli ci dice che Zaura porta în cielo le chiavi del suo cuore,
niuno ci trova a ridire, ma se uno dei moderni avesse introdotta questa
espressione, non si direbbe che egli fa della sua Laura una ca- meriera
smemorala , che uscendo di casa si pone in tasca le chiavi del gabinetto del
suo padrone, sicchè egli non può entrarvi? “ lo non consiglierei certamente ad
alcuno a dire d’un sopraffaltore, che non soffre resistenza, che egli stupra l
alirui libertà , ma sosterrei che questo modo è as- sai più *apro riato che l'
altro comunissimo di adu/l- terar le droghe , a cui pu nessuno pon mente. Chi
seriamente chiamasse un dialettico sartore di ragiona- menti, l’ espressione si
troverebbe bassa e ridicola: mi sì mostri perchè sia più nobile e più
conveniente l’al- Ira autorizzata da cento esempi, labbro dal parlare,
applicata ad un oratore o ad un poeta?... Che vuolsi alfine conchiudere da
tutto ciò ? Che chi scrive del paro e chi giudica, deve avere principi co-
stanti e bilance eguali. Finchè non avremo per norma che le date del tempo, o i
nomi degli autori, le no- stre opinioni saranno sempre capricciose,
inconseguen- ti e incerte. L’ esame del conio radicale e del succes- sivo, del
principale e degli accessori e sopra tutto del- la convenzione e del cumulo dei
rapporti fra le cose e 1 vocaboli potranno solo servirci di guide sicure, e se
non ci riuscirà sempre di m2:gliorar l’uso, potremo 93 almeno mantener sano 2
giudizio » Saggio sulla Fi- losofia delle Lingue Par. ini Non si poteva con più
erudizione, verità ed eloquen- za descrivere la lotta dell’ uso e della ragione
nelle pretenzioni cieche del primo e illuminate della secon- ‘ da, rispetto
alla proprietà de'traslati per tutte le lin- ue, e specialmente per la nostra.
Conchiudo quindi che molti traslati divenuti proprietà della nostra lingua per
l uso e per l’ autorità non reggono al lume della critica, e che perciò
debbansi proporre come impro- pri per essere mandati a poco a poco in disuso ,
co- me abbiamo avvertito nell’ articolo precedente, parlando de’ costrutti. lo
non mando buone al dottissimo Cesa- rotti molte cose dette da lui in quel
classico suo libro, ma, fatte buone ragioni, non è egli quel paterino in
teorica, come cel descrisse il Napione. Ne raccomando la lettura a’ giovani
provetti nello studio di filologia. 6 44. Conchiustone de’ due Capi precedenti
— Come st po- trebbe accordare la scuoLaA della RAGIONE filolo- gica con la
scuola EMPIRICA, che assume a crite- rio l’ USO e l’ AUTORITA. Da quanto ho
detto finora ne’ due capi precedenti , benchè la Ragione sia il Criterio della
purità delle pa- role e della proprietà de’ costrulti, pure dessa non pro- cede
dittatorialmente, ossia in un modo imperativo ed. assoluto, che voglia di botto
innovare l'Uso erroneo e sconoscere ogni autorità. Ho detto ancora che l'uso è
un mezzo empirico di conoscere l’ esistenza e ’l va- lore delle parole di una
lingua, e che per una tolle- ranza necessaria vuolsi rispettare, mentre la
ragione va proponendo gli spropositi da correggere, illuminandolo e
consigliandolo. Ciò posto è chiaro come la scuola 94 razionale, ossia quella
che assume a criterio di purità e proprietà la ragione, possa venire in accordo
con la scuola empirica, che assume a criterio l’uso e l’autorità. Questa non
deve avere alle pretenzioni, ma contentar- si di educare i giovanetti, che
debbono ancora appa- rare l’ elemento materiale della lingua, nel quale eser-
cizio è uopo credere e non ragionare. Dessa deve in- formarsi alla scuola della
ragione, ma non tentare di maneggiar la critica, perchè, siccome l’uso e
l’autori- tà è Te llibile, volendo quistionare prima di averli infor- mati de’
PROGR indurrebbe la scetticismo nella mente de’ giovanetti. Intanto formerebbe
la sua biblioteca scel- ta, ossia composta di libri meno difettosi, e parlando
userebbe il linguaggio più purgato possibile. Istituiti i giovanetti in questa
scuola di puro domma creduto e non discusso, passerebbero alla scuola della
Ragione, neHa quale verrebbero a leggilimare quanto finora han- no ciecamente
creduto, e a farla da critici su’ migliori testi di lingua. Ognuno vede che noi
non siamo in op- possono co’ puristi , anzi supponiamo che preceda il oro
ministero limitato alle cose da credere e non da discutere. Vorremmo poi per
condizione sine qua non che in falto di autorità il solo precettore, ben
informa- to in lingua, assumesse in sè la persona di tutti gli autori, e pei
libri da leggere si preferissero i migliori tra’ moderni, e tra questi gli
ultimi, come quelli che vanno più di accordo con l’ uso della lingua parlata er
le ragioni allegate nel $ 35. E ciò è conforme a «quello che abbiamo detto innanzi
, cioè che è contro ogni buon metodo suscitar dubbi in una pratica di per-
fetta credenza, i quali sono inevitabili ogni volta che i giovanetli incontrano
a piè di pagina de’ voluti testi di lingua una selva di correzioni. Se poi
piacesse di preferire i testi antichi si dieno pure in mano urna vanelti con le
correzioni fatte nello stesso testo, affin- chè non sì veggano gli errori
commessi dagli autori 95 antichi,che invece di conciliare rispetto ingenerano
di- sistima e disprezzo. Ad ogni modo io sto più pe’ mo- deraì che per gli
antichi per la pratica di questa scuola. INTORNO ALL’ ARMONIA, SG 45. Essendo
il discorso fatto per essere profferto, ossia pronunziato dalla bocca de’
parlanti, come mezzo di tra- smissione de’ nostri pensieri nella mente di chi
ascolta, per l’ udito , ognuno vede che il parlante deve darsi ogni
sollecitudine di piaggiare l’ orecchio degli udito- ri, disponendo le parole,
che sono un complesso di suo- nì, in guisa che dall’ insieme risulti quell’
accordo di- lettevole, che dicesi Armonia. Il concorso di molte con- sonanti
aspre e dure in un periodo produce una sen- sazione spiacevolissima, che
indispone l’ ascoltante, il perchè non attende a quel che noi diciamo, mentre
im- porterebbe sommamente che altendesse. L' Elocuzione che ha per iscopo di
correggere i nostri naturali di- fetti divenuti invincibili per abitudine, dovrà
prescri- vere delle norme intorno alla maniera di armonizzare le parole nel
discorrere. Retori distinsero l’Armonia in semplice e imitati- va. Io tratterò
dell’ una e dell'altra in due Articoli. Intorno all’armonia semplice. G 46. In
che consiste l’ Armonia ? Vizio opposto è la di- sarmonta. Due sono gli
elementi dell’ ARMONIA l'o- MOGENEITA” e la vARIETA' det suoni. Senza questa
combinazione MONOTONIA @ CACOFONIA. La parola Armonta è greca di origine, e
significa con- messtone , parola che col suo significato accenna alla
multiplicità de' suoni simultanei o successivi. Ond' è chiaro che l’ armonia
non può consistere in una sola parola o in un solo suono, e deducesi altresì
che a costituirla richiedesi indispensabilmente la combinazio- ne di molte
parole in un costrutto o in un periodo al- meno. Ma a darle una giusta
estensione l’ armonia sì riferisce al complesso di un intiero discorso, che si
deb- ba pronunziare agli stessi uditori, che ascoltano dal prine cipio alla
fine. Se un suono fosse continuo, o spesso interrotto, ma spessissimo ripetuto,
avrebbe luogo la così detta Mono- fonîa, vizio opposto all’armonia, che reca
noja e fa- stidio all’ Hl più paziente del mondo, come ognu- no ha sperimentato
nel sentir ripetuto lo stesso pezzo di musica, ancorchè con arte somma
armonizzato. Adun- que è chiaro che elemento primo dell’ armonia è la varietà
de' suoni, per la quale l’ udito passa continua- mente da un suono ad un altro.
Ma, se tra gli elementi vari non vi fosse alcuna re- lazione, per la quale si
potesse dire che fossero parli di uno stesso tutto, avrebbe luogo la
disarmonia. Il Cor- po umano per esempio risulta da parti tutte diverse tra
foro, come gambe, piedi, cosce, tronco, braccia, mani, 97 testa, occhi, naso,
bocca, mento, fronte, orecchi ec. ma tulte queste parti armonizzano tra loro
per quella relazione, che tra loro hanno e che le connette all'uni- tà del
tutto, che dicesi corpo umano. Se questo corpo fosse tutto capo, o tutto
ironco, o tutto naso ec. man- cherebbe l’armonia per difetto della varietà:
bisognerà dunque conchiudere che l’armonia dell’orazione pari- mente è il nesso
de’ suoni vari ed omogenei. 6 AT L’ Armonta semplice risulta dalla giusta
combina- ztone delle vocali e delle consonanti — st divide în ritmica e
metrica. i Le parole costano di sillabe, e le sillabe di lettere, le quali si
dividono in vocali e consonanti: quelle sono aperte e chiuse, larghe e strette,
lunghe e bre- vi: queste sono aspre e dolci, mute e liquide. Nella giusta e
proporzionata combinazione delle vocali lun- ghe e brevi, larghe e strette,
aperte e chiuse e delle consonanti aspre e dolci, mute e liquide, alternate,
va- riate, simmetrizzate, consiste l’ armonia di un periodo o di un discorso.
Di qui deriva, che la ripetizione della stessa vocale, specialmente l’a, e l'o
che mantengono la bocca sem- pre aperta, produce debolezza di proteina e stoma-
chevole monotonia: disarmonico del pari, aspro, e spia- cente è quel periodo
che abbonda di p, è, 4, onde procede tardo e lento, con passo, direi, di
piombo. Le regole sono insufficienti a produrre l’ attitudine del parlare
armonico, il quale dipende dall’ acre giu- dizio di un orecchio armonizzato.
Consigliamo quindi a' giovanetti di rendersi familiari a’ buoni parlanti, e
meglio a’buoni e castigati scrittori, prosatori e poeti, per apprendere da
quelli l’ armonia rismica, da que- 0S sli la metrica. Ma si dirà: come si può
apprendere l'armonia da' muti segni della scrittura? Leggendo ad alla voce i
migliori pezzi di una prosa e di una poe- sia, e riflettendo all'artificio
dello scrittore nel disporre quei suoni multiplici e vari in quella guisa che
incan- la e rapisce l’udito. Quando vi sarele abituato a quel vitmo, voi non
potrete accomodarvi più alla negligen- za produttrice della disarmonia. ebbo
avvertire in ullimo luogo che in fatto di ar- monia i moderni superano di gran
lunga gli antichi di qualunque secolo senza eccezione, come si può ri- levare
dal ragguaglio delle antiche e moderne scritture italiane, in prosa e in verso.
Chi scambierebbe per armo- nia il melodico verso del Monti col neglelto verso
di Dan- te? O i periodi de nostri prosatori co’ più scelti della Vita muova e
del Convito di Dante, o delle Novelle del Boc- caccio? Il cinquecento è più armonico
de’ due secoli anteriori, ma non è raffinato, spesso è studiato, e quindi
affettato. Quella spontaneità o naturalezza di armonia, che sì ammira nelle
scrillure moderne, paragonata allo sforzo ed allo studio degli antichi da le
arole a mutar sede per trasposizioni insopportabili al- P indole della lingua,
è il più chiaro argomento del nostro assunto. La ragione di questa dica sì è
che l'armonia sì acquista dalla profferenza delle pa- role, e fino al 500 la
lingua italiana colta scrivevasi solamente e non parlavasi. Quando si cominciò
a par- lare in pubblico con lingua italiana, gli oratori e gli uditori ebbero
occasione di dare al Renipco più rafli- nata forma, e più delicate tinte di
bell’ armonia, E, siccome la scrittura traduce in segni le diverse modu-
lazioni della profferenza, le produzioni posteriori a quel secolo ebbero il
periodo più regolare, e più simme- trizzato alla profterenza — Leggete il
Villani e il Guic- ciardini, e poi il Guicciardini e il Bolta: paragona- teli
tra loro e giudicate se io ben mi apponga. Intorno all'Armonia tmitativa e
dell'Onomatopetsmo. Dicesi Armonia tmitativa quella combinazione di lettere,
sillabe, e parole, che nella profferenza dànno nun complesso di suoni simili a
quelli, che provengono dagli oggetti sonori della natura, in siffatta guisa che
gli uni rappresentano gli altri, come un ritratto rappre- senta l’ originale.
Quest’ Armonia dicesi emilativa in quanto che i suoni artificiali imitano i
suoni naturali. L'Armonia imitativa può essere di due specie 1. per
approssimazione e si dice 2mz/ativa semplicemente 2. er una somiglianza
perfetta e si dice onomatopetca. a prima dà una rappresentazione imperfetta
degli °- gelti sonori della natura, in quanto che, aggruppando le consonanti
aspre e dure, produce quella sensazione ORACoIo che si accosta alla sensazione
prodolta da- ; i oggetti reali, come nel seguente esempio tolto da ante Non
altramente fatto che d'un vento Impetuoso per gli avversi ardori Che fier le
selve e senz’ alcun rattento Li rami schianta, abbatte, e porta i fiori Dinnanzi
polveroso e va superbo E fa fuggir le fiere e li pastori. Dove è facile a
rilevare che le parole per, avversi, ardori , fier, rattento, rami, schianta,
porta, fiori, fuggir, fiere, pastori per le consonanti aspre produ- cono la
spiacevole sensazione simile a quella, che è pro- dotta dal vento , che si ode
far guasto in una selva. 100 L'Armonia onomatopetca si compie per parole, il
cui suono nella profferenza rappresenta i suoni della na- tura con una perfelta
simiglianza — Ne' seguenti versi del Poliziano vi è l’onomatopeica e la
imilativa. Di stormir, di abbajar cresce il rumore: Di fischi e busst tutto il
bosco suona: Dal rimbombar de’ corni il ciel rinzrona. Con tal romor, qualor l’
aer discorda, Di Giove il foco d'alta nube piomba: Con tal tumulto, onde la
gente assorda Dall’ alte cataratte il Nil r:72bomba Con tal orror del latin
sangue ingorda Sonò Megera la tartarea tromba. I Retori fecero sì gran conto di
siffatte armonie, che levarono a cielo alcuni tratti dei buon scrittori, dove
non per istudio, ma naturalmente, si sono presentate per una felice
corrispondenza delle cose da esprimere e delle parole. E i luoghi citati sono
ammirabili; perchè, mentre riescono bellissimi, non risentono della freddezza
di uno studiato artificio. La quale osservazione sia d’av- verlimento a’
giovani, portati naturalmente al meravi- glioso ed allo straordinario, che
simili squisitezze non si debbono ricercare, ma offrirsi spontaneamente; im-
perocchè, se son buone a dilettare I’ orecchio, in nulla contribuiscono alla Bellezza
del Componimento, la quale è tutta interiore, e risiede nel concepimento, come
ve- dreme in Estetica. L’ Armonia è il mezzo, col quale vogliamo rendere
attenti i nostri ascoltanti, e non mica il fine del compositore. Chi volesse
riporre ogni solleci- tudine per simili bagattelle senza darsi pensiero del fi-
ne ultimo del discorso, farebbe come colui che apprezza gli uomini dalla
ricchezza degli abiti, e non dalle qua- lità morali che gl’ informano. c e O nn
ge È dagl sto e ri ra a 4101 DELLA VARIETA'. 6 49. Che cosa è la VARIETÀ” în
genere? Quale in ispecie rispetto ad una colta favella? La vARIETA’ in genere
risulta dalla diversità degli elementi, che entrano in qualsiesi composizione :
tali sarebbero il naso, gli occhi, la fronte, la bocca, il mento , le guance,
gli orecchi nel volto umano : tali il tronco, 1 rami, le foglie, i fiori, la
corteccia, la midolla, le radici nell’a/dero. Se il vollo umano fosse tutto
bocca, o tutto guance, o tutto fronte, o tutto naso, non vi sarebbe più la varietà,
che lo rende sì grazioso e leggiadro: dicasi lo stesso dell'albero ec. La
varzetà è dunque un mezzo di di/etto, come l’uniformità è una causa di noja.
Siamo così fatti per natura, specialmente per gli obbjetti sensibili, ossia che
si percepiscono pei sensi. Quanto non ci diletta una rosa col suo odore e con
le tinte de’suoi vaghi colori? eppure dopo un minuto nell’ odore e que’ colori
ci annojano, e giltiamo con dire la bella cagione del primiero diletto. Dicasi
lo stesso di ogni altra cosa. Ora le parole sono suoni, che si percepiscono per
l' udito, il più incontentabile degli altri sensi, perchè fatto per deliziarsi
di un elemento successivo , le cui ‘ parti diversificano per la quaneizà sotto
ogni rispetto. Questo elemento è 1° Armonia, la quale è costituita dalla
varietà de’ suoni diversi, coordinati ad un tutto unico, come abbiamo osservato
nel capo antecedente, Ma in questo luogo la varietà ha un senso più esteso, e
comprende le parole non come semplici suoni atti a dilettare l’ udito, ma ancora
come segni d'idee varie 102 in ordine al diletto della ragione. Si avrà dunque
la varietà di una còlta favella, ogni qualvolta le parole variano, come i
pensieri, e questi come le cose. Ond'è chiaro che la norma obbjetliva della
varzefà non sono le parole, perocchè può darsi che si ripetano le stesse parole
senza pericolo di monotonia, come quelle che per omonimia significano cose
diverse, per esempio amare e amare, corre e corre, torre e tòrre ec. Sotto
questo rispetto la Varietà appartiene più all’ Estetica che alla Grammatica ,
perchè si riferisce al concepimento più che alla manifestazione. Noi dunque a
titolo di una sana critica intorno a ciò, che hanno insegnato i Retori della
varietà, esporremo in questo Capo alcune osser- vazioni relative alla medesima.
6 50, Differenza dell’ARmonIA e della vARIETA', come pregi di colta favella,
dalla Punita” delle parole e dalla PROPRIETA” de' costrutti. Sarebbe un errore
madornale il credere che l’ ar- monta e la varietà abbiano la stessa importanza
che la purità delle parole e la proprietà de'costrutti, ed ognuno se ne può
convincere, se per poco riflette che il discorso è un mezzo, il cui fine è di
manifestare con le parole il pensiero del parlante nella sua integrità, cioè
tale, quale è, ed esiste nella sua mente. Ora il mezzo deve essere adattato al
fine che ci proponiamo, e nella supposizione di parlare e scrivere in liga
italiana è Dopo far uso di parole e di costrutti italiani, che poni italiano
possa inlendere, come segni convenuti d'idee e di giudizii. Se invece sì
adoperassero parole e co- strutti barbari, l'ascoltante italiano non potrebbe
in- tendere nella loro integrità i pensieri del parlante. Chi non vede che la
purità e la proprietà hanno l’impor- 103 tanza del mezzo diretto ad ottenere il
fine prossimo del discorso medesimo? Chi dunque pecca di purzia e di proprietà,
non è scusabile per levità di colpa veniale, perchè manca ad un dovere perfetto
e non mica a un convenevole. Ma, se per servire a questo dovere il die scorso
riuscirà disarmonico o monotono od uniforme, si dirà che lo scrittore è stato
negligente, e, se vi è stata una ragione, come, per esempio, di chiarezza, ne
sarà pure lodato. Ognuno agevolmente comprende la gran differenza che passa tra
i doveri e le convenienze di chi parla, e quindi tra la purità delle parole e
la roprietà de’ costrutti da una parle, e l’armonia e la varietà dall’altra. Se
è dunque permesso di sacrificare le officiosità agli obblighi, voi pure potete
qualche volta essere trascurato nell’ armonia e nella varietà per a- more della
purità e proprietà, ma terrete a peccato capitale far servire il fine al mezzo,
il dovere al con- venevole. Conchiudiamo da ciò che l’armonia e la va- rietà
sono pregi estrinseci del discorso, commendevoli ma non necessarii. G 51.
Deduzioni dal $ antecedente contro alcune teoriche de’ puristi, sovversive
della Purità e Proprietà. Paolo Costa nella sua Elocuzione, copiando il Palla-
vicini, adduce-alcune regole, secondo le quali si può variare ìl discorso in
modi diversi. E, siccome questo libercolo va raccomandato a’giovanetti per la
fama del- l’autore, 10 mi credo nell’obbligo di produrre quì quelle regole per
esaminarle e poi mostrarne brevemente, non dico la falsità, ma le più palpabili
contraddizioni ai principi di una sana filologia. Ed è veramente da me-
ravigliare che i più demagoghi in fatto di lingua sieno coloro, che si mostrano
i più teneri della purità e pro- prietà delio scrivere — Vera ippocrisia,
filologica ! 104 RecoLa I. « Accade tante volte di dover nominare re-
plicatamente la medesima cosa , e. ciò produce noja agli orecchi, 1 quali sopra
tutt'i senlimenti del corpo sono vaghi di varietà, onde per isfuggire la
ripetizione delle voci sono molto giovevoli i s:n0n:m?, quando la piccola
differenza, che è in essi, non tolga la proprietà necessaria», (Questa regola è
sovversiva imperocchè chi manca a un dovere perfetto, pecca gravemente, e do-
vere perfetto è la pur:tà delle parole e la proprietà dei costrutti. Ora chi
consiglia di adoperare ì stnontmi per la varietà, concedendo per buona una
piccola differenza, consiglia un’ mproprietà, facendo servire il fine al mez-
zo, come abbiamo detlo nel $ ant. RecoLa Il. « Il secondo luogo della varzeta
sta nel rappresentare una cosa pe suoi effetti congiunti, come a cagion di
esempio, se dicessimo : #/ sole velava è pesci, per dire: era la fine dell’
inverno: al germo- gliare delle piante , per dire: al tornare della pri- mavera
>. Non vi sembra questo un precetto di sano cervello ? ricorrete ad
un'?proprietà per servire alla ‘varîetà | fate uso di un traslato, ancorchè
abbiate i vocaboli propri! spiegalevi a mezzo, quando dovete ma- nifestare il
vostro pensiero nella sua integrità! non ve ne fate scrupolo, ve ne assolve un
purista | RecoLa Ill. « Il terzo luogo della varietà sono le de- finizioni
delle cose, ossia le brevi descrizioni loro, le quali si possono prendere
invece dalle cose stesse, o queste indicar per alcuna speciale loro proprietà,
co- me chi per nominar Giove dicesse: il Padre degli uo- mini e degli Det ». Or
come si accorda questo pre- cetto con la Precisione? Ed è sempre vero che la
Pe- rifrasi è un mezzo commendevole per la sola varietà? E che cosa è la
perifrasi, se non un'Antonomasia più esplicata, ossia un traslato? Così la
regola si riduce al- l’ antecedenle, RecoLa 1V. « Il quarto luogo è l’uso
promiscuo della 4105 significazione attiva e passiva de’ verbi. Potrai dire : |
Raffaele colori questa tavola, ovvero: da Raffaele Ju colorita questa tavola, e
secondo che chiederà il bisogno userai questa o quella significazione». La con-
chiusione distrugge la regola, perchè il bisogno. può chiedere una forma sola e
non l’altra, ancorchè la varietà richiedesse quest'ultima. Ma è da notare l’er-
rore filologico contenuto nella formula della regola, la quale suppone la forma
ava identica alla passiva, 08- sia introduce una Sir0nîmia di costrutti, oltre
la S7- nonîmia de vocaboli —In altri termini i puristi ci vo- gliono far
perdere il san0 giudizio. er RecoLa V. c Il quinto luogo è l’uso negativo in-
vece del pos:zivo (forse vuol dire l' uso del negativo invece dell'uso del
pos:::zvo) come chi sostituisse alla proposizione seguente : i sole st oscurò ,
quest’ altra negativa: 1 sole non tsplendette ». Ma io domando: lo scriltore
deve o no essere veridico, quando scrive? Eb- bene, se il suo pensiero ha
concepito il primo giudizio, che è differentissimo dal secondo, (vedi Sintas.
Vol. 2 pag. 13 ) con qual coscienza i puristi per farci ele- ganti ci
consigliano di mentire? . RegoLa VI. « Il sesto luogo sono le Metafore, per le
quali si può meravigliosamente variare il discorso, ora volgendo in senso
metaforico un concetto altre volle espresso con termini propri: ora usando
metafore tolte dal genere o dalla spezie, o da cose animate , o da cose
inanimate: ora quelle che si presentano agli oc- chi, ora le altre, che si
riferiscono agli altri sentimenti del corpo ». Se voi, o giovanetti, vi fidate
di capire questo gergo, vi avrò per turcimanni: io ‘confesso di non ue come le
metafore si prendano dalla spe- cie, o dal genere, o come le metafore si
presentano agli occhi, o si riferiscano agli altri sentimenti (non sensi ) del
corpo — Quel che ho potuto capire è sola- mente.che, se voi avete parole
proprie, il purista vi con- 106 siglia di ricorrere alle metafore, ossia di non
mani- festare qual'è il vostro pensiero, per servire alla varietà! Se a voi non
manca l’audacia di farlo, a me vien meno l’ animo di consigliarvelo. Ecco in
breve le classiche teorie della scuola empirica, che si mostra tanto tenera
della purità e della proprietà dello scrivere | $ 52. Come dunque si può
variare îl discorso senza offen- dere la purità e la proprietà delle parole e
der costrutti ? Allorchè si parla di Varietà e di Armonia, come pregi di una
colta favella, non dovete credere, o giova- netti studiosi, che voi per conseguirli
dobbiate fare una invenzione di qualche novità, o di cosa non conceduta agli
altri uomini; sibbene di fare quel che tutti posso- no e tutti debbono, ma non
tutti fanno per difetto della corrolta natura. Ricordatevi di quel che ho detto
nell’in- troduzione a questo trattato: l’Elocuzione è quella parte della
Grammatica che si propone di correggere i di- fetti del parlare comune. Adunque
la Varietà si ottiene più col correggere il difetto di ripetere inutilmente le
medesime cose: fatta la correzione, il discorso procede regolarmente , cioè
quale dalla natura de’ pensieri e delle cose è richiesto. Considerate
attentamente le cose che volete esprimere senza lasciarvi trascinare dalla
prava abitudine del comune parlare: riflettete a tutte le parti del vostro
discorso e paragonatele, e, dove tro- vate ripetizione inulile, correggete, e
allora la varietà viene dì sè, sì nelle parole come ne’ pensieri. I Retori ci
facevano credere che ; ina pregio derivasse dal- l’artificio governato dalle
loro regole, ma non è punto così: le loro regole si sono dimostrate assurde e
per- ciò contraddittorie a’ principi della colta favella. 107 Convinti di
questa verità non direte che sia un varia- re il discorso, allora che, per
esempio, secondo i prin- cipi della Sintassi Figurata usate certi modi
sintetici, che vi fanno pensare a certe idee non espresse, pe- rocchè questo
mezzo serve alla precisione e non alla varietà, quantunque, avulo riguardo all’
inutile ripeti- zione delle parole, che si dovrebbe fare in un regolare costrutto,
in un certo modo si può dire che la Sin- tassi. Figurata presenti bei modi di
vartare. Piuttosto io truovo un mezzo diretto di varzeta nello scambio delle
parole sintetiche o plusvalenti con le analitiche e categoriche. Posto invero
che alcune pa- role sono numeri, che racchiudono più unità, come gli avverbi e
le congiunzioni (Etimol. Vol. I. pag. 34) e le parole derivare in forma di nomi
e di aggiuntivi, ec. voi potete le une per le altre scambiare, e se una volta
avete detto: 27 questo luogo, un altra direte qui: così pure direte romano,
mio, tuo, se innanzi avrete detto di Roma, di me, di te, o scambierete le
proposizioni incidenti tmmplicite con l'esplicite equivalenti, o le parole
composte con le divise ec. purchè non si alteri menoma- menle il senso integro,
e non sì produca oscurità per difetto di opportunità di uso della Sintesi e
dell’ A- nalisi del linguaggio. Quindi io raccomando anche in questo scambio l’
attenzione di non invertire il mezzo in fine pel sovrano principio che quel
discorso è più ornato , il quale più direttamente conduce al fine di far
intendere, DELLA CHIAREZZA E DELL'ENERGIA DI UNA COLTA FAVELLA La chiarezza è
un dovere e non un pregio di colta favella – H. P. Grice: Clarity ain’t enough.
Desideratum of conversational clarity: ‘be perspicuous [sic]’.. Quel che
abbiamo detto nel paragrafo antecedente intorno alla Purità e Proprietà , va
detto egualmen- te della Chiarezza, la quale risulta dal far uso di sif- fatte
parole e costrutti che il lettore o l’ascollante non duri fatica a comprendere.
In altri termini si dirà cAzaro quel dire, che si compone di parole nole, e di
costruiti non intralciati, secondo la natura della lingua, in cui si parla o
scrive. Or quali possono essere le parole note e i costrutti facili, se non
quelle o quelli che sono pure o groprt della lingua medesima? In ultima ana-
lisi la Chiarezza si riduce alla Purità e Proprietà, che sono doveri del dire e
non ornamenti. Pecca quindi gravemente lo scrillore, che per far vista di
elegan- te riesce oscuro. À che giova invero il parlare e non essere capito ?
Sarebbe Sag tacere. Posto che la Chiarezza è risultato della Purità delle
parole e della Proprietà de’ costrutti, e di questa e di quella abbia- mo
diffusamente parlato ne’ due primi capi, parrebbe che altro non rimanesse ad
osservare. Ma, considerando che i costruiti possono essere oscuri sotto il
rapporto dell'ordine artificiale, di cui abbiamo parlato nel Trat- tato della
Costruzione, ci fermeremo brevemente ad osservare qualche cosa intorno
all’oscurità, che può de- rivare dalla cattiva Collocazione delle parole. 409 $
54 Come dalla poca diligenza nella Collocazione delle parole può derivare ΰ
oscurità nell’ orazione — Dicasti lo stesso dell’ inesatta punteggiatura. I
costrutti, quando sono proposizioni logiche massima- mente determinate,
presentano un complesso di più pro- posizioni, le-quali alla loro volta possono
ancora essere determinate. Onde è chiaro a comprendere che, se le
determinazioni di una possono convenire egualmente ad un'alta, e voi non avete
badato a collocarle in modo che restino distaccale dalla seconda proposizione,
confondete il sehso al povero lettore, che, non informato del vostro pensiero,
ignoraa quale delle due proposi- zioni le determinazioni si riferiscano. Sia il
seguente esempio riportato dal Costa: Leggesi ed è scritto dal Venerabile
Dottor Beda che nell’annodomini secentosei un uomo passò di questa vita în
Inghilterra, dove le parole n Inghilterra, poste dopo il verbo passò, a primo
aspetto fanno intendere che l’anima di chi muore, prima di salire al Cielo,
debba farsi una passeggiata per l'In- ghilterra. Il qual senso travolto non
isvierebbe il let- tore dal senso inteso dallo scrittore, se le parole si col-
locassero a questa guisa: Zeggesi ed è scritto dal Venerabile Dottor Beda che
in Inghilterra un uomo passò di questa vita nell’ anno ec. O ‘ Molti e vari
sono i casì, il cui il senso diviene o- scuro per la negligenza o poca cura
nella collocazione delle parole, ma difficile, e, direi meglio, impossibile
sarebbe il raccoglierne tanti altri esempi. É, siccome questo difetto per lo
più non è avvertito dallo scrittore, a cui è chiaro il proprio concetto, così
raccomandiamo a’ giovani principianti due cose importantissime: la pri- ma di
rileggere le loro scritture con la precauzione di supporsi nella situazione de’
loro lettori e dire : se 410 io fossi un altro, che dovesse leggere il
componimento, che suppongo non mio, potrei parimente capire il senso delle mie
parole? La seconda è l’esatta punteggiatura secondo i principi stabiliti nel
Vol. II. Infatti, se il passo riferito dal Costa fosse ben punteggiato , come
segue: Zeggest ed è scritto dal Venerabile Dottor Beda che nell’anno domini
secentosei un uomo passò di questa vita, în Inghilterra , ossia ponendo una
virgola innanzi alle parole în /nghilterra, l'oscurità di senso non sarebbe
avvenuta. Dal difetto di una buona ed esatta punteggiatura si deve ripetere la
maggior parte dell’oscurità ne’testi antichi, che hanno richie- ste le
sollecitudini di tanti comeatatori. $ 55. Come dalla giudiziosa collocazione
delle parole risulta quella qualità del discorso, che si dice ENERGIA Non ci è
dubbio che una parola pronunziata in una circostanza produce un effetto
sorprendente sull’ animo degli ascoltanti o de’lettori, mentre pronunziata o
scritta in altre circostanze ben differenti produce un minimo ef- feto, cioè
un’impressione debolissima. È facile da questa concessione a dedurre che per
dar forza all’ orazione giova moltissimo il riflettere, dove le parole
sarebbero meglio collocate. 1 Retori sono andati raccogliendo de- gli esempi
per illustrare questa teoria, ma, se lodevole è la diligenza di questa paziente
raccolta, non si è sperimentato sufficiente il ritrovato, peroéchè la buona
collocazione delle parole dipende dal giudizio di chi parla o scrive, paragonando
le cose, che vuol esprimere, con la capacità de' lettori o degli ascoltanti,
Infatti la stessa collocazione di più parole in un costrutto per alcuni lettori
o ascoltanti produce un'impressione pro- fonda, mentre per altri costituiti in
circostanze diverse 111 ne produce una debolissima. In questa faccenda per
conseguenza giova il buon senso più che le regole, ed a formarselo si
raccomanda la lettura de’ buoni autori con la disamina accurata e diligente de’
migliori pezzi, dove sì ammira questo pregio attuato spontaneamente, cioè senza
sludio e senza sforzo, perchè la buona na- tura sì manifesta col carattere
della semplicità e senza ostentazione — Si riscontri quel che abbiamo scritto
in- torno a quest’ argomento nel II. Volume del Nuovo Corso — Elocuzione INTORNO
ALLA PRECISIONE DI UNA COLTA FAVELLA Idea generale della Precisione – H. P. Grice:
Alla Aristotle, specficitiy --, come pregio di una colta favella. La
Precisione, come accenna l’elimologia di questo vocabolo, è un risecare il
superfluo o la ridondante, onde nel nostro discorso si adoperano tante parole
quan- te ne bisognano, nè più nè meno. Ognuno sa per espe- rienza propria che
alcuni parlano sempre e non con- chiudono mai: dicono parole senza significato.
È un difetto che ha la sua origine da una cattiva direzione delle facoltà
psicologiche, onde avviene che anche quan- do si vuol parlare o scrivere in
colta favella, ossia con meditazione e riflessione, il difetto abituale di dir
pa- role più che pensieri, sorprende il parlante o lo scrit- tore, il quale ti
scarica sperticati periodi, che, stringen- dosi, pochissimo sugo danno. Contro
questo vizio si rac- comanda la precisione, che è quello studio di revisio- ne
delle proprie scritture, col quale si va recidendo il superfluo, come fa il
sartore, che con le forbici ritaglia 4112 i diversi pezzi del panno, affinchè
combacino tra loro esaltamente. i La Precisione adunque si studia di rendere il
discorso un 72€%z0 più acconcio al fine di manifestare ì nostri pen- sieri, ed
è qualità tanto pregevole per quanto è da ri- provare il vizio opposto, che ne
disvia dal fine, multi- licando gli enti senza necessità. Da questa nozione
del- a precisione è facile a comprendere che dessa sotto il rispetto delle
parole si ottiene con la sinlassi figurata, la quale come dicemmo a pag. 45
Vol. II. consiste es- senzialmente nel far uso di poche parole e far inten-
dere molti pensieri, e un costrutto è figurato, quando il numero de’ pensieri è
sempre maggiore del numero delle parole espresse. Così quando il Boccaccio
disse: Il Guardastagno passato di quella lance cadde, parlò con precistone,
perchè non espresse il nome pun- ta, facile a inlendersi, da cui dipende di
quella lan- ce. Così invece di dire: Essendo venuto Antonio, t0 t: ho scritto,
con più precisione dirò : venuto Anto- nto, to ti ho scritto, perchè è facile a
intendere il Ge- rundio essendo. . La Precisione adunque ha il suo fondamento
nella Sintassi figurata, la quale poi si fonda sulla relazione, che le idee
hanno tra loro. Il che vuol significare in altri termini che la Precisione
sarebbe un difelto, dove potesse nuocere alla Chiarezza, secondo il detto di
Ora- zio: Dum brevis esse laboro, obscurus fio. Congiun- gere la Precisione
alla Chiarezza, o far servire quella a questa è il voto dell’ arte. Fine dell’
Elocuzione | Nel Vol.II. pag. 40 ho
detto che la forma del superlativo îss7m0, come bellissimo, è sintetica, a cui
corrispon- de l’ analitica #7 più dello, onde pare che l'una non differisce
dall’ altra in valore. Ma l’uso ne ha limitato il significato e non confonde le
due forme. Avea pro- messo di parlarne in Elocuzione, ma per dimenticanza è
sfuggita l'osservazione, che avrebbe avuto luogo nel Capo II. del trattato
antec. Dirò dunque qui che per proprietà di uso e non di ragione la prima forma
bellissimo sì adopera, quando si vuol esprimere il possesso del mas- simo prado
di una qualità senza relazione, ond' è detta superlativo assoluto: la seconda
cioè il più bello si adopera, quando si attribuisce il massimo grado di qua-
lità ad un soggetto paragonalo ad altri, come nel se- guente esempio : Pietro,
Paolo e Antonio sono dotti; ma Pietro è il più dotto fra 1 tre. Avverto ancora
che in Elocuzione sarebbe caduto a po l’osservare moltissime proprietà di uso
nella ingua ifaliana, riportate da tull'i grammatici , come per esempio quelle
che riguardano l' uso del prenome tl, lo, la co nomi generici, e non co’ nomi
propri, l’uso e ’l non uso del medesimo co’cognomi, titoli ec. ma, siccome io
suppongo che queste cose si sieno apparate nella pratica, che deve precedere lo
studio della gram- malica ragionala s600ud il divisamento esposlo a pag. 94,
così mi dispenso di chiedere scuse al mio lettore di queste credule omissioni.
Intanto, se questa pratica non è precedula, il pre- cettore diligente potrà
farne una raccolta per uso dei iovanetti, accuratamente distinguendo le due proprietà
di Uso e di Ragione , secondo i principi stabiliti. NOOO TRATTATO DEL PRIMO COMPORRE E DEL PERIODO
gi. Come la Grammatica può trattare del
Comporre ? Che cosa è il Primo Comporre? Partizione del pre- sente Trattato.
Sembra a primo aspetto una contraddizione di fatto a’ principi stabiliti in
tutto il nostro corso filologico il trattare in questo luogo del primo
Comporre; imperoc- chè, se la Grammatica in tutta la estensione del suo domi-
nio, che comprende fin dove è in campo la disamina della parola, è un’ analisi
della parola medesima, non può per alcuna ragione invadere il campo del Com-
porre, che è Sintesi. Ma, considerando che la Gramma- tica in Etimologia è la
Scienza della parola isolata per appurarne il valore assoluto, ed in Sintassi è
la Scien- za della parola congiunta per appurarne il valore re- lativo, cesserà
dapprima lo scandalo che la parola Sin- tesi o Comporre può per avventura
produrre negli animi pregiudicati. Sap iasi adunque che il primo Comporre non
si propone di produrre l'attitudine di fare un Lom- PORENENIO qualunque, che è
obbjetto di Estetica, sib- ene di formare un periodo sopra un fema dato, in
altri termini, di rendere /ogica o determinata una gram- maticale proposizione,
come tema proposto su di ma- 116 teria nota. In così fatta guisa la Sintesi
poggia più sulle parole che sul pensiero, in quanto che la Inven- zione è sostenuta
dalla relazione delle parole consi- derate, come determinabili e
determinazioni, nomen- clature grammaticali, e non già sul processo psicolo-
gico secondo la natura de’ Concetti e de’ pensieri se- condari armonizzati all’
unità, di pertinenza dell’ Este- tica. Onde è chiaro che il primo Comporre è
diverso dalla Sintassi e dalla Costruzione, perchè in queste esaminammo le
relazioni delle parole congiunte, o dei costrutti senza alcun rapporto alla
pralica, mentre uello informato della Sintassi vuol ur ne discenti
l'attitudine, comunque minima, di formare un pertodo, che si può dire un
componimentuccio in miniatura , un embrione, un nucleo di componimento. La
quale attitudine deve formarsi in questo momento filologico, nè prima, nè dopo.
Non prima, perchè senza cono- scere il valore assoluto e relativo delle parole,
senza nozione di ordine e costruzione delle proposizioni, senza studio di
Traslati e di Elocuzione non sì può ottenere in alcuna guisa un complesso di
parole, che nelle scuole va detto Periodo. Non dopo, perchè alla Grammatica se-
gue l’Estetica, la quale s1 versa tutto nel concepimento, ossia nel lavorio
interiore dello spirito, che si prepara a comporre, onde sarebbe un disviare i
discenti dal pen- siero alla parola, volendo trattar dopo del periodo , che,
come abbiamo detto testè, poggia più sulle rela- zioni delle . parole che sulle
ragioni ud pensiero. In questo punto medio, direi sotto un rispetto, tra la
Gram- matica e l’Estetica, il primo Comporre è come l’anello che si lega
all'ultimo ed al primo di quella e di que- sta, perchè quest’attitudine
partecipa nelle due distese, come costituita tra i due termini primo dell'una e
ul- timo dell'altra. -. Della necessità di questo trattato si accorsero gli
stessi empirici , i quali fecero seguire alla Sintassi un trat- 417 tatino di
Composizione, o praticamente esercitavano a comporre i giovanetti dopo la
grammatica. Ma i prin- cipi de'primi in questo trattato non erano differenti
dai Sintassici, e la pratica de’secondi era cieca ed erronea, perchè non
pretendeva il primo Comporre, ossia l’at- titudine di formare un periodo con la
invenzione pro- pria, ma un intero componimento senza direzione este- tica.
Comunque inutili sieno riusciti i loro sforzi, pruo- vano a meraviglia l’
opportunità del presente trattato in questo luogo, affinchè i giovanetti,
entrando in E- stetica, sieno sciolti dalle pastoje filologiche per cor- rere
dietro al pensiero, e, quando incominciano a com- porre praticamente, si
truovino costituita l’attitudine di scrivere in un attimo il periodo secondo le
regole so- pra un tema qualunque. Per coloro, che volessero tut- tavia
perdurare nella pralica di esercitare i giovaneiti a comporre prima dell’
Estetica, a fine di contentare quelli tra loro che non vogliono oltrepassare la
gram- matica; il presente trattato riesce ancora ulilissimo, per- chè,
imparando a formare molti temi sullo stesso og- getto, non costerà poi fatica
al mondo per formarne una lettera, una narrazioneella, determinando ciascun
tema e formandone un periodo. Ma questo Componi- mento sarà sempre tra’i limiti
della Grammatica e non mica dell’ Estetica. Ciò posto si può di leggieri
comprendere come il presente trattato possa essere compartito : imperocchè se
si propone di formare l'attitudine di produrre un pertodo, due condizioni
indispensabili si richieggono, cioè 1. la Znvenzione ne' limiti puramente
grammati- cali 2. la forma di un periodo, quale è inteso nelle scuole sotto il
rapporto della Profferenza. La Parlizione dunque è fatta sul fondamento istesso
delle condizioni, che debbono concorrere a formare quell’ attitudine; e due
sono le Parti, cioè la Prima si dirà Del Primo Comporre semplicemente: la
Seconda Del Periodo. TERE IIRORORORA RR RT ORIANA PARTE PRIMA DEL PRIMO
COMPORRE. Dichiarazione della significazione etimologica della parola Comporre
applicata alla quistione. Comporre, secondo la sua forza etimologica, signi-
fica porre insieme, intendi più cose, che prima esi- stevano separate o divise.
Così compone il pittore, che mette insieme diversi colorî, uno accanto all’
altro, so- pra la tela: compone il fabbro, che mette insieme pie- tre, calci, e
mattonî nel muro: Compone lo scrittore che mette insieme sulla carta /ezzere,
sillabe, e parole l'una appresso l'altra. Ma guardatevi di confondere ueste
composizioni sotto il rispetto dell’ Zavenzione. Chi scrive sotto la dettatura
compone, perchè mette in- sieme molte parole allo stesso modo di chi scrive pa-
role, non dettate, ma suggerite dalla propria invenzione, o, come dicesi, di
testa sua. Ora noi per comporre non intendiamo quello del primo modo, ossia di
scrivere sotto la dettatura, bensì il comporre del secondo modo, 120 | in cui
ha luogo la invenzione. Oltracciò non intendiamo un comporre qualunque, ma il
Primo Comporre, che è agevole a conseguirsi co’soli mezzi, che presenta la
Canada , ossia il comporre un periodo. Onde è chiaro che il primo comporre, che
.noì ci proponiamo in questo trattato, è l’unzone delle parole ritrovate con la
propria invenzione în tanto numero che basta a suficiente materia dî un
periodo. l , siccome il primo comporre ha per iscopo di ren- dere determinata o
logica una grammaticale proposi- zione, la quale è il tema di questo Nico
componi- mento, che si dice periodo, è Ra che la Prima Par- te di questo
trattato si divide ne’ seguenti Capi. 1. In- forno al fema di un periodo e
delle condizioni sotto le quali si deve proporre. 2. Dell’/nvenzione diretta a
ritrovare le parole come materia del periodo. 3. Del- -le Domande categoriche
come mezzi d’Invenzione. 4. Delle isposte alle Domande Categoriche sotto il
rispetto della duplice Sintassi. 5. Delle Situazioni di chi a- scolta in
rapporto a chi parla, come norme delle do- mande categoriche. 6. Quadri
Sinottici delle domande e delle risposte categoriche 7. Appendice. CAPO I. 63.
Intorno al TEMA di un periodo , e delle condizioni sotto le quali si deve
proporre. Abbiamo delto che il primo comporre è l’ attitudine di unire le
parole ritrovate, come sufficiente materia di un pertodo, per lo quale ora
intendiamo un brano di discorso conlenuto tra due punti fermi, ossia un co-
strutto di pertinenza sintassica. Ora in qualsiesi co- strutto tutte le parole
non si possono concepire che in 421 due maniere , cioè 0 come deierminabili 0
come de- terminazioni (Vol. II. pag. 25) in altri termini, o come parole che
reggono per sè, o come esistenti in grazia di certe altre Î veri determinabili
in un periodo so- no gli elementi essenziali della proposizione principa- de ,
perchè le proposizioni incidenti sono dipendenti dalla principale (Vedi Sint.
pag. 22). Adunque è chia- ro che di tutte le parole in un costrutto i soli
elementi della proposizione principale ci possiamo proporre, co- me
indipendenti, in grazia di cui le altre tutte esi- stono. Ma ciò che ei
proponiamo in qualsivoglia com- ponimento o lungo o breve, massimo o minimo, si
di- ce, Tema , o Soggetto di discorso , 0 Proposizione semplicemente; è dunque
evidente che il ema del pri- mo comporre è una propos:zione principale, ma
astrat- tissima, îndeterminata, grammaticale , sostanziale o causale, analitica
, simile ad una di queste due : Acqua è fresca, acqua fa corsa. : Nel primo
cominciare questa pratica di primo com- porre il precettore darà il tema: in
seguito i giova- netti possono proporlo a sè sessi. La formula det precettore
sarà la seguente : Io vi dò per zema : Ac- QUA È FRESCA, vo? mi farete su
questo tema un co- strutto, che abbia tante determinazioni, quante basta- no
per formarne un periodo. La formula di chi pro- pone il lema a sè stessosarà la
seguente: Zolendo formare un periodo sopra il fatto, che im vien porto
dall'esperienza, di un'acqua, che, bevendomela, truo- vo fresca, mi propongo
per tema: ACQUA È FRESCA. Questi OPEL poi debbono essere fatti sotte certe
condizioni, che rendono possibile il primo com- porre. La prima condizione si è
che il ema si formuli tanto dal precettore quanto da’ discepoli sopra un fatto,
che sia noto a chi deve comporre; imperocchè la sua in- venzione in questo
momento non consiste, come vedre- 122 mo nel capo seguente, che nell’
altitudine di ricercare quei pensieri che già preesistono nella sua mente, ma
non esistono coordinati al tema proporlo È un errore riprovevolissimo per
questa pralica il credere che i pri- mi tentativi del comporre si possano
attuare con le creazioni fantastiche o di finzione, come ho dimostrato nel LI,
Vol. del Nuovo Corso pag. 333 e seguenti. La seconda condizione si è che il
#em4 abbia per obbjetto ciò che principalmente nel fatto ha interessato il
compositore, 9 che apprese come cosa primaria da dovere manifestare, a cui
tutte le allre circostanze, al- meno rispelto a lui, si riferiscono come cose
seconda- rie ed accessorie. La terza condizione si è che, se il fatto osservato
, su cui si deve formulare il tema, è mollo complesso, ad evitare la confusione
si divida in più parti, e so- pra ciascuna se ne formuli un ema, e se ne
facciano tanti periodi distinti. Suppongo che il fem comples- sivo cada su di
una passeggiata , la quale presenta tanti piccoli avvenimenti, ognuno de’ quali
in diversi momenti di tempo ha interessato particolarmente e per conto proprio
l’ attenzione del compositore. In ql supposizione si formuli un #ema sopra
ciascun piccolo av- venimento, e «dicasi per esempio: 1. o fatto la pas-
seggiata : 2. Gli uccelli cantavano : 3. Un asino rag- ghiava :. 4. Io fui
sorpreso: 5. Un cane fece minac- ia ec. INTORNO ALL’INVENZIONE DEL PRIMO
COMPORRE. In che consiste la INVENZIONE în questa pratica del Primo Comporre?
La invenzione non è la stessa cosa che la FINZIONE. Sarei troppo semplice, se
io pretendessi da giovanelti, che la prima volta tentano di comporre un
periodo, ciò che supera le loro forze , mettendo a tortura le loro facoltà
psicologiche per produrre novità originali. L’Invenzione, di cui io parlo nel
presente Capo, è la cosa più facile del mondo, di cui tutti gli uomini sen- za
essere stali mai a scuola naturalmente e per sè stessi sanno far{uso e
meravigliosamente. È quella facoltà, per cui parliamo prontamente e facilmente
de' fatti, che ab- biamo osservati co’ nostri sensi. Non perciò dovete cre-
dere che la /nvenzione sia la stessa cosa che l’Imma- ginazione, ossia quella
facoltà, per la quale ci ricor- diamo semplicemente delle passate ccse;
imperocchè il comporre, definito per l'unione delle parole da noi stessi
ritrovate, non si compie con la semplice ricordanza’, la quale, essendo
successiva, passa da pensiero a pensiero senza che lo spirito si fermi sopra
«20, come fa quan- do si propone un tema. L' Invenzione suppone l’ opera dell’
immaginazione, ma diretta e sostenuta da altre facoltà, una delle quali è la
contemplazione, che tiene presente all’intuito della mente il zemza: la seconda
è l'a- nalisi, che ripelle i pensieri non confacenti al 2ema: la terza è la
sintesi, che aggiunge i pensieri omogenei si- na dalle parole, come segni, al
tema proposto. immaginazione o memoria, contemplazione, analist, e sintesi
unitamente costituiscono l’Invenzione. 12ì Ma queste facoltà sono assai deboli
in questo mo- mento, che si cominciano a mettere in opera la prima volta in
modo riflesso, quantunque rell'attuazione spon- tanea sieno attivissime, come
si sperimenta nel parlare, che è una composizione di parole pronunziate. La
scien- za deve sorreggerle con un Metodo, che sia il più con- forme al loro
esplicamento naturale. [o m' ingegnerò di far comprendere questo Metodo con la
maggior chia- rezza possibile, esponendo un fatto noto a (utti gli uo- mici,
che consultano la propria coscienza. Questo fatto è il Dialogo intertore. |
Ogni uomo, che si dispone a parlare ad altri, prima parla in sè stesso,
discorrendo seco medesimo co’suoi pensieri, e, facendo due esseri del proprio
essere, fa delle domande, a cui egli stesso risponde. La domanda proviene dall’
zo che si suppone un altro, cui vuolsi in» formare : la risposta dall’ zo
informante. Non è la prima volta che si è vedulo e inteso un uomo parlar solo,
o far gesti simili a quei di chi parla ad altri: non è la prima volta che noi
stessi abbiamo sperimentato in noi questo fatto, che avvenne propria- mente,
quando avevamo un’'urgenza, e quindi una pre- mura di manifestare il nostro
bisogno a chi poteva soc- correrci, e passammo le notti in veglia, pensando e
ri- pensando sul miglior modo da tenere per conseguire il desiderato favore, e,
figurandoci presente quell’ami- co benefattore, propgnemmo il nostro bisogno e
rispon- demmo alle sue interrogazioni, che erano in sostanza nostre, e
risolvemmo i dubbi e le obbjezioni, come se da quello ci fossero state dirette.
È dunque un fatto che, chi si propone di parlare , parla prima in sè stesso,
facendo un dialogo ossia un complesso di domande e di risposte, dì proponimenti
e di risoluzioni. Onde è facile a dedurre che la natura istessa ci addita il
me- todo di ritrovare le cose, che andiamo cercando, e questo Metodo è il
diu/ogo inzeriore, perchè nelle do- 125 mande si contiene il germe della
risposta. A che five invero il nostro spirito domanderebbe a sè stesso, se la
domanda non fosse mezzo d’ Invenzione, ossia di sca- prire la risposta, che ci
era igno'a prima d’ interro- garci ? E, come mezzo .d’ invenzione, fu
riconosciuto da- gli stessi filosofi, che dichiararono il passaggio dal noto
all’ ignoto, per via di domande, mezzo problematico d° invenzione. Or se questo
è mezodo per tulti gli uomini, che par- lano, deve avere un fondamento sulle
leggi dell’ umano pensiero. Qual è questa legge? È la relazione che pas- sa tra
la cosa nota esposta nella domanda, e Ie pr che vengono suggerite nella
risposta. È posto che il tema del primo comporre è una propostzione gram-
maticale, che costa de’ tre soli essenziali elementi (Sint.. Vol. II. pag. 23)
e questi elementi sono i determinabili, che hanno'intima relazione colle
determinazioni, è age- vole a comprendere che, se le domande saranno con-
cepite in conformità di questa relazione, l'invenzione procederà con un metodo
suggerito dalla s!essa ratu- ra a ricercare in occasione de’ dete-minabili,
proposti nel ema presente, le corrispondenti determinazioni. Sa- pendo, per
esempio, che le nozioni di tempo e di luogo sono in intima relazione con lo
stato e l’azione del verbo: sapendo inoltre che pove significa luogo ?n cus, e
QUANDO fempo în cuî, se voi domandale: Quando e Dove l’acqua è fresca? il
vostro spirilo ricorre im- mediatamente a ricercare le nozioni di 4empo e di
luo- go, în cui l’acqua è fresca nel fatto della natura. A- dunque è ancora
chiarissimo che le Domande posso- no essere cafegoriche, e tanle di numero, quante
sono le determinazioni relative a ciascun determinabile. E numerando le
determinazioni, avremo conte tutte le do- mande possibili. E noi così
procederemo -nel Capo se- guente, dove esporremo in tanti articoli divisamente
le domande categoriche per avere le risposte, come deter- 426 minazioni. i. del
Nome. 2. del Verbo. 3. dell’Aggiun- tivo. 4. del Verbale. 5. De’ Verbi concreti
e sempre solte il duplice rispetto della Sintassi regolare e fi- gurala. CAPO
II. DELLE DOMANDE CATEGORICIIE 65, Perchè si chiamano Domande Categoriche? Le
Risposte sono categoriche e tpoteoriche. Io le chiamo Domande categoriche ,
perehè sono universalissime, in quanto che si possono fare con ogni
determinabile, ossia con ogni nome, con ogni verbo, con ogni aggiuntivo, e con
ogni verbale. Ma le risposte a queste domande , come vedremo, non sono sempre
allo stesso modo, perchè alle volte si fanno per anali- si, alle volte per
sintesi, per costrutti, alle volte re- golari , alle volte figurati. È questa
la ragione, per cui le Domande sono categoriche, ma le Risposte alle volte
categoriche, alle volle ipoteoriche. Delle Domande categoriche rispetto al
Nome... Messo per principio che le domande debbane essere fatte sul fondamento
delle relazioni, che un determinabile ha con le sue determinazioni, è agevole a
comprendere che, se il nome ha per sua prima determinazione analitica gli
SEGIaDIDA qualitativi e titattvi, (Sint. Vol. II pag. 26) la prima domanda
categorica sia Quale e 427 Quanto? e, se il nome sarà acqua, domanderò: Qua- le
Acqua e Quant’ Aequa è Serladr esempio. E questa domanda è naturale , che ogni
uomo fa quando vuol essere informato di una qualche cosa a lui ignota e di cui
ode parlare’, perchè in Etimolo- gia pag. 25 dicemmo che di ogni sostanza
creata sì può domandare quale é? e quant è? e ciò perchè non esi- ste sostanza
creala, che non sia limitata e, finita dalle qualità e quantità, come suoi
termini, (Etim. pag. 26), le quali sono essenziali e accidentali, fisiche e mo-
rali, assolute e relative, proprie e metaforiche (E- tim. pag. 27 ). Rispetto
alla domanda Quanto, è uopo avvertire che, | siccome la quantità, altra è
continua, allra è discreta, così conviene formularla in guisa che chiaro rilevi
l' in- tendimento, se il nome uh determinare o per l’una o per l’altra. lo
penso che, dovendo determinarlo per un aggiuntivo di quantità continua, la domanda
sia fatta per Quanto? se per un aggiuntivo di quantità discre- ta dicasi:
Quanti o Quante? 2. In secondo luogo, considerando che non esiste s0- stanza in
natura che non si truovi in una di queste relazioni di dipendenza o
indipendenza , di unione o disuntone, espresse dalle preposizioni Di, Con, Sen-
za (Vedi Etim. pag. 31 e Sintassi pag. 28) è facile a comprendere che l’
invenzione fondata sulla relazione delle parole, proponendosi le domande 2 chi
o Di che? Con chi o Con che? Senza chi o Senza che? otter- rà prontamente le
risposte corrispondenti. Sia il tema dato : Acqua è fresca, ìil cui primo
termine voi vor- rete determinare : istituite le domande a questa gui- sa.
Acqua di chi 0 che è fresca? Senza chi o che? Con chi o con che è fresca? e le
risposte, come de- terminazioni, succederanno agevolmente. 3. In terzo luogo,
se vogliamo determinare un nome per proposizione incidente esplieita , cioè
preceduta 4128 da Che, Cui, Quale , la domanda per non confon- dersi con la
prima sarà variata nel seguente modo : Quale è l'Acqua, la quale, o Che è
fresca? ‘Tutte le domande categoriche per ottenere le deler- minazioni del’
Nome si dn le seguenti. 1. Quale é? Quant'è? 2. Di chi 0 che? Con chi o che?
Sen- za chi 0 che? Quale è la persona 0 la cosa, la quale o che è? Delle
domande categoriche per le determinazioni | de verbi astratti. Posto che i
verbi astratti Essere e Fare sono segni categorici dello stato e dell’ azione,
( Elim.) e lo stato e l’azione è in intima relazione col rapporto di contenenza
e co’ rapporti di sito, che hanno per secondo termine un nome di rempo e di
luogo (vedi sint. vol. III. pag. 33) ognuno vede che le domande categoriche di
essi verbi si possono isli-. tuire, facendole precedere da una di siffatte
prepopo- sizioni in modo analitico. Sia il tema: Acqua è he - sca : voi potete
domandare : Zn che tempo e în che luogo è fresca? Sia quest'altro: gli uccelli
cantano, voi polete domandare: Sopra, o sotto, intorno, circa verso ec. che
tempo o luogo cantano? Invece di Zn che tempo? potete dire Quarido ? e invece
di Zn che luogo ? potete dire: Dove? E, siccome il modo e la condizione si
adoperano in senso metaforico ( vedi Sintas.) come tempo e luogo, ossia come
contenenti lo staso e l’azione, così possiamo domandare ancora in occa- sione
del verbo /r che modo ? o Come? e în Qual 129 caso? per avere nelle rispettive
loro risposte, come ve- dremo nel Capo IV., le corrispondenti determinazioni,
Le domande categoriche del verbo adunque sono in tutto le seguenti Î. /n che
tempo? (o Quando?)2. In che luogo (0 Dore?) 3. Sopra, sotto, oltre, verso,
circa, intorno ec. qual tempo 0 luogo? 4. In qual modo ? 5. In qual caso ?
ARTICOLO III. $ 8. Delle Domande categoriche per avere le determinazioni degli
Aggiuntivi | L’ Aggiuntivo, sia qualitativo, sia quantitativo, non è, a rigore
parlando, un determinabile (vedi Sint. Vol. II. pag. 37) Per questo principio,
non avendo determi- nazioni per conto proprio, non vi sarebbero domande
categoriche a fare sul medesimo. Ma avuto riguardo allo stato presente della
filologia, siccome abbiamo ra- gionato in Sintassi delle determinazioni dell’
aggiunti - vo (luogo cit.) in quanto che da’ grammatici come tali sono
considerate , nello stesso senso qui proponiamo le domande categoriche per
avere le stesse determi- nazioni, E secondo quello che abbiamo stabilito in
Sin- tassi, cioè che l’aggiunlivo impropriamente si deter- mina per le forme
comparalive d' identità e diversi- tà, diremo pure in questo luogo che le
domande cate- goriche in occasione dell’ aggiuntivo sono le seguenti. 1. Perle
comparazioni d’ identità Quanzo e Qualmente fresca è l’acqua? Come fresca è
l’acqua ? %. Per le comparazioni di diversità: Più o meno fresca di chi o di
che è l’acqua? E molto, assai, poco ec. fresca: Non é fresca? 3. Per le
comparazioni superlative: /r qual grado massimo è fresca? = 150 ARTICOLO IV.
69. Delle domande categoriche per avere le Determinazioni del Verbale. Il Verbale
tanto di 040 quanto di moto è un no- me astratto, e come tale può essere
determinato come ogni altro nome, onde che con esso si possono isti- tuire
tutte le domande categoriche esposte nell’ Arti- colo 1. del presente Capo. Il
verbale di Moto ha di particolare le determina- zioni con le sue tre
preposizioni Da Per A per lo nesso del movimento colle relazioni di origine
passaggio e tendenza (vedi Sint. Vol. II. pag. 42). Adunque è chiaro dal
principio stabilito che con esso si possono istituire tre domande precedute
dalle tre preposizioni, che hanno per secondo termine un nome o di tempo o di
luogo, e però, duplicando le domande per la ra- ‘ gione della duplicazione del
secondo termine, avremo »m tutto sei domande. I. Da quale luogo 2. Per quale
Luogo. 3. A quale estremo l'acqua fa corso? 4. Da qual tempo? 5. Per che tempo?
6. Fino a che tem- po? oppure Da quando ? Per quando? Fino a quan- do? come pel
luogo si può domandare 1. Da dove ? 2. Per dove? 3. Fin dove? ARTICOLO V. f 10.
Domande ue ri per le Determinazioni e Verbi concreti. I Verbi concreti,
contenendo in sè i verbi astratti Essere e Fare, prendono le stesse loro
determinazioni, come dicemmo nella Prima Parte della Sintassi pag.35). È perciò
evidente che con essi sì possono fare le stes- se domande categoriche de’ verbi
astratti esposte nel- 151 l'art. II. pag. 127 e seg. Ciò che hanno di partico-
lare sotto questo rapporto, sarà esposto brevemente ne’ due seguenti paragrafi.
ARTICOLO VI. gii Domande categoriche de’ verbi concreti obbjettivi detti in
grammatica transitivi. I Verbi concreti obbjeltivi hanno dopo di loro, come
propria determinazione, un n0me non preceduto da pre- posizione, quantunque sia
termine di rapporto , e che dicest obbjetto (Vedi Sint. Part. 1. pag. 36) Ora
che cosa è l’obbjetto? È la cosa, a cui è inerente il m0d0 prodotto, come
effetto, dall’azione espressa dal verbo. È facile dunque a comprendere che per
ottenere sif- fatta determinazione la domanda deve essere concepita a questa
guisa : Che cosa o che persona ? Sia il se- guente tema: Cicerone scrisse, o
Bruto uccise. lo do- mando : Che cosa Cicerone serisse? Che persona Bru- to
uccise? ARTICOLO VII. 6 12. Domande categoriche per le determinazioni de’ verbi
concreti intransitivi. 1 verbi concreti intransitivi si risolvono nel verbo
Fare e nel Verbale che significa Moto (Elim.). Se dunque in. ia a Fare si
possono con esso isti- tuire le domande esposte nell’Articolo IL., in quanto al
Verbale vi si istituiranno le Domande esposte nell’Ar- ticolo IV del presente
Capo. Fip, tar 152 $ 13. Osservazione întorno a certe alire Domande che st
vorrebbero per categoriche. In un altro mio lavoro pubblicato il 1845,
intitolato Scienza della Composizione prima , partendo dalle teorie delle
scuole empiriche, le quali considerano il participio come un aggiuntivo, e come
tali molte al- tre parole derivate, e confondono la più parte de’ co- strutti
figurati con gli analitici e‘regolari, io supposi de’ semi che avevano per
secondo zermine parole con- simili. Ma non così mi converzebbe di fare ora che
mi truovo già pubblicato un Corso filologico razionale compiuto. Le domande
esposte negli articoli precedenti sono le sole categoriche, perchè si
riferiscono alle ri- sposte analitiche, quali dovrebbero essere in regolari
costrutti. Se dunque si truovino esempi, che presentano invece di un aggiuntivo
o di un verbale per secondo termine, altre parole; si debbono ridurre per
l’analisi alle loro forme categoriche e poi procedere colle Lo- inande innanzi
esposte. DELLE RISPOSTE ALLE DOMANDE CATEGORICHE $ 14, Le Risposte altre sono
analitiche altre sintetiche sotto il rispetto etimologico e sintassico. Le
risposte alle domande categoriche per quanio abbiamo detto innanzi, non sono
diverse dalle deter- minazioni relative al determinabile , che si prende in
particolar considerazione nella Domanda. Onde è chia- 153 ro che, siccome le
‘determinazioni altre sono ANALITI- CHE altre SINTETICHE, per quanto si è
veduto nella Pri- ma Parte della Sintassi Capo I{{., dove esponemmo la teoria
della Proposizione grammaticale e logica o di- scorsiva; ANALITICHE e
SINTETICHE possono ancora es- sere le RISPOSTE corrispondenti alle DOMANDE
CATEGOricHE. E saranno analitiche, allorchè si fanno con tante parole dislinte,
quante sono le idee che si vogliono e- sprimere: al contrario saranno
s:nzeliche, quando il numero delle parole è minore del numero de’ pensie- ri,
che vi si compongono e si lasciano intendere, Così se io dico: pop.lo di Atene,
o di Roma, esprimo a- naliticamente le mie idee: ma non sarebbe così, se
dicessi : popolo atentese o popolo romano, perchè con due parole farei
intendere tre pensieri, quanti ne sono contenuti nelle due prime espressioni,
poichè si è ve- duto che Aomano equivale a dî Roma, e Atniese a dî Atene. | Ma
la Sinlesi può essere ETIMOLOGICA €@ SINTASSICA. La prima è quando per
varzazione e per derivazio- ne, oppure per convenzione primitiva come nelle pa-
role apoteoriche esposte in Etimologia Par. Il. pag. 34 e seguenti si
racchiudono più idee in una sola parola. Undechè un filologo moderno addonandò
siffalte pa- role plusvalentî, ossia che nel loro valore non rap- presentano
l’unità, ma un numero di significati — Se dunque alla domanda QUALE 0 QUANTO?
per esempio, risponderete con un diminutivo o accrescitivo, e con un
miglierativo o peggiorativo, o dico meglio rispon- derete con lo stesso ome
primo termine del tema , vartato in una di cosiffatte forme, per esempio 4c-
quetta, Acquolina, Aquazzone, direte che la vostra risposta sia sintetica sotto
il rispetto etimologico. Se voi, 0 giovanetli studiosi, avete presente alla vo-
stra memoria quanto è stabilito nella nostra Etimolo- gia nel 'Tratlato delle
parole /poteoriche, della Varia- 154 zione e Derivazione, non omessa la
Composizione del- le parole, potrete intendermi pienamente, e variare le
risposte in tante maniere, quante sono le forme sinte- tiche corrispondenti
alle analitiche, in quei trattati di- ligentemente dichiarate ed ER Sicchè io
non mul- tiplico gli esempi in questo luogo, che sarebbe un ri- produrre l’
intero Vol. dell’ Etimologia. La Sintesi delle RisPOSTE è sintassica, quando la
ri- sposta si fa per costrutti figurati, o per proposizioni incidenti implicite.
Se avete a memoria quanto stu- diaste nel trattato della figurata Sintassi, e
nella Re- golare quel che sncamaste proposizioni incidenti; non durerete fatica
a comprendere il mio divisamento. Io ve ne produrrò qualche esempio per meglio
richiamar- vì alle studiate cose. Se voi alla domanda : /Zn qual luogo l acqua
è fresca? risponderete : Dove le nevi si liquefdfno , ognuno comprenderebbe che
voi aveste usato una forma stretta di parlare, invece di dire ana- liticamente:
l'acqua è fresca nel luogo in cui le nevi 31 liquefanno. Ninilacii se
rispondeste per un ab/a- tivo assoluto, oppure per un nome termine di rapporto
senza preposizione espressa ec. ec. ognuno vedrebbe che la vostra risposta
sarebbe sintetica sotto il rispet» to sintassico. fo reputo importantissimo, o
giovanetti, che voi vi esercisiate nella pratica di studiare la maniera di ri-
durre le risposte moltiplici, se analitiche, in sintetiche, e, se sintetiche,
in analitiche sotto il doppio rispetto della sintassi e della etimologia; perciocchè
in questa guisa potrete valutare il peso delle parole e de’ co- strutti che
adoperate, e variarli acconciamente, e usar- ne con proprietà. Nel qual
esercizio raccomando la di- ligenza e la pazienza a' precettori, perchè senza
questo è malagevole il paragone, che non sì può istituire sen- za richiamare a
memoria tutti i precedenti trattati, come in una Sintesi o quadro sinottico,
malagevolissimo pei principianti. . DELLE SITUAZIONI DI €HI ASCOLTA IN RAPPORTO
A CHI PARLA f 15. Che cosa bisogna intendere per Situazione di chi ascolta in
generale — Diverse Situazioni. . To per sizuazione di chi ascolta in rapporto a
chi parla intendo la capacità di coloro, a cui chi parla o scrive dirige il suo
discorso , e chiamo situazione la capacità in quanto che questa può essere
determi- nata da quella, ossia che lo stazo particolare degl’in- dividui è
diverso, secondo che diverse sono le posîzio- nt e le circosfanze di ciascuno.
Un uomo, che non è slato presente al nostro discorso, se ode la seguente pro-
posizione in arrivare: Acqua è fresca, non può inten- dere di qual acqua io
parli, come di un’acqua fresca, onde mì donà domandare, se vuole informarsene:
Qua- le acqua è fresca? Non così per coloro, che furono presenti al discorso
caduto sopra l’acqua. La capacità adunque di quel primo ascoltante è diversa da
quella de’ secondi per la diversa situazione o posizione del loro intendimento.
6 16. Non tutte le risposte, che st possono fare con ogni do- manda categorica,
st debbono adoperare nel com- porre, ma dove più, dove meno, secondo le diverse
situazioni degli ascoltanti, e la natura del tema. | Posto che non tutti gli
uomini, a’ quali dirigiamo il ostro discorso, hanno la slessa capacità d’
intendere 136 per le loro diverse situazioni rispetto a noi, è chiaro a
comprendere che noi non dobbiamo con tutti tenere lo stesso linguaggio, ma con
alcuni, che ignorano af- fatto le cose di cui vogliamo informarli, far uso
dell’a- nalisi, ossia di un dire risoluto , determinato e defi- nito, con altri
della sinzest ossia di un dire szretio , breve e conciso, se la loro capacità
può supplire al resto, facile ad essere inteso. In altri termini con al- cuni
possiamo far uso di proposizioni grammaticali e di costrutti sintetici, con
altri dobbiamo far uso di pro- posizioni logiche e costrutti analitici. Quindi
è chiaro che, essendo le risposte tante determinazioni del lema proposto, come
non determiniamo allo stesso modo una grammalical proposizione, non faremo uso
dello stesso numero di risposte con ogni tema , ma quando più quando meno,
secondo il principio stabilito in sintassi ar. I. pag. 24, cioè chela
proposizione grammaticale si fa logica per riguardo di chi ascolta. Sotto il
rispetto del lema, considerato in sè stesso e come tale concepito da chi
ascolta in una maniera determinata e particolare, il compositore otterrà delle
norme in quanto all’ uso di questa o quella risposta particolare, che faccia
armonia colla totalità del tema proposto. Suppongo che il fema dato sia: il
Cavallo è veloce. Alla domanda: quae? si presentano allo spi- rito del
compositore tulle le qualità esistenti nel ca- vallo contemplato della nalura,
per esempio, more//o, bianco, 0 nere sotto il rispeito del colorito, grosso 0
grasso 0 smilzo sotto il rispetto della. forma , alto, basso , lungo sotto il
rispetto della quantità ec. Ora non tulle queste qualità e quantità debbono
entrare come risposte, che determinano il primo termine della proposizione, ma
quella o quelle, che più armonizzano colla totalità del tema, cioè del cavallo
supposto ve- foce. Chi non vede infatti quanto strano sarebbe il met- tere la
qualità della grossezza con Cavallo che si vuo- 157 le veloce? Avuto riguardo
alle ‘circostarize del discorso per parte di chi parla, all’ armonia delle
tante deter- minazioni ossia delle risposte col tema, ed alla situa- zione di
chi ascolta, voi sceglierete con prudenza quello tra tanli aggiuntivi, che
esprime una qualità più con- facente alla supposizione del tema. Ma in questo
giova più il buon senso che le regole, perchè ogni uomo, che parla senza che
vada a scuola, si regola da sè stesso e fa bene, salvo il caso che il cervello
non sia sano, SAGGIO DI QUADRI SINOTTICI DELLE DOMANDE E DELLE RISPOSTE
CATEGORICHE 617. Metodo pratico del Compositore per formarsi î quadri
sinottici. Primieramente formulerete il tema, che è una pro- posizione
grammaticale, come abbiamo delto, sopra un fatto a voi noto, che avete voi
stesso osservato, o che avele inteso narrare con tutte le circostanze da perso-
na degna di fede. Questo tezza dovrà necessariamente essere una proposizione
Sostanziale o Causale secon- do le due formule veni Oca Acqua è fresca : Ac- qua
fa corso (Sintas.), perchè ogni fatto, che si osserva in natura, è Sostanziale
o Cau- sale (Vedi Nuovo Corso Vol. II. pag. 33). Formulato il tema concentrate
la meditazione sul medesimo, affinchè «la vostra mente discorra sul falto
concreto, che 10 sup- - pongo vi sia noto. Ciò fatto dividete il tema nelle sue
parti, le quali non possono essere più che tre, quanti sono gli essenziali
elementi della proposizione , cioè Nome, Verbo, Aggiuntivo nella Sostanziale, e
ome 158 Verbo e Verbale nella Causale. Supponiamo che il tema sia: Cavallo è
veloce. Mentre il vostro spirito non perde di vista la totalità del {ema , si
fermerà particolarmente su ciascuno elemento, con lo stesso or- dine, con cui
sono divisi f. cavaLLo. 2. È. 3. VELO- ce. Passerete in seguito a determinare
ciascuno ele- mento, così diviso, proponendovi con essi le demande Categoriche
esposte ne Capi precedenti. E primamente domanderete sopra CAVALLO. 1. Quale
Cavallo? 0 Quanto Cavallo? 0 Quanti Cavalli ? Alla prima formula corrisponde un
aggiuntivo qua- litattro, simile a dianco, nero, bajo, grosso. smilzo, ec. Alla
seconda un aggiuntivo di quantità continua, alto, basso, grande, piccolo,
mediocre ec. Alia terza un aggiuativo di quantità discreta, come uno, due, tre
ec. Invece della seconda e terza analitica per aggiunti- vo si può sostituire
la variazione del Nome, che, uscen- do nella desinenza fondamentale 0 di
carallo, significa un cavallo, o prendendo le desinenze del diminutivo,
accrescitivo, migliorativo e peggiorativo, lo stesso no- me in modo sintetico racchiude
ancora |’ aggiuntivo grande, piccolo, bello, brutto, come caralluecio, ca-
vallone, cavallaccio, cavallino. Vedi Etim. Vol. I. pag. 64, 65 e 66. . 2.
Cavallo di chi? Alla quale formula corrisponde in forma analitica la risposta
della preposizione Di, se- guita dal nome del possessore , cioè Di Pietro o Di
Paolo. la forma sintetica una parola derivata in for- ma di aggiuntivo, che
racchiude la preposizione Di, come Cavallo arabo, Cavallo romano, Cavallo în-
glese ec. Vedi Sint. Part. II. pag. 28. 3. Cavallo con che o con chi? Alla
quale formula corrisponde una risposta in forma analitica della Pre- posizione
Con seguita da nome , che esprime il sog- ® 159 getto, con cui il cavallo è
congiunto, come, pet esem- pio, il Cavallo con la sella, o col freno, 0 col ca-
valliere ec. 4. Cavallo senza chi o senza che? Alla quale do- manda corrisponde
la risposta della Preposizione Senza, seguita da nome che esprime soggetto, da
cui il ca- vallo è ora disgiunto, come per esempio: Cavallo sen- za cavalliere,
o senza freno, o senza tmbasto ec. Quale è quel cavallo il quale o che ? Alla
quale domanda corrisponde la risposta in forma analitica della proposizione
încidente esplicita, preceduta da Che, Cut, Quale, come per esempio: Cavallo,
tl quale fu com- prato alta fiera di Salerno, o Carallo, che ebbi în dono da
Paolo ec. Invece di questa risposta analitica posso. sostituire tulte quelle,
che ho esposto nella Sintassi pag. 29, come forme sintetiche di proposizioni
incidenti implicite e dire: 7 Cavallo, Questo Cavallo, Quel Cavallo, ec.
Riscontrate il luogo citato della Sintassi. . Determinato a questa guisa il
nome Cavallo , pas- serete al Verbo, che considererete diviso in secondo luogo.
2. E-— e con esso istituirete le seguenti Domande ? . 1. Inche tempo È? Quando
È? Alla quale doman- da voi risponderete con la preposizione /n, seguita dal
Nome di tempo in senso proprio 0 metaforico, in for- ma analitica o sintetica,
come per esempio: quando :l cavaliere allenta le briglie, o quando vince la ma-
no, 0 se non è rattenuto dal freno, oppure, ora, adesso, oggi, già, mat, sempre
ec. 2. In qual luego c Dove E? A questa Domanda dovete rispondere con la
preposizione /n, seguita dal nome di /uoge in senso proprio o metaforico, in
for- ma analitica o sintetica, per esempio. £ veloce nel piano , în istrada
consolare , in campo, oppure là, costà, qui, îvi, oppure dove non è ostacolo, 0
se, 0 150 a mentre, o quando corre, o come sti muove, perchè di- cemmo in
sintassi che il caso e il modo si considera- no come contenenti dello stato e
dell’azione, e il fem- no e il luogo altro è proprio altro è metaforico pag. 34
Vol. IL A queste risposte si riducono le sinleti- che per variazione di verbo,
per ablativo assoluto ec. 3. Sopra, sotto, oltre, tra ec. chi 0 che È veloce? A
queste domande conviene rispondere con una delle preposizioni di sito, seguite
da’ nomi dì tempo 0 di luo- go in senso proprio .0 meta‘orico, e dire per
esempio: E oltre ogni credere, è sopra modo, è tra gli altri cavalli veloce ec.
| Determinato ancora il verbo a questa guisa passe- rete all’ Aggiuntivo
Z'eloce nel seguente modo. 3. VELOCE. | 1. QUANTO, QUALMENTE, COME, è Veloce? A
queste domande corrispondono le risposte per comparazioni quantitative e
qualitative d’ idenlità, per esempio : é ranto veloce quanto un tigre, e
talmente veloce qual- mente è veloce un daino leggiero : è così veloce cao- me
è veloce un levriero ec. 2. È più o meno veloce di chi 0 che? A queste domande
corrispondono in forma analitica le risposte per comparazioni di diversità
(Sint. pag. 39) per esem- pio: £ più veloce del vento, e meno veloce che il
daino. E, siccome il superlativo è una comparazione di diversità tra più di due
soggetti, come osservammo ia Sintas. pag. 40, si può ui in forma sinlelica,
dando a veloce le desinenze IssiMo velocissimo , che in valore corrisponde alla
forma analitica, 1 più ve- loce , la quale formula è seguita dal suo compimento
cor la preposizione Di, che dipende dalla parola nu- mero soltinteso. Vedi
Sintassi figurata pag. 67 Vol. Il. Voi non guarderete in questo momento di pura
in- venzione alla opporlunità di questa o quella risposta, ma raccogliele, per
quanto vi è dato, ampia materia, 1414 della quale farete poi la scelta nel
secondo momento, che dovrete ridurla a periodo, come vedremo nella Se- conda
Parte —Fatte queste dichiarazioni, ecco due Qua- dri Sinottici delle Dan
categoriche e delle f- sposte. crsiio fee arene 142 QUADRO L. PROPOSIZIONE
SOSTANZIALE TEMA CAVALLO È VELOCE – H. P. Grice’s Tema: DOG IS HIRSUTE. Domande
Risposte Quale Bianco, nero, ba- { cavallino Quanto e Quanti Di chi Con chi
econche \Cavallo? Senza chi o che Quale è quel Domande Quando Dove Come s V, In
qual caso E: Sopra, sotto, oltre che, o chi Domande Quanto è n malata loce? Più
0 meno di chi è Vetoce jo, grasso, snello. cavallaccio Grande,piccolo,alto
{cavalletto basso, lungo: uno.(cavullone Di Antonio, o mio, tuo, îin- gl se,
arabo. Con sella, con briglie, col cavahere ec. Senza freno, senza imbasto,
senza cavaliere. Il quale fu comprato, 0 al, questo, colesto, quello, 0 essen-
do nutrito ec. ec, Risposte In questo tempo, ora, ades- 80, già ec. In Napoli,
quì, là, tvi In maniera singolare, uni- camente Se non ha imbasto, purché sia
spronato ec. Sopra ogni credere, oltre- modo ec. Risposte Quanto il vento, come
il ven to, talmente ec. Più che il vento, meno del daino, Velocissimo, il più
veloce di lutti, 145 QUADRO II. PROPOSIZIONE CAUSALE TEMA CAVALLO FA CORSO Le
domande rispetto al Nome ed al Verbo sono le stesse che nel Quadro precedente ,
come pure le ri- sposte saranno le stesse — in quanto al solo Verbale sono
differenti. Domande Risposte Da Dove fa Da Roma Per Dove fa Per Firenze A qual
termine fa » 4 A Napoli Da quando fa Corso ? | Da un ora Per quando fa Per due
ore Fin quando fa A mezzodi sid APPENDICE DUE COROLLARII DALL’ ESPOSTE TEORICHE
G 18. Primo Corollario — Vantaggio, che st può trarre ‘ dalle Domande
categoriche nella disamina de’ pe- riodi altrut già formati. Ogni periodo falto
è un prodotto del compositore, ehe ha proceduto alla slessa guisa, che noi
abbiamo osservato nel presente trattato doversi seguire da chi si accinge a
formarlo. Ecco perchè con le stesse domande, con le quali si cercano le
risposte, come determinazioni di un tema di primo comporre, possiamo procedere
a rilrovare in un periodo fatto le \eretne di una principal ROFSInRo Il che
torna sommamente utile a chi vuol ridurre l’ordine artificiale delle parole in
un periodo all’ ordine naturale. Suppongo che sia il seguente periodo di
Cicerone nella Difesa di Aulo Ce- cina: Con eleganza e fucondia Crasso uomo il
più eloquente, poco prima che not nel foro venimmo, nel giudizio centumrirale
questa opinione difese. Voi fisserete il tema, che è una proposizione gram-
maticale principale, cioè Crasso fece difcia. Ciò fatto domanderete 1. Quale
Crasso? ed avrete per risposta sintetica il easo di apposizione determinato,
cioè uomo il più eloquente 2. Con che Crasso fece difesa? ed avrete in risposta
: Con eleganza e facondiu. Passe- rete al verbo fece, che è un elemento contenuio
nel verbo concreto difese e domanderete: 3. Quando fece la difesa? A cui
risponde : poco prima che not ve- nimmo tn Senato. 4. Dove fece difesa? e la
risposta sarà nel giudizio centumvirale 5. essendo il verbo di- Sese concreto
obbjeltivo, si può domandare: Che cosa e 145 difese? e la risposta-sarà
quest'opinione come obbjetto, il quale, quando il verbo concreto si risolve,
passa a termine di rapporto, cioè fece difesa di quest opi- none (Vedi Sint.
pag. 42). Leggano i precettori quel che ho scritto nel Nuovo Corso Vol. III.
pag. 369 e seg. intorno a ciò che debbono far essi per giovarsi di ‘questa
pratica, che io credo utilissima .a’ giovanetti nella disamina de’ costrutti.
619, Secondo Corollario — Intorno al mode di formare molti temi sopra un fatto
da servire ad un primo tentativo empirico di un breve componimento. ._ Ho detto
nell’Introduzione a questa prima parte $ 1.° pag. 117 che le scuole empiriche
hanno introdotta la pratica di esercitare i giovanetti a comporre appenà che
avessero studiata la grammatica senza alcun prin- cipio o alcuna regola
estetica. Io mentre riprovo alta- mente questa pratica cieca, che induce
difetti nelle fa- coltà psicologiche messe alla tortura senza alcuno ajulo di
metodo; per renderla meno viziosa vorrei che i pre- cettori si giovassero delle
presenti teorie. Imperocchè, ingenerata ne’ giovanetti l'attitudine di formare
un pe- riodo sopra un tema dato, non riescirà loro difficile a formare dieci
periodi sopra dieci temi. Se dunque 1 precettori avranno la pazienza di dirigere
i giova- netti nella pratica di formarsi molti temi sopra lo stesso fallo , un
componimentuccto non riescirà malagevole nel genere storico, ossia narrativo o
descrittivo. Io, par- lando empiricamente, soggiungo che a formarsi più remi
sopra un fatto, non bisogna far altro, che osservare at- tentamente le parti di
quel fatto che richiamano prin- cipalmente l’attenzione e principalmente
interessano il compositore. Suppongo che il Componimento fa vert= 146 sarsi
sopra una fempesta , chi non sa che all’ osser- vatore attento questo falto si
presenta sotto molti punti principali di veduta? Non è improbabile che i punti
fissali principalmente sieno i seguenti: 1. // cielo era oscuro. 2. Le folgori
strisciavano. 3. I tuoni scop- piarono. 4. La Crati cadde. 5. I torrenti romo-
reggiavano. 6. Î fiumi strariparono. 7. Gli armenti furono trascinati. 8. 1
pastori perirono ec. Ebbene ogni punto di veduta del medesimo fatto, fermato
dal- l’attenzione in cosiffatta guisa, è una proposizione prin- cipale, ossia un
tema. Determinatelo, proponendovi con ciascuno di essi le domande categoriche ,
e fate che ad ogni domanda succeda la risposta, la quale è una determinazione
del suo determinabile, e voi otterrete un piccolo componimento prodotto con l’
invenzione vo- stra sopra un fatto che voi stesso avete osservato. Rac- comando
a’giovanetti ed a’precettori quel che ho detto in principio e ripeto le mille
volte che non si tenti di comporre sopra un #e72:4, che allude a fatto
incognito, perocchè la /nvenzione nella presente altitudine dei giovanetti, che
vengono dalla grammatica, non può ver- sarsi sopra cose di pura finzione. 447 INTORNO
AL PERIODO g 20. Passaggio dalla prima
alla Seconda Parte = Idea generale del Periodo : partizione. Nella prima parte
del presente Trattato ci siamo oc- curaù della sola /nvenzione per ottenere la
materia del Primo Comporre, ossia le risposte come determi- nazioni di un tema
proposto per via delle domande ca- tegoriche. Non ci siamo dati alcuna
sollecitudine in quanto alla loro scelta, se pure fossero le parole, se propri
i costrutti, perchè eravamo nel primo momento, e non nel secondo del primo
Comporre, ed è in questo secondo momento che lo spirito del Compositore a vista
della materia tutta pronta può rivolgersi alla forma, per fare sì che una
proposizione logica o determinata, sia semplice, sia complessiva, diventi
periodo. Ond' è chiaro che il periodo è qualche cosa di diverso dalla propo-
sizione logica, quantunque in sostanza sieno entrambe la medesima cosa, in
quanto che contengono la stessa materta, ossia lo stesso numero e la stessa
qualità di parole. Imperocchè il perzodo è generalmente conside- rato, come una
produzione fatta secondo certe regole o certi principi da uomini versati nell’
arte del dire, e per questa ragione non si può confondere con una proposizione
logica, ancorchè massimamente determina: 4148 ta, quale si può fare da ogui
uomo che parla senza al- cuna coltura nella Disciplina dell'Arte. Le cose,in
cui convengono la proposizione parce e il periodo, sono le seguenti 1. che
l'una e l’altro sono un complesso di parole contenute tra due punti fermi nella
scrittu- ra, uno in principio e l’altro in fine: e per questo rispetto il
Periodo è la stessa cosa che una proposi- zione logica o discorsiva, in altri
termini è di per- linenza a 2. Che tanto l’ una quanto l' al- tro, come
complesso di molte parole, sono un elemento di Niscorso per la multiplicità de’
giudizi, che conten- gono. La dilferenea tra la semplice proposizione logica e
il periodo è sotto il rispetto della pro/ferenza; per- chè in quella le parole
potranno essere disposte in mo- do che il tuono della voce non sia sostenulo in
guisa che, chi ascolta, non resta sospeso in attenzione di qual- che altra cosa
a dire fino all’ullima parola. Ma il pe- riodo ha per sua essenziale proprietà
questa sostenu- tezza di tuono nella profferenza, onde acquista unione
indivisibile di parti, come vedremo. Di quì è chiaro, anzi evidente, che 31
periodo deve essere considerato in due Capi distinti sotto due rispetti, cioè
1. sotto il rispetto fonologico o della -prefferenza 2. Solto il rispetto stn-
tassico o della proposizione logica. CAPO I. G 21. Del Periodo considerato
sotto tl rispetto fonologico | Sue parti = Protasi e Apodosi. Il Periado
considerato soito il rispetto fonologico, è un primo elemento di orazione 0 di
discorso, nella cui profferenza :tl tuono della ‘voce è sostenuto fino alla
-fine tn guisa che chi gseolta sta sempre în sospeso 149 fino all'ultima parola
, ma la profferenza è modifi- cata în mantera che l’ascoltante distingua
facilmente un PRINCIPIO , U% MEZZO , @ UNa PINE. Noi non vogliamo sapere se il
periodo sia lungo o breve, se dimembre, trimembre, o quadrimembre: sia pure un
periodo sezolio , sia di un solo membro , è sempre vero che la profferenza deve
essere regolata in maniera che l’ascoltante comprenda il principio il mez- zo e
la fine del medesimo. Il che si oltiene per la so- stenutezza del tuono e per
la modificazione della prof- ferenza. lo non posso tradurre in segni scritti
queste modulazioni di tuono e di voce, perchè la scrittura nen ha mezzi
sensibili che rappresentino 1 suoni: di- rò semplicemente che , quando la
profferenza tende. at mezzo del costrutto ben ordinato, si modifica in sif-
fatta guisa che l’ascoltante si avvede esservene altrettanto © da profferire,
SelaS a quanto fino a quel punto se ne è pronunziato. La voce in quel punto
medio, a così dire, tocca 11 punte culminante della parabola fonica, e, come vi
è salila, ora ne discende. Da qui deriva la «ni24 della sentenza: da qui il
legame del periodo sciolto o per ine?sî, come vedremo, sia qualunque la pun-
teggialura intermedia. Per farla comprendere pralica- mente io produco un
esempio. Sia il seguente perzodo di un solo membro: /n gran lode fu tenuto per
tutta la Grecia l’ essere citato vincitore ne’ qiuochi olrm- picî. Nel
profferirlo il tuono è sostenuto, ma si eleva alquanto la voce sulla fine della
parola Grecza , punto intermedio, e si abbassa digradandosi fino ad olimpici.
Si farebbe lo stesso in un periodo di più membri. Ed è chiaro che il periodo di
qualunque forma, sia an- cora quadimembre, si divide in due parti, la Prima
Parte, delta Protasî, comincia dalle prime parole, per esempio, Zn gran lode, e
finisce alla parola Grecia, dove avviene l'alzamento di voce: la seconda
comincia dalla parola, che segue, all'ultima della protasi e con- 150 tinua
fino alla fine, dove è un punto fermo nella scrit- tura. La Protasi e |’
Apodosi, bisognerà conchiudere, sono part del Periodo considerato sotto il
rispetto fo- nologico, ossia della Profferenza. Fuori di questa rela- zione il
Periodo ha membri e non ha parti, come ve- dremo nel Capo seguente. Ma, mentre
si vuol badare a questa dine proffe- renza, per dar grazia al discorso, non si
deve dimenti- care che vi sono modulazioni a fare, significative di re- lazioni
sintassiche, come dicemmo nel Vol. II. Trat- tato della Punteggiatura. Chi
scrive adunque dovrà es- sese diligente a simmetrizzare la Protasi e l’ Apodosi
de’ suoi periodi in maniera che non si alteri punto la ragione sinlassica.
Avverlo oltracciò che non bisogna confondere la s0- spensione di senso con
quella sospensione, che produce la sestenutezza di tuono, perocchè quella nasce
dall’or- dinare i determinabili e le determinazioni in modo che nulla se ne
intenda, se non quando tutto il periodo è finito, ossia è sotto il rispetto
tutto sintassico, di cui parleremo nel Capo seguente, ed è proprio di alcuni
periodi che diremo /egatt, mentre questa è comune ad ogni periodo sia /egaso,
sia sciolto, sia di un membro, sia di più. Questa distinzione è della massima
impor- tanza: è la sola che può conciliare le tante contraddi- zioni de’
Retori, come ho dimostrato nel Ill Vol. del Nuovo Corso, dove tratto del
Periodo. . Il Periodo considerato sotto il rispetto Sintassico ha MEMBRI e n0%
PARTI — Zn che differisce il memBRO dall’ inciso, | Il Periodo, considerato
sotto il rapporto della Sintassi, è una proposizione logica o determinata ,
come ab- biamo detto fin da principio, e solto questo rapporto non ha partî, ma
determinazioni; perocchè nel para- grafo antecedente si è fermato che le Parti
del Periodo sono la Protasi e l’Apodosi, di pertinenza fonologica. Intanto
nelle scuole è invalso l’ uso di distinguere il periodo in dimembre, trimembre
e quadrimembre : in altri termini si è riconosciuta la nomonclatura de' mem-
bri nel periodo, i quali, se non sono identici alle part?, resta a vedere che
cosa sieno. -E, partendo dal prin- cipio che i membri appartengono al periodo
sotto il rispetto s:nfassico e non fonologico, essi non possono essere diversi
dalle proposizioni principali o incidenti, di cui si compone l’ intero
costrulto, che si dice Pe- riodo. In questo senso si potrebbe dire che il
Periodo ha tanti membri, quante sono le proposizioni principali o incidenti,
che concorrono a formarlo. Ma è un altro fatto che non tutte le proposizioni
incidenti, che pos- sono entrare in un periodo, sieno membri del medesi- mo,
perocchè vi sono’ alcurie ancidenti d’ incidenti di altre incidenti, e quindi
una graduata subordinazione, delle quali le ultime non possono essere elevate
alla stessa dignità delle prime incidenti, che sarebbero mem- bri: Adunque è
chiaro che, oltre delle proposizioni in- cidenti che sono membri di periodo ,
ve ne sono an- cora delle altre, che io chiamo 7nczs?. Sia il seguente esempio:
Gli uomini, che si ubbriacano, a breve an- 152 dare diventano stupidi. Come
osservate in questo pe- riodo vi sono due proposizioni, una incidente che sz
ubbriacano, e l’altra principale, a breve andare di- ventano stupid, ma niuno
può dire coscienziosamente che questo periodo sia dimembre, perchè la incidente
non ha una dignità di membro, rispelto alla principale, che l’assorbisce.
Quell’incidente adunque, anzichè mem- bro, è un 2re?so, che determina womzni,
primo termine della proposizione principale. La proposizione principale ha nna
dignità sna pro- pria, per la quale è sempre membro di periodo e ne-
cessariamenle, perchè è la sostanza del periodo mede- simo. Affinchè un 22cidente
abbia la dignità di mem- bro di un periodo è necessario che abbia un impor-
tanza quasi prossima a quella della principale, per la quale non è mai
determinazione di un altro membro contenuto nella stessa parte del periodo,
quantunque dipenda dalla principal e la serva: l'inetso è sempre determinazione
secondaria di un membro contenuto nel- la stessa parle. In somma dovendo
equilibrare le due partt del periodo , cioè la Protasîi e l' Apodost , il
membro dell’ una, quantunque contenga una proposi- zione incidente, acquista
una dignità quasi prossima a quella della principale per l’ accordo che deve
pas- sare tra le ragioni fonologiche e sintassiche. 6 23. Del Pertodo legato
unimembre, bimembre, trimembre, quadrimembre. ‘I Periodo dicesi /egato sotto il
rapporto sintassico, uando tutte le parole, che lo compongono , sono dispo- ste
in maniere che il senso resti sospeso fino a che non sarà pronunziata l’ultima
parola. Sia il seguente periodo di un solo membro: In gran pregio era tenuto
l’es- 153 “sere ne’ qiuochi olimpici citato vincitore , nel quale “come si vede
il senso è sospeso fino all’ultima parola. Sia quest'altro di due membri:
Sebbene gli ubbriachi a breve andare diventino stupidi; pure qualche esi- mio
bevitore, che non perdè l’uso della ragione, mi è venuto fatto vedere. o Ne
potrete formare de’ più lunghi, e sempre direte che il periodo sia /egato, ogni
qualvolta le parole che lo comnongono sono talmente intrecciate che il senso
del tutto resta sospeso fino alla fine. I Retori sono an- dati cercando
empiricamente le diverse e multiplici ma- niere di /egare i periodi,
raccogliendo ‘le particelle che debbono precedere le due parti, cioè la Protast
e l’Apodost sotto il rispetto fonologico, come Sebbene e Pure, Quantunque e
Benchè nella protasi : non- dimeno, non ostante, tuttavia nell’ apodosi. Ma
que- ste osservazioni, anzichè giovare , confondono, come ho stabilito nel
Nuovo Corso Vol. HI . Piuttosto mi piace di osservare come praticamente si
possano e debbano distinguere i membri de’ periodi, composti dagl’7nezsi o
dalle determinazioni, secondo i principi esposti nel paragrafo antecedente. 1.
Voi dunque terrete a periodo bimembre quello che presenta una proposizione
incidente con dignità e im- portanza presso che eguale a quella della
prizezpale: eccone un esempio: Benchè gli ubbriachi « corto an- dare diventino
stupidi; pure qualche gran bevitore mantenere l’uso della ragione mi è venuto fatto
ve- dere. Sotto il rapporto fonologico la Protasi è divisa dall’ Apodosi per un
punto e virgola nella scrittura. (Vedi Punt. Vol. II. pag. 118.) 2, Terrete a
trimembre quel periodo, che presenta o due proposizioni principali e una
‘incidente , o due incidenti di eguale dignità e una principale. Eccone un:
esempio per ? una e per l’altra supposizione. ‘Benchè gli ubbriachi a breve
andare diventino sto 154 pidi, e nel fior degli anni vadano al sepolcro; pure
qualche gran beone con sana ragione e vecchio di ‘anni mi è venuto fatto
vedere, dove le due prime pro- posizioni incidenti conservano la stessa
dignità, perchè dipendono dallo stesso Benché, messo in principio. Sa- a
trimembre per doppia preprizioa principale il seguente: Benchè gli ubbriachi a
corto andare diven- tino stupidi; pure alcuni di loro vedere, che conser-
varono la ragione, e tali altri che bevendo diven- «nero poeti, mi è venuto
fatto più di una volta. . La stessa pratica di duplicare cioè la proposizione
incidente e la principale, o di triplicare una e lasciare semplice l’altra,
produce il periodo quadrimembre. Se- gnerete sempre un punto e virgola dove
finiscono i membri della protasi, la quale per serbare le relazioni sintassiche
va di accordo colle relazioni logiche. La legatura di questi periodi si ottiene
facilmente, se la proposizione principale si riserba per l’ Apodost;, ossia per
la seconda Parte della lrofferenza, come dimostra la pratica costante de' buoni
oratori e la ragione ne insegna. Imperocchè, dovendo il senso rimanere sospeso
fino alla fine, ele sole incidenti proposizioni portando seco sospensione di
senso, perchè contengono giudizi non compiuti e non finiti; ognuno vede che la
sospen- sione è possibile a sola lia che la proposizione principale, la quale
contiene un senso finito e un giu- dizio compiuto ( Sint. pag. 15 Vol. II. )
debba essere allogala nella reconda Parte del Periodo. I più bei pe- riodi
legati si formano con le proposizioni incidenti copulative, Modali,
Condizionali, Locali, Temporali (vedi Sint. pag. 20 e 21) e le precedute da
Benché, Sebbene, Quantunque, Poiché ec. Vedi il Nuovo Corso Vol. III. pag. 412
e segg. Quando il Periodo è di un solo membro, il legame si otterrà facilmente,
mettendo in ultimo luogo uno de- gli elementi essenziali della principale
proposizione — 455 Sia il seguente esempio : Von sempre ΰ uomo savio e
prudente per la sua limitata natura nelle cagioni passate gli avvenimenti
occulti prevede. Su questo ne polete formare altri infiniti. Ma mientra io vado
esaminando la natura e la for- ma de’/egati periodi, non intendo commendarli
come mezzi di colla favella in ogni genere di scrittura, pe- rocchè, se lodati
riescono in alcune produzioni, affetta- zioni fredde e ridicole riuscirebbero
in altre. Dico di più che le lingue volgari, tra le quali è la nostra, in
rarissimi casi sopportano periodi strettamente /egat? , come quelli che abbiamo
descritti, ma amano piuttosto un dire sciolto .e facile a intendersi,
pregiandosi di dilettare più con l'ordine naturale delle parole e de’ pen- sieri,
che con l’arfificiale, che in Sintassi addoman- dammo elegante disordine.
Soggiungo per ultima avvertenza che non ci è di- felto tanto riprovevole in un
periodo, quanto l'aggrup- pare pensieri sparati per vaghezza di allungarlo ,
fa- cendo passare il povero lettore da scena a scena di- versa, imperocchè è
risaputo l'insegnamento de’ retorì, doversi nel periodo serbare l’unità della
sentenza. Onde difeltosissimi sono pure quei periodi, nella cui Apodosi si
appiccano lante proposizioni incidenti una appresso all'altra, che sappiamo
appartenere a quel sano non dalle relazioni sintassiche alle cose delte
innanzi, ma in quanto che sentiamo profferirle, quando credevamo che l’ Apodosi
fosse finita. Cade in questo difetto non di raro il Boceaccio, che scarica una grandine
di Che uno appresso l’altro, come nuovo principio d' incidenti ne suoi
sperticati periodi. 159 624. :°— Del periodo scroLTo o FUSO o per INCISI . To
chiamo periodo sciolto 0 fuso 0 per incist quel costrutto, che si conliene tra
due punti fermi, uno in principio e l’ altro in fine, ma le sue parii non sono
intrecciate in modo che il senso ne rimanga sospeso fino alla fine. Sia il
seguente periodo: Natura plasmò questo principe al regno: virtù educollo a
pietade: fortuna inalzollo al solio: fortezza coronollo di vit- torte. Come
vedete questa brano di discorso è conte- nulo tra due punti ti uno in principio
e l’altro in fine, il che accenna che costituisce un tutto a sè, os- sia un
periodo; ma le proposizioni, di cui componesi, sono tutte principali, ciascuna
sufficiente a sè stessa, senzà alcun legame tra loro, in guisachè il senso è
com- piuto con ciascuna. Quindi sollo il rispetto sintassico questo periodo è
sciolto o fuso, e malamente è detto per ?ncist, mentre ogni proporzione ha una
dignità eguale a quella di tutte le altre, onde n2em26r? dovrebbero piuttosto
addomandarsi (vedi pag. 151 e 152.) I Retori non distinsero nel periodo il
doppio rispetto cioè fono- logico e sintassico, e non vedendo in questa forma
un legame derivante dalla sospensione di senso fino alla fine, non la ritennero
per perzodo, ma orazione sciol- ta 0 fusa Vl addomandarono. Ma noi secondo le
dichia- razioni esposte innanzi, ripetendo l’ unità di qualzivo- glia periodo
dalle ragioni della profferenza , come tale la riconosciamo, perchè periodo è
genere, le cui spe- cie sono il legato e lo sczolto. E che sia così è facile a
comprenderlo, se per poco si pone menle che, quando profferiamo ciili braci di
discorso, il tuono è sostenuto dal principio alla fine, in guisachè l’ascoltante
si accorge del principio e del mezzo e della fine del medesimo dalle diverse
tinte, che prende 457 la voce per le modulazioni differenti, come può inten-
dere chi ha imparato una buona profferenza. Ed anche in siffalti periodi vi è
una specie di protast e di apo- dost, perchè chi sa ben profferire, arrivato ad
un punto della serie di quelle proposizioni, come per esempio, alla parola
solito del periodo testè riferito, il tuono si alza alquanto e si abbassa alle
parole seguenti per dare una specie di equilibrio alla profferenza che si avvi-
cina al suo lermine, e simmetrizzarla a quella del com- pimento sulla parola
vizsorza. Io per ali sciolti non intendo semplicemente quelli che sono simili
all’ arrecato in esempio, ma ogni pe- riodo, nel quale manca la sospensione di
senso per difetto di legatura sintassica, come quelli ne’ quali la proposizione
principale si alloga nella Protasi, e le incidenti nell'Apodost: Così se invece
di dire: Benchè gli uomini sieno ragionevoli, molte volte si fanno piuttosto trascinare
dall’appetito che regolare dulla ragione, dicessi: Molte volle gli uomini st
fanno piut- tosto trascinare dall’appetito che regolare da ragio- ne, benchè
steno ragionevoli, io farei un periodo sciolto differente dal primo recato in
esempio, perchè in quello tutte le proposizioni hanno un eguale dignità come
principali, mentre in questo una è principale e l’altra incidente. Sotto questo
rapporto, se il periodo di quella forma si vorrà addomandare per incist a fine
di di- stinguerlo dall’allro che ha la seconda forma, non ne disconvengo. Si
adotti la nomenclatura, ma non si man- chi di fare opportunamente le necessarie
dichiarazioni, affinchè non abbia luogo l'equivoco nelle nozioni fon-
damentali. Fine Digitized by Google amprem DELLE MATERIE PREFAZIONE a’ giovani
studiosi. . Pag. TRATTATO PRIMO INTORNO A'TRASLATI INTRODUZIONE De’ traslati in
genere. G 1. Sulla falsa nozione de’ Traslati. Vera nozione de’ Traslati. Z
Zraslati st adoperano sempre per bi- sogno e non per ornato. Il bisogno è dal
lato della lingua o de’ parlanti. Distinzio- ne delle idee nominate e
innominate. > 6 4. Fondamento psicologico de’ Traslati pos- — sibili e
quindi le varie specie de' Traslati. Della Metafora – H. P. Grice: You are the
cream in my coffee --, ossia del Traslato di Similitudine . Della Similitudine
fondamento della Me- _ tafora. . E . j è i » 6 6. Differenza tra la Metafora,
la Compa- razione, e l’Allegorta. ‘ - » G 7. Zi sono Metafore generali, ossia
comu- ni a tutte le linque. È . . » G 3. Alcune Metafore sono particolari per la
similitudine di obbjetti particolari. » 69. Zi sono metafore particolari per la
par- ticolare maniera di concepire la similitudine. . Aiquardi che deve avere
lo scrittore nel formare le metafore în quanto a sè stesso. 3 $ 11. Riguardi
che deve avere lo scrittore a' suot lettori nel far le Metafore. ) G 12.
Intorno al Metodo, che si deve tenere per intendere le metafore nelle scritture
an- tiche e in gencrale de’ tempi anteriori a chi legge. Questo Metodo è
l'Etimologico e giova a chi scrive pel buon uso della Metafora. » 6 19. Dell’
Antifrasi, come Traslato, che sì riduce alla Metafora. ì ) Della Metonimia come
Traslato di Connessione Causale , e dell’ Antonomasia Traslato di Connessione
Sostanziale. . i ) $ 14. Idea generale della Connessione tanto Sostanziale
quanto Causale Della Metonimia in tutt'i suo? modi. 4 Dell’ Antonomasia
Traslato di Connessione So- s'anziale. Zutorno alla natura di questo traslato e
parco uso, che dobbiamo la ‘ ) Della Sineddoche Traslato dî Congiunzione. Inftuenza
della Metonimia e della Sineddoche nell’ alterazione del stgnificato primitivo
dei vocaboli – H. P. Grice: “Senses are not to be multiplied beyond necessity”.
Necessità del Metodo Etimologico Zntorno all'inffuenza della Metonimia. » Intorno
‘all'influenza della Sineddo- .. 39 che nell’ alterazione del ih ee pri mittvo
de' vocaboli. Corollario intorno alla mantera di far buon uso de'vocabolari,
che abbiamo, quane tunque difettosi ve manco di pemcine | fi- lologici . i » TRATTATO
SECONDO l DELL' ELOCUZIONE GC 21. Intorno a' difetti di questo Trattato i come
s° insegna nelle scuole *. » G 22. Che cosa è dunque l Elocuzione? y era
nozione e definizione di questo Trattato. > G 23. Partizione del presente
Trattato. >’Intorno alla Purità delle parole Intorno alla necessità di un
criterio per giudicare si gas steno PURE € quali no. » 6 25. L'Autorità ‘degli
scrittori di pal ue secolo, benchè sta un argomento proba ile . di purîtà, non
n'è un criterio assoluto. » 4 ivi 40 ivi 6 26. L'uso è un mezzo empirico di
cono- . scere le parole che appartengono ad una lingua, ma mon è criterio della
DIAGIo ci stesse parole . Il criterio della purità delle parole è _ la RAGIONE,
da tuttî riconosciuta da niu- . « no definita. Che cosa è la RAGIONE
filologica, come CRITERIO di purità delle darlo in una linqua? Zntorno alla
natura ed essenza della lingua tîtaliana considerata în sè stessa. > 6 50. A
determinare la natura della lingua italiana è uopo considerarla nella sua AT-
TUAZIONE e nelle sue POTENZE. ; » $ 31. Za lingua ttaliana è dunque progres-
siva. Îl PROGRESSO sî compie PURIFICANDO ed InNovanDO. Quindi parole NUOVE e
paro- le ANTIQUATE, ; , È ; » 6 31. Come in ogni lingua, ancora nel tta- liana,
è uopo distinguere la lingua COLTA dalla POPOLARE, quella COMUNE e questa dî
DIALETTO e d’IDIOLETTO (H. P. Grice). (Contraddizione de puristi. Concordia
della RAGIONE coll’ uso e con D AUTORITA' in fatto di lingua. . » 6 33. £ uopo
distinquere în ogni lingua colta e popolare una lingua mista; cioè la lingua
delle arti e de’ mestieri, che comu- nemente st dice lingua TECNICA. —. » 6 34.
Per nonerrare ne’ giudizi di purità di parlare 0 scrivere si raccomanda il
METO- no ETIMOLOGICO. Quindi 1 filologo critico deve possedere la lingua greca
e latina almeno. Metodo da inculcare a' giovanetti in fatto di critica , e
scelta de' libri da leg- gere per formarsi l'attitudine a retto qiu- dizio.
Libri da proscriversi. . Se si debbono tenere în conto di pa- role pure le
ONOMATOPEICHE dî conto pu- ramente italiano. Epilogo del presente Capo da
servire per un quadro Sinottico delle materie contenuteri. Intorno alla
proprietà de’ Costrutti. Che cosa s'intende per PROPRIETA dî Costrutti?
Partizione di questo Capo. >Zniorno alla proprietà de' Costruiti tta- liani
sotto îl rapporto delle Sintassi. . ‘3 S 39. St producono degli esempi di
proprie- tà de Costrutti sotto il rispetto della Sin- tassi regolare per dare
un’ idea generale della PROPRIETA’ e IMPROPRIETA", + > 6 40. St
producono alcuni esempi di proprie- tà di costrutti figurati italiani, inteso
sem- pre della proprietà sotto il duplice rispetto della RAGIONE e dell'uso.
POSE ) 9 41. Vi sono .alcuni costrutti comuni a più lingue, e si possono dire
proprietà comunt | rispetto ad altre linque. Ciò, che è comu- ne a tutte, è
obbjetto di grammatica uni- versale . . i È ; » 6 42. Improprietà di parlare e
scrivere, che deriva dalla sinonimia relativa, ossia dal- l’ ignoranza del Da
or di vocaboli. Si 0 raccomanda il Metodo Etimologico. Intorno alla proprietà e
improprietà de’ costrutti sotto il rispetto de’ traslati. > ‘6 44.
Conchiusione de’ due cupi precedenti. Come si potrebbe accordare la scuola
della RAGIONE filologica con la scuola EMPIRICA, che assume a criterio l'uso e
l’AUTORITA"? > Intorno all’ Armonia . Intorno all’Armonia semplice . In
che consiste l’ ARMONIA ? Vizio op- posto é la disarmonia. Due sono gli ele-.
menti dell'Armonta, l'Omogeneità e la Va- rietà de' suoni. Senza questa
combinazione Monotonia e Cacofonia. L'Armonia semplice risulta dalla qiusta
combinazione delle vocali e delle consonan- ti. St divide în ritmica e metrica
. ) Intorno all’Armonta 1MvrAtiva e dell’o- NOMATOPEISMO. Della Varietà. Che
cosa è la VARIETÀ” in genere ? Quale in ispecie rispetto ad una colta fa-
vella? . i . Differenza dell’ARMmonA e della vaRIE- TA’, come pregi di colta
favella, dalla Pv- rITA' delle Purole e dulla PROPRIETA” de Co- strutti. . :Deduzioni
dal $ antecedente contro al- cune teoriche de’ puristi, sovversive della Purità
e Proprietà. i : i > Come dunque si può variare il discor- so senza
offendere la purità e la proprietà delle purole e de’ costrutti? . o + d Della
Chiarezza ed Energia di una colta fa-. vella. . : i . A ) La chiarezza è un
dovere e non un pregio di colta favella – H. P. Grice, “Clarity is not enough!
Desideratum of conversational clarity. Be perspicuous [sic]. . . AREE. Come
dalla poca diligenza nella col- locazione delle parole può derivare l'oscu- D à
ivi 97 99 101 ivi 165 rità nell’ orazione? Dicasi lo stesso dell'i- nesatta
punteggiatura. Come dalla giudiziosa collocazione del- le parole risulta quella
qualità del discor- so, che st dice ENERGIA ? i è ) Intorno alla Precisione di
una colta favella. > $ 56. /dea generale della Precisione , come pregio di
una colta favella. . i >» ; i î »
TRATTATO TERZO DEL PRIMO COMPORRE Come la Grammutica può trattare del 109
Comporre? Che cosa è îl Primo Comporre? Partizione del presente Trattato. DEL
PRIMO COMPORRE Dichiarazione della significazione etimologica della parola ”comporre”
applicata alla quistione. Intorno al rEMA dî un periodo, e delle ‘condizioni
sotto le quali si deve proporre. Intorno all'Invenzione del primo comporre. In
che consiste la Invenzione în questa pratica del primo comporre? La Invenzio-
ne non è la stessa cosa chela Finzione. >» Delle Domande categoriche . Perchè
st chiamano Domande Categoriche? Le risposte sono categoriche e tpo- teoriche .
Delle Domande Categoriche rispetto al Nome Delle Domande categoriche per le
deter- minazioni de verbi astratti. » Delle Domande categoriche per avere le
determinazioni degli Aggiuntivi. Delle Domande categoriche per avere le
determinazioni del Verbale. : » Domande categoriche per le determina- zioni de’
verbi concreti Domande categoriche de’ verbi concreti obbjettivi detti
transitivi. . i > .Domande categoriche per le determina- é -' zionî de’
verbi concreti intransitivi. » 6 13. Osservazione intorno a certe altre do-
mande, che si vorrebbero categoriche. ) Delle Risposte alle Domande
Categoriche. > S 14. Ze risposte altre sono analitiche, altre sintetiche ,
sotto îl rispetto etimologico e sintassico. ; 4 . ° > ivi ivi ivi ivi
ivi avi 107 Delle situazioni di chi ascolta in rapporto a
chi parla. . i 3 > _Che cosa bisogna intendere per Situa- zione di chi
ascolta în rapporto a chi par- la? Diverse situazioni A è > S 16. Non tutte
le risposte, che si possono fare con ogni Domanda categorica, si deb- bono
adoperare nel comporre, ma dove più, dove meno, secondo le diverse situazioni
degli ascoltanti e la natura del tema. > CAPO VI. Baggio di Quadri Stnottici
delle Domande e delle Risposte Categoriche. i ) S 17. Metodo pratico del
Compositore per for- marsi î quadri Sinottici Due Corollari dall’ esposte
teoriche. Corollario — Pantaggio che si può trarre dalle domande categoriche
nella disamina de’ periodi altrui già formati. » $ 19. Secondo Corollario
intorno al modo di formare molti temi sopra un fatto da ser- | vîre ad un primo
tentattvo empirico di un breve componimento . INTORNO AL PERIODO Passaagio
dalla prima alla seconda Parte — Idea generale del Periodo , Par- zone Del
Periodo considerato sotto îl rap- porto fonologico. Sue parti Protasi ed A-
podosi. «LL... a 148 Zl Periodo considerato sotto tl rappor- to sintassico ha
Membri e non Parti. In che differisce il Membro dall Inciso? » 151 S 23. Del
Periodo legato unimembre, bimem- bre, trimembre e quadrimembre. Del Periodo
sciolto o fuso o per incisi. CONSIGLIO GENERALE DI PUBBLICA ISTRUZIONE ftipart.
— Car. — — Oggetto Napoli Vista la
domanda del Tipografo Emmanuele Rocco, il qua- le ha chiesto di porre a stampa
l’opera intitolata — Grammatica ragionata per la lingua italiana di Lorenzo
Zac- caro, per cura di Leonardo Varcasia. Visto il parere del Regio Revisore
signor D. Paolo Garzilli. Si permette che la suddetta opera si stampi; però non
si pubblichi, senza un secondo permesso, che non si darà se prima lo stesso
Regio Revisore non avrà attestato di aver ri- conosciuto -nel confronto esser
l'impressione uniforme allori ginaie approvato. Il Presidente Mons. Francesco
SaveRIO APUZZO Il Segretario PiETROCOLA Lrmniez memi. ■f All A 1 1! l CORSO COMPIUTO DI ESTETICA APPLICATA
ALLE LETTERE CORSO' COMPIUTO DI ESTETICA usila sawaiBa CORSO DI LETTERATURA
ELEMENTARE VOL. V. intorno alla scienza della storia , •( - , N.' NAPOLI DALLA
TIPOGRAFIA DI NICOLA MENCIA Vico Lungo Monteealvario V Estetica delle Lettere , come ho divisato
nel Preliminare del primo Volume di questo Corso Com- piuto , ha una parte
generale , ed un’ altra partico- lare. La prima racchiude quanto hanno di
comune tutte le specie de’ letterari componimenti : la seconda quanto ò di
proprio a ciascuna. Quella è stata espo- sta nel citato primo Volume: questa
forma obbjetto delle nostre ricerche nel presente e ne’ seguenti Volu- mi, che
tutti contengono la seconda Parte della no- stra Estetica , la quale può dirsi
un’ applicazione della prima alla Storia , aUa Scienza ed all’ Eloquenza, che
io come Arti belle considero. Nella prima Parte io non ho potuto addurre tutte
le pruove necessarie a convincere che siffatte facoltà sieno Arti , e forse
taluni si saranno scandalizzati in leggere quel nostro preliminare^ dove quest’
asser- zioni ho provato con alcuni accenni generali,'- per le sfavorevoli
prevenzioni prowenienti da alcuni estetici moderni andati in fama per una
celd>rità filosofica. Negli animi non prevenuti forse quelle ragioni sa-
rebbero state più che sufficienti e decisive, ma, aven- do a combattere antichi
e ntiovt pregiudizi nella più parte de’ miei leggitori , presenterò in questa
se- Digitized by Google 6 conda Parte una pruova luminosa di fatto, contenuto
ne’ tre volumi , atto a convincere i più schifiltosi di quest’importantissima
verità, la quale nell’attrito delle opinioni contrarie discusse e messe ad
esame ha tutta l’aria di una novità originale, tanto più ammirevole quanto più
contraddetta. Io non ho pretenzioni di sorta pel mio libro, ma, convinto come
sono del fatto mio, annunzio quel che sento con franchezza, che niuno può
appormi ad orgoglio, molto meno ad au- dacia 0 ad avventato giudizio. Si,
un’Arte è la Sto- ria , un’ Arte è la Scienza , un’ Arte è V Eloquenza , ma non
nel senso degli antichi, che per arte defini- rono la Rettorica , per arte la
Grammatica , per arte la Logica. Non v’ illudano i vocabtdi , poiché la pa-
rola Arte appo loro non ha lo stesso vetlore estetico , che le abbiamo noi dato
nel prdiminare del primo V olume. Per tm» la Storia, la Scienza e V Eloquenza
non sono arti liberali semplicemente, sibbene Arti Belle, ossia Arti
produttrici M Bello Letterario da noi di- visato in Bello Storico , Bello
Scientifico e Bello 0- ralorio. Gli Estetici moderni non ebbero U coraggio di
concedere alla Storia , alla Scienza ed all’ Eloquenza la dignità e 1‘ alto
titolo di Arti belle , perchè pa- reva loro che fossero meno libere, in quanto
che ser- vir dovessero ad un fine di viilità personale e di una società
ristretta. Ma, distinguevi il BeUo in Natu- rale ed Artifìciale , e
riconoscendo una Storia una Scienza ed un’Eloquenza prosaica, ed una Storia una
Scienza ed unn Eloquenza poetica, avremo conciliale le dissidenti opinioni non
solo, ma ci verrà pur fatto di dare un fondamento óbb^ettivo alla partizione di
ciascuna specie di componimento. Che se invero lo empinsmo non avesse acciecati
gl’ intelletti , queste ■ 7 nostr»
distiniioni si sarebbero rdevate dotile stesse dot- trine insegnate nella
Rettoricù 'e neU' Arte poetica. Imperocché , quando fit riconosciuto che neU’
Epopea , nella Favola e nella Novella si narra e si descrive» s’ intese forse
dir altro che la Poesia ha Ut sua Mo- ria come la Prosa, messo che narrando e
descri- vendo si esplica Ut Storia prosaica, comunemente ap- pellata Storia
sen%’ altro aggiunto ? Quando non. si proibì al drammatico nella Tragedia o nella
Comme- dia di discutere e ragionare , o di toccare e com- muovere , non si
riconobbe forse la distinzione della Scienza e dell’ Eloquenza in prosaica e
poetica ? D diremo che il Poeta, quandi ragiona o commuove ncf- l’ Epopea 0
ììid Dramma, discende aUa prosa e fa un poco il poeta, un paco U filosofo, e un
pò Voratore? Chi mai ha pensato tanta stranezza? \ Dalla distinzione del
duplice Bdlo, e quindi del- V Arte produttrice in Arte produttrice del Bdlo na-
turale e in Arte produttrice dal Beilo artificiale, de- riva la partizione
della Disriplina di ciascuna spe- cie di produsmne Letteraria. Quindi ogni
Volume di questa seconda Parte dell’Estetica è suddiviso in due Parti. NeUa
prima si espongono i principt della Sto- ria, della Scienza, e dell’ Eloquenza
prosaica : nella seconda i principi della Storia, della Scienza e del-
l’Eloquenza poetica; tnettendo in ogni volume la parte prosaica e poetica di
eiaseuna specie , e nri primo la Storica, nei secondo la Scienti ficaie nd
terzol’O- ratoria. L’ originalità pertanto del nostro lavoro non è solamente
dal lato di questo divisamento obbjettivo e razionale, non veduto nè fatto
finora, a quello che io tm sappia , ma ancora dal lato de’ principi costi-
tuenti ciascuna disciplina , e sostituiti alle regUe em- Digitized by Google 8
piriche, ossia di semplice cmivenzione, o a* precetti aridi e sterili delle
Rèttoriche ed Ani ^ poetiche. Ma' quello, che parrà più originale e più nuovo,
è la Di- sciplina delV arte Storica, o la Scienza della Storia, la quale anche
in fonila di un complesso di precetti o di regole > non è stata finora
introdotta nelle Isti- tuzioni delle scuole. Che se pure mi si vorrà opporre
che fin dagli antichi tempi Luciano tra' greci e Aulo Gellio fra' latini di
quest'arte trattarono, io rispondo che, ttc voler tutto concedere, le loro
Riflessioni, come ia Filosofia della Storia de’ Moderni, non penetrarono nel
gabinetto de' Retori per farne oblgetto di loro studio e quindi parte a' loro
discepoli. Forse saranno state tenute presenti da coloro, che volsero le loro
sol- lecitudini, a scrivere, la storia, ma Istituzione retto- ricale non fuwi
che quelle riflessioni , o avverten-^ ze , 0 regole, o precetti intorno alla
Storia raccolse per.: informarne i giovanetti studiosi di comporre. ^ Partendo
invero' dagl' insegnamenti di Cicerone, erd' invalsa' V opinione che chi sa ben
ragionare o scri- vere orazioni senza bisogno di apposita disciplina può
riuscire in questo genere di scrittura, che Storia si appella. Il Ruoti, che
meglio degli antichi e de' mo- derni conobbe V estensione della Rettorica, non
seppe' giovarsi di gùesti lavori, comunque imperfetti^ quan- do nel libro dell'
Arte di scrivere iti Prosa, si fece a raccogliere pezzi distaccati di
narrazioni e descrizioni senza formulare alcun principio , o re- gola, 0
precetto intorno all'Invenzione, Disposizione, e Scelta de' pensieri secondari
di tutta una Storia, senza far motto del Concetto Storico, senza nulla dire
della facoltà storica ec. Ammesso adunque che alcuni non retori ma critici
avessero in ogni tempo fatte utili riflessioni intorno alla storia, per le
scuole 9 i del tutto niuyva la Disciplina dell’ Arte storica. Ma troppo
leggiera sarebbe stata la nostra fatica, se si fosse contenuta a semjdicemente
raccogliere i perisca- menti altrui in una paziente piii che diligente com- pilazione.
Per quello che diremo ne’ seguenti preli- minari , V Arte storica , così detta
quelia Disciplina ohe dà le regole di scrivere la Storia , è stata fin da’ suoi
primi passi signoreggiata dal piil cieco em- pirismo: ebbe regole di
convenzione e non principi: e66e riflessioni sù i difetti degli storici e non
ragio- namenti fondati sopra principi inconcussi. Bacon» da Fervlamio intravide
che l’ Economia della Sto- ria deve risultare dalla profonda disamina delle
fan- coltà dello spirito umano e non daU’ osservazione delle cose esteriori ,
ma questa sua veduta , comun- que verissima, rimase idea inorganica, un
desiderio non mai appagato. I Filosofi, che si vantano di aver creato la
Filosofia della Storia, guardarono troppo in alto , e fecero dimenticare il ritrovato
originai» del filosofo inglese. L’originalità per conseguenza del presente
lavoro consiste nel dare alle scuole un sistema scientifico organato , per V
Arte storica , fondato sopra prin- cipi universali , evidenti, certi e
incontrasi abUi , atti ad informare una critica uniforme e costante, ed a
dirigere con V evidenza de’ principi le faccUà psicologiche emancipate dalla
dipendenza dell’Autorità e dalla servile imitazione. È una scienza in somma,
che mette in accordo le più vitali quistioni della mo- derna letteratura, e
rende possibile il Romanticismo nel senso dichiarato nel primo Folume § S9 pag.
861 e .seguenti, ossia nel senso di sistema, che addrizza le lettere al vero
scopo è quindi la storia al vero fine. È una Scienza organata dall’ idea inorganica
Digilized by Google 10 di Bacone , e che compie U voto del FonteneUe. Io non
sono sdito di fare spampanate in promette- re , almeno mi lusingo che le opere
puMdicate mi abbiano meritato di essere creduto per mantenitore di par da.
lutto il presente vdume mi servirà di garentia per le nuove promesse: leggete e
giudicate. La seconda novità, in parte originede, del nostro presente lavoro
riguarda la Disciplina Scientifica , ed Oratoria , imperocché di queste , se
non bene, in certo modo trattarono le Rettoriehe delle scude em- piriche ,
allorché esposero le regole o » precetti per V Invenzione degli Jrgomenti Etici
, Apodittici , e Patetici: fecero menzione Ordine degli argomenti in un’
Orazione , né omisero V Elocuzione. Ho detto in certo modo , perché un'
Orazione certamente non è un Componimento assoluto , in cui la Scienza e V
Eloquenza abbiano V integrità assoluta de’ pensieri secondari , e tutti gli
sforzi de’ Retori miravano a produrre un’ orazione , e non mica ad un corpo di
Scienza, alla Mozione degli affetti nella Perorazione, e non alla natura dell’
Eloquenza. Or chi sapeva comporre un’ Orazione non per questo acquistarsi
poteva l’ attitudine di comporre una Scienza e una produzione assdutamente
oratoria, come non si può dire che chi sa scrivere un’ ode, un idillio, una
can- tata, per questo solo sappia pure comporre un’ Epo- pea. Oltracciò le
ragioni della Scienza e dell’ Elo- quenza andavano confvLse ed indistinte nelle
scuole , perocché , considerando l’ Orazione come un compo- nimento assoluto
credevasi , che la Dimostrazione di genere scientifico andar dovesse indivisa
dalla Pero- razione di genere oratorio. Ondeché non mai un’ idea chiara
formaronsi i Retori deU’ Eloquenza , spesso confusa colla Rettorica , servente
con la Facondia , Digitized by Googic li no» di rado con la ciarlataneria. Nè
mai si stabi- lirono i termini delie due facoltà, confuse per difetto di
nozioni esatte relative a due specie differenti in- trecciate tra loro in un
componimento misto. Che se avessero ben atteso , anche la Storia avrebbero
intra- veduta nella parte, che avea luogo in certe orazioni al pubblico, detta
Narrazione, deUa quale i Retori non fecero quel conto , che dovevano. Io ho
distinta ogni cosa per la diversa natura, e per questa prima distinzione fondamentale
ho do- vuto riconoscere i componimenti assoluti e i com- ponimenti misti ,
ossia componimenti ne' quaU ri é una sola specie o Storica o Scientifica od
Oratoria, ojj- pure componimenti ne' quali s' intrecciano tutte e tre le specie
o almeno due. L' Orazione, intorno a cui cadono i precetti delle scuole, e in
cui vi é la Nar- razione , la Dimostrazione e la Perorazione, è un in- treccio
delle tre specie per necessaria conseguenza. Ragione di Metodo vuole che in
prima si esamini ciascuna specie di componimenti assoluti separata- mente per
vedere poi la contemperanza della loro commistione nelle specie miste. Secondo
me dunque ewi una scienza che dirige V arto di scrxvere la Scienza , ve ne è
un' altra per V Eloquenza, come si è veduto che ve ne sia giù una per la
Storia. Ecco tre Scienze specifiche , rannodate tra loro col nes- so che lega
li diverse facoltà psicologiche dello spi- rilo umano , da cui rampollano :
ecco tre Scienze , che unite insieme costituiscono una Reltorica perfet- ta ,
ossia la Disciplina universale di ogni Arte di comporre letterario. Se questo
Disegno sia originale noi dirò più io , voglio che ne giudichi U mio let- tore,
che non sia straniero alle istituzioni dille .scuole. Nè in questo tiU sono
giovato gran fatto della cosi Digitized by Google 12 detta Filosofìa della
Storia, la quale in altri termini jnù propri equivarrebbe a Scienza della
Storia; per- chè desso, come vedremo ne’ seguenti preliminari, ha preso di mira
V abbietto di una specie di Storia , o , come direbbe il Bacone , le cose
esteriori e non U svd)bietto , ossia lo spirito umano. U estensione di questo
campo non è stata adunque da chicchessia compassata finora. Ecco in breve il
divisamelo della Seconda Parte di questo Corso compiuto di Estetica applicata
(Me Lettere. In una tela sì vasta non presumo che qual- che volta non iabagli ,
perchè (ygni primo tentativo con tutta la migliore intenzione del mondo non può
riuscire perfetto dalie mani dell’uomo. Mentre chie- do indulgenza per questi
necessari difetti, sottopon- go al giudizio de’ dotti uomini la parte buona del
mio lavoro, affinchè incoraggiato da’ loro lumi e dai loro conforti , possa
accingermi alacremente ad al- tri lavori di non minore , anzi di maggiore
impor- tanza, che ho in animo d’intraprendere. A’ semidotti e sedicenti
letterati e critici, che giudicano e senten- ziano prima di leggere o senza
intendere, io lascio , piena libertà di ciarlare e di maledire, poiché i loro .
giudizi avventati torneranno a loro vergogna, quando, divulgata la nuova dottrina
e giudicata non inutile da coloro, che sanno, dovranno ritrattare le loro av-
ventataggini, giustamente derise dalla gioventù, che pendeva dalle loro labbra
per attingerne i responsi come da oracoli. ALLA SCIENZA DELLA STORIA INIZIO E
PROGRESSO DI QUESTA SCIENZA. § 1 - Si allegano delle ragioni di metodo, che
danno U primo luogo alla Scienza dell’Arte Storica. Posto che l'Estetica
applicata o particolare delle Let- tere risulta da tre Scienze ancora
specifiche, cioè della Storia, della Scienza e dell’ Elogttenza , si potrebbe
domandare fin da’ primi passi: da quale delle tre si ddi- ba incominciare ? e
nel caso che si dèsse la preferenza alla Scienza della Storia si vorrebbe
sapere : perchè da questa piuttosto che dalle altre si debba dare prin- cipio ?
Nel procedere razionale non può aver luogo Tarbitrio, ma ogni cosa deve avere
una qualche ragio- ne, e, trattandosi di ordine o disposizione di parti, la
ragione ultima, per la quale alcune precedono, altre seguono, altre vanno in
ultimo, è il Metodo, il quale Digitized by Google 14 preliminari ha por lo^e di
cominciare dal facile o meno difficile, dal nolo o meno ignoto e procedere
gradatamente dal difficile al sempre più difficile, dal meno noto al più
ignoto; imperocché riiinana intelligenza è cosi fatta che ogni altro procedere
diverso da questo le rende inconse- guibile la conoscenza, e quindi la
comprensione del Bel- lo Scientifico. Ora la Scienza dell’Arte storica è più
fa- cile rispetto alle altre due, imperocché la Scienza e la Eloquenza sono
sublimi esercizi dell'Intelletto e del Sen- timento, che esigono sviluppo
d'intelligenza ed età pro- vetta, mentre la Storia consistendo nell'esercizio
deH’im- maginazione, facoltà pronta e precoce, è accessibile alla prima età nel
primo sviluppo delle facoltà psicologiche. Di che ne fa pruova luminosa la
pratica e l’esperien- za: la pratica, che nel primo insilamento saggio e il-
luminato comincia co'racconti, con le favole, e con la storia particolare, e
non mai con la scienza riserbata agli adulti, che hanno fatto il corso delle
umane lette- re: l’esperienza, che ci attesta l’utilità grandissima, che si è
ritratta da questa pratica. Ragionando dunque sulla Storia, possiamo da
principio essere più facilmente e più chiaramente capiti, anziché ragionando
sulla Scienza e suH’Eloquonza. Se diamo adunque il primo luogo alla Scienza
dell’ arte Storica , ne alibiamo ben donde. § 2 . Qui s'iruende per Specie
Storica nel senso più generale? Chiamansi di specie storica tutti qum
componimenti letterari', ne’ quali si narrano e_descrivono fatti radi o
possibili, prendendo le parole narrare e descrive- re, come i loro derivati
narrazione e descrizione^ nel Digitized by Google alla scienza della stobia IS
senso più generale. La narraziont e la descrizione dei fatti reali
costituiscono la Storia prosaica, a la Storia propriamente detta: la narrazione
e la descrizione de’ fatti possibili, ossia di finzione o fantasia costituisco-
no la Storia poetica, com’è dire il ilomana», VEp<h pedi la Noveìla, la
Favola ec. Io dunque prescindo dal valore, che Cicerone e Cornificio, Gellio e
Verri© Fiacco assegnarono alla parola Storia, la quale sull’at- testato del
Gellio grecamente significava cognizione dello cose presenti. Io do alla Storia
una definizione] scien- tifica, e, siccome si esplica narrando e descrivendo,
io la faccio equivalere a narrare e descrivere, o a nar~ razione e descrizione,
e, dovunque sì narra e descrive prosaicamente o poeticamente, io truovo la
Storia, la quale è un genere, a cui si subbordinano le due spe- cie, cioè
Storia prosaica e Storia poetica. Nella quale opinione convennero alcuni
empìrici espressamente , tra’ quali il Castelvetro quando disse : Istoria è
nar- razione secondo la verità delle azioni umane memo- revoU avvenute: e poesia
è narrazione secondo la ve- risimilitudine di azioni umane possibili ad
avvenire.' (In poet. Arisi, p. 1.* principe particula prima). Determinata così
la nozione della parola Storia, mi verrà fatto di determinare la distesa del
presente volu- me, e la Partizione della Materia in esso contenuta, co- me
vedremo nel prosieguo di questi preliminari. Oltrac- ciò, trattando della
specie Storica, è mio scopo di espor- re ì principi de’componlmenti storici
Assoluti, ossia dì quelli ne’qu^i si narra e ti descrive semplicemente ed
assolutamente, e non de’componimenti Misti, ne’quali tutte e tre le specie dì
comporre o almeno due s’in- trecciano amichevolmente, come le storie nelle
quali s'tntrodncono le parlate in forma oratoria, o le rifles- sioni morali o
le discussioni scientifiche, benché il com- Digitized by Google PRELIMINARI 16
ppnimento dicasi Storia per lo predominio dell’ espli- cazione Storica , col
narrare e descrivere principal- mente. Dalla omissione di queste distinzioni
fondamentali ed obbjettive è derivata .la insufficienza de’ mezzi di risolvere
le quistioni importanti intorno alla Storia , come proverò nel proprio luogo, e
oltracciò, mentre le contraddizioni erano palpabili, o non furono proposte o
furono dissimulate. §3.- Se si dia un'Arte Storica e in che consiste
precisamente? Per dare l’intero valore alla proposta quistione, e quindi
risolverla adequatamente, è mestieri che io ri- chiami in questo luogo la
nozione dell’Arte esposta nel preliminare del primo volume di questo Corso pag.
19. Ivi dicemmo che l’Arte è un abito, ossia un’ attitudim di operare
prontamente, facilmente, e rettamente, at- titudine che si acquista con
l’esercizio, ossia con la ri- petizione de’medesimi atti. Dicemmo ancora che
que- st’attitudine risiede nella facoltà attiva od operatrice dello spirito
umano , e non nella facoltà conoscitiva , la quale, se è condizione a
costituirla , perchè ignoti nulla cupido, non però la costituisce. Ora che si
dia l’arte storica in questo senso definita, ossia di attitu- dine a scrivere produzioni
di specie storica, non .vi Cade alcun dubbio, perocché moltissime opere di
questa spe^ eie, e pregevolissime, furono scritte da Omero e da Ero^ doto fino
a noi. Ma, quando si quistiona se si dia una Arte storica, la parola Arte è
presa nel senso meto- nimico di disciplina contenente le regole o i principi, che
governano la pratica per formare degli artisti scrit- tori di storia, nel quale
senso è intesa da tutti coloro che quistionano, se si dia un Arte Storica? Che
sia pos- sibile non vi può cadere alcun dubbio, imperocché le regole o i
principi non sono che il risultato della com- parazione sopra i fatti
esistenti. Ora messo che esistano tante produzioni di specie storica, prosaiche
e poetiche, studiandone i processi e comparandoli, parrebbe che non costasse
gran fatto il raccogliere un complesso di regole, come norme da seguire per
chiunque si volesse addire a quest’arte di scrivere.Infatti sull’Epopea di
Omero formulò Aristotile bnona parte della sua Poetica, come sul greco tragico
buona parte della Drammatica. Del pari compa- rando le tante produzioni storiche
di tutt’i secoli, un uomo di genio, come il greco filosofo, potrebbe forma- re
con complesso di regole o di principi da servire di norma per dirigere i passi
di chi volesse divenire uno storico. Io non voglio sapere in questo momento se
al- cuna trattazione di siffatta natura sia stata scritta dagli antichi e
da’moderni, perchè mi sono proposto di esa- minarne soltanto la possibilità , c
veduto che si può, giova rilevare che una tal Arte dovrebbe consistere in una
Disciplina sufficiente ad illuminare e dirigere tutfi passi dello scrittore
fino a che non pervenga al fine di produrre una Storia compiuta e perfetta. § 4
. Primi tentativi degli antichi intorno alla Dìscìj^ìm dell’Arte Storica. Nel §
antecedente abbian)o dimostrato che l ’ Arte Storica nel senso di una
Disciplina, ossia di un com- plesso di r^ole o di principi per iscrivere la
Storia 2 ' sla possibile. Ma dal
possibile all’essere non bert si conchiude. 1 primi tentativi storici e poetici
non eb- bero questa disciplina , la quale non si può costituire se non per
opera della riflessione sopra i fatti pree- sistenti, che nel caso nostro
sarebbero le produzioni letterarie di questa specie , comunque imperfette dap-
prima , perchè gli uomini di qualsivoglia grande inge- gno, lasciati a sé soli
, per debolezza inciampano. Per gli uomini di genio poi il fatto medesimo è
occasione di svegliarle in loro stessi , come formule implicite , le quali
restano inosservate e misteriose per moltissimo tempo agl’ingegni mediocri, pei
quali è indispensabile la Disciplina , o il complesso delle regole , dedotte
da’fatti preesistenti. Però dicemmo altrove che Omero non fù il primo epico
fra’ greci , perchè le sue opere tanto perfette non potevano essere un primo
prodotto di qualsiasi genio, e che, se egli non ebbe regole scrit- te, perchè
prima di Aristotile non fuvvi Poetica, ebbe modelli di produzioni anteriori,
dalle quali tras^ il tipo, che perfezionò nelle sue opere. Durante questo
periodo l’Arte è un privilegio esclusivo di pochi ingegni eletti, i quali con
estensione di vedute, intensità di com- prensione e in minimo tempo arrivano a
comprendere senza bisogno di maestri quello, a cui d’ingegni medio- cri ed
ordinari per sé soli , o non arrivimo mai,'o, se imperfettamente , al più
tardi. Ora la Disciplina oltre di essere un complesso di regole o di principi
spe- culativi , è ancora un metodo , il quale è per l’Arte ciò che è la leva
nella meccanica. A questo fine uo- mini generosi , intesi al bene ed al meglio
dell’ uma- nità, diedero opera a raccogliere in complesso le regole o i
principi generali dedotti per l’analisi con lo stu- dio delle produzioni a fine
di facilitare il cammino e di rendere' asseguibile a molti quel che era un
privilegio di pochi) ed aggiungere a’ pochissimi miracoli della natura una
sterminata famiglia di collaboratori nel do- minio dell’ Arte. L’ Arte storica
ebbe in Aristotile il più savio e il più grande ingegno per fondatore in quanto
alla sola parte poetica, la quale, se non riuscì perfetta, eser- citò nelle
scuole un’autorità assoluta tanto nella spe- culazione quanto nella pratica ,
anche dopo il risorgi- mento delle Lettere , poiché i trattatisti posteriori
fe- delmente anzi devotamente si attennero a’ suoi precetti da loro studiati
interpretati e rischiarati , e i poeti servirono ciecamente alle formule
aristoteliche fino a Torquato tra gli epici», ed all’Alfieri tra i drammatici.
La storia prosaica non fu presa in considerazione dallo Stagirita, onde i suoi
ammiratori altamente lamentano questa omissione e reputano, non dico,
difficile, ma impossìbile ad ogni altro ingegno il felice risultato di un primo
tentativo anche oggidì , come vedremo qui appresso. Il primo fra’ greci , che
si fece a notare i difetti degli storici , fu Luciano , il quale , perché
antico e di acerrimo giudizio , viene dagli eruditi ci- tato , come il primo
fondatore di questa disciplina. Ma a dir vero quel piacevole ingegno non sL
pro- pose di divisare metodicamente i precetti dell’ ar- te , ma di scherzare
al suo solito sopra gli spropo- siti degli scrittori. Aulo Gellio fra’ latini
scrisse qual- che cosa di più positivo intorno a quest’argomento , ma, seguendo
le opinioni de’ grammatici e de’ sofisti, non si può dire che abbia fatto un trattato
di qualche im- portanza. Poche parole gittate a caso nel secondo Li- bro dell
Oratore fecero dire che Cicerone avesse dato in germe la Disciplina di
quest’.Arfe. II Vossio fù di pa- rere che di quest’ Arte 'trattasse il Sisenna
del dottis- simo Varrone, libro disperso, e di cui fa menzione Aulo Gelilo.
Dionigi di Alicarnasso ci lasciò un giudizio so- pra Tucidide, il quale però,
anziché un trattalo sulla storia , va meglio consideralo come un complesso di
riflessioni sopra quello storico. Tutti questi tentativi raccolti insieme non
presen- tano un risultato sufficiente, onde a taluni cadde so- spetto che la
Disciplina dell' Arte storica fosse inat- tuabile, alla quale opinione pare che
inclinava lo Za- rabella, come riferisce ilVossio nel suo Libro de Historica.
Opinione falsissima e insussistente, perchè, se esistono le produzioni di
genere storico, non è im- possibile un complesso di regole o di principi
dedotti da quelle (§ antec.). E, se per qualche tempo non si è costituita ,
bisognerà conchiuderne tutto al più che siane mancata Taltuazione non mica la
possibilità, ap- punto come fu prima, Omero e Sofocle e poi 1’ Arte Poetica di
Aristotile. Clie un tal lavoro non sia sop- portevole ad omeri deboli , non ne
disconvengo anch’io, perchè a scrivere una siffatta disciplina si richiede un
accurata disamina, se non di tutte, delle migliori pro- duzioni almeno di
questa specie, per la quale disami- na si possano raccogliere in sintesi gli
elementi comuni per formularne redole o principi. Vuoisi oltracciò uno spirito
esercitato nelle hlosofichc discipline per iscan- dagliare a fondo le facoltà
psicologiche, ed una eser- citazione non superficiale nelle teoriche del Bello.
Con- dizioni che nella più parte mancavano agli antichi non per difetto d’
ingegno , ma di educazione scientifica e metodica. Infatti la filosofia ne’
tempi antichi non si era tanto avvicinata alle altre facoltà e specialmente
alla Letteratura come Arte : l’ Estetica come Scienza non si è attuala che da
meno di un secolo a questa parte. La Disciplina storica adunque rimase un desi-
derio non mai attuato fino al secolo XVI. in circa, e Digilizod by Google Alla
scienza della storia 21 siccome non ebbe accèsso nella scuola fu riguardata
come uno studio di ^chi ingegni , che addire si vo- lessero a questa specie di
scrittura. A questa causa io attribuisco il suo niuno o lentissimo progresso;
peroc- ché nella supposizione che la Reltorica V avesse rico- nosciuta come una
parte del suo dominio , quantun- que signoreggiata da’ pedanti empirici , col
decorrere de secoli scoprendo gli errori avrebbe guadagnato sem- pre qualche
cosa , come abbiamo' osservato essere av- venuto in filologia. § 5 . Progresso
di questa Disciplina ne* tempi moderni Filosofia della Storia. In Italia ,
prima sempre in ogni grande e nobile impresa, possiamo dire che ebbe principio
e progresso la Disciplina dell’Arte storica dopo il Risorgimento della
Letteratura. Il Vossio nel citato libro dell’ Arte stoHca onorevolmente cita i
nomi degl’ illustri italiani Gìoviano Fontano, Ermolao Barbaro, Francesco
Robortello, Giovan- ni Viperano , Uberto Foglietta , Francesco Patricio ec.
come benemeriti collaboratori di questa Disciplina, Non è mio scopo di entrare
in disamina intorno al merito de citati scrittori, ina ritengo in generale che,
se per ragione de’ tempi, ne’ quali scrissero, non colsero net- tamente la vera
nozione della Storia per formarne una Disciplina , furono d’ incitamento ne’
secoli poste- riori più illuminati alla coltura di questi studi. Fra gli
stranieri nel secolo XVI si distinse Giovanni Budi- no nel suo Libro intitolato
Methodus Historica, il quale, benché non abbia speso che poche pagine intorno
al- 1 arte storica , allargandosi ne’giudizi intorno agli storici anziché
intorno all’ architettura della Storia, pure dalle sue riflessioni molti
utilissimi insegnamenti si potevano trarre a quei tempi pel progresso di questa
Scienza. 11 primo , che con acume filosofico segnò la vera via alla Disciplina
dell’ Arte storica fu Bacone da Verulamio , il quale nel secondo Libro della
Di- gnità e degli Accrescimenti delle Scienze ripete il fon- damento di questa
Scienza dalla natura della facoltà dello spirito umano , e non dalle cose
esteriori. Pd quale divisamente a giudizio della stessa Leibnitzio il Bacone
dev’ essere tenuto come il primo filosofo che abbia scritto intorno all’ Jrte
storica , perocché dal- r idea baconiana , come vedremo in appresso, poteva
unicamente risultare questa Scienza. Ma le vedute del filosofo inglese rimasero
come idee inorganiche, o, per meglio dire, come desideri, che si citano con
ammi- razione non senza prodigalità di lodi all’autore. Ge- rardo Vossio
Olandese nel suo Libro dell’ Jrte storica ci presenta ricchezza di erudizione ,
ma povertà di ragionamento : Agostino Mascardi raccolse un trattato compiuto
intorno a quest’arte non senza utilità molte vedute sagge profonde, ma, non
essendo salito troppo alto, riesce in riflessioni ed osservazioni più che in
una disciplina ragionata. Aggiungete a questi lavori le Reflexions sur V Jlist
aire del P. Rapino che 1 Ab. Lenglet propone insieme con Luciano a coloro che
vo- gliono attendere agli studi Storici. 11 Fontenelle ed Alembert hanno dato
più sodi divisameiiti , e qualche lume di questo genere incontrasi nelle opere
filosofi- che dell’ Ab. Genovesi. Il Cavai. Napione nel Saggio svdl'Jrte
Storica , giovandosi della dottrina di tutt’ i citati autori ha creduto di
scrivere anch’egli un Trattato intorno a quest’ arte , ma salvo la pazienza di
un’ e- salta compilazione niente di nuovo vi si ravvisa , come vedremo. Se
volessi citar tutti gli scrittori , che intorno a quesf Arte scrissero dopo del
500 , riemr pirei molte pagine di sole citazioni , ma in tutte le loro opere
non trovate che le medesime cose presso alcuni copiate, presso altri più
dichiarate, dove quair che nuova idea gittata a caso , dove semplici rifles-
sioni, dove giudizi, dove desideri, Imperocché tutti, al- r infuori di Bacone,
fondano la disciplina storica sulla storia considerata dalle ragioni delle cose
non mica dalla natura dello spirito umano e delie sue facoltà ; quindi cercate
invano in siffatti lavori un'Istituzione o un metodo vero ed esatto di scrivere
la storia, ma lutto il loro pregio consiste in un accurata disamina de’ doveri
d^li storici intorno ;alla veridicità , a’ do- cumenti Non vi faccia meraviglia
,< o Lettore, se in que- sta breve rivista non vi siete incontrato ne’ nomi
flr lustri del Bossuet , del Vico, dell’ Herder ec. , impe- perocchè costoro
vengono considerati come i fonda- tori àelìsi Filosofia della Storia, Ad*
alcuno. parrà dap»- prima che . Filosofia deHa Storia imporli Scienza o Ra-
gionamento intorno all’ Arte di scrivere la Storia , e cosi dovrebbe essere
standoci al. valore de’ .vocaboli , presa la parola Filosofia nel senso da noi
dichiarato neK Preliminare al primo Volume § 15 pag. 92. In questo senso
parrebbe che i citati filosofi abbiano inr teso sostituire alle regole degli
empirici i principi di un. sistema ragionato, come abbiamo noi praticato nel
corso filologico sostituito alle regole della grammatica empirica. Ma, se bene
si riflette alla cosa, non la tror veremo punto cosi ; imperocché la Filosofia
della -Sto- ria non si versa nelle indagini sulle facoltà dello spi- rito umano
per dedurne i principi informatori dell’arte-, come voleva Bacone , ma si.
propone un- punto di vi- 24 preliminari sta generale per la possibilità di una
storia universalfe sotto il rapporto dell’ integrità e della verità de’ pen-
sieri secondari. In altri termini la Filosofia della St(^ ria è un ragionamento
sulla umanità , come obbiettò della Storia , e non mica intorno all’ arte di
scrivere la Storia. « Meditando i passi dell’ umanità ( dice il » Cantù ) r
intelletto nostro crede scorgere in essa » pure r unità e 1’ accordo , e pensa
poter dedurre )) la spiegazione de’ fatti dall’ idea che rappresenta , »
trovare la Sfinge immota fra l’ estuanti arene del » deserto. Congiungendo
quindi al passato i fatti pre- » senti come effetti alle cause, come fine a
mezzi tra- » sporta nell’ordine esterno le leggi che regolano il » Mondo
Morale. Nasce in tal modo la Filosofìa della )) Storia: scienza ignota agli
antichi , perché troppo » poche rovine aveano dinnanzi ». Ogni scrittore è
informato da certi principi , ì quali comunque estrin- seci influiscono sulla
materia, che occultamente infor- mano. U Filosofia della Storia si versa
intorno a que- sti principi estrinseci, e secondo la diversità de prin- cipi
informanti risultano flsonomie diverse alle diverse storie. Cosi i principi del
paganesimo informavano di egoismo la storia antica , egoismo che dipinge con
Erodoto , medita con Tucidide , racconta con Cesare, compila con Diodoro. 1
principi del cristianesimo in- formano la storia di quella carità , che lega
tutti g uomini in una sola famiglia governata dal padre n^ stro che è ne’ cieli.
Quindi è chiaro che la filosofia della storia è estrinseca alla disciplina
dell’ Arte sto- rica , come i principi, intorno a cui si versa , sonq
estrinseci alla Storia. Tre celebri sistemi sono sorti nella Filosofia della
Storia, del Bossuet, del Vico, del- l’Herder, considerando tulli gli altri
posteriori come ap- partenenti ad uno de’ tre più sviluppalo , più dicbiarato o
in qualche guisa modificato; senza tener conto delle stranezze del Condorcet ,
del Voltaire ec. La Scienza dell’ Arte Storica , che intendiamo stabilire, non
ha che fare con la Filosofia della Storia , quan- tunque si connettano tra loro
come due Metodi, uno intorno al subbietto produttore della Storia e F altro
intorno all' obbietto o alle cose« materia della Storia. Ed a me pare che la
Filosofia delia Storia stia alla Scienza dell’ Arte storica nella stessa
ragione , in cui YOntologismo sta alla Filosofia, come Scienza dello spi- rito
uinano. Nel § 9 dichiareremo più estesamente questo nozioni nella disamina del
Saggio della scien- za delle cose e delle storie umane di Cataldo dan- nai,
CAPO II. Intorno all’ Empirismo dell’ Arte Storica. § 6 . Che si debba
intendere per Empirismo nella Disciplina dell’ Arte Storica ? Confutazione Per
Empirismo nella Disciplina dell’ Arte Storica intendo quel Metodo, che
stabilisce le regole e i pre- cetti di scrivere la Storia sulla nuda e semplice
os- servazione do’fatti, ossia delle produzioni storiche, giu- sto come vedemmo
aver fatto i grammatici , che , at- tenendosi alla scorza delle parole ed a’
costruiti dei buoni scrittori, stabilirono le regole granunaticali senza mai
domandarsi quale ne fosse la ragione intima ed ultima , onde si dovesse cosi
fare e non altramente. Questo metodo in altri termini si riduce al principio della
sula aulorilà , onde prescrive che noi dobbiamo componendo procedere in un dato
modo , perchè al- tri prima di noi hanno cosi proceduto, a’ quali dobbia- mo
noi credere, come ad uomini indifellibili, che non s ingannarono nè poterono
ingannai'si. In conipruova di questa fede si ^egò l'approvazione di tanti
secoli, il consenso di tutte le nazioni culte , che si ebbero in tanta
venerazione gli antichi storici a noi pervenuti. Ecco il metodo, con cui a me
pare che abbiano pro- ceduto tutti gli autori dell’ Arte storica , citai nel §
precedente , eccetto il Bacone. Infatti Luciano citato come il pih autorevole
da taluni , non fa che met- tere in ridicolo i difetti senza nulla stabilire di
positi- vo, e quei che vennero dappoi chi propose Tucidide per modello, chi
Livio, chi Sallustio, chi Tacito ec. e i loro precetti non furono che un
risultato delle osservazioni su i modelh prescelti, e conformemente a questi
pre- cetti gli storici posteriori furono più riputati, allorché si attennero
all’ imitazione della Storia classica. Non sarà malagevole a comprendere quanto
sia erroneo sif- fatto metodo , se per poco si vorrà riflettere che le prime
produzioni letterarie di qualsiasi specie , scritte senza disciplina iu Arte ,
riescir debbono , comunque opere di genio, sempre imperfette, perchè non è con-
ceduto al primo individuo veder bene e veder tutto. Seguendo l’autorità di
questo primo genio, co’ pochi pregi se ne copiano i molti difetti, i quali
perpetuan- dosi in arte non si potrebbero mai più correggere , quando la
disciplina elevasse a principi o regole gli stessi difetti. Tanto avvenne in
Filologia, come più volte mi è venuto fatto di notare nel Nuovo Corso Part.
Prim., e specialmente quando mi feci a dimo- strare che i grammatici per non
torcere un pelo ai loro infallibili crearono certe figure mostruose , con le quali
si dichiarano eleganze finite i più madornali spro- positi, e modi squisiti di
parlare le più viete sgramma- ticature raccomandate col modesto . titolo (T
idiotismi ^ ossia modi semplici da idioti: Se dunque a me venisse fatto di
provare che gli antichi storici , detti classici, sbagliarono , mi si dovrebbe
concedere per necessaria conseguenza che le regole e i precetti fondati su i
loro difetti sieno erronei. Or bene udite le parole di un uomo (Cantù), che
merita piena fede, perchè al- lega ragioni dedotte da’ fatti v « Siccome i
poemi di » Omero determinarono la forma dell’ epopee succes- » si ve , cosi r
applauso dato in Elea al padre della )) Storia trasse ad imitare' quel primo
nella concezio- )) ne, nella forma, e nello stile. Da Tucidide ad Am- )) miano
Marcellino ritroviamo annali, vite, commen- » tari di merito diverso,' ma tutti
sconnessi 'nel pen- )) siero , non diretto a mostrare al vero una gente )) un
tempo., un eroe , i disastri e le conquiste del )) genere umano. Quindi
Aristotile poneva la storia un » grado sotto alla poesia , come quella a cui
bastava » un fatto vero e falso dove far pompa di rettorica » e di. stile.
Erodoto .professa di scrivere » acciocché » delle grandi e maravigliose gesta
non vada la me* )) moria perduta « Tucidide , perchè crede la guerra »
peloponnesiaca » più degna di ricordanza che tutté » le precedenti « Livio
abbandona le particolarità che » dispera trattare splendidamente, e là si’
arresta, ove }} si faccia luogo opportuno ad una descrizione , ad » una parlata.
Giustino loda Trogo Pompeo , perchè » fece commodità ai Latini di leggere in
loro favella )) le imprese de’ Greci, Ben troverete sparse in Polibio ))
giudiziose osservazioni imitando le quali Sallustio » ingegnossi di risalire
dagli effetti alle cause: ben Ci- » cerone' chiamò la Storia maestra della vita
, e Catone, Varrone , Dionigi di Alicarnasso diedero opera )) a raccogliere le
origini , e decifrare le antichità ; » ma non per questo si tolsero fuori del
solco , non s deposero T egoismo delle società di allora, non este- » sero la
veduta oltre i fatti parziali , nè sottoposero » le forme al concetto. Non dirò
di Svetonio, cerca- » tore di aneddotti , ma Plutarco stesso che eclctico )) di
stile , di erudizione , di morale, nella bontà sua » ìndica il frutto di una
decrepita società : vi rivela )) forse in intero Solone, Arato , Pompeo ?
Tacito , a » cui r atrabile valeva di genio per internarsi nelle » azioni e
nelle cause loro, mostrava al vero le per- )) Bone, i fatti, ma indarno gli
chiederesti le leggi, i » costumi , la religione, le arti , ciò che costituisce
)) il carattere di un popolo : dalle nozioni sue , giu- » ste ma sgranate e
monche , non comprenderete lo )) spirito del governo imperiale : Roma sola gli
stà )) sugli occhi, deir Asia ignorando i costumi e fino la )) Geografia;
rimpiange la repubblica senza accorgersi )> com* è perita sotto i propri
colpi : vede apparire )) una setta di uomini che confonde cogli astrologi e »
co’ maghi ; narra le persecuzioni fatte a loro senza )} domandarsi se giuste,
senza sentire che la Religione )) di Numa perisce e che pel mondo è matura la
ri- » generazione. L’ arte era perpetuo idolo di quegli an- » fichi, arringhe
tanfo belle quanto poco naturali do- » veano svariare il racconto V‘G scusare
allo storico » r ammutolita ringhierai Quindi il pittoresco della » storia, i
tratti .veri de’ costumi, le più precise e in- » teressantì ciroóstanzei erano
abbandonate all’ erudi- » zione : Livio nè tampoco accenna i trattati mercan- »
'tili'di Roma con Cartagine: Tacitò non avrebbe mai » innestato ne’sùoi annali
i costumi de’ Germani. Cosi », lo Storico,, preparando un allettamento 7
anziché se- ALLA SCtEKZA DEIXA STORIA 29 )) vere lezioni, non avverte al
perfezionarsi della spo- » eie per via de’patimenti dell’individuo: nel
sentimen- » io di patria soffoga la benevolenza universale, e be- » stemma nel
barbaro ciò che a nlaudisce nel Greco » e nel Romano. 11 Lettore poi óltre a
contentarsi di » reitoriebe vanità ed ornamenti artificiali si abitua a »
considerare più lo splendido che il vero, separare » le idee del bello e del
buono, preferire la forza di- » sordinata, che trabocca, alla eguale, che
persiste, svi- » luppandosi cosi quella simpatia per gli eventi fortu- » nati,
che è periodoso principio della natura uma- » na Su questi modelli furono
compilate le r^ole e secondo queste regole scrissero la storia dappoi il
Macchiavello, il Comines e’I Guicciardini « che più ser- » vile degli antieW,
prolisso nelle parlate, inanimato » nelle descrizioni, d’immorale indifferenza
ne’giudizi, » sta sommo fra coloro, per cui la storia è un eser- » cizio di
eloquenza, ed uno studio di dar risalto ad » un personaggio, ad un avvenimento
coll’ addensare le » ombre sugli innominati mortali. Questo severo giudi- » zio
ci è ispirato dalla convinzione che siffatto gene- » re più non adempia al bisogno
dell’età nostra, el’lta- » lia stessa, l’unica ancora che offra esempi
splendidi » per verità, invoca altre forme che sotto al bello non » affoghino
il vero, e che cooperino aH’incremento de- » gTingegni, della civiltà,
dell’economia. ,j, Il pregiudizio di autorità invase tutte le branche delle
umane Discipline , e la stessa Filosofia dopo il risorgimento, sottraendosi
dall’autorità di Aristotile, si sot- topose a quella di 'Gurtesio: si disautorò
un nome an- tico per ina^re un nome nuovo e recente, si è cam- biato padrone ma
non servitù. Ma 1’ umanità non si lascia imporre dalla celebrità de’ nomi e
dalle preten- zioni magistrali de’ pedanti , e , sebbene lentamente ,
PREUMINAIU 30 arriva, quando che sia, ad annoiarsi di*U‘errore orpel- lato ,
oodechè oggidì senza precetti di scuola gli sto- rici scrivono diversamente
dagli antichi. 11 che pruova che r empirisHK) è un metodo assordo, poiché, se
le sue regole cambiano , variabile è il fondamento da cui derivano. E la sua
irragionevolezza rileva viemaggiormente , se a voglia per mente che a
raccogliere oggidì le re- gole sarebbe uopo comparare tra loro tutte le produ-
zioni storiche tanto antiche quanto moderne. Or que- sta comparazione riesce
difficile, per non dirla impos- sibile, imperocché non tutti gli storici in
tutte cose convengono, ma chi per una cosa differisce dall’altro e chi per
un’alti'a, e ciascuno per la sua viene lodato e raccomandato. Se di questi
particolari pregi vorranno formarsi delle regole ecc. ecco una contraddizione
ed un impossibile, perchè il pregio dell’uno è in opposizione a quello
dell’altro. Ma, oltracciò chi ha memoria tanto tenace e vita si lunga, che
possa leggere, non dico tutte le produzioni storiche, ma la più parte delle più
celebri per compararle e trarne fuori le regole? Ma via, am- mettiamo pure che
ciò sia possibile , vorremo sapere quale sarà il criterio per la scelta? Come
sapremo che questo sia un pregio e queU’altro un difetto? Ricorre- re al gusto
è un rimedio inopportuno, perocché que- sto vocabolo non ha più valore in una
fìlosofia ragio- nata, e, se né ha qualcuno, oggidì equivale a uii crite- rio
razionale, per la cui virtù, leggendo le produzioni artistiche, giudichiamo
senza errore quale buono e quale cattivo. Un tal criterio riposa nel senso
comune, ma in modo implicito e confuso. Spetta alla scienza passarlo a lume di
riflessione, svolgerlo, esplicarlo, e così ren- derlo chiaro e distinto.’ Di
qui ne risulta un sistema scientifico col quale sappiamo a jartort , quali
debbono essere le produzioni di una data specie. Le r^ole- o i precetti,
dedotti a guisa di formule dalle produzioni altrui con la nuda e semplice
osserva- zione, impongono e non illuminano: quindi cieca e ser- vile imitazione
, la quale in altri termini ci riduce a mettere il piede sulle vestigia altrui
senza mai dipar-* f ircene per timore d'inciampare per ignoranza della via,^
nella quale camminiano sulla fede al comando altrui.- i. Epperò niuna originalità
ninno 'libero slancio di ingegno , ma copie grette e meschine, statue di gessc
formate sopra di un modulo , nè perfette, nè accon-’ ce. Ecco in breve la
storia delle produzioni del siste- ma empirico, per lo quale, come Omero per
TEpopea,' cosi Livio per la Storia ha regnato fino agli ultimi tempi. CAPO III.
Razionalismo di questa Disciplina. § 7. In che senso si può intendeve il
Razionalismo nella Disciplina dell’ Arte Storica ? La Disciplina delFArfe
Storica sarebbe razionale nel caso che invece di regole empiriche avesse
princi- pi generalissimi, connessi tra loro ed annodati ad un solo principio,
in ^isacchè del tutto risultasse una Scien- M, ossia una serie di ragionamenti
invece di analista di formule numerate. In questa supposizione il giova- ne artista,
che si accingesse a scrivere la Storia, in- formato dalla Scienza sarebbe
libero e indipendente' dall’ autorità d^li storici precedenti , e dall’
evidenza de’ principi sarebbe a priori convinto di procedere ret- tamente. Se
leggesse gli altri storici, avrebbe un cri- terio retto , certo e costante ,
per lo quale giudiche- rebbe tutti imparzialmente, secondo che il fatto ope-
ralo concordasse col regolo, nè s’ingannerebbe ne’ suoi giudizi*. Anzi tutt’ i
critici in una sola sentenza con- verrebbero , perché la Scienza dal lato dell’
obbietto bene intuito è assoluta , è una , è invariabile; men- tre la
disciplina empirica sulla stessa produzione alle- ga tanti diversi ed opposti
pareri, quanti sono i giudi- canti , qmt capita tot sententiae. Se questa
Scienza si potesse attuare , ognuno griderebbe : ecco il lapis phUosophorum
>sma hic,‘/mwctttó , '/ite labor i Or quale sarebbe il fondamento dì questa.
Scienza? Quale la vìa da battere per conseguirla ? ^co delle quistioni im-
portantissime da risolvere ne' seguenti paragrafi, § 8 . Bacone da VervXamio
intravide il fondamento della Disciplina razionale storica. Quest’ ingegno
straordinario , sotto il regno di E- lisabetta in Inghilterra, affidatosi ad un
eccellente me- todo ne’ cinque Libri della Dignità e d^li Accresci- menti delle
Scienze, intravide con mirabile profondità, direi tutti, i Metodi di ogni
Scienza, Nel Libro li. capo I. stabili che 1’ umano sapere può subire un’
esatta partizione non dalle cose esterne, ossia dagli obbietti, ma dalle
facoltà della anima razionale, che è il prin- cipio e la sede delle umane
dottrine. Ora tre secondo lui sono le facoltà dell’anima, cioè la Memoria, la
Fan^ t 4 isia e il Raziocinio , adunque tutto lo scibile si di- vide in tre
parli, una della Memoria, la seconda della Fantasia , e la terza del Raziocìnio
: la prima facoltà storica , la seconda facoltà poetica^ e la terza facoltà
filoso fica». Io non mi sto a quest’ inesatta partizione , perchè) come vedremo
nel paragrafo seguente, la Fan- tasia non è la sola facoltà poetica, nè di ogni
poesia, il che è chiaro dal solo riflèttere che il poeta alla sua volta anche
ragiona, alla sua volta tocca e commuo^ ve , come riarra e descrive. Ora il
ragionare è pro- prio della Scienza , come il toccare e commuovere è
dell’Eloquenza: adunque è indubitato che la Fantasia non è la sola facoltà
poetica , nè di ogni poesia. Pa- rimenti il Raziocinio non è solamente facoltà
filosofi- ca, ma è facoltà di ogni Scienza, perchè ogni Scienza ragiona» In
questa partizione poi del Bacone non si fa menzione affatto dell’ Eloquenza e
delle sue facoltà , eppure non è scusabile una tale omissione, perchè non
eragli ignota l’Arte oratoria. Ma è veramente mirabi- le com’egli siasi
dipartito dalla sentenza comune, mentre r empirismo invadeva tutte le istituzioni.
Il che pruo- va a meraviglia che la riforma delle istituzioni deve partire da’
filosofi, ossia da uomini abituati a ragionare. Tutt’i trattatisti adunque, che
non mossero da questo principio, dovettero essere empirici, e lo stesso Bacone
non andò esente da questa taccia, quando asserì che ma- teria della Storia sono
i soli individui^ imperocché, se avesse ben approfondita la natura della
facoltà stori- ca , avrebbe ritrovato che la Memoria non riproduce i soli
indivìdui, ma ogni pensiero in forma di un’idea. Quindi non avrebbe ristretto
il campo della storia .in tanto angusti confini , mentre dal fondamento per lui
stesso divisato il dominio storico è tanto^ esteso quanto lo scibile umano ,
non essendovi produzione di qualsiesi specie, che non possa divenire soggetto
della storia. Ma ogni primo tentativo deve necessariamente riuscire'
imperfetto, qualunque sìa la grandezza di un ingegno , a cagione della
influenza de' pregiudizi del secolo neU’educazione letteraria e sin'entifica
dello scrit- tore. § 9 . Esame del Saggio della Scienza delle cose e delle
storie umane di Cataldo Jannelli. Ogni Scienza ha due lunghi perìodi : il primo
di ap- parecchio e in questo procede per osservazioni empi- riche e particolari
a condizione di sbagliare ad ogni piè sospinto, onde a’ vecchi errori sempre
nuove cor- rezioni succedono. Quella, che dicesi Scienza propria- mente, ossia
una serie di raziocini concatenati tra loro, non può esistere in questo primo
periodo, perchè man- cano i materiali sufBcienti alla comparazione per trarre
il generale dal particolare, onde può> essere distinto col titolo di periodo
spontaneo della Scienza. Il secondo Periodo incomincia assai tardi, ma neppure
di un tratto, e non prima che qualche uomo di genio segni le pri- me tracce ,
piuttosto divinando che da dati certi par- tendo, il cui risultato è, a cosi dire,
il primo getto di una riflessione tanto più ardita quanto meno robusta. Abbiamo
veduto che il Bacone intravide l’idea fonda- mentale di questa Scienza, ma
quell’ idea rimase inor- ganica , perchè apparve come per ispirazione ad uno
spirito inteso a guardare le cose per sommi capi. Fino al Jannelli la Scienza
della Storia non è stata nè po- teva essere , perchè tutti gli sforzi tendevano
a rac- cogliere regole e non iscoprire principi , onde si eb- bero riflessioni
e non sistemi di disciplina storica. E, siccom’ egli fu il primo che volle
costituirsi nel periodo della riflessione scientifica , non poteva stabilire
que- sta Scienza , come egli stesso consente , allorché di- visandola, come
Scienza nuova, riconobbe le sue forze insufficienti a tant' opera, c si
contentò di accennare ad altro ingegno più fortunato la via , che egli non ebbe
il coraggio di percorrere,* esponendo desideri e non fatti, « acciocché quelli
che Dio destinò ( die’ egli ) ad » alzare questa Scic 'za, come sarà,alk
maturità ed am- » pezza sua, quei che soua disposti a formarla, ador- » narla c
perfezionarla , abbiano quosi una forma , una » idea qualunque de’ loro fute 1
tra'Tagli , abbiano un » abbozzo , onde i loro gran quad’’i oi cancellando, or
» aggiungendo , or disponendo , or cangiando, ora mi- » gliorando possano
trarre e formare x . ( Della Scienza delle cose e delie Storie umane 'Saggio di
Cataldo Jan- nelli Sezione prima Capo XI. ). Raccomanda alla nostra
considerazione questo libro 1’ avere espressamente no- tato che la Scienza
della Storia debba ricercare la na- tura delle Idee Storiche , la loro Origine
e formazio- ne , le facoltà e le forze dell’ anima che vi concor- rono , benché
egli guardi siffatte cose da un lato di- verso dal nostro , come vedremo in
appresso. Mi sor- prende però che il Jannelli , mentre si studia di stabi- lire
questa nuova Scienza sul fondamento divisato dal • Bacone, accusa di omissione
il filosofo inglese c d’ A- lembcrt. Egli é stato il primo , che ha pronunziato
potervi essere .una Storosofia o Scienza della Storia , diffe- rente dalla
Scienza delle Cose umane , due cose di- verse , ma nelle scuole sempre confuse
c indistinte. La Scienza delle cose fu detta dal Vico. iScicnza Nuova, perché
ha subito le stesse vicende di ogni Scienza nel principio del suo secondo
periodo , cioè di presentare piuttosto divinazioni che principi certi ed ordine
co- » Digitized by Google 86 prelimi?jari stante. Scienza Nuova è dal pari pel
Jannelli la Scienza delle storie umane, perocché prima di lui niun altro ne ha
abbozzato il disegno. La Scienza delle cose umane ai propone le cose
considerate in sé stesse : la Scienza delle storie umane si propone le cose
umane passate nel dominio della memoria degli uomini, tc Queste due )) Scienze
, die’ egli, sono fra loro come la Fisica e le » Matematiche. Queste sono vuote
, vane, e pressoché » inutili , separate da quella , nè a vera grandezza e ».
sublimità vanno se non unite alla fisica , come il » fatto ha provato. La
fisica all' incontro è umile e » bassa e quasi incerta ed oscura senza le
Matemati- » che. Unite insieme fanno i prodigi dell’ umano in- » gegno. Cosi la
Scienza della Storia sola e sepa- » rata sembra vuota, mancante e priva di
cose, e la » Scienza delle cose separata è istabile , mal ferma , » oscura,
incerta. Unite insieme formano una Scienza » vera e compiuta , una Scienza
profonda e degna » della virilità del genere umano ». La Scienza delle cose
umane suppone la Scienza delle storie umane secondo il Jannelli , per la
ragione che le cose umane non si possono apprendere da’seli uomini presentì, ma
da’fatti deH’ùmanità da che l’uomo è stato fino a noi. Ora il passato è nel
dominio della Storia, la quale, quando non è letta co’ lumi della Scien-. za,
invece delle cose umane presenta chimere. È giuo- coforza dunque conchiudere
che la Scienza delle cose umane non possa essere perfetta e compiuta senza la
Scienza delle Storie umane. Ma questa non si è co- stituita ancora , è tuttavia
un postulato e un deside- rio : è dunque agevole a comprendere che la Scienza
nuova del Vico deve contenere molte imperfezioni. Queste e simiglianti
deduzioni del Jannelli, comunque bellissime e profonde , non hanno alcuna
attenenza di-reità con la Scienza della Storia. Oltracciò e|^ restrin- ge il
dominio della Storia alle sole cose umane per dare una norma a chi tenta la
Storia universale, non ostante che si studia nel capo 1.” della prima Sezione
dì comprendere sotto questo titolo di cose umane tutto r universo , in quanto
che dipenda dalla nostra cono- scenza e ddla nostra attività libera. In fine e’
non vide affatto la Storia nella Poesia, ma standosi fermo all’ etimologia di
icrriop che traduce testimonio sciente e narrante, riduce la stwia a narra-
zione di fatti umani reali semplicemente. La parte più importante di questo
libro si riduce alle seguenti nozioni. 1, Fi può essere una Scienza per la
Storia. 2.® questa Scienza è diversa daUa Scien- za delle cose umane. d.° La
Scienza nuova del Fico è Scienza di cose. La filosofia della Storia par- tecipa
deW una e deWàUra, ma imperfettissimamente. La Scienza della Storia si può dire
Storosofia e quella delle cose Prammatosofia o Andropinosofia ec. Dico queste
cose essere le più importanti rispetto a questa nostra Scienza, in quanto che
il JanncUi, se non tentolla , divisò almeno ohe possa essere , e questo
pensiero è ardito e italiano , atto a spingere i timidi ingegni per un varco
sconosciuto in cerca di questa perla rara e pellegrina. § 10 . Fondamento della
nostra Disciplina razionale dell Arte Storica. II nostro sistema razionale per
1’ Arte storica ha il suo fondamento sulla natura dello spirito umano se- condo
il divisamente accennato nel Preliminare al prìmo Volume § 7 pag. 44-. Le
nostre facoltà inven- trici 0 creatrici sono 1.® Immaginazione e Fantasia 2.
Intelletto e Ragione S.^ Sentimento ed Entusiasmo, Ciascuna di queste tre serie
di facoltà ha una manie- ra specifica à!ìnvenzione e di Creazione, che specifi-
camente carattepizza la natura de’ pensieri ritrovati e creati. Per questa
determinata natura de’ pensieri è facile a comprendere che diverso è il
Concetto del- r Immaginazione e delia Fantasia dal Concetto dell’In- tellelto e
della Ragione , del Sentimento e dell’ En- tusiasmo , e per dirne qualche cosa
di passaggio, il Concetto deli’ iiuiuaginazione e wslla Fantasia è idea ,
mentre quello dello Intelletto e della Ragione è un giudizio. E, siccome i
pensieri secondari debbono es- sere omogenei al Concetto, (vedi voi, I. pag.
41fi) bi- sognerà convenire cne i pensieri secondari dell’ Imma- ginazione e
della i’-vnlasia sieno ancora, diversi da pen- sieri secondari deìl’ Intelletto
e delia Ragione , cioè idee nella prima serie, giudiz, nella seconda. Quindi i
processi dell’invenzione e della creazione saranno àncora diversissimi per le
diverse serie delle facoltà , diverso" r ordine o la disposizione ,
diversa 1’ espres- sione. E chi non vede la differenza di tutte siffatte cose
nell’ associazione pura e semplice dell’ idee e nel nesso tra le premesse e l'
illazione ? Ora dando un nome a’ rispettivi aggregati , ed a quello dell’ Imma-
ginazione e della Fantasia il nome di Storia , all’ ag- gregato deir Intelletto
e della Ragione il nome di Scien- za, a quello del Sentimento e deirEntusiasmo
il nomo di Eloquenza, o di Oratorio, ognuno vede che la dif^ ferenza tra la
Storia la Scienza e 1’ Eloquenza risulta dalla natura delle diverse facoltà
cooperatrici^La di- stinzione di due facoltà per ogni specie di produzione,
come la Immaginazione c la Fantasia per la Storia , è fondata sulla natura
diversa del reale e delVideale, della prosa e della poesia, perchè la Storia,
la Scien- za e r Eloquenza altra è prosaica , altra è poetica ( vedi voi. I. §
16 pag. 147). Ora ìa prosa ha per sua facoltà V Immaginazione nella Storia,
come la poesia ha la Fantasia. A dir vero la stessa Immaginazione o memoria è
facoltà prosaica e poetica, come vedremo in' appresso , perchè la fantasia ,
quando ha creato le idee, le deve affidare &\Y immaginazione, a cui il
senso esterno ed interno affidò le sue per la prosa , come pure la Ragione,
quando ha prodotto l’ ideale , Io affida air inteUetto, ma in questo luogo, non
potendo entrare in minute distihzioni , oi si permetta un lin- guaggio poco
preciso, ma sufficiente a farci intende- re. Da questi rapidi cenni è agevole a
dedurre che le leggi della Storia si fondano sulla natura delT/mmo- ginazione o
Memoria, studiate le quali, possiamo de- terminare a priori il Concetto , i
Pensieri secondari, la Disposizione e l’Espressione della Storia , applicando
alla specie i principi generali stabiliti nella Prima Par- te di questo Corso
voi. I. Non saremo piò nella ne- cessità di credere ciecamente alle regole
dedotte dalle produzioni altrui , ma entrati nel nostro spirito con- templiamo
il lavorio psicologico dello scrittore , assi- stiamo a cosi dire al conato
della sua mente neiratto che Voleva dare alla luce il suo portato misterioso.
E, siccome la natura dello spirito umano è identica in tutti gli uomini,
esponendo le leggi del mio pensiero, vengo in pari tempo ad esporre le leggi
del pensiero de’ miei simili. Se però mi verrà fatto di esporre fe- delmente
queste leggi, tutti m’ intenderanno, e meco dovran convenire , allorché con
questo criterio infal- libile farommi a giudicare le produzioni storiche di
qualunque tempo , di qualunque celebrità, di qualunque nazione. A questa
condizione è possibile una sola critica uniforme , retta e costante : a questa
condi- zione è possibile il progresso dell’ Arte : a questa con- dizione è
possibile 1’ emancipazione dall’ autorità, La Disciplina dell’Arte Storica diventerà
una Scienza ri- gorosa , organata ed informata da un principio inelut-* labile
, per cui sappiamo le cose ad evidenza e per intuito. Allora le regole non
rimarranno più formule o precetti aridi e sterili , ma a lume de’ principi di-,
verranno significantissime , come deduzioni mediate da’ principi stabiliti.
Quindi le più gravi quistioni sem- pre agitate e non mai sodisfacentemente
risolute, sa-r ranno messe in splendida luce e definite inappellabilr mente.
Non crederemo più, ma sapremo, se lordine cronologico o 1’ etnografico , se 1’
uno e 1’ altro inr sieme intrecciati debba seguire o prescegliere la Stor ria.
Quale sia 1’ estensione della Storia , quale l’ Inr tegrità de’ pensieri
secondari , quale l’ Obbietto, quale la sua Definizione e Partizione , lutto a
rigore di lor gica sarà dedotto da un principio. Non più incertezza nè dubbio ,
non più transazioni per una critica pau- rosa o paralitica , ma franchezza per
convincimento, decisioni inappellabili. Ma quello che più monta è il nesso
delle mate- rie richiamate nel proprio luogo dal disordine, con cui si truovano
sperperale nelle scuole. Mentre , per esempio fu riconosciuta 1’ Epopea di
genere storico , perchè narrativa e descrittiva, i Trattatisti n’ esponevano le
regole senza far motto della Storia. Ma perchè in una parte piuttosto che in
un’ altra? niuno, a quel che io sappia, se ne propose quistione; come niuno
vide al-, cuna relazione tra la Storia il Romanzo e la NoveUa, Si parlò di
poesia lirica , epica e drammatica senza mai considerarle sotto il rispetto
della natura intima, Per me , come sarà dichiarato in appresso , è Storia
dovunque si narra e si descrive, sia in prosa sia in poesia. Adunque un sol
Volume dovrà comprendere queste parti tanto connesse fra loro. La Scienza si
propone d’ informare i lettori di quanto col ragio- nare metodicamente espone ,
e però nulla deve dire che non abbia nesso al sno proponimento, perchè dot-
trina non si può costituire in mente di alcuno senza nodi , come più volte ho
ripetuto. Se questo proce- . dere sia razionale , ne giudichi chi ne intende,
CAPO IV, Intorno alla Definizione della Storia E SUA Partizione. § 11 , Falsa
nozione, che gli antichi si ebbero della Storia — ■ Esime della definizione
degli Empirici, 11 principe de’ Latini Oratori nel 1.** Libro de In- ventione,
parlando della Storia, la definisce nel modo seguente : Historia est res gesta,
sed aetatis nostrae memoria remota , e con lui concorda il Cornificio, « Se r
autorità non ha da soffogar la ragione , dice » saggiamente il Mascardi, è da
dir che TuH*o nè con » gli altri concorda nè con sè stesso , quando la re-, »
cata definizione argomenti di sostenere; perchè, se » il nome della Storia
viene da’ greci ristretto alla sola » cognizione delle cose presenti , come
Gellio testifi- » ca : Historia graece significai rerum cognitionem y>
praesentium; e se Ver rio Fiacco diceva essere opi- >1 nionc di alcuni che
earum proprie rerum sit hi- Dìgitized by Google l*nEUMIi\ARI » &loYia,
quibus rebus gerendis iiUerfuerit is qui nar- » rat , come potrà essere dalla
ricordanza de’ nostri » tempi lontana, se cade sotto gli occhi di chi la seri-
» ve ?.. oltrecché non ve^o per qual ragione rea ge- y> sta debbo dirsi la
Storia , so ella è un verificato » racconto delle cose accadute , e non le
stesse coso » accadute. Non è però njen falsa la distinzione di » coloro, che
il racconto storico restringono alle cose » con gli occhi propri dallo
scrittore vedute, checché » sia dell’origine della voce historia dal fonte
greco, a » favor di cui diligentemento fatica il P. Bisciola. Per- )) chè o pochi
o ni uno sarebbero gli Storici degni di )) cotal nome , non Diodoro, non
Erodoto, non Tuci- » dide , non Livio , non Sallustio , non Curzio , non ))
Tacito , non conto altri fra’ Latini , avendo ciascun » di loro adoprata 1
industria in rintracciar le memo- » rie già dileguate e impiegalo l’ ingegno
per descri- » verle ». Ho riportato le giudiziose parole del Ma- scardi per
dare maggior forza alla confutazione , im- perocché , trattandosi di Cicerone
reputato un oracolo nelle scuole , sarebbe tenuta per irriverente la mia più
moderata censura. Teone (tn Progym. Cap. de narrai.) definisce la Storia per
una catena di narrazioni gentilmente intrec- ciate , Definizione tenuta per la
migliore, come quella che racchiùde una nozione propria della Storia, quale è
la narrazione, ma inesatta, si perchè la storia non narra semplicemente , ma
alla sua volta ancora de^ scrive , come pure perchè lascia indefinita la narrai
zione. AggiungMi che non ha espresso U genere, a cui la storia si riduca come
specie di componimento. Il Ma- scardi la Iruova inesatta e mancante da un lato,
on- de per noi è compiuta e verissima , imperocché le molte narrazioni de’
favoleggiatori , che con bell’ arto s'
intrecciano , alla storia appartengono secondo noi, quantunque storia non sicno
nel senso di narrazioni di avvenimenti reali. S’ inganna del pari il dotto Ma-
scardi , quando imputa ad Aristotile per isbaglio Io estender che fa del
dominio della storia ad una vastis- sima latitudine. S’inganna del pari, quando
per Istoria intende quella sola, che contiene le memorie delle azioni degli
uomini. Siccome gli empirici guardavano la Storia dalle cose esteriori, non funsero
a comprenderne la natura e r essenza per formularne una vera ed esalta defini-
zione. E quegli stessi, che riconobbero col Bacone do- versi r umana dottrina
riguardare non dall’ esterne cose ma dalle facoltà dell’ anima , non seppero
definire là storia razionalmente. Il Cavai. Napione nel Saggio del- V Arte
Storica, ammiratore dell’ inglese filosofo, ritenne che la Storia è la
esposizione del vero, come la Scien- za n’ è la ricerca. Ora che cosa è mai l’
esposizione del vero ? Non lo esponiamo ancora ragionando ? 0 forse esporre è
sinonimo di narrare e descrivere ? 01- trecchè, da quanto accennammo innanzi e
da quello che proveremo in appresso, la Storia è prosaica e poetica, perchè
storia è dovunque si narra e si descrive. Ora chi dico che la storia è
l’esposizione del vero, esclude dalle ragioni storiche 1’ Epopea , la Novella e
il Ro- manzo, che pure si dissero storici. Più saggio, a mio avviso, fu
ilCastelvetro nella Poetica di Aristotile, cho vide nella Storia e nell’ Epopea
alcune identità , e se- gnatamente nel processo narrativo e descrittivo, ma per
essersi permesso di asserire che lo studio e la discipli- na della Storia, nel
senso di narrazione degli avveni- menti reali, dovesse precedere l’Epopea, se
gli scari- cò una grandine di sarcasmi. 11 buon senso suggeriva belle vedute ,
ma il pri^iuili^io di autorità o faceva lacere la voce del vero , o
rimproverava i generosi tenlativi. Arrogi che la storia è una specie di produ-
zione Letteraria, e come tale deve avere nella defini- zione il genere, a cui
si rannodano tutte le specie dei componimenti, e per differenza specifica tutte
le par- ticolarità , che la distinguono dalle altre specie. Ora chi dice che la
Storia è 1’ Esposiziorie del Vero , dà lina definizione senza genere prossimo e
senza diffe- renza specifica. La Definizione, come ho detto altrove, è la
limitazione della distesa di qualsiesi trattazione , è il Concetto del
componimento, e perciò risponsabi- le deir integrità e della unione individua
de’ pensieri secondari (voi. 1. § 19 pag. 158). Per difetto di buona
definizione è avvenuto che gli empirici si sono con- traddetti con sé stessi e
con gli altri , e lo stesso Ba- cone cadde nel madornale errore di restringere
la Storia a’ soli individui circoscritti da luogo e tempo , e quei che vennero
dopo la distesero dubbiosamente a pochi oggetti , mentre, come vedremo, suo
dominio è tutto lo scibile, cioè quanto può essere ritenuto e riprodotto in
forma d’tdea dall’ tmma^inaaione o memoria, che è la facoltà storica a
confessione dello stesso Bacone, In tale stato della Disciplina dell’ Arte
Storica non farà meraviglia se alcuni estetici moderni sconobbero la Storia
come Arte , asserendo che dessa serve al vero e non al bello , ad istruire e
non dilettare. I^a con- fusione delle idee e del linguaggio sono il più forte
argomento a provare che non è stato capito il vero stato della quistione ,
perché non si è colta la vera npzionc intorno alla natura della Storia. Si
tenta di dare una Vera ed esatta definizione eletta Storia secondo t canoni di
una sana Logica. La Storia , cfsscndo ulia specie di componimento Letterario,
deve necessariamente costare di materia e di forma (voi. I § 13 pag. 138). La
forma di ogni com- ponimento artistico consiste neU’um'one individua dei
pensieri secondari al Concetto (voi. I pag. 120). Quindi é una per ogni
componimento, e come tale costituisce il genere in ogni definizione di
produzione letteraria. Se dunque distinguiamo diverse specie di componimen- ti
, è giuocoforza conchiudere che le loro differenze non derivano, né possono
derivare che dalla materia. Ora materia di ogni componimento letterario sono i
pensieri, i quali sono di due specie, cioè pensiero uno e primo, in una parola
Con- cetto, e pensieri secondari e multiplici (§ cit. pag. cit.)i Tanto quello
quanto questi sono differenti in' ogni spe- cie di componimento secondo che
diverse sono le fa- coltà, da cui vengono prodotti (§ 10 pag. 38). Per dare
adunque una vera ed esatta definizione della Storia è necessario che oltre il
genere provveniente dalla forma vi entrino le differenze provvenienti dalla
materia non solo , ma ancora dalle facoltà produttrici della mate- ria, che
sono i pensieri, diversi in ogni specie di com- porre. E, siccome il Concetto
della Storia 'è /deo, co- me dimostreremo , i pensieri secondari debbono es-
sere ancora idee, associate dall’ immaginazione o me- moria, provvenienti dalla
sensibilità interna ed ester- na nella Storia reale o prosaica , dalla fantasia
crea- trice nella storia poetica. Se mi domandate ora che cosa è la Storia ?
Eccovene la definizione : La Storia è r Unione individua delle Idee
provvenienti dalla sen- sibilità 0 dedla fantasia, ma riprodotte dalla Immagi-
nflzione, coordinate ad ima Idea Concetto, ed espresse con parole. In silTatla
guisa la nostra definizione dà r essenza della Storia , è obbjettiya, è
assoluta e ne- cessaria , come quella che risulta dalla natura dello spirito
umano e delle sue facoltà. Or che cosa dovrà essere la Disciplina o la Scienza
dell’ Arte Storica ? Un’ analisi e particolarizzata disamina di questa defi-
nizione della Storia , la quale è obbjetio della mede- sima , alfine di
produrre nel discente 1’ attitudine di attuarla, dopo che avrà scandaglialo le
potenze dello spirilo proprio diretto dalle osservazioni per la prati- ca.
Quindi è che la Disciplina storica dovrà trattare. 1." dell’ Idea Concetto
storico 2.® delle Idee pensieri secondari e della loro particolare unione
individua 3." delle J<’acohd storiche it.° dcìYOrdine storico
5."dell’£- spressione storica. La quale partizione è conforme alla
partizione generale esposta nel primo Volume , che come accennammo a pag. 424 è
il modulo de’ volumi seguenti. Io non mi allargo in parole per dimostrare come
nella nostra definizione della storia tutto è com- preso , perchè anticiperei
ciò che dovrà essere un ri- sultato di un’ accurata disamina di tutto il
Volume. Dal detto innanzi e dal contenuto della definizione mede- sima ognuno
con leggiera riflessioone può di per sè comprendere che ninno prima di noi
orasi formata una più adequata nozione della Storia, e della Scienza del- r
arte Storica , la quale ora si può defluire Scienza della Storia. DaW esposte
teorie si può dedurre V estensione del dominio della Storia — Distinzione di
diverse Storie. Gli empìrici e Io stesso Bacone non seppero de> terminare
l’estensione del domìnio della Storia, perché considerandola dal lato delle
cose c non delle facoltà psicologiche, chi la restrinse a’ soli indivìdui (pag.
44), e chi alla narrazione delle sole azioni degli mmiini § 48, e chi la rimase
senza limiti certi. Noi fermi al principio divisato da leeone, cioè che dalla
natura delta spirito umano è uopo ripetere la partizione deU’ umana dottrina, a
determinare la estensione del domìnio della Storia ci faremo ad esaminare 1’
estensione del domi- nio delI7mmagrin«2ÙMi€, per conchiuderne che il do- mìnio
di quella è misurato dal dominio di questa. Un tal fondamentojcome i^nuno puòdi
leggieri comprendere, é eminentemente razionale, é anteriore ad c^i storia come
fatto , e perciò é assoluto e necessario, e come tale vuole essere da tutti
riconosciuto , come quello che non dipende dall’ arbitrio de’ subbjetti, o dall’esi-
genza di un sistema , ma risulta dalla natura psicolo- gica di una facoltà
identica in tutti gli uomini. Ora non ci è pensiero, il quale, com’ idea, non
si affidi alla M emoria,óa noi detta Immaginazione,e però non ci è pro- dotto
scientifico, né componimento oratorio, di che non s’ impossessi la Storia. Anzi
le differenti storie versan- tisi sopra abbietti diversi possono entrare nel
dominio di una storia, che si potrebbe addomandare Storia delle Storie. La
Storia adunque è rispetto a tutto lo Scibile quello stesso che è la Coscienza
rispetto a tutt’ i fe- nomeni del pensiero, in quanto che non vi è pensiero
Di.; -od by Googli 48 preliminari die la coscienza non colga, e ripit^ndo
percepisce sé stessa. Dessa è I' occhio misterioso dell’ anima umana differente
dall’ occhio corporeo , il quale, vedendo gli altri obbjetti, è inabilitato a
vedere sé stesso. La Sto^ ria adunque, qual seTìftimentodi tutto lo Scibile,
può bène paragonarsi alla Coscienza^ e per un traslato può dirsi Coscienza
dello Scibile universo. Non Senza fondata ragione il grande Aristotile chiama
Storia la dottrina deir anima, della qual cosa venne lodato da Simplicio, e ne
allega molte ragioni il Dandino , non approvando in questa parte l’esposizione
di Egidio e di altri cemen- tatori. Lo stesso filosofo riconobbe la Storia
degli animali, Teofrasto la Storia delle piante , e Plinio la Storia del Mondo.
1 filosofi empirici , che restrinsero il domi- nio dell’immaginazione alle sole
cose sensibili, non vi- dero il fondamento di questa latitudine. Io nel Capo
III della prima Parte di questo volume nella disamina che forò della
Immaginazione, vedrò fino a qual punto può essere valutato 1’ empirismo
filosofico. Intanto ritengo che, essendo la Immaginazione facoltà della storia,
e il dominio dell’ una misurando per questo il dominio del- ]’ altra , se é
vero a confessione degli stessi empirici di buon senso che la Storia può
trattare di Dio del- r univèrso e degli uomini , e se il tatto presenta la
Storia della Filosofia, delle Matematiche, e delle Scien- ze tutte , delle
Arti, de’ mestieri, della natura, degli , animali , delle piante ec. è
giuocoforza conchiudere che il suo dominio è tanto esteso quanto lo Scibile , e
che però l’ Immaginazione non si linuta alle sole cose sensìbili , ma si
estende a tutt’ i pensieri in forma d’idee, astratte, concrete, generali,
specifiche, sem- plici, complesse ec. La Storia anzi è il fondamento di tutto
lo Scibile, come l ’ idea è il primo elemento pre- supposto ad <^ni giudizio
c raziocinio proprio della Scienza. E, siccome della Memoria si è detto che
tan- tum scimus (fuantum memoria tenemns , direte della Storia egualmente che
tanta dottrina possediamo, quanto dalla Storia ne abbiamo apparato. La Storia
considerata da questo punto dì veduta non è semplicemente quella che si è
consegnata alla scrittura, ma ancora la più antica e primitiva, confi- data
alla tradizione orale da padri a figli , a’ nipoti , a’ posteri , fondamento
presupposto alla Storia scritta che si versa sulle cose avvenute in tempi rimoti.
Per istoria intendo ancora il complesso delle idee confidate al- la memoria da
ciascun nomo individuo intorno a' fatti propri, dacché ebbe l’ uso della
ragione fino all'età pre- sente , onde diciamo : ddorosa i la storia della mia
vita? e interrogati ad esplicarne le cagioni narrianu> la storia della
medesima. Vi è dunque una storia scrit- ta e una storia tradizionale : <^i
uomo ha la seconda sua propria, come fondamento dell’ esperienza e mae- stra
delia Vita, al dir di Cicerone. L’uomo senza una storia vive la vita di un
giorno, anzi la vita di un istante, che sfugge neD’ atto istesso che si
contempla. Senza principio , senza progresso , senz’ avvenire non diffe-
rirebbe dal bruto, che rumina, mentre é condotto al macello. Il primo sapere
dell’ nomo individuo, come quello deir umanità, è un sapere storico, nn sapere
di memoria e non d’intelligenza, la quale si sviluppa sem- pre dopo, e, per le
nazioni, mollo tardi. Nel primo pe- riodo infatti della nostra Vita
intellettuale non eravamo capaci che di credere o dì aver fede, e di fede vive
la Storia : la prima epoca delle nazioni è l’epoca di fede religiosa. Dunque
l’individuo e la specie umana comin- cia a conoscere storicamente, ossia
credendo. Senza que- sto primo perìodo non potrebbe sussistere la Scienza,
opera di riflessione^ la quale non può consistere senza il materiale della pura
spoataneità. E per questo che le Scieu 2 e si vennero a costituire assai tardi
nelle na- zioni , cioè dopo uii lungo periodo di fede storica. Cosi r epoca
filosofica della Grecia fu assai posteriore aire- poca storici , e, se abbiamo
filosofi anteriori ad Ero- doto, non furono certo anteriori alla storia di
tradi- zione , non- a Làno ed Orfeo certamente ; perché la prima poesia è
narrativa e descrittiva, vm^ntesì so- pra fatti tradizionali della propria
nazione — Molti uo- mini e la più parte finisce una vita tutta storica , per-
ché incapaci a riflettere per costituirsi nella scienza si contentano di
ricordare senza intendere. Noto in ultimo luogo che, quando la scrittura ncm
era in uso , a rendere perpetua e permanente la me- moria di< alcuni fatti
gli uomini affidavano a' monu- menti la storia del passalo. Ne' tempi
posteriori que- sto mezzo fu ritenuto come più acconcio ad ajutare la memoria
delle moltitudini. Così gli antichi latini, non avendo alcuna storia scrìtta,
al riferire di Dionisio , tramandavano la memoria delle cose antichissime con
le tavole dedicate agli Dei ne’ tempi. Diodoro nel più magnifico de’
quarantasette sepolcri reali , che nell’ E- gitto descrivono que’ sacerdoti ,
pone un nobilissimo portico tutto effigiato a sculture, contenenti le guerre
eontro de’ Battriani , le quali erano ripartite in quat- tro grandi quadri
secondo che racconta minuta- mente. Ma questo mezzo per quante effettivo
rispetto alle moltitudini per altrettante è insufficiente senza l'ajuto potentissimo
della ^paroda , poiché le arti rap- presentative , come dicemmo nel § 8 pag.
53- voi. 1., sono inabilitate a nnnifestare l’uomo interiore, causa efficiente
de’ fiatila obbjetto nobilissimo della Storia Mo- rale. Alla Storia Monumentale
dovea dunque succe- dere la Storia scritta , nella quale si potesse registrare
Digitiz(--i CaCilOlc 51 ALLA SCIENZA DELLA STORIA tutto ir complesso degli
avveiiiinenli interni ^d esterni, fisici e morali dell’ uomo e della natura.
Ecco in bre- ve il disegno della Storia Universale dedotto dalla no« zione
adequata della medesima. Gli empirici avrebbero dà ciò colto il destro di
scaricarvi una grandine di argomenti per provarvi l’uti- lità , la necessità, e
la nobiltà della Storia, ma io non ho tempo da perdere per dimostrare ciò che
risulto ad évìdenza dalle chiare nozioni defia medesima. Lascio queste ricerche
a chi fa consistere il pregio , di un li- bro’ in una farr^ine di erudizione. ’
' § U. i ' - * . ' S . ' - « . Partizione del presente Volume ^ e Metodo ' -
che seguiremo, • , r La partizione della materia contenuta nel presente Volume
vuoisi ripetere dalla distinzione fondamentale della Stòria, che, come abbiamo
dimostrato nel Gap. 1.® §. 2'pag. 15 di questo Volume, è un genere, a cui van-
no subbordinate le due specie di storia prosata, e sto- ria poetica. E, siccome
la Disciplina o la Scienza di qual- siasi arte ha per obbietto la produzione ,
ed ogni par- tizione scientifica vuol essere obbjettiva , ossia desunta
daìl’obbjetto, è facile a comprendere che la Disciplina o la Scienza della
Storia deve dividersi in tante Partii quante sono le specie storiche. Adunque è
chiaro che il presente Volume in due Parti voglia essere diviso, cioè in
Scienza della Storia reale , o prosaica, o pram- matica, tasticd. La e in
Scienza della Storia ideale, poetica o fan- ■quistìonè potrebbe cadere intorno
alla precodenza di una delle due Parli , e sul proposito lAi piace qui produrre
la opinione di un nostro italiano , coni' battuto infelicemente dal Mascardi.
II Castehelro nel' r arte poetica di Aristotile pensa che la disciplina della
Storia reale debba precedere l'arte poetica^ ossia la scien- za della poesia,
per le seguenti ragioni, che io riassu- mo. Non si può aTere perfetta notizia
della poesia per r arte poetica, se prima non si abbia compiuta notizia della
Storia per Parte storica, perchè prima dobbiamo apprendere il vero e poi il
yerosimile, parole che equi- valgono in altri termini alla seguente espressione
: Pri- ma dobbiamo sapere il naturale e poi F artificiale , o Y ideale : prima
ciò che è , e- poi il possibile. Ora la Storia è la narrazione secondo la
verità delle azioni umane memorevoli avvenute, e poesia è naiTazione se- condo
la verisiinilitudine di azioni umane possibili ad avvenire — Dunque prima
bisogna conoscere la Storia e poi la Poesia. Quest’ argomento è naturale e
convin- cente e quel che più è conforme alla dottrina degli estetici moderni ,
i quali riconoscono nel bello natu- rale , se non altro , l’occasione di
svegliare , nel no- stro spirito i tipi del Bello ideale. Intanto il Mascardi
nell’ Arte Storica impugna questa dottrina dèi Castel-^ vetro, e crede
combatterla con l’autoritò di autorevoli ingegni e specialmente del nostro
Tasso, il quale ( nel Libro intitolato Tassus Aih, L De poemate Heroico^ in
fine, ^ si fa a dire che la poesia è più antica di tem- po della Storia. E,
impiegandosi la poesia circa F uni- versale, e l’istoria intorno al
particolare, ed essendo la cognizione di quello anteriore alla cognizione di
que- sto , tanto basta, per dimostrare che la poesia si deve conoscere prima
della Storia — Un siffatto modo di ra- gionare è sofistico c non soddisfa alla
quistione. Con- cedo che la Storia scritta sia posteriore alla poesia, per-
ALLA SCIEirZA DELLA STORIA SS rhé abbiamo grandi poeti assai tempo prima che
esi- stessero buoni storici , ma niego che la Storia tradi- sionale e
monumentale sia stata posteriore alla poesia. E mi reca reramente meraviglia
come il Mascardi vo- glia valersi di questo frivolo argomento, mentre egli
stesso intravide nel Primo Libro della sua Arte Storica questo bel vero, quando
si fece a riferire l’opinione di taluni che la Storia Monumentale
riconoscevano. L’ar- gomento poi dell’anferiorità della conoscenza Univer- sale
è U pifi frivolo del mondo , perchè, se è vero che la poesia è ideale, non
precede il reale, che è fonda- mento ed occasione di ogni idealità, come ho
dimostrato in vari luoghi del>l.® volume. G)nchiudo che la scienza dell’arte
storica intor- no al reale deve precedere la Scienza dell’arte storica intorno
all'ideale , e chiamando la prima scienza delia Storia reale, e la seconda Scienza
della Storia poetica, tratterò prima di quella e poi di questa, l’una chia-
mando Parte prima , e l’altra Parte seconda di que- sto volume. In quanto a
metodo io non mi diparto da quello, che ho sonito ne’ precedenti Volumi di
questo nuovo Corso , cioè di nulla dire senza ragionare. Entrerò nellg disamina
delle facoltà psicologiche tra i limili del senso comune senza che alcuno possa
imputarmelo a difetto secondo la dichiarazione fattane nel Preliminare al Primo
Volume § 15 pag. 94. Io non potrò prescindere dalla polemica, comunque
parcamente; perchè, voleiido so- stituire un sistema razionale o scientìfico al
sistema em- pirico , non potrò passarmene senza discutere alciine ragioni degli
avversari, le quali sono divenute autore- voli pel loro secolare dominio nelle
scuole. E , doven- do risolvere una volta inappellabilmente le più vitali
quistioni intorno all unità di tempo e di luogo sotto il Digitized by Google 54
preuminaw alla scienza DEIAA «toria rispetto dell’uwità dell’aatonc, e intorno
alla vera de- finizione dell’ Epopea e del Romanzo , non potrò pro- cedere
dommaticamente senza confutare o i falsi con- cetti di Aristotile tuttora
venerato nelle scuole , o le false interpetrazioni de’ suoi comentatori. Le
novità, co- munque utili, incontrano ostacoli tante volte insormon- tabili
nelle vecchie prevenzioni fondate sopra secolari pregiudizi , ma dopo quello
che ho adempito finora mi dova sperare che non avranno tanto peso sull’ animo
de’miei Lettori, a’quali in nulla ho mancato di quanto ho promesso, anzi posso
dire senza tema di essere tenuto per esagerato che ho più adempito che
promesso, be questo merito può valermi, ho una garenti^ di essere creduto nella
nuova promessa. Digitized by Googte INTORNO ALLA SCIENZA DELLA STORIA REALE. §
15. Introdusione. In qaesta prima Parte della Scienza storica secondo fl
dirisamento accennato nel § 12 dei precedenti prelimi- nari dovremo trattare
1.® del Concetto storico 2. “De’Pen- sieri secondari storici 3.® Deil’
Immaginazione facoltà storica 4,® DelPOrdine storico 3.® DelTEspre^ione sto-
rica ; imperocché per quanto dicemmo nel citato >§ una Scienza in
ullim'analisi non è che Tesplicazione di tutte le parti della sua definizione
obbjettiva , ossia desunta dall' obbjetto della scienza , e nel caso nostro
questo obbjetto è la StoHa, la quale è stata definita per Vunio- n« individua
delle idee pensieri secondar i storici, prò- Digitized by Google PARTE PRIMA 56
dotti dalla sensività, o dalla fantasia, e riprodotto dalla immaginazione,
coordinale ad un’ idea (concet- to storico) ed espresse con parole, Adi^nque è
chiaro che questa prima parte in cinque Capi debb» essere divisa , ognuno de'
quali avrà titolo ed ordine , come di sopra sta esposto. La quale partizione e
disposizio^ ne di materia sarà per ogni parte specifica della Se^ conda Parte
deH’Estetica applicala alle Lettere in quanto che tutto convengono nel
concetto, ne' pensieri secon-i dari nelle facoltà inventrice o creatrice , e
nel-, r espressione. INTORNO all’ IDEA ( CONCETTO STORICO) CONSIDERATA IN SÈ
STESSA. Partizione generale del presente Capo. Supposto che Idea sia un
pensiero concetto spo; cifico della storia , dovrà avere necessariamente due
specie di caratteri , cioè alcuni che la costituiscono nella sua natura
particolare e spedfioa , tali altri che la fanno partecipare al genere Concetto
,• a cui dessa come specie va subbordinata, imperocché, se in qual- che cosa
col concetto genere non convenisse, la Sto- ria non sarebbe più una specie di
componimento ar- tistico Letterario. Quindi è chiaro ohe la teoria della Idea,
concetto storico , dovrà essere esposta sotto que- sti due rispetti , e
dapprima l’esamineremo nella sua natura determinata e specifica per
differenziarla da ogni altro 'concetto : in seguito la metteremo in ragguaglio
col concetto in genere. 11 presente capo adunque vuol essere diviso in più
articoli, Intorno aIìL’idea considerata in s^ stessa. 5 17. Calore etimologico
ddla parola Idea, e natura del pensiero, che si dice idea — Concetto Storico.
La parola Idea è tutta greca >iva , derivata dal-» Tantico verbo greco uSu»,
che significa vedere, onde tiSojuuu io veggo : adunque Videa è una veduta, una
visione , un intuito, o intuizione dell’anima, presa la similitudine daH’occhio
corporeo. E, siccome la visiona non si compie senza Yobbjetto veduto, spesso
l’una per r altro cenfondesi. Ma l’occhio corporeo vede solamente alcuna fatta
di obbjetti estesi e colorati coll’ interven- to della luce , non mica la
durezza, i sapori > i suo- ni , gii odori ; l’ occhio dell’anima vede tutto,
perchè la stessa anima, che ha idea ossia visione degli obbjetti visibili , ha
pure idea ossia visione degli obbjetti, che non si posson vedere dall’occhio
corporeo. Anzi i pen- sieri più semplici , più astratti e quindi insensibili e
solamente intelligibili, sono veduti dall’ occhio dell’ani- ma , perchè di ogni
pensiero possiamo formarci idea, come vedremo appresso. Infatti il senso comune
ritie- ne che noi ci formiamo idea del giudizio, del razio* cinio , del
sentimento, di una scienza, di un’arte ec. Posto che fl concetto ed i pensieri
secondari della Sto- ria sono idee, si può di leggieri comprendere che la
Storia è un’idea dello SciÙle e non è mica Scienza, perchè questa, come
vedremo, è un complesso di giu- dizi e di raziocini concatenati tra loro,
differentissimi Digilized by Google PARTS PRIMA 58 dell'idea. Per ciò stesso la
Storia non è dottrina , ma un elemento presupposto alla dottrina, appunto come
la semplice idea o nozione non è conoscenza. Ma di queste e somiglianti
deduzioni in appresso. Le istitu- zioni delle scuole non hanno un linguaggio
preciso, quan- do parlano' della Storia , come di Maestra della vita, e di un
complesso di cognizioni, perché ninno finora ha vedhto le differenze specifiche
de’ concetti della Sto- ria , della Scienza e dell'Eloquenza. 11 concetto
stori- co è Idea e l'Idea non è giudizio, perchè questo è un analisi in senso
di discernimento suH’ldea , quan- do è composta o compItMisa ( vedi Nuova
Teoria de’ Giudizi § 3. pag. 26 eseg.). L'Idea ha per segno una sola parola e
propriamente il nome, od ogni altra pa- rola adoperala corno nome , mentre il
Giudizio ha per segno un complesso di parole, detto proposizione , cioè Nome,
Ferbo, Aggiunlivo o Verbale ( vedi Sint. Voi. 11 NuoìX) Cor. ). E, sebbene il
verbo, l'aggiuntivo e il verbale dinotino anche essi idee, perché nel § cit.
della Nuova l’eoria abbiam provato che il giudizio costa di tre idee , pure è
da osservare che i tre elementi del giudizio sono idee astratte e connesse tra
loro, in gui- sacchè ciascuna è incompiuta isolatamente, e solo quan- do si
personifica, a così dire, ossia s’individualizza a mo- do suo, è compiuta , ma
allora il Verbo, l’aggiuntivo e’I Verbale diventano nomi astratti. L'Idea per
tanto rappresenta ogni pensiero, come il nome rappresenta ogni (>arola,
imperocché tutte le classi delle parole sono in servigio della proposizione
logica, la quale in sostanza non è che l’ esplicazione del Nome, come il
giudizio è r esplicazione dell’ /dea. Che l’Idea cosi definita sia e debba
essere il concetto storico apparirà con l’evidenza di un’ illazione dedotta
immediatamente da’ suoi prin- cipi nella disamina che fai’emo della facoltà
storica , ossia della ImmaginuiioDe. Dimostrato infatti elio nm- inaginazione o
Memoria sia la facoltà inventrice di que^ sta specie di componimento , U
concetto dovrà essere necessariamente un pensiero di natura conforme a’ pen-
sieri secondari prodotti dalla facoltà > inventrice. ''Impe- rocché nella
supposizione che ^fossero difformi, sarebbe . impossibile l’unione individua,
come' format estetica in- dispensabile in ogni componimento artistico. Ond’è
chia- ro che se l' Immaginazione non riproduce che idee, per quanto ci viene
conceduto dal senso comune > e dalla filosofia empirica idea necessariamente
dev’ essere il concetto. Chi dunque psa concepire, le idee «riprodotte o
riproducibili dalla immaginazione, può ancora conce- pire la nozione dell’
/dea' come concetto i della Storia. E, siccome Immaginazione* deriva da
mmoqtfie , l’Idea concello 6 a- cosi dire un'immagine , un tipo, un este- so,
un figurato, un > idolo , >e per traslato legni pen- siero riprodotto
dalla memoria , ancorché non figura- bile come il suono, il sapore, l’odore ec,
■ §18. 1/ idea come obbitìtto veduto gi divide in Soatanzialé e Causale , o in
Matematica è Dinamica. Fondai mento sostanziale della Narrazione e della De-
scrizione, , » ■' Nel § ant. abbianlo detto ohe Videa è una vednua] un intuito,
una vistone, e che veduta non si dà senza obbjetto veduto o visibile , essendo
contraddittorio il vedere e non vedere alcuna cosa , anzi per quésto nesso tra
la veduta é 1’ obbjetto v^uto per metoni- mia l’obbjetto stesso per idea s'
intende. Ora ogni ob- bjetto esistente o possibile non è , nè si pu6 concepire
che in una di queste due posizioni , cioè o dt cosa permanente circoscritta e
limitata dalle sue qualità, o di cosa tn azione producente effetto-mtno, o
effetto-modo. (Vedi NuoY.Cor, Voi, II. Sint.Req. e scf. e la Nuov.Teor.
de’Giud. § 4,®). La prima è sostanza, ossia cosa che sta sotto le qualità, la
sfonda è Causa o Agente ossia cosa che fa esistere un effetto. Adun- que r Idea
della prima è Sostanziale o di Sostanza : l’ Idea delle seconda è Causale o di
Causa, e quindi il Concetto della Storia , come Idea, è del pari Sostan- ziale
e Causale secondo che si propone una Sostanza o una Causa. Se queste
nomenclature a voi non piac- ciono,potrete sostituire à Sostanziale Matematico
ed a Causale Dinamico secondo il linguaggio greco adottato da Emmanuele Kant.
Vedi Corso Comp. di Est. voi. I. pag. 177). Da questa fondamentale distinzione
del Con- cetto la Storia può dividersi in Statica e Dinamica, ossia delle
Sostanze e delle Cause. Ora le cose , che si mostrano inquiete e perma- nenti ,
in una parola come Sostanze, si lasciano osser- vare quali sono e quante sono,
e per la loro perma- nenza si può avere l'agio di descriverle, o di definir^ le
, in altri termini di limitarle, numerandone le qua- lità che sono loro limiti
o termini. (Nuovo Cors. Voi. I. Sin. Reg.). Non cosi le cose in azione
produoenti ef- fetti , specialmente effetti-modo , perchè sfuggono al- r occhio
attento dell'osservatore. Chi potrebbe espor- rai le qualità dell'acqua, che
rapidamente corre , e del cavallo che velocmnente galoppa ? Forse che il com-
pratme si contenta di acciaiare un cavallo, che vide in fuga, e non osservò
minutamente, quando stavasi fermo e immobile? Le cose in azione si lasciano de-
terminare, e distinguere da’diversi effetti numerati in succesaieoe « i ^uali
si possono narrare e non de- by CoogK INTORNO ALLA SCIENZA DELLA STORIA REALE
61 scrivere , perchè narrare è identico a numerare , e il numero é successito
per sua natura, relativo alle cose separale o distinte, come individuo da
individuo, uo- mo da uomo ec. La Storia adunque secondo che si propone un
concetto Sostanziale o Causale, Matematico o Dinamico si esplica descrivendo o
narrando^ in al- tri termini descrive le qualità delle sostanze, e narra gli
effetti prodotti dalle cause. Non si può dire che la Storia sia per essenza
narrativo unicamente, perchè il suo Concetto è duplice Sostanziale o Causale.
Biso- gnerà dunque conchiudere che ogni Storia possibile è narrativa e
descrittiva, e , dovunque si narra o de- scrive, è Storia. E, siccome la stessa
cosa in diversi momenti di tempo si mostra ora in quiete ora in azio- ne , cioè
ora come sostanza ed ora come causa, allor- ché la Storia si propone il
Concetto di cosa simile, com- prende i due mezzi esplicativi , cioè narra e
descrive alla sua volta nel medesimo componimento. Se si desse una Storia, il
cui Concetto fosse assolutamente sostan- ziale, sarebbe assolutamente
descrittiva, come 'sarebbe assolutamente narrativa , se il suo concetto fosse
as- solutamente Causale. Sarebbe una storia Mista , cioè narrativa e descrittiva,
se si proponesse il Concetto di cosa ora in quiete ora in azione, come sono
tutte le storie Morali. Io distinguo una specie di storia mista o intrecciata
in quella che si propone Concetto di es- seri misti come l’nomo, il quale,
essendo composto di anima e di corpo, apparisce sostanza nel corpo, men- tre ,
pensando, è causa nello spirito, la cui essenza è nel pensiero perenne. Di
quanta importanza sieno que- ste distinzioni, che a talune parranno troppo
minute, lo vedremo in appresso e propriamente quando il Di- scorso cadrà sulle
nozioni ditemjDo e di luogo, da cui emerge il fondamento razionale dell'Ordtne
storico — Imperocché a dirne qnl qualche cosa di passaggio il tempo è il
contenente del mobile, ossia della causa : il luogo è il contenente del
permanente ossia della so- stanza. Se gli empirici pretendono che si debba
stare air ordine de* tempi esclusivamente , noi avremo a ribatterli con la
natura della Storia ; se al secondo cioè air<ordine de’ luoghi e delle cose,
li convinceremo del contrario con l’evidenza de’ principi. Quello che di- cemmo
nd l.” voi. § 19 pag. 158 cioè che. il Coneetto é risponsabile del buon
risultato di c^i Componimento, sarà qui provato co’ fatti; imperocché vedremo
che le nozioni di tempo e di luogo si rannodano alla Imma- ginazione facoltà
storica, la quale è fatta con la legge di riprodurre le idee associate col
nesso di congiun- zione prodotta dalla contiguità di tempo e di luogo, a parlar
col linguaggio di Hume, col vincolo di connes- sione tra Causa ed Effetto,
Soggetto e Qualità. Quin- di è che la Filosofia della Storia troverà il suo
fon- damento nella natura dello spirito umano, imperocché non basta dire che
gli effetti si debbono rannodare alle loro cause , ma vuoisi in prima conoscere
il fonda- mento di questo processo psicologico per determinare poi la natura
ddla produzione storica. ' § 19. Il Concetto tanto sostanziale guanto causale ,
altro - è FISICO, aUro è morale, altro è misto. 11 Coneetto storico essendo un’
Idea, e l’ idea ve- duta di un obbjetto-sostanza o causa, tutte le distin-
zioni che si fanno intorno alla Causa ed alla Sostanza si possono
leggitimamente ammra fare per la Idea me- desima. Ora la Causa e la sostanza
altra è fisica, al- Digitized by Googl tttTorno alla scirnza della storia reale
63 tra è morale^ o come dicemmo in Etimologia (Voi. I. Par. Frinì, del Nuovo
Corso) altra è jtersonale, altra tm- personale. La Sostanza e Causa fisica o
impersonale è la materia bruta , la quale non ha sensività nè in- telligenza,
come le piante, gli alberi, la terra, Tacqua, il sole , la luna ec. La Causa e
la Sostanza morale o personale è ogni essere dotato d' intelligenza e attività
libera , come Dio , gli Angeli , i Demoni , e T anima umana. La sostanza e la
Causa mista è un essere com- posto di anima ihtdligente e 'libera e di corpo
come 1’ uomo. ' Se la Storia si propone un Concetto di so-^ stanza e Causa
fisica o impersonale, prenderà il nome di Storia fisica : se si propone il
Concetto di sostanza e causa morale o personale prende il nome di Storia morale
; se di una sostanza e Causa mista si potrà dire Storia mista. Questa
distinzione generalissima della Storia comprende tutta la estensione delle
Storie par- ticolari possìbili. La storia fisica abbraccia tutte le sto- rie
della natura j le quali hanno diversi titoli dall’ob- bjetto particolare
intorno a cui si versano , come la Storia degli animali , la Storia delle piante
, la Storia delle acque , la Storia de’ minerali, la Storia degli uc- celli,
de’ pesci, degli astri, de’finrai, dell’agricoltura ec. e venendo a più
determinate particolarità si avranno le storie di tutte le specie inferiori di
ciascuna specie superiore. La Storia morale abbraccia la storia reli- giosa del
vero Dio, e de’ falsi numi, de’ dèmoni, de^ gli angeli , e la storia dell’ uomo
, .il quale considefato nel solo corpo presenta Vanatomia dcscnttiro, e questa
è una vera storia dopo che sì è provato che la' de-' scrizione é un
esplicazione storica. Considerato l’uo-’ mo com’ essere misto presenta la
Storia umana , os- sia dell a specie umana, distìnta in tante razze diverse
sotto il rapporto del colorito, della configurazione , e de' gradi di maggior o minore sviluppo
d’intelligenza. Questa distinzione della Storia dal lato obbjettivo del- r
idea-concetto è fondamentale e inattaccabile , e gli stessi empirici
implicitamente la riconoscono, quando non disconvengono che vi sia una storia
naturale e una storia deUe azioni umane. E chi oggidì avrebbe l’audacia di
negare resistenza della storia naturale dopo le opere classiche del Linneo e
del Buffon? Chi può negarla se è generalmente riconosciuta la Storia delle
piante ? Alla storia Morale io riduco ogni storia particolare delle Scienze,
ddle Arti e de Mestieri, per- chè in esse si narrano le produzioni dello
spirito umano. ARTICOLO II. Intorno all’ idea considerata sotto il rispetto de’
caratteri generau del Concetto. § 20 . Il Concetto Storico, Fisico o Morale,
pud essere in- dividxude, specifico, e generico — Quindi ulteriore partizione
della Storia. Il Concetto storico è un’ Idea, come abbiamo detto nel § 17, e
l'Idea ha per segno suo proprio U Nome. Tutte le distinzioni , che in etimologia
facemmo del Nome, cadono ancora sull’ Idea, perchè il nome come parola non ha
alcuna relazione (vedi Etim. voi. L Nuov. Cor.). Ora il nome si è diviso in
Individuale Specifico e Generico (Etim. Voi. cit.) , l’Idea del pari sarà in-
dividuale, specifìcaegenerica,in quanto che vale adire la storia si propone di
narrare e descrivere un indi- Digitized by Coogk INTOaNO alla scbnxa della
storia reale 65 riduo o una specie, e un genero di cose o di esseri. I.a
Storia, per esempio, di Cesare, di Temistocle, di Pau- sania è, come ognuno sa,
la Narrazione o la Descrizio- ne della vita di uomini individui , detta perciò
Bio- grafia : si. propone un concetto specifico chi narra o descrive la vita di
una delle razze umane, come della razza bianca , della moresca , della gialla
ec. o delle nazioni in particolare, come la Narrazione e Descrizio- ne de’
costumi de’ Germani , de’Franccsi, degli Ame- ricani ec. Sf propone un concetto
generico chi narra o descrive l’uomo di tutte le razze in quanto a ciò che
hanno di comune tutte le specie, o le piante , i minerali, le acque in genere,
lo qui non entro a di- scutere se si possa dare una storia, finita, che si
versi tutta su i generali senza scendere mai a’particolari; ma a provare la
ragionevolezza di queste mie distinzioni fon- damentali mi basta produrre
alcune narrazioni o de- scrizioni, comunque brevi, di siffatta natura , e degli
esempi frequentissimi a me non mancano, incontran- dosene infiniti in ogni
scrittura. Da queste distinzioni la Storia è Singoiare, Speciale e Generale,
come il Concetto è individuale specifico e generico. La Storia universale de’
fatti del genere umano per lo più si aggira nel generale : la Storia delle
naziopi nel par- ticolare : quella degli individui nelle individuaUtà sin-
golari. § 21 . ^ . Quale delle Storie fu la prima ad attuarsi, la Singolare, la
Particolare, o la Generale? La Storia singolare sta alla storia particolare o
ge- nerale nella stessa rRgione che la cognizione dell’in- dividuo sta a quella
della specie o del genere. Chi 5 Digitized by Googk 66 . ' • parte prtma' ' • '
diinqno domanda quale delle tre sia stata la prima, per avere una risposta
soddisfacente è uopo che si faccia con noi a discutere qual è la prima
cognizione a co- stituirsi nello spirito urtiano quella dell’ individuo , o
quella della specie e del genere ? Secondo il principio di Aristotile che
Ynniversale sia più facile a conosce- re che il particolare, dovrebbe
conchiudersene che la storia generale siasi la prima costituita , e in ultimo
la storia degl’ individiri. Conseguenza assurda , impe- rocché niuno può mai
persuadersi, umanamente ragio- nando, che la storia della specie umana si fosse
potuta scrivere, primachèsi fosse osservata una gran parte d’in- dividui. Il
principio di Aristotile adunque è allegalo mal a proposito, perchè, se è vero
che l’universale co- me indeterminato e indefinito 'è pronto ail affacciarsi
nella mente in occasione dc’dati sperimentali, non però tal conoscenza basta a
costituire il componimento. Desso avrà le ragioni di concetto intelligibile, il
quale se non s'incarna al concreto individuandosi con i pensieri se- condari',
l'unione individuale, che è la forma estetica, non è ancora. Oltracciò
l’universale non si deve con- fondere con l’astralto , perchè non ogni idea
astratta è generale ( Voi. I. §. 17 pag. 154).' L’ universale in senso di
generico non si costituisce che per compa- razione de’ particolari , perchè è
ammesso senza con- trasto che il genere consiste in ciò che è identico al- le
specie , e la specie in ciò che è identico agl’ indi- vidui. Bisogna adunque
che preceda la cognizione de- gl’ individui come condizione essenziale a
costituire la specie , e la cognizione delle specie come condizione
indispensabile per costituire il genere. Ora la storia è la coscienza dcH’umano
sapere § 13, in quanto che, riduccndo a idee i pensieri di qualsiasi natura, se
ne rende conto a modo suo. Ora posto per dimostrato che è prima in ordino
logico c cronologico In cogni- zioné dogi’ individui elio quella delle specie e
de’ ge- neri , è uopo conchiuderne che la storia degl’ indivi- dui preceda la
storia speciale c generale. InFalti le prime storie, sia scritte, sia tradizionali,
sia monumen- tali , sono racconti di un Eroe , di un guerriero no- minato, dì
un assassino individuo, c il popolo che vive di tradizione ne’ favolosi
racconti determina sotto tutti i rapporti i suoi poiadint, descrivendone le
fattezze, preci- sandone l’eth, il tempo, il luogo, le avventure con nomi
propri o particolari. A misura che lo spirito umano pro- cedo nella coltura fa
a,strazione dalle individualilA, e, se ritiene certi nomi, li fa servire da
simboli, come oggi- dì è avvenuto a’miti della favola. Se voi provetto nelle
nobili discipline nominate Cicerone in un crocchio di molte persone, i
fanciulli vi tempesteranno mille do- mande intorno alla fisonomia di questo
grand’ uomo , alla sua età, alla sua patria , a’ suoi abiti , al suo in- cesso
ec. mentre i più savi, ancorché non abbiano mai pensato a siffatte cose, non se
ne dànno di presente alcuna sollecitudine, ma pensano che fu un uomo co- me
ogni altro, ossia ricorrono alla specie e non all’ in- dividuo. Le prime storie
adunque sono state intorno agl’ indmdwi, i quali, se sono uomini, formano il
sog- getto delle Biografie , se di cose inanimate dànno il tema alle Monografie
, alle cosi dette Memone , Cr'o- nache , Novelle , Racconti , o Conti ec. Con
mol- ta saggezza in questi ultimi tempi si sono introdot- ti i racconti morali
per Tcducazione prima de’ gio- vanetti ; imperocché l’ arte vuoici condurre con
un metodo, che sia più conforme a quello della natura. Ora il metodo della
natura è indicato da questo fatto cioè che la storia degl’ individui fu la
prima a costi- tuirsi : dunque la storia più facile a intendersi dalle tenere
menti de'fioranetU è qùeUa degl'indÌTÌdui. Pre- gevolissimi io reputo i
racconti dello Scmitd e dd Cali- ti per non citare altri nomi di non minore
cdebritài Una pruova più lampante, e di fatto, si è che le na- zioni eterodo^
non ebbero una storia universale, e per molto tempo il cristianesimo noni' ebbe
per difetto di esplicazione da parte dt^li uomini. Ora che cosa è la storia
universale, se non il complesso de’fatti più gene- rali di tutto il genere
umano , come vedremo in ap- presso ? Quella che raccoglie tutto c per sommi
capi, assimilando ira loro gli avvenimenti di tutti gli uomi- ni, che si
appuntano ad un solo uomo creato da un Dio i padre comune di tutta 1' umana
famiglia. Ed a chi vorrà essere critico giudizioso e profondo, verrà fatto di
osservare nella storia di tutte le storie esi- stenti che ogni storia
particolare, da principio ristret- ta all'individuo, si è ita dilatando a
quella della specie c allargandosi sempre più a misura che T umanità è
progredita nella civiltà, la stessa storia particolare di una nazione è
divenuta più sviluppata e più ampia , fino a che cresciuta la suscettività di
comprendere si costituì r attitudine di abbracciare in una sola storia tutte le
storie particolari delle grandi nazioni. Ecco il processo della storia,
paragonato ai processo dello spi- rito umano. È il fenomeno del lago , dove i
cerchi prodotti dal cadere di un solido vanno sempre allar- gandosi a misura
che dal centro si scostano , accen- nando con la minore appariscenza l'
indeterminato e r indefinite delle conoscenze universali. L’ estensione degli
universali è in ragione opposta della compren- sione de’ particolari , più
generalità meno compren- sione , più comprensione meno generalità. Ecco le
condizioni dell’ umano pensiero , e le stesse per la Storia. Di .,: i ■ INTOBNO
ALLA SCIENZA DELLA STORIA REALE 69 "§ 22 . . H Concetto storico, ctnfie
Idea,', è siNoolarb e col- LETTirO, SEMPLICE 6 COMPLESSO , ASSOLOTO 6 RELATIVO.
Applicando al Concetto storico tutte le distinziofli fatte pel concetto in
generale, (Voi. 1, § 26 pag. 194) perchè tutto ciò che conviene al genere
conviene an> eora alle specie , è agevole a dedurre che l' Idea, con- cetto
dalla storia, è ancora Singolare o Collettiva, Sern^ jAice o Complessa,
Assoluta o Aetottva, dalle quali di- stinzioni derivano altre distinzioni per
la storia, in rap- porto alla quale Videa si dice singolare, se sarà di un
abbietto unico, come l’idea di Cesare , di Pompeo, di Alessandro, considerati
in quanto ad essi soli nel dis- impegno -di qualche azione. La vita privata
degli indi- vidui itarrata e descritta presenta de’ concetti storici singolari.
La singolarità è una relazione differente dall’ individualità , perchè un individuo
può essere considerato in coUetione di altri individui. 11 Sing<Aa~ re
esclude ogni relazione ad altri, e però è in oppo- sizione al Collettivo. Un
comandante in capo di un esercito schierato a battaglia non è singolare .
certa- mente, perocché egli non è unico 'ordinatore ed ese- cutore della
battaglia: è però ohe il concetto della nar- razione o descrizione d^a vittoria
o della sconfitta ò collettivo. Il Concetto. semplice non si può confonde- re
nè col singolare nò. coll’ individuo , perchè' tanto questo quanto quello
posano essere complessi. Vuomo per esempio è un. essere misto di apima e di
corpo, intanto Pietro è individuo o singolare , ma non sem- plice. . U
Complesso adunque è l’ opposto del Semph- . ee, ma non è la stessa cosa che il composto
, il quale per me è delle parti omogenee di una quantità continua, mentre il
complesso ò delle parti integranti di diversa natura. Similmente il Concetto
Assoluto può essere Indivi- duale , Singolare , Semplice , Complesso e
Collettivo, ma niuno di loro , poiché 1’ individuo può essere in relazione con
altro individuo , il singolare con altro singolare ec. Diremo adunque Concetto
assoluto Sto- rico nW Ioex, che non è messa in Relazione con altra trfcrt; sarà
Relativo nella supposizione contraria — Io ho ri])ctiTtu in questo luogo tali
distinzioni già fatto (voi. 1 § 26) per la ini{)orlanza che hanno nella' teo-
ria della Storia , la quide da esse desume le ragioni delle sue. Quando invero
il Concetto è Singolare, la Storia, narrando c descrivendo, si darà
sollecitudine di sole quello cose, che a lui si riferiscono cmne tale, tra-
sandando tutte le altre che gli riguardano sotto il ri- spetto di una
collezione di più individui, che di con- serva hanno cooperato ad uno stesso
avvenimento. In- fatti nella vita privata di un guerriero niuno parle- rebbe
per fii® c st’gno delle suo battaglie, che si riferiscono a Ud, come Capitano,
e non come privalo. Il Concetto della Storia di una famiglia, di una città, di
una -nazione , o di piu famiglie , di più città , di più nazioni è collettivo:
massiimamento Collettivo ò.la Storia di tutte le nazioni. La Storia Universale,
che sì propone ruomo da che ebbe inizio fino allo Storico che scrive, abbraccia
nel suo Concetto tutto il genere uma- no di tutt’ i tempi , di tutt’ i luoghi,
di tutte lo lingue, di tutte le nazioni , di tutte- L*eiv4Ità , dallo stato di
barbarie a quello di umanità. A giudicare in conseguen- za dèlia integrità de’
pensieri secondari della Storia universale è uopo paragonarli a questo Concetto
Col- tetlivtì. Con ciò non iateudo che debba narrare c descrivere le azioni e i
fatti di tutti gl’ individui di cia- scuna generazione , perchè questo,
oltreché è impos- sibile , tornerebbe inutile, ma, come ve<lremo in ap-
presso, essendo la Storia, il libro del rendiconto del- 1’ umana civiltà , di
que’ soli è uopo parlare , i quali furono i fattori della civiltà medesima. La
più parte degli uomini passa innominata , percJiè vissero senza infamia .e
senza lode, o non furono mai vivi : buona parte si nasconde e si lascia
intendere riè’ fatti per- manenti sotto la collezione delle moltitudini, come
di plebe , di popolo , di esercito ec. ec. Io qui non fac- cio che andare
accennando a che' menano queste di- stinzioni, la cui 'importanza riléverà rie’
capi seguenti nel determinare le quistioni concernenti la invenzione e V ordine
'Storico, nella Storia Universale, c quel che più (monta , quell’. unità che
nella distesa di si vasto ed immenso componimento rannoda tanti pensieri ‘co-
me parti di un. tutto , e da quel tutto inseparabili. * 11 Goncetto storico
semplice domina nella storia descrittiva di qualche scienza, conie ranatomià ,
la 'fisiologia e patologia 'descrittiva ec. le* quali consi- derano r uomo dal
lato dei solo corpo. Chi facesse la narrazione e descrizione de’ fenomeni del
pensiero darebbe la Storia dell’ airima umana con un Concettò storico semplice.
Ma la Storia di tutto 1 ’ uomo* in ani- ma* e corpo presenta il Concetto
storico complesso. In ogni altegfom . di 'qualsiasi forriia’ e natura abbiamo
là Storia col Concetto relativo,. poiché descriveudò la rosa, si ha relazione
alla vita * umana, c, descrivendo -la na- ve con Orazio, .‘alla repubblica ec.
33K ■ fc* , \ ? nbivit) iK • . . t . L’ Idea concetto Storico può avere una
restrizione o un* estensiom di proponimento— >■ Da qui deriva che la Storia
può essere più o meno estesa rispetto , (d luoqo e al tempo. Nel 1.® voi. di
questo Girso Compiuto di Estetica $ 34 pag. 220 dicemmo che l' integrità de'
pensiori 8e> condari altra è assoluta , altra è relativa , e questa, altra
di necessitàf altra di proponimento. Ma il'Con-> cctto è rispoosabile di
tutto il componimento sotto ogni rapporto (§ 19 pag. 138 voi. cit.) il quale si
assumo come un' ipotesi a piacere del . Compositore. Da qnc' sto verso abbiamo
un’ altra partizione della Storia. Una nazione è esistita per dieci secoli :
una storia compiuta di questa nazione dovrebbe -avere l' estensione di tutto
questo tempo : intanto uno storico si può proporre a narrare e descrivere gli
avvenimenti di due secoli, di un secolo , di cinquant' anni di ta] nazione.
Infatti nioltc storie parziali esistono di questa natura. Sunti- mente una
nazione è contenuta in un territorio deter- minato , ed una storia compiuta
dovrebbe compren<- dere tutt'i fatti avvenuti in ogni punto di questo con-
tenente, e pure abbiamo tante storie parziali, come la storia di Napob', la
storia di Firenze, la storia di Pie- monte , la storia di Venezia ec.
quantunque Napoli , Firpnze, il Piemonte, e'I Veneto sieno contenuti, come
parti, nel territorio italiano. Quindi ogni storia per pror ponimcnto si divide
inParsùile e Universale per ragione di estensione di luogo e di tempo. La
Storia parstVila indica 1' epoca primitiva delia sua esistenza , perchè cpipc
abbiamo innanzi avvertito , nella prima altua- zionc Ja Storia è particolaree
non 'generale. Piiò iicl- lapicc della civiltà nazionale attuarsi ancora come
una produzione lirica con intimità relativa di proponimen- to , oppure di
necessità, avuto riguardo alla limitala attitudine dello scrittore che non può
comprendere tutti Ri' avvenimenti in una tela vastissima. E a dir vero la
Storia Universale di una grande estensione di tempo e di luogo non si può tutta
comprendere ad un intuito uè dallo scrittore né da lettori , per la naturale
limi- tazione deir umana intelligenza. Simili storie univer- sidi infatti non
si attuarono che dopo le storie par- ziali, le quali raccolte insieme
riuscirono* in un tutto, a cui parteciparono diversi scrittori. Anzi a
compilarla più scrittori concorsero in principio , assumendo cia- scuno un
tratto di tempo e di territorio. Negli ulti- mi tempi un ingegno arditissimo
italiano ha tentalo solo una storia universale enciclopedica con tanto successo
, il che pruova che le storie parziali si erano già costituite , onde si é potuto
raccoglierle c ridurle come |>arli di questo gran tutto. La Storia uni-
versale è divisa in Epoche, come vedremo, ognuna delle quali comprende un
tratto di tempo contenente un numero di avvenimenti , come effetti prodotti da
una causa che dà il nome all’ epoca, Onde è chiaro da questo verso ancora che
la Storia universale ò un ri- sultalo di tante storie parziali quante sono le
Epoche, in cui è divisa. Da ciò si comprende che gli storici, i quali intendono
a scrivere storie parziali , dovrohimro lavorare eoi fine di produrre gli
elementi di una Sto- ria-universale, che deve poi raccoglierli elaborali con r
intenzione di farli servire all’ immenso edificio sto- rico. Che diremo adunque
di quegli infelici scritlorelli de' tempi nostri che scrivono le Storie, come
aned- doti da divel lile gli oziosi e da riscuotere 1’ ammira- '•* ■' >;■ • zionc ,de lettoci pel ridicole '
di. ■coi sec» 'RpR^i e per certe luetafoce , esagecRte ? Qual- prò -alte iene-
ralurR il, riprodurre argomeoti -inauisi e notìzie inu- tili ■ RCQza scopo , di
giovare , arrecando unaf< pietra Rite ^ao. fjibbrica dell’ Epopea storica ?(
Abbiamo noi ton^po da. perdere in iscriiture cosi frivole ,imentre la missioiic
, della Storia è sublime e splendida j di rag- graneltoco, cioè. tuU’^i fatti
di tutt’ii fempi^-di tutt’i luogbi'ir di tuttejle nazioni ec. ;per dare in un
quadro l inizio- o_’l l^ogr^o della nostra f specie, sempre uni- formo ondo
IrarBc , argomento i che tutti ci/ appun- tiamo ad Adamo , tulli, siamo
fratelli , tutti abbiamo 00*0000 cJiO) ò) ne’ Cicli ?c Queste considera- zioni
tdte sfuggila non bastano esse a scuotere l’ igna- vi* di coloro, che fanno
strazio del sacPOiiiome della storia peri servire ad uuna bvanità personale ^ i
ad un egoismo ridicolo ? a-ono /ci? ;; •t. ii W.-.t • . r 4 '( { , / . -i*- . ■
t *É - 1 '.' i\ ,. I .^r • U--.1 , . . ,.l I>TORKQ a’piWSI^ SBOQKPAIU SlOWA.
; .1 -• . . I ;j I ■ I . § 24, i?,’ , ■ ,1'T ’ • ( •' • I ! ‘ 1 ' v. .,l -, - '
• .-i Caxeuteri generali de’ Pensieri secondaria de’fCMtpo^ nimenii. Storici ,
« partviione dd prmmie Capo.y I * ‘ t . » I I , 1 peoBÌeri seeondati de’
compmiimeBtì Storici sono ideo e non giudizi (§ 1.7), perchè la Storia 'ha
per^soa facoltà V Immagimiaùmc, te ((pale rtli«7ie’ e rìivoductì luti’ i,
pensieri come «dea, o vedile, • o percevimi o »n- tuizioni § cil. Ora. r
Immaginazione ,/ i^é vedremo nel Capo seguente, è una facoltà che serba in
depd- sito, quante lc.vieuc a®d*to dalla duplice senttività interna cioè ed
esterna , onde ad alcuni filosofi empi- rici è piaciuto considerarla come una
prolungala scn- sivilà , in quanto che le idee della duplice sensivit<\ si
rendono pcnnamenli nell’ assenza degli obbjelti per lo ministero dell’
Immaginazione. Se egli è cosi, è age- vole a comprendere che ad avere una
chiara nozione delle idee è mestieri consideraile sotto il rapporto della loro
provvenienza o della loro origine in 1.® luogo. Ma non luti' i pensieri, che la
Immaginazione può ri- produrre secondo la legge di associazione , possono e
debbono entrare in ogni componimento, ]H>rchè, quan- do il Concetto è
limitato ad un’ipotesi ( voi. 1. § S4- ), è mestieri quo’ soli prescegliere,
che a quell’ ipotesi si riferiscono, onde è chiaro che la disamina de’ pensieri
secondari storici deve in 2.® luogo versarsi intorno alla cosi detta Scelta de’
medesimi. Pregio di un com- jmnimento è I’ unione individua de’ pensieri
secondari al Concetto , la quale unione importa che ‘ non ve ne debbano entrare
nè più nè meno del convenevole per qualsiesi individuazione, È. dunque ancora
chiaro che i pensieri secondari storici in 3.® luogo debbono es- sere
considerali rispetto all’ Integrità’. Ma lutti que- sti pregi in una storia
reale sparirebbero, se ì pensieri secondari mancassero di verità’, che è il.
pregio mas- simo di ogni produzione artistica. La presente disami- na dunque
dovrà estendersi in 4,® luogo alla Verifi- cazione de’ pensieri secondari
storici. 11 presente Capo adunque sarà diviso in quattro Articoli, corrispondenti
lUlo quattro specie di considerazioni, oltre a quelle che abbiamo esposte nel
1.® Volume, generali e comuni ad ogni componi mento, • Hi , 4 »!' t ’ fc*b ; z
l- .n , •- I’ Jl; II’'-'-' Dk’ Pensieri Storici secondari considerati sotto il
RAPPORTO DELLA LORO PrOVVENIEWZA. § 25 . Prima specie di pensieri secondari
storici sotto il rispetto della loro prowenienza. I pensieri secondari storici
, abbiamo detto, sono idee , ossia vedute, o percezioni ec. e non giudizi o
sentimenti § 12. Videe cosi definite sono pensieri della facoltà conoscitiva o
pcrcipiente , che nelie scuole va detta oomunemente Sensibilità, e da noi con
parola più propria Sensitività o Sensiviià (vedi Nuovo Cors. Voi. Ili Utouz. )
; la quale per ragkme dell'obbjetlo veduto si divide in interna ed esterna. La
prima , detta an- <^a unproprnunente Coscienza, è la facoltà che ha 1 anima
di petcepire sè stessa e tutte le sue interne nidificazioni. Cosi noi pensiamo,
giudichiamo, ragia- marna , vogliamo , sentiamo, desideriamo ec. e sap- piamo
che avvengono in noi tuttle siffatte cose. Ora in questo sapere di sapere', in
questo accorgerci di quanto avviene in noi stessi consiste appunto la sen-
siviià interna ó la Coscienza. Ma questo sapere o ac- corgersi è un’ idea
semplicemente, "una veduta o per- cezione , che si affida alla Memoria o
Immaginazione per riprodurla sotto certe date condizioni , come re- drcmo,
ossia per ripresentarla quando' l’uopo richiede. Ondechè riproducendosi l’ idea
del giudizio , del razio- cinio , del volere -, del desiderio, non si ripetono
gli stessi pensieri, perchè, se questo avvenisse, sì uscirebbe da' limiti del
semplice ricordare o immaginare. 1 psi- cologi insegnano che non accade
pensiero in noi, di cui non abbiamo coscienza , la quale è occhio immortale
dell'anima sempre vigile a scorgere le più piccole mo- dificazioni, i più
indiscernibili fenomeni del pensiero: le nozioni più astratte, ideate ossia
percepite dalla co- scienza, sono affidate in deposito alla Immaginazione , la
quale per questo lato ha un dominio assai più esteso che non videro i psicologi
empirici. Per la .stessa ra- gione il dominio della Storia è più ampio di
quello che si è credulo finora , imperocché , avendo per sua fa- coltà r
Immaginazione , cui vanno depositale tutte le idee o le vedute della stessa
coscienza, cui nulla sfugge de' fenomeni del pensiero , comprenderà tutto lo
sci- bile ideato, ossia sentito , od avvertito dalla coscienza, come un
complesso d’ idee o di percezioni. La sensibilità o sensitività esterna è la
facoltà, con la quale l' anima nostra percepisce gli obbjetti fuori di noi, a
lei trasmessi, a cosi dire, per lo mini- stero de’ sensi , coni’ è dire , vista
, udito , odorato, gusto e tatto, i quali sono detti sensi, non perchè essi
sentono in senso di percepire, che è proprio dell’ani- ma , ma perché sono
mezzi e condizioni, per le quali l’ anima percepisce o si accorge di ciò die è
fuori di noi. Non bisogna mica confondere le condizioni, che debbono concorrere
per l'idea degli obbjetti esterni con r idea medesima che é percezione. Le
condizioni ne- cessarie a costituire la sensazione ( chiamerò così la idea o la
percezione degli obbjetti fuori di noi) sono l.° azione dell’obbjetto esterno
sopra l’ organo del sen- so , come sopra la vista, l'udito ec. c quindi lo
stalo sano dell' organo capace di ricevere l' azione dell' ob- bjetto 2.° che
quest’ azione subisca tali modificazioni che in qualunque punto, sia nel comune
sensorio , l’ a- ' '• nima se ne possa accorgere, perché abbia luogo l’tcìea o
la percezione, la quale è la parte dell’anima rispetto alla fac<dtà
conoscitiva. Una di queste due condizioni mancando, ridea 'non si può
costituire, appunto come per difetto della prima nel cieco-nato non v’è idea di
coiori, e nei soHo-muto non vi è idea di suoni. Per difetto della seconda non è
idea di colori nel dormiente, ancora -elle la luce capisca i suoi occhi aperti
, per- chè 1’ azione dì essa non si trasporta al punto , dove r anima se ne
possa accorgere! Affinché V IDEA sia un pensiero storico suppone un grado di
attenzione — Si fronde alle obbjezioni. Se è vero che Hi ogni pensiero abbiamo
coscien- za , è vero altresi che non di ogni percezione o idea ci ricordiamo,
perchè la esperienza e la ragione c’ in- stano che a moltissimi oggetti
'abbiamo dovuto in qualsiesi tempo pensare , de’ quali ora non serbiamo alcuna
reminiscenza. Ora ricordare è immaginare , e V Immaginazione è facoltà delle
{deè , o facoltà Sto- rica , è dunque chiaro che le idee non sono tutte ele-
menti storici, se non sono elaborate sotto qualche al- tra condizione, che le
possa rendere elementi -d’imma- ginazione , cioè permanenti. Questa condizione
è un grado di- attenzione , come sappiamo dall’ esperienza ; perocché fra’
mille o^tti che abbiamo osservati* ap- pena di pochissimi ci ricordiamo , e
propriamente dì quelli, che per avere colpito più fòrtemente ì nostri sensi,
più vivaraente vi abbiamo atteso. "Alcuni -filosofi, confondendo l’analisi
con l’attenzione, hanno insegnato che Ktdea è il prodotto deU’analtat. Una tale
csprcssione è «joìvoeR! rispetto rHr ^ nostra 'NtiOva Teoria 4iéii Giudizi,
nella 'quale abbiamo ' stabilito ' ohe prodotto deir Analisi sia it Giudizio.
Importa quindi c^mtnans come T Attenzione identica all’.^TMiliàt possa essere
una fcondizione per T esistenza dell’ idea elemento storicoi mentre è una
condizione del' Giudizio eleménto seleni tifico. Dall’ esame della qtiale
quistione ' rileverà! piS chiaramente la’ nafuii» dèlie' idee. * ^ i» *>i,^
. Io ricordo' in questo luogo' le • diverée * specie di analisi distinte nel §
7. della Nuova Teoria de’ Gindi* zi, cioè i." Analisi Dividente Anaìin
'Sépttranft 3® Analisi Discernente. Distinzione che risulla ddla natura degli
obbjetti, sopra coi si applica Tattività psi- coli^ica , perocché o 1’ obbjetlo
è un tutto continuo, come un tronco di albero , un masso di marmo, che costa di
parti natoraSméAté unite',' ma ' naturriraenté ancora separabili , e in questo
V analtsi si esercita di- videndo : o l’Qbbjetto è un complesso o una
collezione di motti individui naturalménte àepdratf,' é Sii di esso
esercitandosi l’analisi noti puè'fére’ che, mttrtierandó, lift individuo dall’
altro sefaràvè'i'^o si' vèrsa sopra- im soj^ getto, a' cUi sonò"inérètitf
‘te ^e qualità, nàtoralnielHé al soggetto connesse ,'' e' però natutalmente
indivisi- bili e inseparabili, éT analisi in "questo 'caso' non jptìò faro
'che semplicemente distinguere o disternere: Ua- valisi, che 'concorre
"'còihe’condiiione dalla pàrtc del- Tattività ’ psicOlc^ca^ nel giudiz
ib,‘ è ' Ist Disceriientc, oìè- sià ^‘éflà ^ctìe" distingue la ' qualità*'
inerente nel ' sog'^ getto',''' o féjplto cmartaTité dalla causa' tome il'Thotd
del mcMlé. iTanélist identica airatténzìonej^ che con- corre come éotìdfeloné
dalla parte dell’ attività psico- logica nell’ tdeà sarià'là Dividente ò la’
iScpnVajifc, pei* la quale si 'rischiara la oscurità che èirconda la 'sem-
plice 'percezione, che comuncmciitc dicesi smnsionc- Digiiized by Google 80 . '
PARfB prima' E^li é vero, che nella citata Nuova Tewia de' Giudizi ho detto
anche idee a' tre elonenti del giudizio pri- mitivo e categorico, ma ciò in
nulla deroga alla pre- sente dottrina , perocché per un modo improprio di
parlare ogni elemento di pensiero sotto un rispetto si può ben appellare idea e
veduta , o percezione. Vi- dea elemento storico , ossia pensiero che appartenga
al dominio dell' Immaginazione, suppone per sua con- dizione un grado di
attenzione, per la quale rischia- rata distinguesi dalla sem]dice percezione o
sensazio- ne , di cui ancorché abbiamo coscienza, non ne pos- siamo -serbare
memoria, » • - § 27. Educazione della duplice sensività al oiscanytMBNTO ed
alla couptuiiisimB aorica. Io non parlerò qui delle illusioni o di^li errori,
che possono derivare dalla duplice sensività non bene diretta , perché parmi che
le avvertenze fatte nel 1." volume §'42 pag. 257 e s^. sieno più che
sufficienti in una Istituzione elementare. Ma non potrei passarmi di fare
alcune osservazioni importanti intmrno all'edu- cazione della duplice sensività
al dùcenumento e.alla comprensione storica particolarmente per le deduzioni di
sommo rilievo .nella presente disamina delle idee storiche. Egli è un fatto
costantissimo e però noto ge- neralmente che la. nostra sensività
familiarizzandosi con alcuni oggetti acquista due proprietà ck>è l.° di
percepire ni^li obbjetti maggior numero di particida- rità 2.® di abbracciare
ad un intuito maggior nume- ro di obbjetti di una data specie. L’occhio dd
pittore vede ili un quadro tante cose, che agli occhi profani ]>ass;ino inosservate e 1' occhio di un
capitano com- prende ad un intuito un gran numero di soldati, che abbaglierebbe
lo sguardo di ogni altro uomo non abi- tualo a vedere una moltitudine. Ora lo
storico è un artista , che di proposito vuol registrare gli avveni- menti , e
però deve essere informato delle cose co- me un uomo di professione, ossia deve
conseguire Ttn- tegrità assoluta de' pensieri secondari da non lasciare alcuna
cosa a desiderare (Voi. I § 34 pag. 220). Se egli guardasse le cose, come tutti
gli altri uomini estranei alla sua Arte, non potrebbe raggiungere quest’
integri- tà. Ma per guardarle in modo artistico è mestieri che vi si educhi, e
l’educazione di questa specie importa familiarizzare la sua sensività con
obbjctti di determi- nata natura secondo la specie di storia che si propo- ne
di scrivere — Un uomo che non avesse mai ve- duto un esercito schierato in
battaglia , come potreb- be descrivermi o narrarmi la fortuna delle armi? L'i-
dea , che (costui avesse potuto formarsi di tai cose da’ racconti altrui, non
può riuscire mai esatta abba- stanza , come vedremo in appresso , per difetto
di analogia. A chi non è nota la differenza delle descri- zioni di Omero da
quelle di Virgilio, come pure delle descrizioni dell’ Ariosto da quelle del
Tasso ? E chi non attribuisce a maggior perizia delle cose descritte il primato
degli uni sopra gli altri ? E chi non desi- dera qualche cosa di più nelle
inesatte descrizioni di quest’ultimi ? Chi non vorrebbe essere Omero, che fu
chiamato primo pittore delle memorie antiche ? Ora - ninno dirà che 1’
eccellenza del greco vate debba ri- petersi unicamente da una più perfetta
natura senza darne alcuna parte alla perizia acquistata nelle cose ^descritte ,
anzi quasi tutto a questa attribuiva Sidonio Apollinare , allorché consigliato
da Laone , consigliere 6 del Re de' Goti
di elevare lo stile dal domestico eser- cizio di scriver lettere al più sublime
studio di tessere istorie rispose; « tu meglio la mole di tanta opera potre-
sti intraprendere , perchè ogni di in qualità di con- sigliere di un
potentissimo Re , sollecito di lutto il mondo , hai la opportunità di conoscere
egualmente gli affari , i dritti , le alleanze , le guerre , i luoghi, i tempi
, i meriti ec. Onde chi più giustamente ac- cingere si potrebbe a tal cose, se
non colui, del quale costa avere imparato i movimenti delle genti , le va-
rietà delle legazioni , i gloriosi fatti de' Duci , i patti de' regnanti e
finalmente tutt' i secreti delle repub- bliche? » Io non sono del parere di
coloro che, portando le cose all' estremo , vorrebbero che i soli Principi
scriver debbano la Storia politica , i soli Duci la sto- ria militare , i soli
uomini del contado la storia del- r agricoltura, imperocché in questa
supposizione nes- suna storia sarebbe possibile, e molto meno la storia
universale, la quale abbraccia l' enciclopedia dello sci- bile umano. E,
parlando delle storie particolari, niuna è talmente esclusiva intorno ad una
data materia che non comprenda delle cose estranee all' immediata co- noscenza
dello scrittore. La storia politica di una na- zione, per esempio, non si versa
unicamente intorno ai trattati internazionali , aUe guerre, alle alleanze, alle
leggi , a' movimenti popolari ec., ma si estende a' co- stumi , alle scienze ,
alle arti , a' mestieri , alla reli- gione ec. di un popolo , cose tutte che un
Principe non può conoscere egualmente che le altre dette in- nanzi. Essendo
l’intelligenza umana limitatissima per - natura e per la brevità della vita ,
onde non è con- ceduto all'individuo di tutto conoscere e di tutto ve- dere per
sé stesso, una storia alla proposta condizione scritta 'sarebbe impossibile ,
eppure noi abbiamo tante j produzioni storiche molto lodate e pregiate, nelle
quali ciò che manca in rapporto alle cose, che lo storico non ha potuto
direttamente conoscere , è compensato dal- r integrità e dalla precisione in
quelle , sopra cui ha fatto uno studio particolare. I.<a Storia universale
in conseguenza vuol essere compilata con questo disegno, cioè di raccogliere
dalle diverse storie particolari quella parte, in cui lo storico ha potuto
essere esatto e preciso. Uno scrittore di storia particolare dal suo verso deve
proporsi di portare una pietra al grand'edifizio dalla Sto- ria universale, in
quanto che vale a dire si deve proporre di essere perfetto in una qualche cosa,
che è stata ob- bjetto di suo studio particolare , e di un'esperienza ac-
curata per r educazione della sua sensività sopra og- getti divenutigli
familiari, onde gli è potuto venir fatto di discernervi tanti elementi, che
alla moltitudine pas- sano inosservati , e di comprendere ad un intuito le
tante relazioni, che a' profani sembrano disparate e ri- mote. A questa
condizione uno storico si può dire co- scienzioso scrittore , cioè un uomo che
ha saputo non solo scegliere prudentemente la sua missione, ma compierla a
differenza di colui che fa uso della penna per vanità di essere lodato, e
scrive senza scopo, senza impulso di convincimento delle cose che dice, ma per
diletto proprio od altrui , vagheggiando chimere im- maginarie per ignoranza
de’ veri fatti. Seconda specie di idee o di pensieri storici secon- duri —
ossia differenza delle idee storiche dirette dalle ISDJRETTE. Contro la teoria
esposta ne' due precedenti para- grafi si potrebbe opporre che la storia
versandosi sul passato , ossia sopra coso che furono e non sono di presente , è
bene inutile educare la sensività per la precisione delle idee storiche da un
verso , e da un altro è inutile la teoria delle idee, come prodotti della
sensività, messo che noi le acquistiamo per tradizione credendo e non intuendo
, per fede e non per evi- denza. A che mi giova infatti il sapere che le idee
sieno da formarsi con le sopradescritte condizioni, se non mi è conceduto di
osservare un Coriolano che , assediando Roma , è conquiso dalla pietà filiale ?
0 Annibaie che passa le Alpi e mette in piena rot- ta presso Canne gli eserciti
romani ? Tali avveni- menti non sono più: i combattenti sono ritornati alla
polvere : i luc^hi sono cambiati e di nome e di cir- costanze ; attuando i miei
sensi non mi sarà conce- duto di osservare il nulla. E questo rispetto alle
cose distanti per tempo : fate la stessa applicazione per quelle che sono
lontane per luogo, ancorché per tempo presenti. Chi può pretendere che uno
storico debba viaggiare in America ed Australia, valicare gli oceani
sterminati, i deserti infocati dell’Arabia, oltrepassare le Alpi , gittarsi in
braccia ai pericoli del gelo , delle belve feroci , de’ fiumi , delle rupi ,
degli abissi, per appurare i secreti della natura e degli uomini ? Ed ancorché
il volesse chi gli darebbe generosi sussidi per «iaggìarc ? Senza dubbio sarebbe desiderabile
che Io Storico il potesse , pérchè sappiamo che, quando si è potuto, la Storia
è riuscita veridica, almeno più pur- gata di favole e di mentite, ma un tal
lavoro forme- rebbe un Viaggio e non una Storia , un appunto di atti sperperati
e non una narrazione artistica , pe- rocché, mentre si va in cerca de’fatti, il
materiale non è ancora , e quando il viaggio tanto arduo , penoso e difficile
sarà finito, la vita dell'uomo è vicina al suo tramonto, onde al far de’conti
per ordinare i suoi pen- sieri raccolti per tanti anni o gli manca la lena per
debolezza di memoria o non è più. Si vorrebbe da ciò conchiudere che la teoria
delle idee storiche esposta ne’ due precedenti §§, è inutile, se è vero che
desse si acquistano, giovandoci delle fatiche altrui, alle quali crediamo. 5 29
. Prima risposta —• Ewi una Storia , nella quale si narrano o si descrivono
fatti passati, che si pos- sono verificare di presente. Vi sono in natura
alcuni obbjetti universali per- manenti in tutt’ i luoghi e in tutt’ i tempi ,
sopra dei quali facendo noi le nostre osservazioni, possiamo es- sere certi e
sicuri che non c’inganniamo, asserendo che essi sono identici a quelli che
furono osservati nel pri- mo di della loro creazione rispetto all’ uomo. Tale è
il Sole , la Luna, le Stelle, i monti , le valli , i fiumi, le stagioni , la
pioggia, il caldo, il freddo, la vita, la morte , la generazione , ec. cc.
Allorché dunque vogliamo narrare o descrivere cose siffatte, non è uopo che noi
consultiamo la tradizione orale o vuonumen- tale, e però non è un semplice
consiglio, ma un do- vere dello scrittore di storia di volgere la sua sensi- '
tività sopra tali oggetti con tutte le condizioni sopra descritte. L’attestato
di Tucidide, o di Erodoto, o di Livio non potrà in alcuna maniera aggiungere
peso all’ evidenza, che non dobbiamo scambiare con la cer- tezza , la quale è
un mezzo sussidiario della umana imperfezione ne’ casi che non ci è dato di
osservare direttamente obbjetti rimoti o inaccessibili (voi. I. §50 pag. 293 e
seg. ). Da quest’ obbjetti vità storica biso- gna ripetere il progresso
scientifico, imperocché, quan- tunque la Storia non sia Scienza, n’è però il
fonda- mento, in quanto che la Scienza complesso di giudi- zi discerne quello
che truova nell’ idea elemento storico, onde a misura che Videa si perfeziona
con la educazione delle sue facoltà produttrici , la Scienza sempre mai
progredisce. Provalo una volta che vi sie- no obbjetti storici permanenti e
però comuni alle sto- rie di tutt’ i tempi, resta ancora provata la necessità
deir educazione della duplice sensività esposta nei due §§ precedenti. Ma oltre
a queste vi sono alcune specie disforìe particolari , le quali si formano
d'tdee provvenienti dalla nostra sensività in gran parte. Tali sono le bio-
grafie 0 nostre o di qualche nostro amico e concitta- dino, con cui abbiamo
vissuto familiarmente, rispetto alle cose sensibili. Fuvvi un tempo che uomini
cele- bri scrissero la Storia della propria vita privata e pub- blica. I
Comcntari di Cesare formano la Storia della sua vita pubblica : ad imitazione
di lui scrisse Augu- sto tredici libri della sua vita, e un indice più
ristretto (lolle cose che avea operate ,
come attesta Svetonio e il famoso giureconsulto Ulpiano. Tiberio parimenti
lasciò scritto un comentario della sua vita, che dava a Do- miziano occasione
d’ impilare lodevolmente quel tem- po, che sopravanzavagli dall’ uccisione
delle mosche : praeter commetUarios et actaTiberii nihil lectitabat, come dice
Svetonio, e quel mostro di malvagità Clau- dio in otto libri la propria vita
compose. Severo, co- me attesta Giulio Capitolino e Sparziano, scrisse la sua
vita pubblica e privata: piò modesto Adriano fece pub- blicare la sua a nome di
alcuni suoi liberti letterati. Alcuni nostri italiani ad esempio di Benvenuto
Cellini scrissero la propria vita come 1’ Alfieri , e moltissimi altri nelle
così dette Biografie degli uomini illustri fe- cero pubblicare la loro sotto il
nome degli editori. 0- ra ninna storia è piò bugiarda della biografia scritta
da noi stessi , perocché la vanità di essere bene ap- presi da’ posteri non ci
permette di toccare il fondo del proprio cuore, né di discernere i veri motivi
delle nostre azioni. L’ amor proprio ci fa tutto vedere one- sto quanto possa
servire al personale interesse. Cesare, avendo spogliato l’erario del tesoro
sacro, che si cu- stodiva per la necessità della patria , rompendo con violenza
le porte e minacciando Metello che gelosa- mente il teneva in custodia,
descrive questo fatto nei commentari falsamente , interessandone senza cagione
Pompeo e incolpando Lentulo di negligenza e viltà, co- me se spaventato da vane
voci lasciato avesse l’era- rio in abbandono. Severo nella Storia della sua
vita dissimula la propria crudeltà e scrive, come nemico e non come storico,
de’ suoi, nemici Albino e Negro. Le idee, che ci formiamo di noi stessi, sono
dunque per lo piò false o inesatte. La scienza direttrice dell’Arte suggerisce
delle norme di conoscere noi stessi con la tranquilla direzione del senso
ìntimo sopra i fatti proi pri, o ci consiglia di non scrivere, o alla più
trista di-r chiara sospetta una specie di scritture, nella quale ó difficile ,
per non dire impossibile, di vedere le cpse quali sono in sè stesse. § 30 ,
Seconda risposta r— U educazione della duplice seur; sività è il fondamento
analogico per formarci le idee storiche indirette , ossia idee formale per
analogia sulle idee dalla duplice sensività. Io chiamo idee dirette quegli
storici elementi, che immediatamente ci formiamo con V esercizio della du-;
plice sensività interna ed esterna applicata a’ rispettivi obbjetti. Tale è V
idea del pappagallo presente alla vista, e delle passioni presenti alla
coscienza. Chiamo poi idee indirette o mediate quelle, che ci formiamo di
alcuni obbjetti che non sono caduti mai sotto i nor stri sensi, sia che in
avvenire possono o no cadervi : tale è, a modo di esempio, la idea che ci siamo
formati delle Piramidi , che non abbiamo per lo passato ve- dute , e di una città
dove non siamo alcuna volta stati. Ora chi non vede la differenza di queste due
specie d'idee? Le prime portano seco il carattere della certezza intorno
all’esistenza del loro obbjetto, che noi stessi abbiamo osservato : le seconde
sono accompa- gnale sempre dal sospetto intorno all’ esistenza dell’ob- bjetto,
che noi non abbiamo osservato , ma lo suppo- niamo esistente per analogia, come
vedremo, o lo am- mettiamo come tale per fede ossia per credenza alla
lestimonianza altrui. Delle prime ho parlato abbastanza nel paragrafo
aniocedenle , perciò in queslo e ne’ se- guenti parlerò delle idee della
seconda specie. E intorno a queste due quistioni egualmente impor- tanti si
possono fare: la prima concerne le idee indirette ì 1 quanto al modo di
concepirle, la seconda in quanto all’obbjetto a cui si riferiscono. E
primamente si può domandare : come possiamo concepire alcune idee senza che il
loro obbjetto abbia mai colpito il nostro senso? in particolare come possiamo
concepire I’ idea di una città, che non abbiamo mai veduta, o di un fiume, che
non abbiamo mai osservato ? quisliune cosi propo- sta non è di si poco momento
, come è potuto sem- brare a primo aspetto, tanto più che la psicol<^ia em-
pirica non se 1’ ha proposta in alcuna guisa. Le Arti rappresentative, come la
Pittura e la Scultura, ricorro- no a’ ritratti degli obbjetti lontani a’
presenti o agli avvenire, pe* quali noi concepiamo quali furono, a mo- do di
esempio. Cicerone, Cesare, Pompeo. Un tal mezzo per quanto effettivo
parzialmente, per altrettanto è in- sufficiente, imperocché, se manca la parola
scritta o la tradizione orale, noi non sapremmo quale originale
rappresentassero que’ ritratti, che si dicono di Cicero- ne , di Cesare e di
Pompeo. Unite alla Letteratura le Arti rappresentative diventano sussidi
efficacissimi a farci concepire in modo direi naturale le idee indi- rette di
obbjetti rimotissimi per tempo e per luogo. Venendo adunque alla quistione,
dico che le parole , mezzi sensibili di manifestazione dell’ Arte che dicesi
Letteratura, hanno la virtù di farci concepire le idee degli obbjetti non mai
osservati per la loró generalità ed estensione. Io mi propongo di far concepire
ad un idiota del contado Videa, per esempio, di un elefante, che <^li non ha
mai veduto : a riuscire nel mio pro- posito dirò dapprima: l' elefante è un
animale a qual- Digitized by Googte PARTE PRIMA 90 tro piedi. Queste parole
esprimono idee note al mio idiota per la sua immediata osservazione. Ciò che
gli è ignoto è r elefante per la sola parte delle differenze specifiche, onde
quest'animale non è cavallo, o bue, o asi- no. Or quest' ignoto non può esser
noto al medesi' mo, se non per mezzo di un altro noto, perchè il solo noto è
luce, che rischiara l' intelligenza nelle tenebre deir ignoranza a raggiungere
l' ignoto. Io dunque ri- corro ad altre parole e quindi ad altre idee a lui
note, le quali limitando la indeterminata estensione del ge- nere animale
quadrupede, fanno concepire Y elefante tale qual' è. 11 che propriamente nelle
scuole si dice definire, ossia sostituire la definizione al definito. Ma che
cosa è una definizione, se non una descrizione, la quale, come abbiamo veduto
nel § 18, è uno de' mezzi esplicativi dalla Storia? La natura è omc^enea nel
senso che tutte le cose si riducono a certi capi , che si dicono generi o
specie universali e comuni : le pa- role sono segni di queste idee universali ,
onde a mi- sura clic si compongono si restringono scambievolmen- te. Ecco il
magistero potentissimo della parola , ecco il suo sovrano ufficio di far
concepire adequatamente le idee degli obbjetti rimotissimi, che non si sono mai
potuti osservare da noi; nè si potranno quando che sia, A meglio dichiarare
questa teoria giova ricordare in questo luogo quello che ho stabilito nella
Sintassi voi. II. del Nuovo Corso di Letter, Ivi ho detto che una proposizione
grammaticale può diventare logica a condizione di apporre alcune parole di
costa ad altre parole, dette determinabili, ossìa capaci di determina- zioni. I
determinabili sono indefiniti , indeterminati , c generici ; le determinazioni
fanno l'ufficio di limiti o temùni. Componendo adunque tra loro le parole, il
significato generale di ciascuna si viene a restringere in guisa che si può far
intendere adequatamente il particolare e il singolare o individuo. Queste
determi” nazioni poi e questi limiti o termini ^ rispetto al no- me, sono gli
aggiuntivi qualitativi e quantitativi (Nuovo G)rso di Lett. Voi. II ). Ora apporre
le qualità ad una sostanza è un descrivere (Voi. V. § 18 pag. 59) , è dun- que
evidente che ufficio proprio della Storia è di far apprendere le idee
iìxdirette per un mezzo leggitimo e adequato, imperocché provato che
determinare una sost.anza e descriverla sieno identici, nella supposizione che
In proposizione logica o determinata è un mezzo leggitimo di far intendere il
particolare per mezzo delle parole generali in assenza degli obbjetti , sarà
uopo conchiudere che faccia lo stesso la Descrizione , ossia la Storia, § 31.
Delle idee indirette considerate in rapporto alloro obbjetti. Veduto il mezzo
leggitimo di concepire le idee in- dirette, non resta sciolto ogni dubbio ,
imperocché si affaccia allo spirito la maggiore difficoltà intorno al- r obbjetto
delle medesime. Allora che io vedo il pap- pagaUo , mi formo idea di un
obbjetto , ossia di una cosa esistente fuori di me, e sono certo di questa esi-
stenza o dello stato esteriore di un tal pappagallo ; perché T ho veduto con
gli occhi propri , ossia col- r applicazione del mio senso , che costituisce la
evi- denza di fatto. Ma non é punto cosi per le idee in- dirette, le quali
abbiamo potuto concepire per lo mez- zo delle determinazioni apposte a’
determinabili , ma in ninna maniera ci è venuto fatto di sentirne V obbjetlo,
ossia T esistenza esteriore, dì cui Tidea ò per^ cezione o veduta. Ora, come io
posso sapere che esiste realmente fuori di me robbjetto di simili idee? Ecco '
la quistione concepita in chiari e precisi termini. — A risolverla
adequatamente io richiamo alla, memoria dei miei lettori la distinzione che ho
fatto nel 1.® Voi. di questo Corso Compiuto di Estetica intorno alla verifi^
cazione de' pensieri secondari corrispondenti ad ob^ hietti creduli § 46, pag,
276 e segg., onde vado a sud-» dividere il presente § in più §§ , per procedere
con ordine in una teorica di tanta importanza rispetto alla Storia. § 32. Degli
ohbjetti creduti per analogia, e quindi prin- cipi generali che regolano questa
credenza o fede storica. Noi siamo fatti per natura, ad anuitettefe come
osistonli tulli quegli obbjetti, che non cadono sotto i nostri sensi, ma hanno
una specie di relazione a certi altri obbjetti che cadono sotto i nostri sensi,
ondechè alia presenza di questi argomentiamo T esistenza di quelli. Cosi al vedere
il fumo in distanza, ammettiamo r esistenza del fuoco che è invisibile : ed al
sentire la voce umana argomentiamo resistenza di un uomo. QuesVammettere, come
esistente, ciò che non cade sotto i sensi , i quali unicamente hanno la virtù
di trasportarci fuori di noi nel mondo esteriore , è una fede, è una credenza
differente dalla percezione im- mediata e diretta, la quale ha per carattere Y
eviden- za. Ea fede non è scompagnata da qualsiasi grado di timore dell’
opposto e però non porta seco il carattere della certezza assoluta ; ma 1’
evidenza è tanto certa che con la certezza istessa confoiidesì. Questo fatto
deir umana fede o credenza è di natura, perchè sia- mo fatti per credere, e ciò
con sapientissima economia dell’autore del nostro essere, imperocché limitati
co- . me siamo nella nostra intelligenza , e ne’ mezzi di co- noscere in
generale, messi in un punto di questo im- menso universo sensibile , a
pochissimo numero di co- noscenze dovremmo ridurci , se tutte le cose doves-
simo osservare co’ nostri sensi immediatamente. Ma po- che osservandone ed un infinito
numero credendone , possiamo in breve tempo raggiungere un’immensa di. stesa di
conoscenze. Ma su qual fondamento possiamo ammettere, come esistente, ciò che
non è percepito dalla facoltà che ci trasporta nel mondo dell’ esistenza ,
ossia delle cose che stanno fuori di noi ? Io già 1’ ho accennato in- nanzi :
noi ammettiamo come esistenti tutti gli obbjetti insensibili, i quali hanno una
specie di relazione con gli obbjetti sensibili. Ora tutti gli obbjetti della
natura si riducono a due categorie generali cioè di Sostanze e di Colise (Voi.
II. Nuovo Cor. di Lett. Sin. Reg.). La Sostanza è la Cosa permanente
circoscritta e limi- tata dalle sue qualità : la Causa è la Cosa in azione
produccnte effetti. Tra Sostanza e qualità, tra Causa ed effètti vi è relazione
di connessione, per la quale pensando all’ uno de’ termini siamo necessitati a
pen- sare all’altro termine (Voi. li. Nuovo Cor. Sint. Reg. ), perchè le
connesse cose non possono essere pensate divisamente se non a condizione di
togliere la prima supposizione ( Fedi Nuova Gram. ragion, per la Lin- gua hai.
Voi. Ili De Traslati Trat. I. ). Per questa connessione che passa tra i termini
delle due riferite serie è facile a comprendere che, se abbiamo presente al
senso la Causa , supponiamo esistente 1’ effetto insensibile e viceversa: cosi,
se percepiamo col senso la qualità, supponiamo esistente la Sostanza o il
Sogget- to, a cui dev’ essere inerente. Ma il vasto teatro del- . r universo
spettabile non presentando che Sostanze e Cause , cioè cose permanenti e cose
agenti, e da un altro verso essendo la natura omogenea ne’ suoi pro- dotti, è
agevole a intendere che in natura s' incontri- no cause e sostanze simili ad
altre sostanze e cause. Così tutti gli uomini individui, che costituiscono una
sola specie, sono cause e sostanze simili. Tali sono le specie delle piante ,
de’ pesci , de’ volatili , de’ solidi, de’ fluidi ec. Ma in che può consistere
la similitu- dine della sostanza e della causa ? In quanto che le prime hanno
identiche qualità, le seconde producono identici o simili effetti. Cosi tutti
gl’ individui umani pensano , sentono , ragionano , nascono , crescono e
muojono con le stesse l^gi e con le stesse condizio- ni ec. Tutte le piante di
una stessa specie , a modo di esempio, in tutt’ i luoghi e in tutt’ i tempi
germo- gliano , fioriscono e producono frutta in una stessa maniera. 11 fuoco
arde allo stesso modo : gli uccelli tutti volano con le ali ec. Noi dunque
ammettiamo come esistente 1’ effetto insensibUe in occasione della causa
sensibile , simile alla causa altra volta percepi- ta , ed ammettiamo come
esistenti le qualità insensi- bili in occasione di una sostanza sensibile ,
simile ad una sostanza altra volta percepita. Io vedo una pianta sfrondata in
tempo d’ inverno , la quale è simile ad altre piante che vidi sfrondate nella
rigida stagione , ma rivestite di foglie in primavera, argomenterò che la
pianta presente anch’essa ringiovenirà al ritorno di aprile. Vedo un’ acqua che
scorre dalla sorgente al prato , simile a tante altre acque altra volta bevute
, suppongo in quella la freschezza che ho trovato nelle Digitized by Google
INTORNO ALLA SCIENZA DELLA STORIA REALE 95 altre passate. 1 princìpi generali
adunque di questa fede o persuasione^ con la quale ammettiamo come esistenti le
cose insensibili, sono i seguenti. 1. ® Cause azione ed effetti sono connessi
tra loro, in guisachè, messo uno de* termini, è uopo am- mettere ancora V
altro. 2. ® Sostanza stato qualità sono ancora connessi tra loro allo stesso
modo che la serie precedente. 3. ® Cause simili producono effetti simili , e
gli effetti simili sono prodotti da cause simili. 4. ® Sostanze simili hanno
qualità simili , e le qualità simili limitano sostanze simili. 5. ® Dall’
esistenza delle Sostanze e Cause simili crediamo esistenti gli effetti e le
qualità insensibili. 6. ® L’ Effetto non può mai essere maggiore della sua
Causa , perchè il dippiii dell’ effetto prodotto sa- rebbe senza causa , ed un
effetto senza causa è una cosa inconcepibile. Le produzioni artistiche di una
nazione , come gli edifici superbi, le alte torri , le pitture, le statue
argomentano la civiltà progredita della medesima, pe- rocché un effetto di
tanta meraviglia non potrebbe es- sere prodotto dalla barbarie, ossia dallo
stato barbaro di una nazione secondo l’enunciato: non ci è effetto maggiore
della sua causa. Adunque lo Storico accu- rato, che vuol darci idea delle
antiche nazioni, dovrà consultare i monumenti di tutte le arti e specialmente
della Letteratura , da’ quali come effetti può valutare la causa, ossia la intellettualità
produttrice di que'mo- numenti, cosi detti da moneo, che significa ammonire in
quanto che ci avvisano o ci fanno concepire quali si fossero stati gli uomini
di un tempo operatori di quelle meraviglie. Non senza ragione gli eruditi logo-
rano la vita in queste ricerche sopra i ruderi antichi PAUTE PRlalA 96 o di
Pesto , e di Ercolano o di Poinpiù cc. e ia sto- ria è inassimainentc tenuta a'
loro studi, allorché da- gli antichi monumenti illustrati procede secura a nar-
rare e descrivere gli avvenimenti di tanti secoli ad- dietro e corregge gli
spropositi degli stessi storici con- temporanei , come di Erodoto e di Livio
per le cose greche e romane. Essendo invero la natura costante nel suo corso
chi potrebbe credere le menzogne di Erodoto tanto difForini dal véro nel
descrivere che egli fa le cose di Egitto , come attesta Giuseppe , nel dar
luogo al mare col taglio dell’ Atho , nel porre in ceppi 1’ El- lesponto , nel
seccare i fonti della Media , di che ride il Giovenale ? Tralascio gli animali
mostruosi ge- nerati dal cervello di Erodoto , come i Grifi nell’ Eu- terpe ,
le Formiche indiane nella Talia, la Fenice nella Melpomene. Credereste voi a
Procopio che un Isauro 0 un Trace con una sola saetta pose in fuga un eser-
cito intero di Goti , o che Tile sia dieci volte mag- giore d’ Inghilterra?
Crederemo a Paolo Veneto che ci descrive la città del Quinsai , che gira
intorno a cento miglia con dodici mila ponti di tanta altezza che ogni gran
nave a gonfie vele vi sottopassi senz’ urto? 0 che il. mar Caspio è sempre
spopolato di pesci e solo ne abbonda ne’ giorni destinati d digiuno? Chi
crederebbe a quel barbassoro presso Luciano che al solo grido di Prisco fa
cader morti sette o otto soldati? Simili rac- conti non reggono nella stessa
favola, la quale come ideale perfetto non deve tener per ultimo pregio la
verità , ossia la conformità al reale possibile. Ho detto che i Monumenti come
prodotti dell’ u- mana intelligenza attestano la civiltà delle nazioni. Ma che
si debbono intendere per monumenti ? « De’ fatti » insigni gli uomini
conservarono la ricordanza elevando a mucchio di pietre o statue o trofei
secondo » la varia coltura. Ora la vastità e magnificenza degli » ipogei
indiani ed egizi attestano Tantichità e la po> » lenza di quei popoli : ora
le rovine provano 1' esw » stenza di una grande città : ora le armi , le urne,
» gli utensili sepolti dànno indizio di battaglie, di ne- » cropoli , di terre
perite : ora gli avanzi de’ templi » e le sgomberate lave ci rivelano la
costituzione' di » un paese , il suo culto, i pregiudizi, il vestire , le »
credenze , gli attrezzi domestici, i pesi, le misure. » Giacobbe alzò la pietrà
di Betel come monumento » del patto con Dio : sassi ammucchiati accennarono »
il passaggio del Giordano : la Grecia era sparsa di » tanti monumenti che in
quelli si poteva leggere tutta » la Storia patria, nè altrove che ne’ monumenti
sta » la Storia anteriore ad Omero ». ( Cantii — Nozio- ni Preliminari ), ■'
Io. per monumenti non intendo soltanto le pro- duzioni dell’ arte e
dell’industria umana ^ ma ogni av- venimento permanente della naturajacca<Ia(o
in un pun- to dello spazio dall’ origine del Mondo fino a noi. La Storia
geol(^ica o geografica non potrebbe at- tuarsi senza consultare l’ evoluzioni
terrestri ed astro- nomiche. Ed a queste indagini storiche dobbiamo l.i
Geologia o Scienza della terra, ossia del globo dove noi abitiamo. 11 Diluvio
universale, per esempio, è un av- venimento creduto da tutte le nazioni , e
questa cre- denza è sostenuta dalle tradizioni di tatt’i popoli , ri- cevute
dalla discendenza de’figli di Noè, testimoni ocu-* lari di tanto sterminio. La
miscredenza ingegnossi di met- tere in dubbio questo fatto universalmente
creduto s Venne in sussidio della fede alle antiche tradizioni la Scienza su i
dati storici geologici, k La Geologia, svol- » gcndo queste zone, in cui è
fasciala la terra, simboleggiata però dagli egiziani in una cipolla, costrinse
» i minerali a dare la storia della loro formazione. » €uTÌer , che piò innanzi
portò questa Scienza , ra- » dunò quanto potè ossa fossili, dallo studio delle
» quali giunse a concbiudere che assai volte la terra n nostra fu sconvolta ,
sorgendo il mare ad occupare » il luogo popolato dagli animali : che P ultima
volta » in cui avvenne questo fatto coincide appunto col- » r epoca del diluvio
di Mosé (e delle universali tra- » dizioni )... Basti dunque il dire come al
presente sulla -n scorza del globo nostro si trovino prima di tiitto u banchi
di fango & di sabbie argillose misti a ciottoli » rotolati di lontano , c
pieni di ossa di animAli ter- ». restri , immani di forma e di mole , la cui
razza » peri o abita altri climi.^ Si distinguono bene da’ se- » dimenti
ordinari de’ fiumi e de’ torrenti , che con- » tengono soltanto ossa di animali
del paese , e sono » pruova dell’ ultimo diluvio ». (Cantò. Epoca prima Libro
Primo — Antichità del Mondo). Comesi potreb- be scrivere la Storia geologica
senza consultare questi monumenti immortali della natura ? Come descriverci i
monti che fanno parte della terra senza la teoria de’ sollevamenti, ttovata o
chiarita da EliaBeaumont ? da Bath? da Stevensohn ec. ? E in questo la Storia
pro- cede illuminata da’ principi di sostanzialità e causalità qui sopra
riportati : l'effetto non è maggiore della cau- sa: effetti simili sono
prodotti da cause siviili ec. ec. La Scienza della Storia, esponendo questi
principi generali, non può fare ammeno di accennare alle con- venienze delle
Storie particolari , fisiche o morali — E qui potrebbe alcuno obbjettarmi che
alcune storie non possono costituirsi intorno a qualsiesi obbjetto prima che la
Scienza intorno al medesimo siasi costi- tuita. Del che ne fa pruova la
Geologia Scienza nuova , di cui meritamente si disse Padre V immortale Cuvier.
Lo stesso potrebbe dirsi della Storia dello spi- rito umano in quanto a’
fenomeni del pensiero ec. A questa obbjezioiie rispondo , concedendo sotto un
ri- spetto, e sotto un altro negando, imperocché, avendo definita la Storia per
la Coscienza dello Scibile uni- verso, può essere prima e dopo della Scienza,
ma que- sta è sempre posteriore all’ elemento storico, come il giudizio è
posteriore air/c^a.ilnfatti, se non fu prima della Scienza geologica la Stòria
scritta del globo ter- restre, vi fu' certo la tradizionale e monumentale, se
non perfetta, in quabivoglia modo almeno. Ma, se gl* uomini non scrissero
questa storia , la dettò Dio me- desimo all’ispirato Mosé, il quale tre mila
anni prima che Cuvier avesse iq>pronfondite queste indagini e quan- do i
popoli credevano a < fole mitologiche, la descrisse con tanta precisione od
esattezza che la Scienza ammi- ra di presente e vi si uniforma. J»' Ritornando
al mio proposito, concludo' che le idee indirette acquisite 'per lo mezzo
dell’analogia sostan- ziale c causìde ò nn mezzo leggitimo di concepire le idee
e ‘di ima credenza pro^ sima alla evidenza. Dessa é il fondamento , come ve-
dremo "in seguito , della certezza mòrcde, che si fon- da sull’ attestato
degli altri uomini , in quanto cheia fede per analogia è inalterabile dal lato
delle cose , mentre quella che viene dagli uomini fallibili non è scompagnata
dal dubbia, o dal sospetto del contrario. La Storia adunque, che si affatica di
corroborare la testi- monianza degli uòmini con l’analogia de’ monumenti,' c
questa con l’evidenza di fatto', ^ve però’ ritentare direttamente le sue
immediate osservazioni. hutorno alle idee indirette , il cui oldfjetlo è
creduto sull’ attestato degli altri uomini. : Quando cre<1iamo per analogia,
crediamo a noi stes< si, onde, se vi è errore, dobbiamo noi stessi
incolparne, che non avremo saputo ben agguagliare la simihtodine degli effetti
e delie qualità rispetto alle loro cause o a’ loro soggetti.' Se, per esempio,
in vedere una torre in- cenerita io attribuisco questo effetto alla mano
ddH'uo- mo , potrò ingannarmi , perchè potrà darsi che real- mente sia stata incenerita
dalla folgore. Ma, se quésto fatto mi sarà narrato da un altro uomo., cui io
cre- do in buona fede, l’ inganno o l’ erjrore non è più mio, ma dipende
daH’ignoranzao dalla n>ali 2 ia altrui — Sorge quindi la quistione : su qual
fondamento noi credia^. mo agli altri uomini che esistano fuori di noi alcuni
obbjetti, 0 che esistettero prima di noi , mentre a noi non è stato nè sarà
conceduto di osservarli ? Come io posso ammettere che sia esistito Cicerone ,
Cesare e Pompeo sul smnplice attestato degli altri uomini ? Questa credenza è
fondata ancOTa sull’analogia , im- perocché tutti gli uomini sono simili tra
loro in quanto che hanno anima razionale, che informa corpi organici simili,
pe’ quali si manifestano gli effetti interiori. Ora la parola è propria dell’
uomo e noi 1’ apprendiamo come effetto immediato di questa causa libera. La
parola è segno d’ idea e l’ idea è veduta di obbjetto. Per questa intima
relazione tra la pardo 1’ idea e 1’ ob- bjetto, idcntiSiSUHlo, le confondiamo.
E, siccome nello stato spontaneo la parola è 1’ espressione dell’ idea e quindi
dell’ obbjetto nel parlante, come tale l’ apprendiaino in ogni altro che parla.
Quindi è che il fonda-: tnento di questa credenza si riduce al principio di
cau- salità, ossia' che Effetti simili sono prodotti da cause simili, nella
supposizione che gli uomini, allorché par- lano, non mentiscano. Ma Tuonio
corrotto può ingan- nare e può ingannarsi, quindi può mentire o per igno- ranza
o per malizia. 11 suo attestalo per conseguenza non esclude il timore della
falsità. Ecco perchè dice- va innanzi che la storia si studia di accertare i
fatti, convalidando T attestato degli uomini con la certezza fisica e con
l’evidenza di fatto — Questo ragionamento va per l’attestato immediato dell’
uomo, che, consape- vole de’ fatti per propria evidenza, ci narra egli stesso
le cose osservate. Ma che diremo dell’ attestato degli assenti per via della
parola scritta ? Come io posso credere che esista una parte del mondo, che si
dice America, sol perchè ho letto le parole scritte di altri uomini, i quali
asseriscono che esista? La parola scritta è ancor essa un effetto prodotto da
una causa perso- nale , dallo uomo, il quale per condizione di sua na- tura si
suppone veridico. Questa testimonianza adun- que si risolve in una doppia
credenza analogica fon- dala sul principio di causalità : con la prima credo
che vi fu un uomo che ha scritto : eoo la seconda credo che sia vero quel che è
scritto, perchè un mio simile non è fatto per mentire. Applicate adesso que-
sto principio a tutte le progressioni della parola scrit- ta. Cicerone per
esempio ha scritto il suo libro degli Uffici : la sua scrittura è stata
riprodotta da’ copisti pel corso di tanti secoli, c finalmente per la stampa.
Niuno di queste copie è prodotta da Cicerone ; io dun- que debbo credere all’
ultimo copista, il quale mi as- sicura che quella copia è copia di tante altre
copie, r ultima delle quali si rannoda all’ originale del suo PARTE! PRIMA 102
autore. In questo fallo, come ognuno vede, vi è una serie indefinita di
argomenti di analogia , e , perché lutti gli uomini sono simili, io credo
talmente bene che se credessi ad un solo. Anzi, quando questa fedo è avvalorata
dall’ attestato di molti o nri medesimo tempo o in successione di secoli, è
accompagnata da certezza quasi assoluta. Ondechè dubiteremo più facil* mente di
un fatto narrato dalla viva parola di un uo* mo, anzicchè deU’csislenza e
de’fatti di Cicerone a noi narrati da’ libri e da’ precettori , ' perché
supponiamo più facile r errore in uomo che in cento, e quasi im- possibile nel
consenso del genere umano , o della più parte — Quali norme dobbiiuno tenere
per; non errare nel formarci queste specie d’ idee ' indirette degli ob^ bjetti
creduti, sia per analogìa, sia per credenza all'at- testato umano, il vedremo
nell’articolo IV, , dove espor- remo alcune osservazioni importanti oltre alle
già fatte nel Volume § 47 e segg. ). ‘r*' i .Intorno alla Scelta ns’ pensieri
secondar! storici. ' § 84 , In che senso possiamo scsoltere i pensieri
secondari storici ? » partizione del presente articolo. ■ t Allorché ci si
concede la facoltà di scegliere, pare che si lasci in nostro arbitrio preferire
alcune cose a certe altre, e se quest’ arbitrio non avesse una legge come sua
norma o regola potrebbe avvenire che la preferenza o la deferenza di quelle o
di queste offen- desse queir unione individua, che costitiiisce la forma turlistica
del componimento , ossia il Bdllo- A scanso di equivoco ripeto in questo luogo
quello stesso che ho accennato altrove ( voi. L § 38 pag. 238 e seg. ) cioè che
la scelta è ned senso ristretto di richiamare que’ pensieri secondari nel
componimento, che vi deb- ^no essere con la ragione di parti integranti
rispetto alla totalità del Concetto, e di rimuovere tutti gli altri, che per
una viziata natura si presentano inopportuna- mente con la pretenzkme di far
parte anch' essi di un tutto, cui non appartengano. Quindi è che la scelta ha
luogo dopo che il materiale di tutta la produzione è, a cosi dire , ammanito e
pronto per essere messo al- r opera. La Immaginazione in questo momento assume
la risponsabilità .di riprodurre tutte le idee, che le ha affidate in deposito
la duplice sensività interna ed esterna direttamente o indirettamente
per^-mediata o, immediata osservazione. 11 Concetto, che è F intclligi-, bile
rischiarante, percorre col fanale della propria luce, tutto Taggregato, e si và
ora a questo or a quel pen-, siero comparando, ed a quelli s’ incarna, a cosi
dire, con cui ha ragione di forma o d’informante. l^a scelta adunque è un
lavoro di somma importanza, che si com- pie -per analisi e per sintesi , per
attrazione e ripul- sione ( Voi. I. § 38 pag. 239 ) in quanto che alcuni
pensieri sono richiamati ad aggregarsi , alcuni altri vengono esclusi dall’
unione come estranei, b atte que- ste generali dichiarazioni, vengo a dire in
particolare in quanto alla Storia che la scelta delÌ 0 idee ha petj sua norma
1’ idea-Concetto, la quale ha un’ estensione * ipotetica, ossia per quanto lo
storico se ne propone e però non è in suo arbitrio di narrare o descrivere
fatti estranei o trascurare fatti intrinseci. Verrò quindi ad esaminare più
particolarmente la quistione : se sia lecito allo storico trascurare alcuni
fatti , la cui narrazione o descrizione potrebbe nuocere alla moridìtà storica
, in quanto che vale a dire di- scandalo poteS" se riuscire - a' lettori ,
mentre vuoisi ehe la storia aia maestra della .vita e correttrice de’ costumi,
§ 35 . Se lo storico nel narrare o descrivere gli avvenir menti morali possa e
débba scegliere le virtuose azioni e trcdasdare le malvage. Pensano alcuni che,
essendo la Storia, al dir di Cicerone, maestra della vita, non debba essere
conta- minata con le sozzure deU’ altrui vita. Con qual prò leggiamo le
mostruose libidini di Nerone, di EHio^lÀlo e di Caligola ? o il lusso de’
persiani , di Semiramide e di Sardànapalo? o le indomite fierezze di Mezenzio,
di Falmide e di Procuste? Forse può leggersi con pro- fitto la narrazione di
quell’ infamissima Tullia , che calpesta con le ruote del carro il cadavm'e del
tradito genitore per farsi adito al trono macchiato dal parri- cidio ? Insana
forse la temperanza la narrazione del gran Macedone, che infuriato nel calore
del vino con- tamina la mensa reale col sangue innocente di un amico ? La
perfidia di Annibaie, le frodi di Lisandro, le ambizioni di Alcibiade imprimono
forse nell’ ani- mo di chi legge sentimenti virtuosi ? Oltre a questo chi
accorda allo storico l’arbitrio dell’altrui fama ? Non prescrive forse la
carità, che lega gii uomini a civile consorzio, di nascondere nel segreto i
difetti de’ nostri simili? Con quale moralità si può dunque consegnare alla
pubblicità della storia la parte vergognosa della vita degli uomini , i quali
meritano di essere ricor- dati negli storici volumi ? Queste presso a poco sono
io ragioni, per le quali alcuni vorrd^ro che non si facesse menzione nelle
storie delle azioni meu buone de’ nostri simili , ma » dico essere non pur
conceduto, ma comandato allo » storico ( sono parole del Mascardi ) che con libertà
» degna di un animo ingenuo riferisca fedelmente il » bene e il male, le virtù
e i vizi, se vuol come con» » viene soddisfare al debito d’ onorato scrittore ,
e » adempiere in tutte le sue parti quella regola di Tul- » lio: iVe qvìd veri
non audeat. Provano alcuni ele^ s ganti e dotti anttMPi’oon la legge lodata da
Cicerone, » e ricevuta fino al di di oggi, la verità del mio detto, s perchè se
nel vendersi d’ una casa o di un campo a si ascrive a frode, quando le male
qualità loro, al a venditore ben note, non si palesano (retieentiti ciò D vien
dettò da Cicerone) , quanto maggiormente do* » vrà stimarsi fraudtdento lo
storico, che preponendo » a’ lettori un personaggio, per altro forse mmitevole
» di gran lode , tace di lui quelle male qualità , ‘la » notizia delle quali
può ndl* animo di chi le^e ]mr- s torire il vero e adequato concetto del merito
e del » demerito di colui ? Ma quanto valevole .sia quest’ ar-, D gomenlo in
pruova della' conchinsione stabilita pur a dianzi da noi, sei veggano gli eruditi
, che io per » me riverisco sempre le opinioni de’ valenti uomini, » tutto ohe
lo studio della verità mi astringa talora » a calcare molto diverso sentiero ».
i »' L’autorità della divina sm’ittura, che non tace » r iddlatria di Salomone,
1’ adulterio e 1’ omicidio di » Davide, Ja negazione’ di Pietro, le lascivie
della Mad- » dalena- ( per ’’ dissimulare le infinite scelleratezze dì » coloro
che santi nel fine della vita non furono ) mo- » stra che non può lo Storico
fedele passar con si- » lenzio le altrui quantunque enormi malvagità, quan-*
PARTE PRIMA 106 it do la loro pubbUeazione alia perfezione della storia » sia
necessaria e giovevole Gli esempi degli uo- 9 mini valorosi, che lodevolmente
operarono, ne chia- » mano alla imitazione del bene : le scelleraggini, che 9
altri commise , con la bruttezza loro dal seguir la » malvagità ci distolgono.
Pulclirum ( favellando della » Storia dice Diodoro) ex aliornm erralismelius
est 9 igitur inslihtere vitam noslram , perchè, se la rae- » dicina utilmente
disiunina la malignità de' veleni in> » sicmc con la bontà dell' erbe
salutifere, anzi, se la » hlosofia de' costumi non meno diligentemente dichiara
» la natura de' vizi che l' essenza delle virtù , 1' Isto- 9 ria , che dicemmo
essere una filosofia composta di 9 esempi, dcH'uno e dell'altro è parimente
doviziosa ». Con questo tuono 1' erudito Mascardi continua a dimostrare l'
assunto, cioè che non solo è lecito ma è dovere dello storico di narrare e
descrivere tanto le virtuose quanto le viziose azioni degli uomini. Ma tutta
quella dovizia di citazioni non sembra a me sufficiente ad una pruova diretta e
convincente, impe- rocché resta ancora a sapore con qual dritto lo storico
possa esercitare tanto arbitrio sulla fama altrui. Nè vale r addurre 1’ esempio
della divina scrittura , per- chè là è Dio che parla , e Dio è padrone della
vita c de' beni degli uomini. I sacri scrittori furono ispi- rati, e non sono
essi rispousabili di ciò che scrissero, perchè non ne furono dessi gli autori.
Ma 1' uomo qual dritto ha egli mai sull’ uomo ? Qual è dunque il fondamento
della moralità pratica nello scrivere in tal guisa la storia? Se non si parte
dalla vera nozione della Storia, non si può dare una soddisfacente solu- zione
al proposto problema. La Storia reale si propo- ne il Bello naturale o reale,
il quale non è assoluto e perfetto , perchè , come abbiamo più volle acccii- :
hy *_ nato nel primo Volarne , scadde dalla sua perfezkMie primitiva per la
colpa del nostro progenitore. La sto* ria oltracciò è un compoainiento, il cui
pregio in arte non è dai solo lato delia verità de’ pensieri seconda- ri , ma
ancora della loro integrità (Voi I. § 83 pag. 217 e segg.). Dovendo perciò
essere rispetto a’ fatti quel- lo che in pittura è il ritratto rispetto all’
origiiùde, ognun vede quanto è insulsa Topinione di coloro, che vogliono
proscrivere dalla Storia la narrazione o de- scrizione de’ fatti vergognosi.
Comprendo bene che gli uomini vituperati, se fossero vivi e potessero imporre
allo scrittore, vorrebbero a tutto uomo impedire che il loro nome passasse a’
posteri disonorato, come appunto un deforme vorrebbe che le sue bruttezze
naturali si nascondessero tra le ombre da egregio pennello, ma la Storia , che
assume to missione di. «irretti^ del- r umanità con la distribuzioue della lode
e del vitu- pero secondo i meriti di ciascuno, è tenuta a pronun- ziare le sue
sentenze senza rispetti umani. Se. or mi domandate ; chi ha conceduto allo
storico il drillo di censurare le cattive azioni degli uomini ? lò rispon- do
la società degli uòmini *'coògrtgati a cWilc'bohsor- zìo , imperocché dessa non
solo non ha punito gli scrittori veridici, ma li ha pure premiati di giusta'
lode: glielo ha concesso la pubblicità delle azioni commesse, per |a quale i
ribaldi rinunciarono alla buona opinkmec glielo ha concesso l’utilità pubblica,
poiché- terribile mi- naccia è la infamia per coloro, che, avendo il potere a
delinquere, non* hmino altro freno che la pubblica ri- provazione de’ presenti
, e la naaledizione de’ po- steri. ■ ' * ‘ itt t -.(i d '■ fir La dignità dello
storico ma^imamenle rifulge da questo punto di veduta, imperocché, esercitando
la giu- stizia distributiva della lode e del vitupero da un verso spinge al
virtuoso operare gli animi generosi col sentimene 10 della gloria, dall’altro
atterrisco i malvagi dall’ofiPen- sione con la minaccia dèli’ infamia.
Terribile inverò è 11 pensiero di essere maledetto dalla posterità, che legge
nelle pagine immortali della Storia le nefande reità , che r uomo il più
perverso cerca di nascondfflre allo sguardo de’ suoi contemporanei , per quanto
è lusin- ghiero per le anime nobili il presentire le benedizioni degli avvenire
a’ nomi venerandi de’ benefattori del- r umanità. Ma è per questo che le
nequizie degli uo- mini, di cui vuoisi far padrona la Storia, debbano es- sere
vere e non più nè meno di quello che furono realmente,- imperocché, se è
argomento di cuwe ben formato l’ interpefrare in’ me^io le buone azioni , è
indizio di 'un cuore corrotto vedere nero in ogni cosa, esagerando i più federi
difetti. , , ni - ’ ’ ' Vi può essere
una scelta di pensieri secondari storici jichiesta dalla limitazione del
Concetto storico. Quando io dico che lo storico debba narrare e de- scrivere le
buoue e le ree azioni degli uomini, io non intendo prescrivere che si debbano
necessariamente pro- porre simili storie. Il mio discorso concerne quel com-
ponimento , in cui si propone il Concetto dì uo- mini, i quali non souo stati
interamente virtuosi; e in questa supposizione trascurare i loro difetti
sarebbe un violare la integrità e la verità de’ pensieri secon- dari , oppure
un fare più da poeta che da storico. Così osservammo che il Temistocle del
Metastasio non è il Temistocle della storia , perchè in quello vi è tutta b parte buona di una vita pubblica gloriosa
.senza ai- lusionn a' difetti delia vita pubblica^ e privato. Ma non ogni
Storia deve narrare e descrivere fatti scandalosi e nequizie abbouiinevoli. Il
< paganesimo non' offre tipi perfetti , nia il cristianesimo ne porge
moltissimi n<d- b vita di tante vergini e di tanti martiri f che non
macchiarono la loro vita di cólpe mortali. la simili supposizioni , se la
storia non presenta nar- razioni c descrizioni di fatti colpevoli , non si de-
ve attribuire all’ arbitrio ddla scelta de’ pensieri se- condari , sibbene all'
ipotesi assunto nel Concetto , il quale è di uomini virtuosi e senza macchia di
gravi difetti. Per un’ economia d’ insegnamento simili storie si possono
preferire ad ogni altra storm per informare di buon’ ora gli animi de'
giovanetti con modelli per- fetti, realmente esistiti e non poeticamente
fantasticati. Oltracciò per un’ integrità relativa di proponi- mento possiamo
scrivere de’ componimenti storici di genere lirico , in senso di Saggi storici ,
• ne’ quali possiamo narrare le belle virtuose azioni e trascurare le difettive
, come se, per j esempio, narrando la vita pubblica di Cicerone Oratore,
parleremo de’ pregi di questo genio di Eloquenza,. trascurando i difetti di lui
sotto il rapporto della sua moralità o dell’ uomo di stato, allorché intriga
col Senato , e fa guerra occulta a Cesare ed a Pompeo, de’ quali si dichiara in
appa- renza amico o adulatore. Con questo disino sono compilate alcune
biografie di uomini illustri, che si pro- pongono per modelli a’ giovanetti. E
in questo lo scrit- tore imita il ritrattista, che dipinge con tinte maravi-
gliose il volto e le mani , ma nasconde tra l’ ombre le parti pudende dell’
uomo e della donna , le quali , se si esponessero all’ occhio dello spettatore,
rechereb- bero e noja e scandalo. Ma in simili casi ripeto la re- Digitized by
Google parte: prima no siriziono sarebbe consigliata anzi comandata ‘ dall'
ipo- tesi del concetto proposto e non mica della libertà di nna scelta a
piacere, che sarebbe per questo viziosa e riprovevole. Se infatti io mi
proponessi di scrivere là vita di Cicerone -senza alcuna restrizione , e mi
limi- tassi alla sola vita pubblica senza punto interessarmi o delta sua
origine dalla patria di Arpino, o della sua prima educazione e de’ viaggi in
Grecia col fine di perfezionarsi in Eloquenza, o de’ suoi inti^hi per inal-
zarsi a’ posti più eminenti dello stato ec. , quantunque alla fama di tant’nomo
di siffatte cose sarebbe utile tacere, chi non mi appunterebbe di grave omissione
E ragionevolmente; pmchò’il tìtolo del mio lavoro accennerebbe ad un
proponimento senza restrizione , ed ìò'mi sarei limitato ad una parte del mio
tutto pro- posto. Allorché dunque si parla di Scelta dì pensieri secondari, è
uopo intenderla più nel senso negativo di escludere dal componimento quei
pensieri, che per la viziata natura delle facoltà psicologiche pretendono d’in-
trodurvisi senza che abbiano ragioni di parti al tutto conformemente agli
accenni del Concetto, c nel senso positivo di dar luogo a que’ soli , che la
integrità as- soluta o relativa de’ medesimi richiede secondo i prin- cipi
esposti nel 1.” Volume. Intorno all’
Integrità’ db’ pensieri storici- secondar!. . ' § 37. Partizione dd presente
articolo. Dopo le cose esposte nella parte generale conte- nuta nel prime
Volume ( Artic. 11.® § 33 e segu. ) parrebbe che in questo luogo io non dovessi
allai^ar- mi in parole intorno all’ Integrità de’ pensieri secoD< dar!
storici; perocché le cose dette ivi sono sufficienti per tutte le specie di
componimenti. Ma, considerando che il genere è indeterminato e indefinito, e
che nella specie vi sono tali particolarità che non facilmente da tutti se ne
può fare una scientifica riduzione , io verrò ne’ seguenti paragrafi a dire
brevemente qualche dosa intorno alla proposta qoìstione. R parlerò primamente
dell’ integrità assoluta e relativa de’ pensieri secondar! storici sotto il
rispetto della storia particolare, c dopo sotto quello della Storia Universale
— Cosi verrò a de- terminare la natura di alcune produzioni storiche, che si
possono annoverare tra le liriche , o di altre che meglio si annoverano tra l’
epiche , prendendo questi due vocaboli non nel senso delle scuole, ma in quello
limitato sotto il rispetto della loro integrità , come ho accennato nel 1 .®
Volume. Quali storie appartengono al genere Lirico sotto il rispetto dell’
integrità de’ pensieri secondari ? I Retori e ì trftttatisti di Arte poetica al
genere lirico riducevano tutt' i componimenti brevi poetici » come le odi ) i
canti » gli epigrammi « 1’ egloghe, ec. detti perciò lirici per la loro
brevità, in quanto che erano concepiti e prodotti con Taccompagnamento del
suono della lira, o composti prima,-si cantavano dopo al suono di questo
strumento, lo estendo il significato della parola, e, guardando alla loro
brevità e non alla circostanza del canto, chiamo di genere Urico ogni sag- gio
di breve componimento , che, potendo avere una maggiore estensione, si fa breve
per circostanze estrin- seche , tanto se sia poetico , quanto se sia prosaico.
Chiamo di genere epico ogni componimento o prosaico o panico di massima
estensione , nel quale .si è os- servata la integrità assoluta possibile, a
qualunque spc* eie si appartenga. > Al genere lirico adunque appartengono
tutte le narrazioni e descrizioni sommarie intorno a qualsiesi oggetto col fine
di dare un’ id^ qualunque indefinita del medesimo. Le vite dì Cornelio Nipote ,
e le Bio- grafie degli uomini illustri appartengono a questo ge- nere. I sunti
della Storia Universale , della Storia naturale e dellaiS{on'a.,S'acra
destinate al primo inse- gnamento de’ giovanetti sono tutte componimenti
lirici.. La difficoltà dì simili produzioni ò nella scelta de’ fatti e nella
loro assimilazione per dare all’ aggregato 1’ u- nkà , senza derogare all’
integrità relativa de’pensieri secondari. E per riuscire npll’ intento é uopo
che il ConceltO) abbia una^ limitazioQO richiesta da una- ne* cessiti
estrinseca ;■ ia quale possa giustificare l'^eco- nomia: dello scrittore. 'Or
quale può < -mai essere la circostanza estrinseca , che rende necessaria e
quin- di giiistifica l’ integrità relativa de’ pensieri secon- dari storici? La
Letteratura, dicemmo altrove ( Voi. I. § 34 pag. 225), è un’ arte meravigliosa,
che con la sua estensione comprende tutto lo scibile non solo, ma, fat- tasi
educatrico della specie umana, vuoisi contempc- rare alla suscettività d^li
uomini di tutto 1’ età , e di tutte le altitudini possibili. "Onde
osservammo che non ogni componimento letterario è per ogni classe di lettori ,
essendovene alcuni accommodati all’ intelli- genza delle moltitudini , tali
altri -a quella do’ giova- netti , e pochissimi agl’ ingegni,, eletti per
coltura e dottrina. La Storia, che é la Coscienza dell’ umano ^- pere, adempie
mirabilmente quest’ufficio, graduandosi, perchè dessa è la più accommodata a
trasmettere in tutte lo classi dell’ umana famiglia il sapere di memo- na , più
facile del sapere d’ intelligenza ad insinuarsi nelle moltitudini e nella prima
età — Or j questa causa è sufficiente a giustificare lo storico , che tra la
col- luvie de’fafli va, come ape, prelibando sopra ogni fioro' per raccoglierne
il miele , che dilettando stimola all’ac- qiiisto piacevole delle prime
conoscenze. Supponiamo che l’arte proscrivesse un mezzo tanto efficace' e tanfo
proficuo, che avverrebbe doli’ educazione letteraria a scientifica ?
Aspetteremmo che i giovanetti non appa- rassero alcuno storico elemento? Eppure
in quell’ età non siamo capaci d’ imparare che storicamente , ossia col solo
esercizio della memoria, o, se vuoi meglió’ più credendo che ragionando. E, se
la memoria non si eser- cita fin da principio, non sarà, quando che sia, mai
più capace di ritenere qualsivoglia Storia, non dico 1’ univecsale. Si vorrà
forse dire che, ritenendo questi pendi storici come utili, è uopo sconoscerli
per iRvori artistici? Ma allora diremo egualmente, e dovremo dir- lo , che i
componimenti poetici di genere lirico non sieno aneli’ essi lavori di arte ,
perchè in essi l’ argo- mento è saggiato e non esaurito ( Voi. I. § 34 pag.
227). Nè in alcuna cosa sotto questo rispetto la poe- sia differisce dalla
prosa , perocché l' integrità è una per ogni componimento , non essendovi un
più e un meno per la poesia, e un altro per la prosa. Or , se lutti lodano a
ciclo Anacreonte e Pindaro, principi trai lirici greci, e ira latini Orazio e
Catullo, e quindi, se tutti ritengono questi lirici per poeti sommi, che vuol
dire sommi artisti , converrà concedere che i com- pendi storici, veri saggi di
storia per un fine di uti- lità massima , lavori di arte ancora sieno. Queste
ra- gioni a me sembrano decisive a favore de’ compendi storici, contro de’
quali stettero un tempo uomini gra- vissimi , tra’ quali il Bacone nel suo citato
libro della Dignità e degli Accrescimenti delie Scienze Lib. II. cap. VI. dove
gli epitomi storici veri tarli deUe storie vuole affatto' sbanditi ; e cita
uomini di gran 'senno che in questa sua opinione convennero. Toccò l’estre- mo
opposto il D’ Alembert ( Melanges. Tom. V, Re- flexions sur l’histoire ) ,
allorché disse che la più sem- plice e più conveniente maniera di scrivere la
Storia per chi vuole scrivere soltanto la Storia , cioè la ve- rità , sono i
Compendi', perchè in siffatto modo si ri- duce la Storia a ciò che questa
contiene d’incontra- stabile , a’ risultati generali de’ fatti , e si
sopprimono le particolarità sempre alterate dagli errori e dalle passioni degli
uomini s. « Chi sarà giudice (dice il Napione) tra Bacone » e D’ Alembert ? Nc
giudicherà la natura della cosa, r ^ ^ » ed investigandola forse verremo a
acojH'ire non es- x'serèi nè.ruuo nè raltro interamente -ingannato, ma » avere
ciascheduno di Imro osservato i Compendi sol- » tanto da nn aspetto , > uno
per l’ abuso che far ne « possono gl’ ignoranti , l’ altro per un vantaggio che
X è unicamente proprio di questa maniera di scrivere » la storia ». L’
osservazione è giusta , ma la solu- zione , che ne fa il critico , è
inadequata. Il Bacone voleva la storia di genere epico , ossia d’integrità as-
soluta : d’ Alembert la voleva lirica , cioè d’ integri- tà relativa. Simili
pretcnzioni troppo esclusive sono false e contraddittorie , perocché , se
vogliono essere conseguenti a rigore di logica, se ne deve dedurre che la
poesia dovrà essere o assolutamente lirica o asso- lutamente epica^ conseguenza
rigettata dagli avversari, allorché riconoscono questi due generi di poesia per
incontrastabili. 11 Napione ricorre a certe distinzioni, che non fanno al
proposito, e che io tralascio per amore di brevità: noto soltanto che egli
destina i compendi all’ uso de’ dotti e de’ filosofi , sentenza falsissima da
quanto si é detto , perocché i filosofi e i dotti che non professano la storia,
rispetto ad essa, sono idioti, e vanno compresi tra la moltitudine , a cui sono
di- retti i componimenti lirici storici, che si dicono com- pendi — Oltre a
questo bisogna pure tenere presente la distinzione della storia in Singolare ,
Specifica a Generica, dalla quale distinzione è chiaro a compren- dere che
nella prima non si possono trascurare le par- ticolarità , perchè si urterebbe
all’ ipotesi assunta nel Concetto : nelle altre duo non si può scendere alle
particolarità individuali senz’ urtare al Concetto speci- fico e generico. Ma
niuno può dire che sia compen- dio la Storia specifica e generica , posto che
dessa è tale per sua indole, che delle cose non sue non può 116 , PAHT8 ™i«4‘
< •■K.': ). e non dere ^trattare. D’ Alembert goardava a qnest’til- lima,
allorché disse, che' il Compèndio sia proprio della ShHria , ma, se si dà nn
compendio ancora della sto> ria specifica e gen^ica., bisognerà- condiiadere
che egli per un cquirooo ddla parola compevdio .esclusa la Storia de^'
indiridui,'e,fiaoone goardando alla. Sto* ria degl’ individui , mal
interpetrando la parala Cooh pendio, escluse la Storia specifica e generica;
> < • • ., . . I ■ . • ► , . hy li • . . ','1 f >■ A* Si rispmde ad altre
obbjezìoni contro i Compendi -i-; storici. . Io non' posso rimanere senza
risposta alcune os» serrazióni fatte contro i compendi storici -da ralenti
nomini del secolo passato j perché tuttora esercitann un’influenza ne’ principi
speculativi, se. non neUa pra- tica. A nome di tutti io cito le Mèmoires sur Us
abre- gès del Presidente HenoAiìt^ « La taccia più fondata, 71 dice egli, si è
che i Compendi terminano di distrugr 4'gere il già quasi spento gusto della
fatica : favori- » scono la infingardaggine nel medesimo tempo, chepa- 7>
sceno la vanità : dispensano di ricorrere a’ fonti » fonno innalzare moltissimi
'tribunali , m cui si de< »• cide con tanta maggior franchezza che altri non
» senza- sua meraviglia si truova dotto , e in cui si » dìsprezza -la Scienza,
che si crede già acquistata a r sì poco costo. Ciò che chiamasi ing^o a’
-nostri 7t ' tempi tien luogo di tutto e' 1’ apparenza della Fi- » losofia ha-
distrutto il sapere » (op., cit. pag. 611). Queste osservazioni non sono prive
di fondamento ,' se si riferiscono al cattivo uso de’ Compendi. Se . alcuno
credesse di divenire un eccellente, scrittore di Storia, contentandosi di consultare semplicemente i
Compen- di , o di essere un professore e profondo conoscitore di Storia alla
medesima condizione, i lamenti dei Pre- sidente Heuault sarebbero giustissimi c
.ragionevoli. Che ai suoi tempi regnava una superficialità, qual’i^i la de-
scrisse, non ò fatto da mettersi in dubbio, ma s’ in- gannava a partito,
imputando a’ compendi la ignavia e la pigrizia degli uomini. 1 Compendi sono
de’ reperto- ri, 0 degl’indici di materie, quindi scarni e spolpati, come
ossatura che accenna allo sviluppamento fu- turo dell’ individuo , ma necessari
per iniziare i gio- vanetti a questi studi. E giovami a proposito qui pro-
durre un argomento di analogia. Niuno ha finora du- bitato che i libri
didattici , che si versano intorno a qualsicsi disciplina, sieno fatti quali si
adoperano nella scuola , cioè brevi per via di formule strette a do- manda e
risposta per la prima età , senza dialogo in prosieguo , ma sempre in compendi,
da ])otcrsi assol- vere in un tempo determinato , onde si dissero Cor- si o di
Filologia , o di Rettorica , o di Filosofia , o di Teologia , o di Fisica , o
di Chimica ec, E la pa- rola Corso , come ho notato altrove , ìndica una ra-
pidità di studio sopra materia compendiata ,, peroc- ché il correre nell’ insegnamento
non si può che a condizione di molto studio e di poca materia. Nel fatto è poi
così, perocché le così dette istituzioni; delle scuole non sono clie compendi ,
e niuno mai si è creduto dotto in qualsicsi facoltà con la sola istituzione
della scuola , che, a dir vero, è più un metodo o una dire^ zionc che scienza.
Chi volle in qualche disciplina di- venir professore, si è fatto posteriormente
a svolgere le opere di multi sulla stessa materia, e le più diffuse c pili
diffìcili , fino a che pervenne, a tale grado di conoscenza che potè dire di
avere acquistata ^’^attitudine di- rispondere ad ogni ' dómànda j di risolvere
ogni problema intorno a quella . materia; Or chi non vede la differònza tra il
professore el giovane filosofo, che ha studiato un Corso filosofico negli
angusti Hmiti di un anno? E donde mai tal differenza, se non dalla compendiala
materia studiata dall’uno , e dall’universa materia studiata dall’ altro ? Se
dunque è questo il fatto dell’ insegnamento univeréo non riprovato da alcuno,
ma approvato come utile. e dichiarato necessario dà tutti , perchè se ne
vorrebbe fare*- un’ eccezione per la Storia? E, se per l’ insegnamento della
Storia' vi sono necessari i compendi , chi potrebbe in buona fede proibirne la
compilazione ? Resta dunque a coU" chiudere che le pretenzioni esclusive e
di quelli che vogliono tutto compendio , come il D’ Alembert , e di quelli che
veglione Storia compita come Bacone, hanno un fondamento di verità relativo
all’ abuso che gli uo»' mini ne hanno fatto, ma sono false rispetto alla cosa
considerata in sè stessa. Storici dd 'genere Epico cotto ' rapporto della
integrità. ‘ ' / > ' ‘ - . , • il , • • Come innanzi ho detto la Stwna di
genere epico é quella , in cui si serba la integrità assoluta possi« bile de’
pensieri secondari , in guisachè umanamente parlando rispetto a’ tempi dello
scrittore nulla si ha ad aggiungere al componimento,' onde "che 'chiunque
legge rèsta soddisfatto pienamente'. Alcuni** chiamante Storia compita, in
quanto che assolve e compie l’ ar- gomentò. Questa Stòria poi secondo' che il
Concetto è di un individuo o di’ una specie o di un genere si dhide in Singolare, Specifica, e Generica (§
40 pag. 119). 1. Crìtici e i Filosofi, che come abbiamo detto nel § ant.
volevano la Storia assolutamente compendio o as- solutamente epica, non
guardarono a questa distinzió- ne obbjettiva e fondamentale perchè , non
trovando nella Storia generica le particolarità specifiche, e nella Specìfica
le particolarità dell’ individuo, videro in que- st’ ultima la sola forma della
Storia , o , tenendo .per la prima, esclusero dalle ragioni storiche la
Specifica e Generica. Ma è facile a dileguare 1’ equivoco, se per poco voglia
riflettersi che lodevole è il particoleggiàre in una biografia, descrivendo o
narrando le più minute circostanze della vita di un Individuo, dove inoppor-
tuno e fuori proposito, accadrebbe il generalizzare intorno a ciò., che
conviene a molti con le cosi dette riflessioni. Ma chi sopporterebbe i cosi
detti ritratti degl’ individui nella Storia . universale, dove l’individuo è
assorbito dalla specie? E , siccome la Storia delle na- zioni è’ storia specifica*,'
la quale si propone il Concetto della nazione e non degl’individui, ognuno vede
quanto inopportuno debba riuscire l’individuare minutamente i;'nomi di tali, a
cui si associano grandi avvenimenti. Con ciò non intendo proscrivere il narrare
o descri- vere quelle circostanze, che fanno lumcggiare.le cagioni dinamiche
degli avvenimenti nazionali, perchè tali cir- costanze più alla specie che
all’individuo appartengono. Per la stessa ragione chi descrive o narra di
Cicerone o di Cesare, come Letterato o Guerriero,' si guarderà di scendere alle
particolarità della vita occulta e privata, come per esempio intorno al loro,
modo. di mangiare, • di vestire, o come dormissero, come camminassero ed ^
altre minutaglie di simil natura. Fatte queste distin- zioni ogni Storia o
Singolare, o Specifica, o Generica sarà compita o di genere epico, se serberà V
integrità 120 / , • ., . i > ,i assoluta passibile riciiiesla dalla
supposizioiic del Gofl- eetlu. Questa Storia ha la. sua importanza dal verso
dell' Arte, la quale tende incessantemente alla pei^o» zione delle
8UO‘{MToduzioai e aoo^na al desiderio del progresso inoessanto dello
moltitudini , le quali educa- to coi poco da principio possono gradatamente^
acqui- stare r altitudine di comprendere audio e poi tutto , appunto come
abbiamo veduto che.sia giunta 1’ epoca della Storia universale enciclopedica ,
alla quale per molto tempo mancò 1’ attitùdine e de’ lettori e degli storici,. Intorno
all’integrità de’ peneri secondari nette- o ' STORIE UMANE — FiUmfia della
Storia. . y I I , , v; . T La più nobile tra tutte le Storie'ò quella, che. ha
per obbjetto V nomo o la' specie vmana^^ perooeiió dessa mira direttamente alla
perfezione de’ {uresenti o degli avvenire con gli esempi de’ passati. Dessa ^
rari* nodando la specie umana di tutt’ i tempi infuna sola famiglia, diviene lo
specchio che riflette la immagine nostra in qudla degli altri, e, se narra
virtuose azioni ci spinge, al retto operare, m cattive, -ci ritrae dal zio con
la minaccia della infamia contro i malvagi ri- provati e condannati alla
pubblica esecrazione. La Sto- ria, umana adunque defabe essere considerata
sotto il rispetto dell’ integrità ■ de’ pensieri secondari • general- mente e
partìedarmente, cioè per ogni Storia umana, e - per la Storia universale — che fine
si scrive invero ogni. Storia , come produzione’ dell’ umano ingegno , se non
al miglioramento della nostra specie ? Ma' le altre ci conducono a questo fine
indirettamente , in quanto che danno materia' alla Scienza intorno àgli obbjdli, che possono appagai'e i nostri
bisogni fisici più che morali. Quatito dunque non è più interessante la Storia
umana, che studia T uomo per 1’ uomo direttar mente ? Queste considerazioni
bastano a giustificare la predilezione per questa specie di storia , onde ci
fac- ciamo a dirne particolarmente. La Storia umana per conseguire la int^rità
dei pensieri secondari fa mestieri che comprenda tutto 1’ uomo jie' suoi
prodotti fisici e morali. L’ uomo è ani- male ragionevole. Come animale vive un
dato tempo sulla terra e la sua vita si compie col nascere crescere e
decrescere : come animale muore, cioè sparisce dalla faccia della terra, a
guisa d’un fenomeno, che fu e non è più, nè sarà in avvenire. Come ragionevole
è immor- talo in sè stesso e nelle sue opere , perocché i pro- dotti de' primi
uomini servono di fondamento a' pro- dotti de’ successivi in un precesso
indefinito. L’.uomo, come animale o ragionevole, è sociale esseuzialmente,
perchè non può nascere , non può vivere , non può perfezionarsi senza la
società. L* uomo, come ragione- vole, è religioso essenzialmente, perchè [ter
ragione e per istinto si conosce come fatto per essere felice. Ma la sua
felicità non si compie, se non per la cogni- zione del vero e il possesso del
bene : due fini y che non ra^iunge in questa terra destinata per albergo di
breve soggiorno a’ pellegrini , che vanno al Santuario della patria celeste.
Egli dunque dal sospiro incessante ad una felicità immortale apprende un altro
mondo , dòv’è Dio, l’assoluto e il perfettissimo, fonte di vero e di bene ,
fonte perenne ed inesausto. Gli elementi adunque della Storia umana sotto il
rispetto dell' uomo ragionevole sono la cognizione e la pratica: alla co-
gnizione è subbordinata la religione e la scienza , il credere e il sapere :
alla pratica vanno subordinale Digitized by Googlt I 1 ^22 ■ t • 'parte PKIMÀ
te am e i mestieri. L’uomo, come animale, che ha sogno della società, ha e deve
avere ano Stato o una permanenza sociale nel breve fratto della sua esistenza
terrestre. Tutta la Storia adunque dell’ uomo abbrac eia cinque elementi, la
Jteliffione, la Scienza, lo 5(a- to, le Jrti, I Mestieri. Ho detto che Tnomo,
come animale, è un fenomeno che nasce e sparisce. Ciò va detto per 1 individuo
, perocché la specie umana è pernranente e costante, è, a cosi dire, l’assoluto
dell’u- manità. Spariscono gl’ individui , ma non la specie perchè, se cento
muojono, cento ne nascono, ed uno non tramonta, se non a condizione che un
altro ne apparisca. Destructio unius generatio alterius. Questa permanenza è
nelle famiglie, nelle città, nelle nazioni e in tutto il 'complesso dell’ umana
famiglia, questa Bifflsa propriamente forma lo Stato elemento Storico c fo
5l<wo da Sto, che significa io sono permanente, e la Stona umana coglie la
specie e non l’ individuo «I quale presenterebbe troppo poca e incerta materia.
Ma r attuazione de cinque elementi non è sempre la stessa in quanto al modo ,
quindi i diversi popoli, le diverse nazioni, e però le diverse storie
particolari, le quali comunque diverse debbono cogliere i cinque rWnti , jmrchè
dovunque è lo uomo, non può L- ,n u^n”’. direzione m uno stato barbaro , in una
falsa religione ec. ma ^ a uno stato , crede , ragiona , opera in ogni po, m
-i^ni luogo. Ìjb Storie particolari diverse ci narreranno o descriveranno le
diversità , ma che si appuntino come modi de’cinque obbjetti. ^ prioriduo-
ingenerale contenere ogni Jtoria umana: le particolari notizie de’ fatti
prodotri soffJT'V""'®'*.'*'’"’’*’® delle passioni, sotto 1
influenza de’ climi e deUe circostanze estrini seche le apprendiamo a
posteriori , dallo studio deUe nazioni — La Filosofia della Storia, che è la
Scienza delle cose umane , materia della Storia umana, deve proporsi di
ricercare le attuazioni de’ cinque elementi non solo ne’ fatti dell’ umanità
passata , ma ancora nei fatti possibili secondo la natura dell’ uomo messo in
relazione con sè stesso e con l’Ente. La Scienza nuova del Vico è un Saggio di
questa filosofia , ma dessa pecca di empirismo in quanto che da’ fatti di un
po- polo vuoi imporre le leggi all’ umanità. Nè poi vide tutto nell’ nomo : l’
elemento politico o lo Stato fu r unico assorbente per lui. E, se e’ vide nel
primo pe- riodo dell’ umanità tutto religione , vide tutto politica nel terzo,
assorbendosi scambievolmente quegli ele- menti , che debbono procedere di
accordo e simulta- neamente. Bossuet vide il solo elemento religioso, che
assorbì tutti gli altri elementi. Herder perdè di vista e r uno e l’altro, e
sottopose l’umanità al fato infles- sibile de’ climi. La Filosofia della Storia,
come Scienza delle cose umane, deve studiare l'uomo, qual’è, di tut- t’i tempi,
di tutti i luoghi, di tutti gii stati, di tutte le religioni — Senza questo
positivismo si- riesce in una Scienza ipotetica , la quale riduce la Storia ad
un si- sistema di fantasie diverse secondo le influenze de’ di- versi principi.
Senza la Scienza delle cose umane, dotta Filosofia della Storia , la Storia
umana è un aggr^to o un’ accozzaglia di fatti , senza verità di principi da cui
derivino ; è monca , cioè senza igtegrità di pen- sieri secondari. Ma la
Scienza delle cose non può co- stituirsi perfetta senza la Scienza della Storia
( § 9 la quale non si è ancora costituita: bisognerà dunque convenire che la
Storia umana non fu scritta dagli antichi, come doveva essere. T) j ^ ; II.- oA’ iVI La Storia umana classica
paragonata aUa,romanticéf> j 'sottù'-il rispetto della Filosofia della
Storia^ *..-i ^ . . » f . . A , t 't. “V* , •>, ••.*.*/ I 1 I» * 't< »
••• ' ■ • ’ lo per Sloria ciacca intendo tuUa la storia scritla dagli antichi-
grecite romani,! c[u^i pel. merito di an*- teriorità in questa specie, di.
produzione letteraria fur reno ammirati' da’ secoli posteriori e, tenuti come
H¥^ delti , onde •gli. storici >post€PÌori .sa que’ primi confoi^ maronsi
'fiiio - a che surse-, benché, molto tardi , ^una nuova* scueda, che dichiarò
quella forma antica- m)iii pi^ sufficiente a* bisogni deU’ umanità e d^o
spirito ana- iitfoo de^i ultimi h secoli;. La' Storia scritta, seconde i
ppincipi ddia scuola moderna opposta alla classica, ^a perciò tdetta Storia
romàntica ., prendendo questa pa- rola òdi: sedso;. che ho ; dichiarato ( nel
primo nVoU § 61 e seg. )/ Io esaminerò «brevemente .in questo.^ le imporferioni
della Storia classica sótto • il rispetto. ddr V integrità de’ pensieri secondari
e deltConceUo.^ i o ■: in generale la Storia. classica f non vi presenta la
nazione.,- iùSl gl’ indiuidus , in quanto^ che. si attiene più à’ nomi '
degli'!' operatori che a’ fatti , ,e quei, nomi non * segnano poi » uii’ epoca
di lunga esteiwione; ^ sib- bene un guerriero^ che in^ pochi anni di, vita
pubblica finisce^ per lò più sventurato , 'senza che i suoi fatti si .rannodino
a’^fatti- posteriori. Quindi' inoontrianmrin- ' dividuaìità ‘ e • non
specificazione ritratti e biografie . di IVIilziade,* Temistocle, Epaminonda
ec. fra’grcci,di molo , di :Nnma ;• di Scipimie ,* ^di Catone ; di Muzio
Scevola,di Clelia «ec; fra’ romani! Tatto Jà importanza per questi individui ,
'da’ quali il «lettore dckluce il c^ raltere della nazione per un sofisma che
generaleggia 12S il particolare, ma non
è marcato dallo storico, che non ila presente la nazione ma gF individui.
liCggete Ero- dolo , Tucidide , Polibio , Livio, Tacito ec. sempre e in tutti
lo stesso tenore. Invano cercate in essi la Na- zione i a cui la Storia
ap^iartiene , e molto meno i cinque clementi di cui ho -parlato nel §
antecedente. Il primo elemento è la religione , ebbene la Storia classica la
suppone come nota e non la descrive, per- ché aveva la mira agl’ individui
contemporanei, cui era nota , e non alla posterità, cui poteva giungere ignota
, per le vicissitudini umane. Livio abbiamo detto $ 6 pag. 28 non fa motto
alcuno de’ trattati commerciali fra Roma e Cartagine: Tacito ignora la
geografia dcll’A- sia, quel che non era greco o romano era barbaro: e si
cercava a bello studio o di nascondere o di alterare i fatti gloriosi di ogni
altra nazione. Ddle Scienze, delle Arti e de’ Mestieri in genere non sperate di
acquistar- ne idea dalla storia della nazione. Intanto la storia di un popolo
conquistatore non può essere intera senza metterlo in relazione co’ popoli
vinti c conquistati , appunto come non si può avere nozione compiuta dello
spirito umano senza considerarlo in rapporto al di fuori che Io limita. Delle
quali omissioni non sempre la colpa fu dello storico, perchè senza quei mezzi
di com- municazione tra nazione e nazione : senza il bene-' fido della stampa,
che non solo perpetua ma diffonde con la sua pubùieità i fatti delle nazioni:
senza quella facilità di accesso- e di passaggio onde in breve tempo oggidì si
avvicinano le distanze più enormi , si vali- cano i mari: senza la carità che
1^ gli uomini con lo stesso vincolo di famiglia, onde non è diversità di colori
che ci separi ^ non differenza di favella che ci divida , non disparità di
governi che ci differenzii , non potevano, anche volendo, conoscere quelle
cose, che Dtuii--'“}by - -ii 126 • '• . * PARTE PRmA • . ► • f.- faeeVano parte
delia Storia Dazionaie , o clie- almeno accennandoli 'come limiti Favrebbero
lunneggiata. Quia^ di è che a. forza di ricercare in tutti gli storici greci e
romani non si è riuscito a eoinprendere tutta la ci- viltà di quelle nazioni, F
inizio, il* progresso, F incre- mento, la decadenza, almeno le loro cagioni
intrinse- che ed' estrinseche. Fu per questo noii spirito di eru- dita
curiosità, ma necessità indispensabile ricorrere nei tempi moderni alla storia
monumentale, ossia alla in- terpetrazione de’ monumenti antichi per opera de’
cosi detti Archeologi, per la quale sì sono riempiuti, se non tutti, molti di que’vuoti
che presenta la Storia scritta. Con questi mezzi siamo oggidì pervenuti a
conoscere, potrei dire, interamente la civiltà greca e romana. E non solo
questo è stato il vantaggio, ma siamo ancora pervenuti a rettificare gli sbagli
degli antichi storici , e n’ è una pruova il primo Saggio il Neibour per la
Storia romana. E in ciò poterono in parte riuscire i moderni con tanto sussidio
della Filosofia della Storia , co' lumi della di- vina rivelazione, la quale ha
dato la vera nozione del- F uomo nello stato presente e nella sua futura desti-
nazione. Rettificate le nozioni, si è potuto ricercare in quegli antichi popoli
quello che vi dovea essere e non si truova registrato dalla storia classica ,
imperocché r eroismo e la boria delle nazioni , che dice barbaro allo
straniero, cessò col finire delle medesime, e il Cri- tico costituito in un
punto rimotissimo dalla lotta delle passioni ha potuto vedere nettamente le
stesse cose passate e descritte. ‘ Se la Storia rabdama, ohe io chkuno ronmtica
in antitesi alla classica, ha raggiunto, se non in tutto,* al-! Aleno in parte
questa integrità storica*, de’ pensieri se- condari’, bisogna' convenire che
dessa.sta sopra alFan-r tica, come il tutto alla parte. 1 buoni antichi più
sol- intorno alla scienza oella-storia reale 127 leciti dell'esteriore
pompeggiavano nel -lusso della pa- rola ,• quindi frase scelta,, periodi
torniti, discorso ela- boralo ; perocché ognuno , die vuol raccomandare il suo
nome alla posterità , debbe in qualche 'cosa di- stinguersi , e non impacciati
dalle ardue indagini dei fatti arcano 1’ agio di studiare le parole. Appo i mo^
derni la parola é negletta , il periodo semplice c di- sinvolto , poco studio
di perfezionare lo siile , come dicono' ! retori , perchè intesi a raccogliere
ed a ri- staurare non hanno tempo sufficiente al resto per la manifestazione.
Con ciò non intendo fare un pregio di un difetto , nè attribuire al
romanticismo , come vorrebbero i classicisti , la violazione di ogni , buona
regola, la corruzione di ogni buon gusto. Ma, dovendo scegliere tra i due
partiti , vorrei ad ogni prezzo es- sere buon pensatore e infelice parlatore,
anziché sce- mo di pensiero ed egregio parolajo. ^ . H ■ . V >’ - . La Storia riassiea non fu scritta col
diseguo di do- ter servire come un demento' di Storia umieersale. La Storia
universale come abbiamo detto nel $ 40 e come vedremo nel $ seguente si versa
tutta sulle generalità e non mica sulle indrvidoalità , su ciò ohe aj^iartiene
alla specie umana e non all’individuo esclu- sivamente. Ora la Storia
universale sta alla Storia delle Nazioni cmne il genere alla spezie : e la^
Storia delle nazioni <sta alla StOTia degli uomini individui, come la spezie
sta . all’ individuo;’ Adunque è chiaro che la Sto- ria delle nazioni allora
può dirsi -elaborata col dise- gno di farla servire come elemento della Storia
universate y qaaiMlo si versa sulle nozioni specifiche e non partieolari'
degl’, individui. Ora abbiamo' veduto nel f antecedente ‘ che la storia
particolare delle nazio- ni è ristretta alle poche ’nozkmi di . un popolo se-
gregato da ogni' altro - popolo tenuto per barbara , e non a tutte ma a
pochissimo ,i narrando fatti dMn- dividai amdchè fàtti . nazionali ,
'-'compilando 'biografie ahaichè. storie, resta pure dimostrato quel che
mi'sono preposto. Del quale difetto fu canèa, la insufficienza de’ mezzi e la
boria nazionale, come abbiamo detto nel § ant.' Infatti Storia universab non
abbiamo avuto per tanti secali I, impossibile nel paganesimo , inattuabik» nel
cristianesimo fino a che Dante .'non ne vide^a pos- sibilità, e prima che Yte»,
Bòssuet ed Herder non aves- sero aeoéniutto alla Scienza delle, cose umane con
la cosi detta Filosofia' della Storia, ignota agli uitichi. Scienza partorita
dal Gristumesnno, i quale ha -^dichia- rato una la* specie degli uomini,'
generata da un pri- mo padre, Adamo, fattura immediata di Dio creatore e
padrone dell’ universo, padre comune dell’umana fa- mìglia, come ci ha
insegnaio.il primo maestro: Padre nostro che, sei ne’ Cidi. Quest’ idea fecondò
le nuove istituzioni,' abolì la schiavitù e la disuguaglianza degli uomini ;
tolse di mezzo la primazia del greco e del noUMulo Mil'barò«ro, allargò le
relazioni tra i popoli e 'le nazioni , . avvicinò il- selvaggio errante per il
-de- serto al culto della città, e dichiarò tutti fattori di una civiltà comune
su questa terra , come mezzo di com^' dUrci al possesso della terra promessa ,
nella patria' celeste.' 11. Cristianesimo. con: la predicazione dei Van- gelo
bauditO'-per tutte le parti del mondo per opera degli Apostoli e de’missbnar't
evangelici^ Tuppè letti- ghe 'impedienti le eommunicazioni :tra la;eivilti‘je
la' barbarie ed appellò tutti gli uomini fratelli tra quali primogenito è
Cristo. Digitìzod by Google INTORNO alla SCIENZA MILLA STORIA REALE La Storia
universale considerata sottó il rapporta ddl’ Integrità de’ pensieri secondari
è tl piir per- ■ : fetta- lavoro di genere epico prosaico. La Storia universale
è il più perfetto, il più va- ste e il più ingegnoso lavoro . ^lla prosa
letteraria ; imperocché flessa narra T uomo dalia sua origine -fino air epoca
dello Scrittore, ma Tuomo specie e- non in- dividuo : r uomo moltiplicato per
la generazione in tante famiglie per linea discendente e colktcrale, o, se
vogliamo dirla per similitudine, Tuomo specie nella sua lunghezza e nella sua
latitudine; ruomo néllo spa- zia e nel tempo: l'uomo 'di sei mila anni dalla
crea- zione fino aÙ! epoca presente: l’uomo specificato . nelle diverse- rozze,
quindi .divisò per costume, per reHgionp e per favelle in tanti, diversi popoU
e diverse nazioni: l’uomo . degeneralo, che si rigenera dalla harbu-ie alla
civiltà nel -suo .progresso diretto e : indiretto : 1’ uomo barbaro in ima
naiione e civilizzato in > un’altra : l'uo- mo fattore delta civiltà
costituita da’ cinque elementi, «ioé Religione, Stato, Scienza, Arti, Mestieri;
Fuomo, che viaggia cond’ istintn di popolar la terra -deserta e istintivamente
arrecmre la fiaccola delia civiltà alle re- gioni ignote, e valica i mari e
tocca l’America e rÀt». stralia con mezzi incogniti 'a noi : l’ùomo , che
sepMato dalle altre nazioni,- fonda una- civiltà in -un tratto di -torra
.sconòscinta.' La Storia universale con la filosofia .'della Stento raccoglie
in sintesi questa civdtà tiRtà mtera e la narra e da descrive qmde -fu, qual’é.
Or come si può serbare l’ integrità de- pmisieri secondari ih una Storia<
universale? Quale Biblioteca potrebbe contenere > ,,t n ■tuUi i volumi, che si dovrebbero
scrivere per regisfrar» tuli’ i falli della specie uittaifa nel corso di lanti
se- coli? E, messo pure che scriver si potessero per lo benefìcio di uno o di'
molti ingegni straerdin«pi, » che servirebbero, se non oi fosse menjora di
leggitore, tanto prodigiosa che tutti possa ritenerh ? Da nn’alIriL ban- da, se
questa Storia fosse ristretta a pochi volumi, co- me si'potreblw dire che in
essa è serbata br integrità assoluta de’ pensieri secondari quale si addice alle
produzioni storiche di genere epico , i tra' quali pri- meggia, la Storia
universale ? . Ecco" dello quistioni di non lieve importanza, se dada loro
soluzione podeesimo ottenere delie nozioni |H-ecise intorne a questo genere di
scrittura. oair ’ • '' r i ‘ < - '•>v< L' lntefrità’'i assoluta di
qualriasi componimento è sempre i» comparazione della rdativa o per lUcessHà
if.per prepenimeiuo, Co^ laetoria, a modo-dì esem- |iiio, dì ■ Roma ha
un’integrità assduta rispetto al com- pendio, che se ne potrebbe fare. Ma non è
mica com- ponimento d' integrità- relativa ^elh>,in coi' si aggre- gano
tanti pensieri - quanti ne sono richiesti dal Con- cetto, che è personale e
risponsabile (iVol.r I. ' § 19 ). , L’ asolato ej.il rèiativoi parlandosi ' d’
ibtegrilà, è sem- pre' in' rapporto a’ pensieri, che vi debbono e possono
essere per T esigenza de} Concetto, ossia del penstoro uno e primo.' Ora la-
Storia uAtreraalc ha; un concetto eoUetPivo, e specifico: la sua integrità per
oons^uenra >è sempre, setto il rispetto de’ pensieri ancora ^ecifioi,
òesia^# coset coBUini a. tutti gh. uomini ;e parti- colari ad alcoBd^
Eaohidendo qiiilidi ‘tatto .'k indrvi- duahtà per M /kggia-ddi’ ukntme
individua ide’ pensieri sooondaii ni .Ctmcetto, ogtimo vede che -lai Storia
unì- ■ versale icet) integrità assoluta cttoterrassi in tassai me- no numero di
volumi, che non sembrava a primo aspet-io. Anzi, essendo la Storia universale
più generale 4«lla Storia delle nazioni ,, rispetto alle quali -sta come il
genere, alle sp^ie § antec. ognuno -comprende ciie qtianto {HÙ si assottiglia,
tanto più è estensiva,, quauf tunque - meno- een^ensivat ir. - - h ii %'.• >
Peccherebbe A integrità assoluta questa Storia j.s# lasciasse non narrato e non
descritto qualche) secolo o qualche nazione, sia per difetto di notizie e di
docu- menti storici, sia per imperizia delio- storicot Tali .&»• rebbero le
storie universali eterodosse ehu;non) pdVr tono dal Genesi di Mosè , imperocché
fuori di questo libro r origine del mondo c quindi ddl’pomo, fattura di Dio, è
un ignoto impenetrabile , nella ricerca del quale inutile riesce ogni sforzo di
umano ingegnoi Dgni nazione ha i suoi tempi oscuri e favolosi in quanto alle
origini. Sotto questo riflesso 'Ogni Storia uaiTar' sale è incompleta perocché
Iddio non ha parlato- di tutte le nazioni in particolare» , L’ America per
esem- pio è esistita , tanti secoli prima che fòsse scoperta v abitata dall’
uomo , cOme pure 1’ Australia Ohe ne sappiamo noi de’ fatti umani anteriori ^
di quegìi ab»- tanti selvaggi ? come ivi furono sbttizati? come ùneh^
vatichiroDO ec. ? La Storia in questi casi salta tutto quel tempo ignoto , e , se
dice qualche- cosa, procede per congetture e rannoda i fatti ultnm dopo la
sci>- perta al periodo delle altre nazioni. -EecO delle lacane storiche
irrimediabili ! Lo , studio quindi delle ilingee comparate non é semplice
erudita" Curiosità', - ipa de’ mezzi sumidiari a recare qualche » lume' in
.iiitaz» alle fitte ' tenebre -del passato di certo naqiOrti* > Se ria
Storia universale adunque per questo 'Vèrso- é= ilicosa- pleta, non é per colpa
dello scrittore^ ma p®T‘ necessita insuperabile. ‘"wHaiuisd i ^ y bì t. '-
Posto ‘Ohe la Storia universale''^' debba occuparsi delle generalità e non
delle particolarità,' parrebbe che dessa non debba far menzione di ^ certi
nomi, «he si- gnificano individui, detti perciò nomi particolari e pro- pri ,
imperocché a questi nomi si associano' sempre le nozioni dell' individuo. Intanto
fi fatto sta contro, e. la Cagione convince che una Stofia senza i nomi
de'iattori della umana civiltà è un impossibile. Come invero si potrebbe avere
la distinzione delle diverse nazioni senza nominare i Greci', i Romani , gli
Assiri , i Fenici , i Medi, i Babilonesi, i Persiani , i Caldei ec. ? Come di-
stinguere le diverse epoche di una nazione senza nomi- nare Ciro , Solone ,
Dario, Alessandro, Scipione, Ce- sare , Trajano ec. ? Se nominare gl’ indivìdui
è indi- spensabile, come può essere vero che la Storia univer- sale si versi
sulle generalità ? lo 1’ ho detto innanzi e. lo ripeto brevemente ancora qui. I
nomi particolari nella Storia universale non significano individui , ma servono
di simboli, ossia sono segni di uomo specifico operatore di alcuni fatti
nazionali. Infatti, se si parla di Alessandro , o di Dario , o di Temistocle,
la Storia universale non scende mai a’ particolari di questi uo- mini come
individui , ma parla di loro come -fattori di avvenimenti, che alla nazione
appartengono. E, se incontriamo esempi di qualche Storia in cònirario, non lo
terremo a pregio certamente , come a pregio non terremo il tròppo generalizzare
in una Storia partico- lare. È questa la ragione , per la' quale pochissimi
nomi particolari incontriamo nella Storia universale e moltissimi nella
particolare , perchè la civiltà nar- rata dalla prima è un prodotto della
nazione in com- plesso , mentre in questa è il prodotto degl' individui. Non
senza ragione fu appuntato il Guicciardini d’ in- giustizia verso i benefattori
dell’ umanità, < passandoli innominati , e meritamente viene accusata di
troppa pedanteria la Storia universale, che riempie le pagine di nomi vuoti di
significato. • - S« sia lecito introdurre nella Stòria le cosi de tte xi-
FLESsio.vr, corno parti iiuegrdhti, senza offendere i’ unione' individm del
mvhiplo all’ uno ? i . ■ I - . La Storia è una specie di componimento , che ha
per facoltà ritnmo^'nazione , la quale, riproducendo, le idee secondo le leggi
dì associazione, offre due mezzi di esplicazione, cioè la Narrazione e
ìuDescrizione, co- me abbiamo accennato nel § 18, e come vedremo più
diffusamente nel- Capo IH. Le riflessioni sono alcuni giudizi 0 deduzioni sopra
i fatti, e come tali apparten- gono aU’intellatto o alla ragione, facoltà
scientifica. Dira, che sia lecito introdhrre nella Narrazione -e nellaDescri^
zione delle utili riflessioni è un riconoscere tacUamente una specie di Storia
mieta, ossia' di un componimento, in cui concorrono diverse facoltà
appartenenti a diverse specie di comporre:’ e, siccome le riflessioni sono del-
r intelletto facoltà seentifica , una tale Storia sarebbe un misto di Storia e
di Scienza — • Ora che vi sieno e possano essere Componimenti misti non vi cade
al- cun dubbio, come proveremo nel IV volume di questo Corso. Le Orazioni
invero del foro, con le quali si pren- dono a. difendere delle cause
controverse, non possono essere trattai te -senza la Narrazione de’fatti, che è
di .spe- cie storica , mentre 1' obbjetto principale di esse è. di ragionare, e
qualche volta. commuotierc. Lo stesso os- serviamo farsi lodevolmente nel
Dramma e nella spe- cie oratoria. Non vi è dunque- alcuna ragione che la sola
storia sta condannata a narrare sempre e deaeri- • Ter«^ ^uza che qualche ..voUa ragioni c
commuova. Adunque una Storia nusta è possibile ragioacvelmetile, ma dalla sua
ragionevole possibilità non se ne deve dedurre che debba essere senq>re
cosi. Io perciò di- stinguo la Storia assoluta o semplice e la Storia mi- sta.
In questo i Critici volendo essere troppo esclu- sivi,' diedero sentenze'
ancora esclusive e perciò fjilse. I Moderni, dice D’. Alembert, (
Melanges^e^lexiósi^s sur l’kistoire) hanno abbandonate quella maniere di
trattar la Storia ^ che. por iqezzQ di una .pudente .scelta dei ftitti e di
brevi riflessioni recavo! nem j^ccolo vantag^ gio ' alla Morale, come u«avaB 0
.gU Wi*ioflie> K, citando it nuovo metodo, che la 'priiiMi vtato por
Maochiavdlo ina tfodusse la discnssimirf hdló SltHfia,.' metodo utile agli,
studi politici éoneiù*da 1 lèi Storie sono* ora -o nodi registri ,, 0 tràttmi'
di politica. Il Napione, che cita que> gl© paOBodèl Criliei^ francese,
osserva avere certamente questi ‘ due' modi ^-traUer la Stopria i loro vantaggi
, ma non si dovea- tralasciare la strada di meezo^ come quella,' che congiunge
gli avvantaggi de’due altri, modi, è pare- che riuscir debba di un uso jhù
comune, es- sendo gli altri .due uno troppo arido e digiuno, -troppo sublime e
filosofico l’ altro,' oltre ad esservi da temer non poco che lo"
scrittore! ‘spacci sogm d’ i mmagi nar zione in luogo di filosofiche verità ,
come osservò il medesimo sig. D’ Alembert. ' * « ’tìuesta incertezza di opinioni con- la
tendenza a troppo gen€ralcggiàrO''è il più chiaro argomento dello
scetticismcr;4iì!éttì'<ri aghano le menti de’ Critici, che daU’ emftur^nlO
sforzano di fare un passo alla rar gioriè, Se la storia ' assoluta è divenuta
arida, .non è diftitt^'dél componimento ma del 'compositore : se la midtaò
degenerata in trattato di pditica, è difètto dello scrittore e non deU’arlc. Le
lodi, che si prodigano alla Storia
antica, cbe -scegliendo alcuni' fatti, frapponeva delle mondi riflessioni,
accennano 'tutto al jnà ad una specie mista, utile per certe classi di
lettori,' ma’ non possono avere la pretenzione di - elevarla ad unica- for- ma
di scsivere la Storiai perocché l'esseré' andata in ihsuso pruova't méravigiia
che^ noli è soddisfacente a'-bbogni storiei della società attuale.
Malissjmamente poi^ si ej^ne il Napiohe, ohe vorrebbe una ter7a spe- cie
distorta, la narrando ó descrivendo, spar-<' ga pareanentc'-(toUe
riflessioni morali', imperocché pare che' vorrebbe escludere una specie di
Storia às- Bolutamcnte narrativa e descrittiva. Pretenzione strana e . ridicola
-, perchè verrebbe a togliere* alla sola Storia oioc&hò ò’ concedalo alla
Sciémza ed aQ’Etoquenu. Egli è vera; che- Jts storico è- un uomo, come tutti
gli diri; ohoha rajfione e eenttmanto; focoltà, che, nòn volendo noi, si
vogliono ingerire nelle faccende; deUa Immagina-: £Ìone« ma. ciò non importa-
che sia un procedere rctta-i mente il non sapere -infrenare le facoltà, che
preten- dono di attuarsi inopportunamente ,i cioè -quando d^ vrebbero lasolare
libero il campo -alla seia facoltà^ della Storia. lAn» im tdumiscii^io. di
opéradeni., diverse' é argomento di poca arte -e di pochissima attitudine
acdni- sita eoa far violenza . alle storte abitudini contratie dalla prima età.
Singula quaeqm loeum uneant sor* tia decentery et age quód a^'s- sono precetti
invocali il più sovvente<, ma il. più sovvente. violati. -Kel pri- mo
periodo dalla Storia questo isolamento della 1mma-< ginazione dallo altre
facoltà- era dilTicilC, per non dirlo irapossilMle , perchè. la riflessione era
debole': rnan- cava la Scienza della Storia- e mancavano le nózioni estetiche:
era quindi .necesdtà che -le produzioni sto- rielle riuscissero a quel modo che
sappiamo, ossìa -un pò di tutto , cioè di narrazione e descrizione , di sil- “
r " iodismo e di deduzione, di perorazione e di:ÌDTetti-< ve. Ma oggidì
a' confessione degli stessi critici, che ie cemhatio, un tal modo è
insopportabile, e laStoria tende a^eoslituìrsji.quale dev’essere, opera
d’iinroaginazioDe, cioè ‘Durativa e descrittiva. Il ragionamentc precede nella
ricerca delle vere cagioni degli avvenimenti, ma, quando queste si saranno
appurate, lo storico procede a narrare e descrivere i fatti come sono,
lasciando che i lettori deducane da’ virtuosi lodati il premio della tirtù ,
da’ malvagi puniti d’infamia il compenso del vizio, E pedanteria farla da
precettore a condizione di distogliere la memoria dal corso dello -idée : è una
H(^a ed una sazietà l’ interrompere la narrazione per date riflessioni, le
quali fatte tolgono al lettore il di- letto della acoverla, potendole far egli
stesso. Con ciò non intendo escludere una' specie di storia mista^ cojw sigiala
da una particolare attitudine di una classe di L«ttwi, ma, se questa è
ammissibile in qualche caso particolare, non può pretendere di essere elevata
zdhi dignità di uniea forma. .. loL Sarà dunque proibito idlo stwico di lodare
Io-buo- ne e vituperare le roe azioni ? Conseguenza piu 'larga delle premesse.
La lode e il vitupero possono essere elementi storici, se lo scrittore sarò
diligente a raoco- gliere i fatti come 'sono avvenuti, o Ira questi vi sono
ancora lo lodi e ì biasimo de’ contemporanei i, come COTO operate. ìì . lodare
o vituperare col proprio giu-» dizio è un introdurre nella Storia elementi non
veri, ossia i<l^ che non corrispotldono a fatti realmente av- venuti, io
altri termini è una specie di mentire. Com chiudo che, se a’ critici che io
combatto la Storia os- saluta sembrerà arida e fredda, da due ragioni deriva, o
percliè i primi tentativi ^i cosiffatta natura non rie- scirono qii^li doveano
essere, o appassionali della Storia classica 'condantiarono per le anliciie
abitinlioi le novità diifbrmi da quella. Che bisogna dire delU 'Btcsitie
itUrodoUe. mila Sto^ ria rispettò ali' irUegrilà de’ pensieri secondartf^ v - I
. / Per dicerie io qui intendo le parlate, che gli sto- rici classici
intramettevano nella Storia a aome.dégli autori di certi fatti; e in questo
specialmente si studia-r vano di riuscire meravigliosi per raccomandarè i loro
nomi alla' posterità. A chi ron è noto il mi^stero.di Livio da questo verso ? '
' . ' ' Fin dagli antichi tempi Diodoro Sioihano cMiobbe gl’ inconvenienti
delle conctani o dicerie per due po- tentissime ragioni, :e 'perché
interrompono la continua sèrie delia narrazione , e perchè intrattei^ono inntQ-
roente i lettori dal comegahnento rapido della cogni- zione delle cose , che -
cupidamenle -e studiosamente ricercano ( lib. -20 6ap.‘ 1.* e 2.*’). Cratippo c
Dion^ di'Ahcamasso>, notando che Tucidide ravveduto non introdusse
nelloltavo libro le diocrie, di cui avea fatto uso ne’ sette' precedenti ,
avvertirono che desse non solo sono di impedimento alle. cose ,‘ma molestissime
a’ lettori , e Pompeo Trogo presso' Giustino • riprende lÀvio'e SàlUistio, che
c<dl’ inserire le concióni diretto c le orazioni nelle loro opere
eccedettero il giusto mo- do delia storia. Intanto fino al secolo passato e
potrei dire finn agli ultimi tempi gli appassionati della Storia classica
hanno- perorata a favore delle eonrioni infram- messe alla narrazione , citando
l’ esempio di Erodoto, di'Tueidide ne' primi sette libri-, di Senofonte^ Filone
nel- Libro deHa sua ambascerìa a Caligola , Giuseppe ‘ • nella Guerrarde' Giudei,' A|)pmno
Alessandrino, ^Diooè Erodiano, e Procopio fra' Greci : idi 'Sallustio , Liti^,
Curzio , Tacito , Amniiano , degli Scrittori deH'lstoria Augusta, del Giovio,
del Guicciardini, del Maffeo, di Paolo Emilio , del Cardinal Bentivoglio e di
altri, che ebbero qualche nome. Ma tntli .questi nomi sì rida- cono ad un solo
, poiché tutte le opere' scritte da' ci- tati autori sono formate sul modello
di un solo. La quistione pertanto non pnò essere risolata con addurre il fatto
, perchè dessa riguarda il diritto , ùoè . dire : è permesso dalle ragioni
estetiche introdurre nella sto- ria de dicerie? e, se non è consentito da
.queste ra- gioni, poKiamo imitare Feseinpio . degli storici' classiet? La
Storia reale , abbiamo detto , si i prcqKme il Bèllo reale, -ossia gli
arrenimenti ireaii di un > tempo : essa dunque non può e - non deve invadere
il dominio della /'antaata O ideHa' /ìnsùmc/; perché di una Storia si farebbe
un r<Hnan»r contro la supposizione, di uoia prosa un parto poetico,- o uà
misto di prosa e di poe- sia. Gra che cosa mai sono' ìe Dìcerie o>CQiutiomi
se non >dcHe supposizioni, ossìa- dello finzioni di cose, che non fililo
'realmente , ma che potevano essere? E, mettendo • piede nel dominio del
pomibile , già. Siamo fueri de! -doiiMnio' della realtà, «he è fmaieo idAjetto
della Storiar. Questa ragione è chiara atói evidentev e còme talcnon ha bisogno
di replica. Io non mi àv- Ta^o ’ dell' incongruenza, addotta da alcuni, di far-
par- lare greco il latine» e latnao- jl greco, io guardo i pen- «iefi e non le
?paw»lei é diéo ohe è una finzione met- tere in bòctìf 'À-uil inferlocuterc
parole corrispondenti a perisicrlV’tìW'^oò furono 'mai in mente sua', o, se vi
furoWo; boti- gli ha inai manifeslati per rmiderH materia drfla Storiai Alcuni
troppo teneri doHà Storia- classica sr'sopo' fatti a sostenere le rfi’cpn'c con
rescmpio’della sacra scrittura, dove spesso incoutriaaio introdotte delle
pariate. Ma (questa ‘autorità non giova a > nulla, poiefaè ivi è Dio die
parla , *e Dio è scru.tatore de’ cuori e veggente de’ pensieri più ' occulti:
Ivi è tutto verità. Ma ila- egli poi lo storico 'tempo da ^ perdere' in
compoire pezzi squisiti di Eloquenza ' per dilettar sé stesso e per appagare la
propria vanità personale, men- tre una vita' non basta alla diligente rioerea
de’ fatti, die imprende à narrare e descrivere ? E armi abbiamo innanzi oéscrvato
che il difetto d’ integrità ‘de'’pensieri secondari nella storia classica
derivò' dal' poco studio dello Storico,' impegnato a tutt’ altro esercizio che
alla SQai Arte si appartenesse? Ed infatti quanto tMnpo 'Bon richiede il
comporre ima Diceria, nella quale gl’ inter- lociilòrl pensano e'paarlaiio
'secondo il proprio 'carat- tere, a fórntare' ìE iqualè 'ricbiedesi uno ^
studio , partiòe- lare deir individno ? Ecco perché la Storia classica delle
nazioni' npn rinscl, come 'dovea, un 'demento di Storia universale : ecco
perchè desso è'u» aggregata di biografie pibtfosto che di 'Utvéniiitenftì
oóiionali. 'it" Alti; ^ proéeritehda ' ’dài)» $thr>u<roBaantioà lo
Con- cioni, lion Ò mio intendiménto di nproscifrere le- patv late,’ che realmente
'avvennero' e furono registrate,' eo- me gli editti , \ prodami, i dùcoroi
pronunziati, le séntenze, \ ’ motti arguti ec. perchè sifhtté Cose sono dementi
storici , pssià fatti redi— Ma . per 'avere l’u- niformità storica' io vorrei
che ancora queste ^ quan- do fossero troppo lunghe ,''si riduoissèro a. fmma di
narrazione, esponendo lo storico à nome «proprio le parole 'altrui ,- come
hanno cominciato' a praticare d- cuni moderni.' Imperocché il drammatizzare
neHa Sto- ria è un argomento di poco' matura riflessione è un seguife 'la
tendenza degli nmnini del • vdgo , i qudi^ quando parlano de’ fatti altrui,
spesso introducono, dei ' I ' t uo
parlanti, di cui imitano la voce, il.|;eMc ec. ec. Storia di una civiltà
<progredita > vuole semplicizzar^i col renderai assolata, il che è
ai^omento di riflessione matura e robusta, per la quale ogni facidtà si
esercita ródipendentemente ' nel suo dominio , salvo que’ com- ponimenti , ne’
quali più specie di comporre debbono concorrere necessariamente. Come invero
potrebbe un avvocato convincere i giudici dell' innocenaa del suo clienfe.
senza far precedere la narrazione de' fatti, -so- pra i quali eleva (ile
quistioni di . dritto ? ,E ccane si pòtrèbbe commuovere cod la . perorazione
cuore del Magistrato, se fosse ronvipto in contrario, senaa con- futare
ragionando le rfav<ffev^ >j^v^pponi?, Vi può del: pori essere una specie
di Storia mista , come os- serveremo a pro|WÌo luogo , utile e necessaria, ma è
fatsissimo. «Jm. odia Storia della Nazione e nella Sto-, ria imivenMd» si debba
far pompa di eloquenza con studiò eoacieniper.il falso supposto che ogni Storia
passa essere mista... .. i ... >1 ... •n-’. Coiichnido.dal detto ; finora
che le Dicerie non sono parti lintegranli della. Storia, dico anzi che lungi
di. servire all' integrità della, medesima nc.olTendono quell'ttnione
individua, che è forma estetica, cioè. Bello slociool Dimostralo invero che il
CAWcetto reale 'vucdsi unire individutdmente a* soli pensieri reali . omogenei,
e provato che le Dicerie seno lavori dì
pura finzione e non elementi reali ognuno vede che la loro introduzione
romperebbe quel nesso, che risulta d^la omogeneità de'pensieri, come materia
della Storia — L’ autorità di tutti gli storici antichi e roodmmi non fa peso
contro questa deduzione da' pre- stabiliti princilà, e, se altro argomento io
non, avessi per dichiarare l’empirismo impotente a risolvere le qnistiom
estetiche intorno al comporre letterario , mi INTORNO ALLA SCIBITZA DELLA
STORIA REALE lil basterebbe questa soia incertezza de’ crìtici, 'mzì que* sto
formale scetticismo intorno alte più semplici nozioni foiulamentali. Intorno
alla Veriticazionb. ime’ pensieri secoiìdari t . ' i STORICI.' -Importanza di
questa ricerca e quaruo sia oggidì inescusabile la negligenza degli storici. '
• r, La. Stòria reale si propone un Bello reale , ossia si' versa in
avvenimenti -o in fatti realmente accaduti o in tempo passato , o in luo^
rìniolo. Desse è Sto- ria a condizione di non. mentire d in altri térndni a.
condizioBe dr esporre > ciò che fu, e di non immi- ^hiare la finzione alla
realtà. La 'Verificaziime adun- que de’ pensieri secondari storici ha l’
importanza pressa che eguale alb stessa forma estetica, ohe è 1’ unione
individua di essi pensièri al Gancetto storico. Ma; in ragione dell' importanza
crésce ancora b difficoltà, pe- rocché, versMdosi in idee di òbbjetfi , che non
sono più ,'e dovendo per analogia o per attestato degM- uo- mini appurare fatti
sepidti nelle tenebre del passato , vien me>0 b . 'pazienza e b . diligenza
del grande e. coscienzióso ingegno. Ecco p^efaé b Storte 1^ faL* 80^0 di
rifarsi . più che ogni altra produzione sidlo stesso; ohhietto , é
lodevolissiiBe riuscirebbero simili rìfazioni, se presentassero sempre nuove
correzioDi; de- gli errori de’ prìmi steribù' Sarebbe sempre ufi guada- gno per
K umaoità . il rifare i conti del passalo, quando Digitized by Google 142 •
< ^.»RTB PRIVA' • ' se ne potesse speme la sèoverta «nclié ^ una sola fie*
rità o una' smentita di secolare pregìodizio< Ma, ri> peto,
malagevolissima cosa é squarciare il velo del pas* saio e coglier nettamente i
fatti quali furono, ed è però che la Storia non è un esercizio di puro diletto,
ò di passatempo , ma di profonde , continue ed accurate indagini fotte con
coscienza ed ingenuità di scrittore, che esercita un Sacerdozio di verità al
bene della u- mana fomiglia. Scusabile è l'errore, quando, adoperati tutti i
mezzi della umana prudenza , per debolezza di natura non è conceduto evitare, e
per questo riatto sono scdsabilissian i >primi storici, come Erodoto,' Tu-
cidide, Sallustio , Livio- ec. -in qitegli errori, che non superarono per manco
di mezzi indispensabUi a sco- prirli. S- imputa a Tacito che -ignorasse la
Geografia deli' Asia, ma- ^li noniera educalo oeme-da noi si usa, nè le notizie
geografiche -erano >101110 pérvi^^te, 'Come og-> gidl. 11 mondo di
allora’ era- asssai 'ristretto: l’ egoismo romano -«ra nn-^ ostacolo ad
indagare' le cose 'do' bar- bavi : i mezzi di. communicazione erado
limitatissimi, senza 'domtoienti , >0011; pochissimi monomenti : diffii-
eilissimo- T accesso a’ pnnti -rnnott daUa sede deUo ina- pero> scarsissimo-
par teeipazi(nn> degli avvoliincfkti |>er dilelto'-delb stampa, la quale
raoltifdica in breve- tem- po- corretti èsemplart eh -pocUssimo dispendio: man-
canza (U> lavori . antericH'i di molti sulla- stessa malor ria ec. -Ma
quali» n scusa -meriterebbe- uno storico uno- denso -, sé di tatti epràsti
mezzi , a dovizia fornito’ :kr- ciàmpBsae'ad com piè sospinto ae^i stessi
scogli , '-in cui urtarono per necessità que' prian, ehe ardhrcran’o divinarono
più che a'-xagmae- veduta 'procedettero? i'na< Storia de'- tempi «ostri nmr
è'-pià- È opera-'di un namo solo, ma -di tanti, i i]uaii portano lUnk {àetra
al» r edificio^ chi i -momnnentì studiati- e- dichiarati con 14S
r~arflli«ok»gia; -chi- le- notuie geologiohe|Cto le slwlia geografìco : chi -le
date appiH-ate con Jo sludào cror nologico r chi dichiaraziimi coaTÌ»ceBti -col
.Possidio della filologia: chi ^i errori sooierti eón la>sana.erir tica-:
cfai.il supplemeato' de' pensieri.. trascurati «. per difetto di stiulio- delle
.cose, umane eo. lA breve dire k> 'Storico- màderno cescienaioso un
compilatofè più che. uno scrittore originale, ùtun^ristaui^lore .e non
aut(E«-jdi prifloog^to, .salvo per falche. storia di fattf non narrati, come la
geologica ed astronomica in buona parte , ossia in < quella «die narra 1'
evoìmioni secondo il nuovo sistema planetario o non fatta,* o, fa-ascurata
dagli altri.- Quali scuse potrebbe adunque meritare lo storico moderno, se, rinunciando
a questi mezzi o tra- scurando tanti sussidi , copiasse gli autichi storici,
pa- rola per parola, e in* nerba mdjjrtstm ?.. Com*- prendo bene che non'^ poca
'la fatu» , anzi è tanta e di tanto merito che compensa a cento doppi la glo-
ria dell' origmalità , ma .è fatica- indispensalùle per salvare’ lo. scrittore
della 'taccia del più’ ignavo,! « per purgare la Storia dalle- vanità che pajen
persone^ ossia dalle cbimere e supposizioni- si^erita- da. una -Scienza
orgogliosa, per quanto bambina , detta Filosofia delU Storia. La Storia non à
Scienza, che aspira gl rigore del sistema , '*ma suo pregio . massimo è -la
verità dei fatti, che narra é descrive. Vi è pUre una Storia, poe- tica'^’ una
Storia di: Albione ò-dr tontarià., -rat.cui è tanto più ammirato kartista, per
quanto- più si scosta daUa-Tealità prosaica l'senza .offendere il. Terosinule ,
come la -Scienza- è-rcoto e prosaica e poe- tica ,'naturrie « ;artificiale -,
armlitiea e sinteIjoaf—Ma cfascuna ^ecse ha. le: proprie regolo .ri goverim.con
le proprie }i^ , e per la» Storia male , non è jsregio ma ditoto“H supporre., O
il-creare di- fantasia, d- far • » • .
{lonipa ili eloquénta: è suo pregio, perche suo dovere, perfidio, narrare i
fatti quaji furono per avere un r ifles-. so'deir umanità passata, 4ii citi. si
specchi F umanità presente è la futura per dedurre la scala: del progresso
delia* nostra civiltà. Ecco T importanza . di quest' Arti* colo per Ja Storia,
e: correi -allargarmi in parole i per non iSnirìa.mai. Ma questo libro è un
elemento, che per sua« indole non mi concede discendere per tuit- i particolari;
Vedrò' dunque di dirne ^quanto *hasti *, e per procedere con ordine io
'guarderò ammezzic eli ve* tificare divisatiun due categorìe^ 'la > prima
de' mezzi estrinseci ,*la seconda è* de’ mezzi intrinseci,- r- ' ■ ‘ § 48.' ’ ■
. * -•» > Che s^. intendono per mezai ’ estrinseci' di verificare • t
pensieri secondari nella Storia ? • • . t - j - ^ .1,' ’ li-’ > * i mezzi '
eatrinsee^i ritardano più lo ^storico che r ehhjetle della Storia. ^ Lo ■
storico invero è'un.prò- dìUtore, e un Artista fecondo,' Cj come tale,
dev’essere ' da ' natura ' fornito^ dr attitudini : sufficienti a tanta o'pe*
ta. '^( 'Vorrei, dunque nello stòrico erudizione per ve- V deve ^ immaginativa
per descrivere , giustizia, per sentenziare V occhio sicuro pernon abbagliarsi
-alla prosperità ; profondo séatimento del vero >’ sicehè^^ •» ^and’anche i’
inganni, appàja' errore dell’ intdletto e a" non del cuore ■, coraggio di
sacrificare T autor prò- iì ' priò c il desiderio di : comparire * e. di •.
sfoggiare.. no- »• vilà per vie^ bizzarre, costante nefie rieerelm ’e imllo a ^
stile ’ senza mostrare mai no V. impazienza del , ppo- » 'Cedere, né la
leggerezza cho fa intraprendere jscon^ ')) sideràtametite ‘Un gran* lavoro v
seguitarlo con, ne^ w gligenza/ cèinpicrlo -cent disgusto ; che n*5n pensasse tanto
a far leggere quanto a far pensare, non tanto » a mostrare cognizioni quanto
retto giudizio : volesse » fare un libre che renda caro 1’ autore , che non si
« abbandonò senza avere concepito un' idea più chia- » ra e sublime della
missione dell’ uomo sulla terra , » senza credere profondamente al regno della
giusti- » zia , senza sentirsi più capace di un’azione buona » o di una
generosa... Svesta quanto è possibile la in- » dividualità , e non esponga i
sentimenti , le gioje, » le melanconie sue proprie , ma favelli dd genere »
umano eon carità universale, scevra di esagerazioni, » goda a’ trionfi della
causa più giusta, ma con sem> 9 plico dignità, soffra co’ virtuosi ma
tranquillo, non » pensando a fare una satira o un panegìrico , con » indagine
benevola ; nè cerchi gli errori di un po- » polo per abbassarne il genio, nè
voglia negarne gli » errori , abbagliato dalla grandezza ec. » ( CarWù.
/ntroduz. alla Storia universale ). Parrebbe doversi conchindere che la Storia
non sia tanto facile componimento, che si possa rac^ comandare qual primo
esercizio nell’Arte delle lettere, posto che in tante e cosi svariate cose
debba lo sto^- rico essere versato. E questa deduzione A verissima per alcuna
specie di Storie , per le Storie umane, e specialmente per l’universale, per la
ragione che l’uo< mo obbjetto di questa storia, come causa libera, per tanti
secoli esistito sulla faccia dd globo , in tanti punti disperso , e ndle prime
storie non considerato in tutta la sua estensione , sfu^e le indagini de’ su-
perficiali, che ardiscono di narrarlo o descriverlo. Ag- giungete che in questa
Storia si procede ad indagare il passato sull’ attestato degli uomini,
fallibili in quanto a’ fatti, più che sull’analogia sostanziale e causale, che
è un grado di meno dell’evidenza di fatto § 52. Ma 10 < " ; non così per la Storia fisica
come delle piante, degli animali , della terra , de' minerali ec. imperocché in
queste indagini domina l’osservazione immediata e l’a- nalogia fisica. Quindi
l’antitesi: la Storia è la-produ* zione più agevole , la Storia è la più
difficile — Con- traddizione apparente tra -due proposizioni , che sono vere
ambedue in senso limitato. Oltracciò la difficoltà della Storia umana è
rispetto alle cose che sono ma- teria ddla medesima, e nella malagevolissima
ricerca di questa lo storico si studia di rendere facile la Sto- ria ,
imperocché le cose narrate o descritte difforme- mente dal vero, oltreché
inducono incredibilità e di- sistima per lo scrittore , rendono inattuabile la
ripro- duzione e r associazione delle nostre idee. • § 49. . Intorno a’ mezzi
intrinseci per la verificazione dei L pensieri secondari storici — Erroti di
analogia. , . lo chiamo mezzi intrinseci di verificazione dei pensieri
secondari storici quelli che risultano da’ prin- cipi della Invenzione esposte
ne’ paragrafi 25 e segg. Egli- non basta sapere in generale che Cause simili
producono effetti simdi e. gli effetti simili sono pro~ dotti da cause simili ,
o che i soggetti simili hanno qualità mmili e le qualità simili hanno soggetti
simili. •Voi potrete per avventura, raccogliendo la materia stOr< rica,
spesso ricorrere, a questi principi , ma è egudi- meute facile che spesso
cadiate in. errore; prendendo lucciole per lanterne, come suol dirsi. I
principi sono veri e incontrastabili , ma dessi non ci garentiscono dagli
errori della pratica, perchè con tutta la chiarezza del loro lume indefettibile
possiamo mettere il piede in fallo. Tra la teoria e la pra> tica èv\i una
distanza ìofinita, e P esperienza cMnse- gua che i più soggetti a delinquere
sono queMali, che 10 chiamo dottnnan, cioè eccellenti declamatori di teo-^
riche contro i comuni difetti , ma pessimi corruttori deirinnocenza altrui in
occulto. Ad avere un accordo tra la teoria e la pratica, si richiede una buona
disposizio* ne di ben formata natura , o quello che dicesi buon senso, per lo
quale si percepisce evidentemente il mezzo più acconcio .all' attuazione della
conoscenza su i fatti.^ Ciò posto , quantunque i principi fondamentali delP a-
nalogia fisica sieno evidenti necessari e incontrastabili, non bastano a
garantire lo storico dagli errori di fatto nell’ applicarli , imperocché in pratica
non si. tratta più della verità di sifPati principi ma di scoprire la vere
cause dì cer ti t, effetti,^ i‘ veri soggetti di certe qualità. Ora in questa
ricerca consiste appunto la più grande difficoltà, perocché da molte cause
simili può essere prodotto ^ un medesimo effetto, ed a diversi sog- getti
siniili può appartenere bla medesima qualità. lò ne produrrò qualche esempio. .
^ 4 lA Reppubldica< romana, la più potente fra tutti gli Stati, che inai si
fossero veduti nel mondo, cadde,^ quando Giulio Cesai*e con la sua Dittatura
còlse Top-^ portunità di sopprime^re quella larva di autorità* in un Senato
ciarliero e in una rappresentanza popolare più apparente che di fatto. Uno
storico superficiale chia- merà Cesare • tiranno ed usurpatore , perché s’ im-
padroni di una repubblica che non esisteva più,. ed era, diciamo cosi, divenuta
uidtiiis. Stando alla semplice ap- parenza, Cesare fu usurpatore, perché Cesare
di fatto fu 11 primo che ebbe il genio e l'ardire di pronunziare che la
Repubblica era morta e che egli interpetre dello spirito del secolo voleva e
poteva rianimare quella nari US zione sotto altra forma governativa più
consentanea a salvare dallo sfacelo la dominatrice dell’ universo. Uno storico
profondo non attribuisce questo effetto al- r ambizione cesarea , perocché un
uomo solo , anche volendo , con tutta la potenza del genio non può di- sporre,
a suo talento, di tutte le volontà di una grande nazione, e, se gli riuscisse
un tentativo in un primo azzardo , sarebbe il momento appresso spodestato e
punito. È vero che Cesare cadde vittima di pochi si- cari sotto i colpi de’ pugnali
di un partito, ma non fù per volontà della nazione, la quale dopo Cesare non
più tornò alla Repubblica, ma continuò nella Dittatura e nell’Impero, ossia
sotto la forma di un governo di- spotico, necessario per un popolo, che ha
perduto l’au- tonomia e la coscientat di essere libero per una virtù maschia a
tutta pruova. Per lo storico adunque, che ragiona su i fatti, Cesare non fu un
usurpatore , nè r oppressore della Repubblica , non fu egli la causa di tanto
avvenimento , ma un uomo grande che co- nobbe sé stesso capace di dirigere una
transizione di tanta importanza. La vera causa efficiente di questo crollo fù
la degenerazione di un popolo dispotico nel- r Aristocrazia, abbjetto e servo
nella democrazia. Una interna cancrena avea divorato l’immensa mole di quel
corpo sociale, e la cancrena era arrivata al cuore, quando Cesare diè quel
taglio, che parve crudele. La causa media- ta ancora efficiente fu il lusso de’
nobili , ed il paupe- rismo della plebe, per cui si ruppero i vincoli che ran-
nodavano tutte le classi del popolo. Quindi odi impla- cabili interni , tra i
nobili e i plebei , gli oppressori e gli oppressi , il Senato e il popolo. La
Repubblica indubitatamente dovea cadere e la caduta era un ef- fetto necessario
di queste cause efficienti. Non veduta la causa immediata e prossima di un dato
effetto, non ni. " 7^^ by nrroHNO auìA scienza della stobia beale 149 si
può p«r (xmseguenza conoscere la causa mediala , - mollo meno la rimola ,
perchè , dove è sfuggito il primo anello, lo spirito disvia ‘e va cercando
aneUi di altra natura omogenei al primo anello supposto per vero , e la Storia
invece ^ una Narrazione e Descri- zione di fatti reali diviene un a^regato di
supposizioni. Ora per conoscere le vere cause di certi effetti, i veri si^getti
di certe qualità, non basta conoscere in astratto i principi generali: JEffetti
sitnUi som prodotti da cause simiU e qualità simili appartengom a sog- getti
simdi , percM qui la quistione si versa intorno all' unica causa tra le tante
simili di un dato effetto, ed all’ unico soggetto tra’ tanti simili di una data
qua- lità. Per non errare adunque si richiede indispensa- bilmente la Scienza
ddle Cose, detta filosofia della Sto- ria , non semplicemente in astratto ma in
concreto , cioè nella specie determinata delle cose , che formano materia di
una data Storia. Quindi è che la Filosofìa della Storia de v’estendersi non
solamente alle cose u- mane, ma a tutte le cose obbjetto di Storia, c chi im-
prende per esempio a scrivere la Storia deU’Astrono- mia o della F3osofia,‘è
mestieri che abbia studialo pri- ma le cose astronomiche e filosofiche ,
perocché non potrebbe siffatte cose narrare senza formarsene idea, e idea non
si dà di erme ignote. La FiliKofia della Sto-, ria adunque, intesa nel senso di
Scienza delle cose, è tanto estesa, quanto è il dominio storico , ma la parte
più difficile, più estesa, e più importante, è quella che si versa sulle cose
umane , le quali si comprendono in cinque elementi , cioè Rdigione , Stato,
Stnenze, Àrti , e Movieri , in ciascuno de’quali lo Storico de- v’ essere non
mediocremente versate. E di questi ele- menti deve possedere non solo una
cognizione gene- rale cd astratta, ma particolare in quanto al modo di Dighized
by Googte parte; prima 150 £viluppiM*si , cioè d’ inizio, d’ incremento e di
fine, é quindi di corso e ricorso delle nazioni. Alcuni portano opinione che
una Storia è filoso- fica o ra^onata, ogni qualvolta è scritta col metodo di
ridurre gli effetti alle cause e le qualità a’ soggetti, for- mando cosi una
catena di avvenimenti , nella quale l’antecedente è causa del cons^uente e
questo è cau- sa d’un altro conseguente. Se si potesse una storia scri- vere a
questo modo, sarebbe un gran problema riso- luto rispetto alia forma , purché
però i fatti o gli av-^ venimenti non fossero costretti dal sistema a servire a
delle supposizioni. 11 fondamento di ogni Storia reale è la verità, ossia la
realità de’ fatti narrati o descrit- ti. Se dunque per rannodare i fatti si
sacrificasse la verità , se per la forma . la^ materia , ’ si cadrebbe in una
contraddizione di principi e di fatto, perchè, men- tre si proporrebbe una
cosa, a cui bisogna stare per supposizione di concetto; si riuscirebbe in altra
del tutto differente anzi opposta o contraria al proponimento. Una tale Storia è
un Romanzo misto di realtà e di finzioni , nel quale difetto a me pare cadono
spesso gli alemanni che per un mal inteso razionalismo sto- rico hanno alterato
la natura de'fatti. Valga per tutti lo StrauB nello infamissimo Libro
intitolato la Vita di Gesù Cristo. A questo inconveniente ha contribuito la
filosofia panteistica risuscitata in quella nazione per òpera di Kant , di
Ficte, di Hegel e Shelling — La ra- gione nella Storia è il risultato de’ fatti
, come in Fi» loiogia dicemmo che la ragione filologica è la natura istessa
delle lingue. Quando la ragùme discorda dai fatti, terremo per indubitato che
lo storico è partito dalle tupposizio-ni , -e dominato* dalla passione di si-
stema ci dipinge le cose, <»me ei vuole, e non com’esse sono. In questo
difetto debbono cadere spesso anche gli storici di buona fede, che dal cieco
empirismo sto- rico si studiano di passare al moderato razionalismo, perchè,
essendo ancora bambina la Scienza delle cose, è conseguenza necessaria che lo
scrittore spesso v(^ga le cose a modo suo, e, se ci descrive per esempio i
costumi e la religione indiana , non ci dà queste no- tizie così nette e
precise, come dovrebbero essere, ma alterate alquanto dall’ analogia a’ costumi
ed alia reli- gione professata dallo scrittore medesimo. Uno storico, che è
versato nella conoscenza esalta de’ costumi e delle I^i romane , narrando e
descrivendo i fatti di quella nazione , ci descriverà il Senato di Roma con
colori che io faranno concepire in un modo simile alle assemblee de’ Nobili in
Inghilterra, e de’ Pari in Fran- cia : e le adunanze del popolo in comizi in un
modo simile alle assemblee dei Comuni nel medio evo. Qua- lunque sia la
diligerne e la pazienza nel raccogliere le notizie antiche, lo scrittore non si
può spogliare in tutto delle sue abitudini da poter vedere le cose net- tamente
ed esporle col medesimo disinteresse. Da qui si comprende quanto difficile
debba riuscire una buo- na Storia dal verso della verificazione de' pensieri
se- condari^ e quanto tempo ancora ci bisogni per ristau- rare la Storia antica
, la quale contiene errori anti- chissimi cd errori moderni , ancorché avesse
acqui- stato non poco per la correzione di moltissimi sbagli de’ primi storici.
È destino della povera umanità, va- gante in questa terra di esilio, di urtare
di scoglio in scoglio , di errore in errore , e non scoprire un vero se non
dopo mille inciampi , aggiungendo al novero de’ vecchi sempre nuovi errori.
Prima dunque di pren- dere la penna per iscrivere , o dico meglio prima di
risolversi a scrivere la Storia umana, specialmente ver- sanfesi sopra fatti di
un’ età rimota , pensi bene lo scrìtiore se gli contenga, se i suoi omeri
possano reg> gere a sostenere tanto peso. E, se avrà consnmata la sua vita
nello studio delF uomo, se avrà meditato in- cessantemente 1 fatti narrati da
tutti gli storici pre- cedenti , se i fatti attribuiti a certe cause come ef-
fetti immediati resone alla censura della più illumi- nata e imparziale critica
ragionata, scriva pure cfae il suo nome sarà registrato in una colonna
immortale, che sfida tutt' i secoli , nella memoria della posterità. Ma tremino
gli orgogliosi e audaci spiriti superficiali a questo rone sacro e solenne
Storia, poiché niuno insulto più oltraggioso può farsi agli estinti ohe con
lodi e vitupero prodigato da coloro, che non sanno va- lutare a giusta misura
il merito e Ì demerito. E, considerando che la storia classica fu scritta senza
la Scienza delle cose umane, non è malagevole a comprendere che in essa gli
avvenimenti non sieno quasi mai riferiti alle vere cagioni occulte dell’uomo
interiore , il quale poteva essere svelato per uno stu- dio comparativo dell’
umanità diffusa sopra i diversi punti di questo globo terrestre, E sotto questo
rispetto la Storia umana antica si riduce ad un empirismo su- perficialissimo,
che subordina fenomeno a fenomeno, che chiama causa ed effetto, secondo che uno
precede e l’al- tro segue. Nè si dica perciò che la Storia moderna, la quale si
studia d’ indagare le vere cause occulte degli avvenimenti che sono fenomeni,
sia troppo filosofica e sublime, imperocché l’ uomo interiore non è impervio
alla Coscienza di tutti gli uomini, perché è un obbjetto di immediata evidenza
al senso intimo. Egli sarebbe un trascurare , al contrario , la parte
sostanziale della Storia umana , perché 1’ uomo è uomo pel pensiero , per la
vita intima. Io quindi rassomiglio le due Storie a due sistemi filosofici detti
VMtterialisino e psicoUh gismo , r uno che spiega i fenomein delF uomo col
meccanismo del cervello e V altro colle funzioni di una sostanza spirituale.
Chiamerei la prima Storia em- pirica o sensualista , e la seconda Storia
psicologica o razionale : quella tutta versantesi nella manifesta- zione
esteriore - dell’ uomo , questa scrutatrice delle pliche più occulte e
recondite del cuore umano. L’una descrittiva de’ fenomeni meravigliosi e
sorprendenti, r altra riflessiva e posata nel narrare e descrivere, gli effetti
con forza di convincimento o di persuasione. 11 Lettore non resta mai
soddisfatto della prima , ma gli resta sempre qualche altra cosa a sapere ,
perchè non è convinto che certi effetti sieno prodotti da certe cause indicate
dallo storico : ma nella seconda tutto è razionale, salvo il caso che per
mancanza di documenti non sia conceduto allo storico di raggiungere le oc-
culte ragioni, eppure tali sono le sue congetture . per fondamento di analogia
che le additate da lui hanno un’ aspetto di verosimile. § 50. Più difficile è
la verificazione de* pensieri secondari creduti all* attestato degli uomini —
Tradizionù , Nel Voi. l.®di questo Corso ho detto abbastanza intorno alla
verificazione de’ pensieri secondari corri- spondenti ad obbjetti creduti sull’
attestato degli uo- mini , ma non mi pare del tutto inutile fare qui al- cune
avvertenze intorno alla stessa quistione per la Storia — Or questa
testimonianza si riduce alla cosi detta tradizione , la quale è di due specie
cioè orale e scritta. Parlerò della* prima nel presente paragrafo e della
seconda nel seguente. La tradizione orale è la comunicazione di alcuni fatti da
uomo ad uomo, da famiglia a famiglia per mejuo delia parola viva. Allorché il
vecchio contadino seduto al focolajo nelle lunghe notti invernali racconta a'
suoi figliuoli le sue passate sventure si costituisce come punto di partenza di
un' orale tradizione de' fatti suoi nella futura discendenza. Ognuno può
comprendere da questa supposizione che la veridicità di questo atte- stato ha
per fondamento la probità e la capacità di conoscere in questo primo narratore
: i suoi figliuoli e i più tardi nipoti non sarebbero in alcuna guisa col-
pevoli di quella prima mentita per ignoranza o per malizia, se riferissero gli
stessi fatti con le stesse pa- role la prima volta udite. *' La tradizione
orale di alcuni fatti è tanto più menzogniera, quanto più antica, imperocché,
essendo gli uomini dotati di una suscettività particolare, ognu^ no dà alla
parola un valore secondo la forza del pro- prio immaginare. I primi uomini, che
si distinsero per un qualche eroismo di qualsivoglia natura, non erano che
uomini. 1 loro fatti gloriosi o infami furono nar- rati con nuove circostanze a
quei che non furonvi presenti : questi vi aggiunsero di loro fantasia nuove
particolarità, che, quantunque ti rendessero incredi- bili, per la tendenza
degli spiriti incolti al meraviglio- so , non furono sottoposti a rigorosa
disamina. A lun- go andare quegli uomini divennero Numi, -e la guerra ebbe il
suo Marte , i grandi imperi il loro Giove , le belle ebbero il mito in Venere ,
i Medici in Esoula- pio , i fraudolenti in Mercurio , i ladri in Ijaverna e va
dicendo. Tutta la mitologia del paganesimo è un complesso di esagerazioni di
alcuni fatti primitivi al- terati dall'orale tradizione. Il loro fondo é vero,
ed accenna ad un fallo reale, l'csagcraziorie involve que- Digilized by Google
INTORNO ALLA SCIKNZA DELLA STORIA REALE 155 sto nucleo, che appena più vi si
ravvisa. TuU'i popdi hanno tradizioni oralidi siffatta natura in' quanto alle
loro origini j onde tutti hanno le loro leggende e i loro pregiudizi Ix)
storico non può prestar fede a que* sta tradizione , ma, dove egli sapesse con
tutt’ i sus- sidi della buona critica storica sceverare il vero dal falso,il
reale dal finto c fantastico, potrebbe trarne qual- che vantaggio e diradare le
tenebre de’ tempi oscuri, e, quando può essere corroborata dalla testimonianza
de’ monumenti e della travistone scritta, acquista forza di pruova, e dalle
congetture può farci passare alla probabilità — lo chiamo questa tradizione
orale popo- lare o volgare , ossia tradizione delle moltitudini , la quale per
quanto è sospetta in alcuni fatti , per al- trettanto è argomento di verità per
certi altri , con- servati più fedelmente dagli uomini semplici e di buo- na
fede, anziché dagli uomini corrotti da una falsa ci- viltà. La tradizione
primitiva dell’ esistenza di Dio della caduta del primo uomo , di una vita
futura o felice o infelice , è costante presso tutt’ i popoli, tra- 'dizione
oscurata da un’ empia filosofia e dall’ educa- zione filosofica degli spiriti
forti, in < questo la tradii zione popolare è da preferirsi alla tradizione
delle co- ste, o delle sette, presso le quali lo spirito di sistema ha oscurato
la ingenuità della tradizione. Quando dun- que Livio riferiva sull’ ajunt f
ernia la favola della Lupo nutrice di Romolo e Remo', o l’ intervento di Marte
, che incinse la Vestale, o la origine di Rtmaa dall’ emigrazione de’
fuorusciti di Alba, fondava il suo racconto su di un’ esagerata tradizione
orale , e seb- bene non affermi, il suo si dice contribuì a perpetuare nella
moltitudine con la -soUennità della scrittura un racconto favoloso, indegno di
uno storico gravissimo. 156 PARTE PRIMA che è tenuto almeno di avvertire la
enorma distanza tra le vulgati credenze e le convinzioni dello scrittore. Io
chiamo tradizione scritta 1' attestato de’ fatti per mezzo delle parole
consegnate alle scritture di quasivoglia genere. Questa tradizione si forma con
la fede costante a' primi scrittori , da' quali le cose nar- rale e credute si
trasportano nelle posteriori scritture de’ secoli successivi. Cos'i per
tradizione scritta sappia- mo che sia esistito Cesare domatore delle Gallie,
pa- drone della repubblica , ucciso in Senato; perchè in tutte le opere scritte
e in quell'epoca e ne’secoli po- steriori troviamo questi fatti costantemente
creduti ^ attestati. Questa tradizione è più credibile , imperoc- ché , avendo
la fede alla parola altrui per suo fondar mento la veridicità presupposta , e
questa la scienza e la probità dei testimonio (Voi. I. $ 50) , è facile a
intendere che sia più credibile uno scrittore che un idiota , perocché quegli
vive di riflessione , dovendo prima riflettere alle cose, poi scriverle , ma
questi di fede cieca senza raziocinio. Uno scrittore può anco- ra essere
n^ligente , ma l’ opinione gli é sempre più favorevole, presupponendosi in lui
una capacità su- periore a quella delle moltitudini. Anzi giunge a tale
l'idolatria del volgo che ogni pensiero affidato alla pub- blicità della stampa
si abbia per un domma nella sup- posizione che il giudizio del pubblico, a cui
è diretta una scrittura, sia un freno per la menzogna. Questo at- testato,
essendo permanente, acquista un importanza mas- sima per la sua estensione ,
imperocché i fatti narrati tradotti in tutte le lingue acquistano la maggiore
cre- dibilità dalia moltitudine de’ testimoni. Per esempio i fatti de’Greci
fnrono registrati da' primi storici nazio- nali, da questi furono copiati da'
Latini, quindi da’Germani , da’ Francesi, dagl’inglesi, dagli Italiani ec. Uno
storico, che conosce molte lingue, truova in questa con- tinuata e non mai
interrotta credenza di tutt’i secoli e di tutte le nazioni il più forte
appoggio alla sua , fino a credere impossibile che tanti dotti uomini si sie-
no ingannati , o che il consenso universale del genere umano vada soletto ad
errare. Bisogna conchiudere da ciò che Io storico di coscienza debba affidarsi
più alla tradizione scritta che all’ orale. Ma ’ in questo ancora è mestieri
procedere con certi riguardi , imperocché un fatto attestato da tutti gli
scrittori può essere falsissimo nell'origine, ossia per l’attestato del primo
narratore. Così dell’araba Fenice che vi sia ognun lo dice, dove sia nessun lo
sa, co- me il poèta si espresse. Ma si dice e si crede, perché piacque ad
Erodoto di dirlo, e dopo il suo detto tutti hanno creduto che vi sia senza
ricercare sulla sua rea- le esistenza. Erodoto 1’ ammise sulla orale tradizione
delle moltitudini, i posteriori sull’ attestato di uno scrit- tore , e quindi
della tradizione scritta. Bisi^nerà dun- que, in quanto a questa, distinguere
due cose, l’origine della tradizione, e la qualità dello scrittore. Se il punto
di partenza è la tradizione orale del volgo, lo storico ragionevole sospenderà
il suo assenso prima che con tutt’ i sussidi della critica non si sarà egli
stesso assi- curato della verità del fatto asserito. In quanto alla qualità
dello scrittore vi è gran differenza tra quelli, che attestano i fatti che
avranno uditi semplicemente o letti senza critica storica, e quegli altri che
profes- sano materia storica , imperocché i primi si riducono alla midtitudine,
e i soli secondi portano il carattere di testimoni, ne’quaH concorre la qualità
del sapere. Quindi è che molto meno presteremo piena fede a’poeti 0 agli
oratori , perché i primi tendono alla favola ed a tutt’ uomo si studiano di
esagerare le popolari tra- dizioni per piaggiare la boria nazionale: i secondi
co- stringono i fatti all’ interesse della loro causa. Chi vo- lesse un quadro
vero ed esatto dello stato politico di Roma a’tenipi di Cicerone, mal si
avviserebbe di trar- ne i colori dalle parole di quel grand’ Oratore, impe-
rocché, essendo egli un interessato ne’ pubblici affari, ci descriverà Cesare
per un oppressore, e dichiarerà sé stesso padre della patria , mentre a dirla
schietta cospirando egli col Senato divenuto un corpo di ti- rannelli , fa
vista non mica di xepubblicano e di uo- mo nuovo, ma di un aristocratico ,
laddove Cesare, a- prendo 1’ adito in Senato a tutte le nazioni , e 1’ ac-
cesso alla cittadinanza anche a’ barbari , fu liberatore della plebe, e però
democratico. Similmente non cre- deremo alla congiura di Catilina, o alla
malvagità di Godio, od aU’innocenza di Milono, come <^li ce la de- scFive,
perché egli non ha interesse di storico ma di oratore, facile a mentire per
guadagnare ila causa (die imprende a difendere. .,ir- Di qui si può dar .
giudizio della cosi detta Storia erudita , della quale cosi parla il Cantò
nella Intro- duzione alla Storia Universale. « Per una delle solite » reazioni
, quasi contemporanei alla scuola filosofica » sorgevano RoUin , Crevier ,
Barthelemy e gli altri » eruditi , idolatri dell’ antichità a segno di non ve-
» derne i mali. Per loro non si cerca se un fatto sia » vero nè tampoco
probabile : basta che fu detto nella » lingua di Omero e di Virgilio , e le
citazioni a piè » di pagina dispensano della ragione. Nè fra le au- » torità
discernono essi : e in fatto di Alcibiade da- » ranno egual credito a Plutarco
e a Tucidide, Seno- » fonte informerà di Alcibiade al pari di uno scolia- » ste
del Basso Impero. Imbevendosi poi delle fonti , B ammirano con Livio le carnificine de’
Romani, con » Quinto Curzio la bontà degli Sciti , con Cesare be- » stemmiano
la nequìzia de’ Galli , che ricusano di » lasciarsi togliere la patria e la
libertà. Quindi tut- B t’ i tempi ed i colori vi vanno rimescolati : gli er- B‘
rori stessi di astronomìa , di metafisica, di geogra- B’ fia denno aversi per
sacri da che sono antichi. Che B più ? il furto , r assassinio', il tradimento
per cs- i) sere giustificati basta che sieno commessi da Temi- B stocle, e da
Pompeo, e benché da im secolo avesse B parlato il Vico , dovette soi^ere il
Beanfort a di- B mostrare che anche i classici poteano ingannarsi ed B
ingannare b. Questa Storia è compilata sull’attestato della tra- dizione
scritta semplicemente, bastando allo storico per pruova de' fatti che narra il
poter citare una lista di autori contemporanei o de’ secoli successivi senza
darm carico se poeti o prosatori, e questi, se oratori o scrib- tori di (^i
altro genere che di cose storiche. A quali conseguenze abbia menato siffatto
metodo lo abbiamo veduto , e ne deduciamo che lo storico moderno in- teso al
ristauro della Storia antica farà tesoro di ogni tradizione , ma non conterà
sulle parole gittate a caso da un poeta in un’ el^ia o in un epigramma, o da un
prosatore in un ragionamento o in un’ episto- la : farà gran conto degli
storici, che si sono occupati di proposito di quelle cose che imprende a
narrare, e pure con quei riguardi, che consiglia la prudenza per quello che
abbiamo esposto innanzi. . IrUomo
aU’àbuso delle citazioni nella Storia. Gli antichi storici scrivevano senza
citare altri storici , se qualche volta nominavano qualche au- tore, non si
curavano di metterlo a piè di pagina. 1 moderni e specialmente gli storici
eruditi non credono di meritare siffatto titolo, se non ti mettono schierata
innanzi una falange di nomi celebri e chiarissimi. È un fatto che lo stoico
ristauratore della storia antica deve ricorrere a' fonti per attingere i fatti
che narra e descrive , poiché non si potrebbe scrivere la Storia romana, per
esempio, senza consultare Livio e Tacito, o la greca senza Tucidide, Erodoto
ec. Per certe parti nuove sopraggiunte e di ristauro non si può scrivere sen-
za consultare gli antichi monumenti. Questa è la parte dello storico, quando si
accinge a raccogliere la mate- ria del suo lavoro, ma non panni che il Lettore
della sua Storia debba essere informato minutamente di tutte le particolarità
del suo processo inventivo , che anzi il troppo citare dà argomento di poca
fiducia , come se lo scrittore non avesse coscienza della sua ingenuità, e che
però avesse bisogno ad essere creduto di riman- dare chi legge alle fonti da
cui ^li attinse , fonti che nim sempre, nè a tutti, possono essere ovvie. Tut-
t’ al più le citazioni sarebbero utili e necessarie ad altri storici, che
volessero accingersi posteriormente al- r opera stessa del ristauro, ma la
Storia non si scri- ve per essere solamente un prontuario a' posteriori -
storici, sibbene per essere letta dalla moltitudine che ha fede allo storico. A
me pare una ridicola pedanteria T abuso delle 'cilRzioni , àitnile in tutto
alia TÌdicoIa e insulsa vanità di ^ud -pittore, che per mostrare i prodigi
delle sue pitture presentasse agli spettatori i suoi pénnelli. Gli strumenti
meccanici dell’ arte sono presupposti, c tanto meraviglioso comparisce un
-lavoro perfetto, quanto più occulli rimangono i mezzi cbe l’ hanno prodotto.
Ricm'cando l’ origine di quest’ abuso di citare nella storia, da due cagioni a
-me pare che sia derivato, cioè 1." dal difetto de’ documenti sdì’ epoca
del risorgimento delle I^ettere , onde ^i storici non poterono trarre certezza
de’ fatti, che narravano e desorivevsmo. Quindi, mancando di sostegno a
cmifermare le loro dubbie opinioni, ricorrevano all’ antichità de’ nomi celebri
de> gli storici precedenti, educando in questa guisa i loro lettori alla
cieca adorazione dell’ autorità umana , af- finchè non fossero esigenti pruove,
che il tempo ave» sepolte nell’ obblio. Ondechè io sono di avviso che il troppo
citare non è argomento di persuasione , ma piuttosto di scetticismo nello
scrittóre , salvo il caso che la citazione miri ad onorare qualche nóme bene-
merito nel ristauro di qualche parte della storia anti- ca , degno ancóra di
essere consultato in quanto che può certificare il lettore in qufdche punto
controver- so. 2.^ A me pare che la seconda cagione dell’ -abuso di citare sia
stata lo scetticismo che invase tutte le scuole dopo d razionalismo md diretto
per <q>era dei protestanti. Scetticismo sviluppato fino all’ ultima con-
segumiza Oggidì in Alemagna, dove i filosofi intesi a distru^ere ogni realtà
con l’ ideidismo assoluto, ed a tutte spiegare con la ragione tra i limiti
della ra- gione, sono riusciti a negare ogni fondamento di uma- na tradizione.
Come invero si potrebbe confutare uno Straus, che riduce a miti i fattori del
cristianesimo e quindi di tutta la civiltà moderna, se non citando gli stessi
11 nemici del cristianesimo, come Giuseppe Ebreo, e Pli> nio , e Tacito ? Ma
da ciò se ne poteva dedurre sol- tanto che in una specie di storie si dovesse
citare per le attitudini speciali di certi lettori , i quali fossero guasti
da'sistemi filosofici, o corressero pericolo di gua- starsi e si volessero
munire di salutare prevenzione. lo dunque, distinguendo cosa da cosa, conchiudo
che il citare non è necessario per la storia, assoluta- mente parlando , perchè
la moltitudine, a cui è di- retta, ha fede al narratore coscienzioso e ingenuo,
e non vuole essere impacciata, ledendo, da frequenti in- terruzioni per
attendere a nomi e cifre arabiche. E vo- lendo fornire i posteriori storici di
notizie concernenti le opere antiche , da cui egli ha attinto , potrà pro-
durre o in principio o in fine di volume un elenco degli autori. Nelle storie
poi particolari o miste a di- scussioni dirette ad una classe di Lettori, la
cosa pro- cede altramente, cioè dire che il citare è indispensa- bile , come è
indispensabile per un avvocato citare i titoli e i testimoni , da cui emergono
le pruove atte « convincere il magistrato, che non ha fede sulle sue semplici
assertive. I moderni hanno adottato un mezzo assai lode- vole di accennare a’
fonti senza ricorrere alle impac- cienti citazioni , ed è quello di far
precedere la sto- ria da una giudiziosa introduzione o proemio , dove vanne
esponendo il metodo da loro seguito e le ragioni del loro procedere. Colgono
ancora in essa la opportu- nità di discorrere intorno a' punti di divei^enza
dagli altri storici, ed accennano perciò a' fonti, da' quali at- tinsero la
materia della loro naìrazione. io parlerò di proposito dell’ Introduzione o del
froemto storico nel Gap. IV., allorché espongo l’or- dine 0 la disposizbne ddla
materia Storica. Intorno all’ Immaginazione facolta’ Storica. §52. fntrodusione
al presente Capo — In die senso VIm-> maginazione è facoltà Storica —
Partizione. * Allorché dico che la Immaginazùme è facoltà storica, non intendo
dire che dessa sola csclusiTamente basti a comporre una buona Storia, in
guisacchè, senza buon giudizio , senza discernimento , e senza razio- cinio,
uno scrittore dotato di buona memoria possa spe- rare di regalarci di una buona
produzione di questa specie. Lo spirito umano è uno e indivisibile , e le sue
diverse facoltà non sono tanti diversi agenti iso- lati in modo che l’ una si
possa costituire isolatamente ed esclusivamente dalle altre. La nostra
espressione adunque immaginazione facoltà Storica ha un sen- so limitato in
quanto che vale a dire la Immagi- nazione sia la facoltà operatrice
principalmente nel« l’architettura della Storia, mentre le altre vi concorrono
per incidente , e a cosi dire sussidiariamente, e nel fatto poi della
manifestazione si osservi il suo processo specifico , cioè una successione d’
idee riprodotte se- condo leggi di questa facdtà senza 1’ apparato com-
parativo del sillogismo, il quale, se qualche volta op- pm-tunamente possa
cadervi, è per incidente. Cosi la Immaginazione entra ancora nefia Scienza, la
quale è un complesso di raziocini , i quali non possono co- stituirsi senza 1’
ajuto della riproduzione delle idee , ma il suo ministero è sussidiario, a cosi
dire, ed occul- Digilized by GoogU parte: prima I6i to , come una condizione
del raziocinio , a cui non riflettiamo nel processo Scientifico. Ondechè
diciamo che la Ragione sia facoltà scientifica , come diciamo che V
Immaginazione è facoltà storica , quantunque e nella Storia e nella Scienza le
due facoltà concorrano, perchè in una è principale l’opera di una facoltà e
nel- r altra 1’ opera dell' altra , per cui il processo è an> cora diverso ,
e dicesi o storico o seenti/ico. L’ Im- maginazione poi dicesi facoltà storica
per due ragioni e perchè è la facoltà principale architettonica della Storia
nella mente del compositore , e perchè la Sto- ria è architettata in modo che
si possa facilmente con- fidare air immaginazione de’ Lettori. La prima ragione
è chiara da quello che ho sposto ne’ §§ 17 e 25, dove ho detto che il Concetto
storico è Idea e Idee sono i pensieri secondari storici. Ora le idee sono
confidate alla memoria o immaginazione , come depositaria di quanto vi affida
la duplice sensi‘ vitÀ § 25. Che poi la Storia vuoisi raccomandare al- r
Immaginazione o Memoria de’ Lettori risulta dalla natura di sifEatto
componimento , il quale , e^ndo un ^gregato ‘d’ idee e non di givdizi , non può
es- sere diretta alla ragione^ ma alla facoltà delle idee , che è r
Immaginazione $ cit. Lo spirito umano è iden- tico in tutti gli uomini, i quali
sono fatti a pensare secondo le stesse leggi , onde quel che è obbjetto di
memoria per alcuni non può essere obbjetto di ra- gione per altri. Quindi è che
gU antichi in senso di confidare un fatto alla storta dicevano prodere me-
moriae , o memoriae mandare-’^ dunque l’ Imma- ginazione è facoltà della
Storia, è agevole a comprende- re che debbiamo disanunarla accuratamente per
quella che è in sè stessa e per le sue leggi, affinché il com- positore abbia
una regola nello scrivere e correga i difetti della guasta natura; Da questa
disamina deduco- le leggi psicologiche sotto il rispetto dell! ordine o della,
disposizione delle parti di una> Storia qualsìesi : da que- sta farò
rileviU’e per illazione i due mezzi storici espli- cativi!, detti Nwrazione e
Descrizione , ed altre cose di non minore importanza. Non mi acASusino- per
tanto . di usurpazione i psicdogi, se io-con maggior dovizia di quistioni
procedo ad esaminar questa facoltà delio spi- rito; lunanOf , imperocché io non
posso trasandare ciò che fa parte essenziale dell» disciplina storica, mentre
essi non si occupano che leggiermente ed empirica*; mente- delie medesiine,
dove dovrebbero razionalmente discutere le cose credute nelle lettere sull’
attestato del senso comune. lo> quindi, produrrò tali novità da dis-
gradarne la. psicologia, la quale potrà giovarsene nella disamina razionale di
questa e delle altre facoltà psi- cologiche. §■ 55 ; Fenomeno generale della
Immaginazióne In che differisce dedla Sensivitd ?. Per l-.° fenomeno generale
della Immaginazione iq^ intendo: la nproduRtone delle idee,, o delle immagini
degli- obbjetti nell’ assenza de’ medesimi. : la riprodu- zione poi è un-
presentarsi di, quelle^ idee^ o; immagi- ni , di bel' nuovo air intuito* dello,
spirilo^ come l’ imr magine nostra si dipinge nel riflesso-di- uno. specchio,
con la< differenza ohe Ip specchio riflette la, immagine di riscontco all’
originale presente-, la immaginazione, la riflette in assenza.deU’obbjetlo.. Io
non prendo qui ad esame le quistioni. fisiologiche c psicologiche con- eecnenti
il modo cqme questo fenomeno avvenga, nè Torrò ricercare se sia un effetto delle
con6gorazbni darwiniane e degli spiriti animali del Villis , che cor- rono all’
impazzata per le cellette del cerveHe a sve- gliare gl’ idoli, o le immagini ,
o le impressioni dt^li obbjetti, perchè uscirei da’ termini prescritti aUà mia
trattazione. Io tra i limiti del senso comune guardo questo fenomeno quale si
mostra costantemente alla coscienza di tutti gli uomini , e riserbo alla
psicelc^ le ricerche razionali — E un fatto che noi ci ricor- diamo delle cose
passate, e chi dice di ricordare, in altri termini intende dire che nelF
assenza degli ob- bjetti ha presenti le idee de’ medesimi. Cosi ricordia- mo i
genitori che abbiamo perduti, gli amici lontani, i luoghi ameni della prima età
con tutte le circostanze particolari di cui ragioniamo di presente , e la me-
moria del passato ora ci allieta , ed ora ci attrista , e piangiamo alle
riminiscenze di certi obbjetti perduti, e ci adiriamo alla memoria dell’
oltraggio , e ci spin- giamo alla vendetta delle passale ingiurie. La Immo-
ffinazione adunque differisce della Sensività in quanto che questa produce idee
di obbjetti presenti , quella riproduce idee di obbjetti assenti : quella è
produt- trice questa è riproduttrice. La produzione dell’ idea è inseparabile
dalla presenza dell’ obbjetto : la ripro- duzione ne va divisa. Adunque la
differenza tra la Sensività e la Invmaginazione è da ripetersi non dal verso
deU’tdea, che è la stessa sostanzialmente , sib- bene dell’obbjélto, il quale è
presente al senso, è as- sente aSlHmmagirutzione. Accidentalmente poi la ttfeo-
sensazione è più viva e più chiara e adequata : la idea-immagine è meno viva,
meno chiara, e col tem- po inadequata , cancellandosi a poco- a poco fino al-
1’ obblio come per tante abbiamo sperimentato ; spe- cialmente per quelle
sensazioni , a cui abbiamo posto pochissima attenzione per ragione di tempo
brevissimo o per intensità. I filosofi empirici chiamavano fantasmi le idee
riproducibili pel ministero deirimmaginazione, ma il vocabolo è improprio,
perchè il fantasma si ri- ferisce alla fantasia, facidtà creatrice, diversa
dall’lm- maginazione, che ripresenta le immagini. Altri filosofi trovavano
ancora impropria la parola immagine ad esprimere Videa riproducibile, perchè
dicevano l’ im- magine è un ritratto simUe aH’originale, e il rapporto di
similitudine non si può costituire, se non si presen- tano all’ intuito dello
spirito nel medesimo tempo il ritratto e 1’ originale: cosa che non può
succedere nel fenomeno dell’ immaginazione , il cui ministero è di riprodurre
idee in assenza degli oggetti. Fu per que- sto che i fisiologi ricorsero alle
supposizioni degli api-, riti animali o delle configwaziom, e i filosofi a
quelle degli idoletti volanti da’ corpi. lon<m posso trattener- mi in tali’
disamine erudite in questo luogo, e mi con-, tento di dire semplicemente sull’
attestato dei sensoi comune che in questa espressione vi è un fondo di verità,
come dimostrerò nella Psicologia razionale, e, se tutt’ ì filosofi ricmioscono
per legittima la nomen- clatura d' Immaginazione per la facoltà riproduttrice,
non possono dichiarare impropria la radice immagine,. da cui derivano
immaginare e immaginazione. 2.“ Fenomeno generale deU’ Immaginazione La ri-
produzione segno le leggi deUa- produzione delle idee» Ciò che fece dire ad
albani psicologi che là Im- maginazióne è una prolungata sensi vità , si è la
iden- tità de’processi dèlie due focoltà rispetto' all’ ideat In- ietti la
riproduzione dèlie idee-immagini avviene allo' stesso modo , come avvenne la
produzione deUe idèe- sensazioni. Se voi ad un intuito del vostro' occhio <
avete percepito cento individui congiuntamente^ come cento- scolari in una scuola
, la< immaginazione- ve li. riproduce ancora congiuntamente; se al contrario
gli avrete percepiti separatamente, ancora separate le loro, idee
vi-riprodurretO) in guisacchè le stesse leggi e condi- zioni della produzione
delle idèe-sensaztónt sono ancora lèggi' e condizioni della riproduzione delle
idee-immagini.. Questo è il secondo fenomeno generale e costante della
Immaginazione. I- psicologi esprimevano questo. fatto> con la cosi dettai
associazione’ deUe idee, la quale- se- condo il loro, linguaggio' consiste in-
quel legame, onde- una idea- non si; riproduce senza le altre ,, con cui è:
associata e tutto, il complesso- di queste idee assor ciate fu detto, serie d’
idee. Ma a. me pare che' i psfc cologi non attesero- sufficientemente alla
verai cagione' di questo, legame , o- almeno non dichiararono, abbar stanza la
causa efficiente dell’' associazione delle nor- stre idee. Io- ripeto questa
cagione dalle condizioni: della sensività, e dico essere nellimmaginazione
quelle sole idee associate, i cui obbjetti furono dal senso con-. giuntamente
percepiti. Chi dunque volesse studiare le leggi di questo feDomeno,devc rifarsi
necessariamente ad indagare le' leggi della sensività,. la quale , a cosi?
dire-, si prolun^. nell! inunaginaziooe — La sensi^ilà poi associa’ le< idee
per- alcune condizioni puramente subbjettive, e per altre concenienti gli
dibjetti.. Io>esa>. minerò le une le altre brevemente per ^Importanza,,
che hanno nelle deduzioni^ relative alL' ordine atorioo» ed alla partizione
della Storia, % 55 . Gondizioni svbhjèttive ddV associaziòne dille nostr»
IfffiB-SBfiSAZIQyU Gli' organi de’' nostri' sensi non sona certamcnie- dto
'punti matematici, i quali si restringessero alla per- cezione’ di elementi
semplici e indivisibili , ma hann» un» stabilita dimensione , per IR quale
percepiamo- in- sintesi fìsica un complesso di piò cose, sopra cui eser-
citandosi poi Tattività delle spÌFÌIo> che è Kànalisi, vi disceme molti
elementi'. Cosi l’occhiò per esempio con- ia sua oircolare %ura comprende ad.
un intuita una grande distesa con tuHi gli oggetti che vi si truovano, ili
fì>ontÌ8pizio>di un< palazzo^ la larghezza di. una stra- da, un-
tratta di montagna con tutti gli alberi che vi sonot La sua giusta grandezza è
complessiva del; mul- tiplice , la sua limitazione costringe per così dire la-
muttipliintà ad unificarsi, e cosi diciamo una la mon- tagna,.’ una la stradai,
uno- il frontispizio, quantunque infinite sieno le parti e innumerevoli gli.
oggetti con- tenutivL Facciasi la stessa applicazione pel senso deK If udito ,
del gusto’, dell’ odorato, deh tatto. Anzi sov- venti volte accade che, essendo
in esercizio più. orgoni di senso nel medesimo- fcmpe, i quali poi tutti con-,
vergono, nel comune sensorio , questa sintesi unifica e eomprende maggior
numero di obbjettì di natura di-' versi ael medesimo tempo. Le serie adunque
delle idee-immagini saranno tali quali furono le serie delle ' idee sensazioni,
in altri ternùni non vi è a^ociazbne tra le idee dell' immaginazione, efae non saranno
state ' associate dalla sensività per una percezione sintetica o comprensiva
secondo la natura degli organi del senso.' $ 56 . Fenomeno della Immaginazione
col concorso della sensività. Per quanto si voglia comprensivo il senso , non
arriva mai ad {drbri^ciare una grande estensione iso- latamente dalla
immaginazione per la sua naturale li- nutazione. N(mi bisogna invero confondere
la idea coir la percezione-sensazione , percbé quella ha per sua fattrice
l'attenzione in qualsivoglia grado, mentre que- sta è sempticemente un atto
primo e spontaneo del- r intelletto (§ 25). Allorché apriamo gli occhi su di
una vasta e immensa pianura, in un primo momento non ne abbiamo che una oscura
indistinta e confusa percezione; infatti, se tentassimo di renderne conto a noi
stessi o agii altri , noi potremmo , perchè non abbiamo atteso alle singole
parti , e perciò non ne ab- biamo idea e senza idea non possiamo parlarne, per-
chè la parola è segno d'idea c non di percezione sem- plice. Ora per acquistare
idea di un grande oggetto simile alia vasta pianura dobbiamo limitare con I'
at- tenzione il nostro senso a ciascuna parte separatamen- te, e poi passare
successivamente da questa alle altre, fino a che avremo percorso tutta la
distesa del me- desimo. Ma, se fosse in attuaUtà il solo senso, dopo che
avrebbe percorse l’una dopo l'altra tutte le parti, non 1 avrebbe più F unità riflessa di tutto
l’oggetto, perché ' limitalo non potrebbe comprenderlo^ Bisogna dunque
conchiudere che, se noi ci foriniatno un’ùrèa massima- mente sintetica db un
(^getto compostissimo, oltre del senso-, vi sia pure concorsa l’opera deli’
Immaginazio- ne nel medesimo tempo , la quale tenendo presente r idea della
prima parte in occasione che il senso è (BrettO! alla seconda ,. associansi
insieme tutte le parti in una serie mólto- complessa , là quale si dice tutto-
massimo; E in questo fenomeno è degno di osserva- zione fa permanenza della
percezione confusa per opera- della stessa immaginazione, la quale percezione è
dellà- totalità simile alla tela sopra cui il pittore va co’ co- lori fimitande
il ritratto determinalo e finito del- suo originare. La framaginazione in
questo processo misto dilata if campo del senso ,. rompendo i femhni che questo
vi appose per fa sua naturale limitazione, e pre- senta una serie compostissima
risultante da tanti pic- coli tutti dal senso divisi e separati.. Per questo-
pro- cesso noi arriviamo- a comprendere ad uii intuito lo cosi dette epoche
nella Storia , le quali,, come vedre-' mo, hanno restensione- di più secoli, e
di più nazioni, perchè r immaginazione ha la virtù di largare lo spa- zio di tempo
e- di lu(^o, ossia il contenente, vincolo- di- associazione. E quest’attitudine
si acquista con l’edu- cazione della medesima, imperocché gli uomini incolti
non sono capaci di concepire- un gran contenente , quantunque possano
immaginare uno spazio assai mag- giore dello spazio del senso loro. E ne fa
pruova con- vincentissima il fatto della storia classica, la quale si limitava
alF estensione di un paese e appena si esten- deva a tutta una nazione, onde
vedemmo (§ 42) che le storie di quel genere non furono scritte col dise- gno di
farle servire come elementi di una Storia Universale. A misura che il senso
delle nazioni si abituò a pooo< a poco- per i- mezzi cresciuti di
comunicazione ad abbracciare una maggiore estensione di tintorio, » quindi di
tempo- y. la Storia del pari è ita sempre più allargandosi.. Ma la estensione
dal contenente è nella ragione inversa del. numero- de' contenuti y ossia che
la con- cretezza della serie del sense diminuisce in ragione della estensione
che F Immaginazione dà al' contenente. Allora infatti che nói contempliamo un
frontispizia col disegno di formarcene un'idea distinta, un massimo: nu- mero
di particolari percepimno- col senso su quella parte- a cui vtdgiamo la- nostra
attenzione^ ma, quan- . do ce- ne vogliamoi render conto, con la sola immagi-
nazione, moltissime particolarità sono svanite, perchè, se di nuovo col senso,
vi ritorniamo, vi scopriamo al- cune circostanze, che dovemmo la prima volta
perce- pire> E, qualunque sia la nostra attenzione che ponia- mo nell- atto
della contemplazione sensitiva, .è un fatto, che non sempre- riteniamo: tutto-
quello che vi è. IL che prueva ad evidenza ehe, se là Immaginazione lui- la
virtù- di allargare il contenente, è costretta dalla sua- intrinseca-
limitmiione- di dimagrm'e gli oggetti. Onde si disse che questa facoltà- tende
all’ indefinito e al- L’ indeterminato che tanto ci diletta. , come ci- attrae
l’ indefinito delie colline e del mare veduto in lenta-, nanza- ,. onde
percepiamo i soli contorni degli oggetti- spogliati della loro- concretezza.
Siamo cosi fatti per natura, cioè- di non riuscire mai nella perfezione delle
nostre opere, e-, mentre ei sforziamo di superare un. ostacolo, urtiamo in- un
altro scoglio insuperabile, ep- pure siamo orgogliosi a segno di credere che le
no- stre produzioni ggreggino con. quelle di. Dio ! Infeli- ci che siamo noi
altri uomini ! Ma- voi vi guarderete bene di confondere questo complesso dell’
immagina^ zione con la idea astratta prodotta dall’ attività a- nalitica ,
imperocché cadreste nel sensismo del Con- dillac, il quale attribuiva l’analisi
al senso , e sensa- zioni trasformate chiamò tutte lo scibile umano. Io ho
detto che anche il senso per la sua limitazione non percepisce nella sira
integrità un obbjetto vasto , ma una tele divisione dell’i^l^etto in parti non
é volon- taria, bensì necessaria ied indipendente dal nostro ar- bitrio ,
appunto come non si può ^e che 1’ orificio di un vaso divida con la sua attii^à
3 volume del li- quore, di cui assorbe una parte. Del pari Timmagina- zione,
non riproducendo alcuni elementi perceqiiti dal senso in un obbjetto sentito,
non lo fa positivamente, ma negativamente comportandosi, in quanto ohe è inabi-
litata per sua debolezza e per difetto di condizione ne- cessaria a costituire
la ri{»rodiioibilità, a ripresentere nella serie tutte le idee
socie-senaaaioni. Questo difetto della nostra immaginazione si può correggere
con l'educazione ma non si può mica vin- cere assolutamente , perocché é un
difetto di na- tura fatta così , ossia limitata a tanto e non più. Quando la
sensività sarà educata al discernimento ed alla comprensione (§ 27 ) e la
immaginazione si sarà esercitata ad estendersi continuamente su ì dati del
senso, potremo ottenere un’integrità massima, ina sem- pre relativa rispetto
alla maggiore possUiile, a noi al- tri uomini in terra negata. 4.“ Fenomem
detta Immaginazioìie sotto xl rispetto della riproduzione delle nostre
idee^mmaffini. Allora che si saranno costituite le serie d^e idee immagini
riproducibili, la immaginazione ha il potere di riprodurle , ossia di
ripresentarle all’ intnito dello spirilo. Ma altra è la potenza di riprodurre
alcune se- rie d’idee, altro è il riprodurle in atto, lo posso sup- porre ,
come spesso avviene, che nel mio girilo sie- no mille serie cT idee, che si
possono rìprodurre, sen- za che alcuna di esse di presente si riproduca. La
riproduzione adunque è un fenomeno differentis- simo dell’ associazione delle
nostre idee ; posto che si possono dare deUe serie , le quali sono un com-
plesso di idee associate senza che in atto si ripro- ducano. 1 psicologi empirici
non hanno abbastanza ri- flettuto sulle differenze di questi due fenomeni, onde
spesso le le^i dell’ immaginazione , relative alle due cose diverse, si
truovano appo loro confuse, come ho accennato nel 111. voi. della Prima Parte
del Nuovo Corso pag. 51 e se^. e come dichiarerò piò ampia- mente ne’ seguenti
§§. l^a riproduzione di una serie d’idee non si attua, se non in occasione di
una sensazione , la cui idea è simile ad una idea immagine contenuta nella
serie medesima. Cosi, mentre miUe serie sono contenute in deposito dall’
Immaginazione di presente che scrivo o parlo, in preferenza si riproduce
quella, in cui è con- tenuta r idea immagine di un agnello simile all’ idea
deir agnello che è presente a’ miei occhi , o il cui belalo io ascolto, e tutte
le altre sono per me come se non esìstessero affatto, perchè non me ne ricordo
in alcuna guisa. Cominciata la sèrie a riprodursi per' la riproduzione delF
idea-immag%ne--agndlo che ne fo par te,, continua la riproduzione di tutta la
serie. Finita questa , due supposizioni possono farsi 1.” o un'altra sensazione
mi desta un' altra serie secondo il proces^ descritto, oppure una delle
idee-immagini simile a qual- che altra di altre serie ne attua la riproduzione.
In questi due modi avviene un corso perenne di ripro- duzione da serie a serie
fino all' infinito. Il quale fe- nomeno costantissimo durante la veglia ha
fatto dire che r essenza dello spirito umano è nel perenne pen- siero. Quindi è
chiaro che le leggi della riproduzione delle idee sono diverse dalle l^gi della
associazione deUe, medesime. Ed, essendo la storia un componimento che si vuol
confidare all' immaginazione od -alla me- moria, è ancora agevole a comprendere
che la Scien- za della Storia deve approfondire queste leggi , affinchè lo
scrittore sappia ordinare i pensieri secondari sto- rici in modo che sì possano
riprodurre per serie con- catenate agevolmente in mente de' suoi lettori.
Questa disamina è della massima importanza rispetto- all' arte storica, e noi
non potremmo ometterla senza gravissi- ma taccia di trascuraggine o
d'imperizia. La Legge delia riproduzione è la similitudine — Applicazione alla.
Stona — Obbjézione risoluta: . ^ I * '. ( Di questa legge ho accennato qualche
cosa nel Trattato de' Traslati, ' parlando della Metafora nel voi. ni.® del
Nuovo Corso e nel III.® voi. della Nuova Gram- matica ragipnata per la lingua
italiana , dove ho avvertìto die s'ingannarono <{ìieì filosofi, che, non
avcnido ' fatto distinzione Ira riproduzióne ed associazione dette nostre idee,
misero ancora la sitnilitudin^ tra le léggi di quest’ultinaa. Qttando io dico
che io simil^udine é legge di riproduzione e non di associazione, è -mio di*
visamento di voler dire che lo storico deve talmente disporre le serie de’
pensieri che nella prima vi sia un’ idea immagine simile ad un’ idea-immagine
della seconda sene , e cosi nella seconda rispetto alla ter* za. Senza questo
nesso sarebbe impossibtte di ritenere a mom(N*ia tutta una Storia , e potrebbe
dm^si che le serie di tutti i fatti si sieno in mente nostra costituite senza
che di alcuna ci ricordassimo pel diletto di una sensazione o di una immagine
’simile, come 'causa oc- casionale delia riproduzione 'in atto. La simflitudine
è 3 m^zo di passaggio da serie a serie, senza il ^uale le serie rimangono
snodate e boiate , >e tutto al -piu po- tremmo ricordarci di alcune >e
dùnenticarci delle al-, tre. A questa causa io attribuisco 3 poco o nessuno
profitto, ohe i 'giovanetti trameno dallo studio della Storia in -certi libri
sorilti senza la -guida -di questo principio , -il quale è tutto nelle
produzioni storiche. Da questo principio deriva la soluzione della 'quistione
àèU’ ordine deUe cose , e logico, come dicono alcuni; da questo principio
dipende la transizione da epoca ad epoca nella storia umana, e da classi a
classi nella Storia fisica. Imperocché classificare importa subbor- dinare le
specie al genere o gl’ individui alla specie, tra cui passa relazione
d'identità imperfetta, ossia di similitudine , ondeohè le serie delle idee
specifiche risvegliano quelle degl’ individui -e quelle del genere risvegliano
le idee delie specie. Gii narra adunque-gU animali, per esempio, primamente li
distingue in bipedi^ quadrupedi, mollipedi, apodi. Gascuna dì queste classi è
un genere, che ha subbordinate tante spezie, ciascuna" classe . specifica
ha ' subbordinati tanti individui. Cia- scuna specie è una serie rispetto al
genere ,' e cia-^ sennò individuo è un' complesso di particolari rispetto alle
specie. A passare adunque dal genere alle specie e da queste agF individui evvi
il mezzo dèlF identità nell’ elemento comune , e questo passaggio è da serie a
serie più o meno composte— ^ e dicesi passaggio per similitudine o per
identità. Ma qui si potrebbe opporre che, disponendo i pen-» sieri secondari
storici à questa guisa, si altererebbe la verità storica, imperocché i fatti in
natura non esisto- no ordinati a questo modo puramente logico e sub- bjettivo ;
dovremmo in conseguenza conchiudere che nella Storia vi debba essere qualché
cosa d’ ideale ne- cessariamente , e sarebbe la classificazione o la subbor-'
dinazione del particolare al generale , degl’ indivìdui alla specie c delle
specie al genere. Ogni sistema di conoscenza è un prodotto dello spirito umano
, e co- me tale deve presentare necessariamente la parte del subbjetto e dell’
obbjetto , la parte del subbjetto che conosce secondo la propria capacità ,‘
alla quale vuol> servire la Storia e la Scienza, che sono fatte per esso' c
da esso. Ma questo non toglie alla realtà della Sto^ ria e della Scienza,
quando le idee sono obbjettive e non ipotetiche. Ciò che costituisce la poesia
è tutt’ altra cosa che quest’ordine,' ossia la parte subbjettiva di ogni
produzione letteraria ed artistica , perchè senza que- sta non sarebbe più- 1’
opera dell’ uomo , ma di Dio. " La scienza della Storia, portando
quest’ordine nell& produzioni storiche , non fa che ridurre a principio
speculativo ciò che ogni uomo fa naturalmente , im- perocché ogni uomo incolto
che sta parlando per esem- pio di un traditore discorre successivamente per
tutt’i fradiiori a lui conosciuti,
quanlun<[ue per tempo e per luogo distino infinitamente tra loro ; o pure
eg^i non fa che narrare o descrivere un tradimento specilSeo. Con eió non
intendo aj^rovaro certi anacronismi vi- ziosi e dannevoli, ma, se questa è la
legge delFumano pensiero , la Scienza vuol trame i principi generali, che
dirigono Tarcliitettura della Storia, la quale vuoisi presentare, come il
volume da leggersi d^li umnini. § 59. IiUorno alle leggi costitutive dell’
associazione delle nostre idee-immagini. Nel § 54 ho detto che 1’ associazione
delle idee- immagini si fonda sull’ associazione delle idee-sensazio- ni, in
quanto che qnelle sole idee-immagini si ripro- ducono congiuntamente, che
congiuntamente pel senso furono idee-sensazioni. Vtdendo adunque indagare le
leg- gi deirassocìazione delle prime, ò uopo ricercare le leggi della
congiunzione delle seconde. Or quali sono leggi di questa congiunzione e quindi
dell’associazione? Qual n’ è il fondamento dalla parte dell’obbjetto? I
psicologi empi- rici , come ho accennato altrove , ridossero a tre i principt
dell’ associazione , includendovi la simiUtur dine, che è un principio o una
leg^e di riproduzione differentissima dall’ associazione (§ ant.), cioè l.°
Si< militudine 2.° Connessione di Causa e di Effetto 9.’ Contiguità di tempo
e di luogo secondo la numera- zione di David Hume. Ora io ho provato l.° Che la
similitudine è principio dì riproduzione e non di as- sociazione 2.” che la
cownessione è duplice, cioè So- stanziale e Causale (vedi Nuove Cors. voi. III.
Trattato dei Traslati e Nuova Grammatica ragionata per la lingua italiàDa voi.
III. pag. 12). Bisognerà conchiudere che la psicologia empirica da un verso ha
confuso le leggi di diversi fenomeni, e daH’altro non ha rilevato tutta la
connessione. In quanto alla contiguità di tempo a . di luogo resta ancora a
sapere come le cose perce^ pi te nel medesimo tempo e nel medesimo luogo pos-
sano associarsi- nel senso per essere associate come idee ueir immaginazione.
Ecco delle quistioni della più grande importanza, dalla cui soluzione si può
sperare r altra di molti difficili problemi concernenti la Storia. Ora io dico
che le idee connesse di causa e di effetto, di soggetto e qualità, non si
associano nell’im- maginazione, perché i loro obbjetti sono inseparabili in
natura , sibbene perché si percepiscono nel medesimo tempo e nel medesimo
luogo. Infatti non veggo alcu- na ragione , perché si debbano riprodurre
congiunta- mente le sole idee connesse senz’altro, mentre le ideo delle cose
congiunte suppongono per condizione di as- sociazione delle loro idee l’
identità di tempo e di luo- go. Da un altro verso, se la riproduzione delle
idee ha per principio o legge la similitudine , si potrebbe an- cora ricercare
se a questo principio si possa ridurrò r dssociazione per rèndere il sistema
più semplice. La connessione è la congiunzione infatti che cosa sono, so non
associazioni ? Chi dunque arreca per principio o legge di associazione la
connessione o la congiunzione, adduce per legge del fenomeno lo stesso fenomeno
^ r associazione per 1’ associazione. In altri termini, so alla domanda :
perclié le idee si associano ? Voi ri- spondete ; perchè Sono connèsse o
congiunte , la vo- stra risposta si riduce a quest’ altra : le idee si asso-
ciano, perchè sono associate. Nè giova allegare un’al- tra interpetrazioiìè,
cioè quelle idee essere associabili, ì ctfi obbjetti percepiti pel senso sono
connessi o con-jriunti, iniperoccliè, ritenuto che ciò che è nel senso è neir
immaginazione, rimane sempre a sapere : per- chè gli obbjetti connessi o
congiunti sono percepiti dal senso congiuntamente ? Senza dubbio la
congiunzione non è la stessa cosa che la connessione ; perchè per quella il
nostro spirito non ha alcuna necessità di pen- sare ad un termine, quando lia
pensato alFaltró, ma questa differenza tutta logica, od ontologica, non ha
alcuna importanza rispetto al fenomeno dell’ immagi- nazione, per là quale rileva
soltanto la riproduzione delle idee congiuntamente. Ciò posto io sono di pa-
rere che ir principio dell’ associazione delle idee im- magini è la identità
del contenente delle cose con- nesse c congiunte. 11 contenente è lo spazio di
tempo e di luogo : di tempo per le cause , di luogo per le sostanze , perchè
tempo e luogo sono specie , il cui genere è spazio differenziato specificamente
dal mobile o dal permanente ( vedi Nuovo Corso voi. I. Note parte HI.*').
Allora il principio o la legge della ripro- dvaione differisce da quello
dell’associazione, come la similitudine doìY identità, ossia come la imperfetta
e la perfetta similitudine. La differenza de’ due fenomeni sarebbe in questo,
cioè che nella riproduzione un’idea simile risvegfierebbe un’ altra idea simile
: nell’ asso- ciazione lo stesso contenente di luogo o di tempo so- sterrebbe
la continuazione della riproduzione. Il con- tenente identico congiunge i
contenuti come parti , co- me la tela congiunge tutte le parti del quadro
pittorico: in questa è 1’ unità sintetica dell’ obbjelto percepito , la quale
si dice tutto , o complesso , o sene , unità che si vuol mostrar tutta ogni
volta che ne apparisce una parte , perchè lo spazio contenente , permanendo
sempre lo stesso , senza interruzione lascia all’intuito dello spirito 1’ agio
di percorrere tutte le parti, L’ i- 18lf
dentità del contenente adunque è la causa efficiente della continuata
rijH'oduzione delle idee immagini , le quali intanto si associano in quanto che
si appuntana air identico spazio. La diversità delle serie per conse- guenza
nasce e deriva dalla diversità de’ contenenti o degli spazi di tempo e di luogo
: cosi una stanza di- visa da ogni altra stanza per le mura di separazione
presenta l’ immagine de’ diversi contenenti di luogo ; un giorno per la notte
separato da ogni altro giorno, quella de’ contenenti di tempo. Una serie
adunque sta ad un’ altra serie come una stanza o un giorno ad un’altra stanza,
ad un altro giorno. A passare da una serie ad un altra serie vi è per ponte di
comunica- zione la similitudine di un’ idea sensazione o idea-im- magine ad
un’altra idea-immagine : appena lo spirilo tocca il capo del ponte , che
immette nel continente della serie, si offre la scena svariata, che presenta
tutte le parti contenutevi, come tanti punti di ricamo sopra una tela, la quale
essendo permanente, lo spirito non può non intuirvi quanto vi si contiene. A
misura che lo spirito si esercita con le sue facoltà, acquista l’at-. titudine
di allargare i contenenti, e quindi percepire le parti indefinite contenutevi ,
e se da principio è solamente capace di riprodurre le idee contenute nello
spazio di un minuto , in seguilo riprodurrà quelle di un’ora , poi di un
giorno, di un mese, di un armo, di un secolo, e di un’epoca. Il che avviene
rompendo le dighe di separazione per opera dell’ immaginazione tra serie e
serie. 1 compendi storici accommodati al- l’ intelligenza de’giovanetti sona
una pruova convincente di questo fatto , ne’ quali educati a poco a poco ac-
quistano 1’ attitudine di allargare la sfera delle asso- dazioni a segno di
leggere e ritenere la storia uni- versale compiuta , distinta in grandi epoche.
Questa spiegazione delle leggi di associazione delle nostre idee mi par
naturale c incontrastabile e nel medesimo tem- po la più seniplice e adequata,
come apparirà più chia- ramente dalle cose che vado a dire ne’ seguenti §§, §
60 . Bisogna distinguere un’ associazione di connessione ' e un’ altra di
congiunzione. Se r identità di continente è causa efficiente di associazione ,
non se ne deve dedurre che <^ni asso- ciazione sia la stessa , porchè uno
sia lo spazio o dì tempo 0 di luogo, in cui si appuntano le parti di un lutto ,
0 di una serie. La serie delle idee associate, abbiamo detto, è un tutto: ora
non ogni tutto è della stessa natura, perocché tutti riconoscono la differenza
che passa tra un composto od un complesso , o una collezione. 11 composto è un
tutto, che risulta da parti contigue e inseparate, come un grosso masso di mar-
mo , un tronco di albero : la collezione è un tutto, che risulta da tanti
individui separati tra loro e sola- mente uniti c congiunti dall’ identità del
continente., a cui si appuntano. I latini avevano l’omne e ’l totum, due
nozioni differenti, come i vocaboli non sinonomi che r esprimono. 11 totum era
deUe parti contigue o inerenti , l’omTm della collezione degl’ individui nello
stesso contenente, i quali acquistano ragione di unità dall’ identità del
contenente medesimo. Se dunque le idee associate for- mano la serie , e la
serie è un tutto, è facile a in- tendere che diversa è l'associazione del tutto
totum e del tutto omne. Quella è serie d’ idee inuuagiui cor- rispondenti a parti
contigue, come il tutto di un masso di marmo , questa è serie di parli,
separate tra loro, ma contenute in uno stesso contenente , come il tut* to di
una stanza che contiene oggetti diversi. Ora cho cosa è un masso di marmo, se
non un soggetto^ cui sono inerenti qualità e quantùà. differenti , come di
lungo , largo , spesso alto , bianco , rosso , verde ,. giidlo, nero ec. ? Che
cosa è una stanza, se non una collezione di tanti piccoli tutti contenutivi , e
con- giunti tra loro, distinti cioè non inerenti ad uno stesso soggetto ? Vi
sono dunque serie di connessione e se- rie di congiunzione : nelle serie di
connessione il con- tenente è il soggetto , come il marmo sottoposto alle
qualità e quantità inerenti: nelle serie di congiunzio- ne il contenente è k)
spazia, su tnii sono situate le parti separate. In quella le parti sono le
qualità e le quantità , in questa sono individui sussistenti, ciasciir no de'
quali divide k> spazio, in tanti piccoli spazietti o luoghi capaci ancora di
contenere altri piccoli og- getti , appunto come tra una sedia e Y jdtra conte-
nute in una stanza voi potete allogare un bastone o un'altra piccola sedia.. In
quest' ultima supposizione lo spazio è come sostanza o soggetto, a cui si
congiungo- no come quantità i contenuti : è però che il tempo e il luogo Imnna
per segno il nome, che è segno di sostan- za o causa : è per questo ancora '
che nei possiamo descrivere i luoghi e naiTare i tempi , come soggetti 0 cause
de’ loro contenuti. Io dunque distinguo, il o la serio in lutto, di commstaione
e in tutto di congiunzione sostanzia^ le : il primo è delle qualità o quantità
contigue o ine^ Tenti al soggetto come nel; masso di mstfmo : il secon- do è
de' contenuti mcdtij^ici nello stesso spazio con- tenente. Amendue questi tutti
obbiettivamente porgo- no materia di descrivimeli imperocché i loro obbjetti
PARTE PRIMA 184 sono peimanenli e la peimanenza è caraUere di so- stanza , la
quale si può descrivere , ossia può essere considerata nelle sue qualità e
quantità , che sono suoi limiti e termini ( Nuovo Corso voi. I.“ e II.° ). Ora
descrivere importa definire l’obbjetto permanen- te , e definire importa
mettere fini cioè termini , in una parola determinare. Se la immaginazione è in
pos- sesso di queste serie, la descrisione è un mezzo espli- cativo della
Storia essenzialmente, come dichiarerò dif- fusamente in appresso. Ora ogni
oggetto percepito pel senso si presenta nella dualità ontologica di Sostanza e
di Causa, cioè di un complesso di cosa-stato-qualità o quantità ele- menti
connessi nella serie delle parti contigue , ele- menti congiunti neUa serie
delle parti contenute nello stesso spazio: o di un complesso di
cosa-azione-effetto clementi ancora connessi e congiunti in due supposi- zioni.
L’effetto è ciò che prima non era e che di pre- sente comincia ad esistere per
1’ azione di un agente, che si dice Causa : esso è duplice cioè effetto-molo ed
effetto-niodo (Nuovo Corso Voi. I.® parte I.*). UEf- f etto-moto è inerente al
moìrile, il quale è agente o causa produttrice del moto. Così 1’ acqua in moto
è inseparabile dal corso, il cammino è inerente al cam- minante , ondechè 1’
azione e il moto è significalo da una sola parola, detta verbo concreto
intransitivo, in quanto che il moto-effetto resta in chi Io fa , è im- manente
e non transeunte. Questo effetto è rispetto alla causa , ciò che è la qualità o
la quantità ri- spetto al soggetto, cui è inerente. Ma la serie di que- sto
complesso causale differisce dalla serie sostan- ziale di prima specie, in
quanto che racchiude razio- ne e la successione opposta alla permanenza e stabi-
lità di questa. Infatti l’acqua in corso, complesso di connessione causale ,
perchè in moto , passa pe’ vari, punti del contenente, cioè dell’alveo del
fiume diviso- in tanti piccoli spazi per gli oggetti circostanti. Un primo
momento di moto cessato là per là non dà idea di causa , perchè non si
distinguerebbe dalla perma- nenza. A costituire la serie di connessione causale
di moto si richiedono lo seguenti condizioni 1.® 1’ klen-. tità del contenente
che è fondamento di ogni associa- zione §§ ant. 2.® la divisione del contenente
maggiore in tanti piccoli spazi , affinchè abbiqi luogo la succes- sione. 3.®
identità del mobile nel passaggio pe’ vari piccoli spazi, ne’quali è diviso lo
spazio maggiore. Al- lorché osserviamo l’ acqua correre noi già ne abbiamo con
lo sguardo misurato un gran contenente, per esem- pio, una distesa di un
quarto- di miglio, in cui percor- re , e la quale associa tutte le parti
piccole del corso continuo. Se questa distesa non fosse determinata in tanta
lunghezza, ciascun momento di moto resterebbe isolato, e non avremmo serie, o complesso,
o totalità. Ma, se questa distesa non fosse intersecata da tanti punti diversi,
sia per gli obbjetti adjaccnti alla riva, sia per l'evoluzioni dqll’acqua
medesima, non avremmo distinzione di movimento, ed avverrebbe che l’acqua
sembrasse una tavola, come si osserva sul mare, quan- do è in calma, onde il
flusso delle onde è impercet- tibile. Se lo stesso mobile non continuasse, non
avrem- mo più la successione del movimento, perchè si sup- porrebbe cessato nel
primo momento. La serie adunque della causa mobile è prodotta dalla duplice
identità del contenente, e del mobile, e dalla diversità de’punti intersecanti
il maggior contenente. Nelle note al 1.® Voi. del Nuovo Corso parte 111.® ho
stal)ilito che il luogo e il tempo sono due specie, che si appuntano allo
stesso genere Spazio o Contenente. Le loro differenze risuUano dalle nozioni
diverse dei contenuti , poicfaè il lui^o contiene le sostanze, che hanno per
carattere la permcinenza : il tempo een- Uene le cause, che hanno per carattere
il moto. Lo stesso spazio adunque è luogo con le sostanze, è tem- po con le
cause. Ecco perchè l’ identità del contenente a costituire le serie o i tutti
per associazbne è una condizione indispensabile per le sostanze e per le cause,
per la Narrazione e per la Descrizione. Più conte- nenti formano piu serie , perchè
una serie è il con- tenente di molte parti, le quali formano insieme un tutto
discreto, ossia il numero, che risulta dall'uno ripetuto, ossia dal mobile
identico ne' vari punti intersecati del ina^ior contenente — 11 passaggio da
serie a serie, os- sia da contenente a contenente, avviene per la simili-
tudine di un' idea-sensazione o di un' idea-immagine ad un' altra idea-immagine
contenuta nella seconda se- rie. A misura che cresce 1' altitudine dell'
immagina- zione pel continuato esercizio può crescere la largliez- za e la
estensione dello spazio tanto di luogo quanto di tempo , in guisacltè lo
spirito che da principio ab- braccia un' ora , in seguito si estende ad un
giorno, poi ad un mese , in seguito ad un anno , ad qn se- colo, ad un' epoca ,
ossia ad un gran contenente, in cui lo spirito si arresta per passare a rivista
l’ infi- nito numero de' contenuti. Ecco la vera nozione del- le epoche, in cui
ogni Storia vuol' essere divisa, con- trassegnate da qualche noine , che indica
una causa produttrice d’infiniti effetti. Le grand'epoche si suddi- vidono in
idtre minori, e queste in minime, fino a che si perviene a’ primi elementi
degli spazi piccolissimi delle piccolissime serie. Se nel medesimo spazio
contenente agiscono più cause , come molli rivi , che corrono nella distesa di un
quarto di miglio , la serie diviene complessa per la pluralità de' mobili
simultanei. La spirito ^lora pro- cede per associazione ancora simultanea. Io
debbo in- trattenermi alquanto intorno alle nozioni della simxd~ taneità per la
importanza delle deduzioni rispetto alla Storia. La simultaneità , cosi detta
da smul, che si tra- duce nel medesimo tempo, o insieme, risulta da due
nozioni, cioè dall’identità del contenente-tempo e dalla multiplicità e però
dalla diversità degli agenti o mo- bili contenuti, ciascuno per conto proprio.
Cosi di- ciamo simultanei gli avvenimenti, che accadono nel medesimo giorno ,
nella medesima ora , nello stesso mese , anno , secolo ec. e si chiamano coevi
a coe- tanei gli uomini che sono nati , eresdnti , e morti nello stesso periodo
di tempo. Ora gli uortdni sono tanti agenti Aversi quanti sono gl’ individui
umani, i quali esistono fino a ottocento milioni in ogni tempo sulla faccia dd
globo terrestre : i loro &tti, cmnunque diversi, in una cosa tutti
convengono, cioè, in quanto che sono fatti umani , e, sparpagliati come sono
sulla faccia della terra, ciascuno opera o per conto prcqirio 0 di una società
ristretta ; nè mai si può dire che l’intera umanità operi di conserva, osda pm*
consenso espresso ad uno stesso fine , perocché divisi come sono per ragioni
topografiche, geografiche, politiche, religiose e civili non possono cospirare
tutti ad un fine espressamente consentito. Questo elemento di diversità è
necessario e indispensabile a costituire la simulta- neità, perchè, se tutti
gl’ individui si fondessero in una perfetta identità, non si avrebbe più
rinsieme, che è sempre relativo a più cose separale o distinte: non sa- rebbe
una collezione, o un tutto, ma unità. Per la diver- sità invero possiamo dire
che, raenlrc in Australia i Missionari faticano a convertire i selvaggi, in
America si procede a scoprire nnove macchine idrauliche : op- pure mentre io
scrivo la Scienza della Storia in Na- poli , in Crimea si guerreggia , in
Londra si discute, in Parigi si fa l’Esposizione ec. Or, se fatti tanto di-
versi e per luoghi tanto rimoti diciamo che si compio- no nel medesimo tempo, è
mestieri che questo tempo sia un contenente universale, in cui tanti fatti cosi
di- sparati si possono appuntare, come in una tela pitto- rica si appuntano i
tanti colori, che rappresentano le parti infinite di un immenso originale.. Or
qual’ è que- sto contenente universale, in cui si agita un mobile ancora
universale, per dare la nozione specifica di tem- po allo spazio genere , e in
virtù di cui tutti gli uo- mini, che abitano il globo, possano dire come me :
men- tre io faccio questo, Cajo in America fa quest’ altro ? è la volta del
cielo che ci sovrasta, in cui di giorno il Sole con moto apparente percorre la
sua orbita da oriente ad occidente, intersecato e diviso in tante parti
relativamente ( vedi Not. al 1. voi. del Nuovo Corso parto 111.' ) c di notte
gli astri come la luna e certe stelle fanno ancora il loro corso. Questo
contenente e questi mobili sono universali, perchè visibUi a tutti gli uomini in
qualunque parte del globo si truovino. Ma la intersezione del contenente è
indeterminata, e però il tempo presso le diverse nazioni era diverso. L’uomo
tradusse il tempo della natura nel tempo ar- tificiale per alcune macchine
dette orinoli , ne’ quali il quadrante rappresenta i due emiferi , e diviso in
dodici parti eguali , chiamaron queste ore , le quali suddivise in piccoli
punti , chiamarono questi minuti primi: il complesso del quadrante in cui si
aggira un ago chiamato indice , che percorre le dodici ore , si disse giorno ,
e notte lo stesso quadrante per intero percorso. Queste (Iìtìsìodì e
suddivisioni erano neces- sarie per r intelligenza comune, e l’ uomo le fece
con arte ed ingegno. Da queste con Timmaginazione, che allarga i confini del
senso , procedendo , di trenta giorni si è formato il mese, di dodici mesi
Tanno, di cento anni il secolo. Diconsi adunque simultanei tutti gli
avvenimenti , i quali accadono nella stessa ora , nello stesso giorno , nello
stesso mese , nello stesso anno , nello stesso secolo, e voi già sapete che
cosa sono questi contenenti , ognuno de' quali racchiude moltissimi fatti
rispetto agli uomini dispersi, special- mente considerati rispetto alla Storia
universale, fatti spesso contrari', qui di lutto , là di gioja. , dove pro-
sperità , dove sterminio , dove nascita , dove morte, dove punizione , dove
premio , dove onore, dove in- famia , dove sorriso di fortuna, dove naufragio e
in- fortunio, dove calma e dove tempesta , dove sereno e dove fulmini, dove
pace e dove guerra, dove tripudio e dove lagrime ec.ec. Una stessa ora raccoglie
tanti oppo- sti e contrari fatti, risoluzioni, pensieri, affetti, odio, amore ,
vendetta , gratitudine e ingratitudine, giusti- zia, oppressioni, ec. La Storia
nel narrare questi fatti contenuti nello stesso tempo, deve fermarsi alquanto,
e questo soffermarsi è detto con greco vocabolo Epo- ca , la quale è un ora ,
un giorno , un mese , un anno , un secolo gravido di avvenimenti multiplici. Ma
le ore , i giorni, i mesi, gli anni, i secoli, con- siderali sotto il rispetto
del cielo e de’ mobili astri, sono uniformi per la costante uniformità della
loro natura e de’ loro corsi perenni , come pure il qua- drante dell’ orinolo e
T indice che percorre i piccoli spazi de’ minuti e delle ore. Intanto T epoca
propria- mente detta è distinta per diversità e per differenza loa da ogni altra epoca. L" epoca delle
greclie repubbli- che è diversa didl' epoca di Alessandro Macedone, così r
epoca della schiavitù di Egitto per gli Ebrei è diversa dall’ epoca del loro
dominio nella terra pro- messa. L’epoca della Legge antica è diversa dal-
l’epoca del Cristianesimo per la legge di grazia. A costituire adunque un’
Epoca si richiede indi- spensabilmente una difformità di avvenimenti , per la
quale il presente è diverso dal passato e dall’ av- venire , 0 l’avvenire dal
passato. Ora difformi avveni- menti sono prodotti da cause diverse , perchè
effetti simili sono prodotti da cause simili ed al contrario. Adunque è chiaro
che 1’ epoca è costituita dalla du- rata di una causa producente effetti
simultaneamente agli astri, che percorrono lo stesso contenente celeste
visibile. La simultaneità è nozione costitutiva dell’ e- poca , perchè diciamo
a modo di esempio il primo , secondo , terzo e quarto secolo della rmnana
repub- blica , il XV secolo del Cristianesimo ec. : l’elemento della difformità
è costituito dalla causa che dura nella sua azione in quel contenente
astronomico. Finita l’a- zione di una prima causa, ne comincia una seconoda,
una terza , una quarta e va dicendo , e 1’ epoche si succederanno come le cause
cambiano. Uepoche adun- que sono i contenenti, pei quali le idee-immagini si
associano tra loro e si fanno a serie storiche. La Cro- nologia, scienza
indispensabile allo storico, che scrive storie umane, si propone lo studio deìY
Epoche uma- nitarie. La parte più difficile di questa Scienza con- siste nell’
indagare le cause prodnttrici degli avveni- menti, la cui azione fisicamente o
moralmente sia con- tinuata realmente per tanfo tempo e non più , per dar
principio alla nuova ejmca. Il ricorrere a certe date supposizioni, come a
cerii nomi senza significato, è un mezzo puramente ipotetico da ritenersi fino
ad un certo segno, e propriamente fino a quando la Sto- ria antica non è
ristaurata co’ soccorsi della Fil(»ofia della Storia, ec. L’altra difficoltà
della Cronologia sta nel sottoporre ad un intuito i fatti simultanei operati
dalla specie umana dispersa ne’ diversi punti del globo, co- me vedremo
parlando deU’ordine storico. Se il crono- logo assegna all’ epoca il nome di
una causa ipoteti- ca , i fatti rimarranno slegati, e le serie senza nodi, per
cui falsità di giudizi da una parte e impotenza di ritenere a memoria dalla
parte di chi legge. Se tra- scura in un’ epoca avvenimenti simultanei, non
potrà connetterli mai più , ma è costretto di numerarli in appendice e rende
incidente ciò che è principale. Se la Cronologia è indispensabile allo storico
per le epoche, non è meno necessaria la Topografia, ossia la Scienza de’ luoghi
, la quale poi si divide in Geo- grafia, Idrografia ec. Imperocché lo storico
non sem- pre narra avvenimenti prodotti da cause, ma spesso descrive sostanze o
cose permanenti contenute nello spazio determinato detto luogo, il quale è
fondamento di associazione. Un’ estensione di territorio è un contenente di
cose permanenti , come un’ epoca è il contenente di molli fatti successivi.
Ambedue i contenenti sono fon- damento di associazione o semplice o simultanea.
Ambedue si legano al contenente universale e ede- ste , imperocché i luoghi si
determinano pe’ quattro ponti cardinali est, orrest, nord e sud. Sicché le no-
zioni di tempo e di luogo s’intrecciano talmente tra loro che le une non
possono dissociarsi dalle altre. Infatti la permanenza, carattere speciale
delle sostanze contenute nel luogo, è ancora un elemento della no- zione di
tempo, e i punti cardinali segnati dal primo mobile , cioè dal sole in corso
apparente , accennano alla successione che entra limitando la nozione di luo-
go — 1^ Cronologia adunque e la Topografia, presa questa parola nel senso più
generale, sono scienze in- dispensabili presupposte alla Storia ed alio
Storico. Esse sono le scienze de’ contenenti costitutivi delle serie delle
idee-immagini associate. l.a seconda specie di Effetti è quella de’ modi
prodotti dalle cause sugli obbjetti diversi dagli agenti. 11 Modo differisce
dal Molo, in quanto che questo è una modificazione della causa istessa che si
muove , come il corso nell’acqua, il cammino nel camminan- te, il Modo è una
maniera di esistere in un obbjelto diverso dall’agenle produttore del moto
medesimo. Cosi r uccisione è una maniera di esistere prodotta nella lepre
uccisa, diversa daU’Mceisore. Tra questi effetti prodotti e le cause
particolari produttrici non vediamo sempre una connessione , perchè non sempre
perce- piamo questi congiuntamente a quelli. Truovo una lepre uccisa , e penso
che vi sia stato l’uccisore, ma se penso che sia stato un cacciatore , mentre
l’ avrà sbranata uqa tigre, io m’inganno attribuendo un ef- fetto ad una causa
che non l'ha prodotto. Similmente un vitello è figlio di una vacca , un molo è
occasio- nato da un altro moto , ma sia questa la madre del vitello , o queir
altra la causa del moto è una cre- denza falsa. L’effetto modo adunque è
congiunto e non con uesao alla causa apparente , e in questo non mal si appose
Davide Hume, ma errò supponendo che ogni causalità consistesse nella
congiunzione e non mica nella connessione. Affincliè la causa produca Ì9^ r
effètto modo , deve nieUersi in contatto con T ob- bjetto mediatamente o
immediatamente : cosi, affinchè una palla ne muova un’ altra , è mestieri che
dessa tocchi la seconda, o per sè stessa, o per mezzo di una palla intermedia.
Ciò non ostante lo spirito nostro non vede una necessaria connessione tra il
moto della pri- ma e della seconda palla , sibbene una congiunzione che non
toglie la possibilità deH’òpposto, cioè che, la prima toccando la seconda,
questa non si muova. Non cosi dell’ effetto^noto , il quale è inerente alla
causa motnee , come il corso nella palla in moto , o nel- r acqua fluente ;
pèrocchè non possiamo pensare a quella senza pensare a questo. L’ altra cagione
del- l’errare nella ricerca delle cause di alcuni effetti-modi è la concorrenza
di molte cause , spesso occulte, a produrre lo stesso effetto-modo , ondecchè
noi , cre- dendo che sia questa piuttosto che quella, sbagliamo, con tutto che
sapessimo a priori che effetti simili sieno prodotti da càuse simili. Uno
storico, che mi narra le Rivoluzioni di Francia del secolo passato , e mi
adduce per cagioni di questi effetti le ambizioni smodate di pochi individui,
non esce dal probabile e dal verosimile , ma non tocca certamente la realtà in
quistione. E in questo la filosofia della Storia può essere di gran sussidio,
se si propone le piò vitali quistiqni di causalità rispetto all’uomo, il quale
è pro- teiforme ne’ fenomeni , comunque costantissime sieno le leggi generali,
che risultano dalla sua natura. La causa modale ( chiamerò cosi 1’ agente pro-
duttore di effetti-modi ) può esercitare influenza in una grandissima epoca ,
quando il suo impulso dina- mico dura in una serie indefinita di cause seconde.
Un sistema di qualsivoglia natura, sia politico, sìa scientifico, sia
letteiario , è certamente il prodotto di un uomo , il quale , finito il corso
di questa vita mor- tale , resta associato alla sua produzione — 11 suo
pensiero depositato nella parola vive per hitt’i se- coli nella memoria degli
uomini posteriori, i quali in- formati dal sue sistema e pensano ed operano
come lui. Quest’ uomo adunque è una causa modale che in- forma lo spirito di
tanti secoli — Valgano per esempio i nomi di Platone e di Aristotile in
Filosofia , di Ci- cerone e di Demostene in Eloquenza, di Tolomeo e di
Copernico in Astronomia. Lo storico che imprende a nai‘- rare i fatti ad un
intuito comprenderà tutta la distesa primamente , ossia fissa i termini del
gran contenente cronologico, nel quale, a cosi dire, viene a iscrivere tanti cerchi
^ centro comune e di minore periferia , fino a che arriva al cerchio minimo
prossimo al centro, che è il ponto di partenza degli effetti prodotti dalla
pri- ma causa , e con ordine retrogrado procedendo dal minimo fino al massimo
espone gli avvenimenti colle relazioni di anteriorità e posteriorità, secondo
le quali sono avvenuti. I/epoca di un sistema finisce nelle cose umane appena
che un nuovo sistema opposto mostra 0 falso , 0 insufficiente il primo.
Aristotile regnò nelle scuole fino al secolo XVI: il suo metodo e la sua epoca
cessò, quando Cartesio alla fede cieca dell’autorità so- stituì il suo dubbio
metodico , il quale abusato partorì il protestantismo e lo scetticismo moderno.
Lo storico dev'essere profondamente versato nella conoscenza de’si- stemi,
quando segna le sue epoche da’nomi degli autori di essi , imperocché nella
supposizione che i fatti con- tenuti nell’ epoca non si rannodassero come
effetti a quel nome che segna la causa, mancherebbe il nesso per r associazione
non solo , ma i fatti stessi verrebboro snaturati, dovendoli sforzare
logicamente a servire ad unasupposizione, mentre dovrebbero manifestarsi quali
furono. Nel che può lo storico avere sussidio dalla Filo- sofia della Storia,
ossia dalla Scienza delle cose, materia della Storia per uno studio precedente
, dalla Crono- logia, la quale segna i grandi cerchi di un'epoca mas- sima, che
poi la storia va a colorire ne’ diversi punti con apposite e proporzionate
tinte, e finalmente dalle storie precedenti, al cui risfauro si adoperano gli
sto- rici posteriori. Ora uno storico, esponendo i fatti di una nazione, la
quale nella sua civiltà abbraccia cinque elementi , cioè Stato , Religione ,
Scienza , Arti , Mestieri , e in ciascuno di essi vi è un sistema, da quale di
essi prin- cipalmente nominerà le sue Epoche? In una storia universale, che
comprende i fatti della specie umana, le Epoche prendono, il loro nome
dall’elemento domi- nante che informa tutti gli altri; ossia dall’elemento
religioso e politico. Nelle storie particolari le epoche si nominano
particolarmente dalla causa j che predomina secondo l’ipotesi assunta dallo
scrittore. — Uno chè scrive per esempio la Storia delle Rivoluzioni di Fran-
cia del secolo passato, nominerà le sue epoche da’pri- mi rivoluzionari, che
hanno principalmente influito al sovvertimento de’ popoli, e farà entrare per
incidente gli altri elementi. Parimenti chi scrive la Storia eccle- siastica
nominerà le sue epoche dagli uomini, che hanno ma^iormente iùfluito al
progresso cristiano cattolico, sia colle loro scritture, sia con le loro opere
, sempre avvertendo che le nominate cause siano veramente pro- duttrici di
quelle modificazioni sociali comprese nel- r epoca segnata. Ecco a quante cose
è uopo che metta pensiero lo storico accurato che vuol compiere l’incarico
pi’escolto po’ suoi omeri , ed ecco perchè non abbiamo ancora buone storie Ira
ie tante, che si sono pubblicate e si van pubblicando ogni giorno. § 61.
Distinzioni generali intorno aUa nozione della sue~ cessione psicologica ed
obbjettiva. Nel § precedente ho parlato della simvUaneità, ed ho espressamente
avvertito che dessa racchiude la no> zione di più cause, che nel medesimo
tempo operanti debbono concorrere a costituirla. Ma l’idea di tempo rac- ebiude
quella di successione, come ho dimostrato nelle Note apposte al 1.® Voi. della
Prima Parte del Nuovo Corso di Lett.*, imperocché senza successione abbiamo la
seda permanenza, la quale è carattere della Sostanza, la cui nozione è opposta
a quella di Causa. Impor- ta quindi esàmmare di presente questa nozione per r
importanza che avrà in ordine alle quistioni subbor- dinate intorno all’ unità
di tempo e di luogo, che do^ vremo esporre nella Seconda Parte del presente Vo-
lume. Succedere si dicono quelle cose , che vengono ad occupare il luogo di tali
altre che non sono più : cosi il %liuolo succede al padre, che non è più, nel
dominio dell’ avito patrimonio: un cavallo in corso suc- cede ad un altro
cavallo , occupando il posto di questo secondo che è passato innanzi. L’ idea
della successione racchiude la nozione del passaggio del mobile da un
continente anteriore ad un continente posteriore, co- me è facile ravvisare sul
quadrante dell’ orinolo, dove l'indice passa dal minuto A al minuto B, ossia da
sp»- zietto a spazietto segnato dalle lineette, termini di cia> scun minuto
diviso. La successione adunque si com- pie con le seguenti condizioni 1.** di
un mobile 2.° che compiuto il moto in un continente passi in un secondo
continente , in un terzo , in un quarto ecc. La pri- ma condizione sola non è
sufficiente, perchè un solo contenente, che si può supporre piccolissimo, non
dà l’idea di moto, ma di permanenza, nella supposizione che il moto cessi nel
primo momento : la seconda sen- za la prima dà l’ idea di luogo e non di tempo,
il quale racchiude due nozioni del contenente, che forma la dur rata, e del
passaggio, che si dice successione. Quei filosofi che spiegavano le nozione di
tempo colla no- zione della sola durata, e quegli altri che la spiega- vano con
la sola successione, non colsero tutta la vera nozione del tempo medesimo. Se
egli è cosi, è ragionevole a dedurre che nella causalità la successio- ne è il
mezzo di riproduzione di una serie dopo la prima con quello stesso ordine, onde
il mobile si è mo- strato al senso passare da un continente ad un altro
contenente. Se io immaginassi che l’indice dell’oriuolo è passato da 1 a IV
senza il passaggio immediato da I A II da li a III e da III a IV, io avrei un
disordine pella riproduzione delle mie idee , perchè opposto alla successione
naturale e reale. Per me dunque la suc- cessione è da continente a continente ,
da epoca ad epoca , da ora ad ora , da giorno a giorno, da secolo a secolo ecc.
, e racchiude sempre un elemento di dif- formità sia dal Iato dell’ obbjetto
nuovo, che subentra nel posto abbandonato dal mobile, sia dal lato del con-
tinente diverso, in cui passa lo stesso mobile. Nel pri- mo caso abbiamo la
fine del moto e la chiusura dcl- r epoca, nel secondo un’ epoca minore è
assorbita dalia Digitized by Google PARTE PRIMA 198 maggiore , come il minuto
dall’ora , l’ora dal giorno, il giorno dal mese , il mese dall’ anno , in
guisacchè r unità di tempo è costituita dalla permanenza del mo^ bile , che
passa pe’ vari contenenti assorbiti dal mag> giore pel ministero dell’
immaginazione , come discor- rerò diiFusamente nella seconda parte. Cade poi in
acconcio distinguere in questo luogo una duplice successione , una che io
chiamo psicol<h- gica e l'altra obbjettiva. Questa è osservata dal senso ne'
fatti della^ natura , nell’acqua che corre, ncU’ani- male che si muove, negli
uomini che nascono e spa-> riscono dalla faccia del globo, nel moto
apparente del sole che alterna i giorni e le notti. Dessa è obbietti^ ua,
perchè dall'obbjetto deriva. La psicologica o sub- bjettiva poi è quella, che
ci mettiamo noi per la limi- tazione della nostra facoltà di conoscere.
Imperocché, non potendo comprendere ad un intuito sintetico un grande oggetto,
siamo stretti da necessità a dirigere il senso da una parte ad un’ altra e in
questo procedere ha luogo una vera successione visibile negli occhi , i quali
essendo mobili, successivamente dirigonsi alle va- rie parti degli obbjctti.
Nel quale processo il conte- nente è fuori di noi limitato dal senso ed esteso
poi dalla immaginazione, che come abbiamo veduto nel § 56 allarga il dominio
del senso. Da questa successione psi- cologica avviene che noi possiamo narrare
le cose permanenti, le quali sarebbero soggetti o materie di descrizione. E,
siccome la Immaginazione allarga i con- tinenti hmitati'dal senso, onde
trattiene lungo tempo lo spirilo a rivedere i contenuti , avviene che descri-
viamo per l’elemento della permanenza le cose suc- cessive obbjettivamente.
Quindi invalse l’uso di dire descrivere una battaglia, invece di narrarla, e
narrare le impressioni ricevute dalla osservazione di una villa o di un
giardino invece di descriverle. Ho cre- duto di dover notare diligentemente
queste maniere di esprimere, che sembrano poco esatte, perchè, fondan- dosi sul
senso comune, contengono un elemento di pr uo- va rispetto alia distinzione
della duplice successione. §62. Deduzione intorno alla necessità di riconoscere
la Nar- RAZiONE e la Descrizione, come due mezzi espli- cativi della Storia.
Posto che la Immaginazione è facoltà storica ($ 52), bisognerà convenire che i
mezzi dell' esplicazione della Storia sieno tali quali si possono derivare
dalla natura dell' Immaginazione. Ora abbiamo veduto ne'§§ 53, 54, 57 che
1." fenomeno generale è la riprodu- zione delle idee nell'assenza degli
oggetti, e che se- condo e terzo fenomeno è di riprodurle in serie, ossia
associate tra loro per lo duplice nesso sostanziale e causale. 11 nesso
sostanziale è il legame delle qualità inerenti alla sostanza , il nesso causale
è il legame d' inerenza del moto nel mobile causa. Ora la sostanza ha per
carattere la permanenza, per la quale possia- mo aver l'agio di discernere le
qualità, come termini della sostanza medesima , ossia possiamo determinarla,
definirla , in altri termini descriverla. La causa mo- bile ha per carattere la
successione, per la quale pos- siamo numerare i modi ripetuti dello stesso
mobile , pe'var'i contenenti di uno spazio maggiore, e nume- rare è identico a
narrare. Adunque è chiaro che ob- bjetto d’ immaginazione essendo le serie,
ossia le idee associate per l’identità de’ contenenti , e questi sono o luogo 0
tempo per le sostanze e per le cause , la storia, che ha per facoltà
rimmaginazione, alla sua volta descrive alla sua volta narra, perchè le cose,
materia storica, ora come sostanze, ora come cause si mostra- no. Anzi, per
quanto abbiamo osservato nel § ant., es- sendo il luc^o e il tempo intrecciati
tra loro per al- cune nozioni comuni di permanenza e di successione, la
descrizione e la narrazione debbono ancora neces- sariamente intrecciarsi.
Dalle quali cose, accennate quasi in ogni paragrafo ant. , deduco che la Storia
si esplica in due modi, diversi tra loro, come il ltu)go e il tem- po , ma
connessi sotto il rapporto della nozione co- mune di spazio o contenente , e
questi due modi si appellano Descrizione e Narraziorte. CAPO IV. Intorno all’
ordine Storico. § 63. Introduzione al presente Capo — e sua partizione
generale. Per ordine storico intendo la disposizione de’ pen- sieri secondar! ,
ossia il porre alcuni di essi prima, altri dopo, secondo alcune leggi dedotte
dalla natura della facoltà storica , ossia dell’ Immaginazione. In questa l’
ordine storico è un ordine specifico , diffe- renziato dall’ordine in genere
esposto nel primo voi. § 71 e seg.). Per la differenza specifica costituitiva
del- l’ordine storico è agevole a comprendere quanto male si apposero i
trattatisti di Arte storica , che vollero empiricamente dettar regole e
precetti di ordine senzs^ dedurli dalla disamina della facoltà della Storia. Il
presente Capo adumjue è un' applicazione delle teo- rie esposte nei precedenti;
imperocché, se la immagi- nazione è r arcUtetta della Storia nello scrittore,
ed è la facoltà a cui si dirige il componimento di questa specie ne’ lettori ,
quello sarà yero e proprio ordine 0 disposizione de’ pensieri secondari
storici, che è ri- chiesto da questa facoltà nell’ una e nell’altra suppo-
sizione. Noi dunque, con nesso scientifico procedendo dagli antecedenti a’
conseguenti, esporremo e risolve- remo le più astruse quistioni concernenti I’
ordine storico •— E, siccome la Storia è un componimento, la cui materia è il
Concetto e i pensieri secondari, quello uno e questi moUiplici, in un primo
divisamento ge- nerale lo scrittore può e deve pensare in sé stesso , e nella
scrittura far pensare a’ suoi lettori , quale sia il suo proponimento, il che
adempie col titolo e con la Introduzione o col Proemio , o co’ Preliminari.
Venendo poi a’ multiplici, i quali non tutti si possono comprendere ad un
intuito nel loro concreto , passerà a disporre i pensieri secondari in quel
luogo, che giu- dicherà più proprio secondo i principi prestabiliti e dedotti
dalla natura della facoltà storica. 11 presente Capo adunque vuol essere diviso
in due Articoli., il primo pel Concetto, il secondo pe’ pensieri secondari. Intorno
all’ ordine Storico rispetto al Concetto,. § 64 , Badisi che il titolo della
Storia esprima adequata- mente il Concetto di qualsiasi storia. Leggendo il
titolo di qualsiasi produzione artistica, vegniamo subito a concepire quale sia
il proponimento deiraufore:se, per esempio, sopra mCode troviamo scrit-- lo la
Cicala, o il Cavallo, o il Leone, noi pensiamo naturalmente che quella ode
d’altro non parla che di siffatti animali, e che quei nomi, titoli del componi-
mento, accennano al proponimento del medesimo. Se domandiamo al poeta che vuol
cantare, ci risponderà egualmente: della Cicala, o del Cavallo, o del Leone. È
dunque evidente • che ogni produzione espone il Con- cetto nel titolo , sia di
qualsivoglia specie e natura , perchè non vi è produzione letteraria senza
titolo e senza concetto. Ciò posto essendo il Concetto rispon- sabile di tutte
le qualità del componimento , cioè di- re della integrità , verità , chiarezza
, scelta de’ pen- sieri secondari, perchè desso è l’ ipotesi che limita il componimento
, è agevole a comprendere che il tir toh, segno del concetto, dev’essere
preciso e adequato, ossia che non deve esprimere nè più , nè meno di quello che
in fatti è realizzato nella distesa della scrit- tura o del componimento. Se
uno storico, per esem- pio, si proponesse di scrivere i fatti di Abelardo e di
Eloisa, intitolerebbe il suo lavoro con precisione ed adequatezza col titolo
semplicissimo Eloisa ed Abelardo. Ma, se col proposito di dare importanza alla
sua scrit- tura lo intitolasse Abelardo e, i suoi tempi , e nel fatto non
comprendesse quanto avvenne in que’ tempi relativi a lui, costui mentirebbe certamente,
perchè fa- rebbe dire più al titolo che al fatto. E, siccome il Con- cetto è il
primo pensiero nello spirito del compositore, il titolo sarà la prima parola
del componimento, che si alloga al frontispizio del libro , nella prima pagina
e in testa della medesima. § 6o. Al titolo segue V Introduziose , o il Proemio
, o i così detti Preliminari. 11 titolo storico specialmente, contenendosi in
una o due parole, è troppo generico e indeterminato , e tale per avventura
potrebbe essere appreso il suo con- tenuto, ossia il Concetto, contro il
proponimento o la supposizione dello scrittore. Intanto importa fin da
principio precisare i termini della trattazione , cioè determinare e
circoscrivere ne’ propri limiti il pro- ponimento , affinchè il lettore non resti
prevenuto in contrario, imbattendosi o in ciò che non si propo- se lo storico,
o in più cose che non si pensava. Non è però malagevole a intendere che subito
dopo al ti- tolo segua una dichiarazione , a cosi dire, una defi- nizione del
medesimo , come hanno praticato tutt’ i buoni storici comunemente. A questa
parte furono dati vari nomi , come Introduzione, Proemio, Preli- minare secondo
la maggiore o minore estensione , la quale è proporzionata al bisogno della
dichiarazione più 0 meno determinata. Or vediamo con qualche esempio, come può
regolarsi la pratica de\Y introduzione, e di che si possa occupare
leggitimamente. Gli antichi nelle loro Introduzioni esponevano per lo più le
cagioni estrinseche, per le quali s' induceva^ no a scrivere la storia. Così
vedemmo nel § 6 pag. 27 che Erodoto dichiarò per cagione incitante a scri- vere
, affinchè delle grandi e maravigliose gesta non vada la memoria perduta ;
Tucidide scrisse , perchè credeva la guerra del Peloponeso più degna di ricor-
danza di tutte le antecedenti ec. In somma le Intro- duzioni della storia
classica versavansi o a produrre motivi, che occasionarono quelle scritture, o
a scu- sare lo scrittore de’ necessari di fatti, o a indicare il principio, da
cui comincia la narrazióne , o a lodare gli sforzi e le difficoltà superate ed
altre cose di si- mile fatta. La Storia moderna nel suo primo appari- re,
discostandosi dalla antica, produsse nel proemio una specie di rivista de'
difetti della storia classica per giustificare la novità necessaria ; oppure
espose som- mariamente le ragioni, per le quali la novità debba essere
anteposta. Nella più moderna l'Introduzione oc- cupa moltissime pagine a guisa
di Dissertazione , dove lo storico confuta il Disegno delie storie precedenti e
propone quello della propria. Con ciò si crede da' più superficiali che una
storia acquisti il titolo di fi- losofica, perchè l’Introduzione, discutendo,
si rivesta del colore scientifico e razionale. Io sono dì avviso che le
produzioni letterarie, di qualunque specie, sie- no , non esclusa la storia ,
precedute da un prelimi- nare , in cui si esponga con conciso e breve ragio-
namento r ossatura di tutto il lavoro , affinchè resti- no impresse nell' animo
de’ lettori le linee di contor- no, come in uno schizzo di pittura, da cui
trasparisce la dimensione di un quadro; imperocché, a misura ehe la lettura procede, F indeterminato di
quella pri- ma figura impolpandosi acquista vita e individualità , le cui parti
più facilmente ritengonsi, perchè le prime linee rimangono sempre presenti allo
spirito , come rimane incancellabile la percezione confusa di ima va- sta
pianura pel ministero del senso. Oltracciò il let- tore in certo modo procede
illuminato nella via da percorrere, e non va a tentoni , in una specie di con-
tinuata rivelazione. Nè osta il vantaggio della novità, che alletta un lettore
non prevenuto , imperocché fa- cilmente si annoia chi procede all’ oscuro dal
princi- pio alla fine, E dico essere questo metodo commen- devole ,
specialmente oggidì , perchè le scienze spno molto progredite , e gli spiriti
tendono al positivismo, ondechè vogliono essere anticipatamente informati ,
quantunque in modo sommario, dell’ utilità e dell’ in- teresse di ogni nuovo
lavoro , tanto più ehe è in- valso l’abuso di pubblicare per la stampa tante e
tante scrittore , dalle quali non è da sperare alcun vantaggio positivo , per
la manìa che tutti hanno di raccomandare i loro nomr alia posterità. Può ancora
lo storico moderno discutere nella sua introduzione il diverso metodo, che avrà
prescelto, ed accennare alle principali ragioni per le quali ^li non segue, a
modo di esempio, i suoi predecessori nel fis- sare le epoche , speciahneute nel
ristauro di qualche parte della Storia antica. E, siccome i cambiamenti che
deve introdurre debbono avere un fondamento sopra storici documenti, potrà in
essa ragionare delle sue fatiche sostenute per indagare il vero sepolto uellob-
blio, e far intravedere le sue personali attitudini, spe- cialmente in qualche
parte della Storia trascurata da- gli antichi per difetto de’ mezzi necessari a
costituire una critica ragionata e severa. In questa guisa viene Digitized by
Coogle paute prima 206 a conciliarsi la benevolenza de’ suoi lettori prevenuti
in favore per giuste ragioni , i quali con questa pre- venzione 6n da principio
accompagneranno lo storico come amici, e guarderanno le novità senza scandalo,
perchè prodotte ragionevolmente da uomo, che scri- vendo ragiona e riflette a
quello che dice. Nell’Introduzione può lo Storico accennare a’fonti, da’ quali
attinse la materia della sua produzione, e ri- sparmiare cosi r imbarazzo al
lettore di scendere in ogni tratto a -piè di pagina per vedere chi sia F auto-
re di un’opinione e in quale libro o pagina sia scritta. Questa pratica poi può
essere utile a chi volesse ac- cingersi di scrivere storie , perchè non
sarebbero a lui ignoti fin da principio i luoghi determinati, i nomi degli
autori , e i titoli delle opere da consultare. ' Con tutte queste cose e
simigliami in principio lo storico porge la chiave d’ingresso a’ suoi lettori,
fa- cendo loro anticipatamente intendere il giusto peso che dovranno dare alle
sue opinioni e preconcepire l’architettura del suo lavoro, il quale può. essere
os- servato a questa condizione, essendo difficile per tutti di vedere le parti
di un edificio senza una precedente indicazione per mancanza di nozioni
architettoniche. Introduzione, Proemio, e Preliminari nelle pro- duzioni
letterarie hanno lo stesso valore, soltanto l’uso ritenne ìbl- I ntroduzione'
come vocabolo generico, il ■proemio' e i prclimtiian come specifici, dandosi il
pri- mo, detto ancora esordio, a’ ragionamenti , ed il secon- do alle opere
didascaliche e scientifiche. Intorno all’ordine de' pensieri secondar! storicl
§ 66 . Fondamento generale dell’ Ordine de’ pensieri secondari storici.
Dovunque è multiplicità di cose, sorge rispetto a noi r idea d 11’ ordine o del
disordine, ossia della po- sizione di ciascuna in questo o quel luogo. Quando
molti obbjetti sono contenuti nel medesimo luogo, sor- gono naturalmente in noi
le relazioni di sito , come sopra, sotto, circa, intorno, verso, dtre, vicino,
lon- tano , ec. Or, se A è sopra, B è sotto , C oltre , D verso , E vicino , F
lontano ec. e , così essendo quelle cose , si diranno ordinate o dièposte : sa-
ranno disordinate nella supposizione contraria, ossia se è sopra quello che
dovrebbe essere sotto, e prima quello che dovrebbe essere dopo. Nelle
produzioni letterarie l’ ordine si fonda sulle due relazioni di an- teriorità e
di posteriorità , ossia allora i nostri pen- sieri secondari sono ordinati,
quando precedono quelli che debbono precedere , seguono questi altri che deb-
bono seguire. Il presente articdo adunque, proponen- dosi la disamina dell’
ordine de’ pensieri secondari storici , dovrà prendere in considerazione queste
re- lazioni. intorno alle diverse nomenclature dell’ordine storico', detto
Crosowgico, topografico, delle cose ec. Voi leggendo i trattati dell'Arte
Storica, spesso vi siete imbattuto nell' espressioni di ordine cronologico, di
ordine etnografico , di ordine ddle cose ec. Ma, se è avvenuto a voi quello
stesso che a me, dovrete con- venire che di siffatte nomenclature non vi siete
fino- ra potuto formare una nozione precisa. Dicesi ordine cronologico la
disposizione de’ pen- sieri secondari secondo la ragione del tempo , in cui
avvennero le cose narrate o descritte, aUogando, per esempio, prima i pensieri
intorno (di’ origine di Roma, dopo quelli del suo incremento , in ultimo della
de- cadenza della romana repubblica , perocché siffatte cose avvennero con la
ragione di antecedenti , e ^ conseguenti , ossia successivaimnte , inguisacchè
or- dine cronologico e successivo valgono la medesima cosa. Ma la successione è
un passaggio del mobile da continente a continente, o da spazio a sp(U!Ìo, o da
epoca ad epoca , adunque è chiaro che l’ ordine cro- nologico 0 successivo è,
quando l’ indice dell’ orinolo passa dall’ ora 1.* aUa 11.* daUa 11.* alla lU.*
dalla 111.* alla IV.* e va dicendo, fino a che si arrivi alla Xll.* per
compiere il giorno maggior continente, ed epoca prefissa. Questo è tempo
artificiale, che traduce il tem- po naturale , ossia lo spazio celeste , in cui
corre il mobile universale apparente, cioè il sole. Questo spa- zio si
concepisce come il contenente di tutti i fatti umani simultanei, i quali però
saranno narrati o de- scritti in ordine cronologico , quando si esporranno udì’
ora I.* quelli che in quell’ ora avvennero , nella 11.* qudli che nella 11.*
ec. Sarebbe quest’ordine tur> baio, se si ri{M>rtassero ndla ora 111.* i
fatti avvenuti nella I.* o viceversa. Affinchè si abbia l’ordine cro- nologico
nella Storia, è necessario assolutamente che i fatti si riscontrino con questa
data di tempo, ossia è indispensabile il principio di simultaneità d^H a^nti
produttori de’ fatti , coll’ agente universale e primo mobile astronomico;
imperocché, quantunque ogni mo- bile sia sufficiente a dare la nozione di tempo
, per- chè ogni mobile è successivo e permanente , due ca- ratteri costitutivi
della nozione del medesimo, pure se non si riferisse ad un mobile costante , le
cui suc- cessioni fbsser certe e universalmente vèibili, la cre- nologia
sarebbe incerta, variabile, e diversa, secondo il variare degli individui. La
successione poi altra è psicologica o stthbjet- ttea, altra abbjettiva : quella
è tutta nostra nella sup- posizione di tenere presente un fatto complesso, che
dobbiamo percorrere a parte a pjtfte una dopo l’ altra ; questa è nella natura
per la reale successione del mobile nei diversi punti dello spazio contenente.
La successione psicologica può andare disgiunta dalla cronologia, os- sia dalia
simultaneità col primo mobile, perché, pre- sentando l’obbjetto composto, tutti
gli uomini sono fatti ad intuirlo allo stesso modo di successione psicologi-
ca. Essa è propria della Descrizione , la quale ha per contenente il luogo,
spazio delle sostanze descrivibili — Quest’ordine ad alcuni è piaciuto
addomandario delle cose. In un libro di Anatomia descrittiva, nella Storia
delle piante, de’ minerali, degli animali ec. noi non sentiamo il bisogno delle
date de’ giorni, de’ mesi, de- gli anni , del secolo , dell’ epoche, ma, fatta la
parti- zione generale del corpo umano neiranaloinia, passia- luo
successivamente alla descrizione delle diverse par* ti, serbando l’ordine della
contiguità delle medesime senza alcuna relazione di tempo. Facciamo lo stesso
nella Storia delle piante , degli animali ec. lo non truovo queste nozioni né
chiare nè pre- cise appo gli autori di arte Storica; imperocché, limi- tandosi
ne’ loro trattati alla sola Storia umana, le qui* stioni di ordine storico
riuscivano da un verso trop- po esclusive , dall’ altro troppo complicate. Dire
che r Indine cronologico sia necessario e indispensabile per la storia senza
alcuna distinzione esclude dalle ragioni storiche tutte le produzioni di genere
descrittivo, dove non entrano le nozioni della cronologia. Oltre a que- sto,
siccome la storia si esplica narrando e descriven- do , vi sono de’ tratti ne’
quali non ha luogo la cro- nologia, versandosi lo spirito nella semplice
descrizio- ne. D Napione ne porge una nozione molto confusa quando dice ; « Il
metodo di disporre i fatti secondo fi r ordine delle cose si è quando dalla
massa de’ fatti, fi i quali compongono la Storia universale di una na- » zinne,
si scelgono quelli di una spelee e separandoli fi da quelli di un’altra se ne
formano diverse storie fi particolari. Cosi Floro stese a parte la Storia delle
fi guerre straniere de’ Romani e la Storia delle do- fi mestiche sedizioni.
Così il Maffei separò la Storia fi Gvile dalla Storia Letteraria interamente
nella sua » Verona Illustrata ». Questa nozione ripeto dell’or- dine delle cose
è confusissima , perchè pare che vo- glia iscagionare da un verso uno
sprojHisito , e dal- r altro confonde due economie diverse di due specie di
storie differenti , cioè la partici&are e 1’ universa- le. In ima Storia
universale si sarebbe Floro mal con- siglialo di dividere le parti connesse
della Narrazione, come pure il Maffei nella Storia di Verona, perocché avrebbero
mancalo al fine, che si propósero, di scrivere quelle stòrie e noti altré. Ma
in una' storia universale di qualsiesi nazione non possono entree tante par Ih
eolarità , che stanno bene in una storia particolare; può quindi bene avverarsi
che dopo di avere scritta la Storia universale io storico discenda a qualche
tratto di Storia particolare. Ma luna e Tal- tra va soggetta all’ ordine
Cronologico, nè mai è che si costituisce una di esse coll’ordine delle cose asso-
luto , come pare che inclini a credere il Napione. Che vi sia r ordine delle
cose non si può rivocare in dub- bio , ma, non essendosi distinti i due modi
esplicativi della Storia', cioè la narrazione e la descrizione, é quindi i due
diversi contenenti , cioè cronologico e topografico , non si poteva mai
cogliere nettamente la nozione del medesimo* lo dunque dico che l’ ordine dèlie
cose è identico all’ ordine topografico secondo la distinzione che ne ho. fatto
nel § 67 ). Allorché invero parliamo dell’or- dine storico naturale esce
spontanea 1’ espressione : quest’ ordine naturale o è secondo i tempi o secondo
le cose. Or a tempo è relativo luògo, e la parola cosa indica sostanza , che è
nel. luogo permanente: adun- que l’ordine delle cose è' il topografico, ossia
l’ordine di luogo. Non -altro ordine infatti riconobbe Dionigi d’Alicarnasso,
allorché nel Giudizio sopra Tucidide si' espresse *, i buoni storici all’
ordine o^ dè’ tempi o dei luoghi si appigliano: del primo fu tenace Tucidide,
se-- gui Erodoto costantemente il secondo. E vaglia r onore del vero, la
Storia, narrando é descrivendo , non fa che svolgere le serie dèllé idée
associate, perchè sua facoltà è l’ inìmaginazione § 52 tanto nell’ architetto
della produzione, quanto ili co-' lui a cui è diretta. Ora le serie sorto tali
‘ pel cmw tenente sostanziale o causale ciascuno in due modi $ 61. 11
contenente sostanziale è Itiogo, il causale è tenp- po — fuori di queste due
supposizioni non si dànno serie : resta dunque dimostrato che 1’ ordine storico
non può essere che di tempo o di luogoy cnmologico o topografico. Bisogno'à
quindi conchiudere che, se tutti riconoscono oltre all'ordiue di tempo quello
delie cose , quest' ultimo non è diverso dal topografico, e che tanto vale
ordine di luogo, quanto ordine di cose. § 68 . Se X due ordini tn qxudche
storia possono andare isolati esclusivamente ? L’ ordine cronoli^o predomina e
pretende di essere solo esclusivamente nelle cosi dette Cronache, ne’ Diari o
con greca voce ttpunepti» e negli annali, dove i fatti sono narrati nella
coincidenza del tempo che le storico si prescrive , vale a dire che nel pri- mo
giorno narra tanto quanto in esso è avvenuto , e negli annali si fa legge di
non oltrepassare il ter- mine di un anno, ancorché i fatti rannodati, come ef-
fetti conseguenti a cause antecedenti, debbano essere spezzati. Simili storie
piuttosto indici o prontuari di storie, anziché storie, si dovrebhmro
addomandare più convenevolmente, imperocché in ^se si appuntano gli avvenimenti
e non si legano tra loro, quando a cagio- ne del tempo determinato é proibito
di continuare il racconto, che immette nell’anno vegnente. Infetti Sem- pronio
Asella per attestato di Aulo Gellio, annoveran- do le differenze che passano
tra gli Annali e le Sto- rie, non tralascia questa: Annales Libri, tantummodo
quod factum quoque anno gestum sit, id demonstra- Digitized by Google INTORNO
ALLA SCIBNZA DELLA STORIA REALE 213 òunt. Id eorvm est quasi qui diarium
scribunt quem graeci tQufupfSa vocant. In guisa che tra gionude 0 diario, o
effemeride, e annale secondo lui non passa altra differenza, se non quella del
numero di 365 gior- ni e un giorno, e molto saviamente ei pone differen- za tra
tutte queste cose e la Storia, la quale fh ser- vire il tempo a'fatti e non
questi a quello, estenden- do, come vedremo, più o meno Yepoche, secondoché la
maggioro o minore muttiplicità degli effètti prodotti da una causa richiede.
Coriielio Tacito stretto dalla legge del tempo determinato ad un anno, dopo di
aver nar- rato r infame tradimento , con cui Latinio Laziare e Marco Opsio con
alcuni altri macchinarono T ullima rovina a Sabino innocentissimo Cavaliero ,
non tra- scorre a raccontare il castigo, che que' malvagi ripor- tarono, perchè
non avvenne in quel medesimo anno, come egli stesso si scusa : m mihi
destinatum farei suum quaeque in annum referre , debrai animus anteire ,
statimque memorare exùus quos Latinius , atque Opsius , eaeterique flagùii eius
repertores ha- buere (Ann. Lib. 4). Non senza ragione quindi Dio- nigi di
Alicarnasso appunta Tucidide , che per sotto- porsi ad una l^e più severa di
tempo, diviselo in estate ed inverno contro la consuetudine de’ più antichi
scriN tori, che le loro storie ordinarono secondo la succes- sione de' Re, de’
Sacerdoti, o delle Olimpiadi, e n’otten- ne quel notabile disordine che moltissime
cose nel medesimo tempo in diversi lu<^hi avvenendo, da bre- vi sementi
quasi frastagliata la narrazione quel chia- ro lume prender non potesse, che
dalle stesse cose visibilmente apparisce k e passa a provare die, sbra- nato il
racconto per servir troppo alla legge del tem- po, perpetuam historùte seriem
amisit. In quanto a me non tengo per Isloria gK Annali , come per istorie non
sono tenute le Cronache e le Effemeridi, prendendo la parola Storia nel senso
di un componimento artistioo, in cui i fatti vanno ran- nodati ad un Concetto ,
e del tutto risulti un indivi- duo secondo ridea .di Dionigi: (c La storica
narrazione dev’ essere sempre portata, direi per filo e legata, spe^ cialmente
quando si espongono cose moltissime e di tal fatta che non si possano
facilmente percepire e conoscere ». JVe’ primi tempi dalla Storia, ossia ne'
pri- mi tentativi di questa produzione, non essendo lo spi- rito dello
scrittore educato in arte, e non avendo tut- t’ i sussidi necessari per la
racccdta de' fatti , non si poteva costituire quella sintesi vasta, che ad un
intuito, comprendesse una grande distesa, e molto meno quel- r analisi
profonda, la cui mercè si scoprissero le vero cause d^li avvenimenti, e la loro
influenza in una serie posteriore e lunghissima di fenomeni morali e politici.
Lo storico quindi r^strava le cose , come apparivano , associandole al nome de'
consoli , o dei re -, o per giorni, o per anni, o per olimpiadi. Ogni fatto ora
distaccato, e Si associava al giorno, al mese, di' anno, in guisacchè ogni
tempo cosi specificato rac- chiudere dovea tanti fatti e non più senza vedere
se il fatto di jeri, come causa antecedente, tuttavia per- sistesse con la sua
efficienza nel giorno di oggi, anzi per la legge del tempo questo nesso
intraveduto faceva mestieri dissimulare, affinchè ogni giorno , ogni me- se , 0
stagione, o anno, avesse pacificamente la sua parte. Se mi domandate adunque :
vi può essere u- na storia , che segue esclusivamente 1’ ordine cro- nologico ?
io vi rispondo che , se per istoria voi in- tendete i Diari , le Cronache , e
gli annali , non vi cade dubbio per 1' affermativa. Se per istoria è uo- po
intendere una produzione artistica , nella quale i fatti rannodati presentano
l'unione individua , l’ordi- ne cronologico , ossia 1’ ordine di tempo
astronomico determinato a giorni, a mesi, ad anni, a secoli, è im- possibile,
come vedremo ne' seguenti §§. Ma non cosi dell’ ordine delle cose o topografico,
il quale per al- cune storie di genere descrittivo , come VJnatomiai la
Geografia, la Storia delle piaiUe , degli animali , de minerali ec. prescinde
affatto dalle ragioni di tem- po determinato , benché alluda all' epoca, quando
si scriva come elemento, che deve far parte della Storia universale umanitaria.
§ 69 . Perchè la Storia delle umane cose vuoisi rannodare (die ragioni del
tempo astronomico. Quando si parla di cronologia e di ordine cro- nologico , é
uopo intendere la parola cronos in senso di tempo astronomico, misuratore
universale di tutt’i tempi possibili. Questo tempo è il contenente di tutte le
cause , per le quali viene diviso e suddiviso ia tante parti secondo che durano
, ossia sono perma- nenti nella produzione de’ loro effetti. C^ni mobile in
qualsivoglia contenente dà la nozione' del tempo, per- ché ogni mobile é
successivo e permanente nella suc- cessione , ma ogni tempo è indeterminato, se
non si mette in relazione con un altro tempo. Così un gior- no succede ad un
altro giorno, e mille giorni sempre uniformi succederanno al primo giorno , de'
quali se sappiamo indeterminatamente 1’ anteriorità e la po- steriorità de’
primi e degli ultimi, non possiamo pre- cisare esattamente i gradi di queste
relazioni , se il primo giorno non è segnato da un avvenimento diverso da
quello che segna il secondo e va dicendo.— Ecco perchè la simvltaneità è una
nozione indispen- sabile a costituire le epoche , le quali non sono che il
tempo astronomico contrassegnato da una causa prò* duttrice di avvenimenti. Per
esempio nella Storia ro- mana le epoche sono una serie di anni contrassegnate
dalla Fondazione di Roma , ccmie punto di partenza 2.® da’ Re , 8.® dalla
Repubblica 4.® dall’ Impero co- me termine di decadenza. I mille anni
astronomici dalla fondazione fino a Costantino senza questi con- trassegni non
formerebbero 1’ epoche di Roma. Roma causa produttrice è un mobile nel
vastissimo conte- nente della sua esistenza, ma la mente nostra si smar-
rirebbe in mezzo a tanto numero di avvenimenti nel ticercare quale prima quale
dopo e quale più quale meno. Il tempo astronomico limita ed ordina il tempo di
Roma, e il tempo di Roma limita ed ordina il tem- po astronomico — Fatte queste
dichiarazioni vengo alla proposta quistione ; perchè la Storia delle cose ama-
ne vuoisi rannodare alle ragioni del tempo astrono- mico? Perchè l’ uomo, e
quindi la specie umana, è un mobile, che d’ora in ora, di giorno in giorno, di
anno in aifho progredisce, onde non è lo stesso nel medesi- mo giorno , a
differenza degli altri esseri animati dì questa terra, ì quali sono <^i come
nel primo gior- no della creazione eo. Quindi si vede che 1’ epoca non è di un
anno , di cinquant’ anni, di un secolo, ma è tanto estesa quanto estesa è l’
influenza del di* namismo del primo mobile. Ciò significa ordine delle cose, il
quale dà la legge all’ ordine cronologico, come vedremo nel paragrafo seguente,
Come il Tempo astronomico ( Cronos ) neW Epoca è limitato 0 esteso dalla durata
a permanenza di una causa produttrice degli avvenimenti — Fero senso delT
ordine delle cose. Nell’ Epoca entra essenzialmente la nozione del tempo
astronomico, perocché ogni epoca costa di .se- coli , 0 di anni , o di giorni ,
o di ore , tulle no- menclature allusive al córso apparente del sole , pri- mo
mobile nel contenente ceiosie visibile. Ma, se rac- chiude questa nozione ,
essa sola non basta a cosli» tuirla, se un’ altra causa efficiente di moti non
con- corra a nominarla: cosi l’ epoca de’ Re di Roma è la durata di circa 244
anni regnati da sette Re nella citté de’ sette colli. L’ Epoche della natura
sono pe- riodi di molti anni limitati dalle naturali evoluzioni. 11 Tempo
astronomico è sempre uniforme, è il corso apparente del sole da Oriente ad
Occidente , e del- r indice dell’ orinolo da I.“ a XII, ed una giornata dif-
ferisce dall’altra per un avvenimento prodotto da un efficienza diversa. Il
Tempo adunque si fonda sulla causalità, e l’Epoca comprende la simultaneità di
più cause efficienti intrecciate, nella quale gli avvenimenti dell’ una
limitano il contenente dell’ altra. Tutta la durata dell’ efficienza di una
causa costituisce il mas- simo continente misuralo dal numero degli anni: così
Roma dalla fondazione alla caduta deUa Repubblica durò circa settecento anni :
il Mondo dalla Creazio- ne fino a noi circa sei mila anni. Ma, siccome i se-
coli si dividono in anni , e gli anni in mesi , i mesi in giorni , i giorni in
ore, T epoca massima deir esi- stenza di Roma si divide ancora in quelle della
Fon- dazione , de’ Rè e della Repubblica, perchè, essendo gli uomini mortali e
i sistemi che dominano variabili, a misura che un uomo succede ad un altro' ed
un sistema ad un altro sistema, si costituiscono le piccole epoche come
divisioni o parti divise di una grande epoca. E nella Storia universale i
settecento anni di Roma costituiscono una piccola epoca rispetto alla mas- sima
di sei mila anni. 11 tempo astronomico adunque è costretto a restringersi o ad
allargarsi dalla maggiore o minore durata dell’ efficienza di alcune cause ,
co- me r epoca della repubblica romana rispetto all’epoca de’ Re è lunghissima
, e brevissima quella della fon- dazione rispetto all’ epoca de’ Re , perchè la
Repub- blica si concepisce, come una causa, la cui efficienza dura circa
cinquecento anni. Applicando questa dot- trina alla Storia, è facile a
comprendere che allora le sue epoche sono ben divisate, quando comprendono un tanto
numero di ore , di giorni , di mesi di anni , di secoli, quanto n’ è richiesta
dalla permanenza della causa efficiente, i cui avvenimenti imprende a narrare..
Se uno Storico per esempio, narrando la storia de’Re di Roma , non comprendesse
i 244 aiini , ma limi- tandosi per sistema a dividere questo tempo per anni
ne’* cosi detti annali , costui non potrebbe in alcuna guisa espormi tutti gli
avvenimenti prodotti da ciascu-i no de’Re, il quale nè per elezione, nè per un
siste- ma impostogli dalla natura delle cose, si prop<^ o fu costretto di
operare i fatti suoi in tempo determina- to , ma alcune cose incominciate alla
fìne di un anno venne a compierle nel secondo o nel terzo o quarto anno , e
alla fine delia sua vita., anzi molte .ne ri-. mase a compiere a’ suoi
successori. Procedendo dunque a narrare per anni sarebbe costretto o a trala-
sciare molti fatti o ad alterarli. Dicasi lo stesso, se si propone a narrare un
Re dopo l’altro, come in epo- che separate , poiché ogni Re è un rappresentante
di sistema politico, il quale si compie con l’ efficienza di tutt’i Re da
Romolo a Tarquinio Superbo. Ora si com- prende meglio quello che dicono i
maestri dell’ Arte storica che 1’ ordine cronologico non dev’ essere as-
soluto, ma misto o contemperato daH’ordine delie cose. L’ordine delle cose è l’ordine
reale de’ fatti , l’or- dine cronologico, o del tempo astronomico, è ipote-
tico rispetto alla Storia, quando si vuole determinato ad anni o a secoli , non
avuto riguardo alla durata dell’ efficienza delie cause degli avvenimenti che
si narrano. Un tal modo di esprimersi è equivoco e dice nulla, perchè la
mistione suppone a cosi dire un au- tonomia de’ due ordini , mentre lo storico
che vuol narrare con verità si serve 4el tempo astrontomico per determinare la
durata delle cose , e non mica per farne obbjetto precipuo della Storia. Quindi
vedemmo § 68 che lo stesso Corndio Tacito sacrihcò la verità al tempo , e
differì all’ anno posteriore la puni- zione di l.iaziare o di Opsio , quando
avvenne , spez- zando cosi quei fatti, che avvennero congiuntamente, e che
dovevano essere narrati in continuazione per lo principio generale di non
doversi interrompere le serie d’ idee connesse tra lóro. Se egli non si fosse
imposta la legge di narrare per anni , la narrazione sarebbe proceduta
compatta, e ci avrebbe presentalo quel fatto dove avrebbe dovuto, e i lettori
avrebbero facilmente ritenuto quel che ora fanno con istento, dovendo farsi
indietro per rannodare racconti scon- nessi. L' ordine quindi delle cose in
questo senso im- porta la conformità dell’ordine storico al sistema reale de’
fatti, il quale non vuol’ essere turbato per un or- dine artificiale o di
sistema ipotetico. Se ora alcuno mi domanda quanto estesa dev’ essere un’ Epoca
? Quanto estesa è la durala dell’efficienza di una Cau- sa. Ondechè molta
filosofia ricliiedesi nello storico per divisare le Epoche, perchè, fondandosi
sulla cau- salità, è mestieri die abbiano nome ed estensione dalla realtà di
questa efficienza. Ho detto che una grand’ Epoca si divide in tante epoche
minori , e die un’ epoca massima di una sto- ria particolare può essere minima
rispetto alla Storia universale: credo necessario dichiarare un pò meglio
questa mia idea. l.>a narrazione deve avere un prin- cipio un mezzo e una
fine. Oltracciò, parlandosi di fatti umani, vi è sempre un andare progressivo
per opera di molti dinamici, che compariscono di quando in quan- do a
cdlaborare lo stesso sistema o Religioso , o Po- litico , o Scientifico , o
Artistico, Tutta la durata di questo sistema è il massimo contenente , in cui
av- vengono delle successioni per 1’ intersezioni contras- segnate dalle
diverse cause succedute allo stesso fine. Adunque tante epoche minori si
costituiscono nella maggiore e tante maggiori nella massima. Lo Storico quindi
si formerà dapprima questa divisione e suddi- visione, serbando sempre per le
minori ej^ebe le stesse ragioni esposte innanzi per ogni causa in genere, al-
largandola e restringendola più o meno secondo che più o meno dura l’efficienza
della causa. Il processo è sempre lo stesso e le parti minori debbono assimi- larsi
alle maggiori sempre con 1’ idea di serbare la verità delle cose e di evitare
per quanto è possibile (Igni alterazione in grazia del sistema. Coloro che si
])refìggono di narrare a giorni, a stagioni, ad anni, non intendono cortamente
al fine della Storia, la quale. avendo per sua facoltà l' Immaginazione, deve
proccu-r rare di servire fedelmente a’ vincoli di associazione per le serie, le
quali sono più o meno estese secondo che la natura presenta ne’ fatti
osservati. Eglino fanno indici e non istorie , quadri sinottici e pure imper'*
fetti, ne’ quali si ammira 1’ eguaglianza artificiale de- gli spazi, che tanto
nuoce alla riproduzione delle idee. Ondecchù dopo la lettura di storia siffatta
non ci ri- mane un sistema compatto di fatti in memoria , ma tante frazioni slegate
, un pezzo qua , un altro là. Gmchiudo che se per ordine delle cose s’ intende
il nesso reale degli avvenimenti alle cause efficienti, esso non è secondario
rispetto all’ ordine cronologico astronomico , ma principale , in quanto che
esso è legge e causa dell’estensione dell’epochc, e disdegna di sottomettersi
alle parti determinate del tempo astro- nomico. § 71. Fondamento razionale e a
priori ddl’ ordine Storico, Da quanto ho detto finora 1’ ordine è la disposi-
zione delle parti di un tutto, quale prima, e quale dopo, e, parlando della
Storia, è la disposizione de^i avveni- menti con successione , ossia co’
rapporti di anterio» rità e di posteriorità. Ora si vuol sapere su qual
fondamento io posso sapere che alcuni pensieri deb- bono precedere , altri
seguire ? Non basta dire che metterà prima quello che avvenne jeri, e dopo
quello che avviene oggi , perchè appunto mi resta a sapere per quale ragione
jeri è prima di oggi, e oggi è pri- ma di domani? Queste relazioni di prima e
dopo, di Digitized by Google 222 paate prima anteriorità e di posteriorità in
quanto al tenipo si fondano sulla nozione di causalità, imperocché quan- do una
palla muove un’altra palla, e questa una ter- za , ognuno vede che il moto
della seconda non esi- ste senza il molo della prima , e il moto della terza
non può esistere senza il molo della seconda. Io dun- que concepisco il primo
mobile come condizione del secondo , e ’l secondo come condizione del terzo :
il secondo per conseguenza è un condizionale rispetto al primo, come è il terzo
rispetto al secondo. Ora la con- dizione è identica alla causa, come il
condizionale é identico all’ efFclto, perché il condizionale é una qual- che
cosa che comincia ad esistere, messa la condizione. Da questa relazione tra
causa ed effetto, di condizione e condizionale , il nostro spirito apprende 1’
anterio- rità della prima e la posteriorità del secondo , ap- punto perché la
condizione ha in sé la ragione dell’e- sistenza del condizionale. La causa
adunque é prima e r effetto dopo negli ordini della natura e dell’intel-
ligenza. Questo si potrebbe ordine naturale , ordine ontologico od ordine delle
cose addomandare. Se però mi domandate quale sia il fondamento razionale e a
priori dell’ ordine storico, ossia della disposizione dei pensieri secondari
storici, per la quale alcuni prece- dono ed altri seguono ? io rispondo senza
esitare es- sefe suo fondamento la causalità , la quale pone in natura prima la
causa e poi l’ effetto, prima la condi- zione e poi il condizionale. In un’
epoca evvi la suc- cessione di mille avvenimenti tutti distinti , e questi
saranno dallo storico bene ordinati, se serberanno tra loro la ragione di tanti
antecedenti e conseguenti , di condizioni e condizionali , di cause e di
effetti ; ma non una ragione ideale o logica , sibbene quella che realmente tu
nelle cose. E la storia in questo modo acquista certezza, non dico probabilità,
perocché ogni uomo è fatto a pensare secondo i principi generali di causalità
enunciati nel § 32 pag. 95. Esporre in una epoca un grande avvenimento senza
che sieno prece- duti nell’ epoca anteriore altri avvenimenti, che si po-
tessero avere a cause adequate del medesimo, è natu- rale che induca lo
scetticismo nel leggitore e un sen- timento di disistima verso lo storico , che
non seppe approfondire il nesso degli effetti alle vere cagioni, dei
condizionali alle vere condizioni. Certe guerre sangui- nose tra nazioni e
nazioni , certe rivoluzioni spaven- tevoli surte in un popolo, narrate, come
avvenimenti fortuiti 0 come fenomeni improvisi senza antecedenti, che
prepararono gli animi a poco a poco all’ avversio- ne , all’ odio, alla
vendetta, non raccomandano certa- mente la troppa semplicità dello scrittore.
Un effetto non è mai maggiore della sua causa. Chi mi narrasse che la morte di
Lucrezia romana semplicemente fu la causa della caduta de’ Re di Roma, senza espormi
nell’ epoche anteriori il mal contento pel dispotismo tirannico de’ Tarquinl ,
e quindi la disposizione degli animi di una nazione a sfavore della monarchia ,
e l’opinione ingigantita contro i superbi dominatori, man- cherebbe a’principi
fondamentali dell’ordine storico, e il suo racconto diverrebbe leggiero,
insulso, e incredi- bile. Chi potrebbe invero contentarsi dell’ economia degli
storici latini intorno all’ origine di Roma ? Due sventurati figliuoli della
colpa di Rea Silvia , allattati da una Lupa, senza ajuti, senza mezzi umani,
odiati ed abborriti da’ paesi circonvicini, è credibile che aves- sero
improvvisata una Città, che in breve tempo di- venne il terrore d’ Italia , e
che di quella gente si fosse costituito Re il fondatore, il quale regnò trenta-
sette anni ? Quale analogia fra questo avvenimento narrato con tanta buona fede
e la cagione antec(^ente produttrice di tanto effetto ? Per manco di questo
fon- damento razionale la Storia classica ci pronta annali e non istorie,
rigorosamente parlando. La Storia mo- derna co' sussidi della fìlosolìa della
Storia vuoisi scri- vere con questo metodo al rigore possibile e non so-
lamente lo scrittore deve rannodare i fatti contenuti in un' epoca , ma è
mestieri che badi al nesso tra epoca ed epoca , vai quanto dire. che tutta
un’epoca sia r antecedente della seconda , e questa dalla ter- za, e via
discorrendo. Imperocché gli avvenimenti tutti contenuti complessivamente nella
seconda sono effetti prodotti dal complesso della prima. Quando nei fatti
avvenisse tale mutamento che più non avessero alcun legame di antecedenti e
conscguenti, allora una Storia è finita, e ne comincia un’altra. Così, quando
il Cristianesimo invase l’ impero , Roma pagana finì, e la Storia della
dominatrice del mondo finì, quando successe 1’ epoca del Pontificato. — Io
quindi truovo ragionevole 1’ economia di quegli storici, i quali fanno un
epilogo delle cose narrate in un’epoca per mo- strarne il nesso con l’ epoca
seguente, la quale narra fatti che dipendono da’ narrati nella prima. Di qui si
deduce in qual conto bisogna tenere r opinione del sig. D’ Alembert intorno al
così detto ordine cronologico rovesciato, col quale vorrebbe che lo storico
cominciasse dai fatti avvenuti ne’ tempi più vicini per terminare coi fatti
avvenuti ne’ tempi più rimoti. Ma a dir vero quest’opinione è molto antica,
perchè Q. Fusio Galeno presso Dione si ride di Cicero- ne, che, essendosi
proposto di scrivere la Storia delle cose romane , non cominciò dalla
fondazione di Ro- ma , come altri fecero, ma dal suo consolato, affin- chè,
retrocedendo, restasse a j^inoipio il suo consolato ed !) alla fine il regno di Romolo ». Un tal
rovésciameiilo di ordine non si addice alla storia, e le ragioni alle- gate dal
sig. D' Alembert sono tanto deboli , clic non meritano di essere confutate, e
basta per tutte la sola, cioè che niuna Storia è stata scritta con questo me-
todo, fuori di quella che Cicerone si propose di scri- vere e non scrisse. § 72
. Poche parole intorno oR’ ordine topografico o delle COSE nelle Descrizioni.
La Descrizione differisce dalla Narrazione per la diversità dell' obbjetto, che
si propone; perocché le qualità delle sostanze si descrivono, e gli effetti
pro- dotti dalle cause si narrano. E, siccome le sostanze hanno per contenente
lo spazioduogo , e le cause lo spazio-tempo , è agevole a comprendere che
l’ordine storico descrittivo differisce dall’ ordine storico narra- tivo, come
la sostanza dalla causa, il luogo dal tem- po. Ora il luogo differisce dal
tempo in quanto il se- condo presenta la successione del mobile pe’ vari punti
dello stesso contenente , come dell’ indice per le ore segnate nel quadrante,
successione reale ed obbjetti- va. Il luogo al contrario è un contenente di
cose sta- bili e permanenti , le quali si lasciano intuire placi- damente da
noi, che intendiamo ad osservarle. Ma per la limitazione del nostro senso e del
nostro intendere siamo costretti a dividere il contenènte locale ancora in
parti, e fissare la nostra attenzione ora sopra una, ora sopra 1 altra parte
del composto o del complesso presente. Or è naturale a comprendere che, dovendo
osservare le multiplici parti, in cui un obbjetto vasto è slato diviso,
dobbiamo comiuciare da una e proce- dere poi alla seconda , quindi alla terza ,
alla quar- ta , ec. In altri termini in questo processo àvvi un complesso di
relazioni di sito, -per le quali una parte si osserva prima, un’ altra dopo. Or
, dove hanno luo- go le relazioni di prima o di dopo, sorge l’idea della
successione , non dalla parte dell’ obbjetto nd caso nostro , ma dell’
osservatore , ossia una successione psicologica e non fisica , subbjettiva e
non obbjet- tiva. Resta adunque a vedere da qual parte debba cominciare la
successione psicologica per avere r ordine storico descrittivo. Sia per esempio
da de- scrivere un albero, da qual parte fa m^tieri comin- ciare la
descrizione, dai basso tronco , da’ rami , dalle foglie, 0 dalla cima?
perocché, sapendo l’ordine della descrizione di un obbjetto, possiamo dedurre
quale sia r ordine descrittivo in genere. E quest’ ordine deve risultare da
principi generalissimi ed assoluti per la Scienza , come quello che deve essere
inteso e ap- proprialo da tutti gli uomini, che vogliono addirsi alla storia ,
ondechè deve discendere dalla filosofia ddlo spirito umano, il quale essendo in
tutti gli uomini di una stessa natura, può dare delle norme sicure e uni-
versali a questo genere di scrittura. A riuscire in que- sta ricerca io
richiamo l’attenzione di ognuno al fatto deH'osservazione, quando vegliamo
renderci conto di un obbjetto vasto e smisurato— Dopo il primo intuito sin-
tetico e comprensivo di tutto l’ obbjetto, se è possibi- le , o di una gran
parte del medesimo , dirìgiamo lo sguardo alla parte più attraente. Trattandosi
di ani- mali, specialmente dell’uomo, siamo naturalmente por- tati ad osservare
in primo luogo la testa dalla parte anteriore che dicesi faccia , e prima dagli
occhi e dalla fronte , perchè da queste parti traspare l’interìore dell’ anima
che informa. Tutte le descrizioni dei migliori scrittori ne fanno chiarissima
pruova, e nelle descrizioni sommarie dalla faccia si passa al collo, al seno ,
alle numi, alla cintura, qualche volta al piede agile e snello. Le spcdle , i femori
, le ginocchia , le gambe per lo più passano inosservate, perchè coverte queste
parti dagli abiti dànno la preferenza nelle Iodi all’ eleganza del vestire. Gli
animali di ogni specie ri- chiamano r attenzione alle parti più interessanti
in' primo luogo : cosi nel cavallo la testa, la cervice, la criniera, le gambe,
la coda folta, si succedono in pre- ferenza. Negli alberi, le frutta, le
foglia, i rami, la ci- ma: nelle cose architettòniche, come in un frontispizio,
vuoisi in primo luogo attendere alle colonne, alle corni- ci, a’ davanzali,
alla forma, alla hgura, alle finestre cc. Ma la preferenza di aldine parti nel
primo luogo a me pare che in queste deriva dalla ragione di pros- simità allo
spettatore. Cominciatasi la descrizione da una parte vuoisi' badare che non si
passi per salto ad un’ altra ri- mota, perchè è contro l’ordine della naturale
e spon- tanea osservazione , la quale , fissatasi in una , vuol' tutta
esaurirla. Se per esempio avete cominciato dalla testa, non dovete saltare di
botto a’piedi , perchè na- turai cosa non è un tale passaggio. Al contrario na-
turalmente percorrete le parti contigue, passando da una alla più prossima, e
finita una parto maggiore, come la testa, con lo stesso ordine passerete al
collo', quindi al petto , alle braccia , alle mani ec. e in ciascuna di queste
maggiori parti fermandovi, percorrete lé mi- nime parti, in primo luogo le
prossime e in ultimo le rimote. Questo stesso ordine vuol’ essere rigorosamente
osservato nelle grandi opere di genere descrittivo , m come nell* anatomia ,
n^a mineralogia , e nell’ ar* ciieologia storica. Ma bisogna far differènza tra
la de- scrizione del tutto continuo e del tutto decreto — ^Un uomo , un cavallo
, un albero sono individui , e per- ciò tutti continui o concreti , pe’ quali
la descrizione vuol serbare 1’ ordine di sopra descritto. Il tutto discreto è
un numero , un collettivo , come una scuoia , un senato , un esercito , una
cit- tà , un piqiolo. In questo la descrizione vucd proce- dere ancora secondo
il naturale modo di concepirlo e cominciare dalla parte più attraente , come
sarebbe il Precettore nella scuola, il Comandante in capo di un esercito ec. e
poi precedere gradatamente alle parti prossime , percorrendo tutti gl’
individui conte- nuti nello stesso ^azie. Ma il genere per la sua estensione
comprende tutte le spezie , come la spezie tutti gl’ individui, sic-, chè in un
certo modo il genere e la spezie si posso- no considerare come una coUezione e
come un nu- mero divisibile in tante unità distinte, quante sono le specie e 0’
individui subbordinati — Vi sono alcune produzioni di specie storica, in cui
did genere si passa alle spezie. Cosi per esempio animale è un gemere y a cui
sono subbordinate le specie di ìnpedi, quadru- pedi , moUipedi , apodi , ma
queste spezie sono ge- neri rispetto a ciascuna specie di detti bipedi, qua-
drupedi ec. Nella descrizione di queste specie vuoisi, partire primamente dalla
distinzione de’ generi supe- riori , da questi si passa a' generi inferiori e
final- mente alle specie, subbordinate a ciascuno genere in- feriore. In simili
Storie non si può passare agl’ indi- vidui propriamente delti ; i quali
essendo^ infiniti, non vi sarebbero volumi capaci a contenerla da mi .verso e
da un altro riuscirebbe la fatica inutile, dovendo ripotere eoa ciascano
individuo le medesitne cose. Siccome la Storia narrativa non può prescindere
dalla nozione di tempo > che è lo spazio contenente le cause, così la Storia
descrittiva non può prescindere dalia nozione di luogo , il quale eontiene le
sostanze ossia le cose permanenti. La prima cosa adunque che vuoisi fesare
nella Descrizione è il contenente, ossia il luogo in cui è contenuto in
complesso. deUe parti che si vogliono descrivere. 11 che naturalmente fac-
ciamo, ogni qualvolta valiamo alcuno informare di oggetti permanenti. È però
che, empiricamente proce- dendo, voi potete distinguere la Narrazione e la De-
scrizione dalle nozioni, che predominano o di tempo o «li luogo. Allora che la
produzione incomincia dalla determinazione della Scena, è mtenzicme di
descrive- re: se accenna al tempo è intenzione di narrare. Voi chiamerete
produzione mista quella, in cui ora si narra or si descrive , e prenderà suo
nome dall’elemento che predomina. S 73. Intorno o{ StNcaomstio della Storia
universale , 0 come altri dicono Ordine SmcRomsTica. Chiamano Siìteronismo ed
ordine sincronistico quel sistema di Storia universale, che riferisce gli av-
venimenti di tutte le nazioni insieme secondo l’ordine de’ tempi. Tale sarebbe
in quella Storia, che, proponen- dosi un’ epoca di mlUe anni,, narra gli
avvenimenti di tutte le nazioni contemporanee, accaduti in questo tem- po ,
come dell’Arabia , dell’India , della Grecia, della Persia ec. Quest’ epoca
cotamto estesa e d^erminata sarebbe il massimo continente di tutte queste
nazioni, come operatrici di fatti multiplici c svariati. Ma da^ Digitized by
Google PABT& PRIMA 230 quale di queste incominciar dorrebbe la narrazione?
tutte esistettero dal medesimo tempo e ciascuna dalle altre indipendente,
sarebbe in arbitrio dello sto» rico di dar cominciamento al racconto da quella
che gli piacesse. Ma, dove una alle altre fosse preesistita e da questa
avessero avuto dipendenza o di origine o d’ incivilimento le altre , sarebbe
agevole a compreo» dere che la narrazione da quella incominciar dovreb> be.
E nel narrare gli avvenimenti di ciascuna serbe- rebbe l’ordine cronoli^co o
successivo determinato ad epoche , comunque minori o maggiori , secondo che
l’ordine delle cose richiederebbe, come abbiamo stabilito ne’ §§ precedenti.
Fuori di questo sétema la Storia universale non sarebbe una , perché, dovendo
narrare gli avvenimenti di ciascuna nazione separata- mente , ne risulterebbero
tante storie particolari, cia- scuna indipendente : in altri termini sarebbe
una col- lezione di storie diverse e non una Storia. Ma noi ab- biamo provato e
stabilito che può esservi una Storia universale, diversa dalle particolari ,
come il genere dalle spezie, per la minor concretezza degli avvenimenti nd
racconto , esponendo i fatti generali e poco cu- randosi degl’ individui : è
mestieri adunque riconoscere un metodo, che la renda attuabile. Questo metodo è
il sinenmùtico , il quale può portare l’ altro vantag- gio di riunire sotto no
solo punto di veduta tutte le cose identiche appartenenti a diverse- nazioni ed
an- che a diversi tempi. Sarebbe il caso che piò nazioni professassero la
medesima rdigione, o che la religione di una nazione fosse stata la stessa in
diversi tempi. L’ altro vantaggio positivissimo di questo metodo è il
parallelio che il lettore può fare delle diverse nazio- ni contanporanee
esposte a cosi dire in linea retta, e schierate sotto, im sol punto di veduta
per distinguerne OtgjtiTnrl hu ad. un colpo di occhio le identità e le
differenze. In questo processo domina la nozione di luogo per la permanenza
dell’ intuito sopra un numero infinito di avvenimenti , ondechè a distinguere .
le nazimii tra loro è mestieri ricorrere alle descrizioni topografiche e
geografiche per assegnare ì confini di ciascuna, co- me è dire Grecia, Persia,
Fenìcia ec. L’ ordine delle cose può essere mirabilmente osservato in questo
ge- nere di Storia, perocché lo spirito, avvicinando le più rimote nazioni ,
può intuirne i fatti classificati sotto certi capi principali, come di Stato,
Religione, Scien- ze, Arti, Mestieri , suddividendoli in altri capi meno
generali. Si potrebbe opporre contro questo metodo l’in- terruzione del
racconto rispetto agli avvenimenti di ciascuna nazimie, perchè, dovendo narrare
i fatti del- r una dopo quelli di un’ altra nello stesso tempo av- venuti, è
facile a comprendere che ciò non si possa senza interrinnpere la narrazione de’
fatti della prima, per riprenderlo dopo che la Storia di altre tre o quat- tro
o cinque nazioni sarà finita. 11 che è di gran- de imbarazzo agli spiriti
deboli, i quali non hanno virtù sintetica e comprensiva di una distesa
vastissima dì tempi e di territorio. Questo è vero in parte, ma non toglie
alcun che alla necessità ed all’ importanza di questo metodo che s' identifica
con la stessa storia universale. G in questo senso chi impugna il metodo, deve
impugnare la Storia stessa e dire che questa è inutile appunto, perchè gli
spiriti deboli sono incapaci di tutta comprenderla. La qual obbjezione cresce a
dismisura in riguardo all’ EInciclopedia. Ma simili la- vori mirano a scopo più
alto , essi sono diretti agli spiriti culti ed esercitati , a coloro che
saranno ver- sati nelle Scienze e nella speculazione, che hanno la pazienza di
leggere in continuazione c di non inlér» rompere la lettura di un libro, se non
quando sarà tutto finito. Dopo questo le grandi distanze saranno diminuite , i
termini estremi avvicinati , e tutte le nazioni si schierano al cospetto del
nostro spirito, co- me un esercito pronto a battaglia. Le scene diverse si
rannodano ad un solo teatro , nel quale si compie il gran dramma della umana
civiltà. Gli attori sono attediati in modo diverso, come i persons^i sul tea-
tro vestono a diverso costume, ma tutti cospirano al compimento di una grande
azione, ancorché ninno sap- pia H fine di <^nnno. A questa sola condizione
possiamo conoscere noi stessi, quali fummo, in tutta la specie, da Adamo fino
al presente, e quali potremo essere col decorrere di tutti i secoli , poiché il
futuro non é che il passate sotto diversi rapporti. Un uomo senza Storia é un
bambolo, senza Storia universale é tin buon idiota, il quale crede che al di là
del suo paese non vi sla altro mondo. Per la Storia universale, che presenta F
uomo in tutti gli stati, in tutte le posizioni, sotto tutte le in- fluenze, boi
possiamo sapere tutte le possibilità degli avvenimenti futuri. Dessa ci
presenta come in un quadro sinottico le infinite nostre esplicazioni possi-
bili sotto U rapporto della Politica , della Religione « della Scienza , delle
Arti , e de’ Mestieri. Un quadro comparativo della specie umana senza questa
storia é impossibile, perché ì’uomo é mobile e non é lo stesso nel medesimo
giorno. Agitato continuamente da due tendenze irresistibili al Vero e al Bene ,
ma limitato ne’ suoi mezzi di conoscere e nella pratica de’ doveri, cade ad
ogni piò sospinto e risorge , ed a forza di replicate cadute e di urti continui
arriva di quando in quando a conseguire in parte questi due fini , e ali lora
e’ mena tanto rumore di una originale scoper- ta. Per la Storia universale T
uomo risale alla sua origine di un Dio creatore, poiché, dai suo moto in-
cessante e progressivo apprende il principio della sua esistenza da un essere
diverso da lui, a coi si appunta il primo anello della infinita catena de’
condizionali : per essa 1’ avvicendarsi delle false religioni e quindi la
necessità di riconoscerne una sola vera , la quale rivelata da Dio al primo
uomo tra il popolo eletto pei vecchio testamento, tra i popoli redenti pel
Vangelo, si è mantenuta sempre la stessa, pura, costante, uni- forme , in tutti
i luoghi, in tutti i tempi, in tutte le nazioni, senza mai alterarsi in sé
stessa, quantunque gli umnini avessero tentato di distruggerla. Anzi negli sfor-
zi incessanti delle persecuzioni, nell’urto violento delle passioni , riuscì
sempre trionfante e dall’ attrito delle opinioni ne rifulse più splendida e
pura la idea. Se que- sti sono i vantaggi deUa Storia universale, che risulta
dal metodo sincronistico , le obhjezioni che si fanno a questo mirano a quella
direttamente, mirano a’van- taggi che ne derivano. Or chi può rinunciare a que-
sti vantaggi per proscrivere questo metodo e questa Storia, se non gli spiriti
leggieri, deboli, carnali , che vivono in falsa pace la vita di settanta anni ,
cui oltre del sepolcro non rimane una speranza ? Poi- ché chi sarebbe Io stollo
che conoscendo l’ uma- na dignità , la futura destinazione dell’ uomo , la sua
dipendenza da Dio creatore , non volesse co- noscere sé stesso comparato a
tutti gli uomini suoi fratelli e benefattori , i quali abitarono prima di lui
questa terra, cooperarono al bene comune della socie- tà , ed ora ci aspettano
nell’ altro mondo nella patria celeste a partecipare della loro beatitudine ? .
^ > jlvvertenza per la pratica diretta a conseguirà V ordine e la partizione
della materia storica. Quando avrete per molti aoni , con accurate ia- dagini e
pazienti ricerche , raccolta da’ libri , da’ do- cumenti , da’ monumenti, la
materia tutta quanta della storia che avete in animo di scrivere , voi non
sarete sollecito a prendere la penna senza che prima abbiate lungamente
meditalo sulla partizione e l’ordine delle parti della medesima. Ma quando
potrete essere certo che tutta la materia è raccolta? Quando ne saprete ren-
der conto a voi stesso , ed avrete renduta cosa vostra quella storia che
intendete agli altri partecipare , in guisa che, parlandone a voi stesso o agli
altri, avrete pronta la favella e spedita l’ immaginazione a ripro- durvcne le
date , l’ epoche, gli uomini, e le cose, non in una parte, ma in tutta la
distesa del gran contenente storico che avete segnato. Dopo questo ricorrete
cdi vostro pensiero alla divisione del gran contenente ; e se- gnate le epoche,
che contengono ciascuna una gran parte, divisibile in tante altre parti minori
e minime. Ma bada- le al nesso di un’epoca ad un’altra o maggiore o minima,
riflettete che l’epoca è un tempo determinato da una causa, che realmente ha
un’efficienza produttrice di nn numero di avvenimenti. In questo vi deve essere
guida e fanale la Scienza delle cose , che impren- dete a narrare , o
descrivere , <^gidi nominata Fi- losofìa della Storia. 1 vostri re^ionamenti
e le vostre discussioni debbono precedere alla scrittura , saranno esercizi della
vostra intelligenza in un periodo di ap- parecchio all’esistenza della storia,
e voi vi guarderete di credere che sia pregevole il vostro lavoro per un lusso
di quistioni, poiché qui dovete narrare e non di-r scutere. È obbligo dello
Storico di narrare o descri- vere in upa produzione essenzialmente narraiiva q
descrittiva , e deve esporre cose vere appurale con la propria investigazione,
c non mica impegnare i suoi lettori nelle stesse astruserie, in cui si è
trovalo egli, che assunse la missione di spianare la via a coloro, che non
hanno tempo ed attitudine di fare lo stesso viag> gio. Lo Storico non è
Scienziato nella sua produzione, é bensì uno storico, ossia ha per architetta
l' Immagi-p nazione e dirige il suo lavoro all’ immaginazione de'suoi Lettori.
Quando avrete appurale le vere cause efficienti di tutti gli avvenimenti, che
formano parte della vo- stra storia, procedete sicuro alla partizione, la quale
è necessaria e indispensabile al vostro spirito e de’vor stri lettori ,
perocché limitato come siete nella vostra intelligenza non potete intuire nella
loro concretezza r immenso numero de’ falli ad un tempo, ondeché do< ▼ete
per necessità limitarvi ad una serie determinata e da questa passare
successivamente a tutte le altre. 11 Lettore poi dovendo percepire tutta la
storia per lo mezzo della parola , la quale é successiva , ossia per analisi,
non può entrare di un tratto nella vostra sin- tesi , é per questo che voi
dovete cominciare da una parte minima e proseguire così fino a che tutto avete
esaurito , e che ritenuto per la memoria successiva- mente si traduce nella sua
integrità nello spirito del medesimo. 11 buon ordine della materia porta luce
al con^ ponimento , in guisacchè a misura che si va oltre cre- sce il chiarore
per la concretezza e determinazione dell’astratto enunciato in principio. Ma
nella storia l’or- dine è tutto, perchè è. mezzo di associazione delle no- Sire
ideo nella facohà riproduttrice. Legare iosiemè tutte le parti in modo che
l’una richiami l’altra co- me in una catena di anelli infiniti , T uno all’
altro congiunto, è tutto l'artificio deUo storico. Né in que- sto deve
allontanarsi dalla realtà e vagare per suppo- sizioni , poiché la storia si
propone un bello naturale o reale, é un ritratto e non una finzione, é una pro-
duzione prosaica e non poetica — Fingere per connet- tere è un pessimo rimedio,
che lungi di raccomandare l’industria dello scrittore, lo degrada col titolo di
so^ gnalore. La connessione tanto tra le idee componenti una serie , quanto tra
serie e serie , tanto tra i fatti di nn’ epoca quanto tra epoca ed epoca , deve
essere naturale ed obbjettiva , perocché <^ni avvenimento in natura avviene
sempre con la legge di causalità , la quale presenta gli effetti connessi alle
loro cause. Quan- do dunque lo storico avrà bene studiato i fatti, quali
furono, non potrà non vederli con questo nesso, e, con esso esponendoli, il suo
lavoro riesce perfetto , ossia capace dì essere ritenuto e riprodotto dall’
immagina- zione degli uomini, per cui é scritta. Quando queste condizioni
saranno precedute, na- sce spontanea la partizione della storia in Libri, o
Par- tì , o Deche , come meglio piaceragli nominare le sue parti. Ed ogni libro
si può suddividere in Capi , ed ogni Capo in Articoli, e questi in Paragrafi, o
nume- ri ecc. Questa suddivisione rappresenta la partizione in- teriore del
gran continente in Epoche , le quali , co- me abbiamo veduto ne’§§ antecedenti,
sono maggiori o minori o minime secondo la maggiore o minore du- rata ddl’
efficienza delle cause subbordinate alla pri- ma , che denomina 1’ epoca
martore. Quando tutta la narrazione é finita, gli storici ac- curati presentano
l' epilogo , ossia un sunto brevissimo di quanto si contiene in molti volumi.
Ma, se saranno preceduti i preliminari fatti col disegno esposto od § 65 r
epilogo sarebbe inutile ripetizione, perchè si suppone già che il Lettore possa
farlo da sè dopo che, guidato col fanale del primo disegno, ha percorsa in
continua- zione tutta la storia. Non si deve poi imputare allo scrittore quell’
oscurità subbjettiva di certi lettori, che leggono a sorsellini e con l’
intervallo di mdti giorni, riprendendo la lettura, dopo che si saranno in gran
parte dimenticali delle poche cose lette — Una storia vuol essere letta in
continuazione, alfinchè le idee si associino Ira loro per quei nessi, che lo
scrittore vi pose e che per l’ interruzione delle letture passano inosservati.
Lo stesso effetto produce la lettura troppe rapida, cioè senza quella
necessaria meditazione, che, paragonando gli antecedenti a’ conseguenti, lega
tutte le parti tra loro — Se per avventura costoro volessero imputare allo
scrittore il poco profitto, che ricavano dalla storia , la Scienza giustifica
lo storico che avrà adempiuto il suo dovere. Intorno all'Espressione della
Storia. § 75 . Breve Introduzione al Capo presente — e partizione del medesimo.
■ Non a torto lamentavasi un nostro dottissimo let- terato che i Maestri dell’
arte storica, per non avere approfondita la teoria della storia, ad accrescere
i loro volumi intorno a questi trattati, riempivano le loro pa- 'gine di
osservazioni e quistioni filologiche. 11 quale 'abuso si è protratto fino a’
giorni nostri e per opera de’ puristi italiani specialmente , che innamorati
della squisitezza delle parole e de’ costrutti, esaminando le produzioni di
genere storico, di altro non si occupa- vano che di purità , di proprietà , di
chiarezza , di precisione, di stile, di carattere, di periodo ecc. Ed a ciò
furono tratti dalla troppa attillatura nello scri- vere degli storici classici
, perchè, come altrove ho di volo accennato, gli antichi poco solleciti delle
ricerche intorno alla architettura della storia , alla verità de’ pensieri
secondari, ed all’ integrità del componimento, ogni opera e sollecitudine
ponevano nella maniera più scelta di esprimere i loro pensieri. Oggidì dovendo
ri- staurare la parte sostanziale di ogni produzione , che è il pensiero,
comunemente si osserva molta negligenza nella parola, lo 1’ ho detto altrove, e
lo ripeto ancora qui, essere perfetto un lavoro letterario, che riunisce i due
pregi del buono concepimento e della corrispon- dente manifestazione , ma ,
dovè all’ umana infermità non venisse l’uno e l’altra conceduta, io preferisco
il pensiero alla parola , il concepimento alla manifesta- zione , affinchè,
educati ed abituati gli spiriti a pen- sare di buon ora, venga presto il
periodo, in cui si pos- sa aver 1’ agio di badare anche alla forma esteriore
del componimento. A dir vero questo abuso derivò , come ho dimostrato nel corso
filologico , dal non es- sersi distinte le due provincie della Filologia e
della Rettorica , onde avvenne che in questa si trattò di quistioni
appartenenti a quella. Noi non abbiamo più questo bisogno, di trattare cioè di
purità e di proprietà., di chiarezza e di precisione, di traslati e di orna- mento
, perchè nel terzo Voi. del Nuovo Corso di sif- fatte cose abbiamo diffusamente
e razionalmente trat- tato , nel modo più generale e comune ad ogni spe- cie di
componimento Letterario. Le quistioni adunque, che possono in questa parte
elevarsi intorno all’espres- sione della storia sarebbero di pura applicazione
di quei principi stabiliti per alcune particolarità storiche. E, siccome la
storia, specialmente rumvers«lc,deve espor- re i costumi , le religioni , le
arti , i mestieri ecc. di tutte le nazioni , cose tutte non nominate ancora con
parole proprie di ogni lingua , sotto il rispetto della purità potrebbe sorgere
la quistione fino a qual punto è permesso allo storico introdurre nella sua
scrittura parole straniere? In secondo luogo, essendo la storia una produzione
che si propone il bello reale o natu- rale, si può qùistionare intorno alla
qualità de tradati storici. In ultimo ed è la parte più importante di que- sto
Capo si può ricercare la natura del periodo Sto- rico. Divideremo adunque il
presente Capo in tre Ar- ticoli , ognuno de’ quali prenderà il suo titolo dalle
proposte quistioni. Intorno alla purità’ delle parole nella Storia. § 76. Lot
Storia essendo la Coscienza dell' umano sa- pere può legf/itimamente fare uso
de’vocaboli tec- nici di ogni Scienza, Arte e Mestiere. Coloro, che pretendono
la purità della lingua nel senso de’ nostri pedanti, che per parole pure
tengono le sole registrate nel Dizionario della Crusca del cin- quecento ,
ossia le sole che furono adoperate da’ no- stri scrittori ne’ secoli aurei del
300 c del 500, non guardarono, credo io, alla Storia, la quale, versandosi in
materia, sconosciuta agli antichi, o di guerre, o di costumi , 0 di religioni ,
o di politica , di popoli di- versi e lontani da noi per vita e pensiero , non
po- trebbesi in alcuna guisa attuare per difetto assoluto di parole, segni di
idee nuove e novissime , la prima volta dalla Storia rivelate. Quali parole
potrebbe offrire il trecento eT cin- quecento per esprimere le idee religiose,
scientifiche artistiche, c politiche , degl’ Indiani , de’ Turchi , de- gli
Australesi ecc. ? Oppure le idee delle nuove Scien- ze , delle Arti nuove, de’
nuovi Mestieri? Come po- tremmo esprimere col solo trecento nella storia il
can- nono , r artiglieria , i razsi incendiari , le bombe , la pistola , la
carabina ec. ? Or se la Storia univer- sale raccoglie la civiltà di tutte le
nazioni , è mestieri che ne ritenga le iilentiche parole. Vuoisi non pertan- to
mettere attenzione a due importantissime conside- INTORNO ALLA SCIENZA DELLA
STORIA REALE 241 razioni, la prima che le barhare parole abbiano nella jiroprfa
linf^ua un’analoga fisonomia, accomodandole alla forma della propria, e
mettendo in parentesi la for- ma primitiva della lingua , cui appartiene , ma
non però che resti storpiata a segno di non essere più per istranicra
riconosciuta. Così ha praticato in alcuno sto- rie il Bartoli , da tutti
riconosciuto per accurato e classico scrittore. Or ciò che è stato permesso una
volta per giustissime ragioni, sarà permesso mai sem- pre. La seconda
considerazione riguarda le idee nuo- ve scientifiche, le quali si vorrebbero
nominare piut- tosto con greche parole, accomodale nella forma alla lingua
dello scrittore. Ad ogni modo, se in ciò vi è di- fetto, non è da imputarsi
alla storia, la quale racco- glie ciò che truova, ed è nell’ obbligo di
nominare lo cose con le stesse parole, che incontra usato dalle Scien- ze,
dalle Arti, e da’ Mestieri. Ogni novità, che volesse introdurre da questo
verso, la renderebbe inintelligi- bile, per cui non sarebbe più la statistica
dell’umana civiltà quale dev’ essere. Intorno a’ traslati storici. Vi sono
alcuni uomini, che hanno una sciisività più squisita in paragone degli altri
uomini ordinari , e però un forte immaginare, onde riproducono le idee come le
hanno ricevute, a così dire, fortemente sen- tite. Costoro, quando vogliono
fare intendere per una combinazione di parole alcune idee innominate, natu-
ralmente ricorrono a metafore esagerate, per le quali fanno agli altri
concepire le idée delle cose diversa- mente da quelle che sono. Allora invece
di una sto- ria, che è narrazione o descrizione di avvenimenti o* di fatti
reali, si riesce in una novella o in una favola,' ossia in un esposizione di
cose possibili e non mai realmente esistite. A dir vero una Storia pura umana,
che ci presenti i fatti, quali furono , rigorosamente , è quasi impossibile
all’ uomo molti secoli posteriore al- l’epoca in cui avvennero, in ciò che non
riguarda la sostanza do’ fatti, perocché educato alla nuova civiltà rossomiglia
le antiche cose alle nuove , e le riveste mai sempre di un colore alla moda.
Noi ci formiamo le idee degli obbjetti, che non sono più, per un modo in-
diretto, ossia sull’ analogia delle idee, che abbiamo dal senso. Or queste
idee-sensazioni dilTeriscono dalle idee-sensazioni de’ primi testimoni', come
gli og- getti presenti dagli oggetti antichi di siffatte idee. Per alcuni
obbjetti permanenti c universali la diversità può derivare dal solo lato delle
diverse attitudini dei subbjetti , ma per i costumi , le forme politiche , le
arti, i mestieri cc. per loro natura variabili, la cosa procede altramente,
ossia che le idee variano ancora dal lato degli obbjetti e de’ subbjetti. Di
qui si com- prende quanta cura e sollecitudine debba porre lo sto- rico nel
coniare i traslati, i quali sono mezzi di biso- gno dal lato della lingua o de’
parlanti (Voi. 111. Nuo- vo Corso) per far intendere in una combinazione di
parole alcune idee innominate. Coloro adunque, che ammirano nello storico una
forte immaginativa , e si dilettano di alcune vive dipinture anche a
pregiudizio della storica verità, non si sono formati una vera idea della
storia, la quale, come spesso ho ripetuto, è un ritratto e non una finzione,
che tanto è più perfetto quanto è più simile all’ originale. In questo i
traslati storici (lifTeriscono da' poetici , no’ quali tanto più si ammira la
fantasia del poeta, quanto più novità possw bili ha virtù di creare, purché non
discordino dal Coib- retto, che è personale e risponsabilc dell' unione in-
dividua del multiplo all' uno. Intorno alla forma del periodo storico — ed alla
TJLi.vsizio.vi da periodo a periodo. Nel terzo Volume del Nuovo Corso e
propria- mente nel Trattato del Primo Comporre ho brevemente accennato alla
distinzione del Periodo in istorico, scienti- fico ed oratorio , ma qui giova
derivare la medesima distinzione dalla natura istessa del componimento in
quanto al periodo storico. Ora la Storia è una pro- duzione, la cui materia
sono le idee immagini confi- date alla facoltà, che è detta immaginazione.
Adunque quel periodo è proprio della storia, che é più confor- me all’ ordine
de’ pensieri storici. E , siccome abbia- mo stabilito finora che l’
immaginazione ritiene e ri- produce le idee-immagini con lo stesso ordine, con
cui si sono percepite le idee-sensazioni, e l’ordine delle idee-sensazioni è
conforme all’ ordino naturale delle cose , è agevole a comprendere che il
periodo storico è propriamente quello, in cui più si serba l’or- dine naturale
delle nostre idee , e dove per conse- guenza hanno meno luogo le trasposizioni.
Ora il pe- riodo, in cui si serba 1’ ordine naturale delle idee, è periodo
sciolto ( Voi. III. del Nuov. Cors. Tralt. del Primo Comporre ) , differente
dal periodo legalo pro- prio della Scienza, la quale, procedendo per raziocini,
Tuole intrecciare le premesse e l' illaiione. Nello stile storico adunque
faremo poco uso delle copvLATiri: perciocché , benché, sebbene, quantunque,
poiché ec. ma procederemo con dire naturale, passando da idee a idee, da serie
a serie, come "si riproducono , senza nodi artificiali. E ciò in quanto al
periodo isolato. Ma il periodo è un elemento di qualsivoglia di- scorso , ossia
di produzione letteraria di qualsivoglia specie. E, siccome le idee elementi di
periodo, così i periodi elementi di discorso, si possono considerare egual-
mente sotto il rispetto de’ nessi. Ma ogni periodo rap- presenta una piccola
serie di serie, come la serie è un complesso di più idee : a passare adunque da
periodo a periodo vuoisi serbare lo stesso ordine, che si serba nella
riproduzione di una serie in occasione di un' al- tra, ossia queir ordine che
risulta dalla similitudine o dall’ identità, che è principio di riproduzione §
57. Di qui deriva che 1’ espressioni onde, pertanto, quindi, adunque, il perchè
ec. non sono proprie dello storU co, il quale espone idee e non giudizi, narra
o descri- ve c non deduce. E, se voi trovate l’uso in contrario, riflettete che
la storia assume allora il tuono della di- scussione , o della dimostrazione, e
non del semplice procedere narrativo a descrittivo. § Poche mie osservazioni
intorno a certe opinioni degli antichi in fatto di stile storico. Qual idea gli
antichi si avessero della storia , si può rilevare dalle loro opinioni intorno
alla locuzio- ne storica. E primamente il principe de’ latini oratori ( nel suo
Onaore ) opina che nella maniera del dire il sofista e lo sioiico di pari passo
cainininano ; huic generi ^sophistù-o) hisluria finitima est. Ora la ma- niera
sofistica è identica alla maniera poetica , per- chè Aristotile -ci alTerma che
Gorgia rinomato sofista fti in prosa artefice ingegnoso del dire poetico, e Fi-
lostrato c Dionigj d’ Alicarnasso lo posero per primo autore di quella guisa di
favellare : di tuli' i sofisti leggiamo in Socrate » sermonis genus habent
magis pocticiiìn , et inaiorem rerum varietalem continente Era dunXfue opinione
presso gli antichi che la storica locuzione accostar si dovesse alla poetica, e
che per- ciò lo storico coniar potesse traslati a guisa di poeta, e dare all'
orazione il riuinero poco dilYerente dal mer Irò. E per quest' opinione
generalmente invalsa a giu- dizio di Dionigi d' Alicarnasso Tucidide si permise
fi- gure rozze e lontane dalla naturalezza , quae vix in ipsa arte poetica
ullum reperiunt locum : Candido e Dainascio a giudizio di Fozio abusano di
frasi poe- tiche ; Ammiano Marcellino nelle storie, che ci sopra- vanzano, è
insopportabile all' orecchio di un giudizioso Lettore : Sidonio , Eniiodio c
Tertulliano si lasciano trasportare dalla dolcezza del dir poetico, ed Apulejo
fa parlare si poeticamente il suo asino che ti sembra nudrito dalla biada del
cavallo pegastx). 11 P. Famiano Strada raccolse le guise di poetico favellare
negli an- nali di Cornelio Tacito. Infatti, a produrne un esem- pio , parlando
egli nei Lib. 15 di Sceva complice di Pisone nella congiura contro Nerone, che
vanamente preparava il pugnale , rubato prima dal tempio della Salute in
Toscana o da quello della Fortuna Fereiita- na, dice ; promptum vagina
pugionem, de quo snpra rctuli , vetustate óbtusum increpans, aspcrqìi saxo et
mucronem ardescere iussit, modo di dire al certo più ardito del poetico di
Stazio, il quale, descrivendo gli apparati per V imminente guerra Tebana , dice
: Horrentesque situ gladio^ in saeva recurvant Vvìr nera et attrito cogunt
iuvenescere saxo. E, sebbene Tacito era; vago più di arditezza che di metro ,
par- lando di una selva, proruppe in un esanaelro: Religio- ne Patrum et prisca
formidine sacrarti. Livio si la- ciò uscir versi in mezzo alla prosa, e, come
osserva Quintiliano, il principio di tutto il libro è preso dal ^erso esametro
Facturus ne operae pretium ec. e altrove Inde equilum certamen erat. Haec Ubi dieta dedit stringit
gladium, cuneoque Additur et Perusina cohors. Cura Poenis beUum prò nobis susdpiatis legati ab
Cartagine paueis ante diebus. Sallustio dà principio alla sua Giugurtina con un
verso intero, come avverte Diomede : Bellum scripturus swm quod popxdus roma-
nus, e altrove Jamque dies consnmptus erat. ec.ee. Alcuni vorrebbero scusare
questi difetti con la necessaria negligenza degli scrittori, che in un lavoro
di lunga lena sono involontariamente presi da sonno, ma io ho delle ragioni in
contrario per attenermi al- r opinione che, se non a bella posta ricercati, a
bella posta non furono corretti , quando lodata da' maestri tornava "
nella storia la poetica locuzione. Da questo pregiudizio allettati gli
scrittori, non è meraviglia, se poco solleciti di ricercare la verità e di
elaborare la forma della storia, andavano a caccia di frasi tornite, di
favellari poetici, c di lambiccate armonie. liVrOIlNO ALLA SCIENZA DELLA STORIA IDEALE 0
POETICA. Nesso ddla prima e seconda Parte — Partizione generale del presente
Trattato. Nella storia reale abbiamo osservato l’uomo qnal è , non quale
potrebbe e dovrebbe essere : I’ uomo co’ suoi difetti , co’ suoi delitti, co’
suoi traviamenti , con le sue caduto, co’ suoi errori , con le sue mali- zie :
quivi s’ebbe un ritratto della specia umana, per lo quale Io storico stretto
dal rigore della verità è stato meno libero nella scelta : ci ha rattristato
con la viva dipintura del vizio in trionfo , de’ pugnalatori di Ce- sare, del
parricidio di Scrvia, con l’assassinio di AIcssandro , con le scellcrag^ni di
Tiberio, cogl’ intrighi di Sciano , colla malvagità di Appio , colla superbia
di Tarquinio , coll* infamia di Messalina ec; qualche volta ci ha esilarato lo
spirito, descrivendoci la giu- stizia di Aristide , la lealtà di Fabrizio, il
coraggio di Clelia, il disinteresse c 1’ amor di patria di Camillo , la
fermezza di Regolo , la virtù di Colone , ma que- sti ritratti di virtù non
furono mai compiuti e perfetti, in guisachè qualche macchia non adombrasse il
volto scrono del giusto ateniese, la pudicizia di Lucrezia , la inano regicida
di Scevola cc. perchè 1’ uomo, qual è, è difettoso per la caduta del primo
uomo, da cui de- riva r umana specie tutta quanta. 1^ Storia reale adun- que
degli avvenimenti umani t insufficiente a presen- tare i tipi perfetti di
virtù, ne’ quali si contenga il vero e il buono assolutamente. Ho detto la
storia' reale degli avvenimenti umani, per fare una eccezione della storia
reale degli avvenimenti operati col concorso della gra- zia divina da’ santi,
nella quale si truovano i tipi perfet- tissimi non mai raggiunti daH’arte
eterodossa. A questo bisogno altamente sentito venne in soccorso la Poesia, la
quale, sprigionando lo spirito da’vincoli della realtà, ader- ge altissimo il
volo pel campo delle idee, dove conforma elaborati su’ tipi ideali uomini
possibili, dove supplisce quello che manca e presenta ruomo quale dev’essere.
La Poesia, narrandoci e descrivendoci fatti possibili, desta nel nostro cuore i
nobili sentimenti deirimitazione, su- scita r ammirazione per quegli esseri
ideffli possibili , de’quali c’innammora, e ci fa piangere alle loro sven- ture
, e ci allieta ne’loro trionfi , e ci trasforma senza avvedercene in quelli.
Ecco lo scopo della Poesia , nella quale l’arte eminentemente rifulge in tutta
la sua pompa, perchè si fa maestra di civiltà, direttrice dell’ eroiche imprese
, istigafricc delle grandi azioni , conduttì'icc dciruiqanità alla futura
beatitudine. Se il poeta aberra dal suo sacerdozio , non è scusat» dalla
ragione de’ tempi ., abusa del dono di Dio cd ò de- gno d’infamia. Sarebbe il
caso, in cui menasse il vi- zio in trionfo , ribellasse gli spirili colla
seduzione dell’ armonia dal collo di Dio, corrompesse i cuori de- pravati
coll’esaltazione de’malvaggi, che adula per la spe- ranza di esserne
compensalo. La Poesia non è per di- letto ne per passatempo : essa è arte e la
più nobile fra tutte , perchè più libera, più estesa, immensa nei suo dominio,
abbonda di tipi a prescegliere per Io perfezionamento progressivo dell’
umanità. Chiamerete ùnpostprc (fuel sedicente poeta , che fabbrica versi per
vanità di esser salutato poeta : chiamerete fanciulli ({uegli altri che
scrivono senza scopo morale, senza fi- ne di giovare, sol porche §i sentono
agitati internamen- to a manifestare un’ idea , che attrae e che fa vio- lenza
di essere' espressa. Una storia ideale o poelica_ in -questo senso non solo è
possibile, ma è un fatto, se è vero che esi- ste , come letteraria produzione ,
1’ Epopea e il Ro- manzo ; perocché è storia , dovunque si narra c si descrive
, e narrando e descrivendo si esplicano la Epopea e il Romanzo, la Novella, la
Favola, gli Apo- loghi , le Allegorie , le Odi, gl’ Idilli ec. oc. Se vi è
dunque una seleni per la Storia reale , ve ne può essere un’ altra per Lt
Storia ideale, perchè, esistendo le produzioni ideali storiche, si può elevare
una disci- plina della disamina sopra le stesse (§3). Anzi per questa fin da’
tempi di Aristotile nella eos’i detta Arte poetica sul modello di Omero se ne
prescrissero le re- gole 0 i precetti, i quali differiscono dalla Scienza, co-
me la fede dall’evidenza, la certezza dalla deduzione. Le cose quindi esposte
nella Prima Parte di questa Scienza ^no fondamentali all’una ed all’altra Sto-
ria, cioè alla Stòria reale ed airideale o poetica, per- chè, essendo stòrie,
debbono essenzialmente essere nar- rative e descrittive, e come tali debbono
avere di comune la stessa facoltà , cioè l’ immaginazione , per architetta del
componimento. Le loro differenze saranno specifiche dal lato delle
particolarità , onde I’ una non è l’altra , la storia prosaica non è la storia
poetica. Ciò che è' comune a qualsivoglia componimento è la forma, ossia l’unione
individua del multiplo all’ uno, de’pensicri secondari al Concetto : ciò che
differenzia ogni spezie di componimento deriva dalla materia, che sono i
pensieri. Ma la Storia, se è specie rispetto al genere Comjmnimento , è genere
rispetto alle due spe- zie di storia reale e storia ideale. Non potendo per lo
principio generale essere differenti dal lato della forma, debbono
differenziarsi necessariamente dal lato de’ pensieri, i quali, dolendo essere
identici come idee^ perchè obbjetti di una stessa facoltà che è l’ immagi-
nazione, saranno diversi in quanto alla provvenienza od origine. La facoltà, da
cui derivano, è produttrice , come abbiamo vediitò che sìa la sensività nella
storia reale ( § 25 ). Nella storia ideale è la Fantasia, che nel 1.® Voi. di
questo Corso Compiuto di Estetica ad- domandammo facoltà creatrice, e per
eccellenza facoltà produttrice. Ha di comune colla sensività, come ve- dremo,
che produce idee e non giudizi o sentimenti, capaci di essere depositate e
riprodotte dalla immagi- nazione. Esaminando adunque la fantasia , dovremo
considerarla sotto il rispetto de’ suoi prodotti , ccune abbiamo fatto parlando
della sensività. Sotto il ri- spetto dell’ Integrità de’ pensieri secondari
tuli’ i com- ponimenti poetici di genere storico sono lunghi o bre- vi, epici 0
Ima, anzi nelle scuole questa distinzione fu fatta unicamente sotto il solo
riflesso della poesia. La seconda Parte di questa' Scienza non può trasandare
le concernenti quistioni in ciò che é proprio alle pro- duzioni poetiche. E,
siccome grandi quistioni , finora indecise, o almeno per tali tenute dalla
moltitudine, si sono agitate intorno all’ unità di azione nell’Epopea e nel
Romanzo, come pure intorno al nodo ed alla sua soluzione, al meraviglioso ec.
noi dovremo di queste cose trattare diffusamente e razionalmente solto il ri-
spetto dcH’unione' individua e dell’ordine ec.ec. Sotto il rispetto deir
Idea-Concetto il componimento può es- sere Bello e Siihlimc; di qui la
distinzione formale e sostanziale dclPEpopea e del Romanzo nel genere epi- co ,
dell’ anacreontica e pindarica forma nel genere lirico. La distinzione poi tra
Epopea e Romanzo verrà piò determinata sotto il rispetto dell’ Espressione , la
quale è col metro in quella, senza metro in questa ordinariamente. Dico
ordinariamente, pcrcliè qualche voltasi è avverato il contrario. Di tutte queste
cose do- vremo trattare partitamente secondo che le quistioni si rannodano
a’capi principali, in cui questa seconda Par- te sarà divisa. E, siccome due
sistemi Letterari o^di bisogna riconoscere, cioè il Classicismo ed il
Romanticismo, e quindi la Epopea Classica eia Romantica, varie quistioni
importantissime a quelle prime subordinate dovremo proporre, come sarebbero a
modo di esempio: se oggi un’Epopea sia possibile , e quale la causa, onde si
crede che non sia possibile cc. ec. INTORNO AL CONCETTO DELLA STORIA IDEALE O
WJETICA Il concetto della storia poetica
è ideale, come IDEA GENERE O SPECIE. 11 lèoreina proposlo vuol essere
consiiUiralo da due lati egualmente impurlaiiti, |>erchè due cose dislinle
si propone 1." die il concetto della storia poetica sia ideale 2."
che sia idea genere o spezie, lo mi faccio- a provare le due cose proposte
disti ntanxmte. E i» quanto alla prima non può cadervi dubbio, se per poco
vorrem richiamare in questo luogo la nozione del con- cetto ideale esposta nel
l.“ Volume di questo Corso compiuto di Estetica § 18. p. 155. Ivi dicemmo che
il concetto e ideale ogni volta, che non sarà il pro- dotto della semplice
astrazione, ma un effetto della comparazione , per la quale dal particolare lo
spirito passa al generale. Ora la storia poetica, come la Epo- pea , la Novella
, e qualunque componimento poetico di genere narrativo e descrittivo, non si
propone mai r individuo rpalmente esistito o esistente in na- tura, ma un
individuo possibile, ossia un individuo che può esistere, le cui parti a
diventare individuo in con- creto sono prodotte dalla fantasia, facoltà storica
crea- trice, come vedremo in appresso. Ma, affinchè la fan- tasia sia libera
nella creazione de’ luoghi , de’ tempi , delle circostanze, degli ostacoli, de’
trionfi, de’ contra- sti, delle vittorie, ec. è necessario che 1'
intelligibile, cioè il concetto, sia indeterminato, ossia tale, che alle fìnzioni
possa incarnarsi per la sua individuazione. Ora un concetto così definito non è
che un ideale, ossia un genere o una specie. Supponete che sia un’ idea
astratta semplicemente, come il concetto reale, quale è stato da noi descritto
(Voi. I. § 15. ,pag. 145) la fan- tasia tace, perchè la particolarità de'
pensieri secondari riprodotti dall’ immaginazione intimamente associati al
concetto impedirebbero 1’ accesso ad ogni ' finzione, la quale parrebbe
insopportevole e nemica del vero. — Oltracciò il concetto della storia poetica
è un intelli- gibile, che vuol concretarsi neU’elemento sensibile della
fantasia, cioè della finzione , il quale elemento è an- cora ideale (voi. 1. p.
207). Ora i pensieri secondari debbono essere omogenei al concetto e viceversa.
(Voi. I. § 69.p.4l5). Se dunque il concetto fosse reale, non sarebbe omogeneo
all’ elemento fantastico, che è ideale.- Ne giova il dire che la storia poetica
ha il suo fondamento sulla storia reale, in quanto che si pro- pone per esempio
o Ulisse, o Enea, o Goffredo , Or- lando, Buffalmacco, cc. che sono nomi
d’individui sto- rici, ossia di persone realmente esistite. Imperocché ognuno
sa la differenza, che passa tra quest’ individui narrati o descritti dalla
storia, e tra 1 medesimi as- sunti a protagonisti di una favola. La storia ce
li [M'e- senta quali furono, cioè in tempo, luogo, circostanze, avvenimenti,
ostacoli, contrasti, vittoric.e trionfi reali: la favola in tutte le nominate
situazioni, ma finte o fantasticate. In questa non vi è di storico, ossia di
reale, se non alcune circostauze generali dell’ epoca e della patria, per
esempio, in cui nacque, ma vi manca tutto 1’ uomo interiore che non si è
manifestato, e che po- teva manifestarsi nel modo che il poeta lo finge. A-
dunque, se Omero ad Ulisse fa dire e pensare tante cose, che dalla storia non
si raccoglie di aver detto o 2U pensato
, c tutte le cose che gli fa dire o pensare sono conf(H*mi all’ epoca della
civiltà, in cui visse, cioè possibili all’ Ulisse delia storia, perchè
altramente pec- cherebbe di anacronismo, bisognerà convenire che il concetto
dell' Ulisse omerico non è lo stesso concetto deir Ulisse storico. Dicasi lo
stesso di Enea , di Gof- fredo, di Orlando ec. Se dunque la storia poetica di
Ulisse è differente dalla storia r^le del medesimo, il concetto della prima sarà
differente dal concetto della seconda, perchè il concetto 6 responsabile di
ogni ri- sultato del componimento di qualsiasi genere. E posto che il concetto
della storia reale deve essere reale, ne- cessariamente sarà ideale il concetto
della storia poe- tica. Ma r idealità del concetto è dal lato della intel-
ligenza, che procede per comparazione, il cui risultato è il rapporto d’
identità per 1’ idea specifica o gene- rica, converrà conchiudero die il
concetto della storia poetica è ideale genere o spezie. Il che si conferma con
la dollrina comunemente ri- cevuta nelle scuole che la storia poetica non può
fon- darsi sopra un elemento storico di data recente, per- chè, ricorrendo alla
memoria de' con temporanei i fatti noti del protiigonista, non si lasccrebbe
alcuna libertà alla finzione di produrre ciò che sì sa che non con- venga alla
realtà degli avvenimenti, lo non intendo di far mia questa dottrina, che
presume dì riconoscere la sola epopea storica, perchè, come vedremo, va sog-
getta a molte eccezioni sostanziali in rapporto a’ com- ponimenti storici della
poesia. Ma, sia qualunque il me- rito della stessa, a noi giova citarla dal
iato che fa per la presente quistione, cioè che dovendo essere 1’ ele- mento
storico, ossia reale, trasformato in elemento poe- tico , non si può se non a
condizione che si possa spo- gliare delle sue reali determinazioni, e rimanerlo
così indefinito e indeterminato, come Tidea di an uomo specie , o di un albero
genere , a’ quali noi possiamo fingendo apporre le migliori determinazioni
fantastiche, pure, ideali, onde ne risulta un individuo, che più per- fetto di
quei della natura non è mai esìstito, nè esiste di presente. Egli è T individuo
dell' arte e non della na- tura. E tale fu r Enea di Virgilio , l’ Ulisse di
Omero, il Goffredo di Torquato, 1’ Orlando di Ariosto. Spigliati delle loro
determinazioni storiche o reali rimasero tipi indeterminati , a cui la fantasìa
del poeta acconciò tem- pi, luoghi, circostanze, ostacoli, contrasti, vittorie,
trion- fi tutt’ ideali, in guisaccbè risultonne un essere artistico
differentissimo dall’individuo imperfetto e prosaico della natura , la quale inferma
e scaduta non produce più un bello perfetto per sé sola. Sotto quali condizioni
si debba fare questo misto di reale e di fantastico, affin- chè la storia
poetica raggiunga il suo scopo, sarà ob- bjetto delle ricerche posteriori nd
presente trattato. La seconda parte del teorema, cioè che il concet- to della
storia poetica debba essere un’ Idea^ vuol es- sere dimostrata in rapporto alle
altre specie di com- ponimenti , i quali sono scierUifici od eloquenti, tanto
in prosa quanto in poesia. E posto che la storia o pro- saica u poetica è
sempre storia, cioè specie di compo- nimento in cui si narra o descrive , e
narrare e de- scrivere importano seguire le leggi della riproduzione c dell’
associazione delle nostre idee secondo le condi- zioni assegnate alla facoltà
comune detta immaginazione, è facile a dedurre che il concetto della storia
poetica deve es- sere Idea nel senso determinato a pag. 57 §. 17 del presente
Voi. Con ciò intendiamo accennare alla dif- ferenza specifica rispetto agli
altri componimenti, im- perocché nella scienza, per esempio, il Concetto è un giudizio
differente dall%a, che è una forma di péii- siero proprio della sloria. Si
riscontri sul proposito tutta la teoria del concetto storico esposto nella
prima parte di questo Voi. ' ' Io in questo luo^ non guardo a questa o a quella
specie di componimento storico poetico , sia Novella , sia Romanzo, sia
Jpologo, s>m Epopea. La teoria è ge- nerale e comune ad ogni specie di
siffatte produzioni, le quali differiscono sotto il rapporto deir integrità, e
non della natura delle idee, che ne formano la materia. . U idea spezie o
genere , concetto del componi- mento storico poetico, è racchi iKsa nel suo
titolo per lo più, come Eneide, Odissea, Orlando: e in questo caso si nomina il
'pfOtagònista, come causa dinaniica di tutti gli avvenimenti narrati o descritti
in quella sto- ria. Alle volte si fa intendere nel titolo, che esprime r
effetto operato, ossia prodotto da quella causa, come Iliade, Gerusalemme
liberata ec. Esaminerò a proprio luogo quale de’ due titoli meglio si addica.
Quello che è legge per tultCj il titolo di queste storie destinato a segno di
concetto deve esprimere un’ idea , che domi- na in tutto il componimento, é se
piacerà nominarlo per un traslato di metonimia o di sineddoche , badisi che non
si dica nè più nè meno di quel che si deve, affinchè dalla poca perizia
filologica non si tragga ar- gonaento di pratica inestetica. INTOUiVO ALLA
SCIENZA DELLA STORIA REALE Il concetto
dèlta Storia ideale, perchè è idea genere 0 spezie, ha un fondamento sulla
realtà di natura. Sita elaborazionei Si accenna alle qui'^tioni intorno alla
possibiliià di un’ Epopea moderna. Richiamando in questo luogo le cose
accennate nel primo Voi. di questo Corso Compiuto §. 30 e 68. , è agevole a
comprendere la quistioue proposta nel pre- sente paragrafo. Nel primo de’
citati §§. ho dimostrato che la creazione del poeta è possibile con 1’
imitazione nel senso che l’arte deve ritenere dalla natpra ciò che è essenziale
e costitutivo di un essere, perchè la crea- zione si versa a supplire, ciò clic
manca, intorno ad un concetto, che è reale e ideale nel medesimo tempo. La
poesia adunque non prescinde dalla realtà di natura, perchè natura ed esistenza
non sono la stessa cosa. Nel §. 68 ho provato che ogni componimento poetico é
un romanzo , ossia un misto di reale e d’ ideale , di natura e di finzione. Se
tutto fosse di finzione ( co- sa impossibile all’ uomo), il poeta sarebbe
creatore di sostanza, ed ecco un panteismo formulato. Sotto questo punto di
vedyta chiaro apparisce che il concetto, co- munque sia un intelligibile,
pcroliè idea genere o spe- zie, ne’ componimenti storici poetici è sempre un
l'ca- le di natura, spogliato della parte accidentale e fe- nomenica, perchè il
concetto è 1’ anima del componi- mento. La sua idealità è in quanto alla sua
esisten- za nell’ intelligenza , che lo ha concepito , e in quanto che in
natura non esiste nudo dello involucro sensibile, che lo circonda necessariamente
per farlo e- sistere. 1/ uomo, spezio , ossia 1’ uomo sfornito della concretezza
indir ideale, non esìste in natura , perché ogni esìstente è un determinato di
tutte le particola- rità differenziali rispetto ad ogni altro, esistente — Dun-
que diremo che 1’ arte, la poesia, non abbia alcun do- mìnio sulla perfezione
del concetto? 11 concetto, come realtà, è un obbjetto, che lo spirito può
intuire e non creare. Ma, come l’ occhio corporeo può per suo difet- to
subbjettivo non vedere l'obbjetto visibile qual è, l'oc- chio dell' anima, che
intuisce quella rraltà intelligìbile, può non intuirla, per sua limitazione,'
qual è. E in que- sto ci può essere progresso artistico per parte del sub-
bjetto e non dell’ obbjetto, che è sempre lo stesso, po- sto che sia reale e
ideale nel medesimo tempo — Dico progresso in quanto che, perfezionando gli
organi della conoscenza, si dispone a vedere le cose quali sono. Non è forse F
uomo stato sempre lo stesso ! Eppure qual diverso concetto non se ne fermarono
le nazioni, che riconobbero la schiavitù, c gli antropofaghi? Qual con- cetto
dell’ uomo più nobile e vero , diverso da quello di tutte le nazioni, non ne ha
dato il Cristianesimo, prin- €5Ìpio e causa di ogni progresso civile ed
artistico? Premesse queste dichiarazioni, si può di leggieri dedurre che il
concetto di (^i storia poetica è un’i- dea genere o spezie , che corrisponde
alla realtà pura di un obbjetto, sp<^1iato delle sue individuali o speci-
fiche determinazioni , e che perciò ogni storia poetica si propone un fatto,
Ulisse, Enea, Goffredo, Orlando ec. Per la stessa ragione ogni storia poetica è
un mi- sto di reale iiitolligìbile e di ideale fantastico. Dalla quale
conseguenza sorgono due quistioni di non lieve importanza la l.“ Como può
essere specifica o generica l’ idea di un fatto individuo ? 2.* Come può essere
e- laboralo artisticamente un concetto simile ? Che il concetto della storia
poetica debba essere •'un'idea genere o spezie è- stato ad evidenza dimostra^
to nel § antecedente : che debba essere l’ idea di un fatto spogliato delle sue
particolari determinazioni è un vero stabilito nel presente §: imporla dunque
con- ciliare r apparente contraddizione , la quale secondo quello, ohe a me
pare , deriva dal credere che i nomi propri, clic esprimono certe persone e
certe cose, che entrano in questa storia, sieno sogni d’ individui. Ma infatti
non è cosi j perchè altrimenti non potrebbe aver Im^ la finzione (§ ant.).
Ricordiamo qui quel che dicemmo (§ '44), parlando della storia universale, che
dessa va raccogliendo 1’ elemento comune e non mica le particolarità degl'
individui , i cui nomi esprimono uomini in ispecie e non in particolare. Enea,
per e- sempio, non è un uomo individuo nell’ Eneido , ma uno sventurato trojano
, pietoso o guerriero. Così U- lisse nell’ Odissea , Geffredo nella
Gerusalemme. Essi rappresentano lo . spirito nazionale o greco o latino o
francese ec. ec. Ora uomo tale non è individuo, mn spezie, e sotto un rispetto
è anche genere. E per me- glio intendere un tale divisamente stimo opportuno
no- tare in questo luogo che i generi e le spezie hanno de’ gradi ascendenti e
discendenti. Partendo dall’in- dividuo Pietro, avremo, immediatamente sopra, la
specie turno, ma, se si guarda da uomo in basso, troveremo che turno diviene
genere rispetto ai bianchi, a’ neri, a’ gialli, perchè tutti questi sono
uomini, mentre non sono individui , ma specie. Ora sopra le spezie sta il
genere, adunque uomo, che è spezie rispetto a Pietro, Paolo, Antonio, è genere
rispetto a’ bianchi , a’ neri , a’ gialli. E, considerando le diverse specie
de'bianehi, de’ neri, de’ gialli, uomo diverrà un genere superiore in terzo
grado rispetto a queste spezie più discenden- ti. La qual cosa mena a
conchiudere che vi possono essere individui, i quali rispetto ad altri più in
Jafnào diventino spezie , come apparisce da’ nomi dew pro- pri o particolari,
che in seguito divennero comuni ed appellativi. Applicando questa teoria alla
presente qui- stione, il nome di Enea neirEpopea non suona l’indivi- duo della
storia particolare, ma un trojano specie, ossia guerriero sventurato e pietoso:
il Goffredo un capitano informato da spirito religioso nel medio evo. E il nome
è piuttosto un simbolo che un segno , è il simbolo di quella spezie, che vuol
incarnarsi a particolarità fan- tastiche, per formarne un individuo possibile.
Venendo alla seconda quistione,cioè come il concetto storico poetico si
]>ossa elaborare artisticamente, dirò che a riuscire in questo intento è
uopo che il poeta abbia compresa tutta la civiltà dell’epoca, a cui appartiene
il fatto corrispondente al concetto, affinchè le determi- nazioni fantastiche
del medesimo riescano più perfette di tutte le reali che vi furono. L’ arte
invero si pro- pone di perfezionare in meglio il bello della natura. Ora, se il
poeta poco versato nella conoscenza de’ tem- pi rivestissé fantasticando il suo
concetto di partico- larità esistite, non sarebbe dissimile dallo storico, an-
corché que’ fatti non avesse letti o raccolti da alcuna storia. Oltracciò le
particolarità fantasticate debbono essere conformi all’ ipotesi assunta nel
concetto , il quale corrisponde ad un fatto in luogo e tempo sta- bilito, 0 la
conformità mancherebbe, se il poeta poco pratico nella civiltà di quel tempo apponesse
circo- stanze e determinazioni di fantasia. Tutf i maestri di arte convennero
che il poeta debba avere molto os- servato e veduto, e luoghi, e costumi, e
città molte, e di molti per riuscire in un lavoro, che non lasciasse alcu- na
cosa a desiderare. Elaborare adunque il concetto im- porta studiare e meditare
assai, e allora, Cui>lecta po- tetUer
erit res, facmdia deseret hunc nec luci- dus orda. In somma il concetto della,
storia poetica deve riuscire in un. tipo, che risponda di un risultato tanto
perfetto, che tutti gli uomini esistenti a queire- poca non somiglino ad esso ,
ma lascino un desiderio che lo divenissero, onde sorge il sentimento. delV am-
mirazione,' e una tendenza ad imitarlo. Fuori di que- sta supposizione non vi è
poesia in senso vero e pro- prio , ossia in senso di arte, che intende a
migliorare la specie umana. Dalla insufficienza del poeta a comprendere tutta
la civiltà del suo sei;olo deriva la inattuabilità di una storia ideale o
poetica, atta a soddisfare i desideri (kl- l’arte e dell! umanità. La
insufficienza poi o deriva dall’ ingegno poetico , o dalla civiltà medesima.
Dal la- to deir ingegno si può ben supporre che 1’ umanità tutta quanta non
presenti un genio, come Omero c co- me Dante, e che perciò per tutta quella
distesa man- chi di una specie di produzione, rara per sua natura, come
rarissimi sono gli epici eguali a’ nominati. Il che mi si concederà senza
ostacolo , se si voira dar . luo- go alla riflessione che, quantunque V'
umanità intera di un secolo accogliesse uomini di privilegiato ingegno, atti in
potenza a sòstonere le piò grandi e meravigliose imprese ; pure ' per causa di
circostanze indefinite e varie manchi loro un’ eduoazioqe sufficiente per dive-
nire quali potrebbero. Dal lato poi della civiltà si può supporre chei questa
sia tanta e per rapidità e per esten- sione che gV’ ingegni venuti da un secolo
rimasto ad- dietro nel corso della vita non possono tutta ci^prcn- derla.
Quando tutto il mondo si riduceva alla Grecia,. poteva/Omero scrivere un
capolavoro pari all’ Iliade , e quando luUo il mondo conosciuto si riduceva
all' im- pero romano poteva Virgilio scrivere V Eneide, ma ora che tulle le nazioni si sono tnlmenlo
compcnctrate tra lóro che la civiltà di ciascuna è partccipiUa da tutto quante,
e quella di tutte è partecipata da ognuna, non t? tanto facile ad un ingegno
pari all’ omerico scrivere un’ Epopea. Il concetto dì una storia sìmile supera
la capacità degl’ ingegni', specialmente educati alla scuola del clas- sicismo.
Per questo avvicinamento delle nazioni la ci- viltà progredisce con tanta e
tale rapidità che 1’ eru- dizione storica di tutta quanta diviene
incomprensibìle, perchè suppone una sintesi infinita in uno spirito, che non ha
potuto ancora farne l’ analisi , e senza analisi non si dà sintesi.! metodi
dell’ insegnamento, che for- mano r educazione letteraria, sono il più grande
osta- colo a raggiungere questo gran fine , perchè propon- gono Omero o
Virgilio all’epico moderno, che, simile a Dante, genio ispirato dal
cristianesimo, nella sua storia ideale deve comprendere Cielo e Terra , perchè
1’ u- inanità non è terrestre unicamente, ma terrestre co’cor^ pi, celeste con
gli spiriti. Allorché dunque il poeta si sente spinto da un’ idea, che gli
ferve in mente, e fa premura di essere manifestata, la fantasìa è arida, per-
chè r immaginazione, benché in modo vago e indeter- minato, ripresenta tanta
realtà, oltre la fede ad infinite scoperte, che è uopo ignorare, da non
rimanere spe- ranza di accrescere con la finzione ciò che è sicuro di non avere
compreso, come fatto ed avvenimento, dalla Storia. Quando adunque, mi direte,
'sarà attuala un’E- popea ne’ tempi moderni ? Quando 1’ educazione lette- raria
sarà basala sopra nitri principi : quando sbandito dalle scuole rempirismo de’
pedanti, la boria de’ pre- cettori, la miseria della erudizione, la servitù
melensa all’ autorità, c gl’ingegni si saranno abituati ad una vasta
comprensione, onde possono fantasticare una civiltà più perfetta , atta a
destare il desiderio di at- tuarla in fatto. Di qui si deduce quanto storti
sieno i ragionari di coloro , che vedono impossibile ne’ tem- pi moderni questa
specie di produzione letteraria , e concliiudono che non avverrà , se non
quando 1’ u- manità sarà ritornata alla barbarie, nella quale gia- ciuta per
qualche tempo, aspetta che sorga un genio, che squilli l’epica tromba per
isvegliare i dormenti, immersi nel letargo dell’ ignoranza. Essi per. di
mostrare il loro assunto citano Omero paragonato a’ tempi di Pericle, citano
Dante paragonato a’ tempi moderni. 11 fatto è vero in parte, ma è falsa la
cagione che ne assegnano: scoraggiante e irragionevole è il vaticinio, con cui
si vuol dannare l’umanità di degradazione, men- tre procede a gran passi al suo
miglioramento. Finché gli uomini hanno fantasia, laddio mercè vive c vivrà la
poesia , che è 1’ afte delle finzioni. Se vi è una realtà di civiltà
progressiva, vi sarà una creazione pro- gressiva egualmente, se non in atto, in
potenza. Per tanto tempo non vi fu storia universale, ma croniche, diari ,
effemeridi, stagioni, annali, e dopo tanto tempo si venne all’cpoche di una
storia di tutta quanta l’uma- nità in un sol corpo, di un solo concetto, a cui
si ran- nodassero i pensieri secondari di tutt’ i popoli, di tulle le nazioni,
di tutte le lingue per sessanta secoli. Para- gonato alla storia reale la
storia poetica, e fate le stesse applicazioni. Prima novellette, favole,
apologhi, allego- rie, idilli, inni, canti pastorali e poi la storia poetica di
una piccola nazione, come la Grecia, ed ecco l’ Iliade e r Odissea. Fu idea del
cristianesimo 1’ unità della specie umana : fu questa idea che rese possibile
la storia universale , attuò la Epopea di Dante. L’ uma- nità è progredita, tendendo
incessantemenle all’ attua- zione deir idea evangelica, che avvicinò le nazioni
e i popoli tra loro in unità di fctlc c di evidenza , u- niUà di dritti e di
speranze, unità di destini e di= av- ^nire nella patria celeste. La nuova
Epopea dovrà attuarsi come là storia universale , e 1’ umanità non può
accontentarsi più dell’ Epopee particolari o dei Greci, o de’ Crociati, o di
Napoleone, perchè oggidì la civiltà non è 1’ opera di una sola nazione , ma di
tutte in complesso, lo quali contribuiscono in comune le scoperto, le scienze,
le arti, i mestieri , e aspirano' ad una lingua comune , ad una letteratura ,
ad uno scopo. Dante, dicemmo, è più grande di Omero; perchè la sua Epopea
abbraccia tutta 1’ umanità dal suo prin- cipio alla fine, e la Divina CA)mmedia
fu sufficiente n’ bisogni dcH’iimanità del secolo XIll. Fu eminentemente
religiosa por le ragioni allegate nel § 62 voi. 1. L’e- popea moderna, più
civile, or che è raffermato nella prima il principio religioso, dovrà
allargarsi e spaziare per tutto il globo , comprendere tutta Tumanità, che si
adopera al fine comune. Che voi mi cantate le glorie c le sventure di Napoleone
il grande , io ammirerò una storia particolare, ma il mio spirilo non è soddi-
sfatto: io desidero qualche cosa di più, non dicci di fin- zione, ma di realtà,
perchè egli rappresenta' un secolo che non fu certo sua unica fattura, ma del
progresso dello spirilo umano di tutte le nazioni, o tutt’al più non ne sono
soddisfatto, perchè la realtà d^li avve- nimenti umani è più grande del
Napoleone del poeta. Ritornando al punto, da cui sono partito, dirò: se è vero
che Omero è al principio di una civiltà, che va innanzi, in un’ epoca die è
barbara rispetto a’tempi di Pericle, e Dante Di al prindpio della civiltà
moderna in un’epoca che può dirsi barbara rispetto a’tempi nostri, non se ne
può, fiè se ne deve dedurre che l’E- popea supponga la barbarie, o che poesia
non vi pòssa. INTORNO ALLA SCIENZA DELLA STORIA REALE essere ne’ tempi umani e
colti, sibfacne che, se nell fatto è cosi, ciò dipende da tutte altre cagioni,
che ho accennate testé, e eonchiudo che la poesia de’ tempi barbari è barbara,
se non in tutto, in parte: che la poesia de’ tempi culti è poesia civile tanto
più per- fetta della prima , quanto la civiltà è da più che la barbarie.
Smettiamo le false opinioni, benché professate da celebrità secoferi, perché
potrebbero contribuire a ritardare 1’ attuazione di un desiderio comune col ti-
more e con la pigrizia. Incoraggiamo il poeta e la poe- sia con far vedere che
non solo é possibile oggidì o più in là un’epopea moderna, ma é desiderio
comune che si attuasse, non per vanità, per bisi^no, che sentono gli umani, di
avere premostrata la via del gran dram- ma, che debbono compiere su questa
terra. §. 82. Secondo che it reafe, su cui ha fondamento il-Cotìr cetto della
storia poetica , è antico o moderno , ortodosso 0 eterodosso , classico o
romantico, sor- gono tante distinzioni di storie ideali. Desideri di preferenza
per la Epopea moderna, ortodossa, ro- mantica. Le nomenclature di antico e
moderno , di orto- dosso ed eterodosso , di classico c romantico non han- no
bisogno di essere definite per chi viene informalo' delle nostre teorie esposte
nel 1.® Volume del presente Corso di Estetica. E non ci vuol molto per
intendere che un componimento storico fatto anche oggidì si dica antico, onde
storia antica, se si versa sopra materia antica, come la storia degli Egiziani,
de’ Fenici, de' Per- siani , de’ Greci : e che sia moderno quell’ altro che si
versa sopra materia de’ tempi, che corrono, o dc’tcm]>i a noi più prossimi.
Sotto un rispetto 1’ antico ò ete- rodosso c classico , ma non generalmente in
quanto a materia, perchè vi fu un popolo eletto che cblie fede, e letteratura
ortodossa in quanto a materia, ispirato da Dio, il popolo. Kbreo, che rifulse
in mezzo all’idolatria delle nazioni , come la fiaccola tra le tenebre. È an-
tica , cteroilossa , c classica nel medesimo tempo la storia reale e ideale di
tutte lo nazioni, che si versa in materia di avvenimenti e di fatti operati da
uomini sviati dal retto sentiero per falso principio religioso di politeismo o
panteismo. Quindi T Epopea greca e ro- mana , r indiana ec, è di questa specie
, per la quale i tre titoli di antica, classica ed eterodossa, rispetto a noi
valgono per sinonimi o correlativi : antica per la distanza di tempo ;
eterodossa pel falso principio re- ligioso o razionale che la informa, classica
per la so- vranità di esemplare esercitata ne’ tempi antichi fino a noi in
quanto alla foriiMi, e per certuni m todossi di principi, ma eterodossi in
arto, anche in quanto alla materia, come pe’ nostri arcadi, che in tempo di
divul- gala luce Evangelica cantarono le Driadi e le Najad'^ Marte e Mercurio ,
Giove , Giunone , e Venere. Moderna ortodossa e romantica sarebbero titoli
sinonimi e correlativi di quella storia ideale, che si ver- sasse sopra materia
della civiltà della nazione, cui ap- partiene il poeta di presente. Ma il
moderno può avere una latitudine ed un’ estensione di senso grandissimo
rispetto ad un’ antichità molto rimota. Cos'i la civiltà cristiana di 19 secoli
è moderna rispetto alla civiltà pagana preceduta per. due o tremila anni. L’
Eiwpca di Virgilio era moderna a’ tempi di Dante, rispetto al- r Epopea
omerica. Ma rispetto a noi in senso limitato rigoroso è modwno ciò, che a noi
più si avvicina. Quindi la storia , che si propone la civiltà cristiana de’
primi secoFi della Chiesa, come i Martiri di Cha- teaubriand, è antica
ortodossa romantica : è moderna quella di Dante: antica quella di Tasso
rispetto a'snoi tempi, perchè si versa sopra fatti avvenuti più secoli
anteriori a Lui, e sotto un rispetto Dante è più mo- derno del Tasso. Fatte
queste distinzioni credo opportuno di richia- mare in questo luogo in forma di
applicazioni le teo- rie generali esposte nel primo volume per risolvere la
quistione di preferenza nella scelta della materia nella storia poetica o
ideale. E, considerando che F arte non è fine a sè stessa, ma si propone un
fine umanilario col massimo disinteresse, quale si è il perfezionamento della
specie umana per via di modelli perfetti, sù cui conformandosi per imi-
tazione, Fumana famiglia progredisce a guisa di ristau- ro , è uopo conchiudere
che il poeta non si puù né si deve proporre fatti rimoti di una civiltà
eterodos- sa per semplice diletto de’ lettori, da cui riscuota sen- timenti di
vana ammirazione con F incanto defia pa- rda prostituita c serva de’ capricci o
dell’ ambizione personale o delle mire private. Per lo stesso principio che
l’arte non è fine a sò stessa, e che perciò non è libera in senso di non avere
un fine a cui si pieghi , dopo che abbiamo dimostrato che il Vero e il Buono
sono i limiti del -Bello , perché ciò che è falso od em- pio non è bello , non
può il poeta delle civiltà orto- dossa scegliere avvenimenti di una civiltà
pagana per farne oggetto di canto in mezzo alla Luce del cristia- nesimo.
Imperocché da sacerdote dell’ umanità divcr- reblie demonio di corruzione , padre
di menzogna , e scandalo de’ deboli , cbé i suoi tipi scduccndo sviereb- bero
la speculazione c la pratica de’ credenti e invece di glorificare il nome di
Dio e degli erw dd crisi»- nesimo errerebbero ed pensiero per le selve a im-
maginare numi fantastici e ninfe, e satiri,, c fauni, o pei mari Nettuno , o
nell’ inforno Plutone , o nd pa- radiso gli disi — Per queste sommarie eonstderazìoni
it concetto del poeta storico deve rifuggire da fatti di un antica civiltà, die
non contribuisce nè può contribuire con la immoralità e con la menzogna d fine
dell arte, che è di iuimegliare l' umana specie , adescandola col diletto del
Bello al Tcro ed al Buono, a cui lendouo irrc8Ìslil)iliiK;ntc i’in(dh(/cTiaa e
’l volere «U>gli uomini. Su questo oggidì non calle oramai più qnislione,
perdiò, se sonvi ancora taluni, dio vagheggia'^o la vecchia ini- toli^ia, e ne
piangono la imirtc e fanno voli che ri- susciti, non vi è poeta che pensi da
senno a rimaneggiai quest’ argomoiilo in un’ Epopea. La quistione cadrebbe in
quanto alla scelta delta materia sopra uiia civdlà ortodossa , la quale è
esistila in una grande estensione di tempo , come il cristianesimo da
diciannove secoli, imperocché ogni civiltà non è mai compiuta di un trailo:
dove cominciare, progredire e toccare il suo termine, ma tutta questa
estensione non è che una, onde pare Che si potesse sosteneré per leggilima c
saggia recon^ mia del poeta, che si situasse mai sempre bene m qualsi- ■w^lia
punto di quella distesa. Nel clic abbiamo esempi di grandi podi. Cosi il Milton
situò la scena nd pa- radiso terrestre, Torquato all’ epoca delle Crociale, ^a-
leaubriaiid ne’ primi secoli della Chiesa, c va dicevo. La quislioue è più di
dritto che di fatto , perche i fatto è stabilito, come è detto, sulla maggiore
latitudine possibile. Ma, richiamando in questo luogo alla memoria i
prestabiliti principi, noi perverremo ad una conseguenza assai divcrsa.Posto in
vero, come incontrastabile fRinto di partenza, che l’arle non è fine a sè
stesala, ma si prepone , e sci devo , di essere utile ossia di giovare, per
essere razionale o conscguente dovrà necessariamente adattare i mezzi più
acconci al fine che si propone. E, supponendo che, se ricorre a materia antica,
gioverà come uno, mentre gioverebbe come dieci, se ricorresse a materia fresca
e di data recente , ognuno vede che dovrebbesi appigliare in preferenza
all’.ultimo partito. Ora ciò, che io supponeva, è un fatto, perocché i fat- ti
di un tempo molto lontano da noi hanno pochissi- ma o nessuna relazione co'
falli presenti , perchè, se dopo dicci secoli di progresso si deve sapere ,
pensa- re , parlare ed operare diversamente, i tipi della prima età non
spingono così gagliardamente gli animi de’ tem- pi ultimi. Avete un bel gridare
: ritorniamo a' princi- pi , rifacciamoci da capo , che 1' umanità è sorda , e
cammina per la sua via irrevocabilmente. Sono i pazzi desideri di certuni , che
vorrebbero fare ritornare il Papa alla povertà di S. Pietro , spogliandolo de’
suoi dritti, senza cui, per, un modo di dire, crollerebbe la gerarchia
ecclesiastica. Dell'antico è uopo tenere la so- stanza, non mica gli accidenti
, i quali ci conformano ad una vita, per cui gli uomini del secolo XIX non sono
nè possono essere gli uomini del IV secolo , o del III. e va dicendo. L’ arte
si propone di giovare per vi* di tipi da i- mitare , e tanto più agevolmente
riesce nel suo fine, quanto più imitabili sono i modelli suoi presso le mol-
titudini. Ora una storia ideale, che si versa sopra fatti di data antica,
quantunque lavorasse esemplari perfetti, deve riuscire meno effettiva per le
ragioni accennate innanzi, che tutte si riducono a quest’ una, cioè è me- no
imitabile praticamente tutto quello che ha meno re- lazione con la pratica
presente. Io da questo momento cliiaino Epopea o Romanzo storico quello che si
versa s(»pra falli storici aniìdii, ossia sconnessi per distanza di tempo dalla
civiltà presente : chiamo Epopea o Ro- manzo civile, quello che si versa sopra
fatti recenti, connessi con la civiltà presente. La ragionevolezza di
preferenza dell’ Epopea o del Romanzo civUe allo sto- rico è oramai evidente e
incontrastabile, posto che la missione dell’ arte e d(^li artisti, è di
spingere l’uma- nità a nuovi andari per la via della perfezione. A questa
leggitima e spontanea deduzione da’ pre- stabiliti principi non giova opporre
la pratica contraria, perchè si può dimostrare che una pratica simile sia er-
ronea , come ripugnante al fine dell’ arto. E, se finora si è giustificaia in
qualche maniera col fatto, e da cer- tuni si è ancora levata a ciclo, è
derivato dalle seguenti ragioni : ' 1.® L’arte poetica compilata da Aristotile,
e poi copiata nelle scuole sotto diverse forme, ma in sostanza sempre la
stessa, fu scritta sopra un modello, sull' Epo- pea storica di Omero. Quello
che fu da principio un commento di lavoro poetico, acquistò forza di legge, on-
de fu detta precetto o comando , e l’ arte poetica un complesso di precetti
avvalorati o dedotti dalla pratica di quel primo poeta sommo in questo genere
di scrit- tura. La celebrità di Omero destò il genio delle altro nazioni, cui
mancando il merito di originalità, rimase inferiore a quel primo, è non senza
giusta censura di troppo servile imitazione, contento soltanto della gloria di
dare alla sua nazione una storia ideale, come Omero r avea già data alla sua
Grecia. Le scuole continuaro- no a far cementi e ad incoraggiare simili
-tentativi , perchè credettero che lo spirilo umano non potesse ol- trepassare
quei Ihniti : che Omero fosse insuperabile : che Aristotile infallibile. Da
qualche tempo a «juesta parte è succeduto a’ conforti lo scoramento , o attri-
buendo a tutt’ altra cagione la deficienza , ìianno di- chiarato che è
impossibile un’Epopea storica oggidì, che si tende al positivismo. 2.* L’
Epopea e il Romanzo storico incontra meno ostacoli dell’Epopea e del Romanzo
civile, imperocché, la favola ad un punto di storia meno svi- luppata, si
lascia libero il campo alla fantasia nel creare tempi, luoghi , circostanze ,
avvenimenti, ostacoli, cc. Non cosi nell’Epopea e nel Romanzo civile, in cui, par-
tendo da fatti recenti e conosciuti da’con temporanei, non è conceduta tanta
libertà di fìngere , cui ripugna la realtà degli avvenimenti noti. Quello che è
certo 'però molti tentarono l’ Epopea civile ; e vi fu chi scrisse la
Napolconeide , e la Grecia moderna emancipata per o- pera de’ Rugsi nel 1828.
ec. tentativi al certo imper- fetti , come apparisce dal fatto stesso di simili
produ- zioni e dalla dimenticanza, in cui sono cadute non ap- pena pubblicate.
Ma siane qualunque il risultalo, se i loro autori non avessero creduta
possibile 1’ Epopea ci- vile, non l’avrebbero certamente tentata. E, se si
potesse provare che non riuscirono a lavoro perfetto p(>r causa di troppa
servilità all’Epopea classica storica di Omero e Virgilio , e di troppa idolatria
a’ precetti della vec- chia arte poetica , si potrebbero i loro tentativi
citare ad argomento di attu:izinne di un bisogno sentito nel- l’arte. In fatti,
se questi tentativi non furono ricono- sciuti perfetti, non incontrarono la
pubblica riprovazione in quanto all’ intenzione: non vi fu scandalo, ma indul-
genza e questo basta al nostro proposito. E , siccome prima del Parini non vi
fu una satira civile, che per lui divenne una produzione importante, prima che
un sovrano ingegno non tenti 1’ Epopea civile , non sarà in alto , ma rimarrà
in potenza, come un desàlerioche s’
incarni. E già pel Romanzo, che è un' epopea pede- stre, i tentativi sono
riusciti meravigliosi, i quali non solo si sono accostati di molto per materia
a' tèmpi moderni, ma alcuni, comunque non radano esenti da difetti , si versano
intorno a’ fatti contemporanei. Nè si concbiuda perciò cbe o^idì sia l’epoca
de’ Romanzi c non dell’ Epopea, impcroccbè epopea e romanzo sono egualmente
lavori di finzione e però poetici : la loro differenza, come vedremo in
appresso, deriva da ragioni che non disturbano il pacifico dominio di una
stessa arte, cioè della poesia, cui appartengono. Anzi dal Ro- manzo civile
brieve è il passo all’ epopea civile, omlc traggo argomento al vaticinio, che
non tarderà gran fatto a sorgere un genio epico desiderato da’ nostri tempi. A
conforto de’ pusillanimi, cbe credono impossibile ogni fatto, di cui non
truovano esempio nel passato, mi faccio ad osservare ette la diffic(dtà, per
taluni ai- noniina ad impossibilità, deriva dal credere che l’ Epo- pea civile
moderna debba seguire rigorosamente le re- gole di Aristotile dedotte dall’
Epopea storica di Omero. Ora io ragiono cosi. Se la storia universale è una
pro- duzione senza esempio de’ tempi moderni, creduta im- possibile ne’ tempi
antichi per difetto di condizioni in- dispensabili a costituirla , 1’ Epopea
civile senza esem- pio sarà una produzione del prossimo avvenire, appe- na che
si saranno avverate le condizioni non preve- dute in un tempo, in cui non era.
Queste condizioni non prevedute saranno appunto le novità, cbe non vanno soggette
a regolo , perchè quelle regole non potevano essere fatte senza filosofia di
storia, prima che esistesse un tal componimento. Mutate le condizioni sarà
possi- bile ciò che ora pare impossibile , senza che però si possa, dire che in
tale supposizione si abbia un componìmenfo diverso dall’ Epopea. diversità è
Acciden- tale e non sostanziale, perchè TEpopea civile, come la Epopea storica,
• è una storia ideale o poetica, ossia un componiménto che si esplica narrando
e descrivendo un fatto reale spogliato delle sue reali determinazioni e ri-
vestito di fantasie, L’una e l’altra convengono iir quan- to a concetto, a
forma estetica, ad ordine, ad espres- sione*. Ciò che sembra difficoltà
insuperabile per la poca libertà di fingére, quando un fatto è recente, non
apparirà tale a chi raigiona per prìncipi, e riconosce che dtre la parte
esteriore dell’ uomo, èvvi una vita inti- ma, la vita spirituale, nel teatro
della coscienza, teatro ignoto agli antichi, trascurato da’inoderni , che vanno
sulle peste de’ poetici classici. Or questa vita occulta dà alla fantasia
illimitata libertà dì creare, c, quantun- que il fatto sia avvenuto jeri , voi
potete presentarlo tanto ricco di finzioni , che non avrete a desiderare
materia. Cambiate direzione e v’imbatterete in un cam- * vergine : il
Romanticismo v’ è guida: la‘ civiltà mo- derna più spirituale che materiale
dev’essere il vostro ncolto^Nel che vi ha preceduto il Romanzo italiano sotto 9
rapporto deU’lnvenzione: vi ha preceduto il Milton nel Paradiso perduto, e
principe fra tutti v’ ha preceduto Dante nella sua Divina Commedia. Smettete i
becchi pregiudìzi : . sbandite le abituali simpatie pel classicismo dimostrato
falso ed insufficiente , e allora si aprirà al vòstro sguardo una via regia
sgombra di ostacoli , per ia quale potrete correre spedito e sollecito allo
scopo prefisso. Badate che l’ Epopea è 1’ opera più perfetta dello spirito
umano in questo genere di comporre, la più efficace a spingere T umanità per le
vie dellà per- fezionò e della virtù , purché sia quale dév’ essere , cioè
Ej^pea civile, ma moderna, ma ortodossa, ma romantica. Non è più tempo di
solleticare T oreccLio con isvenevoli armonie: si vuole educare gli uomini a
pen- sare e ad operar grandi e, forti e nobili imprese per farne eroi in un’
epoca di degradazione morale. §. 83. Il Concetto della storia poetica è dinamico
, di oh- bjetto finito pd romanzo e per le anacreontiche, di obbjetto infinito
per V epopea e per le pro- duzioni PINDARICHE — Definizione deW Epopea e del
Romanzo. Ogni concetto storico è un’ idea (^. 17 voi. IL), la quale corrisponde
ad un obbietto, onde spesso idea ed obbietto sì confondono. Ogni obbjetto
"possibile nel teatro della natura a noi non si presenta , se non come
Sostanza o Causa , ossia nelle due posizioni 1.® di cosa in quiete circoscritta
e limi- tata dalle sue qualità ^.® di cosa in azione producente effetti. La
prima è sostanza , la seconda è causa. A- dunque il concetto della storia
poetica dovrà corri- spondere necessariamente ad un obbjetto-sostanza , o ad un
obbjetto-causa. Nel primo caso sarà concetto Matematico, nel secondo Dinamico,
perchè il matematico corrisponde al Sostanziale, il dinamico al Causale (luòg.
cit.). Quando il concetto è dinamico, la Storia si esplica narrando , come si
e- splica descrivendo , quando il concetto è matematico (voi. II. §. 18 pag.
61). Se si domanda adun.qué in- torno al concetto della storia poetica , se mai
debba essere Dinamico o Matematico, sarà agevole a risolvere la quistione col
solo riflettere che, se in essa si nar- ra , il concetto è Dinamico, se si
descrive , è MateGnatico. Ora potrebbesi allegare che in qualsivoglia Ro* manzo
od Epopea, Favola, o Novella, alle volte si nar- ri alle volte si descriva ,
dalla qual cosa doversi conchiudere che il concetto della storia poetica parte-
cipi deir uno e dell’ altro, cioè del Matematico e del Dinamico. Ma,
considerando che lo stesso concetto nel medesimo tempo dev’ essere 0 1’ uno o
1’ altro, perchè l’idea di sostanza esclude l’idea di causa (voi. 111. Pqr. 1
.*), ammettendo il fàtto che in ogni storia ora si narra èd ora si descrive,
vuoisi conciliare 1’ apparente con- traddizione riguardo al concetto. Ed io
dirè che la parte descrittiva, è accidentale nel primo intuito della mente, che
riflette sul concetto, il ■ quale in quel momento è di un obbjetto causa
produttrice di tutti gli avveni- menti. Il poeta, allorché incarna all’uno il
multiplo dei pensieri secondari, percorre rapidamente tutt’ i fatti, che la
prima causa debbe produrre, e non si ferma ad al- cuna parte degli accidenti
per descriverli : questo è un lavoro di riflessione e di riposo, posteriore al
primo in- tuito, che apprende la forza e 1 dinamismo in succes- sione dì un’
infinità di avvenimenti. Il concetto adun- que di o^i otoria', e specialmente
dell’ ideale o poe- tica, è eminenteinénte Dinamico: è il concetto dì una
causa, idea connessa all’.<^ztone ed àOi Effetto, ossia a- gli avvenimenti:
onde Azione fu detta la favola sto- rica, come l’Epopea, il Romanzo, la Novella
cc. Se il concetto è l’tdea di un obbictto, la cui astone èlimitata e finita,
atta a produrre de’ piccoli avvenimenti, si dirà concetto del finito, che nel
1.° Voi. §. 21 pag. 171 e s^., dicemmo concetto del Bello: se poi è idea di un
obbjetto, la cui azione è magnifica , illimitata, in- definita 0 infinita, si
dirà concetto dell’tn/¥mto, che nel luog. cit. addomandammo concetto del
sublime asso- Kito 0 relatÌTO, Secondo che un componimento ha l’ uno ik o r
atiro concetto, si dirà o Belk> o Sublime. Cosi il Romanzo do' t«npi nostri
nel genere epico è un coni* poniraento hello o del finito , nel genere lirico
sono coroponimenii belli tutte le Novelle , le Favole , gl’ I* dilli , le Odi
storiche, come gl’inni introdotti ultima- mente , che io comprendo tutti sotto
il titolo di ^no- ereotuici ; perchè Anacreonte fu il più celebre can- tore
lirico delle cose piccole limitate e finite. Al con- trario VEpopea, come è
intm comunemente, è un cmn- ponùnento sublime storico, perchè il suo concetto è
di un Eroe, ossìa del più grande nomo , o della stessa divinità , come net
Paradiso perduto , nella Messiade, e nella Divina commèdia : in breve è deU’
infinito assoluto o relativo. Nel genere lirico sono componimenti sublimi gl’
Inni agli Eroi del Cristianesimo , il Cinque Maggio di Alessandro Manzoni , e
tutte le odi, i canti c gl’ idilli di azioni munifiche. Io li comprendo tutti
sotto fl titolo di Produzioni pindariche, perchè Pin- daro fu il lirico cantore
ddte ncdiili e illustri azioni specialmente ne’giuochi olimpici. Da questi
rapidi carni ognuno ' vede come razionalmente a rigore scientifico si vanno
classificando tutte le produzioni poetiche, finora nomadi, a così dire, ne’
Trattati di arte poetica. Ed è agevole a dedurre che il Exmanzo storico o
civile non è una produzione nuova , nè eterogenea , nè succe- duta , ■ come
taluni vorrebbero, all’ Epopea: desso è una poesia come l’ Epopea, in questo
solo differente che non si propone un’ azione di forza infinita, ma una di
quelle più comuni , dì poca forza , di limitato e di finito nel- l’ intensità
felle produzioni. Convengo anch’ io che og- gidì occupa desso solo il campo
della {Xtesia storica , perchè l’epopea moderna è ancora un. problema, la evi
soluzione dipende da condizioni non ancora avverate, ma gaardiamoci di crederò
che la < cosa rimarrà cosi o debba così rimanere. Le prime storie, abbiamo
detto nella prima parte, (§ 58pag. 113), formio biografìe, racconti, diari,
cro- niche ec. di cose popolari e tradizionali in una città, in una repubblica
, in una nazione. Dopo moltissimo tempo si scrisse la storia universale di una
sola na- zione , quindi di più nazioni , in ultimo della specie umana. Un corpo
di stmia universale è un componi- mento per eccellenza sublinic , perchè il
concetto è - r uomo che scende da Dio , primo fattore di tutti gH avvenimenti
operati in tanti secoli — 11 Romanzo storico sta alPcpopca, come la storia
particolare all’ universale. Desso quindi dovea precedere, e la sua comparsa,
la sua vita, il suo dominio, è un argomento non dubbio del prossimo avvenire
ddF epopea civile moderna. Hanno ^ un bel dire gli estetici, che inclinano
all’opinione con- traria in quanto che il SuhKme è più agevole a com- prendersi
del Bello, onde i primi poeti venuti dalla bar- barie furono più sublimi che
Belli nelle loro pro- duzioni. Una tal ragione è senza fondamento, peroc- ché
ninno può ammettere che i primi tentativi di pro- duzioni subliniì deir epoche
barbare sieno cosi perfette dal lato estetico, come le altre de’ tempi umani. È
senza fondamento, perchè suppone quel che cade in quisfione, cioè che Omero,
per esempio, sia stato il primo poeta che squillò l’ epica tromba in modo
perfettissimo — Ma ciò chè è sublime per un’ epoca barbara divenne tenue e
basso in epoca più culta , e se concediamo ad 0- mero il primato rispetto
a’tempi ed alla civiltà greca di quell’ epoca, non lo terremo certamente più
sublime di Dante — Nel giudicare delle produzioni di arte non dob- biamo farci
vincere da’ pregiudizi volgari c pedanto- schi : non dobbiamo contare le nostre
simpatie per Digitized by Google i^artìì: seconda 278 merita agli autori, che,
acquistando un dritto alla rie»* noscenza de’ posteri , d<hi intesero
imporre la cieca fede e la idolatria de’ loro ^rori. Premesso queste nozioni
fondamentali, ci è conce- duto per via di deduzione da’ prestabiliti principi
di definire l’Epopea, il Romanzo, le produzioni anacreon- tiche e pindariche
sotto il rapporto del concetto. La Epopea è una stOTia ideale, il cui concetto
è idea specifica dinamica di obbjctto infinito: il Romanzo è una storia ideale,
il cui concetto è un’ idea dinamica, di obbjetto finito. E, siccome la storia è
un. componi- mento definito per l’unione individua de’ pensieri pro- dotti.
della sensività e riprodotti dall’ immaginazione , , coordinati ad un’ idea
concetto ed espressi con parole , r Epopea e il Romanzo avranno la giusta
definizione , prendendo da quella della storia , ciocché può convenir loro come
a spe- zie. Epperò l’Epopea è l’ unione individua delle ide9^ prodotte dalla
fantasia e riprodotte dalla immagina- zione coordinate ad un concetto ideale
dinamico su- blime ed espresse con parole. 11 Romanzo è l’ unione individua
delle idee prodotte dalla fantasia e ripro- dotte dalla immaginazione
coordinate ad un’idea con- cetto ideale dinamico tenue ed espresse con parole.
Io prescindo in questo luogo dalle quistioni secondarie, intmmo all’ elemento
storico o reale , che si intreccia all’ elemento fantastico o di finzione ,
perchè cadrà a proposito parlarne nel capo dell’ unione individua de’ pensieri
secondar']. La definizione delle produzioni li- riche differiscono da queste
ùal lato deU’intcgrità, corno \cdrerao, .fin, • ,, .. k. ! ! 'li-- ' ^ K '
i<: •- ■ .v ». • yv-*' -•§: Sd. - ■• ‘ '• fijiofliò che debbono cmcorirerè
nói • cónoettò ééUd j^VM poètica^TScppo morale del poep ly Viobétà del
éohcettól‘ * ' *n ' • - ^ /. .Ne^
tfatkti'-d^ ,fii^ jwetica s^iììscgna. chela favola fiitréQeiaìa'^Rom^z^ ò, ad
Èpojpea dev’essere mpràlè'e-^ nahìlé. Uti làr )yrecotto. è ragjoecvote
,.’pefctó ri^tilla daMa «afurà infiHia della ve^^ la qualfe- coinè Aftè BéWa ài
proj^pne gjei* sàp iih^ il Verò e il jptwi^ya cui come a' t(k*]®ihi *te'n^^ por
istigò rii^ ' (Ètì^gfr umani! Dià ilèonceifó- ^ il primo' piroj^nim
"pródu^iòne ai'tìsHea, il quàìé* pitò' àye^.più, q' meiro estensione*
sé^èu^ ièsf ehè si assuì^, é ipiotési! ‘è .fl^.cVn^ §0 19 p^. 158).: Allorché,
dun^ùe il poèta si a.CGÌnge a cofrij^re,* dew èssere sòll^^o
àrscègllérjé.tfn^^x^ il. .qualè mearpatò pénèièri secondari pòssIÉìli^ possa
prèseplare .esèmpi, Tfrfù ,' .‘e. servWe" di ’ «iasióne , a* còrreggere
gU' errori* cho ififestano ià-socfetal Éa (jtral cosà ^ye. multare suè^
corpjopinwÀ riflesso di .uno spcccK^ è ,npn 'mica ^'r tòrìftiyè pr^ì: GÒitrèe,
perchè egli una Storia è nòti. ùiaàScjéiiz«à/ \ ^eà^nzp* inij^òralè ‘sàreli^
àdun^e ^eltó; dje' • sj proponesse^ di corroinpere! i (mpri 'adéseàjtl>èoì-
yizi$^ * in. trionfo, descritte, co’piu' Vivi. Ò'^prì; della poesia, còiw’ sonò
Ja piu^ jèrte -.di che ci ‘'sòno pqrvèn'ufi!(Pàl- treipoali, dritti' d<^
rpmpiò ^né' di sovvertire là so^; ciè^ con' le 'niassfme scèjéràfc e co’
princij^^alsi^-if- ieligiosi , 0 . ' irri verenti*. . L’ iimanìtà èò^còtla
:fece. plàuso.^ a queste,: infamie divenute cclébpi pòr T avidità* dcHa'
lettura e pél nuiiioró deflettori ^ ma non tardò gràn 4 ?!»* ‘‘V' ‘ fallo e
caddero in disprezzo, perchè ancpra gli Safnii guasti e depravati sentòno
interaamente il T4naproye>o della propria coscìenM — La gioventù pù
.incairia ha pagato col tardo pcaitimealo le .tristi e fuoMtiaèiiM conseguenze
dellé giovimili letture', te n^ eft,più- f- dulla si avvide ehe fu tratta in
ingapno ji»a fit -dd- cezza' dell’ incante. ■ _ . , li fic^nzg. oggidì
pòtj:e^}»« ;9^Rcre I» P'* gratide missióne di un apostolato civile ppr fjtt
jisop- gere r ùmani'là degradata in fattq di mpr^de^ Mentre si è fetta e si fa
da mezzo secolo , a questipàrte tanto ^(jgre^. nelle .soienre naturali, nella
mècoanica,J»effe arti eeie’m«tiepi\ la vita pra^h è m rCgrtóso. Vn egàisint)
grello e meschini Invade ttttti.gli spirilij.in- eapaci -di unà *g.wW)M azione
i tìmidi di sprecar la vita per W rrobUe sacrifejio.alla rcligi«Be_ed. aHà po-
friaf *t*drdi facèti Bensuali ^teiiza Uno glanc» altóv- ve^»^e...^• r> • ‘
V"' ‘ ‘ ■ 1m indifferentisHio in fatto dì religione, prodotto dallo'
ScètticMàno -taosofiÉo,'!^ barin vaso Jiltte le ban- che dello scibile’ nmano,
ha CTcryati gli .animi' inetti . idi Ogni slraoidinMÌaimpre^, perchè dóve
mancala !^ ressa il .dinamismo mDrale.'.,E qual yi^ può ispirare il
"coraggio ; sagrificiò' in uemitiì phe giacerti della lo- ro destinazione
futura, .si dònno poca o nessuna soHer .crtndine di rimanére i loro-^nomi
immortaK, racco^n- •datr alla posterità-^ L’ ho ^tjo^àkròve ,' lo ripeto apeara
-qnl'J senza .fede a* principi _i^ligiQsl non qi jè arte produttrice, di cap^avori
,' /pCTcfaè- manca l ispi- razione causa sùfBciente di.bpwe -.òriginSjf e
durati^ »tr.. La lniriàtiya del béohq per conseguenza deve partirò d'^li'
tH^islii di^bWno essi, e, .ne hanno pbb^go rigorW; = studiarsi 'di . protó
favori isp^^i "dalla fede orjodossa intorno a inaferìe della vera ctnltà
^e- 2S1 sente, per «vezzare gli animi corrotti dall’idolatria dé* tipi
eterodòssi, formare il nuovo gusto a poco a' poco per coarorrere alla
grand’opera della conversione de- gli nomini .alla fede viva ed operatrice del
cristiane- simo. E, ^come il Rwnanzo civile ha per iscopo di penetrare 'nelle
moltitùdini,’ ad essò è affidata special- m^te la missione didifigere in modo
efficace gli ani-' mi- al vero éd al bnono, proponendo tii» virtuosi, e
disponendo i fotti e gli avvertimenri m guisa che trion- fi mài sempre la
giustizia e1 vizio resti pupifo. Nella qualcosa^ rtuacifo mirabilmente il
Ufanzoni ne’ Pro- messi Sp<«i,'dove tutto è armonizzato àirunlco fine di
menare l.suoi lettori aUa leggitim» conséguenza che vi è toijDio protettore
degli (^pressi, punitore de^ on* pressori prepotenti , e gH avVenlmeutì sono
ìàlinonto intcecdati che ad ogni ostacolo tiert ^pronto un rimè- dio della
vìgHé provvidenza di Cohri, che iòggÒ i d££' ni degH uòmini. Coa quénta
iaggeiza fl poeta seppe confemimrare relèm^to. Religioso- al crvUe di «n’^
poca, in eòi l’^bàlia |ireséntava quadri' di’ mi a d ' ria e di bmbili
^miàfatti l Che betìa. móstra’ della^ carità cristiana 'Jq^quel Bofromeo of»
con la" ma- gia.della parola èvaiigelfcà abbatte la rovine indniih' fa dd
deserto , l’ mnom.kiato essere itìisterioso , 1 ^' d’iirfamia, vìnto dàlia
grazia e da U^^/nipàce divéh^' to agnello raanauetq 1 t2he ‘ròatav'iglia di
convjBTBionè quel Fra Cristofaro, dà omiéida’ nd sèctdo’, divenuto’ apostolo di
carità, sia quando rimprovera ùel superbo' Rodrigo 1 Nabdcchi dd secolo^ sia
quando con coora pietoso pTe^ jfer hi horénte^di pMte-ne| Uzzaret^^ to, confuso
con la plebe acc^fa^a vista tfefl’in- folice oppresso, citi heite scio^iefe il
iaMro alla prèrt ghiera l^Cbi ha letto qùd rómànzo, è non è rimasto k compreso
da' brivido all’ idea del déHtfoiÌHrtùnafo uba ty G.iu^k ■ ■ - volta , da
conforto in ip^zzo ^lìlè trìbularfcmi delitKUH Mo scntipie^t? 4i sjcijftnzA id
inei^- #tt’ fli avvcnime^ai reali vanno introo^iati -a* inU con tele
omogeneità. ? naturalezza, civ; ta. ^ m di^ scernere ^ualc è »Uff40ò eleqionto
e qualer laoUatìco., e quel maravi^liosp glie gl’ Wgni; aup?É^iaÌi ai sfar, ZMo
di. derivare da ^udiaJte, l» WtTO rcuit^> ziere lo £a scen^re
naturà!inent<? da’ aeaUrnertti rélK giosi , e dalla Me.vixa cfee infonpanoja
iua, «euto G gb r^^np. il j»tto. Gli spiriti deboli' truovano scon,. venevoli m
una favola storica prtoido^ quel dt swrb é pfofa^, CDn^’esg# dicono» è per è
còsi ^rchè^lion .av^dp. fede ^ unnoìpi reHgipsi,.cb6 X50n^; fess^ cen la bocca
e rinnegano, eoVpuot^, la civiltà. ' per I^ ò coajr^a alla rel igioni e questa
o quella, Ma, , se fèncssore Feici^ntorel.igii^ come priooipio c fpr-* m* di
ogni vec^ciyiltA, aj^njiiQ coffie Onderò e Virgili?, e ,lulfi grandi w^i deOo
jwziònl' tennero, la £a^ re- ligióne, co^^rorma, dèUa loro, ciyiilà pagana,,
non ' solo noH'si flcand^fzzer^bew deÙ’ esempio ‘dato, dat nòstro JlalMpo i jHd
si. accòiH.nde^bBcro, gj, suo fftre, chè là ragionf ? la sch^a ipl obbligano a
rlconoacel, ré come la vera formj del loò^^o modproo,. Cessino, Ma vòlta lo
g^re , e Incldnkijno >1 genio eòe sf désta ih quàlsivòglia ponto di quella
terra , qò? Ip, str^nìòrO cbiama^terra de’ morti. -Mostriamo con or-: goglio
aHe n^ooi ebe c’ ingultano^ che l’Italia f^; sem-: pre ^ prinm^.fu maestra «S
ogni nuovo Qswnmiòù, di. <^i principiò di, óiyile>progresso, : ohe il
genio, ita- liano fa e npn ■ dice »• chò sui noàtri fatti sufso dappoi la
speculazfenc dògli esfraneij^v quali si vollero super- bamente chiamare nostri
maestri. Mi si dirà che glS- t^iani di oggidì sono più savi degfitalin' di un
altro, Icmpo , peroccliè dal Gsiiisio al
Faro fecer plauso al Poeta lAimbardo. Ma non di lodi è ambizioso il ^nù>,
perchè la sua missione non è per suo conto persona- le, ma umanitaria: vuole
seguaci che operano e non adulatori o semplici ammiratori. Ora, benché alcuni
tra’ nostri ne abbiano imitato l’esempio , scarso è il loro numero , e la più
parte invidiando la tanta avidilù de’ lettori di robaccia straniera, non
trasfondono d’italiano no’Ioro romanzi che le sole parole: eterodossi ne'loro
con- cetti, 0 nemici delia religione a pugna in campo aporlo, o tementi
l’opinione pubblica nemici occulti, dissimulan- do di sapere che una religione
vi sia , onde il corso degli avvenimenti, che narrano, è regolato dal caso ,
dalla fortuna cieca , o dal fato, e amori svenevoli e profani, e morti tragiche
proccurate dal vile e perso- nale interesse , e fine ingloriosa di un
protagonista che muore lutto su questa terra, o trionfo disonesto di donna
prostituita come Lucrezia Borgia, e via dicen- do. Se gl’ italiani di oggidì avessero
senno, gridereb- bero contro questo’ contagio speculativo e pratico ,
alzerebbero la voce contro lauta corruzione o sperpe- ro di buoni principi.
Allora non vedremmo tanti scan- dali operati da uomini inetti, che fanno
de’romanzi una vile specolazione di meleriale guadagno , profittando del gusto
depravato di una stolta moltitudine, che ozio- sa e pigra ama di leggere per
carezzare le sue trivia- li passioni , giustificare le sue sozzure col vizio
cele- brato , imparare le arti della corruzione con le vive dipinture di un
menestrello parassito : vuole dolciumi piacevoli al gusto o rifuggo dagli
amaricanti ; c dol- cezze svenevoli e indigeribili preparano i perdigiorno c
gli alfainati poetastri, che si dicono romanzieri italia- ni. La matta scuola dell’
imitazione , ossia quella cho riduce il maggior pregio dell’artista nel sapere
iiuita- imitare i classici , ha difeso
questa razza maledetta di corrompitori della morale pubblica dalla condanna al-
la pubblica esecrazione, benché gravissimi danni ab- biano prodotti nella civil
comunanza, istigando i popo- li a ribellione, mettendo a soqquwlro l'ordine
socisde, ineendendo gii animi alle più tarpi passioni. L’ Arte » di Dio nipote,
secondo la frase di liante, ia ispeciela poesia, è troppo nobile nella sua
missicme per non ab- bassarsi a servire a’ personali interessi degl’ingegni trk
viali; e basta ad aigranento, che non si lascia posscs- dere da tali uomini, il
vederla scompagnata dalla mo- rale nelle loro produzioni e il lum essere
diretta dal- lo scopo di rendersi utile al miglioramento dell’ uma- na
famiglia. Ritornando al mio proposito , dirò che sia qualun- que il
proponimento esteriore di un poema storico, sia epopea, sia romanzo, deve
precedere in mente del poe- ta un proponimento interiore ed occulto, il quale,
sen- za che si manifesti in una formula di studiato perio- do, rilevi dal complesso
di tutto il componimento, in cosi fatta guisa che il lettore dopo di averlo
percor- so, e domandandosi : perchè il poeta scrisse, e quale fu il suo fine
speciale? possa intenderlo o afferrarlo, co- me un risultato della riflessione
sulla lettura di tutto il componimento. Questo fine o proponimento interio- re
, che precede il proponimento esteriwe , ossia il concetto apparente, è un
vizio a correggere, una virtù da mettere in pratica, li primo si rileva dalla
così detta proposizione del Poema, come: Cantami, o Diva, del Pe- lide Achille,
o Canto l’armi pietose, e'I Capitano, o lUe ego qui quondam... Arma virumque
cano ec. ec. Ma è malagevole a indovinar sempre il fine ultimo, per cui il
poeta scrisse , ed a cui subordinò questo proponimento apparente. So questo
fine non è morale , ossia un vizio à correggorc, od una virtù da pro- porre per
farla imitare nella pratica della società pre- sente , il poema è un trastullo
da oziosi , una let- tura-di passatempo. Si è detto che Virgilio scrisse TE-
neide per adulare la casa Giulia, come Ariosto la casa, di Este. Se fu
realmente cosi, mentre ammiriamo due maravigliose produzioni di due grandi
ingioi, non ab- biamo a lodarci in alcuna guisa di loro sotto il rispetto dell’
utile, e infatti, toltone il diletto che ispira l’ori- ginalità dell’ invenzbne
di quei due sommi poeti, né Vii^lio produsse alcun vantarlo al perfezionamento
morale nel secolo di Augusto, nè il Ferrarese, che anzi Bocque alla morale
pubblica con la oscenità de’ suoi canti. Non cosi Omero ne’due Poemi, nè Dante,
i quali intesi al gran fino di correggere e di proporre o vizi o virtù secondo
i diversi tempi, ciascuno si attenne ad un concetto apparente subordinato al
fine ultimo del- l’utilità sociale. Di qui chiaro apparisce che il proponimento
inte- riore ed occulto è norma e regola della scelta del- l’argomento a
trattare, di guisacchè un gran fatto che si prestasse ad epico canto, ma non si
piegasse ad uno scopo sociale , non interesserebbe un poeta onorato e di
coscienza, Nisi est utile quod faciìims , stxdta est gloria. E, poiché fine
ultimo dell’arte è l’interesse uma- nitario, ossia l’utilità pubblica , il
concetto interiore , a cui è subbordinato l’apparente esteriore, è ancor es- so
subbordinato al bisogno presente della società, che si agita in tntt’i iati per
sottrarsi del penoso letto di Procuste, e non sa trovar modo di uscirne. Il
poeta, bene informato de’ bisogni presenti , ne sceglierà tra questi uno
principalmente, il quale soddisfatto inge- neri l’attitudine di satisfare da sé
stessi i rimanenti per la buona direzione degli animi ad uno scopo prefisSO.
Nel tèmpo, che la civiltà inseguita dalla barbarie ricoverossi in un angolo
dell’ Asia, minacciata da tutt^ i punti, era. pressante il bisogno di
difenderla e custo- dirla col valor militare e con la potenza delle armi.^ Era
indispensabile creare un popolo guerriero, una nazione bellicosa, che -con un
pugno di uomini sapesse resistere alle miriadi di Serse: che Leonida con
trecento valor Osi immolasse il sacrificio di 800 vittime preziose sulFaltare-
della patria; Per quanto i principi eterodos- si permettevano, una gran virtù
da proporre, un gran delitto a punire avrebbe dovuto informare un poeta pari ad
Omero. tradita fedeltà conjugale di Elena sedotta dal figliuolo di Priamo
accese Tira , d'Achille , e tutta la Grecia, informata da una idea, idea di
ono- re altamente sentita , incitala alla vendetta, si arma contro il rapitore,
e per dieci anni di assedio intende a lavare la macchia del talamo di Menelao
per dare ad una piccola nazione un tipo di eroismo e di sacri- ficio nel dover
custodire il palladio della civiltà contro de’ Persiani potentissimi, con
ostinazione, finché la Gre- cia divenisse autonoma e legislatrice di tutte le
na- zioni. Era l’idea delPindipendenza minacciata da’poten- tati vieini,
da'barbari, che col peso de’ loro corpi schiac- ciavano que’ pochi uomini
ricoverati in un angolo del mondo, da’ l>arbari che punivano di verghe i
monti e di catene i mari , che invadendo la Grecia rapivano le mogli belle di
greca bellezza com’Elena; rovesciavano gli altari de’ patri numi,, trascinavano
in catene i vin- ti. E questa idea incarnata nell’ Iliade educò quella nazione
di Eroi, quella Grecia che conta ne’ secoli po-' sleriori Leonida, Milziade,
Temistocle, Aristide , Epa- minonda, Annibaie, Alessandro, e nelle scienze
specu- lative Socrate^ Platone, Aristotile e quella schiera di sa- pienti, di
politici, e di filosofi, che iiluattaarono iliin^n- do di allora, e fino a noi
sono letti e studiati' ed ammi- rati dopo circa ventiquattro secoli. Senza
Omero la Grecia militare non avrebbe contato tanti trionfi. La Grecia senza V
indipendenza non avrebbe coltivato le scienze, le arti, e i mestieri! Ecco i
prodigi delFarte, e specialmente della Poesia! , ,, < > - Non così il
poema di Virgilio, il quale canta senza scopo morale la pietà di un Enea , che
Roma corrotta ammira e non imita^ perchè non le ispira alcun interesse ne'
bisogni presenti. E dopo T assassinio di Cesare in Senato, la tragica fine di
Catone, la barbara morte di Cicerone, e tanti scandali di guerra civile, Roma
non intendeva più il canto armonioso del cigno di Manto- va. Risultonne per
conseguenza una storia atta a di- vertire gli oziosi, a lusingare Tamor proprio
de'Roiha- ni, a piaggiare Torgoglio di Augusto, che vantava tanto uomo e tanto
poeta per suo adulatore nel creare una Epopea per dimostrare la di lui origine
divina. Roma cadde con tutta la Epopea di Virgilio, mentre la Gre- cia surse
per Omero. Se Virgilio avesse capito il bi- sogno della sua nazione , come
Omero , non avrebbe cantata T Eneide , ma messosi sul punto, in cui una vecchia
civiltà dovea cadere , avrebbe intonato un canto patetico di luttuosa elegia :
avrebbe dipinto r orrore dell' assassinio di Cesare , onde non- si sa- rebbe
arrotato il, coltello per iscannare tanti Impera- tori nei secoli seguenti , nè
. gl' imperatori sarebbero stati ^ tanti, assassini della povera umanità
atterrita — Perciò^il suo poema non divenne popolare, come l'Ilia- de, e se
visse e ^vive| finora noi, fu ed è, perchè Vir- gilio era sommo poeta , in cui
l' arte superò e vinse gli ostacoli deir argomento. Egli produsse una statua di
Fidia, che perfetta in tutto è senza, vita o, senza pa- rola, perchè air
artista non è dato concederla-^ È un 288 PARTE SECONDA monumento meraviglioso,
che ricco di preziosi marmi è viìoto al di dentro e appena vi' truovi un pugno
di cenere. Noi T ammiriamo e F ammireranno i pòste- ri per lo incanto dell’
armonia , per la dolcezza del verso , per la simpatia che ispira quel suo pa-
tetico descrivere , quel suo fare da maestro in un argomento spinoso , dove ,
mentre si sente agitato dal bisogno di compiere la missione di un gran poe- ta,
è stretto dalla necessità di limitarsi a poche cose per l’umanilà, poiché deve
tutto alla casa Giulia. Vede ne’ suoi quadri immagini morte , vuole spingersi ,
ma è rattenuto , onde in fine di vita medita sul fatto suo e , trovatolo
indegno di lui , lo destina alle fiamme. Augusto, che avea interesse di farsi
immortale , con- servò quel monumento , il quale ci attesta che i più grandi
ingegni sotto l’influenza degli astri troppo lu- minosi possono anch’essi
rimanere. abbagliati. Il nome di Augusto venne raccomandato alla posterità per-
l’o- pera di un gran poeta, che non va esente dalla taccia di adulatore. Da
questi principi deve partire là critica ràzionalé nella disamina delle
produzioni storiche ideali della poesia di tutt’ i tempi e di tutte le nazioni.
Un’ epo- pea* 0 un romanzo, una novella o una favola, comun- que meravigliosa
per artificio di parola , per origina- lità d’ invenzione o di finzione, se non
è* informata da un’ idea, da un fine di utilità presente all’ umana fa- miglia,
è un balocco, un trastullo atto a soddisfare la curiosità di vecchi fanciulli ,
che con la stessa fa- cilità , con cui ne divorano la lettura , se ne disfan-
no, perchè, dopo che l’avranno letta, nessuna impres- sione ne risente 1’
affetto , nè alcuna risoluzione si desta nell’animo, o di virtù da praticare, o
di vizio da correggere. A simili produzioni manca la opportunità e non destano
altro interesse che di una stolta atn-> mirazione pel poeta che scrisse.
Aldini vorrebbero giustificarle dal verso della Utilità del ristaui’D delia
storia di un tempo in quanto che, mettendo in veduta i fatti trascurati dagli
storici, richiamano T attenzione del pubblico sugli avvenimenti di queir epoca.
Così, leggendo il Romanzo storico del Manzoni , apprendiamo gli usi , i costumi
, i vizi e le virtù speciali degli uomini di allora , che indarno cerchiamo
nella storia d’ Italia , perchè , essendo fatti troppo minuti, o furono
trascurati dagli scrittori o ri- masero ignoti. Ora chi non vede che dalla
lettura di quel romanzo si trae un’ istruzione , ossia una cono- scenza di
fatti, che prima ignoravamo ed eravamo con- dannati ad ignorare? E non è questo
un utile po- sitivo? A queste obbjezioni rispondo primamente che troppo
infelice rimedio è per la storia il romanzo sto- rico , dove le cose finte sono
talmente incarnale agli avvenimenti reali che il solo poeta può saperle disccr-
nere nella Supposizione che i fatti di un’epoca oscu-' ra sieno ignorati
gencralmontc. Anzi il poeta si stu- dia a tutt’ uomo di nascondere a’ suoi
lettori quale la parte vera, quale la parte finta , e ricorre alla destra
mentita, con la quale ci dice di aver tutto ricavato da un antico manoscritto.
Se poi il poeta si proponesse di richiamare 1' attenzione de’ suoi
contemporanei sui fatti di queir epoca , farebbe servire la poesia ad un fine
troppo limitato, mentre potrebbe e dovrebbe rag- giungerlo per la via più propria
e più spedita, di pre- sentare cioè un lavoro storico e positivo di vero ri-
stauro , come molti insigni e dotti ^ingegni hanno praticato. In quanto all’
istituzione che vuoisi discenda da simili produzioni, c che si tiene in confo
di utile, non neghiamo ancora noi essere meglio conoscere gli av- venimenti. di
un tempo che ignorarli , ma ben può darsi che sia mutile , come inulilè è per
molti il co- noscere una lingua antica, che non ha alcuna impor- tanza rispetto
alle cose della vita sociale presente. La parola* istruzione non ebbe un senso
determinato nelle quistioni estetiche concernenti Je produzioni letterarie. Si
è detto che la storia sì proponeva d’ istruire, che il poeta vuol istruire e
dilettare ^ e l’oratore secondo Cicerone ha tre uffici a compiere ',
conciliare^ istruì-^ re e commuovere. Forse che la storia istruisce come là
Epopea , come la Scienza , e 1’ Eloquenza ? Nella determinazione del
signìfìcato di questo vocabolo sì può dare una soluzione soddisfacente alla
proposta quistio- ne. Lo spirito umano è sempre istruito , quando ac- quista
una qualche conoscenza, e siccome conoscenze presenta ogni componimento
letterario, si può dire che ogni componimento sia istruttivo, Ma r istruzione
diversifica, come diversificano le varie specie di conoscenze , e nelle
produzioni di ge- nere storico è istruzione di memoriaf nelle scientifiche è
istruzione d’ intelletto , nelle oratorie è istruzione di seTUimento,
Pretendere nella Storia Y istruzione scientifica od oratoria e viceversa
sarebbe irragione- vole, perchè niuna facoltà può dare ciò che non ha , o più
di quello che ha. E, siccome in ciascuna specie di •componimento vi è una
facoltà specifica, ognuno vede che in ciascuna dì esse vi è un’ istruzione
speciale. ' Da un altro lato, posto che le produzioni poetiche debbono essere
dirette dal Vero e dal Buono determinato in una specialità di utile umanitario,
la istruzione che debbono effettuare non può essere una qualsiesi Cono- scenza
di vero e di buono , ma questa o quella che è conforme alla natura speciale del
componimento. Mi è piaciuto di mettere in ultimo luogo questa os-, servazione
di risposta alla obbjezione , che si poteva fare alla teoria stabilita nel
presente paragrafo. INTORNO ALLA FANTASIA PACOLTA’ PRODUTTRICE db’ pensieri
secondari nella STORIA IDEALE. Introduzione al capo presente — Sua partizione
de- rivata dulia fantasia considerata in sè stèssa e ne' suoi prodotti.
Trattando di una specie di componimento lette- rario, non si può fare ammeno di
parlare della facoltà psicologica sua propria , perocché abbiamo detto nei
preliminari di questo volume che ogni componimento non differisce da
qualsivoglia altro componimento in quanto alla forma la quale è una e la stessa
per tutti , cioè r unione individua de’ pensieri secondari col Concetto (§ 1
voi. I." pag. 98). Se noi abbiamo rico- nosciuto, e non se ne poteva fare
il dimeno, più spe- cie di componimenti ; fu perchè, realmente più specie se ne
danno dal lato della materia, che sono i pen- sieri , i quali perciò sono
diversi , perchè, se fossero identici in ogni componimento, non avrebbe luogo
la distinzione delle diverse specie di comporre. Ora il pensiero è un prodotto
dello spirito umano ; so dun- que un pensiero può differire da un altro , la
loro differenza è come quella di un prodotto, cioè effetto, da un altro
prodotto ancora effetto. / Digilized by Google 892 i>AnTE seconda Ma la
causa produUrice di questi effetti. diversi è lo stesso spirito umano , la loro
differenza adunque non può essere che in quanto alla diversa manièra di operare
di un agente medesimo. Le diverse maniere di operare sì dicono facoltà ,
attitudini e capacità dello spirito umano.' Egli è dunque chiaro anzi evi-
dente che, sia nella disamina di un componimento fatto, sia nella direzione di
un componimento a fare , non si può nè si deve tralasciare la particolare
disamina della facoltà produttrice de’ pensieri secondari, dalla natura
specifica de’ quali derivano le differenze spe- ciali del componimento. Nel
presente capo adunque esporremo partilaraente la teoria della fantasia umana
come facoltà della storia ideale , produttrice de’ pen- sieri secondari,
considerata l.° in sè stessa 2.® nei suoi prodotti 8.® ne’ suoi prodotti
considerati sotto il rispetto dell’unione individua. Dividerò quindi il pre-
sente capo in tre articoli. Intoro alla fantasia considerata in se stessa* La
fantasia è una facoltà dello spirito uinano, che ogni uomo possiede) benché in
gradi diversi. - Ne’ trattati di Estetica la parola Fantasia non ebbe mai un
valore determinato , perchè spesso la incontri scambiata con la immaginazione)
alle volte confusa con V ispirazione , non mai distinta da altra facoltà psi-
cologica anche creatrice. .Importa quindi connotarla pei propri caratteri, ora
che parliamo di una specie di produzioni poetiche, nelle quali le differenze
specifiche (li questa facoltà sostanzialmente derivano. La funtania adunque per
noi è quella facoltà del nostro spìrito , la quale in occasione di alcuni dati
sensibili produce alcune idee dal. proprio fondo , che non corrispondono ad
obhjetto fuori di noi. Del qua- le fenomeno può rendersi conto ogni uomo, che
con- sulta fedelmente la propria coscienza, perchè ad ognu- no è venuto fatto
qualche volta di osservare ohe pre- so da timore esagerò il pericolo : parvegli
vedere e sentire parlare esseri non mai esistiti, e molti nel de- lirio
indicano i demoni che li spaventano , e vedono spalancate le bocche d’inferno,
e pronte le catene per esservi trascinati. Chi non sa quel fatto sorprendente
del Genio di Socrate, o di Bruto? Torquato nella sua vita ci fornisce un
esempio meraviglioso dì alterata fantasìa in quel Genio che gli appariva ad un
filo di l«ce, con coi discorreva lunga pezza dì altissime cose, (somponendosi
nel corpo, come sè stesse presente ad un personaggio ‘di superiore natura
secondo quel che no riferisce il suo bii^afo , il quale si trovò presenterà
questo meraviglioso spettacolo. Ma, lasciando lo straor- dinario, esamino ciò
che è fatto costantissimo in tutti gli uomini, i quali, quando odono raccontare
un fatto quahiesi , rendendosene conto per riferirlo agli altri , sono portati
naturalmente a circostanziarlo , abbellir- lo , ad esagerarlo, immutarlo, di
guisacchè lo stesso avvenimento riferito da cento si centuplica, a cosi di- re:
tanto, sono diverse le aggiunzioni che ciascuno vi appose, cavate dal proprio
fondo per quella facoltà, che si dice fantasia! Quanto più un popolo è barbaro,
tan- to più è fantastico, onde creando numi di fantasia, po- pola le selve di
ninfe, sitiri e faiini , e personifica i fonti, i fiori c le piante, e dà senso
agli elementi, che Digilized by Googlc PAltTl^ SECONDA 294 poi divinizza c
chiama Dei. Tutta la mitologia pagana ebbe origine dalla fantasia de’ primi
popoli abberratì dalia tradizione primitiva, che quantunque fosse di- venuta
ridicola ne'tempi umani, fu conservata da’poeti eterodossi per piaggiare le
moltitudini di natura do- minate da fantasia per manco di coltura civile e di
educazione intellettuale. Quando io dunque vi parlo di fantasia, non dovete voi
ricercarla ne’ libri o dedur- la per via di ragionamenti da’ fa^i analt^hi , ma
la trovate in voi stesso e specialmente ne’ piccoli avve- nimenti della vostra
prima età, quando dominato più dai senso che dalla ragione in ogni cosa
fantastica- vate , e secondo le impressioni più o meno favore- voli prodottevi
da’ racconti della balia conversaste in mente vostra con alcuni esseri anomali,
o v’impalli- diste ad un -piccolo rumore neHa stanza in cui era- vate solo
all’oscuro-, o lieto nel viso soffuso di vita novella contemplaste un obbjetto
carissimo , un amico lontano che vi sorrise in mente , vi parlò e vi disse
moltissime cose piacevoli, e voi come rapito in esta- si, ignoravate di
esistere in questo mondo. E, se guar- date un poco a’ vostri sogni, quante strane
combina- zioni ? Quante bizzarre mostruosità, di cui siete certo che non mai in
vita vostra avete pensato nè a queste nè alle simili ! Siamo così fatti per
natura, il che impor- ta in altri .termini che la fantasia è una facoltà psi-
cologica , una facoltà dello spirito umano , cioè che tutti gli uomini la
posseggono, perchè tutti gli uomi- ni non volendo sono soggetti al suo dominio
più o meno ne’ diversi stadi della vita. Dal discorso fin qua chiaro apparisce
che la Fan- tasia, benehè sia posseduta come facoltà psicologica da ogni uomo,
non è da dire che tutti la posseggano nel medesimo grado , imperocché ,
fondandosi , come vc- Dìgitized by Googte INTORNO ALLA SCIENZA DELLA STORIA
POETICA 29S dremo, sulla scnsìvità, diversìBca conio questa, che ne 0 il fondaincnio.
Noi vediamo tullodi che alcuni uo- mini' abbondano di memoria fino ad averla
prodigiosa rispetto agli altri, mentre difettano d'inlolligenza; alcuni altri
sono dotali di acume d'ingegno, ma relativamente difettano di prodigiosa
memoria; altri prevalgono per gli studi storici, chi per le Matematiche, c per
gli studi speculativi in genere , chi per le lettere umane ed amene, chi per
l'ascetismo e per la contemplazione , chi per F eloquenza ec. Gli stessi poeti,
che debbono senza dubbio essere dotati di fantasia, si differenziano tra loro
pe’gradi di finzione, che, come vedremo, è ope- ra di fantasia nelle produzioni
di genere storico. Di- rete ancora che questa facoltà produttrice delle nostre
delizie è posseduta per gradi, «hi ne ha più , chi ne ha meno, ma tutti in
qualsivoglia grado anche mini- mo F hanno. ' §■ 87. In che la Fantasia
differisce dalla I mia agjs azione 0 come altri dicono Immagis atifa ? Nella
Prima parte di questo volume dicemmo che la Immaginazione è facoltà comune alla
storia reale ed alla storia poetica (§ !)2 pag. 163), onde dedussi che la
differenza delle due storie non si debba deri- vare dalla Immaginazione, che è
facoltà riproduttrice, sibbene dalle rispettive facoltà produttrici , che nella
prima è la Sensività, nella seconda è la Fantasia. La Immaginazione adunque non
si può scambiare con la Fantasifl, perchè i loro uffici sono diversissimi, come
è diversa la produzione dalla riproduzione. Se quindi da taluni è stata confusa
Luna per l'altra, si può scutare 1’ abuso de’ vocaboli con la libertà che si
conce» de di assegnare, ad arbìtrio , qualsivoglia definito ad un’idea.' ICd
arac pare che questi estetici chiamassero Immaginazione la facoltà, che noi
diciamo Fantasia, in quanto che i suoi prodotti sono idee immagini, os- sia
idee di cose estese e ngiirabìli. Ma oggidì gli stes- si psicologi, che
chiamano la fantasia immaginativa poe- tica , assegnarono la parola
immaginazione a signifi- care la facoltà riproduttrice delle nostre idee , come
si può vedere nelle opere filosofiche del Galliippi. Determinata in tal guisa
la quislionc filologica , vengo alla differenza delle due facoltà, percJiè
sovven- te si possono confondere i prodotti dell’una con quel- li dell’ altra ,
onde reputo necessario differenziarli ac- curatamente pei loro rispettivi
caratteri. La fantasia, come facoltà produttrice, cava dal fon- do dell’anima
alcune idee, i cui obbjctti non hanno mai operato sulla sensività , onde non
corrispondono ad obbjetto esistente ma possibile: le idee al contrario
riprodotte dalla immaginazione sono, a così dire, una ripetizione delle idee,
ohe furono da noi percepite io occasiono che gli oggetti esterni operarono '
sulla no- stra sensività, e , benché ora non sieno presenti gli ob» bjetti
medesimi, lo furono quando che sia stato nel tempo preterito. La Fantasia
adunque non si può ap-. propriare, come suoi prodotti, quelle idee, che si
richia» mano ad una combinazione diversa, perchè la sola op- portunità della
nuova situazione è una novella pro- duzione dello spirilo. La fantasia ci rende
originali in quanto che produce idee nuove non prese a mu- tuo da UJi altro
componimento. Cosi non è originale Vir- gilio nella discesa di Enea
neU’lnferno, copiata da Ome-. ro: nè Tasso, che finse Rinaldo allaccialo dagli amori
di Armida copiati da tanti altri poeti. La vera originalità è produttrice
d’idee nuove novissime, delle quali è fa- coltà la fantasìa: Tlmmaginazione è
depositaria di questi prodotti custoditi per essere ripresentati a tempo op-
portuno. La Fantasia è rispetto alla Immaginazione ciò che è la Sensività
rispetto alla medesima: differisce dalla Sensività in quanto che produce idee
senza oggetto agente, mentre questa non si attua se non alla pre- senza dello
oggetto medesimo ; l’immaginazione aduu- que è l’architetta di ogni
componimento storico pro- saico o poetico, e, se la prosa differisce dalla
poesia, avviene per la diversità de’ prodotti delle due facoltà produttrici. §.
88. Intorno al modo come opera la fantasia per meglio determinarne la
particolare natura. Estro poetico. La quistione proposta non è tanto facile a
risol- vere per quanto sembra a prima vista, perocché non ci è dato di
sorprendere la fantasìa nell’atto che opera per soffermarla all’ intuito della
nostra riflessione , la quale appena ohe vuoisi costituire per afferrarla,
allora è ohe la fantasia ha cessato di operare. K una spon- taneità
meravigliosa della nostra natura interiore , la quale si fà innanzi in un
baleno e sparisce: opera in modo improvviso senza che si possa contare a dati
cer- ti su i suoi risultati, onde i poeti, che ne sono a do- vizia forniti,
furono delti improvvisato ri, ossia ingegni dolati della fantasia, ohe è la
facoltà dell’ improvviso aperare. La direzione , ohe può dare la riflessione a
questa facoltà portentosa , è in quanto ad un oggetto ' piuttosto che ad uu
altro, ma per sé stessa è indocile, e insobbordioata ad ogni legge, di guìsachè
non si può rendere più o meno intensa a piacere nostro. In somma è una facoltà
passiva secondo il linguaggio dc'psicologi , che si attua nostro malgrado
secondo la sua. natura. Gli antichi credevano, o facevano vista di credere, che
i poeti, cioè gF ingegni forniti di fantasia, fossero ispira- ti da un Nume, il
quale, in modo misterioso agitando int^iormente lo spirito umano , in certa
maniera ri- velava le idee d^li oggetti possibili. A chi non è no* to r Est Deus
in noòis agitaiUe cal^cimus iUo ? Que- sto numé si ebbe il nome di ifusa.,
spesso invocata sotto diversi nomi secondo la diversa natura della ma- teria
del componimento, onde il Die mihi musa virum e Cantami o Diva. ec. £ vati
fur<mo detti i poeti , perchè le cose, che cantavano, erano in certa maniera
profetate, non per virtù propria, ma per Hntervento della creduta ispirazione»
La quale credenza, comunque alterata, adombrava il primo vero tradizionale
delFispi- razione divina al primo uomo, che ebbe la scienza in- fusa da Dio,
per la quale nominava le cose co’ nomi loro propri senza che da altri avesse
prima, come noi, appresa alcuna favella. Ho detto che adombra il pri- mo vero
tradizionale, perocché Tidea de’gentili intor- no aìVispirazione era alterata
dfd politeisnao, e la ispi- razione nel senso ortodosso> nem entrava in
mente di quei ciechi idqlatrL Per la stessa ragione là fantasia fu somigliata
alla mna , la quale, presenta un corso perenne e spontaneo del Suidos perchè,
una ricca fan- tasia porge un corso perenne, di pensieri nuovi com^ binali in
forme novissime ui modo improvviso e affat- to spontaneo. . volete da me un
modo di dire per far inten- dere la maniera misteriosa delT attuazione della
fanta- sia ,. io dirò che dessa si attua per suggerimento o r suggestione' in quanto die in occasione di un
pen- si ero eoi-rispomlOnfe ad un obbjeUo - Leale la. fanrasin annerisce uh
àllro pensiero dal fondo deiraniiua , il. quale pensièro è eurrgroo ed
addicevote » e.» a cosi dire, opporliinoVin guisaccJiè dall’ unioRe- di esso .e
degli. aUri intorno ad un oggetto -ne risulta. un tutto, armonìeb , il qu»le ,
so non esiste., swcbbe deside- rabile che esialesse, «• diletta lo spirito, che
si com- piace dì m» sua fRttura. tìuesto suggerimento, fat- to a. mòdo naturale
cioè dalla Ibiitasia . midra , forr ma i poeti. 'Questa Scotta fu ancor essa
/vixiata dalla colpa primitira , onde l’ arie produsse tipi difformi dall’
ortodossia : ma , se T-uomo fosse rimasto nell’in- tegrità prunilìva , avrebbe
conservato nella sua inte- gra natura, una forma di .naturale ispirazione
subbpr- dinala alla divina ,.e atta, a dunostraro la- uniformili de’due ordini
intelligibile e sopra inteUigìbllc, Hanno • i poeti riflettuto abbastanza la
dignità della loro mis- sione? Non traggono gli umani il più', forte .sgomen-
to della loro futura destìnazione da questa njerayiiT gliosa natura delle
facoltà psicològiche ? s ■< Ritornando al mio proposito , v«igo a dir breve-
j mente'deH’fisiró poetico , il quale in sostajua non è che la fantasia non in
potenza ma in atto , di" . cesi che il poeta è invaso dklPcstro, quando la
vena è. fluida, ©quando la fan jasia si cosliluiace.nell’opcrAr,c còntimia. 1
prodotti sotto l’iiHluOTaa defl^estro poetico sj, distinguono dalla frescbezzA,
spònla^ttà, delicatezza, di ■- tinte, squisiteza di pensieri,doti le quali si
ammiranó dal- lo stesso poeta ne’freddi momenti della riflessione, quan- do, a
COSI diré, nonsembratmpiù snoi„poreiiè paragonan-, dosèstcsso, comesilruova di
presente, à quel poeta, elie ’ 1 - . = =
V ^ . . . r. . t . . J . J 1 w- «2 • ••
•!'., ' scrèse; kivasó daH’etóm,. si sente -incapace a produci^ alli^llapj»-
Gid-diMOftt’f» ^he u^p» no» è.setttjp’e.. lo steten-ne’dFveisi monvenii deHa
vita. Vi son^ Uiomeifili, D^qUfdi.nonsftanp buoni per JuiMà; non sapmanw 90A-
<*»fró un pensiero, cómbiiiare p<^he parole. 1 moinep^i, . che si drecUo
/'cltd per Ìo-scritto«e,8ono.cor4iej:^i, e,se. l'abHo ci a^dla-in dHena,-i
prodpUi majiifes4uo> la ftiffcrerwa deriverei Slafi deltataimo. Jinpatianw adun-
ane a diMiiipoere-k^apte«% in allo dalla fantasia in. po- tenza, cd a ^er
cUglÌep« i'moiwali feUci ^ a aopya^ji: ddfC’né’tfWHrejitPpoou-fe'^h "■ ' .
i ‘ ' • V ' Si' «necftfta wtd alcùni
•rtMvzi, che 4$j\aana4’aUn^kà della FùnTtdsùi-^ MveAyl^siosji-^Màg^Br ■
‘tchifHnaiioiio'^tila eua'occyltìi liatwa.- ■; . ii F: Un fatto che i momenti
feUci tlella fantasia 0 del- Tcstro poetteo non vanno sconipagiiati da
.un’esaltazione., del comune sensorio,.. perohè il poeto nel momenla di
riflos^ue si riconosce assai diversòdal poeta invaso.d^- rèslroysi peFcWi non
ricorda quel che. allora petKÒ e,, sefissc, sf-t^chè’di-preseijtc don si sente
capace di fapc . anrctffthto. Adunque una falche novità avvenne nel sdo
sensorio, che non si trovò «erto nello stato nornuilc, perchè in questo ^ è
vèihito die sarebbe incapace di f^6 altrettaìitò. Questa rautamenlo'io to
chiamo esViUaaipneo altéraifone del sensòrio j ski»ae axjuella del «oUe o di,
cJu delira. Nè vi-scandaliszalc di questa mia espre^ono, che furóre póeticoiù
dottala fantasia in atto o l’estro ^eUco. Ed io Be provato in
UtóS;te8so.,(luranle«na'ÌDfermità,il fe- nomeno racràviglioso ed anormale di
questa alterazione, poiché osservava costantemanle al declinare della fcb-. - /:• ' -V-- • •- brc'iutèrii^iitt^te lyia
tanta ^ facilità versi cha 10 li v’ed^ bem e RPjfèlti schiefar§ii\^nanz^.alla
mì{| ^nenle^ non f^veapai|«f^ si cèlere cKò li pte*^,e scriyc7,,. rè, e ^e ne
co.inpisuie^à a segno, di degidera^ò ^liesiprò- lunga^sero quei nwn^pÀti
felici^ pj^e iiu avrebber^àssicu- , rata Una èórona pietica. V : , . ; .
NWintènj^. dirb con cip cbe ja fantasia risulti r dal* ineccani^mq
det'Cérvello/j. carne >p i mate? riali^ti, .'iptia nph sj ^pq dpi tq.tto, •-
n^are\ che^'iT qefr, yeUq,, du?fl»te TèStro^ Sra ib • uno $jqtq diver^ dairopt
diparip/ f.'poeti, del §enso, i;^§sonug|iandpjl cqlore déj-, ' l.a- fantasia
attuala- ^l-.è^)o^e . qérpqreo., .^utayaiio^'. cp'liquori spirita^/ ónde disse
Oinèrò, d'altro - nòn ]>arla chie di Vigne 'FinetQ, crep(U JI(^ te poeta
leggiadro ^ non piarla ohe.r di- Bacco. Dio del* vino , ed. Oraàio sqlle peste
del greco ^atp . celebra " 11 Merno. dagli anni nurnpratì - cònso^^
riinediq per essere' ppela 1 iniperocbhè>, quanta il' nno .moderatamente.
bevuto esilarando b) smrilb’ec-^ citi il Gom.une. «"sen^riq ad
una^'passa^iera ^tcr^'qr.^ ne, ia ^a .^azione • puranje'nte meccanica-
non'^pùò'’ s.u^-^ gerire alcuna idea ^poetica, degni sopròvU vere nel; leinpo.
della i^iflessione. C' * v V.» ' / ^ .X”. *.> .Più n^oder^ti e più^ s^i. i
poetr moàònily s^-- gnande ridqlqtrià ad un nume mtèmpértHitc, innal^q^ no
altari; ad una ^ passione, che, iinpadronitasi^abituàl- menlé delji’^nimo; lo
spinge ^agliardameB^te ad o^^ Ma il cambiare di padrone no^ è sèmpre, un
eambia^ dì ' sebiay itù, perchè akum poeti pi ù • s^ensùaH .^de'dÌT òli 'Sf^
Baccò^ scélsero, a loro ììui^ la ‘più Jàùlà passione^ rd- morq. Il.principé
de’nostri Uj^ici italiani diede. H eatr; tivù esemplo, e i .auoi s^ua0i,*
credendo che a-dfycn;?.^ tar Pctrarclii bastasse, una L^ufa, si scelscrq^^ad
ainare^ q celebrare una donnetta, ed ecco Farcadia ribóccanle ■ • di pastori* ccT»eggiar -^-R«rcnH ■anióposi
, dì 'pariti e di sospiri resfescò le popolate di nftfé, e Venere celebrata
ì)e’ suoi spggiorni di Pàfb , &n1do, e. Cippo. EgH è- vero, ebe PetrarCà fu
pàn pbela , ma noe ne deducete che Tamwe di Laura il fórmè tale, peroc- ché gli
arcadi cantarono amori, seguendo il 'suo esem- pio, soura che potessero
diventar Petràrchi. Amé Dan- te , ma non fu Tamore tì'sno-Noiue^'amè ,Tor(ju»lò
Ida, non fii ramore-il tèiirR del Suo canto. Un’aniny» ohe ‘sénle è la più
disposta alla poesia, ma don é la più tmiale delle passioni che pòssa’'
ispiJ‘are grandi peQsieri. Qual poeta più ingegnoso deirAriofUe? Kbbe- ne che
cosa ù il 8Uo0rlandb, se 'nori‘ una congerie di laidezze, da cui abborre ogni
anima oneata? P pKi gran- di .poeti -non furono certo ■ HHiamoràti da 'trivio:
non guardarono la dònna,- come un ìstnimento di sensuale dilettò, .ma
"oome una cara metà* dell’ uomo destinata alla più sublime nriseione della
nòstra specie su 'que- sta terra : àmarto^la. donna, più 'bella nella sua -
inno- cenza, cotne Danlò la ' sua Beatrice ’e in qualche modo Petrarca la sua
Laura: Vadòrano nel virgineó pudore e nel casto.'connubio, per cui' si dividono
in egual par- te i piaceri e i dolori nel viaggio di- questa vita naor- tale.
Ma il poeta sehsuale, clic invóoa per Musa TA- mor^, ripone nella
donnàl*nltirao'fine. dell’umana feli- cità é in questo fjnè gH riposa la mente,
ehè è Inabili- tata a slanciarsi più in là. E, skco'me quest’aaiore è esclusi
'o' di ogni altro amante peroh^ gelo^ e per- sonale, (^qno vede che il poeta,
'che. .canta per amo- rè, è un egoista. per eccellcnea riducente tuttavia uma-
nità al suo solo individuò , a cui fa servire ogni al- tro B&e cofne
ìnez?o. E^cco perchè i poemi eroiici eb- bero uria celebrità^ ed una vita,
quando le nazioni 'èhi- rio serrate a indi' idni, non ancora slacrrite dal imi-
INTORNO ALLA SGIEINZA DELLA STORIA POETICA 808 nicipalismo. Ma, rotte le
barriere dal cristianesimo, Tin- dividuabsmo cedette alla specie , e l’amore
del senso atta carità diffusiva. Cosi la passione, che era fine de’ p^ti
erotici, divenne mezzo pei poeti ortodossi diretta ad un fine più nobile , al
bene di tutta la specie Uu ^eta senza passioni è una statua senza vita:
imperocché, essendo la sua missione un apostolato ci- yUe a beneficio dellumano
consorzio, col massimo disin- teresse personale, non può sostenerla senza un
amore forte , paziente , perseverante , e I’ amore di questa natura è la più
grande e la più nobile delle passioni!' Quando lo spinto è dominato da questo
amore, la fan- tasia è nella massima attuazione, onde l’ ispirazione è
sostenuta , e perenne , perocché il maggiore stimolo sul sensorio é lo stimolo
morale, ossia l’anima istessa, che SI vuol sprigionare dal carcere, che la
circonda, per diffondersi nella specie. Le più grandi poesie, come que le di
Omero e di Dante, ne fanno pruova incon- trastabile , perché la lunga vita loro
é un argomento che in esse vi é uno spirito animatore di tutte l’età appunto
perché vivono sempre, e ciocché é permanente è della specie e non
dell’individuo che é mutabile. Ec- co la Musa, o poeti, che deve ispirarvi 1
Ecco la Mu- sa che VI rende immortali ! Smettete que’canti vena- li, che VI
attirano 1 ammirazione de’ vili adulati, e fate un inno verpne di servo encomio
, se volete che la posterità VI legga e vi rammenti. L’egoismo o il per- sonale
inter^se è una passione che vi rinchiude Ll- e dopo tanto fracasso non resta di
voi una memoria Transnt memoria ciiis cum sonitu. Alcuni si fanno dominare
dall’opinione die il noe- ta può prendere a sua guida la più nobile delle ms-
sioni, la gloria, per la quale a suo nome va ceìeZ. Digilized by Googl 30i
PARTE seconda fo tra contemporanei , raccomandato alla posterità . Certamente
quest’amore è più nobile del aermude , ó di Bacco 0 di VcMierc : è una passione
tutta spiritua- le, che rassomiglia lo spirito umano allo spirito ange- lico,
il quale per quest’amore disordinato traviò e fece guerra aH'Altissimo. Ma la
gloria è estrinseca alla poesia perchè dessa è un risultato dellopera riuscita
secondo le ragioni dell’ arte. Supponiamo che il poeta si pro- ponga un tema
immorale, a modo di esempio, la Gran- dezza di Nerone, TOneslà di Messalina,
l’Eroismo de- gli assassini di Cesare , ed animato dalla nobile pas- sione, che
si dice gloria, mettesse in opera ogni sforzo d’ingegno per riuscire ammirabile
nel suo argomento, credete voi che questo matto poeta conseguirebbe la gloria
piuttosto che la pubblica infamia che il danna all’ obblio ? La gloria invero è
un attestato pubblico degli uomini, che giudicano l’opera del poeta fatta con
arte, onde vien dopo, come cosa estrinseca al lavoro già formalo secondo i veri
principi. Questo pungolo dello spirilo umano può contribuire alla scelta del
buon ar- gomento, ma, essendo una causa troppo rimola, ve ne dev'essere un’
altra più prossima e più efficace , che vuol interessare i nostri simili e non
noi. Allora è che gli uomini ci tributano quest’attestato, perchè nel nostro
lavoro Iruovano la nostra annegazione, il nostro disinteresse, mentre siamo tult’intcsi
al loro vantaggio. Quando il poeta lavora per conto proprio , si segrega dalla
società, e si aggrinsa nel suo guscio come la lumaca, e tutti lo fuggono per
istinto, come uomo da cui non bassi a sperare alcun che di bene, onde cade in
dimenti- canza ben presto , perchè l’essere ricordato è un vi- vere nella
memoria altrui , ma un tale poeta egoista non vive nella memoria di alcuno ,
menochè nella propria. • . i ' Digitized by Google 'intorno alla scicnza della
storia poetica SOS - Badate quindi, o giovani, cbe sentite riscaldarvi il petto
dalla sacra scintilla della poesìa, che non v'illuda l’a- mor proprio- nei
dirigervi per questo arduo cammino. Non vi fate ingannare dalL’esempio di
coloro, che, ani- mati da triviali passioni, cantando, usurparono una cele-
brità menzogniera, perocché, se ancora han fama, non tarderà gran fatto che la
perdano , quando 1’ umanità più rinsavita , senza seduzione de’ secolari
pregiudizi, pronunzierà sa di loro una sentenza più giusta. Non abbiate fiducia
nella vostra squisita finezza, di un sen- tire profano, per credervi già poeti.
1 vostri singulti e piagnistei amorosi potranno tmrre una lagrima od un sospiro
dai cuore debole o dalla pupilla di una don- nicciuola da romanzo, ma non
varranno a produrre alcun interesse in coloro, cbe hanno dritto a giudicar- vi,
e il loro giudizio è troppo spaventevole per- un anima che sente, perocché vi ■
condanna o al pubblico disprezzo o ad un eterno obblio. §.90. - ■ Intorno alla
direzione della fantasia per formarne una facoltà estetica. Educazione della
medesima. . Negli antecedenti paragrafi abbiamo dimostrato che la fantasia è
una facoltà psicologica, che tutti gli uomi- ni hanno, chi in maggiore, e ,chi
in minor grado, svi- luppata. Ma avere la fantasia ed esse- re poeta non sono
la medesima cosa, perchè non. tut- ti gli uomini sono poeti, benché tutti
abbiano fantasia. Parrebbe che ad essere poeta richiedasi questa facol- ..tà
più sviluppata rispetto agli .altri uomini ordinari, e così opinano tutti
coloro, che addomandano poeti alcu- ni ingegni privilegiati, che senza
éducazione lettecaiia ■ spontaneamente
verseggiano, come i così delti estem- poranei o improwisatori. Ma, se ninno può
rivocft» re in dubbio la differenza tra un cerretano ed un poe- ta colto, tra
il fabbro di versi eì poeta del cuore, è da coiicbi udore che il dono delia
sola fantasia non basta a formare il poeta. Già è antica l’opinione che poetae
nascuntur e ’l detto di Sofocle : Eschilo fa bene ma non lo sa. Ma simili
maniere di dire, se sono vere in parte , sono falsissime' assolutamente. Senza
fantasia, o estro, o furore, o vena poetica, non vi è poeta , ma supporre che
dessa sola basti a costituir- lo è dare in una falsità palpabile , appunto come
è falso il credere che l’uomo sia solamente spirito, per- chè è uomo
principalmente per la sostanza spirituale. La fantasia senza direzione straripa
c riesce in fanta- smagorie stomachevoli , come ne fanno argomento i s(^ii
stravaganti, lo strane combinazioni di chi deli- ra, e le più bizzarre utopie
de’visionari. Se per poco percorriamo la storia delle teonie pagane , quante as-
surdità non ci presenta, come prodotti di una fantasia senza regola? La
mitologia greca e romana, che ci de- scrive tante incredibili trasformazioni ,
e tanti ripu- gnanti numi e semidei, n’ è pruova lampante. A for- mare adunque
il poeta non basta la fantasia, se que- sta non sarà educata ne’principi
dell’arte, se non avrà una direzione, per la quale diventi una facoltà
estetica. Questa educazione o direzione della fantasia si è affidata per lo
innanzi alla disciplina dell’ arte poeti- ca di Aristotile ed alla lettura de’
capilavori classi- ci. Ma i precetti dell’arte poetica delle scuole non so- no
in ultima analisi che formule generali, dedotte dal- l’epopea classica di Omero
e de’suoi imitatori, di gui- sacchè la direzione provveniente da’precetti e dalla
let- tura , tan to raccomandata da Orazio col Nocturna versale nami versate
diurna exemplaria graeca , si ri- duce ad una sola, cioè airimìtazione di
alcune produ- zioni, la quale co'precetli si compie e si ottiene più facilmente
e quindi in minor tempo. Ma, provato una volta che la poesia classica, in
quanto a materia, lavo- ra sul falso (Voi. 1. § 55 pag. 835), che la
mitoli^ia’è morta e che la letteratura moderna dev’essere roman- tica (Voi. I §
56 pag. 843), è agevole a dedurre che a dirigere la fantasia dell’ artista
ortodosso non si deb- bono priqwrre per norma le regole o i precetti di Ari-
stotile in complesso, nè i greci è i latini esemplari. Ho detto in complesso,
perchè ve ne sono alcuni concer- nenti la forma, i quali sono comuni all’arte
antica e moderna. In quanto agli esemplari è uopo preporre ^i ortodossi, e
invece di Omero e Virgilio, Dante, Mil- ton , Tasso ec. ec. ' Ma più di ogni
altro per questa educazione arti- stica si raccomanda lo studio della civiltà
della nazio- ne, a cui il poeta appartiene, poiché, se la poesia con- siste nel
trasformare il reale in ideale , ma il reale della civiltà propria , non
potrebbe la fantasia sugge- rire il possibìlè, se il poeta ignorasse
resistente. ' Quando lo spirito del poeta è nudrito alle sva- riate conoscenze,
è versato nella storia , è arricchito di erudizione svariata de’ costumi, delle
arti, delle scien- ze e de’mesticri , e in fondo a tutto avrà scandaglia- to
nella sua purezza il principio religioso, la fantasia si educa a creare un
ideale corrispondente e confor- me, e nella sna attuazione diviene vena
feconda, sor- gente inesauribile, e quel che è più, produttrice di un ideale ,
che si confonde col reale per la omogeneità de’ suoi prodotti; A che straziare
la fantasia di uno spirito incolto c digiuno di conoscenze? Come osafe senz’ali
un volo sublime senza pericolo di precipitose ♦ Digitized by Googl 808 PARTE
SBCOHDA ' ; ,e frequenti cadute? Non sono adunque troppo esi- genti coloro, che
vt^liono del poeta un filos<ko, uno scienziatOj un erudito e dottissimo
uomo, non chè di filosofiche quistioni o teologiche controrersie debba oc-
cuparsi nella sua produzione, ma perché, essendo egli 10 storico ideale
dell’umanità, deve presentare nel suo 'poema un rendiconto storico del reale
idealizzato del- l’umanità de* suoi tempi. Non sono i vocaboli tecnici della
Filosofia, o di altra scienza,^ che fanno il poeta, ma il significato de’
vocaboli,, che il poeta trasforma. Olire a questo oggidì è surta la scienza del
Bello, che si dice Estetica , sostituita a’ precetti aridi e sterili,,
ragionatrice é indagatrice de’]sincipi ultimi del Bello. 11 poeta dev’ essere
in questa scienza profondamente versato. E, siccome questa dividesi in generale
e par- ticolare , e la < particolare sì suddivide in due specie
corrispondenti a’ due rami delle arti rappresentative e significative, egli a
riuscire nel suo scopo deve ver- sarsi e in quella e in queste per lo rapporto
intinio .che le Arti sorelle hanno tra loro , onde l’una porge alle altre e le
altre all’una le nomenclature, l’ordine e l’espressione. Quando l’umanità toccava
più addentro il dominio della barbarie, il poeta nacque spontaneo, e fidandosi
al s<do genio produsse un lavoro ammirevo- le non per intrinseca perfezione
, perchè ogni primo tentativo umano è sempre imperfetto , ma perchè ri- guardo
a’tempi Q genio superò i più grandi ostacoli e fece più di quello che si
aspettasse: oggidì Mediocri- bu8 esse poetia non homines non dì non concessero
columTiae. Ma, quantunque si fosse gridato cosi da’tem- pi di Orazio,
gl’ingegni mediocri si fecero mai sempre in- nanzi fino a’ nostri tempi, e
senza temere l’obblio, a cui li danna l’opinione pubblica, ci assordano eterna-
mente con canti miserabili, de’quali hanno pure la sfacciataggine di
compiangere la sventura , accusando la tristizia de’tcmpi, che non sanno
apprezzare il merito di questi novelli inviati di Apollo. INTORNO AH.A FANTASIA
CONSIDERATA Nb’sDOI PRODOTTI. ÌM
fantasia frodme pmsieriidee, conte la sensmtà Natura di questi prodotti. Le
facoltà, dello spirito' umano non sono tanti agenti ' diversi, ma diverse
maniere di agire di una medesima causa, che è lo spirita istesso. Se dunque
distinguia- mo in esso diverse focoltà, il fondamento' dì queste distinzione è
la diversità di siffatte maniere. Quindi è che, quantunque la sensività produca
idee (Prim. Par. §. 25 pag. 7& ) e la fantasia faccia Io stesso , nessuno
ha detto mai che Sensività e Fantasia sieno una mede- sima facoltà: bisognerà
convenire die differiscano tra loro per la diversità de’ prodotti dal
differente modo di operare delle due facdtà. Ora la sensività produce idee,
come vedute di obbjetti presenti quale sarebbe la idea del pappagallo, che ci formiamo
per l’organo della vista alla {iresenza del pappagallo obbjetto fuori di noi, o
quella del suono ehe ci formiamo per l’organo del- l’udito alla presenza della
campana sonora obbjetto fuori di noi ec. ec. La fantasia produce ancor essa
idee, ma dal fondo dciranimo in modo incognito, non come vedute di ob- bjetti
esistenti o esistiti, bensì di soli obbjetti possi- bili. Ma r obbjetto
possibile corrispondente all’ idea 310 . , PAKTE si;coin>A fentaslica non si
deve intendere nel senso di un o6- bjetto sostanza^ o di uo obbjeUo causa, ben^
di una maniera di essere di quest'obbietti percepiti pel senso o riprodotti per
rimmaginazione, perocché, se si suppo- ne il contrario , cioè che la fantasia
potesse produr- re idee corrispondenti ad obbjetti possibili come so- stanze 0
cause, si urterd)be ndridealismo o nel pan- teismo , che suppone la fantasia
umana creatrice di sostanze. L'opera della fantasia principalmente si compie
nella modificazione delle idee riprodotte dalla immagi- nazione, dando loro una
freschezza simile a quella delle idee sensazioni, e rivestendole di facce
nuove, per le quali si rendono capaci di entrare in nuove cmnbinazioni, quali
non furono mai nel nostro spirito. Cosi, alteran- do la idea di un piccolo
serpentdlo, nel sogno ci sem- bra vedere un grandissimo serpente, quale non
abbia- mo mai pensato. Per questa ragione alcuni filosofi fan- no consistere la
fantasia, che essi chiamano immagina- tiva, nella sintesi, ossia in una facoltà
combinatrice di elementi, che preesistono nello spirito’ umano. Ma, se si
guarda al complesso di un componimento, il qua- le risulta da idee riprodotte
dall’ immaginazione, e da elemento fantastico , che non corrisponde- nella sua
totalità ad obbjetto esistente, e vi piaccia di addoraan- dare l’ obbjetto possìbile
ad esistere corrispondente a quel complesso, obbjetto di fantasia, in questo
-'senso rìdea fantastica è obbjettiva, ma, come è chiaro, quel- 1’ obbjetto non
è un prodotto della fantasia assoluta- mente , perchè dessa non vi ha posto che
la combi- nazione opportuna e la novità dell’aspetto. Nè crede- te che ciò sia
tanto poca cosa da non tenerne conto, imperocché la fantasia ci fa comparire le
cose in luo- ghi e tempi diversi , in relazione ad obbjetti, coi qua- li non
ebbero mai che fare in natura, e siffiattamcntc molate da quelle che erano
realmente, che non più si ravvisano per quelle. Volendo pertanto dare una qual-
che spiegazione intorno alla natura de’ prodotti fanla- alici,. a me pare che
la fantasia operi per analisi e per stntest, per la prima dislacca dalle idee
dell'imma- ginazione alcune attenenze , onde 1’ elemento astratto rimane
indeterminato senza alcuna ragione di appar- tenere più allo particolarità y da
coi fu distaccato , e però rapace di aggregarsi in una qualsiasi combinazione
possibile: per la seconda si combina in cento serie, do- ve figura la prima
volta, ingnisacchè il risultato è nuo- vo, appunto come un edifizio, che si
forma di vecchio materiale. E Tesempio è molto calzante, perchè in qiianto
all'architetto, che ne fa il disegno, prima di dar ma- no alla fabbrica, esiste
nella sua mente, come un lavo- ro di fantasia. Ora nell’edifizio tutt’i
materiali non so- no prodotti da una forza creativa ddl’arcbitetto , ma
risoluti da uno o più edifizi demoliti , il quale lavoro è analitico. Dando principio
alla fabbrica, quc’materia- li separati e divisi, ciascuno nella propria serie,
sono indeterminati, e però atti a servire ad un disegno pos- sibile, e il
fabbro faccettandoli, riquadrandoli, o dan- do loro quella figura o quella
forma, che più confà al disegno di ciascuna parte e del tutto, ne produce ma-
teriali nuovi, non in quanto alla sostanza, ma in quan- to alla forma, o agli
accidenti, come è dire, al silo, che occupano, alla parte, che rappresentano
ec. Ed è agevole a intendere che la novità subita da quei vec- chi materiali
non è di si lieve importanza, come po- trebbe sembrare a prima vista, perocché,
se voi pre- sentate quel materiale non ancora ornato a chi lo vi- de nella
vecchia fabbrica, non lo sa più riconoscerc. Quanto è cambialo da quello per la
fantasia dell’ ar- chitetto ! Applicale qiicslo processo architctlonico al processo
fantastico del poeta storico, e lo troverete, n<Hi dico conforme, ma
perfettamente lo stesso, perchè, oo« me ho detto innanzi, il primo è on lavoro
di fanta^' sia architettonica, manifestato col mezzo sensibile ddl» Tedifizio .
esteriore, - Ora il pregio massimo della fantasia estetica, che forma fl poeta
storico, consiste nella prcmtézza, con cui si eseguono queste -due operazioni
4) analisi e sintesi, per le quali il materiale si tra^orma , e da reale di-
viene ideale. Tutti gli uomini sono dotati di fantasia, ma non tutti gli uomini
sono poeti , come non tutti sono architetti o fabbri. La fantasia estetica
adunque è quella che rapidamente e spontaneamente a guisa d’ ffipirazione in
modo a noi incognito e misteriose suggerisce l’elemento sensibile elaborato. Ma
più che la novità degli elementi forma il poeta 1’ opportunità de’ medesimi. In
una storia poetica, come vedremo, il maggior pregio consiste nell’ avvicinare
tra loro avve» nimenli sparatissimi per luogo e per tempo non solo, ma per le cause
che gli hanno prodelti. U poeta si propone di far fare al suo protagonista ciò
ohe real" mente non ha fatto , ma che un altro da lui moL to diverso per
condizione e per naturali abita-* dini in qualsivoglia tempo ha operalo. Per
esempio, una giovane contessa , riccamente nata , educata e cresciuta , non è
mai discesa , per quanto la storia ci narri, olla vile condizione di serva di
un porti* najo per compiere 1’ eroico disegno dì soccorrere, da sconosciuta, l’
infelice genitore tratto dalla prepotenza in oscura prigione. Ma, se un tal
fatto non è stato mai operalo da una giovanetta della sua condizione, ben la
storia ci narra fatti consimili operati da gio* vanette e giovanetti per si
nobil cagione. La fantasia del poeta seppe farlo servire al suo lavoro, prima
s|Kk gliandolo delle reali particolarità dcscri tre dàlia storia^ e>poi
allogandolo in tempo,' luogo, situazione diversa, come prodotto di udr' causa
efficiente, in quanto agli accidenti diversa dalla causa' storica , ma in
quanto a sostanza identica e simile. 'E questo fatto attribuito alla giovane
contessa fù trasformato, perchè là diver- sità della condizione sua , del
genitóre, de’ pericoli^' a cui; si espose una bella e nobile- fanciulla, delle
diffi- coltà di superare gli ostacoli della diffidenza , pro- dotte dalla
gentile educazione ohe- traspiare ne’ suoi atti difformi! dalle abitudini di
donnicciuola! da mestie- re, rendono il cmicetto si nuovo che il poeta' ne
tor-^ jia lodatissimo, comesa^io artista, creatore di un’idea originalissima. INTORNO
ALLA FANTASIA CONSIDERATA ' Nb' SUOI PRODOTTI RISPETTO ALl’ UNIONE INDIVIDUA. '
'> t . . i- - , l' . ; jTUroduaiom ed presente articolo — Partizione del
medesimo relativa (die qrUstioni da traitarvisi. Il i-ii . • r. I , Se la
fantasia non avesse una norma nel sugge- rire gli elementi alla composizione
storica, riuscirebbe in un complesso di assurdità e di contraddizioni ridi-
cole. Del che ne fan pruova i sogni, ne’ quali le pià bizzarre combinazioni, le
più strane figure, i più stra- vaganti avvenimenti si presentano al nostro
spirito da farci meravigliare, durante la veglia , come avessimo potuto pensare
a coso simiglianti. La fantasia -senza regola è un cavallo senza freno , che ,
preso da’ capricci deir ct&'giovan ilei, corre, .c.baka j e pi*ecipilft;
Ne’ §§. antecedenti abbiamo, veduto !die la fan- tasia non opera indivisa
daU’immaginasione. Una fanta- sia senza r^ola è come la immaginazione lasciata
libera nel ano corso. Oltracciò la. fantasia è ima’ specie ; di sensività ,
soggetta a tutte le alterazioni del comune sensorio : affinchè dunque . diventi
facoltà estetica , dev’ essere informata ndr. suo operare a produrre secondo
che il bisogno ‘ richiede ; ragione-' di mèto- do vuote che noi parlassimo, di
questa nomia e rè- gola della fantasia. E, 'siccome ogni prodotto fantastico è
. nn elemento di composizione , ed ogni componi^ mento per essere artistico
deve avere la forma j la quale consiste nell’ unione individua de’ pensieri se-
condari in ordine al concetto , diremo che la forma o regola della fantasia èWa
unione individua de’ suoi prodotti paragonati al concetto del componimento. Ne’
seguenti paragrafi adunque, esponendo questa norma, risolveremo alcune
quistioni relative alTunione individua e poi alcune altre subordinate. La
principale fra tutte è quella, che riguarda VUnità di azione nella storia
poetica, l’unità di tempo e di luogo, gli Epi- sodi, i caratteri ed Salire di
simil natura.' IL presente articolo adunque' c(Hnpenserà la noja della sna lun-
ghezza con la importanza delle materie. * ♦ Jfjinchèla fantasia, open
esteticamente^ è me*^tieri che si educhi a produrre subbordinatamente ,al con-
. petto del componimento , — Sforzi dcW Educazione ,, artistica. Osservazioni.
. ) ' I . • Nel 1.® Volume §.19. e seg.,
abbiamo stabilito, che il Concetto, in qualsiesi .componimento è personaJc c
ri- sponsabile„,< in quanto che, avendo ragione di forma e , dì tutto dirìge
lo spirito ad aggregare intorno ad esso quei , soli pensieri secondari, die si.
riferiscono d medesimo, come parti, con tale nesso che non, so ne possono
distaccare senza offendere la individualità del componimento medesimo. .11
princìpio., è generdissimo e non ammette alcuna eccezione. La norma o la re^
gola adunque della fantasia nel suo operare è ritro- vata. Abituatevi a
teuere.presente drintuito dello spir rito il Concetto, che è rintelligibile :
in dtri termini contemplatelo jtósiduamcnte .c perennemente, affinchè r
immaginazione, per sua legge riproduca /quelle sole idee, che hanno - relazione
ad essa per. ragione di si- militudine o di nesso causde c sostanzide. In
questa guisa la fantasia,, che è la facoltà delle - modificazioni de’ vecchi
materiali, si rende subbordinata e docile fanr .tesca deH’arte, occupandosi unicamente
e particolarr mente a lavorare quelle sole idee, che hanno ragione di parti
alla totalità deli’ intelligibile, trasformandole. Io ripeterò fino dia noja il
Cui lecta potenter . crit res, nec-Facundia deseret hunc , nec lucidus ordo ,
ma la meditazione continua più che l’ordine e la. fa- condia produce neUanimo
l’abito perfezionatore delia contemplazione, per la quale si ottiene il
semplice ed , nno, desiderato in quell’ aureo precetto Denique sit quod vis
simplex dumtaxat et urvum. Infermi come slamo per natura , deboli e guasti da
una perversa educazione , abituati a far correre il nostro pensiero a briglia
sciolta nella prima età, venendo all’arte dob- biamo smettere le passate
abitudini, informarci ad un ordine razionale differente anzi contrario al
disordine della prima età, a forza di vincere noi stessi, resisten- do al corso
impetuoso delle nostre idee, arrestandolo con violenza, dirigendolo
pacatamente. E quali e quan- ti sacrifici costar debba un tale rinnovamento
della nostra natura non è facile a immaginare per chi non è iniziato ne’misteri
dell’arte, il' quale, mentre ammi- ra le prodigiose produzioni i crede che a
formarle costi tanto piccolo sacrificio, quanto breve è il tem- po di una
lettura, che diffonde nell’anima tanta delizia. Egli è vero che sonvi taluni,
che dotati di una fan- tasia pronta, spedita, ed energica, in nn momento si
dispongono a canto detto fanprov viso, che alletta e in- canta le stupide
mohitudini, le quali in questo solo privilegio fanno il' poeta consistere, ma
voi vi guar- derete bene di credere anche cosi. Imperocché, se non furono
educati all arte, ossia non ebbero subordinata la fantasia al Concetto, non produssero
mai lavori per- fetti nè lunghi, perchè, se voi sottoporrete quelle pro-
duzioni alla critica imparziale , avrete a compiangere la scempiaggine,' con la
quale forse in buona fede si esposero al pubblico per essere ammirati. E poi
quai lavori può produrre il momento senza precedente me- ditazione? Qual
accordo fra le parti, che, quando fu- rono suggerite, non si ebbe tempo a
compararle? Qua- le perfezione di lima in un canto , che usci come il caso
volle? Si’ è parlato tanto a favore di Pindwo, che ne’ suoi ‘ lirici voli saltò
spesso di palo in frasca, e Digitized by Google INTORNO ALLA SC1BN2A DELLA
STORIA POETICA 817 si volle non dieo scusare ma lodare , attribuendo alla poca
perizia dc'lettori in -quelle allusioni a fatti trop- po rimoti, Toscurità di
quelle scappate precipitosissi- me. Ma il difetto è sempre difetto , nè basta a
giu- stificarlo l’autorità di tanti secoli e la celebrità di un Pindaro. Era
anch’egli uomo come noi altri, onde che, quando gli saltava il grillo di
cantare all’ improviso, eccitato al suono della lira , senz’avcr prima medita-
to, dovea spesso rimanere deluso nell’ aspettativa sul- la fiducia dell’estro ,
che non sempre risponde all’in- tenzione del poeta. Quel che fa pena, non è la
sola giustificazione de’ difetti di un sì grand’uomo, ma di pretendere che si
metta a modello, e per modello sei propose quel Fiacco , che nel suo Libro
deU'artc scri- vea Denique sit qnod vis simplex dumtaxat et vnum. Tanfo può
l’esempio de’ grandi uomini sull’ animo de* grandi uomini ancora ! Quell’
empirismo cieco, che la- mentammo in filologia , avea invaso tutte le branche
dello scibile umano , c il pregiudizio di autorità sot- topose al suo dominio i
più accanili nemici di un’ au- Jorità contraria. , Oltracciò, se può fidare
della fantasia un poeta liri- co, che qualche volta in brieve canto riesce a
buon componimento , non può fidarne al certo un , poeta epico, che si propone
di scrivere una lunga storia ideale, perchè questa non può essere esaurita di
un fiato, ma a lunghe riprese e per molti anni. Anzi a costui niun’ altra cosa
più nuoce quanto l’impeto del- la fantasia, che il trasporta, dove dovrebbe
procedere a lenti passi. Imperocché una storia è il complesso di pensieri
infiniti , ciascuno de’quali debbo occupare un luogo proprio, fuori del quale è
mal allogalo, an- corché attraente per la vivacità dtdl’ estro , e per la
freschezza dell'ispirazione. L’Epico adunque deve faticar ‘ molto' e stentare-
assai in quésta penosa educazione della fantasia , se aspira alla gloria di
vivere ' nella posterità /letto ed ammirato da tutte le nazióni. Nè si faccia
imporre dalle volgari e i^icole distinzio^ ni, che fanno taluni per certi componimenti,
chcj men- tre appartengono' al genere storico poetico epico, per- chè il poeta
non seppe sostenere la dignità di epico cantore, si vorrebbero fare appartenere
ad una spècie mista di lirico ed epico nel medesimo tempo. E questa stolta
opinione avea un fondamento sull'apparente iden- tità della forma esteriore
secondo Tautorità degli em- pirici, che facevano consistere la poesia nel verso
, o per meglio dire, che confondevano il verso con la poe- sia. Ma il
componimento lirico ■ differisce dall’ epico sotto il rapporto dell’integrità
de’pensieri secondari, in quanto che nel primo l’argomento è ’ soltanto saggia-
to e non mai esaurito, nel secondo al' contrario. Sia qualunque la forma
estèriorei sia che canti in vèrsi eroici, o in versi' spezzati , sia in ottave,
sia in ‘se- stine, sia ili quartine, o terzine , siamo sempre là a domandare:
Si propose il poeta di saggiare o di esau- rire l’argomento? ‘ ’ Nel primo
proposito vuol essere lirico j nel secon- do un epico. Se 'dunque riusci epico,
mentre dovèa essere lirico e viceversa, pronunziate la sentenza: egli fù ed è
un cattivo poeta. Che se pure vi attrae in alcuni pezzi meravigliosi V e
toccandovi' yivaniente vi strappa le lagrime per compassione o per letizia, voi
non confonderete un pregio estrinseco con la essenza del poèma, perchè j’
ritornandovi sopra per ^udicarlo nella sua totalità, quelle pmrti, 'che vi
dilettavano, vi senibrano lì messe a pigione è non potete contenervi dal
]^òff(n*irè : ’ che, sé il’ poeta ^avesse saputo armo- nizzare il' tutto,
avrebbe meritato un’intera approvazio- I DO. Io qui non , ho a fare le mie
partite con uomini leggieri, che ad ogni tratto ti scaricano una grandine di
citazioni per farti arrossirei a non rispondere per osser- vare contro
celebriti secolari, che ancor io rispetto e venero dopo la ragione, ma parlo e
scrivo con quella libertà che mi concede la scienza e*più di tutto il
convincimento del vero, a cui ogni uomo deve servire fcdehneutc e prestare un
omaggio superiore a quello che si tributa a tutti gli uomini, perchè il vero è
ob- bjettivo, è il desiderio perenne della creatura ragio- nevole , e perciò
estrinseca a tutti gli umani rispetti. Conchiudo da tutto questo che, dovendosi
educare la fantasia a star subbordinata al Concetto per la via della
Contemplazione e con la pratica esercitazione di lettura sui lavori de’
Classici , il novizio artista non si l^i imporre da pr^udizi delle scuole, ma
corra spe- -dito la sua via, e scelga il buono, e rigetti il falso dovunque lo
incontra.’ ■ V M §. 94. Intorno aW Unità di astone del poema storico ^ > in
rapporto all'unione individvM. L’ unione individua ;de’ pensieri secondari é la
forma estetica di qualsivoglia componimento, e senza di essa non si dà
componimento, che si possa chiamar hello , perchè la bellezza è una forma^ e
questa for- ma in quella unione individua consiste ( voi. I. § 7 e pag. 116).
Ora si è ins^neto nelle scuole ohe un poe- ma di. genere storico, sia epopea^
sia romonao, debba avere, à .suo requisito essenziale VUmtà di aatoae.: Im-
porta quindi. vedere come l’unità di'aiionè si riduca all’unione individua per
dedurne che gli antichi sotto qiiella ' forinola inteodev&no presso A poeo
qneOo stesso ^ che noi intendiamo con la nostra. > £ primamente osservo che
la frase di unità di a* ' zione si fonda sulla natura del poema epico storico,
nel quale il poeta si propone di narrare gli avvenimenti prodotti dall’azione
di un Eroe, il che è conforme alla teoria da noi stabilita nel § 83, dove
dicemmo che il Concetto di siffatte produzioni è eminentemente dina> micò ,
0 in altri termini è il Concetto di una causa in azione producente effetti ,
ossìa avvenimenti. Ivi ancora notai che per questa ragione la Epopea fà detta
azione. Noi dunque non prenderemo qui il voca> bolo azione in senso di
rappresentazione , che ri> gorosamente significa rendere presente al senso
1’ as< sente per mezzi sensibili simili. Imperocché le- cose, che si
contengono nell’ Epo- pea storica 0 - nel Romanzo, come sono esposte in com-
ponimento, non sono rappresentabili in teatro, ./^siona adunque qui ha il
significato metafisico , cioè l’ idea connessa a’ termini di Causa e di Effetto.
Spesso per traslalo la parola azione significa l’ effetto ( vedi Nuo- va Teoria
de’ Giudìzi Introd. ): E in. questo duplice senso interpetrandolo, allor- ché
diccsi Unità di azione rispetto all’ Epopea', par- rebbe che si volesse dire, o
che rastone in senso vero e proprio sia utuz, o che l’effetto sia uno, come
unico avvenimento. Or, affinchè l’aztone sia una in diversi momenti di tempo, è
necessario che la causa sia iden- tica e permanente , perchè 1’ azione è
indivisa dalla causa. Fuori di questa supposizione non si può con- i cepire 1’
unità dell’ azione per avvenimenti compiuti in più giorni, più mesi c più anni.
L’unità di azione in senso di effetto operato e di avvenimento è nel senso che
sia una. in quanto che a produrla molte cause concorsero , come le mille
braccia di cinque- cento uomini insieme concorrono a produrre il mede- simo
effetto coin’ e' dire, relegazione del medesimo corpo pesante, a cui non
basterebbe la forza di un sol uomo, fosse pure un Ercole. Le singole forze di
ciascun uomo non produrrebbero alcun effetto risibile , per- chè sarebbero
vinte da una resistenza infinita ; tutte insieme, cospirando, producono
Tclevazionc, alla quale tulli gli uomini hanno parte, benché ogni parte sia in-
di visibile. Nel poema storico ravvenimento è prodotto da molti agenti, ma non
con la stessa fòrza e nel me- desimo tempo, perocché tra loro ve n’ è uno , che
crea, a cosi diro, tutte le forze subbordinate, in quanto che queste non si
metlerebbevo in azione, se non fos- sero attuate ed iiAirmate da quella prima,
che é pia- ciuta chiamare pretagonista^ come T Enea e 1’ Achilia nell' Eneide c
nell’ Iliade. In secondo luogo gli a- genti subbordinati operano
successivamente , c tut- te le loro azioni od effetti parziali sono ordinati un
ad effetto, che è proposito c -fine : proposito, in quanto che il protagonista
si propone di raggiungere quello effetto : fine, in quanto che è 1’ ultimo ad
ot- tenersi, come risultato delle diverse e successive a- zioni, che cospirano
insieme al medesimo scopo. E, benché l’azione non sia perenne, perchè ad
esempio vi sono dello piccole interruzioni per necessità di e- lezione o di
natura , è perenne l’ intenzione o l’ azio- ne morale dd protagonista e degli
agenti subordih nati. Gli agenti subordinati poi, o sono cooperatori, od
oppositori. 1 primi spiegano un’ azione diretta, i se- condi un’ azione
indiretta, in quanto che la loro op- posizione 0 i loro ostacoli accasionano
una resistenza vigorosa da parte degli agenti diretti, e quindi una reazione
potentissima, che conduce alla vittoria ed al trionfo, ossìa alla sdiuione od
al crnnpimcnto. Tutte » queste azioni debbon essere ordinate in maniera che I
la prudenza umana non desideri un miglior andamen- to da preferirsi: che sia
secondo la verità del possibi- le , ossia secondo la corrispondenza dell'
ideale ad un obbjetto possibile, ma nuovo, originale, e meravi- glioso. Questo
misto di diverse azioni ha il suo fondamen- to nella natura ed essenza dell’
uomo , il quale non è un essere, che bisti da sè solo a produrre un gran- de
avvenimento senza 1' ajuto di altri uomini. In se> condo luogo r uomo è un
essere sociale destinato dal- la provvidenza a compiere una missione civile
sidla faccia delia terra. E, siccome il pnMagonista per sup- posizione è un
Eroe, ossia un uomo straordinario, che vuole intingere 1’ umanità a nuovi
andari , non può agire senza incontrare ostacoli nelle diverse passio^ ni, ne’
diversi interessi e svariati bisogni degli altri f uomini. ( Quindi è chiaro
che l’azione epica è multìplice ed una: è multìplice dal lato degli agenti
diversi, che ne- cessariamente vi debbono concorrere: é una, perché tutti i
cooperatori e gli oppositori sono informati od occasionati dall’efficieuza del
protagonista. In quanto air eiTetto del pari è uno e mnltipliee. È uno l’effet-
to proposito e fine, in quanto che tutti gli sforzi ten- dono a quel risultato
: è mnltipliee in quanto che tutt’i piccoli avvenimenti, che precedono, sono
ordina-^ ti a queir ultimo, come gradini di una scala in ordi- ne ascendente,
fino a che sì arrivi all’ultimo in capo a tutti. Or chi non vede che i gradini
sono molti e la scala è una, come uno è l’ ultimo, a cui ci proponiaino di
salire ? e cbe tulli i gradini inferiori spari- scono nell' intenzione prima di
proposito e di fine? Riepilogando le sparse cose, sia che l’azione si prenda ^
nel senso metafisico di una idea, che I(^a la causa e V effetto come termini,
siacchè si prenda nel senso metonimico di effetto e evvenitnetUo, essa è una
alle seguenti condizioni. 1. Che vi sia una causa prima, prima efficienza cbe
attoi ed informi i cooperatori, a sia di occasione agli oppositori, perchè, se
quella pri- ma causa manca, non si può avere unità di mezzi e di fine, e
eiascuno degli agenti secondari opererebbe per conto proprio , Onde si
avrebbero tante azioni,' guanti sar^bero gli agenti diretti c indiretti. 2. Po*
stocbè r azione è proposito c fine , come effetto da operare, ognun ve^ cbe il
protagonista o il primo agente deve durare tanto tempo, quanto durano le a-
zioni secondarie dirette a raggiungere il fine. Se Enea fosse morto in
Cartagine, ancorché i Trojani fossero vraotl in Italia a fondare nuove città,
un’azione sa- rebbe finita, e un'altra diversa incominciata per opera dei
trojanù 8w E, siccome gli ostacoli non mancano ad una grande azione da
otunpiore, vi vuol tempo per arrivare al termine. t ^ è dunque evidente che un’
Epopea dèv’ abbrac- ciare una quidsiesi' distesa, in cui vadano orinati gli
avveniiaenti secondari. Ma, sia quanto si voglia una tate distesa, dev’ eascre
perenne 1’ azione morale o d’intenzione senza interruzione , per la quale si
po- tesse costituire un' epoca diversa, come vedremo , parlando deil’ unità di
tempo. Dalle quali cose chiaro apparisce che T unità'' di' azione è identica
all’ unità individua de’ pensieri secondari col concetto , imperocché il'
concetto in ogni Epopea è di una causa. Or, se ♦ quost^ causa agisce e informa della sua azione
mille altre cause a produrre un medesimo effetto, o a ripeter in continuazione
la stessa efficienza per rimuovere tutti gli ostacoli, o produrre altri effetti
immediati co- me condizioni al fine, che è l'effetto ultimo e me- diato , tutte
le diverse azioni si riducono all’ uniti di quella causa. Traducendo queste
azioni in pensie- ri Secondari, e quella causa in concetto, avremo {’ u- nità
di azione ridotta all’ untone individua de’ “pen- sieri secondari col concetto.
Ma la nostra formolo è più precìsa di quella dei maestri di arte poetica ,
poiché 1’ unione individua esige unità di azione rigorosa, cioè tale che
escluda ogni azione secondaria, che non ha alcun’interesse al fine, a cui la
storia poetica si affretta di pervenire. Laddove 1’ unità di azione pare che
giustifichi alcu- ne disgressioni, che vanno dette episodi^ alquanto ri- mote
dal proposito. L’ unione individua ha per legge di non ammettere pensieri
secondari, senza de’ quali regge l’ individualità del componimento, di
richiamar tutti quelli che si desiderano, affinché il racconto sia individuo. 1
fatti strepitosi e maravigliosi, come vedremo , ma slegati e sconnessi , cioè
tali che tolti non derogano all’ interesse ddl’azione principale, appagano le
moltitudini, ma non soddisfano le ragio- ni dell’arte. Il poeta, che rinunzia a
quest’unità rigorosa si priva del più gran privil^io, che gii vien conce- duto
dalla li^rtà del fingere , ed accusa la propria debolezza o la propria
insufficienza. Privil^io non conceduto alla prosa , nella quale i fatti non
sempre si presentano legati tra loro, nè lo storico può met- tere que’ nessi,
che gli piacciono, perchè offendereb- be la verità del racconto,
principalissimo pregio di una buona storia. Se dunque la fantasia del poeta per
le attrattive del piò dilettevole si lascia trascinare alla finzione di alcuni
punti di scena, come suol dirsi , e introduce nel suo racconto azioni
secondarie, che noa hanno importanza di concorso aircfìlicicnza del pro- posito
e fine , r unità dell’ azione è divisa , perchè abbiamo provato che 1’ unità di
azione ò identica al- r unione individua de’ pensieri secondari col con: cotto,
§. 95 . Intorno agli Episodi considerali sotto il rapporto dell’ unù« di
azione. Posto che r unità di azione è identica all' unio- ne individua de’
pensieri secondari' col concetto , ognuno vede che è contro lultc le ragioni di
arte r introdurre nel poema storico alcune azioni secon- darie, le quali non
hanno alcun nesso con 1’ azione principale, o sia quelle azioni secondarie,
elle non con- corrono in alcuna maniera a produrre, come fine, l’ef- to
principale proposto. Un’ azione incominciata si vuo- le assolvere nel tempo più
breve possibile , ed ogni- indugio al compimento non può essere giustificato
che con r opposizione e la resistenza, che può derivare dagli ostacoli e dagl’
impedimenti necessari possibili. Un uomo che premuroso di giungere ai più
presto, che si può, in casa sua per l’urgenza di un incendio o di qualsivoglia
sventura, che gli possa accadere, sareb- be al certo deriso, se invece di
correre c sbarazzarsi dagli ostacoli si fermasse ad ogni piè sospinto per cu-
riosare o per vedere chi passa, imperocché è contro la credibilità umana che
chi è inteso a grandi affari possa essere trattenuto da cose lievi e di picciolissi-
mo interesso. Da un altro verso il lettore di un poema cpic» vuol essere
interessato dalla principale azione, nè si suppone tante pigro che abbia
bisogno^ di distra- zione c ripose, percfiè, quando gli avvenimenti sona
intrecciati in mode che uno produce F altro^ ogni dU gTcssionc estranea F
annnja e già vuole vedere F esito finale per l’ interesse che ispira il
protagonU sta con il suo eroismo ingiustamente attraversate e con la sua
ingenuità e prudenza nelF operare^ Intanto i maestri di Arte poetica per
giustifica-- re r Epopea classica, nella quale s’^incontrano delle digressioni
del lutto estranee alF azione principale,, hanno insegnato che 1’ unità di
azione non si debba intcrjKJtrare tante, strettamente, che escluda qualun- que
ejnsodio o azione subordinata. Per Episodio A-. ristotilc pare che intendesse
una espansione della favola in tutte le circostanze , ossia la creazione di
alcune azioni secondarie, che contribuiscono, mirabil-. mente alla integrità e
pienezza del componiincnUK Ma, dichiarandosi per F unità di azione, non poteva
in buona logica ammettere quegli episodi o azioni incidenti, che non avessero
un nesso tanto strin- gente coll’ azione principale, che questa non venisso- a
soffrirne, se quelle si tralasciassero, come insegna- no i retori, tra’ quali il
Blair. Un tal modo di vedere concede troppa latitudine aJl'abuso , e converte
il fine in mezzo c il mezzo infine, o l’ accessorio in princi-. pale. A che
invero introdurre tali disgressioni od, episodi? In un’opera cosi lunga, qual è
un poemui epico, vi diranno, gli episodi vengono a diversificare il soggetto ed
a sollevare il leggitore col cambiamento) di scena. Aneli’ io voglio la
varietà, che è pregio mas- simo di ogni componimento, ma la varietà senza 1’ u-
aità è senza interesse unico , perchè ogni parte di multiplo attira debolineoto
T attenzione senz» «ti grande effetto, che può essere unicamente {h-o- dotto,
dalla cospirazione delle singole parti; IL sdlievo del l^gitore col pr^iudizio'
dcU'unìtà può' essere con- sigliato da> chi professa il sensismo estetico*,,
sistemai soPTensivo di ogni ragione di arte e contraddittorio come q^uello che
assunte per massima, ciò che piace. i beUo. ' Infatti Tepisodio', essi dicono,
6 introdotto appo- sitamente per aòheWire^ c però deve essere lavorato eon
finissima eleganza,, e di ^to ne' pezzi di questo genere è dove i poeti per
ordinario- spiegano tutta la* lorO' arte — » Conseguenza, più larga, defic
premessej «entradett& dal. principio generale : Jhnùpie ait quod' vis
simplex dumtaxat et uirum. £gfi è vero che in un hingo coaiponimenlo non sonO'
lsnte> apparenti le difforinilà de' pender! secondare, ma ad uno spirito-
colto- e- ingentilito nell’ arte non passano inosservate. E, se no uemo roszo-
c- poco pratico ne' lavori artir alici hai bisogno- di vedere in nn sol quadro
riunite le parti del mostro ideato da Orazio per ^udicaro di on- tratto della
deformità del tutto , chi ha ommoria e comprensiva nel rendersi conto di .ciò.
ehe ha letto, acuopre lo stesso difetto nelle parti- difFormi ed allo- gale a
molta distanza nello stesso componimento. Or, se il acdlievo del leggitore
fosse ragione siufficientc a giastìficane tah mostmesità, sarebbe troppo
ingiusto quel rimproveno* che il. vonosino poeta voUc fare allo «ciocco
pittore. Ma, se quella sentenza- è approvata dal senso comune- del genere
umano,hisogna conchiudere «he sia ridicola, assorda, insussistente la dottrina
dei^ istori e de’ maestri di arte poetica, che a sollièvo di «fai legge
consigliano al poeta di elaborare digressioni ed episodi, i quidi non hanno-
nesso coni’ azione principale, stringente a segno che, se si trakisciano,
qnell^ii’ non ne soffra. * Quel che sorprende è la censura, <;he tali csteti
ci hanno fatto al Tasso lieirepisodio di Olindo e Sofro- nia nel secondo libro
della GerusalepiiDC Liberata , de' quali più non si parla nel resto del poema.
Ra^ ' gione frivola invero; perché non è necessario che sr parli di un' ^ione
secondaria più volte , affinché un episodio possa aver luogo in un poema epico.
La T^a ragione si è che queir episodio non contribuisco in alcuna guisa al
risultato della Liberazione di Ge^. rusalemme, nè direttamente, nè
indirettamente. È ua canto lirico bellissimo distaccato e sconnesso , messo lì
per intrattenere il lettore e distrarlo dall’ aziono principale. Nè più
commendevoli per questa ragione si possono ritenere o la visita c le conferenze
di Et^ tore con Andromaca nell’ Iliade, a la Stòria di Caco nell’ Eneide ec.
ec. • * Una storia poetica specialmente del genere epico 8Ì vuole intera^
svariata e compiìUa ^ in guisa che non si abbia in essa alcun che di meglio a
desidera^ re, ma ad un poeta educato ne’ princìpi dell’ Estetn ca non mancano
risorse per allargare il suo. racconto, creando con la sua fantasia* accidenti
e circostanze interessanti e dilettevoli, che si connettano all’azione principale,
come parti al tutto, che, mentre dilettano non occupino' quel posticino, in
tCui il poeta le alloga per semplice imbottitura. Quel ohe ha sedotto anche i
più grandi epici a violare l’unità rigorosa deli’ azior 1 ^, per far luogo agli
episodi, si fu la falsa opinione che un poema senza intreccio amoroso non
potesse riuscire interessante. Egli è vero che 1’ amore tante volte può essere
causa dì grandi avvenimenti, c con- ) ^ibuire in modo, energico da causa
secpndaria ad una azione eroica, ebbene si studii il poclache Usuo episodio
amoroso riesca tale che faccia parte del gran tutto, e non dimentichi che il
troppo raffinare gli accessori non é addicovolo ad un poeta epico che maneggia
il subli- me, come in una piramide la troppa finitezza di al- cune parti, che
si addicono ad un capitello d'ordine co- rintio, o un volto raffinato di una
fanciulla sul busto di un Ercole, farebbe ridere gli spettatori per difetto di
convenevole. E di opportunità e di convenevolez- za non mancano esempi nella
Eucari, che intrattiene Telemaco, o neU’Armida che seduce Rinaldo. Ia: attrat-
tive di un incidente non debbono sedurre il poeta a dar luogo ad un episodio,
e, se s’incontrano esempi di poca severità presso i grandi epici, non se ne
trag- ga norma o ragione di arte , perchè ciò che offende la essenza intima del
bello , cioè I’ anione individua, è un sofisma in poesia, in cui la conseguenza
è più larga delle premesse, ossia 1’ accessorio s’ inverte in principale. E
grave danno no deriva all’ interesse del- r azione principale, perchè il
leggitore non riporta dalla lunga lettura , che l’impressione di un fatto se-
condario, mentre intenzione del poeta e dell' arte si pra d’imprimere
principalmente quell’ idea, che è pro- posito e fine oltracciò ammaliato da una
parte legge senza attendere, o annojato, un poema di tanta lun- ghezza, c
infine non ricorda che gli amori svcnc- i(oli, le seduzioni amorose ec. ec. . Htmrno. a* vodi sotto il rapporto tkU’ unità
ài azione.. Un*^ azione fortunata, die raggiungesse jf fine- senz* ostacoK e
senza resistenze, non desterebbe aicum interesse. Cbe interesse a modo di
esempio» avrebbe potuto ispirare il matrimenio df un tessitene con l'or sesta
fanciulla di Lecco, se la pusilibnimilà di IX Abbon- dio non avesse creato,
tanti ostaedi e tante peripezie?’ Qual interesse avrd>be
destato>AcbiMc,se giunto col suo esercito sotto le mura si fessero
spalancate at -vincitore le porte delia famosa Troja ? 0 Enea, se a vele gonfie
vcniUo in Italia fosse stato accolt» da' La>- tini per fondarvi nuove Città
e regia disceadeiiza?'L’in- teressc delle grandi azioni nasce dallb:
opposizione, e (falla resistenza, fa quale crea gli ostaedi, per cui- s'in-
genera nelKanimo de' lettori il linoorc di un esito- in- felkx^, la speranza di
vederli superali , il desiderio di Visiere la virtù in trionfo, c '1 vizio,
punito. Quindi la- (briosità di sapere^ die anima la brama di leggere fi- no
alla fine, ^tata dalla sospensione, in cui si resta» al vediM-c suscitato un
nuovo inciampo. Quando ropposizioiic c gli ostacoli son tali e tanti ehc il
lettore non può vedere da. se quale la via di. superare c di usdrne, Im luogo
quel die dicesì nodo ddl^azionc , il quale vud essere scidlu e non taglia- la
IjU similitudine è pressa da'tessitori, quando un no- db si fa nel filo, che
non lascia passarlo' pel pettine senza pericolò di rompersi. Quando i inacsti-i
dell'arte insegnavano che l’ azio- ne dev'essere interessante, non guardarono
al vero pun- 1o>,da cui deriva un
interesse reale, che ha fondan>ea- to sulla natura detto sfurito umano , il
quale ha pre- BMira per l’infelice innocente, ingiustamente persegui- tato»,
onde vorrebbe col proprio sacrificio coadjuvarlo, e piange per hit e si
attrista. Ed in quelle Is^rime e ia quel pianto è un s^eto piacere, fi piaca’e
di sen- tirsi ueoK^ che ha cuore e se&timentot. Ed ecco qual vasto campo di
episodi artistici sì apre td poeta di genio, che in questo deve fttr pompa di
virtù, creatrice eoo una fantasia estetica. E , se ha tetto e studiato f uonm ,
ed accidenti e circostanze non mancano fii sussidio det poeta. Ma non è lavoro
di uomim de- Wi T q^rtunità dei mezzi oet creare i nodi. Im- perocché, se gh
ostacoli non sono ttaturah, per ser- virmi ddP espressione de’ retori, hanno
delT incredi- hite, e Tincf edibile è un impossibile, morate^ o fisico, »
metafisico. La naturatezza consiste nefia possibi- m in un lavoro ideale, e
naturali non sono episodi estranei all’azione, come abbiamo osservato» nel ^ ante-
eedente. ' «>\f- rn » Ed io ho per estranei tutti ^i epÌ8odi,dbe non hanno
un interesse di necessaria opposizioac> dalla quale si possa destare la
reazione, e quindi la vittoria. Ogni quaKolta il leggitore può dire che , il
poeta poteva porre il suo eroe in una più felice situazimie, il nodo é niente
naturale. Quando Enea fugge da'Troja e va- lica i| mare infido, é naturale che
si susciti una tem- pesta, specialmente sotto la persecuzione di Giunone, che è
nemica dì lui. Ma non è cosi naturale l’ op- posizione di Didooe in Cartagine,
perchè uno sventu- rato avanzo della casa di Priamo, che ha ricevuto hi
missione da compiere dì fondare nuove Città in Ita- lia, non può essere
trattenuto dalie lusinghe di una infelice vedova, a cni promette con labbro
mendace un casto cannubio. Tutto quel lempo è perduto inu- tilmente a
Cartagine, mentre il poeta avrebbe potuto fingere altri pericoli, altre
situazioni piu addicevoli al pio Enea, che non può venire compatito nelle sue
po- steriori sventure, lordo del suicidio di Didona , e di abusata ospitalità.
Per Telemaco pare più naturale l’ac- cidente amoroso nella grotta di Calipso,
perchè giova- ne, perchè sedotto, e la ricerca del padre, che poteva supporre
naufragato, non era certo di tanto interesse, quanto per Enea è sconvenevole
farla da avventurie- re, mentre è un mandato da’numi a scopo certo. 1 nodi deir
azione adunque sono tanti, quanti so- no gli ostacoli, che la fantasia del
poeta ha saputo fingere ed allogare, dove la prudenza ha suggerito do- ver
esser più opportuni. Ma, se un’ azione senza no- di non interessa, per quel che
abbiamo detto innanzi, non si creda poi che l’interesse si accresca in ragione
che si mulliplicano i nodi. Sit modus in rebus sunt certi denique fìnes. In
un’azione, in cui a nodo seguisse nodo ed a questo un terzo, un quarto ec.
senza far respirare il povero lettore, che dopo un j^lpito spe- rava di vedere
l’eroe escilo fuori dd pelago tempe- stoso alla riva sano e salvo, anzicchè
dilettarsene si annoja, e gitta il libro con rabbia, perchè si avvede che il
poeta non ha studiato le vicissUudini del cuore umano. E infatti, quando il
secondo nodo è incidente del primo, e il terzo del secondo , il quarto del ter-
zo ec. r aniiuo di chi legge è disviato dall' azione prin- cipale, che è proposito
e fine e del poeta e del let- tore. Un tal procedere si può rassomigliare a
quel pe- riodo, in cui lo scrittore passa da proposizione inci- cidente ad
incidente per mezzo di cinque, sei, sette, che ripetuti, senza venire mai a
fine, e senza ricordar- si più della proposizione principale, j>nde^< chi
legge i Digilized by Google ìntorno Alla scibKka della sroitfA poetica S33 deve
rifìirsi più volto da capo per ihdendere. Se vi piace meglio, nn fai procedere
si può rassoinigliaré al nodo sopra nodo di tino stesso filo o di una stessa
matassa , a sbl-ogliar la quale non trovasi modo, Oifr* de chi intende a
sciogliere, disperando di riuscirvi, o lo tronca con la forbice, o lo bolla per
inSertibileé 1 nodi di un'aSione adunque debbono e^rè im-i, cioè allogati a giusta
distanza, e si abbia la seguente nor- ma. Quando un ostacolo si è frapposto,
non se ne accresca la difficoltà di superarlo con Un Oltre , ma si sciolga il
primo nodo, affinché lo spirito di chi leg- ge s'allieti con la compiacenza di
veder trionfare la buona causa. E, se l’ ostacolo é preparato dal prodi- torio
di un spergiuro o di nn empio , secondo il mo- do più naturale si faccia vedere
punito del suo delitto. Mentre poi si sperava di vedere a vele gonfie toc-
carsi il porto scapitato, susciti una nuova tempesta, che disperda il naviglio
tra lo infuriar delle onde, 3 guizzar de' lampi, lo scrosciar de’ tuoni ec. In
que- sta guisa cresce' F interesse ddl' azione: alla gìoja se- gue il » palpito
alla speranza il timore, alla calma lo scompiglio deir affetto, e il desiderio
di veder la fine di tal attraente e penosa alternativa tiene l’animo de- sto
fino alla fine, e l’ impre^tone si fa sempre più profonda e gagliarda, come se
la propose il poeta. Sia il nodo difficile, e tale che dapprima faccia disperare
di una buona soluzione. E in questo si di- stingue di poeta di genio dal poeta
vuli^re; peroc- ché la novità e la diffiailtà de' nodi deve essere mai sempre
presentata, come mezzo acconcio a suscitare una reazioue, (mde si avvera quel
che diceva Ora- , zìo che il buon poeta sà trarre luce fulgida dal fumo, e fumo
è il nodo per l’occhio, che non vede più V t»o0 per la via, ma nell' ombra
della selva oscura e piena di pericoli. Ma non sia tanto difficile e insuperabile nn
OBlà* colo, che a vincerlo non basti la forza umana , ab- naeno la forza dell’
eroe, per cui si debba creare la necessità di far intervenire un nume per
superarlo, se l'azione è puramente umana, perchè il poeta ci tra-^ sportereM»e
fuori di questo mondo in modo inaspet* tato, non naturale e incredibUe. La
quale sorpresa, non giover^be affàtto ad accrescere l’ interesse del* :
razione, perchè lo intervento visibile del nome, essere più perfetto, farebbe
perdere ogni simpatia per l’eroe. umano, il quale paragonato a quello è meno
nobde > ; e attirati da nn essere di ordine saperure dimenìi* cheremmo la
fragile argilla di un uomo debolcv Qui va quell’ aureo precetto di Orazio: nee
Deus interait, la quale sentenza, benché detta per la tragedia, vuol, essere
intesa per ogni componimento poetico, U cui concetto è una ipotesi di azione
puramente umana.. Ma non cosi, quando il poema si propone Foorao mea* so in
relazione co’ Numi, perchè nìuim ha detto che abbia difettato Omero nell’
Iliade, e Virgilio neir ^cè- de , dove i Numi prendono tanta parte ad annodare
e sciogliere in modo visibile. L’ intervento de’ numi o di altri esseri
soprana- turali si disse da’ maestri dell’ arte moechtina del poe> ma , la
quale da alcuni si reputa essenziale, fondan- dosi sull’ autorità dell’ Epopea
classica di Virgilio e di Omero. Altri la vorrebbero esclusa djdl’ept^ea,
perchè incompatibile con la probabilità ed apparenza- di realità, che essi
credono dover regnare in questo genere di scrittura. Una tale discrepanza di
opinioni ^riva dal non essersi precisata ne’veri termini la qui- stione. La
macchina non deve aver luogo in alcuni componimenti epici: deve aver luogo
indi^tensabil- mente in altri. Nella Gerusalemme liberata, epopea. Digitized by
Google ìntorno alla scienza della stòria poetica SS5 Mera per saa natura,
perchè ispirata daf principio re^ ddia fede vera de’ cristiani, che vanno al
^nquisto della terra santa conculcata dal piede prò- fono de seguaci di
Maometto, Tintervento degli esseri soprannaturali è indispensabile. Si forebbe
osservare^ al contrwio che il poeta sedotto » dalP esempio di Vir- gilio e di
Omero crebbe le difficoltà di farvi inter- venire degnamente , gli Angeli , ed
i Santi , per-' chè con le dipinture di Erminia e di Armida, con Io sgomento
amoroso di Rinaldo e Tancredi non fonno nell armonia le intelligenze pure
celesti. B sotto que- sto rapporto la magìa sembra mal allogata in quel ne’
drammi dello; Ma<in Omero e Virgilio la macchina è naturale e necessaria. E
naturale, perchè vi si vede adombrata' mirabdii^te la tradizione primiriva ,
per la quale 1 umanità è convinta che noi non siamo terrestri asso-’ utammite,
ma dotati di uno spirito semplice ed im-’ niortale ci rannodiamo ad un ordine
superiore iTin-' tdhgenze pure , le quali, sapendo che dovremo uri* giorno far
parte di loro, non ci abbandonano, ma si curano di noi con sollecitudine. U
Cristianesimo poi ‘ che ha fedo alla parola ‘rivelala di Dio ottimo m^' «mo, Im
dissipate le ombre ed àjierlamcnfe professa' che noi siamo figliuoli adottivi
di Dio, reden fi da Gesù Cristo uomo D» suo figliuolo , che i comprensori di
pregano per noi, che gli angioli custodi sono de-^ stillati ad ogni indivìduo,
comunità, città, regni, na- zioni , «he tra il cielo e la terra vi è un commer-
cio spirituale continuo, che lassù abbiamo avvocati e patrocinatori, e la prima
fra tutti per dignità potcn- M ed onore la Madre di Dio, rifugio e protettrice
Oe peccatori, de’ quali vuole ed ottiene salute. ' Con questa fede potrebbe un
poeta cristiano dispensarsi di fare intervenire in un' eroica impresa, dove si
ba pià bisogno di ajulo e di soccorso, quegli esseri che cre-^ diamo nostri
amici, compagni, e un giorno com^r- tecipi della stessa gloria é della stessa
felicità ? Tanto più che è generalmente riconosciuto che un' azione epica dev’
essere grande , interessante, é meravigliosa^ E donde si può trarre più copia
di meraviglioso, se ne togliete questa sorgente inesausta* dd soprannaturale ?
£ , siccome oltre i celesti noi abbiamo fede all’ esistenza degli spiriti
malvagi, qual fonte di naturale derivazione di nodi e di ostacoli non ha il
poeta cristiano nei demoni, nemici giurati degli uomini, che ebbero la fortuna
della divina re- denzione? £ la magìa messa al proprio luogo non è una fonte di
meravi^ioso credibile? ‘ > Ma la macchina riuscirrebbe ridicola , se invece
di essere accessoria nell' epopea divenisse principale, o se i numi
intervenissero a prepar«u*e o sciogliere nodi, che preparare e sciogliere si p(»sono
umanamen- te, o che invece di affrettare lo scic^limento lo dif- ferissero
senza necessità, come pare che abbki fatto il Tasso con quel Romito, che
conduce per una ca- verna al centro della terra i messaggieri spediti in
traccia dì , Rinaldo, e nel portentoso viaggio, che essi fiua'no {ter le Isole
fortunate, dove il meraviglioso è {terlato alla stravaganza. Più stravagante
che mera- vigliosa è la magia nel Morgante del Pulci , nell' Or- lando
innamorato del Bojardo e del Berni , nell’ Or- lando furioso dell'Ariosto,
nell'Adamigi di Bernardo Tasso ec. ec. Ritornando alla quistione intorno al
merito del- le due contrarie opinioni, diciamo che vi sono poemi storici, nc'
quali non può e non deve aver luogo il , soprannaturale, e coloro che tentarono questo
miscu- glio di umane e divine cose, dove non v'era luogo op^ .portano, diedero
appoggio alla sentenza di quelli, che .vorrebbero vederlo proscritto da i^nì
poema storico. Se mi demandate adunque in quali spezie deter- minate di poemi
storici possa e debba aver luo- go la macchina ? Risponderò: in tutti quelli,
in cui il concetto è intimamente connesso con le cose divine. Tale sarebbe nel
Paradiso perduto del Milton , nel- la Messiade del Rlopstoc , nella Gerusalemme
, nella Divina Commedia ec. Ma nelFErriade, per esem- pio, e nell’Orlando
riuscirebbe ridicolo e stravagante, perché in quelli e non in questi le cose
divine ed umane sono tra loro intimamente congiunte. Quell’ epopea è veramente
sublime , in cui ha ^uogo condegno ed opportuno il soprannaturale , per- chè da
questo solo si può derivare il vero sublime, il sublime assoluto, essendo le
opere umane, per quanto grandiose, magnifiche, e àon sublimi, in senso d’
infini- to assoluto ( voi. 1. § 21 pag. 171 ). Fra tanti nodi, che legano le
minori parti del poe- ma, ve ne dev'essere uno che leghi le parti massime, e si
renda risponsabile della maggiore o minor lun- ghezza di un’ epopea, in quanto
che ^i ostacoli mino- Bori non sembrino j^odolti dal caso; ma da una ne-
cessità, a cosi dire: io chiamo questo il nodo massimo di tutta l'azione, che
equilibra il principio o la fine rispetto al medio. Nell’ Eneide' (pei^
esempio) il nodo massimo è la collera di Giunone contro de’trojani, per la
quale, mentre Enea cerca l’Italia, si vede ora smarrito pei mari, ora implicato
in amori , ora in pericolo di perdersi tra 1’ onde agitate. Nel Telemaco del
Fcnelon è l'odio di Venere. Questo nòdo, come è agevole a com- prendere,
essendola ragione sufficiente della lunghe^- M di un poema storico, ossia contenendo il
perchè di tutti gli avvenimenti subordinati, dev’ essere natu- rate, in quanto
che si possa credere cbe tutt'ì fatti avvengono per quella causa. Così è
credibilissimo che Telemaco per aver disprezzalo i favori di Venere non
raggiunga, come vorebbe, la sospirata Itaca, o non sap- pia nuove di suo padre,
di cui va in cerca fra tanti pericoli. Lo scioglimento del pari di questo nodo
massimo deve essere naturalissimo. Nell’ Odissea, per esempio, Ulisse arriva
tra i Fenici, a cui racconta le sue av- venture : gl’ isolani amanti del
meraviglioso, presi da simpatia pe’suoi racconti, lo forniscono di un vascello
per ritornarsene a casa sua. Nell’ Eneide solo Turno à r ostacolo allo
stabilimento di Enea. — Un duello tra’ due campioni, nel quale Turno soccombe,
scioglie il nodo deU’azione. § é7. I Marno u’carjttbri considerati sotto U
rapporto dell’ unità di azione. - Dalla stessa idea dell’unità di azione, che
si con- fonde con r unione individua, deriva la necessità di quel che dìcesi
sostenutezza di caratteri. Avere un carattere importa avere una natura
modificala in una determinala maniera, secondo la quale operiamo co-
stantemente. Quindi si distinguono tanti caratteri, quan- te sono le diverse
nature cosi modificate , come il carattere di un guerriero, di un capitano, di
un tra- ditore, di un avaro ec. Un nomo, che non serba co- stanza nel suo
operare, o buono, o cattivo, si dice uo- mo senza carattere, come quel soldato,
che ora affronta ì pericoli, ora trema come un coniglio, o quel tale altro, che
ora si mostra stoico severo, ora seguace di Epicuro. 11 carattere quindi è
buono o catlivOi 11 buon carattere si argomenta dalla costanza di operare
Tirtuosamente, ed è deir uomo , di cui fu detto , si fraetus illabatur orÌHSy
impavidmn ferieM ruinae^ Il cattivo carattere al contrario si argomenta dalla
co* stanza di operare viziosamente. È vero che fu detto volubile al carattere
di un uomo, che ora al bene, ora al male si appiglia, ora secondo la virtù ,
ora secondo il vizio opera, ma nella, stessa' volubità discerniamo una certa
costanza o tenore di vivere, che dà V idea costitutiva del carattere. Si è
detto che i caralten nell’ Epopea, e in ge* nerale nel poema storico, debbano
essere' sosWmtu Questa frase ha un senso estetico; e se è, véro che in natura
non s’incontra un uomo tanto buono che qual* che volta rientrando in sé stesso
pon senta di essere uomo, "in poesia che è ideale, e che perciò può con la
creazione formarsi tipi positivi e negativi assoluti e perfetti ( voi, 1 § 20
pag, 163 ), i caratteri debbono essere sostenuti nel senso che Achille, per
esempio, sia iuesorabile, Medea feroce, Ino flebile, perfido Issionne , e tutti
tali costantemente. Ma a giudicare della sostenutezza de’ caratteri non è cosi
facile, come sembra' a prima vista: difflci-' lissìmo è poi serbarla anche ad
un poeta più eser- citalo. Si è detto che Omero si è distinto fra gli al- tri
per la sostenutezza de’ caratteri di Achille, di A- gameunone, di Menelao , di Nestore,
Ulisse , Ajace , Diomede, Antiloche, Patroclo dalla parte de’Greci , e di
Ettore, Sarpedonte, Enea, Paride, Priamo , Anteno- re, Ecuba, Andromaca, Elena
dalla parte de’ Trojan i nell’ Iliade. Ma, sq si vuol giudicare a rigore de’
principì, non é goneralmentc cosi per alcuni di essi; inii* perocché non basta
alla sostcnutezia di un carattere ohe l'agente operi costantemente in una
maniera de- terminata di particolare natura , e portare le cose all' estremo ,
che ha dell' incredibile e dell’ impos- sibile. Il carattere fiero di Achille è
sostenuto nella battaglia, e merita lode il poeta che ce lo descrive ne’ suoi
odi implacabile, ma se Achille è uomo, la so- stenutezza del suo carattere non
deve essere portata al termine, che faccia cambiare, a così dire, la natura
umana. Il carattere è un abito o una modificazione di una particolare natura,
che, comunque sia abnorme, non può distruggere il fondo della natura specifica
comune a tutti gli uomini. Che Achille dopo aver vendicalo la morte di Patroclo
non senta pietà alle la- grime del vecchio Priamo, che implora il cadavere
dell’ estinto Ettorre , non è natura da uomo pari ad Achille. La sostenutezza
de’ caratteri è il lavoro piu difficile pel poeta, perché non sempre si può mi-
surare il giusto mezzo per cons^uirla nel descrive- re i falli multiplici della
vita di un uomo. Allorché si dice che i caratteri debbono essere sostenuti, non
si vuole intendere che il poeta debba presentare nel suo poema caratteri tutti
buoni, ossia di uomini virtuosi , perchè la società umana, i cui 'fatti
idealizzati il poeta narra o descrive, non è un complesso di uomini scelti,
cioè buoni e virtuosi, ma un misto di mille colori. E per la stessa ragione che
il poema è un ideale, il poeta dovrà scegliere tra i buoni i migliori caratteri
; tra i cattivi i più oppor- tuni c propriamente quelli che si confanno allo
scopo del poema , e che come le ombre in pittura contri- buiscono al maggior
risalto de’ chiari, ossia de’ buoni caratteri. E, siccome lo sc(q>o morale di
ogni poesia è di perfozioaar la specie umana, i caratteri de’ mal- vafgi
saranno sparsi con parsimonia , affinchè notr interessi il vizio, troppo
frequentemente , con vivi colori descritto con pregiudizio della virtù. Nel
qua- le difetto sono caduti i romanzieri moderni,, che ci hanno regalato i
misteii della società corrotta, da cui scaturisce il putrido lezzo del vizio in
trionfo. Affinchè dunque il poeta raggiunga il suo fine, deve profondamente
studiare i caratteri inolio tempo prima che prenda la penna a scrivere. Queste
natu- re determinate dovranno essere studiate non solo in astratto, ma
comparate più vcHte tra loro e nel con- creto de’ fatti , che il poeta im[vende
a narrare o> descrivere. Desse saranno tanti concetti subordina- ti al
concetto del primo carattere , ma ciascuno informante i pensieri secondari, che
gli appartengono, quantunque sparsi e sparpagliati qua c là per le diver- se
parti del poema, inguisachè ogni volta che dovrà parlare di loro facciasi
ritornare al pensiero quel par- ticolare concetto, e lo incarni in pensieri,
che hanno ad esso ragioni' di parti. 11 lettore del poema, racc(q|;Iiendo in
sintesi quel- le parti, le truovi omogenei di forma che, separati dal' poema ,
formino un tutto, che si possa dire storia di Achille 0 di Agamennone. Chè il
poema epico invero è come la Storia Universale, che risulta da tante stc-- rie
particolari, ognuna delle quali ha la propria idea una 0 il concetto. Quando il
poeta avrà cosi meditato, scriva e distribuisca le diverse parti di questo pic-
colo tutto, dove r opportunità richiede, e allora può' essere sicuro che il suo
componimento sarà quale dev’ essere, ossia come è voluto dell'arte. Si fanno
ta- luni maraviglia di Omero, che abbia potuto scrivere due Epopee l’ Iliade e
1’ Odissea , e voi potete da ciò Digitized by Google PARTE SECONDA 342
argomcutarc quanto insulso sia stalo il metodo degli empirici, che pretendevano
formar poeti con regole e con precetti. Se i caratteri sono delle particolari
nature cor- rispondenti a tanti concetti di storie particolari, che si debbono
fondere in una storia più ampia, affìnchjè questa sia una ed unificante, è
necessario che abbia un carattere principale che predomini, e a cui vadano
subbordinati tutti i caratteri secondari. Questo è il carattere del
protagonista^ come sarebbe per dire di Enea e di Goffredo nell’ Eneide o nella
Gerusalemme* Questo carattere dev’ essere perfetto sotto tutt’ i ri- porti,
cioè perfetto per eccellente natura , per eccel- lente operare, e per
eccellenti attitudini. 11 fine mo- rale di un gran poema è d’ imprimere nella
società uh tipo da imitare con una forte e gagliarda impres- sione come mezzo :
questo tipo o modello è princi- palmente incarnato nel protagonista , il quale
perciò dev’ essere positivo e non negativo, ossia tipo di virtù e non di vizio.
Ogni macchia, che ne adombri il volto, è ributtante. Allorché dunque diciamo
che i. caratte- ri possono essere misti, è uopo fare eccezione del ca- rattere,
che io chiamo primo carattere, ed estenderà r eccezione a tutti i caratteri
de’, cooperatori almeno, più vicini al primo, affinchè, si apprenda che chi è
vicina air astro maggiore risplenda presso a poco dello stesso chiarore di
luce. 11 carattere del protagonista vuoisi splendidamen- te perfetto , perchè
desso è il perno dell’ azione prin- cipale, intorno a cui si aggirano gli
attori delle azioni secondarie. 11 protagonista adunque secondo la simi-
litudine accennata innanzi è come il Sole, centro di . luce, da cui emana la
chiarezza degli astri minori suoi satelliti. Egli è risponsabile dell’ effetto
morale SuU'anitno de’ leggitori, i
quali, ritofnando col pensiero dall’ ultimo al primo verso di tutto il poema,
vigono in capo a tutti soprastare queir idea prima, come ef- ficienza degli
avvenimenti, e degno di essere tenuto a modello, "che ecciti il desiderio
della imitazione fra i multiplici sentimenti dell’ amore, dell’ emulazione e
dell’ammirazione. E questo carattere in conseguenza si vu(de il piu sostenuto,
perchè i suoi difetti riuscireb- bero più rilevanti, essendo a lui rivolte
principalmen- te gli sguardi. Ecco perchè i più grandi poeti noo vanno esenti
da’ rigori della critica per difetto di que- sto genere. Per esempio, l’Enea di
Vii^ilio non è un tipo di uomo senza rimprovero , perocché, come ac- cennammo
innanzi, alia sua pietà non si addice nè r inganno fatto a Didone, nè la guerra
con Turno, a cui contrasta i casti amori di Lavinia, cui non conosceva prima, e
la quale non avrebbe cousentito alle sue nozze con la perdita dolorosa di una
madre infelice. E poi che rappresenta egli questo straniero, che ammacca come
i- strumento del fato gli eroi latini, e fa vista di un n- surpatore impudente
? Qual affetto alla patria sua in un poeta, che si comjàace della dibatta di
Turno e canta un epitalamio in occasione di nozze lorde di san- gue tra un
vedovo ingannatore di donne e una ver- gine infelice, che si accosta ai talamo
nuziale con sen- timenti di orrore per la morte del primo amore, con gli occhi
ancora bagnati di lagrime per la perdita di colei, che antrice de’ suoi giorni
odiava un genero fa- tale? Qnde brillante figura può fare Enea chiamalo> pio
tra tanti sentimenti di empietà incredibile ? I maestri dell’arte saggiamente
osservarono che i caratteri altri sono generali, altri particolari , con la
quale distinzione accennarono a ciò, che merita di essere particolarmente
notato. 11 carattere di bontà, di vir- tii, di difetto ec. è troppo indeterminato., e
gli attori messi in azione debbono apparire rivestiti di una na- tura loro
propria, come individui. E, siccome (^ni in- dividuo appropriandosi 1’ elemento
specifico si riveste di alcuni modi suoi pro]»*'!', cosi il carattere generale
incarnandosi ad Enea , a Goffredo ec. partecipa del- le particolarità di
ciascuno. Queste particolarità poi debbono essere determinate dal tempo , ossia
dalla ci- viltà delFepoca storica, in cui si suppone ebe l’azione avvenga. La
pietà attribuita ad Enea dev’ essere pro- porzionata alla civiltà dell’ Enee
storico. E, se taluno à giustamente notato a difetto l’Enea che romaneggia, più
degno di rimprovero sarebbe quel poeta, che lo dipingesse pio come un
cristiano. Non meno vizioso è il carattere particolare di un protagonista
cristiano, modellato sugli eroi greci o romani. Nel quale difetto souo caduti
l’ Ariosto e il Tasso, che poetando alla ma- niera di Virgilio e di Omero
ne’loro Eroi non presentano ir tipo della civiltà cristiana. Allorché dunque ci
fac-‘ oiama a giudicare da critici imparziali le produzioni dì questo genere, è
uopo specialmente in quanto a’ ca- ratteri tenere presenti le distinzioni fatte
, che molti giudizìi in astratto sembrano veri o prò o centra, ma- nella loro
concretezza in ordine a’ fatti possono e deb- bono subire una necessaria
modificazione. Avverto in ultimo che la sostenutezza de’ caratteri non si deve
argomentare da uno o due fatti isolati narrati e de- scritti in questa o in
quella parte del poema, ma da tutt’ i fatti operati dall’ attore, a cui
appartengono, e sparsi in tutto il poema. Intorno aU’ unità di tempo
considerato setto il rispetto ddl’ unità di astone. Dalle cose dette innanzi
rileva elio un poema storico è un' azione diretta a conseguire un effetto
proposito e fine col concorso di molti agenti nel me- desimo tempo o successivamente.
Si vuol quindi sapere quanto tempo si richiede per compierla, e come qué- sto
tempo possa essere uno? Intorno alla durata di un’azione non vanno di accordo i
maestri ddl’arle, i quali deducendo le regole o i precetti dall’ epopee
classiche di Omero e di Virgilio, chi la restringe ad un’anno, chi a cinquanta
giorni, chi a più, chi ameno. Secondo il calcolo del Batteux 1’ azione dell’
Iliade non oltrepassa i quarantasette giorni : nella Odissea, computando dalla
distruzione di Troja alla pace d’ Ita- ca, vi è la distesa di otto anni e
mezzo, ma, comincian- do dalla prima comparsa dell’Eroe, cioè dalla dipartita
di Ulisse dall’isola di Calipso, non oltrepassa i cinquan- totto giorni.
Similmente nell’ Eneide computando dal- la distruzione di Troja fino alla morte
di Turno, pas- sarono circa sei anni, ma, cominciando dalla tempesta che gittò
Enea sulle coste di Affrica, non ne scorre che un anno e qualche mese. , Stando
adunque a’ fatti dell’Epopea classica, il tempo non è determinato, perchè, se
ciò fosse, per tutt’ i poemi storici dovrebbe essere uno stesso tempo. E non so
perchè i maestri dell’ arte abbiano voluto nel poema epico distinguere due
tempi, uno di nar- razione, e l’altro di azione. 11 primo tempo è un pas- sato,
in cui avvennero certi fatti narrati per dichia-, rare alcuni punti dellazionc principale, come
per esem- pio, la distruzione di Troja narrata da Enea alla regina Didone. Or ,
come è chiaro questo, tempo non entra nel calcolo rispetto al tempo dell’
azione, il quale co- mincia da quei punto, in cui Enea parte da Troja per
venire in Italia. In quanto al tempo dell’azione non si può dire ehe debba
essere di cinquanta giorni, di due mesi, di un anno, p.^rchè alcune epopee
tanto ne impie- gano, potendosi ben dire che le azioni di sì fotte epopee ne
richiedevano tanto, e che ve ne possono essere delle altre, che ne possono
richiedere, o più, o meno. La lunghezza della durata di un’azione epica in
conse- guenza non può essere determinata dall’ esempio dei- r epopee Bistenti,
ma si vuole dedurre dalla natura delle cose e delle nozioni distintissime del t
0 m>'po. U unità di tempo non è stata, a quel che io sap- pia, definita,
perchè non n’ è stata compresa la vera natura costituita dall’ unità detrazione
medesima. i Richiamando in questo lu<^o le nozioni di tempo, esposte nella
1.*^ Parte di questo volume e nel 1." vd. del Nuovo Cor. , troveremo la
vera soluzione del proble- ma. Il tempo è uno spazio contenente un mobile,
simile al quadrante deli’ orol(^o, che contiene l’ indice mo- bile. Il tempo è
divisibile in parti, come il quadrante é diviso in ore pe’ diversi segni de’
numeri. A misura che cresce la sfera di azione del mobile, si allarga lo spazio
del tempo , e ventiquattro ore formano un giorno, trenta giorni un mese, dodici
mesi un anno, due anni un biennio, cento anni un secolo. Un’ora, un giorno, un
mese, un anno, un secolo , sono tutte unità, ed unità di tempo. Affinchè in un’
azicme si abbia l’umtd di tempo,' si richiede che razione me- desima abbia
continuità, la quale cessando, ricomincia un altro tempo, appunto come un
giorno succede ad un altro giorno, perchè fra 1’ uno o l’ altro vi è la notte
intermedia, ossia la cessazione del corso appa- rente del sole nel nostro
meridiano visibile. L’ unità di tempo del pari in un poema epico è serbala, se
il protagonista è perenne nella sua azione, di guisa che si costituisca un
epoca, la quale è un tulio, che ri- sulta da avvenimenti prodotti dalla
medesima causa. On(T è chiaro che 1’ unità di tempo è costituita dal- r unità
di azione. Supponiamo che Enea ,fosse morto a Girtagine, e i Trojani fos^o
venuti alla conquista del Lazio; una prima azione fluita con Enea avrebbe un*
suo tempo, e T altra incominciata e finita da’ Tro- jani senza di lui avrebbe
un altro tempo. A chi domanda in cons^enza quanto tempo deve durare nn' azione
epica ? La risposta non può essere ricisa per un' tempo determinato di tanti
giorni, di tanti me- si e non più, perchè, se l’epopee, che aldiiamo, hanno
questi tempi determinati, non se ne può fare una regola per ogni epopea
possibile, postochè quelle azioni tanto durarono e non più, e quel tempo era
richiesto dal-, 1’ unità delle medesime. Un’ epopea, che si propone un’ azione
unica, la quale non può esplicarsi che in tempo maggiore per raggiungere il
fine in modo na- turale, prenderà 1’ estensione della sua durata da que- sta
necessità e convenienza. Si potrebbe opporre che in tale supposizione un’epopea
potrebbe durare cinquanta anni, perchè si potrebbe dire che un’azione ha biso-
gno di tanto per esplicarsi e conseguire un grandis- simo effetto 0
avvenimento. Ora un’ epopea simile perderebbe molto d’ interesse, perchè per
essere una vi dovrebbero essere tante azioni secondarie e tanti subordinati
avvenimenti, che annojerebbero la pazien- za de’ più buoni intenzionati
leggitori , dovendo ogni «nno essere
tento pieno ebe n<» lasciasse alcun vuoto capace d‘ interrompere 1* unite
deU’azione. Alla quale ebbjeziooo rispondo che un tal timore non può aver
luogo, perchè l'unite di azione su^ne per sua prin- cipale condizione la durata
di uno stesso protagonista, fl qude quanto forte e r(d)UstQ si voglia tra gli
uo- mini, a sostenere un'azimie eroica non può resistere tanto terapOv E,
dovendo la finzione essere vecosimile, in quanto che quell’ azione, se non é
avvenute, sia possibile, ognun vede che il poeta non può prudente- mente
protrarle per un tempo lunghissimo» La natOr ra istessa dell’ azione una è il
limite del tempo. Le quistioni estetiche intorno al poema storico non si de-
vono riscdvere isolatanaente, ma comparatamente, c te- nendo' presente l’
essenza dell’ azione : ogni quistione secondaria o versantesi intorno agli
accessori da quel- la prende lume ed evidenza. Io truwo, che i precetti degli
estetici empirici sono formulati sopra fatti iso- lati, ed è questa la ragione,
perchè riescono Mutrad- ^ttori, e reodono impossibile una produyione di queste
geberc. Intorno al poema epico descrittivo. Se gli antichi n’ ebbero alcuno.
Divina Commedia di Dante. • ' % Le quistioni proposte e risolute finora intorno
al poema storico concernono 1' epopea o il romanzo, che si propone un’ azione
umana comune alla poesia classica e romantica, al j^ganesimo ed al cristianesi-
mo. Il concetto di un tal poema è sublime relativo, ossia è grandioso e
magnifico, ma non sublime assolutamente , perchè, quantunque l’infinito
assoluto possa essere accennato in essa, non è suo proponimento diretto. E per
l’ arte antica l’ infinito assoluto, non essendo colto per l’ abberrazione
della ragione dal primo vero tradizionale, perciò desso non poteva essere
proposto a concetto di componi- mento, onde l’artista dovea contentarsi di
suscitarlo in modo oscuro e confuso, lasciando al lettore di dar- gli un valore
a sè relativo. Per la divina rivelazio- ne l’ uomo, per quanto consentiva la
sua natura venne a conoscere 1’ assoluto , 1’ infinito senza ter- mini diverso
dall’ indefinito , che è stragrande ma sempre limitato, quantunque i suoi finì
o termini per la loro rarità e distanza non fossero comprensibili all’ intuito
relativo dell’ umana fantasia. L’ infinito as- soluto è tale quale si rivela,
non quale 1’ umano in- telletto può concepirlo senza la divina rivelazione : 1’
azione di questo essere è ancora azione infinita e perciò incomprensibile, che
l’uomo crede o conosce per fede senza potervi aggiungere della sua fantasia
alcuno limite, perchè verrebbe ad immutare l’ infinito in indefinito, 1’
assoluto in relativo. Tutto ciò cbe rivela l’ assoluto è vero puro, e come tale
è un idea- le perfetto e nel medesimo tempo un reale esisten- te. La poesia
molte cose umane cerca di supplire al difetto della natura scaduta colla creazione
fantastica: nelle verità rivelate non vi è da supplire , perchè tutto è
perfetto e infinitamente perfetto. In quanto a^concetti sovrintelligibili per
conseguenza non è conce- duto ai poeta di aggiungere o togliere col fine di
per- fezionarli. In un’ epopea ortodossa per conseguenza, in cui il concetto
dinamico fosse di quest’essere, il poeta non potrebbe proporsi Vaaione di lui,
come azione, che è un’ incognita, ossia un infinito incomprensibile, ammes- so
con fede riverente, ma non paragonato per ana- logia alle azioni finite, perchè
un tal paragone mene- rebbe al materialismo o al panteismo. Il poeta allora,
non potendo seguire l’ azione di quest' essere, può se- condo la rivelazione
contemplarla n^li effetti o- perati, ossia nell’ esistenze create. Ora gli
effetti esi- stenti, ossia usciti c prodotti dalla causa , astrazione fotta
dall’ azione producente, hanno ragione di sostan- ze astratte o concrete.
Quando lo spirito intuisce le sostanze in quiete circoscritte e limitate dalie
loro qualità, può aver luc^o la descriziom, e non mica la narrazione, la quale
è un numerare gli effetti suc- cessivi prodotti sotto r intuito dello spirito
contemplante perchè , ab- biamo ivi stabilito ciie gli effetti si narrano, e le
qua- lità si descrivono. Or gli effetti sono prodotti dalle cause c le qualità
sono inerenti nelle costanze, e gli effetti già prodotti divenuti esistenze si
rivestono del- la ragione di modalità, che è una specie di qualità. Adunque un
poema epico, che si propone per con* celio r assoluto infinito, può essere
descritUto e non narrativo per le ragioni allegale innanzi. La poesia
eterodossa, che mise i numi in attualità con gli uomini, fece di Giove un altro
uomo , ossia cadde in un gret- to antropomorfismo, puerile e ridìcolo, perchè
contrad- ditorio. Ed a rigore parlando, il classicismo si ebbe l’epopea
dinamica e non la matematica, ossia I’ epo- pea umana o di azione puramente
umana , in cui il concetto è causa producente effetti intuiti e contem* piati.
L’ epopea descrittiva era riserbata al cristiane- simo, che ha fede aU’antico e
nuovo testamento, do- ve iddio, l’assoluto, si è rivelato qual è nella sua na-
tura, infinito e perfettissimo. La possibibilità di un epopea descrittiva si
de- sume dalla natura istessa della storia, la quale, come abbiamo provato e
stabilito nella prima parte del pre- sente volume, si esplica in due modi, cioè
narrando e descrivendo. 1 Re- tori e i maestri di poetica, die non videro le
diffe- renze sostanziali di queste due maniere di esplicazio- ne storica,
ritenevano che il poema epico alle volte descrive, come se queste due maniere
dovessero in- trecciarsi indivisamente , in quanto che vale a dire in ogni
componimento di genere storico indispensa- bilmente si dovesse, qualche volta
narrare, qualche volta descrivere. Tuttavolta, riconoscendo la narrazio- ne
come modo esplicativo predominante, riguardavano la descrizione come accidentale
, ossia come un ornato per la Ipoiiposi, ossia per la vivacissima de-
scrizione. lo ho provato che vi è una storia, in cui non ha luogo la nozione di
tempo , tale è la storia Digitized by Google 852 ' par^e sbcoI^dA degli
animali, la storia delle piante^ la storia del cor^ po umano, ossia l’ anatomia
descrittiva iec. ec. In esse infatti noli si procede per epoche^ e per periodi,
per-^ cfaè le cose descritte sono fatti permanenti, e non successive. Intanto
simili produziobi non si può rivo* care in dubbio che sieno di genere storico ,
perchè nel senso comune per mtoricbe vanno tenute. La no- zione di tempo fa
parte di quella storia, in cui ba luogo la successione e la mutabililà de' modi
prodot* ti dalla causa in anione. Dove non ha luogo la no* zione di tempo,
sparisce il concetto di causalità, e sub* entra 1’ altro di sostanzialità^ Le
sostanze sono per* manenti nello spazio, e conie tali si possono descrt* vere e
non numerare o narrare, perdiè il numero o la narr anione è relativo alla
successione ed al con* cetlo di causa e di moto. Ora la prosa non differisce
dalla poesia in quanto al modo di esplicarsi,! perché tutt' i componimenti o
prosaici o poetici sotto questo rispetto sono i storici, 'scientifici ed
oratori. Bn:iò si fonda sul pi'incipio ge* nerale stabilito nel 1. volume, cioè
che le differenze della prosa e della poesia dipendono dalla natura dei
pensieri, reali in quella, ideali io questa, ma l’idea* lità versa sul
possibile, ed è possibile ciocché è con- forme all’esistente. Dalle qnali cose
deducesi dhe, se vi è una storia reale deserùtiva, oltre la narrativa , ve ne
può essere un’ altra poetica ancora descrittiva oltre la narrativa , non perchè
la descrittiva qualche volta non narri, ma, siccome la descrizione è acciden-
tale netta storia narrativa , cosi la narrazione è ac- cidentale nella storia
descrittiva. — Tale sarebbe la numerazione delle parti, di cui parlano i
retori, come fonte di àì^metilo nel genere dcscrilliTO , e cor* risponde
airtpotiposi nel genere narrativo. Dà que- ste nozióni vere e fondamentali
nella scienza della Storia deriva non solò la possibilità di questa specie di
componhncnfo storico, ma ancora la necessità della sua attuazione. Ma negli
argomenti umani dell’ uomo esteriore non poteva aver luogo, perché l’ uomo con-
siderato, Come tale, è un fenomeno successivo , ppr* manente nella spezie.
Variabile negl’indivìdui. L’uomo Come Spirito é perhianente , ma neppure in
questo mondo, nelF altro bensì , dove pervenuto è eterno , cioè tele quale Wdio
lo vuole, dove e come gli destina. L’ arte cristiana, l’mte nuova, ha fornito
la letterata* ra di questa specie di poema storico , ed è Dante il fondatore
dèi medesimo-, che e^i stesso non sa- pendolo paragonare all’ Epopee di
Virgilio e di Omero, che sono dinamiche e quindi narrative, diiamollo commedia.
Tutti gli èstetici Convengono Che le tre Can- tiche formano un’Epqiea grandiosa
o sublime, ma, se 1’ Epopea ha un protagonista, cooperatori, oppositori , Un
tempo determinàto, unità di azione , caràtteri , e- phodl, ec. come abbiamo
divisato finora , vorrei sapere •come te dantesca produzione può dirsi Epopea.
Il buon senso suggerisce alcune espressioni, che non si accordano con le regde
di convenzione, di cui parla il 'chiarissimo Manzoni, ma non basta asserire o,
di- chiararsi oontro alle regole senza farne vedere la oppo* Azione e
stabilire. II protagonista ddl’ Epopea Dantesca è la Divina 'Giustìzia nell’
Inferno : la Giustizia e la jjMisericordia nel Purgatorio ; la Divina
Munificenza nel Paradiso. È, siccome i divini attributi r’immedesimano con la
di- vina essenza, diremo che il protagonista della Divina Commedia è Dio
infinito , assoluto, perfettissimo, il ìli quale è invisibile nella sua azione infinita
per le ra* gioni allegate innanzi, ma visibilissimo negli effetti, o di quei
che gemono tra' cruciati di una pena in- tensa tra le bolge spaventevoli, o di
quei che piangono e sperano, o di quei che godono , nel P urgatorio o nel
Paradiso. La fantasia del poeta non tenta di fin- gere o di creare le pene e i
godimenti, ma le incar- na in simboli c figure o credute nella tradizione u-
màna, o rivelate ne’ due testamenti. Il poeta spetta- tore di queste maraviglie
non narra ma descrive , e giunto alla porta d’ Inferno si sofferma e legge
quel- le parole terribili: Per me si va nella città dolen- te ec. Egli è vero
che Beatrice scende dal cielo per confortarlo di coraggio e di luce , e
Virgilio se gli accompagna fino a un certo segno , ma questi due personaggi non
sono attori diretti o indiretti , ma guide e lumi rischiaranti nel tenebroso
cammino , ingombro di ostacoli e pieno di pericoli. E, sebbene i dannati
piangano, urlino, gridino da disperati, la loro pena non è un azione che meni
ad un effetto ultimo, perchè la stessa pena è fine, come la gloria dei celesti
è fine. Egli è vero che la Francesca ti strappa le lagrime con quel suo
disperalo lamento e 1’ Ugo- lino li fa rizzar in capo i capelli , ma non
credere che queste parti drammatiche del poema tendano da episodi a produrre un
fatto ultimo , come scopo del poeta. Egli dice quel che vede , cioè falli
compiuti, come simboli di un concetto di seve- ra giustizia. L’ azione umana è
finita appena che l’uo- mo parte di questo mondo, che è via , onde viatore c
pellegrino si addomanda finché vive. Nel mondo con la vita il dramma è
compiuto, e la fine o pene o gioja, o punizione o compenso, o vitupero o
gloria, o guer- ra o pace interminabile, ma guerra di disfatta, gemiti ♦li dolore eterno, di rimorso, di
disperazione. Ecco per- chè Dante è pittore e scultore senza pari. sue immagini
sono rilievi di tanta forza , che ' terribi- li straziano lanima , liete la
inondano di una gioja indescrivibile. Questa originalità , che lo mette sopra
ad Omero, il quale fu detto primo pittore delle memorie antiche, gli deriva
dalla natura delle cose che canta, e quindi dalla natura propria, poiché non si
sarebbe -dato a questo genere di poetare, se non si sentiva fatto a
sostenervisi. In questo poema non vi è tempo: se ne volete uno, è un'egea di
cinquemila anni e più, da Adamo fino a’ suoi tempi, perocché tutta V umanità è
raccol- ta ne’ tre regni e di tutti gli uomini di qualsiesi re- ligione,
patria, nazione, o favella, egli parla e descrive. Anzi valica le dighe del
tempo e va più oltre, alEE- ternità e agli Angeli, che furono creati primù
deH’uo- nio, perchè tutto ci truova nell’ altro mondo. E, seb- bene incominci,
Nel mezzo del cammin di nostra •cita , non credere che il poeta intenda precisare
uno spazio di tempo alla sua Epopea : è quella una cir- costanza che concerne
il solo poeta. Ma, siccome l’ c- popea dinàmica è nel tempo , 1’ epopea
matematica o descrittiva è nello spazio di luogo ^ intorno a cui sf* debbono
fare le stesse considerazioni già fatte intorno - aH’unità di tempo. E, se
truovi che Dante càmbia sce=* ne nell’ Inferno , nel Purgatorio e nel Paradiso,
sap- pi che il luogo è uno, se il contenuto continuando è in ugni luogo
descritto , come abbiamo detto della causa ^rispetto al tempo. Se Dante qualche
fiata si fa a narrare, ricorda che la narrazione ha luogo nell’ epopea
descrittiva , come’ la descrizione neir epopea narrativa , Cioè acci-,
dentalmente. Guardati di confondere 1’ essenza corj • gli accidenti. INTORNO
ALLE QUALITa’ Db’ PENSIERI SECONDAR} NBL POESIA STORICO Nel capo precedente
abbiamo accennato in parte a’ pensieri secondari, come prodotti della fantasia,
ma la loro disamina non può essere compiuta senza guar- darli direttamente
sotto i seguenti rispetti 1.® della loro integrità 2.® della loro scelta 8.®
della loro ve- rità, 4.® della loro omogeneità, 5.® della loro unione indhìdua
nella commistione del reale e dell’ ideale. Ecco perchè nel presente capo
diviso in cinque arti- coli tratteremo separatamente di siffatte cose. INTORNO
all’ integrità’ De’ PENSIERI SECONDARI NEL POEMA STORICO. V integrità de’ pensieri secondari si ripete
dalla totalità del concetto. L’Epopea, disse Aristotile, deve avere una
distesa, nella quale si possa distinguere il principio, il mesi- 2 e e la fine.
Con le quali parole accennava all’ inte- grità e pienezza del componimento, ma,
come è facile a intendere, Tintegrilà c pienezza del componimento, S51 rÌHiane un* incognita , perchè troppo
indfeferminata. Una novelt», una favola, una lettera hanno e debbo- no avere
principio, mezzo e finey dovendosi in ogni fatto umano cominciare, ccmtinuare e
finire : nozioni comuni ad ogni movimento, ossia al passaggio sncees- sivo di
un mobihi, che parte da, passa per, e tende a. (Vedi vrf. t. cap. V. del Nuovo
Corso Parte 1, ). 11 principio il mezzo e la fine è comune alle cose gran- di
ed alle cose piccole, alle magnìfiche ed alle tenui ; era dunipie necessario,
parlando di Epopea, determina- re la distesa di una grande azione con una
differenza specifica per non lasciare una scusa all’ arbitrio> dd poeta, che
allunga o accorcia troppo la sua storia , dove dovrebbe rimanere nel giusto
medio. Nè giova ricorrere al ritrovato dello stesso Aristotile , ossia alz- isi
nozione, che egli diede dell’ epigea ritenuta per un’ imitazione, imperocché
imitar si possono egual- mente le grandi e le piccole azioni, e, sebbene l’epo-
pea per lui sia un’ imitazione di azione eroica, ognu- no comprende che 1’
eroismo ha pure i suoi gradi , perchè ni uno darebbe ad Enea l’eroismo di
Achille , o ad Achille l’eroismo di Ercole, o ad Ulisse l’eroi- smo di un
esercito greco, che assedia Troja. Dippià un’azione eroica può essere condotta
al suo termine in maggiore o minor tempo rispetto ad un’ altra, ed Omero
istesso nella Iliade e nell’ Odissea non impiegò lo stesso tempo , e Virgilio
impiegò più tempo che Omero nelle due Epopee. Or chi non vede che una Epopea,
in cui s’ impiega maggior tempo, debba con- tenere maggior numero di pensieri
secondari? Resta sempre a sapere qual è la regola per la quale pos- siamo
essere eerti che un poema storico abbia la sua pienezza ed integrità ? Da
questa regola possiamo avere Digitized by Google 358 PiinTK SECONDA un criterio
della giusta proporziono delle tre parti , che Aristotile distinse con i
definiti di principio, di mezzo e di fine, a cui alluse Orazio quando disse ;
primum ne medio, medio ne discrepet mum.,. Richiamando in questo luogo le nozioni
del con- cetto esposte nel 1.” voi. di questa Estetica §. 19 pag. 158, e scg.
potremo allegare una soluzione soddisfacen- te del proposto problema. Noi
dicemmo che il con- cetto tanto reale quanto ideale è risponsabile del buo- no
o cattivo risultato di tutto il componimento : è personale e quindi
responsabile della stessa integrità de’ pensieri secondari, perchè il concetto
ha ragione di tutto o di totalità, in quanto che per esso sappia- mo che
nell’uomo individuo vi vogliono due occhi e non uno, cinque dita per ogni mano^
e non quattro, c che il volto di gentil donzella debba corrispondere ad un
corpo tutt'umano ec. Se mi domandate, ora quan- ti pensieri secondari debbono
entrare nel componi- mento epico ? io vi rispondo quanti ne richiede la sup-
posizione, ossia il concetto, il quale è un’ipotesi co- me dicemmo ( Voi. 1. §.
34 ). Se questo numero è maggiore o minore, dite che il componimento pecca per
eccesso o per difetto. Peccò per difetto il Tasso, da quanto vado a dire. 11
concetto della Gerusalemme è di un poema sacro, perchè si propone un’azione
religiosa, il con- quisto di una terra santificata dal sangue preziosissi- mo
del figliuolo di Dio umanato , per una spedizione di uomini informati dalla
fede, protetti da Dio, il cui capo ha un carattere eminentemente religioso.
Ecco il concetto di quell’ Epopea. Se dunque il poeta non introduce pensieri
religiosi confacenti all’ idea prima, egli ha mancato per difetto all’
integrità de’ pensieri secondari, onde noi li supponiamo, perchè il concetto e
tale che qualche altra cosa richiedeva. NuU’idea prima, comunque astratta,, vi
si contengono gli accenni al da fare, gli addentellati, come in uno schizzo di
disegno in cui tutte le parti sono sfumate, a cosi dire, suffi- eienti a farci
giudicare se il ritratto corrisponde al- r originale neir integrità accennata
da quello schizzo. (Voi. 1. §. 19 pag. 160 >. Quello che i maestri di arte
poetica addomanda- vano scofo, parola vaga e indeterminata , per noi è
eoncetto, die è regola, canone e norma; criterio, ret- to, certo e costante per
giudicare di tutt’i pregi di qualsiasi componimento, di tutt’ i difetti per
negligen- za del poeta o poca sollecitudine a questo studio. Bi- sogna dire che
gli antichi, come difettavano d’ integri- tà nella storia reale, peccavano per
lo stesso difetto nella storia poetica, come vedremo qui appresso. Al eontrario
i moderni, trovando allargata la sfera della storia reale, impinguano molto gli
scheletri delle sto- rie poetiche ed epiche. Paragonate il Romanzo moder- no,
che è una stmia poetica pedestre, con i racconti favolosi degli antichi, e
verrete a conchiudere meco intorno a questa deduzione di fatto. Allorché il
Man- zoni combatteva il classicismo, c perorava a favore del romanticismo ben
inteso, non tenne presente que- sta differenza sostanziale delle produzioni
dellarto antica e deH’arte nuova. E tal differenza la dico sostanziale, perchè
riflette al concetto, il quale, come abbiamo detto nel primo voi. §. 18 pag. 155,
è progressivo e dal lato degli oggetti che per la leva delle rivelazio- ne si
possono vedere quali .sono , tolto 1’ arbi- trio alle supposizioni di chi fida
alle proprie for« Digitized by Google 860 PARTE, SECONDA ze, dalla esperienza e
dalla storia dimostrate iosuf-^ ficieoti. Dal lato del subjctlo o della
intelligenza, che avranno acquistato maggiore virtù sintetica e com- prensiva,
per la quale 1’ uomo è veduto nella specie diffusa su tutto il globo e non
rinserrata nel greco 0 rojnano territorio. Se è cosi, le produzioni stori- che
prosaiche e poetiche dell’ ar te nuova debbono riu- scire differenti, direi,
sostanzialmente da quello dell'ar- te antica. Ed è tanto vero quel che io dico
che alcu- ni considerano il romanzo^ come una produzione de- gli ultimi tempi,
perchè non si riscontra ad alcun model- lo appo gli antichi, non per
l’idealità, a cui partecipa- no le favole , gli apologhi e gl’ idilli
antichissimi , ma per la sua estensione, che presenta un corpo di storia. Ma
noi abbiamo altrove accennato §. 82, voi. II. pag. 257, che ogni poema storico
è romanzo ed ogni romanzo è poema storico, e la differenza tra epopea e romanzo
è in quanto al concetto finito o infinito , tenue o sublime. La ragione della
tarda attuazione del romanzo deve ripetersi dal difetto di sinte» o com-
prensione ne’ tempi antichi. Stabilite queste nozioni preliminari intorno all’
integrità de’ poemi storici, ve- gniamo alla disamina di altre quistioni di non
lievQ importanza. L’ integrùà si deve intendere rispetto oU'ipotesi che limila
il concetto^ Allorché dico integrità de’pensieri secondari, non si deve
intendere un' integrità assoluta, in guisa che il poema debba tutto dire,
quanto si potrebbe, intor- no al protagonista, per esempio, come la sua nascila
, i suoi genitori, la patria, i suoi abiti individuali come di uomo privato,
perchè tali cose, quantunque ad esso appartengano, non lo riguardano in quel
punto, in cui 10 mette il poeta. Egli è vero che non mancano cir- costanze
opportune, in cui possa con un epiteto, con un accenno, alludere a siffatte
cose, ma ciò non signi- fica narrarle di proposito. La ragione di questa limi-
tazione si è che il concetto è circoscritto da una suppo- sizione. Nè giova
opporre l’esempio dell’Epopea classica, per esempio , dell’ Eneide , nella
quale quantunque l’azione incominci dopo la distruzione di Troja, pure 11 poeta
fa raccontare ad Enea, premurato da Didonc, fatti avvenuti, molto tempo prima,
che il protagonista comparisse in iscena, come è dire la guerra di Tro- ja ,
gl’inganni de’ Greci, la morte di Ettore, il caval- lo famoso, ed altre cose di
simil fatta. Imperocché il poeta, se non avesse ciò fatto, avrebbe mancato di
ef- fetto, essendo Enea un personaggio ignoto a’ romani , i quali non ne
potevano sapere che pochissime cose rilevate dairtliadc, opera di non comune
intelligenza, perchè scritta in altra favella. Intanto il poeta vuol farne un
protagonista, e in conseguenza farla da sto- rico, e da poeta. Da storico, in
quanto che deve nar- rare, iutt' i fatti
di questo personaggio, che non si truovano registrati in alcuna stOTia: da
poeta in quanto che fa servire un fai personaggio ad un’ Epopea. Sup- ponete
che in vece di Enea il poeta si fosse proposto a protagonista, o Romolo, o Numa
, od Ostilio , tut- ti personali storici , noti a’ romani per tradizione, in
tal caso ognun vede che il narrare i fatti noti di questi Eroi sarebbe riuscito
frustraneo e sazievole. Sup- ponete ancora che Virgilio fosse stato un poeta
gre- co surto qualche secolo dopo di Omerq , e che pro- posto si fosse di
cantare l’Eueide, come il poeta romano ha fatto, in greca favella, è agevole a
comprendere che quel racconto di EInea fatto a Didone della sventura di Troja
ec. non avrd>be potuto aver luogo, perchè quei fatti erano noti a’ greci per
tradizione e pe’monumen- U storici nazionali. Chi volesse in conseguenza dat- r
esempio di Virgilio trarre una regola per la storia epica, cioè di dovere
informare i lettwi di tutte le particolari circostanze del protagonista, pecclicrebbe
del sofisma, che ha la conseguenza piu larga delle premesse. Ciò che può aver
luogo in un caso ecce- zionale, in una specie di poema storico, non può aver
luogo in ogni epopea, perchè abbiamo veduto che Virgilio messo in situazione
alquanto diversa da quella in cui si pose, non avrebbe potuto convenevolmente
introdur- re la narrazione di avvenimenti lutti anteriori al pun- to, da cui
comincia la sua azione. In tale dura ne- cessità si truova ogni poeta storico,
che fonda il suo poema sopra fatti non noti dalla tradizione e dalla sto- ria,
il che porta due svantaggi al lavoro: il primo che disvia molto dal proposito e
fine principale , doven- dosi il poeta intrattenere in ricerche spinose per
ren- dere probabile c verosimile la sua azione: il secondo che accresce troppo
di mole la storia per una biografìa poco interessante, percJiò non iia altro
scopo che individuare un personaggio non esistilo. L’epopea in tal caso ha un
interesse limitato : il lettore deve prestar fede al poeta come narratore di
fatti storici , mentre sono finti, e il vero e il possibile spesso si
confondono con pregiudizio della storia c della poe- sia. Quando il
protagonista , e in generale l’ azione è nota dalia storia reale o dalla
tradizione, tutto quel- lo, che precede all’ azione proposta, si vuol supporre
dal poeta, e di quando in quando un’allusione, un accenno basta per far pensare
al lettwe il resto sen- za mai discendere a’ particolari di un’epoca anteriore,
perchè dal momento che principia 1’ azione incomin- cia una nuova epoca pel
protagonista. E, siccome sa- rebbe vizioso per una storia parlare in un’ epoca
dei fatti, che appartengono ad un’ epoca anteriore o po- steriore; vizioso è
del pari, anzi più, neH’epopea, che è storia più perfettibile, perchè di
finzione, un simile a- nacronismo. Non senza fondamento di razionali prin- cipi
diceva quel gran maestro di arte Orazio Fiacco : Nec gemino bellum trojanum
orditur ab ovo,con lo quali parole concisamente accennava a questa teoria, che
noi abbiamo derivala dalla natura limitante del concetto, il quale è una
supposizione tale e tanta qua- le e quanta a noi piace di proporne. 11 che si
fonda sulla naturale nostra limitazione , per la quale non possiamo comprendere
una lunga distesa senza stan- carci e quindi senza annojarci , mentre lo scopo
di siffatti lavori è d’ interessare con forte e sostenuta impressione senza
interruzione. La integrità de’ pensieri secondari si argomenta dai-- la forza,
dal vigore e da una certa aria di no-- vità ne’ componimenti ben fatti. Occulta
magistero dell’ arte nel conseguire questi pregi.. Se paragoniamo fra loro
tutti gl’ individui urna» ni esistenti» in ciascuno troviamo integrità di parti
come è dire, a modo dì esempio , due occhi , due ò- recchi, due braccia ec. Ma
ninno de’ tanti è simile air altro perfettissimamente , perché in alcuni incon-
triamo il tutto e le parti dchoH , sottili , delicate, e difettive di qualche
cosa: in altri vigoria, forza, ro- bustezza, vivacità e pienezza, che niente
lascia desi- derare. La integrità per conseguenza può avere ua senso largo e un
senso stretto. In senso largo tutti gli uomini sono interi, sdoro non manca
alcuna par- te appariscente, come le sopradette : in senso stretto l’integrità
risulta dal concorso di certi elementi occulti, alia moltitudine inesprimibili,
ma chiari agl’ intelligen- ti, e definibili. Chi potrebbe rìvocare in dubbio,
per esempio, che il vigore, la vitalità, la robustezza siene parli o elementi
integranti del corpo umano nel suo stalo perfetto? Ma, se domandate, donde
risultano que- sti elementi? non tutti vi potranno ripondere in mo- do
adequato, allegando ragioni soddisfacenti , perchè non lutti sanno 1’ occulto
magistero della nutrizione animale , da cui risulta la pienezza dell’
individuo. 1 componimenti sono tanti individui prodotti dallo spirilo umano :
lutti per avventura avranno le parti grosse più apjwriscenli, e, se, a modo di esempio,
sa- ranno orazioni, tulle avranno esordio , proposizione, dimostrazione,
confutazione, epilogo , ma non tutte lianno quella pienezza, che si argomenta
dalla forza, dai vigore, dalla robustezza , ma alcune deboli, sfini- te,
languide: altro un pò meglio nutrito, ma infermic- ce e convalescenti:
pochissime sono le perfette di pie- no vigore, che arrecando diletto, non
lasciano alcun che a desiderare. Dovendole giudicare tutte quante in
comparazione, non è malagevole a dedurre che stono intere rigorosamente, ossia
in senso stretto, qucst'ulti- mc, e che non sieno intera le prime, che in
qualche cosa compariscono difettive. I giovani, che cominciano a comporre ,
standosi alle regole o ai precetti delle scuole, credono di con- seguire la
fama di Tullio o di Pindaro, se ne' loro componimenti prosaici o poetici
concorrono le parti mas- sime rilevate fin dall'occhio inesperto degli empirici
pe- danti, ma eglino stessi dopo di aver scritto rimangono sconfortati sol che
si facciano a paragonare le mise- rie delle loro produzioni col lusso degli
artisti, e, quan- do l’espongono al giudizio del pubblico, invece di lode
raccolgono biasimo , se pure non passano del tutto di- menticati. Il loro
sconforto è disperato, ossia è senza speranza, perchè non è stata loro indicata
la via da percorrere per raggiungere 1’ occulto magistero del- l’arte, che dà
forza e vigore al componimento. Quante poesie non escono ogni giorno alla luce,
le quali in quanto a forma e verseggiatura gareggiano anzi su- perano quelle di
Dante e di Omero, ma il pubblico non le degna, non dico di lodi, ma di generosa
in- dulgenza ? Quante epopee non si sono scritte in Italia dal risorgimento
delle lettere fino a noi, ma quante ne sopravvissero a’ioro autori ? E, se si
paragona l'Italia Liberata all’ Orlando, dal lato della unità e della for- ma
il Trissino gareggia con Omero, c supera l’Ariosto. Dìgitized by Google 366
P-MlTR seconda Ma il Trissino ò dimenticalo, e l’Arioslo, quanìonqaé avesse
difetti sostanziali, è per gl’ italiani il più gran- de poeta, perchè le sue
produzioni sono rigogliose , vivaci, forti, robuste di un vigore insuperabile,
inquan- to chenii'lrite di un alimento sostenuto. Egli è dunque della massima
importanza il ricercare questo occulto magistero del poeta , per Io quale una
produzione raggiungo la integrità de’ pensieri secondari nel senso stretto da
noi divisato. E in questo luogo giova ricor- flare quanto ho scritto nel l.”
volume, parlando del- l’educazione della sensività c di tutte le facoltà pro^
duttrici al discernimento, il quale si acquista con lo studio e con la pratica
intorno alle materie di un componimento. In questa studio si rivelano pensieri,
che passano inosservati alla moltitudine, la quale, se non è capace a
rifletterli, e a disccrnerli,dove si truova* no, nel componimento, ne sente il
difetto, che non sapendo esprimere o definire, desidera qualche altra cosa, un
non so che. È bello il componimento, vi dirà, sono bolli i versi, bella la
frase, tutto è poetico', ma ci vorrebbe qualche altra cosa, che non saprei
dire. Adunque l’in- tegrità di questa natura risulta dalla diligenza in ri-
cercare ciò che si sente dal volgo, ma non si sa espri* mere, e che un artista
non solo sente ma discerne se riflette a’ fatti propri, lo m’ ii^egnerò mettere
in pie* na evidenza qnesto fallo, da cui dipende il migliore de’ pregi in un
lavoro di arte. 11 senso comune ha sempre riconosciuto nel poe- ta una
proprietà, per la quale unicamente gli uomini del volgo opinano che si possa
poetare. Una tale pro- prietà Ki detta con diversi npmì, ora ispirazione, ora
fantasia, ora estro poetico, ora vena, poetica ec. co- me abbiamo diffusamente
dichiarato nel Capo Il.^'di que- sta seconda parte. Per essa il sensòrio del
poetasi esalta, e per questa esaltazione lo spirito si ravviva e veda - le cose
diversamente dagli altri, scoprendo negli og- getti alcuni elementi, che nello
stalo ordinario passano inosscrvali. Di questo fenomeno troviamo una specie di
analogìa in certi momenti della nostra vita, ne’ quali siamo felici a concepire
ed a ragionare intorno a cer- • ti fatti, mentre in altri momenti, che altrove
ho ad-, dimandati momenti infelici (§. 88 pag .300 ), siamo in- capaci di fare
altrettanto intorno a’ medesimi fatti. Un uomo di lettere, che sia valente ad
architettare un poema, ma sfornito di questa facoltà meravigliosa, aspira
invano alla gloria delle muse, imperocché egli è un pretto prosatore, mentre
già crede di fingere , non essendo i suoi pensieri nè originali, nè nuovi , quali
si aspettano. Che appunto nella felice espressio-, ne di certe tinte delicate e
squisite, che i lettori sen- tono ma non sanno esprimere, il pregio massimo
delta poesia come arte consiste. In questo saper fare ciò che al resto degli
uomini non è conceduto di conse- guire risiede la poesia, e per questo il poeta
si ha per ispirato da’ Numi, perchè non si può credere u- mana cosa il
privilegio di pochissimi eletti ingegni., Gl’ ingegni mediocri avvedutisi dell’
importanza di questa proprietà, non potendo raggiungere colle pro- prie forze
un effetto tanto meraviglioso, cercarono di supplire con i cosi delti
conceltuzzi, che hanno una^ * specie di novità o di originalità nell’ arguzia e
nella sottigliezza,' ma le loro produzioni degnate di una ge- nerosa indulgenza
una volta per un sentimento di ammirazione a’ loro sforzi , rimasero
dimenticali per sempre. La proprietà, di cui io parlo, è natura e non arte, è
quel fondo che si presuppone ad ogni arti- ficio , e indarno si cerca di
sopperirla con io sforzo. Nè tutti i poeti l'hanno posseduto io eguale grà-
rfo. Se paragoniamo per poco Virgilio cd Omero oellà Descrizione dello Scudo di
finca e di Achille, quanta differenza 1 11 greco poeta impiega cento magnifici
Tersi per descrivere la materia , la forma e tutte le figure die ne coprono l’
immensa superficie con tale minutezza c precisione che non Sarebbe difficile ad
un moderno artefice di presentarne un disegno per> fetlamenle conforme a
quella descrizione. Nè puoi di- re che v'è di soverchio, perchè il poeta lì
mette in tale situazione che, se alcuna delle descritte cir- costanze mancasse,
tu già sentiresti un difetto , e quindi il desiderio di un non so che non
espresso. Ma non cosi Virgilio nella descrizione dello scudo di Enca> perchè
egli non fu felice, come Omero, a crearsi una situazione cosi opportuna. Non
senza r agionc Omero fu detto primo pittore delle memorie antiche. Paragonia-
mo Dante col Tasso, ed il Tasso con TÀriosto, quante e quali differenze per
questo verso dell’ in tegrità e pie- nezza de’pensicri secondari 1! Mettete in
mano ad un poeta, e sia lo stesso Tasso, il trìplice regno dante- sco; sarete
sicuro che il cantore della Gerusalemme naufragherebbe in quell’ oceano
sterminato, ma Dante con un far da maestro ti riempie T anima di pensie- ri e
dì sentimenti inaspettati; perchè ei vede nei tre rqgnì quanto niun altro poeta
avrebbe potuto vedere o sentire, e le sue vedute sono nuove anche oggidì,
perchè ninno dopo la tradizione di più secoli è ca- pace di itddcnlrarsi tanto
per iscandagliare le cose intime od invisìbili. Allorché dunque i mediocri si
affaticano a conse- guire la corona poetica, e bestemmiano Omero, Dante,
Arioslo ec. perchè giunsero a tant’ altezza, a cui disperano di pervenire,
farebbero meglio se si ritirasse- ro dalla difBcile intrapresa , perchè qui è
natura c non arte, e tal natura non ebbero i mediocri , dei quali fu detto:
Mediocribus esse poetis non homines, nón Dì, non còncessere columiiae. Vorrei che
que- sta verità si comprendesse da’ giovani avidi di gloria poelicà, i quali,
nón avendo sortilo tale natura, si svia- no dagli studi pili severi e più
utili. Non sono j versi torniti, non le frasi scoile poetiche, non i con-
cettuzzi meravigliosi e nuovi, che fanno gli Omeri: c la originalità,
restensione, la novità delle vedute, che formano il poeta. La poesia dà
produzióni rigogliose, vivaci ed im- mortali, perchè inesauste sorgenti, a’
lettori di tutt’ i secoli, di nuovi pensieri , di originalità pell^rinc, c
Sempre, e per tutto, non in una parte, 6 in un momen- to poetico. Nelle
quistioni, che insorgono, allorché si vuole portar giudizio sópra certe
produzioni volute poetiche, non truovo che alcuno abbiale considerate da questo
punto di vedutà irttcressàntissimo, donde si può trar- re la vera ed unica
soluzióne del problema, proposto da Vinócnzo Gioberti intorno all’ idealità e
cima del bello, che si sente, ma non si può esprimere. Richia- mo in questo
luogo la difficoltà del medesimo filosofo, da me proposta c in parte risoluta
hel l.° voi. §. 11. pag. 126 ó seguenti. La celeste leggiadria delle injidonne
del Sanzio c delle figure del Canova non dipende dalle proporzioni
quantitative, le quali accen- nano all’ integrità delle parti massime apparenti,
che formano lo scheletro o l’ossàtura senza polpa. Le mag- giori attrattive
dipendono dalPintegrità, in senso stretto, de’ pensieri secondari, che vi
debbono essere, ma che solo r artista pari a quei due sommi può creare con la
sua fanfask), i quali, se non vi sono, si fanno deside- rare dalla moltiludine,
senza che questa sappia determi- nare quali sieno, e possano, e debbano essere.
L’ ar- monia del multiplo all’uno forma la essenza del bello» se a quell’ uno
daremo tutte le ragioni di risponsa- bile, di personale, di tutto, di forma, d’
informante ec. come abbiamo stabilito nel l.“ capo della Prima Parte generale
di quest’ Estetica , c nel multiplo i cioè nei pensieri secondari, concorrano
tutte le condizioni e- sposte nel capo 2.* sotto il rapporto dell’ invenzione e
creazione, deli’ integrità , scelta , chiarezza , preci- sione, verità,
omogeneità ec. In breve il bello risulta dalla forma e dalla materia: la forma
è regola dell’ag- gregato : 1’ aggregato contiene le ragioni ultime del- r
attrattive, che fan dire celeste e leggiadra alla pro- duzione, in cui è
intervenuto il magistero occulto del- l’artista nel sapervi introdurre
pensieri, che la mol- titudine non saprebbe indovinare e quali sono e don- de
derivano. £ badisi che la più seducente delle at- «trattive risulta dalla
meraviglia e dalla sorpresa , da un sentimento di venerazione per l'artista, il
quale ha sa- puto superare le difficoltà, che pajono insuperabili alio
spettatore o al contemplante per una comparazione spon- tanea di quello e di
questo, immaginati nella medesi- ma situazione. regola quindi della perfezione
di un lavoro é contenuta in questa espressione : vi è tutto , e non potevasi
far meglio. E nel vi è tutto s’intende l’in- tegrità, di cui è parola, lavoro
difficile, e proprio di certe nature privilegiate per una originalità di crea-
zione fantastica. Questa proprietà costituisce il poeta sommo, pari ad Omero, a
Pindaro, ed Anacreonte. Di qui si può trarre argomento intorno alla qui-
slione, che, spesso agitata, non fu mai risoluta, perchè tilt verseggialore leggiadro, quantunque si
proponga io stesso tenia di Anacreonte e lussureggia più di lui in eleganza di
frasi c di verso, non raggiunga la glo- ria del grecò poeta ? Pcrclic in
Anacreonte vi è un far da poeta per 1’ Occulto magistero non capito dai
mediocri, e l’identilà delle belle forme è apparente e non reale. E delle due
cose T una , o i pensieri sa- ranno di Anacreonte e il nostro poeta non ha
fatto che una copia, la quale, non essendo originale, non può acquistargli una
corona poetica. 0 sarà una pro- duzione Originale e pecca d'integrità in senso
stretto, perchò, se ciò non fosse, ei sarebbe uirAnacreonte, vai quanto dire,
un poeta. Nè si dica i tempi che corrono essere ingiusti, invidiosi, maligni,
che non accordano al merito ir compenso dovuto, imperocché l’ho detto altrove,
é qui giova ripeterlo , il vero poeta impone la legge di essere Onorato alla
moltitudine : la sua fama nOn è raggiunta por intrighi o per favori, per- chè,
ha tal merito, che disdegna le raccomandazioni, da Cui crede di essere
umiliato. Egli ha la coscienza del- l’arte sua , e prima che gli altri lo
giudichino , egli ha giudicato sè stesso, e pieno del proprio convinci- mento
si annunzia poeta col dire; Carmina noti prius nudità musarmi sacerdos
virginibus puerisque canto. È vero che taluni vissero inororati poeti ne’ tempi
loro, ma questi casi sono rarissimi , e fu proprio di alcuni geni, che, dando
all’arte una nuova direzione, noli furono capiti da’ loro contemporanei. Tale è
stato lo Shakespeare, il quale per quasi due secoli, a cosi dire, rimase
dimenticato. Ma non è poi assolutamen- te vero che per poeta non sia stato
tenuto da suoi contemporanei, benché per quello che fu, grande tì
originalissimo non sia stato estimato. Dalle quali cose conchiudo che l’
inlegrità dei pensieri secondari, come è stala fin qui definita , è tal cosa
che il volgo de’ lettori e dei maestri deU’artc poetica ha finora considerata
eoine T csenza della poesia, atta a costituire gli originali poeti. §. 103.
Come dall’ integrità de’ pensieri secondari assoluld o relativa dipenda la
partizione de' cèmponimenti storici poetici in Epici e JÀrici. Si crede
generalmente nelle scuole che la poesia lirica differisca dalla poesia epica,
in quanto che la prima sia un prodotto dell’ ispirazione. E cosi dicen- do par
chè se ne voglia concludere non essere ne- cessaria la ispirazione nell’ epica
poesia. Ma, se ispi- razione è fantasia , e la fantasia è facoltà creatrice
dell’ ideale, senza cui non si ha poesia alcuna , per- chè in questo differisce
dalla prosa, questa opinione, anziché dottrina, è assurda, e contradditoria , e
secondo i prestabiliti principi bi- sognerà conchiudere che ispirata dev’
essere la lirica egualmente che 1’ epica poesia, ed ogni poesia in ge- nere
senz’ alcuna eccezione. Io non insisto davvan- taggio a confutare siffatta
opinione, e passo a conside- rarne altre consimili, per dare a’ giovanetti un
argo- mento di fatto dell’ empirismo estetico professato da valenti ingegni.
Incontrandosi in qualche passo di epopea, dove un episodio presenta una
freschezza di originale crea- zióne, i nostri estetici, non potendo sconoscere
in esso un prodotto dell’ ispirazione o della creatrice fantasia, si fecero a
dire per essere cooscgitenti a’ loro princi- pi, se principi si possono dire i
più storti giudizi, chC' l’epopea ù un gran componimento misto, in cui entra-
no tutte le specie di poesia , T epica , la lirica , la comica , la tragica ,
la drammatica ec. Che 1’ epopea sia un componimento misto io noi niego , ma non
nel senso degli estetici, che io combatto. È misto in quanto che, quantunque
sia di genere stori- co, il quale predomina, alle volte convince e persuade:
allo volte tocca commuove, per le quali cose il gene- re scientifico ed
oratorio s’ intrecciano {dio storico. Or la Lirica non può essere diversa
dall’£;)tca, come componimento, ossia sotto il rispetto deU’aggregalo dei
pensieri secondari al concetto , perchè questo non è che di tre maniere, a cui
corrispondono tre maniere di pensieri secondari omogenei. Si è veduto che non
differiscono tra loro sotto il rispetto dell’ i- 8pira%ione , la quale è
facoltà poetica in ogni ge- nere di poesia ; resta a conchindere ebo la lirica
non entra nell* epopea, come un genere di componi- mento diverso. Sarebbe a
faro un’ eccezione per cer- ti episodi introdotti nella narrazione o
descrizione del- r azione principale senza nesso con«quella, perchè tali
episodi sarebbero canti lirici nel senso che noi dichia- reremo qui appresso.
Ma una tale eccezione non ha luo- go, perchè è contro lo ragioni dell’ arte, la
quale e- sclude ogni cosa, comunque altracnic , non riciiicsta. dall’unione
individua. Fin dove può aver luogo la commistione de’ tre generi di compor- re
nell’ Epopea, verrà disaminato nel IV volume , se- condo la promessa fattane
ne’ Preliminari al 1.” voi. 5 li pag. 88 e seg. Nell’ incertezza in cui erano
gli estetici per la troppa iudcttìrininatezza ilotlc nozioni intorno alla li-
rica, riuscivano in espressioni equivoche, apparcnleincn- te vere,
sostanzialmente false. Onde taluni asserirono ed anche di presente asseriscono
che la lirica è tutta svbbjeuiva, o per dir meglio si versa ad esprimere in
forme poetiche le impressioni, che taluno pruova dagli avvenimenti reali. E con
questa falsissima opi- nione in testa loro giudicarono per capilavori lirici ,
le odi, le canzoni, i sonetti, gridilli versantisi in materie di fatti, come è
dire, sul tramonto, sull’ a.u- rora, sulla morte di un amico, sulle nozze,
sulla mo- nacazione di una vergine ec. ec. Una poesia cosi de- finita non ha
regole, ma varia come gl’ individui, che, sono i subbjetti; varia come le
impressioni ricevute, come le circostanze infinito e diverse della vita, della
civiltà, dello cose. Allora ogni componimento, lirico è eccellente nel suo
genere, c, se fu truovi a ridire qualche cosa sull’ ode o sul sonetto di alcuno
, que- sti ragionevolmente ti mette avanti il principio del; subbjcttivo, e ti
dirà: è questa la mia natura, nè po- teva io far meglio, nè più che tanto. Che
se tu gli, risponderai, che vi sono nature più perfette deHa sua, che la lirica
è una subbjettività di quelle soltanto, egli Im ragione di farti osservare che
la natura individua- le, ancorché piaccia a te, a dieci, a mille, ed a tutto,
un secolo, non ù ragione per cui piaccia sempre, perchè, r individuo di un
secolo non è più, come l’ individuo, di un altro, in quanto alla maniera di
sentire. In que- lla falsissima supposizione Anacreonte e Pindaro som- mi e
primi lirici fra greci avrebbero dovuto cessarè di piacere ne’ secoli
posteriori : non dovrebbero piu piacere a noi, che apparteniamo ad una civiltà
orto- dossa, nuova, c diversissima dalla civiltà greca. Questa dottrina intorno
alla lirica è puerile, empirica, assur- da, contradittoria. Resta quindi a
ricercaro che cosa sia per conciliare le discordanti opinioni. Se i
componimenti lirici sono e non possono non essere agfgregati di pensieri , e i
pensieri sono pro- dotti dalle facoltà dello spirito umano , ognuno vede che le
loro distinzioni si debbono desumere dalle stes- se ragioni delle facoltà
produttrici e de’ pensieri pro- dotti, seconda il divisamento generale esposto
nel 1.®' volume §, 9 pag. 59 e seg. Ora le facoltà dello spirito^ umano sono
immaginazione e fantasia , intelletto e ragione, sentimento ed entusiasmo. I
pensieri sono tali quali possono essere pro- dotti dalle facoltà
corrispondenti. I componimenti per conseguenza di qualunque genere a forma non
posso- no essere che storici , scientifici ed oratori. I primi hanno per
facoltà T immaginazione a la fantasia, e si esplicano narrando e descrivendo :
i secondi hanno per facoltà l’intelletto o la ragione, e si esplicano con-
vincendo e persuadendo: i terzi hanno per facoltà il sentimento o lo entusiasmo
, e si esplicano toc- cando e commovendo. La ispirazione è facoltà co- mune ad
ogni poesia. La forma , che è 1’ unione individua, dev’essere in ogni
componimento. Ogni coni, ponimento lirico non può prescindere da queste leg- gi
o condizioni , e se guardiamo al fatto , cioè a tutte le produzioni liriche
esistenti , non troviamo che o narrazioni e descrizioni di fatti, o riflessioni
del' genere scientifico e dimosirativo , o delle pateti- che esposizioni
dirette a toccare e commuovere. 0 tutto al più i tre generi storico c scientico
ed orato- rio s’ intrecciano con più ò meno predominio dell’uno sopra gli
altri. Sia pure un sonetto, sia un epigram- ma, sia un epigrafe, non possono
prescindere da que- sic leggi necessarie , che risultano dall’ essenza dcUa
spirilo umano, il quale, pensando od operando non pen- sa o non produce che
pensieri c sentimenti, che, ag.- gregandosi in componimenti, debbono
necessariamente prendere queste forme od ordini, che volete dire. Che. se
domina il genere oratorio, il che ha fatto dire a taluni che la lirica vive d’
ispirazione prendendo que- sta facoltiV in senso di facoltà commotiva , non se
ne può conchiudcrc che sia parto lirico, dovunque si toc- ca o commuove, perchè
vi può essere una specie di componimento diverso, ancora commovente, che a giu-
<iizio de’ miei avversari non è di genere lirico : tale sarel)be la
perorazione nell’ orazione al pubblico , d^ cui incontriamo esempi ammirabili
nelle orazioni di, Cicerone. Premesse tali dichiarazioni , e posto che la,
lirica non differisce dall’epica per le ragioni allegato «lugli estetici
empirici, resta a vedere, donde derivino l«! loro differenze. Io ho accennato a
questo bel vero, ma qui giova meglio dichiarare le cose rispetto alla quistione
che ci occupa. I componimenti lirici sono, un saggia «li poesia, occasionato da
alcuno circostanze , nello «juali il poeta canta all’ improvviso sopra qualche
fot-, tu già nolo, ajutando il suo estro poetico col suono della lira, dalla
quale queste produzioni presero il no- me di liriche. Ma gnio componimento dev’
essere , o storico, o scientifico, od oratorio, per le cose delle in- nanzi,
comunque breve deve dunque necessariamente serbare le forme corrispondenti a
ciascun genere (li comporre. Segue da ciò che i componimenti Ib l'ici
differiscono dagli epici ( pei quali intendo I cojnponiincnti che hanno
integrità assoluta c pienezza pufetta) come un ritratto in miniatura da un
ritratto al naturalo, ossia di grandezza oftualc aH’ocigi naie. Noi due
ritraili, come ognuno vede, ruriginale è con per- fetta siniilitudiue
rappresentalo, in q.iianlu die tutte lo parti vi sono contenute, o dii vedo o
questo o quello si riduco presente al pensiero l’ubbj^elUx rappcosenlato. Ma
nel primo nutneano le giuste dimensioni, le quidi per un ellissi artistica si
lasciano inteudere o supplire dagli spcllatori: nel seconda vi è tutto nella
sua perfetta integrità, in guisaciiè, se vi piaccia con una comune misura
paragonare il rili;atlo e i' originale , le parli di entrambi -ad essa
combaciano, e io spettatore nien- te vi deve supplire o intendere, perchè ogni
parte è espressa o dipinta. La similitudine regge a mcravig^ nè si può avere,
up’ idea più nella e più precisa deUa lirica per le ragiopi addotte innanzi.
Ne' componiincnti lirici di genere storico adunque vi ù un’ integrità relativa,
ossia un’ integrità voluta dallo circostanze, ma si richiede tal magistero che
lo poche cose acoonnalc richiaiiuno al pensiero de’ leg- gitori quanto non si
può esprimere, appunto come il pittore nella strettissima dimensione di un
pollice rac- chiudo in piccolo 'tutte le parti di un grande origi- nale di otto
palmi lungo e di due palmi di diametro. Gl’ inesperti, che ignorano questo
magistero, quanto piu si affaticano, ■ tanto più i loro sforzi riescono di-
sperati, o qui va quel celebre detto di Grazio : Dum brevis esse labaro,
obscurus fio: sectanlem levia ner- vi deficiunt anitnique. Se mi domandate
adunque, perchè Anacreonte è tuttora citalo, come un gran poeta lirico anche
dove canta un insetto o celebra il favo- rito suo nume , mentre le stesse cose,
anzi migliori, non acquistano più quella celebrità fainpsu'? la risposta è
fatta: Auacreoule era gran pittore , che eoa un toeco di pennello apriva scene
opportune e svariate: i mo- derni, ehe ne ignorano il magistero, producono
bolle di sapone, lucide al di fuori, vuote al di dentro. Mentre dunque che la
lirica saggia rargonicnto. e ntm r esaurisce, ossia che serba integrità relativa
e, non assoluta , malagevolissimo ne è il magistero in quanto che deve
accennare a quel recondito, che pas- sa inosservato alla moltitudine. Nè si
creda punto che quei recondito, sia reale o esìstente , cioè tale che il senso
educalo con la lunga pratica e diligenza possa giungere a sct^rire, come
sarebbe la descrizione ac- curata delle conchiglie o di altro oggetto simile,
poi- cliè in tale supposizione non si uscirebbe dalla prosa, la quale ha per
solo oggetto l’esistente o intorno ad esso si versa. Il lirico deve possedere
ispirazione squisita, vena felice, ma della fecondità sua non può giovarsi che
con giudizio , cioè prelibando come ape a goccioletla a goccioletta il miele
nel calicetto di tanti fiori, che con la varietà delle miste fragranze spargono
ima voluttà inesprimibile la quale lascia nmi sempre il desiderio di gustarla
mille fiate ripetute senza mai an- nojàrc. Quest*^ olezzo meravigliosa
tramandano le gre- che poesie di Anacreonte e di Pindaro , non sentite da certi
spiriti grossolani, che in esse non sanno discer- nerc, se non l’armonia delle
parole e la sceltezza delle frasi. La lirica in conseguenza, mentre seduce
moltissimi con la speranza di diventare poeti per la brevità de’ suoi
componimenti, rende vani gli sforzi e le ambizioni de’ più audaci , perocché,
da quanto ab- biamo detto, la brevità del componimento dev’ essere compensata
dall'occulto magistero, che fa intendere in poche parole Tintegrità
degl’ideali, come un originale di selle palmi in un ritratto di mezzo pollice.
Di qui ancora comprendesi che la lirica deve versarsi sopra soggetti noli
a'^lcttori, perchè, dove fos- sero ignoti, riuscirebbe impossibile il supplire
coi loro peosiere quelle parli che la rislreltezza del coropo- nimcnto non
potrebbe racchiudere , o , se il poe- ta volesse esprimerle , uscirebbe da’
liniiti prescritti ^lia lirica. 1 canti lirici di Anacreonte e di pindarot si
versano sopra cose note a’ greci di quel tempo.* a chi non erano conti i
giuochi Olimpici , o B«mco, o Venere ec. ? E , se qualche volta il canto
versavasi siqira un individuo, un Eroe , T ignoto a molti n^era solo il
nonie> perchè l’individuo, era incaruato a’ fatti pubblici, ossia noti a
tuttu la Grecia. Oa questa no- ioriotà, che legavasi all’ interesse pubblico,
deriva la celebrità de’ loro cauti. E.d invero quale interesse può egli mai
ispirare la tua elegia per I infermità e per la morte della tua Filli ? o il
suo ^rgiqro e la sua incostanza ? o la sua infedeltà? Farà eco forse nei cuore
d’ innamorati, che hanno sofferto, come il tuo, tali picoole sventure, ma faranno
ridere i più sennati, che o non soffrirono simili infortuni, o son giunti in
U;tà, in cui possono far da maestri deH’lncauta gioven- lù. E che tu non sii
poeta, apprendilo dalla faciltà di cantare tali avventure, luentre ti senti
incapace di sollevarti dal fango di una passione si bassa o comu ne. Egli è
vero che i greci e latini poeti ancora di questi soggetti cantarono, ma la loro
celebrità non da queste cose deriva , e appo i greci e latini . era 1’ a- raore
tutt’altra cosa che per noi: era un nume che avea forza di cougiungere di animi
informati di ete- rodossi principi tra popoli racchiusi nelle cerchia del- r
individualismo. L’amore sollevò la Grecia tutta con- tro il rapitore della
bella Cretese, ed era Venere au- trice di tanta infamia. Ma oggidì che F amore
ha ce- duto il luogo alla carità, genere di amore sn])lime, che lega Ira loro con un vìncolo indìftsolubifb
tutte le na- aioni redente dal figtìuolo di Dio, che è padre del genere umano,
i cauli erotici son troppo bassi e triviali , in- degni delia lirica ortodossa.
Il lettore mi perdonerà questo insistere ripetuto in- più luogiii delia
presente opera, per la ragione che troppo oggidì dal retto disviano gl’ incauti
giovani, che illusi- dalia celebrità de’ lirici classici greci c latini, e
della più parte de’modertii, che poetarono sugli antichi mo- delli, tra i temi
di comporro trascelgono i più confor- mi alia loro capacità in un età, in cui à
più senso che ragione. Aggiungete a questo cattivo esempio le mas- simo di
certi precettm'i, ohe non sanno quel che sì dicono, allorché insegnano che la
prima età sia poetica, anzi poesia, in quanto che allora sentiamo le passioni
nel pieno vigore, anzi boUoro. Ma quali passioni? l’ a- more. £ conforme a
questa massima è 1’ altra : per esaere poeta si vuole sentimento, ossia
attitudine a forte sentire , ma che ? T amore. Povero Dante ! A questa stregua
tu sei il più infelice poetonzolo , pe- rocché i tuoi canti non sono certo da
innamorato. £ sebbene tu per alcuni sensuali non iscrivesti la Divina Commedia,
che per isfogare la piena del dolore dopo la morte di Beatrice, pure il tuo
amore all’ età di tren- tacinque anni , dopo più anni che la Portinari era
partita da questo mondo, non era del certo svenevole, come quello de’ cantori
di Nice o di Fille! Ed oh! vo- Icss3 il Cielo che i nostri poeti sentissero
come Dante, amassero come Lui, se da'loro amori sperar potessimo un’ Epopea
tanto sublime, come la Divina Commedia I Sarebbe allora un argomento di
squisito sentire e non fine Tainore, che solo diretto a scopo si nobile è pro-
prio dell’ uomo : fuori di questa direzione é coniuno anche alle bestie ! Molte COSO SODO stato dette arbitrariamente
da- gli estetici intorno alle produzioni liriche, perchè, non partendo eglino
da principi certi, dovevano per neces- sità riuscire in sentenze vaghe e
contraddittorie. Per quel che concerne i componimenti lirici storici, nei quali
cioè domina la narrazione e la descrizione, si sono fatte tante distinzioni, e
Ira le altre quella del- l’Inno epico, in cui si espongono i fotti gloriosi di
un eroe, come l’ Inni de’ Martiri del Cristianesimo, de’Pa- triarchi, de’ Santi,
della Beala Vergine, di Dio mede- simo. In diversi luoghi della presente opera
abbiamo accennalo a queste nozioni, c qui giova ripetere che la distinzione de’
componimenti si debba derivare dalla natura del concetto, il quale secondo che
è tenue^ cioè di cosa finita, o sublime, cioè di cosa infinita assoluta d
relativa, dà luogo al titolo di un componimento o li- rico o epico. La stessa
applicazione vuol farsi alla no- vella, la quale sta al romanzo, come l’inno
epico sta all’ Epopea. Onde si deduce che tra gli stessi com- ponimenti lirici,
ve ne possono essere alcuni più luo- ghi, altri più brevi, appunto come il
ritratto di uno stesso originale può essere eseguilo a diverse dimensioni senza
toccar mai la perfetta similitudine rispetto alla grandezza o estensione. Tutto
sta che il poeta sap- pia scegliersi 1’ opportunità della situazione , appun-
to come il pittore sa scegliere la dimensione de’ suoi ritratti secondo le
diverse destinazioni de’ medesimi^ Chè invero sarebbe cosa ridevole, se
restringesse al- la dimensione di un mezzo pollice il ritratto, che deve essere
allogalo in una galleria, o facesse un ritratto di quattro palmi se destinato
ad un almanacco , sin- gvla quaeque locum teneant sortita decentcr. Gl'inni
epici introdotti ultimamente non sono destinati al can- to , come quelli di
Anacrconle c di Pindaro , che si oanlavRno accompagnali dalla lira , porcliè,
essendo troppo lunghi, non vi sarebbe voce, che potesse soste* nervisi dal
principio alla fine. ' lo qui non faccio menzione de’ tanti metri, che si sono
introdotti nella lirica, nè de’ diversi nomi, che furono dati alle tante e
diverse produzioni di questo genere, poiché le regole ntetriche sono di
pertinenza di quella parte della infima grammatica, che io chiamo metrologia: i
diversi nomi à quel trattatine, che si addo- manda verseggiatura. Per me non fa
importanza al- cuna, se un componimento si dica Sonetto piuttosto che Ode, ó
Canzone, o Inno, o Madrigale, o Ballala, o Idillio, o Epigramma, perchè tali
nomenclature so- no state introdotte dagli empirici, ed è in libertà del poeta
di dare al suo componimento questo o quel nome, questa 0 quella forma di verso
e di metro, que- sta 0 quella foggia di rima. Che se poi col Sonetto , ad
esempio si volesse accennare alla brevità richiesta dalle circostanze, le quali
rifiutano un’ Ode , 0 una Canzona, che sarebbe troppo lunga, in tal caso
vorreb- besi che si determinasse la opportunità di ciascuna specie, distinta
cOn apposite nomenclature. Ebbene, de- terminate r uso di ciascuna spezie, dirò
io a maestri di arte poetica', stabilite, quando debba aver luogn^il sonetto,
quando la canzone , quando 1’ ode e va di- cendo, ed io allora riterrò per
scientifiche le vostre nomenclature. Ma fino a quando rimane una piena libertà,
o dico m^lio illimitata licenza, di schiccherare sonetti in ogni genere di
materia, ed in ogni circo- stanza, permettete che io non tenga alcun conto
de’vo- stri capricci, che meritano di essere contraddistinti col titolo
onorevole di poetiche corbellerie. Dalla latitu- dine di questo arbitrio deriva
la nullità poetica di t: Qti rimatori, a’ quali è facile salire in Parnasso con
soma tanto leggiera di quattordici versi torniti, lima-' ti e raffinati: a'
quali non costa un gran che accoz- zare dicci strofe per aspirare alla gloria
di Pindaro e di Anacreonte. La conseguenza è nota a tutti: tra mi- gliaja di
cantori iii ogni genere di metro noi deside- riamo ancora un poeta, e leggiamo
con ammirazione un componimentuccio di quattro versi , un epigram- ma uscito
dalla penna di un greco , o di un latino^ Smettiamo una volta gli antichi
pregiudizi : lasciamo a' superficiali oppositori della storia di letteratura la
cicca venerazione per gli inventori di tali nomi e pei perfezionatori de*
sonetti o delle rime : pensiamo che la poesia è tutta interiore. 11 verso
le^iadro, le rime armoniose, P intreccio del metro sono simili agli a- biti preziosi,
di cui si cuopre il corpo umano: spicca^ no sul corpo vivo: impallidiscono sul
cadavere, e ca- daveri sono tutte le produzioni poetiche, nelle quali manca
l’ànima, cioè l’idea poetica, l’ ispirazione, Tin- tegrità, r opportunità c
tutte le l^gi che ripullulano dalla essenza del bello. Che direte ora, se v’
im- batterete in qualche libro di poetica, dove il verso è dichiarato estetico?
Quale speranza di rinsavire per un insegnamento, che il pregio emincnlc di una
produ- zione per principio fa consistere nel gretto e misera- bile artificio
delle parole intrecciate? Converrete meco che in mezzo ad una folla di rimatori
. andiamo in cerca con la lanterna di un poeta. Digilized by Google 384 ^AntE
sbco.àtdà ÀIITIGOLO li. ÌNtOBKO ALLA SCELTA Db’ PENSÌBIU SECONDÀhì DELLA STOMA
POETICA; §. Ì04. ÌAi. buona Scelta ha per norma le precedenti teorie. Avverto
in primo luogo quel, che altrove ho an^ còra avvertito ^ , che la parola Scelta
potrebbe induri‘e coti la latitudine del suo si^ gnificato una latitudine all’
arbitrio, perchè pare che^ quando si dà a taluno là fàcoltà di scegliere, se
gli eonccdà l’arbitrio del video bona prohoque deteriora sequoì'. Gli estetici
del gusto àssegnàvànò per norma alla scelta il dilettevole , c il più
dilettevole al gustò era per consogiiciizà il più estetico, e quindi il più
hello. Massima sovversiva e contraria àd ogni buona ragione di artCi Por noi la
scelta è l’ esercizio del (Uscemmento^ o del buon giudizio, sulla materia già
pronta per entrare nell’ edifizio del componimento^ e si compie per atto di
analisi e di sintesi, cioè, scar- dando e raccogliendo. La regola di queste
operazioni è il concetto, che I>a ragione di personalità e di tota- lità, di
forma e d’ informante. Oltre a questo a bene scegliere è uopo essere informato
di quanto, abbiamo esposto finora nel e nel presente volume intorno alle
facoltà produttrici de’ pensieri secondari, alla loro unione individua, all’ idealità
poetica, alTintcgrità, ve- rità, omogeneità ec. , perocché la scelta è diretta
al miglior risili (a(o del componimento, il. quale è bello a i^ft -x;ondizione
cho abbia tulle le qualità descritte soltO ,tult’i rispetti del concettò, de’
pensieri, dell’unbne, dell’ ordine^ e dell’ espressione. Sicché la scelfà
esten- de la sua giarisdizione su tutto il componimento con- side'rato dal
verso della mòterià e della forma. Io dunque mm posSe ass^nm'e ddlè regole,
Come fanno , gli empirici, e regole determinate e particolari per la liceità:;
perchè verrei a limitare fl suo ufficio ad una paiate , mentre si deve versare
in tutto e per tutto. — Ciò òhe ho detto intorno agli Episodi 95 pagi 825)
tnerita ùnà particolàr cònsideràziòne sótto questo ri- spetto, cóme pure ciò
che bò àccenbàtb intórno al ma- gistèro Occultò del poeta, per Oni rile^nò
demènti, che passano inosservati alla mòìtitudine. In quanto a quel- li non si
faccia il poeta illudere dall’ attrattive di un raccónto estraneo all’ azióne
principale , te, se non e- Straneo, sconnesso in guisa che si possa dire senza
di tesso 1’ azione principale sussistere. In quanto al magistero occultò è
colpa irremisì- bile fl trascurare quelle tinte , che cospiraho mi- rabiimenle
al risaltò del quadro , e da cui lò spet- tatóre apprende la fòrza , là vigoria
e là robustezza di ah individuo possibile 0 rappresentato. Ondecchè la scelta
può difettare per eccesso o per difetto. Per ec- tecsso) quando introduce 0
raccoglie pensieri secondari estranei ih grazia delle lOrO attrattive : per
difettò quando nOn procede còli paziènza e diligenza j e si la- scia sfuggire
d(%lr elementi, che si affitccianO allo spi- rilo in un Meno te spariscono. Dà
Ciò deriva che il poeta stesso non è contento del suo lavoro. Ma inva- no poi
cerca di rattenere Ciò che in un momento fe^ lice d’ ispirazione Si aflàccid e
dispàrvte. La scelta in tal caso non è risponsàbile del difetto, perchè non è
ii RTvenato per colpa sua, ma il suo
giudizio, se Hon è capace a corrodere, è sufficiente ad arvertire fl poe- ta
della sua naturale imperfezione, per la quale non gli vìen conceduto di
afferrare con la riflessione quel bello, cbe risplende nello stato spontaneo, e
là per là si nasconde. Questo fatto nell' anime sensibili forma una specie di
disperazione, che gli estetici spiegavano con la invincibile resistenza della
materia, la' quale non si presta a tradurre in forma sensibile la idea , che è
di origine celeste. ìnToAnO àiàjA
vkRiTa* De’ pénsiem secondari NEIAjA storia poetica. §. 105 . « ^ art
significali deUa parola Verità rispetto ai pensieri secondari nella Storia
poetica. Nel l.“ volume §. 29 pag. §01 e seg., pariandd del vero e del
verosimile , dicemmo che a vero si può prendere nel senso di conformità, a modo
di e- serapio, delle parole e del pensiero, o dell’ idea e del- r obbjetta:
oppure nel senso di realtà e di fatto, co- me quando 1 enim de’ latini noi
traduciamo invero o in fatto, perchè verum e factum, come avverte a Vico, da’
latini si confondevano. In qualunque senso si prenda il vero, la poesia non si
propone nè la cor- rispondenza de’ pensieri a’ fatti esistenti, che è propria
della prosa, nè direttamente il vero in senso di fatto. La verità poetica è
sotto due rispetti , cioè l.“ alla natura 2.“ d possibile. In due distinti
paragrafi espor- remo questi due sensi per trarne importanti deduzio^ ni ad una
perfetta poesia. ( . . In che senso la verità poetica è natura? . Nel l.“ vói.
§. 30 pag. 20S, csafóinando la qui- stionc, come possa aver luogo la creazione
nell’ ipotesi ' che pregio eminente deirarte sia la imitazione della natu- ra,
perchè pare impossibile imitare e creare nel me- desimo tempo, io feci
osservare che per natura non bisogna intendere T esistente , ma la realtà nell’
esi- stente circon voluta del fenomeno, ossia 1’. essenza del- le cose, ohe è
permanente nella varietà successiva dei fenomeni. E, siccóme la realtà
considerata a questa ma- niera è ideale, perchè astratta e intelligibile,
identica al concetto ; la parola imitazione non può avere altro significato, se
non quello di norma o regola alla scelta de’ pensieri secondari liberamente
prodotti dalla facoltà creatrice, nel caso nostro dalla fantasia. Questo reale
e ideale nel medesimo tempo non è sempre colto qual è nella sua purità e
integrità , onde avviene che il prodotto riesce difforme da natura , ossia da
ciò ch^ è permanente ed assoluto nella intelligenza di tutti gli uomini , i
quali se non ti saprannp definire dove risiede il difetto, la luce di quell’
intelUgibìle basta a rischiarare il discernimento per un rotto giudizio, lo ho
pure dimostrato altrove ( voi. l.° §. 18 pag. 155), essere il concetto ideale ,
che è poetico , progressivo , dal lato della capacità intellettiva , e il suo
perfezio- namento compiersi per 1’ esercizio e per la pratica con gli oggetti,
che si ha l’occasione di paragonare di frequente in mille svariale situazioni
de’ medesimi , ap- punto come avviene de’ generi e delle spezie, le quali ‘ per
gradi sempre ascendenti diventano piò sempliai e “ f iù astratte, perchè il
ooncetto è un’ idea astratta ge- nerica o specifica. Allorché dunque dicesi ohe
la \e-, rilà poetica è natura , Fespressione è significantissima di questo
senso, accano , perchè nolo a’ pochi ma veri artisti, cui è svelalo, il più
difficile magistero , cioè la realtà, F ideale, l’ inleljigibilc assoluto, che
non si al? tera col’ variar del tempo. Ma t’ inganneresti a partito Se credessi
che imitar la natura importa copiare ap- puntino le cose cóme esistono nella
loro, concretezza individuale, perchè il copiar» non è imitare, da. quan- to
abbiamo detto finora., E qui giova, ricordare la dif- ferenza tra reale ed
esistente : questo ha la parte sua, variabile, quello è la parte assoluta, la
essenza, la so- stanza. I due ocelli,’ un naso, due braccia, due gam- be ec.
entrano tutte nella realtà dell’ uomo- ma que- sto o- quel grado, di colorito,
di dimensione, di vigore> di forza, e va dicendo, è accidentale, come vi è,
può non esservi. se tu per avventura sentirai una ten- denza, anche il-resistibile
, per un obbjetto attraente, li.on credere che per tutti sia e debba essere
cosi , perchè un tal diletto è relativo al tuo gusto partico- lare, e non
necessario, come ciò che è natura. Qual diletto non arrecarono ad un età le
Frine descritto, o dipinte, le Taidi, le Veneri ec. Ebbene? qual giu- dizio ne
dà l’ arte redenta dalla scienza ortodossa? 11 bello perfetto è assoluto e
invariabile, come la natura è costante in ciò che è essenza delle cose.
Parlando de’ caratteri, osservam- mo che un carattere sostenuto è T opera più
mala- gevole per un poeta, anche più esercitato e di genio pari ad Omero ;
perchè un carattere sostenuto è un carattere vero o naturale, quale sarebbe, se
la natura non fosse scaduta dalla sua perfezione primitiva. Che se ora natura
noi dà , sonvi in essenza tali argomenti . , , <jla farne pensare a quel che
vi può. e vi deve essere^ Da questo lato considerando la verità de’ pensieri
se- condari, è facile a dedurre che dessa è riposta in que- sta artistica
riflessione. Rivestire 'queU’essenza astratta di pensieri secondari,
corrispondenti a’^ sensibili futuri e non esistenti eoa tale conforinità che a
quell’ es' senza convengano , costituisce la verità de’ medesimi. E voi vi
accorgete che lo studio del multiplice noni può disgiungersi da quello deU’
unoj che è personale, è forma, risponsahilc del risultalo dello intero compor
uimento (voi. l.° § 19 pag. 158). „ Ma, se è malagevole a serbare la verità de’
pensieri secondari relativi alla natura fisica delle cose esistenti fuori di
noi, ognuno vede che è malagevolissimo ser- barla ne’ pensieri relativi
all’uomo interiore , il quale non è collo nella sua integrità , non dico , ma
nel- If essenza , che da^una matura: riflessione sorretta dai principi della
divina rivelazione. Che se invero per la, ptùfle speculativa vanta l’ antichità
illustri e grandi filosofi, come Aristotile , Platone , Pitagora ec. la de-
stinazione dell’uomo, la sua origine, la sua dignità per essi era un’incognita.
Se dunque l’arte antica versavasi sull’ esteriore, e, a così dire, era fisica e
non psicolo- gica, non fu certo per elezione, ma per necessità ri- sultante
dalla limitazione della capacità di conoscere, e dalla falsità de’ principi
speculativr e pratici. 11 Cristia- nesimo, che ha squarcialo il velo
impenetrabile all’u-. mana ragione, rischiarandola c<m la luce ineffabile
della parola rivelata, ha richiamato l’arte dallo spettacolo della natura nel
teatro della coscienza, onde la storia reale poetica è divenuta psicologica per
eccellenza con gli aju- ti della Filosofia della storia, la quale, come dicemma
(nella Prima parte del presente Volume § 9 pag. 34),^ è la scienza della natura
dell’ uomo obbjetto precipuo U I?TT 0 ni«O AU.A SC1BN2A OBLLA STORIA POETICA
S91 delle storie umane. Allorché il buon senso suggeriva agli empirici la
massima che il poeta debba essere fi- losofo, rivelava la necessità di questo
studio malagevo- le , che Fiacco consigliava a’ poeti del suo tempo cot qui
mores hominum mulìorum vidi’t ut urbes. Oggi- dì non basta vedere, vuoisi
a^ofondire, ed un poeta che canta, fingendo gli uomini su i tipi greci e roma-
ni, non puòt tornar gradito, perchè quegli uomini non sono natura , non sono veri
, ma uomini sformati dm pr^iudizi oda principi falsi. Per questo verso il Ro-
manzo italiano, iniziato dal Manzmii,- occupa il primo luogo tra tutt' i
Romanzi nunlerni , come la Epopea Dantesca priinc^ia fra tutta }’ epopee
classiche ed e- terodosse. E noi dobbiamo andare superbi di tanta gloria non
solo , ma imitarne 1’ esempio , continuan- do questa scuola, e, se è possibile,
perfezionarla. Ma per riuscirvi conviene che fossimo devoti alla Bibbia come
Dante , alla morale cattolica come il Manzoni. Eccella filosofia della nostra
storia reale e ideale uma- na,; non la filosofia nebulosa degli Alenumni, che
ma- donabra e ci strappa quel vero, dalla cui luce sfolgo- rante possiamo
rischiarati vedere ciò che siamo di pre- sente e dovremo essere in avvenire. 11
sopraintclligibi- Ic è un supplemento aH’intelligibile, ma un supplemen- to
sostanziale, che sorregge la povera e inferma uma- na natura— Coloro, che in
quello veggendo l'ombra del mistero, lo dichiarano contrario airumaua ri^ione,
tra i cui limiti si vc^Iiuno incarcerare, e bestenuuiano la rivelazione che
forma dottori volgari , capaci a capo- volgere i loro famosi sistemi , non
sanno che il seu'i. so comune del genere umano, che^ in queste cose non si
lascia ingannare , non permetterà che trionfi l’ er- rore. Intortw (Ma verità
rispetto al possibile. Dalla verità rispetto alla natura risulta la verità ri-
spetto al possibile , ossia qucUa verità, per cui Fiodi- viduo psicologico può
essere, quando che sia, prodotto, da natura ad esistere, perocché, quando vi è
la rear: Htà, come idea, vi è già la natura , e non manca che il solo modo,
potenzialmente > a cosi dire , contenuto, nella natura medesima. Prima del
cristianesimo F uor. mo perfetto del vangelo non era , eravi F uomo. scar. duto
, in cui trovavasi la realtà umana priva delle perfezioni primitive, delle
quali fu spogliata in pena della colpa adamitica. Ma in quella natura eravi; la
potenza della perfettibilità , c per mezzo della grazia, ajuto soprannaturale ,
si attuò nell’ uomo il desiderio, deH’arte antica , ossia il possibile si
realizzò , e di- venne un fatto il desiderio, onde Cristo fu appdlato, da’
profeti desiderato dalle genti e padre del secolo av- venire. Il figliuolo di
Dio, venne ed apparve si per- fetto che con le attrattive del suo. divino sembiante
e delle sue opere meravigliose strappò i pescatori dalla rete per farne
pescatori d<^li uomini , e que’ pesca- tori diventarono i primi sapienti di
tutte le nazioni , gli Apostoli della divina rivelazione , i convertitori, del
genere umano. Se r arte eterodossa avesse studiata la natura uma- na , avrebbe
preparato gli animi all' aspettazione del Messia , ma informata da eterodossi
principi teneva per impossibile un regno di pace , F (^uaglianza de- gli uomini
, la destinazione al principato futuro, nel; regno de' Cieli , e quindi 1’
umano pellegrinaggio in : questa valle di lagrime, la carità per la spezie inv^
ce dellf amore dell'’ individuo^ 1<^ spirito. di povertà so^ stituiloi alto
spirito di Lucullo, la verginità all’ impu- dicizia , l.a oaatilà alle hoscnie.
e va dicendo. Da que- sta falsa idea della naJ ura umana, per la quale pare- va
impossibilic la perfettibilità sul primo modello, che si disse csenqdare,
derivarono le persecuzioni contro di Cristo e i suoi discepoli , ma nelle
persecuzioni , oel sangue, ne’ cruciati, ne’ tormenti, geenH^iarono i gigli più
puri del cristianesimo. L’ arte antica eterodossa si versava sul falso per
esagerazione o per dtfedtcK Per esagerazione in quei tipi stranissimi di fauni
e di salici mezzo uomini e mezzo imstio, di Nettuno e dello niulc. delmace ,,
mostri impossibili ad attoarsi, di Giove istessoi padro degli Dei e degli
uomini , governatore dell’ universo , al cui cenno trema 1’ olirapo , ma
soggetto alle più triviali passioni animalcscho. U nostro Ariosto, pecca dello
stesso difetto in quello sue stranissime combinazioni di avvenimeati
ioetcdibili , perebè impossibili , come la forza straor- dinaria di Orlando,
che svelle querce eil abeti, come se fossero aneti, ili viaggio di Astolfo alla
Luna per pren- derne la boccetta del scnuo, la virtù magica: dell’ a- nello ec.
ec, lo. so che laLuni per giusti6care tali stranezze o. dcH’ antica mitologia
o. de’ poeti romanzieri dell- arte nuova sostengono, che il poeta non sempre si
deve proporre finzioni, di cose attuabili , perchè altra é la sintesi
immaginativa civile , altra è la sintesi imma- ginativa poetica « La prima ,
dice il Barone G^lluppl V (" £lem. Psic. Cap. 5 ) ha per termine delle sue
» operazioni gli. oggetti reali, ma fattizi : la seconda si » riferisce ad
oggetti chimerici , cioè ad oggetti, che -i a nò la natura , T arte produce ,
ma che i) poeta » finge elle vi sieno. » oggetto principale della poesia è di
<»'ear » de' piaceri per la immaginazione. Essa non perde 9 di aura questo
scopo anche afiora che si versa sul- 9 le cose reali. Tra i prodotti della
sintesi immaginativa poetica annovera i mostri , come a no corpo colla testa dì
9 uomo , ma il cui colore nel volto sia verde e nei 9 capelfi rosso , coi piedi
di cavalo , 'con la coda di 9 cane, con tre occhi nella fronte ec. e poi con- 9
chiude r aggettò principale della poesia è di m'ear 9 piaceri per la
immaginazione 9. 11 filosofo da Tro- pea er^ formala una falsissima idea della
poesia. Fi- no a quando, come psicologo, avesse volato esaminare UH fallo
psicologico, come le descritte stranezze del- r immaffmaliva , che io chiamo
fantasia , le sue os- servazioni puramente storiche sarebbero state impor-
tune. Ria dire cite lu poesia non ha altro scopo* che creare piacei'i , e ciò
per le più bizzarre combi- nazioni di una sregolata fantasia produttrice de’
mo- stri, che a tempo di Orazio, anziché piacere, facevano rabbia c movcaiio a
riso , non è degno di un filoso- fo eguale al Galluppi. lina tale teorìa è
conforme al- reslclica empirica dc'sensisti che il bello nel piacevole facevano
consistere : consuona con le massime de’ mo- derni estetici, che vogliono
l’arte fine a sé stessa, le- cui conseguenze furono da noi accennate ( Voi. 1..
Prel. § 11). Massime sovversive, dalle quali il Barone Galluppi rifugge
spaventato in ogni pagina delle sue opere. Ma che volete? anche i più grandi
uomini in certi momenti si sottoscrivono atte opinioni, che combattono, per di-
fetto di attenzione al contenuto delle formule U Certe proposizioni sono vere
in particolare , sono falsissime in generale. Che noi ci dilettiamo di certi
strani trastulli di fantasia» non si può rivocare in dub- bio ; che b poesia si
serve del diletto , come di un mezzo al fine che si propone, non si niega: che
l’arte debba sciogliere i mezzi più, acconci a conseguirlo è indubitato. La
verità di queste proposizioni isolate, rq?- ge in particolare , cade net
generale , perchè desse son vere a condizione che l’ùna non distrugga Taltra ,
a eui si annoda. Ma non si può rivocarc in dubbio che alcuni pro- dotti della
sintesi immaginativa non possono mai esse- re realizzali, per esprimermi con
una frase del filoso- fo calabrese. Tutti, gli esistenti, die’ egli, sono reali
, ma altri sono i reali nfllurali , altri i reali fatlizi. Gli uomini, gli
animali vìvi, i monti, i fiumi, gli al- beri cc. sono, lutti obbjctii del primo
genere , ma le statue , gli edifici , i giardini artificiali , l’ agricoltura
ec. sono obbj,ellii del secondo genere. Ora questi ul- timi esistono.
q>rimn> in di^no nella mente dell’ ar- tista , e dopo quel disegno
possono realizzarsi al di fuori. Ma sonovi altri disunì lavorati dalla immagi-
nazione , che non si possono realizzare » ancorché fat- ti con regola , cioè
con verità, rispetto al possibile. Il nostro autore ncm. poteva uscire dal labcrinlo
della proposta qnislione» ma ebbe il nmrito ed il coraggio di proporla. Gli
altri Estetici, anche moderni, o la dissi- naularono , o b sciolsero pel. lato
più debole, ritenen- do che T arte possa e debba occuparsi di simili tra-
stulli per diletto e non altro. Imporla dunque richia- mare la quìstione a’
suoi principi , e dire elio molte produzioni fantastiche non si possono
realizzare dalle arti rappresentative per mezzi sensibili, che si perce-
piscono esteticamente per la vista c per 1’ udito , ma si possono nianìfcsbro
per la parola , die è m^- »gn}ftcativo.
E questa manifestazione è una realiz- zazione più compiuta ; perchè la parola
ha l’ estensione del pensiero. Non credo che il filosofo e gli estetici che io
combatto vogliano avere per reali gli oggetti fat- • tizi per la parte della
forma unicamente, che lartevi ha prodotto, nello stesso senso che dic iamo
reale ad una pera ctdta dair albero, ad un aniu^uilc vivènte , perchè ognune
vede, anche le talpe, che la pera e l*a- aimale dipinto non sono che cmnhiBazioni
di c<dori atte a far pensare alla pera ed alf rniimale reale, ma senza sa^re
effettivo e senza vita. L*arte non si pror pone di produrre, come la natura, ma
di accomodare per via di combinazioni i sensibili in modo che il no- stro
disegno si traduca nello spirito de' contem^anti^ ' E ih qaesto artificio
bist^na guardarsi dì manifestare mostruosità concepite senza regola da una
inferma fan- tasia , simile a quella del' pittore di QrBziò, o. deHo '
scrittore, che pose il delfino tra le selve e il cinghiale fra le onde. Che hi
fantasia umana possa concepi- re tale stranezza non è quistionc a proporre ',,
perchè sono fatti , che ogni uomo prova nel delirio e ne’ so- gni , ma è
qnisfione se quelle stranezze si debbano e si possano introdurre in un lavoro
artistico. Noi di- ciamo di no senza, restrizione , e questo nò rigoroso è
conseguenza immediata da’ veri principi éstetiei, U Galluppi le giustifica , ed
a lui consuonano i moder- ni estetici , che sostengono essere 1 ’ a.rte fine a
sè stessa. Quando la fantasia del poeta non avea legge dal Vero e dal Buono,
era libero il fingere ad Esiodo un Gio- ve diverso dal Giove di Omero , e tanto
più passava per ispirato, quanto più portava la stravaganza oltre ì termini del
credibile, all’ impossibile. Allora fù che dalla fabbrica de’ verseggiatori sbucò
una greggia di numi innumerevoti , i quali tumi erano che uomini esagerati >
un misto di rero e di falso iperbolico. Que*- ste stranezze piacquero ad uomiqi
guasti di mente di cuore , furono celebrate e inserite nelle opere clas^ siche
della poesia e della storia. Noi per isventura sviati fin dalla prima nostra
educazbne letteraria , ci abituammo ad ammirarle > a venerarle , e direi
qua- si a crederle. Associandole alla celebrità d^li autoH^che divennero cari
alle nostre prime simpatie , ancqrchò ora convinti che sieno St^ni da infermi,
andiamo cer-> oando pretesti e scuse ed argomenti per giustificarle. 0 non
avendo coraggio di confutarle, ci facciamo come il Galluppì a trattar
leggiermente una quistione di tan»' te importanza nella teoria dell’arte'. E
trovandole, co- me fatti, nd teatro delia coscienza, si eleva a legge e-
stetica ciò che non è che una imperfezione di sei- vagia natura. Ciò che non è
natura e non ' ripullula dalla es- senza delle cose, è falso, esagerato in piò
e m me- no , e perciò è impossibile. Digitized by Google 398 ' ^AUTE SECONDA J
INTORNO ALI,’ OJIOGENEltA’ 6 e’ PENSISRI SECONDARH Nella storia poetica. . t
pensieri saraìilio ómdgenei^ .« «rf rdncetto di tosa finita corrispondono
pensieri di cose finite , ed al concetto dell’infinito corrispondono pensieri
di cose indefinite. Se alla tedia di un uòmo adulto , dupponiàoid di treni’
anni, si adatlasde un corpo da fanciullo di due anni, o al busto di un uomo
fatto la testolina di fan-’ ciullo , ognuno direbbe Sciocco e inatto al pittore
« che accoppiò in tal quadro parti discordanti , perchè la testa dell’ adulto è
omogenea al corpo corrispon- dente, come la testolina al corpicciuolo di un
fanciul- lo. Se il concetto del componimento è Sublime , ossia di cosa
infinita, per esempio, di una piramide, come quella di Clicopc e di Colula ,
ognuno vede che i pen- sieri secondari dovrebbero essere di parti grandi, come
di grossi .massi e travertini, i quali con la loro esten- sione c grossezza
accennassero alla magnificenza del tutto. E, siccome il tutto è infinito nel
senso d’ indefini- to, in quanto che i fini 0 limiti o termini del me- desimo
per l’estensione sembrano più rari, perchè non sono percepiti ad un intuito
dallo spettatore ( Voi. 1 §. 21 pag. 171 ), così le parti debbono essere
indefi- nite, ossia non debbono avere fini prossimi , ma per quanto si può
rimoli per concorrere unisonamente al- r indeterminatezza del tutto. Se in ogni
pezzo ster- minato di questo gran tutto 1’ architetto avesse ordinato di
scolpirvi figure gentili e di piccoli ometti , o d*incidervi scanalature e
cornici delicate^ quali siad> dicono a* capitelli delle colonne corintie,
ognuno ac» corgerebbe la sconvenevolezza e la inutilità di simili raffinatezze
, perocché alla contemplazione del gran tutto sfuggono i fini e le minutezze,
anzi dal mcdesi» mo discordanti producono una spiacevole impressione. Quel che
dicevano- i refori e gli estetici che il subfime rifugge dall'eleganza e
richiede semplicità, vuole essere inteso in questo senso , perchè l' el^nza è
una raf» finatezza e la semplicità una negligenza necessaria prò- pria de'
grandi obbietti , che la natura presenta cosi formati costantemente. Ne’ fiori
« ne’ gigli, nelle far- falle e negli uccelletti quale varietà di colori e di
fi- gure I ma quanto 'maestosa e sollenne ruvidezza nelle montagne , negli
elefanti , nel bue ec. In un Epo- pea che si pr<qM>ne il concetto sublime
dinamico di un Eroe, la cui forza è infinita, tutto dev'essere magnifi- co :
<^DÌ parte deve corrispondere al tutto , come f grossi pezzi di marmo alla
totalità di una ' Piramide. Quando i critici appuntavano per difetto ad Omero
que’ luoghi deH’lliade, in cui descrive gli Eroi tutt’ in- tesi ad uffici vili,
ben si apponevano, e tu giudicherai per difetto imperdonabile quella troppa
raffinatezza de’ nostri epici, che perdendo di vista il proposito e il fine,
cioè r azione principale, discorrono con mintile descrizioni il giardino di
Armida c le fattezze di Er- minia in alcuni episodi elaborali con arte finitissinia.
Essi fanno come i pittori in miniatura , scrupolosi a rilevare le parte
minutissime, mentre si proposero di fare un ritratto al naturale , dove le
grandi parti vo- gliono essere indicate a grandi tratti. Dite perciò che questi
poeti peccano di arie sotto il rispetto dell’ omo- geneità, la quale vnole
indispensabilmente assimilazione', ionde
ai vedere una parie s(i possa ^iùditeare à corpo apparfenga , eome T immorsale
Cuvier thgH «cheletrt argomenfava i moslri an^idiiuvfanf e dail’o^ di una parte
ie grandi dimensioni del tutto. Questa teoria è sfata espresM dà’ moderni
estetict con ia seguente forunda ': il Sublime d in ópp<»iz}on6 al Belio , e
à misutà cb'è domina l’ uhO cessa i’fdtro ^ perebè il sublftwe À il CwiCelfo
dell’ fnfinitò , còmé il Bello à il Concetto del ifinito. Ma là formula 'degli
estetici non è precisa > petchè pare che yiténga m uno stesso codiponimento
àver luogo il Bello e il Su*- blime. Se il fiiiito è in épposìziOti’e ^tll’
iH/fih.ùo àssO^’ luto e relativo , ognuno Vede chè iid componimenló sublime va
escluso il Bello iii Senso di finito (Voi. §. 21 p^. 171 ) e tìel coinponimentó
Bèllo, ossia che ba Un concetto finito, va escluso il subBme per ragion ne di
contrario. Nè mi si opponga il fatto, sì perchè là ci'ilicà ragionata trovò
difóttOso «u siiùife abuso , non risparmiandola aHo ste^ Omero , Come puVe per-
chè non bisi^spiè confondere un’ allusióne ihcìdenfalé ad un’ idea > cOlàe
tron si dirà sublime un quadro pit- torico, il quale rappresenta principalmente
un fiinciuì- lo dormente a piè di una piramide , peìrchè l’ occhio dello
spettatore è limitato aH^ ometto finito e solo per incidente seneà interesse
percorre rapidamente l’ in- finito. Non confondiamo del pari il sublime con
l’im- pressione relativa al contemplante ^ il quale per la sua particolare
natura può sentire la meraviglia e la sorpresa non per la magnificenza delle
cose ^ mà per r inaspettato apparire delle medesimo. Chi non serba questa
economia , che è una legge dell’ omogeneità de’ piDsieri secondari , pecca
contro le ragioni dell’ af- te ; che , giudicando con questo principio, non si
la» scia imporre dalla celebrità dello scrittore. INTORNO all’ unione INDIVIDUA
De’ PENSIERI SECON- DARI REALI E IDEALI NELLA STORIA POETICA^ . . fondamento
>d% questa unione^, che vuoisi individua^ % La creazione del poeta , come
abbiamo detto in mille, occasioni) è di modi e non di sostanze; nel so- lo
sistema di panteisti la creazione mnana è sostanzia- le. An(5ie nel §. 30 voi.
1,° pag. 205 dicemmo che la creazione si versa intorno airelemcnto sensibile, e
non si estende, al concetto , il q^uale è inteUigibile, e come tale è resle e
ideale , perchè il Concetto è na- tura , ossia essenza circonvoluta di
fcuoineno tra gli esistenti. Il prodotto poetico per conseguenza è ua misto di
reale e d'ideale, ossìa è una realtà rivestita • di elemento fantastico,
prendendo l’ideale nel secon- do senso da noi spiegato nel §.31 voi. l.°
pag.21K Egli è vero che il concetto astrattissimo, come un ge- nere di ordine
superiore, può essere, rivestito di for- ma sensibile , in guisa che non abbia
riscontro nella storia rispetto a luogo e tempo determinato storica- mente , ma
un tal prodotto tìon avrebbe interesse poetico., il quale è appunto quello di
dirigere a per- fezionamento gli umani per via di tipi elaborati dal- r arte ,
perocché mancherebbe a così dire t assenti- mento de’ lettori alla, possibilità
della loro imitazione. Ogni poema adunque deve avere il suo fondamènto sulla
storia, affinchè. la parte vera in senso di real^ avvenimento accresca la fede
al possibile. Per la stessa ragione ogni epopea è un romanzo , cd ogni ro^
manzo è un’ epopea pedesire , pe^bè, dovunque entra la finzione, come polpa del
carcame storico, è poesia, posto cbe la creazione poetica è di modi e non di
sostanze. Ciò posto, il reale c l’ ideale, 1’ elemento storico ed il poetico,
debbono ess»e talmente omogenei tra loro cbe il tutto sembri tutto reale o
tutto finto , in quanto che 1’ elemento fantastico rivesta il reale coti tanta
naturalezza da far giudicare avvenuto realmente ciò che non fu mai, se non in
mente del poeta. Alla quale umone abbiamo in parte accennato, parlando dei
caratteri e della loro sostenutezza ( § 97 pres. voi. ). n poeta in cons^uenza
deve situarsi in quel punto dello spazio e del tempo reale , ne’ quali
p<^ono ac- cedere naturalmente le sue fantasie , evitando con ogni industria
lo sforzo, per lo quale gli avvenimenti accedono costretti dall’ ambizione
della varietà. Ed, affinchè questo fine raggiungasi , è mestieri cbe il poeta
abbia bene studiata la civiltà dell’epoca, in cui finge la sua azione essere
avvenuta, perocché r ideale, che deve rivestire Felemente storico, è sem- pre
relativo al medesimo. n che, quanto sia malagevole, il vide quel gran maestro
del Tasso nell'arte Poetica, quando consiglia- va « il soggetto del poema epico
si prenda da storia di secolo non molto rimolo » perchè dice egli « l’Isto- ria
di secolo lontanissimo porta al poeta gran commo- dità di fingere, perocché,
essendo quelle cose in guisa sepolte nel seno dell’ antichità, che appena
alcuna de- bole e oscura memoria ce ne rimane , può il poeta a sua voglia
mutarle e rimiitarlc, e senza rispetto al- enilo del vero , come a lui piace ,
narrarle. Ma con questo conimodo viene un incommodo per avventura non piccolo,
perocché, insieme con l'anticbità de’tera- pi è necessario che s’ introduca 1’
anlichità de’ cost-u*- mi ». E r antichità de’ costumi idealmente considerati è
la cosa più malagevole. Nel § 84 del presente voi. ho arrecata un’altra ragione
della necessità di fissare 1’ epoca dell’ epopea non fatta ma da fare, che in
qnel luogo ho chiamato epopea civile , a differenziarla dall’ epopea storica ,
ossia di un tempo molto lontano.' E qui giova ricor- darla, ed è che l’Epopea
non è un lavoro senza fine. Ossia un lavoro che si propone il solo 'diletto
degli oziosi , che annojati del mondo vogliono un trastullo di simil genere. L’
Epopea, come Ogni altro componi- mento poetico vuol produrre con una forte e
gagliar- da impressione una simpatia ed un amore ad una vir- tù che manca nella
società , e che il poeta sacerdote della civiltà, incarnandolo con l’ ideale
del suo poema,' vuol attuare in pratica. Ora un tipo di uomo, anche ideale ,
troppo lontauo da nói , é troppo inimitabile ( § 84. voi. II >. • Da questo
interesse , che il pubblico ha pel sdò meglio, deriva le generosità del
medesimo verso il poe- ta, a cui tributa in compenso la gloria, che risiede
nel-’ r opinione. I poemi, fatti con 1’ unico scopo di dilet- tare, vissero
poco, o appena sopravvissero a’ loro au- tori , aj^unto come non serbiamo lunga
memoria di una sinfonia fatta a posta per distrarci in un momento di noja
penosa. Quando si è giudicato della difficoltà di un’ epopea moderna, e si tóse
che oggidì è quasi impossibile , non si guardò alla cagione vera, che la ronde
tale nell’ opinione de’ più dotti. Si addussero' ragioni inconcludenti, ma
tali, che bastarono a sfiduciare gl’ ingegni più forti. Io ne accennerò qualche
altrà' è. così) nc' paragrafi seguenti oltre a quelio , ehe ne lio detto nel §.
82 e seguente. , ■ Alcune dichiarazioni intorno alle difficoltà proposté dal
Manzoni circa il Romanzo storico e V Epopea. Questo nostro chiarissimo
scrittore^ che ha dato al< l’ Italia il vero modello del Romanzo de’.tempi
modera ni , ed ai romanticismo una teorica razionale ed un argomento luminoso
di fatto nelle sue poetiche produzio* ni , dopo la Lettera sul Romanticismo in
Italia pubbli^ cò un Discorso intitolato : Del Romanzo storico , e in genere
de' componimenti misti di storia e di inten- sione , preceduto dall’Epigrafe
tolta da Cicerone: /n- telligo te , frater , alias in historia leges óbservan-
das putare, alias in poemate. Divide il suo ragiona- mento iu due parti. Nella
prima propone alcune dif- ficoltà intorno al Romanzo storico : nella seconda e-
spone storicamente il principio , il progresso e la fi- ne deir Epopea con
poche parole intorno alla tragedia, 41 motivo generale di questo discorso,
quanto a me pa- re, furono le difficoltà surte in mente al grand’uomo dal
conserto della Storia e dell’ Invenzione , del vero e del falso , ossia del
finto, e , trovando insolubile il nodo della difficoltà da una parte, dichiara
il romanzo una produzione di natin'a ibrido, e direi mostruoso, al- lorché
dice.: « Volevamo dimostrare e crediamo di aver dimostrato che il Romanzo
storico è un componimmi- to , nel quale riesce impossibile ciò che è
necessario, nel quale non si possono conciliare due condizioni es- senziali , e
non si può nemmeno adempirne una , es- sendo inevitabile in esso , e una
confusione ripugnanto alla materia , e una distinzione ripugnante alla for- ma
; un componimento nel quale deve entrare e la Storia c la Favola , senza- che
si possa nè stabilire nè indicare in qual proporzione , in quali relazioni ci
devono entrare , un componimento- in somma che non- oi è il verso giusto di
farlo> perchè il suo assunto è, intrinsecamente contraddittorio. Gli
chiedoiL troppo , ma- troppo in- ragione di che ? della sua- possibilità
varissimo , ma ciè appunto- dimostra- il vizio radicale del suo assunto , perchè
in ragione delle cose chie-- dm'e al vero di fatto- che sia riconoscibile, e
chiede- re ad un- racconto che produca assentimenti omogenei, è chiedere quello
che si vuide per lo appunto^ Sono, due cose- incompatibili , ma dove ?^ nel
romanzo. stori-- 00 ?' verissimo, ancora , ma peggio pel romanzo, stori- co ,
perchè in sè sono due cose fatte a posta per an-.. dare iusieme ». Dopo di
essersi proposto ^i stes^ al- tre obbjezioui, e di averlo- risolute, verso- la
fine deb*, la prima parte tiene a conchiudere per ogni compo- nimento misto di
storia e- d’ invenzione, ciè: che avea ooncbiuso del solo romanzo storico ,
cioè che , es-. sendo- il vizio di siffatte produzioni radicale , per lo quale
uno d^li elementi cerea- di assorbire- l’altro cioè-il. vwo- il falso, nel che
fa consistere il miglio-, ramento , asserisce che un tal miglioramento-nelle
co- se di elementi incompatibili , finisce con la distruzio*. ne, e, come egli
dice, conduce alla distruzione. Se- condo il chiaro- Scrittore Lombardo-,
siccome passa-, con di moda , e finirono- i romanzi storico-eroico-ero-. tici
di- Mad.* Simderi , e di alcuni suoi antecessori e successori femosi all’ epoca
di Luigi XIV , finiranno i Komanzi storici sul modello del WaHer Scott , e del
Manzoni , finirà 1 ’ epopea storica , anzi è morta dal Tasso, in qua , finirà
la 'l!ragcdia storica. Ed io. soggiungo, finirà la poesia di genere storico , e
che vL sarà ? La storia assorbirà la favola , e la prosa sue-, cederà alla
poesia. Se l' illustre Scrittore intese di esporre da storico il fatto di un
età prosaica , ei beo, si appose , ma poteva ben egli fare un’ eccezione in,
persona sua per aver dato, un si nobile esempio, dij poetico ingegno, nelle
incomparabili sue produzioni. L’ autorità di tanto uomo è pericolosa nella
presente, discussione , perchè il pubblico, è prevenuto, in favor, suo per la
opinione invalsa che ninno può meglio, ra- gionare di romanzi c di poesia che
un romanziere ed un poeta, pari al Manzoni. Importa quindi esaminare, la
quistione da capo per trarne conseguenze opposte, alle sue, ragionando per
principi professati dallo stesso, illustre avversario, ma sconosciuti nel
momento della, discussione. 11 citato discorso parte da un’ obbjezione fetta
al- l^utore de’ promessi sposi, o. da lui stesso, o da altrij da un’ obbjezione
fondamentale di tutto il ragionameur io , cioè che « nel romanzo, storico il
vero positivo, non è ben distinto, dalle cose inventate, e che viene, per
conseguenza a m*ancare uno degli ^etti princi- palissimi di un con)ponimento ,
come è quello di da-, re una rappresentazione vera, della storia ». Spiega,
questo concetto a nome degli oppositori nel seguente, modo. » L’ intento del
vostro lavoro è di mettermi; » davanti gli occhi in una forma nuova e speciale
, » una storia più ricca , più varia , più compila di, » quella che si truova
nelle opere, a. cui si dà que- » sto nome più comunemente, e come per antonoma-
» sia. La storia, che aspettiamo da voi, non è un rac- » conto cronologico di
soli fatti politici e militari, e » per eccezione di qualche avvenimento
straordinario di altro- genere ma una rappresentazione più ge~ » ncralc dello
stato dell’ umanità di un tempo in un » luogo naturalmente più circoscritto di
quello , in » cui si distendono m’dinariamente i lavori di storia- » nel senso
più usuale del vocabolo. Corre tra que- » eli e ’l: vostro- la stessa
differenza, in. certo modo, » che tea una cèrta geografica, dove sono segnate
le » catene de’ monti , i fiumi , le città , i borghi , le » strade maestre di
una vasta regione e una carta, » topografica, nella quale e tutto questo è più
par- » licolarizzato , ( dico quel tanto che ne può entra- » re in uno spazio
molto più ristretto di paese ) e » ci sono di più segnate anche le altezze
minori c » le disuguaglianze ancor meno sensibili del terreno, » e i borri , le
gore , i villaggi , le case isolate , le » Trottole. Costumi, opinioni, sia
generali , sia parli- » coiari, a questa ó a quella classe di uomini., affet- »
ti ‘privati degli avvenimenti pubblici, che si chiama- » no- più propriamente
storici , e delle leggi o delle » volontà de’ potenti in qualunque maniera
sieno ma-, » nifesiflte , in somma tutto ciò che ha avuto di più »
càratterisfieo in tatte- le condizioni della vita e nel- y' le relazioni delle
une con le altre , una data so- »' cielà iiii un dato- tempo , ecco ciò che vi
siete pror » posto di far conoscere , per quanto siete arrivato » con diligente
ricerca a conoscerlo voi medesimo. » E il' diletto , che vi siete proposto- di
produrre, è ì) quelle che nasce naturalmente dall’ acquistaré una » tale cognizione
, e dall’ acquistarla per mezzo di » una rappreseoitazione , dirò cosi ,
animata e in at- » to. Posto dò-, quando mai U confondere è stato un » mezzo di
far conoscere ? Conoscere è credere e per » poter credere, quando ciò che mi
viene rappresentato SO che non è tutto egualmente vero bisognai, » appunto che
io possa distinguere. 9 E che ? volete farmi conoscere delle realità ^ » e non
mi date il mezzo di. riconoscerle per reali-. » tà ? Perchè mai avete veduto
che queste realtà )) avessero una parte estesa e principale nel vostro^ »
componimento ? Perchè quel titolo di storico at-. » laccatoci per distintivo e
insieme per allettamento ?• » Perchè sapevate benissimo che nel conoscere ciò.
» che è stato davvero e come è stato davvero^ , c’ è- » un interesse tanto vivo
c potente èome speciale. E )) dopo di avere eccitata e diretta la mia curiosità
» verso di un oggetto , credereste di poterla soddi- » sfare col presentarmene
uno, che possa wser quel- » lo , ma potrà ancora essere un parto della vostra
)) inventiva . . . Istruzione e diletto erano i vostri » due intenti, ma sono
appunto cosi legati che, quan- » do non ‘arrivate Tuno, vi sfugge anche
l’altro, e il » vostro lettore non si sento dilettalo, appunto perchè. » non si
trova istruito ». Ho prodotto tutto questo ragionamento, perchè, quantunque l’
illustre autore se ne faccia proporre a difficoltà il contenuto, nella risposta
dissimula la verà, soluzione, lasciando per conceduti i principi, da’quali,
muove tutta la diceria , e venendo alle conseguenze, di sopra accennate
dichiara suoi i punti cardinali della, difficoltà medesima. L’ oppositore,
chiunque siasi, parte da falsissime, supposizioni, e la prima che il romanzo
storico si prò-, ponga di dare una rappresentazione vera deUa sto~. irta. Questa
frase contiene una contraddizione , per- chè rappresentazione vera significa
integrità de’ fatti tralasciati dalla storia comune , e dicendo di storia;,
intende di fatti avvenuti. pigiiiznd Or SO il roinonzo. storico è un misto di
storia e finzione, non p.uò essere senza contraddjzione una rappresentazione
vera delia storia. Non Io è come scopo dell' arte. Povera storia, se spera il
restauro per opera di un romanziere t ritorneremmo ad Erodono 0 ad Esiodo , o
allo, stesso Omero , le cui finzioni, a giudizio dolio stesso Manzoni, tennero
il luogo di una storia, come pure tutte le corbellerie- de' trovatori, e de’
poeti romanzieri del medio evo. In questa opposi>r zione sì ha un falso concetto,
della poesia , suggerito dallo sviamento dcirarte, che invece di scegliere s(^-
getti di tempo non rimoto all* epoca del poeta, rifug- gi a tempi rimotissimi,
e il componimento non poteva avere alcuno interesse per presenti , e per gli
avve-. nire : onde a giustificarsi produsse P utile dell’ istru- zione col
diletto. Se il romanzo storico e in generale ogni poema storico non avesse
altro fine che di istruire nel senso di rappresentare la storia di un tempo
nella sua in.tegrità e compitezza, l’obbjezione proposta mene- rebbe alla
disperazione gli sfòrzi più gagliardi del più profondo ingegno , perchè si
tratterebbe di far par- lare un morto, anzi più di far pio-vece e Q,on pio-
vere nel medesimo tempo, di attuare una conlraddr- zione. L’ istruzione del romanziece
non è quella dello storico , perchè questi parla a’ presenti d.el passato ,
quegli agli avvenire del passato, e del ^esente, CM-. tracciò l’ errore è nella
stessa parola istruzione , per la quale ■ s’ intende un conoscere , e questo
cono- scere si confonde c<d credere come esistente ciò che il romanziere si
fa a narrare o descrivere. L’ istru- zione della storia prosaica o poetica non
è per giu- dizi ma per idee , perchè facoltà storica non è l’ in- telletto e la
ragione,- ma l’ immaginazione e la fania- Ha, facoltà che producono o
riproducono idee, come immagini, che si schierano e passano, sacccssivamentc
all'inluilO: dell», spìrito- senza comparazione. 11 giudizio, la conoscenza ,
1’ assentimento , la fede , la. certezza, sono nel momento di verificazione ,
e- quindi di r-k flessione , nel momento in cui la ragione vuol pren- dere
parte anch’ essa per vedere. Il giudizio, intorno, alla conformità de''
pensieri, secondari a’ Ipro- obbjctti nella narrazione e descrizio-. ne è
sopito, a così dire, è secondario , e per megli» dire v’ è fede e non giudizio,
, la quale fede è buona, e semplice, non mica sospettosa, e solo quando s'nr-
ta nell’ incredibile , nell’ esagerato e palpabilment» impossibile , sorge il;
dubbio. Il Manzoni confonde il giudizio o la conoscenza con la fede - o- con la
creden- za , ma ancora ip questo falso supposto, la risposta è adegnata. Se
dunque il poeta all' elemento storico, o come egli dice , al carcame della,
storia appone pol- pa tati' ideale , ma che gli stia come cosa naturale e
possibile, il lettore non ha mptivo dì dubbio, e la fede accompagna per tutta
la narrazione senza sospet- to. di sorta che lo storico il voglia ingannare.
Della quale differenza pare che siesi avveduto Io- stesso Manzoni , il quale
nella seconda parte di quél- discorso, parlando dell’ Epopea, in ima nota si
esprime così c Ho- detto giudicare , perchè tale è l’operazione che fa la mente
in, quel caso ,' e 1’ essere accompa- gnala da emozioni, anche vivissime, non
ne cambia la natara. Sono di que’ giudizi facili, pronti, istantanei, che si
formano e si succedono con indicibile rapidità nella mente, senza che l'
attenzione ne trattenga un stdo , nè la riflessione ci torni sopra : quei
giudizi che servono , direi così , alla mente senza occuparla, e possano nel
far 1’ effetto correndo, a perdersi nella dimenticanza, o a nascondersi nel
fondo della memo i^ia , dove giacciono inavvertiti , finché non venga a
suscitarli o a suscitarne qualcuno, una qualche occa- sioae che può non venir
mai ». Ritornando, all’equivoco, che porta la parola istrur. storse nella
presente quistione ; io noto che la dedur. 'zione dellj’ avversario muova daUa
falsa iio/ìone, che gli empirici si fòrin^vano della Storia. Nei preliminari
^el presente volume Gap. IV. §. 11. pag. 41, e se^. vedemmo quale idea si ebba
Cicerone della ’ storia , quale Tconc e ’l Mascardi ; notammo, per inesatta la
«iefiflizione datane dal Napiope , che nei Saggio del- If arte storica la
definì per. una esposizione del vero, q in questo senso ^ tenuta per maestra
della vita, la parola istruzione quindi, parlandosi di storia, im- portava
conoscenza del vero. , ossia di ciò che 'è sta- io realmente. Che la storia
debba cmnporsi di pemie-. ri reali T abbiamo ancora noi detto , ma che essa
deb- ba istruire per giudizi o conoscenze è falso , perchè, non può dare ciò
che non ha , posto che ha per fa- coltà T' immaginazione c la fantasia, le
quali dànno, idee e non giudizi. La sua istruzione quindi è per no- zioni
semplicemente, appunto come la sensibilità istrui- sce per apprensioni o
percezioni, e non per giudizi. Se corrispondano o no le idee agli obbjetti^ nou
è ri- cerca di questa facoltà, ma della critica, ossia del giu- dizio
posteriore a| processo immaginativo e fantastico. È istruttiva del pari la
immaginazione, e la fantasia a modo proprio, e per lo scopo morale, che si
propon-. gono lo 'storico e il poeta , le produzioni di questo, genere sono
ancora istruttive , e più le poetiche dd- le prosaiolie, in quanto che quelle e
non queste dàn- no tipi perfetti di virtù. Ala la quistbne può essere risoluta
in una manie- ra più semplice per alcune ragioni, che mi deve concedere il mio
iilastre avversario. Una tale difficollà è proposta pel romanzo storico , non
naica per la poe- sia, come è intesa comunemente, perchè nè egli nè altri ha
imputalo alVEpopea questo vizio radicale, che rende itnpossibibe it necessario
^ perchè il poeta deve per sua professione favoleggiare, fantasticare, tingere
o inventare , e tanto è più poeta quanto più e me- glio sa fingere. Ora sia
quahivoglia la finzione , non può essere tutta finzione senza sostrato reale ,
perchè il poeta sarebbe creatore di concetti e però di sostanze , cosa assurda,
menocchè nel panteismo. Se voi volete dare un nome a questa parte reale, non
disconverrete che le si addica il titolo di storica , come storica fu la guerra
di Troja per Omero , e storico. Enea per Vir- gilio , storica la Gerusalemme
Liberata ecc. Adunque Epopea e Romanzo storico sono la medesima cosa io quanto
die sono un misto di realtà e di> finzione, di reali e d’ ideali. La loro
differenza sarebbe secondo gli empirici dalla maniera diversa di esprimere,
quella i» verso eroico , questo in prosa : secondo mo dal con- cetto sublime in
quella , tenue in questo. La conse- guenza la tiri chi vuole. Ora ciò che va
detto per la Epopea va ancora detto pel Romanzo, il quale, se si dice storica,
non accenna che differisca dall’Epopea che non è stoica i è un pleonasmo che
dice niente, simile all’ emorragia di sangiie per chi ignora il va- lore del
greco vocabolo. U quale abuso non è raro , perchè introdotto dall’ imperizia o
dal capriccio si so- stenne .per lungo tempo da’ sommi ingegni per segui- re r
esempio de’ molti. Non dicesi ancora con tanta improprietà nelle scuole
Metafora per ogni traslata, mentre si assegna in primo luogo al traslato di si-
militudine ? Non . SÌ è introdotto il Dram/rfia diverso dalla Commedia e dalla
Tragedia ? E vi fa meraviglia che si dicà romanzo sforiqo ad una favola, che sì
poggia sulla. storia, mentre si dice Epopea alla stessa favola senza raggiunto
di storica? SimUe abuso ripeto non è nuovo nè raro , e fa meraviglia come se ne
vuole trarre argomento in favore di una storia assurda e contraddittoria.
Confesso anch' io che in un Romanzo ^ difficile a determinare la quantità delP
elemento storico, che. deve immischiarsi alC-elemento fantastico , perchè la
teoria del Romanzo storico non è stabilita. lo non entro giudice dirimente in
tal quistione, ma asrìschio una mia opinione. Essendo il Romanzo stòrico un
complesso di azioni operate da molti agenti e nel medesimo tempo o successivamente,
ma tutte subbor- dinate ad un’ azione principale diretta al risultato di un
fine ultimo , tutti gli attori secondari sono blu* eh’ essi reali, come
concetti di una piccola azione, e per ciò stesso saranno anch’ essi storici.
Tutta la tela del Romanzo, a così dire, sarà storica, ancorché i nomi degli
attori sieno finti atti a rappresentare i caratteri reali dì un’ epoca , e di
finzione non vi sarà che la polpa delle particolarità e delle circostanze
fantastiche. • Era questa fin dal suo apparire la natura del poema storico, e
tale fu. per Omero, posto che le cose nar- rale nell’ Iliade e nell’ Odissea,
benché non registrate in alcuna opera storica, erano credute nella popolare
tradizione, conservatrice dell’elemento storico alterato dalla scorretta fantasia
delle moltitudini. La mitologia istessa era storica, perchè era teologia, a cui
si pre- stava fede. Cessato il dominio dell’Eterodossia religio- sa , e venuta
la storia scritta , la fantasìa del poeta ebbe una. legge, che pose freno alla
licenza. 1 poetisi ili IVaUTH àf,CO!v0A credettero perduti, e i critici,
giudicando su i primi modelli , gridarono la croce addossa al povera Torqua- fo
, allegando che là Gerusalemme Liberala è mera istoria senza favola, c Bastiano
dè’ Rossi suo principa- le avversario in quella guerra degna pur troppo del-
rilalia di quel ìeiupo gli oppose che « il poeta non è poeta senza T invenzióne
, però scrivendo istoria o sopra storia scritta da altri , perde T essere
intera- mente » L’ affetto pei classici e la niiinà fedo de’cri- tìci a’ numi
bugiardi della poesia classica faceva cre- dere che Omero, ad esempio, fosse
vero poeta, comé colui che avesse càvalo dal suò cervello tutti quei fatti e
qiie’ numi, che entrano- ih azione nell’ Iliade. Che se fosse stato veramente
cosi, ninno sarebbe stalo poeta, non dico eguale, ma mediocre, a petto di lui,
perchè mono ha potuto e niuno potrà in avvenire creare dii fiondo una favola,
éhc non si appòggi alla realtà sto- rica. La storia scritta -limita k licenza
poetica, md hon toghe la libertà alla fantasia creatrice in ogni tempo, perchè
è proprio dell’ uomo, fatto cOm’ è, di rivestire il reale d’ideale. A questa
falsa opinióne in- fornò al poema stòrico si accostò lo stesso Vico , il quale
non vide altro poeta all’ infuori di Omero , e- pronunziò che la poesia
appartiene all’ epoca barbara' delle nazioni , perché allora soltanto è
possibile quel- la creazione mal concepita , che mette in essere tipi òaovi per
materia e ferma , per sostanza ed accideu- If, senza riflettere che storico è
sempre il poeta,- an- che quando rwn prende dalla storia scritta o dalla
tradizioiie, perchè in tal caso prende dalla natura, ossia dall’esistente
spettabile , il quale è pure nel domìnio eforico, posto che la storia non narra
o descrive sola- mente le cose passate, ma ancora le presenti, alle qua- li
soltanto la forza etimologica del vocabolo restringe la storia cóme attesta
Gellio (voi. li. Gap; IV. §*11. pa^. 41). Premesse tali cose, «e il romanzo
storico è poe^ sia, ed ogni poesia è romanzo storico, salvò le diffe- rènze die
derivano dal concetto e dalla maniera di esprimere ne’ diversi componimenti cosi
denominati , bisognerà concludere per ogni componimento poetico di genere
stòrico quello che il Manzoni ha concluso pel ro* manzo storico ; cioè che
Omero non è poeta , ne poe- ti furono VirgHio, Dante, Ariosto e Tasso , o
lutt’a! più furono poeti quei che potevano essere poeti in un’ epocà^ secondo
Vico nella barbarie delle nazioni. Ma Virgilio fu nell’ apogeo della civiltà
romana, e per Manzoni il Mantovano fu gran poeta , e poeta sto- rico , perchè
la sua Eneide si fohda sulla Storia della guerra di Trqja: non diremo che
i’iliustre Lombardo si versa in una. perpetua con tradizione? Le ragioni che
vorrebbe addurre dall’ infelice succe$sò di Lucano ^ di Silvio Italico, del
Voltaire ec* non pruovano nulla, per* chè il difetto fu de’ poeti e nòli della
poesia* E, prò* vaio che Dante sia poeta in un^ Epopea dì genere de* scritlivo,
fondata sulla storia della rivelazione , e que- sto titolo non gticl contrasta
lo stesso Manzoni , è provato ancora che , se alcuni poeti come Lucano , Silvio
Italico ec* naufragarono ; non fù colpa della poesia ma de’ poeti* 1 tristi
auguri che 1’ Illustre Lombardo ha fatto al Romanzo storico , e quindi al* ì’
epopea storica , il suo piagnisteo sulla bara di questo componimento morto con
Tasso, diremo che furono suggeriti da’ pregiudizi delle scuole , contro de’
quali egli fu il primo a ribellarsi da uomo il più ragionevole in quella sua
celebre Lettera sul Roman- ticismo in Italia, ed egli, presentendo lo scandalo
d e avrebbe suscitato questo ■ discorso intorno al Ro- manzo storico, previene
i Lettori nell’ Avvertimento 4i6 SFXONOA cbe p^éccàe « L’anlore sarebbe In un
bell’ ìmpeto, se dovesse sostenere che le doUritie esposte nel Di* scorso che
segue vadano di accordo con la lettera che precede. Può dir solamente che, se
ha mutalo opinio* ne V non fu per tornare indietro. Se poi questo an* dare
avanti non sia stato un progresso per la verità, o un precipizio nell’ errore
> ne giud icherà il lettore di- screto, quando gH paja che la materia e il
lavoro possano meritare un giudìzio qualunque ». Compendiando le cose sparse
nel presente para- grafo, diremo in conchiusione che il Romanzo sto- rìeo non
morrà, come i romanzi croico-erotici di Ma- damigella Scuderi , e de’ poeti
romanzieri del mediò evo, ma, essendosi messo per la buona via, vivrà e ren-
dalo perfetto per quanto ad uomo è conceduto pre- sterà un gran sussidio all’
arte per diffondere la ci- vfltà nella moltitudine. Desso é l’ epopea pedestre,
che sì propone il Bello f e con la sua attuazione spiana la via all’ Epopea
storica civile , quale dev’ essere in tempi di progredita civiltà , e quale fu
tentata dal Tasso, ma non attuata. I difetti de’ primi tentativi fa- cevano
disperare della sua futura attuazione , ma i difetti erano de’ poeti e non suoi
, de’ poeti che in una civiltà ortodossa tenevano a modello l’ epopea classica.
■ •> Ti^pi INTORNO all’ ORDINE Db’ PENSIERI NELLA STORIA POETICA. i ui.
Pochè parole intorno alla quistione , se nella àoria poetica si debba seguire V
ordine naturale o it pertuburtol Un tempo cke regnava il filosofo di Stagira ,
e propriamente tra il cinquecento c seicento , quando surse la scuola cosi
della d^’ critici, in Italia, varie e di- scordanti opinioni dominavano gl’
ingegni intorno al- l’ordine da seguire nella disposizione de’ pensieri del-
l’Epopea. Alcuni, e principalmente il Castelvetro, com- battevano a favore
dell’ ordine naturale , il quale si serba, quando i pensieri si dispongono
secondo natura. Ossia secondo il tempo , in cui i fatti corrispondenti sono
avvenuti, 0 si fingo che sieno avvenuti. Ma il Castelvetro ricorreva a pessimi
argomenti, perchè, so- stenendo che la Poesia è prima della storia, deduceva
che l’ordine della storia doveva essere identico all’or- dine dell’ Epopea, per
conchiuderne che non Vera bi- sogno di arte storica, quando si fosse stabilita
l’arte poetica. Ed era pessimo argomento al certo, perchè, se r ordine storico
dovea essere come l’epico, non se ne poteva dedurre che essere dovesse ordine
naturale o perturbato, il quale non è secondo natura, in quanto che per esso i
fatti non si dispongono secondo le ragio- ni del tempo, ma secondo il giudizio
o il capriccio del poeta, mettendo prima quel che dovrebbe andar dopo 27
Digitized by Google 4-18 PARTE SECONDA e viceversa. Questa opinione ebbe
celebri favoreggia- tori e sostenitori , antichi e moderni, e Greci c Lati- ni
e Italiani , fra’ quali lo stesso Torqnato Tasso. La ragione poi della medesima
non fù che T autorità di Aristotile e di Orazio nell’ arte poetica, le cui
parole, come valenti uomini han fatto vedere, possono subire una
interpetrazione molto sfavorevole a’ fautori di que- st’ ordine perturbato. Ma
Orazio segui Aristotile , e questi rilevò più da storico che da filosofo 1’
ordine serbato da Omero nell’ Iliade e nell’ Odissea. Virgilio segai r esempio
di Omero. Per vedere adunque il fon- damento di questa opinione in modo diretto
è mestie- ri di rifarci alla fonte, ad Omero stesso ed a Virgilio, perocché, se
a noi venisse fatto di scoprire che que- sti due poeti seguirono 1’ ordine
naturale e non mica il perturbato , le parole di Aristotile e di Orazio tfvreb-
l>ero la più naturale interpetrazione , conforme al ve- ro inteso da que’
due sommi critici e comentatori. Udiamo come espongono Omero e Virgilio i
sostenito- ri deir ordine perturbato « Volendo Omero cantare la guerra Irojana,
comincia da quella parte, che era più vicina alla fine , perchè lo sdegno di
Achille contro i principi deir esercito per occasione di una femmina si
risvegliò l’anno nono di quell’assedio : indi con di- verse /occasioni gli
altri avvenimenti riferisce , che molto prima per ordine di natura e di tempo
nella favola introdursi dovevano. Nell’Odissea parimente, es- sendosi proposto
per argomento le pellegrinazioni di U1 isse dopo lo sterminio di Troja, non
accompagna con l'ordine del poema i viaggi di quell’ Eroe, ma stacca- tolo
dalla conversazione di Calìpso , cioè a dire fa- cendolo muovere , quand’ ormai
era vicino alla fine del movimento, ad Alcinoo suo ospite racconta gli ac-
«identi de’suoi passati errori con ordine perturbato » Coogic intorno alla
sciknza della storia poetica il9 Cosi pensano di Omero fra’ Greci Euslazio
antico sCo* liaste di quel poeta, Dione Grisostomo, Plutarco, Teo»- ne: fra i
latini Cicerone che avea a proverbio l’ordi- ne perturbato di Omero, Donato,
Maciobio , e la mag- gior parte de’ comenlatori di Orazio : ft-a gP italiani
Torquato Tasso. Di Virgilio cosi ragionano Donato, Ser- vio , Macijabìo,
Scaligero il vecchio, e la maggior par- te degli espositori di Orazio «
Intendendo quel sovra- no poeta di condurre in Italia dall'Asia il fondatore
dell’ imperb romano e della casa di Augusto , non lo toglie nel cominciameli to
da 'lYoja , ma dopo sette anni di pericoloso e travagliato viaggio ce lo
propone olla vista di Sicilia, donde sbattuto da un fierissimo temperie alle
coste dell’ Affrica e ivi raccolto dalla regina Didonè narra tutte le sue
sciagure anteceden- ti cosi della patria come le proprie, e dopo il tragi- co
racconto, che dié principio agli amori infelici del- ia regina , lo ripone in
viaggio alla volta d’ Italia » E, perchè Lucano , Stazio e Silvio Italico non
se- guirono r esempio di quei due sommi , esponendo i fatti con ordine
naturale, proprio della storia, a giudi- zio di critici gravissimi non furono
tenuti in conto di epici. Per giudicare dell’ ordine di un componimento fa
mestieri primieramente determinarlo , ossia com- prendere chiaramente il
proposito e fine del poeta. Io ho ripetuto in mille occasioni che il Concetto
può essere limitato dalla supposizione dello scrittore, il qua- le si può
proporre, di un soggetto, quella parte, che gli aggrada e che gli viene
consigliata dalla prudenza e dalle circostanze. La guerra di Troja durò per
dieci anni , ma il suo principio non è dal primo anno della guerra , perchè non
si può supporre che tanti eserciti sieno di ])ol(o accampali senza che gli alleali si
fossero pri- ma ii.tesi e quindi determinali alla vendetta della fede conjugale
tradita. Il poeta secondo il ragionamento de’ critici a se- guir r ordine
naturale avrebbe dovuto incominciare dalla fuga di Elena e forse più prima,
contro il pre- cetto di Orazio: Nec gemino beUum trojanum ordì- tur ab oro. Or
che cosa significa il non dover co- minciare dal gemino uovo, onde nacque la
bella fata- le ? Che il poeta propostosi di cantare la distruzione di Troja
avca limitato il suo concetto a qbel punto di storia e non più in là, ed
avrebbe difettato in arte per manco di unità di azione , la quale dev' essere
una c non molle per produrre quella gagliarda im- pressione, Che r epico si
propone. La quistione adun- que dell’ ordine dipende dalla soluzione dell’
altra più difficile , cioè quale è stato il concetto , il proponi- mento
determinato di Omero nell’ Iliade e nell’ Odis- sea? Perchè, se verrà fatto di
stabilire che nell’ Iliade si propone, a modo di esempio, 1’ Ira di Achille ,
da questa deve incominciare e non da un fatto anteriore. Sarebbe stalo un bell’
impegno per Omero, se nell’ 0- dissca avesse dovuto raccontare per filo c per
segno tutte le avventure con ordine naturale, cioè cronolo- gicamente, quante
ne avvennero ad Ulisse nel suo smar- rimento pe’ lunghi errori del mare I Ogni
fatto sareb- be stato un’ azione, e ’l componimento sarebbe riuscito un
complesso di mille sloriette scucite e sconnesse , come una cronica del medio
evo. Nè giova allegare che Omero e Virgilio fanno raccontare a’ loro Eroi gli
avvenimenti anteriori , co- me notoriamente fece Virgilio con Enea premuralo a
parlare fino a notte avanzala dalla Regina Didona , imperocché il racconto di
quei fatti non è azione , Digitized by Google INTORNO ALLA SCIENZA DELLA STORIA
POETICA perchè non hanno alcuna forza di eooperazione o di op* posizione, che
conduca al proposito e al fìne. Sono re- miniscenze di pensieri, che gli eroi
hanno con k>re sempre presenti , e dicono ciò che pensano', non ciò che fanno,
iO certi momenti di tr^ua senza iiUer- rainpere 1’ azione principale , il che
sarebbe difètto-, dal qua'e riraprovero non vanno esenti qualche volta i più
grandi poeti. Lo sbaglio- de’ critici sta appunto in questo cioè nel credere
che il racconto de’ fatti passali faccia, parte della narrazione dell’ azione.
Chi direbbe, a modo di esempio, die, mentre io attendo a- passeggiare in villa,
io incominci il mio passeggio dal mio paese distante un cento sessanta miglia e
più , sol perchè ad un amico racconti, passeggiando, quel primo viaggio da
quindici anni già fatto ? Le parole quindi di Orazio Nec gemino hellam trojanum
ardi- tur. oh ovo contengono una l^e in quanto all’ azione-, che deve
cominciare da un punto più in qua , ma non toglie che si parli di quel gemino
uovo r guisa di reminiscenza, come ha fatto Omero e Virgilio. Io non truovo che
alcuno abbia badato a questa maniera di intendere le cose, quali sono, che Im
tutta la im- portanza nella proposta quistione. Io dunque distinguo la
narrazione de’ fatti del- l’ azione , dalla narrazione de’ fatti anteriori come
re- miniscenze. Rassomiglio 1’ epopea allo stato dello spi- rito umano , che
ricorda per l’ immaginazione alcune idee riprodotte in occasione delle
sensazioni, quelle relative ad obbjetti assenti , queste ad obbjetli pre-
senti.. Con ciò, non intewlo approvare interamente la pratica di alcuni poeti
ancora soiniui , i quali si la- sciano trasportare dalla nnnnoria, mentre sono
intesi air attuazione presente di un’ affare di grande iiuportanza. Eglino
fanno vista di distrattoni in cose rile- vanti contro ogni credibilità umana ,
perchè non è supponibile che chi assiste ad uno. spettacelo di ter-^ rorCj si
addormenti. Ma si dirà che quelle narrazioni di reminiscenze sieno la parte del
poeta e non deli’ eroe. A meravi- glia, rispondo io, appunto, per questo, io le
truovo di- fettose , perchè un poeta spettatore di un' eccidio pari a quello di
Troja sarebbe il più insensibile, se non te- nesse gli occhi sgangherati, e non
accompi^asse con palpito continuo gli eroi intesi a compiere l’azione prin-
cipale. Un tal procedere ha dell’ incredibile , perchè è natura ed essenza da
uomo il non prendere inte- resse a piccoli avvenimenti, quando si è occupato di
un gran fatto, che assorbisce tutta l’ attività dello spirito. Fatte queste
dichiarazioni risulta che nè Aristotile nè Orazio potevano intendere che 1’
ordine dell’ epopea dovesse essere perturbato , nè l’ intesero cosi , se stiamo
alle loro parole interpetrate senza passione. L© parole di Orazio, sopra cui
gli avversari fondano la loro opinione, sono le seguenti. Ordivia haec virtus
en’t , et venus aut ego falior , Ut iam twnc dicat iam Rune debentia dici ;
Pkraque differat et praesens in tempus omittat.. Hoc amet hoc spernat promissi
earmims auctor. 11 secondo luogo di Orazio è quest’ altro. JVee reditum
Diomedis ab interitu MeJfiagri. Vec gemino beltum trojanum ordxtur ab ovo. Ora
nel primo luogo Orazio tutt’ altro insegna ehe V OTdine perturbato , perchè suo
diyisamento è di, raccomaudare al poeta di non esporre i pensieri » co- me si
pre^^ntano^ arulo riguardo air imperfezione deC- r umana natura y ma dopo di
aver approntata la ma- teria ponderare e riflettere seriamente secondo i prin-
ei^ della Scienza, quale sia U lui^o opportuno di cia- scuna parte , e dicat
mine dica ora debentia dici le cose che si debbono dire r Pteraque differat
dica poi molte altre cose, che vogliono seguire, et in prae- sens tempus
omittat e le riserbi a tempo opportuno, lo credo che l’ errore de' critici sia
nato dalla parti- cella jom ripetuta innanzi a debemia dici, per la qua- le si
è creduto che quest’ ultime parole si dovessero riferire a jderaque differat ^
ma la ripetizione di un vocabolo, specialmente un avverbio, è argomento d’in-
sistenza e di forza: di nesso e non di dlsgiunzione. E poi chi non vede che la
congiunzione contenuta in Pteraque- accenna ad una proposizione diversa daN r
antecedente ? Molto meno si può trarre argomento in favore deir ordine
perturbato dall' altro luogo citato di Ora- zio, dove è prescritto di non
esordire il ritorno di Dio- mede dalla morte di Meleagro, o la guerra trojana
dal gemino uovo, imperocché ivi , come è eviden- te , il poeta intende limitare
l'azione ad unità, secon- dò ciò che abbiamo diffusamente ragionato nel Capo
antecedente. In quanto ad Aristotile non v’ è luogo della sua poetica, dal
quale si possa raccogliere, che egli abbia inteso evoluto nell'Epopea l'ordine
perturbato esplici- tamente. I sostenitori di quest' opinione, che vogliono
giovarsi dell' autorità di questo filosofo, producono in mezzo due luoghi , che
io riporto testualmente con la versione latina riferita dal P. Galluzzi , il
primo è nel cap. li. e 15 . della poetica ne’ seguenti termini : Quare ,
quemadmodum diximus iam , est in hoc re divivm utique Homervs praeter caeteros,
quia ncque hellurn quamvis habens prinoipium et finem, aggressus est
caTiere'totum. Falde mim ma~ gnum , et quod non facile undique per spici posset
futurum f^iit , vel magnitudine modice se habens tnr ter textuum varietatem:.
nunc auxem cvm wnam par- tem inde dempsisset- , episodiis usus est. Dalle quali
parole chiaro apparisce die Aristotile chiama divino Omero a preferenza degli
altri in quanto che tra tan- ta vastità di materie , che offriva la guerra
trojana„ seppe limitarsi a un puntò , affinchè del suo com- ponimento non ne
risultasse un animale mostr-uoso , che ad un intuito non si potesse
comprendere. 11 secondo luogo è il Bruente « De narrativa imitalione iUud
constat oportere in ea fabuktm ex una tantum perfeota anione sic constituere ,
qw- madmodum constiluitur in Tragoedia, ^tae nimirunt principio , medio et fine
componatur , unumque veluti corpus , aul ammal suis absolutum partd>un
efficiat. Nel quale luogo, come è chiaro, non ai raccoglie che Aristotile abbia
inteso raccomandare T ordine per- turbato, ma al contrario, prescrivendo che la
favola, debba costairc di una azione perfetta soltanto , la qua- le come nella
tragedia deve avere principio , mezzo e fine, chi non vede che inculca l’
ordine naturale? Che certo la parola' principio qui suona da capo, e si ha
mettendo prima quel che secondo natura deve prece- dere ; dicasi lo stesso del
mezzo e fine. Conchiudo dalle cose sparse nel presente §. che r opinione
favorevole all’ ordine perturbato non ha alcun. fondamento nè di ragione nè di
autorità, per- che esaminando l’ epopea di Omero e di Virgilio, da cui i
Macsiri di arte poetica trassero le regole dell' or- dine, non vi abbiamo
trovato disordine; ìnterpetrando la mente di Aristotile e di Orazio , di tntt’
altro essi parlano clic di ordine perturbato, che è un vero di- sordine. Resta
ora a provarlo razionalmente, come fa- remo nel s^uente paragrafo. §. 112 . Si
pruova con la r agirne che V ordine neW Epopea e nel Romanzo deve essere il
naturale. L' ordine perturbato è nn vero disordine , il qua- le per sua natura
è inestetico , e per vederne la difformità non si vuol considerare in astratto
, ma in coi;icrcto. Ebbene date corpo all’epico componimento, paragonatelo ad
un’ animate tutto intero nelle sue par- ti e nella sua totalità , nè temete che
alcuno vi ap- ponga l’improprietà del paragone, perchè la similitu- dine è di
un gran filosofo , di Aristotile. Fate ora che per rendere il vostro prodotto
più ammirevole e spettacoloso subisca un disordine nelle sue parli , o l’
ordine perturbato , e dove è capo sia coda , e deve è coda sia capo , le
orecchie a’ piedi , gli oc- chi al ventre , le gambe c i piedi al dorso , che
ve ne' pare? non è quest’animale una meriviglia ? Ma voi ridete di tanta
stranezza , certo che rideranno più di voi gli amici invitati allo spettacolo.
La poe- sia non è creatrice di concetti, ma di fantasie, ossia di elementi
sensibili che sono modi o accidenti del reale , che è natura .ed essenza delie
cose. Ora in questa natura ed essenza, comunque astratta, vi è to- talità , [o
ragione di lutto , vi sono gli addentella- ti o gli accenni al da fare e io
conseguenza la ragionc dell' ordine o della disposizione delle parti. E,
siccome questa natura è comune alla prosa ed alla poesia , alla storia ed all’
Epopea , perchè le loro dif- ferenze sono unicamente dal verso de’fenomeni,
rea- li in quella, ideali in questa, ognuno comprende age- volmente che uno è
l’ ordine nella prosa e nella poe- sia. Ogni alterazione di qnest’ ordine è nn
disordine, ed ogni disordine è inestetico , cioè , ributtante e spiacevole.
Coloro adunque, che ammettendo in epica 1’ ordi- ne perturbato, adducevano per
ragione la novità e 1 diletto per la sospensione dell’ animo e per lo appa-
rire inaspettato di certi fatti, non capirono la forza del- la parola
disordine. Di questa opinione fu Eustazio ce- Idttre scoliaste di Omero ,
seguito da molti critici in successo per lo pregiudizio che la sua opinione
fosse fondata, come d’ uomo che tanto studio avesse fatto sul greco poeta. Ma U
suo ragionamento è uno di quei sofismi, che nelle scuole si disse per ignoranza
di elen- co » 11 poeta , die’ egli , usò di questo metodo , cioè dell’ordine
perturbato si per la novità convenévole , e inattesa a chi meno 1’ aspetta ,
poiché principiar da capo, come pare che natura richie^, niente di nuovo ha :
sì per la dignità maggiore , ossia per la più ac- concia disposizione
dell’economia poetica. Altrimenti il poeta non avrebbe avuto materia di
scrivere assai lodevole e d^na di commemorazione )> Il Critico par- te dalla
falsa supposizione che il poeta, propostosi di cantare la guerra di Troja,
seguendo 1’ ordine na- turale , avrebbe dovuto incominciare da principio, cioè
dal gemino novo, di cui parla Orazio : or, avendo in- cominciato da una parte,
cioè dal racconto dell’ asse- dio di Troja, quando comincia l’ira di Achille,
ha sie- guilo r ordine perturbato. Nel quale ragionamento, come è facile a
intendere, il critico e comcniatore con- fonde Ire quislioni, che vogliono
essere distinte , la quistione del concetto limitalo , dell’ ordine e dell’ in-
tegrità. Se il poeta si fosse proposto di narrare tutta la storia di quel
grande avvenimento , dal primo in- cominciare , non sarebbe stato degno di lode
incomin- ciando dalla fine, ma egli se ne propose una parte, <o- me uno
storico scrivendo la storia di Napoli, che è una parte d’ Italia , non si può
dire che ha incominciato dalla fine o da una parte di questa punta d’Italia,
per- chè egli si è proposto di scrivere la storia di una par- to e non del
tutto. Ma Omero negli episodi informa il Lettore degli avvenimenti anteriori ,
ed io ho detto innanzi pag. 421 che non bisogna confondere le re- miniscenze
con le sensazioni, le rimembranze coi fatti. Sarebbe disordine, se Omero,
incominciando dall’ira di Achille, ci trasportasse in casa di Menelao a farci
spet- tatori della seduzione di Paride ^ ma ciò è impossibi- le al poeta ,
ancorché lo volesse, perchè, messosi al nono anno dell’ assedio, non può farsi
presenti gli al- tri anni già passali. Onde è chiaro che l’ ordine per-
turbato. riferito all’ azione , e dicendo azione intendo gli avvenimenti in
atto , è ioconcepibile e quindi im- possibile ad attuarsi.. L’ ordine,
conchiudo, in qualsiasi genere di sto- ria , prosaica o poetica, è, e
dev’essere il naturale, os- sia secondo i tempi , per lo quale si vogliono
mette- re prima i pensieri de’ fatti prima avvenuti a conta- re dal punto, in
cui il poeta o lo storico si è volon- tariamente situato , dopo quel che dopo,
e va dicen- do. Se voi incominciate da una parte , e questa nar- rata , vi
farete poi a ciò che è preceduto , T unità del componimento nella storia reale
, e quella di azio- ne nell’ epopea o nella storia poetica in generale, è già
rolla c invece di un componimcnlo in realtà ne fate due o tre o quattro, quanti
sono i concetti di ciascuna parte narrala con tanto disordine. La teoria
adunque dell’ordine da noi esposta nella prima parte è la stessa in poetica. §.
113 . Ala vi è un’ ordina artificiale nel poema- storico' senza che sia
perturbato. Quando i critici e comentatori delle arti poeti- che intravidero H
diletto e la novità per cagione del r ordine perturbato , come mezzo al fine d’
imprime- re gagliardamente nell’animo de’ lettori un’ amore cd una simpatia ,
s’ accorsero che la poesia ha dei mezzi che mancano alla prosa , la quale non
può creare o disporre gli avvenimenti in modo diverso da quello che viene da’
fatti della natura. 11 loro torlo fu di assegnare a causa di questo effetto ciò
che non può essere nè si può concepire , cioè creare un di- sordine, che è
inestetico, per produrre il bello che ri- siede nell’ ordine. Ma quest’ordine
in poesia, mentre è naturale nel senso che fa precedere quel che devepre-
cedere, come causa ad effetto, antecedente a conse- guente , è artificiale in
quanto alla creazione degli accidenti , i quali riempiono i vuoti della storia
reale e disposti con saggezza riescono nuovi e ina- spettati , onde sorprendono
il lettore , e destano la 'sua attenzione con la curiosità di sapere, dove
vanno a finire le cose, che tanta sospensione inducono nel- r animo. La
quistione adunque dell’ ordine poetico non 'fu nè compresa nè risoluta. Il
Castelvetro , che pre- tendeva uno stesso ordine doversi serbare nella sioria c
nell’ Epopea ben si appose in quanto all’ ordine (li tempo, ma errò
formalmente, supponendo che l'or* dine poetico in nulla differisca dal prosaico
storico. L’ artificio dell’ ordine storico , naturale in quanto al tempo,
consiste adunque nel disporre i fatti in modo che il racconto non resti
assoluto alla fine di ogni capo 0 di ogni canto, ma riponga tali circostanze,
che, interessando, creino un bisogno irresistibile di sapere. Interrompe con
giudizio il racconto e differisce in altro luogo ciò che narrato in prima
rimarrebbe ap- pagala la curiosità ; seuza la quale ogni diletto annoja inrece
di piacere. La qual cosa si può senza offen- dere le ragioni del tempo pel
sincronismo di più azio-, ni, che meritano di essere narrate, ma che tutte ad
una volta non si possono per la indispensabile e ne-, cessarla successione
della lettura. A questo artifìcio. Eludeva Orazio , con quell’ Ordinis haec
virtus erit et venus , virtù e venere dell’ordine si è di narrare, in prima
quelle cose, che si debbono dire, debentia dici, e si debbono dire quelle cose
che cospirano alla for- za ed alla grazia virtus et venus ; molte altre diffe*
risce e le omette a luogo c tempo opportuno , dove, e quando, mentre assolvono
il racconto, sono state in- nanzi aspettate e desiderate. Un tal procedere non
è certo disordini to , ma giudizioso e prudente , perchè diretto allo scopo d’
interessare e mantener viva la curiosità. Chi ha letto delle Novelle ben fatte
, de’ Ro- manzi e dell’ Epopee artisticiie, ha potuto ravvisare, quest’ artificio
e sentire questo interesse, per lo qua- le ha divorato i volumi, non sapendo
sospenderne la lettura senza una pena lacerante nell’ incertezza, in. cui
rimase, dell’esito degli avvenimenti: nel non sapere come avrebbe trionfato l’
innocenza perseguitata Ira tanti ostacoli insuperabili, come sarebbero stati
puniti i malvagi autori di tante infamie. Quando il Manzoni mise Rodrigo in
iscena , che era il più potente , c direi , insuperabile ostacolo al matrimonio
di Renzo e Lucia, la dabbenaggine di D." Abondio faceva disperare di più
del buon risultalo. Crebbe a dismisura l’ interesse per quei due infelici
innocenti, allorché aH’infamia di quel prepotente si aggiunse la persecuzione
di Fra Cristofaro , e la co- opcrazione deir Innominato. Un palpito continuo
ac- compagna il lettore curioso di sapere come quei due usciranno d' impaccio :
ad una leggiera speranza suc- cede un più grave pericolo , ad un pericolo
superato ne succede un altro maggiore, e tu non puoi lasciar quel libro, se non
quando lo avrai tutto Ietto per re- spirare in fine alla giusta punizione di
Rodrigo ago- nizzante e poi mòrto nel Lazzaretto , all’ Innominato convertito ,
e da persecutore cambiato in protettore di queir infelice, che, come colomba
innocente, era sta- ta rapita dal falco per mezzo di quell’ iniqua monaca di
Monza. Chi non vede che infatti sono ivi narrati secondo T ordine del tempo ?
Ora supponete che il Ro- manziere avesse narrato di un tratto la storia di Ro-
drigo e deir Innominato , ogn’ interesse sarebbe finito . Ma sospendere il
racconto e riprenderlo dove l’ oppor- tunità richiedeva , seguendo sempre 1’
ordine crono- logico, formò l’artificio, che rende tanto interessante quel
Romanzo. Lo stesso artificio in Omero, ed in Vir- gilio , artificio d’
intreccio, il quale risulta dal propo- nimento di far servire le azioni
secondarie alla prin- cipale. Intorno a’ cosi detti Anacronismi. Essendo il
poema storico un complesso di azioni secondarie coordinate ad un'azione
principale (§.109), il quale complesso è fondato sulla storia reale , in quanto
che il fondo de’ singoli fatti è stato o è rea- le esistente, è agevole a
comprendere che, se alcuno di quei fatti avvenne in un tempo anteriore o poste-
riore al tempo dell’ azione principale, induce una dif- formità d’
inverisimiglìanza , che nelle scuole fù det- ta anacronismo. Se, a modo di
esempio, il Tasso nel- la sua Gerusalemme Liberata avesse introdotto a col-
loquio con Goffredo nella Cattedra di s. Pietro Grego- rio magno vivente ,
sarebbe incorso in questo difet- to, perocché, essendo noto dalla storia che
quel gran Pontefice visse -più secoli prima delle Crociate, sareb- be saltata
agli occhi la impossibUità di un tale collo- quio , e quindi la manifesta
mentita o falsità del poe- ta.' Nè giova il dire che il poeta può fingere che
e- sista in un tempo chi è esistilo in un’altro, purché tal circostanza non sii
nota al Lettore dalla storia reale, perocché la finzione è rispetto alle
circostanze e a’ mo- di degli esseri, e non mica rispetto agli esseri mede-
simi. Oltracciò il reale e l’ ideale fantastico debbono talmente conglutinarsi
che sembri tutto reale o tutto finto, in guisa che i lettori non si avvedano,
quale la parte storica, qualela fantastica, peravere un assentimen- to unico,
lungi ogni sospetto o dubbio che il poeta voglia mentire. E il sospetto e il
dubbio è immancabile, quando un elemento storico di un tempo si trasporta ad un
altro tempo anteriore o posteriore. Quindi è che non Digitized by Googl 4S2
parte: seconda Fìi immeri(ato nè troppo il giusto rimprovero che i Critici
hanno fatto all’ Epico latino , in quale finse Di- done aver accolto con
ospitalità generosa T avventu- riere Irojano , quando la storia ci dice che
quella Donna nou fù OA»ntcmporanea ad Enea , e taluni sto- rici ce la dànno per
casta anziché impudica. Ciò che scusa Virgilio, era 1’ <»curilà de’ tempi
antichi nom il“- lustrala di^li studi Storici , onde alcuni critici non solo
vorrebbero scagionarlo di questo difetto, ma far-* gliene anche lode invece di
biasimo- Ma a giudicar della cosa a rigore di principi , un- poeta, che aspira
all’ immortalità, non deve contentarsi dell’ ignoranza de’ suoi contemporanei
per mentire impunemente, quan- do può e deve presentire che il progresso
umanitario, quando che sia, può svelare i misteri del passato e scoprire gli
errori degli antichi. Non va esente dallo stesso rimprovero il Tel&> maco.
Alcuni critici francesi per iscusare il Fenelon allegarono -che anche Omero ha
mentito , e sul suo esempio Virgilio , perchè il primo finge casta Penelo- pe
impudica , ed Elena in Troja, dove non fu mai sta- ta, ed il secondo, per
impudica la casta Didone ed Enea in Italia, ohe non vide mai in vita sua. Ma
ad- durre un difetto per giustificarne un’altro, non è un procedere da uomo che
ragiona. Oltrecchè altro è il fingere buono il cattivo , o pervenuto in un
luogo do- ve non è mai stato un eroe , purché sia stato possi- bile r una e 1’
altra finzione : altro è supporre esi- stente nel medesimo tempo due eroi, che
vissero con qualche secolo d’ intervallo. E se l’ignoranza de’ fatti per r
oscurità de’ tempi andati rende accettevole la fin- . . zioiie di un’
impossibile a’ contemporanei del poeta , mal si avvisa chi procede così in
quanto agli avveni- re. Da tutto ciò conchiudo che gli anacronimù sono difetti
da evitarsi nel poema storico. Alcunò mi potreblnj obbjetlare che la legge
rigo- rosa del tempo rende impossibile un' epopea , perché mancherebbero i dati
storici atti a rendere illustre un’azione epica, e per trovarli bisognerebbe
spigolare e raccoglierli dóve si truovanó. Un tal bisógno non giu- stifica una
violazione, che infrange tutte le leggi del- l’Àrte, c la prudenza allora
consiglia o di astenersi di scriveTé , o di produrre de’nomi finti, che
rappresen- tinó que’caratteri nobili, che si richiedono per un’ il- lustre
azione , purché ciò si possa fare senza offen- dere la verità storica. Eccó
perchè a’giorni nostri unà Epopea è difficile , e da taluni credula
impossibile. Ma, quando la storia presenta un gran fatto umano , non róancano
de’fatti secondari, al primo fatto conformi, dome a Napoleone il grande non
mancarono uòmini ancora grandi , suscitati da lui. intorno atta cosi detta Proposizione ed
Invocazióne detta Musa — Intròduzione c Dedica. La Proposizione' della storia
poetica è la formula, che contiene il Concetto dell’ intero poema, e, sicco- me
il Concetto è il primo pensiere sotto tutt’ i rap- porti , per questa sua
dignità vuole essere manifestato in primo luogo. Proposizione , Proponimento e
Con- cetto si prendono nói medesimo senso. Gli Epici espo- sero la Proposizione
ne’ primi versi , onde Omero co- mincia i’ Iliade; Cantami, o Diva, del Fetide
JchiUe, e Tasso nella Gerusalemme : Canto V armi pietos e e'I Capitano , e
Virgilio : lUe ego qui quondam. Arma virumque cano, ed Ariosto : Canto i
Cavalier le armi e òli amori. La
Proposizione vuoi essere dcfermiinala a lanlo e non piu, quanto è il concetto
che si propone il poe- ta , perchè abbiamo veduto che un poema epico, il quale
si versa intorno a un gran fatto , può essere limitalo dalla supposizione ad
una sola parte. Quanta materia storica non offriva ad Omero il grande avve-
nimento della guerra trojana dal principio alla fi- ne? Ma egli volle situarsi
in un punto di questa ini- mensa distesa e cantare l’ira di Achille, onde mal
si sarebbe apposto, proponendo il suo concetto con l’e- roico verso di Orazio :
Forlunam PrUitni cant«h«, et nobile bellum , perchè avrebbe promesso troppo ed
as- seguito pochissimo. Similmente Virgilio limita la sua proposizione alle
Armi ed all’ Eroe, che dalle spiagge di Troja venne agli ausoni lidi. Vuoisi
determinata la proposizione , affinchè si possa il suo contenuto verificare in
tutto il componimento , e per essa giu- dicare, se il poeta siesi fedele
mantenuto alla sua pro- messa , o piuttosto abbia abberrato dal proposito per
fatti estranei intromessi. Si è quistionato da’ critici empirici, se sia neces-
sària nell’ introduzione dell’ Epopea , cioè prima di cominciare la narrazione
, la Invocazione della Musa. Alcuni troppo devoti al classicismo truovano
difetto imperdonabile in un’ epopea una tale omissione , pcr- ciiè vi diranno
che Omero incominciò da questa in- vocazione con la stessa proposizione, dove
disse ' Can- tami, o Diva, del Pelide Achille , che corrisponde al Die mihi
Musa virum , ec. Considerando che a chi si accinge a grande e difficile
impresa, nella sfiducia delle proprie forze sor- go spontaneo il desio di un
ajuto da’ Numi , F invo- cazione , come argomento di una fede all’ intelligenza
suprema, acquista un’importanza di non poco rilievo. E grande e diffìcile è la
impresa di scrivere un’ epo- ) j)ca, per la sua estensione e pel magistero ;
per la su- blimità dell’argomento e per l’intreccio delle parti, per la
ispirazione prolungata e sostenuta, che vi si ri- clùede. Ma il solo torto pet
un poeta ortodosso sa- rebbe d’ invocare la Musa nel senso di Omero e di
Virgilio, pei quali era un nume senz’altari, un idea confusa e indeterminata.
La Musa ortodossa è Dio, che con la sua grazia soccorre I’ ingegno, nel quale
senso disse Dante: 0 Musa od alto ingegno or m’aju“ tale. Noi non
consiglieremmo d’ invocare la Musa del Casti che canta: , Musa, che non di
Pindo abiti i poggi, Nè di Cirra passeggi i boschi e' prati , Ma nelle menti
creatrici alloggi E nel fecondo immaginar de’ vati: Non da Moemosine nata , nè
da Giove, Ma dall’urto d’idee vecchie e nuove ec. Perocché l’ invocazione è
argomento di miseria per chi prega, di potenza per l’ invocato. Or, sèl’itì-»
gegno fosse la Musa, r invocante invocherebbe sè stes- so , il misero la
propria miseria. Un tal modo di ve^^ dere i'ii Arte è sospetto d’ eterodossia ,
e di ateismo, perchè pare disgiunto dalla fede all’ esistenza degli esseri
soprannaturali , che hanno spiritualmente com- mercio con gli uomini. In quanto
alle protezioni invocate nella scelta di un Mecenate, dico francamente che
ricordano i tem- pi di una strisciante adulazione nella Corte di Augu- sto.
Simili dediche non raccoihandano un poeta, che sconfidato del proprio merito
chiede un appoggio sul favore de’ grandi. Virgilio, Ariosto e Tasso non vanno
esenti da questo rimprovero , ma Omero e Dante de- dicarono air umanità i loro
immortali poemi. . I * /rUorno alla Narrazione^ se a nome del Poeta o dè^ gli
Attori^ ed altre piccole quistioni. Pf emessa la Proposizióne deÌF intero
poema, suc- cede immediatamente la Narrazione , la quale secon- do
Tinsegnamento delle scuole si può fare, o a nome del poeta > o a nome degli
attori. Importa determina- re il significato di siffatte foni\ule per vedere il
fon- damento di tale dottrina. 11 Poeta narra a nome proprio, quando, formatosi
idea de’ fatti, di cui si dichiara testimonio , come te- stimonio ne informa i
suoi lettori , secondo il modo suo di concepire con parole e con pensieri
propri. Se le cose udite saranno ancora parole, egli le riduce a senso, e
invece di dire: Achille disse > e fhr segui- re le parole proprie di
Achille, a mòdo di esempio, n’espone il succo , senza far intravedere. la
maniera propria di Achille: in questa guisa noi sapremo tutto il fatto senza
che stiamo presenti a chi parla per u- dire dalla sua bocca le parole che n’
escono. La narrazione fatta a questa guisa è un riferire^ o una relazione di
senso e non di parole* La perso- na, le cui parole noi riferiamo ridotte a modo
nostro, è assente , ossia lontana da chi ascolta la nostra re- lazione : il
discorso procede per formule, in cui il ver- bo è alla terza persona , e non
mai alla prima , me- nochè quando vogliamo aggiungere a’ fatti altrui an- che i
nostri, come è dire le impressioni ricevute, pre- senziando a qualche
avvenimento. * Ma, trattandosi di riferire i fatti di un uomo, che agisce e
paria naturalmente, siamo portati a conside- mio pniseste., e invece diriEerire il senso
deUe sue parole facciamo parlare hii stesso. , . come quando, di-, oiamo t ho.
veduto Antonio, il; quala lutto mesto mi disse: Amico., io sono travagliato.
da. una gravissima sventura: sai ? ho perduto, il più caro.de’ miei figliuo-
li. La nostra fantasia in simili casi toglìq. di mezzo le distanze dei tempo, e
si figura presente Antonio, che parla ed agisce , e i lettori trasportati con
noi assit stono ad una scena , a cui umanamente non pò-, Irebbero per la distanza
di tempo, o. di luogo.. Questa specie di narrazione si è detta la parte
drammatica del poema storico, ma impropriamente, perchè il dram-t matizzarc è
rappresentare per mezzi sensibili figurati-, vi e non per parole , proprio
dello Tragedia e della Commedia, come vedremo qjii appresso. 11 poeta sù questo
fondamento di naturale pro- cedere può introdurre gli attori, quando si tratta
di narrare le loro parlale, ad- esprimere a nome proprio le loro sentenze : io
chiamo questo procedere narrato per asions. Quando, si quìstiona se la
narrazione debba esse^ re fatta a nome del poeta o degli attori, non si deve^
mica intendere nel senso, che il secondo modo posst^ aver luogo in Jutto il
poema,, e vi debba necessaria- mente essere, imperocché gli attori non possono
di- ce che le loro parole. Or, se 1’ economia, del poema portasse che gli
attori non parlassero mai, non potreb^. he aver luogo pm’chè. 1’ attore non è
narratore. Là narrazione del primo modo è tutto, nel poema stori- co, il quale,
facoltà rimmaginazione, uou può essere espncalo che narrando a. quel modq e
qualche volta descrivendo. Se dunque avverrà che un attore s’ introduca a
parlare , come Enea pressa la Regina Didqnc, appena che sarà fiqita la qarrazione
di ^ionc incomincia subilo (quella di reiasione , O' si ritornerà alla prima
ogni Yolla che Foccasione si pre- senta, in cui un attore può e deve parlare
-r- La nar- razione di azione è più effettiva delF altra , appunto^ perchè
maggiore impressione fanno sulF animo nostro, le cose presenti che le assenti ,
e noi abbiamo vedu-i to che la fantasia ci fa figurare presenti gli attori,
che. parlano a nome proprio. Vuoisi però badare che Fattore parlando; serbi la,
dignità del suo. carattere. , perchè, se- da questo è la, parola difforme,
sorge nelFanimo del lettore il dubbio, che impedisce F assentimento storico ,*
ossia la quiete delF animo intorno alle verità delle cose narrate. Oltre il
vantaggio del maggiore effettoi che prò-, duce la narrazione di azióne, vi èil
massimo che èFop-. portunità d’introdurre più attori non solO; a narrare, ma a
discutere ed a commuovere l’affetto, come quando, il protagonista invita gli
eroi a consiglio per delibera- re sul partito da scegliere. Per questa via la
storia^ poetica s’ intreccia al genere scientifico, o dimpstràli-, vo, ed
all’oratorio o, commotiva, per cui da compo-, nimcnlo semplice, ne risulta un
componimento misto. ^ » * • In questa supposizioné impropriamenté si direbbe
nar- razione di azione quella parte, in cui gli Attori discu- tono^ o perorano
, è non mica narrano. ' Quel Che fa Enea con Didbna è narrazióne di fatti
anteriori, ma non sempre occorre che gli attori narrino , se più.
òpportùnamente lor toccherà di ragionare e discutere. La narrazione' di azione
domina nella divina Com-, mèdia, e forse più del convenevole, ma vi è una ra-,
gione che non solo scusa il poeta, ma dichiara quel- F economia necessaria. Si
tratta di descrivere fatti in- visibili delFaltro mondo, dove non lice di
accedere ad un poeta di questo mondo, ed ancorché ivi trasportato, Iiper un
miracolo non può comprendere da sè quei veri sopraintcHigibili senza il
magistero di un’anima abila- Irice ne’diversi regni. Ed ecco Virgilio e
Beatrice, che accompagnano il divino poeta , ed ecco quello spesso dialogo^
consigliato daUa necessità di produrre un as- sentimento alle incredibili
assertive di un viaggiatore,, che ne’ luoghi descritti non è mai stato. Ciò che
è comune a Dante ed a Virgilio , in quanto a narrazio- ne di azione, è la
Francesca da Rimini c 1' Ugolino, perchè pazienti- naccontano le loro sventure
, come Enea racconta le sue a Didona. In quanto al dialogo tra il poeta e
Virgilio è una particolarità della divina Commedia, e forse per questo
frequente dialogismo surse a Dante la idea di chiamare Commedia la sua Epopea
descrittiva. Non così tornerebbe lodato il dialogo nell’ Epopea, narrativa, per
la quale esiste la Storia reale, da cui at- tinge il poeta , e non ha bisogno
di guida per intcr- petrare i fatti, e, se volesse, non troverebbe testimo- ni
oculari di fatti da gran tempo avvenuti. In essa Imi luogo la narrazione di
azione ne’ soli casi, che gli attori possono e debbono parlare , ossia, dove l’
op-. IMirtunità lo richiède. Non cosi nel Romanzo, ossia nell’Epopea storica,
pedestre, cioè scrìtta in dire sciolto, perchè in essa la narrazione di
relazione de’piccoli fatti della società che si descrive, de'costumi e
de’-caralteri, riuscirebbe lunga monotona e nojosa. Mettere in iscena gli
attori e far loro dire con parole addicevoli al loro carattere, ciò, che il
poeta dovrebbe nojosamente narrare o descri- vere è consigliato piò dalla
necessità che dalla pruden-. za. E questa è la parte più difficile del poeta ,
per* chè il dialogo si vuole opportuno , naturale e Sponla- mio. Opportuno in
quanto che gli attori non debbo- seconda no introdursi senza necessità , e non
debbono parlare, senza uno scopo : naturale in quanto che ogni attore, deve
sostenere il suo carattere , ed è difficile serba- re la convenienza del
parlare addicevole ad ogni ca- rattere, perchè il poeta, educato alle lettere,
non sa, facilmente situarsi nella condizione di tutti gli altori|, che
rappresentano tutti gli stati diversi di una socie^ tà descritta. Da qui nasce
lo sforzo, contrario alla, spontaneità., che è pregio massimo in quésto lavoro
squi- sito e difficile. Si è detto che Walter Scott è stato gran maestro in
quest’ arte : a me pare che il Manzoni lo, abbia superalo nella parte più
diffipile, che io. altrove, ho chiamato dialogo interiore ( Nuovo Corso di
Leti. Hem. Parte 1.* Voi. Ili ), e che nelle scuole va detto, Monologo , ossia
quel parlare a solo, che fanno gli at- tori , per quale mezzo il romanzo
manifesta le pliche, più occulte dell! uomo, interiore. Lo scozzese rappre-
senta la vita esteriore di una società, che parla molto, e pensa pòco.: l’
italiano procede per. un’altra via, per. la via psicologica, la quale, per
quanto è scabrosa, per, altrettanto è ricca di tesori inesauribili alla,
creazióne, utili a’iettori, che si abituano più a pensare che a ciar- lare ,
più a perfezionarsi che a divertirsi, più. a fare, buon uso del tempo che ad
ingannarlo. 11, Cooper mi- sembra mollo simiglian te, sebbene di gran lunga
infe- riore, allo Scott. Questa maniera propria d^li inglesi ed americani
deriva dalle attitudini speciali della so- cietà, à cui i poeti appartennero,
Gl’ italiani educati alla vita intima per 1! in&uenza del cattolicismo.,
sono^ sempre più positivi nella stessa poesia, Se mi chiede- te- adunque di un
modello a proporvi , io vi propon- go il Manzoni , che vuol essere imitato in
quel ma- gistero meraviglioso, per lo quale vi mette a nudo la^ parte più
recondita con un monologo e con un diaIjOgo opportuno naturale e spontaneo, da
non forti al» 9 un ché a desiderare , anzi ti sorprende H -vederti;
trasportato, come, per incanto, a scene opportune, ma inaspettate. Ma, se nel
romanzo può accedere il monologo ed il dialogo più di frequente, guardisi il
poeta d’irope- gnarq i s.uoi attori ih ardue e difficili discussioni del genere
scientifico o dimostrativo , e sia pur parco di perorazione del genere oratorio
, che , troppo iute-, Tessano T affetto, , perocché l’effetto in questa specie
di componimento è più duraturo per via di rifl^ior, ne placida che per tempesta
di affetti , i quali ti fa- ranno piangere in un momento, ma non ti attraggono
la seconda volta. Oltracciò contribuiscono in modo in- credibile ad ammollire
gli spiriti deboli , i quali non gustano più le utili produzioni di genere
pacato; che. ^no più conformi alle opere della natura, che proce- de mai sempre
per gradi e non per salti. Si è detto che 1' Epopea è il complesso di tutt’i
generi di poesia lÀnca , Comica , Tragica , Seria , Festevole , ec. Dessa è
rispetto a tutti gli altri com- ponimenti ; come la Cattedrale rispetto a tutti
gli al- tri edifiz'i , il tn.tto. alle partì , il mare a’ fiumi , il fiume a’
rivi ec. Con queste coniparazioni e similitu- dini alcuni si son fatti a
credere, che l’Epopea è una congerie di coniponimenti diversi , e por provare
che vi sia il genere lirico produssero gli Episodi, ne’quali riconobbero l’
ispirazione, e produzioni liriche riten- nero i soli canti ispirati : che v’
intervenga la parte drammatica produssero, ad esempio, la narrazione di Azione
: che vi sia la parte comica citarono alcuni luoghi di Omero troppo scurrili ,
e I’ epopea roman- zesca deir Ariosto ec. lo qui mi fermo a confutare questa
stranissima, opinione sotto il solo rispetto dran.- Digitized by Google ii2'
P^ARTE SECONDA matico , perchè degli episodi e dclP ispirazione ho par- lalo
abbastanza in quanto concerne T Epopea. Sog- giungerò qualche altra utile
avvertenza. La Dramjiiatica è un’ arte mista , come vedremo nel I\".“
volume , perchè si compie col concorso di più arti , cioè della Miiìiica ,
della Letteratura , e d(,‘lla Declamazione o Canto , qualche volta delia Mu-
sica , e del Ballo , oltre la Scenografia , e la Per- sonificazione, che è r
arte del vestire , o di accomo- dare il vestiario all’ uso de’ tempi, in cui si
suppone l’azione essere avvenuta. La Letteratura dà le paro- le, le altre arti
danno ciascuna le parti rispettive. Dram- matizzare in conseguenza importa
rappresentare con lutto q^ueslo apparato , e cessa di essere Drammatica un’
azione, appena che si riduce alle sole parole, ob- bjelto di Letteratura.
Adunque I’ Epopea scritta con r intenzione di essere letta, non può essere,
come non è, drammaticai. E, se è cosi, perchè da taluni si è prete- che
l’Epopea abbia la sua parte Drammatica? Nel dramma rappresentato ha luogo il
dialogo e il mono- logo sostenuto da attori che rappresentano in tutto con
parole ed azioni i veri attori della storia: per la lontana similitudine del
dialogo e monologo, che 1’ e- pico introduce nella sua Epopea, si è detto. che
perciò, sia dram.matico, ma impropriamente, come ho avver- tilo innanzi, perchè
se nel solo dialogizzare il dramma non consiste. È il solito abuso de’ vocaboli
per uno dei fraelalì detto nelle scuole Metonimia, per la quale si nomina una
parte , o la spezie per far intendere il tutto o il genere. Essendo, l’ epopea
un componimen- to di suo genere, non può comprendere ciò che ripu- gna alla sua
essenza. E, se, come abbiamo detto in- nanzi, può aver luogo in essa la discussione,
il pa'e- tico , non si creda che ne sicno parli integranti , quantunque abbiano
delle attrattive molto seducenti. Quel discutere o, quel eonmiuovcre è appunto
in gra- zia di quel narrare di astone , di cui abbiamo in- nanzi ragionato.
Ora, se Omero è più parco di Virgi- lio in questo , niuno ha detto che Virgilio
sia più di Omero, il che in altri termini imporla dire che que- ste parli non
sono essenziali. I poeti, che fanno con- sistere la poesia nel senliiopnlo, si
ajulano col pate- tico , e per loro è necessaria una tale economia, per- chè,
non avendo forza di ispirazione, debbono ajutarsi alla meglio con la scelta di
fatti, che interessano il cuore , come i mediocri drammatici vanno a caccia de’
cosi detti colpi di scena sorprendenti. Ma, mentre abbagliano i loro lettori o
spettatori, non lasciano durature impressioni : i loro assalti si rassomigliano
alle percosse delle grandine e della piog- gia grossa; fanno rumore ma non
rompono, nè bagna- no. 11 poeta, che procede con calma e placidezza, pe- netra
nelle parti più intime del cuore : crea delle simpatie profonde, che non si
cancellano mai : sono, amori indelebili per tutta la vita. È perciò che io cre-
do necessario di ricordare in questo luogo quel che altrove ho pure avvertito
di non cominciare dal pri- mo canto ad impegnare gagliardamente le pass'oni ,
perchè il poeta si troverebbe molto imbarazzalo verso la fine , la quale dev’
essere come il finale .di uno sparlilo in Musica, forte c sorprendente. Or, se
avrà fin da principio portato T affetto ad un grado troppo allo , dovrà
discendere nel mezzo , cadere in fine. Il poeta giudizioso, che ha studiato il
cuore umano, si governerà con prudenza, disponendo, le parli patetiche a gradi
sempre crescenti , dopo che avrà scandagliato il culmine della par.diola, che
deve descrivi re. 11 Te- lemaco non va esente da rimprovero pel troppo intenesse,
che ispira la geotta di Calipso fin da principio, e r Eneide per r incontro di
Enea con Didonc dalle, prim;^ mosse del poema. % 117 -. Imtprno al finale deW
Epopea e del Romc^n^y se tristo 0 lieto. n^a le molte azioni subordinate alla
principale. „ questa una deve indispensabilm,ente toccare il suo ter-, mine,
che è TefFelto proposito e fine. Il, fine dell’Enei-. de è lo stabilimento,
de'trojani in Italia, il fine delle cro- ciate è la Liberazione di Gerusalemme.
Or quando questo, fine proposto si raggiunge, l’Epopea è ancora finita , la
storia poetica è compiuta, ed ognuno vede che può finire trista o, lieta ,
secondo la impressione piacevo- le o dolorosa, che il poeta si è proposto di
produrre. I Promessi sposi hanno una fine, lietissima : il; Marco Visconti ha
una fine dolorosa per la morte di Marco e di Bice. Ma la quistione non è
considerata gene- ralmente dallo stesso punto, di vista, perchè, siccome il
protagonista o i protagonisti richiamano. sopra di lo- ro tutta r attenzione ,
e quindi tutte le simpatie o 1’ orrore de’ lettori , spesso la fine trista o
lieta si de- duce dalla fine de’ principali attori , e non deli’ azio- ne. Così
la distruzione di Troja dopò l’ assedio di die- ci anni è una fine lietissima
pe’ Greci , ma la morte di Achille è tristissima, e i lettori per l’afFetto a
que- st’ Eroe potranno dichiarare trista la fine di una feli- cissima azione. E
in questo senso si potrebbe qui- stionare, se il finale di un Epopea, o di un
Romanzo, debba essere tristo o lieto. Se il protagonista è un Digitized by
Google Intorno alla scienza della storia poetica Eroe virtuoso, che compie una
grànde azione attraver* so ‘di mille ostacoli e di mille pericoli , vorrei che
so- pravvivesse non solo, ma cogliesse il frutto delle durate fàtiche per incóraggiare
i lettori alla virtù, chè ancorà in questa vita è premiata da Dio. onesta fan-
òiulla non si sente incoraggiata a sopportare ed à vincere tutt’ i pericoli
della seduzione, quando avrà letto il romanzo del Manzoni, che rappresenta
Lucia congiunlà in onesto connubio col suo Renzo alla fine di tante sventure e
di tante peripezie? Ma qual vuo- to non ti resta nell’animo la tragica fine di
Marco e di Bice , di quella Bice , che non ebbe altrò delitto che le innocenti
àltrattive? Alcuni poeti dispettosi, ho inteso dire che fànnó a postò Oost ,
per lasciare nei loro lettori una peuà straziante, ma parmi che eglino
confidano troppo nella pazienza de^ loro lettori , ì quali, se sono troppo
sensibili, difficilmente ritornano la seconda volto a lecere iln libro tòlto
apposta per tormentare in un epoca trista, in Oui si sente più il bisogno di
essere confortato che di piangere. E dirò francamente che la fine tragica è più
in-^ teressante per sé Stéssa che per l’Arte, del quale mez- zo si giovano più
i mediocri che i grandi poeti, per- chè, dove mancano le risorse del geniO) si
supplisce co'colpi di scena. E, se incontriamo che anche i gran- di hanno
serbalo quest’economia, fu per necessità in- dispensabile rilevata dalla natura
intrinseca dell’azio- ne. Chiudo questo paragrafo Con avvertire che il pro-
tagonista non deve essere accompagnato dal poeta fi- lio agli ultimi giorni di
sua vita, se finita quell’azic- he gli è toccato di sopravvivere, perchè tutto
ciò che avrà fatto posteriormente potrà non avere interesse di parte all’
azione proposta , che già si suppone di essere finita. E, sebbene per 1’
interesse che ha ispi* Digitized by Google 'p ahtk si;r.o\uA ‘ ia!o (lunanlo I'
azione , suscila il prolagonisla im de- siderio e una curiosità di sapere che
ne sia sialo po- steriormente di Lui^ come abb^ Continuato, come fi- nito, non
perciò il poeta si farà a narrare tali cose; Kè io truovo lodevole là pratica
di alcuni che per via di note aggiungono come sopra lavoro delle brevi no-
tizie storiche intorno a siffatte cose, perchè è pregio anzi di arte che
l’animo de’ Lettori rimanga sospe- so, affinchè ricerchino altrove tali
notizie, specialmen- te nell’ Epopea. Nel romanzo tal pratica sembra av-
valorata dall’ esempio di autorevoli Scrittori , .sebbene il Manzoni accenna
sommariamente nell’ ultima pagi- na del Romanzo all’ avvenire di Renzo e di
Lucia, ma a me pare che quella soggiunta è fatta ad arte, come un epilogo, che
racchiude le deduzioni morali dalla storia del suo passalo, come maestra del
suo av- venire. I.NTORNO all’espressione DEL POEMA STORICO Brieve Introduzione
al presente Capo. lo non ho a ripetere in Estetica ciò che riguar- da la
Purità, la Proprietà, la Varietà , la C/u'ares» so , r Jrmonia , la Precisione
della Locuzione , di cui ho trattalo ampiamente nella Filologia ( Voi. HI. del
Nuovo Corso ). In questo luogo mi fermo di pro- posito a dire qualche cosa
intorno all’ espressione del poema storico, sia Epopea, sia romanzo, sia
novella, sia racconto ec. ec. intorno all’ Espressione detta storta poetica ,
epica o lirica. Se in prosa e in verso , e se in verso, che cosa è verso eroico
e verso lirico? Essendo le parole segui convenzionali , che ogni qualità e
valore prendono dal loro significalo , ossia dalle idee, parrebbe facile a
dedurre che dalla natura di quest’ ultime ogni qualsiasi ragione alle parole
de- rivi. E però in un componimento sublime , ossia che ha il concetto di una
cosa infinita, come nell’ Epopea e nelle Pindariche Tespressione dovrà essere magni-
fica , maestosa , grave , sollenne, dignitosa e nobile- in un componimento, al
contrario, il cui concetto è di cosa finita, come nel Romanzo e nelle
Anacreontiche 1’ espressione dovrà essere mediocre , tenue , andan- te ,
graziosa, piana e gentile , affinchè dallo stesso tuono della protfereuza si
possa apprendere la natura de’pensieri, che si vogliono esprimere. Or questa
pro- prietà non può venire alle parole isolate, le quali, se si avrà avuto la
diligenza di sceglierle scartando le ignobili o allusive a cose bass(' c
triviali , non sono anche scelte capaci isolatamente a dare un carattere grave
o leggiero , magnifico o piano, sollenne o gra- zioso all’ espressione,
perocché le stesse parole si deb- bono adoperare pei sublimi e pei tenui
componimenti per gli epici e pe’ lirici. Se questa differenza richie- sta dalla
natura istessa de’ pensieri non si può rag- raggiungere dalle parole isolate,
si cerca di conseguir- la dalle parole congiunte, combinandole in modo che,
profferendosi con nesso di tuono e di sintassi, desse- ro il grave o il tenue ,
il maestoso o 1’ andante , il Digitized by Googte ■448 I^ARTR SPmivRX soK'mic o
il grazioso secondo il diverso concetto dei componimenti. Con ciò non intendo
dire che l’espres- sione poetica mp^jresPTifi , perchè fòssi con parole ì che
comunque combinate possono far intendere come segni non mica rappresentare: ma
una tale economia non è per elezione quanto per necessità, perchè, ogni volta
che parliamo di lina còsa qualsiesì, ci atteggia- mo secondo la magnificenza o
la tenuità de’ pensieri che ci occupano , e la nostra profferénza prende questo
o quel tuono, che più corrisponde all’ uno de- gli atte^iamenti ^ntanei. Ecco
perchè néi ^avi componimenti le parole si combinano a periodi in- tralciati e
lunghi ed in dire sciolto, a verso eroico se in metro, lo qui non propongo la
quistióne, se il Verso sia essenziale alla poesia perchè l’ ho già risolu- I ta
nel 1.® volume .§ 16 pag. 14? , stando al fatto vi sono poemi storici epici e
lirici, Sublimi e tenui in prosa e in versi. Il Telémaco del Fenelon,i Martiri
del Chateu- briand, la morte di Abele dei Gesner , sono scritti iil prosa: in
verso eroico l’ Iliade , 1’ Odissea , l’ Eneide, la Divina Commedia , la
Gerusalemme ec. E, risoluta la quistióne nel modo che ho accennato , cioè che
l’Epica e la Lirica jiossono esprimersi in dire sciolte ed in versi, non saprei
preferire la prosa al metro, se dovessi consigliare a scrivere un’ Epopea o una
Pindarica ed Anacreontica , in argomento nobile é grave. Posto che il verso è
da preferire al dire sciolto, si domanda in che differisce il verso epico dal
verso lirico? Il verso epico si è detto eroico, ossia Un ver- so grave e
maestoso per la sua lunghe^a e pel suo in- treccio, secondo il principio
enunciato innanzi, onde i latini e i greci adoperavano 1’ esametro , e gl’ila^
liani r endecasillalM) , il quale, non potendo raggiuii-: gcrc la lunghezza di
quelli, si è supplito con Tintrcc- cio delle rime in istrofe di più versi, come
in terzine, sestine , ed ottave. Il verso sciolto sarebbe ancora a proposito ,
come nella traduzione dciniiade e dell’E- neide pel Monti e pel Caro. E, benché
non abbiamo esempi di Epopee originali in versi sciolti Italiani, non
arrossirei di consigliare a scrivere un’Epopea senza Time, dappoiché l’Inno
eroico di genere storico è sta- to approvato in questo metro. La lirica
ne’componimenti ebbe per Io più il ver**' so corto, ma intrecciato a strofe: e,
se cbiie il verso Dodecasillabo italiano o esametro latino , non fù mai solo ma
misto, spezzando la troppa gravità del verso eroico con la speditezza de' versi
brevi. Ma hon ap- proverei anche nelle anacreontiche più gentili e leg- giadre
quei versi tanto corti come i quinari , i qua- li con la troppa frequenza delle
rime fanno perde- re di vista il concetto. Sembrammi giuochi e trastul- lo di
parole più che versi , e il fare del Chiabrera ammirato un tempo non è cosi
sonito a giorni uostru Ne’ componimenti lirici vuoisi principalmente ba- dare
alla sintesi de’ costrutti , ed al non comune ar- tificio de’ iraslati ,
perchè, dovendo esprimere un gran tutto per pochi accenni , il dire per analisi
allunga troppo e sbiava il pensiero , e invece di uii quadro in miniatura
riesce un ritratto al naturale contro il proposito e la supposizione. Un
epiteto alle volte ado- perato da un poeta a tempo e luogo opportuno apre una
scena meravigliosa, riempie 1’ anima de’ lettori di sentimenti infiniti, che,
se si vuole, non si possono e- sprimere con una diceria. La forza « la verità
di quel pensiero è affidata ad un vocabolo , e solo il poeta sa trovarlo e
adoperarlo. Senza quest’ arte il verso è un inutile e noioso sussidio , è un
pezzo di musica per chi non nc intende il significato, atto a dileticare
l’orecchio senza interessare lo spirito. Al contrario quel vocabolo adoperato
per esprimere Io stesso pen> siero in dire sciolto vi farà esclamare: che
Poesia ! il che pruova sempre più che il verso è accidentale , e non essenziale
alla poesia. 1 traslati poi non sono o- pera di calcolo e di riflessione ,
perchè come ho di- mostrato nel 111. Voi. della Grammatica italiana Gap. I.
pag. 15. differiscono dalla comparazione : quelli spontanei , c questa lavoro
di riflessione. II traslato poetico, e specialmente lirico, è l’espressione di
un’idea - nuova suggerita dalla ispirazione , e quindi il traslatp stesso è
nuovo, freschissimo, originale, attraente. Des- so risulta da una combinazione
meravigliosa di voca- doli comuni, e la sua attuazione è un’immagine fe- dele
dell’ispirazione, cioè per suggestione, spontanei- tà , vivacità, forza,
energia. Giova ripeterlo ad istru- zione de’ verseggiatori : i traslati non
sono per lusso u per ornato, come volevano gli empirici, per la facile ragione
che, se vi fossero i vocaboli propri per espri- mere alcune idee, sentirebbe di
poco giudizio la pra- tica di esprimerò per approssimazione, esagerando o di-
minuendo, un pensiero che co’ vocaboli propri si po- trebbe esprimere per
intero. 1 traslati adunque sono mezzi di puro bisogno dal lato della lingua,
che è po- vera , o de’ parlanti che non hanno pronti tutt’ i vo- caboli ( Vedi
Voi. 111. del Nuovo Corso e della Nuo- va Gram. ital ). 11 traslato per
conseguenza dev' es- sere del poeta, che scrive, e non copiato da un altro
poeta , perchè non è idea nuova l’ idea di un altro già conosciuta , già
passata nel patrimonio della patria letteratura. Un poeta in conseguenza, che
scrivesse con le migliori frasi e co’ più scelti traslati poetici raccolti con
pazienza c diligenza dagli altri poeti an-icriori, non è poeta, ma accozzalore
di parole , rac- coglitore 0 rapsodo non di versi ma di vocaboli : è un
ritrattista che copia i quadri de’ sommi pittori con meno fatica rispetto a chi
fa un ritratto dall’ ori- ginale. È vero che dovrà serbare il convenevole nel
formare i traslati in una lingua costituita, ma 1’ ana- it^ia delle forme non è
còpia. 11 migliore tra i Litici moderni per originalità di fraslati , per
freschezza d’ immagini , per varietà di scene mirabfli , per istrettezza di
frasi , è il Manzo- ni : io m’ nebbriò ad un sol verso , il mio spirito è
sufFusò di una luce ineffabile ad un epilo con tanta arte aggiustato per
opportunità e per significato. Leg- gete : Chinati i rai fvlmimi Le braccia al
sen con- serte ò H ‘cergin di servo encomio , ec. Quante sce- ne inaspettate
iion si aprono al vostro pensiero, se sa- pete chi è Colui che ha i raggi ,
cioè gli occhi scin- tillanti di luce, ma terribile, come la luce del fulmine ,
ed ei fii fulmine in guerra, ed ora le braccia che do- marono i più potenti
conserte al seno come d’ uomo avvilito , di un grande che medita sul passato e
si umilia di presente? Ma spiegate, come volete , la for- za è in un vocabolo,
la luce è in quelle due parole con tanta bell’ arte combinate. I traslati
adunque, con- sistendo nella felice combinazione di vocaboli comuni per far
intendere le idee nuove innominate, non han- no alcuna dignità da’ vocaboli,
come vocaboli, ma dal- la loro combinazione. Non usiamo ancora noi e i rag- gi
, e chinati , e fulminei ? Ebbene, cosi separati o altrimenti combinati
produrranno forse lo stesso ef- fetto? certamente che no. Trasporterò questi
traslati nella mia produzione su lo stesso soggetto, oltrecchò manca 1’
opportunità , io non esprimo più idee mi* ma di un’ allro : se è originale il
Manzoni, io sarei un copista , un plagiario. Queste avvertenze sono applicabili
per ogni poe- sia , ma si vogliono tenere presenti specialmente por la lirica ,
dove si dipinge per tocchi leggieri , per i- sfumi e non a grandi tratti. Qui è
la maggiore delle difficoltà per chi non è nato poeta , perchè il tra- slato
non è opera di calcolo , ma d’ ispirazione, non di studio ma di natura. Quando
gli empirici facevano consistere la poesia nella frase e nel traslato poetico, accennavano
a que- sto bel vero , ma non avvertirono che il traslato spe- cialmente,
argomento d’ ispirazione , anzi espressione de’ prodotti ispirati, nè si
assegue con lo studio, nè si copia. 1 verseggiatori illusi diedero il sacco
alle poe- sie classiche e come la cornacchia della favola, ador- nandosi delle
vaghe penne di vari colori, si dissero pavoni. Intorno alla natura di certe
produzioni di soggetti tenui espressi con versi eroici. In questi ultimi tempi
è andata in voga una spe- cie di poetare sotto il nome di Novelle del genere
storico , che sono racconti di piecoli avvenimenti ri- vestiti di ÌSozioni ,
espressi in versi eroici , siolti o intrecciati a rime. Gli empirici, che
classificano i com- ponimenti dalla forma esteriore dell’espressione, sono
molto impacciati a risolvere la quistione, se tra gli epici componimenti si
dovessero annoverare oppure tra i Lirici. Alcuni risposero che fossero epici
per la for- ma del verso , ma, non trovando in essi la lunghez- za di un’
Epopea , li tennero per novelle epiche^ cred^endo cosi di salvare^ como suol
dirsi, la capra ed il eavot», percliè Ila parola novellia metteva una diffe-
renza specifica y e la parola epica acceonava al verso> eroiciK Seconda nm
clte ogni ragione di chissificazi»- ne desumiamo dalla natura d'ai concetto e
la differen- za deH’ Epica d^la Lirica facciamo derivare dalla in- tegrità
assoluta o relativa de^ pensieri secondari ^ la Novella sarà epica, se serba la
{H'iina integrità ; sarà lirica se la seconda, sia (qualunque la forma
esteriore deir espressione la quale è accidentale e non essen- ziale ,
variabile secondo i tempi , come è avvenuto per la novella — Ma per noi la
parola epiUa nmi è nel senso degli empirici , perchè secmido essi epica è un’
m;i(me eroica , il cui concetto è sublime dinami- co : te Novelle swio di
piccole azioni prodotte da po- chi e deboli attori ,. esse dunque non sono
epiche’ nel sensoloro, menocchè pel solo verso. Coloro miun- que, che
pretendevano fossero liriche, si trovavano più impacciati de’ primi , perchè
secondo la loro scuola la lirica vive d’ ispirasione io senso di patetico , e
tutte le novelle non sono tali : pià, come ^giustare la benedetta faccenda del
verso che si volle lungo e magnifico da’ moderni ? Dicasi lo stesso dell’ In-
no epico , dell’ Idillio ec. Un componimento bre- vissimo può essere epico, se
assolve F argomento , ta- le sarebbe la biografia di un Eroe , o la descrizione
di una cmichiglia ; ma non sarebbe un’ Epopea , la quale è di un’azione
principale, a cui si subordinano molte azioni secondarie , tutte dirette al
medesimo fi- ne. Volendo però dare la definizione delF Epopea con un carattere
di speciale differenza rispetto alla novel- la epica , o all’ Inno epico , si
potrebbe aggiungere al concetto della prima coUettivo , cd al concetto del- iii
seconda singdare: allora l’Epopea è un componi- mento storico, il cui Concetto
è ideale sublime diaa- mico collettivo, cui si ordinano individuabnente pensier
secondari prodotti dalla fantasia , e la Novella un componimento storico, il
cui concetto è ideale dinami- co singolare o tenue o sublime ec. In quanto
agl’in- ni , alle odi, a' sonetti di genere storico , saranno epi- ci 0 lirici
secondo che F integrità de’ pensieri è asso- luta o relativa , ma in siffatti
brevi componimenti non domina un solo genere, ma spesso le riflessioni e il
sentimento s’ intrecciano alla fantasia per produrre un misto 0 di due o dei
tre generi storico scientifi- co ed oratorio. Richiamando i prestabiliti
principi nel primo Volume e nella seconda parte del presente, si possono
razionalmente classificare tutt’ i componimen- ti possibili. Ma non lascio di
avvertire che in quan- to alla espressione vi è stato finora dell’ arbitrio ne’
componimenti brevi per le false nozioni di Epica e Lirica. Infatti, come
altrove ho pure avvertilo in niuna poetica troviamo determinata la materia o F
opportunità alle tante speci« di com- ponimenti lirici italiani , perchè ,
seguendo le tracce de’ greci e latini, credevano di essere originali crean- do
nuovi titoli alle loro produzioni per far vedere che la loro gentile favella
soprabbondava di mezzi e in pro- sa e in poesia, potendo in tante diverse e
moltiplici maniero trattare poeticamente di un medesimo cret- to. Quando i
princìpi razionali subentreranno alle re- gole empiriche, avremo più poeti e meno
versi, e sot- to un’ altro rispetto meno produzioni e più poesie, seb- bene
oggidì mollissime di quelle che tanto rumore facevano in Arcadia, nel 500, e
più in quà, sono pas- sate di moda , nè pare che vogliano più tornare in onoro.
I moderni non hanno simpatia co’ madrigali , <;on le ballate, con le
sestine, veri giochi di parole, ma T intreccio della rima è più naturate e più
semplice: quel rabesco di tanti versi di vario numero è fuor di uso, e pare che
il verso sciolto voglia esso solo impa- dronirsi del campo , come se i poeti
nostri avessero compreso già che la poesia' in tempi di civiltà pro- gredita
vuol essere più intelligibile che sensìbile , ed anziché piaggiar 1' orecchio
con isvenevolc armonia tende a ispirare un ideale più puro con la semplici- tà
de* mezzi sensibiN — Io richiamo 1’ attenzione de’ maestri dell’arte su questo
fatto che merita di esse- re considerato.Intorno all’ espressione de’ Romanzi
storici e detto novelle in dire sciolto — o in prosa. Una delle ragioni , per
le quali il Romanzo stori- co e le Novelle o fàvole non sì vorrebbero per poe-
sie, è la pratica di scriverle in prosa o sia in dire sciolto. Inoltre i
sostenitori di questa opinione si fan- no a dire: queste produzioni non solo
sono espresse a questa maniera, ma, se alcuno volesse ridurle a ver- si,
proverebbe un sentimento di ripugnanza in sé stes- so, perchè sarebbe certo che
il suo lavoro non torne- rebbe gradito al pubblico che lo vuole in prosa. Ora,
se concediamo per un momento che il verso non è essen- ziale alla poesia , pare
incontrastabile che non sia poetico un componimento, che rifugge dal verso,
per- ché è naturale 1’ armonia nello poetiche ispirazioni. Questo ragionamento
parte da un falso supposto, pe- rocché vi fu un tempo chi i Romanzi furono
scritti in verso, e valga per tutti l’Orlando furioso, che per h invenzione c
leggiadria di verso fù tenuto pari al- r
Illiade , e ricordiamo tutte le produzioni di un* e<- poca che in mezzo a
tanti socisdi malanni i poeti si trastullavano con racconti ridevtdi. Oggidì
chi non ve- de che è tornalo in moda lo scriver in versi e favo- le e Novelle ?
Se a taluno pare che vi sia una spe- cie di Romanzi e di fav(^e e di novelle,
che rifuggo- no dal verso , io, faccio, osservare che R gusto, di un epoca non
è legge di arte, nè argomento di bello as-. soluto. Quando, i seguaci dell’ Achillint
, del Cìampo- li e del Marini facevano sudare i fuochi , e ilhisfra-. vano la
porpora con l’ inchiostro , e rassomigliavano il Cielo al banco di Dio , c le
Stelle a’ Zecchini ardcu- ti , credete voi che ciò facessero senzA 1’ esigenza
del gusto di quel tempo? Se le loro scritture erano. Ielle, ricercate ,
ammirate a seguo di far dimenticare Dan- te , Petrarca, Ariosto, Tasso, il
gusto del secolo era quello, cioè infermo, che avea bisogno di piccanti e pic-
cante era il trasiato, duro ed esagerato. Successe a qnell’ epoca di follia
nn’epoca dì ravvedimento, e quel gusto non solo cessò.,, ma fu maledetto ,
dannato e dimenticato. U gusto è come la moda , che varia per ogni stagione,
anzi che dico? in quest’epoca di vapo- ri, la moda cambia <^ni ora, e se non
fosse che l’ecor. nomia figlia del bisogno consigliasse il' risparmio , ogni
mezz’ora una nuova mpda. Ecco l’immagine del gusto , il quale è scuso, e’I
senso si altera, come va- riano, le influenze atmosferiche, e quindi noi stessi
in mezzo, aU’attrito degli elementi c al dinamismo degl’im- ponderabili.
Convengo anch’io che alcuni romanzi ed alcune Novelle o racconti debbauo
scriversi in prosa c non in versi, ma questa legge non è dal lato del
componinmnto, bensì dcU’utile che si propone il poeta. Il verso ama costruiti
sintetici e traslati poetici di non facile intendimento per la moltitudine,
alla quale quelle produzioni vanno dirette. Cosi le favolo di E- sopo in prosa
furono ridotto in versi da Fedro, e in versi furono poi tradotte in varie
lingue , secondo elle i traduttori si proposero diverse classi di leggito- ri.
Pei fanciulli e per gF idioti in arte la prosa è più accomodata per trasmettere
i tipi elaborali dall’ arte. Ecco perchè il roinanzo moderno, che è civile per
ec-* eoUenza , è scritto in prosa , e solamente alcune no- velle o racconti
morati , ne' quali vuoisi servire più alia celebrità del poeta che alF utile
della società, van- no scritti; in metro. E poi, quando un libro è fatto ed è
piaciuto , pare brutto trasformarlo in un espressio- ne diversa , perchè il
lettore fa consistere in quella maniera la sua perfezione , e non sa giudicare y
per- chè noi può , se meglio riuscisse in altra guisa. 01- trecchè, quantunque
nelle scuole empiriche non sia stalo ancora fwmulato il principio che l'arte è
fine a sè stessa^ d£dl' approvazione generate de' buoni ro- manzi scritti in
prosa deduc> implicitamente che l'u- tile è qualche cosa di più che il
piaggiamento dell’o- recchio con i&venevole armonia. Mettendo in bilancia
tutte queste considerazioni non si precipiteranno i giudizi intorno alla
proposta quistione. E, postochè il verso non è essenziale alla poesia y non si
dirà che d Romanzo e le novelle scritte in prosa non sieno poesia, se in essi
concorre Fideale che è poetico. E, siccome r Epopea in prosa fù riconosciula
Epopea , benché il gusto dapprima gU contrastasse questo tilo- lo , il Romanzo
in prosa dev’essere riconosciuto per epopea pedestre per le allegate ragioni.. Jttìorno all’ espressione de’ Romanzi e deUe
novelte rispeito a’ caratteri. Nd Ron»nzo, alibiaino detto ( §. 116 ), più per
necessità che per eiezione ha luogo più convenevole e frequente la Narrazione
di azione, che gli empirici appellavano parte drammatica del poema storico. E ,
siccome il Romanzo sì propone azione finita e non eroica, si versa ne'fatti
della bassa società, tra’ qua- li s’ incontrano attori ignobili e plebei misti
a nobiH e culti , ognuno de’ quali ha un modo di esprimere suo proprio addicevole
alla sua condizione. Per questa ragione e per serbare la sostenutez- za del
carattere alcuni romanzieri introdussero gli at- tori plebei a parlare con
parole plebee c di dialetto. E, siccome in Italia, specialmente, i dialetti
sono quan- te le città, non dico le provincie, e dicendo dialetto s’ intende un
linguaggio noto ad -una città o provincia c ignoto a tutte le altre , ne
avveniva che tutti quei tratti dialettici rimanevano ignoti a’ lettori di ogni
altra città italiana , i quali invece di comprendere il rwnanzo nella sua
integrità, ne intendevano un ter- zo, un quarto, un quinto di meno, a così
dire. Ora un componimento per essere bello deve essere tutto, intero nella sua
pienezza percepito dalla mente de’ Lettori : ed ogni vuoto nuoce all’ integrità
e totalità del medesimo, il quale cosi risulta monco e storpio. Questa pratica
adunque, se ha il vantaggio di presen- tare un carattere sostenuto nella stessa
maniera di par- lare, ha il massimo svantaggio di offendere l’unione indivi-
dua do’pensieri secondari, ossia l’essenza del compouimento , che F arte si
deve proporre principalmente. Ne giova allegare il vantaggio del pieno
intendimene tq del romanzo pei lettori della città o provìncia in cui si parta
quel dialetto , perchè allora il romanzo avrebbe uno speciale intento, in
quanto che sarebbe scritto per una classe di lettori volgari , e in questa
supposizione mal si regola il poeta che scrive tutto in lingua comune e pochi
tratti in dialetto , perchè verrebbe a tradire il suo intento speciale ,
privando quei poveri lettori plebei dell’ intendimento di quat- tro quinti a
cosi dire. In ogni modo considerata la quistione è mal regolala la pratica d’
introdurre ple- bei , che parlano nella loro lingua. E sta contro la pratica
costante dell’arte, che fa parlare in versi nd- r Epopea , nella Tragedia ec.
uomini , che parla- rono sempre in prosa , e oltracciò fa parlare in lati- no i
greci , e in italiano i greci e latini , secondo- chè il poeta è italiano o
greco o latino. Chi direbbe che un epico introducendo a parlare un attore si
met- tesse a narrare in prosa , come per esempio Enea , che racconta le sue
avventure a Didona? Ora quella stessa differenza passa tra il dire prosaico ed
il poe- tico , che tra il dialetto e la lingua comune , perchè profano volgo
egualmente rispetto a’ietterati i plebei, a’ poeti 1 prosatori. Le parole sono
mezzi significativi e non rappresentativi, ecco perchè il lettore non guar- da
le qualità delle parole, quando l^e un romanzo, sibbene il contenuto.
Offenderebbe la sostenutezza dd carattere il porre in bocca di uu plebeo una
senten- za di accademico , o una perorazione di Demostene , ma che dica con
parole italiane ciò che nel suo stato di- rebbe con parole lombarde non toglie
al decoro, an- zi mirabilmente vi contribuisce. Se un pillole mi mettesse in un
quadro un lom- Digitìzed by Google 460 partii: sECOitoA tardo vestito alta
napolitaDa oieotirebbe , perché ìa pittura è arto rappresentativa , e ’(
vestire fa parte di rappresentazione , rappresenta un costunote. Ma la pa^ rola
non è conceduta al lombardo dipinto, tl lettore percorrendo il romanzo,
trasportate dal nesso de’ pen-^ sieri, non guarda alta qualità delle parole,
anzi , pas-^ sando dalle parole comuni a quelle del dialetto, inter- rompe il
corso delle idee per pensare ehe il parlan- te è Lombardo. Sotto, un rispetto
la pratica, di eui è parola, nuoce aucm’a in eerto modo all’ unità dell’ a-
zìone. Di questo difetto non imnmritamente è slata rimproverato il Manzoni , il
quale per troppa carità al natio loco spesso lombardeggia, quando parla Renzo o
Tonio , o Agnese. Ciò die è detto pel Romanzo va ancora detto per le Novelle o
pei racconti , ancorché diretti ad una classe meno culla di lettori , perché la
lingua in si- mili lavori è dello scr ittore e non de’ lettori , e per lettori
debbono intendersi coloro, che sanno leggere e intendere. Nelle favole o negli
Apologhi si fanno par- lare animati ed esseri iuaninrati , ma qudie parole sono
a nome degli uomini simbd^giati. Se sì voles- se serbare la sostenutezza dd
carattere, quale sarebbe la parola del Ijcone o del Lupo , che non hanno il
dono della favella ? Ma perchè niuno ha detto che abbiano mancato di arte Esopo
e gli scrittaci di apo- loghi, che introdussero a parlare in verso , o in dir
accademico tali esseri? perchè la parola, ripeto, è se- guo per sua natura
inestetico perché significativo e non rap{H%seutalivo , intelligibile e non
sensibile , e ’l lettore, guardando al senso, dimentica i segni, me- no per
cdoro che fanno consistere lo stile nella ma- niera di espriumi e , e la poesia
nel verso. Ciò che disse Orazio in quanto al decoro degl’iii- terlocutori vuoi
essere inteso in quanto al contenuto delle loro parole , che Davo esprima
pensieri degni di un servo astuto , e Cremete pensieri addicevoli ad un padrone
, ma Davo e Cremete parlarono latino puro e in metro scelto senza che il poeta
ne sia sta- lo rimproverato. Conchiudo dal finora discorso che chiunque s’
introduca a parlare nel Romanzo , nella novella ec. usi paròle della lingua
comune, e si guar- di il poeta d’ introdurre parlari plebei pel falso sup-
posto che si debba sostenere un carattere. Pnt:LlMlNARL ALLA SCIEiSZA DELLA
STORIA. IMZIO B PROGRESSO Dt QI^ESTA SCIENZA. Si allegano delle ragioni di
metodo , che dànno il primo luogo alla Scienza dell’ Ar- te Storica Che s’
intende per specie storica nel sen- so più generale ? Se si dia un’ Arte
Storica ed in che con- siste precisamente ? » Primi tentativi degli antichi
intorno alla disciplina dell’ Arte Storica Progresso di questa Disciplina ne’
tempi moderni — Filosofia della Storia INTORNO ALL* EMPIRISMO DELL'ARTE
STORICA. § 6. Che si debba intendere per Empirismo nel- la Disciplina dell’
Arte Storica? Confutazione. 26 Digitized by Google tndrpp 4fii .
&AZIOMAL1SUO DI QUESTA DISCIPLINA. . /ft che senso si può intendere il
Raziona* lismo netta Disciplina dell’Arte Storica ? Bacone da Ferulamio
intravide il fondamen- to della Disciplina Razionale Storica . Esame della
Scienza delle Cose e delle Sto- rie di Cataldo J annetti Fondamento detta
ìu>stra Disciplina ra- zionale dell’ Arte Storica . iutobno alla definizione
della storia b bua PARTIZIONE. Falsa nozione, che gli antichi si ebbero della
Storia Esame detta definizione de- gli Empirici . » 41 § 12. Si tenta di dare
una vera ed esatta de- finizione detta Storia secondo i canoni di una sana
Logica Dalle esposte teorie si può dedurre V e- stensione del dominio della
Storia — Distin- zione di diverse Storie » Partizione del presente Volume , e
Meto- do che seguiremo. INTORNO ALLA SCIENZA DELLA STORIA REALE. Introduzione ìndice 4CS INTORNO all' IDEA ( CONCETTO
STORICO ) CONSIDERATA IN SÉ STESSA. Partizione generale del presente Capo intorno
all' Idea considerata in sè stessa. $ n. F alare E limologico ddlà parola Ideù,
, e natura del pensiero , che si dice Idea Concetto Storico U Idea come
ohhjetto veduto si divide in Sostanziale e Causale , o in Matematica e
Dinamica. Fondamento sostanziale della narrazione e della descrizione Il
Concetto , tanto sostanziale , quanto ' causale, altro è Fisico, altro é Morale
, altro è Misto . Intorno ali’ Idea considérata sotto il rispetto dei caratteri
generali del Concetto. Il Concetto Storico , Fisico , e Morale può essere
Individuale , Specifico e Generico. Quindi ulteriore partizione della Storia Quale
delle Storie fu la prima ad attuar- si ^ la Singolare , la Particolare o la
Generale ? ìndice § f2. U Concetto
Storico, come Ioka, è Sisoo- LARE e CoLLETTirO , SEMPLICE C COMPLESSO ,
Assoluto e Relatifo . U Idea, Concetto Storico, può avere una restrizione od
una estensione di proponimen- to. Da qui deriva che la Storia p%LÒ esse- re più
0 meno estesa rispetto al luogo ed al tempo INTORNO a' FTNSlBai SECONDARI DELLA
STORIA Caratteri generali de’ Pensieri secondari de' Componimenti Storici e
Partizione del presente De’ Pensieri Stprici secondari considerali sotto il
rapporto della loro Provvenienza. Prinut specie dì pensieri secondari stori- ci
sotto il rispetto della loro provvenienza. Affinchè V idea sia un pensiero
storico. suppone un grado di attenzione. Si ri- sponde alle obbjezioni Educazione
della duplice sensivilà al Di- scERNlMENToedallacoMPRENSioNEStnrira. Seconda
specie d’idee e di pensieri stori- ci secondari , ossia differenza delle Idee
Storiche Dirette dalle Indirette . Prima risposta. Evvi una Storia, nella quale
si narrano o si descrivono fatti pas- Digitized by Google Indice 467 sedi, che
si possono verificare di prediente. Seconda risposta. L’educazione della dupli-
ce sensività'é U fondamento analogico per formarci le idee storiche indirette,
ossia IDEE formate per analogia svUe idee della duplice sensività Delle idee
indirette considerate in rappor- [ to a' loro ohbjetti. Degit obbjetti creduti
per analogia , e quin~ di principi generali , che regolano questa credenza o
fede storica ] i ^Intorno aUe idee indirette, tieni obhjetio i creduto sttU'
attestate degli altri uomini. latorno alla Scienza de’ Pensieri secondari
storici. In che senso possiamo sceglie re i pen- sten secondari storici ?
Partizione del Pre- sente Articob Se lo storico nel narrare o descrivere gli
ùvvenimenti morali possa e debba scegliere te virtuose azioni, e tralasciare le
malvage» Vi può essere una scelta di pensieri se- condart storici richiesta
dalla limitazione del Concetto storico Intorno all’ integrità de’ Pensieri
Storici secondari. Partizione del presente Articolo Qwdi storie appartengono al
genere Lirico 1 4CS Indice folto il
rispetto (lelVhUeyrità dt’peiuden se* condari . Si risponde ad altre ohhjezioni
contro i compendi storici De’ Componimenti Storici del genere Epi- co sotto il
rapporto della integrità . Intorno alV Integrità dei pensieri seconda- rì nelle
Storie Filosofia della Storia La Storia umana classica paragonata al- la
romantica sotto il rispetto della Filoso- fia della Storia La storia classica
non fu scritta col di- segno di dover servire, come un elemento di Storia
Universale La storia universale considerata sotto il rapporto delle integrità
dei pensieri secon- dari é il più perfetto lavoro di genere e- pico prosaico Se
sia lecito introdurre nella Storia le così dette Riflessjo?ii , come parti
inte- granti, senza offendere l’unione individua del multiplo all’ uno Che
bisogna dire delle Dicerie introdotte nella Storia rispetto all’ integrità dei
pen- sieri secondari? Inlorno alla Verificazione dei pensieri secondari
storici. Importanza di questa ricerca e quanto sia oggidì inescusabile la
negligenza degli Storici bìdùe Che' s’ intendono per mezzi estrinseci di
verificare i pensieri secondari nella Sto- ria'? » U4 Intorno a’ mezzi intrinseci per la veri-
ptazione de’pensieri secondari storici. Er- rori di Analogia. Piii difficile è
la verificazione dei pensie- ri secondari crediUi alU attestato de<fii uo-
mini. Tradizioni Intorno aìT abuso delle Citazioni nella Storia )) ifift INTORNO
ALL’ IHMÀGINAZIONB FACOLTA STORICA. Introduzione al presente Capo. In che senso
l’ irnmaginazione è facoltà storica. Partizione Primo fenomeno generale della
Immaginazione. In che differisce dalla sensivitàl 2," fenomeno generale
della Immaginazio- TIC. La riproduzione segue fe leggi della produzione delle
idee Condizioni suhjettive dell' associazione delle nostre idee sensazioni 3.°
fenomeno della immaginazione col con- corso della sensività 4.° fenomeno deli
immaginazione sotto il rispetto della riproduzione delle nostre idee immagini La
legge della riproduzione è la Simili- TVDisE. Applicazione alla Storia.
Obhjezio- nc risoluta i> indite Intorno alle leggi costitutive deW associa-
zione delle nostre idee immagini Bisogna distinguere un’ associazione di
connessione, e un’ altra di congiuraions Distinzioni generali intorno alla
nozione della successione psicologica ed ohhjettiva Deduzione intorno alla
necessità di rtco^ noscere la N^rrìzione e la Descrizione ^ come due mezzi
esplicativi della Storia UlTOHNO all’ ordine STORICO Introduzione al Presente
Capo e sua par- tizione generale Intorno all’ordine Storico rispetto al
ConcettiK § 64. Badisi che il Titolo della Storia espri- ma adeguatamente il
Concetto di qvalsiesi Storia » 20% . Jl titolo segue L’Introduzione, o U Proe-
mio, 0 i così detti Preliminari Intorno all* ordine dei pensieri secondari
storici.. Fondamento generale dell’ ordine dei pen- sieri secondari storici Intorno
alle diverse nomenclature dell'Or- huPtce 47t Une storico, detto Cronologico,
Topogra- rico , DELLE COSE Bc Se i due ordini in qualche storia posso- no
andare isolati esclusivamente Perchè la storia delle umane cose vuoisi
rannodare alle ragioni dei tempo astro'tio- mico? » , Come il tempo Astronomico
( eronos ) ncl- r Epoca è limitato o esteso dalla durata o permanenza di una
causa produttrice de- gU_ avvenimenti. Vero senso deM,’ ordine del- le cose Fondamento
razionale e a priori dell'or- dine Storico Poche parole intorno all’ ordirle
topogra- fico o delie cose nelle descrizioni . Intorno al Sincronismo della
Storia universale , 0 come altri dicono. Ordine Sm- ~ CROpitSTlCO 22^ $ li.
Avvertenza per la pratica diretta a con- seguire V ordine e la partizione della
ma- teria storica Intorno alla Espressiono della Storia. Breve introduzione al
Capo presente» e partizione del medesimo » Indice Intorno alla purità delle
parole nella Storia. S 76. La storia , essendo la Coscienza deU’wna-^ no
sapere, può leggitimamente fare uso dei vocaboli tecnici di ogni Sciensa , Arte
e Mestiere Intorno ai traslati storici Intorno alla forma del periodo storico
ed ailc TRANSIZIONI da periodo a periodo. Poche mie osservazioni i/ntorno a
certe opinioni degli antichi in fatto di stile storico . INTORNO iVLLA SCIENZA
DELLA STORIA IDEALE. O POETICA. INTRODUZIONE Nesso della prima e seconda parte^
Par-- tizione generale del presente trattato INTORNO AL COMCRTTO DELLA STORIA
IDEALE O POETICA Il concetto della storia poetica è ideale , come idea genere o
specie U concetto della storia ideale , perchè è idea specie a genere , ha ttn
fondamento sulla realtà di natura , sua elaborazione. Si accenna alle quistioni
intorno alla pos- sibilità di una Epopea moderna Secondo che il reale, da cui
ha fondamen- io il concetto della Storia poetica , è anti-^ co e moderno ,
ortodosso ed eterodosso , eUissico e romantico , sorgono tante distin- zioni di
storie ideali : Desideri di preferen- renza per la Epopea moderna, ortodossa,
romantica . Il concetto della Storia poetica è Dinami- €0 , di ohbjetto finito
pel Romanzo e per le AsAeRAosTiGHE'.di abbietto infinito per l’ Epopea e per te
produzioni pindariche. Definizione dell’ Epopea e del Romanzo Intorno ai
requisiti estetici , che debbono . concorrere nel concetto detta Storia poeti-
ca. Scopo morule del poeta , nobiltà del concetto WTOKNO ALLA fANTASLA FACOLTA’
PHODDTTRICB DEI PEN- SIERI secondari' nplla storia ideale. § 85. Introduzione
al Capo presente. Sua par- tizione derivata dalla Fantasia considerata in sè
stessa e ne’ suoi prodotti loloroo alla fantasìa coosìderala ia sè stessa. La
fantasia è una facoltà dello spirilo I VJi Iwtiee umano , che ogni uomo
possiede , benché in gradi diversi In che ta Fasta^ia differisce dada In-
MMtNAZtoNB , 0 como altri dieona Imma~ ginjtifa?^ Intorno al modo, come opera
ta fantasia per meglio determinarne la particolare na- tura. Estro voETtca 2OT Si
accenna ad alcuni mezzi , che aju- tono V attualità deità fantasia. MvsAy Pas-
sione. Maggiore determinazione della sua occvlla natura . Intorno alla
direzione delta fantasia per formarne una facoltà estetica. Educazione della
medesima Intoreo alta fautasia coaaiderala ne' suoi prodotti. La fantasia
produce pensieri idee , conte la sensivilà. Natura di questi prodotti . Intorno
alla fantasia considerata nei suoi prodotti ri- spetto air unione individua Introduzione
al presente artiedo. Parti- zione del medesimo relativa alle quistioni da
trattarvisi » 81S § 93. Affnchè la fantasia operi esteticamente, è mestieri che
si educhi a produrre subbor- dinatamente al concetto del componimento. indice
475» Sforzi dell' educazione artistica. Osserva- zioni Intorno all' unità di
azione del 'poema storico in rapporto alt’ unione individuai Intorno agli
Episodi considerati sotto U rapporto della unità di azwne Intorno ai Nodi stato
U rapporto del- V unità di azione . Intorno ai gjoatteki considerati sotto H
rapporto della unità tU. azione . intorno all’unità di tempo considerata sotto
il rispetto della unità di azione Intorno al poema opioo descrittivo. Se gli
antichi n’ ebbero alcuno. Divina Com~ inedia dt Dante INTORNO ALL* QOALITa' OKI
PENSIBRI SBCOHDARÌ RBI. POEMA STORICO. ARTICOLO K lotorao alla iotegriià dei
peosieri secondari nel poesia storico. V integrità dei pensieri secondari si
ri~ ^le dalla totalità del concetto L’ integrità si deve intendere rispcttn n
lf/j. ipotesi, che limita il concetto La integrità dei pensieri secondari si
ar~ gomenta dalla forza , dal vigore e da una certa aria di novità nei
componimenti ben fatti. Occulto magistero dell’Arte nel con- aeguire questi
pregi ^ ; Come dalla integrità dei pensieri secon- duri assoluta o relativa
dipenda la parti' zione dei componimenti storici poetici in Epici e Lirici 37Z latorno
alla scelta dei pensieri secoodait nella Storia poetica. La buona scelta ha per
norma te prece- denti teoriche Intorno alla veri là dei pensieri secondari
nella storia poetica. § lOj. rari significati della parola Verità ri-spetto ai
pensieri secondari nella storia poetica In che senso la verità poetica è
natura? ’ntorno alla verità rispetto al possibile, a Intorno all’ Omogeneità
dei Pensieri secondari nella Storia Poetica. § 108. f pensieri saranno omogenei
, se al con- cotto di cosa finita corrispondono pensieri di cose finite , ed al
concetto dell' infinite corrispondono pensieri di cose indefinite, Ini! ice articolo V. InlorDO a’ pensieri secondai! e
ideali nella Storia Poetica. Fondamento di questa unione ; che vuol- si
individua Alcune dichiarazioni intorno alle diffì- colta proposte dal Manzont
circa il Ro- manzo Storico e V Epopea ! TT! ] *" INTOBNO all’ordine DBl
PEWSlEttl NELLA STOHIA POBTICA. § IIL Poche parole intorno alla quistione se
" nella storia poetica si debba seguire l’or- dine naturale o il
perturbato ? Si pruova con la ragione che l’ Ordine wcM' Epopea e nel Romanzo
deve essere il naturale Non vi è un ordine artificiale nei poe- ma storico
senza che sia perturbato Intorno a’ cosi detti Anacronismi Intorno alla cosi
detta Proposizione cd della Musa — Introduzione e ^etiica a Intorno alla
Narrazione se a nome del poeta 0 degli Attori ed altre quistioni op- „ poriune
a Intorno al finale dell' Epopea e del Ilo- manzo , se tristo 0 lieto . i | ! !
» indite INTORNO RLL* ESPRKSSIONE DEL POEIÙ STORICO. Brieve introduzione al
presente Capo intorno aUa natura di certe produzioni di soggetti tenui espressi
con versi cron'ct» A52 Intorno aìl’ espressioné dei Tomanzi sto- rici, e delie
i%ov 2 lle in dire sciolto o in pfosaìì Intorno aW espressione dei romanzi e
delle novelle rispetto a’ caratteri . CONSIGLIO GENERALE DI PUBBLICA ISTRUZIONE
ìiapoli 26 Maggio t8SS Vista la domanda del Tipografo Nicola Mencia , con la
quale ha chiesto di porre a stampa I’ opera : Nuovo corso di letteratura
elementare ec. , con un Corso di Estetica applicata alle lettere , di Lorenzo
Zaccaro. Visio il parere del R. Revisore signor D, Garzilli. Si permette che
l'opera indicala si stampi ; però non si pubblichi senza un secondo permesso,
che non si darà, se prima lo stesso Regio Revisore non avrà attestalo di aver
riconosciuto, nel confronto, esser l’ impressione uniforme all originale
approvalo. Il Segretario Generale Giuseppe Pietroeola. Il Consultore distato
Presidente Provvisorio Capouxzza. r r li?» 1
iO INTRODUZIONE ALLO STUDIO DELLA FILOSOFIA IL «tr sauafcasstjiHAiiui INTORNO
ALL’OBIUETTO DETERMINATO CD AL METODO DELLA FILOSOFIA SOTTO IL RAPPORTO drl
PSICOLOGISMO ED ONTOLOGISMO DEFINIZIONE E PARTIZIONE DELLA MEDESIMA PER OPERA
DI Z. 4 V . NAPOLI STAMPERIA STRADA SALVATORE ®*S8S8S8S8S8 S82?S8S8S8S8§ 8S8S8S8S8S8*
ssxBiaa ©iUK^iLa DI PREFAZIONE Alcuni si sono fortemente meravigliati in
leggere annun- ziata da un filologo la promessa di pubblicare un' Introdu-
zione allo studio della Filosofìa, e non mancarono di quei , che in leggere la
mia Nuova Teoria de’ giudizi, pubblicata or sono due anni , giudicarono che il
mio ragionare fosse da grammatico e non da filosofo. Contro questi pregiudizi ,
sfavorevoli all'interesse della scienza più che alla mia opi- nione , io colgo
V opportunità di questa prefazioncella per opporre alcune brevi ma succose
considerazioni. Fino a che la Letteratura fu tenuta per una Disciplina
dell’Arte di ben dire senza alcun dominio nella regione del pensiero , e la
Scienza per un sublime esercizio rMf intel- letto senza alcuna parlicipazione
alle ragioni deli Arte, un tal modo di giudicare aveva un fondamento. Ma noi
nel- r intero Corso filologico e nel pr diminare al Corso compiu- to di
Estetica abbiamo provato fino aW evidenza tutto il contrario , e stabilito che
la Letteratura e la Scienza hanno tra loro le stesse ragioni che la materia e
la forma : che la Scienza è una produzione dello spirito umano , un com-
ponimento di parole , le quali sono nel dominio della Lette- ratura: che perciò
vi è un bello scientifico, come ve ne è uno storico, ed oratorio — Le quali
cose fennute una volta, de- ducesi che la Scienza va soggetta alla Letteratura
, come la produzione artistica va sottoposta a' principi della di- sciplina
dell'arte — Per questo nesso tra la Scienza e la Letteratura io mi credo nel
dritto di giudicare de' sistemi Digitized by Google * filosofici , guardandoli
da un punto di rista vero e nuovo , da cui si possono scoprire le piaghe , che
logorano questa Scienza da tanti secoli senza speranza di poterle, quando che
sia, rimarginare. Io dunque come Estetico ho il drit- to d’ informare questa
Scienza, e dicendo informare inten- do dire , scandagliarne la forma, il
concetto, V obhjelto, definirla, limitarla, assegnarle un metodo, vero,
uniforme , e costante , stabilirne » canoni, le leggi , e'I processo scien-
tifico. ec. Se dunque fui grammatico o fdologo nella Prima Parte del mio Muovo
Corso di Letteratura elementare : se fui e- stelico nel mio Corso compiuto di
Estetica applicala alle Lettere, sarò filosofo in questa Introduzione, perché
ragio- no e discuto sopra materia filosofica. Se alcuno crede che per essere
filosofo si debba parlare con parole ignorale dai grammatici , fa vista di
troppo semplice ; poiché le parole sono segni convenzionali delle nostre idee,
e delle stesse parole usano grammatici e filosofi. La materia ossia l' obbjelto
di- verso differenzia le scienze tutte tra loro — . Voi dunque , cortese
lettore, se imprendete a leggere queste pagine , non credete che abbiate a
farla con un grammatico. Della Scienza in generale considerata sotto il
rapporto deil'OBBiSTTO e del scbbietio. Una Scienza per essere specifica deve
avere necessaria- mente un obbietta determinato , intorno a cui unicamente
versandosi possa dirsi che sia quella scienza c non altra. Tulle le scienze in
vero , come produzioni dello spirito umano che procede conoscendo e ragionando,
convengono in quanto che tutte sono scienza. Se dunque facciamo dif- ferenza
tra la l’astronomia, la fisiologia, la nautica, la ma- tematica , la filosofia
ec. sarà uopo concbiudere che diffe- riscono tra loro in quanto all’ obbietta
diverso , intorno a cui ciascuna di esse si aggira — Se domandate invero: che
cosa è 1’ Astronomia ? che la Fisica? che la Nautica ? VI si risponde : l’
Astronomia è la Scienza delle Leggi degli astri: la Fisica è la Scienza della
Natura: la Nautica è la Scienza della Navigazione. Dalle quali espressioni
chia- ramente rileva che tutte convengono in quanto che sono una Scienza , ma
differiscono in quanto che la prima è Scienza delle Leggi degli astri , la
seconda è Scienza della natura , ec. Di qui risulta che la Scienza è in intimo
rapporto con un obbjelto qualsicsi, perocché Scienza importa uti sapere o
Digitized by Google c un conoscere. Ora « hi «lire di sapere o di conoscere ,
dove necessariamente diro ancora elio sappia o conosca qualche cosa , perchè è
inconcepibile all’umana ragione il sapore o il conoscere il nulla. E quella
cosa, che si sa o cono- sce, è appunto Yobbielto, come termine di una scienza,
e dicesi abbietto, parola composta da oh ( avanti ) e jectum in vece di jactum
( gittalo o posto ) che significa posto avanti, c in una parola esposto alla
Scienza , la quale si concepisce come una visione dell’ intelletto,- che è
parago- nato all’occhio , e va detto ancora occhio dell'anima. E, siccome la
visione dell’ occhio corporeo non si com- pie se non a condizione che gli stia
presente Vobbjetto vi- sibile, la Scienza del pari, che è una visione o
intuizione intellettuale, non si attua senza la condizione che sia pre- sente
l’obbjelto scibile o cognoscibile. Allorché dunque si entra nello studio di
qualsiesi scienza, la prima e princi- pal cosa da domandare e sapere 6 1’
obbietta determinalo intorno a cui si versa, perchè 1’ obbjetto, come vedremo ,
entra nella definizione della medesima, per la quale si li- mita il campo della
trattazione, eliminandone le quistioni che non le appartengono, e richiamandovi
tutte le altre, che ne’ segnati limiti si contengono. Queste ragioni sono evi-
denti , e non vi è bisogno di ulteriori pruove. Ma, se ogni Scienza deve avere
un obbietto determinato, dovrà egualmente appartenere ad un essere sciente o
sa- piente, in una parola ad un’ intelligente, perchè , come ve- dremo, la
Scienza è un complesso di giudizi o di conoscenze intorno ad un obbjetto
qualsiesi, e il giudicare e conoscere sono operazioni proprie dello spirito
intelligente. Conside- rando la Scienza come un acquisto dello spirito, in cui
pri- ma non era, si viene a concepire come una modificazione o qualità
sopraggiunta. Ora ogni qualità è un limile o ter- mine di sostanza o di
subbietto, ossia di ciò che è sottoposto ¥ Digitized by Google 7 come sostegno
di quell’arirtòufo. Adunque è chiaro che lo spirilo intelligente è il subbjetlo
della Scienza , c però i facile a comprendere che ogni Scienza vuol essere
consi- derata dal lato delYObbjetto e dal lato del Subbjclto , ossia dal iato
del cognito e del conoscente. E queste due considerazioni non sono di cosi poca
im- portanza, quali potrebbero sembrare a prima vista; impe- rocché , come
vedremo , la Scienza sotto un rispetto ha qualche cosa di assoluto , di
permanente , e d ’ invariabile : sotto l’ altro ha qualche cosa di relativo ,
di mutabile , e di variabile. L’obbjetto invero è indipendente ed assoluto , di
tutl’i luoghi e di tuli’ i tempi, e come tale preesiste al sub- bjelto, il
quale, quando vi si applica per conoscerlo, quello non si altera, perchè, se si
lascia intuire, non si lascia posse- dere come proprietà esclusivamente propria
di alcuno , e do- po intuito rimane quello che era. E, se il subbjetlo per una
individuale imperfezione di conoscere lo apprende diver- samente da quello che
è, 1’ obbjetlo tuttavia continua ad essere quello che è, c, a così dire,
aspetta che un altro intelligente più perfetto comparisca per conoscerlo qual’
è realmente, li sole, per esempio, esistette prima che l’ uo- mo esistesse, ed
esistette come centro immobile di un si- stema planetario, intorno a cui la
nostra Terra come sa- tellite si aggira. Intanto si è credulo per circa 60
secoli che non la terra intorno al sole , ma il sole giri intorno alla terra.
Oltracciò mollissimi ciechi di nascita non eb- bero mai il bene di vederlo. Ala
con tutte queste limita- zioni e negazioni puramente subiettive, ossia dal lato
de’ hubbjctti intelligenti, il sole, come obbjetto visibile, conti- nuò a
starsene immobile, ed aspettò, per così dire, che il Copernico ed il Galilei lo
scoprissero qual è realmente, con- tro gli antichissimi pregiudizi de’ secoli
anteriori, e la fer- ma credenza de’ loro contemporanei. l)i qui si può agevolmente dedurre clic la
Scienza dal Iato del subbjelto è r uriabile, relativa , e contingente , per-
chè r intelligenza umana è imperfetta per la limitazione de' suoi mezzi di
conoscere, onde o vede nelVobbjetlo quel- lo che non v’ è, o non vi vede quello
che v è, appunto co- me si è accennato innanzi che gli uomini di 60 secoli han-
no veduto nel sole quel moto che non v’è, e non vi han- no veduto il centro di
un sistema planetario che vi è. Il che si rende chiaro anzi evidente dalla storia
dell' umano iacivilimcnlo , per la quale sappiamo che come le arti e i
mestieri, così le scienze tutte ebbero un tardo principio e un lentissimo
progresso , in guisa che niuno illuminato e dotto che si voglia supporre dopo
l’elasso di tanti se- coli può dire coscienziosamente che nella Scienza che ci
professa nulla più ci resti a scoprire, nient’ altro ad aggiun- gere « Non più
in là delle colonne di Ercole ». Or come si compie il progresso? A condizione
di ve- dere nell’ obbjetto tutto quello che vi è ., ossia' integran- do ed
allargando la sfera della conoscenza intorno ad es- so obbjetto, e questo è
vero progresso, o, vuoi meglio, è progresso positivo. Oppure a condizione di
vedere robbjclto qual è , ossia diversamente da quello che fu veduto da- gli
altri, che videro in esso quello che non v’era. E que- sto è un progresso
negativo, ossia è un rifare i conti sita- gliati e un ritornare da capo ,
perchè invece di andare innanzi si correggono i vecchi errori, sostituendo il
vero al falso. Quantunque il secondo modo di progredire sia un vero regresso ,
luttavolta, considerando che lo spirito umano si slancia al vero e abbonisce
dal falso per un istinto irresistibile d’intelligenza-, anche quando scuopre un
antichissimo errore, c quindi un vero contrario, può dire di essere ilo innanzi
agli antichi in fatto di conoscenza. Oti- dechè il progresso del secondo modo è
giustificato in rap- Digitized by Google a porto al, possesso di una verità
ignota agli antichi — c può dar ragione del quesito: come una scienza,
versandosi in materia antichissima, possa avere de’ prodotti nuovi od ori-
ginali ? Ma mentre il progresso segna la variabilità , e quindi la mutabilità
di una Scienza dal lato de’ subbjetti, tutlavolla racchiude nella sua nozione
l’ idea della permanenza , e dell invariabilità di qualche cosa dal lato
dcW’obbjelto. Po- sto invero che il subbjclto s’ inganna e clic però i poste-
riori sistemi sono diversi da’ precedenti, affinchè si potesse dire che i
sistemi sieno diversi , mentre la scienza è la stessa, vi deve necessariamente
essere una qualche cosa comune a tutti i sistemi. La quale non essendo dal lato
de’ subbjetti, perchè i posteriori pensano in modo diverso dal modo de’
precedenti, dovrà essere necessariamente dal lato dell’ obbjelto, il quale, rimanendo
sempre lo stesso , si lascia intuire secondo la capacità de’conosccnli.
Supponiamo che I* vbbjetto non fosse permanente , niun sistema si potrebbe dire
quella Scienza determinata c non altra, ma ognuno sarebbe una Scienza a parte,
contro la supposizio- ne del progresso scientifico, lo l'ho detto altrove, e lo
ri- peterò ancora in questo luogo : la nozione del progresso racchiude due
nozioni più semplici, cioè la nozione del mo- vimento e quella della permanenza
dello stesso mobile nei diversi punti di uno stesso spazio. Nel caso nostro il
mo- vimento è del subbjelto intorno all’ obbjetto permanente. Se dunque nelle
Scienze vi è qualche cosa di assoluto c d’immutabile, è sempre del lato
dell’obbjctto, onde è in- valso nelle scuole l’uso di confondere Vobbjettivo
con l'as- soluto e coll’ invariabile: al contrario il subiettivo col rela- tivo
e col variabile. Distinzione delle Scienze scali o katckau dalle Scienze Issali
0 IPOTETICHE. Diremo adunque che non vi sia scienza umana dal lato del soggetto
clic possa essere assoluta e invariabile ? E non sono forse le Matematiche pure
le sole che meritano, rigo- rosamente parlando, il titolo di Scienza per la
loro immu- tabilità e invariabilità ? Chi finora ha trovalo a ridire sul- la
verità de’ teoremi di Euclide ? 1 quali per avventura si saranno meglio
dichiarali a fine di renderli più acces- sibili a' mediocri ingegni : se ne
saranno ampliate le de- duzioni ei corollari: si saranno applicali
all’astronomia, alla fisica e alla meccanica: se ne sarà perfezionato l’or-
dine o il Metodo, ma la loro verità è assoluta e necessa- ria, di tulli i
secoli passali e de’ secoli che verranno — Tutto questo conceduto per vero
nulla toglie alla verità per noi stabilita, perditi in primo luogo possiamo
rispon- dere che la loro necessità e immutabilità derivà dall’ob- bjetto che si
propongono. Ma una risposta più adeguala è da ripetersi dalla distinzione delle
Scienze in radi e ipo- tetiche, perchè il mio ragionamento è sotto il rispetto
del- la Filosofia, che io tengo per una scienza reale , e tulio quello che ho
esposto nel § antecederne è sotto questo ri- spetto. E per coniprerdere la
distinzione , che mi propon- go di fare , dirò primamente che le Scienze
ipotetiche la- vorano sulle supposizioni , non sui fatti o sull’ esistenza :
sulle idee e non su i loro obbjelti, come esistono iu na- tura. Allorché per
esempio il Matematico enuncia il se- guente teorema : Se due triangoli hanno
due lati eguali e l' angolo compresovi ancora eguale , avranno la base e- guale
alla base , e il rimanente ancora eguale ì ognuno ve- Digitized by Google 11 de
che egli non si dà briga al mondo se in natura esi- stano due triangoli così
perfetti , come e’ li ha supposti : nella supposizione tutti ideale enuncia che
necessariamen- te debbono essere eguali tra loro. Ma nelle scienze reati, o, se
vi piace meglio addumandarle, naturali , la raccenda non procede allo stesso
modo, perocché in queste non si parte dalle idee o dalle supposizioni , ma da
ciò che esi- ste realmente , ii quale è qual è , e non quale si suppo- ne. 11
triangolo della natura, per esempio, è rivestilo di circostanze reali ,
individualo in sé stesso e nel suo con- creto, e non comparato a qualsiasi
altro triangolo: e pre- cisamente qual è vuol essere consideralo, e non già
quale si vorrebbe che fosse e realmente non è: quindi è chiaro a comprendere la
necessità di ammetter due ordini di Scienze, che non si possono confondere, l’ordine
reale col1’ordine ideale, come non si è confusa la Storia con YE- popea , la
Biografia con la Nocella , la Prosa con la Poesia , il Racconto con la Favola
ec. Nè alcuno si meravigli di queste similitudini ; perocché nel Preliminare al
mio Corso Compiuto di Estetica applicata alle Lettere ho dimo- strato che anche
la scienza baia sua poesia o la sua crea- zione, come la sua prosa governata
dall’ invenzione o dal metodo induttivo o analitico — lo verrò a notare i
carat- teri differenziali di questi due ordini di Scienze per meglio dichiarare
il mio divisamento e per produrre delle applica- zioni di non lieve importanza.
Le scienze ipotetiche , che si possono ancora dire ideali , mirano ad un
obbjelto che non esiste nè mai è esistilo, ma è possibile: le reali o naturali
mirano ad un obbjelto esistente nel teatro della natura: quelle tendono a
scoprire relazioni logiche , queste relazioni ontologiche. In amendue vi è
necessità e quindi invariabilità e per- manenza , ma la necessità della prima è
tutta logica in iì quanto che lo spirito vi si pone liberamente e non vi si
truova: la necessità delle seconde è ontologica in quanto che lo spirito vi si
truova e non vi si pone , come in quella che deriva dall’ente o dall’ obbjelto
e non dal subhjclto. In- fatti prima di paragonare i due triangoli il
matematico è libero a giudicare, e solo quando si è determinato a com- pararli,
entra nella necessità di ammettere la loro egua- glianza: non cosi per la
connessione tra causa ed effetto, soggetto e qualità, perchè questa necessità
deriva dall'ob- bjello, che si mostra così da’ primi momenti, in cui si at- tua
la nostra intelligenza, e non ci è momento in cui pos- siamo pensare in modo
diverso. Le Scienze ipotetiche procedono per comparazione delle ideo, le reati
per discernimento di quanto è nell’obbjetto: in altri termini le ipotetiche sono
per natura sintetiche , le reali analitiche: quelle lavorano sul principio di
iden- tità e di contraddizione , queste sui principi necessari di fatto: ogni
effetto suppone la causa , e ogni qualità suppone il soggetto. Nò vi starete
alle decisioni di quei filosofi, che al principio di contraddizione riducono i
due principi e- nunciati , perocché, da quanto ho dello nella Nuova Teo- ria
de'Giudizt , e da quello che dirò diffusamente nel mio Corso di filosofia, un
tal modo di vedere è contraddittorio ad ogni principio di sana logica, e
conduce per diretta al- Yidcal sino, ossia distrugge la realtà della scienza
umana. In termini più chiari, ripetendo la similitudine, la Scienza reale sta
alla Scienza ipotetica, come la Storia sta all’i?- popea , come la Biografia
alla Novella. Ora due quistioni mi si potrebbero muover contro l. Si è mai
attuata una Scienza ipotetica intorno ad un ob- bjetto reale? Quale delle due
Scienze, come produzioni dello spirito umano , si può dire più nobile? La prima
quistione sembra inutile dopo aver supposto che le Malemaliche pure , sono una
Scienza ipotetica o idea- le, ma essa ha tutta l’ importanza rispetto alla
filosofìa, la quale, proponendosi per obbjelto lo spirito umano e per- ciò la
realità del medesimo, è nondimeno riuscita in tarili - sistemi opposti e
contrari , perchè è sempre partila dalle supposizioni e non dall’ obbjelto
esistente. Spinoza , per esempio, senza darsi carico di esaminare se la
dormizione della sostanza data dal Cartesio Tosse con forme alla sostanza
reale, partì da una supposizione, la quale, tingendo del suo colore tutto il
sistema, riuscì nel panteismo assoluto, che assume l'unità della sostanza. 11
Conditine suppose la metamorfosi della sensazione, e invece di una reale
filosofia ci ha fornito del sistema ipotetico del sensismo o materialismo. Il
Kant suppose le forme pure a priori, e riuscì nello scet- ticismo. SERBATI
(vedasi) suppose innaia l'idea dcU'Eule possibile, e non fu risparmialo delia
taccia di panteista. Un tal mudo di filosofare è il più chiaro argomento
deiruiiuazione di una Scienza ipotetica intorno ad un obbjelto reale. La qual
co- sa non è nostro intendimento di proscrivere o proibire , ma lasciando tutti
nella piena libertà di fare quello che si vogliono, vorremmo che non ci si
desse ad intendere per sistema di scienza reale. un sistema di supposizioni , c
più particolarmente che non ci si desse ad intendere che sia una Scienza reale
quella filosofia, clic lavora sulle ipotesi, perdendo di vista la realtà, l'
esistente, lo spirito umano. Ma i filosofi hanno protestalo che per amore della
verità si sono diparlili da’ sistemi precedenti, e che per dare una vera filosofia
ossia la vera Scienza dello spirilo umauo sono andati speculando un sistema
nuovo da sostituire a tulli gli altri, scoperti per erronei e insufficienti. Il
quale procede- re, se fu di buona fede, è degno di scusa, ma non di lode,
perocché, dove i filosofi fossero stati più solleciti a ricercare la vera
cagione degli sbagli de vecchi sistemi , avrebbero Digitized by Google u
diffidalo di loro slessi, e rivederdo le supposizioni, invece di un sistema
ipolclico, ci avrebbero data la vera Filosofia. Allorché dunque si domanda se
sia lecito di far sistemi ipotetici su di un obbjclto reale ? Rispondiamo che è
le- cito ad ognuno di fare a suo modo, ma è vietato da ogni legge divina e
umana il mentire. Come è lecito al Romanziere di tessere una favola incarnala
a’ falli reali, è lecito ancora al filosofo di fare un romanzo della Scienza
che si propone. Ma, siccome niuno perdonerebbe al Romanziere la mentita, che
vorrebbe spacciare, con far credere che la sua favola sia una storia , niuno
parimente perdonerà ad un Filosofo la sua più solenne c più perniciosa mentita,
con la quale si sforza di persuadere che il suo Romanzo filo- sofico sia la
fedele pittura della realtà dello spirilo umano. Vengo ora alla seconda
quistione, e dico che dal lato del- l’ingegno creatore tanto è più nobile un
sistema di scien- za ipotetica di un sistema di scienza reale , quanto un’ E-
popea è più nobile di una Storia. Imperocché la nobil- tà delle umane opere si
misura sempre dal lato personale del produttore, ond' avviene che non tanto è
pregialo un ri- tratto dall’originale di natura bellissimo, quanto un’originale
creazione di bello artistico. Questa soluzione concilia ri- spetto e
gratitudine a’ grandi uomini , clic archi iettarono tanti sistemi scientifici,
quantunque ipotetici, e rende giu- sta la lode, che loro tributa la grata
posterità, salvo il ca- so in cui , propostisi di nuocere alla religione cd
alla mo- rale, fantasticarono alla guisa de’ moderni romanzieri di ol- trementi
, i quali prima di scrivere un romanzo aveano concepito in animo l’infame
disegno di sovvertire la società. Dirò in ultimo che vi sono de’casi, ne'quali
il ricorre- re a delle supposizioni nella Scienza è non solo utile ma
necessario. Un primo caso sarebbe, se per la limitazione de’ mezzi di conoscere
non si potesse da vicino raggiuagere l’obbjetto, come i pianeti prima della
scoperta de’ Te* lotcopi. In questa situazione era lecito andar per ipotesi, a
cui si potevano rannodare i fenomeni astronomici, e tan- te volte la
supposizione divenne realità per un istinto, di- rei profetico, dello spirito
umano, come avvenne a Copernico, senza cui forse non sarebbe venuto fatto al
Galilei il gran disegno di riformare il sistema planetario. Un se- condo caso
di utili supposizioni sarebbe per un riguardo puramente didattico o
insegnativo, ma in questa posizione l’ipotesi dev’essere una realità, la quale,
essendo ignota al discente, si assume rispetto a Lui come un presupposto. Ma
dove l’obbjetto fosse conseguibile , sarebbe puerile e - ridevolc il dire:
Supponiamo c/re esista il Sole, mentre si te- de: supponete che io esisto , mentre
esisto. La filosofia è una Scienza beale , posto clic sia la Scienza del me in
rapporto col fuori di he. Che la Filosofia sia una Scienza non v’è chi ne
dubiti, anzi vorrebbesi che dessa sola meriti il titolo di Scienza nella
supposizione che ella potesse essere una Scienza. Or, se la Filosofia è una
Scienza , deve necessariamente ave- re, come ogni altra Scienza, un 'olhjctto
determinato, per Io quale si possa distinguere specificamente da tutte le al-
tre. lo qui non entro a rigorosa disamina per vedere quale sia e possa essere
il suo obbjctto pro- prio e determinato, ma, ritenendo colla comune de’
Filosofi che dessa è la Scienza del me in rapporto col fuori di me, o dello
spirito umano limitato dal di fuori , verrò a pro- vare che dessa sia una
Scienza reale 1 . purché abbia un obbjctto reale ed esistente, cioè Io spirito
umano. purché dcssa sì proponga
quest’oWj/'rtfo e non una idea o supposizione. Che lo spirilo umano sia reale,
non vi cade dubliio pel filosofo , il quale si limila alla cognizione di questo
suo obbjetto, come la fìsica alla natura sensibile, 1 astronomia alle leggi
degli astri , perchè lo spirilo è cosi reale pel filosofo, come la natura pel
fìsico, e gli astri per l’ astronomo. E, se vi fu filosofo che negò lo spirito,
fu per un’illazione da’ falsi principi, che menano per di- retta al
materialismo, perchè, se fosse stato di proposito, egli non sarebbe stalo un
filosofo, ma un fisiologo, contro la supposizione. Verificata la prima
condizione, è uopo ve- dere se in questa Scienza concorra ancora la seconda ,
cioè se si proponga lo spirilo umano qual' è realmente, e non come un’ idea o
supposizione. La qual cosa non è mala- gevole a scoprire, se per poco vorremo
aver la pazienza di svolgere le prime pagine di ogni sistema filosofico, do- ve
troviamo annunzialo un sistema nuovo, che impromelle di redimere la Scienza
dalle abberrazioni , derivale dalle supposizioni de’ sistemi precedenti. 11
Cartesio, antesignano del protestantismo filosofico moderno, lo ha dichiaralo
col suo dubbio melodico , il quale è un argomento che i vec- chi sistemi
partivano da supposizioni, e che per ritrovar il vero ed il reale bisogna,
dubitando di lutto, rifare l’ in- tendimento. In altri termini richiamava gli
spirili alla os- servazione socratica, svezzandoli dalla cicca credenza all’au-
torità di Aristotile. Nel § antecedente ho pure osserva- to che gli stessi
filosofi sistematici pretesero di dare una Scienza reale in opposizione alla
Scienza artificiale de’ si- stemi precedenti. Da tulli concordemente la
Filosofia è sta- ta considerata come una Scienza reale , e , se il fatto di
molti filosofi non corrispose alle intenzioni, è uopo incol- parne ia umana
imperfezione , anziché il proponimento. Della Filosofia sperimentale ,
razionale, eclettica. Del psicologismo ed ontologismo. In quanto a metodo di
filosofare non trovate in accordo tutti i filosofi. Chi vi dirà che la
Filosofia dev’essere Spe- rimentale : chi la vuole Razionale , e non mancano
taluni che la vogliono un pò dell’ una e un pò dell' altra. E, per- chè i
fautori di ciascun metodo sono esclusivi, si rimpro- verano scambievolmente,
egli sperimentali accusano i ra- zionali di idealis)no ì di tecnicismo c in
generale di razio- nalismo : i secondi accusano i primi di empirismo , di sen-
sismo p materialismo: gli uni e gli altri accusano i fauto- ri del terzo
metodo, delti Ecletici , di sincretismo , ossia di un accozzaglia , cui manca
unitamente al capo il piè. Simili accuse sono in parte vere e in parte false,
perchè gli sperimentali, stando per l’esperienza, pare clic voglia- no
escludere il ragionare ; mentre Scienza non si dà che non sia ragionatrice , e
per troppo pretendere a favore dell’esperienza spesso furono empirici, cioè
semplici espo- sitori de’fcnomcni in forma storica, invece di essere accurati
ricercatori della essenza occulta de 'fatti. Similmente i razio- nali, stando
troppo per la ragione, dimenticavano i falli, e invece di esporre ragionando la
realtà, andarono in traccia di chimere e d’utopie, producendo le loro fantasie
come fatti osservati, le loro supposizioni come esistenze. Intanto gli
S(>crimcniuli ragionano alla loro volta, come i razionali in compruova delle
loro opinioni citano i falli attestati dalla coscienza, eppure e questi e
quelli toccarono gli estremi. Gl’ecletici parteciparono di tutt’i difetti de’due
metodi esclusivi e produssero un composto di parti discordanti tra loro, lo
truovo che tanta discordia si dove ripetere dalle false nomenclature, le quali
, insinuandosi nn' ragionari, danno appicco apparentemente ragionevole agl’avversari.
Imperocché la parola “esperienza” e la parola “ragione” non hanno nelle scuole
un valore determinato, quando si volle suddistinguere tra sperimentale ed
empirico, come tra razionalismo e idealismo o scetticismo. Proponendosi la quistione
in altra forma, si sarebbero evitare le dissensioni non solo, ma se ne sarebbe
ritrovata la vera soluzione. La filosofia, come scienza, deve ragionare: come scienza
reale, deve ragionare sull’esistente e non sulle supposizioni. Ragionando è
razionale: ragionando sul1’esistente è sperimentale. Invece dunque di
quistionare se la filosofia debba essere sperimentale o razionale, dovennsi
proporre li seguenti quesiti. La filosofia è scienza? È scienza reale o
ipotetica? Se reale quale n è l'obbjetto determinato? Può partire d’una
supposizione? E rispondendo che è una scienza, se ne sarebbe conchiuso che sia
ragionatrice come reale non doversi appartare dal suo obbjetto, il che importa
che debba starsi a’fatti, intorno a cui ragiona. In questa guisa si ha raccordo
tra i due estremi, e la concordia tra’quistionanti senza essere eclctici, i
quali aggirandosi nello stesso equivoco, non possono imi produrre un sistema
dialettico. La parola “metodo” appo gli scienziati neppure si ha un valore
determinato, imperocché spesso v’intendono – H. P. GRICE: IO SIGNIFICO, IO
INTENDO -- la direzione dello spirito nella ricerca della verità senza dire
specificatamente la norma o il canone o la regola, a cui lo spirito,
conformandosi, si dice che procede diretto. Or ù a sapere che questo emione è
un giudizio, che informa la pratica, giudizio il quale comanda che nel
filosofare, per esempio, bisogna procedere osservando, ed ecco l'empirismo, o
ragionando ed ecco il razionalismo, o prescrive doversi cominciare dal me ed
ecco il psicologismo, o dall’ente o d;il fuori di me, ed ecco l’ontologismo. L’ontologismo
opposto allo psicologismo non può avere altra importanza che di semplice
metodo, perchè, se si restringe il senso delle tante parole falle in questi
ultimi tempi intorno a queste nomenclature, non ci resta più di quanto si è detto.
Che se poi l’ontologismo presuma di organare e d informare tutto lo scibile, o
in altri termini voglia dare l’albero genealogico di tutte le scienze, non
appartiene alla filosofia, la quale è una scienza specifica, il cui obbjetto è
determinato. È in questo senso l'enciclopedia di tutte le scienze, non mica una
filosofia, e in questo senso pare che è inteso – H. P. GRICE: IO SIGNIFICO, IO
INTENDO -- da GIOBERTI (vedasi), che fa tanta guerra al Cartesio, fondatore e
instauratore del psicologismo socratico. Se 1’ontologismo e’l psicologismo
rispetto alla filosofia non possono avere altra ragione che di semplici metodi,
de'quali uno prescrive che in filosofare bisogna partire dall’ente fuori di noi,
e l’altro dal me – H. P. Grice, “Negation and Privation” – Someone is NOT
hearing a noise” -- ossia dallo spirito umano, le quistioni, che si fanno
intorno alla preferenza dell’uno de'due metodi, riescono veramente puerili e
ridicole. Supposto per vero -che la filosofia èia scienza dello spirito umano,
o in altri termini, posto che lo spirito umano o il me – H. P. Grice, “Personal
identity” --è l’obbjetto precipuo di questa scienza, ognuno vede che non cada
quistione che debba necessariamente partire dall’ obbjetto che si propone. E,
siccome l’obbjetto è la *psiche* -- H. P. Grice: “the soul o living thing as a
developing series, alla Joachim and Mure” --, la scienza dovrà necessariamente
essere psico-logica, e lo psicologismo lungi di essere un metodo è sostanziale
a questa scienza, la quale a rigore dovrebbe dirsi tutta quanta psico-logia, o
la scienza dell'anima umana – H. P. Grice, “I may have NOT used ‘soul’ much –
except in witticisms like ‘The power structure of the soul’ – bu surely I
relied on DE ANIMA!”. L'ontologismo poi, pretendendo di sviare la scienza dal
suo obbjetto immediato, si potrebbe dire un metodo o nna direzione, piuttosto
che un ab!òrrazione o uno smarrimento? Il metodo invero richiama lo spirito
alla via più corta, più agevole, più sgombra di ostacoli: ma l’ontologismo ci
distacca da noi per condurci nella regio. io dell’ente, di cui vuoici
descrivere e dichiarare i caratteri e gli attributi: ci trasporta fuori di noi,
dove non siamo, nò possiamo essere, finché viviamo, e dopo tanto difficile e
lungo viaggio ci riconduce a noi, e noi entriamo nella sua disamina, come
accessori e non come principali, come accidenti e non come sostanza. Chi non
riderebbe in udire un fisico che si propone a quistione: se debba trattar della
natura? o un astronomo di astronomia? o un medico di medicina? o un fisiologo
del corpo umano? E perchè? perchè ninno ha mai domandato se debba trattare di
quel T le cose, di cui si propone trattare, o se debba fare quello che già si è
proposto di fare. Ora la filosofia si propone il me – H. P. Grice, “Personal
identity”--, e i filosofi quistionano se debbano partire dal me: ossia quistionano
intorno a ciò che hanno decisivamente proposto di trattare. È lo stesso che
dire, si propongono una gentil donzella e per troppo sofisticare riescono in un
mostro che finisce in coda di pesce. Special um admissi risum tcneatis amici?
L’ontologismo adunque, come metodo in filosofia, è una vera utopia, una
chimera, un impossibile, e chi noi vede o è cieco o è matto. Or come un errore
si madornale può vantare per fautori lauti celebri ingegni? io ne produrrò una
mia ragione, me ne riserbo delle altre ne’seguenti paragrafi. La teoria del metodo
è obbjetto di letteratura e n< n di filosofia, perchè metodo importa
direzione – H. P. Grice: “From Genesis to Reveltations: a new discourse on
metaphysical method” --, ordine , disposisi onc de'pensieri secondari,
armonizzati ad un concetto in qualsiasi componimento, non esclusa la scienza –
H. P. Grice, “Theory Theory” -- , la quale è pur essa una produzione dello
spirito umano espressa in parole della lingua italiana, mezzi sensibili ili
manifestazione di quest’arte, die dicesi letteratura. Or in estetica ho dimostrato
che il concaio è risponsabile non solo dell’armonia, ma dello stesso metodo
ossia della buona disposizione: ivi ho provato che vi è un bello scientifico,
come ve n’è uno storico ed un altro oratorio, tutti e tre soggetti alle stesse
leggi sotto il rispetto della forma interiore. Quindi ho conchiuso che la letteratura
– H. P. Grice: “Grammar that Austin idolised more than he did Logic!” -- ha un
dominio tanto esteso, quanto esteso è il dominio dell’umano pensiero, e che
dessa è la informatrice di tutte le produzioni dello spirito umano, comunque
differenti sotto il rispetto della natura de’pensieri o delle facoltà cooperatrici.
La scienza perciò è un arte, come un’arte ò la storia, un’arte l’eloquenza. Lo
scienziato quindi per bene riuscire nella sua produzione deve partire informato
dalla scuola delle lettere – H. P. Grice: “My BELOVED Sub-Faculty of Literae
Humaniores!” --, che sono informatrici di ogni produzione. Ora le scienze si
emanciparono dalle lettere per certe ridicole pretenzioni, allora che si dice che
la scienza si prepone il vero e la letteratura il bello: allorché alcuni
filosofi espressamente dichiararono che le scienze e l’eloquenza sono sublimi esercizi
cf intelletto e non arti, sono parole di Cousin e di Ficker. Quindi il filosofo
senza studio di concetto, senza sollecitudine d’armonizzare i pensieri
secondari, e perciò senza distinguere il concetto reale dallo ideale, s’è messo
a scrivere un corso di filosofia, in cui la supposizione va confusa colla
realità, e l’ideale di Platone – H. P. Grice, “Meaning revisited” – s’accoppia
al reale, come in un romanzo storico. Il metodo è di nozione tanto oscura che
spesso i filosofi vedono l’analisi dov’è la sintesi e viceversa – H. P. Grice
and P. F. Strawson, “In defence of a dogma”.Condillac vuole proscrivere il
metodo sintetico, perchè, stando alle definizioni delle scuole, le quali
pretendevano clic la sintesi parte dall’ignoto al noto, lo truova il più irragionevole
del uiondo, E così dovea accadere necessariamenu’, perché il filosofo non è mai
educato alla disciplina dell’arie, ma è filosofo perchè lo volle, e credette divenirlo
esponendo a suo modo materie filosofiche. In qual parte di retorica invero si è
finora insegnato a scrivere una scienza? In nessuna, perchè invalse il
pregiudizio che la scienza, e specialmente la filosofia, non è arte: che le
lettere non han che fare col filosofo, cui è lecito di violare ogni legge di bello,
di esser barbaro quando parla, di trattare di quistioni che non gl’appartengono
e di omnieiiere le necessarie, di sconvolgere l'ordine – H. P. Grice, “be
orderly” as conversational rhetoric -- e l’armonia, di supporre dove dovrebbe
osservare, perchè il filosofo è autonomo e indipendente: può dettar leggi senza
riceverne, ed altre pretenzioni di siffatta natura. Anzi s’è arrivato a tale
che, se dalle sue premesse derivano conseguenze funeste alla morale, se n’è
scusata 1’intenzione, quando non si potè sfacciatamente lodare lo spirito forte
di un miscredente, o si produsse un dubbio irriverente all’ intelligenza
suprema per far l’apoteosi all’orgoglio dell'umana ragione – H. P. Grice: “cio
che speranza chiama ‘the feast of conversational reason’ – the feast of reason,
and the bowl of soul” – the motto at St. John’s:. Se non è questa la storia
della filosofia, o per dir meglio de’filosofici sistemi, mel nieghi chi se ne
intende. E, mentre i buoni filosofi si studiano di riparare tanto disordine,
trovano insufficienti le loro forze, perchè manca loro quell’arte, il cui
difetto è causa, onde gl’altri disviarono. Ritornate, io grido finché vivo, ritornate
la filosofia al casto connubio delle lettere: istituitevi nella disciplina che
informa tutto lo scibile, e le contraddizioni cesseranno, i sistemi non si
moltiplicheranno, quando uno solo ben fatto basta per tutti. Nel suo corso compiuto
d’estetica applicata alle lettere Z. prova che il vero e il buono limitano il bello,
qui dico che il bello e il buono limitano il vero. Queste tre idee sono
indissociabili – H. P. Grice, “Although, excusing Carlyle, I’ll underestimate
the Beautiful – blame it on Bosanquet!”. Finora
si sono volute disunire, e che ne avvenne ?&«- sismo estetico e panteismo
filosofico. Si riscontri la citala opera nel Preliminare. Intorno alta
definizione della filosofia attribuita agl’antichi, e intorno a quella di
alcuni moderni — Confutazione e di questa e di quella. La definizione di ud» scienza
è la limitazione della sua distesa, ossia della sua imitazione, la quale non
deve rimanersi più in qua, nè oltrepassare i limiti assegnati. In altro modo
più scientifico la definizione determina il concetto, intorno a cui si
aggregano tutti'i pensieri secondari d’un componimento scientifico. Per essa
possiamo sapere l’obbjetto determinato della scienza, per essa il punto di
partenza e 1’ultimo termine del nostro processo logico, per essa infine
possiamo giudicare se lo scienziato scrittore serba l'integrità necessaria e l’armonia
dell’uno nel multiplo. Una scienza senza definizione – H. P. Grice: “How I hated
Feyerabend!” -- è un vascello senza bussola, il quale, errando incerto pell’oceano
a discrezione de' fluiti e de’venti , non sa spingersi a lido o porto
sconosciuto. Ora tanto è il non avere definizione, quanto è l’averne una
pessima, perchè nell'uno e nell’altro caso l'obbjetto o sfugge tutto o in
parte, e la trattazione riesce imperfetta. Ma per dare una buona definizione di
qualsiesi scienza uopo è che lo scrittore scienziato abbia anteriormente acquistato
egli stesso una piena conoscenza dell'obbjetto: che abbia egli prima percorsa
palmo per palmo quella via, che vuole agl’altri additare — Ora che cosa è la filosofia?
Quale definizione ne danno gl’antichi? Quale i moderni? È possibile una vera e
buona definizione di questa scienza? Ecco quante quìsioni si presentano di un
tratto. Ma primamente io noto clic la parola “filosofìa” è il più improprio
definito di questa scienza – H. P. Grice: Pope – or the Poet, as I call him,
would agree! WoW” --, che si propone la disamina dello spirito umano.
Imperocché, secondo la forza etimologica della parola, “filo-sofia” suona “amore”
ch'ila “sapienza” – “Or, as Heidegger prefers, the wisdom of love?” – H. P.
Grice -- senza determinato obbjetto – “love?” H. P. Grice --, intorno a cui la
sapienza si versi, ed a rigore, se l'amore del sapere in genere è la filosofia,
questa è la scienza enciclopedica, o l’enciclopedia di tutto lo scibile. In
fatti CICERONE (vedasi) define la sapienza pella scienza delle cose dinne ed
umane, delle ragioni, de'rapporti, de'fini, e usi di queste stesse cose per
quanto è dato ad uomo di conoscere. Un moderilo poi ritenne per definizione
della filosofia quella della sapienza di CICERONE (vedasi), un pò ampliata,
quando la defini pella scienza di dio, dell’uomo – “My poet!” H. P. Grice --, e della natura
– H. P. Grice: “Not at Oxford: the Waynflete professor of META-physical
philosophy!”. Or, se questa è la vera definizione della
filosofia, ognuno vede che non sarebbe più una scienza sola, ma un complesso di
tre scienze, perchè triplice sarebbe l’olibjetto, cioè dio, l’uomo e la natura.
E, siccome ciascuno di questi obbjelti è ancora complesso, perchè l’uomo per
esempio è anima e corpo, e il corpo è obbjetto delle seguenti scienze, cioè la
fisiologia filosofica, l’anatomia, la patologia filosofica ec. o la natura è
multiplice sotto il rapporto scienlifico di Astronomin, Geologia, Chimica,
Botanica, Zoologia filosofica, Mineralogia. Metereologia, Geografia,
Cosmografia ec. ognuno vede che per essere ilosofo bisognerebbe possedere tutte
queste scienze e infinite altre non nominate e possibili secondo il progresso
dell’umano sapere. Nè basterebbe a meritare giustamente il titolo di filosofo
il possedere una conoscenza storica, come per semplice erudizione, di tutte
queste scienze, perchè per supposizione la filosofia come enciclopedia dello
scibile è una scienza e non un erudizione. Or, se la vita d’un uomo non è
sufficiente ad acquistare in tutta la sua distesa una sola scienza, quando Ippocrate
pella sola arte della medicina giudica assai breve la vita, chi potrebbe avere
l'orgoglio di credersi filosofo in senso di uno scienziato enciclopedico, che
comprende tutto lo scibile? Bisogna dunque conchiudere che il definito
filosofìa primitivamente è adoperato nel suo valore proprio ed etimologico a ‘significare’
l'amore del sapere indeterminato in un'epoca – H. P. Grice: “I disagree:
philosopher means ‘someone engaged in philosophical studies” or “someone prone
to general reflections about life” --, nella quale non s’è costituita la
riflessione, nell’infanzia dell’umanità che sente lo slancio delle facoltà
conoscitive all’universo spettabile senza determinazione alcuna di obbjetto
particolare. Succeduta l'epoca di riflessione, lo spirito umano dovè procedere
per analisi, e d’ogni gran parte dell’universo surge una scienza a parte, e
dell’uomo stesso avvenne partizione, considerandolo in quanto ad anima e corpo.
Anzi, procedendo sempre più coll’analisi, ciascuna di queste grandi parti è suddivisa
in parti minori, ciascuna obbjetto d’una nuova scienza particolare. Ma una scienza
ardua, diffìcile, e quindi nobilissima, qual è quella dello spirito umano,
merita un definito onomastico, cioè quello di filosofia, non già nel senso
indeterminato primitivo, ma determinato e particolare di scienza dello spirito
umano. Infatti appo gli stessi antichi la parola “filosofia” – “a term of abuse
at Rome” – H. P. Grice -- non si tenno mai in senso largo di un’enciclopedia di
tutte le scienze – H. P. Grice: “We have Renaissance man for that!” --, perché
sappiamo che Tucidide, Pericle e Demostene, quantunque il primo è tenuto per
grande storico, il secondo per gran politico e’1 terzo per grand’oratore,
nessuno mai dice che avessero partecipato all’onorevole titolo di filosofi,
come Aristotile, Platone, Socrate , Wollaston o Bosanquet – per citare H. P.
Grice -- i quali difettavano di tante altre scienze ed arti, che fiorivano
allora. E questi ultimi – Wollaston, Bosanquet, Socrates, etc. -- sono estimati
filosofi e non sapienti, come i sette di Grecia, appunto perchè trattarono
dello spirito umano, e non già di tutto lo scibile. Z. vuole in questo luogo
produrre un’altra sua ragione per scusare tanti celebri ingegni, i quali si
sono lasciati illudere dal definito filosofia nel definire questa scienza per renciclopedia
dello scibile. Z. osserva – alla H. P. Grice -- dunque in ultimo che fondamento
di questo pregiudizio è stato un altro pregiudizio – Prejudices ad
prediletions, H. P. Grice --, cioè quello di credere che filosofare e ragionare
sono la medesima cosa – “in our better moments”. In effetti dovunque si è ragionato,
si è apposto il titolo di filosofico, come quando si dice “grammatica” non ‘razionale’
ma “filosofica,” – o Wilkins, lingua ‘filosofica’ – pirotese --, filosofia
delle lettere, filosofia della giurisprudenza, filosofia dell’arte ecc. – H. P.
Grice: “With the attending implicature: “Our man in the philosophy of history
+> he sucks in his field!” -- invece di grammatica ragionata, ragionamento
delle lettere, della giurisprudenza, dell’arte cc. E, siccome in ogni scienza
si ragiona, perchè scienza non si dà che non è ragionatrice, posto che
ragionare e filosofare si confondevano, la filosofia dove invadere tutto lo
scibile, e si tenne come enciclopedia – da Hegel! -- di tutto l’umano sapere.
Che la filosofia in una sua parte, cioè nella logica filosofica, esaminando il
raziocinio e la ragione – H. P. Grice, “The Immanuel Kant Memorial Lectures on
Aspects of Reason and Reasoning” --, come mezzo di conoscere, presti un gran
servigio a tutte le scienze, è un fallo incontrastabile. Ma è la più assurda
cosa il supporre che per questo titolo essa divenne proprietaria dello scibile,
e legislatrice suprema ed arbitra di tutte le scienze – la regina della scienze
– ‘regina consorte’? H. P. Grice. Ogni scienza ragiona, ma non ogni scienza è filosofia.
Quale tra le scienze fa uso del ragionare più delle matematiche di Hardy –
citato da H. P. Grice? Ma chi finora dice che il matematico – come Hardy – è filosofo?
Chi chiama mai filosofo Archimede, o Euclide? La filosofia, come scienza,
ragiona anche essa, ma è diversa da tutte le altre, come tutte da ciascuna, pell’obbjetto
differente intorno a cui si versano. La filosofia ragiona intorno allo spirito,
come la fisica intorno alla natura , l’astronomia intorno a'pianeti. Adunque il
definito scienza è il genere, a cui si rannodano tulle le scienze specifiche e
la stessa filosofia, e non già la filosofia, che è una specie di scienza e non
ogni scienza. Definizione della Filosofia. Da quanto abbiamo discorso negli
antecedenti paragrafi si rileva che in qualunque tempo dalla definizione della
filosofia non si è mai escluso l’uomo, inguisacchè, se le definizioni date di
questa scienza difettano per troppa estensione, possiamo ritenere che tutt’i
filosofi concordemente opinarono esser l’uomo il principale obbjetto di questa scienza
– “My poet! Pope! H. P. Grice --. Se inratti consultiamo per poco tutt i
trattati filosofici, principalmente in essi non si parla che dell’uomo
interiore considerato in sè stesso, ne’suoi prodotti e nella sua limitazione.
Sicché, restringendo la definizione col ritenere ciò che fii concordemente
consentito, potremmo dire che la filosofia è m\ antropologia – Philosopherkind –
Mankind -- , ossia è ia scienza dell'uomo. Ma l’uomo è un essere misto di anima
e di corpo, e del corpo si occupano alcune scienze dette fisiologia, anatomia
ec. mancherebbe ad un’antropologia compiuta la parte più interessante, cioè la scienza
dell’anima umana, qual nome daremo a questa scienza? Quello di filosofia in
senso limitato, come negl’antecedenti paragrafi. Ma l'anima umana è tale in
quanto che informa il corpo umano, per lo quale è diversa dal bruto, dal demonio
o dall’angelo. Egli è dunque evidente che ad avere un trattato compiuto
dell’anima UMANA e definirla nel suo essere, fa mestieri considerarla come
limitata da ciò che è fuori di lei, e con cui è nella stessa relazione, che
passa tra limite e limitato. Ma, trattando del limite, non se ne occupa come di
obbjetto proprio, bensì sotto il rispetto e in grazia sempre del limitato. È
quindi agevole a dedurre che la filosofia è la scienza dello spirito umano in
rapporto col fuori di sè: nella quale definizione le parole dello spirito umano
indicano l’obbjetto principale di questa scienza: le altre in rapporto al fuori
di sé indicano l’obbjetto secondario, o a meglio dire l’accessorio o
l’incidente in grazia sempre del principale. I fdosoO, confondendo il
principale coll’accessorio, il determinabile con la determinazione,
considerarono il fuori di noi come obbjetto della filosofìa, allorché la
definirono per la scienza di dio, dell’uomo, e della natura. Noi esporremo l'ente
e il cosmo nell ontologia e cosmologia, come si espone una proposizione
incidente dichiarativa della principale in un periodo. In altri termini, il
proponimento della filosofìa è lo spirito umano, l'ontologia e la cosmo-logia
sono accessorj sotto il rapporto che dio e l’universo baimo cobo spirito umano.
Dalle (piali cose risulta che la filosofia è la scienza dello spirito umano in
rapporto col fuori di sé: o in altri termini è la scienza del me in rapporto
col fuori di me. rartizione della Filosofia Messo che l’obbjetto determinato
della filosofia è lo spirito umano, è agevole a comprendere che la partizione
di questa scienza si deve desumere dall’obbjetto medesimo. Ora lo spirito umano
è sostanza ed alla sua volta è causa intelligente e volente. Considerato come sostanza
intelligente e volente è obbjetto di una parte di questa scienza, che nelle
scuole va detta psicologia, ossia trattato della psiche che ‘significa’ anima.
Considerato come causa intelligente e volente in allo, ossia operante e
produttrice di alcuni effetti, i (piali sono idee, giudizi e raziocini e
sistemi scientifici, è obbietto di due parti di questa scienza, che si chiamano
ideologia e logica. Considerato come sostanza e causa libera solio l’impero del
dovere e quindi in rapporto al diritto ed alla morale, è obbjelto di una parte
di questa scienza che dicesi etica, diritto di natura, diritto pubblico cc. L’ontologia
che tratta dell’ente, e la Cosmologia che tratta dell’universo sono appendici
alla filosofia, onde alcuni filosofi più ragionali hanno incorporato queste
pani accessorie all’Ideologia. Ecco la distesa e la limitazione di questa scienza,
che dicesi filosofia. Intorno alla migliore disposizione della materia
filosofica. Quando i filosofi trattarono del metodo, generalmente parlando,
confusero mollissime quistioni, che dovevano essere trattale distintamente, il
perchè non si ebbero mai nozioni precise e del metodo stesso e de’caconi della
scienza. Quando per esempio diceno metodo sperimentai, o metodo razionale, e
poi metodo psicologico e metodo ontologico, metodo analitico e sintetico, non
avvertirono che la parola metodo non ha lo stesso valore, perchè, se si avesse
lo stesso ‘significato’, non potremmo conciliare le deduzioni metodiche in
quanto a’principj e in quanto all’obbietto. Z. si spiega con quali he esempio.
Allorché diciamo metodo sperimentale o razionale, la parola metodo non ha altro
valore, se non di una direzione dello spailo informato dal seguente canone: Non
perdete di vista l'esperienza o i fatti, oppure non riconoscete alcuna
sperienza ma ragionate. In altri termini il metodo si riduce alla regola
direttrice delle facoltà e de’mezzi di conoscere. Ma, quando d damo metodo
psicologico, ed ontologico, ha valore di direzione in quanto all’obbietto in sé
o nelle sue parti da precedere o da seguire, perchè il primo pretende che si
cominci o si parta dal me, ed il secondo dal1’ente. Or ognuno vede il gran
divario che passa tra il metodo relativo a’mezzi di conoscere e l’altro
relativo all’obbietto da conoscere: le quali nozioni essendo state confuse, ne
doveva derivare necessariamente una confusione inestricabile nelle nozioni
fondamentali, e quindi un disordine nella distribuzione delle materie, come
potrei provare giudicando le opere filosofiche pubblicate finora. Venendo
adunque al suo proposito, Z. dice che il metodo relativo nU’obbietto riguarda
la buona distribuzione delle materie d’insegnare, per decidere Inquisitone: da
qual parte deve incominciare la scienza delio spirito umano, dalla logica,
dalla psicologia, o dalla ideologia? In generale, dico io, dovrà incominciare
da quella parte, che possa essere la più intelligibile per chi imprende a
studiare una scienza nuova, affinchè comprenda chiaramente le cose fin da
principio, e comprendendo non si annoi, come suol avvenire, quando il principio
è troppo duro. I filosofi che cominciarono dalla logica, se non ebbero altra
ragione salvo quella che comunemente s’allega, cioè che, essendo la filosofia
una scienza ragionatrice, è uopo far precedere quella sua parte dove s' insegna
a ragionare, s’ingannano a partito, perchè l’arte di ragionare dev’essere già
prima costituita nella scuola di letteratura. E poi, se questa ragione valesse,
dovremmo conchiudere che la logica stessa è incomprensibile prima di averla
studiata, perchè in essa, come parte di scienza, ancora si ragiona. Per
decidere intorno alla precedenza della logica bisogna prima provare che dessa
sia la parte più facile della filosofia. Ma questo supposto non regge in fatto,
perocché, in essa ragionandosi di giudizi, di raziocini, e di sistemi
scientifici secondo la pratica delle scuole, vi cadono delle qui&t ioni
difficili ed ardue a risolversi da'novizi. Nome compiuto: Lorenzo Zaccaro.
Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Zaccaro,”
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Zaleuco: la ragione conversazionale e la sapienza di
Locri a Roma-- dura lex sed lex – la scuola di Locri – la scuola di Reggio
Calabria – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Locri). Keywords: dura lex sed lex. Filosofo calabrese. Filosofo
italiano. Locri, Reggio Calabria, Calabria. He achieves great respute and
respect as a law-giver in Locri, and has a reputation for being both humane and
severe. He establishes fixed penalties for each offence, and two stories are
told about the consequences of this. According to one, the punishment for
adultery is the loss of both eyes. When his own son is found guilty of it, he
orders that the punishment should be divided between them, so that they lose
one eye each. The second story tells how the penalty for entering a particular
public building carrying an arm is death. When he inadvertently violates the
law, he executes himself. Both Diogene Laerzio and Giamblico call him a direct pupil
of Pythagora – but his laws are usually dated to a much later period, making
that impossible. In any case, Z., whose name improperly starts with a “Z”
making him very UN-ROMAN (CATONE infamously banned the letter Z from the Roma
alphabet, describing it as the ‘sound corpses make as they become’ – is a good
proof that Cuoco is right, and that there is an Italic wisdom that pre-dates
Pythagoras -- who had been born in Florence, anyway! There is no way to defend
the view that Z. owes everything to the Hellenistic philosophy, even if those
where the letters Pythagoras never wrote down! Locri is a fascinating
philosophical city – or ‘village,’ as the Romans prefer. Cicero would say: “It
is much easier to give good laws to Locri than it is to give bad laws to Rome!”
– Zaleuco. Keywords: dura lex sed lex – Luigi Speranza. For Grice’s Play-Group,
The Swimming-Pool Library. Zaleuco.
Luigi Speranza –GRICE ITALO!; ossia, Grice e Zamboni: la
ragione conversazionale e la dialettica del lizio – la scuola di Cento –
filosofia ferrarese – filosofia emiliana -- filosofia italiana –Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Cento). Keywords: de interpretatione, significatum ad
placitum. Filosofo ferrarese. Filosofo emiliano. Filosofo italiano. Cento,
Ferrara, Emilia-Romagna. “Famous for his dialettica e cosmologia and
implicature!” – Grice. Figlio di Matteo Z., un pittore originario di Cremona, di cui si
conservano affreschi negl’oratori delle chiese della Pietà e di San Rocco. “Unlike
his father” (Grice), Z. prende la strada degli studi filosofici. Studia a Ferrara
sotto PENDASIO (si veda). Insegna a Ferrara. Tenne rapporti con la corte
estense. Di fronte al duca d'Este recita il suo poemetto, “Le pompe funebri” –
“which the duke didn’t like” (Grice) -- e quando si trova a essere oggetto di
non chiarite gelosie e maldicenze da parte dei suoi colleghi a Ferrara, scrive
al duca per richiedere un suo intervento. Non risulta il duca risolve i
conflitti denunciati da Z., che, perciò, decide di trasferirsi altrove. Chiamato
a Padova per insegnare in sostituzione di Zabarella – “whose surname also
started with a Z” – Grice. Z. inizia il suo corso leggendo la prolusione
Exordium habitum Patavii. Contro il tentativo di fondare a Padova uno studio
rivale dell'università, Z. si espressa con l’oratione contro i gesuiti a favore
di Padova, tenuta di fronte alla signoria di Venezia, nella quale sostenne che
Padova, per insegnare, non ha bisogno dell'aiuto dei giesuiti e paventa i
rischi di dividere gli studenti in fazioni come i guelfi e gibellini. L'autorizzazione
all'apertura dello studio non a rilasciata e i gesuiti sono espulsi dalla repubblica
veneziana a causa dell'interdetto scagliato da Paolo V, cui segue la cosiddetta
guerra dell'interdetto. Ha una famosa controversia con RAGUSEO R sul
numero essatto dei quattro elementi, ma anche sul valore della storia delle
interpretazioni della filosofia del liceo, e su questioni didattiche in torno
dei pupili con calligrafia bella. Sostenitore dell’esistenza della sua anima –
“ma mortale” -- legata indissolubilmente a suo corpo, e sospettato d’eresia e e
denunciato all'inquisizione. Con l'amico GALILEI (si veda), Z., ad opera di
Belloni, condivideno accuse diverse, una denuncia al tribunale dell'inquisizione
che non ha conseguenza. GALILEI e accusato di praticare l'astrologia
giudiziaria e Z. di sostenere (i) che la sua anima e mortale e (ii) che
Aristotele separa la filosofia del papato. Z. affronta altri due processi dai
quali usce indenne grazie alla protezione della repubblica di San Marco. Molte
fonti riportano che muore durante l'epidemia di peste che colpe l'Italia.
Risulta che muore, invece, a causa di catarro accompagnato da febbre. Secondo
alcuni, GALILEI si ispira a Z. nella scelta di un “Simplicio” come
rappresentante dell'avversario liceale dell’elio-centrismo. Z. pubblica pochi
saggi della sua dottrina, mentre sono a noi giunte numerose trascrizioni delle
sue lezioni che prefere tenere solo oralmente. Le trascrizioni delle lezioni
tenute a Padova presentano gravi problemi interpretativi che hanno impedito
alla storiografia di poter avanzare una sintesi sicura di sua filosofia. Unica
eccezione a questa difficoltà interpretativa sono le Lecturae exordium. Nella
prima parte della lezione, si rammarica che il continuo rinascere della natura,
come la successione delle quattro stagioni, dalle sue forme ormai trascorse,
non susciti la meraviglia dell'uomo e lo sgomento per il continuo morire del
mondo. Il mondo non è mai. Il mondo nasce e muore continuamente. La
lezione si conclude con l’affermazione del dovere dell’uomo di conoscere se
stesso. L’uomo, filosofa Z., si scopre in mezzo alle tribolazioni
dell’incostanza. Ebbene, la conoscenza di sé è, per Z., l’unico strumento
capace di dare a Z. serenità. La strada per conoscere se stessi e raggiungere
la serenità è data dalla filosofia su cui si basa la morale e la scienza.
L'uomo – “o al meno, io” -- ha un intelletto onnipotente che dalla conoscenza
di se stesso e della natura giunge a congiungersi con la beatitudine del divino.
Secondo una diffusa narrazione Z. e uno di quei filosofi del LIZIO che non solo
rifiutano pervicacemente la scoperta eliocentrica di GALILEI in nome della
filosofia del Liceo ma si rifiutano, invitati da Galilei di osservare
direttamente nel telescopio l'esistenza delle montagne della luna, delle fasi
di Venere, dei satelliti di Giove. Questo avvenimento, tramandato come simbolo
della miopia di coloro che si ritengono custodi del vero sapere, è ritenuto
falso. Nella lettera Galilei racconta a Keplero il comportamento dei filosofi di
Padova ma non fa nomi. Che dire dei più celebri filosofi di Padova, i quali,
colmi dell’ostinazione dell’aspide, nonostante più di mille volte io offro loro
la mia disponibilità, non hanno voluto vedere né i pianeti, né la luna, né il
cannocchiale? Questo genere di uomini ritiene infatti che la filosofia naturale
e un libro come l’ENEIDE e che le verità e da ricercare non nel mondo o nella
natura, bensì, per usare le loro parole, nel confronto dei testi. Ad un esame
superficiale una lettera a Galilei, Gualdo conferma che tra coloro che
rifiutarono l'osservazione con il telescopio vi e anche Z.. Abbiamo qui Morosini,
il quale non può patire che Z. mentre V.S. è stata qui, non procura né voluto
vedere queste sue osservationi, avendole io detto ch’ella se gli e offerta di
andare sino alla sua propria casa per fargliele vedere; onde le pare che ha
torto contrariarle senza averne fatto qualche ESPERIENZA. Nella successiva
lettera di GUALDO a Galilei si riferisce di un colloquio con Z. che al
rimprovero di essersi rifiutato dell'ESPERIENZA col telescopio risponde che lo
fa perché, non volendo approvare cose di che io non ho cognizione alcuna né
l’ho vedute. Questo è quello, dico, ch’ha dispiacciuto a GALILEI ch’ella non ha
voluto vederle. Rispose: Credo che altri che lui non l’ha veduto. E poi quel MIRARE
PER QUEGL’OCCHIALI M’IMBALORDISCON LA TESTA. Basta, non ne voglio sapere altro.
Z. afferma in questo testo che gli causa DISAGIO mirare nel telescopio e che
dunque non si rifiuta di guardare ma non accetta di vedere cioè di accogliere
l'interpretazione di GALILEI di quella OSSERVAZIONE. Più in generale, Forlivesi
sostiene che la posizione di Z. e sempre coerente nel ritenere che
l'interpretazione dei dati osservativi non puo andare disgiunta dall'esistenza
di una dottrina filosofico-naturale complessiva. Forlivesi rileva altresì che
lo stesso Galilei, a volte, propone un’ipotesi circa la natura del cielo non
meno problematica di quelle proposte dal Lizio. D'altra parte, come conferma
Bellone il cannocchiale e uno strumento di fattura artigianale. Non c’e una
teoria dell'ottica - si deve attendere Newton e la immagine e alquanto deformata. Saggi:
“Le pompe funebri; ovvero, Aminta e Clori” Ferrara; Lecturae exordium habitum
Patavii, Ferrara, Mammarelli; Explanatio proœmii librorum LIZIO de physico
auditu cum introductione ad naturalem philosophiam, continente tractatum de
pædia, descriptionemque universæ naturalis philosophiæ quibus adjuncta est
præfatio in libros De physico auditu, Padova, Novellum; Oratio habita Ferrariae
ad Clementem VIII pro S. Q. Centensi, Ferrariae; Disputatio de formis IV corporum
simplicium quæ vocantur elementa, Venezia, Oratio habita in creatione
serenissimi venetiarum principis DONATI, Venezia, Disputatio de cœlo -- de
natura cœli, de motu cœli, de motoribus cœli abstractis; Adjecta est Apologia
dictorum del LIZIO, de via lactea, et de facie in orbe lunæ, Venezia, Balionum,
Oratione al serenissimo principe BEMPO nella sua essaltatione al principato; Apologia
dictorum LIZIO de V cœli substantia adversus Xenarcum, Venezia, Meiettum; Il
nascimento di Venezia, Venezia; Oratione al serenissimo principe Priuli nella
sua essaltatione al principato; Il ritorno di Damone, Venezia, Oratione in nome
di Padova, Chiorindo, Venezia; Apologia dictorum LIZIO de calido innato
adversus Galenum, Venezia, Deuchiniana; Apologia dictorum LIZIO de origine et
principatu membrorum adversus Galenum, Venezia, Piutum; Expositio in
digressionem Averrhois de semine contra Galenum pro LIZIO; Tractatus de
sensibus externis, de sensibus internis et de facultate appetitive, Venezia,
DIALETTICA Venezia, Le nubi, Venezia, Biblioteca Marciana; Z. Testamento. Fonte:
G. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana. Favaro, Lo Studio di Padova; Preti,
Ragusa, Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Z. in occasione del trasferimento di Galilei da Padova a Firenze si
rammaricava scrivendo. O quanto harrebbe fatto bene anco GALILEI, non entrare
in queste girandole, e non lasciar la libertà patavine. Portale Galilei. Forlivesi,
Z. Il contributo italiano alla storia del pensiero – Filosofia, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Per esempio, Pinotti, autore dell'introduzione al “Dialogo
sopra i due massimi sistemi del mondo, Milano. Z. Lecturae exordium; Forlivesi,
Il contributo italiano alla storia del pensiero, filosofia; Enciclopedia
Italiana Treccani, Galilei, Epistola ad Keplerum, Padova, Le opere, A. FAVARO,
lettera, GUALDO, Lettera a GALILEI, Padova,, in Galilei, Opere; Gualdo, lettera
a Galilei, Padova; in Galilei, Le opere; Forlivesi. Galilei, Opere, ediz. naz.;
Tassoni, Lettere, Puliatti, Bari; Imperiale, Musaeum historicum et physicum,
Venezia; Arisi, Cremona literata, Parma-Cremona; Naudaeana et Patiniana,
Amstelodami; Crescimbeni, Dell'istoria della volgar poesia, Venezia; Borsetti,
Historia alini Ferrariae gymnasii, Ferrara, Guarino, Ad Ferrariensis gymnasii
historiam supplementum et animadversiones, Bologna; Borsetti, Adversus
supplementum et animadversiones, Venezia; Facciolati, Fasti Gymnasii Patavini, Padova;
Erri, Dell'origine di Cento, Bologna, Tiraboschi, Storia della letteratura
italiana, Venezia); Fiorentino, Pomponazzi,
Firenze, Favaro, Lo Studio di Padova, Atti del Reale Istituto veneto di
scienze, lettere ed arti; Berti, Di Z. e della sua controversia con
l'Inquisizione di Padova e di Roma, Memorie della Reale Accademia dei Lincei,
classe di scienze morali, storiche e filologiche; Mabilleau, Étude historique
sur la philosophie de la renaissance en Italie: Z., Paris; Favaro, Galilei e lo
studio di Padova, Firenze; ad Indicem; Favaro, in Archivio Veneto, rec. di
Mabilleau); Sighinolfi, Il posseso di Cento e della pieve e la legazione di Z. a
Clemente VIII in Ferrara, Atti e memorie della Regia Deputazione di storia
patria per le province di Romagna; Atti della nazione germanica artista nello
Studio di Padova; Favaro, Venezia; ad Indicem; Atti della nazione germanica dei
legisti nello Studio di Padova, cur. Brugi, Venezia; Charbonnel, La pensée
italienne et le courant libertin, Paris; Spampanato, Documenti intorno a negozi
e processi dell'Inquisizione, in Giornale critico della filosofia italiana; Spini,
Ricerca dei libertini, Roma; Firpo, Filosofia
e contro-riforma, Torino; Savio, Il nunzio a Venezia dopo l'Interdetto,
in Archivio Veneto; SAITTA, Il pensiero italiano, Firenze; Torre, Un processo: l'inquisizione
contro Z., Verità e libertà, Congresso della Società filosofica italiana, Palermo;
Rotondò, Documenti per la storia dell'Indice dei libri prohibiti; Garin, Storia
della filosofia italiana, Torino; Pupi, Una riflessione a proposito delle
critiche di Galilei al LIZIO, in Nel centenario della nascita di Galilei,
Milano; Acta nationis Germanicae artistarum a cura di L. Rossetti, Padova; ad
Indicem; Schiavone, ENCICLOPEDIA FILOSOFICA, Firenze; Torre, Studi su Z.,
Padova; Favaro, Galilei a Padova (Padova); Franceschini, Nuovi documenti
relativi ai docenti dello Studio di Ferrara, Ferrara; ad Indicem; Puliatti, Tassoni,
Firenze, ad Indicem; Rossetti, Manoscritti di Z., Cambridge, in Quaderni per la
storia dell'Università di Padova; Schmitt, Z., un aristotelico al tempo di
Galilei, Venezia; Corazzol, Portenari maestro di grammatica a Feltre ed una
lettera di Z., in Quaderni per la storia dell'Università di Padova, Torre,
Logica ed ESPERIENZA nel De Paedia di Z. in Aristotelismo veneto e scienza
moderna, Olivieri, Padova; A. Favaro, Lo Studio di Padova e la Compagnia di
Gesù sul finire del secolo decimosesto, in «Atti del regio Istituto veneto di
scienze, lettere e arti, Forlivesi, Z., Il contributo italiano alla storia del
Pensiero: Filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Treccani, Carlini, in
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Schmitt, Dizionario
biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Grice: “There’s something
primitive about the way Italians speak. We would never call Austin the
Lancastrian, as the Greeks called Aristotle the Stagirite, or the Italians call
Zamboni ‘Cremonini’ just because he had a connection with Cremona. As Wellington
said when he was referred to as an Irishman: ‘being born in a stable does make
you not a horse’!” Grice: “Cremonini is of course underrated in Italy because
Galilei is OVER-rated. But Galilei was HARDLY a philosopher – what’s
philosophical about sticking your eyes on a muddy micro or macroscope? Instead,
Zamboni could lecture on Aristotle to no end!” He was a lizio! Voniam autem
omnia oportet de TERMINI – NOMINE et verbo dicere, vt fuit PROPOSITVM, nomen
autem,et verbum sunt VOX SIGNIFICATIVA et propter hoc diftinguuntur à
quibusliber VOCIBVS SIGNIFICATIONE carentibus, ideo oportet declarare modum
omnis SIGNIFICATIONIS, vt habeamus quenam proximè ab ipsis vocibus, que sunt
nomen, et verbum SIGNIFICENTVR, d preterea, vt habeamus quot modis ipsa, que a
vocibus significantur, le habeant, inde enim habebimus originem ENVNCIATIVE orationis;
quatuor igitur in ordine ad SIGNIFICATIONEM se habeät: Vnum fignificatur et
lunt ipse RES, aliud signiticat, et sunt que scribuntur, ideft litters ipfei
duo alia significant, et SIGNIFICANTVR CONCEPTVS SIGNIFICANT IPSAM REM, et signitcantur
per voces,et per litteras; similiter VOX SIGNIFICAT CONCEPTVS ET MEDIANTIBVS CONCEPTIVS IPSAM REM, significantur
aut per litteras, unde VOX IMMEDIATE SIGNIFICAT CONCEPTVS, quocirca qualis erit
conditio conceptuum, ralis etiam erit conditio vocum, et ita paret, quod primò
res elt, vt “homo”, deinde guid aliquis intelligit hominem, formatur conceptus
euldem hommis; tercio ilte conceptus homo exprimitur, quarto litteris
defignatur: aduertendum autem etts quod inter licteras, et voces noo eft
neceffarius ordo, potell refcribi id, quod non eft voce perlatum, et fic etiam
littere poflunt immediatè conceptum explicare, verumtamen ordo naturalis est,
vt conceptus per vocem explicetur, iita vero quatuor ita te habent, vi duo ex
illis tint ea-dem apud omnes, duo vero ad placitumlint; cadem apud omnes funt
prima duo, conceptus icilicet, o res, “HOMO” enim vorque idem elt, et 11
militer conceptus, qui tt de homine: Dicetis, ti conceptus funt idem apud
omnes, quomodo vnus haber diueríam opinionem ab alio? veluti de Deo vari) varia
opinantur; Respondetur, quod conceptus dupliciter poteft confiderari, vel simpliciter
vt elt PASSIO IPSIUS ANIMI, et fic idem elt APVD OMNES, vel vi elt paffio talis
in ordine ad objectum, de quo fic conceptus, et hic poteft elle varietas apud
varios; alia verò duo, voces Icilicer et littere funt AD BENEPLACITVM – ET NON
AD NATURAM -- et apud varios variè le habent, apud Grecos enim alia voce homo
fignificatur rideft, antropos e et alia feribitur, et SIGNIFICATVR APVD
LATINOS. Dicetis etiam SONVS BRUTORVM, est vox, tamen NON EST AD PLACITVM illorum,
sed eodem modo voi que fe habent; Relpondetur, quod voces funt duplices, alig
que SIGNIFICAT AFFECTVS, alie que SIGNIFICAT CONCEPTVS, fi loquamur de vocibus,
que fignificant conceptus, tales autem funt voces, que lequuntur intellectum,
dideo VOX ARTICVLATA proprie lunt ipiorum HOMINVM, cum itaque dictum fit voces
imediaté fignificare conceptus, veluti fe habe--- Cesare Zamboni di Cremona
(Cremonini). Zamboni. Keywords: i galileiani, la
dialettica di Zamboni, de interpretatione, nomen, significatio, ad placitum. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e Cremonini,"
per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria,
Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Zamboni:
la ragione conversazionale e il volere –
la scuola di Verona – filosofia veronese –filosofia veneta -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Verona).
Keywords: psicologia del volere, volere, l’io, sopra-sensibile, volere,
volizione, volitum – the will – Grice e Zamboni on WILLING THAT – volere che. Filosofo
veronese. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Verona, Veneto. Grice: “Not
everybody knows his zamboni.” There’s Giorgio Zamboni, but this entry is about
Giovanni Zamboni. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. Saggi:
Spencer: commemorazione e polemica, Garagnani,
Bologna; La filosofia scolastica secondo un positivista, Marchiori,Verona; Il
valore scientifico del positivismo d’ARDIGO (si veda) e della sua conversion, Verona;
La dottrina morale e la psicologia del VOLERE in un saggio di etica di un
discepolo d’ARDIGO, Società Veronese, Verona; La gnoseologia dell’atto come
fondamento della filosofia dell’essere: saggio d'interpretazione sistematica
della dottrina gnoseologica d’AQUINO, Milano; Gnoseologia, Vita e Pensiero,
Giuseppe, Milano; L’origine delle idee: saggio analitico INTROSPETTIVO, proposto
alla riflessione personale, Società Veronese, Verona; Sistema di gnoseologia e
di morale: base teoretica per esegesi e critica della filosofia, Studium, Roma;
Studi esegetici, critici, comparativi sulla CRITICA DELLA RAGIONE PURA, Veronese,
Verona; Metafisica e gnoseologia, Veronese, Verona; Il realismo critico della
gnoseologia pura: risposta al caso Zamboni, Gemelli, Olgiati e Rossi, Verona; Realismo,
metafisica, personalità: rilievi, note, discussioni, Veronese, Verona; La
persona umana: soggetto auto-cosciente nell’esperienza integrale: termine della
gnoseologia, base della metafisica, Verona, Giulietti., Vita e pensiero, Milano;
Precisazioni e complementi ai testi scolastici: religione naturale e l’essenza
della religione cristiana, Veronese, Verona; La filosofia dell’ESPERIENZA
IMMEDIATA, elementare, ed integrale: per la completa auto-consapevolezza dello
spirito umano, Veronese, Verona; Itinerario filosofico dalla propria coscienza
all’esistenza di Dio, Veronese, Verona; Teodicea, Rodella, Vita veronese,
Verona; La dottrina della COSCIENZA immediata: struttura funzionale della
psiche umana è la scienza positiva fondamentale, Veronese, Verona; Dizionario
filosofico, Vita e Pensiero, Milano; Idee e giudizi, Marcolungo F.L., IPL, Milano;
L’IO e le nozioni sopra-sensibili, (IPL, Milano; Corso di gnoseologia pura
elementare: spazio, tempo, percezione intellettiva, IPL, Milano; Corso di
gnoseologia pura elementare: idee e giudizi, IPL, Milano; Corso di gnoseologia
pura elementare; Autobiografia di una personalità integrale, Guidi). Archivio
storico, Curia diocesana, Verona, Studi sulla Critica della ragione pura; Qui Edit,Verona,
Sistema di gnoseologia e di morale; Qui Edit, Verona. Volontà. La Volontà,
statua di Janson per l'Opéra di Parigi. La volontà è la determinazione fattiva
e intenzionale di una persona ad intraprendere una o più azioni volte al
raggiungimento di uno scopo preciso. La
volontà consiste quindi nella forza di spirito diretta dall'essere umano verso
il fine, o i fini, che egli si propone di realizzare nella sua vita, o anche
solamente nel potere impiegato nelle sue azioni semplici e quotidiane. Esempi
di volontà possono essere il desiderio di lasciare un'eredità ai figli e/o ai
parenti, o il proposito di comprare una casa. Generalmente la volontà
rappresenta la facoltà di una persona di scegliere e raggiungere con
sufficiente convinzione un dato obiettivo. Da un punto di vista esclusivo, la
volontà di una persona è la sua capacità di non farsi condizionare dalle altre
persone. In questo senso, la volontà si può accomunare alla parola assertività.
Quello di volontà è un concetto fondamentale e a lungo dibattuto nell'ambito
della filosofia, in quanto inestricabilmente legato all'interpretazione dei
concetti di libertà e virtù. Particolarmente problematico è poi il suo rapporto
con le interpretazioni meccanicistiche del mondo. Se l'uomo sia capace di atti
volitivi – H. P. GRICE: WILLING AND VOLITING -- che, in quanto tali, rompono il
meccanicismo della realtà, o se invece la sua volontà sia determinata da una legge
che regola l'universo, e sia quindi snaturata e priva di ogni valore morale.
Sono qui evidenti i rapporti col concetto di libertà. La concezione intellettualistica dei
Greci Socrate, testa in marmo al Museo
del Louvre – Parigi. Una visione intellettualistica della volontà, condizionata
dal sapere, era nelle tesi di Socrate basate sul principio della naturale
attrazione verso il bene e dell'involontarietà del male. L’uomo per sua natura
è orientato a scegliere ciò che è bene per lui. La virtù è scienza, e consiste
nel dominio di sé e nella capacità di dare ascolto alle esigenze dell'anima. Se
non si fa il bene, è perché non lo si conosce. Il male quindi non dipende da
una libera volontà, ma è la conseguenza dell'ignoranza umana che scambia il
male per bene, proiettando quest'ultimo sui piaceri o su qualità
esteriori. L’accademia approfondì
quest'aspetto dell'etica socratica, in particolare nel Gorgia e nel
Filebo. Anche per il Lizio un'azione
volontaria e libera è quella che nasce dall'individuo e non da condizionanti
fattori esterni, purché sia predisposta dal soggetto con un'adeguata conoscenza
di tutte le circostanze particolari che contornano la scelta. Tanto più
accurata sarà questa indagine tanto più libera sarà la scelta corrispondente. Nel
PORTICO è centrale il tema della volontà di che aderisce perfettamente al suo
dovere – kathèkon --, obbedendo a una forza che non agisce esteriormente su di
lui, bensì dall'interno. Siccome tutto avviene secondo necessità, la volontà
consiste nell'accettare con favore il destino, qualunque esso sia, altrimenti
si è comunque destinati a farsi trascinare da esso contro voglia. Il dovere del
PORTICO non è quindi da intendersi come un esercizio forzato di vita, ma sempre
come il risultato di una libera scelta, effettuata in conformità con la legge
del lògos. E poiché il bene consiste appunto nel vivere secondo RAGIONE, il
male è solo ciò che in apparenza vi si oppone.
Plotino, rifacendosi all’accademia, sostenne analogamente che il male
non ha consistenza, essendo soltanto una privazione del bene che è l'uno
assoluto. La volontà consiste quindi nella capacità di ritornare all'origine
indifferenziata del tutto attraverso l'estasi, la quale però non può essere mai
il risultato di un'azione pianificata o deliberata. Si ha infatti in Plotino la
rivalutazione del procedere inconscio, dato che il pensiero cosciente e
puramente logico non è sufficiente. Lo stesso uno genera da sé i livelli
spirituali a lui inferiori non in vista di uno scopo finale, ma in una maniera
non razionalizzabile, poiché l'attività giustificatrice della ragione prende ad
agire solo ad un certo punto della discesa in poi. Il concetto di volontà
divenne centrale nella filosofia per la sua stretta relazione con i concetti di
peccato e virtù. Si pensi alla difficoltà di definire o concepire una colpa in
assenza della possibilità di determinare le proprie azioni. La filosofia accentua
l'aspetto volontaristico del neoplatonismo, a scapito di quello
intellettualistico, riprendendo ad esempio da Plotino il concetto dell'origine
imperscrutabile della volontà divina, ma attribuendovi decisamente il connotato
di persona, come soggetto che agisce intenzionalmente in vista di un fine. La BUONA VOLONTA [cf. H. P. GRICE,
“Ill-WILL”], e e non più LA RAZIONALITA, è quella che consente di volgersi alla
realizzazione del bene. Ma non è possibile raggiungere quest'ultimo senza
l'intervento divino elargitore della grazia – ‘Grice’s grace’ --, mezzo essenziale
di liberazione dell'uomo. La volontà non potrebbe indirizzarsi al bene,
corrotta com'è dalla schiavitù delle passioni corporee, se non ci fosse la
rinascita dell'uomo operata da Cristo. Agostino, dipinto di Antonello da
Messina- Palazzo Abatellis – Palermo. Permase tuttavia l'aspetto conoscitivo
della volontà, che si verifica attraverso un'illuminazione dell'intelletto per
opera dello Spirito Santo. Volontà e conoscenza rimasero così per Agostino
indissolubilmente legati. Non si può credere senza capire, e non si può capire
senza credere. La virtù che ne scaturisce divenne così la volontà di aderire al
disegno divino. In polemica contro Pelagio, Agostino aggiunse che la volontà
umana è stata irrimediabilmente corrotta dal peccato originale, che ha
inficiato la nostra capacità di compiere delle scelte, e quindi la nostra
stessa libertà. A causa del peccato originale nessun uomo sarebbe degno della
salvezza, ma Dio può scegliere in anticipo chi salvare, illuminandolo su cosa è
bene, e infondendogli anche la volontà effettiva di perseguirlo, volontà che
altrimenti sarebbe facile preda delle tentazioni malvagie Ciò non toglie che
l'uomo possegga un libero arbitrio, ossia la capacità razionale di scegliere
tra il bene e il male, ma senza l'intervento divino una tale scelta non avrebbe
alcuna efficacia realizzativa, sarebbe cioè preda di inerzia o arrendevolezza. Il conflitto tra la scelta operata dal libero
arbitrio e l'impossibilità di attuarla secondo libertà denota una condizione di
duplicità della volontà: non si tratta di un disaccordo tra la volontà e
l'intelletto, né tra due principi contrapposti in forma manichea, bensì di un
conflitto tutto interno alla volontà, che è come dilaniata: sente di volere, ma
non completamente, e quindi in un certo senso vorrebbe volere. Il comando della
volontà riguarda se stessa, non altro da sé. Quindi non è tutta la volontà che
comanda; per questo il suo comando non si realizza. Se fosse tutta, infatti,
non comanderebbe di essere, poiché già sarebbe. Allora le volontà sono due,
poiché nessuna è intera e nell'una è presente ciò che è assente nell'altra. Agostino,
Confessioni; Opera Omnia d’Agostino, cur. della Nuova Biblioteca Agostiniana
Roma, Città Nuova. Intelletto e volontà nella Scolastica Tommaso d'Aquino, dipinto di Fra Angelico -
Museo Nazionale di San Marco - Firenze Il connubio tra intelletto e volontà
permase nelle opere di Scoto Eriugena, e soprattutto d’Aquino, secondo cui il
libero arbitrio non è in contraddizione con la predestinazione alla salvezza,
poiché la libertà umana e l'azione divina della grazia tendono ad unico fine,
ed hanno una medesima causa, cioè Dio. AQUINO, come FIDANZA (si veda), sostenne
inoltre che l'uomo ha sinderesi, ovvero la naturale disposizione e tendenza al
bene e alla conoscenza di tale bene. Per Bonaventura tuttavia la volontà ha il
primato sull'intelletto. All'interno
della scuola francescana di cui Bonaventura era stato il capostipite, Duns
Scoto si spinse più in là, diventando assertore della dottrina del
volontarismo, secondo cui Dio sarebbe animato da una volontà incomprensibile e
arbitraria, in gran parte slegata da criteri razionali che altrimenti ne
limiterebbero la libertà d'azione. Questa posizione ebbe come conseguenza un
crescente fideismo, ossia una fiducia cieca in Dio, non motivata da argomenti.
Al fideismo adere OCCAM, esponente della corrente nominalista, il quale
radicalizzò la teologia di Scoto, affermando che Dio non ha creato il mondo per
«intelletto e volontà» come sostene Aquino, ma per sola volontà, e dunque in
modo arbitrario, senza né regole né leggi. Come Dio, anche l'essere umano è del
tutto libero, e solo questa libertà può fondare la moralità dell'uomo, la cui
salvezza però non è frutto della predestinazione, né delle sue opere. È
soltanto la volontà di Dio che determina, in modo del tutto inconoscibile, il
destino del singolo essere umano. Le
dispute tra Lutero, Erasmo, Calvino
Lutero - dipinto di Cranach il Vecchio - chiesa di Sant'Anna, Augusta
(Germania) Con l'avvento della Riforma, Lutero fa propria la teoria della
predestinazione negando alla radice l'esistenza del libero arbitrio. Non è LA
BUONA VOLONTA [cf. H. P. GRICE, “ILL-WILL”] che consente all'uomo di salvarsi,
ma solo la fede, infusa dalla grazia divina. È solo Dio, quello absconditus
della tradizione occamista, a spingerlo in direzione della dannazione o della
salvezza. La volontà umana è posta tra i due, Dio e Satana, come un giumento,
il quale, se sul dorso abbia Dio, vuole andare e va dove vuole Dio,se invece
sul suo dorso si sia assiso Satana, allora vuole andare e va dove vuole Satana,
e non è sua facoltà di correre e cercare l'uno o l'altro cavalcatore, ma i due
cavalcatori contendono fra loro per averlo e possederlo -- Lutero, De servo
arbitrio. Alla dottrina del servo arbitrio invano Erasmo replica che il libero
arbitrio è stato sì viziato ma non distrutto completamente dal peccato
originale, e che senza un minimo di libertà da parte dell'uomo la giustizia e
la misericordia divina diventano prive di significato. Alla concezione
volontaristica di Dio aderì tra gli altri Calvino, che radicalizzò il concetto
di predestinazione fino a interpretarlo in un senso rigorosamente determinista.
È la Provvidenza a guidare gli uomini, indipendentemente dai loro meriti, sulla
base della prescienza e onnipotenza divina. L'uomo tuttavia può ricevere alcuni
"segni" del proprio destino ultraterreno in base al successo o meno
ottenuto nella propria vita politica ed economica. La dottrina molinista e giansenista Giansenio - Incisione di Jean Morin Anche
all'interno della chiesa cattolica, che pure si era schierata contro le tesi di
Lutero e Calvino, iniziarono una serie di dispute sul concetto di volontà.
Secondo Molina la salvezza era sempre possibile per l'uomo dotato di buona
volontà. Egli sostenne che: la
prescienza di Dio e la libera volontà umana sono compatibili, poiché Dio può
ben prevedere nella sua onnipotenza la futura adesione dell'uomo alla grazia da
lui elargita; questo piano di salvezza si attua per una valenza positiva
attribuita alla volontà umana, in quanto neppure il peccato originale ha spento
l'aspirazione dell'uomo alla salvezza. A lui si contrappose Giansenio, fautore
di un ritorno ad Agostino: secondo Giansenio l'uomo è corrotto dalla
concupiscenza, per cui senza la grazia è destinato a peccare e compiere il
male; questa corruzione viene trasmessa ereditariamente. Il punto centrale del
sistema di Agostino risiedeva per i giansenisti nella differenza essenziale tra
il governo divino della grazia prima e dopo la caduta di Adamo. All'atto della
creazione Dio avrebbe dotato l'uomo di piena libertà e della «grazia
sufficiente», ma questi l'aveva persa con il peccato originale. Allora Dio
avrebbe deciso di donare, attraverso la morte e resurrezione di Cristo, una
«grazia efficace» agli uomini da lui predestinati, resi giusti dalla fede e
dalle opere. Le divergenze tra le due
posizioni, che diedero vita a una disputa tra i religiosi di Port-Royal e i
gesuiti molinisti, saranno risolte con il formulario Regiminis apostolicis del
1665. La concezione del pensiero moderno
Nell'ambito della concezione religiosa della libertà il pensiero moderno ha
assunto una visione razionalista con Cartesio che, identificando la volontà con
la libertà, concepiva quest'ultima in senso intellettuale come scelta
impegnativa di cercare la verità tramite il dubbio. Una cattiva volontà è ciò
che può essere di ostacolo in questa ricerca e causa l'insorgere degli errori. Mentre però Cartesio si arenò nella duplice
accezione di res cogitans e res extensa, attribuendo assoluta volontà alla
prima e passività meccanica alla seconda, Spinoza si propose di conciliarle in
un'unica sostanza, riprendendo il tema stoico di un Dio immanente alla Natura,
dove tutto avviene secondo necessità. La libera volontà dell'uomo dunque non è
altro che la capacità di accettare la legge universale ineluttabile che domina
l'universo. Leibniz - dipinto di Christoph Bernhard Francke - Herzog Anton
Ulrich-Museum - Braunschweig Leibniz Leibniz accetta l'idea della volontà come
semplice autonomia dell'uomo, ossia accettazione di una legge che egli stesso
riconosce come tale, ma cercando di conciliarla con la concezione cristiana
della libertà individuale e della conseguente responsabilità. Egli ricorse
pertanto al concetto di monade, ossia "centro di forza" dotato di una
propria volontà, che sussiste insieme ad altre infinite monadi, tutte inserite
in un quadro di armonia prestabilita, la quale però non è dominata da una
razionalità rigidamente meccanica. Si tratta di una razionalità superiore,
voluta da Dio per un'esigenza di moralità, da comprendere in un'ottica
finalistica, nella quale anche il male trova la sua giustificazione: come
elemento che nonostante tutto concorre al bene e che all'infinito si risolve in
quest'ultimo. Da Kant a Hegel Kant - Herzog Anton Ulrich-Museum. Per Kant
la volontà è lo strumento che ci permette di agire, obbedendo sia agli
imperativi ipotetici (in vista di un obiettivo), sia a quelli categorici,
dettati unicamente dalla legge morale. Solo nel caso dell’IMPERATIVO CATEGORICO
la volontà è pura, perché in tal caso non comanda alcunché di particolare: essa
è formale, cioè prescrive solo come la volontà debba atteggiarsi, non quali
singoli atti deve compiere. In un mondo
dominato dalle leggi deterministiche della natura (fenomeni), la volontà morale
è ciò che rende possibile la libertà, perché obbedisce ad un comando che essa
stessa si è liberamente dato, non certo in maniera arbitraria, bensì
conformemente alla sua natura razionale (noumeno). Essa però non comanda il bene.
Per Kant l'unica cosa buona è la volontà intrinsecamente buona. Riprendendo il Kant della Critica del
Giudizio, Fichte e Schelling esaltano la volontà come assoluta attività
dell'Io, o dello Spirito, in contrapposizione alla passività del non-io, o
della Natura, nell'ottica però di un rapporto dialettico che si risolve nella
supremazia dell'etica per il primo, o dell'arte per il secondo. Per Hegel invece
un tale rapporto si risolve nella supremazia della Ragione dialettica stessa,
dando adito alle critiche di chi, come Schelling, sostenne l'impossibilità di
ricondurre un libero atto di volontà entro il rigido schema razionale della
dialettica. Schopenhauer e Nietzsche
Schopenhauer - dipinto di Jules Lunteschütz Lo stesso argomento in dettaglio: Pensiero di
Schopenhauer § Il mondo come volontà e Volontà di potenza. Il tema della
volontà è centrale nel pensiero di Schopenhauer, il quale, riprendendo Kant,
sostenne che l'essenza del noumeno è proprio la volontà. In polemica contro
Hegel, secondo Schopenhauer la natura e il mondo non hanno un'origine
razionale, ma nascono da un istinto irrazionale di vita, da una pulsione
informe e incontrollata che è appunto volontà. Non c'è dunque spazio per
l'ottimismo della ragione, dal momento che questa volontà di vivere sfrenata e
arbitraria è causa di sofferenza. Da questa se ne esce attraverso la
sublimazione e la presa di coscienza che il mondo è l'oggettivazione della
volontà, cioè è una mia stessa rappresentazione, fenomenica e illusoria (velo
di Maya): concetto di origine orientale e in parte neoplatonica, che si traduce
nel desiderio della vita stessa (eros) di diventare finalmente consapevole di
sé; questa consapevolezza coincide con l'auto-negazione della volontà e
permette così di uscire dal ciclo insensato dei desideri, morti e
rinascite. A differenza di Schopenhauer,
Nietzsche esaltava questa volontà di vivere sfrenata e irrazionale, ponendo in
primo piano il valore dell'aspetto vitale e "dionisiaco" dell'essere
umano, in contrapposizione a quello riflessivo e "apollineo". Solo
dalla volontà di potenza, cioè dalla volontà che vuole se stessa e il proprio
accrescimento senza sosta, nasce la possibilità infinita del rinnovamento e
della vita. La rigidità della ragione, viceversa, che costringe la realtà
dentro uno schema, è una non-volontà, alleata della morte perché nega la
possibilità del cambiamento che è l'essenza del vivere. La volontà di potenza
pertanto non si afferma come desiderio concreto di uno o più oggetti specifici,
ma come il meccanismo stesso del desiderio nel suo funzionamento incessante:
soffermarsi sulle forme che essa produce sarebbe morire, e quindi deve ogni
volta paradossalmente negarle per potersi riaffermare di nuovo, in una continua
oscillazione. Questioni sociologiche Nel
campo della sociologia, Tönnies ha proposto una «teoria della volontà» che
distingue due diverse forme di volontà: una basata sulla natura, cioè sul
sentimento di appartenenza e sulla partecipazione spontanea alla comunità -- Wesenwillen;
l'altra costruita artificialmente, fondata essenzialmente sulla convenienza e
sullo scambio economico, da cui deriva la moderna società post-industriale – Kürwillen.
Questa concezione sociologica influenzò anche i filosofi Barth, Gusti e Jacoby.
Lessico e modi di dire Frasi fatte e combinazioni di parole di uso
frequente della parola volontà sono: «le ultime volontà», riferita in genere
alle decisioni prese in punto di morte; «volontà di ferro», a indicarne
l'energica fermezza e costanza. Tipica di Vittorio ALFIERI (si veda) è il motto
«volli, sempre volli, fortissimamente volli», con la quale il drammaturgo
settecentesco spronava se stesso a studiare ininterrottamente facendosi legare
alla sedia per poter acquisire una valida cultura classica a partire dai
ventisette anni. Socrate ha espressamente identificato la libertà con
l'enkràteia. Prima di lui la libertà aveva un significato quasi esclusivamente
giuridico e politico; con lui assume il significato morale di dominio della
razionalità sull'animalità. Reale, Il pensiero antico, Vita e Pensiero, Milano.
Tutta la mia attività, lo sapete, è questa: vado in giro cercando di persuadere
giovani e vecchi a non pensare al fisico, al denaro con tanto appassionato
interesse. Oh! pensate piuttosto all'anima: cercate che l'anima possa divenir
buona, perfetta» (cit. da Apologia di Socrate, trad. di Turolla, Milano-Roma. Aristotele, Etica
Nicomachea. IL PORTICO in proposito paragona la relazione uomo-Universo a
quella di un cane legato ad un carro. Il cane ha due possibilità: seguire
armoniosamente la marcia del carro o resisterle. La strada da percorrere sarà
la stessa in entrambi i casi. L'idea centrale di questa metafora è espressa in
modo sintetico e preciso da Seneca, quando sostiene: «Il destino guida chi lo
accetta, e trascina chi è riluttante -- Seneca, Epist. Mathieu, Come leggere
Plotino, Bompiani, Milano. Questo è il senso della celebre affermazione
agostiniana credo ut intelligam, e intelligo ut credam. Agostino si rifaceva in
proposito alle parole di Paolo di Tarso. C'è in me il desiderio del bene, ma
non la capacità di attuarlo; io infatti non compio il bene che voglio, ma il
male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a
farlo, ma il peccato che abita in me. Lettera ai Romani, su laparola. Perone,
Ferretti, Ciancio, Storia del pensiero filosofico, Torino, SEI. Trad. in
Donatella Pagliacci, Volere e amare: Agostino e la conversione del desiderio. Città Nuova. Lutero, De servo arbitrio -- cit.
in Memorie di religione, di morale e di letteratura, Modena. Erasmo da
Rotterdam, De libero arbitrio. In esso, particolarmente incisivo è l'esempio
che Erasmo presenta per supportare la sua soluzione, di un padre e il suo
figliolo che vuole cogliere un frutto. Il padre alza nelle sue braccia il
figlio che ancora non sa camminare, che cade e che fa degli sforzi disordinati;
gli mostra un frutto posato davanti a lui; il bambino vuole correre a
prenderlo, ma la sua debolezza è tale che cadrebbe se il padre non lo
sostenesse e guidasse. È quindi solo grazie alla conduzione del padre (la
Grazia di Dio) che il bambino arriva al frutto che sempre suo padre gli offre;
ma il bambino non sarebbe riuscito ad alzarsi se il padre non l'avesse
sostenuto, non avrebbe visto il frutto se il padre non glielo avesse mostrato,
non sarebbe potuto avanzare senza la guida del padre, non avrebbe potuto
prendere il frutto se il padre non glielo avesse concesso. Cosa potrà arrogarsi
il bambino come sua autonoma azione? Malgrado nulla avrebbe potuto compiere con
le sue forze senza la Grazia, ciò nonostante ha pur fatto qualcosa. Cartesio,
Principia. Spinoza, Ethica. Egli sostenne infatti che «quando si discute
intorno alla libertà del volere o del libero arbitrio, non si domanda se l'uomo
possa far ciò che vuole, bensì se nella sua volontà vi sia sufficiente
indipendenza -- Leibniz, Nuovi saggi. Schelling, Filosofia della rivelazione. Tönnies,
Gemeinschaft und Gesellschaft. Abhandlung des Communismus und des Socialismus
als empirischer Culturformen; Gemeinschaft und Gesellschaft. Grundbegriffe der
reinen Soziologie, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, Darmstadt, Dizionario
dei modi di dire, Hoepli editore.Espressione tratta dalla Lettera responsiva a
Ranieri de' Calsabigi, scritta da Alfieri. Alfieri, cur. Bartolucci. Brianese,
La volontà di potenza di Nietzsche e il problema filosofico del superuomo,
Paravia, Costa, La paideia della volontà. Una lettura della dottrina filosofica
di Epitteto, Anicia, Dorschel, The Authority of Will, in "The
Philosophical Forum", Horn, L'arte della vita nell'antichità. Felicità e
morale da Socrate ai neoplatonici, a cura di E. Spinelli, Carocci, Manca, Il
primato della volontà in Agostino e Massimo il Confessore, Armando, Müller,
Volontà di potenza e nichilismo. Nietzsche e Heidegger, a cura di C. La Rocca,
Parnaso; Nietzsche, La volontà di potenza. Scritti postumi per un progetto, a
cura di G. Raio, Newton et Compton, Pagliacci, Volere e amare: Agostino e la conversione
del desiderio, Città Nuova; Ricoeur, Filosofia della volontà, a cura di M.
Bonato, Marietti; Schopenhauer, Il primato della volontà, a cura di G.
Gurisatti, Adelphi; Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, a
cura di A. Vigliani, Mondadori; Schopenhauer, Sulla volontà nella natura, BUR
Rizzoli; SEVERINO (si veda), Verità, volontà, destino, Mimesis; Severino, La
buona fede. Sui fondamenti della morale, BUR Rizzoli; Vecchio, Volontà e
essere. Saggio di filosofia prima, Gangemi, Voci correlate Desiderio
(filosofia) Elicito Etica Libero arbitrio Volontà di potenza -- lemma di
dizionario «volontà» -- volontà, in Dizionario di filosofia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, will, su Enciclopedia Britannica. Filosofia
Psicologia Sociologia Categorie: Etica Concetti e principi filosofici. Nome
compiuto: Giuseppe Zamboni. Keywords: psicologia del volere, volere, l’io,
sopra-sensibile, volere, volizione, volitum – the will -- Refs.: H. P. Grice,
“Gnoseologia,” The Grice Papers, BANC MSS 90/135c, Bancroft, University of
California, Berkeley. Luigi Speranza, “Grice e Zamboni, L’io,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Zanini:
la ragione conversazionale e la simpatia
conversazionale – la scuola di Legnano – filosofia lombarda -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Legnano).
Keywords: simpatia, empatia, impassibile, impatetico, impassionato,
compassionato. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Legnano, Lombardia. Essential
Italian philosopher. Grice: “If Z. likes Smith for his ‘etica della simpatia,’
I happen to prefer Englishman Butler, for his sermons on self-love and
benevolence!” -- Grice: “There are some resemblances between what Zanini
intelligently calls “the rhetorics, sic in plural, of truth, and my idea of
theoretical argument as a sort of deep-down practical argument.” Filosofo italiano. Si laurea in filosofia a Padova
con CURI -- si veda: Luigi Speranza, “GRICE E CURI”. Borsista presso la Fondazione Einaudi di Torino,
ove studia con LOMBARDINI. Insegna filosofia a Le Marche. I suoi saggi sono
indirizzati, in particolare, al rapporto tra filosofia politica e filosofia
dell’economia. È tra i principali interpreti di Smith e di Schumpeter. Saggi
principali: Filosofie del soggetto: soggettività e costituzione, Palma, Palermo;
Keynes: una provocazione metodologica, Bertani, Verona; Schumpeter impolitico, Istituto
della Enciclopedia Italiana Treccani, Roma; Il moderno come residuo: lemmi, Pellicani,
Roma; Genesi imperfetta: il governo delle passioni in Smith, Giappichelli,
Torino; Modernità e nomadismo, Calusca, Padova; Smith: economia, morale, diritto,
Mondadori, Milano; Liberilibri, Macerata; Macchine di pensiero: Schumpeter,
Keynes, Marx, Ombre corte, Verona; Schumpeter, Mondadori, Milano; Lessico
postfordista, Feltrinelli, Milano; Retoriche della verità. Stupore ed evento, Mimesis,
Milano; Filosofia economica. Fondamenti economici e categorie politiche, Bollati,
Torino; L'ordine del DISCORSO economico. LINGUAGGIO delle ricchezze e pratiche
di governo, Ombre corte, Verona; Schumpeter: principi e forme delle scienze
sociali, Mulino, Bologna; Negri, Una traccia; Belfagor”, Garin, L'etica della
simpatia; L'indice; Salanti, L'economia politica come critica della società, note
sparse; Filosofia economia. Fondamenti economici e categorie politiche,
Quaderni del Dipartimento di Ingegneria gestionale, Bergamo. Caruso, Alla
ricerca della filosofia economica, Storia del pensiero economico, Fumagalli,
Sfera politica e sfera economica: un difficile rapporto. A proposito di
"Filosofia economica" “Economia
politica.” MLOL, Horizons Radio Radicale, univpm. Sito italiano per la
filosofia, su swif. Intervista su
Schumpeter. Video Mediaset, Legnago. Sympathy, di Brown. La simpatia, nell’uso
comune, indica un'inclinazione positiva verso un'ALTRA PERSONA, o più in
generale rispetto a un concetto o un'idea -- συν-πάσχω, letteralmente, patire
insieme, provare emozioni con.. Nel suo significato etimologico il termine
indica quindi un sentimento di partecipazione alle emozioni altrui, siano esse
positive o negative. Lo stato psicologico della simpatia ha tratti in comune
con quello dell'empatia, ma anche divergenti. Empatia e l’abilità di percepire
e sentire direttamente ed in modo esperienziale le emozioni di un'altra persona
così come lei le sente, indipendentemente dalla condivisione della sua visione
della realtà. Simpatia e la percezione di situazioni in maniera simile ad
un'altra persona. Questo quindi implica preoccupazione, partecipazione, o
desiderio di alleviare i sentimenti negativi che l'altro sta provando. Per
questo è possibile provare SIMPATIA, MA NON EMPATIA, quando si sente
internamente la voglia di AIUTARLO, ma non proviamo in modo diretto ed
interiore il suo sentimento di dolore (empatia). C’e empatia e simpatia quando
si percepiscono i sentimenti dell'altra persona (empatia) e si sente la voglia
di AIUTARLA. Costellazioni dell'emisfero
celeste settentrionale raffigurate come esseri senzienti in un gigantesco
zodiaco, ovvero giro degli animali (da Harmonia Macrocosmica di Cellarius. Magia
simpatica. Nella filosofia antica, la simpatia, «sentire assieme», venne intesa
non solo come un sentimento umano di natura psichica o emotiva, ma come una
forza cosmica, capace di pervadere ogni creatura e persino gl’elementi fisici.
Alla base di questa forza vi era secondo IL PORTICO una concordanza occulta fra
i vari aspetti della realtà, dovuta alla penetrazione universale dello stesso
Logos-Fuoco, principio di coesione, di movimento, e di vita. Come in un
gigantesco organismo vivente, abitato da una sola grande anima, le varie parti
dell'universo comunicavano tra loro vibrando all'unisono, attraversati dal
medesimo respiro o soffio spirituale, pneuma, che crea quella interdipendenza
in virtù della quale ogni singolo accadimento si ripercuoteva su ogni altra
regione del mondo. Simpatia e quindi il
riverbero o l'influenza che un punto colpito da un evento esercita su un altro
situato anche a distanza. L'uomo
zodiacale in un manoscritto medico che illustra le relazioni di simpatia dei
vari organi con le corrispondenti entità del macrocosmo. Supponendo che la
natura formi un tutto ben collegato e coerente che l'intero universo sia uno IL
PORTICO ha raccolto più di un esempio a sostegno di questa tesi. Se si toccano
le corde di una lira, le altre corde risuonano. Le ostriche e tutte le
conchiglie crescono e si restringono di volume insieme alle fasi della Luna. Il
flusso e il riflusso delle maree sono controllati dai moti lunari-- CICERONE,
De divinatione. Secondo Plotino la simpatia è come una singola corda tesa che,
toccata a un'estremità, trasmette il movimento all'altra estremità. Il termine
puo estendersi all'animismo come nell'occultista Bolo di Mende, il quale parla
di consonanze astrologiche, misteriosofiche e alchimistiche tra oggetti
inanimati ed esseri viventi. Nel
Rinascimento l'argomento e affrontato da diversi filosofi, tra cui FICINO (si
veda), Paracelso, CARDANO (si veda), CAMPANELLA (si veda), e PORTA (si veda),
che concepivano un universo animato da reciproche simpatie e antipatie. Essi
traduceno operativamente questa teoria nella pratica della magia naturale,
basata in gran parte sui fenomeni simpatetici. I maggiori teorici del fenomeno della simpatia,
sebbene limitata all'ambito sentimentale dell'essere umano, sono Hume, Smith, e
Scheler. Un ritorno alla concezione cosmica della simpatia si è avuto in
seguito in Schopenhauer, che parla di Mitleid ossia di compassione morale per
la sofferenza altrui, e nella filosofia antroposofica, per la quale la simpatia
compenetra la vita soggettiva dell'anima con sentimenti di attrazione, anti-tetici
a quelli di repulsione che invece rendono possibile il distacco proprio della
conoscenza oggettiva. Simpatia, su treccani; Zapelli, Simpatia, antipatia,
empatia: la regia del pathos, su else-where.it. Empatia, simpatia, contagio
emotivo: le differenze, su tesionline. Festugière, La Révélation d'Hermès
Trismégiste. Plotino, Enneadi; Compagni, La magia naturale: il contributo
italiano alla storia del Pensiero, treccani; Ernst, Il Rinascimento: magia e
astrologia, su treccani, Enciclopedia Treccani - Storia della Scienza; Calogero,
Simpatia, su treccani, Enciclopedia
Italiana. Le forze della simpatia sono poste così in relazione con quelle del
volere, e dell'antipatia con quelle del pensare, cfr. Simpatia-volere;
antipatia-pensare, su anthropos conosci te stesso. Hume, Trattato sulla natura
umana, Bompiani, Milano; Scheler, Essenza e forme della simpatia, Angeli, Milano.
Antipatia Compassione (filosofia) Empatia Intelligenza emotiva Magia simpatica
Polvere di simpatia Similia similibus curantur Sincronicità Sistema simpatico
-- il lemma di dizionario «simpatia» Antropologia Filosofia Psicologia
Categorie: Concetti e principi filosofici Emozioni e sentimenti Magia. libri di
Zanini in ordine cronologico + Indice contenuto Esplora la cronologia
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e anno, in formato ebook, brossura o copertina flessibile. 1.
Postfordismo e oltre Postfordismo e oltre Scritto da Adelino Zanini Argomento:
Sistemi e strutture economiche Casa editrice: Clinamen Capitalismo, socialismo
e democrazia Capitalismo, socialismo e democrazia Scritto da Adelino Zanini
Argomento: capitalismo Casa editrice: Meltemi Ordoliberalismo. Costituzione e
critica dei concetti Ordoliberalismo. Costituzione e critica dei concetti Scritto
da Zanini Argomento: Filosofia e teoria dell'economia Casa editrice: Il Mulino Vai
all'offerta 4. Saggio sull'uomo. Testo inglese a fronte Saggio sull'uomo.
Testo inglese a fronte Scritto da Z. Argomento: Poesia antica, classica e
medievale Casa editrice: Liberi libri Saggio sull'uomo'', il poema più
ambizioso di Pope, è costituito da quattro epistole in versi, nelle quali sono
racchiusi lo spirito filosofico del Settecento e il sentimento di un'epoca: la
consapevole accettazione di un ordine universale in cui odio e benevolenza,
ferocia e mansuetudine, piacere e dolore trovano un loro senso imperscrutabile
e in cui l'uomo - elemento intermedio ma non centrale della Grande Catena
dell'Essere - deve deporre la velleitaria pretesa di comprendere il tutto.
Elogiato da Voltaire e da Kant, ''An essay on man'' fece di Pope una celebrità
europea.' Vai all'offerta 5. Salario, prezzo e profitto Salario, prezzo e
profitto Scritto da Adelino Zanini Argomento: Economia politica Casa editrice:
Ombre Corte Salario, prezzo e profitto'' è il testo di due conferenze che Marx
tenne nel giugno del 1865 presso l'Associazione internazionale degli operai.
Scritto in inglese e pubblicato postumo, il testo conobbe una grande fortuna e
diffusione. In esso, vengono presentati, in forma sintetica e divulgativa, i
principali risultati scientifici che Marx andava acquisendo nel corso della
stesura del primo libro del Capitale. Nell'opera, composta per confutare le
tesi dell'oweniano Weston, secondo il quale ogni lotta operaia in vista
dell'aumento salariale sarebbe stata vanificata dall'aumento dei prezzi, Marx
insiste sul carattere politico della lotta operaia sul salario, contro i
meccanismi e le compatibilità economiche capitalistiche. A più di un secolo e
mezzo di distanza, le analisi di Marx possono sembrare molto lontane. In
realtà, conservano molta della loro originaria radicalità pur in un sistema
capitalistico profondamente mutato. Anche in un panorama in cui la
finanziarizzazione del capitale è centrale nella determinazione dei processi di
produzione del valore e dei salari, la questione della redistribuzione della
ricchezza prodotta e del rapporto relativo tra salari e profitti rimane
assolutamente centrale.' Vai all'offerta 6. Adam Smith. Morale,
jurisprudence, economia poltica Smith. Morale, jurisprudence, economia poltica
Scritto da Adelino Zanini Argomento: Filosofia e teoria dell'economia Casa
editrice: Liberi libri Principi e forme delle scienze sociali. Cinque studi su
Schumpeter Principi e forme delle scienze sociali. Cinque studi su Schumpeter
Scritto da Z. Argomento: Filosofia e teoria dell'economia Casa editrice: Il
Mulino Vai all'offerta 8. L'ordine del discorso economico. Linguaggio
delle ricchezze e pratiche di governo in Michel Foucault L'ordine del discorso
economico. Linguaggio delle ricchezze e pratiche di governo in Michel Foucault
Scritto da Zanini Argomento: Storia della filosofia e scuole di pensiero Casa
editrice: Ombre Corte Vai all'offerta 9. Resoconto della vita e delle
opere di Adam Smith Resoconto della vita e delle opere di Adam Smith Scritto Zanini
Argomento: Biografie e autobiografie Casa editrice: Liberi libri Filosofia
economica. Fondamenti economici e categorie politiche Filosofia economica.
Fondamenti economici e categorie politiche Scritto da Adelino Zanini Argomento:
filosofia economica Casa editrice: Bollati Boringhieri Retoriche della verità.
Stupore ed evento Retoriche della verità. Stupore ed evento Scritto da Adelino
Zanini Argomento: Filosofia Casa editrice: Mimesis Macchine di pensiero.
Schumpeter, Keynes, Marx Macchine di pensiero. Schumpeter, Keynes, Marx Scritto
da Z. Argomento: Ideologie politiche Casa editrice: Ombre Corte Schumpeter.
Teoria dello sviluppo e capitalismo Joseph A. Schumpeter. Teoria dello sviluppo
e capitalismo Scritto da Z. Argomento: Biografie e autobiografie Casa editrice:
Mondadori Bruno Smith. Economia, morale, diritto Adam Smith. Economia, morale,
diritto Scritto da Adelino Zanini Argomento: Economia Casa editrice: Mondadori
Bruno Biografia di Z. Z. è un rinomato intellettuale che guida il prestigioso
Seminario di Pensiero Moderno a Padova. La sua profonda conoscenza della
filosofia contemporanea e la sua passione per l'analisi critica lo distinguono
come un autorevole punto di riferimento nel campo. La sua capacità di
trasmettere concetti complessi in modo accessibile e coinvolgente è ammirata da
studenti e colleghi. La sua ricerca innovativa e la sua prospettiva unica lo
rendono un pensatore originale e influente nel panorama filosofico contemporaneo.
libri di Z. in ordine cronologico di uscita Nella bibliografia di Z. trovi i
seguenti libri ordinati per data di pubblicazione. Scegli un bestseller o
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aggiornato. Nome Editore PagineData Postfordismo e oltreClinamen
Capitalismo, socialismo e democraziaMeltemi Ordoliberalismo. Costituzione e
critica dei concetti Il Mulino Saggio sull'uomo. Testo inglese a
fronteLiberilibri Salario, prezzo e profitto Ombre Corte Adam Smith. Morale, jurisprudence, economia
poltica Liberilibri Principi e forme
delle scienze sociali. Cinque studi su Schumpeter Il Mulino L'ordine del discorso economico. Linguaggio
delle ricchezze e pratiche di governo in Michel Foucault Ombre Corte Resoconto
della vita e delle opere di Smith Liberi libri Filosofia economica. Fondamenti
economici e categorie politicheBollati Boringhieri Retoriche della verità.
Stupore ed evento Mimesis Macchine di pensiero. Schumpeter, Keynes, Marx Ombre
Corte Schumpeter. Teoria dello sviluppo
e capitalismo Mondadori Bruno mith. Economia, morale, diritto Mondadori Bruno Domande
sui libri di Z. Qual è l'ultimo libro di Z.? L'ultimo libro pubblicato da Z. si
intitola Postfordismo e oltre ed è in vendita con l'editore Clinamen in
Italia. Qual è il primo libro di Adelino Z.? Il primo libro di Z. risale con
il titolo Smith. Economia, morale, diritto, ed è stato pubblicato dalla casa
editrice Mondadori Bruno. Quanti libri ha pubblicato Z.? Secondo le
nostre ricerche, Z. ha pubblicato almeno 14 libri in tutta la sua carriera,
senza contare i titoli introvabili e le edizioni speciali. Che libri
scrive Adelino Zanini? Ci sembra chiaro che Adelino Zanini abbia scritto libri
di Sistemi e strutture economiche in tutto l'arco della sua carriera. Nome
compiuto: Adelino Zanini. Keyword: etica della simpatia, simpatia, empatia,
impassibile, non passibile, impatetico, impassionato, compassione --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice
and Zanini: the rhetorics of truth,” The Swimming-Pool Library, Villa Grice,
Liguria, Italia; H. P. Grice, “Zanini,” The Grice Papers, BANC MSS 90/135c,
University of California, Berkeley – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
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