LUIGI SPERANZA -- "GRICE ITALO: UN DIZIONARIO D'IMPLICATURE" A-Z Z ZA

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!: ossia, Grice e Zabala – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). -- è professore ordinario (icrea) di Filosofia contemporanea presso l’Università Pompeu Fabra, a Barcellona. Tra i suoi libri: The Hermeneutic Nature of Analytic Philosophy. A Study of Tugendhat, The Remains of Being. Hermeneutic Ontology After Metaphysics, Comunismo Ermeneutico. Da Heidegger a Marx (con G. Vattimo), e Why Only Art Can Save. Ha inoltre curato: Il futuro della religione. Solidarietà, ironia, carità (2005, di G. Vattimo e R. Rorty), Consequences of Hermeneutics, Una filosofia debole. Saggi in onore di Gianni Vattimo e Being Shaken. Ontology and the Event (2014). Collabora con il «New York Times», il «Guardian» e la «Los Angeles Review of Books». Nome compiuto: Santiago Zabala.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Zabarella: la ragione conversazionale e il lizio di Poppi – la scuola di Padova – filosofia padovana – filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Padova). Abstract. Grice: “When Oxford opened its Logic Institute on St. Giles I was so happy – no longer part of the sub-faculty of philosophy!” “Note that Zabarella’s discussion opened up new perspectives on how NON-scientific ALL philosophy can be – since it deals with contingent ‘secundae intentiones’ – from semantics to ethology!” -- Keywords: lizio, liceo, liceale. Filosofo padovano. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Padova, Veneto. Grice: “Most philosophers are stealing the voice of Zabarella; Poppi ain’t!” Primogenito di un’antica e nobile famiglia, eredita dal padre il titolo di conte palatino. Considerato il massimo esponente del lizio padovano. Studia a Padova, dove e allievo di ROBERTELLO, TOMITANO, e PASSERI, laureandosi in filosofia. Succedendo a TOMITANO (vedasi) nella cattedra di semiotica nello studio padovano. Declina l'invito del re Báthory di insegnare in Polonia, ma gli dedica un saggio, l’opera logica, stampata a Venezia. Sono pubblicate a Padova le sue Tabulae logicae e a Venezia, il suo commento agl’Analitici II del Lizio. In risposta alle critiche mosse alla sua semiotica dai suoi colleghi, PICCOLOMINI (vedasi), BALDUINO, E PETRELLA, compone a Padova la “De doctrinae ordine apologia.” Apparvero rispettivamente i suoi saggi, la “De naturalis scientiæ constitutione, e i De rebus naturalibus; postumi comparvero i suoi commenti incompiuti alla fisica e al de anima di Aristotele. I libri della sua biblioteca sono conservati presso a Padova. Altri saggi: Opera logica, Venezia; De methodis; De regressu, Venezia, Bologna, Tabula logicæ, Venezia; In duos Aristotelis libros posteriores analyticos commentarii, Venezia, De doctrinae ordine apologia, Venezia, De naturalis scientiæ constitutione, Venezia, De rebus naturalibus, Venezia, In libros Aristotelis physicorum commentarii, Venezia; Opera physica, Francoforte, Verona; De generatione et corruptione et Meteorologica commentarii, Francoforte; In tres libros Aristotelis de anima commentarii, Venezia, De mente agente, De rebus naturalibus; De sensu agente; De rebus naturalibus, Rivista di Storia della Filosofia, De inventione aeterni motoris e De rebus naturalibus, Bruniana et Campanelliana. BERTI (vedasi), Metafisica e dialettica nel commento di Z. agl’Analitici posteriori, Giornale di metafisica; BOTTIN (vedasi), La teoria del regresso in Z., in Giacon, Saggi e ricerche, Padova; Bottin, “La logica in Z.”, Giornale Critico della filosofia Italiana; Cuttini, Natura, morale e seconda natura nel Lizio di Z., Padova; Pra, Un’oratio programmatica di Z. Rivista critica di storia della filosofia, Papuli, Da Balduino a Z. e Galilei BONAIUTO: scienza e dimostrazioni, Bollettino di storia e filosofia; Poppi, La  scienza in Z. Padova; Poppi, Introduzione a lizio Padovano, Poppi, Ricerche sulla scienza nella scuola padovano, Rubbettino, Mannelli; Rossi, Il Lizio e i moderni: le ipotesi e la natura, in Lizio veneto e scienza, Padova. TONELLI (vedasi), Z. ispiratore di Baumgarten; o l’origine della connessione tra ESTETICA e logica, Da Leibniz a Kant, Napoli, Treccani – Enciclopedie Istituto dell'Enciclopedia Italiana; Cantimori, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Grice: “Z. is what I would call a proto-Griceian.” In fact, at Villa Speranza, Grice is often referred to as the English Z., after Z. produces extensive commentaries on Grice’s favourite tract by Aristotle, “De Anima,” and “Physica” and also discusses some Aristotelian interpreters. However, Z,’s most original contribution is his work in semiotics: “Opera logica.” Z, regards semiotics as conceptual analysis. One tool Z. calls ‘ordine’ (cfr.  Grice, ‘be orderly’). Another tool Z. calls “metodo,” by far predating Cartesio. “Ordine” relates to how to organize the content of a dictum to apprehend it more easily. ‘Metodo’ relates to how to draw an illatum, or implicatum. Zabarella reduces the variety of ‘ordine’ and ‘metodo,’ classified by other interpreters, to ‘ordine compositivo’, ‘ordine resolutivo’, ‘metodo compositivo’ and ‘metodo ‘resolutivo’. The ‘ordine compositivo’ from a principle to this or that corollary applies to this or that ‘creditum.’ The ‘ordine resolutivo,’ from a desired end to the means appropriate to its achievement applies to this or that ‘volitum,’ such as ‘pragmatics’ understood as a manual of rules of etiquette. This much is already in Aristotle. However, Zabarella offers an original analysis of ‘metodo’ The ‘metodo compositivo’ infers a particular consequence or corollary from a general principle. The ‘metodo resolutivo’ INFERS an originating principle from a particular consequence, corollary, or instantiantion, as in inductive reasoning or in reasoning from effect to cause. Zabarella’s terminology influences GALILEI’s mechanics, and has been applied to Grice’s inference of the principle of conversational co-operation out from the only evidence which Grice has, which is this or that ‘dyadic’ exchange, as he calls it. In Grice’s case, his corpus is intentionally limited to conversations between two Oxonian philosophers: A: What’s that? B: A pillar box? A: What colour is it? B: Seems red to me. From such an exchange, Grice infers the principle of conversational co-operation. It clashes when a cancellation (or as Grice prefers, an annulation) is in sight: “I surely don’t mean to imply that it MIGHT actually be red.” “Then why be so guarded? I thought you were co-operating.” H. P. Grice. Grice liked to recite Z’s works by heart. Saggi: Logica, Venezia, De methodis, De regressu, Venezia, Tabula logicae, Venezia, In duos Aristotelis libros Posteriores Analyticos commentarii, Venezia, De doctrinae ordine apologia, Venezia; De naturalis scientiae constitutione, Venezia; De rebus naturalibus, Venezia; In libros Aristotelis Physicorum commentarii, Venezia, Physica, Francoforte, De generatione et corruptione et Meteorologica commentarii, Francoforte, In tres libros Aristotelis De anima commentarii, Venezia.  Z., Iacopo (Giacomo)  Nasce a Padova da Giulio, dal quale eredita il titolo di conte palatino, e da Gigliola, figlia di Girolamo Dottori. Si forma nell’università della sua città, dove puo seguire le lezioni di professori di spicco, come lo zio materno Marcantonio de’PASSERI (vedasi), detto il Genua, TOMITANO (vedasi), ROBERTELLO (vedasi), e CATENA (vedasi). Addottoratosi in artibus succedette a TOMITANO alla cattedra di logica. È trasferito a quella di filosofia straordinaria e ottenne la cattedra ordinaria secundo loco, in concorrenza con PICCOLOMINI (vedasi). Gli statuti dell’ateneo patavino, infatti, prevedevano che ai primi posti venissero chiamati docenti provenienti d’altre università.  Sposa Elisabetta Carazza, dalla quale ebbe nove figli.  In occasione dell’inaugurazione solenne dei corsi di filosofia naturale, ovvero dei corsi di passaggio alla cattedra straordinaria e poi a quella ordinaria, Z. tenne due prolusioni, in cui si propone di chiarire quali sono gli officia di un buon interprete del lizio.  Nella prima oratio il filosofo sottolinea che il pensiero del lizio deve essere esposto in modo chiaro e preciso, cercando di tornare al suo autentico significato, dopo secoli di commenti ed esegesi che spesso non lo hanno illuminato, ma anzi hanno contribuito a renderlo più oscuro. Ciò non significa, però, che l’insegnamento dello Stagirita debba essere accettato a-criticamente dagli studenti che, al contrario, devono limitarsi a considerarlo frutto ineguagliato dello sforzo della ragione umana di raggiungere risultati con le sue sole forze. Un buon esegeta deve poi seguire nell’esposizione l’ordo doctrinae aristotelico, che procede dall’universale al particolare, attenendosi al metodo dimostrativo esposto negli Analitici posteriori, secondo cui non può darsi conoscenza scientifica di un oggetto se non a partire dai suoi principi propri, e deve infine sapersi districare all’interno dell’intero corpus dell’autore, in modo da poter lumeggiare un passo con testi di argomento affine tratti da altre opere. La seconda prolusione torna con maggior rigore argomentativo sui medesimi temi: Aristotele è stato l’inventore del metodo scientifico e la sua dottrina si configura come indagine rigorosa dell’empiria e della prassi umana.  Nell’arco di tempo intercorso tra le due orationes videro la luce le opere di Z. di argomento logico. Sono stampati a Venezia gli Opera logica, cui l’autore si era dedicato sin da quando un’epidemia lo aveva costretto a lasciare Padova con la famiglia per recarsi in campagna. Due anni dopo fu edita la Tabula logicae e il commento agli Analitici posteriori, dal titolo In duos Aristotelis libros Posteriores Analyticos commentarii. Gli Opera logica si aprono con un trattato sulla natura della logica -- De natura logicae -- in cui Z. afferma che esistono due tipi di conoscenza – contemplativa e pratica – e solo alla prima di queste, che comprende metafisica, matematica e filosofia della natura, è confacente il nome di scienza. Due sono infatti le condizioni necessarie per il darsi della conoscenza scientifica: l’assoluta necessità del suo oggetto e l’assoluta certezza, da parte del soggetto conoscente, che tale oggetto non possa essere altrimenti da come è. Ne consegue – afferma Z. in netta opposizione a Scoto – che la logica NON è una scienza, perché essa ha come oggetto le secundae intentiones, ovvero i nostri concetti – cf. H. P. Grice on representation -- , che non sono eterni e necessari, ma sono ANIMI figmenta, costruzioni – H. P. Grice: “Like me, Z. was a constructivist!” -- speculative per rappresentare oggetti. La logica, perciò, è soltanto un habitus mentale, strumentale alla comprensione delle altre discipline e all’organizzazione dei loro dati. All’idea di Z. della logica come instrumentum, che intende tornare alla genuina concezione aristotelica di organon, si contrappose lo scotista PETRELLA (vedasi) con i Logicarum disputationum libri, stampati a Padova, dando inizio a una querelle alla quale partecipò anche PERSIO (vedasi), discepolo di Z., che nei suoi Logicarum exercitationum libri duo priores critici, consegnati ai torchi tipografici, confuta punto per punto le obiezioni di Petrella. Negata alla logica la qualifica di conoscenza scientifica, Zabarella si volge alla fisica, sostenendo, con una presa di posizione radicale e inedita, che essa invece è formalmente rigorosa, al pari della matematica. La filosofia della natura, infatti, procede secondo la necessità deduttiva dell’ordine compositivo, che dalle cause perviene agli effetti, e può perciò assurgere al grado di scienza. Poca attenzione viene invece riservata dal filosofo alla metafisica, perché essa, come spiegherà più estesamente nel commento agli Analitici posteriori, non procede per deduzione a partire da principi propri, ma perviene ai principi comuni dell’essere per via induttiva.  Al trattato De natura logicae fanno seguito i quattro libri De methodis, che, insieme al famoso De regressu, contengono il più importante lascito teorico zabarelliano. Innanzitutto Zabarella distingue l’ordo doctrinae dalla methodus, l’ordine espositivo dal metodo propriamente detto, grazie al quale da elementi dati si giunge, per inferenza, a verità nuove. Il metodo, dunque, finisce per identificarsi, secondo il filosofo padovano, con il sillogismo, ovvero con quella che, in base all’insegnamento degli Analitici posteriori, è ritenuta l’autentica dimostrazione scientifica, la quale può partire dalla causa per dedurre gli effetti (demonstratio propter quid o a priori) o può muovere dagli effetti per pervenire alla causa (demonstratio quia o a posteriori). Rilevata la superiorità della dimostrazione a priori, Zabarella afferma che la demonstratio potissima, grazie alla quale si può raggiungere una conoscenza certa, consiste in una sintesi dei due movimenti dimostrativi: a una prima indagine che conduce alla conoscenza incerta di una causa a partire da un suo effetto deve infatti seguire una disamina mentale della causa individuata, che da essa ridiscenda nuovamente all’effetto, riconoscendo tra i due elementi un collegamento necessario.  Se questo procedimento, detto regressus, è considerato a oggi una delle più interessanti acquisizioni speculative di Zabarella, a suscitare scalpore tra i contemporanei fu però soprattutto la netta distinzione operata dal filosofo tra metodo e ordine espositivo. A quest’ultimo infatti Zabarella assegnava un valore puramente didattico, volto a favorire l’apprendimento da parte degli studenti, al contrario di Piccolomini, suo diretto concorrente alla cattedra di filosofia naturale, secondo il quale l’ordo doctrinae è fondato sulla natura delle cose, connettendosi inestricabilmente all’ordo naturae. La De doctrinae ordine apologia di Zabarella, del 1584, è una risposta alle critiche mosse da Piccolomini sull’argomento nella seconda parte dell’introduzione dell’Universa philosophia de moribus del 1583; risposta cui Piccolomini replicò nel Comes politicus, che fu stampato nel 1594, cinque anni dopo la morte di Zabarella, dando l’abbrivio a strascichi polemici tra i discepoli dei due filosofi che, andando ben oltre il nucleo concettuale iniziale, mostrarono la sostanziale incompatibilità tra la logica ‘strumentale’ zabarelliana e la fondazione metafisica platonizzante della filosofia di Piccolomini.  Parte cospicua della trattazione sulla methodus è infine volta a contrastare quanti, attenendosi pedissequamente all’introduzione dell’Ars parva di Galeno, sostengono che la medicina sia una scienza. La medicina, invece, è un’arte, una techne, dal momento che non ha principi propri, ma li trae dalla filosofia della natura, e si pone un fine pratico e non teoretico, al pari delle arti meccaniche, che solo marginalmente sono oggetto dell’attenzione del filosofo, il quale, nondimeno, a esse riserva uno spazio, spinto probabilmente dalle discussioni sui Problemata mechanica pseudoaristotelici che animavano l’ateneo patavino, l’unico in Italia nel quale venissero tenute letture pubbliche su questo scritto.  Nel 1586 Zabarella dette alle stampe la sua prima opera di filosofia della natura, il De naturalis scientiae constitutione, concepito come introduzione alla sua ultima, poderosa, fatica, i De rebus naturalibus libri triginta, che furono pubblicati postumi nel 1590.  Gli ultimi anni di vita del filosofo furono assai fecondi: oltre a dedicarsi allo studio e all’insegnamento, egli era solito recarsi ogni domenica presso il collegio dei gesuiti, dove, con ogni probabilità, entrò in contatto con Antonio Possevino, il quale, sin dalla prima edizione romana del 1593 del suo magnum opus, la Bibliotheca selecta, dedicò un articolato capitolo del tredicesimo libro a una disamina accurata dei De rebus naturalibus. Erano anni di grande fermento, in cui lo schieramento dei ‘bovisti’, così chiamati perché si riunivano nel palazzo del Bo, si opponeva strenuamente al collegio padovano della Compagnia di Gesù, sostenendo che dovessero essere tenute lezioni solo presso l’Università di Padova. Una chiara violazione della libertà di insegnamento, considerata invece irrinunciabile da Zabarella che prese posizione contro i bovisti.  Nei trenta libri di argomento fisico, due sono i nuclei di dottrina di maggior rilievo teorico, affrontanti dall’autore con originalità: la dimostrazione dell’esistenza di Dio e la discussione sull’anima umana. Il primo di questi è trattato nel De inventione aeterni motoris, in cui Zabarella afferma che la metafisica, al pari delle altre scienze, non può dimostrare l’esistenza del proprio oggetto, che deve trarre da una scienza diversa; in questo caso, come ha correttamente sostenuto Averroè, dalla fisica. Soltanto tramite la nozione di moto eterno, infatti, è possibile giungere a concepire il primo motore. Per quanto concerne l’anima umana, poi, Zabarella fa propria l’interpretazione alessandrista di Pietro Pomponazzi, secondo cui essa non può sussistere indipendentemente dal corpo, di cui è l’actus primus.  L’incompatibilità delle posizioni zabarelliane con la teologia cristiana può aver indotto, come è stato scritto (Vedova, 1836, pp. 430 s.), l’Inquisizione a indagare, costringendo il filosofo ad affermare che egli come cristiano credeva in tutte quelle verità di fede su Dio e sull’anima umana che non era stato in grado di provare con argomenti dimostrativi; ciò che è certo è che, nel corso della sua opera, Zabarella si trincera cautelativamente a più riprese dietro la distinzione tra l’ambito di pertinenza della ratio filosofica e quello della fides.  Morì a Padova il 25 ottobre 1589 e il collega Antonio Riccoboni tenne il 28 ottobre, nella basilica di S. Antonio, un’orazione funebre in sua memoria.  Due commentari aristotelici che non avevano visto la luce durante la sua vita furono raccolti e pubblicati postumi da due dei figli: In libros Aristotelis Physicorum commentarii furono stampati nel 1601 a cura di Giulio e In tres Aristotelis libros De anima commentarii nel 1605 a cura di Francesco.  Opere. I quattro libri De Methodis e il De regressu sono editi e tradotti in inglese a cura di J.P. McCaskey in due volumi: On methods, books I-II, e On methods, books III-IV, On regressus, Cambridge (Mass.)-London 2013; l’edizione dei De rebus naturalibus è a cura di J.M. García Valverde, I-II, Leiden 2016.  Fonti e Bibl.: Antonii Riccoboni In obitu Iacobi Zabarellae patavini oratio, in Id., Orationum volumen secundum, Patavii 1591, p. 58; G. Vedova, Biografia degli scrittori padovani, II, Padova 1836, pp. 429-432; M. Dal Pra, Una ‘oratio’ programmatica di Giacomo Zabarella, in Rivista critica di storia della filosofia, 1966, n. 21, pp. 286-291; C.B. Schmitt, Experience and experiment: a comparison of Z.’s view with Galileo’s in De motu, in Studies in the Renaissance, 1969, n. 16, pp. 80-138; A. Poppi, La dottrina della scienza in Giacomo Zabarella, Padova 1972; E. Berti, Metafisica e dialettica nel Commento di Giacomo Zabarella agli Analitici posteriori, in Giornale di metafisica, 1992, n. 14, pp. 225-244; H. Mikkeli, An Aristotelian response to Renaissance humanism. Jacopo Zabarella on the nature of arts and sciences, Helsinki 1992; Id., The foundation of an autonomous natural philosophy: Z. on the classification of arts and sciences, in Method and order in Renaissance philosophy of nature. The Aristotle commentary tradition, a cura di D.A. Di Liscia - E. Kessler - C. Methuen, Aldershot 1997, pp. 211-228; A. Poppi, La struttura del discorso morale nell’opera di I. Z., in Id., L’etica del Rinascimento tra Platone e Aristotele, Napoli 1997, pp. 231-246; D. Bouillon, Un discours inédit de I. Z. préliminaire à l’exposition de la Physique d’Aristote (Padoue 1568), in Atti e memorie dell’Accademia galileiana di scienze, lettere ed arti in Padova, 1998-1999, n. 111, pp. 119-133; A. Poppi, Ricerche sulla teologia e la scienza nella scuola padovana del Cinque e Seicento, Soveria Mannelli 2001 (in partic. I. Z. o l’aristotelismo come scienza rigorosa, pp. 125-152; Metodo e tecnica in I. Z., pp. 153-166); P. Palmieri, Science and authority in Giacomo Zabarella, in History of science, 2007, n. 45, pp. 404-427; D. Bouillon, L’interprétation de Jacques Zabarella le philosophe, Paris 2009; B. Mitrovic, Defending Alexander of Aphrodisias in the age of the Counter-Reformation: I. Z. on the mortality of the soul according to Aristotle, in Archiv für Geschichte der Philosophie, 2009, n. 91, pp. 330-354; C. Vasoli, Jacopo Zabarella e la ‘natura’ della logica, in Rivista di storia della filosofia, 2011, n. 66, pp. 1-22; J.M. García Valverde, El comentario Giacomo Zabarella a De anima III, 5: una interpretatíon mortalista de la psicología de Aristoteles, in Ingenium, 2012, n. 6, pp. 27-56.Z. Logicam dicunt esse facultatem, quod per hanc eornm refponfioncm difficultas, qui in  pn fentianos vrget,  non foluitur; quum enim conflat  Logicam  habitum cfle intellectualem, et credendum fit plenam, Sc sufficientem esse talium habituum enumerationem, quam LIZIO in lib. de Moribus fecit, attamen non dum apparet, ad quem ex illis habitus logi» redigendus fit: imo nos ad nullum eorum redigi posse demostrauimus: et in sola mentis conceptione consistuntj fabricat enim illa intellectus, vt ijs iuuetur ad rerum cognitionem adipfcendam; hic non sunt nili conceptus ANIMI – H. P. Grice: “of the soul” --, qui voce articulata fune a nobis SIGNIFICARI. Vox  enim articulata  est SIGNUM conceptus, qui  ellin animo, duplex autem est eiusmodi vox, vt in  huius libri initio diccbamustalia namque SIGNIFICAT CONCEPTVM REI, vt  vox “homo”, vox “animal”; alia  vero  concepcum conceptus, vt vox “genus”, “species”, “nomen”, “verbum”, “enuntiatio”, ra-quia logicancquc est scientia, neque  intel-  £ tiocinatio, et alii  huiufmodi; propterea lectus, neque sapientia, neque prudentia, neque ars; qui igitur faculratcm esse dicur, fi facultatem alium quendam  habitum cfle putant  pritcr  illos  quinque,  Atiftotclem  in habituum enumeratione mancum, ac diminutum faciunt; fi vero non alium, sed eorum aliquem, id DECLARARE debebant, et argumenta, qui  nos  attulimus, folucre, quod ipfi  neque  fecerunt, neque facere,  vt  arbitror, potuerunt. hx vocantur  fecundi notiones; illi autem primi: prius  enim  mens  rem  concipit: deinde in  eo conceptu  alium  conceptum effingit, enmque  voce SIGNIFICAT, qui dicitur vox fecundi  notionis, et est  nomen potius conceptus,  feu nominis, quam  rei: voces quidem  primi notionis non funt inftrumenta sed SIGNA CONCEPTVVM, vel falrem ipfi primi reru concentus nulla ratione inftrumenta funt, fed imagines  rerum,  vt  docet Ariftotelcs in principio libri DE INTERPRETATIONE; propterca i»  Z. Pataumi propterea disciplinx illae, quj in his versantur. non dicuntur instrumentales. At voces feciide notionis instrumenta dicutrruri quoniam conceptus, qui per eas significantur. Tunc instrumenta nostri intellectus: nam An-gere in conceptibus rerum alios fecundos conceptus non oportui/Tet. nili  aliquam nobis vtilitate prxllicuri fuiiTent; igitur aliud non funt, qua in instrumenta: quouiam ea vtilitate amota, indigni qui a nobis cognoicerentur. feu formarentur,  extitiifent: sed quu vtiles sint, et ad rerum cognitionem capeffendam maxime conferant, digni fuerfit, de j quibus aliqu* disciplinx conllituerentur; non quidem per se digni, sed propter alia, ad qua: vtiles sunt: propterea lue discipline vocantur instrumentales: quia non propter J^;^y.fe,(ed propter alias traditi sunt. Has ego i’.f, duas  cfTc exiftimo, grammaticam, et logi- Gum**-  eam: nam vtraque est instunmencum pliilo- i»  fophif. sed alia, et alia ratione, que difterentia breviter declaranda est. Mentis humane officium est, tum humanam speciem conftituere. taquam proprie eius forme, tum etia proprias  hominis edere operationes, quaru prxftanrisfima est contemplari, et cognoscere: deinde vero, et adionibus nostris pr$ef- Gramt- fe, 5clnfpiccre quid a nobis eligendum quid tkt  mtive fugiendum fit. Sed caeftipfius infirmitas. vr ipsa per se. abfque alieno auxilio, tum in contemplatione, tum in adione parum proficere queat, et nemo hadenus fuerit inventus qui solus ipse cogitando, et ratiocinando plenam, et feiendarum et agendarum rerum cognitionem fuerit conlequutus-.sed artes oinnes feientic ab hominibus per additamentum inuente, et pierfede funtj primus quidem aliquis in aliqua disciplinaali- i quid invenittid tamen rude» et iniperfedu; alius posteaco principio adiutus, aliquid aliud invenit: deinde alius aliud adiecit, do nec ad perfedionem per multorum operam dudafit; quifque igitur nostrum dodorc indiget, ad plenam eorum notiriam aflequendam qux homini humanis viribus vtentico gnofccrc datum est, difeimus autem ab alio aut prf fente> et per vocem docente; aut absente, et per literas, qu{ loco vocum sunt; id- circo quum Scabalijs  intelligi. Et intelligere quid alij dicant, et feribant, et addifeen- j dum, et ad docendum omnino necessarium fuerit, grammatica inventa est. quf concinne loqui, et feribere doceret; cuius quidem difeiplin; cognitio, si omnes vno atque eodem idiomate vteremur, minus fortafle necessaria, licet non omnind inutilis nobis esser, quum fepe videamus rudes, et imperitos homines ilia, que ab eruditis dicuntur, vel feribunturin eodem idiomate non inrelligere: sed propter linguarum varietatem est penitus neceliaru, quum neque iiccraci viri, ea, que ab alijS:aiio idiomate dicuntur. inteldigere queant, nisi illius linget intelligeutii per grammaticam fuerint aifccutj: propterea non est eadem apud omnes grammatica, quia neque ecdem voces, neque exdem Ii terx, vt ait Ariftot. iq principio libri DE INTERPRETATIONE jverfacur enim grammatica in sola vocum, quibus conceptus animi SIGNIFICANTUR, limationc; et quutn ad omnium disciplinarum intelligentiam vtilis sit, precipue ad omnium prfllantisfimam cofert que philosophia est, eiusque porisfimum gratia •s»» inventaro ac traditam fuifle credendum est. Logica vero alia ratione instrumentum dicitur: quoniam non in polienda locutione, sed in conceptibus ordinandis tota eius natura consistit; propterea vna, et eade  est omnibus getibus, et nationibus: quia apud omnes homines idem sunt conceptus, tametfi no ijfdem vocibus, neq; ijfdem literis apud omnes significentur: ideo logica eget grammatica eaque posterior est, quia intelligere aliorum conceptus non po(rumus, nisivoces eoru SIGNIFICATRICES intelligamus quare omnium disciplinarum prima debet dfe grammatica: quia omnes ea egent, vt  intelligere, acjntelligi poifunt. Ob aliam quoque rationem logica grammatica liquitur: quoniam ipsius Logicsr constitutio a nomine, et verbo ex ordiumluniit. quc a grammati- *(•««  dico videtur accipcre logicus quamqua alia, et alia est horum consideratio in grammatica, et in logica; grammaticus enim voces rerum SIGNIFICATRICES alias vocans nomina, et alias verba; has et reliquas orationis partes tradar, vt partes locl:tionis; conceptum autem SIGNIFICATVM non cofiecrat, nisi propter vocem SIGNIFICANTEM; logicus vero conceptus ab eis SIGNIFICATOS contemplatur, ipsas autem voces significantes non considerat, nisi propter CONCEPTVS SIGNIFICATOS, quod diferimen in definitionibus nominis, et verbi a grammatico, et a logico traditis inspici potcfl; logicus enim primario cocepru s respicit, secundario voces; contra grammaticus primario voces, conceptus secudarid. Exijs, qtix diximus, manifestumeil logica vna cum grainatica sub intcllcduali instrumento, tanquam sub proximo genere contineri, vtraque enim est disciplina instrumentalis, seu habitus animi instrumentarius, et nobis inferuiensad omnium aliarum disciplinarum, et habituum acquiGtionem, precipue verd ad prxeipuas disciplinas, et ad habitus omnium praestantissimos. Differentia vero harum duarum instrumentaliiim disciplinarum, quem ad modum, et aliorum omniu instrumctoru, afcopo, et ab vsu vtriufique defumitur; grammatic{ enim fcopus est, reda atque concinna locutio, qua iuvemur ad omnium disciplinarum intelligentiam, et au- De Natura Logica:,  Lib. et audiendo, et legendo. Logicz vero fco- i puscfl, viam ac methodum  tradere, qua ad rerum notitiam adipifcentiam vri debeamus: ignotum enim non cognoscitur, nili ex alicuius NOTI cognitione, et ad cuiufque ignota rei notitiam aifequendam a flaturis qinbufdam principiis, et per certa quedam media progredi nccelfc clt, line quibus eius rei cognitione numqtiam  potiremur. Tales igitur methodos logica ducet, ouas coguoscere vanum prorfus eiret si ad rerum NOTIAM adipiscendam nihil nobis vellicaris przbcrcnr; quam obrem ea cli Logicae natura, vt  scientiarum instrumentum sic. ik docear quomodo conceptus rerum disponendi luit, vt ex notis cognitionem ignotorum adipifcamur. Sed de logicz fine diligentius ac fufius in sequentibus loquemur. Cap. an Logica fttb aliquo quinque habituum intcllcduatium contineatur. Declaratvm eft haaenus, qualis habitus logica sit: efl enim  habitus intelledtualis instrumentalis quo iuiia-tur intelledlas ad aliorum habituum ade- as ptionem. Nunc videndum cll, ani.i  illis » quinque ab LIZIO numeratis contincatur. Dicunt nonnulli LIZIO  in illo libro de moribus solos nominare vn-, luifie habitus  principales, i taque sufficientem cifeeam numerationem, tanquam habituum principalium; aft habitus Logicz non est principalis, quum sit instrumentarius: nullum enim instrumentum dicitur principale, quatenus instrumentum cll: quia cll propter aliud  tanquam propter finem: finis autem prellantior efl ijs, quz  ipfius 1 Y gratia  funt, vel fiunt; habitus igitur logicz illa enumeratione noh  fuit comprehendendus. Hancrcfponfrnncm haud equidem fpernenda aut refutandam eife ccnlco, sed potius magis DECLARANDAM, vt omnis hac in re difficulcas tollatur. Videtur enim dicendum ellc Logicam ea habituum nurnc ratione, et comprehenfam tui(fc, et non coni prehenfam: no fuit coprehcnfatquia no fuit exprclfajfi quidem LIZIO. folos exprimt- re voluit habitus principales;  fuit tamen etiam modo quodam implicite, et secundario comprehenfa: quia prxeipuorum habitu uni nominatione illi quoque comprehenduntur, qui eorum gratia funt; quemadmodum fi quis ad percontantem quo iueric respondeat Romam, hac responsione  alias quoque  medias  vrbes,  per  quas  tranfeundtim  fuit,  implicite  significat vt  Bononiam re!  Florentiam,  quz  exprimende  non  funt: propterta  quod  prxeipuus  illius  itineris fcopus, ac finis non fuere, fcdfola  Koma. Similiter  ratione  folemus  dicere, Jmpera- i tor  Romam  venit,  fine  expreffione aliorum quam  plurimorum  Ducum,  et militum,  qui vna  venerunt,  hi  namque  eius  gratia  venerunt: ideo  ei  nsvnius  nominatione  totum eius  comitatum  fub intelligimu.  I A C O B I Z ABARELL AE PATAVINI I O TE %A L O C I C A : Quorum argumentum, feriein & vtilitatem oflendet tum verfa pagina, tum affixaPRvEFATIO IQJNTilS LVDOVICI HAVVEK\EV* tjlkjl DoBoris Medicij & (PhUoJopbi, in A kgeis^to* ttsfTzifsi Academm Profefjom* RERVM QjrOQJVE ET VERBORVM maxime memorabilium Indices accef- ferunt locupletiflfimi. Editio Tertia. Qtm Cratia & Priuilegio Cafirea Ullaieftatis. C O L O N I AE, Sumptibus Lazari Zetzneri, clo. lo. Avn. fXJ> 6X OP E IOHANNES LVDOVICVS HAVVENREVTE RVS, M E D I C 1 N AE £T PHILOSOPHIAE DOCTORj A C A- deraiae ArG£NTORatens!S Profefibr, Studiciis Philofophia: S- P. D- VMtria fibi Phdofcpht wfttis fcrtptis omrti tempore pro- ^=5^2** pofuerwt: Vnum, vt antmum homtnis reritw prsjlanttf. Ji m *rum jcientta tmbuerent : ali trum , vt vitam hont- fiis exornarent mortbm : tertiurn, vt bona id ratione & .^stfel^' commcdo facerent ordme tn ommbm Artftoteles excei- : , luijje vtdetur. Nam Ucet tongeante Arftoteiem Thalts ^ Mtitftm natur w Ubris derejamilta- h m eadem habttantes clono probefaltcttei tj ; vtuerent, ckrakit. Inaureolm de Repubitca hbris,totim ciuitaia fatutem S wcremen- t(tm,adeb definxitfertte.vt mhdmpublicu rebm.pactj bcliwe temporejujci- PRjEFATIO. piatur , de cuitu euentu non longe certtus dtuinare ttceat , quhn vtttts Aflr* bJ exaLrimfituaudeat. Hanc autemtkmmultarum &pr*ciartfnr>*' tZJaua vera & ftti* djdtcantnr: bona k mmfr dtfiermmtur, & lux ad- Gtc 4Mhodte vocare (olemus. Hacentm, vttpjem Toptas tjflatm ,non JJJuJeHtnfirur^ntumadco^ttionem Phibfiphtcam^prudenttam. Ha^ tndefeffo.muUtpUet crudtttone, yu fingulari modo, & ^^^T£ co {J d0 re damLret noxta, colmunta ^ ^necd^un docitfmo huc vtro, hraret vttlta ncbU kyu kje*t&e»> Logt- quhdvfsmpr.ceptorum^^ auoqu*Dtakctxaqu*tuortrad>derttc^ doclrtnamfine qua muula ~W£2£^ ^natm eti. Infcrm* ttqUt. n$a & certaejfe, ^fjJ^Z^J tJbula mbiguafton * Marj.- schalz Q bibbopolti folefttfiimis : qui quam emtndattftma .tderentur: & txiguo pretioa vobis comparari : & commoda forma tractari pojfent,procu-- rarttnt. Hoc entm grato veflro an/mo, ad ftudta veflra tuuanda. tttm ^ tisipfos,tumalicsincitabttis. Valete_j. i^Aroenio- raio x : r.Auguftt K^Anno Ch i^is ti Cl3 /J X-Clt'-- Z. PATAVINI, DE KATVRA L O G I C AE, Libn Duo. LIBER PRIMVS. Xlaput. I. Prafationem hibri continens. ^ef^/ N cognofcenda logicae ai tis natura muko ma ior,quiim multi putet, Mai ^ifficultas ineft;etli c- ] nini dcriuitio nominis S^' ntminem fere latere fo i let, fiquidem nommc logicaecunfti etiam pa- ^ rum eruditi uiliipliiia quandam argumentatricermfeu artem quaa- dam aroumentandi fignificari intef taunt: at- tamen definitio rei, qua: intimameius difci- plinae naturam.Sc comiitioneni dedaret , ita obfcuia t ft, n eam plurimi litetati vin , & lo- gica;acphilofophi£ l'roh:flores,tum fuperio ribus, tum his quoq; noftris tewponb. igno- rauerint.Huius autem difficultatis ea(vtarbi- tror)caufafuit, qubd nemo quid fitlogica be ne inteltigere poteft.qui & piopinquum eius genus,&fubitiium, & riiiem, vnde diffcren- tiar fumuntur,non copnofcat : lubieftum ta- men logica; nemo hactenus cognouit.nifi fo- lus Auerroes ; finem vero noffe perfecte non polTumus,dum rubitdutn ignoramus :fed & de generelogica:, quod an te omnia cogno- fcendurn eft, magna etl inter Philofophos al- tercatio;qunm alij logjcam fcictiam efie, alij artem.alij nequc fcieritiam,neque artem,fed facultatem : alij miJIum horum recipientes, nil ahud effe, quam inftrumentum exiftjma- uerint. Hoc i^itur dtgfiuui efie cenfuimus.dc' quo aliqua fciiberemus, & fententiam no- ft ■ am , pnfertim qimm ea ab alijs plunmum diftst, exponeremus , genus quidcm logica; proximum inprimis inueftigando;deinde fi. nem,& fjbieiium,ac demum in p3rtes totam lo^icam diuidciido,&migularum fcopos ac feJes confiderando. A Caputll. de Rerum ac difdplina- rum diuifione. N A T v r a m Irrgica; peru eflisatm i a re- rum diuifione cxordium fulnamus o. Rt "' m potret, houioem ab ea difaplirtatuin quo-^ que ditieifna-s , & iingularum narura e. i  noerationem ticoium diciticienEi-iu -" "Ufdn^M dupUcemin fcientia requir. n.cefliiatem y V- ^ tj H J- naiV. in ipft re ftita, qux fimplidter neccfla- \ ria fit.8c ai.ter elTe non poflit: alteram in ant- moftietitis.qVi omninb ceitus effe debet, rem illamali.ereffe non poffic; bam duaruin cond.tionum altera vtrauU fubiata non habe- niu.fciemiam.vtfi icrum c_ntingetium no- ftxa cogilitio Gt.vd necdlanarum quidcm, fcd cum fflflmi incertirtidine , & h*fita»one. Rerum autem contirgentium>& a aoitravo- luntate pcndentium duo fuiugenera , rtftn. ftotele. docet in ^apbef libn de Monbus, vnde dus quoque difcipbnarum tn bis yer- fantium cUfies oriuntur eorum enjm.quaea nobis fiunt, alia agi.alia effici ^?,fj^ : tunaaioquidemeo.u ^^S^i Scv;tiumpcrttnent,quoruminte lectualisna 3 , bitus prudentia dicitur-,atque m his tota mo- ^„„1 ralis dircipliuaverlatur:effectia veto eotum, ^ ^ uux ad mater.al.a opera pettinent.quoruin habitus intelledualis dicitur ars : propterea prudentiam & artem dehnient A.iftoteles.di cit ptuJentiam effc habitum reftacum ratio- ne aftiuum:artemvei-6 habitum cum recta ratione effeft uum. mter aftionem , Sc efte Lpeilatl funt; folam emm fc.etwm per con- r ^ „ d aifcrlm . c ft, quodinter hnem, „„ P Uitionem quxrunt.non oper« ^^S^^*^» 1 uodam ' __r_n_ s diuifio e rerum omn.um , qtW-W v- «^..^ dorainurn Sc feruum : artes en m omnes aliquam mitenam traftantes,-: ela- b 0 rantes,ad ciuiiem fciimatem-tanquam^ ius miniftr* diriguntur.fiquidem ab.Uis ona mbusvitEciuilicemodafuppeditantur.pro- indcn.hilpropterfeefficiuntfcdpiopteite- lickatem : aftio vero non ad lelicitatem mn- Atur,fedfe!icitasi P rae.ft apud AnSotelem, v luifeliciwtem vukeffenonvirtutemipram, iVd aftionemexhabitu virtutis proficiicen. « n) ;huiu{modi igituraftio dominaeft, &h- n«omnium effrftionum : effeftioncs autem omnes propter aftioncm , tanquam propur finem , Scipfius fcru» ac mmiftrs uint. horum omnium diligens d « ar ™" n«rriBet,iio_is ratis 6\ G inteUeduafiw» ha- c h*l bituum numeru & ditterenriam pro prifenu darl. praster ea» »s», — . .. -__finn_ co^ noicarnus : tres quidem .ncei. S.^eliqu.omnesdirciplinx.nr^ lis verrantes^qu* f^^f^^^ F aiSftiendam.prudenfam & a 1 tcm:fed a fienooiTunt.Contingentes s u " J , ' _ I -n„ f - ,.. n r, hb.de Mo temp ationem q-*i -">■> -r— - eanamq-, diuifio e rerum omn.um j qu.m v- S&t , & e-tti» multipl.c..confidera tione defumitur, P«^«« deW ^"Sfl omittendaeft.vta propofito atiena: lat.s elt fcientias conteinplatiuas; diumam, qu.« Me- taphvfica dicitur, mathemat.cam , ecna.ura. lem -diuina quidem res_ matena peuitu, ab- unftas ■ conuderati-aturalH autem res ma- "r.ales.quatonui materiales ^£tM| tica verocas.qu,- matenales qUWem iu.u, nropterea oubd fine matena non ex.fterent. tamen q.i-eai um eiTenti.i afenfill mater a non peSdet ,ab ea P er mentaiemcoi.fidera^ riou em fcparantur.fi al.ud genus rerum qux anoftravoluntatenon penaeanr-prKternii. tianondatur.fequiturncq^roencamaliam daii,p«tereaitres,quas modo «oumaau rnu P Reliqu- omnes d.fc.pliniin rebus.l. "^ 1, . ^ u .u k..m,nivn lunta. ° enitionem pro fine nonhabent.quemad- n ?f dum dix,mus : tum etiam quod eacogn - Kquu rerum neceffariarum non ***** M^tu^ nominar. non debet: fcient.a namqu ft fi - fh. nia accerta cognitio rerum fimpiiciter ne- c toum, & ftmpuemarum,vt » r o oco «bri de Moribus , afient Ariftote- [ e °vbi eam te&m tfie iubitum demonftta- lcduaiesnaoicuscxii-,^"^ Eimus,fcientiam,pru-entiam & aitcm:led a- Lsduosad.icitAnftotelcsm^.lmdeMo ribusdntellcctum&fap.ennanvintclleaus 'quidemdicitur principioru cognit.o, exc.ua fdenttam condufionum adip.icimui : qua.e maiorem haber cermudine& neceffitatem, quam ftientia, vt probat Ariftoteles m J.cap. . Ubri pofteriorum Analyticorum , , & rnocapitc*. libri. Sapiemia vero eft habitus prrftantifHmus, ftientiam cfi mtcUeftu con- [uiigcnsAvtiutifcicu-acaputlubcns.v m de Natura Locncae, Lib, I. jlloe hb. de Mmib.docet Ariftotele^. Qjum icitnrquinque fint habitus tntclleciiiaicvma Bifeftum eft tits ita elle rerum fimplicirer ne ceflariarum & eternarum.w eattra eas nulluoi locum habeant, ncmjic fcientia.inrellectum, &fapientiam:duos veib co t .'g-ntium quae in nofti.T voljntaris aibicrio fuucconftirutx, pruJcnt^.m cca tcm-preter hosnullum 3- lium intclleci talcm h.bitttm pofuic A> lito- teles : de quibus h.trc paucadiccre necetlariu ciTc iudiracinus : quia rion bene poflumus incelligere qualis hahirus loeicafic, nifi ali- quam i pfbru m h tbituu noritiain haoeamus. Qriotri-m autem de duobus potiflimum ha- bictbus diSu;i f iniui >feientia&arte, in qui- bus fere tota difScuIras pufica tft,n6 tft igno. rindum i J, quoJ ab Anftoteledicitttt de fci. entia&dca.tcin vltimo capite i.libri |*oile* rtorum-.dicir entm fcientiam de enre efie, ar- temveib de generarione;jig;iirjcare vr>!cns iJ, quod nos paulo fupeiius iiiximus , f, ien- tian: iti jjs rebus vei faii, qujc iam funt : arcem vero refpicere ebrum crftcrionem & genera tionem,qux nonjum 1'utHfJc rieri a nobis pofTum- Philolbphus enim conrcmpiatiuut aihil cfncerevulr/eJea.queiam funt.cogno- fcete.artifexautcmemcerevulraliquid,q'uod nofi ttt : pro;>terea ttiam iri quarto cspite (ejailibrrde M jribus mquit Aiifloteles,ar- tem omnero in generarione veifan;non qui- dem generartonem intelligens nacuralem, fed eam , qur i nobi> tie per habitum artis, vtgenetationem Jejmii>iousimpo(ita,vt r.enus , fpe- cies ! nomer. 1 veibum,propofitio,fy!log!fmus, & ?.'.\2. eiufmodi , fioe conceptus ijifi, qui pct hrc nom:nafig'iit:cantur.Noininib. quidem priraa; nottonis fiatim resipta figmficatacx;- tra animumrefpoJet.quocircahxcopus no- Srfi tfle non dicuntur:nemo enim calum, e- leinenca, anim.ilia & ftirpes opus humantim tlT. diccret : quia litec omnianonMha xb ho- minibus inuenta , & rebus tmpofita fuo arbi- C tratu fuerint,tamcndum illud, uuodperrale nomefignificatur.tcfpirimus, ij anobis fieri nrjii dicttur,vcanimal ab homine fadum non dicimus,ctfi homines huius vocis inuentores fuerur.t.Atf-Cundasnotiones nemo neaaret opetancftra,ocanimi noiiii fiymenta eff*e-,ho moquidem &equus funt etiam nobts non cogitantibus,fed genus,& propofi(io 3 & fyilo gifmus,vbinam funt.ntfi quando a ncbis fiut? nobis nil horum cowanttbus nullum hoium D eit.Huiusautem difieienti^ eaeft iatio,quod nominaptim.j; notionis rcs figmficantprout funt:idebilIud,quod perilh fignificatur, etia nobis non cogirantibus eiTe dicitur,quemad. modum fine vlla noliiacogitatione animal & ftiipem,& elementa cxiiVre videinustat no- mma fccund.-e norioni» res figciificant, prout a nobis mente concipiunturmon prout extra mentem funt, prnpterea conceptus potiiis conccptuum,quam ccnceptus rerum firjnifi- E car-,t,vndefectindiconceptus,&:fecunda;no- . tionesappellatarfunc; opera ighnr , atque fi. gmentaanimi noftiiiutenuncupantur: quaj quidemomnia exemplis fient manifefiiora: duniconfidcrarnusSociateni,&Phtonem 1 & Calliam in hoc limilt s elie, oj horaincs funt, conceptuliominis communemente forma- mus,quidiciturconceptusiei,proindcpri_ musconceptus , & pnma notio : poftea verb dumconcfptiihunccogitamusefle comune t quiddam.quod dc multts folo numero , non nacura difcrepantib. prarJicatur.ideoq; con- ceptum homiim , & omnem alium eiuimodi vocamtisfpcciejtuncfccundam notto^e cffirt gimus : fecundu entm nomen primo nomini iniponimus, & in conceptu rci alte: D fecun- dtim conceptumformamus. Eadcm ratione dum iiomine.bouem & equum.nstuta qnide difiercntes.ftdincocimen rontiententei efie cunfideramus quod^mWlta funt, comitiu. . nem ammalisconceprunj facimus,qui ftatim res itgmhcat, & p,j m , JS cta«epru- didcur: a i IacobiZabarellxPatauini 7 i' A ria m -Scqaifo'iisoft"«emteretui-,»r!qiam deinde quum eum nM c0 £* m £ L" * h« P»aocffe taentiam,» r«e«no« efte riam.Sc quiin uwoueuw , - hoc paao tffe .Icicnriim, » .cueranon ctte feicmian a eumento e fca«IBm^mou- feam. Idrireoioboc nullu.n eft diftnmen nte, rcslogicas.&resarce faftas. namfirea arte fa^ai Ariftoicles «nnngentM i vocat, , i„p.ima»nempem concepturew-roH-« a "^ liinobt Uuut 5 currcsioufta $ cffecou 4pm.i» « ma *o t i 0 pere- auimaduerten Jum .nfic.emur, quz fim.l.tera nobis •£« «...jUf "l^iiimn* i d . cuod ab omnibus dici folet, ggjg^ mentis arblt . ,o operac,bus?liccc deinde quum eum lu^^— ---- tentibus fpecie iri eo quoxJ quideft . & omne ale appcftamu» genus.ftcu.idum cocc ptum maonopere aniroaauErreuuw.., «• , ■ : - -- W« " ,S i" .muv i d , ciuod ab omnibus dlCJ folet, «»" V- ; f ]Sn^oft 1 n,teUeau,o r: erat 1 o- lucicumtresinasnoiiHii'^"^—-!- nonfint materuies ,ikmh ' "■•*'«_,";," ^confiderarc,^ c 0 mpof.tionem,acd 1 u 1 fio.iem,5c !a r.oc 1 na » £™j cogl T a tione fabr.car* , non tamen com r „ __-_ /:„.„ii..irprmte laamus.lo- meni.ii ■ „ r ,(r„„ P . nuando- nra' T -n.t.£,vi-i« , mentb "cogiratione rabricat*. non tamen p opterea necefiaris dici poffunt; quando- uuidero tl\\ neceflariuro,vel conuogens non ?neoconfift;t,qi.odmate,iale fit. vd non ma t,b..s produci pnffir, vcl non po.hr,quemad- modum declarammus. Vndeipat^ Iw^ i^icM fimilioremeffeart»bus,.quan.ftienti|sin re- /„, J rum^ffdeta^^^^^^ compoiitionem,acai-»"u-^'" Km.fi enim fintp hater.ntelhgamus _ lo- £c"m ^«tu^ **$^hSt rierare decipimui ittuta eatraaatto a taculta- « ScaX de An.ma P ertineat,.vbi de humancemeuri naturTac de eius-operatiombus ftrmo Bc 8 Shgendum eftcfifider* , l oradusftcundarum nocionum.qui ex» confiderataru coiWitions:iH cl "'*"""- Emeuris noffra opetatione ^ 'pftmen- rum con ^Rriteri.cceflanjs ve.fantur: «* Enoftra «nerantur, & p. -oducuntur nam ,C C ^ ^ omnes io rebus conlln . tenoiTrj t, .,_,.,,,. v ._ li ., ul1l i E noiione*T.oti mgica ve. _ ff ,aucuntin: propte- Ste^ncVpiunturt trlplcxautem eft noftra ™ autenim fimpiicitet rem appre- matio harum nononum, genus, ipec.cs , no- men vetbum , Sc aliarum ftm.lium ; aut hu- ^feeVei conceptum cum lUin* conctptu con oue in rebus iimpucnci uv^v.— ' verJ. & artes omnes in rebus cont.n- ^«Us,qu* i nobis producuutur.propte- rea eriam rar.o*e ftopi , & Bms log.ca artibua ££3 , fci* ns vero **&ffi£Z& t.arum fin.s eft fola rerum confldtratarum cum.tio s artium vero non cogmtio.ftd ette- atS^quam cttim cogmtionem habent , eam ad effe&onein diriguntrfinuiemm A pneri- lisopmio effeMquisetederet eorum 5 qu3e ' nobis fieripoffunt,cosmtionemaiiob,s^ __ : L,: ,, P ;„ cifn avehmusconqut- f in affirmationem & negationem d.u.d.tur. oua* enunriatio eft lccundanorio-, qur ex &da operationc intelleftus ortum habet ; Sndem ab ftocad ihud d.rcurr.mus, & v »"« aho colligjmu. , quam ope^iouem vocamus ratiocioationem .«nquarn- ftcun- dam hanc notronem in tettia intelkaus ope- ratinne Eenerantet.Htsdeclaratts, a. gum ■^rr^^murKin modum.Toratraaatm logica ciamus. ffi,-? non poteftiplTus I^H"" ^, U eV,cundis rtotronibos, tifcaotem o P us E W*™ n m°J. eo mn cogmtionem tra- ™ m ^fcSAWb^ generationfs doeere ,vt ea efig noftunt : no.v func iguur res nccelians-, ^ vtl ? anqU3m inftrumetts pof- (edconrin S entes,itaque fub ftienUam no ca !H,t^^"" u "- 4 "- quam ita qtt*ri,vtinea fola «»™« «nqua- cftereific enim infiuitus pene eaotireturwa. nium dtfciplinarum numerus.quum nos P lu- nnia cfficcrc poiTimus.quxtum ipft p«fc nihil dignitatis Kabent,tum ad mhil a hud vti Lfitnt^alium«itui-cog n .uoanobi,non propterftqu^Tfuriftdvtmodumfaciemh,. L .rede Faaendi cpguofce«tc*.mcli« ea ta- ciamus. QHum igftur logicus '« ^^[«"J; c; ^„ rt hisi,r,flunt.non poteltiplius ttd continsentesjita». uc icatoui.uji. ' Rt rerum tantummodo j , rWJnm efle ftientum, quia ett fc- araumcntodemonftretur.eam fctentiam non l^^SSSSL ijlum non efle iiiortuui,contrar 1 etasmc l '5M"„ , , ■ - , mor ' - __,_:_;, r-trita fulum hommis nis naturam interimictacitq, w " nomen xquiuocum remane.c ; ita etiam ae hoc,d 1 ea q o,rationaljs ) d,eendume^^ doquidem ^q^*' 00 »" 1 ™ r u bftientiamnoncadunt,quumnon(intne- SSa : quamobrem dicereTcienttam rano- nakm, perindeeftac dkere fctemiam mora- Um -ft ientiani raedkani.fcicnuam edifacato. dere, rdmoaum genr- ' r facere 5c faftis «.fanqnao* mftrumet.s pof- fimus Huturmodi autem effe attcs omnes. mamfeftum tilidocer.t enimquomo. o mul- ^nS^tainobiafiautiqmbmfec^po- fiea vtamui ad -umane virce commoditate.rK Qjbdigitut lop.-canon fitfc.cntia.&quam. ob caufam,mamfcft!im cft- CaputlV. inquo eadtm feiirentU teftMiomoArifioidiscen- ffimatttr. HAC c quae arstimenro ex ipfa reina- rura deduao^onfirer, & afleuera.e- compellimur, telrimonio S" 0 !"*'!^" lis apertiffimo comprobaripoffiint. Ar to- tele T namque in i. lb. Pr.orum An^lytico- um "nprincipioa.ac3. Seaioms ,alftr,t fc ^Si^iins*^^^: juoiiioJofa A ftrumentunj vtileaJ vtramque philofoplne ilint.vcn-jsa . eosefficien jtr^nmfntM IX l Ub. Tmf 9 de Natura Logicas, Lib. I. pe qtiomodo efficiendi liut, & -;u -ii ii fi^.-i n«vcQosad«--. at quis non videat calem cir; a~:rem oqmfltn doc.ntem ? Siqws e«iDJ artem .cdificatonam fcnbei et , nil aiiud do- cerct.quim quomudo (ir ocne, acfacile vdi. Bcanda domus & alia-aitrs GmiJrter.AIius efl apnd Anftotelemlocus prohtfiusfententia: voufirmatione validiffinuis in capite o.libri i. Topicorum, vbi definitipttein probUmatis ^enu»m,vei/ug!endum,vt an voluptatfit tligen. Pialcaici ex dr.ierli> materiebus defuinpra 1} da,nicne: tfuxdam autem ad /iiendum txntitm, . _ i k _:A i-„ -_:. -..^uUmiMiiM nrnc vt jh mutifii** frt vrevv. ,it — X.>_- . l-___.__.__ partem:q;ium igitur hicduo intctfc non pu gnent.AnftoteJes dieeus logicam inftrumtn- tumelfe philofophi* , non propterea negat iplam per fe fcietiam efTe,& cognitu dignam. Hanc rdponfioiiem & vcrba Ariftotelis qua. ulntUnit i m mo o s-vpofuimusjnonadmittunt. &mu!t(. pn»«*i,i. mmu ■■aluiequetia, qusfunthsc: [$h**dam * enim problemitum vtitttflfcirt tantitm xdtlL gendttm,velfu$iendttm,vtan voiupttufit tligen. tradens Ariftoreles , triaproblematum gcne ra enumerac,a£tiuuni,contempiatiuum 8t io. gtcum: aftiuum problema eft, vtrnm vo!u- ptas (Tt bonutn :conteniplamium ,an mon- dus fit rternus-.logicum, an detur qnarta iyl- logifmorum bgura; an medium demotiftra- tionis fit definirio "nbitcti ,ao afTeCtionis, & alia eiufmodi. Dantut qaidem etiam in arti- bus piopriaprijblemata, nempe quxft oues de rcbus dubijs.que ad difcuticndjm yropo- nuntur: attamei iiuJla.ii horum meiirionem ibi Ai iftotiles facit ; quoniam ea fola pruble matumgeneiacoinmemotare vu!t, qux fub Ph:lofop!iurum cofi terattonem cadere pof. funt; f lent autem Philofopbi tum deagen. «Jisrebus difierere, acfciibere, qu rebus,quxad effec.rices artespcrtinent,Phi- lofophi non difterunt,quatenus Philoibphi funt H«cigttutrtia pioblematum genera A- riftoteles accipere volet_s,eorum propnj-i no miiubus non vtitur ,fcd ea per proprias con- ditiones circuiifcribitinimirum per fcopos dtuerfosiilarum trium difciplinarum:dicit e- "nim alia probletnatapcr fe rcfplcere clcftio- nem fogam,qu_. quidem funt problemata rr an muitdni fit xttrnw, ncmt : yufophia:itaquefentenria Anfto. telii eft,qubd rerum logicatum non fit fcien- tta,qi!um perhanc conditionem feparetpro. blemaca rpeculatiua ab aaiuis&logicisjquod fola fpcculatiua fcopum habcnt fcientiam. S>Ut>o. Quod fi aduerfarius aliquis dicat , euenwe poile,vteademres tum adalia conferat , tum etiam ipfaperfeexpetibilis fit , vt famtate & ptopterfc ipfam expcdnuis , Scvtcanferen. tem ad obeundas opetationes vitx; quocirca idem vidctur delogicadici po(Te , tum ipfam per fe Cognitu dignam eifc,quia cognitioncm tradit rerum logicarum ,tum euam ctTcin.' \ ) mentum tantummo do elTephilofophir : ap. plic.itam vero fcientiam, & philofophix par- tem elfefaterttur contiaLatinidoccncem di- - . _ cnntefle fcientiam s apphcatamverb nonfci- >j' entiim.fed u^rumcntum : qua fententiani- hil talhus efr, vt tum ratio a uobis declarata, tum verba Auftotelis memorata demon- ftrant: certum eft enim logieamefle fcien- tiam eatenus foliim , quatemis fcientiam pa- F nt ,quatenus autem fcientiam non paric,ea- tenus non eflVfcientum : A iftoteles autem r ■ j- eo in loco partim affentlogicam parere fcien „f tiam , partmi ncgat : mgat quidcm pcr fe.af tU ; appLc. I A jertt autem propter alias ic.qiii p C r lo-icam tjifenu- fciunturiefuafidicjt parere 1'cientiam remo. te,noii proxime. Inlibrisenim logtcis, quas eftlogica docens, oibit per fe dignum eogat- tu tiadtatur ; quare logica tlocens.nullam fci- entiam parirper fe, &proxime • patittamcn remote: quia pottft phtlofophia; rebus co- giiuu digms applkaii, & earum fcicnciaai . II lacobi Zabarellce Patauini tftf Jii fUttiAt t,a,«re.Qi;;scT»oitJcarcuscft,vtnonvidcai A XriftotelftBi ibi manifeftc dicere Ipgtcani P er rcfumptam^ 1 rebus a,huc ii)>M> diciturdocens , laentuun non efle : af.plica- tam vm & fcie..tijs,& in vfu poutam , vere £ fle fri?ntiam ? Siquidem applicatafc.eiit.am pa- , e'unaavcr6nulliu-.ieit,ad !C fcienn a| n. Ven.ru ignorare non dcbemus.quomodo m- tribatndum fit loniwm apphcatam ph.lofb- obiJLartero philofophia: & faennarn c u. Swmmnon kaeft fcientia.vt prxfe. aljas fe e uia quedam rrieatiaftatuator,qus dicacur $L frientifs alia fcicnrianpn datut: fcd fci- intia dicit«t,quatenu5 fitlcientiaft a.cuian- Scatur : quicf enim aliud eft naturahs phfto- FophUMlulm losica rebus natura hbus wpli- ca«> Totacer?c naturali» phftofophta eft «onicries multarum propol.ttonum , indu. ffionum & ryllooifmorum in rebps natqrak* "us formato unitita de Geometm,de An h- BUi ' " , ,i,,-mni>.:nrorJtere; Caput V*h cleArgumentisScoti, & eorum folutwnc. VEit 1 t a t f co^nita.comieniens-eft ,vt a- Horumargumenta.qurhuicrcntent.a, obfta.e v.dctu.,foluamus, quod difEclk non erit Duo areumentai Scoto afteruntunn p T in« quiftione Vniucrfalium , altero pro- btl -gicam docentemeffe fctentiam , oupd tale eft:L ^cuscft rc l ens i E.golo S ica aHn- ^ B er i ;!a:airumptumftcprobat:Log.cu ? .dcmon "1 ftHt-Ergo eftfcieiu:boc quoq; affumptum s.^.; -|- nrobWl^.cahabneacmnia^ucadoemo- Lationem fackadam requiruntur :hab« : e- nim propnum rubieSum.ncmpefyllog.rm habetprop.iascius affca.ones ,qu* deipfo demonftrantur.habet p riucipia, perquje de- n.onftrar.tur nam pcr Jehnitio.«m fjnlppt mi multa ipfi ineiTc oftcnduntur ; Log.co itaq, decft.quQ minus in rebui Ipgicui cVe- Altcroarcu STe*ah>^ loeica applicata nomen log.ejr non ferua H fcientU emritur,& nomen fum.ta..^- bus hs ,qu.bus appl.caturA vocatur f .en- J N taiwl Amhmetica>vel aha aliqua. VidVturautem philofophanubua illud eue. niffe quod multis longum iterfaauris con- tinPcrc fokt:priurquam cn.m iter ingreck n h:l deeit,quo m.i.ui 111 —a—- j C onftiatinnci poffit ewruexe. AJtcrojugU- J««J mento probat loijicam in vlu pofitam non ,«™ t «l Skndam , fofca applicata phMop - I oroccdit per medTa xommunia;atfci e ntia ex prop. iis fit,non ex communibusiigitur logt- caitla lion eft fcicnda :minorem probat au- thorirate Arifto telis , qui multw m loc.s phi- lofopbix naturahsquando vt.turratiombus probabihbus & communibus.qux faentiam non parium, »s vocatlogicas.&atjuaombt» anturjuturamviammed.tantur.confideran non^p m e x adueifo drftmgu.t: «s per qu*m«diaad propnfitum fibiloci m D ^°^ ommun : bus fi u „t ..demonfttatiux 1 f:x. s* ,~. n Ait,cruenite.aueant:mox q ui * c * ... u^^,ntitn,imentaSco. tesper qusmediaaa prop—^ T'Z„n, melms & commoduis peruemtequeantimox Sa nuenta,8ccognius mcdqs iteraggredl- U ntur" & p.iccden.em iliam meditanoncm exeSuuntur.&invfu ponunt : fimlh ratione Sfophus volewad rerumrc.cnt.am pet uenircviam priusmed.tatur ,cju* co duce.e pX^qua.nuenta.percamad rerum con- Jcmplationem progreditur t*^*^ pi opriumnao«:u»,-^- r nemillampixcedentem .nvft ponere dici P V ropriail | iusar tispnnc.piaiOnin« mr . Meditario quidem vi- Iogica cft ft ,qua? E ^ do ^ afi « xpr Wognitis s &perdifn ^citurdocens : cxecutio vero&vfus eft.pfa- ™-t pbilofophia:& quemadmodum qu. &i- «rumitermeditatu^nullurn adhucter fa- « , "T P hi ofophu, dum kgicx cognmon em md t, nuilam adhue fdentian-licumsreipa r t fed prcceptatamum & modTm docet quo fc ientiS eft aaip.rcendaifcue aotem.feu faen t an tradcretuncinopit, quando ■ inc.pit I "habitu logicatiu rcbus phdofopharug _ •ii..„„.^ri, 1 it terfacere.quando demonltratiuii qu-"' » — „■ g, auia ex communibus fiunt , demonftratius autem ex proprij*. H*C font argumentaSc^ ti.quo.um vanitatcm oftendete facik eft. ™. pritB qu.demargumentnm, fi validum eflet, non magi-inlogica, quimin artibus omm- bus cffcftribuj loeum habcrct; fi namque ar- temaliquam doeentem ftatuamus , vt medi- cam , vel aedificatoriam.illa quoq; iutnetium propiiumhabebit.dequomultademonftra- bitperpropriailliusartisprincipiaiommse. nirndodiinafitexp ixccgnitisApe r ■ d I ikut- fum a noto ad ignotum; Qaid WBlt > Arsat. diGcatoria docens etit fcientia fpeculatiua, Ad argumentum igitur Scoti nceandum tft antccedens:Logicusemmneq;eHfciens 5 .,t- que demonftrat.nequc habet ea-omnia, qu_e ad veram demonfi.ationem verasiaentw r el- fect.icem requiruntur: no l.abct enim fub.e- ftum tak, quale ad fcientiam contcpiatiuam ■ ..... .rL;».,»;--.ii(i-m ruhictlum pol.u- "■ V I:;'jif(Jl tiam traoeri ■"—r--j ^ ... - 1,,.;,/;- fituil) ta c, quaic au >■.»... -r- & exbabitulogicsiu rebusphilofophan: fic itul '^feientia quidem Ibbiedum poRu ^viatot illc tunc mc.pititerfacere .quanuo F "1""" Don eonting^s , quod atbitw mrditariottem incipU excqui,&ea vti. la ^!"^,^ " effe noffit : at ryllogilmo Kr viatof .ue cunt im.ii'" ■«»■ ■ n ftaam mcd.tationem incipU c.cqui^ ea rti Txhis autem , qua;mod6 diximus coHige* poEus iJgkara fimphcitcr diaan, non ^ff fcicntiaml quamuis emm in vfu pofin rcientia cffe dicatur, ea tamen rten vocatu Sl.-.Io^Jd P hilofopb«p^ra^>»el mathcmatica: lo^.cavero propnedicitui ea, qujcdocet^&pracccpta »radit,& futu.am viam meditatur, hxc autem non eft rcien- tia. lai : seternum , non contiugci.s , quod atbitrto noftroeffc,acnoncffepoifit:atry!!og,rmu S eft opus& figmentum noftrurfljquarc ido- i.eum fcienticfubieaum .nor icft.imo ^necu- pnus cffet.in quo coguofcendo L-p«^« jnkgica , nifi ad rerumfcientiam in ph.lolo- phialdipircendamv,ilcnob,s.nfirun.etum cfiet. Pra;terea mimme vctum elt, qtiod lyw log.fmus loe-co proponatur, vt fubieaum- coanokendum , ftd potius vt genera ..ous.Sl- cficicndus gropoiutur, quemadmodu .« a, - „ dc Natura Logia-- , Lib, L „ i+ demonfcammus} quatrimus enim gene- A prajceptaac regulas docet.no eft fcienria, fed ^tionewcoafiofccreryUogifmi.ytgenerare jpfum apti Iwiuis.ixgeniro wimur.ntin v _co. gnof-amusr-i&m^iuod.uterr^eryllogifmo S l anws,iU^^em_edcoionfc«ione,acde aliisreUw logicisd.iceqdutoeft.OttQdfi.jb- ikiar Srocus; NtSnne Logicus multas colli- eitaecefl-riai canclufioties expnncipijs ne- ccflirifsfin rebus igitur necetFailjs, noo m continuentibus vcrfatur : obiettio hsc non iuftruivientu kicntiarmn : . tveio applicatur rcbus, eft vere fctentia ,non quidem lcienm-, quE dicacur logica , fcd fitkentia naturalis, yel Geoiuetrica.vel aliatquoniam fcientiatia- tuiuiis nihil aliud eft,quam ca pars lot;ics, qux tcmonfttatiua dicttur,ad conrcmpfatio- ncm reium uatuialiuin,&ad earutri fcientiam ex earnm proptijs principijs coniparandani applteaia : quod fiveru eft, vt ceiteeft veriili- ^fts dnnin- fle^tiua ftten ttix apf- licom ;.:.'.::'..' -. minus in arribus er}caric.bus,qtiaru in logica B mam,non video.ti argumcntum Sjcoti contra ipftim conuertamus, quid pollit sd illuJ rc- fpodere Scotus.dirit enim logica applicatam, phdofoplnc non elleTcientiam,qi4ite. r.ius.non eft ibi neceiiitas fimpliciter difla, fed foliim ex coofticutione ttati:aliquo emm fine coiiftituto.cttera omnia exco colligun- tur: v t fi extruedalit Jomus vtilisad habitin- dum,5c ad nos tuendov a irigore 6c _ftu , ne- ccflc eft eam tx tali,vel cali niatena conllrui: itatnK gicadicimus.fifitcolhgendaviiiuer- falisamrmatiua,nccelfe efttn primo modo pvimar tigu^ fylioaifmum ticri: fi pcr (yllogif mum ttadenda fic perfcdaconclufiiims fcien tii,neciife eftiptum fien exprop litionibus ncceif.uijs , &pritt)is , & caufiv conclufionis: tota igitui li.cc necetTitaseft cx finii confticu- ti >neTfeu(vr dicitur} ruppoficione : quialini- plicirer l^^jendo, nullanos necefiitas cogit ntc V/ fcten- tiji appitcx- t*Jciiiia tttt fcienuam pei deinoftiationem aoipifcamui : attamen diim coiiftituiniusjindagaudam etfe fcientiam ex hac conftitutiortCKquiturne. Cf fl-numeiTc talts propo(it:ones alfutneie, (impliciter tamen non tft necclfarium- quia neq; fcientiam in Jagarc cft nobis (iniplicitcr ncctifatium : qtif madmocum non tftnobis fiiiiplicitei net; Ifartum «dificare,fed du con. ftituimus coiittiiiendam ttle donium, fequi- tur nectirariuni eiTe talem tnateriam pro _t- dificattone acctpeie. Alterum argumencurn, quoprobat Scotusiog ca applicat.im rebus K.cntiain non etTe, tta vanum eft,vt profecto nnraii non dcfinatp,q:ioniodo vir eruditus, aut ita fit decepcus.aut dccipt re alios fallacil- fimaratione pcrvoci* ambtguuatem volue- f»r titixntt tit:na:n A^iftoteles ;qt:ando iu philofophia ra ^•/uV-yocentioiitbus lciubus & com uiubus vtenseasvo- \fr Itgtctt. caclogrcas , probabiha aigunienta intcliigtt, . : '. : ";;j:^. eorum qi1e,ignotantur,denionftiattone pro- gteditur, & i tbus illis, Teu ilti rcientiajttaim- mifcetur,& inferitur,v t in eius naturam trant cat, Sc nomtne logtcaeTcncto , nomen certs alicuiui fcientia: aLCtptat,quefibi certam fub- iefti naturam canftderandani pMfcnbit,& vo ciiturnon ampluis logica,fed C3eometria, vel Arithnietic3,vtl fcientia naturalis. Arsau. temToptra , fi rebut nr.tutalibus applicetur, intimaearum non penetrat, ntque ex earum propiia natura rationes deliimit, idcirco re- bus naturalibus, aut fcieris naturali infeti n5 dicirur, neque eius icienti.r nomen fumit: quiatnedtjs commtitiibus vtitur.que ctimcj. rum rerum natura nullum habet cflentialem connexunijfimon minits ahjs quoquerebut aptari polfunt, quam naturalibus :quofit,'vt non poflint appellari lationes naturales. o- ttinif enim argumentatio nomtnatur a me- quitcontrarationesAnalyticas&exproprijs F d ; o , quare vbi medium eft pluribus fctentiis ntix pnnciptjs ductav dtftinguere fblct: commune , ratio quoque communij d^citur, & anullaccrta kientia nominationcm ftimiD huiurmoJiigiturrationes,quum nouum no- nien non fu(cipianr,nomen futim retinent.& dicuntur rationes Iogic_-: rx his coiligimus, idem eficin rcbus naturahbus dicereiatio- nes Analyricas, (iue demonfti atiuas ; & Jice- re rationes uatutalas : rationes cnim natura- les illae dicuntur,qug c ptopria retum naiura- liumnatura delun.pt-: funt: atnon itajdem eltinrebus naturalibus dicere rationts Top^- a 4 logicam emmfumtt non pro toti logica difci ptina,fed pro fola facultate Topica,quam cur logicam vocct, quft hoc fittotius artis>Jogica; cummune notnen,ratio cognofte Ja cft,q"uam aneniine vtdt vnquifuifle dechratam. Dua; funt pattes iogic-intercaeteras, qitema.imo- dum pufte.i iiedarabunus , Demonftraciua, qu* hbris poftrrionbus Analyticis.fc Dtale. ft'ca,quaelibrisTopicis tiaditur: interhasiL lud taiLfcrimcn , qndii demonftratiua dun tiua duiu/ 1$ Iacobi Zabarellse Patauini cas,fiue logieas ,& dicereratiooCi nattitales nam quae alijs quoq; tcietuijs funtcomniu- nes,natu:alts nomlnari non poftunt.fvopte- rea aductteriduni eft, neob illa , quce a nobis anteadictafunt.ahquis in errotcm labatLir: quum cmm diximuslogicam docentcm,&a rebus feiunaam , fcientiaro non elle.fed phi- lofophiae mftrumeutum.de totalogica, & de ommbuseius partibus idiatelleximai:quum autem Logicam applicatam rebus fcicntiaro eile dtxiraus non de omnibus Ldgicx partr- busid accipiedum fuir,fed de fola pai te pt a». cipua,quMM. rebuifeiunfta^nequrvtappbcata. Carterum dubitarea]iquispoffecdee>>,qviod diximus, losicam leiundam i rottJfitne »n»m mentum vocanduut eft , quando aftu incidit aliquidiabfr dum lgiturvidetur, & ab inftru- menti natura alienum id,quod diximu.sloeu cam effe iuftrumentum philnfophia: , fed 10 «fupofitam, Scphtlofophiasapplicatam non amplius efle iiiftrum.iuum, Ad h-anc obie- Vifftmtt* ftionem dicendmu eft,aliam effe. verum cot- i»fi""-**ti poialiumnaturamjaliiinfi^riwnrjmiiiiuru- $„>ut»&- ^nuimqutdem corporalenon poteftfien «7«r«fo. i]llldjpruraiCUl u Se ftir)fttumenmm,vt(t rt Vfus eUdiieftinciEiopaniSjgladiusnonpnticithe- riipfaincifio,quoniani corpusin nC cotpus, St in accidens ttaiiftrc non poteft,ntquc po- teft fieri idcin , quod panis ipfe incifus : quia neq; ciatut eorporum peneciariomeq; cotpus alrquod in aliuJ corpus fiue aUeratio.ne mu- tari poteft: res autera fpiriraks.,ipphcatione, & coniunc;io«c iriter fc vr.um & rdem bcrt felent, vtc»AtjftotetecoUi S tmu»in I- de Anima;ibi namqSe dicitmentem noftram itttelliffciitem fieri illam ipfam rem,.qua? in- tellisitWquia intelledio eft receptio fpeciei incorpores: &fpiritalis ; proin -Je laem ett id, quod!ntelugit,&id,quodintelligirur,&ipra iiitelle£Uo;noneftigitur mr.rum, tT habmis. loeicr ,quindo fpiritalibus rerum concepti- biNc(immircetur,&eornm.eontemplationi,. quaTphilofophiaipiaeft, apphcarur , htipfa- met philofophia, & inftrumenturo fit illud ipfum,cuiiis inftrumentum effe dicehatur- s m his i"itiir mftrumenti natura infpici non po- tefl Siftinaaabeo,cuiiis eft mftrumentiim, nifi ab eo, & ab vftt ipfo reiungatur. quare lo- eica dum fdunSa a rebus& ab vfii iumitur,. fntbumentumphilofophiaieffecognorcituK atdum invfu poniturjam eft ipfi: philofo- pliia; cotgotaliatameu inftxumcnta&feiun- 16 A ctaabvfu, & applicataad v^um inftrumenti dicutur,propteteam,quam disiiuus,caurain. rim, I Caput V l L qued Logica nort ftt in- ttlleclm , netfefiptmtusiefc prudentta» HActenvs logicam docentem fcien- tiam non elfe oftendimus, ad hocvnum er.ini Jemonftradun),ea omnia,qua: hucufq; ^ dixiinuspertinueruiit. Eadcm ratiotic ofien- ditur.eam non ciT; hahitum illum, qutdic ; . u tui intellecius : fiquidem eiufdcm genetis &; cnn>!itionis efi'e oportet res illas,qu3rfub fci- entiam cadOt, & illas,quarum eft mtelle£tus^ eftenim fcientia habttus conclufiontnn , in- telleftus verb habitus prtncipiorum , ex qui- bus coticlufionesipfe Jeducuntur: quoniam ig^tur fcientia eft rerum {Jmpiicitei neceiTi- ^narum^fequitut inteilec.tum quoqjnon rni- C nus rerum neceiTatiarum elFci coclufio cnim necefliri-i per iyllo^ifmum fciri a nobis non potett.rv fi ev ncceflarijis pnncipip cotligatur, vt oltendir Anftoteles in i.libro Pofteriorum. Attalyticoruni. quare fi res logicse non Tunt fin>plidterneceFaria?,feq,uitur iubitum lo- giv.r^vtnon eft fctentia,-itauon efle intelle- duin. Similiteroftenditurnon effefapientia, „ w;j J cjuumnilaliudfitfapientia,qu^mfcientiafi- „,„ jM iiuilcumintellectu. Sed neq; prfltatia dici tntuM ^pottftiprudentiamenim definitTltiftoteles^oiCT effehabttum reda cum latione aftluum , (i n°»fi'""«' hoc tertio modo ars appellari no poteft : pri- motamenatque etiaiu fectindo conuenttci arrts nomen;fed perhoc tamen proximum eius gcnus non exprimitur, ftd rtmctum, SC valde communemequc adhuc cognofcimus, fub quo intellettuali habitu , habitus logica: confiituen.iu.fit : quoniam ars , qur ab rirt- ftotde inter intellectuales habitus pomtur, lugicam , quemadmodum dcmonftrauimus, non ampleftitur, Ciftit IX, quhdgfnus Legicanon ftt facultai. AL i oyt fuere^quiea, quae modo dixi. mus, confiderautes } lo^icain neq; Ecien. oatnit . recipirutjVt Ariftotclesdocetm ej.context 3. libn de Anima. iiiquit cmm , foiam animam intelf efliuam tifc locum fpecieiu ; quu letr- ftts fitquidem perrecrpttone fpeeiei , 3; per- peftlonem ; attamen non in ipfa aniRia fenhv bilirecipitur fpeaes,fed in organo attimat >, vt color non in vifu , Ted in oculo ; aftanima int.lJectiua nullo vtitur corpoico oraanoin fpcciebusrecipie.Tis,(ed ipfaeas iccipir:pro. inde folainteromnes partes animae dtctt lo- cus fpecierum : hic ena rofus eft fenfus verbo. rum Anflotelis in i!lo 6 . conrextu 5, libii de liwktfnitH Anima. Logica igitureft habitus , qui finc vl- - *n , ^j» lapr itfusn.atenaopetaturtum organi,tum ""'" *' ' rcc p ci.tis habita ratione;lrs itaque dtci non tbuli potcit.du proprie liomcn aitis accipirur;am- pla tamen fignilKarione no negaremus cam nou modbartem , fed fcitntiam quoque ap pellari pofle; aum enitn fcicntia; nomen late rutni:ur,pio omni ccgnittone,qua;curique ea fit.no modblagica, r ed & aittua phil'.fophia r &ars omnis uoclj potcft vocarifcientia:pro ptereaqub-d Cogninontm altqnatn tradit;hjc ratione medicina f.jiet quaruoqueappellari fcicntia.Sirrtilicei fi nomen arti.« arriple iitma- turpro quauis mentis noftn artifTtiofa togi- tanone, vel operarioiie (.irtificiofj autem .it citur, quaido cft ordir.atj,& ad pr-^p i7 uni fibi Hnem alirjuem perconuenieii'..! , &t.lo nea mediaprt)greditur}n..ii modaiogica.fed ipfaquooucphilofbphia t'n diL'unrgLnusIog'ei,nifi ampliflitnuni & remotnTnii um; quafi dicant logicSeffr quan- aam ditii^linam^rlhabitum qucndam^oni- nis eni.11 babitus intellcftualis animu aprum F reddirad altquiu , queadmodum dicc baniusj veuiiu hoc.qrum pci fc compertiiTimum fir, in pra;ftnttanon qua»rimus, fed mag.spro- pinquum Itigicie genus indayandum ptopo- futmus. Aliquando ftnCtiu^^&inaai-; propne, noraen ficultatis accipitur , ijuam fignitica- tionem dechratopttme Altxander hl P.afa- tione fua in 1. lib. Topic. vbi dicit fminfur, quam nos faculra^i m.feupoteftatein appcl- lamu^-caiti propue vocan.qtia: xque vtru n_ tjue conttai ium refpictt ; ts tnim prop: tedi- ptts couttra^laciuis, alias omrj.stiiibplinas Vcitur poffe , quiconttariapottftjVtanibulare 29 lacobi ZabarellaePatauini 20 is O oteft,qui Stiart. poceft non ambulare-.coe- A nolU rarionc poffi.n.us Pg«^W*"t . ■ .,r. ; m „r„r. t ,;- .hnrur. re : n?itur fi aluiua losiic^ pais elt, Sc ainter lum vtro polk mouen impropuc dicitur, quum non poftltno moueriun hacacceptio- iie fidifciplimsnomen facultatis tr.bue.ium iit, duar tanuim funt ^vt ibi docet Akxander) quibushzcappellacio conueniat.quiaheTo. laedocentinvtrainque partem dilputarf , & nos aptos reddunt ad e_que vtramque pauem tuendam,quodetiam ttftatur Ariftoteksm ilio 1. hb. de Arte Rbetoiica , vbi dicit has 10- las vocari excogitandi argumenta. tiones pro vmulqtte pattis defcnfionc. Cer. tum eft autemnomineDi.ikc"tk:eAnitote. lem non totam logicam intelligere.fed iblam eius parte difputatricem, qua: ocfo libiis To- pjciscontinetur.hancconipaiatcurrtRheto- ika ,&ei fimilem elTe dicit, notjtotana logi, cam : ideb non paium miior,quod multintt eruditiinhunc ernorem iiiciCciint , vt puta- uerir.c Arift.ibi nomiue Diakdica: totam lo HUIIrt 1 a^i" 1 '» ^ . « — — - — - n re : igitur fi ahqua logicr pais efl, Se, a inter omnts praxipua, cuiiiomt n DuleCtica; non conuemt : fequitur etiatn h>g'..a: toti no.iun illud non congruere; imo nulh pam logicx cogruit,n.fi folis libtis Topicis.omues emm hbnlogici.quipofteiiorei Analyticos prece- dunt, ad eo> di.igutur, & corum potiiiiniiim gratiafcnptifunt.quarc fi puftenorei Analy- tici non funt Diakttici, ati j quoque non poi- B funtDialecticinominaii, pariu itaque logi- cz pirs remanet , cui boc no ne aprari qu~.t, tantum abtft , vt totam logicam difcipluum bocnoniineliceatappellaie. Proptcieairru deiidoselfefemperexift^mauimultosekga- tiuv ph:lo!'ophaiites,qu! Latini feimonis can- doiem magis,qu;im philofophiam fcctantes, difciplinaiii tota 1nalu11tDuIecric.ini , quam iogicam nominare,quafi Diakctica Latmurtt nome fit, logica vei o alienum, vel ba.barum; «SSffldB ntm nomeiiiprum C neutrum certe vocabulum Launum eft, ki gicamsntdhgeie^quum icq . P C mutmlu e : ncc magts vno.quam al- Diakdica, neq«e illa, qux de Dialeaica ibt dicutiturab Ariftotele.totilogiccaptanpoU fintjipfe nanque ibi affem Diakfticum sqrie paratum etTe in vtramque partem hjtrl®~ difputai r,hocautem arti demonit: a- dijquar pra;cipua pars logkat eftjcerte r.o t6- ueniccaenim non docet quomodo quamli- bct tem propofitam demonitrare dcbemnus, quandoquidem non ommaeiufmodi funt,vt fub demonftrationem cadant , neque doccc ] quomodo ique vtramq; con:ranam partem Jemoiiftiemy^qubJan.uurademoiittrario- nis ahenilTtmum eft, quomam altsia tatmirn contradictionispars, qua: vera & ntciftaiii efl.demonftiationis eft capax.non altera,qu^ falfi eft Sed nequefimik.n totiIogica:Rhc- toricam diccret Ariftottks ; quia Rhttonca cft pars qusdam lo^cSjVtmox delogic* di- tufi l ,nel(iquenEes,demonftiabimU:,quem- admodumigiturncmoliominem animali K- mikm diceret, quum homo feeundum fuam fubftaittiam animal fitnta nequc Rhetoricara lo^ica: quoniamRhctoticafteundum cflen- tialn fuam eft logica, 5c fub logics parte vnt- uetfali tanquam rpeciesfub genere contine- tur.Ceteium etfifp eciem generi fuo fimik ni nunquam dicimus, alteri tumen eiufdem ge- netis fpecietfimiUm dicere poiTumus.vc afi- numequo:quianeutiu dealtero prxdicawtj itaRhetoricam Diakaica: fimikm dicit Au- ftuteles , id eit,parti logicx difputatrki, qu£ Topica diciturfunt enim dua: diuerf*parse« eiufdem dirciplinA-, & pats paiti fimiiis dict potcftjfed non pars toti,pra:feitim quumto- tumdeparte 111 cafu leaoprae.iicatur.Nome quoque Diakaic* rolam oifpuratrieeai fa- cultatem (ignificat.non h.gicam totam:quia algLAf^spud Gr^cosnon figni£katrati->ci- nari, vel demonftrai-e , fcd difterere,ac dihiu- tare. quare fi nobene dieeremus demonftra- teai^M}*^, aitem quoque deiuonitiandi Cira:cum vtrumque : ncc magii vno.quam al teio nobisvrihcec; eorum autem ea cil pro- pnetas.vt D?akctica Iblam difputatncem fa- cultatem fignificct, qua: logif x pars quidam 5 eftjlocicaveib totam difcipl'.iiam,a nominc enimpTsV®- deriuatur,&fignific3taitequan- LegcA dam.qirerationevti^ctatiocinaridoceatjcu/iw-iil iufmodi eft lomcavniuerfa. In eun^ ^rrotem Anftoteks & Grarciinterpretes lapfi r,o lunt, apud cmos vix vnquam Diakaica nomc prc' totaartefumprum rt peiias,quado cnim to- ■tam difcipltciam !igniricarevolunt,logic.^ no- minevtuntiii,quandi:. autem paue lolamdif- putiatricem,eam vuc.mt Diakcficam. Vt igl- ,turadid,qiiodpiopofiiimusiedtamus,tacul- tatis nomen pioprie fjmptum torildgicx no c..ngruit , & Ariftoteks quando Diakdicam dicit cire facultatcni.no de totalogica loqtiu tur,fed defolapartelogicediiputatrice.vtlo- cum illum ,5cta,qua: modb diximus, conti- deiatibusnianifeftuni eft.IHud przterea anl- maduertere illt dcberencqui logicam dicunt e(k facultacem,qubdperhanc eorum rcfpo- fionem dimculcas , qua: in pra^fcntia nosvr- mt no foluitui,qtium enim conftetlogirain iiabitumeireiinelkaualem.&crededum fit plcnam Scfunicientem efle talium habituum enumei3tionem,quam Anftotel. in 6, hb. de. Moribus fecit, attamen nondum apparet , ad - quem cxillis habituslogicaredigtnduslit: imh nos ad nullum eoiu redigi pnfledemo- ftrauimus : quia logica neque eft fcientiame- queintelleftus, neq, fapienttaj necu pruden- . tia.neq-.arsiqui igitur facuttatem tfle dictint^ 1: fif.icuUacem alium quendam habitii tfle pu- tant prKteriltos quinquc, Anftotekm in i-lu- bituam enumerarione mincum ac diminu- tum iaciuntjfi vcib 11011 alium,led eorura a.i- qnem , id declarare debebant, & argumenta, qu^ nos attuhraus, fohuie, quod ipfi ncque , kccruntjneqj facere, Tt aibicwsr, potueumt. 11 dfeNaturaLoaic^ Lib. f. ti C.tpur X m qtto prapri* fententia de 1 gencre Lojice exponitttr. -r^Go rempe; fcnrentiarmllam vcrilfimam f^efle exijhmauijqnam Grarci ioterpretes 1. ,'m* ^O^fic.irevififiintJogicamiiulrumewmd M /!,*».f*«S.fe' P hilorophi3e 3 eiusque naturam r.onpoiie melius & aprius , cjuam inftruinenti nomtne figmikari & declarari: proimk genus logicce eiTc dilciplinam infirunictalem , feu habitura jnfhtimeutalcm. Ha>c fententia tum ratione, B tum Artftotel.tifiimonioftiitanobisiri pra.'- cedenttbus declarata.dum alu degeEerelo- gicx dogmata icfuraremus; fed nuucmagis derlaranda eff, &in:'humentorum genera di- ftincuenda,vtqua!e inlhumcntum logica fit, .«rttwM» itire.ligamus . Antc omnia non eft ignorart- uni. dum ,quid iicinfiiumentum ; inflrumentum illud elfe dicimus, quod quum piopteraliud. lit, tanquqpi propter fiiiem,ipfius ea tantiim cftnatura, vtadtiium finem 3lTequedum vti- lefit;qu6 fitvt illud proprie diraturinftru- merum,quo J amota vtilitate ad illud , ipfucn nf.rumtnts- per fs experen dtim non ef. Jnftrumcnrorum aucem duo funrgene.a ,aha namque a natu- ra , alia a nobis fiunt ; partes quidtraanima- lium, & ftirpium natura: opeia funt, &inftru- mentaanimx ad obeundasoperationes vic.c. Qua; vero a nobis fiunt,3lia corporea fur.tjVt oninia artefadj; liaec cnim per habitum artis a nobis fiunt, vt iis tanquam inftrumctis vta- mur ad ilh nobiscomparanda, quac hnmana: vicz neceflari», vel commoda funt; cale in- ftittmentum ef. clauis , & domus,& nauis, & s!adius,&a!iaeiufmodi, Aliavero funcin- corporca, & in (_■!_ mintis conceptione com ftftunt; f-bticatenim lllaiutcllectus, vt iis iu- tietur ad rerum cogtiitioneni adipifcendam; hic uon fur.t nifi conceptus animi, qui voce arricuiara folent a nobis figmficari; vox enim atticulata efl ftgnum conceptus, qui efi in a. I nimo. duplexautem eftciiifmodivox, vtiu huius iibri initio tiicebamus : alia namque fi gnifkat conceptum rei , vt homo , animal ; alia verc coticeptum conceprtis, vt genus, fpecies, nomen, verbum.enuntiatio.ratioci- natlo, &alia: htiiufmodi; propteiea harvoca- tur fecunda» notiones ; illa? autem prima?: ptiuscnim mctis rem conciptt : deinde in co ccnceptu alium conceptum effir.git , eumq; vocefignificat, qua; dicitur voxfecundse no- F tionis, & eft nomen putitis conceptus,fcu r omini5,quim rei : voces quidcm piimt: no. rionts non funtinftrumentajedfisnacotice- ivienta noftri intellefhisinam lirigete in con- ccptibus rcrum alios fecundp, lonceptusiio' oportuilTct, nifi aliquam nobis vtilitatem pisfiitmi fuifTcnt ; tgicttr a!:udnon funt, quam inftntmcnta: cjuoniam ca vtilitate a- ntota, inaigni qui a nobis cognoiccrentur, fcu tormarentur 3 e.\citifleut : fid quuin vtiles finc, &adrerum cognitionem capeirendam maxiine conf«rant,digni fuernnt ,dc quibus 3'iqua: difciplina: conliituetetitur; nonqui- dcm per fe digni,fed propteralia,ad qusvti- les funttpioptcrca hidifciplinaevocauturin- flrtimentales : quianou piopcerfc, fed pfo- ptet aliastraditaifunc. Has ego d»cs efie exi- Diftiplin* frimo,(jrammaticam &Logicam : namvtia- ixprumtit*- que eftinftrunientum ph,lofopfcia3, fed alia'" ^ u '*> r " a ~ &alia ratione, qure differentia breuiterde- mlUC "- ei L " claranda eft. Mentis hiin,anx officium eft, tu^' r *" humanam fpeciem coliituere, tanquam pro- pi ie eius formf£,tum etiam prupiiashominis C edere operationes, quarum prseftatitTima eft contemplaii & coguofccre: deinde veto & aflionibus noliris prarefle , &infpicere quid a nobis eligendum, quiJve fugiendum lit. Sed ea eft ipfius infirmttas , vt ipfa per fe, Gr*nm*tica:quiaomneseacget, v nteil.gete, ic mtell.gi poffint Ob aham quoqneuuone logica cjranamancam fequi- t q ur : qooniam .pfiuljogu* coaftitutio a no- mine & verbo cxordium fumit.quae aGram- matico videturaccipere Logicus-.quanquam V ,a & alia eft horum confidcrat.o in Gram- matca,&in Log.ca- Grammatkus enim vo- « rerum ngnificatrices al.as vocas nomina, & alias vertia 5 has & reliquas orationu par- testraaaCYtpartes locutiomsiconccptu au- «m fi^catum non confiderat, mS propter voccm figmficantera ; Logicus vero conce- ntus ab lis fignificatos contemplatur. .pfrs Ltem voces Ign&awes non conudertt.n.li proptcr £ on«ptgsfignihc«os , quod diftri- Ken vn definit.onibus nominis & verbi 1 GrammaticoSt a Logico iradms, infptci po- tcft-I o^tctis enim primatio conceptus reipl- ct .'fecuodario voces; contra Grammaucus nrimariovoces.co^ccntusrecundario.Eviis, ««dwUnus, manifeffum eft log.ca vna cum GammantaVub mtellcduali infitumento, ^Patauini 24 nut fales igiAr mtthodos logica docet, iuasCO£Kofterevanumprorfuseffer,fi »die- rumUOfttiatn adipifcendaii. n.hil nob.svti- litatis piarbcrent; quamobrem ea cll logicae narura, vt ftieniurum inftrumentum ht , & doceatquomodoconceptusrerumdirpona. di fint.vt ex notis cogmcionem lgnotorum, adipifcamur. Seddtlogic*finediligtntius acfufiusin fcquentibusloquemur. CA, Ket± iifa* lefit* tiriminatica mu iuhuw— - — . tmouam fub proximo genere conuneri ; v tta- aueemmeftdtft.ipl.na.nft 2"„™nimi '««rumentatms &nob.s.nftt. mcnsadomniom aliarum difclplmaru &ha- biwumacquiGtionem.piccipuevMoaapr?- ciouw difci P lma i ,& ad hab.tus ommum p>e- Effimos DifFercntia vem harum ddarum nftmmentahumd.ftiplmarutn^quemacimo- dum & aliorum ommum inftrumentorum, a fcopo & abvfu vtngfqoe drfumitur; Gram- mSn.m fcopus eft, refta atqne connn nalocuno.quaiugemgr ad ommum difcpl.- na um intell.gentiam, & audiendo ,& lt«n- co .Togks vrtb ftopus eft ,mm ac metho- dum nadetc , q«a ad rerum nom.am adipi- &"m vti dcbeamus S -gnorum ca.tn non ,oVapfdtur,nifi exalicuii.s not. cogn.rione, S Sd cuiufqutiKOOte.C. not.nam afleqne,- d *„ aftatutw qgibufdam pr.ncpus, & p cer- uauxdammediaprogted.necefTe eft.fine q u buseLUSteicogniuone nunqgam poute- Cap.Xl. dttLogica fub aliquo qmnqui habituum mtelleihiahum contineatur. DEC iahatv m efthaa"enu!,quilisHa- bitus logicafit ; eft emm hab.tus mtel- kctital.sitiftrutnentalisjquoiggatur.ntdle- drti ad aliorum habituu adeptionem. Nunc videndg.n eft.an in illis quinqueao A-iUor. numeratis contineatur. D.cunt nO.nulh.An- C flotelem in illo 6. hb. deMorib. folos nornv narevoluifie habitus pvincipales, itaque lut ficientem efle eam numerauonem.tanqujm taabituum principalium ; aft habnusjog.cx non eft pr.ncipalis , quum fit iuftrumeianus: nullumenim inftnimetum dicitur pnncipa- le quatenus inftrumentum eft : qu.a e« pro- pteraliud tanquam ptopterfinem : finis aute prrfantior eft iis , qua: ipfius gratia funt , vel riuntihabitus igitur logice illie.tumerat.onc D nonfuitcomprehendendus.Hancrefponfio- nem haud cquidem fpernenJam ,aut retuta. dam effe cenfeo , Ted potius magti dec aran- dam , vt omnishac inrc difficultastollatur. Videturenim dicendameffe log.cam ea ha- bituum numeratsotie & comprehenfam tuii- fe,& non compiehctifam; r.on tu.t compre- henfa ■ quia non fmtexprelfa; (iquidem An- ftotelesfolosexprimerevolu.thabitusprin- cipales;fuit tamen etiam modo quodam im- E phciti &fecundaribcomprini#!cnti* acquiricui.Hiccertj. I_:.i„*-K.fir,ftii{h) illaiiabituumnume- deNaturaLogicac , Lib. L 2 * A cffcd. icefla > & vt finem ; non di.xit operatio- neni effe finem furmaj.fed iomnm ipfam di- xiceffe tinem:quiafoimam inregram ,&to- cum fuura complcroentuniaff.-cutamacce. pit: proindenon otiofam.ftd op.rantcm, id eft , toimam cum fuis operationibus ; harc e- nim diciturfinis; fimiliter itaquc habitus in. tellectuales habenc Iocum fiiiis , dum acci- piuntur fimul cum opcratiombus fuis -nam habitum fapientiae affcqui vnlumus , vtcon- fuit Ariftocelisfenfiis ratione, rt ipfiusverba fignihearevidcntu,; duens eniin fcientiam efle habitum demon- firaduum , demonftrationem innuit,.qiia; in- ^rmtti» rkumewumeftfcKtr*acquireodx.e«oau- u x.i-t, lem locovaiidifumiturreiitent!a:noitreco- ■ ji „ lB v - - j u„;„,n^ .npSn.s neoue B rempiemur , habitum arcis qui-ri rous,vt erh- cdhyt* n obacio, quod Iogica nemus: namli Arifioteles expnmcrenonde- buithabitusillosintelleduales.quiprEcipui non funt ; dicuntur autern non pricipui .ili, quialiotum gratia flint, ffquiiurneque pru- dentiam , nequeaitcm eoin loco nominan- datfuiffe.quialuutpropteraliud ;naadope- rarionem dirigunrur; mutiiis eft enim habi- tusprudentia:, nifi actio fequatur; & habitus artis , nifi fequatur eiTectio , vt coium defini- Hubium. tlon es declaranc, Prsterea certum eft.eorum ejuinquehabituum aliosaliis efle nobiliorcs, & vnum fortaffe aiiorum omnium prsftm- tiflimum effe ; atqui id, quoi in quoquo ge. nereelt eiufmodi,a!iorum omniu.n eiufiera ciamus; refpecius itaque habituum intclle- ctualium ad fuas operacioncs, quas edere poifunr,petfeaioriemjipfotum habituum fr- gnificat: operari namque,feu[poflt operari peifeftto efl, & iorma quauto pluresedere poteft operationes,cantb nobilior eft; fed re- fpecius inftrumfci ad finem , cuius gratia eft, 'i imperfedionem & ignobilitate notanpfius J'™ inftrumenci :quia eft propceraliud, &alij in- C feruit. infcruireautem eftimperfettio.adar- gumentumigiturdicimus, habirumnon efl fe lnftrumenulem ea ratione, quaaptuscft operari ; fcd quando a.i altenus habitus ade- prioneni dirigitur,& propter ilUmefl, tan- quam propter finem , runcinftrumetum eiu* effedicitur,qua[is eflhabituslogicsrefpeftu aliorumhabituum, qui principales dieuntur. Ad alceram vero dubitationem refponderc Stlutn poffemuSjdeclarandoquomodo illoru quin- gi-ntiisfcopusjacfiiiis efl : vnusigitur aliquis D que habituum principalitini alij ad alios co- cx iis quinque habitibusaliorum quatuor fi nis erit,vt fi talcm efle fapientiam dixeiimus, ve! aliorum aiiquem; necefle eftenimintec oninct mentis ntft.r babitus aliquem vnum clC ,qui fit fuBima ipfius mentis perfc£tio,& cuius gracia lint rel.qui omnes; eum icaque vnum Anftoteles exprimere debuic,alios vc- StUiic. IO implicite tantiim complecti. Ad priorem quidetn dubicationeii! dicimus^aliud effeha- biturn atiquem divigt id aliorum habituum adcprionem ; aliud effe habitum dirigi ad o- peratioiiem propriam; dum eoim chctmus, fiabitum aliquem cflcpropteralioshabitus, «iicimusad eos dingi , tanquam ad finem , & corum inftrumentum effe, &habiturn jnftru- mentalem j cuiufmodi efthabitus logicaz re- fpeflu hahituum principalium ; quifq; enim habitus sb aliuhabiribus Jifiindus eft : ideb fjropter illos elfe,elt feruum alterius efle : fed ubitum dir.g. ad operationem,tanquam ad *n ftr- Enem^ton refle dicitur,nequepropteiea fit, vt Teruus akerius effe dicatur;operatio enim eft de interna peifedione ipfius formae, quia perfeftio form^ eft.vt non fit otiofa.fed ope- retur. habitusautem forma quardam eft, & a£tusprimus,vtinquit Anftot.in principio i. ]ib, de Anima : igicur ad operationem dirigi non eft alreri inleiuire , fed eftpotius perfe. ctionem , & eomplementum fibi comparare; proptereaAnftot. in eo 1. lib. dcAnima, di ferant, & altj aiiis nobiliores fint, & habeant racioirerr: £&h \ hoc cnim verifiimc dicitur, fed eftfano modo intelligcndumthoc etenim reftciutelleciojappaierernullum eo.um ha_ bituum inftrumentaleni refpedu aiioium dic; pofle.Sed quoniam rnulti altior effet ea contemphtio , qnam vt ad Logicum perci- nere poflit, ea omiffa, fatisfitpropiacfenti oecafionej fi dicamus nonfequi,fi vnusex eishabitibusaliorumprafftantiflimus, &in- ftarfinis lic s eum folum fine aliorum expref- fionenominanduni fuiffe ; fieii enim poteft,. vt aliquid tum ad alia vtile fit,tum etiam i- pfum per fe aliquam dignitatcm habeat , & non modo proprer alia, fed etiam pioptetfe ipfum expettbile fit,quales dtcimus eosha- bitus elle rtfpediu ilhus, qui aliorum pra:- ftantiftimus fjc;quamuis enim modoaliquo piopcerillum fint, tamcn ipfi quoque per fe dignitarem habent, vt illo quoqueamoto,, per fe ipfi cxpetibiles mancant; afthabitus ]ogic« non eft huiufmodi : ita enim tftpro- pter aliosliabitus, vtnullopafto fitpropter fe, neq; propter fe expetatur,fLd foliim quia 3dalio5adipifcedosconfert, vt f)y>ra demo- ftrauimus. Quum igitur (iicimus Ariftote- lem eo in loco folos nominare voluiffehabi- tus principaics,noniine principalium no eos tanttim intelligimus , qui prsftantiffimi Gnr, & nuilumhabeant pra;ftanticitem:fed eos o- xit animaru effe cauiam , & \i founam , & vt -'uincs, quiipfi pet fe aliquid habea-nt dignita- r 27 Iacobi Zabarell-e Patauini 2t rss, quaper fe qiioque cxpetibiles fint; expe- A runt.fed tanta cum difficultate.tanto cum la • * Vi 1 .1 S. UiU; . 0 _*_• m..M 1 inir.iliirH . «V II t__i".  4 QU t.r.dus perfe sft l-.abitus prudentia. , & babi t.isartiv, licet fcientia pi-eftantior fit , 8c pra.- _.antitfii__ ommura fapientia-, tdcircb nomi- nandi atquecxprimcndioniiitsfuerunt.non ita habitus logicae ob cam , quam diximus, rationem. Caput X 1 1. dc duplici Ligica , & de tmongine, bore, vt piuciadniodum ,4c ij tantuni.qui ptrfpicaciffimo eflent itigenio , phtlofophia & coqnitioi.e rerum potu -tur.AcIogiea ha_c artificiof- ab Ariftotele condit-mi. ihce vtam nobisad philoloph.-Jum cxplanautt, & mul- tb facilioiecogmtu re-didit viiiuert.m phi- iofophiam. philofophia.gitttrcaul-fuitlo. p gica: tum vt effeftnx, tum vtfims; Philolophi f"'*4 emni lugicam genueiuttt propter philolb. £"'" I v _ , qui natutan. logicr fitdeclaratu- B ptiiitn, vt facilcm fUa, viua pb J_^,rus , non patum intereft de eiufdem ori ' dn gme verha faeer*. Stiendum eit igtltw du- lifx" piicem effai-gicam; vnam natuialem, aite- l.t.cai.ttu' ram artilkiofam ; logica naturalis eft qtiidam t*lu- naturahs inftmciu. , & vis qua_dam nallo hu- niano ftutiio comparata, qua homine. etiam penitus indocti, lyllogifmos Sc argumcnta. yones faciunt, fine vlla notitia artis atgumc- tandi ;hacioi?icanatuiali vfifuntin philofo- icddercnt. Veri.n ptfipropter.fi. lam _ fophiam logica _ Pailofophis inuenta -ii ta- menco.uingit,vtgeiiitaalii-qtio(]uc bmtil- bus difciplinii . tiits eflc compertalir, nec ta- menpropttrtea ommiim difciplinaru .nttr_- menttim vocanJa eft,fed philpfophii folius, a qtiafola, Sccuius fohus gratia fnit cumpo- fica:arresenim neq;ge.neiare logicam apt* erant, neq; finalis raufagencrationis 1 gica: ptinidi tle "m philo- tandi ; nac .o__ca_iaiu--u- ."-->"-■" i * v , , _ o. ■- phando pnla fapienies ;antequam cnim ali- C fuerunt, fed fola philolophia; contetiip.atiua r • i . : /-.:_/TiT^f. ««,1 Anr in_>r. _Tii,ipm nrim..ii_.fec_nd_iioaLirem IttlU-ji-C t. ii.i i i ., i ■ -ij. ...- i quii logicam artcirt (cripfillet , vel docuidet, ipfi natutali inftir ftu du Cti in remm conteni- platione methodum quandam fcruabant, & quibufaam notis piincipiis coiifi-tutis ad i- lcn.wtifi- gnota progrcdiebantur. Pofteriore. autem l J hilo!bpln eoiumfciiptalegentes,nonnio- do philofophiam.vetitm etiam logicam uo. ao quodajn didicerunt: nam philofophindi rationem ac methodum expendetes, eam ad quidemprimaii^/ecunciauoaureni a6tiua,vt jnfequentibusdeclarabimus;ad a:tes vcio quod loglciconferat , et(i non cft cutitra in- tcntionem Phtlofophorum , qui eam genue. runt , eft tamen pra:ter eoruui lntentioneni : fic enim ttiam artifex tnfem facit ad pugnau- dum, non ad fecandum panem,fad.us tamen enfis& ad panem incidenduniiS. _u alia utul- ti priter ilhusartificis intetioncm sptari p. tationem ac nactuouuii. -■ r - ■ _ _ re-ulas , & ad artem redeeeumt, & loaicam, D teft. Ex his omnibuscolligin.us , resq; per le L.M S .» '.- .: _ . C _....«. I .... r_ .n.f-ft. ,_• Inolnm __ .1 £) (1 1* t lO f (f 111 LlilttO- P ri9f. qu^ artiB ciofa dicitur,compofuerunt. Latt- tiem hanc fibiatttibuit Ari-iotel-S in calce fe- cundt libn Elenrhorum fophifticorum , vbi pr. fitttu r,fe primtim, quum antc jpfum ne- mo deivllog fmisaliquid uocuiflet,hanc no- bts ope'-m p rt;ttittflV I & logicam artificiofani ttadtdiffe. Simiieptincipiumattem quoque KhetotKam habuiiie teflaturin principio pri mi hLiriRhetoticciram; ptiufquam enim dc arte il!a aliquis fcnp6fl_t,multi natuiali quo. Sj,,t,ric* dam mfttiiftu dnSB j Rhetorica nat_rait vte- r.xmrti*. baiitur adpciftiaiiendum ; poftea verb il i ex coruin otationibus regulas tk prxceptacol- leactunt , qua; ad artem rcdigentes,Rhetori- cam artificiofimi compofuetunt ; quonum ig ttirpriusexaite, . uim de arte locuti funt homincs; id.ii priores Rhetoribus Or.toies extiterunt, & arre logicapiiorfuitphilofo- t ,„ -jjphia Ejthismanifeftumeft.logicamartificio- Mnl fhi- fam. ^ in prlf-ntia loquimur, optis i.fipbi*. quo ddam ,& partum quer.dutti efle philolo- phiE : ab alio enim BBijo, rnt. I folis Phiiofo- phi. ,5c perphilofophirh. bitump.-!>duci,ic generari poterar ; fedpi?'ertim;\pfit!o;bpliia contea-platiuaortum duxit,cuins fcoposco gnitio cft . prius namqv opoituitanimuai r-i ruinct.gnitionepr.T-dittim er.tinHV, qtiam de tatibneA mttbodo philo fophandi artcni lo- gicam , qua. aliis opc 111 fctttt, compofuetit. Pofi-mus quidem etiam periolam iogicam natu: jlem phitofophari , vt comp!urt'i f«e. manifeftaeft,logicam& pofteitorem philo- pmA fophiafuifl-.&pi iorem;in illorum enim ani- /"'P*J mis,qui primi logice inuentores fuetunt,iie f c-.ife eft fcientiaift lubitu.s liabitu Iogic^ pno- reifuitre; in alns veio , qui logicageiiita vti cccperunt, babitum logicx priote cile opor- tct,non qubd ita iiectfiltas cogat,fcd ad ma- iorcm vtiiitatem, ik pbilofophindifacilitatei logica tamen natur_lis in ommbus homini- E bus ex neceffitateprxceditphilorophiarha- bitum, fi quis emm huc naturali acuuiineca- reat, is ad philofophatidum ineptus omnir.b cft.vtpote necefl-riis ad hoc munus auxiliis a natura penuus liuftitutus. Log:c_: autem ar- ttiicioiE fi & principium , ongnicmque & _- nein fpedemus.eam poilumus appellare fci- ctttiam,quatenus„ lcientns,& proptericien- tiasgemta eft,ft verb ipfam per fc eius n„turi connderemus, noneft ftientia,fed fcietiaiuru t inftrumentum,4t aittbus fimilior,quam fcie- tiis:quiain iis rebusverfatur.quc fien a nobis poffuiu, & eaium generaii^nctn docet,quod cttain artes faciunt : ex ip_ us aut logica: ori- gine, & ex eorum.qui tam inuenerunt.fiopo &. confilio id comprobari poteft:nani l'hilo- fophi non alio contllto earn vtdentur compo- iulffe , qtiam vtahis tffet infirumentum vtile ad philolbphandum . Nolohn filcntio prx. Duli terire argtimcntti quoiundam,quod etfi letie ac puerile eft.adolticcntibus t;tmen atque tl- v ror.ibus itsg')tit!m faceffere potcft ; nonnulli i ' nouotum de Natura Logkx , Lib. I, 30 nouorum dOgnaltuin lnueiitotes viden cu. Mentes,Gr*corUDJ fententiam coirigere vo- lueumt: quum eaim C5rici dicuntlogicam elTe mitrumentum philofophia; , hi nonrc- Ctam eile hanc appclUtionem ioquiunt; fi- uuidcm mftrumeoca ea fuot, quxin iogic» uaduntui , non logicaipfa ; funt emm logica iuftrumenta ryllogifiuus , entbyme.aia,indu- dio,demonftratio,&aliaeiufuiodi:hisnam- quc Philofophus vtitur, non vtitur totalogi- ca ; ipfa ieitur loeica inftrumentum vocan Ja Ji men hsc lenrcntia non probatur; puto enim noneft,fed facultasinftrumentorum fabrica. fccis cfle.ij dicamms finemlogicse effedircer- tikui. trix . Puerilis ccrtc animaduerfin : quali ali 3© A in aftiua bonum a malo , hac dufli ratione, quod inceromncs conftat.logicam vtriufque philofuphix iiiftrumcntum ciTe . Videtur e- ^rjwmf*- tiam eorum fententia teftinionio Ariftotelis tHm tUtrum. eomprobari,quiin cap.9. hbri i.Topic. dicit logicam effc inftrumenrum vtriufqueparti» philofophia;, & adminiculai i tum ad cogni- tionem vcritatis in pjtte conteiiiplatiua,tum ad elcctionem & fugam in partc actiua : ele- ctio autein efl boni , fuga vero mali. Mihi ta- Ctnfruiit. quis vel Grscoruoi , vel poftcrioru itataruus fueritjVt logicam ita ioftrumentura efle di- xerit,quod rcieoci z toto ipfo volumine logi- cx canquam inftrumento vtantur. Quum igt- tui nemoidvnquam dixerir,fed omnes logi- cam ita effe philofopb:ae inftrumentum in- tellexerintjquiainftrumeiitaipfiphilofophie, nerein philofuphiaverum afalfo, quafi dica- mus cognitioucm efie rotius Jogica^finemj de bono autem & malo nullam fsciedam ef- fementionem , fed fuperuacaneam effe hanc additionem,& in definitione vitiofam,quod qttidem faciie oftendemus. Inprimis illud Tiuii hgita. conficemur, logicara & fpeculatiua; & a£riuaj philofophixinftrunientuui efle; dicimus ta- fubminiftratjcertum cftiftos dcfolononiine C menn oneire in detinitione Jogicae mentio controucrfiri,quum de ipfa re mternos con- ueniat : etemm qtiibus inftrumcntis philofo- phia vtatur ,nenio Grscorum , autpofteno. rum Philofophoruin iguorauit; fedfblaap- pellatio horum animum curbauit, qua; tame nobis iiullim difficultateoi facit/quam enim Mtioncm habent res logice^ad philofophicas, eaodrm habet logica tota ad ipfam philofo- phiam:quonisni i^itur difciphnaiarebus co- #d?raiit pende.it/Stak eisuomiuationem fu- fctpiuot, logicapoteft relpectuphilofophia: vocaii inftrumentum : quonia;u ca, quanra- chmtjr in logica, fi;nr innVumoma cogrto. fccn Ji res in philofophia eonfidcratas: vt ao- miaeir.ftravBeti n\ sliu dincelligamus.quam oifciphaam itiftiumetalem,qualem ipfi quo- ^ueJogicaru eile affirmant. Ciput XJIl ifeFwe Lcnc£. QVo hia m auttmciii:.;fqueinflrurne;i- ti nituia & cuiferejatia propria afin; fjniicur, non fatis tft p;oxinnim logica?gc- nus cognouiire, nifitiuem quoq; ipfius pro priutn cognofcamus; de eo qmdem ajqua •iiximus, dum logicam a grammatica diftin. guerc-nius: aliqua etiani ad eius plcnaiii in- /»- teUigentiim tiic:ndainanent. Soietamul- V lis adlgoan Jerlnicioiogica: talis :Lcgica tft infti-uinetumphilofophii jaPlnlbfophisin uentum ad difcernendum tn phiiofophia ve- rum i£iiro,&bonuni a ma!o;duplicem enim finem exprnnere voluerunt.quoniam Iogica vtriufquephiiofophixmflrumecumeft. phi. Jofophia quidern contemplatiua in vero ae falfo verfatut , id eft, in cognitione; coenitlo emmeft veri & FalB; afliua verb in bono ac malo, ideft,inaaionc,vtagendoeIigamus bonum, cVmalumfugiamus; fignificare isri rur volueiunt fincm Iogic S eire,d,f C erncrem plulolophn contemplitiua verum afalfo , & ncm vllam faciendam boni & mali, fed fo- liim veri &falfi; ficcnim fatis, & ad plenum ipfiLis logica; vtilitattnt & finem cxprimu mus: quia verum & falfum, eorumque co- gnitio nonmodoin contempJaciua philofo- phia,fcdetiam in afliua, &in omnibus arti- bus locum habeut, vt aiferit clare Anftoteles* in z. capite 6. libri de Moribuv:tiam in omnu bus difciplinis cogmtio qusricur, & difiin— D ftio veri a fa!fo ; id tantum inteicft,qubd con- templatiua; nullttm alium fineni habent, quam cognitionem;rcliqua; vero omnes co- gnitionem nonperfe qua;runt , fed propter operationem: docerhocde nrtibus Ariftote T ics in contexru ij.libri 7.Mttaphyfic3e, dice^, cuiuiqueaitis duas effe partes ; vnam docen- tem , qmcognitioucm ipfiusartis tradit; al- teram vcjo,qua? ex cognitione operatur : ea. dem latione etiam ariiua philofophia diui- E ditur in docentem & agencem : docens qui- dem mo:alibus S; ciuilibus libns Continetur, q:ioi legfiido , cognitionem aiTcquimurvir- t^rumaciitioruni, &ventatem docemurdc agindisrtbus bonis & rnalis,fed nondum a- flrjtud agimusj JicetaptiotesaJ bcneageo- dum,peream cogriitionem reddamur; aflio enim cognitiontm fcquicur, & cxtraoio.a- kilibrosconftiiuta efindto Anifoceles in 3. cap.r.Iibri deMoribus.dicsbatiuuenem oon. ? clleiIliusdiftiplina;auditorem idoneu : qttia pei turbatiuntsfequiiur^finisaurem non eft cognofcere,fed agereiqtiafi dicat,fe folatn co- gnitionem agcndarum rerum in iishbns cra- 1 derc,cjua;inucilis eft,mfi aftio fequacur, Bo Eenumfr num igitur & malum aliaraeioiic fub aftio- malum. nem cadunt.aiiafiib cogtiitionem; fubaSio- nem enim cadunt proutre ipfafunt , & ea ra. tione bonu & malum propne appellltur.r»b cognitionem autem cadunt,quatenus animo concipiuntui (Latini noftri dicerent^eiTe rca- .Je, &tife cugiiitum Jfic aucem ad vetum& 31 3 1 „ ( ■,- .j;aimrarqucliber emm mentis no S*3tt affirmat.o , vel nega- T^t f.ue de falubribus & mlaiubnbw, & mahs , fiue « 11 d amuis diftiplinam fi ue de quauis a a filfum om __ M di - IacobiZabareUasPatauini 32 /„-„™ no "r _..__ , , n „ am coamtiosiemtraoi ' nnmimus.ucertu.iiifldubitatumqueat 7& ^«SoSS aUquamcognitionemtrad., «? lls , ?,„ d3i;um refum, fiue agendarum, fiue f r 6 £S«E? & Ariftot.lwipfc in memo- ^ioco de morali d.ft.plina hoc confatetur, ^ ^ d atVnon effe in ca d.fdplina qwerjn- 1 /vauifitas demonftrationes, ftd tales, das exqu.Htas u bfmus £ _ l T K "l&n^ataadutabtatinne verum o- MmeruaAhg^ trad i_urum al- ftendamus.ve.itatem i . u . ferit dc ekgendw, ^f^ft^eati* ar- ipfa qjl*K»j2gS2Sd com P robar,dum. gumemu fum. potc ^ tiBs difti- pU m tfad"ns alteraoperans^sKaeftin- tiouem "aa« r } . nam x . SrTtcW^» rKl0 * k ^ Mt ^ . tc ^din atoriaXednon in opcrat.o- dC * ' ™ conftruciione, logicairaque ft- «iSB r^^oneftbomacmal., io eft> ene*"» r QUOqu _lo_,rca inftru- a^apcSnt difternere mum.i W- KSumimato,mfi e* acadentnqua. _o»n«« bonu inglt efl _ m rebus bo- W,W "Tm,h« hocautem v.detur perfc effe mS ' V f e L^m &nulla probatione mdige- m T f l^SSSurfumit». m P% "J f Ir^Spuftquam enimin primo li- nbns Ao*lyncis . p l ft aion _ & de natu- r t anfit inftcundotibroadiyl- ra fyUogtfm.) tra n - tates _ c vires confidetadas «m« B «ceffeeft pofitiones ryilogifm > veix ^ ^ fiot ^ dUr, reftnrfirJn"ondSonem, ; ae falis.non ff « e i^ M6s , .«coilisi : tedan ftlftm, qnS bon 1 CO uclufio bona.an ™t l "oSen aprot^etletanaturafyilo- teles : qutaaUB ^ ■ . emadlt , oc ir, etiara ,n hb.o de iwtf* . ._ C 5_itibnem ,*t lit epnnaationis dfen .1 en fd ,__. »e»a_ «# ,l SS tum in omnibu» frKKSE £:i^;iUin^,u t n- 11 ir *2 d mentionem , non bon. ac : tMme li«2 cot _ u ! m ftrumcntoru na A nia.Bc omnes d.ftipSiriascompleaenMitt sft A proprnftientiarnm «n.emplanuarum^ft p t0 pria,eftvitiofa:quJalo S «ca debe efie co- ffi inftrun.etum omniunv d.faphnar vm faltem omnium paraum philofophis . prat ft rim eapar* logicx, qua; l.bro de Interprc- Se^prioriL.An^^cmumeu^ fi fftcommimis, V tieucraeHedcDet.i_,iiiu inlftrifquoq-, Morabbus omnu cnunuat o fJS% falfa,&omni fyllogifmo verum 5 11 fairumconcluditur.bonumai.teni8tma- nmp opri* conditione» mater.e.funt.hcu- KbteL nfambte; artemum otcaducum-, dh rom&mollei cahdum l alias eiufmodiomn«ar»losica,&on.n ia Liea inftrumenta acc.dentar.c reipiciuntj idlb fi dcfimtione logiae fumamus bo ; num i malum , penndc cft ac fi ahas quoquc ^^t«^=S : riSo definit.onem logic* fomamus,«n- quam ex ipfc fine logic^ , ft »mp hff ^ ™ nium dift.piinarum, & ommum ma enerurn "onditionU»»* aliaaomnei propri.»fingu c n ap l P prin^S logicam efij ^mftrum- neie con emplatiua ad ft.entiam ventaw; «!« eatcnusad vtrumque pett.nere ,quate- j E nus ftmt mftrumenta adminicnlant . ad v- trumq^onrequendum^refpondemusftrilto- Fleftiouem & fugam: quta perfc,&liatimiic j Xmentum clrferens adbene^ndum, fedquiaper cognit.onem vet.tatisde agen- d,s tebus vt mediam & interccdentem ad be- ^reendum conduciticutautem aa.onem m moialibus nominatemaluerit , .quam co- • l fti°onem, rat.o eft 5 ^-^'f^ ; F Spemlocumtenet,quufitvla«n««.acpreci i nSnis ad quem omms eatum uift.phna- ) fum coiitlo «trieitur.quare non poterat ah «K. Arfftotclc.de fine &ftopo att.u* PhaXm f .Sednotadumeft,cosnmonem Kaftionem aho modo ad moralem difo - nam . eferti, aiio ad logicam log.ca en.m Pju mano cognitione vetitatisrtrpic t , actionenu m «»dan6, & pcr mediam -§"'~'H UaVcrfcaaionem primar.o.rccundatio coh g ;"rionem:quia P rop«t,ft. U nemtan uaJ ^opterfincm. Quoi autem ea R 33 deNatura Logicse, Lib. I. Ariftotelis eo in loco , ipfe feqtumibus ver. a bis declarat , dum inquir [ yaa^am enimpro- tilemitnm ttiie efl jiire tjntiim propttr etettto 3* nem neqne lcgic* difcipline n.turam.nequequa. lelubieftam in eaquarrendum fir, eorum vl- i-i«/n nm t t ^ — ----- -- ' us cognouit;idcirto vno argumento omnes, , & pe^endenduiu efl enim il- vnoque labore pcr ventaris declarationem verb-m [/ciwj^uod figrific3t pioble- conuinci poiTunt : igitur omiiTade ipforurn fabuiis difputatione, ad explicandam verita- tem accedendum eft;hec emm cognita com- munem omnium crrorem deteeece f_ei!e potetit. . L j j »~ , d. • — r tnata nioralia pnu* fub cor;nltionuii cade. re : deinde ad .lectionerr.» & fug-im pertine- rjr, aJ h.inc enim vltinmm fineui tutam illo- ruin prubicmatu.ii cognitiouem diiigit^ vult igitur ttism logica problemaia eatenus ad etectioncm.&fugam pertiiKrrt*, qu.ttcnusad B ipforum probiematum morali im cognitio- f«r /, quse modd d.-imus, fi£;icafecundau6harumin- ftrumcntumeft. OjoJ aurem appdlatiro- Jcatinftrumentum philofopbie; tum contein- plattuar, tumadiujf, nec irauicaturartium inrtrunientum , id non rit quia magis ad afti_ uam philofophtam , quam ad artes confeiat, fiqui Jemadhasomnesjqualis cftlogi&n vti. D litai,& mint.r, quam M contemplatiuas . fed ratio ciusfumitur ex comlljo, & rcopogene- rantisi phiJofbphi namque iogicam gcnue» runt,&propterphi!orophianr 3 nonprGpter a-tes,idcirco phiiofbphi^non artium inftru. mentum d:cicur. Qua- igiturlitlogics vtlli- tas,& qtn finis mamfdtum eft. *C*put XIV. hiquoAliorumfentemttde fubietto iqgi;£proponuntur. E P«« £ '"gicardechrato.deipfiusfubisao J. Jiccndum eft^Je quo m.igna fuit intcr Latmo.scontroue ; fia,queadharcv"quetem- poramtei pofteriores P e"rdu^at; Thomas e_ mm ens .atio.ns w' ;x , t effe rt.bieirtum Wicar, bcotus tyHogrfciam, Albcrtus ai-um?nta- tionem. ah, qutdaaa Ttrcun.ias not.ones P ,o- vt funt .aft.-umenta (vt Ipfi dicunt) notifi- V cand.jal.fortareal... CLuomnesvno at- tent am tuenuamvfi f un r, quoJrum.tur ck condttion.bus ad fnbieaumVcient.Trequ^ fibu^A f ^'^^«^«smpoftcno. iec-"um (>' P T'''' 1 ^ » d «-'jHlogica fub. monrt T™ dU ™ , ellV » P ro ?^rca in eo de- ^ icinpti vauam , &fii!)ilem rsr. QV v m defubiec>o logicte quarftio no- - bispropofitafit. non eft ignoranduro quoL modis ftibiecium accipiatur, ne in am- biguo laboremus , vtalij laborafle videntur. Piunme funt huius vocis fignificationes.qua. rum pluicsvt ad propofitum nonconferen- tes diraitteiidar funt, pra-fertim quumtrita: fint,& vulgatar, & fcrp.ift' "]1 i hunianum eorpus art.s volumus, debemus nui r x, B g hcobiZabareltePatauiri , 6 'f_ «?W ^.wVaJa sattium, n.mirum ;ici 1-* ' ,m't ■ ftenim umne e.uimo moditatem hW« *a»BOBretiaquuiit Alimix etian, attes iunt,qu.i uu» t rtiiquj- cii eauntopsrationcm 5 vta.s ^atio . h*c autemipi- j boatttn confe- iur, Bifi eam f^ftSlltoa c ipfa efficit nonob aliur. 1 tx« : , ; ^ operattonesvtiiisi.t. t.ncu „ertet- a iud bonum eam to^fequerctut, pert" pra expetibilis M prxftamiam uemomtiat, anx > , uc operationem, ft*e ^»**^'^^ BenVrf«,«pcrib.Um e *££?'5 p.onter alium extcrnum hnem b hotcm , qui fottafle ettam ipfc prup e J Diiio.iiii [ , ^.„ ml . esomtml maitiun enim corpoi.s ats medie» , ua h« animi ia- tiae.rjartim diiiim.iis> 1,mli,a "-"'^ ~£~ ;Z rr f -^c^ndumcund^ J*"?*-. * " em,r ! ,fS fubieftutn Pt ajnotcitur quod * — ss^^jcses* geauter^u lh rjkJ , raagnopete digna cogt_i s du o vc ardificator.a domum ^^-^^ Vami^rume^um quo^ KlLii" - V' Saivkasvero vei patticuia q»^ 1 ™^ ^ fu dit J ne qua non potcft e!ie telicitas , mtm ^ Z habeaat, ^^.^S^fateL f, eai-ncacteiisartibuspixtt.reiii eeant, » t3 ] C m hncm fibi efh. : mur: pr^ptet.a qtio» ta t:ra ii u m n f loqui n6 de e.terno : qou» en.m Jeftb- c ^ftolo-icae aifteptatw nobw propofiiahr r j £'£ huiusvocis figo&eat^™. ^eSSnut^ temulationem non pert.net iftdihewmui «nU folct interdt.m vocan fub efl * ouam fubieilumdice.cmus.»auuri | 37 itiftum dicatur, quidinreripfum, Scfibie- flum )*cie:itiac inteiiTc, declarare o_.pimus, «ixnuu.que' huius fii-.is & principia,&ar■._' ft babeat , breuiter tfeclarandum tlt; finiJ ... /.„6.. .r- hic , qeora fic u-ftrurr.entum .-,b opeiatn- cuOcii.ii: ^r- ce diloplina ?fui grana fabricatuai , acctdcn- mtt*. tia pjula habet. qujc in duas clallts diuifa fuut; aiia nam^uc i-iufmocii uint , vttorum cogmtio coniYrar ad piiiu.pioiuni inuen- tionein, qua. pet re.t/lutionetii iir , vtfiqua; finc propi ittatcs , & acci.ieniia domus, quo- rum cognitio aJ mateitani, ex q.iadumus conftrutnda eft , inueniendaru conducat : quse quidcm omnia fimnl cam ipfo fine prar- cognoicenda fiint, vt a notione finis mf- Jrus, ac facihu. inueniamus piinctpia : ideo horum traftatio in ai cedocente longediuer- fa eft ab accidenriuui confideratione iu fci- enria conrcn_p!a!iua: nam aec.dencia liarc non de ipfofine dtmonftranrur, queniad- modurn atcidentia dc fubieAo in fcientia fpeculariua : fcd potiu. prxnofcuntui pto principiorum inuentione: Scaccidenciaqui- dem fubieiri *cx principus demonftraiuur i.i fcientia ; in arte aucem potius principia ci accidcntibus finis decla.antnr, vt in ar- te a.dificatoria fi bcnedomi!_ adificationem deNauiraLogicic, Lib. L 38 A igitur accidentia cognofcenda quidem funt ab artifice,non tamen ante principiorum co» gnitionem : fiq uidem ad inuenicnda pruici- pianon conferunr, fed poft ipfam inuentio-, nem,vcais pcrfedta tradatur; vtii tradcnda iit arsa_dificatoria , antc omma coguofcendus eft fiuis cum illis proprietattb. qua. ad pnn- cipiorum inueiuionem conferunridcinde fa* aarcfolutiorie,& u>ucntispriucipiis,txqtii- bus domuwronftruendaeft, debet artifex e- jj tiam de vfu domus rermonem faceve, &cas proprietates deelarare, quarum coguicio ad cius irfum conferat: hjc quidtm Droprretaten confequuntur principia per riffolutionem inuenta: ideopoft eorum inuentionem co- gnolcenda: funt; illa: veroahz , quaeaf prin- cipiorum inuentioncm conducunt, formaiH pociiis confcquiiinur , hoc eft , definitio- nem tinisiideo cum finc funtprjecognofcen- da:, vt inde ad principiorum inucntionem C ducamur, Perhcec. qua. diximus,facile quif. tjue intelliget meihodum ab Aiflotcle ier- uatam m libns Anaiyticis in tradatione de Jyllogifimo, & dedemonfiratioiie,necnon ea, qua: dicunturab Auerroc in comment. i o o. lib.i, Pofter. Analyt.dum declarat ,quomo- do fit perfe&a tractatio de fyllogifmo , & de demonftrationein hbris Analyticis,quje om- nia alias fortaiTe & nobis explicabuntur, fi oc cjfio dabituredendi commentariosin libros tiocerealios volumus, propnetates . quaf- D Afialyticos . Nuncfatisfitdifferentiani imer dam, quas Jomus habitura tft, abfquevl- Ja piobatione accipiamu; oportet . vt ple- nam finis prjenotionem habencts , meliiit tila principia, qti_e ad talem finem condu- cunt, indagare, oV inuenire valeamus : pro- pterea Bt itt accidentium , 5c in priucipio- rum confideratione magnum difcriirten eft inter fcientiam, & artem : fubiectu.n enim fcieniij» habei principia conftituentia , cx quibus accidenna dein onflrantur habetprincipia,exquibus ipfe anobiscrfi- ci3tur, non ex quibus aliquid dcmonftre- tur,proptereacontrano modo f; h_b;t prin- cipia, 6t accidentia fioisiri arte, quam pitn- cipia, &acc;dantiart;bie-ii mfcientia: nam ia fcicntia a priiiciptK ad accidentiuni dc- monftrationcm piogicdimur, & pnncipia mnttemiiH, aqaibus : accidtntia vero rer- mini, ad qut.s; ac p;incipia ipfius fiuis ftint ti.rni!r.i,adquos:a- fc-ur i f noWintopftoi. 39 B tnr in qua formamgeneremus.quum n.h.l gE n «itur ex mh.lo ; talii .gvtur ma «r.a eft l»b. iertumnon ad fc.endum , M ad op«». - dum: proponitur enim «mwthqui^fe ciarur ■ buW d.fcrimen aliud omu. , quo J "nirio, fcd tanta, quama adoperarmn m iad finemailequcndum fltffic.at, iproprcr- ea ftpe non cognofcuntur ab auihee puiw Ciph foi fubicfti, Vt faber naturam fcrn u «norat, & multas eiui pioprterares : q.iom amadeffect.onemelauisnoncoc.rcmncl.d fatis ei eftrudisquxdamfcm, fc*Uqe»or»m eius accidermum cognmo , ad dauem em- „ u cicnuamyitamoral.ph.lcfoplwnoncirnt. c-fkia pleoanotiria partium animi.fc-. ta- ft «/»./«- v a c^.libr.T.dcMo ; ibus;deh 1 nu(niodt. £ .i- u £Lcte nnlla Bt demonftr.uo acciden. timn per fua princ.pia, n.fi ahqua.ido pro SaSi talis aliqnademonftratm Kquiracur.quodrj.oadmodtim.eucn.t.P.c- S Tubi^um fe.entix eontemp »««* : eft «ins proprium, neque ah| al.eU, d.fc pl.. >* pc.uft commun.car,: at mb«ftum d.k.p - nx "peratritis poteft ei cum alnsrffe om Sfune ! vr corpus humanum non modo m ™ m dica, fcdin aUi.qB dwf „,« f - LmnominaretvtquunvdKimusfUoieaum 'mp^i^M^^L .^m effe corpushumanumvtla- Iacobi Zabarellx Patauim 4^ A quafi ex h,s duabus partlbus tanquara ex ma- " tem, & fo.ma fub.edum cou^ ™ - ^ ^A»^-^ arte med i £ a effe corpushumanum vt ra- i>rfr**»fi n^dumividetur enim operatncis difciph- i""?? *~ " rSftum rei confiderat* m tontempla dui & fimsoperatticis modo confide.andt h"c tamen fimiUtudine etwm dtff.mil.tudo SiSeft : qmamodna ije horoinem in atte mcdica non efl resKiiqua S"s, qux ad cc^nofcendum propona- uTkd figmficar P o t tu, aliquid non^ quod emcendum propom tur : ^?°J™ propric loquimur , dum dictmus fcb caum ^ aite medtca effehommem v.t.fanandum„ tetia, cx lu.uiu iw— .- .. . prop.ie loqutndo aheia ta«HM9 Pa«s dta- L lubieftum , nempe huma,u... tWgm* altcra ve; bnon lubteftum , fed tob i quom- amenimhiepr«.p,i.. S «usart.sel t ,m o b- iectum i quod to.nmune eil , P cr iclatioucm a^utJoataat.tiquem.dnvodu^rik- cntia per modum co.ifi^erandi reseonh^e wta e^ringitur , fcd hk vtraquc par t prop*. vte^-^vtfcbtc tam.pl^ entia: complens ,. atuue confttruens . Q.u.ie &a , ouale difciptin* operatr.ces, e . h s *S(*sZ ert . no*autem vtaUer«m ab aU tero iT.ievilacot.fufione drlt.nguamus . P r o. prl i,vtraquenoty..niI.us appc taui J ..u,, U.b- ftum de quo: de ipfo enimaffeftjoaespet C prmcip a^emonftUtur ; fub.eftum veto Lat/operamceshabcnt . vocammus lubie- 0 umo r ^,ationi.,fiuerub.ett«mmquo n eo emm operandum C ft,& eh.eien du-.. ali- J Sd Ex ommbus , qux difta funt , quatuor cjM rub.crt^ accepnones colbgtmu, , pr.ma eft, ouar.dc, rubiertum lanllime fumitur pro qt.a ^ cunnuere confidenta in quauis^icipb"> i^ w J fecund», quando iumitur pto fiib.etto d, monftrationi. , qualehabent fcentix con^. D platiu* 5 tertia, quando ^pcr metaphor.m -c- cipitut iubieftum pto £***^°t?£ fcku.rW.quom fubiertum med.cma. d.«- n.useff, fit.aumi ouatta demum, qpaodo fumi.urpro fubiefto C-P«^°»* S .' J»»**» operauictbus p.op.ie fub.cttum dK«^t in arte mcdtca corpus humanum ,ft m tabn lifctrum. CAfut XV L dc fiibkaoLogminFum Jigwfitatione. HI s declaratis , ad piopofitaequxflK nis fotutioneru acccdendun. cfti u,.m. n. -'J uuiuem.fiinpnmaillaampbfl.ma Bjmhc» ,1 tione fubieftum fcmamus p o quacunqne re rj J confiderata in quauis mfciplin». r.o ntodo ta- cilis exphcatu res eft, fed omoerquoqne.qm hac de re locuti fant , verum c.xerunt : 3 lo- e icb namque eonffdcrau.rcna ranonis ,& ft- j iuod» notiooes W^J^S ipftt primi,quiafecundx fine pnmi, m&m non poffunt; conflderantur etiam nomjn, v e rbum,enunriar.o,fy!logifmu S jndua^,en- Vhymema , exemplum , demonftratio,&»nv. „e»e argumentatio, & inftrumentaco-u - tionUiqui iptural.quodiioru«^velp.ura vel ommarubreaum Og.C» effe ^ uunt . n.i- falfid.«mr,nifi dumhuiufmodi fubieao ei* conditionesap.a-enituntur, quas ^^ te - les n l-bro h Pofferiowm Analyticorum de- datau M namqueomni rticonfidiiati non o 41 copetuntjfedi-biefiopropnerumpro, qua le hibent fcienna; conu-mpiatiuje ; qub i fi omni rei eonfiderata. conueturenr , ftonere- turprinctpiorum elTe piincipia, & arFeerio- num ijreaffe£tiones.& ftcin iiifinittim : nam pnncipiaquoque,&3rrect.one. funt res con lideratavpioindefubiecLnnin prima figni- ..catioricappellanpoiTitnr quare li omne ra- le habere: principis , 6c affettiones, id, quod modb Jiximus, ibGrtd um Ceqo ere tur , & tta omms fcientiatoUrreuir: quiainfinitu com- prehendi non puteft. Propterea rcrtum atq; indubitatum ciTe debcr, neminem curum, quidefubiecio isgka. loenti funt.in prima hac ntmis ampla ntmis rudi acceptiune fubteclum fiimpiiile. Caput XV 11. de SubitUo logiu in fe- cundu figtuficatione. ^ M n t s , qui fubiectum logica; qua.fi- _ crunt.m fecunda fignificationc fubie- ctuui accrp i tfe vi d e 11 tu r,t.e m p e pro fubiecto denioTiitrariunts, de quo affcctionesperfua principia denionftrar.turfctendi eratiaj huic enimftbietro, non alij a!icui,condittonesil- lar ab Aiifto.elepofirx conueniunt, quas ifti etiam fubiefto Jogic3e,quod quisque confti- tuit,vc iyliogifmo, vel argumentationi , vel inltrumento norificandi.vcl enri tationis ac. ^runi;(icquoqueadrriic- tit Ariftoteles , vt per tran?.lationeni dicamu» poculum efleenfem B itchi,& enfem dica. mus etfe poculum Mams : vt rnim pocu_ E lum adBacchum, ita enfis ad Martem fefc habet.in hoctanrum pofita cft corum fimi- litttdo,non in ommbus ; nccopottet.fi enfit eft ferreus,pocuIum quoque fetreunt efle; vel ff poculumeft vitreum, enfem quoque efie vitieum.Quoniam a u tem hi omnes iiib Qfimfomm leitum pro fine accipientes non omnino fal fumdicunt.-illud euim,quod fubieftuml ,,,oat "'/'"«- c^ltatuunt,eftpotiusipfiusloa'czfinis, vi- cognittonem tradit , fiqtudem in ipfo Iocic% inir.oadhucnonextant,fedipfonimvtnor7 exiitentium fabncationcm doeet; vanum igitur,& rwiculum eft horum alicui eas con- ditione:- ttibuere , q Uas A> ifiotcles foli fub- ieao fcientiarum contemp!ati uarU m tribiu «ndas efle extftimauit. Hoc autem cuique d itgenre, confidcami , 8c libere , «q U _V gtnu. philoiopbanti ita deberet efleni-ni. dendumeftquinammeiiu^qutdereriiis fen ■ iennt; mea quidem fentemia quj fyliogif- niutn,&qui demonftrarionem dixere^f^nt re tquis ommbus pra.ferendi.-nam fi vnmer M*«fi£, lalem totius logtcae finem quarrimus.i. ,, on altuseft.quam fabriratio fyiiogifmi; fi vct b tH fs ll h"•" ^i^m rei confiderata: elTe debere in tonititu- fiitr*tA. cllI i () verofubieao fcienP.x coutemplatiua?; oubd (I quisobiiciat,ergomodusconfide- randi luperuacaneus eft, quum mhil ab eo reflfinsarur: nam ab sequali nullafit coaitta- tio : dicemus non rem , fed confiderationcm teftiingi : homo quidem , & ratiocalc a;qua- liafunt,neque reftringitur homo perratio- nale fedhoiniiiis tofideiatio poteft eiie mul tiplcx : ldeo h.ec leftiingitur; poteft homo confiderari vt fa.iabilis, vt fdicitatiscapa», . & alikfo. raffe moiiii,ideo dum dicimus lub- ieclum i fle hominem vt homo eft , vel vt elt ranonali^i id han.c vnam confiderattonem koanniiucoaiaamus,Sial:as txcludunus:»» 44 A quum dicimus co-pus quatenut habf- pnn- cip um roocus effe fubieCtum philoii.phir; na tuiaiis.non coipus ipfum leftrmgimus , icd corp^ns confiderationemi corpus emm om. ne Lbet in fe priucipium motus,& orune habens principium motus eft co . pus ; fed ta- men poteftcorpuseonfiderati vt quantum, & ahis multis modis, quos omnes txcludi- mus.dum dicimus,quaienus habens pnn- cipium motos: ideo id, quod dicere fole- B mus, rem eonfideratam efTe amphorem mo- do confiderandi, verum eft , fi fano moder intelligatut: commumor enim eftnon qua- tenus res, fed quatenus confidetabilis. Hje« fi veia funt , duplex eft illorum error , quidi- cunt fccundas notiones pio Vt iunt inltru- mentanotificandi,eiTefubicaumlogics;;e- tenim rem confideratam reftnngunt,quocl faciendumnon eft ; confiderationem autera non reftringunt , quam potms reftringere C debuiffent ; lecunda: quidem notiones_la- tius parent, quam inftiurnenta notihcandi:* Graiiimatico namq^ fecundat notiones con- fiderantur, qv»se iuikumenta notificandi notv funt ; videntuntaque fic dicentes rem ipfam teftringere. Quod fi fecundas notionesncnr ample fumant , fed ftnae pro illis tantum. qua & logico confiderantur, & funt inftru- menta nottficaadi , mhit reflring»nt , dura dicunt , prout func lnftrumenta notihcan- n di j rem enim non reftringunt, vt manife- t5um eft: fed neque modum confiderandi: quia harum nulla datur alia confideratio F quam prout funt inftiumenta notibcandl: meliusirjque dixiflent,fecundas notiones, qnx funt inftrumentanotificandi , ftue hm- phdter inftrumenta notifitandi , effe fubie- ffcum 'ooicx. Funautem huius etroris caula 5 . quod finem profubieao acc(perunt,quem- fipropriefinemeiTe, non fubiea-jm, cogno- v uiiient, eum cx re confiderata, & modo con, fidcrandic.-.nftarenon alTeruiffeu;:quori!anr __ .4 __^riu_. fini compofitio h_c n _n coueait, fed potias ipfc totuslocum habetformx^: modi conii- derandi refp.au fubteai difciphni Oftix. trtcis.vtquum dicimus,,in arte me_icafubi{> fium elfe hominem quatenu^ eft fatiabiU»* ipfam autero fanitatem ex re cojifideiata, modo coiifideranui coftarenon diceremu-j quum noufit fubieaum, fed fim_. Viden tui p autcm hi inftiumcntanotificandi fyllogiimo latiu.accepiire^adAlberti fenteiniam ac- ceffifi_,qin non fy:)ogifmum,fed arguraenta- tionem fubieaum logica: ftatuit,vtahaquo- que praeter lyllogifnium logica mftrumenia compl.aci etunnam 8ceii-hymeroa ) & tnda- aio,& txemplum, &a ? ud aliquos enam de- finitioinftrumentafuntnotihcandi. Vcium quod ad definitienem attinet, eam non ells loeicum inftrumentum in libro noftio da Methodis demoni.i auimus;c-.teravero in- flrumenta q,ui4eia aouficwidi funt> kd a* 45 1 '- infer « i ''«- Hoc tuoque fignificauit Anftotdes in principia PpSTREMA ftgnificatio expenden- da relinqmtur, quamvnam omnes,qui de fubieao logicarfermonemfaciunt.coV fiderare deberent: qooniam enim logica eft difc.plma operatrix, & inftn.mcntorumfa- bnc-trix aliquam ei matenara fubftemi necefTeeft, q u __r u bieauminquo.fiuefub- bus operatncibus ommno neceffarium eft- quianuila forma Jnobis produci poteft.ni' fi tn aluTua fubieda m atena , qua: ipfarn re- hudLl*^ ' gitUr nu]lum a- nntml,.,* £t ,a , 5 qU 'r °P™tioni_ , qua.ren-M»as dumeft inlog.ca.idquedicimus effe res 0 - mnes fiue earum conceptus , q _, prim CO n- ceptu s , feu pnrn. notionesV ocan folenf quem en.ra locum habet » mcCZ. & a p.s,& 1 nfab,il,f mami& j Ignu U ra a ^ gica habent conceptus rerum . qu j dicuntur tcano proponitur xs tanquam matena ir, qua tormam ftatu* efficiat, ITei™ ' " fubieaurn f U6ear r «"«p.us^nquarn gantur, vt f?nt inftrumenta no s iuuantia ad gl c.,non fubieau.: prima. m b notiones ^ b _. 47 IacobiZabarellxPatauini 4 g fobieaum logica propne loquendo, non A quidemfubieaum.dequodemonftrauones i5ant,fedmbieaum operatioms. Hanc ien- tentiam abomnibus prolacam video, .rUc.u tamen , & ipfarei veritate ad ita loquendum coaOs : omnes cmm dicunt togicum fecun- das notiones traaace apphcatas pnmii, quod nil aliud fignificat, quam pnmas not.o- nes effe fubieaum , inquo logscus erhcit ie- cundas, quai ftintEms logic.:fecunda; nam- queffiiepnmisneq;effe,nequementecon » apipoflunt.quidenim effecharcvox.genus, niifi ei fubftaretantmal , ftirps, tr.angulum,& StmnAt »~alta eiufmodt? certejaihil. Noo eft autem I eKUtnHiUUUHJ ) n.vu"« -- * . . /:»(. * dam a prirnis diflundum , quod poitea ill.s impo.iatunfed funr jpfcmetres.feu .renim conceptus his fccundis conceptibus opetti: quare fibieaum alogico confideratum^un res omnes.nontamen quatenusresftmt fed quatenui fecUndlS not.on.bus fubftante*. ^ lem mateiia: naturali imponant : alia igitur eftconfideratio ferriin Philofophia iMturali, alia inarte fabnh; in ea emm confideratur, D vtcognofcaturpnhacverovte.formactauic •impo S natur : fic atia eft confideiatio humant corporis in libris Dean.mai.ous , aha in attc m-dica-ibi qnidem cft cognofcendum ,hic ve'rb famcas ifl eo efficienda eft : fic an.ma in hbris De amma confideraturvt cogno.catur, inlibris autemoralibusnon vt cognofcatur, tei vt virtutum habitibus exornetursquam difFerentiam cla, e ab Arift. cxpreffam legi- mu. in cap.7- lib-i. De monbus, cpando 3i- cit, fabet , 5c Geo.netra d.uctfo modo rr- aumaneuIumconfiderant;ille cjuatenusad oL fotummodovtile eftthie quum ventaus fpeculatoi fit.quid, & quale fic mdagar. n i cieometrafc.endi ergo teaurn angu U tcon- fiderans , vult & naturam , & affeaioncs co- ! nofcere, Hoceodem diftnmme togicus a Philofopho Jiffidet in rerum confideia 10- ne abeoenimnonquidem tene,vel iilam ,em fibiconfiderandam fumit,fcd omncs: ' s p. ur omncs confidwat Pmlofopbua. res omn "ogicus; ille vt eas cognoftat; h.cvt.rt c.Tfecf.dasnotioneseffingat,qu S mftrume [ i ; tacognorcendifi..c.ibiquideft.ntfub 1 ea.m j benio.iftrationis-,hkvero opetat.onis. Hanc^J fentenuS aperciffimekgcre apud Auerroem poffumus ii.vlcimo cap. Epitomes hb.Ca. Lor.vbi dict decemCategonas effe fcb- .edumAin fcientiii, &mlog.ca, duobu,^ ^a men diue.fi; n»dis ; in logkaqutdem , qua- ^niseisc6uiigu,n 1 nrea e a S (>cunua.deft t tmateuus W fecfid* notione» rtnponutunn. 49 de Natura Logicse , Lib. I. fcientiisvero quatenus funtcoceptusretum, A titia,quama adoperarionem reejuiraturj ve qux extraanimam funr,quafidtcat,quacenuj in artc fabrili nort citneceffarii peife&a co- funtcognofcibilesjresnaniquecognorcimus per ipfarum conceptus,quosmente appre- hendimus. Vifuseft etiahocfigmficare loan. OtnUw Gandauenfis in cjuasft. e.lib.^metaphyiicei, f* r - dices in logica duplexefte fubieflum ; vnum quidem rjrimario confiderattim , & funt res omnes lalterum fecundaiio, & funtfccundae jrpmt.u- notiones. Sed in Gandauenfem quidam po. ,ndi iterioresacerrimcinuehuntur,&dicuntlen- a Medtco oculum curaturo neceftaria eft ali. guitio naturjc .Stproprietatum feni i ideo u pfiusdefinitioncm faberignorar. Hme fen- tentiarrr apud Anftot. legrmus in vlrimo cap. lib.i. Ethic. vbi dicitneceflariara efle morali Pmlofcpho cognitio n em ani m , & pa rti u m eius , non quidem perfedtam, & exquifitam, fed rudeni.&imperfeclain.idq; pulcherrimo exemplo dedarat dicens, quemadmodum tlt qHtrnrt ttmrt Gm- tentiam cius efleinextremo(vteoruruvcr- dnMnftm. bisvt3mur;faifitatis,&abominationis:quan- doqutdem^AriftotcIesexiftimauit res omnes fcientiarum rantiim eonfiderarioni efle fub- ieftas^nonloeica*, in quadefolisfecudtsno. riombusagitur. Praiterea vbi alrqua res efl fubtecium, ibidem definitur,ibidem eius af- fectionesqua?nintur: at in logicanulfa res, nuilapiimanocio definitur, nulla eius affe- qua oculi eognirio,quataad curationem fuf- fictat; ita Philofopho morali, quiMedicus quidam eft anima: humana?,a]iqt*a cognitio partiutn animae necefFariaeft:&ftattrn m eo- dem capite rudem , & popularem nobis tia- ditanima;,& parttum eius notitiam fine vlla defitmione.finevllaaccidentium dcmonftra tione. Noneftigiturtieceliaratui, vtfubie- ctumoperarionisibi definiatur, vbi eft fub- tfytnfitp™ ftjo quanitur. Ego vero etli non puto Gauda Cre&um , fedilludeft neceffarium de fubiectc» andxmnft, uenfem plene tpfam rei veritatem efTe aiTe. cutum, fed trmere, acventate eoacrum kxc dixiile,tamen hos eius aduerfarios egregie deceptos fuilie exiftimo tu hac in re, tum in ajria multis ad logieam atrincntifaus,in quam fuperioribus annis &commentarios,& qux- ftiones ediderunr; hi (t logicae difciplitii na- tura cogiiouifTenr, facile v idiflent quam ina- niaha;car^umenta fint, qua: ipfi vtvalidifli dcmonftrationis, quale habentfdentiajcon- templatiuaj; ideo argumentu nil aliud often- dit.quanrrcsipras non efTein logieafubiectu demonftratiotus ,quod ad fciendum propo- mrur,quod qutdem nos conccdimus.Scd da. t3,nectamen conceffaiila propofitionema- iore^poflumus aliter refpodere negando mi* nore : dicimus enim,resomnes in Togicade- finiti ea ratione, quafuntfubieftumlogica?, maaduerfas tnannem attukrunt : nos enim D nimirurano proutres funtjfed prout eis fe- firmis jfohdisque nitentes tnndamentisnul. lo negorio ea folucmus. ad priorem quidem rationtm Auerroes refpondet in memorato loco Epitomes Categortirum , dum dicitres omnes &in Philofbphia, &in IogicafubieftQ efTe,f;d diuerfis modts, vr iam declarauimus: atqui abfurdum non tft,fi e.idemrFs diuei fis modis mplaribu? tiitciplinis fubieaum fta. tuatti ; cfTecquiJem ablurdum.fi eodem mo do ; tiirura cft fubrccruro in libris naturalis Philofophixvbi de merallis agitur : qui d igi- ttir. nofipoteftproptereafe:-rum eflefubie- ftum in artc fabrtfi- non poteft humanu cor. pus e(Te fubieaum in arte medica, qu.mtam mfcientiaquoqjnaturali fubiecttim eft? res certf> nimis daia hrceft y fed cauTa errotis miiItorum,nedicainomnium,fuitqubd dif- ferennaiTi intei fubiettBm demonttrationis, &fubietiumopetationis, &difcrimen inter contcmplattices,& opcratrtccs dtfciplinas, necnon earum natuw non cognotterunr Adalterumargumentum duobusmodis prf ru.nusrefpondere:p rl nH.q. J i.ien 1 .necando rtiaiorem illam, vbi#e. eft (bbieatim Jbi de « finitar.ibi riiu aFeftiones demoi.ftrantur- ?1r" T%l£ d i fubiefto denioftrationi. , fed ™ l /r f uo,e ?° "Pmrioms.hoc enim non ad laendum, fed ad opera^um Gippoaitm q^are neque neccffanum eft ipfbra definiri K ."Snof" >«eq; eius afleaio. «es demonfttan : quiafatis eft taata ctus po. cunda; notiones acttifauuntur; homo enira definitur in I6gicanon ptoutefl homo, fed prout eft fpecies,Si protit eft nomen: itaani- mal in iogiea delintrur prout eft genus,nott prouc eft antmal: fexundx namquenotiones non fignificant aliquid a ptimis feparatum,ve antea dicebamus, fid res ipfas hisfecundij conccpttbus apprehenfas.&his fecundis no. mmibusappellatas rgenus enim non lignifi- 1 eataliquid difluncium abanimali , ftirpe ,& aliii eiurmodi, Vid figtiificatanimal ipfum, & ftirpem,& alia fi.nilia; non quidem proutta- les res fiint, fl: J prout earum eoceptus, quos mens noftra ficit ; prasdicancur de pluribus differentibus fpecicin eo quod quid eft : qua igiturrationeconfideraturin logica animal, & pIanta,&a!ijsomnes res,earattone definu Uiitur,nempevtfecundis notionibus fubia- centes.nonvtresfunt. Dldum autetn Gan. Zrrtr C*»- tfauenfis, nifiad refltt fenfum trahatur.quem dtntnfit, ipficogmtumfuiiTenon arbitror, reprehen- fione non earet:logtcus enim &in primisno- tionib.verratur.&rnfecundis.&vtrafqjpoire dui fubiedum bgica n6negamus;red qubd res piimanb confiderentur alogico.fecun- da: autem notioncs fecundario , id quidem non vidtturefTe vetum:quiafecunda: notio- ries funt finis fogica:,ad quern rejiquaomnix oinguneur; principemigitur locumin logica f enent: quemadmodu etiam m qualibet arte id ; quod pninario confideratur, efl ipfe artis lacobi ZabarellxPatauini m ,xl »__ - jf !___„ «■____ *. IH »1 51 fi,.. S :quomodoi^tUTdicitjoannes ftcun- A dasnotiones tffe iubi.aum logica: fecunda- r,um. quod fi pnmwiumA fccandarium ad folam 3ppel.acicH.em leteramu-, & pnma- uum fubiedum iHod ioteHiga«ws,qujjl ma- g i_ proprie fobieaum vociiur, fecundanum vc.6id,quod.mp.u . ....._»... , — _ rtitas. SedhicGandauenfis neque coniide. uuit,nequecognouit Cap. XX. in quo ratio eorum,qu* dicla fant,& definitioLogtcx «- panitur. 52 Philofopbis genita cft,& a Phi.ofophix habi- tu orieinetn QusitiPhilofophiav.ro ou.mum rerum eft cognitio:ipftTum iguur rerum eotl ceptus Philofophiin animo haoebat, m qut- busaliosfecundos,&iivftrumei.tario S roiiee. ptus enWrunt. Nec tu.ba.e »os debet ot- do , quo nos has diftiplinas app.ehcndin.us. quum enim prius logicam , quam 1'hilc.io phtam difcamus, poffet ahquis ex.ftim-rr, pniis in animo noftro ["eeudas notiones con- d P i,quam primas :hoc enim minime verum eft,4iequevl]arationefieri poteft, icd rudis cusdam s & confufa revam cognuio in ani- mo prxcedatopovtetA rudesre.um cooce- ptus, >n quibus pofteafccundaniconcePtos Lm^tur , bis demum luuamur ad P.erfcaam & exQUifitam rerum cognmonem in L iiiio- _ Iph^omparandan, bcclarata eft tato *>g| nH s,Di fallor.totalogicr aitis natura,vt facile *"»• 1 cuicr fic ciusdefinitionemexomnibus.qua- \ .T 1 ' _ 11. _._.-_. . _.fl »mm Inpica habltu uer* lunt .«'_"".' """ ' "-. "I'^: - r ,ii_ in an mo noitro iceuoas nuuu. Jum propneloqui volumus:vtin arte mcd^- fp isi ■ - faoc enim mlr! , mc verum ca &Wec.nm tft corpus hamanum , non ft- B X^eouevlla ratione fieri poteft , fcd rudis nitas. SedhicGandaucnfis neque confide- «^«S _ evam cogm[10 in aui- . oHt.n.mit: coenouit. j_.„Kr.rtpf A. r.idesre.um cor.ce- x jO*v«.q B --ef U b i .aoIo^ di«. cui^tc^ J -^-^^S ftfc lo ^ieoru m inftrum en to rn m n / tu , ra ', & , e,c eo.unftine , & ex efiWM" caufa fac.lc defu- mi poteft: a natura quidem ipforumjquo- niam vt prius dicebamus, eacft fecundarum "otionumnatura, Vtfineprimis efle nequ^ anr Tunt cnim conceptus quidam fecundan, Sariis rerum conceptibus acc.dente S ,qui Le illis efle non poffunt , quemadmodum neoue accidens fine fubiedo. A hne autem, uvtju :,»'u]fimus.auem exter- dtXimiiS , CO.ilgerc . s." . intclleaualis inftmmetali^ftu difciphna in- ftrumetalisa Ph^lofophis exPhilofophis ha- bitu senita , quae fecundas nouones m con- c ep tibusrerumiingit,&fabric 3 r,vtfintinftru meata, quibusin omnire verum cognoica- tur &afalfodircernat U r.Quod igiturad vni- oerftmlogkam attiiiet.perfeaa.Scommbus numerisabfclutaefthKedefinuio:quianihtl in ea videtur fuiffc pixtetniiirum,etenim lo- r>- : ,,ir gt raiinim eius ttte- ^cdd^fincfhbi^o: Atineautem^ ^^^^^^^ nuoniam n«« '"S 1 " " ' ' num vocauimus.eftommumrerumcogni. tio.idcircoin omnibusrebus taquam m fub ieaa mawria ipfam verftri oportuit ,& in o- mnibus inftrumenufabricare, quse omnium rc rum co£;nitionem ptJtbcre nobis pofient. Ab cftearice autem cauft s quonum logicaa eicx eneniiJiiitAfi"»-! — - - ar_cem,&fubieaammatenam,&-i«em,CU. iuseratiafuit conftruaa; qua: omnia quum abunde iri pricedentibus dedarata a nobis fuerint.eorum exphcatio re pctendanon elt. fed ad partcs logic» coniiderandas trani- eundum. piHJS P R I M 1 LJBRl IAC. ZABARKLLAE PATAVINI, D E ^JTV%J LOGICM Liberficundtte. Caputl. Vtdiiufionelogtcdi. A O m n 1 A,qu-e ad logica. vniuetfx naturam cognofcen- damconferre poterant , inli- .' bro prarcedete dedarauimus-, reii^uum eft vt ipfius diuifio- *J2£m&& ncm in partes, 8cipfaium par- tiun. lenem doceamus: his cnim ignoratis lo E eicE diftiplinssnatura ptene cognita effe non poteft. Quoniam autem non modo perie- aam,&omnibus numerisabfolutam, ied e- tiam admirabiii ordine difpofitam etTe eam loeicam arbitramur,quam fcripfit Arittote- Irs: ideo inlogicis eius libri. tum logicz di. uifionem , tum ordinem paitium confidera- re ftatuimus. Quot partcs logicahabeat , Sc quis fingularum Jocusfit,paitim manifeftum 1 ° omi.jbus 55 dcNatura Loglcx, Lib. II. H omnibuseff^omnicjiiedifficultatecaret, par A deinde quid ipfe fentiam dedarab». Am- tim dubium,& vclapud interpracs Arjfto- reliscontroue, fum , vel etiam ab eorum ne roine ta£tum,vel deciaratum : hac igitur de re fermonem habituri, operafpreciiim fade- nius.fi ea,quat nihil difficultatis habent,pau- cis expofUenmus , in rehquis poftea diutius moiatun, lilud in primis interomnescon- ftat , quod ab Auerroe declaracur in fuaprat- Ttu fatione in primum lib. Pofteriorum , totam ii»*s k*htt i 0 gi cam jjj j uas pr^eipuas partes fecari; t""P'" u quarum vnam vocat Anerrocs vniucrfafer», feucoimnunemjalteram particularem , fiuc propnam : pars coromunis tribus Jibris ab. foluicur, libro Categariarum.delnterpreta. tione,&Priorum Analytieorum: pars autem propria conrinet polteriores AnaJytrcos, Sc alios onmesfequentes ; cur autemilla com- munis dicatur, hxeautempropria , ratioda-- ratft: illaenim de fyllogtfniolatiffime fum- p:o, & ad nuilam matenam, nullimve fpe- ciem contraiSo diflercns iurecomunis nurt. eupatur : harcaurem deipeciebus fyllogifmi tiaclans paTriealaw.ac piopria dicirur. Pars communisparti propriat anteponenda fuit: quia qux magis communia funt, debentin docltnna pr;eeedere,vt Ariftotcles docet in prsfationeprimt libri Phyiieorum, & vt tii- bus a:gmnent:s probat ibi Auetroes in Tuo pro.Emio, quibus eifdem etiam inproceiuio Dionius , atque Simplicius in hoc vno de. ^nmen** monftrando laboraruiit, Ariftotclem in eo " c ilm P ' ,c f Jibro- non de voeibus tantuui agcre , neque /*•**•***, de rebus:antiini,neque de folis concepti- bus animi , fed fimul de hisomnibus, videli- eet de vocibus res fignificantibus permedioj anisni conceptus; quod qua ratione often^ dantnori refeiam, quum apud eos hsfcom. nia legerepoffimiisi&quum rcs ita fitnia- B nifefta,vt nulla probatione indigerevidea- tur: quomodo enim de vocibus agipoteft, mfiresfignificantibus ? quomodp de tebus» nifi per voces , a quibus fignificantur ? nam doeere.vel fcnbere de aliquare non poflU- mus , nifi vocc vtatnur eam rem figniBcante: fed conceptus quoque anirui interfint ne- cefle eft ; prius namque conceptum rei in a- nkno formaii oporcet , qttam pervocem ca ^ tesfi^nificetur; voceenim fignificamuscon- ; c-cptum rei,quem in animo habemus. Sed quomodo harc traciatio ad logicam perti- neat,&anliberfitlogicus, Grici non con- ftderarunt. Latini . & pofteriorum magna Latineruw pars, vt adJsgicamfaeulrarem hunc librum */>»«"« reducerent , oWrunt tres elfe noftri intelle- cius operationes ita difpofitas, vt & prima ad itcundam,& fecundaad tertiam tanquam pars ad rotum referatur: prima eft fimpli- Ttiseptr^- ciumapprehenflo, Vtquanao hominem , vei tier>eimtt(~ luo m pnmum Imrum Pofteriorum oftcn. D equum , vd aliam rem mens noftraconctpit: dit.partem logics communeni paitt ptoprix anteponendain fuihe rqt.* omnia nufia fa- dmus.ne inreomiubus nota cempus con. teramu». SeJ ftdefirigulis.qui partecom. mum continetitur , hbris nemo ilubltauit fecunda eft ejiunciatio, qua; in affirmatio- nem,& neeationem diutdittir.quas etiara /:.; : - ,■ -rr quo ordine difponendt fint : omnes enira, qtil iurum Cattgoriarum logicum efte pu. tant, eum ommiim primum flatuunt, fecun. dunj verb iibrum de Inteipretattone , ter- tiumautem iibrum Priorum Analytico'riim, a qua communi ferrtcnth ctediistu non eiJe Tcctdcndum. Caput 1 1. in quo it Mro Catcgeri*. rmi fmtentU Uhtrum tx- fcnuntur. SEd liber Categoriarum non paruum ntUtli ^egotium faceffit. nam & qui fit tttt? flbri fubteftamatena.&uuomodo ad fog,cam pertmeat noirfatis conftat. Cuius quidem difficujt.tis expluat.o quoniam a j P^tmus mtel ligentiam fummopere^ t*L?DtLZ! € "-' leclir ? 1 ' 3i,t »»He& conipofitionem , & diuiiionem vocant : ter- tia deinum eft ratiocinatio.Si difcurfus: con- ftat cnuneiatio ex fin-piicibus terminis, Se rattocinario ex enunciatiouibus . Locutu- rus crgo Ariftoteles iu |og, c a «tehac tertiao. pcratione,ha-c enim eft inftrumentum co- gnitionis, alias duas omittete non potuit: E q"}acog,ii(iopartiumdebet pra;cedere co- gmtioneintorius; prtustgituragendum fuie de enunciatione,quam de ratiocinatione, & pritts dt fTmplicibut terminis, quam de e . iiunciationeinianiftftuseft itaqueordo lo- gicoruni Iibroruni, &ratio cur liber Catego* riaiumad logicam pertineat: in libroenim rnornm Anaiyticoriim agitAriftot. deratio- cinatione , qux eft tertia operatio intelles- ctus,quem hbrum pra?cedit liber de Inrer- P^^one^vbiagiturdeenuiiciatione.qua? e« iecunda operatio ; oportuit eigoeaden» tatione etiam hbro de Irtteipietatione a. • hum librum prafceffifTe, qui 1 de (Tmplu eibuj cerminis;finr hoc etnm ars logica man- ca,& mipeifeda cffirt : is igirur efiliber Ca. tegoriartim , m quo de vocibus agirur res fT- gmncantibus per medios conceptuj , tan- qnan^cfimplicibusrermini^ex.mnb.poft. c i ^nncatio confiituatu- : propteref u> eft primushberJogksiquiaeif de pn naopera. 55 Iacobi ZabarellsePatauini eiuslibri inirio trftatur: diftinguii emm vo. A ces in fimpIices.St comp!exas,& omtlTrs com pkx.s de fimphcibus agedum proponit.-qus funt piima decem genera res omnes am ple- ftentia. Hate eft communis opinioa me pau- BMmdfiM cisvetbisrelata. Alij vero fuere.qu. eum h taili*. cisveroisrciiia. i^, . F . i »- «ft,ctuod poftetior illa fefla dcmonfttauit, f»nm. ftbrum Categoriarum non de fecundis no- tionibus , fed de rtb. eiTe : hoc enmi verifli- me dicitur,& negan non poteft. nam fubliart tia,quamrim, & quale, & reliqua fummage- nea, &onineseotum fpeeiesfunttes, non e ■ funt feciinda; notrones : quod ctiam Cirxci fi^nificaiunt dicentes eum librum efle de vo eibusres (ignrficantibus perconceptus me. dios,voces enitn rerfi fignificatrices non funt ntfivocesprim* notiems :vndefequtcurfal- famciTecominuncm Latinorum opinioneru qubd ineo Irbroagat *rift. de primaopera. tione intelkftus , & de fimplicibm. tcnumn, j e ouibusenunciatro coliciatur. Prrmum qm- . ^'Zt dem quod drcitur logicum agere de tnbus F operanon.bus rnte^ftus ,non omnmo ve- it&m *d ^-rumeftjmfiranomodointelhgatur.-quemad t it*m ftrn- modum fupra declarauimus : operationes e. ( mt*M. ■nimintelltflusnoftiico^nofctre non cfl ot. ficrum logici.fcd confideiat logieus tresgra- dusfecundarum notionum tx tribus llus o- perationibusexorientes,vt tresillas opera- nones ad re^ulas, &prarccpta quidam redt- pat,quibusruueturinte)kctusad rerum co. tmtiuiiem ilT-quendam : debet autem ba-c fogicacolideratiouium opeiationum intel- Vll(JHUilI*Vlll^**Mi»*-"'l rium efljtotum enim,& partes,quae integran tes dixuntur, debent eiufdcm efle ordinis,& n aturaa : & qu u m fy '. logi fmus fi t fc cu d a u o ti o, enuitciatio quoq, ipfiuspars, fccunua notio efledebet. Eandcm igiturrationtm habere enunciatiohe ad fimplices terminosneceire eft,vt ipfi quoq; fint vocesfecunde notionis, ficeninr partes erunt enunciationii 1 & ad lo- oicampettincbunt. Huiufmodi non funt i- piicatccoriar,vrdiclum efl : Tcd defimplicu buStenmaisprimatintelleSusoperationire fpnndentibus, qui vere paites enunciationis fuat,agitur lnpnncipio libri de Lnterpreta- tione,& Tunt nomma,& verba, ex his dicit A- riftoteles enunciationem conftitui, non ex fubftantia, quanto, & quali, vt patet legentu bustotumlibrumde lnterpretatione,inquo nulla vnqua iit mentio fubflautia:, vel quan- titanquam partium cnunciationu ,fcd cm- petiiominis,&veibi. Veium aliqui confide- rantes ea,qux de nomine, & vcibo drximus, adhocconfugetunt, quodtraaatio de fim- plicibus terminis duplcx effe dtbuit , vna quidem fine vllo refpeftu , & abfoluta, altera cum refpeftu ad enuuciationem , cuius pars eftmam & de enunciatrone dupliccm uacta- tionemfecitAiiftoteles,vnam io lib.ek ln- tciptetatione,vbi deipfaagit iitnphciter ,& piout eftenuciatio.ficenrmad fy.logifmum non refertur ,neq; ad aliquod aliud : alterarn in priorib. Analyticis , vbt eam confiderat vt partem fyIlogifmi,& mutato nomine propo- fitionem vocat, & de ea agendum proponit inciLis libri exordio, Ita igitur de fimphcrb. terminis dupkx tiaaatio eik- debuif, vna abfbluta.qui- fit in lib.Catcgotiarum ; altera cum refpectuadenunciatronem,qua:efltra : aatio denomine,& vciboin ptincipio libri delnterpretationeihjtcemm traaatio in eo- dcmhb.cile debuit,in quo de enunciatione agitucquemadmodum traaatio de propofi- tione, qua; ad [yllogifmum refertur, eft in eo iplb librojin quo agitur de fyiloEirmo. Hic omnia,fibeneexpendantui,tnania 1 &fal!aeP fe cognofcentur:Primum quidemquod di- cunt,id, quodalterius pars eftjpiiusfimpli- ctterconfiderandumeft,poftea cuni refpe- Cin ad totum; hocconcedt poteft, fi icfte in- telligatut-,quando enim de tuto agimus,&i- p(iu?fliuauram confideramus , non puflu- urus n,on eius partes cftfiderare in ea ipfa tia ajtione totius: quod fi par tcs etiam fine re- latiotie adtotum funtaliquidj& abfulutaha bcut iiatuta ; eatuiii ttaCtationEm abfolutam pix- l.tlinil, s7 de Natura Logicse* Lib. I f. $s pratctflirTeoporter traaationi totius, fice- A datione VQcanturfubieaam,8t prfedicatum,, nim pcifefta & partium,& totws cogm tio ha- quo in loco nulia fit mentto nomims & ver bi , mfi qiucenus tn enunciatione funt ftibie. tura entm multa de no niiu-.Sc verbp dici pi ifinr,. eoiura camen magua pars ad Giammaticum. , - " • r 7 — " * — o — »■ v ~- betur: lyllogifmi ctmliructior,em docci Aii ftotel.W Priur.A-iaiyE.quare fi a piopufitio- nibusconftat fyliogtfasus, nuliaaJjacfl* po- teftryilogifcniciactitio, q.uani tract.itio pro. pofitionmn , exquibus contliuitur : hxc igi- turconfideratio partium cum iclpeftu ad to- Burn non niodtnn eodtm iibroclfe debet, in qjjo de toto agirur,fed & it.i cominiica tracta- q.uu u«- _ - & .»-«».v- v Kui.i.muj. uiuj. eoium caroen magua pais ad Giammaticur noMtaaus^vteam non procedat, ncqueab li peitiner.pauca logico dcclaranda relinquun eafit diliuutta netiue m eodcm libro . neoue r„r: AnfiW....... ;„;„ _..,r- , . eafitdifiuutia nequein eodcm libro , neque in alio: quude pattibus agtre rtfpeduto- tius eft de toto ipfo agcre . Trattatio autein abfoluta de partibus non prout partesfunr, diliun&i ciTe debet a. traciation; roritJs,cdu totius non effe dlbuocUia ab ipfa cotms tiaaanone. quo- modo emm de enunaatione agi poteft , nifi parciuni iplirn conftituentium confideratio »at? ? aitcs autem eius funt fubieclii , & prx- diwwm>qaae pafii.n ibi nominantur, & con- ^eia.-cur ab Auftutei. qu.e enim flmpliciter Jumpta dicuntur noinina, & vciba, ca refpe e cui enuncutionii mucato nomine dicuntur lubuctumApiajdicatunnvtquam rationem. enunciacioadpropofitionemhabet.eandetn natjeant nomea , & vtibum au fubieftum, & F-acJicatum : %niftcaot eriini eandem ttm tuin umpbc.tei , tum tefpetfu akeiius confi- derara.-n. DtepIexigituriflftracHrio deflVn. pncibus teimir.is, vriaabi.jlu-:,,,. princtoftr 'b. L)elnre,p,ccac. qttaiMp 3g,tur u e noim. '■M*vcr|jo;a,reranou, refnectum ad enun- ««0«wa», quanuo i n , ? ( a cuu „Ciatiom s dertt,quemadmodumdiximus. TracVatrot. gitur de fimplicibus terminis.qui? prima; in- teUeftus operationi refpondeat , nulla alia irr Jogid habetur,quim que de nomine,ac ver- bo iic: ideo non male illi fcnferunt,qui initiiV logica; a lib. de Interpretatione fumendum cfle cenfuerunt, hoc euim quadaratione ve- rum cft: nontamenica,vtlibrum Categoria. SttittrtU lumexcludamusjvtquofdam eum exclufifle Bildmni I>d ixiuius : logicusenim eft, & ordi ne primus, csnfntath^ yt inss ofttiidemus. Dicancquxfo, qui Iibiu- illum excludunc, cuiufnam fcicntiat 3 ve! difci- plini partcm ipfum effc aibitientur ia ; u,it. Sed & ill-, ij ux in eo hbro ab A: iftottle de rerum gctieribu>dicuncur, facile dcclarare pofiiint,. ciim proj.tc,- logicani fcriptum, &!ogicum iu.ruartium ous brum fciipfent , quitum nulisus difciphns pars effe poTeft,tumip.c per fc facuttatem alt- quam conftirucre aptus non eit,p;oiii de inu- tllisprorfu^j& abiiciendus. Caput IV. tn qtiop-opria fintcntia dc hbro CtttvpTumm tx- V 1 V 1 ppnitur. r T hlp in re verv:as c >gr.;>f'-arvn , inpriniis onuiium diceudorunt iunda- raentum ftatuendum eil , cjuod fu^ertu* de- monftrauimus; res omncs in logica iiibie- ftum i^Sk eo modo, quo tcrrum in arte faofl Sb Ut8um Ujotinartc m cdicahuman u eorpus.l ale aw- ep .._n..ww tem fubiecium quamttat»onc6gniti6n»yea .„_._•_. ff- operat j ljn is gratu fubfttmatur, tamennon humafii corporis , ommumque partium cms magnam habeat cognitionem . nam pra:ter prima» materi_enoticiam, ad quamipienon perucnit : quia ea non eget, nulla alia huma. ni corporis feu pars.feu caufa ielinquitur,cu- ius coguitionem habere no.Kiu3.iat, ac de- beat: quo faaum eft.vtpiures m-dici uppa- o>iW, rentc&inaniargumen.o deceptinon modo ndtbtt*r- ooerationis sratu fubfttnmur, «mennon lent.a rciecenmus, quu ""'-'3- fi vtf**. ^b/t peni.uscne ineogniu.rajqupni»min C fpicabuntur, propoiuos imttci _pra.te.gr-_ i&mrn . 2X teri, penitol tgnota ivulius arti- ^ diemur quandoqu.dcm ad quatftioms noftn luDicai w x s - , , , ... Careeoriarum cxolicationem ha:c co fexaliquidcfficerepoilet: debet emm taber aliquara ferri cognitione habcre , &xMedicus notitiam habe.e humanicorpor.s i & partium eius.no quidem impe^feaam,& exqumtim, fed tantam, quantam operatio iinguloium requsrit : docechoc Ariftot. in vlt. cap. 1. libr. Ethtc quando dicit, vt medico oculum ciua- turo ncceflarium eftahquam oeuli cogmtio de lib. Categonarum cxplicationem ha:c co- fideratio fummoperc conferet : illud enim a nobis omnino conftituendum, & pro coper- to habedum eft , qubd qucmadmodum om- nis difciplina operatrix aliquamfui fubiefti cogmtioncm poftulat ,itanullaplensm eivis notitiam habet : quo fit vt Philolophus con- teniplatiuusanullaartefumatieialicuius co- turo neceltanum ettaiiqu.mocuucuguiL^- . — „...t, nem hibere , iwmotili Phiiofophoanimwn D gnitione , fed potius ab ipfo artes omnt».lor ncn " ' ^r._ _n.__: s, l. .-.i„ m r in. niinr antcm de coenitionc lntellettiia-i per fanaturo , necefleeft animse partium ems aliquam habere notitiam, no quidem exqui- fitam , fed tantam , quantaad propot.tum U- nemconfequendumfufficiat.proptereabre- uem ficitibi Ariftot.diuifionem partium am- me,& pi"gui SjBoem-jjae popuiaritet de Am- n.aloquuur:quia non eft ibi rinisanimam co- Enofccre, fed eam virtutibus imbuere.vt bo ■ nas cdat aftiones: peifefta verb animx co C U1_4V II _• J 1* " f « w- ™ — • f - ' ^ quor autcm de cognitione intellet-iiaii per taufasacqui-ita^hsc cnim folius Wiilofophi contemplatiui propriaeft.Dicimusitaq.non modo medkinamtotam iio poffe ftientia» dici.fed neq; illam eius pattem.in qtia dc de- mcntii , de humonbus , de partibus humani cotporiscarumti. natura, &;vfu diti"er.tur;id- que oftedimus prinuim quidem latione fco- pi , ac fioisiUius rraftationis-, fit enim qvian- na^ edat aftiones: ptrteaa vero amni* i«- j,t , _-«bh i..,m- _ _ tSidoi Sfopl.o P cowerapiatiuo io libris E n.muis «liligens,& cxquifiia no n cftfcicntia gnitioa inuoiup wyr .^.Unnn (.-ipi-.tia-Piatiahc. fed operatioms £Ul»v p *__*_,» — . — | 1 de Animatraditur. Morahs lgitur animam o- ninino ignorarc noti deber,neque ettam per- feftam eimi cognitionem requuir,ied quan- tamh"nis ; acri:opi.seiuspoftuiat.Sicemmvi. demus in arte inedica traftationem heri de parti.bus humani corporis,& de eius contiiu- ttionc non modo ex part.bus inftrumt nt.ih- btis,& quaiuor humoribtis,veiiim etiam ex quatuor elemctis, quibus fingulis hnguli hu- quianon kicnti_egvatia Gt , fed operationis, vt cotporis famtatem vcl confeiuare , vel re- cupcrarevalcamus. Qu&dfiquis d:cat,par- temiliam etiam fae.iitai.i-ni gratia legi pot- f.-, n.n gratia medenctittunc Ptqtiitur.eS non amplius t ffe vocadam medicnia partem , led pars erit fcientia; natwalis : latis tft igitur ,fi quatenus eft pais artis mcJica- , catcnus fci- entiad rinopoteft. Sci pr_ete:ea quncunq. finariior e emetis, ouibu. nncuns nnuun wu- » • r------r - ^o es rcfponden Moc Lgittlorambu, ope- F modo eapar* furaatur.emrafi rciend, graua mo.Esreipo f . w( .| icetoro . Wiotj eiTsdicatur, fcientia dia non poteft, illVitaii-i|'""-'' o I' ratticibut dirripiinit contmgit , vtiicetpro pofici fubiefti cognitionem non quserant, ta- men non omnino ignorare ipfvim debeant, fed aliquatenus coanofccre:vnde pro fintufn diueifnate difcitme quoddam inter eas exo- T ttfiVtt *tt* riturj quonia.n alius finis maiorem f.ibieai rZfr S cognitioncm pofcit.almsmmorem.acicuio- ptr fAj: i 1 , , A ■ . - tV^ i " __ : j /. t~z _ t _ _i.i_.ij--.»-, ....._..._,* uuui.umu- i-mioiopnum potius, quam Medicum in e flare. nam habere angulos arquales duobus B parte appeli.mdum effe nrbittatuHdq; Gale- reais,no!.foli3.quilacerocomperit,n_que nus ipfe ignoiaiTenon videtur, quum hbellu qu_teiiusett^uilateri.:&exelemeiiri_ con- au_ ....an. CrrinCerirvA n a M A»-a~*. _.__ r . r\ . . 1 . , , . m , _ , >.-,.,,,_.-.,--. .... . t. — ■_—■_- — fc I — ' - ...........v ftare non fol: iio__iini,neque quateoug homo eli. Huiufinodi autem ells totam fete tlbm medicina; partem nemo negaic pcteft: do- (rt enim hominem exquatuor elcmentis , & cx quaruorhu-iioribus eflnt qubd iieogni. tioiiisgiatiu.&vifcieritiam aiiuuaoi compo B«ent,i.adocui_{ent, maximarepreheniio- nedignifji/Fetit^totaque eorum traftatiode iis,qu^ tx accidenti effe dicinitur,& ibphifii- caappcliaiiJatiretiSedquoiiiafoIutn fanan- d. huminis gratia ita docuerunt, admittenda, laudandaqjefttota corum doArina, vtad e- iu(modia;tem tradeodam idonea,& accon». tikfipi» modata. Qtii .eroartein medicafcientia.na- «r»..,.V./V tiraiiaudsntanteponere, ridiculifunt : qtna Wium" nihl1 rtJ C0 3 ;lltlJ uignum in humano corpo- b.«-i'J„ rc W 0prioir.genioinueniie,& caperepoteP.il. Januhomcdics artis auxilio indieetpto u raa. eogmnont adtpi(cenda;fed contti pe. turs «neUKos aPbiIofo f bo n: t ur_ii eaonuria •■»it, Su-.ptocogniiioncpattiumhumiHi 1 -» 4i^_--i-^4 >. _ . W— » JLTJL ^M-V-UJjp 1- JLJ 1.1 J__" Jam humani corporis ccgnitionemhaberet: ita Iogjcus fecundas uotiones , cjuae funt iru ftrumefltafciendi, fabricare nou pofTtt,nifi aliquam rerum notitiam haberet . Cogno- fccnshoc Ariftotcles , conftituitin principi» 3 logics rudem , acleuem rerum omnium no- titiamnobis tradere, Silogica; vniuerfefun- damentaiacercjquarfunties omnesj&rudb cai um cognitio. Cafut V. confirmatio eorum, qu* di&n funt, ex primo capitc libride Intcrprctattone. VA t I r> v m argumenttim ad noftram hanc fententi - -jtiam couiprobandam fu- mitur expiimo capite libri de Interpretatio- ne,quo ;n loco & confi_iuro,& artificium Ari- ftotd.a ncmine haftetuis declaratum eil. In. iKterpttimi* fcribi.urliberille deInterpretatione ; a te c 1 U .'. j VUIIJ v lh ■-_■-■ J -1« -.-■-"■wi--| - in .M.ilofbphia tes potius confideran dici jnus,quamvocesierum fignificatrtces: con. tra verd in llbro Catt ■gortarum potius voces rcrumfigniP.catriceSjquam res : naminPhi- lofophiar.rum ipfarum cognitio qusntur; qubd fi vocibus casfignificantibus vtimur,id facimus vtres cogno(camus:proptereaAuer_ roes in vltimo capite Epitomes libn Catego- liarum-icebatjipradeeemgen.rafubieau.Ti eiTein fcientiis contemplatiuis , quatenus h- gnificant conceptus rerum exiftentium extra ainmum;res cnim in fcientib cognofct-re vo- lumus- logicusautem de rebus qiudem aglt, fed meliiis eius l'copumamngimus : ft dica- mus ipfumde vocibusagete figiuficamcibus rerum: quiaipfe cogmtionem reium proh- nenonhabet,fed fecundarum nutionum ta- bricjtioncm in rebus, hoc cft ,in nominibus rerum ; vocibus enimprtma: notionis iple a uytivjiviv."!"'»» -j-- minat.eam quandoque debuiiret interpieta- tionem appellai crhoc tamen nufquani facit. Omninoiguui dicere cogimur infcriptione elTe c»mrnunem^ quia wi eodem libro & de lTmplicibus torminis, & de cnunciatione agi- tur; vtraque enimiiouune interpretationis ibfque dubio comprthendnntur.E>: his,qu_! dmmusjcolhgere poftumuslibrum de Ir.ter- pretatione & primum logic^hbrum dics poP D fe,fkn6 primum : priinus enimhber eft logi. csBbricationisiquiaAriftotelesibiprimum^H incipitfecundas notiones fiaiicare, & impo &m nere pi imis. Sed quatenus libei Categoria £■ rumvniuerfse logica: fund3mcnta lacit, qus 1 iacere neceft-rium erat.ipte pnmus hber e ^|P liber autem de lnterpretatione fecundum locum ttnet: dum enim vniueifani tractatio- ntm logicam confidcramus, primus eft li. , ber Cattgoriai um : dumautem illos tantiimi 1 ierum ■ vocibus enim pnma: notiun« n'i* •>- u.i v^_n.g^..-, ■ --- iiasfecundasvocesimpon!t,quodface.cin- E logicos libros accipimus, in quibusTecun- - ■ m ; a* inrprnteratio- Aw nnriones tra_laniur, horum prtmus ettii. tctem 84* Cdttgeri*- rnm. cipit in illo primo cap.libn de interpietatto- ne, vbi fttmmo cum artifkio hbru ilium cum libro Categoriarum conneait.accipiens vo. ces fignificatrices rerumiam contiderat-s iti lib. Categotiarunij Scin eis imponeieineipi- ens fecundasnotiones a (impiicibus cxotdi- ens,qua; runtnomina Sc verba:boc enim nu- nifefle facit, dumdedarat voces tftererum (iiinficatnccspermedios conccptus;tIeinde ftatim dicitharum alias efte fimplicts , vt no- mina.Si verba;altas complexas, & ex his con- ftantes-fici^itur&memotatosltbrosoptime coiieait Ariftoteks,& fcopum libii Catego, riatum manif .flfi reddit, qut eft agere de v >- ribusrerumngnirkatricibus.vtvocib. fecun- Jje&otioiiis tinquaiu fundamera fubfterne- rentur. Illud quoq;pronoftr_r fcntenti* co- probacione cyniiderandum nobis eft,qub J fi ciefimplicibus tcrminis m lib.Categonaruin agerct Ariftot.de fecunda vero operatione in- telkaus io lib.de Interpretatioiie,euni bbrii daTnotioDei trattatuur, horum prtmus eft li bet de Interpretatione : q_a ratione libedj Categoriarumnoneit logicarpars, fed fuu damentum potiiis, & tanquam totius logia ca; pta:ludium; quod videtur fignirrcaiTe AM riftoteks nullum ilh hbro piooemium app . - ° _ IVIlMkU _--»j ju «•■•_|i KHiH ij Hl - | v . _ i : , ; ,.' i non librum Categoiiaiu , ied tra£tationem de nomine, & verbo refponderc diximus, j..»ir« idqucefficaciflimisargumentis comproba- fttnii Sjl uimus . Ali j verb ea ratione vtebantur: liber 4kii>- Catcg-riarum de rebus eiV, crgo non eft lo- "jcus.fed metaphy.icus: quamaduerluseos uacoSucrterepoiiumus : ars fabrilis confi- derat rerrtttn , qua. ert materia naturalis, er :ii- ______ _A. /•.: ■ ... i tfifirimt» Tbtltfif l:f fctrttficit l'jr f. li&urtb*t. dOi__propt_r logicam: ideo logica cft, non m.taphyiica. Aha quoquc obieclio nobis Oiir**, -Olueudaert. nam aliquos audmi ita areu- mcntantes: ficocon.ilio volujfiet Ariihne- les i 0 ipfiui logica. exotdio de fumm.s rerii genc. ibus age, e , vrrudem rcrum omniurn cognitionem, qu__ad iogicam crat nccclTa- ria. noDis traderct.mancus.ac diminutus ...TT* ^"*~*"»» „ W^OB» trauerct.mancus.ac diminutui B _ ars ilia docens cftpars k.crrtic natuialis, B fuiUec : quia non omncs res am.lexus eft qua eadcm ratione omncs efrec.nces artes nam fubftantia a matcr.a abiuncta. in Cate .r.,n> i.arr.. naruraisPhi ( il,.r. ,i_-. .,. .,_ » = '""_t-e.nv.ate _-jU_. v _-__i-i.-r-r v_VkUI ... illL.l erunr partes natutalisPhilotophia.: adar- gumcntum igitur negandum dl eonfeques: quem.dmodum etiim ars fabiilis, etJima- teriam n_Turalerntrac.at, non eft fcientia na turalii,fedarsefFe_trix:quianon feiendi.feci operandi gratia inea materia verfatur:ita Jiber Categoriarum , quum res omncs con- fideret nonvt fimplicitereas cognofcat , fed vt iii eis - ■'_., .._ — _nctapf.yi.cui, fcd logicus: quianon omnis traCtat.ode rebus tft fciefitia eontemplati- ua, veleiu» pars : ab baM i n. inftiumentum,vtdomum, vclnauim .M ift logica illud tniiabile eitemt ob eius mwl- ktlualemnaturara,%'t docT;rinsab operauo ncnon difiungatur :-dum enim docet luftru mcntorum generatiunem.fimul ipfa inftiu- mentagencrauquiatamoperatio, quam do arina eft inttllertualis: quo feftutn cu, vt m loeica;traditione Ariftotelcs partim ordme enim eft habitus inttrumetalis, & mflrumen tiimipfum.quod lo^ica fabrica^e dicitur, Effici igitW in logica inftrumenta dicutur:- m.iadumlogicamdifcimus.generaturma- mmouoftrohabituslogicus,quamvocoin- ftrumctifabricationera ah emfdem doctn- oa tion feiun£tam : ideo quando hunt habr- tumiam adcpti ad rhilofophiam acccdi- nuts.Sc in rtbus naturahbus, vct Geometii- logkaitraditioneAriftotelcspartimordine ^^r"^,^^^*^» «^^r^l^". inZmailo.ic,^ v(us:r US da "tneiatio inftrumcti logici.fcci vlus: cus enimnongeneratur in nobis habituslogs- cits.fedeum habentes eo vtimur . Hw d« communi logicic paite fufficiant. Caput folutiuumquidero do£itinaaitislogiC5e po ftulauit : compofitiuum autem gcneratio,& fabncatio logicorum inftrumcntotum ; id- co videraus Arift jtelcm & priotes, c culrate. inftrumenta fabricari inlogica» quum folus Philofophus inflrumeta ipfj fabricet,quan- doad rcrum fcientiaadipifceiidamdcmor!- ftratione'-.ac fifllcnifmos ibtmat: logicus Yeibnonfabricat :quia nuilu fyllogifmum facit , fedmodum tantumnaodo fabncandi 1 1 X. de mceptate LtgicA particukrifr Lterav«bpars,qua: particuhtis, fea- tradiL; docet igitur.non gencratj fed Philo ponuntur; akerum eft Imhw» partis neccl- fitasireliquumvcrb eius diuifio in partes, earumqi numeriw.ac difpofitio. Primu cjui- Duim dcmdubitare a liquis P oflet } &fufpicarj,par . tem hanc non cfTc necevTanam,fcd potms !u peruacaiieam.quum in fola commum partc abfoluLtota&cultas logica Vl deatur; pott- quata 69 deNaturaLogicse, Lib. II. 70 nuamervimdcnomine,ac dcvcrbofcrmo- A nemfecit Ariftocelcs, & ex Im cnunciatio- j, cm , ac demumex enunciatiombu» iyllo- eifmum, omniaq; logicainftrumenta con- irituit, nulia videtur compofitio logica cor» /icieranda relinqui, quum pr*ter illas tres rr.emoratas quartaintelleetus opcrationon detui.&tora ratiocinandi, ac quouis modo difcurrendi ratioin Pnorib. Analyticistra- Afciuifi* ditalic. Ad hocnihil video ab alijs refpon- m«. deti, nifiquodperfcctaeuiufquerei cogni- B tio tunc habecur,quando non folutn gemis, fed&lpecics omnes.qujfub eo funt, cogno uetimus : quumigicur in prioribus Analy- ticis deiyllogifmo, ac dcomni argumentan di ratiorieagatur , alia quidem opeiario in- tellectus praeter argumencacione, & difcur- fum nnn relinquicur , tamcn diucrfx lyllo- gifini ipecies relinquuncur, quibus ignora- tis plenam fyllogifmi cognicionemnon ha- bemus: idco de his agere poft libros Prio- C res Analycicos neceifarium fuit.vidclicet de i) Uogifmo demonftratiuo, de Diakftieo,& dt Sophiftico, dequibus ttibus fpeciebus agh Ariftotel.in tribus fequentibus libris, ne.upe Pofterior- Analytic,Topic.& Elench. C»fruti*. Sophifticorum . Hacc refponlio.etfi in ea o- mnes confcntire videntur, recipienda non eft: quodenimdicunt, perfcctam rei noti- tiarrttunchabeti.qunndo non (olum genus, fed & fpccics eius ornnes nofeantur, verum D quidem eft, fed logicae aptaunon poteft; & qui id faciunc, eo dicto abutiitur : quoniam " illistantumdifciplinis conuenit, qua: nil a- liud,quamcognitioneniqua;runt, cuiufmo di funt fola: conteplatiua: : in his cnim per- fcttam fcientiaru haberc nonpofI"umus,nifi & genus, &fpecies cius omnes cognofca- mus: fed in illis.quiencm cognitionem , fed operationcm pro imchabent, & cognitio- nemnon propter ie.fed propter operario- E nem quxrunt, rano i!ia locum nonhabct: quia eognitioin hisnon omnino exquifita requiritur.fed tanta, qunnta ad piopofitum fincroancquendumfatisfit : idcircofi con. tiiijat vc cognitiogcneris ad operationem fufficiai. admkta qutdem eam non ciTe per- fccram fc:tntiam (ine cognitionc fpccieiii, attamen dicam,notitiam fpecicrum non rc- quin.&fupcruacaneam eile, fiad operatio. tiktitttrt. nemnoaeonferat. Refponfio-igitur.quaj cx F eognicionefumicur. recranoneft; qiitimex. eperacione potius fumenda fit , & ex vfu i- piius fyllogifmi : dc co namq; agitur inpri- oribus Analyticis tanquaindc inftrumcnto, quoadverum i falfo difcemedtim vrarour: proptereaoftcndcndum eft, inftru.nentum inudadhucnonercaptum,& idomumad Uiwcvfum.& adhunc fincm , oiii dc fpecie- bus eius iu logica diiferatur: ilc enim liuiu» paitislogicc.qujalioquifupcniacua, &in- utiliscUct, nccctfitas cgregiedemonftrai c- tur . Nos itaq; vt melioi em reiponfione ad- inucniainus.rcm hanc in artibus confidcrc- mus, quibus fimilem elle natura logicae de- clarauimus ; ilc cnnn fenfilium rerum exem plofaciliu:. ei, qui fola mence comprchcn- dutui,pcrcipeicpoteiimus . Arcium igitur, quc maccrialiaopeia efficiuncvt inmumen ca nobi5 ad varios vfus inferuientia, aliqua: funt, qu2e inftrumcntum ita rude producat, vt nifi ab aliaarcc e^poliacur.S: aptius ad v- fuia reddatur,nondum eo vti poffimus , fed inepcum prorfus, & jnutile lit : patct hoc in illisartibus,quasit3lanacIaborand»vetfan- tur,vt ex ea veftes fiant,quibus humanacor- pora openantur: quzdam cnimarslanaex- purgat,alia net,aliatexit,&pannufacit, qui adhuc ineptus eft.nifi alijs artibus expoiien dus,& magis elaborandustradaturitandem quuprorliis cft expolitus.eo indui nonpof- fumus.nifi futori, qui velicm faciaccum ttt damus:pannum itaque,qui vfum nimis am- m plum, 6c eonjmunem habcbac (ad plucima enimveftium genera, adplurimos diuerfo- rumhominum fcoposaptus erat) futor co- ardac, ac reftringit, & proprium huiusho- minis indumrntum facicns ita vfui proxi- mum id inftrumcntum rcddk.Hoc enim in rebuslogicispcv quandam fimilitudinein- ipicere poflumusjquauis enim longe diuer- (a Cu logicocum inftrumcntorumnatuta, St conditio.vtforcairealicui videri poftit, non reftc hsnc comparationem fieri: camentalc quidda in his euenir, qualeinarce faflisin- lirumetis confidcrauimus: los;ica entm in- flrumentum fabncat , quo \ccumafallo di- fcecnamus , quod quidcm inftrcimcncumeft fyllogifmus ^etcnimnominefyllogifmialia omniainftrumenta logica comprehcndun- tur) hic quatcnus in pnoribus Analyticis fa bticatur.eftadhuc rudis, 5: abvfu remotus: quare oportuit ipfum in alijs fcquentjbus libris magis elaborari,& vftii idoneum, at- queaptum reddi : nunquam enim fyllogi- fmo tali vcimur , qualcm in prioribus Ana- lyticis difcimus,& fabricamus, nempe (icn- plici illa , ac nuda forma fine vllamaceria: fcd femperinaliqua maceria iyllogifmu for mamus,& propter aliquefinero : qutiigictir diucifi fint fcopi.ac fines ratiocinantium,& pro finiu diucriitatematerias quoq; diuer- fas accipere oporteat ; ideo docenduomni- no erat,qu| matei ia ad hunc fcopuattingen dum requiratur,& qua: ad illum : vt pro oe- cafionc, & opportunitatediuerfas fyllogif- morumfpccies fabricare fcirtmus; aliame- aimmatcriamfumefcdifputanti conuenit» c i Iacobi Zabarelk Patauini ntrjk ds «k- mero {ibnru 71 aliam demonftrsnti: quetnadtnodiim ettam A in aitt futoria aliud panni gcnus pio tcgis vcfte.aliud proruftico fumcndum eft : & a- luid procrunbus, aliud piovenne, ac pc- tlorcoperieudis : hasq; omnes differentia» bonum futoicm noife opoitet,vt fingulit Tcopis fciat propnas, & conuenientes mate- rias accommodare Ratione ttaque a fine,& abvfu defumpta ncceliariae fueium ad lo- gicam perficiendam aitcs logica: particu- lares : quia in fok communi pnrte tudc no B bis traditur inftrumentum , 5c nim;s ab vfu rcmotum„proinde nos parum iuuans ad re. rum cognitionem conkquendarri, Caput II. dePartibusLogic& partkuUris. SEd hacc omnia naanifeftiora reddcntur, fi harum pattium numcium dcclarauc- limus: dehoc nonvidentui interpr.etes A- C riftorelis confentire. nam pktiimi dicerefo lenteas cfietres; aitem dcmoriftrandi , qua: .jnpofterioribus Analytkis traditur ; Djak 'aicam^uffiinTopicis^&Sophifticam.qua: iniibro Eienchorum fophifticorum . Sim- plicius autemin praefanonc libri Catego- liarumRiictovicam adijcicns quatuor ipfas facit.SedAmmoniuseodeminlficoPoctica quoque ijs annumerare vidctur, cui videtur aflentire Auerr. qui fokt qutnque artes lo. D gieas.nominare, prsfertim infinefui proa; mijin primum bbrum Pofteiior. Analytic. rbi apertcJcRhctoricani.ck Poeticam cxpti mit, & harum mter fc comparationcmfaci- ens, dicit artem demonftrandi ad alias qua- tuor eam habete rationem, quam dominus habetad kruos,& finisad ea, ctuae funtante fine. Nobis hatin re difficiiis>& ardua con- templatio proponitur, prasicrtim derdua- bus poftremis,. Rhetorica, atquc Poerica:; E qubdenimtresillae, qusein Organoconti nentur,fint pai tes logkse, facile erit demon ftrare.quumid nemo vnqtiam negaucrit:de Bhetorica verb difficjlius,.quandoqtsidcm illud compluribus incognicum fuit : fed dc Poetica diffictllimum, quum ars illavix ad: logicareducipoflevideatur: qua de reuos illa diecmus , quac in mentemvenitcpotuc- runt.qtutm nihil abaiijs diciurmaut fctiptu inuenetiraus . Hunc autem ordinem ferua- bimus, prius quide de tribus illis partibtts loqucmur , in quibus manifeftior res eft , & cflenderaus , quomodo fint partes logics, & quemodo fub libris pcioribus Analyticis veluti fpedes fub genere,fcu filiae fub com- muni matre contineatur : quomodo Philo- fophise infttumeta fint;& quomodo demon fttandiari aliaitt ei©mina,ac finis fit, & quae. 72 fingulatum fcdes efle debeat : dcindc vcrb- hac omnia in duabus ieliquis,Rheiorica,& Poetica, inqnibus maioi difficultas mift, coufidcrabimus. Cafut X. de Aitisr>emonjlr(it'tH&,& D:xUctic4,& Sopbtftu* ytUiuttc^ IAm in prxcedentiSus dedaratum cft,t- niuerfani Philo bphia tam acliua , quasv contcmplatiiiam in co^nuione vetiaircutn eotamendifciimine, qubd contcmplatiua foiam cognitioneroquaEiit.camquc fibi fi-. ncm propenit : aftiua vetb cogn^tinncm non propter le, fed propter actionem : quia ipfiusfinisnoneftfcire.fcdagerc. Nos au- tem rerum cognitione indagantes non pof- fumusftatim pcrfeiftam fcientiam adipifci, fed poftquam multum opeias, ac muhum temporis in fpcculatione confumpfcrtmuE: quando etaim nati fumus , anima noftra cft veluti tabella, in qua mhileft defcriptum, vt in tcrtio hbroDc Ammadocuit Anftote- ks: omniuna itaq; teium ignari, oinmsque cognitionis expcrtes nafcimui, quo fit, vt a fumma ignoiantia ad fumma fcientiam , & ab extrcmo(vtdicitur) adextremum tranfi- refinemedijs nequeamus:quarc rude ptius, & craffam notitiam accipiamus necelVeeft, quiim perfcclam ici fcientiam colequamui: talemmethoduminlibtis fuis Aiiflotelcm feiuafie compcrtmus, vt nos ad rerum fcien tiam duceret : quamuis enim dcmonftratio perfectam rei fcicntiam pariat.tamcn Anfto telcsno ftatimad tei.qua: quxiitur, demon ftrationcm accedit; hocenim argumctatio- nis genus quum intima rei penetrct, ctiffui- leintelleaueft; & magisobkurum.arq; ie- conditum, quam vt animus noftcr illud ita tim iecipereA compiehendete queat : pri- mo lgitui ioco Ariftoteles aiiorum fenten- tias inmcdutmadduceie, &expendcte fo- litus cfti poftea leuioribus, & facilioribui araumentisveritatem declararceiuf que o- pinionem aiiquam in animis nofttis impn- mete: demu demonftratione vti , per qttarn ccita fcientia potiamur. Vndc colligimus, trcs efTe diuerfos fyllogifmi vfus, promde trcs oriti artcslogicas part,iculares,qus his tribus vfibus accommodare fyllogifmu do- centsprimaeft Sophiitica.fecunda Diakfti- ca.teitiaDemonfttatiua; dum enim ahoiu fentcntias perpendimus , neccflaria cft no- bis cognitio artis Sophiftica:, per quam ea. ptiofa^c failacia aliorum argumenta depte hcndamus.ac foluamus; quemadmodum e- nim, fialicui iterfacienti impedimcnta aii- quaobijcercntur, quse pergereprohiberet, is pro> ] 1 dt/non timc 73 j s progrcdinon pofler,nifi priiis illa ifnped, ment.iTiniOuerentui ; ita in ipfa cognitionis via non pofuiraus ad vcritatis inueftigatio- nemprocedcre, nifi priiisalioru cauillatio- fies, qi:.cnosinerroiem duccre:, foluanuis, ac rctellainus : aliquam igitur elfe opcutuit Jogicam aitem, qua: doccret , qnot niodis poifitaUquis fyllogifrao 3d dccipiendu vti, nou qaidcm vt emimodi fallacijs vtamur, fed vt vtetibus alijs eas lbiuere, & nos ipfos "piXlM D>* tu "' ' d,,i,nis : ■ Sc£ ]uitur fecuado locovfus U$.(*. * rI ' s DJaleclicaB, qua; probabilibus arsju- jncntisquodiibet problema confirmare*clo cct: liuiulinodi enira rstiones faciles,acpo- pulares funt,& opinionem quandam iuani- ' >fr. mo gignunt rei poftea demonftranda:, no- ftrurnq. animum prazparam ad vim dcmon- ftiJiior.is, quaefirmam rei fcicntiam patiat, pcicipiendam. Jdco poftrcmus oroniura eft vfuidemosftrarionis.qua;, quumcaufas rei fciutetur,difScjlior intellectu eft; Je hac lo- quitur Ariftotetes in pofteriorib.Analycvbi doccLquomodofyllogifmortenduni fit ad fcientia rerum ailequenjjm . Contingit au- tem quandoq; yel propternoftram imbecil lkate,qui caulaspenctrarcnequeamus, vel proptcr fubiecta; materia: conditione, qiue demonftrationis capax non cft.vt demon- ftrar.ionc vrt no polTtmus; ideo tunc rationi- biisprobabiiib.vtimur.quaedcmonftratio- nisvicesgerunt.quumnullaemcaciorrario tatrui qucat, itaq» dnplex eft Diakaka-fa- cultatu vtilitasiaut cnim dcmonfttationis locum tenet, aut animu praiparat ad fcquen .tcmdemonftrationempercipicndam. Alias quoq; ciufdem vtilitates cbmemorat Arifto te.es is cap.2. lib.i. Topic. fcd nos eius tan- tum..quepra:cjpu.-,eft l mentior!cni fecinms, qua tacultasiila ad fcientias.Sc ad co*nitio. ne:n adipifcendam confert . H;tc igt&r ftft ratio, curAriftoteles r oft logica: Mrtevni- uerlalemtreshaspaickuiarislo gkaJ naires r^^^^e^.^l-cetvtnosdoce/cttres illosdiuerfos fyJfegifmivfaii, quiadreruni cognitioncm confcqucndam pertinent. de Natura Logicae, Lib. II. 74 Caput XI, detriummemoratarum artmm differentia. HAE trcsdifciplina: qubd p.mes lo»i «emt,manifeft U m dkt&kuU nam- q«ab aite communi fum.t comrmtne ,1- ^d genus, communem illarri fyllogifmi for mam,3c docet.cui mareriarappHcalnda fir vt Siimusadlcicnnamparien^ , > i\, _ "enditmatetiam necelTarj nir CUe,ncmpeseceiiana^ p , A decl3rat Anftoteles in lib.r. poftcrior. Ana- lycic. Dialeciicus verb fyllogifmu ad alium htkm diriges^ i adTdifputandurarVel ad o- piuionem quandam inanimo geBciandam, inateria^prob.ibili forma fyllogifrai aptar, nonpcnirusvera; J acneceilaiij;,lbdpartici- pi vcri.&falfi: talis enim matcria taji fcopo conucnicn.scV accomo J.rta eft. Dcmura So- Dhifta fyllogifino «ivoicusa-J decipiciidii, iumitmatciijfalfjm. Prcptciea omnes, cui £ /■ - B harumtrmm artium differetiam declarare uLrVb V- volunt, cam ex folamatcria d.fumere foliti v cx dijiin- funt, diccntcs dcmonllratorcmvfi roatcriii»'" 1 ^- fummcvcra.dcceptorcomninoralfa.Diale- fticuraverb medium materia contingentc, qua: particeps eftveii,& falfi.Sed ineo decc DitftnntU pti lunt.qubd iecandariamdiffcrcatiaad- ducentes primariampra:termifcrunt,qua; a fl*- fine.noHaliunJe, peiendaeft. dcmonftrator me,,d ' teii - enim a Dialeitico, cca cauillatore diftin- C guitunquia fcientiam qujerit.qua: neutrius illorumfinisefti ita cauillatorab alijs duo- • busdillidct:quia dccipeic vult;fic etia Dia- le£ticus,quia vuk difputarc, &vtramqi par- .temtucripoflevel proptervictoria.velpro- pier opimonem quandam in animoproba- bihbus argumetis generan Jam. Hoc difcri- niinelisetresarces perpetub difcrcpant, fed non perpetub in materia, nihil cmm prohi- bct,quominus. Dialecticus inmateria necef- D Taria argumetetur cam ftimens vtprobabi- lem. Cauillatorverononfemperinmateria peccat.fed quandoq; ctiam informa, & pro fyllogifmo paralogifmum tacit verisvtens prop ofit ion i b us, n on fal fis. Hoc i d em in ar- Artu difti* tib i us omnibus eucnit.quibus fimilem in eo z'"""' ,r P r  "'" ex didifciplinadifcrimen prrcipuum ex fine ""• fumjtur.quod in fcientijs cotemplatiuis fti- E miiurafubieclojviflcmus enimplurcsartes- eandem materiam habere, tamen ad diuer- fos fines dirigj; quia tota talium difciplina- rumnaturain ipfo fine conftitutaeft, non itt raatcria,nifiljfcrri,negamus camen in a'rtis logi- Cv tiaditione,cV doclnna libros Topicos po ftcrioribus Analyticis cffe antcponcndos. Caput XIII. de Rbetonc>:,6' ffff- ■tica,quodpbilofopl}'u contem- flatim ihjlrmtient» nonfint. DKarte quidcm Dcmonftiatiua, deDia 1 Pittictt funt tnltf. leelica.ac dc Sophiftica facis ca fint, qua: haclenus didia funt; nunc ad duas rch- quas, Rhetorica, atq; Poeticamtranfeamus, qux maiorem nobis difficultatem, aclabo- rein pisbitura: func; quomodo enim partes Iogica:,& philofophix inftrumenta iint.nc- C mo hadlenus declarauit.Quum itaque onus hocnobis integtii relielum fit, nitcmur hu- iufce reivcritatemratiqoe.duce perueftiga- re. Has duas facukates certuni cft in fecun. R.hiittinQ. dis notionifaus verfari.vc cuilibet eas legen- ti manifcftum cffe poteft : vnde colligimus, easeife in(liumentalcs:a!ias enim demon- fttauimus.fccundas notiones per fe cOEnitu dignas non efte.led foluin vc infti umcnta ad aliquidaliud conferctiajliuc tamcad oftcn- dendumeaslsgicaseirc nonfufricit, quum etiam Grammanea in fecundis notionifaas vcrfetur.S: fit inftrumentalis quedam facul- tas^&adphilofophiaiTivcihs, nec tamen lo- gicaeparsfit:quia non docct rariociaandi, & avgumcnondi rationcm, fed folam tocu- tioms deccntiaik ornatu: vnde fermocina- lisfacuhasvocarifalct. At iogica, 5; qua:li- bet e:us pars e!t difeiplina ratiohalis, no fer mocmalis^ piopferea declarandu nobiseft, quoinodo Rhetoiica &Poctica lint rationa- lc5,& in vfu argume ntationis vcrfencur; hoc enim omnino olfcnjcnduin cft, ii pancslo- gic^eefl"edebeat;tiam ii cffent (crmocinaLs, Vt alij putant , nulla ratione noininc los;ic;e participaret . Sed vt iu re aidua ordinatc^p- grcdiamur.fV a notioiibus ac faciliorife.ot- diamur, hunc ordineferuabimus . primtim declavabimus.ad quid duxha: tacultares v- tiles fint.c\ anvniuci ia;PhilofopIii;-c,,in ali- cuius tantiim paitis inftiumenta lint appel- landae; deinde quomodo fub logicat anqua partes reducantur coniiderabimu^; fV quo- modo hae quoqueferua:, ac miniftra: dican- turartis demonftratiua:,vt Auerroesait: dc- mum ratione afferemus, cur lix dui non m to volumine locetur.qiiod Oiganu dicitur, fedabalijslogicac partib.difiunae alibi rc- ponantur, & quifnani Cit idoneus carij ioctw « 4 79 lacobi ZabarellasSatauini so jrj*.f»_» inueftigabimns. Inpnrais illnd ■ ■« oue compcrtum efle deb et.cas i awcrfo ph.  ' phi_e parte melius, ac faci- liiis inteiiigendam.fatisigitur demonftratii eft,Rheroricam & Poeticam moralis difci- plms ipftrumema no cik: quia neq; ad eius cognitionem conferunt.neq; ad actionem. dum : dicit ibj , prxcer cognitionem mora- lis difciplin.x, qua! vniucrfalium eft, alte- ram rcquiri cogmtionem paiticularem ex. tra libios moraks.fi bona actio fequi debe- at: in libris cnim moralibus, ficuti in quali- bet difciplina docente, no alia prcecepta tra duntur, quam vniucrfalia, & conclufiones yniueriaks pcv fyilogifijios vniuerfaks col- ligunctinfed niii pofcbillara vniuerfalcm co- gnitioncm, quam in libris de Moribus ac- B cepimus, alteram particulaiem per fyllo- gifmum particulaiem habeainus, nondum benc agimus : opoitct cnim vt conclufio v- Biuerfalisin libris deMoribus colkcla, fiat pofteamaior piopolitio lyliogifini paiticu Jaris, cui minorem particularem adijcien- doftatim particularcm conclufionem col- ligimui, cuius cognitionem ftatim affioie- quitur : vt ii in libris deMoribus didicimus -1- — -.._-__ _ , _. ,^,,_j _,_. lumjiuiuimii jiil ci n genna,quos vci rttllto- intemperanter agere malurncUe, & cibus C teks , vel alms aliquis fcripferit; ad quam fuauis nobis comcdcndus offiT^r itr. nnnt. ^ri;nif:-sr. j^™ r. i _.._:.__ _-_ . Capfft X V. qui>dRbetorica&Poe- tica folius ciujlts difciplhu in- firumcnta fira,& quo- modo, RElinquitur fola ciuilis pars,fiiius opor tct inftrumenta elTe has duas faculta- tcs, ii philofophiac inftrumenta appcll.ui debcant; hocigiturquomodofeliabc.it dc- clarcmus. Inciuili fhculrate, ficitti etiam in morali , duo coniiderari poftiint, cogni- tio Sc aftio : cognitio confiftit in politico- rumlibrorum intelligcntia.quosvcl Atifto f-^l^L- nal -I: . 1 : -_ r . - ialeiticam & Rhetoricam : ergo docet ra- tioncm perfuadendi tam bonum,quam ma- Gor^iadicit, Rhetorica: aitis vfum in ciui tate non efic alia rationcadni ittcndii, quam vtanimos ciuium bonos, ac iuftos reddati dcindc in finc eiufdemlibri inquit , qui ali- tctvtitur arte Rhctorica, quara vt animos ciuiummeliores faciat, is non veraRhcto- rica vtttur , fcd adularoi ia quadarn arte. I demdcPoeticadicendueft.eius enim fco- pus ruturalisefl vtilitas , & monim coitc- £tio, Bcaflectioiium purgacio: icd adiecta cftctiam delectatio, vt hoimncs ad hancv- tilitatern pcrcipicndam alliccrentur : idco rectc poeta dixit. [£f prodtjft W««t , & dele- S„rc |Mt_rj quod ita intelligcndum eft, Vt prccipuc fpecUtur vtiiitas, delcctatio fecun darib,3c proptcr vtilitatem, non propter fe» Q_upniamautein in poematibus dcleitatid cumvtiHtate eftcommifcenda, hinc tactum eft.vt mulnartcPoeticaabtitcntes, poema. cm lum :itan; fi ciuilishomo bcJniratcm , 11011 D ta companerenc , qua: dcleu.it lonem aisiqs ' . . . . ,1 1 ! „.v i.Iii vil. prauitatem ciuium quajrit , Rhctonca eitts inftiumentu dici non ^otcft, quum vcramqi perfuader.e apca fir. fimilner neq; arsPoeci- cajnullus enimalius clTevidctur poematum fcopus.quam dele£tatio,qu»raab onmibus proptct valuptatcm lcgantur, & audiantui: iaab ali.jua citcumfcrutur pocrnata ita ob- fccetia, \t mores maxime depiau.ire queant, tantum abeftvt dcpiauatos corvigant : pro- pterea Plato in librisdc Republ. Puttasvt moium cotruptbtcs,* ciuitate rcpellit, St a- ccrnnie in cos inuehitui. Refponfioad lucc cx iplis Platonc & Anftorelc lumirur : nam Ariitoteles in pviucipiolibr.i. Rhctoncorii, dicit Rhetoiica aptam quidem etre pctfua- Fiiii* Rheie- dcretam bonum, qtiam malum ; pvoprium ncxeiih»- tamcn _ & germanuiu cius finein elfe iufta KHjerfrA- p {( f ul( i erCiaoH jniufta; ea narnquc eft Rhe- toricx artis narura.vt, (imulatque conftitu- ta eft.cavti poffiraus & ad bonum,& ad ma- lum; htec enira eft conditio abca infcpara-) bilis, quarnuis inuenta fit proptet bonum, nonpiopter malumjquod idem jnquit A- riftotelcs in alijs multis boniseuenire; v t in corporis robore,infamtate,& in diuic ijs: bo na enim funt,& bonum finem refpiciunt, ea tamen eft ipforumnatura.vc inmalum quo- que vfum vcrti poffin; j fai} eiuns vti poffu- vllavtiiitatc prjsbetent; hi namq; adulteii- »i poeta;prastermirfo pncipuo huius - rtl *^ fcopo fecundanum folum icfpkiunt, qud per fe, &fine altero qujei endus non eflet. Hkc fu« Platonis opinio, qui in libris dc P Rcpubl. Poetas v^aaorum corruptorcs a ci- uitatc reijcicndos eftcvoluiti contirivcib la I Sympofio eos laudibus ad cxlum fert, & I prudentia:, acvirtutum genitoves appcllat: - ! C quum igitur diccndum non Citjtantum phi- Jofoph-i ilbiaduerfari, fateii opoitet eurti 1 deveris poetis Joqui, dumeosvocat vittu- tutn genitores: bi namq; vtilitatem fpe£U- ' torumquaerenreSjCQrumanimos bonis mo.' iibus,Scvirtutibus imbuunti vbiverb in eo«/ inuehitur, Scaciuitate pellit, dcfa!fis poe-' tisloquitur,qui aitc Poetica abututm,di!irri( folam deleaationcfine vlla vtilitate relpi- ctuat.moresqucauditorumcorrumputvt. 1-j F demfignificauit Arifiotel. inlibcllo deartc 1'oetica in definitioneTragu-dic.duni dixit {Tretgccdia efl imiutio nElionw iliujiris pcr mijt- rkordum , Cr memm hutufinodi pcrtttrb.itionci ^jjc^ani] exp nmit enim fineui,& fcopuTtaij gcedix ijs vetbis [ hnlufmodi persnrli^iionct p »r^»«j]quemadmodum autem Tiagccdie^ ita Scalioium poemacum lcopus clt afrc- ftionci aojiDipurgatc, _*_aor,s .oirigetc. Aa de N atura jLomcae, Ad hur>c igiMir finem quum & arsPoetica, A &jrsRhetorica dirigantur, retfe diclu eft, eas clfe infhumenca,quibus homo cimlis v- dtui ad ciues bonos cfliciendos. £ lh>. rr. 8ff C,f/>«f XVI quhd Rbetorica & Poe- tka fint partes Logiaz. RHetoric.m & Poeticam effc inftrumen- taplli[ofophia:,S. cuiufnampartis in ' - r- • — ■ _.u._, uuui tertum queiiaam lyllotJilmi v- ft.umentalintofteiidimus:a.noi.dum ma- B fum ; fumit cnim cx Prioribus Analvticis fiifcftumeft.eas ellc Dartes loo-ica: : nam f7 fi.)U,T,T m ..™ _.. ^ 1- _. . I* - — ■ - ■ • - . -..... • " " (. nifcftum eft, eas ellc partes logica: : nam fi dtfcipiinain aliqtiam elfe inftrumcntaltm confter, non continuo feqtfitur camloiri- camcftc. Hocigitur, quoda ncmincadhuc bcne intellc&um fuir, effa nobis cutn dili- gcntia declarandum . Iam abunde docui- inus.quid fitlogica, &.-quaefit ipfiusnatu. ra:docet anim rariocinari, &difcurrcrea tHUi noto ad ignotum : ideo di£raeft^j>-wi*,tan Caput XVII. quomodoRbetoric&fit- pars Logic&, & in quo differat a Dialeclica. RHetorica: fa.ultatis natura in eo eft conftituta, vt doccat iu omni re pro- poiita omnia argumenta ad perftiadendum idonea excogitarc, & inuenire: ergo fi Dia- leftica uoalia rationeeftparslogicse, quam quia docet certum quei.dam fylloc. jfrni v- fyllogtfmum , eumquc applicat ad difpu- tandum inomni materia : lic& ats demon- ftrandi, quia docer alium quendam fyllogi- fmi vfum:docet enim, quomodo inmatcria nccelfaria fcicntiam pan.it; eademprorfus ratione etiam Rhctortca eftaliapars logice: quia docet alium qucnda fyllogilmi vliim, nempe quomodo per Ij-Ilogifaium materia; ciuili applicatum perfuadeamus alijs quic- »T" . = . " ,. " — ,-.,-»._- ^ju,,, dppucatum periuaaeamus ali/s qmc 4*»n»: quam 3 ranone, &difcurfti, nontanquam C quid volttcrimu.. Suntieitur ha. omnesve «BJtiM- aboratione:&:]IIi redlcfaciunt.oui pam Ha- li.ti f... „-_... s. ,:..rj ?_.. - Mtnt. aboratione:*: illi recie faciunt,qui eam Ra- tionalc;_ivoC3nt,& diftinguunt a fermoci- nafibus difciplinis.cuiufmodi eft Gramina- rica: in erroretamenfunt, dumRhetoricam & Focticam intcr fermocinales collocant, qunm fint potius rstionaks, & partes logi- tx; quod quidem de ipfa Rhetoi ica ita per- _picuurnell,vtmiranJumpiofe_t6 fit, quo- modo viiiin hac facultate verl.1ti.I1mi hac lutiforores, & eiufdcm matris filia:, cicqua fumunt finguL-e communem illam ar«ru- mentationis formam , eamque adftatutum cuique fTnem dirigcndo, & conuenientima tcriiaptadoitaatsjumrntationibusvti do- ccnt . Quifque igitur fan_e menttsrem hanc diligenter confiderans, nonnegabit Rheto- ficampartemlogica: eue:namqui hoc in- ncietur, dcbct eadem ratione inficiari ar- i rr , ^ ■ . —""'"»- "«"«!■ aeoet caaem ratione inhcian ar- n relapfi fint De Poetica yero ita obfcu- D tem demonftrand^Dialefticam, & fophi . lumeft, 5.cxplicatti difticile , vt equidem c\cufandosomneseiVe cenfeam, quodhoc cognofcere non pottterunt. Qtiiun igitur demonftrandtima nobis fit, has duas facul- tatese-Tetationales.in memoriam rcuocan- dum cft id, quod paulo antc docuimus, to- tamlogicamin duas prmcipcs partes fcca- riivnam communcm, & vniuerfafem, al- teram veroparticulaiem, quarum vrraquc vooirur logica : quia norlnam ratiocinan- «ji.acdifcutrenditradit; pars enim vniuer- fahs docet ipfam ratiocination.s formam; particularis veredocet diuerfos eius vftis, Vt ad alium & alium fcopum difcuifti vti vo- Ientes rci.imus cui materi^, id eft, quibus propofitiohibusca fbrma applicanda flt, i- Plasq;propoutioncs,qu.3ndo opus fticrrt '"^"'^''^^^P^mptu habcamus. In ES«f '"^'"P-^i^lan locanda:.funt Rheto *"J l -'J{- ricaStPo.-tica d . ( h,„ , " j r mo »°' «."««.uidcm inorationibusadmit. uer.al, formam argumemationis fu.ncntcs doccntcettun_quendam e.usvfum perap. P icar.or,^ a ccrtnm matemra: f J_ & Sor "i rc proDOIita rationcs excogitare: locis quoq; atgumcntorum ijfdem vtuntur; idcir co RhetoticaluperuacaneaeirevidetLir.qufi DialctTica eandem operam praeitct : poteft cniinoraioraigutnentis DialccTicis peifua- dercquicquid vuitjqubd fi ha:c vocatur ars oraroria, innomiuibus lolummodo dilcn- mcn eftitaquenon crit Rhctorica alialogi- cx pars practerillas tres iam declaratas.qmT 8« A RhetoricaacTionem; DialedTieus enim argu mentaturvtille, quiaudit, ahquid cogno- kat.&credat.nonvtagat; oratorverbvc au- ▼itoie? aliquid agant : nam DialetTicus fyl- logifmus inftiumeritum cogmtionis cit ,o- , ratoriusverb atlionis.quo rit,vt orator ptc- ter af gumcnta ornatum quoquc locutionis adhibeat, quod DiaictTiCus nonfacit : nou vultenim DiaiecTicus aduerfarium oratio- ne ad agendum compellere,fed \ claliquam B rei opinioncm raanimum eius inprimercar gumentando, velipfumvincere,vcnegueat^ refpondeTe.quod fimplici fyllogifmo facitjj Sedquadovoiumusalicui perTuadere vca--' liquid agat.maiore eflicacitatem argumea- tationi addereoportet,idcircc ornatiore o-jj rationevtimur, vtauduores libctius audiat»"|j & eaaudiendi deletTanone faciluis pfuafio-a nem recipiant : ob candem caufam animad-J ucrtit orator.vt omnia miflafaciat, qu* au- jftiormn o- reiufaaDialetTicancn diitinauatur. Com- C ditoribustzrito, acfaftidio eiTe poflint ; id- Csafl , i t u r. Ha:c fu nt, qu 3; d c Gm i 1 it ud ine , a c d i ffi- niilitudinc harura duarum aitium ab alijs ditTa inucnio: nerao tamcn iiarum art:u:ii r)aturara,ac difTcrctiam cognouit; qitaedam enitn (ecundaria in mediura aftcrunt,& pn- matiam difTcrtntiara praetermittunt, qaa: non aliunde.qtiameA fineftimendaeft, eam poftea reliquae omncs confequiintur. £*o i- gitur difcrimcn in hoc. puto efie conttitu- cuin.qaodDialccTiiacognkioiKinicfpicit, frin. notafitiudicibus,& concefia etiam ab ad uerfario : nam fi aduerfariusfaflum homi cidium negct, maioxcm adtnittit, in qur, nt^ cft pofita vlla altcrcatio : fed negat mir.ore ideo foiaminor ab oiatore pronuntiatur, S coiroboiatur; qubdfifactu confiieatur ad- uerfarius, iufte camen facfum dicat;minoiput XIIX. Confirmatio corum, qtu dtfufunt,per e,t,qu.: dsatntur ai Anflot. in prtmo Uko Kbe- tpricorum. HAec omnia.que de Rbctorica diximus, comprobati poflunttcftimonio.&au- thontatc Ariftotelis in piimo Hbro Rhe- toricorum, vbi & fimiljtudincm, & diifi- rnilitudinemnotatintcrRlirroiJcam.&Dia ,„ i.i •«iiiiuaincmnotatintcrRhetoiicam &Di, rerummukam babeat expcnentiam: mhac B leaicam rationemater.a:, di m d c t man i-nim maFCna ijOtliliminn vprfirur - ni..-. „ „- , "-juumuiui enim materia potiiTimum verfatur ; quia o- mnes caufarum ftatus in hac materia confi- ftuntjin hac conclufiones omnes ad demon fttandum proponuntur.qusrc ex eadera ma teria propofitioncs quoque, & argumcnta. fumunrur. Hac igitur ditferentia coniiitu. ta inrereas duas faculcates , qubd vna co- enitionem refpicit.altera adlioncm, manife ftumcft, ex ea vna tanqua ex fonce reliquas omncs deriuari; ea vero prasrcrmiiTa.vt pra:- tcrmitrere aiij vidcotur, difcrimen harurn facultatum nendum cognofci: nam fi quis oinato fetmone, & amplificationibus vtens aliquodn.uurale theorema eomunibusar gurnentts dcmonftraret , non propterea di- ccretur orator.fed potius Dialecricus : qtiia nullam actione refpiceret ; fcopus enim non eiTctnitli.quiaudiunt.agaritaliquid.fedvc intejligant , & cognofcanr; amplificationi barig&ur-A 6mamenti s e ocutioni" i no D ZT A ™^ ioe ^*f(* gica,&ciuili facultate : nam ex logica for. ci « ,l ">>* r iuentcamaDiakftKafeparatc^feddelfci- Iacobi Zabarclk Patauini 92 tionemtommuMmtradidcrir. ^f": A «^^^^^^f^JSSSt ^plncmus ! etfi tatio oratoita, ieucx nne, quanao anjs pcr- IIUHLJM fcUUlll,u>*^.« 1 l*,pKg**th. tcatiaoulio patto admittcrc debemus : ctli enim Aiifloteles antea de earum fimilitudt- •_iepiuradixerat,tamen eas fcmper vt i_uas Domiaauerat.nonvtvnam.&eandemfaeul-- tatem; &mox folius Rhetoncae definitione tradendam proponit, nulli faQaDialccticK mentione- quocirca ea definirio Diaiefli- cara compkcli non deba. Prstcrca licct AriftotelcsiB#tseccdea« parte de foia ca 7- i /* L l" >_ „ ,- tatio orasona, fedcxfine, quandoalijs per- fuadejcvolumusvt aliquid agantincq. dicc rcturDialettkus deomni pcnitus re piopo fita.Se sn omnibus d.fciplinis poflc dilputa- re : nifi etiam in matenaciuili daretur Dia- lectic a difputatio . lllud verb in illa _i- bti inrtld , quando dixitRhetoricamPiaie- „-„ duimr akx efle.qu* verba ptoculdubto 0 r6ipfG' ad fimiiitudmem Ibiam dedarandamab A- DufrBu*. r iftocelc prolata fuere. omnia enim,.]ua. po fteadicuntut, ad folam fimilitudinem per- tincnr r&ipfemet Ariftotelcs mox feiplum deelarat, dum dicit Rhetoricam evTe fimili- tudinem Diakakx, & fubdit ^yt pri*s di- £l H mefi~} fignificans initium libri, vbi cam (tinsfttpo appeliauerat : attsmen hsc vox fi- mul etiadiffimilitudinem notat: quicquid quarenullam aliam fimilitudincm vuit ibi fignifieareAriftoteks, qtiam prnportiona- lervn hxcautcm cum diftimilirudine & di- ucrikatc fcmpcr contun-ta cft. Aiiftotele. autem ipfam difcrepantiam non declarar. quia de fola fimilitudiccloquitur.Vt natu- i-am Rhetorica. declarct : atqui certum eft ea,qu eft Anftotvlis compatatio, qui illo inodo inteHefta incongruaefiet: virgultum euiin ex arbore ma^na non nafcitut, fed ex eadem radicc & arbor magna, & virs*ultum logicae reccnfens nuliam Poeticcc mentio- aem lacit. Ec Ammonius codem in loco, li- cet Pocuca intei iogicas artes nominet, du- bie tamen, & ex aliorum potius , quam ex BfOpria fcntentta loqmtur : nam eius verba hascfutM [& ,ttttliqHfcsl»ni, manalVeieadem igitur.qiiam diximus,ratio- nevcramque logicam efTe oportet , qubd qucmadmodumoratotcs, ita& interlocu- tores cnthymemata, & argumcntationes fa- ciant. Hoc tamen minime verum eft, licetve Ctxfiitttfc rifimileefTevideaturi non enim ex vfu lyllo- gifmi ars logieanominatur, fcd ex rcgula- rumtraditioncadvfum fyllogifmi, & argu- 3 meniationis pcrtinentium; omnes qui dcm fcientta:, Starrcs argumentationibus vtnn- tur.nec proptereafunt parteslogjcs, fed-H- I*fo] um,qu7 de conftruclione , ac de vfu i- pfius fyllogifmi rcgnlas, & przcepta tra- dunt :atverb \t ars tlhetorica artiPoerica, itaorstio poemati propoitione refpondet; oratio qujdem non- cftari logica, fed vfus pottusattis logicae: illa namque eft ars io- gica.quaj deoratione componenda regulas ■ docet : igitur nequepoema cft parslogica:, quum fit vfusartispotius.quara arsj fed ilia, qHxde fcribcndo pocmatc prcteptatradit, & ars Poctica dieitur,reftius, & conuenictv- tiiis pars iogicaeaitis nuncupari poteft . Dc hac itaquc dimcultas integta manet, quo- modo Ingica dici poflit : namRhctorica id- «o logiea eft, quia dcvfu enthymematis, Se cxempli in orationibtts tegulastradit : fed Po«ica nihil docct, quod ad conftruftione, vel ad vfum logieorum inftrumentoru per- t»eat, quumeiusnaturano in argumenta. t ione, fed in imitationc confifiere videatur; qtiamuis tgitur in poematibus argumenta- tiones fiant, ipfatamen ars pocticanulla re- gulamdcargumentationibustradit.fed fo- liim dediuerlbrum hominu moribus, & af- fectionibusimitadis.Qubd verb Ariftoteles dixtm, Poctjca pcius inuenu fuiflc , dciadc Iacobi Zabarellae Patauini frs*. 95 cx ea eduttam efTe Rhctoricam.td dcclocu- tioneintclligendumefiipriusenimpoetash mata locntioncA figtarisvti ccrpcrunt: de- inde oratores hmc cx poeraatibus delunu pferunt.quod lutem ad enthymcrnatum lo- cosAad 3r gumetationesamntt,nihil prot fus*ars Rhetorica a Pocnca fumpiit . quare tiulla adhuc ratio apparet, cur Poetjca pof- Gt logica, vel pars logica; appeliari . Dicam e°o, quid inrc ditricillima inucniic uotue- lim, idqucalijsexpendcndum,5ccoiiigcn- dumreljnquam.Diio funtlogica infhumen ta, fyllogifmus.Jc induclio.quz, dumad a- aiones diriguntur.vocantur enthymema.Si excmplum. dum enim fyllogifmo petfua- dercalicuivalumusvtaliquidagat.alteram cfopofitionemdimittimus,& enthyTaema facimus.vt anteadiaum eft . cxcmplum au- tem eft induftio impcrfeaa, vtAriftotc.es do^uK in fccundolibto Pnorum Analyti — t • 1 * _. _ _. _.__ J j l i _ r_ j-i 1 1 f\ i 9 apt» »d mores hominum corngends*. Pro- tiea ancrcpci i * i — r _■ bus differt.qubd ill* ad coguitionem dirK| gunturs h_c verb, & Rhetorica ad aQiC*| ncm ab ipfa autemRhetotica.quomam p apta ad mores hominum cornge.dos. Pro^ »- - f " £ - nfl g ltjn o„in vfu. At inageid P^d.fir,- pt„ca aliuseft apud oratores , alius apud J M"* hill * fert . ,_fia„ aaioncil _.„,»r/T( -„.™nlnr,,m uftis!nam oratoresvl-r- ao-im"""'* J: _r_ /; n .x iJ poctas exciiiplorum vfus:nam oratores vl-r- boexeinplisvtuntur,poct_ verbnonverbo, fed rc exempla fitla ob oculos fpeaantium ponunt , vt perfuadeant bonos eiTe imitan- dosiprauos autem abhorrcndos, ac fugien- dos: itaq; folum argumentationisaflumptu a poera ptopotiitur non verbis , fed faftis, crjnfcquensautcm ipii auditores, 5s fpeaa- do nihilrefcrtanvetas, anfiaas a-tioncsj mitemur, modo boti„ . ac ftudiof* fint; i* circoqitum Poctica non cognitionerB.M aaionem rcTpiciat , fequitur vt, quauui.srj materia falfa verfetur , iit taracn ao t*| gam,&advfum; prauascnim at"t:onesM gete.&bonasimitatibonum eft, im e « W tac fint,fiue fia^, 1 de Natura Lomcx, Lib. 1 1. 97 Caput XXI qitomedo Rhetmtu &Pee- ticaaddemonflrandi artem dirtgan- tur tanquam adfinem. QV.o oautc Rhetorica & Poeticafer- usefint ai tis demonftrandi , &ad eam i nnem dirigantur , facilc eft often Jeie,fi conceficnmus totara aftiuam phiiofophiam dniui ad concemplattuam ; qua de re non eft in p°xfcntia difputandum , fed fine vlla al. tetcatione conftitiicndum nobis eft,actiuam feltcitatcm tum apud Ariftotelcm, tum apud 1'latonem non elfe vltitnum honiinis finem, fed contemplatiuam , qua: prnftantiftinius finistiominis cft, acfumma eiuspeifcctio,ad quam homo peruenrre non poteft, nifi ani- mum vitiis . ac pcrtuibarionibus abfolurom ac hberum habear.qtrod ei pra?ftat aftiua phi lofophia omtiiahrcmipeiiimenta expurgas, qua: hominem ad cotcmplationem ammutn attollere , & rei um cogninone potiri non fi- nunf. Itaque (i tota aciiua^hilolophta ad contemplatiuam tanquam dominam, 5c tan- quamfinem dingitur, fequmir inftrumrnta quoque actiua: philofuphia: modo quodam dirigiad inftrumentaTonremplatiua: : quo- niam eorum vfus eft propter vfum iftorum; inftrumentum autemommum prxftantifii- mum i &ad fcientiam comparandam proxi- nie conferens eft ipfa demotifirandi ars: ha:c A in quo alij omnes libri logici ordinatim po- fiti funtjha; duat non legiuicur. Hacin re tiuo nobis declarandafunt.alterum ,curIiA > uu.e difciplinae aliis logica: partibus anncctenda: Jion fint; rellquum vero.quiftiam fitpropnus carum locus iefpe£tti hbrorum tam actiu.?, quam conteniplatiua: philofophise. Scien- dum eft tgi tur, quod otnnis difciplina inftru. mentalisillis omnibus,quaruminftrumctiim eft, pra:cedere debet : propterca illa» oames B parteslogica:, qua: cognitionii lnft:u:ncata iunt, viimerfa: philofophiae antepnni Jcbue- runt,fiquidem viiiuerlae philofoplva; i 'ftrti- mentafunt;exhisigiturilludvolumen ru:i- d.Hrin flatum eft,quod fimpliciter , & pefexcellen- d " tiam Organum dicitur,in quo continctur to- ^ ( '/ ta Io°icavniuerfalis,&tres illae particulares ^ a ts{ ' artes^Demonfttatiua, Dialeftica & Sophifti i„in mtt ,,ii, ca : hs namq; om nes cognition;s mftrumen- ta funt: proinde toti philofophia: pt*cedere C debuerunt. Rhstorica vero.atq, Poetica,quu noti fint inftrumenta eognitionis, quare ne- quetotiusphilofophiae^fid exigua? tanriitn eius partis.cui foli inferuwtlt: ldeo neq; fim CurRlrHm- plicitsrOrganaappellari, neque toti phiro-** & , f ,t "" fophis anteponi debuerunt; daraigitur eft H' c f, h ratio,curin co voIumine,quod Organum du , ,. cttur,locatte,& cstens logicat partibus appo fita? nonfuerincQtiodveioadptopriunt ea- rum locum attiuct, certum eft,eas cum tibtis igituradRhetoricam& Poeticam habeteam ^^^P''"?*^ 1 ^?^"™^^^™ rationem, quamfinis ad ea, qua; funtantc fi- nem,& dominus ad feruos:vtenim homines •demonftratione vtendo res contemplari,& earum fcienriam affcqui poffint , vitiapriiis, ck pertuibationcs cxpurgare oportet,quod quidemhomo ciuilis perRhctoricam cV Pof ticamfaeir. Ahudimpenj genus excooitaii non poteft,mca quidem fentetia,quam hoc, ad diSum \uenoi-> tuendum, nifi forte dica- mus, Auerroem illud foliim refpexilTc, quod ^ ars demonftrsndi aliarum omnium logicas partium nobiliffima, ac prsftantiflima eft: ptoinde dommi.at fints rattone habet; quod enim ca:teris omnibus eiufdem generis no. bihtateantecellit,inftardomini , acfinisre- fptdtu eotum omniumhabetifolet. Capv.t XXII. delocoduarumdiftti- rum partium. SEqyjtvr' vtdefede harum duarum fa- culcMumdicamuSjdequa difficultas non P««*a^as„quKdiximus,oiitur:namfive "tid.quodmodo dicebamuj, eat eJTe. w logic*,viderentut aIiisIoo= • # rum part bus effe adiuneend» ■ '"""'S lae P* m i ft^,™.fl ""6 trl:la; .-quod tamen mimme tadirneftjquumemmabArifiotdehjedua; Sn^lT"* ^ ° mnes P"t« lo Ted^ ^ T$ eodemvolum in"o!loca n tur; poffe, quandocjuidem in Hiis fola cognitio quseritur: ha; veib cognitionis mftrumenta nonfunt:fedconuenientius actiua: philofo- phia; libris adiunguntur,ficuti etiamcum its imprimi folentjin illis tamen triplex elfe po- teft harum duarum artium fedes-, aut enim anteiilos omnes, aut poft omnes, autin me- dio, videlicctpoft morales ,& mte ciuiles li- broslocanda; funt,quod foitafte.videturcon fentaneum efie rationi: fiquidem folius ciui- lis partis inftrumentafunt,& infitumentura pra;cedere debetilli,cuius eft inftrumentum, Iiunc tamen ordinem a nullo vnquam ferua- tu effe confpicimus, vtreuera feruandus nott eftproptcr eam raEioncm,quam mox tange- mus : feruatos tamecomperimus &pnmum & fecundum : nam in codiceGratco ,in quo omnia Aviftotcliv opera continentur,ha: due facuhates fequunturftatim libros ciuiles ; irt Latino autem his annis emedato,& in luccm. edito moralibus omtiibus hbris antcponun- tur.Sed abfque dubio conuenientereft ordo Zeciu Yemt tn eodice Grsco fcruatus : quiafiha: dua; di. B&n.P**i r/l fciplina: effent inftrumenta ad cognitionem ty- t * i *~ mora!is,ve! ciuilis philof tphia; conferentia, • omnibus certe morahbus ,ac ciuilibus hbns anteponendc_fuiiTcnt:atqui ad eaium cogui- tionem non confctunt, vt oftendimus, fed foliim ad ciuilis hominis a£iionem,quam eo- guitio difciplina; ciuilis pra;cederedebet:id- eo legcudiptiusfuntomnes morales, ac ci- 99 uileslib Hhf torici, ;utu Poetux.vt homo cmihs. lam dKaph^cuul.^oemrionemaJcptu^eam per basduas faeattates ianqua.ii pcr .nliru- menta exercerc , & ea vti m auuatis res.mi- ne aptus fit. Adde qued hat duas attes , Rhe- torica prseftrtinl , in mater.a ciuilt veifaiitur, ctio fit, vt nMiltfi mehus ab eo & difcanta-v, & cMrceantuv.qui cioilit ftientiscognrttoiie Iacobi ZabarellaePatauini roo mlcontcrunti poft" J_*n_da efl ope« JJggj ei) ^ nmt>wt cred5t verum elfe id,quod.lledixit: propterea fupetius CUia Ariftot. dicebamus.omnem notliam acrio- nem pendere afyllogifmo pai ticulari , quia- aiotus dominu»dicitur:nonemm agiinusa. Iiquidunquam bonum, oifi tali lyilog.tmo collegerimuk verum efle qub J llluu fit bonu. In pnuatis quoque admonirionibus hoc ex. cWeantur.qui c.u.l, W*^^ B p ^ur : ahquan Jo cnim quifpian, patctn» fep«^,Wa^^«^P«^ Lmon.tionefil.umrepuhendu.velamicu, ignarus fit. Rhetorica igitur & ['oeticaftar.m poftlibrosciuilescollocandajiunt, e*qutett jyfarum propria,&eoiiuentensfedes. Capttt XXII I. in quo dubmm quoddam propomtur,ac foluitur. V b i T a r e quifp.am poftet aduer. fus ea,quai de BLhetotica r- talle elocutionis, quod quidem, &alia eiuf- modiquirque fana: mentis extranea , & acci- deutanaipfi hiftoria: etTeitidicaret ; quicquiri sniniaftificij in hiftoria notan potcft, iUoJ oaann J 101 de QuartaFigura Syllog Liber. t02 tortca,vel A td quam logicam vocareponimus,_non eon- niare poffumus; plure:, igitur non dari exiiU- rnandum eft ,idque tuen optimc pofljmus, dum diuifionem faciro&s omnium auxi 10- tum , quarab arte iogica cuique philolbphia; parti rubminiftran poffunt,quara quidem di- uifionem quum ficile quiique ex ij?, quatfea* ftenu., uicta funt, wlifcere queat , in piElett- tia ruiitim ficiernus ,vt iaftis , & fatis luperq, firmatisfui.damentis veriutis,a!iqusm ali)S, quoque philofophandi campum relinquamus. naruram.effentiamquep---- . " rs de hiftori- ftnbendarradl.potcft. Exlns lUommbus, ,u*«ttiffl«»,fl»nifeftum eft.nullam ajiam narilogjc* partem pttewr e^nuas memorauimus Grammaucacwn» ion eft lo«ca,« »nte ofienfum eft. Hiflorica , rs non tiatur : imb eti.mfi daretut , loguas nars non effet, quia non in declarando alicu- argumentationis vfu eerfatetur, aliam ve- f I ?tl S S E C ius Z. PATAVINI, LIBER DE QVARTA &TL~ logijm o rmn figura Caput I, Pra&mittm libri continem, V a x v i s Ariftot.inPriorL bus Aitaiyttci, fiima ratione, folidisq; fundamentis nixus, tres tantum pofueritfyllogif - - ' morum figuras, tame non de- fuere qui c.im n,aiicun,,ac di- minutuiu fuiffe exiflmiauerint, quud quar. tam prjetcrmiferit, quam inuenit Galenus,vt eiattribuit Aucrioes in cap. 8-lib.i.Pnor. A- ( nalyt.inlibris enim Galem,qui nunc extant, nil Jehacfigura leg mus,fedinalitsforrairc, qui dsliderantur.ix.quos Auerroes legit, hac de refermonem fecit Galenus.Quoniam au- tem credendutn eft, tanrumviiuru non fine valida rationeaufum effe aduerfus Ariftotele hanc fcntentiam pofene>non defuere viri eruduiffimi,qui Galeni dcfendtndi prouin- ciam fufceperunt.&eius dogma contraArift. tueti, !isf.amus,art i.tis Galcnum defeudant ab Auerrois argu- mentisi tandcm rationts medicotum contra Ariftotelemadduftasfolueinus. Caput J L in quo declaratt(r,vndeaam figurarum numerm ortusfit. AN t e ojf a m figutam quartam deda- remus , intelligendum cft, vm enam fi- guratum diuerfitaa exortafit. In primis fum- mopere notandum eft id , quod dicirur ab A- uettoe in lib. i. Prioi.Anaiyt. cap. j. &8 Stin Epitomeeorundem cap.t.uccnou ab Alexan dro inprincipio fecunda; rigurae; & abipfis quoq; Galem defenfortbus coccditur, acpo- nitur, quod fyliogifmus confideratus ab ArU ftot inlibris Fiioiibus Anaiyticis efl,qui con- ftituitur luperdctcimm.ro qu3sITto,fd eftfu- per certa aliqua , 5: ftatuta conclufioue, qua; proponitur pef fylloeifmum colhgeda; quod emm Grsci problemavocant, id vocat Auer» f>1 '  ri mcdiurrj ; aut enim ratiotie vhtutis,& effi /yUtjtfm* p» caciseinfcrendi conclufionem , qua ratione in ommbusfiimfisvocattirmedius, quiaper iprtim conclufio colligitur; aut ratione fcdis, ac pofitionis inter exti ema . qua ratione non eft meditis nifi in fola prim. figura. Hmc cft Ariftot.iententiade numero figurarum. Caput III. in quo figura quart* deckratur. jgiMirij fiffi- f~\ Alenvs vei 6 quartarn termini me- r*.quiiftt. \J iij fcdem, proinde quartam figuram inueniflevideturjeftauttm quarta fedes,ft medius ponatur niinori extremo fubieclus in propolitione minore, & de matore prxdi- cattirinpiopofitione maiore; quodvtintel- ligatur,affer3musexempla:fit talis coticlu- lio coliigcnda; aliquod corpus eft homo ; Si fumatur^medius te:minus animal:maiorpro- pofitio ciit hic,omnis homo cft 3nimal: mK aor veib h_c, omtic anjmaUft corgus : vude tsii dxoi : a M0*i*»4 dici totAittm. pus cfle homineminam fi illapropofitto,om- ne animal eft corpus , pro tnatorc haberetur: ilU vetb, omnis homo eftanjmal, pro niino» re,fcqueretur omnem homineelk corpus,& effct figuraprima^non quatta : fed dum con. uerfo modo ptopoiitiones fumiitur, non ett ampliusfigura prima,fed quarta,qua condu- fio conuerfi colligiturtalia ettim fedes quum iit,aliam figuram eile necefteeft (dicunt ; tia- B leni fcctatores ) q_u_ numero quat ta erit,in qua medius tenniaus neq; medium Locutn tcnet.neque fupremum^itqueiniimum ; fed fimulfuptemum & infimummttm maiorefu- perioreft,Bcinferiorminore. Str.iilicci Rcon ^'tlns^ clu(ioproponaturnegatiua,aliquod cotpus '_'"*• ^ nonefthomo,poftumus inquatta tigura tta-^ w * . ratiocinan per iapidemruediym :nulIusho- moeftlapis:qu_ cftpropofitio malor;omnis Lapis eft corpus,qux eft propofitto minoi ,ex C quibus colligimus aliquod corpus non efle hominem ; qui modus perpetub talem con- clulionem colligct.nequein aliafigura ioca- 'M jj pDteft,quam rn quana. Videtur autem h_c quatta figurain eo efie fimilis tertise , qudd nunqu3m coliigit cocluffonem vniuerfalem, fed fcmper particularetn tum afErmatiuam» tuni negatiuanijquemadmodum tlla. CaputlV, inqiiomultaargumentitprg D qumafiguraafferunmr. PLvtt 1 b v s argumentts oftendere pof- fumus, hancefle quartam figuravtdem, &aliis tnbusannumerandam, Pnmum qui- p r i mvmtl dem ejeiisjqtjarproxiroc didafuntjaigumeii gitnttmf tura tale coiltgitur ; datur cjuarta fedes ter yt ^j* nnnimedij teipectu extremorum:eigo uaturJ_ ,, ir quarta figura vtilis. antccedes taui tuitdecla- ratuni; confequensfimilitet manifeftum eft: E qutanuiiaalia'rauone Anftutelcs figurarum numerum adinuentt, niii ex diuerfapofitio- neterminimedij ttffc&u extremorum . l'r_ tereaiiletft bonus lyllogifmus , cui conipe ^»_»«* tit defiititio fyllogifmi ab Ariftotele tradita; atfyllogifmis quarta; figur_ ea dcfinitio ccra petit:ergofuntboiiifyiiogifmi. minor pio- batur t quta fyllogifmus quart_ ftgurat ert o- ratiojin qua duabuspropolitionibus pofiris conclufio ab eis diuetfa ex neccflitate fequi- p turpropteripfas,vtinexempltjpatuit. L>r_ Ttrtiim+ terea illi funt boni fyiJogifmt , qui p erficiun -_ nem conclufionis nu- A uerfalis in parriculat em: ex hac enim maiore, omneanimaleftcorpus, qucein quarta figu- ra erat minor,& hac minore, omms homo eft animal,quarin quaica figura erat maior, con. ■cludiaiusin Barbara , omnemhotninem effc .corpus, ex qua conclu-ione inferturronuer- fapai ticu!aris,altq.uod eo.pus cfthomo,qux eratconclufio in quartafigura Alccrquoque, nuem diximus', modus quarta; fisurs ntga. a i :_. _j .-_-_.._. -_' - . n ■ i!-uer_erit&conftru_cctic,exijs ) qu.i. noi aliis j^,. de natura logicar diximus , tnanifeftum eft; ph Xi n*t>>r«- quum enim dupIexfitlogica,vna naturalis,/.*.©....-/;^- altera artificiofa: logicam quidecnnaturalem ««/*• iiema vnquaminuenit, vel eompofuit; cft e- mm innacaqu-edam vis, &animishominunt infita, perquam etiam tgnoratiflimi homi- nes fvllogifmos , &argumentationes faciunt, quum nullo ftudio, nulloque labore eam ac- quifiuetintjfed logica attifictofa ab Ariftotele timts reductrur ad Ferio per conucifionem B inuenra , & compo_.tae__e.dicitur; exlogica Uiatoris tn vniuerfalem , & minoris inparti, cularcm hoc modo . nullus lapis efthomo: a. liquod coipus eftlapis : ergo aliquod corpus t\ov- efthoHJO, qu_c fuit conclufio tpfaquar- ' x x figur.?. Tandem poifumus ua argumenta- ri;A_ifioti.le_. nuli-talia racioneiudicauicmo- dos figurarum inutiles, quam quia mhil certi concludtint; & e\ eadem propo.itionti com- plicatione modb arhrmatiua conclufio col- fisitur, modb uegatiua; aft hoc de ilfit duob. moJis quarta: f.gur_e dicete non pofiumus; quihbet enini perpetub , & in omni materia conclufio.iem certam coneludn;a__irmatiuus quidcm femperparticularem aiFirmatiuam , nutiquam negaciuam *, uegatiuus verb fem- pcc psrticularem negatiuam,nunquam affir- matiuam; non funtigiturinutiles;ergoboni, &vt;les : ergodanduseft eisaliquis locusin figurisfyllogifmorum : atinoulla triurn.figu- rirum ponipofiunt obdiuerfitm medij pofi- tionem: cft igirur eis tribuendafiguraquarta ab alijs tnbus diftin fts.Haec funt,qux ad Ga. leni fententiam comprofcandam medtci ad- ducunt, vdadducerepqfflint. Caput V. deditpUciLogicdj&duplici fyllegifmo, mturalt>& arti- ficiofo. CO m x r a hanc quartam figuram pro Ariftotele .efficaci_T.nl e argumentatur Auciroes , fed vt eius a.gunnentaintelligan- tur, mulraprius cognofcendafunt adomnes figuraspertinentia, quibus ignoratis neque huiufcereiveritai, neque argumenta Atter- roisbeueintelligereiitur. Illudin piiinisfci- endum eft,quod Ariftot. ipfeprofiteturin fi_ ne fcc-ndi lib. Elenchorum rophjftkorum, Ariftorelem artis de ryllogifmo ptimum jn- i««c, ° s f r C l; = ,1 toieni.S.conftruaoremfui_re,quam ne- I mo anteipfum fcripferat, vel docuerat-,hoc idem cefiatut Alexanderin primo Itbr. Prior. Analytie.fea.z.cap.3. dicensjfyllogifticame- thoJumprimus Ariftotdesinuenrt.quaman teipfumnemo cognouit ; huius atittm for- mseinuentorem pofiumus vniuetft.' artis lo. gireinuentoreappellare;ha.cenim cftcom- munis fomuomnium methodorum , feu o- mnium logicorum inftrutnentorum, vrinli- oco noftrode Mcihodis Fu.e declaiauimus. Q^a autcaa tnodo Atiltc:. I. • jrt ( m logicam namquenaturali, quaalii folo duftiiniiinitu naturx vtcbantur,Ariftot.artificiofam logici genuit, nimirumobferu-ismethodos, & pro- gicllns, quibus pet iogicain naturaiem ali) philoiopliabantur , omn csque ad prsecepta, _&adregulai artis redtgens , quemadmodum in memoratoloco expofuimus. Quoniam i- gttur Ariftot. artem defyllogifrao conftruxit exlogica naturali , ,&exfyIloeifmo naturali; C ideo nullum fyllogifmum coraider_uevc!uit, quinou pervtam tiaturalem progrederetur, id ellpenllam viam , per^uamhomines na- turaliinfhnftu dudiprocederefolent.imo & omnes fyllogifmos concludetues reducere voluttad lyllogifmosnatura!es,& eorumvim, acneceffitatem declarare pervim , ac necef- liitatem (yllogifmorum naturahum omnibus hominib. natuialitercognnam: uon pofiunt autem iyllogifmi artificiaies ex naturalibus D effe dedufti,& pereos confitmari, &.corrobo ,rari,nifi eis fimiles , & eis conuenientes fint, nani fi effeut contrarij vel diffimiIes,quomo- dQ hi exillisgenerarijvelquomodohi peril- Josconfirmaripoffent ? Eftaucemaduerten- _dum , nelegendo Auerroem ob vocis ambi- guitatem erremus : dum enim dicimus fyllo. _ eifmum artifictorum , duo poflumusinteJli- ■ e X'f m ">» gere; vel emm intelligimus fyllogifmum ar- dx / bui ' m , dft tificioium duftum exnaturali, &ei limilem, ,«/ f //„ ( ,. t E quemadmodum diximus, qualcs funt omnes pojfnmKt. fyiliogifmi, de quibus agit Ariftoteles intri- bus tiguris:dicuutur enim artificiofi,quia pet artem defumpti funtex naturalibus : vehn- telligimus artificiofum prout opponitur na- turali,& eft ei conrrarius:quia non fecundutn viam naturalcm concluditur, fed fecundutn artificiuin, & machinationem alicutus homt- nis : hoc modo artificiofos vocat Auerroeso- mnes fyilogifniosquarta. figur_e , td eft con- trarios naturalibus.-quianon progrediuntur per viam naturalem, per quam magna homt- numpars progtedifolet, vt infiadeclarabi- mus: atfyilogtfmosab Ariftotele confidera- tosvocat Auerroes naturales,id eftimitantes naturam , & feruautcs ordinem naturalcm ; quos eofiiepoifumus vocare aitificiofos qua- ici.ut ad 31 titn redatfi funt,non recedendo tamen a via naturali , vt diflum cft. Ex his, qus diftafunt de fyllogifmo nstut-ili , &arti. Dxbmw, ficiofOjColligiturfolutto cuiufdadubij.. quod plerifquencgotiutiiface(fit;Ariftottkscni_a 107 lacobi ZabarellaePatauini I ' ?: infib. Citegotiarum , Scin libro de incerpre- A vocatur totumrefpeau iiifimi termiui, St eft tatione faipe raiiocinatur, &fyiIogTmos fa. cit,quum tamen nihil adhuc de fyilogilmo docuerit: quodquidem r.oii refte &8uao w- detur: quia non polfuinus iniuumento vti priufquam ipfum conftruxerimus ; canftrui- turautero fyllogifmus , Stfabricaturin Prlo- ribus Analyticis. Ad hoc dicimus, ignoiari quidem fyllogifmu artificiofuiii ante libros AnaIyticos,ft:d non propteieatolli vfum fyl medius terminus in fyUogiliuo: fupremus att tem ille teiminuf,qv.i dc toto ptredicatut-,eft maius extrcmti : itifiaiua vt 10, de quo totum p-e_dicatur,efi minusextrtmuit;. Duii: iiecur,quippc C qus: ab eo non contineretunquum veib liib- iungimus praedi catum illud fuprcmum itade, parteprrdicarijitde toto pr^dicabatur,con- clufionem coliigimus, qus &affirmatiua , 5» ne=atiua,& vniucrfalis,&particularisclTe po- ttfl: nam io quahtate maiorem imitatur pro- pofitionem , quxmodb cft afflraiatiua, mo- db ncgatiua: in quantitate veib miiioreni,- qtvae modbeft vniuerfalis , mo^b panicul3- ris : quia pars fub toto potefi fuira & vuiucr- omnium fyll^gifmorum artificiahum , quos rj falitet, vt fi dicamus.omnis homo eft animal ineolibro tradaturuserat: ideo refle dice bat Auerroes in Epitome eorum libroru cap. 1. Diaum deomni cftradix,& principium ontnium fyllogifinorum concludencium: re- uera enim ex dicio de omni origineiu ducfic omnes fyllogifmi affirmantes, qucmadmo- dum ex dttto de nullo omnes negantes.tan- cjuarn ex duobus p.-optiillmis , ac aotiflimis fontibus, e quib.etiam rudes hominesabfq; vllalogicc artiscognitionchaiiiiuntryllogif- E mos. Propterea magnopenj cauenduKi eftj necum multistum l«gicat,tutn Pliilofophi^ profefloribusarbitremur, nii alitid eife ditiu de omni , quam propofitienem vfliuei lilern •Silfftmie o- affirmatiuam:& .diftutn dcnullo eltepropo- (fi/ofitionem vniueifalem negatiuam, in quibtis Um ftiffi vtrifque duo termini finr, aJcrdc alrero vni- rin yniHtrfa- uer £ ^ prajdicatus : h*c enim faifatft cxiitl- matio , qustotum deftruic Atiftotelis artifi- ciura in eo libro. Sed duo iila diaa,funt iluo integri fyHogifmi tnbutterminisconftaiues eoordiue fecundum pr^dicationem dilpofi- tis, Ktvnus fitterminus pi jedicationefupre. mus,&ordineprimus,quidefecundo vniuer se pt^dicaturjaffirinatiue quidem irrdictodc omnt;oegathie autem in dtcro de ntilIo,vthe diftiones oftendunt, omms,& nulius :fecvn- dus verb terminusde alio tertio p.-aedicacur, qui vltimus omnium eft,& pra?vlicationt irifi- mus,.&fubfecunJo tanquafubitcta pars fub toto contiaeturadeoftcuodusillc tetminus &particulariter,vtfi dicanuis, aliqui* hom» eftanimal. Ha;c omnia Auenoi opcime co- gnitafuerunr,quiin finecap.i. lib.i. Piioium declarat riiiTerentiatn tiiter dictum de omni, & propofitionem vniuetfalem affirmatiuam,, & fimiUter unerdiaum denullo, &propofi- tionem vniuerfitlem uegatiuam ; dcinde iu; cap. j.inquit diaum de omni, & Jictum de nullo du-as neceiTarib poftulave conditiones; vnam,qubdrnalor propolitio femperfirv- niuerfaiisialtei-am qubd minorfemper litat- flrmariua : vult igicur h*c duo difla integroi figniRcare fyiiogirmos.non fimplicts piopo- fitiones: incapite-autem io,8t i^.eiufdem li» bri dicit Auerroes confkicrationtm tociusy St partis in fyilogifmo concludtrite pei di. ctum de omni,velda nuilouon bab:reIo. r cum nifi ln propoiitione ndnore, proinue^ miuorem fempertfle affi;uutiti-am : in ma- p ioreautem piopofitione uori ifle totuni , Si « partem,quum poflit elfe &ain:matiua,& ne- gatiua: eam tamen fempertire vniuerfalem, nuoquilD particularem: qui. fi ciretpaiticu- laiis ,non adelfet ibi dictum Je onun, vei de ntKIo : vocat itaque Aut rroes totum , Sc par- tem medium terruinum ,& minoiem txcre- mitacem, qu» fub medioaccipitur taqquam. pats fub toto. Hocautcm , fiuod detoto,&. pai te diximus , fano modo eft.tnteBlgedunv ne fottaile putai et quifpiam femper fptciem-. ftjb geaete, vchndiuiduuajfub fpeae aca- gieadtttti ie>9 deQuartaFigura Syllog. Liber. no piendumeiTe: fsd !ata. &amplafi£nificatio. A rum illoium naturalium principiorua: effi- totum,5c partem fumimus, nulii nos obli- cacitas,qu;e prius non apparebac. Cttput VIL dereductione aHorur» jjllogtfmorum ad primain ftguram. NO m eftautem ignorandum,quot mo- dis harc reduQio tiat, & quamobrem hat. KxiftimarefostifTequiipians polTtteam gantes materierum conditioni,vt quodcun- queaffirmatiue de altcro pra:dica!ur,2d il- Iiul eam dicaturhabere r*tioncm,quam to- tum habetad partf m : in omni igitur propo- fitione affirroatiua disimus fubiectum etfe parteni prxdicati; vt fidkan-ius, omnis ho- nio eftrifibiIii:rifibi!epro toto habetur,& jiomopro parte: fiverb dtcamus,3liquod a- nimaleilhomo;homohabetur pro toto,& B obcauranifyllogiftncsaliarum figmarumad fslfit.tf*"' ttniit"»" pfltti*- DiBxm it t - »111, -* i primam figuram coiinent ; quia in vtro- qae nccelfe eit vtmcdium fst pofitioie me- dium:quum etiim (it rotum , debetde pattc pisedicari: debet etiam alij fupremo termi. no fbbssci , quemadmoJum declarauimus : tione Ariftor.onjnes bonos trium figurarum fyilogifmos comprehendi voluii : quia fyllo- gtfmumita ample definitum diuidit poftea c«Wy,%'V in fyllogifmu primae figurae, quemvocat per- mi iltaritr» fe&um,& eum,qui fiunaliisfiguris, queim-/^^™™ perfectumappellat. Secundargitur,actertia d ">"' a ' t, « figura non minus.quam prima, nccefiuatem reiumatttr iirationis habent, fed tamen noti cofplcuam, propterea qubd non eis aptatur diftum de vnde quatuormodi oriuntur prima» figurx, D omni, vel de nullo, vnde cuideutiSfufcspiunt Bec plures. nam in difto de omni fi pars fub toto vniuerfaliter fumatur, oritur modus il- kjqui vocatur Barbara: fi verb particulariter, oritur Dai" 1 ) :ficin diSodenullo fi pars fub toto vniuesraltter accipiatui jortturCelarent: fi autem parttculanter, rit Ferio ; plures his modi in prsma figura non dantur ob eam, quarn diximus , caufam. Alia: autem figurz fub difro de omni, acde nullo non continen omnes boni fyllogifmijidcirco ad primam fi- ^uram reducilntur, vt earum necelTitas con- fpicua fiat,non vt neceftitatem fufcipiant :fi- gnificauit hocAriftot.in primo cap.primi lib. t > riorum,diflinguensfyllogifmumperfcc"r.utn ab impesfefto. dixitensm eum fyfsogifmum efle peifeclom , qui nullo indiget vtnecetTa- nus efle appareat , smperfetiuio vetb, qui e- get redudiionead prima figuramvt eiusne- tur,nifia>l priniam riguram reducantur: quia E ceifitas apparcat,Simanifefla fiat : non enim ofitum dixit, vtfitneceflarius,iameiiim eft,feddi- tcrminum medium extraalios duos p habet, vbi horum duorum principiorum vis, & efficacirajnor. confpicstur: ideo Auerroes in ptimo hbro Priorum capite r^.snquit di- ftumdeomnicflein prima figura ac~tu,in a- liisverbnou aclu , fed poteftate : & Ariftote- les in capitc de prima figura non alia ratione vTusesl ad mndos vtilesprima; figura; confir- mados,quam diAis deomni.ac »i"i« alteram quidem propofitione conuertimus, vtterminQ medium, qui extsaalios duos po- fitus eft,inmedia fedc collocemus :ideo in fccunda figuraillam propofitione conuetti- mus.qucTutura cft maiorin figur.t ptima,vo- lumus enim medium in maiore fubisci,quod in fecundafiguraprrjdicabatur: in teitiaveib figura illam propoStiousm c6uertimus,que d 4 III Iacobi ZabarellsePatauim 112 Futuraeftminor in figuraprima : quiavolu- A bir^dm.queeftconfridiSoriaahcriuscoa musmcdium in mirioreprardicari, quod in tertiafigura fubijciebatur : hacreduftione y- timurin omnibus modis fccundae , actettiae figuia:,duobus cxceptis , qui vocantur Baro_ co , & Bocardo, in quibus quum propofitio- num conuerfione vti non poffimus, confugi- musad ductione adinipoffibile, quaperpri- mitmmodum primae figura: horum duorum modorum efrTcacitatem declaramus jnegata cefii propofitionis: efi enim inter fingulares oppofirio contradidoria,quK non tflimer particularcs;ideo Anftoteles reclefeutfta- tuens ex dnabus particulanbus mhil conclu- di : tatijen videcurin rflodis vtilibus ceitia; fi- guraidebuifle hunonumerarejqui cft exduat- busfingularibus, quum alta ftt tn particuiari. btssracto, aliaiafingulanbus, partkulare e: n i m ftgnificat a d mo du pai ti 5 , & eft v a gu m ; J; H*}* enirnabaduetfario cmclufione, Siconceffis B quarein eolocum habetambiguitasj quoma /(IBti Ixptlitit ftnjilii. ambabus propofitiombus aecipimus oppo- firam coclufionis vniucrfalem affirmariuam, cui akeram concefiam propoiitionem vni- uerfalcm affirmatiuam adnecrimus, &exijs per Barbaracolligimus oppofitaaltenus con ceflaspropofitionis : itaqi-e ad hocaduerfa. lium ductmus, vt afferat vel duas oppoiiias eile fimul veras, vel taies ratiocinandi modos elfevtilcs, & vi;n uiferendi habere , quod de- clarandum erat:hac aute duftione ad incorrv modumnonin ijo tantum dtiobus modis vtt licet, fedinahjs quoquefscundar, actertia; figurx modisyattamen quum in a!i js nrciittt, ac facihiis redudionem b5c facere poffimus percoueifioncm propofitionum, fpernimus duSionemad impofhbile, vt qnx ohiiquior, acdifficilioreft. quandoenim reflaviaada- liquemfinem pro°redi poffumus, non eft o- pus perobliquarn,"&Iongio,-eni incedere. V- propofitio affirmatiua poteftoe aliquovera- effe, & ne gatiua fimtliter veta dealio. quare r.ullaeft intereasoppofitio,6cfyliogifmus ex tahhusmhtlcorKluderet: quta quatuor ter. minisrcoftaretptopter medtj ambiguiratem-- Atfingulaiefigniticatadmodum totius,&eft fignatum,- quare nullam recipit ambiguita- tena , & habet cotradiftonam oppofkioncm: ideorario ex finguiaribusefficaxeft. quando C enim alicui certo fubietto duo prjtdicarauj. funtr, femper fequitur affirraatio alteriusde aheroparticulariter, fiue fubieftum illud fic vniuerr;ile,fiuefingu!are:eftigitureadem fyU logiftica visw eo modo.qui fitex vtraque fin- g Jlari, qu;e eft etiam in Darapii,vtcuiq; con- fideranrt patet, Adhocdubiumcgo reipon- dendum putO jtiegari non poffe eam latione arguiuentandi exvtraqj.fingulari efficacem, &eoncludenrem effe ; qui enimhoe negaret 3 fus efteriam Ariftot.alia iertia ratione confir D fetiffi egerec : tamen A^iftot.eam nomraefy)- mandi fyllogifmos propiia,& pcculiari tertic figura, quam vocafiitexpoiltionem m capite de tettja figura; Auerroesautem , & Alejran. derfenfibilem cxpofitionem appellarut: ter- tia namque figura tota pai ticulaiis eS, & ferr. lilcm conclufionem coliigit, & medium ha- betvtriqueexrremofubiefl.umjfumimus igi- tur fub medio aliquod particulare fenfile , in quo ipfaconclufio fenfu cognofcatur; veiuti- exempli gtatia, fi itaatgumenremur , omnis homo eft bipes , omnis homo eft : iiftbilis,er- go aliquod rifibile eftbipes : pofiumus per fenfilem expofitionenv ofttndere huius iUa- tionis efficacitatem,rumendoaiiquod fingu- lai e notum fubhomine, vtSocratem.qtii cer- nitur & rifibilis effe,& bipes s q«arein eo ma- fJp*» tiifeftum effaliquod rifibileeffebipes.Exhis MsJrmw ' J « biun, ouoddam oritur,qnod a nobis facile' * ' foluetur: videtu: enim exvtraqjpropofitio- ntfi qut p , larem arfirmatiuam, ff namque Socrates eff bipes, & Socrates c-ftrifibilis, fequitur necef- fario aliquod rifibile effi; bipes , qui ratioci- nandi modusinomni mateiia efficaciani ha^ ber, & potefteriam confirniari perreduftio- netu ad prima figuram psrduCtionem ad imv poffibile. fumpta enim cotradiftoiiaconclu- fionis, nullum rifibile eftbipes, & eiadiunfta: ahera propofitione fingulaiiconcclfa.Socra- tes cft liflbfJis 3 Xequicm Socratem non efle: logifmi dignandam tfle tion cenfii]t,nec|5in^ tti (yllogiirnoseacoUocarevoluit : vbienim eft confideracio tota fingularis, & lenfilis, inr quanihil eft vniuerfale ,"ibi nullus cfi vfus ra- tionis.aquafyllogifmushabet appellauonei. nomen igitur ratioeinatienis non meietur } , quuillaconciufiofcnfu potius cognira.quain- rationecolkftafiti & tft altena i.4*Stm ck mni,acdenu(io,inquibusvtriufqLtepropofi- ttovniuerfaliscontineturjVtmanifeitum eft; MequeienorauitAtiftor. huiufccreodi argo- mentationem , quum fit illa-iriffiiis txpcfi- tio, qaaipfe ad modoi terti» frgurar confir- mandosv&seft : cogriofcens nanjq;eirepo- tiu, ftnfitiuam cogniticncsn, quam ratiocii nium.nonpoiuh camioter fyibf.! fai o s , fe i mafuitper ipfam tanquam ptr tcftinioniura fenfus , vim & efficaciam fyilogifiuotum tet- tia:figura:declarare.. ijgulariinterriafiguraficri fy;logrtmfj ta Aufrrnw rontfj. auartank twn prbnurn Auerrou contrj, qtui ru m fytifanr, qtto efienditur eam non c cffe naiufalemi HT I dedaratis- ad tres fyllogiffnorurn 1 figuras peitinentibus , accedamus ad quariam jdequadifrurationem ir.ftituimus;, & argnmenta Auenois contraeam rxpen- damus , & vid-amus quxalij pro Galeno^ AutrroirefpoudeaiK.&obijciatu. Ursniiim quidemv de QuartaFigura Syllog. Liber. ir* mentuniAueiroisitaintelltCtumipfi efEc3x ; m ■nidl Auerroes in cap.8. hb. i. Pnor.Aiialyc. A aduerfusG.ilenum na argumentatur : fyllo- offiai confiderandt in logiea uks tflc de- bent , vt propofiro cetto quarlito cadat fu- ptr cos cogitatio noflra natuialis s ar fuper Lloairmos quarta: figura: non tadit cogita- rtonoftranaTuralis, ergo in logica confide- -andi non fiint , neque altjs fyllogirmis annu- rnciidi^hacrattone &iefutacAuerroe*quar- BjnfignramCialcni, & caut"amadducir,cur ArirtoteltseamncgUxeiitjciconlideiateno B Jueiit, aduerlatut enim procefiui noftto na- ruiali j promde cttamccnfilioipfius Aiiflo- tths in tu^tandis fyllogilmis : iam etcnim di- ximuSjAriftotcieinfihi piopofiiiffe inPiio. nous Analyti-cis ti-aCtandos cos tantum fyl- fogifinos, quiiintconlcntaBei natura, non- e.rs.qui contra natmam proccdant. Non eft autemexiltimar.dum, Auenoem ideo dice- reuuartaiii figuram efie connariam natur»: 00« condudatptadtcationem non natuia-> Iem,vcluti ipcciei degeuere, vcl fubiecii de accidence, vtfi dicamus ,aliquodanimal tft Iu>m"o,vel,oirine nfibile cft homo : taliscuim iniiatur.ilitas,vciialoiiuaraur,eftratione na* tciia:, non latrone formx, proinde ab Auer=- roe , turo eiiamab Arifiortlc in pofteiiori- bus Analytieis confidcraturi-ibi cnimmate- rt.i foectatur,tH>n farma,quocircaha;cpia:di- catio ntMft cenfetur, ammal efthomo, rifi- tileeft boraojfed in prioribus Analyticis nul* laraatenx ratio hibetur, netjue vlluminrua- teruvitium ctlfiderarur , fed nuda fe-rma re- fpicirnr fcpsrata adhuc ab omni conditione miteri*:proptcrea dtfenfores Galcni in hoc refic dtcunt,qubd fi Auetroes hocpacto in- naruralitattm mtelligat , argumenrum irjfius nihiirobovis habet, nrc magis contra Gale- num , quarrj contra Aiiflotclem procederet, namillaconclufio non naturalis-, omne rifJ. & validum effepucauerintjCjuo tamen nihil di cipofferabfurdiuSjfiitaintelligeretur. INos igiturdicimus, aliamfuificAuerroismetem, rjui locjuensde viainfyllogifmis naturali, vel non naturali , imelkxit nacucalicatem , &in- N turaiem, vcl non nacuralem in propofitioni- bus,quum hvc ad mateiiam pcrcineatjfed in- tellexir naturalem,vel non naturalem illatio- nem condufionis ex propofitioiiibus , mmi- rum qua:fiar,velnon fiat fecundum ordinem infercndinaturalem -,vis enimillatiua infor- ma confiflir, non in materia : ids,o narur«li- tas, &innaturalitas illationis eflnaturaliras. & innatm alitas forma:, & lunc mtellexit abf- qes vlio dubio Auenoes. Ha?c autem natu. Falitasfoima: totain difto dc omni & in di- ctodenullceonffituta cft, vt Auerroes ipfe C teftatut in urimo capite Epitomes in Pno- res Analyticos,dum 3lt ^lyllo^ifmmdtqttofer- mofii in bif tibris , tH qx- jit juptr determind- t o a*0pta jeiundiim vmm difit dt omni , cfl rianAturaiii} curauccin viam difli de omni^ vocet naturalem , ipfe declarat in cap. f. li- bri i. Priorum,ecal!jsinlociii dicitenim efre viam naturalem : quia talis illatio fit a maiore homiriumpartcfecunditm natufalem cogita tionem: fyllogifmos autem,quiapaucis tan- 3 tumhominibus fiunc nonfecundumviam di tti de omni,appeIlat Auerroes artificialiter, & contranaturamconciudentes. Sedclara o- mniaerunt, fi explicemus jquacnam fitin di- cio deomni, &indiSo denullo vianatura- lis.- r3icimus iraque, ilJam efTe illationera naturalera, quandoid', quodinpropofitio- nibus prssdicatur,. maneretiamprajdicatum inconelurione : &id, quodinpropofitioni- busfubijcitur, manet Cmiliter fubiedum in biSeefthomo.&illa, aRquod animal efthoL. E conclufione : qualisillatio fit pet dictum de xno.porTluitin prima irgura colligi : quare fi- omni , &perdianmde nullo : iam enim di- militerfequercturpnniam ftguram non efTe ximnstiesin vTroquetermitios comprthen- naturalerrtjpr^terea Ariftotelespro reducea- di , e quibus fyllogifmus naturalis conftitui- cislyl!ogi|:ni£alia:iim fisurarum ad primam tut, quoium fupremus dicitur raaius extre. docujtconiterfiofies propofitionuro; qjaa- mum, ftb qrio ffcatmedius tejrminiif, K&h quan. f turrteifomB«mpropofitioncm r in racdio iiw laruntis omntutit tincjtiam pars quafitpradicatia nacuralis, Seri non natu- fub toto.quajdicicurminorextrcmitas, quu. ralem,dum conuertitur, qnum enim natura- igitur maius extrenlum fic in propofitioni- lisfitha;cpropofitio, homo eft rifibilis, con- busprsdicatumtantum^nonfubieftum : 8c uerfa fit non natutalis,tifibik eft homo : fe- F minus extiemum fitfubiectum tancum,noa quitur itaq; vel nalkm propofitionem pof- praldicaruni, reguladiiii de omni poftulat,vt te conuerti , velalias quoquetres Aiiftotelis $gutas aducifau natur* , quorum neutrtim dicere debemus. Talcm igitur materia»inna- cUraliratemAuerroesimdligere non poteft: qiiia in-PHoriBus Analyticis hxc neque ab- horretliTjneqjanimadueititurjfedibiomnis p r opofitioadmittitur 5 qu:eficconcefla: imo ntqueanvei a.anfalfafitattenduur: &miror qufi-J tnuid logicsproftffbres huncfenfura fatuuni vcibis Auerrois atuibuerint, & argu- ijdem duo termini in conclufione eundera interfe refpeitum , eandemque pofitionem retioeanr ; nempe vtcolli^atur pra:dicatio fttperioris de inferiore, id eii vt illud, quod in propofidonibus prasdicabitur , inferatur de illo pra;dicari , qtrod inpropofitionibus fubijciebatur,& non e r,oncrarioifuperiusau- tem, &inferiusnon eainteJIigimtis, quaein Categona, & reipfa fint eiufmodi , vt coga. mur corpus de animali pr3edicare,animal vc- facobi Zabarellx Patauini H5 rb de eorpore prxdicare nequeamus : fed in. A vnam coiligit primanb , &imniediatc , alia. teliigin,iusfupcrius,& infeiitis fecundum no firam acceptionem in propofi;ior,ibus , yt quod in eis fuperius fuir.raaneat limiliter fu- perius in rondufione , & quod fuit inferius, maneat inferius: haec eft illatio natutaiis, qua? perdictum de omni manifeft^ ligmficatur : no cnim dicimus, quod de aliquo cmni pra?- dic3tur, fubijcitur alicuieius paiti : feddici- rnus, quud de aliqtio omni pt-dcatur, pra» mcdiati , & fecundarib , vtBarbara tres con- dufiones colligit , prscipue quidem vniuer- falem affirmatiuam. fecundanb autem,& per cam duas particu!aresairrrm:uiuas;vna,qua; pais eftilllus vniuerTalis ; altera ,quar eft eius conuerfa: fi quis enim demonftrauit,omnem hominem ert'eammal,firr,ul demonfttauita. Iiquem hominem efle animal, & aliquod ani. mal ctTe hominem : quia illamvntuerfalem dtcatttr ctiam de qtialtbet eius parte : quare B ha? dtiae ex necciTitare tonfequuntur : necta- quart.tfizu- Utie tidtn. perdiftum de omni figntricamus , prardica- tum in propofitionibua manere pra:c'katum lti concIiifionc.QuaTta igttur figura cotra ua- turanijSc contra diitu de oranieondufionem coiiigit; propont batui enim in quarta flgura conciudettdum taje Ptoblcma ; aliquod cot- pus eft homo ; Sc coiligebatur per mediutti animal hoc pacio : oniius homo cftanimal, omne animal cftcorput , ergo aliquod cor men haecconclufionum diueifitas , qux exc- if&em propofitionibus deducuntur, facitfi- guraruoi , vel modorura dineifitatem : fed v- nuseftniodus , qui vrti primario colligit pet diclum de omni,aIias fecundarib, & pet eam» &artificIaIiter.Similiterin Celaretttquacuor condufiones negatiueex eifdem piopofitio- nibusinferuntur» fed vaa vniuerfaiis prima- rioj&naturaliter perdtclum de nullo, fecun- pus efthomo:inp;opofitionibusquidero fu. Cdaridvetb, & artifkialtter altera vniuerfahs pretnum locum prjtdicatione obthiet tor pus , intimum honio.nara corpus de animaii fumiturpraedicaiS , &auimal de homine,qua re fupeiius eft corpus animali, & animai ho- minc,proinde& corpushomine, &corpus inpro^olttionibuspraedicatur tantuni, non fubijcitur, homo retjt fubijcitur tantwm,noii pra:dicatur : ccntra verb in conclufione fub- ijcitur corpus, przdicatur homo : (ic aute na- negatiua conueifa , &du:epartieularesnega- tiuK,qua: funtpartesillarum duarum vniuer- falium. Ille igiturmodus aff!rmatiiius,quera, dicunteffeqitattsefigtux, pofirus eft ab Ari_ fiorele tanquam primje figurje:quia fi fbecie- nius ordinem terminorum in propofitioni- bus, efiprimafigura; quoniam mediumefr pofitiene meditim, fed oblique, Stattifidali- terconcludens,& eftmodusille aLatinis vo- , turalis ordo tltationis peruertitur, necferua. D catus Baralipton , quem in prima figura po tur natura difti de onini,cuihxcillatio refto tramtteaduerfatur.Ideo dtcttAucrroes.qubd fttper illam conclufionem non caditcogita- tio noftra rtaturalis : quilibetenim homo au- diensillam piopofiraonum eomplicationem, cxpeftaret proptetinfitam vim difti de omni conclufionem naturakm, omnis homo eft corpus ; nam reueia fyllogifmus iile , quem dicunt tffe in quaita figura, eftin primo mo- do ptiniK figurse , Si mtnor propofitio eft an- tepofita maiori; qua enim dicunt^ffe maio- rtm , tlla efi minor, &quadicunt effemino- rem , llla eft maior;qubdautem conclufio illa fequatur,aIiquod corpus efthomo, no nega- mus, fcd dicimtis tnedtatam,& remorsm cfle hancconfequutionem , &^ vt ait Auerroes) arttficialitcr , & cum tnachinatione dedu- 6 am : primarib namque, Si immediate fe quiturin Barbaraconclufio vniuerfalis, om ttunt , &vocantindirefle cotuludentem : fic entm diccnteslonge mtniis errant,quam qut ailerunt efle figura quarta. Eirigiturvalidifn. mum hocprimit Auerrois arguraentum,quo ptobat, quartam hgurstm no elfc natttralem: &vetin1mum eius dictura , quando tcquit, fi proponatur rale quatfitum in quarta figura colligendum, aliquod cotpus cfthomo,&fi_. mamus has duas propofitiones, omuis ha- E moeftatiimal, & omne animal eft cotpiis, tuncfumus mter duo, & iitfpenli ftamus , ari dimiffo quasfito illo ptopoliro.folam infera- mus conclufionem. naturalem , omnis hotno eft corpus, adquam nos tiahtt inftta nobis vis difti de omni; & itanon colligimui qus- fitum propofitum aprincipio: an pu-tiiis v- tramq; fimul inferamus,nempe Sc condufio- ncm natutalem,&altetam propofitam iptin cipio ; quafi dicat Auerr. fic-ri non pofTe,vta- rirhomo eftcorpus : poftea exhacvniutr- V iumiis nofter non colligat conclufionem na fA li&tt ftilt incegttiitt A- rtUet. fali afKrmatitta fequitut fua conuerfapatti- cu!aris,a!iquod corpus efthomo;!i9;c etenim non immediate ex ijs duabus propofitiont- bus coi!igitur,fcd per mediam coclufionem vniuerlaiein in prima figuta colkcfam. Ne- que Anftoteli incogntms futt hic argumen- tandi modus , quem ifti quartam figuram ap- pellant : eius enim nsentionem fccitinpri- ino capite fccundi libri Prtorum, oftendetis aliquos efie jyllogifmos iiifiguris, qui plures €ondui!onescolhgant 3 quanqua.ni fingulus turakm, quae ex iliispropofiucmbus deda- citur per dtciura de omni : tiatura enitri noa cogit audittstllis propofitionibus eamcogi- taie;ideo velhnnc foktm coiligtmusj vet alte» ram cumipfa, &pci ipfam. Caput XI. Rejponfio fetb.it orum Cdeniad p ri m u m Auerrois .irgu men rum. AD hoc aigumantum folcr.t defcnfotcs ^'9*' Galcairefponderfjqubdiidu^iH.f pro- 0,1 pttStio. 117 ck QuartaFiguraSyllog Liber. %t afft mathisitadifponaiuur.vtier- A que artificialitercolligitur refpedu duorum diuerfjrum modorum. Quernadrnodum au- tem earundem propofitionum tranfpofitio variat modtinifyllogirmi , ; ta neceffe eft figu- ram quoque variari , fi coimngat mutari me. dijterminifitum, quodin fwcunda, acin ter. BOllIIOII" jiii.cm»"»- r - ,*ruordincmprtmxfigm»,neaipevtilra,o nm c taima! clt coftponaturtan- quamniinor, tunc res alitei fefe habet. nam jlhc6dufioj."hqijod corpus eft homo,[equi. quiiurimmediatc,&naiur3literper quiitam fi antcameuiiuiiDus, qut nla eft ^iiullushomo 119 IacobiZabarell-ePatauini tt/ralif, feiur. dx t 0* in lerittt gnrx jit ittx- m ntixrx- *ftlapis,omaist3prsertcorpus,ergoaliquod A corpus non eft homo: nemo enim dicete po- tefthunc effe in prima figura , & habere mi- norem antepofitam maiori, quod alteri mo- doaffirnmiuo obijciebat Auerroes : namfi prupofitionestranfponantur>fietminor pro- Eofitionegattua, quae in prima figura locum abere non poteitincc dicere poffurnus con- clufionem hanc negatiuam colligi mediate, fii perfuam conueiftm - quoniam eius con- uerfa nullo pafto exijspropofitiontbus col- B ligitur : falfum.eft enimaliquem hoininem Tion.cfTe .corpus : fedh;ecfblacolligitur, ali- quod corpusnon cft homo : adde quod par- ticularis negattua non conuertitur.cjuate co- clufio haccimmediatc colligirur, non peralia conclufionem pnorcm, & colhgirur perfo- lamquaitam figuram,nonper pnmam. Hoc modo defeuforcs Galetii .irgumentumAuer- roisoptimcfoluttjm, & foiutionem egrtgie Confirm3taefTcarbitrantur,prjefertim qunm C argumeiuum ipfnm etiam eontra Anftote. lcmconuerti poflc videatur. Caput X. in ouo rejponfw impugnatur , & ojlefitlitur, nonpojfe argumentum A- ntrrok contra fecundam ac tertiatnfiguramre- I terqueri. D HAEc diccntes neque Auerrois argu- mentum foluunt , ncque ipfum bene conna Artftotelem retotquent , quum ii- lud contrafolamquartamEguram plurinrum valeat,contra alias nihil, quas pofuit Arifto- telesthsecfactle ottendemtis, fi dedaraueri- rous, quomodoinfinguus figuris fiatillatio naturahs,&quomodo nonnaturalis. lllario naturalis,qu* perdidum de omni fignifiea- tur.in hocconfiftit ( quemadmod.u dmmus) E vtprardicatu in propofitionibus maneat etiS prardicarum in conclufione.id eft vt dn.o tet- mini extremt.in conclufione eundemferuet fitu,Sc eundemrifpe vel cnini aequcfubijciunturmediOjVtin fecunda figura , vel aeque praedicaniur demedio , vt intertia : idcircoquum in propofitionibus nullaappareatratio , cur duorum extremo- rurn magis hutu , quira illum faciamus ma. 120 lus extremum , vel minus extremum fcrua- mus faltem ordinem noftrs pronunciaria. nis , vtqui terminus, 5c quz propofitio prioi proferturjdicaturmaior: qui vero,ii quepo» lkrior,dicaturminor: hinc ontur diflereaiijSj inter duosillosmodosfecundat riguia.-, Ct- fare,& Camcflrcs^necnon jntti Djriit : >k Di. famisin tertiafiguia , quatenus enim vtraii- libet piopo;itionem alteii anteponcre po£. fuuius, eatenus ytruirt duorum extreiuorua volumus , prsedicarumin conclulione poiTu* mus confttruere : nccproptereaadueiiUmur r.aturK:vcli linttermini extremi,lapis,&ho/> nio , xque naturalttei per medium -.iOimat colligemus j nullum hominem eirelapidero, ac nuilum lapidem effehpmincmjillud qui- dcmin Celarejhocautem in Cameftres : iu ncutro enim horum duoium modoiuin ptj. dicatum ia conclufionetaciemus id , quoditi propofitionibus fubicctum fuit , quuni ho- mo, &lapis in propofitiombus ssqualcm fc- dem habucriitt , Stneutrumalteri lubicAum extitetit : quarequum nullus aiius fciuctut ordom concludendc, quam noflrxpiopofi. tionum enunciationis, tranfpofitiopropoil- tionii variat mouos. Dicere etiam pofiumus, djueriitatem hoium duoru,m modorum at- tendi penes quarfituroa' prin.eipip propofi- tum.namfi condudendumptuponatui, nul. lum hominem efieiapidem , & offeratur me- dium animal , argumenrabimur neceilario inCefare : quta dc maiore cxtremo Upide negabitur ammal , 6c eritciaior piopolitio negatiuahomo tutcmminus extremu fubijp cieturanimali anSrroauue , iSt fietminotproB pofitio affiimasiuatharccnim vocarurminor; quonnmhomo in quicfito propofiro fubii- citurjillaveromaior, quoniam lapts in quae- fito propofito przdtcatur : hic enim ordo, feu hicrefpcdus terminorum ou^^ipropo- fui manct in aninio r.iriutinaiitl^B^fcco fit uominatio maioris, & minoujH Hlitio. nis, ^iverb qusfitum coiiiiLiiiii^i^iona- tur, nullus lapisefthomo, &idem offcratur medium auimal,ncceffari6argumentab]mur irt Cameftres:quiaminor critnegatiua,& ma iorafKrmatiua. Patetigitur,qu6d ex etfdera propofitionibus aeque colliguurvtiaqi con- uetlaconchifto : illa ramen Uicitur pnmario colligi,qua: fuitpiopofitain principio : pro- iude neuter horum duorum modorucftalte. ro naturaltor,& euidenttor, necaltcracoclu. fio peralteracolligitur, fed arque ex proprio modoamba: colligunrur natura iter,6c txal. tero artifieialiter: in propofitionibus autem non magis hoc modo, quam tllo confpicitur diftum ue omni, vel-denullo: quare neutro moiio fitillatio contra naturam,& conria di_ cium de onini. Hatceauem dicenda funt de duabus tllis niodisteitiJtfiguras , Dilamis, & Da - ii:. Dicutituraureiti f.cunda.ac tertiafi- guraelienaturaics : quia pluie>hununes in his 121 de Qoarta Figura Syllog Liber. 122 htsnJturaliterratiocinanturao minfojquam A nobi;; naturaliter infitanoi fempertraherer jn primarit>ura: Scquamuis bx nonhabeant in propofitiunibus actu didlu de omni,quum non fmbeant mcdium in media fede collo- caium, habenr ramen poteft homin , um P ar ^ m - " Dignumautem cognitu .„.HfotT eft,licet,i neminehadenus declaratu ,qu6d tfutaitnr, quum ob infiram vtm d^di deomni fepe vul- P" nites homines abfque vlia artis cognitione , frmu. fi- fyllogifmos faciant, attamen non femper i- -Q&gf- pr 0 diSo de omni vtuntur exquifitiflima ra- 'j 1 '" 4 '' tione accepto, fed faepe parum obliquato, Ariftotelem hocfignificaireinipfadefinitio- ne fyllogifmi,dumdixii [pofim quibnfdatque deftru- D tiocinatio pto colligenda conclufione, qua £to : ideo non folum in prim3,fed infeeiin- da quoqueaetertiafigura ratiocinantur:fuiit enim & apud artifices raateriales norma? ^usdam,ac regu!x,quibusnon femper vtun- tur exquifite reftiSjfed interdum areclitudi- ne aliquAtum deuiantibus: naro propterma- teriani , cx qua materialia opeta tonft.uen- dafuntjfepe coguntur regulavtialiquantum. tt ■: ^"^fAl nius enim, duas effe tanones, cur duoruin extremoium teiminorum aitcrum potius , quam altei uru appellemus iiuuui exti tnium: pnor quidcm utio eft diijjofitio tertninQ- '"n»M Totiusitaque difricultatis folutioin hoceft D rum in propofitionibui: aau fccunduin di- »>rmj conftituta , quod omtics ratiocinantes C[Ux runt naturaliter euidentiam. hasc autcm du- plex eft;vna materix ,vt ptopofitiones notar, ae conceiTa; fumantur : aitera forma; , vtper diftum de omrii ratioeinatio fiat , fic enim euidentifsimaeft; iJcrco fi vtramque iimul euidcntiam habere potfunt, in primafiguia abfcvue dubio ratiocinantur,noin ahjs ; quod fi vtramq;fimu] alTequi nequeant, euidentt flumde oinui : illum enim termiiiuni , qui^mn prstiicatione fupiemui ommun) eft, maio- rem vocamus, & propofitiontm , inqi.-a eft, propolitioncm maiore: lliumvero, quifub- ijciturc^teni,tlicimus minuienii&illam pro- pofitionem tnim;reni appellamus : akerara. tio cft ordo ipfirutn ptopofttionum, qutfu- niitur exordine uuorutn terminorum qua;- fitiabinitio propofiti, quii enimexipfater- am materias fectari malunt,qui magis vigere E mtnorum prardicatiouc m piopofitionibus vid£tur,quemadmodum declatauimus. Hac ratione propter matenam declinamus ali- quantum ab euidentia fotma:, fed poiiea hac quoq; adipirctmurpeneduttionem lyllogif- moruni ad diclum dc omni,& ad figuram pri mam. Quod tgitur fccuuda , ac tertia figura ftint naturales , & quomodo , & quod aduer- fuseasargumentum Aucrrois maie ab aduer- fari/s retorquetur > manifeftum eft. Caput X I, quod argumentum Auerroa contrn folam qujrtam figuram fit efftnafiwwm. NVnc oftcndamus,ipftim contra quir- tam folam figurant plutimum roboris habeie, & vanani efle folutionema medicis excogitatam, qui non viderunt,quartam B- gurani neque cum prima , neque cum aiij-s duabuiefle conferendam : quia nequeiila- tiotjem facit etiidentiffime naturalem, vt pri- nuilus pofiittpfoium ordo defumi,quoniam duo extremi termmi stjualetn in eis obtt- netit fitum,vnde non polfumus iudicare, v ter maior,vtctminorvocandus fit, nequc Vtxafie propofitio maior,vtraminor:ideoillam vo- camus maiorem , quam prius protulimus} illani minorem , quam poftetius, habita (T. mul -atione quxliti propofittt) pancipio.Ve rim hatum duarum racionum ptioilonge ef« F fkatior, atque vrgentior eft, & dum illam habemus t non refpicimus alteiam : quando enimin propofitiombus tetmini fecuniJurii diCttim deomni luntdifpofitt, nd confidcra- mus,vtra propofitioantepofitafucrit.vteain ' appellemus maiorem: fca tnaiorem vocamus iilam, inquaterminut praedicationeftipre- mus continetur, etiamii alseri ptopofitiont poilpofita fuerit , vt fepe in libfis Ariftotclis lnucnimus minore propofitione maiori cfle antepofitam : propterea ryllogifmu illuni ex Vtraq, vruuerfa;i affirmadua, queiuquarta fi- gtira' de QuartaFigura Syllog. Liber. cutaefTe dicfit, Ariftoteles non mdicarec lia- g„ e coffl piicat!otiem propofitionum diuer- fam a prime» modoprima: figura:, qm dicitur BJrbara: quiaquum adfitactu diftum de o- mri, maiorterininusfcmpervocaturille,qul «ridtcatione ftipremus eft,&llla propofitio. «n nua ille inefi , feniper diciturmaior ,et«fi ml nor »n« pronunciatj fuerit:quocir- jca ni3nis prorfiis cft aduerfanorii cxcogita- t io,qti6d trifpofnijinpnmafi^urapropofi- ronibus modns , & figura vartetur : manete- nim eadem figura, & idem modus : quiama- neridemtLfiminusniaiov , & idem terminus jninor; itaenim inmentibus aoftris impri- jnicurdi&um deomni,vt quomodocunque propofitionesdtfponantur.nos Tempei pro msiore habcamus illum , qut prsdicarur de wedio; pro minoreautetn illum, qui fubii- ckiw tnedio , idqtie cft in anirao cuiufque hominis fana: menris recuiidwni m.ftinctum naturalem. Ideo icfellcndum penituseft i- ftorum figmeiuum.quod tcrminus ilie.qui prsdlcationc fupremus eft, dieaturminor; jj u j vcr o infimu?,dicatur maior; eft enim at- tificiofa qua:dam excogitatio alicuius ho- minis, non omnium,neque pluiium , fine aliquo ordine naturali , imo contraria natu- ts. De CeC.ire autem , & Cameftres , ac ii- militerdeDatifi.cV Difamis alia,aclonge di- uerfaratio eft, in his naq; eefTante priore ra- 125 A mcnveiitans habentilegem enim perpctu- ani , & vniuerfalcm habrmus , qubd qaan- docunque medium mter extvema politum eft,fiuebene, fiuemaleid fiat , eft primafi- gura : iudicatnr enim pnma figuranon ex V- Tig»r* iu£- tiIitatemodi,fedex(itu medii :ideo Arifto- V****** '* teles in prima figuianon folitm quatuor il- ^. "JlJf^ losmodosvtilesnominauitjfed etiialios °- ^'/J- * mn:s inuriles; omnino ltaque dicendum eft, hunc fyllogifmu negatiutim,quem hi in quai B tahiura ftacuunt,effe in p;ima figura, inuti- Jem tamenj8i non concludemc, quum mino- rem habcat negatiua; nam redte , & naturali- ter mhil concludit, quauis ei accidat vt arttfi- ciose,& obltque ccrta quanda conclufionem colligat : fed tam non tfle natuialem illatio- nem*, quiiibet fincerus, & fanae mentis iudex diligenter confidetando cognofcere poteft: femper enim dum medium ponitur lnter ex- ti cma.propofittoillaiudicatui maior,iti qua C terminus jncff prjedicattone fupremtis ; illa veib minor.in quainfimus: ideo naturalis o- mniut i hominu cogitatio caderet fuper con. cluitonem connerlam : quilibet enim expe- ctarcttx illi* propofitionibus talem conclu- fioncn'.,iti qua anitnal deequo prasdicantur, litet modus non concJuriens,& inutilis fit: quare eollectio conclufionjs conuerfe.aii- quod animal non eft cqutis,efte6traomnem anims noftri expedanonem,S: cogitationem tionead fecundam confugimus : quia quum Dnaturalem. Neque Arilloteli fuit lncogmtui non habeant actu in piopofitionibus dtiium deomnijfed ambas extremitateshabeant s- qualiter pofitas.priorratio nullum ibi locum habet, nec poffumus latione pr^dicationts ha ic potitisquam illam appcllare maiorem, vei minorem ; tuncigiturllcudamrationem jefijjcimus, & portumuJVtravoIumus appel- lare r»aiorem,Dihilo tnagis fic, quam dc ad- toTrUmtesnatury , & difto deomni : qtio fit, vt Cf fiie, & Camertres frnt duo modi diuer- f in fecundafi^ura, fic etiam Difamis,& Da- trfitn terf.a. Qaod etiain dicunt de modo il- lo negatiitoquatti ngun,vant!m,&: cornen- titium eft, etat enim modus ille talis, nullus equus efthomo, cmnis homo eft animal, ergo aiiqttod animal non eft cquusthutc mo- do (ainnt) obiicere noti poifunt AriftoteSici, quod fit :u prirua fignra, & minorern propo- fitionem habeac maiori antepofitam, quem- admodum alteri modo affirmatiuo obiicic- bant; quia fi minor ea efle dicatur, quar prior pofitaeft, Scfyllogirmum cfTcinprinia figu. ra.fequetur in piima figuta minoie elTe ne- gatiui,quod qitidtm elk non potcft ; quftin pnma h^ura cxminore negatiua nihil colli- gatur: h.c autem modus, qaem expofuimus, tit fyi!ogilinustoiiclud£ns ; qtionia igiturin prima Bgara locaii non poteft , mulro minus autem ir feitet con- clufione naturalem,quat eft, omni:Thomo eft corpus:ipfe poftea audic conuerfam , quam non expectabat,aliquQd corpus eft homo: i- deo hanc i!li fubnectendo concladitur per pritvsamfiguram aliquod corpus eiTecorpus: quiafi prrdicaturde homine corpus, &ho- mo de eorpore,concluditurpr|dicaridecor- pore corpus,quas cft pr-:dicatiQ,c contrari) naturse, & apud plures homines i» vfu minimefunt: Hancobcaufam ab Arifio- ^ tele in figuris commemoratinon fuerunt,fed ! folum extta figuras, vt dtciurn eft. Poflumus ettam concedere hos effe fyllogiFnios vtiles,. prout contrapotsi tur vtilis inutili in priore G- gnificatiorie accepto,proindein aftqua figu- ra locandos,non tamen direae,fcd obliquei eftenim rationi confentaneum ,vt ficuti ob- Iique conelufionem colligunt, itaetiam ob- lique . &fecundario in figura eonftituanturt non eftigitur necefTarium adiicete quartat» P figutam ; quoniam hi omnes funt ia prjma figuta vt oblique con- dudentct» S l 7^1 S L I E 1{ i p TL Q_V jt \T *£ Tignra. Syliogifmrnm. IAC 133 £fS t-£> dfo Cfj? ieaflimo volui : tao-  «juuftt in ii.syentutc logicani pu- srdtnnm MMMfthodi  dearticulatione iplius ,quia coniidciaie aii- 1-oc, velillomodofonusficarticulantlus pro ■ fignifkattonererum, ad Giammaticum per- tinet, vel ad nominum impofitores \ ideo A* riftoteles in ipfo ftatim iogicsc arris mitio ac- cepit tauquam notum quodvoces fintfigni- ficattices concepcuum, neq; cotifiuetauic aa ! hocvelillomodoformandaefintjfed ab all- qua altoattiliee iam formacas fumpfir, neo> viliua 137 de Methodis, Lib. I. 13? vllamampltus mentionem tahs inft umenn A lumalnim doceatieademrationepoteftlo- iijlibris logtci.v fecit. Pnterea fciendum eft, ■ornnem methodum effe habitum logicnm, fiuehabitum intelledualem inftrumetalem, 6c omnem talem habitum eife methouum; nec propterea perfedam eile definitionem mctftoui , fi dicamus , niethodu effe habitum jntellcdusinthumetita!ein;quamuis hccde- finitio ex genere, & differeiitiis conftet^ & cu definito.vt didum eft,reciprocetur: nam do gictts babcre hos inftrumentalts habitus , & ncmim eos ttadere, fedipfe pereos fcienti- am rerum inueftigare , vei alus fcientias tra. dere. aiiud enim eft logicam docere , aiiud eft fcientias , &artes docereperhabitum lo- gicae;genus igiturmethodi non aliud fumen- dum eft.quam habitus menris:difieientia ve- rbjnftrumentalis ; finaiisautem caufa cogni- tio rerum fiue ab eodem acquirenda, fiue a- cuit Anftot.in fecundo hb.Pofter.Analyt.ac- g his tradenda ; harcfuit abfq; dubiomens Oa cidcntisdefinitionem non elfe perfedam, e^ tiamfi effentialisfit, Scsequalisdefinitio ,nifi caufam exrernam expniuat,a quaaccidens pender ; eft quidem effentialis haec dtfinitio, eciipfi* eft prtuario luminis iunar,&cura ecli- pfi reripMCatur, fed non eft perfeda,nifi ad- daturcaufaextema, queeft obiedio terrs: quoniam igiturmethodus inftrumecum eftj & cuiufque mftrumenti caufa piajripua eft leni in principio artis medicinaiis, quando Q«id Grft- dixit [ Trei jnnt daBrinx, t]He orditsi innitnn- »«• ptrtrtt r»r] deordinibus enim loquens fignificauit deSritiatfi- tres effemodos ordinate docendi fcicntiasS"'^'"""'- omnes,ck artes, fed non confiderauit, qubd ordines dicantur dodrinar , quiaprajceptoE logicustres ordines doceat difcipulos.hoc e- nim fi refpexitTet, ipfe quoq; reinehenfione nou vacaretob eam,quam diximus, rationc; ipfeiinis , idcirco in definicione mtthodi fi- cfrmiliterAnfto^in prmeipio libii j.Poftcrior lialem eaufam adieeimus,qua; eft reru cogni tio anobis per methodutn acqui; eda ;in hac enim confiitittota iuethodi na-tura; qua re» fpiciemio pofTumusnon incongrue mefho- dos omnes appellarc do&nnas , hoc cft mo- dos docendij & tradendiom»esfcientiav,'& artes, vtdodmtasnomen fine ipfum metho- W« *!i~ di figmficet. Sed aliquifuerunt,qtri dodrina nm dt pro genere meihodorum, atqueordinum, i- mb 3; fcientiarum , & aitiu nmniumaccepe runt; hos enim oinneshabitus confiderarune proutdocetur,id eft, prouta dodore eos ha. bente difcip-ulis tiaduntur, vt fi quis doceat atios fciercriam naturale ex eiushabrtu,queni ipfe habet. frientia ii3turalis vocabiiur do- drina; quai e fi prseceptot habens habitum log ca; doceat alios viam ipfam procedendi, ncnipeordines,acinethodos; itaordines, ac methuiii appcllabuntur dodiina;,quia tra. trt tae- dj. Anaiyt. dicens omnem dodrinam cx prsrce- "dentecoEnitionerieri.notnine dodrjnsenon ipfius logics, fed fcitntiarunr traditionem mteliexit. illud igiturremper animaduc: tttc debemus, dum hos h ^bitus vocamus dodri- nas ,vt nom«n dodrin.e non ad logicam do- ijferei7tU fine vlla difputatione referemus. Q^um mc- ititer ardint thodus fit habitus loeicus, docens procedere ab hocad illud cogniuonisadipifcendse gra- tia.duplex effe poteftifte proceflusaut enim res ipfas tractandas difponimus,vtpnus de hacj pofteade iliaagamus: auta cognitione huius ducimur in eognitionem illius. aliud enim eft hanc rem prius effe cognofeendam, ^ methoc& fr*prte.a£C6 conucnienter cSifponere. Dehac tameri de_ finitionc cgo fenipet dubitaut: elfi emm fal. fa efle noti vidctur , manca tamen ,& imper. fe ignorantur & quamtntur; veluti prius deccrmt de animnlt generaliteragendu efTc, mox de fpeeieb fingiilis; poftea veib tic animali communi tiaftjtionetu aggrediens methodos qua?iit,quaead animalis naturam, H iatuerit, & ad eiufdem acctdentia cogno- Icenda nos ducant: finiititercjnum de homt- lie^& fingulis alits fpecieb.eftlocuturus. Vi- detur ertam ordo vmucrfalius quiddam f iT?, & latiiis cxtcn:ti.qu.ini methodus:nam in or- dine rcientism vmutrfam refpicinuis , & ems partes jiner fe confcrimus ; mcthodus vero invnius lei cjuifit* inutfticationc confiftit finevita paitium fckntia: incer fe compara- ttone. quare omnino de ordine prius, qttitn dc niethodo □iffei cndum eft : &prinium de ordinc vuiu«nc fumpto, Cf/iKr i V. in quo definitio ordink ab aliit tradita, & diffimlta* contra eam _ exoriens exfqnitur, Griiuir dtflr T 71 n s n T v r omnes ,qui de ordtne to- niiisficmt- ' \ cuti funt, in hac ordinis definitione fe. 4*u*iw. tc confcutire : Ordo dodriux e&hatutusia- difponeadi, vt bene, 6c conueuientcrdi;atur efle difpofiEa:proinde qu^nam fitiftaconue- ,4 niensdifpofitio,nondum coguofcimus ; nort eftcnim dicendum,eam difpofitionem ano« bis temere,&abfq; vllarationc,&penitus ar_ bitratunoftio fien,vt quecunq; ordtnem feu uantcs, & quocunq; modo pattes difciplinae difponentes vel tranfponcntes, dicamuror- dine ftruare; ita enim tSerct,vt ordo non efter q ordo,fed omniattificiosacvtilitatecarensin- ordinatto.Propterea non reftam eflceorum fenttntiaatbitramui,quiputantquSlibetfci- ^rmij, entla, & ai tepofleanobis quocunq;volueri bu M mus otdinetradi,&exp!ic3ti,velutiaite me. ^*'*" dicam arbitno noftro ique fcribi poflc ot- "*"* tionem , vt omnia, qua; in qualibet fc-icntia f "^ 4lj confiderantur, ab vrn» .,liquo pen.leatit.&ad ' LlJudrcf.raiituijquofj quum effc poffitvel v- tiujiii I i T4I deMethodis, Lib. I. ^«orindpittfn^velvnummedium.vtlvnHs a nixam fundametis efle opinioncm Aucrrots, & priniipi ? qu _m llli reiecerunt ; reuera emm non ex «"• f" !_* t Cr'r finis liinc exoriri dicunt tres ordtnis fpecies, com pnfinuC,refolutiuum,dcnniTiuii. Senten tiam hanc diligenter ex.pendercnon pofia. mus nifi de fpeciebus ordinis loqusmur, id- cjrco adaliumlocumeam confideradam rc- niittcmus,vbi oftendemus, pendetiam hanc ab v;io ncque ordinis naturam dcclaiare, ne- auecmm orJinicompetcre. Multi videntur t«»!f* \ ftntenti* adimeie.qaam fusi aliqui phi- f^ViTlofophi explicarunt.dum prarfationem prt- B difcetur. Quam qutdem veritatem compro f '"',',Tti- nniib Fhyiicorum Anitotclis interpretiien- Z^Hfrm*- tur; ibi namque Auerrois opinionem rcfcl- i w«« lunt , qui *->' clt Ariftotelem proponete m na- wn ,i' ( philofophia ordinem feruandum eflc a b vniuerfalibus jd paiticularia, propterea ipfa rerum confiderandatum naturafumitur?"-'' ratiooiJinandifcientias, & dtfciphnas om- nes , fed ex meuore, acfactliore noitra cog- nitione; non enim fcientiam aliquatu hoc potius,qua_n iilo modo difponitnus, qubd hic fit rerum coriliJeraudarum naturalis ordo proutextraaiiimutnfunt; fedquia ica melius , & facilius ab omnibus e*a fcientia qubd vniuerfaie efl nobis notius, quampar. ticularia, Scinjcioribus nobisfempereftjp- erediendum. At Jicunt hi, deceptum fuiffe Auerrocm, qui id attribuitordini,qtiod po- titisfflCthodo,at vi_e tribuendum efi. pro- prtum enim eft na;,feu methodi,vt a no- tisprogrediaturad ignota: quia finis metho- di cft facere ex noiis cognitionem eius^quod ignoratur. ordo autem non requirit,vt a no- tioribuiaufpicemur, fedlblum vt eaantepo. canrur, qua: natura priorafunt. Horum igi- tur fenrentiaiu fi feqtiamur, ratio ac nornia bene,& conuenienter omnem difdplmam difponenJi non aha eft, quam ipfe naturaits ordo rerum confiJerandarurn ,vt iJja fit par- tiutn ahcuius fcienti_e conueniens difpofi- tio , qua: rerum in ea craftatarum naturalcm ordinem imitetur ,& fequatur , vt quum or- dine naturs elemenra prajcedant miftum, erdo doctrina; reftus, &conueniens ille eft, quo pritisdcelementis agitur , quam de mi- rtis : quod fi prjus de miuis agcrerur, praua eflet difpofitio; quia ordini ipfarum rerum Jrvumtii- nsturaliminime eflerconfentanea. Senten bare,& contrariain opinionem euertere non erit difticile tum ratione duce,tum mulcis Anftotelii tefttmoniis. Primum quidem, h p,iw»mii. ___>. rt ^ mmImm _4_._inil- ^Ir« , n itnrPr... . _V __ O tllOUS qni fcientiam naturalem aufpicatus eftitra aatmne de primis principiis, qustamcn oc culta, & incognita eranc, &cognttu maxim^ difficilia, iptiiq; compofita multo notiora e- rantjnon poflumusigitur dicere,Ariftotelem priiis egifle de principiis, qubd notiorafue- rint : id enim eli mantfeftc falfurn ; itaq; con- fireri cogimur, ipfum de pijncipiis agerc pn- mum volujfll', ea tantum ratione duttu ,quia prtnciptafunt: principja enim quatenus ftirtt ] principia,naturaprioralunt copoficis.&effe- Ctis;ratto igit ordinandi oes dirciplinasvidet effe ipfe naturalis o: do re; u confiderandatu. Capur VI. inqMditlafentetiarefellitur? & efiendkur ,rationem ordmandi mn  terejdptincipiis enim exorditndu fuit : qucn. niam exptincipioium cogntttonc perfeetara aflequemurfcietiam rerum natutalium , hic U cnim reuera cft caufa iinalis omnis oidtnis, in qua animus nofterabfque vllo dubio con. quicfcit; 3c hancipfam affertibi Atiftoteles; traSattoms cnim de piimts principiis non hancrationem aflert, quam ilh dicunt,nem- pe quod fint ptincipia,&fecundum naturarn prima: fed quiaperfe£ta rcrum naturaliit co. gnitiopedetexprimoium piincipiorum co- gnitione ; nullo igitur alio medio oftendit etus ordinis tationem , quam noftra cognL C tione,hancvultibi Aritloteles effe rationern ordiuandi omnesdifciplicas. quare locusiL leapertiiftmefauetnoftra: opimoni, Stdres ii» 4 , (pi> hscmagis eftmanifeftaj quam vt plinibus ar- ^»0»^ gumentismdigeatj traduntut entm dtfctpli- iiJtnon vt in rebusipfis ordo ftatuatur; eum ecim iam narura ipficonftituitjfed vt nos, difcamus ; eo igitur ordine vtimur, quome- Iiiu,acfacilius dtfcamus, hxc eft veraratio or dinandi.ad quam & rcs ipfanos ducit, &ipfa D quoq; vocum fignificatto: appeilatur enim a cunftis ordo doctriiise,nou oruo naturaj.Sed Ctuf/t,^ caufa,vtputo, errcjris multoru fuit ; queniam tllerHa, quandoq; hxc du.o fimu! funt; cotingit eniin^ vteadem fcientia & natuta;ordinem fetuet,. &oi dine meliotis cognitionis; tdeo opinan- turtalem feruari ordinem earatione, quaeft. ordo natura ; non quatemis per eum melior cogjutio habenda cft, quemadttivdum qut putantaliquam figuram habcte tres anguios l a;quales auobusrectis- quatenus tft sequila-' teta.non qttatenus eii tnaiigulaiit:quoniam contingit eanuem figuram triangulum el"et fii squilatei um ; quando tgittrr cueuit , vt in fcienttaorco naturs gtnttantis fouetur, id non fit quatenus cft ordo naturs,fed quate- nus eftordo melioiis noMix cognitionis , vn- de etiaappeliationem fufcepit: votatur.n.ab» omnib.queadmadu mximus,oruo dodrinx.. Gaput VII, m quo tx qugrtmdAtn afn£ Artftot.loiorum obferuationetdem demonftratur. ,T T O nvM,qu2 dixtmus,efBcaciflSma con- ~ J_firmatio fumi poteft tx plunum Joco- rum obferuatione ,in quibus Arifrotdes or. dine natur^ neg!c£io,volutt ordinem noilias melioris cognitionis feruare ; quemadmo- dutn enim quado ordocogmtionis eftetiam naturas ordo,magna d;tur oecafio etrandi, quum non appateac, Hrum duorumauthoc ipfe 145 ttjattluti*. jpferefpcxerit j ita quando difiuncti^atque e tiam eootrarij funt, nenipe ii conwigatordi- ncm nituiae noneffe ordinem rneltoris co- rnitionis, tota rei veritas claratrobis, & pcr- ipicuaredditur, dum videmus , fperniordine naturx, Srfoluni ordinem cognidonis feiua- rL I'rutulithanc fentetiatn Arlftotcles.eamq; infuislibrisexequutuseft: namin principio Jib. s . Me tap hy fic. daravoce teftatur.non fem perm difciplinis principium cognitionis dfe etiamprincipium rei,fed id.Vnde facihus di- fcamus. Iu primo quoq; lib.de Moribus cap.- ^inquit, dubium eife.an eamoralis dirciplu lic.-V* ■ natra[ j^ jaficordine compofmuo, quem vo- £ ataprincipiis;anrefb]utiuo,quem vocatad pnncipijj qua dere ait Platonem re£re dubi. u j]e ; poftta quasttionem diflbluens,dicitnil aiiud effe refpiciedum nifi vt a noris iueipia- nius ,non confider«:ndoanfint prindpia rei, ndcne, quareiubct ordineiii cognitionis fem per feru2r!,nc>n femper ordinem naturse; mi- rurautem, qtiodaliqui etim locum iaterprc- BttfflSfro wntes, dicanllaverbaadviam do&rma^non pjuj ■;*»- ad ordinem pertinere, quod coditio metho- di (it,non ordinis, vta notioribus nobis pro- grediamur,eo fortafle argumeto ducti, quod ibi Aniforelesnon nominct ordinem,fed di- cat •&> qua» vi a eft; quod quidem argumen. tum nullius eft toboris, quum poffit & ordo, &;n:chodus communi appellatione voeari ihs. quarevox quoq ; compofita ftfyhs, fe- J pe proordiue accipitur, vt multis in locis a- pud Ariftotele:, & alios Grscos authores ob- feruare poirumus;reuera enim flipfius vocis ftgnifkatmncm rpeftemus^non minus ordL nem fignificai e poteft,quim illam, quar pro- priemerlicidus sjici folct : nam &h.Tc, & ille via quardam cft, & qui Jam progrefllis ex hoc ad iiiud : diftinftio autem vocsbulorum non Kipia vocuoi proprierate dcfumpiacft, fed ad euitid im ambiguitarem , Scobfcuriratem I inuentafuit;ratioiraque illorum ftiuolaeft. quod autem Anftoteles ibi de ordine ioqun. tur,non demrrhodo, manififlum eff,,fi eius VetbapcrpendimuSjdicit enim dubium cf- fe,an a pruicipiis.anad principia viatenenda fit;at certuir cfl ,fi demethodo hxc intelli- ganrur, fign.fi eaii his verbis diias fpecies dc- monftiaiionis s eiTet igiturqua:ftio Anftoce. iis.vtrademonftratioms fpecievtidcbear, an ca,qua? cft aprinri , an ea s quara pofteriori; F tpja: cen_' vana ciTet dubiratio, & contraria lis,qciar antein ttitio capite dixetat, vbipro. teflatus erar,fe nulla vfuruni effe demonftta- noije,ftdatgumentis tanitim comniunibus r « «vulgaribus, quaha mareria fubieaa requi- rit:itaquenon poceftin cap.+.dubitare, vtra Wtonftrationu fpeck vti debeat; idque ra- tir n: confcitaneu m cft : quiaff in C3p i De mechoik. vei bafeccrar, quam ad res ignotas ceciarandavm us hbris ft-ruaturuserar"; poft- " 111 quarto cap. jion debuit iterumdcme. dc Methodis, Lib. I. A 146 thodo loqui , fed deordine , vtHgnificat ver. C*p. S./i j. butu lllud \_tncipere'] quod non viae dodrina;, fcd Ibli otdini conuenit ob eam rationem, quam in fiquentibus declatabimus. Plures etiam apud Arift.locinotari poilunt , in qui- bus ipfe otdine naturx pra-terito, oidiucm faciliorisdoctrin3;feaatuseft;in Iibroenim Categoriarum relationem qualitati antcpo- "'•">""• fuitproptei faciliorem dodrlnam.quiain ea- pite de quantitaterelationismentionemfe- B cerat,tamen ordine natura; qualitjsantepo- nenda erat, quia abfolucum eft natura prius refpefliuo.Porphyrios quoque caputdefpe- Vcrphyritu* de antepofuitcapiti dc diffeientia &ciIioris do£tri.iaEgratia,quuni tamen difterentia fit natuiipiiorfpecie.Et Adftor.infecundo Iib. 1 H& De*ni- dc Amma in traflatione de quinque exter- mttrsci.tie nis fenfibus a vifii evordium fumpfit. vrtimo/e»yiiw, autem loco detatiulocutus eft; tamen ordu nenaturaj tactus pncedere dt buir,tanquam' C omnium fenfuum imperfeiiiiTimus, & com- niuniftimus^ordinem igitur naturas fpreuic propter faciliorem dodrinam; qtiurn enim in (ingulis fenfibus cognofcenda fuerint ob- iecla dk media, & organa, vt cognofceremus operationemfieri exaaioneobiectiin orga- tiumpermedium, trasferens fpeciem ab ob- iefto ad organum } anjmaduertit Arsftot. ita effeincognita,& obfcura in raftu organum,& medium, vtii ataduinccepilTec, iuredubita- 3 repQtuifTemus; an quilibetfenfus organum, &medium habeatiideoavifu aufpieari vo- !mt, in quoeaomniarnaxime dilucida, 6c di- ftiniSa eiant, vtquum in vifu, &aliisfenfibus no&ilioribus cognirum efict, operarionem fieri ex translatioKefpecietab obieftoador- ganumpermedium .llludidemin aliis quo- que fenfibus , in quibus obfcurifliraum erat, fateremur,videlicei:ingu(tu,&in ta£tu, quos ibi Anflot.in poftremo lcco pofuit. efte aute : diflidha cognitu orzana, &media hotii duo- rum lenfutJi declarat ipfa Ariftot. traQatio, ex qua nihfPBrti dehis defumi poteft,quuin ipfe nihil exprimat,quod!n iis duobusfenfi- bnsorganu, aut medium dici poffit , fedhaec leuiter tangat, &ucco pede pixtereat. Uxc fuitveiaiatio liliusordinis, aliis adhucinco- gnita; omnesenimvna cum Auerroe dece- pti , nuilam aliam afTerre folenc eius ordinis rationem, quam quod Ariffot. feruare voluit ordinem nobilitatis; fcilicetfiataQu cxorfus efTec, non minusidont-aeius quoq;_contratij otdinisrationeallatuii etant; dixilTenteniro ipfum ordine naturar generantis vti voluiliej natura enim ab imperfeftisad perfeftapro- gredi folet, dum generat; igitur quemcunq; voluit ordinem feiuare Ariftoteles potuit, fi- quidem pro eius excufarioneratio aliqua il- liusordinisiiobhnon erat defutura, cjuoni- hil ineptius dici poiTe demoftrabimus in fe- quentibus. Atveib li eos percocaremur,qua- rc in traftatione de Senlibus voluit Ariftot. i 4 7 Iacobi Zabarellae Patauini r4ft .ordinem feniare a nobiliore; intraftatione A ra.quofitvc minimc vemm eiTe videatur id, aucem De partibusanimx non leruauiceun dem crdinem, fed potius contranum.qui elt ab igrtc.biliore ? nullaro huius diuerlitatis ra- .tioacm,quamaddueer.ent,haberent;nosau- tem horuna omniuro rationem optimam af- ferimus . dum dicimus ordinem vtrobiq; fer- uattim eiTe facilioris , acmelioris doftrinae; hacc enim poftulauit, vta parte animsc igno. biiiore , & nobiliore fenfu traftationis exor- dium fumeretur. Similequiddampro huius veritatisconfirtnatione apud Anftot. legere Prlnts dc bi- poiTuiiuiS if. pritr 0 Dc hiftor.animal. cap. 6. fier.ttnimtt. gjj n z , D e panib.antmaUap. to. qnib. inio- C °P; 6 . c!sproponit,dkendumpriusdepartibusho M S P'7"7 m inis,qisam de parttb. aliorum ammaliumi • ' qu i lrlo bis,quihominesfumus,prorr,ptio- les, ac noti«ties feot , ex quaruni cognitione in noticiam partium aliortim animalium fa- cilut 5 vetiire poterimu»:certum eft aucenrijA quod nos cum Auerroe diximus , non folurn viam doftrina:, fed ordinem quoq; eflea no- tioribusnobis;ideo vtomnem penitustol. lamus difnculrate, declatare debemus, quo- nain modo ordo doftiinse dicatur effe a no- tioribus nobis. In primis notanda eft diftin- £■„»,,■ . ftto ilia vulgara, cognitio noftra duplex eftj rw/j^* vnaimperfeft3,quam confufaui vocant; a!te r) perfefta, quam voca:it diitiriftan.iqua» ad. B huc duplcx eft; aliqua enim eft fimplicitet ?'"•«/,. perfcfta, aliqua verb non fimphciter, fed fo. "\5 fn !>i. lum in genereperfefta dicttur,id eftpro con- ditione,ac narurailliuj difcipiinej.viexempli gratia philofophus naturalis debct habere plenarn , &fimp]iciter peifefta cognitionertii omnium metallorum , vtin eu riihilipfi mt- neat cognoftenduro.fin minus.impcrfeftam, , ■ ipforum nocicia habere dicitui ; faber autem airarius non ecnetur untam habcre a»ri» co- riftottiemibideordinedoftrii-.a: loqui,non C gnitionem, quantani habet phiioiophus na. lib. dt P/sh tit. devia tordinem taraen diciceffe feruandum auotioribus,neque dicitab homine aufpi- candum ctTe.vt a nobihorejfed vt notiore.Li- bros quoque De animalibus antepofuit Ari- 'ftoteks libris de PJantis.vtipfe tefbturin fi- ne libelliDe [ongitudine, &breujtatevita;, iAn hbro aut .01 De ortu,& interitu con- fiderareeam gen.-rationem,qns cft vnius cx |W>ribus: attamen generatio non diciturtra. -tarimfivbi perfe ex fuis caufis cos;nofreda jropoiiuijijic vbi dtfiaitui. ryiaie ^rimu. li- quod vero polteitus.HClpccies.VDineq; con- fidetatur,neque fieii poteft illatio vlla. Inor- Oris'refilu~ dine autem refolutiuo "ex notione finis vide- •U*n*- tuullacio fifrieorum,qua.adfii5em ducunt; **» **" tamen refolutiuusid nonhabet quatenus eft "J r " d ^ t h"T ordo; oporteret emm omnem ordincro effe l,/,'/,^^ eiufmodi,fed potitis quatenus eft talis ordo; ^ c^g, eft-enim pecuiiaris conditio ordtni. refoluti- uiifed de hac ic Ioquemurinferius;fatis cftin prrfentia difcrimea interordinem,_-n_e:ho dum declar_if_ , -fhia eft eflentialis eonditio methodi,vthuiusrei ex illa faciat illatione: pidinern ve o, quatenus ordoeft, dicimus non cflc ai gumenratidncm, &nullam alicu- ilis rei txaliareiliationem facere fecundiim propriam lpfius oidinis naturam. Caput IX, in quo & ordmU, & metbodi vtilit.ts deciaratur, & clarih exponitur, q.uomodo ambo fint a notisribm, ad ple* namargnmenticontrarij fihitionem, EXhis , qiix dida fuiit,pc;-Tumustam or- dinis, quam methodi vtilitateni, finem- que colligcre; cuiufque enim inftruraenci natura in fine & vtilitate confiftic; methodi fVltta cHjidem vtilitas. &fini. eft notifi«arej.id eft 151 Iacobi Zabarellae Patauini 152 cognitionemface.eeius.quod ignoratur: fa- A alterius ,quum vtrumlibet di(.inf.e eognofci poilit ettam altero ignoiato,quod contingit in fpeciebus,qu_e aeque fub eode generecoa- tinetur, camen alterum,fi priiis cognolcatur, alterius cognitiouem faciliore reduat : vt co. gnitio partium hominisfactliorem rcclditco- gnitlonem partium alioru animahum; &co- gnitio fenfuum perfeftiorum facihorem red. ditcogniti .nem aliorii impeifectiorum , qui difficillimi cognitu funt,ideo tunc quoq; iL ciugiturme.hodusvt diftamus , quia aperit illud,quod abfeonditum erat ; ordo aucero hanc vim nonhabet; nam fi res traftadas re. fto ordine difpanereiuus, nec aliqua vtere- murmethodo', vel argumentatione, nilnl di- fceremusj& nullam cognitionem adipifcere- VtilitAt vrii- mur;fcdvtilitaso.diniscf.,vtpereum rneliiis **• ,&facilius docearrtur; vt enimtnateriam prt- «nam.& elemenraj-Cmiftacognoftar.uSjme- thodus nobis pra;(lat,non ordo;ab ordineSu B lud antcponere dtbemus »quod ad aborum tem habcmus vt meltii s, vel faciiius h_.com- nia difcamus;melius enim eacogrtofcimus,Ii priusagamus de materia prima , mox de ele- mentis.pofteade miftis^ quia nifi hunc ordi- iieui feruemus, fierinon potcft.vt pccftftam Sc diftinftam horum fcientiam habeamus, fi- tatHter quod fenfum vifus , 8. icnfum t-ftus cogi.ofcamus, methodo.no ordimacceptum fenmusj vtautem facilius horum cognitioiie cogr.itio-.em conferttanquatn vttle,etfi non confcrttanquam neceflariC. Hi. igiturduab. diftt.uibu. [»?_.> aij & [fxcsliuf\ totam otdi- nisvrilitatc. expiiniimu-;ratio eium ordinari- difumitur e nuftra cogwticMie vel melius,vet faciliii. acquirenda ; meliui quidem,quando alter dtfponendo cognitio optima in co ge_ ncre haberi non poteft:facilius verb.quando poteit quide optima acquiri cognitio etiam otiamur,ordo prxftat:fignifi.auithocAri C illoordinenonferuato,atmagtio cumlabo ft-_. in principio hb. j. Metaphyfic. quando de ordine loquens dixit, priucipium doft ti- na. non femperefTeprincipium rei ,fed vnde aliquis facilius difcat; hoc enim ordinij pro- prium eft:quia ordinate difcendo facilius di- fcimus. Diuerfis igtturmodis ordo,& metho dus ad cognitionem .conferunt rideo ambo debuerunt eiTe progreflus a norioribus , alto fcf.fWtwre- tamen,& alio modo,vt declarauimus. Idve- fyirit ctg» "tUnem **' dum , qubd quum ambo noftra cognitionem {"r"n« tanquam .finem refpiciant, nontamen ean- S t " , ^ A '1"'" n tjcm; mcthodusenim tam ad c6fiif.im,quam de rtri f*& a tisii lit mctf- ftriw erdi, efle principium rei , fed quandoque effe id, vnde qui^>iam faciliiis difcat. Tetigit etiam . vtramqne rationcm Auerroes in primo ca- pite primi lib. Meteorologicorum , vt eo in Joco videre poilumus. Ex his patet cos erraf fy fe.qui putarunt, omnem fcientiam , &om- « nem artem pofTe diuerfis ordinibtis pro fcri- ** ptoris,feu doftoris arbitrio ttadi ac Uifponi;* reuera enim vnus eft, non plures , in fingula *" difctplina tradedaordo lnelions acfactlioris doftrinaTjquifipei untatui jceric ea iiicultas beni de Methodis, Lib. I. I$3 hr „ e onlinata dici r»o P oteft,quia fic «1 p«- S^gnitw acquiti nec,P«t,«l d.ffic.hus Sritur; ideocui eompofitiuus ordo be- * cq «t.>. illi refolutiuus eomperere nou "'S &econue>fo ; fed hacde refufius lo- Kemur, quum rie fingulis ordimbus ftrmo- Saci^us.Ad argumentum .gituraduer teorum ciara eftrclponfio,qu*omnem dif. Ktem colhtidicebant emm , Ar.ftoteles 154 iis exotdsri velimus ac debeamus, quorum cognitio ad aliorum perfeftam cognitionem neceftaria,aut faltemvuliseft; &quum di- fcipliriEpropternos tradantur.vt noseas co- gnofcamus,fequitur in iis omnibus ordinan- dis pofteriorem huncrcrum ordinem fem- per attendi,non alterum priorem : in hoc igi- tutfenfuverum eft,quod ratio ordinatidi o- mnes difciplinas fumitur ex naturareium;ve rum eft etia,qubd eafemperfumitur anoftra ntuii»"' ertofdttur, qux maximeincogni- •~>+~r¥*%«*> ....1^11.^... »"•"»>"* — « P funt, '& :£ompofita,8£ eirefta funtiis muko B cognitione : kmniWdw io eunde fenfum cadunr,vrconfiderantibusmaa.fe8umeft. Cxput X 1. in quo defimrio Ordinis ex iii, qtudicta ftmtjoib.guur. PE k hzcycraa. haftenus dcmoftrauimus, conipicuaractacft ordinisvtilitas,& fi- nalis caufa ; quoniam igiturordo inftrumen- tum noftrac cognitioiiiscft,& omnis inftru- lllJwi^ coonolciabiquedsftiiifta C mend naiurain fine,&vti!itate couMtU. ldeo cnimoi.iiu"'.' s 1 r c_„„ u..„, ;„ s„n, ArKnitinnm. fJSorr er«-o «tordinis conditiovtfitano ti o bus nobts. Inell ir, hocargumento falla. a iftcuudum quid ad fimpkotennam.prm aefienobis isnotiora efteais,verum eft ftLndum noftram confuram cognitiontm; fenplidter ramen igoot.ora non fo«t,aiita ftXumordinemcogtiitionis-diftmaai: fnnt not ior3,&ommnopriusco ? norceiida,quam cffieaiu , quia magis notio- res;alise facijiores cogmcu,alis diftic;liorcs,& aliKadaliarum copnitionem corrferant:con- trivttb hxadillasnequatjuam. Hic sutcm ordo non femper eft illemet crdo j quem res fecundum fehabent.fcd contingerc poteft hunc Hil co ntrarium effe , vt alius"fit orrio re- rum naturalis prout fecunduaj fe confideran tur.ahusvcib eatundem vt op.timt: St facilli- mei riobiscognofcendarum, ideo quum ta- ut iii natura uoftr&m cogaofceutiuiii , vt ab ■41 .IHI ILdlWfiH. lll.V)^* . n*. 1.«.^ ^ ■ — fi Jinemhunc in ipfaordinis definitioue ex. primamtrs,perfcftaetit, &omnibusnumc- ris abfoluta definitio , qus alioquin eft man. ca, & imp et fefta, qualis ea i\ut ,-quam alij at- tulerunt. Nosigitur dicimus,ordinem do- Definit™ tr* ftrinis effeinftiumeiitalehabitum,per quem *'»» ^Hri- apti fiimus cuiufque difciphna; pattes ita dif- ponercvtquantum fieti poffit, optime acfa* cihtme illa difciplina dtfcatur.QubdhaJc de- D finitio-optima fit,multa teftantur. primum quidemrei definua: natutam egregic deda. rat, acdilucidam reddit, quum expiimatve- ram,& vntufrfalemiattonem ordiuaudt om. ncs difciplinas , quzquidem eft fints,&vtili- tasipfiusordinis. Omnes etiam difticultates foIuit,& aliorumerrores,errorumq|ue cau* fas aperit ;alij namq;non expreflerunt,qua?- namfit veraordinandi ratio;qubd fiahquafii' fi^i^iiCLilie videntur,ineafalfifunt, quum di- E xerint rationem o ( dinandi ex ipfarerumna- tuta defumendam effe: qus quidem fenten- tia tantum abeftvtdubiafoluat, vt potius in pluiimas, easquemaximasdifticultatesalio- ruin snimos traxerit ; quum enim in difciph- nis ab ilhtftribus authonbus traditis modo-' oidinem rerum naturalem, modb orrJinem contrarium naturali ,vel faltem ab eo diuer- fum feruatum efte vidcamus, nullamhuius vuietatisrationem atiriucere poifumus,dum F iliam fententiam fequimur, &magnis,atque infolubi!ibusdifticultatibusvrgemur;atno- ftfa opinioue receptaomnes difKcultatesfoI- uuntur ; femper euim oftendere poffumus ^irdinem feruarinoftrs mehoiis , vel facilio^. ris cognitionis; ad quam dum confugimas, caufam omnis difpofitionisfacilc reddimus; fiue enim ordo naturse , fiue huiecontrarius, Gnc alius quilibetferuetur,is femper eft or- do nofirs melioris cognitionis . Denique hxc definitio caufam aiFert omnium eorum 3 qua; ordinem veluti accideatiaquc;daniCon- fft . lacobi ZabarellxPatauini Irt quod veioparticulare nominamus ,ipf1 nia. t**^ «fle,quam de fpeeiebtw, Sttraftationemvni- C ceriani ipitus retnedij appeilandam alT^:lunt, w ' , "" , * uerfaliumanteponedam clTs traftationi par- ticularium: certe Ariftot. in pioostnio prtmi libri Pbyficoruiu non a!ia ratione probauit elfe ab vnruerfahbus ad particularia progte- diendfr, quatn quiavniucrfale,quod de mui- tis prasdieatur, eft nobis notius patticulari- bus , &itanotius, vt neceflaria fitipfiusco- gnitio ad patticuiatium cognirionem perfe- fiam adipifcendam. Auerroes quoq; in prar- fatione fua iu libros tllos, nec non in fua prsc- fatione in pofterioies Analyncos trcs tatio- nes adducit, cur vniuerfaliafintanteponen. da particulanbusin omni doftrina.qtta: om- nesejt noftrameliore,ac faciliore cognitio- ae defumuntur, vtin mcmoratis locislegere poflumas, non eftenim operspretiu eaom- nia,qua: tbidiciintttrab Auerroe.in pr3eff:n. ti a r ec e nferc, q u u m loc o s o ft e n difle I at t s fi t. CaputXl J. qubdproccdere*b vmuerft- Itbw ad particularianon fit pro~ frium fotiuf ordtnu tom- fofitiui, PE R hxz tnanifcftus fit errorillotum ,qui putantproceflum ab vniucrfis ad fingu- taproprium effeordinis compofitiui : nam fi ratio huius proceflus eft fola noftra mclior cogni6o,ba;cautem finis eft,& comunis con ditioomniumordinumrigkurptoceffushic F autliores^comperimus quaudoque^fpedeS mturam ordims quatcnus ordo eft , confe, gcueri,& particularcvniuerfaii ia trartario. quitur ; proinde omni ordini competit,non fjiicompofiriuo. Patct autcm Ariftotelem Iion modo in fcientia naturali ,qus ordine eompofitiuo tradita eft, abvniuerlisad fin.' ! vtlactucam. Attamen vtnos eorum appellaZ tionem nonreprehendimus , ipfi quoq; no. ftrim rcprehcndere non deberent ; fpecies emm remedir' frigidt laituca cft , de qua frigt. dum incafu tefto przcdicaturiquE etiam non incogruemateriaillius remedij dicituriquan doquidemvniuerfalcvtAiiftocelesaitinpri pio libro de Ceelo , Cgnificat formam ;partu culareveroformam 111 matcria : non debent D iaicurnegare procefliim illum a frigtdo fim. pliciteradlactucam cffe ab vniuerfaliad par. ticulare,quam comunem omnis otdinis coa ditioricm eiT« diximus. Scd res harc magis declarabitur,quum dc fingulis otdmibus ler. mone faciemus : hsc voiuimus brtuiter hoc inlocoannotate,vtpateret,communero eiTe omnis ordinjs pioprietaicm ab vniuerfali. busadpaiticularia ptogi edi,non foliuscom- pofitiui^vtaliquiaibitta-icur. E , , Cdput XIII. in quo dubium quoddam proponitur contra ea ; qudtpro- * ximt dicta funt. CAE t e r v m aduerfus ea, qua; tnodo diximus , dubitare non abfquc rationc quiipiampofJ et ; videtur enim non etTe ordi, nis proprium.vcab vniuerfalibusad particu-. laria progrediatnr , fiquidem apud probatos f;ula proceiTiiTe ; veriim etiam iitlibtis mora. ibus,iS£ in Anaiyticis.in quibus feruauit ovdi- nem refolutiuum j in moralibus enim prius de virtute iu vm'ue:lum locutuscft.poftca de virtutibusfjngulis.-inAnalyticisautempofte- (i^ribus pdfisatiotione usiis inucnit aiediit ue futfle antepofTtum;Euclides quatuorE- lemenco rum libros quinto antepofuit, in iL listamen dc Iineis tantiim , ac fupetficiebus agit. inquintoautem de magnitudine am- pTifliroe fumpta,qus 8c lineas, &fuperficiei, &folidaquoquecomplectitur ; vnde colligi- tur.Geomctttam, &Stercometriam no duas efTefcietias omnino difcinftas, fed duas eiuC dem fcientia; partes, in quamagrtitudo latif. JJmcfumtafubteciura conftuuaturjquintt» igieuc EjmbA de Mctliodis, Lib. I. 0 n ■tti. ordinis eondirio eft,vt ab vniuerfalibus ad SAticularia progrediatnr. Anftoteles quo- cyje i" rradacione derebus viuentibus non nJetar vniuerfaliaparticularibusantepofuir fe;prius enim decorpoie viuente debuit ge- neralittr& conimuniterloqui : deinde tte e. \tf UC i.VivlllUUIB, UU. k. \$% jnitur iile Elementorum IiLer quumvrranq; A ponedum.noiiqutarTtviuuerfjfCjfediiielio. ris doctrinx gtatia : quoiiiam cognitio partu cuhrium ex vniuetfahuin notitiapendct;igi. tur fi quandoq;concint;at , vt propter cogni- tionem melius fitatittpuniae paiticulare v- niuerfali,abftj; vllo dubio vniuerTaleob ean- dem rattonem poftponendum eft : ideo praj- ceptum illud Anftoteiis, quod tiactatio vni- uerfalium dcbeat pra;ccdere tradationi de particularibus,intejligendum eft vr verumin SiiVfpeciebu5 ; nenipe animaiibut,&ftirpibusr B plunmis, aliquado etiim eontingit (quamuii iaro)vtfacilioris do£hina: ratio cogat ordine huncaliquantulu pertutbare.Quomodoaii. tem, & quam ob caufam id eueniat,confide« randum eft. In omni re piopofita duo funt, qua: cognofcere volumus; primum quidem tiTcntia, fiae naturaipfius reiideirrde propria eius accideneia: ideo quando dcceraimus a- gendum effepriusde geuere ,pofteavero de tpede, ipfius generis naturam , & accidcntia C primoJoco declaramus: deinde naturam, & accidentta Ipeciei : ipfa enimnatura fpecici non poteflcognofd, dfi naeurageneiisigno. rarur; declaraturus igitur naturam homini* debet prius animalis uatura declaiafle ; hinc colligimusj quod fi forte contingeret,vttum generisjtumlpecieinstuia^vclfaltemfolana ruragcneriseiTetres per fenota.&nulla ege- ret declaratione jtuncneceflarium non eflct genus fpeciei ordine doclrinac anteponere, tamen primo loco dc Animalibus egitjorn nium enim deviuetibus libroruin prinii funt libriDe hiftoriaanimalium, poftea libri De partibusanimalium, quicerte ammaliu pto. piij funnpofteosegit de anima in vniucr- Funiiniibris Pe anima, qtia? quidem tracta- tio omnia viuentiaconipieClitur. quarc tra- ttatio pattkularis fuuantepofita iniuerfali, lniisquoqueSibris,qui Panri nattirales vo_ ontur, idcm infpicere potfumus; aliqui e- nim,quiad foia animalia pertinent,aliqui- bus fitnt antepofiti animantia omnia com- pledtentibus; prius enim egit Ariftoreles de fenfu,&ftnfiiibus,de memoria & reminifcen tia,demo!uanimaiiumj quam de vita& mor te,&delongitudine,ac breuitatevitar, de iu- uentute &'fcne£tute,qua: communia acci- dentii funt omnutm animatorum ;aat igitur Artftoteles, & Eudides non refte fecerunt, aut ncn eft neceffaiium in difponendis cu. D nifi cognitio proptietatum id poftularet. Ac- ^cddeitHam iufqu; difcipliJia: partibus procedereab vni- uerfahbus ad paiticulatia. Caput X I V. in quo dubijfelutw exponitur, DIfficvlTas bscc ad plenum fol- EH non potcft, nifi & de rcbus mathe- mancis , & de lis , qux ad animantia perti- nentj nmlta dicamus , qtiar fortaiTe limitum tractatiomslogiea: tranrgrefllo alicui effe vi- debittir:attamen aniroadiiertere quifquede* bet, nos de rebus logids ita traftationem in ftituiffCjVtnon modo logicam arebus abiun- -5j««j™)s tum fpeciei ea eft differentia jquod aliquan- dmgtntrA. do proprietasfpeciei eft ipecies proprietatis generis; aliquado non eft eiusfpedes,vt mo. tus eft proprietas corporis naturalis , motus autem amedioeft proprietas corporis leuis: &quemadmodu corpusleuecft fpeciescor- poiisnatutalis: itamotus amedio cftfpecies ^uscdam motus; calor autem eft eiurde cor- i poris leuis proprietai, quarnon eft foecies motus : ita aptitttdo adridendummhomine non eftfpeciesfenfus , qui animalisproprius eftjhuius autem differentia: ea eftratio,qubd propria fpeciei natura tum proprias edit 0- perationes, &acddentiapropriadiftinctaab accidentib.propriisgeneris ; tum etiam ipfas gcnerisproprietates coar£tac,&fibia;quaIes reddit , vtmotus aniraalts alio modo in auc coarflatur.alioinpifce, & alioin terreftri a- nimali ;flc etiam aliomodoinhomine,& a. lio in brucis ; propterea proprius hominis mocuseftfpeciesillius,qui animalisproprie. tas eft. Quaado igituraccidftiageneriscon- fcrimus eum accidcncibus Ipeciei, qua: illo- rumfpeciesfunt, certu cftaccidentia generis priits cfle cognofceda , quam accidentis fpe- ciei : motum enim elementorum, & nrjotum animalium bene cognofeere non pofFtjmus, nifi priiis motum vniuerseaeccptum cogno- uerimusjvtproprietatem corporis naturaltSj, Cn etiam de gctiiratione fimplicitei fuaipta m lacobi ZabarelkPatauini leratione a- il priusagendumeft,quamdegenerati nimalium. Qubd fiaccidencia fpeciei non fint fpecies accidentium geneiis, nuila do- arinarneceiiltastogit, vt ante deaccrdeuti-. busgeneris,qurini defpecieiaccidentib. dif- feramus;poteft quidem fubftantia genem, ii aliqua declaratione indigeat, poflulare , vt prius de genere, quacn de fpecie traftatio fiit , fed fi fubftantta rci non confiderata , fo- hsafteflionesrpeaenuiSjntitlacertc necet fitace copellimurad accidentiageneris prius traftanda, quam accidentiafpeetei; nifi fortc facilitate doftrina; ducaniiiTjfolentenim ac- cidentiagenerisfacihoracognicci eiTe,quarn ^ecidentia fpeciei , quafldo vtraque fenfilia funt; tunc eniro priiis,& faciiius accidttia ge- neris,quam accidentiafpeciei fenciuntur; in talibus igirur quando diftjnftatn cognitio- neniqua-iitnus.Afacilionbus.proinde acom muniorib. exordiri folemus ; veium fi neutra 'fenii]ia.fint,nonniodb nulla doftnna?necef fitas, fed neipfa quidem facilitas poftuht , vt accidentia generis p ius declaremus,quam accidentia fpeciei - quod quidem in ieb. uw. thematiciSjVt mox declarabimus, potiifimu UMk pn»- contmgk . Ex his omnibus qua difta funt, rkdubi; di hoc elicimus , in quo tota propoiitas dubita- txtlidt. I«5q A Hs eft deBmiio magnitudinis latv lumptat: o. nines enim noiunt, magmtudinem tfle id quod aliqua fit dimenfum jpropterea aftu. rus de magnitudinc Euclides m quinto Ele. mentorumlibro eius defitiitione exprimere neg!exit,fed nonina tantum quoiundam e. iusaccidentium detnoiiiirandotum declara. uit ; to tus igitur ille quintus liber eft de accU dentibus msgnitudinis r.rr.pil' acceptae, dei. pfius autem lubftantia & natura nihil dicitur. E Species autcm niagnitudtnis Gmiliter fuivt per fenot2,&earumdcfuiiticnesper feia. telliguntur,exprinienda' tamcnfuere, vtea. rum difcrimen nofceietur,quod indimen- fionum diuerfitateconfiltic.De bisigiturtra. ftatutusEuciidespotui: a fpcciebus magni. tndinis tisctationem aufpicari : quoniam ad eatum effenriam inteiUgendam mtlla gene- tisdeclaratio requitebatur, quum fit per fc notum,& nuilibi ab Euciide dcdai etui; acci- C dentia vcro fpeciemm magnitudinisno fiiqt fpecies accidentium generis. quare derr.on. ftrari,& eognofcl poiTuntetiam jgnotatis ac. cidentibus geneiis; videmus enim , nujlam cfie demonihationemin quacuor anceiioru bus libris Eudidis, qux fupponat aliquam earlim demonftrationum ,qua in quinto IU b ro fiunt:ficuti neq; vlla clemcnfti acio quin- rihbripendetataliqua earum, qux in illis ouatuorlibrisfafta;fuerant;vnde patet nuL tionisfolutio corififtit; qubd fi euematjVt na, tura oeneris fitper fe nota, &nulla dcclara- tione indigeat, & aceidentiafpeciei non fint ftecies accfdentiumgen £::5j uon eftnecefla- D lam doftrin^ neceffitate coegiffe Eucl.de» lumptoBcjLtameliore cognitione^ vtprius autapnmo j3 ut a qoiritolibro exordt,- .; po- terat enim ab vtrolibet fumere traaationu initium : fed tamen propter maiorem facili- tatem a primo llbto incipeie voluit, non a qttintoi nonqubd primi libri ccgnitiofaci- Iioiem reddat ccgnitionem quinti , fed qtiU demonftrationesprinii libri funt fim pliciter intelleau faciliores ; quac verbin quinto fiut, difBcillimx: certu eft enim & accidenciama- E gnitudinis vniuerfim fumpta',& aceidentia linearum, aefuperficierum ,qux iniis libris demonftrantur,omnia infenfiliaefTe,&no. bis penitus incognita non modo curfint, fed etiam quod fintrideo tantb difficilioraintel- leaufunt,qtiiinbvniuerfaliota,&abftiaaio- raafuppofitis: quianon ita poffunt illae ds. monftrationes permatenaliaexenipla ob o. culos poni jfiquidem exemplo lineara pro- pofitononftattmapparet icaetTe infuperft- degenece, quam de fpecie agacur: nam de i pfa generis fubftantia agedura non eft, quum fit per fe nqta:eiusauiem accidetia non con- feruntadcognofcendaaccidentiafpeciei;or- do quidem naturaiis ipfarum retum requi- reret,vt prius de aceidentibus generisagere- tunfed fi ordofaciiioris doaiinx poftularet, Vtfpecietaccidentiaprafmitterentu^hiccer- te feruandus effct reli&o ordinenstuiali. E- uenithocinfcientiismathematiciSjGeome- tria enim prout Stcreomctria tanquam par- tcm coutinet 5 fubieaurn habet magmtudi- nem latiffime acceptam, fed menteab omni renfili matcris abftraftam , cuius quidem ita acceptxfubftant:a,& cfTentia per iolam no- minis declarationem toto exprirnitur,.& ab omnibusintelligitur;eftenimfimplexquod. dam accidens ,ad cuius eilentiam fignifican- ■damfola vocabulideclaratio fufBcit, proin- F ciebus, acfolidis , nifi aliqua mennsadhibi* denominalisdiaadefiuitioab eflentiali de finitione nondifFertjneq; pcrfeftior lbi da- turdetinitio, quam nominalis, ideo refte di- cebac Auerroes incomment l- lib. i. 1'oftet- rior. declarationes nominum reium mathe. maticarum effici perfedasin eo genere defi- nittones. Geometraigiturtales definitiones tanquam principia ptofert , quia fimulatque audtuntur 3 ineelliguntur, &funtperfe notar; quandoqueetiameasnonpiofert: quia fine vlla expreffione funt omnib. notiffima:,qua- confideratione. Quoniam igiturfcientia; ma thematicaiillatepeftate puctisante folidio- res alias difciphnas proponebantut tanquam faciliores, vt contemplationi a£Tuefeerent,.fl£ jn illis demonftratioiiibus eserceretur ; ideo voluitEuclides a faciliore Geometria; parte aufpicari; & vfque adeofacilitatem doftrina; fcaacus eit,vtGeometricorurn librorum fe- riem inteipofitis Arithmecicis libris inter- rumperevclueric :nam poft fex Elemecorut» ;j libios GecmecrieQsreptimucn,oct3uum,« i conuffl de Methodis, Lib. I. 161 nomim Arirhmetieos pofuit,in quibus dcnu A «eris aeit.poftcain decimo l.bro ad magtii- rudinei reucrtitur,& tota Oeometriam alns nluribus libris abfoluit:i.am Geometria; no- intStereonietria quoq; eomprehedimus, , qu a poftrcmi Elementorum libti lcnbun.. tur Ev lihiis igiturEuchdis magna fententia; fl,£ C onnimatioderuruiiur;fiquidemper oi oitcndimusitotam ordinandi lationem a ' ft r3 meliore.feu faciiiore cognitione acci- nicndanieiTc;f?mperenim atteuitur doclri- B D x faciJitas,dumroodb P e 'fecle m eo eenere onitionis neceflitas in conttarium non vr- eeat.hac 3 utem vrgente feiuatut ordoperfe- Irioris dodf i"a» , etiamfi ordini rerutn natu- t iti, ralicontranus fit. Ad alterum dubiu de libris AtMi- Ariftotelisde Animalibus dicimtisnoomni- n0 peruerfum fiTe in iis libris ordinem ab v- ^iueirahbusadparticularia.redkuemquan- dammutationemfufccpiffcproptercascau- fas quas modo declarabimus : cettii eft enim C tresefTe debuiflediftinftastraclationes. pri- mam quidedecorporeviuentelatefumptoj fecundam de animalibus;tertia vcrb deplan- t,i> fh»- tisjeoromenim,quawueiitibu« competut, „ K einde multo tiotius forrna: quo- niam igiturnullatraitatio decommuns ma- teria prarmitti pcterat,quia nullae fimt inftru jnentales partes,qtus eafdem habeat anima- Jia, &ftirpes,iiifi propnrtione quadam:idc6 cenfuit Atiftoteles melius efle aliquam con- fiderare matcriam, quam niillam, quii etiam propria animaliummatcria fatis confcrat ad cognitionem omnis aniroa: adipifcendam. Quod veto dcparuis naturalibus dicebatur, lcuismumenti eftun illis cnim dc aecidetiti- bus viuentium corporum agitut, oidovrto ab vniuerfMibui ad particu!aria,pQtifIimum proptereflenriaf cognitionem folet efTe ne- tdUtUu: nifi enim cognitio fubftantiE ho- minis cognitam poftularet fubftantiam ani- rn3!:s,pyfientignoratis acctdentibusanima- lis^acctdentiahominispetfeite cognofci, nifl eorum fbecieseflentygitur pari ratione dum & animalis &homims naturacognira eft, nul lanos neccffitas cogit.vt pmisaceidentia ani malis,quam accidentia homuns demonfue- musjfed vel do&rins: faciiitas attcnditur, vel fi bxc non vrgeat, aliquid qui;>piani rcfpict tur; qucmadmodum in illis paiuis naturali- bus cernere poffunius: nam fi Atifioteies to- tam de corpore vitientelate fumpto trafta- tionem feorfum atraclatione de animalibus^ & de RirpibtM abfoluere vMuiflet,in ea eert.2 omnes quou-, comniunes operauones & af. feeuoiies viuentiura tra&ati oportuiiUt ante omnes deaniimijhuslibros: fedqufi dccre- uertt in eodcm Kbro continuata oratioite a. gere de forma & viuentii, Seonimalis, & ho* juiuij, aulUdeaeeiuentibtu uatfiatiyne iti- 1(34 terpo(ita,manferuntpofiea confTderande au fcctiones omnes tum viucntis,tu aniinaliuro ptoprir, vt ipfe teflatur in piincipio libri de Senfu & feniilibusjJchis i^itur omr.ibus tta» ftationem a«g:ediens poft cognitam itatu. ram & viuentis, & animahs, nuila certe ne- eeffitate coaitus fuitad pr;us declarandav». uentis accidentia, quam aninialis,quum ne. quefpeciesil!oiumhj:cIiiit; teftibit igitur, vt facilitatem cognitionis fpc£t iret.fed neqj B hEcibi locum habtiit: u:iu ntque commu.* nium accidentium cosnittu corfett adp:o_ pnotum notitiam faciliits a[lcquendam,De. que haicad illam: pvopria quitte animahurn efttradtatio defenfu & fenfiiibu?,den>emo- tia 5c reminifcentia, de fomno ekvigilia,de motuantmalium, acde.ipforum Keticratier. ne.commutiisautem ominbus viuetibus ea, quae sft de iuuentute Ei fcn;cfute, de longi. tudiae &breuitate vitae , de vita & motte,de C fanirate &motbo:at quomodo hQium cov gnttio faciliorem rcddat illorum cognitio. nem.aut econuerfo illaad hxc conferant, vix imaginari aliquis poteft; Avifiotelei igitur neque neceflltate.nEq; ficilitate vlla doflri. nse coaftus aliud quiddani iniis libtis difpo. nendis obferuave voluit, & propriasanima. lium afFeftiones communibus anteponert eonftituit, vtipfevidetur polliceti in primts verbis libelli de Senfu & fenlilibu* , qu^ funl D hrc: [TaftjUAm dt an\mndic!im efi ftcuntiitta ftipfitm,dictndum cfl deanimaliius, & vitam hit beniibns omnibitt, yxrf f.nt p;-L-/jrite &■ qttx ccnt. Knncr operatients ipjorum'] priiis emm iiuiih. natanimalia, quam viuentia omnia,& pniis . proprias operationes, quam comunes. illius autem ordinis r.itto harefuit; tam diximut A. riftotelem conftituitTe in animaltbus decla. rare tutn arci Jeiitia propna antmalium, tunt Communia v iuentibus omnibus: quoniam i. E gitunnaninialibus hsc omnia contempli. batur:ideo iniis declarandis tum oidine fer* I uare voluit, qttem habent tefpeftu natuiEi* pfius animalis : itaque illa, qua? animali ma- giseflentialia erant.prius cunfiderai e voluity qua: vero minut eiTetitia!ia,pofteiiiis; maxi_ me quidem omnium efler.tialis eft animalj. fenfus, fiquidem neceifarius eieflvt fii-aut^j mal enim perfenfum eft animaI;poft fcniiiro motus : hic enim atiimalibus, qua; tx fe dw, F ucntur,eft neceflarius no vt fTnr,fcd vt feiuari vfq-, ad perfecram xtatem poffint: nam fihti- mo vel equus abfq; pedibus nafceretur, effel quidem aliquandiu homo, vel cquus, enam fine pedibus; fed quum viAum fibi cjuatrerC no poiret.breui inreriretjnemo enimipfi ci- bum afferrct.ii omnes eflenthuiufiiioditfiic- ceditmotui generatio.qus neque neceffaria cftanimali vtflt, ncq; vt indiuiduum ipfttrrt feruetttr,fed foltim vt ferueturfpeciesjnam fi omnibus hominibus,qui nunc riuun caufer- tetur vi.generandi £biiTmile } iLIiadhuc fio- minec 16S deMethodis, Lib.I. 166 'nes efft 111 ' & eorom plutimi poflent diu- A que non omnium, fieilioris docirins gritii, n1 i- * viueifjfeJ tanie humana fpecies poft »»J»fi»;« .~ i«,-~ "*«'" ^irit refrjira- Cl : . J . I , 1 ■iftA^plpr iniMl« eorum intcritum deleretur; Aiiftotcles igitur Brimo ioco defe-.fi & fentibilius agerc .o- f it St'ie memona, & aliis opcrationibus ad ftarientem factdtatem attincnttbus; poifea Ae roctu aRimakum: deinde vero de genera- tlfin £:adde cj. generatio/implicitcrf .tnpta rtoperaticianinisev^getalisjiicet a propna inwtalis natu:aa:l har. fpeciem reftringatur, v. ii v wajiuiuiui a»LHiutin • — — w vr ipfe in eo loeo teftatur. dicit eniru refpira- tione vitamaniinaliumconferuari,&fint h.ic ne modicum quidem tempus durare pofle, proinde cdiungendam efle tractationem isque natura:: nam cogni- tis diife;entiis , perquas genus in fpecies di- Biditur, fpectetum quoi^ue definitiones ma. nifeftar fiuptArduu nobis certamen fubcun- '» dum tft ctim iis ontttibus, qui haQenus de hac re ftripfetunt, prxfertim cumMcdicis, qttimagtfttiluiGaleni fententiam d clarare ac defendere voluerunt : Galenus enim in princtpio libri de Atte mcdicinalt tres otdi- nes pouit ; coiiipofitiuiiui, iefolutiuum ,ac definitiuum , quam feutemip.m omnes Me- dici ad vnum l>cuti funt; ita eriim iurarunt in vei ba magillii , vt folius Cialciii authorita- tefr'ti,nullam illius dogmatis rattonem in- ueftigatterint, quafi nefas eiTeaibitrantes tan tt viu fentenriam in uubium ieuocare,& eius rationetn expetere : propterea multos vidi eam fententiam proficetites , ipfam tamen non ratisinu!ligt:ntes,ex quibusii quisra. tionem exqulr.eret, nthil, quod dicerent,ha- berent. Nos vcib Galeni qutdem authorita- tem,vcpareft, magm factamus,fed tamen rationem ne con[tmnamui,,cainc|ue Galc- no pnfetre nevereamur.iiab ipfa Galenum diflcntire inueneiimus; non folum enim S fcopum attigerimus , atit propc ad vtritacem accefletimusjVe.Ltiiietiam ii alitjuantum ab ea nos aberrare contigerit.Bihilominus lau- dandi eiimus: prritai cnim v eritatis amore ductos inahquviiinrorem inadere, qnaro Galeno adciictos in fola ipfias anthoutate acquiefceie fiue lationis indagatione ; illud f i 167 lacobi Zabarellae Patauini namque irtgenuum , ac philofophicum ani- A tione, a quaipfius exordtum fumitur: ordoj- giturdefinttiuus ab vna definitione, iai.q U j ab vna medio aufptcarur.ad qua rcliqua om. mum prse feferr.hoc vero feruilem. Cdp, X l. de dtfferentiis ordtnem doclri- mdiuidenttbus fecunduma- ttorum opimonem. OMkes Medici.quihoc Galeni did-um confiderauerunt, illud verum rffefta- tuentes,acferait: pro a,.ioma.tehabeiues, id tanmmdcclarareaggreflifuntj quibusdifte. rentiis hi trcs ordines a fe inuicem difcre- penceas cnira di(Ferentias,ac totam tpforum contemplationem ad Galent fcntemiam ac- conimodare maluerunt, quam veritarem !i- bere inueftigando cum ea Galeni di&uni eonferre,& videre an confonet.Qiiod sutem plurimi hacin .edieerefolent, boceft, ordi- dinem compofiriuum efle illum>qm apii mis principiis,& afimplicif_.mis ineogenere in nia refcruntttr, &a quaprndent. Ira^ue fuf. ficienseft ordinis paititio in hastresfpecies: quia quum crrdinati dofttina illa flt, qux ab vno incipit, illudvnutn non poteft efle nifi vnum prsrsdpium, vel vnummedium,velv. nus finis : quare nec plurcs ordinis fpecics dantur.nec pauciores. Caput 1 1 1. in quo diclz differenttd con- futantur,& ojlenditur,non ejfe ordtnis condtttonem ab vno ituipere.. HAE c omnta, qu_e ab hts dicuntur, puU cia quidcmfutu, &ingeniose excogi. tata.at (idiligenrer expendantur, pltirimutn in fe difficultatis habent,quurn abeis multa. dpiens ttanfitadcompoftra.qua. exillis prin C gratts,& (ine vllatatione dicantur.multa et- cipiis producunturjrefolutiuum vero, quiab vkimo, &afine, &a compoftto exotdiens pergit id fimplidora, donecad prima acfim plicifl-ma principia perueniat, quocirca co- trarius videtui ordo refolutiuus compoiiti- uo,deniquedef.nittuum effe illum , qui neq; aprimo, neq;ab vltimo,fedadef.nitione au- fpicatur, euiusfingulas partes trac.ando,do- necomnes abfoluantur, feruari diciturordo iam.quK apertc rcpugnant veritati. Ptimitm quidem illud conlideratiduin eft, quod di- nu c,,^ cuut, ordinatam efle do£_rinam,fi ab vno o mnia pen^eant,.. quo tr..Qattonis exordium fumatut: huiusquidem dictinuilam ipfira- tionem attulerut, ouum pereom veiba non appareat, cur, fi a pluribus initiutn dodrina. funjarur, ordinata ea dodrina appellarinon poffitiat ceitc fi resrta fefehaberet,in eo fal. definitiuuSrqui propterea diuerfus appatet a D ret^ efleot reprehendendi,qubd talem con- comp.ofi.tuo &i rcfolutiUQ. Verum a!iqui diJigentiushscomnia perpendentes , Sdiac fententiam magis declarare volentcs, dicunt exdefinitioneordinis doftiin* colligiid eC feofficium ordinis,ytomniap£ r ipfum con. uenienter difponantur;rec.am autem difpo. fitionem efle , qtiando ael vnum omnia rtfe- rantur, &ab vno pendeat; quum igitur illud vnumpofiit e£Te triplex,tres ordtnis fpecies oriuntur, vel enim.eft vnum principium, vcl vnus finis.velvnum medium, a quo cuiufque difcipltna: exordium rttmitur, & adjquod alia omnta referuntnrivnum qttidem priiiciptum £fuerit,aquo fumatur exordium,8£a quo to tafcientta pendere dicatur,oriturordo com- pofitiuus: fi vero vnus firiis, fitordo rcfoltitt. ims, qut ab vltttno fine aufpkatur , &tranfit ad ea omni_tinueftigaiida,ecierum multitudinem non iJipeclirefcientia; vmtate, dummcdovnu;n fiteenusfubiefium, aquotanquaa comuni radKC omniaprodeant: non eft igitur nectf- Cuiuoig vtfcientiaaufpicetor ab.vno princi- «o,quunnmiusfubiecli pluiaprima pnnci. Ltlff poffint: harc aute frtbiecti vnitasnuL B fum ordinc conftituit, neq; compofitiuum, ncque ref ilutiuum, neque aliquem alium: quia fubiedum totam fcientiam capit, vnde ettam folet vocari adiquatuin,non tft igitur fljagis primum, quam vlrimum, necfcientia abeo anfptcari dicitur, quum in nulla fcien- tii parte quaratur.a.ftt t3men omnibus par tibus.au-atenusomnibus.qu.tin fcientia tra. fiaiuur", fubfteriiitur: afbbkdo igitur, &ab pium aurem vnum, vtl vnfi accidens fubieifti efii 11011 til neceifatium, quii poffint eff.* plu ra.ergo no^ iJatur aliquod vnum in fcientia, 3 quo exoidiuin [umcndo compofitiuus or- doconitituatur. Iliudquoq; non reftediei- tur, omnia quann fcienria confiderantur.re- lationem hnbere ad vnum priroum princi- pium : daro enim tj huiufmodi principium ptimum >n fcientia uium fit, non tamen ve atiuerfus hanc fententiam mouere potuciur, ittmmopere obventatis amorem defiderSs, autahos eognita veritare ln meim fcniettam vcnire, aut mc, fi ipfe hac in refallor, errore meo petfpecio mutare fententiam.nam,fiia tio mihi perfuaferir, pahnodiam canete non verebor.Ante omnia,quum ordiuem defini- tiuum eum effe dioat.qui a definitione exor - dium fumit.videndum efi, qusna m,Sccuiuf lum eft\qu6daljorum oninium eatenus con- D uam reifit ea defiuitio,vt no illatantum,qua fideratio habeatur,quatenusad illud referfi- tur.principia enim fubiediconfiderantur cu telationc ad ipfum, & propteripuTin; non e couuetfo fubiecJum propteripfa,neque cum Rlltionc ad dla: quia principia fubiefti qtia- tenus principia funt,iefpeftum habentad id, euiusfunrprineipia,vt prineipia corporis na- turalis ad ipfum corpus natutale; atfubiedu ipfum nullam habet relationem ad principia, ab his dicuntu,r,fed aiia quoq;omnia,qua: di. cere pofltnt, rciiciendo, omnemq; fubter- fugij locu de medio tolledo oft;ndamus,nos prohuius ordinis Jefenfione nihil inuenire potuiffe.Non tft crcdendum,eos quimhbetC'«/«*.ffi'* dcfimtionem {ntelligerc, vt quycumque fit/;?Kj-;'«»i mf ea definitto.a quaexoidium doilrini' fuma. tur, oidoabea notainetut de&nitiuui ; cte i" f " I ''/" r "- nun hoc atimiftojfcqueretur folum davior. ttnttam d? j j.r. - 11 1 nHHMii UdUtL LCIdLIOHCUI dU J » I U i 1. 1 p I J , jiijji nut MUIIIIUJ, 1. t] UCrC IUI lOJUHl tl J L J Ur- AeC fed omni refpeftuabfoiutum eft. Qax igitur E dinem dc finitiuum, ck eo vno fcientias, &ar- B ',^ Bflt abillis Jicnr.tur, nullam in ordine compofi. tiuo veritaiem habent: videnturautem ma- gis competere rtfolutiuo-hic enim no modo ahrie, fedabvnofine traftaticnis exordium futnit attamen non id^o ab vno fine aufpica- tur, quiaordo ScretSa pattium difpofitio id reqturat: Ted quiaartiv vnitas poftulatvnita. tem firiis:nam vnitas finis adordinein ac dif- pofitionem nihil conferr,fed ad aitisvnita:e: tes,Sc difciplinas omnes traditjUj eiTe, & tradi poff:-: omnes enim k dcfinitibne aufpicatur, vtreuera aufijicari dtbencquia pr^ccptu eft Platonis in I'hsdro,vc de .iliqua re diceie ag- grtfluri eius rei definitionijin primts propo- namui; idem pia;cipit Aiiftoteles in 1 lib. dc Motib.cap.7.&aliis in f.icis:qcr r ctiatn in om- nibtu fuii hbris obfcruauit. Iibium enim de Intetprerarione aufpicatus efi a defitiitione ordo emm refolutimii poteft tam ab vno,q a 1- nominisjSt verbi,& orationis, 6; e tunciatio pluribus fimbus incipere: attamen fi a pluiL busptureseruntartts, non vnareftigitur or- dinisrefoiutm; tondit.50, aufpicari ab viiofi- ne, nmcn n6 qtiatenus vno,fed quatentis ri| ne. Ab yno iszitu. incipere non eft efTentialis coaditio ipttus ordinia, qufl tn o.d.ne com- pohriuo minime Kcrafit.ini efolutiuo antetn iocum quidem habear.non tamen perfe,fed «.tacculi-Liti: quta neque qtiatenuseft ordo, neq;qiiatenuseftordorefi.]utiuus,fcdro'u!n luawnusarsiilavna cife debet. QuG ts^itut nisilibrum PciorO AnjlyricorD a definirinne ratioctnationis : Iibrum 1'ofterioiii a denni- tione demoiiftiationis:fcditiam natura'ein totam a definitione n:ituri ot co* poiivnatu- rahs. Scientia; quoq; mathematicz a dtti, u i xcoguarunt,in- tellexeie.Quarnam i"ttut tft ea d.finit o,cui f J 171 lacobi ZabarcIl-xPatauini I?2 hanc pizrocatiuam tribuamus, vtabeaor- A da.qipfum medium : ad id namqtie omnin 0 dientes ordine dicamur vti defimtiuo?ratio- eonritendum ratio nos ipfa comp_ellir,ab eo- ni confonum videtur eam alicuius rei,quat in illafacultate ^&etwr,defiaittoo6effe:quom enim de eo ordine uunc fermo nobis inititu- tus fj^quiinterretindifciplina aliqua tracia tas feruatur, aliqua earum tfle videtur.cuius definitio toti difciplina: antepofita ordinenr faciat definitiuuni:attamen cuiufnam rti co- fiderats ea defiimtio eiTe pofTit,equidem no video.nam alicuius primi princlpi j ca tileno poteft,quouiam a primis principiis ordifites faeimus ordinem compofitiuu.' neq; defini- tiofubieaifcientise vniuerfasi ca namtiue ex primis fcierise principiis conflata eft,promde compofitiuum oidineconftituit: viinfcien- tianaturali exordium lumitur a definitioue natur£,qur etifubie£tum:id eft,forma!isra- tio fubiccti totius naturalis phi!ofophi*,im r r __ . _ __,,a._. .t;,,,,,.,.,; de Methodis, Lib. II. ^ordinisdniifio.quaaiiqui fecere, dirctucs orJmemciTe.iii quo fumitur tx ordi jm aut l\ n o principio , aut ab vno fine.aut ab vno m.uio- nam j.quiuoce medium accipucnin ;„ eodem fenfu medium in_elligaiit,to quo & „. ial u .i&vin,iiumacceperunt,iHmpeme- dlum rale.quod inter ciufmodi prrmum & vl 174 Hic A e3ndem fententiam Iiii vftbisr.ferrc poifu- mUs.Artem medicam tradituu luimii.in qul deralubjib!?s,&infalubribus,&neutris diflc- remus. Ariftotelesveroin pnncipio ptimi Ii- b: 1 Meteotologicorum proaenuum f-tcit , m quo proponit res omnesin ea fcientisr natu- ialis paiu*c6fiderandas,quam totam feuten- tiam poffiimusleui ne_;otio i.n illtuj difctpli- ni mcteorologicc; dcfinitione connerrere.di cend M.reoiologia eft fciencia caufas detla Hocatum : quum ig.tur priroum B rans flamarum omnrum infublimi appaien- timumlitco Jeyitimuni accipiantur pro ebua coniTder3- t," s medium quoq; proaliqua rc confiderata fkmi debuit:attamenip»/««&$sao««* medm accepcrunt iu quadam vatde ttnpropria , & comme[itiai : yiHi^atione,quareipforum du uifio non eftneceff .ia.o.uuai membtadiui. _{ea_ian6pc.irmtproptet a.nbtguitjtem te_ £ neco«:i.,:camus, quidnam fit derimt.o ipllus fcientiae, vel artis , &quomo. doea-itriniiioad pa.tescius difciplinj refe- Mtur, nulla ratlone oidtne hunc definitiuum admittemus, quoniam i:iterdeti:iitioncm a- licuius fcttntia: & partes etufdein nullus po- teil ordo confidciari: vt igitui hoc cognofca. ttir, fcireoportetomn. difciplina, cui ptoce- mruin firappofitum , diuidl folere in prcce- _nium&traftationem:traiSatip quidem pr^- cipnacft,im6 folaeft neceffaria,& eft corpus ipl"um,vt ita dicam ,illius difciplina? : prooe- mium vetb 116 eft ipfius difciplinae proprie di fta pais, nequeeftneceirarium,quu iineiplb tracUtio & difcinlina integram3neat , frd ab authotibus apponi folct ad lt-ftorisdoctlni- tem. Tolent entm in proirmiis proponcre res confiderandas, 8t quandoq; etiam otdinem, quo confiderandi iunt; n;hil tame ibi confi. deratur,nihil ttaftatur, fed vbi incipit author aliquid confidctare, ibi traftatio iiKipir,qu^ ipVoaemio diftinguitur :vnde pattt.pofTc ,\ quauis dtfciplinaaulerri procEiniuni,ea inte- gra manente,quum non ob neceffiwtem,fed proprermaiorem comoditatem foleat ditci- dem tractationi ipfius adic£ta,vcl dcleta.nul- laquc in patte ordine illius mutato,ordinerri tamen mutare,& ex compofitiuo facere defi- nitiuum.qm quidem re nihil abfurdius ettco gitari potcft; fenpta t nim effe eam fcientiam ordine compoficiUo nemo eft qui ignoret:il- D li autemAriftot.proat-mium appofuic,in quo quidem no expreftit res omnt s in cocafcicn- tiaconfiderandas, fediniis tantum libris de Naturaliaufeultatione ,quo:fi reffieftum ad reltqitas eius fciencia; partesfignihcare fatis habuit. nam omne proamium eft omnino aibittarium, Si poteftauthorvelipfum pror- fus omittere, vel aliqua tantiim pncipua di- rniflts reliquis in eo propontre, vtibi propo- fuit Ariiloceles tradlattone facitndam dc pri- E mis principiis , lint quorum cognicione noi\ pofTunt alia beue cognofci ,nos aucem fin- _;amusAiiftotcIcmibi plcnius feciife prooe- niium , & in eo resomnes in tota fcientia na- tutali confidcradas propofuifTchuncinmo- dum : natu/alcm fcietiam fctipttiri, de primiss principiis primo loco dicemus, quonia ablh; eorum ognitione c.etera cognofci tton pof- funt; deinoe ordinatim de 1 ebusommbus na turalibusdifTcieint.ts : ptimtim quidedefim- plinis procemium apponi.ln principio igitur F plicibus.mox de mittis,& his priii- gcnera- alicuius fci*. nti^,ft eius fcientic definitionem ex orniiibuMcbus confiderandis conftirutam afferatnu., ,nil aliud eftea deftnitio, qptop- mitttsan quo resomnes tiaSade proponun» tur: difcriroen.flquod eft,eftfolum in mod* loquendi; nulla eft enim eiufmodi dcfinifio, quam 110 poliuaiusproferrc ad modu ptoce- m:j:& c conuerla nullumtale pioo_m!um> quod non pofltt in modum definitionis pio- poni*. nam vbi Galenus dicir, MeJicma tfl ici.iiEiifilubnuui. irjfaiubnu, & neutrorum, tim, pofiea fpCiiatini,quou:q-, ad infitnas fpe cies pcruentrimus:h'ic prooemio e\us fcietia; coniiirutd , in quo appatet rei omnesin tota illa fcientta traaandie, fitraftatio tota reques integra & immtititafi ructu , & eadem fetie, qua eam fcripfic Anftotelc* , tiuonam orJine fciipta dicetur? nonne compoGtiu ,? procul- dubiu : at piooen lum ilIuJ in d pot;fi iaeaaltusordo tflte geni- tus 3 fi i J ttn.cjU i ptius erat.ordo (tritatur! li ve rbdicat tfir adoueordiactn compofitiuum v Vticuera effet, ipfipioprmm fuum dogma e- ueituut deordinedtfiiiiriuo.naordinifcieri. tix naturalisaprabiturdtfiviicio ab eis oadi- taordinisderj ivitiui, & conditiones eius onv- nes ,nectamen erit dtfmiriuus : eiit quidem primo luco propofnatotius fcientiai defini- tiofumpta arebtts omnibus in eaconfideran disjque^pofteaabaucorein partes omnes re- foluitur,quum acatprimiim tle prisnis prin- cipiis, poffeade fimplicib. eo[poribus,deiri- dede mifiis , & Jeniquedc aiiisomnibus or- dinatim,proutin eadcfinitionefueiat difpo- (Ita-.ciir ergono eritordodeflnitiuu;: f.Lte.in- tur vel inuiti, erdinem hunc comentum e/ffe» & nuflaratione in fpeciebus ordinis. nuine- faw JSct» randum. Ejchis coIligimu.s,i:t erroiem mani- tmm ■duici* feftuin l3pfos effe nounullos, qui inani argu. Jhtm fcrijiff menlo dgccpci , putanint Ativ-enuam , qubd V , in artismedice traditi orteab eitts deiiiiittone itfiniiwe. aufptcatus elrjeam atcetn rcnplifle ordme ue- finittuo. Qus fententiancq; vera-cft, neque verifimilUtfiquidem eaquoq; appaientc sie- fenflone deitituti fuiit, aJ quaru huius ordi- nis fectacotes , vtmox euofiderabim:i;> , con. fu^ere vidcnrur, quum dieuntjpropnum or- dinis definitiuieiTe brcuiloq.uium, rpialefer- uac Galenus in artemedicinaii:£'ed Auicenna cum ntagna Termonis proltxitate artem iUam icripfic; ideo curdefiniriuQOrtlinetraJitadi- carur, equidem n.uMneq; veram,neq; app.i- rentem lationcm video:qui>d en ; m ideflni- tione inceperit, id nihii cfl-, quoiiiam omnt s dirciplina: , vt praeduimus , i definithsnibus exordium rLimunr T tiec ob idordioe defiftiti- UO omnes tcrrptat funr; qubd autenon a qna cQq; derinitiotiej ftd i deflnitione attts me- dicje iriceperit Auicenna,id ordniem illffred- dere defitutiuum noti poreii : dtcaiit enim (quxfo ) ari abl ata ill a medtci n x d eEn i ti on e,. ars ilia Au'ccnnsE integra &pe'feda maneat, ita rt !egi & iiueliigi pofllr, necne : hoc qui- dem fiinficientur , 116 efiqnbJ aduenfus eos, qui res nianifeflas negiintjjifputare velimuj; iam enim fcieutis; naruraJis exemplo oilen- diniuSjCiiiufq; difciphnaf d, lintcionera atq ih pofie apponijiSt auftrri,integra manenre ipf t aifanliax; h->c auteni fi verum t fi.vrcerre ett ?siullmum,auftiamii£illam AuicenrjKdefL A nitionem,ars ij;irurtntegramaneni,quonain otdinefcnptadicctur? ii dicant derir)-.tiuo,ri- diculi funt. nam fi ablquedtfininonedatur ordo definitiuus , etiam abTque antma ratio- nalidabiturhomo : fi autem alio,ergo nequc cum illaderinitione eft oido derinitiuus.Ho- rum autem omnium ratio ea cft,quam paulo ante exponere cirperamus:quoniam eiufmo di definttio ipfius difciplins: eft infta: prooe. mij , nequeell: rractationispars vila, proinde B ntque ipfius difciplina:,propterca nullus or- do pottft cotifiderari inter iliam difciplmar defiiiitionem.&ipfam tractjtione, fed totus oidoin folatiactatione, &in rcrum confide. ratarum ferie comprehenditur,non in esrurn propofitione _,quam autor in proccmio factt: eftenim ordo rcfpedu-s quidam conuemens partium cuiuftjj difcipliua: inter fe , partes jL lasintelligendo, qua? resillius difciplina; tra- ftant,3tfuntverepartes,nimirum partcs tra. C flatioiiis : ordo enim totus penes hatum fe- riem atteditur,non penes prao:mium,in quo nihilautor tra£lat,red roliim qua: fiint tra- ftandanponit: idcitco ordine alicuius fcien. tiatconfljtuto .nulla efteius fcientia^defini. tio, qua: toti fcientijs antepofica poliic ordi. nem variare,ea entm noneft pars neceflaiia ipfius-dirciplina;, fed extraneum quoddain & aibitrarium , aquo, feu .icuius relationead ti aftationem nullus poteftdefur«i,fed folam D .1 relatione & refpeflu partitim rraclarionis- ad fe inuicem. Propterea etiam liber Galeni de Arte medicinali, aiiquoordine pia;ter de- 1 finitiuum fcriptus eft, vel nullum pemtus or- dinem habet:quia definitio illa medicina; no eft traftationis pars , fed protEmij locum ha. ber. nani primiT ctus hbri capuc proa-miurrt 1 quidem cft, fed nimis commune ,& logicurn potiits.quiim medicinaie,& cuilibet aiij diftt plinas aptari poffet : definitio autem medici- £ ii£,quxponiturin principio fecundi capitis, propriu eft eius at tis procemium, qd f , quem. admodum diximus,ntillum ordinem potcft coiifiituere: (juisautemille ordo fir,qtioGa- 5 lenus- in eatiaditione vftis eft , poflcrius dit. , £emus-,quum eiiitn rfefinitiuus ordo non de- I tur,is vcl conipofitiuus eft,ve! tero-utiuus, 5 vel nullus, fiprxterhosduosalius ordonoo. J reperitur^ p- Csput V. tn quo defenfiones qundum aduerfariorum reii- , ciuntttr. ( T~\ '• -t hncfatis demonffrnta effeputo tfft Jj finitiui ordinis vanitatem , fed vt aduer. ianis nullus , ad quem confu-atant , locus re- linquatur , tollenda eft qua-dam relponfio r qua tpfi vti videnttir: qutim enim nus ifica- I mus, non dari ordinfi definitiuum , fiLiiiidem in omni facuttate,qu^hrcord:ne ti s.iira ciTe dicatur ^aliqttij aliusorilo infpici jjoreft: iptt vt dtfi- .1 de Mcthodis, Lib. II. 177 definiciuum ordincm conlirmcnt , & ita ab A ^ordittibusfepareawtcuinyiisno^a. a ' ' rte C ommiftus,d:cuntordinisdefiiiitiui oroprium efie breuiloquifi , & propiiam eius tilitatemeffejvtadmemonam coferat.quo fit vc liber Galeni de Arte medicwali jF pter eiu's breuicatemnon dicaturalioordinc eile l:r nufitus-5 definitiuo:fcientia Veronatura- f P QU S tradidit AnftoteleS, dicatur ordinem habere copofuiuum, noo defitfiuufi, ettamfi talemei appouamus definitionem,qualenJ B aiueadiximus. nam propterlibroru multitu- dineni, Sctotius fcienti* prolixitatem, non poiTet llle ordo dici defitiitiuus, etiamfi a tali definitione exordrrerur: fcictia verb natura- lis que nuper edita eft ordine dcfinitiuo,non dicitut traditaordine compolitiuo , ftd po- tiii, detintciuo propter cius breuitatem>qutf a j mcmoriam maxitne eonferf, qd'quidenl de illa,qui Ariftotelcs compofuit, dicerc mi- nimepofllimus. Verum hi.qui Iiec dicunt,fi C ' eadilisentei confiderarct, ab hacpuerili de- fenfione defifteter,nos cnim non inficiamui, breuiloquio maxime iuuari memoriam > fed a, breuitai & ptolixicas fint elTentiales difFe- rentic,qua.' diuerfas 01 dinis fpccies coftitue- re aptje Gnt, n.emo etuditus vir dcberct enun fiare- (i.jtiiJem id a ratione,& ab ipfh ordinis iiaruiaeil proifus aJienumieftenim ab his pe ftndum,3n huhis ordinis derittitiui natura in breuiloquio fic conftiruta, au irj dcfinitiorie tlifciplinae ta'ii,qnalem lupra declarauimus:fi in breuiloquio. ergo etiam fiue iila definitto- ne eritordo definitiuus, quod abfurdiffimu eft. namVhde vocabituf definitiuus.li a nulla rfefiflitione aufpicabifurj pra:terea fequere- tur,c;uod quoeunqvordine,imo Sc quacunq; inorainatione de altqua re breuiter tracHtes, diceremur ordine feruare definitiuum, quod quidem ncmo } ne puer quideni,alTereret: (i verbin deliiiitione.quod Sc rationi,& appel 1 fationi magis confenraneum eft, crgo eiiam ITne breuiloijuio porerir eflc ordo definitt- uus. Atcerte neque in denV.rrione, nequein Bretiitate, ntquein ptDlixicate oraciom; ipfit ordinis uatura cofifht , fed 111 rcruni confi de- ratarum ierie,eaiumqi:ead fe inuicem refpe- ftu &re'atione:hinc h.iutiendc func differen tfje, quibus ordo diuidatur, & diuctfa: eius fpecies cooftttuailtur : nam fi propofitim hl- beamus eandem fcientiam eafdem res, & ca- I dem fetie difpoiitas tractantem,a duobus au- i thoribusfctipram . fcd ab alteio breuiter, ab* altero i etb profxe, no eff dkcndum, eam a> lio Scalio ordineab iis duobut t,aditam eifeVk fcdidcm tftordo ab vtroq; autore firuarus: quemadnioJum dicet e debcmui de nattttJIi philofophia ab Arttlot piolixc tradita, & de eadem histemponb 5 fcripca, vt multisyide. tnr,ordine dtfinitiuoiin hac t nim rdcm ordo feruatur, qtitni fet i-auit Arifioteles , quare eompofitiuui ctt,;:c;] defiouiuas.Q^an) au- 17$ tem omms ordo,quatenus ordo efi, difcipli- nam faciliorem reddat, eicad memoriam con ferat,concra verb inordinatio faciat ,vt re« diftuuli.tr memoria: mandentur: magis ta. nien memoriaiettnemus ea,qu^ breu ter di- cta fitn,quam quit cum fetmonis prohxitate: cjuia faciliuseft pauca recordan , quain mul. ta: fed in hoc non eft confntutmia alicuius ordinis narura; accidens entm eit,quod xquc cuilibet orctini compctere pottft : quare nul- la ordinis Ipcciesper boc ab aliis oiuinibus diftmgueda eft. Q^bd fi quis dicat,propnum MU drfin* eiTe ordinis definitiui,vt Uonfolutn tpfius di- fit. fcipliux dtfinitio ante omnia propon?.tur, fed res quoque omncs, qua? in ea cractantur, per proprias definitioncs explicentur : id li- CanfHtntit, rntliter nb redie dicitur : ad mtthodum enina potius, quam ad ordmem peitincre videfur; prf^terea hocidem in pbilofophia natutali ab Anltotele tradita ordinc compoiitiuo ani- C niaducrtere polfumus: etenim nilul ferein ca competiemus,cuius dcfinitioncm aut ex- prefie,aut faltcm implicite Ariftoteles non adducat, ornnium etnni Sc fubftanctatum Sc accidentium peifecta cogmtio cofiftit in co- gnitione qUid cft, vt mox , quum de metho- dis lotjuemur, declarabimus. A"iquos etiam MU Aifiu* audiui dtcentef , prop-num effe ordinis defi- /**■ nititn , tranfire ab vniueifalibus ad particula. ria, quoniam Galcnustradita illaartis medi- 15 c.Tderiiutione, diuiditftatim falubna Sc in- falubria in corporajfigna Si ctufas:quare hxc' fub illa defininone unquam fpecies iubge- pete^ontineTltUf, bed hauc effe no pdffe liU- Crnifnttti?' ius Ordinfi conftttufricem dsfierentiam , ex ii>,qux generalner d-e oidine dixi"mus,mani- fefium ati : oiKndimus eriim.cbmunem om- r;is ordinis conditionem effc, vta communi- bus ad propt ta tranfitus fiat : quare efiam in (Ciencia naturalj tradita ordine compoficiuo, f h:u:c ordinem confpicere poiTumus. namli- cet in hbns Phyficorum agat Ariftofeles' de primis rerum naturalium principiis, tamen iubieitum in iis libris cit corpus naturale la- tilfime fumptum , quod poftea ab Atiftotele" in principio primi hbri de Cuelo.diuiditurin iimplex Sciniftum :Sc omnia aliorum Iibro. lumnaturaiium fubie&a fub naturali corpo- re ,tanquam fpecies fub genere comprehen- duntur.Sed nonne ertoreac caratacem fuam F detegunt, quihzcdicunr, dum ordinisdcfi- i hifiuicoduionem &naruiam aliundc, quam adefinttione defumunt? eaenim certe in fo- la definitionc,iqua etiarrf appellattonem hic' ordoaccepit,Collocanda eiTe videtur. Acqut propriamne elie ordinisdefinitiui conditio- nem alierent* vcrvdefinitione "difciplins nbn) ex ipfis rebus confiderandis,fcd cx earum %e-Mi dcmonftrarc, vt miiandu profeflo (ic tot virosinphilofophia atque inmedica flimarunt Jiftionem illam [ >»« el faltc vtilia runt# atprirsioiuin ptincipioiuu! cor^niLio eftne-*^ ccifaiia pro i e-iu naturalium ptrfecta cogni, tione:ergo cogimur prin-o loco de principiis primi, 3L ere,quieftorcoco!npofitluus.Qiii Jgitui dicunf/cientiam naturalcm polTe tra- di ctum orUineiclblutiuo.fT authoritati Ari- ilKrehi non acquieicu.it, ad ipfius areumen ■ F u ffi)upoflunt,rcrf-ontleaat.naiiiii;esnatu- ilia reflringitur ab illisvcrhis, cognolceteSt fcire. tum quia p'roprie fumpta fcietia lcctim non habet nifi in contemplariuis, vbiresa». terna; & necefTarij: tractantui,quum reliquaJ difcipliua; verfentur in contingentibus, quse a nobis fieri & nonfieripofllint : tum etiam quiaincarteris fcopusnoneft cognitio, fed operatio; dum igiturid, quodin eis praici- puum eft.refpicimu^illa; cognitionem notl . _ E quariut.fedhoc fpcculatiuaru eft propnum: qtiare modus ip!e loquendifignificat, Arifto teiemibi.deilh.ij tintum methodisloquijqug finemhibent praecipuum fcientiam; vtfen. fusfit.in omnib'jsdifciplinis,qtiaium fcopus fitcognitio, & frientia, & qua; habeataliqua piima,cxquibL'.s aliaco:iP.ent, cognitio ipfa | & fcientianon acquiritui nifi ex illorum pri- morum cognitione, quod quideni prxdica- tum de aliis difciplims ab Ariftotele no pro- nunciatur; quoniam illac fubfubicfto illius ptopofitionis nou continentur. Ratio igitur ha;c Aiiflotelis eft efficaciftima ad demon- flrandum.cj fcientis fpeculatiux foloordme conipofitiuo tradipoffint. Idcm confirmare Cenflrmith poffumus argumeto fumpto ab oidme refo- f Km f>t autem a defi. derioalienaj vtilitatis trahi ad'fcientiam fcrjj bendafitordme vri t efolutiuo, quemadrno- dumifticomrninircuntur, niihl quidem ridi" cuiuni tffe videtur,&coiifLjt3tioneindigni£ iimum,(iquidem ordo,dequo nobisin pra-I fentiafermoeft, logicurri inftrumentnm eft* quod ad res melius cognofcenda» confcrt.ck locum habet Iuc nupet inuencus oido reitjlu D quo eruditi ac literati viri vtuntur: a fine au tiuus ? piimumquidem, diim nos ipfidifc muslaboiado & coi)tcnipIando, qua vtamur rcfolutione nonyideo; quod enim a fciendi cupiditate ad resipfas contcmplandas mo- ueairiur,id mhil aliud eft,qunm nos arebusi- pfis fciendis moueriad eatum contemplario nem.vt easfctamuSjipfaeigiturfuntcV finisSc fubieiflum totius noftra; contemplationis,in quo ycrfamur & in prjncipio rcientiie, & in tem ad aliquid agendum moucri non modo omnium horriinfi, fed brutorum ciuoc;:ani- maiiumcft, imo&ftirpiutn, &rerum quoq; omni anima carentiuni;lapis defiderio natu- rali infeti tnctduftu» deorfum fertur. quid i- gttut? vtittime lapis ordine refoIutiuo!q- au. tem aliud fic ordineferuitercfolutiuum, orn nisoperatio tum natur^, tum artiv ofttndrt. naturam enim inrernm produftione ordine medio,&iii fine: quare cftprogrefito afine E vti compofitiuo manif fium eft, ftquidem 3d fine,ab eodem ad idem: quta tn omni no- fti* conremplatiohis partefcigtiam iliquam adip!fcimur:h^c igitur no eft refolutio : quia tunc i efoluimus,quando a fine pioa^edimur ad sliaqua:dam ab eo diucifi, &ipfo priora, quod quidemhic ne ringere quidempovTu- mus. Sed ; pfaquoq;appellatiohtic errorem tleclarat; ordinem ettim refotutiuum omnes \ocant ordinem a notione fims, finemergo fimplicibus adcomppfitiprogredittif, rame quicquidagir,agit propter finem; afdiricatot cjuoqtte domum conftruens agitpiopterfi- nem; finc enimaliquo mouetur, ordinc ta- men compofitiuo vriturduriii aedificar, neca- liquisvnquam dixit,in ipfa natura? & artis o. peratione commiftum e ffe cum ordine com- pofiiiuo altctum prdtnem refolutiuum, fj.fi. nemoueamur: quia ordine feruare dicimut ant-jomnia notum effe oportet; 4; definamiis, ajquibus incipit ordo compofitiuus. v» fi urdiamur a tractatione vlttnvarum fpecieronj, rcluti hoti.ims, bouis, afiiu,& altarum omnium. mox trafeanius ad E parresheterogeneas,deindead homosiencas; ab h;s ad traftationem de quatuor clcmiri», Sctandem perueniamus ad primaematerixct furma: ccnfidei.itione,aqua aufpicaturfcicu tianaturalisab Ariftoteie tradita ordine co pofinuo. Scdquitaliordine refolutiuo pu- tant naturalem fcientiam tradi poffe, igno- rsre videnmr, quid (Ttordo refolutiuus; hic , , emm'vt ipfi quoq ; confitentui)eftanot!one "£r fini3,:acinfr 'V"S fp cei es poiTunt quidem voca. fihiA„juL s: v,tirnu m,fed 110:1 finis: quia no omrte vhi- -' miim#3U£,,,«..., fc ,j *A_:ft_^_t__:_ 1:1 _. itltlrt fcttn ( JSr. Cixfhtat;.. ftituere,quod quidem mintme verum e_t,ta- nien d 1 cini us.cas in tota naturaJi philofophi 3 tra(Sari;necmagisin caicc,quamtn principio iliius fcientix, totaenimin eisverfatur, non fulavltima ipfius pars ; genera nflmque non reperiuntur extra fpccies fuas, fcd funttpfae- inct fp ccies, qua; fub ratiotie communicon. fideraatur: animal enimconftderare quate- nus eft animal, nihil altud eft confidetare» C quam hominem,equum,bouem, & aliasfpe- cies fubhac comuni conceptione quatcnus ariimalia funt:idcirco traclari inlibris deNa. tuialiaufcultatione corpusnaturaIe,quana- turale eft,nil aliud cft, quim traftari homine equC,ignem,a_rem,aurum,3_s,& alias omnes fpecies cotporis natutalis fub hac comunifli-. ma confideratione,vt naturalia corpora funt: fimpfirer in libris deOrtu & inreritu traSari de mifto, eft traftari de vltimis fpcciebus> Dqttatenui funt corporamifta: quodidemde aliis inferiortbus.generibus dicendum cft;po ftrcma omnium eft earudem fpecieruui tra- ftatio fccuridirm proprias fingularum natu- ras,quibus vnaquarq; abaiiis difcrcpat: hanc igiturvhimam traftationem fi fpectemus.ea eft quidem v!tima,non tamen eftfinis refpe- iSu prscedentiumiquia illKquoque fuerunt de cifdcm (]jccitbus, liccc fub eonceptibus coiimiinronbiii.qui nominiis fiinlp,;*. ™ um : e ^ fi"is,vtdocet Ariftoteles in libro i. J fas fpecietu fenfilium,Sccaufas accidentium, Priyfic.rjsauteharc vtintc!:igatui, fcicndum"\ qax funtin ets; non enim intellexitpfoprias efi.tota 11 naturalem philofbphiam ab Anflo :antum fpecierum caufas.&proptiafingula- tele tra iditam -. ti ordineni iiruare , qmefiab» ium accidentia, fed omnescaufas, &omnia , qu Wiiuerfisad fingula, qucn-iad.nodCi ipfirpro- •teftatur inprooeaiio libri 1. Phyfic. pnmtrtn eniininoaolibns Phvficoiu confidcrar cor- pusr.atutalem fua inavinia amplitudinc ac- «ptun^eiusqucpri.ic.pi:! & arFfft-ot.es de- - ftereft,quem quidem finem titeoi efie dixi. B mus, vt neceftarib ordinem compoiniuum lgquirat : quiigitur dicunrfcientiam r.atura- lemtradi poffeordinerefblutiuo, decip:un. cur.Sc propriam huius ordinis naturS & con- ditionemignoraut. Catut 11 X. quod neque ad fiienti* ftecuiatiue muenmnem ccn- ferdt ordo rcfolu- tiuut. If tginit. L'i ojr' t fuerunt , qui putarunt fden- uenerunt,a quibusexordium fumpGttradi. tio fcienttcnaturatisordine compolitiuo:iru uentioigicurfcientia? naturalis pra»ceilitpcr ordiiiemrefokitiuum,rnoxeam lubfectitt eft ipfius tradido per eompofitiuum . Meqiia-^ , qnam tamen verum cft id ,quoJ ifti commi- ,4 ^"%, nifcuutur. priniiim enim dubttare non abfq; rationepc>{VuiRUs,an in lila prima reium coa fiueratiunc, quam ipfiinuentioiiem tcitntise vocant.is oido feruetur , quem arbitrantur: quuni enim iti vltinus Ipecicbus onimumfu. "i periorum gcn;rum natur£c6tiueaiuur,pr0- inde fpecits ipfa: nobis coguofcende propo- JS nantur fub aiuerfis conceptibus, S; magis & mums comrnunibus,qutmailiiiouum cuxu, & mus, raiiom confentsneum aSc videtur,vt prtiis nobis offe:antur, & dcffdcnum cogno. fceudi in nobis rxcitent fub conccpru com- muniore.fiquidem id, quod magis vniuerfa. Ie cft, pnus tk ftc.liii:, a nobis cognofeirur , n3turaleiii, quo ab eis ir.uera prtivs fuit. nam lifolo ordine compoiitiuo icientia nirurafrs tradi potuit: qtiia perfefta rerum naturaiiu n ccgnrtjo alio ordirre nonpctcft comparan, iequitur, primos quoijtii-huius fcientninuentores alio ordine perfefta re rumnatursliRfcientisni inueniie, Sccofequi sonpotuiire: quodetiamde ineihodo alTe- retiduincft, quaenim metbodo Atiftoreles' perfeihm nobis t.adidit fcientiam natuia. lem, Deceffeefteadcm iDium quoq; ad reiii» ■ituwlittm perfeftam cogrfnioriem duftum luiiTc, Stead em fu fle in u : ii tarn fci eii t lam na. rnralem : fraudatfct qutppe nos Ariftotcles, »el quilqnii a j IUS 1):;t;lla i ls fcientia- priirus inue tuoi fuit, fi eo ordiue.eaq; m^thodo di- «iittu ; quibusinrs vtcaskisunam naturakiH diaadfinem illum ducentia,vtin atteiJifi- catoriaiinis eft domus ipfa.principia vero ia- pides, iarcresjig 'a, & aliaciufmoci domus enim fiiam ex:ftens, autfaftaa natura,vel ab» ■ (aiiquoalio agente nobis proponeretur, nul- lis certe lapidibus, nullave aliamateria pro ea conftrucnda egeremus,fed abfq, vllisme- diis fineoptato potiremur: verrim q^uiado- mus neque eli,neque fitab alio, fed anobis; ideb matena mdigemus, ex qua ipfam effi. - ctamus^ais enim folam artificiaiemformam gtgnere in matei ta poteft , rnatetiam gene- rarencquit, fed eam anatura genitam acci- pit. Ordoigitur generationis ac operatio. % n emm^ta» ntsinomni arteeft ex necefTitate campa(i-«i™[j tiutis, nempea prinetpiis ad fincm,a fjroprt- ?*«c«i«% «- cibusad compofita. conditio namq; eftper. g f »"f>i!* r perua, & lex neceffaria omnis generationis j™""'?^ fme-i natara, fiue abarte,fiuea quouis alio J^° m ^' - agetefaClir,vco[dinciu feruet compolitreil, ilib Aiifto teles iu con tcstu 4J. feptimi Mt- Iacobi Zabarellas Patauini 191 taphy-.co.u_-- , loquens deordineartis opc- A rantis folum ei tiibuitcorapofitiuu-T.,quieft aprinciptis.Sedordos.tis docetis eft exne. ceffitateeotrariusordiniartis operitis. nam finis ipfe nunquamproponiturignocus,nun- quam quarritur, nec vnquarn definefit ali- quatonfultatio, ytdocet Ariftotelcs inter- tiocapttetertijlibri de Motibus: fedfcmper ptoponktir finis abquis cercus cofequendusj vt Snisexercitus eftviftoria, dequanuntjua fit con.uSeitio, anquseiendafit, necne: fed B certum & conftitutum in omnium n.ffituni animQ]eft\incendum effe:di_ccptatio autem tota,actota confultatio eft den_ediis,quibus viftoriaacquiri poftit : obfidentium ciuita- tem finis certus eft expugnatio, confuliatio autem eft de modo,.& de mediis ad eius ex- pugnatioi.em conferentibus. Quum igitur inomniartefinisnotns proponatur.fi media quoque ad illura ducentia, &prin.ipia, es !92 dini artis operantis, qutaneeeffe eftin «&__. finere artis doflrinam, aquibu. operatio in. cipit: & ab iis doftrina: exordiuntfunij,,^ quibus operatio definit. CapHt X. confirmatio ditta ftntttitU tx Arifiottlu,Galtni,Auictn- n&,& Auerroit .dictu. SEntbntiam hacapud Ariitotelera legimus in.J. contextU7. Mctaphyf. fe. pcanobb memorato, vbi veritatem pulcre dcclarar , vrens exemplo artis Kdificatorij; InquiteniminJapidibus, acprimis elemetis definereartis eius doctrina,&ab eifdemincL pere opetationem: quemadmodu ab eodetR fine doctrina. initium fumitur,it. quo acqui. fito definit operado:vndeco!ligit,quod mo_ do quodam domus domum facit, nempedo quoque ad lllura ducentia, oc pnnupi.., « -- ^__--._ _ , ouibus conftituenduseft , per fe nota fint, C mus pra.cogn)-a,domu_ment;_Iis domu ma- UU1_>L_- tuu._in*v.*"^- , r . * iiulla arte docente opus eft.fed fola arte ope- ranre: artisenirn doarina ad op.rauoneni  ribusj&in capite 8-libri j.inquit Ariflotelei, finem,inaatonibus efle prjncipium , ficurttl tnathematicis ruppofitiones: vteniminma. themacicis fuppofltioBes demonftrari non  --• 'i -". — s — »r eainfecundo libro lncipitagere devirtute: nim nonfimphcitet eorum cognino qusr^ , * de Ariftotelisigiturfcntentia dubif e(Te no^ ^r,fedfolur__vtadtalemr.n.econferentium } _, ' poffi-musj exetus enim ledione vel ccecttj &i_propo.,iturnotus,requ 1 rureaexio1icol lationecuipfo finepoffe rnanifefta fietindeo in eoriini coE;rationcm non peruenimus,nili «x notione finis : exipfa igitur talium diki- plinarum tradendarum natura ortum habet neeeflarib ipfe ordo refolutiuus; eft igitur ex neseflitatc contrarius ordo artis docecis or- |;v.i..iji...-, -^^.w- * ...... ■ -jnfpicerepotef., quid ipfe fenferit.Hocidem. .& Galenu? faflift eft in .libro de Artis me- 1 dics conft.tutione. nam ln pr.mo, & vlnmo^ & penultirno capuib. aftent artcm medi. cam conftitui a notione fi-ijs: quia eft denu- meroartium cffcancium,qu_e omnesa finil fui notione conftituend.e funt; quarc noa arbiti-- I93 de Methodis, Lib. I L 194, 4 ibitrarifif« vult in artibus eiTc ordinem re- A nis.quas fapientes viri tradiderant.logicam fblutiuum,\t alioquoqueordinepro fcri bentisarbitrio tradi polfint, fedneceffariu, ■yt nullum alium confiitutio ahcuius 3rtis recipiat. hancq; dicit vecerumphilofopho- wn ,fcntenti5extitifle:itaq; ineolibro de- cLnat modum tradendi medicam artemor- diac refoluiiuo; fuflt ctiarn.qui dicant Gale nlim jbi nofl folum modum oftcndcre tra- dendiartcm med:cani, fed ipfam quoq; ar- rrm eo ordmetradere : icd qua dufti ratio n e hocaflerarit, non vidco, quum exeius li- bn leftione faifitas huius opinionis facile ■ m dcptehendatur. Auiccnna quoq;artcmmc- dicamfcriplitordine refolutitto, noncom- po(Itiuo,vt medici arbitrantur.idq; nosik- inceps apertifiime demonftrabimus; aut e- nim Galenus & Auiccn. humfce reLverita- temnonignoraucrunt,aut faltemabipfa at tisnatuia,qna;aIiumofdin«ti uon patimr, artem defumpfir , atq; conftruxit : ita nobii quoque liccbit ex alijs difciplinis, a quibus logica ortum habuit, rerum logicarura de- darationem deprornere,tanquam pcr logi- cam in vfu politam prscepta artis logicse explicantibus. Et quemadmodtim Galcnus inlibroDeartis Hiedicse coftirutioncvnitts morbi exemplopropofito.totius irciscon- ftitutionem declarac: ita 5c nos fu.npto me- B dicmj; excmplo ordinem, quo aitcs omnes tradenda: funt, explicarc commodepotcri- mns. Hacautem in re huncordinem fcraan dum clfc duximus; prius cnim artis huiut naturam contcmplantci confidcrabimiu ra tione duce, quem ordiaem traditio illius actis requirat.&vndeaam fumcndum fit.co gnkionis eius inirtum : deitide eundemoc- dinem in Aucrrois, Sc Auiccnnx Sc Caleni tradirionibus fei uatum efle oftendcmut.il- ad euin feruandum tracci , atq; coa£ti fuerc. q lud inprimis a neminelitcrato viro, & inar- Galenus quidcin in iibro De artis mcdkx conltitmione, videtur veritatcm»ciusq; ra.- tionem non ignoraue : attamcn dum artem fuam mediciualcra refpicio, nefcio quid de ipfo dicam;nam in ea fitniliter ordo ferua- tur refoiutii!U5,vrmox dcmonftrabimus :i- pfetainen alium ordinem clfcputat, sempe .dcfiriitiuii.quem antea rciecimus; propter- *r ***"*_ ftulare,vt \ cognitione humani corporis c*- "**?*. ordium doftrina: fumatur.cteiripe vt omnes "2",'* ipfiuspartes tam homogeneae, quam hete- hHmtnictu ro«eneje, Sc fingularum naturse, ac t ern p e- ^ecw. ncs,necnon £cofficia,&operationes ifitt omnia cognofcantur; hoc qmdem medicis incognitum futfiinon videtur : at huius ta- "tcro infuo.qui infcribitur Colliget,no mo- artcm medicam tradit ordine refoluti- uo, fed S: cins ordinis conditioncs ica egrc- Bjtt de;larat,vt In illius artis naturacogno- Kettda, & in ea artificiofiifime difponenda Cgnificet , fe cxquifita logicz cogr.icionc pra:d.iumfi;ifre r & in eatamGaleno, quam Auiccnna: longe elTe prajferer.dum; potcft enim liber ilkvocari idea ordinis rcfoluti- ui.quum eumexa£te,tum feruet.tum dccla- tet i bi Auerrc es;vt m ox oftcndcmus. Capttt X l. in qw declaYtttuYtn artit medicit tradttione conditis or- diriis refalutiut. QVomam autem cx attis medicittra- ditione pulchcrrimum excmplum neicio . ratioau- -tem duplex eft > & vtramquc aperte declarat Aucrroesin fuo Colligct; vtramquc etiam vifus eft fignificare Galcnus in cap. 11. libri fui De artis mcdic* conftitutione ; vna eft, quam tetigimus in libro noftro de Natur» logic^, dum delibro Cstcgortarum fermo, nemhabcrcmus:ob ccndemcnim racione, ob quam voluit Ariftoteles in principio lo- gica: de Deccm fummisgenerib agere, ds- E bet etiam mcdicus artem docens a partibus humani corporis traftationem exordiriihu- manum enim corpus cft fubiectum , inquo / Hiedicus vult effueie, vel conferuare fanrta- { tem. nullus aucem artifex poteft operari in l fubicfto penitus incognito, fcd tantam eius \ dcbct habcrc piarcognitionem, quanta ars K illa, & opus eius expofcit, qucmadmodum r .um/ tcftatur Atiftotcles in 16. contextu libr.2, lumi potcft oidinis refolutiui , non erit ab/. Phyficor. 5c -clarius in capitc vltimo primi te ii eam aliquantum confideremus; quan^F Jjbti De moribus.vbi hoc tpfo exemplovti- qu.tmenimmedici 11011 fumus, ncquc de reSl 1 „r: ficuti medicus oculum cuiatuius, de meaica.ied derebus lorricis in m-rrmt i-> nn. ed derebuslogicisinpraefentiano» bistermo innitutus eft rattamen fi eius artis excrnplo q lu d fit ordo rcfolutiuus , S; quo- »nodo fcruttur docuerimus, non paruum ccttc ope ra; precium fecerimufilogica enim omnium difciplmatuni inftrumcntQ eft; & «luemadmodijAr^Qtdci cx ipfis difcifli- bct anccomr.iaaliquam oculi cognitioneRj habcrc, quam illa curatio poftular; ita mo- talis philofophus animam fanaturus debet in primisahquam animae, faltem lcucm.ha- bere notitiam , & partesanima: pinguiMi- nerua cognofcere Toti igitur arti medkie t,im opcranii, quam doccnti necelTar iaom- g m Iacobi Zabarellx Patauini 196 nino efl pra:cognirio bumani corporis, & A «nda.vcl recupoanda poterit indagare > f 8 pmnini»eiuspattiuia cum piopnis imgu- iantm ctncijs,& opcir.rionibus; quomodo enim vitia , & morbos humani corpoi is , & partiumcius retlecurabitmcdicui, nifi par tes ipfas eognofcar : vt recte Gaienus dieit in cap.n. lib ri De artis medkiseonflirutio- se. Hac ratione cogitur omnis ars docens tradere antc omnia proprij fubiefti cogni- tionem aliquam, poftea in eo rationein , & modum operandi docere, nifi contingat i- pfum fubieftum artis itacffe per fc confpi- cuum,vt a neminetanta cius notitianonha- beatur, quantam ars illa requirit; hoc enira fi cueniat, fpernitur huiulmodi tiattotio: quia iuperuacaneis non eft immorandum. talc?utern piofcitb non eft humauum cor- pns,& eius paites; liamm enim quampluii- «j* intcrnas.ec abfconditae funt; qua; ve- ti> fiutt externsc, pingtii Minerua ab homi nitas autem nih.:l alii:d."ft, c.uam bouatc». tius corporis b.tbitnan , & lonucmtDi fin. gularum partium tcmpciies; eonfiat emr» aliam cilc elcmc.itorum mifturam in carni aliam in neruo.aliam in ofte, & aiiam in f at J guine, aiiam in bile; pioinde diueifos efTe in fingulis partibtis pnmarum qualitatunj oradus, diucrfa.- a notione finis s ctenim ptxcognofcendus fim, r/f «r*. £ ft ^nis duplici praccognitione, quemad.. «;fl«/i-faa«r modum & de fubieSo fcictuiiE docec Ati- tiaoftendifle, qnbd lanitas non poteftbene cognofci, nifi onnncs humani corpoi ispar-^ tes,earumq; naturar.&tempcries, ScoiKciaj & opcrationes cognoicantur, V*nde mani- feftum cft, tantum abeflevt ars mcdicatta-.J^H dita ab Auicenna fcruct ordinem coiiipofi tiuum,vtomnes ptitanr.quumab ekmentis ^"^ 1 incipiat, & ab humoribus, alijs k coiporis,,,,™ humani partibus»Vt potius hac ipfa ratione djphapr*- ftoteles in piimo hbro Poftcriofum Ai^aly- st^miisne. t i c0iumj vt cnim fubietlum in fcientiaefi ptaecognofcendum & quodfit, Scquidfit; ita fims inarte prainofci dcbet tum qubd eiTe, fcu fieri poffit, tum quid fit; nifi cnim «fTcpofTet, fruftra qua;icrer.tui mediapro cius gencratione; fi vcrb quid fit ignore- mtis,nulla r.itione inucnireilla mediapof- fumus principio ad, eorum inuentionc ido- ^ jtteo deftituti, quod vnum cft dtrlnitiofinisi tx hac cnim vna duci poflumus ad medio- rum, fcu principiorum cognitioncm; docet hoc Arifiotelct in cemtext. illo 15. feptimi 1 Jibr, Mctaphyficorum, dicens artium om- \ aium dofttinaixi fieri anotione finis, nilque aliud efienotionem finis j quam ipflus finis ^ «icfinitionem . Eft autem finis artismedicse^ 7 ' non eget,proptcrea mi tiicina cadit apcife» fanitas tum confcruanda, fiadfitjtum rc- "* ,fiione fcicntitc fpcculatiui , vt aho 111 loca demonftrauimus . Vidctur aute dupiici vi* Pj (i propi lutiui, Yt antc omnia pr^cognofcatui tum finis, qui cfficiendus eft, tum fubicftum ^ia quo eflerficicndus; qu* quidcnvpiatcog» tio in alijsartibus magis, 111 alijs minus ei- quifita requiritur pro earum diuerfiscon- ditiouibus & naturis ; ars ccitc mcdica cam valdeexaclarn poftubt: nam quid fit fanitiit nonfatis pro ipfius conferu-uionc.vel recu- H pcratione intelligcie poflumus,nifi caufas. &matciiales,-& tinaleiomnat prittium hu-, - - mani corporis cognofcamus : finales qui- don caufi funt fingtilai um officia, &cpe- rationcs ; materialcs verb q.uatuoi prima. coipora, quae elemcnta \ ocantur , ex quo- rurn duierfis commiftionibus part :s noftri" corpoiis finguls diuerfas , & piopriastem» I peraturasadipifcunturi ad primam autem \ matcrianw &fubfu;ntia!cm fotmammcdi- usnon peiucnit : quia haium cognitiorrt cupetanda-, ft lap fa, fucrit ; debet igiturme- dicus antc omnia piacnofccrc fanitateni a. xnitti.Sc recupcrari poflc: quod qmdem no- tiflimum omnibus eft: dcindcctiam quid llt fanitas, Scin quo confiftat; hsc enim fi i- giioiet, r^ucmodo icmcdiapiofaaitatctu- wfult** dcmonftrauimus . Videtut aute dupli mcdicus vti ad coanofccndas humani cor- , pons partesivna quidcm per fcnlum , pti anatom cn , q u a finc caularum c c: g n i 1 1 on e j a m fcd ipium qunquc ardinem declarauit , S: oftendit, fc non te- mcic, Sc ab i p a rci natura coactum eum ordinem feruaffe, fed fcientem , & optime praeditum logicat difciplinae cogmtione, cjuam reucra alij msdicinon benc callue>- tunti vt ipfe ibi fignificate videtur ; ldcoin priEtatione eJuiJibri proteftatui Auetroes, «os qui nonfint in artc logka, & tn naturaii fcientia eruditi.nonefle mtelletiuroshbrtt illuni,& artificium, quo efl confttiptu-s. In primo igitur capite primi hbri Auerroes medicam attem attificiose difyoCturus, & Itonionorsnsalium ordintm artibus.alium A cipiaartisdocentis, qtue funt principj a co „ gnitionis; alterum vci o poileuus contin eat4 ea, qua; locum habcnt conclufionmn, rumcollcctio eft fims ipiius artis doccntij- ptincipia cognitioms fmit cognuio lubi c . £ti,& cogmtio finhjconclufiones veio, cj UI ex hac cognitione inuefti^antur , funt ipft principiare ,a quibus operat io incipit^ enim eftordo lcfolmiuus a riuis notionc a( j inuenieda principia.ex quibus, feu perquj. B finis illeasobis effid poifir . Noneftautern prsetcrcundum id, quod millopiimo capi, '" te doftiirimecdiidetat Auenoesidicit tnitn pxincipia cognitionis non poffein arte fu&j(/£*? derooftrari, led vel efle pcr ie nota, vcl fumi /tan Vt declarata in alia ahqua ditciplina, quod etterjit inmedicina; principiis; nampartcs fubiecti funt per fe notc.id eft perfc cogao. fci poffuiit; icnfu namq; per hurnani coi po- ris feclionem cognofcunt-ur. finem autem; fcientijs conuenire, ante omnia fundamen- C dari nemo ignorat, omnes enim fciuntbu. tttm hoc ftatuercveluit , mtdkinam no cflc fcientiam, fed artcm effcctriccm : 6c rcpre- heniit deftniti&nem medicine a Galenotra ditaminprincipioartismedicinalis; in qua fcicntiam accipitvt mcdicinae genus, quum potius aitemaccipcredebuerit , quadc te Mosloqucmut inierius, quando Galeni li- bros confiderabimus. Hoc fundametocon- llituto, ftatim ptoponit Atteiioes ordinein, mana corpora fanaeil'e,6c a;gra; quidautcm g*fm natttrali : ideo in tota illa partc omnis tcd- mt&cui d :t i o c a u fa;, St omn i s deiE o n fl t a t i o p e r ca u« famrwtcriaiem , vcl pet finalem tradita fu- mitur ex naturali phiiofophia. Priorem igi- turpattemad principia cognitionis attinen mo,fecundo,ac tcrtio, fedmagno cum arti- ficioi priiis enim cognitioncm fufeiccli tra^ , dit in primo libro : dcinde cognitionem fi-,'" nis in fccudo ac-tertio, quam difticfttono» neq; aGaleno, neqsab Auicctnna faSacom- penmus» etfi enimambo ab hac ttaclaiieM ne aufpicati funt : attamen fubiecfi declara» tionem a declaratione finisnon feiunjierutj.- 1 ■quod pulcheiTimefacit Auerroesj in primo-- ftmus.hecauremfuntipfapiincipia.exqui^Ty tnim librotraftat anatomen totius huma- bus,feu perquxattifcxoperatur, inquibus 'nrcorporis, & docct diligcnter fingulas i- I pfius partes iine vlla declarationc tempc-- riet um, vel officiorum : folum ciim expo- nit, ex quot pattibus totum corpus & fhr- gulum mcmbrum conftet , fine v3!a i cddi- doflrina artisdefinit, & a quibusopetatio incipit; quarcabfque dubio ttibuit attibus oinnibus otdtnem refoluttuum, quiano- tionc finis tendit ad inueftiganda principia p.to iJlius finis confcquutione. Tria bxc ca- p.itaab Auertoe pofita poffum' nos ad dua t edi gc r c; q u.o i u a k e t tun compleflaturpiift tionc caufarjcorpusaute , 5c pattes eitisiunt- fttbieclumin quomedicus cft cffectuius fa- nitat tiii i :ota hxc cognitio alcniibus fumi» tut 301 dc Mcthodis, Ub. 1 1. 202 , cr liumani corpoi is fcCtionem , & per- A vuk tanquam aecidentia naturalia viuen- tium coiporum: itactiamvult cognofceie alia acci Jentia pofteriora, qua: cxillis pno- i ibus prodeimt : niedicus vcrb qui cogni- tionem accidentiu naturaliumpro fine nou habcr, fed operationem, qua: non eft nifi in rcbus particularibus; ita his accidcntibus vtitur.vt ei ad operandum inferuiunt s ope- ratio autem cft in hoc,& llloliomine fanira- temtiieri.vcl induccrc,fciLTgritudinem vi- tmct ad cocuitionein iubie£ti,vt ibi afifeiit ^uciioes.ln fecundo lib.tradic nobis Auer- lilA*""' j0£SCU gnirioticmtinis,r.empeian!tatis: id- t0 jnproocmiutotiusoperis, duin facit di- uilioiiemlibroiura, dicit cum appcllan li- brum (aaitatisi & in pnncipio iilius fecun- dilib ponit definiuoncm lanitatis , dicens faiur.item efie bonam tempciaturam in fin- »oi«Aji| ytrJjjj^ -Tr&pf-Gy.y-lvj , Gyiu.&&7tx.l'jj , 'jymiljj » >Jtpy,^ ■xdj-nxljj^ quas medici femper inorchabcnt; tamca cur in bas partes ais mediia d,ur4|jj tur,& cur co ordine difponctida' iint, .icmi- nemvideo csgr.ouiiic , ni!i Iblu Aitcvroem, caufas^onferuates.cVreftituentesianitatem 3 qui eas in fuo libro ordinatiliimc acd.ftirv ctiifimetra£rauir , & tplarucum nfc^iiitate; tam conuenience dilpoficioncm nb almndc fumpfic,quam ex ipfa oidinis refciutiui na- tura,dtim arti medicqtradetide.ac difponert, dajisordoapplicatur; quod quumfacilie» | iis, quaemodo diciafunr, colligere quilque ' poffit.in eo dcchcandonotimorabimur. afcendicur , quaium inuencionc abfoluitur ordo tefolutiuusin his quoq; ordinem fer- uat Auerroes conuenieittiflimum : nam pn- rno ioco loquitur in quinto libro de natu- ri6,5c viribustum ciboru.tum rrieilicfinfn- toiii, & prius quidcm vniuerse , riemde fpe- ciatim: vt exempli aratia, pniis loquitui de aatura medicamecitorii induvantium & moi lientium & apericntium, &aliorum huiuf- rnodi, poftca tranfitad nominandas imgil C latimmedkamenrorurri fpecies, quibus has iacultarcviafunt . Sed unedici priorempar- tern appellanda cenfent deremedijs; poftc- neremverb dematecia remedioru, vralias notauimus; quam fencentiam nos cjuidem non reprchendimus : attamcnipfe Auciroes noftra pothisvritur appcllationc: nam in co ct uinto libro in calce capitis 30. & in princi pio 31. priorcparrem vocar^niuerfiilcm tja itationem dccibit.ac de medicamentisipo D ftenorem verb dicit efle fpccialem . quaie procelfum illum a genetibusad fpecies ciic exiftimauit,vt icuera eft. Siceriam Ariftote- les in fecundb capite primi iibri Poiterio- rtiin AnalyCicoruma definitione demonttra lionis progreditur ad quafdanivniueifalei principiorum condiciones" inueniendas, 8c declaradasi poftca vecb in quaito capite de- «larat, quxnam fint lllji propofitiones, in quibus illae nmnct conditione» repcriun- E tur . Dcmtiin Auerioes in duobus poftre- mis libris docet modumoperandi perilla principia, videlicetper cibos,& pei medi- ( camenta;in fexto enim librodocet.quomo- dofanitas conferocturtdcinde in feptimo, ^uomodoamiifa recuperetur; icaq; conuc- nientiffiino ordinehanc de principijs me- denditraflacionem difpofuit; prius enimin Cjuinto libro eorum naturas fimplicitcrcon iiderauit: deindc infcxco Scfepcimo dc cii Caput XIII. inqtio oftetiditur,quomtt- doAuicennk meditam artemtradi- dent ordine refolutiuo. EVndem ordinem,licet ciim paruo difcrr mine , apud Auicennam qutfquc obf^r- uarcpoteft; illud enim difcrimen ipiamrc- fblutiui oidinis nacutam nulla ex paitela- befactat, Primus quickm Auicennsc libcrin quacuoi partes diuifu ab his tranfit ad humorts : deinde ad alias corponspaites natura pofteriores: proinde afimplicibus acl compofita, putantomnes ordinem ab eo fcruaci compofitiuum:fcili- tec nullumeftaliud ibi Auiccnna: cbfilium, quamfcientiamfcubere naturalem, & no- bis cognitionem fabricx humani corpori* tradcre : nam fi hic folus ipfius fcopus fuif. fet.vtiq; ab elementis inchoando vfiis eflee Qrdine compofitiuo, eiufmodi tamen tra- datio non amplius artis medicae pars fuiC- fet, fedfcientixnaturttlis. Qu^umautemi* , non fucnt Auicenna: fcopus in ea parte, fed fcopus fuevit acognitione humani corpo- lis, & parriii cius, Sc fanitaris, & morborum omnium piogiedi ad inuenicnda icmedia, pei qiws a me^ico operante fanitas prxfcns confcruaii.fv amiliipecupciari qucat : ideo traftatio dc clcnutisTSc dc humoribus,& dc partibus, & dc tcmF crle k us p4*t»« humani corporis efttrafiatio defubieflo , Sc de fine artis medicte, quorti cognitio ad auxiliorii F inue:;tione,5c ad operationcm.qucmadmo- • dum diximus,neceiTariaeft) eftigiturordo rcfolutiuus: quia eftanotione finis ad prin- cipiorum inucntionc. Ccrtehuiufcereive- ritas clariffima eft, & miror qubd medici O- mncs cx fola refolutiui oidinis cofideratio- ne eam non infpiciant; hunc enim ordinem effe a notienc finis , & ad principta proce- dcrc ipfinoninficiantut : at quum principij I " ■ S + 207 Iacobi ZabarellsePatauini 20g nomenrcfpcftumnotec ad aliquid > princi- A mittac * adhibstio igitur remedioiu eft q u j piura cnim cft alicfiu- pnncipiu, cuiulnatn rei prmcipia (unt :l!a,.id q>nc itiueRicnda^ - giednnur ordinc refolufiao? nonne princi- pia fiflis propeliti.id cllper quse illum ryo- duceie polTimus: etgoa fanitatead princi- pia famtatis progredimur, quando ab eius notione ad liuiefiigands remedi.iti.liimus; caufa; namque, & j; rineipia, perquae medi- cus efficit fanitatc m.funt ipfa remedia, non dem rtnis refpccTu precedentis cognitionifc fcdeft tamen principium mcjiti efrectio.. nis, a quo ad fanitaceir. progrtllio eft 01 do, compoiltiuus aitis opcratis; mcdicus eninj. pet rcmedioi iim admotionem eiHcit fani. tatem : vndc patet in arcemedica cotratium. fempcr clleordinemopeiarionisordmi co, gnitionis; ybi cnim cogmtio dcfinit , indc incipit operatio, fiue vniuecfalcm , fiue par- quatuor elcmcnta : nam illa principiaab ar- B ticularem cooninonemfpcaemus; ytraque. ttemtmttt im mrttmtdtCJ md qucdptr- On tat t . te docente inueniuntur ordine rcloliuiuo.a quibns incipit opetatio ordine compofiti- uo, vt ait Aiiftoteles in contcmta^. feptimi lib Mrtnphyficorum j> nobis fxpe memo rato: medicusaurcmper remcdia operatur, non per elementa.vt humanum coipus con- ftjtucntia; elementorura igitur cunfidcra- tio non eft traftatio de pi incipijs rcfpedu finis ipfius artis mcdica:, fed potius eft pars tiafiaiionisdeipfo finc: quia fanitas cogno C hisigitur ratio fumitar oidinis refolutiui; enim in remedijs dcfinit , a cjuibns initium opcrationis fumiiur. Dcbcmus ante exijs, qux difla funt,diftiiiccionem hanc collige- rcac mcmoria: madare, qux omne dubium n aj( ■ foluit.&ahoruerrorcmdcciaiat : duoprin- j>i»tj^ cipioitt genera in medicma confiderantur:- ekmeta quidem funt principia rcfpeftu hu- "r'/*""- mani eorporisi remedia \ crb (unt priiuipia, ""Q' refpedu fanitatis.qua: eft ntedieine. finis; ab fei non potcftfine cognitione naturalistcm pei ici.imo hasc eft fanitas ipf3i nequc natu- i. ralis temperies fine cogmtione pnmarum VnbsHm. quniitatum, & elemenrorum-. Scd.dubitare quifpiam poffet,an vcru flt illud, quod mo- db dicebamus.medkum operantema.remc dijsexoi dium fumereividetur enim incipe- rc a confideratione fignorum, &ab hisad naturam morbi cognofcendam proccdcrc; quidicitur effe ad principia refpeftu finis»- non rcfpccfufubietti; illacnim funt princL pia operationis , quemadmodum diximut, quod ctiaGaJcnus fisnificauic in libio fu» dcarcc Mcdicinali , vbi de caufls falubnbui & infalubribus fcrmonem faciens , remedi* ipfa caufas falubres,id eft fanitatis caufisap pcllati dc eiemcntisautem nihil dicit : quia noium confideratio in mcdicina noncft pe- Stlati,. deincJevkinioloco^emcdiaadhibere.pu D nitus neceflaria.quu poflint fupponi Tt de- Dmt ctgni- tisttts praci dttnt tf^er*. tifjitrts *nt. WM dicsartis.yt ance detlntauimus.. Otput XIV. in qm oftenditur , cMk- .I^M numinartiiniedic&rradirionealium erdmcmnon ftruajfe , qUAm refplutiutim.. Vod veto ad Galcnum attinct, five- k *\J rafuntea.qua; dcAuertoe, & dc Atii- cenna diximus, fatis facile nobis critoftciu • dete eundem ordinem nonmodb in librr* de Artis medicse conflitutionc, fed in acte ^ quoque medicinali a Galeno fuifle fcma- ifpH tum.Prius quidcm,vt a notiorilius ad igno- tiora^progrediamur, confiderandus eff or-  in libro Deartis mcdica: conftitutionc fer rccnpereiur; dicit in principio illiuscapi rij,qubd curandi rntio a fanorum, Scaegro- rum corporu affe£lione aufpicatur, Sctran- fitad inucftigarfda remedia fingulis moibis contraria , quacfunt principia operationis. Has iziturduai parccs in illa artis medicK iKfpoutiooe cofpicimus vna.in qua de prin cipiis cognitionis agitur, uepe de cognitio- nc fubieUi.Se finis; aSteram,in quafit tranti- !us :id principia rei.ad remedia, qua: funt cautat lanitatii; hic enim reueiaeftordo rc- folutiuus . In eo quoq; libco, quem fcripfit Galenus de ordnielibiorum fuorum , ean- uandumeuedixit ie artibus- omnibus.qui , c£lordorefolutiuus:ipfe tamenalium ordi- nem efleputat, quem vocat definitiuu . Sed Rtprthtnjiv neq; reprehcnfionc vacat ipfapec fc Galeni rff ^'"^J definitio , cuiusinuentorlicet nonipfe, fcd g^ tBJ Herophilus fuerit , rt alio in loco Galenui confitctur : attamcn definitione vitiofa »ti non debuit , prasfertim dum eam vt funda- mentum totius medic* aitis conftruenda; proponir. Mihi quidem leuis, & parui mo- mcnti eftc vidctur aduetfushanc dcfinitio- neobieftio ilia, qubd medicina inter fcicnc tias collocet, quum non fcientiafit.fod ar« demfcntcnuamprotulir, inquit enim, ante I, ad hanc enim fatis ipfe Galenus refpondetc aiios clfe legedosAnatomicos libros} idcm fignificauit rn libro illo , qur infcribitnr, Qupd optimus medicus cognitione philo- fophia; prsditus effc debeat . Hcec quum it», fefe habeant, negarc non poflumus . attemt vidctur,dumait fenomen fcientix non pro- prie.fed latovocabuloacciperejp quacunqj cognitionejhaud eniru falsb dicitur, medi- cinam cognitionequandam tttc- Scd illud in ea definitione vitium maguu inefl, qubd ^uoquemedicirralem codcm refolutiuo ort F.-fei definitc naturam & effentiamnon expri dineelfe difpofitam: in co namq; totolibro* Dcfalubcibus , S; tnfi! ub ribus agitur . pn-* miim quidcm de corporibus , dcinde de fi- gnis, derr,Li dc c.iufis ; atqui filubi itas Sc in- ^falubritas corporum eft artis mcdica: finis; «aufcverb falubies rcmedia ipfa funt , quas fin:tatis ptincipia cite diximus, in q:tibus rfefinitordo tefolutiuus; tieitaquc efl ille; mit;arsenim omnis m cogmtione quident alicuius reiverfatur, fed tamcn ipfiusnatu- ra nonin cognitione, fed in opetatione, >d quamcognitio tota dnigitur,confiftit;de i- pfa tamen operatione rn ea definitiont nihil dieitur : proptcrea longc melior eftdefini- tio tiaditaab Auiccnna , qui dicit quidem midiciaam eiTc cognitionem humani eot- / E i Dtfimitir mtiitr, m Iacobi ZabarclIsePatauml m tjoris pr«utfanitati,vcl morbo fubijcitur, A flcaptacur rnedirinac hatc definitio.fed »m qus vcrba ad anis cognitionem pertineut, fcdftatim praccipua definicionis pattc iub- jungtt,id eft cauiarn finale , euius gratia co» gnitio qusentur, dum dicit; vt fanitas prae- fens eonferuetur,&amiuarccuperctur:qui* i»us pofttemis vcrbis animz(vt ua dica) me- dtcin* conrinetur , Sc finc illis natura ipfiu» tionexprimitur; paterautem dehnicione tta nitam aGalcnoclle priorem paitem dcfmi- il tionis Auicenna: dimitTa parre pjofteriore» quac pra:dpuaeft,& omtrti non debuit ; nec fatiscftfi quis dicateam fubintclligi ; pra:- eipua enim dcfinitionis pais exprefsc frote renda cft.non tantiim fubaudicnda. Et mut- to meliusfaceret qui dimiffa pas te priore fo lam pofteriore fumeret , dicens raedicinaru eueartetri conferuandi fanitatem iants cor- ponbus,& candem xgrotantibus icftituen- DtjtakhAr di . Idcirco optima eft definirio tradita ab tttrrsis sgti- ^ucrroc m primo capiteprimi libri j Mcdi ***» einaeftars aperatrix exicnsa prinripijs ve- ris.inqua qu^ritur eoferuatio fanitatis cor- jjorishumani,&remotio firse argritudinis. DefinitioautSGaiem, fi beneeonfiderctur, fld philofophu naturalera potius, quam ad nicdieutnpertineti philofophusenim natu- talis res omnesnaturales cognofcere vult, earumdj aecidentia omnia, etiam fanitatc, & raorbum,& horurn figna", & caufas,vt an- tediccbamus: ideo Ariirntelcs libcliu fcri pfit de fanitate,3c morbo, cuius paruumfra gmentum tantummoda habemus , reliqua defideranturjcjucm libru noudebernus me- dicum appdlare, fcd naturalc : quiacogni. tio cuiufcunq, rci naturalis, quxcun^; llla fsr.sd naturalcm philofophu pertinet, dum mulla notlra operatio cognitioneillam con- fecuturaift; (cd cognitio alicuius rei natu- ralts,qua: adaliquamnoftramoperationem dirigatur f nonamplius ad naturalcm philo- fophiam.fcd ad attem aliquam pcitmct; cu- fufmndi difcrimcn intet fcientiana natura- Jcm, & atte medicamin cognitione fanita- tis & morbi dcclarat dofte Auerroes in pri. irio capke primi libt. De attemcdiea. hane autemdiffcrcntiafacile infpiceremus in de- fiiiitionibus fcientia: naturalis, & cuiufque aitis: namin definitione artis cxprimitur o jperatio.in definitione autem feientiscnatu nino «portuitvcl operatione.vel faltemno,. mcn zttis in ea expnmcre:(tquidemarti$ no mination* operatio fignificatur; eft cnini ars habitus rcfta cum ratione cffetliuus. V- na rcmanct Gjlcni ctccufatio, qu^rquantum G-tl-n^ roborij kabca;,a];i cont: d!i.crcpof-/'">A, ' fumus.Galcnum confuttb.fic d3taoperaar- tem operaeitc omifirTejquutnanirn fibi pto- poluiikt compcndiariam traftationefacetc i artismcditinalis.folamartem doeentevo- lnit tadcfinitione coplec?ti,dinnna breuita- tis ijratia atte operante, quum claium, atq; cornpertum omnibus fit , finem illiusattis eife fanitatem feruate, vel recuperare , eru- ditisfakem, quibus potiiTimum iilud cotn. - tJH pertdium fctibitur . Hanc fuiUe Galeni fen- tctitiam ipfc vidcturtn eo eapite fignifica- rciquumenim diftinxillet lalubre fcinfalu- ' b re t n corpo ra 3; f gna, & ca ttfas , fu b i ungit . ' i C nomine falubris, imfalubris caufas prxci. $U pue fignificari: deinde veio cotpora& fi- gna.quodquidcmdiftu de arte tanti:m do. cente verura eft.cuius fiopuj. ac finis cft per tefolutionem inuenire caufai feruantes , 8c ► recupcrantes fanitatem; finis enim femper dicitur principcm locura obt incte:at dero- taartefaifum tflit , qtiandoquidem pnci- ojm pueeft corporu falubt :t.is , qux cft\ ltimus rocdicinx finis, & cuius gratia falubrium & D infalubriucaufarficognrtioquatiturjquod j  fcnpfit Ariftoteles de fanitate, & morbo, & eius defitiitionemafIignarevclIet,nulIa cer- rc alia definitio affcrenda eflet, quam tila, qu^aGalenomedicinattribuitur: quia pars illafcientietiatuialis.eftfcientiafalubtium, & infalubriuro,& neutroru.tum corporum, ttun fignoru, tajncaufamm. quats no« w- musjvnam priorem,in qua de principtjs c 'gnitionisagitur.id eftde fine.eiusq; notio- n^.nec non ctiam dc fubiedto.fi opusfueritt alteraverbdeprincipijs rei.nempe deillis, aquibus opcrationc aufpicar.do poiTimMJ finemillum confcqui,vel producere;Mani« ftum igitureft.nullumdari alium ordinem, c.uoaliC|ua difciplina.tradi poffit, qn»m c6- 2*3 ooftiuu-m & ; efolutiuurn , vr ex duplici di- k ip } m aruinnauiiadcmonftrauimus:incon niplatiuis cnim. qua. Tolani cognitionem prohiiehaberii.neceirerftordinemferuare iompolitiuu.inahjsautemomnibus.quo- numcognitioiiem ad finem aliquem a no- bii ruoducendum dirigunt, necefTaria om- oino tli a notione finis ad prmcipia progrc- |j, _. u icftordo rciblutiuus : itaque fi tcr- tjumdifciplinaiugenus pia;cerca duenon dc McthoJis, Lib. 11. 2J4. A ottauofcptimi cotrarium aiTerere videtur* diccns in aftionibus iiium clic piincipium, ficu» jn mathematicis luppolitionestergc» ordo refolutiaus, quum a iine exordiatur, a principijs eft, fi finis cS pnncipium. At ^riV, non libi aducrfatur Artftuteles : quaado c- nim ordincm relblutiuum ad priacipia effc dicit, principia rei fignifieat , a quibus fu- mitur poftea operariunis inttiura . quando autcm finemdicit efle principium , cogni J datu^fequitui nondaripnterduosiliosa- B cionispriBcipiuni imelligic : quia a norio Ijumordicem.quoaliquadirciplinalcribi, Vclttadipoffit-SententiamhancAtifioteles feftarus eft.qui nullum vnquam alium oi di- nem feruaflc cornpemur, quam compofi nuum&refolutiuii; & nulhus mentioncm vfquamfccic, nifi iroruru duorum : naai in proamiopnmiiibriPr.yiicoiuin.&piimi iJ.teoroliJgicoru ij^uiricat oidmem lcien- tisnauuaiis coinpoittiuunw m contextu au ne finis ad prineipia rci imienicnda, & co- gnofccadaprogrcdimur. Quodfietiam fi- nem dicetemus eiTe principmm rei , mlfe- queretur abfurdi : c.iulx nainquc frbi inui- cem eaufc funtjfatis eft, ii dicamtts Anftete- lem.quando ordincm rcfolutiuu mquiteiTe ad principia, piincipiorumnomine Bonin- telijgcrccaufam finalem, fcd matcnalc, vd eflx£irice : nama notione finis adtalem cau- tem feptimiMetapby&cflru», & libre 6. C fam inucniendam pioccdimus ordine refo- pcmoribuscap.). necnon cap. 8. lib.7, lo- quittir de or dmc icfoluciuo, quj aifibus, & inoialidlfciplinajcenurniens cft; deoidine autcm definitiuo,vel deafquoalio ncver- bum quidemfrcitvnquanfl Ariftoteles. Sed apertitijmcfcntentia iuarn profercin quar- to capitepiimi libri de Moribus, & fignjfi- eat eiufdcm fententix fuiiTe Flaconcm , in- quit cnim ( ne lateat autem nos, diffcrre eos lutiuo. Ex his coli.giinus, poffe inhocfen •jtSqi*™t fu admitti nonnullorum ferrtentiarn.qui di- /*»**» , vti contra a meta ad mmierarios . Ad- uetttndum autcm , ne rcpugnantjam in di- «tsAutiotdiselkfufpicemur.quicoinlo- co^idmcm rclblutiuumd.citeffe ad pnn- mt** ftd in o,«iato ta^ite fcati i,bri, & i a Dtjtmtit et- colligere : & priiis quidem ordinis compo- **" fitiui, quem dieimus effc logicd inflrumen- * tum.quo cuiufqaccontcnapracricis fcicnti_e partesita difponimus,vt iprimisrei jjiinci- pijsexordiendo, 5c ad fecunda tranleundo tandem ad proximaperucniamus.vt quant» icyeo gtncrc ficri ggffitj op timc, & feciilijjai 21$ ^mm rraiari 1 tnirfl fcieat a .ldipiicanHir. Eftquidcmomnis or,- iui> iommtii.t con- ditiO facctc ci rjcilliine , c\ optiu.e eWlca. mus, fed atlfcientvamtanquiinacl vlnmum finern dir.gi nioprium eft ordi.us compo- fitiui , qui ab ipta contemplauu Aium feicn. tiarum namra denuatur. Portb hic procef- jfus.a primis pcincipijs ad fecunda, & ab hii tettia nullam fignificat rat iocinationem, fed folam ordinatamtractationemornnium lacobi Zabarellae Patauini 21(5 A maj & a ptima forma.qux fimplex eft, aj f c _ cundam.quaeeft modo quodam compotita, vt ait Auerroei in pnmo eomentaiio prirnj b k j lib. Phyficorum; hanc ordinatam cauf.nuin r-, PV NT| '' trattationem fecunciiim ordinem compofi^ tiuum fignificauit Ariftoteic; in ip'oinitia ptimi Phyficorum.dum d ixit a [jrnms prin- cipijs aulpicandum ellc : quia cx eorumto. gniuone omniu a!ioium cognitio pendetj hoc enim dicere eft ordinc confhi ueicatatj caufatum tti , qui neceflaiio eft proceiTus a B fis remoris ad proximas, qui cft ordo copo- magis vniuerfalibus ad minus »t»ruetfalia etenim agere dealiqui re m fcientia con- tetuplatius, eft agcre di eius pi-i[icipij$,& a- geredcprinopijs rei ert de illa rcag;ic,eu- pijtrwt*- jusfunt principia: vt in fcientia naturau a- re,efl; maximcpropric ctiam elc- menta appeliantui. Hocdemoftrate in prs- fcntia intempeftiuum cffet:alias remhaac ria eft quidem mateua horoinn, Sc equi, nd D diligentifEme dcclarauimus, dum lacumil tamen quatenus efthomo, & quatenuseft equus.fedquatcnus naturalia corpota funt: idco eam matcriam confidctare ert vetfati infubietTo corpoie naturali ampliffimeac- cepto , a quo & homo, ckequus, & alia eor- pora natutaliatanqua fpecies a gencic cou- tineiKur : dcinde confideratio elcmetorum prout funtfecunda matena, eft traftatio de eorpore mifto, euiut principia funt : &ita jum publiccinterpretaremut , & oftedimui nulium in eo contcxtu verbum ab Ariftote- le profcrri , quod ,p ximas caufai (ignificetj fcd primastantiim, acremotiffimas exptefc fit; Ipcundie.actcitia: non exprimuntur, fed tamcn iubinielliguturi dum enim dicit cfTe primo loco agcndum de primis principijs, qu3E elemcntavocantur, Ji|njficat ab hispo ftea ad fccunda.acteitia cflctranfeundu. Ai 4. canttXt* ttb. deiaceps donec ad pnncipia ptoxim» per- % declaiandam igitut ordinis compofitiui na ucnerimus, quorii confideiatioeftanimalii eonfidetatio quatenus eft animal, vel homt- nis quatenus cft homo,& fic dcaiijsjhicigi-1 tur idem proceflus , duni fubictiturn ipfuml refpicimus, eft a magisvniuetfali ad minui l vniuerfaic&a gcneread fpecies, a cerporer naturali ad miftum; a mifto adviucns, avi-^ ucnre ad animafab animali ad homincm.&^ hunc fignificauit Ariftotcles in quarto con textuprimi libri Pbyficorum. dum autei^a turam bec, qua hatTenus difta mnt,fuffi- ciant, CapUt XVII. in qtio defimtio collw gitur ordinit refiiutitti. ORdoautsm refolutiuns cft inffrumeo- D*/*» tum logicum difponi ns, qito ii notio. . ncfinis,qui ab homine libeif opeiantepro- mk \ t duci,c5c genetari qucat , progiedimurad in. J ; ucnicnda.&cognofccndapuncipia, esqui- principiafubiecTi fpcftamus.eft a primisjacl W bus opetationem pofteainchoanres.produ lemotiffimis ad minus remota, Sc fecurida: deindead tertia, donec advltima, Sc^pria, quascuiufque fpeciei propriaiunt, pciue- niamiisi inqua difpoiitione cosiiiftii ordo eompofitiuus.qui eft afimplicibus ad com- pofita, vt a materia piima, quae fimnlc.-; cft, ad matcriam fccundam , quae cenfL.V"-. fu ceic , & gcncrate finem illum poifimus . Eft quidem omnium oidinum communis coo- ditio, vtad tjognofcendum aliquid coterat, fed ad cognitionem conducerc, qua; pofte> jn opcrationcm tanquara \ It mu finem di« rigatur, proptiu eft ordims icfblutiui; iua» doquidem exoperanicibus difciplinis hic cidt dc Metliodis, Lib. XX. ^••«'»». nem, & methodum nori in eo eflc conftitu- B tam.vt methodus Gt fcmper ratiocinatio.ot do verb nurrquam; fed in hoc qubd metho- dus necelTanb, & cffcntialiter ratiocinatur,: & illationem facit;ha:c enim efl methodi na tura; ordo autem non iemper , neq; necciFa- rib; non tamcn ita.vt e. repugnet : fatis eft i- gitur,fi non omnis ordo fit cirm illationc; compolitiuus enim nullam illatione facitt qubd fi refolutiuur. ex notione finis aliquid' colligitiid prouenk ex proprtanatura ordi- ceika paiticularemeius notitiam indagan- C m» refoluHui.non ex natura oidinis, qucm- ' — "-■* cpmpofitiuum vtilemelTe, refolutiuumau- tem prorfusinutilern; cotraverb in aljjs di- L oinccompouciuo, vr ordo ai.m.,, leruetur, St ^ t ! " tlUufclum ^«,lem,com. V quj per fc non fit compofitiuul . & ,n part ^l T r v S ua »P re P 0 «'0« q«t ^iciiu. attisttadt.atordmetcfolut.uo ali- temnTa q t u^ f S 7 P °- rj Vl ^ ^  ceptattadi poftunt prster id, quod dc or- dine vniuerse diximus, nempc illa efle antci ponenda, quortjm cognir ; o ad reliquorura cogfiitionem neccflaria fit ,• eticnirc aucera poteft in parte alicuius fcientia; tradit* or-t dinecompoficiuo, vt ordo aliquis feruetur, templaciuatufcienciaru traditionem com- pofitiuus,ica ad aliar6difciplinarum tcfolu GrdtKKr» tiuusvtilis eft.©rdmum autemnobilitatcm ntHlitM. aliunde.quarp cx ipfarum difeiplinarum na bilitatedefumer^tidiculum eftmam fecun- d«m fe nullam isaiorem preftanti.m. hic or da aab?t,quamille, redq-.atcnuskie:iti^ \ .quam eiuidem rem exemplis facile dedara- bimus i Si totam fcientia naturalem fpct.e- musjoara dicimus fcriptam efTe ordine com pofitiuo: quonia a pnmis principijs aufpi- eatur,S_invltimis,acproximis definit; five- topartcmaliquam eius fcicntia; confidere- mus.vtofto UbrosPhyficKaufcuItationis. 221 dcMethodis, Lib. II. 222 '■ ad totum rcferamus, adliuc dicimus, A prior moiu : tempusSuttft poftciius. quare oidinecopofititio fcriptam cifc quum cjuum motus loco, & tcuipon tuni antcpo- Limhic fittotiusfcientreQrdo.cft etiam ordoomrmim partium prout totiusparus Lrt & totum ipfum conrlituut. At fi jpiam I* cundum 'epaitero funiamtis fine rclatio- nVad totft ', alia rat 10 efti poilumus quidtm telibrwUlis diceir, ordinemfcruan com- poliriuurn, quaKnus de principijs corporis M J tur.ilisp': ,ls:l g ,t,J, ''t ,oikadci r , ' lllsa£;C1 ' deatibus. Sed ii pi imumiolum hbrum ac- yiamut.iaquo dcpnmis principijs agi nir'iTl neo non plures t ra£tationes, fed -Ba traaatjofit.qux cft dc primis princj- pijs; plura quidem thcoremata dcdarantur i attjiicnuaad ipfa prima principia,&inillis hjcordoferuarur,qubd priti* theoremata magis confufa & vniuerfalia , deindcmagis djftiiicta.&particul.iriaexplicantur; fcd hic nonma^iseftordo compofitiuu*, quamre- foiutiuus , quum in \ troq; a confufis ad di- ftincla, & abvniuetfalibustum rcbus.tum quailtonibus ad candtni rcmattinentib. ad patticularcs prosjreiito fiat, qui poteff vo- oftponatui, nullus ccnusordo fcruatur, nili fjcilioiis noflix cogniiionis; hoc autem adhuc cuidentiu: cft , vbi plura ciufdcm fubiccri accidcntia traciatur, quo- rum nullum cft natura prius a!io, neqHe v- Dum c* alio pcndct : eoium cnim dif politio non poteft vocari oido compoiitiuus, ncq; rcfolutiuus (ecundum fe, tainen refpeituto tius fcieutij: cftordo compofitiuustquia cft pais quadaui ordinis coinpofit ui totius na turalis philofophiae . ln artibus quoquei- dem poirumus annotare; ars enimmedica traditacft ordinc refolutiuo,fed prima ciut pais,qua; pliyfiologica dicitur, fiipfafecun dumfeconiidcretur, netn fo]um «on habct fetis «f ordiiicm relblutiuum, fcd potius coatia- multifuU' rium compolitmum, quodmultos in tiwi"""'^'" crroremtraxit, vt crcdidcrint, artem medi- c J*(r tu ' tt ^ C cam tEadstameircab Auicenna ordine com- m ^i ciWa r- pofitiuoj fed non animaduertcrutjt, aliud dhit cempt- CiTcartem medicain coniidcrare, aliud ciTe jitixi t primam illam partem fccundum feipfam fu mctc abfqucvllo rcfpeclu adalias mcdici- nx partcs; ars cnim mcdica tradicur ordinc refolutiuo , & pars cius phyfiologica ordi- nem habet refeiutiuttmiquatcnustotiusat- tis pars eft,& refpicit ahas partcs, ipfamquc artemtotam;eft cnim pars prima,3c jnitiurr» D orditiis rcfolutiui tradens nobis notionem fims, quemadmodum antca dcclarauimus: at fi fccundum fepars illa confidetctur.non prout cftillius artis pars, & alias partcs re- fpicit : ordinc quidcm habet compofltiuu, ied non cftampliusarsmedita.neque ipfius pars, fcd fcientise naturalis : quiacontem- plari humani corporis iabricam finc vllo refpcctu ad curationem,vei aiiam operatio- nem,ad quam illa contempJatio dirigatur, E oftacium eft philofophinaturalis. Videmu» ctiam in arte medita proeefium ficri ab vni- uerfalibusad paiticutaria, a confufis ad di- ^tincta, vt in quinto Aucrrois librooftendi- nus,& in fccundo Auicennz,qui fecunduna, feiton eftordo rcfulutiuus, ncque comp»- kiuus, quum invtroque ordine locumhi- \ cat:tamen rcfpeiftu totius artis cft ordo re- f >lutiuus,id cft.pars ordinisrefotutiui.Hzc volui annotare propter nonnullos, qui no- 1 dumin fcjrpo quzrunt,& putant ncccftariu Tttum intota difciplina.tum ctia in qua- libct eius partc ordmem fcruari tatem , qui * fit aliqua ordiais fpecies,nimirum vel com- poficiuus,vcl dehnttiuus, vcl rcfbiutiuussr q ua fi necelfarium fit, fitotus homo cftani- mal , oculum quoque hominis animal effe atqui oculus cft quidcm animal quatenu» cft pats homini», qm vcic cft animal, at ipf* lacobi Zabardlac Patauini 224 perfenon eftanimal: itaomnis artifex to- A teger, Sic etiam oculus fenfu participat, in tam aliquam difciplinam tiaditnrus certo quodam ordine resin ea traftandas difpo- (lit.qui vel compofitiuus ordo eft. , vel refo- lutiuusi in fingulaautem parte non femper ordinem feruat compofitiuum) vel rcfolu- tiuum, fed ordinerri tamenferuat,dum ea prius declarat, qua;adaliorumdeelaratio- netn priiis cognouiffesportuit.qux ellom- nisordinis codirio, & iile dicitur ordo com pofitiuus.vel refolutiuus habita ratione to- tius.cuiusparseftipartieipat cnim condi- tioncordiniSjVt ordinis pars 3 npvt ordo in- quo tota animalis natura coniiftit, nccta- mcn fequitur oculum pcr fe anirr.al cfle j rffi eft enim animal , r.eque fpeeiesanimalisvU la:quia conditione animalis participat yt a . nimalis pari, nonvt animal totum . Quem- admodmn igitur daturaliquod fenfu prx. ditum, quod no eft animalis fpecies aliqui; ita datur in difciplinis aliqua difpofitio, quas neccftcrdo campofitium , nec rcTolu- B tiuus : cfti amen parjaut huius, aut illius. Hacc de ordimbus dicta fiot,nuc.adriieth»- dostranfeamus. JllilS LIBB^l SECyitDI DE M E T H 0 B / S. IAC. ZABARELLAE PATAVINI, D E m E T H O D 1 S j jLihcr tertiui. .Captt I. de differentia.ordim } C &metbsdif. Vo difcrimine mxrjiodusab ordine difcrepet.iam in pn. icedentibus dedaratum eft: |quumer:im amba fintinftru- 'menta logica, & preceflusa noto ad ignotii, ordo tameri, ejuatenus ordo eft.vim colligendi no habct, Jed difponendi folum : methodus vero vim D habct illatritem.Sihoc exillo colligit. Ad hocdifcnmcdrclarandum videntur illaa- ptari pofle,qua: dicunturab Auerroe inpri-[ rao cornmentario prtmi libri Pofteriorum ' Analyticorum dep raecognitionibus: inquit enim prsecognitionurri demonftrationi ae-/ ftirweii/i eeflariarumUuo eflc gencra; alia namq; eflj *U*^cm, prxcognitio dirigens,aliaver& agcns: diri^ mHtdiriger, gens, illa dicitur, iine qua conclulio non col \, ligcretur, fola tamcn ad collc&ione facien E damno fufficit, veluti pr^cognofcerequoS^ , ijibieclum fit , & qnid eius nomcn, Sc qmd nomcn affeftionis fignificent . nam fi vaa a- liquaiftarum defit , nihil poteft demonfira. ii, ex his tamen folis nihi! dcmonftratur. Prxcognitio autc veritatis propofitionum eft pcaecognitioagens: quia iamagit, & in- /ert ntceflatio conclufioiiem, Dicere igitur inpraefefitiapofrumtis.tamordiftcm, quara 1 methodu efle progrefitim a norionbusi.Or. dinem quidcm a notioribus cognitionetaa . tiim dirigcnte ad aliorum notitiam.rrictho- dumvetb anotioribus etiam cognitionea- ' gente,qucvidctur effepiqpria mcthodi di& • fcrciia, quamethodus ab orcinefeparaluii, inqua fignificatione metliodum acccpit A- riftot.in context. + &j".primi lib. Deaniraa. • Propterea refteilli dixere.qiii ftatucrut mc- : thodumeffe inftrumentum notificans,id cft v, iamfaciens cognitione ignoti , otdinemve,.,- rb efie infrrnmentnm difponens: partes e- nim difiipliac ita difpomt, vt eaantcponat, quotum cognitionos dirigat, Scnosiuud ad ea^quaEpoftetius tiadlantur, cognofcea- da. De hoc quum abunde locuti fucrimm, &demethodo agendum reljnquatur , pro- prie fumendo nomenniethodi prout ab ot- dint diftinguitur.primo loco ipfam metho- di naturam vniuerse' confiderabiinus, dein- dcad fpecies defccndemus. Caput II. in quo definiriometbodi fonhur, & dechtratur. EX i|s,qux dicta funt de mcthodii atcjue Vif"" r oi Jims differentia , hic mcrhodi de- finitio colligi poffc videuir , Methoduscfl intdkcluaU in^iumentuiii faciens ex no- tii«B» 225 risa ,roprium eiTe methocii no th» tifieare 3?S£" e * differenriam fiberie conTidere.  efta pro. pofitionihus aJeonclufionennhit-ee-nim efit propria TyUogifmi condirin: fedinhocme. aqnc, ex quo in huius cognitione,ducimur. D thoni quoq; naturam conftitutam ffledixi, mu fimphcittr quzcHmq; fidet,& jectmditm fttimcumijife thodum, nunc dkendum tff: omnn vnim credi mtis nutper jjUogijiniim, aus ex indnciiant] iq tjuibus verbis duo funt maximc notanda, v. num eftquodibiteiiatt-i philofophui, om . nem n_ethodum, quaefidem aliquam facut, formam habetefyllogifmi,S£ n£ceflV;6 ad a. iiqutm modumvcileui trium figjjrarutn re _ duci: St e contratio nil roboris habere, Sc nullam facete fidem } IT ad formam boin fV|. Isgifmi reduci nequeat; alterum eft, quodo innia iiiftrumentalogica apuU Anli. Vub fyl. fsi #L logifmo eonrinentur.aquo iwbcuitota coV * f.qoenti* neceflitatem . quum enim cr.thy. meina fitfyI!ogifmus, exemplum vctb fit irt_ du-tio illaqu.itunrad duo re Jiguntur, ad fy[ _ogifinum,& induftioneimideo Arilt. omnij credi aitvel perfyliogifmum, vel per indu- pr'os c.ie qijaniijliirimosj qui putarunt Ari- C ftionemmcc vu!t aliquo alio inftruniento fi iiotelem nuiiibi io iogica de mcthodis. locu tum tfl-,quum nullus alius fit eius fcopuv in pofterioi :b us Analyticis,qu_m de mrthodis a^ere Syiiogiibii autem Dialtftici, tk orato- lij non proprie dicuntur mtthoji: quiafo- Jam habent methodi formam, atmatetiam conuenientem pro faenti_r adeptione non habent, neque cum d:u fecundi hbri priortini Anaiyticorum: indufc^ . fto veluti imieciSttt Jj ^ojijw»^] imbecilliiitiv* ftioautemfi p- rfcfta fit, vim habet neceifa- ' cat, id cftinpraua forma confirnftum, quar tiam CoHigedi.fed per .yilogtfmum: eaenim rationeconclutiit.qua vim fyllogifroi haber, & ad bonum fyllogiftnuhi redigi pouft, vt ibitiem d«clarat Anftoteles incapittde In- «iuftione. iitqueeut ab re, fiipfius veibain ptiticipioillius capitis pofita leferamus, qua» ti hi ! ex neceflitatc coll.git, vt ipfepofteade- tlaratrvia igitur fyllo_ifticaapudAriftoteient ftiit notma, quanH'tnodo.1 vtiles ab inutilr-j businternofcere dcbtremuv. nam vix diuiff- itx en-cacitatem cognofcere vofens, eana ai fyiloeifticani formam redegit, &: videns pra- UiUD^iioet&aium cxca-ii;»} iuduIc cffe iir- tiicaiUX 22? de Methoclis , Lib. III. 236 r . ...-ainifiaanndremignotaniCTa. A dem ipfam rei veritatera pauc.s verbis ex- caultvia nrur-teici ipiani r ,0 noto notifiwndam, proprerea ipwu. '" ! .iroaruam particulam mctbodt fy.logi- S^XSSw» rrllogifmom. Alexander j ir . jmbcoimni i, 5 pr j ml , m librum n puwoemnil ahud fu.flcquam viam d M ? ,uU1 i>L»ro.totamaixe«n togt- " ' h«i ditnde.ido confifterearbttracus B ,"ih'eo profecti funr,noa uavtunturnomi D.aJ t a.« , feo atunt eam efle viam &ra- tioBem quandam cm fadanius in rpeces.sc dciiafi igulia diC feiamus : qna in re quuin difficuteas magna, & arduum tum 3ltis om,'.in'is f-,timen rio- bis proponarur, hunc o: iiieui f. • ci I o.n do ciiiazgratiafcruare ftatuimus^piimumqui- ponemusj deinJealiorum plac,ta,ac dub.J, quE nos ad ea retutanda tiaxerunt, icfere- mus: poftmodum adveram fencentiam re- ueitentes eam fuiius, ac dihgentiits txj.la- nare.cii compioba.e mteniur. Dicium a no- biseft,methoJ. nomen icientian. vt hnem refpicerei eli ciiim via ad fcient.a; adeptio- nem duceiis,nomineautemfciennr quam- hbet certam cognitionen» jntelhgimus : Ita videtur methodum accepifle Euttianus in fua pra;fatione itj hb. r. poiiciior. Anaiytic. quando demethodorum numero, atque v- tilitate loqucns , dixit quatu o r efle metho- dos,quibus oinnis difciplina fcientialis ac- quiritur. Q^oniamigiturmethodus eft via, & forma fyilogiftica, certum eft,hanc non pofle fcicntiam alicuius rei parcre,mfi tna- teriei neceflaria: applicecur, hoc eft nifi es propofitionibus necefiariis canftet; necefia- C tlas aurem propofitiones Ariftotelesillas ef- fe docuit.quarfintdeomni.perfe, & voiuer- fales, ad quarum conditionum declaratio- nem noslibrum fcrtpfimusde propofltioni- bui neceflariis ,in quo oftendimus , nullam propofitionem hoc modo ueceffariam elte pofle ,nifi eflentialem pisdicati cum fubie- cxo connexioncm habeac, 5c nuliam pratdi- caticum fubtedto conncxionem elfentialem efle pofle.nifialterumalrcriu* caufa fit. HincM«*« *»de D fitjVtin omniryllogiihio fciendi gratia con- weJ,,! " i!,m * ftrudonecefle fitvel i caufaad eftettum.vel ■»»««•*«■ contra ab efteduad cauf-.m piogreiTum fie- rt,aliud genus fcientifici fylIogifmi,&ex pro- pofitiombut co modo necelDrns conftittJti non muenio : qrium emm in piopofittone maioremcdtum , 5t maior extremitas collo. centur, & neceifum fit attetnm atterius cau- fam efte, medium quidem nuioris caufi ff fuerit, fyiiogifmos eii a caufa ad efTefti.m : fi g vero maior cxtremitas fitcaufa med.j ,cft ab effeduad caufum: duar.giturfiiciutricx mc. Dhm mttbt- thodl oriuntur , non plutes , nec pauciores, dt. altera pcr excelientiam dcmonftratiua me- ihiidii, di.citur, qttam Grscci x^»,- ^n^tt. I» jVeli^na..^" tS Ash vocant ; noftii ,pOtif- fimam aenioiii^rationtm, vel aemonftiario- nem propter quid appeiiare confijeuerunt: altera,qua; ab cfficru ad caufaru pmgrcditur, refolutiua nominjrur : huiulmo di entm p'o- F greflos refolurio efljficut: a caufaad efFectum dicitui compofitio. methodum hancvocant Graxi euDsttwujit tbot., vt I ?^g,t*iftiiaii , noftri demotiftrationcm quia, vcl (yllogifmum .ifi- • "110. vcl fecundi gradus demonfttationem. H-is duasmethodos iaAriftotelis d fciplina reperio, demonft-atiuam. & refolutiuam,a- Iia.nccpofjicAiift')te!ei,nec ratio vjdetur admittcre, quod cum ex its, nnae modo dicta funt, facile rollig; pot.ft, ■um t xiis, quas di_ ceiidama icnt,ti-. i mamfeftiil] nunrnos au- tem fortaife non incougrua aj>peUatione h j 231 Iacobi Zaharell-e Patauini vtfremtfr,fidemoltiaiin.rm vocaremus com- pofitiusm ; quum enim ropofitio iit vucori- tiaria ref-Iutioni, necefVe c-ftvt quemadmo- dum progrefllisab cftectuad caufi>m dicitur refolutio,it_eum 1 qiii eftacaufaad efteittim, liceatappellare compoRtionem : fub refolu- tiuam mtthodtiredticuuiin Juitio , vtpoft- Induaic. ea dcdarabimus. Piaster has ntillam daii a. liam fcientificam merhodtim ,nullumque a- liud fciendi inftrumentum ego c6ftantcr ext- ftimo ,quod mihi Scipfa tatio , & Aiiftotelis authoritas perfuafit : omnino enim credcre, atque confiteri dcbemus , prxcipuum eius fcopum in logicafuifi. methodorum traJi- ttonem ; hrc enim inffhrmenta fciendi funt, vnde logica vocatur infirumeiuaiis : non efl jgitur afterendum , ahquani roetbodund ab Ariftotelc omiffam fuifle,de quation docue- rit : artamen nuliam aliam me;hodun> tradi- dit, nifi dcmonftr-tiuam, & refolutiuam: de. monitratiuam quidem primario, quum ad «am omnes logici libii dirigantur : refoiuti- uamaurem fsciinda:io,cuius rationcm in fe- quentibus declarsbimus :ad maiorcm enim veritatis comprobationem decreuimushuic hoftrx demethodis traetationi difputatiouc anncfrere de Ariftoteli- conillio in Pofioio. ribus Analyticis: in it> enrin crcdimus Arifto- telem diligentifllmc ,atq; artifiHofiffime de metrjodisdjfleruiflet fortifli enim &no!tra contcmplatio non patuutii lumen bbtisilijs intelligendisaliatura eft , &ijcifTi:nipfa Ari- ftotelis fententiadccma noftrfi miriric. con firiiiabit.Nunc qutd alij ii numeio metho- dorumfcmiantjCxpoiiamus.. Caput V.ln quo aliertm de methodU fentsntia declaratar. iniiiniityiit. T^St bactempeftate comjnunis ommum thtdt ftcuii- t^fcntentia, quatuor efle methodos , de- j&malui. rnonitratiuam, 5crefo!um:am,quasdiximus, & prarter has etiam definitiuam , 3c diuifi- uamtvideturautem 6; antiquomm fuifTe hec opinio, quum apud Grarccs Ariftot. inter- pretes ettamfxpe kgarnus-.fedcam aperto %v\tr»tim. ponit j ac fnse declatat Euftratius in foa prar- fationein fecundum libtum Pofteriorum A- paJyticoriim . vbi & numeri nec.ffiratem , & fiu_uiarum methodorum vtilitatcm oft.dit: fcopum qtiideni merhodi definitiue dicitef. fe ret eftentiam declarate, deinonftiariua: ac- cidcntia,qua: per fe inflttYtjffota facere : ditii- fiute autemvtilitatem efle, vfmethodb defi. nitiua: materiam fubminiftret: genera enim,* & differentix fimr materia , ex qua definitio coftituitur, qur matcria per diiflfionem fup- pediratui : tan Jcrr methodi rcfolutitiie 1co_ pus t fl a particularib. a J vniuerfaiia progre- di,& ,i pofteriorib.ad pnora. Has methodos inter fc conferens EuAratius , tiicit defirmiua ac demonflrariuam pnucipem locucater.e- A re,&niagisdcfin!tiuam,qua:orrinium pra». ftantiiliinaeil; quuni fubltantiam rei dtclaL rct :duasautem reiiquai (ccunJarias efle/fl. iliis Juabus niiniflrantes, ac kvuientes :n'atu diuifiuamateria methodo ucfi iitiuarfupne ditat,ijeneia,ac differentias: tef-jlutiua qu 0 . que cftminifttadtfinitiu.f, ct:oniam „ p:rti" culaiibusad vniucrtalia , cx quibus d t finitio omnis eftconfiituenda piogreditur: cidem inferuiunt etiam meth_do'dem-ni!ratiu*- £ quia demonfttatiua li;;e defiiiitiua (liennri poteft, quum abfque Jtiimtionc non pulnt effe demouftratio : nec tamen defimtiua ci. citurminiftrademuflratiuarjquamuis ei me. dium terminum ftippeJitct : quia Jefinitiuj: eftetiam fibi fuilici.ns abfqut dcmonllrati- ua,quumad fubftantiam declaiandam ade. monftratiua nonpedeat. c metha. dus defimtiua, fiquidcin abfquc definitioj|^B fubfiantianon cognofcitur:.id accidentiave- to cbgnofcelida vtimur methudo dcnionflra tiuaiatde -nitio ciiflitui non poicft, nifi par. tes,ex quibus conflitucnda cft,ncmpegene* j ra,& diflerentise in proniptu h -bcautur.has 1 autemvenari pofttimusvel a primibus pro. grediendo ,vel ,i pofterioribus : a prioribui. £ quidero per Jiuifionenijdum afuremogene re ordientes,ad propinqutorageneia , uifFe- q rentiascjue defccndimus: a poftenonbus ve-. J ro per mcthodum tcfolutiuam, qui a pofte- rionbus ad prioia, ex qnibus definitio co&9 flaredebet.progreditur.Quatuorigit-.tr me- thodi nec-lTaria; funt , duarvt primaria.', duse vero vt fecunaaiis , & illis duabus infcrrten- tes. Hinc eandem demethodis fententiam apud Ammonium legimus in (uis cornmeitsB^H F tariisin pra;f_tionem Porphyiij. Pofleriorna,qua: in niedium Xrintur:innltae«amftti«critpofl«a mter rontcmpUiidum confiderare, 5c fingulattm endcre: illud in prarftnria omittendum elt.eos non mod6diu.lTuam,ardefiniti- " p , s tcr deiuntiftratiuam,& refolutiuam, "uasi.ospofuimus/n methodorum numetu eniliflc ; fedetiam refolutiuam methodum Looe aliter acrepiffcquan. nos fupra decla. rauerimus namfub demonftratiuam metho /um onmes demonfttationis fpecie* reduxe ,unt, ilhm quoque, quae a figno ad caufum ««oreiitur, quam nos dixtmus eflc meiho- 2um rcfolutiuam : nomine autem trethodi Mfolutiux ahudquiddam intcllexere,nem- pe proccflum diuifioni cotraiiurrn vt quem- admodum aftimmo generead inferiorade- (cenderediuidereeft, Simethodus diuifiua, cflc vriIitateecies habira dnoniljn nnittm ratione. Sed vt cumque res f fehafct3r, Sc quicumque methcdi diuifiua; Enis effc fta. tuatur, illud certnm cfie cebet, quod rtiam F illi, qui talem methodum pnnunt, nepaflc non videntur, aliquem cfte in ipfa dittifio. ne tetminum , a quo nt tum -, & aliquem i. • gnotum, ad queiv; & demum illarti nem a. fiquamhuius exillo; hoc tnimomnino di. ce t cogitur, quifquis dituft^nem metho- dum efleaflerit, qiiandocuidem ntt-thoJus omnis eft procelfus a noto ad cognitionem ignoti cD illationis necefticate: hxc igituc quomodoin dimfione locumha- beant, confideran- dum eft. h S 23$ Iacobi ZabarellaE Patauini 235- Caput V I I.tn quo eorumfintentia refellu A terminus notm, & differctia? funt maior tttr, qui dicutit dtuifionem effe vietbo- dum rtiiem-ad venandaf partes definitionu ign ot&i* V v m duo finesmethodi diuifiua; sb aliis ftatuatitur, firefpeclu vtriufque o Itc 1 1 1 d ' e ri m u s ,d i uifion em efle prorfus inuci- letnadaliqmdigtiotum notificanduni, fatis ex. tremicasignota,quam qua?rimus,homo vercV minor exttemiras.cui oftertderc volutr tis ea S difrerentias inefle: fijmatur igitur inprimit. hxc minor propofitio nora ,'bomo eft cor- pus, &quiaprima;dirferentt-e, per quastjj, uiditur corpus, runtanimatum, Sc iaanimii • nosautem eligerc volumus animatum vtho mini competens, &reiicere inanimum: ideo- animatum cfl maior cxrrcmitas, quam qua;. ent demonftrafum , ipfam inrermcthodos B rimus,ergo (i maiorem propofitione ex eor Bon efie collocandam: prioreni igirur illam rtiliratem confideremus, qua diciturdiuifio ad P artes definiticnis notificandas conferre, &videamus, qmfnatri firterminus notus, a re,& animato conftituere volumus,mai u r erit vnaex tribus, vel, omne corpus eftanf. matum, vel, aliquod corpus- eft animaturn, vel, omne animatum efl corpus: ii priniam.' rumamus, eafalfa eft:fi fecundam , eritfyilo. gifmus exmaiore pamculari, qui prauus eft Sfnihil concludit in prima figura; fi tertiam, eritfyllogifiuusinfecundafiguia ex duobus affirmantibus, qutfimiliterprauuseft, &nL Chil conciudcns : nullaigkurrationc peream diuifionem colligere poflumus, hane dilFe- rentiam homtni competere, vanaq; eftom- rrium fciuetta, qui putant , diuifionem nohit> talem notitiam tradere. Quocl fi in iis termi». nis bonum rj-llogifmum facere vo!umus,de- bemusin maiore extremitate vtrantq; fimul' dtfferenttam fumere, rjon altetara fo!am,6i diccre,omne corpus eft animaturo 5 vel inani- mum:athomo eft corpus,vndc in primafigir tatrt hah liquodfuperiuspenusnotii, fit illud corpus, D rafcquitur, ergoomnis homovel anfmatur ccenim notum efthomine elfe corpus, quod cft,velinauimus:qui bonus quidem fytlbgifi deinde diuidcndtl efl per ptoxi.nas cius dif- ferentias, vtper animatum, fltinanimatum: Jeinde corpus animatumperfen(ibi]e,&in- ienfibtle: mox fenfibile, quod animal eftiper rattonale,& irratiotiale, vndeaccepto ratto- nali colligiturhominis definitio, que eft,a- nimal rationale, vel, corpusanimatum fenft- tule rattonale,quodidem eftjfi hoemodoin- telligatur viadiuifiua.nullaro habetillationis E' tioneaccipiendasinqttitimut, Staliquod fit ,7,neceilitatem,neq; exnoto notificat aliquid ignotum: quare methodus appellanda non cft;ad hoc oftendendum eo ipfo aigttmento TPir,quo vfuseft Ariftoteles in memoratolo co prtuij libti Priorum Analyticorum.vbi de- ridet .ac fpernit taquam inurilem viam hanc diuifiuam inquiens [Diutfio cfi yutdnm parux farticuia dtBx methidh eji enim dtuijin im&ecii~ im fyttogfmi#5~} qiiodipfepoflea deciarat; vi muscfl, fed non collteit propofitum ; voltii musemm coifigere,foTum animatum homi» ni compctere reteclo nianimato. Hac ratio*. nevtituribi Arifl.adoftendendam diuifionir inutilitatem,ad differentiarum, fi latuerint, inuentionem : idq; reuera cuiiibet manife. ftume£Te deberet-, quado enim hominis de- finitionemjidefttlifteretias inipfius definii penusgenusnotum aceipimus.vt corpus, 8c ipfirm diuidimus peranimatum,3tinanima- tumjVtaltcradifferentiareieaa reiiquam ho mini tnbuamus, tuncvel eflperffe notum cj homofitanimatus, vel ignotum:fi perfe no- tum,accipiturflatimanimatum reliftoinani mato, non tanicn qubd et ipf» diuifronis vt illud elucefcat,fed quia eft pcr fe notum;fi vr rbfitperfeignorum,diuifio adid notificani dens emm nullam pofTc fieriillationem nifi V dum nonfufficit, &fafta diutfione corporis- per (yllogjfticam formaro, hanc dmifiorji ap- peranimaturo, &manimum adhuc ignora- rur,vtradifferentia homini tribuenda fit:ve- ^ rum quiares perfe notaeft, homine cile ani- niatum; idco data efl multis occafio crran di, plicat, 8c facit ex diuifioiic fjillogifmum,5£ o- ficndit,eum velprauum cffe,&nihil conclu. tiere.vel fi bonus, & concludcns fiat,non col- JigereidjQuod cratcoIligcndum:ficenim eft debilis ryllogifmus.quia vel eftprauus, & ni- fiilconciudcns, velnon eondudens propo- £t«tca,5t itainutilis:hxcomniacum Aiiftot* leficoJleiido : fi ab ipfo genere ritproeefllis illatiuus ad differentias,quc; horatni compe- «aar, inusftigaadasjeft e:gQeorpusaiedi«s &sxtftimandi eamper diuifionem fieri nota, quum tamcnnon diutfionis beneficio, fed ! perfeipfa fitnota: quod quidem manifeflfe' infpifiemus, fi eo exemplo dimiflo aliudaK- tjuod fumanius defittitionis perfeignotaj, & in cotrouerfia pofftar:ve!uti fi quiramus de- 6 ni t j one m Zo oph jrt [jo^uociriofatiseflclaru, aii vitaoj ^ I ,n« .i„at anfti.mVquiaanfen A adaliud notius.confugiendUTri «fl , iiludque de Metliodis , lib. III. 238 necne, non omnino tognofc.tur: ftima- ° nus ! ,o. U m corpus.ctmtm cft emm f"'fhyturn efle corpu», prmium qu.demfi . a\L,s coipusper auiniatu.n, &inanu dlU ; n h i rd'ffcr E cntLptopof« ISip ,parctiIl i - ^Tnonhyium efle inim*tdm,nonin»nimu, 'len non qubd td nobis diu.fio praftet, ied K«fc noturu cft.Zoophytum fiimerea- 3 L.-. *, natnd: uoilea vero quando accC- u * u ....,...,- ,- r _ - lim nimato corporT, ipCum duiidimt» pcr B lud quomie,quod et.amh non fit cogn tum, «u«nuu »» v»"- ,0 eft medium in ijrllogifmo, perquodeam ue- monftramus:dehf'Cpcrfe ignutofi loqua- mur,certiffimume(tid per diuifiuttem att- nime nottficari, vraiteoinloco Auerroes,!- niu &Arittoteits: P ei feautem notum,feu.na turiliternotumdupkxtft.vccxip oAnftot. P" f'" paiTimhPoftertorib. Aualyricis coliigunus, di^tit. 11 o n folu m eni m ill ud , q u o d o m n i bus f ui- dentilTimumeft.dititU! pet fe r.otum.fcd il B onapp"etriHgw Zoophytum dTe fenfibl r e auin .nfcnfib.le : qnu vbi m piopofita re leutra^ffetemiaperre cognofcttut , diuifio B0 Uamprotfus nouficandmm habet. tunc Wtur Utfi ad aliquam methodumconfuge. nmuf. quriMMtkem vim haberet, nullam mobis wkoitione diuifio ipfa pr*ftaret:con- fijere aucem poifemus ad ahquod accidens ftlfijm conkquens,& metfaodo «i reWuO- C ua veluti fi oiUnderemus Zoophyrum do Ure quando pungitur, ex co emrn dolote, irolli^remusZoophytofenfumineircquod Lfi dmifio oftendere liaudquaquam potelt, jdque mihi viderurica eiTe maaifeftum , vt aulhprobatione indigeat. Cdput JIX. in quo dul/ium quoddam folmtur, & dedanttur,qutdnam fitj>erfe»otum,&qutd fer fetgnotum. CAe tervm aduerfus hoc ofaiieeM jhtiuisooiTet.videntur enim plurim* «etimtione»* per folam diuifionem nonfi- can.quaiante diuifionem i e notab.(ntur,ve- ]jtidefirtitiohomini S) deitoitiocirculi nam R rufticum percotemur, quid ett homo?quid eftcirculus? nuilam liiet definitionem afli- fnare,fcdfaaadiuifione,&nullaaliarnetho- oadhibiuvtramquecognofcct: diuifioita- oue notificat illud, quod perfe ignotum e. tat . nam fi omnes pattes dcfinitioms homi- cis fuiiTentpetfenow, ruft.cuscerte etiam ame diuifionem eas eognouiiftt : declatatio igitiir definitionis ignot^ rota diuifioni attxi- tmd rnpt, buendaeft. Hanc difficultatem . ficile folue- ftiguim, tnusjfi intellig^mus quiJnam dicatur perfe noturu,& qutdnonperlenotum ,id eftper fe isnotuu. : nim , vr docet Auetr. in comni. 2S, lib. l. Pofter. Ana!yticorum,illud_dicitur perfe ignotuirj,fiuenatu-aliterignotu,quod lumint propno, 8; propriaeuidentiaA nobis cognolci non poteit, fed opus habetoften^i per aliud, promde perfyllog.fmum notifica tur, vt hscpropofitiojttiangulum habettrEs anguios zqualcs duobus rtdis;ipfa enioi per fe nunquam nota fietet neque pet longam mentis confiderationem , nequeperdiligen- terntrianguiunrpeaionein:quoniam iltatri- anguh affeaio naiaimefenfiiis eft : propterea quam eiufdem confiderat.onem abfijue vu liusmedij ope cognoriinir : Ariftot enimii» fecundo ca P primilibn Potieriorum Analy- ticorum i.iterpnncipia imraediar», & inde- monft abiiiauonfola pomt axiomata.qux per fenota ftmt dircipuloantequa ea audiat exore mag-ftri, fed etiadefinitionei , acfup- poficiones.quaenonfunt difcipulo cognitK anrrquamaDoftore exprimantur: vtenim perfcnotadicantur, faris eftii non proben- tur per aliud, fed ipfa per te, quando propo- nuntur,credantur : pofiea vei-6 in tertio eiuf- dem lib. capite poftquam in fecundo fpecies principij immeuiati diftmxerat , incipit eorfi ferjtentiamrefellere.qui nihvl fciii poiTe afie- iieraban t,neenon eorum , qtn Otn nia per de- monftrationem fcin poile aibitrabantur, & oftenditvtrunqueerrorem ejt co proceflllTe, Dqubdqualifnam fitptimorum piincipiorum coguitio nun aduerterunt. putarunt enim pnncipiaquoque, fi fciri debeant, p^r aliud tiTe demonftranda, quod omnino ncgat Ari- ftoteles, fed die,t,primapriricipianonexa- llo,fed ex feip fis nota fienmecde folts digni- tatibusloquitut, fed de omnibu* principiis, quse prius inter fpecies p^incipif mdemon- ftrabilis iiumeiauetat:ou.nia igitur vocat per fe nota, vnde colligimus , duplex elTe pcr fe E notumtaliquaenim dicuturpetfe nota: quia funtomnibutaau perfe cogntta: aliquave- rb, quialicet non firit aciu cognita,funt tamei pcrfe cognofcibilia, (i proponancur : veluti definitiocirculi,ruftico non eftaftu cognir^ liramenipfi proponatur, liatim abfque vllo medioeam inteiliget: fic d^finitio hominis, erfi notieft aftu cognita ruftico ,tameu,fi- mulatqueipfi proponitur.ab eo cognofcitur perfe, non peraiiud :hoc autem facile vide- repoffumus . fi finguias defimtionis paites homini ruftico fine vlla diuifione,imb etiani fine vllo ordine proponamus : nam G rufti- cum percontemur,eft ne homo rationis par- ticeps? anrjuet proculdubio: fimiliter fi im. terrogemus, an fitfenfibilis, an fit animatus, an fit co' P us.h«c namque omnia ruftico r.o- tiOimafunt: quoniaigitur ea, dum finediui- fione proponuutui alicui,ftatim coguofcun- turjftquiturqubd etiam quSdo etim diuifio- n e dicuntur,noti per diuifione.n notafiunt, fedperfcif f^cognofiutut:iilavet6,qu*pe>T h 4 t 239 lacobi Zabarellae Patauini 240 fe non cognofcuntur, ignota manent , (Tue A oftenfum eft, prima omnium principia e fl£ cmn diuifioiie , fiue abfque diuilione profe tantur. nam dtuifioad euuouiicadat.itprof> fus inefricax. dtput I X. aduerfm eos,qui dicunt, diuifio- nem e(fe methodum vttlem udnotifi- candumnumerumftecterum ignotum. duoconcraria, & vnum fubieftuin , tj;'t( Ise a manifeftusprincipiorum numerus abltjj vlj a diutfione :fit quidc diuilTo qindam ab Arifi iuctitcxtufextoillius Iibri,fed peteam pr 0 ponltutfolum qua;ftio,non expltcatunquod inaliisquoque llliuslibn locisnotaie r>o!f u , mus;quandoquidem,vt anteadicebam'us,dt. uifioutl iguotum notificac,q'jan uo nullurn niembrum eft per fe notum : ideo qui di s -j. Eiim>vnvK aiiererrorconfutaii- JJ principia vel plura eife, vel vnurri, &, fi p]^ R Jus eorum,cjui dicuntpermetliodum diuiiiuam inueniri numerum fpeeieru igno- tuin : primilm quidem hi in co raihi viden- tur erralle.quod numcrus fpecierum in que.- litis faeuualibus non numeratur. nam Ar|. flot. in pnncipio lib. 1. Pbfter. Aiialyccorum dixtr,qu3tuoi aJ fummum cfieilla^quae qua;- ti.ac fcin poflunt, an fir, quid fit, ar, mlit , cur infit,non adiecit ,qttot fiot fpecies fub gene. ra,velfinita,vel inrinita, & fi Ftnita.vel ctta vel quatuor,vel inalio aliquo ftatuto numero' nonpropterea numerutn printipiotu drdi. rat, lcd folum qu;eftione proponit Jc nume- ro priiicipiorum;quonta nullum exhs me ra _ bris eft pcr fe iiotum : fafta autem qua-ftionfe Ariftot.non e3mfoluitper diuifioiietu;fiq U j. demyelceecus vidertpoiFet, diuifioaem ad hoc munusidoneam 110 n e{le : fcd per metrto re: fi veib totarn Anftor.philofophiam iega- Q dum tefolutiuamretenim indu&ione probat omnium rerum pnncipia efle duoeontiaria- deinde oftendit , dart primam matcuam pet demonftrationem abeffeitu; itaqs .iemorf. ftrando quod fint, & quid fintprincipia,nu- merum quoque piincipiorum confequcncer declarat, & tiullaibi notari potdi oitcnfio nu merifeiti-la a declaratiune quod fint,& quid fint : quare nulla methodo nuinerus iauotus dedaraii poceft,ni(i illa eadcm,qua veltlTeu- muSjVidebimusipfum nunnuam proponete Kwwcm numerum fpecicruin iuuemgandum ; vult ciem ixfiiin quidem in pfiilofbphta naturali cognitio- tw qnxntHr. nein nobis tradere ipeeierum cerpotrs natu- ralis , fciiicetvtearum natuias , & accidentia cognofcamus: atquotilla; finr,nunquam dc clarauitjparum emmrefert togrnjicere, an fpecjesanimafisfint mille,anbis mille;fed fat eft,fi ipfiuum ^pecieiu naturas,& acciden tianofcamus: hjc noutiaiii adtpti polluuius D tia,vel faltetn extftetia dedaretur, Qui igttur fpeciesjli viIumus,numerare:qii6Ll !r nume. rare eas nolimus, m>o proptereainiperfecta, vel diminuta feicntia noftranuncupanda eft. Videtut autehuc ccgoitio numeri effe quid- dam confequens ipfarum fpecicrum cogui- tiunem fiuedifliii-tanijfiueconfufam. nam ex cognitione quid (Tnt, numerum ipfamni colligete poirumus,quem nnnquam perfcdte cngnofcimus, dum eaiu naturas tgnoramus; fed cognitionein etiam fpecierum imperfe- Ctam confequitai numen quoque cogmtio i Tip.i fecia . quando Katol folurn quod fiitt, non quid fint , cogtiofcimus , dcbilem quoq; riurneiTnotiUam habemus : quia dum earum natuias ignoramus , poffumui iipe dubitare an dua: aliquatfpecies fint reuera dua?, an v. na,& eadem,vtafiuus,-;quodir! mul- tis auibus, arq; iii multis pifcibus contingere facile potcft : cognitio igitutnumen ipccie- rumnoneft feiunfiaaeogiiitione an fint, & a cognitione quid fint,fed cum cis ex nectifi. tate efi coniunda, 6t eas confeqtiitur: pro- pterea hutufmodi quzfiieau nuila itut men*. tioneiriAriftote]es,& in fcientiis nunqusm tiumerus fpecierum quseritur,wi aliarum re- rum,nifi dumqua;rituranfint, Bi quid fint, quemadmodum in primo libro Phyfrcor.no. tare pofiumu^etemm qu*rit ibi Aiiftoteles, fjuot finr puncipia rerum naturaliu,cui qux- ftioni non perdiuifiouem latisfacit, fed p:o- bando t]Uoafint,ci quid fint. poftqua:n enira, dicunt, methodo diuiliuanumerttm fpecie. rum igtlotuno inuentri ,commentum dicuirt» quod r.e excoaitaci quiJcm mcomdtcio po- teft: quandoquidem fi earum fpcftci um cxi- ftentta uota eft, numeiusquoq; cognofcituh fi veto ettam eirentia,adhuc magis cogiioftiL turnumerus,neq; optts trt « pcr diudionem inueftigetut iqucfd fi & c.iTencia , &exiiientia igiioretur, vana efi numen iiiuasatio per du uiiToncm, is enim nuntiuam intitmetur , nifi elfentia,vel fakem txdietia nota rist : at neu- t:a poteft per dtuifionem ottendi , eigo neq; numetus. Duos igttur etrotes il!i cummffe- re : vnum quidem,quoniam quaTtio numeri ftiuda a qua:ftioue an fi:,k a qua^ftsont quid fic,n(ineft in vfu apud philoibplior: alttrum ' veio, quia eo mo^o, quo tft iu vfu , nin,num : * contunita cum altera memorataium qusEr- ' : 'ftjpnum,digifioadeam q»a:ftionem diiToL uendam.&numerum qusfitum dsclaradum nihii roborishabet. Veium ktce ciartoiem huius dogmatts Falfitattm infpiciamus jcoiil fidctemus quisnam fit in eo piogrellu cer- Uiinus notus, &. quis lg^.otus ,& quahs illasio buiusex illoiNecelie eft,vt qm numcrum fpccierum per d uifiontm notificaii dicunf, faceaiuur t:es carttfjn^oii., terminc.s hic pof. fe coiifideran.rieiius, Jiricrcntus, fpccies: vet lgitur pTocefiuseft aijciieic ad di flei eptjas, vcfageneread Ipccicvci a difFereiuiii atl fp^eciescognolcendasjquoium nullum dicl p^llc 24 1 deMethodis, Lib.IIl. acivi^iuwviu, fwiJ iffer !"" orumdiffepentiae non ignora Fui J *^" ornm differentiz non ignora- *P ima L* Ln ftnt ignOt*,licet genera |M«"; hit " . nil od fi quis dicat , hanccon- c>gnol« ni » : 3 fl ' e e ft 3 riimal,ergo cft ra- t,0 r 1'^e'iasinferri refpodemus.ad difte- D ° . 5 co ;, "n i ti o n e rn nos no duci ex cognt- r - enl crnerfs nam C igneraVemtis dtffercn- none genen ionale & irrationale, dt- ^^r^lfemu.eftan.mal.ergoveleftra « re f"^' a rna!e: 3 Hoigiturmed,odu- tioiialt^c ,j u f, T et:arumnotiti;i,ni- «I effeftu fArin E?«, 3U, :« certe non P er genus : J* U 'P utc m iamcognit» eas « genens ftrentlU aur f m e n,m eognofca t,ni.n»IUd.ffereati» Scintcril- ^odarimedtam.cemetia " ftarnmaU.lludvel - d tur: ideo ioia accuiLim- - quoniamipfotumcaufe extra corumeffea tiamfunt:adubftantiarumnon eft demon- ftra™o.quia caufa.qua funt , eft -pfa earum ipfa fo.ma,ae different.a proptia ho»ini* qu* non eft extra hc m.nis cflent.am.fed ipfa eVentia , 8c narura hommis eft : quare B ho- R minem demonftraremus per rationale pe- B SSn» iUud idem.quod nftendere vefle- mus. rationale namque n,l _ aliud eft.quam Ko^fe.^qocc^gnoa^am^ dum homoignomtu, ■ , eaqj f ra Anctrois.& Euflratn in eodem , ioco ,« rt- omnes, quod demonftrando fpecem pe f- lUtd e V n , „ riiStcril- ^ c.p.oqu.rebatn, ****** (S , rti etil fumus qc- C d^*'^^ x necef- ratmnale effcvd 2-^1^-^1070^ «l^ m 3l ,iuuu ; ■ bitoncxgenerecogmio ad dtf- r"° na L e m not tiam pe tfeclffariam iHa. ferC X^non;ovT.,nus:fedne q ueexge. t,U ? mc ^ tionem fpecierum , eadem e- *" n ™S* Xis.vaUdaeftconfequen °rr- -alrasomnescumdim.na.one vetutifi dkamus,eftmangu!um,er- ^SeVum , vel «quicn» , veHbde. £urn ■ qu a ian, nouimusahas tr.anguli fpe- g "prwerhaatresuondariiaftvbirpeae. nmnesnor* non ftwt, qnamuis notum fit 0 ;r,eaiUationev t inon P olumus-,no- r un enimnobiseft 3 enu S ammaI,tamen ex Sumerus rpec.eri. infcTti no poteft, quum pKrimxfint nobis ignota:: quare fi dicamus, eftanimahergovel homo.velbos, vel equus, vel aliquod afiud nobis notum.tatio eitptor. fus ineffieaa: quiatffepoteftaliqoaalia am- malis rpeciesexearum nomero.quai igno- «mns.-genus igiturnorteft tale npfum.ex ft(ri« «ononumcrusdifferentiaiura.vel r P ecierum tfh,*m,^ iMotuscolIigi,acnotificaripoffit. Superelt .' ; _ , : . 1« rt Jr* A i tiiltu ianotUiCoilmi, JCnotinun -_"r--" vt di:ant, in meihodo d.uiiiua pr-ceflum fie- ti^differeittiisad fpccies tanquam x noto ad Wnotum , vt ex differenuis notts uucamur 111 Sgnitionem numeri fpecitrum ignotiift- Beqnehocdicipoteft:in tali enim procetTu tleret petitio piincipij manifefta , 4uon1a.11 ^dbiilatio fiert non ; 'otift mii boc funda- menroconfiituto , qubd numerus f;ieci£rurn ignotur infc»ur ; jr ex nu.riero differtntiarum noto.hoc Jdt tft uifeti e idem ex fcipfo : qui* ^&t£t,aeftipfaraeteffentiarpeciei,necpo* teftvnquam effe cognitadum fpecics igno- . ratui ■.- propterea Ariftoteles in fecundo 11- b.o PoUeriorun, Analynconim , vbi doctt e demonflutione dehnuionem extrahere, in- qiur i!U t^nuim poffe demonftrari, quae cau- f ..a babent tsternam": £c er.im aliud exalio nodo poteft : cognitio antem nilaliud eft, quam cognltio d.ft naa^eci $ toducamur in cogmtiouem numeti Mpecie rum ignoti , fed prms ftec.es ipfas ;»o«»«. D pofle! d.fferent.a S ,quibus d^ctcpant.mda a mus.dum ipfarum effeawm »°^ fi r " 0 ^ dJmus : ,dq- nemo fan^ menm infimr, de. beret : quiares ipfaloquitur,&.n.pft V^a bulo ve itas a P er,e f*^£ nimhoneft aliouid pei fe «^"fg fed alten inexife, nempe id, quo 1« dineie Pita-e differeiuiam aliquasn poliumus inyc %: S ipfa ri.fferente? idrirco nemo vnquam E diccretf animal al.ud rationale eflc , alindlt- Iisfteciemrationiscompotero,&aliquam« o m exoertem : ficdicimus.ammal.umalia «rr ftna P effc,alia volat.ha, ^»^*^ bm nouimus has fpcc.es , quibus hx difte- ^tiarcompetuntiUliamenimharum^- Ltia.uJpronunciaremus :,m(U P cem cui incft , nofceremus , q»«; g ■ tcft : quod B fien poflet . vt 1? ofcere . bus ignoratis has difterentias cog mus, Sipfi. vteremut , cur non e «m q« a - rf am differentiam adnceremus , dicent.s a a Trnalia ,n teira.alia i-^nf 0" admmu ! inignedegere? *«»«MtJKm2£ foe- quia p.siis nouimus , BttlH efle an.maiis ,pe ri.m cus in iene viuat : nunquam igtturdlt- ciamus» nil fpecies, qmbus competant, « 1 Slfii 6ltem ahquas cotdofeamo* nontftigiturveiumid.quod.llidicunt.es facobiZabarellx Patauini Bixijle tfl sonhsdt». Triuijis . *ttt»j,i ttt- t/tm fiiitiam ktttc treU* 2 44 ■umerodifferefitiirumnoiducipoffeinco- a dum corpus naturale gerieraliter arr^ enitionem numeri fpecierutn ianoti : auod riiiin.rKi, r.... e i-_. . Ptum.» * ' ^v.i* ^\s- gnitionem numeri fpecierum ignoti : qaod in ipfa quoque diuifiont manifefturet eft; quandoenim geaut per differentias diuidi- mus, nullam ilJarionem facimut, nuilovti- jwurratiocinio idtfferentiis id fpeci.s pro- eedendo tanq- notis ad ignotas r non enim dicimusr_»tionaLe,ergohomo 1 trrationale,er go bruta, fed propolitas differen tias fpecie. bus vt prius coguicis applicamus . dicimus e- nim.animal ahud eft ra_iot.aie,aIiud irratio- nale;rationalequiden_ eftho uich irrationale V erb peralias differentias diuiduur, quz iin- gulse fpeciebusnotistribuuntur, nuriquam ipectes vtignota: excisdeducuntur; nullus igitur proceiTlis illaciuusin diuifione appa- retmeq; enim a genere ad differen tias.nequc i genere ad t>ectcs,neq; i differeotiis a.i fpe. cies:quare nulla ratione eorum fen tentia ad, niittj poteft,quidicut methodo diuifiuanos d uc : „j f — j huius diu_fioi_ei_i fe.itinfi._ip] _ X) fkrniftn™ latefumpruni ; deinde miftua !mpeife£i_, ™ & perfeciutn) deiu-kmjfti peifeftt i n hZ mogencum , 3c hetcrogeneuins poftca ho" m«geneuul_pidc_, & in_t.-lla,, &heteroae" neiinxniajalijj&ftnpo, ikhotum omniuro in fpecies vltima., vc primo loco dccorp^ re natuiait communi tradatiouetzt faceret. pofteade fimplici, poftea demifto eotnmu, ni, deinde de fpeciehus tam nitmoratii v r" que ad infimas: q.jaleri. diui_ionem videttj. eriam tetigiffe Artftoteles wprincipio priu,^ libri Decoelo , dum corpus nacuraie paittrtif iu fimpiex miftum , vt de fimplici corpo te tiaAanonetn aggrederetur :. rt_cnon in pjj. mo capite pnmi libn Meteorologtcoruni y. hi omniatumdjd_.tutiidiccndaeommemo- tat; inhac aut diutfiorie tlluJ inlpicere pof. futnus , quod antia de ordin . d-.claraui_n[i S . Ign ci ad cognofccndunj nuinerum fpeckrum C queadmotlum euim ordo nihil ignotu noti otum. Scdhums erroriscaufafuit, quod ficat, fedfolum difpomt,ita duni dimfionern facimusco.porum nawrajium , nullamrera ignotam deciatamus,f«d diuidendo res natti. rales difponimus; mox auteni methodisvti non cognouerunt.nonpoflenun.crum fpe. cierum ignotum rSecIarari,ni{i ipfarum effe*' iia, vel faltem cxiftentianotafiat.-diuifio au- t-em ^uum nullamhabeatvimdeclarandi ef. fentiam.vel ejciftentiam ignour_i , nurucrum quoq; rpecierum notificarenoi- poteft:quod autem diusfio eflentiam ignotam non decla. r*t,pn£isoftendimus,dum dc dcfiaitionis ve ^ .._.^_.,u Ulu uv. utuHtLiurn. vt- pci it nocx , nue isjnotr tucrint;tiuandij t natione pcr dluiSonem locutifumus t quod J> nimfuntperfenoti.ideft.ulrem perfeabC. vero neo: ejffrenriam niV^mn.ft, veroneq; exiftentiam.nucdemotiftrauimus, quoniameJ(necefl.tateprius eftcognitafpe- ciei exiftentia,quam differentia.. Ha_cigitur fententiarationi confentaneanon eft: fed & antiquorumphilofbphorum authoritati ad. iterfatur : Ariftoteles enim quando Platonis dediuifioneopinionem recenfet s nii aliud ipfi attribuit, nifi quoddixerateameffe ido- neam mettiodum,perqttam partesdefinitio- nuignotaainueftigemus : de numeroautem fpccicrum yer diuifionem indagando}|n:hil _>rorfus dixit Ariftoteles,neqiab aliis dicium «ommcmorautt, Caput X. devtUitxtediuifimis. 1N diuifiorte nullam efTe notificandi vim, fatis eftin pra.cedeatibus demonflratum, nunc dedarandum eft, cju__nami_t diuifio - - * . — — ■ j ■ L . laeiptmus m fingularum parttum traftatio. ne, quibus a noto ducimur ad cognttionern i^noti.Eadero eft diuifionii vtilitasin defini. B - ., tionuui aflignatione, fue dehnitionis partev «at-j? pei fe not* , fiue iguotx ftierint: ^uando e. uimJ nim..n,n.F_.-. n :J.H .J... — ' , ,j ..._ *m ■ J.nilUI, l| U , _ 4111 vt prorfus inutiiem reiecifre. Dicimus igitur, diuifionitvtllitatem aon innotificando, fed iij difponendopotiusctTeconftitutam.pro- inde ipfam ordinis potiiis, quam methodi' > conditiones J a_natutam prarfe ferre:nam ad partes rotius dirciplina; redte difponendas non parum juuatdiuifTo rerum confideran- darum, vt in naturali philofophiacredendu cft Anftotele diunionevfumtflead eiusfci- encia. partes bene ordinandas ,quum enini fubiefturn ipli ptoponcfetnr «ot_fidmn- i - ■ - ' ^ , ... . , ... f * n__#pau que alio medic cognolcibiles, vt parcrs defi- nitioni. homii.is rcfpediu rnfticijtunc diuifio facitvt ordinate omnes proferantur & ecnu» diffetetiisomnihusanteponatiir, & diffi-eB. ti-E fuperioresinferioririui ; quod mfifierec, nugacio eommitcciexur : fi vero vel omnei partes, velainjuar fint naturatittrigrioc-. , & inueftigattonc,atqucprobation£indigeanr, diuifio facit vt ordinare inueftigentur, vcfi aflignanda eilet hatc hominis defini :i o ;cor_ pus animatum fenftbilerationale, & nullaro harum cffetper fenocum hoaiiuniiefl_,pro- inde /ingul-jdernonftrand^eir-ni: primum quidem demonftrandum eflec, homincmeC. fecorpus , deindecfreanimatum, & ita d^in- ceps, qu^paitium ordinatio commode per diuifionemfic, flnecjuapoffemus uug„tion£ committere demonftrando priii'. hi.niineai . effe rationalem, deinde effeanim_tum : fei -, - . ; ',V u ™""'' ene rariona em , denuie e eantiiucunT fei iT fona P r." Ur * nos " m F q»™ diu.fione fitmmi generi S Vtprorfusinuttiem reiecifre. Dicimusit.itiir. 2« F.,; m ... „.,i.„..i * „ e . . crcB » . - o I 1 1— uasfaamus,ordinat_pioced'mus,&_ju..ru do in aliquam partemnou perfe cognc^a biiem incidimus,ad methodum aliqua .onfu j.imus,8c probationem adh.beiiAisqoouian» diuifio vim probandi no habet,vtfupradice- bamus: methodus igiturpai te. defi litionit ignota. notifieat, diuifio verb non nntiriiat, fed folum difponit. Eft tgitur diulfto ord» potiiis,quam methodus,& ordo quidem mo- do vniueifahsjmoJb parttcularis ;vniuerfali» quidem iD totius dtfcipliiiK difpoiTtionefa- tieait: dcMethodis, Lib. III. 246 f*6ai«* cognitas oidinate, & difti nae n^^randa^vtqu^cuaiquedicaturciled,- eam non in notihcando, lecl eiTediximus.Dehacre poteft quifque ArL Itot.legereinprimolibro Priorum Analyci- corum m calce feftioois recundi,& ini. Po_ umindifponendoconftiruamus. Si veio flet.in.2J.&tn 73-contextu,alnsque feouen- njam videaturnon proprie diuifionevo- tibus } 8c ipfius dicla bene confiderando ex fordinemjidftltemille inficiari nonde- B eis hanc,quam expofuimus, fentcntiaro de. het diutfionem miniftiam quandam otdinis fumere. CaputXI. tn qtts methodm definkim refeiittur. foh.ni in difponendo conftiruamus^Sj mo m videat car iordioem,idfaltem aen. . .ffe quum eniraduo fint prafeipua inftru- men taloeic3,ordo,&methodus,noneftne- celfarium , vtomne quod logicus doeet, & nuo nhilofophus vtitiir,oido fit, vel merho- dusiftd f" is e ""> fi acl hscduojreliqua omnia velVariqu-m partc4 notaad defi ltionem vc ignotam, . dquem: & quiftiam terminus B quuntur abfurdl: primum quidem entp ro . nusignortis, a notus, a quo: vt, quahfnam ab hoc ad i viafit, confideremusiquatuorad fummum inuemo,qua: refponderi poflint, eaq-,omnia van a &abfurdaeffedenionftrabimus: vele- mrodicunt, »0 methodo definitiua procef- fum fieri aparte definitioms nora ad alsam partem ignotam : vel are defiuitavt nottore IddcfimtionemvtignotioremquumArifto tdei dicadnproa-mioprtrm hbri Phyi.coru nomen rei definitse e*k nobis notius dehni. tione; vel dicunt(qu K potitis videtureorum cffe fcntetiajmethodum definmuaefte pro- ceffum abipra definitione ad effcnua,fiuc(rt aiunt ) quidditatem rei defimta. cognofcen- damveldemumdicunt.vtaliqui dicere vifi funt' mcthodum definitiuam effe proceltum apartibus dcfieitionisprecogmm adtotam defimtionem , qu* «* carum compofit.one colligitur.Frimum quidem minime dici po- te ft,quum roanifeftum fit, nullum effe m de j„ d ( *««^finttioneproeeffiimillatiuumi parteadpac ZnTf* tem,fedtotamdefimt.onem ccntmuatalo- ilUm e*rt» fw ti 0 ne pronunciari taii qu am mu ™£™u- txparlt. q Uam multa j quamuis enim in defimtione ■pnrtib. Atfi nitio»** n " n cinttenit dt- tlit ceninn- 0mh mnlwfint partes, tamen non vtplureipro- feruntur, fedvtvnum, quemadmodum ad- roonuitnos Arift. it) libello De interpreta- tione:ideo naturs definmonis repugnatdl- ftio coiunaiua,qua; multitudinepra. fe feifc nfi.enim c6iungimus n.fi efcqua yt plura £ - ponutur: ob eandero rationeillatio inpatn- bus definitioms nulla effe poteft: qma no ml nusmultitudine fignificati quemadmodum enimideroc&reipronoconiungitur.itaneq; ex f-ipfoinfertar: partesautdefinitionis,et(i pluresfunt.tamennon ponuntur «pluies, Fed vt adconftituendam naturam , & tflen. tiaro vnam conuenmnt, quatenus aha pars noceftatem dicit, 6c detetminatur; alia veto K. - b, c,„ grcffus ab codem ad ldem , definicio namqj idem elt ac dcfinitG; fequeretur eti.i deE:iiti{ effe definitionis parte, quod quii!e minime dicendu eft.nam fi ipfadefinitio eft via, & me tliodus qusdam, oportet in ipfa defittitione cpprehendi tenuinu noturvua quo, & termi." nu notii,ad quem, vt in ipfa mcthodo tranS- tusiile confideretur nullo extiiiifecusaffum pto: itaqi res defimta pars ertt methodi de. Cfinicius, proiitde etiam definicionis, quum apud illosckfinitio fit methodus ipfn deiini. tiua: erit igicur repugnantia magna in hae pofitione: quia ilum dicitur, hancviani effe adefinito ad definitionem , definttum cxtrj definitionem ponitur:quatenu^ vero definL tumdicitur effe terminus,a quo ,in methodo definitiua, fic defimtionis part effe dicjtur. Sedquid m re manifefti pluribus opus eft verbi??certum eft,cx cognitionc rei definitae D nos non duci per necciratiam illadonem itj cognitionem definitioni? Ignots; hocenini fiitafe haberec, facile effet omnia definire. qualibetenim repropofita, ftatim cx eain. ferretur, & in lucem prodiret ipfitts defini. tio, quem3dmodum evfutiio, quem intue. mur,infetimus ibi ignem effc:attanien id no contingit, multas enim rcs cognofcimus, quarum definitiones ignorainus : quoniam igiiur ex fola cognitione ■ ei deiinita' non du» E cimur in cogmtionem dehnitionis ignottf, fequitur procefium hunc adefimto ad defi, nitionem non ell*e methodum,quum metho dus fitviafyllogiftica cum neceffitate ilhtio. nisignoti cxnoto, & ipfius ignoti notifica. tione.Neque nobi^ obeft diftum Anftotetij inprocemio primi libri Phylicorum, qubd nomen rei definita? eftnobis notius dehni- tione: notius enim eft, non tamentaleno- tius,ex quo pofTimus duci in cognitione de- fle luro fieri dlfcurfum a parte defininonis i d partem Pra-terea genus mdefimtione difte- rentiis femper antepomtur, dicimgs emm, Mimalntionale effe hominis definmonem, ereo fi proceffusahquis illatiuus nereta par- te p«cedeute ad fubfeguentem, effet vtiq; a«nere vt noto ad dirferentias vt .gnotas tamcnhicillationihil tobons habet , & cft penitus ineflkaxiquianon poffumtis dicere, diciEurpraEcognino dirigens," altera verdl»J2(Ef gens:ditiges dicitur illa piaecognitio,qu3e eit^ i quidem neceffaria ad illtus rei notitia com. parandam, tamen ad eam notificandam non l*ufr}cic,vtpr3;cognitio fignificationis nomi. nit eclipfiseft neceflatia, fi ipfius eclipfis co- gnitionem confequi debeamus, attamen t% C3 fola 111 cognitioncro eelipfiino ducimur: quiahscnon habetproceffum (y!Iogifticu:ae prX- deMcthodis, Lib. II f. iU=« lii2t,0 "r"uoe^tiofatni facit ignem «^'^m.iaexhac prscognitione fit fyl- . rs akcft.qa* pernecefla- A ne.ndiiVumeft: poCu.nus.g^ etu.n vo P. rl "?, f i 0 nem anjevhacprscogmt.onefTtryl liiatiorvem ^ . ^ facitlanem tlIiar r,; . niil ,,roceffus,quem polfumus mctho- K onccdimus igitur defin.tum auin d finitione,b.ocemm nilaliudfi- no!lU • „ tra ou6d cognitio Cuiufq; rel con ce hocidcm «lifcrime nutare. tu U rem rplatn confu.scconccpu%nincarevolumus,rt&mi- nevti,nur,&diamus,homo: tivero eandem diftinacconceptajidcflipfiusquiddiutem, vt.murdefinitior.ej&dtcimus.aiumalratio- nale: idco Ar.ftotelcs in prooemio lib.i.Phy- ficorutn dicit , definitiones in fingulas eflen- tialespartes rem diftr]buere,quc per nomeri tota confufi fignificabatur : no.nen igitur a «fl CD rei 11 ' imnaa^poteftquidcmcognmo IPF r Sirieete , ac iuuare ad acqui- ^lifentutmdefimtidccbrandmmn fitmetbodasdefittittuai ^ V 1 vero dicunt , in co efte coftitutam /l ^oditJeftnitiuxnaturam^vtht^- V- m deemrio«ad euendam,* atfddu , oefiftita i^otam dedarandam , in nte r ntemiam inc.dere videntur , qui di. ■ SSSrfS tioncm effe .nftrumetuum fc.en- ■ T^ult WenMnim eft methodus.atqiin- diqutdeu. ... aj . QUum ioiturvttumque dogmajn ' « con f utat io. In primu co seacceptum i fediftiufterumpto.quale eft difcriruen inter illa.qus: ab vt.lfque l.gnih- canttir. res enim vttdtum quoddam conru- rumfi»mnc..turanomine,eademvtdi(tinac fiimpta€ftid,quod perdefimtionero fign.h- cat U r : hm"cfit,vtderimtionomenvnumelle nor. poflh,fed fcmperfit oratio : ldeo Arilio- teies in defiriitione defimuonis eam dicit el- fe orationem, eft enim oiatio velutigenus C definitionis,propriaauteraditre t eiKia,qu£ ab nliis orationibus defimtio feparatur, eit finnificatio quidditatis rei , omms emm pra- . tio eft alicuius rei.vel aliojjaiii 1 eru fignihca- tio Clt ailCUlus rei.vci*»^."- ' ."*>. , j. tiixi at foladefinitio eftiigtiificatrix quidd._ tatis Hx-comnia itafunt minifefta,vtanemr ne oeeati poftint. Ex hiscoUigamus, magna propofiti dos;matis abfurJitatem : dicentes enini definitionem eifc inftrumentum fci- ammcnw £ -, pnll T,nr umc adat,ea- endi quidditatem rei,fiue methodum.qua d^ainvnum.&e^ dem erit vtriufque confant «>• ^ pro nffiim ciTe idefininone tanquam nota, ^^Sa^iS^^ ^termino ? Muo,adq«idd, M temtan idum noots w r - Tli Sifind QuodGnci^omsnoSriqutdeHi & S5dS«« appellare deamus, qd inte. ht mter ; dchnmc me , , » Utatio- proccilum ctiEatuiii„i"""—.| Svtcrmino, i quo , ad quidditatem tanquam terminum ignotum .ad.quem : qua quidem fententia nrl poteft cife abfurdius; quando. qutdem definitio,& quidditas non dtfcrepat niftvtfian.ficansj&fignificatuinonpoielt 1- eitut delnttio elle nota, dum quidditas igno ratur s quomodo enim notam haberc poliu- mushomin.s dcfinitionem , &quidditateni hominis .gnorare? tamen fi dogma lllud ve- rum eiretropoi teretdefimtioneefTe uotam dum eft ignota quidditas , vt a defin.t.oms coenitWUC ad cognofcendam quidditaterri duceiemur^quod an dici , imo an excog.tari- paffit.qttifqjK tationis compos confideret: ficenim dicitu. .demnotii cire,& ignotum, Scprosrefium ficn ab eodem in idem. Rtrei vemashirceft.quoddcfinitioeftipfaqu.d- diras,quiafiinificatquidditatem:ideo_deti- mtioncm mtelligeie eft quidditatem intek li^ere : & quidditatem ignotam dicere, eir dfcere definitionem ignorari : quidditatem qux i efl definitionem qu.en: & inueta deh- nmontflii aliud nosaiTecutos ciTe dic.mus, cuam cognitionem quidditatis : nul.a igitur me:hodus eft i definitionead quidditatem tanquam i noto ad ignotum , & vana efl eo- tum fsnte.uia, quihoc modo putant dehnl- tioncmefTe inftrumentum ducensad cogni- tton£ quid eft. Quod autem eos fefelht,fo» ambiguitashuiusvocis,inftrumentum:igoo-- 25» lacobi Zabarellae Patauini rarunt enim .qaomodo definitio fit inftru- A nientum, &quxnamfint illainftruirient*, in quorum ttaditionc logicus verfatur,& quse pcffjntappcllanmethodi; eft enim dcfini- tio iriftrumentum quidem ,non tarnen noti- ficandiquiddirate ignotam , fed foiuro figni- ficandi : non cnim peidifcurfum a noto id U gnotum dicitur dehnitio uotam faccre q/.idi- tatem rei,fed quia eam fignificac eodem ino- do,quo nomen GgnjScatrem per cocepcum raediuni , neq; vlluminter hrc diicrimen af- B fignart poteft,fi eiiim res ignota St,hoa»en quoq*, eara ignotam figrv.ficabir.non eain no tificabit, Scita ipfum quoq; ignotum dicitun ficquado quidditas eftignota , defin.it io eam figuificatignotam, pioinde jgnota ipfa uefi . nitio dicitur , neq*, rcm notiiricabit : eft igitur Omnt inflm- definitjo inftrumentum fignificandi quiddi- mentHm U- t atem ret, ficuti nomen eft inftruniencum fi- pcm t!i dif. g m g can .]i rem confusc aceeptam;dt non hs. (»'/>"• ,ufinodiftintinftrumenta]ogica,.q:.torum fa. bitcatto m logica quaititur, fed fuOt inftru- mentanotificandi ignotutn ex noto pet rlid cuifum a noto ad ignotum,&ilUtione necef, fariam huiusexillo,qu;e dieiturtetria men- tis noftra; operatio ; at couceptio definitio. nisad ptimam pertinet opcrationsm, qu-e (ImpiiciuiTi apprehenfio dicitur:ideo Arifto- telesinconttxtu i^.tkj^- primi libri Pofte- tiorum negat definitionem enunctare: qua 2J2 quam rubcommuui genere eontmentut: *-, ec ob aliam caufani Ariftotelcs in Poftenorifc2 Analyticjs de methodis , acque iiiftm fflen tis fciendi locuturus, confhtuu Prioies __ ni ^ lyticosiis anteponeie , 5c in ns agere de fj,__ logiCmo latilTuTie fumpto,quamvt pti&_4fc genere ommum methodorum.quam d_ fp e _ ciebus ipfis loqneretur. elt enim lyllogifmm conimunt genus, & communts fornia oinnL umlogicorum inftrunieutoruin , vtantea de B cla;aninius: hinc fit vt , quum otune initr. ittentum Ivgirum fit progitllljs a tcrmino ad teritiinuui, hi te.-uiint t-iufdem oidinj_ g_ eiufdem rationts tfled?beant,r vcj jmbo m cori. ceptu anirni fumantur : fic enim diciumr ab vno duci in cognitjonem aitetius, quiefty e _ re difcurfus logicus : at a voce ad couce. ptum , vel a voce ad rcm nullus tft I jgicm djfcurfus, quia ftatitn fine vllo difcuriii C ne vlio tatiocinio voxfignirit^t rem perme. dium couceptum ; dehmtiu igitur , quum Gt vux, non poteft eatcnus dici mcthodui,^'. iniL umenttim logicum , quatenns fignificat conccptum quidditatistet:& qtuhoc d:cunt_ debenteaiiem ratione couh.eri umnem o- rattonem,& omnem vocem tfit: methodtirn, &mfttumctirumlogicum. oinnis eniinon- tio , &omne nomei) Aiitiuam nin iignificw id ratnen aiiercreabfurdiflijiium t-njvtaduer refifecundam operationcm non habet,mu!- D fauj quoque tpfi conce^ttLiit: iuco fi aduet. tb minus habettettiam, qua; non eftfiiie fe cunda: non eftigituriogicum inftrumentum; omnianaq; inftrurueta logica funt difturfus inoto ad ignotu, Aliqui vero,qui dicunt,ali- qua dari iiiltrumentalogicaaaprima.non ad tertiam metis uperationc pertinentia,& eiuf modi elTeipfamdefinitione, quid fit inftru- nientum l^igicum, pcnitus ignotaie vsdetur: quum emm logicaiiri tS *.ayv fit, non ran. quatn ab oratione, fed tanquam i ratione, & E difcuifu jdvctre inftrumentura logicum fine difcurfu,eft dicere ^ijnyi otificins qgi res omnes dicerentuf per fe ignota; , aede- monftrabtlcs, ttiam iila?,quar peraxiomata ' fignificantur : pervoces ciiim earum fignifi- cantur : pervoces enim c-arum iiguifieatricS notificaremus resomnes, tanquasi: i^notuni tx noto pcr logira inftrumentii probante|| hocramen ncmo lana; rnentisalfe etet. He* noftiafentetitiaabfiJuevHo dubio Anftote- lis 25? Ikfiiit «onftrtbirous, inquo traaationem &ab Ariftotele in Pofter.onbos Ana£. ■ faSam declanu uii fumus i nunc faus Gt, l^mlocun] ar>ud Anftotckm perpendere, ^'"'"nm tftcontfxVus quartus, & quintus pmni 011 e ' „„ iniJ; qurrit ibl Arlftoteles, anfil • r:fc^unumln 1 , l h,dus 1 nueft,,Sd lq .d S^nomnibus fubftantiis, mcthodos enam Eai s nominat: fubiuneit eoim an ficde. ionftratio.an dioifio, aaahqittri» njetbo- J 51«* ei a S definit.o vei methodus defini- fi,aeftet proprium inilruraerum, Stpropna «erfiodusvqua nocificatur.cjuid eft.vana cer- - effet qaaeftio Ariftotelis m eoloco.non e- JL oV* erat dubitare,* ad aiias methodos Wbeere, quum jn promptu ruiflct com- mtioismethodus inueftigandi omnes rerum ntidditates, nempe defioitip, feu methodus Xr&nitiua: igitui vidit Arifto.reles defanitio- ntranoneJienieihoiiuir), vel initrumentum ' aorifitandi quidcft,fedeffei«ud, quodper methodum notificatur, quando latet: nam ou*rerequid res aiiqua fic, cJtdc.hninonem eius -qurrere, proindc definitio quando eft io.iota (iniseft mcthotioiu, non melhodus: aoanda autem notacft.notum tftquufres fir necmcthodo egcr, qua inucftigetu;:prr>- pteres ibi Aiiftoteles non ipfam dehuitio- nem, fedalias me-Lhodos nominat, nempe diuifionein iuxtaPIatonis fenrenriam,& de- mont aronemfecundiimpropsiam opinio- nem • Plato iiamque definitinncs ignotas perdiuiiionem venabatur; Ariftoreles vrre» putauit dcnionftiaciontm etle methoduro, qua omnes accidentium definiriones inue- ftiaentur, fubfiaiuiarum aurem definitiones inquitt methodo refolutina. quam fignifica- Uitdum dixir [ -ctlaiicjtta aim mtibedat'] ftd de his poftea accuratms diffcremtts. Nunc a- nimacucrlione disnumeft, ne quisea, quat nni. dixn-nus, perpeiam accipiar, dtfinitionem trttt- jnueftigan.quando eft igoota , fc per logica "'fi- jnft umenra, fculogka.'> methoJos inucniti: idro fi eas methodos vellemus a fine nuntu- parc aefinittuis , nil fequeretur abfurdum. noneRirn ita definitiuam methodum refeiie re volurrius,v:mtthudum omnem.quadifi- nitiu iguor^ inueftiferur, dc niedjo tolia- mus: fcdfolumvt olleniiamus, delinitiuam methodum *b aiiit diftinflain nondaii quu eiu.mdefinitto ignota poflit & perdemon- ftritiuarn.&perrefolutiiia n methodE inue- itigari, barum vrramlibet f! quis babita ra- tione fims definitiuam appcllarc velit, nort prohibemus , dicimr.s tamen eam, quam il- K definitiuam votabit, effe reuera.deinon- fi.armaixi, vel refolutiuatn: alis nam- »jne praetei has duas metho- dinon dari- tur. deMcthodiS, Lib. III. 254 Cipnt XIUI. quod prorejfusA parufou definitiom ad totam definitionenon ftt metbodm difwiiit.i. vt3p?rtiff:mc 10 libro fequente de ', .., ;„ .Tiin rraLtationem de me, 1) COn s i Diti s dvm fupercft, an rn progrciiu apartib. definitioms au tota Lk-rimtioiieinmtthodi definitiux natuia ht cooihtuw,huiusmebri co'ifutatione fumerc poffumuscxiis, quitradunti r ab Aucrroe incdmenr hb i.pofterior.Anilyc. vbi ab iplo multadofte dicutur ad dcfuntione, Stadid, dequoinprsefentialoamur, pertmetia.oCe dit.a.nullurai.'ffc poffc dircuilumapartibus definititmis ad totaderinitione, tanq anoto ad iitnotu.itavt ex patnbus prxcoenttiJ de- firutio per neceffaiia ill.uioaem colltgatur.ii: innotefcatiid emm fteffet, dcfimtionesnatu raliterignotsnoeeetentfyilogifino.quono Oficar6tor;6lM emm ex parcib.fuis tota deh- nitionotafieret. quomodo aute defimtio u Bltotapei fyllo-irrou colligacur, accurate in fequenbusdeciarabimusinucfatis eitadfen- Vtfinlth f- temiam Auerrois declarad5m,Stad id.quod u&timp*» npof«ir«us,deai6lW«lira 5 G dicaraus tum M reip?eau rei definit* polle duobus modis^ roofiderari; aut enim cognofcutur lolumvt^ prxdK-jtailii iiiexiftcntia,aut cognorcutitur etiato vteflentialia, Sipraedicata in eoquod quideftjquatuorigiturmcmbraconlideran- da r.obis proponfitur, vt diftinde omnia de- claremus.primum quidem Tunt partesdefi- nitionis prout pi xdicantur dedefinho, idq» vocemus A. fccundum verb ea>dem partes prout funt partes defiiiitioni3,& piasdicataii» eoquodquideft ; &vcceturB. tertio autem iocotota definitio, non vt defimtio , fed vt przdicatum quoddam, quod appellemus C- Demum ipfa definitio piout eft eiusrei de- finitio,Siipfiusquidditatemiignificat,&vo. cetur D.Pastesquidem non poffunt efleco. ■f«t»mnes enit;e dum definitio eftignota : quiatotum d.ftrt a frh nondiffertafuis partibus fimul coileSis; tfiprubmfr ieitur modo cognitaeft definitip, velinco- m*l fimfM* gmta, cpiofiinteognitjr, vel incogmtaf par- tesinoneftigitureognitum A.fine C.neque eft cognituro B.fine D.fed cognino A.eit co- gnitio C. & tognrtioB. eft cognitio D.qui e- Dim cognoifil partes fingu las de ilia re pvx- dii:ari,ifieeognofcit totadefiuitionede eade re pisedicari,tioiidu cameproutefteius deti- mti qui vei 6 cognofcit paiKs fingulas dc il 1 *rc iii eo quod quid eft pr3rdicari,cogriofeit ttiatotamdefinitione effe illiusrei dcfinitlo nem.quarenullusfit difcutfus a partibns ad totam, tanquam anotisad ignota; partes e- nimnotasinvnumcolligete non clt peme- celfaMam illationcm proeedcre a notoadi- gnotfi, fedab eodemadidem, &anotoad tiotunii eiat enim actu cognita dcfinitioin partibus fuis vtl ftdefioMoJl ill* finttogui^ Iacobi Zabarellse Patauini tse vt pradicata in eo quod quideft, velvt A partts ucfiirinnr.isvideaturjqua/ip.jpjs j g prasdicatumquoddam, fi ill&'fint nots fo- taefuemir.uo eirtamen diuifio.qu.? nobisr-5 lumvtpra;dicaca,ii6 vtpraidicatain eoquod quid eft. rotcfttamen A. eflecoenitum ante B.quare &C.anteD.prius eniin cognofcun- turhstcpraedicata vt illi rei competentia.po- ftea vt eifentialia, &eiusdefinitione confti- tuentia; quaigiturmsthodo ducimur a ro- gnitioneA. adcognitionemB. feu(qtiodi- demeft,) a cognitrone C. ad cogmttonem D?certenulla, vt Ariftoteles optime uften- ditin i.lib.Poftcr.Analyticorum.nullo enim lyllogirmocoiligere pofttimus, hocilli com- pereTe in co quod qtnd eft, ftuefle illius de- finitionem, nifipctatur illud idem, quod o- fiendere volumus , eveoenim quodhocilli ineft, pcfTumus quidcm colligerealiquid a- licui inelfe, fed no poiTumuscoiligerc qubd irtfitin quid,nifi in propofitionibus alfunia- tur medium minori inefle in quid. hocaute efteiufdera reidefinitionem vt notam alTu- meie.cuius quxrimus definitionem, qux eft pctitio principij, qtnim vnius ret vna tantum fit definitio; poftqua igiturcognouimus hrc deillarepradicaii, nullo fvllogifmo, proin- denullamethodo probare poffurntiS, qubd prasdicentur in quid,3cqubd exeis definitio illius reiconftituatm; reftatitaq; vthocper jfnf»«i«»o»* feipfum nobis confidcrantibus innotefcat, »»tifit*xt»r quando pei aliud oftendi nonpoteft; ntque ni» pt* a lotd,ftdptr fClfffkt cognjtionem prellet, fcd quia diuidendope,- praedicata cficnrialil tranfimus: proindeda tur nobis occafio ea auimo ttaftandi, & cori" fideramh: ideo facilc nobis innotefcit eaefl fentiaiia efTe, atque in dcrinitione illius rei (umenda; notaquidem etiam arte diuifi,, nemeranr, non tamen vtefienck.l ... hrjcafit fine dtfcurfu nobis manitcifam fir , dum ea B fiue perdiuifionem, fiue.eti.im abfque diui. /iotie intentc eanfiueiamus. Non eft ighut methodus definuiua piocerus il!c abA. ad B. fiuc a C. ad D. q Jia vhi resperie lpfaco- gnofcitu 1 , ibi ntiila illatio ficri cutinir; fcdcfi procclfiiv a ro^nttiune eiufdem rci imperfe» daad perfeftam per eiufmet di!igentcm irs. rpeftionem; propterea refte dicit Auerr. ta- lesdefinitiones.modica cgere dec!aratione fsue per diuifiunem,fiue perinduftione", fl« C ue aliquo alio modo, quo in ipfarum ccnfi. deratione nientis aciem intendamus; fice- nim litproccfliisab A.a^ B & a C.ad D.Hoc igitur m.odo ficnotum B. & D. quando nriu* cogaofeebatui A. 5c C. Sed quando A quo. quc- ignorarur, tuncvtique afiqua methodo id inciagare oportet ; quado enim partcs de. finitionis automnes, autaliquas Bonmod» qubd fint partes dcfiiijttonis j fed etiaqubd omnino inesiftan t htnc rei ignoramus,iylf$. reshicdubia.videri deber^.quandoqnidem D gifnio opus eftad eas colligendas; in hoc« l»d«3m de in fenfu,i>of r..i.rnoprniiPi;iffi.iilt_. Ariftocelis veiba non tecipiant, sn alterun. c r no.- -t nnfli. n neraliudno- tetur: at demcnftiator, qui rc* potius, quam «ocesietpicit^fumit delinitionem it oratio- nemfignificanttni iilam ipfarn itni.qiiam ct- itm romen liyniri.at : propterea icfiuitfO. rem nunquatn^enunciat de re definita, dum c.rnfumit vt litrir.itio cfl; & dicir, eam tion figmncare quodfit aliquid, vtliionfit, fed foliim quM fit; maxime igitur Dialectico c6. ueriitci.ere, dcfinition em ex caufis rci eSle: proinde ex prioribus & notioribus feciin. clucr natirrami caufa enim, qti-tenuse-tcau- fa, noncl. idem quod effeaus; nequc idem tftnatuta piius, ac notius feipfo: ideo in fe- cundolibro Pofterior. Analytic.quum oflen- diflct Ariftot. in 37. context. qubd definitio vt dcfiniti ? eft, no pottft dc dtfinita pet de- monftiatioiicm euncludi: quia nportet eiui'- dem teidcfinitioncm in piopoimoaibas af- fumi, cuius dLtiuitio qiMEritar, qtia eflpeci- tiopnnfipij : po{teaiii';8. tiufmodi fyllogif- niuni adn.ittit vt Dialccticum , quem ~t dcr. monfttatiuum refutaucrat, oc «itiofum effe dixerat.nam , vt ibi uotat Auerroes , apud Dialecuciim non tft inconucniens , qu6^5 enjfdem rei du* ponantur dehniriones altera per alttram oftendatur line petitione piincipij ; liuius aute latic ea eft, quam dixi- nius: qma Dialcfticus confiderat definttio r ein m .nunciatione pofitam,6: pr-dscatam de re d.finitai quare non vt idein,en. damus.Duo refolutionis modi ab alus ftatu- D», untur;vnus ab Atnmonio in fuis commenta ♦•«*»'«.. riisin protemitl Porphyr>i;a!ter ab £uiiratio^ r "*** in pra»fatione fua tn lit>. i. Pofterior, Analyt. ' veluti rei per fetpfam notific.nio, qua; fim- C pofterioresvetb vttumquc modumrecipie. pltci quadam exprelftone &fiiie vliametho. do fit. nam fi paites defiuitionis ad ipfam qui Jditatem teferamus illarn poriiis fignifi- eant, tjuam notificent^ficutantea demonilra uimus; fi verbad ipfum nomen rei defir.irx referantur, notificant quidem etus fign fica- tloncm,fcd a.ihuc fimpliciter, & abfque me- tho Jo, riifl methodus dicaturetiam illano- tifi:atio,cjua nomen illud,merum,per vinum tes inhas duas fpecies methodu refolutiuam diutdendam efle cenfuerfit.Ammoniusinqtj metrtodurn refolutiuaefTe, quido hominem in caput,brachia,pedcs,& alia mebraditroluj mus; hscrurfijsmpartes homogeneas, car- nem,ofla,neruos: deinde harum fingulam m quatuor elementa,& hsecdcmum in materiS ii. formamjpofteriotes verb hanc vocantte- folurionem i notione finis ; homine enini dechratur;atcerte anomine.ad nomcn non D propofito , & eius operattonibus & officii» *fi mcthodus: quia nulla fit illatio hutus ex illo, & nominis declaiatio pro probatione nunquam habetur, fcd potius pro principio; ideo etiam ille, qui rem per fuam definitio- nem declarat,in prtncipiisadhu^ verfatur, & nondumaliquid ignotuni ex principtis no- tis deducit. Quomodo igttur defimtio ex iiot!0ribus,/uie ex prEcoguitis frt,manifeftu «(i;exiiotioribusenimeft, exquibusnulla fit illatioj&perdefiiiitionem dotlrina,acdifci- plinanon fit per mediunt, fed res poriiis per jfE/ftt* i- fe ipfam.q peraliud diftitur; quod enim fine futtdriifk*- mtdio aliqiia difcamus, cjuae ptins ignora, turferft- bamus, ttftatu- Anfloteles m piiutt> capise tfifir,r,c-v p>r p r j m j |[bri Pofteriorum Analydcorum; mib etia fine ipfius tsftimonio maniftftu eft tum in iis^quasfenfujtum etiam in iis,qu« mente perfeipfa-diicuntur. Hsctfl Anftotclisfen- ttntiamillo cap. i. hb.6. Topiccjrum,necn6 conflderatis, colligimus eorum gratia fuifle h^cmembra homini neceffana. quarc per notionem tinis hominem tn membra, tkei- dem ratione hxc in huutores , & homoge. neaspanes rcfoluimus, & irj deinceps. Eu- txpttim firatius veib nullam ponit aliam refolationf, quam illam, qul eft ab indiuidms adinfi- mas fpecies, deinde ad genera proxima,mo» ad remotiora,donec tadem adfummum ge- nus pciueneiimusjquam quidem refolujio. nisfpeciem eonfiatefTe direcie contraria^ diuifioniiin eadcm enira categoriaa fumm» adima defccndendo diuifione facimus; ab i. mis veio ad fummu afcendedo refolution£j Vtiiem anteeffeait methodiihanc ad dcfint- tioncsvenadas; quonil enim delinitiones cv eencre f & diirerentiis conftttuuntur.per qu* & diuidendo, & refoluendo ttanfiniuS:ideo- ad eas indagadas modo diuifione, modo re, in cotextu 48. piitni Mctaphyfic. Quod aute F folutione vtimur, IMonnulli veic iinem om- vtroq; inloeo definitione cum demonftratio »c comparet,dicls definitionf exnotionbus «flcjficut etudentoufttatio, id nobis non of- (; ficitjtio entmvultArrftot.eoccmodo defim_ tione acdemonftratioti£es notiotibus tfle, nimi: u cum illationeignoti cx notis;id nam- que fi ipfe affereret, ciuifentencia defeierc, aerefutare no vcreiemur: Sed folumin hoc comuai vult earu fimtlitudincm confifterc, qubd vtraq; cx notionbus conftar, alio tame, feilia mouoj demonittitio enim efl exne. . nis refolutionis eundcm feimc flattitint ) qu£' &dtuifionis, nempe nuniertim cognofccre; nam (dicunt ) diuifione numerum inferio. ntm, refolutione vetb tiumerum fupcrio- rum, acpriorum itiueiligamus; idcircociif- ferentiam hanc in ipfius metbo-ii icfcluti- ua; definitione exprclleruut. Alta ([tioqne ntulta ab aliisde hac redicuntur, quar con- . fultbmifia faeiinu.v. Nus vi- ro du:.i ^aidcm c '"-"' ( j refolntionis fptctes his fim;!cv tti ftqtieLti- t' mi 1 but Oatucmusj tamcii ucutiain ib aliis bc- neia- 2(51 deMethodis, Lib. III. 2(52 -v r,,,rTrabicramur;quurnenim A partes iilas effentiales notificandaJ, quo vfu .eintelleasmfu.ne a \ J,t " mu :>J„ .,-..,«„„£ eft Artftoteles ad pr.mam marenamw om. Latuorfint.quarbaci Snjunt,termi»u*aq •.^UeCtam tu.ne ^iu') -v--— v . f€ ' n ftnt go* bac in rc in «onfideratione qU _ t uor » ■ H j qWV eimtaoi ad quem, rfftSS acdcnYum finM«U!t»> S_ n.ax n e balludnati funt, pr^erttm IH b »n,e "a refoluaonis r P ecic,q»c, pnncipem f „, ener- quando en.m refolut.one com. feStin partes t , P"edum g* STi panexilUanterefotaaoeem S an ienotse : fi nota: , nalla opus ett B 1 f ft partium, feu princpiowm tnaouo, .iUndcmu* i Gy«o funt ,gno«, v» wnihil h.bet eiffcacitat.s ad eas nonhcan. d» , q--od in eo ipfo «em P o dcckran po- tc fi- homiuem enimin membra refolmmus, ^hicincarnem , oiUneruos t poia h» o.n- «estartes fenfiles fimt , & per fe no« . qua- naLtX ipfohomine cocreto pattiu harum eft Ariftoteies ad primam materiam.n om. ni corpore naturaii demonitrandam. Huc DccUmtir modo fumcndacft methodus refolutiua, & t»i»«*.i.»« ». fic cam intcllexit Auerroes interpretans tcr- ^Jtf- tium contextum prirni libri Phyfieotum: quum enim Ariftoteles ibl dicat ad primo- rum principiorum cognitionera progredten- dumefte acoufufis vt uotionbus, confufain. teihgens ipfa naturalta corpora,que_ compo- lita uunc a philofophis noftris appellantur, Aueiroes ea verba declarans inquit [ pofiibt- Le ex rebtn compoftis , idefl ex confeqistntibtts ex- ritmcognojcerecaitfxs^ deinuein commenra- rio qttutto clantis eundem fenfum reterens dicit[ fttcits compofttx xpud noi fnnt natiarti fttis cAttfis i & tX iflis fpeciebiis procedimus id cognttionem ctu/nrnm medizntibut Acctdtntibtu exifienubus in «*] quse verba profcrt Auer. roes ad declaranda ca, quas dtxerat Arifto- C «lcsincontextuternoMdeopeccanti, >q ui , s mttoneni conlequimor '• _,,_ doarinierefolutiuamintellieune ^^^itumprocedete^feniUpat- S fli* omnes cognofcnnrut , ftoto«n« iUa quzpercipit, flatim&finemediopcr- apit.«go nulla ibi methoduy ft , cmu. be- ncficio mnotum exnoto notificetur; idque adhtic ciartut eft , vbi pattes perfe ignotae , 3c inftnl.!esfunt,vtpi'iniimateria&torma > in quas omnecorpus naturilc refoluitur ; ex t- nfo enim naeorali corpore in maten? pnmr, viam iilam doCtrinje refolutiusm intelligunt a comporltis ad principia abfque accideu- tium confiderationejpcccant etiatnilll, qui eo in loco confufaintelliguntfola aceiden- tia, noncorporaipfa coinpoGta, ipfacnim corporapropne dicuntur confuTa , vt exdi- uerfirumpartium confufione conftantia;ac- cidcntia vero prjffunt quidem dici confu- se cognita, quando ipfommcaufeignoran- pfo ctoim ^ ^ D tor 7« quum fimpl.cia (Int , non re actoimt AQtiti m noa dutimut, nccd] ere u T t „ , Jl. ii' ■•■ - — licet,ignisibi e(t,ergo pnmamateria,dum ipfam miteriam piimam ignotanius, ipfum iaiturcotnpofitum nonfufKcit ad partesfu- as etTentialcs notificandas , quando abfton- jr,ij,»m»,- dim, &inrenfiL« fiint. Huiufce autem rct ra. U b imub- tio exiii, quEanteadixtmus , coillgmirmul- ft*i*mttha. ]j enimviaeft, qus exnotofaciat ret igno- tmnfiU- tE CO gnitionem , nifi via fyllogiftica , yt Ari- ftote;escL:ri3tin calce fecundi libri Priorum con- fufa apperiantu.r; fed per fe clarares eft,ai iiiueniendaprincipiaopuseffe vtraqueprae- cognitione, fcilicet&fubiecti, &medij;Ari- ftoteles enim demonftrat in corpore natura- li materiam primam inefle exgeneratione, & interitu tanquamexmedionobisconrpi- cuo; a conipofitis igiturad principiainuent- enda pei refolutionem procedtmus perac- eidentiamedia.quxin spfis funtiqueadmo- in caicciecunai tiDn rriuiuu! ,. - ■ r Analyticorum . ryllogifmus autem omnis ex E dum enim qui lignum a iquodin partes teca 22s lerrninis conftft , ex duobus noLHis fit re ^f^^^lt^Z fyllogifnius . quandoigitur corpus naturale in pattes effentiiles: refoluendum proponi- iur , duos tanttSm terminos habemus : corpus ipfum nottim , & parres ignotas : ergo ni hts nuiia poteft il!:>tio fieri, quum tetttus termi- nns dcfitjfcilicettctminos medius ; nam duo illi,quo: habemusjfolam conclufionem con- fittoont, quxfft, omne corpus naturile ex matetia & forma conftat : ideo qtii dicitnt ex compjfito noto nos duci permcthoduir. refolutiuam ad prinia materitc ignotse cogrti tinncm, dicunt conclufionem naturaliter i- gnotatn poffe feipfam notificare . & folurri itibiectu propofittonis potTc notificare prje- dintam qoodcanque ipfi attribuatur, qifte quidcm falfa , &abfutda fur.t, medius igitur terminus ptteter hos duos accipiendus eft, nempe aliquod accidcnsin ipfo corpore na- tu-.alicauras illas confequ^ns, Ktgcneratio,& tatctitus : hoc enim eft medium idoneumad to.quo ipfum fecet -,ita humana mens volens compofitum in priticipiaipfura conttttuetia telbluerc, egecaccidentibus euidentioribus', per qus hancrerolutionem petficiat . Hkc fi Dtmenfiratla ita fc habcnt, manifeftum eft, niethodum"*'^* >L fi proprie demonfttationis nomen fumcntes refolutiuam metho dum ab ea diftinguere ve llmtiS, n on alia eft methodus refoiutiuaa co- pofitis ad fimplicium inuentionem progre- diens , quam demonftratio abefFeau.Qitod autemahquidicunt, metbodum hanc refo* iutiuarn cffe a notione fiuis , id fortaffe ia 25? artibui eoneedi poteft , vtmoxconfiderabi. A mus: at in fcienciis contemplatiuis nutla ra_ tioneadmittendum eft; quando enim inqui- unt, ex officiis, & opetauonibus finguloruni humanicorporis menibrorum oftendi,qu6tl necefTatium fuerit , hominem iis mcmbris pneditum cfTV, hxcnon efr merbodus refo- luriua, fed demonftraciua; eft enim potiffima demonihatio fadTa per caufam finaJem, de qua inlibro noftro , quem demedio demon- ftrationts foipfirmjs^copiose dilleruimus.ex- B truitur ailt talii demotiff ratio, quado coono- fctmus, tum illum iffechim elfe, tumata- li effectrice eaufa fuiffe ptoductum, vttalia membra homini anatura datacrfic, & qtiar- rimus,cur illud erficiens cfTectuni illom pro- duxerit; fic enim finalem caufam quarm musinjis, qua" noscognofcere foliim, nort producere pofTumus ; fic autem hominem inmembia non refoluimus,necinueniievo, hcobi Zabarellae Patauini 2 ogrdlu non m 0( f^ dem dicendum ell, fed ctiam fi conceda™! eamcffemecbcdum, eft p-»tius afuJ.S bus ad tnfenora , quam e conrran6 5 L 0 7 l " mm pnus i mentc noftra c«:-rtofcit ur , e ft , c " *V>, gis vntuci &le, a quu a j mtnii.i vniueriajfc .■«imfacitjprimoiritur.Wo .u^ti c or n ' * ! " nsin Sociateccntfoiur, dcn,- v, poftrt ammalis, tanuem homicii } h lcI pS^l procelfusneque eft fyllogiflicas , neqjabh? rerionbus ad fupertota, iid ct-Jl qmdaini contemplatione vniucrfiilium tranfien^fu penonbus ad inferiura, S-d qnsnam eifiu lus refolutionis, qualem ifti fir.guuc, vtil lt j*i an ex i nferioribus n u mem m fup eri ortirri ifi uenire,vcaliqui dicunc?at veid mirabiti df -«"""■■ "->•■" "."" ^— uenire, vtanqui tlfcunr ?a t vei 6 mirabiie rii. liraiusquonllafmt.fcd quumea pnus co- C Au hoc cft, quod equidemttllieere neoLl* gnofcamusiratronem fingulorum qu^iimus, ab inferioribus namque ad fiiperio.a afc Pn * caiuqueex.operaticnibus Stmuueribusfin. gulorum adducimus tanquam ex caufa finai ll. Qr>6d fi aliquod auimal nobis antea inco- gnitum offeratur, in quo an infit membrum aliquod,vtpulmo,ignoremus,ti!uditiieex o. peratione.vcluti exipfa refpirattoncmuenia- mus,ab effeftu argumentari dicimui jnoam pliiisa caufa fifialt: quia membrumiilud i dendoadvmtatem potius, quain ad nurne rum ducimur; f.mpe r enim mulram Vrill ^ coltigimus, &tandtmadf l imm i ::genusper uemmusjquod e.-; necefTTratevnum tffom inainfeiiora compleaens. Qui veronicclro* dumhanc advenandim deiinitionem vttlem elTe dicunt.rsftiiisrcntiunc: imareciiffirni, fi eius illatianis,ac venatiotns modu m decla- vrrVfT. '"■ 1L ' l - l »^i4c venacioiiis moduni dec i. gnoramus, &an fii .quznmus; eft .gitat de- Drallent: nam i particularibus ad vniuerflfi monftratio ab effectu , & methodu» refolu- tma.cuiusfcopusefi inuemre.&cognofccre aiiquarn rem effe.qus i^norabatur : atquatt- do pulmonem jncife cognofcimus, & ipfttm ex refpiratione demonftramus , noneftde- monftratio inuetiouis , fed demonftratio pet caufam finalem , & tnethrodss cemoniiVa. tiua . Methodi autem refolutiua; nuncdtcia- ratj fcopus quod no fftcognofcere numerum partium conflrtuentium , vt aiiqui dieunt, E fed foluin cognijfcere quod /int, tum raani- fcftum efl csiis, quajfuperitii aduerfus me- th-odum diuifiuam dixinius,rum etia;» exiis, qua; raos de hac methodo didturi fumm^na- € j nf» uti 4 - n i f efti u s fi e t. A 1 1 c ra t;u o q u e r e foi u t i . j n I s (p c- fttnndta,- a.es, qutetftab inftiionhusad liiperiorain w*". eademcategona, mihi videtui ndnpjeneati aliis fti.ffc inttllefta , fiquidem qtiatoam in i- pfiillatio fiat, riondcclararuntrimofecundfi eorum ftntentiam nulla ilIat»o fieri videtur; F merts enim noftra.qu^pitibtli.s dicitur, pri- mo loco indiHidua, qui' BBi afenfibui offe- runtur,inteIIigit:deindee>rttrnolumii>ead. iuta nacuram vniuerfalem in iftis inruetnr. i. bi aurem duo piocellus cooffderarj pofliint; vnuseft, quandomemab irdiuiduorum ?& vrnuerfalium intelleftione craiifi';alci, qnM'. do plura vniuetfaha ordine quoda:ii cl.u- templatur; prior/ quidem pro t rr-ifus nul- Jam fllatiQnem babit : quiamensjiorj dicitj cilSjcrates, exgo efiiioino:fed ordinem po- _ r ...-. lt ,,.o ,.u .t.jucriaui progreliio fat s non vtipfa vniuerfalij genera, vel fpecies cognofcantur, Ted potiiis vtali- quid inelle alicui vniuc:f2(i coliigatui , eo quodiJiudidera omnibus pa: ticuJatibus in- eft; vt iiomnemhoniineit] bipedem efleo- ftfiidamas , propteiea qubd fiuguli homi- mt bipedeselfe infpiciuntur; ha-c r^iturre^ folutio nti ahud eft,quam induftio,quam A.i««,,j riifot.mfecundo hb. Pofttr. Analyt. compo. fitmncm vocat; quia afcendendo multa co- "f'1*™. ponimtiSj&invnum colli^imus ; Je hacnoa. inftriiis loqirtmut; nunc pauca hxc corrrrai aliorum fcncentiau! de mcthodorcfolittiti»! diccre voluirpits, vt lauo modohicmtiho- dusintelti^ar. Caput XVIl.ittquo ojicnditttr ; duAS me~ thodoi a.d res omnes cogn ofcen- t dasfti 'ficere. . QVod autem ad rcsontnes cognofceci-- dasdua; methodi fjfficlant, demtm- itiaciua & refolutiua, facileoftendi potcft:: r.Jm omne, quod coguofcenduni proponi- tiir , aut eft fubfbnriaTauc accidens: ftibftan. tsa cjiiidemtuncplcnecognofcitnr, qu-snd»' p e i fecf a ipiliis ti e fin i ti u Iia b e t u r ; hzc fi no. ta /ff ? ntiifa eget methodo vc inueftigecui ; ir veroignota j peialrquammethodum venan- da eft;per demonftrationE ni quidenrvenad eaiunon poilumus, vtait Ariftotties in con- teacu i6$ icxtu dcMethodis, Lib.IIL 265 .1 fecundilibri Pofteriorum Analyti- A ficus progrefius vela eaufaeic ad effeftum» i enim folo apiiori,&per caufam no ^a^poffunt, quoruro effentia pendet ab Y , e ^terna caufa , at effcotia lubftantixi ?t, ,-vrernacaurapendeti nulia isiiturcau- huff" f "datusper quam dcfimrio fubftitiar.fi igno fueriMcnioiiftrtripofTitjielinquiturjeam " n poffenKi a rebus poftertonbus, &ab ef- ftftu alKiuonutiore cedatart, qu* eft me- L„ d0S rtfo[utiiJa.Accidensautemaiiudpr-o i ' mn eft,*li"d commiine: eomune quidem B pra^terdemonftratiuam, & refolutiuain ' fub fcientiam no ca dir, propiiu vero ftm pec vclab effeftu ad caufam; illa qutdem eft mc- thodus demonftrariua, harcaure retolutiua; afius proceffus, qui certam rei noririam pa. fiat, nondatur: nim fiab aliquo ad aiiqund progrediamur,isoccui!arprincipia,ex qusbus demonftrandum eft , ah i;not:s aiit progredi ndpoflimiu : idto neceflitatecoacti idfecfl- danam quandam viam confiigimus , cjtia: eft nicthodus re[bkitiua ad principioi um inue- tionemducens.vtex.eisinuenEis poftsaeffe C flui naturales demonftrernus.quare metbo- dusrefoluciuafccundanacft, & nimiftrade- nirjnfiistiu^quamfementiim ani[ ,i ^rifto. telcm legerepoffumusin protEmio primi li- briThyficoruniifmipfo enim eius libninitio metbodumferuandam proponit demonftra- tiuam , qua prrcipue vti vmt, dicens rcsua- turales ex principiorum fuomm cognrtio- necffe cognofcendas ^ deinde videnf, non efft iiuhis nota illa prineipia,rubiui!£ir vten. dum efle aha fccunja la merhodo^a notio ribus nubis , 3J principia notioia natura, qua- efl methodus iefolumia ; ad quam cer- tenou cmtagi&t, fi pnndpia ternm natu. ralium fiatim nobis nota oecurriflVnt. Exhis eol!igerepofTur*is,h'nem mechodi demon- ltratnia; elle pcrfcctim fcientiam.qua; eftrci coijnitio perfuameaufam. mecijodi aurem F;»it mttbo-tefoliimix hnem effe inutncionem potnks, ,Aicu demotiftrationem inuen. tionis . Theiiiifl.uAdc eadeir. locmtns in cal cs jpnmicontexttis libru , Poflerior. dicit/i. g»3 poftenoia tffcqiiidcm rjrincipia inuen- tioms , qucm pe.r ta caufas inueiiiamus , tai. nien non fffe veras caulas rei, quardemon- llratur. Idem in contextu 9;. primi hbri Poi. poftea exemplo hanc refXtionTm'^ r: ran», facitdemonftrationem ab tfleftu quam dicitinueniri caufam ignotam define vtriufqLiemetbodt in prxfentia f u ffi C ciant: nam in hbro fequente declarantes tr clationem Ariflotelis de methodis fuh s \ s eodem loquemur - r nuncad colhgcnclashit tum methodorum definitiones latisfiiue QU2Z modo Hivi miK ti:i pelni-wl..^ i ?*» fitik J» «iS Uu*. Titmif monftratiua , in qua declaranda prsccim t vetlatur Ariftotele* in Pofteriorib{is Anao? ticis, ab ipfo ctiam ibiderr. dcrinitur: propofita in pritiiistaii demonftratiomsd^ finittone pcrcaufam finakm tra,iin,deaion ilratioeft fyllogifmus fcienciam paricns, ei ea inueftigat mareriamdemonftrationis ftj, licet pnncipiorum conditiones, quibus' n~ uentis hsc affignari poteft pcifeCta, 6com- nibus numerisabfoluta definirio , Methodu» demonftratiua eft fylloniimuv fcientiampj riens ex prnpofitionibus nectfuiiis, medio?***» «rcntibusuotioribus.&caulisconclullonis- ** qua? quidtm definitio obfcuia clTtnoj J tcftus , qui roft;tiorci Analycicos Ariliocel hs incellexerjnt : ideo ipiiiis^declirtttjone ir~ pratfentia fuperredebimus :pr*rertimquuiu. in alui libris logicis , quos de rebus ad de. monftrarionem actinemibus confcnpfiuius" Dhas priucipioium conditiones faris abunde declarauerimtts , Methodus autem refoluti- ua eft fyllogifirtus ex propofitiombus necell fariis conftans, qtiia rebtis poftcnonbui,» »«• effeflis notioribus ad priorutn & raufarum inuentionem ducit; ciretquidemdeclaran- dum, quomodo hxc methodus expropofrL tionibus neceflafiis conftet, fed tum hacdr re , tum de aiiis multis ad hac inethoduni at. tinentibusfatis fuper% diiium efl a nobisift i libro noftco de fpeciebus demoiiftrationis, necnon in iibro de propofitionibus neceffa. riis : ideo inde omnia petenda funt ; nunr an ha: dua; methodi aliquam diuifioneuj re. cipiant, conflderenju^. Caput XI X. de Jpcciefas metbodi refefa. tiu£>6" tttrum Htffetentm. NA x v r k vtriiifnuemethodi deciarata r confiderandum manet, an ha? in fpe. cies diuidantur; fed mcthodus quidcm de- monftratiua, quum fit foia illa demomlt.u tio,qua;potiflim3dicjtur,nulIam dinilioncm. id«n'ttit,nifi forte illam,quK exdtuifione ge- ii eti} . A ■ iiytie. tiicit rtfoiuere conduflo- ^iiu piincipia , eft concluiione vera pr opourafn ucn|fe principta , exquibus coL F*ff«*.v : ^uare (weai refoiution» in inuen- V ll " n ; conft.tmt. Euftra-urvquQqne, in foa pr^iitioue ia f-ciinduii^ettidja&deiiiou^ r.erumcaufarum deriuatu,-. ba:caur*ad t': : r- feutem coiiderationem parum Dernnerevk detucfedcleea didum anobis e"fiin libro de ; medio dcmonlUationis . Methodus autem refoJutiua in duas fpecies diuiditur eiSc.ici- tate interfe piurimuin difcrepates ; alrcra eft dejjaonftratife ab cffcchi,.quz ia uii mtinerti fu*- t69 dc Methodis , Lib. 111- 270 .ftefficarifTima.&eavtiniuradeo. A ignoturafecfidi.il. natmai.hid dicitur, 4 uoi fun«ione c ' .V ^r-.,,^ & a btcondita funt, in f ulS fingulafib.sfenr.lc 110 eft,ideo egeta. llomedionotiore, perquod demonftr-tuii Scquuipftini proprio lumine no cogno.caf, pei'a!t-riuslumeiiinotefcir,velutiprima m> -eria.qiia.quurenfum penitus lateat, perfe iiunqua cognofceretur,nifipcr generationc notiricareturiita hrt propofitio,iriang.il'ii-i habettresangulos duobus rcftis _equal_s,dl citurignoralecurdum natura: quiacius pne ^mone; alce.a efi indu.tio.qu* eft mul il=ot refoluto , & ad eorum tantummo ETSwentione* vfitata, qu* non ptomu i- « fu.it Steui egSt de.larationc. v*iramqi &r.efolutu.ametnodurn,&lvb.«. flionenunqua cognoiceremus treiiliosan- gulos effe duobus rccjtis afquales,fed ratto i d nobis deruonftrat-, itaq; notumfecudiim na_ turamidem fignificat ac per fe notu. ignotu autefecudiini natuiam illud eft, quod perfe jonotfi dicitur, & cognofcitttr per iliuci.que- admodum declarat Auerr. in iy. &. -d«atot1t tnftiumentum co- c in 1. Piior.cap.de Petit.pnncipij. His igitur 11 r cr. ia,Ar'ftotel-smuIti- inlo- difftrentiis inu.cemdiffidet induflio ,& de- S r ' j mcaiceretundilibriPtior. Ana- nioni-ratioab effeau: vtraq; cmm eftmecho rf ti - io rjnite de irduaione, in c6textu 134- ehis rerolutiua a rebiw poftenonbos ad prm. ^eriof um,& in vltimo cap.te fecun cipta progrediertsifed duo pnncipioru gene. l "* hiUnifflt-ninibusloci^afleritAriftoteles.^- nota funt:ideonuilo egent inftruroeto logi- mium irinc-pia cor.fiimeniur. Eft autrm induaio nisenim riL ftra cogmtio Afenfu originedu- □ raci-iiusaptiftenotibusad priora;quiavni citjnec poteftaliquid anobis mente cogno- uet^lcfltnatuiapriuspafticularibus, 6tha- D fci, quin pnus fenfu cognitum fueric: pto- bcnattorem caufa;; ideo a parncularibus ad inde induaione omnia eiurmodi prmcipia nobjs innotcfcunt, nec propterea demon- ftrarijfeu probari dicuntur; eanamquepro- prie dicunmr probaii, quse demonftrantnr peraliud: induaio autem non probatrem peraltam rem, fed modo quodam eam per ie ipfam dcclarat;vniuerfale enim a fingulati js-Virnylfc i reipfanon diftinguitur, fed ratione folumi&^*^»^» ,,,» quia resnotioref. vtfingularis,quam vtvni- tU^mguintt r- I _ j-'jl k fl ( 1 n A a r- « * ■ ■ — 1 p 1- fin mi I 1 JP#_ tietrationcni t»ujj,- - r -.. vniuetrale ptogredi , efta potienoiibus ad piiora procedere, idqs dicitchre ArtLtotcIes in capite de Induciione in fecundo libro ^■'T^PriorurriAnalyticorum. Eftautem interhas £3Sar_.duas refolutionea magnum difrrimeniquia "indufiione non inueniuntur nifiillaprinci- pia. quz fuiit notafecundum naturam,& ie. ■ obatione: atdcmonftratio i ui eoent compioojnu.iti «1 ut.,»!,»»,»,» . *t»«- . — ;"~>"P"T-""-' -« — >•• •-- • knoeftnuilto efficacior, per eam emm illa E uerfalts: quoniam fenfilis dicitur vt finguia. n priucipiainueniuntiit, quae lecu.idu.rn natu i_.ti funtignota, ad quorum inuentionein- dl ftio tftpiorfus iuutiiif; ha.c autem diffe- rftiaclaracrir.fi unelligatur quidnam fit no- Kiii™ ^tum.velignocum fccundum naturam.de hac A*quidem re fuperiiis aiiqua diximus, aiiqua **- etiani bicMict.idafuntinoti:rn fecundiim na turam:iiud dicitur,quoifeiiiileeft. eiufmo- dtautem funtnon ca fohim, qua? fingulatia ris,fionvtvniuetfalis: ideoinduaio eft pro- ceffius ab eodcm ad idemiabeodem ea ratio ne, quaeuidentiuseft. ad idem cognofcen- dum earatione.quaobfcurius eftatq; laten. tius; propterea non mocib piineipia rei, fed etiam principiafcietiar.feu principiacogno- fcendi, quse dicutur lndemonftrabilia, indu- ftione cognolcuntui , vtvidcic poOumus a_ pud Ariftotelem in contextu vndecimo pti. uiautem .uncnunca ioiuhi, ij.ruiigum» ^ii" ... ■- r - funt.fcd eanuoqivnii'e.falia,quoiumfingu- ,F «nfib. Pbyf.corum,&in omnibus amea me . >■ — -■-■] — -^j) . 1 o laria Ptnfu pereipi poflunt ; hominemtnim tem feiifiltm eife dicimus, nun qucd homi- nemvniuerf-Iem ftnfus cogn"feat,fed quia finguliindiuidui hommes feufilesfunt: pro- pttrea haecpropofitio, horno efi bipes, didl- turnora fecundum naturam, quia quocunq; indiuidun homine oblato ftdtim cognofcit fenfus £u cirebiped-m.hic auteiurc vocan- tur nota recnndum natura:quiapropnolu- minecognoftutur, neqj eget alia tenortore, pec qua mediam dcmonftictur, Contta vetb moratis locis: prxripueverbin vkimo capL tefecundi libri Pofteriorum Analyticoium. Alia vtrd prkieipia func naturalitcrignota, • qtiia infenfilia, ideo ad ecrum inuentionem induaionihilpenitusefficacitatishab.t.fed egent demonftratione lfigno,qua per tffe- aum notiorem inueniantur.ac notif.ce.nur, quum ipfaperfe ncqueant innotefecre, vt prima.natei ia, qua. eft principium tuethodi demouitratm^, peream eriim taaqutm pti cauram demouftrat Anftot. plurcs ewtwl »7t IacobiZabarelte Patauini 27 lutunkt.TtwprimolibroOeoriuflcinteii. A in cap.8. lih. ?.De moribus, qua-tdo dir- c tugencratioms polGbiluatem.&eiufdem at- nem inaftionibut efli princrplu fi-ut ,„ termtatejfedquiamaterianaturaliterigno- thematicis fuppofitioncj-.Exaltcra ve,£ *~ ta proponcbatur, nonpotuts Ariiloteles ea «prineipio ad aJiquid demonftrandumvri, nifi priiis ex effe£tu notiore ipfam demon- firafiet: ita ptimus mo.ora.ternusef_ caufa, per quam seternus mot-is demonftr-tur ia o£tauo Iibr . Phyfieorum , fed qu.anarurali- tcr ignotusipfc pritnus motor nobis offere- batur,prius iprum inuenit Ariftoteles per B demQ-nftrarioneiTiab cffecUi.Principiaigitur wietbodi deinonftratiuse refblutiua mrtho- do inueniuatur, aJia quidem folainduftio- ne,.aiia verddemonftra.-ioneafigno . Hanc differentiam eriam jn illa definitione, quar fcienri-eprincipifi eftjnor.irepoflumus ; eius enim partesalia: ibla indufiione cognoftun. tur,atia_ vcib, qua. non po.lunrnifipcraiiud "oti fieri, tgent demonftratione ab efte. ciu, «uod figmficasit Ariftoteles in contejj- tu 11. libr, i. £>? anima,dicens atcidentia plu- rimum conferread cognofcendas fubftan. tiarum definittones. Sed de definirionibus omnibus quomrjdo per methodos innote- fcant, fle ad eat methodi dingantur , docuit egregie Ar.iitotcles in Podetioribus Analy_ ticis, idque nos in kbro fequente declara- re ft3tuimus- teridetur effe methodus rciblut.ua : quot afineprocedilurad inuenieuda principij ad ipfius generationem , aeproductionem i_. 0 nea:ergo eftproce(Iusarinepotiiis?tab eff. Ctu,qvracauCi,& ad puncipia quatenuspru, cipiaiunt.ej; quibus prodncarur, nn n q u » e nushabentlocumcffecius. quare eftjiietho" dusrefolu.iuaab effeftuad eaufas. P ro huj„" dubirfoluaone ft.ertdmi. eft,quod quand.!* de niethodis loquimur , ftientias tonttm Vl"'* platiuas refpKj.nm, quarum !mis eft frire "■  O tlone finis, & ipfanon per fc qusfita,fc(! prc». prei operationem. Quoniam igitur metho. di funt inftrumenta acquirendi ccrtatn fcr. cntiani:ideo huiufmodi difciplinis propnfe non coispetunt, aptari tamen ilhs aitqu» modo poffunt per fimilitudinem pro rubic- ci* materia?conditione, quemadmodum e- tiam fcicntia; nomen impropriS acce^r"!n ipfis quandoquetribuiturinam, vt aitAJeL xander in principio commetariarum fuorum E inprimumlibrum Priorum Analvticoru ,lo- gicaphilofophiaeinftrumetum eft,ck ptoptei- eam rradita, no propter alias difciplmai ■ at- tamen poftquam fcrjptaftiit, inueia eftahis- quoque difciplinis predeffe pofte ; idco alia non prohibentur logica vti eo modo , quo. poflunt. Oicimusitaque,indi%piir.isvte-J3«Ji»* tibus ordinc refolctiuo nullan, uari demon.j£5 itrationem nequt 9 caufa, neque ab eSfedu ■ nam vrraque fcientiam parit immutabilera fi fitiali ad cfltaum : .. liflimam dcmonftrationem fieri- poffe do- cuit Ariilot.inhb.i.Pofterior.Analytic.vide. Uir e tiam huic fenuntia; faucre Ariftot . ipfc quum propne loqucndo non fint demcn- ftrationes, inillistamcn facultatibuslocum tabent demonftrationum , fiquidem eJfica- cioresdemonffrationes ibi non dantur- noa eli igitur mirum, filiuiufmodifyllogifmia- Iiquando & demonftraticnis potiilim* & demonftrationis a fi^no condmoncs ptcefe terunt , quum folum finiilitudine,dr ptopot- tione quadam , non fimpliciter dicantur de- monflraaooes j idque caufa fuit prarfenti» dubi- deMethocfts, Lib. III. ■274 175 « MMfa i ine arrisad A mediajcerte hoc pcitcriujlonge pratcipuum *rf«t«foms : n» m proecltus a n « »™ »° _ , rcm P diorumeoiinitionem propter C ° ' pattfliM. p.rrim de. P «nfio abclfeftumeutra .amen propnr, ^flam S demonftrati.Pim, qua» qu.- ■7 * uem mtl u.intelhgemus.fihanc demon- dem remmt s philofophi naturahs £3 StS « Snah rafta contu, pftrum difcr.men cxmfiderajsm- tBfaib-m»*' „.„„(« nutiitioiiem tanquam co- ^» tuI fXm "nTm & hec omniaYunc ffm CT5*- fi ^ coftriccm ahmeuti ; nequein noflro K- C»" retoftitutan. &cerc vtanimaiia nu. K U non „«ri«eitur,& « v.m eoftru «m hab«nt,vel non habeant:ergo fi per nu. "iHonem denionftremus, anima havmiha- hYre coftr.cem alimenti , erit pottffimade- monffiatio pcr caufam finalem fafta , & pro- JS££, cVunt Smplicimneceto* qum fmc.fi renecenltas.neft, non ex noftratan. rimconfliiutioBe.ideooutntiovtcaufttin- tum fumirur, uon vt cffeaus:quranos effice- reipfam non poffiimus-ideo propoffio cffe- Ai noto, ipfa vi coftrice a natura ammalibus tradita , demoftftratio llla non habet pro fine inuentionem facuhatis coftricis ; h*e emm iamcoanitaproponiturjnequeadeiuserre- aonem ,fiuead effeftionem numtionis div rieiturcognitioilla, quam p^reamdemon- ilrafionem quserimusj quandoquidem ha?c facere nos minime poffumus,fed adfolam facultatis coftricis cognitione perfuam clu- _ f-m w — . - — . ;1 >1 1 1. nM. a wri a^I ilP. eft : nam remrdiorum cognitionem propter effcftionem fanitamqua-rimus , hauc igitur efft ftionem ab irtitio concipientcs,ad remc- dia cognofeenda progredimur potms vt ab» effeftu , quani vt a caufa , Quod fi medicar» artem folum vt tos>nofcentem , non vt ops- rantem rpeftemusffortaffe famuslocum h*» betcaufefinaUs.perquamcognofcimusilIa remedia,attamen quum totailia cognitio a4 B operationem Jirigatur , fcnitas videtarno» vt caufa.fed vt effeftus confidcrari,& proarSE fus ille potiis dicenduseft methodus refe- Iutiua r quimdem0nftratiua;addequodde- monfliatiopercaufamfinalemfaa-anonde- monftrat ex fine caufam effeftiicem,red ette- ftumacaufa effeftrice produftum.vt aJib» Cdeclarabjmus.quarenonvide^^ fus pofle vocan demonftratioacauis nnaii, fed pacms ab e&ftu . Praeterea ordo refolu- «f tiuus ideo appellatur refolutiuus : quiaett a pofteriori ad prius : ergo fiquamethoduseuj eoconiunfta eft^a eftrefolutiua,prointie 10- effeftu , non a cauft : nam omni^ cftufa qul- tenus caufa eft, pnoreftcffeftu; hnisigiruf quatenus eft caufa finalis , non eft pofteno! iis , oux font ante finem , fed pnor. Solemu» r> etiam dicere.inartemedica remediamuenu ri ex pra;cognitione fanitatis &moibi; vtt^ murigitur nominemucntionisj&fatemurri- Jam efle demonftrarionem, qust eftmetho- dus refolutiua : rram methodum demonttra- tiuam non admodum folemus demonftra- tionem innentionisnominarejetemm lnue^ tionis nomen folam refpicit cogmttonem aw fit methodus autem demonftratiuaconnlttr in declarationc quamobrem fit ; illa igituf iciscoen tioneper uam cau- 1» atujniiu^ h-™ ■ quare noneftaliamethodus, E methodus ad rerolutiuam potius^ quamad ,™ , . • „ ^.«onftrat.iiam vidctur effe reaieenda. aq fem finalem . q«am -derrionftraEiiia.Atquando m arteme dica demonftramus, fitalem febrem cinare, tt fanitatemrecupcrarevelimus, talibusre- mediisvtenduinefl-,6eita exfebreremedia coliigimus, 110« pioponiturnobis fanitasvt esiftens/cd potitis vtnon exiftens,& vtano. bis recuperanda, & efficienda .quare potini YtefTeftus, quamvtcsufanobii ptoponitut; qvnjm enim duc ibi confidcranda fint,cogni- tio remciiiorum tx illius finis prKCogjiitio- RCi deinde iiliusfinis produftio per lilare- mcuiouus au ii.iuiu...™. | t . demonftrat.uam videtur effe tixU U ^ Anftotelem autem m libr. 7 . de Moribus oi- ^^J^ cetemfinem eiTeprincipium, d.cimusjpSum intelligerepiincipium cognmonts, no pnn- priruipitmr cipium rei i vel fi admirtamus etiam pnncr- „, pium rei figniricari, idnon proprie dicttur, Ted folum per qaandam fimihtudinem : namr ille proceffiis fpeciem quandam habet me- thodtdemonftratiua3,redmultoi3menf magis rcfol uriuz,vt di- ftum eft . U E T H 0 P l & T l I D £ 275 PritYspiitto rtctntis iaq zabarellae; PATAVINL 2) £ E T H O Dl S Ltber QnartiM. Caput 1. xlioYumfentcntu de confiito AriSlotelts in PoHenoriius Analjtscis. Os t i aqv a n ratione duce demetitodii,earum;}; nume- ro, ac difierenriis verbafeci- mus,no erit ab re,fi eajp we- thodorum traditione, quam -^rj Arift.inPofteriorib. Analyri- cis confcri pfi t,ali quantu m pro o ccafion e d e. jelarauerimus; quumenim nulJu aliud ibi co- jilium eiHsfniiTearbitrefnurjquain demecho disagere,idque optime,& artificiofiifime i- pfum pnftitiiTe non dubicemus, noftram de methodis fenrenria tcftimoniorantiviii mi rifice comptobatam iri fperamus; prafterea vero in conCderSdaAriftot.de merhodis tra- Gatione occafio nobis dabitur deftngularttm mcthodorum vtilitate,ac fine multadkendi, quas niaxime digna cogtiitu funt,ck in prexc- dentibus diftanon fuere: ea namq; facilioris dociring gratia adfeqtientem contempiatio- flemremjttenda effecenfftimus . Quoniam autem verum collatione faifi melmsconfpi- ci, firmiusq; eognofei folet, primo loco fen- tenttas aliorum de PoSerioiib.Analyticisrc- feremus, eorumq;errores detegemus : dein- de que_nam reuerafit in iislibris ititenrio A» riftot. aeclarabimus ,totumq; eiusaitifidum in tra£tatione de methodis explanabimus, Dua» circumferuntur hacdere interpretum opinionesjvna eft Latinorum omnium excc. pto Liiicoiuetife,& Grecorum prasterThemi ftium,quamhi*temporibus paucifequuturj altera,quam omnes fere poftetiotes tuerur, . &AuerroiacThcmittioattribuut.Latini di- cu:-,tintentionem Ariffot. in iislibris hancr- nsm efle.agere dc dsmonflrarione.&tn prt- mo lib.traftari de prineipiis eitis complexis, de propofitio>iibus,earumq; condirionibus; in fecundo atntm de principio fimplici.nera "e dcmediojac defacili eiiu inuentione. PL leriotes vero piitanrin priroo quidem hfaro agi dc demonfiriitione ; in tectmdo autem non ampliuijfed de definitionc tanquam de altero itiffiurr.ento feiendi t fcipia diftnifto i demoriftratione: proinde duo initrumenta in iis hbiis tratii; denionftrarionerr., quaac. ddemia,&deiimttor«em,qua lubftanci* co- A gnofcanttir; quibusatttem ars;ij meru j , quefefla nitatur,coniiderandurn eft. Capm 1 1. m qno pmris fecia argume*. ta exponuntur. LAtin-i & Or 3 cifententiam fuam Dr f. uant mulcis argu m ent 1Sj q uorum ,J™; pra.cipua tn mcdium nfleremus. fttmu quidem dxcunt , demoftrationem etTeinflm ft, «* mentumfcienditradjtuinpioptetvfum-om ii pterea emstraaationem has duas partes nn" ftulaffejvna, in quade eiur conit:ua; nr]e f °' mofieretialteram.mquamodusfaait'" itruendi traderetur; non enim fatis eft d oc , reexquibufnam propoiittonib. demonftrT tio extruendafit, fed modus quoq;deci afjlr r duseft,quoeiufmodipropo/Tri 0 nesfaciIein. uenire poffimus , quando demonftrareaJL quid volucnmus; tatisfuittraaatio Ariftar" deryllogifmoinprimolib. priorum Analirti" V - «> f "m; pniis emm egit deipi?us S enerati Q . ne,poifeadeiacili eiufdem genera"tione,vti- prettftatur in principio fecunds, acrert* feSioms eiufdem libn;facilis autem confltti. flio fyllogifmi eanfiftic tn facili inuentione 1 medij.tx quo propofitaconcitjfio per ncccf fariartt illationcm .olligatur . Quoniam ia. tur demonftrationis quoq; traaario talisef. redebuit,&Arift,in primo Pofter. libroprio- rem tanrumpartem profequtitus eft;esite- n=m ibt de gencratione &Cfmftrufiionede. moltratioms , Hti cotiditiones onines docuit illarum pjopofittonum , ex quib.demonftra- tio coitruenda cft : crgo fequtbatu-.vt deft. (Jil : eiufdem generatione loqueretur.quod quidem factt to fecundo libr. docens facileni lttuetionem medij ; hoc enim iT n e^emus fe- qmtur Arift. in tiaccacione de dernoniltatic- nemancum, icdiminuctim fuiffe. Secundo tl ^, argumento idem co^manc. meditim in de. „^1 E mclnftratlonep3! 5 pI ? (:ipt I ae^^ 5 &p r j 1 , c ^pem' , locum tenet:ctgo in librisDe demonftratic I n . e tuitomnmoagedum dcmedio; imopri-. cipuc demedio: eigo Anflot. vel demeditj '«git inpttmolib.vehnrectindo, non inpri- mo: quia in eo egit de propofitionibus, qu* luiu pttnoptaf oplexa.medium vero eft prin ctpium ffmpIex 3 q lt oJ n;m eft prnpofitio:er. g o in fecu n j 0 , q „ ai e & c D d tis iib e r t ft d c me. T**» ' Hio dt mc.it,auoiii«,Tcitio lcco ita aigunienj>««* 'tatur; deMethodis, Lib. IV. 2?S R Arifiot in fecundo Poftcr. A tione authoris m aTiquo bbro.fen deeiush- (gW5« rt " m l 5 fi rt itiofl e-at defiuitio duob. bn matcria coiitroue.famur.e duobus fonti- iib. age' c **-j" ,„.,., niinnuan i, 1 jr,W> ^111»« «r beat,indjganius.primumigiuirexiis,q.ucab Ariftot. inprimolibra Pofteriorumdicutiir, arsuraentum rumeiiituidcindeexiis,qua. in tionK-q" 3 ™ ' ' 0 ^ t " ui ; tu " r;1 ii »_», nunquam fe«undoj dcmum ratione cx natuia rci fum- a Qj»K to ar f" n erio| .jb Analyt.de defimtione B pu demonftrabimus, quid in his hbris Artit. ' Mffl refeiatad detnonftratio- agere dcbuerit. In prtmis quando aduerrartj m mt ? T L q ""„„ m ,,p m derimtione autelTe dscunt, Anftotelem in fecfido libro agere de medio ttemonfiraiioms, & ipfum mediu elTc definitionem , petendum eit ab eis,an intel- ligant mediutn ibt traftsii vt patiens fcientii piopter quid tft,an vt pariens fcietiam quid eft;ipfeenim in prindpio fecundi iibri aflerit abeodemniedto vtramq.nobis prxbetico- gnitiorjem,vt per cerras inierpofitionem co- C gnofcimus, &curLunar infit eclipfis, & quid iitjplaecliptis.quam fentetiam pofteafufius deciarat in eodenilibroicontextuj&wrque ■_d47.Si ditant , medium trtttari vt pariens fcrciuia-mquideft,feeruitnrtra&ati medium. prout eft dcfinitio, quod ipfi negant; dicunt cnim,definitionem potius tractari vt mediu, qulm mediumvt definitionem;quum enittl nojninatio ilimenda irt amodo eonfideradi, fcqueretui, traitationemnon de medio, fed ffiicitcnimomnem def.n.t.one autelTe I^onft.atiouis prmc.p.um,.Utco B duft». t m autdeoionlrrattoncm pofitwae dfffc, f e ,.t. n:eri»ononv iJ -t lefiotttonem l_l»ll- Lialiauo modo cor.fiderare mh cum rela. tLc addemor.lr-tione, acjnopterdeino- flritionerii.proinde tota vttiu% hbrlttacta- rioeSdedcmonftratione: quu ommspto- D tKdBmoHftationet,aaaorTUt:tgitMq#an- do in fccuodo iibro agit Aiifto. uedcBnitto- -p eamconfrderttpiautad demonftrattone JirigituntruoprouteftmediumipioptCfea «dfmusAtiftjulem inrccundolibro de de- finitione loqueatero, f;'mper demonfiratio- BjsmenHoticfacere.quia cmniatraSat pro. pterderaeiiftrttioneabQ^ibtttra aigumen- tum addcre 1 olumus.quo vtitttt contra Ale- xandniin Eufiratiusin piincipio libri fecuri. xand.uinEuifratitiSin pnnerpio nori lecun. ic^ucrtru,, 7 ->-;- di Pofteri oTum-, dicebatentm Alexander,tl- D de definitione appellandam eiiei conlequeti 1 r„,.-.^„ m l,Kr„rr. f iedefir,itione efie ad- tia vero daraeftt quoniam trsdcre eognitto- eilt'UCMV>MHI) ^ , . — - ]pm k-cudumlibrurndedefinitione efie ad- uerfus quam fcntetiam huc in modtitn ab in- fcriptio.iearguinentatur Euftratius; libriiifi i rcconiideuu infcnbutur tefoiutorij, qurt fiintdcdcmonftrat.oi)e,qu2eeSrefo]utlOiat fi fecundum librum de definitione cfle dica- ntuijilli ea infcrtptio non aptabitur: quia de- finitio n6 poteft vocati refolutio, fed potius illeliber defintuuus.quKnn refoluriuus appel kntius ertt. attamen Artfloteles vtrumqivo- E £atiitreR.iutOiium: ergo fecundus quoej; efi de demonfttatione.non de definttionejnon poteftatjtem a,iat;itione diei de demonftra- , tioite, niftquiaeft de medio demonftrttio- ais, ficdedtfinitione quarenus eft mcuium: igtur non cftde definitione, fed dc medio. Aiiaque-q-, argtimenta addueere poiremus, qui c6fulrcromitttn>us: quia ex ho. um, quae Ktuiiiiius.loiutione, omnium alioruni f lu. tto faciJe Jefumctur. videnrur autem argu. t ioentaornnia ad iccundum librum ditigi,fi- quidtm de primo nuilafuitapud alios alter- tiLio^irer etiam quid inprimolibro agatur, tionomn.no inttlkxennt. « Cjpittlll prima dicl.i fetitcnm impugnatio, SEmtiyjtiam hancfaiTam efTe,& ab ^.iilotele aiienam poiTumus dupliti ta. twne demonll;a;c; ciuantio enin» de iaten- tia vero claraeftt quoniam trsdere eognitio- nem quid cft, cft propriumdefinitionis offi- cium, igtturtraciarivtfaciens cognitioneni ejuideft^nilahud fignificat quam traaarivt definitionem, Siverb dicatjtraAari medium in fecudo libro.vt pariens rcientiam proptet quid eft.contraita argumentor: de medio A_ riftot.hac ratione in primo libro fatis ftipetqj bcutus eftjVt nihil amplliisde eodicendum maneat:ergo fuperuacuum eftde eodem ea. dtm rationernfccundo libro traftare;ante- cedetis ita probatur; ibi agttar dcmedto vr pariente fcicntiam propter qutd eft, vbl dc- claranturcondttionesomnesqii 1 in.pfoad talcm fcientiatn pancnda requn untur:at hat omnei in piimoltbro dcelaTatur:eigo :_n pri- mo agitut de medio vt pariente rcientia pro- pterouid cftiOiaiortm propofitione nemo fan^iiietis negaret minorprobatur, tres _c6- rwwm(SL dtttouesin medio requ.runnir vt talem f.tc- ^ „ riampracftct; prima vt fit notius: fecundavt i[(B ; „ fitcau r a illius rei, quam qu*nmusj tertiavt tlemt / eaura prima,ideft proximaj&*quata,cer- tnmeft nullam aliam condidonem poflula- rkouiafi**tresadfinl, fetentiam peifeaam acquinmus propter quid res fit.vtcuiifide- ran t.bus ma-ifelturo eft, & vt Ardfoteles tc- ftaturin cotextu 9i.primilibril 5 ofteriorum, CT.indo dicit [fcirntix profirr 9 uui tfl fisftr fttmam raigfc»] nam cut dubium, fi medtum fic caura pto>;:uia rei quadsts , & ptajteie* [acobi Zabarellae Patauini emm notior.qubd fciemiam tradet prefhn- A pnus m demonftratione » rep . ff . tiiTimam , qua. dicitur proptcr qu,d eft? har condittonem dedaraffet ■ M 5 U - ,d utem omnes conditioncs tracfermir ab A- nifi in fecundo capirc o Ua '.e T td krt, diHone* pr.ncipiorum, tradit C or,d? t ^° n - Jnedy.per qtiMpoftu diftingait demo' f? ei «oaeproptei quidi demonWionToTJ Incontcxtuetiam 99 . declarans Arilr^^' 1, eam demqnftration.H. , qua. fi tp „ , remcram.in fingularinumero nomi n « c 01 medi^naminpnnc.pic.Ii.^^^; B SSS^,^ 1 ^"- finiens ipfum fcire Arifto.de. dixir f . rera °tum a tifto.ele diligenter inprimol.bro.vtvidere pofliiniusinrecundo capitc, & jn memorato «ntextu 9J.&aliii fequentibus: at refponde bur.taduerfarij.tra&ariquidemin primo li_ bro easconditionei.noii tamen vt conditio- nes medij, fed vt principiorum complexoru: cgo verb oftendo,.a_ _ra£tarivt condttiones finiens ipfum fcire Ariftotcles dixit £ fiireefi t«Mftmcogn»fieri,propterquimrtt ef}] nomi- tie autem caufe omnes iiuelligunt medium. quare.neadefini.ione exprimitur medium vtcaufa.propterquam res eft, id cftvt faoes fcientiam propterqtiid eft: deindcex ea de- finitionecotiigitprincipiorum conditiones, interquas nominauit duat illas prarcipua., principia eiTep.ima, feuimmediata, ScriTe -.4../?.. ; J -fl -__._ s-~ - -. • * cWid eft effe caufts immediatas rei, q US e C fte mmediata MtiS™?™"-*** demonftrirur; quas conditiones certum eft ^tV^^^JJl^^i^*^^. , ,„ lJua . oemonltratur; quas conditionei Ccrtum eft inedioprimum competere: deindepropofi. tionibus propter medium ; imb neinteliigi jguidem inpropofitionib. poflimt, nifiprius . mipfomedio mteJIigantur,ideo Ariftoteles f rocdiump.a.cipue refpexft; etenim nomen ££_._*, caufepotefti^multaV.Scare: quiaZ" ' pofitiones pofluntcITe eau.a; inferendi,pof- funteffeeauf-e cognofcendi; poflunt deniq; .ore extremo. quarc dubitare minim> A mus, Anftotelcm c«nditione S o mnt ^ termim inpnmolibro declaraftcquod TJ. 1 quoqjmanireftu eflepoteft, quoddeil.,, verbum.qmdem in fecundo J,bro fadt TttJ men eas cfti coditioncs in mcdio reou,I] ra mfician nemo poteft; qubd *nim p? in S complcxa debeant effe ■mmcd.ata, & S concedimusi-tnonneetiam medium deb« gimrfi ageredeprincipiisnon fui t a ?efc £ medio, debuit Anftot. non fokimde prind pi^fed et,i r eor f un , de medio eas cond bo" nes deelararerergo fi fecidus libcrde med^ eft,»bmim mfccundo Iibro doeet Arifl Z Aiam effe caufam immediaca. certc nuilibrt fccundus^turJibernon eft dicedus denS d.o,flconditiones, qu* i„ mediofunt p er l tus neeelTar,a_ ) in_fecundo hbro non deLriL eflecauf-reffendn qu6nam'ieiturmodo'in' n ■■^""■*'" E ' ,1, . , " unQ ° '«.ro non declari. tellcxitAnftot prfn^fS^nne ° ^10=^?^^/"^ q«od fcsomnibusIimu^potifTimum verb eflendif fioccerte omnesfatcntur; atqui caufs, q U j' busresfunt,non funtpropofttiones, fed funt resfimpIicesjVtDeut, co_lum,materia, for. ma,h« namq; res aliarum rerum caufa: funt, nomen igitur caufe non competit nifi me- diotertninojpropofirionrbus autem tribui- tur ratione medij : quoniam ex eo vtraque propof.tiocon8atur:ideo reftcaitin com- fnentario vndccimo eius libri Auerroes \j> rm tipiafuit caufie, qui* medium ef} cnufii maiaris txtremt] quod ipfe quoque Anftoteles ibl fi. Snificauitjdeclaransenim eam conditionem fiibiunxit lcaufics^uidemtj[feopartet, fuU tunc fcimui , yj)«!H cauj&m cogmfiimuf 1 (ineulan namque numero medium fit;nific_' U ir,& per wedium.quode&caufa.declaraoitprincipia «ffecaufas. In contextuaurem 9 f. djfcrimen flatuerevolesinterfcientiam propter qu d F H^l '"^ )o( 3" atut & fcientiam quod eftj « alteriu P . conditloiit fbSlttS!!. "^" ^ m 1 . ■ l L k_ | UU.U] & fcientiam quod e ft, e xalterius conditionis defefiu, eaSnominatin fingulari numero: quiain medio ipfas confidcrar: nam-in prin^ eipio ilJiuscapitis dicitfieri tuncfcientiam foIu-TT quod eft, f e d nonprppter quid eft, quado non-fumiturprima caufa. demde ad- di t [fcieniU enimpropter fuid efi.fit per prim*m c-*/-;m]perhanc autem conditionem ibi fe- paratdemonftrationempropterquidabjt!. ^.monftratione quod , cuius medinm eft cauC» icnaota, quodfaccrenonpoflct, mfi principia complexai medio diftmeucre vo Iuerunt,quc Ar.ft.in pofterior.busAnalytidt^ nunquad.ft.nx^mnsenim materia dem6 flra .oms, non .o.macofid.ratiir. matcri sm «wt. auteml.ueipfum mediuincfTedicamus.fiue ""«K. propofitiones.idem dieimu^ex medioenim con tatvtraq; propofftio.&prster medium^''"."' mhiihabctnifiterminosconclufionis difcru ***** menautem intermediB.fc propofitiones eft""' r T m Pf"« fwmam logi C am:qu,a mediura eft voxfimplcx.velfaltcm conceptum fiani. ncatfimpl,cem:pr,ncip,aveibfuntenuncia. tionM, vetu vc falfum fignificStesj q US qui . demforma mhbro delnterpretatione, &in • ptiorib.Anilyt.ci- confideratur, fed non " poftenoribus, vbifola marcria dcmonftrl. tiomt rcfpicitur;quofir,qucmadmod U mdu ximus.vtdeprincipiisIocjuensArift.deme- d,oloquat U r,&dcmedK. Joquens loqu.tut Iibns confund,t^t vidcre eft m 48. &4.0 c0 textibuspnmiJibii; quum enij prop4if- «oftendendum.priricipiademonftraijonj, 1S. neceflana, probat medmm efl: necef^ r(un.; idem legerepoffumuj in contn rj fi c e ,am m M-offindit pri.cipi* dcmm_ ftt it^ ' l f, - C ' 1 fe . &V ' ,,uerf3l, - ,: d ^"de id decli. rans.&cocludens ,n j ff.dicit medium tertio, &pi.mum medio per r e ineife,%nifican_ nil aliud efTV princp.a ponere perfe, q)1 5 m dj ce rcmedm termmuperfe cum moq! extrerno conucxum 2fl deMethodis, Lib. IIIL diutn.quireperipfrj non oftenditurnifi extremorum connexio,& : „ , ftiones complexas, quod eft,& propterquid eft; eftenim veluti mediator quidam intet duos, qui eos componir,arq;coniugir;qu6d fimedium alrerius extremi efTentia, &quid- ditate dedarec, id non pr;eftatquatenusme- dium , fed quatenuseftdeiimtio. officium e- nim definitionis, vt omnes norunt, eft decla- rarequid resfit, & qusftioin fimplici fatisfa- eete> quare dehmtio, vtcftde£nitto,non eft media interduo : qucmadmodum medium reipicit duo extrema,& qu^fhonibus tanttirri complexi» fatisfacere poteih defiuitionem i- .demed. de medio.vt nou de pnncipus. hacenim, firccVeconfidcrcntur, pugnantia ftint.quas ILulconfiftcre nequefit. Notaieetiam pof- fumus , Ariltotcletnii. ccntexttbus 75,74,75, BritnilibriDi prKtognitts loquentem,& di- rentem prinetpia efte prscognita, nomine princip'oiuin 11011 modo propofinones, fed etiam fubie&um campr t L liediffe, tamcn £ub: iectum uunefipnncipiumcomplexuiii; nou eft ieiturverurn , qudd itafeparauerit rraeta- tionem de priucipiis coniplexis itractatio- ne de fimplicibus , vtin priniolibro de com. p!exis,rantuni:in lecunuo de fimpjicibufr tan- tum agereconliituerit. ^ Cjput 1 V. eiafdem fententU imfu- gttAiio feLUuda.- P\0 s s v m vs etiam ilb fpectando, qu« infecundoitbr. Pofteriorum tradantur, ciui fenrcntii faHitattm oflcridere; Arillo- telesin primo cap.fecundi libtl Pofteiiorum Analyticn-uni dicljrar; quomodo vna,& ea^ dem lauf ,vnuni,&idem medium fati«faciit omnibns qurft;ombus,qua:de eadem re fie- nrioirjntjfiiieanfit, fije-quid fit.fiuean in. fti,lKie cur infit ; quo fit, vt omnis quxftio fit fsmsmedij qn|ftio,vtipre ibi colligir:pofiea dedcftaitioi.ietractatione aggreditur, in qua vfcj;ad contextum 47; eius Iibri veriatur. Vi- oeanTisiotur, attin i!la parte dtfinitionem ct>ri;idt!Ct quarenus cft mtuidm ; an pntiiiS mediuin quatenus tft dcfinitio. hocautcm hciledignofccmtis.jfi tntelligaratif,qui Jnam fitCrtpdium cofideiari vcintdium.&nicdium vtdtfifiit^o tem, &defitiitionem vt medium,- &definirionem vt dcfinitione ; officium defi- ■JtiOBij-tft fignifica: e quid eft , cfKcift autem nieuij-tlt aiteiijN in altero inbaerentiam de- «w*fe;mtdiBQieiHria cxtfemorum eftme- autern fumere vtmedium , eft eam confide- rare vt notificanrem propter quid inefthoc in illo : finuliterfunTeremedium vtmedium, eft ipfumconfidefare vtfaciens fcientia pro- pterqui J eft: at fumere ipfum vt deflnitione, eft ipfmn confideiarc vt declarans quid eft: quod fi /Vriftot.in primo cap.fecundi lib. Vo- fti.riorum dicit,qusftione quid tft efleqirs. D ftionemmedij, non proptereavuit medium s quatcnus eft mcditim,pra:berc cognitionerti' quid eft;de medio enim demonftrationis lo- quitur,&oftendere vuIt,quod v'num,&idem' medtum latgitur ccgnirionem propterquld, &qtiidi stnoneadem latione; ptscttat enim fcietiam piopter quid, quatenus eft medium demonfttationis, declarataute quid cft.qua-- tenus eft defifiitio ,vel pars defioitionis t non quatenuscft mediura, feupats dtmonftrai E tlonis «quandoqutdcm eadem ratio,vtin. qttit Anfloteles , alio modo dscitur denion- ftiatio , alio modo definitio , vt nos infrade-- clarabimus: igiturnonad modum confide- randi ipfummcdium , fedad medium , &ad rem ipfam funt 1 1 ferenda vcrba illa, & fenten' tta rVriftoteri^ridccn enim medium dat nobis' cognttiontm propter quid , & quid , aliatai men. & alia ratione. His omnibns declarati»,. quas ex ipforum vorabiilorum (Tgnilicationc F manifeflafunt, falfitas illiui ftntentije facilll- mc demoiiftia'iir.nam Aiiftot.poftquam dc-- clarauit, omnes qajefliones efle vnius medij; qi#:lliones ,-proponitin fineillius primi ca-- t pitis inueftigandtim, quomodo veniamns iti , cognitionem quid eft , an per demonftratio- nem,an ptr ahquam aliam viam,& in hac de- cifando veriarurvfq; ad 47; contextum. Vt^ igitur coneedamus, Ariftot. in totailla pirte" ageie de medio, hocenirn nos quoque affe- ueiaiViUSjtamen clarum eft, demedio iM ag.i' nqn p.t o u t vft m echfi , fcd p ro uc eft dctittitkr; ; 28? lacobi Zabarellae Patauini 2 « A nominauit qurefttonem quid eft * libris logici. doceat Ariftoteles raerhni" 1 *Iiqi_am , qua. ducat in cognjt loriCm quid eft,quando ignomut,ab% dubio I cam artem mancahi, atque imp'erfefi7~!°^ 1 " didit eorum quate fl A modo confiderandi traftatioui no- meii imponere eonuenit, Iiber ille dc defini- Eionc potius vocandu. eft, quam demedio : quia de medio agitur vt ducente ad cogm- tionem quid eft,proindequatenuseft defini- tio , non quatenus eft mediura . Prsterea tii- plicem efle definitionemdocet ibi Ariftote- fes: alia naruqi.eft principium deinonftratio- nis,alia eftdemoftrationi. conclufio, alia de- mum eft ipfamet demonfttatto p_ fitione dif ferensademonftratione:dicaiitigtu;raduer- larij, fi in eaparte de definitione agerttur quatenus eft medium , de quanam d ttitiitio- neageretur? certe refponder.' coguntur, de illa.quac efi principiu demonflrationis, idem enim eftprincipium dicere demonthationis, &medium dcmonfirartoni., nec aha t arione definitio principium demoLirationts efl;:di- citur, uifi quatenusefl ipiius medium; id ta- inen eft manifefle falfum, & Anftoteli aduer- iatur,qui in illa parte ia context.41. aftem.fe C fiim : quod abfutdum aufusVa conlteriA! quod qaidem abfiirdum ftneentk». fequitur, qui dicunt Anftot.in r ecun doPoitenorum ij oro non agere de definiK ne nifi prout eft medinm uemonftrat'nn °" nam meditim quatenuseft mediutn 11 6 B ftat nobis aliam fcientiam, quam quod h " infitinilloAquamobreminfit.rednonq^ fit^hocemm f_pra.ftet,id facit quat.nXft dennmo , non quarenus eft medium : ete 0 r de definitkme agat Ariftotlcs eatantttrn ta tione.qua eft medium demonft.a.ionis Oo l confiJerateam mfi vt nos ducitincognitiQ 11 nem qu£fitorun.;complexorum Tg!turirift m ~ mettira , quo ducamur ad cognittonem qm eft, de.idcra_ur,S.ab Anflot fuit pra.ter.nif non loqui de itla definitione , quje eft imme- diataj&demoftrationispiincipiumiSctotam illaro partetn legentibus mat.ifeft.im eft, Ati- ftotclem confiderare definitionem, & ipfum quid eft , prouteftignotum q^uoddam^quod fub quiftionem cadlt:illa vero definitto,quse cftmedium 1 eftptincipium notum, Scinde- mcnftrabile. Sed vtcunque res hxc fefeha- beat,ha.c cnimomnia in fequentibusdili- bertus in fuis commentariis inPorphyriti« traftatu primo.capite quinto , dicens definj, tionero a primo quidem philofopho confil derari, fedtamenalia rationcetiamalogica efle eonfideratidam , nempe quatenus tradit cognitionem quidefl,quam ttaaationenc" queab AriftoteIe,neq-,3b viio alio antiquol rumFaftamreperiri, proinde dcfideratitn. ftationem logicam de modo definiendi : vn. gentius expendentur, illud certum effede- D de fit, vt Anftoteies logicam a.temtm-.etfe bet, Atiftotelem in totiillaparteioquide ea definitiottc , quK eft demonftratio pofitione difFerens,non de illa, quse eft dcmonftratio- nisprincipium : &hajequidem eft principiu ante demonftrationem cognitum; illavero eftnaturaiiter ignota, & quaeritur,& exfaSa dem6ftiationeextt2hicur,&innotefcit;qua~ re non ad demouftrationein dirigitur,fed po tiiis demonftratto ad ipiam: qui igitur di- aam,&macamtradiderit,8;partem eiusval" depr_efiantem,&precipuam pr_rtermiferit. Cognouititaq; Albertus , tiattandum fui_ret_™«g ln Jogica de definitione etiam qu3tcnase_li m ,i definttiojfed deceprus eft ,dum putauit.tra xitin,. ctationemhancab Ariftotelc pr.TtermMram fuiffe,vcnospoftea demonftrabtmus.Viden. tur etiam Ladni folam accidetiura coonitio- nemrefpexiffe, dum folam de:noftra_ione_n cunc, agi in eapattede definitione prouteft E in Pofterionbus Analyticis tradari aflerue- medtum, & proutdirieiturad demoflratio nem,decipiuntur, & ilfana Ariftotelis ttaiSi- tiouem non iatclliguac. Caput V. eiufdem fententuimpu- gntitw tertia. VE r v* M non modb quid egerit Arifto- teles, fed etiam quid agere debuerit c6- fiderando, poffurous aduerfus eam fcnten- tiam argumentari: arslogica, vt perfcftadi. ci poffit, tradere nobis dcbecinfirumeina, fiue methodos , quibtts ad omnium eorum, qus qu_cri,ac fciripoirutitjcognitioucm ptr, uenire poffimus : quajtuntur autem tepe re. rum definitioues ignotas; imo inquit Arifto- telesmultasdefinitiones vfque adeo eflei- gnorasjVtdemonftratione indigeaut,quain- notefcant, proptereaetiam in principio fe- cundi libti Pofteriorum Analyticorum inter iila, quac io fcie»tiis ignorari, & quasri folt nt, runt: demonfttatione enim fola accidentia cognofcimus, non rubftintiasitame rubfian, tias quoq;ignorari,& quseri contingit:quare ipfae quoque inflrumctitologico egent, qit» innotefcant. Ratio tgitur nos faten compeL lit.traftandaeffein l-ogicainftrumeta decla- rantia non modo qu__;ftiones complexas,fed ettam qua.ft.onem quid efti& nttn folumad acctdentium , veriirn etiam ad lubftantiarunt ' cognitionem conferentia: attamen fi eorum fententiam admittamus.non tradidic Arifto- teles inftrumentum ducens ad cognofcendii qnideft, neque inffrumentum id"oneuma4 fubftantias notificandas, fed folum ad acct- dentia,&adfoIas quxiliones complcxas. Caput VI. hi quo pcflermm felia argti- Tiienta proponuntur. ALt e'm m fententiam plttrim: poffe. rioresrequunuir,quam Auerroiifuifl; profL ^ * „mvidetnrfe *f- tionem effeinftiumentumfubftanti-ecogno r m.,-.*»-. fccnda-.videndum eft.quid notnme fub._an- tixuitetUgsnt: fubftaiuianamq-.duobus mo disaccipiVolenquandoq. figmficat pnmam ^ hbrowctarinenio vnquam ncgauit, B ?;Ca drfficukas manetir, fecundo, an m ' \, dc.ur definitto vrinitmmenrum fub. tori*c"gnofcend*,.e diftinaurna demon Sne- idco hanc partem pluribus argu. comprobare n.tuntur. Pnmurn di- 22" p vnaquaq; re duo funt ad (ummnm, fiiobi' cognofcenda proponuntur, fub- X .t.,fius tei 3c accide:)!ia propna.que tn ftiiuiaipnu- - fl j ; ncx disacc.pi_o_et;quanaoq. ugjiwc» r ....»-- reittfunt vt " s W ka Je _ C £a «goriam ab aliis nouem d.ft.naam.quw. ^f^.. u pnm» W D finttionem declaratur, fiue de fubftantia,fiue de accidenteloquamur. demonfttationeve. rbaccidentia cognofcimus non prout feotn- dum fe conftderantur, fed prout accidentia funt, id eft prout alteri vt fbbieito inharrent; quid enim fit gencratio,definitione fignifica- tnus, vtrum aut?m in eorporibus naturalibu* fnfit, velcurinfifjdernonftratione; hscete* C ntm accidentium fcientiam tradit prout al. rteriaceidunt, definitiovcrb eorum eilenttam. declararproucfimpliciterproponunturrideo teftc dicitur definitionem qua»ftioni firapli. ti fatisfacere , demotiftrationem vero cotn. plexa;- Preterea fi in fesundo Potlciioium ;iibio de Definitionc ageietur tanquam de .altero inftrumento re diftin&o a demonfira- tione,IiberPofteriorum non efietvnus liber': deiruiuoJfit demonftratij pofitiorie a S* l ' rens, ckidenircquod Jemotifiratio " pemtus diftma*fi 1 it,fiquidefubft ai ,.V I iUum : 1 '■ efldcmonftratio: «iilcrtiiit aute,n& finis.Sc rationx formx, : eo ;nirn amh " propofitiones.es; nftant: m2teri3 \\iu defini tionis funt partes ipfa,quxin dcfinitionefn ' muntur: at non pereandem caufam mediarri accidentiademoi)itiantur,perquam fub(W tiadefimtur; vult enim Aiuttocs medifl^» monftrationis rarb efle definitionem ftibie!! fti,£i vtplurimum eflealteif accidens, q Qo i alterius accidentis caufaef;:e:{ caJcm iaj tllP matetia non conflattn deSnitio fu.--'jntjc, tx quafit demonllratio accidenti'-: i;iomii«Lus i»^Hjir4/(j. inftrumentafunt, vt fit etiam vnum, Sed qui hoc Jicuntjptcptium dogma euertunt,& pu- gnanttadicunt: priiis enim dixetant.demon- quatenus fub vno cnmmuni Si nere,quoda- nalogum vocant, comintntuj; cft emm cont. mune vtriufque genus inilriip-.eiuuin fcicn. di : fic autem vna tftmtencio Ariftot. docere jnftrum.entum peiiict.c (Vifmtx sctjuiredj, cjuoJ pofteain tiuas fpejcsti mriitur,in de. monfttatior er dcrinitioucm. llxc quoq; refponfio vana, fk comm t u:iri.t eft; quoniani Anft. nullum ronfideraiiit demotiftrationis E geniis, nifi fvllfigifmurr., vtpatet Icgentibus itiitium primilib. Priorum Aualyticoruoi, & initium capitts de prima figura in eodemlL bro:in fecundo etiam c:'pnc :ib i. 1'ufteriotiL in definitione demoiifti-arionis nonacctpit inftrumentum loco genei is.fe^ lyHogifmutn: 5c in fecundo libro deii, ic„s Jinitioneni fu m pfit p i o gen e e o . :iti (; n = m , ii 6 i it ili umeu tum:erattamen accipiendum loftrumeiituni invttiufque definitione, fi vtraguc.vtfpeciej ftiationem, ac definitionem efre duoinfttu- F inftrumenti coufideraturTeJ reuer3Comina> mentarediftinfta, poftea verb dicunt cflev- itum re. Praterea non funt boni Auerroifta?, vtfeeffe hacin re proritentur. neque ea, qt;a: ab Afiftot.infecundohb.Pofterioiurn dicun. I tur,intelligfit-Auerroes enim iu prkno cora- , nient. lib. 6. Metaphyfie. clara voce teflatur, cam definitionetD,qua: eftdemonftratro po- fitione differens , non eflefubftantiae defini. tionem, fedaccidentis: &h3ec eft Ariftotelis fententia in fecundo Pofieriomm manife- fiii1ima:quare dc defiuidonc fubftitix haufi- neomnium logicor um infti-umentotora ge-» nus apud Ariftoteiem tft fy']og!fmus, vt an- tea Jemonftrauimus. & vt ex Jcfinitione de. monftiationis nianif.Jfc colligiinu*; quum@ gitu r fu b vn o senere d t fi n tt i o n o n c ontinaM tur,non eftinftrumentum k^icuniTjideo Ati. ftot. in-contextu centcfiino ftcnnJi lib. To. ftetiorum epilogo coliigcns omma,qtrae in \u bris Analyticis docuerat, nullam fccit definu tionis mentionem.fed fdlum fv]!ogifmtim,ffl demotiftratiouem iiominautti tatuiuam se- nui.Se. 289 deMethodis, Lib.IV. 290 * m • oobdfilneo ftcamib libro A fi nullum in eo libro locum inuenenmus , in n us & tracbffet tanquam de fpecie quo Anfl otelrs de definiiiot.e agar.vt de ;n- ,je De- m jjflj nCxa 3dcmoiifliatione,eim iliumento ducente ad cognitionemqiiid.it, ^ rUll !VvnHriicrein*illo cpilogo debuifTet, hoc vno aigumento eafententia fatisfuptiq; ... cxpriincrei ^Y.pfum c.mmune vtmifque genusin- fcWenwrn. de quoctiam al.quaprius t.a 1 , il c_an-4a-fp^iesaccederer,qucmad P .tametiapnusile ryllogifn.o egir, qu.im gnitionem qutd eit, conhc 1110 , nftratione. Sed certe demonftratio * qua.nam iit illa via,&de qt confutata cnt: Anftoteles ab initio eius Ubri vrqueadconttxt.47-dili£etcm traclationcm 7 '-""^»- facit de definitione, & de via ducente ad co. •**" gnitionem quid eft, confiderandu i^itur ^tf'^ p"a)' t nftratione. Sed certe uemonnrariu * quasnam fir ilia via^&de quanam dtiinitione ' " Ww"' l 4 rfimuoniillumi 1;il,cntcolr,,nune g tnus ' l°q"3«urin " parte Ariftotelesjcerte vcl cc;- *bft,tu mt flimum,o.ari-.ne_n, Vt iignificant £ cus infpicere poi]'et,totam illarn traftatiorte efle dedcfinitione accidentium , non de de- ruii renmt  tells incontcxru 45. irj.i*.* u- ^J' ftenotum.de quaet.am a!iqu»di*ttAr.ftotc- tcsinprintipioltb. de Interpret-ttoi^qua- rVfi inftturn-entum fetendl putaiTctefle tatu- rieoiproxrmum genus.multd magis deipfo, auarti deorattoneloqui drbuifl-f, genus e. nirn p: ox. m u m pi i n ci pal i u s eft, § 101.0111 m : * oratio no« fo!u ' n aLogtco, - j" "r nuTro folo cofideraii poteft: propterea cfctntia_, imoeius confiderationem reiicit in aiJLU a ._ rtf™.,™ _,ft ..__.,._..-..., h,:_ , bntm vnum conflituere no poflcnt.Pia^terea jj taphyficorum: fimiliter clarum eft, viam dtw imt PtSt. icprfhcnfione dignus eflet Ariftoteles, qui in frcunito iilo libio fibi proponens de defi- nitioneagendum,tanquam de altero inftru. mento penitus difimcto a dtmonfttatrone, fspius in co libio ad tta£tatione demonftia- tionisrenerritur,c>: has traclationei confun- dit.puftqua enim longo fetmone egit in fccu dolrtiro de Definitioue,ad demoftrationem redit.&docet, quomodo ipfius medium pof fiteirequodiibetexquatuor generibus cau. farum.deindeitcrum ad definitionem teuer titu-, pofte3 iterum ad demonftrationc : de- builU-temmim.lib.totum de demonftratio nefermorrem abfolucre: deinde in fecimdo reorfum Jc dcfiiiltlone loqui,fi duo iirftin£ta inftrumenrafunt.qutmadmodutrftlli trafla. ridirunt: quantditticultatcm non effugiunt nonnulli,qui aicunt defmitionem tractaii in x.lib.vt initrumentu re diftinftum l demon- ftratione.non tamsn vtinftrumentum fubflS ] ux tantum cognofcetidar, fed fimpliciter vt inftrumetum cognofcendi quid eft firje fub- ftantiarLm.fiuc accidentium; hi namq; mul- to mirsus peccant,fedtamen ipfi quoq; deci-t piunturrquia defiuitio vt inftrumentum ca^ gn jfctndi quid eftin eo litsro no confldera. tur.vcarguaientft modbfirSum ,& alia prius 1 addufta demonftiat.Sedhuius f^ntentia; fal litasnon poteft clarius & cfficaciusoftendi,cJ totum ilium Tecundum librum peicurrendo, & iingulai piit.es bieuiterexpendendo.nam centem ad tognoicendu quid eftin arciden- tibus non efte definitionem, fed demonftra. tionem. in fine enim i.cap. proponit Anfto- teles declarandum,quomodo perdemonftra tionem declareturquid eft &in cotextu 47. epilogum facienscolligit,fe declaraile, quo_ modo fitdemSftiatio ipfiu 1 quid fft,& quo- modo quodquid eft monfttftur- fedtotam illam pattcm Ugentibus manifeftum eft, A- E riftotelem nil ahud cocere, quim quomodo d£monitratio ducat ad cognitioneni ipfius quideft: noneftigitur definitio inftrumen- ttim ducens ad cognofcendum quideft, fed demor.fttatio.Deinde Ariftotelcs in contex- tu 48 inciprr. tract:itionem de gencribuscau. farum,& docer,torti quodlihet pcfle in de» monftratione medium effe:&M eacanfarum confideratione vcrfaturvique ad contextum 68. qui tota trattatio abfque vllodubio de F demonftratione eft : quia nihil ibi diciturde deritiitione. Poftea in contex. fumquideft,&vena:i definitioncm idem Cap.UX. tnquo ojlmditur eam fen~ tentiam Auerroi qmqtte adnerfari. POsteaq^vam Jogma illud de d;fi ttone ab Anftoteie ahenifTinifi effe de- inonftrauimus, nuncab Auerioe t|i!Qct,a|ie* numeffcoitendamus:fententi;i Autrroij J| in mulrislocis, quod pnmus Poftciiotuai li ber ad fecundun) dingatur, & demonftratji piopter definitionsm traftetur,vtlegeietft ■ Qm commenrario vndecimo prinii Pofterio. rum, & j n 3 S . fecundi, & iu Fpicome logices in capite de demonftnitiunt , ,& inqua?ftionU bui iogicis.qUEEflione dccinia-arqui Jcn>on. ftrario ad definitionem fubftanris nd diriei. tur, quu ad eam nihtl penitus cuTerat, quaru doquidcm ad folam accidentium cognitiorje vJ conJuclt : fed potiu^j; cc.nrrario dtfiriitio fubftantia? ipfi dcmonftrationi inferuit, eam dtrigitufjtanquam eius principiurmita. J ^ » " — - 1 —- ^ r 1 |* *m »ij , nenificant:quarenihil vauiuseft, nihtlab A- D quehune in modum argumentemurilla de- riftotele alienius,q .itcere deflnitionem effe methodum &infirumentum,quoipfe inea patte docetvenariprasdicata in quici , vt pa- tettu legentib. verba Ariftotelis in eoloco, tum rem ipfam perfe conffdcratibusiergo in caquoq; parte,q.ua;a conrex.69.vfq; au 84. protenditur, manifeftum eft, tu Aiiftotelem non loqui de fola definitionefubflatise, tum etiam non ccfhuderare definitionem vtmc- finitio in fccundo libro Pofteriotum tracla- tur.adquam dirigitur tiaflatio de demon- ftratione tn ptimo, fed ad iubftantia; tkfinL tionem non ditigiturdemonftratio; ergo f«. ' cunduslibernon cft de definitione fubftan. tiar.fed eftpotitiii de ds.finnione accidentis;-^ adhancenimditigttur demoi;ftratio,tamen reipfaabeanon diftinguitar: quia differurif ' folaterminorumpo/itione; quum igiturne- ihodum &inftnimcntu,quo vencmuripfum E qtte addefinitioncm fubftaricie; dirigaturde- quid eft.Hincfequitur, nullum cffe locum in «oa.libro, inquo Ariftoteles de dcfiaitione fubflatiaefeorfum loquatur: &nullum etiam efle locum, in quo eonfideret definitionem Trinftrumentum ducens ad cognitionc m i- pffus quid eft:quiapoftilium corit&ytum 84. vfque id finem libri nil amplitui dicit de de- finitione, rbi enim ad demonftrationem re- uertitur,&loquiturdeicietiaipfius,proprer rnonftiatiOjneq; ad definitionem late acce. ptam,qu3e &definitionemfubftantia?j&dft. finitionem accidenris compleclatur, feciai folam aceidetis definitionem, feq.uitur qucfi Auerroes no exiftimauit traftariin coffcun. do.libro ^efinitiontm vt inftremcntumco. gnofceiica: fubftantia:,neque vt jnftrtimerl, tutncognofcendi quid eft,gerietaliter furne- do quid eft tam fubftantjafu, quam accideif quid cftpercogQitionera caute vfque adce- F tinm. neque vc inftrumentum diftinftumFC tcftmum contextum, in quo Epilogum facit, & dicit fc de /yfiogifmo ac demonfiratione aocuifie.dc definitione autenifitl dicit;quia rilJ^T U m n i ^ fi (1 17 frt n & 1 A i I titfVl Inmn. .'i' a demonftiacione: quiadefimtio accidentis re non diftinguitura demonftratione: imbrl diftosAuertois locos legamus,vult AucrroM leuera omnia.quaevfque.aj illum loeum tid- ipfam potiusdemonflrationem eiTc inftru- — J J t\ . _ _ . ■ .. . .1 1 r- 1 -. fi cuerat,ad demonftiationeiii pettinueranr,vt niox claiius oftencfemus.Demumin poftre- ino capiteeius fecnndi Iibriioquitur Ait/io- tcles de prineipiis, ae cie eorum eognttione, & deciarat, qua via fitin nobis acquifita pri- morum principiorum notitia, &viam dicit we induiaioaem, Faffaeftignur) &abAri- mentumdueensad cognofcenctum quid eff» 1 quam definitionem: nifi dicamus.definitte^ nem ipfam accidentts eatenus efte inftiume- tum,quatenus tftidem te,quod demonftra- tio; ficaurem n5duo erum inflmmenta, fed ■Q" vnum, quemadmoduns infra declaiabimus. M Verumad hocargumentu aiitjui reipondint' noH 295 dcMethodis, Lib. IV. rr,iu vtftosputamus,intelligendaA. A 00,1 ^.V.rba,quando dic.t.dcmoftratiouem r , rdehnitionem:non enim fign.fka.e ^?-r_aationem demonftra.ioms efle gra red demolrrationem eile m. ^en "m dimtfone P r*ftauuo- :q««w ? rt £ plu«in aliqua d.rcpl.na rraCUn- d0 n, • n vnum eft nobihus cstens.dice- auodaliorum preftantiffimum 'II UiliS t' 1 ' ' . .1 • .i) .*irinn6 fic prooter tractationemB fT m ^SZ Juara vana fit , darum SeSX» omn.bus memoratisloc.,: non . definkipnem effe demon. S&ftra.ioncm efiftruont , effe «tra-too- C arfnitioi.ii , fccogn.noncm qu.deft : Tlm.giturfunt Auerro.s verba, & ipl.us fen • « _h eo'um dosmate ahenifTimam ef- B m oSt«« Pr.LeainruaPr^atione n rimum librum Poftcr.orum, Aueiroes ra f/nem redJens.cur Ariftoteks mvno & «o- d!ra lib de dem". ftr-none , ac de defimoone thaauerit, inquit, no t£fe inter easraagnum 294 pter quid cft,iu fecun.o autcm quatenu. tra- dunt ctiam cognitiorem quid eft. Dicant er. go hi Auerroiftx.art Aucrroes intelligat pro- pofitiones necefiVias traaari w eo fecundo libro , prout funt d.fiiiittones fubieai,--. ac- cident.s: fi fubieai.adueifantur Auerroi,qui in pr.mo libro Poft-riorum,comnietariovn- decimo, &in t_ua:ftione fuade medio demo- tirationis confutat corL.in fenceiuiam.qui di- cunt, medium effc definitionem fubiefti ,& probateiledefini:ioner_i femper, & exnecef- litate mai oris extremi.non minotis,nifi raro, &cxaccidenti: atqui dum dicimus ptopofi- tionts demonftrationis , dicimus terminum medium, vt fupra cotra Lstinos oftendimus, flcYtifti quoquc Aiiertoifta;contraeofdcm difputando confitei.tur,& fumunt : reuerac- nim praeter maius Scminus extremum nihil eft in propofi .iombus, nifi medithergo tju». rtte ars propofiticmes fint defimrio maioris, an mitioris extremi , ni! sliud efi*qu_,m qua:- rerc an medium ftt dehnitto huius, vel illtus; quando igitur Auerroes dicit propofitiones, qu^materiademonflritionis funt 5 confidc- tati mfecundo libro Pofteriorum.prout func definitiones, & ducunt ad cognnfccndum quid eft, intelligit accidentis, no fubieaiier- go non cftverum , quod in eo fecundo libro fccunduro Auerroem traftetur definitio vt eft inftrumentum fubftantiae cognofcend», . . __. I _«. .-, _- 'nj.nnr^nrl I / 1 1 S 1 A pfl : 11 I1 1 1 T^X^ZZ D «q« genS^oicendi qu.d eft.oui, tfc.imeri,quoU a.ueno , j _.,.-,„ .. j,fi n itionemrubfianti» nulla tanoncretpe- , u . poftuhuerit : fed hoc Auerro.s dichim de arfoitione rubftantiat minime verumeft : hsc enim , vt anrea ofteud.mus , eft d.uerfa penitusadenionftiat.onei crgo hascnon elt iUadefinitio, dequaputat Auerroes Anlto- telemaoete in [ecutido Pofteriorum ^necjue etiam p = v:tac traaan ineo libro alterumin- ftrumentum re diftmaum a demonftratio- ne , fcd potius idem te , d.ffetens autem folo ll_;LJUtg(_Jii%.i*iai.Vi - -j jl definitionemrubftantia- nulla tanonc rePpe- xitAuerroes, in declatando Ariftoielisfco- poin illofecuntlo libro, fed folam definitio- nem accidentis ! non eft et.am verura , quod Auerroes pntet, defir.ittonem ibi ttaaari vC inftrumentum re diftinaum idcmonftratio- nc.quumenimdicat, eafdem propofitionei demonftiationisducereadcognofccndum & propter quideft, & quid cft, dicitvnum in. n, r- ,i 'lotiu-; idem te, u.tteiens autem ioio propici ^u>" ~> i~- - . . SSfa A iaqooquevferbafuntio E ftrumcntum effe , quodvttamque cogmtio unrnnorumnu. " 1 H H _ „,„„j„ nra ,ft_. . & vocatur tum Jcmonitratic VLIIIIIHV.U • - 4 A eoproormicAuetroi^ expendenda, quando d.ctf, poflquam t-uftoseles in Pnonbus A- naJyttcis egit de formadcmonftrationis, vult inl'ofterioribusageiedeeiusmateria:mate- ria auttm deniotifitationis funt propoficio- nes vetat , qua: quidcm& in primo , &in fe- cunda libro Pofteriorum ftnalyticorum con- _Tdeiantur,aliatamen,&a!iaratioiie:in pri- mo quidem quatenus ducunt hominem ad vertficatiantmperfeaam, in iecund. autem F quatenus fiint definitiones , & ducunt homi- nem ad pcrfeftam forrnationem : eftautem veiificatio apud Auerroem cognitio quxfi- torum complexorum,qit^ perdcmonfiiat.o- c. nem, quatenus demonfttatio eft,innotcfcut:^ foimatioverb eft coceptia natur_r,fiue quid- ditatiSjqu^ per defiiirctoriem fignificatur:f-n tentia igicur Aueirois eft, quoJ propofitio- nesvetx, id eft,neceifarij_ tam iu piimo,qin fecundo Pofterlorum libro ttaftentur,red io primo quatenus ducutad cognttianem pro- nem pracftat, & vocatur tum «lemonitratio, tum definitio : vt ipfe quoque Ariftoteles af- ferit in comext.4f . fecutidi Pofteriorum,& Vt nos poftea declarabimus. Caf. I X. quodnamjit Arijlotelit ce*~ filtum in VojieTiortbus AnaMicif: PO s _ o_v (t m .liorumfententijsreiect- mus, adveritatis declar ationem accede- dumeft,Tttum pcrca, qua. de methodisdo. Cgimus, adcognofcendam Ariftotelts men- tem ducamur : tum viciffim ti aftatione Ari- ftotcHsintellecta fenreniiam noftram de me. thodis tanti viri teftimonio mirifice com- ptobemus : etenim ea inftrtimetafciendi tra- aauit Ariflotelcs , qus traaare debuit, & ea modo ,quo debuic. lam oftendimus, duas taiitiim cari methodos, feu duoinftrumenta fcicndi , methodum demonftratiuam, & me. k -- Iacobi Zabarcllae Patauini 29j th jdum refi.lutiuam^ quxferua eftmethodi A vt cauf_.funt , natuialiter notx funt (C demouftiatiiia:: quoniam rcfolutio ficp.o. verojVteifeauSjnataraliterignoti-iliud " S ttuA metbo pur compofitionem , vtiiJi principiafubmi. niftret : oprime igiturfecit AiiftoteIes,quim Pofteriorib 5 Analyticis duas tantuni m ctho- dos tradidic,demonftratiuam &refolutiuam; d*, tri8 a „ i r demQn&t!itl " 3in ^ 1 "^ 111 prim2ri6,rcfolu- fri«UHi,tf tiuamautemfecijdario.&proutpendetade- /tknk/d r„i monftratiua:propterea dum pretipuum Ari- fkaaUUrii , ftotelis feopum fpe_tamt!s, re&e dicimus , v- Ham efle vtriufque Pofteriorum libri fubie- dammatetiam.demonftrationepotiflmiam: ideb Ariftoteles tn principiop.imi libri Pi io- rum AnaJyttcorum prcponere nobisv.lens finem omnium Jibrorum Analyricoi um , v- nicum propofiuc, demonftratiuam i.icthri- dum: & in epilogo in calee f.cundi Pefte- riorum eam vnam colkgit, demahodoau- tem lefolutiua nfhil dixinqma eatu lecunda- rio confiderauir, quirenus dirigitur adde .__„,„_„.., „ _... 5 .._. ----- .."^..._-, __ui__ lt _penoDis elleincosnita monftratlua^iiJO fit, vt appeiiationc demon- C eftedus verb fcnfiles & notos.h-rc etiim _ff ftratiujre foluiiua quoque cotnp: ehenJatui, lltjtii d_.j. perfecta traSatio de methodo de- monftiariua eaomnia compleftitur,que spfi dfinonllratiua; methodo iuferuiunt, acne- ceflariafunr. Qunmuis igitur noii vBaro me« thodum traoflbtn,ii,fiexc 0 1nT^S: tione caufniuni , licutineoue efft finecaufi ' iutspofrunt^giturignotifecundumrtiamn. turamdicuntur:necpciturl)3renosd{bet i videamus, eaufas fipenobis efle incosnita? ftuum cognttio abfque caufarum coEnitioni debih. &impeifcda tft : & pJurimuintcitfl • quahfnam fit noftta coguitio, & quahfn.n,' eHedebcretieftquidcmimpeirefta,^-,™ itatu ignorantia- iumus conilituti , aeif.au, fine caufis cognofcimus: fcd tamen itaaflei+i elledeberemus.vtpriu. csufas.a effcttusto gnorceremus, & „ caufis art effedus naturam imitando progrederemur:ideo qnando dici Dmus,caul.s cifenaturaiitei notas,rff.ausve. rbnaturjliter ignotos, no iiitellrgraun ne.er ftnum eiie vt id fempe, eueniat.vcpniis ta U - fts,quam effcc"tus J & excauii. elF. a , s C()nr)0#i fcamusifedfoJam fpettando neifectam &di- ftinftam cogniciontm fignifica ie voliimii* talemeiTecaufarum naturam qu..tentis caufe fum , & efteduum au3tcni!s iunt efTtclus. vt prius, & magis caufas, quam tfft.dus co^no. ftcre deberem u s , qu s ftc t op t, ma , & rriaxi_ , _r r ~" • H"" u »"■■ "'" t,c "'->.qu3: tiictoptima.Simaxi. dixiHtt, fi putaffct defimtionem quoquevt E me perfecla fcientia,ipfiq ; rerum njturecon mltrumentum fciend inflrumentum fciendi confiderari: ea enim effet infiiumentum demonftratione pra:fta_ j tius, vtetiam Auerroift* omnesaffereie vi «Jentut. Caput X. in quoratlo conftlij Arifla- telis exponitur. y~tA_TERv v w -ttum horum omnium ra s . ..,, r .,^, , L111 i,i iuiihc con. Ientanea,fiqu,dem diflinda caufarum o eni. tio a diftinaa effeauum eognicioncnon pen dct, fed effc_iuumd fiin6a co^nitiobaheri nonpoteii, mfiprius caufa: ipfo^rum iici.an. tur. Ariftoteles igiiuc tradett nobis vuledii methodum & inflrsime ntum . quoadrerum cognmonfcmducercmur. perfeium cogni- tlonem pnmarib refpexit.S; primanb dicere voluit mftrumentum ilIud,quod naiuraltm ffTH ft r- r "t I ri » I — v-, \ J _ __ ____*_ __ i . .- ■ . , ruiu.i iiuiruniElJt-m 1 Ufl.quod rjtu;a cm tionem habeamus.tum ea, qua; duenda F rerfi ord.neimitando perfeftam nob S3 manent, intelligamus , fciendum eftquod ^potiflima demonftratio optimam nobisre- rum fcientiam tradit; feriem enimrerum na. turalem imitatur, d. facit aos ita rcs cogno-" feere,vtfunt, -.vtcognofcenda; funt: ea eft rerum ferits naturalis, vteaufa priorfiteffc- Ou; natuta enim ex caufis effedus pioducic exeaufarum igitur eognitione ii .ffeauum fcientiam eoiifi.quamui,methodo vtimtir re- rum natuia: confent_nta.& 3 notis ad ia no ta fecundiunnatmam piogredimutiquia caufe. r ,1 .yu Jtiuj. tiatn traderet , qua ita res cosnofceremus,vt cognorcenda. ftint:inqua fua Dtimariatra. aationenonrefpexitingeirii nofiri imbecil- ttatem.quicauras, aquibusprogreditiidiim iikt.nepenumeroignorsmus.feci folumqttS Aamfii methodus peifeflam fcientiam tr£ dens,cc.ni?Jer3uit.Haiicf_ntenuam opiiine expicfiic Themifiiuv in deeJaratione il!otu«i vetborom j.capitislibn i.PofterioiC vtr» & n9tit.ru dup(Uiier.-\ vidcns en :ni A . iflo telem fdtta ilia ptions & notiou. diftjndio- ne non 297 deMethodis, Lib. IV. m fhbiunxifle, Vtro duorum modoruni A non habeit,vt aflerit Ariftoteles in contextn 5,1 ia demonftratiotiis piiora & notiora ^i.fecuudi Iibrt l'ofteriorum,ideoque dixit, &X*annobis*n omma, hocipfe expli- !r. JnIoit,inquiens pnncipia notiora efie ^hVre no nob.s.fcd uaturaiquoniamautem i^icere aliquis poterat.ergo ab ignotis pro- ° fvmur quod tamen diccndu.n elfe non K I u "qu«doqnid«p Jemonftratio mftru ojrnofcamus.nonvtnatura cognoicat. ";. rae %,mncquedemonft:atjneq ; cogno- r it fed nos fumus, qui demonitiationecx- lr .imus.vt fcienttam adipifcamunad hoc rc- r ■ ondet ihemiftius.demonftrationem non ngini; nollri infirmitatem, fed folam verita ftijfenteni Jhj ramefunimopere probatur, &doaiiii maacveriffimacflevidetur.&AnlVotelima- jjmcconfentanca, qui quumnotioradiftin- xerir dicensa!ianobis,ali3nfturanotioracf- fe certe alterum membrum reiefto altero ac eipiedumeirevoluit;atquiilludminime fu- incndum cft.quod fint priora & notiora no- bis non naturs: fiquidem principia debcnt effc caof3t;crgo alterum,quod natura,n6no bis. Voluitigitur fignificare ThemiftiuSj g> Ariftotelej docensinftrumentumjquaresi- gnotasindagare & fcire poffiraliSjnon refpe. xitjkiuomodo nos aftefli fimus, fed quomo- dosffe&i effe deberemus, nequeideo negat pr:^cipia nobtsnotaefle debere, quia velit eanobis effe incognit»-, fednegat eanobis jiDtioratffe.vt in ftatu imperfcaionis&igno taotiai conftitutis, &vult effe nobis notiora, vtnatiiramimitantibus in rerum cognitione perueltiganda;hacautemratione toram co- gnitiouem nobistribuit Ariftoteles, nonna- turae, vrillius diftinftionis hiclit fenfus : alil dehnitionem fubftantia: non poffe demon- ftrari: quiaquod caufam non habet, non eft denionftrabile : fubftantia igitur fecundiim naturam, &fecundumeffenciam fuamnota dicitur: quia ab externa caufa non peridet: propterea Ariftoteles in toto primoPofte- rioium libro,quando de definitione fubftan- tiieloquitur,fcmper ea numeratinprincipiis B p ie notis,qua: fecundum nacuram demoftra cionenon egent: itaque vaniflima cft eorum fententia,quipraecipuum Ariftotelis fcapum effe arbitrantur,docere mftrumftum cogno- fcendat fubftatizr,quandoquidem dum prs- cipuum eius fcopumrefptcimus, fubftantia proponitur, vtprincipinm nottim , Sinullo inftrumento eget,vtcognofcatur.Sedquam. f*£»Vnra pri- A inferifiles funt:quum enim eafitnofha niariam intentionem caput illudincalce ii. bricoIlocans,tanquam fecundaria tractatio- ne ad arti* perr'eetionem,& ad doftnne abu- dantiam adicftum.De eadem locutus eft et- iam in tod cm fecundo libro,quado raodum docuitvenidi ea, qur prxdicantur in quid, &definitionem eiTentialem coF.ftituunt, vt mox declarabimus. Ha?c dicuntur ab Anfto- teleinPofterioribusAnalyticisdevtraq, me- thodorefohitiua:reliquaomnia,qu;etumin B confufam; diftmcraenim co primo,tu infeeundo hbio tractantur, ad de- monttratiuam methodum perrin£nr,quxin fttoque libio piimaria eft, vt memoratum procemium & epilogus majifefte declarant. 300 r — § l, irioire» fii onginf ducat,iHud omne, quod ftnfurl gnofcino potelt,etiani{T principiurn & cauft aliquafuerit.ignorum nobisf C cund um ' turam dicitur, &ex alto cognofcitur, liri, fjmplieiter, &fecuudiUi propnam iiattji a J anullopendeat, & t* fe cognotibilelrt. Efi demfenfum aliis vr/bis referemus,Gdiftj||. guamus cognitionem noftram diftinaatn & confufam; diftinftaemm cognititfac orniiia piincipiafuntnota fecur.diim natura^quam. uicabfcondita & inlenlibiliafint : & omnes effectusfccudum natuia funtignoci, etjamfi fenfiles fit]t;At!ideeonfuOnolira cooni [m Caput XI. fohttio dubij deneto cr ignoto fecmdum nn- turam* ADvEitsvs ea,qux diximus, dubium noleuc oritur:antea enim quum difcri- men intet demonftrationem aheffeftu, & induttionem declararemus , dixinitis llla principia induftione cognofci,qux fimtno- ta fecundurn naturam,hoceft,que.ex feipfis, nonex aliocognofcibilia- Tunt: demonftra- ti onc autem ab cffectu illa principia dedara- ri,quejgnotafe£undum naturam funt.&per o ni tio. ne !ij,qua tationecaufgaliqua: di- «mturnobis ignoti fecundum natuia: quta •Tslmie. cognttaeriripfa methodorum natura.Qjiotf igitur in iis libns fraftetut definitio , omner Vtrmfq; fefta; jinrerpretes concefTere.ftd de ratione huius traftationis, ac dc ii.t;;)ciea« Ariftoteliidubiu cil.quu aht eam vt demont ilrationismedium,a!ij vtinffrunieutu fcieai di a demonftratinne diftirjfTum traji»mii t cedere.cj definitio ca ratiorie i Mctaphynco /mM M c6Gderetur,qLtatenus figtiiticat quidcitatej '*/«4 rerum,idt]iapud AueToeaperte le^imus io, comm.42.lib. 7. Mctaph.eft igitur coonofce- dum, quidnam litdefiniticnem conf::crari, vtfignificatricem quidditatis: mihiquideal videtur,nilaliud elTejfjconfidersri vt dcfini* tio eft.namdefinitio ab Ariftoreic ita defitiiv • tur,definitioeftoratio ligniffcans quid. aua- re Ci d Metaphj lico confider3tur vt figniricis quidditates reiu,certe confideratur vt eftde- 3 iinitio; quomam autEm definitio eft ora- tio fignificans quid eft, Sc oratio omnis,quc- 3 imodum 5c omne nomc,& on>>:c verbnm, e.4initrumentum, quo conceBtiones animi ftgnificamusfequicurcv clerinitio, vtcft dtfi- uitio, &vteftoi3tio (fgnitic.i; ciuiddtcatem, y eftinftrumentum fignificans ciiviidlr.item, quam aninio concipimus: Scdctjriitiot-e co- iiderari a ptimo Philofopho.vrfignificantein q.uidditai- 1 30t CJ.IH deMethodis, Lib. IV. 304 ,. ffl eOcamconfideraK vtin- A nem referatai . Qnalitautcm fithaec reia_io> t**»m>$» ram.c-na.uihu,, & u.rcurrenti- ; , „oto ad ig-otum,hec enrm func inftro- ntI !_-ica,"tantcadcmonftrauirmis:di- j£ut q«"K Philof-phus agere vult de quid- tne ■ -*> rint' -.r.tibui tcru.ii, & datur. nam quatrerequid resfic, nilaliud eft.quim eius dcfiniiione in- dagare: quomodo autem haecomnia ftleha- -erioit;-nietat?gnific5di conc mj neetamrneftattifexinftrumentalis-dici. C beant,manifcftum fiet,fi omnes definitioni» ma^ iuque definttionem conSderarta Meta- fpecics fingillatim confiderauerimus,& fin- •.huiico DTOUr eitiniltumeniu (igniScans re- gularum rcfpeftum ad demonfirationem , Sc , •* '• rumquiJ-iitatcs.neq.hocnirentcsinabfur- dititem vliam incidimus. Hacigitur cadem ad logicas methodos declaraucrimus. -ratione fi etisni a Logico d; fimtionem con- fiieran dixctimus , abfq-, dubio logicam cum mctaphyficscoftdetationem confundemus ; quoJminimefaciendumeft.Sedneq,dicf re poil-nius.earn _ Logico confiderari vt inftru- mentum notificandi rem ignotsm , a Meta- D \ TT hac inre irebus definitistanquitli'- phvfico autem vt inftrumentum fignificandi V "otioribuirprogrediatnur^omue, quod Cap. XUl. quaratione definitio fub. jtantiit in libris Analjticit (onftdtretur. phj quiJditatcm , quandoqutdem dchnitioncm initrdrnentu notifica«jdi non cffeiam in prar- eedcntibusfu^e dcmonftrauimus. Quoniaru igiturnd eonfiderat Logicusnifi inftrumen- ta notifirandi, &ta!e inftiumentum noneflr *definitio,relinquituream nulla ratione poffe JLogicoconfidcrari , nif! prout ad logica in- ftiumentarelationem altquam habet , vel ad definitur,aut efl fubitantia, autaccidens, vt nomine fubftanrie; ilia omnia complectamur, qu aMofcten tiii vt altcn fabftrata . & fubieda coritflBcantur-cknomineaccidentisea , qu» confiderantur vtalccriinhjrentia.quffolent vocari pafnonesjfiueaffectiones :propterea magnitudines&numeri.quz in fcier.tiisma- tbematicis habent Iocum fubie-ti , de qiio eorumcoanitionem,vtltraditionemaliqua E aftetftiones demonftrantur, licet fimpliciter ntione confert: quum enim loeicafit difci plinainttrum.talis.nildebet confiderare,nifi inftrumeta fciendi,vel ea, qua; ad inftrumen- ta fciendi aliquo modo rtferStur, atque p er- tiotant: id autcm Aiiftoteles tpfc manifeftif- fiTie pronuncnuit , tum in primo, tum in fe> cundo Poftcnorum Iibto,quando dixit,om- nem detinitioTieaut principium effe nemon- ftVationii , aut condufione demonftrationis, accidentiafint.tamen fubftantix nomine co- prchendcntur : idcb Ariftoteles incontextu 178. primi libri Pofteriorum vnitatem & puntSum fubftantias vocauit : quia in toto c*« libro ea femper vt alterifubic-ta , non vt ac- cidentianominauetat. Vtautcm _ definitio- Dtfiniiitnit ne rubftant;a: cxord.amur,huius duplex tfkf*bflSti*d»* in Pofterioribus AnaIvticiscor,fideratio;vna/''" : '}'"»- pnmaria , altera fect:ndaria : primaria qui Jidrrdtto ia li . , -_. — — , j , — . - , .... ^ .... , - autipfammec dcmonftrationem folotermi- F ^em prout eft principium nofum methodi " ' norumfituabeadifcrcpantcnimullamigitur demonftratiua; , fectsnd^ria vcrb prout eft definitionem in iis libris confidetarevoluit, finis ignotus niethodi rcfblutiua: : quum e- nificumrerpeAuaddemonftrationem, idq; «nim primarta tiactatio fit dc potifllma ei vtriurque libri leSionemanifeflecoIligji. demonftiatione tur. nam 111 fineprimt capiti* Tecundi !ib£, quandoproponit Ariftotelcsf. i!l:gente trjL iSationem dedefinitionef-fturum.proponit tntercastetadeclarandum, quomodo derini- tio ad demonftrationem pertincat: poflea in connxtU47 . Epilogumfactens dicit,fedo- ciiSe, quooiodo deEnitio a J demonftratio- derinitio fubftantia: ad hanc non refertur, mfi vt eius principium notum. nam h_c dcfTnitio non ttaditur tx caufis extra rei dcfinita: effentiam pofitis, , fcd ex internis , quJE efTentiam ipfam conftu tuunt: propterca Ariftotrles indemonftrl- biiem talem dcfinitionem effe dixit incon. , textu 4-, fecundi libri Poftciiorum-definitBr 303 _nimfubft_fltiaperformam-&materiam, & A cius dcfinirionis nulll caufa aiferri potcf.t: quia illa formatn materiainefi fiiir vllame. dia caula j fiquidem ipfa cft & elTen tia rei , & caufa, quares effe dicitur :idcb f.cundum i- pfam rerum naturam hatc definitio locum hi betcaufinonpendcntis ab ahacauf-.proin- dehabetlocum principij noti iccundiini pio- prtam naturam:propterea in primaria Anfto tclis traftatione lirc definitio non confij.. ratur,niiivtprincipiiim denjonfltr*rtonispet B fe notuin , v: pat.c if gcntibus Arjftotelem in pnmoPofteriorum Libro 5 vbi paffim defir.i. tionem hanc numeratin principiis deinoii- ■ $ r *" onls P cr, " enot ' s ! &i nJemonftrabi!ibu';. \mtlau- Dehsc defimrione Latim reaefennimr.v.uu IHtiZ ,'&*fi- d ! CUnt eam n "° reScc c onfid.ran, nifi n n*e - wmmt. ri«ip«c>«»/*7**^»««r.] I>,ir„ar, a ,s_* , tur huius denmtionis tr.a.-.io non a | a %' quam ea, quam diximus . Dum veib fec.m danam inns hbris tractatioucm reip, C in" u in qua Anftotelesriam tradit. qua a J pr jn" ' r>otuninot!tiam,f iatiicimc.ducamurd* finitiofubfiantiar confidcrat.i ;tf. i> j"_ £ tus mcthodt rtu.iu.-:.*, £: .chd^ Anftcicles in fecun.:o Ulio Pofteti o 1 tjnj A na ytieorurn _ contcx.c?^.v% ad 3 4 ibi n _rn" que docet , qua via eam defimtionsm venari debeamus,cux cft pimnpitim indemonftta! bfej&refutatopinioiicmPiatonis.qui _ lu j. fi.r:. dcfiniiionem venabacur, non qmderri  & lam non fufSceie arbiiratur,vt eam, q U _ Vlru fyllogifticam nonhabet . ipfe igitiirpr;_f ei . „ «■ C viam compofitiuam, quse vim habetillatri cem i ^noti ex noto : fi ertim proponaturinl uefiiganda defimtiogencris.vtaninialis vult Atiftotelss fpectandaieffe fpecies omncs i| lius generis,& ea,qua: d e ipfis Tpecieb. ( ff !n ~ tialicer pndirantur, hisnaiiiqui p -pdic.a», ommbuscolleftisjcxc^pcivqucilli^qu!/;^ 4 sularum rpecierum propria liint, rdiqua ae neris defimtionem conltituent: fimili tatio. ne fi fpcciei definitionem quarramus, indC J = (r_:.: ,r ■ ' » iptiici aenmtionem qusiramus, ndL defin.tionem efte immediatam & mden.o n _ jj uidua ccnfidcrar. debemus , & fumere oni r .___._. . ■ i ~ . i_. j _ 1 1 >_ v_ Irnr Au,r. ti.vel Tuppoilti. Autrroiirx quoquedccepti ^funtjdum dixerunthancdifi.iitiorieni conti- ha beat rt fp eQ us ; vn iiin ad i"i) bi ed unffui us cftdefinitio;.aiterum id afrediones r _bie>" cu „aL nartesdefini_ionisvtil'sfit,nihilin - uf u ^«^ McAnftotc ies ; fatke„,»babB«, K^SdeiUamP«molibroIccUt^\tb minu. ad eas iodag»nda.,quc \ - iV.,rahterisnota;,eftiCaxei«:redquqd E2K££ t u ^' b e ^ au d€munllr£ * ™ r DKtetdennitionisnaMral,terignots,M- t> r P'" .■_ . _:n„. _.!,..= i., rnnrevtu ii.libnr d dcMcthodis, Lib. IV. 30* Gif>. X I f . quotupkxfit defnitk accidentis. Ccidentis autcm definitio mul- A riplex cft ; alia enim eft perfefta, & om- nibus numeris abfoluta , qua: eft d cm onftra- tio pofitione differensjalu imperfeaa & ma- ca , qux t„m conclufio , turo principium de- . monltrati.nis cffe pot# rquxomniifacilc intclli»entur.(i quarnam fit perftaa acciden- tis defimtio, declaraue-imus :quod enitn ia quoqucecnerclummun^perfcaumqueelt, norma eflc folet , qua cstera eius generis di- gnofointur . Acciden tia omnu pcr formam l matc.iam defin.cnda funt, quemadino dumfubflantiar.aliatameivatione. nam ac- cidentis uenus form ? locom tenet,proptium autcm fubieaum cftloco matenz.tjindeh- nitione pro different.arumicur,vtdennitio tomtru. eft fonus inn_be,&fonusqui_iem S2*__se_sa=-S_& SsbiSSSSSS: fubftamiisatcidat.in quibusgenushabetlo- . _.: - .r.-XfArrnT i_i 1 ^idcoonof.cndum quid cft.nam cx ns.qna. „i drfmedJt accidunc. duci m cogn.t.onem eoruaiq"* rius rei eflentiam coftituunt,e__ jbeffeabus eavena,i,&demonftrareapo- ftenori. fxhis patet,defin,.ionem fub-tantia. nulla al.aratione confideran ab Ar.ftoceU r.n CbrisAnalyticisquam vtprmcipium mftho- di dcmomt. at.ux , & Vt finem mcthodi refo- lutiuar , S cam ignotam efle,& quxr t conun- £) __T pnorquidemillaconfider 3 t,oprin.ana «it hrc autemrceundarivquodSamficamt Auftoteies in concextu 4 a ■ W>« a . VoOeuo rum.de hac dcfininoneloquens, quando dt- xit,eam cffe piinciprum, notum, vel,t, igno- ra,i contincat ,non demonftranone, fed ali* via manifcSam ficri: dequaa.ravja fernio- rcmpofirafacerevoluirineapatte r quaMn- ftribuui de vcnatione defimrionis. Has dua. ftadationesdedefn.itioneuibilitixin usli- E fcris iruenio ,& p xteTta nullam: m quarun, ncutiadiccre poffumus,dcfipiitiunem vtlti- frrumentum fubi.antia. coEnofcendx ConG- «rerariab Ariftotele.red foliim « principium, wlufincminl-rumcntl i quando snimeam tool-deist vt priicipium demor.ftrationis, ■oo a:: fubftantix , fcdad acridentis cogni- ifonem i;ifain dirigit. quandq auccr» docet waniy.n--n.il prardicata ciTentialia, & partes dcfiflirion:., non videmus Anftotclem dieC- F *t defi.ntionem effe methodum, velinftiu- «nenrum , quo talia pr__dicata venemur.id e- niai fi dixnler, ridiculum fe omnibus proe- buifi"et:f..i viam uiu.fiuam , 5c.iam compo- C _ _ • _fi t : .._.— . «i *_—*-_.«« /-.^ -wiTet:redviar.i uiu.fiuam , &.iam compo-» ptxi litiuani, vtsiir.vua..r,tahu;usvenationis co~P not; fdcrauit, dcfimttonem ve:b nori vt inftru-\ ud" jntntum , nsquc vtviam, fedvtBnemviJ- . ^m 1 * __m qucre>e e i.quc in eo quod quid e3 prc^ ditantur, sl. ipfam dcfinitioncm quae- rer_:,vt f..pius aictuin eftin. p:xc(dcr._ibus. Cuni maten-e, differcntia verofonna_:Kin fubltantiis materiainternaeft.ex quarescon ftat; in accidentibus vcrbexterna,in quam- hxrent. Defioitio harc ex matena&torma conftis dicitui effentialis , fiue quidditatiua: quia tota accidentis effcntiapereamexpri- m „ur , fcilicet pcr genus reftnctu a fubicdto proprio fungente otHcto difterennx: etenim quidnialiud eft eclipfis,quam pnuatio qu*- damluminislunx-quidalradefttonitrus.q fonus qu,dam in nube faftus ? Sed ahud eft magni^oment, difcnmen inter hanc acc. - detms definitiooem,& definuionem fubttan tir, quod ad pi opofitam nobis contcrapja. teles . Ob hanc igitur rationem in «ontextu*i.&4j. Jipri i. Pofteriotum c:cit A. iftoules, definictonem arcidentis qutadi- tattuam demonft.abilem ciTc, n qb q a 6 J rota dcrimno demonftretur, vt fi coliigitur ecti- pfini effe priuacionem luminis laax>6c roni- trumelfcfonumm nube, quem fenfucu mul tiperperam accipmnc : fed qubd alteraciefi- nitic_ms pars de^Uera parte de.no.ifir^cur, nempc tbrma Jemateria o aliam rcrtiam par tem adie&ani , qua: eft caufa inhxren:ije for- m_e in mareria : de iuna enim demonftratur piiuatio lummisper mediam cerr^ mterpo-i- tionem , ficdenube fonus permediam lenis Cxtindioncm *. idcircb hxc perfstfta acctden- tisdefinicio apud Ariftoeelem eftrpfametde- monftratio, & folo terminorumfituabipfa demonftratione _iifcrepat:quia ex iifdem tri_ busterminis oemonftracio accidetis . & eiuf. dem definitio conftituittuvgenus quidem ac- cidentis eft in cftmonftratione maius extre- mum, fubiedum eftminus extremum , cauia tntaceiitn. veib tuedius terininiii. H-ecperfeSadefini. m dcfinif,^ t , 0 I0 duas imperfeclas diuiditur, vt notat A- nlf. contex. appellau non bene cognofcitu^nifi perillam vtipif,,' 1, ,„,-.(, rt,-,.,..... ,u :ii- ir _.— . 5 ,c un , eflentia. ciufa declarat, 5c eftperfeaa dcSni tio,eam vocauit noniinalem : quianorriinij tantum fignificaticmem expriinit , effcnriatn vert. n*S bene declarac:poflea verb ta corjtejt. tu 45. ex iisi qus prius Jixerat,colii igens om. ncs defini-ionis rpcctes.eam vocatcor.cl_il. (1 . nern demoftraiioni.: quia caufam extra fc h» bet.pcr quam demonftraii potefl.Tot igitut numero funtaccidentis definitiones. ^ Cap. X V.de aliorum erroribm m ea ctefini- tietie,qmeifdemonftrarionit cemlufio. NOn Cuiit hlc iiientio-pra.tereurn.ic!ua alrorum errores in inteliigendaillade., tiiutione , qua. recundtim Ariftotelem eft de" monftrationis conclufio:vnus error eft.qubd multiputanederiiiitionem hancnon effi e_L dem , quam Ariftotelesin coutextu -14 eiuj uerroes ln commentario 154. pnmilibri Po- D libri nominalem vocauerat , quum tamen ea ftenorum. quarum alte ra eft principium de- monftriEionis,altera vero conclulio? vt enim vtraque limul furopta facit integram dcraon- ftrationem:quiafimul condufioncm & priti— cipia continet: itafi in duasdiuidatur, aitera erit pnncipium demonftiationis tantiim, aL teraverd erit folum conclufio : illa cj-im,qut; tradi.urperfoIamcaufam,cftprincipium de- monftrationis; yttj dicamus , edipfis eftiru terpoGtiotetr_e,quequidem improprie dici- E tur definitio , quu dicatpotius propter cjuid, Difiniiie m quim quid : idebvocatur definitio caufalis, &ad demonftrationem tefertur, r.ou aiia tiot.e,quimvteiusprincipium, v{ atTerite- tiamThemiftius,interptetins cotextuai 46. fecundi libri Poftetiotuin: eft enim princi- pium,quia eft demdftrationis medium : idci quartdo Ariftoteies dicit, aliquani deSnitio nem efTe principiuul demonftratioiiis f intel. ligit quidem praecipue definitionem iuLue- fii,fed adillud membrum redigitur illaquo- que affeftionis definitio, qus vocatur eaufa^ iis, vtvult eo inlocoTIiemiftius. Alceravi- ri» perfcCtae definitionis pars.quz formam 5c materiam linecaufacontinet.iila eft,quac di- citur demoiiftrationis conduflo, vt fidica- mus , ec)ip-is eft priuatio luminis lunae, toni trus eft lonitusin nube; & vocatur eos.eiufio". quia quum extrafe caufam habeat, demon. ihari potett. hanc diximus vocariqutaditatt- uam,fiiic ciieatulem, liue etiafoiiLjlcu dt- ipfa fic, vtpatetlegentibustoramiHampar- tem , 5c vt nosaliointocoopportuniu.de- monftrabimus:alcer aurem enor e!i,5: is  fimtionem totam in conclufione pr3edicaridW».^«i de definito , vr demonllratioiiis co;ic!urio ta-" ,r ™* lis fit, ergo eclipfit eft priuatio Iu ninisinlu- na, ergo tvinitrus cft fonus in nube;lic eriam definitionem tra: , quam matenalem vocant, deipfairademonftrantpei alteram irse defi- nitionem formalem.nam per appetuum vin- di&ae demonftraittiram tlf_r accenfionefan- guinisincorciejveincondtifloneK.cei.ofan- guinis in corde (iepr-e.iicatum,ira veib fubte &um: qua quiclem fententia nihil abfurdius, mhilab Arii-oteleaiieiiius txcogit3ripotei.: fic enim ponitur modus i;le denioriftranii definicionein, qticm piorHis reiecit Ariftote- llesincontextujd. Scp. Hbn i.Pofteiiorum. , •nam definitionem demonftrarc Je definitofiiiW" / vanumperiituscfr,Scnatu[.T'.!eiTionftratio. nis repugnantiflimum, quod multifariam 0- & ftendere poUumus.pnmum quidem id nobis , '' M " conflttuendum eft,tum dc fubieftodemon- ftrationis , tum de afFeaione demonftramJ» prarcogntjfceiidum tlTe quid nomtn ^Jfli- ficct, %09 de Methcfdis , Lib. IV* 310 i nominis intelliei no A dieimus , alia ratione definmcnf iBam effe poire, mfi ^l^wX qaomodo tota defimtio de dehmtopra^tcetu^ed q, altera dtfiaiuonis pai s de alt^nempe fot- ma de matetu cocludatut, Anftotcles talem definitionem condufionem demonittatto- nis effedixit.per mediam enirn interpofitio- nem terta» demonlknius in lunaefie priua- tionem luminis, &petmedium appetitum viudida: demonftramus ir» fanguine cordis uo.vtl faltem remnto-,quomo Jo ^Enomen eclipfis itKell,gem,*,n,fifc.a. en n?ecli P fim figntricare priuationen» quan- , mU ^mim^quomodo intclligemus nome dam „ us n.fi norcamus effefonu quendam? SdcrnoBfttaraus, eclipfim effe ptt- «nnem lumiais Lunc,eclipfim facunus in " * ?monft.*tione lubiednrn, ergo praeco- Dedtfnitit* tlnfi», tpn» % W ° n S 0 nm SSS^SSS B ne^ufiw^uareh* defintttones fr* ^fcimn "^P^^^ftfa mus , quod condufiones demonftrat.on.s, pr.uatiolu- fegnoVcimnsTquodccttVablW^n» Gv^Sibbet fans menns aflereret. nam fi- ^Snomiai.eclipfismf»lia««,^5 ffiolumte» inluna;,dc6fi hancniwo. F ? -n effe oporret. eadem demo __rar. no S nifi idwu d» feipfo dcrmtlrefr, cCtm U.IalniJfite^pfis.qu^mpnaauolumiuis efle •e«»6 0 "^"!^7^££!3 £ ,i ufioni rac d.um term.num add.mus.fc de- IIUIJl *V^V»*»»— » -J- conclufiones demonftrattonis, pnuatiolu- mmisin Iuoa,&accenfiofanguinisin corde: fietenim has demonftremus, veie caufam conchifionii afferimus.ideft.caufaminhar- rennsprsdicati in fubieao: &quiaconclu- fioillafbrmam&matei.am accidentis con- tinet,rubieclum enim eft matcria, pr*dicatu autera forma ideo eft illadefmitio imperfe- aa, & deraonftrabilis, qu.e caufam re, non Xpm --ffe fonuminnube;quiah*c eitfi- Mdficatio nominis penitus mdemonftrafailis dejofonominemequealiqmdroborishabet U auodrauiti d,cunt,defioiftonemdedeh- nito non dcmonftrari ea rat.one, qua elt de. nnitio.fed quarenus eitqurfitum ignotuni; hoc enim ridrcalurn eft: qtna fi eft qua;fitum i E not.jrii,li?iiific3tio igttur nom.nls fubieftl ilnotacftiquomodoigiturdemonftrareah- * . , iT ... rnkfflAn. muic noni c ttoQ clufioni racd.um terminum addimus.cc de- finitionem perfeaam facimus , qus reipra a demonftratione non differt.fedfolo tetra,- notum fitu: harc eft fententia^iftotehs, fi bene eius vetba perpendanr_«Brecuudo 11. bro Pofteriorum, icontejttff^OTque ad 47. eaciueractoni mMim e confonTeit. nam hate imperfeaa definitio ad conclufionem demo ftrationiseam tationem habetedebet,quan , f ft atiOiTiijdo ig.tur demonltrare ait- tirariui.i» c-iu ' j j»™«,ft«rin ISefub^o.cuiusnoaie aon D Pf^a defimt.o ha c ^«^- uite'i:eimns- ? qnod fi dieant, prsECOgnofci quidera quod ecl.pfis fignificatpriuationem juminis.non tarnen eam, qase eft ta luna , & hoccffeid, qucd demonftratur,in ahud ab- fardum inciiitnt non minusgtaue: ficenim fubieaum demonfirationis eritipfuni acci- dtrs.vteclipfi^pirdicatumveib^quodque- litur, entfub.eaum accidctuisjintllaenirn dem'jnff:itioneRihilmaaebitigno:u,quod *- I . . . {V ....... n Otrfl'Jnn:;:!ijnciiiiiiiiinu.unij"«."n-— j— -,=> dicatutQUEri.nifi luaainocautem eftincon- E uenit: oc.quume» . , ■ 1 j. r..i..-a_ tfiniif f.inltttuaiUi nemtoam : vtenimbajc dicitur inregrade-- monftiatio, ficilla dictur dcmonftiaaonw conclufio : Tcd perfcaa detinitib idcm ert re quoddemonftratioimodoiutem&rauone differt ademonftratione s & diffetetiain duo- buscoiififtit.vtinquitAuerroes.ncommcn tario Aj.hb.i.Poffcriorum.in rotma & m or- dtnc terminotum.nam demoftrano formam fylloaifmi habet, qUse definiuoni noticon- - iiiclem fribus tetmims v- ■enitns,debet en:m acctdes de fubieao mo ftrari , vtfi: pra;Jicatio natura'ts> non fubie- 4»i Mt»'»arim de3ccidecte. Prsteiea certum efl cim effe ponlTima; demonftrationis conluna;obteira?intcrpofitionem:at,n de.r o^ftratione nunquam a eenere anfpica. mur,i igiturin contex.4i &«^fle- iitdemonft r ationem ufleJcre quid clhdem- ijeio4S .definicindcrinitiontm diciteara ef- ' fe orsncinem fignirkiintcm piopter quid eft, &oraroncm demonftiantem ; perfe£tienim a.:i :r-\o fignificar qutdditatcm cum caufa quidJitatis; funt autc inillislocisbenener- pen Jen Ja Ai iftotelis verb*,qui artificiofiflL nieiocutustftad denotadum demonftratto- ncmtlTimLiiiodum Sc inftrumcntum logi- ' ,. cumid^fii.i"O ncm vero nequaquam,fed po- 2^.Vtius 'firieiii mtihoJi & inftrumenti logici ; EtfAw»' quan-uiscnim demonftratio & definitiore- Et,»i.- ipf- lintiJem , tamen rationc form* logicl »>,/S lifi- diftineuuntu:; detinitto enim omni difcurfu, omoique cnunrutione caret; demonftratio auttsn & enuntiationem & difcurfum habet : quoniam igitur mftrumentum logicumnon tftnifi cumhac forma logica.cum ratiocinio; ficemm dicitur mtthodus, qui ab hocad il. ludprogrfditur.hinc fit vtdemonftratio fit Jog;cuminfttumcntum,& methodusrdefini- tio vetb ncq;inftrumentum ,neq; metbodus ] dici poffit, fed fims mtthodi , ficuti punftum eft tims Iinea?, & fieutiquirsgrauium &le- nium in ftiis iocis tft finis moruum ipforum r '«".«'i ad eadem lccs-.crmoftratio tmm motusqui •3«>iw». ; . dameftinteilectuali^in quo tna notare pof fumus,vnum fuuiecfum, & duo contraiia;al tetnm a q!io,re'iquum ad quod fit mctusjde- fiaitio vtro etl fimplcx efTentix conceptio eumquicte, & fine vllo animi motu, cuius quietis f:i':a txtruitui ab ommbus demcn- F fitamilus i:cmontirat!0;h3ecomnia figtnfi- cauit ibi Auftoteks, dum munus definitio- nisden cftrationi attribuit,&munusdemon- fftatioi,,s dtfimtioni; tribuit cnim demon- ftratic n: vt oftendat , & notificet ipfuni quid ); •tff jtanq.jam methodo & C"i'c >c'cte & notificare oui tuni & difcurfum a norti ad pi f >pMa lcaict inll; umeti conditio-.m Co tu juttni 4; . tnbuit dcfinitiontofTirium de. moufiimcuis , aoa tamen ampl.ui cum dif- finitio tft oiatiO llimficans proptcr qutd, no dici*mot;ticans, fed figntficans;noti£caree- niiii eft cum difcutfu t fignificareautem fine difcurfu , Voluit igiturdenotare Anftoteles, demonfliationem tin mftiumentum cogno fcendi quid eft,id cft,extraheds definitionisj dcfinitior.em verb efle frucium&fine ilims infti umentt : acctdentium enim caufas addu- cerecfteorumdemonftrationem afterre. ex caufisaute cognitis definitionem conftitne- re,eft definitionem educere e demonftratio. ne , ac veluti Iineam retrahere & redigere ad pun£fum, & ex re diuidua facere conceptum fimpiiccm & indiuiduuni:id enim totum.qd/ per difcurfum inuenimus , poflea vt fimplcx, & omni difcurfu careos comprehendimus. Cap. XVII. in qm ea, qm dicia fitnt, cen- firmantur ex multti Autrrm C. atque Artftettiit « locis. SEstentiam hanc.quam expofijimtJS) aperte legimus apud Auerroem inplit- jiousIocis :nam in commentariou. libri I» Pofteriorum dicit potiflimam tfemonftratio- nem poteftate completxi quzftiopem ciuid cft , qu £ eft dcfinitio, quam naturaiiter deC- deramus.&propteream querimus cognitio- D nem caufarum ; dicitigitur demoftrationem ducerenosad cognofcedumquid eft,hoceft, ad definitionem, & hanc effe vltimumorn- nium demonfttantium finem , cuiui gratia caufas rerum quirnnt, &demonftraraones conftiuunt. In commentario etiam jB.libri i. dicit demonftrationem eflV poteftate dcfi- nitionem; & ldeo quicquid in priniolibro dictum eftdc demonftrationc,dtrigi ad illa* qua:dicanturin fecundo de definiticne. In E Epitome quoque in capite de demonftratio- ne , & in decima quarftione logicafafoe ean- demfententiam profeit Auerroes,qnodfinu demonftrationis , & prarcipna intentio de- monftrannum eft eductio definitionis;quae- tunr enim propterquid eft, vttandem inueta caufa cjenr fcant quideft. Et in Pratfatione fua in Iib i. Poftcrioru, cuius verba ettam an- te perpendimus, inquit Auerroes eafdepro- pofiiionesdemolliationis confTderatiab A- nftotele ,&in piimo,&infecudoPofterioifi Itbro; in primo quidcm,vtducuntadcogni- tionem propterquideft; in fccundoautem, v^traduntcognitionequideftjidem igiturin- ftrumenrufti demonftratio fecundum Auer- roem ducit ad cognofcendum piopterquid , , ■ tota Anftotelis D 'fi»«"»» fTuniustflu"^"'"""'- ntturalium [^itiones inueitiganoas pioporut , vt quid p rtt i 0 „„, m^tus , quid locus, quid tcmpus,quid gene- ra.tiOjquid miftio,quid putredo,quid coftio, DtcUrntit xerbsrtt ^iri flsl.taprin- ciptoi- Ubri Prisrnm. m lacobi ZabarcIixPatauini &aIiaeiufmO(Ji;iJicantigiturAuerfoiftr, Si A fteriorum, necnon verba Auerroi demonftratio eft propnum inftruraentum, 3tf quo iccidentia cognofcantur,nonnedVouit Ariftotelcs eorum accidentium demonftra- tionem potius indagare , quam definitio- nem?quid ipfi ad hocrcfpondere poffini,n6 video ;nos antem dicimus , definitiones illas efie demonftrationes fitu differcntcs, £c in omnibus iis locit Ariftocelem e demonftra. tionede5mtioncmeoliigere;quum enim de- monftratio fatisfacUt omnib* quatuor qua>- flionibus de accidente faftis : vltimi taineri, & omnium pr^ecipua eft quaeltio quid eft, uuxnon potett declarari,nifialiar omnes de- clarentur; haneigiturfipe propofuir Anfto- telcs, &ei per demonttrationem fatisfccit; fiutredinis enitn dtfinitionem inuenire vo- eru,fciensqueeam non efle perfertim, nifl cum c.tufs cognicione,eaufam priiis eius ac- cidecis inquiric, quod ml aliud eft, quam de- manftrationem inquircre : naro caufam rci adducerc, quatenus ciufa eft, demonftrare rcrr. c-ft; ex caufatatitem cognitione dcfini- tioncm conftituereeft e deraonftratione de- finitiotiem extrahere,quod in definitione il- laputredinisoftendere poffiimns. Ariftotr- iesenim primo locodefmitionem nomini- letn purredinisaccipit, qus ante omniaco- gnofcenda eft>dicens cain effe corruptione-m proprij fkinnati caloris in corporehumido; ! ! " vtrinP que loci intcrpretatione ; Anftoteles in prooemio quatrtt circaquid, Sc tuiusfitcon° fideratio.quam queftionem Auerroes i ta j teiligi t , circa quid tanquam circarem conf?" dcratam ; & cuius , id eft , cuiufnani finis „ * tia: ideb quum poftea Ariftotclesadvrraa," que quiftione rcfpondensait, circa demon" ftracionem, & fcientiae demonftrafiuc c. rJt j 2 Aucrroes putat Phllofophu.-n t;o J -.iv propn* i B nere inftrumetum,in quo ell vei ftturtij, tum" frudtum & vtilitatem, quam ex illo inflru, mento fiimus percepturi ; inftrumetum qui? dem vmcum propoiiitur demonftratio; Bnts autem illins inittumenti fc ; ctuiademoriftraI tiua,ideft J p;ifeasfllma&abroiutiiTim3 ; verr ba auteni Aiiftotelis in huius partis dedara" Oofie funt has c [ & dicamm e tmm o u ld yiji^ tat , oine nibktx dtmanflrathne proiicnitt , trit vl affeanamnr cogniiiontm dtmonfiritmayn dt j Com/ti re, attinutm potefi hamamtturtiiter csn /«?*ii, fed ^oiiiis co- gnitioquideft; Atiftoteles qttoqae in prin* cipio fecundilibn 1'olieriorunt ottcndlt, qJ* idem demonftrationrs medium tiadit nobn cognitionem Cc prcpter qu:d eft ,&quidet quo fit vc demuniVatio ducat nos ad cogn». i fcendum quid eft, vt iofe in eo libtopoftea declarat . E:go fecunduin Auerroem & Ari. ftorelem Jiceie cogimur, fcientiimpra^ftan. tifii;ii3m , quam ex Jemonftrarione percipi. mus, eflecognitioneomnium quatuot quar- ficorum ; piatfertimatitem ipfTus quid eft ,ia quo Tumma demonftrationis perfcfiioac»-. tiiitas confiftittquiaquarftio hjc tftfinis onu nium aliarum qu.rftionuj h.;ncigiturintel.' lcxic Auerroes, quando dixit vtilitatc deaici^ : ftrationis effe (cientiaui prxftintifTimam d(jr omni re, quantumpoteft homo naturalite#j confiqui . SimiSiterqiiandoin cifce ficundi TiidSSd Pofleriotum in Epilogo colltgi- A iit ^teles, f*!"" 1 * Jjede ryilogifmo , ac dc^einoltratione.ac de. " nonftritiua fcientia tracf "lle . fcientiam de. r ^nonftratiuam intelligit Auerroes fcienriatn ' qua:fitorum,quaf inicientiis rpecr.latiuislo- cum habcncnecdicitaliqucrum quxfiroru, fed tTmpluiter qu*fitorfi:omnia igiturquae- iitainie'ligit;quarnturaute n fcientiisetiar» quid cftumo hasc efi niaximc piorcipua qux- sm m ■ deMefhodis, Lib. IV. 1(1 "ScX^Anftotdcn, Sc Aucrroem, !. u i tametfi ue deB.iitione piurima dixeiunt, ?Len folam demonflratione vtinftrumen- , am aominanm: quia definitioncm finem ot-us atquevtihtatem mftwmeti eiTe arbi- Ktjfimtiidcirco eam nomine derrionitrati- Efcientii comprehenderunts fincmtnim Uemonftrationis pricipuG tlTc d.xmusde- B fioitionis, qorcdemonftratiooeeolligitnn or opreieaii.qmtibiA:iftoreles,dc-monftra- tionem ac fcieiitiam demonft-auuam idem .ffe.fluoniaidem.cipfaeftdefinitio.ac de- monitrstio,rf>'uminf.)irnaditcnnice&qttae fo-ma.quum iitlonicorum ii.firurrenruium conditionecrfla ia.tacitvt dcroonft.-atio fit ' ioftruaicntuin losjicum; mimrne veibdefi- nitij,nifiinip:r i pr:t s & p.rtranflationemio- *o.uamur.&q'Jod demonftrationis cft,tnbua C ninidefinitioiPiiK er.im dcfinitionem inftm roentum appeilaie poCuaitn ea ratione,qua eft idemquod rfemor.irratio, attamen non ajtinftrumenuim a demonftiatione diftid itum,fedidem,jum igitur defimtionem co- fidcramus.quatenus a demonflutione diftin euitar, finis eft vltimus inftrumenti,nonin- ftrurr)rntuni:dum veib ipfam fumimus,qua- tcnus idem eft ic.quorl demonftratio,inftru tium venamur, methodo autem refolutiua dtfinitiones fubflantiarum;omnium igitur metbo Jorum finis cft defimtio: pro.nde to- tius logici finis eft,non quidcm vt infltumtS tum.fedvtfinis logicorum inftrumentoiuinj fumpta igiturnominatione.ifine, pcttfto- mnis inethcdus vocaii dcEnitiua, quarenus ad definitionem ducit.quarehcecuiaquefi- mul vera funtjomnem mcthodum efle defi- nitiuam.&nullamdan methodum definiti- uam ; nu!]a cnim damr priter demonftrati- uam &rcfolutiuam. CaputXlX. deerdine feruatsabA* rtfoxele in methedorum tradttitme. EXhis, quashaftenus dt&afunt, manifc- ftumeft.nonaliudfuifTeAriftotelis con- filium in PoftetioribusAnaIytieis,quam de methodisagere,ipfumq,id optime ptsfti- tifle,quum & naturaro,& vtilitateminetho- dotum diiigentiffime dectarauerir, relinqui- tur,vtpauca quiedadkamus de otdine, quo eam trafiatiopem difpofnit; huius enim de- claratioadplenam confilij Ariftotelisintel- ligentiam plutimum conferet. Illudinpti» mentumvocar.poteft.fiquidem demonftra- D misin memonam reuocandumeft, quodiu- " c : r -1 . , 1 nnmnrnm etTe in ns lbris tioinftrum£tum cft.necpropterca duo funt inftrumenia.fedvnum, quod quum actu fit denicnftratio, vocaturetiam deflnitio: quia poteftatc ec nonmeihodum umnemcfle definitiua, • ldq;fano modo accipiarnus.ni! faifijVtlab- lurdi dicemu^-jOmnia namque iogica inftru- | mentaad definitionem ducunt: quoniam o- mniumrerum cognitio in defitiitione con- nltH;quxlibt t enim r^s tunc piene cognofci tur, uue u,bftantia fueiit.fiue accides, quan. do pcifecti ipfius dchnitio Inbctur, vt ait Arnraomus in principiofua pia:fatioiiis,in pradeclarauimus.primariam efiein iislibris iraftationem de methocto demonftratiua: fe cundatiani verode refolutiua-, hinc facVura eft.vt totam tradadonis ordinationem fum- ferit Ariftoteles amethodo dtmonftratioa, quam folam in proormio ptopofait confide randam,&quafolamin epilogo collsgit de_- cfaratam fuiffe;patet enim tu m procemio,ta in epilogo iammemorati* nullafactam elTe mentioncmethodirefolutiux:quoniam igi- turhutus confidetatio no fnitprineipalis,fed potius vt connexa methodo demonftratiuaf), & 2b illa pendi s, tota traflationis.omnium- quetheorematum difpofitiofumenda fuita methodo demonftratiua. Dicimus ita 3 ue i„ methodi demonftiaiiua; traditionem fcripta^* ellc ab Ariftotele ordinc refolutiuo, neque M(w> alio ordine fcribi potuifTe, vt manifeftum efttum exiis, quaefuprade ordinibus dixi- F mus,tum etiam eX iis,quxalias de naturalo. gic^ fcripfimus;certum cftenim Ariftotelem aufpicatu cffeanotionefinisj&ab eo ad ptin ciDiorum inuentionf pcr rcfolutione piocef filfc.finis auteduplex ei proponebatui;vnus Hnit&upU*, * internuijipfa demonftratmamethodus;aker """"■*" huiulmodi fines proponuntur, domus qukieni vt inftrumentum ab ipfo fabtican.  inftru- mur ptrfeftam ret fcientiam , tum proptet quid fir, rim etiam quid fit, fed nomtii cau. fat communitcr acgcneraliteraccepifte.fine.. vl'a caufarum diftinftione,vt in mtcibus no- ftris dubium manere poffic, an omnt csuf* gertui, analiquod folu.nad tradendam nr». bis pec- deMethodis, Lib. IV. 322 321 c iliamcoEn.t.onera idoneuni A tradiderit far.iem principiomm inujnno- u. c nfrfc^i' 11 4 llmcl »-'_._ „._,,-.....}, nfm.mamteftumtfteum l.icuracoiifidcii. nem,maiii-eftum efteum locunjcongdcra- tibus: nam naaatio, qu3f tft ah eius libn in- itio vfquead 47. contextum , 3der> obfcun eft, &intil!e_tu diflficil-s, vta nem.ne poft Aucrroimtum i'eiitentl3,tum intentloAri- ftotdis m ea partefuerit iutellsda, credimuf qucnosprimo_hactempeftate locum illum verai"ntc.-pretationeilluftr-ffi. igitur fiin ca parteticilemmedij inuentione reddere vo- B luit Anftoteles.fpeatq; opinione fna cgre- gief-iiftratus eft, quippe quum di.ficrlhma fit medij maentio, fiin lllius parris intcllc- ctrone conftituta eft. Seddicanr.qu-cfo, La- t.ni, quonammodoputent Anftotclem ibi facilem med.j inuei-tione docere: mihiqoi- dem diccre videntur, Auftotelem id ftcere docedo medium e.rcdefinjtionem , fed hoc quomodo faciiem reddat medij inuentione, equidem non rickoifccilis eniro fit m uent.o r/ a u r^uccon:idcrarepoteft ; nob, S e_ Cned,}, 1»™*° cot,d.tio ahqua max.mi. a- ?tp n ^SnVftti- eftmethodum &arti l.art. mconfpicuadeclaratur, perquamreli- I" ico ewc-ra caularum d.ft.nguere confti l oSendere.quomodo fingulum iH P o- ^fa demonfti^onemediu-r. eflc queat; fi n.m ab vnioerftl. a d particulana pr o gre- icau&latc accepta ad fineu la cauft. ^«r.cra-.ibique multa dc ciufis dic.r.que IU 8 «o 'ibro,vel in prima parte fctudi _bl- _f 0 S»«° nls mterrupt.oned.cere no po q l Dcrule !oqui-ur dc modo venandi , .1- &d;fin e !7o.Km\quamdixera,etfe.^. um ft' h ,l-m acdemonftiiHonnprincipiH-, ^ ■a en.m conllderatione h-xvt pcrfe P nm Vfoue ad eum locam tubi» fueraq ibi fecun Jartam quoque ftcere c.uf.c ^nonem.quatenus eam a nobiMgnora- £; n C o ,»git. E pto prsfenttoccal.one optu n.eintelii£-,ur- CtfHtXX. folutioargumentorum priora ~ > Gr&coram & L*~ fecl* tinorum. DE C lu* 10 confilio Atiftotelisin Poftehonbus Analytieis, reliquu eft, v. ^orum argumcnta expendamus, & qua- tU m roboris habcant.confideremuSi & pnus n.ji,'em areumenta La,ino:um & GrZCo.U, quibusoftenderenitebantur Anftotelcm in fecundo hbro Pofteriorum Analyticorum a- tire dcmc^io, & dcdefinirione prout eft quse ignotiotes inueniuntur, quemadmoda fi in magnohominum numero vnum alique nobis dcfacie non cognitum qu_erercmus, &aliquis diceret- Ille,  do^ct ln pr moiir-rt.-, i-icnt..i vu..^— , . - . • „, - Smeonftruaionem ... fecundo.dum do- p recpofteavero ^ m ^^.^ . r. ... ■ _• i:_ rt- _ t nn em co n ftru ere;fed con ti a q u ; r. t p rt cetfacileminuentianemmedij:medionam queinuento,factl.s eft demonftrationis con- ftru£tio. Ad hoc diclniu-.illud quidem venf fimuintfTe.quodAriftotclesjVt de fyltogif mc,ita & multb magis de demoftrat.oned# buit & conftr U aionem,8c ftcilem principio^ _>«.i_i,B- punmt», fccundo quidcmlibro^quodAiiftotcles non ft^.tionemconftruere^fedcontiaqujritpri- muin ipftm caufamrei, ex quainuenta de- n.onit>at.onem ftnt; poflmodum cauftre. Agnita, definitione a_Ti^nat,in qua animus nofterconquiefcit; poftremum ig.tur, quod coenofcimus, eft quod medium fit dehnitio nuuc! Arifitittt yuxfi itdti ,*e * but argumentj. promuniur.] deabundantu L gltur propoflttonu loqui ntlaiiud eli, q_; " locos declarare,vbt inucniri poffinr, cjuanjo iisvti voluerimus: i deb Ariftoteles Jn tettio capitepriroilibtiTopicorum, de locis_ re n metorumtra&auone" inftituens, aireriteim adabundantiamfyHogitmoruft perrirterc & dum pcretus verbacognofcimus, quam de- B in fecunda fechon;' pri.niubri Piiorum pr" 0 finitio ieni pro mediolumeredebeamus?n6 ponensfelocuturuni uc abundantia prooo. iicionum^decUrat locos vnde propufin,,^». bro noftro de Mcdio deruoftrationisfuse dc monftrauimus. fuitnamque inter eosaher- catio mixima,qualifnarn defimtio fit ipfum medium, & vtnus extremi fit definitio,eaq, coturouerfiiintct eorum fc&atotcs ad haec vfque temporaperdurat,vtadhucfubiudice lis efle videatur; quomodo igicur Ariftoteles ftcilemnobis reddiditinuentionem medij, dum docuicipfum efle definitionem,li non- eft igitur fecu dus ilie liber de inuetione me- dij, fedporiiisprimus, quanqua.n aiire me nemotdvidit, nifi Tiumiftiu; : cuius verba me ad hoc inueniendum excitarunt, Scillu- Betelx i» mnarunt.Ctedo itaque.Ariftotelem de co- t*p \iil> fs- ftructiorie demoftrationis e^ifle in fecundo capltc primi libri, de racili auteni puncipio- rum inuentione.feu d« abun JatHia propofi pufi-i.ine, funietida; funt:tta in quatto capite primj p 0 _ fteriorum docct locos p-iop&fitionu demori ftratiuarum.qu! funr. primusatque fecund Ul modtis direndi per fe, vt not alias dectaraiit. mus, dum librum iilum publice interpre la tetnur,cuius loci clara eft firnilirudo cum (V cundaillafeftione pvimi Itbri Prioram: vtc; tionum in capite quarro,a!iisque diubtis fc. C n im ibi Aiiftotclcs locos fvliogifmorum d__ ' eet,regulai tradesde iis,qua:iimpHctternti. dicantur, &fiibiiduntur: fic ertim facifisftt medij , & propofitionum inuenr.o; itahlc locos propoITtionum demoftratiuarmti __■„ clnrat per tegularum traditionem deiis,qu z etTcnnaiitcr prxdicantiir,ac fubiiciunrurded, manirefta res eft coiifiderancibus vefba Arj_ ftotetisin Gnecotexrus vigcGmi o£taui,q_i. bus lllam de locis tcactatione proponit:narrj quentibus vfqtie ad contextum s6,in feiun- doenim captcedocuit conftruitionem de- monft-attotus,dum tradidft codiriones pnn tipiorjm.exquibusconftrucnda eft demo. ftratto, neque alta» condttiones pra*ter tllas requiruntur, vt fiat prxftantillima demori- ftratio.quia li demoftremus ex pnncipiis vc- ris, piimis, uiedioque carentibus.& pnori. bus, & notiunbus, & caufis conclulwnis, ea cft potifli-ia,& oninibu.v nunicns abfolutif. Dfimslibus verbisvfus eftinterno capiteprimt lima demonttratio.tn q ja nulla ampfusco- ditio defideran poffit;quandk^aitiir Anfto- teies in quarti capiti\& aliiife^J^tib#s do. cet principiademonfl ationis debcre eiH de omtiii per fe, & vniueifaha, non piofert has fanquarn al as conditipnes, quae in demon. ftratione reqtiirantur, pra::«r i!las antea me- inorat Js,q i; Joquidem ills fine his effe non po(funt:proindcad demonflrationcm pr^- Toplcoram,proponens traftsttanem de lo- cis, & de abundantii irsumcntorum, The- nitftius autetn in eorum vetborum dcclara. tione clare dtciCjAriitotel.tbi a^erede abun. dantiapiopofttionum demortitrattuaruinjSt Auerrocs ibidem ita loquitur, vroftendatft huiufcereiveritatem ralteni fub nube Tidif. fejfed ea nos sltts conftdernnda & expende. da reltnquimus. Adfecunduin argutnetutmij. ilantillirtiam conftruendam illas nominalTe E ditimus.Ariftotelem &inprimo,S;in fecrm » fatis fuit.fcd has in medium affett, tanquam condtttones eaiiIantiores,8c ad faciUm illa- runi inucntioncm,6t ad propofitionu abun- dautiam pcttincnfts; ptopterea parsillafe- cmida: fectioni ptirai hbri Puorum propor- tione tefpondet, 61 vtrlque cum primoli- bro Toptcot um: imo cum omnibus Topicis libtis compara.-i poteff : vt enim in ilia fe- cundafeclione agit Aiiftotelesdeabundan- _ tia propoiitiooum ad fimpliciter ratiocina. ^timtdmtU dum & in iibrisTopicis de ijbundantia pro- "tU P 0 ^" onttm ad «ifputandum: itain *IIa parte ttr."»t7't"i P r ' m ' l'hri Pofteriorum loquitur deabVin- dteLrare. dantia ptopofitionum ad dcmonftrandum:f rlt autcm nobis altcuius rci copia, &abunj K y dantia, quando locus oftenditur, vbi earef ' pofira cft, vt optime dicebat Marcus Tulln^ jnpnncpto Tvpicoruni Tuotum, dedarar s eorumlibtorfi infciiotioneiTi, &vtilitat/m, CuiusvetbafunthjecL/^facrtmrtrajBjyHJliji- fianiiUtt funi, dtminfiriitD , £fr itnsate ifnofit-.lk tlo Pofteriorii libro agere dc mediojde prin. cipiis enim agerc,eft demedio agere, vtaote oftendimus;fed in primo Ijbro confideratBl medium, etusque condttiDnes inuer.iuntur, prout ducit ad fciEntiam propter qutd efbia fecundo autem declaratut, quod idemme- dium,& eifdem coditionibus prrditum tra- ditetiam cognitionem quid eft, inhocigi. tur fenftinon negatnusfecundum librum c£ F fc de medio, quemadmodum lllinegare nfi deberent.ptimum quoque librum de medio eftc.hanc autem difterentiam indtcat Ariftn- telesinprimo capite ftcundt libri, dumdo- cetquarftionc propterquid, & qLixftionem quid vnius & eiufdcm medij effe, propterta quod vnum, & idcm medif.in, \ na,&cadeai'' caufa vtrique fimul quxftioni fhtisfacit; ffs . enim primum Iibrum cunt fccundo connC ctitjtnprimo emmdemcdio e;;fr3r,vttra- dente fcientiam proprer quideft: in recun- doautem detodetn metiio demoftratf onis aftttruS 325 u id eft. deMethodis, Lib. IV. A e ft vt ducete etiam ad cogmtionem Tercium argunientum peccat ex „, nte enunieraticnc: uim definitio iofu ^1am poteft eonfidcrari vtdcfinirio , & s on io.u *j f mon ft tlt ior.is, ve.iini etiam vt fehcfcc.nfidet.tBrn eft definit.o , &o- Srio P fi-*i6« nI quiJdiutera, ih» aurcro Sc*ii»rao«ii a logicoj in fecBndo en.m Po £ J-.m 'ibto conli Jerarur praecipae, vt eft Krfr»rioniifio«:waacemeft«e*^ 51 «rincipiura demonftrationis confiuera- Sura enira eft dchawo «aftl», qu*oum ad defininonem acodcnris pcifeftam, "nl eft^nn demonftrationis, Sdemonftra- g^ofitionedifferensS.miHtoraJqumBin Erimu* verum eflc id.quoa ipfi iumunt,de finitionc.n n6 confideranalogiro.mfiprout ' ^demunftrationem retertur : « relatto tee MteftcHe duplex , autenim vtrerui ad do. miuom, autvt donv.niad feruum , : nam po. ieft defimtio dirigi *i demonftratione,nem- l, quando vt medium dcmonftrattonisac. ooitur- poteft -tiam demonftratioad deh. m-wnem dingi , quz eft praropua dehniuo- ms confideratio in fecundo libro.quod iftl i- enorauerunt 3 idcb Ariftoteles quando hanc «lationem fignificarcvoluit, nonfolumdi- jrit definitionem ffl'e demonftrationispiin- dpium , ftd etiam concluftonem, & dcmon- ftratknem fitu terminotum diffcrenteniihis namque omiubm modis definitio ad Jemon ftrat;oncm refertur, non foltim vtmedium. Iure itaque Anftoteles Je definittone agens, in fecundo libro etiam demonftrationisfae- penuntionem facir : ibi namque de demon- ftratione agit ptoateftinftrumentumduc.es jW>- ad tilisdehnirioniseduAionem. Exvltimo arguniento,quod fuit Euftratij aduerfus A- lexandium > colligimus Alexandri fu;fle eam ; fententiam , quam nos jn przfenti. fequi mur . argumetum mtem ib infcriptione co- lUffi libroium fumitur , quos dicit Euftiatius infciib: refolutorios a re confiderata, ade- monftratioue , qu* eft refoIutio,ynde iofert, fecundam 'ibrum non effe de dennitione ,vt putauit A;exander; ficenim illi eainfcriptio non compcrerct, quandoquidrm definitio noncftrelblutio. Sedfactieeftad hccargu.. mentum pro Alexandrcft-eipoderc. primum quicem negare poflemus , inffcriprionera A- iialyticotum librorum rumptam eflea tecon- fidcrata , &demonftrationem eflcrefolutio- ntm j hoc enim non parum in fe difficulcatis habe: ; eo tamen in prae fentia conceflb, quff, id excuteread propoGtam nobis contempl*; ticincm nu pcrtinet,dicimus,fecundum que 1'oftcriorum librum effe de tlf monttra- tione, vt AnftotelesinEpilogoin calcceius librt fignificauit, &n nos efScicitcr contra Aueitoiftis oftcndimus , idq-, Ggtiificauit A- 326 lexander, fi eius verba ab Euftratio rejatibe A'tx*ni*i ncpcipendamus idixitenim agiin feondo /«-'«"*"' Jibro de Definitione ptout ad acmonftratio nem pertinet,non dixit prout eft inftrumcn- tum a Jemonftrationediftmftum ,vt Auer- roiftar dlcunt. quare iiberllle tta ett dedeti- nitione, vt fit etiam de demofttatione fccua- dum Aiex;ndrum. Sed quonam modoin- telle.tit Alexanderdefiiiitionem ibi confidc- raripioutad demonftrationem pertinet?cer- 5 tc alcero duorum modoiu pernnct,vei qu64 ad demonftrationcm dtngatur.velquod de- monftratioad eam;fi primum.non reciecar- piturab Euftratio Alcxandeij ea namque ett ipfa Euftiatij fententia, qubd definitio tra- ftetur vt medium demonftrationis none- nim liia ratione a J demonftrationem iling'- tur.nifi vcipiiusmediumjquiim igiturf.n- ter.tiam AlexanJri refutetEuftratius.indkat fe cognotiifte aliam fotffe Alexandn men- Ctem, fcilicet dcfinitionem in fecundohbro traftari, quatenus ad cam tinquam ad finetn diiigitur demonftratio 5 fic enim defimtio- nempertineread demonftrationemintelle- jtit Alexandcr; proinoe ea fuit tplius de fecu- do lib*o fentenna.quatntios Auerois quoq-, fuiffL dettionflrauimus,& quamfqlam veram effe atbttrainur. Cif.X X I.foluM Mgumentermnp- Jleriorts feftx Auerroi- fijrum. SE qjv I T v r , vt ad Aucrroiftas , feu po- tius Pfeadoauerroiftas refpondeamus-, iti ptimo quidem argumento id , quod aftu- niunt, duoeffe in rebus cognofcenda , ftib. ftaiutam & aceidens,concedimus ;fcd quutn poftea inferunt: ergo de definitioneagen- dum in logica , vtde tnftrumento fubftaotia cognorccndse,negandaeftconfeque!ia:nam debet quidero logicus agere de infti umcnto, quo fubftantia iijncta notificetur, fedillud noneftdcfinitio'; fedeft methodus rcfoluti- ua .vtnosiuperiusdeclarauimus :hocigitut atgaraeto nil aliut! prcbsiH,quamag.endum fulffe in logicatum iic nuthodo demonftra- t;ua,qua accidentiJ cognofcantur,tum de re- folutiua,ciuafi!i>ftintii ignotae notificentur. : VnJe manifeftumcft, quivm debihs icvana llc arnumentatio quorundam, qui denobi. liore^tnftrumento logico difputantes, &a- ftcnderevolentes, definitioneni eile inftru- %icntum nobihus demouftratione, itaar -Ajnmfmw eumentantur; defininone fubftantiam co--fi?J*» inorcimus, dcmonftratione accidentia, at fubftamia accidentibus nobilior eft ; ergo&J'~^ , '' 'dcriiiitiodtnob«litisinftrumentum demon--' ft.atione.quadoquiJemillud eftinftiumen- Vumnobihus. qucd ld reinobllijtiscogni- C>nf*uti» tioucmdirigitui:. Sedhi ineo primiim pec-f""""'*- i 3-7 lacobi Zabarellae Patauini 328 eant, qudd comparationem abfurdam fa- a illud eft dicendum nobilius infliutncnr ciunt- folemusenim dicere, comparatiuum quod fit axQttirizta , & fcitiuiaiu pa:iat fupponit pofitiutim : ergo non potcrant difl CCr - putare, vtrum fitnobiliusinftrumentum de. monftratio , an definitio , nifi prnis cften- dtirentdefinitionem tnftrumentum efie no- tificandi ; hoc enim negato , vt nos omnino negamus , tota eorum difputatio inanis red- ditui. SeJ etiamfi detinitio infttumentum fciendi effet, argumetum ipforum^qtiod me tiore;ob idfiduologica inftrumentapro wl" nantur, quorum alterum tiufdcm rei, vej - .arque ignoti fciet;tiam maiorem & cen ^ j j rem pariat, quamalteium,iiludcerte nobL iius dicendum erit;qubd fi non njodoreie. que ignotar,fed ettam ret liiiiotions , atcaT' gnitudjfficillioris cognitiont certioiera no* bistprarftet, quira alterum rei iwinu»ign 0 - t . mtnti. morauimus, nihilptorrushabereterKcacita- B & facilioris cognitu, adhuc maiorillTuainS tis ad probjndutn , eam etFc inftruiiienrum praritaiutus deraonitractone;ft quid emm ro- boris haberct.probaret etiam methodum re- folutiuatn demonftratiua piaeftanriorcm ef- fe; fiquidcm refolutiua fubftantias cognofci mu», demonftratiua vero accidenra ; idta- nien efi manifefte falfum, quumapud om. nes confter, pmiffimam deuionirrarionem demonftrationeafigno atque ir.duttione no btlitasfk cxcellcntta nidicaiiJacrir. tali ilu ,. tem efttncthodus den.i6fir.uiua ufpectttttt, folutiua; : dcnionftiatiuai.aniquecertiorerrj frientiam patit, quum non foluu nor.Bcee rem efle,fed etiam curfrt; refolutiua veto fo- liim declaret itm tfle : certior euim leieniii eft, quaremefleper fuarn caufim rnonofti; . mus , quam ea, qua fin e caufa rem cc j,nofti. mus, vt inquit Aiiftoteles : prauerea illud»,' 2«- biliorem efTe. Soluitur autem argumenrum, C quod per demonftrarsonera potiffimam no- tificarur, eft naturaliter ignotius & diffiei- lius cognitu , quam id, quod per niethoduin refolutiuam; fiquidem accidtns ftctindum rerum naturam non eft per fe notum,qujj pendet icaufi cxrerna; fubftantia vero quuin ab alj? canfanon pendeat, perfe nota dici. rurfecundum natuianijquou fi ignora fit,jj non tft feeundum ipfam rct natutam , frd proptcr n oftram infirmttatem ; ipfa enrrn rei D narura per fe cognofcibilis cfi: quaniame- tiam per fe eft ; accidens veionon ef! coqno. fcibile , nifi pcr aiiud : euu etiain peraliud efi. Illud igitur, quod pcr ineiho Juin demo. itratiuam declaiatui , natmam habet igno- tiorem, quim id ,quod per nieihodum relb. lutiuam notificatur. quare nie thouus deniS. Ilrariua multo efficacior eft methoJo rtToIii- • tiua, quumrei igiiotillinia; fecuncum nato- rain faentiam panat eertifllmani, mquaa. negando propoimonem illam , quam pro a- xiomatc fuinunt: illud eft pra?ftantius inftru nientum, quod ad rei pratftantioris cognitio. nem dirigittir; h*c tnim falla eft, ckmulta eanr fequcjcturabfurda,veluti idcm demon. ftrationis genus nobilms effe in dernonftian- dis accidfntibus hominis, quam in demon- ftrandis acctdennbuE3!i''i : quum tarrenea- dem vtrobiquc fitpotiiumor drmonfiratio- nis natura & vis; & demonftrationem a fi gno ,qua primusatternus rtioror ofteniJitur, prjrflanuiis inftiumtntum effc ea demon- itratione a figno, qtu demonft atur prima materia r imb &in omm potifiima dtnion- ftrationr:q:ioniani Dtus omnibus rebiis no- bilttati praeftatittaque pro rcium cogaofecn. darum vanetate innumeri erunt deirn.nttra- ttonum si-adus inter fe nrjbilitatc & isnobi. Ut a:c di.Wentes, qua; orooiavana Tuiit , & ii Kibikt*, la. nullo Phiiofopho prc-nuntiand». Nos iguur E nimus acquiefcit, neq; deillaiealiquijpt» jf/tv inflritn.e dicimus, maiorem, vei minorem inftrumcn- ammjhmi tl j 0 gi cl nobilitatein non tlfr fiifcenclaai cx r * nm ipfarerum ,qua: notificantur , nt.btiirate.f d ex maioie, jrel tuinoie DotificaudiW & effi- »*bthtute s f d tx r.t.tifi~ i„nd, ijj;,4- CSLCStlte : qwm cnim Anfiottles in piuifi. fju/r. pio prim; iibri Jc Aniir a uic3t , dun t .fe ra. tiunes , qtiibus ahqua lirientia aijj fttentias prxftarc potcft ; vcl tnini praftu nr bihtate fubieg:cam;ob iJ piim». fed Ioium*!nftriimenta, qt * apta fint no- afe rta debuit ciT; eius confi Jeratio jn logica tatt tejutii abfconii;i.irum to^mtioncin ductre^. q^uaiii inilrumenti vtilions 3c nobiiiotis ; fe- cuadaiis 220 A, r i% ve.o nietbodi rcfolutiuz, Vt fuse -S1 S dedaratum eft Ad ! fecuti- 'J-' ^rEumentam neganda cft confequen- !! l,«f enim loeicaffc facultft inftrumen- lL' tan.cn non tft ncceflanum,vtqutcquld ,n lot:ica,.nftrumenWrn notlfian- j veLmftrHmcntum.vcl faltem ad lo- wllrClrume.arefpedum aliquem habens; S en eaioi & verbum non iunt fciendl ^ftramenta.traaanturunienin logicatan- ,n ' ' in a'ena logicorum lr.ftrumentorum. qU ' r[ : ' r quieftiones declarantur ab Ariftote- JiVnBrinctpjorecuJilibrirofteriorum, nec „mtn fnotinftrainenu logtca,fed fcopi & fi" e5in ftriimenrorum;definitioigmirinlo- • ..jgjtur, nonvtinftrumentum logicu, ILlvtprincipium.vel vtfinis logicorum in- ftrumenwrum, vt antea declarauimus. Ad re-tuim rfnimus.definitionem vtinftrumen- tumicienJi r.equea Mctaphyfieo , neque a Lonco ncqueabaii--» v!lo confideran: quo. mamipfa taieinft.rumentum noneft. Ad A- uerroem qoi (cpe d»cir,primum librum Po- «erioruttJ rflede demoftratione: fecundum verb Je definitione, iaru refpond.mus, ac mertem Aumois declarauimus.qui non pu tauit, fecundumlibrumeffe de definitione, vt Je' altero inftrumento re diftindo ade- rnotiltiatione , fed in pnmo de demon- ftraiione 3?i quatenus eft Jemonftratio: in deMethodis, Lib. IV. 330 A idem quod dcmonftrarto.vt nos quoque fu- pride(lavauimus:nam demonnrjtio tft dr- finino, & definitioeft dernonft-atio: i ico definitio qua ratione pot-ft vocarj licinon. ftrario,eadem ratione poteft dici inluunun- tum, quo ducimur adcognofcendum quid eft-demoniiratio cnim duci: ad cogno.cen. dum quidrft: quod hxc fi: mens Auerrois, patet confi Jcrantibus alia eius verbain eo- dem loco.non poteft cnim dicere,qu6J de- B fiiiitio.vt extra cemonftrationem -urnpta, & vt ab ea diftin&a.inftrumentum fit deciarans quidditatem ret.quia ftacim coniideratione hanc primo Philofopho attribuit , dicens [Vhilafophus autem, yustenus fgmficxt qitiddi- taterrerum.] definitlo enim lefpe&u natuiat & quidditatis rerum non efi niti eius fignifi- catrix,fed ad ipfius ignotae cognirionerh nos ducere non poteft;hacigitur rsrioneafierit Auerroes, eama primo fhtiofopho confi- C derari.non aLogico.quare vtinftrumeiirum figmficandi quidditatem eft confiderationis metaphy(ic3e,quo fit,vr eadem ratione ato- ^ico confidcrari non poflit, fAd aliqua alia: idq; nosantta 'emonft auimus, definirjone vt inftturnenturo fignificandi quidditatero, ad Metaphylicum pertinere. inftrumentum autem norificandi ipfa per !e deiinicio dici non poteft, fed foham quatenus m ipfo de- moiiftrationisdifturfii pofiia fumicuriot qua fecundoveTo decadc demonftratione qua. D tenus eft demonftrario . fic tnimeftinft.ru- mentum , quia- aemonffario inftrumen- tum tft j ha;c abfque dubio eft Aucrrois mens in co loco , non quam aduerfai ij pu- tant: ita enim mamft ftum tSt oftendimus Auerrois de definitione fententiam in lo- gicis libris , vt fieo in loco id diceiet , quod. illi volunt.fibi tpfe aduerfaretur;qu6d igitur definitionem dicattfle inftrumeiuutn logi- cum,c6cedimus. quo J autem i c diftinftum E ademonftratione, negamus: idqtie probare debcnt aduerfarij.quia riulio vnquam in lo- co Aucrrcremhocdixiflc aflcuciamus. Cap.XXII. cur Ariftoteks in logic* dt methodts tantum,n«n de cr- dimbus cecrit. o CAEtirVm poftquam de ordinibos 3c mechodis verbafccinitis.oc traftacio- fed (oluna dkere, dtfininonesconfiderari a ntm Ariftotelis de methcdis expufuinius, Logico quatcnus datur inftrumentum ali- quirere non fine ratione aliquis pocTct, quo i !oeicum,quodducit intellcdum ad co ^iuum non minus ordojquammt tho>.us lo- gnofiendas quid,ledditobitidiueTfismadii: Logktts e- nimconfidetatdedefinitiiniliusfeeundum quod tflmfirumeniuni, t^uod inducit intellcBum ad . .«..:.. . rerum. Vhiiofijihus xu- temj iccundum yuodpgnificatriaturas rwam.] His vetbis duos fer.fus tribuere pofiumus. pitmuquidem poflumus dicere, Auerroera nominaredcfinitionem in numcro plurali, quum dicat [de dtfinitionihiuy deinde inftru- mentum In numero fingulan. quare non yi- deturdcrinitioncm appellare infti Iacobi ZabareltePatauim o 331 nouir,fciip(?fTt. Ego vcrb, etfi in admiratio- ne Utgerffj Anftotchs nulli moitahuni fccun. duseffevolo, ramen credo.ipfum neqiieo- mnia fcnbcre, ncque omnia cognofcere po- tuiffe, neque ettarr. veriratem in omnibus, qu«e fciipfir, itaeffe aflecutum, vt nunquam errare poruerir, quippe qin homofuit, non . .„ . Deus; propterea dubium hoc aptid me non *5"J "' P n magni momenti cft A rifloteles enim looj cK rrdcitad 1,lucntor Fu,r ' P'imu m & rcfoIutiufijVtipre figniticauit in capitequar. \ to primi Iibri Ethicoiumj & coiiipaiTtiLLini fahs contemplarniisirefoiutiuum folis ope. ratncibus difciplinis aptari poffc exiftirua. - uit,vt eius vetba declarant in p ro ue.n 10 pu m j libri l J hyficotiim,&incontcxtu 13. Iitjrt lcpci rai Metaphyficorum. Hoc autem quum ita, lc habeat, ordinum ricclarario paucis verhit ajfoluiponutjOon enim tanta in eis dlfrRuL tasineiat, vrpecuharem nactationcm,qtu ' : ftwti, qui.iem qubdiogicam p.-opterdifcetJs, ion D ad legulas, artemque red]gerentUr,pofTuk' rent;propterea in proa-mio Iibri primi l'hj- ficorum breuiterAriftoreles ordini» compa. fitiui naturam exprefi!r,&eum m luliv. Iciea. tiis contemplatiuis locum habeie iismfica. uit, nullis allis nixus fundamentis, quaro iis, quxin Poilcrioribus Analyticis i:irtacrant; ibi enim de methodo ciemonft-atius loquei dixeratjfcientiam cuitifque rei perfectamha, beriex cognitione proximae caufa?: attaufa E proximanocogtiofcitur, mfiprius caufarie- motx cognofcantut: fequitur irique. a cau. (Ts remotis adpro.ximas effe progrcdicndu, firerum fcientia habendafTr; h;c autecn tft ordo compofitiuus, quiin fcientiarum tra_ ditione ntceflarius efl. Exiisieitur, quarirj libris Anaiyticis, &inilIo proamio riicun- tur,fatisfigtiificatan] ab Anftotele habemus ordinis compofTtiui naturam; quemadmo- ^ dum refolutiui in contextu 13. Iibri 7,Meta. 7 phyfTcorum. Qtjoniara igitur paucisverbi» vtriufqueordinis conditio drclarati poteiat, vt paucis ipfam Ariftoteles declarauirrideo cognouit eos rraciarione iogica noc admo- li-jm indiguifTcj &fau'shibuit de methodi» alcuratiflTme fcribere, & in iis fohs ptififte. 7V quatn tracrationem ita csicgic, ac (ft di- J eteconucnlt) itadiuiucptr.equutustft, vt eorum libroium exctlltrtiam egoadruiiari nunquam dcfinam,&m eorum reeta intelii- -; gentia ficilllmam & optimam vniucrfiephi- lofophiaj cogniuonem coullitutani cfiV non dubitem. proprt-r docentes fcnbr.re cor.ftituit: nain nuthodorum cognitio uon foliim docenti- bus,fed etiam dirientibti^ nccciraria, vclfil- tcm niaxmic vtiiis tft.or.iinum autem noti- tiam usquidem, quifcribeie ahquam difci- plinam volunt.non parum prodelie mamfe- Jtuiu eft: fed lis, qui difcerevolunt. vel nihil, velparum vtiliratis afterre poteft,quum fatis effe videarur rudisilJa&confura ordinis no- titia, quamnaturalirer infitam quifq; istio nis con.pos habeicfoler.nempeilla prius tta fi^nda effc, finequorum tognitir.ne caitera non bvnc percipi pcfiuntiideb videmusplu- fimosin libris Ariftotelts interpretandis ue Ttrbum quidcro de ordine fecifle.reliqua ta- men dii gentiflTine detlaraflVjquo enirn or- cinelib os Ana!yticos 5 libros de Moribus,ac libroi iMetaphvftcosfcripf£tit,n6confTdera- runt.de oidine autcm in fcictia naturali fer- uaro, paucaqtitedatn dixerunt, quiaab ipfo jAiiiTatcle in p'ccemio primi libri PhyfTco. rum occafionem huius confTderatioms fum- pserc. Cogni tio autem methodorumd ifccn-e tibus omnibus perutilis tft, fedquandoque ctiam neceflaria; euenitenim fepenuroerb, vtoflenfionem aliquam Anftotelis,velalius authoris inreiiigere tanti momenti fit, vtea jion intelleda locum iilum intelliaerc ne-- . qucanuis: quianon parum refert, qualifnam / tlofter.fio fit,ai) dcmonftratioabtfteau, an/ acaufa, & aj: a caufa proxima, aaartmotaj v deConuerfdem^nftr.indcfin-Libcr. 334 . - - H_s ieiturobxauf-s «ederepof-\ tufacere mihi ea vna ratio poteft.po» fc:.- dub! A-,«Ltefem 6rdir,jbus in logica; pfi-.quia fcnbeie noluit; quod u qu» ml ho- {tfimis.jV 1 ^ idem cgoaliomm gutia rum.quidiximus.recipiat.aliudquidpum $"re volui; quod enim admeauinet.fa- piobibilius, iipoteft,inuenjat. FIX IS LrBl^l IV- OE METHODlS. IAC.  PATAVINI, LIBER D E roNVERSIONE ,f*Hi"f defin.tionem affectionis perfedam etribus - ) propt,. onis : eclipfis cft priuauo luromis ilonae ob V ferte int e tpofnion cm; hinc fir , vt fi in talem defimtionsjn dcmonftratio mutandafit, ex iifdcuitiibu, paitibus demonftrationem , co- ftare ocortcjt, a'io timen ordine cirpohns: fed lubitaum quiciem afftaion.si;. demon fti atione locum habere minoris extremi,cau &m veib efle medium tetminHm itamani- feftum tft, vt orcni prorfus difficultate ea- re_i;in-oIogtf!Kreuubiummanet.quemlo-*.- cuoi in demonftratione ob.iiieat;fiqui^em E iu minore exuemo poni non poteft.quurn is fbhu . fubiecti locus fit; neq; in medio,q£. m jbi foia caufi ponatur , fea nque in maiorV : quonUm nomenipfum affecfonis ibilocatV dum .{Te videtur; vt fi deinonftranda Gt ecli-\ piis,miQus exuemun. e.u luna, medium ia-J terpofitio terrse , maius autem cxtremum e. clipfis ipfa ; nullus igitu: locus relinquitur,it» quo genus eclipils,fciIieetpriuatiolumini_ poni poftit; quomodo igitut ca demonftra- tio ent etiam definitio ipfiusecliptis?huius ergo rei veritate inueftigaturi fumus , 8c quia de loco minoris extremi,ac de loco medij ne- mo vnquam dubitauit, infolo maioredi.fi- cultas manet, anibi ponendum fitaffeaio- nis genus , an potius ipfum affectionis name duataxat exptimere debeamus. CapKt 1 1. in qno mttltisargumentif often- dttiir, tn nuiorc extremo nomen uf- fecxtonii ponendttm ejfe,non eius gemts . PRimv m quidem videtutinmaioreex- 1. *rg. tremo genus affedionis poni non poffc, liquepluribus argutnentis cftendere poflu- mus : primd !ic,illud, quod demonfirari di- citurieit maiusfxtremUm s at a&Vaio ipfa eft ilia, qui dlcirar Jetiiotiftraii : ipft etgo in maiore extremr, locanda tft. quarenon eius genus,quomodo enim demunftrati eclipGm dicemusjii nufquam in demonftratione ecli- pfim nomincmus ?in medio namque, autin lninore extremo exprimi eclipfistio poteft;iI la enim vtriq; qd' fint pr3enorcimus,eclipfim vei b demonttiamus. Prsterca (T no ipfaaffc. * "i aio.fed eius genusin maiore extremo pone- letur, conclufio non elTetvniuerfjlis,qu2lefn eam effeiuffitAiiftot. in i.lib.P«ftet,papr2- dicatum vniuerfile eft illud, quodfubicao ineftomni,8f p fe,Stquatenusipfum. huiuf- modiauteracft,quanoo a;qu-uirfubi»'ao & I * 335 Iacobi Zabarellx Patauini 3 . , cumcoreciprocitur.fednonquandolatitis A gumentum eft, fi in maiore exrrrmo pitet, quam lubiedu , vt ibi efHcaciterpro- tur atTedio ipf.i , nfln gc.ius infius ir ?, 0n *- indefinirinu*. %imt bauit Aufroteles , dicens tres angulos a*qua- les duobus rediselfe tnangulo pra?oicatum vniueifale ; non figurs , necxqmhtero; atfi loco propris ariectionis ponamus eius ge- nuSjfjuod anipliiis 6c ipfa,& fublcclo eft.prC- dicatum iii conciiJionelstiiis patcbir, quam fiibie.£rum;quare conclufio non eritvniuer- falis ; vc piopria Iuna- affcctio eft cciipfi'. : at priuatio luminis no eftiuncpropiia ; f?d com B rrtunc qtuddam, quodajis plurimis corpa. ribus competere poteft. Ptieteiea (i mu.us CXtremum I?t nofl atTedioipfa, fed eitis ge- nus.medium neque cum eo reup.-ocabir.ur, neque eius caufa erir:proiiide hoii erit potif- fima Jenionftrano . conKquer.r:.' probatur: cjuoniam priuatio luminis in jijii quoque pr Eterluium contmgere pottft fine.vffa ttr rje i.uerpofitione . qjare Ijriis paret, quam jnderiniiiouenomenlpfuir, rei deEnira/ea tin;ti vt : partem, quod-eft maximum abfiut dum;iahominisenim tkfiri;: . D ni non potcil : confequens ita ccc::ct,nt- jiSfl moilratio apud Ariftonlcmeft dtfii.itio' to- taetiim in totaiv, d.Hnit ; o!i-..ui matatur' er goquicqiiiJ demonfirj-ioiiii p; i:o-.is crlt. onodniflul rarioneadr.)itteniii! i> . li Coiili .V.j.h haiicJ fententiam authontate Artf! otclis .. in^j^H textibu$40. & .| t . Pt-cundi hbii Poiiftiortiti Ji Ana.'rticorum,\bi t « mpia den>oi.f>.- a .j 0t ^ I r-Jcu^^fumitfemperg^nuiarjcni^mj „ ro maiore e.\tremo, no af... ct-cncn: .j f n. ;n 'on emm Cun.it toninijm , fed o;u;m ;i)tclumit eclipfim, fed defectuni , tanq. agenusipfius i _t — l . ---. r ..... , ^nuum , tA.ilj. a tt llllS IJUHj terta: uiteipolui, . : & uon omti» priuaticriis C etlipfis; etemm tn nube fonum ineffe decrn luminis cau^i eft interpofitto teua;: ita am. ptiojeft fonu\. qcxtinCuoignts.vbi namque igil!S exrincuitur, ibi fo.ius qut iem tit, fed non c c.iiuerfo ;.non enim vbi eft fonus, ibi necefte tll 'gnis t-xtinctioocm tlfe. qnare nu umnisluin cauficftc.VtinCtio:g ii5. Pciharc igitur de.nonftritum clle viJct mt , ma;us ex- tiemum clfe non poJle cenus arTeciionii de. monftran.J* , fcd ariect . one.„ ipf.m } hsec e. . :n ,ere liim &cura a*c!c, cVcumn.iiHirc exjremo D veJJemus r ciaia nimis, Si exp licatu facilu re* recip^ocatu. ,q.Jod m oiiuii demo.ift.atlone eiretiquiaA iftotelc.n & Auen oem !r e amu» ftratj&iniunadcftCJum. Capnt I V. in qtto pro vcrfta tis de~ ilarxiione fundu mintm. lacmntur. 1N hac dirncultate lT (oh An-lotcJis & A. uerrois auihoritate frtti litem dirimere potliTwni r.cctflaritiin cft. Caput Ill.in quo pro contraria fen~ tentia argumcnta af- ftruntur. fi- NO v s v l l i verb contr-ariam opinio- nem conRantifllmt tutati funt, niaius Kxtremum femper elle ponendum sdect.o- Dis geuus, nonipfammetafttctionem : vt, fi de uonfiranda fit eciipffs , priuationem lu. m nn pro maiore extremo fumenduneiTej tlon eclipum ; fi tonitrus demoiiftrandus fir, fjmendum elle fonum , non ton.tru.n ; hoc i. prcbcnt ciuobus ar^umen^ ;, quoium alte. rtim, quoipitmaxime innitiintur, tftiilud, ououfupra tetigimus.fi demonllratio,ac dc- hnicioidcni te- ifedebent^exeifdem termi- J nisconftituantutnteelTe cft; atin dcfinitio- nc omnir.6 ponendum eft genus affsCtionis definita; ; ergo illud idem in"ilemonltratione quoque ex neceilitate exprini endum eft: igi- * tti \'cl in maiorecxtremo , velin minore. vef in mcdio, non in minora,neque tn medio,vt- fuprao' 1 ::frrn efi .- ergo in maiore;ficenim demomlratioin u'erini"tionem ordinetcrmi- no. iini duntjxitmutato conucrtetur, quod fieri non potcft, dum in maiore extremo po. 1 ■"'I-nitut.p.i.ni.ucaiuuisiiomen. Aiterum ar- ln lecundo libi o Poftenorum Analvt; corum, prarfertim Aucrroem iu commciitario47, i- pforum fcntentia fuit, qudd in demonflra- ttone potiflima tam ipfum aiFettioni* no. «■«Jrw,. men, quam eius genus prn maiorc c-xtre(i)oA">^»»#, accipcre arbitratu n- ftro poffimus , betmodo eaJcm fitdem.,n!i;ano ,'jjfo mi. 4 £ ,ai "*£ ror,.quomodo iili, qvi hic derednbitsi^r.t,'''**'**' E id non videtmt. Veiiim  . ac +_. fccundi libri iorii, dicit cilciiiiani ac--id:nm ex ma. Iftmlit md p 0 iie *i «>..j, f yiitl.tr. tena &formaconilite, vt cftenliam ecl pfis expnuationc luminiHar.juam fornia,St]u.- m tanquam materia; & cff- ritiam tonitrus ex Tono tinquam fonua, & nube tanquam Matcria,qtia> funt diiae paitci conclufionis,vt. ai:b; decla ; atum eft : pro^te; cj foftciiores qm.:am cnixt hanc f. ntcntiam lutay funt, nnoJ eiltntia 2tcii!t r.tis csi:s dnabus paitii bus coriftat, vncieha?c d-.nniti • , Ibntii in nu- be, tfiVtitiaas , 6c qunluitatiua nuiicupaturj- qua: njideni U ntentia .icct qnadam pin- t*" •leiui. 6c o^Ke ioquenuo, vt ce: tum «tlocutum tife Auerrctuijadmittenda fit Metaphyficus recipcrer, quia fi in fubflantiis, \utrri* ntm quasuiateiiamintemam habcnt,exquacon- tft p*rt tfft»- Kant, iiiaterianon eftquidditatis pars, raul > "'cftb- to numis in ac«dtntibus id afTei eie Iicet , t i u ?-^^J W , " C matertipi noninternam,exqoacon!tent,fcd extcrnam duntaxat habent, m qua mhjtreut: dehactamenre difputa.-ead prinium Pbilo- fophum potiiis, qiiam ac! Logicum peitiner; fat eit inprelentia.fi hocvniim inteliigamus, deikiitjoaeiiiiiLam^roiius :n rube, nonideo vocan eflfentialcm, quod vtraque eiusparS' tflTcntiam tonitrus Conftituat, & vtraqttefit efiaitia: pars ; id enun mnnme \ erum eft, ^kioniam per fobm f jrinam cilcntia fignifi- catur , nimirum perfonmn ! fcd quiano om- ius fonns eft tonitrus , & i.xp imendum om- uinoeft , quc fonum dicAmuseire tonitrum : ideb aliqua particula reftringei.te opus eft, qua? nomcn foni coarctct,&itaadhtincfo- num contrahat , vt hunc folum, non aiium fi- giiificet-.adgenusigiturreftringendum adii- citur fubiecfum proprium ioco difrerentia?, non vt cftentix pars , fcd vt coarcias illam di- ftionem, per quamfolameirentiafignifica- tur, tanquam neceffaria conditio.fihe quail- ]a efTentia non eflct, reftringit ig^corefien- tiam, fsd cxtra effcntiam mmct : nam poteft aliquod adducivrconditio, IThe quaalterura non effet:quod tame illius alteriuseffentiam non conftituat; itaque tffentiatonitiusnoa D cft fonus & nubes,fed fonus ille,qui eftin nu- bc; fic enimfolum fonum dicimus cffe effen- tiam tonitrus, non tamen omnemfonum, fcd illiimtantum, qui fit in nube : ideb hoc non ignorans Auerrots in commentatio fcx- to fecOdi Iibri Pofttriojum, refte dixit,qubd quxietcsquiJ eft , qurerimus formam;quid- JQvtddha dirasenim eftfola forma, prrEfettimin izci- ftUfema.tft- dentibus. qtiando autem dixit, formam & m.ireriam cffe duas partes effentie,qua; ano- E minc, fsu i nominis definitionc ffgnificatur, vt L ; 'gicuslnquitur, nb vt Metaphyficui,qui vcritaris diligens fcrutitor eft; Logicus enin» pattem efiVntiae vocat,quicquid eftpars de. fiiiitionis cllcntiaiis • quianon eft ipfius offi- ciu n t-ifi.ngucrc efteiiti:,m ret ab eacondi- tione, finc qua non poceft eficntia fignifica- ri:at primus Philofo j»hus dicit , accidcntia ticfiniri pei additamcntum :quoniamineo-- tum defiiiittonenbTola effentia expriniitur,. F fed fubieiltim quoqueadditur,tanquam co- dino ncctffjiia , finequaipfa accidentis et feima ncque cffe , nequc intclligi poteft. Ex his omnibus colligimus , qubd in ea demon- fttat.onis conc'.ufionc,innube eftfonus , di_ * cere pofiumus, effentialem definitione prs_ ^-Jicatuui fimul cum fubic cto complcfti ; to_ "^iitrus eniiu cftfonusin nube,quo modolo- _k tus tf(- Auerroes in illo 41 - commentario : pcvumus ctiaui dicere, pei folum ptasdica- tu.rjitxpnmi effeiitiaiem tonitrus definitio. ("■iciter tajata vera nou cft, ueque t.im neu/;pei fonum enimieftiiclum ad huncfo- . 1 7 339 Qtnut *jff num tota tonitruscflentia fignificatur,quen-.- admouuemm in ea definicione, fcnus innu- be, fonuip nube taaqua d differentiaexter- nam coarttatur;itatnillaconcluiir,u ,innu- be eft ionus , prxdicacum i lubiect j rcliiin- gitur.teli difterentia qu.dam poter u ili co gitata , ac fubintclteiii ,quam ab eo fubicQ 6 deriu.-insus; quo fitjVtfoUUS ibinon profoU Voce fumacur ,fedpro oratione nomen toni- trus deilarante; ipfe enim per fe fuiuisfei- pfum coarctare non poreft,fed coirct^tur ab ■alio, nempeidifferciuiavcl exprefla.velim- plicita, &(vtdixtmus ) cogitata; ii.ec in'm fono adte&a, facitvt fqnusnon voxvnafit, fcd oratio declara^s ncinen tonitru5,qa;? nl- cmir definitio effeorialis . ftopterea cit »oi- Iacobi Zabareike Patauini A ?40 dutm dtminftrata , ii tiusgentisaoj* fe ui demeuftrarione pociffitna poni extremum: r.am fi genus fbmutir «defi_j tio nominati; , & hxc ancc demonrtrati I }l 0 *j*od pjjjpjtj vtejm vocatibiAuerroes,necnonin 1 ^*- eomment.41. eiufdem lifcri , vbi forminsde- monftrationem tonittus dtcit, fe tnmaiore extremoaccipere loco tontcrus oiatione» Je- clarancemfi^nificationcm nominis tonitrus,*. tamen nul-am orationem pro maiure exf g, . mo fuimt, fed folam vocem fonus ; hiac « j. nimvocat orationem: quianon funutea* vteenus, fed vt orationem nomtnudecUf-- tricem. Euftr.inus ltrB.\ te. duorura vo!uerimu«,in maiore t xtremocoL locare; quid enimabfunli el> , idetn figni_ ficant, & a demonllraiitepticagnofcuntuc idem fignificare ? ideo Anertoes iti Epitome logtca in capite de dctinitiotie forroansde- monfttationem tonittus, in qua raaiusex. tremum accipitfonum,ftatim ratiorisrri fg|>_ lungit, cur pro tonitru fonutu accipiit,du teiis [^impofs&ile ttiimefs, oitin ixpltcititit*. D minitjit bdw.] nam fi cfi pra:cognita,quii prohibet.neloco nominis «ennitieaaBicci. piamus ? Ariftoteles quoque ir. fccundc li- ' bro Pofterior>ini,fafpefonnaris demonftra- tioncm eelipGs, & dernoii!>v.=none,Ti tooi. trus , mocb rnaius extremuni fu.itit : .ipJTm, modo priuat:onem Limfin, & ittc>.io.toui- trum,mod6 (onum. Vcrum nusmuis ittao.Xi$Ki ftro arbitno conftitutLim fic, vcium VQl_e!L■■' tiones ; altera , uux tx eodem ioco fumitar, eft,quia quum df mtinfiratio iit potcilatede» finitio , & definiciorsis gi 2 f ia coi.iiruatnr, llit detnonftratio^qur eft^deitr.itio potcftate^- xima.melior attjue exquiiltior etl l! deiuda- F firationc, quae pocsftite tmtCiui remotaett definitio : dicitui autem tlemoiukatio eSit.lf"' deiinitio pnteftate proxima , quandonttlia pars deftmuonit pcrrectv n iienionflrauoat de£t j;raiur, quoi euenic, quando maiusci- trcmum eu gerius afFectionts; folonamqite ordine termmorum iv,t:cjcc tic pcifectaue* finitiu, quar ptius vocabaturdemi-nrtratio ■: iJta rei 6 , in qua maius tstrcmun; fumiturt- pfam affddionis nomen,dicitur dchnitio po- tciiai; reatotiore ; nunniam tx ea rtoli Ua« tim educitur derimtio, k J .j:;uj adticers ta. tta dc de Conuerf demonftr.in defin. Ltber. 342 *^ r, jtiorrm senasafFcSionisopor A funt, qui dariluminis pnuationem cogno- ttti^ 0 Z.n..nft auone exp: cffjm non fcant.fed (im, qua: ln Iuna fit.lgnorent: me. Jius igittrr tft. notiotibus vocibusvrt,quum ignotioribu*,ifa cnim dcmoftraiio maioitm erEcacitatem habet. nam macts apparetne- xus caufi.St cffc&us J & pendentia effecius a caufa,quum dieinius,terra» interpolltjo facit priuationcm luminis.rj quum dicimus,terrae inte.pofitio fauteclipiim. Oftenfum eftlgjL tur, dicendum non efle femper rr.aius extre- ! '; 3il .crr.iituri.perirahrc demon- P r/ouirir, vt iu uefinirionem vertarur: ftcJll0 „n folum terminorum ordo muran- ^Tccd °ew> qu°1 uc aff.aionis adii- **idunv quanquam hoc fac.le, acleue ne- & effcaus: autloco vtriufque fumuntur ixpnm tur cuiufnam fit ea definitio, nifi ex- ipfuium definitiones nominales: aut in me- tradc aionfiratioiicm addatur norrte eclipfis, dio fumi tnr nomen caufs, & in maiore defi- quodnallo i.egot.ofit:quia]icet in demon- ftiationenomen iilud expieffum non fiteiit, {au tamen prarcognitum, quod priuatio lu- minisiumiturproeclipfitftcius nominis fi- Enificatio;piopter?a eam effe eclipfis demo firationem dicimus.proinde & edipfis defi- nitiontm Hxc igitur omnia vcta funt eo fun nitio nominalis affeaionis:aut demu in me- dio definitiocaufjr,&in maiorenomenaffe- ftionis:primns quiJ£ modus,5tquartus,tra- dutdcfinitionem poteftate remotiore: quia necefte eft adderegenus affeaionisin defini tione.quodin demoftrationeexpreffum no fuerat: fed tam fecundus.quamtertius eftde ilarneitoronliituto.quodftgnificatio nomi E finitio perfefta potcftatc proxima: quia in rtis eciipfii eff prarcognita, & qubd priuatio lummis funtitur vttnem, quod eclipfis: fed brc pofferiordemonftratiodicitur cchnitio pottftate^pximaiquianulladcfinitionis pars ineadcfirieratur:& id, quod additur,non vt pais defitinonis additur,led vt nomen eius, quod definitunaltera vero demonftratio di- citurdchV.tio poreftate remotiore: quiaid, «juoj additur, eft pars definitionis, quac ex- preifanonfuerat. Hecigiwr prior ratio eft, F curmcliuifitin maiore extremo genus.cj no nien afFea:rmjs accipere. Altera ratio eft, ejuomain ficdemonftratio euidetior, aceffi- Mc,ore(t,quum notius fitnobis genus,qfpe ots.notior eii.tri nobis efi fonus,c^ tonitrus, & nct o piuatioluD.itiiSjC^eclipfis; cuicum qaccnim nouis efttonitrus, eidem fonum ftioquc cjgnnum cffc neceffe eft, uo tamcn ccuniicifo.plures enim inuenjas.quibus no- . *J, fonus in multis rj.hus natu.alibus, qui **uaoi toiiittts liOUuamiiabeBt:!» plimau definitione accidetisperfeaanihilrefert an nomen proprium caufc.an ipfiuscaufE defi- nitio ioco nomims ponatut: definitio er.ira idcnqiyA,ac dcfinitum. Ctput VI. conn arierum 4rgnmen- torttm fslutto. DE c l i r k t a rei vcritate, folucnda ftintargumcnta, quseaduerfus vtram- que partem adduximus, & priiis illa.quibas oftendebatur,nomcn affeftionis femperex- pi i^» endum eITe,nuriquam ipfius genus. Ad ^primum quidcm argumentura neganda eft ^id frhmm confequentia: quaniuisenim in demonftra- argumintnirt 1 fonenomcn echpfis non exprtmatur,fed pri/"»w V"** 't itio !ummis,ea tflmen dieitur ipfius eclipfis dVnoftratJO clie , quia priuatio luniims fumi tur" 't dcclaratio naminis eclipfi*, & vtidem qucd eclipfis: vilidu vtiq; argumentu effet, fi h# . QOU vt iiiem,fed vt o^uoddaoi ab echpft lac. Zabar. Pat. de Conuerfdem. Liber. ^ldiZasfiri 343 diuerfum,vel rt comunius in ca demonftra. rione fumeretur, quod quidem non negaui- mus. Ad fecundum pater refpofio ex iis, qut diftafunt;nonenimfumitur genus affeftio- nis vc genus o enim omnis priuario lu mirus in lunaintfle demonftiatiir, fed ilij fo lam,quE dicitureclipfis. Eadeiu refpofionc tertium quoque argumeritum foluirur. nam tnaius extremum non eftiatiu* termino me- dio, dum fumitur vt coartiatS & reftnftum ad hanc fpeciem, cuiusgratia extrutturdc moiiftrario.-ficaute medium eft iquata.cju- Tamaioris excremi, &cura eo reciprocarur. Ad prjmum argumenrum eorum, quiaiTe- runr,maiuscxcremum femper cflc deberege .flus affeftionis, nunquam cius nomen, dici- musqubd, liccCin demoiiitrauone nonex- primaturgenusaflectioniSjfupponitur tame ex neceflitatccognitum ante demonftratio- nem,proinde illademonftratio cft definitio fl nonpoteflateproxima, faltem remotiore: quiafafta detnonftrarione-, additurnullo ne- gorio,& nulla difficulrategenus ipfum prr- cognitum in extractatione deSnjaonis. Ad al tcrum argumcntum negandaeftconfequen- tia: quando enim maius estremum eftno. men affcftionis , ,& demonftracio in defini- tionemconuertitur,non lemanetnomen il- H4 &quietis,6:itainaliisomnifaus, Ad A a telisauthoritatem, qu.rn iili pio 4M nonefi opus refpondere.qi.oniamea^i! 1 ' apeitiffimg fauec : & ipfi falfiim attnb,* 1 * Ariftutcl:, quando uicunt, ,p! um aa „ "** & fbmere nomeii aff t ftionis pro maio^ t„ mo.nsni 111 conrexcu 41. ftrundi libn Poft rsorttci faciensdemonflratione tomtrus qmt [ $t nnbe, C.swkrxs ^.extin£7,o isni, fumit lgiturnome tonitrus, non "snfi. detniie itatim cam oemortftrarioneoi &. niansdicitpsrcxnrdionem ig n i s conr ! iH~ qucidm nubeintft A.ronu ,& italoco tr t us ponit fonum, quare abfque vllo djjVri" tninertiturnomine&genereipfiui; quiaei accipitvt vnum,Sc idera, non vrdmerla n * fivt diuerfa fumeret, non reftcfiKeret "j priusper A.dixitfignifican tomtrunj, poff J dieit A. fignificare fonum. ex eo igicurloc 0 maximurn fumicurargumcntijmad compro bationem reritatis iairi .inobis declarats-cj e bemus autem ibi animaduertere, Ariftore iem in proponedis tribus terminisilli us del monftrationisdiccrtA.fignificare tonicnuo- quiaproptertonitfum ea dsmonftratio cx-* truitur,poftea ve:o in tormanda demonflra. tionefumere pro tonitru lonuni, vtfaciliuj demonftratio in dcfinitionem vertatur. In contcxtu autem 40 aperte illorum opinioni refragratur, & maxiroe miror, quod vitiilli ludvtparsdefinitioniSjfed vtdefinitum.eu- D tantuni errorem commifcriiit, vcexeodem locoprofe argumentuni defuniprerint: isq; error so minus c xcufan pottft. L]udhi,vci n ipforum commentanis videre eft,Grset:a. [j Q gusceognirionern palam prDiltetu ipftquL dem dicut.Ariilottlcm eo m locoin dcmon. ftratione cclipfis nofumere maius exttemu edipiim ipfam, Ted defeftura gcnus eclipfis. hoc tameneft manifeftefiKiim: quiavbiLal tinus codexfaabet detedum, Grxcushabet nullum aliudibi maitis cxtremum ponitur,quam suAn-ijf , quam vocem Lati- nps interprcs vertit defedfi : quare defeclnf ibi poniturvtnomeii ipfum eclipfisjnijnrt genusi&locusillefentencia; noftrx rniiifiti: fuffragatur. ius eaderinicio elTc dicitui; genus verb addi. tur,vtdcfinicionis pars no exprefla in demo. ftrarione.fcd ance demonftracioaem cogni- ta: quidautem abrurdi cft,fi in proponenda definitione nomcn quoquerci definitje ex- primatur? imb necefTaiiufn id effe videeun definitio enim terminus cft; ergo alicuius terminus: quare non intelligitur cuiufnam reirerminus ac definitiofir, nifi rei quoquc nomen tunc exprimatur, non quidem:vtde- finitionispars, fed vtid,cuiusadducicurde- finitio:tdeb videmusjira difciplinisnunquam ponidefinitionerniirienomine rei defimti. dtcimus enitn , tiiangulurn eftfigura tribus hneis conceuca:natura eit piincipium mocus y 1 7i t y. IAC ZA- ^ 1 jv* yv* -W- -*■» £JJ3 cXj c_Xj 34> IAC. ZABARELLAE PATAVINI, D E iineipfj:eJdeni ranonepotcft fecundareperin (Tnetertia,red non tertia ftne ft>cunda,quo fir,vt prima con dirioftila nert ffirjarn qttidem propufiii^ ne fac!a',leui nmen ac p irua neccffitaie: fctun- da vcro magis nccefTmanvfed ccrtia rurr.mc, ac maxiriie iu ccflanam , quadoquidcm cum raaln dus ex tieceflfirate coinutictjc- funt. Hanc fu nmam neceffitatem propolTnones> demonfirationis Ita requirunt , vc nifi tres il- Lrorrnes cunditiones adfint, nequeatpro. pcfitio dici demonftratiua, De his iijiturtri- busco i:tion:busfcrmonem facere dcercui- Bius: h:s enitn dcclaratis, manifeftum erit, quans in dert.onftiarioiie debeateffe propo- ■tionumneccfijtas. Seruat autem Anftote- I-i m ca tr?3ati',ne ordincm conuenientif fcnunr.n im jjtjrno loco rtntm ilKrrum voca_ bulcrmr. lTgnlficatiorum dedarat, vt quje- nam fit fumma neeefTitas intelligamus.dein- de remouet quafdam errandi otcafionesin tertias condirionis acccptione: poftmoduni probat talcm nectffitatem in propofinoni- bus demom-ationis ineffe: idcir in quatto ca- pite nihil probat» folas vocabulorum fignifi- cattones declarat, fedin fexto totam proba- tionernfadt: namhoc ordinevtendum efle ipfe in iifdem libris docuit, vt antequarn ali- quid demunftrareaggrcdiamur,noroen eius rei, quam quierimus, intelligamus,ac fl opus fueiir.dcclarenius. Eft igiturnobis quoque a vocum dcdantione exordiendum. Caput 1 1. dertaratitpradicttionis de omni. PRima conditiojqusedicitur Prasdicatio de omnij quum faciat in propefiiione nectlfitatem ,promde notet refpeftum prae- dicaftad fubiciSum.in pnmisfubieSum pro- pofinonis vniucrfale , ac perpetuum poftu- lat: fabieftum enim fundamentum &rece_ ptaculum eft pr.tcdicati, quo fit, vtcofub- lato ,quicquidin eo ineftjdemediotollatur: vanum i^tturerat propoiitioiiisneceffitatem ir.dagare,njfipriu^ fubic^jic^eJitajac^peT-^ petui^isconltituereturjquani fTgniftcauitAT r eTe;ii1tces 4e"amm\ nam dittio illa [t>m- »i"| r.on eft prarti:cato aLliungenda,fedrubie- D fto . cum rciatione tamen ad pndicatnm : vt feufui fit,d c omni fubiedo dtci pra?dicatum: conftat autem eim vocari notam vniuerfita- tis,qua- fubicftoappofita.ipfum reddkvni- uerfcie vniuerfaliteracceptnm , vndepropo- fitio dicitur vniuerfalis . Quid igitur fit de omni fubiefto prasdicatum dici declarat Ari- ftoteles.pcr duas coditionesjnotantes refpe- £tKm p'r«dica:i ad fubieftum jahera quidem * fubiedi vniuerfitatem ponit, altcta tempo- E ris : ftibietli vniucrfitas refpeQu pridicati eft ; quando ptardicatum dc fubieSo dicitur vniueifali , & vniuerfaliter fum pto , vt quan- c o inimal uon folum de homine, fed dc om- ni liomineprxdicamus : fic enim nullam effe ho.-niiiis fubieftam parteai dkimus,de qua animalnon piKdicetur:Tempotjs aiuf rat- 5+7 uerfitas eft , quwdo tion folum aliquo tem- poj e,fed omni tempore iliudprardicatum i!_ ii fubieito omni inefi , vt nunquarri finc iilo prxdicato fubiectum illud reperire liceat: »r «w«'P«- hoc autem diicnmme prardicario de. omni Jttri*ripicxm Pofterioriftica difttngttitura P.-toriftica ; cjuo- AjftrtA fn, njam pnonftica folam fabie&i vniui-rfita "J 1 "'- tcrn fignsficat, fed Poftenoriftica temporis quoque perpetuitatein requirit: fic etrinm pto occaitonc aliarn 5t aliam esuluem vocis fignihcatione»! accipit Anftoteles, in primo qindem Priorum Analyricoruns libroYoiarn ^ vtm fyllogifticsm , quar iilariua dicuor , rc- fpictens, temporis vniuerGtate non indtguir, fcd folam Lubic&i vr.iueifitttttitdif mine piaedicario de omnt pofterioriftica a crimtm, prionftica difcrepat, &.co qusdem * paucis a- nimaduerfo.qubd pofterioriftica folam pro- poiittoncrsi fignificae,ptioriftiea vero nonfo- lam propofittonem, fed totumdenotatfyL logifmunij vtalias declarauimus ineolibio, quem de quatta lyilogtfmorum figura fcn- pfimus. Primus tgiturneceftttattsgradus hic eft,quiinduabus conditioiubus confiftic-vna I quidetnfubiefii vniucrfitatcm , ac peipetui- tatem conftituit, quam tottus in propofitio- at ncceilitatis bafim, acfundamcntu elTeCi- i'imus : alterarero prxdicatiin fubiecto per- "petuitatem, Proindeinhacretiae neceflirateilL, facit :ad fecurjdum gradum,qui multb * diJBciltorexpIicatu tft, / accedicnus. t plure* modos adducuteflendi perfe.dequi- btts Ariftoteks nihit dixst . Harc cftcommu- nisomnium aliorumfcntentsa, vno fortaile Auertoe excepto , quam ego faifam ellepu- to : fedtum ipfa.tura eius taifstas meiiusde- prehendetur, poftquans omnes ilios modoi deciarauerimus : nuncfatis iltjffpinguiqua- dam Minerua & confuse eos coufiderand» hanceommunenrj deceptionem cetegereicu cipiamus.Primum quidem.qj modospraeiii- candi cum modis eflendi com mifcsat Ariftti- ' itWt teles,no eftrationi confentaneum, fiquidefll confiliu cius eft,de propofitiombus derncn- ftrattonts, ac4e earum nectifitateloqui,noa derebusproutperfefuntextraanimit,quuta boc logici muntu rninime. fit ; quum igttut propoiitiones neeeffarias inquirat.Jc detut praedicatio pcr ft,qua! gradum quendam ne- ceJntatis in propo£tione c6fiLdcjiion- merari pi>;runt:ramcn q:nd ..bfurdius.quim — -ji™fl;.r.lL dicere.krc inlogica tractari, cjuorum cot;ni- ■ ,'ioauin ablurda coparatio & felectio SKeluti fi qui~ p:*itatem Philotbphum r.es fabrorutn cum Philofophis compl- .« 5 .... >(( ^ 1 .' ' ' n; f a ceret.cx quabonfi Philofophitrn • menin Poftertoribut Analyticis, fedinllbroj^ " f^Kffcretrr.o^ debuitigiturin mediumarTer- dc Interpretacione, vbi mantfiiftum cft.Ail J,^," Kidcs clferrd' P" r fe, fed modos cantum ftoceiem omnia ennnctationu genera,proin -jjtjndi.Ttrada horum cnliatione vtiies de omnes enunciandi moJot diligenciffirnc, ^intitilibus fccern?rer, 6c eligetet. Ineo E numeraffe, ac diftinriffe : libriautcm delil- . ..XAA.mnr A, 1 i>.,rpl e m rerp rera t ion t ,& 1'ofterio ru m A naly ricorurtl iliud eff dilc.irnen m conftiieratione enurt- tiofolni'; pnrai Philofophi propiia eft? Mo- M»rf»r «m, dosautem enunciadi confiderare, atque di- ftinsitiere eft quidem loeici munus, nonta ]>"" frt- "' *" 0 ^. oec ipiutur,quod uicunt, Anltotelem "* 5j ot potuiiTe numrrare modos diceniipcr { t . crI lIo~qti.ir:or,quomominauit,hoc e „im ttoftca & per ipfortrm modoi ttm diui. fion-i». quammox riricmus.&perclatiiin ijfrr'stL-(iiiiiori!iirairiii6 &ipfiu» Arifto- telis falfiim ommno effe deiwonftrabiniu»: ru ncofiVnde'e rd poffumus pcr falam mo- dorum dicendi peracctdens,quosibiaddu. ciarinnts.quocrPrioiu & Pofteriorum Ana- lyr.ieorum in confi Jccarione fyllogirmii enu- ciationtv enim fola forma abiuncta ab omn i bus mateueuodirionihus ln Jibro de Inter- pretatio;;e confidetatur,inPofleriortbus au_ tem Analyricis eadetn craitatur vtinda ma- teria. necelTjria.: quemadmodum in Pnori- xn Anft"tdci, conliderationem. tresernni C bus Analyticis nuda rattecinationjs form» attulicti oJosdicendi peracadens quatuoc illis Jicen.i i p.- r lc ex o:-po(ito refpondetess qucrend jm cftigirur cur Ariftotelts nC fpre ncrlt r.iouos dicendi peraccidens, fi plutes fuetiit modos dicendi perfe, quorum nul- lam fccic menrionem: magls enlm fpernen- di erarit morii dicendi per accidens, quim modi drcendtperfe:vel, fimodi peraccides prrrermtrtendi non eranr,multo minus mo fine vlla codinont rnaccni,iri Pofferioiibus vero eadem applicara matena. ik celfai adfcientiam pariendam idonex: propterea hr propofirtones^imni-. homo eftequus.ne cefle eft omnem homine currere,:n libro de Interpretarionc, & in Prioribus Analyricis admitteTenturi lllaquidem mtervniuerfales poneretur,hijc veibinter ilFas.quxvocantur de modo neccirario: quiaanvtrae, anfalfa* dumaliquem perfe oniittere conueuiebai: D fint,ibi non refpicitur : at pofteriorifticus v- quidad hoe refpondere poflint, non video, Sed 6 diljiniu*; vr die.»rr debemus,Anftote- lcm factre plenam &fufEcientemdiuifione nrnri am modorum prardicandi,in promptu eftrefpoiiiio.plcna enim diuilio requirebatT vroTinesadduceretprsdicandimodos,tum pcrfc, tum tx accidenti, vtmodi5omnibu» dicendi pe-accidens pofthabith.dimiftis et- iarDaliquotmodisdicendi per fe, reliquos tantjui vtiles.acdemonftrationi conuenien ^irjaccipcret. Sed alioruerrores venrasipfa * P^aeiet, fi hofiim modnrurn duiifionern k aeliiae haer enus vifam expofuerimus. * * Cdj>. l V, de rera diuifione modorttm dt- ttndiferjh, &dicendi ex- accidenti. CAE t i » v' m antequarn diuifionefa- ciamL-^.qtjodnam fit iilud,qnod dimce «lum propomtur , bene eognofcere dtbe- nius^ein aborii errorem, quem tetiaimus, .abamurnam ncq ; modos ctTendi, nerr, idm _* 0S pr«d!candi,reurnuncianJi ibi r.umera- *WSr re, . acthmn ? ue re dcbet Arilioteles : modos. 2?l'?'f 11"*, U ,cccre . qwibns fimpliciterre-funr, no *"»»tp c ,, e 'rorr!c:umlogici,alioq!:i-iem modo Heus cl.,ahorelicuir mentes-cnleftts, alio foima: mattitci Iiatiite», klio corpora, a!io acckien. o*;ctenim pro ciuetfisgradibuijfeugeneti- tramque ieticerct,quiafalfa; fijntjformam e- nim logicam non tiudam, fed eum materia coniundam contemplatur:idc6 neq; fimpli if>A/f»«*^ eitermodosenunciandi,neq-,modos effen e '/"J t ~" tir ~ di confiderar.fed modos cnuncrandi prout a ^ e n-^"y modisefietidi dtriuantur, & cum eis conue- - . * ** . nmt,ieu modos euendiprout inde vanrmo- ,,„ c , ^ di enunciandi deducuntur: talis eft tra&arioLpojj^. demodis dicendi per fein i.lrb.Poftcr. Ana!. E illt namque onines funt modi enundandi, Sc modi propofitionum,qU3;dicuturperfe ef. fe, vel per accidens,prout res ipfa, quam r.os enunciamus.per fe,vel ex accidenti effe dici- tur:ex eo enim quodres ipfa cft per re.vel no perfc,noftra enunciatio nominationem fu- mit^vtciicarurvclperfeeffc^velper aceides. . Omnia igiturptopofitionum genera S nn- j^j^**?" niercniu.^.oaiearatione per fe,vel per acci- dens appelhn poffuntjfexadrummu eaef- &prrtt[i . F fe compc.iemus, cria per fe, & rria per acci. dtns illis ex aduerfo refpondentia:qu6d fi v- num gtiius prcpofitionu per fe in duo diui- dlmus vcfecit Ariftoteles, quatuoronentur modi p fe.quibustresmodi per accidens re- fpondebut.hosq; omnes nullo praetermiffo, • lecenfet Arifloteles:hec autem omniamani- - fefta 6cnt, fi tati diuifione vtamur. Inomni ^ropofTtione vel pracdkatum & fubieftu re- ipfar.on 0 fttnguuiitur, velfunt duatresdi- uerf», qttarum alteram in alteraineffe,vel i>jn ineffe pronunciamiiSjid eft,af£rmamu* 351 Iacobi Zabarellae Patauini 3S2 velnegamus: prxdicitumafubiefto reipfa A modum inceipretes Ariftotelis dicunt ti nondiftinftum dicimus sn ea propofitione, eflcsiodum pracdicandi, feu enuneiandi n* > ' 4t \ t fe, fedeffendi: quandoquidem fubftaritu ' quae vocatur de fecundo adiacentc:vt, homo eft; in ea enim fi non rem,fed vocem fpefte- niui,diuerfum eft prajdicatu a fubiefto,quo- niam,homo,& tft, funtdua: voces iigmrica . tes,5c aita eft huius,alia eft lilius fi°niricatio: proptereain libro de lnterpretatione,vbt tcs iptano attenditur,fed vox fola aliquid figni- ficans,praedicatum illud afiibiefto di uerlum accidens in eo fiim u tur prout funt extrV a *J' C j£S' mum:atdecipimur,vtinprirtc]pio djximusf modum enim eilendi non confiderat Ariit 1 teles.quarenus eftmoduselfendijfifdqm,^ nus ab codcnuatur, ac nominatarmodus- nunciandi perfe, vel pcr acciJens. Dicunt prjetcrea, foli fubftantia; priniE, qm indi a j efle cenfetunaftin Poftcrioribus Analyticis, B dua dicitur,tr«buere Anftorclc vt per fc _ vbi res ipfa & materiei conditiones rpeftan. £xiflt*tia ni lur? f ecus eftillud etiiai VCtbum [tfj] noii fi- gniScatnifi exiftentiam reiexcra aniinujett- ilcntia vero non eft aliquid reale, vt ita dica, quod tanquam ab homine reipfa diitinetum in eo dicatur intlTc.dii Jicitur \hnmn eri] fed nuda intentio animi eft, & accuiens , vcvo cant, mtentionale, non reale,quod tjuidem homini attribuimus, dum remcumconce- rp aliijttti itnie, ft i tc : tr.t tttttf f.tKAit . ftit,n5 fubftantis vntueifali:hoc tauie quol modo fit intelligendum, ignoiant,promd," praua eft ipforum interpretario,& ab Ariftg telealiena. Nos autem aduertcrc deb Ai iftorekm,etfi foli primx fubftaiuiae „ bmt vt per fe ITt) fubftantiam tamcn vniuet falcm non excludere,atq; adeo om- i lubf-al tia: i J afcnbere,vt ipfius verba aperti dem6 ftrant, ioquit enimomnc, quod in fubiefio i ptioneanimi conferetes dicimus, homu eft; C non eft.perfcefle.quodverotftin fubieQo accidens efie; atqui fubft in:ia Viiiuerfalis no' efttn fubieftj,eft igiturperfe.fi veiba AriBo telis veta funt, qui nuita aliam conditionem ponit,qua:tertium illumKioaum conititujt, ni(ihancvnam,iti fubiedo non eilc: idc&yL dcrtius,ipfum in declaratione il!ius modifo, haccidentia excludere,vt ambuIans.&aloiL eaqinonfingulariafolummodo, fed ornnii; non enim drcit hoc ambuias , fedfimpliti tcr igitunn eiufmodi propofitione non eft prj? . dicatum re diftinflum a fubie*9:o:fi vero eam refoluamus in propofiiionem de tertio adia. cente.dicetes.horno eft ens, adhuc illud ens folam«xiftentiamfignificit,& eadem cft ra- tio : prardieatum enim non diftinguitur re a fubiccto,& eadem cft propofitio,atq; ilU de fecundo adiacente; quiarem ipfamfpefta- mus,non voccm folam: cj fi ens non pro txi ftentia,fed pro genereomnium rerum fuma D ambulans,&aibum;quoniam accidcns om. tur,alia ratio elt.talis enim eftharcpropofi. tio, h©nrtpeftens,quaiiseltilla,homo efta- nimal,dequapoftea dicemus.Diuetfum au. tem eftpr;dicatu a fubieifto,quando aliquid jeale de fubiefto ptzdicamus, v.cluti quu di. cimus.homo eftanimal, horao currit. Hanc diuifionepcrfeQani &ineuiEibilem eflema. nifeftum eft.qml nulla detur enuneiatio,qut; alterumhuius diuifionis membrumeffugcre neinfubiecioeft:fubiiantiam igiturvniuet. filem compleftirur, quufola acgdentiati. cludat, & ca oranu, tum (inguhria,tum vni- uerfalia. Curigitur fubftantiam folJmtndi. uiduam exprcffit AiiftotelcsrJixit enimfiibu ftantiam, &qua:cunquehocaliquid fignifi. cant: quibus verbis clarum eft, indiuidaim fubfiantiam figntficari: rationem huiusefle puto,quomam ibt deexifter.tu rei txtra snt. queattaut enim id,qd? praedicatur, efta fiibie E mum loquitur: atextraanimum nulla.datuf ftote diftinftum, velnoneftrcdiftiuftum, fubftantia.nifi indiuidua: fubftatia_ver.b vnL j !>((«((._ f-t- . ■ conftituunt: alia dicLintm elTentiaiia, quia eficnriam fubic£_i confequuntur : non po- tuit autem Auerrocs diccre modos dicendi perferres efte, dcindc diccre cfic quatuor, nifidiuihcneilla, quam nos expofuimu , v- fus fuetir : ca autem nemo vti poteft, qut nonconcedar,quatuor tantum cikmodos diccndi per fe,X rres modcs di cendi perac- cidens: nec difficilc vidctur ciiiqtie erudito Viro.qui innulhuiverbaiuiauciit, fcdlibe- r> ro.atq; ingenuo animo, nulloqi liuoreper- tmbatuspliilofoplictur, hmutce reiverita- tem mipicere: nuUum cnim enunciationMi gcnusdatur, quodlitin fcientijs vilt.itum, pra_ter c.:.qur mcmoraiiimus; quaf.doqui- dem autalicuius rei ex»_tentia cnunciatur, aut rcs dc reprjtdicarur, eaq: vcl ei comun dcfupcrficicpra-dicctur.ilkid oftenduTcia. tis eft,eampropolitioncm [fuptrfian c,7 ct ~. lorxta] no effugerc, quin lit . ei pcr fc prin.», roodo, vcl pcr fe ( e c u :i d o , w l cx a cci d eiui r ideoqi oon cfiemodum quintum. Cupnt VI. deconduionibusprinii* ac fecundt modi dictndi fjrfe. IrJud vcrb propter illa, qus Jeduoba**' prionbus modis dixiinus.tion eftpia;. r . m-nendum . fent^r.ciameiVe ninnium inlee- prctiiiu, quii j Ariftoteles vnam liatuat con- ditioneprimi modt dicendi pci (c, & .uni l !i:piiit5iquidinrdentij s non inucnio : quod fi .u,,,»™™, prs , a unctJmcntia vcrbariB ^ aljus al.quisafTeiaturab interprettbusmo- E Atfftottiis, qu_t occafionem etiam nonnu]. dus diccndijc, fc, illum tadlcpoflamm ad lis dcdir exiftimandi pio: o]itioncm,qu C ib___B aliquoJ noitra: diuifionis membrum rcdi- ' '"" gcre; nam ii quifpiam dicat.aiiua cifc mo- dum.quo Deus pci feefi,a!;um quo rcliqne n_entes,aliuni, quo corpora: dicendumcft, cos c(Te quidem dinctfos per fe eiTcndi mo- dos.fed tamccarationc, quacxeiscnuncia- tio conft:tuitur, vnurn fieri modum dicen- di per fc.non plures , cumq; otdinc tertium ab Ariflotclc pofitum fuilTe : quod tnim acL F logicum iion pertincat confidcrarc diuer fos illos elTendi modos, Ariftotelcs ipfe tc- ftatur in initio libr.2. Poftei ior. Atiaiyticor. quando cxcmpla afferens qu_cftionis fim- plicis, qu_cdiciturqu_efijoan fit, inqtiit, an ccntaurus fit , an Deus fit : fic cnim Dei , & omnium aliarum rerum, imb & figmento- jumc_4jjjcaua__j fub ¥nu eaunciationis gc ^ perfeprimoniodcffconueitatc:!, fie.i*per??ffl|| lefetudomodoteamverb qua;_itp;t iefe Z^,'",^ cudomoao,_.eri pcrlcprimo modo.ii co.i-'«»A. ucrt ;l -m : V : h;n. ; , r.on-.o _i_ :3 ! ;on.iiis , cile. • . pcr fe primo modo ; hanc vcro, ratjnnale eft homo,e(Tepcrfe fccfido : pari rarione hanc,- homo eft riiibiiis, efie per ie fcci"idoniodt*. banc verbptimo.iifibileeft liomo : n.imre. ' -erarfi nulia alia cfi piuni modi .conditio, ouam vtpr.xdicntum fir dedctiniuonc fub- icdi : 5c nujia alia fccundi , quam vt lubic % ctum fit dcdcfinitioncprxdicati.non appa- vret.cur hatc negari polTint . Vcrum fi Ariiio- p s/ (,„*.- / telis verbaintel]exiiTent J vidiiTentvtiq.,dua_ -ii*n }> " eflepriroi modi coditionef, duasitidemfe «"^^H eundiab Anftotcle cxprel1as:piiorqtiidc_n^|^H p.nmiJaodi conditioeft.vtprcdicatuminfit u - i r :'a - i 357 dePropof neceflarijs, Lib. I. 353 r ■ r Wiecro altcravero vc inlitmeo A verbu iungitur.ft fi^nificent id.in quopre- . . «'-, . j.J.hr.tmntiiio. ei.L AtLiin m-.-.ic J:cirur . Icd rud um tantum. ,tip T"^cft ideft.vttitded.hnitioncluo qU ° ouaJiclhiintilitcra.ccrstcvudinaO (ca>. l »S „ Jicatum iniit nilubtc- Keravcrovc .ub.cau uc dedeSmt.one J eati ■ hoc cft - vt l" blc : ,I!a - ntfeltum igttur eft, duaspiimi modi condi- tioncs ab Atiftotcle ibi expreiVas fuitie. Eic his colligimui.tnaximu tuillc crrorem Sco dt pr*dic*. ti.qui pucauit elTe peifeprimo modo illam "tit propofttioncm , in qua ptaedicctur ldem icf"^' fcipfo.vt homo eft rtotno.ccnuaros eit cen- rauius : in liac t jincn defunt vtiaique piimi ..... . .1 , - r . dicsiiocoacraiei naiuiam,\c iiwic-iui, • ■ T « , V. 1 „. ii lJn iledihoaio,tifil>ilccfthomo:ftcenim © modteonditioncsab Anflotdc poiitas.ac _j s,f,,k,i. «.,,^r,,m.ftnr^dicationaturaiis,ciusi.i-o. nra.dic.tur :d. quod reucra lubeft , & fubij citur id.quod reuera nicft . Reite ( inquam) hid:ci!c, lcd .iiiimaducrteic dcbutticnt, hoc eQcp.ccer-tum ab Anttotele traditum inh- teta, d*um pnmum, ac iccundum modum p-op._nit. dc pnmo enimmodo inqutt L"» &*OC t ' c* ™i «»••] quacverbaabomnibus (ic pcrpetam cxponuotur.qui-cumque pie- dtcata iniunt ,n dctinitione , id eft , lunt dc dcSiiic.onc : attamcn lenium hunc G.-a:ca illa verba non rccipiunt; 8c mtror , cur lal- tcm Grj-ct imerpretcs, & al.j, qui Cira-cs lingux notitiam ptofeffi funt , idnon vide- nn: : verbum enim lvzr*-;z*»j dum tjgmfi- cac inclTc, fempcriungitur datiuo fine prar- poficioncnunqtiacumprxpolitionc, quan- qusmvcrbura compoiitum [«t-JB-;^»] e- tianidanun cii ptapoiitionc mngittii : nun- quam entm Grceci Jicunt ,tz y.y ^w-nfw^ira, quamuis ri."S l.arinrdic^ mus, rifibtletn hominc mcft. fcd lcmperi- neprspofnioiicdicunt, 73?*>=MU' « *a l •u-p^it» ; diccns ataque A.iftotelcs l«jk B tTftjlt uufa. T-ronMoat, Dronof rionem Jjiir „„, * ifJ"." M ' '^° ad 1 ua,,urn IKodura P« pronunciat, propofitionem dicit,qu;e non cft per fe:quia non dicit caufam;exiftentiam enimdieit, caufam verb- exiftentirfi non di- eit: atqui fubftantiamdidt «iftcrc,cxiften- tiam dicit.cV exiftenne caufam.-quia fubftan r:a cft ;pfa fibi caufa exiftendi.vel faltem cau fam.quaexiftit.in fua cflemia habct.non ex- trae.T'J>. ituIar,videlicetaccjdcnsreale,^p [0 pnum J ' ,M) *» fubieihim, cui inhsrer, & caufam inlnrcr.- ti^ab vtrifque d.ftincTam ■ ideo piop otiiit^ quaahquid exiftere fnunciatur, mmquam demoii£tiationcmiti S i e jitur:qiioniaiiiexi-. ftentianoticiircs diihnftaareexifieiite.ae- quecftaccidensiealcvtduunus, iedintea- tionalc. -j Cjput IIX. quomodo tn qu.irto modo> dicendt pcr fe adfirrejpectus cau- fctidejfectum. f \ Vartus-modus qubd cuifam , cVcffei- V^y ftum liabeat , maximc oninium rut: nitdtum eft. quumid ab Anftttclc expri- matur, qui dicir £ fnaruJe iB prapter ipjam*; tflptrft-juxndoau tm nsn tfl prapter ip^m tfltxtcctdtnn] clarum eft enim, diclioncm iJljm , propttr , fignituatc caufam : peria- • de igitur eft ac fi- dicat, quando tcrmiiro- rumalteralteriuscaufaeft, propofitio t»4; caturper fe, quandoautem neuter eftcau6- alterius.non eit per fc . Patct cr i.lquodnam caufegcnusadquartumiliummodumpcr- tinear : quum cnim iam a uob.s conftitiw tutn fit, terminos talis propofitionis non- cflercipia coniunftos, fcd loco feparatos,. nonpoteftaltcraltcrius caufaeile mfi erTe- ftrix, vel final is; matcna n?niquc , & formai t, : aere non poflunt. ldvcib inhocquarto" modoeftanimaduertcndum.iioi' h.iberein""^!***' «colociim prtdicationem contta naturanu^/^T . eft enim pr.i dicatio contra naturam , quan ' ~ * doid,quod cxtra animum alten incft, in piopofitionefubijcitur: & iu.quod cxtraa- nimum alteii fubeft.in propofirionc pra:di- catut; at quando tenaini propolltionis /iint rcip/ai 'dePropofineccfTarljs, Lib. I. A ftaotem definitioneni de icfmitio. Vtrura autcm gcnus matcriam figniticet, an ior- mam,nobisd.fputarerioiiconuemt: etd c. nim formam fignificat gcneralcm, tamta notat ctiam materiam , prfcfcrtim refpcttu vltima: differentia., quseipfi in defin.ttone apponit-ur : eam cnim relpicit VI materia formam, & vt ens poteftate , Sc imperfe- aumrefpic.tensaau.atquepcrfeaum. Ex jT»«£f>r*. 251 ,f, difiunfti, & neuter akcr. ia«dht , V- ' Uibct dc alteropoflumu* pwdicare,* trl '? rQ modo diciturcor.ua naturam p.*- K d.Ctraaa.xffear.i. , vci finahs d r rfeetu pratd.catur.velcontra effciu.s J P opof.no eftper fc quarto mfl- lcai f niac^cclusetlentiaa ? -m-jcrlo ca iicilhus caufa: natura , vt ta- I - -i-i-j ':r - miare fl his colli2imus cum Auerroe, quinque cfle *« pnmum autem modum duas cau- fas intcrnas pertinere ceitum cft, fct* i,ctt materum, & formarn.cx quibus res ,conl1«uuntur,& cor.ft.mt: has cnimada- liummodumattineie non poucoftendita- cile poreft. namvtiaquc in compofito in- funt :ideo, fi prsdicat.o debet effe natura- lis.oportcr eas praedicari , compofirum au- temfub:ic. : quia (i compofitumdefua.na- I ter a.vci rlcilia forma praedicarernus, elTet prardicatio contra naturam . atqui matena, & foima defin.tionem coivipoiiti conftitu- unt.crgo intilipropoiitione, mqua lit rc- fpcaus caufae fornaalis , vel matcrialis ad «tfeaum, neceuecfll pndicatum cff« de de- finitionc fubiccfi .nunquam fubieaum de defitiiiionc ptacdicati ; omnis sgiturpropo fitio , in qua alrer rcrminus iit altcnus for- ma, vtlmateria , rftper feprnnomodo non alio . quia prsedicatum inert in lubieao ,Sc cft tic dcfinitione fubicfti , qua: fuot condi- tiones pi imi modi . Q^ium autem in defini-. tione fublfantis: compofita: vltima diff eren tiafit formi , aenus veio locum maternte-i neat , ieqmrur in cmn. propoi.tione per !e primi modivel senus de fpccie ptasdica.i, Vcl liiffcientiam de fpccic.vcl d vtnfqi cou- ra trrtegra prxdicarur, aut gcnus.aut diftrren. tia.&hic ambo vcl proxima.vcl rcmota r »t hi omncs propofir.ones fn.t pcr fe primo modo.homo eilanimal rationaie, homocil animal , homo c& rarionalis, homo eft coc- pus, homo cft a»imatus : dicens cnim Auer- roes pai tem generis, St partem diffcrcnt.ae, genui rcmotum, & differentiam rcmotara intellcxit : iimpl.citcr autem genus, ac dif- ferentiam dicens, proximumgenus, acdif- ferentiara proximam : genus cnun lemo- tumpars eft elfcntialis proximi generis, vt corpusanimahs ,quum inanimalis defiai- tionerumatur : differentnrerb remotanon Ditfirt»u* itadiciturpars differentia: proxims , fed a- J*#J ha rattonc, quandoqmdemomnis ditttren- ( jf, tiatam proxima,quam remora iimplexfot- ma eft.qua- pait ibus caret: fcd quoniam f£% D diffeicntiam proximam res diffett ab om- n.bus ali}siebus : per remotamvcrbnonab omnib.us, icd ab ahquibus : ideo differen- tia remota dicituT pars diffetentiae , proxi- maveibdicitur limpliciterdiffcrentia, tka- lias «nnHes complcciitut , vcl faitcm fuppo- nit:quia iine illis nullopaao effe , aut ec- cogitari poteft. Sed obijcercqmfpiampof- fct.quomodo gcnus remotum, & differco- tiaremotapracdicantu. defpecieperfe pri- momodo.fiin definitione fpcc«i non Gi- muntur: nam in definitionc fumiturpro- ximum gcnus . Scproxima differentia taa- tum, non remota; Anftotcles autem dixit, eatantum praedicata elfe per fc primomo- do, qux ponunturin dcfinit.ooe fubieai, Ad hoc dicitnus, non modb genus proxi- mum , & diffetcntiam proximam iumi m definitionefpccici , fcd etiam omnia remo ta : ea enim omma, quanquam in definitio 0«»''" "m nenonexprimuntur.tamcnin proximo ge dt A- tf - tttJlim nere.quod exptimkur, a^u coittine:irur : vt j tfli „„ lme \n hominis definitioneetii corpns, & am- ^ tc i t i fit- matum tHin fumuntur, tamen catcnus Ai-mumnr. cunturfumi,ic confideranda opinio Themiftij , qui ad Juncinodumputauiteam quoquc propo- finoncm redigendam efTe, in quagenJde d.fterenr.a fua diu.dente pradicltu» : vt _uum d lc , mu s,rationaIceft animal: at quo- ■ttffl hu.ufmodi propofir.oncm non modb r.»m«r n a latlt e&uialcm conn^fi ft.tu.tfecundum medum d;ccnd jW C ° B quuur omneacdden., criam ot ?" fub.ecro prxdicari pe_ f e fecu^" "^* qUMiamnon minus aeri..™ ,-_ n,od S: m.tcna.ergo ct.am al bum fumet in .ua dcfinit.one hominem.e,- i Cn,m ratl °Vij;«,quum fubiedurr, fit cxtcrna ctiam refpcdu ac.denS commun.s.q„a, e etiam aecidens commune mer.r in rnKic-t^ /_ . vtomncs.ate^;^^™ £ Srrr^^ omio omn !? ,in quapred^t^! ^JZ^^J'-*»* 3 7"" ' c 'q"odq;,!demne- ^^'«^•'fitfFearix.ergohic facitS tub.eftum fumatur indefinit.one accden. tis.promdefecundum modur., ccnft-tuit non quarmm;aha namquc penden.ia afob- ■cc-to pr„er eas duasnon .emanet, „ et J Thomas.pfcf s tet U rergo p endem,a a fub- .cctovtacaulaerTcaricead fecundummo- ™™p««ina:quia„ n ehacn6fe. u at ur . p r» p..a .IJ.us modi condit.o, v. fi.biec.um fii- r.crcnonpoffit/q™™-^- , ^iu. -cdiconditto. « fo^.u. £ codcm fuhiedo vt a materia e.xterna eate 1 « ? ot fubiccf i: quia in codcm incft.in quo cft riiibilitas : at ratione cilentiae dicitur cxtcrna, quu fit ex- traaccidentis eficnt lam : iugulator vero 1 1- fpcclu ingulaci eftcaufa crfectrix cxterna no modb ratio-.eelTentiat, fed etia ratione loei, dci"ubietti : iic obicctiotcrrar relpcftu ecli- ] fttoart- pus.Omnit igirur cauta cffcttrix, quaecunq; iuiiHini" illa fit, externa dicitur habita rationc etfen tmm,*i*i tix cifectus:at loco, & fubiectono omnis di attvnm. c j tur cxterna, quum dctur altqua intcrna, id cttineoipib fubicGo exiftcns, in quo mcft erfectus: dicimus itaqucad quartu modum diccndi per fc illud efficics pertinerc , quod orotiino externum, 5c loeo difiunttii cft : in- tcrnum verb ad fecundum modum.Sc ipiius propnu ciTc : quam diitinctione fi Thomas cognouilTct.in eum.quem refutauimus, er- romn piotectb nor. incidiiret.Poiliimus au tem candcm diftincf lonc alijs \ cvbis, 5c for- taflemclius.atqi lntimiiis lioc ageotium di- fcrimen dcdarantibus lignificare , dicendo cfTkiens aliud cum attionc, 5c paffione cfE- tere.aliad fmeattione.vel paifionc, fed per foiam emanationern etfectus a fua caufa : ll- lud qmdem folct ajrpcllarj cfficicns veiuro, & proprie dicf um,5c praccipue refpiciturab Anftot. quando elfectricem caulam nocji- nat.eamq; intcr caufarum gcncra ponitthoc Terb no fimpliciter dicitur efticicns, led ef- ficicns pcr cmanationcm, 5c efficiens imp ro ptiediclum.oc folct appcllari forma : iimile namque cft forms : quia ab effectu nun- quam !cparatur, quum cum in eodem fub- leclgctficiat.^onextta; fed quoaiam eft tx- Wintm, tra ipfam cftecfus efTentiam) ideo ad cffe- ctriccm potius caufam redigitur, quain ad tormatcm, licet foimx quoque fimilc fit, quemadinodum diximns. Efticiens autem proptiedictum non producit efteftum im- mancntcm, fed extra pofitum : quianihil pioprieagtt in (cipfuui.fed fcmpcruialiud. propterea diximus hoc appcilan externum: iliud verb, quod per eiTunationem efficit, intcrnuiB . (^z omnia optime exponuntur ab Auecroe ln 54. eommcntario primi libri Pofteriorit m declarationc quaiti modidi- ccndi pcr fc, confidcrans enim Auerr. can- dem eilc caulatu, quz refpectu compofiti dicitur formalis,6c refpecf u accidentis pro- ptij dicitut cflcclr ix pcr cmanatiencm, di- cit candem caufam duabus diuerfis ratio- nibusacceptam conftitucre primum, atque fccunduin modum diccndi per fc, quatcnus cmm eft fotma compofiti , in quo ineft , 5c de eo tanquam de fubiecfo pndicari p». tcft , 5cin cius dcfinitianc fumitut , eater.as pnmum diccndi petfemodum conftituit: quatenus verb eadcm eft caufa effectrix pro- prictatum, qux ab ea emanant in codcm fubiccf o , oc lacit vt in earundcm definitio- oibus accipiatur fubiectum, eatcnus con- flicuit fecundum modum: hocaurem cffi- cientis genus ab efiidcntc propi ic dicfo di- ftinguens Auerr.inqmt, hoc nonefficereex- tra,lcd intus: ctficicns autem propricdi- ttum efficere extra : forma enim nihil agit cxtra,nifi per aliquod accidcns medium, quotanqua inftrumetovtatur: fcd id , quod ftatim , & iinemcdioab ca^pducitur, no eil mfieffecfus immancns, qui ab eaperema- nationem fluit: accidentia vetb aguntali- quid extrafc per yeram eftectionem.vt calor lgnis alias res calefacir.Sc vrit, ignem ipfum alteraicnon potcft: tormavcro ignispotcll , quidem dici cauia cftcunx illius altctatio- nis.no tamen propmqua.fed remota:quia£ medimn calorem alterat: fine niedio afit ni- hil cfEcit, niii in ipibmct ignc, idq> pcr foia cmanationem efficit, nb pei veram effecf io- nem:efficit enim in igne fummum calorem, & motum ad fuprcmum locum tanquam piopnctates i»ms ab ea in igne emanames: proptetea dicit Auerroes tale efficienspo- iitumiuiucab Ariftotclc in fccundo modo F dicendi pcr fe : quia fcmpcr comitatur effe- cf um,5c etfectus ipfum ex necelfitate confe- quitur, quo ri:, vt fumat illud in fua dcfini- tionc cuiufmodi nexus inter crficiens extet- num , 5c effcttum fuum non fempcr infpici- tur, imonequefiequcntcr, fcd raro : datut cnim iatpe efticiens non exiftente effectu ; 5t contra datur effectus non exiftentccius cau- ia cffcctricc : quia etficicns poteft mtciirc, m 4 Iacobi ZabarcIIse Patauinl 36g ncrn inrereunteelTtctu.iicuti cffcclus quo A pctua, Scea perfpicjta ineft neccfT qucniterimi potcft, non intcrempto tffici- rcntia: pr-diLai i mf„!,„A "'Minh* fjuc mrenmi poteft, non intcrempro tffici- entc: irjcjucuio exteinuiii cfficiens inue- nias, quod cum cfFectii reciprocetur, pro^ inde effeclus non fumit in fua definitione cauiam fuamcfFcttnccrrr, nifi iai6;quum «nim fineillapoffitcxifterc.poteftctiamii- titcadcm definiri: hocigiturefficicntis ge- nus reicctumcit ab Anlrorele ad quartum m odumdicendiperfcranquam non taci- ens ia rerminis propolitionis nexum dcfi- B nitiuum, miiraro, & ex sccidcnti . Clarum eftigiturfecundi.ee cpiatii modi difcnmen, & fnblata e(l tota difficultas,qu S multorum animos perturbarepotuir.. Capttt XI. quodfo&duoprieTesmo- dt dicendi perfenecefttatem ha- beant, &eam maiorem,. qu.vn condnto de omnr.. HAEccrnnia, cma; hactcnus diflafurit, quifquis bcnc confiderauerir , facilc jmelliget , propofitiones per fc piimi, ac feeundi modi omneshabere tiecefljratem, aiias nonitrm: quod in eodem capire fta- timpofl deelarationcm qnaruor modorum ditcndi per fe docet Arjftord. breuitcrta- tnen, & obfcurcqwppequj nobiscorum, V .- -i-w i»' *-■ "m, uiij«i , ijiiitBon nr per le, vt fijrcomms cor- ^*"bidieM_ntur, rn. OB em a ft mn d aM1 ^i >u „ ie fr n ig er , nu i| lllI1 habcreile, n.,lemtcr- Tfrtiiu — * iai.iuuciii arrerenaarnre- *_™*7£ M uit - Tertiusquidemmodus nullam ha- *tnfiti*ti. °V ne cefTitatcm : quoniam enim alicuius rerdealia repracdicationcm non liabet.id. co an neceiTarib prajdicerur nccne, cantj- derare iron poflumus t fed in eo fola rei exi- ftentia enunciatur, quat potcft elfe per fe, uee tamen efte neceffana . exiftitenim per fc fubftanria indiuidua, vrhic homo, qui taraen non ex neceiiitate cxiltit, qtiomam ahquandoHonfuit, & aiiquandoiion erit \ qUSr ,r  ■ caaomalycflcntia.&a lorma fu,^^ ? m l «, eflentiak accidcns dicitut: q Uia c |f tiam confequicur, ideoneque re, neq; mcn" te"potcftreparan;etenim neq,- ficr, vnouam poteftvt homononiit nfibitii, ncquepof f umus fine termmorum repuonantia ' ^inati , hominem nou eife nfibrlem, horno* emm forma fuam habct cx neceffiratc ; qu , a per eam cllhorno, hanc tx ncccffitate' iri6 quiturriiibilitas.ergo fi tft homo.elt cx bc- C ceffitate tiilbilis, qua enim rationeeftho. mo,eadem ratione nfibilis eft : quandoi gl * tureum non clTe rifibilemimaeinamuT.tr»! mjnem ramen cilt, tunc & ufibilcm, &'nori rifibiieipfum elie (imul im.r^mamur. qucd cftat(urdu-m ; &ficri nnnpowii-. Qiibdau- c„ tem in lusduobusmodisdiccndi periem a hZl"Z lorjniit neceffitas, quam in condirione de ; »"»»« ef t ornm , facile oftendJtnr . n a m piopoii: io de ,7 "" !"" i - quac non fit pcr fe. vt h jrc.omnis co r . , a Wl iuiiiic- j ijiii,iio proprcr raimam piopnam , 3i pro=- xio.quurri plura vrdeamus elTegratia finis^ F priam naturam corui . Sccundus uatiue ne- qus nne i!lo trijftrantur. Ouarp minorum connesum, quumiiaturara corur quatenur coruus cft, nigredo non coafe- qu a tur,quo fir, vt nec in dcrinirione comi fumaturnigredo, r.ee in definitionenigre- dinis coruus-: propterea dicebat Porpby nus,cogitari pofte coruum a]bum;quusn c- nirn nigredo de eftentia corui non fit.ncque" etlentiam cotui confequatur, nil ptoh:bct, quo- minus coruum finc illo colorc iuugi- neraur : iraque habtta eflcntix corui ratfoi ne non cftci ncccflananigredo : fed ncqur, coruus nigredini necellanus cl!, cjuando' qui Jeru darur in alijs rebus nig.-edo, ia qm. buseriarn oaini coruo fubiato fcruaretui:- idciico eiiifmodi propofitio efl de nurneto» illarum, qua dicuntur nectilaria: ex acci- denti, non rjeceiTaria: per fe : tciruum enim' eiTenigrum e(l nereftarium proptcr m a re- riam,n 6 p ropt e r f 01 mam pr op riam , & pro=' qua: fine illo fruftraatur. Quareneque r.ei ceilaria eft caufie cxrernx de efTectu pra-di- cano, ncqucetfectus de caufa , proindc in •mn* «r^ quartDmodo cftpra:dicatio pcr fe abfque _«*™ucue,& non,nclIe:aca- drttium-cnin. p.opr.oro» duo lunt gene- a alia quidcm iimpiiciter prsdicantur dc (ubicflo.vtrifibilcdehornine.&trcsangir. ; duobus rcclis a-quales de triangulo, quo- ium ^nium ncccifitas man.tefta eft , & o- mm dubitatione caret:alia vero non iiropli- tKer lc d a mbocontraiiadc iubiedo pra:- dicantur.vr dc numero par, vel impar, de li- *ea rectum.vel cutuum , propnum cmm cft «umen.vt fit p».»d impar, ptop.ium cft h- ncstt fit rerta, vci curua ; hscc igitur iubic. ftii Tuis neceflariaeffe nonvidenrur: quia non eftnece[rariu,lincam ciVc rettam.quum poflitetTecurus.ncquc cflecuruam, quum Lffireflc rcfta . fimiiiternumerum nequc ncccueeft parcm efte, nequc cffc impa.em. jjubitationemhanc folucrevoluit in dido loco Ariftotcl. Vt certum.atque indubira- tum maneret , nuilum eftc tum primi , tum fccundimodi prsdicatumperfe.quodnon hibcat inhsient.s ncccfiitatem: Solut.o au tcm m hcc confift.t , quod fi duo illa con- rraria fimu! cum difiuncciua panicula fu- mantur, conftituunt vnum propnum.quod jt fubie&o fuo ex necefTitate pra:dkatuis-3t fivtrumqtie fcorfum, & fimpkciter accipia tur, ncutrum cft praedieatum iicceflaiium, vtin dubitatione iccte dicebatur ; omncm emm numeium parcm cllc non eft ncccha- num, rcquc omnem numetunj c.lc itnpa- retn; fedcfttaraen necefiaTium.cmncm nu- mtrumvel oarcm clle, vcl iuiparem; nOOC- Bimfcorfum vt duo propna accipieda funt, fed coniunftim vr vnum Taltm inhxrendr necciliuccni probat Anftctelcs argumen- fans ab oppofiticjnc contiadictor.a, & spn- uanua ad oppofitioncm contrariam; dcop- pofitio-.ic enim cor.tTadictoiia inpiomptu habemus axioma iilud ,quod dicitur piin- cipiurt! contiadiSioais; de omm re aut af. fivmsrc. aut ncgarc vcrum tft, quod nemo ett, qu: ;c:njrct iumme neceflariiim ciie , 5c gerpctuamin rebus omaibus habcic vcii- rumeft, fi infubieAo apto acciputur . cam eodcm modo neceflariam cilc: necetlc eft c- nim omnc animal vifus capax vel ccecum ef- fc, vcl videns, id eftaltcium duoium habc- re indiftinfte, fed non altcrum fcorium noa nominaro altcro ; fccus cffet, fi priuatio- nem, &habitumadnon aptum fubicdlum referremus.vt ad lignum:noncnim ncccfla- rium eft, lignum vel ridcns cfle, vel ccccum, K quuni ci neutrum competat : quam igitur neceffitatem habct in rcbusomnibus con- tradictio.eam in lubicfio fuo idoneo habet oppofitio pnuatiua. Propriaverb illa.de qui dus feimo nunc eft, contraric opponi in- uicem videntur.vt in Ijtcra fignificat Anfto- tclcs, qua dc re non cft in ptxlenna difputan dum: Anftot. igitur ita argumcntatur : par, £c impar,reaum,cx cuiuum , &alia eiufmo- di conc.atia, fi m fubietto fuo acciptantur. C vim habentoppofitionis priuatiua:) imb & cotradiftorix .quare ficuti neccflarium eft, conrradiiftionis akeram paitem veram efle, ita hoium duorum contrariorum altcrum infubiecro apto necefle cft incffe, vt in om- ni numcioautpar, aut unpar: hatcenimin numerisinftar contradictoriorum cflcma- nifeftum eft.vt enim impar , & par coutra- rie opponutur, ita imparj& non impar con- tracicrotic: atqui par,& non impar mnumc D 1 risidcm fignificanr ,ergo idcm efi contra- rium-impsns, & comradittorium impaiis. qucmadmodum igitur neceffeefl, omnem numerum vcl imparem efle, vcl non impa- rem.ita necctTe cfkomnem numetuir, vcl im parcm cfTe.vel parcm. Ita hotum pioprio- rum nece(fitatcmoftend;t co in loco Anfta- telc^.De his fermoncm faciens multis in lo- c,s A^erroesdicitca in fuis dcfinitionibus nonaccipeteproprium fubieflom, fed ge- E nus prop.ij fubicdfi,& hac rationcprcdica- n p cr fc iccundo modo de genere lui iu bie- JJJJ fti : procuius difli intelhgcntia fciendum pn ^ cft. par ,& impar cffe proptietates duaium j- Km i t ,„f Ht f fpecicum nuir.eti i itaicflum , & curuura ignur ihcnntHrm fmthtuirfatnUmfgrjt / ( _ , fr£ d K a. necejpt-tt J quoium vcrborum communis intcrprctado hsec eft; illa.qua: funt petfe aut lecundo mod o,aur pricio.iimt & per fe, «Scneccllaria : m qua cxpofitior.c eft nu_a- tiomanifefta.quum.dcmdefeprsdicctur, dumdicitur, quac funt perfc funt per fe, cu- iuserron. caufa fuirptaua Giaicorum vcr- bo rum in Latinum fcrmoiicmconucriio : i - br ehim Ariftotcics.-it Grrrcc [j cjtj 37* Z. PATAVINI, D E o;bxc cmm.homo efta- nirual, noncft e nuntiatio \niucrfalis , licet homo, & ammal (int resvniuerfalcs, fed fit vniuerialis.fi modus vniuerfalis apponatur: Tt, otnms, vcl, nullus, qua: quant itatis nots appelian foient, & propofitionem reddunc ▼niuerfalein.dnm fubiefto apponutur: nam P»wdicato easapponeie noncouen:t, vt ibi Ariftoteles oftcndit; bocigitur vniucrfalc «omfleiiiLaeit^&ic cnwnciatiQnc coniide. A ratur. illud vcrb , quod rem flgniflcat , fim- plexeft. Neutra haruin fignificationum hic j.At.-efitn ab Ariftotel fumitur, fed alia ab his long£ diuerfa; fumitenim vniuerfalc pro prxdi- eato vniuerfali in propofiiione.quod ipfatn fummenecelTariameile facit,ideo hjec ac- ccptio diftinguitur a prima,quonia illa fim- ple* erat, & abfque enuntiatione, ha:c vero eft in enuntiatione. a fecunda \ erb difFert: quoniam, etfi illa quoque rn esuntiatione B fumcbatur.tamen erat conditio fubiefti re- fpt&u prajdicati.hacc aute cft conditio prae- dicati refpectu fubiecli : in vcrbis cnimAri- ftordismanifeftum eit, pra:dicatum vocari vniuerfale,nonfubiectum,cum relationcta- mcnad fubiccfum, cft enim tnlis conditio,- qua: pra:dicatonon conuenit nilicum rcfpe etu ad ccrtufubieaum: nam quando fubio tlum ei fupponiturtale,qualc piaecipit Ari- ftoteles , nempc quod ei sequalefit , & cum 2  prxAi- txilit defcriptiones prscdicati vniucrfalis, «'»»»«» qurrum priorh«c cft, vniucrfalc cft quod'*'*' • dc omni eft, & pcr fe , & quatenus ipium; 5c reae facit , quum conrditioocm pridica- , ti dcfcribat per conditioncs (ubiccli : nam relatmorum ea eft natura, v t altetuminal- '. tcrius definitione fumendum fic , ncque in- telligi poflit fine relatione adaltcrum trcs- autem dicit Aiiftotclcs in fubiectd coditio- ncspoftularij fiprxdicatum dcbeat et eift-' 37S Iacobi Zabardlse Patauini 3?« vniuctralcncmpcvtfubicctumomnc&pcr A eftihxcautempropofitio-omn,.- *™ fe,__ quatcnus cft ,pfum, .11, pr x dkat o ,up- n.obilis,non eft quatenus ,r.f urn l . ^ ** imcnimdiximus.de .. 1 -V^.nevoj. . I " i — J Jl ponatui;quemadmodum emmdiximus, de omni, (ignificaredc omni fubic£to,& pec fC-ignificare per ipfum fubicftu : ita inter- tia conditionc, quatcnus ipfum, di-tioilla, ipfum.lignificat lubiec.um; tunc cnira pro- poiit jo dicitur efle quatenus ip fiim.quando vera cft cum duplicatione fubi.ecli , vt l._ec: homo eft rilibilis : quia hoino quacenus eft 1 __l _: /-l. M - i . ^ „ u.rfali.; no_cnm.quat.nus dihomn ^ q«"enuieftcorpu.,di.irurnio_ii li ,p ' cd de ah,s quoque corpori bus mobilkasin fi quarenotota inhoinine comprehendir, nect; eft p_a.diyitu_n vniuerfale refpeau h o_ mmis.Ex Uis coihgmm., fcntennara A J>S>- te..siuil.e,ci_od nulla propofitio dem_ „"_*"&£. flrationcm mgredi poffit, qua non habc. homo,eft rifibilts.h^c _ut,m:h omo cft mo fi tcrminos par __ , & r«i P .Silc^" ! bit>.,vcr_quiden_ cft,lednon cum dupiica- nim ■..■,„.._.„ -\-.J_: ' 1 aod *- r *^" .' ^f.mt-_0 p erft, e> ,.;«.:, r>,«, t pfittn idtti JignijiciBt. pr*di£Atum dicAtur rni- utrflit. bilis,vcraquideincft,l_dnonc_m duplica- tione fubie-tij non cniinhomo quatenus ho mo.eft mobilu, fed quatcnus corpus. quate non cft propofitio quatcnus ipfum : proin- deneque\ niueiTahs, ctiamli dicamus, om- nis homo elt mobilis , prouthocin locofu- roitur vni.ierfale. Quoniam igttur periilas trcslubiecti conditioncs declarat Ariftote- les hanc conditionem pra;dieati; icico fi tres illa. cognit.c efTei.t, iimplene eog.ofcerc- raus , quid fii prjcdicatum vniuerlale; duae quidetniam declarata: funt, nempe de oin- ni,& per fcitertiaverb «oua coditio eft, qua: dcclaratione i-tdigebat , propterea eam fia- tim declatat Anftoteies diccns.t?-" gjutv.k. Yi eu-ri idemeiTc: quafi dicat.fi nofti quid.it pcr fe , nofts etiam quid iit quatenus ipfurr. ldem enimiignificant, qui Anftotclis vei- ba maximum omnibuslogicisnegotium fa ntm fubie_tut__t_t_m _ ptaedicato 'cotj*- tur,manifeftum eft.cx ("oia coditione dc o"" ni.qu.a fi deomni fubiedo illo pndicat? 1 -" nuil-et.eiusiubie-tipars.quxabillopr^ dicato non comprchcndarur; quod aiuera. eonucrfo etiam prsedicatu totum ineofij 0 iecto inclufum lir.expreiTit per terti am co n " ditioncm.dicens pra;Jicatum debere eiTc v niucrfale refpeau illius fubiccti , id elt ^1 ucrfura ineo inclTc; quam cond itioncm n 0 " ftea e-emplis dcclarans l.imit hoc prardica.* tum,trcsangulusequales duobus reftiE.o^ cumtribusfubiec.iscompaiat ; cuin fitr Bra tum trianguto.Sc cumsquilatero; re!| e a_ quidem figuracdicit non.cfte prxdicatuai vniuerialc : quia non omni figura: incfiine- que rcfpcctu asquiLateri , qu a hlius patcft quam aequilatcrum , !t alijsquoq; praetcr j. pfumineftrat refpeau trianguh eft ptxii. r , ? ----._> piuiu iii.h: _t rcipccru tnanffuii eit pra:tli- cetTunt.&muho.mulM. diccremept.M co D catum vniuerfale!^ quia nonexcedit trL, u . egerunt.quas nos conlu ko omittimus. frd i..„ „_^ „l __ „._. j: . h egerunt,quas nos confuitb omittimus, fed eam, quam ipfi excogitautmus, fentenciam cxponcmus . Si ratione quarraraus, curpt*- dicatum de omni fubiefto J & per fe , 8t qua- teiiusipfum cft.vocetui ab Ariftot. vniuet. fal Ci^omnino cnim aliquam effe oportet hu- ius appellationis rationem) nullam inuenie mus pra:ter ha«c vnam, quod vniuerfum il- lud praedscatum in co fub ieflo comprehcn- ditur.i. extra illud nufqua inueriituri quan doenimprjedicatototufubieaum, in quo ineft, iupponimus, vtnihil citis prardicati extra iliud fubieaum in alio fubi.efto repe- riatur.dkitur eiTeilli fubiec.o prsedicatum vniuci (_lc,& fubieftumqu.tenusipfumeft, diciturhabeie illud pr_:dicatum, nonqua- tenusaliud; cxeplis resclarior fiet; h_:pro- pofitiones funt.quatenus ipfum , & vnmei- lalcs: homo eft lationalis : liomo eft nfibi- lis : quia totum rationale, & totu nfibilf in homine folo incft,& neutrfi extra homincm in aliavlla rc inucnitur; ineft etiam vtiunqj homini quarenus fiamo cft, non quatenus cflnnimal.ncq: quatcnus.il corpus, nequc quatcnusaiiquid almd : nam fi quatenusa nsmai, alijs quoque animalibus compete. rcnt : at foli homini competcrepolTunt : cr- goineoinfuni ca tatiijn rationc, qualiorno lum.neqs ab eo c.ccditur; voluit itaq;/\ r j_ ftot. illud eue prsdicatum vmucrlaie alicjii fubief-o.quod & oitini,&foh iiificproinde aequale fir.Sc cum c o rcciprocet ur; quod eo quoq; argumcnto eomprobari potcft ; nam il propra iitiones omncs^j fe primi ac lecun- di modi fiddemonftrationc idoneaifuifliijf. nullaexcepta, non opus crat Anftoteli pra inuenicnda fumma propofitionts necemta- E tctertiam conditioneadijcere.fcd fatisfuif. fet dicercpropofitiones dcberc eiTcdeom- ni, Scperieaut p rimo,aut fecundomodo: quoniam in contextii dcclaraiierat in ijs duobus modis neccffitatem incfTc, aiiquan) igitur efieopoitct in ijsmodis propolitio- nem.quac fummam necclTiiatem no habtat, & ad dcmonftrationem inutilis fit.ad quant cxcludendam Ariftotelcs tertiam hanc coo- d itione adieccrit;rcu _f a enim excluder,e vo- 7 luitomnc; propofitiones quarum prxdica- * ta fit,t ampliora fubiedis, vt in fcqiientt-tis demonftrabimiis.Nunc autem illud a nobu to.nfidciandum eft, hasties cotiditioncs, de omni, P fe,5tquateuLis ipfum,hoc ordineef- fe diJpofitas, vt prima fit amptioraiijs dua- bus.c. (ecuda fit ampliorteitia; vt omniSjP* pofitio pcr fe fit etiam dc omni , non . con- ueifoj& OtcmispropolUiOjtjuaifit quarenj..- ipf__M dePropofneceflarijs, Lib. H XJ7 - r r„-r,.m A fuicontrar.j ccromiftum habeat, .mpuram 5L fit rtian. per fe.non c conueifo, cura A £ con «a | [0ndltl0fiem habet. livero P^^^t^™!Z «St oUi contingente^iacci- 4 U ° J °on e.um . t fc habet dc omni ad P « g"' 0 ' „ fe ad quatenus ipfum, fiue ad vni- iain ct>d.t,o dc omni fi reteratur ad * nc p« «e, eft iHi^ genus, quod P « : ," babeM»» q pcr accidens; uaq; oc rciunui" • ■ expurgatoomni contingcntc, &ornuiacci- dcntationih-lineamancat,niiif*te,*ei- fjntialc , illud eft purifflmura per ie, & ma- ou ,,er fe, quam ueffet remiflius.queroad- modum albumfummum eftmagis aloum, quam album remiffum. Cond.no .g.tur per v^» fe fufcip.r magis & minu. , & quar.do iunv « - ^ ma cft, & ad pur.tatem redafta. .dem eft, « \Jf :_r., m J.imjutf.n cllimpura.no connexus cft differcnt.a d.u.deiTS ff^^J^ZSZ „„nm . & raipuram efleot.ai» 4 ,, nnliam ocnus.S- con- ^^onrdeomn.ranqua.ngenus.c.con- SSS. «nditionem per fttanquam fpe- Sa.aenensi&cfldiueriaad.ff^eu- ?^ftitu«tecondit.onedeomn.,*ucm- SSSld.tterent.a hominem c6ft,tuens SKXad.ffercnt.aconft.tueteammab £, s enim connexusnon.equir.tur vt iSS iode om._i.ftd fuffic.t iubica., r «morri» vniuc.fitas ad eam condino- •^ToSuendamificutifidcbcardle* K nonrcquiritur.vtfit rationiscom- SdTatiseft,fifenfumhabeat.Atc«ndi. «o «r fe adwnditionem quacenus iplum «fcrtur non vt gentis ad fpeciem.fed Ivt i- drm differer.. p« magis & mmua pciftftii. p „ P uium & non purum; quod exempl.s £l£ detlatabitur ; coloi, & albedo Ita ieft ^,te 0i orfit g cn U aalbe S ^ eltidem.iea -d-ms ff"i • -- . phciter fumpta, qu* * puram . 8t mipuram complcaatur, lat.us patec, quarn pura, nec tamcn eft ipfius gcnus; ita cond.t.o pctie noncft ncnusconditionis quatenus iplum, quum vtraq; per eandem d.ftcrentiam con- fUatur, intenfam tamen,& rem.iTarn.que- admodum iiximus: nam conditio conlti- tuens coi.ditionem, per fe, eft connexus«r- mmorumctTcntialis.hocautemnullusma. ^ 10 v,autemcaciordatur:ideo teitiacondl- malt>rtU . tid.quatenui ipfum, non oi.tur exadditio- tut _ ne noua; d.fferentise pwter illam. qu* con- ft.tu.t conditionem per fc, fed ex fola expur oatione cius,quod eft per accidens, & ex re- dudione conditionis per fe ad iummam pu ritateireillud igitur.quod efl fumme pet lc, £ ft quatenus ipfum.neque dux amplius con d,t iones hx funt , fcd yna; hoc voluit figni- . n ._i„ .... ^ivit . nerlc.oc ^^«tfitgenusalbedirm,^ ^i^ f^ daf.tfpeciescolom.qu.perd.ff.rent.am D fi-« Aultot q ipfiusvc[ ba oene.Ud.caarr. coftitu.tui, & d.utrftm ab i^^ZTdi»c»ftrant i poftquam e- & . . m ft,tnitur colol F.eilUS. h d.ffeic ntia,qua conftituitut coloi geaw albedo autem quum habeat contranam ni- ored.ne_r,pMeft per eius eomiftioncm beri imputa,Sc lemiift, poteft etiam ehe puia 8e fumma, finih.l habcat mgredinis adm.itu; albedoinirurpura.&aibedo remilb.qux nomtna-bedin.sfeiuct, nonlunt dus fpe- Kto-albtdtnis.fed vna.fit cademi fiquidem differentia fccui-d-un magis & mmusnon vanat fpcciem: vtraquecr.im per eandcm differentiam conftituitur, £. cadem elt vt n- ufq; natura;a!t«atafolump«inteniioncm, & rcroiffionem ; altcrata enim difteicntia eoa-iitucnte, id el\ ;ntenta, vel remiffa, fpc- tiemquoq; co>.ftitutam mtendi, vcl rcmitti neceffceft,nccob id ritalia fpecics. Vt igi-- rurh-tctria !"c habenr.color, albedo fimpli- titer fumpta , 6c puriflima albedo ; ita & ha. trcscoditiooes, dconu.i.perfe,& quatcnus -pfuin.ptimanamq; et. genus fccCida^sftcun datamennoneftgenusre:i.ia:.red eft eadem ctnditio diffeiens vt albedo, fc punfiima al bcdoiidenimquod dicitutpeifccontiariu habct fccundum Ariftotclcm id.quod voca- inus peracciden.,quemadmodum& necel- ftr.o conrtarium eft ccintiiigcns > fiitaque p,r&pofit; C aiiqua fitpetfe, aijquid tamen quatenus iplum ldLia cm., «* manifcftiffimc dcmonftrant i poftquam e- nim locutus erat dc modii d.cendi pei te. accedens ad dedarationem P"^ 1 "» vni- u«falis,inquit [^•»4»^ diom ' ni & !*rli,& ouw™ ipJ»»A no nd um enim faaa cxpurcationc diftiriguit quatenus i- pfiimabe->,quod«ftperfefic.enimp«ftU uuspatet.quamquarcnus.pfunufcdadic- aa conditionc, quatenus ipfum , a qua con- ditio per ft ad fummam puritatem red.g.- t ur, & rit exquifitum pcr fc : fubiung.t , tale pcr ft;« quatenus iffiu» eiTe idem, nec am- pliusfumitp lcvtlatius, fedrtatqnaU : imo vt idem quod quatenus ipium, vt fequcntia vcrba dare oftcndunt; cxcmplis en.miem dcclarans duas ibi facit illationes; vnam d«. cens.eft quatenus ipfum ! er go eft p« fc : al- teram dicens, eftpcrft: ergo cft quatemi. i- pfcm. Hoc etiamipf-cvocesfignihcarevi- SenWr-naCw*' & «i^pcr fe.pfum, Scquatcnusipfum, nil ahud iigmhcarev.- deritur.quam p« clTentiam piopnam; quan do enim fubicftum p« fuam etlcntiam ha- bct illud pra.dicatum, dicirur per le.pium, & quatenusipfum illud habere: quafi d.ca- tur cx «Tentia illius fnbiefti, non exalia ra- tioncilludpr-edicatun-eicompttetc. Idcn»- Mttr* i,- iiciu Xui- 579 kcobi Zabarell^e Patauini lltTnifi.-iiij**.. . J_ _ __ ■ . — 3So fignificauit Anftoceles in altera dcfinitione A rr„ri« ,4, _________?..«•'• >°.ter:quia , quatcnus ipfums corpuscmm quatCRUS et corpus, mouerur : de animali reto (H-d.catur quide._,& de ornm an.ma- l,.lednnnv n , U e,falHer:,u 13nc>nqll:ltcnus eirananahfcdquatenuseftcorpuscnon,-,, I tutan.mali rt pnmo fubiecro competit nio , tus.qu.acorpor.pr.ori. ideocj; a ; .,ma!i per corpiM medmm, corpori attcm ineft vt pri- mo fub.eclo : quiae. cornpet.t no quatenus cltai.quid aliud.led quatenuseft corpus: i- g.tur ,ll ud ,d«m fub.eclu , de quoquatenus ip I um eft P r_d icatu r pr_d. car u m. ert et .a rn mum s itaq; eadcm cond.tio eft „„„"-* pfum,& p ,„ Bu .Exh 1S pate t ,c, ; , ' ,,^ci lm «uprard,cat, ; ,edex C u(and.. S e/l ,. Jl4 Ar P . fuir,& Gr_ce lina U _ lg naru : ,eo pu - quod etli m appciiat.one ,ihqu,J erroS commi iit, m rc tamen ipfa non errauit • i«_ aaeo egregie fe gelfit , » t ncnlu p.ofundS acmelius, quamipic. nicnr,- A, itotdishlc iorepenetraueiit:nara& Gncornmcrro! rcsdctex 1 t,at q ue,mpugnau,t,& toramrti ventatcmpulcher.-ime explanau.t , Enaui t autcnr Latmus intcrp. es in illo cotex. ;7 qu i d.ctionem.pr.mo, tan.iuam aducrbiumpo- Hi.t , quum llt nomen ad.ec: i , qliod | u ^_ ' leaomngcadumcft, vt in G.aca litcram*. riil cfrum clt, vbi ,n duierlis calibus hancyo- cem protuht Anfloteies. Caput 1 1 1. hi que e,h qn.c diHa funt^ (olliguntur, & dtcenda pro- fPHUntUT. HAc via. & pc, hos gradus nos pcrdtt- - xit Anftoteles ad lnueniendam fuai. mam in propoiTtionibus nece_itj!cm . pri- mum enim per cond.t.onem. de omni, prf>" potu.t nob.i leuem. acdebilen, necefflta- tem, qu_eftinh_rent:a perpetua praedita- t.infubiectoabk); vlla ellcntial. connexio- ne ; deindepercond.tioncir», per le.maio-' rem protuljt receiTitate, qux cft c umiflea- tiah connexu, inqtiotnr.cn al.^u:d cc: gent.s. lcu acciden: nij commiflum lit ; tan- demper tertiam coi:d nonem, quateous i- P ' um . omne acc . ,1 a n um expurgau.t , Sc rcmouir ipropoliiicn:bus pe. fe, & ira nos duxit ad lummam, & exquilitam neceifica- tim*t* ,fma* _■_ rcm.qua n6 datur ma;. r in enunr.atione.ea autcmconliftitini erpctuo & ellcntiah tcr- mmorum connexufine Ul.i admn^one con f" tinotnt.i. Sednondumi-hnecoMnitaelli- fta lumiHaneceiTicjs.nifi omiivs picpoiitio* oeiper icprnr.i, aclecuijdi niodidihgen- 1« de Propof neceflarijs, Lib. II. 38Z fdeiemus.cV vidcamus,qu_nam ini- A nim id aperte atreuenre videtur, quiim di- ji nnam , proinde cx tircon ftim habeant cutirig 011 , ' l6e indiuucnnt. H-c ceitea.dua rcs SSMU.fiicuJta:ibu S plcn a ,obid-d« k^tionibus mitium coicmplatioms.cx oc- -. p h u ofophandifumcmus,quoJAri- rt ,,les Quoqs tspefacic propofuanamquc Tr \ horum fententijsdifputatione . & aho- „mribus patciadtis, ratilioreinuenicn SeSviamrcddcre folituseft. Qua- cat l^VS" conutrbent atttm noi txt»jpU,-rt er«« damus cmmno tequnndum ejje prtd.catumtni- nerale fnbiecit ,jed jcitndnm geners quoqutdt f roximis fibi differtmiis vnwerjaliter prxdi cari, yiKiu»— i» amptiorz fint > eir difftrentixs it fpttit- bm\ fubiung.t etiam rationem Themiftias *>£ Ti trn. ad hoc comprobandum , quando dicit [6oc tnim mf: contejferimusjctjuctur/itms definitia- nis tjje demonfirationemj naimple cxiftima- oreiVecon-atpr-dicatapcrfe.tnaprimi B uit, in fecundo modo per fe non dari pras- «ndi vnum verb fecundi.qu- fingula.con CJeraadurneft, an fint pt-Jicata vniuerfa- L.tcnus.&diiFerenna.&integradcfinitro ««Sicantur per fe pnmo modo : accidens i Lempropnu dc fukiefto F»dicatur pcr . ac deinteoradtfir.itioncnemo vnquam Jubitauit , fc_ omnes vno orc conccilerunt, &d,!fcrcBtiain vltirmmde Ipccie, &dehni- •jorK de definico oo modopcr fc, fcd ctiam «Batenusipfum.&vniuetfaliterprse-icarii JJjiacninipr-dicatacum fubicaisrecipio- __-,,/ ii c.Kur,&>n e:s iine medio infunt.Dc rcliquis !_*..« du t, ia reseft,cVapud.nterpretesAriftotchs Ejwiur. mjrnopeiecoiitrouerfj : nam Aucrroes , & laUDi omnes putant omnem propofitie- nein peifc fecundi modi cflc v-iuerlalenj, &omne accidcns propriu depropiio fub- icfto non foiiim per fe pr_dicari , veriim c- nainquatenusipium. contra verbThemi- „ius& Alcxander negarunt infecundomo- do oicendi perfe dari prardicatnm vniuer- ftlc. Geneiis autcm piasdicatio duplcx m coniidciationeru cadcre poteft, vna de lpe- eie: vt, hemo «it anima! ," altera de diffcien- tij fua diuideurc:vt , rarionale eft animali Tacin.ftiusvtramq; aiTcrit ellc pr_dicatio- Bt:nvr.iui:rfaiem,Auciroes ncutram; Latini pr„d+o:ionem quidein gcneris dediftcien t.a rcicciflcvidcntur,fcd aitcram.qu- eft ge rteris dc fpccie,recepiiTe >, t vniuerialem. De diffcientijs veri) remotionbus, & ipecicam plioribus c.idem acdc gcncie altcicano tft; -arum er.im eademeft coditioiiili quidcm, quipiitiit gcnus defpecievaiucriaiitcrprz. dica.h rcmctam quoquc diffcrcntiain vni- oeifaliter de fpecie pr_ dicari non inficia buntur . qui verb illud nfgant , hoc quoque «tgent necefie efbquod igitur dc gencic fta tUi.mus, iliud dc remotis quoq; difterentijs dMiumeiicintcliigatur. Cjput i v. anfrtdictttiogenerude difft^cntu fit vtuuttfdm. «./;»- /^l5>nfidcr.indumprimoloco efi. anprse- V_/dicatio gcr.tris de diffcrcntia lua diui- «D;slit ynmeifalis,ncc nc; Thcinift . . e- dicatum vniueifale. hoc igitnr coRftitutoy rcfta eiic videtur ciui ai gumentatio : nam fi negemus genera, & difterentias efle pr_- dicata vniuerfalia, fequetur nulla remane- rc in demonrtratiombns pr_ dicata pcrfc, qu_ vniuerialia fint, uifi definitiones. Sen- tcniiaha c Themiftij iure ab aiijs intcrpre- CtnfaUtitt tibus improbatut: quianimis ab Ariftote- ie & ii ventate aiiena eft : nam tantum abeft C vt prasdicatio generis de diftVrentijs fit v- niucnahs , quomodo hic iumimus pr_di- cationcm vniuerfalcm , vt nc pcr fc qmdcrrT -icenda fit,quod optunc oftedit in fuaque- ftioneScotus: quoruam ieitur Themiftius inquit , talcm propofitionem cffcpcr fe pri- mo modo, polfumus aduerfus hoc argtu mentari ex vtraque primi modi condirioncj piior cnim conditio fuit , vt pr_dicatum in fubiecto infit extra ammum , fcd extia ani- I \ mum genus in differentia non incft, led po- ti-S difteientia in gcncrc. ineft cmm fbr- ma in mateiia,nonmatcria in forma; non eft igitui per fc primc modo, quum fit prae- dicatio contra natuiam : conftat etiam inr- fu eife.vt differcntias potiiis de genereprs- dicemus, quam genus dediffcientijs : dum emm pcr diffcrentiasgcnus in (peciesdiui- dimus, dicimus, animal aiiud idtionale eft, aliud irrationale, 5: ita de generept-dic— . E mus vttamq; differentiam fimul fumptarrt. Ex a'.!cr3 vcrb conditione oftenditur , ta- km pi_dicationemnequcpiimo, ncquefe- cundo modo voile dici per fc i il!a cnim propolit.o neutro modo eft per :c , in qua neque prxdicatum fumitur in dcfinitione fubieifti , neque fubieftum in definitione pr-dicati. huiufmodi autem cft hxc , dc qua iBpr_fentia loquimur : quia neque g_. nus fumitur in detinmone diffcienti-, ne- - que differentia in defiDitionc gcneris; funt # enim dua:paitcs eilentiales diftincl— , qua- rum neutraeft deeirentiaaltcrius.feJ vtta- que eft de eifentia fpecici : fiquidem ncque nvveria cft dceffentia forms, ucqueforma de eifentiamateriae, fed vtraqueipfius com- poGri elfcntiam conftituit : (iue igitur dica- ir.us gcruselTcformam gcneralem, 3caiffe- rcatiatB cff« fqriaam piopiiam , fiuc genus» Iacobi Zabarelk Patauini Qusmsdo firmtt fint fibi innittm Cduft. m - '«^ua,iaidUllll e«e matenam rcfpcAu diftercntis, ncu. A conrcouin^ , 3S?4 ^''".nifiquandoalteral. erfu "''H 3"? ^^««c.acdiffcrcnti djc** P°n™ ,quu.n nequc gcnusea'???" Jerenturum, „ eqiie dl ffc rCBt a ^?*** fupraoftendimus. qua re etiarnif?"' 5 .* tio pcr fe gcncris dc differentiis- i' (J ~ naturaJis trumdec_cnti..alteriuseft. _ form_:cfkntiadiftin_a cftab efTentia altc- tUM forma: , & cllcntia matcria: diftinfta cft ab effcntia fornaa: , quettiadmodum dixi- mus.qubd autcm dicitur.materiam, & for- mam li_jmuiccm caufaselie, id fanomo- do eft intelhgcnd um ; eatenus enim alteru- tra altcr.us cauia dicitur, quatcnusfc mu- tuo.uu.int ad compofitum conftituendum: F f crea vetum efthoc rationc «TcS B !™ 0 LS i'f ^ "° b '» &£3t led non rarionc eflcntia. : nam ,t exiftant * ™ft rc 'S° - , ^ '"^ 0 mutuoegcntauxiJio.fed neutrms cffcnr.a . l _' am ,l . n . 1 . al_ c ,_ m f,**? * i » l ^ «w , .i.L.ii >l C.\...alli, mutuocgcntauxiJio.fed neutrius cf.cnt.a ab altera pendct : .deo neutra fumitur ir -Chn.tionc altenus; gcnuscmm, & diffc- rcntiid.ucifas fpcc.e. pe.fec.ioncs ____,,„_ «nt, quarum nuJia ab alia comprehendi- tur : nam fi comprebendcretur, non p_-f. lent fimul genus, ac d.ffctentie m dehintio- nc fumi, nili nugatio committeretur , & i- dem bis accipcietur', penndcac fi quisdi- cerct.h omo cil animai coipus.quura m am- mali corpus aftu ia_t •ai.um eft i - itur, prsdu-ationem gencis ac d.ffcrcntia voca- ievniuer/a]cm,qu U rnnequcprimo,ncquc iecundo modo fit pe _ f« . Clara eft ctiam fca r -^cq U0 da_dcSr^gg fus mutilis ea propofitio, inn,,,: p,or " fiderantibus man.feftum eft . Sed m ' 0 ?" parum hi e.rauctunt. qubd d ura A S *\»a»u«_ £ on«ifu n t,A 0 .. .ide ^fe mia.nmapcrtc reciam.ntem, qui non . " neceflannmcilc. vt ,n ptd^ de o hcrenti,s vmuerfalitcr pwdicarf iSl j.mphora fint; g c„crai ? i, u ^«^t ^ latiuspatent , quam dtffercntia. . «Ve Z ^Vtrarjuclimuldiftcrcntia.fcjA,^ S^^^-^-M-dicaS? _ _ . -..(,«... _, 4 i 4Cilc[ | amj{n tenna An.totelis tn contextu i7 . qubdpro- f crit , d .f";" pr__a,cari^; poimo non fit , niuerfalis , nifi tcrmini pa- c -|" Vfl r i?' g T™* f utf m ^iftij^ _ «S,& rc«pxocabilcs fint; inquit enim, p L „ h „ ° "'^^' -im.nifig^. ^ dtcattonem trium angulor^m duob^ rc- busJnlucrf.H IT ' & f ft " ei " iae dc J pW ^uahumdc arqu Jatcro non effc vni- D 2"^^^^^ *? JC ™> ucrfalcm, ptoptetea qubdpr.dicatum la- D ," S -i ^ Se f »nflrationen_^ tmsnatet. s__i_____.a^ :__ -,. autcm diumus .aiteram antcccdcntis I XjpKgrlZli* ix Yerbit titmipj. Vtftnfi» *- iiqu&rn prt Tbtm, ConfMtMii*. , i r---*-*j M ^-^'a.ujcdiuiiiia- tmspatet, quam fubi.-a U m, idtiuc adhuc magis declarat ln capttc icquente , auod de erronbus vocari folct : crgo neque prardi- catiogencrisdedrfferent.a.nequeallavlJa, in qua termini.non rcciproccntur , poteft fecundum Atiftotelem dici vniudfai.s ■ Sc mirandumprofc£.b tft, quomodoThemi ftiOsaduerfusAiiftotclem idafferere aufus f uem imo ct iam ad ut f ci pf urn . n - m in ftnc illms cap.tis de crroribus Thcmift.us clarcconfcfius cft, pratdicatHm de illofub. icflo rniBCtfalkcj piadicari, quo pofito po mtur.Jc quofublato aufertur. hicautcm efttermjttotum reciprocatio. Propterwa- liqu, fua*, qu, Themi>: namin con- Ssifionepridlciturfemper accides propiiu dc Crbiccio, de quo per caufam mediam de- nionitratiir. quare fi inefi fubiefto per me- ctum.ineft non pi imo quia onedio priori in_ cftjeft igirurptidicatio primain propofirio nematorc, vbi accidens de medio p:a:iiica- tur,fednon in contlufione,vbi prardicatur ■ defiibic-to. Alcxander tamen videns huic fentttiz m-nitcfte repugnare verba Arifto- telis,qui di.vit in conciufione elfe pritdicatio nttn pnmam,& demonftrari vniuerfale pri- mum; demonftratur autem conclufio, non principia,adhoc cofusit.quoderiam in con- tlufionibus eft vniuerfale primuni.non qut- dein (iinpliciter,ncq; exquifitc, vtin pnnci- piii.ftd quodani modo: itla; namq; condu- iio»cs.quc cx principns primis dcmonftran- tuti dicuntur primi, & vniuerfa!cs,non fim- plicttcr, neque ratione ftii , fed quomam ex prisicipiis vei i primis.fic vniuerfalibui dedu cun:u:; qua:um comparationealia; condu- fiones,cju_! non ex pnncipiit piimis oemon- ftiantur.fcd cs conclufionibus ancea demon ftrans.nuila rarione vn:uerfales,acprim_! di- cipoffuntj veraigiturprimitas inprincipiis foiis locum habeu-.Jeinde inconclufionibus, qux ex ijlis ucmonftiatunnam rationc piin- cip!otum,rior ratione fui.prims,.; vniuerfa ksdicuntur. inrcliquts autem conclufioni- ntKMtMbusnulIo modo primitas inefi. Hanc Alexa- drifcntentiarnThemiftiusnfirecipit ea du- ftus latione.qubd pauca: admodu effcnt de- monftrationes ; quarum codufiones pofferrt appellan prima-.ptunma: verb haberent con clufiones non pnruas, vt in Geometria cev- nere poffumus, vbivnam demoftrationem, aucalteriinuenias.quiexfolis primis prin. cipiisdedu£tafir,quum reiiquaromnes^qua; funt quamplurima? , ex pncedentibus con- duiloutbus fint demonftrateiatciui venfimi- tur.vr purauit A!exander;hoc enim exemplo philofophus frcquentifllmc vfus cft^tiiai-gu- lum habettrcs angulos iquales cuobus re- £lis,qu_:eft conclufio Geometricaab Eucli- dedemonftrata ln primo Iibro Elementotu a non ex principiis primis,fed ex pluribus aliis condufionibus antc dcmonftratis; eftigitur contra eos cla/a Ariftotclis authoritas , ad quam ipfi nihil refpon.ienr, nequcrefpon- 9 dere pollunr.Pofluinus ttiam in eorum do- gmate notare mamfefia repu^n.uiam; prius enim penitusnegant, infecundo modo di- cendi per feda.i pradicaiionem vniuerfa. lemipoftea verb ir.cofiderat. loquenteseara dariconfirer.tiir;maiorem etiim propofTcio- nemdicunt effe vniucrfalem, &primam,in quaaccidens de mediopraedicatur fincalio medio at propofitio m3iorfempcr cft per fe fccundo modo nunquam alio, vtpofteao- E ftcndcmui;exfolaigiturdubiratione, quam decortdufione demoftrationis habnere,norl debuerunt omnino ncgare, in lecando mo.^' dodicendi per fe dari prardicationem vui. ucrfalem.Scd id.quod Grscos decepit, fuit ! ^ Kt "* r g- arr.biguitas eius vocis TPrimh»n quam opti- GrtttrHtn* me diftirsxit Auerroes; propofitio enim po_ tcft duobus mocJis appcllari piima, autta- tione cau(a:,aut rarioue fubicctii piima dici. Pripejiu» turrationc caufz illa ; ';_sc nuliam habet me dusbmm»- )r diamcaufam, per quam dcmonftrari poffit.''" prima vero lationefubiefli eacft.cnius pr_ f"*r*- dicatum nb ineft alij fubi etlo pnori.fed fiuic prbr.o. poteftautem propofitio effe prima ratione fubiecti, que non fit prima rationc caufc; non tamen e conuerfo: nam qur pri- ma eftrationecaijfx.ca etiam rationefubie- fti priiiiaeftjvtpropofitio hqc.homo eft riff- biliSjeftprimarationefubiccti: quia nullum eft fubieftum medium,cui pnori, quam ho. miniunficrifibilita>-, fed homini piimo ineftj nou eft:amenptimaratio[ieeaufe;quia cau- Iacobi Zabarellse Patauini ) l -J»-»"' — ''■ IL .1 pot.lt , 5£ propter quam bommi ineft, vt n- iiorule;. ncc ptopterea dicitur rifibilc prtus inefte rationali quam ho.iuni,quia lationale dumfumiturprovkima homini. petf.Qio- ne.fimplicem formam figmficat,cjuje non eft fubieaum,cui nfibilc iniit.f.d eft caufa.pro- pter quam nlibile inefthomini;quod deo- mni accidente proptio dicimus;omnia nam- quchabeni fjbierium proprium, cuiinfunt f.m mcJiaru habet, perquam demonftrari A queperfe uuoditi _r«K.vr- _• ■ pot.ft , & ptopter quam i.ommi ineft, vt ra- .uen. f. E P ±°f°_ .j:,„ r it " 6 i T", .'"1 u "-> a *- ci ««eaicitui-vthomoniotui:quiamnf.,. dium vero fuhicftum elfe natutam compofi tamrcaufa cnim quatcnus eft caufa, fimplcx ei*;qui2cuiurq;accidentiscaufacft, vel for. maiubiccti.velalceiumaccidcns, qnod aut m eo lubicao eft.aut extra. Haius diftinaio nis ignoratio Gra»cos illos in errorem ttaxir qui putaru t, Anitot. de prar.licato vn.ue.f_ 1 Ii loquentem vocaffe prop _ iinoncn. prima eomodo, quo infecundo capite eius primi iibri princir.iademonlrtationis ptima.&im mediatacire di.\erat:ibi enim accepit Arifto- telesprjmum , & immediatum tatio.is- c.u. f_f:ideo folapnncipia co modo priina tfle di xit, nonconclufioncsiatin quarto captre,& in ciuinto, vbiloquitur dencctflitatc pro- pofitionum, &depracdicatoviiijerfali,non fumitampliusprimumrationecaure,ied fo- lum ratione fubiefti.propteiea talem ptimi- tatcm atque pnncipiis^acconcluiionibus tri. hMl Y n-ln,H,,..i n - J* quicquidmalicuiusreidefinirione futcVu illi eiTcntiaie, ac neceiTanum cilc debet- Vr' eidentanum autem altcui cffe dicitu-id C~ ne quc id effe poteft : propterea exifti m ^ O^. Auerroes fpeciem omneji fuo generi Con "'•7f K tingcntem «Jfr.quunri fine llla gen ui eife pof"'"^^ Jit.queniaomodum igtturfpecicj gencri i m l*»"». accidit, itaetiam propna: generis^aifcn c^. accideredicitmjvthomoniotui^quiamoiu, » I » — !_!_]_■ IU1I) | A tione caufar.tum ratione fubiei-i.conclufio- f»nes vero ratione fubie di tant„m, non ratio- necaufo: conclufio igitur demonfirationis eft prinia, & vniuerfalis nonminin, quatn ttf.t p_,7..pnncipi3. Ph-loponus autemin alium erto- dt ' ,r -* rcm nnd:!Tc vidctur.eumquepofterioresa. rX\'ii 'IV li ^ n rc;g " ili,U: P u "uit enim dan propol?. otueiiaii.. , ncrnpe iJ_m, inqua pra-dicetur acci dens proprium d. !pe C i"e rubieai fui pri, F mi: ii namq; d camus. trianoulum habet tres anguios dut-bus reSn atauales, propo.ltio eft per Tc, & vniuetfalii ; li verb dicamus,^ quilatcvum habetr.es angulos fqualesduo- busrcftii, haceilquidem perfe, atnoneft vniuerra!fv ; qtiiap>a;dicatuniilIirubicaoin- eft noii pn.no, f.d rriangulo prirao: hicefl - hilopsni ren:e.nia, qu_m ipfe dicit futffi quorundam feaatorum Theophrafti, Ea ta. mera rnihi non probatur: puto enim talem ptopofiuoQem oe^ue voiuetjaieui effe, nc poteftj q.umitaqiicule fubieaumin defi! nitioiitilfiu.accidentis nequefumatur ne- que fumi poifit, quomodo poteft .iurmodl pi opo/irio diciper fe f.cuntio modo.vtdcn tureuamhocncgareAnitoteles.&Auerroe» in contextujj. ptimi libiiPoftcnorum.&in tapitcfequente,qtiodde erroribus appella. tur. in contextu autem 96. Iib. _. Pofferio- rum Anftotclestalem praEdicarione m iftz _ te numetat in prasdicationibus per accidens" Tolerabiliorautem ci. Alberti fententi_,qui protulit incalcc memorati capitts; inquite-""'*- niin hancpropotTtionem, arquilaterum ha. bet tresangulos aqualcs duobus rcctjj, plt ~ timdici poifcperfe, partimnon poiTe:nam propric non eft per fe, eft tam en per fe,qua. tenus in squilatetoeft aliquid (nempe ge- tiuscius) quod in definitioneillius aceiden. tis ftimitur, quatidicat, ei.perferatioiie tril rtnn ri m jt, n _» iiiln-Au - L- _ _ _ _ ,r'Ta D j. ~ ~^i.i™n.|,.4Ui4Uit[i| concedipoteft,&videcur Auertoes quoque hocdixiiTeincommcntario p^.hb.i. Poiie- riorum,quo inlocomuka dicit notatu dL gna ad id,de qtio nunc loquimur, pertincs- tia. Meaigitur fcntptia eft, non dariinfe. cundo modo aliquam propoCtionim perfe, quae uonfit vniuerlatis. CaputVI. inquo tilorum opmi»,& argtu mentA exponmtur,qui dicunt,pr, quod VnusAuerroes negat. Commtiniso. Of™" "* pituo raa^nam habetyeritaiii fpecic_a,qua raeo de Propof necelTaiiis , Lib. 1 1. 3*9 iudicio orones dccer>it; videcurenim A w ', tf ,niquevriiuerfal.«JefiintioneiiiabA. %L traditam polTc efficaciter comprobaru uldem Jehmtio fuit, vniiterfale tft w l'Z «*« : in .p:um : e §0 VM- j 0 iiemo vnquam ncgauit;pr*diettttttl eft de detinitione fubieftt; quod »tt- fitquatcnus ipiu r,itai»fti.iidirur:injhc. teni conteptu coiic--pcus aiiimails eilcn- ^rerincluditur.&mnat^rahomioiaBira- " roJ |i, vt hominis eilenciam conihru- ' ' criio humo qua-enus homo eft animal; Lcenimneaaco, ftquetni h.»rmncm pcr a. ■* mter- ■ Atc ,- St**** ' j,r, r .r,tto prJeaicJti vmue.fclis tu:r, vnt ia drlcr.pcio j> *_.:„„.;„•* Katjid extcrnum eilc ar.imal , non per .', .«ionem.quud tain^n fj'lum eft. 390 pianemus: iis namqueintelleflis,iublatarn fore exiftimo totam huiufie ret difficulta- tem. Loquiturhac dere Auerroesmulnsin lucis, fed potiffimum inprimo Itbro Pofte- rior. Analytic. in commentariis 11, 56,37, 41* 44, f 4, &fufiiis in 94 . fecundi hbri,8ciri faa qu&ftione 10 vbi h_c tria nit tur demon- ftrare, pridicarionera generis dc fpecic not» elie quacenus ipfum, nec veram tfTe hanc propofi-ioncm ,homo quatenus homo eft a- nimal.licet multis vera efle vidcarut : demde genus non pr_dicari de fpccie tanquam Je fubiecto primo; & tandcm non eflefutnmc nectflariam eam propofitionem , inquage- nus dc fpccie pr_dicatur,vt animal dc homi- ne , fcd liecellitatem habere cum contin^en- tia miftam , & etTe quidem per fc,fed aumi- ftum habtre id, quod dicitur peraccidens. h-x igicur tria fi cum Auerroe declarauen- mus,perfpicuaerit huius fententi- vecitas,6T Ber f.ieeft,quodinquo:ibet,&primomeft fd oenus p jedicatur de fpecie tanquam de C a-gumenta omma folutaerunt,qu.?aduet. „-, ?..Sl de primo fubiecao : e-oo eft ei pr_. fuseamadduciaiunt, vci adducipofliint. Caput IIX. quodpr&dicxtio gcntrii de Jpecienon fit quatetiiu ipfum. oraai,& Je P *CTtamvniaerfile;quod Je omm .mauite. fluni eft , qaod a ucem de primo.facile uften- liicur: quonum f :pe:iiis cum Aucrroe dixi. rnus , pisdicationem prinnm in eo confi- ftcre , vcinterfubieftum,6t pracdtcatumnon fit ahuJ mediumfitbie£tufn, cui piioriiilud r/raiditatum infic : aft inter anitnal , & homi- nern non eft tiiterpofitum altud fubte&um medium , cui prius tnficanimal,quam homi- ni:er?oanimal honnni ineftprimo,&imtr.e- rjiate ratione fubierJti. quare hjec propofi- tio, homo eft animai, pnma,& vniuerfaiis di. c*nua tu. Capui VII. in quo fcntentu Auerroit proponitur,quodgenus de Jpecie ymuerftlittr non prddi- cetur. hihtt % : -r; f . 4- COkthariah fententiam requu- tus eft Auertoes , eaque videtut Ari- ttotdis opinio fuifTe, qui in contextu J7 . pnmi libri Poftenorum negat efleptidica- tum voiuerfile id, quod latiiis paceac , quam fubicCtum,Sc in calcefequencis capicts de ec- roribus afferit lllud efiV praedicatum vniuer- fale.quoa fubiedo pofito,ponicur,& ablato, jtpm.^r» a_ftrcur:atDenu3 iatius patet,quam fpecies, »***'«■ & ca quidcm pofita ponitur , fcd abiata non aufertur , protnde noii pnteft efTepradica- turti vniueifate, tdcitco Auerrocs non dubi- tans ita renfifTe Atiftotelem , conatus eftffu- iufce rci raUonem fcrutaii , & totam rei verL Utem declarare,& aperire, quod ( vt tgo pu. to)ira Egrctjie prgflitit,* t nemo hac in ce me- liu^acpiotu.ndiu? philoiophan poffit. quam 5t philofophacus Auen oes : proptei ea ni) a- hud nobis in pnfentialaborandum cft^nifi tt ca , qui ab Auerroe obfcu; c dicuncur , cx- OVoDtd piimum attinet,negat con. ftanter Auerrocs , veram efle hac pro- polictonem , homo quatenushomo , eftani- ) mal : quia fi hotno quatcnus eft homo eflec animal, fequeretur folurnhomrnemammal efte , id eftomne animal effe homincm, pio. pterea qubd illa dictio [ yuitentu~\ fignifi. catpantatem ,& reciprocatioriem termino- rnm ; ad cuicis rei tntclligeciam fciendum eft, duplicetn efTe fignificationem huius vocis \_qHHitnus ] poteft enim fumi late, & fatis im propne; poteft etiam fumi ftcitte, qua? eft propria eius fignificatio ; late quidem,& am g""*^ E ple fumitur.quaudo ml aliud fignificat,quam ,f™tf*' inccrnum pnncipium , feu lntcrnam latjo. nemiproinde exclufionem pnncipij externi, & externf ratioms, in quaacceptionepro- pofitio hxc cftvera,bomo quacenus horao eft anima! ,fic enim nilaliud ftgnificare volu- mus, quam quod homo ex internarattone eft animal , non cx ahqnoexterno principio ; quod quidem venffimum eft; quoniitnho- mqjf er internam ratioceni eft fentiens, & a_ F nimal. in hoc igitur fenfu concedendum tft p*i- totumpnmuinargumentum,qut.d fi;praad- uccfus fcnteutiam Auerrotsattulimus. Alte. " ra eius vocis fignificatio maxime propna,vt ' ipfius vocabuh confidetatio oftendtre po- ttft, eft vt dicat candemelTe vtriufqueter. minirationem, vt (i dicaruus , homo quate- nus homo eft nfibitis , veraeftha;c propoiT- tio etiam in fecunda acceptione , quia fi^ni- ficat eandem c(Te rjttonem , quaeflhomo, & qua eft rifibili- ; ;*er propriam enimfor- mam habct homovtfithomo, percandern s & 391 habetvt fit liffbilisjvefeioituihi.nioqnite- uushoinocft rifibil.s : qu.a excodem ptmci- piop;ndet nfibiiiras, ex quo penderhuma- jutas ; fed h.rc non t il v rra , honio qu Jtenus homo eft animal: qcia non ex eodcm p inci- pio habtt vt fit annnal.ex quo habet vt fit ho- mo , fiquidem per fcnfum efl ammal , homo yero non pcr fenfjm , fcd pei rationcm nor- igitur quaratione eii homo, eadem ration lacobi Zabarelk Patauini aejubtectoprimoiwupr^' duttxr. QVod autemammaldehominet,- quam de 1'ubieau grimo non D r_T" cetur..JtenditAueiioe_ dutou.fundam tisconAitui_s;vnumt,t.quod ^nJ,^ rit .nimil (ViVli, * V -' C "' rJno,)i: " s c°nitituus; vnum tit. quod »tn ut , . r eitammal, fed-]ia&aliaratione,im r . homo ciem refrrtur tanq jam m ,r,rn ^ r.on quatenus h ,m U eft ammal . SecLdum B ex matena confb ?, w d " ba P ' ' h.nc piop-.am l^mficanonem dicit Auet- caoite de d, _>„„,;', ™.~. .".i" 1 ° «'">''»« io , ■ — i _>Cll_:ii__II, h-nc p.op-um hgmficat.onem dicil Auer roes.condmonem, quatenus lpfum.non effe mfi cum iern.in,,rum -.quaJirare , & recipro- catione : idcofi homo quatcnus bomoeflet a^Jiia.feqiiererurfoluiiihoimriein eiTeani. Ji-al : qma fi a propria bominil natu. aa-iima- J«*sconftjtucretur s niht] pofletefll ammai, nth cflet homo; in hac igitui fi. nij.ratione accepit A iftoielts eam conditicnein , qua f" r» O i > i- , ■ . . I » * -„ ,' ■ r ..wnu,,,^. utuiant; cum nis ismut accidennhn r. tenus ,pf um , „ eius verb _ - j CPtamateriadiuturfaarcius efZ^ 11rant lI uarc,,onp tJ ta U1 t )P ,xd 1 catione mt! e. ^ finc ,11. erat m Ir^^"-!^^ , _ . . - . _ _ rv.UA *fl,LL -CIIIUl,- nrtnt.quarc uon !"uauir, p ,_;dicac]or,em _e- rejsdt fpecic foeb quod eit pe; aJiqufid internum , & tfftntia- Je.qux eit lanor fismficatio, potc fi criam fu fn . r- r o. __. __. _n« 1 . m pro eoquod eft pcr propnaai effentian, : & f>cr id , :>tr qu od r« tai : s tft . Stlti non t-ft tlifi icam ttiminorum paritate,& ,n idem co- incidit cumiecunda acceptione cooditionis quatenus ipfum, ficuts etiam,pnores vtiiuf quc accept;oncs iu idem coincidunt; cum hoc^tamen difcimiiie, qubd durn dtciniu ., perfe,niagi5uc:ciiiuriT^nificare piic.rc,n il- b".-, an.plam acceptiune.n ranquam EBagu propriam. dum autcm dirimus , quateni^i pium, magia videmur fTgnifica:e pofl. no - iein, &ftridiorem,vtrupenu- diximu^ua- que fortaffi cauf_ fuit, vt Anftotcles condi. tlonem P er (e voIiie:irtoaiaareperc.ji-di- tionem quatenui igfain ; videbnt enini c.n. d,tioms,pcr fe,ean_ maxiii.cun promptu cffe accep.ionem.qna. Jarior tft.qutmadmodum cor,ditionis,quatenus ipfum,ea efi maais ic proir.ptu,qua- fti tctsor cft,£. arg.jftior. mm aptum eft fuj.eill- proprsa: differcncia. fpeciemilJamconfiitiienti, vtanin a! inha.. mineiticiltanquam eius matena ia:i(,i;alcrn animamrecipiensvtfotiiiam, qua h:,moeft homo; fcd ea.n non recipe:ct, niii per.cci- dentiaqujEdam fadum eiitt hommis p, 0 . prium ; fic dcaliis fpecicbtis dicer.dnm eft Piopterea rede dici t Auerroes.i.o t fTe idem j&» ai,lnial,fuieandemanimai:ratc.i, :. b tbrmafr?*-» " E cqui,quxcftfub formahomims, & ; x eft >*mimi> tub torma afini; quamuis enim animal ron. ,:f ; &•»ie cftho- M miuis forma. harc igiturpiopcfitio apud A- uerroem falfaeft, homo (viartnushomo eft animsl hxcauttm vera.homo quatenus ho- mo cft anjinal quodda, hoc eft , ad fukipien- dio± homitii. ibiaiam p ecuiianter prxpaia. tum; 393 dePropofit.necefTar-.s, Lib. II. 394- ».-a , ___. meft ho A fanum alrero duorum modor5, vcl cnn vt «"f rJoeirim i tua forma_-abet wfitho. * &animal itapr^atum, ftd non f> 0 ' -1 fi_i.Dlici.er. accidenti- nanq;ll- " fit Ki?ifi"«pfi«i»« facjunt efle .« U i Sdam.natur- animal.- q n cofe quuntur, ftd naturam hom.nss; fiCn^omini. talempra.pa.at.onem „ ,,rafaml equi non poftularet; rtqurnt.q • e ft. fidicaniusrorroamho B ■SuVnonduri. eft,efle caufam materi* ? M «1* ix.quando en.m mater.a ad cet- SEBani forma prcpar atur _. cetTO quu ^da2academibus affic.t.r.fo rma aduen- bU ; E rilliusprxpirationiacau&elftvt r "*' 2 h £ cauf. effe dicitut in diueifis gene ScS^ primu» qu.de eftHoro.ni. Uf. ca.ra,quahomo cfl ^"^[J. c mk nece /ariam «fn-t.ruere, fed nec-flan.m wam fdemum S«» ex altera parte.ex alter. «roco u.ngri.tem "'^ !.» h* profXOlTtiones Tunt vn.ne.falcs , & 0U atenus .Pfun>. hotno eft r.fib.i.s, homo eft Sal quoddam; eademen.m eftrat.ocur homoiHhomo, cu: fitnfibil.s, & «rfitatU- . * Slquoddam.ExhisautetnTuailtotroluuo larium aunu uuc m** ~. Tieceirauoconftituer.s,v£lvtneccflano con ftquens-.idem ih.sve.bis alij diceretAtwcrf farium a priori.&ii-ctii-r.tm a poitcrion, homoquid.nfibilitatinfCt^riusenv^am conftLtues.r.fibilitasautemhom.nivtex ne- ccl-itatchom.nem confeq_ens;rat.c t nale\ e- ibhominineceffa iurn^ilvt conltrtueiiv & h o mo ratio nali vt confe q u ens, qu ate nu s no. iuo-ftetFcAussbilUif .rm_coiift.tutus.bed in hac propofitione , ihomo eft ania.al, elt quideni ai imal necefTarium hommi vt con- ftituens,fed homo neque vt coiift_tuens,ne- que vt confequtns eft necefiar:"* anmali; non vt conftituens- quiadatur fi ehomine animalis natura in altis ammahbus; no_ ct- iam n conrequens.quiaanirnali pofiroho- monon exneceffitate ponirt.r,liomuitaque e flaccidesammali__c .rnmisf^ecies fuo cc- nen;nonpolTuntigiturpropofitioncrnfum- . JE ■ . .il :_....-_. _"_. 1 _._«-pfl;_ri:_m *_r quare cans prujjuui," . ,V- impuix: quiaadmifium haber id.qu__- dici- turperaccidens. Manrvoluitcxclu iercAru ftotcles adiicltns tcrtiam coooitionem, quae dicitut pr_rdic*tum vniuerfale; perhar.ce- nim omnes propofiriones per le ej-dudi.n- tur.quaruin pra.dicatum la" ius pateat,qtia tl E^cmm.animai homm, vtrubre^ |r ^jS^S^J^SS^ snima! , & hqm.nem fit ammal quoddam, »««50^™^° „m«,ri fiint de rToiterioris ar.umentl aduerfariorum; dice- ;^a:S.animalhomm,vtfubreao P r^ quemadmodum dix.mus. CaftttX. quoifrefofim, m qxagtnus de fttctt fr&dt ca M,fum m m mctfi* tatemnonbjl/eat. iritem non fitfumme neceffa- fineillo elfe poffitjh* igituromn.es (bntde .omni. funt perfic, led no^ funt vmuetlales, quod per ipfim quoque vocis fignihcatio- nem.quam declarauiii.usoflc Ji poteft: q'»a f. illud prardicatum diciturvmu'Hale, .uius vniuetfusanibitusii\ eo fubietto mdufus dt, & quod c..traillud fubicSum non inueni*. tur,animal refp.au honflnis non pote» dici ae uix-i.Mu. ,14- fiww». 1 *— ■ . — 1 solitinhabct contineentiam admiftam ne- ceffitari erso non haberfummam neceflita- teminam fummfc neceftaria eft il!a propofi- tio, in qua nihil eft conttn?entis admiftum; jd auteni fit, quando 5c pr_eJic3tum tit ne- ctliaumfubierto.Scfubieaum prKdicatoj fed quando genus de fpecie prJcd.catur; eft quidem ptard.catum neceffarium fub.E-to, vtanimai ho.Tiini.fedfubieaum ell contin- gens prxdicato, nempe homo animali, & o tatt fH ma is foccies fuo gtnen; lHud cnim 1 dicitut Pf **• il.cuj c ff e accidens Sc cotmsens, finf quo id eCTepotcfi. &?ft; poteftauitm eifeanimjl, imo eft reipfa fine homine .n ali.s rpeciebi^ in quibus intcgra animalis natura feruarttur Ctiam dcleta tora humana fpecie;fed hepro- v K .ir ■ pofitionesfunrfummcnecelTiiis.homo e-t I__ "',7 ra«ona!.s,homoeftrifibilis:quianeq;homo iUv 'i ut k (ine iis duobus pt_d.catis efll- poceft, neque •i_*. hxc CineilloieftautC-i- aliiiuodalicui necef tyttitt itai V" pXA Qlt-L-lll » ,im_' .»«- . T totumanirual.idefttotus eiusambitus non continetut. CaputXl.tnquoo1lenditur,iwUumbah' relocum in demonftrjtione eam fropofu tionem, cuius prtduatum lattuspa- teat, quam fubieclum. V « LiAquoqueratione oftendere poITd- /\ musralfspropofiriones, quarum prs- *icft_m Ililaniis,quamfubica«.m 110.1 cfle vniuerrales : quoniam in demomi ^'one nullu locum habcre poffunt: habete.it euuo. aliquem locum.fi tres illar cond.tione», de omni, perfc, & vniucrfale.in.his cponMi^JB repcrirentur. qubd autem denx nllratio- nem ingred. nequeant, primum quidtmea ratione oftendi poteft:quiafu.iiniam nectf- firatem,vt oftedimus, non habtnt at in >ro- pofi-ion-bus-demonftrauonis \ olu.t A.ifto- JZHr , kcobiZabardkPatauini ' J * «J^ S»t,one loeu» aJiqoem haberet.e £ ( 1 T dicablrur.tale™ ,,'r^ciet prfc fmiitaiit gtxrri* dt Jf>erii> nert p lldtfft mj ttt ■iim.r, '}iuih,.h. - ._ — ..mwiu^m, nanerer,ea efietvel */I_m naior propoffuo, vtl minor,vel conclufio quorum nullum diej poteft: nam eondufio nunquam elfcquia demcnftratione aeeiden «albbmnoKreDnti eRenim drmon £ proprmm .nftrumertW cog no rcend aca &partfunieffcn(ialmm noneft dem^,ft ;a .o.vtAnftoteles docetin , .lib ro Poft ei o B dent;ad,-ftetiam adhoc probandnm r«,o P^nn», & F r 0 f un diffir„a, quam addn! ttratetur, effet dcmonftrario eins, ouodcx a«,den 0 rft. qu od quidem negat ftfi inpnmolibro Pofteriornm. c©nfeoue*s«a ^■^""'loriejgciKjsderptc P i 111 d.cabitur.talem aurem dcmonft «£„ F ** Jib.de Medio demoftrationis d£2? * p [L . 0 a ul m S Tademe 3 no n po t eK rin W term,n„ s , qU odan fieri qSeat„S X^SS? «ro den.onftr.ita, d;,m ser us ■„„",, " °> er,. p oS^^ equalrs ye! fpeciei.yel Vtri% »mJ£r ' Cl rum n ullum didpoteft:„ aru fi ^Vor^ cie. propaiTt.0 ma, or non er.tde o2 „ pC J nnb,lc de horniue demonftrc mu °"; n mj m -^'»m,hxcerit ma ,orp, 0 pofi£r.?^ mal eftrifibile, qu*fi ¥ niuerfali£r ? W,_ "r. falfa eft.fi , Er 6 pj^fc^ »»« er,t ; qu 6d fi affect.o fir.qualf, ^ff condufio entoualem rf ^,.uL * :l ? ent . r, » --«...iiii.iiiinioiioaij CO')c iifitinr >>.> — , '"f Jl 'ICUI.1ntei, para!n-,r °'«tnt,eft id,cuius cogn.no q^ rTZVf ^ E affeitio fi '*«I» &■ naipitnreognitiopet talern dcmonftfa "o Ccundu ^ «■* q«alem reprobat Ari|"cl2 nem quarritut.-at verbid.ouod fc n 3"« ' *d»Gone vero „on ampl.a^j de aTRjuo alio , n,h,! refert- nam etfi uo „ de fpcctetattatnen Jealiquofubfpeciecorrr™ tcquoj inaar rpeciei ed? p/ld' bi tur ^ qno per med.am fpedem demonfl, "bnut iiifeqnenobuii prarcip.c enim,ncaffe5 0 hit. fedommnoprolnbet, i,e vnquam duf atft,rd»r,q L od igirur nu ]| um !fl demonfti^ tione locnrn habeat p.sdicado genem ^ fpecie ; manif e ft unl £ ft, b " ls * Capm XU. detsto, quem in dmenSr^, twne baiet primus modus di. eendi per Je. HA c ti n v s tresilias cflditionetde- elar«, lmuSjln q ul b us A.iilorele. f om . mam confiftereneccflitatem aibirrarns eft.& nicmirS" 7 ? T" pm -"«oi.ftratinnJ teqnm oftendit, fi ad fdentiam pariendam ia° mVn n ^/^ P ° fi iS? OBUm d ™™&™- dVn.Z PP a dam effe «tifi'mamui,quan- doquidem duo pnores modi dicenJi oer le per tertiam rnn.ll,.. . r" r r» 1 pnores mom dic F le per ternam eondiuonem , que dieiVm pr r; icatio vniue. falisJimat,, „ utf ffi funtlo^ vn Je &coneluffon« dlmonftraH dx .apnicipia.per qne demonftrenlur.tan- ^amcdu.buspromninmisfon.ibuthau. ^turjficemm & condufiooes, & prrndpb fitaTem N H,0n . , , i f r mam h3bebu ™ ™* hnaT n l" nC> ! lU 'l "^«"«Clarandnm re. ftnqu qtiomodo & corrduffo demoflratio. n odo v Dr 7 o/Ttl ° fntper r e , & quo. Tum haS m0 i US dtm onftrauonelo- tUolbabeat;dein ^a n ali q uafit quarri mo. di vti- dePropof necc-Tarns, Lib. II. 398 • n; m3 -.,t 1 rhisenimex Anifubieaoinexillat.accidensver6irifi.icaa- i,rilit»»«» ,, ^ m CT,ft ^oftrth« "aTem. fa raeffe non dicita. extraan.mum . quarc platio(ni raiu ifVftaeft. ' J Lm eiusvtilitasitamamreftaeft, d ° r« nemoVnquam dubitauetit : narr , .n ? nftrttione nullumali-ir. locutnhab-.- " t auam >n P ,opofitionemino.e;et- ceF „ ma-ore, & in coneliiBone femper S_^£qaod accidens propriuui per defi. * '" „ f vel pervltimim d.ft.rcnr.atr , fub. ?\ m i..oreftperre P1 :mcfaiodo, vtfiufi- l e f homine per rationale med.um de- ^efurTminorer.t.hornoeft rationa^, «A ?«re P rim. J modo. Vb.veroacc,- 3ens de (.-b««o demonhrawr non pcrde- inethattamenfi alteram fecundimodicon- dicionem ,quae pra?cipua clt,fpectemus,ne- gare non poiTumus maiorem effe illo modo per fe: nam eius fubieaum fumiturin defi- nitione pixdicari; vtenim doeet Ariftotele» , in fccundolibro Pofteriorum , accidens pro- prium fumit in fua definitione non modo B fubieftum , fed eciam caufam . quando igitur defuacaufapra.dicatur,,llapropohtio elt per fe fecundo modo : quia pra?dtcatum funiitir». ftta dcfinicioneipfam cauram fubiedam. Ad Ubni; tollendam hanc difficultaterrt , ficdcclaran- dum , quomodo maior reuera fit pet fe ferru per fecundo modo,nec minus.qunm conclu- fio, in memoriam reuocanda funt ea, qua dL ximus de duplici pendentiaaccidencis pro- prij •ifubie&o, nempe tiquamamatenaes- " : . „„, r.f.nueDet dincrentiamiL.Dietii, c*./ ■ — , — -i , , fi fl ,t.o ,em,nequeper - or ,ft at[m _ C ter na, in qua iccipitur , &taiiquam a eaufa.a „„. * c fle P cr fe retundo modo , qt.um in «'prtJicetur de fubiecto propnum acci- dcnt lecunau inuuu : quonum figu Sccideni lunae ; in tali igitur demonftt atione pn.nui roodu-.nullumlocumhabet, redfe- ciirtdasfolum. tn illa verb ,cuius medium cft dirferentia . fcu deGmtio fubieai ,hic moJu s locam habet in fola propofitioae miuore v quj omnia in libro noftro de medio dcmon- ftrat.onis fufiiis declarautmus. Cjpnt XUl. de loco fecundi modi di' ttndi ferfe tn dtmonfha- uone. SEcvs d vs autem modus femper eft in concbf.one, tk in maiore pmpoGtio- ne cuiufcunquepotiflima: demonflrationis. in minorev-ionon femptrj fed aliquando, fdltcetin eademonf!ratione,cuius medium eftalterum accidens 3 cei tum eft enim, vt an eftalterumaccdtnsiceitumeitemm.vcan- njm H uc«fi u . ? a f tea dicecamus , minorem illam cfle per fe F caufa.fiquidem nomen caufe «pnmitur. al- j -- „A . innmni tpra vcrb oendentiavta fuhiccto non cxprl- mdttrtqM* !»•_* Jll ptr I II. «I..U_-MJ , — I fccundomodo; certumeft eriatn,inomn jotiflima demonftratione conclufionem ef- .e per fe rccundo modo, nunauam alio , id- 4«enul!ae^et declaratione. In rnaioreau- tem propoiitione atiqui difficultas ineft^uc^ noneftfinc diltgentt examine prstcreunda; in ea cnim prsdicatur accidens ptopriutn, non de fubicao fuo, fed defuacaufa: idco Ron videtur efteperfe fteundomodo, quan- doquidem Atiflot^es alteram fccundi mo- dicoEditionem ftwuit,¥tpra:dicatum reipfi teraverb pendentiavta fuhieao non expri- mitur, fed tamen implicitc, &,irtutcqua- dan, fisntficatur, dum enim dicimus, ratio- naleeftnfibile, rationalitatem exprimimus, quar tft caufa rifibilitatis; hominem autem fub.eaum no exprimimus aau,is tamen po- teftate , & implicitc fubiici intelltgitur : ideo pcftea in minore a3u fbbiungitur.dum dici. tur ; ar homo cft rationali s; propterea non eft ignorandum qt.bi quando dicimus , ratio- nale eft nfibile , con dicimus accidensiUud n 4 399 lacobi Zabarelk Patauinr ftd (bbiecto, q uod ,bi vn tute comprehendi- nhwe I ^ "° ' qUim luem r "bieftjl ■ . tur:,deo voabusvnmurffgnifica.ft.busnoa eriTneft . . ' netitram cr,!r » abl.._,.__ fr-,( 7- "-""."t.ieav-raquealicui r r 1 1 ■ _ k *1» • ^iujicuu, qu ._ iDi vncure comprihendi- •__r:ideo vocibu* vnrourffgniricantibus noa teri i n ,A r T""' ' ucl tr ' Jf7] «nim reuis-" 1 ? abitrada,fedc on c.eta ; „oneni, !1 ra f j ona r mmJr^- V W" l,cuitc '"».5M taa efti-fibiliras.ftdra rionale cftrifibft * ™ m "tfniweaufaffr. Hanc fc„ tc " i.uiuspropofi.mni. rcnf u rn„rj 05 S aUuf t - eft " I,0r "° A:,ft uldam -ccipieba.ur, qui tilNt- ir_._m. T fionfna» airerebatomnempropofitionern primim" C vft eft dnl _> * W.propontio «„,„,'£ * " tat.onepoff.fienfteund,, &om„em JV_L_efteS, ,n ^ 1 "' 5 "S"""-»» neu£ nr:nif7», t„_.__ /_ « _ . mo eftriflbili^ qrrandoque non eftrubie- fiunynha.rentiie niff potcftate . e.implieite, Vt 111 har t)r.in..!l. inno I- _/l -f. -. flrauo propterquid, VMmqiVff , mo 5- mitti ac recipi in fc, c nn: , alH r, c id " tem dict demo^rationem qu.d " U d ;:' J,r " ftrationem pro/terqtiid P ereonu.rfi? n !^ maions propoffnoni. : vbi namq nc f-^ctupRedkabanjrdiceiido oS.. . - vtuntur prard.canone, contra natutam fcd naturah tantim t de propofftione autZ S?. ftotelea quod conuertantur ■ reuera e ^ conuertr non poifunr ob eam, atl l muvationem; fed ea^ UK ,n d Sra^ ne quod/mtpropofitiominor, fitabfqifl J" la mutat.one concluffo demoftration,. p r J" — ..«._-!. nna. „,„ potc fate , KimDlicitp I_ r r , ^ «'inor, ntab'qj?vl_ «^ptc»gofiriotr/ jI3 tionaeeSf^ quando iguurefi u_biec.Btninhierent « e - S _^ ' f _ ua: "Jltconcluffo demoi «1° ^"«fineabfurditate, rationaie efthomo, ve! nffbikefthomo^deo propoff m,nor,& C0Ilduao dcmonftrationi. non poffiint cotracrt, i« B> . milcrlut!l _ dicano fft eoucta nartunm , nec flintamphJ., Pfr fe. Ar nn_n _>„ *_„:___ ^r""' ......i^unc coTitranaturam.necrun.jim^',,"', c j f.-^L-i ^uia lemperclt mtra P*r fe. At quandofSCp 0 S c ^ uud °;mmorve:6 femper eftpVffin /»». ™ ne ' «^.««ccft riffhiie, qus ' /*»•» prxdicatun, ponfturin dcfin ^tionisp^rq^^^ noms propter quidjmaioren.mptopoi.tT;.'^. ftmper efl per fe primomodo, ifeut .„ «onftra tione propte,- quid fen,per cft p" rft f f c U nd 0; m I „orver6 femper eftpVft f^* domodo , quemadmodui; conduffo demT ftranon,. propterquid; concIufTo lute e ^°: pr T- 1 n ? nd »«.«r«u„do } t tiam propofltio laraoi demonftrationis „ „ pter cmd. Qubd i gicur ptim us t TSZ Sia^ur & d.^Xt CaputXTK an qumtu modtts dkendi ftrfeaddemonftatwnem vtsiii fit. DEtemo modo quodffrpro rusiirutE. . qu,s vnquam de eo dubitamt fe J J e cma. 0 net Tnomt 3 _ n0n ^«525 fuhT. fln r " e a " ,dc ntcp.'op,io onod de Sdo mus t.r rt0i h; " lc enim iam re.eci- P teriila n, _. S / aIfi "; Crn *'«'"""«» i fcd pro. P tcnJIa,qu*; fupraduimu. in Auerro e in ?4 . jePropofneceflariis, Lib. II. 4 e? Fofteri «i, orimi l.br. Pofteriorum, A na oftenditurpr, ■««^'^ u " ~ fe fc uc , mU >tu r tn dedwams duos n _______ fc*^ fffi lumuu t.iooit necemtatemr Smodos ad demonftrinonemviile, effe, 0« eft cominunis mukorur^ntentia, & «ra OUi quartum modum dicnnt "nquani SS Anftotele rel.aum feiffe. Ad cuntlocoeiusaccipicauram extemarH , quar idco didm. fumi P er accidcns : quia loco al- terms caufs fumiiur.quam fi notam babere- mus ,,llam externam caufam no fumeremuc. Qjjam fentenriam nos al.as talfam f?>**' nftotcli, atque Auerro, aduerrar, ofled.mu^ »>m fivolmVetAuerroes.caulam externatn effearicem fumi in demonttratione lpeoal- SSS latentis , cette *^«*J»™£ C ni caufa tffic.entecont.ngerepoffc,.etiamii non fit adsequata : adequatam emm efle , jel non ad*quatam quid refcrt,fi non profe.ftj alterius clufe loco accip,mi?.att»n,en .d non dixit Auerroes r fed folum d.xit aricem ottetnam tunc m demonftiatione ftVtmTquandoeft Gmulcum eBeftu.&cum eo reciprocatur , vt obieflio tertx cum ecli. pfi lun* , quarc pro fe eam accpi putat . noB Jroalracaufaignota. Vcrum qui diligentem inutilem ao fl" 1 """' •— . , ~ n hniut errors impusnarionem vwete cupu, l^ofitam autem d.fficultatem refponfio -D nmu, « wrr d diodemonftrI . S nTra tnim operaipretium hoc m loco ean dem d,r P utat,onem .epete, e^od verbibi dicatAuerroes .caufamcffeariccm externam , quum in demm,ft,a«one pouff.- ma locnm non habeat,faltem « ^emonftra- tione figni,& m demonftrattone . ^aufe habe ie locum , id nos Ui libto noftro de fp« le ° us demonftranoni, expeodw.ui , mmcad pro- E pofnum negotium ea conlidenno non per- DtOOOIItaill .uni" — — . • . LJrui ex verbis Auerrm* m memoramlo- CI! . (.uartsm cnim modum vtilemqnandjo- ouecta.&mdemonftrationepontlimaaU- q m ndo!ocumhabere,haodinficiatutAuer- roes-fed juistatoicfeuenit.dmteffcexac- cid^ati : nsm quae raro euenmnt, ei£ aca- dcntieuemre dicuntur; in dtfciplmis autem Bdta raio hibenda eft eorum , qusc ex acc- der.ti funt, 6t taw eueniunt, fed contem- mnitur.quneoriim fcientia haberi non po- red;. propofitiones igitur , quar Tunt per Te p.-imo, vel feciiodomodo,videli;ettr,qu,- ^rus pisdicaturdcfinitio, vel vltirna &f er ™- tiadefpecie, velaccidenspropnum deiub-- itfto , omnes, &perpetuo vtilesfunt, 5t re- gnla ftatui potett vniueifalis , & perpetua, quodduoiliimodidemonftrariosemingre- diuntur ; d octuparj vide^ tur. nam inpiomptu limKtaJcs dem5 ftrationes , cuum fadltu» fit.nf p i« re , ^creiabdlarepanatur.&recip.at.S propt.au, interna caufam inrue. i , i qu Lu nm*propri«ate»di auunt. Propterea An~ ftoteles v.r 0ico plcnus in arti_ logUx tra d.tione non ea folum , qu_e ipfe de r?bus n ^ CapurXV. w wnt&Mtfa D K^^^^^^ s auUmitattAnfteteUfconpTmantur^ terconlidcriuit,&;n derla-andademonflral tionn n^tura iilam demo/b ationem fibi ante oculos pofuit, qu-e fit per internas caufw -il fTOcautem^uodmododHmu^pr^ S^uVraL^^rft^^L^^V Vri^ ' fri ceptum , & admonitio Ariftorel/fmt, wgn^"fcp r «e^Xit^"edliS£ iToene ipfius artmcmm e.oenH^,,, . ab ,f fo no^rumTLque pi "c^ fuiire pnmus e S o animaduerri, & eft ma. gnum philofpphi amficium nem ni co ? i,u ipfiusartijictuni detlaratttr. TO c autem,q«od modo dijtimus, pnsv , J ceptum , «c admonitio AriftoccJ.s fmt, fi bcne ipfius artiticitim ejtpendamus •. nam in modorum vtijiura eleaionequartum nio durn neglexit: tamen poftea non amnino i Tii l> m 1 kCl 1 liP tnn/i» -. . ^ _- i. ______ 1' pfumalSque .SiSrt^fcS "e^ one E f^TC° XSaT "^'^T' cmitt«evoIuit:i;quiden,i„e.p. 4 .jl l .Po. fteriorum vt^" " P."™. lbrl * 1 ^ ' ■ _.uv_ri# tAl_tj,ljyil omutere voluic : fiquidemin cap, 4 . lib.i.Po. fterior.poftquatn modos omnes dkendi per fe, &perac.idens cnumerauerat,doeetduoi priores modos dicedi perfe haberc necefla. rium terminoiu connexum,de quarto modo nthil dicit: in fexto ttiam capite probis prin- cipia demonftrationis efle per fe, ac necelTi. n«, eos tancum duos modosconlTderat^vt in ea parte legere poflumus.qna. ineipiet a Con- f«ient omiiium,Q M dixMae.in«,,irr.!« 11 ! ll " \^P^^> idmon« en « . . . . — i ^.^.....:. 1 .iji taciensomnium , qui dixerac,inquit [fierj? gWwr operttt & mcdiumttrtit , primum tnt- dia inffe^ quibus verbisiignificatfe loqui de iUis rantum pra:Jicatis , qua: infunt in fubie. ftis,iion de diJtunaiSjptotnde deduobus ta- Mtgneiri tum pnoribusmodis, non de quarto. Icaque dtmijlrai» Arifloteles pro illatanuim demonftiatione fi""' rcgulas tbi n adit, qua> fit per int«nas caufas •* "°? de .'" , > W fitpercicternas; quomam rar6c6t.ngit,vtcauf_teAfternaaddemonftra. tionem vtilis fit ; cmura efl etiam.fi ftietus ftenorum. vb, loquttur de icientia, acde- ~Zl monltratione eorum, qua- fe pc fi unt : quum' k enwi in pwcedentee.uslii», parte poriffi. ■ mae demoniirationis corldltionesdocuiffe-, ,, &e_s tanrum demoftntiones, quaeexinter nis cuifi» i5unt,f crpexilTet.it) his enim locura habentduofol.prioresmodi dicendi perfe, poftea videns facile euenturum effe/vteas, qussper externss caurasfiunt.a cenerede- voluir, easquoque efTe vcras demonftratio- nes, earamque pnncipia, II beneconfide- i-entur, eife necefliria nonminiis, cuamiU , la, q^inal.is Jemonftrationibusairumun- turquoln loco qutim admoneat nos Anflo. teles vt:lit3tem quarti modi dicendi perfc, quem prms defpe.xerat, &ipf U m reduciiu- beatadeas regulas.qius de aliis tradiderat,fi eueniatvt eandem , quam illi, haSeat necef- atatcmrno erit ab re, fi eum in p sefentufcf^ utter , & p ro occaCone explanemus , vt nihil tataU dePropoCncccilariis, Lib, II 4°* 4° 5 r namus .uodadvfummodo A c*p»t XVI. ,nquo e4,quMtfmt,de. jBBldiceo*" p« i_?_l__ Accidcn- |««*?^ u '/;.rtinere videarur. Acciden- tWf^ ""ctaB ,, quaeabatermsMufc ISSV ft« _ « 3 e " nr nam quxapropna natur»fui fU ^ a k ^ co nunquam Veparar, pofie «r i0f *" c uum «im a forma prodeant, fin41U o r^cauftn fnfemp-rfivpaquoque uli fit,vifi«ula^ J fi fiMtsnU fjbKft T&abUaaufe i un,ur,%tc:cbn, E? fi ouam bi exempl, caufa nomfoat A- e t F t rnCrtumefl. Wiam igm.ran " ITuerat , eorum tan.um, qu* femper tca docuerat . >■ n . fc _.,_,„,__,. dereaiuoiecioia.niu^-» -«- r —- ffi --, licetvtamatcr.a externa. & vt ab efticientc J em3 nationc,vt,,fibileab fetinh. J m.n e caufieffea..a 1 jfib.luans_quS eft ipfa hom.n.s form.vignur G fien poflet.vt he du* crfuf.* rifibilitaiia afeinuicem fepa. larertu ,& efftt iu homine nfibilitaa.m quo Sulitas non .neffet.non effet neceffarju iXmem effenfibilerri, fed poffct non efie bilismuia refpeaus.quem habcthomoid V;. . ? n r „r-..-A., i eciuiendi imponit, non e conuer fo: vnde fitvt,' quum hxcaccidentiatuma fubieft.-,m .,uo inharent,tum a canfa.aqui producur.trr, pendeant. ranone quidefub- F itdi non femper fint. eft enim aliquando fubiectum lpfisnon cxiftcntibus •- fi vero ad cauram:eferantui ; fiiuremper:quandocum» qse ^niun!lacaufaponitui,ipfa quoquein, eo fjbiedo ex ncctffitate ponuntur ! cau- fiigiair l.s ex ft nji neceftiwtem tnducit, noiifubiediim: quia noi. fiaip.icirer fen'pcr funr,k J IVmper dum.ila cauf. exi(tit:fic et:ini cuium f.rrp.termtas.atquc ntceftltas acirpien. daeft. homine mht , neceniwicui ..... ~ - tifibilitas neceflar,atfthom,ni,nonpropter pcndentiam ab eo vt i mateua rec.piente; fed propter pendent.am - 5 » uft ^» "f.f ce/u*eidemrub,eao mfita cft. 5™'^" tiorle in accidentibus, quorum «ufl i efe. ftrfi extcnatft, fiean, mente tum fubieao accidentis coniungamus, accideni fcmper .neft, non minusquam ,llud, quod caufam inrernam habet,& hac ratione cus inh.ren- t.a fit ncccffana pvop.er v.m «^«gPj pendem emm hxc quoque & a fubietto unquam ivarena, &acaufa P.:'«> du « & n " u " ,n ro d.ffeiunt, qubd ^^^S P roducensnonfuntcomunaa,rt.nUl.s,IecI S.fiundant.que fi fubKttum non a« p 3- n.us i.lum, acnudum,ftdmun, t umv,itute cAira co^ntis,accident.a,Uafiinte, necel- faria : vt ] u nam ficonfideremus eum obic- ft.cn eterc* , neceffe cft m ea (*t ec hpfim, fed non eft neceiTaiium . dum foram lnnam refpicimus. Ergo accidentia ha?C , qua: : r*. «one fcbiea, non fempei fimt.ftmpe rta- mtn funt ratione caufe : q-a fam nectffirib conftquuntur. E tem fumi d3m vert fteriotnm, rentur,mult»tame negotmr,, "7 quenS ,b. Anftottles de " ] ? er at£,de t 4©7 infunt alicui:videturitaqucil!a,qua? perac- cidens prardicanrur, ad dtmor.itiationem admittere.quod quidem nuila rarione vide- tur eile concedenaum:Greaf»c interpretan- tur.per fe infunr, n in homine nfibiliras pcr accidens vero vt eclipfis inluna: cft emmex acadentt.dum roliusluna? ratio hjbetur-at tamen eftperfe adhibitacaur.eexcemi: co- fiderarione, perrefinquam) rccundnmodo: quia indchnitione eclipitsponitui lurra: at , j„ viiiLcjsna juuam rau- ia,qaa: Junam cogeictobfcurari; caufanam- n r . T C f xte ™ a ftateclipfimneceflatib.&pet ^Z Zrlt k,nJun »«n^. F.ftautemaduerrendumlne ItrfiH»,. mur i «•«"oeffegeaeraeotuai, q,i£nonr«D. perhont, ldeoque exaccidemi fieri dkun. tur:d!a cmm,qu* cafu eueniunt, cx acciden- urunt,& fub fcientiam.ac dcmonftrationem non cadunt, quoniam raio fiuntnon folum . ratione rubicdi, ftd etiam ratione ca u fte 5 nullim enim certam caufam neceffario con. requuntut :: quia fiunt prarter intentionem caufe efficienns, qua-per fealiud quidpiam etbcere vdebar.eclipfisautem rardfir.cVfub fcicnmm cadit: quiaratione tancum fubie- _Cirarofit,rcdremper ratione caufa:: eorum . igitur.quarraro, & exaecidenti fiunt,alia Cub Icienaamcadunr, alianon cadunt:Anftotel ""t™!" 60 loco edipJIm fafpe-fierLno" quod di&orjem illam acnp.atpro co, D quim clrr* Satiuo,farpe,id eftnon fcmpe^nullum cnim eo inloco ahum fenfumhabetjquamneea- tionemfempiterniutis. Iacobi Zabarella? Patauini A ftratjo nulli rei particulari , vej b ,„^ 0 ^ tempori obiiganda dl , fed vr.mfrfi ^be«: S uc.ftAr,iift„tentiacla' a S^ rato loco.cm mariitefte illi adu tI f aari m °' emm ediphm V[ vn , uerta i enl fem ^-Jicit vtparticularem non femper, p,omd e J^' 4 cuaremechpfim fub d.Lnl^Zj^ eajere. M,h,v,j e tur noiipoffi ,„ r,, "?„ tione mmorc p r *dicari dc lunamref^^S nem rer^, niii , f rra fumatur vt al ^porieretUr^^S^^a" B J™?' ""'^ ra, qa a:l una mco S e, c to>rcuraH:c^ bttione luna manrr nhfi-,,,,.,' J. pfo hl- CaputXVlI. quomodo in demonfhjtione faclaper caufamexternam fropefitianeh & eonclufto ftnt per fe. H" I s dedaratis^videndum eft, quomodo _m tali demonftratione propofitiones, ^faw . & ^ Qdufi olmtperfe,quemadmodumetii dimen ln, fl3demonltratione,quiperinterna cau- jinHvnM.*- ramrit,confiderauimus. In primis formanda fiarc demonftratio eft, cuius medjum eft rau- faexternaj .vte.xcmpli gratia demonftratio «chpSs, qu^iam formatio difficultate non »'4», iitionf effe per Te quarto modo.vniem tamt^^ qtf rato inillo modo euenirediximuii fub-** 1 '*' Kftum emmeftcaura pridicati propria, St ' adiquata : idto in eius defimtione fumitur, nempe inter po fi [la tcrra? in definitionee. ehphs: caufaquidem externa eft, quaread quarcum modum ca propofttio pertinetj eft tamead demonltratione idonea s qi)ii Gtade- ptaconditione fecudi modi, qudd habet fub b lettu mdrfnirione pra?dtcati acceptu :itae- mm dieete mdius effe puto, 3 eamin recua- do raodo coJlocare,quandoquideni in fecu- modo non fbium requintur, vt ftibie. « «umiit j e definrcone prxdicati, fed ctiam vtprsdrcatum ift, nifjicSo reipfa mexiftat, quod ,b, Anftoteles exprcffit Demmore au V**- h "fiiun uemmoreau — • tempropnlitionc quomodo litperfe, non"""''^ eft ficlc demonftrare. namin ca pridicarut'"-*" de lunamtcrpofitio terra?, reu impedimeo. tum taOu a terra interp. JTta quo, u termino- tuoi ntuceralterius ca u :j ift.Diccrc forciffe s,kMl pof- ■ • 4.09 dePropof neceflariis, Lib. II. 4 10 ffcvelutiA duo fi adfim,non eftdubitandum. potiffima, ' fl -,n,us.imp edi, ' nentu ' 11 11 "r" P** v«te ii lun*. * lllim P">pofiiiontm K?P rt r'f- c undomodo s n^turam emcn lu- ^ftAptirudoconieqwtur.vtatcrraob- ■£ ^lffic luminefol.sprohiberi. bedhw ' e ? J P fin diffkultate nonearet; ahudeinm refp° n "r . jimdeftackus.neque eandtni ^ habent, vt non eadem eft caufiru cauiam i — aptitudinis ad ndcndum. fUS ffaSVd.cat.curbomo eftrifibil.srre. & ref P onfio,quia rat.onalis; quod fi b , ouareridetrnon ampJius earefpon- a^»"""'^^, fed caufa aliqua extcrna afte- *?i5.dVea ■• » m,lll€r fi  | aJ-cni iiueumens , & fic de alns om- nibti, Eadcm ratione dicimus,naturam pro- pt.am lun* dic. polfe caufam , vndc emanat Lla recipiendi potcftas , & llla aptitudo ad «cipienduiv. ,tumlumen,tumptiuationem ljminis,fedtamen avtualis luminis,& adtia- lis pnuationis non eft caufa>iaturaltin.e , fed aliqutd al ; u perdemonfti atiouem non quariitur , fi- militer neqnc cof^nuio medij, fid &Ttibie- ftum. &me > iiL!m"aiite demonttratiuricm co- j>nitai>jpponiitu-:tutai5jirur vis demonflia- noni, ad a:T chone qujcfitam dnigitur' pro- inde ea fula in dem&nfttando attendenda funt, qua: a,i ipfius affcctioms plenam fci- entiair. requiruutur: hrc quum multafint, duolus tan.en p-xcepris omnia perftringi -- poilunt; quum cnim atfedio pcndcat tum g~"Apatubiect»! fj.n acaufajquod ad fubiectum attiiiet, vult demoniirarl de proprio fubic- cto , cui primo incll , non dc aliquo a!io , vt riCbi edc liomine, non de anima'i,vi ties an- guliarquaie, duobus rcctis de tnangulo , non de Jiquiiatcio . neu; de figu»a : quod verbat- llnii it caufam, vult dcmonftraii per caufam prt.x-ma.n, & fibi .rquatam .qua vn i pafita ponitur , & ijuaablat* aufertur, uon per cau- uui aiiquatu couiaiuuem , c» liruotain, H*e i0" *. B ffimidtmi 1 d > j 1 1 , | i * ' I J L i wunui"'— rr — - ac p.arftant.fTimam cam dcmonitrationem eiTe, quum de repropofitanullapotiorex. trui qutat : hocautem dtim dicimus , aiferi- mus in demonftratione fumme tflintialem connexum effe debere afftftioms tum cuin mcdio.perquod demonltratur, tum curn fublcctoj dequodemonftratur: medijverd cum fubieAo non eftneceliariustaiis ellen. tiahs connexus , nequc rcqui. itur.vt alterum alteriuscaufa fit,qumn ncqj fubicdum pro- ptcr n.cdium.neiiue mcdium piopte. fubie- Ctum in demonfttationt fumatur,fed vtrurn. que proprer atTeCiionem : illud itaquedili- genter mfpiciendum eft , quomodo llla duo ad afreftionem ft habeant, non quomodo i- praad feinuicem : potcft enim contingere,vt ab aliqua externa ca.ifa tanquam proxima, & adi-quata effeaus aliquis in aliquo rubie- ctoptoducatur, aulla tameo fitafEnitasilliui C caufc cum illo fubieao , led folum vtriufque cum illaarTeaionei inilloquidem primo re- cepta,abhacvetbproximi ptoduaa, vt ln c- chpfi videmus : quid enim dehacaffedione dicemus?poteftnedemonftrari,annonpo. rcft ? diccrc qubd non poflit , eft cetce abfur- diflimum,quod enim caufam certamhabet t & proximam,& fibi adiciuatain, id quemad- modum ab ea habet vt fit , ita ab ea habet vt co°nofcatur: poteft ergo perillam fciri-.at U pcr talem caufain fcire, proptet quam res eft, demonlltare^rem efl; poterit itaquede ftib- ietfo proprio per ilUrr. caufam demonftra- ri, caque demonftratio potiftima erit: quia nulla piadtantior p:o ilhus affcaionis fcien. tta conitrui poteft : qubd (i nulla cft efleiitia. lis connexto caufae cum fubieao.in quo reci- pirui accidens, quid hoc(quifo) ad eani, quam quxrimus, afteaionis notitiam ? certe ntbil. Hxc omma ita verafunt,vt ex ipfius rei f£ infpeaione omnibus nota cffe debetent, ii temporibus noftns philofophos habeiemus, qui rerum naturas perfcrutando philofophl- renrur, ncc folum verbis Ariftotelisaddiai, eaquefatpiusperperam intelli°entes , adea res i pfas accmumodare ioliti efient, nil aliud qu3erente5,quam quid dicat Ariftoteles, ne. que aiiunde, quam ex ipfius vcrbis argumen- ta ad cmnium cosnitionem, &comproba- tinnemfumentes. w Hisautem fi ratio, quam F cxpltcauimus, perfuadere nonpoteft, faltem Ariftotelis authoritas peifuadeat, qui in i.li- bro Pofteriorum fa:pc dicit.potiflimam efie eam demonftrationem, qua eclipfis inluna • demonftratur pcr obieftionem terrae , Iicet propofitio minor in ea demonftratione ncn poflit vllo modo eiTe perfe: non enim vnum, aut aiterum tantum A' ift"te is locom U Ipi- ccre oportet , fed omnes,& eos inter fe con- ferre , ii jpfitr. mentcm attmgere debeamus: locus tnim locaei aperit, poifumusque ex v- tuus loci lofpedionc in nia^num eirotem 4" Iacobi Zabarcllae Patauini mcidere, in quem, fiatios quoque videri- A nibus prineipiorum poti/T.m. j ^ 1 * mus, non inciJemus. Quoniam .guurex af- nis Ariftotele. vei rna.o em ri^ 5 ^^ ft* : « affeaione , * fubiec/o induGo^ ^^^^1^* 1 °° S ' bt S* fubiefto autem, & caufa propofitlo minor. ^^Tt^V'^'^^ dem.!lf" njamteftum eft in propofitione maiore , & in conclufione.inquibu.affeftio pomcur.co- riexum terminorum efientialcm ooilula- n, fi debcac eflepoMimiademonftratio: m minore autem non requiri nifi vt \cra fit deiBonfiratiorsis confc.( P i.rnu s ey mei, io d» argum . f u(T ,i polTont ex AriftotH? ^ bis deprompta ad huius fententij.^ ' Vet hati "V cunduni modum pertinensf 'rTon' «h' 1 - quod autem al, , f& ai.a ratione "SpS2 ! perle, tumperaeridens fn lurjaineff, Uni tur, facis eft deciaratum iti pr^cedenrih Qu* igitur Sx fiitnnia propof. t ,.nj_ ne -rc tas, &quomodc in demonftrationel r,. habeac. di & u m eft. Si q uit a u tc m fci r * cu *"* uua rttlone r.m.j_r A.illn,,!..:.. •"««. pnmi librt Pofteriotum dicentts, & m edium tertio, & pnrnum medio perfe iaefle opor- teres fiquidem loquitur ibi de iila demoru iiratione, qua; ptr intemam caufim fit.in iKceffe efl,vtmediumvel fitforma lubieai, veJ -.uspiopne-*s,proit.„e vtmi. nor fit per fe, aut pnmo, autfecundo mo- oo , vt fupri declarauimus : fecus eft in ea demonftratione^qusfitperextemamcau- , naoeat,moum eit.biouua fcm, quam fi fub ea prxcepta reducere volu C n », ;J ... * i 1 a. ^ fcire cupiat, mus f \ti s eft fifub il eo Ldc eomptehin P hnRotek > >" PnncU datur, quo comprehend. noteft & ikf^ demonmanor.ivtalem reqmri nec t ff„ 3tr F * tem participetTq^ ad I p^S^cmS" ule S»"P ut [*™ne s,vtv,deamos, exqaarude.e- c.adetnunf-.-atK.nes fecundi ^raaus «toria- tur:fi namq. quotuplex hic derec.us effc poi (it.nouerimus, iam omnesfpecic.,fiuegia- dus demonftrationis confpicui nobis.ac ma- Ctnjititmti nifeft. eru.it. Duobus io locis conaitiones dtmQn(irtt demonftrarionis ab Ariftotele traduntur, iiorttf . prtorlocus eftcaputfecudum primi lib.i Po- ctI . fteriorum, altervero caput quartum cuma- liisduobus f.quentibiis in eoder» tibrorfed ...riiconiiiltum, niu »■ „.,-_nr,,r_ rji*ter ouas ntilla al'i F oeq » ,lie eft fipieiis iunrcon:uitus- °f YflpTeu * :'»«&-- non dicimus Gm 'f' : c n r ert'- pU,.lJeoAriftot.quando 1 r, S o-n-iium Aaal.vticotnm , l.bro.u ;„, „.nribuse_etcon_itioni_.U5, nonpcuuiiic""" (."..■-..-—-■-.■ - - d SuVomnjbiis Ariftot C notiora.pnota & caufe corc ufion,, ,mfi Gnt c'a (ir.de qumus «r . r • vnuier.alia, id eft.vt vnt> f !l Je d-monftratione aauru propofmt, pn- ^ndemonft a.i->neinte.Ux.t, «cdehac T frVntii l'oftcrioribusAnal7tins,oon Kniurn demoltrationum coaffloutt- „„rc enim pluribus e_;et conditionibus, ^aftf ""a fitfde q u,bus%moibt«,Ar,ftot. rSmcpertraaauit.AHajvetbftwii- SScu-itlratioiKSnullamppnam __. Snd.t,onem habent, qua dcmonftrationes £"_..□., fcdquatenus aliqmbus pnmar.a: _S_fc£l Sonftratioms conditionibus pamcipanc, £._„„, vocabuli quoqi partKipatione de. » nl r.nftratione S nom,.iantur: qua verc ■ tatio. nequibufdam illmi condmombus Jtftituta. funi, ea -atione fccundf gradus demonftra ditionesnumerantur, piXter q.jas ntii_aal^a addcnio iftrittonem p itilfi.mm cunftitue- damreq-jirituimamiiU.quin quarto ca- pite declarantur, non f.int aln coiiditiones, qux pr xicr iiia% in d-.iionftrattonc requ:ri- tur.fed foliimadfac: ! .em illarum inuentionc dedarantur ab A:iftotc!e : quandoquldem finehiscondicionlbusiliirepenri ntquciit: non poffjnt enim poncipia eiTe vera,prima, kll. LIU.lI. LfllUl» - de ouini,8f per fe, & vnuier.alia, id eft(vt vno _ vocabulo has omnes comp!e£umur)ni(i fint •fummcnecefljria-.ideorcaeAuetroesinco- mcnt.iS.libru.Pofterio.dicit, Ariftotele,aru ica in TccuJo capitc oftetidifle, principia de- mr>iiftratir-n!seflcnotio,a,pr,ora^n.media- ta, & n cct flaria, quum tamen de ptincipioru neceflltate Anftotclesin eo fecundo capite nihil dixifTci: cognouit enim Auerroes.pnn- { °"> ~J££ ^SSSSS. D cipia n6 ^ ^n * immediata, & cau- twnes d.cuntur, & com aaiec , . r r {r[lmmi nec eflana: impbcite lgic »liciter,demonftratior.es:quare li quam ha- tent eonditionem , qua demonftiationes iicantur , eam per participationem , ha. bent.oropriamvero nullam habent. nifi a.li- cuiu/conditionis defeaum.Hincratio ru- mitur,cur Ariftotelesfoliusprimane demo- ftiaribnts conditionesdocuerjt > ha:namque omnibus i nferui ut d e m o nftrati on ib us: quia ficonioncrim omueiadfint, ptarftanttfllma fas, nififintrUmmeneceflaria: ,mp!,citeig,r: Anftoteles in fecundo illo capite docct.prin cipia eiTe necefTaria, deinde «Ure.S exptersc incapitequarto, 5c duobus aiiisfequetibus: propterea Aueteoes in eodemloco fubiun- «it, bas conditiones prodire ex illisadmo- dum fundamenti, hasnamquein ilhs contt- nentur:quiaprimailIaconditio aba- liisrequcntibusteftringituradillamfpeciem *■ . - . iT. -.:."_ Ltwrrli/ediata pnora^notiora, Sccaura Q*»i,u,*M cocliifionis; h^segoprjmujammaduettiin *m«g«» duo cenera elfe &wS»fiix namq; in tpfa re, * alix "noninre.ftd in ammo demonHrantis __, > Q jUbm- reqniruntut: inipla quidem re puftulacur.vt teR pnncipia fint vcrj. & pnma. fen lmmediara, & priora-ecundi.m na.uram.&caufa; tdclu- fionis, hoc eflcaufaeeffcntti: hana.nqueo- mnes .ondiDones ptincipus adfuut etiam Iacobi ZabarcILx Patauin animo noffro non cogitante.- inanimo aute A du noto dtclaaZlti,^ - 41« «oftro requmtui, vtpnnc.pi. notioracon- rei.quzdem^^^^^ P'i;icitji, _?r tlI,1, «e. noltro requirttui, vt principia notiora con- clufione habeamus,& vt fint nobis caufx co- gnofcendi conclufionem.illa enim pcftrcma conditio [*_»/«] vtrumq, renfum haber.tum effendi , tum cognofcendi , &adiefta fuit ab Ariftotele admelius exprimenduni renfum illarumdu3tumpr_cedentium [notior* , fris«] fiquidem poreranteffenotiora.nec tameneUecau^ coanofcendi coclufionem Ue diata: d.cunturaurem prind^l concl.ifion.s.quandomedimneft»,, lom e«rem, , vt ait ibi Anftot l es .^* **- rncdrnm fit caufa proxima iII 1Us e ff d |°fi naior propofirto eflprima, & '- eft de no-.flr«io pr» fti'^^^ 1 ^ Clturdemon!?r?.tioproptei 0U ,J u' ^ U *dL „ «.ujjutnccnai cocimionem: medium & rand r , 0-9 ^ 'HnuiuienSZ, poteranteffepnorafecundum naturam, ta. B irw™_ i r - c "'' &caur » proxin^ mennoneflecauf_e__ndi: motusen.mla- ec^V r ^ v ' J . wu "°"b An&J ptdisefinobisnotiorprimo motoreetcrno. _.fr,! ™£ ■ 1 ™. a ', no 1 4*«empr,ma-«2S C ai«cramoip,Vum fiabfuerit n 0 „a caufam, fiueeaufam perefteaum, fiue XI • ^JTJ^S^ *™»>'*^& pidis el. nobis notior primo motore eterno, noneft tamennobiscaufa cognofcendi pr,- mum mororcni & forma hominis eft natura pnor motu elemei-t!,attan.en non eftcaufa, vr i.ic motus fiar:ideo Arifto teJes dixit, prm- cipja ita debere elTe notiora, n fi*W cWa: cognofcendi: & ita priora, . tfintcaufa: ef- Tendi.Harum conditionum iJlar, quz ad ani. mumdemonftrantis pertinent.in omnide monftrationccuiufcumquegradus eafit.re pemnturneceffeeft. namfiue effectumpe' caufam, fiuecaufam pereffeaum.fiuequo. cumquc aho modo Tciendi gratia demon- fli emus, oportet propofi tiones notiores no. biseliecondufione, & eaufas .cognofcendi condufionem , fecus ea demonftratio cft inutilis, necnorocn demonftrarionis merc tur. Tres tondjtiones manent, qua. non ad -danimum, fcdrcm folam pertinent, nimi D rumpnncipia effe vera, & cffe prima, ideft omn, medio carenria,qt.o demonftrari pof- BBE & denique cffe caufas rei, qu_c demon- ltratur: pnoraverbfecundum naturam non addimus-funt enim abfque dubio priora, fi lnntcaufaf. Primaquidem conditio anulia demotiftrationefiuepnrni,fiucfecundi ~ra- Om»*de- dus abeflcpotefttquiaomni. demonftratio expropofitionibusveris conftaredebet ,fi n minus, eam nemo vocaret dcmonftratio- nem : imo nonfolum veritas in propofitio nibuscuiusiibetdemonflrationispoftulatur, fcd etiam illa ventatis fpeciec, quar neccfti- t3s diciturmam demonftrationis nojnen ma nifeftefignificat argumentum necelTarium, &e propotitionibus neceffaiiis conflatum: Komnes homines nomine demonft.ationis taiem ratiocinationem intelligunt: eftioitut omnium demonfttationum communis con- ditio,vtprqpofition:busveris, acneceifarris ] conftent:quare exhuius condirionis defeftu nullusconftituitur demonftratisnis gradus. TJuarconditiones i dinquuntur.quaru vtra- iibet fi abfit, demonftratio fecundaria efTi- eitur, qua; folumquod res GtdccJarat,non gropter quidfit, vtfuse, ckclare docet Ari- Ifoteles in capite dccimoptimi libnPofts- norum: aurenim principia funt immcdiata, non funt tamen cauferei, fed potiiis effe- ciuijeaque vocatur demonllratto a Rs.no, ii ue ab cffe-tij;cauram. enim ignotam efte- caufarum fecundarum; fi c enm^ e  ftru,,& m fecunda figurl jn Can, eft^JS^ eftamplior effeau, q Uar e c. pofita _onp«.«. rnrur neceffatio effecius.pro.nde nonpJtefl eitcctus amrmatiue collig. tx iJlacaufi- ei ver. ablata effeauj ex neceflltate aufertur. ideo viHdafemperefteaaraumenutio.qua «neganonecaufEnegatiotffeaus coll.si- tur,1y!log[r mU migiturinftcundafigurafilri neceflr; cft.quod quidcm facile oftendimua momni demonftraticnt tresterminos effe oportet, quum omnisdemoiiftratiofitly!- Jogifmus : termnii igitur erunt, caufa,e_-. ttus,& fubieftum tertium, cui ambo infiint iiueaquoambonegaturj&caufaipfiremo- ta ent tcrmmus medius.efftcius ma.or txnc mitas,fubie3:u vcro minorextremitas: &ac- cepta negatio. caufs dc iJJo rbbie-to.de eo- dem negatione effefius cojiigemus; mpro- politionequidem maioremamfeftueflpoBi mediuterminum cum maiore eittrcniitate, ' pf ° ln ^ c " u i* m 5& efi-ctum.quare maioren. necefieeftaffirmatmam effe ; quonia exeife- ctu ; & caufanonpoteft nifiarnrmatiua enfi- mtio nen non enim hoctllius caufa eiTet, iia.teram de alrsro ne_3rct_r : atvcbfiea °J d I^ Cat £rTe '•"'UCiIalis, oportetcau- lam de cfteitu pr»dican,non effectu ds cau- lajr|uum enim caufalatius patear,qu_in efte- cttis, 417 de (pecicb. Demonftrat. Liber. 418 noteft effeSui de caufa vniurrfali- A" colligereefFectum: debuitigitur Arift. doce- a " 5 ' ° e dkari:« etrt eft autem quando mcdiu oifmutn ' -tiat.. -bnjioo poffe affirtn^ £ mdemonftrari, fed negattue; conclul: „. ne »atiiia erit, ergo altera quoq; propo non maior.hanc entma). ifio i- ta-T- jfitlonemaiorepiEdicatur.earritfle f c cundam,ergo mifoiii propofino- t 3 ranone neceffariam eft, eum fytto in feeunda figura fieri. [dem oftedi- ""Ttiam habita rauone minoris; diximus rous on poffe arErmatiueextaheaura eftc- demonflrari, f ie aatiua erit, e fit ,o crunegttiua, i gmatiuaetieofie.iimuSjergominortatjAi- nesatiua nonhabtt locum nifi inircun- if Lrt idcures ipfa dec!arat:vGluarfis enim , neWtione cauii de fubicfto colligere ne- Snone effeclusde eode,caufa veio & fubie- ftumin talidcmonftrjtioneminore propofi tjcneconftituunt hccigiturexneceffitatee- „. ne( T3tiuarquj: omnu in eo ipfo exemplo, ,H; U ribi Arilt.mamfcftafunt.dfmoftrat ** narietem no refpirai e propterea qubd C rd id contingit: ideo Ariftoteles id corifide- re,quomodo demonftratio acaufaremoti tum in prima,tum infecudafiguta conftrua- tur.Soluitut hoc argumentum optimc ab A- uerroe, quinon lnticiatur, etufmodi caufas dari, fcd ait rard aJmodum id conringere, ideoq; ab Aiiftotele nonfuifle eonfideran- dum.quaniara ea, qur raro eueniunt, exac- cidenti eueniunt r^nec vlla ipforum ratioin difciplinis habenda cft: propreiea Ariftot. id folum refpexit, quod perpetuum eft, 3c dixit demonftrationem ex cauTaremota coflatam. fieri femper in fecunda flgura:fiue enim cau- fa rcmota latioreffecru fueritjfiucciaequalis, vt aliquando contingit.femp cr ab ea ad effe- ftum poiiumus negatiue argumerati, qucm- admodum diximus : negata enim dealiquo fubiecto caufa,deeodem colligetur iiegati» t ffc£tus:fed non fenipci apofitione talis cau- fa; colhgerc licet pofit:onem efl"i:Ctus,imd ra- , „, e V ta nimaI,mediiiigitut eftann*i3i,fub. iecturri paries, maius extremum refpiratio:. minot quide propofitio exanima!i,& parie- teconSata non potefteflenifinegatiua,nul- lus paries eft animal, maiorvero non poteft cflemri hzc,omne refpirans eftanim2l,con- netfa enim falfa efier,non etenim omnc ani- mal rcfpirat: nuiio igituralio modo in his termw. s poteft formari iyilogifmus,quam in fecundi rkurain Cameftres: patetaure ani- I mal eife refpirationii caufam remctam,Scre fpira:ione latius tffe, fiquide datur animal, quoJ non rcfpirat: proximaautem caufa re- fpirationis eftpulmo, caq;cum cffe£t,u,reci- prccatunquiaomnetefpirans habet pulmo nejSiomiit habens puImotierefpirac.Heceft de demoftrationeQuod percaufam remo- tam A riftot fententia, quam optime declara- imrjhi», ront Auerr. &Alexander, fedaiij GtsciThe- &piiU(. ujiftijSj&IoannesGramaticusperperam eu I locum interprctati funt dicentes fyllogifmu aciufa remota n5 minusinprimafigura af- firmatiuum conftrui polTcquam negatiuum infecundaTidq; fuifle eoinlcco pracceptum Atiftoteiis:quorum errore, qui etiam Alpha rabij fuit, effi caciter impugnat ibi Auerroes, Vtapud eum legere pofllimus: habcmus etia eo in ioco diligentem loannis Gtammatiei difputaticnem contra Auerrois, &Alcxan- drifententiam: fed exiis,quaribiab Auerroe dicuntur, faciilimum cuiq; efl folutionede- fumere omnium argumcterum, quae a loan- ne aducrfus Alexandrum adducuntur:imo & *x vetborum Ariftotelis confidcratione fa*i- le quifque poteft Ioannis errorem deprehe- 1i f ^^"'P^^Pteieanoshacdifputationein pra:- (.■mT rcntia fupetfedebimus: vnum adducere Ioan nts srgumentum fatis erit,cui ipfe patiffimu innitttur, djntur caufx remota;, qua"funtx- qualcs'£rTtctibus, & cumillis reciprocantur, efgo exeislUetm prima figuta airjrmauue rare non debuit:qubd autem dicat Ariftote- les, talem demonftrationtm fempcr in fc- cunda figun formari, de ptima veitese vcr. bum quidem faciat, legentibuseumiocum eft manifeftiflimum : quat vero eorum ver- boifi i Grscis adducitur interpretatio, aceo inepta eft, vtquilibetiudiciofus vireiusab. furdicatem per le animaduertcre queat. ' Caput IV. de demonflratione a!> effetlu. DE altera vero dcmonftratione QuQtf, quarab effeau adcaufam progreditur, id annotandum eft, quod nunc de altera de- clarauimus, & ex Auerroe fumitur incom- ment.g?- primi ltb. Pofterior.ck mirorquod amultis logicadocentibus ignoretur, putant ldnlttrum ir enim demonftratione hanc e duobus tantum nrin f, rm i- '■ terminis conftare, effeftu.Bc caufa^vt fi dica. iiilniinJJw mus, eftfumus, ergoeftignis; eftgeneratio, tUnttbigt~ erao eft prima materia: attamen e tribus te» minis eara conftare nccelfe eft,fiquidem om- ^ nis demonftratio eftfyI!ogirmus,tertiu enim fubiectum requiritur, cui amboinfint,&qcP fitin demonftratione minus extremnm : ex eo cnim quod illi fubicclo hunc effedum in- elTcaccipimns, colligimus in eodem inefle caufam quoq; illius effecius, non quod eam F cfleillius caufam cognofcamus, fed quia no. uimus, duo llla perpetuo coniunftaefle: id- eoqt exaltero, quodmanifeftiusineft,inferi- mus alterum quoque ineffe, quodignoraba- mus: quandoigitureffcftusnotioreft, caufa verb ignotiot , cftendimus ineflealicui cau- fam eo quod eidemineft effeclus.vt in natu- rali corpore materiam ineffe, quia in eodera gencratioineft: S naturale corpus motorem habere artcrnum, quonia iterno cieturmo- tu. Huiufmodifunrexemplaomnia, quibus Arifto tdcs hanc dtmonft:atior e deciaratin o 4*9 Iacobi Zabarellae Patauini capite J«imo primihb.Poftsriorum.nam A neq; ab effeftu elTe ad ciufam n-„ • lunat ineue lpha-ricam figurani oftend.r, cd ad effeitu.fed ab effcdtu ad a - C * uf » « 'Odlunaacc.mrj rr.UJ.im,-., ™» r ,„,-,-«>„;■ ..: i_ - l - I I cau :Q,iiaPM m ,,l A„„ a~ . n "^uonts n ~ s ~v,iiviiur4tlr,Q|]« notareeamq;poiTumus f AnfiotelertiiniJo' Henoribus Analytrcu uon vocaffe detij 0 „ ftrationenifiillam.in qua fitprr g r c [Tus vcl i caufaad effeau.velab efrVau ad caufam , fi c enim eft proceffus inter illa, qu jr f unt cl r CI1 _ tiaIitereoniunfta:alium vllum ryllogiritium* ne nominare quidem in us hbns volmt: vbi enirunon adeft effentialis conexus, ibiadefi §- . ' — : - •■.".."..... .«uv.B.m- id.qu£ fic ab efftAu , illi , qua; fi t a catifa remota , prae- ftaiuiortm efle habita & formae , & fims, & jf,g MM , » niateriz» ratione : rTnamque formam fpefle.yir mus,c)cmonftratio ab efteftu aflfirmatiua, & in pnma figurafit, demonfrratio aute a cau. fa remota fit nesjatiua , &in fecunda figurai vt fupra dcmonftrauimus : at prxftat aftir- matio negationi, & prima figura fecundx. Rauone ver6 finis eft nobilior: quiaperfe- ^t„„ m jj ftiorem fcientiam parit. fcientia enim perfc. cia duobus modis dici potcft,autfimplici- ter , au t in genere fuo.id eft rationc rei fcien- ds,quTmeliusrciri nonpofllt: fiientiaqui- deiuiimpliciterperfeaa,eftfcientia propter quid eft : ideo Ariftot.eam vocauit fcientiam iimpliciter diftam ,& demonfttatioquse ta- lem fcietiam pant , demonftratio fimplidter appellatur:fi hoc modo perfeciam fdentiani fumamus,neutrademonftratio quod, fcieti. naeiTedemonftrationcr.i,adue : ?fusqueeEre- E am fadt fimpliciter peifeaam :fedfialtero gicdifputauit Auerroes mconinKnt.p^.pti- milibri Poftciiorum &in Qna-ftionibus lo- modo pcrfectam fcietiaminrelligamus , de- gicis Qnxftione ic. deimonftrarionem verb propter quid omnes histemporibus duplice cffe aiunt, vnam enim dicunrdeclararetan- tum propter quid, alteram vero & propter quid, & quod : ldeo hanc vocat p otilfima,il- lam ver'j propter quid foliim : cuitis dcgma. tis author Auerroesfuit, pones tres demon- ftratior.15 fpecies diftincras ratione quafito lum , qua pcr fingulas declarancur:vr.a cnim «oftendit foliim quod : alia foltim propter quict , quamvocat demonftrationetn cauj^ unriim;alja ver6vtrumquefimui,quarr. fira- plicker demo«ftrattoiiemappeIlat:hanc iJift fictiltatenos pofteriiisconfiderabiniui, p ilis enim de demonftrationc quod,& de Aui cc n- na:op!nione diccndum cft.tanquam de ref.ci!iore,&qu^ paucionbus verbis abfolue- tur. nioiiftratio ab effectu fdentiam paritperfe- ftani ; qu* veib acaufa remota fit , imperfe- ftiiri fcientiam facit: idenim quod demon- ftratione ab effeftu fciendum proponitur, eft cauft ignota: at caufa quatenus cftcaufa,nun poteft per aliam viam meliiis inutft:gari, & cos;nofci quod fit, quam pcrefte6um iiotio- rern ; quam fententiam teftimonio Themiftij F conspiobare pr-flumus, qui in pjocemio pri- mi llbri Pliyficoturo ait [dtmonliratio *b tffe- Itu tjuir.tum &d not zttintt , cfl &fficiinttf[im*~± q-jia quod in ea problema proponitur, non poteft via meliore indagari , quaper effeafi : quod de demor.ftratione.quae fit a caufa re_ mcta.iffererenon pofTumus:quod enim per eam cognofcediini qujerltur,eft i ffccius rgno tus : ai effectus quatcnus eft tffeat,s , m tifia cognorcitur per caufaro proxin>am,qua:n pet remotam : h^c igitui deaionftratio fdea- tiarn paritiaiperfeaaoi tun, Smpltctterjtttra 4^3 habita prnpofiti problematis racionealla Iacobi Zabarelk Patauini 424 C0r. ttnx. definmone effeftus, dum fumitS? • Mma,q 0S vimiie qu-dam remotas 0 ^ 3 P'°-  N m pl citer perfectam non «pant, quianotificat io.um quod eft , tamenratione rei.qua: ad • lcienuum proponitur,perfeaam,& fumcien tem fcientiam parit. Demum eftperfeaior rationematen*. nam materia demonftra- tiomslunt propofitionesneceflaria. ha;aiu nS^fi» nscc ?™ ru » tin demonft.atio- E££n3K - m demonft ™°ne » «u- uam efie per fe, I w£2fo£Lr « em «^Ctcr qmd.nempe ef • . -„ """'««ufaeiusproxirna.&fubieao.cui ***.t£» fu„ per fe £ S^h" pr ° pte ' € > nid C naturl dcmonftr.tiom, parS , ac 'S>* fiii tKt . ii. liturpulir.o.feu puimongVabSo' '" n . 1 * % de eft aftu mimaJ.quare hac ranorie e£ SU '' miliaeadefinirione acc;pi d.citur V r 301 7" admittamus.propofitionemilla-i -.^ - 1 ^ ^5M_ uam effe perfe, faltem dicimus camlToTeT quatenus ipfum : qmaterm.ni non r , ? ffe cantur. Demonftiati j igitur a caufa U materUe quoque h: bita r a . lone , re *P -*^a ftior eft demonftrationc ab tffeOu-qu^ " s '^ t pofitlonei minii nfceffarias habet ■ _.'■! ?T ° nondefuere qu.d^xerint, eam nonffi"^^ monKrationemmiixqutuoc^qu ■ ' tiam/ifeq U ,noiimus J idra!tern ( liceredJ' n " H mus.eameffeimperfectnTimam.&infiroj dus demonftratione.quum conditioujLfS ! cnndomo-do.i^emon^rioneauVabeffe n "^'. mmed ' aBS '^»c. n dirioneft, aueft P erfeprimo,, d c ; fi* S,f5- D ^^ -_"....■«Liuiic dur 20 erre. ctu eft per fe pnmo , idq ; fin e a'iqua ibrurdi- Mte:qu S omnia fusc dcdarauimus.acdemo- «rauunus in libro noftro de propofirionibus neceftanisiquarein demonftrationeab efte- «uoespropo-itionesruntperft.&vniuerra. Jesidemoniiratro vero i caufa remota omnes «mdepropofitiones habetdeonini/cdnul- Jani vMueifilcm . .mo neq ; per fc,nifi fortaf. fe raam.pam habetconclufionem.Sc alteram propofirioncm negatiuas; h_eigiturneq: pri. mo modo , ncq ; fccundo poffunt effe pcr f e - quiainpiopo^tione vniueifahnegatiuafic- « non poreft, v t tcrminorum alter in alterius aetimtione fumatur: reiiqua vero propofi. tio alnrmanua non eft quatenus ipfum, in ea namqueprardicaturdeefteaucauraremota, que ,p.o amplior cft, & cum eo nonrecipro- catur: fed nequeperfe videturelTe talis pro- po.itio : qma caufa remota nonfumiturin dennmone effedus : attamen dicere poffu- mus.earaeffepetfe, quoniam caufa rC mo u, et.i cxprefse non fumiturm definitione etteaus, fumiturtameiiimp],citc,quatenus caufa proxima remotiores omnes comprc Henait^. quea Jmodum enrm alias dinimus, ea propoiuione,in qtia genusremotum de fj>e- cieprardicatur, vr de hominecorpiis, effeper ie pumo modo, quanquam emm in dcfini nonf homims nnn expnmirurcorpus , ftd a riima .ce.iusproximiim.tamen etiam corpus "cadefimaoneaceipidiciiBr: quia oauta mediatis, vtea vna fublatamaanam neccffl tanspartemaufcrre, ac totu,n fcr c eiferun" iem connexu tollere videamui: at in demo„ ftratione ab effedu .ninorera defcft anl [ ner { ft certumeft.quamuis enim defitiIJaeddi& q uod fit ex catifi Sj alteram unten habet quod eit cximmediatisjquacondinoncfcruata ef _ ii- "•■""■'Jiuriiferua- tur manentilla: omnes conditiones, qa x funimam in propofitione ncceinratcrufaci- unt. Hmc St.vt omnes & Jogici, & philofophj ™ ' dum demonftrationii quod mentioncm fi c i_ unt , eam folam refpiciant, qu^ fit 3 b eifeau Auerroes quoq ; in commcnt. 4i. s ..y 4 . pntni Jlfa. 1'ofter. affent eas tres conditiones,deo- mm, per ft, Sc quatenus ipftim.onines repe nn m derdonftrarione quod,fo!am refpiciens eam.qui eftab effeau, &altcram fpernens, dequaidminimeveriimfu.ffet. Ariftot.au- temdeouitaiiquaa. eius facercnicntionem, vtomnem tangerct conditionum defeflum, cum quo nomen demonftiationis feruetur: veJ faltem propter maiorem potilfimx de- monftrarionis dcclaraticne.vt pcr hatum de." 1 monftrationum interft comparationemca- gnofteremus, quanti morneti fit illarum eon d.tionumdefcc3us, & quimneceffariumfit, *■ eas omnes coniunftim i n ceitionfiratioiie reperiri , fi perfefiam parere fcientiam de- btat. Eflprreterea demonftratioabeffeftuiij ^mkA & Icientns vfi tatiffima, p.^ftrtimmnaturali:'*»,'"»'!»^ tfemonftratio autem aca-fa 1 emoia, mulio/"-'"''** mitius in vfu eft : tunc enim ea vtiraiir, quar:-^ do caufam prcximam notam ncnhabctuus ; - quiafi hanchabearn.js,ftcrni.T.us remotam: MttM* m philofophia quidem naturali Anft. vnum Jri$»t egolocnm obferuau:, in qtio Arift.vfum cffe Mfty w , . 1 ' . 1. 1 1 I L 1 puto demonftratione a caufaremota, quod aute mc nemo aliusanimaducrtit, isautem loCM 4« de fpecieb.Demonftrat. Liber. 4 2 ^ ,aini-iu-u8. libriPhyffcorum,quan- A ■ d " A Vim eius confiiium in eo libro tuenc fe/SnTatem demouftrarc*» fuam 10 !nsm Sc aequatani eauftm.qu.e vnaeft. IfSw immobiiis^enitus, hactame • ff 0t nftrationc ftatim vti non potuit; quo- rd£n, °" u cternu, otferebaturincoani-iH, 1,111,1 v n or««"on fitdcmonftratto: ideoquu 1 mnnve nec-tfum efTct arternum motu per «■ftrn rcgredtad xrernum motum 4 cotn- t-.CJ ;m per demonftratione . ?t Ln*tavti, fedilliquoqjdemonftrationl 'Vk&to eadcm obftahat difl_cu!tas : mo cus iarcmw. p.rqu_ folum poteft pnmus £r xce.nus.nueniri.no* m.mis .gnotus Sferebatur. quamipfe pr.mus motonob td ' BMueimotJ admotorem.nequeamotoi* ? motum progredi poterat Anft. futtiguur roaftusa" . lllm adinuenircviam.quaxter- -num .notun.,rilteq_uod daretur,oftenderet, eruditos:vul?aresenim,quinon remper ..■.'._- fam proximam noritnt.farpeafferur-rcmo, tam:hancdicttibi Ariftoteles per exceiTuni adduci,excedit en.m fu3 amplitudinetfie- ftum :idco!ixc dem 6 ftrationis fpecies ne- fcio quid . itiofi prs fe fert, exceffu. enim,Sc id,quod nimium dicitur,vitiofum putan fo_ let:& Aue.rocsf_.pe dicitcaufam remoram, fi cum eo crfeAu C-.nfeiatur,a quo eit remo- ta,nurnerariiritcr!lla,qua;ex accidenti funt. Quanta icitur (it huius deroonftrarionis ita- perfcaiorinanifeftum eft. Caput II X. in quo Auicemfd fententix tontra demonftrationstn ab ejfeftu (xponitur, &argumtntis probatur. AV i c e n tj a verononmedo hanc. fed etiam demoftrationemabeffcflu indL gn_m effe ncmincdemonfttationis conftan terafferuit,&adhoeprobandumvfus eftar- gumento valde efficaci, quod Auerromon u ^4tgm paruu nesotiumfaceftlt, fictalefuit: omnis^>-. Umk demonftratioeftargumentum neceflaiium,«« &expropofitionibusneceflanisconftans: at fvliog.fmus hicab effecln non eft huiufmodi, e'rgo"non ei.dcmonftr3tio:maior propofitio probanone noneget,quumvis ipfiusvoca iceit' num.otun^ltequoadaretuj ^o. lenucn*. ^ -^^nftrationem eiTe fylio ^^^ u Si^*S5SS? eifmum quermam necefla^idq-, Ar.fto Itt.sfmobili latc fumpt.s, pr obat hancnega riuam motum nunquam Cfepifle, Scnunqua rcfijtu umieamenini (.fte demonitrationem propKrquid.vtaliquidixe^oc^falfumom- ninoeft.quumconiiderantibus nianitcltum fit.nil almd pei eam notificari, qquod detur 21 - tu5 motus, fed non cur detur, quia cau- pfius Ktpiata ibi non addumur, qux eft . prin.us motor immobilis, fed non motor la. t te3--ceptus, qus cft caufa ampla, & remota: rat.o tamen illa in ptincipns philorophix Ariftotciii neccflatia eft:ideo quum neque litacaufa proxima,neque ab effectu, dicere co^imur, eam efle a catifa rcmota^eaque A- nft Jtelem vfum effc.neceflitate coaftii Hic de loco i!lo dicire voluimus ,Tt intelligatur, ;qual-fnam fic z?vd phiiofophos buius de- rconftrationisvfusjSccureafttparumvfitJta .A 1 _: — r._:_ ; r-;s^j 3m rerum qux- imas, non per „.emota,qua: re_ fpeft-aiicuiusefFcausnofitcaufa proxima, vrmotor fimpliciter acccptus, (inoneftff- quata cauTa a-serni motus, falte eft a-quata, & pro.vima caufa motus fimplicitcr rumpti.per illam igirur eft demonftrandus morus, fed non xrernn s.motus. Videtur autc Ariftot.in illo can. lo.fb.l. Pofter.fignificare. hunc de. monfttadi modum a caufa remota apud vul- garespotius homines in vfu e_fe,quam apud UU.ll ... r gifmum querrdani neceflatitlrn,iaq-, Ariito- telesapcrte pronunciauit in context. 5!.pti- Bii hbri Poftenotum,vbi inquit [ni/ex nrcep [irtU fyllogifmtn fiat,non pofHtnut flixm h*her* jaentiam tteyne propter yHidfit,ne^iit  '° ril Vl finonpot.ffimam, faltemnobj fe nei ?' ' iimam ad caufarum ih_-^_^j ,uril CifnriC i »-;&Auerrt^ J ««'ofit,no n potefi ite^Z&^i""*- *2? ««« oAedimu.: *o„„ ,_ .". : ° Cc : - u «d c_tu,,. 8 ""' clt " ,ur ' ,nd "eq; vere dect-iauimu.-oun ,f ir,f . vno^ t traftario eoS Anli ° t " li » E mine arqmuorn . . _, £ " n r °' 0 n °- rent. nondeh u ?fle^ "nuenj, &itatraftant,,r ratj,,aftatUr tamen. flcrio ,Cs An_l. " r ' Arlfiote,em in P«_l ->"o .ifm^age^ftS r fcffode,lfl ' C- tfnBl /*- profoia mii r ..M,. 01 '.nCJe _,, .«h pIa J &a,,«,ft,_Tf n ,artlf "t.aquoc;ue &am- e^ffi dc* 4 2 9 ckfpecieb. Demonftmt. Liber. ±w m t** ' ~ 1J . J ] ^rtll M ^Arthf (11 fl * _ II ati-nis compreheudit, quzcumqi A fcitur; idem autem fine caufa cognitumne- demonfc» 11 ?"^ ™ ,| cund jg r _dus demon. «•»* Anfrenna olus habere ceitltudin.s. illafitfiue pi n > , _„„„,)„ n , n fi_i_r_ien- anlufte vcro , quando pro fola fc.en- 0 P finis eft,aecipitur : & Ariftoteles in eif- """fiS Pofterioribus Ana!yticisdebuit& ^ZLs imperfe Aam fcientiam rer P ice- P A-Hemonarationem tum primariam,tuni t f > iX : ^nfT.^crire: iniiua emm difci- i!f4am,& imperfe Aam fcientiam rer P ice- P « I acmooftrationem tum pnmariam.tum fefflndariam confiderare; inqua enimdifcju 1 naid ineo g=nerepra;cipuum cft, f r aftat«r,in eadem cetera quoque eius gene- ■ rnx oer pirtici nationem , & per penden- S>m "b ilioalia dicuntur, traftari debenr. X. in quo argumntxpro Auicenna adducla foluuntur. CO g n t t a tei veritate , ad contrario- tum argumentorum folutionem acce- .imVum eft; argumencumquidem Auicen gauit Auiccnnn plus habere cettitudwii, quam habeat propofitio, qu£ fitfolumde omni , vc eadem certnudine cognofcatm a nobis illa propofitio, omnis coruus eftni- ger,atqueilla,omnishomocftnfibilis,quan- do fine caufacognofcitur; quod quidemfi verum cflet,a>gumenturn Auicenn _ demon- Rraret : quii propofitio illa , quar a nobis co. gnofcitur folum vt dcomni, nonhabettan- tam neceiluatem , &tantam certitu#nem_ quantam nomen dcraonftrarionis etiam la- te acceptum requirit. Auerroes aCt in memo ratislocisait, rnagna efleharum propofitio- num diffetentiarmnam lice'tcam propofitio- nem,omnishomo e[trifibilis,cognofcamus fine ccgnitionc caufe: eam tlmen cognofci- raus vc habentem connexum effenciarem , 8c vtperfe:quoniam enim videmus,accides iu ludillifubieftofoliinhiircrej&eiuspropriu S^SrSr: c ^r -ns noftra etiam fine «.S*^ njab * u V ro " n ,£ erfv-Su ,fi re m i- coenofcit ipfum inellc per fe, & elfentiah- «F ! * ?»i^ n . ft ^±f^5S£ ter : promde Uit fubiedum rn eius dcfin,- Dlani fpeftemus, non minusfuntneccllariJt, honminut per fe , Scquatenus ipfum , quam nropofitiones demonltratioms potiilimae: _r fiar.imum noftrum refpiciamits , non ita __anofcunturaiiobisvtneceflarie,vtpropo- fitioncs potifftma: demonfirationis:atcarnen aliauam in eis ncccflitatem cognofamus , fi nor tantam.quanta reuera eft , faltem tanta, ter : ptomde fumit fiibieftum in eius deSni- t!one:ideof3tf,econtin_it,vt talcmacciden- tis dcfinitionem traditam per folum fiibie- Sum notam habeamus, dum caufam illius proximam iguoramus , &videtur ( inquit A- Subit8_"* "« proximam , vc horao rattonalitatem , & eam " H / a """" quEiuri"-! ,y / i_„„» j, r u. tur-.vtieitutcoenofcamus,nUbllcinelieho quz iuium 1 »'. v"-s ' . tu-aui dcmonftrationis feruare queat; dccla- fcwtMi-tat autcm hoc Auenoes confiderando cres „,uU>-> ,ieeffedUS ^proximaqu^fumrturindeLrionc e .«ii,, aaucomprehendiroripropofirio cenit.._,r_scogn.tam, vtdeir.onfiratiuaan PeJanmcreatur. H_:c cftAuerro ; "foot ma acprotund ; /nma, quam ai, os penetraf firnoo vid.o. KcJiq.a onmia faal e p er ea Mftotefc' &"a' f ° iUtint ^ *"»»° «» Mi,oteie_ & Aueiroes, _.G,a.ci demo-fl.. fne?A^ £- aS ?' Umaa > ac r ««utiam P a. gmunt Proiolapraeopua, &fim ljci dj _ fta, q Ua ranonenos quo* afleue^ou^ mooftratronen, quod non eife demonftra" ^»«'»"«/0«tiam pa, ere : at deSS fionem , « Tciennam late fumendo, n„ n ne lltZ ; pi h 9WDd «? »«*»wate com prebau.mu.; idemQue adpoftremum argu «entum d.cimus : nam fidemonl. atbnl.' icfcenriam ftriae f_-__amus- v r.ftotefcs ,„ f.cundo capite pn^bTfe «.norum, totum eoncedimus . fi m 6 ia te nesamu. anteced.ns, nam demonftrt" «o quo d , fi non taiem fcientiam patS* fit cogniao rei per caufam, CoT, [t i !q efl am 'j&V CUm Sthu-S m.M "'^"o.^^eutiamurifteiuma- mus, demonilrationem ve,o Jate , neeanda eft eonfequentia ; non enim fi priffini io pacto eile demonfirationem, fedfolum Tacobi ZabarelkPatauini fls crtcnt^ r,-i ....... „_r_ « n peltate tumIogic_e,ti f? r " r «>p™ " u -f* urtmqu- fimul, qux C ll o m^ S^ fma demonftratio, vtapud .^lV^ " ant * fiimusmultisinlocis Dn_ferrim * we W* C tano pr. p nrnl Cfi S"?» tomein cap. dedemonftratione in . ' ttfiojr. fccundi hb„ decceh Ar ^ libro CoUiact caMue ^ Fr ' n fententiam fuitfc & veram, ac rationi confentancam ; vanam autem , & commenti.iam.entcn:iamAuenoi.,quiva- .__,.. riusquoque,&.inconitaushacinrefjit:iuq; ..»_ _« piures Auerroiftas Auerrosm omnino tuert volentes ad hoc confugcre coegit, vt dice- rentliteram Auerrois mulris in iocis mendo- _ fam.e_e 3 prapr_reaeamabf-_ vl!o aniiqui.ac fidedigni co-.icsste_;mo_iocoriigere, &af- firmantem ir. ne gantem , & negantem in af- firmantem propria authoritate mutarc auii funt. C_terura quia f_pc coutingic , vt qui Litlit d Ufiwium diftinaa* cognoueruncvnam * C %- £m a"M ett, alteram proptetquid *_ ,_. notifiimam efie demonftraucnem f ' Z ^tCluoz diuerf* fpec.es uemon_ jS*. *■ i;rJutn^S?«« C Pua^SS^UqVod dogma^.ende -„_ d.cuur P^P;" e r^;.fi; ui d em ponor rc conte^unt,inaUoscomplures erroresla. Koqoenonuneappel.ecm,^maem pu^ bantui-fiquideeavno dato abfurdo multafe- quutltur. hinc faftunmft , vc _ feaatoilbus A. ueriois plurimx ad efm de.end.ndurnine- pti_ excngitita» fint , quas ne ipfe quidem , S viueret.Auerroes admittercuidcirco nos.qui non altercaudi, vel pungedi, fcdiuuandi gra- tia hanc prouincia fufcepimus.earum quam- plurimas, qu_ confutatione dign_ non funt. »«• »" m Z d 'fcrim ne fi^ D mtffas faciemu S ,&i!lastanmmconfutartag- oiumum rpen-tud^icnminciioi u profef r otUrn _ U t_onta- te,velaliquaventatis,3cfiimitatisTpeciede- ctpere iiudiofotum adolefcc_tium animos, &in hunc ertorera traherefacilepofleexilti, mabimus. £ ,nft.-a-io non ca.urquam ea,qu_ notl- S^^-rq-i-cftMa^Gr^diccnie. .eraftmVer demoi.ftiationem inccile«re. S e " A iftutelis quoque teftimomum adeft, !_iinca.itedecmv prtm.libnPofteiiorum __>s raxiim poiuit lummas deiuonftratio- „i 3 foecies, »ta:i«a proprius locui, in ouodeoainium [peaftum dtfcnmtnc * .icenJtmi ptopofuit: nam fi doccre voluit, ' «uor modis perdefeaumcondttionum po- riffirr- demonftraticms demonftratio fe- cu- Jteradus ti-t , qui notlficat folum quod eft._" auc dtfni«it cum diligentia in eam, oij_ eftsb effcctu, & eani.quxa eaufaremo- O,nonne debutc et am dcclarare, quomodo ■ Pct alicuius contiif.onis deftaumnonhce- m, Mam propter quid eft > certi: multo ml- ris d bait,ou um dctn 01: (b atio propter quld detnori'ir:-ione q-:ou lorgc prarltantiorfit. Q_' J J( ' c l u ' s dicac, Auftoteieminaltiifupta .jnemoratiilocisiiiarum tiiumfpecierum de- inonftritionismentioncm feciilV •, hoc ad A- ti-ot-lem defc.ide i-um , non fatiseft: M qnidem non mfdo ea^, vanis in locis nomi- n.-:£,fed cttam ali. uoinioco ipfsrum difcti- _iiide:!a;aie dchuir , quod nulhbi fecifte comprrttur, quum tamen aliavum demon- 1 _rationum dilcrimitia dilircntiftime deda- raacnt; neq, fatis cft ipfum dixiffe eas difter- te, quonta h_c notilicatfolum propterqmd; iiia Ytro propter quid,Scquod: quemadmo- dum non fatis fuit dixiffe Kanc riadere (blurn |og ntionem tpfius qnod,illam vetb p opter i?ui J : feJ tjtionem liuius djffeiminis amilir, -ftsndens ob qucm defcftum h_C dcd:tret -)l_rn quad eft, qtiare omnino debuitillud quoqut fimiltter , imo rouko ma^is ,!ec!ara- re, cur aliquademotiftratio tiotiftctt lolum proj!ter quiue_l,& juirnaaidcfec.us;r_pe- Caput XUI. in quo vAtuAuerroiprum fententia cn.trrMtur, & inttr fe comps- : ranturje dtjfcTettfikitffifas demonftra- t;o propter q ttid kfdUptBlA dijliiiguatur. QVo n 1* m tota contTOutr-ia in hoc: pt-lita eft, an denionftratio propter Sq-iu, d-j-emonftratio potiffima fiht du_ dc- monltratioiii- fpe.ies re diftincfx, vt Auer- roift_ putant, cwidicunt poLiflimam de- moiiftrarionem etTeprimi graaus demoltra- : tioncn^eam verbjquampropterquidappei- lant.eile fecundi sradu Si & esm,qu_ declarat fclum quod t ft,efi. tcrtij gradus,-lt />.,. ,• — ' --•v. mui ocrnarilinus Tonii tanus pratceptor, & i„ Iogicapubl.ee nt«t pretaada oltmpraeceffor meJtrcidiS ««MWjbsduxilte dcmonftrariones ciTcn WmedM 5 lecundam e* tcrminorum recipro- catlone ; temam exns.qu* quarruntur sT ucr a^ssi^^-^K b fJm^rlft effie ««*;in potiffinu vero rofteriorum,vbi dtcit caufem effeciricem ex- ternamnoningredideraonftrationempotif- gmti: na.r, demoftrario potiifiS^ d.um r.otfi primo no nol™ [ -' 10tu ^&na3 6uno t , 0 , ep erd em onftr 3 tio, cl / 1 U b Se ^ proptetea dcn.onarat.onem p opfer eft,remper P r: Ecs dr t demonfr r P at ? 0 ^" ? c '« '«qidm.oprtr.t.opotiffima 6t P effi3 Ptim oll oois notuir!;dtmonftrl ^ r ^,u m Pter quid, fitpermed.um non primA P ^ f. . " ■"""'"iffii. . ;-- • s -»nmurmodi caufas ha. berelocumir.demonitrationeC»n,;S!iiide monftrationecaufe.Vidcturetiamhancfen. renriam fignificaffe Ariftot. in fecundo l.bro Poftenorum in cap.de caufis.vbi docet,quo- mododemonftratto fiatpercaufam marlria- v & P e , r f. ffearlcerl, ' & P«finalem ( defor- niali nihiJ dicit, igiturde potiflima demon- itratione (bt non loquitur/ed de demonft-a- nonepropter quid,& ffghificfcfcanc fieri P er has tres caufas, illan, vcrd per fo rmaje folam Raaoneauteni terminorumdifferiithjdus t.flima fit femper e* terminij panWS rCcfi procantibus ; dcmonftratio autem propter qu.d fien poteft tum ex reciprocatibus, mm * *"*F.,.; ■ wat n °n declarernobis nin n,n»„. f... ; *T . -, . -— r «"Muu^iiuia.r. tia fumiturex Auerroe in codem loco .dicit enim caufam erFeAriccm externam nonin- gredi demonftrationem llmpliciter diclam, fed demot,ftrat,onem cauftipropterca quod taliscaufacum fuo cftedu non reciprocatur E* us demum,quaf tjujerfitur.differuDttquo ' mam demonftiatiopotiffimadeelaratfimul vtrumq; quifitum : at demonftratio propter quid non oftend.t rem effe.fcdroJum pro- P.«tguidfit,vndeetiamapp e |I«ionemacce F pit: hancpoftremaru djfreietiamniamfefttf ftmc pomt Auerroes in plurib. Jocis. pr*r e r' tim m commentariis 1J.pr.p7.prim.itb.P0. ficriorum,&in ?9 .&4o.fecu.id: i &.nEptto me m cap ue Dem on «rarion e,& in comrr.L * tanojf. fecundil.br. de C«!o 5 cuius v erba td&m quumclarafint.nonrefcremus. SedH'ero »f.n... nymus Balduinus nuilam harum dtfFerentia" rum rccipit, m/> tertiam, q ua; i quxfi tis fu.ni tur,& aliam .pfe additratione medij, no qu." dcmobahquem defcdum ia conditionibu" s- -ntiamprotul^^-n^^-^V quamfiAuerroisfuiff.Jicamus- vtXSS dum effearb.tror.ma^.s «cufare J C, ■ omn.no, ralteai modo aJiqnodefe„/ ^ ueiroem poffnmui ; quod fiTom.S^^ nam Auerroi «abi?.^- fjfc J", d& ftotcles ean, tueri ; .,. fa ftInl *l ! ^i*** i>tevir,d i c 1 ,epo !;3C 4 du ~^ res diftcrenti* a Tomitano «aon^iieq; verbis AnftoteJ,:- co:2t*Z> imonec : uc Auerrois, mS inconftaS^H repugnaatum macdib.lem ,:: ,, 5 d ^ namus, qur omnia m..x a 1: ,;,U C j*^ dedaraountur. Inili.s aiteai d«ib u «„? «ombu, a BaJduiuo ,. ^ mus, cas modo quodam inidem coincidw quum a tcra a teram ex ncceffitate cfir«3l tur; quod enim ^m^n..... lo 'ile nuncdtmon- ftrauinius.fi veib dicant,in hoc tflc confisttt- turrj h.::u demor.ftrationi!m dikrimen.qubd demor.i.ratio proptcr qai J fieii poteft, & F performaLm caufam, &ptralias,potiffima veto perfohm formalcmjtunc fequitirr dif- fcf«ntiarr. hincnon clTe perpttuam, fed fe. par.bilem,8caccidentariam 3 quum detur de- monft.-tio aliqua proptcr quid , quarnoc di!cnminc i potifiirpa non drfcreper, aliam igitut excos;itentdiff.r_tiam opoitet,m qua «conftituta natura huius dernonftrationis proptcr t;uid, & cam perpetub feparet apo_- -■7 a ' tiiHi.ra. ?r_;tcrea qmdicunt, propriam cfle **'"*"' F-Lilimx Uemonft.rar.iuni-. condi.iune_-,vt quajcaufdmfuareffentia: externam habcntj illoium verb, qua?c3ufam fuam nonexter. namji. d intcmam habent, non efle demon. ftrationem. quomodo igitur dicere aliquis poteft potifflmam demoltrationem flen per caufam internam formalem.quum Ariftote- les clarcdicat, eamfemper fieri per exter- nam, &Auenoesid apert- & orc rotundo confittatur? At vetbadidfortafle confugl- gj^'»fi"pf » ent aducrrani, vt dicant caufam effcancem, -4««/-»-'. vel aliam aliquam tunc vocariformam per fi- milituHinem,qua'ndo femper comitaturef- fecium,& in eius definirione fumitur,&hac in dcmonftratione potiffima medjum effc, fed non formam propric diftara, qui inter- nacaufacft,in dcmonftratione autem pro- pter quid eas caufas externas fumi, qua. cum E cfteftibusnonreciprocatur.&in eorumde- finitionibus non accipiuntur; quam fcntcn- tiam vid etur figmficare Auerroesin J4.& ]S- commentanisprimilibri Pofteriorum. Hoc fidicanr, pugnanriadicunt, qua: confiftere impugxMfti nequeuntnta enim dicunt.demoflrationem propter quid no effe propter quid.nam cau- ja.qua: in definirione efireftus non accipitur, non tradir iliius cognitionem quid fit. quae autcm caura non declatat quid efi, ea neque ■ propterquideftdeclararepoteft,claraefte- nimfententia A.tiftotelis in fecundoPofte- noium lib.qubdidcm eft fcire propter quld eft,& fcire quid eft: &quzcunq;demonftra- •tio dcciarat propter quid eft.eadem declarat etiam quid cftjvnde fequitui,vtqua. non de- clarat quid cft, ea non poffit dedararc pro- ptcrqurdcft Aduerfantur etiam Auerroi.fi itadicantmam in fccundo Pofteriorum mul- tisin Iocis, praefettira in commentan.s & 40. inquit tam demonftrationem caufat uaiin. _uam demonftririoiiem fisnplitiwi 439 Iacobi Zabarelte Patauini niponempulla .g.turcaufa, qus non pona. un 7 t k M; 1 Uura e «'m poffiU,* firum pendere. ^"«ibu. * r> --_._-, ^ u nuu puna turin definitione .rleaus, p.tefl tradcrec iusfcienti_propterquid eft; & nulla deraon r,r,Um '"."^"'^""Propterquid.queiade. Tfr '""" finitioncm non conuenatur. Pr_.ter"ea ad g xm, n ,um. uetru . h _ nc prirnam dir._-er_.jarn ipft Au rr- roes clamatin Epiromc rp capite de demou-, ftratione, vbi demon!.ration_m in illastres farum pcndere, P erformi,nJ_-___ tur demonllrat.one ooxii&mr^**^ " U fa f demo„ ftr3t ii n ;;:;:;;p;-- S ve IO fingul.sgeneribus caufa proxim_ T- ' ^ --'jfaproxiro . „. ' ln n .•ccipiaturdedid abfurdiflirnu.; !(i'L fm «- lopaftone.ipotei.: (; fflt > & ntt. in p.incpio fecnd, J,bri Poflc-,. r.?J . clanus „ calce e,us hbri, v bi A. 0 ™ ' I & 97. comme,.tar„s ciar e dic* v ■ ius ,i? 9 * ■ - - . — •_"-- .-I.IUI-I, U- U_|- D[isiing:il,.rc Iocu_urumproponi. ; o_p __.- quamlongofermonedc den.6ftratione iim plinter difta !oc_tus cit, incipit declararc dcmonftranonem cauu tanttimrdeinde de- mon.tratii.ni_m quod, 4. -ingularum condi- tiones exponit; fed dem6_. vationis propter quid nullas aftert nouas conditione., quibus apoti.1iiuademonitrationedifiinguatur,fed pccrquam res ._.,& ( ut: fit mediu^ lJ'°- ftr.t.onis dedarantisVtopternu d * °_' &rar,onem aftct: quo^.am ha?c «Jf^^ eandemproprie.atem.condi.ionesquidcm C -" • • a,t,etcnm vn.ui - -» prmcipiorum intelligit, proprietatcrn aute vocat ipfam vtm exhib-di defini.ionem per- feftam.qua. e demoii-tratione ediicitur , vis enimilJaeltpropriet-s qu_edam eascondi- tiones ex neceflitateconfequens. flibiungit autemintereashocvnumdifciimen, quod exi(le'tia effeftus eft nobis rotaante demon- itrationempropterquid: ideopeream non ^«-ineo^_mi;commcn^S pnmihbr.d.c.t.mus reiw.am cf ! 4i . ftrationem A v nam _ efinitlo _ c ^d-c„ rc qu S i?ta._i na cft caura. Anfl.tele» n__ w nondixitlcireeiTe cauras co.no "e? ^ P«r quas res eft, fcd caulam dT_it in finffi nnumero , propter q Uani res eft hTc |^ vniusre.vn... ih ... _ " ' xc euitn wnius re, vna eli." Non p o te i i Ig V tu l a 7 1^» ^da«oc;r.a re r,^ ante demonftrarionem potiffin.am ignota I rf ™ ^ uf '' ? ua: ' Um VOi « eftextftentiacflfeaus.poAea tranfiens ?d d. . ' t_ i _° plcr a u . ,d > a!i ' ver6 prap te - - -.- "r p-uiuui.m ignota elt exiftcntiacflfeaus.poftca tranfiens ad de- monftiationeni quod, dicit eamquoque ha- bereeafdem coditioncs.non tamen omncs: - - » .].. — ., i.iuLii i : i . • z : . quiaahqua eideeft, vtnos fupri dcciaraui. mus. negatigitur Auenoes demonlrratian. piopter quid i potilfima diffVrrc incondi- tlonibuspnncpiorum.fcuin conditionibus terminimedij . namconditior.es principio- rumluntconditiones mcdij: atin conditio- nibus principiori.dif.errent, fiha-cpercau- o. r f ara fulamformalem ficrer, iilavejo per a- «**_£«./_ J iS Neciue d;Ci?r ealiquis potcft, duaselfe pr, «iMtrj*- fp . cles dtmorirationispropterquidjvnam, qua?apotiflima non dilijnguitur in condi- tion ibus principiorum,red co ranttim difcri. mincrat[onenof.ri,quod ibiab Auerroeta- gitur_ altcram vrro. quein conditionibus principiorum differtapotiffima, quumfiat cs ahis caufarum generibus prarter forma- tmpugnitie. Jem;huius enim demoiiftratioms nullam fa- citibi mcntionem Auerrocs, quumtamen omnes demonftrationis ipccies dilioenter entimeret, & fingulas ordinarim decl2ret: namibi ex profeffb de bnmi.us Tpeciebu» demonftranonis loqnitur : quirenullaaiia, fpecics ciemonftrarionis caufc tantam firit cogn t.; Auerroi pneter illam, qnam diciti _T»_. t*ra -rpotiifima in condirionibus n6 d;ft_ire. Pt . Z»mtr,tum. tereai. h.vcfententii admitteretur.fequercl turrnatn.& eandemrempotTc peraium, & qu,dA quod.,mo h J,-,W X u? imphcanJ^S cn.mdicimu_,percaDfam aliqwm dcd.nu rip IO pterqu,u t ft, dicimus ,ilam tiTecau. ' lam, picpter . ca fcscft.-at qjifi er i poteft vte.ntcaura, _q__ rM h ab«lt£ nec oAei^t remdlV ; \on polluntalteS § adueila^.ceretaiemcaufam nondccli* Ere rem c^:quia,d nocum ,.t firc.imdif. rerennam, ae qua nunc Joquimur, deferunt &ada.,amconfug,_ n t, d.qua .ofteiiuilo! quemur: etcmm perh*c, ,;, ; :c m odo dixi. mus.eam tantum piimam differcntnm con- tutarc voIumus.quum dicunt demonftratio- nepropterqmd nonfieri pei caufam .brma. Iem,ledpcrai,as:nam fi aliccau.. 3 r«ter.ot maLemdedarant.«cproptrrouid:&qn_-_.W cogu n t U rcc 3 ..ter.t a le 1 n d_monftra t ion £ m I- eiie poti-5mam,q a _ m -.r.- .;: fi rou J - aae n io _ m fatiifaciat. „ vero dicant, vt dicer? vidcn. tur.pereas declarari tantum propter quid, led non quod.cogitandum ... eir,ouommio eam,quam modoconfide.^u.mus, .iifficolta. temc&tigcrepoffint.&quomoJoraijs fitha rum caufa.um condit,.,, x n.uu a/.-t. quura" lintcauir propter quasreseft, & dtclarcnt propter quideft, tamen quod ea resiit.no. tihL.vc nequeant. hoc.nim mirabjle diflu eir,4. quod huniana mcns c_mpich:ndere non vaJeat.Ratioigitur.cu; harc uem oftratio dcdaret de/becieb.Demonftrat. Liber. 442 . - ■ *_* .*■"_ ___ 1 _ tnllm^ m (i _> nnl m P 101 fuit pofita: imb ipfius verbis ma- *£!ZuSvt demonftrau.mus.Vl- _ ._ „eturq ulu . ,., - , m aJ haiicien.e- detorqui -p 0 ft er j 0 r_m ad haiicfeiue- ,« a differentia non minoiem ha- bet abfurduarem , quam prima;dicunt enim, demonltrationem piopter qutd fieri polTe exterminisnon rcciproc-ntibus; po- tiflimam verb nunquam,fedremperereci- procantibus; quac fententia vana , & ridieu- la eft : quoniam Ariftotele- in con ditionibus Primnm *r- potiflimi demonflrarionisnufquamnume- gnmtninM. rauit terminorumrcciprocatlonem, fedta- les conditiones adduxit, quasrcciprocatio _I_ _.__ - P__ roi.rnr * i n _ l i ltu , r . *?: f „„ ._ neceffariaUlatioeffeftus C terminotum exnecellnace confequiturtan ffnulia ueri p°«- nroo.cr quamproprictase6ditionesinfequens,non «" _fc caufa ? & quomodo eft caufa , prop tci ' U mrc S eft ; fieapofitac&ec.usnon P on.- ? ur > «uod fi loquitur de demonftranone a ._ufaremota,opt.me dicit,quomam hrc de- monftratio fit femper negatiua, vt fupra de- monfttauimus. quare exnegatione talis ciu- fc rca.colligeturncgatio effeftus. Prster- ea ratio , quaibi Aue.roes vtitur ad oftende- dum, cur talis cauraindemonftrationepo- tifiimalocum non lubeat, eft, quiademon- ftratio potiffima eft poteftate definuio , quu nediuui flt definitiomaioris cxtremi . eiuf: mo^i auremcaufa in definitioneeffedusno futnitut. quare dcmonftratio pereamfa3a non tridtt nobis definitionern effcdus , nec erir potefiate derinitio; ba;c certe cftracio Auerrds : at quisnon videat , eadem ratione oflendi fecundum Auerroem,qudd nequein demoi:ffatione ab eo vocata propterquid tilis caufilocumhabere poteft r" liquidem i- ! pfius fententia fuir, quod dcmonftratio pio- pttr quid ita fit definitio potcftate, vt de- monftratio pot;lTima,quia eafdemhabetco- ditiones , & eandem propricratem. Igiturdi- xendum videtur, Auerroem ibi non oqui de demonftratione proptcrquid, fcd de demo- fttationeao cfteau, & de ca, quiE eftacaufa rerncta ; poffiimusenim ab cff.au talem cau- 6m demoniitate , poflumus etiamabeaad efFectum procedere negando , fcd non affir- tnando. Hoc mcdo Aucrroem egregiede- fcndimus : quod fiipfe lntciligat demonftra- tioncm lilam, qua. apud eum declaratfoium propter quid ,defendi nonpoteft , vt cuiqu^ fani men.is confpicuum efle debct ; fic e- nitn fentenriam profeit non modofalfam, fed etiam quam in aliis, quos confideraui- mus , locis ipfemet euertit . Qrod autem A- riftoteles in fecundo Iibr. l^oltcr.orum in ca- pite de caufis hanc demonftrationum dtffe- Jitiam-ienificauetit,id nuiiimeveiui- eft, ft tanquam conditio; dixit enim propofitiones demonftrationis effe dcbere de omni, per fe, & quatenus ipfum, qua. conditionesita ef- fentialem faciunt terminoium eonnexum, Vtneceffefitterminosreciprocari. Idem di- cimus 3 dum eas conditioncs fpeftamus.quae in fecundo capite numerantur ab Ariftot. di- xit enim principia demoaftrattonis efleim- O mediata, & efle caufas , hoc eft effe proximaa caufastpofteafubiunxir [ fic enim prindpixc- rnn$ proprixciut, qtid demanfiritsiir'] fignifi- care volens fe inter alias hanc conditionem non nominaffc quod pnncipia fint propna rei desnonftiita.: quoniam eas ex neceflitate fequitur. quare illas numeralfe fatis eft ; pro- prium autem alicuius id effe dicimus, quod ei squale cft , & cum eo reciprocatut . no e- nim animal hominis propiium effe dicimus, E fed rationale & rifibilc. non poffunt igitur principia effecaufa. proxim^effeflus demo- U»r* prtxi- ftrati, nificumterminorumreciprocatione: -"»fi"«» nam caufa proxima cumruo effe^u neceffa- *_«"'• nb rec.procacur. Ha?c quum itafefehabc- ant, non poteftba.cdemonftratioab illadif- ferre per h.inc proprietatem.quc; eft recipro. catio terminorum.nifipriusperaliquam co- ditioncm difierat, quam terminorum reci- procatio confequatur; propterea hinonre- F Ai faciutit,quifpeciesdemonftrationisper terminorum reciprocationem diftinguunt, fed raJicem,ac originemhuius diffcrentiae petere deberent, nimirum difciimenin alt- quaconditione,quamconfcquiturtermino- lum leciproeatio: hoc enim nifidedaretur, vanum,ac puerile eft, diffcrentiam demon- ftrationum in reciprocatione terminonim ftatuere. Attamen nos id ,quod ipfi praster. Stnium *r- mifere, confideremus,& videamusan in co- gmem$nm, ditionibus memoratis aliquod fit earum de- monitracionum difcrimen , quod faciat in al- lacobi Zabarelk Patauini ..... - it , «u pcrpetua & mfifpirab,],, ^ 1« effe debent omnes diffetcnij, SJl' pter quid untum, qua: habet termfr, «eiprocationem :na m fi flufl &,^' u °> *quales ,& redpioMniw accipji' in „ e £ un « fectuvfitaotior, demordtrabif U rr,ri,W f ~ Ttrtiumtt- gurntntxt». 443 ««terminoiredproeiriiinalterareronon A difterre poffunt Pr»»»,», , ^44 ™'Pt°n hak», r,,n i 1 . guc S jand o CJuf, am^ior eft effedu ; inprimt,/"" 1 ""- qtn Jem modo,fi eftVaos fitnotioi^uistan '•***!• tum demonffrationis fheeies locumhibere riirir nr™,', ».„;j j_ n w,u tur. II V ero no habet,f a ]rum eft diSum Auer- rmsincomraentario w P rtm,I,bn Pofterio- rum,quod predicati j de omni.pe, fe,& qua- tenus lpfum, requiritur in propofitionibus omniumtnum fpecierum deminftrationia ; quuru etum rententi» Auerrois fucnt . q-,6i iiiiconditio , quatenusipfuni, faciat exne. celiitate terminos aequalei, & teciprocabi. les, vultib, manifefte Auerroes necefliriam elie terminorum reciprocarioaem in omni. ous t.-ibusfpeciebus demonftrationis , ctiam r, , e J m ? nftra:,orae q uod .eaftm'cet.oua.eft Sr„*"" ab ^ eftu ■ Pofll,nlus 3U ^« cootra aduerfa; 1 ' n2s ,ta "g^entan , recorocat.o trru.tno- rum aut eft conditio potiffima: demonftra «onis , aat nontft; fieficonditio, mar,c ( ,s tuitAr,ltoteIes,qu, eam interalias conditio. nes nonnominauit;errauitetiamAuerroes m Epitomemcap. Dedcmonftratione,di- cens demouftrationem proptsr quid a po ttffima demonftratione in coditior.ibu? non d^krrfjqmafipcrhancdiffertjpetconditio- nem differt; ff rerooon eftcondjrio Ccd con. ditionesconfeauens, ab ea diftinctione fpe. cierun, demonfirationis petjrenon dcbue. runt, fed ab ipfis conditionibus prtm um : at- tamen nos oftendimus, nulium eflel.arum dcmonftraticmum difctimen in iilis eondi- tionibus , qms hxc reciprocatio fequiru-. quare neque i n tecipracatione terminorum dint. pnmu.o quidem demonftrationcmiu» eitcct.i; .'.r;-.c.s mresreffii dcmonftrationem pionr Crqii id tantuin, fed non deraonftn. ' L ''«r-pliciter diftam; quodficaufafft ■ ^".rolamdemonftrationempo. nftirna r, ibi ipcom babere afferit; quiaa c U ad efteftam primo loco procedenteso- lrcr,d, mU s tum qtiod fit, tum propterquid »':«.Ji.vtrumq-icisnnraban.us.Iiifecundo autcii, modo mquit folam daridemonftra- i " m P : nin ii\ omi-ib.membris habe- rc locum,AriftoctIrm tar»e piimum taniiim membruii, recepilll-ieiciTi^ahis duobus-,ve- Iumfialio>Auerroinem illuminationis veram cau- fam non effe: imo nequefolem, nequelu- nam,neque aliud riufmodi corpus,fed com- muneahquod eaomnia compleftens, vtfi dicamus eorpuslucidum, quod an fignincet natuiam vnam fque i diftis corporibus par- ticipatam , an potiusvnum fitper quandam aualoeiamjnon eft prarfentiscontemplauo- nis; quod enim per lllud commune foluni priffit dcmonftrari, ac fciri illuminatio , ma- mfeftum eft: namquum caufam quatrimus huius, vcl iltiusilluminationis, eamfortafle dicerc poffumus effc ignem,vel folem?veI a- hud particulare corpus: fiquidem particuli- rium caufae funt particufares, quemadmodu & vniuetfalium vniuerfales,vt Anftotelcs ait fecundolibro Phyfivorum; fed illummatio- Ctaltxt.il. nis ampliffime fumts,fTcut earn m prsfenria fumimus, nemo talem particularetn caufam adduceretjquod quifqjfacile intelliget,fi fibi mtnuptoponat, fcienaaja c 6 c c m platiuaai 447 Iacobi Zabarcllas Patauini deilluminattone reripram; ineaenim eerte A Catut XV7 nvnJ Aj, _. * . 4>4& qusrerctur.quidfitillL.minatic.dqwnucni- ? ' - 9 " 0_,.,,,.. i u ' 1 - Alpharabii fentenna ha.com ma nrotn ifi>. -i,:.u; '-_= . . •• 1 - cartnt m Alpharabij fententia harcomnia protulifTe. Cseterum, vtad illos Auerroiflas redeamus, manitcftum eft,eorum fententiam , neq; ve- ram,neq; verbis Auerrois confonam elTe; ipfi enirn dicunt,proprium effe demonftrationis poti_-_m_f,,-tHat e terminis paribus;demon_ ftrationisauteptopter quid, vt fiat e no pa- ribus;Auerroesr___i)en & potifHmam dcmo- ftrarionem e non parib u.,c_ demonft.atian i. n-ulri-locis^pralertimveroincomiii-ntaria 5?.. primihhri Pai.eri.ium, &in ^ +0 cundi.&in Epitr>mejn capue De denionilr. tione. Idcircofihisduabu. -hfler-i- ijcjuj- ^ftinaas demor.ftiatfonis fpecies noncon ftitui oflendermius , fublata (ni f.llor . pen f tus erit hrc Aucrrois, & fc3atorum f/mta- tiadennmcro fpccierum demonflrationit Illudin primis eftin memoriam reuocaadfi," P roptcrquide P arib US conflare a fTeri, qu^D ^^^^^gSg* l^ 2 ™^™™ ™™% « & « vnam reducqnoniam vna " 'tetJm nonpanbusfieri poffe indiftincle.vaiia red_ ■dituthaicfecunda differentia; quandoquide P_t eamh_e dux demonft.anoi.esnon difiin guuntar firerd dicani, potiffimam demon. flrationemfempere paribus coftare,demon itrationem vcro propter quid tum ex pari- bus.tumexnonpaiibusjadhticfequiturdif- ferentiam hancaccidentariame_re,necpofIe qucmadmodnm enim rationale. SUtientix capax, &rifibile propria hom:u:s funt,qua. cumbruris nequeune communkaii ntcta. men hae omnea dicuntur difTcreiitix diftt__. guentes liominem a bru t:s: qu oniam vnaeft differenria, rationale, qux a beiins horoi- «em feparat, reliqu_e vero honiinemSbnu tisnon^feparant, fed differentiam feparan- Ainerr^ r nl .y.»* -Vn 7 . j V ■ ' ^ , l,s ,lo;l leparant, iec citrerentiam feparan-. dtuerfas rpectes coflituerej dabitur emm d e . E tem infequuntu, Ita differcnria ii!a baram n. - n-onftratio propterquid ete.minis paribu». dem_ n i. _,:„-„_, „,,_.* „. f ' • , ..»,,_, >„„ u ul . inanltratro propterquid eterminisparibus, qua_ hoc difctinunc a potifTima demonftra- tione non difctcpabit;non efligitut dtfFeren },„.„„,. , ttavniuerfalis, & perpetua: qma non totam Jm**tKm\ f P ea _ erna f o »rp*tiereparat,H 0 c quoq;ar. * gumeto vaiidifJimo exiis,qu_e proxime eon- tra Auerroem diximus 5 defumpto, poflumus aducrfus illos Aueiroiftas vti; demonftratio- ii em propter quid c terminis non reciorota- ».k.._ *-_n_— /t_ j, _ . - . r - ;k ,«' 'n «■ 7, .'"'r'" 1 '- u-nuium normcationem diltin^u.re aon f?: ,T*'^ , S , > ur -" nft F fttis h -buit, fed neceflarium eff! cognonit . rti^au art_3 orenf.ant- Ptfpftnc nnA./. r-_,, .,_ : _ & _. emonihationtim , quz n medio rumitur,,,',., „ cauraeflevideturaltenusdiffercnti^ exqu|-^ijl_i_>/. fitisacceptac, quum in quxfitis nullutnpof-/'»' «-w fit effe difcrimen , niG ab aliquo in medio, tf^"™> hoc eftin principiorum codui . nibu.,difni- m # i ^ ift " mine deriuetur. Significauit hoc Ariftote-"'™^ les, qui demonftracicnem propter quid.&^LXw demonftratJoncm quodperquifitoruai di- 1|, uerforum norificationem diftinguete non f — -_ ,_,.._,, v.UIJ efte£iu amphorerit.aut effeftus cauf_;G cau- raquidemfitamplioi;demonftrariopropter quid extrui non poteft, quoniam Aeaufaam- piioread effeftum co)Ii_;cndu progredinon licetjfi vero effcflus amp.ioi fi t.caufa illan on poteft dedarare propter quid eft: qmanon eftcaufa perfe.redcaiifaexacridentijVticnis , rerpeftti illuminationis Jat _ fumptar ; non da- tur igitur demonftratio propter quid tlifie tetminis panbus,& reciprocantibus confiiat. vtmpriDcipiorum conditionibus, fScratione mcdij lndemonftrationes difcrcparent, A- uerroes quoque in comment. ioo. prirnili- bn Pofler.inquit, demonftrationem fimpli- citerdiftan),& dcmoftrationem quod in na- tura ipfarum demonftrationum difcrepare, quod declaras labiun^n^hocefH prapter dmtr- ftmrtn nntnr* termim mtdv in ipfis'] Diffsren- tia veto in quatfi ris cft quidem differeniia ef- fentialis,& exnaturarei,quoniaro exfine de- moitftrarionu deiumicur, hXQ tamen akeram prioit» defpccieb.Demonftrat. Liber. 449 m diffcrentiam,nnaturamed,jcon- • ltl0 ncC ciTecft,ficequatani[iiriiumeit DtlOI , & proptcr noftram cognitione fit. quarea no- tioribus nobisprocederc debeti finrainui, eft prorfus inutilis : lgttur fi nilisnobiscft demonftracio proptcr quid , vt ceite vtiiil cfle dcbet.eius principia & natura , & nobis notiota coclufioneeffe oporrct . Aliasquo- que demonftrationis conditioncs confide- icrnus, quas Ariftotcles in quatto cap.tepri mi libri declarat , principia dcmoflrationis propterquid funt dcomni.funt ptr fc, iunt quattnu» ipfum.vt ipfe Auenoes affcr.t in comentario54.eius libri;ornnes"ig«ur con- ditiones habet.S: in nulla difcrcpat a potif- fima. Eigo diffeientiahisc.quamamedic* fumitAucrroes, cx natura demonftiationis nonaccipitur:proinde extraneacft, &ipu dcmonftrationi accidentartai reuera enita eadiffercntiain nobis tantumeft, non ini- pfadcmonftrationisnanira.quandoquidem nobis contmgit , vt caufam primum notam habeamus, & vt non priroam notam ex effe- ftu notiore inueniamus; idenimadipfam demonftrationis naturam minime pcrtinet; ha:c igitur differenria nb eft effentialis: pro- indcfpecics re diftinaasefficete no poteft. Ad hatc nituntur feflatores Aucrrois rcfpon ^ ^-f lt jfc dere.&fatis quidem apparente refponfio t\ . . 1 / . .1' . . .■ ■•. T*1ftrationisnaturaalienamefie oftenda rj u , hunc in modura aduerfus eam argu- me pt'emui; hscdifferentia Tumpta non tft tjt coadittonibus principiorum demonfha- lionis ab Anftotete adduais, ergo a natu- ra demoritttatioriis non dtriuatur, proin |u»u-u> - r 'r'— ■-'vr- r rmdura eft.Arirtorclem omnes condit.oncs D nc: tonantur cnim oftendete,han>. primi libri Pofteriorum in- teiprctatur , & vt Ariftotcles in capite dcci- mo eiuid? Iibri declarat : nam fieri demon flr jtior.cm ex immeiiatis ptincipijs, cV heri expiima, acpro.xima caufa maioiis extrc- mi, ibi ptocodetnab Ariftotele habentut. demonftrationem autem propter quid ex pioxirca caufa fieri certum cft, quumibi do Mat Atiftoteles, fcienttam propter quid cft* ficri per primam caufam:ptr caufam autern remotamnon fieri fcientiam ptopter quid, fed folum quod; habet igitut dcmonftraiio proptcr quid principia immediata . Habet cttann priora, 8c caufasconcluflonis, quurn in ea progrctlus fiat a caufaad cffcctum; ha kciJMjtisra Scngbis, cknatura; oatuia qm- tiam ab Ariftotele in conditionibus dcmon ftrationis comprchenfam fuiflc; interalias enim conditioncs dicunt Ariftotelem fta- tuiffe, principia eflc notiora conclufione, quam quidem conditionem inquiunt pri- marib.&proprie dcmonftratiom potilHmas competere.cuius principia funt primum no bisnota.&natura; fccundario autc. & curo defeftu demonftrationi propter quid.cuius principia nonfuntnobis priinumnota per feipla.fed inuenta cx cffcau notiorfieamau tem cofequentia inualidam cllc dicut • con- ditio hatc ex animo noftro (umttui; ergo n5 cx ipfa demonftrationis natura : fiquidcrr» dcroonftratio cft animi noftri ppu« , & ab er» eft inucnta vt pcr eam ipfe.fcientia reium po tiatur . quarc tion eft ab r urdiim , fi dcmon- ftratio aliquasab animo noftio conditiones accipiat, ncquepei hocftat.quin illae ipu F di.monftratiom cflentiales fint , & exinrma eius nat ura defumpt* Hicantur. Hoc ex Ari- ftotele colligitur, qui tum dcfinicni fcire, mm ex eadcfinitioncpoftca principiorum conditionesextrahens.aliquai- tct.git, qua: ex ammo tantim noftio , non cx ipfa ictu- muntur ; in illa cnim dcfinitione non lolum dixit icire efle caufam re i cogno cere pro- pter quam res iliac ft, &d %.tititud nf qno^ 45 1 Iacobi ZabareII_t Patauini animinoftriadifcit, fincqua tiullam habe A auura pnimw,, » 4.Z ' — w " «piavji., nncqua nuuam habe mus (c.entiam. poftea verb cx illa defin.tio. «e collcgit pnncipia efle notiora conciu i.one , qua. conditio non a re , fed ab animo Jioftro fumiturjex ipfa tamen demonfha- *'°n,inat U raaccipidicitur:q_oni_demon- «ratiojnftrumentum eft intelkauale &a- «im.noftriopusjhanc igitur conditionem mtegram pot.fl.ma_ demonftrationi com- peteredieuBtidemonftrationi surem pro- condu.ones demonftrationis alias in ipfa fe-pfa.an ex effca u ,3nal,q.alL ' " ' la PcT Anftotelesm,n.me,oi.de.a u o ? tl0n ^ monftrationis na tu lftni n0n peit ^' a » tionis variarenoo nor.4 „.„ _ Et ?°«ft,a- Omtirnm dt- ■mzn _i jiji - ■ »>» tenii tia tii , yt fiat ts b». lioribus nt- tm .. . . ".-iiviiis j,,„_ in jpi, ic,al,as in an.mo noftro poftulari , n0 n pro- ptereacocedimus.cxomni animinofh. af_ te-honcacmutat.one naturam demonftra t'on,sconrt.tu,,eiusque fpecies imamwl hoc en.m dato innumcra. demonfttationis Ipecicsonrentur , qnastamtn ncmodruer- las cfle fpee.cs dcmoftr.tic.s aflereret Sic etiam m ( omaesconditioncs, qu* ln rc con Itdcran poffunt, fpecies deraonfltaf.oni, va "areaptatfuatjquodeniinnatuj-a ionisab aqui natura diueifa fit.ob .d non fityt al.a iU demoftrat.onis naiura.qu* de igne, alia, qu* deaqua conflruatur. Sicut isritur mul- i* funt m rcbu. variet.ites, quarnatur. de- monftrar.onis non var.ant.,ta non cmnes a nim. noftr, mutationes apta. f um di(|fri - . _ demonftratiouufpeces conftitue.e Videa- mus , s.tur, quidnam Anftoteles ittcUjgat quando dtcit principiademoftrationis .on dufioncnotiota eiTe, cert e intdiigit notio- ranafura. funt enim caufe.onclufiom^fcd intelj.g.tetiam notioranobis: qui a omnis demenflrano.qua-cunq. illafit, inftrumen- tumn 0 H, umeft , (tll0sf( , 3ml|Sjinucmu & elabemum: proinde inutili. eft -a de- ~S.. u . >ta ''«.notioribusnobi.cx- E truatur.Efl tg.tut comrnuni. omn.um dt- monftrat,onumconditio,vt fiant cx not.o- nbu. nob.s, .dq ; fi dedemonftrationc pto- pt ei qu.d negarct AHerroes , ccrte e.m ciie demonftratjonem negiret.-anwnen diferi- ? Cn tft ,mtr ^monit.ationes.qubd al.« lunt exnouoribusnohis feruam.bus ordi- ncmnatu^.vtii;, omnes, q tlI a tlufli ad «ttedla p f ogredumtur; aiia: vcto cx notiori Dusnob.s ord.nceontratio natura: vtenti bus. vt ill* «, Ma b cffeais ad caufas proce . djmt idcoq, dicutut ex nStis nob.s tantum, 'Hf^eroexnotisnob.s.&natuia.Siverahcc tunt.no, ,deo, quomodo demoftrado pr _- £uatur, quum fcnfus aiitit condition.j to ««.* mteger.qucin vtraq; demonftratio- dem de hac difTeretia fact . i n e^fr. ^*' --^-mnesdefcduscondKjS^ derat , vnde fecundatia: demonft™ t ^ «oriuntur,nil de hocdefedn dJlT 0utt perimus, quod tame maxJatfacete deb^"  f.eonfitetur.Anftotden. velle i n ™ p.« d.ftrnguere demonftiationem CmfT «ter d.ciam adem on ft ratlonc dj platame.-qua.abAriflotelea^juntur.f.n; dcmonftration.s p top ter quid. vt fimilite, Auertoa fateturin comment. 9 7. ita* ,fl ritAue.ioes.At.ftctcleineocapitedcmon. flrationera propter quid C um p„ i aJWdt- monftta t .o„econfunde.c i ea» en.n. re.er» nunquam diS.nxtt, & noi , f, v[IHm 4e de . monftrat.one librum diligenter le^amus. nunquam mueniimu,, Ariftotelem aTiquod eafumd.fcnmenc0ni.der3ffe.Scd .nEpito- f-* me.ncap. De dcmbflrationeAuerroes hoc Jdem cl.iHiIm. confitcturidicitcn.ro dt- monftrattonem proptcr quid, quamvorai deraonftrationem caufs tantum, elTe fpe- ciem democftrationis fimpliciter dtflx,* cardem effe vtriufque «OHditiones.atq; ea.i- * dem proprtetate . quomodo igitur d cmon- , «rat.opi.ma dju.f.oedjuiditur in trfsfpe- eiis. fi dcmonftratio piopeer quid tantum elt fpec.es deraonftranonis potiffimi ? & qnomodoha.funt duatfpecics drmonftra- tionis re diftinflarj C exdcm penitus fiint fe- cundum Aucrroem vtriufque conditiones» poflumusjgiturhuncm modmn argumcii- Uri ; ^ubdptmcipia, qusefuntuotiora na- turav turi s on ' r - u defpeeieb.Demonflrat. Liber. 4*4. bit.fint nobis primum cognita, A tiffima fuit; & nullam in fcipfa mutatioHern ent a pcr aliud , hac vcl cft conditio a c neeeflaria potilfima; dcmon- efle« , * l ^." i ; o '„ c aifiertconditio,Aucrroes ^ ra " i dicit . quando ait demonftrationem pafTa fiet diuerfarum fpeeierum refpe&u di uerforum hominum; quod fiabfuidum eft, vt ccrteeftabfurdiiTimum, dubitandum mi nime eft, hanc differentiamenaturademori ftrationis fumptamndefle, fed accidens effe ipfi demonftrationi, & accidcnsquidem fe- parabile.quum vni, 5c cidcm medio contin- gat vt fit primo notumalicui , & alicui non 4 d oa ! u,JI " ens _ quod naturam demonfti a- primo notum refpccru ciufdem cffciftus i ia „ llirn 6 notctltiddiAuertocsipfe B ipfa igitur dcmonftrationc nullum difcri- tionis >;l " ' r.j j._r .:. n -ki A nonlbiumpropierqttid . Hoe autem ratio- t**W C - aTauo p.opteVquid '« u!m0 D : 5 d«n° ftlJ "° Semonftrau.uws, Sctu. ^'"T tumAuc.roi>teft.monio com- A „ao^ ls ■ ' _ oinnii dc.noftratio pro- P' 0DJ "Ttr3dK preitmuff.ma.n fc.ent.au», P CC[q Vcur aiu POt.or : proindc umnif «" J n °i\ u o P.OL ter quid pot cft ct iam vo Oi" 1 ' 1 . Aliojuoflucar c dub.oAr.ftotclc- Al.o qttoeju*ar l ,,flicjcialn>0 idcohinu.i potcltj 8 um V-it-o en>ora im habet nouScand. reroet fc curcaulaptoxiina v.m eandem non ha- bet : certc multbmagis habetj at qui omnu notaanteillam demcVmUationei bacigittii: non notincabiiur quod tlt : lmbnihil ptor- fus notificabiiur i id igi.ut non dchuiflet A- tiftoteles itafimplicitcrprotc.rc , fed cutn hacexceptionc:ha;c dcinonftiacio notificat quodcftfimodb ignotum (it:nam f. quis il lud nouerit.nihil iili declaranigitur demo- ftratio quoa non cft omnibus demonft.atio quod.lcd aliquibusnontft dcmonftracio. K«»cer:c mu tbmagi» haoeti atqui oui"» q.on.im *, H ...u, u -,.. f 1„ ptopter quidexcau(apioxi-D quumcismh.Uotificet : Attamcn Anftate deinon. |ra..o ptO f t 1 Y ?«.,,-. «rrntionevfusnoneft: quuvana.a ma conftati non potcft .g.tur no habcre vim i :z avandi rem etie .Neq; alicuius momen- itytR* t i t ft ca rc'ponilo , quam videtut id hoc at- jmm». fctfcAtieirocsinillo coir.mentario yt pn milibriPoftet.& in F.pitome in capiteDe dcivonfttit.one, dum d.cn demonft.atione ca.i Etantum non oftcndetc tffedum eiTe: quoniam id notum cft antc iplam dcmon- ftrationc.n. quafi d.cat, vim habet caufa jf- icstali exceptione vfus non cft: qu.a vana.3e arcientalittaaationt alieniirima eft: icgu- la: namqi tradende funt peipetuc.& res funt conliderandiefecundum ptopnas naturas: proindeciufmodi demonftrationcs dicun- tur dcmonfttationescjuod : quia iuapte na- tura declarant rem c(Te, non confi Jeraia ci, qui in diue.fis hominibus cft accidentall 6.4f£. varictate Hanc fuiiTe Anftot.mentem. aper- • . . .. .11;., r .- ■> -.ir l «• harc n mis ejata cfl, ncc al,a taridne " Jotelcaddcn^poreft.nifidiccndoi;?;; de_,onft I ar, OB ,.,v,m , &nat.,.am f,e_»an- " an, .« fl c.q U andoc, u ,dpereaBi oflendatur , — -» »vir,_ Iqi '^^c.evol.m^^fTqn.demillademcnit" EkT ' *™ mWe ^"^wS' «'«Mc«proprUeiu,i« llrao ft fdlt ™ 0 _3 C ° abcb I aniuJ ; Ar.flotelo in , 9 . rar 1( _| r ... in.t__Frt««,.:k-. _ — : , f ?" u curiJJe, quirem efie cocqu,d demonftrat.demonftrat efcatn Ji l^Tr ^T qUt & a - Uod fi « - & =cc,denu a omn,afuhdcmonftrati 0 nem ta * b . ,e,Bfi f ipfi-, quooue Auet- , ««ntvrgoomniaaullo cxcepto demoftran '°;* C""™tum. quov.ebatu, ouiej. * Jluicenna a„bii fupra diligeater confide- ratum. * Jr.lrfnit canon poteft appel- A nibus conflatus.qut ptocefom habeat t k« «iu»'.q«°5 " f uius propofitione» vel tiakm.nim.ruma mum ad effeflum, vt! ab t_,i dcmon"r_u-» . _ ( r ^ ^„„«fi-.,«^if effeflu ad caufam : quonia igimr omms de- ironftratio aliquid cfle oftcndit . hoc duo- bus modis lacit , fcilicet vel per caulam , vcl fine caufa , proinde per cft'c£tum ; fi per caufam, aut proximam, aut r.motam: pcr proxima quidem fit demonftratio proprer quid.quam dicimus potiffimam, ac priftan tirfimam dcmonftrattor.em efie : per cau- defpedeb.Demonftrat. Liber. 4vqiie cosnitione caufae , non polTumus e- im necefl-tatcm plcne cognolcerc, quura tota^endeat a caufa, quam ignoramtts.vt qtitvidct cclipfim lunae fieii.cV caufam i- D gnoiac, efie quide eclipfim Vidct, fed qubd cx Beeeflitate fiat , fx qubd non poffit non fieri , ct(i conie£tare modo aliquo poteft, excjuitite iam.cn fcirc non poteft, dum caa. fam cclipfis ignorat: qui \ erb c-eleftiu mo- tuum ignarus non cft.ismultis ctiam an- nis priufqu„m fiat eclipfis, cam ex neceffi- taretuncfuturam prsuidcre potcft perco- euitionecn caufx. B 1 Caput XX. inquo omnes jpecies demon- frttionu luxu Arijiotelis fenten- tiam collrguntur. SAtisigituroftenfumcft, non pofle fieii democftrationem propter quid , qux turo proprii natura: luz.tum dcmon- ftiantium habita rationc no notificet ctiam quod eft : proindc non dari dcmoBftratio- ntm propterquid re diftincta a licmonftta. tionc potilfima.tanquam aliam demonftra- Om**it- tinnisfpeciem.vt pluresarbitrantur. Fiima lum quod: fimiliter pcr effeftum fit dcmon ftratio folum quod:itaque dtia: fumma fpc- cics demonftrationis dgur habita rationc quifitorum, qux per eat notificantur ; vna quj rem elTc demonftrat fimul cum proptcf quiAaltera, qusEfoluraqiioddcclarat , aon propter quid: haec rurfus in duas diuiditur rationc mcdij diftinftas , fcd non ratior.e quaffitoi uro.quae per eas notificantur, akc- ra per caufam remotam dcmonftrat effe- flum.alterapcr cffcQum not.ficat caulam. Aiiadcmonftrationis fpecies prstter hasa- pudAriftotelem non datur. CAfut XXI. deduplkijignificdtionecau-- ftproxim&,& qubdnon emnu demonfira~ tio excaufa proximaftt demonftra- tioproptcr quid. QVoniam autem dictu a nobis eft, de- monftratione propter quid cx pro- xima tei cauia ficn , non cft ignoran- dumquoddam fumma annotationc dignu, licet hneminc haftcnus dcclaratum: non eft cnim pingui Minerua intelligendum.qu^na fit caufa proxima, Scquae rernota , quain re plurimi erraucriit , & demonftiationcquod a demonftrationc propter quid internofce- vc ncquiucrunt , cuius quidcm tei lgnoran- tiamultorumerrorumcaufafuit. Caufaigi Ctuptiid- .... ; . .rt n.ir r l*t* prastmx turproximadupliciteracc.p.poteft, aut c r nim firoplicitcr ^ximacffeflui dicitur,aut ^^li nonlimpliciter.fedgenere fuo.quod ienfili M( „. hoc exemplo clarius fiet:vadit aliquis in fo- rum, vtvideatamicum,'fi qtns igiturqua;- tat.cutinforumvadis: potcftillc rcfpondc re: quia fuin animatus, & ita caufamaffe- ict cffcaricem, remotam tamen : quia a- F mmacftcaufa remota illius ambulationis, quu alia: fint caufa: cffcftrices propinquio- rcseffeGui.vt fpintus vitales.qui mouentut gM» «ffigirutmanrt cadcmoifrxi^ ab ammaj & membra inftrumcntalia, quae nos smea tecimus.vt tationi , atq; Ariftoteji mouenturafpint.bus,vtpedes:ergoli iw- tffttft. J. tuann , s pcdcseftec,i irnmefrearicem illiu* ambulation:s prosima ipfi cffeftui , qusno ctui ali.i propir.qii!Ot,tatamtn a!ia ratto- »V*r*»/i maxune eonrcnranea.qiiam nunc clanorena di rfi•_, '_ ne/iirt. Iacobi Zabarellae Parauini * T ru ^5 rt, P* >x,a »i imlibrl Poftciioium.n.undoloo,,!"' 0 ?''- ftote!«dcdcm 01 fl : ., t !, ni: i,a u l r U ' Ari - liitotocnimillocapitecauUm rern r „ catcaufam.&dcmonft.nt.oncnnilam "teffepetcaufam,r=rr,cn dici: , tI ra dcmonrtrari proptcr quid.ic r.tioner-^.H rcnsfubiungit [ i £ ,,-, lTCU _ : " ' 1 «c« fampri.SL-am nmmr.niciar, c.-,, :! ., m - - : i - C ^ 1 2tl| qiuvfhoni p.opterquid cft : hscc cnimno n elt nid illa,qu.Tnon fowm. in g.-nere fuo, icd fimplicitei qu.#qi.eprc,xim.t7t;relinu;_. enim omncs dicuntui remot-: , & effcau arw ;,orcs fuat. ncc ptrcat dfmonrtiauir nili quod, eti.rr.fi in fuu gtrse.e proxinsa; /irt: , cdvsn.mque & illius ambulationis, &a.iari,-iu p!u, imarum caufi funt , & pedi- e ft:ba.cenimcaea« !a |]i n ' i ic,u S i ; m cVaequaliscfreaui.qudi t fl „*!,"*■ ««.«« , at noneft,: .»,, Tandem . nn J? re debemus illa fcqucr.tia \ e, bn r «... • . _ ^r-i !»■' I ,r f p'tf ? «-»rer,r9] q ua: declarar.t qu,m £ U fi[ intelligat,r,oncn:m omnis cnufa tlh-,,.- illa, pioptcrquaroies.ft.hoe cft q ua . ff,.\ quod.ncmpc fiillj ca.Cr lit folum „, | uo - 1*««* nereproxima.non fimpliciter prox : ,naica'»!2"' faautem h*c proxima iimpliotcr. q U3n , „. ' nmsrcivnam etle diiimus , alicrous' rci tft caufa finali^alicuiusaurcrnifficuns.vtl». tiquaalia, quemadmodiim docu Ariflote. lcsinfccundoluSro Poftcr. in capit. dctau. bii.jiiL.nis , qua-aluscaulas, tcmotiores ad effccTum lllumcr ntrax t. Manifclium ffti- gnur.quod lucr ,cs ahqua poflit habcrc quar..orgcncracaul..iun,, & inlingulo gc- nerccauJamffinpiox.niam , piomdc q ua . tuorpioxim.i.svn.itamenip!arLm tantum modoetKimplicitci proxima , trcs aurcm reliqua nocmiiphVit. ricdl,; Pc„er.7uoD ^™»™*" ^c, ,n capit. dccaa. prox.mx ii.ni: idcopereain folamdcmon- itratui prot.ici qi.id rft; at fi per casomnes poirctcUmonftr.iri proptcr qiiid.ft.qiiere- turvmus rei quaiuor eiTe poffc potill:"mas demonllrationcs.qiiod nulla ,r,tionc flcri pot t lli idco reftc dixitAucir.jncomir.cn tario quadragcllmoqnatlo, primi.ijbi i Po- fterjorunv, vniusrci vnam elfc demonftra- tioncm ,_5c vnam definitioncm : quia vnius rcivnaeftproximacaufardo uitYoc -c, E Zu^T* P °i dcmo ^' at ^ toA.iftot/prcpe fincm fecundi l,En Po^. ^i^^^"'^?^. tcArjftot.prcpe fincm fecundilibn Pofte rior.v bkAuerroes in commentar. t traflanu. musinlibio nollioCe mcdio demonftra* tionis inunciatiscft im c! Ic.xiiie, vnam eitr vnius reiproximam . c\- a-quaram c2ii'"am, qui facistaccre polTTt quatfticnt pioptcr quid ell, dumfinis,ir.terdumaliacaufa, cc detTon- ftiatioextali catifa dicirur demonft.atiOjp- ptcr quid , qua: cft potiffinia dcmonitiatio, gularjnumero, M^TT^WtSZ F j"L P j? hWultc ,cit(ril3ttm • "« rc l ui iufmodi canft, n. n pIures : dcindc "Ti tl ^fe?^."" '"^ 10 P'^^' 1 rufmodi caufa, non plures : dcindc v,i a „j. eu 1 c, qu um di c at iii «J T /_, : aj t i c u I » j tn i m emphaii.1 quandam habcr,.& ftgnificat v- nim ccitampirecipuamcaufam.nonrmnf) cjusrccaufas: eundem loquendi modum. in pnaio capite iccundi l;bri Puftci io,um auaiinotauimus, quod fi^nificat Anftotcl. Txia-eiTcicJ cautain, quaton-.mb. fiaiul qux- cftquod aliquis dccipiatur credens plutfi. tffie vniusrci proximas cacfas in d.uciiii ne neribus, pcr qi.arum vn.im ca ic5 pimffia.- dcmonfl.ttur, peralias vctb piotMfr quid' Untiim; hicenim cfl ma.vimus , C apcitnu*. mus error.qui&Ariftotclis, &• Aucnoisdo ctrina- rcpugnat. Per hax, qua: haaenus di- tta funt, fans dccla,atam,ac derconftratan., etle puto huiufce rei veritatcm , ncc cqui- rbs, Sc qui inalicuiusvcrba non iurai.f rinr,. neque5-,«i-_^ ? ?.A.T7« ) conft.tnciini fcdve utati ac rationi obtemperate parari-iint , in noftram fenuntiamventuioi, fi benc ea om flia ronfidcaucrinr, qux nostum l>ic. lum nilibro Dcmedio demor ft.at on;» hacde te fcripfmus.Rcliquum ift.t3d tortiaiio- tuna argumeutotu tolut,omm actcdamus.. defpccieb. Demonflrat. Liber. r „ ll ..>_nUomnia, qu* p.oAucrroe 466 SerlaufocileiQluentui^au- «»»* q . ' -ft - n tecedens:qo.a ncque da- A plex.sducatnos in cognitionem fimpl.v..* qtundoquidcm m accident.bus hc, & ili* in «undem feruumcadunr, .dem emmeiiue accidentcquxrc.e an f.t,& qu*icre an ibuc: ita idem cft quercre propter qo.d lit.cV quf- rcrequ,dfi.:dcord,neigiturqua:ft.on»i« eomplexa.um At.ftotcl. tria diert , primum eft.quift.oquodprxcedit quandoqs tem- porequxft.onem p.oprer quid , al.quanqtl «qu^i^orum,,^.-";-- da . \^ ^ noamm qilo deft poftca q^r,- -«gand^ tft ^ d , r . rmlln e in B mus pioptc. qu.d e£t Secundum cft.goari- grd,rc.nncn ^ , neqttC fic doqs nonakcrum priu, . aken.m portcnus tft.non nolTumuscogr-iofccre prepterquiu eft.dum ig.oramus quod cft. ldem dic.t de fi.Tiplicibuiquaftionibusiquandoqueete. n,mcognofc.mus rem etfc, de.ndequxri- musquicr(it:quandoq;vtrumqi fimul intio. tclc,t:fed nunquam cognolc.mus qu.d lut aum . »no«mui an fit. Vt tria hxc d,_ta de- clarct Ar 1 ftoteles,.ncipit enarrare .d , quod inpr.mo l.bro docuctat in context.i7& pau lbantc a nobisdeclararo, d.cken.mpone duob.mod.s «ogoofci qi*.« f.t.altciomo- do P er ai.quid .pfius re. , nimirum per e.us cautam . attero modo pcr accidens, hoc clt ablq: cognioone caufx-.t.nde doccl.quod «adcmonftrationc, qux peraccidens tacit nosco«nofcerc rcm cilc,noo declaiatur^p- ptcr qu.d.fcd folum quod , qua cOgnmone P 0tC «neipfius cmod. Ad locum Ar.fto ^M^^Zx u pr.m.lib.iPoftcr.oTU td ^ ' aduerfarioslcKum illum no.mcl- * C,BUB ,?lumcn.m fi .ntcH.gerent^ t Lat,- ^«aomnes i B t«ll«c«u«,cV.vt Aucr- ff aucm tuci volunc , eum .nterprc. f ° eS 'S ce.tc co a rgumcnto non vtercntvir. tst u a .ir_tc'cs , poffc duobus modis " dTcsal.quafif^no modo cu ^ nr E»« . alteio modo f.nc cogm- : ,T C °?- * l -,m co _nofc,tur quod cn ;,vii». . j - J . v  H*c ^ eft eo m loco fcmentia At.ftotel.s, qua: non Auerroi.fed nobisfauet.fi bene intcll.ga- ? „^ Isl ,,i»/ tur, idqinuncbreuittr demonftrabimus ia- wlM)lt . a,s prius quibufdjm fundamentis:primum eft, qubd nunqua duabus fimul quiftiomo. vtimur,(«d fcmr vna:aut enim quirirnusan ? U xno7^d;er^ fit.autqoxrimas^ quidcft vulten-moftendcrc.eam tamum F .pptcr qu.d fit.miqua hmulqucrimu S ^ VSSSS^ cjux no,ificat quod eft. ... ..rv .Werenns.n' que.quattdo autcm cognolc.mus quuu 'nim^iA quwimus proptc.qti.d cft. Exquo hoca- lu,d defumimus, nunquam q.n.i proptcr qu:deft,nifi quandocBgnoiciturquoei ett, dum en.m ignoramur vtmmque , non licet quattcre propterqu.d eft:quia hic qualto ex necciTuatefupponkcognitum quod lit,. p J "oZ flu-d cognofcmos fine cogn.t.onc ^Tft Vcnimmodus non d.tur : & in ^cemslocnn.cprctar.oneomnescxpo^ confentinn..ctia« Aoetroe» : .deonos- «tolocomaflMm fenrencii noflrx cohr- rK.t.cnem collig^u« demonftratianeoftcnt:! quod eft, fed ^ el cu tauix cogninone , vcl f.ne cogn t.onc cau- jimtm. fx. Ad akcrum locum in conrext. :9- «ecun- dilibri Pofteriorum v. CrW , ae fol.dam Klponfionemjfferamus, declawnda cB A- nitatclis fcntent.a in .isverbrs tum vt rei , _c Tita.eftdocere quaenam fit ca demonftratio. qux non fo'.um declarat quod cft, fcdetiam r ■ , n , . i..- -.m rantum flcmonitiationem, qu* fimul cum piopter quideft , duceienosin cognitionc.n qui d cft.cam vcrb; quxdecla- »at folu.v: quod eft, nullo modo nos ducere a j cognolcendum qu.d efl: hoc igitur vt o. ft.pdat.confidcrat eo inlocoord.nc . qi.erB' mquxrcn.lofcruamus tum >n fimplic.bus qiutflionibus.tumincomplcxis, vtacom- Iacobi Zabarelk Patauini ««uc nimno ir . , u^O 0 A quod ttcrra ,n tT r " c nc S 3 tururo, Geo «otifitatur qX„m!i' V r ° pt ,r quid ordinc» qujftionum d f darans d J £££ J:j| ""liuqii e ante«mde« A ncm q«reba« ur , a>,ud pc t „ '« Onft '"io. taa .««"^itur.non ert p£ au °» £ d^Miiti.Jo q «i proutarfr.T ' SllU(J efli Ptttfl p i3 quid , qtui »«» txsrt . ... 1 acciaransdcit 'dumcit. quod .-j . «nis , qujr diximus. co lia.r... . g u Sruntu v;^';;:r t] ne e r Dar «'-A;^ ''P^f.aamdcmonftri-^^^uTi «nt ur; nam (vtd.ccbamus.) dZTa°'^ '~ nern omncm «urantum JJ},' n °"«r».ow B P ot e ft,n Ur)C;ailQ1 d-^^^^gft demonftrarionf duofimu, innot, r % . * ' ^-tcd^tAr^torcJcsrtanrS-''^^: t-onem, quam mcmorauimu 4 T° r n * r » mota.quaerebarurfolum pt ' * "^** ^ 1 "" 0 " «Wp« ea,n autcm „ 0 ff'«- ftcnd itU r,fed folum quodnon e f " 0 - ium «bis cflcarbitror. quXe£ .t^ ibidicunturabAnfloteJi f.„r 'I" 1 offici 3Q£:lnauit I T ' " tcntI * "Oftra* c« A „.r, K r lcr ^ uld -«quod 1 nonIi. n '— 'r^rPwnommLs ^iodeft 'Vbf^l «tq Uftercnifiquod vt H i. nond.ctdemonftration.m j ari pe '°,jJ fi«, t amenpo« t ft,„ q ^ retcS3n ^ Dd f us D folum propter quid notificct, 'quS in Usm caufamr e ,, pertluam ;^ nc . ,da - 9"'««» tuac folum propte, „„, V rA ftdla demoftrano J,fL ,.' ± d „„, ; n :r/ wls "'" q^retci an fit, incida- »S * «odT* PCIi,Uair ' fimoJ oftcnd^ " * «r??o d,t, Pr ° pt " nu,d « -» 'I- q US nau7m i J> ^onunc.auit Ariftotelcs: Si*»*,*. inuenimus u ' tamcn v """»4- ^rnuJ »„,Li» t Ari «" r eics ,r, lp f 0 ei „ s libr, i nitk)dlx ;? W ";^-* qu * xun L ur ' "umero zqU alia efTei J qu^cantur^b.naraq, dc mod lsqu ^ rC n f ' & fc,cnd! g«c«l,'t« accepc,. loq«ba q U *fita,, t p rl ma p ri nc lp iaora q b ™ c ^ ta= contra vcrb mulra qtf^antu r . J n $ ^' quam fcicntur.vt ftdlarum, & ar cnatl^n , ™^S; tuMcft.«ao hi» appeliaticnem fiimcredc- ^SST bct, n t quxft:opro- d.v^ndamefleproptcr qu.dtan- !&.» ratione quaft.on.i prjcedcnusi "™ „, m dato, fcquerctur quod ea demon- n h etetur nifi dcnio.uiratio qund: fi- Sl« ^ntccamnoqu.r.turn.Rquod.re. Stutetiamquouai.quademonft.atioa Ecmota vocandaeflct Jcmoflrauo^- pctrqu.d. licetdeclatetfolun. quorJ.naai Stcle.incstexta^prim.l.bnPofte. V.o.um.tace.us demonltraron.s excmplu C SeWquam p.»««i« quxft.o^ pter cjuid. .5 ] cflccig.tur demonfttatio j. «eramd tacione qusftionis prxccdent», LcJeftmanileftelalfam. Patec.g.tur lo- wm.ilumAriflo.elts.n feeundo Pofte.io- tum Analytico.um iib.o ab Auc. roift.s non jotclii tli . & e.s caufam crrons tuilTe , quod Ar.rt^el. m ilU- tr.busd.fl.tconfi.ieUt cal ou.cltioncser.amvt demonrtrat.oncm prf- X «ieniei.Lonfoluvtpe.dcmonflfationcm notiricjtab : ca.umtniir.vt praceda.t.um dirfaentianunumdifcrimen facit in quat- utii.qiixfunt deinonftiationis fints , neqnc diucrUsdemonftrationisfpceiesconftituit: fod qnando Anftottles ftat.min fequcnti- busv\.rbisqux!tt2 illa non arjspl.nsvt prac- ctdentra, fed folumvt per deiiioftiationem Bm.ficatacontiderat.dtiastantum dcmon- ftrationu fpecie» ponit ralionc quatfitotum 1 nntificatotu d.rtinflas : dicit cnim di.obus jnodiseognofci rcm «fie.aut emm pcr acci- deos.autper caulam, duas d.monftrationi» fpecies figniticans. quum cnnn omnis de- monftrano aliquid efle oftendat.alia idta- cit pcrcaufam.aliari.ictiaditione caulx: il- lcigitur locus adt.crfatur Aucrioi , noftix aul fcntentix mirificc ruffragjiur . Addc a- iiudquo^iargurr.entum, quod indcaduer- fus Aue;roem colligimus , certe etficacitli- ! wjrn.nan Arittotcl. ibi docct , quedy cam» dcmonrtrariorem.qua: rem ctTc oftcndit n6 per luam caufam, non cos-nolcitur qu.d eft, fcd per eam tantummodo, qua: icm eflede- montlrat pet fuam ciufani : argumt ntemu» kaquehunc inmodttm: fola demonftratio cftcn.kns rem eiic per caufam luam cft .1- k> cju* dcclaiat quid cft, quofitvt oroni» lacomanifeftc Ariftotcl. atqui demonfti.v tio, qtiam vocant propteiqu.d tantiim , iei» caufxtantum.decbrat quid ift.vt Aucit. fatctur in ;9. &40. Commentaii.»illius ft> cundi libn. hxc igitur declarat tem elTe pe» tauTam fuam.declarat igitur rtmcffe, quod Auctioiftx ncgant. CaputXXUI, tnqUo*rtdtxoT\tni obie^to foluitur,qu.»•. 471. lutenim fenfi,, aut ratione; fenfu quidem a cogaofct al.quis Imum obfcurar,; aft.olo gus autennncubtculomancn., „ lamfi n0jl .ntueatur.fc.ttamen fi erj tun. eclipfim lu ni : «|u» f«j5 t««m tunc elie intcr nofira m ecljpfim cffe . & certa cft «riufq ue cognkio p=r fe fumpta, fed rcdditur ccrnlfima! £! tcrurn tcftimoruumcum altcro coniunga- tur: .ijenamque teftatur fe eclm.im v J'if fc.h,.cvcrocaura m adducit.curn cr e:ra;, U m B fucr, «J'P'^ficr,aI. q uas. 5:tU rd„ c .p| 1 . nascfledocet.biAtiftotCcs.quaeiufaLd, funt, vtalttra nullam habeascaufarum no- t.tiam, lcd fenlu rem aliq„am ita fc habcrc cognof^alrera ,-erb fola rationc,*rn,J- ianofcatfinevllotcftimonio fcnfus: quod qmdcmm folis mathcmaticis cuenire po- tclUraaarit enim rc . mente abh,nc.. S a fcn lilimater.a.quofit.vtcas fola ratione co- gnofcant linevllo fcnfusauxilio: fubcis au qu»eafdcmrc*fcn(ili matcric. iuncrai co- . gnolcunt.promde carum ,erum. quaru i|f- f ?««or« di.ciplinac r cic „ tiam J ertau)a fione.&taho.omninoefienrbi ,11 edt> ^ r-^^p.e.f 1 t ;& an 1 lluml ;i U l Te "« "PO^us.lllud.npr.mucertum «L* .ndubitatum eilc dcbct . demonftrTtio ,ttC caul* ddtmaa reipf, a demonftr&^" 1 Pt««rd,aahocefti„condrtio a *bSSj; c: p ,or ll m.fiue,ne^a tl t,t.not,ficS°- ^ qu*quxr l ,nt U r,d,,c.ep 1 nti-ft Jtu i n ft-,Q»ate„ullaaliad,Lenta re KSS qo»«n«„obi i de 1 «6ft,an„b.ac cc??*^ ^en.mnotacftnob.scx.fter.tJcftg? .dco nonqu«rimu_ n.fi pr0 p- tI nil ^ ^ ^-ca. gnota: , de P U3 P,^' ftnmcnhpe.ndcmonftlarion.bu^oS g e ; f «[»oncgucpo t eft ) , 1 ,,. I e, pci , c n £ n.lefta fi t . & hanc folam d.ftc.en^ , i^ ficavocal,s.qu__nonfciemiaeft,fed a[ . fea- D Au " ro «, ,^fi u . | cn[cn[ ,,,„ j t.tcoionant.am.llam.&nulJ.mcruVr " norjfolTumu. Id - in "*« - tamen corlfniucr neaa. ™»Valcn.d,_Fcrcm,am jq „ ! „ demo3£ ^•«««««.^acc.dcn.fit.d.uc.faJS: n.oftra„on, s lpcc,c,Fo 1 ;i.cr.ft. t , cle 5- i' pccie, nomen .m P ,op,ic.& arn . ]c fumj . »".v«qu*l,betd,« 1 fT 1 ,„i. n ,cmbrarpS rod.u.l* lato vocabuio nom.nemu i. pofTe non ,n fic.amu r . Attamcn dcmonf) ta _ t-o pr,ma d.u, fionc non re,>e ,n tr es fpctie. diujdctur. nrpe.n mn P lic.tcrd,cii&canL quxvotaturcaufxtantum. & dcmofttat,^ "««quod.quandoquidem non codcmdi- '"'«"neJemonftrat.oquod abalijfdifcre. P*Muo 3 |« imer lc: ,l !a n , m e(reatM d._rere„tia.& cx n.n t ura rc, lu,„ H a ab cisdi. ft.nguitur.,||arum autcm mtcr fe accdcr.ta- numeftH.fcr.meniP.opccamd.us cft.fi dcmoft t at i oncpr..nad,u,f7onc,ndua i fpe- CICSD_lrrnm„p ,>f_.,; t a_-L _ pcnndTeS ^^'^-'"^ ««V prieSS eitachdiccrcmus.trescirefpccicsviucntis: ifrpem.ammal, & homincm, quumhomo feban.u_al.vt .peciesfub gcacr. «ncu*». t ur fign.fi.at crgo Auerroes ic nomen fpe- cici iatc fiuj_pOfifi quaio dixit trc „ ' r"" i.t-ercntiaeiienttalisierffodifferentia nui c H S i ■ t.ofteafuhim.* de wm** jiratit ■ mttprifrit- fm. . Tr -i nutic IICCCIIC elt:quare hoc ctiam figno manifeftiflimcap paret, Auerroem negarevilum elTeeatu dc- monfti ationum clTcntiale diicnme . Sed cur proprictatem ducit in fingulari numero > & quinam eft hxc proprictas l pricipua de- naonftrationis f ropri „aj , ejmm jbi fTgn ifi. fc, atquc incavnadimiiTis fabuhs quieuif- fc. Qi^oniamigitureirarchumanum tft.et- lataverbtorrigere ingcnuum . ac pbilofo- phnum , egrcgic hac ratione dcfendi Auer- roem credimus, quum fatis cffe vidcarut , tl faceamuripfum liuiufee rci veritatcaliquau do cognouiiTc. Quad fi hoc defenfionii ge- nuj defpcckb.Demonftrat. Liber. 47* 4-77 . . ^.nfi.vcoBitent, A turanoola»efaaatui,ncq;imminu,tur,que; BUi al>j '""'o.opimo Auerrois maximc * e " °Sultates,fi pofluni,dnToluar,t. . nT dereci^harumdemon- Oratienmtuppeaatiate. ILlud den.que m Jm dcmonftrationifeus Sadueaeniu.neft.qundad.p.aium leUat.onempcrt.net.nos quidem con Sm eam.quam d.xunus diftcrcnt.a: con- iuiiiuviiia»»i""»"- , i y » fempcr vim fuam retinct dcroonftrandi v trumque : fed ncquc in-r.obis: quia aliquarn ici dcmonltrandae paitcm pricognoicere abundantia potiusctTevideiur.quam dele- ftus : & nos certiiEmam lpfius effectu» co- gnitionemcomparamus , dum fenfum cum Norig.tui omniuro demonftrationu declaratium proptcrquid efta:qualcmtiTc perfeaionem, Sccxcellen- -««ITeftSamai B tiamarb.cramur,pro.ndcornncspr,mi gra- fmt, tiiig j e j^#~ SSouates vtiumqu* fimul dcroonftrc ^ . -"ai ilUm nommationis d.fferent.a non i rr«e auailiamvocantderoonftrar.o. £opVe^u,d,hanc,e,b^i(E a »« : Scnim illa & vocanda propter qu.d, Sioiumproptcrqu.ddcmonftret,om. q „ n!D3 ,Mi, fiquidemomm demonftra- l«o&ur atiqu.d effc; qubd fi folam m«edentem quxft.oneffl fpccWo .llam Lcemus demonftiatione propter quid tan- um, qu.a ante illamquzrnui folum , pro- mcr qu.d. hoe pcm.tt, poteft : fed quod al- ictavoceturpotiffima.vt tai. appellauonc ^«V». a b illa fepatetut , ..ulto paclo conctd.rous, jZ» i" u nefas enini clTe puiamus, demonftrMionem i«r^" ¥ llamdeclarantem proptcrquid eiincgaro f-*""*; eflepotiirimam.ScprjeftantiHimamdemon- f ftaionem.nam fi dcmonftrauo, quam vo- cant propter quid tancuro, non cft pontU- D rna,cxpnmi gradus , aliquem ccricdcicctu, aliqued vitmm in ca notare oportet , quo hac ,iopclUiOQC,& hocnomine indigna el- fe ccrifeatur: sullumtamen notare poll*- mus , Cuc ipfam dcmonftrationis naturam, liueanimumnoftrum Ipeaemus; iph qui- dem natura: dcmonftrationis nulla condi- tio.nuliapiopiiecasdeeft.vt Auerr.ipfum faiTum cffc oftendimus , qui etiam in com- Hicntaiijsiins 39.40. fecundilibri Pofterio E tum aflerit.vtramq; demonftrationcm fimi- liter tradere nob.s perfcctam rei quefit^ dc- finitionem.hsecautem apud Auerioem cft fumma demonftrationis petfcci.o, qua rna iotno darur.&vttimus demonftiantiu finis, quem adcpti quielcunt, nulla igitur demon flratio dec.arans propter quid cft, dcbct fe- «undi gradus dcmonftratio vocari > fed po tilfiraa feroper appellandaeft Si verb habita animi noftn tatione demonftratio.quamvo I cant pioptcr quid.nontft potiftima , Hicant^ qu-elo quid ci dciit; an quod ante demoftra tionem eft nobis notum effecium eilc? cettc quifnam dcfcflus hic fit.no v.dco:in dcmon fttauont quidcm nuilum ob id defeftu fta- tui mauifcftum eft : quia ctiamfi nos vel al- tcmmquatiitumvel vttumqi prsecognofca- ■nu^pet hoctamen 'pi* demOii&raiiocis appellandas ciTe : quapropter hanc appella- t.onis dirierentiam omnino reijcmus , & eam potius,qua vfus eft Aucrroes , accpien- ApptlUii* dam eiTeiud.camusiAuerroes en.malttram A«tmH limplicitct d.claro, altetam caufa tantum demoufltationem vocate folitus eft ; atta men fano roodo harc intelligenda lunt. nam fiidcoputct.llam fimplicterdici demon- ftrationem , qubd primaria fit, & propterea demonftrationis nomen fine vlla adieftio- nc prolatum eam folam fignificet , non alt e- ram,qua: dicitur caula; tantum , falfameffe « cius fententiam arbitramui :quiaita fumen- do fimpliciter , omnis demoftratio ptopter quid dcclarans cft fimplicirer dida demoo- fttatio , & nulla demoniiratio propter quid potcftfccundi gradu» demonftiat.o appel- )an : quod fi dictio itla.fimplicitet.de qua- ftionibuspticedeniibusintelligatur, illud appellationis difcr.me admitti poteft , quan doquidem aliqua datur demoftratio.in qua a- /./«.#. S'«'mus,pofrumus forrafTe Auciroem defcn B dictamnominatefoUn , fim P''dt_ t f ' ■ q«i « Epitomc i„ cap.te dc dcmon- camuT, ole h _ ° u m d^' " a" 0 Verb °  gmficctut. & t || 3s cmnes adm%, m ^ C £ busillam tantummodo.quam haben.l c.demalem, & ex nobis fumptamd ff tiam radieare v «limus, hanc e„im d,& t,am non ncgamus, licetnequ* ab AuiCT .C.ncque a Grat.i. ime.pretibus ,a. q uam fuerit conlide- taca. K r s. IAQ ZABARELLAE P ATAVINI, LTBER DE %ECRESSK Caput J. qHidftfK£grejfus,& quid Ctrculus, Oniiderass Atifto- tclesinprimo libroPoftcti- orum Analyricotu cireula- rem demonftrationem, qua prifci quidam Philofophi o- mniafcin poiTeaifeuerabat, eam omnmo rcfutamt , & inutilem effe cffi- cacicer oftericiit: ftt autem circulans dcmon «ratio, quando demonftrata ex propofitio nibus codufione.e* ea viciffim eidem pro- pufitioncsdemonftrantur.fttqiecondufio- »e ptopofitto , St c propofitione cooclufio, quemadmodumlongaorationcin iecundo libro Priorum Anaiyticorii declaratur . Ve- mmiriillaconfutanoncita iocutus cftAri- floteles.vt nonomnemciicularcmoftenfio- Bem reieciiTevideatur.fedalrquamadroifif- fe.quam complure» intcrprctes rccipiftes, «: a fircuIS iUo (ciungere volentes tenref- fum 3 f pe llaiu m. AJij tauicn f 0 g U , B 0C n D modocireulum, fedregrefltim quooncab Ariftoteleconfutatumcileexiftimarur.t.ta- tionibus ita apparentibus nixi , « ic j mco j "-dicio ptr fc manifefts tencbras oaiidennt.eamquc difricultatis , ac dubic*. tionis plenam reddidennt. Ego igitur veri. tatis amorc dudus , quam abique vlla offii- fcationeomnibus confpicuam efle veilem. dc hac rcaliqua dicere , Sc tum rationc.tum Anftotcljstcftimomo regrelTum ncgandum E noneffeoftendtic conftiiui: quod equidero pauas verbis me pisftiturum fpero , quan- doquidem non muJtorum arsumcntoium eongene, fed Ibla rei , dc qua ioquimur.ia- tima fcrutatione,& excmpJorii naturaliutn - diligenti dcclaratione veritatem apcrtifTi mamfuturam cifeminime dubito. Anteo- Cimh tnnia intelligendum cft, quid per circulum, i"^' quid pcr regreftum intelligamus : eircului qmdem.vtcxAnftotcIccolligimus.eftCcit F A. demqnftremus B. dcindc reucrtcnte» cm B. demonfticmus A. Sc vtraque fit potiflima dempj.itr.tjci, quac per caniam proximam dcdaici deRegreffu, Liber. 4*2 -r-rauid erTcausfir:huncpof- A dum.quod fi tffeaus eft notiornobis,qua-n jed-Kt p»pK H jQ memorato i ot o c.ufe, & pr n P r.jm inuen.mus cauiam, non jjbileui nonc" 1 - XJ r . .«..„,. iHj fib jlemnonc f 4qU cretur ide ie ? ' % noftenus, notius, & ignotitts fccun- 5?rn«Lam requcretur etiam.nil al.ud P er ££_un dcmonftrari.quum ukm ex fcipfo, Cl ' w Tnaraq ad vltimuni demonftraremus l&"A q eft,h«aut6(bntabrurdan,a- A.e' lc TT -/T.., pf> inrrr eau fam. & ef- poffumus pofteaa ciufa reg^ediad cff.au. nam f ptcr quod ahquid 'ale cft, illud eft ma 5is tajeat pioptei effeaC fit nobis nota cau- fa, ergi-fcmpcr m3gisac firmius cognofce- mus tffeaum,quamcatifam:re2rei!iigituti \ catifaad cffeaQ nuquam liccbit,ntfi iminus noto ad magis notum progreflus fut.qus eft vaiia.&.nutiiisdemoiiitiatio.Secundua.gu. Secun^m^ V. •r- * e t V^orelTus vero tft inter caufam 1 & ef- ""$_*" nfndoiec.procantui.&cffcauscft B mentum eft, dato regrcffumh.l ahud p«*. ff «._«-_- fe aum, e k ufa . quuill cwmftm. pfum oftenditur, qi.amideperfeipfum, qui no biJ „„ Kij! r.rnprediendum fit. eft proeeflas inunl.s, pnore namq; proceflu «inotionbusnobis progrediendam fir, * - l* effeau noto caufam ignotam demo _ rttt _ e . deinde caufacognita abeaadcffe- F |^drmoXnd2VVg?edim r^t-rquideft. Hoeigicut mter c.rcuk. : & Lprrffuin intereft, quod in circulo vterque nrLeffa? eft Jemonltratlo propterquid, cj. ST«cogitabiIfttat,dlim & caufam elTr, &p opter quid fit effVaus, quare alteto illo ptoccilu opus non cft. Captit Ui. wquorrgrcjfumdari osle,id;tur. COnthakiam rententiam ex Ati- chrj Jn$* ftotele multis in locisrumin us. nsm u utn ttpm»- capite tertio pnmi lib. Poflcrioium arju mcncans contra eos , qui citculum pdnp. bant,rcgreffumc-xcipere vidttur dicKcntm inconuenicns tff ,quod idem (it codcm no- tius,&ignotitiS:pc.fteafLjbiiingi' id non effe inconucnies,fi diuerfis mcdis accipiatur no- tius,&ignotius , vtalteta qutdcni dcmoftra- 483 lacobi Zabarella: Patauini tio fit fimpfiriter demonftratio, alteraverii A ipfiuscauraisnoretur tunei»^ non fimpl.cuer.fec ! demonftrat.o quod^qua- efux d.m^ftSnon^ndSn^"^ K. fii a i M >tionb U niob, S . eoB «*r,r Dn ,„„f dert,5ftranc.neege t ,quS:^ r ^ u '^m fcfiuirerddcmonft.jtione, ,„ "^"f';? 6, ac per ruaracaufiin, c. J(J norcat U rKl ttln - manotioribus nobis,conceditergo regref. funjjin quopriorproceflusefianotiorib.no pis,8i demonfttatid quod. pofteriorveio eft a notioiibusrecunduinnaturamjcV demon- fliatiofimplidtcrdiaa; eandem fententiam kgimusaptid Arirtotelero in contextu pi, fecundi libn.In capire autem dtcimo eiiifde iibndeclaransdifferetiam inter demonftra teft vna,& eadem demoftratio vtraml ram prarftare, vna enim demniidj' ° pe ' reieft,no Dlurium.-niur^/T „..1 . vn "-"« rei eft,no P Iurium:q U are fi perhanTdcm? ftrationem caufa notificarur.nonporeft tiouem propterquioV&dem^^;^; g Mi^S^tt^^ fi X quod.man.f./le regrefl^m fac.t:ex eifdem e- ccretar, e7 u L" a2l" V" 0 'r.r.l=.n, f Jr.^,.ir. n . tele itl prtttlO Itbro Plnfe- , , cerum. tillaot, crgo planerae ptope funt,qua; eft de. mcnfiratio ab effectu:dei„de dicamns-qucd ^^^^'"^^■f ^ P dimcul tate res ipf, fi bene .„„„ 1 gatur.omnem duhi.ahont.iri toJJct ; idctr" ergo planeta; no fcintiUant, quar crt ^emon ltratio propte^quid^fi quis autem veiba A i- co derlaran.r,,^' la Tv "rr l ' J " CI : 10 fcxc no-dici cxemplitantumgratia, fcd ouia Ariltottlesailciiteuenire quandoq U f,vt hac icciprncara demonftrationc vtamur,& taaa prioredemonftrationealternm q UO c,- r. 0 ft e rioremexeifdem terminis coftruaniuVnam fc exempla ranrummodo vtriufqj. demorftra tioms afferre voluilll.t, non cpus fui.Tctex tibus cogmta nobis.&qu^ fncognita finr" &quomodo: haftciuis cnim latis Ituem lm* lufcerei cognmonem iubeini.t3,q UK vtp ro " p^fitos nodos expJicarevaleamu*,miiJini4* hjmcieiwcft.Inpnmis non tfl i^tioranda di flmaio illa fatis apud phiJofjphoi t.jta & vuleata, cognitionfft.aduplrx eft;a!teram dem fenttnnam eprArift. cclliri^n. n n,o« T bVrlff.T "f' tura ,n e ? tftu io ™* ha ^ f ,r rt V ^optimiJ.b.Phyfico.nm.nlTnlK - 'j-iih ui JIJ u I U (I m,o pr,m, nb.Phyficoium. namin principio t.uUibndicitin cognitione lerum natu%u lium procedendum elfe acaufis ad effcda, quxcft demonfiratio propter quid. polLa animaduerrfs caufas ijlas offerri nobis inco gnitas 7 &abignotisnoneireprogrediedum, f,,b 1 unsitta.p-, US ex e ff c aistaquamnotio. nbus nobis indagan Jaj,& inueniendas elfe, fw>i'.B> furaquidem.quadoipfimi eife cognorcimus./** 'f f '"^ fedqutdnam fitignoramus: cifti.,aa vero, %'J£** quandocognofcimuseiiam quid fit^&ipfius * naturampenenamus. HocdccJararo tttaui stnttft- lpfius regrcftus feiiem ordinatim confidcre- gngm. mus, & exemeSum aliquod oobis propctna. musJn m« s - in q "° CTpc e£d»n» nonorem flu iripic'» (nu ' ' cl ret , P rocabile : iumamus de. dc Regreffu , Libcr. 485 qu i e* r ,m~prunan dari excffcdu "on1»cfl , C^-.c^ vcrb materia ma- „ob.s cogn ra A ' ccepto jgitur fubieao pro- ' g ,"'-.u.o-cn^-it'alt«auco,cmpri. «I0.1C.1.C" eo e . Jenlon g r „ U rca U ft«n B ine "\ P :.| dcmonl atio quod quz ita fcr- ajS ' » n eftaeneratio .ibieftfiiBicfta ml «i» corpore naturali eft sener,t«o,er- tC " ■ iiatu. ili cft m ite:ia : in hac de- &?:r:Xor P ro?ofi«oeft r b^o- L/,,iito'.one minor p— r — : - - W ( t ■ auo uim gerteran quidem,* uu UC0 «urliia corpora ce™imus,red«u- JLSgnor*".» .natorvcropropoGrioquan uimus enim rnur.ar.ioae omnem haberefub- iedam niateriam , non taaquam {{tettum 1- pfius matei w.fe J tanquam perpetuo roniu- ctamcum mareria iubie£ta: exiftimauius e- nni mutationcm, & materiam nexu ita ne- cciTim, iunftas efie , vt mutatio Gne matena nunquamuuienniqueat: piopterea quu ti- la;in corpore naturaltmanifefteintueamur, ex ca coil.C.mus alteram quoque, quam noB liitjsmurrineodemintrflV. Hinc fitvtbu.us quoque conclufioiiis cognitio fit cofufa quia folum quod infit corpon naturali m ateuain- ucnuiius,arq; cognofcimus,ipfius autern co- ditione«,&naturam,flcdefinitionemignora- nius:h'jiusautem ratioin promptu cit : quo- num nulla rcs dar alteri id,quod tpfanon ha- bet.tftcetus clt coafuse tantum nobiscogm- tus.ideo nun poteft nobis tradete diftmaam caufx coenitionem i notus enitn tpfequod _ . ^ . - l~ J (i*-,-\A Mmr*ri qu- renfu non cognoRttur .*(h.b!tim;iua!ieon(ideiation. SSqi«t«io.ietpf».n declaratAnfto.de. \ n!ib- PhyHcorum. i.amacciJeutium Krmn non «demus.atumenre aliquan- fcalconfiderata cognofciniui iraiaomai ^uut.one effe op .rtere , «in ^.dennum apoluio quan- Ciuix cogiut.unr.ui ■ -■»— w: • alkiaatamca C eft,nondeclaratn.liquodcaufafit:noramen ne f.cJcnno- vtipfius caufa: quiaipfe quoquenon eitno- . .ipfius caufa : quia ipfe quoque r - tus vt illius caufie effeaus: fed folum vt res qujedamab tHo nunquamiepaiabilis.itaigu tur dicere omnino neceffarium eft.fi fcm u pfam dihgt nter expe Jimus.effcaus enim co- fusc eogmtus non reddtt caufim cognttam nifi confuse , caufa vero c6fuse cognita, dutn : :.i i^mn nnreft dosnofcivt cau- jnnum nn. cuurusc , nuw — p- - - matit, °^^lcZ ur^taque "indu^on cm il- ignoratnr uuid fit,n3 poteft coanofti vt cau- ■""»« on « ' "'™ m Soesad Diakct.c* &. «iciti| eft primus proccffus tn tegteffu lam V.& cogmtio non cftnifi confufa: quialicct ptsJiciturafucaufafub- Z&jtiat cVuVi eft", fed vt p.ajdicatum quod- dam neceifanumjflcinfeparabilc. Caput V. quod faftoprimoprocejfune» Jiattm regredi ad effeclum pofimiu.ftd mtdutm qutndam conftderjtioncm tHterponiaeceffefit. C\ v s a ita inuenta , videretur ftatim ab '2. regrediendum ctle ad effeCtum Je- Oiouiirandum prop.er quid fit : atta:nen hoc nondum facete poffumus : quum enini, vt modb dicebamus .nildetid, quodnonha- bet , nos autcm P er regreffum quiramus co- cnitionem cffectus diftinctam, hanc.obis caufa confuse tantum cogmtatradete non ooteft , fed eam prius diftincte cogmtam he- F rioporiet,quamadeaaJ effeaum regredia- mur. Facto iraque primo pioceiru,qui eit ab effedu ad caufam , antequam ab ea ad erte- aum tetrocedamus, tertium qucndam me- dium labotem intercedeienecelk eit.quo ducamurincognitione diftinaam ilhuscau- Ta: uuiconfusetantumcognitaeft.hunca- haui neceffartum effe cognofteotes v.-carut nceotiationem iutelleftus, nos metalc ipfius caufat examen appellarepoflumus, feu meu- talem coiifiderauonem:poftquam smm cau- faiuiiUninucnimus, coufidc-are eamiaci- q 1 f 7 IacobiZabarcII^ Patauini 488 d_omi...i_ ,._.!... w 'P ° Uiirir, i.l . „_. K ,u junuotiir in iD n,, WU U_  q^omne.forrnas.& om.e pr Zfn ^ c-pcrc.ptantMtaquenul/i^mrw"^ ^ n»tur» , nui;, affeaionl _ j ^ I J ce r . fccundumprcpriamci u .naturan ) f d 1 !f« mnibusl 1 bera.& im m „„: r ■ 1 u ' 10 «J*» omnia 5 ^ «Ra2S? D ^^^"""^"-iSSE Plomeiiusmrt- inpn.,,.. 1 . c - ,crn - «atemhabere:h_!r„hr«..o j..i.:.. „ P ote - (,„[■.„,?„' ell? "■'"Jse_cct„j «-.am . qnx omn.a coJem ftmpto extm! Plome.iusmtt-lligcntur: « £fnt .L 0 ^„ SntiJi 1 ? m f fe4SS Tm Zt r^ ****** i non Jum qui- dcm cognofcimus mattriam ipj. us o en i ' non nnir, 1 e " e,fCl, ' J co^nofcimus W,.™^ _i ^ u : rcltU ," tcsu . raiI1, « s : 1!OC 'iic!mus, mat enam nueniriouiJ_m rEf > cft - or P°ri S nShiS te.es fhi « ° S enc r«mn, Sj n e mpe vt A R 0 _ re e, ib> eam lr)uenm vtcaufam 3e .cratio. f r ? '  vbiAnftoteiesagfn. nmc rumpta, dicit mqu rendas elfe e i us «„ f« , mdtcatergo effe idhuc noiSl "^ fan ' P"^ 11 »* gencrationh qu.rir J ' br ° Ph^.r.m caufegeJ neratioms non cognofcuntur , fcd caufe m «» en,m n.t U ral, ptindpia q«SiSE ftatVm h , h, , nlu f r^-P^ndarum pote Katemhabere : hxcabr q ue dubio ell __t, » ' hu ?c emm fenfum cat^. mn ' S de p „ ma . raat _. tura dl - cunt0 ss;:;__sr £ rib n m _f OS ; itIOneln "«onxittum coVm." illa pracedensconfiira quo j mat ,-,; . ? gjnei Mrt P-atiocun^en^f^ e a ;'._ p-t.nuenta: ffc emm paJlatim difcimm .._ locun, ^ gencrationcLbe.t ipfa maTeria 1 & q U od nam e.us officium flt . >Il __ prmcp.orum muncnbus diftin.uimu, ofS I ftri_ ft ^ 02 ' ° ffici ° rcd jfLi ° n,am Cmm Por^rlatcm habet fo7m f omn "fo rm__. _cnL,JI a mce,-ram formam fi w pra.fcnbit , fed rau. apra efl re Detnum r ? ^ 31 "'''' P 0 ^ ^ P er - eat & « 'J^v* neCEfl,tate a l'9««ao mtcr! eft «c^ff 0 aI :- UlJ g ene r et "r: hoc couffderare eitregreirumtacere, cjui eftpoftremus pro- grtiTus tradcn, nobtsca dtfimiia guiuonc A %9 de Regreliu, Liber. 490 j-ftinaim coenirionem effcaus, A gicis fcripta fant,e S pendere>»™ »-"un rumu. t feu v-era Sfnfu^ropcuTtionemmaiore . * iamiam. in , oromptu habemus dcmonftr a. fi,i pterqurd.propofiDonamq^ub. r^TnVomateriam inefl-enommus, qu* D °; oP ofitio minor.m corpore natural, «. e i *"reria,colligimus in eodem ineffe gene rfgSell p^iff.ma demonftrario. Sed 3_9 L'nvn*.w«» — ' « «_ eonfilium in eo libro non eft generatio. «otitiam tradere per foas caufis, fed fo- vm ,xenita ad generationcm diftmfte CO Moreend"am,eaque cft demonftrauo pro- Bterquid-Extnbusigitur panibus necefla- ii6conflat ie?retr U Si pttmaquidem eftde- monflt Jtio qubd.qua ex effeftus cogmtione ronfufa ducimur in confufam coenitionem ( _ u r_.;f C {unda efteoniTderatio il!a mtntalts, tur enim ftatim tognofci etiam quid !it,fi ve- railla runt,qti3e paulo fuperius diximus,cau- fam non poffe cognofci vt cauftm, nifi prius quid ea fit cognolcatur, quo fit vt, 1, caufr vt caufacognofcatur, cademfit etiam cognita quid ftt^red primus motor fimulatque inuc- tuseft ex iterno motu,eft etiam cognitus vt motor, ergovtcaurajquia dicere motorem eftdicerecaufam effcaricevii motus.hocau- ,.,irr-fcituralio fiwifto exem- flo ex ottatio l:bro Vhyfi- corum. HAE C omnia, qun de regreiTu , atque eiuspartib. diximus, pofluntaliis plu- ribusexemplis c naturali philofophia fum. tis decl Jrari, & comproban; nobis autem tf- terum foium acciperefatis f,t,iii quo tota ; re. Veritisapertiflimc conrpicitur; idq. (umitut ex oflauo libro Naturalis aufcultationis , quemlocum diligenterconfiaerare iieqjin- utile, ncqueifufccpta prouincia alienum e- rit ; q_a_doquidem non eafulLini, qus ab A. nftot.alii.q; prcbacis authoribus de tebuslo quum videatur eode proceflu fimul demon- ftran & caufam effe, & propter quideffcaus fit. quiaeaufa ftatim inueoitur proutcaufa cft.f\«tamen,(lbene rcm hanc expendamut, s,Uti*. id minimeverum eft:nam eftquidem motor caufi tffearix motus, fed a-terni motus, qui eftfpecie*motus,proptiacaufa non eftnio- tor late fumtus.fcd motor certis quibufdarn condicionibusp a.ditus,perquai vim habet E mouendi perpetubjhis ^giturconditionibus it-noraf.s no ci-gnofciturprimus motor e(Te caufa asterni motus nifi vniuerfaliter,& con- fusc, h_autcm primi mototis conditiones perprimiijiiil!u,quem diximus, proccfluui noninnotafcfiJeo nec ftatim regredi pof- fuinusad JfcunOi mdum propterquid fic ipfe rterni^Blotus : quia motor eftadhuc confuiicos;n»,; propterea necefle fuit A- riftot_entfacer^nicntalemill.im confidcra- f tionem, ftu ncg\>t:at'0'iem i>,,tlleaus. qua conditiones effentiiles primi motoris in lu- cem proJirent.finon omnes, filtem aliqur, f.ilicetilU . quas aJ cognofcendam caufin a::ernimoru. cogrtffcere nec ffnium crat: facit hoc Ariftotcles in pitticula p. eius li- bri, dumoftcnd:tpnmummotorem,qui x- terni motuscaitfaiit,immobJem pfnitos cf- fe dfcbere.vtnequeperfe.iiequ sxa ci Jcn. tifitmt.bili^quor.ia vidrtiitis motores, qui perfe funtimmob,les,cxacc dcirti autc rro- bilesjnonpoflemoucreperpctub: _eindeio H 3 491 lacobi ZabarellaeFataumi * p- ™ m «_l_ VIVU Ui JllH ^terno lrnraobili ad motum pnmumxter nun.,&el.demonftratio propterquid Cae- ■'■V-r IigeHtiamnon eftilJeatio pr__te.eundum ar- fJficium maximum Ariftotelis in eo Iibro a flernme cognitiij quod nos primi, {fnm eum Jib.un. pubiic _ interpretaremur, decimo ab htncaiinopa.efe_imus,qu_.runtn.ulti ratio nem tractanonis de imparribilitate primi 45>i «nnS^rt" 6eitini «««: P'*™» A «nctusmateri*, «onpofTkfaW raobili ad motum Dnmumnrr a»t*>. „„ ' : ^ " lalt *Wex lcC j_ — , _-~.i--__i_e._rev- . denti non moueriad moturu m_.-» f tamen Ariftot. expnmere non aufe If hoc vidit efle conditionem fupernat^ tranfcendentem limttes PiivfTcos ,h ' * moderationc eana inSnuare fltis'hah 0 ■ ClJ,,l ■uodut ioqv.endi.quo ibi m.urMm^a ,Vl nam diat «edibile , _&, qu6d D.im us " " t! sternus, quum rcmpcrmoueat, r_o„ & modomobilis nea- ner fp r.»,r i uun I,tv 'lo -notoris, quara ,„ pcftr.mo c ius bbri cap.re B his enirn paucisv^bi! m^nt2* m" ldenti i Jegimmj.nhac vna plunmi confent.unt:Ito CderarionPm ' n_"__ lf m !"f ™ «»_ pus eratprarcipuus A.iftotelis b eo Jjbroa-. Rered-p.ime__.erno raorore: ideo caputil- iud vl.imum eft veJuti terias Jibn coronis, & apC n ln .¥ oArlftot  f ' COIum ^gerc poflumus, fit )& qu £ fitcaufa P etrerurmot u \ & & rr ?"T± U ^^'T^P^'™ « ■ U_ -j_llJ Iit,-.qu£i.tcaufapetpetuimotus,&eam ef_ femototem lmmobilem; caput itaquevlti. n-.um.quodpofteum Epslogum Ie2itur,fcri ptum cft ab Artftotele qt-afi extra p^imatium «uius confi.ium in eoJibro; &ratin, qux i. pfnmmouitjfuiteheccoer.ouitA.-iftotehsil Uidmemise?,amenleuiter,& imptrf.cte fa_ aura eife 111 contextu ji. ideocjue noa bene cogn.tam eueillam primi motoris conditio. ncm, perquam eftaptus mouereperpetue- pfoindedcb;lem J & infiimii fuiffe regr.frum a caura non bene eognita ad efTecTlumicondi- tio enim primi mototis, perquam poteftfa. cerc-eternummotum.efthiBc, qubdeftati- lunftus amateria;ita enim fit vt 111 mouendo iion fatigetur, &.peipctuo moueancondu tioncm Iiac Anftoteles in contextu S u valdc lemterattigit; roium erjim dkit,primum mo toreru non eflc vllo modo mobilem neque pet fe.neque cx accidenti, quod figmficabat jffumelle ifliatetiafeparatun.; ruo. £ e ft ct neque pen.tus lmmi/ram traitatioin natu" rali. Neque id rcprehcnfione viia di S n_i__. elt,quandoquideni ficuti rerum omniutqua. * m vmuerfo funt, admirabilis eft coJliEatio & ne^s^ordoiitainrdentiis conringe,, „ e . Se!aii ^ «fJinri fuit,vt colljgati ciTenr,& mutu._ m fi. bi auxilium prrfatcntjdiutna quidem fti^. tia quantu m artaturali muctur, in Jibro dng. »«* dccicno Metaphyficoium legere poflumus; m,&eam reddit modo quodam natur.le m quatenus eam confiderat vt eauram acciden-' tiumnaturalium.nempein oftauolib I J h? hcorum,vt caufam *terni motus,& ,n tcrtW W.a» libroaeAmmajVtnientishumansiIlumina 1"». tncem,& cauram noftra. inteJleaionisiTtto- que aatem 111 Joco Ariftoteles coafitis efkali. quasfupernaturaJes eius condittones attin- gerejeuiter tamen id fecit.Si magna cum mo dcrat-onej&abfq; diligcnti carum declara- tione, Tt quftque ludidoftis, atque erudi- tus vir vtroque inloco infpicere potefljno* eram fausfuperque de his locuti fumus; hacc aj-tem omma cum d.ligentia explicare volui mus.vttresillatin regreffu neceiniiisr partes optimc cognorcetentur. Aliaquoque natu, raJia excmpJa perpendere poflcmus, qux a- Uis eonfidera„da,& cum his.que de- clarauimus,conferenda re__ linciui__iu_.. de Re^refTu , Liber. 49+ 4P? rrrr tzoitresmemoraUPartesm A coilationem eaufe tnue_t_.com cfta«,e* r^»^ r1, ^ / 7 „_-. quoinucfltafuit:i- -«««fff /T« finonfcmper tempcre, 1 -i- ' rtantur. Q __„_S_-S£rf*5 b o».(i«.  . foJum - Sed neque rationr maie. •Mten* t,x - mi tetn namq; demonftrationis eft me djuj ; terminus, r x quo vtraque ptopofuio «nflatur , vt ait Ar.ftoteles in 4 8. contcxru fecund. Jibri Pofteriorum , & vt ibi deciarac optime Themifnu, . materia qu.deru «rculi torafimiliseft & elu rdem senerii.-quoniani in vtroqj progteffii meoiura eft proximacau. ia maioru exttemi; vrerqueenim eftpotiffi- ma demotiftratioj tora igitur circul. proaref- Uo effra caufa proxima au erTectum : p. omde f It per vjam totl Itmilcm , qualis eti circum- ierentia hgur* circularis : norato enim in ea punciofipcreamahquid ab iflo puncte mo uearur,tranf?tpervia m ,quitor.i i: ,L.i-Icmfie- r.ens eft, doncc ad idcin punctum reuetta • At,n regreffii via nontotafiroil.sr ft, cognmonem.; igitur ratione &„i s 7onT "1 regreffijs appellari drculus, " P° tni- uojic etufdem defini t peifecta & diftM&Tjeft: cogmuonc d.ftmda; nec ditimus tilum tfL tura j fcd aiTcnmus arnbo nobis noti^ra tu > Aoerfistamenmod.s eflcdum qu.demMV* ' fuse cauftm vero d.ft.ndc, & fi^uti p" , aumconfufam cauratcoun.tmnem admifj; m ur,.ta pe, caufam ad diiWam cffS gmnonem perucnimus. Ad fceundum™ D gamu,- regreifum e fle proceffumab Z cm ^ ad .dem ; ei,«n,m a,confufa ad diflinaje,^ dcm re, cogmtionem , a cognitionequod fir quareeitprorfusabeoderr) ad.dem nater igitur duo hgcargumentaab Ariftotele cot J tra c lr , ul „ m 3ddu£UregrtflllJ aono{E g£ i oHremum argumentum erat jln priore pro-'ujr «ffi. vel notum nob.s eft caufarn P £lli T " nr^^T ' ^'^«m ;fi notnm ,erg 0 . n wc1 ?' no " ine.dodetnonflrweJL aZ ' verum « ia rnpropter qmd ilteffc- n e U ;eft U ^ POfl£nor fu P«««»- eeflu vtipoffirmus, quum maior propo ^ io , iVnM qP r" ^«""ftergo afinus.-quu E S ""fimfumiisnem efTe. Adhoc dicimus, lgnoran a nobis cauf , am eJl; ™ mi u- U,n P« 0 ^pre.tcjTuvtimi J t ; TnlTT ° blK1UD " r S° Priore proceffu Uinon poffumusjqu.amaiorem propofitio- nem ignoramus, ncgandum eftboqfalkx c- fimpJic,ter:nam eft quidem ilia maieraliqui. rauonc rgnota ,.non tamen fimpliciter,& o, mnmo ,gnota,fed aliquo etiam modo ccsni- ta,quancum fttis eftad demonftrationcmah.- efteau conftruendam. Similem crrorcm ob . iect Anflot. Platoni.& quibufdam rophiftis m pnmocafiKcpriiuiftbiiPoflttiozum , ifi^ naiaque deRcgreflu, Liber. 49* e ...«ha.arcnmentisnixifrienriani A nem adduftus.qno oftenditur Kwcignem »^«»« W K„Kn^ qui* noueognofce- dari . quem non videmus , non ofawL.ur u .._ _an oftendetjani^ i . J> f . rt , m gnem Gmpliciter dart j id enim notum eft , & fcnem effe eaufam fumi. Proptereaficxcm- p°o veriore vtamur.nullus remanebitaduer- fariis ciuiltandi locusj fumamus igiturde- monftrationem Ariftotetis in pnmo Iibio Phyffeorumjciii* talis eft : Vbl eft generatio, ibieft fubiefta matetia: atincoiporenatu- .-_ I_ i , _. t rnlfC. non ^luro darTquoddam intet peTfedam *J_2 o nem , & perfcftam ignorantiam, reK°S mt - :_.., ««maue eft cosnmc H , ™* - , - re, '-f" u ippe inter vtramque eft cogmtio S*__ft qua. ofita illorum eauiltauooescor- f0 Hunc cudem errorem aduerlarns ob- B*_ „oflumiw : dicunt emm,vcl notum no- -■ _> DOl Uni u, ■ _.-- — - . ncc V ,(Tc caufam tuml, dummaiore i_i c« w"™ . pi.eW ,f Snqueeft fun.us , ibi eft rali eft generario: ergo uveodem eft tnate illam fumimu: s , vb.ct. aqLC feftlm „ otj B rf ailt ? hafie demonftrationem non eft no ^*$^L^£tmMu*&. bis'notum, qubd rnatena fit caufa genera. ^S^f^r 8 ,- P e_featfite«_* tbfC.oec^nj^^tarf^ ffefletogmtumFcpter^id^s , oe recundi.piocefl\u:fi vero piorfus inl m! ex ea maiore fic ignurata polie . ftrari ■ quar nos vtraque concedimu», ,doc.uidern neque ommno ignoramus ' qU ! «nft onem, - nexum harum duarum te- *° fi.rnr &i»nts,redeamanteanouimus J tinn, . r> rw, _r,_m habemu. . aui_ l . ' . l % . iik - *._»•» r — n _ » pofitio maior, vbi ^eneratio, lbi matena, fed confusecognita: prxnofcimus emm eE. fe cum omni mutatione comunaum ex ne- ceflit.te fubieaumaliquod, fednondumvt ipfius mutationis caufaiit; idquc ratiseltad demonftrandum qubd in corporenaturali | mateiia infit; quaudoenim du . nm rerum monnrdiiu u_in»* _„__.-- . tercaufam etfe oftendit, vt dicamus.eftetius eff, ergo caufa eft,r e d horum duorum cone- ku in maiore propofitione aceepto, oftcndu mus in rubieftoaliquotertiocaufamineliei propterea quod in eodem ineft efteaus.que- admoduminlibro noftrodcrpeciebui dcmonfttationi_ eopiose de- cliMuimus- *T finmii. ignem efti cauram fumi; fubieao aliquo e_tftere ^ cm ™>™" l g- iLfir _*i. iib c r fiP ituT habemus fumi cognitionem, mus alteram quoqucm eodem ™f'> d £ flt Sq-re per pr.orem^lumpro' monftratio namque abefeau non fimphcr "tm 1 demonftramus niff jnhanmriam ™,riinfubieat>»nondi_ii nouimuseam ei- 2 dlius effeSus caufam . neque nos hoc ex- Spl-m perturbet, quod videaturante U- t. ffl demonftrationem notum nobis effe , u tnem eiTt c. ufam fumi : quoniam ea non eft l&nftratio, fed ryUogifinusqiiidaiD par- V ocwans, exempli gratia ad r« dedatano- r 1 ?i 1 s. IAQ  PATAVINL LIBER T> E TR IBVST KJECO GNITI X Crffftf I. trisejfcadfummtim , i»«. . /r « - °* Oueade- fiatiotirm.quam vocant quid "gnL verbbAufWlis mjniftfW e ft ™ VCl « cit efTej,, *cognorcend um qujd f?" " on *» erentralem q Uoqiie definiti ; n '^ nim oonnfln'.^ J.,.;.r . . - , f .„ S^ncare no autcm ad nomen , non ad I rero of " 6ea " Qfio J auwni ipfum fubteftum 5r,„ 0 P n i- E fubieetumfaetiatuJeeflioportet qu  cap vlf t J Pofter. dicebatfcirnria. de entetfi, f tb ' ig^nota progrcdiatur ; atqui ignota fccun. dum ipfam terum naturam accdentta funt, eorunique per fuas caufas cognitio precipuus eft fcientiaiunicontempiat!uarum'fcopus:in trjbusigitutomnisfcietia^erfari dicttur,fuh- kao,affeclioriibus,&.priiKipiis. Hocautem de folis coutemplatiuis difcipiiaii inteliigen- dum c[i,de liis enim ibi loqiiitur Ariflotelts, non de aliis, qua: operatriees vocantur,in- quitenim [tmiii itwtnfttMiiutfiiuninj atdt- fciplinat operatrice* nequc demonit atiua: fiint,nequefdentia;appel]amur,vt Atiftote- les docuit in 6. libro de moribus eapite ter. tio,& quarto ; quia Snem ncn habent feien- iiam , fed o peration em , & a n oti cne fi n i i ad prfneipia operattonis iauenienda progie- •diuntur: ideo flnisin eiseftterminus, aquo; prindpia verb, tertninuEadquem ; quofitvt ex hirum diftiplinarumfcopq tria illacolli. gerenequeamus , fed aliavel tria.velplura C difciplmai verboes opcratricesinik USi tribus.iB quorum coijfidtratione verfentur, nobis fiunr.,deori= hTv x, „ W ' I 0 * «finem, principia, &fubieaum,veiutiinar- te medica fanitatcm, auxilia, & humanura corpus,& FortarTe ctiam plura :ars enim me- dica, in fignis quoqtie verfitur$fed etiamfi fs. teamur; illarti quoque arrem in rrtbustan- tura verfaiij fatisnobisefifinonfinteadcm tria, iu quibuJverfanturfcientia: contempla- tiu^, fed alia^quaT adopetationeni, nonad fciinnaradeptionemdirigautur. Quoniam D ommbus,quara>nfider a ntur, fine J£ ■ iguur diftum Anftotelis fohscotemplatiuis bus, (lue principiis flibiaccr ttitamZ , ? . r/i-nninnMMnnnA — — ~- J. _,(:, o, p* j ,„_„. ." . I U Jm °rH tlJU cntetite a„. ' veto m gencranoneverf-N , quod &um no.mUbronoftro denatura llTcl J" Iigenter cxpendimus, & rcienria.on.nl- tebus ncceffariis, quat vd pe r ft fempe^ '° velanaturaproGUcuntu,, vcrfari ofted™ " ' difciplrna. verboes operat„cesin.j s aobu fiunt, ideoq; elfe , & no„ effepoHt S^icaum.glt^fc.enti^fpecnlat.usS «fieens ) SnecelTarium,& pra!co"nitum ^ P 'W*H quid nomen fignificet', tum .etiSmSS"»^ iedquarmaxime omoium pra-cipua e ft r n k ieai conduto , per quam & l pri „c, P11S V aff.aiombus fepar^tur .AilT. ^uT^l yocabub figmficamr , f u b,eaum en,m elf I Iud, quod toti fcientia: fubftratum eft L fci .-ntiis aptati poteft, nosquoquein eius di- &i exanoinarionc, quam in hoclibrofacere Conft]tuimus,roJas.contemplatiuasrcienrias Qrdt Hcin- conCderabimus . picrmus autem quatnam ttenm, Cnrtunifubieaijtiimaf.eaionum,tum prin_ cipiotum propri-e conditiones, vthorum v- cu nquodqut in fcientiis ab alus duobusdif- «tnere omnes poftin t,nequc principium a- iiquod^veiarFeaionemjVtmuItifaciuntjpro fub . do fcientia. accipiant; deindequomo. do fingulum iufrietiatraaari dicatur } 8c quo- m .do p; -.cognofcatur , &-an poftint ea o m- ma in fcientia d cmonftrati , an aiiquatatiim, & quomodo id fieri cotingat explanabimusi & li quid aliud ad plenam horuin trium in. tc'li|entiam cognofcendum eiie mdicamus, III jd breuiter explicare nitEmur, vt nihil, quod hac in re ad mftruendos ftudieforum animos conferre pofie vidcatur, lntaflum relinquamus. Caput 1 1. de condttionibm fub. ieHi. COnditiones fubieai fcientiae fpecula- tiua: ab Ariftotele in Pofterionbus A- n-j)'t.cxponunti)r,quarum prinu ea cft vr fit prajcognitum & quid fit & quod fitj dicens autem [fuidfit'] non intcliigitcflentialem definitionem , quam noftri qmd rei appelia- baffs,& fundamentum ; ,deo qu.equidconfi demur earatione quatcnus.n alto ,nefi id nullo paao fub.ectum in ea fc.ent^S poteft Qj.on.am .g.tnr fubied.m tr.ch rer vta ,isrubiacen.s,neceil e eff horumal,, no- ta efte, alia ignota, vt totus fcientix labitin boc fit conflitums.in tranreundoanotitad ignota in eodefubieao propofito - ,"2 E ijgtur affea.ones fubiec^um habeat^nS elt,quar lUi per Te inb Ir e at ,ac de illo dcmon! flrenturmam h^q Uum a cauffs, ae princip,,* luts pendsancnaturahter f u „t ,gnota;-&-of quehis ruperuacanca cllettotafcieiinscoa- ttructioi htsemm fublatii auferturdemor,- ftrwiorptoindenullaibfcenuababerur.aL feftiones autem ignotaj demonftrari de fab, leaonon poilunt , nifi ex propriii principii., qu^fecundurnnaturiipflsnot.orl, aC pno' ra /" nt ' n «fpni eft igitut vrfub.eaum-. affeaiones habeat.Si princi P ia,a quibus affe- ttionesemancnt. Has omnes, quaihaSenut raemwauimiu, condit.ones ita neceiTarias eilemanifeftum eft, vtquaui» earum fublata omms fcientia de medio tollamr. Duas aliaj X« i* fit- conditionesmultt adiiciunt, vnam vt rubie-/'* ™*" aum habeat fpccies, quam ex Ariftotelc fc-^**'"J" munt tn parocula i j 9 . primt librt Pofterio- *"* rum , vbiba-c verba \es.antut^m eit umf c im. ui tfit , fafafft g tn,Tis , out cum°itur quod fobie. A .caom fithomo.pars S^ da ™ eft Jf''f fcicntii, fed non vt fimphclter fit lub.tdtuoi Wbet hibe.eprincipia, &a_.eaiones, ftuItl Pft [becies. Sed ea BOfl eft mens fcP. ,I, ^ti eoWo.quumipfc ibinon id IfJvel.tquenamco-itionesinrub ££ SurU d. vn.cate -m^c.en- liiloqt r U nUmTuVcm dubuare de hoc aKqub po SSfXmutai lunt res, qu* m vna.ae ea- _Mentia confiderantur, perhoc tamcn **£ nmnillatoentud.caturvna; faen- *°" cnim naturaUm vnam cffe d.c.n.u., B nfs eonfiderei prima ? nnc.p. 3 ,& cce- fem " n «m 8c alia plurima eiulb.cd-.vnde ^Surfoennamnon efle vnam ex V £^S.= iueoA.ifto t etc S ad hoc re- ItlCtllldC, ICU IIUU T V wp.^^-y jjf? fitilf fcietix. Altcram coJinont m addunt, vt iubie A ( « _ m . I . n4 lnnnm/ 1 1 J icieti_s. ..ut-ai-i __*-ii«_'»»v_.. - (tj ctj.ditio anm fit vnu vcl vniuocum,vcl _nalogum( iia cnim id,quod ab Anftotele ad vnum,uueab foentia dieatm ■"-» O " oibus rubTefti.c* vnovocatur,vcfanum S-^s.ipfifatlsimpfo- gfoquitur.no de ™"J" 0 ™ prla appellatmne nominare confueuerunt) i"ou« vnam effe frientw Ego vero hac quoq; non effe cod.tion em pu B to.quum eapotiiis adfcietiam vnam conltl- tu.dam requiratur,qu.tin fimplic.ter ad lcie- tiam.fcuadfubiedtun. fcientisc conSrtuen. dum: etenimnomenafquiuocunijVt canis, h vi commune quoddam funiatu.jmhil elt.nili noniL-r, foJora , quod ntque pnncipia. neque affeftiooej habetj fivcroid,quod l.gn.i_ca_ tur,fpeaemus,illudnon vtium eft.rcdrouita, eaq ; fciennam conftituere aptafunt,eth non ^ ua r e !""l"^„^fri"jnmmodo mo.ato loco ArWl^qui non dtx.tfc.en ELri* vnitatem nonimpediri, dummodo £ aum vnum fit, Gquidem fob.efh vmt» fun rerum confidera.arum multltud.ne o nnnie feruar. pottft. nec Orepiignat.quan- S omnia ad vnnm fcb.eaum tanquanv l v namradicem,iquaprodeunt, reducun- «r-qucinadmoduma-bore vntm vocamus, Lx'X rt »Jicet multos habeat ramos.fit mul- «fol.a,&multosfruauj, dummodo haeco- H,niaaiadieevnaderiuentur, 8tin ea .uean- turdicuntur au.em multa abvno fubieao denuari, quando aliquid eius funtj nempc veUffcdioncs, vel principw,veK p ecies;hxc cmmplutaquidemlbnMamenfaennieviii. tatem nontollunt.fi vnius^keiufdem fubie- ftiaffeatones,S:principia,&rpecies-int.h?c kitu. dicitibi Ariftoteles vtoftedat quicquid Mfcier->ia coni.deiatur 5 ad fuhieai vnttatem redi_;.: , quumaliquld lpfius fnbieai fit,non morato loco Anftoteles^qui non dixit lcten. riam effe qus vnum fubieafi habeat, fed fciC tiam vuam effc, qua: vniusfubiettt generw fit,fignilicansvnit«em fubieai no^dfubie- aam fcientiE.vel ad rcientiam c-onftituenda, Ted ad fdentie vnitatem cfficiendam requin. Vt iPttur aliquid rci e tiar contcmplanua: fub- C«.it-«n» ieftum Gt,h3.etantum requitnntut; pnmum>»»« quidejvtipfiimper fefitens,hoc eft vt Mq^»»- D humana cogitatione, vel operatioue tam exi ftaf : deinde vtfit pracognitum 8s quid no- itlen fignifieet, &quodfi^poftea vero vt ai- feaiones proprias habeat, propnaque P»n^| cipia; acderaum vt eius confideratio null-^ alrafir,quamprouthisomnibus tJquam ba- fij,& fundamentum fubfternitur, fed non vt alten inheret; hoc enim omnino ipbus con- diri oni,ac vo cis fi_;ni ficatio n i tep ugnat; quic ciuidautem mtonon inhxret, id ad fcientia, 1 ... __■_.-, _-. A __:-. a_tb n_y^n r» n j rcd.g,, quumaliqmd ipfiusfub.ea.fitinon ^ aa d ™bieao efc ^«™nonpo.i./.«r&. W f 0b ,ea, cond.t.ones enumeret. quod qw- E qu«d UofubWt fifti » P Mndum>rfefcb .A^« *• dem.pralocutio demonfttat: namcumdiC. tanaione loquitur.dieens, quicquid trafta- turinfcientia, elTe vel fubicai pnncipium, vel affeaionem, velfpeciem: atfirecenferc febieai conditiones voluillet, coniunaione potius vti debui-Tet, dicens fubieaum habe- r* & fpecies,& affeaiones, & princ.pia.Nos igitur dicimus,non efftrubieao neceffanu, vthabeat fpecies, fifubieaum fcientis effc ciebeatjfed folum fi debeat effe febieaum to tius.quod diftinguitur^cotra fubieftum pat- tiSjhomoiiamq;ln-imafpecieseft,qU5-nul- Jam fub fe fpecieoi habet, fctentiam taqien poteft coftituere, quum de ipfo multas affe v aiones ex p-op.iis principiis demonfttare pofflmur; quuru enim princip.a, & affeaio. nes habrat, nihil ei dceft quo minus de ipfo (tientia conftrui queat, dummodo Gtnotus ftquid nonven figmficet, Scquod fit; eata- mtn non dieeretur fcientia xotalis, fed ("vt vvcaatj pittialiiifcicauaemm, in qua fub- iq ux ce iiioiuDit-io C n, K»""»-"r- 1 f. fi , t „ iilt diut : teft.Pritetea non eftignorandum,taleiut../ ^ ieaum duas habere partcs; vnam.qujKma.v r teri3_iocui_itenet, Sdimur res conhdera- ta;altctam, quse loco formafeft, «cvocatur inodusconfiderandi; h-ecautem parsprseci- puaeff; abhacenim ipfa fcicntia conintui- tur,|&pendet:abihacaccidentiaomnia eius fubieai ptopria, propriaav psincipta tanqua ramiacommuni radtce dcnuaatut: nam res i cofideratapoteft huicfcienti_e cum al.is di- fcrplinis efle communis: atmodus coniide- randi cuiufque ftientiar pfopriu«eft,8tfub. itaum propnuetfictt, vtfidicamuscorpu» quatenushabes prindpiii _notus,e-fefubie- au ph.lofophiK natufalis.totanaqvnaturaH- fcitntia in corporibus verfttur: attatnen non fola: quiaetiam Stereometriade corponb. eft,-4 aitts quamplnritna. in corponbus ver- far,tur;fedcorporis cofidcrano quattnus in fei pfo habet naturam, qua- motionis princv- pifi eft, fcientia naBiraUai conftituiveau-t^. Iacobi ZabarelkePatauini 503 feparatabaliisommbusdifciplinis. Quidi- A oerf* froin. r ■ . ^ 0 * gicarfitfubieaum fdenti* ccmtemulttmz P^ r  r &ef frnt, a I,ter inh* rens & aiaumeft. temputiu*, a^q.eflentiarri propnami|l, us , rut fcqiKnii fic emm fcienti* vnita, quandovnofub le aocoftit U to,'vn ani fiicntit»,iit qua lftj£i- Hio,nsn po- ttftconjldc- r*rir$ fitb- it.htn. Gaput tJL deconditionibui affeclionum, ■& quaUfnamfit earum confideratto m fcientia Jpecuia- tiua. ACc identivm au.epropric.ru ea B eft conditio.vr rubiedo inhxrean t,& vt tanquam ipfi intizrcntia confideren.ur.fieut enim fubieat cfiditio eft,n taquam aceiden- tibus,& aiTeaionibus fui. fubftjm cofidere- tut,iusccidentiseodi-io eft, vtno tanquam fubftans.fed potius contta taquam inhxrens trafteturj& queroadmodutn natur_e fubiefii repugnat tradari tiquam alteri inha-res, ita naturas aecidenris rcpugnatcofiderari vtal- ten fubftans ; quiaIicetfieripoflit,vtfubitd5 c alkuius fdentiae 1? t alreri ret i.ijia:reii_, tame ji.fdenria, in qua eft fubieaum, non poteft fpnfiderariytinha-rcns;quemadmodura et- iam fieri poteft, vt id, quod in aliqua ftientia conf) deratur yt aceidens,& in fubiedo inh-e- reosjfit etiam tale,quod alteri rubflet , no ta- men ita,vtin ea fcientia_ in quaeonilderatur vtaccideiis. confidcretur etiam vt fubieftu- nam msgnitudines, & numeri, flmpliciter com. Ioquendo.a«iden t iafunt, 5c n (bbi/a" „ n S'™^?"" 6 ™ ™«nri"«.id«o£ h^en^inrciennis tamen mXmatfas - ^TrTJ^ ^'^«nitio nun^ . I ' ^ iuuicuu 1 1 1- ha.t enr, m fcientiis tamen mathematicis te- ^ n en 1 1 ocu m fub i e di, & co nfi d eran ' u r vt a ffe- 9 ftionibusfuis fubftant.non vtin rubieftoin- h_erent:eadem in fcientia naturali confidera- turvt acddentianaturalibus corponbus in. ha.rentia,non vt affeaionibus fubiiciuntur, proindem fcientiismathematicis loeum te- nentfubieftijin naturali autem rdentia funt afftaionesfubieai. Ex his colligimusjfubie- fiumtn fcientiafua nunquaro poircconfide- rarivtaccidenSj&afFeaionem nuquam pof. fein ftientia,inquaeftaccidens, confiderari vtfubief-um; fienificauitboc Ariftotdesin primolibro Foftcriorum, quando dixit fub- ieftum effei.lud.dequo demoftrantur pro. pria accidentia,accidcntia mb eiTe llla , qus deiprofubiecto dcmoftrantur, Scdipfa no- mitmm fignificatio hoc declarat.fiibieaum enim eft quod alten fubiicitut.afFeaio verb, &aceidensdicitur id, quod alteri .nhire.- propterea Ariftoteles in particuIai/S. eiufl demlibrifernsonem facies de magnitudini- bus,5c numeris.qua. in fciem.is mathemati- cishabentJocumfubieai,eas vocatfubftan- tias, non vocataccidentia, quialicetfimpli. citerloquendo accidentiafint, tamenin lilis fcientns confiderantur,non vtinha.tent, fcd Vtfubftantaffeaionibus,qua.ipfTsautinha- T rent-aut faltem attribuuntar. Pntcreacon- ditio arTeaionis^ft.non folum vt tanquam irih^teas confidetetur,fedetiam vt tanquam r -«-utmidiiter intia?rens * . atq ; efTentiam propnam ilJi", jl ^***, f^quensi fic cnim faentia: vnit a , r &i c ° n - quando vnofub^efto coftituto vn a !! rUacDr . eft,quandorubvnoc6fiderand;rno Pichenditur) reliquaomntaab co t3n acoramunifontederiuant^qujd^^ petfe hrrere.declaratum a nobis de propofitiombus necelTariis. Efl , * lli>r ° fecttoms cond,t.o.vtqu,d e.usnomS^ hcetjpravuofcaturrquod autem fir a,, r r -^ 1 ' guamobrcm fit, ^o^n^T^ figntficatK^em ignoraremus , n, deraonftrare poffemus; fi vero et \ 3 T P US eftante demoUmtoncm perfel nofr d mus, fnperuacanea omnis demonfl fat ' % fet, qua^oquidem ofilcium demo 0 ft ra t ff" nis e ft oftendere propriura aedden" n nl lefto inelte pet fuam caufim, efle au ^ " > ndentis eftinelTe. Quandoautern d1 ci ^ n prsnofcendum effequ^d nomen Ggmficet, non intelli a ,mus perfed^ , .»( definitionem.effep r ^o g no P f C endam^ mmeft dernonftratio P ofTt.one diff^^T* necpoteft nifi tacta demoflrat.onem hc^"'- L prodire^proindcantedcmcnftrationcmrn ^ V ** gnitaeflenonpotefl.i.iq; afferere e ffet E u gnant,a dicere ; fed nominalem accidert tudefinitionem prscognofccndam efiein te]lig,mus 5 q U a- caufam rei eontin ctjidtodu* pan foler; qua; omn ;a nos ahbj fuse flc litli genterex P Iicauimus.Exh, s , q usn,od6d, XJ ';,4i Jj mus, ar g U rncntum Tumuur ,d ld com piob i W, t *T' dum,q U od paulo antc dicebamus, naii fi a f. U i.cT tethoquod ficnonprscognorcitur, fedde monftratur, vt inquir Ar.iioteles. eraonon^**-" *f- poteflefJefubieftumitieafcietia, inquaeft afteaio, quja fi effe , f u b jeftum , fe que r erac Jubieflum ,n fcientia f ua demonftrar, per E caufam.quodciAriJt. & commun, ommim philofoplioiumcofrnfioni aduetfatur Pof mus auten, in afieffionum defimtionibuj! quasinfcientiislegimus.hocinrpiceredn^ emm fempcrfubiecium aftcaionis exprimi. tur; «qni vtrerdefinitur ,ita confideratur, ergofiabrq; fub,ecto definjri nequeunt,ft! quitur vt earum confideratio aliaeffe nort po(fit,quam vtin fubieflo mharrent. F Caput IV. de jptcitbus & conditionihm Pnncipiorum. PSINCIPU verojrjfcigriafpeculati- J. ua multipi.cia fiintma (vt inqmt Arifto. in pnmo l,b. Pofteriomm) ahacommunia iunr, quidignitates vocatur; alia propria, quar .n fuppofittones, ac definitiones diu,- duntur.P„nc,piaqu,dem comunia demon.^^.j. ftratjonem non ingredit )ntur , f c d ertrade. monitrationem demonftrantibus fnreruiOt:f!™er aliuc medtum notiusno potcft, ob id ea ffne probatione fumere cncitur. ln fcientiaverb naturali vix rale ahquid inuenias :quon:ani accidentia naturaiia omma caufjui aliquam habent, perquam in cadem fcicntia demon- ftrari po:Tu;it; & licet A: iftot. in principio 1. libri Pfiyficotum conflnue.c videarur mo- HHmbfii. cuntj effe , quando ait [ fttpponantur neiis tjitte MMMn». fnnt nimrsyiiii omma,ant tjntdam i»o«ifri]]mo. tu' t3men poteft per caufam demonftraria T"itti P n '' 0 f°P^or!aturaii,notiorenim cftfuiscau- fis ciai.tiopt confufa : ideo ab eo tanquam ab efrcci j noto prcgieiiimur piimo Joco ad prtncipiorum inuentiooem ; fed hxc poft. quam inuer.ia, & cognitafunt , notiorafunt motu coEnitione d.flmfta, idciro ab iis ad tr.c.uiii re^rcdi poiTnmus demonflratione propterijUiti.^oteftiyiturniotus modo quo- datn vocan principium cognitionis in (ciea- attamen magis piopiic in acd- dentibus , &afre£tionibu' corpons naturalis cumeratur.quim pnnciplisiprincipiarianq; proprie diciinturii!a,qii_ quodfint.no pof- funt vilj rationc in fctentiafua deinonftrari neque a pnori, neque a pofienori, harce Prinafun- nimpropric pnndpia c.-giiitionisdicuntur.l»''";-'"?'"* quibus lncalcienuanihiieftnctius; atroo- tu nil certc in fcient a nacurali notius eft, dum loquimur de cog-:icione confuia, atta- men cognitionc diftinda , puncipia, & caufat motuslunt ipfo mocu notiota. Pnncipiavc- vrir.npi* tf- 16 elTendino fiint propofitir>nes,fed ies,ncq; f'"^ p'Jf*»* cx necciruate pratnofcuntur, fed quandoque itmmjtnn. igno.antur, & ipoftenon Utmonftrail poC font, noa timen ipriori : quia fi piioraprin. cipiahabetent,ipfanon eilenc pruicipia.H^c autcnivcl accidentiu tantiim pnncipiafunt, non fubiefti ; vel fubieai , proinde etiim ac- cidentium,vcin fcientia naturali materia, & Z forma runt prima ptincipia tum corporis na- turalis, tum accidccium, & affcdionu eius;at pnmus motor aeternus apudAriftotelemvel no eft principium corporis naturalis.vel falte in fcientia natarali vt eius pnncipiu non cofi- dei atur.fed Tolum vt caufa accidentis na tura- lisjicerni motus ; certum eft autem,neq', pri- mum motorem } neque primam materiani i philofopho naturali fine probationefumi, quum ambo in ea fcientia ab effeau demon- D ftrentur.TaliaigiturprincipiafimpIiciarunt, ^«jnwo>'* non complexa, quia cauf* reruni funt rei, cjfendt fint non funt propofitiones; ot h_cquadam ra- *'""» "_"*- tione ftint ettam cognofcendi principia, qua dam etiam ratione non funt;&quaratione fUnt principia cogiiofccndt, ea ratione er- iam prsecognita uicuntui tum quid figniH- cent, tum quod fint: nam fimpliciter qui- dem non funt cognitionis princtpia : Qiio- niam ab tfftaibus notioribus demonfira- E ri poffunt; fimpliciter igitui non funtprx- cognita qnod fint , fed quaefita, aedemon- ftiata in eade m fcientia. At principia funt co- enttionu diliirifle.quiaiis ignoratis acciden- tium pciftaacognttiohaberi non pottft , & nihil tft eis notuis in ea fcientia fecundum ordineni cognitionis dlftina_ ,quandoqui» dem fi principiafunt , priora principu habe- rc non poffunt ; hac igitur rationc poffunt appellaii prsecognita quod fint, quiaadha- F bcndam perfectam accidetltium rcicntiam ea prafcognita efle oportet non modbquid, fignificent , verum etiam quod fint, non qui- dem prxcogmta remper vt per renota,fed • praec.ognitaquiapet alia priora principiano {iant dtmonftrata, licet ex effeais prius in- uenta, &cognitafint : Il!a veib, qu_ cogni- tionis tantiim principiaeftc diximus, fimplt- citer precognita tfledebent, tumquidno- mina ngnificerjt, tum etiam quod fint;hac e- nim fta:uit Aufloteles propriam tfle princi- pioium contlittonem, qua a quxiitis, hoc cft 507 Tacobi ZabarcllaePatauini abiffea.onibusdifl.nguuntur.quidquum A teria,S: forma in corpce naturil ■ ! oiuenfigm- tcmoror^crnusin natu rs 'l^ 0 '^ nmu --««. qutdsmnon ir.etl, modo raf cali^^S harc umma pr_eno_canrurquid nom.„ ficet.tame quod ITnt pnncipia quidem prae- «ognoratnrur,a_fcftiones verb Jemonftran. tur"; dices autem pnncipia , etiam rubieSum fcientij: complexus eft:nam & fubieftum, & principia debent efTe prsecognita non modb quid fig-iGcertion.ina , fed etiam quod fint, idquc et.am p:inctp;t_ fiu*p:icib.qu_e eflendi principia funt , aliqua ratione comfetcre o- _f.endnnu-.Non efi autem i^noradum.tjaan- dodicimn.hsECpr_ecognr.f_! quodfint.non magis cffe iiudiigedam fimplicem preco-rti- tioncm.qua.ncompIcxaiTi.neqjma^is coni. plexam,q'.!am fimphe ti«,ied coiiune qnod- dam vtramquecomplect.-nstnain rjjnedo,» principiafii>ip]ic!aprxcognorcutitu-(i!i!pli. «terquodfii.t; principiavtro compleia _:d" Vera fintjin primo enim Pofte.ioruu. iib.mi- rnfef.um eft, Artltot.hos duo*pr.rcogri(_.r.e di.{.uequ_eie.iin_odos 116 dit-inguere, nem- * t a 0 P efim P iKtrn& comp!exum.feJidfacerepo- SuahHHMtjl fteainprinetpiofecundiiib. Exhisauce.quje %*m*~i»l- dix , mus > ,d 'q u ^..nte dicebamus ) compro- m i jhnifitit, P c£eli s 'ubieftum efiepiarcognofceduiti fid*i.mmi- H^ ld nBinen eiu s fignificet.fe.jnoomnino me$iH4fit, quodfit, hoe eft pr_ecognofcendum effcno- minalem tanrum definitionem , fcd non de- fimtionem elf_ntia.en. ; perfeiii'usrnociHi;num, quodd init» ^^^^l^^i D "-^,t, & adal,or Um notitia?, ^fe cipia fubiedi, «inod6dicebamus,pofrunt non tfle praecognita, hie quoque dffinitio in ipro fcientia? initio poteftignorati,& ea niethodo irsueftigari, quae ad def.nitionem venidam fitaccommodara: quod fi dc ordi- ne dillmcbe cognition is loquamur, definitio fubiedi perteaa , quam vocant quid rei , de- bet atite omtiia efTe cognita, quia vniuerf* fcientia. pr.nnpiuin cft, qucmadmodom m _ libro noilro de rr.edio demonflrationis o- ■*«'*'*' u omnibus , qtue iu fcietiaconfi jeratur,fub *'J"" nc " • iaceat, quaqmdcm conditio^e n £ c affVaio- nrs,necpnncipiapartic'pirepoifunr,('ed V- traq; in ipfo fubiecto ineire neceiieefl; quic- qutdenim ineo no mcfi, i.iaJ eam fc enam tinnime pemnet, ficuti neque pars a-ticis ' *AU' iHti» vlla dici poteftramus -j| ijjfi ,r,bo-i co pnndpUi» lunttu* non fir; alto quidem modo priftcipia AfcWJ. ,n- i a fubiefto inefTe dicuntur, alio accident.aj '1 j"'' omnla caiien ln toinfunt,vr cor.fideranti bus m^'feflumeft:namprinct P !.,fim:.licia, quajfubtecliprincipiafunr.iniproiniir. di- tuatur iftpartes efTentiales in tDto,£cua ma- . ^P^mohbiopi,! iicorum demonft-autr, ncceilariurn eff h omnemousnsiimuliit cum moto &e ttum f:t • nsin dno corpoiafi lnte 1 ^- ern ' 1 '!" , - agartt S pat.afmtr, fi „ a[ , UIic , q uitfe ™J ungunt, rorpom autcm mot. c, m lnco ^" 0 li ieu roouente nullu( eft ; (J .ira^ us Mo nienmodofi uuiciljd.cuntu^quiiVn,,^ I lunaa & t.o-o. inio-po, Cui eatenuscor^* 11 motomeiredicitur, quar-nusei adeft v aofiiret. OigniHtcsa-rtent & P ri:» K p * * fit.onts "o«, fibenecon^JcrentUr.&ior, .^.ie enuncutaliquodacadcniin^f^A,. ct > ifiefie, quodiupcrfcuotum.velfalr fu p p o fi tu m ■ dieit e n 1 tn Geome t- a , rotu efT fua pirtemaius; &qii*eiJem(\inta;q Bl i.-, C ca hbi inuicim ^quai.a .C ; ar efft mai Us » effe m ib»,& efTe arquale.funt afft etio.iesnia. gnitudmum ac numetorum , Cjuunaliqiji busfunt ignoty, & demonftj^:itur vtanud" Eucfidem ixpifiime u ie. e eft; modoerijm tn aliquibus notiffinii , qna; vt princ:pi aca gnitionispropot.untur.mquibufJamenim" ignoramus hoceffemaius illo , idq ; dcmoa. lriamus; at m to to rerpecru fua: pat tis t ft J( cidens omn.hus notilfi;num , quod disniti" — ... l\ - .— ff_ — J.1". - _ V - ....,j iU | igituromninodicere cogimur, fi mirasfcie ti-eferuandafir, vnum effein quaiibet fcien. tiafi.bieSuni,quod csctc is ^mt.ibus ftbeft, ad fubftidum enim vnum futfi. itjnamfipjri. ra fubftarent, nonrnaeffct fcientia ied plul res, ergo reliqua omnia , qus m (._> rcictiaco- liderantur, in eo vn . *a .:.a.n recepraculo.St fundanieto hirere deber , fin niinii. , ad e*m fcicntiam non perrinen;;--ci;-.ii.ntur a_;t^m, ; &infiintilio,5.alio modo.ficiincieclaraui- mus. Priticipioruantcn. propriacoditfetljW*ifi_ w vt conriderenturruriiieiarioiie, & rcrpeau.er^™ o_- adea,qu_eexpritKipii5peiicjt:u- : tuneemm**. dicunrur principia,quan_;o vc p incipia ton- flJerantur-diguitatts quidem 5 '& prinia;pio- pofitiones Tumuntur vtprincipia...: tJxut, qu_e abfconditafunt.cognititjnemconferen. tla, & ex quibus alioiu'11 otnnium cojjnitio pendetspnndpiavcrofin.plic.a, qua.et.aat effendi principiafuut.non confideranturmG cum relatlonead effeftus ab einpf nilcntei, quatcnus ab ipfis hahenr tUTn vt fint , tum « diftinde cognofcantur.idqncin omniumta- lium principioruni ilefii.itionibus manife- flum eft; femper enimea huiulir.odi refpc- &m dcfiniuntu-,vt inateria primi definitur per [ .! jtioneni aJ cnrpus nsruralc, cuius a,.ubieafi,pr.n • «itai lO- r.tur,p..n qui B d.um rel r u blli.t lJ -'P nn '''r. l.r. .nrr.iamioui- t.Oindt C'r" x..|>mucuoierpi-n.bus fubftent, * cft fubieai propna condit.o, propnaqj ^confideratio, quaj cum alns corcmunu cannon poceft- Caput V. quomodo inteUigi dcbeat du Sum iliudAriJloteliSyOmnv dcmon- fintin-i ficntia m trilm rerfitur. HAE c in difcernendo cuiufq; fcientiaf, (eulibri fubieao fi obfetuauer.mus , nu:iqu3m errabimus,neq- principia vel acci- dentiipro fubiecxo accipiemus; fcd fcmper quo Jna 5t propofiii libri fubieau : paiuo nc- gotio digtiofcemus Csccru vt id faciliiis co- fequinuTr drclara.ium eft difiu illud Aifior. linquatut.T' uta igitur fcientia! ti afla- Va* ini&* tioin duobus tantum, rron in tr.bu- otcupa. prcuu: taeft, ncmpein principj.s, &accidentib fui fubieai,& fcientiam al.quam in aliquo vt ia fubieaoverfari nil aliud fignificat , quam il- Iiui fubieai principia, St afleaiones cofide- rarc; prarterharc duotpfumfubieftunj r.on tradatur, quiavtnotumfupponitur,& fub- ftftrnuur toti traftationi. Poflumus autem dicete , fcientiam illam tum in vno,tumin Sa**tU& CduobuSjtumintribusverfaririnvnoquideni i»r»»*trfi>- quatenus vnum rubieftum habet hominem, ? j a> ? r ' £! cuius toU illatraftario elTe dicitur: nam ^"^^ principiishominisageie eftdehomine age- re, ocdeaccidentibus hominisagere eftde Jioinineagere; &liberille, fidehominem- Kribatur, infcriptus diceturitota re confi- derata, nonabeius pattCTquiaquicquid itt eo c6fideratur,aliquidhominiseft,aut prin- cipium, autaffeftio. lnduobus autem,quia D duo tantiim eafunt, in quibustota fcientia occupatur.principiahominis, & accidentia hom.nis. In tribusverb, dum & res traaatx fpeaantur, & fubieaum, cuius r U nt,& quod toti traaationi fubftcrnitur. Hin c fit vt dice- rc liceat.fLibieftum in fcientia& vbique tra- ftari,& nullibi ; vbique,quatenus omnia,quc; traftantur, earattonetraSanturvt ipfius a- liquid funt; fic crtjH) vbique de homine agt- riu;nullibi vero.quatenuspraster accidentiG, _ : — ...Antinn r*i I 1 1 i i 1 .1. ,muiiiui .s.u.^u.l»!,,.- . ---- _ inl b i P» m eo Iibromam cifmn.en „ 0c e _ * "T r >* men fubieai id,q U od notum eft r.fr, n °- men autem in tenttoms refcrtur aJ 1 • ^ xdern "} ««"Pfc gratia lK,mo,qLf n Um ^.ft QUErltur. fed nor.it (..,,_..,..:... '_H U ' AOtti,-^*» qusritur.fed notus fii>ponitur 1 inte.,'__ 1 eli nomir.is accidentia, & pnnruia . ""^- r.nt, indagarrjquared.cere poff_ m £ 7*"«-* llr.rse. «, r..nfi__,,,;.-_ .. J:rr. ^ '' et » 3 (e . rJ> tione, & confideratione diEFerre- nVmT'' r) f-bieaum dicitur, quatenus no tQ citur effe tntent.o authons quatenL ,/ gnotuj, hoc eft quaenns muita, iunt, ignorantur.nempe prinapil & ' l den tia , adhsc emrn inquirenda tola a.thn mintentio dirigitur.Vnde manifeflai; faerrommultoium, quemfupra tetl c mT quomam enim fubieflum no fnquiriiur S prmcp,^ & accid entia ipfius;, d e o muj_ g Jent in hunc errorem incidere.vt dicant acri. dens allquod, velprincipium rubiefi, t S in aliquo libro fubieaum , quia 'fiibieaom ab intentionc diftingucre nefciunt, fiet iu"i bm ceitfijiit f :. ' l*"""'„^ ijotclisinuslibiis^fei^nonrubie-um. ** i|j U maut_meunde_iordi_enividemus -\ii- *mtl>**- g ot£ ] em rciuaife in traitatione dc animali. bus.quem fcruauit i_ tia__itioncde corpore • natU iali la c accrpto in hb. Phyficoium e„ nama-de corpoit qaturali traaatio in duas paites diuifa cft;inaftcia de prinapiu ipfuia coriftitaenribusagitur,ne_ipedematetia,& •_efoi_ia,mal:era veio detnoru, aliisquei. pfius acci"de • 0 - fnalibusiu duaspuecipuas partcs diuiu.eft, v - - piiorquidemeftdeprincipiisjfcilicet detna teria, _ de forma 3nimaliu_i, pofterior vero de accidcntibus- nam de materia funt libri departibus animalium , de forma verb libri de Amrra;deaccidentibusautem reiiqui o- jnnes,qui vocan :ur Parui naturalf s;nulla igi- tural a efl animalium traaatio pr_ter eam, » qu._ eftde principiis , oceam quaeeftdeac- eideniibusanimalium-, cum hac tamen tra- Sationecommifcuit Arifto. etiam rrarlatio- nerc illoruiii omnium, qu_ animalibus funt communia cum ftirpibusj in fingulis igirur iislibnsfubicctumeft animal, vel corpus a- ?>*nimatum : quiain quolibetlibro vcldeeius principiis agitur, veldealiqua eius aftcftio- ne. eorum antem iibrorum difctimen inin- tentionc potiu:,cruamtn PubiLao confiftit. Zrnrtmr- Multi etiatu dicunt, in libris de generatione ^"'^'^ fubicdtum efleipfam «enetationcrnj»ec vi StUitGi ^ enc eim vt afteaionem fubieai tracrari, no nutiitn, Vtfubie_um,vt ex ipfius tuni demonftratio- 1 14 " ne, tum □eftnitione, quas ibi Ariftottles af- fert, mamfeftc colligitur, nos autcm mel.u» MC^ dicirBUs;intcnrioAriftute!is ibieft agereile gcneratione,Sc interitu: ergoilludeft fubie. aum,cut hicaccidentia per fc,acpiimo co- pctnnt.liue lllud fit corpus ortui, & interitui E Xr^ -bnoxium,fiu.e corpus miftum. de hocenim in prjfcntia non eft difputandum.Hanc ean- s:m ratioacm in ommbus Ariftotelui* li- duorum tantum declarationcm dirigi,non "«'""""• adtrium.Efttamenanimadueitendum.prin Z"*" 1 "? cipia, quae eflendi p.incipia dicuntut, a *-»Ai_a.'riJ« lubieai principia tfl>, alia accidcntium fo. y ^ lummodo; depriucipiis quidem fubieaul lud,quod diximusjverutneftjid enimcfl fub- ieaum,cuiuspnncipia quse utunat de prin- cipiisaccidentium tantum, cuiufmodi eftpri mus mocor, de quo in oaauo lib, Phy.icorii E agltur,fecus eft:nam indc colligitur quidem fubiedum^aha ramen ratione, prtus cuim cx co fumitur inten'10, deindc tx incentione fubiettum; dicnnus cnim de prirr.o motorc aeternoibiagitui vtde cau"a aeteiin motus,8c propter _ternum niocum : ergo de iterno motu agere eftibi inttntio Anftot. nonde aecerno morore, illud namque tiaaiiidici- tur, cuiusgiaciateliqua traaantui; atquiae- ternusmorustftaccidens coiporis naturalis, F &vt eitiv accidens quaericur: ergo cojpu- na- tuiale cft fubit'auin,qijia illuu eft fubicaii» cuiusaccidcnna quaeiunturiidcoircq toque ex iis, qu_ coiifiderantur,ducin ttr in cogni- tionem fubieai , quod 1II1 coivfi.ierationi fubfternitUT-,nec in eumenorcm incidimus, vcdicamus quicquid inaliquc. hbro tr.&a- tui,illud eiuslibn lubieau etrc;hoc n.mini- me veru eft, etiafi jbeo i".lcnpt o libii fuma- tur,qLa.b q e .ibn fa?p = ' tell *n.. c_,| „ ^rimtitftK. dlitrumrefelluntiir. NO n eft autem hic pr*te.mi.te_*dnr-_ rd.quod plurtoii.vtfctuejntur, dicere lolitittiotidicunt enimaliudeffe fubkaum tonu, (bentia^aJjud efTe fnbi e a U m pJU[is . fubjedmn quidem totius «»,: poteft elTeaf teaio.neque prmcipiuffl/ed abhis difti n a_ «fferfebeMtdibieaapab.pottftelft prin tnbuunturjdeo q„u in traaL«"? ln ' cu ' «- vnilius _ffea_on-:_ V (C 'ubieaum.fieetiamprincii.ia ai, ' n ° n *t que defenffonis cor 1 FL« io P « I f t lte ' , '»*q U o- afffcaio quidem, vel princiH,. ™ r l otli '*; *">/_ m 2°; d ' 'gitor acciden _ia,&h_ec pn n_ cipu locnm habentfbbieai in to l,bro, iu quo bngula tracbntur: ar refpedu lcicm.a vnnie.far noofijntfiib.eaum, Eedprincipk «accdenna, vt gencrario rc&edo torius lciennat naturalis eft ac eidens eorpor,. naeu- raiis.atref.jert» iih„ A-fi. ■.- n - aurB P0 tcntmIe,ftd'n O n a auaif m.i Ubie gr.r:a omnes ifeSio W( , & ^ *f* «^ r ^ ^"'^S Inquimur,.ftl agwnus de ccrpore animato, no poteffatc « emn, anima me.t _ft „ in corporc amtnaio"^ taammaconfiderareeftaauinccrporisart mati eontempktione veira,i,& quialiierfefc *L tiunt^on benc logicam didiceiunt. CV» IIX. de vecAli, & demenulipr tegnhione, J":I " V" 0 ^^.^' afi»bi«fl-oi,fc P«nc, pi a 3 &affea IO ne_ aliquo modo prjEcognofci oporrere^ omniunvque hotwu, «ommunem pr_eco g nit_onem eif. quid no. mmafi^ngeemiin hacenim (vtioquit Ar,- Fl, "f^ n !:" ll!aomn '3conue n it,dift r i_nen. auteriFeft fol u « j n pracognitione ouod Cibiechim emm, & principuquod finr, pr*. cognoftuntur. affeaiones ve/onon ptico- - rnofcuntur,red demoftranrur.vt ait ArWfct. i m pamcula n . P rim, libH Pofter. dr p.mci. pjis guidem complrxis pr_ero C n..fce.-dum. e-t cop/eae quod fint, hoc eft S uod vera fint» de bmphcbus autem, fi pra? nofiantiir , ac de a 5 ' rm P lic ' rer - ird.snorandtim non. | ettid r qu«d admoucc Anft. in parricula 76. eiuCiem Lbri } has omaes pr*cognit>one* qiU». deTribusPraecognkis, Liber. p. ^ _.«re ■ ouandoqi«wmvoce fie- A demonftrarionecognofcere.lcproeo.quod , «u» de frS U m P« ft ommbus nctif- eft fbpponere.vel acci ? eic^ui opponiturid. ? "-CeSu «thor ipfum voce, & exprcfsc jmu.oegiig eh , e r op p 0n erefetis habet, 6 ^ 0 S«, neminem illud effe oega- . uum ^...ando autem non omnmo eft notu, ?rthaaid obfcuritatis habet , mentalis fup- 2 non fuffieit, fcdore feppoiierc ne- Pf ?L 4«is fortalTe.pfum negans illms ? ■ «ir con. emplationem ingrediatur, & o- .eui Uborcm, omnemque operam per- *? «eVantibus enim alicuius fcientir fub- fjtt nuUui ad eam eft adirus, quia oil rema- 1« quod illi P° ffit efle pr«ogn.tum , difin- Jiniaute omms e_ prxcoemtis fir, proprer P «Dreffafubiecii (irppofitioobrcurltatis eft 64 vbivero hec nonapparet , fiibieaum ■Z i notittimum effc (Tgnificatur , femperta- *!' fupponitur aut voee, autfaltemniente. fac idem alii* prscognit.s eucnire ait Arifto quod eft p;obare,fcudemonftrarc,vtpalli__ in Poftenoribus AnaJyticis legimus. CapatlX. anprtncipia, & {ubteftumfof- fm vnquamin fcitntta faademen- Jlrari, & quomodo. POsteaovam dedarauimus,quomodo prscognofcenda fi nt prinripia, Scfubie- ftum, & arTeaione*, colideraudum eft an dc- monfti ari aliquando poflint, & quomodoid fie.icbiingatideaffeaionibusquideniqubd fintpcr fuas cauf.s demonftranda. .manife- fturncft.quum cuiurque fcientia fcopus fit affeftiones per fua pnncipia demonftrarc. _ Principiaverbquumduplieiaiint.aliacom- Pnnafm^- p|exa,aliafim P licia-,complexa quidem nullo »*^ ( MJ-J> mina non declarant.quando ipfa per fc ab o- mnibusintellig-niur.Qjicati_ig.turpr3.co rnofanecetlanum eft.id nifi voce fupponcu duro exprimatur , mente faltem fupponitur; eabidvanafuit quorundaro aduerfus Arifto. telem dubitario,qui dkebanr, Ari ftot.aflent fubieaum quandoq; non pracognofci quod perquoddemonftrari poflint: pria-ipia ve-y-,,,,, dtme». rb fimplida,que_efiendi principiafunt.ign o- jj„«..j>rpV ta efle > ac demon flrari poffant , non tamen *mn . priori : quia nullam habent caufam priorem, fed a pofteriori ex effeSu aliquo noriore ; qubd emmfarpe in fcientianaturalieontin- gat,vteffcftusiint fuis eaufit tiotiores , ma. % „Sm .gitur mfua fnentlapiobVr, D nifcftumornnibuscft: effeausemm «atuHU nl ' luult ,° . r»__ * :j I— ^l.iMm.im fpofi Pifunt.caufivcroin. HoBiiiem qua d non przcognofcitur , id pro- batur: OOS auie dicimus id quidem probari, quod necore,nec mente precognofritur,fed id.quod ore folum nonconltitmtur.nou ne- ceuitium eft vt p robari p offit ; narn fi mente fit prascognitum, no probatur.imo hoc mul- ih minus proban p ureft , quam id , quodore fupponitur,quumeo.euidcntius fit: quead- modum dirimus-, ideo Ariftoteles non dicit les vt plurimum fenfilcsfuDt , caufi vcro in- fenfiles : quicquid autcm in eadem fcientia habctraedium ip(o notius,nil ptohibct quin perillud demonftretunficuti primamateria, & ptimusmotor in ptimo , Scoftauolibns Phyficorum ab Ariftotele demonftrantur, Quod vero ad fubicaum attinet,nondefue- Ofiit.tttH requi dixerint fubieftum in fdentia ruade-ir/Mfr«a, _ n.onftrari poffe: ad Ariftotelem autem ld f ^d r '** n modum d.^imus; ideo Anitoteies non aictt monitr... . .- "■ ,--_ , nid nulio modo probatCr, neq ; apriori.neque a pofteriori. Sed etiamfi Ttereturibi Ariltotelesverbo ^&yttutrxat, ide fenfus elT.t nunquamenimaccepit pr_eco- tnofcere pro co, quod tftanteaperdcmon- rationem cognofcere, fed femper pro eo ^uoti tft ante demonftiationem , 8_Iiue vlla fubiefttim k priori, & per caufitn poffed^ monftrari , fed non negare a pofteriori, « per effcaum, quemadmodum de principii- quoque finipliobus paulb ante dicebamus. Contri vcrb alij fucre, qui d.xetuntfubie Opi» BMa ipfj P« P efle^j rcienti* vnuaa fuainterna D r,„rin» "f . hom ">«m p~ i-j ' ointiium, confideratur ) & tinquamradi^a-quareJiqua fubiea. A. e u d,£fbamt; '= quumigitur lubieauni ommbunn fcientiaconfideratis ftWernatur, rofiiblato c^nia aufe.ri * Rnoiat!' n 60 nCgat0 ° mnia , « «i- gno,ato omma ,o norail . , r - - e? lunr, in dubium reuocantur: ideorcflt- duebar Arifloreles in prindpio C« C ^ofier.orjim^ueftionem.an homo fitaN ° ^Mirequ.rfi.oneni pa.tis.qu^ftioncn, ve. 10 an homo fir, efle^ihonem tku S : Ula lumc]} non totuj homo cmauiturifed a',quid ie^r: U a 'r b tf ° ; h » e ' et ° W quodAnfiatei,,&omniumfereph 1 loropho: -'^'-modo^ "annartim , & eorum , qua> nuJli confideretur, fedrolumvtaliis r Ur .p — — r - fiu««, potcft. P,„ eH h« ^ ot ^n^ monfttatione,„ voeant, nonX* 181 ^ "«iio. red potiuv definirio , & d e ?K ^ 0 *" ^'""«apnncipiadecraiemu. P '"""Pn fcdToJum ouid fit qu^dl o P u- s T f ^ Uld - ^- teretpnncpium . quia idem ne " ^"Sl ".onftrare^quod f^mp cr JZ '^"T quid per fcam caufam^nternam &' [T 1 ^ l?m dcnionftrarenituntur: nam dem ^ ■ no fcr e«e !nam caufem fii ^ no „ " nam : & quxftio p rop rer quid eft P "' ntef - ^«'onfiratjonisoftendin,™ mj'^ 1 a bru f d um hicopinj t>fl e m fequeret " fubieft, confideratio ab affeKu™ ' "^one nullo difcri mlne £ ^ «f^ . cet & quod flt, nemonft, icuiautem t>,f tlf 7' ' Dquta.ud^^ 10 ""^'' 1 '""-" 1 ^ ^P-^S^&qui^niHcentS^ Jint, demonftranturaiit&lum P roit«d a j? finniubieaumetia.fidemon.^LrlcoB^ mai ■ nalter. inh 2r e ns , qoomodoffit h« afleaionibui diffirrat ron , ideo Sedl ' I quoqerroremhi commifiir e v'd™ ™ !? ^'T'' c^n ^ ^ ' ql,atamCn Ariftotel «i°P^ E ™S ] ""'^«mquam numerauit: dia,« «refli prateognoftendom uuid ,Tr, S q^d ^fednon prcprer quid fit, ouaff tferur ^5 n,Bo Pr°P"rquiu,quodminimfcw P r™ f"™ e f e ^iuu : ,Jeo ouum nulla-i- pfamahaqua.fho requarur, n„i poteft v 0 rt'#^ Ariftn- l"' T.— — eflequeat, qirum ll e Zfl P^^iones , dumad a J IJm Arifto^lesdKataccidentiuni tanrummodo ir aZ^ q u f ft 'onem di-rntur, nuem- i^ om ^ M * r * ft ™»»™«onfcntanTum: W um T°r a!^ pnmi Ilbrl P ° n; »*- q^ 1 » efle, qm fubiecrum m feietiafua pciTe aliqua tahonep:obariat!erue-:i-;t Gi/ar jf. qnod&fubuclnni , d- ^rwo^Mt ci" 4f adtmu cuittfy [cientu pro- fria ejfe debtznt. '" n^rcnt, demonftratio e mr fleflemonftte «ur, demonrtrario Vo„ eft «'-> iJ.Oi um , qua; alteri inhxrent : idcirco id r,L;?L oem onftr».oneiii forma-ent, q, l3 Jubieftum per fuaacaufasdemonffirctu r o trfl,uirerm.m s conftar, pr.nc.puiouur fub f / 1» t(/t uit/fii/lT. Von-ian auremdicru-anobiseff.fub- iecr:.m .-l-.-.r K.k- n. , eram qui- Q^......,.^„ 11JlwaBOt jcttum daashaberepartes,&aiteram deTribusPrscogrikis, Libcf. t(Tr veluti imteriam.que; dtcTur rc» ^ UI rvr»»&pluribu i d l fc. P lm I spateftc(re «nii-'«" 1 ' ^ 6 eir ., ve i ut , f OI mam, * .Ccuiufq.ftbieaumconft.ruit.fcien - ZSZ X S Ve pa r«: ab hac autem taa- "Scommuniradice cmnia rurn prir,ci- 1 uan . ?„„....i,nr. a oiinntur: necerte eft vt CO tomrriu qu pro 522 dicturres A ra. flaris,relinquitur no efle nilT er ptopriit «uiufque fcient.x principits extruendaai o- mnem demonftrationem: ita probateoin loco Ariftoteles cx propriii cuiufqueprinci- piisfempereife demouftrandum. r «, tum «ddennaonunttm ' «librt fcientia piopria quoque pnncipta, Itropriw aftaiowa habear, qus cum al.a fufiadifciplina communicati queant, vtde. lonflrationes propriorum acadenttum de Socethoe Anftoteles t.ipnmo I.bro Pofte- t%n . 1 contextu . S.vfque ad 7 i. oftendtt e- „i m .riotum ncquemedta,nequea«iden. tL poffe de vna fcientiaad aliam rcientiarri ^.Verri hoc argurwnto «en, : qua=I.bet ftientiaproprium habet fiibieflum.quod a- ttusfcieritia; fubieaum efle non potett: ata Mtura pioprii fiibiefti omnia media , & o- C BHiUacddeuna emanare neeeffe eft, quan- doquidem hscomnia ipfiper fe lueffe de- bent- per feautera tneffe eft quateuus ipfiim irjefle, ergo rnedia, & accidentia, qus huius fubieai propria funt.cum fubie&o alius fcie- ae nuli-m affiniratem habere poffunt: ad 3- liam igitur fcientiani in alia fubiefli natuia jtrfantern rrinsferrincqueunt.ltaqj^ fiib- CaputXl. quemodo ful/tectum,&princi- pia,& accidentiapiuribm fcien- ttii ccmmunican contingut. NO n eft automignoraudum,cor.tinge- epoffe,vtquemadroodum fubiecium aho, Sc alio contideraiidi tnodo acceftum plunbus difciplinis poteft effc commui.c, ita & principia, & accidentia diucrfis rnodis co- fiderata pluribus rcientiis comraunicen- tur:alius enim con/iderandimoduseft velu-. ti alia forma,quae aliamrem eflefacit,r.6 am- pliuseandem.Modusautecoiiderandi tum 1/ _.•;«. princip.a, tum acudentia fumituri modo frim confideradirubiea U m,r.iccnim voaommu *. e radixeft: vtficorpusquatenushabens prin- cipium motus eftfiibieaum friemia: uatu- 9 raiis,modus eriam,quo omnia accidentia co- fiderentur, debeteflequatenus talicorpori acridiit& inha:ret:fimiliterniodus,quo prin- eipia confiderentur, debet efle quatenus vcl talis corporis, vel accidentium talis corportl principia funt: fi qua igitur datur eorundem iefiumde fcientiain fcientiamnon transfc- p" ratu. Ariftoteles ibi noprobar, vtmulti per- D aha confiderat.o.cerrum efteam «d philoio phum naturalem perttnere non poiTe,re neal.cu.d.fficultatc M*U,t»*. ,ac,atca * 9 uim l!,IS «rmtur, &fubieai & '_Wuodd.tI.is afferit Ariftotdn, dem-n . tionn omnesmuficas, & P ror [ >eaf^°S «prmcpm fu_nr>t, S e fuperi.., £5«!? ftbakernantibiu ? etemn, nonne h£ > tra 5 fei. ep „„ clpUde geuerein senuo tflc| modo etiam ficri pofler.vt d^il" 0 - f^mMuficaappelUrentur.X c °"^ demonftrationes fid* in Profpedma &8c JiiSifl matkt „.Y m "-"■"•.©."*■» i" iuu. matnematicis lo. teles » & n«™»_i-'„" "K. — I euhabet, 8_.il,, qoiin aliisfciftiis .alem fub. B "rprimillhriP^ " con afternationem reperir, p utantj &fnentI|s 0 . 2^J_!:!l n -!?A n f™ M reie ««*fi.bai« e *ittrtnnt r -fc,. „!■ 3 i-sc-us taiem lub- afternationemrepenri putanr, fitftientiis o. mnes prima. philofophi* fubalternat.s cffe « c »^*?'temmeclieifcientijBnanirali,alia. quec.ufmod,audentenunciare,decipiQtur, ccharnm d,fc.p(,nar U m natunm, non intelii- gunt: nam fubalrernaraaliqu. fiSentta aiten kiennsefledKitur.-jiiadotem ftiWedom quodminaalrcraabiunitumamatca.&ab omni fenfihqu-Iirate confidcrartir, , P ra cum ed:emp!atu::vt Arithmctica de numero tra. ftat nuilam habfte ftnfilem qualitatem-Mu *ca vdo .n eodem fonii adumao verfetur- eftautem lonus fenfifo quaJ.tas, quaremu- -icalubaltemata dicitur,& vc!uti filia a-i.h ™et.cave.ofubafternans,ac™luttmaTer-ita OeometnalineamrpccuIaturflnevJla renfili qual.tate.yrofpeaiua «ro candem „in ri fii pofitam: quare fubalternata dlcirur Geo metr.a? Hocaute fi ;ta f.fl habct, ralem fuB a.ternarionem m folis mathematic.s reperiri rnamf.ftum eft.nam tn m ranttm rebus locu habet ( qu*rerpfa er,IJamft,,fir qu ±^ t, 5 add.t,onem:q t .ia hxc eft difierentia acct dcntahs,ri,entirau t cm,qua:ro!aacciJent_Ii ^fl-erenMdiftrepant^oiiiuntadmodiidif Wes ,ud,eand^ : ctecipiuntur en.m Z \ D Ittc dicunt. quu fit .Ila d.fferetia quanruipfi i "■«'«enntaccidentalu.certum-eft.diimfuffli. tarrtmodusconfiderandiiipfam tenere Jo- cum formar, Sifieri differftiam effentialen,, vtin ambuiomnibus confidcra.e poirumus JNosigitur poft Auerroemprimi huiufte rei ventarem declaremus, quam ex ipfc Auer. roedidicimus j n commentario 6 9 , primi \iJ"" bn Pofieriorum, quemlocura quum nen o haaenasintellexerirmcparuum onerstpre- t tiirm iacemus, fi ipfnm P ro or r.fionepafc cis verbis declarautrimus. fnqu-t ibiAuer, roeMtlplesdanfcientiarum d.ftrims ratio. randi difFerre necelTe eft: cu,a cUuerfx mate. ST rraad diuerfarum formarum rtceptionem/*6«a. dinguntur : taies funt Atithm ctica, & G-o- raetna^llaenimnumerumpjout efi nume- rus, hxcveromagnitudinem quatenus tna- t gmtudo eft, contcmplarur AJis inre confi- derata no di£Fetiint,ftd mmodo mnrum co- lideradj,vtdiumafcienriaensc6_Tder_tqia. tenuseftens,natura!isveroensauatenus e» ' m noatna:ei 8 .remanet itdicaoius, Auerroem intelhgere difcnmeu IflV m fola i e confiderata. non in moao o>n fijmndi, qu^ e« ""«a fc.enc.arum fubal- Kmaruru cou-Iitio, fic emm fcctle.eft tueti nata afubalternante & fub:ectum,& prtnctptd,& affctltonts ac- ciptat. PAtetigttur, fcientum ruhjlternatam a lubaltei ancefubieaumfumerc, eique auuerematcrianaturalem ac fenfilem quafi- tatem,l« d modum c6fi Jerandi ab eaJem ac- cipere intcgrum,oe nulla ei facta adduione i- ,■11,1 ronilCO, 1'c cnirn uint c« wtn ti^... '"-r;,- -■-■> . ^ Kr " ttt um run, ,& randemfceniiaC pfum in mathemacica puntate feruare.Quo ea.nonta.etenu €ioi , lir .h a . niamautefiibieauineftradix.aqnoomniJ Ifft r.onduasdiue.fas. Dicimisia.tur.has» ™* n * lils la , e confiJc.ata non pemtus aifter w „.irr;«^ ^ jCC1|Jt . atJ |, t jntuin Jiffercntia : in mo. ' J Joautem confijtmndi nullu patto differre, frd eutiJem feiuari in lubalternata, acin fobalternaDte confideiandi modum : addi. tio aiiuquf fenfilis qu»lit*tis (quodnemo hjKiuus intelkKilJ fit^.Ureiconfideiat^, non ipfi modo coi.fijeiandi : vt in Mufl- :tl[ t xitA li ilo r . q uanJodixit quid eft.P-tet,git U r,qu._nam fitin faenti" rutalternis rum fcbiefti , tum princ_pio££ tum a.adentmm par.,cipatio : nequ.bd? iubieetum genus :demin v traqueefj, |_ C eM_ foetta mfeno.e leuiwr a lterat2m!fi cn S rioL. ?__, genne W S eilai » & ?fum pri„_ opio.um eommuntum vitiofum cffe docuit «Ue dixerat.nempe pr.ncipiorum, & affeftir uum trinilarionen, _ e f/entia in E£g£; lacobi ZabarelkPatau.ni $*7 f — _-.ai___ic_.it. rarauini  conftituit: nequc re tmet e, n ^ 000 * tmenrur fub fecundo membro d",K___. Auerr. fedh. iMufkus vero addit„u raer ? f f ™ ««-« nouum con/idcaTd n ,o dum , ftd vtqualrtaten, fenfilem , qua resI l conlf 1 ^" re « ri "S«ur, modu q _. au Jm conftderandi eundem rerinet.quemAr^S? ni-tt.us habet: idco ad tertium eius _j_7 fionis membrum pcrtinet, „"_ ad fe ^'* dum. Hoc idem __ _),;. ' _:_. a _ ,cctm - Jtibatternamm, & tarum , /rf/. a dicmt effe fubal- ternas. Vt autem iJJa, qu* de his fcientiis dixi mus, meiiusiureiJigantur.&easiacil itmca „„, qu , TubaJtern-i „on funt* d.gnoJ t p0(flnt > dc m _.. i"' i . ,cu - £ ir - ,i - . aa ' ecl u m iiumanamfpecie «rt 0 „ 1U , Wm rum P u ^«e materia no„ «fl genus albedmts. g U _. eftinniue, ftd eft eadem fb.ma , qua: m ateria, 8tU raa . teria „ mitur , j iguur rubieftum fcientiat fupeyoiis non efigenus fubicfti fcientise in fenoriSjalM en,m efle dcbetnatura.acforma Senerit, _J.a fpedei, ql ,od h,c non cern.mus flqn.^em m ftientiainferiore.atquein C e ' rtore eatien, fubtcdi natura ft.na.nt , dZ f- H_. ^;:„r ,!.._. d.Si Auerrois ra„ or f. , r c _ -emp u : c he r r ira o, &adil!u m A rI f t0 re! i s.o. «ummaxin-.eaccommodatojinquitcnim ff fo. , Ctum faeti_ inferions Sffe_J_S5_f S«o_ Arifl_i, XI t > affcaton f t,& piincfpia penor. rcenria de_,mi ad demonfi.^dum ■n fenorcquoiHam .ffetliones pro piia: 5 ™ neris „ on Competunt .peciei vtfub.efto prl no, fed vt trcs angulisauale. duobutrcait ^""^peraaaitionemforma-fpccialisflcuri _«_.. L oco M ««ium eius dini rationaleanimaliadiec.um hum^namfpe". E „ U T So? _" m 5^«' " 0n id 6"^ facic: albedo aurem fumpta fine materia non _"» : ^ de ahls ° m nibus firin^ *i* senus albedinis. ot__ :.. "X V _i « "cidus dicendum cft. i n n m ■ .n ^ _ f, : i__i___i »_. j. " " c a '"s omnibusfcientii,. &-rtibusdicendum cft. j_ quibusal i IhT tcrnarionem effe dican., ,n " n" ibus ^ Bf.5«od I modd diflum eft UompcTcZlT mf r° r i UntUr ' V .uiderlno m ;J a ma pMofophia rerpeau aharum fcienrii rum inprafajtancbi,,.,, ,„ diispoik» vt modA ^*" 11 rci enti^ fubaJtemannV « modo- dicebamus , no n efteerms f u bic__r SiS f - gen " S ^eacrun. a/iarum on-njumfcietiarum : q U0 fi t «prima otmZ pumet_ph y fic S fint ?aufer.m P o;^;X non fieaT nacurailUm ' * mathemaS «»Oii fic au Kffl pttmaprincipiaAntimietir. «fpc- de Tribus Praecognitis , Liber. m ^rdcmonftrentur unquam , ex «Bte «w demonftraa __, ^ nQn cx .^,^ S quis faceret, tranfcendcre de generem gc- nus dicereturtftnt etia principu diuiox plu- lorophi*,caufa;remotxrefpeatta£cidetium naturalium,quarenullamipforumftientiarn parereut : at principia arithmetica relpetti» theorematum muficorumfunt caufarproxi- mx Plurimaisiturfuntdircrimina.quib.rci- 'nbaltcrnue eu fcuntur: 7 -^rftrentur tanquam ex dusi- y i"" 1 . d EMONSTRA- TIONIS LISRI DVO. . Ctpnt l in qxo rts canfidev#id* propenktfr. E medie pottffimx dernonu itratioms magna inter Arifto- telis interpretes Latinos,& A* 1 ab es al t e r c ati o f uit , e aq-, ad- huc inter logtcai profeffores J perdurat, & in duas partes di- Bifaeft ■. qiiirunt enim,vtiius extremi mediu fit ciufi,ac definitio : qu-erunt etiam in quo fer.ere cau!\ fi t caufa.an vt materia.an vt for-, ma, an vt rim^an vt efficiens. Prioris quidem quaettionis occafio pjit,quoniam Ariftoteles- docuit in pEimopofteriorumAnalvticorum Kbro,medium termioum potiffim^ demon- ftiatsoniseiTecauram, Gquidem perfeftarei ftientia ea eft, qya: p er canfam habcturrin fe- eaodo autem hbro caufam baac , qux medri D deraonftrationis eft, definitionem eflediwf bine iaitur dubitatio orta eft,nunquid An«o- telesvelitmcdium effecaufam , & definitio- nemaccidentis.anfubieai. Graeaquidenrt hac de re nunquani dubitarunt , fed rem cli- ram ,atque confpicuam habuiffe videntur.vt leueraoninibus reftaratione vtentibus,& A* riftotdis verba legentibus deberet effc da- nffima. Arabes tamen non modb dubiu- runt , fed a Teritate plurimum ab erranint : vt E oftenditAuerr. acuiusftntentianelatitqui- , demvnguemhacinxe dirceffuri fumu^ ea c- nim/i btne intelligatur.vera eft,& Anftoteli, ac ranoni fummopere conftnunea . Latmi quoque omne5(mirabile diau)decepti ftnt, Sc omnes quoque pofteriores logiej,qui rerrt bauc traftaruntjVtpotuerit Hictonymus B-al- duinus mftaprolixaqujeftione de mediw duodccim aliorum fcateruias recitare ,&itf» r f Facobi Zabarelk Pataulni futare, qmbusipfc decimamtertiam adiecit a nitioni^, Cl» ali.s fortaiTe mulns derenorcm.Ego ve.bma iXfl^"?* CaUfa ^^mrio^, S " ximc dubius fui,an dehacre aliquld fcnbere drfL-l"? r "" lditi « = 'S^rS^t. aliicontrariam ipfi opinionem enetu ».fc rum Thomas ea dcm„ ,, c.. I0 :. P °fter. n xiroc.dubius fui,an dehacre aliqu.d fcribcre deim>i« 4CC ." lccu > 'gitur ctia» 4eberem:primu_n emm dum Ariftot.dia"& £ on ft" ?" Clufae f r '«quiii.ur.Pro. _atriar.cfer_ten.iam Scorus, &pnurcla' a eft; quonia-i. A iftot.docuit potiftimam den.cnftiatione conftare cx pnn cipns primis,q- - tiffimam -emona.ationemT£StV* P °- bio pntauir Thoma S! med,u m q d en i 0 t^ dU - «» pot.ffim^ effe definirione ftS ni^iTMuam & , P fc fecutuS to r°Z S ft fta.tores quoqiic Thoma. hanc eand'^ tentiam ent« tuentu t ,e amcf , lf Th n, tentiam fu,lTe efficaeiter ,3«!;, D 2« Jn S- C °P" Honem confirmant ffj D no$i_. ls .om 1 ffi-, vnU m r3t_, ljl p rrter ° ! , a t - ,e({ » Scotoaddufta fu nl , att re mu^qS ^ ea , qusc fiioK dirrr.ru . qu* aiox diceotur, no. vid^rfiu^ 1 **^ F^undum ; q UU „^'~^o ru eodcm argomento vtatur.Vt p, fi tJV] ^ bimusrargumeiamautemtaleefffT^ M f «drfnitio affeftio nis , „^fi£g demo.i£iiat ( o:i e petitioorincir,,; 11 ****** ta&JST^ ;s ms infL ,a eodem fubiedo, qua. eft „ ' ' l W '»> a ° r J »q « minor a-qui e ft ,n ™ f conclufio quia vrnufq; idcm e ft ftSfi,, n^! iadecffpeti.iop.rr.c_j. 1 .,. tJIlcWu5 .F«>- C4;*f i J /. d^fcntentuconfuutit. Ht\a fent j n i iacui "f^aquefueritfil- ' 1™ Tl Ar ! ftotells ^thontate ipfiusfilff. tJtcm oficndere: ranone quidcm fic-rnen- Jta,., ia,quy er demoft.at.cnei c ompS^ ^ l d.quodq^ Et „ ilI , nc>Ilell( . l , bjca ^ demonft.^rionem traditar.noo fcientia fub_ .ettMgituraftictioni, c 3ti fa niedlurn elTc4je . cl : r x\ erg0Btdctinn ' 0: H ct ,ones:maiorcni propofi- tionem nemofana; mentis negaret:dcmon firatfo namqi.c inftruo.enti.oa eft, fc exfine «dlcatur, ncmpe cx fcientia, quam in nobis paritiquse igitut denioniirario prarftantifli- ticu fcictiam prsftat.ea cftptajSantiflimaj AkUULUIIH'.l kivmv -.--1 i liapotior prjfftantiflima autemrci Rient.a tuncacquifitaefle dicitur.quaio omni que- ftioni, actoti animi noftri defideno ftnsfa- aum eft,vt nil amplius ncbis qusicdum.vel defiderandum maneat: probatuc m.not tclti monio Ariftotelis in primo cap. fecundi l.brt Pofteriorum,& iu cottxtu 40. & ±i. eiufdem, imoetiamablqocAnftotelis ccftimon.o ves ipfa pet fe manifeftaeft; docct.n pnncipio ill.us fccund. hb.Anftoteles, quatuor clTe ad fummii ea, qux fciri ac ciuieri pulfunt, an l.t, qu.dfit.aninfit, & cunnfit; poflea olfendis has omnes vnius, & eiurdcm medu qusltio- nes effe,itavtco vno medio inuento ns o- mnibus fimul quseftioniblis tatisfaaum fit s quod dechrat exemplo eclipfisluua;: pollu- musemm quarrerean fitecl,pfis,&-8n.nlitin luna, quxdua; quxftiones .n accidentib. in vnii renfijm cadunt,fiquidcm iccidcntis cUe eft ineife: poflumus etiam quajrere, cur lnl.e in luna ecl.pfis, & quid fit, qux fimiliter dus quarftiones inidem coincidunr. quia caola f propterquam eft ecl.pfis, eft etiam defin.tio eclipfis: his omnibus quatuor quxftlonibus inquit Arifttit.vnam.atqi eai.de m rero quen, fcilicctidemdemonfttationismcdium,ean- dem eclipfis caufam, haec enim vna eft,inter- pofitto terrs,quavnailhs omnibus qusit.o- nibus ita iatisht, vtnihil amplius de echph qua-rendum, vel rcicudnm relinquatur:ldeo d.citibi Anftotclesjfi prope lunam eftcmus Sc tcrram mterpofuam intet fole.D, & lunam iiuueremuMan.caurateiipfisperfenrumco gnita no quxrercmus amphus an lit ecliphs, nequc quamobrem fi.,neque etum qnm ht: quia per eandem cauftm omn.a cognouiUe- mus:ca icitur demoftratio,qua cd.pfis in lu. naoaenoiturperint«rpofinonemterra:,tra : d.t omnium rcient.am, quar dc echph quxri pofluot,oftendit e.iim quod fitjoc in luna in- fit,oroprcrquidinr.t,&qu.dfii,cur;giturno efl potfflima dcmoallratio, fi deda.at rem eile,&: propter qmd (icatque etiarn quid ht, ouon.am dcfinit.onem folofitu differentem elarfiitur ? quid amplms (qu_:fo)alia vl ade- monftr-tio declarat.quod h*c non declaretf certe nihil: harcigitur eft potiflima demon- fttatio,qua no datur alia pot.or.Q.uapropter nonfuntaud.cJiilii.quidiCUnteas^uarun- mcntionem fac.t Atiftoteles infecundo lib. PofteriorCpotiflimasdemonftrationesnon elTcptaerertim qnumharc fententia ipft per f e Cuamdeclaretabru.ditatf: quum cmmil- lerecundus liber fitomnium logicoruni lr- brotum finis , &fcopus, exiftimandum po- tius cft, atq;adeoprocomp-erto habendum in eo libro de pra-ftant.flima demonftratio- ms fpeciefeimonem fien,Uon dellla.que cit (ccundlgradus-Quemadmodum igitu. Ari- ftot femperdixitmedium potiftima: demo_- ftrationis efle d.tinitione maions cxtrenu* lacobi ZabardkPatauini dieere deberent mediumeffe deffionem itS T fumatUr "«^diuS r ; p,i *, •iffi», '/r • "'"«nonitranone po . ti Jima neceflarium, aeperpetuum eft, n6 id, quodipfi dicunt. nam Ariftot.quoq; „ U nqoa dixit medium demoftraticnis effe drinitl" nem fubiedi , cognouit enim non femper il- lud m demonftratione reperiritquod fiW fe t om n , U mpo t iffi 1 n ai u ^ demoftratio„„m conduirj^tmediumfitdefinitiortjbieaijr n h=»r » 7 ~" f"" c " in ^ie-ntentia «profeao Ar «oteI«, qui ia £££ B £un^^^^ medium eije definitionemCSf ^ dmm eft definino maoris e « emi: potiffi- am valdepwnpuain iwTfifej tetieiiTei.vidc. licetq U od e , us medjfl ft definitio fobieai. fln C !?!r r ° p r° L ' vtmih ^detLir f omnium ablhnCffima, & >b Ariftotele aUemffima eft! Ctput IV.deopinione 'Egid^&tim fmdamtntii. CG k i it k k i a m fententiam tuettn Egidms m fccuudo Jib. Pofteriorum m fiuquarftionc demedio demoftrationis, vbi n.mur demonftrare medium in potiffima demonftratione femper tfle definirionem aSeaionHAnutiquam eflepofli defi nlt ,o nifcftumeftigitur, fi medTum alin» definiho fiibieai, id n6 elTe mE * q " and ° eft accdenti, quod in ea definitionX 0 ,' 1 ** tmgat; Ted formarr. ipfam fub,e a! l?? 1 Cot >- riam nunquam vult Egidius in d*n ^ mate - nemedinm eftpoffekn S^ ft > dieit hbn docetidem effefcire proL^f/ fcire quideft, q UO „ iarrl medmm^ '^* caufamaior» extremi, eftfi mu lri' u 3* T, Cl1 m, vtmft Ariftotelcs a perte ib 0 «d «mpia quoque omn^ demonftfaS quibus m eo fecundo I,b. vt,:ur Sm'"* Cemfmod, ftnt,vrmedi um hXantXH acodens, quod fu defimtic ^ °4 gant U m,nur,q Ulm mlnoris> Vaturethrn,^, «em argumento E S .d,u s ,q U 0 etiam rom^ ***** nafefta vtcbatur; fimediun, effe, djfi? mmons mremi, detnonft«ndo petei^ 10 pnne,p,5 : quiadefinitio.aedefin^S ft^t ergo a-que ignotum eft affecWncmi? eiT^nr u b,eao,queeft C ond u fio, a ce 1 n^m inefle defimt.on, ftbiefti, quar eft p r 3 El ° ni»ior,a-q U e I g ltul i g „ ota erit J 3I0 P °*: »ncIuflo: qu.a vtriufque idem eft l en ft7 quateftpetittopnncipjj. ' Crf/«r V. confuutio ftntenit4 Zgidij, HAE c quoq; Egidt, ftntentia reiidendi eft : qu,ain muJt» dectptuseftEs ^T"**» crramt primum (n a poftfern^ etuflftj^ oHtamurj dum dtxitacndentia aliunnS fum, poflem definitionefubiefli veff parte, effenriale* vel loco ahcui« s Zrf! feniuJ» latennsrquod enim pr It er KiT fcspartesaccidensaliquodindefinidoS.r -a , matur.abfurdnm eft.ac pemtusabfS^^r* efl "nlmrf , ehn,tJone affumerenon opu &«„jf4. «■quodverolatenteaJiquaparteefftnthJi "J^ ' Vtforma , acpropriadifterenr iareiXS*-»-* ■ aliquod '«oeiusrumatuvdquide^vS rtfml c r;^ &eflAuerroisrentfnt '"^ pttme declarata tn commentario lo . f.cundf •:iiud tuncpro differentia effe, & proforma. tisfung.tur^bidfiformailla a r C aioni s dc, «onftrwd at canftooo eft.nullum t U oq ; a« odens,q Uod iJJ.us form ? Joco fumatur^, fcn 1 ^ P° te11 "«niprofotma fumitur.fedfgJum dupro feipfo fuLitur.&vt taJe n . - i,. . ^ ...iviiuas utiwilio. Bem rubieftiiinquitenim dariin eodem ftb caufaeft,& illaalius.&iu deinceps-.deo quu •mn» demofttauo fieri debeat /x caufa pro ximaaffea.onisquielTt*, medium eritfem- per aflcftio aJ,q Haj qujalterius afTeaionis caufaeft, H quiamdefinitioneperfeaa c u . mfcumg; accidentis oportetei U i £ a U f a m ac ctpere aqua accidens ipfom produdtur, ac pendet.propterea exeadem caufa definitur aceidens,perquam ctiam demonftra t ur me dium .eiturefl fcmper definitio affeaionis, fceftaltem affeft.o eiufdem fiibieai,proin- n -» bi ai nunqujram demon- i £f,n,t ne mTd um clTc polTesqui-hordito .fpriniurnmo Jum -icendl per le a^n,o ll ft- jt :;-eiocumo btinere, r^Z-ocnimdcmonftrat on.sabfq; dubio tftoer ft fecundo moJo , nunquam prtmo rf m ia e- acc.dens propnum de . ruDiefto ^rc tir ■ V'^ e P'°P° (?t, ° fem - f J ftn er r-fe«ndomodo:qu.arcmperin ■per , f4 nricdic niaior quoquepiopol rieferundomoio :qu.af lf3tu , c (Fe-tusderuac-ufa, quainl- H^itionerun.Kut^ofteadimusaliJs S Sb o nof.ro -e prrpofit.on.bu- necefta r T, rcl.iuiuitur propofino mmo: ; qux poilit GfeDt ftP.iooi»»d«.fi med.um.quod lin Kdlcatur,fltdefinit.o,v e ) pars defi.i.t.o. 2&ai :.>ocautem fi ncgemus.& tum E- L^Tdftamus.med.umftmg-re^alteruEa Vri J ens ciu r .tem fubiefti : rmnor quoq; fem- «rcrit per fc f.cunJo modo : pnmus igitur Efodtisad d-monftratio.ifmeftprorf-stnu. T PrXt ercaar-umfntt:mfuBiltufaduetnis Ecidium ve.bis Ar.ftoteltsin contextu j I. o^rti Itbti Pbvfico :uav bi dint omnem bo- nam defmif-nem t.ia murte.a priftare, pn- mumquidemdec-araieeflentiam reidefini- IIUL Ulll ■ *- V «l*. * _" * Te pnnio modo; quia nullum acciJens qua- tenus eft accidens fumitur in dt finitione iub- lefti.fed cot.a potiiiv fubi.ct um in dcfimtio- neplunum accid. ntium a-cipiturnoii eii c- tiani per fefecun.o niodo . vt facile >lUnJl_ mus pcr ea, qur aliasdirtad nobisfuntde modisdicendipei fc inlibroDe propofitio- B nibus necefl_riis ,eft enim fccundi ntodt di- cendi per fe propriaconditio,»tfubicftum fumatur iu defin.tione accidentis praedicati: atprimum illud accidensno fumiriiifuadc.. finmonefubie-tum:qitiaqi!icquid in defini- tione alicuius fumitur , illins caiifa eit . rumi- tur emm caufa in defiiiitione EfTeclus, fed nS eftcctus in dcfi.iitionc caufa? : fubieaum au- _em refpr-tu illius primi accidentis qua.'nam ' caurient?cett-noneftfinis,vtpater,nonet. C ficiens: quranegat Egidiusaccidensilh-dvl- lam habcre eiufmodi caufammon forma,ne- qua. materia:H_;namque funtcaufa.inie.ne, & parres rcm coftituentesjnorreftigitnrcau- fail:iuserTt-tus,nifidicat_relTe materiacx- • terna.in qua ineft,non ex quacoftet; fed haec eft impropn. diaacaofa, neqtie facitnexum effentialcm,rcu pcrrein terminis propolitio nis,nec (umitut in definitione efFcSus, vt ac- cidcr.tia communia teftantur . nam ipTa quo- «■.'.nniiiidemdcciarareenenciarorciu.uui- v.v.^..^. v__,. — - r * f-Se iXe.c omnia dubi_.qu S in ca co- D q°e a f.biecto pendenc na marer.a externa, ta::dein-eioiut.c U ^ y . oneftbteaui» non. rineuncdemtim accidenmim omnium , quat in fe inf-nr,c,iBfam adduce.e : rgit.ir ck dch- mtionefubieai vult A.ifiotelestanquamex caur.afcidentiademonftrari. Idemfegnnus apuiAriirotelemincontextuir piimi libri de Amraa ; vbi dicit vanam,tc dialeatcam e(- feiilam derinitionem , qur rei dcfinit-facci- 'tritia.eorumque caufasnon declaict: &io- qutrurdcrub'cc:r dcfii.itione:qu2iem3nife- f},in:n- eft Atiftotelis kntenna.quo-J dcfiui- rio ft!b.t6i eftcaufa accidcntium , qus in i- pfo fubicfio infunt.p: omde medium efle po- «ft.exquoaccidentiidemollrentur : vnum- quodqueenim tunc Tcitur.quandoper fuam clti!'am.au_:CUmq;illafir,dcnion{tiatur.Ma. Tmii ximiis cft ctiam t rror Egidi j, dam dicit in re- tnir, fblutionc acciJentinra in fuas caufas tandcm perucn ii ; i quoildam primiinraccidcnsin. demoniirar;::*; , qudd in fubiecto iiloharet abrq; caufa mc* ia: Iioc enim ita eil f_! f um,vt nihilfjiH-S _ici poilir, quod itaotrendo : ac. cidensiilad o.i.r.uTi vcl cauf.m aliqaam ha- jt' ber,ve! r.o habet: fThabet,non eft lgituitn- dcrndn.liabile : quiaquicquid extrafecau. la.ii hsbet , qua cft, exeapotert.ae debet de_ morftnri , fiueilhin eofubieaofit,iTue ex- rra.ficuli demoftratarin luna cchpfis perob- rectioneni rerrae : fi verbnuiliicaufam habet. perquamin i:!ofubieao infit,feqtlit_rvtin- •■ * -llorubiectononinfTtpcrfe^rcdperaccidens qutcquid euim alicuiineft.idvelperfeineft J( d 1hUIVV,1V ^.iivvii. i» — — * ramen in eorum dcfinitionefubieaulB nori accipitur : er_;o primum Ulud accidens ab E- gidio excosuatum non famet infuadefini- tione ft»bic£tuni,(i ab eo no pendet alio mo- do, quam itamateriaextetna, petfeigituf fccundo m_do non ir.eft.ideo ttlinquitur, vt infirper aecidens,ergo nullura ifl demonftra- none locum haberc poteft, ea namq, ornnia- quarex accrdenii funt, alieniflima etle adc-. monfttitionisnstuia docuitAiiftoteles. diptit VI. inquoAliaqmrurtdampofle- riorum opinw expomtttr. PLvrim i hactempcft.temediamqu-ri-r.m/i »»e"'«ni isitur eft _-ufa formalis , at afFeaionis form_ jjr pfo diuerfam iionhabet m,,, m ;t r r q«*dam ilt a caufi P oli_" D ? n 'f/ Un,f °™ a ^tisqua.r,mus ; e7^^ raanubis^fed extinam i„ ni . " n .°.? eft ** ™, r i ■ a . -*.crgo iuem med um eftfnr m-fubiecti.&caura externa ,ff>A; - indc cft dcfinition,,™J._ e ^»?H ,, ' P ™ tnr videturpiana & 2 ^ tHl ' *■ ftranonum, non d«fi,,i_7on", fcbi^ """^ •naior propofitioclar.cit e.defi \£° n £ cntix: minorfatisruner.,., r' tIOBt ft* % po«tft,.i.pra r fert J m!qS luna lumen accipi«pe raccr C r 1"„ " )n, '  _. quam eiie po fT e defimtionem affeai on i s Thomasquoqueconfiterinon vult ea „J_m cflc pojre mmfo fimul cmemM_fi„"S quum dicataffeftionem demon„ r _r, £ ' fimtionem affca.onis.fed defini^iouem a ff c foJumprobatmelmtmp^^r !d I _„„. ione .T°_ lS:n ," ^ 0 ^ S tiones Anfioteles vult c jTe oo «*),_., • per nullas al.as caufas Jo£„ P t iafe*» «eli_ 5ia c P o,i_ 5 _e mo P n ft rar C ^ quas memorauimus. i,„_1. ™ pereM ' _i1 31 t^^P. . H ■ L _, __ _ -_. probarinunquamDotuit,h_t,,„„, ' . Dus rnodis refpondere. r!,r,,..,i, /.: _• "*■. fimTs oui , q „ teftlmo »ii'- addete po^ rio m um q __in r mmCnt W ini llbri c t dTmo n C ° mn,ent 40,r.cund, c!_redi. a one S eiE 0 " ' d ' pfis ,un ^ " obie -^- nem &in r,f F o:,l! "nim demo n ftr_tio_____ h} __l corum decb a . rne „ Can ° ° uarti ,,b » Phvfi.»^ flot^ t " S J d _ auo d'bidtcit U r a bAri-"«'f"^ itotele, bonam definitionemtraderccaufas -*"""*" accdentjum.qu.c.n «d e fi : ,h//nEinquh^ ^ .ir, .. _„ crum Ar '»oteIisverumquidem finf;,V " reci P ro » fl -"am omnis bonade- fcm t! olubie_.id c b«rcdde r ecaufa.accideu- • ^ tiun I de medio Demonftrat. Libcr. I. ti'jsfubiciefib,eft i * d - ^"«rga apuiAuer.oe n defimtio ' omniumciuiaccidentiurn cau- B itto ipfi J^SETaJiquorum cauf* eruntaBpeci- 2 „. ; 3 Vitur G deraonftrida eft tes per fuam ^o-ia» ouftin,propter qu ? ra eft,acadea. K formam.feudefinitlonem fubie- S demonfttari non poiTunr.feddemonftra- rifunt P« aliaaccidentia,qua;fiinteorurn oori* K*q»» e * caur * : &llleerunt P otif - £ £ aemoftrationesjtuncenim affeaio po- riflhne demonftratur, quando melius.ac po- ,i,t demonftrari nonpoteft, Squandopcr «mdemonllrationeni omnjbusfimut qu_ «jonibusfatisfit. Sed aperciflime id kgimus ujAaerroeinin commentariis %6. & 17?. pnmiiibn Pofteriorura , vbl dlclt magnarn pirtemdemonftrationumcclebratarum fie- ri peiroedia.quf non funtcaufas fubicfti.fcd funtaccidentia eflentialia, cit quibusalia ac cideatia demonftrantur: necloquitur de ali- qui fecundi gracfus demonftratione, fedde potiflima, vtlegentibus patct: dacurigitur fecundum Auerroem plurim* demonftra- nones potiflim*, qutbus accidcntia ex aliis iCcidenFjui, qui proprixeorum caufifunr, demonvtrantur: «juareea refponfio adargu- tnetumvana eft. Alii vero.fortaflevthas ob- " jtdioiesetfugeren^aliterrcrpon-deruiu di- cendofenonnegare tndemonftracionc po- tiHima fumi fspe pro rnedio atcidens ali- miod,feJ tuncnon fumi vt ac-cidensded loco forma: latetis ; quum enim fspenumero con- tin»3t. propriam rci formam ignorati, acei- densaiiquodpro formaaccipi folet: penndc igitnr cft, ac fi formaipfaaccipiaturrpropter. «anon defueruntqui dixerint,veram caufarri' crlipfis lunx cueipfam natutam luni, non •bieAionemterre:quia ni(i ea effetluma; na- ttira.ulumen ab aLoacsiperet, &copnuata I t)bfcJrare:ur,obieSio cerrs earn lumine pn- nare nonpolFetjveraigitur caufa eclipfiseft fcrnia lunar, fedquum hic fit ignota, fumi- ' Utloco citis obiecfioterrar, ptrhoctamen «orft.r, quindemonftratio illa dicaturper Krmam fubiefti facia: quianoncft-refpicie- - 4um illud-acndens, quod pro medio accipl. tn^fed formu,cuiu»Ioco ipfiim accidens fu- «iturldem, dicuntdeahisoninibus demo- firationibus.qttarum medium fit aliquod ae- F 5*-dens ) &,iituturofrendere verum medium -willisomnibusefTeformamfubietti.non il- 'udaccdensjquum hocip*fHis formae Joco fii ' «atur: ideone^arunt etiam dari accn cntia ; . ab enterai5 caufis pendcntia tanquam a pro. priis^&aEquatis caulis, fed emnium acciden- tion, propriorura veram,& ^quatam caufam ellepijtarunt formam p:oj» | fubiecii, t|uai- gporatalumiturpio mediodcmoi.ftr.uionis ahquod accideii5velin eofubiedo inhxres, '*« cuaui cxtcruum. Scdh*ciefjoiiiio ell luna, non ipfalunac forma: eigo quando hxc accideucia,vcl alia huiufmodi fumuntur pro mediis,pro fefumuntur,non pro forma: idq-, rationc erricaci» »«W ftd eftfinisaiiquiscxrernuj, qui mouetani. mamadambulandum,vtfimitas,defiderium j-dcndiamicum.&aJiquidhuiurmodi obid fiquis aliqtiem percontaretur-,cur pote's am bularc^&.IIererponderet.qmaOimviuu^ia ecns eni m fi«ere7*„«»"' n, . ,l «*o«j B T vcram,&arquaram r.u&m afferrewtfiW. pv.endZ inmVi! ' .-P n,od ">eni aJ viuus.vanacuetrerponlio.qu*):,, q; ,r,a, ....... : * pof QLKnWrno^r» non ambuiaKthom'^. viutis efJer, &animattrs,attam e r,a n . ,D,S Kmota :a m ad p:cr. dici. eaap.ttudofubicfl, caur^fti^&^ rur , i.cet fine tllaapmudine 3 fi £ ICU poflit: i atapntudcquidem caor.n, hM 0 -'" »ft»-l;st«fpt,o penuetab agft^ teria caufa vera vtres gene n c „Ve pof r „™ „„X r r ' fcd ' pfiuS « U l finf,qu,cqu,d enim marerii h.-,h,/ ,7 , P ? .non eft c a u fa,n,firemot 3r &fi^ — ; — £3 111H.111C U (_> «nr,quicquid enim mareriahabec, id gene. raTioni, &interitui obnoxium eft: fi d vradu gencrenmr, vel aSu intereant, caufa non eft niatetia,fed agensgenerans.vel intenmens- a fod enim eft generatio.&interitus aSualis, aliudcft (vtitaloquamur) generabilitas,& *orruptibilitas:ideo aliat dum primum An. itotelis Iibrum degcneratione, &interitu pu bJice interpretaremur.ofiendimus Ariftote- lem non dicere mareriam efTe caufam perpe. tuajgeneratioms, &perpetm inreritur, ftd oicere matenam elTe caufam, vt gener„io,& intentus lnrebm perpetuo durare poflint- quarematena eft caufa poffibiJitatisFencra- tionisperpetua;, eaufavero perpetuseene- rationis noneftnifi agens perpetuo res ge- iierans.&mtenmens, dequacaufa loquittir Ar,ftoteIesincakefecu:idiJ,bri De geiiera- nonc.&interit^inprirtioenimlibioYarisha buitciuspoflibilitatem, &caufiim polTibili- tatisoftendere.Idcirco foleo etiam eorri-e- , - r f d >^ utn Jfccniiiliiin init,ofccundiIibrrde Vt fiant,forn,am vera caulam eiTe vt fint t. Q piam i liSjfcu teinr. V racaufa proj),ia,&a;a - " ^" turafubtefti iiliuV fclip^ Sfri Un ° ani " fi e. et n.fi conftituta l,^ naf S"" a Ju 0 *,nr, q u,tur, qu;P tft q^^nradx " ^ caufa ed.pfibilitat„,red ,pfi us ec I p& U Iis.noneftcaufa.n.fir,™,/,. n P " fedvtcauflm maiorisex- aateamemoratisiniecun.oiiDro loutn». r„ ttlU r t „ H . neque « »«.1 ^ dedarablraus , rU m dicit, medtum effe ratione ptimi ex:rc- SildMi _ tieMi-q UOQBl "r m i inquitipferationem ibinon hzaibme, BHm CiVUt VtUM Hi eronjm Baldtuni epinione. H (\i multi putant) definitionem, fed caufam, quoniam Aiiftoreles ibidemedio vniuerfa- tirer Ioquitm:_t non Temper medium eft dc- M v s Balduinus, qui proli. fifjnitio. Additprarterea, nunquam mediurn 1 ' R ,°r dt rcqusttione fcripfir.poft. refpeau maioris e.vtremi effeintegram defi- F ._,in,i* niiionem,fcdfempcreff-difter-tiam,&cau- fam:proptereaquandodicitur,medium cfle definitioneminregram.inteltigedum cftmt- noris extremi,n6 maioris,vtfiriominem effe rifibilem dcmonftremus peranimalrationa- lemcdium,eritquidcm animal rationalein. tegra definitio hominis,fed rifibilitatis cau- qul . leru^, - ers "_ Mjum in allorum fa ;& d 1 fferentia,& pars definmonis erir.non commorari, quando neque verr Cdcfiniriointegia.Eftigitur Balduin. renten- fentenuis com ^ J c 7 1MM -^ irtIw .A, co n fi_ .ia.quam fumit ex Auerroe in commentario u.librii.Pofteriorum.quod medium potifli- vox demonftrationisfemper,5;neceftari6 fit caufamaioris extremt: ataliquando.&iiro, &exaccidentifit fimulcaufa etiam fubieSi, Ted hoc Auerrots diftum ipfe videtur ita iniel ligere, quod ex accidenti conringat eidem caufx, vt fit caufa duorum G.nul.quoiiia cau- fa vnaper fe,& primum non pro _ ucit nifi cf- --meft imul *.0_l- .WW»»-._> I » _ cauf-efle, nifi ex accidenti: & ecornie.fo,» perfeeft caufaaftec-ionis,non poteii niuex accidcn ti cffe caufa fubiec .i. f>mmultas alionim rententias recefutt, J^Lnmt quarum aliquas etiam nos corn- »2SS mus.reliquas confulto miO* fe- m -mDriam ipfc opmionem m medium f elt ' ia l * c facilc ex eius diftis colligatur Iffientiat, eam quoq; libentet omififfe- im ? ^'"n-oueTd veritatis inuentionem eonfi- jVr.tio ipfarum conducir-,verumtamcn pro. t.r auoddam huius viri diftum, Je quo nos cficadil^enterlocururifumus, eam quoq; in medium arTerre, & breuiter expendere llnftuuimus. £ius f'» BtUnmi inconftintia: fibinamqucmanifcftc aduet- fatur.nec plene ipfe quid dicatvidetur intel. ligere:prius cnim fatetur,eam effe potiffimi demonftrattonem, in qua medium vtriufq- (imul extremi caufa fit (hoccnim dtcit abfq; dubio Auerroes) fedpoftea dum hoc decia- rat.hoeidemtjegat; dumenim dicitcaufam .ubitfti non elic caufam affcfiionis nifi ex accidenti , negat eam elTc potifumam de- c monftrationem-r.am demonftratio porifli- ma (vt ipfe docet in ea qusftione) tendit ad folam fcientiam accideutis perfuam caufam, quale fcientiam certi no adipifcimur, quan- doaffeaione per caufam ipfi accidentariarn dcmonftramus-, imo Balduinus ipfe apertc aflerit.ralem demonftrationem parere fcieru tiam accidentalcm.nam in quaito fuppofito dicitfci.tiam per fetunt haberi, qusndo res perpropriam caufnn fcitur, non peraherius rei C3ufam,veluti quando p-opriam anc ftio- ncm fcimus g caufam fubiefli, hoc enim eft 545 demonflrareper eauram alicni 4 ■ i cau ' am a «identalem;qi ^--.«-'apudBalduinunieffeno.., aemonitrarionem, mqua medmm fitraura nrjufqueexrremi ; q U o .» ^ 57- Parocuifs lecundi Jibri Pofte. O-y . ' — - * "tnuiit 2J>aioris £T. «renn.ueq, eftqt-odille dicat nome rationis ib. , non ggnificare definitionem, fcd caufam nonenioi benepercpitv.m Gra;ri vocabuJ *J*«j.quod . nm a-ibi.tum potiiTJmum co in Joco definitiOBem abfque vllo dubio fi 0n ifi. «t, non caulam tantum, quafi dicatur/^" defimt.onem maioris e.xtr.mi^ndcrefpon fionem fumere poffumus ad WunMB^"' «emonifraoone eiT vtiit.caufa, „ fl „ nBtZ^ fiflltlo: imo ficontmeat vt fitdcfin^.l r J«*-»»-dhoedidmu S ,d U o, e ffe7S»^ i ftmnop,, bnc, vnun, proMM ,alt™-«S^* nms ettparete ftientiam propter ou.d tjT moX^ de ?:^ ratl o P-ftat prout eftd^ monfiiano,» quatenus .pfius medwm c ft tia qu.d eft,quem demonrfratioVrarflat, non .vt eft d.monfttatio, fcdvt poteftate dS «o, rcu vtmdcen.t.onem conuerfajhicao. tcm vJtimus,acpra-ftantiffim US riniseft^quia fcienmmpropterquid eftquarrimm, nL "«nmsfcicnnam quid eft, & d.monftrat.o- «mquaenmus, vthabeamua definitionem. Q.uemadmoduro igiturproximum demon- Mratioms finem refpicientcs uuarrere poffu. ,mus, vtnus extremi caufa medujm fit itavl- umum quoque ac prarftantiffimum eius fi. nem Ipedando.poffuiuusetiam ouarere v- tnuscxtremifit definitio;n6 enim e demon- nrationedefinitioalteriusextremieducimr, niU mcnro termim medij, qui ili.us cxrremi «fcauiacft, &defimtio; qua; oronia ita clara iuni apad AnftoteJcm Sapud Auerroem , *t auJJa. ck Medio Demonftrat. Lib. I. U* ,«r ferlarationr,.n fequemibiista A dicere, medium femper HTe Jcfinftionem n« iU eg l «trtiuftfiioi». Baldmnus igi- maious; fed pofteademonlirabimus.quod ftn^^r ."i, ouandodicicmeuium po- eadem rati.mc , qua v.rhicuegamrmedium vnquam cffe dsfiiiitionem maior.s , negare eciam debuic cfTe vnquam dcfiiHtionem roi- no:is; ique eni.n vtrumque eadem ratione oftenditur,fedipre ignoiauit, quomodo mc- dium dicatur defir.itio , &curaliquaudo fn vnica didio , aiiquanuo autcm oratio , quar omnia nos in fequentibus diligeatiilime de- SflHoW, quandod.c.cmediumpo- «-«e denionftratioiiis non femper cffe de- ffilem ; Fal.um ctiam eft.^od no iuma- tur *" ^hmtio : nira habi» quidem proximl ?' ' ar !o„efumimrfo!umvccaura,led babi- ne Titimi fims fumitur vt dehnitio. A H ilam Balduini imerpretat.crie non IiU,rn ,?nr' nempe contcxrus oj.& 97Prcundi B clarare nkemur. SSRSerio. um:.b, namque Anftotelea o. „,„, voiens.vnius eftedus vnam efle cau- r Taus potiffimx demoftrationis medium XpoiTic, h lt «itur ratione^uiamedwm S«tio priun exti emi. at (quzfo) fi ratio ibi (wnificaret dcfimtionem, fed caufam, iualifrTain effrt ea probatio Arirtotel,*? non- «eridiruia rideai enim fumeret ad fui .phus probitioneni? ita Auuroes ibi AnKotelem fitel'i D it,& probationemilbm ita -Jrdarat, «oosdiximus, & inquitrationemfignifica- , c derliiit.ionem: fed Arlftotclesipfe ditta fua interpietatu--, dieit enim in illo 97- contextu f xUiAtfl rartoprimi esirtmi , qnacircxam. nti (citnr.t p*r dtfir.inantm fitmt. ] ex eoenim oood medw cftracio primi extremi , nb col. Jieerel omtiesfcie ntias perdcfinicioncm he- nifi nomineracionis definitionrm nitelli- CdputX. in quo vera fententta,qu* Auerroa eft,expomtur. MI h ividecurhacinrcab Auerrois fe«- toncia recedendum non effe , ea nam. quc Anitotcli & rationi eft n-.»gnopcfecon- fentanea. Hancpiofert Auerroes multis in lociSjfed poc.ifiniumi.i duobus.mcommen- C tario ii p.im, libu Pofteriorumj&iti fua qu£- ftione duodecima, vbiaiiorutn Arabum opi- nionesconfutat ,&itatlare !oquitur,vtmi- randum fit, quomodoin eiusfeiuentia per- cipicnda potuerit aliquis ballucinari. Scn- tentia Auerrois eft , qubd in omni potiffima denionftraticne mediumfit caufa,&defini- tio maioiis extremi , fed non in omni potifu- ma demonftratione fit caufa , feu dermitio needici pctcft nomen definitionis ibi m.noris 5 imo rarb , 6tin paucis fd contingat, nila!mJfi"nifie*re,quim«ufam f quiaeon. D icavtmatimaparsdcmonftrationum potiiii- fcquens illud vanam efTet. cur enim ex di&is maruru habeant medmm caufam maioris ex- coiligat , omnes feiertias per caufam fieri, qutim id iam notinlmum fit, etiam in princi- pioprimiHbril 1 ibi enimd.xit ,fcireefle rem pet c i u fam c ocn ofc ete , h a n cq ; effecommu- |nr omniuai hominum,tatn liierium,quam nonfcientmni extftiniationeni. f^iod igitut apd Ariftotelem medium fic femper d efini- tio maionsextrcmi , eaquefit Auerrois opi- aio,Ttianifeftum eft. Vnde fequitur, reitam efTe noftram & aliorum quarftionem de vjri- tatc dicti Ariftotelis , an medium fu definitio UlM^tt- maioris, an mmortt extremi. Male etiam ac- m*M&. cepit ilonifiarionem huius vocis , Medium, JfMM .„ af f 13 ternam caufim; propteres omn ^ i ' nt *- accidentium pnma J u fi eftffi^ ^ C«i/>. Xff. qMidicmdumfitdtiUj, tidmttbmqu* al> externis M «_ fispendcntr. HAECquum tafiin.invtroqucde^ ftrartonum genere C Ofijertmu * tis,vtmterpofir 0 terra- dtcaufa eclipfij lu- n*; otcalor amfcie .ria eftcaufapurr-din-j «orurnaccidecium IIuJ «erefltdtfcrimefc quodaccideiia.qujabcxtern.s raafii jnfefcl letto producutur, caof» quidem fuas perpe _ C OK > cumitantur.&cum eis recipro«.,ru., a t non perpetuo com.tanrur proprium fub.e- aums non emm fempereff in liwaidiaff», neque fempereftputredo in quouis corpore Arilt-tcle. m contextu d r . primi libri Pofte norum quando diccbatea fub ciendam, ac deieafioiulocodiffofi^ifum^ Iiabetd.fficultates, quas foiuerefacile „ ff ci f Wquu hasomnesaiids expedimu»in Jibro" noftro dePropofitionib. neceflid^id.g omiftit ... prarfentia fitw ft , fi illud certum atqj compertuiiihabeamu*, pot ifimamcH- eam demonftrationem , qua eclipfis oft.nditurperrntenec-tionemter^quan^, « m accde ;« ab vna certa caufa pendetoou t poitftmeliu» demoftrari, quam petillamcan. famratnullaeflaliacaoraeclipfis nuam mte" pofitiotcrreiideopotiffiina efteiufmodide monftratio ; fa tiafadr etram omnibusflm&l quarftiMmqm de ecl.pfi fiQis, & e ft e , us defi _ mrio poteftate.vt fijp-a demonftrauimus»*». go quum ex eatonm» frufium pe r c ip, anjuSj ti ^em ex v Jia ponflima dt monftratione per- cipere » : I.dtfidetare puftumu*, potilTimam , eani demonftr a tio nem t fn cognnturomnes, velintnolic t ,c6fite t i;.npropofitiun;busc- n.m, St^aruni conditionibus ntilium pottfi hibc e ditedum,quum in i;>Gu> fine, feu ef_ feaunullusdefedus notanquarat; fT.,uidero R.aftant.Hima fcientia a prxft.,,, ffima de- monftrationr. ot-ea-.prtftinnffirins p-opofi. tionibus rorftantefijr neccfti: cfi. Irta i°itur demonftrationes , qua: per exte nas caVas ' fiuntimediun. habent caufam maioiis extte- 55o . » , -". pcrcomitatui d. f>«- de re aho m loco diff u fia s locmi f umus . »-^pa„„stamencontingitvt,quamu ls ,bextc pereftaeeideo-sTi; uVj X ^ ^ tem pemtusmhis fe itentia Thom* fcSr^/T - ** t. , qunm m his medium nunuuam (T f f ^*.»''^ }• 7"'"'"si'»c,quamuisabe» »(is fc nJe )n[ ,a iubiedo nunqu.m dif H.ngani«r . vt motus , q uo fuperu» atr.* ro. tum elementum igo» a cotlo m o.bem f*„n! tatcm & fpforam fitits , atquc refpeftus im mutabthtatem iile motus perpetuo i„ ili, T." Jem.ntisperdurarjsternumenimapudAri. ftb telem cceium efl , & motu ^terno^rcur,'. J-mni^ipfrquoqueeJementorumvniuer- fiwtes iternifunt.&inloc,, propriis p-rpe tuo quiefcunt IJIa vcro accid^n 4«,^ jam internam habe„ t ,p ei -p ;tua f , nr / n fubje . tt s fuis &cum c.srecprocantur.vrcum boc mraerifibili«f-cui»re, eaeft-ca u ra,quo J h xc omnia-accidet.aformam fubiea, inrequun- tm:quonumigiturpcrpe,uoi nf ft,„refor- ma & natura propr.a j pofiu autem caofi ef ttttumquoquepomneceflecft-idcbnecef. I Una,« : pe-pctua fubiedisfiiis fui.t huiufmo- 4 accidentia otfubiedo pofito acc„e 5 q U o- qoeponi necefleeft. Qiiod fi aiiqnis obiic.at «fum fohorum d e arboribu vmi nofemper a bonbus ineft, caufirn tamen intetnam ha. bet . quareft humo.is conaelatio inipfisar. bonbus.Jicendun, -ft cafurn foliorum exter nam pot, Ul csu ram habere, quim internam, quiaconrequiturquide.n concelarionem hu- moriv, fcd harc congelatio ab externacai.fi pioduc.wr.nerape afrigore acris ambientis- li tafttfrm , minorununquairijfunt- tamen potifllrna: demou. ftiationes, JeMedioDemonftrat. Liber. L 552 55 1 . r xg**tit.m autab A tx caufa proximaaceidentispropoCti. &v- CCM/ XIN. * » aCCtdetttlbUf, qtt* M> ft , em ,arn przftaiiummam par.et, fcl- ittternataufrpendent.&eo rumdemonfira- tient. DF.ecidentibus, qu* caufam internam h.benc, aliaratio eft; hzcen.momn.a J_fl fi» fub.eft. naturam & formaru * f^uunrur, non itatamen.vtomma per fS rubi*«i demonftran queant;hoc e- f i l tt em Seotum A alios multos dece- f£S fcmper cfle definiuonem fubieaij ' SfoHliae quodam prodcunt; ahquod en.m SciJfflslferutatotiin praduc.tur & eam . ■mmedUtc conftquirur, demdetllud ldem . ;SsL« d!csscaurieft ' &hocltetumalte ' .roinde accidentium ommum pnma ms prouiae n.Ki.ai. fed traq ; rcientiam prjeltanuiamam pa_ licetqubdresf.t, &quamobremfir, Scquid fit;Vtraqueenimindefinitio_c fololitu dif- fcientem co.iucrtetur, nihil igituriis deer.t. quominus fint potifiiina: > & primigradus de- monftiationes.Siquis autem proteiuus velit performa fubiecU omniaaccidenuademon- ftrare.is in hoc ipfo exemplo fue_ fentf tia; va- nitatcm & fali.tatem infpicere poteft: nam ff B quaeratur.cur luna paulitim,& per incremeta lumcn recipiat, &ipfe refpondeat.cuia eft corpus naturse quintz, vclaliud eiulmodi, quonatuialunx fignificetur, non fatisfaciet queftioni,vt quilibetrationiscopos aniiuai uertere poteft ; affetet enim caufaru rcmoU. qua: no dedarat propter quid eft.Qiiod aute inhocexemplo confpicimus, inaltismulu* euenire dicendum eft.veiun fi fingamus fub- ie&umaliquodelTe A.cuius formaac defini- - -minde accidcntium omniuiu pnm- i(h««' _...!----- "T P * D rimacaufaeft foriuafubita., fed Ct.ofitB.aqua pluraaecidenua prouen.ant, radix , & pnma cauw „ rnxima , au . otfimC ,,„,* quodam,vt ftatim a B.produca- ■nVeft ommum immediata,& prox.ma cau- Ldeiquumrnumqnodqne perfuam p.o- l,rnamcau& !n ' non P eriem0tan, ' 1 tien,C '"' Cndnmfir, multi acc.deuuaexalns.ee,- ^,ntibus prjoribus funt demonfttanda, non £ , f or mamfub.eai;h« enim elTetipiTorum Lf, rcmotajfed illa accidenna, qua: ttatim, SUne vlli caura media producuntur a for- -. - er t 0 rmamdemo_ftrandarunt,h_:ct_. • J.».i..^ni*f ^vi lit A. l|U II. ... II - — | - ordine tame quodam,vt ftatim a B.produca- turaccidens C.&aC.aliud producatur voca- tum D.&a D.prodeatE.entquidemB rauft prima,6ciadix.aquaomniaillaaccidentiao- riuntut, attamen non eftomnium proxima caufa,fcdfolius piimiaccidentis C. aliorum aute caufa remota,horu igitur trium acciden- tium C.D.E. trcs extructur demoftrationes; vna,quademonftrabitur C. de Apermediii .erformam demoattrandaiuni.narcn- vni } qu> uc». u . ....-u.™ "* ' /"fl/J.f, enVuntpauca.ideopaucsrunt (vt ait A- D B.quodeftforma fub.eai,proinde eftcauft «rroSiik demonftrauones.io qu.bus me- vuiufq-, fimul extremi; alia^ua demonftw- dium fit caufavtnufque txtrcmi fimuli ha; nimquefunt.llx, quarum medium eftfor- mafubieftiiinaliisverb.in quibus med.um eftalterumaccidens,quodeftproximacaufa KCideutisquafiti.medium eftcaufa maions tantiim nonminoris. Exemplum autem h^- iufce rei ex Ar.ftotele defumere poffumus, quiinpcknolibroPoftenorum dicit rotun- Jstatemluna: efle eaufam cur lumen in luna I pauiatim augeatur, Scquilibet fana; mentis vtdereooteft, nullam eflealtam huiusacci- dentiscauram, quianifi rotundacflitfupcr- ficicslunx, red plana,totafimuhllum.nire- tur,nonpiulaum,&italunamnunquam vi- dercniuj.mfi plenam,quod eft manifeftc fal- fuoi;fph_;ricatamenfiguran6 eft forma lu- ns, fed cft .ccidensieifenim qualitas quartat (peciei, & quoniamomneaccidenscaufam aliquan hibet.aqua producitur, fi huius fi- ] fura; caufara inquiraraus, eaerit abfque du- ioipfiluniT natura.quam talis figuraeoo- fequiturj staque figura rphrrica demonfln. bitur per natura lun*,fi nota fuerit , & hu L» s demonftrationis medium erit eauravtriurq; cxtremi limul; deinde per fphxricarn figu- ramiiicrementum luminislunx demonftra- bitur, &huiusdemonflrationis medium crit eaufa maioris extremitantum, quia eft alte. rum accidens eiufdem fubieai; & vtraq; de- mcnftratioent pouilima, quia vttaque erit » L ...... j . • ' " — " - ■ " j - 1 ... biturD Je A.permedium C.&alia demurn. qua dcmonftrab.turE.de A.permedium D. inquibusduabus demonftiationibus mediii eritcauta maioris extremi tantum^noo mi- nons-,erunt tamen hi omnes demonftratio- nes potiiTimK,qufi per earum quamlibct ac. cidens defubieao proprio percaufam fuam proximam dtmonftretur; quod fi tria illa »c_ cidcntiademonftiarentur omma prrB.me- diu,folaprima demonftratio efittpot flinta, rehqua; vero no dec!i'snt nifi quod eft, quia fieientexcaufa remota. Sed pf-flVt aliquis o^ium. cotra nosita argumetari:accidens propriurn ineft in fubicao quatenus ipfum : atilla di- aio.quatenus, figmficat fccundum proptia illtusfubieai natuiam.qu^eft formaeius:cr- go omnc accidens propr.um incft per forma fubieai; proinde per hmc omnii funt dc. monftranda.Ad hoc dicendum eft.conditio - UUUt. nem, quatenus ipfum,non denotaie caufam inh*rentiJr,fcdf>lamdrteiir,ination6fubie- ai primt. aliud enim eft dicere fubiea.m primum, aliud eftdicerecaufam proximam, formam igitur etle caufam al.quo-um acci- dentium per alia accidentia media,facit qui- dem ne fit eorum proxima caufa , fedno tol- lit quin coftituat proprium, ac primum fub- ieaum illorum omnium, quum aeeidtnris media fiittrquidem medi^caufat,fc(i non fint iDed.afubleaa. * i 55$ lacobi Zabare.kPatauInl zCtpttXir.dKltfentcMucom- A u.fi.^o ,,. r,,,, £6) re)J ?rcb.ino. ^monftr Jr;oncnl ex ,,| Cn '_ u  «eBmtrrred "•-Taaceid.nnum, cft -efiL^L'" V^ Kl».ae Jecla ar ' bl *A,jfc£ fc. rr«.,fa m decla erumninm r e T«* »ce,de m ,_ A err. tS d"*"'."'"»--* .^fi r,)utm ptni' ism,..in. de J,fin,tione P ,bira,,vt lege.u.bul ctfm £ « i ^nem e mm d.fimtioocm fuh £_^ Je.no .fta.d avr pl-ra deutur a_cidei.ua, q uae nV n ^ JUf « ^tem p 3tlirnr , er Auerroem lee.Z" V^ tuidcm pttmamV ,n. I? - P " A »««eml, _rfinic._netn fubi.cii elP- »0n .'.Tctar,,,, ptojffmat, fing.Jo-un cau fen, pe, ,,uaft. t gul_ft ;)t demon.tran" -non acciln m t™*™** 'Pftm efe cS ■ccdennirrn omn.um, fed d,ct confrrrc*. co S "«» cei.da* ar«dehn_m caufa..de_i r,_ quumdic.ru, pforafj nllmtro r ; ' *' «teas multaserTe m«ffrom *%&t% quum tamenvmusf.b^, defmitio vna f /n ° ^'^" ,e P rlm o m«.do,qnia lc " 0n P'»^ 9»o_ rrvnaeffct ot lt D ^o.-P-^-cabitur, ei.rdlLuo, «1«,. rfennum proxitT,acaufarpfadet. B «b ■ i ,e' ^""'"O"' 1 luh " rti " ■ V -' pl " A, non rcfte|.,quer.i,r __,iflbrete d, rs P«,i„ m « .emo.iftranon,, t ,P= p er ft 2. qu8 rut^c.tur. rua. t tu: .n de 6 „ IUOPCp °' B q"un, .pliu-cajfaffr, deind* mi.oWS? pofir.onem «nfideraiu inqu" ff ™ pr °" dcmo,,n,a, ) o mS nonmoJ6fi [ c_, f .,r___? ™tP* no '^ fl %g tolTJZTl " uft >q«^oqu,dern aij. tamea _ Fotma pemfent.ona -g .or_._oZi 3 « a 'gnorar, nec.fteeft. f] x h»anrempH« quam vanum fit argum .nt um , quod « £ Jocoahqu, fbmunr.ad probandun, qu„d7e finitio f ubletii .n om n t P potUlTma dS:I' rionc medmm efte debear A n ■ , bus h.VhT ft f fD ? mu( i "Jqo«xe,npI,,q a ™ r_.f,S--xss;'»,ri« __«__ u«,i,_ .__J«s£S_i i tcfimofepruag-fim,, nonoeiurdem iibti i no tranpe o.eJ.a,q l ,*v_t aC cipi ul „ Dr j B . non bus fob.ectum ,||,,J acc P Tu,,t , a haro »r.t , 7 f ^ a,,, a «"icat,a P (ubi^mt F „? lb I us ™ e « , mm eft acnd^. aliquod, pauc,* verr,„,eJ, U m oni s poti/Tu eft c_ufa maioris _«rem,; fia-cemni eft 2!"7' us fims fft mafr; ' is co- -»«« fircauftmmor,. evrrcm, tanru.iJ nulf* -atione a-nimirtexidcai Lit )4 uoui_ nl ea mm e_gst deMedioDemonftrat. Lib. L 55« fflpl» f^^fit.iaadipraa.demo^ria^ B fcdvn K ai > . _._._.-__.,_ i..-mnnftr_-__o idnon CQ- effep 1 „ t ,p,-t.auun» Jemonftratio id non co - ST __A_cb Antlotelcs in a.hb.Poftenorun, 5Sconi.u fe,nper«hxit med.um efle «_- r ai dn B litionem rniions extremi, mmo. _____ti Qint • in Jitapl"» wnfiderari no de- K t Hsct- :!es docecin f.cun Jofibro Pofteriorum, »« p>itflpl» ica vna caufa poteft fimul plunutn .ffeauunt ri*m neOt- effe proxima caufa , & m eodem genere cati- '\'JV[ __,quandoquniem vna&eadcm formacau-* 1 "" ' ' fa eft pluriuni accidentium in eodemcom- pofito ; &. quamuis plura fint accidentia.qn* no aequaliter aforjnaflaunt,fedordinequo- dam , vt antea decl.rauimus, aliq^iatamea funt , que a-que fini mc-to ea idem formatn confequuntur, & vnum ab alio non prndet, fed omnia ftatim a forma, vtSolis naturam Cconfei;uunturhrcomnia,maxinialux, pio. pria tigura , & t.ntus in orbem niotus, feu ad taiuum motum inclinatio, necumen luxi figura pendet, nec tig=ir_ a luce , nec motu- ab hi* , neque hx i mviu; fed lisc omnia im- mejiate a natura 5o!u .manint , tinquam a cauii, Sc in eodtm gcnere caufe. Verum, vt accideneia pi_.-tt rcamtis , ccitum cft eari- dem, qui f^bicai caula eft vt fotma.cau- fam elT- acciJentiuin vt effttt -icem. quare t D C-Ucm in diucrfis caufarum gcn.nbus ncga. renonpotTumus, eatidem caufam poffe effe caufam pei fe pluirum t ff;-tuum , compofi. ti qui Jem formalem, accideiuium . utcm ef- fettricenij idqne Anftotclesapeite pronun- tiainc in 96. part culafecundi libnde Anima» dicens aniniamtll. caulam tum vt fo' raim, tum vecffectnceni ,tum vt finera; nequein- telligit lelpeflu tinfdcm effeflus : qutafiert nonVotefi,vtci^erti caufa rerpeftu eiufdem __ _T jm 1- .V ___ _ I __...!*_._.____ *o- vt ununilircaulalubieaijlit etiamcau- nou jjuic», yi v^... .... r -. fa.-r' ct 1 .nii,qu..fit,vttalisdemoliratiopa- E effertus lit cauia fecundftij plura caufarum . 1 -_,.^ r . . \At i. iniml :-ftcjiira viueutis corpo. ia»_ci.Li . ' ...... «- — — 1 riat iVientiani cius, quo-i ex accideti eft, quia de_ionllrat-ff-_tior.empercat.fam alunamj nonpercaufam prop.um , fiquiuem perac- ciderts fcire aiiquam rem dicimur, quando eam per altenui rei cauf-m cnguofcimus. ImttffAti; Sed hscin^erpretatio nequevetbis Auerrois congru.t, neque vera cft.Auerroes enim de- Uionftraiinnein lltam, in qua meditim lit v_ triulque exrr.mi caufa , potiliimam vocat, quum d'Cti- per acci.lens euemre in quibuf. dam poniBmis dcmoi.ft.at.ombus , vt mc- diuin fit caula vtMufque extremi (imul; at qsomodo potiflimam vdcare jioteft eam de- iroiiftritioiiem, m caufi n.iVd pe alienaiti.cette canrum ab-ft.vt b.ec htpot liima Jcm r 'nftiatio,vt nc d.nionfi-ano qaidem dict ncalit,ni(i '"o- ph:lt ca,quaii.vtho- i_lnis,propriaru(ir,abf .|Ut bomitiecU. pof- funt & ira non fmvt p»'^piia,qtiia nec omni, necloliconipetui-.t , Cj!;o.f fenlui aduerlaturi certurxius eniui .aii;iuil_b:ectiptopriat.ire. » 4 lacobi Zabarellae Patauini S$7 ad al, ouod acc ,dens p« uen iem U t ' «"od 1 b *°" > W° ^o»& n * «uIljacadetcproducitur-huiusiMn,,.,,., KI M u ™i3m omne accidens D( .i , 'P°- «hcendum non cft . Il7u ( "auo^Sf ^*"" fi 8 UM,B de lu ™ porr-T^ IX, ?"« hanc renrentiam fequemr ou^r^lt ^ " P' rl P^ "«uramlun* med a m ?, nftr * necn habcar mediam , non DotrffJ P ■ 10 - B nflim.. P^te.eaomni.dSfl^Po. medmm habeat altquod aeddeut qa * * ff" iiahi "- P n J„ f .e«»J *' q ^ 01 tdlUm Cft ' " «IM P«perai ««perontinatuMenim demonftration» nj h„ al,udpoa B lat, n ifi vtmed lum fi tf [ Ktammfi yerd tale med, U m adducW, quodfitetiam caufi m.oori, , pe , fto„idem eomper.trlfi medio vtfit Pfi demonftranoni « aecident, co„t?ng vt tale DieJinm hahpar. „ 5 . i« r; "^ Ci,t i non medio mal fe A l'J' %"a fl° r,J qUO(!Ue eXCremi " ofi Ttj Junt lftm S uere "cfcicntesabertaue. Cfp. X V 1. in qno «titffiinet qmltm pro- fnmturaduafm eam demonfirt- tieneni,M!u$ tnedium efliti- teTttmAccidens. C* ,T \ V* M a&ofienditur,noneffe necefikrtantf». tifima demonftrationis ccndttio. nerii,vt m.nor propofitw fit "^H t immedtata. VThat difficultatesfoluantur, cms--- «"'mcdignacogntuannotandanmt, « pnmum qmdem, q„6d ha>c appellatic.^Pr*** potiffimademonftrario.etfl - -- ^ • - da non i " — ■ ""W) *m rrprrhencer) p»*/'»|oT»Af^ - veJ de Medio Demonftrat. Lib- 1. 5 "^" la ^ul» autcm rei ea eft rauo.qiiu demon- ult .Hiiius auum ^ ^ ^ iudicanda & ££tfa eft a fine cui^c^ C uSraZ 1-=^ ^ ^S^K^^ hocmun U sa P tiffimum i qu6dfidu,propo. ^TnftraV.oi.em nonqusritur, acadentii d «mn-tFcaaeoeoiiiotiinchabetiir.quan- H ;S pr oVerqu,deft, fP .erquid futcm cognorcere eftpeicaufam proximam otrTofccre. aqua res habct vtfit , qu* q">dnitrationcm , & P e ;' e - aiffimam rci fcicntiam tradere , & m deiini- tion? m conuerti. Vei um quia demonftratio pe ft a :fn am fcientiam non traJlt,m(i quia cxpcifeaurnuis puncipiis ^&omnistondi. nantur claues ferre^ iquale s ,aclimiles la re- liquis, redalterainaumaeflet, alteram.m- me ; illaquidcm , qus effet aurata, alteri no- bilitatepr*ftaret: attaraenad proprium mu- nus exercenduroa P tiordicinonpofletialte- raenim*queaptaelTet,licctnonaurata,reo ferreafolum, mauratio igitur nobilitatem quidem claui largitur , non eft tamen condi- j> tio necefFaria ad operatione cliuis , fed latis cft fi lit feti eaj hxc enim eft cond 1 1 io n ecelia- ria , vt clauis optima fit , & ma*ime omniuio adfuum rriunuf idonei. Dirciimenhocin conditiombus potiflimx demoftrationis m- fpiccre poiTumus namque omncs con- dttiones , qnarum Aiifioteles memtnit m a. capicci lib. pQfteriorum,funtneceiraria;,vt detnonftratio rcientiam przftantilTimam ef- ficerepoftitiquodenini^pofltionesiintve- re Snotiores c6c!uiione,id in omni demon- ftrationc , cuiufcunque giadus ealit.requm- tur- quiafiae his inutiiiseft omnisdenvon- ftratio, & nu:lamco?nitionempant,qt:od autcm propofinonesfintcaur* rci .qua: de- monftratur,& iromediata: cauf*, id elr, quotl medius teiminus fitproxima cauiamaiorw extremi , ha; funtconditiones nccelTarii , vt demonftratio fcientiam pi*ftantiflimam et- ficere queat : quoniam attera condittone iuB- F Iata,nondcclaratampliuspropterquid,leil foliira qubd eft , vt Arifioteles ipfc in cap.io. libtii.Pofterioruro oftcndit. quare dus x prioresfuntnecefTarie coditiones omnis de- nionftrationis;hiautedua:poftcrioreslur.t nectffarieconditionesdemonftiationispro K*mtf**c*f- pterquid eft.quemadmodumin Ubro nottro deSpeciebusdemoftiattonis declarammns. Ex his colligimus, non eiTe demonftrationis propter qmd cftdiuonem necfBitiam.vtini. nor propofitio fit immediata , fed follHn « maior- propoficiones cnimnon aiiatatione /Urium fi iit imr.i a'.'»:3rt- flMti*Ht fir»- ptti qftimi- Ktr /11 lam'. 56t Iacobi Zabarelk Patauini . - , ... . ijuia _uediu_ tftmmus eit smmediata , & ptox.ma .i__;_nt:nar__ de.nonlrratio, vt _i_imus,foliin re.pi.it ma- ioris extrem co^nuioriem, ideb vult proxi. rn_rr. i!!u>s caufirn a.idac.re; per hanc enim f ._.,ti oi-eoditur prnprer quiJ eft : qu.miam it,.--n._.o'-,propo_..io ex medio , & tnilore _x.;en.o .Gfljtur. immed.aram eam eifrne- ce_f t eft.quia 'i fuerit niediata.no efi acccpta prox;ni_ aul_;irtterhancenin! , SctSc&om Duiia aii i cauli media accipi puteft : itaque ad iL-m •iiflrandum propterqu.d eft,n_e_£. finiini oranno ftmainrem piopofitionein efl . 'nuiudiaram ; minorern non itcm : con- fUt enim minor _x medio , & mmore txtrc- nio: at in demonftrationenonfumiturmc- diiim prnptcr minus extrcinum, fed propter affectiotiem tideo an mfdiuni fit prox:mum etiani minori, ita vt nil aliud medlum inter illacadat, an nonfit, id ad demon-tra.ionis fcopum, &. natu.a.u nhil perttn.tjfemper flff. Ct.o den,6ft.2nd_ cfl per caufnH fi_, pro_ xirnam-^bicauteiii nnn len.pej-pot.r_et.am foi.^iniliademonft^ofitpropttrquid, ftr5L° ft£ _ n " at " r - Al,; P ot '^dI . 4 ' rrr - f - - - «i"-n uuii ltat , quin iil_ demonf>,at.o lit propt.r quid, quum r_rr.drn_Giil.rer prrcanfam . piopter tju-m eft: qood fi -onr.ngar, vt m.drjn. r- trique eKtremo proxnntinifft , nemp~ q«ai'_ docitfo-marubieai, tunc.ionfriluin rnaicr propofitio.fedm.noi quoque -l.immcdia- ta : hac tamen non _ft coniiitio n etefTim, lc eonfcreDs aJ pr__fhnrioren. icientiam erfi. cicndam , fed eft *anq_-am inauiat:o clju.i, cietnonftat...,..,.. en.m nob *lto.eni re_. fed pvf fiatiiioreni fcicntiam non pan.,q.,_.j._ fit fcie nap.cp_erqui_l .'.,qoa,n omnisde-- n-ol.ra.io p.nt^ tiummodo maiorem l.item propofi.iof.em li_he_t immed.aiam - hoce- iUin ni_7 hal.eat. eft Jemotifhano a caufare- tnota, _ju__ non -eclarat nifi q 0o J cft : iiko Ariftoreics in liac demonfrratione non coi. fTderauie caufam elTe rcmotam a fubtedD, fcd iolum ab _fl___j_,ne, quiae.ijm cauf-m proxunam io.e.Jex.. r,>l_im refpeitti aff. dio. i ni^,cu uafneDda ' ftn! ^^amd.monitrail^^j^fipS bttaommum con_Udonfi^ U, fS'"S! c-nt , led a J perfect, . rem K tm ^ ^ durn n,h.l conferunt/oh ptima _ft „ P demonftraiio , fed dumtt- p^^'^ ationem accp.m us , ;„ m /"l I' 1 ™* a ?Pd- ft^tlont. nihil c.mferunt^ob fo r Tm t °°- -dderepoff ai . Elpramdem - ftr ^Um es Cru. atrecfi 0p;opria t ' -? r °P'«noin_. li-rdli p r / ft an P ti 0 , .ttqu. LlXt 6 ^ •wmi-e fi« , quam de lapjde, frdSf^ de "»«"*. 0-n_cU«bitpr_p te quideft qUet1 -- to fi uem oftra.o de la P p,d . 0 b eam tat iol^ «on eft po „ ,ft IIla , ob eandern .q^ em u _,q ill _ torj U ; ^ ft umenr. na:,.-a.n hne confl.ru., ef., on : n i O eu,o,ft,a^, tu ,.;-,,;' p -™ maior, s --rem,, t ftp, cif3 ; inad P eiIJ0 XS quodval i u,ffi«n,ar fe on»e.Ho 0 fien_.er_|M2 rnmui non ...ir uvemm per mediumC ie- monflraiorpiopt.r qu,d m.ftD. i„ A. q U ara peimediun, B. dcn»„ift r e rurcur ln C & ton m„.u. per ,lla, n drii.onftration.ra, q ua m p*i ha n c, _.__, n i b ui «] ft, o n ibus fad f. b .& ot>ino.,IJa,q U a i „h_.r.vettiturinde_ hr.aio .r,,, ;,, ui „u a dc moil ft r , rion edi«e. rcntc.j "c=t,am,[-a,q Uil _tmo n ft-atur£ de A. pe^ med.omD. ,La nan . qu , tnaaccidfti- «- -J.ti, atque _emor.il: .,;,„ p:rcJufi_fu__i prox.mav, n ecp_. tt |, m _|. ii , ri rm[ , nnituE , . qua.riperrnediu.nD. ,, ,V.c .p-imn oto. " V ,.^ U1 " S -v. .i. j.-cfens (vtu J«») fl.-n-.u! .,&«„„,,;,.„ „,,.^ 0 I. .»,.r..: , r>,c.-J,, t ,._,,r ; ac --_nu_iiaj._.i_- .i-i-ieii6__.in_i.hin. q.,a-n iJam deMedioDemonftrat. Lib. T. ^ ..-.tdeiTiotiftrat.orie .1 fimplttiter di- a» 1 " ' m necefl'. iam ponfiWdeii.on. «° •!!« babcat mmorem immedi.r.i.iii ftrl " r _,d comi '_", nempetur,cto,um, ide nJ 0 mcd.L 1 meft^^vtriufq,e ext, ~ S U, ?1 H-eidem Mathematk* qtioq. d f 11 ri _=.._-'_-_.«(. 5u ( - dtm libi.iv.detui lgitur fignificare Auerroes nr.nttfe p ouiTi-.iiiiu demonftratione.-.i nii i!iam,quam vocat fimplicem, quse vtramquc H -ciacii. "*-""" > , q proL>o_iiion.niiitcks de aiiu demo- ftiationum pnncipus ibi non )oquitur,q -C ■ „ n, t._beatimmediara.n_ rebqu.e m Tdemoft,^ h.benc med.aram.fed n»n- Samm-inrem-,3ttamend.ceteon,«.c S rota. qU -„r,ir.,Tir dfinonftration.i in mathe. S fre .ucnt.ifl num effe, quo^d.aum Sevetum eft.fi eafolaeftpoaffi «a de. «nft-atio, q»* h-bet vtramque propofi _.-».1i_r_m, auia « vna n.runuo *- r r -- » - - . v'a «**,& horum tamin. eood.no-tt .^ul- __cit ver. in »>» _____ ... . ..,_-...-__-,■... -a.i.iniim t>:oD )Iiriones, nt. quare den.onftraru>num p:opofitiones, qua? peralias demoftrationes p.xdemoftra- te fucruru.fubeanicoGderacioiiem, Sccon- ditionu.n declaratione non cadunc:h__ narn- que M conclufionibusipfiusf-. ntix potius, q jimin principus nume-an_ac iunt. Oicitl- gitur .riftoteles, princ.pl* dc.iionftiationw elTi.- iinmca.ata.tam maio. em , quam mino- « t^Swe^t r _Se^;*t_ i rtonaurataignob.iior eft c]»w: inani3'a.rtrtamen6 m.nih adclaudcn- duinic a->erie i Juir. .donea cam cmm nulla adv .itircm pert.nens condino dtficit. fed eata.tO-no lo.q .__ f>lam nobihtatitn ptae- bet,(icu:i dtcianuimus. Cifut XI IX. foluuo cbsclienk acccfte txverl>isArifl.mj.cap.i.lii. E Pefteriernm. S.d ad plenam verrati s inte ! rteent!3m'* lucn..aeft dub!tatio,qui aduerfus hec ex vjrbis A iftotel.s ontu* infecundo cap.te pnmil.bri Poftertorum-, ibi namque exdefi- liitione denv)nft-a.ion!s,coi!ig' ns Anltote- Ics omnes principiorum condition.:s , dtcit mtere_.teras pTinetpia efT_deberepr;__a,& P irnmediara & .ntcllia.t vtra.nq-, p.opofitio. ntm fjuii dicit demonftrationcm in nume- ro fi-ngulari; expr.m.s-autein & immediatis inp uraiii vultitaque minorem qu->que ejie * rmmcdutini. Ajerroes autem ibid.cit, ve- ram Sc p op.ie diflam demonft.-artonem ef- feiila.Ti, -.]ti_» tic tx principiis p-imis , & im- rriedtatis,qua.n iplc vocac demonft. .111 oiitm Hmplieeipj ill_mve:l> , cuius prcpofition.s alti^ demonfti.rionibus fuermt demonft-a- te,q r ma_vocat dcreonftrationeta eompoS- gete de.nonft.-ationem (iinplice-n, quje e» p.i.nts firi«ati>J princip.is conftataefti in o- moi enim fcie u neceflTanum cft, omnes mi- nores propofitioues med.atas refolui invni minorem p.ima n & i'iime Jiatam , qui eft dcSnino fubieAi & primum touus fc.entiaf p:inc.p.um,vt in exe.nplo inobis pofico mi- n.nllaA D.reioluitur in h-ncpnorem A. C. & ha: c in hanc A. B. qux penltus prima Si immeduta eft;omnianamq 'ie accider.tia de jpfo foentia: fubic-r o dtmoft antur et mul- Bsm.diKorduiatcd.fp ifinsvta r Vuerroes in 179 coment »rio primi libn 1'ofteriorurn: quamuis enim fintciufJe.v. fubtedi a_fs__io- nesea.um tainen diue.fjefunt pnnc pii-iquum enim non lit n .ctffi- ia couditio potiffunz de monftra rio- nis vtminc.ehaa-at immediatamiatis cn,ft \ el afl u i m m e diata hab eat, vel faltem c x i m- med.atis dem^««iuniB auten «ffenonpo.eftnifiderrionarara. idebquan -o fumitur, poteft dici imniediata.quia vir tute quadamcontinet, c.inreincluf_m ha- bet vim pnncipiorum immediatotum ex quibus demonftrata fuit; ideoq; talis demo ftratio ,ure vocamr compolita.quia plunbus quodarninodo demonftrationibui conliat PoiTunt ig.turprineipia demonftrationrs iU ttinimedutj.quum fcmper.m.ior propofi- tm St »»e immediata:min 0 r vero aut fimili R trrimmediaia. autpendtns ex alia minorc in.mediata.&pewtfam cognita, & eam qrjo- -animodoin feconrintns. Ariftoteies itaq- co in [oco pnncipiorum, qua; prima funr' coudinones confiderat, quas dum fineulis demonltrationibusaptamus, ftriseft li ma. _ B . . ? or fit pen«us immediata, mmor veib vcl S™ """^"Velpcndesexalia minoreimme- IJam.euius medium fi, alterum ^ ion '«i repn m ar 1 am 5& fimp| 1 c 1 te;S ro d ;^^ Arationem.eaautem eft demonft" deoi °»i. P°fita,qu-_minorem habet mem a »° Corn - pro Auerrois defenfion. dS E *»W ■ vel .pfum negaiTe demonftt« 0 tm pofitam _fl_ demonftrationerB J ™ Corn - qncndam Joquendi, & folum c f " t.oncmcum demo„fi tatia illo decimo commetario demonS ■ VeIin eompoficam ineell.xjffc i||_m "™ 0nei »» ,.„,_ . u_nc eninmnn Auerroes *qui UO c. dic>_m dWft nem.quum aliis in loas dixerit e ™m f tf „°- mo pnncipi-pVim^ ^tnwnjhttio ,flfyU,&m w t .'„ft*„ t , x £ C n a "^' P . off " ,n ^ ar ,? un, 5 t0 v-«d.m_5_? 1t% Jf r«p.io  * ' — v— mag cn xitCDfwwyrV^o eflfyllegifinu, tB „ft sm ex r«, &prtmH, tutaiadm, yttptr >f _ M, &?rm«tiu,,m I IibrJ Pofteriorum. J J .qMndodixitprinjapiademonflnrionif efle immediata.Similiterinprimo Poftrriorti.n eapite dec.mo , feparans demonftrationem ^uod a demonflratione propterquid, earrj demonftrationern dicit efle « immediam, tjuaffoiam ma.oremhateat immediaram.ft demonftrat.onem dicit in flnguiati num er 0j Feftumeftfolam maiorem clTeimmediatam. «Tpexit emm Ariitoreles jd, q U od in demo- itiatione prorftis ntccflarium eft^nempe vt ^- ( r»,r ^^"^"'^^^o.iftrationedKit con. vfuseitAuerroesincommentano icJg eiuf demlibn^iceusillam demonftrationem er le e.vimmediatis,!nqua nuliura medium ca. dat inter medium tcrminum,& maiorem ex* F f* lmzm , mino ™m immediatam, qu^ffto- trem.tarem. deminore n ihiidixit iqu ,ref_: ^^1*™'"'°""" P^ncipium, & in tremitatem. de minorc nihii di x i t) quarefo- Jam mjiorem propofitionemputauit efTc (x c-i*. w. ne . ccJ " rate 'nimediatam,& nihilommtis de. tTa fX ? oftran .°« l ' n *PP«ll«i«i"i'medi.ti« con. £™ "* f al, ' em '''pl"^"^ero.SeddimcuJta t em ^are-tdentur ye.baAuerrois in comment io. etuslibn.quando inquit demonftratio- nem nmpliccm tfle demonftrationem per pnui d.aam.demonftrauonem aurem com. pofitamefleperpoflcriu^&arquiuore difii -emoflrationcm: quum tamei, in commen. Ptobare; namAriftotdes poflq_2 d omnes conditionet princpio -m",»™ 11 ^^ flrationts pooflGn,., docere etiam . °tmod.sperdef_ftum J cu t Tr* ^ Mntummodos tetigitivnum 011 »5„  «nfa ^.eff e aum l c red.bcff;n d d .S Ptngredtmur : alterum, qu.udo . dcm, non tamen imm ediata, S proKj. # remota, in qua demonftration/mgT:™ f pofitiocftmediata; de illa verodemonftr. none, m quaminor f 0 J a ffrmediata.nc ve. tirfima acpnmi gradus demonftratio, m.rT cu* fmflet Anftoteles, qu i nor. omn« cc. monftranonum def c a us tetigiflet; cenj-i" Jg.tur tali defeflu demonftrationcm a So la ionem S"""* ftd -' ffe adhuC -~ ' ^ 0 ""'" 10 P r °P Cer qwd» «fl demonttratio pnmi gradus. Hlud vero noneft . nobis C rd7d?m„ r ^ ndUm ' 0011 ' deni di « nduln » ' - effe dedemonftratione, quatecus demon. i w „>_ ™ cft, ac de tota aliqua fcietitia, du. eft "«"» muitarum demonfirationum coneeri-s-fln  c«* cima ; atque adeo fi id Aueiroes dixiflct , rc-/« prehcnrionedignusfuillet.Gcut^llireptehe-^*'^'^ dendifunt, quieoargumeco contia Autceii- f^"^ nam vtuntur; non enim reflcfutnunt demo- [ff * ltrationem eas duas condmones poftulare-, vnam vt medium fit cauramaiorisextremi; alteram vc fit caufainha:rentie_ maioris in mi- noreipropterea quod hs non dua> conditio. B nesfunt.fed vna,quiaaccidentis eifr eftineC fe,maius autem extremum accidcns eft. qua- re eadem et caufa eft vt fimplicitei fit , & vt in fubicflo infit; quo fit vt altera conditio ab aL tera difiungi nequeat , & fien nunquam pof- fic vtmediumfitcaufa lniiajrennar ; fiinplici- ter auecraextftentia: caufa non fit; i dquevt - in accidentibus , itamahis omnibusrebus» quralicui ineiTc dicantur , verurn'eft;cuius rationem mox cum Auerroe cofiderabimus. * me Jium effe caufam mino.is extrcmi Jjeoonfttitione potiflima, idem dicimus. dp. XIX- dc Alpbarabtj & Auictnn* fmuntijs, & ipftrum con- fuutione. I r b a reiecit Auerroesfenten- mAuicen- eilc fpecies PRO PTl- tiatu Alpharabij , txfcntentum Auicen- .. namAluharabius dixit tres e' 1 - 5i«onfttationis potiffimejvnam.in quame- Siu-n cft maioris extrenu ratum;aliam, •n uua nnnoris tamiicn; &aliam ,in quav- «Lfoue . Auerroes autem ab Anftotehs do- tenon recedeos, eam folam coditiouem ^o-rilKmr demonflrationi nectilariam re- CNulloigitur pactoillud Auicennatdiftu ad- id nitdium fit caufa maions extrc vt p. ccpic , quo mi- ob id fpeciem illarr, in qua medium non cflcaufamaioris.fed rainoiis cantum , peni- tus rcfutauit, nec cenfuir effe appellandam demonftrarionem, m teitia vero fpeeie dixit peraccidenscoiuingere vt medium fitcaufa Hiinoiis, proindehancnoo efTe ftatuendam diuetfam demonftiationis fptciem, quan- dbquidem diffeientia accidentalis fpeciem tnitteredcb(.mus,qudd medium nonfitcau- famaioris.fit tamecaufavt niaius infic in nii- nore ; quoniam fition eft caufa maiorisfeor- fum accepti , mh^rentije quoque caufa efle non pottft.qucmadrnoduni fi eft caufa r h-- rentig.maiotis quoq; caufam effe neceffe eft.- Ahqui tainen fuerunt, qui Auiccnnje ienten. ^4Uqn»>itt- tiam itaititellexeie:medium n6eftcaufa.mai3y«i/w t n ioris (cparanm arcepti.hocclUnon eft caufa-^""""*' non conftituit . Auicen>.a veib interfpecits D'eifendi,fed eft caufainhcietie. luaioris itvmi. demonftrationis potiflitna: illam pofmt, in qua medium non eft ciufa maiorlscxtremi, fed' tlVcaufamhereritia? maiuris extremi m iniaore,cuius demofttationis exemplum ta- JeeiV. omneanimal eft corpus; omnis homo eftanima!,er^o omnis homo eft corpus; me- diuni et.iin anima! nou mo^ononeftciufa cc-rpotiijfed potiiis t ft effeftus ipfius, ell ta- nien cau a hominis, flc eft caufa vt corpusin nore , ld tftv canfainfcicndi; quam ego non' puto AiKCcnnocnuntvfuilTe. quianimis ma. l/»pitg>uti*> nifcflum,8f nimis ntagnum enorem Auicer.. na commififiet^quj nullo difcnmine demon- ftrationem a fyilogifmoftparaffet.&omnetn fyllogifmum dixiffec efTe demonftrationem-, iu omnienimbono fytlogifmo , etiamin eo, qui ex falfis propofitionibus conftct, medrus terminus caufaeftillationis coclufionis ; ora.- honime mfit : m hac igiturdemcnftrauonc E ms itaq; fyiiogifmus eiTet demofttatio. Qga. ■mtus extremum eft caufa medij, 3t medium ciUiufatum minorisjtum inhsrentia; maio- risin minore ;ideo cedendum eft, hanc tfie l!l.'n uemonftrationis lpeciem,quam Alpha- rabius dixit habere medtum caufam minoris cxtremi tani ii3i,non maio ris.Confurat hanc fementiam Auerroes cum in commeiario 1 1. iibn Poltertorum^um fufius ln qu^ftione fua dupdecima , quae de mcdio den:onftrationis re netantu abfhrdum Auicenar attiibuamus, ^idetur omninb dicendum efie , Auicennatn caufam eftendi,non caufam inferendi intel- icxiik;at caufam effcndi in duo cenera diui- fiffe , vt alia fit fimpliciter caufa eftendi , a!ia verb lneffendijfiue inhserendi in aiio : nam irt' illafua demonftratione corpons dehominc per medium animal,corpus dicebat effe cau. fam animalis medij termini, taquam caufam- inteibitur : fed ea confutatioa multis perpe. F cfTendi fimpliciter, aniraal vero vicifiim cau- ftmt Jttr Jf.a.wjrramiriteLigituriputant enim Auerroein con "3*"r tedcre ir. t -a dcnioiiirratior.e merJifi effe cau- ff.fl* cnxfm- , ... iam irbar mtiac maions t xtremi tn nnnorc, & non effccaufam maioiisfeparatim accepti:^ atntga e cam t ile potiirimam deinoftiatio- Waahoca g wtto ductum.quod in demon- «ratitjnt po.iiTi.ita ha:c vtraque conditio ex titCifHutc p.jfiuiatur, vt medium fitcaufa lt:h erenti« maioii cxtreini in minore , t3c fic etiam raufa ma otis fcparatim fumpti . Ve- tui&hxc cuu tft Auitrois argumentatio ad- fam cffe inexiftctix corporis in homine. Nos Vttin ftttfiu' jgitur dicimus , Auerrocm in confutandoA- Antr.intnt-- uiccnnx dogmate non moA non concede. filnud t -4**' re s quodanimal fitcaufainherentiicorpa- ">">•"' ris ir. homine , fed illud e/Kcacicer negare»ae qoe impugnare, Si in hacimpugnanone to- cam eius ditputationem adutifas Anicenam effe conftitutam;omnin6 enimncgat ammal' effe caufam cur homo fit curpus.Se J vt Auer rois : pciulatio,quar dodiffima ac profundif- fim.uft, mt clligatur, fciendum cft przdicaca lacobi Zabareilx Patauini r -.i^ucuimii intc ripeciein mult^med.jc differenneinterpon.ntur vt «xternam eaurfao, meftinhominecorr>u S ,ftd ^ioipcrrSaS^ 3 «*-«. fiffrrtuen, » ir,=n-u — luntinet; ira viuen : nefthornini pcr fe.pfum, id eft.peripfam v malmcit hommi per ,pfam anim3 ; :s ratio . bet v P r n , r'"'*? 1 f f™"««»*«m homo ha- tUr,r.,,fi, ! 'ibritT i u da,a£ Autrf - ^ota^r. ... , £«, is ^ «iWr. omne* propofit.o- . W Iunt tmmediats & jndemo.nftrabile*,h 0 . M mo e " corpus, homo eft viues,homo cft aiu. A*"- aIi *omneseiufmodj;namffha;cpro ^mcnftraripofreMllu/eirerv^^t^;" C -turamm (c«6tmet 5 h«enia, eftWr^ J. k . " '""^ 1 'Muoameiiium uemonfrran pofFer,iIlud eiTet vel wcermediu g e ™s,vtan.maJ )Ve |ipf aviuentl5Ba » altrice anima ca H fiA it; Ted neuirum ho- nim dici poteftjnon ipfa natnra v.uenti s.quia Ccviueniperropfumdemonftraretiinnam- viuentisefteiufquiddirMCvtitalo. quamur; ateiiitdefiiiitioefltttialB, auxu dem cftac defimtum , pro P tet eanth ,l pote ft demonftran pernaturam f uam proprum , & peiluam dcfinitionem,quam vocantquiddi- ^, ta !f m aT a ' d f » cere > e ftp«ereflludidem, «juodeft demonftrandum; cont-a quimin «ccidentibus eueniat; ciufarn cn.memaft 3 J CJCq ^ a pofl " nt «femonftrari.qiuc efi qu,de m ipforum definitio.non t.men £ fent,ai, s , r ed caufalutharcautem apud Anfto. te em kgere poiTumus inp a rt,cuL 41 .4?.li. bn ftcund, Porteriorum . riulla ig.tuT resde. nionftran poteft per fuam cffcntialem de. »"»«-■«11, n S qui s oftenderetanimal in ] honnne inetTe p« definitionem animali,, & edipfim meflc |„ ns - per prio«ionem Ci mims.qusefte.ujdennHioeiTentijl^fice. nim i petitio prindpij committitur, vt diSum eft-Adde q UO j id ficri non poiT e t,mR m pro . polinoe maiorepratdieireeurre* definita de «ff w™ C . , .n Ub ^""""'^fenlTbilueftanimal, w««,„„ ^ * ' P r * d 'Cat!o contra naturam , & abfur- »«W«/rt, B i- ''^■^""^ucgenuspropinquuiiipotefr^iTe f fivtMfif,, medium,perquod demonftrcmus -euusre moram m fpecie inefle,vt putauit Autcenna tanquampercaufamilliushih^et^-animal cnim neque eft caufa viuentis , neq, eft cauft curvtuensinfirin homine ; qucmadmodnm «nim viuens eft viufsper propnim nj turam non per ammal , quum poffit cfle viuens fine animali s ira pcr propriam viuentis naturam V.uen t ,neftinhomine in on pcranimalme- dium; cadem en,m eft caufavtviuensfitvi. licn*j &nu£tfa«mu|i l c-use eft ipfiforrfa n fit.quaderepIu^disinj^j^f^^lUot: Propofit t onum nec,m taE ; 10 j f u °""flto de uent, « £ ,di« quum deturvmn^ « ' ?T' «- anim,) - conrra verigenu, »6 HcTt ftd cft e, oeceffa.ium, & eifrntbll piu "> ex neceflitarc h.befmfe naru„™ ' & •* n,ni »! P»nem fiiam eflen.iaSeni p^a " -"f nds « tur animal videtur eft c uftTl 1'?^ HWi homoenim tn fo, fubfta, «imal.s naturam , 5: ha^cin fuaflfl «t naturam viucnm.- ideo anim.l T* ^ hom.ne infit, videtur effe t3 uf' . t \ qua ™ vi u e ns , non eft ramen caurape ft ^ 0 . 1 ' 1 quatenus eft ammal, ftd qLlci^I^ ra, & caufaperfcv t homonuZ n 7 ¥ fed" U - viuent, accidit efie animni, : ideo l^Vt caufa per acctdcnsvr homofft vhtT&i? teutu igitur Auerrois ctl , quod eanfi -S; 3« eft a^quata ip(? rej , non poteft Z f J caufi. riufdem ftparat.m «««* "erib 5 b« s en,m cluo d.ffu„ e , .fft m ? t ^ queuntj caufa v f rb perac5de„, p ote fl "ft D caufavratiquidalicu, , n hrreat J,cern„ /• caufa illiu» feparatim accenti ffcutS? corporis ftorfTm acc.ptt «ttfa non cfi hallucnan, r, nt A ucrroem c« XJT. dedefinirionefubftamu, t> quomodo conttngat aliqu.indo me- dium effe dtfinitietttm fttoiecli. H A _c t i tr v i medium demonftrari*- _n,s vt caufam re( P eaue«remorum c6- fidera-.im„,, dcclarandum rerr.anet^uomo- do .efpeaue wnndem fit dcfinirio, eVpriui qtn.cm refpeftu fuhieai.deinderefpedu af- r;eUom 5 ; vfrumque autem ftcilc inteilige- rur, h guomodg tum fub(iantia,tum scd. aem ae*matur,paucisvcrbis expofuenmui. ^jtftanti* locm u reii! JeMcdioDcmonflrat. Lib. L m :finino exgenere, ac A fionevacat.fiquideThilofophisvirandafem- jii coi>dac»«kiaiau- SubfUntis q»l«V* 1 C.lttc SSrectia, qua.ptopr.am re, Mturam .ficat, P'* cl P tw P ari ^ nn,tloIUS,:fi ' ffa jjhvi fitcn' m . r ^vocari potuenttota rei dcfinitiojdi- P - jb, Ariftoules.iltimanj differentiara S^Snaruran. . totamque fubftannam elK 1 ^ „; .^hmrionrni: QUiavultee. * ^ipfamrei defiiiitionen:: quiavultge- ' liffereati» remouore onditiones ne«ira.ias,fine cjuibus q efle ponu. utddi quiddi ; f ;, Kd.ffereat.aj ■■ lones neeeita „ sl Ii it .re nonpoteft, quamipl.us . « 1S parte Si per hoc autem foiutt i1!-iti dubi. auum « plu"b» s partibus conftet; , d.cit e- „,;, 1 vn«n efTe, qu«mam vlt.ma dtfterent.a „ ae lV hicciiimtrt tota reiquiddiras, Bci- pfius defioitio.Harc autcm vltima differentia ^tptopnirelforma, otipfius propria,& at- quata eaufa, qua pofira res ponitut , & qtm ablata aufertur, ipfaq, eftiimuleiienua.feu Q r,vt(i dcmonltianoum ist ■u&aftiM hominem eil. rifibilem, mediumfumeJum fimirrfitn cftpotius rationile , ..uiiii anima! rationale, iirrt-mcm q[1I t fr- ct i nte g r3 definiuo : nam abfque du- irV^' n ' ma ' ' n Ea dem onftratione ft-perfluit, SZj. katqucponi ac nr-eteimitti pi.ttfl,qu-ndo>. M quiiirm demonftrantis confilium in ip}b de- nionftiandi aitu no cft hominem fubicc-um definire, fi;d caufam -dducere,cur homo fit j. nnb.iis, arqui nfibilitatis caufa, noncftani- mal, fed tauonaie foJuni: cai fe namque re- nim fum fimplices, & in ftibftantian.ilc ad demon- flradum honunem efTe rifibileir,, animal ve. tofiue fuf-iatur,fiuc non fumatur,nihil affcrt tnomenti Intesram ip itur uibiecti definitiq- nem m demoftrationefumcre, licct magnus ertordonfttjattamcn tio-omnino repiehen- percftveiboifr fuperfiuitas, prifertim qua- do errandi occafio aliis pisebetur, quod hac inre euenit, complures enim putant totam definitionemfubietti eircaccident.scaufam; prcH.ide caufam integram non 3dduc. , nifi tota dtfimtio fubiecti accipiatur ; quam de_ ceptionem vitare debemus, quuid facilc,ac nullo ncgotio pr-tflarc polTimus.Huiufce re* exemplum habemns in primademonftrat.o B ne prinu libii Elen.etorum EucIiJis, vbi non tota definitio circuli pro mtdio demonftra- tionis 3ccipitur,fed foliimpoftiemailla pars, qua dicitur lineas omnes a cetro ad periphc- nam ductas aequales ciTc;ha;c enim fola fuf- -icientem redditratione.cutconftituti trian- guli laterafiTita?quaIia,reIiquaevei6 eiusde- hnitionit partes ad eam demonftrationem noapertment,neque ei profunt,iurc itaque omittuntut,fiquidem fcopus no eft citculum definire, fed propofiti problematis dcmon- ftrationem adducere. Me3ium igiturdemo- ftrationis tuncdicitureffe ciefinitiofubiecii,- quando eft vltima differentia.Sc propria eius fubieiti fotma, quar poteft definitio appclla- ri, t-:1 quiareuera ttt tota rei definitio,veI falte- q uta eft definitionis prarci p ua pars.Qu» i^iturratione medium pociffima: demoftra- tionis eft quandoq; caufa fubiefti,»adem ra- tione tucd.citur dehnitio fubiefli, quianul- j) lafubieai caufamed.um demoftrationis efle poteft,nifi"propr!aeius forma,vt nominefor- mz intelligamus tii illam.qux eft altera parj compofiti, tunq, ctiam ipfam rei efTentiam, quando res *x materia 5c forma non c o nfta:, ytraque enim poteft defiaitio illiusfubiecii appellari ea rationc.quam prxdiximus. »* *nh«j aentis na ti ,__m,qu_ in homineineft fic ani. MrtemE nf r , ^ 3 ™ viu ^"ti s « maf ,nelt homin, pee Mfm animais ratio. ^l ^I°JT± MU l im ' PJ«»P«riil ani J nia! lneit hommi per ipfjm aftimalis ratio. nem,peranimam fen_e:em,quam honio ha- 0 b «3 Vt optimeJeclaiat Auetr. in comir, enr. "? %,Z «w,„5 p, n - es 'unt iiumediate St indemo.n_rabiie.__o- mq eft corpus, homo eft vit!_s,homo cftlm. mal,&alia:omnei eiufmodi; nam fi h_e_ pro tefr dimiit- pontio .homo eft v, U e S: pera! 14 uod medU" C «emonftratipoffeclluddretvelirKcrmeuiu C % T , -!" f " ™ eflv !"c Ju . « - . »ui|UVU illkUlUlll demonftraripofTet, [ludeffetvelincermediu genus,vtanimal,veiipra viuentis natuf_.quae in altrice anima confTftit; fed neutrumho- rum dicipoteft;nonipfa naturaviuen tis.q uia fic viuenspct feipfom dcmonftraietur, naiu- ra enim viuen tis eft eiusquidditas ( vt lta Jo- quamur) &ei_sdefini_oeffentiat_; ( quxi- dem eft ac defiqitum i proptcrea nibiipoteft demonftrati per.aturam fuara propriam , & perfuamdefini.onem.quam vo cantq iuddi- tatiuam, quia id facere.eftpecere illud idem, q uod eft derrtonftrandum; contta quamin accidcncibus eueuiar; cjufam enimejurafe a "^* poflunt demonftrari,qui eft quidem ipforui-i definitio.non tamen efi fentialis.fed caufal_;h_-cautem apudAnfto. telem Jegere polTumus m part1cuiis41.43.fi- brifecundiPofteriorum , nullaigiturres dc- rrionftiari potcftper fuamcfienciaJera de- !in«"r.ripm »mm /_ _. ..__. _ Pt j_ __ . - I - tur aa™.^;?^» uens; homoemm in fua mbftan_ ahaHrV. mmalisnaruram , 3ch_cin fuar_bffanri_h* betnaturamvmcndsudebar.im.i.quy", 1 ; homine mGt, videtu, eiT.caufi vthom ol ° v,ue «s , non efl tamen caufa per fe, non quatenus eft ammal, fed qnatenu, „ a ™£ finmonem, vt fi qu,s oftendcrctanimal i„ E eft an,{,,al . 2 ^ tfi homine ineiTepcrdefinitionem _n, m „1, t . „, .„ „a , . ' '""«rent. honiine inefle pcr dtfinitionem animalis, Ct eclipfim ineftc luna per priuationem ltt-4 mims , qus eft cius definitio eflentialit; fic e- «im petitio principij committitur , vt diaum eft. Adde qub J id fien non pofftt.n,.. in pro. p,o_n5e maiorcprardicareturres definitade eftentialide_nitione,maiorenimcfret _««-.,.#« harc , fubftantia animata fenfibilis eftanimal, eil P«dicatio eontra naturam , & abfur- »>t» rf nf„,m- ^'•^dnequegenuipropinquumpotefttfTe ! Jiricjnfipir m *dium, perquod demonftremus qenuste- acadtnf. motum in fpecie ineffe,vt potauit Auicenna, tanquam per caufam illiusinhneti _• animal enim neque eft caufa «uentis ,neq ; eft caufa curvtuensinfitin homine ; quemadmodura enim viuens eftviuesperpropriam naturam, non per animal , quum poffit efle viuensfiac animali; itaper ptcpnam viuentis naturam Viuen* ineft in hominc , non per animal me- dium ; eadem enim eft CMlavtviueosfitvj- _sns, & n infit homini, yux efl ipf_ Forrfl a vi fa.&caufj perfe vthomo fitviucns , f ed viuenti accidic efie animalindeb .mimal .. caura pet accid.ens vc homofit viuens Scn tentia igirur Auerrois efl , quod caufi « t r," quat eft iquata ipfi ,ei , non poteft effe caufi mhsrenti* illius tei ,n aita, quin fitetiaa caufi eiufdem fepararim accepta., & econ- uerfo ; hacc enim duo difiunci a Te munio ne queunt; caura vero peracciden.potcftt.fl" D cju/avtahquidalicui inhi.-eatJichnonSt caufa iili_s.epara_mac.epti,- ficutiammal eit peraccideiu cai-n vt homo fit.corpni.fed torporisferjrf- ... o-' caufa non e R. Id^ hallucmantu- :ui putant Auerroem coi cederc tw. etfe csufam per f. _uth_r_o "' corpus , quum id ab Auenc !■ ipert . neec tur,& . • ,bi ..rAiicetismmanifcft.faL rum;fic ! uise«_mqii_-r3t !t >iopr e rquidh0!_. eltcorpus .loneftconueiiico.rcfpofioiqiiia caufa no:i ^ff, nifiaccidenta!ii,«di_itt__r. ideo lila non eft demonftratio; p er caufime. nim aceidentalem fcientia 116 acquiritut; Ted dlcitAucrroes, eum euefyjlogifmum quea. dim vendicum, quiintcr de__onflratioa_t coliocarj non nteretur. Caput X X, dt definitiene fubjijnti* , & quomodo centing&t aiiquando me- dium effe dtfimtionem fnbisclt, Jtiedium demonftrari»- ">e&vk extrcniorum co- ium remanet,quomo. do icfpeflu eosundem fitdefinirio, Scpriut quidemrefpeftufu1.ieai J deinderefpeau af- t.dionis; vtruroque autem faeile iiKeilige- tur, fi quomodgtum fijbflantia ,tum scci. dca* de_niatur,paucis verbis expofuerimui. Subftatuia* "T.T A c t e n v i med JL JL n 's vt caufam refpe. fiderauimuj, dccla.-andur jjg*rerit.3,vd deMcdioDcmonflrat- Lib. L 572 ^ ■ • m definitio exgenere, ac A Concvacat.fiquidtPh.lofophiJvitandafcni. " s peteftv«ibo.u fuperfluitas, prxfemnjqua- do errandi occailo aiiis pta?betur,q_od hac inreeuenit; complures enim putanctotam definitioiiemfubicaielVe.ccidentiscaur-rn; prcnr.de caufam integram non aaduct, nifi totadefinitio fubiecti accipiatur ; quam i oe- ceptionem vitare Jebemus, quu id facilc,acr nullo ncgotio praritarc polTimus,Huiufce rev rei, * , ?."^'; il[ias remotiores ciTc potm. exemplum habemus in pnmad-monftratio- mf.^^ZS&Sto**^ B nepnmilibnElemetorumEucl^.s^b.non eondiaoncs n" eff ^J!""™i;!!, ,Lddi tota dtfin.tio circuli pro nu dio demonftra- lionis accipitur,fed folum pofti ema llla pars, qua dicitur lineas omnes a cetro ad periphe. nam ductas aequaleseireiharcenimfolaruf- ficientem reddit ration.cutconftitutitrian- guli laterafir)tarqualia;fehqu_:ver6 eius de- hnitionit partes ad eam demonftrationem non pertment, neque ei profunt, iure itaque omittuntut.fiqu.dem fcopus no eft circulum P h - V ^-.'Ariftotcles.vltimam differe^tiam ''irCamnaUam , totamque fubftantiam ClT - Smtei dennitioneto: quiavultge. tci) ^V, 1 .- .„„,:« remotiores effc potiu- n ,«ner hoc aurem folutt lUaoa dubi- utlS? * Ln»do cefiniiio dicatur vna, ^""^Xiba- partibus conftet, d.cte- quLzm vltima dtfierentia n-'h««n n. eft tota reiqu.dditas, & i. Ifi definitio. H« autem vltima differentia T, rWa, qua pofitares pomt_t, Scqna quaca c^" > H Y____ -_£.___-?«, «?£__. lp raq- > eftfimuleill-n tl a.ftu C d-fimre, fed propoQti problem-tis demon- auiertur, 11^4» , ^ ft rlr ir.npm -dducere. Medium iglturdemo- ablita — «ujdditasrei,-- cauiarei.cootraqui Snnbuscoiumgat.quo^eircnt.anoneft tafhrucaufa.redpor.usabcicteroacaufapen- d^forma vero fubfl-ti* eft t,l.s forma, qu* .b.xterna «aula non pendct, & cftfimuUa fentia rei, & «uf_, propter quam res eft; G quis eniru qU_*rae,pioprer quam caufant bo- mcl fit, nulbro aliam refpondere debemus, quam propriam homims formaen.His omni- b.silljdvolu-musdedarare, vUimaro diffe- rentiii-.i veleffe totam fijbfUmi-: compofi- MMefir>itionen.,vcl faltera prarcipuam eius dcfinirionis partem, quofiivt, quumliceat uuandoque parti praclpuar , ac oobil.otl no- men totius imponere, liceat etiamjJtopnam fubftantixcorr,pofirxformamappell3rede- „r_i.ionem:idcb fiquandoq; in demonfira- tionc ir edium fit furmafubieSi , d.cere pof. futousmedium tffe dtfmitionem fubicai.-li cetalu dtfirin .nis p.-.rtesin demonftratio- £ ,. anenoT e.xpnmiuir:im6 hereuerafiunquam o bZ.ii (xprim;n -a; t llsn r;vt (i dcmonftiandum fk Z: hotoinemtffe rilibilem, medium fumeJura f,m#tfilm cftpotius rationale , muIh. animalrationale, Afrnstum quae t ftet integra dcfinitip : naro abfque du- ^fA^" bioanimal inea demonftr^tione fupertluit, "* "" &a?qu; poni ac antcimitti pottft.quando- quidem dcmnnft-anlis confilium io ipfo de. monftrandi actu nu efr hcminem fubicctum definire, fed caufam »dduceie,cur homo fit j tifibilis; 2rqui nfibilitatis caufa, non cft ani- maljfedtacionaie fblum: cat {jenamque te- rum funt fimplices, & in fubftantiacorpotea caufa piopriorum acc. Jentium eftfolaipfius 4 fubftan{ia?forma,foia i^itut mediurn demoa ftrationii elfe dcbct^vtrationsle ad demon- flraeum honnnem eiTe rifibileir,; animal ve. rofiuefijmatur,fiue non fumacurjnihil affert Biomenti Intesjam igitur fubiecii definitio- ntm :n dcmoltiationefumere, liccr magnus cnoruonJit^ttttmen ndoinniao reprehen. flrationem adduc«re. Medium igiturdemo- ftrationis tunc dieitureffe definitiofubieat, quandoeftvltima differentia.&piopriaeius fubtcdi forroa, qux poteft defioitio afpella. ri, vel quiareuera eft tota rei definitio,veI faltequia tft dcfinitionis piatcipua pars^Qua ietturratione medium potiffima; demoftia- tTonis eft quandoq; caufafubie£ti,eadem ra- tione tucdicttur definitiofubiecli, quianul- •q lafubiecit caufamedium deruoftrationis effe poteft,nifipropriaeius forma,vtnominefor- roa; intelligamus tu iliam.quE eft altera pars compofitijturo, ctiam ipfam rei efientiaraj quando resex matetiackformanon conftatj vtraque enim poteft definitio illius fubiefti appellari ea ratione.quam pracdiximus. Caput XXI. de dcfinttione Atcideutis, &- quomodo medtum demenfirattonit fit femper defimtie maieris extremi. DEriMiTto autem accidentis qua;- +JtWSt- namfjf, & eitquibuspartibus conftct, lAerf.r^.i^. tk m aiibt declarauimus; eam enim conftitutam '5 eiTe diximut ex ^enere tanquam forma,& ex fubieftopioptio tanquameit propriamate- ria, quae differentn officio fungitur, 8cde- mum cx caufa inhzrentic illius formsm hae materia;qu3ecaufaefte:us definitionis pn. cipua pars , quandoquitletn genus illud formse locum obttnens non eft tormapro- pria, fed comniunisifubit&um vejbquum fitmatcria,piincipem locum tenete non po- tefliredipia caufaeftillius rei propria,ciepro- ptercam rcsefts eaenim pofiia res pon.tur, & eaablata resaufertur,& ab eapcndetreli- qua definitio,no ha;c ab illa;priuatio enim \w minis luna; pendetabcbiefUone terrae, non Deodct«bi£dio tett» ap.nuatione luaim* 573 lacobi Zabarellas Patauini Junar. .Hareigitureaufi.quamuisexternafit, A monftrationis prineipiunvid,* - •n defiwaonetteidenmMincipc locumte. potiflima demonftr/t o™ e 1,^°° inom » ; ncUalternapudLog.cumdefeientiiderao- «ma.& 2 >ou ira „„r* ff.^ n>edlUm fii ftratiua ditTeientem, qua? ex eaura: cognitio- neacquiritur,- proptetea Ariftot. in fecundo libro Pofterloru dicitpereandem caufam fa- .tisfieri qulftioni propter quid eft, &qui- ftioni quid eftjdicitenim.propter quid tl\ c- dipfis?proprer obiedionern tcrrar; ciuid cft xima,& a?quara caufa affcedonis ^« Prc, eriamfemperdefiniiioeiuncrnV- ^eft elTentialh defi nitio, neq; defi,, jc,-„ ^J?** fed caufalis qu _ didturab AriK4 d'^ tio, quia eft definitionispcrfeft at ti Dl - pars,quemadmodum cieclarauimus H C ' FUa no modo,non aIio,intdii e ere deh.L ** dl-m potlffima: demfifi™,..:- t r emtt *Ul6, e m • B definitlonemmaiorjscKrremj, fUe cauialisjhancenim ipfe Anftotelesvocatde. fimtionem,hcetnonfitintegradefiniti 0 ,fed fola caufe;& quando triplice docet eiTe defi- nitionemjvnanijqu^eftprincipiumdemon- irratioms;aliam,qua: eft demoftrationis con- cIuuo;&aIiam,qua:eft integra demonftra- tiofolo fitu terminorumdifferes;fub primo roembro eam accidentis definitionem locat, qua: diciturcaufalis,& eft mcdium demofti3- tionis; quamuis igitur ea definitio fit pars QitMtdt perfefte definiticuiis.tamen Ariftoteles eam r j * vocatdcfinitione n'. dum dicitaliquam dcfi. «h. idelt,mediuro, &.harceftAuerroisftnr.emia ino^.commenr.i.Iib.Pofteriorum.PatetigL tur, quomodo fit intelligendum quod nfe- dium demoftrationis fit femper definitio af_ fedionis; eft enim non dcfinitio integra & perfcda,fed prarcipua eius definitionis pars, vocata ab Anftotcle definitio,nempe defini Cty«/ XX 11. quomodo inteUi^nd m c dtclum iUudAumois, qubd medi m vet eft nuicris extremi defi- nitio,veldtffe- rentu. IL l v d vero hac in re fimticere non eor fum, me maxime dubtum efle, an dAu Aucrrois probero, quod apud eum leojmi*. in comment.priibri i.Pofteriorum,^:" ftpementionem fadt Balduinus in fua que . itionej dicit eoinloco Aumoes, mcdiui demonftrationisfempereiTecauraan maiori* extremi, idque altero duorum rnodoiumeft eniro aut definitio, aut diffcrentia; quod dj. ftummihi ncnleuem oubitationefacit; quij - %Jifica^evidetur,mediumei^equandoq.e?* fe ''' , tiocaufili^ullaenimaliaaccide^^efi;;: D ^^^^^^^ no medlum in demonftratione efie DoreftS tionf s oatrcm n„* ,n Irrsr diet»- tium midiii tffe dtfinitif nem tjftntiit tio medium in demonftratione effe poteft; definitio quidem perfecla nf> poteft effe me dium demonftrationis.quu !tt demonftratio tota; eft enim medium fimul cu coclufione; illa.vero accidentis definitio,qui finecaufa fumitu^&eftential^fiuequidditatiuadici- tur.non poteft tlTe medium,quia tft conciu- fii"i ucnni-, tionis partem,quat eft oiffcrentia; quemfen- fum Balduinus & alij acceperunt; faifusta. meneft, necpoteft Auerroes excufari, fiita fcnfitjintegra enim dciinitioaffeaionisnnii. quam poteft cffe rucdium, quumfit potiiis totademonftrauo, vt praciximus; fedmt. dium eft femper definitionis pars, & difiete- tia : nunquam definitio, dum fijmitur de5ni* tiovtintegra,&vtdiftmaa cor.tradefinjfto. E nispartemjquajdifferetianuncupatur.IiiioliJiriai^uww bene remhdcperpendimus, nunquamediu^«« >tif. prcprie Joquedo / ft ciSeietia refptau utiiof"""" f- ristxtremi 3 vtipravocisfignific3ti 0 declarat; {"* diffetentiacnim dicitur.qua resdefinira dif- ■ . fertab aliis, quo quidem munere mcdium demonftrationis in dcfinitione accidetis non fungitur; non enim ad rem .abaliis diftin- guendamfumiturcaura in eadefinitioiie,fi- quidemaccidcjperpropnum fubieaumfa- p tisab aliisrebus omnibus feparatur, qoVexe. plo defiuitionis edipfis facile dcclarari po- teft;perhacenim dennitionem,priua!iolu. minis lunE,eflentf a edipfis figniricatur, qua; i. eftpiiuatio qua;dam luminir; fed quoniam pnuatio Juminis dealiis pluribus dicipoccft, qua:nonruntecl!pfis, irledadieao rubieao Iuna,itaad p:opriani eclipfis naturam figni- ficandam reftnngitur pnuatio luminis , vt eam Tolam figniricet, ochancluminis pitua. tionem ab ahis omnibus feparet, vtexipfi reciprocationc manifeilum fir ; ommscnim edipfii deMedioDemonflrat. Lib. t 576 ffi . ■ ,,in lununis luns.&omnis A orat.onem demenftrantcm : figniScatcnim cdipfii eft P? u " "J" e ft «1 pfi« igitur pro effentiam fimul cum caula effe,.t,e. quum al tera definmo nommalis fignihcetlolu quid eft/ed ipfum non dcm6Itrei:qui3 ipfiuatau- fcm no affert:quatenus veib caufa illa exter- naindefinitione arcipitur proptcr elwntiar coenitione.ratenusdicicur fattsfacere qu=e- ftionfquid cft, &dicitur definitio caufalu. quar cft perfeaio,& complementum mtegie deiinitioms: hocrefptxit Anftoteles in pn- etlipf llpE un.eftcclipfisi.giturpro fe P , h iLetiaquia mhil fuperuacaneum P uS 'c a n 0 ne rccip.endumeft.Cur .gitur u S2£SS£««* particula ,11. defiu, p facauia« i obiedio terrar?ap- « om a ?Cc non vTdVe tentia. fed vt cauTa, PtffiXa; qu.ddttatiuar; ea en.m dcfi- ffim £S» qu.ddicatiu*; S caufam habet.per quan ^iV rjuiaill» forma meft - P ° vtcrnam caufam; pro huius aucem ire. Srd.Se, &tonfirmationeiegere debe- - ^ ,™ nuidditatiuar; eaenim ocn- vcunuioui». "■'^«■-^ '•''"" r MS V , £,Set uer quam demonftrari B mocapite ftcund. libriPoftenorum.quan- nlti o cauiam ™ fo ;£ A £_ n | n iUa matetia H„ di_,r vnam. &eandem caufam qozn per *eft ; 1 r. n .« kntMt antent rei ""li libri Poficr.orum, vbididc definitio- ™« , « d ntium habere eftcrnam caufam, ?Heo efle demoftiabiles, &cas poftea.n par- Sl. vocatconclufiones dcmonftrttio- , oertinenretiatnadhuiufcerei intelli- „ c riam verba Aucrrois pulcherrima, & do- C deremusinvtraque " 2tUtercuidcll,&qua>rerequldtft:tamen. i, iu j t cueraeft'd,quod refpodetur adquat- g.onem quid eft-,aliud eft id.quod refponde- •ur ad quaftionem pioprer quid eft.quod C- „im rtrpondeturad qua^nem quld eit.no mu i .i l.! . l t_ ivi.uuui ntrt* - ■ i; dodix.t vnam, &eandem caufam quiriper qucflionemquid eft,& perqu^ftiouem pro- pterquid eft.quumvtnque fimul quaritioni eademcaufalarisfaciac. Caufaigiturin defi- nitione accidentis non vt pars eiUntiar fumi- tur.fed vt caufa ipfius t fie ntiar,pruindc pro- prii loqutndo nequc genens, neque o.fte- rentiailocum in ea dchr.itioneobtinet ,(ed folum caufar.Hsc diceic voluimus, vc often- ne parte didi Auerrois dif> . . meuifl cnim potnHma; de- monftrationiMiunquamcft ptrftcta dcfini- tio, nunquam eftdiffeientia: quia vt caufa, non vt differentia tum in demonftratione, tumin defimtionefuniitur.Quodvtiodite- c**f*i*i*- refokmus.definitioncm ex ^cneretantum,/;'i».*»«- acdifferentiisc6ftare,id,fipropueloqui ve- P- limus.noneftverum nifi de defimnone ef- " st *"l" uuk. ;:r,tu ' TTT ' »ttamen in rermonibus fapientum ( ldque refpexic Anftotcies) eandemcaufam quiti- muspet quefttonem quid eft^c per quaft.o- nem propter quid eft: quandoenim eflentia habcc txtra fe caufam.aquapender, vir Ta. picnsdumquarrit quidearesfir, non folam cffenriim quxrir, fedeffentiam fimulcum caafj cffcntia;,vt fi quirat.quid eft eclipfiirSc rtfpo.-ideatur,priuatio luminisIum,llon fa- I tisfit quifliom virirapientis: isenimadhuc quzret.cur iuna priuatur lumine? quarftio e- nimquideftavirofapietc fafta cau r amprac-  finecaufa traditur,dixitdtfinitioncm iliam effeoratio. ncm fignificantem propterquid eft, & efTc ntm cauia » wnn uiun.ii». ■•■ ne acctdentis, quoniam eft pridpua defini tionis pats.&rei propria,& atquata:& eft cau fa,qua pofira res ponirur,&qua ablata aufer- tur: ideo vltimar differentiar Gmiliseft.nam in definitione fubftantia? vltima difterentia eft eiufmodi, vt forma hominis eft caufa eius propria,&arquata,qua efl homo,& eftpreeu pua p.irs definitionis honwnis,in eo tantum difcrepant,qui)d in definitioneiubflanf^vl. tima differenria tft caufa interna,quc; t em ab aliis feparat, quodin definitione accidcntt* caufaexternanon priftar. Pcffumus autem ^Mimtdtdi- diftum illud Aucnoi* ad bonum renfUm tra H here , licet nemini cogniti:m , camquf ptito T "ij > J"' ipfiusAucrroismfntcin fuiiTc,vtexe.Lsver f > • bis incommeiitariis 40 41. & 47. fccundilu bri Pofteriorum colligi pt-ttft: dicmius enim ipfum in mcmorato loco non rem,f: d folam vocem rcfpexiffc : namfi rem ipfam fpefte- mus,dimcnltatibus vrgtmur, qua^ memora- uinius, &tredimus diflum Auerrois itain- telkaum.vtaltiinteliigut defendi nonpof- fc , medtum enim quantumuis prohxa ora- , tione proferatur, niitiquam totam acciden- tisdefinitionem jgnificar, fed folam exter- nam caufam . qua: eft dtfinitionis pciftftK tertia pats:atfivocemfolam attedamus, dif- tthtUftim crimeniliud,quod Auerroes tefptxi!,in me @-ftcK*4i*T diovidemus: mterdum enim vmca dictione^*"'"'»^'»'- exptictiitur,interdumorationc pluribus di- 577 lacobi ZabareflaePataumi plex abqua diclio, vt quum rifib.le per ratio. nale drmonftramus, eam habita tocis ritio- ne non poflumui appellare dtfinitionem : (juia defimtio eft oratio, non diaio vna.ideo perfirjjilitudmem Aucrroes eam vocauitdif- Ttrentumiqoij dl&io vna, quar ptoprtam rrj caufam ffgnifirat.inilarditTerenti* efTevide. tur: oiationi verb poteft attnbui nomeiietr" nitionu, eiiamfinon toradefniitro,fed par s defiriitionis exrittricUdeoquando medium ««otatio.vtquaJo eclipfim demonftramirs pet inre-po/Ttionem lerrac, 3f eafum foliorfi percongelancnem humons in conraAu fc_ norum cumramij, runc dtfinitie appeltari poteft. Attamen firemipfam refpicjamuj, nullnm (ftdifcnmtn; ffut enim per cieiio-- nem vnara , fiueper oratioiiem , & tam quF. demprolixani , exprimatur rnedium.faufam viiam ffgnificar.ctus- eftteiuaparj dcfinitio- ■H, nunquam liefinitio eius inregra: rllud quiJem vt-um eft, nopoffe meJrum definK tioncm iltam caufakm conftituere s quando eftdiaio vna ; nonenrm dictrelicct. nfibiji- taj tft rarionalitas, quemaiimodrim dicerc poiTumus.ecitpfis tft mteipormo terie:ramtf verumfempereftid,qaod Artftotelei Jitir, «nedjumdemonftrationis tfte dtfinitionem maions exti emi.qiicnian, fcmpcr eft prxci. puapars.&tomplemetum eiusdefinitionis 578 fiionibui conftantf : quanJoig.tur eftf.m- A rio, cuius principia ab a]ii s | dent,non eirponW»!} a S P "» ^ eft definitio *&ede»h,h* tt *^«** dena ex alns piinctpns, habet eni m ™ j >en - dtfinitionem aiftaionis, quat «endVT J Ul ? nirione fubiefti.&pe, eari deWnftran detunn hocargumeto Stotu,deH tl ?tio„ VL effrntia.em acc,de»t,;rer P ex,,i>, q ^ e * mm acadens 3 pnnapus ftj fub Ka \ fl ui ? C " iu quoquedertmnonem eiTcntiajemab Jr dem fjuere neceiTe rft, fiquidem bxcd^ tioidemeft^cresdcfin.tldeta!,^^ nit.onetotum argumentum conccdere D t fumnsiAciiausenim hancnunquam d ,1 ^" S - ,S tionem primi estremi. nam ratjo fis^nififat catifam fansfactei.l;m qusrlionr qaid cft, tanquam illain ,quam prafcrpue vir ftpitns quariit.dum quarntquiu resahquafit Quo- modo igitur mediu dicatur fempcr cite deft- nitto maioris t.xtiemi & quomotio oir ando. que etiam minons, fat.s puto fuiire ccclara- tum, nrtirtius enim extremi efl i^ttgradtti. nitio, fi-d pars prarcpua cefinirionis, qu promdepoteftappellatidcii""- IDltHJ. -ii primxm Capsr XXIII. in tjuo omnu aliotHtn ar- gummta foluMtitur. COc s t t Aieivemarefaciieeftomnta aliotum argumenta foJuere:ad priniu m enimSroti, quodcrar, omniapropria acci. tientjaaforniarubied! rluunt, ergo pcr for- man; omtiia funr drinonftrandai nc^ainuj & anrecedeni, Sc confequcntiam :%Dteccdens quidem, quoniam non omnia accideuraa prmcipiisintetnis f biedi ptndcnt, fedaii. qua ab cstetnis caufis,» t antea diximus:ton. fcqutntian! \ c,6, quia dato quod accidtntia afotmaf, bitft. f)uant, n^tamen omniaim. media-e t jt ea fiuunt , f. d ordine quod^m, fjucmadmoi nm deciara.::mui, jgiturno fc- quiturcmnia per formam ftibjecti eiTe de. roonfiianda. Stctindum argumcimim nihil toboijj habtt,ciicebat tniin^iJh demoiiftra- meuium eius uemoi.iiratioris ex a!j 0 pnore mediopendeat, perilJudtile demonitTan- dunv&tta aliameiree.uviltnionftratioricm' perboc tamen nou ftar,qnin ilb fitpotrftrma deaionftiatio.vt indicatibj Aritlotc]e S . Mu noi quoque argumenti Scoti Falfaeft.-Hiiijj quandomedium efidefinitio vtriofiji fimu] extretni.eft cette definitio a&caionis-, ea 13. mennondicitu. pendere i dcrinitione fub-- E lefti.qurj fft ipfsmetdcfinitio fubitctMqurW Jglturomnis defimtio sfftaionis dcmonfirs ripoffLtperdefiRitionemfubita^fairumfft: vniutueprolatum: qui»?)iquado ronrinojr deSnitlonemcauraJemaffcaionis eiTe finmi definioontmriib.eai eiTentiilenj.In cotfero etroreeti3m Thomas fuit 3 dum dixitsrciefj fmtTfa dcmoftrari quidemper fnam definiiionttr»;"*. fed eaju peraiiam priojedtfinitionem.qu* fubiedi eft, effe demenftrandam: videturc. F rumeflentiaieni accidentis definitionem re. fpexifle,qui commiinis omrtium Larinoruta errorfuit: quia ha-ceftcondulio folumdei monftrarionis, nunquam mcdium:de cau6H ajtrm dcfinitione falfum dixit.quoniam hi^e nonfemperex definitiune fubiefli demcrj.. ftran poteft, quum aliquando fitipfa defint tio fubieftr, aliquando etiam fitcaufa exttf- na.qusidefiiiitionciUiusfubieftinoB pen- dct. A'd tertiumarjiumeirjtum pro eademo*_^jj. pinione a feetatoribusTlioma> adduauru di. «raiK-cffe quideni petiuonem pnncipi;', fi recdiii» deMedioDemonflrat. Lib. I. __ i. ■■_ f_: r _ * mbaiip _■_■ _■ _ _5**_ *e-iH« ™ ,* eft ac definitimiiqiured. h9C enwn laem ' dmiximam _»beteffi bjc h _ be tdec,ufahdefi. " £iMte „ ed^um e«.m eft detmitto «ufali*. »«!.*■„(„ demonftraodi aftu non fum,- » 'P fa , fed vt C-uuquamuu en,m vl- ^KlfJSSfcS* fin » * dtfim ,'° iCCU 179 . l_e_ M _ r _idem,s A h*e»i>temn 0 nvtr U bieaiform»,neqacvte ' _•,* „t eflentiiits dcfimtio aecidenm, A m«»u _ mlo neque vt eius caufain de Prft* -ft _. de_mra*,:qu»rede TJJ», , f.d vtquoddam ,11. fubieaoinexiftens, quod propofitiacctden- tis caufa eft: quod " etiamio ipfo demon- ftrandt a^u eam effe fu-ica, formam cogno fcamus, nihiUbfurdi fequitur, nonenimi- dcm eft forraa , & id , cutus eft torma, neque .afumitu.vtforma.neqaeqiralittorma.led folum quu eft cauramalons t_tremi : maior autemprcpofitionaturaliter notioreftco - clufione ■ quia maior eft connexio illias acci- dentis cum forma fui fubieai.a qua vt a pr..- xjma canra producitur,quam cumfubieao, in q,to per illam formam meft , proinde ma- iorimmediat-.&indemonftrabtliseft.con- clufio veio demonft, abl!ts:quare maior pro. ptftio namraiiter prior,ac notior cft coo- clufione. Sed reueu etiamfi tntegrafubie-ti definiuo pro mcdio fumatur , hocenim par- uimumentieffediximus.adhucobeandem r.L d arcamume;.;da S andamhacme dentis, iu " Drim i s definitioneciusef. fti _uu,s ^""V^- afhtione dicimur dtm °£ quatenu, cauCa eft ,« neceffitate T ff. ia diuerfa eft , idem eflenon poteft, ? ^l S fci  P fo>- '■"_J.monlt.adi aftu «-Uafit pctitto prtn. §™ S medium eft caufaaffea,on,s,8evt rffcofa ,_muur,„ondum vtdehnttio.qua . e ncque ,dem eft , ncq; fum.tur vt ,dem Ad rationem non fequitur comimttiinptopo- fitior.e maiore petitionem pnnc,p>| : : quia nonfumitutvtdefinttto ilhus .ubieat,tedvt quoddamde illo vere prxdiciturn, quod , - husaffeaionis cau.acft. Ad argumencum il- lorumPofteriorum.qu.putatmediumlem- per efle caufim , ae definitionem vtnulq, ex- treml, quandomquiunt Anftotelem diceo- tem f ftw* tfl caujtm cojie/crrf , profur quim J_, . .11- _.__.. t^w^. fArm.lpm.nns hoC ^Snseo ar f mento ,d &»™ P»£ D ^ Sh^^ foVr_Vier_,n os hoC Wq- _ in o M ,^«£ "eaSu/. na § m fi de caufa fabkW^ SSoam cond.tionem vt dem6ft.ationi pft- SneccffartamAtiftotelestefpe-U^ id r.on oft - ndltur, niinqua medium effe dt h - nnion mfub,ea,,quod en.m A"ft°» les , h »- ius nullam fecent ment.onem, tdnonfuif, Lta nunquam contingat, fed .«»f «^" Ml 3ensdemonftrat,on.conttng,t. Altetumve- ** ,6 -roumenim fonatTe aduerfus eos val.dum eft . qui integram fubiefti idefinmone vt me. dium demonftrationis affumuiu, vtanimal rationale in demoft.atione riftbtlitaus tn ho- jnine, idem eft enim animal rat.onale , atque homoipfe: ideoin propofitsone matore vi- dctur petitio prtncipii comitn : at certe con- tranosearationihilprobat,dic,musen;mvl. timam folam differetiam fubiea, fumendam effe: quia ea fola proprij accidcnus cauia eit: neeamus. nam fi de caufa fi-bieai loqqere- mur , vera vtique effet tota eorum tonfidera- tio ; nulla enim aha eft r_bft»nn:e compofitje caufa iquata , & propter quam ipfa fit quam propriaform-,fed quum Anftot- caufamibi fumat refpeau affeaionis d-monftranJiP, ncn rcfpcaufubieai , aliaratio cft: caufie- nim prSpterquimiprumaeeidetw effe dut- tur.Aonfcmpereft.pfafubieai forma, ,mo raro, frequentifflmc veioeft alterum acc,- dem, quod rcfpeau accidentis demonftrau poteft effe etiam caufa materiahs, vel finahs, vel cffc-tnx, vt docuit Anftotcles in fecund» libro Pofteriorum, quadercnospottealo- CUturifumus:ficigiturmed,umnone-t (je&niiioj ncque caufa V-tluf_oe cxtremi. r i _ n. t s. t £ 9 | 5*r tfc tfc tfe cfc UU tAJ CAj IAC. Z. PATAVINI, D E *MED 10 T>EMO N STRATIONIS. , e tV" *"'P«g»*»M*t*m a fe caufam nnalen _. cffea . , Arfote^tum tumekdm* de me- b»fdam:q uum r„.rio„™ m 3f°J a Ar 'fioteli!,tumAuerroisd:iUsdeme- dio (u:ufmtntgeneTk CJUfi ftt. Osit A Q_vAM t.ilrnfumeft, :nciiiuni.dcmonflratioiiij ef. le caufam, ac dtfi:iiuonem roaioiisextreini.dccIaramJG fupereft m quonam genere WJ caufa: me di U!n caufil fi Res harc difficijlima explicatu „ n ; h \ U ' n ""«vnquam pra:te, A-iftotdcoi fo^rir P tnemohadfnu *«wmenrc inp i P „i ea.ti accc ffiffc V1 detu r A,..-r roe* , vr poftea o £fc£2" ' T ° C!US hu,US **&W» caufa fu.tap P arem q:lI .! ani tnco.,fl antia , ar ,. re row diftfe nam Ariftot - m fc ' r rumhbrolonga.Termonedocu.t.meJ.umde" ttoncm; quare ^n.ficare v,f us eft fem per e f -chmtto eft forma lp ra rei.artamen p ,,£tca jn •mnwq,, atU0 r genera raufarum.iS eorum v » 1,1 ^«^emedioni etle *monftr« 10 »u fem P er eife caufari. ia ™ Mm.fnI,ce [ m.i ltr ,a m ,&formar I1 :& m C om ■^fiaera, & erricienremmamfefieexcludit" inquit en.m eas nunquam ,Wdi definj[jo ; -emp.o.naencauederaonitrationem.-quia. Con?", r ^ P ° tcfhte ^deS^uZ: to L ° fler, ? Um «"»™* beat caufim ftnalem, f dfunS. fle -? u * I «- £ fam fina em . nam ec\, n ni „ l , efl «cau- ^ **» a., a r P fc;e„^ etC3 ^ i! II. quidtlijpofieriomktcde rt dixerint, :s prop 0 „ ru er r; u tr n f ^ ) r . cuJtatem rdtquerint: imo „o„oK£ fi«««„ fe ea q Uar dixerunt, noS^fe «. i^urimoienim inhanc fentc n r, am »»nftr«,oneffrroJ aC auriform,li, ahatl ro tre S caufarffnr mcd ium in demon fl ^ , «ep^PMrqmd, «oninporiflSm»: 5'e ftatuunt a demonftratione potiffin.a B ro! ptereafohus poniW den,6ft r at oni, l Z prmrn eiie dkunt.vt rerminosco , e X" fto «nptoeabttei habeat:quia Wl cauS m,n h, K m ° nfcan ° P^erquid apud t0I nou haber termmos conuertibilei : ad h.nc fcnu m trah ont ve r baA U erroi i i I ,com a , t ; t C Ari^rj m ' ,bf ' Poft enorum , & ea qu „ h A-iltot. dwunrurin aJib. Poftermrum Tin ca. ems Iibn proponat quatuor elie genera cau- ^^^'"•■«•nemooBrajioo-Hrnedioni efte pofjunt, tamen pofteadewbuatantu* c a ufis,dd«I«at,ft I JKetrnatr„a,efBc,criir. S fiae. defonna vero nihtl dicit : qui* ab tni. no Jibti vfque ad eura locum lerutus rr«i dc niLdicquodeft forma,& q U iddita S; id f o fc. JumreJmqurbaturdicIaran.ium.t-uomodo alw trescaufe mcdium cfTe P oft,nt: ? rc P ter- «dicu a t,Ar,ftoteJem ab initioe.w jecundi Jlbr, vfn,,^ -tlA _ • — '"V™'«*,',+i.vDimateriarn,acfo.mjm Pa T •," l " ,u * !1 tl,e pomnt:prcpter- J«ncdK> deotonfrrattoms penir , s exciudT F " dlc " m ^^oKlem ab mitioe ,« Jccundi * »ult medmm femper clKca B &« rffrclrf' j ^ ad con,Mn ' -rT.locurum effc de ' rn !' ?cl *«ffcwa»ge»etia« hmufce d dif r™ Qnrirat!Q "epo t :ffima, cu i us me,: lum eft «cultatem Juaa daafuaedtuo, m S ?"* 1° auwn "t»-»lti«* rracrarionem """ousci «demonftiauoneproptcrquid^inquaiocfi hibcnt cfeMedioDemonftrat. Lib. II. 5M- ^ diftttfn.Htfl * u em6ftiationis,quamin me- vrd.«m,/"'g» c P° tul - C , lun ° ne P ° tlUS d ' tt&mptign*t:o. Sv - ha-c ditentes in multas, & magnas djmcuitatesmcidunt.priwurntmmdutn « -itrationem propter qmd a potillima „ t -_- ... 0 v untdccipiuntut.necmtelli^uiitAn- B memoracis locis Auerr. mterprctatur. Prac- «' i = i ouiinlTecundo Pofteriorum Iibro terea uum dtcut Atift. in eaparte de fola po- irmJni tudicat eam demonftracionem, rilTima demoilratione Ioqui,non dedemon- ftrationepropterquid,aduerfanturAuerroi, quem boc modo tueri volunt.nam Auerroe» in cominen ;;>.& ^o cius [ibri confundit de- nionftrationem fimphciter diSam cumde- monftratione, quam vocat caufe tantum, Sc de vtraquc fimul Ariftorelem loqui aiTent: * tridat co°n:tionem propter quid eft, quiavtraqj dat nobis ptarftantiHimam defi- uevultcum fuotffeciu reciprocari, vtC nitionem.IpfitquoqsperfehoFijmfementia "fitacionac & abUuauferat effeftum: itaqi difficultatepotiusiugct,quasn foluat: dirDt fierinon poteft,vi idem i#c&ut per caufam enim mediumdemoftrationis potiffirnat ef fbrroalero potiffime demonftretur .peraliam nu quld -_ «notwm. quxefrvltimui demonftrant.um J; Prirereadueetineodemlib.Anftote- ktvnsm vmus cauf»m_effe_,_non pfcwt, quac cra>: eamque \ fe caufam formal£,fed quomodo illud fit ipfi Mtdiunt nta. neq; declarant,neque,vt opinor.inrelligunt: P >"]* 'iT' aut enim fubiefti formam efle dicunt,aut ao cideci-ffi fubiecti,non bene loquuntur, quo- * * niaminprimo libro oftendimus cumAuct. roe.paucas admodu efTc potiflimas demoiu ftrationcs, in quibus rnedium fitforma fub- torro-iiciu p.,...-.— 1 j «rociufamdemoitreturpiopter quld tan- tum G.enimfietet vt vmusrei plures effent nuljcratisfiticntts quiftiom propterquid tft quod & Ai ftoce'Udlierratur,&rati«ni, .;..„./-.- quandoouideni qui plures caufosaflerii fe- paiatimacceptas faiiitacere quarftion» pro- -.«^ ... ^ -.- -— Jbmr» nter uuid de eadem re faftg.is pu^nantu di- D tecli,& in ns quoque paucis id accidetanum, p-pddi £ t & 'p [0 prium -ipfe dognueuetr.it: quiafi non eflentiale dcmonftratiom elfe : qood ,.imtediupofl fiteffe formalis caufa.ptout forma abahts tribuscaufis diftingnitur, non vuleo :foTmt decurart propier quiu tu. iuiii u pumu a. ihuujuuu. u......^ , - pooiturex neceflitate C & eftcaufa A.pro E namq; accidetisefteiusprop ia natura,&cf- pterquiC.eft.eritierturC.fineB.quarenon fcntia.qua? fi inipfius accidentis demonftta- efftntiaiuer pendetl B.quare B.non eft cw fa, propterquamfitC. fimiiiter autemfiii. poniturefTc caufa,propterquam eft C.*cpo- fito B. poniturexneceflitate C.eritergo C dr.c A.proindeabA.efTcntiahtetnon pedet: dum itaque ponimus, duas caufas fcpaiariin acceptas litisfjcere qurftioni propter quid deeademrefaaje, dicimusneuttahuicqui- ftroni fatisfaccre: vna igitur vnius rei caufa I eft.qus declaretpropterquid ea res eft.hanc enim prafrogatiuam pluribus caufis dareeft oulli dare. Veiiiin de hacre plura diximusin Jibro noftro de fpeciebus demonftrationif, vbihanc errorem efficaciter improbauimus. be a qnid nam illi ad Auerroem dicet?quum eoim hac in re fe Atierroem fequi prolitean- tur, ilebenriplius verba interptetari : Auerr. inj^ 8c 4i. commenrariis fecundi lib. Pofte- tio.um declarans ea, qux ab Anft.de potifil- toa demonftratione dicutur, iaquit eius m». tione vt caufafumatur,idean per fcipfum de- moiift-abitur.idem notumfiniuI,& .gnotum erit.Conftatetiam apud Ariftor. m 41. & 4}. patticulis fecundi Iibri l'oftcriorum,mediura demonftrationis dsbere tfie caufam exter- nam.tion inteinam.hancenim eo in loco rl- tionem affert, cut rubftatia demot rtrari noa pculit, &folius accidentis demfiirftiatio fit, quoniain fubfiant^a ciufam fua; efftntia; eic- tia fe non Inbet .accides autt m habet tflen- tiampendetem abexterna caufa, ex quade- monftriri pottft: fed caufa exteina 110 poceft effe forma accidentis , fe.t ent ex nectifitate vel matcria.vel fini".. vel efficies, nifi dicamiii aliquam ex his caufis per fimtlitudtneai ap- psllari formam,feil cunccaufifoinialis aba- lirs diftingucnd» n.>n crit, quod :fti faciunt, dum dicunt potiffimam dcmonftrationem fieri per folam caufam ft rmalem , non pera- liasj demoriftrationem aucem proptetquid « J IacobiZabarellarPatauini 585 5*5 tnAe ^rmdoquodmedmmdemonLti B . **pte**f4,&deconnexto»cc**. fitis de caufis cum prtce. dmtibm. _ golis ca ufarunl generib S2»f rtem ^ ! ^«flj^nc demonflrandi» ^ £ £ninonem fo!i us £quatI "% u,nt "rper c 0 . «"loniEi isiturin deri a „„ j V " a eft ' nlfT cri *m «JocuiiTet 3 }'XP mx3 ' r *i .u.t, prtaolocoia princip^ Hbri c us 5^"" eB "«- Qp°ST" enorum dixit.fr,-,,. =ir. ,IDrl e!tIS difctplma; t > ( .rf J .«iri '§ R i s sigiturindeclarando Snoft e re,propterqna m res eft:i n qua den "~ ISu !?r, nuif^"'' 3 ^" " uram • W » «iiguiarj numcro prot"!it ■ m,;* «onc^tere.cS Sfedc.etur, quod jJff ,," Z* 3rcfcu, » r '* p-o piuribusloct, oZ ' f\ r * Cf P tu  832! res iSs eti3m S SSR S T?- fam dlmus^fj%»»« eflicien5,rcmperque externum eft,qtioiiiara m*tr~ non modb fotms , 3t accid entibus, at mate. r " ria; quoque cnnuemt appellatio erricientis pcr emanationem , quotnam etiam a natura '^'*~- matetia; pluta accidentiainrebusemanantj t 4 m§r . . Iaco ^2:abareIl^Pataninr VeJuti trina dimenfio ItrmJ. I- n _ m« mum snon eJ t ffi (1 ™|>d «rm acouemmm h aom locuKi "ipettinn.mtiifionem , idcoC S?' eotum matcriam exrerr^ ^.A P t,us « > ' i*m cxretnam.que&bllCitu, 8r "dpit, quam cauftm efieiir ccm «StT Hmul cffe et,am cauram eftYftricem „ f r ,", Mftonem cu* reduciturad g n "faufeT nim jccidentii diciturjcaatenusei r„h,n o , ipftn, reapit , eincremLo " \ S ea ' ^ ;produc[tuI] & ema^t^nu/d^ «ufanim gcnera difti ng u„ nturj & cVr^ m^- r fU T ' * eadtm i*iore ae Ceptum dicaturfnx.ul matt,ja.&-ffi,^, J£ forma,&efficie ns Qj,pn»»£S3k£ cdentw .nternacffc non potei.mfilfent ftb.pdo ihhswens, manifeitum cfthav om tur efficieiuperemanationem :nt q U „ fft ' mal/mT' dkeOKS b3nC «X fo? malem , fllam rero materialtm • no**r#.n£- «rum.ifrcip^u fubieai, atnon^fS dcnmcaufam eonfide-rami», o^k^fT nil, «eitc&Kem: iniern» ignuraccidcntis Per fcipfum demon^ '"m Jorm a i aea| — tauiam, propter cuan, «. A ,n *' li "': p ffi«um emm f or0M . efi £n gl . , rcita vtpropureare^ fit & « nnff ft,thfe - prmcpem locum teneat cJufm od ^ 1 " 0 »* propne loqucdo non fi : fc Jm» - '* a,lia P^^ttamenperfi^^^.^Wf^Dt.a; vocatur foima ; quia formJ «S' r"" mus ' D &in dcfinitione ?cc£ t ™ 1 en et:v*,d t roanifc Ru m efl f P ™ h cva > P-PH^^mformaZ^Zrmm^ genu, ab alH.tnbu, difi.rfifr fed efl ^ * ^nt communc o mnts ^*r-- caufa s compleftens, 3c«dent„ iquo d dcWSu* dcfinmoBW ' ytratUm ^«-M-m i is; caurLT™^ e ° tont «m puatuo, erft cauraj, forma c/uam v otat qaod auided^i nlctZfr atn ^ Jc puiTe ; attamen p g flcs fi ng ulam e«m P I» dcda.au* delMedioDemonftrat. Llb.II. m ^ ■i.moliusdeforn-aftparatimdi- d e:U^"S «ufaru «cmpla 4 dduc,t, C 0 Tdem6ftrare effe demonftra- fi ^TrSThoc enim aperte protuhun ^Tbqucn.decaufamateruh.&in tontext-*»; ■ i ( .etcnim vtrobiq-, de * h *F_S S etia qucd c_d cft,ac defi- viiaq; °' clt r * ; m .f ".vrremi : nam in contcxtu q UO d ^'^j^c^fam formalemi & cau all(t x Z/ffl efle caufam formalem.vtraq; f,nl eff ftfo"u,quando ert defiuitio. Ab tpfo en)m e& fo m ^ undl l!brl hiirio vfqv ad con- j»»m . _^ P ^aor.namvfus eft exem KtoS* SwtH» , qu* am.o acc.den- K^^-ra.eftarkeexte^ec^fis A ante omnia eft ammaduertendu, quod I etiam' anteadmonuimus.noeffeeoinlocoATilio- tehs confiliuru oftendeie, quodomnes qua- tuor caufar oroptic a..eptapofiint eiie _dc- monftratioms medium: hoc enim fieuude forma ( quemadmodum dixiraus) ita dema- teria minime verum efl-t-,quu enim caulas 1- bi confideret no fubicft.ftd ar.eftionu,& ac- • cidentium.hecveram materiam,exqua con- ftent.nonhabent.quoniamveiamatenanon- B eftnifi fubftantiarum ;proptereailli,quieo in loco verammateriam mtelligut, qua; u_- ftancia: matenadicitur ,dccipiuntur, otlon- ge abfunt a mente Anftotelis : non enim vt- deo, quomodo oftenderepoffintpet hanc fubieai materil accidentia cuird«mfal«* demonftrari iq uod fi tamus.eacerte mater.alis caufa non ^ mAltfUlli . tis erit , fed fiibi-fti , cuius non eft _ emolrra-' tio. Eft isitut ip.aperfe res confideranda, .t phfiamus , Sceam m „,iidema terra?mterpofira,tonitrus vero»u ,_ isA.iftote.is conferamus , Acnde . i ST . ^TLV^TJZ 5?d SSon&an d.cimr , nullam a ha- betmateriam,quam fi._ ieftum,in quo inMr- ret. vt edipfis habet niateriam ipfum lunaJ ici, yi _«.«£ . k-i-... Ji__n_me_a TSq^eft^^efi^ti.nemma.or.s elT ' in totaigitur tlla parte aecepit cau- f" fo 3 m vt genus a.iarum eaufarum f,m £ oropri!, & adarquats, & in de- ?f.««de - et diuifio ilia quadnmembnf. S rfLi» context\, illo **^«* JSSofdft caufarum B™e ? *«on,«» m dem. nftrariomb A media efle poffe 5 j Csi,*». ", s MBft ptoprix «eepta; pofGnt efl.de- Lo^ratioribmeJi^coftaten.m^e^ m am, neq; mareriam propr.e acceptas pofle "ciiim medium efle demoftiat.omr.fed fo- lun qfr.Jere vult, .n quonam fenfu fiue pro- pno?Gutimpio P rioc6tingat,vthocdogma iueri poffimus , omnia quatuor generacau- farum in demonftrationibus medium efte CilUiii iiflun r corpus : r.fibiliras matetiam habethominem ipfura, in quo incft.non eivtaMtt™^ quat hormnis materia , & pars eft , fed homo ipft totus eftmateriarifibilttat^&aliorum atfia tB propriorum hominisaccident.um.nonqui- Zl e- D Sem materia.e* qua confleot, ftd mater tn qua funt ; quoniam igitur nu lam materiara aff e aiones\ahent , mfi fubieftim , in q* fum,conGderandum eft.quomodo P« »»>««• materiam demonftVari "o^"rf l iB Sf" cnim durnm primo afp^^ d,ffi «'«' ( n " U ledu eft , quoniam fubieaumaccidentislo- clm quidcm in demonftranonebabc^tame non medij teimini, ftdminons^xtremrdc ipfo namque demonftratur affed.o ,ftdnon Y r i„ mitfr.aaccidentis m^Tu demUftrationibus medium effe , P .o ' ^^teriaaccidentir poffciideodocettumfi^em^ cffeariceptoDMcfumptamdemonflrattom» nediQ eirepo'ffe,«on 9 omneemties ipoSiit tlle meditim,fcd qudd poteft aliquando me- dmm effe efficiens propricd.aum ; Formam verb & materiamdocet nonpoflen.il im- p op^.efumptas medium effe demonitra- tipn.s.formam quidtm proutfumttur pro o- mrii caufa adavquata,qua:cunqueilla lit, Sc vt cft genus omnium caufarum , quardtmon- ftranonis potifllm*medsD effepofiunt: n.a- tompLtu renamverbquomodn acceperit Arsft. nemo / Siurm adi. caufa iuterna fluunt, in fu o fub - Ieaoler ^permhatr_Ht, nec poffunt vUo vn- quarri tempore non ineiTe : tjuum enim pro- P'.ijcaufa pojita effcaus ex nexeffieare pona- c tur,& caufa iila ia eo fubieSo infita perp etuo «t, & ab eodiuelJi nuaquam poffit.effentia «nirn rei , & q uicquid effenriam i n ea re eon- fequinir.a re feparari nequit ; ideo harc acci- detta perpetuo infimt fiio fubieflo , & eo po. fico exneceflitateponutur.reroper emmho- mo efi riftbilis,f cmp engnjs eft calidiflimus, & leuiffimus ; quo fit vt e* neccffirate mat«- TJ^produfladicantur, quiafihomo-ft.ne- «flario rifibilis eft : fi igni..eft, necefrzrie ca- Jldifiimus efl , itque JeuiiEmus,; hafcmateria: aeceiiitas eft ilia cattfa materialis , de quain co capite ioquitur Ariftoteles , qui non vuli medm demonftrarioniseffcipram accidentii matenam.nempe fubiedum eius tntumJioc enimeit minus extremum in demoftnrione: Jed vult medium tiTe aJiquid ilii fiihiccto m- fitum 3 &ab eoinfeparabiJe, a quoper necef fanam emanationem ille effecius produca. tur;fia;c enim materialiscaufadicitur , quia cxipfi aatuta fubiefti , quod aectdetis mate- m eit, defumitur ; quonia enim fubie£cum i- P^jntalerncaufam.quaminfitahabe^nobis ad demoftrandum prjeber, demonfiratio du citur mediumfumere ex mater^ fubieae ne- cefUtatc ; quare caufa tiEcrnarerialiseitilla, quaei nos antea cffearicem per emanatione vocauimus.AccidentiavetOjqu^abcxternis ciufis pioducuntur.non dicuotur fieri ex ne. «Ilitatemateriaf. cclipfis enimnon habeti i fubictti Iu 0a cxiftendi ncceflitatcm. ouiru doqmdem pollta lunanon necefiirid pom. tutechpfis.ideo eius cauranon cltnecefiltas ipfi iniuniSa a materia, fed eft ef»ari x tKter . na ; proptcrea nor: eft rationi zbfonum, S di_ cimusdcm5ftiationemi!lam,quaoftenditur fjommem cffe rifibilem perritionalemedi- upn , eifc per catifam materiaiem in eo fenfu, m quQ AriftotelesiM cauram matenalcm ra- teilieitj cft emm catifa-intcrna effeatis pcr "scefla/am emaH-uonaniipfanaiiiq; effeo- S9± tatcm,homineenimexiif CBl tate nfibilnas. Ex hi, pate fuffi ! " ecefl; - quam ArifloteJe* fac, Xifio eT^* ni,ffi ««. «.» '«^moftra tl on,busioc;mt b e ?T r 'W/^- tna cmm caufar um S£nefa dic J ^gJ^^S ftrationum medi.UiRcelTit-r^^ dtm °o-^» - Au: d ' „.„ffi»t- materi». Au:rro * s & PT*»" £ *Sc_ltatem vitarent, dixerunt Ar.ftote. bic dmieuitatci», "-"^jg^ non imMeria ;„ ipfa remicitcul. penpheria fie in eodcm krn inteiliuere nac nt ceiiua c fi C _„gcoti_--i ille emm angulustn eo -did, cu,u 5 Lcarum co-cmft faau S ,d,m»ran S ulusm remicirculo: hunc probat Euchdes rectum femper eiTc nam protrafta extra ^eriphe- ,_itis eft matena.ad matenaipfamjlapidl ftS po-t» n- neceffario domu.pon.- Lr ftd poficadomo ponfitnr ex neceflmte pofi t» ftatua p onitn r cx necefllta- B£fc_.-__- hanc plunmiftcut, funt, «, ft^me-tfl, _ctep_gnatverbii,ac renteiitiar SnfhKl: s eo io loco,qu. -ccarare coftituir, JSoniodo omma cauiarum gcnera poofli, q .^moiftranonem ingtediaatur tan- P *™ Sm medij, h_ca_tem I caulaad C mcem _,□__. effecer, \" - n d aKreditu non ab efi.au ad can- qualium ang_.onii_.-li . ^Cpl , demolrrationis Fa&e i caufa n, in quam cadit , perp. S2__Hqri- ibi vnrur Arift.eft demonftra- Si non ab effe-ta, vt mox decU.abu Ssioeccffevft igitur.G ex caofii matem!, St Bori_-i»v--»° iftraoo, vtadSc ncc«ftit_si kiateriaad id, cuius eftmatena, quandoqui- Jemconuerfanecelfitas ad propofitum mi- Mniiptron.r, ipfaaotem Ariftotells verbl hoc ape:re Jeclarant: nam in calceillius^S. i- conteK. incipies ia fingulo gencrecauri:, id, nuod di_erar,confi(Jer_e, & prLmum in c*u- lamateriaii.haiccaufamin medio termmo coilocat,non in maiore extremo, & ptimolo camateriam valde improprie fumic, quatin demonftrationelocii habecnd quatenuseft derncnftratio, fed quatenus eR ryllosifmus: dicitemm niediu.exquo d__ propolicion.es fiunt, maceriam Cvllosifmi -tie, qua pofita neceire ert conduiiontm fcqu!:accipitlgir.ur aecHlitarem, qujeefta materiaad id.cuius tit natena, non econuerfo; ibiq; infpicete poflumu5, Ariftoteiem non rumete mate- riamproprie, fed quemadmudum dixtmus, veilt declarare, in quonamfenfu verumfit demonftrationem fieriexcaufa materiah fi- u:propnc, fiueimproprie fumpta, etenitn icnpropnus q::im masime is modus eft, a quoibi ex rditur, quod enim mediii fit ma. teriifyllc-jifinjjckeo pofiio roclufioex ne- celTitate ponatur,eanonfolius demonilra- tfoni!,ftd cuiufqae bene formati ryl!o;ifmi condstso eft\ & eft caufa matetialis non .ei, fed potius feeundx norionis,5citlittonis,e i-srjueconfideratio ad priotes potius Ana- lyticos,quimadpofteriores pertinere vide- — --,,.,,,1 i ,iji|i,u t : .k. luwt* - 't- 11 '" lextu ftcjuente 40, aketummo.UBi attulit 1 w 1  _ _•__■ «» -  * . nam altera duatum linearum, probatalte. ramefl"e_lli perpendicularem: qmaduosv-- ttinq; atigiilosinuicem jequales erhcit, proin dercft is, vtpatetexdefinitione angul.re- fli,qu_eft qu_ndoreaalineain alteram re- fiam hncam cadens duos vtrinq 5 angulos in- -rit, reauseft vterqj-- ^&lmeaillacadensalt-- n, inquam cadit, perpendiculans vocatur: hxc definitio inea demonftrauone eft me- dius termin uf ,minui cxtremu eft an gulus m femicirculo.matus aute extremo rcftus.qua- re medium eft definitio maioris extremi: Atl ftoteles aute eo in loco videtur ad eius theo- rematis demoftrationem aliud medium fu_ mere : dicit enim oftendi angulum m femi- circulo reftum eiTe propterea quod eft diroi- dium duorum reaorum : idern tamenme- diumeft.c.idemfenrus petalia vttbaligni- ficatus,angulum enim illum cfl- alteri aneu- lo _quatem,quii ambo irmui fumpti duobui rcaisiquales lint, eft effe dimidmm duoru reaorum.quodipfemetAriftot.ibidemFatc- tur dieens medium illud efleidem, quod dc- finitio anguh reaitquia idem fignificat, acil. la dehnitio, quo fi t vt caufailla media fit etia E quodquid eft,acdefinitio maioru extreml. Manifeftumigitureft,Arift.ib!loqui de de- monftratione propter quid , qui ex cauia demonftrat effeaum: idenim 111 principio quoq-,illiui cuntextus apeni prottilus erat dicens □_**»_** 'fl *** m f e* (ub.ea* mareti^ necefTuaSa " r '; d fedetiamintnathemat.cs locum h"h t t** nanique etfi matcriam proprieiun,^; 1, h * confider.nt, habent t a P 0 ,/ n a&tT matenam per fim.Iitudmem, quemad» ° dum enim tgnis fbbieau, dicLr £££ /iirnmicaioris, itaetiam an E u! Ui : . tl * ubieaus poteft e,us ac.dcfis malerl RSj n. Pflflnmus autem m eo ^emp^n,*^ Anftoiehs artthcum an (mi ducr,c7 no ab eff._.uad cau- ■ j — 1 £»ni,vt Grici,& Auerroes exiftimaiunt in de- - L „,._.at proprei quid per luccrnam ^-1^ P 5«ftVo--.en «£ «_h- potefteriam rcfpondertcau.afi- W at * ,-|j s quidem , fidKimus vitrum pod.mus eandefcn M h_ & ^ n fto(,les poros, partes au- bare, inquit ibi Anf h * b f e i,n, s renuimmaieffe,Siilllsporismi- effe propterhnem, te '" opterea e* neeefr.cate ,d quod fub- ,' t {trar.ffionisluminispctvittum lu- J^.rumTglturcftfuUeaUh^ustiaf- 2a'nis,Gqu.^m in eo fic tranfmiffio. cjua- «vitrun» cit.piius roatena. «tame m eade- nmivliratione me-i-i terminu* no cft iplum ^um, b« tmeft potmsmmw cxtremum, f.imedi-meftacc.dens quoddam vim na- Mlr _m confeques fcilicet porofii_s,porofita- aui ex neceffitateconrequlturtranfitus C tamen noii eftmaterii neceiTitai.fed impo ""um U f u btiliorum,ac tenuiorumihxc autem lapidis declatat, dicens I;ipi Jem cx necc (fita- tetum furfum,tum deorI_iti.erri,nontam- fecunduni eadcm necefli:atcm, deorfum em fertur naturali neceffkate, qu_ceftmateti_: iieceffitas:nati.ralis entm conditio lapidiscft grauita* a qua drorfum fcrtur tx neceffitate, quam vocat Arilt.matcri^ neceflicitero;idem lapisproiec-usafcenditcx neceflitite.quum rcfft.erenequeatvioftn.i_: proiicicntis,h_ec fita eft amotorc excemo contra ilhus mite- riae naturam ;fumptaigiturneceflltatenatti- ra.li li demoniireraus cut lapis deorfum fera- tur,eticlapis minus extrcmum.deorfumfer- ri erit maius extremu.Sc grauitas medius ter- minus; quam demoiiftratione dicit Arift.efie ex caufa materiali , (eu ex matenae neceflita- ie,nectim_lapid_ftatuert poiTumus mediu terminum, fedgrauitat.:,qu_cvet formilipi- r^_mq'_*ftimq 5 illius tranfitus caufa af D dis eft,vel icridens afotmifiuens, &eft illius motus caufa tffediix. pereminationem.non ciufa materialis proprie difti; fed ea deuno- ftmio eatenus dicitnr facia per ciufam ma- tciialem , qnatenus medium eftcaufainttr- na.&illif-biefto in!iia,q _um fubiec-um ma- ttria iccidentis effe dicatur : effe&usveto ab externo ageftte produ&i.poffunt qni J cm dici cx nccdliclte produ-li , nontamenex necelfftate lubiect* materij-, fed potiuiC» ageniii externi neceffiiate. In hocquoq; ex- cn.plo animad'iertere poffumus Anflotelem tribuere nectlTitate cft"-C-Ui proplci caufim materialem.hoc eft propter conditionem e« intjmis fjbie£ii dedti ftim , fed non matenae piiprer cffc. _tuin:Jlcit enim deftenfum lapi- discffe nectffarium propter lapidis natuiam. non ciicit nectffanam .idtotflc ilfam natu- ram quia lapis defcendat : de eanamque de- monrtratiuneloquitur, quae eft a priori ,noil mgji Mincrua ib Anftot.pro {(rturjuit-mmquo.u^mantiqiiorumfen- n/qB.d Vitrum fit perforatii, qulrn Ari- ftot non probauittfedvoluit rationem tranf- mnlonis lumi ni* effe ipfam trafpiretiam vi- tn, non _ orofitatetmca em eft diaphani cor- ooiis natura.vt lume in fe recipiat,atq; tranf- __n__Kied eo in loco _e hac redifputare non vult . nain quicumq; illius tranfitus caufa af feratur,ea no eft mfi inaterialis.eft emm con ditio aliquanaturam vitri confeques,qua:fa- citvt cxnec.ffitatelumen pervttrum trai. at: idto ttepli gratia accepit rtntetiani illorutn, qui puta.it vitrum,& omne coi pus diapha num ell> perfoiatum, idcoq; lun.e tranlinit- ttre.ln eai.iturdcmonftranonefubif Ctu eft vitium , feuquxciimo; alia fit matena tr.nf- pares.exquaconftet lucerna.uiaius extren.u efi trar.f nilfio lumiuis  medium po-ofi;u il- lius mareiix:& calem df nionfhationcm vult Anft (1. percaufam materiale.tamen poro- ficasnonrftmateriarcf|)t_tu tnaioris txt e- m: tranfmifioms luintnis, neq;refpeflu vi- tri.quum ponus (it jccldcns 1;' fius.eigo dicc rc cogimut , eam idto dici per raufam mate- ri.lem , quoniam accidens illud quod dc- monffratur, producitur ex ncceffitate a pro- priis illius T.atciie conditionibus per fimpli ccmemanationc,quareC3ura tnrifmiflionis F deea.quaeapofterioii, Quatigiturfitapud fiuefitpprofitasjfiue tranfpa!ett_,efl effe-trix Anftoielem eo in loco demonft^atioacau- pertmir.inonem,ea'iique Ariftoteles vocat ft matenali,& quamateriat neceflitas, rnant. mateni necelTitatem .quia ex il!iu> fubtec._: feflumeft ■iiceuim facile intelligimui , quo- materta? natura dcfum nui : & ipfi iiifitaatqud^modo _ materia ad id cuius efl materia , ire- iSilm 1 .f* Ctf intema tft , ipfa tsmen caufa fecunfti accidens eft non mateiia , que naadmodum dixirous.illud quoq.in co rxemplo animad- uenerc debemus Aiift"ttltm non ipfi ma. teriimccifliratem tiibuerc tx tpfiuscfteflus pofttionc.fed ren.-_ ipfitfft ctul ex pofitio. ue iuatenc , quiie ntccffitatem fignifica- t ffarius progreflVis , & neceffaria illatio fiat, quandoquidrm no iftproprit diQamatena, Jed caufa effecirix pernccefl_riam cmanano- nem : qtiod quidtmdc matei ia p:oprie ac- ccpta oftenderenon poffemus,e3 cmm p - fita non ex nectflitats ponitur idjcuius eff tnatetia. TacobiZabarell^Fatauim Caput IIX. folutio dttbitationii , quz ex A fe.ki abfquedubioamibueB,? proxime dtctii exorltur. eeffi.ati mm. )z tanqiiam c ° u m ef! ^ft« e cu poffe eundem efta un "efle prop " fi-" fe S ^' ^ ^'^«S* a«n & « ncceffitate marni* Jj^ »'»»«.1.»; deaJra caufa loquitur , quam de illa , u E fiu aJitJ™ fine^ & nn 'ffi C ^ meBt « ptop^ Ttmotionbus caulii, qurnon dedarant nifi B taii.quatn vti ind «n.r T 1 mL «rtiodeft, non opusem Ariftoteli id anno- vr U ^%uua lp ^ a 1 tffe S remhaberepoiTenonmododiio, ftdetiam fit propiTreeftumfinVm ° mn ' noi V,mb Ariftotel. C bus in fl ume , t J Du s V Wd » «8 yfe hocdocetlongofetmoneincalcerecun- infpicere ooff mvm d.Iibr.Poftcr.&.lfudidemfisn.ficauiietiaa» na.ur dan2 amm' ?i .""''^P^ in memorato capite de caufis in eodem li- fionem ™ Aim r propter ^fcfe b'o:i„illon amqB ecom e ,t.„.no n f U biun, 3LT C °^*-S x.ff« contingerepoffev-t eadem res i duabus ea inftrum/. a&S ^ n ™? part,t "» fin.nl cauffipe B d«r,nifipriikiin .raaationc necondirionUuVoofi^ij^ exneceffitatemateria:,&alium promercau. n map,r,,m T T P - ,ta,crn ^eilfam *" «fficjentnm. Ad hoc CS I cfcp™£ "mSri. « T ' '^™ ,U £ ftim manere dogma iIW A. iflbt.quAd * .1 is ibi S : r ^ raa St eaufaransfaciel qac- mate rfftS^ ftion, propterqujdiquia fi cffent plures, Ll bulatro aotem ™ neceffi «' «t.tjflct : am . la effetcaula, vtantea dieebamut ■ ouod jut* tVn^r' P c ptCt Vlt * conr *f»arior em Arift.d f x It de qU ,bufd im cSnslq^S ^3,?,^ «»™ e »" ««««ffitatemateriat.apropierlliquem dV tu VSuVnonde^ finem.id m rebus naturalibut eucnit & plura lam o,«m m j" d c°emus refpondereil. eiuJTnod, cxempfac libris Arift.de parribini ceffi.a^ ^fed n °on t r nl0raUlmUi ' mit " ie « ^i™derumerepoffumu«.i B a^ namquemuJ.a fiunt « niateri» neceffitate, data eft ambu at i .f ° Pt(f ^ 10 "'"'^^ q^P-ftcaadaliquemfinem.&rnimptouL nem "«"S?"' 0 "^ ria natura connerm , vt m fcpia emifflo atra. neceffaiia nfi f,,°iT°r P -T ^«^"latio H 1 e f ,htexnccc(I, t atemateri P : ,]linan 1 q;ne. "S^nlA eeflarmm eft tale excrementum eenetare , & f U ,ff ™S 1 ^motaambulationtr.6 gemtumemittere^uodffmihrfnonedeo ^SSSr*"^ 1 mmbus ammantium «crementis d.cendum contrar um euem, «™"*~"« tft;eorum tamen plurima ad aUqnem vftim a lavt.iitatc * 3' , c " lim ™»« »bfn-,iL Uamta mtuntor, ne proifu. inn^liaffnt, e°. per ft "eceffa^fc rHOt flt emmrep,» atramentura.vtfeabftondat, r En nou ft„„ r oB^ *tue a t L rlpif«i„ imi co P erftqoen t e:bou« ra ad aliooem XmS"™' ' "'"'"f " ,,u - quoq ; ,&al,aei U fmo« ( ,animal, J babent C or- ur tj, c^tT^ ^T^ n U aex neccffitatc materie^quia corum rem o,,ia rVdi „;n, materia- neceiljtas: P cra. UI a eft V al de terreftr.lquare ^nmum %T mea 2 S„ tSeS' T ^ ^ * ineis^iamturevcrenieiitirerrei nfir.^ » um non g enfrlr,:lt) co videmus,COr- deMedioDemonftrat, Lib. II 604 . iororticrt.nctr.pe ma^nam A animali tal. eonftituto , proinde conftit.it* tl^^^^^^Il^Sdem neceffitatemateri^cftneceffariaillaem.ffic. etiam propter finem: quiaaliud dcftntiontt genus animali'lud non habct: eft igitur P'°- pter fine,dum neceffitatis matcria: cofidera- tio adhibetur, fed exneccffuate rMteiiaset- iam nullaadbib.ta confiderauone finis. Caputl X. tn qao var'ta,& fugnantiaAHcr roiidtcix cenciltantur , & advtrum fenfum trahuntur. S» *t«fl , ;f p" u „ au .« vn„ac eidem W i m deo co'..Da ccruts ad pugnam, ac «- P 1 !- 'irn idoneanondedit, proinde ynai- '  ea,quamuis pugna- Vt** reinterfevideantur^conc.hare: quod enim "» in commenrarns ?4 . JJ. 6c 6S. primi hbrldi- ^Tt«i Z necffli aiem.riguam vtrb,\tl qua- in commenrarus ?4 - JJ. « oo- P rl,lu ''r'lls «*■ P 1 "' * , ( ' j a j U d #irlens,vel rnodii cat folas caufis internas matetrarn, & forma kb ^ SS^X™ ckSter«iii»t«B,«cD efTe medmm demonftrat.on.s, id p«ui «o. ioTcTfinern : proindc duas quidemcfle — '» o„»n,«»«,™loc« Auerroes A- ciul^~,caufacur per Incer- r.jm c -fcfeiifit/ne poterat exitgitsre^eoautc^a mrntieft, quomam in iislocis Aueiroes A ri3oteleminterprctatur,qui intota tlllpar- te loqurtut de demonftrattone ftfta per cau- fam internaro,cuiusfrtquentiflirnus eft vftisi vt nos eadepixcepta et.a demonftrationi fa- Cix per externam caufam, qujstarior eft, ac- commodemus quatitum accommodatt pot funt, quodanobisabundealias dcciaratuni Ub..'t-i* fu.tinlibioncftro de piopofitionib.necef- & *l>v • /f- fariit:Ai.erroesieituribiptooccafioneopti4.^»"»'»«" melt qoitur, prifeitim quum in eifdelo-cw non orr.nirocxiernascaufascxcludatjfeda- peni dicat ea.« quoq; in demonfttatione po- itffima Iocum habete, rarim tamen,nempe tonrlo!um,qusndo cnmtffrftu reciprccan- rui Sc in t ins definitione fumfiturred huiul- re rei diflmait it deelantioncad fccundu jv bium tanqua ad ptoprium locum reraittit. Qt-bd autedicitAoerr.in tomenraritsfexto, «t 4 J.lib.i. med:um fempertiTc cauftm F 39 t.-tttrnam^fft ftricemjVtlfiiiJlem.nunqujm f +j internam, fcilicet formam, vcl matenam, id nriii fjcile fcfTtmus intt.pietatismatei.aenim, P( jj, p> &foimam p:optiv..„ , „ t ucuctj rcipeau afte renam acc,den W . vel eius formam vnouarn in demonftratione medium c_epoffe reJm- WrWw»edin» Gt fempe. caufa c_- terna aut ofcanw « finalis.vt a>t A uerr qul c_ea r ,cera externara, q..*prJprieeffearE drau» efteanit percmanarioncm, qu.m a! nocme"":r; n » tri * "« cfll «- ulicc.Tn B S?-^* ° r5Uer,t A uei rtJCs: fed Co,Ap_.,S m eo ^ on !S° lntdl, g. 1 [ «™»^™ ciic at lemper «fle ca„[_i_ -s.einam. Ad -_.._..__. noe «Iponffo « iplT* Auerrois reibis defu- apptlUtidue m "u . caufa namq; interna vel externa duo _*_.._*. bus modisappelbLi poteft: aur.n. ha d.citur ftrationi, eaufam cffcttricere furr effefiri.t.qm, vhi res [Xt caS^ fioe caufafinal, fquod potSu\ CfTcc W produc_ntur,fed quandor,. et, ai l . at,0,, *«i ab efficiente «„ er „ 0 tunc L, ? " IU *t ^cauraipra.ftearrv/aflvbirLr^*^ eftec-rieetn.tun. finalea, cau&m j" tin » mitnr cauft fioalw, n , in cau( _ e a-"Jf dlu n> f« vt plnnmC cor.tingit vt era c ieri s D f r / X: 5 u,i ptum non fit ranfaVopri, rt "». red ampla.& rommu_, s ,& * " ™ * Qt "ta, «qn.de», aufert .fcaum."^»?" 1 n.t.etemm hunc eff.aum no „ ™^ Po aDronrin fir,. _, - " r0t,u c ..nifi gatur, * - _ - uuu p r0( coutrahatur _d hunc emhTn^ T° r ' * nim q__rat,curin forun, vidii _ifii S H" u »Hon,,oci,*f«b7e^^ fotrf 4 cddentU,eff en rao UI dem acc P , a U ntU ^itZl^l «**„_^S_- neceffario if Ja in 'forum P foS quoq, an,mam, ac pede* babebat. n^/T" inforum proficirccbatm- reft tin *j" caufaftlaeffear.x abhocp,o D o_r^ _ gltur defiderto videndi amk?m. «» fin, S fat, S faci t quffl.oni prop te Vo_V£ ,U i ' demonflrarin n ,r!f:_ a... J: u l^d.St eft fpeaado omne s di3_ caufe dicuntur «tc «: quia evtra ei cs elTennam funt, quod ib, " P cr ™ana_onem,talBenim caufa eft,q UI d e m .nterna mione loci,& fub ica.-quiam eodcm fubieclo eft. fed«tern_ rauone ^ririofi» eflfcau, : hoc i' modo medjum eft fetnper caufaeTtem . n '"" I "'" a "«. lc IV»"" propt erquid S._J m i,ri„ ^f- i""^ 1 Pofter.or.quia .nterna caufa re. »«-4«. !" pr ° «monftreior, vt antta disimus. C>- Auerro s intllo 4J . comment.fecundi hbrl iT™ S ancem ' r l d moranibus^uu lem vr , rT 'f habeatc_uf.ni fina. fZ' v ^ c,, P ff * mn_,&rififa,Iita*ho_iini 1 faJ. c ura finalw:pr« er ca SbHpfia__rrf«i »de! dem« _ rr °" 10 " s rtlbis > ^ uoniam in ^a demonftrat.anemediumvn. eaufaeft, non bn* medium eftcani. final, s ,,„ nullaerit cau loi tV , . r a d,fficul «te non modo nul- Juj fo, u r,rednefi,mmt- quidem labm ali qm^mngeteaufuaefl, eJoru» fer, /tiam f ^eat r f _; ) V_ anC ^ &q M - E »i u_t> #x tfficiente demtm /tratia conjhuatur. Pianemu.jbj namqueAnCoJ&eS ratquoroodoex caufa finali demonflratio »4™. fotmetur.fed ,ta breuiter, & obfeure,«ne W ocus ilJe ueque res ipfa a fa vlloh, S tcmporl bus intelJrgatur.Ariftot.igitur in eocontejct. n.prononHdedarandnn» quoraodo excau. lahnati demonftratio fi atj fed quia magnatn ammtatem, & mag num connrxum imerfe Habent caufa finaJis, & caufa effta rix, neque poteftex caufafinali demonflratioficri, ntfi etiamcaula eftedrixin eadem den,5ilrat,o- ne e_pr,_,atur : ideo prius forma, in eodem conrextu tiemonffrationcm tx caufa efliaf- te.vt poftca ex eifdem tcrmims faaam a cu- lahnai, demonftrationcm magis jittriliEa- rnus, & rerpeftum cfficicnns aJeffeaum-St f ftcftus ad finem dariuj mfpieiamui. . umil it_q> deMedioDemonftrat. Ub. H. eog 607 i,,mhalare Doftcee- A poftreinu.quia me.iium eft caufa efficicns. & ___..„« ter_mnos,ueambulare pottC« a  eft fffVau( . prw mem & poftenai fieu fumit Anftnt.jiut tempo c,aut filtem nituuific enim etia in demo iftntio- ne per ciufs « finale fato.dirit minus txtre- mum eiregcneritionep.imui mcJlum vero, ideftcaufim finalem, elfe gtrnerarir>ne Ho- mum.ideo icmanet .tmaiui extrcniu fitge- neratione mejium, quod nobt_ n linquir A- fi^^^faTJtW- dcambuUtionein rift.coll.gendum.Hocindemonft.itione fa- »&endete. amk • em e)£ „ emitlt( . m . B fla per caafam tSe&nctm quomodo Tch- C tacitqjc ' „ b facileeftconfiderare: nam eenerat P» h °r. » ad os vent.cul. non afcendcre &, f *?' ta n ff S fir caufa effcatix fecundi, ?* eaufi effcAtixtetti, , &tert]us * re C £ ! f " n dunam dcambulatto a cce- (iu f_ MaM» d ventr ict_li non afcendar, *** Im effieit fan.tate.n, fedfamtas eft hoC /c ^crdcambulansvdit cibo. nor, Bfafinalwcurac H,. m b u I«ionein i' -   >,.P I  - "  1 beat, facileeftconfiderare: nam gentratio ciuii etncientis eft fecundum naturam prior generatiorte efted us,farpe vero etiam ten.po re prior.idco reftc dieit r\tiftottles,mediucB ficriprtusquam maius extremumjcummi- nore autem exttemo conjpaiationem no» facitiquia deillocertam regnlam afferrenon potuit, fi namque illud cxe mplum , quo ibt viitur,fpeftcmut,niinus extremum cff genc- C ticiiq'.c rniuui"" . ? C u . ribos non afcendere vocat B. me dcin« «_ "«tur. .tf ump{ . 0 c;bj a Poj c_ Um finBprmnHu,, eft_.ruenr.cu t .dT ^ 0 ' 8 * tur »anus, dei„L fu^/tu^K,. ^ m °*_ primarmn, .«£ "^'«..«fiSi . 2» u "«n3 ,d, quod. /liiftot, di3tittumVn""i' u _? m vcro a,ter efFeftus „ 0 fi, £ " Sp,t ° T > ter- _ro l'_yfi«,, Bm , tnm in proSll ' '" eft C3u,a *&&"*»ho™ n Ut . 1 P ' lrri ^ co fccun di - oftetiorumKm * " #'? '°" C * P™*- «« . ve,_ ™ 9 7 ft* ent.s vel r-,1 1 tI,Cntum »gen_ereB_tu v/fl f Cm n ' ,,a P"_iario rc n, a n u X m ni " mUS * nim; " M moue ' efficien. Drimari,.,,. C ' a ? lderr, iani mae ft Pnmar,u, > a c rccundar,U5 Jici potefi r.,1 dme eenei-m.,.,;, . . r utt " Cum or. ordineloquirar.in terc_ ,rf_ i'_-? ._ Mm " m effea«.xpri_iar«, fed fecundaria ^ menral,.: ^,. . primo l30 J '"_ra. efficente pendet, & re.irn. ? pnrnarl « ^P"o .„,m cibi non.S" :^^. «uendum cft, nep' „? m ^ ^P^^' "^^umilludAi/ftotfit^rS 3Ca Pi n -^L r> _b„n UjceiIlfaur . „ " . mn «-fn«-_jL ' enim fi r „ s dicitur «uft /ffiri^ ablmuf:n o« cficftu., qui ab 3 cffic,Tn'te pr C 0 d, f,UU ' IJr «'' pter,Ilum S fi„cm , qui S ^TS[ erHaens ftcundaria A.,,„«\ eflcauf * »____. LS-rl ■':k_?;^ _3__^*4Sff?*= «ntriculi. & hxc eft caufa _ S?- ' r b ' - ad 01 P-r_^;:-s_s_?F iatroni. effc caufafinal h uTa « cauia etfe-tt.x Dnmjri. __k„ s~«a_ »^?«___o^_^t^ W a,iu,Ji vc,ut « ""c " m elt > cfficiens P rimar, U TT -ffideS f e 5" m rCi > Cftu ,,llUS fil »U_ a- ™rSffi- ,B, 5'  uoaab co Snc n ™ «u Sfi i e * fit, . en & « rum eft » nem i " r f V " de ,P» tct d.fferentii A»jBm_. fucftf/o ^ G " a,crn ' fir,i « cn.m^iciturre- cxpc- deMedioDemonftrat. Lib. II. ^ ■ :i; s . it non eft eius caufafiiiahs ; a- A ^■ :t J, autera fccundaro' um noa eft tims, t%^Z Zovct ilb ■ f«i c« fi«a>" «? 1US *5rj non mouet „ r atia ficUve! motafuntabagcntepil 5 iJed re (peau horum eft fimulcaufa, vera prapterfinera; i» u rimfiiial£ f-tus f« d non ert ""^' Ex h ' 5 coIll § ,inu5 ' Tnnul ellc hzc Juo , omnc efficiens agit n ; & , non omnis effedu:, habet nimam omnc cflicietis aiiquid -> |t nropterfioem : velemm Enjs efltlle- ' tfeffeaus, fi propteifeipfuin pioducatur, ^Ijiiudal:quidj fi efficjatur propteraliud; j rede Jicit Auerr, omne efficiem habe- J,finem,&omnen. hnem habete efficies;fed nut nuis omne efficiens lubeat finem, «6 ta- ? eri oninis effedus habct caufim finikm;il- i"enim qui alrcrius gratia elfkitur, cauiam finafcm habec,fed non ille , qui propicr fc.vt je conternplitione diximus;caufini cnmi ef f c diiceml>jbc-eanima, caufi.n finalem nul. J'aiT! ,fi ipf" 3 P tr ^ expetitur,vi pofiimus;ni(i jjjtmus ipfirvi fijiciufiir) fi;ia!cui tlfe,quia »d fui effcdionem animim mouet: fcd hace i cd ratis proprii locutio; hoc autcm in o- mnibjs tffcinb. locum h;bet,qui per lc bo- nr, &petfecjcpetibiles lunt.ruiuimodi vidc- tur elfe fanius ; hi cuim quatenus tales funt, habent qjiJem caufam >bulans i coena fjtit Cibos non aTctrnJere, R ciufam tffed;icem fpcuemt», ea piopufitio immediata, & im.icuionfl:abi- lis eft; feJ b^itafioalu caufx ritione tftnie- diata, quja caufa hxc tiun efl mcdia oriii- ne gCiieiationis intei efriciens , & cffecium, fcd vtrifque pofterioi ; pnor tamcn efflcJu naturalitar quarenuseft eius caufa finaiis: proinde j p loii ea Jcmonftratio eft, nona pofteuorij iJeo clara eft tatio, cuifinisvo KtitsiKt fi- ca:i (blcat caula ta jlaium , ouindn enim co ttiiasur gnoliriturproitiniacaufacBcatix ahcuiuscf c *"/ i " ft-ctus , no,: mane: Jia cat:f. qux^eda, quim"""* h i' . (i '; .c rat.onem teddit,curllja caula iL lu.u i»: .tut:- trr:c.-.ti rrcic igitur dtxil Ari- ftotcl >n UcmnnftrationL' s caufa finali mtnus extremum clT.- ^eneratioric ptiinum , tale namque tft ipfuni cfticiri:sprimanum , nie- dium veio eiie gcneratione vlrimum jtalis e- mm eft ipfj caufa finalis-, quo :u vt maius t x- tremum Gtgeneratione mediutn;caufa enim qujt iitur,ci:; hoc efiicies hunc tffeftum pro- ducat ; caufa autem cft.quia a tali linc moue- tur. Colligere exdiciispolTumuj rationemiV''». «» iidi e i] c pottft, demonifi3tioiiem a caufa finali \) eius, quod qua:rebatur,cur multacaufamef :■"** h*bt» non hibcre lucum vbi cifcciusnon propter ' ahud , ftd proprtr fc picducitur , cft cnim fi- mu! eff;nui,Jifiiiis,uuare cx alio finc demo- fttaii non poteft , vt fi conterrjplaiio propter fc erfict dicaturab animl,non potrftcx finali caula demonft.aii , quia alicuius finis gratia pofl St In lllisigitui tantummodo hiiiulmo- di demonftratio datur, quz altenus gratia £unt,uicimus autem[^nnt]ad fignificandum cauum finaiem non eorum eiTe,quz faciunt, (edeoru.n qua: tiunt, proinde eurum, qux cauQm cfl"eci:icera pnoremhabct,aquapro- pteralium fincmliunt. Propcerea Auerroes rcflc dicitm lllot i.comaientariotAriftot.ibi loqui de finibus fecundiriis, iis videiicer, qui ibeffictere pei ahum cficccum medium pru. ducuntur, p:oinde non piimum , fcd f cun- dum locum ordine generationis obnncnt a piimoefficieiite; pcrtaleru enim fijcmde- monftratur efft:C*tus ilie medius , & in illa de. mQnftraticne pnmutn efricii^ns fumitur vt minus cxtieinum;finis autcm,qui ceneratio- netertius eft, medtum tfltiemorTftrationis; tffectus dtmum.qui gene-atione cft rpedius, eft iu demoftrationt maius t xtrcmum.figni- ficatautcm Ariftotcl. ex caufi finali tuncde. monftrationem rieri quanoo qucftio pn.po- nitur cur tale cffiti^ns talcm tffictum pro. ducatjtdco pnmum tfficies tenet iocum fub- ,ieQi,&ad tilem qustftio.iem nulla caufa pre terfiuJem telpoadtri poteft: liam depto- fiftncem habentii ex ea demonftran neque-'" »/ ant ; ratioenimcft, quoniaruvelcauracrlc ,a'" m "'* Atix amplior eft efiedu, vel fi amphornonjjj"^'^ fit, qu*ftio tamen talis proponiiur , ve caufan,.^ effcarix tanquam notafumatur,&fubieauni, quzftionis ftatuitur , quo fit vt cffcdrix ciu- fa tefponderi non pofttt , fed omnes intelli- gant caufje tantiim finahs cam quarftionem effcj non onmia igttur habentia cattfam cffe- £ dricem cx ea demanftrari poffunt. At quiru doid , euius caufa quxrttur, caufam finalem habet,ad quxftionem propterquid cft, om_ nino caufam finalem rerpondere opcntet: ideo Aucrr. dixitin ommbus habetibus cau- faiTi finalem hanc t{I'e debere dcmonft atto- ms medium . Idcirco veiiftimum cft illud A- riftotel. dogma , vnius r*i vnam elTe caufam; quauis cnim res v na plures caulas habeat, ta- nien vna t ft, qux fatisiacere poflit quxti:oni F propter quid: quia dum quzrendi mo Juni confi Jciamus , vna quxflio vnam caufam re Fne ympit fpicit,non plutes : ideo fi aha altqua caufi af tii*n feratur.illi quarftioni non faiisfit, quod io i pfo Ariftot. exemplo oftende^ep^Jftumus■ ) llJT' m cxpor uimuSr de caufic fe» P artc «ntprsdita , vt 0fu | ! V e"! mn« dobitarionef, etiVm ou* 7* fi ""««'-cn et,am aofameff^ i a '" P *crdemttra«aik, n . *V ,,cfuo ' 4ta «.»»»*eit „,,-„, inomenti "r £2" ncgotto di»*;^'o™m Iern,fiq n ,dem pro veriratc, & P ro ftu. ^o^rumvtiiitatelibentcr laborauimti5. I A C O B tNome compiuto: Giacomo Zabarella. Zabarella. Keywords: metodo compositivo, metodo resolutivo, ordine compositivo, ordine resolutivo, logica ed estetica, Baumgarten, il liceo, il lizio. Refs.: Luigi Speranza, Notes on I Tatti’s edition of Zabarella, “On methods,” -- H. P. Grice, “Zabarella,” Speranza, “Grice and Zabarella.” “Grice e Zabarella: la risoluzione buletica,” Villa Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Zaccaro: la ragione conversazionale (Roma). Filosofo italiano. Abstract. H. P. Grice: “I like him!” – Keywords: H P. Grice. INTRODUZIONE ALLO STUDIO DELLA LINGUA LATINA OSSIA SAGGIO DI UNA GRAMMATICA LATINA RAGIONATA cioè 1.° Lessigrafia il." Etimologia lil." Sintassi Regolare e Figurata. CON UN? APPENDICE INTORNO 4° TRASLATI PARTE L*® VOL. 1.° per opera DI ZACCARO NAPOLI DALLA TIPOGRAFIA DE’ GEMELLI Vico lungo Montecalvario num. 7. tie = A ti pen ufo $ ‘ ’ te 4,60” . * ’ 1 A + *— PREFAZIONE A° PREGETTORI Eccovi, o Precettori.la Lessigrafia latina. Dessa corrisponde. al. trattato, che i gram- matici addimandavano declinazione de' no- mi ed aggiuntivi e coriugazione de' verbi: Non vi rechi:noia:la novità .del titolo, che non è nuovo omai nelle senole, e poi corri- sponde più esattamente al metodo, che si: deve seguire in:questo studio :,.cioè ‘di /eg-- gere e scrivere di:scrivere e conferire a memoria le parole di una lingua, che un: metodo ben ordinato vuol affidare: alla -me-. moria pria che alla intelligenza: In quanto al: contenuto di questo trattato sotto il rispetto delle novità'di forma sopra materia tanto antica conviene che io accen- ni qualche cosa per. giustificare il divisa- mento di rifare un lavoro, di che abbonda- no le scuole, e per.dare ai precettori u qualche indirizzo a bene usarlo: Se la-Lessigrafia delle scuole fosse sce- rra di errori, sarebbe stato inutile produr- VI l si lin ne un’altrà, perocchè, questo studio versan- ‘dosi sul fatto di una lingua esistente, ogni Lessigrafia si potrebbe accomodare ad o- gni sistema filologico.-io dunque non seri- vo il presente volume eol fine di compiere un corso,copiando un trattato ben fatto,che le scuole si abbiano. Avrei potuto rimette- re i precettori a’ lavori altrui. La vera ra- gione,che m' indusse ‘a quest: altra. pesosa produzione,è l'imperfeziohedei trattati pre eedenti;da‘qualii giovanetti attiigonospro- positi amtoreveli,dove importa che.sì ieno nozioni fondamentali, pdr: quanto. è. possibi- le, ‘esatte e precise. ‘..- Pia a da . La ‘Lessizrafia delle.:scuole tra;le altre cosè iinsegnavai iche i nomi. latini: oltre..il genere maschile e fonundrile si avessero il genere nesird.; it dubbio, 'il conuine e \ ept- ceno::Ora il genere. è: asenso:loro il sesso, ossia quella. proprietà;iché: hanno alcune so-. stanze. animate‘ cude:alcuné sono maschi, altre femmitriè. .Il gemeré ddunque non può essere che staschi/e.e:feneminile, nè più, nè meno. I neutro, il:dubbio, il comune e l'e- pideno ‘sono assurdità ‘palpabili ; ritenute per tradizione volgard:a-strazio delle tehe- re intelligenze; che: debbono: ricondstere in grammatica: ciù ‘che ripugna di. essere in natura. ir intio ne i i WII A correggere questi spropobiti autorevo- li,perchè iprofessati da tanti -sevéli non ba- stava dimostrarne «l'insussistenza, senza spiegare colle vere nomenclature te idee contenute. sotto le anticlei! Ecco-uns' delle necessaria novità: nella presente: /Jessigra- fia. Ed ' a riuscirvi dovenimoi farci finì da principio a distinguere nella variazione dei nomi e degli'aggiuritivi le desinenze e/#mo- logiche e sintassiche.: Dalla quale disamina risulta.ad evidenza! 1° che i soli nomi pos: sono avere le-desinénzè:etimologiche'e sin- tassiche di. quantità, di qualità, idi sesso è di relazione: ‘2°-che gli aggiuntivi ‘hanno solo desinenze sintassiche: 5° che non ‘tutti i nomi hanno desinenze significative di ses- so, ma quei sdli., che.sighificano sostanze animate e che harino una duplice: desi nen- za orizontale corrispondente al duplice ses- so; sì che gli aggiuntivi. non sono, nè ma- schili,nè femminili; nè singolari nè plura- li ec. Da queste deduzioni: è chiaro che il trattato lessigrafico dovea subire novità so- stanziali per riuscire scevto di errori. È noi coniammo nuove nomenclature, distin- guendo le cinque forme di variazione dalle cinque caratteristiche, ossia. dalle cinque . vocali ordinate secondo l'ordine naturale delle vocali medesime. Al genere neuro VII i sostituimmo la desinenza simile. 1 gerere dubbio, il comune e l'epiceno si ‘riducono alle ragioni sintassiche sotto il rispetto del- le ‘concordanze. Das e TESRa Messo che gli aggiuntivi ;, come pure i pretomi, hanno solo desinenze sintassiche, la teoria della loro variazione riducesi a quella delle concordanze. Quindi in poche pagine racchiudemmo le regole dei generi el nomi, ‘che tanto imbarazzano i princi- pianti secondo il metodo delle scuole. La variazione de’ nomi, dei prenomi e degli aggiuntivi riesce razionale e compiuta , comprendendo in poche pagine quanto si truova diffuso e confuso nei tanti gramma- ticali volumi. Ciò che importa notare nel nostro tratta- to è la differenza che noi ponemmo tra’ no- mi e le parole derivate e composte in for- ma di nomi, come pure tra gli aggiuntivi e le parole derivate e composte .in forma di aggiuntivi, le quali vanno confuse nel- Lessigrafia delle scuole con tanto strazio della logica e della buona ragione; 000 — Nel Nuovo Corso di Letteratura Elemen- tare e nella Nuova Grammatica ragionata per la lingua italiana ho provato e stabilito che la classificazione delle parole deve di- scendere dalla natura delle idee.di cui esse I *- d e P_&amp; Spalle MH - &lt;&lt; pù &gt; «=&gt; IO IO 21 AI. e alle — 1 di TT de Pol dl at TT 4 IK sono segni. Ora posto chel’aggiuntivo è se- gno di qualità e quantità, ogni altra parola, che non significa una di queste due eose, non è aggiuntivo, ancorchè sotto il rispetto della variazione ne abbia la forma. Una ta- le conseguenza è giusta e leggitima, ma non poteva essere veduta e ritrovata senza determinare le attinenze sintassiche ed eti- mologiche,come noi abbiamo fatto nelle due citate opere. La nostra teoria è generale, e sì estende alla variazione dei verbi, i quali perciò vanno riguardati sotto questa dupli- ce considerazione. Quello , che importava notare erano i verbi irregolari sotto il rap- porto della variazione. I grammatici creb- bero le difficoltà, multiplicando le regole, da cui non si trasse alcuna utilità. In quanto al metodo io non ho mancato di fare delle avvertenze dove cadono in ac- concio,per regolare la pratica dell'insegna- «mento. Ma tutte le regole pel precettore si riducono a quest'una, cioè di spogliarsi del- Te vecchie prevenzioni e di informarsi pie- namente de' principî razionali, che sosten- gono il presente trattato. Il precettore deve fr viva la parola morta del libro per ab- ‘breviare il cammino dell’insegnamento , e la parola è viva,quando esce dal labbro co- ‘me suggerita dal proprio convincimento , ‘perchè ‘allora soltanto ha forza di farsi ad- derit pu penetrare nella intelligenza di - quei che ascoltano. Il leggere senza inten- ere o. intendere a frazioni non producemai comprensione,, la quale ‘tante volte risulta — dall'intuito de' pensieri di un interotrattato. Quando i giovanetti non hanno indicata. la | Via da percorrere, procedono all'oscuro tra Îl'dubbio e l'incertezza, disimparando una ‘parte per impararne un' altra, perchè tra gli antecedenti e i conseguenti non vi, è | uesso per loro, nella supposizione -che, leg- gano e imparino a sorsi a sorsi quelle teo- Tie, che dovrebbero essere capite ad. una volta.Pertanto io raccomando.a'precettori, che-vogliono adottare questo metodo,a pre- pararvisi prima di cominciare, l’insegna-. mento, studiando tutte le ragioni del libro, e rendendo, loro proprie le teorie per sovve- nirea bisogni delle tenere intelligenze, dove ‘e come l'opportunità richiede meglio. Quel procedere alla cieca senza sapere. dove pa- rano Te ‘parole della pagina seguente, anno- Ja 1 precettori e.i discepoli. L'insegnamen- te è una direzione di cammino per una via tortuosa e difficile, la quale si suppone che sia stata percorsa palmo per.palmo da chi si fa ‘ad'insegnarla. Nella supposizione che sia‘ ancora ignota ‘al precettore nessuno si SF CN so 2° Le. MEO s4Ù &amp; 2, see sr fiderebbedi" fut, potendosi applicargli il” motto: Si coecus coecum ducit, ambo în fo- veam caduzz, Lia qual casa, se è indubitata. per l'insegnamento in generale , merita. di essere congidbrata specialmente rispetto. ad un likraiche.viene ad abbattere secolari: progindizi, pes costituirsi esso: splo ‘in fuo-. go de'tanti e.de'più antichi. ia questo vuol. si il&lt;proprie: convincimento: siti per don- fermare le puove dottrina, sia per. rispon- dere alle opposizioni,che vengono mosse im contrario, le-quali sogliono essere atri e ca- lanniose da, parte di coloro, ghep.inello stesso: pasesij;nelio: stesso luogsi;. inseggando, ven» ..goro a cofiffitto, per interessi personali; co- me:pargalesia di primeggiare; e di usanpa- . re«pihioni. Chi dupque vuole &amp;dottare, que. sto {ib ; vegga bene se gli convenga, affin- e doble ergognosamnio si tari, dopé” i ager giitalo il guanto-dellà disfida, Viyete felici, © | cede 2 ce 0° si | | ERRATA CORRIGE n ‘pra 12 verso 20 Cadaes Caedes n. 13 3» 25 questa quella »° 13 .» 50 in C, DL. in CL » 16 3» 9 Ladix Lodix »: - » 5 nomi or nomi in or » 19 3 griphe , grips &gt;. 19° D 26 bacchetta barchetta » (20. 3 2 quin quarta - 2.29. a 19 Pinus il pine Portus il porto 3 45. » 27040 .. 0-0 » 57 &gt;» 12 de felici da felici &gt;» 62 3» 4 Plorale . Plurale &gt; 6$- » 18 pronomi ° prenomi n 75 3» 7 cum-cas cam-ea » 77 03» 29 detteto decreto | 2 49 a» 14 femminili femminili gli ag- giuativi &gt;» 87 a 16 la rovere il rovere » 106 » 1 Quadro di Vaia. Quadro di VARO me ziono : De. i &gt; 140 3» 16, 17, 18 Di | noi | 10 ager pianto ) voi aver pianto { fu | eglino egli » 150 » 16 dAudieturus Auditurus » 169 &gt;» 9 Amat Amet » 185 piove e questi altri * » 18 piove ec. | TRATTATO COMPIUTO. DI LESSIGRAFIA LATINA î ì ” « “INTRODUZIONE &gt; AL TRATTATO DELLA VARIAZIONE O DELLE PAROLE VARIABILI. | Le Classi delle parole di ogni lingua , come vedre- mo in Etimologia, altre sono primarte 0 categoriche, altre secondarie o ipoteoriche. Alle prime si riducono 1.° i Nomi 2.° i Verbi 3.° gli Aggiuntivi 4.° i Verbali 5.° le Preposizioni. Alle seconde si riducono 1.° i Nomi personali pri- mitivi 2.° i Prenomi 3.° gli Avverbî 4.° le Congiun- zioni. Le parole delle Classi tanto primarie quanto secon- darie, altre sono variabili, altre invartabili. Le variabili sono 1.° i Nomi 2.° i Verbi 3.° gli Aggiuntivi 4.° i Verbali 5.° i Nomi personali prima- tivs 6.° i Prenomi. si aa 4 2 TRATTATO COMPIUTO Gli avverbi e le congiunzioni soltanto sono inva- riabili. Le prime si dicono variabili, perchè nell'uso della lingua non sì presentano sempre nella stessa forma, ma ora in una forma, ora in un’altra, e, mentre la forma è differente, la sostanza o il corpo della pa- rola è sempre lo stesso , appunto come gli stessi al- beri nelle diverse stagioni dell’ anno compajono di- versi per le foglie, per le frutta, pei rami ec. Que- sta proprietà delle parole variabili , detta variazione , si attua per le desinenze, o cadenze, o casi, pa- role, che hanno lo stesso valore in questo luogo , ossia per lettere o sillabe differenti, che si appongono alla fine delle parole variabili medesime, Quando una parola ha subito queste desinenze, essa è già variata , ma prima di subirle si può sopporre invariata, e in questa supposizione deve avere un no- me particolare, per lo quale sì possa distinguere di sè stessa, quando è variata. Questo nome è radice o ra- dicale, in quanto che è sempre la stessa per tutte le parole variate, appunto come la radice della pianta è ‘sempre la stessa rispetto alle foglie, a’ rami, alle frutta varianti. In generale la parte radicale di una parola variata è quel complesso di lettere ‘o di sillabe, che sì truova ripetuto in tutte ed ir ciascuna delle parole va- riate, che se ne formano. Sieno le seguenti parole; ‘Aqua, aquae, aquam, aquarum, aquas, aquis. Voi ‘subito vi accorgete che in esse vi è qualche cosa di “comune a tutte, e qualche cosa di proprio a ciascuna, ‘e per questa ragione sapete che le medesime paolo in sostanza ‘si riducono ad una, dalla quale non differi- scono che per le sole desinenze. Ora ciò, che è co- mune a tutte ed a ciascuna parola nel riportato esem- pio, è il complesso delle lettere aqu, a cui si appicca- Asa? di PL _ ds ill. dv. ‘2 Pl i al £7 7 he 6 KAT -e na &gt;. PI Pe (ss I ar n i LE IC dr di -} sr DI LESSIGRAFIA LATINA 3 no le desinenze a, ce, am, arum, ts, as: voi dun- que ferrete a radicale sn , ed a parole variate, lo siesso aqu accresciuto di queste ' desinenze ,. tante volte ripetuto con ciascuna desinenza. Allorchè dunque v'ìmbattete in una famiglia di pa- role variate, la prima cosa, che dovete fare, è di ve- dere quale sia la radice o la radicale di questa fami- glia. À rigore scientifico la radicale è quel complesso di lettere o di sillabe, che si truova in ciascuna parola variata, come abbiamo detto, ma la pratica delle scuole si è attenuta ad un modo di vedere alquanto diverso, come vedremo in appresso. - | | ni Se mi domandate ora : che cosa è la variazione ? îo vi rispondo è un appicco di tante desinenze, ossia di lettere o sillabe finali, ad una stessa parola, che ,ne è il nucleo o il tronco, sempre lo stesso in ciascuna parola variata, e perciò ripetuto. Questo variare per desinenze non sì è fatto senza una qualche ragione, e la principale tra tutte è do pia cioè 1.° per accrescere una parola radice o radi- cale di maggior significato 2.° per metterla in rela- zione con altre parole del discorso. Così dicendo agqu (mi si permetta questa supposizione), intenderò acqua semplicemente, ma, appiccandovi la desinenza « e di- cendo aqua, intenderò un’ acqua singolare, e capisco pure che aqua è primo termine di proposizione fini- ta. Le desinenze della variazione, quando accrescono il radicale di maggior significato, si dicono etimologi- che o significative: quando mettono semplicemente il radicale in relazione con altre parole del discorso, sì dicono sintassiche o indicative : quando nel medesimo tempo significano e indicano, si dicono ettmologiche e sintassiche simultaneamente. Nello studio della variazione delle parole di una &amp; TRATTATO COMPIUTO lirgua si deve sapere în quante maniere una parola si varii, o in altri termini quante diverse desinenze d’uso appicchi ad uno stesso tronco di parola. E la soluzione del proposto quesito sembra facile a primo aspetto, perchè tante sono le desinenze di ciascuna parola per numero, quante sonole lettere o le sillabe, appiccate in fine, differenti. Ma la pratica delle scuole non si è attenuta a questo principio scientifico rigo» rosamente , perchè , avendo una stessa desinenza. di- verso significato o diversa indicazione , si considerava ripetuta. Per esempio aquae avea valere di due signi- ficati 1.° di di acqua 2.° di ad acqua,e oltracciò avea virtù d’indicare un verbo variato alla terza desinenza indicativa della terza persona plurale, e si tradu- ceva acque. Invece di dire che la stessa parola a- quae sosteneva nell'uso della lingua tre uffici, le scuole ne fecero tre casio cadenzeo desinenze di Nomina- Bivo , di Genitivo , Dativo singolare e di Nominativo plurale. Onde avvenne che, mentre i casi erano ire per esempio in quanto alla forma delle parole, se ne fecero cinque o sei. Noi avremmo potuto correggere fin da principio questo errore fondamentale della va- riazione , ma, avuto riguardo allo stato attuale della filologia, abbiamo dovuto acconciarci alla consuetudine delle scuole. Ondechè la nostra numerazione delle de- sinenze è regolata dagli uffici diversi delle stesse de- sinenze, e non dalla reale differenza delle medesime. ]l presente trattato sarà diviso in sei Capi, corri- spondenti alle sei specie di parole variabili. Sr DI LESSIGRAFIA LATINA 5 CAPO L°° INTORNO ALLA VARIAZIONE DE’ NOMI LATINI IN GENERE. Se volete sapere la parte radicale de’ nomi Jatini, non avete a far altro che considerare tutta la fami- glia de’ medesimi già variati, e, spogliandoli delle de- sinenze, vi rimarrà un complesso di lettere o di sil- labe, le quali si ripetono con ciascuna voce variata. Dite che quel complesso ripetuto è ‘il radicale de’ no- mi. Così dovrebbe procedersi a rigore di scienza, ma fuso e la pratica delle scuole ha ritenuto per radi- cale de’ nomi iatini la prima voce variata de’ medesi- mi, che dissero Nominativo, onde dicevano, a modo di esempio, aquam viene da aqua, patribus viene da pater. oi, avvertito l'errore, seguiamo pure quest’'uso introdotto per rendere meno difficile Io studio della variazione , il quale deve parfire da precettori abituati a questo linguaggio, comunque erroneo.. | Le desinenze de’Nomi latini altre sono etimologiche, altre sono sintassiche: alcune etimologiche e sintassi- che in pari tempo, anzi, a rigore parlando, sono tutte etimologiche e sintassiche simultaneamente. Per le desinenze etimologiche i nomi latini racchiu- dono £.° il significato dell'unità o del numero , per cui si dicono singolari o plurali 2.° il significato di alcune relazioni 0 rapporti, che si dovrebbero espri- mere in italiano con le due preposizioni Di o: A, per cui si dicono relativi o rapportativi 3.° il significato di grande 0 piccolo, per cui si dicono accrescitivi 0 diminutivi 4.° il significato di bello o brutto, per cu? si dicono migliorativi o peggiorativi, 3.° in alcuni 6 TRATTATO COMPIUTO nomi il significato di maschio o femmina, per cui si dicono maschili o femminili. Le desinenze sintassiche servono a mettere i nomi in relazione con altre parole nel discorso. Le parole, con cui i nomi hanno relazione nel discorso, sono i Verbi e le Preposizioni. Quando la desinenza mette i nomi in relazione col verbo, si dice desinenza sintas- stca indicativa del primo termine di proposizione fini- ta 0 infinita. Quando la desinenza mette i nomi in rela- zione con qualche preposizione, si dice desinenza sin- tassica indicativa del secondo termine dî rapporto. Ora non tutti i nomi latini hanno tutte le desinen- ze etimologiche numerate quì sopra, perchè non tutti hanno i diminutivi e gli accrescitivi , i migliorativi e i peggiorativi, i maschili e i femminili. Ma tutti con- vengono in quanto che sono singolari o plurali: tutti sono rapportativi, ossia che hanno desinenze significa» tive di relazione o di rapporto delle preposizioni Di ed A: tutti hanno desinenze sintassiche indicative del primo termine di proposizioni finite e infinite , e dei secondi termini di rapporti. Noi dunque, riserbandoci di trattare in disparte di ciò che è proprio di alcuni nomi , quì possiamo esporre le desinenze , che sono comuni a tutt'i nomi latini. | Le desinenze etimologiche e sintassiche comuni a tutti nomi latini sono cinque nel singolare e cinque nel plurale, che noi chiamiamo 1.*, 2.%, 3.%, 4.° e 5.° desinenza, di cui ecco il rispettivo valore. 1.* Desinenza etimologica rispetto all’ unità nel sin- golare, al numero nel plurale, ma sintassie a, perchè in- dicativa del primo termine di proposizione finita , co- me aqua , che vale una acqua, ed aquae che vale più acque. | 2. Desinenza doppiamente etimologica , perchè si- DI LESSIGRATTA DATINA L) gnifeativa dell'unità o -del numero , e del rapporto esprimibile con la preposizione Di, come aquae che mile di acqua, ed aquarum che vale di più acque. 3.* Desinenza doppiamente etimologica, perchè si- gnificativa dell’ unità o del numero e del rapporto esprimibile con la preposizione A, come aquae che vale ad un’ acqua, e ‘aquis che vale a più acque. 4.° Desinenza etimologica, perchè significa unità o numero, ma triplicemente sintassica 1.° perchè può essere indicativa di primo termine di proposizione in- finita 2.° indicativa di secondo termine di 24 prepo- posizioni 3.° indicativa di obbjetto dopo verbo transi- tivo, come 4QU4M un’ acqua , 4QUAS più acque. Le preposizioni, che hanno per secondo termine un nome variato con la quarta desinenza, sono le se- guenti 1. Ada. 2. ante avanti 8. apud appresso o appo. 4. cis o citra di qua. d. contra contro. 6. estra fuori 7. infra sotto 8. inter e intra tra dentro 9. iurta allato di costa 10. erga verso 11. ob avanti, . 12. penes appresso in potere di 13. pone vicino ietro.14. per per.15 postdopo poscia. 16. praeter ol- tre, eccetto, fuorchè, salvo.17. prope vicino. 18. propter a cagione. 19. secus e secundum secondo. 20. trans di là. 21. ultra oltre. 22. versus e adversus verso, con- tro, dirimpetto. 23. usque in fino a. 24. circa circum intorno circa. 5.° Desinenza etimologica , perchè significativa del- l'unità e del numero, ma sintassica perchè indicat'- va del secondo termine di rapporto delle seguenti preposizioni. 1.° A, ab, abs da, e lontano, o fuori di. 2.° coram alla presenza. 3.° clam di nascosto. 4.° cum con. 5° di o intorno di. 6.° e o ex da o fuori di. 7.° in in. 8.° palam palesamente. 9.° prae avanti 8 : TRATTATO COMPIUTO di. 10,° Pro a favore, o in luogo di. 11.° Absque senza. 12.° Stne senza. -13.° Sub e subter sotto. 14.° Super e supra sopra. 15.° Tenus insino. Il no- me variato alla quarta desinenza, se non è primo ter- mine di proposizione infinita od obbjetto, dipenderà senza dubbio da una delle 24 preposizioni sopra no- tate. Il nome variato alla quinta desinenza dipende sem- pre da una delle 15 preposizioni, espressa o sottinte- sa, come vedremo in Etimologia ed in Sintassi. Quando diciamo prima, seconda ,"'terza , quarta e quinta desinenza , intendiamo sempre un definito e- quivalente alla definizione data sopra per ciascuna. Oltre le cinque desinenze i grammatici ne ricono- scevano un'altra , perchè ammettevano un altro caso, detto Vocativo. Ma, siccome questa desinènza è pro- pria di alcuni nomi di una sola forma di variazione, noi non ne teniamo conto nel quadro generale, ma lo noteremo, come una pIOpricla di alcuni nomi sol- - tanto. Ma quali sono Ie desinenze attuate dall'uso ne’no- mi della lingua latina ? Ad una tale quistione non possiamo rispondere senza distinguere le diverse Forme. di variazione, per - chè, quantunque cinque specie di desinenze abbiano tutti nomi latini variati, non tutti hanno le stesse desinenze , ma tante diverse , quante sono le forme di variazione. Ora queste forme sono cinque e si distinguono dalla caratteristica della variazione. Per caratteristica di variazione intendo la vocale, che domina nella variazione. E, siccome cinque sono le vocali, cinque forme di varinzione avevano i la- tinì , disposte con lo stessa ordine delle vocali. i DI LESSIGRAFIA LATINA 9 Diretno appartenere alla 1.* forma di variazione tet' i nomi, ne’ quali, variandosi, domina la «. Alla 2.° forma tutt i nomi, ne’ quali domina la e. Alla 3.* forma tutt'i nomi, ne’ quali domina la s. Alla 4. forma tutti nomi, ne’ quali domina la o. Alla 5.° forma tutt'i nomi, ne' quali domina la wu. Ciò posto ecco le desinenze per ciascuna forma di variazione , esposte in due:categorie del singolare o del plurale , perchè la desinenza etimologica signifi- eativa dell’ unità e del numero è fondamentale , in quanto che su di essa si appoggiano tutte -le altre de- sinenze, etimologiche e sintassiche. PRIMA FORMA DI VARIAZIONE 1. desinenza 4 (Mu {ae 2. desinenza ae (2) arum — “» Sing. ( 3. desinenza ae Plurale &lt; 18 0 abus (3) 4. desinenza am cc. (as si 5. desinenzaa —= = _—_ {so abus (1) Alcuni nomi di origine greca ‘nella prima desinenza fanno in 45, come Aeneas, Enea: altri ins come Anehi ses Anchise: altri in .£, come Penelope Penelope, Epito- me | epitome o il compendio. Questi nomi nel singolare si variano nel modo seguente. TS sE 1.9 I nomi in 48 hanno il così detto vocativo, di cui par- leremo appresso, in 4, come Enea o Enea. | ali 2.® I nomi in £s hanno pure il vocativo in Z, come 4 chises Anchise o-Anchise , ed oltre a questo la quarta de- sinenza in en, come Anchisen, e la quinta in e Anchise. I nomi in Z si variano nel seguente mado. i. desinenza © e Epitome 2. desinenza es Epitomes 3. desinenza e Epitome 4. desinenza en Epitomen 5. desinenza e Epitome. ) 10 TRATTATO COMPIUTO Esempi di nomi : Aqua l’acqua, Forma la forma, Anima l’anima, Musa la Musa, Mwa la Mula, Equa la cavalla ec. ec. sa o Esempi di parole derivate in forma di nomi. Poeta il toe , Nauta il pilota, Advena l’avventore ec. ‘ Ciò posto il precettore farà successivamente variare quanti nomi può produrre di questa prima forma sul quadro delle desinenze soprapposta , con le rispettive versioni italiane, affinchè i giovanetti sì adusino ad as- sociare il valore de' nomi latini variati al valore già noto della propria lingua. E ciò nel modo seguente. (2) Questa seconda desinenza sul tipo greco anticamente faceva in as, perchè in Enuio si truova Musas e Monetas invece di Musae e Monetae, di che fa pruova ancora fa- milias in paterfamilias il padre di famiglia. Sullo stesso tipo modificato dal dialetto eolico i latini anticamente di- cevano Musai, Terrai, Aulai, Geryonaîi, invece di Musae, Terrae, Aulae, Geryonae. (3) Questa duplice desinenza è quì notata per certi no- mi, che, essendo variati con la desipenza us della quarta forma, racchiudono ancora la significazione del sesso, per cui diventano maschili e femminili. E, siccome la desinen- za us fa is alla terza plurale, così la desinenza 4 si tra- sforma in adus alla medesima terza plurale, come vedre- mo, trattando della forma di variazione per desinenze si- grificative del sesso. Sebbene è da notare che. anche i no- mi di quésta prima forma, ancorchè abbiano i corrispon= denti in ws della quarta, hauno la terza desinenza plurale in #s, come presso Cicerone: T'ul4us salutem dicit Teren- tiae et Tulliace duabus animis suis. DI LESSIGRAFIA LATINA 11 Wartàzione del neme AQUÀ. Singolare 0 2000 0 Plurale 1. a acqua ae acque 2. aa'di acqua: __ \arumdi uu Aqu } 3. ae adacqua. _ dis adacque 4. am acqua ag acque 5. a conacqua (4) Fis con acque(4) SECONDA FORMA DI VARIAZIONE | 1. desinenza es (8) i 08 (6) { 2. desinenza ei l \erum Sing. &lt; 3. desinenza ei Plural. | ebus 4, desinenza em -. °° ]e8 5. desinenza e | ebus (4) Quel con; aggiunto nellà versione del nome variato alia quinta desinenza singolare e plurale, non è contenuto nella pàrola làtina aguae aquis,mà vi è da intendere cura, che vale con o altra delle 19 esposte a pag. 7, secondochè il senso richieile, perchè ll nome così variato è sempre se- condo termine di rapporto, e perciò dipende sempre da mea di quelle 1!$ preposizioni, sotto intesa. Questa avyer- tenza valga per tutte le forme di variazione de’ nomi. 66 noi abbiamo messo con, anzichè du, fu perchè la preposi- zione Cum più frequentemente è sott' intesa nell'uso della lingua latina, anzichè 40 45, come vedremo nella sintassi figurata. Noo to poi espessa in latino la preposizione per dar luogo a questa necessaria avvertenza, dalla quale i giovanetti imparioo di buon ora la proprietà latina. (3) Abbiamo messa per seconda forma di variazione que- sta che nelle scuole è $.* Declinazione, perchè la e, che do- mina io questa variazione, è seconda vocale dopo la 4. (6) L'uso costante della lingua latina adopera al plurale pochissimi nomi di questa variazione. I più usitàti al plurale sono Lies e Zes.Di species, e fa» cies variati al plurale 8’ incontrano esempi appo gli anti» chi, ma alla sola seconda e terza e quinta desinenza. 12 TRATTATO COMPIUTO Esempi di nomi di questa forma di variazione Dies #1 giorno, Res la cosa, Requies, riposo, Fides la fede, Species la specie, Spes la speranza, Facies la faccia Progenies la progenie ec. (7). I Variazione del Nome DIES. | Singolare Plurale . 1. es giorno {es giorni 2. ei di giorno erum di giorni Di 3. ei a giorno ebus &amp; giorni 4. em giorno €8 giornì 5. e in giorno ebus in giorni TERZA FORMA DI VARIAZIONE. 1. desinenza £ (8) eg 2, desinenza #s | ___ |umetium(11) Sing. { 3. desinenza è Plur. ( ibus (12) | 4. desinenza em e tm (9) es 5. desinenza e ed î (10) bus. Esempi di nomi di questa forma di variazione de- senti da più regolari in es e ts. Ciades la.sconfitta, Cadaes la strage , Classis la flotta, Finîs il fine e la fine, Fums la fune. Wariazione del nome FINIS. Sting. | Plur. 1. is fine - [ es fini 2. is di fine tum di fini . Fin ]3.v afineo 0 ibus a fini 4. em fine es ni 5. e con fine ibus con fini DI LESSIGRAFIA LATINA 13 (7) Anticamente questi nomi alla seconda desinenza sia- Gore non uscivano in ef ma in e, come 4uius die, huius specie, invece di Awius dici, huius speciei, il che dimo- sira il dominio della caratteristica e in questa forma di va- Nazione. nea L als (8) Ho messo le lettera 2, come segno di uo ignoto per la prima desineoza singolare de’ nomi di questa farma di rariazgione, perchè detta desinenza non è una, ma moltiplice. E, poichè non sempre si possono formare le altre desineo» + ze con ja semplice eggiunzione dell'is, 1, em, tm, e, tec. credo indispensabile produrre upa lista delle desinenze pri- me e seconde singolari, più comuni, affinchè i giovanetti acquistino una tale quale idea della irregolarità indoma- bile di questa forma di variazione. Metterò sempre la se- conda desinesza dopo ia prima,perchè da questa preadono norma tutte le altre. uan De I. in a Gis, come Thema il tesa, deusgma l''enimma 0 l'indovineHo , Jegma il domma , parole tutte venute nel latino dal greco. i “na JI. 1. In 0 ente; come Sermoe il discorso, Mucro la pun- la, Ligo Ja zappa, Dido Didone, Gorgo Gorgone. 2.° in 0 ini8, margo. il margine, furbo il tarbine, cardo il cardine, Romo l’uomo , granda la grandine. .° in 0, enîe come nio, nero nomi di fiumi. IH. fn C, D, L comeldac laetis, il latte, cal sulis, il sale, sne/ medlis il miele, fel fellie il fiele, sol solis il sole, Daniel elis Daniele. | IV. lan 1.° inenenis, come iena milza. 2.° in en inîs, come pecten il pettine, flumen il fia- me, flamsen il fiamine , somen il Rome, e tutt i suoi com- 3.° în on omnis, come Jason Giasone. — 3 4.° in on ont, come Pheton Fetonte, Horizon l'ori- sente , Cthesiphon Gtesifonte. | Y.lnr1.°inardarisearris, come ealear lo sprone , far il farro, Zar il lare. Zepar fa hepatos il fegato. 2.° in er eris, come der l’aria, gesherl gere» car- “14 TRATTATO COMPIUTO - cer il carcere. Pater mater e frater padre madre e fra- ‘ .tello invece di puseris materis e frateris per sincope ‘ fanno patrie , matris e fratrisi © di - ‘4° ia or oris, come decor il deeoro, dolor il dolore, labor il lavoro , furor il furore. | SETE “© + 5,° in wr «rie, come fur i ladro, murmur il mormo- ‘ rio, furfur la crusca, oppure - a | —6.°iînuroris, come Jecur la milza, femur la coscia, - ebur l''avolio , rodur la rovere. i: | Eccezigni. Zrer, che ‘anticamente faceva s/eris, dopo riease con slineris gita andata: cor fa eordis il cuore.: - Jupiter fa Jovis Giove. ’ ce i VI. la ars artis come pars la parte, ars l'arte, Mars ‘ Marte. uaar. Sio ie DÀ VEI. In asche fa 1.° asis come cesae l'età , donitas la bontà , felicitas la felicità. STA | © 2° in adiz, come Pallas Pallade, lampas ta lampade, : +:3,° in antis, come 97948 il gigante, udamas il dia- mante , elephas l°' elefante. | | Eccezioni. As fa assise l'asse, mas il maschio fa ma» ris, vas'il vase fa. vasis', vas il garante vadis. VII. Esche 1.° fa in se,come verres il verre, porco non castrato ; vazes il poeta, nudes la nube, C/ades la scon- filta. Bes le otto parti della libra fa Bess:is. &gt; | -* R. io etis,come interpres interpetre, purses il Imi ro, topes il tappeto ; -«ries il montone 0 ariete , Magnes la calamita, adies l’abete, albero note. | 0/00» — 3. in eis, come aes il bronzo o rame, ceres cerere, ‘pubes pubere. | | © - si 4. in edis, come pes il piede , merees la mercede , praes il mallevadore in causa civile. na — 3. in ati, come miles il soldato; eques il'cavaliere, pe- ‘ des il fante, pdlmes-il tralcio , fomes il fomite. © IX. Ins che 1. fa in és, come classis.ta flotta, cassts la rete, cucumis il cocomero. * ide i —_—2.in ris, come glis il ghiro. (E ‘ «» 3. in erée, come pulvis la polvere, cinis la cenere, DI LESSIGRAFIA LATINA 15. 4. in #uis, come senguis il sanane. pos il fior di farina , salumis salamina, delphis il delfino. 5. in £0/8, come guiris il quirite.0 FOMaNO, samia il. sannita , dis la lite, dis dile.. Da X. in os che 1. fa odis, come eustas il PROSA 2. in orîs, come mos il costume, Sos il fiore, ros la iggiada , 0s Ja bocca. 3. in 0/8 come dos la dote, sacerdos sicndnloe 4. in ofîs per alcuni nomi. di tipo greco, come inca Minosse , Zeros |’ eroe. | Eccezioni. Os, quando. significa l'asso, fa ossis, e Bos il bue o la vacca fa bovis. XI. In ts chel. fa eris, come culius la ferita, Dia venere , wIcus ulcere piaga ; onus.-carico , pandus peso ) vellus vello , scelùs scelleraggine. eo, 2. in oris, come £emptus il tempo, foenus au le-. pus la lepre, pecus il bestiame, nemue il boseo , pynus . il pegno , litus il lido s funus il funerale ; gidus costella- zione , Soedus il patto. | 3. in uris, come gellus la terra, tus 1 ineenso s'us i , brodo, e quindi il diritto che spetta a .ciascuno, mus .il to- po, pus la marcia. 4. in udis, come laus la lade, fraus la frode, palus la palude , incus l'incudine. 5. in utis come salus la salute, virtus la virtù, in- Sercus ciò che si frappone alla cute... | 6. in untis come opus, trapezus, amatiua, 3 nomi. di città. 7. in wis comesusil porco, grus. la. grà..: 8. in odis come tripus il treppiè.. i XII.In ds e ps,che fanno in dis e pis, came Giuli smiboi stirps la stirpe, 84/8 la limosina , seps.la «siepe, adeps I’ adipe o il grascio. XIII. In /s, ed 7725, come puSs, che fa pultis, la faripata, hiems, che fa hiemis, l'inverno. XIV. In ns 1. cle in ans faandis, come glans la ghianda. 16 TRATTATO COMPIUTO | 2. in ens fa entis, come lens la lenticchia. 5, in ons fa ontis, come mons il monte, p0ns il pon- te. frons la fronte : fa ondis, come frons Fa fronde. © XV.In £ che fa d//s,come caput il capo e i suoi composti sinciput, la parte anteriore della testa, occipue la parte posteriore.. | | XVI. In è, che in @r,er,fx,02,tx, fa 1.acîs, ecis , icis, oris, ucis, come fue la fiaccola, paz la pace, fer la fec- cia, fil'x la felce , lad's la coltre, cappado+ cappadoce, tes la luce, nua la noce. ‘ sa 2. fanno agis, egis, fgis, ugis, come harpas Fate a a sè la paglia, /ex la legge, Stga stige, frue la biada. | | n Eccezioni. Nos fa noctis la notte, nie fa nivis la ne- ve, ong fa onschis pietra preziosa, senex il vecchio fa sens, astianax astianatte fa astianaciis, supelleg la su- - pellettile fa supellectilis. || °° | | Avvertenza. In questa lista non sono andato registra- do rigorosamente i soli nomi, ma ancora alcune parole derivate e composte in forma di nomì per rion intralciarmi i} cammino fin da principio con quistioni anticipate. (9) Questa desinenza è doppia nop per tutti i pomi, ma per alcuoi è e; per altri è 7, per pochi è l'una e l'al-. tra. Il che basta a provare che la vocale caratteristica di questa forma di variazione è là ?,perchè, anche dove è la e, Si può considerare come # per ? affinità di queste due let- tere. Noi intanto, notando i nomi, che hanno la desinenza 17, verremo in pari tempo a far intendere tuiti gli altri,che hanno la desinenza €72, i quali saranno tutti quelli, che in questa lista non si truovano notati, e che non apparten- gono a' così detti da’ grammatici di genere neutro, de'quali parleremo in appresso. Aa DI LESSIGRAFIA LATINA 17. LI Lista de° Nomi che hanno la quarta desinenza “din EmeiniM. i ta Clavîs la chiave, febris la febbre, navis la nave, pup-: pis la poppa, restis la fune, #urris la torre, sementis la semenza, aqualis la brocca. À questi si possono aggiun- gere per intelligenza degli antichi, appo i quali erano in. uso, cucumin, che poi si fece cucumerem,cocomero, cutim: di cufss, che poi ebbe culera, la pelle. Così pure appo gli antichi s’ incontrano praesepim da praesep's presepio: atrigilim da strigilis la stregghia , sentim da sentis la. spina , gummim da gummis la gomma, «avim da avis lo uccello , gratim da gratis il graticcio, lentim da dentis la lenticchia , messim da messis la messe, ovim da ovis la pecora , razim da ratis la nave , partim da pars la parte ec. i quali tutti poi rimasero nell’ uso della lingua con la desinenza em: solo pars è rimasto. con parsem e partim, ma i grammatici per difetto di logica ritennero parz2n per avverbio. Alcuni nomi di origine greca fanno im ed n come ge- nesin da genesis generazione genesi, Ersanym ed Erin- ng da Ertnnys Erinni una delle furie: Stiriym e Sir- tin da Sirtys secca di mare fra Tripoli e Cirene, onde i nomi de’ fiumi fanno #2, come Albin di A/his Elba fiume della Germania, Baeztin da Baetis fiume dell'Andalusia, e Iris tridis V'Arco baleno fa sridem e irin ec. ec. . Lista de’ Nomi che fanne solamente in 1M. Tussis la tosse, securis la scure, sebbene 8° incontra. qualche volta securem, pelvis il catino, amussis la livella o il traguardo, silis la sete, digri8 il tigre fiume , ravis la fioccaggine, vis la violenza, decussis la moneta di dieci assi, centussis di cento assi, Zibris 0 ?ibderis il Te- vere fiume, draris la Saona fiume, Buris la piegatura cel aratro. 18 TRATFATO COMPIUTO (10) ReGoLA ceNERALE.Tutti i nomi della terza forma di variazione, che hanno la quarta desimenza in e#2, hannò la: quinta in e, e tutti quelli, che banno là quarta in #73 han- no la quinta in #. E perciò quei che hanno alla quarta de- sinenza ema e 7 hanno la quinta in eez. - 1.* Eccezione: da'nomi,che ulla quarta desinenza hao- 3 no sempre e73 si eccettuano 1977078 l'unghia, che fu tn-. que e ungqui, amniîs fiume che fa amne e ammi, eints ce- nere che fa einere e cineri, ignis fuoco che fa igne o.igrii, imber pioggia che fa imbre: e imbri , avis uccelto che fa. ave e avi, supellex suppellettile, che supelleciile e supel- lectili, tridens tridente, che fa aridente è tridenti. 2.* Eccezione. Araris fiume fa arare meglio che arari, restis la fune fa reste è non resti, strigilis streg- ghia fa meglio strigili, vectis la leva, e canalis canale fanno veceti e canali, ancorchè la loro quarta desinenza ip #73 non 8’ incontri nell’ uso. SECONDA REGOLA.. È nomi che alla prima desinenza singolare hanno ar ed e, simile alla guarita, hanno la quinta in # come ealear lo sprone, che fa calcari, mare il ware che fa Mart. Eccezioni. Da nomi «7 si eccettuano nectar il netta- re, sudar lo splendor del sole, Aepar il fegato, far il farro , che fanno necfare, inbare , hepate , farre. Ag- g'iungete a questi tutti i nomi propri o particolari in ar come Humilear, ehe fanno Ronnpre in e alla quinia de- sinenza. (11) Questa duplice desinenza non è &gt; per ogni nome di questa forma. di variazione, ma pe? alcuni è in uma, per altri e in 2272. E in questo non si può stabilire alcuna regola generate, che hon vada soggetta a moltis- sime eccezioni, onde per dare un filo in tanto taberinto enuncieremo alcune regole, per quanto è possibile, ge- nerali, ed apporremo le necessarie eccezioni, concilian- do la chiarezza con là precisione. 1. Regola generale — I nomi della terza forma di DI LESSIGRAFIA -LATINA 19° variazione che haono la quinta desinenza singolare i in @ banno la secondà plurale in um. 1. Eccezione de’nomi in # ed e8,, che ‘000 hanno :nel plurale un numero di sillabe maggiore del singolare, fan- no in um quantunque la quinta singolare faccia in e, come ensium da ensis la spada, collium da -.codlis la collina, vermium da verziis îl verme. Bccezione di eccezione de’seguenti , vates il poeta ; î strigilis la stregghia, panis H pane, eanis il came, ju venis il giovane, fanno in ur. 2. Eccezione. Tutti i nomi in es di una sola ssilla- ba, ancorchè hanno la quinta desinenza singolare in e, fan- no alla seconda plurale sem,come meurzum da:mus il topo, solium da sol il sole, datimra da dos la dote, cordium da cor il cuore, larium da lar, faucium da fau&amp; la strozza, noctium da nor. la potte, nivium da nix la neve,cotium da cas la cote, ossi da 0s l'osso, oritem dallo stesso 0s Ja bocca, assium da as l'asse, marium da mas il maschio, vadium da vas il maltevadore ec. ec. 1. Eccezione di eccezione — I seguenti, quaotuo- que mouosillabici, fanno 7 cioè 9ryphum da griphs il grifone, /yucum da Iyna la lince, ‘sphincum da sphinx Ja sfinge. 2 Eccezione di eccezione. I seguenti, ‘benchè sieno nomi di più sillabe e finiscano in r # e 2 fauno #2, come lintrium da linter la bacchetta, garnium da caro la car- ne, ulrium da uler l'otre, ventrium da venter il ventre, fornacium da fornax, la fornace, paludium da palus la palude, samnilium e quiriium da samnis e quiris il sannite e il quirite, coRorziunm da cohors la coorte. Secondo regola generale. Tutti nomi della terza forma di variazione,che hanno la quinta desinenza siogolare i dat, hapno fa seconda desinenza plurale i in um. Terza regola generale. Tatti i nomi della terza forma di variazione che hanno la quinta desinenza singolare in e e in ?, fanvo alla seconda plurale in 217. (12) Questa desinenza è sempre costante ne’nomi latini &gt;. TRATTATO COMPIUTO Osservazioni intorno a’ certi nomi di questa forma. di variazione, i quali hanno la quinta desinenza singolare identica alla prima. Moltissimi nomi di questa e delle due seguenti for- me di variazione hanno la prima desinenza singolare simile alla quaria, come scelus scelus la scelleraggine, tempus tempus il tempo, e nel plurale, qualunque sia la forma di variazione al singolare, fanno ambedue in a come scelera scelera, tempora tempora. Siffatti nomi adunque fanno un'eccezione da’ regolari di una qual- siesi forma di variazione, da’ quali in nulla differisco- no se non per la quarta desinenza identica alla prima, e nel plurale per la uscita in @, come nel seguente esempio. sta I Variazione di tempus il TEMPO. Singolare Plurale 1. us tempo ora tempi , 02. orîs di tempo orum di tempi Temp (3. ori a tempo ( ortbus a tempi 44. ‘us tempo —. lora tempi 5. ore con tempo oribus con tempi Su questo modello di variazione si variino gli altri nomi simili di questa terza forma. Ma quanti e quali sono i nomi di questa forma di e se troviamo thematis per thematibus da tema il tema , poematis per poematibus da poema il poema, dite che clo sia fatto per aincope. i DI LESSIGRAFIA LATINA dI variazione che hanno la quarta desinenza simile alla prima singolare ed al plurale uscente‘ in 4a? | Sono molti e vari, che io racchiudo nella seguente lista in forma di nota, dalla quale possono attingere i Co 18) nel secondo periodo dello studio lessi- ‘ad (43) 1.5 RegoLa ceNRRALE, Tutt'i nomi della terza fore ma di variazione,che hanno la prima deginenza in CZ 7, happo la quarta desinenza singolare simile, e l'una e l’ale, ‘tra nel plurale esce in «, come Zac il latte, H7a/ec pesce in salamoja (alice del dialetto ), Caput il capo. Se n'eccettua .80/ Îl sole @ 84% in senso metaforico, perchè Sz/ îa senso proprio cioò di Sale al singolare se gue la regola generale. uu 0 | 2.* REGOLA GENERALE. Sono ancora tali tutti i nomi. della terza forma, che hanoo sen alla prima desinenza, come Zumen il lume , flumen il fiume. — Se ne eccettua Zyzen Imene, che si varia come Finis ossia regolarmente. co I | Si possono aggiungere a questi, v294e7 l' unguen-, to, gluten la colla, e inguen l' anguinaia, : 3." ReGoLa ceNERALE. Tutti nomi in 4r e in Ve di questa terza forma di variazione vanno cop questa legge,, come calcar lo sprone, /aguear il tetto, seurmur il-mor- morio, ebur l'avorio , guttur la gola, Se ne eccettua furfur la crusca, surfur la. tortora. 4.° RecoLa GENERALE. Tutti nomi de' frutti e delle piante di questa forma di variazione, uscenti in er, come piper il pepe, siser la carota, Gicer il cece, suder il suvero. | Si aggiungano a questi ver la primavera, cadaver il cadavere, spsnter il nastro o la fibbia, uber la poppa. 5. RecoLa GENERALE. Tutti nomi in 4: e in e alla pri» ma desinenza vanno compresi in questa categoria coma yy Al TRATTATO COMPIUTO ‘ QUARTA FORMA DI VARIAZIONE, Questa quarta forma di vaziazione corrisponde alla seconda declinazione de’ grammatici , ed è quarta per noi, perchè in essa domina la vocale caratleristica 0, come si vedrà ne’ quadri di variazione. La prima de- sinenza .de’ nomi variati di questa forma ha tre uscite ordinariamente (14) 1.° in er, come puer il fanciullo, cancer il granchio 2.° in us, come alvus il ventre , | colus la conocchia 3.° in um, come templum il tem- È thema, atis, il tema , dogma , atis, ildomma, aenigma, atis, l'enimma , mare, maris, il mare. . 6.3 REGOLA GENERALE. Appartengono a questa classe tatt'i nomi della terza forma di variazione nella prima de- sinenza singolare uscenti ‘in #8, come fempus il tempo, scelus la scelleragine , /atus il fianco. TE. ‘ . Eccezioni. Da questa regola si eccettuano i nomi in #8, che fanno alla seconda desinenza singolare in udîs , lis ,untis, odis, e con essi il nome dellus uris la terra. Tra i nomi in or appartengono a questa categoria ador il frumento netto, cor il cuore, marmor il marmo aequor il mare. | Tra i nomi in as v'è vas il vase. "Tra i nomi in os vi sono 08 08878 l'osso, os oris la boeca, ed Epos odis il poema. “ (14) Ho detto ordinariamente, perchè oltre le tre prime desmenze singolari ne'nomi di questa quarta forma i gram- maticî ne riconobbero altre-due- in ur e in ir, -adducen= do per esempio della prima s%/ur satollo e per esempio della seconda r/r l'uomo. Ma, siccome satur è abbrevia- te di saturus e vîr di virus, io ho creduto di non anno- veratie con. le tre, che sono Je più frequenti ed ordinarie tetta quaria forma di variazione de'nomi latini. O I r DI Pd DI LESSIGRAFIA LATHA 25 pio, scamnum lo scanno , telonium .il-banco. Ma di queste tre desinenze la sola prima subisce una varia- zione regolare, perocchè quella in us presenta una desinenza di più, quella in um ha la quarig simile, e &amp; una altra al plurale esce ‘iù a. Ecco perchè noi dobbiamo presentare per questa forma ,trè. quadre. di variazione, il primo pe’ nomi în o il secondp pe no- mi in us, il terzo pe’ nomi in um Lr Primo quadro di variazione de nomi la ER. MI 1. desinenza .er : Frasi 14. = ca | 2. desinetta i © «© «© \orum ** Sing. &lt; 3. desinenza 0: | Plurale: fs 4. desinenza um &gt; ‘dos. 5. ‘desinenza 0 i al 4 Esempi di nomi in er,. liber il libro ,s cancer il granchio, ‘magister il maestra, ager il campo;; ‘ faber il fabbro, socer il suecero, :gener il genero. e) ‘Variazione del nome liber. LR Singolare || «Plurale i 1. er . libro _t - libri 2. ri di libro orum di libri lb 3.0 a libro . . ts. a libri 4. um libro 0s ; libri 5. © con libro | n "con Libri ì Ù | Secondo quadro di variazione de nomi US. .. Nel presente quadre di ‘variazione al singolare in- vece di cinque desinenze se: ne truovano sei, perchè ì nomi in us semplice hanno oltre le cinque la’ desì; DA TRATTATO COMPIUTO renza e, quelli in ius oltre le cinque hanno la de- sinenza î. 1. desinenza us (15) {$ : Frida i | orum . desinenza 0 DI ss Sing. 4. desinenza um Piyral. 08 5. desinenza 0 28 6. desinenza e o # (16) » (15) Benchè questa prima desinenza invece della o ab- bia la , non è da dedurre che sia poeo fondata la nostra dottrina, la quale ritiene che la quarta forma di variazio- ne abbia per caratteristica la vocale .0. Imperocehe queste due vocali sono affini tra loro asegno ehe Puaa spesso per l’altra s'incontra scambiata, onde presso Piauto sf truova avos, proavos,alavos,invece di avus,proavus.atavus. La stessa desinenza um non è che l'o6 greco, perchè ad esem- ‘pio wdoroy ei traduce fdofur idolo. | I nomi greci in eus, come Orphews, ritengono qualche cosa del greco nella stessa variazione latina nel modo se- guente. in ° Singolare 1. eus Orfeo : ei Lar bia 0. 0 Orfeo Orph 4, eum, con e4 ._ Orfeo 5. co con Orfeo 16. eu tu Orfeo (16) Ho messo unite le due desinenze, non perchè uno stesso. name possa ayerle, ma perchè ia stassa desinenza ss ora ha e ed ora è. La prima pe’ nomi in ws non prece- duto da ?,.come sausue , la seronda è pe’ nomi in us preceduto da f come filius. DE - Quesfa sesta desinenza fu detta da’ grammatici Vo- cativo riconosciuto in tutte le forme di variazioni. La qua- DI LESSIGRAPIA LATINA 85 Esempi di nomi in us, pontus il mare, tau rus il toro, alvus il ventre, humus la terra. Variazione del nome TAURUS. Singolare Plurale 1. us toro î tor 3 DI di toro orum di tori . 0 a toro DE a tori Taur 4. um toro 08 tori 5. 0 con toro 8 con tori 6. e tu toro(17) » » - le supposizione è falsissima, perocchè a confessione degli stessi grammatici in tutte le forme di variazione, che essi chiamano declinazioni, il Vocativo è simile al Nominativo, e secondo il nostro linguaggio la sesta desinenza è si- mile alla prima,eccetto ne’soli nomi in ws e 7us della quar- ta forma, che è per essi seconda declinazione. Da questa concessione è chiaro che una desinenza di più oltre le cia- que da noi enumerate i nomi latini non hanno, fuorchè ia alcuni soli nomi di una sola forma di variazione. E secon- do questo divisamento ragionando,non ne abbiamo ricono- sciuto più di cinque in tutte le variazioni, ed abbiamo fatto un’ eccezione pe’ pochi nomi di questa forma. Egli è vero che, facendo precedere la prima desinenza da 0,come o Poeta, o Musa, si:fa intendere che il nome accorda con uo verbo variato con desinenza indicativa di seconda per- sona, ma da ciò non se ne può dedurre che il nome siesi variato ad una desinenza diversa , e che per sè stesso ab- bia acquistato un valore diverso, perocche ciò avviene per la o,che precede, e non per la sua virtù etimologica o siu» tassica. Stabilito ciò, vengo ad esaminare il valore di que sta desinenza de’ soli nomi ia ts e sus della ua varia. 206 TRATTATO COMPIUTO zione. Nell’ Etimologia vol. HI, pag. 124 e seguenti discu- terò la presente quistione razionalmente. Quì mi contento di dire che questa desinenza è indicativa della seconda per- sona singolare #4. Ba questo momento adunque distia- guendo la prima desinenza dalla sesta, diremo che quella è desinenza sintassica, che mette il nome in relazione col verbo variato alla terza persona, e questa è desinenza sin- tassica, che mette il nome in relazione col verbo variato alla seconda desinenza indicativa della seconda persona singolare. E questa è la ragione, per cui i grammatici videro una certa identità tra il nominativo e ’l vocativo, e per cui gli stessi nomi in ws di questa forma di variazione, come Deus, Populus, Agnus e Chorus, si sono adoperati con la prima desinenza, dove si dovea la sesta in e. Imperocché tanto l'una quanto l'altra desinenza sostengono ua ufficio sin- tassico , cioè d’ indicare il primo termine di proposizione finita, nella quale il verbo deve avere o la terza , o la se- couda desinenza. Fate la stessa applicazione alla quinta desinenza de' nomi di origine greca, ritenuti in latino con una desinenza di più, come Orpheu, Peleu ec. Se duoque mi chiedete ora che cosa è il Voezlivo ? lo vi rispoudo : il vocativo è la sesta desinenza tra Je sei singolari de’ nomi in ts e ius della quarta forma di variazione, desinenza sintassica,che serve a mettere il no- me in relazione con uu verbo variato alla seconda desi- nenza. Ed io non riconosco questa sesta desinenza che nel solo singolare, perocchè al plurale non v'e nè, salvo quella forma artificiale, che risulta dalla prima desineuza prece- duta da 0, come 0 sauri, 0 fili, la quale è comune a tutti momi di tutte le forme di variazione. Quando i graminatici riconobbero il vocativo in tutt* nomi di tutte le forme di variazione per un sofisma,che ha la conseguenza più generale deile premesse, ragionavano a questa guisa: alcuni nomi hanno il vocativo , dunque tutt i nomi debbono averlo, e ciò per far simmetria, affin- ie Y a SÉ 453 PP fe &amp;}Ju._ _ wi I © di DI LESSIGRAFIA LATINA 27 ebé noti si alterasse il numero de'sei cas:,stabilito per ogni declinazione. Ed a riuscirvi stabilirono una forma artifi- ciale, cioè un costrutto di nome preceduto da o,che è un vero interposto, e così il numero parve giustificato. Ma la scienza,che si affatica alla ricerca del vero,abborrisce dalla simmetria ideale,che riesce ammirevole con pregiudizio del vero medesimo. Ed un tal modo di ragionare de’ gramma- tici rimarrà più fiaccato dal riflettere che la particella o si fa precedere egualmente a Taure e Fili, dicendosi 0 taw- re, 0 fili, come dicesi 0 Poeta o Pater.Se è così nel fatto, il ritrovato rimane inutile, perchè pazer e poeza riman- gono sempre inalterati, messi in confrouto cou le formule di o taure o fili. (17) Jo ho tradotto (aure per #u soro , perchè fu, co- me vedremo , è nome personale primitivo di seconda per- sona, e da quanto abbiamo ragionato nella nota antece- dente, questa desinenza è sintassica, che mette il nome in relazione con un verbo variato alla seconda desinenza sin- golare indicativa della seconda persona Variazione di Filius. Singolare Plurale i. tus figlio u figli 2. ti di figlio torum di figli Fil 3. to a figlio (î8 a figli 4. tum figlio 208 figli 5. io con figlio tig con figli 6. è tu figlio Cp » Come filius si variano Virgilius, Vincentius , Ti- tius, Cajus, e tutti nomi propri in ius. 28 TRATTATO COMPIUTO \ Terzo quadro di Variazione de'nomi în UM | 1. desinenza um (18) a 2. desinenza î orum Sing. ‘ 3. desinenza 0 Plur. { ts i4. desinenza um © a f 5. desinenza d@ ts Esempi di nomi in wm—scamnum lo scanno , templum il tempio , telonium il banco, damnum il danno ec. Variazione del nome SCAMNUM lo SCANNO Singolare Plurale (1. um scanno a scanni \2.i di scanno orum di scanni Scamn 3. o a scanno 18 a scanni 4. um scanno a scanni | 5. o con scanno —‘is con scanni (18) Questa desinenza è identica alla greca ov, la quale si fa mm per l'affinità della o con la we della #73 con la n, onde «1SoApy si traduce ido/usm in latino. Tutti nomi della quarta forma di variazione, che nella prima desinenza e- scono in 272, hanno costantemente la quarta desinenza SÌ- mile alla prima e l'una e l’altra al plurale esce in 4, come dicemmo a pag. 20, 4 .,--. E 25 6 SC 153 del &gt; - DI LESSIGRARLA LATINA 29 | QUINTA FORMA DI VARIAZIONE. | © La quinta fotma di variazione ha per sua specchiata caratteristica la, vocale u, che domipa.in tutte le voci variate, come apparirà da’ quadri seguenti. Dessa com- prende i nomi, che. alla prima desinenza escono in us, oppure in w, ma gli uscenti in w formano un’ ecce- zione. dalla regola generale, perchè hanno la quaria desinenza simile Lalla prima: nel plùrale uscente in a.. Eeco perchè metteremo comè forma dominante quella, che comprendé i nomi uscenti in us alla pri- ma desinenza. do ei Quadro di variazione. 1. desinenza us us 2. desinenza us | tum Sing. ( 3: desinenza ui Plur. &lt; ubus o ibus 4. desinenza um | | us 5. desinenza u ubus o bus (19) Esempi di nomi — manus la mano, visus la vi- sta, sensus il senso, pinus il pino, anus la vecchia. Variazione del nome MANUS fa mano: Singolare © &lt;= - Plurale 1. us © mano “n Us mani 2. us di mano uum di mani Man ( 3. uv a mano ibus a mani 4. um mano us mani 5. u con mano ‘bus con mani I nomi di questa forma di variazione, che hanno alla prima desinenza singolare l'uscita in u, sono invariati al 30 ‘TRATTATO COMPIUTO singolare,e solo nel plurale alla prima e quarta desinen- za uscendo in a, nel resto si uniformano alla variazione di questa forma — Eccone un esempio. Variazione del nome GENU fl ginocchio Singolare Plurale 1. u ginocchio ua ginocchi 2. # di ginocchio uum di ginocchìi Gen ( 3. u a ginocchio bus a ginocchi 4, ginocchie. ua ginocchi 5. « con ginocchio ibus con ginocchi Così sì rariano corna il corno, verulospiedo ec. ec. (19) Abbiamo messa questa doppia desinenza non come propria ad ogni nome di questa forma , ma con alcuni è - ‘1idus, con altri è vous: I nomi, che hanno wdus, sono i seguenti. Lacus il lago, arcue l'arco, specus la spelonca, ar- tus le membra del corpo, (ridus la tribù : porzus il porto, veru lo spiedo, genu ii ginocchio fanno ubus e idus: par- tus il parto fa solo parsubdus per distinguersi da partibus, che viene da pars la parte. Di LESSIGRAFIA LAPINA 31 ubdbus e idbus rebus e fue i | &gt;&lt; a OI — GE ; S È ssstsa SSS8 | SUIS_N1Y IP — SLA —F404 Sa e &gt; Sen Qqio 522% e uab—90g—38 1609 —5d 5 £ ® i ® S » © 3 R= r: È s 6 © © * 5 © È SU. ci e Qu 5°, cn id ento IRR s » 49/9VSDI 888) — LIMO) i ; 2 ha S eo 0 : E “t» ‘0 E ; ® a 53, CI S è sù S DLL. VOLWV8V DI nn U —de—-:nbol — 190] —199d9 s 33 e RS iS) so. © 338% scete da 2904 — NA — shy — nbp wi ci es 30 vi (I 08 «gi se In questo quadro sinottico, come si vede, non en- trano le desinenze di eccezioni. Così non ho messo nella quarta forma le tre desinenze us, er, um, per- chè la prima è de’ nomi, che, variandosi, hanno sei de- sinenze al singolare : la terza comprende nomi , ‘che hanno la quaria desinenza simile alla prima nel plu- 59 TRATTATO COMPIUTO rale uscente în a.’ Parimenti non ho messo la desi- nenza u alla quinta forma per la stessa ragîone. ll presente quadro comprende ciocchè è comune gene- ralmente alla maggior parte de’ nomi variati nelle cin- que forme, L’ eccezioni sono ladini che si ap- prendono ne’ quadri particolarì riportati innanzi. Intorno alla variazione de’ nomi per le desinenze ù significative del sesso. Il sesso è quella proprietà , per la quale gli esseri animati sono o maschi o femmine. se Tutti gli esseri animati si presentano inuna dua- lità di maschi e di femmine , similissimi tra loro, co- me l’uomo e la donna, il bue e la vacca, il cane e la cagna e va dicendo. 1 nomi sono destinati ad esprimere questi esseri. Ora volendo esprimere uno de’ due, eioè il maschio o la femmina, sì è peasato di appiccare allo stesso ra- dicale di certi nomi una doppia desinenza, una pel ma- schio e l’altro per la femmina , affinchè dalla diver- sità delle desinenze si apprendesse la diversità de’ ses- si, dall’ identità del radicale la similitudine del ma- schio alla femmina. 0° Ora in latino questa doppia desinenza è er o us pel maschio ed a per la femmina. Quindi si vedono al- cuni nomi latini appartenere a due forme di varia- zione, cioè alla ipa ‘ed alla quarta, come Mulus e Mula, Equus ed Equa, Lupus e Inpa. I Affinchè dunque un nome sia variabile rispetto al ses- so, si richiedono due condizioni 1.° che significhi essere animato, che realmente è maschio e femmina 2.° che DI LESSIGRAFIA LATINA 35 appartenga a due forme di variazione , cioè alla pri- ma ed alla quarta, come Mulus e Mula.. Per la prima condizione basta che sia un essere anche inanimato , ma da noi in forma di essere ani- mato immaginato , onde è avvenuto che altri nomi avessero questa variazione , come animus l’ animo e anima l’anima, Deus Dio e Dea. la Dea nel senso pa- gano. Se una di queste condizioni manca , il nome non è variato rispetto al sesso. (Quindi, ancorchè in- contrassimo un nome di animale, come tigris, il ti- gre , teo il leone, non diremo ehe sia variato, per- chè nè l’uno nè l’altro possiede la prima desinenza duplicata in us e in a. Lista di questi nomi varlati rispetto ai sesso. Animus e anima l animo e l’anima, mulus e mula il mulo e la mula, equus ed equa il cavallo e la cavalla, puer e puera il fanciullo e la fanciulla , famulus e fama il fante e la fantesca ec. Maschile Singolare Femminile i. us mulo a mula \ î di mulo ae di mula Mul / 3. 0 a mulo aea mula ‘4. um mulo am mula 5. o con mulo a con mula Plurale 1. t muli ae mule 2. orum di muli arum di mule Muli 3. îs a muli abus (20) a mule 4. 08 muli ag mule 3. 3 con muli abus con mule 84 TRATTATO COMPIUTO INTORNO ALLE IRREGOLARITA’ DELLE VARIA- ZIONI. -JI tipo generale delle Variazioni de’ nomi latini ri- leva da’ quadri esposti innanzi , ma non perciò dove- te credere che, se la più parte si varia così, non vi sieno eccezioni di molti, che da quel tipo si allonta- nano. Infatti vedremo che alcuni nomi non sono af- fatto variati: altri nel singolare appartengono ad una forma di variazione e nel plurale ad un’ altra : altri sono variati solamente al singolare: altri solamente al plurale : altri nell’uso hanno voci di più forme di variazione : altri hanno voci di una forma e voci di un’ altra. I grammatici chiamavano eterocliti tutti i nomi, che si dipartono dal tipo generale della variazione, ed ete- rochto vuol dire irregolare , ossia ciò che si diparte dalla regola generale — Nelle seguenti liste io pre- senterò tutt'i nomi eterocltità in quanto alla varia- zione. (20) La differenza delle desinenze è sola in rapporto alla terza e quinta plurale ne' femminili, perchè invece di #s faono abus per non confondere il senso, attesochè in questa sola converrebbero le desinenze de’maschili con quelle de’ femminili. In tutto il resto non si appartano dalla variazione delle rispettive forme , cui appariengo- no. ÌÎn questo quadro non comparisce la sesta desinen- za pi Mulus, perchè non ha che fare col principio ge- nerale. id A4C- £.- z3 —- -— — Ter DI LESSIGRAFIA LATINA 35 L Lista de° Nomi, che I° uso della lingua nen ha mai variati. | 1.° Pondo la libbra o un peso qualunque 2.° Man- na la manna. 3.° Fas ciò che si può dire e per traslato ciocch’ è lecito, e Nefas composto da ne, non, © fas. 4.° Moly una sorta di erba. 5.° Gummi la Gomma. 6.° Sinapi la Senape, sebbene Gummis e Sinapis sieno variabili 7.° I nomi della quinta forma di variazione, che hanno la prima desinenza in u, come veru lo spiedo, cornu il corno, genu il ginoc- chio sono al singolare invariabili. 8.° Melos la Me- . lodia. 9.° Chaos il caesse o la confusione. 10.° Frit la sommità della spiga. 11.° Git la nigella, 12.° Che- rubim e Seraphim cherubine e serafino. i Di melos e di chaos si vorrebbero addurre esempi di variazione alla quinta desinenza Melo e Chao, ma l’ uso più comune non li riconosce. A8. Lista de° nomi che s’ incontrano variali al solo singolare © al solo plurale. 1.° Al solo singolare i mancanti di plurale. Ador il frumento netto , anethum l’ aneto , can nabis il canape, hyssopus l’issopo , piper il pepe, ruta la ruta, siligo la siligine, aether l'etere, ce- stus cintura di una femmina, fimus il fango o leta- me , tubar lo splendore del sole, limus la mota, fan- go , meridies mezzodì, nemo niuno , pallor il pal- lore ed altri, i quali, se non s’ incontrano variati nel- l’uso della lingua al plurale, non se ne deve dedurre che per natura sieno invariabili. 36 TRATTATO COMPIUTO - Aggiungete a tutti questi i nomi propri, che in sintassi regolare e in senso letterale non sì possono variare al plurale. 2.° Al solo plurale i mancanti del singolare Arma armorum le armi, nugae arum le bagat- telle, nuptiae arum le nozze, grates um le grazie , vepres um le spine , divitiae arum le ricchezze, e molti altri, che l’uso della lingua non ha mai adope- rati al singolare, ma che si sarebbero potuti ado- perare. MI. Lista de° nomi, che nel singolare appare tengono ad una forma di variazione y e nel plurale ad un’ altra, Juger o jugerum iugeri , il iugero, ossia tratto dî terra quanto se ne può lavorare con un pajo di buoî, al plurale gugera iugerum, che si varia come il plu- rale di corpus oris: vas ts il vase, al plurale vasa ogm i vasi. 1Y. Lista de’nomi, che nel singolare si variano secondo la forma generale , e nel piurale secondo l’eccezione, ossia secondo que’ nomi ehe hanno ila quarta desinenza simile alla prima e viceversa. Sing. locus, î, il luogo, pl. loca orum: sing. tocus 3 il giuoco, pl. t0ea orum: sing.tartarus 1 il tartaro, pl. fartara: sing. avernus-averno, pl. averna: sing. carbasus la vela, pl. carbasa: supellex l’arnese, pl. supellectilia: sing. coelum t, il cielo pl, coelì i cieli: 1 S6C odio 6 CAOS Ter —P bi LESSIGRAFIA LATINA to | sing. elysium l° eliso , pl. elystt i campi elisì : sing. delicium sollazzò, pl. deliciae le delizie: sing. epulum convitoi, pl. epulal i banchetti; sing. balneum il ba- gno, pi. balnega i bagni. ===. TY. Lista de’ nomi che al singolare o al plurale appartengono a più forme di variazione, o a più tipi della stessa forma. Cig ‘4° A più forme di variazione. Plebs is, e plebes sei la: plebe, tapes eis, e tape» tun è tappeto, elephas amtis , ed elephantus. i ele- fante,. titan:ts, e iWamus 1 titano, delphin inis e del- phinus è delfino , dilumum è e diuvies ei diluvio , contagium $i, e contages is, ed anche contagio omnis il contagio; tabum i e tades es, la tabe. 2° A più tipi della stessa forma di variazione. Absinthius î, e ‘abainthium s, l'assenzio, acinus i e acinum $ l’acino; daneiportus i.e anciportum î chiassolino , antidetus i e antidotum .î. antidoto, au- tumnus i e autummoan ? autunno, bugdus è e burum è bosso, caseus i e caseum cacio, cingulus i e cin- gulum © cingolo cintura, clivus î e clvum è pogget- to, collus è e.collum è collo, fretus 0 e fretum i mare , ed altri infiniti che s' imparano coll’ uso. — VI. Variazione di alcuni nomi più irregolari. Cioè. di Domus, Vis, Jupiter, Bos. Singolare Plurale l. us. . casa Us » case 2. us et di casa |orumne uum di case Dom ( 3. ui = a casa bus a case 4. uma casa 08 e us case 5.0 cou -casa bass Poe case 38 TRATTATO COMPIUTO Singolare Plurale 1. è forza es forze 2. ts di forza tum di forze -V (3.01 ma forza Vir (ibus. a forze 4. im forza €8 forze 5. è con forza tbus con forze Singolare | Plurale 1. bos = bue 1. boves bovi 2. bovis di bue - 2. bovum è» di bovi 3. bovi a bue 3. bobus e bubus a bovi 4. bovem bue 4. boves bovi 5. bove con bue 5. bobus e bubus con bori Jupiter Gieve | 1. Jupiter. —. Giove 2. Jovis di Giove 3. Jovi a Giove 4. Jovem Giove 5. Jove con Giove (21) (21) Questa irregolarità nella variazione de’ nomi latin f è un argomento dell’ incertezza dell'uso, perchè, essendo il popolo romano più guerriero e conquistatore che cultore delle lettere,non ebbe tempo di stabilire regole certe e sta- bili all'uso eiece delle moltitudini. Intanto, essendo quella lingua moria, e non essendo più nell’ arbitrio di alcuno di ‘risuscitarla, è necessario studiare tutte le irregolarità, che si debbono conservare dallo scrittore per essere capi- to dachi ha imparato quella liogua su i testi de'latini scrit- tori, dove le parole si truovano quali 1’ uso le.volle e.non quali la ragione filologica vorrebbe che fossero. &lt; «In ultimo luogo avremmo dovuta trattare de’ dizizzea. DI LESSIGRAFIA LATINA 39, dr VERTENZA A’ PRECETTORI 7 precettore diligente e discreto nel primo Corso di lessigrafia non pretenderà che î giovanetti ingoino. ad un tempo le teorie generali e D' eccezioni riportate nelle rsote , perche procedendo senza guida di princi- pî prestabiliti, le tenere intelligenze rimarrebbero im. pigliate nella sciva inestricabile delle anomalie dell’u- #0. To nella pratica dell'insegnamento faccio precedere în un gran quadro su di una lavagna îl prospetto delle cinque variazioni esposto nel quadro sinottico a pag. Sf Vengo dopo ad esporre i quadri di Variazione di cia- scuna forma, e prima le regolari, in ultimo l'eccezio- nali. Io non faccio studiare a' giovanetti di tenera e- ta la teoria delle variazioni sul libro, ma ho tutta la pazienza di farle intendere colla viva voce, ed ho sperisientato che dopo la terza lezione rimase lora. assai bene impreaso il lecnicismo, le nozioni annessevi, . e quanto în lante pagine è contenuto, con quella chia- rezza e precisione, che invano si spera dallo studio passtico sulla parola scritta, che e muta. £, dicendo che Ia parola scrittà è muta, intendo metterla sn con- trapposto con la parola pronunziata, che 10 chiamo vira. Ed é viva in quanto che acquista virtù nuova di espressione dalla forza, che vi aggiunge la voce e l'intelligenza del precettore. Ma la ragione più forte . poi si é che tl giovanetto non è capace di leggere e imparare ad una volta molte pagine, ma pochi versi per volta, ed a condizione di dimenticarsi quel che tivé ed accrescitivi, de' migliorativi e peggiorativi, per farla finita con la variazione de' nomi, ma per alcune ra- i di metodo, abbiamo creduto di parlarne in Etimolo- gia Vol. II, Cap. IT, Part. III, di questa grammatica latina, j) quale è stato pubblicato prima del presente. e 40° TRATTATO COMPIUTO ha imparato prima, se non tutto in parto, per ritene re quel che fassi a leggere, per imparare, dopo. In- ganto il comprendere non si può effettuire senza tenere presenti le nozioni sparse in molte pagine, le quali si possonofper la viva vece apparare in due o tre lezioni ‘ Falte con eoscienza, con amore, con impegno. Badina 7 precettori a questo fatto importantissimo per lo buon . esito dell’ insegnamento, fatto attestato dalla sia lune . ga esperienza, comprovato dalla ragione della quscetti vità delle tenere intelligenze, le quali si debbono eque care con metodo. Ora principal dovere di ogni buon. metodo è di disporre le materie in si fatta guisa. che î diseenti timparino moltissime case in breve tem . po. Cosa impossibile ad ottenersi dalla parola scritta, - che dev'essere letta è studiata a sorsellini, 0 ad in. . rervalli tanto opposti e contrarsi alla formazione deî -, buoni e forti abiti, che si cosutuiscono con alli congi- ,, nuati è fipetuti. Quindi deducesi quanto male si av- _ visano que precettori , che non solo non parlano , 0. parlano pochissimo , ma il più delle valte assegnano . la lezione a' fanciulli col motto : imparate da qua fiù - quà. Z/ che è sokito a praticarsi da° preceitori ignoran. . ti, 1: quali non sanno tstia la materia, sulla quale sì versa lo insegnamento onde manca loro quella sine lesi 0 comprensione tanto. necessaria all intendimene,, to, che poi pretendono di produrre ne’ discenti. Pre. tensione puerile e ridicola ! Eppure nen mancano di . tali, che imputano a’ giovanetti 11 poco 0 niunp profil. to di tanti anni di siudio , mentre è conseguenza del . pessimo metodo che adottarono. Adunque io griderà eon quanto fiato ho in corpo : Precettori, parlate, ma con coscienza, parlate ma con pazienza, parlate ma con intendimento delle cose che insegnate , e i vozire &gt; discepoli intenderanno con vot e come waii . 1 DI LESSIGRAFIA LATINA 41 | SCA POI | INTORNO ALLA VARIAZONE DEGLI AGGIUNTIVI. Gli aggiuntivi ‘sono tutte quelle parole, ché si ag- giungorto a tomi in ordine naturale , perchè , come vedremo in Etimologia, il loro significato, è:in inti- ma relazione tol significato de’ nomi medesimi. -.. Ora nel discorso vi possono essere molti nomi, ai quali un Aggiuntivo sì potrebbe agevelmente riferire, - mentre è interesse di chi parla ‘0. ‘di chi scrive di farlo riferire piuttosto all'uno che all'altro de’ tanti; À riuscire in questo si ‘è pensato di variare gli ag- giuntivi, appiccando ul loro radicale alcune desinenze, per le quali si riferissero piuttosto ‘a questo che a quel nome non solo, ma, siccome i nomi esistono va- riati nell’uso della lingua ,- si apposero tali desinenze, per le quali si sapesse ‘ancora ‘a ‘quale voce variata tra le cinque singolari e le cinque plurali un-aggiun- tivo si riferisse. de "i al i E Onde è chiaro, anzi evidente, che le desinenze degli aggiuntivi sono sintassiche e. non etimologiche per loro natura, o in altri termini sono îndicative. e non significative di alcuna idea per conto loro. E, siccome le desinenze de’ nomi sono cinque or- dinariamente tra l’ etimologiche e le sintassiche pag. 9 nel singolare, e cinque nel: plurale, ad: eccezione dei nomi in us e tus della quarta forma di variazione bag. 25, gli aggiuntivi per adempiere esattamente il loro ufficio hanno subìto il medesimo numero di de- snenze , le quali hanno îl valore come segue 1.* Desinenza indicativa del nome primo termine di proposizione finita singolare 0. plurale. 42, TRATTATO COMPIUTO 2. Desinenza indicativa del nome variato a de- sinenza sigmificativa della preposizione DI. 3. Desinenza indicativa del nome variato a de- sinenza significativa della preposizione A. 4.° Desinenza indicativa del nome primo termine di proposizione finita, o secondo termine di rap- porto di 24 preposizioni, od objetto. 2/0 5.° Desinenza indicativa del nome secondo terna- ne di rapporto di 15 preposizioni (22). Dalla quale maniera di esprimere apparisce che noi, procedendo co’ principi della ragione, escludiamo dalla variazione degli aggiuntivi ogni idea di significazione. L’ aggiuntivo non è singolare nè plurale , ma ha de- sinenze sintassiche , le quali ci fanno pensare a’ no- mi singolari e plurali ec. "ua Ma i nomi oltre le desinenze etimologiche © sin- tassiche numerate a cinque nel singolare e nel plu- rale, che possiamo quì chiamare per variazione ver- ticale, cioè da su in giù, ne hanno altre di varia- zione orizzantale, per la quale diventano maschili e (22) I precettore sarà diligente a far bene imparare que» ste nomenclature, le quali come si vede, sono per noi sosti- tuite a° casi, detti Nominativo, Genitivo, Dativo, Accu- sativo ed Ablativo. Ora tolte queste nomenclatare era uo- po sostituirne altre, perchè senza di esse non si potrebbe svolgere la disamina scientifica delle parole, quando ec- corre di farne l° analisi etimologica e siptassica. Ma la maggiore importanza loro. è dal lato della verità ,, perchè dicendo ad esempio che il così detto Vominativo è 1.* De- sinenza indicativa del nome primo termine di proposi- zione finita , si esclude ciò che si deve escludere, cioè che l’aggiantivo sia nominativo , perchè il nome può es- serlo e non l'aggiuativo, come vedremo. più razionalmente in Etimologia. e . DI LESSIGRAFIA LATINA _ 48 femminili , come si può osservare nel ‘queto di va- riazione a pag. 33 di Mulus e Mula, Gli aggiuntivi in.gran numero per servire meglio all’ ufficio di ri- ferirsi a. certi nomi variati, rispetto al sesso, presero ancora quelle . desinenze di variazione orizontale — E, siccome questi nomi appartengono a due forme di variazione , cieè alla prima ed alla quarta, co- me Mula e Mulus, gli aggiuntivi presero tutte le desinenze verticali delle due forme di variazione dei nomi latini, come si vedrà più chiaramente da’ qua- dri sinottici, che vengono quì appresso. | . Oltracciò nella pag. 37 vedemmo che molti nomi avevano appo i latini due uscite alla prima desinenza in us e um, comecollus e collum, che appartengono a due tipi della stessa forma di variazione, vedi pa- gina cit. Ma a considerar bene la cosa i due tipi non differiscono che nella sola prima e quarta desì- nenza , e per questa identità sì possono considerare come nomi di una forma che hanno doppia variazione, una -orizontale in us e um, e l’altra verticale con cinque desinenze. | Su questo tipo alcuni aggiuntivi ebbero una tri- plice uscita orizontale alla prima e quarta desinenza come bonus, bona, bonum, ‘rimanendo nelle altre con due semplicemente , se non si vuole aggiungere una sesta desinenza degl’ in us, che i grammatici dis- sero vocativo ne’ nomi. | Posto che gli aggiuntivi si variano per ragioni tutte sintassiche, ossia per mettersi in relazione coi nomi, parrebbe che le desinenze della loro variazione vessero avere tante uscite, quante sono quelle di tutte le cinque forme esposte nel quadro sinottico a peg. 31. Or questo porterebbe una confusione di voci mille h&amp; TRATTATO COMPIUTO volte ripetute senza alcuna importanza etimologica e sintassica. Si è quindi stabilito che gli aggiuntivi si variasséro sul tipo della prima ‘e quarta forma nel medesimo tempo a buon dato, é il rinianente sul tipo della terza forma. Ma gli aggiuntivi, così detti, ‘nu- merali,non seguono 0 itt tuito o in parte le desinenze delle dette forme , ed oltracciò i Comparativi e Su- perlativi secondo hoi non sono che una variazione degli aggiuntivi semplici. Dividerò ‘quindi il presente Capo in quattro articoli. Nel primo esporrò la varia- zione degli aggiuntivi dalla pria è della quarta for- ma : nel secondo quellà degli aggiuntivi di terza for- ma : nel 3.° la formazione de Comparativi e Super- lativi : nel quarto fa variazione de’ Nomerali: ARTICOLO 1. Variazione degli aggiuntivi, che hanno desinenze orizontali e verticali della 1. e 4. forma dé nomi. Questa variazione comprende tutti gli aggiuntivi, che nella prima desmenza orizontale hanno er o us, a, um, come pulcher, pulchra, pulchrum, e bonus, bona, bonum, bello o buono. i | Per dare un quadro sinottico compiuto di questa forma di variazione è mestieri connotare l’ufficio delle desinenze orizontali e verticali. Ora le orizontali in questa variazione nella prima e quarta sono tre, la prima mette l’aggiuntivo in re- lazione col nome maschile, la seconda col nome femi- minile , la terza col nome simale , ‘per lo quale in- tendo ogni nome, che ha la prima desinenza simile alla quarta. | Noi dunque metteremo sopra ciascuna desinenza Le 3 ima. e» . bel cr SF ÉEI DI LESSIGRAFIA LATINA 45 orizontale i segni nd) che vuol dire maschile, f., che vuol dire femna 8.; che vuol dire simile s parole che si riferiscono soupre al nome, con eui ha rela- zione ]’ aggiuntivo, . toe Per gli aggiuntivi. în us la sesta desinenza e sarà allogata in un quadro eccezionale : dessa mette l’ag- giuntivo în relazione col nome-primo termine di pro posizione. finita di seconda persona, Le desinenze verticali saramfo.. “allogate in ili discendente, come abbiamo fatto pe’ nomi, ma la ver- sione di ciascuna voce variata non si può fare-senza P appoggio del rome. Quindi «sotto la voce dell’ ag- giuntivo scriveremo ‘ancora un: nome. In realtà le desinenze orizontati non sona ché due nella secenda , terza e quinta, perchè due : scite per ciascuna desinenza SONO identiche, ma per seguire la pratica delle scuole la mettiamo ripetuta confe nel quadro è vue + 4 A ; x Mn) id - dà Variazione. regolare: degli. ssi s* che hanno la -prima desinenza ‘orizentale’ EB, 4, UM. | s re i È mo f.os. -m f. 8... 1. des. er, a, um, Ù, ae, -a; \ì des. i, de, i, © orUM, aruM,0orum, Sing. { 3 des. 0, ae, o, Pl.îs, is, ‘88, . des, um, am, um, 5. des, 0, U, 0,. - n. Esempi di aggiuntivi di questa variazione liber a 5 um libero, pulcher chra, chrum bello, niger nigra, Rigrum negro, ater,‘atra, trum atro e nero ec. ec. OUUBIS 109 ep UO OMmu uo9I 019q![ CUUBI8 OI9q1 - OuUUBo:s 8 OI9qI OUUBI8 Ip ‘0100!1 ‘000998 0dOqH vIegu vpnui C19I] eu 8° CIogI] uu ip gIOqU eu i BIoqi{ ì 0191] Ol DA 04 onu UNUWDIE WDYMU UNU 019(1[ UNA WDL UNA onu ® OUwDIs ODI ogni 0191] Od DD 04 ‘omu ip tUWUDIS 9DINU IMU 01901] tl. QUA: WU opnu UNUMDI? DIN SNINW 019q1|{ UNI DL i "2 °f eu SIPIOONIS OMUIDIS Pqnuo &gt; omo -MA SV ‘AGI capua: Sie aiop auoizejiea pe lo Na loi emma 201 IUIUNIS UO ajnur uòo LIOqU. ruaos 1I0gI IUUBOS eo _H0qI[ “QUIS Ip 9gI] — puo ego. 9191] emu 0I9qu onu. ® QIOqU[ OmRU Ip. OIL: mu O10gI] IMmui uoo 119q!] fritti 119(I] ou @ 119QI| nu Ip Logi] ru 119I{ SIMAUVOS SRQUINULO © Simi SÙ SdL SUA MUWDIE SOINU © SOmw DA. SIA SOL SVUUDOE SNQUINU SIM 8 gd 8/4 WNIOUULVIS WNIUMUL UNLOMAU IUNAOL URAT UNAOA vuwoIe —2vmu mu nb ID [Ar ‘e -f | 377 SIVINIA G È; 1091 Z e 4 + da 48 . TRATTATO COMPIUTO Su questo modello debbono conformarsi tutti gli ag- giuntivi, che il precettore diligente farà variare nella pratica dell’ insegnamento ai suoi giovanetti , badando che nel conferire facciano precedere sempre il nome all’aggiuntivo e dicano a modo di esempio, Mulus liber, mula libera, scammum liberum, acciocchè si abituino a conoscere che l’aggiuntivo non sì varia per conto proprio, ma del nome a cui si riferiscono. Variazione degli aggiantivi în US, A, UM. Singolare | — Plurale m. f. ss. m. F. 8. 1. us, a, um %, ae. a, 2. ti, 06, i orum, aATUM, OTUTA Bon 3. 0, de, 0. _ 08, ts 4. um, am, um . 08; 08, a 5. 0, a, © 8, 88, is 6. e, » » (23)- ) &gt; » Esempî di aggiuntivi in us, a, um, malus malo, probus probo , magnus grande , longus lungo , par- vus piccolo, altus alto, imus basso ec. ec. (23) Questa desinenza appo i latini avea due uffici a sostenere nel discorso, perocchè non solamente indicava il nome della quarta variazione in ws variato alla sesta desinenza , detta. vocativo, e quindi ogni nome primo termine di proposizione finita, relativo ad un verbo va- riato alla seconda desinenza, detta di seconda persona, ma era il più sovente destinata a far intendere un in- fero costrutto, composto in forma analitica dalla pro- posizione in, dal nome modo accordato con l’ aggiun» DI LESSIGRAPIA LATINA 49 Sulla ‘precedente forma si variano moltissime altré fit derivate e composte in forma di aggiuntivi con prima desinenza orizontale a triplice uscita in er o us, a, un, ed alcuni prenemi con piccele me- :Gcazioni. ! | ARTICOLO TI. Intorno alla variazione degli aggiuntivi sulla terza | forma de Nomi. ©» ©». Questa variazione differisce dalla precedente per due ragioni principalmente , la prima, perchè in essa do- mina la terza forma di wariazione de’ nomi esclusiva» mente, mentre in quella ‘sono due forme trasfuse in una, cioè la prima e la quarta: la seconda, perchè la prima desinenza di questi aggiuativi ‘orizentalmente tivo alla stessa desinenza. Di guisa che prode da pro- das equivaleva a #7 230do probo; bone fatto dene a in mo- do Bono, male a în modo malo. i grammatici chiamarono l’aggiuntive così variato avverbio, e fecero valere prode io italiano per prodamente , e male per malamente. Ma le parole della versione italiana compruovano la nostra opinione, perchè, come abbiamo dimostrato nella nuova grammatica ragionata per la lingua italiana, prodamente e le simili sono parole composte «da #enfe nome pre- ceduto dall’aggiuntivo gproda ec. costrutto figurato di. pendente dalla preposizione #8, vedi Nuova Gramma- tica Italiana. Ma essendo prode, male , bone, specchia» tamente variazioni di pr06, maZ, don, radici degli ag- giuntivi produs, malus, donus , non si può mettere in dubbio che non giene identici alla sesta desinenza, che i grammatici dissero vocativo. È 50 .TRATTATO COMPIUTO: - considerata mron presenta sempre, come quella, ire usci- te, ma per alcuni aggiuntivi ne presenta tre, per al- tri ne presenta due , per la massima parte ne pre- senta una. -Gli aggiuntivi tutti poi, e dell’antecedente e della presente forma, convengono in quanto al nu- mero delle desinenze verticalmente considerate. Io dividerò il presento Articolo in tre $$. 1 » “a * $. das - È SS Tot È - 4 Variazione degli aggiuntivi a tre uscite nella prima desinenza del singolare. - Gli aggiuntivi di questa variazione sono assai po- chi di numero, e per lo più alla prima desinenza han- no le tre uscite er, is, e, la prima fa pensare al nome maschile , la seconda al nome femminile , la terza al nome simude. | ©’ ©: Sd Quadro di questa variazione. 0 : 96 de 8. Le rie... f. 8. . IL. ero ts e... | 88 ces: da. 2. ds is is forum sum im Sing. 13. «1 è « Plur. 2° ibus, ibus, ibus «Ji. em em e es ves ia. f b.. ® a bus, ibus ibus ° Esempi di aggiuntivi di questa variazione cdi parole derivaté 0 composte nella forma de’ medesimi, Acer, cris,e, acre e forte, Alacer, alacris, alacre, ala- ere ardito, volucer, volucris, voluere veloce ec. ta DÉ LOSSIGRAFIA LAFINA 51 Variazione del? aggiuntivo Cecery Celeris Celere, Cele.e Singolare Plurale mf. e. m. f. &amp;. ‘1. ep 108 e 8' es: ia 2. î8 18° 18 qum Tum ium Celer 3. 0 i 1? ibus ibus ibus £. em em &amp; e8 € w 5. eet ibus ius ibus 620 Variazione degli aggiuntivi a due uscite nella: prima desinenza singolare. Gli aggiuntivi dì questa variazione- sono in mag- gior numero rispetto a quelli dell’ antecedente, e si può stabilire che la prima uscita nella prima desinen- za singolare sta in is e la seconda in e, quella pel maschile e femminile e questa pel simile nel modo: seguente.. Quadro: di Variazione: m. ef. 8. m.f. 8. \ 5° i € i es ia ; îs ium Sing. / 3. î Plur. ibus \4. em e eg (a | 5. e ed &amp; bus. 52. TRATTATO COMPIUTO: Esempi di aggiuntivi per questa variazione, brevis breve, brieve, dulcis e, dolce, mitis: e, mite, turpis a, turpe, fortis e, forte. Variazione di BREVIS: E brievo, Singolare: Plurale i. f. 8&amp; . mf. ®. Ls e 8 ia 2. 18 | tum Brev( 3. % | idus À. em e es 4 5.. eei bus Vi. sono: alcune parole derivate in forma di aggiun- tivi, che hanno: due uscite alla prima desinenza, una pel maschile in tor, e } altra pel femminile ih triz, come nel seguente Quadro di Variazione Singolare Pluvale . MN. i nl. . t. tor tria tores irices: 2.. torîs iricis: torum tricium 3. tori trici toribus tricibus 4. torem iricem = tores trices 5. tore trice toribus tricibus DI DESSIBHAFIA LATINA 53 Variazione di VICTOR 9 VICIRIX. gs: Vincitore Vincitrice, . Singolare &gt; Plurale: Lor ria cores rides. 2. orig. ricis orum’’ ricium Fict. 3. ori rici oribis ' ritibus 4. orem ricem ores rìees 195. ore (rice: oribus. ricibus: Variazione degli aggiuntivi ad'una uscita nellà prima desinenza singolare.. Il numero degli aggiuntivi di questa” variazione si” può dire infinito, perchè indefinite sono .le uscite della prima desinenza singolare,-come quelle de’nomi, e l’ andamento della: variazione di' essi non si può re- golare agevolmente senza: sapere la seconda “desinenza. verticale. Ecco'per: ciò la” necessità di: segnare nel. quadro di variazione la prima desimenza' con Ja lette-- ra x, segno -di-un ignoto; -e da' un altro verso quella: di produrre in una’ nota una lista di molti esempi per ridurre una’ qualsiesi analogia nella mente de’ giova: netti. 54 | TRATTATO COMPIUTO. Quadra. di questa variazione. m. f. 8. m. f. 8. 1. T 08: ta. 2. 8 tum Sing. 3.. i. Plur. bus: 4. ema | es ta 5. eedi. bus Esempi. di questi aggiuntivi —. felìr felice, vetus antico o vecchio , ferox feroce, audar audace.. Variazione di FELIX feliee. Singolare Plurale m. fi 8. 973. Sf. s. | I. 2, Ces cu: 2, cis o cum Feli (3 ei cibus 4. cemex ces cia 5.. ce’oci cibus (24) (24) Le uscite della prima. desinenza di questa varia-. zione, come abbiamo detto, sono presso a poco. al- . trettante: quanie sono quelle de’ nomi della terza forma, «e la lgro alterazione pel. formare la seconda desinen- za regolatrice di tutte le. altre si effettuisce quasi alla stessa maniera, che quella. de' nomi. Ed io quì; perc aggiuntivi non intendo quelle parole solamente, ie quali, come vedremo in etimologia , significano qgua- lia, e quantita continua o discreta, ma tutie le parole derivate e composte in forma di aggiuativi , perchè variabili al pari di questi, come i così detti [di DI LESSIGRAFIA, LATRSA w Paragonando .i quadri-di variazione esposti. ne'tre pa-. ragrafi precedenti, è agevole 'a.rilevare che le specie di aggiuntivi della. terza forma di variazione in poche cose differiscono ‘tra loro e propriamente: nella. prima Jona sed i Ù participî e î verbali di ogni maniera variati.ia forma di aggiuntivi. Premesse queste dichiarazioni, ecco una lista de” più. comuni e frequenti. a Lista delte prime e seconde desfnenze singo=- larî degli aggiuntivi di una sola uscita alla. 1. In al'alis, come autumnal’'autannale,.che poi rimase oulumnàle — Animal’ è rimasto sempre così, e falsa- mente da’ grammatici si ebbe per nome. Dite lo stes» so di capital, puleal, eubital, capitale,. puteale ,. cubitale. i 2. in ans antis edin ens entis, come elegans ele- ‘gante, polens: potente, parens la. genitrice , che falsa-. mente i gramatici ebbero:per nome, mentre, come è ‘chiaro, è participio di pario partorire, invece di pa- riens partoreénte, /emperans ,. temperante.. Questa de- sinenza è ricchissima pei participi in ns. di.quasi.tut- ti verbi. SI | O 3. in er erss, come pauper povero e le nomencla- ture de’ mesi in er sepfember, october, november. december», settembre, ottobre, novembre ,. dicembre. 4. in ororis, come memor ricordevole,. smmemor contrario di memor. | di gi ‘ 3. inililfs., come pugil lottatore, vwigili&amp;s vigile, benchè s’ incontrino wigilis e pugilis per. prima . desi- nenza. E qui osservo che anticamente usavasi facwul' per facilis facile, difficul per difficilis difficile ,. dedil per debilis debole. * | 6. in as alis, come arpinas di arpino, vestras: 86. TRATTATO COMPIUTO desinenza singolare, la quale in alcuni ha tre uscite, ix altri ne ha due, la più parte ne ha una. Ma: tut- ti convengono nel rimanente , ossia nella seconda , terra e quinta desinenza tutti hanno una sola uscita: nella quarta’ ne hanne: due, tanto:nel singolare, pe nel viinzia | e nostras di vostro: paese 0 di nostro: paese ce. Quio» di opiimates gli ottimati. . in es eris, come pubes colui, a cui comincia a: nascere il pelo sulla guancia. 8. in es ilis come /tospes l'oste, sospes sano e salvo, e quindi wmiz/es derivato da mille uno de’ ‘mille, milite, soldato , sebbene comunemente per nome sia: considerato. 9: in ove ofis, come compo» compote, #npo0s im- potente. 10; in aa, ex, 1%, 09, tx, che fanno alla secon da desinenza acis, ecîs, ticîs, ocis, ucis 1. in ac, come audar, audace, fenax tenace, fugar fugace 2. in ex come rea reggitore , remex remigante, imbrex embrice, tegola piana 3. in #2 come felia fe- lice, phoenix fenicio, pAr:ix frigio, 4. in 0% come cappadox cappadoce’, velox veloce , praecox' preco» ce. 5. în wr come dux duca, tradita” tralcio: 11. Tutti composti da un nome per secondo com- ponente restano con la prima desinenza di quest’ ul- timo. Come i composti di pes piede, alipes chi ha l’ ali a' piedi, cornipes chi ha le corna a' piedi, gua- «drupes quadrupede , decolor chi non ha colore, +- nops povero. Î grammatici per la unità dell’ uscita al- la prima desinenza spesso per nomi tennero siffatte. parole, e noi, non volendo, alcuna fiata le abbia- mo tra’ nomi annoverate per seguire la comune di es- si. Ma la scienza, che procede per gradi a rettificare | DE BESSIGRAFIA LATINA 57 0 ARTICOLO HI Entorne alla formazione de’ Comparatiri 6 SUPERLATIFT:: — Ì comparativi e i superlativi sono aggiuntivi varia- ti con certe desinenze, per le quali accrescono il loro radicale di un nuovo significato. | I comparativi ( ritengé' questo vocabolo: riconosciu- to dalle scuole ) si formano: dalla desinenza # dell’ag- giuntivo , accresciuta delle due desinenze orizentali or e us, la prima per mettere l’aggiuntivo in rela- zione cof nome maschile e femminile, fa seconda col nome simile, come de feliei. di felix felice , si fa felicior e us: da sancti di sanctus si fa sanetior e sanctiuo. È Hl significato clie questa desinenza aggiunge al ra- dicale è più o meno, che in latina si fa per magis e minus, ond’ è che tanto se dico: felictor, quanto magis @ plus feliz vale lo stesso. | superlativi sone» gli stessi aggiuntivi variati con la desinenza ssimus , ssima , asimmun , pe la prima desinenza dell’ aggiuntivo è ua, come in sarncius: con rrimus, rrima, rrimua, sa la prima desinenza è er, .come hber, integer ec. con Himus , lima , limum, se la prima desinenza è lis, come doctlis, agilis ec. gli errori vulgari farà rilevare a tempo razionalmente la loro insussistenza, come faremo nell’ Etimologia e cella Sibtassi. | :58 ‘ 'BRATTATO COMPIUTO: sebbene qualche volta anche gl’in er e gli in lis si uniformano’ a'primi, prendendo ssimus, a, um. Questa desinenza aggiunge all’aggiuntivo il significato equi- valente a il più, onde doctissimus si traduce il più dotto. In latino invece db doctissimus: si può’ dire : valde doctus, longe doctus ec. ©. Per la variazione de’ comparativi l’ aggiuntivo ap-- partiene alla terza forma di. variazione, come dal se- ‘guente: quadre... | | dra Vico | Variazione del comparativo FELICIOR US.. Singolare: Plurale m. f. 8. 1. ori us ores' ora 2-0 era... arum &gt; Felici ( 3. orto ‘+ oribus.. di 4. oreme us ores ora Di “ore. _. ortbus: Su questo modello si varia sanctior, us: doe- nor, doctius: pulcherior, pulchrius, più santo, più dotto, più bello: I superlativi si variano come bonus, a, um, pag. 48 Sotto’ questo rapporto: ogni aggiun- ‘tivo sì può considerare in tre forme , che io chiamo. 1. forma semplice, corrispondente al positivo de’gram- ‘matici,. 2. forma comparativa, 3: forma superlativa,. come nel seguente quadro.. DI LESSICRAFIA LATINA H9. Forma Semplice Comparativa —Superlativa Feliz, felice . felicior . felicissimus Liber, libero libertor iberrimus Facis, facile - .- facilior. facillimus Doctus, dotto doctior doctissimus Sanctus, santo ‘ sanchior = sanctissimus Ma non tutti gliaggiuntivi latini avevano tutte queste forme) perocché ve re erano alcuni, che a formare il comparativo ed il superlativo ricorrevano ad altre pa- role, e questi aggiuntivi erano i seguenti. i 1. Bonus buono; Melior nfigliore, Optimus ottimo. 2. Malus malo, pejor peggiore, pessimus pessimo. 3. Parvus piccolo, minor minore, minimus menomo. 4. Magrtusgrahde, major maggiore, mazimus mas- simo; ma.major è lo stesso che magior, quasi ma- gnior, e marimus è lo stesso che magsimus, abbre- viato di magnissimus. a sr. VA sono alcuni comparativi e superlativi ., .la cui radice è una preposizione . ‘onde si allontanano dal tipo della formazione, stabilito’ ne quadri precedenti, come apparisce dal quadro seguente | |. ©. Da citra di qua citer citerior: citimus Da eztra fuori exter erterior erxtremus ed ertimus Da super sopra superus Superior SUpremus e summus Da infra sotto inferus mferior infimus Da Post dopo posterus posterior postremuse postumus 60 | TRATTATO COMPIUTO ARTICOLO IV. Intorno alla Variazione degli Aggiuntivi detti umerali. | Tl principio di ogni numero è l’unità, mentre dessa stessa non è numero. (Quest idea appo i latini «era e- spressa cen i’ aggiuntivo Unus, a, um uno ed uno, la cui variazione è in tutto simile a quella di Bonus, a, um pag. 48, eccetto la desinenza seconda singo- lare , che erizentalmente -è una in -ius, e da terza che è in &amp;. Variazione di UNUS, A, UM. Singolate Plurele m. Îf. ms. 1. us, a, um i, de, @ (25) 12. “us, tus, tus, orum, arum,orum, Un 3. LU Ù, e Lu 28, 98, 18, 4. um, am, um, 08, 08, 5. 0, @, 0, Î8, 38 18, 6. e » (25) Nel senso letterale esrzus, 4, 199 non può avere plu- rale, perchè |’ uoità è singolare e non plurale: ma in senso figurato, ossia per sineddoche, Spesso si true- va così adoperato, ome i nomi propri. DI LESSIGRAFIA LATINA 61 I numeri cominciano da due , onde tutti gli ag- giuntivi, che esprimono numeri da due în poì deb- bono essere tutti plurali, perchè il numero è complesso di più singolari, è perciò che, se hanno variazione, non può essere che pel solo plurale. Ma nen tutti i nu- merali latini sono variati dall'uso, perchè da quattro fino a cente s'adoperano invariati nel medo seguente. Quatuor quattro , quinque cinque, sex sei, septem sette, octo otto, novem nove, decem dieci, unde- cim undeci, duodeciîm dedici, tredecim tredici, qua- guordecim quattordici, quindecim quindici, serdecim sedici, septemdecim diciassette , octodecim dieciotto, noevemdecim diciannove , viginti venti, triginta tren- ta, quadraginta quaranta , quinquaginta cinquanta, seraginta sessanta , sentuaginta settanta, octuaginta ottanta , nonaginta nevanta, centum cente. Ì nu- meri intermedi da venti a trenta, da trenta a qua- ranta ec. si fanno componeudo le unità e le de- cine, come per esempio quatuor et viginti, quinque et viginit ventiquattro e venticinque e va dicendo. Sotto il numero quattre seno variabili due e tres mel modo seguente. Wariazione di DUO Variazione di TRES 773- Fi. 8. m,f. CA 1. duo due 0duw Tres. tria 2. duorum duarum duorum trium 3. duobus duabus duobus tribus 4. duoo duos duas duo tres tria 5. duoebus duabus duobus iribus Dopo centum sono variabili 62 TRATTATO COMPIUTO Ducenii, ae, a duecento: fercenti, ae, a trecento: quingenti, ae, a cinquecento : sercenti, ae, a sei- cento: septigenti, ae, a settecento, così fino a mille sulla forma del plorale di bonus a um. Osservazioni intorno a Mie e Bis. S'è insegnato in Lessigrafia che Mille sia sostan+ livo cd aggiuntivo, e che sia singolare e plurale, due contraddizioni manifeste , la prima perchè una stessa parola non può essere due cose differenti per natura, come è dire sostantivo ed aggiuntivo : la seconda perchè se mille è numero, non può mai dinotare l’u- nità, e per segno di unità lo hanno coloro, che lo vo- gliono singolare. Ogni numero è un plurale, nè può essere mai singolare. Noi dunque ‘diciamo che Mile si truova nell’uso della lingua adoperato ora inva- riato ed ora variato , sempre numerale aggiuntivo, sempre plurale (26). Quando è variato ha la seguene te form&amp; se e 1. millia . millium 3. millibus. 4. millia 5. millibus L Sicchè mille non è singolare di millia, ma è dif. ferente dal medesimo per la sola variazione, come gummi da gummis, sinapî da sinapîis. (26) I grammatici, che della parola m//e ne feeero un sostantivo ed un aggiuntivo singolare, e plurale, furo- no ingannati da alcuni esempî simili al seguenfe, Di LESSICRAFIA LATINA 63 Intorno al numerale Brs. Questo numetale a me pare identico al greco dis due, ed a noi è rimasto invariato in costrutto figu- rato detto avverbiale, onde si traduce due volte. CAPO IL iNTORNO ALLA VARIAZIONE DE COSÌ DETTI PRENOMI. / I prenomi sono di quattro specie, come vecremo nel. Y Etimologia, cioè Prenomi di sito, Prenomi congiun- tivi mediati,, Prenomi congiuntivi immediati, e Pre- nomi disgiuntivi. In quattro articoli distinti parleremo della variazione .di queste tre specie di prenomi. mille militum interfectum’' est, che tradussero: un mi. gliajo di soldati fu ucciso, perchè credettero che quel militum dipendesse da mz//e, come rei da quid nella do- manda quid rei? dove mille dev’ essere singolare, essi di- cono, perchè vi è est inlerfectum, con cui deve accordare il primo termine. Ma, se avessero posto mente che questo costrutto è figurato, e chie mille militum tutto insie- me dipende dal nome negonium sottinteso determina- bile dei mille militum, la ‘contraddizione non sareb- be stata ‘elevata a principio. E da questa forma di dire è derivata la nostra italiana sonvi di quelli, huv- vi di molti ec. i Che mille sia adoperato invariatamente, si può pro- vare con mille esempi. Adunque fa mestieri conchiu- dere che questa parola -è una di quelle poche, che era în arbitrio de’ parlanti di ‘variare e non variare pell' uso della lingua. Sebbene a me pare che per va- riarla vi dovea essere una qualchè ragione. 64 TRATTATO COMPIUTO ARTICOLO I Intorno alla variazione de’ Prenomi di sito Hic Ille e Iste. I prenomi in geuerale si variano come gli aggiun- tivi, ma le loro desinenze sono differenti da quelle dè’ nomi e degli aggiuntivi medesimi, eccetto per alcuni pochi, che si conformano alla variazione di quelli. . | Variazione del pronome HiC questo Singolare Plurale m.. f. 8. m. f. 8. 1. hic haec hoc o huc hi hae haec 2. huius huius huiuso horum harum horum 3- huic huîic huic his his his 4. hune hane hoeo hue (27) hos has haec 5. hoeo hic, hac o hic, hoe o hic (28) his his his (27) Ho messo questa doppia desinenza , perchè Ae da’ grammatici si è fatto valere perl' avverbio qué. Or come potrebbe mai essere che questa voce identi- © ca al prenome %zc diventasse una parola diversa per natura? Io dunque penso che Aze sia lo stesso che hoc o hac, a cuì sottintendendo in /oco 0 in regione, avremo #5 hoe loco, in hac regione, in questo luo- go, in questa regione, e in forma più sintetica qua. E la mia opinione è fondata sull’analogia, perocchè, come vedremo qui, quae, quod, alla quinta desi- menza fa pure quo o qui, qua 0 qui, quo o qui, e il quie rimasto in quia perchè, come vedremo. (28) Questo Auc invece di hoc, è ritenuto in 4ue, —. _— E st f- DI LESSIGRAFIA LATINA 65 ereduto avverbio da’ grammatici, e in cdhue com- posto da ad e hue, e-ciò perl'affinità dell'o stretto con la #. Se i grammatici avessero posto mente al valor etimologico delle parole, non avrebbero multipli- cate le regole all’ infinito,: nè avrebbero cresciuto il numero delle contraddi zioni a dismisura, facendo ap- partenere a tante classi differenti le medesime parole. OUUtIs U0I ‘ oxsonb OUURIS ojsonb OuuBos e ojsonh _ oxsanb OuUURIS — o]jsenb emu u09 gisonDh enu e;sonb emu e eisonb egnwa Ip ejsanh emue . ejsonb RSS” _—_ _ Cup EEnnMÉÌ Onur uo9 0UwDIS ojsanh 90Y onu UnNUWwDIE o7sand 20Y omu è CUWDIS ojsanh NY onu tp rUWwDIS osenb SnINY ojnur UNUWDIS ojsanb 207 ‘8 IEFTOONIS vfnui = omu 5DY 20) *G DINUL WIMINW UD] 9UNY Y aDmmnu omw DRY 29NY E QUmnuL nu SHIN/ STAY 6 Dm snmnue 290Y 92 "1 O £ "lu ‘euro vp o 7;nfas DI emwrouoId 19p QUOZ4zivA IuUMOS 09. emur too Iinw uo9 o Stlluunos = SMqunul Sipnui isonh = ejsonb gsonbo SW - 984 84 ‘9 IUUBIS -emu - . Inu DUwDIS = Sum SOmu o. Tsonb agsonh nsonb 290/ 80Y 80) ‘E wueos ®e. emue © Imue SIUwuDIS = SAQUIRUE — SIVE ” Hsonb ejsonb 1jsanb | S1/ S2Y st‘ mugos po amuip Mu Ip MUNIOUWDIS WMV VUNIO]BUE 13 sond ojsenb “0 nsenb o IUNLOY WRLDY WRKOY "8 tuuggs è © Omui quatro BUWDIE OPInrUa qu nsonb —e;sonb ijsond 090Y YU . 20% - TIPUATA 68 TRATTATO COMPIUTO AVVERTENZA AI PRECETTORI Su questo modello’, cioè del prenome seguito dal nome, si faranno variare î seguenti prenomi e gli al- tri simili. E badino i precettori a far leggere ed im. parare il precedente quadro in modo che il prenome: preceda il nome, per esempio, hic mulus questo mulo, ancorché il nome stia sotto e il prenome sopra. Variazione di ILLE, SILLA, ILLUD, il, lo, lay © quello e quella e di ISTE, ISTA, ISTUD cotesto e cotesta. Singolare Plurale m. f. 8. 1. e, a, ud,(29)ît, ae, ad IU 2. ‘us, Vus, us, orum, arum,orum, 13. %, %, ds € 18 Ist b) 2 d) E) È) , 4. um, am, ud, 08, as, a, 5. 0,7 a, 0, 838, $ 88; (29) Questa desinenza è. propria de’ pronomi, desti- nata a riferire il prenome al nome sirz/e, quando le indicazioni per.aggiuntivo non fossero sufficienti. Ma eiò solamente nel singolare, poichè nel plurale pre- nomi ed aggiuntivi ad eccezione di Aie convengono in tutto, come apparisce da’ soprapposti quadri di va - riazioni. Di qui apparisce di quante risorse era ricca: la latina favella per dare alle parole un mutuo richia- mo, mentre lo infinito numero delle desinenze ne’ nomi negli aggiuntivi e ne’ pronomi le concilia tanta va- rietà, precisione, ed eleganza, DI LESSIGRAFIA LATINYV 69 ARTICOLO IL VARIAZIONE DE’ PRENOMI I CONGIUNTIVI ImmEDIATI TANTUS QUANTUS , € TALIS QUALIS— e in questo occasione di Tot e Quot. \ Tantus, a, um che e significa tanto, e quantus, a, um che significa quanto, si variano come Bonus a um 48. Talis tale, che significa tale, e qualis ig , sa significa quale, si varia come Brevis e, DARRE Tot tanto e quot quanto sono invariabi ARTICOLO IN. VARIAZIONE DE’ PRENOMI ConeionTIPI MEDIATI, (QUI QUAE QUOD, IS, IPSE, IDEM, PAR, SIRTAZIO, SIMILIS. Questi prenomi, benchè rispetto al significato si ri- ducono alla medesima specie, rispetto alla variazione riduconsi a diverse forme, come da’quadri seguenti, 70 fRATTATO COMPIUTO 1. Variazione di Qui, Quae, Quop, il Quae, la QUALE 0 CHE CUI. Singolare Plurale mn. f. $. qui quae quod (30) qui quae quae (33) , CUTIS CUIUS CUIUS ‘@’—QUOTUMI Quarum quorum cuù cu cui queis o quibus (34) quem (31) quam quod quos quas quae quo 0 qui,qua o qui, quo 0 qui (32) queis o quibue (_S (30) Questo prenome si discosta: da ogni tipo di va- riazione, perche la prima uscita orizontale è ?, la se- conda è «e, la terza è 04, sebbene anticamente que- st’ ultima dovea essere cum, e la seconda a, come ri- leva dalla pota seguente. (31) Che il quer di questa desinenza anticamente fosse guum apparisce dal significato di quest'ultima pa- rola, la quale ora si scrive quurm ed ora cur in senso di guando. Ora chi non vede in queste due parole il radicale di qui, quae, quod? E, siccome il | tipo «di tutte le variazioni presenta costanteniente nella quarta desinenza la prima uscita identica alla terza , si-può dedurre che anticamente invece di quod si di- ceva cum o quum. (32) Che il qui stia invece di quo, qua, e quo, si può provare con mille esempî de’ classici serittori la- tini, onde rileva quant era capriccioso |’ uso di quella lingua, che riteneva ad invariate alcune parole che in altre circostanze erano variate. lo non saprei trovare una ragione più eonvinecente di questa incertezza di uso, se non il predominio dell'elemento barbaro sulla civiltà del- la letteratura latina. Mi spiego più chiaramente. Le paro» le nell'epoca barbara di qualsiesi lingua non possono DI LESSICRAFIA LATINA 11 avere futta'la esplicazione delle loro potenzialità : quindi . moltissime per natura: variabili dovettero rimanere ine - ‘ variate, perchè mancò l'opportunità di rariarle. La mol- titudine, seguendo l'esempio de’ primi scrittori barbarî, ritenne quelle forme di dire per pregevoli, e gli scrit- tori dell'epoca eulta Je rispettarono eoeme sdiotismi, mentre in mille occasioni seguirono le forme più re. golari. Infatti non vi sarebbe alcuna ragione per giu» stificare lo scrittore classico, che dice qwi, dove avreb- be luogo quo, già stabilito dall'uso comune della : lin- gua colta... Chi volesse un.altro argomento, rifletta al propterea guod tradotto .per la ragione che , al quo circa ec. dove, come ognuno vede, nel primo esempio il quod è preceduto da ea, che è una desinenza plurale simile contro l’analogia costante de’ costrutti latioi, e nel se- condo C:rcum preposizione, che costantemente ha per secondo termine un nome variato alla quarta desinen- za, è seguito da quo quinta desinenza. Alcuni gram- matici l'annoverarono tra le sgrammaticatyre avvalorate dall'uso, ma questa è una formula che dice niente, Jo dico che simili maniere accennano all’ epoca bar» bara della lingua, in cui si diceva quod o quo inva- riabilmente. (33) Questo doppio quae, quae nella desinenza. ori» zontale è di molto imbarazzo pe’principianti nello stu- dio di questa lingua, mentre al secondo quae ben si poteva sostituire gua, secondo il tipo generale delle variazioni di tutti gli aggiuntivi e di tutt i prenomi. È qua dicevano gli antichi invece di guae terza uscita della prima e quarta desinenza plurale. Del che ne fa chiara pruova il costrutto gua propter, dove il qua nop può essere quinta desinenza singolare, poichè prop- ter è preposizione che nell'uso costante della lingua vuole up nome variato alla quarta desinenza. Ne fa pruora inoltre la dottrina comunemente ricevuta da' grammatici, i quali insegnano che a’verbi di moto per 72 TRATTATO COMPIUTO luogo la domanda si faccia con gua ? che si traduce per dove ? Ora, dove è il per, vuolsi per secondo ter- mine un nome e per esso un prenome warialo alla quarta desinenza. Onde il gua ransis? Equivale al loca traasis? Intanto il qua, che sarebbe la forma regolare, è rimasto incerti costrutti come un idio- tismo, mentre l’diotismo è rimasto nell'uso comune del- la lingua per una forma regolare. (34) Questa doppia desinenza di guess 0 quibus accenna alle diverse epoche della lingua, e la prima all’ epoca primitiva, la seconda all’epoca culta che stabilì que- stultima come desinenza migliore da doversi preferire all'antica. diataa Variazione di Qui, Quas, Quod seguito di nome. ‘qui mulus. il quale mulo "cuius ‘muli “del quale mulo cui nuto al quale mulo quem muluni il quale mulo quo mulo col quale mulo Sincorare quae mula la quale mula cuius mulae della quale mula cui mulae alla quale mula quam mulam la quale mula qua mula . colla quale mula "i ir LE quod scamnum il quale scanno cuzus scamni del quale scanno cu? scamno al quale scanno quod scamnum il quale scanno quo scamno col quale scanno a GU RO e Si Variazione di Qui, Quae, Quod seguito da mome. pe muli ì quali mulî quorum mulorum de’ quali muli quibus mus a’ quali muli runs mulos i quali muli yuibus mulis co’ quali muli n) Puunate 0. quae mulne quae scamna Je quali mule ì quali scannî | quarum mularum quoruni scamnorum delle quali mule dei quali scannì quibus mautlabus ouibus SCAMNÉS alle quali mule. a’ quali scanni quis mulas quae scanmna le quali mule i quali scanni qu bus vnseela bus quibus scan:nis colle quali mule co’ quali scanni DI LESSIGRAFIA LATINA 75. Variazione dei pronome 19, Et, ID, ES9s®0, 2SSA ciò. A fi * __ mn. ff. ® | 1. is ea id | dî ea ca, | 2. eius eius eius '6OTUM CATUMEOTUM Sing. 8. ei ei ei Plur. Jeis vel ts «4. eum cum dd e08; €as, €08 f 5. eo. ca co feis vel mus Variazione di ye A UM esso, essa quelto. Singolare Plurale Mafie. mf. ®. Le a um î ae a 2. îus ww orumarum orum Ips | 3. î î8 4. um am um 08 as &amp; do a’ 0. “a ds È Il prenome idem, eadeni, idem, è composto da is e dalla particella dem indeclinabile, in guisa che chi sa variare ts, ea, id, saprà pure variare il composto idem; hè non ha da variare che il solo îs, ea, 14. M prenome par, egualé, e i suoi composti si variano come gli aggiuntivi di unica uscita ‘alla prima desi nenza singolare: aequalis e eguale, similis e simile, si variano, come brevis e pag. 32. 16. TRATTATO COMPIUTO Cl cstega i 1 Vartazione DE' PRENOMI CONGIUNTIPVI COLLETTIPI , MULTUS, CUNCTUS, UNIVERSUS, da: POTUS , NI- MIS; MAGIS, "UO PLUS. ‘+ Pa I primi tre cioè vita molto, cunétus e univertsus tutto, si variano come bonus, a, um pag. 48. Omnis e, ogni, come brevis e, pag. 52. n Totus tulto come unus, a, um, pag. 60. o Nimis troppo , magis e mage più, satis e sat ba- stante, sono invariati nell’ uso della lingua + al solo singolare. ciali uris più sì varia, come fia, peg. 94, i | ‘ARTICOLO IV. U S 3 ve 8 Variazione .de’ prenomi disgiuntivi .AaLIUS , 41TER, ULLUS, NULLUS, UTER, COETERUS, DIVERSUS, PAU- LUSy PAUCUS, SINGULUS, DIFFERENS, MINUS, I primi cinque, cioè alius altro, alter altro; ullus alcuno, nullus niuno’, uter virius o l'uno. 0 l'altro si variano, come unus a uma pag. 60. -Ceterus altro, diversus diverso , partus e | paucus poco., singulus.uno diviso da altri sì variano come bonus, a, um: differens entis differente. come feliz. Minus è la seconda uscita’ orinzontale del compa- rativo minor minore e si varia, come a pag. 58. Di LESSIGRAFIA LATINA  INTORNO, ALLA VARIAZIONE DEI COSÌ DETTI i INTERROGATIVI E DELLE PAROLE COMPOSTE. © GI’ interrogativi nella lingua latina sono i due pre- nomi quis, quae quod o quid, e cujus, a, um. ll primo si varia come qui, quae, quod,pag.70, e si tradu- ce quis chi? per maschio, quae ch? per femmina, quid che cosa per nome simile (35). Cujus, cuja, cujum, si varia enme bonus, a.um . e si traduce di chi? di chi? di.che? (36). oi In quanto alle parole cemposte si possono fare di- verse supposizioni rispetto’ alla variazione: o le. due composte si variano entrambe, e allora ciascuna se- gue la propria forma di variazione , come respublica la repubblica , jusjurandum il giuramento, quisquis composto da quis e quis. La seconda supposizione concerne le parole composte, nelle quali uno de’componenti resta inalterato : in tal caso variando l’altro, secondo la propria forma non vi è altro ad osservare, come neuter composto da ne non e uter l’uno o l’altro: quisque composto da quis chi variabile e da que invariabile, e tutto’ vale cia- scuno : aliquis composto da al abbreviato di alius inalterato e da quis chi, e tutto si fu valere per al- cuno. Così varierete il solo qui quae quod in quili- bet qualsivoglia, quicumque chiunque, quidam un cer- to, quivis chi vuoi : il solo: pater in paterfamilias il padre di famiglia, il solo scitum in: plebiscitum de- ereto della plebe, il solo consultum in senatusconsultum detreto del senato; il solo otium in negotium negozio.. Si badi adunque a far bene variare gli elementi , af- finchè si sappiano: variare i. composti. (35) I grammatiei notarono che quis, quae, quod, 0 8 TRAYTATO COMPIUTO. quid alla prima e quarta desinenza per la terza usci- ta simile invece di quae faccia ancora qua, ma ciò non bastava, perchè il qua di quapropter non è cere tamente interrogativo, ma affermativo. (36) Questo Cujus è identico alla seconda desinen- za verticale di quis, guae, quid : intanto si è variata questa desinenza in forma di aggiuntivo e n'è riuscito l'interrogativo di diversa forma. Pare poi che desso non abbia uso se non alla sola prima e quarta desinenza verticale, perchè gli esempi sono rariei pochi che si allegano, si riferiscono a queste sole uscite, come in quel di Virgilio: Cujum pecus, e. nella traduzione con- serva il dî della sua origine, perché non potremmo tra- durre il Cujum pecus se non per di chi é il bestia. ao. Da Cujus si è formato il derivato Cujas ass. dr LESsICRAFIA LATINA | |. 79 Intorno alle Concordanze de’ Nomi con gli Aggiuntivi e co'prenomi latini La variazione degli aggiuntivi e de’prenomi, come abbiamo detto a pag. 41, è tutta sintassica e non eti- mologica, ossia non è per conto proprio ma de’ nomi a quali si riferiscono nel discorso. Ora abbiamo vedu- to che gli aggiuntivi e i prenomi hanno duplice varia» zione, una ortzonztale, e l’altra verticale, la prima per metterli in relazione co’nomi variati rispetto al sesso, la seconda per metterli in relazione co'nomi variati a de- sinenze verticali. Ma non tutt'i nomi sono e possono es- sere variati rispetto al sesso, e intanto per i pochi maschi- li e femminili già si truovano variati rispetto ad esso. Come fare per metterli in relazione con tutti gli altri nomi, che non sono per natura ne’ maschili ne'femminili? In quanto a questo bisogna stare all’ uso della lingua. Ma l’uso si apprende con lo studio de’testi classici e per saperlo bisognerebbe attendere per molti anni. Noi dunque per dare un ajuto alle tenere intelligenze de’ giovanetti andremo esponendo alcune regole ge- nerali, e produrremo delle liste per alcune eccezioni in- quanto ai nomi irregolari. Gli aggiuntivi ei prenomi accordano coi nomi, ogni qualvolta si mettono a quella desinenza orizontale o verticale, che l’uso della lingua ha stabilito co’ nomi: così hic poeta bonus presenta una concordanza tra nome € prenome , tra nome ed aggiuntivo , perchè P uso della lingua con poeta mette hic e bonus. Ma hic al singolare ha tutte queste desinenze verticali , S0 TRATTATO COMPIUTO 2. husus, 3. huic , 4. hune, 3. hoc, come bonus, ha tutte le seguenti desinenze verticali, 2. boni, 3. bono, 4. bonum, 5. bono. Allora dunque poeta è accor- dato con hic e bonus in tutta la sua variazione, quando ad ogni sua desinenza vertieale fa corrispondere una di queste verticali ed orizontali di hic e bonus. Simil- mente haee musa bona presenta una concordanza, per- chè il prenome e ]’ aggiuntivo hanno subita una de- sinenza otizontalè rispetto a musa, riehiesta è stabilita dall’ uso. E questa coricordanza ‘è pet iutta la varia- zione, se a ciascuna delle cinque desinenze di inusa, ne corrisponde uria di haec e boria verticalmente sotto la prima desinenza, coiné hei quadri seguenti. DI LESSIGRAFIA LATINA 8, I. Quadro di concordanza del-nome con l’aggiuntivo e col ira | ; I Singolare 0 De 1. hic &gt; mulus* bonus “questo ©» i: 2. hujus mul : boni . di questo. da 3. huig mulo bono a questo mulo buono 4. hunc mulum bonum questo. . |. x 5. hoc mulo bono con questo Plurale 1. hi . muli. doni — ba | 2. horuîn mulorum bonorum diquesti {culi 3. his mulis bonis: aquesti }) È al 4. hos , mulos., bonos. questi = |. PUON 5. his maulis bons. con questi i 2. Quadro di concordanza del nome col Pe e con l aggiuntivo. Singolare .. 1. haec È mila dona questa Do 2. hutus mulae bonae di questa 3. huc mulae bonaea questa) mula buona 4. hanc mulam bonamquesta 5. hac mula bonacon questa 82 TRATTATO COMPIUTO © Plurale 1. hae mulae bonae este | 2. harum mularum bonarum di queste le 3. his mulabus bonis a queste tai 4. hag mulas bdonas. queste MOT 5. his =mulabus bonis con querte 3. Quadro di concordanza del nome col prenome “ed aggiuntivo. e Singolare 1. hoc € scammumo bdorum questo 2. huius .scamni » boni di questo 3. huic scamno bono a questo "asrang &amp;. hoc scamnum —bonum questo srt 5. hoc scamno. bono - con questo _ - Plurale 1. haee scamna @dona questi 2. horum scamnorum bonorum di questi| scanni 3. his scamnis bomis a questi ) 1° va &amp;. haec scamna bona questi |. su 5. his » scamnis. bonis conquestif © w 5, a es) _ Si fn i -®* —. — n — a. DI LESSIGRAFIA LATINA GB AVVERTENZA AI PRECETTORE © © Ho messo tre quadri di variazione per. ossergare le me uscite orizontali de'prenomi e degli aggiunti vi con le ire uscite de' nomi, una maschile, Za seconda femminile , / terza simile. Da questo momento il ‘precettore fara esercitare è giovanelti a variare È somi.sn questa forma, che io chiamo forma della variazione delle Concordanze. | Ma il prenome hie hace hoe da questo momento | diviene una norma. degli accordì di tutti gli aggiun- tivi, che si variano sulla terza forma de’nomi, e per dare maggior latitudine e generalità al principio del. de concordaunze, posrà esercitare i giovanettia varsa- re insieme il prenome con qualsivaglia agg'untivo co- me hic celer, baec celeris,, hoc celere: hio et haee brevis, et hac breve: hic, et haec, et hoc Par. Ma farà notare scrupolosamente che, quantunque ‘hic con sutte le desinenze verticali corrispondenti sia desinenza indicativa di accordo col nome maschilé, baec desinenzga indicativa di aecordo col nome fem. gsinile, hoc col nome simile, non sempre fa inten. dere il maachile o il femminile, perch? infiniti no- wii si danno tuvariati rispetto al esso, con cui ac- cordano hic ed haec. L'idea del 8esso, è accessoria pe’ nomi e non per gli aggiuntivi o pe'prenomi, i quali - variandosi indicano e non significano mai per con- A alal ciò. che al significato loro non 8: ad- x Quando un nome accorda con hic, vuole bonus , ossia che la prima uscita orizontale del prenome vuo» le la prima uscita orizontale dell'aggiuntivo. Di ‘In quanto dalle desinenze verticali essendo cin- ‘ que, e cinque ne'prenomi e negli aggiuntivi, debhe- 84 TRATTATO COMPIUTO no corrispondersi secondo il numere :di ordine. In quanto a' nomi bisogna vedere se vi stia hic 0 haec o hoc. Posto che vi sia hic, vi dovranno essere le cinque verticalmente sottoposte: dite ‘lo stesso se vi è haec od hoc: dell'aggiuntivo egualmente. Noi dunque, ‘ saperido l'accordo della ‘prima desinenza del nome, del prenome e dell’ aggiuntivo, sapremo tutta la con- ‘cordanza delle voci di' queste parole . variate. Ecco perchè nelle liste seguenti io metto innanzi a* nomi i prenomi, e dopo, l’aggiuntivo, affinchè i giovanetti as- sociino ad essi la. concordanza di tutte . le. voci va- rate. . . ca - Noi dunque diremo che’ l’ aggiuntivo ‘accorda col - prenome, ma non significa niuna di siffatte cose; ol- ‘tracciò non tutti nomi ‘sono variati rispetto al gene- re, che per noi è sesso. Ma diremo razionalmente che l’aggiuntivo e il prenome accordano col nome, quan- ‘do si mettono a quella desinenza orizontale, che è sta- bilita dall'uso , e in quella verticale, che è- richiesta dalla variazione. © iL A IA) ... . IREGOLE GENERALI DEGLI ACCORDI DE'NOME ‘: CON E PRENOMI ED AGGIUNTIVI . 3.3 Recora erneRALE — Tutti nomi latini di .es- seri animati variati con la doppia desinenza er q us e a, come puer e puera, mulus e mula, con la prima. vogliono hic e bonus, con la seconda vogliono haec e ‘ ‘«2.° RecoLa cenerALE — Î nomi di esseri animati © rappresentati dall'arte come tali, ma che non han- no la doppia desinenza er o us e a orizontalmente, se sono nomi :di maschi, prendeno-hic e bonus, se LES. —. n &gt; ro ni gi EE 5 I ” LE AL ser E° LI IT 3 3 aq DI LESSICRAFIA LATINA 85 sono nomi di femmine prendono haec e bona; come hic Iupiter Giove, hic Mars Marte, haec Venis Ve- nere, haec Dido Didona, haec Pallas Pallade. 3.° RecoLa GENERALE. I nomi de’monti de fiumi e de'venti vogliono hic e bonus, come hic Tigris il fiu- me Tigri, hic Ossa il monte Ossa, hic Zephirus il vento. Zeffiro. Se. n° eccettna. Aetna il Mongibello, monte di Sicilia. vicino Catania, Allia fiume d' Italia: in Sabina , Du- rentia Duranza, Garwnna: la: Garonna ed altri, che . vogliono haec. . Jader Salona fame: della Schiavonia, e Nar la Ne- ra, fiume del? Umbria, vogliono ‘hoe (37). 4. Recora Generate. I nomi delle province, delle città, delle isade, e delle navi, ordinariamente vagliono haec, come haec Corinthus: Corinto, haec Ciprus Ci- pro isola, haec: Centaurus la | nave detta Centauro (38). (37) nali jegole generali adunque hanno un' e- stensione relativa, ma non inducono mai la certezza che sia impossibile una eccezione qualsiasi. (38) Centaurus propriamente è nome di uomo o di una classe di uomini, detti Centauri. Se dunque in- contriamo magna Centaurus presso Virgilio nel -senso di una gran nave chiamata Centauro, non dobbiamo di- re che questo nome abbia perduto'il suo accordo pri- mitivo, ma che in Centaurus magna vi è costrutto figu- rato , onde la frase in forma analitica sarebbe la se- guente: Navis magna dicta Centaurus, dove Centaurus sarebbe un primo termine di proposizione comparati- va nella seguente forma: navis magna sic ‘dicta, sicut Centaurus est dictus, vedì sintassi. Vol. UI. pag. 77. e segg. Dalla quale osservazione rileva au teoria 86. TRATTATO. COMPIUTO. degeneri. del Portoreale è la più contradittoria del moudo, perchè, confondendo le ragioni 'sintassiche con l’efimologiche, rende così incerta la concordadza de'nomi co'prenomi'' e ‘con ‘gli aggiuntivi, che è def tutto inu- tile tentarne lo studio, anzi, a parer mio, è nocivo aldo sviluppo, dell’ intelligenza. | uando ha stabilito chè ‘i. nomi in wm sono di prpere netitro, e tali devono es: sere, perchè ànno le ‘desinénze simili, con quale ‘ac-’ corgimenio si fa a dire che Eustochium ‘sia fenimi. nile, perchè nome di femmina’ sul’ solo esempio: di Saneta ‘Etstochikra; ‘quando si îè veduto. che qui san- cta si riferisce a Mualier, Hi cub Eustochium. è caso di apposizione ? Chi non vede che quelle: regole fane.. no a calci ‘fra loro e ton lorastessa, sol che si guar- di agli avvertimenti, dore le, eccezioni sono infinita» mente maggioti di numero rispetto a'casi ordinarì comì- presi nella regola? È niente è più ‘assurdo che il suppore re alcuni nomi di genere. maschile ‘e feramiinile, a cui. si subordinano tapti. altri nomi, perchè in simili sup- posizioni vi è sesapre confusa la sintassi, con. |’ etimolo:. gia, io quanto che il prenome o l’aggiuntivo, che si truova con quei nomi accordato , si riferisce sempre al no- me generale sott’ inteso, di cui il nome espresso è un caso di apposizione? Se io non serivessi un elemento pei giovanetti, farei vedere fino alla evidenza la strabocchevo- le quantità di spropositi'che in duel libro tanto autorevole si contengono, Dél ché ne fa, chiarissima pruova il ripetere sotto diverse forme le medesime cose e la necessità di $offotare le ‘poche regole con tante pa-" gine di eccezioni, che faono ‘parere quella lingua tan-" to irregolare, Méntre non lo è di fatto, Se è queste scon-” cialure aggiungete, l'altra peggiore, ciqè l'’aggregare: tra nomi. uo, infifito numero di. aròle dérivate fn for- ma ‘di agguntivi, i quali ‘sì debbono ‘agli aggiùntivi ri. durre sotto il rapporto della variazione, come'per esem- piò doininys, magister, miles, servus et. véedrete' che fl” numero dell eccezioni scemerebbe ‘ nella ‘ragione inver., 4 DI LESSIGRAFIA LATINA 87 5. RecoLa Generate. 1 nomi della prima forma di variazione in ‘@ latino e'in e greco alla prima de- sinenza hanno l'accordo haec e bona. Esempi: haec ara l° ara, haec musa la musa, haec epitome il compendio. 0.0 .©&amp;».@=@=n x Eccezioni. Planeta il pianeta, cometa la cometa, vogliono I° hic. ST Di Pascha, ae, e Pascha atis vuole hoc. | 6. RecoLa GeneraLE. I nomi degli alberi general- mente hanno l'accordo haec, come pinus alta un pi- no alto , parva quercus una. piccela quercia. . Eccezioni. 1.. Spinus il pruno, e Dumus dumo 0 luogo pieno di bronchi, vogliano hic, come pure tutti i nomi peggiorativi degli alberi.im ster, come pinaster il pino selvatico, piraster i pero selvatico. :2. Robur oris la rovere , acer erîs l'acero, siler il silio, su- ber il suvero, e tutti i nomi di alberi ‘in um, come burum il bosso, ebenum | ébano ec. vogliono |’ ac- cordo con hoc. i 5 3. Rubus rovo prende hic ed haec. 7. Regora GeneraLE. Tutti i nomi indeclinabili, de quali parlammo a pag. 35, come pondo la libbra, fas il lecito, nefas l' illecito, manna la niannà ec. vogliono hoc. i xi sete de gi 8. Recora GeweraLe, I nomi délla terza ‘forma di 4 sa, e le regole diverrebbero più semplici e generali. Bia, non potendo in questa grammatica elementare de- molîre un vetusto monumento per riedilicare sul fonda- ‘mento razionale, io seguo in parte i dettati delle scuole, riserbandomi di fare questo importante sérvigio al- l'insegnamento in ‘un altro lavoro di lena, se Dio mi dà vita. 88 TRATTATO COMPIUTO variazione in o, generalmente parlando, vogliono. hic, come hic mucro onis Ia punta, hic sermo omnis il discorso , hic arpago omnis. l' arpione. | Eccezioni — 1. Caro carnis la carne, grando inis la gragnuola, vogliono haec. 2. 1 nomi in do e go dipiù di due sillabe, eccetto arpago, come dulcedo inis la dolcezza, fuligo nas la fuligine, vogliono haec. | 3. Vogliono ancora haec î nomi in to derivati da aggiuntivo, da prenome, o da verbo, come talio da ta- lis il taglione , lectio da lego la lezione. di Eccezione di eccezione, unio onis unione, per -u- nità e per una specie di perla, duernio. il numero di due, termio il ternaio, quaderno il quaderno, e pugio omnis il pugnale, quantunque fossero derivati in 10, to- ‘ gliono 1° hic. I ‘ 9. RecoLa GenerALE. I nomi; che alla prima de- sinenza singolare escono in m, c, I, ot, vogliono hoc come hoc templum il tempio , hoc lac il latte, hoc mel il miele, hoc caput il capo. i. Eccezione — Sol il Sole vuole hic, e sal il sale in senso proprio vuole hoc, in senso traslato vuole. hic. 10. RegoLa GenerALE. I nomi uscenti in an; en, in, on, alla prima desinenza singolare , come pean amis, canto in onor di Apollo , pecten snis il pettine, a imis il delfino, canon onis il canone, voglio- no hic. Eccezione 1. Tutti verbali in men, come Zumes il lume, flumen il fiume, agmen l’esercito, vegliono hoc. 2. Gluten il glutine o colla, unguen l’ unguento, inguen l’anguinaja, vogliono parimenti hoc. 3. Sindon onis il lenzuolo vuole haec. DI LESSIGRAFIA LATINA 89 11. RrcoLa GeneraLE. I nomi della terza forma, che escono alla prima desinenza in ar e in ur, voglio- no hoc, come hoc îiubar lo splendor del sole, guttur siccum la gola asciutta. Eccezioni. Fur il ladro e furfur la erusca, vogliono hic, come pure turtur la tortora e qualche altro. 12. ReeoLa GeneRALE. I nomi uscenti in er della terza o quarta forma alla prima' desinenza singolare , come ager il campo, imber ta pioggia, vogliono l’ hic. Eccezioni 1. fter il viaggio, ver la primavera, ca- ‘ daver il cadavere, uber la poppa, vogliono hoc. Ai quali si vogliono aggiungere sister il nastro, e tutt’ i nomi delle piante e delle frutta in er, come piper il , cicer il cece ec. ec. 2. Tuber il tumore in diversi sensi prende hic, haec e hoc. 13. RecoLa GeneRALE. I nomi della terza forma in or oris vogliono hic, come hic amor, hic decor, l'amore, il decoro. Eccezioni 1. Arbor l'albero vuole haec. 2. Cor cordis il cuore, ador adoris il frumento netto, marmor orîis il marmo, aequor oris il mare in calma, vogliono hoc. 14. RecoLa GenERALE —I nomi della terza forma di variazione, alla prima desinenza uscenti in a, che fa atis alla seconda, vogliono hoc, come tema il tema,. il domma, enigma l enimma. Si aggiungano a questi gli uscenti ia e, come mare marts il mare. | 15. RecoLa GenERALE. l nomi, uscenti in as alla prima desinenza singolare, se sono nomi greci della prima forma latina, come tiaras la tiara, vogliono l'hic. 90 | TRATTATO COMPIUTO. Se sono della terza forma latina, che alla seconda desinenza fanne atîs e adis, vogliono l’haec, come haec pietas la pietà , haec lampas la lampade. | | Eccezioni 1. As assis l’asse vuole hic. 2. Tutti gl in as della terza, che alla seconda de- sinenza fanno in antis, come adamas il diamante, vo- gliono l he. | de 3. Vas vasîs il vase, vuole hoc. 16. Regola Generale. I nomi in es alla prima de- sinenza generalmente vogliono haec, come rupes im- mota ferma rupe, sancta fides la santa fede. — Eccezioni — 1. Dies il giorno al singolare vuole | haec, al plurale per ordinario segue hic. 2. Aes aeris il rame vuole hoc. 3. Vogliono l’ hic tutti seguenti. Trames il tramite, poples l cavo dietro il ginoc- chio, limes il limite, paries la parete o il muro, Ri - mes il fomite, stipes il tronco o stipite, pes il piede, termes il ramo co’ frutti, gurges il gorgo o voragine, palmes il tralcio , cespes il cespuglio. Con questi vanno tutti i nomi greci, che si variano in latino sulla prima o terza forma, come magnes etis la calamita, cometes ae la cometa ec. 17. ReGora ceNERALE. I nomi della terza forma di variazione uscenti in is alla prima desinenza sin- golare, generalmente parlando, vogliono haec, come vestis aurea la veste d’ oro , pellis arida la pelle asciutta. o # I Eccezioni. Da questa regola generale si eccettuano tutti nomi con la desinenza ts, preceduta da n, come vic panis il pane, hie cinis la cenere. | Eccezione di eccezione, ma, se i nomi ins, prece» ld DI LESSIGRAFIA LATINA 9i duta da n,sono di origine greca, seguono la regola ge- nerale, come haec tyrannis la tirannia. noi ‘ 2.° Tutti seguenti, ancorchè non abbiano la 18 pre- ceduta da n, vogliono l’ hic. . | | Colis o caulis lo stelo o gambo d’erba, aris l’asse, orbis orbita cerchio, callis la via battuta, fustis il ba- stone , collis il mantice , lapis la pietra, vepris il pruno, follis il colle collina, sentis ia spina o rovo, torris un tizzone, sanguis il sangue, unguis l'unghia, Uis il fior di farina, cucumis il cocomero, mensis il mese, cassîs la rete, vectis stanga, fascis il fascio, ensis spada, pulvis la polvere, postis l'imposta. 3.° Scrobis la fossa, torquis la collana , clunis la groppa, finis il fine, prendono ora hic ed ora haec ad arbitrio dello scrittore... n 18. RecoLa ceNERALE. I nomi della terza for- ma di variazione, che alla prima desinenza singolare escono in os, generalmente parlando, vogliono hic, co- me flos purpureus il fior porporino, così mos il co- stume, ros la rugiada. Eccezione 1.° Cos cotis la cote, e Dos dotis la dote, vogliono haec. © i 2.* 0s ossis l'osso, Os orîs la bocca, ed Epos ìl. poema, vogliono hoc. | 19. RecoL4 GENERALE. l nomi della quarta e «quinta forma di variazione, uscenti in us alla prima degncna singolare, generalmente parlando, vogliono l’hic, come hic oculus l'occhio, hic fructus il frutto. Eccezioni. 1.° 1 nomiin ws derivati dal greco in os vogliono haec, come abyssus l'abisso, methodus il metodo, synodus il sinodo, erodus l'uscita, periodus il periodo, diphtongus il dittongo, eremus il deserto , atomus l'atomo. | | 92 TRATTATO COMPIUTO ‘1 seguenti, benchè sieno latini, vogliono l’haec, come hace alvus il ventre, colus la conocchia, acus us l’ago, differente da acus aguzzella specie di pesce, che vuole hic, manus us la mano, tribus us la tribù, idus uum gli idi, porticus il portico, ficus us e è il fico frutto e albero, humus la terra, vannus il vaglio, carbasus $ tela di lino, domus la casa. | 3.&gt; Specus us la spelonca, penus us la provvisio- ne, grossus il fico acerbo, phaselus una specie di barca, vogliono hic ed ora haec. 4,° Virus il veleno, pelagus il pelago o mare, vo- gliono hoc. 20. RacoLa GENERALE. l nomi della terza forma di variazione uscenti alla prima desinenza singolare in us, generalmente parlando, vogliono hoc, come tem- pus il tempo, latus il fianco, acus aceris la paglia. Eccezioni 1.° Tellus ris la terra, e tutt'i nomi, che fanno alla seconda desinenza in udis, utis, untis, vo- gliono l’haec, come palus la palude, virtus la virtù, Hydrus untis Otranto. 21. RecoLa cenERALE. | nomi della terza forma di variazione, che hanno la prima desinenza in s, pre- ceduta da consonante, generalmente parlando, vogliono haec, come haec ars artis larte, haec hiems hiemis l'inverno, haec frons ontis la fronte ec. Hecezioni 1.° Dens entis il dente, fons ontis la fon- te, pons ontis, il ponte, mons ontis il monte, hy- drops opis l’idropisia,chalibs ibis l'acciajo, rud ens entis la gomena, vogliono hic. 2. Scrobs scrobis la fossa, adeps adipis il grascio, stirps stirpis la stirpe e lo sterpo, prendono, ora hic, ora haec. | 22. RecoLa ceNERALE. l nomi della terza forma di DI LESSIGRAFIA LATINA - 93 di variazione uscenti in x alla prima desinenza sin- golare, generalmente parlanda,. prendono haec, come haec faez,, ecis la feccia, haec lux, ucis la luce ec. Eccezione .1. forniz icis la cupola o. yolta, paris varice o vena gonfia, caliz calice, urpiz, 0 herpia o hirpix rastello, grez greggia, calye boccia di fiore, vogliono hic. 2. Vogliono hic parimenti l in ax ed ex di due sillabe , come abar acis credenza o banco, thoraz il torace ola corazza, storax storace profumo; afea I’ apice, verte vertice , culer la zanzara ec. Eccezione di eccezione , da questi si eccettuano fornax la fornace, forfea la forbice , cares la ca- rice, che sor one haec. 3. Silea la selice, corter la vorizicia spuimes la imice, cale il calcagno, e calrla calce, prendono ora ora haec, sebbene il primo accordo sia più fre- quente appo i -huoni scritteri, come sono più con l’haee che eon l’hic i seguenti, sandia icis il minio, 0nyx pietra preziosa. : -..- “+ 94 ‘ PRATTATO COMPIUTO ‘INTORNO ALL’ ACCORDO DE’ PRENOMI E DEGLI AGGIUN- ° TIVI CON ALCUNI NOMI DI ANIMALI, CHE I GRAM- MATICI CHI4MAVANO DI GENERE COMUNE E pr cenere EPICENO. — O 6, 1 — Nomi di animali che si truovano accordati ora con HIG ‘ed ora con HaEc. “e 1 grammatici chiamavano nomi di genere comune tutti quelli, che, invariati rispetto ‘al sesso, si accorda- ‘vàno ora con la prima, ora con la seconda desinenza ‘orizontale ‘de’ prenoemi*e ‘degli aggiuntivi, ‘a modo ‘di esempio, ora con hic e bonus, ora con heeo e dona. ‘ E così accordati nel primo caso facevano intendere | sitassicamente il sesso maschile, mel secondo il sesso femminile. Delle quali cose ragioneremo in Etimolo» gia. Tali nomi non sono molti, se dal loro mumero se ne escludono molti aggiuntivi , o parole deriva- te in forma di aggiuntivi, che dai grammatici furono tenuti per norpi. l principali sono i seguenti, Hic et haec canîis il cane e la cagna Hic et haec homo I’ uomo e la donna Hic et haec bos il bue e la vacca Congur, che si traduce per marito e moglie, è pa- rola composta in forma di aggiuntivo ( Etim. pag. 189), parens, che si traduce il padre e la madre, è participio di parîo partorire e generare ( presente vol. pag. 55). Dite lo stesso di tutti gli altri simili allogati da’ grammatici tra’ nomi di genere comune. DI LESSIGRAFIA LATINA © 95 620 Intorno a certi nomi di animali invariati rispetto al sesso..ed accordati con una sola desinenza ori- zontale di prenome e di aggiuntivo. 1 grammatici chiamavano nemi di genere epigeno tutti quei nomi di animali, che erano invariati rispet- to al sesso nella duplice desinenza, e che l’uso della lingua accordava:con una sola delle:-due. prime de- sinenze orizontali de’prenomi e degli aggiuntivi. Eccone alquanti: hic lepus la lepre, hic piscis il pesce, hic vultur. do:.avoltojo, hace aquila, laquila, haec anas l’anitra, hic: seormio lo scorpione, hic elephas - l'elefante, hic mus il topo, hic phoenir la fenice, hic glis il ghiro, hic turtur: la. tortora; haec vulpes la vol- pe, haec corma la cornacchia, haec talpa la talpa, haec dama il daino. Sebhen è, da avvertire-che alcu- ni di siffatti nomi s'incontrano ancora accordati con luna e con l’altra desinenza, come i nomi del $. antecedente, Infatti presso Virgilio si truova timidi damae i timidi daini, e talpae oculis capti le talpe prive degli occhi. Sicchè questa lora, apparente gno- malia -si -deve piùttosta attribuire al difetto dell'uso, anzichè alla potenza ‘di accordare siffatle parole. . 96 TRATTATO COMPIUTO CAPÒ IV. Intorno alla variazione de’ nomi personali | | —_ primitivi Eco, Tu, Sur. “ha far Variazione di Eco 10, persona prima, | Singolare Ego io. mei di me miha a me mme me me .con me Plurale Nos noi nostrum vel nostri di noi nobts a noi nos noi nobis - con noi 2. V ariazione di Tu, TU, persona seconda. ubi È di : È 1 ° Lo» 8 4 5 Singolare Tu a ata. tu dite nb ate fe te te con te Plurale vos voi "nl —vestrum vel vestri di voi vobis a voi vos voi vobis con voi DI LESSICRAFIA LATINA 97 3. Pariazione di Sur di se persona terza. Singolare ©. ‘Plurale 1. (39) 3. 3 _{»_3» » 2. Sw disè -_.J diloro o disè ©" 3..abi a sè osì . &gt; aloro casè 4. se sè osi .{ loro o sè | 5. se con sè con loro o con sè I nomi personali primitivi, come si vede, hanno un tipo di variazione differente da quello de’ nomi, dei prenomi e degli aggiuntivi, pel grande ufficio sintas- sico, che sostengono, di regolare le desinenze del verbo, a cui si riferiscono. Essi non sono variati. rispetto al sesso, e .però non sono nè maschili, nè femminili, nè diminutivi o accrescitivi, nè mi- gliorativi o peggiorativi. La loro variazione si limita a poche cose, cioè a quelle, che sono comuni a tutt’ i ‘momi, meno le particolarità dei pochi variati sotto il rapporto del sesso , e della qualità e quantità con- tinua. (39) Io sono di credere che la prima desinenza di que sto nome personale primitivo sia “8, che per metatesi vale si, il quale appo gli antichi latini s' incontra usato invece di sid. Per questa ragione io vorrei almeno so- stituire se a rile nella variazione delle concordanze del nome col verbo, tanto più che noi italiani adoperiamo in molti costrutti il #î nel senso di ##, come ho notato nella nuova Grammatica ragionata per la lingua ita- liana. 9 98 TRAFTAPO COMPIUTO AVVERTENZA AI PRECETTORI . Resterebbe in ultimo a parlare della variazione de' verbali. Ma, considerando che verbali sono pa- role derivate in forma di nomi nella massima parte, alcuni poi sono nomi per natura , io non avrei che aggiungere oltre « quello, che abbiamo stabilito per la variazione de' nomi nel Capo I. E però che io me ne passo immediatamente al Capo V., che st versa intorno alla variazione de' verbi. La proprietà di questo terzo nome personale primitivo | si è che non ha pinrale, e in eiò differisce dagli altri | due. Ma alla prima desinenza plurale , messo # al sia- solare, si può sostituire 14, da cui si è formato # italia- a ù riconosciuto da'grammatici per pronome innanzi D: | ; i DI LESSICRAFIA LATINA I 99 CAPO V. Intorno alla variazione de verdi latini. , Secondo il principio generale enunciato nell’ intro- duzione di questo trattato p. 2. la variazione non è che una alterazione di una parola radice e radicale per. ag- giunzione di desinenze diverse, per le quali lo slcsso stipite o trorico di parola comparisce ripetuto in di- verse forme o maniere. * Trattandosi dalla variazione di una classe di parole, è mestieri ricercare prima, per quali ragioni speciali si variano, e poi quale è il radicale della famiglia delle parole variate. ! Li se E, trattandosi di verbo, diremo che esso si varia per due ragioni, cioè o per mettere il verbo in relazione con altre parole nel discorso ; o per racchiudere qual- che idea accessoria all’ idea primitiva del radicale. Le prime desinenze sono sintassiche, le seconde sono e- timologiche. Le desinenze sintassiche nella variazione del verbo servono a due uffici, o a indicare quando la proposi- zione è principale, e quando è incidente, o a indica- re uno de nomi personali primitivi, ego, tu, ?s. Se Ia desinenza della variazione del verbo si pro- pone d’indicare la proposizione, sia principale , sia ancidente, sì dirà variato in quanto al modo: questo modo è duplice, cioè modo della proposizione prin- cipale e modo della proposizione incidente. Il primo modo è uno, che i grammatici addomandarono modo sndicativo. Il modo della proposizione incidente è di 100 TRATTATO COMPIUTO tre specie, cioè modo imperativo , modo congiuntivo e modo infinito; sebbene, a rigore parlando, il modo detto infinito, come vedremo, contiene la voce radi- cale del verbo sotto molti rispetti. Se la desinenza è indicativa de’ nomi personali pri- mitivi, si dirà il verbo variato per la concordanza del nome col verbo. E, siccome ìî nomi personali sono tre, cioè di prima, seconda, e terza persona nel singolare, e di altrettante nel plurale, è chiaro a comprendere che, generalmente parlando, la variazione del verbo sotto questo rispetto produce in esso tre desinenze indicative di accordo co’ nomi personali primitivi sin- golari, ed altrettante indicative di accordo co’ nomi personali primitivi plurali.’ | Ho detto generalmente parlando, perchè il modo imperativo manca délla prima desinenza , e il modo infinito è invariato’ sotto questo rapporto: oltracciò in modo infinito invece del nome primitive variato alla prima desinenza, ha il nome variato alla quarta desinenza, che a pag. 7 chiamammo primo termine di proposizione infimta, la quale si ha, quando îl verbo è al modo infinito. Le desinenze etimologiche nella variazione del ver- bo servono a significare il tempo. Queste desinenze sono molte, incarnate e trasfuse in quelle de’ modi e delle persone. Per questa ragione si distinguono sul fondamento de’ modi medesimi. DI LESSIGRAFIA LATINA © 101 E nel modo della proposizio- zione principale sono i sce guenti. E » sh gd 1. Del tempo presente |NEL MODO IMPERAT. 2. del passato relativo © 1.Del solo tempo pre- 3. del passato assoluto © sente. 4. del passato relativo anteriore \NEL MODO CONGIUNT. 5. del futuro assoluto. ‘. 1. deltempo presente 6. del futuro assoluto anteriore 12. del passato relat. 7. del futuro relativo 3. del passato assol. 8. delfuturo relativo anteriore ‘4. del trapassatorel. Ne! modo infinito non si hanuo che forme sinteti- che, indicative di risoluzioni, onde impropriamente in esso si distingue, 1. il presente, 2. il passato, 3. il futuro. O In quanto al radicale del verbo, volendo ragiona- re a rigore de’ principi scientifici, dovremmo dire che sia il complesso delle lettere o delle sillabe , che si truova ripetuto in tutte ed in ciascuna delle paro- le variate. Ma la consuetudine delle scuole ha rite- nuto l'infinito, come voce prima e radicale del ver- bo, da cui si formano tutte le voci variate. © E invalso ancora l’uso di nominare i verbi latini dalla prima voce variata , la quale in -fornia regolare o finisce in 0,0 finisce in or. Di guisache-incontran- dosi una voce variata, invece vi ridurla all’ infinito, si è nominata quella prima in o o in or, dicendosi a me- do dì esempio: amabam viene da amo, come pe’ no- mi, prenomi ed aggiuntivi, abbiamo avvertito che tutte le voci variate si riducono secondo l’uso delle scuole al- la prima prima desinenza singolare. 102 TRATTATO COMPIUTO L’ infinito de’ verbi latini regolari in o è costante- mente in are, ere lungo, ere breve, tre, dalle quali desinenze tolta la sillaba re, che è comune, restano a, e, e, i,quattro vocali caratteristiche, le quali costitui- scono le quattro Forme di variazione. Dico quattro vocali, perchè la e, quantunque paja la stessa nella seconda e terza forma, è differente ri- . spetto alla quantità, essendo lunga nella seconda, ‘e breve nella terza. | ica Le chiamo caratteristiche, perchè sono vocali, che dominano in tutta la variazione a segno che da essa so- la si può sapere a quale forma di variazione il ver- bo sì appartenga, e ciò non. solo pe’verbi in 0, ma an- cora per gl’in or. | PINO Sieno Amare, flere, petere, audire , quattro infi- niti corrispondenti alle quattro forme: noi diremo 1. Amare della prima forma per la caratterstica &amp; .2. Flere della seconda forma per la caratteristica e . 3. Petere della terza forma per la caratteristica e 4. Audire della quarta forma per la caratteristica © Da Amare, flere, petere, audire amare, piangere , domandare, udire, tolta la sillaba re, rimangono 1. Ama, fle, pete, audi, presenti del modo impe- ralivo, a’ quali aggiungendo bam per le tre prime ed ebam per la quarta, e per tutte rem, avremo | (a) amabam, li petebam, audiebam amava, piangeva, domandava, udiva. Wall gi gi (BD) amarem, flerem, peterem, audirem, amerei, piangerei, domanderci, udirei. MST Il.° Ama, fle, pete, audi, accresciuti della sillaba #ît per la prima, seconda, e quarta, e cambiando la e del- la terza in dvi, avremo i 1 DI LESSIGRAFIA. LATINA 103 Amavi, fleni,. petvi, audivi, amai, piangi , domane dai, udii. © IV. Amavi ; flevi, purioi, . audivi ‘agoresciati di ssem sse fanno. da, i (c) Amavissem, Meola: ? petiviasem, , ndiistem avrei amato, pianto; domandato; udito e : ù (d) amavisse, flevisse ,. petivisse cudivissa aver amato, pianto, domandato, udito. - Da Amavi, flevi, petivi, audivi, cambiata la i in ero, eram, eri, si avranno (e) Amavero , -flevero ,. petivero , audivero si canrò amato, pianto, domandato, udito. ,. gi (f) Amaveram, fleveram, potioerini. sudivenait, aveva amato, pianto, domandato, udito. (9) amaverim, fleverim, petiverim , avidiverim , che io abbia amato, pianto, domandato, udito. © Da ama, fle, pete, audi, tolta là finale, e aggiun- to o ed em per la prima, am per la terza: per la se- conda e quarta SOpInageLido senza OELeRE o ed chia avremo. i (h) 0 fleo, peto, audio, amo, piango , doman o , odo. © (i) amem, fleam, petam, audiam, che io. “ami ) pianga, domandi, oda. i (4) Da ama, fle, pete, audi, aggiungendo bo per le io prime, cambiando la e in am per la terza, aggiun- gendo semplicemente am per la quarta, avrémo (I) amabo , flebo , petam, audiam, amerò; piangerò domanderò, chiederò. Per la formazione de’ così detti futuri dell’ infinito 104 YRATTATO COMPIUTO si ricorre ad una circolocuzione dell’ infinito del ver- bo sum e di una parola, detta participio in rus pei verbi in o, in dus pe’ verbi in or. Oltracciò, comè ve- dremo, i verbiin or formano tutt'i passati col verbo sum e col participio in us, che si forma da una voce derivata .da' verbi in 0, detta supino, che è un vero nome verbale. « Da quì rileva che, quando si vuol enunciare un verbo latino in o, si debbono esprimere 1. la voce in o. Z. la voce avi, evi, ivi da cuisi formano d. e. f. g. 8. il supino, da cui si formano participî in ws e rus. 4. la voce dell’infinito—nel modo seguente 1. Amo amavi amatum amare 2. Fleo flevi fletum flere 3. Peto petivi petitum —petere 4. Audio adv auditum audire E si può notare che i participi in ns e in dus si formano per derivazione della voce dell’imperativo. Rileva in oltre che bisogna in primo luogo variare il verbo sum, quantunque sia irregolare. Noi in questa formazione abbiamo posta una sola voce; per ogni tempo di ciascun modo. Ma il verbo si. varia sintassicamente per indicare le persone, che sono tre nel singolare e tre nel plurale. A farla finita. metteremo il seguente quadro di variazione, in cui sì registrano le desinenze pe'nomi personali primitivi sin- golari, e plurali. DI LESSIGRAFIA LATINA 105 Quadro dello desinenze de’ verbi regelaei variati in O. 1. o edam jo edemio ed im tvi Sing. | 2. as es î8 isti 3. at et st vit 1. amus emus mus ivimus Plu. | 2. atis etis. ttis- | tivistis 3. ant ent int ount|i iverunt oiunt 0 ivere Per distinguere se un verbo appartiene alla prima o seconda o terza o quarta forma con la sola enun- ciazione si può aggiungere las seconda desinenza, la quale è sempre as, es, is come dal quadro preceden- te, e il precettore, quando i giovanetti avranno impa- rato il quadro delle desinenze soprapposto, farà loro enunciare nel seguente modo. Amo, as, avi, atum, are, 1. amare. Fleo, es, evi, etum, ere 2. piangere. Peto, 133 ivi, ttum, ere, 3. domandare.. Audho, is, ivi, tum, tre, 4. udire. Nella variazione del verbo invece di mettere i nu- meri 1. 2. 3. farà precedere i nomi personali, ego, fu, 18, NOS, v08, îl. Ciò posto eccoci alla Variazione del verbo irrego- lare sum, es, fui, esse, essere. 106 TRATTATO COMPIUTO | Quadro di variazione del verbo SUM. MODO DELLA PROPOSIZIONE PRINCIPALE, Variazione 1. del co presente. Sing. Ego sum —tuwes is est lo sono tu sei egliè. Plu. Nos sumus vos estis ii sunt Noi siamo voi siete eglino sono. Il. Del passato relativo. Sting. Ego eram —=tuweras as erat | Io era tu eri egli era Plu. Nos eramus vos eratis ti erant Noi eravamo voi eravate eglino erano INT. Del passato assoluto corrispondente ‘al passato assoluto italiano Sing. Ego fui tu fuisti is fuit | lo tal tu fosti egli fu e Plu. Nos fuimus vos fuistis ii fuerunt vel fuere Noi fummo, voi foste eglino furone DI LESSIGRANIA LATINA 107 Lo stesso tradotto pel passato prossime | Italiano. Sing. Ego fuì tu fuisti cs fuit | —_—Josqnostato: tu sei stato: egli è stato Plu. Nos fuimus vos fuistis ti fuerunt vel fuere Noi siamo stati: voi siete statireglino:sono stati IV. Del trapassato relativo fatto per «composizione. Sing. Ego fuerani tu fueras is fuerat lo era stato tu eri stato egli era stato Plu. Nos fueramus wos fueratis. {; fuerant. _Noieravamostati: voi eravate stati: eglino erano stati V. Del futuro assoluto detto semplice, Sing. Ego ero tweris iserit | Io sarò: = tusarai egli sarà Plu. Nos erimus vos eritis ti erunt i . Noi saremo voi sarete eglino saranno 108 TRATTATO COMPIUTO VI. Del futuro relativo detto condizionale ‘presente. Sting. Ego essem —tu esses îs esset — Jo sarei - tu saresti ‘egli sarebbe Plu. Nos essemus vos essetis' ti essent | Roi saremmo voi sareste eglino sarebbero VII. Del futuro anteriore assoluto detto futuro | passato per composizione. Sing. Ego fuero tu fueris ts’fuerit —. | lo sarò stato tusaraistato egli sarà stato Plu. Nos fuerimus: vos fueritis: ii ‘fuerint noi saremo stati : voi sarete stati: eglino saranno stati VIII. Del futuro anteriore relativo detto condizionale passato per composizione. Sing Ego fuissem tu fuisses is fuisset io sarei stato: tu saresti stato: egli sarebbe stato Plu. Nos fuissemus vos fuissetis iî fuissent Noi saremmo stati : voi sareste stati: eglino sarebbero stati DI LESSIGRAFIA LATINA 109 PRIMO MODO DELLA PROPOSIZIONE INCIDENTE DETTO IMPERATIVO, Del tempo presente. Sing. Es vel esto tu sii tu, sit is, sia egli Plu. Stimus nos, este vel estote vos, sunto vel sint ti Siamo noi siate voi sieno 0 eglino SECONDO MODO DELLA PROPOSIZIONE INCIDENTE , DETTO CONGIUNTIVO. VARIAZIONE. I del tempo presente. Singolare. Ego sim io sia Ut } tu si che $ ta gii 8 sf egli sia Plurale. Nos simus noi siamo Ut {% vos sitia che voi siate lt sint eglino sieno 10 400 RA TRATTATO COMPIUTO «IL del passato relativo detto imperfetto: . «Singolare. Ego eS8em ‘ .q io fossi Ut I tu esses © * che Ò tu fossi is esset egli fosse . Sla d* (Plurale. I i v° Lù È i + "7 mos essemus “© ©“ © noi fossimo Ut vos essetis che voi foste i Li sasenE cc eglino fossere Ill. del fano presente ‘detto perfetto, per E Singolare. | o a ego fuemm ._ . lo sia Ut tu fueris Cc tu sil i stato .18 fuer ‘ egli sla de i i Fi è. FERISCE e»: 4 e * Plurale, ce — nos fuerimaus | noi siamo Ut. ti vos fueritis, che | voi siate stati di Fuerime. di eglinio pieno o oa in * » n DI LESSIGRAYFIA LATINA | 111 IV. del trapassato relativo, per ‘composizione, detto prucchè perfetto. Singolare. ego fuissem — - \ io fossi Ut: ) tu fuisses = che ( tu fossi } stato 8 fuisseto ‘egli fosse i Plurale. - ‘ nos fuissemus noi fossimo I Ut | vos fuissetis che 0 voi foste | stati 10 fuissent * eglino fossero VOCI DELLA PROPOSIZIONE INCIDENTE INFINITA. I. voce Esse, per la quale gi accenna alla risoluzio- ne di una proposizione finita, come qui appresso. Singolare. me 10 te esse essere i tu se egli. Plurale. ROS: Ì noi vos | esse essere è voi 86 eglino 112 PRATTATO COMPIUTO RISOLUZIONE. Singolare. { sum simo A sono sia €99% eram essemo | era fossì es s18 sei sil Quod | TU &lt; ras esses che tU 3 eri fossi . est stt . ) è sia 18 $ erat esset Î egli era fosse Plurale. | SUMUS SIMUS . ) siamo siamo \ nos) eramus essemus NO $ eravamo fos. estîs sit18 . ) siete siate Quod | : _ } Ù eratis essetis ES ) ‘° Seravate foste .» ) SURE SIN i . sono sieno "è 3} erant essent eglino id fos- sero IH. voce per la quale si accenna alla risoluzione dî una proposizione finita come quì appresso. me “io Sing. ( te fuisse essere stato tu se egli vO8 . ) noi Plu. ) vos ) fuisse essere stati ) voi se ) egline 113 DI LESSIGRAFIA LATINA. RISOLUZIONE. OU7Is 0uos è 0uoInz (-1[39 quaianf qunsanf stati O]BIS 9]9IS 9}S0J sumuanf sis) OUIISSOJ 9; ORARIO ion SMuassimf snumioni omBIS 9 ocuIgIS owwNJS ( * “pan otti TI fa d) ate n so "EI (n stan “Ln fo ‘aunpoburs W 9]SOf 9 o]gARIO 104 È suassim/ sumion] di a È snunioni seni SON ponò 114 TRATTATO COMPIUTO Prima circolocuzione latina con la prima voce del- l infinito Esse e ’l participio FuruRUM per accen- nare alla risoluzione di una proposizione fimita, cui verbo è futuro assoluto o relativo. Singolare. Me ) io te esse futurum essere per essere ) tu se egli Plurale. Nos )_}Gn | | . noi vos ) esse futuros essere per essere ) voi se o eglino Traduzione italiana di queste voci risolute col che. Me esse futurum 1. che io sono o sia era o fossi per essere, 2. che io debbo o debba, dovea o doves- si essere, 3. che io ho o abbia, avea od avessi da essere, 4. che io sarò e sarei ec. ec. DS AVVERTENZA AI PRECETTORI Ii precettore sara: diligente a far imparare tutte queste diverse versioni con ciascuna voce di nome personale, perché secondo î diversi costruiti questa. forma sintetica può avere una proprieta rispetto al senso, ©a® a» SIL Ce... DI LESSIGRAFIA LATINA 115. RISOLUZIONE DI QUESTA FORMA AL VERBO DI MODO FINITO PRECEDUTO DA QUOD. _ - Singolare. ego @88eMi ua sarei es. . ; sarai. tu : . .) esse8 se tu saresti. ; et. -. |._.3: ) sarà egli Quod = ) esset Plu. Che 8 sarebbe nos ) erimus i noi ) Saremo essemus ‘“—’) saremmo , ) erttis ] unî ) Sarete 008 3 essetis VO $ sareste gu )'eruni egli- ) saranno essent no ) sarebbero Seconda cireolocuzione latina con la seconda voce composta dall’infimito fuisse e dal participio futurum per accennare alla risoluzione di una proposizione finita, il cui verbo è al futuro anteriore assoluto 0 relativo. Singolare. Me io essere stato per te uisse futurum tu po f essere egli 116 TRAFTATO COMPIUTO . Plurale. Nos VE: noi . essere stati per &gt; vos ) fuisse futuros Cara voi se eglino Traduzione italiana di queste voci risolute col che. Me fuisse futurum 1. che io fui, sono, sia, era e fossi stato per essere, 2. che io dovetti, ho dovuto, avea dovuto, abbia dovuto ed avessi dovuto essère 3. che io ebbi, ho avuto, aveva avuto, avessi avuto da essere, 4 che io sarò stato e sarei stato. Risoluzione di questa forma al verbo di modo finito preceduto da quod. Singolare. su ) fuero ‘o ) Sarò I fuissem sarei fueris sarai ) stato e fuisses tu &gt; saresti fuerit Plu. . ) sarà li | ì o fusset Che 8% sarebbe Quori nos ) fuerimus noi ) saremo furssemus saremmo | fueritis . ) sarete stati i fuissetis oi ) sareste Ù fuerini egli- ) saranno. fuissent (40) no ) sarebbero (40) Nella lessigrafia delle scuole si è insegnato che 8#7, invece di esseri, al futuro relativo faceva foremr rr AI O Ar 2 IA ana PA E ai E 4 —— 2 fr “Anali diana P__ di de n —., “sp stra DI LESSIGRAFIA LATINA 117 ARTICOLO I. INTORNO ALLA PRIMA FORMA DI VARIAZIONE DE VERBI LATINI REGOLARI IN O. I verbi della prima forma di variazione hanno per caratteristica la vocale a, onde l'infinito esce in are e la seconda voce del presente del modo della pro- posizione principale esce in as, la prima. voce del passato assoluto è avi, e il supino in atum, come amo, amas, amavi, amatum amare. Il participio in ns è in ans, come amans. Il participio iù us è in atus, come amatus. Il participio in rus e in aturus ,come amaturus. Il participio in ndus e in andus, come amandus. e invece di esse faceva fore, come quando imparavano a variare il così detto futuro dell’ infinito nella seguente forma: me fore vel me esse futurum. Io ritengo, que- ste due voci come equipollenti, ma non miea un pro» dotto della variazione del verbo Sum, perehè non hanoo ip sé ripetuto il radicale del medesimo. E, sebbene il fui, il fuero, fueram, fuissem, sieno voci prestate a’ stuns dal radicale di fore, non vi è alcuna ragione di toglie- re il luogo ad esser ed esse, voci proprie, e sostituire forem o fore, che rarissime volte sì usano. Il verbo Sum: non ha partieipi, eccetto futurus, che serve a formare la prima e seconda circolocuzione del modo infinito. Il participio in ns sarebbe cen , 118 TRATTATO COMPIUTO Quadro detta prima forma di variazione. Tema — Amo, as, avi, atum, are, ans, atus, aiu» sus, andus. MoDò DELLA PROPOSIZIONE PRINCIPALE. I del tempo presente. Sing. Ego amo tuama is ama lo amo tu ami egli ama Plu. Nos amamus vos amatis ti amant noi amiamo voi amate . eglino amano. entis,ma non fù mai usato da classici Scrittori latini isolatamente , benchè gli scolastici ei filosofi posteriori ne abbiano fatto tanto abuso. Ma in composizione era viva parola di uso, come in praesens presente , absens assente, prendendo una s avanti per eufonia. Per questa ragione non ha supino, nè gerundîi, benchè nel medio evo si sia introdotta la voce essendi, come allorchè dicevasi prize/pium essendi, e princi- pium cognoscendi ; il principio di essere e il principio di conoscere. La Zssenzia essenza {è dal participio es- sens non mai adoperato. Tutte queste cose si vogliono- motare scrupolosamente fin da principio, affinchè i giova- netti non sieno illusi daila praticaldi certi tempi, che si possono dire tenebrosi per la lingua latina decaduta dalla BI LESSIGRAFIA LATINA | .319 &gt; IL. del passato relativo. Sing. Ego amabam tu amabas is amabat +. 1 Io amava &lt; tu amavi — egli amava Plu. Nos amabamus vos amabatis ii amabant noi amavamo voi amavate' eglino amavano «duo. II. del'passato assoluto. Stng.-Eqo amavi © tu amavisti | is amavi io amai ‘ —»’tuamasti0 ©’ ‘egli amò Plu. Nos amavimus vos amavistis ii amaverunt ur 0 eee ‘vel amavere noi amammo voi amaste eglino amarono Lo stesso tradotto pel passato prossimo 0 presente. | Ego amavi io ho Sing. È. tu ammavisti ‘tu hai.j amato LL... 0 8 amante. | egliha — — sua nobiltà, che acquistò nel secolo di Augusto, e in pari tempo sappiano dare ragione di questi abusi, che tanta dovizia di nuove parole hanno contribuito alle lingue moderne. Onde ciò che era abuso nella lingua di Tullio, divenne sorgente di nuove bellezze per le lingue volgari, costituite posteriormente. 120 TRATTATO COMPIUTO Nos amavimus noi abbiamo Pl.) vos amavistis | voi avete amato i amaverunt vel amavere eglino hanno IV. del trapassato relativo, detto piucchè perfetto. n Ego amaveram io aveva Sing. tu amaveras tu avevi (| amato is amaverat egli aveva Nos amaveramus noi avevamo — Plu. E vos amaveratis voi avevate amato | “a amaverant eglino avevano V. del futuro assoluto detto semplice. “ Ego amabo tu amabis 3 amabit ng. io amerò tu amerai egli amerà PI Nos amabimus v08 amabitis ti amabunt V- € noi ameremo: voi amerete: eglino ameranno DI LESSIGRATIA LATINA 421 VI, dal den assoluto anteriore. i, Ù Si Ego amavero jo avrò Sing. a amaqueris &gt;» &lt;a dvral 3 amato ds amaverit egli avrà si | Nos amaverimme, noi avremo ‘1 Plu. ‘008 amaveritis voi avrete } amate Al eanerne n vi AVramno . bi VII. dal futuro rdatico, buio condizionale ‘presente. O Si 1( Ego amarem | tu amares de amare "9° ( io amerei tu ameresti egli amerebbe Plu. Nos amaremus vos amaretis i amarent nei: aMererAmO: | voramerone: ‘egtino amareb- hero VII. del futuro relativo assoluto, detto condizionale 0 pasoaio. 0. Ego aMaDIEsEm io ‘avrei | Smg. ) tu amavissee. © ‘tu avresti amato is amavisset | «egli avrebbe Nos AMAVISSEMUS noi avremme Plu. E os amavissetis “voi avreste amaio ii amavissent ‘ ’eglino avrebbero dl 129 ' TRATTATO COMPIUTO PriMo: MODO DELLA PROPOSIZIONE INCIDENTE, DETTO IMPERATIVO. I. del tempo presente. . ©.’ iSingolate [4 SEE n : Ama vel amato tu amet is ama tu ami egli | Plurale | Amemus nos, amate vel amatote vos, ament ri *,amiano noi amate voi ‘ amino eglino 10.3 ‘. SECONDO MODO DELLA PROPOSIZIONE INCIDENTE, | DETTO CONGIUNTIVO. I. del tempo presente. Sing. o Ut. ego amem tu ames is amet che io ami — tu ami egli ami Plu. © ) 1£ nos amemus vos ametis © ament , “*., ) che noi amiamo voi amiate eglino amino i | t: DI LESSIGRAFIA LATINA 123. II. del passato relativo, n Sing ut ego amarem tu amares is amaret ° (che io amassi tu amassi ègli amasse Piu ut nos amaremus vos amaretis li’ amarent "° (chenoiamassimo: voi amaste: églino amassero III. del passato assoluto. I ; 1% sa Singolare. ga * ego amaverim io abbia Ut tu amaveris Che } tu abbi amato ws amavert ‘© C egli abbia «Plurale, t n08 AMAVeErimUZ noi abbiamo | Ut vos amaveritis . i Che } voi abbiate famato t amaverini eglino abbiano è ( ti LI e no * hu 124 TRATTATO COMPIUTO) IV. del passato relativo: Singolare.. ego amavisseny doo vega i. Ut tu amavisses. Che i ta avessi amato: ‘18 amavisset. ‘egli avesse Plurale. nos amavissemus noi avessime- Ut vos amavissetis: Ehe ) voi aveste H amato: Ùw aMavissent. eglino avessero. Prima voce dell'infinito Amare, per ka quale si accenna alla risoluzione di una proposizione fimta, il cur verbo è al presente 0 passato relativo tanto del modo indicativo quanto congiuntivo preceduto da QuoD.. Singolare. Me ) ) io te ) amare amare ) se ) ) egli DI LESSIGRAFIA LATINA 195 : di a bag PRECI CESTI &gt; Plurale. . Hi | vos ) amare — .— amare) voi se eri ) egline ) i (71 COMINO INATTESO dCI, \ 0 "RisoLuzioNI st i î 14 É Y UR Quod n Singolare. amo, amem ‘- ) amo, ami Ego . io amabam,. angrate n amava, duna K “Pu )'amas;‘ames © c). ‘ami, SE Tu” dE, Che tu amabas, amares ) amavi, amassi Fs. amat, amet + egli ama, ami, SI i amare | Amava; amasse A e si lai RO ea RE Do Quod 0 Plurale 5 DJ . . Nos ) amamus, amerniis : ) amiamo , amiamo ncinna, amaremus 0 ) amavamo, amas- : simo pas 4 amatis metis sla amiale . dia ) amabatis,. amaretts. . Che voi vi} amavate, amaste mE | aman amant, ame eglino ) amano, amino amabant, amarent amavano,amassero 126. TRATTATO COMPIUTO II. Voce amavisse per composizione, con la quale si accenna alla risoluzione nel modo che seque. Singolare. Me ) io te amavisse aver amato ) tu se ) ) egli . Plurale. sa Nos. noi vos amavisse aver amato ) voi se eglino RISOLUZIONI Quod Singolare amavi amai ed ho n | amaverim i abbia | Ego , amaveram 0 aveva ita amavissem avessi amavisti ) amasti ed hai ) r amaveris pr, \ abbi \ ji du ( amaveras. Che Tu ) avevi VARIO amavisses o avessi DE LESSIGRATIA LATINA 7 3 Gsuaoeri dp * 3 abbia" S amdaverit | + abbia è. . amaneraì | PI aveva artt. ) amarisset avesse Quod Plurale. ) amavi mu: —‘amammoed abbiamo ) È amaverimus abbiamo = i amaveramus avevamo 5 amavissemus avessimo ) atnevie *«‘—’‘&amp;maste ed avete ) pina i + i abbiate | | a Vos ) amaveratis Che Voi ) avevate bor 0 ) amavissetis | ) aveste ) ) amaverunt amarono ed ) amaverint A , ebbero a hi amaveranti Eglino ) avevano abbiano «mato amapissent ) avessero | 128 PRAPTATÒ: COMPIUTO - * I. CrrcoLocuzione latina e italiana per alcune voci, che accennano alla risoluzione di una propo- sizione finita, U cui verbo è al Futuro assoluto o relativo. dal n Singolare. Lui Me). i SA io te) esse amaturumessere per amare ) tu we 0 e wo e IR * { i SoS i ) Plurale. . i È - Nos "4 i ssi dog al ) noi vos ) esse amaturos essere per amare ) voi LÀ ‘RI : eglino . Diverse traduzioni e riseluzioni italiane. pia E 5 giano | Me .gsse-amaturim 1: essere io per: amate, dover io amare , avere io da amare 2. che io sonp e sia era e. fossi. per amaré , ehe io. debbo o debbaj dovea e dovessi amare: che io ho ed: abbia, aveva ed avessi da amare, 3. che io amerò ed amerei ec. ec. » BE LESSIGRAFIA LATINA 129: si RISOLUZIONE | | Singolare. tm} e e} no Janetio cho] m oneri, n ta E PR Plurale. | { noe } Graremie. |") ameremmo amabitis A amerete i) Che ; bi ameresta. “ ) amabunt | egli- ameranno. . amarent no i amerebbero. 130. TRATTATO GOMPIUTO Seconda Circolocuzione latina e italiana per alcu- ne voci, che accennano alla risoluzione di una proposizione finita, il cui verbo è al futuro assolu- to o relativo anteriore. | Singolare. * Me | -i0 te fuisse amaturwm Essere stato per amare è tu 8%” gi RI egli ‘© Plurale, — nos va noi vos fuisse amaturos Essere stati per amare ( voi 86 e eglino Diverse traduzioni e risoluzioni italiana. Me futsse amaturum 1. Essere stato io per amare, aver dovuto io amare; aver avuto io da amare, 2. che io fui, sono sia era e fossi stato per amare: che io dovetti, ho, ebbi, avea, abbia ed avessi dovuto a- mare: che io ebbi, ho, avea, abbia, avessi avuto da a- mare, 3. che io avrò ed avrei amato. Quod 0 ego tu ES i S è »! DÎ LESSIGRAFIA LATINA &lt; Pila , ) HF f, x ; i * RISOLUZIONI. £' r . per difetto di Variazione. . Ù i OI ; 1 Y i Singolare. È amavero (io ) 18 amavissen: &gt;: 1. i avrei. AMAVETTE . che'/ tu: Q AVI. amavisses \ °C, j avresti. AMATO Ti egli avrà i amavisset avrebbe dato pe fe su tu" va .. Plaunale:: - AMaAVeErImMAE t noi È avremo amavissemus avremmo amavertis h . ) avrete Abate e è voi amaviss eis » ) avreste’ amaverint. egli- ) avranno ) amavissent no ) avrebbero -131 Per composizioni latine e: cincolocamoni italiane amato amato 132 MRATTATO COMPIUTO ARTICOLO IL° INTORNO ALLA SECONDA ‘TORMA DI VARIAZIONE DPC VERBI REGOLARI IN :0. 1 verhi della seconda forma di variazione hanno per caratteristica la vocale e lunga, onde l'infinito esce in ere, e la seconda voce dell’ indicativo in es, Ja prima del passato assoluto in evi, il supino in etum come fleo, es, evi, ctum, ere. ‘II participio in ns fa in ens come fiens . Il participio in ndus fa in endus ‘come flendus. | Ml participio in rus fa in eturus-come fleturus Il participio in us fa in etus .come fletus. Quadro della seconda ferma di | variazione. Tema — Flea, es, evi, etum, ere, ens, etus, endus, elurus. | Modo della preposizione principale , dette Indicativo I. del tempo presente Singolare. 90 ) e0 To ) 0 tu fl )es tu piang ) î ‘8 ) et egli ) € DI LESSICRAFIA LATINA 133 Piurale. Nes )emus © Noi ) famo vos N )eas voi prang ) ete sî ) ent eglino ) ono Il del passato relativo, detto imperfetto. Singolare. £90 ) bam To ) va tu le ) bas tu piange vi 48 ) dat egli ) va Plurale. Nos ) bamus Noi __ | vamo vos file ) daus voi piange) vate sé ) dant eglino ) vano il. del passato assoluto, detto perfetto. Singolare. E90 ) vi Io _ Jef E fle ) vis tu pian) gesti ) pil egli ) se Plurale. Nos ) vimus Noi )gemmo vos file ) vistis voi pian) geste si ) verunt vel vere eglino Pe ) sero 134 TRATTATO COMPIUTO Lo stesso tradotto pel passate prossimo e: presente IV. italiano. Singolare. Ego ) vi io ho ) tu fle ) visti tu hai ) pianto iS ) vu egli ha ) Plurale. Nos ) vimus noi abbiamo ) vos fle ) vistis moi avete ) pianto îî ) verunt eglino han no ) del trapassato relativo detto piucchè perfetto. Singolare. E90 ) eram — Io aveva ) tu flev ) eras tu avevi ) pianto îs ) erat egli aveva ) Plurale Vos ) eramus Noi avevamo ) vos flev) erutis voi avevate ) pianto îù ) erani eglino avevano ) (A ; DI LESSIGRAFIA LATINA 125 IV. Deb futuro assoluto. Singolare. E90 ) bo lo ) rò tu file ) bis in )piange( rai 18 ) dit egli ) ( ra Plurale. Ios bimus Nol ) remo vos Sle ) ditis voi piange) rete si dune —eglino ) ranno V. Del futuro relativo, detto Gondizionale. Singolare. Ego ) rem io ) rei tu fle ) rese tu piange ) resti #8 ) ret egli ) rebbe Plurale. Nos ) remus Noi ) remmo vos Sle ) reti voi . piange) reste ri) ) rent eglino ) rebbero 136 TRATTATO COMPIUTO Singolare. E90 ) ero io avrò ) tu fiev ) eris tu avrai ) pianto 18 ) eri egliavrà) Plurale. Nos ) erimua Nol avremo.) vos flev )eritiz voi avrete ) pianto st ) erine. eglino avranno ) Singolare. E90 ) som lo avrei | iu Slevi ) ascs tu avresti pianto 18 ) ese egli avrebbe ) Plurale. Nos ) asemus Noi avremmo DL vos flevi ) ssetis voi uvroste ) pianto iù ) ssenteglivo avrebbero ) DI LESSIGRAFIA LATINA 137 t Primo Modo della Proposizione Incidente, detto Imperativo. Wariazione per desinenze etimologiche e sintassiche Del tempo presente. Singolare. File vel fleto tu” Piangi tu Fleto vel fleat is Pianga egli Plurale. Fleamus nos Piangiamo noi Flete vel fletote vos Piangete voi Flento vel fleant ti Piangano egline 138 TRATTATO COMPIUTO ‘Secondo Modo della Propesizione incidente , detto Congiuntivo. I. del presente. Singolare. Ego am lo a tu fle ) as Che) tu piang(a 18 at ) egli a Plurale. ) Nos ì amus noi iamo Tt ) vos fle ) atis Che i voi piang | ‘ate ) di ) ant eglino ano Il. Del passato relativo, detto imperfetto. Singolare. | Ego ) } rem ) essi Ut ) tu res Che tu siano essi is al ret egli ) esse a DI LESSIGRAFIA LATINA 139 Plurale. Nos remus noi ) essima vos fle )retis che voi piang) este ti ) rent eglino ) essero Il. del passato assoluto, detto perfetta. Singolare. ) E90 ) erim io abbia ) | Ut ) tu flev) eris che tu abbi ) piagto ) is ) eri egli abbia ) Plurale. ) Vos ) erimut ) nei abbiamo ) Ut ) vos flev ) eritis che ) voi abbiate ) pianto ) ti ) erint ) eglino abbiano) IV. del trapassato relativo, detto piucchè perfetto. Singolare. ) ego 85018 io avessi ) Ut } egg flevi ) sses che ) tu avessi ) pianto ) 8966 ) egli avesse ) 140 TRATTATO COMPIUTO Plurale. ) nos ) ssemus —’ noi avessimo DI Ut vos fori) ssetis che ) voi aveste —. ) &amp; dn Fa ssent ) eglino avessero I. voce, per la quale sì accenna alla risoluzione di una proposizione finita, vedi pag. . ) me io Sing. ) te flere piangere ) tu se i egli ) nos i noi Plu. ) vos flere piangere voi se | eglino II. voce, per la quale si accenna alla risoluzione di una proposizione finita, vedi pag. . Singolare. Me ) noi se flevasse aver pianto &lt; voi se ) eglino Plurale. Nos ). noi vos } flevisse aver pianto ) voi se ) eglino DÌ LESSIGRAFIA LATINA © i4i Prima circolocuzione latina e staliana per alcune voci che accennano alla risoluzione di una propo- "ovina il cus verbo è al futuro assoluto 0 re- ivo. | | Singolare. Me ) è | io te ) esse fleturum essere per piangere ) tu 80 egli Plurale. Nos ) | ) noi v08 ) esse fleturos essere per piangere ) Voi se eglino Seconda Circolocuzione latina e italiana per alcu- ne voci, che accennano alla risoluzione di una proposizione finita, il cut verbo è al futuro assalu- to 0 relativo anteriore. Singolare. Mo io te | futsse fleturum Essere stato per piangere. } tu se egli 142 TRATTATO COMPIUTO. Plurale. |. mos . . noi vos fuisse fleturos Essere stati per piangere K voî se \ | eglino Le risoluzioni di queste voci e de’ verbi apparte- nenti alle seguenti forme di variazione si facciano come a pag. 129 e 131 della variazione del verbo amo. ARTICOLO HI. INTORNO ALLA TERZA FORMA DI VARIAZIONE DE’ VERBI LATINI REGOLARI IN 0. 1 verbi della terza forma di variazione hanno per caratteristica la vocale e breve, onde l'infinito esce in ere e la seconda voce del presente del modo della pro- posizione principale esce in és, la prima voce del passato assoluto è in ivi, e il supino in ttum, come peto, petis, petivi, petitum chiedere. Il participio in ws è in ens, come petens. ll participio in us è în ttus, come petitus. Il participio in rus è in sturus, come petiturus. Il participio in ndus è in endus, come petendus, DI LESSIGRAFIA LATINA 143 Quadro della terza forma di variazione. PrAMO MODO DELLA PROPOSIZIONE PRINCIPALE DETTO INDICATIVO. I. Del tempo presente. saga Ego 0 ) I da, pe ) is tu, Chied { i is it )e Plurale, nos IMUus noi ) iamo vos pet ) stis ‘© —voi chied /ete 1 ) uni Eglino ) ono u Il, del passato relativo, detto imperfetto. Singolare. Ego bam io va tu pete | bas tu chiede vi bat egli va îs 144 TRATTATO COMPIUTO Plurale. Nos bamus noi vamo vos pete £ batis voi chiede vate di bant eglino vano III. del passato assoluto detto perfette. Singolare. Ego è, io dei o chiesi tu petti visti tu chie$ desti ts ) vit egli dè o dette o se Plurale. Nos . ViMus Noi demmo vos peti | vitis voi chie è deste ri verunt vel vere eglino dettero o sero DI LESSIGRATFIA LATINA” 145 Lo stesso tradotto pel passato prossimo 0 presente. Singolare. Ego quvi io ho tu peti) vish . tu hai ) chiesto is" )nit egliha ) Plurale. Nos ) fora vimus Noi abbiamo vos petti voi avete lchiest “ ) vera veruni vel vere eglino hanno IV. del trapassato relativo, per COMPOSIZIONE, detto piucchè perfetta. Singolare. Ego i eram Jo aveva i tu metivjeras tuavevi chieste w» erat egli aveva Plurale. Nos ) pig Noi avevamo i vos peso voi avevate Joest O pla ant eglino or 1 16 TRATTATO COMPIUTO | V. del futuro assoluto. Singolare. Ego .. am io {rò tu pet es tu ‘chiede rai ts )et - egli rà Plurale. Nos \emus noi, remo vos pet | etis voi chiede rete CO ent eglino ranno VII DI LESSIGRAFIA LATINA IT VI. del futuro relativo, detto condizionale. Singolare. Ego rem 1) rei tu’ pete | re8 tu chicde { resti 18 | ret egli -_— Yrebbe Plurale. Nos remus noi remmo vos pete ) retis voi chiede) reste 1) rent eglino ) rebbero del futuro anteriore assoluto, detto condizionale | passato. Singolare Ego . ) ero io avrò tu petiv ) erso@ tu avrai chiesto 18 erit. egli avrà Plurale VOS erttitis voi avrete è chiesto Nos erimus noi avremo pet tu —&lt;erin —ceglino avranno 148 TRATTATO COMPIUTO e VIII, del futuro anteriore. Singolare. ego 8801 lo avrei | (u pelivi ) ss68 tu avresti chiesto ct) sset egli avrebbe Plurale. nos" ssemus noi avremmo vos petivi ssetis voi avreste chiesto o) 88ent eglino avrebbero - PRIMO MODO DELLA PROPOSIZIONE INCIDENTE, DETTO IMPERATIPO, I. del tempo presente. Singolare. Pete vel petito tu Chiedi tu Petito vel petat 18 Chieda egli Plurale. Petamus nos Chiediamo noi Petite vel petitote vos Chiedete voi Petunto vel petant w Chieggano eglino DI ÎMSSIGRAFIA LATINA. 149 SH#CONDO MODO DELLA PROPOSIZIONE INCIDENTE , DETTO CONGIUNTIVO. 1. del tempo presente. _-‘ Singolare, © - ( ego ) am io a Ut (tu pet ) as Che ( tu chied ( a | is .a È © (egli (a Plurale: — ) nos ( amus ( noi ( jamo Ut )vwos pet ( atis che ( voi chied ( iate i anto èglino ( ano Il. del passato relativo, detto imperfetto. Singolare. ego ( rem io ( dessi Ut )tuw pete(res che (tu chie( dessi î8 ret egli ( desse 150. TRATTATO COMPIUTO: Plurale. nos ( remus ( noi ( dessimo Ut )wvos pete( retis che ( voi chie( deste 1) rent )u eglino dessero III, del passato assoluto. Singolare. Ego erim ( io abbia ( Ut tu petiv\ eris che ( tu abbi » chiesto ds ertt egli abbia( Plurale. ) Nos erimus noi abbiamo Ut ) vos petiv ) eritis che ) voi abbiate )chiesto “i. )erint | eglino abbiano ) DI LESSIGRAFIA LATINA 151 IV. del passato relativo anteriore. Singolare Egeo =, ssem io avessi Ut tu petivi! sses che $ tu avessi chieste îs sset egli avesse Plurale. chie- Ut ) vos petivi è ssetis che ) voi aveste ‘n ) Nos SSEMULZ noi avessimo i în ssent eglino avessero Prima voce dell’ infinito PETERE, per la quale si accenna alla risoluzione di una proposizione finita, cui verbo è al presente 0 passato relativo tanto del modo indicativo quanto congiuntivo. Singolare. Me ) io te petere chiedere &lt; tu se ) egli 152 TRATTATO COMPIUTO vs Plurale. Nos noi vos ) petere chiedere ) voi se eglino Le risoluzioni si faranno come a pag. 125. Il. Voce petivisse per composizione, con la quale st accenna alla risoluzione nel modo detto a pagi- na 126. Singolare. Me ) ) io le ) pettvisse aver chiesto ) tu "se ) egli Plurale. No noi vos ) petivisse aver chiesto ) voi se, ) - | ) egline Le risoluzfeni si faranno come a pig. 126. 4, e. tous Df LESSIGRAMA LATINA 158 I. Cincorocuzione latina e italiana per alcune soci, che accennano alla risoluzione di una propo» str finita, il cus verbo è al Futuro assoluto 0° relativo. Laden dad Singolare. Me) pr RI te &lt; 60886 pettturum _&lt;qf 86 ) P - = chi ere egli N08 \NO 0.0 dere noi voe 6300 petituros CMece Der voi eglino: Il. Crrcorocuzione latina è ‘italiana per alcune voci, che accennano alla risoluzione di una propo- sizione finita, il cwi verbo dal futuro anteriore as- soluto 0 relativo. Singolare. siva itato &gt; Ss per chiedere ) egli ° Plurale. essere stati per. chiedere NP Me te ) ss ) fuisse petiturum noi voi eglin Noe) in v0s bia petituros se 154 TRATTATO GOMPIUTQ ARTICOLO IV.° INTORNO ALLA QUARTA FORMA DI VARIAZIONE DEI VERBI REGOLARI IN 0. 1 verbi della quarta’ forma di variazione hanno per caratteristica la vocale î lunga, onde l’ infinito esce in ire, e la seconda voce dell’ indicativo in 48, la prima del passato assoluto in ivi, il supino in itum come audio, dis, ivi, ttum, ire. II participio in ns fa in tens come audiens Il participio in ndus fa in iendus come audiendus Il participio in rus fa in îturus come audieturus Il participio in us fa in ttus come auditus. Quadro della quarta forma di variazione. | Tema —Audio, îs, ii, tum, ire, iens, itus, iendus, îturus. sn Modo della proposizione principale s detto : Indicativo. I. del tempo presente Singolare. ‘ E90 ) #0 Io )o tu aud ) is . $u od )îi 4800 it egli )e x DI LESSIGRAFIA LATINA 15%. sa ‘ Pltrale. Nos )imnus ÎNoi vd ) iamo vos aud) stis voi ud ) ite if ) unt . eglino. od ) ono II. del passato relativo, detto imperfetto. Singolare. Eg0 ) ebam Jo ° )wva tu audìi ) ebas. tu udî )vi ss ) edat egli ‘’’‘)#4 © Plutvale. | Nos... sara Noi. ) vamo vos daudî ) ébatif «voi. &gt; tdi) vate. zi ) ebant eglino ) vano Ml. del passato assoluto, detto perfetto, | Singolare. Eg0 ) vi Io Dil tu audi ) visti tu ud ) isti is ) vit egli )? Plyrale, Nos )vimue Noi =‘) mmo 108 audi )-vistis voi ud )iste si ) verunt vel vere eglino ) srono 156 TRATTATO ‘COMPIUTO Lo stesso tradotto pel passato prossimo e presente italiano. Singelare. Ego io ho ) tu audi ) visti ta hai ) udito 18 egli ha ) Plurale. 'Nos ) wimus ‘’’‘oi abbiamo ) vos audi ) vistis voi avete ) udito ti ) verunt velvere eglino hanno ) {iV. del trapassato relativo, detto piucchè perfetto. Singolare. Ego ) eram Io aveva ) tu audiv ) eras 4u avevi &gt;) udito îs _) erat egli aveva ) Plurale Nos ) eramus Noi avevamo ) vos audiv ) eratis voi avevate &gt;) udito tt ) erant eglino averano ) DI LESSICRAFIA LATINA 157 IV. Del futuro assoluto. birilli £90 ) am dio u | rò du Gaudì )es tu ) udi ( rai - îs )et . egli) ( rà Plurale. Vos ) emus &lt; Noi I ) remo vos audi ) eis xoi udì )rete ti ) ent eglino — ) ranno V. Del futuro relativo, detto Condizionale. Singolare. Ego )rem io ) rei tu audî )res tu udi ) resti 18 ) ret egli ) rebbe Plurale. Nos ) remus Noi ) remmo vos aud? )retis © voi udî ) reste ti ) rent eglino ) rebbero Singolare, Eg0 ) ero io avrò ) ‘u audiv )eris tu avrai ) udito 18 ) eri egli avrà ) 14 158 TRATTATO COMPIUTO Plurale. Ios ) erîimus Noi avremo ) vos audiv ) eritis voi avrete ) udito dî ) erint eglino avranno ) Singolare. Ego ) ssem io avrei ) tu audiviî ) sses tu avresti ) udito 78 ) sset egli avrebbe ) Plurale, Nos ) ssemus Noi ayremmo ) ros audivi ) sseti8 voi avreste ) udito ii ) ssent eglino avrebbero) Di LESSIGRAFIA LATINA 159 Primo Modo della Proposizione Incidente, detto Imperativo. Variazione per desinenze etimologiche e sintassiche Del tempo pre.ente. | Singolare. Audi vel audito tu Odi tu Audito vel audiat is Oda egli Plurale. Audiamus nos — Udiamo noi Audite vel auditote vos Udite voi Audiunto vel audiant ii —Odano eglino Secondo Modo della Proposizione. incidente, detto Congiuntivo. I. del presente. Singolare. Ego ) am ) Io a lt )tu audi ) as Che) tu od (a 18 (a at egli 160 TRATTATO COMPIUTO Plurale. ) Nos ) amus noi udì amo‘ Ut ) vos audi ) atis Che ( voi udì ate ) di ) ant eglino od ano: Il. Del passuto relativo, detto imperfetto. Singolare. ) Ego \ rem io ) 88ì Ur ) tu Yaudi 7 res Chetu udì &lt; ssi )iîs8 ). ) ret egli ) 88€ Plurale. Nos remus noi ) ssimo Ut ) vos audi) retis che voi udì ) ste Ù rent eglino ) ssero Ill. del passato assoluto, detto perfetto. \ Singolare. ) Ego ) erim io abbia ) Ut ) tu audiv ) eris che ta abbi ) udito ) ts ) eril egli abbia ) DI LESSIGRAFIA LATINA 161 Plurale. ) Vos )erimus ) noi abbiamo ) Ut ) vosatdiv) eritis che ) voi abbiate ) udito ) ti ) erint ) eglino abbiano) IV. del trapassato relativo, detto piucchè perfetto. Singolare. ) ego ) ssem io avessi ) 0 Lt )tuwaudivi) sses che ) tu avessi ) udito: ts sset ) egli avesse ) Plurale. ) nos ) ssemus ) noi avessimo © Ut ) vos audivi) ssetis che ) voi aveste s dI) ssent ) eglino avessero ) * I. voce, per la quale si accenna alla risoluzione di una preposizione finita, vedi pag. 125. ) me lo Sing. ) te audire udire ) tu se ) egli nos ) noi Plu. ) vos audire udire voi 88 162 TRATTATO COMPIUTO II. voce, per la quale si accenna alla risoluzione di una proposizione finita, vedi pag. 126. Singolare. Me ) i noi te audivisse aver udito voi se ) eglino Plurale. Nos ) noi vos ) audivisse aver udito ) voi se ) eglino Prima circolocuzione latina e italiana per alcune voci che accennano alla risoluzione di una propo- . sizionefimta, il cui verbo è al futuro assoluto o re- lativo. Singolare. Me ) «___Jio te esse auditurum essere per udire ) tu se ) ) egli Plurale. Nos ) noi vos ) esseaudituros esscre per udire ) voi se . eglino DI LUSSIGRAFIA LATINA 163 Seconda Circolocuzione latina e ‘italiana per alcu- ne vocr, che accennano alla risoluzione di una proposizione finita, il cui verbo è al futuro assolu- to 0 relativo, | Singolare. Me 10, te | fuisse auditurum Essere stato per udire ‘ tu se. egli Plurale. ” nos noi vos ie audituros Essere stati por udire ‘ voi se eglino Le risoluzioni di queste voci e de’ verbi apparte- nenti alle altre forme di variazione si facciano co- me a pag. 129e 131 della variazione del verbo amo. 164 TRATTATO COMPIUTO. ARTICOLO V. ()UADRO COMPARATO DELLE QUATTRO FORME DI VARIA- ZIONE PER VEDERE LE RISPETTIVE LORO DIFFE- RENZE. 1. amo, as, avi, atum, are amare. 2. Fleo, es, evi, etuwm, ere piansere. 3. Peto, 18, îvi, îtum, ere chiedere. 4. Audio, îs, ivi, itum, tre udire. PARTICIPII CORRISPONDENTI. . Amans, flens, petens, audiens. . Amatus, flctus, petitus, auditus. 1 2 3. Amaturus, fieturus, petiturus, auditurus. &amp;. Amandus, flendus, petendus, audiendus. Quadro di variazione. PRIMO MODO DELLA PROPOSIZIONE PRINCIPALE, DETTO INDICATIVO. I. Del tempo presente. Singolare. Amo ra ( 0 _ &gt; fleo es et Ego ( peto dh petis ( petit audio audis ( audit DI LESSIGRAMTA LATINA $65 Plurale. rane 7 pr per emus | etis e | flent Nos ( petimus ‘9 \ petit potunt audimus. auditis audiunt H. del passito relativo, dettò imperfetto. Singolare. , Amabam ( Amabas ( Amabat E flebam flebas .. } flebat go ( petebam \ petebas i petebat audiebam —( vaudiebas —( ‘audiebat Plurale. Amabamus ( Amabatis ( Amabant flebant flebamus è flebatis da Nos ( petebamus va petebatis = petebant audiebamus . audiebatis audiebant III. del passato assoluto detto perfetto. Singolare. pd Amavisti ( Amavit evi flevisti .. / flevit Ego petivi È ( petivisti ( petivit audivi ( audivisti ( audivit 166 TRATTATO COMPIUTO Plurale. Amavimus ( Amavistis — ( Amaverunt ae ( flevimus i ( flevistis si ( fleverunt . petivimus petivistis petiverunt. audivimus ( audivistis audiverunt Composizione di amavi, flevi, petivi, audivi, ed eram, per far intendere il trapassato. Singolare. ( Amaveram amaveras ( Amaverat Eao | fleveram fleveras is fleverat 9° \ petiveram petiveras ( petiverat audiveram audiveras ( audiverat Plurale. Amaveramus Amaveratis (Amaverant Nos fleveramus fleveratis .. (onere 0. petiveramus petiveratis petiverant ‘4 audiveramus ( audiveratis (audiverant i Amabo flebo Ego ( petam ( audiam Amabimus Nos flebimus petemus audiemus Sîngelare, Amabis É flebis petes audies Plurale. ( Amabitis 8 ( flebitis petetis | ( aydietis DI LESSIGRAFIA LATINA 167 I, del future assoluto, ( Amabit PO ( flebit petet . Audiet flebunt tent ( audient Amabunt ll. del futuro relativo, detto eondizionale, ca erem Eg a ( peterem audiren ( Serene” —. eremus Nos | peteremus * ( audiremus Singolare, ( Amares ( fleres peteres Audires . Plurale. Amaretis fleretis peteretis audiretis ( Amaret fleret is ( peteret ( Audiret - ( Amarent ( flerent peterent ( audirent 168 TRATTATO COMPIUTO Prima composizione di amari, flevi,. petivi, ed ero, per far intendere il futuro anteriore. Singolare. Amavero ( Amaveris { Amaverit Lao ( flevero qui fleveris ; fleverit 9 petivero petiveris ( petiverit audivere audiveris ( audiverit Plurale. Amaverimus ‘ ( Amaveritis ( Amaverint fleverimus fleveritis .. ( fleverint Nos der Sosa a petiverimus ( petiveritis petiverint audiverimus ( audiveritis ( audiverint Seconda composizione di amavi, flevi, petivi, au- vi ed essem per far intendere il futuro relativo an- teriore. Singolare ( Amavissem ( amavisses amavisset Eqo \ flevissem ,,,( flevisses flevisset g ( petivissem petivisses petivisset ( audivissem ( audivisses ( audivisset Nes DI LESSIGRAFIA LATINA 169 Plurale. Amavissemus amavissetis - amavissent flevissemus flevissetis: ..( flevissent petivissemus ‘’’{ petivissetis petivissent audivissemus. { audivissetis audivissent PRIMO ‘MODO DELLA PROPOSIZIONE INCIDENTE, ‘ DETTO IMPERATIVO. Singolare. Ama vel amato ‘© - { Amato amat ( fle vel fieto ‘ sso ( fleto vel fleat ( is pete vel petito =’ ( petito petat ( audi vel audito ( audito ‘ audiat ( Plurale Amemus ({’ amate este Îeamus . flete etote petamus ce petite ( vel petitote ( ai audiamus ( audite { auditote ( 15 170 TRATTATO COMPIUTO Amanto ( ament ) flento ( fleant ) Petudto vel ( petaut ) audiunto «( audiant ) ‘ SECONDO MODO DELLA PROPOSIZIONE INCIDENTE , DETTO CONGIUNTIVO. I. del tempo presente. Singolare. ( col I ames ( amet ( fleam fleas .. ( fleat Ul €90 | peram- ÎU ( petas #8 ( petat ( audiam ( audias. ( audiat Plurale, ( amemus ametis ( ament ( fleamus fleatis .,,; ( fleant Ut nos, ( petamos peo ( petatis deli ( petant . ( audiamus &lt; .{ audiatis ’‘’( audiant DÌ LESSIGRAFIA LATINA 171 I. del passato relativo, detto imperfetto. Singolare. Pipbi | use ( amaret erem fleres “. ( fleret U ego peterem ' peieres i peteret audirem ( uudires ( audret Plurale. Pai PA e ( QESRA — fleremus eretle ( fierent Ut noe ( peteremus pia peteretis Li peterenì ( audiremus audiretis audirent é 172 TRATTATO COMPIUTO Prima composizione di amavi, flevi, petivi, audivi, e di erim per far intendere il passato', detto pre- terito perfetto. Singolare. { amaverim —( amaveris ( amaverito U fleveriw ( fleveris . _., ( fleverit €90 petiverim ( petiveris ( petiverit ( audiverim ( audiveris ( audiverit Plurale. ( amaverimus ( amaveritis —( amaverint ( fleverimus voi ( fleveritis it ( fleverint ( petiverimus ( petiveritis ( petiverint { audiverimus ( audiveritis —( audiveriat Ut nos . DI LESSIGRAFIA LATINA 173 Seconda composizione di amavi, flevi, petivi, audivi, ed essem, ‘per far. intendere il trapassato , detto piuccheperfetto. ( 1 amavissem ( flevissem Ue ( petivissem ( audivissem ( 1 amavissemus Ur € flevissemus ( petivissemus ( audivissemus. Singolare. 2 amavisses . flevisses petivisses audivisses . Plurale. 2 amavissetis flevissetis petivissetis audivissetis 3 amavisset flevisset petivisset audivisset 3 amavissent flevissent petivissent audivissent 174 TRATTATO COMPIOTO Voce dell’ Infinito, per la quale si accenna alla ri- soluzione di una proposizione finita, il cui verbo è al presente passato relativo, detto imperfetto, tanto dell’ Indicativo quanto del Congiuntivo. ( amare po ( flere Se ( petere (audire Nos ( amare ( flere — ( petere ( audire Le risoluzioni si faranno come a pag. Singolare. amare piangere chiedere udire Plurale ‘amare piangere chiedere udire (tb ( tu egli Noi eglino 125. DI LESSIGRAFIA LATINA 175 Composizione di aniavi, flevi, petivi, audivi ed esse per una risoluzione di proposizione fimta, il cui verbo è al passato 0 trapassato tanto dell’ Indica» tivo quanto del Congiuntivo. ‘ Singolare. (‘amavisse —_ — (amato (; Ho ( flevisse sue ( pianto . ( i ‘© ( petivisse | chiesto (._ Se | PEN! egli ( audivisse udito ( Plurale. ( amavisse —’( amato (| Pia ( flevisse ATER ( pianto ( No Seo ( petivisse ( chiesto ( Eolino ( audisse ._ ( udito ta; Le risoluzioni si faranno come a pag. 126. 176 TRATTATO COMPIUTO ARTICOLO VI.° Det VERBI IRREGOLARI IN 0. In quanto a variazione saranno regolari tutti i ver- bi, che si uniformano in tutto al tipo di una delle quattro forme di variazione esposte ne’ primi "quattro articoli precedenti. Tutt'i verbi, che per qualsivoglia ragione se ne allontanano, si terranno per irregolari. La irregolarità può essere di diverse maniere. lo la classifico sotto tre rispetti : 1. per difetto assoluto 2. per difetto relativo 3. per difformità in quanto a’ tempi a’ modi ed al supino e quindia' participi e derivati. 61 De’ verbi irregolari per difetto assoluto. In questa categoria comprendo tutti quei verbi, che nell’ uso della lingua non si truovano adoperati in tut- t i modi, o in tutti tempi, o in tutte le desinenze indicative delle persone singolari e plurali. Tali sono A seguenti, di cui io noto le sole voci correnti nel- uso. Aso io dico e Inguamio dico. DI LESSIGRAFIA LATINA 177 Presente dell’ indicativo. f Singolare. Ego aio inquam io dico tu as -. .inques»:.@@ tu dici 8 ai inquit egli dice Plurale Nos » &gt;» tinquimus o noi diciamo 8 2? ND » » » » i atunt «—,inquiunt eglino dicono . Passato relativo. Singolare. Ego aiebam » » n» 1 Îîo diceva tu aiedbas » » » »' tu dicevi is aicbat inquiebat egli diceva 178 #RATTATO COMPIUTO . Plurale. . Nos aicbamus » &gt;» &gt; noi dicevamo v08 aicbatii » » » voi dicevate ‘i aiebant inquiebant eglino dicevano Passato assoluto. Tu aisti inquisti . tu dicesti Futuro assoluto. fu &gt; » » înques tu dirai i &gt;» » » inquies egli dirà Presente del congiuntivo. Tu aias tu dica Cc) aiat i ° Ut 8_&amp;“. (Che egli dica vos alate voi dic iate i aan eglino dicano Imperativo. Ai e inque o inquito tu dica tu, DI LESSIGRAFIA LATINA — 179 . Participio. Ajens e inquiens dicente. Memini, Odi, Novi e Coepi si variano nel seguen- te modo. © Li MoDo DELLA PROPOSIZIONE PRINCIPALE. 1, pel tempo presente è passato assoluto. Singolare Ego memini io ricordo, ricordai, ho ricordato Tu meministi tu ricordi, ricordasti, hai ricordato Is meminit egli ricorda, ricordò, ha ricordato Nos meminimus noi ricordiamo, ricordammo , abbiamo ricordato Vos meministis voi ricordate , ricordaste, avete ricordato li meminerunt eglino ricordano , ricordarono , hanno ricordato, 180 TRATTATO COMPIUTO IL del passato ‘e trapassato relativo. Singolare. Ego memineram io ricordava, ed avea ricordato Tu memineras tu ricordavi ed avevi ricordato Is meminerat egli ricordava ed avea ricordato Plurale. Nos memineramus noi ricordavamo ed avevamo ricordato Vos memineratis voi ricordavate ed avevate ricordato Ii meminerant eglino ricordavano ed aveano ri- cordato. II. del futuro assoluto ed anteriore. Singolare. Ego meminero io ricorderò ed avrò ricordato Tu memineris tu ricorderai ed avrai ricordato Is meminertt egli ricorderà ed avrà ricordato DI LESSICRANIA LATINA 181 ° Plurale. Nos memineriunis: neî ricorderemo ed avremo: ricordato Vos memineritis voi sioard orsi ed'avrete ricordato Ii nane eglino ricorderanno ed avranno T1C01 to. . : i IV. pel fiuuro relativo; ed anteriore. ‘Stagélare. : Ego meminissem io avrei fu meminisses tu pie n cordato is merminasset w avreb Plurale. Nos meminissemus noi avremmo ) i vos meminissetis voi avreste . rieordato ti meminissent. egli avrebbero 16 182. TRATTATO COMPIUTO Modo Imperativo. Memento vel. memineris DA ticorda tu. Meminerit is ricordi egli , Meminerimus nos ricordiamo noi Mementote vel meminerigis vos ricordate voi Memainerint i ricordino eglino “Mono. RETTO CONGIUNTIFO. I. pel presente e ‘passato assoluto. FORGRA TI ) Ego meminerim To io. ricordi ed abbia ricordate Ut) tu memineris che tu ricordi ed abbi ricordato ) is meminertt che egli ricordi ed abbia ricordato Plurale. Nos meminerimus che noi ricordiamo ed abbia: mo ricordato | vos meminerttis che voi ricordiate ed abbiate ricordato tn meminerinti che eglino ricordino ed abbiano ricordato i È ) I DI LESSIGRAFIA LATINA Il. pel pussato ‘e trapassato relativo. * Singolare. Ego meminissem ‘ ‘ lo ticordassi ed avessi tu meminisses che tu ricordassi ed avessi is memumissee. egli ricordasse ed avesse Plurale. memimissemus che noi ricordassimo ed beati ; i meminissetts che voi ricordaste e Ui kag aveste meminissent che eglino ricordassero ed avessero - 183 dato LU Bani $ fi 184 #7RATTATO COMPIUTO Voci dell’ Infimito. Me ) | io te )meminisse ricordare ed aver ricordato er se ì CA Plurale. Nos noi vos meminisse ani ed avere ) voi se ricordato eglino Le risoluzioni si facciano pe' ai 6 per tatt' i passati pag. 125 e 126. Alla stessa guisa si variano odi odiare, novi cono= noscere, coepi cominciare. DI LESSIGRAFIA LATINA 185 I seguenti sono usati in poche voci. 1. Cedo dà, di su. 2. Ave, aveto, avete, avetote, buon giorno, il ciel ti salvi. 3. Salve sta sano. 4. Va- le addio. 5. Apage e apagite andate via. 6. Quaeso chiedo in grazia, quaesumus preghiamo. 7. Infit dice o incomincia a parlare. 8. Defit manca e defieri man- care. 9. Ovat gioisce, onde ovans antis chi si ralle- gra. 10. Ausim, ts, it, che io osì ed oserò. ll. Fa- co e farim, faris, farit, fazitis, farint che io fac- cia e farò ec. 12. Forcm, es, et, ent, che io fossi e sarei, onde i compesti afforem e deforem e Y' infinito fore dover essere. 13. A questa categoria appartengono tutti verbi, che si truovano usati alle sole terze desinenze, co- me oportet bisogna, oportebat, oportuit bisognava e bisognò. Aggiungansi 1 verbi che esprimono effetti naturali, come tonat tuona , mingit neviga , fulgurat lampeggia, pluit piove ec. licet è lecito, libet, lubet, placet, piace ec. ec. 186 TRATTATO COMPIUTO ARTICOLO II. INTORNO A’ VERBI IRREGOLARI PER DIFETTO RELATIVO E PER DIFFORMITA. 15. Edo, edis mangiare ha le seguenti varietà. — -Ego edo io mangio, tu edis vel es tu mangi, is edit vel est egli mangia. Plur. nos edimus noi mangiamo, ves e- ditis vel estis voi maugiate, ti edunt eglimo mangia- no. Variate allo stesso medo questa tempo del com- posto comedo io mangio insieme. Futuro relativo, e passato relativo del congiuntivo. Ego ederem vel essem io mangerei , tu ederes vel esses, ts ederet vel esset. Plur. nt0s ederemus vel es- semus, vos ederetis vel essetis, i: ederent vel essent. Imperativo. Ede vel es, edito vel esto tu mangia tu, edito, vel esto îs mangi egli. Infimto. Edere vel esse mangiare. Si variano allo stesso mo- DI LESSIGRAFIA LATINA 187 do i composti comedo, eredo, in questi soli modi e tempi. In tutto il resto sono regolari. 16. Volo, vis, volui, velle, volens, volere. Presente dell'indicativo. Ego volo, tu vis, is vult, nos volumus, vos vultis, în volunt. | Pusasto relativo di questo modo. Ego volebam, né, at, amus, atis ant. Passato assoluto. Ego volui, isti, si imus, istis, erunt o ere. Trapassato relativo. Ego volueram, as, as, amis, atrs, ant. Futuro assoluto. Ego volam, es, et, emus etis, ent. Futuro anteriore. Ego voluero, is, it, imus, itis, int. 188 TRATTATO COMPIUTO | Futuro relativo. Ego vellem, es, et, emus, etis, ent. Futuro relativo anteriore. Ego voluissem, es, et, emus, etis, ent. Del congiuntivo; tempo presente. Ego velim, îs, ît, imus, iis, int. Il passato relativo è simile al futuro relativo. Passato assoluto di questo modo. Ego voluerim, 18, it, imus, iis, int. Il passato relativo anteriore è simile al futuro relativo anteriore. Infinito 1. voce velle, 2. voce voluisse. 17. Malo e Nolo sono due verbi composti, il pri- ma da ma invece di magis e lo invece di volo , il secondo da no invece di non e lo invece di volo: il primo significa volere piuttosto e il secondo non vo- Te, serv DI DESGIIRATTA LATIIA La loro variazione è come segue. Mao. a Noso.. .... MODO DELLA PROPOSIZIONE PRINCIPALE,» I. Del tempo presente. Singolare. Malo, mavis, mavult © Nolo, non vis, non vult ‘Plurale. Malumuk, mavultis, malunt di - Nolumus, non vultis, nolunt. A, del passato relativo. - Singolare. Malebam = .malebas malebat Nolebam nolebas © molebat 190 TRATTATO COMPUTO. Plurale. |. Malebatnus = malebatis —malébant Nolebamus nolebatis nolebant Il. Passato assoluto, Singolare. Malui maluisti maluit Nolui noluisti ‘ noluit Plurale. Maluimus maluistis maluerunt Noluimus noluistis noluerunt IV. Del trapassato relativo. Singolare. Malueram, as, at, amus, atis, ant. Nolueram as, at, amus, atis ant. DI LEGSIGRAFIA LATINA 19%. V. del futuro assoluto, Singolare. a es, et, emus, etis, ent, VI. del futuro anteriore. Dale } 18, it, -imus, itis, int, VII. del futuro relativo, Mallem ) Nollem ) es, et, emus, etis, ent, Imperativo, Malo n'è privo. Noli vel nolito tu non voler ta Nolite vos non vogliate vol. 192 TRATTATO COMPIUTO — Congiuntivo. L Presente. role 18, i, imus, its, int. IL Passato relativo simile al' futuro relativo. DL Passato assoluto. Maluerim Noluerim I ‘dini it IV. Trapassato unta simile al futuro relativo. aa ì dg di Malte e Nole. 2.* Voce Maluisse e noluisse. Mancano le circolocuzioni pei futuri. | DI ‘ERASIORADIA LATINA: 198 - 48. Fero, ara, suli, latuia, ferre, forons portare: questo verbo è ‘irregolare, per difetto relativo e ‘per difformità, poichè al presente dell’ indicativo ni varia, fero, fers, fert, ferunus, fertis, ferunt. Al passate relativo invece di ferrerebam fa ferebam. Al passato :asseluto prende tuli a prestito da tolle. Al futuro relativo fa ferrem invece di ferrerem. All’ imperativo fa fer invece di ferre. Al? infinito fa ferre invece di ferrere. In tutto il resto segue la forma generale di yaria- zione. 19. Eo, is, ivi, itnm, ire, iens, iterua, iendus, eundus, andare. | MODO DELLA PROPOSIZIONE INCIDENTE. I. del presente. Eo, is, it, imus, itis, eunt. Il. del passato relativo. î Ibam, as, at, AMUS, atis, ‘ant. Ul. del passato assoluto. - Ivi, ivisti, ivit, ivimys, ivistis, ei” ivere. 1 1%. TRAPTATO COMPIUTO ’ di del pOsERO: talativo anteriore. lied: îs, at, amus, vu ant. V. del futuro assoluto. ‘ -Ibo; is, , it, imus, itis, uni, # . | Nel che è è donne dal tipo della quarta forma, — sudo da VI, “del futuro relativo | .Irem; es et;;emus, etis, ent... è VII. del futuro .anteriore. Ivero,. is, it, ‘mus, :itis, int.) &gt; &gt;" Vill. del futuro DR anteriore, à a PRO i" . Imperativa. &lt; RESI #1 o fee lag I vel ito tu va tu &gt; Lt. uo 98 ‘ vada ci ite vel itote vos andate voi. eunto ti *° vadano egling a_i N DI ‘LESSIGRAFIA, LATINA 195 È Congiuntico. ; I. del tempo presente. Eam, as, ai amus, ati, ant. I II. il passato relativo è simile al futuro “a relatwo. | i. del passato assoluto. lverim, is, it, imus, itis, int. IV. al trapassato relativo è simile al futuro relativo SEE antertore. Infimto. 1.3 Voce fre 2.* Voce ivisse. 19. Possum, prosum, adsum ec. - Verbi composti da sum, di cui abbiamo data la va- riazione a pag. 106 e segg. ‘ i Possum è composto da pos invece di potis potente e sum, onde vale io sono potente 0 posso: Prosum da pro a favore vicino, onde vale giovare: adsum da ad a o vicino, onde vale sono presente. - 196. PRATTATO COMPO MODO INDICATIFO. | E. pel tempo presente. Singolare Possum prosum, . adsum potes prodes ades potest prodest adest ° Plurale. Possumus == prosuntis’ adsumus potestis prodestis —adestis possunt ——prosunt adsunt Il. Passato relativo. Singolare... Peteram proderam’ aderam poteras proderas . aderas poterat —— proderat aderat: Plurale. Poteramus: —proderamus —adezamus poteratis proderatis aderatis poterant proderant aderant DI LESSIGRAFIA LATINA 197 Il. Passato issolalo: | Singolare. Potui | profui | “adfui Ò potuisti profuisti ’adfuisti potuit: : profuit. — adfuit Plurale. Potuimus: profuimus ’adfuinius potuistis profuistis adfuistis potuorunt ‘| -profuetutié . adfuerunt IV. del trapassato relativo. Potueram profueram ) as—at, amus atis, ant adfueram e V. del futuro assoluto. Potero ) prodero Li it, imus, itis, unt ero l ‘ 198 | TRATTATO COMPIUTO VI. del futuro anteriore. Potuero . ) profuero ) is, it, imus, itis, int adfuere i so - Vil. del futwro relativo. — Possem a prodessem ) es, et, emus, etis, ent Pi Rae ga Mi 4 VII. del futuro relativo anteriore. Potwissem: Yi profuissem ) es, et, emus, etis, ent adfuissem — Imperativo. Possum ne manca. — Singolare -Prodes prodesto Prodesto prosit i ades adesto —‘ adesto adsit ‘5 Plurale. Prodesto prodestote — Prosint .. adesto adestote * *° adsint DI LESSIGRAFIA LATINA 199 ‘Modo’ del tongiuntivo. I. del prasente. rivi) PARINI prosim ) is, it, imus, itis, int. adsim ) I | H. si passato relativo è simile al futuro relativo. i SITI passato assoluto. Potuerim profuerim is, it, imus, itis, int. adfuerim “) IV. il îrapassato relativo è simile al futuro relativo anteriore. Infinito. 1.* voce. 2.* voce. Posse Potuisse prodesse | profuisse - adesse adfuisse | Allo stesso modo si variano tutti gli altri composti di sum, come desum, Taesum, salvo le piccole dif- ferenze, che risultano dalla composizione per l’eufonia, 200 TRATTATO COMPIUTO ARTICOLO IL n INTORNO A°' VERBI IRREGOLARI PER DIFFORMITA’ DEI TEMPI O PER DIFETTO DI SUPINI. In questa categoria vanno tutti verbi, i quali non serbano }’ uniformità al tivo delle quattro forme , le quali regolarmente hanno il passato assoluto avi, evi, ivi, e l supino azum, etum, tium. Or questi verbi sono d’ infinito numero, è però che ne presentiamo una lista, nella quale sì truovano notati anche quel- li che difettano di supino. La loro irregolarità si rav- visa dal passato e dal supino, all’ infuori di quattro, cioè dico, duco, fac e fero, i quali anche all’ im- perativo differiscono dagli altri, perchè invece di di- ce, duce, face, fere, fanno dic, duc, foe, fer. Lista de” verbif in 0 irregolari at paevato ed ai supino. À Attin is igi ectum ere 3 attingere aldisco Îs didici » ere 3 FAI ago is egi actum ere 3 spirgere adigo is egi actum ere È costringere asto as astiti titum are l assistere affrico as cui ictum are È stropicciare admoneo es ni itum ere 2 ammomire arceo es ui v ere 2 contenere adhibeo es uî itum ere 2 adoperare abstineo es uî entum. ere 2 astenersi | admisceo es ui istum ere È? intramisshiare appareo es ui itum ere 2 comparire rbeo es uî ptum ere 2 inghiottire assideo es edi essum ere 2 seder vicino admordeoes èrdi orsum ere mordere appendeo es endi ensum ere 2 pesare arrideo es isi isum ere 2 arridere ardeo es arsi arsom ere 2 ardere adhaereo es aesî aesum ere 3 aderire augeo esauri ctum ere È aumentare 202 LISTA DE’ VERSI IN © IRREGOLARI adaugeo' es algeo es affulgeo es arefacio ‘is auzi si SÌ eci assuefacio i Is eci afficio is . abJicio is adjicio is allicio is aspicio is accipio is abripio is aperio is arguo .is acuo . 18 abluo is alluo. is assuo Îs attribuo is . adstruo ìs affluo is abnuo. is annuo is adscribo is ‘ accumbo. is adduco is abduco is. abdico is addico is assuesco ls. agnosco 1s ascisco is accresco is ctuna , » ere 2 aumentare ere 2 agghiacciare ere 2 apparire -” actum ere 3 seccare * sù actum ere 3. gvvezzare ectum ere 3 disporre © —- ‘ectum ‘ere $ qittare ectum ere 3 apporre -- ectum ere 3 allettare ectum ere 3 guardare eptum ere 3 pigliare eptum ere 3 rapire a ‘eci ecì eci exi exi epi pui rui ertum gui © utum ul utum ui utum ui » utum ui utum ul : utum uxi uctum uxi uxum uo ul » psi ptum bui bitum «xi ctum xi ctum xi cium xi ctum evi etum ovi otum scivi tum. evi etum, ire 4 aprire 5 ere .3. arguire. - ere è aguzzare ere 3 lavare ere 3 allagare ere 3 cucire. ere 3 attribuire ere 3 fabbricare ere 3 abbondare ere 8 far segnodi no ere 3 far segno di sì ere 3 ascrivere. sr ere 3 coricarsi vicino ere 3 addurre — — ere 3.menar va ere 3 libergre..., ere 3 addire li ere 3 assuefarsi ere ere ere 3 attribuirsi è accrescere .... 3 conoscere &gt; wi » Po A Ps" 4 #5. .;, #4: _. îodfî è®&gt; dee -—_deer Fo [au £ dee — Tx SET H5E. . £5E —/r Po di i -&amp; LIA Min Sp pa, Pat e &lt;e - «2» esa 257 13 fl. o SE TT Lissa DE veRB] 15 0 1nascoLani. 209. ardesco is arsi. arsum ere 3 ardersi Se accende is di ensum ere 3 accendere © apprehendo is di sum ere 3 apprendere © ascendo is di ‘sum ere d salire —. attendo is di tum ‘ere 3 essere attento assideo es edi essum ere 3 assiders addo is addidi ditum ere 3 aggiungere abdo is ahdididitum ere 3 nascondere abscondo is didi ditum ere 3 nascondere accido is idi isum ere 3 troncare alludo is usi usum ere 3 alludere allilo is isi isum’‘ere 3 rompere co abstrudo is usi usum ere:3 cancellare | abrado is asi asum ere 3 nascondere arrodo is osi osum ere 3 dentichare applaudois usi usum ere 3 applaudire accedo is essi essum ere 3 accostarsi i abscedo is essi essum ere 3 allontanarsi abscido is di isum ere 3 troncare accido is di © -. ere 3 avvenire. adjungo is nxinetum ere 3 unirsi ad. alcuno affligo is ixi. ictum. | vere 3 afhggere: doni arrigo is exi ectum ere 3 alzarsi assurgo is rexirectum. ‘ere 3: farsi ritto affigo is ixi ictum ere 8 affigere i a appingo is'ipxi‘metum. ere 3 apporre ” astringe is inxi ictum ere 3 obbligare attingo is inxi‘inetum. ere 3 cavare abigo isegi actum ere 3 spingere wa ambigo is egi actum’ ere 3 dubitare allego is egi ecium ‘ere.3 assoziware : aspergo is ersi ersum - .ere.3 aspergere asi abstergo is ersi «ersum » ‘are :3 asciugare 204 = AIA9rA DE VERBI IN © IRREGOLARI attraho is axi actum ere 3 attrarre abstraho is axi actum ere 3 astrarre advehe is exi ectum ere 3 trasportare aecelo is olui ultum ere 3 abitar vicino 5 bibo is bibi bibitum ere 3 bere &gt; benefacio is eci actum ere 3 beneficare C cado is ceeidi .casum ere 3 cadere s: caedo is cascidi cnesumere 3 troncare cano is cecini eantum ere 3 cantare CUITO is cuc@rri: Cur- sum ene 3 correre Concurre is eneurri ur- sum ere 3 concorrere. contingo is igi —contae- tum ere 3 talervenine circumdo. as dedi datum are 1 cincondare consto as stiti stitum are 1 costare cubo as cubui itum ese l appoggiarsi consono as nui itum ane Ì consonare crepo as crepuiì ituz are 1 brure n Ta LISTA DE’ VERBI IN 0 IRREGOLARE 205 concrepo as pui pitum are l scoppiare conteno as ul commoneo es uil coerceo es ui carco es ui cohibeo es ui tentineo es ui commisceo es ui censeo es ui condoceo es ui clareo es ui. . condoleo es ui caleo es uì complaceo es ui convaleo es ui compareo es ui censideo es edi “ensum itum are 1 tonare in più partì itum ere 2 avvertire SR itum ere 2 raffrenare » ere 2 esser privo . itum ere 2 frenare entum | ere 2 contenere stum ere 2 mescolare ere 2 giudicare "oetum ere 2 insegnare » ere Z Esserchiaroperfuma itum ere 2 condolersi » ere 2 esser caldo citum ere 2 compîacersi itum ere 2 pigliar vigore itum ere 2 compartre essum ere 2 sedere insieme contorqueo es orsi ortum colluceo es uxi ere 2 avvolgere » ere 2 lucere insieme calefacio is eci actum ere 2 scaldare commonefacio is eci actum ere 3 avvertire conficio is eci ectum ere 3 fare insieme conjicio is eci ectum ere 3 gettare insieme circumspieio is exi ectum ere 3 guardare intorno confodio : is odi ossum ere 3 scavare capio is cepi captumere 3 pigliare corripio is pui epium ere 3 riprendere 18 206 LISTA DE’ VERBI IN 0 IRREGOLARI concipio is epi eptum ere 3 concepire i cocpio is coepicoeptum ere 3 cominciare concutio is ussi ussum ere 3 battere si comminuo is ui utum ere 3 trinciare construo is uxi uctum ere 3 fabbricare confluo is uxi uxum ere 3 confluire corruo is ui utum eré 3 rovinare insieme congruo is ui » ere 3 combaciare combibo is bibi bibitum ere 3 bere insieme circumscribo is psi ptum ere 3 circoscrivere conscribo is psi ptum ere 8 coscrivere connubo' is psi ptum ere 3 maritarsi conduco is uxi uctum ere 3 condurre circumduco is uxi uetum ere 3 condurre intorno condico is xi cetum ere 3 denunziare conquinisco is exi &gt; ere 3 abbassarsi compesco is cuì scitum ere 3 fermare cognosco. is ovì itum ere 3 conoscere conscisco ìs ivi itum ere 3 ordinare | Concresco is evi etum ere 3 crescere ‘insieme cresco ìs evi etum ere 8 crescere calesco. is ui » ere 3 riscaldarsi cudo ls cudi cusum ere 3 coniare cando ìs candi cansum | ere 3 scintillare comprehendo is di sum ere 8 comprendere conscende is di sum ere 3 salire comedo is di esum&lt;e-- stum ere 3 mangiare contundo is udi usum ere 3 ammaccare contendo is di sum ere 3 contendere ò LISTA DE’ VFRBI. IN 0 IRREGOLARI 207 consido is edi essum ere 3 fermarsi credo is credidi credi- - | tum ere 3 credere aa condo is condidi con- ditum ere 3 fabbricare coufundo is udi usum ere 3 confondere conscindo is idi issum ere 3 dividere collido is idi ‘isum ere 3 offndere claudo is udi usum ere 3 chiudere. corralo is asi asum ere 3 rad:re in-ieme ‘corrodo is osì osum ere 3 corrodere concedo is essi essum ere 3 concedere concido is concidi conci- sum ere 3 tagliare circumeido is cidi cisum ere 3 tagliare intorno concido is idi » ere 8 morire configo is ixi ictum ere 8 conficcare consurgo is surrexi sur- rectum ere 3 levar 80 confligo is lixi lictumere 8 battere conjungo is junxi junctum l ere 3 congiungere cIingo ‘ is cinxi cinctum i se ere 3 cingere » costringo is inxi ictum pae di ere 3 costringere confingo is ìixi ictum I l sn ere 3 fingere contingo is igi actum ere 8 accadere compingo is inxi inctum ere 3 ficcare confringo is egi actum ere 3 rompere 208 LISTA DE’ VERBI IN O IRREGOLARE detondeo es detondi on- sum ere 2 tosare. disco is didiei » ere 3 imparare dico is dixi dictum ere 3 dire e -posto is depoposci peo e 3 domandare can istar- za do as dedi datum are 1 dare disto as distiti » are 1 distare decubeas decubui bitum are 1 ammalare : domo as domui domi-. tum are 1 domare dissonoas dissonui sonitum are 1 dissonare dimico as dimicui atum are 1 combattere cefrico as defricui frictum are Î nettare deseco as desecui ctum are 1 tagliuzzare deterreo es terruì territum ere 2 spaventare. debeo es bui bitum ere 2 dovere doceo esdocui doctum | ere 2 insegnare detineoes detinui tentum ere 2 trattenere distineo esstinut stentum i ere 2 frastornare dedoceo es ocni octum ere 2 disimparare deliqueo es ul &gt;» ere 2 liquidare doleo es uì - itum ere 2 dolersi | LISTA DE VERBI IN 0 IRREGOLARI 209 displiceo es ui itum cere 2 daispiacersi depasco is avi astum ere 3 pascere desuesco is evi etum ere 3 disusarsi descisco is ivi itum ere 3 ribellare decresco is evi etum ere 3 decrescere dispesco is cui scitum ere 3-separare dehisco is » » ere 3: spalancarsi dispando is di sum ere 3 spandere descendo is di sum ere 3 discendere deprehendo is di sum ere 3 coghere defendo is di sum ere 8 difendere dependo is di sum ere 8 pesare © distendo is di sum ere 3 stendere detendo is di sum ere 3 allentare % divido is divisi divisum ere 3 dividere. dedo is dedi deditum ere 3 arrendere diffindo is idi isum ere 8 schiantare deludo is usi usum ere 3 deludere. destrudo is usi usum. ere 8 cacciare decido is idi isum: ere 3 decidere decedo is essi essum ere 8 decedere discedo is essi essum ere 3 partirsi disjungo. is junxijunctum ere 3 disgiungere dirigo is exi ectum ere 3 dirigere distinguo: is inxi inctumere 3 distinguere . . defigo is ixi ictumere 8 fissare depingo is inxi inctumere 3 dipingere destringo’ is inxi ictumere 3 svellere distringo' is inxi ictumere 3 distringere depango’ is nxi actum ere 3 ficcare in terra 210 LISTA DE’ VERBI IN O IRREGOLARI defringo is egi actum ere 3 rompere dego is egi » ere $ menare deligo is egi cctum ere 3 sceghere ‘ diligo is exi ectum ere 3 portare amore deliteo es ui &gt;» ere 2 nascondersi derideo es » &gt;» ere 2 deridere dissideo es » » ere 3 stare in discordia dependo is di sum ere 3 dipendere despondeo es ondi onsum ere 3 promettere detergeo es si ersum ere 2 mondare dissuadeo es asi asum ere 2 dissuadere detorqueo es si tum ere 2 stiracchiare distorqueo es si tum ere 2 sconvolgere diluceo es xi .» ere 2 dischiarire deficio is eci ctum ere 3 venir meno dejicio is eci ectum ere 8 atterrare despicio is exi ectum ere 3 disprezzare defugio is gi gitum ere'8 schifare diffugio is gi gitum ere 3 svamre defodio is ossi ossum ere 3 sotterrare decipio is cepi ceptum ere 8 ingannare diripio is ripui eptum ere 3 togliere decutio is ussi ussum ere 3 far cadere discutio is ussi ussum ere 3 discutere diluo is ui utum ere 3 dilavare diminuo is ui utum ere 3 diminuire. destituo is ui utum ere 8 dastituire.. dispuo is ui utum ere 3 sdrucire distribuo is ui utum ere 3 distribuire destruo is uxi uctum —-ere 3 distruggere defluo is uxi uxum ere 3 cascare diruo is ui utum ere 3 rovinare LISTA. DE' VERBI.IN 0 IRREGOLARI 211 describo is psi ptum ere 3 descrivere | discumbo is bui bitum ‘ere 3 sedersi a tavola duco is xi ctum'— ere 3 dedurre. deduco is xi ctum © ere 3 dedurre. dedisco is didici » - ere 3 disimparare. dispungo is upxi unctum ere 3 cancellare dispergo is ersi ersum ere 3 dispergere demergo is ersi ersum ere 3 affondare detergo is ersi sum ere 3 mondare detraho îs xi ctum ’. ere 3 diffalcare E excurro is curri cursum ere 3 trascorrere effringo is egi actum ere 3 infrangere exto as extiti titum are l soprastare excubo as bui bitum are 1 farela scolta edomo as ui itum are 1 domare emico as ul ) are 1 zampillare exerceo es ui citum ere 2 esercitare exterreo es ui itum ere 2 spaventare , exibeo es ui bitum ere 2 esibire emineo es ui » ere 2 essere eminente emoveo es ovi otum ere 2 smuovere © exorbeo es bui ptum ere 2 trangugiare elugeo es xi ctum ere 2 compiere il lutto emulgeo es xi ctum . ere 2 premere effulgeo es sì » ere 2 fiammeggiare eluceo es xi » —»——’ere 2 esser chiaro efficio is eci ectum . ere 3 menare ejicio is eci ectum ere 3 gittar fuora 212° LISTA DR vERBI IN O IRREGOLARI elicio is uì itum effugio is gi itum effodio is odi ossum excipio ìs epi eptum excutio is ussì ussum exuo is ui utum exacuo ìs ui utum eluo is ui utum effluo is uxi uxum eruo is ui utum expuo is ui » ebibo is bibi tum exscribo is psi ptum enubo ìs psi ptum edico is ixi ictum educo is uxi uctum excresco is evi etum exposco is poposci itum edisco 1s didici erubesco is » »- exscendo is di sum expando is di sum ere ere ere ere ere ere ere ere ere ere ere ere ere ere ere ere ere ere ere ere ere ere edois velesdisum vel estum ere expendo ìs di sum extendo is di sum edo is di itum effundo is udi usum excido is di » excido is di sum emungo is unxì netum erigo is exi ectum extinguo is inxi inctum _exungo is xi nctum ere ere ere ere ere ere ere ere ere ere 3 cavare 3 campare 3 scavare 3 prendere 3 scuotere 3 spoghare 3 aguzzare 3 lavare 3 svanire 3 svellere 3 sputare 3 bere a fondo 3 comare 3 maritarsi 3 ordinare 3 alzare 3 ingrandire 3 domandare 3 imparare. 3 arrossirsi 3 smontare 3 spandere 3 mangiare 3 pesare 3 distendere 3 dar fuori 3 versare 3 cadere 3 mozzare. 3 forbire d ergere 3 spegnere 3 ungere Ù LISTA DE’ VERBI ÎN O IRREGOLARI exurgo is rexi rectum expingo is xì ctum effingo is xì ctum effringo is egi actum exigo is egi actumo eligo is egi ectum expungo is .unxi unctum emergo is ersi ersum emolo is luì itum eccolo is lui ultum excello is ellui elsum evello is elli ulsum expello is uli ulsum expromo is mpsi mtum eximo is emi emtum exprimo is essi essum expono is osui ositum excerpo ìs erpsi erptum excalpo is psi ptum exculpo is psi ptum erumpo is upi uptum excoquo is xi cium effero ers extuli latum egero is essì estum excurro is cucurri cursum exuro is ussi ustum emitto is isì issum everto is ti sum existo is extiti titum ere 3 levar su ere 3 copiare ere 3 ritrarre ere 3 spezzare ere 3 esigere ere 3 scegliere ere 3 cancellare ere 3 emergere ere 2 tritare ere 3 coltivare 218 ere 3 esser eccellente ere 3 stirpare ere 3 spellere ere 3 palesare ere 8 metter fuori ere 3 esprimere ere 3 esporre ere 3 strappare ere 3 grattare ere 3 incidere ere 3 rompere ere 3 discuocere ere 3 portar fuori ere 3 portar fuori ere 3 scorrere ere 3 divampare ere 3 mandar fuori ere 3 distruggere ere 3 esistere 214 Facio is eci actum frango is egì actum frico as cui ctum floreo es ui » fidejubeo es ussiì ussu fulgeo es sì. » frigeo es gui » fugio is gi gitum fodio is odi ossum fluo is uxi uxum fatisco is » » fido is di sum findo is indi issum: fudo is fudi sum frendo is di nsum figo is xi ctum Glisco is» » glubo is bi itum ” LISTA DE’ VERBI IN 0 IRREGOLARI F ere 3 fare "” ere 3 fiaccare are 3 stropicciare ere 2 fiorire ere 2 assicurare ere 2 risplendere ‘’ ere 2 aver freddo ere 3° fuggire ere 3 zappare ere 3 scorrere ere 3 rompere ere 3 fidare «ere 8 fendere ‘ere 3 fondere ere 8 schiacciare | ere 3 fiocare G ere 3 crescere ere 3 scorticare LISTA DE’ VERBI IN 0 ‘1RRLGOLARI Habeo es ui itum haereo es haesi haesum hisco is _ » &gt;» hebesco is » » herbesco is » » horreo es ui itum horresco is » » Impendo is di sum. Jacio is jeci jactum ‘ Insto as ingtiti titum incubo as cubui cubitum insono as ui itum increpo as ui itum intermico as ui » intono as ui itum infrico as ui ctum interseco as ui ctum inhibeo es ui itum immisceo es ui istum intermisceo es uì istum immineo es ul » invaleo es ui fitum incaleo es uì ilum indoleo es ui itum invideo es di sum 215 H ere 2 avere ere 2 dubitare ere 3 sbadighare ere 3 esser ottuso ere 3 inerbarsi ere 3 inorruire ere 3 inorridire ere 3 spendere ere 3 gittare are Î far istanza are 1 appoggiare are Î rimbombare are 1 gridare are 1 tralucere are 1 intonare are f fregare are 1 uccidere ere 2 vietare ere 2 mescolare ere 2 frammischiarsi ere 2 essere imminente ere 2 ‘invalorire ere 2 riscaldarsi ere 2 affligersi ere 2 invidiare 216 insideo es edi essum îrrideo es sì sum inhaereo es si sum jubee es ussi ussum indulgeo es si tum impendeo es di suna illuceo es xi » înficie 18 eci ectum interficio is eci ectum injicio is eci ectum interjicio is eei eetum inspicio is exi ectum incipio ìs epi eptum încutio is ussi ussum induo is ui utum imbuo is ui utum instituo is ui ntum irruo is ui inspuo is ui v ingruo is ui » innuo is ui » imbibo is bibi bibitum inscribo ‘ìs psì ptum ineumbe is bui bitum innubo is psì ptum induco is xi ctum iudico is xi ctum interdico is xi ctum ico is ici ictum ignosco is ovi otum internosco is ovi otum induresco i$ » » ere 3 LISTA DE' WERBI IN O IRREGOLARI ere 2 appostare ere 2 beffare ere 2 appiccare ere 2 comandare ere 2 condiscendere ere 2 soprastare ere 2 schiarire ere 3 infettare ere 8 uccidere ere 3 gittare ere 3 interperre ere 3 guardar dentro ere 3 cominciare ere 3 scuotere . ere 3 vestire ere 3 inzuppare istituire ere 3 rovinar dentro ere 3 sputare ere 3 soprastare ere 3 far cenno ere 3 inzupparsi ere 3 intitolare ere 3 appoggiarsi ere 3 maritarsi ere 3 indurre ere 3 imporre ere 3 vietare ere 3 ferire ere 3 perdonare ere 3 distinguere ere 3 indurare csEIsta De veasi iN ‘6 farecoLanI * ‘217 imeudo is di.eum ‘ ‘.ere’B:-coniare incendo sis di msm « c'vere 3 incendiare intendo is di sum ere 3 intendere insido is «edi -essum ere 3 seller su indo is didi ditum gere 3 imporre infundo is di sum ere 3 spargere illudo is di sum ere .3 deffare Allido is di sum . . ere 3 offendere. includo is di'sum’’ È © ‘ere 3 includere intrudo is-si sim © * ‘ (ere 3 inîrudere. invado is sfsum ’ © * ère 8 invadere , - rintido is ilî‘ssim ‘’ © ’ ere 8 cader sopra incedo is essi‘essum ere 3 incedere . intercedo is ‘essi essum' ere 3 tnterporsi incingo is wi: nétum | ci, ere 3 incingere, |, iungo is'xì ctùm ‘.’ ere 3 giungere . intingo is ftî'mettm . © ere.3 intingere inungo is xi ncetum .' ' ere 8 ‘ungere insurge is ‘teri ctim. ere 3 insor infingo is xi-etum° &gt; ere 3 ficcar dentro ampingo #8. egi” actum* ‘ere 3 urtare , infringo is: egi-actum © ere 3 frangere. intelligo is exi ectim ‘ere 3 intendere. inspergo is :si-sum’ ‘’ ‘ ‘ere 3 spargere immerge is si sum ere 3 immergere imveho is exi ectum ere 3 urtar dentro incolo i uì ultum .ere 3 abitare impello is uli ulsum ere 3 spingere ingemo is vi itum ere 3 gemere insumo is umsi umtum ere 3 spendere interimo is emi emtum ere 3 uccidere incino is inui entum ere 3 cantare impono is esui esitum ere 3 imporre 19 (218. Lista DE WERBI IN 0 manconARI interpono is osui esitam ere $ interporve illino is ivi itum pre 3 impiastrare L i labo is » » ere 1 scivolare lavo is avi tum ‘0 lautung are 1 lavare liqueo is cuì » ere 2 li liceo es cui citun . ere è esser vendo è all'in mne canto lateo es ui ‘n ù S star nascoste i lugeo es xi ‘tuvtum * langere .. luceo es xi # pae 2 ucere labefacio is veci “atomi . ere 3 STMUOVENE liquefacio îs ecì actun ere 8 lguefare luo is ui » |. pre. Ha fio lambo is ambi » =. ere$ lIabasco î8 ». » . ere 3 esagre pane lapidesco is.» ere 3 impietrire ludo is usi usum | | ere 3 giocare laedo is aesi aesum ere 3 offendere ‘risva va'-varni IN 0 mmnegeari = “249 M ; Mordeo es momordi..mor- sum ere 2 mordere moneo es nuvi itum ere 2 ammonire mibceo es ui isium ere 2 mescere È mineo es ui v(ne'composti) ere 2 soprastare mereo'es ui itum. © ere 2 meritare maneo es sì ansum © ere 2 rimanere mulceo es si-xì-ctum-inm ere 2 linificare mnlceo es xi ctum: ‘ ere 2 mugnere minuo is ui utum “ ere 3 minorare metuo is ui &gt;». ‘ ere 3 temere mitesco is »...&gt;».. . ere 3 mitigarsi mando is di sim =‘ ere 3 masticare mungo is xi ctum :° ere 8 nettar il nasò e N Noceo es ui itum ere 3 nuocere nubo Îs pei pium ere 3 maritarai nosco is ovi otum ere 3 conoscere 220. LISTA DE'-VERBI IN 0.IRREGOLARI. s (95 Occida: is di asum ere 3 morire occide is di sum , ere 3 uccidere osténdo is. di sum. ere 3 mostrare obste as stiti itum. are 1 reststere oceubo aa ui ium ——are È eoricars €‘ obtineo es ui entum — ere 2: ottenere oleo es ui itum-etum: ‘ ere 2 olîre obeleo es ui itum.. . ere 2; olfre obsideo: es edi essum ere 2 assediare ‘ obmordeo is ordi orsum. ere 2 mordere officio is eci » °° .—.—. . ere 3 nuocere objicio is eci ectum ——, ere 3 opporre! © occipio is epi eptum ‘’ ere 3 cominciare: ©’ obstruo: is uxi ctum.—ere 3 turare obruo is ui ‘utum «—_’‘’ ere 3 coprire obnubo. is psi ptum ere 3 coprirsi. obduce is uxi uctum. ere 3 menare oppando is di sum. _ ere 3 esporre. offendo is di sum ere 3 offendere obtundo is udi usum ere 3 rendere ottuso oppedo is di sun.‘ -. ere 3 burtarsi . obside is edi essum: . . ere 3 sedereettorna . offunde is udi usum .. ere 3 versare. LISTA DE' VERBI IN 0 IRREGOLARI = 221° Pi Pendeo es pependi ensum ere 2 pendere pendo is pependi ensum ere 3 pesare posco is popasci are 3 domandare praecurro ìs urri ursum ere 3 prevenire pungo is pupugi-upxi unotwin © na | ere 3 pungere procurro is urri ursum' -ere 3 correre innanzi perficio is eci ectum . ere 3 fimre | pessundo as edi atum are / pertcolare praesto as titi titum are Î prestare procubo as cubui ubitum are / snchinarsi perdomo as uì itum are / domare persono as ui itum are 1 rimbombare perterreo-es ui itum ere 2 spaventare perhibeo es ui itum. ere 2 esporre probibeo es ui itum ere 2 protbire pertineo es ui entum. ere 2 appartenere permisceo es ui istum: ere 2 mischiar bene praemineo es'ui »° ‘ere 2 vantaggiare promineo es: ui » ere 2 sporgere palleo es ui » ere 2 impallidire pateo es ui. » ere 2 essere aperto polleo es ui » ere 2 valere praepolleo es ui » ere 2 aver maggior forza praevaleo es ui itam ere 2 essere da più praemereo es ui itun ere 2 meritare innanzi praebeo es ui itum ere 2 dare peroleo es vi item ere 2 olire melto 323 prandeo es di sum praevideo es di sum provideo es di sum praesideo es edi essum permaneo es nsì nsum persuadeo es si sum’ LISTA DE’ VERBI IN_0 IRREGODARE ere 2 pranzare ere 2 prevedere ere 3 provvedere ere 2 presiedere ere 2 durare ere 2° persuadere LERUA es si-xi sum-ctum prolugeo es xi ctum perfrigeo es xi » proficio is ecì ectum: projicio is eci ectum: pellicio is xi ectum. perfugio is gi itum perfodio is odi ossum praecipio. 19 pi eptum protipio Is epi eptum pario is peperi. partum percutio is ussi ussum polluo is ui utum prostituo is ul utum. perfluo is uxi xum pluo is vi » proruo is ui utum praemetuo is ul »' praeseribo is psi ptum proscribo is tini ptum. procumbo is bui perduco is xi ctum produco is xi ctum praedico is xi cum: pasco 1S avi astumo praenosco 18. ovi tum. — bitum. ere 2 raddolcire ere 2 piangere ere 2 intirizzire . ere 3 profittare ere 3' buttàre ere 3 zimbellare ere 3 fuggire ere 3 forare ere 3 comandare. ere 3 fuggire © ere 3 partorire: ere 3 percuotere: ere 3 violare ere 3 prostituire ere 3 scorrere: - ere 3 piovere ere 3 abbattere ere 3 temer molto: ere 3 ordinare ere 3 proscrivere ere 3 cadere ere 3 condurre ere 3 produrre — ‘ere 3 predire ‘ere 3 pascere ere 3 preconoscere propando is di sum pando is di sum prehendo is di sum perpendo is di sum protendo is di sum. prodo is didi tum praetendo is di sum. ; portendo is di tum pertendo is di sum profundo is udi sum perdo is didi tum pervado is asi asum plaudo is si sum procedo is essi essum praecedo is essì essum praecido is isi isum praecingo is inxi inctum porrigo is exi ectum praestinguo is inxi inctum perungo is unxì unctum pergo is rexi rectum © plango is anxì ctum pingo is xi ctum perstringo is xi ctum ere 3 palesare ere 3 aprire ere 3 prendere ere 3 pesare ere 3 stendere. - ere 3 tradire . — ere 3 pretendere ere 3 pronosticare «ere 3 finire ere 3 spargere &gt; ere 3 perdere. ere 3 penetrare ere 3 applaudire ere 3 procedere ere 3 precedere ere 3 troncare ere 3 cingere ere 3 porgere ere 3 adombrare 923 ere 3 ungere tuto: ere 3 andare ere 3 piangere ere 3 pingere: ere 3 abbagliare: pango is pepigi pactum ere 3 pattuine - ’ bi x f " è ‘ » r ; . M » quiesco is quievi etum ere 3 quietarsi Remordeo es di stim respondeo es di sum Tecido is di asum rescindo is di ssem recludo is si sum rado is sì sum rodo is si sum recedo is essi essum recido is isi isum rego is xi cturà resurgo is exiì etum refigo is xi xum repango is xi ctum redigo is egi actum. relego is egi ctum repungo is.unxi ctum retraho is axi actum. recolo is olui ultum recello is» )) revello is elli-ulsi ulsum repello is uli ulsum refello is elli » resumo is umsi umtum redimo is emi emptum rcprimo îs essi essum recino ìs nui entum repono is suì ‘situna. relino is ivi itum LISTA DE' VERBI IN Q IARRGOLARE ‘ere 2 rimordete ere 2 rispondere ere 3 ricadere ere 3 rompere ere 3 chiudere ere 3 raschiare . ere 3 rodere ere 3 alienarsi ‘ere 3 tagliare ere 3 reggere ere 3 risorgere ere 3 ficcare ere 3 ficcare ere 3 ridurre ere 3 rileggere ere 3 rimbeccare ere 3 ritrarre ere 3 rimembrare ‘ere 8 abbassare ere 3 strappare . ere 3 ricacciare ere 3 rifiutare ere 3 ripigliare ere 3 riscattare ere 3 reprimere ere 3 rimbombare ere 3 riporre ere 3 sturare LIsga.DE VERRI i o 2naecona =—2285 relinquo is iqui ictum , ere 3 lasciare: |. &lt; «.» recurro is Urri ursym . ere 3 ricerrere: &lt;&lt; reviso' is isi sum . . . ere 3 rivedere. remitto is isi issum. . ere 3 rinviare; :: vepromitto is: isi issum -ere 3.ripromettare: reverto: îs sus fui ere è riternare ||; resisto: is' stiti itum.. ——ere 3 resistere resolvo is vi Iutum: = ere F risolvere — + — * revolvo is’ olvi lutum . ere 3 rivolgere. — .‘ rinvenio îs enì entume . ire 4 mnventire -: i. : retundo is di sum ._—— ere F reprimere. — ‘ rejicio is eci ectum, - ere ® rigettare... “© resto as iti ium . —. are È fermarsi. "© relavo as avi otum. ; .. are 7 rilavare - « ** recubo' as ui itum. » . are / giacere . -—. resono as ui itum. _ , ere Z misonare. |.“ recrepo as ui itum. are Î risonare refrico as. ui ictum: are $ ripulire reseco as uî ectum are 1 sminuire retineo es ui entum ere 2 ritenere recenseo es ui ensum ere 2 fare la rassegna rauceo es ui » ere 2 arrocare redoleo es ui itum ere 2 ridolire resorbeo es ui orptum ere 2 ringhiottire rideo es isi isum ere 2 ridere retorqueo es si tum ere 2 ritorcere respondeo es di sum ere 2 rispondere refulgeo es si &gt;» ere 2 rifulgere refrigeo es xi » ere 2 raffreddarsi reficio is eci ectum ere 3 rifare rapio is ui ptum ere 3 rapire repercutio is ussi ussum ere 3 ripercuatere redarguo is ui utum ere 3 arquire 226 LièdA bE' VERB! IN 0 IRREGOLARI ruo is ui itu ere 9 ruinare respuo is ui è —éreî pata renuo is ui » tere rine resctìbo is pei piu —ere3 riscrivere. recunibo .i8 bui ci pos ere 3 riposarsi reposco is ittit di ere 3 ridomandare recognosco is ovi otum “ere 2 riconoserre: refrigesco is è.» jtre8 raffreddarsi rudo is rudi. © » ‘ère3 ragghiate * retendo is tdi sura - . © ere 3 reprimere” rependo is dé sum ere 3 compensare” revincio is init fnetuto” ire 4 legartherro | refarcio is si tum “ | © ire 4 dara è li resilio is ui ultum: ‘ire 4 risaltare ‘ mo | reperio is eri ertutà | “cine é ritrovare "o, KO Vv 4 LISTA DE' VERRI IN 0 IRREGOLARI —287 _ S sedeo es edi essa. ere 2 sedere spondeo es spepondi oneum . ere 2 promettere. satisdo as dedi deter. «are 1 soddisfare sto as eti atua. are l stare substo as stiti itum —— are h durare seno as ui iitm —. ‘ are 1 sonare bo as ni itsm. ere 1 coricarsi supércubo ae ui itura. ate 1 covare ai as ui pito. sare 1 segare sustinee es ui. sentam succenseo es ui ensum .ere 2 adirarsi sileo es ui ‘p are 2 facere splendeo es ni » .are 2 splendere studeo es ui .» 2re P studiare suboleo es ui itum. ere 2 dire sorbeo es wi orptura ere 2 sorbire subsideo es edi essum ere 2 agquattarsi supersedeo es edi essum ere 2 soprassedere strido is idi » ere 2 stridere suadeo es sì sum ere 2 consigliare subluceo es xi » ere 2 far poca luee salisfacio is eci actum ere 3 soddisfare stupefacio is eci actum ere 3 stordire sufficio is eci pectum ere 3 bastare subjicio is eci ctum ere 3 supporre -guspicio ig exi ctum ere 3 sospettare satisaccipio is epi eptum ere 3 ricaver sicurtà 228 LISTA DE VERBI IN 0 ‘1RRAGOLAME «“suscipio 1s epi eptum ‘statue 1s ui utum :800 18 Ul ttum ‘Struo ds uxi uctum spuo ui . ‘Scribe ‘îs psi ptum «subseribe .1S psi um ‘scabo is bi » ‘seduce is xi ctum :subduce is xi ctum ’ ‘SUesce is evi etum ‘scando is di sum succedo is ssi sun «suspendo is di sum ‘succido is di sum #ecedo is essi essum ‘succingo is inxi inctum «Sejungo is unxi uctum . “lrgo is rexi rectum sere 2 assumere ‘ere .3 ordinare «ere 3 cucire ere '3 murare ‘ «were 3 sputare © «ere 8 scrivere è ‘ «ere 3 sottoscrivere «ere 3 grattare.‘ ‘ «ere 3 sedurre ‘*ere 3 sottrarre ©‘ « sere 3 avvezzarii © «ere 3 ordinare: “ere d.sahire: | | ‘ vere 3 sucosilere ‘ sere 3 :sodpondere ‘ - è “sere 3 tagliare“ &lt; “° ‘sere 3 appartars || 0 sere 3 preparare | «ere 3 separare: © ©’ ‘nere 3 songene + &gt; © wi, e du 4 Pi La te 4 N n VOCINA o 78 CISTA DE vensIi IN 0 mREGOLARI 229 p ’ tondeo es totondi tonsum ere 2 tosare tundo is tutundi tusum ere 2 pestare tango is tetigi tactum ere 8 toccare tendo is tetendi tensum ere 3 tendere tone as ui itum + are l tonare terreo es ui itum —— ere 2 spaventare teneo es ui entum ere 2 tenere torreo es uì ostum ere 2 bruciare timeo es ui vo ere 2 temere taceo es ui itum ere 2 tacere tergeo es ersi ersum ere 2 gergere es» ere 2 gonfiare tepefacio is eci actum ere 3 sntiepidire terrefacio îs eci actum ere 3 spaventare trajicio is eci ectum ere 3 trasportare tribuo îs uì utum ere 3 dare transcribo îs psi ptum ere 3 copiare traduco is xi etum ere 3 tradurre transduco is xi ctum ere 3 trasportare tingo is xi ctum ere 3 tingere V Venundo as dedi datum are 1 vendere veto as ui itum are Î vietare valeo es ui itum ere 2 star sano video es di sum ere 2 vedere vinco is vici ietum ere 3 vincere vendo is didi ditum ere 3 vendere , vado is si sum ere 3 andare | 230 LISTA DE’ VERBI IN O IRREGOLABI VERBI REGOLARI ED IRREGOLARI Applico as avi-vi itum-atum are 1 applicare complico as avi-ui itum-atum are 7 piegare explico as avi-ui itum-atum' are 7 spiegare implico as avi-ui ituin-atum are 7 implicare eneco as avi-ui itum-atum ‘are 7 uccidere neco as avi-ui itum-atum ate i uccidere interneco as avi-ui itum-atum are / uccidere sapio is ivi-uio no ere 8 sapere © desipio is ui-ivi » ere 3 vanéggiare resipio is ui-ivi » ere 3 rapvedersi TRAT. COMPIUTO DI LESSIGRAFIA LATINA 28L° ‘ ARTICOLO VI. INTORNO ALLA VARIAZIONE DE VERBI IN OR. 1 verbi iu or sono di due specie. Alcuni hanno il corrispondente in o nell’ uso della lingua, come umor rispetto ad amo, - doceor rispetto a doceo, Altri non hanno il corrispendente in o, non perchè rol po!cs- sero avere, ma perchè l’ uso non li ha mai adopera- ti, come paltor, mortor, nascor. Neppure tull’i ver- bi in o hanzo il corrispondente in or, ma solamente quelli, che dinotano azione, il cui effetto pgssa dall’ a- gente nell’obbjetta, e.i loro verbi in or diventano ver- bi di stato relativo, come vedremo nell’Etimologia e nella Sintassi. 00 ue I Tutti i verbi in or, qualunque sia il Joro significato, convengono in quanto alla loro variazione: essi hanno delle voci concrete e delle voci astratte. Le voci concrete sono tut'e quelle, che racchiudono il verbo sum e’l participio in us, come amor, che equivale a sum amatus. Le voci astratte sono costituite dal verbo sum e dal participio in us, i Le voci concrete sono nei seguenti modi e tempi. NEL MODO INDICATIVO 1.° il presente come amor, doceor. 2.° il passato relativo come amabar docebar. 3.° il futuro assoluto amabor docebor. 4.° il futuro relativo amarer docerer. 232 TRATTATO COMPISPO II. Presente dell'imperativo, amare HI. NEL MODO DEL CONGIUNTIVO. 1.° il presente amer docear. 2.° il passato relativo amarer docerer. IV. Prima voee dell'infinita amari doceri. In tutto il resto hanno veci astratte, come vedrase si nel quadro di variazione. Le voci concrete de’ verbi in or, che hanno i cor- rispondenti in o, s'intendeno formati da’medesimi, ag- giungende r ad 0, come amor da amo, o cambiando la m in r, come amabar da amabam. La variazione poi per le desinenze indieative delle persone singolari e plurali è ceme segue. il or ar ar er or ‘or 2 arts are eris ere ts tre 3 atur etur ur duro 1 amur emur imur amur 2 amini emini imimi imini 3 antur _ entur untur iuntur Quindi quattro sono le forme di variazione de’ver- bi in or, come quattro sono quelle de’verbi in o, di- stinte dalle stesse caratteristiche, 1 loro imperativi sono gl infiniti de'verbi in 0, come amare, flere, audire. Gl'in or della terza cambiano Fa re in e come legi peti inveci di legeri peteri. DI LESSIGRAFIA LATINA 233 A formare in conseguenza un tempo de’verbi in or variato per tutte le ‘voci ‘concrete mon ci vuole che guardare il tempo del suo verbo in o, e se la prima voce è m cambiarla in r. Se la ‘seconda è in us farla aris o are seguita da atur, amur, amini, antur. Se la seconda è ‘in ee farla ‘eris, ere, seguita da etur, emur, emini, entur. Se la seconda e ts per la terza cambiarla in eris ere seguita sur, imur, mini, untur. Se la seconda è in ss, per la quarta, cambiarla in iris ire, itur, imur, imini, tuntur. In altri termini questa variaziotfe si compie, con- servando la stessa caratteristica per ciascuna forma di variazione. Se i verbi in or non hanno il corrispondente in o, per la loro formazione si suppone il verbo in 0, e si procede alla stessa guisa. Noi ine ci contenteremo di produrre un solo quadro di variazione; sul quale si possono modellare. tutte le forme. La maniera di enunciare questi verbi è nel seguen-- te modo. 1 amer, arts, are; amari, amatus, amandus. 2 doceor, eris, ere, eri, doctus, docendus 3 petor, eris ere, peti, petitus, petendus 4 audior, ins ire, tri auditus audiendus 234 TRATTATO COMPIUTO | QUADRO DI VARIAZIONE De’verbi in or della prima forma. Tema. amor, aris are, ari, atus, andus. Pa : O: oto a ue #5 MODO DELLA PROPOSIZIONE PRINCIPALE I. Del tempo presente. Singolare. Ego amor vel sumo io sono ) Tu amaris are vel es amatus tu sei ) amato Is amatur vel est ) .. gli è Plurale Nos amamur vel sumus ) noi siamo Vos amamini vel estis ) amati voi siete amati lr amantur vel sunt eglino sono Il. Del passato relativo. | I Singolare | Ego amabar vel eram ) lo era Tu amabaris are vel eras ) amatus tu eri amato Is amabatur vel erat) gli era ) Vos amabamîimi vel eratis DI LESSIGRAFIA LATINA 235 « Plurale Nos amabamur vel eramus Noi cora È i amati voi eravate. }amati Ii amabantur vel erant ) i eglino erano ): III. Del passato assaluto , Singolare Ego fui ) io fui e sono stato ) Tu fuiti ) amatus tu fosti e sei stato amato Is fuit ) egli fu ed è stato ) Plurale Nos fuimus) noi fummo e siamo stati ) Vos fuîstis ) amati voi foste e siete stati amati N fuerunt eglino furono e sono stati ) IV. Del passato anteriore relativo. Singolare - Ego fueram lo era stato Tu fueras amatus tu eri stato . ) amato Is fuerat egli era stato ) TRATTATO COMPIUTO Plurale Nos fueramus ) noi eravamo l Ì Vos fueratis )amati voi erevate ) stati amati Ir fuerant eglino erano ) V. Del futuro assoluto . Stngolare Ego amabor vel ero amatus +. to sarò amato | Tu amaberis vel amabere vel eris amatus tu sarai amato Is amabitur vel erit amatus egli sarà amato Plurale Nos amabimur vel erimus amati noi saremo amati Vos amabimini vel eritis amati vo sarete amati li amabuntur vel ‘erunt amati: eglino saranno amati DI LESSIGRAFIA LATINA Del Futuro relativo Singolare Ego amarer vel essem amatus 7) sarei amate I Tu amareris vel amarere vel esses amatus tu saresti amato. Is amaretur vel esset amatus egli sarebbe amaio Plurale Nos amaremur vel essemus amati noi saremmo amati Vos amaremini vel essetis amati voi sareste amati li amarentur vel essent amati eglino sarebbero amati VII. Del futuro assoluto anteriore . Singolare Ego fuero ) io sarò ) Tu fueris ) amatus tu sarai ) stato amato Is fuerit egli sàrà ). 238 TRATPATO COMPIUTO * Plurale Nos fuerimus ) noi saremo | Vos fueritis ) amati voi sarete stati amati Ii fuerint |) ©" eglino saranno - | VIII. Del futuro relativo anteriore. ; | Singolare D | o Ego fuissem ) io sarei stato Tu fuisses amatus tu saresti stato amato Is fuisset egli. sarebbe stato ) . Plurale | —. - Nos fuissemus ) noi saremmo —) Vos fuissetis ) amati voi sareste ‘Y stati ‘amati Ir fuissent calo sarebbero )' MODO IMPERATIVO. PRESENTE SINGOLARE Amare vel 'amatoritu- - || 0. ". sì amato tu Amator vel ametur vel sit.amatus is sia amato egli Plurale . Amamini vel sitis amati vos siate amate voi Amantor vel amentur vel sint amati ii sieno amati eglino DI LESSIGRAPIA LATINA  MODO CONGIUNTIVO È Del tempo presente ego amer vel sim amatus che 20 sa. amato. #È Ut tu ameris vel amere,. vel. si amalns ai che tu sis amato. . is ametur vel sit amatus . che egli sia amato ‘©. Plurale. { nos amemur vel, simus. amati che noi siamo amati Ut vos amemini vel sitis amati che vei siate amatt ii amentur vel sint amati che eglino sieno amati Il. del passato relativo, | Singolare. ego amarer r vel essem amatus che 0 fossi amato vuo tu amareris vel amarere vel esses amatus che tu fossi amato is amaretur vel ‘esset amatus che egli fosse amato  TRATTATO COMPIUTO Piurale. mos amaremur vel essemus amati che noi fossimo amati Ut VOS amareminì vel essetis amati che vor foste amati ii amarentur vel essent amati che eglino fossero amati JlL de passato assoluto. Stagalare. ego fuerim io sa Ut tu fueris amatus che fu siù ’) stato amato . 18 fuerit egli sia ) Plurale. nos fuerimus N00 stamo sfati Ut vos fueritis amati che voi siate dinati ji fuerint O eglino seno IV. del trapassato relativo. Singolare. ego fuisse 0 ‘fossi do Ut tu fuisses )amatus chetu fossi ) stato amato is fuisset egli fosse i dh DI LESSIGRAFIA LATINA  Plurale. nos fuissemus ) a noi fossimo stati Ut vos fuissetis ) amati che voi foste amati i fuissent ) eglino fossero Infinito. 1.* voce. He Î0 te ) amari essere amatotu se egli Plurale. Noe noi vos ) amari essere amati voi s eglino Il voce per circolocuzione. Singolare. sm io 3 fuisse amatum essere stato amato tu egli Plurale. I è noi fuisse amatos essere stati amati voi eglino 21 e &amp; $ N 2492 . PRATTATO COMPIUTO Prima circolocuzione; per la quale si accenna alla risoluzione di una proposizione fimta, Ù cu ver- ‘-bo è al futura assoluto o relativo. preceduto dal A quol. i \ È iù si x vr . 93 Singolare Me n &gt; lo te ) esse amarndunc essere per essere tu se ) amalo — o egli e: | Îi vi .. Phorede. (LE Pa r 3 Nos ) _ noi vos ) esse amarndos:sssere per essere voi] se ) amati eglino UTI La risoluzione ‘si faccia, come’ a ‘pagina 129 salvo la differenza ‘de’ due participì tradotti in modo diverso e dei futuri de’ verbi in or. Seconda circolocuzione, per la quale si accenna alla risoluzione di una proposizione finita, il cui ver- bo è al futuro assoluto relativo o anteriore pre- ceduti dal quod. f Singolare, ] Me ) «©. io te. ) fuisse amandum' essere stato peritu se ) essere amato ‘egli DÌ LESSIGRAFIA LATINA 243 Plurale, sa | ea noi $. fisso svi essere stati per voi a essere amati eglino La risoluzione si faccia come a pag. 131, salvo le differenze de’ participî' diversi e de' futuri de' verbi in or, con voci concrete ed astratte” Su questo modello si variino' i verbi dolla seconda terza e quarta forma, i quali non differiscono da amor, se non per S. sola DAIAEAO USERS : i ARTICOLO Vi INTORNO 4’ vERSI IRREGOLARI IN 0 cHE HANNO QUALCHE TEMPO DE’ rERBI IN OR. ] seguenti verbi in o hanno i pesati come i verbi in or. | Soleo es solitus fui solere 9 essere solito Mocereo es mocstus fui moerere 2 dolersi Audeo es ausus fui audere 2 ardire Gaudeo es gavisus fui poor 2 godere Fido is fisus fui fidere 3 confidare Juro as iuravi e iuratus fui iurare 1 giurare Odi e osus fui odisse 2 odiare 1 seguenti in forma de’ verbi in o hanno la signifi- ‘cazione de’ verbi in or di stato relativo. DAL TRATTATO COMPIUTO Vapulo as avi atum are 1 essere battuto Liceo licui e licitum fuit licere essere stimato Fio is factus fui fieri 4 essere fatto Veneo is venii »v venire 4 essere venduto (1). INTORNO A4°VERBI IRREGOLARI IN OR, CHE NON HANNO IL CORRISPONDENTE IN Ò, DETTI DEPONENTI. Chiamo irregolari i verbi deponenti, i quali non hanno il participio in atus, etus!, itus , regolarmente formati comé amatus da amor, fetus da 7 n , peti- tus da petor, auditus da udior. lo ne presento una lista de’ più frequenti per com- modo de’ principianti. LISTA DE' VERBI DEPONENTI IRREGOLARI Amplector, eris, amplexus, ampleeti 3 abbracciare Vereor, eris veritus, vereri 2 temere Polliceor, eris polticitus polliceri £ promettere Fungor, eris functus fungi 3 adempiere Irascor, cris iratus irasci 3 adirarsi Nascor, eris natus nasci è nascere Reor, eris ratus reri 2 pensare Fateor, eris fassus, fateri 2 confessare (1)In questo luogo; io seguo i grammatiei ma mi riserbo di dire la mia opinione intorno a questi voluti passivi. DI LESSIGRAFIA LATINA 245 I cui composti cambiano la a in e come Confiteor eris essus eri 2 confessare Diffiteor eris » » eri 2 disdire Profiteor .. eris ‘essus eri 2 professare Miseréor eris misertus, misereri 2 aver compassione Loquor eris loquntus loqui 3 parlare Tutti 3 suoi composti sono simili. * Sequor eris secutus sequi 3. seguire Tutti i composti simili I Nitor eris riisus o nixos niti 3. sforzarsi Tutti composti simili. Fruor eris, fruitus o fructus frui 3 godere Queror eris, questus queri 3 lamentarsi Labor eris lapsus labi 3. sdrucciolare Tutt° i composti sono simili Utor eris usus uti 3 usare Abutor eris abusus abuti 3 abusare Adipiscor, eris adeptus adipisci 3 acquistare Paciscor eris pactus pacisci 3 patteggiare Nanciscor eris nactus nancisci 3 trovare Obliviscor eris-oblitus oblivisci 3 dimenticare Ulciscor eris ultus ulcisci 3 vendicare Proficiscor esis profectus proficisci 3 partirsi Expergiscor eris experrefactus, expergisci 3 svegliarsy 246 TRATTATO COMPIUTO Comminiscot, eris commentus comminisci $ i i fantasticare Gradior etis gressus gradi 3 andar per gradi. | ST I composti cambiano la a in è come Aggredior eris, apgressus, aggredi 3 assalire ec. - Patior eris, passus, pati 3 patire Perpetior éris perpessas perpeti 3 soffrire assar Ordior iris orsus ordiri 4 cominciare Metior iris, mensùs, metiri 4 misurare Morior iris mortuus, mori 3 morire Experior iris expertus, experiti 4 sperimentare Orior iris ortus oriri 4 nascere Tutti composti sono simili. I seguenti non hanno passati. Vescor eris » vesci 3 mangiare Diffiteor eris » diffiteri 2 disdire Liquor eris » liqui 3 distillare Ringor eris » riugi 3 digrignare Medeor eris » mederi 2 medicare Divertor eris » diverti 3 divertire Reminiscor eris » reminisci 3 ricordarsi ARTICOLO IX. POCHE OSSERVAZIONI INTORNO A PARTICIPI A GERUNDII ED A’SUPINI DE'VERBI LATINI. I grammatici chiamano supino una voce che ha for- ma di nome variato alla quarta o alla quinta desinen- za della quarta forma de’ nomi , come amatum , fle- tum, petttum, auditum, e amatu, fletu, petitu, qu- DI LESSIGRAPIA LATINA — 247 ditu, corvispondentinele: traduzioni alla voce dell’in- finito de’verbi in o e de’ verbi in or di stato relativo ed alla preposizione ® o per: onde amatum, fletum, petttum, auditum si fecero valeré per 4 o per ama- re, piangere, chiedere, udire, ed amatu, fletu, petitu, auditu si tradussero a 0 per essere amato, pianto, chiesto udito. . .° sp Secondo: questa maniera di vedere il supino in um. . è de’verbi in o, quell’in « è de’ verbi in or di stato relativo , ma l'uno e l’altro non è variazione di ver- bo, ma voce derivata da verbo. | Ciò non ostante non si può fare ammeno di tenere presente il supino nella. variazione de’ verbi, perchè da esso si formano i due participi uno in us l’altro rus, pe quali si fermano i tempi di voci astratte de’ verbi in or, e le circolocuzioni de'futuri dell’infinito de’ ver- bi in o. Quindi è che i verbi che mancano di supino non possono avere nè le voci astratte de’verbi in or, né le circolocuzioni pe’ futuri dell’infinito de’verbi in O, ma per sostituire queste ultime si ricorre ad un’altra circolocuzione , cioè del fore ut seguito dal congiun- tivo dal verbo medesimo , così invece di dire: Spero te disciturum voce che non esiste, si dirà: Spero fo re ut discas. Similmente i grammatici riconobbero alcune voci derivate da verbo, dette Gerundiî con tre desinenze in di, in do, in dum, come. 3 Amandi, flendi, petendi, audiendi © 2 Amando, flendo, petendo, audiendo, 3 Amandum, flendum. petendum, audiendum Il primo, avendo la seconda desinenza de’nomi del- la quarta forma di variazione, si traduce per la voce dell’ infinito di azione o di stato assoluto e relativo , preceduto dalla preposizione di. 248 TRAPTATO COMPIUTO Di amare, piangere , chiedere Amandi flendi udire o Petendi audiendi ) Di paese amato pianto, chiesto a udito I secondo, avendo la terza desinenza de'nomi della quarta forma di variazione, si traduce perla voce del- l'infinito di azione o di stato relativo, precatoto dalla preposizione a 0 con Ad ‘amare piangere chiedere Amando flendo © udire o Petendo audiendo A o con essere amato pianto chiesto udito ll terzo, avendo la quarta desimenza de’ nomi della quarta variazione, si traduce per la voce dell’ infinito di azione o di stato relativo, preceduto dalla preposi- zione a o per Ad o per amare, piangere, Amandum, flendum chiedere, udire Petendum, audiendum , Ad o per essere amato, pianto, chiesto, udito Come si vede i gerundi non sono che il participio in ndus variato come bonus, a, um, il quale participio vale da essere amato, pianto, ec ec. Se dunque in valore si traduce per di a, o con o per amare, piangere, chiedere, udire, è per costrutto figurato, o per senso sintassico , come per senso sin- tassico appo i latini questo participio unito al verbo DI LESSIGRAPIA LATINA 249 PS sum aggiungeva la nozione di dovere e necessità, co- me quando traducevasi: petenda est pax per devesi chiedere la pace. Del che ne dà argomento quella forma di costrutto, che da’ grammatici fu detta gerundio, il quale ha luo- go ogni volta che il participio in dus lasciando Ja for- ma di gerundio ritorna alla forma di participio, e ine vece, di dire: habeo desiderium legend libros io ho desiderio di leggere i libri, diciamo: habeo desideriuma librorum legendorum, ma di queste e simili osserva» zioni nel trattato dell'Elocuzione. Fino della Leesigrafia. INDICE DELLE MATERIE. PREFAZIONE Introduzione al Trattato della' Fariazione delle | ‘Parole Variabili. . CAPO I. /ntorno alla Variazione dei nomi latini - îngenere. è. CAPO II. Zntorno alla: variazione degli Aggiuntivi Arr. I. Variazione degli Aggiuntivi, che hanno desinenze orizontali e verticali della ! e 4 orma deî nomi . . Arr. 11. Intorno alla Variazione degli Aggiunti vi sulla 3 Forma dei Nomi. . Variazione degli Aggiuntivi a tre uscite nel. la / desinenza del singolare . 6 2. Variazione degli aggiuntivia due uscite nella / desinenza singolare. . S 3. Variazione degli Aggiuntivi ad una uscita nella /' desinenza singolare. “age n e Intorno alla variazione de' comparativi e superlativi. Art. IV. Intorno alla V. aviazione degli Aggiuntivi detti Numerali . CAAO III. Zrntorno alla Variazione dei ‘così detti Prenomi. . Arr. I. Intorno alla Variazione dei Prenomi di Sito Hic, Ile ed Iste. ART. II. Variazione dei Prenomi ‘Congiuntivi Im: mediati TaLis QuaLis TANTUS QUANTO e in questa occastone di Tot Quor. . . . Art. II Variazione dei Prenomi congiuntici me- diati qui Quae Quop, sa; IPSE, DE PAR SERRE: LIS, SIMILIS " ;  ivi Arr. IV. Variazione de' Piùivizi Congiuntivi Col. lettivi Multus, Cunctus, Uniyersus, Omnis, Totws, Na Magis, Satis, Plus. . . Fariazione deî Prenomi disgiuntivi. Alius, Alter, Uilus, Nullus, Uter, Ceterus, diversus. Paullus, Paueus, Singulus, Differens, Minus. , Arpempice: Zazorno alle Concordanze de' Nomi eogli Aggiuntivi e co' Prenomi Latini, . Avvertenza ai Precettori . . Intorno all'accordo de' Prenomi, degli Aggiuntivi con alcuni nomi di animali che i grammatici chiamavano di Genere SOMUNS: e di Genere Pol ENO: .:e. °° 6-1, ‘omni , di enimali A “che si ruovano. ore " con hic e ora.con, haec. . gu = ivi 79 83 lo PI $ 2. Intorno a certi nov di animali invariati. i rispetio al sesso ed accordati con una solu dex | sinenza origonigle di prenome e di Aggiuno of tivo a CAPO IV “Intorno ‘alla Foriazione dei nami perso» nali primitivi Ego, Tu, Sui. . . CAPO V. Intorno alla Variazione dei Verbi Latini. ART. 1. Intorno alla 1 forma di Variazione det Verbi Latini regolari in O. ; . Arr. 1J. Intorno alla 2:forma di Variazione dei Verbi regolari in. 0. Arr. FI. Intorno alla 3 forma di Variazione dei Perbi Latini Regolari în 0. 96 117 . 132 . 142 Arr. ‘FV. Intorno alla 4 Forma di Variazione dei , Pass Verbi Latini Regolari in0. . Agr. V. Quadro comparato delle quattro forme di Variazio«e per vedere le loro rispettive dif- "1 ferenze. Art. 11V. De Verbi irregolari in 0. ; S 1. Dei Verbi irregolari per difetto assoluto è. $ 2. De Verbi trregolari per iau relativo e per difformita. . $ 3, Zatorno a Verbi irregolar i per difformità e per difetto di supini. . () . , CIS CI . 176 ivi . 186 100 ROSSI LIO GENERALE DI PUBBLICA ISTRUZIONE Napoli 3 Setlembre 1855 Vista la donde del Tipografo Nicola Mencia, con la quale ha ehiesto di porre a stampa l’opera: Zafroduzione allo studio della lingua latina, ossia suggio diuna gram- matica latina ragionata di Lorenzo Zaccaro. Visto il parere del R. Revisore signor D. Paolo Garzilli. Si permette che l’opera indicata si stampi ; però noa si pubblichi senza un secondo permesso, che non si darà, se prima lo stesso Regio Rerisore non avrà attestato di aver riconosciuto nel confronto esser Î' impressione uniforme all'originale approvate. ZII Consultore di Stato Presidente Provvisorio CAPOMAZZA.. Il Segretario Generale SE Giuseppe Pi etrocola, ; </pre><pre style="-webkit-tap-highlight-color: rgba(0, 0, 0, 0); -webkit-text-size-adjust: 100%; background-color: whitesmoke; border-radius: 4px; border: 1px solid rgb(204, 204, 204); box-sizing: border-box; color: #333333; font-family: Menlo, Monaco, Consolas, &quot;Courier New&quot;, monospace; font-size: 13px; line-height: 1.428571; margin-bottom: 10px; margin-top: 0px; overflow-wrap: break-word; overflow: auto; padding: 9.5px; word-break: break-all;">INTRODUZIONE ALLO STUDIO DELLA LINGUA LATINA INTRODUZIONE ALLO STUDIO DELLA LINGUA LATINA OSSIA SAGGIO DI UNA NUOVA GRAMMATICA LATINA RAGIONATA DIVISA IN TRE PARTI cioè I." Lessigrafia TI. Ftimologia HII.* Sintassi Regolare c F'gurata. CON UN APPENDICE INTORNO 4A’ TRASLATI ‘  per opera DI Z,  @—— &lt;a NAPOLI DALLA TIPOGRAFIA DE’ GEMELLI J'ico lungo AMontecalvario AVVERTENZA A° PRECETTORI - IL bisogno di una Grammatica ragionata per la lingua latina è generalmente comprovato da’ nuovi e incessanti tentativi n questo genere di scrittura per opera de’ più dotti uomini delle più culte nazioni, com’ è dire di Francia e di Germania, i quali in questi ultimi tempi specialmente hanno prodotto in- memorevoli lucubrazioni con l intendimento di ap- pagare il comune desiderio di avere una buona gram- matica. I nomi del dottor Zumpt, di Broeder, Gro- tefend, Ramshorn , Billroth, Weissemborn, Blum, Baschoff, Haase , Gernhard, Vargner , Schneider , Struve, Grysar tra gh alemanni, e di Burnouf tra’ , francesi, sono troppo noti nella repubblica delle let- tere, e sia perla celebrità de’ citati autori altramente noti, sia pel merito loro filologico, si è creduto, e da taluni ancora si crede, che il bisogno generalmente sentito sia oramar appagato. Ed 10 stesso per rive- renza a nomi cotanto illustri mi son fatto a leggere alcune delle loro opere con favorevole prevenzione, spe- rando di ritrovare in esse,non dico in tutto, almeno in gran parte, îl voto comune soddisfatto. E crebbe la mia speranza în leggere la prefazione alla Grammatica Latina del Burnouf, uomo assai benemerito delle greche e latine lettere , versatissimo nelle produzio- VI AVVERTENZA ni filologiche degli alemanni, delle quali egli attesta aver fatto tesoro prima che si fosse posto a scrivere la sua : crebbe, ripeto, la mia speranza in legge- re queste sue parole: « Ora non è più il tempo, in cui non accordavasi alla giovane età che una me- moria tutta passiva, nè vi è oggidì un maestro ad- dottrinato , * quale non sappia che U fanciullo ra- giona , e che ragiona con aggiustatezza che tali fia- te sorprende gli uomini fatti, se pure non si è la- sciato penetrare idee false nella sua mente. A noi, che insegniamo , spetta di coltivare una facoltà tan- zo preziosa (la ragione ) e lo studio delle lingue ce ne formisce il mezzo più diretto e infallibile. La Grammatica è la Logica de’ fanciulli . ... La Logi- ca grammaticale domina propriamente nella Sintas- st ». Da questo generale divisamento del grammati- co francese era naturale a dedurre che alle vecchie igrammatrche ne sarebbe succeduta una nuova tutta diversa, la quale, dovendo essere la logica de’ fan- cvulli, avrebbe sostituito i principi alle regole , pei quali si sarebbe svolta la facoltà deduttiva , incep- pata finora dalla fede cieca alle regole e dall’ obbe- dienza cieca a’ precetti. Con ciò dichiaravasi nel medesimo tempo che tutte le grammatiche precedenti erano insufficienti, non esclusa alcuna degli ale- umanni ; attesochè l’ autore protesta che di tutti la- vori filologici de’ più dotti di quella nazione avea fatto tesoro per farne la logica de’ fanciulli. Ma le mie speranze rimasero deluse, come ho dimostrato nel 1.° Vol. del Nuovo Corso pag.303 e segg., imperoc- chè invece di principi non. ho trovato ehe regole empiriche nella grammatica del Burnouf. La causa efficiente di questa insufficienza nel ten- tare una riforma negli studi filologici per opera dei in mali A’ PRECETTORI VII più dotti uomini consiste nel supporre che i po- chi principi concernenti la classificazione delle pa- role, le nozioni primordiali e fondamentali , le clas- sificazioni etimologiche e sintassiche , la partizione delle materie ec. siano esatte , in guisacchè la mi forma non debba versarsi che intorno all’ applica- zione, esplicando con esempi le regole, e non mai dubitando della loro falsità. Or supponiamo per poco che le classificazioni sieno inesatte, le nozioni fonda mentali sieno erronee, le definizioni false, le partizao- ni inadequate , è agevole a comprendere che ogni studio diretto a ricercare le ragioni della loro appli- cazione riesce nel vuoto , non potendosi alcuna ra- gione di vero trarre del falso, per quindi stabilire la logica de’ fanciulli, la quale appunto consiste nel formare Vl’ attitudine di dedurre facilmente e spon- taneamente le conseguenze da’ principî, e di appli- care 1 principî a’ fatti particolari negli innumere- voli casi delle lingue studiate. Ma questo che ho det- to non è mica una supposizione , è un fatto dima- strato ne’ tre grossi volumi del Nuovo Corso, dove per ogni grammatica particolare è. stato osservato quello che la ragione ha dedotto per la Grammatica universale. E quì valga quest’ umica ragione, la più facile a intendere , cioè che melle scuole essendo ri- tenuto avere ogni regola la sua eccezione , sì venne a inceppare la facoltà deduttiva per una scetticismo formulato a principio ; imperciocchè , messo che la eccezione è un contraddire alla regola, il giovanetto non può sapere con certezza, quando abbia luogo la ped agitati pu! sempre il dubbio di un’ eccezio- me possibile. Oltrecchè questo principio è la più cma- ra protestazione che le regole sieno false, perchè l'eccezione che cosa è mai, se non il fatto contro di VIII AVVERTENZA ‘ciò che vorrebbe la regola? La verità di un princi- po generale consiste nella sua conformità in tutt’ i ‘ cas particolari , perocchè il principio è una for- « mola contenente il genere rispetto a tutte le spezie. ‘ Come dunque si poteva stabilire la logica de’ fan- ‘ ciulli, quando le regole, cioè le premesse, da cui si : deduceva, erano false, 0 almeno erano dubbie? E se ‘è così, ognun vede che a stabilire questa logica dei ‘ fanciulli è mestieri ritoccare i suoi principi fonda- mentali , e sostituire alle regole false le premesse generali e assolute, cioè senza eccezione, ed al falso principio metodico che ogni regola ha la sua ecce- zione, sostituire l’altro: ogni regola, quando è vera, è assoluta e senza eccezione. Ma egli è poi vero che în fatto di lingue si pos- sano avere sì fatti principî, che non ammettono ec- ‘cezione? Chi non sa quanto l’uso è capriccioso? Chi ignora le tante anomalie negli accordi de’ nomi e ‘degli aggiuntivi, de’nomi e de’verbi, ne’così detti verbi ‘ampersomali ‘e difettivi, nella variazione, derivazione e composizione delle parole? Chi ardirebbe di enumerare ‘a priori principi assoluti intorno a queste cose senza distruggere il fatto permanente della lingua con tutti 1 suoi idiotismi e con tutte le sue sgrammaticature? A questa obbjezione spaventevole a prima vista io ‘potrei rispondere dapprima che la possibilità di una grammatica generale è riconosciuta da tutti i più ‘dotti uomini , i quali diressero i loro studi e i loro ‘sforzi ad attuarla, ed ognuno ha creduto potervi riu- ‘8cire, quando, infastidito delle vecchie, imprese a scri- vere una nuova grammatica, e il Burnouf espres- ‘samente ha dichiarato che la Grammatica possa essere la logica de’fanciulli. Adunque l’obbjezione non regge nella opinione de’ dotti; e, se ha un lato vero, è fal- rr a "&lt; de -- 43 o —_ «a a = Lc ;- €« n n _ 2 a _ ° = s—» CA #£—- 4° PRECETTORI IX sa assolutamente. A quello che io sappia la pro» posta obbjezione non è stata valutata mella sua in- tegrità : 0 cercherò di metterla in piena e chiara veduta per trarne ‘Ulazioni incontrastabili.. | Le lingue sono aggregati di parole, e le parole so- no segni, ossia una quantità sensibile, che per con- venzione ha virtù di far intendere l’insensibile (Gram. Ital. Vol. I. pag. 18), in altri termini la parola è segno intimamente connesso col significato. Essa ha dunque delle proprietà e delle modificazioni come se» gno 0 quantità sensibile: ne ha delle altre come se- gno rispetto al significato 0 come idea. n La parola, come quantità sensibile, va soggetta a tutte le alterazioni fortuite delle bocche de’ parlanti, î quali, non essendo guidati da ragione, vi produco» no delle difformità , ossia delle irregolarità, o ano- male , cioè incostanza di uso. Il che avviene pro- priamente nelle desinenze delle parole che appar- iengono ad una stessa classe, per esempio, tutt’ è nom de maschi dovrebbero avere regolarmente un accordo con le desinenze degli aggiuntivi e de’ pre- nomi in una forma determinata costantemente. In- tanto l’uso cieco delle moltitudini produsse negli ac- cordi delle dissonanze, dando agli aggiuntivi una de- sinenza dwersa. In questa parte hanno luogo le re- gole , ossia alcune enunciazioni generali con le eccezioni , ed ogm lingua ha le sue regole, perchè ogni lingua si compone di parole che sono segni , ossia quantità sensibili, capaci di alterazioni arbitra- rie. Ma voi vi guarderete bene di credere che complesso di queste regole formi la grammatica, co- me Logica de’ fanciulli: un tal complesso costi- tuisce la così detta Lessigrafia, la quale si propo- ne di studiare la forma attuata delle parole, e l’attuazione della generazione de’ vocaboli per varia- zione, derivazione, e composizione in una data lin- gua costituisce propriamente ciò che si dice gram- matica particolare e propria di una lingua, da af- fidarsi alla memoria più che all’ intelligenza. La Lessigrafia è la prima parte della nostra Gramma- tica Latina. Ma la parola, come idea, ossia la parola rispetto al significato, è una per tutte le lingue: così il no- me di qualunque lingua e di qualunque forma è se- gno di sostanza e di causa, e la proposizione è l’ e- spressione di un giudizio. Per quest’ unità assoluta UU’ idea 0 per meglio dire per quest’ identità di st- gnificato sorgono principi identici per tutte le lingue, una Grammatica umversale , una scienza assoluta rigorosamente parlando. Questi principi non hanno eccezione : sono universali , di tutt’ i tempi, e di tutt’ è luoghi , e costituiscono la logica de’ fanciulli come degli adulti, imperocchè la deduzione è eviden- te, è certa, è ‘ncontrastabile. Questa parte della Grammatica comincia dall’ Etimologia e finisce cor Traslati, perchè dall’Etimologia incominciamo a stu- diare la parola come idea, ossia ‘il segno rispetto al significato. Ed a parlar con rigore l’ Etimologia è lIdeologia de’ fanciulli, come la Sintassi n°’ è la Lo- ica: quella studia le nozioni fondamentali come idee, questa le proposizioni come espressioni di giudizi, Da queste distinzioni rileva come la proposta ob- bjezione possa essere risoluta: La Grammatica par- ticolare di una lingua, in una parte ha regole con eccezioni: în altre sue parti ha principi generali sen- za eccezioni. Defimre la Grammatica per una rac- colta di regole assolutamente è un assurdo, un altro =&gt; = 5: ET 3 € E — Ze 3 IT AS93, o EE 25 arc dr E x «fan Mr i mel 2 FA A’ PRECETTORI XI essurdo è sconoscere affatto le regole. Ma l’ imbro- cp delle Grammatiche pubblicate finora sta o nel- ” essere state esclusivamente raccolte di regole , 0° nell’ avere ammesse le regole dove era mestieri che vi fosser principi, come mell’Etimologia e mella Sin tassi , e tutto questo, perchè non si seppe distin guere il duplice rispetto della parola come segno e come idea. Coloro adunque che credevano impos- sibile una Grammatica generale per tutte le lingue, non videro queste diverse attinenze delle parole, diciamo così la plastica delle lingue, e la loro intel» ligibilità , ma, standosi alla prima, vedevano impos: sibile raccogliere un elemento comune. — E la distinzione nostra è obbjettiva, perchè risulta dalla natura delle cose, ed a questa condizione una sola Grammatica governa tutte le lingue. La Gram- matîica particolare poi di ciascuna sì riduce ad una cortissima distesa, cioè alla sola Lessigrafia, che pre- senta a leggere e scrivere le parole come sono at- tuate con tutti gli accidenti plastici di variazione , derivazione e composizione. | Ecco, o precettori, il fondamento razionale della presente Grammatica Latina, derivato dal Nuovo Corso di Letteratura Elementare, Parte Prima,e trasfuso nella NuovaGrammatica ragionata per la lingua Italiana da noi già pubblicata, ed a cui la presente sarà in tutto conforme, perocchè nella parte de’ principî le Gram- matiche particolari non differiscono tra loro, se non per gli esempi particolari delle lingue , per cui s0- no scritte. Ondechè le definizioni , le classificazio- nî ec. sono sempre le stesse, în quisacchè studiata una sola grammatica, questa basterebbe per tut- te le lingue. Ed to potrer tralasciare in ta grammatica latina tutte le teorie esposte nell’ Étimoelogia e Sintassi italiana, se non fosse che non tutti st sono provveduti della nuova grammatica ragiona- ta per la linqua italiana. Voi dunque non mi ap- portete a difetto la uniformità delle mie due gram- matiche e la ripetizione delle medesime teoriche cor- rispondenti; perocchè da un verso è necessario pro- cedere così, dall’ altro è utile per la brevità del tem- po che s'impiega a ricordare le stesse teoriche appli- cate a lingue diverse. În una Grammatica comparata, ossia scritta per due o tre lingue nel medesimo tempo, questa ripeti zione potrebbe evitarsi, perchè alle stesse teoriche si appunterebbero esempi di lingue diverse, ma nion così per quella che è destinata ad ‘uma sola lingua. Lo stesso vantaggio si poni ottenere da chi sapesse maneggiare i metodo amiltoniano, nel quale non si studia grammatica scritta, ma si va suggerendo le applicazioni de’ principi apparati nella gramma- tica della propria lingua în occasione che si pre- sentano i costruiti della lingua stramera che si stu- dia. Fuori di queste supposizioni è necessità, ripeto, presentare tutte le grammatiche particolari con le stesse formole, perchè tutte convengono negli stessi. principi, sebbene in Lessigrafia abbiano regole di- verse, versantisi sulla plastica delle lingue. Con ciò ho determinato il campo della Etimolonia e della Sintassi dopo la Lessigrafia, perchè ho detto che questa ha regolé e non principî, come quella che studia le parole di una lingua nella loro attuazione. tali quali si truovanio con tutte le loro imperfezio- mi: l Etimologia e la Sintassi studiano la parola come idea, 0 come segno rispetto dl significato, e pe- rò si versano intorno da’ principî diversi dalle rego- le, che non sono senza. eccezioni. Parrebbe da ciò che la Etimologia di una lingua marticolare non dovesse trattare nè di Variazione, nè di Derivazione, nè di Composizione delle parole, per- chè si fatte cose appartengono alla Lassigrafia, do- ve st studiano le parole, come sono attuate, tanto pri- mitive cioè radici 0 radicali, quanto secondarie, cioè variate, derwvaie 0 composte. Ma, considerando che la Variazione , Derivazione e Composizione sono co- munai a tutte le lingue, come mezzi di generazione di nuove parole , debbono necessariamente in qual che cosa convenire, come elemento generico, obbietto di scienza e non di semplice osservazione. L’Etimolo- gia adunque tratterà di queste cose come sue, lascian- done alla Lessigrafia l applicazione nell’ attuazione della lingua particolare. Io però debbo confessare che nella mia Etimologia mi fermo più del convenevole intorno all'applicazione de’ principi generali de’ mo- di generativi, e ciò per ‘lo stato in cui si truovano gli studi filologici , imperocchè i trattati lessigrafici delle scuole presentano molti difetti nelle nozioni fondamentali, la correzione de’ quali non si può con- seguire senza ragionare per principi, il qual ragio- nare sarebbe prematuro in quella parte, che procede per semplice osservazione. Oltracciò la Derivazione e la Composizione delle parole vanno considerate co- me studi di perfezionamento, e perciò posteriori d’as- sar alla Lessigrafia. Io voglio rispettare per ora questo pregiudizio , ed aspetto che |’ ordine rigoro- samente scientifico sia attuato, quando la gramma- tica ragionata sarà divenuta più accessibile e più VA bag ne’ pubblici e privati insegnamenti. L’obbjetto della Scienza reclamerebbe i suoi dritti intorno a molte cose, a cui deve rinunciare per ora per la in- sufficienza de’ subbjetti, i quali prevenuti r° pregiudizi non potrebbero intenderle nettamente, Io dun- que dò al mio libro un ordine più conforme alla ca- pacîità de’ subbgetti ; e lascio agli avvemre il compi- mento de’ desideri della Scienza, La mia Etimologia per conseguenza sarà divisa in cinque Parti, come ho praticato nel 1,° Volume della Nuova Grammatica ragionata per la lingua italiana —ossia 1.° Delle classi Categoriche; 2.° Delle Classi ipoteoriche; 3.° della Variazione 4.° della De- rivazione 5.° della Composizione delle parole. La Sin- tassi del pari sarà divisata come l’ Italiana , espo- sta nel 2,° Volume della Nuova grammatica ragio- nata, Questa nostra grammatica in poco volume racchiu de una scienza compiuta della lingua latina, impe rocchè, cominciando dall’Etimologia, i0 alle regole so» slituisco principi generali, 1 quali per quanto si estendono nell’applicazione, per altrettanto sono ri» stretti di numero, Tutte le grammatiche scritte fino- ra vengono fuse in questa con la grande differenza che de’ più difficili ed eleganti costrutti rendiamo ra- gione in Sintassi, della filiazione delle parole ridot- te a famighe, in Etimologia. Ma quel che più monta è l'ordine, con cui le materie vanno disposte, peroc- chè è la prima volta che la Etimologia ha una de» finizione , una limitazione e ed un campo determi- nato diviso dal Sintassico. La Sintassi egualmente ridotta a principî presenterà una novità scientifica per la giusta disposizione delle sue parti e per la collocazione delle quistioni nel proprio luogo. La Sin- tasssi figurata sarà un trattato scientifico compiuto, nel quale procedendo allo stesso modo, con cu pro- cedemmo mella grammatica ragionata per la lingua italiana , otterremo un perfetto parallelo tra le due —a so =&gt; PI Ira io 4°  lingue, il perchè una serve di ajuto e di mezzo per imparar l alira— A riuscire in questo to farò no- tare come regola di metodo la gran differenza che passa tra versione etimologica e versione di equipol- lente. La prima farà corrispondere alla parola la- tina quella italiana, che îl significato primitivo e per- ciò etimologico della parola latina contenga : la se- conda farà corrispondere alla parola latina una o più parole in italiano, che contengono un significato relativo e perciò secondario 0 metaforico della pa- rola latina per proprietà di lingua taliana. Per esempio, incontrandomi nel Verbo Videor, non dirò co’ grammatici che significhi parere 0 sembrare, stb- bene che sia un verbo passivo formato dell'attivo vi- deo, e la mia prima traduzione letterale del se ,uente passo: Tu mihi videris esse doctus, sarà: tu sei a me veduto di essere dotto. Ciò fatto, in un secondo mo- mento noterò che questa frase o costrutto latino è equipollente a quest’ altro italiano: Sembrami che tu sei dotto. Il giovanetto con questo metodo non con- fonderà il significato primitivo delle parole col se- condario , il proprio col metaforico. Di qui la ne- cessità di far seguire alla Sintassi il Trattatino de Traslati, nel quale esporrò î costrutti eleganti sotto il rispetto de’ Traslati medesimi come di Nubo, par- co, ignosco, vaco, ec. ec. Quindi nuovo ordine în quanto all’ esposizione degl’idiotismi latini da’ gram- matîici esposti alla rinfusa per produrre tanta ma- lagevolezza di ritenerli nella memoria de’ poveri fan- ciulli. Per questo la nostra grammatica latina oltre da essere una Scienza puramente speculativa acquista ancora le ragioni di metodo, che, ajutando la pratica, aspira all’ Arte, la quale è propriamente l’atittu- XVI AVVERTENZA A° PRECETTORI dine di operare in conformità dei principî della Scienza. Quindi non recherà più scandalo la nostra Definizione della Grammatica come Scienza in quanto a’ principî, ed apparirà quanto sia insulsa la pre- tenzione di coloro, che la vogliono Arte unicamen- te, perchè ha sole regole e non principi, della quale stoltaggine è da ridere oggidi per la sfronte- tezza con cu sì vorrebbe sostenere, perocchè fin dai tempi di Aristotile come Scienza e come Arte fu con- siderata,e Quintiliano e tutti più savi grammatici, non escluso il Donato, per tale la ritennero. Per la racione del Metodo io non cesserò di avver- tire, dove cade in acconcio,i precettori del modo da te- nere per la pratica, producendo to stesso degli esempi di applicazione degli studiati principî. In questa guisa to non lascio alcuna cosa a desiderare m questa Grammatica , ed, affinchè tutto corrisponda al fine d’imparare la lingua latina, curerò i0 stesso di for- mire è precettori di un testo di lingua accuratamente formato da Leonardo Tafel pel Metodo Amaltomano, con mirabile Arte graduato pel primo insegnamento. Io re farò la ristampa con un accurata esposizione delle regole di ben maneggiure questo libro oltre le avvertenze, di cu è corredato nella prima edizione fattane nel 1849. Pubblicherò in seguito i Colloqui del Vives, da me annotati, per renderl utili a que- sto Metcdo, come pure un’ Antologia de’migliori pez- zi di storie sacre e profane. Se Iddio ci darà vita adempiremo queste ed altre promesse. — Vivete felici. VIRAL NETAIN Pe: "1 -INTORNO ALLA DEFINIZIONE ED ALL OBBJETTO ‘ DELL’ ETIMOLOGIA. Ogni lingua è un aggregato di parole, le quali si adoperano congiuntamente per formare un discorso. Or se noi distacchiamo dal discorso ogni parola per far- ne oggetto di particolare disamina, ne risulta una Scienza che si dice Etimologia : se poi consideriamo le parole congiunte a discorso, ne risulta un’altra che si dice Sintassi. L’ Etimologia adunque è quella parte della Gram- matica, nella quale si studiano le parole isolate (cioè distaccate dal discorso ) come segni per saperne i significato assoluto e diretto. Dicendo parole isolate, si differenzia l’ Etimologia dalla Sintassi, e dicendo come segni per saperne îl significato assoluto e di- retto, si differenzia l’ Etimologia dal Trattato de’ Tra- slati (1). | (1) Rigorosamente parlando, la disamina etimologica non può essere tanto assoluta, che non partecipi in qualche modo delle ragioni sintassiche, perocchè la v- riazione, come vedremo, presenta alcune desinenze sin- tassiche, e ciò perchè la parola è destinata a congiun- gersi ad altre nel discorso. Per avere una chiara nozione di questa definizione è uvopo conoscere che cosa sia segno e significato. Ora il segno è una cosa sensibile, che ha virtù di farci pensare all’idea di un' altra cosa insensibile. «Il fumo, per esempio, è un segno; perchè è una co- sa sensibile, che ha virtù di farci pensare al fuoco, che suppongo di non vedere, mentre vedo il fumo. . Per sensibile intendo ogni cosa, che cade sotto i sen- si, della vista, dell'udito, dell’ odorato , del gusto e del tatto, che sono sensi esterni. Così il sole che ve- diamo, la rosa che odoriamo, la penna che tocchia- mo, sono tutte cose sensibili esternamente. La parola adunque per essere segno deve essere un sensibile esterno , ossia una cosa che cada sotto qual- che senso esterno , ed essa è tale, perchè, se si pro- nunzia, è un suono, che si percepisce per l’udito: se sì scrive, è un estensione colorata, che si percepisce per la vista. Quindi è che la parola è segno sotto doppio rispetto, perchè è sensibile per doppio senso, e perciò sì può definire un segno pronunziato o scritto. Segno e significato sono relativi tra loro, come pa- dre e figliuolo o padrone e servo. Ma che cosa è il sî- gmificato ? è l'idea , a cui il segno ci fa pensare, mentre il suo obbietto non è presente a’ sensi. Così il fuoco è un significato rispetto al fumo , che n'è se- gno , perchè questo cì fa pensare a quello, che non è presente. | Ma il segno non ci fa pensare al significato sem- pre allo stesso modo, perchè ve ne è una specie, che ci fa pensare al significato per sua propria virtù sen- za bisogno di un altro che lo dica : tale è il fumo rispetto al fuoco , il riso rispetto all’ allegria, il bron- cio rispetto all’ ira, il pallore rispetto alla. paura ec. I segna di questa natura si addomandano segni natu- rali e necessarì, XE + KP i e " ee fia = Sr € _ se ignari ALL’ ETIMOLOGIA "© 19 -" Ve ne sono altri, che non hanno la virtù di farci pensare al significato naturalmente e necessariamente, ma sibbene per un accordo scambievole tra più per- sone, ossia per convenzione. Se per esempio voi vedete un asta di telegrafo ora salire ed ora scendere, senza che un altro vi abbia istruito del significato di quelle movenze, non potete conoscere quel che si voglia con esse far intendere. Non così per coloro, che sono ad- detti al telegrafo, perchè dessi sono venuti in accor- do tra lore , ossia ad una convenzione, per la quale hanno -stabitito che, quando l’asta scende,si voglia in- tendere una cosa, quando s’ eleva, un’ altra. I segni così descritti si chiamano convenzionali ed arbitrari: convenzionali, perchè sono tali per convenzione : ar- bitrari, perchè hanno questo o quel significato per un arbitrio de’ convenuti, e, come significano una cosa, ne potrebbero significare mille altre differenti. Se le parole sono segni, si può quistionare se sieno segni naturali o convenzionali ? I grammatici, che non hanno saputo distinguere la voce dalla parola, e che annoveravano gl’'interposti o le Interiezioni tra le classi di parole, sono costretti a riconoscere alcune parole, cioè gl’ interposti, come segni naturali, perchè, come vedremo, questi segni ci fanno pensare naturalmente all’affetto, che ci domina. Ma noi non possiamo riconoscere gl’ interposti come parole, per quanto abbiamo dimostrato nel Nuovo Corso Vol. 1.° pag. 173 e segg. È però che diciamo essere tutte le parole , segni convenzionali, ossia che non hanno virtù di farci pensare al significato per sè stes- se, ma in virtù di una convenzione. E che sia così basta pòr mente che, se noi leggiamo scritte o udiamo pronunziate le parole di una lingua che ignoriamo , quelle parole non producono alcuno significato in noi, 20 INTRODUZIONE ALL’ ETIMOLOGIA ma sono suoni o estensioni colorate semplicemente. ÎNon così per coloro che hanno studiato o pratica- ‘mente imparata quella lingua, perchè ad essi ogni pa- rola è segno, che produce un significato. Ora che cosa è mai lo studiare, o praticamente imparare una lingua, se non una convenzione o un accordo che fa il maestro col discepolo o la balia col bambino intorno al signi- ficato arbitrario di ciascun vocabolo? Adunque è chiaro, anzi evidente, che le parole sono segni convenzionali ed arbitrari, non mica naturali o necessari. Un’ eccezione si potrebbe fare per pochissime pa- role dette onomatopoîche, cioè parole che pronunziate dànno un suono simile al suono della nalura che si- gnificano o rappresentano , come tonfo, grugnire , mitrire , cracidare ec. Ma di queste non bisogna te- Nere conto, perchè sono di sì piccolo numero che non meritano di essere calcolate a fronte i cinquanta o ses- santa mila vocaboli di una lingua : oltracciò queste piuttosto, come voci, che come parole si debbono con- siderare, e quindi si riducono agl'interposti, da cui sono formate. L’ Etimologia non prende in considerazione che le sole parole segni, e, se fà menzione degl in- terposti, è per differenziarli dalle parole segni conven- zionali. Intorno alle Classi eategoriche o primarie. delle Parole, INTORNO ALLE CLASSI IN GENERE. Per Classe io intendo una idea generalissima ; alla quale si riducono infinite idee particolari, inguisacchèé il nome di quella viene partecipato da queste. Per esempio Albero è una Classe, perchè esprime la idea generalissima, a cui si riducono il Noce, il Castagno, il Fico, Vl Abete, e il nome di Albero è partecipato egualmente dal Noce, dal Casta no, dal Fico, dall'Abe- te, perchè se si domanda che cosa sono ? si rispon- de : Il Noce è albero, il Castagno è albero ec. Ora per vedere se nelle Lingue vi sieo Classi di parole :, è uopo esaminare se ve ne sieno alcune , a cui tutte le altre si riducono, e il cui nome venga dalle altre partecipato. Che vi sieno delle Classi di parole è chiaro dal solo riflettere che le lingue s' imparano, e un uomo può imparare più di una lirgua. La qual cosa non potreb- be avvenire, se i 50 o 60 mila vocaboli, di cui si com- pone una lingua non si riducessero a poche Classi ; perchè mancherebbe il tempo e la pazienza d’ impa- rare uno per uno ciascun vocabolo — Al contrario nella supposizione che i 50 o 60 mila vocaboli di una lingua si riducessero a poche classi ; noi senza biso- gno di studiarli uno per uno, sapendone alcuni, vir- tualmente sapremmo tutti gli altri, che si ridurrebbero a ciascuna Classe. Se dunque più lingue s’ imparano în poco fempo e agevolmente , fa mestieri conchiu- dere che realmente vi sieno nelle lingue le Classi delle parole. | Ma quali e quante sieno queste Classi in ogni lin- gua, non si può per nol determinare, se non dal si- gnificato delle parole medesime, perchè noi abbiamo detto innanzi che la Classe è una idea generalissima, e la idea è significato , di cui la parola è segno. Oltre a ciò, essendo la Classe una idea generalis- sima , quelle sole parole meritano il titolo di Classi , che significano le ldee più generali, ossia note a tutto il genere umano, 0, come dicono le scuole, essenziali allo umano intendimento. Ora, ricercando quali e quante sieno le idee gene- rali note e comuni a tutto il genere umano ; trove- remo che non ci è uomo di qualunque tempo, nazione e favella, il quale non abbia le seguenti nozioni uni- versalissime, cioè 1.° di Sostanza, 2.° di Causa, 3.° di Stato , 4.° di Azione, 5.° di Qualità, 6.° di Quantità , 7.° di Modo , 8.° di Moto, 9.° di Rela- ZIONI. | Parrebbe da ciò che il numero delle Classi delle pa- DELL’ ETIMOLOGIA 23 role, dovendo corrispondere al numero delle Idee uni- wersali , dovesse essere altrettanto ; ma, essendo pia- ciuto di stabilire per le prime otto idee quattro Classi di parole , dando a ciascuna una dualità di significato , cioè al Nome il significato di Sostanza e Causa, al Verbo il significato di Stato e di Azione, allo A49- otuntivo il significato di Qualità e Quantità, al Ver. bale il significato di Modo e di Moto , alla Preposi- zione il solo Significato di Relazioni, è chiaro che le Classi di tutte le parole di ogni lingua esistente o pos- sibile in tutto sono cinque cioè 1.° il Nome 2.° il Verbo 3.° l’Aggiuntivo, 4.° il Verbale, 5,° le Preposizioni. lo chiamo queste cinque Classi di parole Categori- che e Primarie. Le chiamo categoriche, perchè le parole ad esse subordinate significano Idee-categorie , ossia universalissime e comuni a tutti gli uomini, Le chiamo primarie, perchè non hanno classi anteriori, a cui si possano ridurre, Oltre a queste cinque Classi categoriche e primarie io riconosco altre quattro clas- sì, che chiamo Secondarie o Ipoteoriche, in quanto che si riducono alle prime , e, risolvendosi, presen» tano più Idee-categorie, come vedremo nella seconda Parte di questa Etimologia, e sono 1.° i Nomi Perso- nali Primitivi 2,° i Prenomi 8.° gli Avverbi, 4.° la Conziunzioni.  IxTORNO ALLA PRIMA CLASSE CATEGORICA DELLE PAROLE IN OGNI LINGUA , OSSIA DEL NOME. Per Nome intendo la prima fra le Classi Catezo- “tiche di ogni linzua, che comprende sotto di sè tutte le parole, le quali significano Sostanza 0 Causa. + Per Sostanza intendo la cosa permanente, che fa da sostegno dei suoi attributi senza che essa. abbia. -bisozno di esser sostenuta. | Mi spiego con un esempio —Se voi mi presentate un- biechiere di acqua limpida , io posso suecessiva- .mente farla divenire bianca, rossa, gialla, nera, verde ec.; e voi, ciò vedendo, aztribuirete tutte que- .ste qualità all'acqua,una dopo l'altra. Ma,quando l’acqua «era: limpida , non poteva esser bianca : quando era bianca, non poteva esser rosa, e va dicendo. Per l’acqua ‘non è così; perchè dessa è rimasta sempre acqua in tutti i cambiamenti successivi delle sue qualità, aven- -do sempre ripetuta la parola acqua per esprimere ogni ssambiamento di qualità sopravvenuta. In questo fatte osserviamo 1.° che l’acqua è permanente, mentrele sue qualità compaiono e spariscono, 2.° che l’acqua è soste- gno , ossia appoggio, che sostiene le qualità; percliè quando l’ acqua è divenuta successivamente bianca , rossa, gialla, abbiamo pensato naturalmente che dessa sia rimasta in fondo a tutte le dette qualità sopravve- nute 3.° che l’acqua è permanente senza le qualità, ondechè non ha bisogne di loro per sestenersì, poten- ‘dola concepire senza alcuna di esse, Adunque è chiaro che l’ acqua è sostanza, ossia cosa permanente , che fa da sostegno der suoi attributi, senza che 6350 abbia biso, no di esser sostenuta. La sostanza con altro nome fu detta Soggetto, ole vuol dire sottoposto , perchè , essendo sostegno delle sue qualità, non sì può concepire che come posta sotto le medesime. Il nome, che esprime la sostanza o il soygetto, fu detto in Grammatica Sostantivo, che vuol dire il se- gno delia Sostanza. Per Causa poi intendo la Cosa, che, operando, ne fa esistere un’ altra, che prima non esisteva. Mi spiego con un esempio —Trovandomi nel porto di Napoli, avea sotto lo sguardo tante barchette immo- bili. Di un tratto ne vidi una muovere, e naturalmen- te pensai che il vento o ì rematori la posero in mo- vimento. In questo fatto osservai 1.° che il moto, che non era, cominciò ad esistere. 2.° che questo moto fu prodotto dal vento o dai rematori. lo dunque terrò per causa il vento o i rematori, e per effetto il moto, che cominciò ad esistere. La Causa dai Grammatici fu detta Agente, da Ago, Ayîs, che significa spingere, ossia ciò che spinge ed opera. ll nome, quindi, che esprime la Causa o l'Agen- vi sì potrebbe addomandare nome Agente, o nome tivo. Dalla diversa natura delle sostanze e delle cause il no- me si divide in Personale , Quasi personale , e Im- personale. Si dice Nome personale, quello che significa sostun- za 0 causa = persona. Per Persona intendo un esse- re intelligente e libero, ossia un essere ragionevole, come Deus (Dio), Homo (Uomo). Chiamo Nome Quasi-personale quello ar significa sostanza o causa-quasi-persona. Per quast- persone intendo gli esseri , che sentono, ma non ra,tonano, come, Cams (cane),Lupus (lupo), Felis (gatto). lo con- sidero questi esseri, come quasi-persone, per distin- guerli dalle sostanze o cause fisiche. . Per nome imp:rsonale intendo quello che significa sostanza e causa non persona. Per non persona in- tendo gli esseri che non sentono, in una parola gli es- seri inammati, come Sarum (Sasso), Aqua (Acqua), Pratum (Prato), Charta (Carta). | In quanto al nostro modo di concepire le sostanze. e le cause, il Nome si divide in Indwiduale, Specr fico e. Generico. Per Nome Individuale intendo quello, che significa sostanza .o causa individua, cioè non divisa. Per intendere questa espressione, è mestieri cono- scere che, quando noi ci formiamo le idee delle cose, in due maniere possiamo procedere: o nell’idea concor- -rono tanti elementi quanti ve ne sono realmente nel-. l'obbjetto, oppure con la nostra astrazione ne separia- mo alcuni, e ne riteniamo cert' altri. Nel primo caso l'idea si dice non divisa 0 indivi. dua in quanto che, paragonandola all’obbjetto, corri- sponde esaltamente , .perchè niente se n’ è separato colla nostra astrazione. Per esempio, se l’idea che mi . sono formato di Socrate contiene tanti elementi quanti ve ne furono realmente in questo filosofo , essa sarà individua. Se poi quest'idea contiene meno elementi . di quelli che furono in Socrate , si dirà astratta , e questa può essere astraita semplicemente o astratta generica e specifica, e il nome che la esprime si dirà . nome astraito semplicemente, come sono tutt’ i nomi formati dagli aggiuntivi, per esempio, pulchritudo (bel- lezza) da pulcher (bello), Felicitas (felicità) da felix  (felice), humamtas ( umanità ) da humanus (uma- no ) ec. ee. nn I ll nome, che esprime idea astratta generica e spe- etfica, significa un genere o una spezze, le quali idee si formano nel modo seguente. | I | Quando ci saremo formati le idee di molti indivi- dur, come di Socrate, di Platone, di Alessandro ec. potremo : para; onarle per vedere in che convengo- no o disconvengono tra loro. Ognuno di questi indivi- dui ha molte particolarità, per le quali ciascuno. è differente dall’ altro. Per esempio Platone ha le spalie larghe ed è di alta statura, Socrate è smilzo e ba - so: Alessandro differisce da’ due per l’animo generoso e pel colorito ec. Noi, facendo astrazione da ciò che è particolare a ciascuno, e ritenendo ciò che a tutti è di comune, cioè la fisonomia umana, l’animalità è ia ragione, avremo l’idea astratta dell’uomo, la quale si dice specie , consistente in ciò, che è comune a tutti gl individui umani. Il nome uomo, che significa que- sta idea, è specifico, ossia nome di specie. E, sicco- me la idea della specte corrisponde a ciò che si truo- va in ogni individuo , ogn individuo si può appre- priare il nome specifico o della spezie, onde diciame: Platone è uomo , Socrate è uomo,’ Alessandro è uo- mo ecc. 0 Quando si saranno costituite in mente nostra mol- tissime idee specifiche , come dell’uomo , del cane , del cavallo, del gatto ec. potremo ancora procedere al para;one di siffatte idee per vedere in che conven- gono o disconvengono tra loro. Ciascuna specie ha delle particolarità, per cui una è differente dall’altra, l’uomo per esempio dal cane, il cane'dal gatto, il vatto dal cavallo, e ciascuna è differente da tutte. Ma in mezzo a queste particolarità differenziali v'è una cosa, in cui tutte gonvengono, ossia una cosa a tutte comune. Not facendo astrazione, ossia non pensando a ciò che è particolare e proprio di ciascuna specie, e ritenendo ciò che è comune a tutte quante, ci formiamo l’ idea astratta di animale, che si dice idea di genere, o idca generica. . HI nome amimale, che significa quest'idea, si dirà ge- nerico, ossia nome di genere. E, siccome l'idea di &lt;e- nere corrisponde a ciò che si truova in ciascuna spe- cie, ogni specie sì può appropriare il nome generico, onde diciamo l’ uomo è animale, il cane è animale, H gatto è animale ec. = :.L’idea del genere è più estesa dell’ idea della spe- eie, perchè l’animale per esempio abbraccia non solo le specie cane, uomo, gatto, cavallo , ma tutti gli individui, contenuti sotto ciascuna specie, laddove la specie uomo, per esempio, comprende i soli individui ‘umani. | 1 grammatici chiamavano nomi propri i nomi in- dividuali ed appellativi i nomi specifici e generici. . .Il rome astratto semplice differisce dal nome astrat- o specifico e generico, come la semplice idea astrat- ta dall'idea astratta = specie o genere. Ossia la pri- ma si fa con la sola astrazione, la seconda si fa con la comparazione e con I° astrazione. .. I nomiì astratti semplici non solo si formano da- gli aggiuntivi, come pulchritudo (bellezza) da pulcher tasso) , ma ancora dai verbi come îter (gita) da ire andare), Lectio (Lezione) da lego (io leggo). Gli stessi infinita de’verbi si considerano quai nomi astratti, come Scire tuum, il tuo sapere. .i,1 nomi individuali sì chiamano concreti da concre- sco (insieme cresco), perchè essi esprimono idee crc-sciute , ossia idee, dalle quali niente si è tolto con T astrazione: Sotto il rapporto delta. quantità il nome si divide. in singolare e collettivo. i 1] nome singolare è quello, che dinota un solo in- dividuo , una sola spezie, un solo genere, come So- crates (Socrate), homo (uomo), arbor (albero). Il collettivo è quello che significa una collezione di generi e di spezie, come populus (popolo), eser- .cuus (esercito), Plebs (plebe), schola (scuola). Tutte le distinzioni del nome adunque sono le se- guenti 1.° sotto il rapporto della natura delle sostan- ze delle cause è personale, quasi-personale, e imper- sonale 2.° sotto il rapporto della maniera nostra di concepire è concreto. ed astratto : il concreto è in- dividuale: l’astratto o è astratto semplice o e astrat- to specifico e generico 3.° sotto il rapporto della quantità è singolare e collettivo. . JI precettore avra la pazienza di far bene inten. dere questi teoria fondamentale, producendo motti esempi, daî quali i giovanetti possano fare tutte la distinzioni del nome. Per distinguere i nomi specifici da' geverici usera questa regola, cioè di proporsi la domanda che cosa è? che casa sono? sia per esem- pio arbore: domandera quale è arbore o quali sono al- beri ? Se la risposta sara per le spezie, come per esempio : Albero è il castaguo , #/ noce, 1/7 fico, dire che albero sia generico. Se la risposta è per ind:- otdui, come quando domandasi: quale è uomo 0 quali sono uomini? « cu? sirisponde: Pietro, Paolo, Anto- nio, dira che uomo é specie, perché al genere sono subbordinate le spezie, alla spezie sono subbaridi- nuti gli individui, o | INTORNO ALLA SECONDA CLASSE CATEGORICA DELLE PAROLE DI OGNI LINGUA , OSSIA DEL VERBO. Il Verso è la seconda fra le classi categoriche di ogni linqua, e comprende sotto di sè tutte le purole, che sigmficano STATO, e AZIONE. Lo Stato è lo stesso che la quiete, la permanenza ‘0 il riposo. Ora si dice che stia in quiete e riposo «chi nulla fa, chi non opera. Così, guardando un obe- ‘lisco , un campanile , un tronco di albero, sorge in noi la idea dello stato, perchè siffatte cose stanno e ‘non fanno. Al contrario l’azione non consiste nella quiete o nel riposo, ma nel fare e nell’operare. Se voi udite un uomo parlare, o vedete un uccello volare, un ca- vallo correre, subilo in voi sorge l’idea dell’azione, per- chè le dette persone o cose fanno e non stanno. Il Verbo, che dinota unicamente lo stato nella lin. gua latina, è Sum (io sono): Quello che dinota unica- ‘ mente l’° azione è Facio (io faccio). | Questi due verbi Sum e Facio sono perciò verbì ‘astrattî e categorici per eccellenza. Si dicono astrat- ti, perchè sono separati da ogni altra parola, con cui ‘ sogliono incorporarsi, e diventano concreti, come ve- “ dremo. | | | . Si dicono categorie, perchè sono i due verbi uni- ‘ versali , che rappresentano tutt'i verbi possibili del- | .la lingua latina, in quanto che tutti gli altri verbi si ‘riducono a questi due. È " &lt;a Oltre a questi due categorici ve ne sono infiniti al- tri, che io chiamo verbi concreti simili a Curro ( io |  corro), Seribo (io scrivo), Lego (io leggo), Ambulo ( io cammino ), Dormio (io dormo ) ec. Questi si dicono Concrett , perchè contengono Sum e Facio incorporati ad altra parola. Infatti Con- creto vuol dire accresciuto, e i così detti verbi con- creti sono gli stessi Sum e Facio accresciuti di al- tra parola, a cuì sono incorporati. Quindi è che tutti i verbi concreti altri sono di Stato, altri di Azione. I primi sono quelli che racchiudono il verbo Sum, i secondi il verbo Facio. È, o: Voi direte che si riducono al verbo Sum tutti ver- ‘bi concreti che nella loro significazione non racchiu- dono la idea di Azione. Così direte che Dormio ( îo ‘dormo ), Sedeo (io seggo ) si riducono a Sum, per- chè chi dorme e chi siede sta o non fà. AI contra- rio Curro (io corro), Ambulo ( io cammino ), Seribo ( io scrivo ) ec. si riducono a Facio, perchè chi cor- re, cammina, scrive ec. non sta, ma fd qualche cosa. I verbi concreti di stato si risolvono in due parole, cioè nel verbo Sum e in un participio in ns, se è ver- bo concreto in o, come Dormio in Sum dormiens (so- no dormente ), o nel verbo Sum e nel participio in us, se è verbo concreto in or detto da’ grammatici passivo , come Amor (io sono amato) in Sum ama- tus, Videor ( io sono veduto ) in Sum visus: salvo le poche eccezioni, di cui abbiamo parlato in Lessi- grafia. | | I verbi concreti di Azione si risolvono in due pa- . role, cioè in Facto e nel Verbale, ossia in un nome . astratto derivato dal verbo medesimo, come Lego (io ‘ leggo ) in facio lecturam ( io faccio lettura) , Curro . (10 corro) in facto cursum (io faccio corso) Eo bio vado ) in facto iter (io faccio gita, andata ). È ciò va detto per ogni verbo di Azione, tanto se è in 32 PRIMA PARTE © 0, come gli addotti in esempio, quanto se è in or co- me i così delti deponenti simili a utor (io uso ) in” facio usum (faccio uso), Dominor (io domino ) in facio dominationem (io faccio dominazione ) ec. Tante ‘volte il verbale non è nell’ uso della lingua , ma ciò non toglie che voi non possiate formarlo per l’ anali- si, non per usarlo scrivendo o parlando, ma per la semplice riduzione scientifica. I grammatici riducevaro tutt’ i verbi concreti al verbo Sum, che chiamavano sostantivo ed al participio , ma quanto erronea sia questa riduzione è stato da noi dimostrato nel Nuovo Corso , e quì basta semplicemente osservare che, es- sendo i verbi concreti di stato e di azione, e il ver- so dello stato essendo Sum,come quello dell’azione Fa- cio, chi volesse ridurre anche i verbi di azione al ver- «bo Sum, dovrebbe ritenere che l’azione e lo stato -sieno la medesima cosa, il che è un assurdo e una contraddizione. I verbi concreti di azione altri sono obbjeti@vi o transitivi, altri sono non obbjettivi 0 intransitivi. I primi dinotano azione , il cui effetto passa fuori dall’ agente nell’ obbjetto, come amo , lego, seribo : i secondi dinotano azione , il cui effetto è un moto, che resta nell’ agente, come curro, ambulo, eo, vo- lo ec. ec. | Ma queste distinzioni sono piuttosto sintassiche e non etimologiche. Avverto infine che i così detti verbi passivi non formano una classe di verbi concreti differenti dalla classe de’ verbi di stato in quanto all’ Etimologia, del | che ne fa pruova l’uso istesso delle lingue, che riso]- ve le voci concrete di questi verbi nel verbo sum e nel participio in us, e dov'è sum vi è sempre sta- ALL’ ETIMOLOGIA 33 to: onde dobbiamo dire che la passione non è diffe- rente dallo stato. DI | Noi non facciamo quì menzione de'così detti verbi neutri, ossia di quelli, che secondo. i grammatici non significano nè azione nè passione, poichè, se il verbo dinota stato e azione per sua natura, e la passione è lo stesso che lo stato, un verbo, che non significa nè stato nè azione, non si può dare, perchè sarebbe verbo meno verbo. .0 0° . La nostra classificazione è razionale e semplicissi- ma. Tutti i ‘verbi sono astratti e concreti, e questi e quelli di stato e di azione: Sum e Facio sono verbi astratti , tutti gli altri sono concreti, che si risolvono in. uno de’ due astratti e categorici. CAPO IV. INTORNO ALLA TERZA CLASSE CATEGORICA DELLE PAROLE DI OGNI LINGUA, OSSIA DELL AGGIUNTIVO. ‘ L’ AccruntIvo è la terza fra le classi categoriche delle parole di ogni lingua, e comprende sotto di sè tutele parole, che significano QUANTITÀ e QUALITÀ". Per quantITA’ intendo l’idea che corrisponde alla domanda : quanto è? Così se uno mi dice: ho vedu- to un palagio (palatium), ed io gli domando: quanto è? egli mi risponde ; il palagio (palatium) è grande (ingens), piccolo (parvum), alto (altum), largo (la- tum ), lungo (longum) , tutte queste parole ingens , parvum, altum, latum , longum sono aggiuntivi di quantità, o in altri termini sono aggiuntivi quanti- tativi. | | La quantità poi altra è continua, altra è discreta. La quantità continua viene espressa dagli aggiuntivi 34 PRIMA PARTE longus (lungo), altus (alto), latus (largo), imus (bas- 80), profundus (profondo), magnus (grande ), parvus (piccolo), brevis (corto) ec. Dessa si chiama quantità continua; perchè costa di parti contigue, ossia una at- taccata o inerente all’alira, come la lunghezza (lon- gitudo) di una via: la larghezza ( latitudo ) di una tavola. La quantità discreta si esprime con aggiuntivi nu- merali, unus (uno), duo (due), tres (tre), quatuor (quattro), quinque (cinque), sex (sei), septem (sette), octo (otto), novem (nove), decem (dieci), viginti (ven- ti), triginta (trenta), centum (cento), mille (mille) ec. . Sì dice quantità discreta, perchè le sue parti sono separate, come dieci uomini in una stanza sono dieci individui separati, che si possono numerare. Questa di- stinzione della quantità è della massima importanza come vedremo. La qualità è l'idea che corrisponde alla domanda: qual è? Così se taluno mi dice : ho bevuto del vino, lo posso domandargli : qual vino ? (quale vinum) ed egli mi dovrà rispondere: ho bevuto il vino (vinum) bianco (album), rosso (rubrum), forte (forte), debole CE dove tutte Ie parole album, rubrum, forte, debile sono aggiuntivi qualitativi. Gli aggiuntivi quantitativi e qualitativi vengono compresi sotto la comune denominazione di Attributi, ossia di parole, che si vogliono attribuire a’ Nomi. È ciò perchè le idee di quantità e qualità , di cui essi sono segni, hanno intima relazione con la sostanza di cui il nome è segno. È perciò che la mente nostra deve, voglia non voglia, attribuirle al soggetto. Per la stessa ragione la parola, che l’esprime, fu detto aggiun- ttvo (adjectivum), ossia parola, che si vuole aggtunge- re al nome, come vedremo meglio in Sintassi. -—-—e °° y6—— PRIETA T®&gt; -rma_- &lt;a. £__. Pd dele ‘=. dei “&gt; F_. Ci . Gli attributi si dividono in Essenziali e Accidenta- ls, in Fisici e Morali, in Assoluti e Relativi, in Pro-. pri e Metaforici. Diconsi attributi essenziali quegli aggiuntivi, che di- notano qualità o quantità essenziali, ossia tali che senza di esse la sostanza non potrebbe esistere. Così l’acqua (aqua) essenzialmente è fluida (fluida), il cor- (corpus) essenzialmente è lungo (longum) , largo (latum) e profondo ( profundum ). Se voi infatti to- gliete all’ acqua la fiuidità , non è più acqua: se to- gliete la lunghezza, larghezza e profondità, non è più corpo. Al contrario gli attributi accidentali sono aggiuntivi di qualità e di quantità, che, come si truovano ne'sog- getti possono ancora non esservi, senza che però sì d- strugga il soggetto medesimo. Così l’acqua (aqua) ac-. cidentalmente è fresca SS) o calda (calida). Il. corpo (corpus) accidentalmente è bianco (album), ros- so Gubrom): giallo (luteum). Diconsi attributi fisici quegli aggiuntivi che dinota- no quantità o qualità di sostanze impersonali, così l’ acqua è fisicamente fredda (frigida), tiepida (tepi- da), fluida (fluida): l’uomo (homo) è fisicamente bian co (albus), snello (agilis), grosso (crassus). Gli attributi morali sono quegli aggiuntivi, che si- gnificano qualità o quantità di sostanze personali, così l’uomo è moralmente onesto (honestus), giusto (iustus), felice (felix), fedele (fidelis), amico (amicus). Gli attributi assoluti sono questi aggiuntivi, che di- notano qualità e quantità, le quali da tutti gli uomini sono riconosciute convenire a certe sostanze. Così la virtù (virtus) assolutamente è bella (formosa), perchè non ci è uomo anche scellerato che per tale non rico- nosca la virtù. | |  Attr.buti relativi poi sono quelli, che dinotano qua- lità e quantità, che aleuni uomini e non tutti ricono- «scono in una sostanza. Così l’oro (aurum) è prezioso CPESAOSUA, pe'soli avari e non pei filosofi, che ne usano pe’ soli bisogni. | Attributi propri sono quegli aggiuntivi, che dinotano qualità e quantità, che si truovano nelle sostanze: così la tigre (tigris) è propriamente feroce (ferox). Ma se dico: Nerone fu feroce (Nero fuit ferox), la ferocia è attribuita a Nerone metaforicamente.  Il precettore diligente furà bene intendere “queste distinzioni proponendo diversi temi. Per esempio incontrandosi nell'aggiuntivo 0 a bel- la posta proponendolo domandera : 1. È quantita- tivo. 0 qualitativo? 2. E attributo Essenziale o Ae- csdentale? E Fisico 0 Morale? E assoluto o relativo? E proprio o metaforico? Affinché i giovanetti si av- vezzino di buon ora a pensare ed a rispondere ade - quasamente intorno al valore dei vocaboli. INTORNO ALLA QUARTA CLASSE CATEGORICA DELLE PA- ROLE DI OGNI Lincua, ossia DeL VERBALE. Il Verbale è la quarta Classe categorica delle pa- role di ogni lingua, e comprende sotto di sè tutte le parole, che significano Erretto = Mono o ErFrr- ro = Moro. Per Effetto in generale intendo un fatto, che co- mincia ad esistere da un tempo, prima di cui non era. La scrittura. per esempio su questa pagina non cinzia | diet dA 1a ida del idr 4 i pre li e saro Mr der | DELL ETIMOLOCIA 37 esisteva, prima che io mi fossi posto a scrivere: la sua esistenza è incominciata da quel momento che io, pren- dentlo la penna, mi son risoluto di formarla. La scrit- tura adunque è unEffetto, ossia un fatto, che comin- ciò ad esistere da un tempo, prima di cui non esi- steva. To vi | L’ Effetto è di due specie, cioè Effetto — Modo ed Effetto — Moto. L’Effetto — Modo è'quel cambia- mento di esistenza, che avviene in un obbjetto diver- so dalla causa che lo produce, come la scrittura pro- dotta da me, che sono diverso dalla carta, sopra di cui scrissi. Un tale Effetto adunque è in intima rela» zione con l’obbjetto, come vedremo in Sintassi. ‘ L'Effetto — Moto è il movimento, ossia il passaggio” successivo di un mobile pe’vari punti di uno spazio, per esempio, di una palla di avolio da punta a punta di un tavolino di bigliardo , o dell’acqua che da sù corre in giù, o delle gambe che compassano la via ec. I due Effetti differiscono tra loro in questo che il moto è inerente alla sua causa produttrice , cioè al mobile , come il corso all’ acqua, il cammino a’pie- di. Al contrario il modo passa dalla causa produttri- ce nell’ oggetto, come si è veduto. nell’ esempio della scrittura. La parola, che esprime l’Effetto, si dice verbale, per- chè, incorporato al verbo facto, forma un verbo con- creto di azione, come fare scrittura (facere scriptu- ram ) forma scrivere (scribere), fare corso ( facere. cursum) forma correre (currere). La lingua latina più che l'italiana presenta moltis- sime forme di verbali, come si è veduto in Lessigra- fia, cioè di verbali in um, in to e in us, formati dal supino, come da Dico (dico) dictum (detto), da ago (me- no o spingo) actio (azione), da video (vesso) visus (la  vista ). I verbali in antia o entia da participi in ns, e in ura dal participio in rus, come da temperans (tem- perante) temperantia (temperanza), da diliyens ( dili- gente) diligentia (diligenza), da Scripturus (per seri vere) Scriptura (Scrittura) 3. I verbali in mentum come da Doceo (insegno) documentum (insegnamen&gt;» to), da Moneo (ammonisco ) Monumenium ( monu- mento) 4. I verbali in acrum, come da Lavo (lavo) lavacrum (lavacro), da Simulo ( fingo ) Simulacrum (simulacro), da ambulo (cammino) ambulacrum (luogo di passeggio) ec. 5. I verbali in 7 come da lego (scel- 89) lex (la scelta e la legge), da precor (priego) prer (prece o preghiera), da mereor (merito) mera dice ce) ec. ec. 6. I verbali di forma irregolare, come da Eo (vado) iter (gita, andata) da rego (reggo) regimen . (regime) ec. Il verbale più generale è quello in to. che quasi da tutti verbi si forma, e nella risolu- zione de’ verbi concreti è da preferire a tutti gli al- tri. Dove non si truova nell’uso, per non introdurre novità si può ricorrere alle altre forme. È, siccome - l'infimto è un nome verbale a senso di tutti i gram- . matici, alle volte può essere sostituito alle forme mancanti de’ verbali, In quanto al Verbale é da osservare che dopo la pubblicazione del Nuovo Corso e della Nuova gram- matlica ragionata per la lingua italiana varie obbje- zioni mi sono state dirette intorno al medesimo. Mi si è delto non doversi riconoscere, come una classe” di parole cutegorica, perché, avendo la forma di un nome astralto, va compreso în quella categoria. Que- sta difficolta può tornare in mente de' miei giovani FAO daci- DELL’ ETIMOLOGIA 39 lettori, ondeché so credo necessario confutarla per non rimanere alcun dubbio intorno alla presente teo- ria. La classificazione delle parole si deve ripetere dalle idee, e quindi tante classi di parole fa me- stierî riconoscere quante sono le idee-categorie ,. im- perocché le parole sono segni, în grazia sempre dei significati, che sono le idee. Se io dunque potrò di- mostrare che l effetto è un idea-catevoria, ossia uni- versale ed essenziale all’umano intendimento , avrò pure dimostrato la necessita di riconoscere una classe categorica di parole che la esprimesse. Ora chi dice Causa :#ncende Effetto, perché causa alcuna non vi è, se non în rapporto all’ effetto, che ha prodotto 0 può produrre. Se dunque il nome esprime la causa, vé deve essere una parola che esprime l’effetto. E, ri- cercando quale possa essere, ho trovato che ella sia tl verhale nell'uso stesso delle lingue, perché se do- mandute : che cosa fa chi corre? la risposta é pron- ta: fa corso, e corre e farcorso e volare e far volo, camminare e far cammino spesso si scambiano dal- l’uso. Nel Nuovo Corso di Letteratura ho prodotta altre spiegazioni, che si potranno riscontrare Vol. 1° Part. Prima, Cap. VP. E, sebbene il Verbale abbia forma di nome, nn si può con esso confondere, perchè, se i segni fessero identici, identiche sarebbero le idee significate , cioè Effetto e Za Causa: 1 che è un assurdo. Nella clas- sificazione delle parole non si deve guardare alle forma esteriore delle medesime, sibbene all'idea, da cui prendono le loro ragioni. Ed 40. . INTORNO ALLA QUINTA CLASSE CATEGORICA DELLE PAROLE | DI OGNI LINGUA, Ossia DELLE PREPOSIZIONI. La Preposizione è la quinta fra le Classi catego- riche’ delle parole di omni lin,ua, e comprende sotto di ‘s8 tutte le parole, che significano ReLAZIONE 0 Rap- FORTO. e ° ia Relazione o il Rapporto è un'idea, che ne lega due altre come suoi termini, e sì dice Relazione o Rapporto, perchè quest idea sorge dal riferire o rap- portare un termine all’ altro. Così riferendo Pietro a Paolo, che passeggiano insieme, sorge il rapporto di unione, 0 di compagnia , di cui è segno la Preposi- zione@fCum (con), e diciamo Pietro con Paolo passeg- gia (Petrus cum Paullo ambulat ). Le due idee legate dalla relazione si chiamano fer- mini, perchè stanno agli estremi. Così dicendo Petrus cum Paullo ambulat (Pietro con Paolo passeggia), ognu- no vede che .Petrus e Paullo sono termini , perchè stanno agli estremi ela relazione espressa da Cum sta in mezzo. Il primo estremo si chiama primo termine di rapporto , il secondo estremo si chiama secondo termine di rapporto. Così nel ripetuto esempio PETRUS è primo, e PauLro secondo termine. ilsecondo termine di qualsiesi preposizione è sem- pre un nome,ovvero qualunque altra parola,come no- me adoperata. Ed anche quando le preposizioni si compongono, come iniziali, a’ verbi, agli aggiuntivi, ai nomi, il costrutto è figurato e’l nome secondo termi- ne e sottinteso. I In Lessigrafia ho classificato Ie preposizioni secondo il linguaggio de'grammatici dalla desinenza del se- . condo termine. Ma in etimologia dovendo procedere razionalmente, mi conviene classificarle dalle ragioni del .primo termine, come ho praticato per la lingua italiana nella Nuova grammatica ragionata Par. 1.* Cap. VI. e nel Nuovo Corso. Ora il primo termine di ogni preposizione, o è un Nome , o è un Verbo, o è un Verbale di Moto: chiamerò le preposizioni, che hanno per primo termi- ne un Nome, preposizioni del Nome, perchè, dovendo essere seguite da un altro nome, sì truovano allogate tra nome e nome. , Chiamerò preposizioni del Verbo e del Verbale tutte quelle, che sono precedute da uno di siffatti primi - termini. Le preposizioni del nome nella lingua latina, secon- do me, sono tre De, Cum e Sine o Absque. De, tra- ducendosi Di, (1) significa rapporto di dipendenza, os- (1) Che il De latino significhi Di, e quindi racchiuda' ‘Jo stesso significato, apparisce dalla traduzione di molte frasi latine. Così trovando De Xis alias collequemur non possiamo tradurre che Di queste cose altra volta parleremo. E, se qualche volta si traduce per du/0rn0, è una versione di £quipollenza o a senso. Infatti appo i buoni scrittori latini quando si accenna a rap- porto d’' origine, di cui è segno la preposizione Da, corrispondente alla Latina 4 ab, ads, e, cx, non si adopera mai De. E, se qualche esempio si potes- se addurre in coatrario, guardisi che il costrutto non sia figurato, come appo noi italiani, quando diciamo, partir di Roma, andar di qua ec. Dippiù l'afficità di De e Di, è troppo apparente. In ultimo sarebbe un’imperfezione massima della lingua latina, se mancasse di un segno categorico di questa relazione di Dipen-. denza. Per questo io penso che De equivalga a dy, 49,  - sia accenna che una cosa è, perchè un'altra è.. Così « l'effetto dipende dalla causa, la qualità dal soggetto, . Il figlio dal padre, la forma dalla materia. Cum.(con) ‘ significa rapporto di compagnia o di unione, il quale “ rapporto sorge in noi, ogni qualvolta due sostanze con- corrono al possesso di una qualità comune, o due : cause alla produzione di un medesimo effeito, come acqua con zuccaro è dolce (aqua cum saccharo est - dulcis). Pietro con Paolo passeggia (Petrus cum Paul- ‘lo ambulat ). | si : Sine significa rapporto di disunione o di priva- zione , il quale rapporto sorge in noi, quando non ‘osserviamo congiunte quelle sostanze o quelle cause, ‘che altra volta unitamente ci apparvero , come l'ac- qua SENZA meve È fresca ( aqua sink nive est. fri- gida ), Pietro senza Paolo passeggia (Petrus sine Paullo ambulat ). Invece di Sine si adopera Absque, ‘parola composta da abs e que, equivalente ad Abs et abs. E, siccome abs per metonimia significa lon- tano da, Absque equivale ‘a lontano da e lontano da, € ciò che è due volte lontano è disumito. Ecco per- chè absque si traduce Senza. ù Queste tre preposizioni vogliono stare fra due nomi, perchè le sostanze e le cause, di cui essi nomi sono segni, non possono esistere fuori di queste due po- sìzioni antiteliche, cioè 1.° di dipendenza o d’ in- dipendenza, di unione o di disumione. Ma la dipen- denza ha per segno la preposizione De, la Unione Cum, e la Disumone Sine 0 absque, ne deriva che queste preposizioni per lo nesso de’ termini, che sono sostanze e sostanze 0 cause e cause, debbono allo- garsi tra due nomi, come più diffusamente ragione- remo in Sintassi. Ae Preposizioni del verbo sono quelle, che vogliono allogarsi dopo del medesimo , perchè il. Verbo dinota ‘ Stato e Azione, e non vi è Stato nè azione, che non sia e non avvenga in un dato spazio di tempo e di luogo, il quale spazio si concepisce come un conte- nente e lo Stato e l’azione come contenuti, ne segue . che la preposizione la quale significa relazione di con- tenenza, sia del Verbo, come sua propria determinazione secondo che dichiareremo in Sintassi. Or la preposi- ‘ zione che dinota contenenza è In (in), perchè, quan- ‘do diciamo: Pietro è în casa sua (Petrus est in do- mo sua ), ognuno vede che în casa dinota il luogo, ‘3n cui la permanenza di Pietro è contenuta. Ma, se più sostanze o più cause sono contenute nel medesimo spazio di tempo o di luogo, sorgono in noi naturalmente le relazioni di Sito, per le quali una è ‘sopra, l’ altra è sotto, 0 intorno, o oltre, 0 lontana, ,0 vicina ec. ne segue che tutte le proposizioni, le «quali dinotano questa relazione, sieno ancora del ver- ho, perchè il sito non è che una determinazione del rapporto di contenenza, che è propria del Verbo. Nella lingua latina le proposizioni di Sito sono le seguenti: 1.° Ante avanti, 2.° Apud appresso, 3.° Cir- ca 0 Circum intorno, 4.° Cis o Citra di qua o vici- no a me, 5.° Contra contro, di rimpetto, 6.° Extra fuori, 7.° Infra sotto, 8.° Inter e Intra tra dentro, ‘9.° Juata: allato, 10.° Ob avanti, 11.° Penes appresso, 12.° Pone dietro, 13.° Post dopo, 14.° Praeter oltre, © tre volte innanzi, 15.° Prae avanti, 16.° Pro e Pro- pe vicino, e per metonimia Pro a favore, 17.° Pro- pter composto da prope e ter tre volte vicino, e per metonimia a cagione di per la prossimità dell’ effet- to alla causa, 18.° Secus e Secundum secondo, lun- hesso, 19.° Sub e Subter sotto, 20.° Trans di à, 21.° Tenus fino, 22.° Ultra oltre, 33°. Usque fi- dh |  no a, 24.° Versus verso e i composti adversus e ad- versum, 25.° Erga verso, 26.° Clam di nascosto, 27.° .Goram alla presenza, 28.° Procul lontano (1). (1) Ho messo in ultimo luogo le tre preposizioni C/am, Coram e Procul per farvi le seguenti osservazioni : 1.° che Clam e Coram non hanno affatto fisonomia di prepo- sizioni quantunque s’incontrino seguite da un nome,che ha la desinenza di un secondo termine di rapporto, detto da° ‘ grammatici a6/a6v0.Il che non è ragione di dichiarar pre- posizione la parola che precede, come non è ragione di di- chiarare avverdio una preposizione, che non ha espresso il secondo termine. Se in questo secondo caso è uopo ri- conoscere un costruito figurato, come da’ buoni gramma- tici è conceduto, si potrà egualmente dire che Clam e Co- ram, seguite dall’ ablativo, sieno figuratamente costruiti, in quanto che quel secondo termine di rapporto dipende da una preposizione sottiotesa. La ragione, che m'induce a credere così, è che PaLam equivale a palesamente e Coram alla presenza, nelle quali idee a me pare che non vi sia alcuna nozione di rapporto semplice. Lo stesso potrebbe dirsi di pone,che è un imperativo di p0n0,e di versus par- ticipio di verto, e di secundum participio di sequor. 2. . Mi sorprende poi che Procu/ non è stato da’ grammatici annoverato tra le preposizioni composte, come prope , praeter, extra, inter, intra, avendo per sua radice pro, che è una vera preposizione. Oltracciò,essendovi il rappor- ‘to di vicinanza espresso da pro e prope, mancherebbe il segno del rapporto di /oriananza. Nè vale il dire che a questo bisogno si è provveduto con 2, aò, ads, e, ex, che “in senso di /ontano vanno adoperate, perocchéè, se in que- 830 senso si adoperano, è per traslato, come vedremo nella “uinta Parte di questa Etimologia : eltrecchè non man- cano esempi, in cui procu/ è seguito dal nome con la desinenza di un termine di rapporto, come procul dub:o lontano dal dubbio o senza dubbio.Ed, ancorchè quest’ uso . 45 Le preposizioni del Verbale di moto sono quelle, il cui significato è inintima relazione col significato del Ver- bale medesimo. Ora il moto,come passaggio successive del mobile pe'vari punti dello spazio, deve necessariamente incominciare o partire DA un punto, continuare è passare PER l’ intermedio, tendere per finire a lo e- stremo. Quindi è che le preposizioni DA ( 4, ab, abs, e, ex), Per (per), A (ad) sono preposizioni del Ver- bale di Moto. È diremo che 4A, 48, ABs, E, Ex, tutte identiche in valore, quantunque differenti di forma, si- gnifichino rapporte di origine, Per rapporto di pas- saggio e Ap rapporto di fendenza. Questi tre rapporti sì possono dire reciprert in quanto che, posto l’uno, s’ intendono gli altri due per la ragione che essi sor- gono in oceasione del Mote. Ora, se vi è Moto, deve necessariamente principiare, continuare e finire, deve partire da, passare per. e tendere a. In questo luogo considero le preposizioni in un mo- do diverso da quello, con cui le ho considerate iu Lessigrafia, perocchè ivi ho guardato la forma delle poi e non il significato. L’ Etimologia sì propone di i classificare e definire secondo le ragioni delle idee, ossia de’ significati. Ora la presente teoria è genera- lissima, comune a tutte le lingue, e di proprio non vi può essere che la sola applicazione. fosse raro, non se ne potrebbe dedurre che procu/ non fosse preposizione, perchè vedremo che alcune preposi- zioni von si truovano mai seguite dal termine di rapporto per proprietà di lingua. |  Intorno alle classi ipo:eoriche o secondarie. LI Chiamo Classi ipoteoriche o secondarie le classi subordinate alle primarie categoriche , che compren- dono parole differenti da quelle, che appartengono alle Classi categoriche ; ma hanno dignità di Classi in quanto che tengono subbordinato un gran nume- ro di parole, e il loro nome è partecipato da tutte queste. La differenza delle due specie di Classi si riduce alla seguente : Le Categoriche comprendono parole che significano principalmente una Categoria ; come è dire Sostanza , Causa, Stato, Azione, Qualità, Quantità, Moto, Modo, e Relazione : le Ipoteoriche al contrario comprendono parolc,che significano più cate- gorie nel medesimo tempo. Mi spiego con un esempio.  AUNorchè io dico: Ibi ivi, in una parola racchiudo le. seguenti nozioni in loco procul a me, (in luogo lon- tano da me ) perchè a tutte queste parole equivale. una sola. Infatti, se domandate che cosa vuol dire ii? mi si risponderà a quel modo analitico, Le parole delle Classi ipoteoriche adunque sono ri- spetto alle parole delle Classi categoriche, come i nu meri rispetto all’unità.Tanto invero se dico 1.-|- 1.4 1. quanto .se dico tre 3, dirò la medesima cosa , quan- tunque la forma di 1.° tre volte ripetuto , è diversa dalla forma del 3. Tanto le Categoriche quanto le Tpoteoriche conven- gono in ciò che e queste e quelle sono primitive , ossia che in quanto alla forma plastica di parole , Ie seconde non riconoscono le prime come loro radici , ossia che le ipoteoriche non sono formate delle ca- tegoriche per variazione , o derivazione o composi- zione, ma desse stesse sono radici o radicali, cioè parole madri, atte a generarne dello altre in uno dei tre modi indicati, Quindi è che, quantunque le parole variate, deri- vate e composte racchiudono il significato di più idee categoriche , non sono perciò ‘poteoriche, perchè ana- lizzandole si riducono alla radice categorica dominan- te. Oltracciò la Variazione, Derivazione e Composi- zione è posteriore alle Classi categoriche e ipoteori- che, e comune alle une e alle altre, Voi potete sup- porre una lingua senza variazione , senza derivazione e senza composizione di parole, ma è impossibile che non abbia parole appartenenti alle due specie di Clas- si, come non vi è aritmetica che non abbia unità e numero. I Grammatici non hanno fatto queste distin- zioni, ma arbitrariamente posero in confuso con la stessa dignìtà le classi categoriche e le ipoteoriche , 43. SECONDA PARTE accrescendone o scemandone il numero ad arbitrio. Un filologo moderno il Muzzi ha riconosciuto le plus- valenti, ossia parole che significano più idee in com- plesso, ma senza trarne alcun vantaggio per.la pao- vera grammatica, senza determinarne la natura, sen-‘ za classificarle. Lo abbiamo citato ad argomento di. buon senso che suggerisce il vero senza volerlo (1). Le Classi ipoteoriche delle parole per ogni lingua sono quattro.1.° 1 Nomi personali primitivi. 2.° I Pre- nomi. 3.° Gli Avverbi. 4.° Le Congiunzioni. . (1) Il Nuovo Metodo per la lingua latina per opera de” sigg. di Portoreale è il più ragionevole di tutte le gramma- . tiche pubblicate finora. Eppure classificando le parole. riduce al Nome l’Aggiuntivo, il Participio e il Pronome, . e da la stessa dignità. del Nome all'Avverbio, alla Con- giunzione ed all’ Interposto. Ora chi non vede che il Par- ticipio è una parola derivata da verbo, quantunque in. forma di Aygiuntivo ? Chi potrebbe con sana logica - chiamar Nome l’Aggiuntivo e il Pronome? Quale confa- ‘ sione nella Lessigrafia, quando nessuna differenza si ri- conosce nell’ ampia famiglia de’ Prenomi sotto il rispet- to del significato ? Come uscire dal laberinto etimologi- co e sintassico senza il filo di una buona logica de-. scretiva, per la quale ogni parola avesse una riduziao-. ne alla propria classe ? Ma come potevasi classificare . logicamente, quando non si erano determinate le nozio» mì fondawenteli di ciascuna classe ? DE’ NOMI PERSONALI PRIMITIVI EGO ro TU TU SUI pi sì. Queste tre parole Ero Tu Sui sono nomi personali, perchè significano sostanze e cause-persone, ossia es- seri intelligenti e liberi : ma sono nomì primitivi in quanto che esprimono i primi soggetti, ossia le prime idee delle sostanze e cause personali, che ci siamo po- tuti formare. ll primo soggetto è lo e70, perchè l'io è lo spirito nostro sempre presente a sè stesso fin da’ primi momenti della nostra esistenza, e quando non siamo ancora fare buon uso de’ nostri sensi ester- ni. Il secondo è Tu tu; il terzo è Sì, che manca in latino nel primo termine di proposizione, e si accenna pel prenome ILLE, come vedremo qui appresso. Differiscono questi tre nomi personali dagli altri an- cora, perchè essì racchiudono in una parola un com- plesso di pensieri appartenenti a più categorie. E primamente Eco ‘o dinota le seguenti idee : 1.° la persona che parla o vuol parlare, 2.° la persona che è prossima ad un’altra, che ascolta, e a cuil'Io ego vuol Pro o parla, perchè, se questa non fos- se in condizione di udire, la persona, che parla o vuol parlare, non parlerebbe. Onde è chiaro che il nome personale primitivo Ego io racchiude una relazione di prossimità alla persona che ascolta, oltre le altre nozioni dichiarate testè. In secondo luogo Tu tu dinota 1.° la persona vi- cina a chi parla, 2.° ma non sa che quella voglia parlarle. Il tu è concepito simile all’ io con la rela- zione di prossimità al medesimo. In terzo luogo ILLE, che rappresenta il Si italiane fa intendere 1.° la persona lontana da chi parla e da chi ascolta, 2.° ignora che questa e quella parlino di lei, nè può saperlo per la distanza. — | Oltre a queste nozioni racchiudono le relazioni di ordine, espresse dalle parole primo, secondo, terzo, ed Eco to si dice persona prima; perchè a parlare si. presuppone che uno voglia parlare e che però inco» minci ll discorso. | ..- Tu tu si dice persona seconda, perchè l’ io non parlerebbe, se non vi fosse chi 1’ ascoltasse, ma l’ascol+ tante è in secondo luogo rispetto all’ intenzione di «chi parla, il quale sente. in sè prima il bisogno dj parlare. | . ILLE si dicesi terza persona, perchè in terzo luogo può cadere ad obbjetto di discorso, ed, a così dire, per Incidente. Al plurale Eco fa Nos noîì, che sono più persone .prime, che parlano o vogliono parlare. Tu fa Vos voi, che sono più persone seconde, che ascoltano, ossia prossime ai parlanti. | ILLE fa ILLI sì, che sono più persone terze, di cui si parla, lontane dai parlanti. Il nome di terza persona manca a’ latini , perchè chi è lontano è indeterminato. | Quindi tutti gli altri nomi non sono nè prime, nè seconde ,- nè . terze persone , perchè non racchiu- dono le relazioni di prossimità e di lontananza. Essi possono censiderarsi come cast di apposizione de’ tre nomi personali primitivi, che, quando non sono espresr si, debbono sott’intendersi, Infatti si adoperano con tut- te le desinenze del verbo, indicative di accordo co’no- mi personali primitivi, dicendosi Ego Laurentius amo, pu Laurentius amas, ille Laurensius amat, DELLA SECONDA CLASSE IPOTEORICA DELLE PAROLX - ossia DeL PRENOME. lo chiamo prenomi una grande famiglia di parole , che hanno la forma di aggiuntivi, ma tali non sono pel loro significato, perchè, quantunque come aggiun- tivi sieno variati, come si è praticato in Lessigrafia , tutt’ altro significano che qualità o quantità. Or, affin- chè una parola appartenga ad una classe, non basta che ne abbia la semplice forma, ma è necessario che ne abbia ancora il sigmficato. I: Grammalici, che clas- sificavano le parole dalla loro forma esteriore, arrùo- lavano i pronomi tra gli Aggiuntivi distinti col ti- tolo di dimostrativi o-relativi, senza punto badare ché gli aggiuntivi in regolare costrutto si aggiungono, os- sia si allogano dopo de’ loro nomi, mentre i prenomi . precedono, ossia vogliono allogarsi avanti a’ nomi, onde gli chiamiamo prenomi, cioè avanti nomi. | Una. classe di parole differisce da ogni altra per ra- gione di significato o di diverso modo di significare. Se dunque i prenomi formano una classe ipoteoricà diversa dalle altre, debbono differirne per una di que- ste ragioni, e si possono definire per una classe di parole, che, avendo forma di aggiuntivi, non sono tali per significato, e la loro significazione avviene ‘in un modo differente da quella di tutte le altre classi ipo- teoriche. | "li # aa E, siccome i prenomi tra le ‘altre nozioni racchiu- dono sempre una relazione, si possono distingucre-in più specie dalla diversa specie delle relazioni che si- gnificano , le quali essendo o di Sito o di Congiun- zione , 0 di Disumione, io distinguo tutti prenomi in Prenomi di Sito, in Congiuntivi, e Disstuntwi. Il pre- sente Capo adunque sarà diviso in tre Articoli. Intorno A’ PrenoMI DI Siro HIC questo, ISTE coresto, ILLE queLLO. Tutt'i grammatici osservarono le differenze di questi tre prenomi, quando dissero che hic haec hoc si ri- ferisce a persona o cosa vicina a chi parla : iste ista istud a persona o cosa vicina a chi ascolta, e però lontana da chi parla : ille dla illud a persona o cosa lontana da chi parla e da chi ascolta. Questo divisa- mento fu vero, ma nessun vantaggio se ne seppe trar- re in quanto alla classificazione. Noi dunque diciamo che hic, haec, hoc è un pre- nome di sito, il quale racchiude la relazione di vici- nanza a chi parla: iste , ista, istud è un prenome di sito, che racchiude la relazione di vicinanza a chi ascolta : alle , illa, illud è un prenome di sito, che racchiude la relazione di lontananza da chi parla e da chi ascolta. Onde diremo: accipe hunc librum pren- di questo libro, parlandosi di libro vicino a chi parla: diremo da mihi istum librum dammi cotesto libro , parlando di libro vicino a chi ascolta : diremo da mihi Ulum librum dammi quel libro, che è lontano da me e da voi. È da notare che ille, illa, illud si traduce in ita- liano ora per quello e quella, ora per i o lo e la, come ho Lotato nella Nuova Grammatica ragionata pella lingua italiana pagina 38. Il che è chiaro dalla ver- sione de’ costrutti latini in nostra lingua, onde ho de- dotto che il così detto articolo italiano è un vero pre- nome di sito, come è il latino le, illa, Mud, da cui si forma. n { Intorno A’PreNOMI CONGIUNTIVI, I QUALI SONO | DI DIVERSE SPECIE: * In generale chiamo prenomi congiuntivi' tutte quelle parole, che, avendo la forma di aggiuntivi, perchè va- riati, non significano qualità e quantità , ma tra le altre nozioni racchiudono la relazione di compagnia 0 di congiunzione, di cui è segno la parola categorica Cum con. Or questa relazione può essere significata immediatamente, mediatamente o collettivamente, ecco perchè io ‘distinguo tre specie di prenomi congiuntivi, cioè immediati, mediati e collettivi, de’ quali parlerà ne’ tre seguenti paragrafi. 61° De’ prenomi Congiuntivi immediati TALIis-QuaLIs , TANTUS-QUANTUS. Questi Prenomi Talis-Qualis, e TantusQuantus si- gnificano relazione di congiunzione immediatamente , perchè, quando diciamo a modo di esempio: Petrus est talis qualis est Antonrus, Pietro è tale quale è An- tonio, non intendiamo dir altro che una stessa qualità sia con Pietro e con Antonio. Similmente, allorchè di- ciamo Mulus est tantus quantus est equus, il mulo è 54 SECONDA PARTE tanto quanto è il cavallo , non intendiamo dire altro se non che una quantità è col mulo e con il cavallo. Ora, dove è la preposizione Con (cum), vi è relazione di congiunzione o di compagnia, bisognerà dunque con- chiudere che Talis-qualis e Tantus-quantus sieno pre- nomi congiuntivi. Sono poi immediati , perchè essi vanno a risolversi immediatamente con la preposizione Cum (con) a differenza degli altri detti mediati, che si risolvono immediatamente in Talis-qualis o in Tan- tus-quantus,e per questi nella preposizione Cum (con). La duplice serie di questi prenomi va detta de’ cor- relativi, perchè ponendo Talis è uopo mettere Qualis, come pure a Tantus sì riferisce Quantus e viceversa, come vedremo nella Sintassi. . Ma talis qualis differiscono da tantus quantus in questo che ì primi sono correlativi di qualità , ossia si adoperano, quando si paragonano due soggetti, che si truovano con una qualità , ed i secondi sono cor- relativi di quantità, ossia si adoperano, quando sì pa- ragonano due soggetti, che si truovano con una quantità. 62° De’ Prenomi di congiunzione mediati: Qui, Quar , Quop, Is, Ipse, IbeM, Par, ArquaLris, SIiMiLIs. Tutt'i soprapposti Prenomi sono congiuntivi media- tamente , in quanto che non si risolvono immediata- mente con la preposizione Con (cum), ma con tale- quale (talis-qualis), o tanto-quanto (tantus-quantus), in cui quella relazione è contenuta. In fatti Qui, Quae, Quod si traduce quale in italiano correlativo di tale , perchè quando diciamo : Liber, quem misisti ad me, est bonus, (il libro, che mì avete mandato, è buono ), DELL’ ETIMOLOGIA 55 l’ espressione equivale a quest’ altra in forma analiti- ca: Talis liber, qualem hibrum misisti ad me, est bo- nus, il tale libro, il quale libro avete mandato a me, è buono. Onde è chiaro che qui, quae, quod è una formola ristretta di due parole Talis-qualis, e ciò è manifesto dal perchè qui, quae, quod vuole essere co- struito in mezzo a due desinenze dello stesso nome ri- petuto , detto antecedente se precede , conseguente quando va dopo; perchè, dovunque si adopera siffatto prenome, vi è comparazione , come vedremo in Sin- tassi. Is, ea, id equivale all’ italiano esso 0 desso ( vedi Nuova Gram. ragion. per la ling. it. pag. 42 ) ed esso o desso equivale a stesso. Ora chi dice stesso, intende tale quale o tanto quanto, perchè allora due cose so- no le stesse, quando tale è l'una qual è l’altra, o l'una è tanta, quanta è l'altra. Da Is si è formato il composto fdem, eadem, idem, che si traduce stesso equivalente a medesimo o identico. | Ipse, a, um si traduce direttamente stesso, e pare che differisca da Is, come in italiano differiscono £ss0 e desso da stesso. , PAR Pari 0 eguale. La parità o l'eguaglianza. con- siste nell’ essere una cosa tanta quanta un'altra è , così, paragonando due e due, diciamo che sieno part, perchè tanto è l’ uno quanto. è l’altro. Pari adunque è un prenome di congiunzione mediato, che si risolve ne correlativi di quantità. Equaris è lo stesso che pari, e ne differisce in quanto che si risolve per tale quale, ossia è un pre- nome congiuntivo mediato, che si riduce a*correlativi quantitativi. SIMILIS racchiude le nozioni di presso che eguale, e sì può ridurre a’ preromi correlativi di qualità o di quantità. 56 &lt; De’ Prenomi Congruntivi Collettivi — MuLrus, Nim1s, Satis, Macis, PLus, OmnIs, Torus, Cuncrus, U- NIVERSUS. I soprascritti prenomi sono congiuntivi collettivi , perchè nella loro significazione racchiudono la nozio- ne di congiunzione di più cose nel medesimo tempo, sia sotto il rapporto della quantità continua, sia sotto il rapporto della quantità discreta. ‘E primamente Multus, a, um, che si traduce Molto, accenna ad una grande collezione indeterminata, come quando dicessimo multa materia, multa pecuma, mol- ta materia, molto danaro. Con le quali espressioni si vuol dinotare la collezione di più parti di materia, di più monete distinte numericamente. Nimis, che ì grammatici ritenevano come avverbio, perchè invariato, è un vero prenome collettivo, e si- gnifica troppo, vocabolo relativo a collezione relativa, ossia il troppo è molto relativamente , vedi Nuova Gram. Ragionata pag. 43. Satis e Sat da’ grammatici RT fu tenuto per avverbio, ma desso è un vero Prenome collettivo, e si traduce bastante o abbastanza: è diverso da Mul- tus e da Nîmis, perchè più determinato, e dinota una collezione sufficiente, non molta, nè troppa. ‘ Plus, che ancora come avverbio è da’ grammatici classificato, è variato plus, pluris ec. e si traduce più, ossia dinotf collezione quantitativa messa in relazione a MINUS meno. ll più è molto relativamente al meno, ‘ma può essere poco relativamente al troppo. Magis e Mage ancora prenomi e non NGI, quantunque invariati, e si traducono più, differenti da plus che si riferisce alla quantità discreta, come magis alla quantità continua , perchè a me pare che da magis si fa magnus e major quasi magior, e magsimus qua- si magissimus e per sincope maximus. Omnis, omne, è un prenome collettivo di quantità discreta, ossia numerica , e significa la collezione di tutti gl’ individui senza eccettuarne alcuno. In italiano sì traduce ogni e tutto, ma la prima versione è pro- pria ed etimologica, la seconda è per traslato. Ad omnis si riduce PLERIQUE, PLERAEQUE, PLER4- QUE, che dinota molti individui, ossia collezione nume- rica. Questa parola è composta da pleri e que, che si- gnifica e, onde plerique equivale a molti e molti. PLe- RI poi viene dall'antico plerus, che si vuol formato dal greco pleros pieno , di cui al singolare è rimasto in uso plerumque, da’ grammatici falsamente tenuto per avverbio. Allo stesso Omnis si riferiscono Cunetus e Universus. Cunctus adoperato al plurale dinota tutti, ma raccolti nel medesimo luogo, perchè si vuole identico a Conjun- ct, che significa insieme giunti o congiunti. Univer- sus è parola composta da Uni e versus che significhe- rebbe volto all’uno proprio delle cose circolari, i cui raggi si convergono al centro. Totus, prenome di quantità continua, ossia dinotante collezione delle parti di un tutto continuo, e si tra- duce tutto, ossia collezione compiuta senza mancamento di alcuna parte. Differiscono adunque Ommnis e totus come in italiano ogni e tutto , cioè sotto il rispetto delle due diverse quantità. Onde diremo omnes homi- nes ogni uomo, e tota tabula tutta la tavola, e no al contrario. De PRENOMI, CHE RACCHIUDONO LA RELAZIONE DI DISUNIONE, DETTI DISGIUNTIVI. À questa categoria appartengono tutte le parole, che in forma di aggiuntivi per la loro variabilità non si- gnìficano qualità e quantità, ma racchiudono la re- lazione di disumione,di cui è segno categorico la pre- posizione Sine (senza). E, siccome la congiunzione Non si riduce, come vedremo, ad un complesso di no- zioni, tra le quali è la disunione, avremo per preno- mi disgiuntivi tutti quelli, che immediatamente si ri- solvono col non. Oltracciò vi sono de’ prenomi, i quali esprimono che di un tutto si è presa una parte , la quale si considera come isolata con l’ eccezione del tutto. Or dove è eccezione, evvi disunione, ne segue che i prenomi così detti partitivi appartengono anco- ra alla categoria de’ disgiuntivi. lo dunque dividerò il presente Articolo in due paragrafi, nel primo esporrò i prenomi disgiuntivi che si risolvono con la negazio- ne, nel secondo i partitivi, $ 1° De prenomi Disgiuntivi per negazione, ALIUs, ALTER; CAETERUS, Dirersus, DrrreRENS, Minus, PauLUS, Paucus. 1.° ALrus, 4, um. Metto in primo luogo questo prenome, come quello, a cui ancora altri si riducono. Ad Alius noi facciamo corrispondere altro , il quale ‘significa diverso, ossia non lo stesso rispetto a sè me- DELL' ETIMOLOGIA 59 desimo in altro tempo o ad altro soggetto. Onde è che serve alla comparazione] di diversità , ed è seguito. dalla particella comparativa quam , come vedremo in Sintassi, : 2.° ALTER, a, um è una parola composta da alius e ter e significa fre volte altro, essia molto diverso, benchè nelle yersioni faceiamo cerrispondere altro tanto ad alius quanto ad alter, ma nell’ uso non si debbono confondere, come vedremo. E per dirne qui una cosa di passaggio alter si adopera, quando i sog- getti di comparazione sono diversi , ondechè i latini invece di dire unus et alter, usayano elegantemente alter et alter, Ve -8,° DivERsus è un participio del verbo divergo da cui divergente, e divergenti si dicono due linee, che non sono parallele, ma a misura che procedono si dis» eostano., Ora le cose diverse sono divergenti in rap- porto alle loro qualità, Adunque diverso è identico ad altro in senso metaforico, Lo stesse dicasi di differens differente in senso ancora di diverso , perchè come ‘ognuno vede questa parola è participio del verbo fero e per traslato si adopera nel senso di alius, ‘ À4.° Minusèil] negativo di plus e gli è correlativo , perchè, quando di due cose paragonate una è più, l'al ra necessariamente dev’ essere meno. Meno adunque significa non molto, ed è prenome comparativo. ] gram» matiei l’ ebbero ad avverbio come satis, magis e plus, ma desso è un comparativo neutro per usare il loro linguaggio, adoperato figuratamente nelle comparazioni, come vedremo in Sintassi, 5.° Paucus, 4, UM, e Paurus, 0 Paullus, A, UM, si fanno valere in italiano per poco, opposto a molto, 03- sia a non molto, E n 6.° Ceterus, a, um, è formato dal greco Kat eje= 60 SECONDA PARTE ros , che corrisponde ad alter, benchè si traduca pel rimanente. 629 De’ prenomi Disgiuntivi Partitivi — SincuLus, ULLOS, | UrER, Quisque, ALiguis. 1.° SINGULUS, 4, UM, significa un individuo sepa- rato dalla mollitudine, e si traduce singolo o uno ad uno, onde singularis singolare, cioè di uomo o di cosa singola. Adunque Singulus è prenome partitivo per la nozione di separazione che racchiude. 2.° ULLUS, A, um, si traduce alcuno, perchè manca in italiano una parola semplice, che gli corrisponda, e dinota qualche separati dalla moltitudine. 3.° UreR, 4, vw, equivale a ol’uno o l'altre, ossia accenna alla partizione tra due. 4.° Quisque, quaeque, quodque, che si traduce cia- scuno 0 ciascuna, è parola composta da quis e que , quis che equivale a chi, e que, che dinota e, onde in forza di etimologia significherebbe chi e chi, e per tras- lato indica partizione di più, che vanno considerati separatamente in rapporto a qualche altra cosa. 5.° ALIQUIS, 4, OD, è composto da ali invece di alius e quis, e si traduce alcuno o qualcuno. _ 6.° Quipaw, che si traduce certo, in senso di parti- zione è composto da qui e dam, come vedremo nel trattato della Composizioue. |_A questi si riducono i composti quippiam, quisquam, quicumque, quilibet, quivis ec. ì quali per difetto di parole proprie traslatamente si adoperano con forza di prenomi partitivi. DLL ETIMOLOGIA 61 CAPO II. DELLA TERZA CLASSE IPOTEORICA DELLE PAROLE, ossia peLL''AVVERBIO. L’ Avverbio sarà una Classe ipoteorica, distinta dal- le altre a condizione che comprenda sotto di sè parole, che per corpo e per significato non rassomi- glino in alcuna guisa alle parole comprese nelle al- tre classi. Se per esempio una parola, simile a fel cer, sì potesse ridurre a felir felice , appartenente alla classe categorica degli aggiuntivi qualitativi , voi non direte che sia avverbio, perchè una stessa parola non può etimologicamente appartenere a due classi dif- ferenti senza contraddizione. Affinchè dunque una pa- rola sia avverbio, deve avere le condizioni sopra de- scritte. Ed in quanto al sigmficato l’Avverbio racchiude prin- cipalmente due nozioni, cioè il rapporto di contenen- za e un nome di tempo o di luogo in senso proprio o metaforico , oppure uno de’ rapporti di origine di passaggio e di tendenza , espressi da una delle tre preposizioni 1.° a, ab, abs, e, ex, 2.° per, 3.° ad, seguite ancora da un riome di tempo o di luogo. Sic- chè l'avverbio, se non contiene altra nozione, equivale alle due parole, cioè ad una delle sopraddette preposi- zioni ed al nome di tempo o di luogo in senso pro- prio 0 metaforico. Ho-detto nome di tempo o di luogo in senso pro- prio o metaforico, imperecchè il vero MUOSER, è quello, 62 $5C0NDA PARTS ene racchiude fl nome di tempo e di luogo. Se dun- que vanno per avverbî riconosciute alcune parole, che invece racchiudono il nome del Modo, o altro si- mile, voi direte che il Modo ha forza di contenente in senso traslato, come vedremo. E di qui si compren- «de perchè questa Classe di parole fu detta Avverbio gal latino Adverbium, che significa parola che vuolsi stare di costa al verbo, come sua determinazione, Ora it Verbo dinotando Stato o Azione, e non essendovi stato ed azione che non sia o non avvenga în un dato spazio di tempo e di luogo, quelle sole parole voglio- no andargli a canto, come sue determinazioni, che rac- chiudono queste nozioni , cioè In rapporto di conte- nnenza, e un nome di tempo e di luogo. Il che pruova che l’ avverbio propriamente non può significare il modo o allra nozione in senso etimologico. Ho detto ancora che l’avverbio può contenere un rapporto di origine, di passaggio, e di tendenza, per alcune lingue sotto il rispetto di alcuni verbi concreti . non obbjettivi o intransitivi, i quali racchiudono il verbale di Moto, che ha per sue determinazioni quelle ‘tre relazioni. I grammatici non si formarono una chiara e precisa ‘nozione di questa Classe di parole, ondechè nelle-loro lunghe liste per altro incompiute, voi trovate tutto confu- ‘80, cioè dire messe tra gli avverbi alcune parole, che ap- .partengono ad altre classi, figuratamente costruite, ed ‘ommesse molte altre, che sono veri avverbi. La Etimologia si propone lo studio delle parole iso- late, ossia distaccate dal discorso, per conoscerne il va- ‘lore assoluto. Or, quando una parola è stata classificata in Etimologia , come di una particolare natura , non uò essere tenuta presente sotto il rispetto di un va- pa relativo, che può acquistare in costrutto , perchè si uscirebbe dal campo etimologico per invadere il campo sintassico. Se, per esempio; avrete stalilito in Etimologia che facile sia una variazionedi facu.», pa- rola derivata in forma di aggiuntivo , ‘non potcte pol classificarlo tra gli avverbi, perchè incontrate’ un co- strutto, in cui figuratamente quel facile ha forza di facilmente, in una versione di equipollenza, o come dicesi a senso. Oraigrammatici hanno tutto confuso, come diceva innanzi, perchè hanno classificato tra gli avverbi alcune parole appartenenti ad altre classi, soi0 perchè in costrutto si truovano adoperate figuralameie- te, e la versione ha dato loro una forma avverbiale. Io dunque, a procedere con verità, ordine ed esat- tezza, metterò in primo luogo i veri avverbi, e passerò in seguito ad esaminare gli altri tenuti per tali, ridu- cendoli alle proprie Classi. INTORNO AGLI AVVERBÌ DI TEMPO. Gli avverbi di tempo sono tutti quelli, che racchiu- dono la preposizione In e un nome di tempo. 1.° Nunc in quest’ ora, adesso. 2.° Tune e Tum in quel tempo, allora. 3.° Semel in un tempo, una vol- ta. 4.° Simul in un medesimo tempo, insieme. 5.° Olim in antico tempo, una volta, tempo già fu, anticamente. 6.° Jam già o mai, in qualsivoglia tempo. 8.° Mox or ora, momò o mò nello stil familiare, 9. Nuper (1) (1) Nuper secondo Festo è quasi noviper, o secondo lo Scaligero è composto da novo opere, che si legga nuper, come fantop’re si truova scritto fantoper. Se- condo quest'etimologia non sarebbe avverbio, ma parola: composta figuratamente costruita. Ma, siccome questa eti. mologia è oscura,noi l'abbiamo tra gliavverbi annoverata-” ‘poco fa, non è guari, cioè in un tempo prossimo pas- sato. 10.° Saepe spesse volte, in volte ripetute. 11.° Pridem (1) in un tempo passato un poco più lontano di quello che significa Nuper. 12.° Tandem e Demum in fine, finalmente. Quindi non sono avverbi di tempo tutti seguenti, che ] Etimologia può ridurre alle proprie Classi. 1.° Noctiu e Diu, i quali sono termini di rapporto. o secondo il linguaggio de’ grammatici, ablativi dell’an- tico Noctus e Dius, invece di nox e dies , e signifi- .cano propriamente in tempo di notte e di giorno , e se troviamo diu e diutius in senso di lungamente. è per traslato — Modo si traduce ora, da modus modo e dipende dalla preposizione In sott' intesa, di cui Modo è secondo termine. Horno usato da Plauto e Lucilio in senso di in questa stagione o in quest’an- no, è variazione di hornus, a, um, abbreviato di ho- rinus di radice greca, e corrente in uso appo i clas- sici del buon secolo. | 2.° Mane, in tempo di mattina, hert nel giorno di jeri, Cras nel dì seguente, Vespert in tempo di sera, non sì possono per avverbi tenere , imperocchè sono veri nomi invariati, eccetto l’ ultimo, come apparisce dall’ accordo che hanno con gli aggiuntivi e co’ preno- mi, come loro determinazioni. di 3.° Molto meno si terranno per avverbi le seguenti parole composte. Hodie composto da ho invece di hoc e die, cui manca in costrutto la preposizione In (0g- (1) Pridem è senza dubbio composto da pr’, che è identico a prae preposizione di sito, che anticamente leggevasi pri, come dimostrano i derivati prior, pristi- nus, priscus : dem è una particella, che per sè stessa isolatam. nie nulla significa, ma serve come finale in composizione di molte parole, come quidem, ibidem , tandem ec. gidi, in questo giorno). Perendie composto da ire pa- role Per, en, invece di empta , e di: , che significa dopo domani , ossia secondo il senso etimologico , nel giorno che viene tolto domani. Pridie composto da pri invece di prae, nel giorno avanti, e postridie compo- sto da postri in vece di postero e die nel giorno se- . guente. Nudius teritus da’ grammatici è tenuto per avverbio in carne e ossa, mentre Nudius secondo Fe- «sto equivale a Nunc Dies, e la frase tutta a Nune est dies tertius, ora è il terzo giorno , come noi di- ciamo oggi è otto, volgarmente oggi ad otto per indi- «care il primo giorno degli olto già passati — Extem- plo, che si traduce subito, è composto chiaramente da ex e templo. Adhuc finora, e composto da @d prepo- sizione, e huc invece di hoc, intendi tempus, a questo tempo. Denuo di nuovo, composto da De di, e nuo anvece di novo — Protinus composto da pro e tenus, € presso Varrone è ancora usato protinum, è proprio di luogo, e, per traslato, di tempo, equivalente a subito, cioè nello istante, immediatamente — Illico, composto da to e loco, è proprio del luogo , e per traslato si adopera pel tempo in senso di là per là, subito. Nel medesimo senso si adopera Ilicet, composto da ire e licet è lecito andare, quando un fatto è compiuto, sen- za ìintermissione di tempo. Statim e Confestim nello stesso senso adoperati, sono parole anch’ esse compo- ste, come vedremo nella categoria degli avverbi di mo- do — Quousque è composto da usque e quo, fino a quando ? Postea composto da post ed ea intendi ne- gotia, dopo ciò. Dein, Inde, Deinde sono due prepo- sizioni costruite figuratamente, Deinceps vi aggiun- ge ceps da capio,e sì traducono di poi, per l'avvenire. Hactenus composto da ac intendi parte, e tenus fi- no a, fin qua. Anitehac composto da Ante 0 hac in 66 SECONDA PARTE ‘vece di haec, intendi negotia, avanti ciò , per lo pas- sato — Abhine composto da ab e hinc da quel tempo in qua. Diluculo è un vero nome da diluculum, composto da De e luculum diminutivo di Lux luce , si fa va- lere all’ alba, al far del giorno. — Aliquando compo- sto da alî invece di alio, e quando congiunzione mi- sta, secondo la proprietà latina di comporre agli avver- bi ed alle congiunzioni alcuni prenomi, come vedremo nel trattato della composizione. Aliquando si fa vale- re qualche volta, come pure interdum composto da inter e dum, quandoque composto da quando e que, nonnunquam composto da non, da nun invece di non e quam. Dudum composto da du invece di dum e dum si°fa valere ora, testè. Nusquam composto da nus in vece di non, e quam vale non mai — Denique è composto da denuo e que in senso di Et. Unquam non mi pare differente da nunquam, benchè sì tra- duca qualche volta in opposizione di nunguam e nus- quam. Identidem di tratto in tratto, è parola com- posta da idem et idem, ed ha questo valore per tra- slato, come vedremo. 4.° Neppure terremo ad avverbî i così detti parti- cipi variati in forma di aggiuntivi, e adoperati senza nome figuralamente. Tali sono Cito participio di Creo muovo , onde citus mosso , quantunque per traslato cuo traducasi subito, presto. Subito da subitus parti- cipio di subeo, composto da sub sotto ed eo vado , il quale si traduce subito, e inaspettato, dal perchè le cose, che vanno sotto, improvvise appariscono. Repente da repens participio di repo trascino il corpo per ter- ra, dal greco erpo, onde anche serpo, serpeggio o imito il serpe — Repente si traduce ancora subito e all’im- provviso, per la stessa ragione allegata per Subito su- bito. Recens di fresco, ‘di recente, è recens recentes nuovo, fresco, dal verbo receo non usitato, DELL’ ETIMOLOGIA 67 5.° Non terremo parimenti ad avverbi tutt i nume- rali bis, ter, quater e tutti gli altri che da quinque In poi prendono la desinenza es; perchè bis due vol- te è lo stesso che dis greco che significa due. Ter e quater sono identici a tres e quatuor: in quinquies , series, sepires, octies, movies, decies, undecies, duo- dectes, terdecies, quatuordecies, quindecies, sexdecies, septiesdecies, octiesdecies o duodevicies , noviesdecies o undevicies (1), vicies, vicrwes semel, bis et vicies , tricies, quadragies, quinquagies, seragies, septuagies, octogies, nonagies, centies, ducenties, trecentres, qua- drigenties, quingenties, sercenties, septigenttes, octi- genties, nonigenties, mallies mille volte, bis millies due mila volte , ter millies tre mila volte, decies centies millies un milione di volte , vicies centies miles due milioni di volte — ec. è chiaro il numerale quin- que, sex, septem ec. e bisogna dire che la desinenza %s per convenzione, componendosi, significhi volte , oppure sia abbreviato di vices, onde quinquies è lo stesso che quinque vices cinque volte e va dicendo. Si possono aggiungere toties tante volte, quoties quante volte, pluries più volte ec. 6.° Similmerite Alias, che si ha per avverbio, è va- riazione di alius, a, um, ed è costruito figuratamen- te ; equivale a per alias vices, come è chiaro dalla sua versione per altra volta. (1) La parola duode e unde innanzi a wiginti e pvi- cies sono composte, la prima da duo e de, il quale de in composizione ha forza di m22n0, la seconda da unus e de, sicchè duodeviginti equivale a viginti meno due: undeviginti a viginti meno uno. Quindi undevicies e- guivale a venti volte meno uno, e quodevicies a venti volte meno duc. Intorno agli avverbi di luogo. Avverbi di luogo sono quelle parole, che hanno i . caratteri descritti a pag. 61, e contengono la preposi- zione în o una preposizione del Verbale pag. 45, se- guita dal nome di luogo. Avverbi di luogo così descritti ne ha pochissimi la lingua latina, e son per dire, che ne abbia uno solo a rigore, cioè IBI, che significa Iv o Vi, cioè in quel luogo, che è lontano da me e da voi. Si potrebbe aggiurgere Foris a Foras fuori, ma a me sembra che questa è preposizione e non avverbio, perchè l’ esteriorità è una relazione essa stessa, come l’interorità. Infatti extra, che per traslato significa fuori, va tra le preposizioni annoverata. Nè osta che " uso adopera siffatta preposizione senza termine di rapporto, poichè frequentemente i latini molte prepo- sizioni adoperavano a questo modo, come ante e post specialmente, onde gli sciocchi grammatici le annove- rarono ora tra gli avverbi ed ora tra le preposizioni. Si potrebbero aggiungere Eminus da lontano e Comi- rus da vicino, ma a me sembrano piuttosto parole composte la prima da ex, e la seconda da cum, che in composizione si fa com e co. Di Procul posto tra gli avverbi ho parlato a pagina 44. Quindi è che per avverbi di luogo non si debbono tenere etimologicamente tutte quelle parole, che la Sin- tassi presenta in costrutto figurato, ma che l’ Etimo- logia può ridurre ad altra classe di parole. Tali sono tutti 1 seguenti. 1.° Hic,che i grammatici addomandano avverbio di stato in luogo col valore di qui, non è che il preno- “me di Sito hîe, haec, hoc, il quale anticamente nella desinenza indicativa di accordo col secondo termine di rapporto dovea fare ab hoc vel ab hic, ab hac vel ab hic, ab hoc vel ab hic, appunto come qui, quae, quod, alla medesima desinenza faceva qui, qui, qui, il che è chiaro da quia, composto da a preposizione po- sposta, e qui. Adunque hic, parlando col linguaggio dei grammatici,é un vero ablativo del prenome di Sito hte haec hoc figuratamente costruito, a cui manca il nome loco e la preposizione In, sicchè hic in costrutto re- golare equivale a in hoc loco. 2,° Huc qua, che i grammatici addomandavano Av- verbio di moto a luogo, è lo stesso prenome hic, haec, hoc, che anticamente invece di hoc faceva pure huc, come abbiamo veduto in adhuc, equivalente a ad hoc tempus, o riferendosi a locus, che anticamente faceva locum, loci, è lo stesso che ad hoc locum. Sicchè huc è costruito figuratamente in forma analitica equi- vale a ad hunc locum a questo luogo. 3.° Hac,che i grammatici addomandavano avverbio di moto per luogo, è senza dubbio una variazione del detto prenome costruito figuratamente , e che perciò in forma analitica equivale a a qua parte da quale parte , e per la reciprocità delle tre relazioni si può tradurre per qual parte. 4.° Hinc è una di quelle parole che la variazione altera in modo proprio e particolare di alcune lingue per racchiudervi in modo etimologico indiretto uua significazione. Così quella n inframmessa a hic ha il valoro di a, abs do preposizione segno di rapporto di origine, e in forma analitica equivale ad ab hoe loco da questo luogo, detto perciò da’ grammatici av- verbio di moto da luogo. Isthic o tstic costì 0 costà, è composto da iste e hic: ille o illic colà o là, è composto da ille e hic. È 5.° Istuc o isthuc: significa costì o costà,ossia a co- testoluogo , ed è composto da iste e huc. Illuc o il- Ihuc a quel luogo, o semplicemente colà, è composto da ille e huc. 6.° Isthac per costà, o per cotesto luogo, è com- posto da iste e hac : illhac per colà o per quel luo- go, è composto da ille e hac. 1.° Istine o isthine da costà o da cotesto luogo, è. composto da iste e hine : dlline o iUlhine da colà 0 da quel luogo, è composto da ele e hine. 8.° Eo. è specchiatamente una variazione di 8, ea, td, ancorchè nelle traduzioni a senso si faccia valere per là o svi. Dicasi lo stesso di Illo là, alio altrove, ali= quo in qualche parte. 9.° Intro o intus sono identici alle preposizioni In- ‘ter intra, e la diversa desinenza accenna al suo co- strutto figurato, cioè senza secondo termine di rapporto. 10.° Eminus e Cominus in senso di luogo sono pa- role composte vedi pag. 68. | 11.° Horsum verso qua, istorsum verso costà, re- trorsum verso dietro, introrsum verso dentro ec. so- no tutte parole composte da hoc, istoc, retro, intra e?. e versum o versus preposizione pag. 44. 12.° Dein, Inde, Exinde, hacienus, adoperate iy senso di luogo sono parole composte vedi pag. 65. Intorno agli avverbî di modo. . Chiamo avverbî di modo quelle parole, che hanno i caratteri di questa classe , e racchiudono la preposi- zione Fn e un nome, che significa modo 0 mamera, determinato da un aggiuntivo o da parola in forma di aggiuntivo, come nae certamente o in modo certo, La lingua latina non ne ha che pochi di questa na- tura, che etimologicamente sieno avverbi, e sono 1se- guenti ; NAE , preso dal greco nai, significa in modo eer- to o certamente. | 2.° FrusrRra che significa in modo vano 0 invano. 3.° FrRE in modo approssimativo, e sì traduce per asì. 4.° FERME în modo ordinario ordinariamente. 5.° PENE, che si traduce quasi, se pure non è ao- ‘accorciato di penes preposizione, che significa appres- so pag. 45. 6.° Aur o, ovvero, ossia, che per giuste ragioni ripongo tra gli avverbi di modo , vedi Nuovo Corso Vol. I. pag. 164. Ad «ut si riduce Vel, che è il ver- bo volo, che si fa ve componendosi, onde vel Sì può tradurre vuoi. Seu abbreviato di sive è composto da Si se, e ve vuoi, cioè se vuoi. Vel componendosi ad ut fa velut, veluti come siccome, che è .copulativa. 7.° Vix appena a stento—Se si fa valere non, op- pure per tempo, è in senso traslato, De creduir avverbdì di Mono secondo i grammatici. I grammatici credettero avverbî di modo tutte quelle parole latine, che in italiano si traducevano colla de- sinenza in mente, preceduta da un aggiuntivo o da pa- rola variata, derivata o composta in forma di aggiun- tivo, come marime massimamente, radicitus radical- mente ec. oppure in una forma qualunque da essi appellata avverbiale. Noi procedendo secondo l’ enun- ciato principio, che una stessa parola etimologicamentè non possa appartenere a due classi differenti , esclu- deremo dalla Classe degli avverbi tutte quelle parole, che alle variate , derivate e composte si possono ri- durre, sia delle classi categoriche, sia delle altre ipo- teoriche, e non terremo ad avverbi, ma a costrutti figurati, le seguenti parole. sa 1.° Tutte quelle che hanno la forma delle altre ap- partenenti ad altra classe, meno qualche piccola alte- razione per cambiamento di lettera, come îtem simil- mente, formato da idem stesso o medesimo.(Quidem cer- tamente da quidam certo. 4.° Tutti nomi ed aggiuntivi, che prendono la de- sinenza itus, come radicitus radicalmente, da radiz radice, funditus fondamentalmente da fundus fondo , humanitus umanamente da humanus umano. 3.° Tutte le parole desinenti in um, e, 0, ter, for- mate dagli aggiuntivi o da parole variate, derivate e composte in forma di aggiuntivi, come verum vera- mente, vere veramente, vero in vero, humaniter uma- namente—Intorno alle quali desinenze ‘è uopo fare le seguenti osservazioni: 1.° Che la desinenza um è 1- dentica alla desinenza indicativa del primo termine di proposizione infinita, ossia al così detto accusativo dei si grammafici,che si riferisce ad un nome, come negoltum sottinteso, il quale dipende da una preposizione richie- sta dal senso.Così verum equivale a per negotium ve- fum per verità. La qual cosa vuol essere intesa per tutte le desinenze, dette di yenere neutro , di qualsi- voglia aggiuntivo, e di qualunque forma, come facile facilmente, dulce dolcemente, pottus piuttosto, Recens di recente o recentemente. Ogni qualvolta adunque troveremo siffatto costrutto, diremo che vi sia una Sintassi figurala, e non mica che la parola apparte- nente alla classe degli aggiuntivi sia divenuta avver- bio.2.°Che la desinenza o è di specchiato aggiuntivo , detto dai grammatici di caso ablativo , ondechè tro- vando, vero, primo, secundo ec. tradurremo n mo- do vero 0 invero, în primo, secondo luogo ec. 3.° Che la desinenza e, come in vere veramente, humune umanamente, malemalamente ec. sia un' alterazione della desinenza o invece di vero, humano, malo ec. 4.° Che la desinenza ter, che ha luogo negli aggiun- tivi della terza variazione specialmente; come da fela FELICITER,da diligens diligenter ec. è una parola iden tica al numerale ter tre volte, il quale accenna all’a- bito acquisito con la ripetizione de’medesimi atti; per- chè felicemente feliciter, e diligentemente diligenter, vive ed opera chi ha l'abito acquistato a quel modo. 4.° Hanno i latini alcuni nomi ed aggiuntivi, o pa- role variate , derivate e composte in forma di aggiun- tivi, i quali, alterando la loro desinenza in tim, diven- tano secondo ì grammatici avverbi, come g9regatim a greggia , paullatim a poco a poco , statim in modo stabilito, e, per traslato, subilo, sensim a poco a poco, partim in parte, ec. Ma secondo il principio ge- nerale tante volte enunciato ciò non può esse- re, è mestieri dunque conchiudere, cho siffàtte ” ib parole non sieno avverbi, ma nomi od aggiuntivi va- riati, derivati, o composti. Ed io penso che la desi- nenza tm sia la stessa che la preposizione In, onde «regatim equivale a în modo gregis, Statim a in mo- do stato, partim a in parte, ossia che, quando il pri- mo componente è aggiuntivo, o parola secondaria in forma di aggiuntivo, si sottintende modo ; quando è nome s' inverte semplicemente la parola. La qual cosa dimostra ancora una delle proprietà della lingua la- tina, che si vorrebbe esclusivamente di alcune lingue mioderne o antiche ancor vive, come la tedesca e l’in- glese, di posporre, cioè al suo nome, la preposizione. 5.° Per la stessa ragione non terremo ad avverbi bifariam,trifariam ec. sì perchè composti da bis e fa- iam, derivato dal greco fao, che significa dividere, come pure perchè sono veri aggiuntivi da bifartus , a, um, trifarius, a, um ec. Profecto che si traduce certamente, è composto da pro e fecto invece di fac- io. Reapse in vero o realmente, è composto da re e ipsa, a cuì sì sottintende la preposizione in, ed e- quivale a in fatto. Una , che tenuto per avverbio si fa valere unitamente, è variazione di unus, a, um, a cui si sottintende în e vice, ed è lo stesso che în una vice in una volta. Dicasi lo stesso di brevi , che si traduce brevemente, mentre è una variazione di bre- vis, costruito figuratamente, invece di in tempore bre- vi. Nimirum composto da Ni non, e mirum mera- viglioso. ‘6.° Mettete in questa categoria tutte le preposizio- ni costruite figuratamente, ossia adoperate senza il no- ‘me secondo termine, e non direte, che Post e Ante per esempio, una volta sieno preposizioni, e un' altra avverbi, come non potete dire, che l’ aggiuntivo ado- perato senza nome , diventi avverbio e qualche altra cosa. Ogni parola è quella che è, quale è stata defi- nita in Etimologia. | In quanto al costrutto sotto il rispetto della Sintas- si può subire mille cambiamenti senza lasciare mai di essere quella che è per sua natura, come l’ uomo è uomo sempre, quantunque sotto il rispetto della vita naturale e civile, ora è figlio, ora è padre, marito, me- dico, magistralo ec. Non vi faccia dunque meraviglia, se io chiamo preposizioni alcune parole, che non si truo- vano nell'uso della lingua adoperate maì col secondo termine espresso—come Intus, forîs, foras ec. DeLLA QUARTA CLASSE IPOTEORICA DELLE PAROLE DI OGNI LINGUA, ossia DeLLa CONGIUNZIONE. Questa nomenclatura di Congiunzione, ritenuta nelle scuole per significare la quarta Classe ipoteorica, è im- propria e insufficiente, imperocchè, se le Congiunzio- ni sono quelle, che racchiudono la relazione di unione, che ha per segno la preposizione con (cum), dovreb- bero addomandarsi Disgiunzioni quelle altre, che rac- chiudono il rapporto di disunione, che ha per segno la preposizione Senza (sine), perocchè, in congiunti- ve e disgiuntive i grammalici distinsero le così dette Congiunzioni. Ora Congiunzione disgiuntiva è una contraddizione, perchè, se congiunge, non può disgiun- gere e viceversa. Ritenendo adunque questa nomen- clatura , intendiamo adottarla con quest’ osservazione nel desiderio che col tempo ne venga sostituita un’al- tra più propria. La Congiunzione adunque è la quarta Classe delle parole ipoleoriche, e comprende sotto di sè tutte le parole, che per forma e per significato differiscono da tutte le altre , e in quanto al significato racchiudono la relazione di compagnia o di disunione, che ànno per segni Cum (con) e Sine (senza). Per la forma le Congiunzioni differiscono da’ pre- nomi congiuntivi e disgiuntivi, perchè questi sono va- riabili in forma di aggiuntivi, e quelle sono invaria- bili. Pel significato differiscono dagli avverbî, perchè le congiunzioni racchiudono uua relazione di unione o disunione, e gli avverbi una relazione di contenen- za, che ha per secondo termine il luogo e il tempo. Ma vi sono Congiunzioni, che racchiudono due re- lazioni, una di unione e un’ altra di contenenza, cioè del Verbo, oppure una relazione del verbale espressa dalle preposizioni Da, Per, A, corrispondenti alle la- tine, a, ab, abs, e, ex, a Per, e Ad. Chiamerò con- quunzioni semplici quelle, che racchiudono la sola re- lazione di unione o disunione ; chiamerò miste, cioè congiunzioni ed avverbî nel medesimo tempo tutte ‘quelle, che racchiudono due relazioni , distinguendo ‘sempre le congiunzioni da quelle parole, che da’ gram- ‘matici sono per tali tenute, ma che in realtà saranno ‘riduc:bìli alle variate, derivate o composte, come ab- biamo praticato per gli avverbi. Dividerò quindi il pro- sente Capo in due Articcli, e suddividerò ciascun ar- ticolo in più paragrafi. INTORNO ALLE CONGIUNZIONI SEMPLICI. i 6. 1.° Delle Congiunzioni semplici, che racchiudono il rapporio di UNIONE. Le Congiunzioni semplici di questa specie sono as- sai poche di numero, e secondo me si riducono alle seguenti : 1.° Et che si traduce e, e innanzi a vocale in principio della parola seguente, si fa ed, che po- co differisce dalla latina Et, la quale fu ritenuta dai nostri antichi scrittori senza alcun cambiamento. Que- sta Congiunzione racchiude la relazione di unione , perchè dicendosi, a modo di esempio : Petrus et An- tonius ambulant, Pietro e Antonio passeggiano, ognu- no vede che si voglia indicare l'unione di Pietro, con cui Antonio passeggia. Diremo adunque che Et sia identico a Cum? Non mai, perchè sono parole appar- tenenti a classi diverse, e che però non possono es- sere identiche in valore. La Congiunzione Et, oltre la relazione di unione, racchiude altre nozioni, mettendo un nesso tra due proposizioni, come vedremo in Sin- tassi. 2.° Ac, a cui sì dà lo stesso valore di Ft. A me pare che sia per metatesi formata dalgreso Kai, che in latino si fa valere et. In quanto all’ uso vi è dif- ferenza, come vedremo in Sintassi e in Elocuzione. 3.° Atque si fa ancora equivalere ad et, ma, come ognuno vede, è una parola composta da ad e que, perchè nelle antiche scritture e nelle iscrizioni troviamo scritto adque invece di atque. Allora quell’ ad sarebbe adde imperativo di addo aggiungo, il que sarebbe e, e tutto il significato sarebbe Ed aggiungi al detto innanzi. 4.° Que è una sillaba enclitica, che non si truova mai sola, ma composta in fine di parola, come in gre- co te : è dello stesso valere di Et e. — Così, trovando pater materque, distaccheremo il que da mater e lo faremo et, e tradurremo il padre e la madre. 5.° Quoque che si traduce ancora , è parola com- posta, e però mal si alloga tra le congiunzioni sempli- ci. Similmente Etiam è composto da Et e e Jam qià, e però non è una congiunzione semplice. La traduzio- ne di eitam per ancora, od eziandio, è per equipol- lenza e non etimologica. Diremo ancora che, se et ri- petuto in due proposizioni comparative, si traduce non solo ma ancora , non sia etimologicamente. Badisi a queste distinzioni nel determinare il vero significato delle parole. 6. 2° Delle Congiunzioni semplici che racchiudono id rapporio di DISUNIONE. ‘ Siccome Ft è la congiunzione più semplice, che rac- “chiude la relazione di umione, così Non è la più sempli- ce tra quelle , che racchiudono la relazione di disu- nione, dette disgiuntive. 1 Grammatici appellarono que- sta parola particella negativa, riducendola ora agli Av- verbi ora alle Congiunzioni, ma senza alcuna ragione determinata, perchè, non essendosi distinte le due clas- si con alcuna definizione certa, rimaneva nell’ arbitrio di ognuno di scambiare le Classi e di ridurre le pa- réle dell'una a quelle dell’ altra. Now non non può Ù) - - 7 essere avverbio, perchè non racchiude la relazione di. contenenza, che è propria del verbo. Or come sappia- mo che nonracchiude la relazione di disunione? Lo sap- piamo dall’ analisi di questa parola messa in costrutto. Allorchè diciamo, a modo di esempio : Aqua non est dulcis, l’acqua non è dolce, l intendimento nostro è che l’acqua presente è senza la qualità della dolcezza, che aveva una volta —E chi non vede la identità di queste due espressioni: Aqua non est dulcis acqua non è dolce, e aqua est sine dulcedine ? A Non si riducono ne e ni tanto semplici quanto in composizione, col significato di non, come pure în e dis in composizione — Haud si fa valere la stessa co- sa che non, ma, se derivasse da aut, avrebbe questo valore per traslato — Neque è composto da ne e que e vale nè o e non. Nec è abbreviato di Neque, onde ne ha lo stesso significato. 2.° Ast, At, Sed si fanno tutte valere per ma, det- te eccettive , ossia che con esse e col ma italiano si viene a far eccezione da quel che si è conceduto in- manzi. Così dicendo : Petrus est doctus sed non est pius, Pietro è dotto ma non è pio, ognuno vede che quel sed ma, viene a togliere la lode di pio a Pietro riconosciuto per dotto. Ora che cosa è l'eccezione, se non una disunione ? adunque è chiaro che ast , at, sed tra le disgiuntive si debbano annoverare. Tra Ast e At non viè differenza che di una lettera, la prima più familiare a’ poeti, la seconda propria nella prosa. Sed si vuole da Sedum, perchè anticamente fu detto Sedum invece di Sed, come Donicum invece di Do- nec, ma niuno ha detto che significato si avesse pri- mitivamente Sedum. A me pare che sia abbreviato di Sede imperativo di Sedeo , onde sed equivarrebbe a siedi, fermati comando, che si fa a chi troppo conce- 8’ e con pregiudizio della verità. Atqui parola compo- sta si fa pure valere ma, 3.° Tamen,che si fa valere pure in senso di ecce- zione, a me pare composta da tam ed en, e il senso etimologico sarebbe ecco tanto in contrario. 4.° Immo e mo che si traduce anzi in senso di opposizione, e, per traslato, di privazione , a me non sembra una corgiunzione, ‘ma piuttosto un avverbio , perchè anzi è fatto da ante, che è una relazione di sito, e, se vé l’idea dell'opposizione, è per nesso logico e non in forza etimologica. lo tradurrei Immo al contrario o in contrario, perchè gran differenza vi passa tra l’op- posizione e la negazione. Quin si traduce alle volte anzi, come Immo , ma dessa è una parola composta da qui e ne, che etimo- logicamente significa che non, nel quale senso si ado- pera dopo dubito e qualche altro verbo, e perchè non? nell’ interrogazioni. Dobbiamo dunque dire che Quin in senso di anzi è adoperato metaforicamente, o che questo significato gli si dà sintassicamente. 5. Autem si traduce ora ma ora poi, ma l’ uno e l’altro è per equipollenza e non etimologicamente , perchè dessa è un prolungamento di aut , ovvero , oppure, e semplicemente o. Ed osservo che, traducen- dosì poi, non è congiunzione, perchè poi è identico a post preposizione, come poscia, da cui si forma po- sciacchè e poichè. .6.° Vero si traduce spesso per ma e pot come au- tem, ma desso è identico a vero di cui parlammo a pag. 73 variazione di verus, a, um. Se sì traduce per ma e poi, avviene sintassicamente, ossia a senso e non letteralmente.   peLLe Coneiunzioni MISTE. Non avevano tanto torto i grammatici, quando, in- contratisi in certe parole di equivoca fisonomia , per uscir d’ impaccio le allogavano ora tra gli avverbî, ora tra le congiunzioni, ed alcuni per procedere più se- curi, dopo averle classificate tra gli ‘avverbi, le ripor- tavano ancora come congiunzioni. Ciò che non si può loro perdonare è il non avere riflettuto, che una stes- sa parola non può appartenere a due classi diver- se, e, dove il significato avesse offerto più rela- zioni, avrebbero dovuto da questo prendere le mosse per destinarle un luogo stabile e certo —, perchè da ‘questa incertezza derivava una confusione inestricabile nella mente de’ giovanetti , e la niuna precisione nel definire il valore de’ vocaboli. lo dunque chiamo Congiunzioni miste quelle, che oltre la relazione di compagma ne racchiudono qual- che altra del Verbo, ma questa seconda non è prin- cipale, onde meritano di essere appellate Congiunzio- ni miste e non Avverbì misti —È queste sono di più specie. La prima è di quelle, che racchiudono il’ pre- nome relativo qui, quae, quod, preceduto dalla pre- posizione In, e che io chiamo copulative: la seconda è di quelle, che racchiudono il prenome istesso prece- duto in italiano da una préposizione del verbo o del verbale. Dividerò dunque il presente articolo in due paragrafi. Dello Congiunzioni miste copulative VT, QuanpO, Usi, SI. 1.° VT col modo indicativo, dissero i grammatici, si- gnifica come, equivalente a Modo o maniera in cui ( vedi Nuova Gram. rag. per la lingua italiana pag. 50). lo ritengo questo significato della parola Vi, e la chia- mo Copulativa Modale per la nozione del Modo , che racchiude, preso metaforicamente per il contenente dello stato e dell’azione del verbo, cui precede. Ad Vt si vorrebbe ridurre quomodo e quemudmo- dum, ma queste due parole sono composte, come è chiaro, la prima da quo e modo equivalente a in che modo o come semplicemente, la seconda da quem, ad e modum. — Ut prolungato si fa uti, composto a vel si fa velut e veluti, al correlativo sic si fa sicut, che corrispon- ‘de all’ italiano siccome, che è ancora composto da st e come. Tamquam, che si traduce pure come, è composto da tam tanto, e quam quanto, costruiti figuratamente; perchè questi due monosillabi secondo me sono abbre- viati di tantum quantum,e in senso etimologico significa per tanto, quanto si possa dire Instar si traduce ancora come, ma questo valore. è per equipollenza, perchè instar è un vero nome e significa modello, orde truovasi costruito con un no- me variato colla desinenza significativa della preposi- zione di, da’ grammatici detto genitivo. Instar puncti a guisa di un punto. Ceu si traduce come, ma non parmi parola radice.  Quanpo si traduce tale quale in italiano quan- do, e significa tempo în cui ( vedi luogo cit. della nuo- va grammatica ), ecco perchè l’addimando con- giunzione copulativa temporale per la nozione di tempo, che racchiude. A quando si riduce Dum con valore più determinato, cioè momento, nel quale ma- mento. A Quando si vorrebbe ridurre Quum e Cum, quaudo precedono l’ indicativo. Ma secondo me. Quum è identico a qui que quod, il quale anticamente. va- riavasi quem, quam, quum, come ‘ille, illa, illud al così detto genitivo faceva alli, illae, illi, invece di 1l- lius. Quel quum poi per l’ affinità della Q con la C si fece Cuum e poi Cum. Sicchè il quum o cum equi vale ad ad o în quod tempus o în quo tempore, nel quale tempo. Osservo poi, che il significato primi tivo ed etimologico di queste due parole è sempre quando, e se quando precedono il congiuntivo si fan- no valere per conciostachè , oppure dànno al verbo nella versione la forma di Gerundio, ciò avviene sin- tassicamente , ossia per equipollenza di traduzione a senso. Dal che ne fa pruova la stessa pratica di ec- cellenti traduttori, che spesso il quum e cum al con- giuntivo traducono per quando, accomodato il verbo all’indicativo italiano per proprietà di lingua, che non sopporterebbe il congiuntivo. 9.° Usi dal greco opoy vale ove, corrispondente al- I’ Obe delle iscrizioni, e per eufonia nell’ incontro di vocali dove ( che vale luogo, nel quale luozo. lo la chiamo copulativa locale, per la nozione di luogo, che racchiude. | 4.° SI equivalente al nostro se, ossia caso o con- dizione in cui, prendendo il caso e la condizione me- taforicamente in senso di contenenti, e per la. nozio- me, che racchiude, io la chiamo condizionale.  “A Si riduco 1.° An che nelle doma nde vale se, e forse, parola composta da fuori e se. 2.° Num, che an- cora se e forse traducesi, derivato dal greco mon per metatesi. Utrum è variazione di Uter, e, trovandolo adoperato in senso di an e num, diremo che è per virtù sintassica e non etimologica. Forte, che si tra- duce acaso o forse, è variazione di Fors, che deriva da fero e vale fortuna, che porta le cose a capriccio come vuole. Da fors collo stesso significato sì sono formati ì composti forsan , forsit quasi fors et , da forsit si è fatto forsitan, da forte si sono fatti for- tassis e fortasse , per servire alla varietà ed all’ ar- monia. Dl o In Quasi è specchiata la composizione di qua e st, ed equivale a come se, e se troviamo questa parola adoperata in senso di presso a poco, ossia di appros- simazione , non diremo perciò che sia un avverbio | per la ragione che non bisogna confondere il valore assoluto ed etimologico col sintassico e relativo delle parole. Nist è composto da Nî non, e Si se. Ni in significato di se non è abbreviato di Nisi. Ixrormo ALLE CONGIUNZIONI MISTHB CHE RACCHIUDONO UNA RELAZIONE DEL VERBALE. Di queste Congiunzioni non è stata in alcuna guisa definita la natura da’ grammatici, mentre empiricamen- .te furono divise e suddivise in tante specie differenti. E noi nell’ indagarla procederemo alla stessa maniera praticata negli Articoli precedenti, ritenendo per Con- giunzioni etimologicamente tutte quelle,che hanno una ferma ipoteorica senza ‘che si possano ridurre ad alcuna classe più semplice ed oltre alla relazîone di congiunzione racchiudono in pari tempo un rapporto di origine, di' passaggio o di tendenza. o. . E 1.° Naw, che sì fa valere perocchéè e percioechè, e più brevemente perchè, sebbene in italiano | uso fa differenza tra 1’ ultima e le due prime versioni. A Nam sì riduce Enim, che è composto da''et e nam fatto nim. per eufonia. Eletitm è composto da' et , et, e ham, ondechè nani, enim, eferim si 'farino va- lere' la medesima cosa. - | 2.° UnDE ‘equivale a onde, é Funò e l’altro a da ‘cin o dal quale luogo, e in senso metaforico della quale causa, ragione ec. I grammatici mettevaho questa pa-. rola tfa' gli avverbi e la denotavano per’ avverbio di moto da luogo. Ma, siccome racchiude la relazione di congiunzione per lo prenome’ relativo Cui o quale, è mesfieri annoverarla tra le congiunzioni. | 3.° DonEc al punto che, finattanto che, fino a che— Si truova donicum invece di donec. Nepot. Oltre di queste tre non ne saprei riconoscere altre’ di questa natura, perchè i seguenti si riducono ad al-' ire classi anteriori — Ergo e igitur, che si fanno va- lere adunque, sono il primo un nome costruito figu- ratamente, che equivale a causa o gratia, come quan- do dicesi amoris ergo per amore, o per causa di amo-' re ; il secondo è parola’: composta da Hiînc itur, pro- nunziato compostamente hincitur, e quindi igitur, e hinc, itur equivale a da quì si va,e per similitudine dal detto innanzi segue—(Quia perchè , è composto da qui e « preposizione posposta, e in virtù dell’ etimo- logia significherebbe da che, ma per la reciprocità dì ’ da, per, a, sì fa valere perchè. Quare è composto da ’ Qua e re, che dipende dalla preposizione a da, onde’ si traduee perchè per la stessa ragione di quia. Cut, 5 che si adopera nelle domande in senso di perché ? è lo stesso quare sincopato e tronco, Quomiam, che si fa valere giacchè, è il prenome relalivo quo e jam già., )uod, che si fa Hi perchè, è il prenome qui, «Juae , quod castruito figuratamente. Vt , che col. soggiuntivo si fa valere affinchè, acciocchè 0 che, è identico a quod , la differenza è che vt è di ori- gine greca equivalente a quod latino, Etsi, che si fa valere benchè, è composto da Et e, Si se. Ettam- sî, che si traduce ancorachè o ancorchè , è compo- sto da Et e, Jam già, e Si se. Lacet, che si tradu- ce benchè, è verbo da licet, licebat, licuit, sicchè, trovane, slolo in questo senso, bisogna riconoscervi un costrutto . figurato. Quamwvis e quamquam , che si fanno valere. benchè, sono pure parole composte, la prima da quam. quanto e vis vuai che è verbo, e quamquam da quam quanto e quam quanto. Quapropier per la qual cosa, è composto da qua e propter, Propiereaquod per la ragione che, è composto da propter, ea e quod. Adea. cha si fa valere a tal segno è composto da Ad, eo, sgrammalicatura giustificata dall’ uso secondo Festo, perchè a parlare secondo grammatica dovrebbe dirsi adid o adea. Itaque, che si fa valere come congiun- zione col valore di pertanto, è composta da ta così e que che significa e, onde vale È così. Idcireo, che si traduce ancora perciò , è composto da id e circa invece di circa , e vale etimologicamente intorno a: cò. Interea, che si vuole congiunzione col valore di frattanto è composto da Inter tra o fra ed ea int. tendi negotia, cioè quelle cose. Ideo si traduce an- cora perciò, ma a me pare quell’id stia invece di ad, e che ideo sia identico ad adeo, che sì traduce per-. ciò invece di a ciò per la reciprocità di per e. ad. (Quid nelle domande si fa valere perchè, ma è identico all’ interrogativo Quis, quae, quid, costruito figu- ratamente invece di proter quid negotium ? Quam- ‘obrem, per cui, o per la qual cosa, 0 i perchè, è composto da quam, ob, rem, come è chiaro. Ne in senso di affinchè non o di acciocchè non, seguito dal soggiuntivo, è per ragione sintassica e non etimo- logica. ArrERTENZA 4° PRECETTORI. Da questo lungo catalogo di voluti avverbî e congiun- zioni potete dedurre quanto incompiuta n'era lu lista dei grammaticî. Né io sono stato lunto minuto a raccu- gliere tutte le parole di siffatta natura , fidando nel buon senso de’ giovanetti guidati dull’ analcgia. Quel ‘che mi preme, o precettori, si è che avvertiate le di- ‘slinzioni, che î0 hu qui accennate di volo , delle ra- gioni etimologiche e sintussiche nel determinare la na- tura delle parole appartenenti alle due classi. I grana» matici spesso confondevano le une colle altre, chiu- mando avverdî le congiunzioni e viceversa. Io son partito da un principio incontrastubile, col quale dal- la natura del significato ho dedotto la natura delle parole , naiura costante e invariabile in etimologia , ch: e un veriloquio @4/ dir di Cicerune, ossia una de- terminazione del vero significato primitivo de' voca- boli Quindi dedussi che molti creduti avverbi e con- g unzioni non sono tali, e, se per tali furono credu- ‘i, derîcò dal perché si confuse il valore etimologico ‘col sintassico o metaforico. /o voglio intrattenermi al- quanto con voi intorno all’ importanza di queste nu- menclature , offinché ben comprese possiate trasfon- derne la piena conoscenza nella mente de’ vostri di- Scepoli. Il significato etimologico è primitivo, è dellu prima convenzione de' fondalori di una lingua, conserv::tost  nel lungo corso della medesima , anche în mezzo all'al- terazione possibile de'traslati, di cui quel primo é ragio- ne ultima , è norma o regola a’ interpetrazione. La ricerca di questo significato per quanto è dilettevole e necessaria, per altrettanto è difficile , quando una lingua non ebbe filologi accurati, non dico da' euoî primordi, almeno dall'epoca meno incolta del suo pro- gresso. Per questo difetto una tale ricerca è mala. gevolissimiae-t2 fatto di lingua latina , cd io giovan- domî de'lavori più accreditati in questo genere di stu- di, ma più della leva potentissima del metodo , mi lusingo di essere riuscito ad appurare la etimologia de' vocaboli sopra notati. Dove non era certo, ho det- to a me pare, perché arrischiare un’ opinione în si- mili ricerche è lodevole, per insegnamento del Salvi- nti. Un tal procedere è indispensabile per un' esatta classificazione delle parole; imperocché, essendo înfi- niti i sensi relativi di ogni vocabolo messo în costrus- to, avverrebbe, come è avvenuto, che una stessa pa- rola dovrebbe essere annoverata in tante classi diver- se secondo il vario senso sintassico 0 di costrutto. In tal caso oltre della confusione avverrebbe la im- possibilita di ritenere a memoria î sensi infiniti delle stesse parole, né sî potrebbe cogliere il vero e in- tegro senso delle frasî di uno scrittore , imperocchèé il valere relativo è sempre sul fondamento del.valo- ‘re assoluto , il quale ignorato , la frase è capita a metà , come ho dimostrato nel Trattato de’Traslati nel JIL.° Vol. del Nuovo Corso e nella Nuova Grammatica ragionata per la lingua italiana. Il significato sintassico è di due specie, uno di equi- pollenza o a senso, e l’aitro metaforico. Il significato di equipollenza o a senso deriva da due cagioni,o dall'ignoranza del primit vo, 0 dall'in- compaubilita di un'altra lingua straniera. La prima cagione ha esercitato una grande influenza nel domi- mo grammaticale col'ivato du vomini poco versati nelle ragioni filologiche, e da'truduttori de’testi classici latini ignoranti di grammatica. Costoro adunque, standosi al senso e non alle parole per necessita e non per cle- zione assegnarono a certi vocaboli un significato re- lativo, cioè accomodato a certi casi ed opportuno ud alcune frasi parzicolari, ma non assoluto. Di qui è avvenuto che i Lessicografi nella compilazione dei Dizionari registrarono a canto di un vocabolo cento significati differenti, che non hanno alcun legame tra loro, perché quei significati furono assegnati da' tra- duttori guidati dal senso e non dall’ etimologia. Le liste delle congiunzioni e degli avverbi, da noi riportate, ne fanno pruova irrefragabile. Io avrei vo- luto distruggere questo abuso tanto nocivo all'integrita del senso delle frasi ed al metodo di conoscere le lin- que per principî, ma non mi é stato conceduto dalla stato presente della filologia, perchè non sarei stato capito da coloro , per cuî 10 intendo di serivere. Quando 10 dunque ne' due ultimi capi ho detto per esempio et e congiunzione, che etimologicamente si- gnifica e, e seguito da un altro et sintassicamente significa non solo, ma ancora, infendeva dirlo in que- sto senso. Ma mi surei ben guardato di meltere la stessa parola tra gli avverbi e tra le congiunzioni , perche queste e quelli sono classi differenti, ed io avrei confuso il valore assoluto 0 etimologico col sintassico O relativo. i Per questa ragione 10 non ho messo ergo e igitur ira le congiunzioni, quantunque si traducano adunque, parola che pure congiunge l illazione colle premesse, perocchè la congiunzione come relazione non è signi- ficuta da quelle parole, ma è ricavata dal senso. Si- milmente \nterea, Interim, Nimirum, Newmpe ec. per me non sono congiunzioni, perché, quantunque noi appren- diamo una relazione di nesso tra quel che abbiamo detto e quel che venghiamo a dire, non è ciò per lu significato di siffatte parole, ma pel senso e rilevato uu noi, logicamente. Adunque, intendiamoci bene, îl valore etimologico è contenuto nelle parole, îl sintassico è dedotto dal sen- so. Ora nel classificare bisogna partire da quello, che é uno ed assoluto, e non da questo, che è molliplice e relativo. i Ma, se incontrerete difficolta a smettere di un tratto le antiche abitudini, io pure voglio essere condiscen- dente a rispettare în qualche maniera il linguaggio delle scuole. Onde consiglierei in principio che inve- ce di sconoscere per congiunzioni o per avverbì tuta te quelle parole, che etimologicamente si debbono ri- durre alle classi anteriori , facciate distinzione di av- verbi e di congiunzioni etimologiche e sintassiche. Metierete nella lista etimologica tutti quelli 0 quel- le, che noi abb:amo dimostrato essere tali per loro na- tura: nella sintussica le parole o variate o derivate o composite che da’ grammatici falsamente per avverbi e per congiunzioni vere e proprie furono tenute, fa- cendo fin da principio le opportune dichiarazioni, per le quali s° intendano senza equivoco l’ essenziali dif- ferenze. | Il senso metaforico solto questo rispetto èé ancora sintussico, ondeché, quanto ho detto del valore sintas- sico, va ancora detto pel metaforico. ‘ Serva questa avvertenza per giustificazione della novita introdotta, che io reputo necessariaper la veri ta dei principî e per l' uniformità del Metodo. INTORNO ALLE COSÌ DETTE INTERIEZIONI 0 INTERPOSTI. I grammatici, come ho accennato a pag. 19 mette- vano tra le Classi delle parole le così dette Interje- zioni o Interposti, che a confessione loro esprimono affetto, come dolore, ira, amore, odio ec. e non idee. Non ci vuole molto per intendere che l’interposto dit- ferisce dalle altre parole, come l'affetto differisce dal pensiero. Nel 1.° Volume del Nuovo Corso ho pro: dotto molte ragioni per confutare quest’ errore comu- ne ; qui mi contento di dire semplicemente , che le Interjezioni non sono parole, ma voci, 0 espressio- n , e come tali non formano una Classe a parte, benchè possano formare una Classe di segni naturali. E, se noi ne parliamo in questo ultimo Capo, è per differenziarle dalle parole, e per non passare inosserva- ta una quistione, che non è trasandata da alcuna gram- matica—Io divido gl’ Interposti della lingua latina in puri e misti, come ho fatto per la lingua italiana , e come è da fare per ogni lingua, perocchè, essen- do voci e non parole, sono identici in ogni lingua. I soli misti possono variare in quanto all’ elemento im- puro diverso in ciascuna lingua. " I purt sono tanti, quante sono le voci umane, dette comunemente vocali, le quali sono cinque a, e, î, 6, U, seguite dall’ aspirata (h) , come ah / ehl th / oh! uh! che esprimono dolore, piacere, disprezzo , noja, meraviglia ec. Vedi Nuova Grammatica ragionata per la lingua italiana Vol. I. pag. 53. i I puri sono semplici o composti. I semplici sono i soprallegati, i composti sono quelli che si formano da due interposti semplici, come heu! ahi! hoi! chi! her! ohimè | heu! deh! #0! viva! Gl’interposti misti sono composti di voci e di pa- role, o di elemento di parola, cioè di lettere o silla- be ossia di suoni articolati, ed appo i latini erano i seguenti — Vagf Proh! En! Ecce! Heus! Vae ! che si traduce guai / è composto dalla lette- ra V che è prossima all’aspirata, e da ah, eh/ ac- corciati in ae / Proh ! che si fa valere Per e ch!è malamente .tradotto. Esso è composto da Pro preposizione, che significa vicino, e per traslato a favore (pag. 43) e da oh! e vale oh! stimi propizio o favorevole, co- me Proh! Jupiter ! Oh Giivel ajutami. En! che i gremmatici non seppero definire è un interposto misto di voce eh! e della lettera n, e si traduce ecco , parola che dev’ essere ancora definita. Si è detto che ecco cquivalga a vedi, onde si vorreb- be di En, come di ecco, fare un imperativo vide. Ma quale sarebbe il radicale di siffatto verbo ? Come un imperativo così semplice senza tema? Mi sì rispon- de, che dicendo en ecco, il senso di vedîì regge a me- raviglia. Il ritrovato è meraviglioso, ma non soddisfa- cente, perocchè non sempre ciò che si rileva dal sen- so è significato dalle parole. Infatti, quando uom dice ah! rileviamo che egli senta dolore, vorremo perciò dire, che ah/ sia una proposizione equivalente a 0 sento dolore? altro è quello che rileviamo logicamente dal senso, altro è il significato etimologico delle pa- role. Conchiudo, che En è un vero interposto misto, che serve ad avvertire ]l’ ascoltante dell’ affetto, che domina in chi parla. Ecce è composto da En hicce ecco questo , e va. per esso detto ciò che è delto di En. DELL’ ETIMOLOGIA 93 Heus!/ Olà! è composto da Eh! uh! ed s. Non ho messo tra gl’interposti i seguenti, perchè si riducono a classi anteriori e diverse. Evax ! viva, che a me sembra up derivato da vi- vo, è identico a vivaz, vivace, costruito. figuratamente. Euge! bravo , è parola tutta greca corrispondente alla latina bene, recte. Papae! Capperi! dal greco babe, è una parola, e non una voce, adoperata per traslato. Aye che si traduce orsù, via! è imperativo di ago, 8, agire, menare, spingere. Apage viene dal verbo greco apago , che significa rimuovere, onde «page via di qua, orsù via. - Interno alla Variazione delle parole. INTRODUZIONE DELLE RADICI E DE’ RADICALI, E DELLE PAROLE SECONDARIE DI OGNI LINGUA IN GENERE. Questa introduzione si versa intorno ad alcune no- zioni generali e comuni alle tre Parti che seguono , perchè tutte e tre formano una sola parte specifica rispetto alle due prime, che contengono i principi ge- nerali e comuni a tutte le lingue. Dico dunque che le parole riguardate nell’ attuazione di una lingua si possono considerare rispetto alla loro origine sotto due categorie, cioè di parole prime e di parole seconde , perchè è agevole a intendere che non tutte si sono attuate ad un tempo, ma alcune prima , altre dopo. Le parole prime io le chiamo radici o radicali, o parole generanti, o parole madri: le parole seconde TERZA PARTE DILL ETIAOLOGIA 85 saranno delte generate, e, secondo il diverso modo di enerazione, Variate, Derivate o Composte, perchè la loro generazione si compie per Variazione, Deriva- zione e Composizione, Ecco il fondamento de’ tre se- guenti trattati. Il Carattere generale delle radici e delle radicali si è che rispetto alla famiglia, cui appartengono, sono le prime parole, non essendovene altre anteriori rispetto ad una lingua, inguisachè tutta la famiglia apparisce come generata da un solo stipite, In quanto al signi-. ficato poi le parole radici o radicali racchiudono il. minimo numero d’ idee rispetto a tutte le altre ge- nerale, | gr . Jo metto differenza tra radici e radicali. La radi= ce è assolutamente prima in quella lingua, benché. sia seconda o terza rispetto ad altre lingue, da cui .sia derivata, come nae certamente, la quale poi. viene dalla greca nai, ! Le parole radicali sono prime rispetto alla famiglia: generata, ma non sono tali assolutamente nella me- desima lingua, perchè sono generate da radici ante- riori ad esse stesse , come feliciter felicemente che a. pag. 73 abbiamo delto essere composta da felix felico e ter tre volte. A In quanto al significato le parole secondarie racchiu» dono molte idee fra principale ed accessorie relativa- mente al significato della radice o radicale, , Nel determinare la Natura delle parole sarà uope Ticercare se sierio' prime o seconde, per vedere quale ne è la radice, o quale n’è stata la generazione. Con. questa pratica lo studio delle lingue si riduce a siste-. ma, per lo quale conoscendo alcune parole in atto ,. virtualmente se ne conoscono infinite altre. Ecco la magia di un metodo meraviglioso, da La $ DS 96 - DeLLa Variazione e delle parole VARIABILI. Per Variazione intendo un’alterazione di desinenza nella parola radice o radicale , onde ne risulta una parola differente di forma e di significato; differente di forma, perchè non puoì dire che sia più quella prima radice o radicale : di significato, perchè la pa- rola generata da quest'alterazione oltre al significato primitivo della radice o della radicale , da cui è for- mata , ne acquista qualche altro accessorio. Mi spie- go più chiaramente. Se io dicò, a modo di esempio, di- cere dire, voi intendete semplicemente TY azione della dicitura senz’ altro, senza determinazione di modo , di tempo , di persona, di luogo ec. L’ idea del dire è astrattissima e semplicissima, e la parola che la esprime è radice, ed è radicale nella famiglia di tutte le parole, che se ne possono formare. Or, se io vario questa radice, alterandone le desinenza, e ne formo, a modo di esempio, dicebam io diceva, ognun vede che questa parola è differente da dicere per la forma, ol- tracciò ne è differente pel significato, perchè oltre al semplice dire dicebam racchiude la nozione di un tempo passato : mi fa intendere che il dicente è la ra persona singolare, e che la proposizione è prin- cipale. ‘ Ora si vorrebbe sapere ne’ termini più’ generali , quali idee la Variazione può aggiungere alla radice v alla radicale alterata, e se ogni alterazione di questa maniera si compie per accrescerla di nuovo significa- to? In quanto alla prima parte della quistione rispon- do, che la variazione può accrescere la radice e ra- DILL' ETIMOLOGIA 97. dicale di quelle sole idee accessorie , che hanno inti- ima relazione col significato di quella. Il che che sarà dimostrato dalla disamina della variazione di ciascuna classe di parole variabili, e in ciò , come vedremo, la Variazione differisce dalla Derivazione, la quale pu- re sì compie per alterazione di desinenza. In quanto alla seconda parte della domanda propo-. sfa rispondo che la variazione non si compie per ac-. erescere la radice o radicale di un significato acces- sorio unicamente , ma spesse volte per mettere una parola in relazione con un’altra nel discorso. Quando la Variazione altera la desinenza della radice o ra- « dicale per associarvi un significato accessorio, quella. desinenza si dice, ed è significativa o etimologica : quando poi altera la desinenza per mettere una pa-' rola in relazione con qualche altra, senza aggiungere significato per conto della radice o radicale, quella de- sinenza sì dirà, ed è, indicativa o sintassica. Mi spie- fo con un esempio. Dicendo : aqua est dulcis 1° ac- qua è dolce, nel verbo est bisogna riconoscere una desinenza significativa del tempo presente, ed una sin- tassica per la quale intendo 1.° che est si riferisce a ille prenome , che accenna alla terza persona singo-' lare, 2.° che la proposizione è principale , perchè il verbo est è al così detto modo indicativo. La distin-' zione delle desinenze etimoloziche e sintassiche nella variazione delle parole è della più alta importanza , ed un’ originale teoria , come vedremo in appresso. Nel trattare adunque della variazione di qualsiasi pa- rola variabile noi dovremo indispensabilmente distin- guere questa duplice desinenza, tanto più che alcune parole, come gli Aggiuntivi e i Prenomi, non sì varia- no che sintassicamente. | Questo trattato della Variazione corrisponde alla 9  Jessigrafia ragionata de’ grammatici , ossia al trattato ragionato della così delta Declinazione de’ Nomi e de- gli aggiuntivi e della Conjugazione de’ Verbi, A_ decli- nazione e conjugazione, parole insignificanti e insuf- ficlenti, ho sostituito Variazione, parola generale, che comprende sotto di sè e questa e quella. . Ma quali sono le parole Variabili ? Tra le paro» le categoriche sono 1,° I Nomi e tutte le parole de-. rivate o composte in forma di nomi. 2.° Gli Ag quuntivi e tutte le parole derivate o composte in for- ma di Aggiuntivi. 3 ° Tutti Verbi. Tra le ipoteori- che sono variabili, 1.° Nomi personali primitivi, 2.° iutt'ì Prenomi di qualsivoglia natura. Il presente trat-. tato adunque sarà diviso in cinque Capi, ognuno dei quali avrà per titolo una di siffatta partizione, Intorno ALLA VARIAZIONE DEL NOME BR DELLE PAROLE DERIVATE E COMPOSTE IN FORMA DI NOME, Il nome è variabile, e, dicendo variabile, 8° intende già che tra le tante desinenze prodotte dalla sua va- riazione, ve ne sia una, che si abbia come radice o, radicale di tutta la famiglia generata, La prima cosa adunque, che si deve fissare nella disamina razionale della variazione, è questa desinenza prima, la quale. rispetto alle altre racchiude meno significazione sotto il rispetto etimologico. A rigore parlando , ne’ nomi variati niuna desinenza è prima, perchè rispetto alle altre è destinata a differenziare sè stessa da quelle , attesochè le parole, come esistono oggidi , ossia dopo che le lingue si sono attuate e parlate per molto tem- po, non esistono indeterminate, Ad ogni modo per a- ° DELL’ ETIMOLOGIA 99 vere una norma empirica riterremo per prima dest- nenza nella variazione de’ nomi latini quella , che è destinata sintassicamente, come primo termine di pro- posizione finita, che i grammatici addomandavano No- minativo , come Equus cavallo , Pater padre , Visus vista, Species specie ec. Allora che dunque v’ incon- trereie, per esempio , in equo o patrem ec. , direte che sieno parole variate, la cui radicale o radice è equus nel primo caso , è pater nel secondo. Questa radicale o radice de’ nomi latini è diversa secondo le diverse calegorie di variazione, che in Lessigrafia ab- biamo ridotte a cinque , secondo le cinque caratteri» stiche, le quali non sono che le vocali a, e, î, 0, , dominanti în ciascuna variazione, e con lo stesso or- dine delle vocali addomandammo prima, seconda, ter- za, quarta e quinta variazione de’ nomi latini. | Il Nome, variandosi, ha desinenze significative o etimologiche, e desinenze indicative o sintassiche. Le prime aggiungono all’ idea della radice e radicale alcune idee accessorie, che hanno intima relazione con essa, le seconde mettono il nome in relazione con altre parole del discorso. Noi tratteremo in due Se- zioni distinte delle prime e delle seconde. © © Sotto la parola nome , parlandosi di variazione, fo comprendo tanto i nomi propriamente detti, quanto I infinita famiglia di parole derivate o composte in forma di nomi, come poeta il poeta derivato dal gre- co pico, io faccio o creo; bibliopola il librajo compo- sto da biblio libro e pola vendo. Dopo che avremo trattato della Derivazione e Composizione delle parole, si vedrà che i nomi propriamente detti sono pochissì- mi a fronte de’ tanti, che hanno la forma di nomi, e tali non sono per significato. DELLE DESINENZE ETIMOLOGICHE 0 SIGNIFICATIVE pEI NOMI LATINI. Se vogliamo sapere quante specie di desinenze eti- .mologiche possano subire i Nomi per la variazione, non abbiamo a fare altro che vedere quali e quanie idee accessorie hanno intima relazione col significato del nome radice o radicale. È, considerando che ìl no- me dinota Sostanza, ragioneremo nel seguente modo. 1.° La Sostanza è in intima relazione con la quantità dis- .ereta , perchè di ogni sostanza si può domandare : è una 0 più? Adunque la variazione può alterare la desinenza del nome per racchiudervi l’idea dell'unità .e del numero, per cui è singolare e plurale. 2.° Tra le sostanze e le cause ve ne sono alcune animate , cioè composte di anima e di corpo organato , per lo «quale alcune si dicono maschi altre femmine, e que- sta dualità è cosmica, è costante e invariabile, in gui- .sachè, se qualche sostanza o causa animata si dà in na- tura, dev’ essere necessariamente o maschio o femmi- 2a, non solo, ma, se vi è il maschio, vi deve essere ancora la femmina. Per questa relazione, che il sesso ( o sia la proprietà, che fa dire ad uno maschio, ed all'altro femmina ) ha con certe sostanze e cause, la ‘variazione può dare a’loro nomi una desinenza che sìgni- fichi quest'idea accessoria. 3.° La quantità altra è di- screta altra è continua , e luna e l’altra è intima- ‘mente connessa con la sostanza. Se dunque èvvi una desinenza di variazione significativa della quantità di- screta, ve ne può essere un’ alira significativa della quan 'ità continua, ce per essa il Nome può divenire | DELL’ ETIMOLOGIA 101 Diminutivo o Accrescitivo. A.° Non vi è sostanza creata che non sia limitata è finita dalle sue qualità, «come suoi limiti e termini, per questa relazione tra sostanza e qualità , il nome può subire per la varia- zione una desinenza significativa di qualità, onde ad- ‘diviene Migliorativo e Peggiorativo. 5.° In ultimo ogni sostanza da noi si concepisce nella dualità antitetica di dipendenza o indipendenza, di unione o disumio- ne , perchè ogni sostanza è o dipendente o indipen- dente, 0 è sola o in compagnia. Per questo nesso ‘di relazioni con le sostanze , la Variazione può dare al ‘nome delle desinenze significative delle medesime. . Ora i nomi latini in fatto hanno tutte le sopraddettè desinehze etimologiche , è perciò che noi esporremio in cinque Articoli l’attuazione delle medesime. Intorno alle desinenze ettinttologiche significative della quantità discreta, per cui è nomi latini sono sIN- GOLARI è PLURALI. Jo metto în primo luogo la fatiazione per desinen- ze significative della quantità discreta de’nomi, perchè questa è fondamentale e generale per tutt'i nomi. Ìn- fatti vi possono essere nomi invariati rispetto al ses- so , alla quantità continua , alla qualità ec. , ma po- chissimi o nessun nome è invariato rispetto alla quan- tità discreta. | | Il fondamento di questa Variazione è la natura del- le sostanze o delle cause, le quali o sono uniche per sè stesse o sono multiplici, o se sono molte se ne può concepire una separata dalle altre, o se è una si può concepire come multiplicata in diverse circostanze. Quindi è che quantunque Deus Dio, Sol sole, Lu na luna, Caesar Cesare , sieno nomi che esprimono sostanze e cause uniche , pure si variano in quanto al numero, e Deus fa Dei nel senso de’ falsi Dei, Sol fa soles i soli, Luna fa Lunae le Lune, Caesar fa Caesares i Cesari, perchè noi concepiamo lo stesso sog- getto unico come multiplicato in diverse circostanze , ‘per esempio, Cesare privato, Cesare Guerriero, Cesa- Te Dittatore, Cesare ucciso in Senato. Quando il nome ha desinenze significative dell’ uni- tà, io non dirò che sia di numero singolare, perchè il numero è più unità, ma chiamerò nome variato per desinenza significativa dell’ unità, o nome singolare : quando è variato con desinenza significativa del nu- mero, lo chiamerò Nome plurale. Sicchè Caesar, Cae- saris, Caesarem, Caesare, equivale a un Cesare , di un Cesare, un Cesare, con Cesare o da un Cesare : Al contrario Caesares più Cesari, Caesarum di più Cesari, Caesaribus a più o da più Cesari, Cesares più Cesari. | Appo i latini la variazione per desinenze significa- tive di quantità discreta era sufficiente a significare T umtà e il numero senza altro aggiunto a differenza delle lingue moderne, come la italiana, che fa prece-. dere il nome singolare, specifico o generico, da uno e una, o dal prenome è, gli, quando è plurale, onde mulus non si traduce semplicemente Mulo, ma un mulo, o il mulo, e muli 1 muli. Il latino Mulus e Muli bastano soli a far intendere l'unità e il nume- To, e in questo è più precisa e più regolare. © . (Quali sieno le desinenze significative dell'unità , e quale quelle del numero ne’ nomi latini, si è veduto in Lessigrafia e propriamente nelle cinque Variazioni. . Quel che importa osservare si è che alcune desinenze sono identiche nel nome tanto singolare quan- . to plurale, come sarebbe «quae del nome aqua, per- chè aquae vale di acqua, ad acqua, e le acque. Si- milmente muli vale di un mulo e 1 muli : tactus va- le un taito, di un tatto, più tatti o î tatti, perchè nella variazione si presentano molte parole omonime, ossia identiche con diverso significato. Or come pos- siamo sapere se aquae , per esempio , è singolare 0 plurale ? La desinenza non ci dà alcuna norma, e per saperlo dobbiamo ricorrere alle ragioni sintassiche, 08- -sia guardare al senso dello intero costrutto per vede- re se sia o questo o quello. Quando il nome fosse preceduto da un prenome, o seguito da un aggiunti- vo di diversa forma, da questo potremmo argomentar- lo, ma, dove nò, l’ unica regola è il nesso logico tra Je varie parti del costrutto, procedendo con metodo . .di esclusione, come vedremo a suo luogo. Delle desinenze fondamentali significative del sesso detto GENERE. (uistioni intorno a’ così detti gene- rt NEUTRO, PROMISCUO, COMUNE, EPICENO. Il Sesso è quella proprietà per le quali delle so- stanze e cause animate alcune sono maschi, altre fem- mine. E, siccome questa proprietà è cosmica, costante e universale , i nomi che esprimono queste sostanze, ‘variandosi, possono etimologicamente racchiudere in una desinenza questo significato accessorio (pag. 100). E posto che tutte le sostanze e cause animate si presentano nella dualità di maschi e di femmine, che in nulla differiscono tra loro in tutte le specie, la de- sinenza etimologica significativa del sesso dev’ essere duplice, una significativa del maschio e l’altra della ‘femmina non solo, ma le due desinenze debbono es&lt; sere appiccale alla stessa radice o radicale , affinchè la medesimezza del tronco rappresenti la somiglianza de’ maschi e delle femmine, e la diversa desinenza la diversità de’ sessi. Perciò stesso le desinenze etimolo- giche significative del sesso non debbono essere più di due, appunto come i sessi sono due e non più. Questa duplice desinenza si chiamerebbe fondamen- tale in quanto che sarebbe fondamento delle desinen- ze de’ preriomi e degli aggiuntivi, che debbono accor- dare co’ nomi, a cui si riferiscono. Importa dunque di ricercare quale sia ne’ nomi latini, per poi proce- dere alla soluzione di quistioni itrpottanti intorno ai ‘tanti generi riconosciuti da’ grammatici. Dovendo questa desinenza avere i sopradescritti ca- ratteri, io non truovo che possa essere un’ altra diver- sa da quella, che si truova ne’ nomi di sostanze ani- mate, che hanno al primo termine di proposizione fi- nita, ossia alla radice o radicale, o come dicevano i grammatici, al Nominativo, la doppia uscita in us e in &amp; della quarta e prima variazione secondo l’ ordine sta- bilito in Lessigrafia , che cotrispondoho alla primà e seconda declinazione de’ grammatici ; come Mulus e Mula , Lupus e Lupa, Equus e Equa. Affinchè dunque un nome si possà dire variato ri- spetto al sesso, debbono concorrere le seguenti cor- dizioni 1.° deve significare sostanza e causa ani- mata, che in natura si presenta nella dualità di ma- schio. e di femmina , oppure sostanze e cause da noi immaginate e dalle Arti rappresentate, come maschi e femmine, simili a Deus Dio, Dea la Dea, perchè il si- gnificato delle parole è relativo alla nostra maniera di concepire le cose esistenti. Che il nome abbia la desinenza fondamentale us ed a, la quale è stabilita dalla convenzione sul fon- damento razionale descritto di sopra a significare il «sesso ne’ nomi latini. Ma non è assolutamente neceg- - sario che le due desinenze siano in pari tempo attuate dall'uso : ne basta una sola, purchè us significhi il maschio ed a la femmina, perocchè l’uso di una lin- gua è capriccioso, e fante volte non ha l'occasione di attuare alcune forme di parlare , il che ngn impedi- sce alla ragione di attuarle quando che sia. Oltrecchè gli esseri astratti, immaginati da noi, si presentano al nostro pensiero o solamente come maschi o sola- mente come femmine: ecco perchè i nomi, che l’espri- imono, hanno una sola desinenza e non due, come /w- .stita la Giustizia, Flora la dea Flora, Minerva Mi nerva, Neptunus Nettuno —Ho detto che la duplice desinenza dev’ essere us e a, il che non si deve in- tendere assolutamente, perchè invece della desinenza us s'incontra la desinenza er, come caper capro e ca- pra capra, puer fanciullo e puera fanciulla , magi- ster maeslro e magistra maestra. Ciò premesso deducesi che tutt'i nomi, che non si-_- gnificano sostanze e cause animate, le quali sì pre- sentano nella dualità di maschi e femmine, non pos- sono intendersi variati con questa significazione, an- corchè avessero la desinenza us ed a, come aqua ac- qua , locus luogo, platea piazza, alvus ventre. . La ragione sì è che la variazione può racchiudere nella desinenza quelle sole idee accessorie, che hanno relazione con l’ idea principale della radice. Or se il nome significa sostanza inanimata, che non ha sesso, la variazione non può aggiungere un significato , che non corrisponde ad una realità. Adunque non diremo che aqua 0 locus sieno di sesso femminile o maschile  . perchè l’acqua non è femmina, e il luogo non è ma- schio. Per la stessa ragione, ancorchè un nome dinoti so- stanza e causa animata , che si presenta nella dua- lità di maschi e di femmine, non si può dire va- riato, se non ha la duplice desinenza fondamentale us ed a, la quale è stata stabilita dalla convenzione primitiva a significare il sesso. Quindi Leo Leone, E- lephas. elefante, Jupiter Giove, Juno Giunone , Ew- stochium Lustochia ec., quantunque dinotino maschi e femmine reali o immaginari, ron sono variati rispet- to al sesso. Similmente pater, mater, frater, padre madre, fratello ec. E, volendota fare intendere, è uopo ricorrere alle ragioni sintassiche per 1’ accordo degli. aggiuntivi e de’ prenomi, come vedremo nella Varia- zione di queste parole. Ma si potrebbe domandare : ‘perchè dunque i nomi, che non significano sostanze e cause animate, e perciò sfornite di sesso, hanno rice- vuta la desinenza fondamentale us ed a, o er ce au? A questo rispondo, che te desinenze non sono desti- nate a significare una sola idea accessoria, ma più , e però, dove manca il fondamento della significazione dell’ una, servono a significarne un’ altra. Così aqua e locus non significando sesso , significano I° unità. 01- tracciò , non possiamo entrare nella ragione dell’ ar- bitrio della primitiva convenzione. Diremo : così piac- que a primi fondatori. Ma ì nomi sono ancora variati per significare la quantità discreta, come si è veduto nell'articolo ante- cedente. Sela desinenza us ed a è pel nome singolare, quale sarà la desinenza del maschio e della femmina pei nomì plurali ? La desinenza us ha pel primo termine plurale la desinenza î, come Mulus ha muli i muli. La desinenza @ ha pel primo termine di proposizione finita plurale ae, onde Mula ha mulue le mule. Po- tremo dunque ritenere per nomi al tutto variati ri- spetto al sesso tutti quelli, che hanno le quattro desi- nenze us e 1, a ed ae, Terremo ad imperfettamente variati tutti gli altri che hanno solo us e non 4 e vi- ceversa, 0 solo us a a senza 1 ed ae. Per far intendere il sesso delle sostanze animate, i cuì nomi non avessero, una desinenza significativa per. variazione, sì è ricorse ad. uno dei due seguenti mezzi. Jl primo consiste nell’allogare prima e dopo del none un prenome o un aggiuntivo variate con la desinenza Us 0 a, oppure con qualche altra stabilita dalla con- venzione come hic haec , ille illa, ipse ipsa, qu quae, E, siccome hic e bonus per esempio: sono desi- nenze di accordo col nome maschile, haec e bona desinenze di accordo col nome variato femminile, tro- vando un nome di sostanza animata non variato pre- ceduto da hic e seguito da bonus, abbiamo dedotto che sì parlava del maschio, come, trovandolo preceduto da haec e seguito da bona, abbiamo dedotto che si parla- va della femmina, Ma tutto ciò avviene per deduzio- ne e per senso relativo di Sintassi e non etimologica. mente ; è un mezzo sussidiario di variazione e non una variazione, Il secondo mezzo è il nesso logico delle parti di un costrutto. Si parla, per esempio, di Bos bovis, che i grammatici allistano tra’ nomi di ge- nere comune, ma, come sì vede , è un nome inva- riato rispetto al sesso. Ora io, volendo far intendere Ja Vacca e non il Bue nella supposizione , che non poesa far uso nè di prenome nè di aggiuntivo, io met- terò nel mio discorso tali circostanze, che logicamen- te la fanno intendere, e dirò per esempio, Bos non habet lac: il latte espresso da lac non ha relaziona col bue, sibbene con la vacca, onde capisco che qui  quel Bos significa vacca e non bue. Produrrò altre eircostanze per far intendere il Bue. E questo secon- do' mezzo è tutto sintassico o logico, come è chiaro, mon mica etimologico. Di qui si comprende che non è necessario di va- riare tut! i nomi delle sostanze animate con desinen- ze significative del sesso, e, se si perde di regolarità e di precisione, si acquista di varietà nel discorso, e ancora di curiosità e di diletto nell’ ascoltante e nel lettore, che mette qualche cosa del suo, facendo uso del buon senso e della logica nel sapere indovingre alcune cose esplicitamente non espresse. e | Tutta la teoria razionale della Variazione si ridu ee a queste poche osservazioni, ma io non posso’ passarmene così senza prendere a particolar disamina la teoria secolare de’ generi de’ nomi professata nelle scuole—I Grammatici intendono per genere (con quanta proprietà non saprei dire) quello, che noi abbiamo chia- mato sesso, ossia la proprietà delle sostanze animate, per cui altre sono maschi, altre sono femmine. Chia- mavano nomi maschili o di genere maschile quelli , che dinotano il maschio, e nomi femmimli, o di genere femminile quelli, che significano la femmina. Comunque improprio un siffatto modo di esprimere , dice in fondo la sostanza. Essendo il genere identico ’ a sesso, ì generi debbono essere tanti quanti sono i sessi, i quali posto che sono due, e non possono essere, Rè più né meno, perchè gli esseri animati sono ma- schi e femmine, nè più nè meno, altrettanti debbono essere 1 veneriì. Ciò è chiaro e incontrastabile. Intan- to i grammatici lungi di starsi a questo numero , ri- conobbero altri quattro generi, il Neutro, il Dubbio o promiscuo , il Comune e l’ Epiceno 0 sopracomune. Ghiamavano di genere neutro alcuni Nomi, che ave-- DELL’ ETIMOLOGIA 109 vano ura desinenza diversa dagli altri nomi nel solo primo termine di proposizione infinita singolare, che - pluralmente finiva in a, tanto al primo termine di pro- posizione finita, quanto al primo termine di proposi- zione infinita, ed, a parlare col loro linguaggio, què” nemi che avevano Ì’ accusativo singolare simile al no- minativo, € l'uno e l'altre al plurale uscivano in a, come templum tempio , ‘che faceva templa i tempi, ‘corpus il corpo, che faceva cotpora i corpi. In tutto il resto erano similissimi agli altri nomi appartenenti al- la loro variazione , come si è veduto in Lessìgrafia. Ma, se venere dinota sesso, un nome di genere neu- tro sarebbe quello, che dinota una sostanza, che non è nè maschio nè femmina , ossia le sostanze inani- mate, e allora quel nome, anzichè di genere neutro, dovrebbe dirsi invariato. Ma chi dice nome di genere neutro, intende per genere un sesso, ossia una cosa reale, che sta in mezzo al maschio ed alla femmina , genere che non si dà, perchè non è in natura. Que- sta nomenclatura adunque è contradittoria e insulsa. Chiamavano di genere dubbio o promiscuo quei No- mi di sostanze inanimate, che si trovavano accordati ora col prenome hic e un aggiuntivo simile a bonus, ora col prenome haec e un aggiuntivo simile a bona, ed era con il prenome hoc ed un aggiuntivo simile a honum, come hic vel hoc vulgus il volgo o la mi- nuta gente, hic, vel haec, vel hoc tuber il tumore. Chiamavano poi di genere comune quei Nomi, che esprimono nomi di sostanze animate, non variati per desinenze fondamentali significative di sesso, come Bos il bue e la vacca, Canis il cane e la cagna, Anguis il serpe ec., ma per dinotare il maschio si fanno precedere © seguire da un prenome simile a Hic o da un aggiunti- vo simile a .Bonus, per la femmina da ur e da bona, onde hic Bos il bue, haec Bos la vacca, hic Ca-. nis 1l cane, haec Canis la cagna ec. Chiamavano in ultimo di genere epiceno i nomi de- gli animali per lo più invariati sotto il rispetto del sesso, come glis il ghiro, lyne la lince, oppure in parte variati come talpa la talpa, i quali sì truova- no con l'accordo di una gola voce di prenome o di aggiuntivo, come hic Iyne la lince, hic glis il ghiro, hic talpa la talpa. Ora pretendevano i grammaticì che questi nomi fossero di genere più che comune, in una parola epiceno, perchè sotto un solo accordo di pre- nome e di aggiuntivo fanno intendere i due sesst, men- tre quelli di genere comune fanno intendere un ses- so con l’ accordo hic, un altro sesso con l’ accordo haec. In fatti, se vi sono i ghîri glires, debbono es- sere necessariamente maschi e femmine, come maschi e femmine debbono essere le talpe talpae, le linci Iynces. Debbo qui avvertire prima di venire alla confutazio- ne di queste assurdità filologiche, che i grammatici, poco badando alle accurate ricerche , misero tra gli epiceni alcuni nomi che si truovano adoperati da’buo- mi autori come comuni, valga per tutti dama il daino, che gli autori del nuovo Metodo per la lingua latina riportano col solo accordo dell’hic, come timidi damae, mentre si truovano esempi di classici, ne’ quali ha l’ac- cordo haec. (Questa osservazione è importante per la soluzione de’ problemi che ci occupano. Quando le ragioni sintassiche andavano confuse con le ragioni etimologiche, e quindi il significato relativa o di costrutto scambiato col significato diretto e imme- diato delle parole, la povera grammatica non poteva discaricarsi dal peso di tante puerili contraddizioni , e sotto lo specioso titolo di un metodo facile pei fan- ciuli abbeverati di sbagli puerili divenne un guaz- DELL’ ETIMOLOGIA 111 zabuglio inesplicabile , una farragine di spropositi e di contraddizioni. | | a Jo dunque non riconosco altri generi che il maschile e ’1 femminile, ma assumo in pari tempo il carico di ridurre a’ loro principi le differenze della variazione, le quali hanno dato luogo a siffatte nomenclature. I nomi tenuti neutri o di genere neutro adunque sono nomi invariati rispetto al sesso, perchè ordina- riamente significano sostanze inanimate, che non sono nè maschi nè femmine, nè come tali si possono dal- l'immaginazione nostra concepire. A_ bandire questa no- menclatura balorda, ed a notarela proprietà di siffatti nomi, io li chiamo nomi con identità di primo ter- maine. Il che si renderà evidente nella seconda sezio- ne, dove esporremo le desinenze sintassiche de’ nomi, tra le quali principalissima è quella del primo termi- ne di proposizione finita ed infinita, detta da’ gramma- tici Nominativo ed Accusativo. Ora in un piano re- golare di lingua dovrebbe essere identico per la egua- le dignità del primo termine, tanto se la proposizione è finita, quanto se è infinita. Questa proprietà è rima- sta ad alcuni nomi soltanto , mentre da quel che si è veduto in Lessigrafia, tutti gli altri nomi, special- mente singolari, hanno i due termini differenti, e solo in plurale per la più parte gli hanno identici — loro proprietà di variazione che nel numero abbiano questi primi termini variati in a, | 1 Nomi detti di genere dubbio o promiscuo sono in- variati rispetto al sesso, e, se si truovano accordati ora col prenome hic, ora con haec, ora con hoc, biso- gnerà dire che l’ uso è stato incerto negli accordi, ma non mai che hic, o haec, o hoc dia a siffatti no- mi la significazione del sesso, che non hanno le s9- slanze per. essi significate. Adunque diremo che Vulgus, per esempio, in quanto ad accordo usasi ora con hic ora con hoc, ma non diremo che una volta sia di genere maschile e un’altra di genere neutro. Per tegliere la barbara nomenclatura in Lessigrafia gli ho chiamati Nomi di accordo dubbio o promiscuo. In italiano questo dubbio accordo si ha in tutti que’ no- mi, che prendono ora dl lo, ora la, come Wtrave e la trave , il fine e la fine, il fronte e la frome ec. I nomi detti di genere comune sono anch’ essi in- variati rispetto al sesso, perchè essi per sè stessi non s:gnificano nè il maschio, nè la femmina, se non sono preceduti da hic o da haec. Se infatti mi presentate la sola parola Bos, io non potrò tradurlo Bue o Vacca, molto meno Bue e Vacca nel medesimo tem- po, perchè dovendo esprimere un’ obbjetto esistente , o è maschio o è femmina necessariamente. Se dun- que io traduco Bos il Bue, o Bos la Vacca, è per uno de’ due mezzi indicati a pag. 107 in altri termini so questo sintassicamente pei prenomi ed aggiuntivi , ‘oppure pel nesso logico. Conchiudo adunque che Bos ron è di alcun genere per sè stesso, perchè niuno ne sigrifica. A togliere la equivoca nomenclatura de’ No- mi di genere comune io li chiamo Nomi invariati sot- to il rispetto del sesso, ma di doppio accordo ora con hic per far intendere sintassicamente il maschio, ora con haec per far intendere sintassicamente la femmina. In questo differiscono da’ nomi della catego- ria precedente. | _ I nomi detti di genere epiceno si possono ridurre a fre anzi a quattro categorie. La 1.* è. di quei nomi che non sono affatto variati colle desinenze fondamen- tali us ed a, significative del sesso, come palumbes co- lomba, Gls ghiro, Lina lince. La 2.* è di quei nomi che ànno una delle desinenze significative e non due DELL’ ETIMOLOGIA 113 e con essa l’ accordo regolare del prenome e dell’ag- giuntivo, cioè hic e bonus, se la desinenza è in us, haec e bona, se la desinenza è in a, haec aquila laquila, haec anguilla l'anguilla. La terza è di quei nomi, che, avendo una delle desinenze fondamentali | significative del sesso o us o a, non hanno l’ac- cordo corrispondente,-come hic talpa la talpa. Si po- trebbe aggiungere la quarta per quei nomi che aven- do una desinenza fondamentale us o a, hanno l’accor- do hic ed haec, come hic dama il daino maschio, hace dama la daina femmina. Tutti questi nomi convengo- no in una cosa, cioè che sono nomi di animali, come pure quei detti di genere comune. | . In quanto a’ nomi dell prima categoria è chiaro , anzi evidente, che non significano niente per sè stes- si nella supposizione che sieno invariati, e si riduco» no a quei nomi che i grammatici dicevano di genere comune, con questa sola differenza, che l’uso non at- tuò i due accordi con hic ed haec. In questo caso quantunque si truovino adoperati con hic sì traduco» no per la femmina e adoperati con haec sì traduco- no pel maschio, secondo che il nesso logico del co- strutto richiede. Onde è manifesto che non è una proprietà loro il significare con un solo accordo due sessì, ma è un risultato logico e sintassico in pari tempo. In fatti, se io truovo hic glis peperit, tradur- rò, femmina dì questo ghiro partorì, perchè il partorire è della femmina e non del maschio. Ma, se mi to- gliete peperit, come saprò, se debba tradurre per ghi- ro maschio o per la femmina ? Conchiudo adunque , che siffatti nomi sono invariati, ed in virtù della loro forma sono etimologicamente insignificanti ; e, se ora pel maschio ed ora per la femmina si fanno valere, avviene per deduzione e non per variazione. In quanto a’ nomi epiceni, che hanno una desinen- za regolare in us o a, e il regolage accordo. come haec aquila laquila, haec anguilla l’ anguilla, dire- mo che sieno variati in parte con desinenza signifi- cativa di un sesso, perchè l’uso in parte li ha variati, appunto come appo noi italiani abbiamo toro diver- so da vacca, e luccio, corvo, anguilla, aquila (vedi Nuova Gram. ragionata per la lingua ital. pag. 59 ). In quanto a’ nomi, che hanno una desinenza signi- ficativa, e l'accordo irregolare, come hic talpa la tal- pa, bisognerà dire che vi sia una vera sgrammatica- tura, uno di quegli idiotismi, che non hanno altra ra- gione all’ infuori del capriccio dell’ uso. Lo scarso nu- mero di siffatti nomi mì conferma in questa opinione, ed aggiungo che non tutti gli esempi riportati dai grammatici sono esatti, come potrei provare con mol. tissimi argomenti. Nella quarta supposizione, ossia quando ad una stes- sa desinenza in forma regolare di us o a si truova ' accordo del prenome hic ed haec , come hic dama il daino, ed haec dama la daina , bisognerà ricono- scere nel primo accordo una sconcordanza giustificata dall’ uso dì alcuni scrittori, e nel secondo una forma regolare, che accenna al desiderio dell’ altra desimenza mancante di hic damus secondo l’ analogia stabilita della lingua. Questa sgrammaticatura ci vorrebbero consigliare i grammatici italiani , i quali incontran- dosi in alcuni nomi italiani simili, come la volpe, cervo, vorrebbero per distinguere il maschio dalla fem- mina, che noi ditessimo la volpe femmina, e la vol- pe maschio, e il corvo maschio, e il corvo femmina, mentre la ragione e il buon senso pretendono che si dica, il maschio della volpe , la femmina del corvo. Da questa disamina rapidamente eseguita. è chiaro a comprendere che i generi non sono più di due, come due sono i sessî di maschio e di femmina: che il genere neutro, il dubbio, il comune, l'epiceno, so- no nomenclature vuote di senso, perchè nulla signi- ficano — Nelle tavole lessigrafiche io ho presentato tutti gli accordi, in guisacchè, senza caricare la me- meria di regole, si può in un momento di riscontro conoscere l’uso costante della lingua, riguardo alla concordanza de’ nomi coi prenomi ed aggiuntivi. La faccenda adunque de’ generi è di riscontro e non di regola , e però vuol affidarsi a tavole accurate, an- zichè a volumi di grammatica. Delle Desinenze significative di qualità e quantità, per le quali i nomi si addomandano MisLiorati- VI, € PeeGioRATIVI, DiminutIvI e AccrescrTivi. ‘ Un nome si dice variato sotto il rapporto della qua- lità, ogni qualvolta alterata la desinenza della radice e radicale, riesce in un’ altra desinenza, la quale si- gnifica uno di questi due aggiuntivi bello o leggiadro, brutto o cattivo, orribile, in guisa che una parola , cioè il nome così variato, equivale a due parole, cioè al nome che n'è radice, ed ad uno de’ detti aggiun- tivi. Parimenti un nome variato sotto il rapporto della storage continua, si ha quando, alterata la desinenza ella radice o radicale, riesce in un’ altra desinenza, la quale significa uno di questi due aggiuntivi, cioè grande o enorme, piccolo 0 piccino, in guisachè una sola parola, cioè Il nome così variato, equivale a due parole, cioè al nome stesso che n’è radice, e ad uno de detti aggiuntivi. | lo ho riunito i due articoli, perocchè i diminuitivi tante volte non sono differenti da’ migliorativi, e gli accrescitvi non si possono distiuguere da’ peggiorati- vi, per lo principio generale che le cose piccole so- no belle e leggiadre, e viceversa, come le cose gran- di sono meno finite e perciò brutte o cattive, e vi- ceversa, | | I grammatici hanno trascurato di raccogliere le va- rie desinenze di questa specie, di cui è ricca la lin- gua latina, dalla quale si sono trasportate nella lingua italiana. lo ne ho fatto una raccolta, potrei dire ab- PIRO dal riscontro de’ migliori testi della latina avella. I LISTA DELLE DESINENZE DIMINUTIVE E MIGLIORATIVE. 1.° In ellus, ella, elum. Esempi. Asellus asinello da asimus quasi astnellus, Capella cavretta da capra qua- si caprella , benchè si truovi adoperato in senso di. capra. Libellus libretto o libriccino da liber libro, seb- bene in italiano libello, che è fatto da lbellus, significa un cattivo libro, contenente infamie, onde libello fa- moso, Fubellu favoletta, da fubula quasi fabulella , Agnellus e Agnella agnello e agnella, usati da Plauto, la cui radicale è agnus e agna, Popellus popoletto , da populus quasi populellus, Lucellum guadagnetto, da lucrum guadagno, Labellum labbruzzo, da labium labbro, Ocellus da oculus occhiuzzo, Vitellus e Vitella Pomp. Arbit. vitello e vitella, da vitulus e vitula , benchè in italiano questi ultimi si facciano valere pel diminu- DELL’ ETIMOLOGIA à 117 tivo. Agellus da ager campo, campicello, Ungella da rg va piccola unghia. 1 ° 2.° In Icetlus e Icella. Esempi. Pedicellus pidoc- chietto , da pediculus pidoechio. Floscellus da floscu- lus, e questo da flos fiore, fiorettino , piccolo e gra- zioso flore. Da questo è formato l'italiano fuscello per fior di farina. Avicella da avicula, e questo da avis uccello, uccellino, o uccelletto, piccolo e grazioso uc- cello. Catullo ci ha dato Mollicellus da mollis , come fondamento di analogia pe’ nostri più bei diminativi e vezzeggiativi con questa desinenza. ‘3.° In IUus, illa, ilum. Oricilla da auris orec- chiuzzo , Lapillus da lapis pictra , lapillo , pie- truzza. Pupillus e pupilla da pupa, che è un fantoccio per trastullo de’ bamboli, e per similitu- dine, un fanciullo e una fanciulla orfani, che ancora ‘lm italiano diconsi pupillo e pupilla. È per la stessa ragione la retina dell’ occhio è detta pupilla, perchè in essa sì forma un immaginetta, un piccol fantoccio degli obbjetti. Anguilla da anguis serpentello , e per sineddoche , prendendo il genere per la spezie , una specie di pesce di acqua dolce, detto anguilla in lati- no e in italiano. Verticillum fusajuolo, da vertex. Si- gillum sugello , da sinnum segno, come da tignum trave, tigillum travicello. Mammilla da mamma mam- mella : Hoedillus da hoedus capretto , caprettino. 4.° In ola, come Corolla da corona eoronella , piccola corona. 5.° In olus e ola, Capreolus, da caprea cavriuolo, Areola da area aja, ajuola, Bestiola da bestia be- stiuola , Filiola da fila figliuola, Tulliola da Tullia T'ullietta. — 6.° In ulus, ula, vium. Hortulus da horlus orti- cello, giardinetto , Villula da villa villetta , Vaccula da Vacca vaccherella, Ramulus da ramus ramoscel- lo, Asellulus e Agellulus da asellus e agellus un asi- nellino, un campicellino, Oppidulum da oppidum bor- ghetto, Guitula da guita goccetta, Caenula da coena cenetta, Horula da hora un’ oretta, Plumula da plu- ma una piumicina, Rivulus da rivus un ruscelletto , Ovulum da ovum un piccolo uovo. 7.° In culus, cula, culum. Vulpecula da vulpes volpicella, Lepusculus da lepus lepratto, Jusculum da Jus brodo , brodetto ,. Funiculus da funis funicello , Munusculum da munus regaluccio, Fasciculum da fa- scis fascetto, Animalculus da animal animaletto, Cor- pusculum da corpus corpicciuolo, Pisciculus da piscis pesciatello , così Ventriculus vertricello , Ponticulus ponticello, Avicula uccelletto ec. _ 8.° In unculus, uncula, uneulum. Garuncula da Caro carne, carnicella, Lutrunculus da latro ladrone, ladroncello , Portiuncuta da portio porzioncella , Pe- dunculus da pes pedicello. 9. Alcuni vorrebbero aggiungere la desinenza inus, come significativa di quantità e qualità , cioè atta a formare i diminutivi e i migliorativi, adducendo per esempio pedicinus pedicello, e in qualche dialetto d'I- talia pedicino , cioè il tronco inferiore della pianta , ma io ritengo questa desinenza ed altre simili come forme di derivazione di alcune parole variate come aggiuntivi. Nè fa peso l’ argomento, che si vorrebbe trarre dalla lingua italiana, la quale per diminutiva ritiene la desinenza ino e ina iccino e iccina, per- chè la convenzione ha potuto stabilire in una lingua una diversa significazione alle desinenze trasporiate da un’ altra lingua. | -_ 10. Aggiungerei la desinenza sper per i prenomi Tantisper un tantino, Paulisper un pochettino , ma di questa a proprio luogo. Desinenze degli accresciriri e Pecciorgtivi latini, 1.° InO omnis, come Cicero Ciceronis da cicer cece, grosso cece, Vulpio onis Apul. Volpone, grossa volpe, in senso traslato per un uomo astuto e fabbre di volponerie. Labeo onis da Labium labbro, Labeone grosso labbro, Tubero omnis da tuber tumore, Tubero- ne, grosso tumore, 2.° In Aster, come Philosophaster cattivo filosofo, Oleaster olivastro, olivo selvaggio, e però cattivo, Pinde ster pino selvaggio ec. ec. Delle desinenze di Variazione significative di RELAZIONI. Un nome sarebbe variato etimologicamente sotto il rispetto delle relazioni, se in una desinenza racchiù» desse il valore di una Preposizione qualunque, che è segno di relazione pag. 40. E, se ciò fosse attuabile, dovrebbe essere a condizione che quel nome così va- riato nell'uso della lingua non fosse mai da preposi- zioné preceduto , perchè nella contraria supposizione si potrebbe dire che, quando il nome non avesse la preposizione espressa, vi fosse un costrutto figurato ; ossia che la relazione s’ intenderebbe a senso o sia- tassicamente e non etimologicamente. Ora i Latini ave- vano questa desinenza nella variazione de’ loro nomi, imperocchè patris e patrum di pater equivalgono a due parole, cioè a di padre o padri, Aquae equivale 4 di e adacqua. | Due sole desinenze etimologiche significative di relazione nella variazione avevano i nomi latini, che io nella Lessigrafia latina ho contrassegnato col numero d' ordine di seconda e terza desinenza , che appo i grammatici furono addomandate con barbare nomen- slature Genitivo e Dativo singolare e plurale. La se- conda racchiude la preposizione Di, seguo di dipen- denza, oltre del nome, la terza desinenza racchiude la preposizione ad a, segno di tendenza oltre del nome. E, quantunque Patris equivalga a de patre di padre, non mai }) uso perenne della Jingua ha espressa la preposiziene innanzi a nome così variate. Parimenti , quantunque Patri equivalga ad Ad Patrem a padre, non mai l’ uso perenne della lingua ha espresso la preposizione ad innanzi a nome così variato. Adunque Patris e Patri singolare, come Patrum e Patribus plurale, sono vere desinenze etimologiche di variazio- ne, significative di relazione. Ecco perchè, volendo da- re una nomenclatura significante a queste desinenze da sostituirsi alle barbare , bisognerà chiamare il Ge- nitivo Desinenza etimologica significativa della pre- posizione De di, e il Dativo Desinenza etimologica siyni- ficativa della preposizione AD a. Questa forma sintetica di variazione, che può essere Fisoluta analiticamente nelle due parole corrisponden- ti, cioè Patris a de Patre, e Patria ad Patrem, ser- me mirabilmente alla chiarezza ed alla precisione del favellare, ondechè troviamo spesso nell’ uso la forma sintetica risoluta in analitica, e l’ analitica racchiusa nella sintetica, come quando incontriamo Scribo tibi e scribo ad te ti scrivo o scrivo a te. sE La maggior difficoltà pe’ principianti nello studio della lingua latina deriva dall’ omonimia , ossia dalla identità delle desinenze destinate a diversi uffici. Aquae, come avvertimmo a pag.119, è seconda e terza desinenza, oltraceiò è prima desimenza plurale, e può va- lere egualmente 1.° di acqua, 2.° ad acqua,3.° acque. Per sapere quando valga l’ uno, e quando l' altro, la variazione non mi presenta alcuna distinzione, onde- chè mi bisogna ricorrere al nesso logico del costrutto. I grammatici empirici, nen dandosi alcuna sollecitudine della verità e della precisione nelle loro teorie, chia- mavano Casì le Desinenze, e ritenevano, che sei sono ì casì nel singolare, altrettanti nel plurale , cioè No- minativo, Genitivo, Dativo ,' Accusativo , Vocativo ed Ablativo. Ma, se caso vuol dire cadenza © desinenza, un tal calcolo sarebbe esatto, ogni qualvolta i nomi, va- riandosi, avessero realmente seì desinenze, anzi dodici cioè, sei nel singolare: e sei nel plurale. Ora prendia- mo un nome, e sia aqua, e decliniamolo,a parlare col linguaggio de’ grammatici : 1.° aqua, 2.° aquae, 3.° aquae, 4.° aquam, 5.° aqua, 6.° aqua, 7.° aquae, 8.° aquarum, 9.° aquis, 10.° aquas, 11.° aquae, 12.° aquis.. Qui chi non vede che la prima, quinta e sesta sia la stessa aqua? e dì tre ne abbiamo una: la seconda, terza, settima e undecima, è la stessa aquae , e di quattro ne abbiamo una, e di sette ne abbiamo due: la nona e la dodicesima è la stessa a- quis, o' così di nove ne abbiamo tre, le quali aggiun- te alle rimanenti aquam, aquarum, aquas, nel singo- lare e nel plurale, invece di dodici, abbiamo in tutto sei casi, o in altri termini tre nel singolare e tre nel plurale. Con quest aritmetica si può immaginare che prodigio di svolgimento razionale si possa produrre nelle tenere menti de’ giovanetti! i quali dovran- no imparare che 12 = 61 Intanto non si può rivo- care in dubbio, che in quanto al valore aquae è tre cose diverse, messa in relazione ad altre pa- role nel costrutto. Adunque conviene DE : le cadenze o i casi, o le desinenze nel nome aqua sin: golare variato, sono tre aqua, aquae, aquam , ma la prima, messa in costrutto, può essere primo termine di proposizione finita, e termine di rapporto di alcu- ne preposizioni. Similmente aquae ec. Così proceden- do si sarebbe parlato con verità senza sconvolgere ]'a= ritmetica , perchè le differenze si sarebbero dedotte ‘ dal significato e non dalla forma esteriore della paro- la. Ma chi dice casiî o cadenze o desinenze, allude sempre alla forma esteriore delle parole, e non mica al significato, e per difetto di preciso linguaggio stra- zia la logica e manomette il calcolo. i | INTORNO ALLE DESINENZE SINTASSICHE NELLA Variazione DE' NOMI LATINI. Abbiamo detto a pag. 97 che le desinenze sintas: siche non sono significative di alcune idee, accessorie alla idea della radice o radicale variata , ma servona soltanto a mettere nel discorso una parola in relazio- ne con un'altra. | Per sapere adunque quali possano essere le desi- nenze sintassiche de’ nomi latini , è uopo prestabilire con quali parole abbiano relazione nel Discorso. Ora il nome nel discorso è, o prima parola in grazia di cuì sono tutte le altre, come in questo brano, che si dice Proposizione, Aqua est dulcis }’ acqua è dolce , o di- pende da qualche preposizione, come termine dì rap- rto in modo esplicito o implicito. Nel primo caso si dirà primo termine di proposizione , nel secondo caso sì dirà secondo termine di rapporto. Il gramma- tici con barbare nomenclature, chiamavano nominati:  vo 0 caso retto il primo termine di proposizione , e caso obbliquo il secondo termine di rapporto. Per di stinguere quando il nome è primo termine, e quando è secondo, la Variazione ha fornito i nomi di una de- sinenza sintassica, assegnando la prima desinenza, se- condo l’ ordine da noi assegnato in Lessigrafia, ne'qua- dri di variazione , di qualsivoglia nome , tanto singo- lare quanto plurale, per indicare il primo termine di proposizione finita, ossia quando il Verbo della propo- sizione è al modo fimo; la quarta desinenza detta dai grammatici Accusativo, per indicare il primo termine di proposizione infima, ossia il cui verbo è al modo infinito , come aquam esse dulcem , essere l’ acqua dolce. Il termine di rapporto , che è sempre un secondo termine rispetto alla preposizione per distinguersi dal primo termine, ebbe anch'esso una desinenza a parte, che è la quinta per le qualtro variazioni , cioè per la prima, seconda, terza e quinta, e che i grammati- ci addomandavano abblativo. Questa desinenza merita in preferenza di essere denominata per secondo ter- mine di rapporio, perchè non vi è caso che il nome con essa variato non dipenda da una preposizione espres= sa 0 sottintesa. Anzi per questa stabile convenzione elegantemente il nome così variato si adopera spesso senza preposizione, che dessa fa intendere, perchè da essa, come secondo termine, costantemente dipende. Quindi è che la quarta desinenza, detta da’ gramma- tici Accusativo , quantunque sia secondo termine di moltissime preposizioni , pure perchè non sempre da preposizione dipende, ma alle volte è primo termine di proposizione infinita, alle volte è obbjetto, non me- rifa,come il nome variato con la quinta desinenza, ui cosere addomardato secondo termine. Onde chiamandolo primo termine di proposizione infinita , soggiun- giamo che quando tale non è , è secondo termine di rapporto. | I secondi termini di rapporto adunque sono indicati da due desinenze , cioè quarta e quinta, patrem e patre, speciem e specie, e nel plurale patres e pa- tribus, species e speciebus, a modo di esempio. Lo stesso nome variato con la quarta desinenza alle volte fa da obbjetto, ossia indica l’ obbjetto, di cui è Modo l' effetto prodotto dall'azione de’ così detti ver- bi transitivi, come quando dicesi : Deus dilerit mun- dum Iddio amò il mondo. Ma l’obbjetto non è che un termine di rapporto, in modo implicito, come ve- dremo in Sintassi, e come ho dimostrato nella Nuova Gram ragionata per la lingua italiana Vol. lI. pag. 36 Conchiudo che le desinenze indicative della dipen- denza di un nome da qualsivoglia preposizione, e per- ciò sintassiche, sono due, la quarta e la quinta, nel singolare e nel plurale. La quarta variazione, che corrisponde alla seconda de’ gremmatici, ne’ nomi singolari in us e tus ha una desinenza, che da’ grammatici fu detta Vocatwo sen- za averne saputo mai definire la vera natura , come Dominus che fa Domine, Filius fa Fili. In tutte le altre variazioni questa desinenza manca, e ì grammatici per simmetrizzare le declinazioni dissero che in esse il Vocativo è simile al Nominativo , e per distinguerlo da questo , lo facevano precedere dalla particella vo- cativa, ossia dalla voce 0 interjezione, 0, come 0 Pa- ter o padre, o patres o padri. Lasciando stare le ul- time forme, che sono costrutti, e non parole isolate, vergo ad esaminare quella stessa desinenza, che è propria ci alcuni nomi della quarta variazione , per vedere se sia etimologica o sintassica, cioè ‘significativa’ – H. P. Grice, ‘semantica’ -- o indicativa. Nè ci è mezzo , peracché ogni de- sinenza di variazione deve necessariamente essere l'una o l’altra. Non è etimologica, perchè se tale fosse, dovrebbe significare una delle cinque idee accessorie esposte a pag.100, cioè quantità discreta, quantità con- tinua, qualità , sesso, relazione. Ora niuno ha detto inai che il Vocativo significhi oltre l’' idea del radi- cale una di siffatte accessorie. Bisognerà dunque con- chiudere, che sia una desinenza sintassica, ossia de- sinenza che mette il nome in relazione con altre pa- role del discorso ( vedi pag. .97 ). Per le desinenze sintassiche il nome non può essere che primo ter- mine di proposizione finita e infinita, o secondo ter- mine di rapporto. Il Vocativo non dinota certamente quest’ ultima cosa, perchè niuno ha pensato mai che esso dipenda da una preposizione espressa o sottin- tesa. Resta dunque a conchiudere che il Vocativo sia una desinenza sintassica, indicativà di primo ter- mine di proposizione finita. Ma Dominus e Filius si sono fissati per questa indicazione, e Domine e Fili sono di diversa desinenza, qual primo termine di pro- posizione potranno indicare ? A pag. 50 dicemmo che tutt i nomi personali non sono nè piîma, nè se- conda, nè terza persona all'infuori di Ego io, Tu tu, Ille si, e che perciò tutti nomi differenti da que- sti si debbono considerare come casì di apposizione , essendo indifferente il dire, Ego Laurentius, Tu Lau- rentius, Ille Laurentius. Affinchè il nome si riferisca piuttosto a ego che a tuo viceversa, che a alle e vi- ceversa, dovrebbe subire un'alterazione di desinenza, per la quale sintassicamente indicasse piuttosto l’ uno che l' altro. Or questo è avvenuto nel così detto. vo- cativo, il quale è una variazione, che fa intenderé tw a preferenza. Ne' nomi, che non hanno questa varia= 126 ‘© TERZA PARTE zione, si è supplito con un costrutto figurato. Quindi. fu che i grammatici non mal si apposero, quando dis- sero, sebbene impropriamente, che il vocativo aceorda col verbo di seconda persona , ma s’ ingannarono a partito, chiamando caso retto o nominativo Dominus e Filius, e caso obbliquo Domine e Fili. Ma questa desi- nenza deve essere riconosciuta in quei soli nomi, nei quali realmente si truova, cioè ne’ nomi in us e in tus della quarta variazione al singolare, non mica in quegli altri che non l’ hanno e che i grammatici per formarlo produssero una forma artificiale, come 0 pa- ter , o Musa, o Magister, o Species, poichè in tali casi, ancorchè le dette forme ci facessero pensare alla seconda persona, avverrebbe per un costrutto intero e non mica in forza di una desinenza per variazione. CAPO II. InToRNo ALLA VARIAZIONE DEGLI AGGIUNTIVI £ pEL- LE PAROLE VARIATE, DERIVATE E COMPOSTE IN FOR- “MA DI AGGIUNTIVI, L’ Aggiuntivo secondo i grammatici per la variazio- ne acquista desinenze significative, per le quali è sIn- golare e plurale, è mascolino , femminino e neutro, ha sei casi Nominativo,Genitivo,Dativo, Accusativo, Vo- cativo ed Ablativo. In somma sotto questo rispetto No- me ed Aggiuntivo in nulla differiscono, e per la per- fetta loro identità sotto la stessa parola nome si com- pro Nome ed Aggiuntivo. Con ciò riconoscono nel- ° aggiuntivo desinenze etimologiche. Ora abbiamo st@- bilito a pag. 97 che le desinenze etimologiche sig ficano idee accessorie, per conto della radice o radi- .ce ‘variata. Ma per ‘poterle significare è necessario che la idea della radice sia capace di riceve- re quelle idee accessorie , come principale. Se ciò non fosse, la variazione non potrebbe aggiungere ciò che ripugna alla natura dell idea principale. Ora l’ag- giuntivo dinota qualità e quantità, e I’ una e l' altra non è, nè singolare nè plurale, nè maschio nè fem- mina, e molto meno è secondo termine di rapporto, il quale come abbiamo stabilito a pag. 40, è sempre un nome, che dinota sostanza o causa, perchè queste sole possono essere in relazione. È giuocoforza con- chiudere che l’aggiuntivo non può avere desinenze etimologiche , ossia significative di siffatte idee acces- sorie per conto proprio, perchè mancherebbe il prin- cipale, a cui si appuntasse l'accessorio. Ma egli è un fatto che l’aggiuntivo sì varia, come è chiaro dalla Lessigrafia, perchè Bonus, ad asempio, ‘ha la prima desinenza in us, a, um, la seconda in © ‘ed ae, la terza in 0 ed ae, e via dicendo. È, sicco- me le desinenze della Variazione, quando non sono etimologiche o significative, debbono necessariamente essere sintassiche o indicative , ossia desinenze, che mettono una parola in relazione con altre nel discor- so, bisognerà conchiudere, che l' aggiuntivo, variando» si, ha desinenze sintassiche. ‘Queste desinenze poi , o sono sintassiche per sem- plice variazione, o per doppia variazione. lo quin di dividerò il presente Capo in due Articoli. Intorno alle desinenze sintassiche degli aggiuniivi di SEMPLICE VARIAZIONE. Chiamo desinenze sintassiche di semplice variazione negli aggiuntivi quelle, che secondo i grammatici de- ‘notavano il numero , il genere e le relazioni : come terrò per desinenze sintassiche di doppia variazione quelle, per cui gli Aggiuntivi diventano diminutivi, ac- crescitivi, migliorativi e peggiorativi, comparativi e su- perlativi. In quanto alle prime, negli aggiuntivi sia di qualità, sia di quantità continua, esse avvengono per indicare il nome a cui si riferiscono nel discorso tra tanti no- mi, che si possano trovare in un costrutto. Per que- sta ragione l’ aggiuntivo dovrebbe subire tante desi- nenze, e le stesse desinenze, quante e quali sono quel- le de’ nomi variati , affinchè ognuna si avesse la sua corrispondente. E così è avvenuto in alcunì aggiunti- vi, che si variano come Aqua, Dominus e Templum, ossia come i nomi della prima Variazione , che ha il radicale in a, e quelli della quarta (seconda pe’gram- matici ), che hanno il radicale in us o er, e in um. Riscontrando i quadri Lessigrafici di variazione , tro- verete questo perfetto riscontro, vedi Bonus, a, um, e pulcher, pulchra, pulchrum, onde abbiamo 1.° a- qua bona, dominus, bonus, templum bonum, 2.° a- bonae, Domini boni, Templi boni ec. It fondamento razionale di questa triplice desinenza radicale degli aggiuntivi, è la desinenza fondamentale significativa del sesso ne’ nomi di sostanze animate, i quali, come abbiamo innanzi stabilito, sì avranno perfettamente variati, quando hanno us ed « allo stesso tronco. La terza um, che i grammatici chiamavano dì genere neutro, è pe’ nomi che hanno identità di pri- mo termine. Se ogni volta un nome, uscente in a, avesse l’‘ac- cordo di un aggiuntivo ancora in a , e l' uscente in er o us avesse la corrispondente nell’ agginntivo , la cosa procederebbe agevolmente, ma nel fatto non è così, perchè, come abbiamo stabilito nelle tavole del- le Concordanze in Lessigrafia , avviene spesso il con- trario. a Né questo solo è l’ imbarazzo, ma vi è il massimo, che deriva dalle altre tre Variazioni , le quali hanno desinenze diversissime da quelle degli aggiuntivi in us, a, um. Per rimediare a queste dificoltà prodotte dal- la difformità delle desinenze de’ nomi, e degli ‘aggiun- tivi, si è ricorso a due mezzi. ll primo è di dare una famiglia di aggiuntivi, i quali nella loro variazione se- guono le desinenze de’ nomi della terza, i quali nella radicale, o hanno tre voci come alacer, alacris, alau- cre, o due come Fortîs, Forte, o una come Feliz, Potens, Amans. Dal concorso di più aggiuntivi diversamente variati con desinenze indicative dello stesso nome, divenne facile a riferire piuttosto a questo, che a quel nome uno aggiuntivo di desinenza difforme. Il secondo mez- zo fu la diversità nella variazione de’ prenomi. Hic , Haec, Hoc, IUe, IUa, Ilud, Iste, Ista, Istud, Qui, Quae , quod ec. Infatti, tutti prenomi hanno una ‘variazione diversa, se non in tutto, in parte, da quel- la degli aggiuntivi, e ciò non avvenne senza una ra- ‘gione, la quale per me è appunto questa che ho det- to ; cioè di dare una luce al buon senso , per ritro- vare più facilmente quel nome tra’ tanti, a cul un aggiuntivo irregolare di forma si riferisce in preferen- za. Dove tutti questi mezzi non fossero sufficienti, si lascia l’ interpetrazione al buon senso. La faccenda degli accordi adunque non è di rego- la, ma di uso, ed ecco perchè nelle tavole lessigra- fiche io ho posto per distintivo un prenome, un ag- giuntivo in us, a, um, ed un altro della terza va- riazione. Per queste ragioni fondamentali noi non diremo che l'aggruntivo deve accordare col suo nome in genere, in numero e in caso, perchè le desinenze degli ag- giuntivi siffatte cose non significano , ma diremo che l'uso argomentato dalle tavole lessigrafiche, ha stabi- lito che aqua, per esempio, vuole haec e bona, che mulus vuole hic e bonus, che temglum vuole hoc e bonum. Tutto ciò, che discorda da quest’ uso , è una scoucordanza, uno sproposito, una sgrammaticatura. Quindi nell’ analisi non diremo più che hie e bonus è di genere mascolino, di numero singolare, e di caso nominativo, ma bensì diremo, che hic e bonus sono desinenze di accordo, che fanno riferire queste parole a un nome maschile singolare, primo termine di propost- zione finita, se è nome di sostanza animala: nel caso opposto, diremo semplicemente, che sono desinenze di accordo,le quali ci fanno pensare ad un nome singolare .primo termine di proposizione finita. Pertanto se incontre- remo l’ aggiuntivo variato con la seconda desinenza, co- me boni, felicis, formosorum, non diremo che sia genitivo nel senso, che significhi la preposizione Di, «come la seconda desinenza de’ nomi, perchè Di è re- lazione, che vuole per secondo termine un nome, e non mai l’aggiuntivo, ma diremo, che sia una desi- nenza sintassica, la quale ci fa pensare al suo nome ‘variato con la seconda desinenza. 2, se in cosnsrute figurato incontriamo un aggiuntico precednto da pre- posizione , come In primis, non diremo che primis. sia l' ablativo, ossia il secondo termine di quella pre-. posizione , sibbene il nome sottinteso da variarsi in quella desinenza. Di qui è chiaro, che la teoria della variazione degli aggiuntivi si riduce ad nna semplice. e pura teoria delle concordanze. ‘Quello che abbiamo detto finora della variazione del» T aggiuntivo, si deve applicare a tutti gli aggiuntivi di qualità e quantilà continua non solo, ma ancora a tut» te le parole, variate, derivate e composte in forma di aggiuntivi, come sarebbero i participi in ns, in us, }Ìn rus e in dus, e i composti da un nome e da una prepesizione, per la quale composizione diventano ag- giuntivi in quanto alla forma, come Insignis, Defar= mis, Confinis ec. | La stessa teoria è applicabile a' pochi numerali va- riati simili a Unus, a, um, Duo, ae, a, Tres et tria, ed a tutti i variati e derivati da questi aggiuntivi in forma di veri aggiuntivi, secondo quello che abbiamo stabilito in Lessigrafia, i Intorno alle desinenze sintassiche degli aggiuntivi . di doppia Variazione, | Le desinenze sintassiche per doppia variazione han- no luogo, ogni qualvolta in un aggiuntivo se ne rac- chiude un altro, e deli tutto risulta una parola con- una delle desinenze esposte nell’ articolo precedente. Per questa variazione gli aggiuntivi o le parole deri» vate o composte in forma di aggiuntivi diventano Comparativi, Superlativi, Diminutivi, Accrescurvi, Peg- sorativi, Miglio rativi. _ Il comparativo, come felictor , formosior , pulche- yior, vale due parole, cioè magis o plus, e 1’ aggiun- tivo da cui è formato , così felicior è magis o plus feliz più felice, formosior equivale a magis o plus formosus più bello ec. Ora quel magis e plus , che il comparativo racchiude , non è per eonto proprio , ma del nome,a cui si riferisce. . Il superlativo è una variazione dell’ aggiuntivo sem- plice detto positivo per la desinenza ssimus, rrimus e llimus, la quale racchiude il numerale ter tre vol- te, o come vogliono i grammatici valde , sicchè una voce come marimus, pulcherrimus, agillimus , equi- vale a due, cioè ter 6 valde magnus, pulcher, agis, dove l’ aggiuntivo numerale dinota quantità discreta , che è propria della sostanza, di cui il nome è segno stabilito, . Anche gli aggiuntivi latini aveano delle desinenze di doppia variazione , per le quali diventavano dimi- nutwi,migliorativi, accrescitivi, peggiorativi, e questa desinenza racchiudeva un agginntivo di qualità simile a pulcher o deformis bello o brutto, oppure di qua- lità simile a magnus grande , parvus piceolo. Sicchè ‘ pulchellus equivale a parvus e pulcher , formosulus a parvus e formosus, dicasi lo stesso di acidulus a- cidetto , meliuscule alquanto meglio , mollicellus al- quanto molle, mollicello. Per .gli accrescitivi si potrebbero addurre ad esem-. pi Huario Hiarionis da Hilaris, che malamente si traduce allegretto , ma molto allegro significa , E- dax mangione, Bibar beone, Vivax vivace, molto vivo, Fugax fugace, che molto fugge. Le desinenze di doppia variazione esposte fin qua appartengono propriamente agli aggiuntivi di qualità e di quantità continua, ed a tutte le parole variate, de- rivate e composte ìin forma di aggiuntivi, non già agli aggiuntivi di quantità discreta , ossia a’ numeral dei grammatici, perchè questi non sono mai nè compara- tiri, né superlativi, nè diminuitivi o accrescitivi, peg- giorativi o migliorativi. Hanno però delle desinenze loro proprie, per cui diventano Ordinativi e Distribu- ‘tivi, variati come aggiuntivi di qualità. Gli ordinativi, eccetto i due primi, cioè Primus che è derivato da Pri, identico a prae, preposizione di sito , che significa avanti, e Secundus che si forma da sequor, e significa seguente, si formano alterando la desinenza del numerale nel seguente modo. Da ter si fa tertius terzo, da quatuor si fa quartus quarto, da quinque si fa quintus, da sex sertus, da septem ‘septimus, da octo octavus, da novem nonus, da de- cem decimus ec. Vedi Vol. I. Lessigrafia. Con questa desinenza si racchiude una relazione di anteriorità e posteriorità , per la quale si vuol far intendere che una cosa è prima,un’altra è dopo,e le sostanze o cause così disposte si dicono ordinate. I Distributivi sì formano da’ medesimi numerali, va- riando la desinenza in diverso modo, come bini, binae, ‘bina, a due a due, terni, ae, a, a tre a tre, qua- termi, ae, a, a quattro aquattro, quini, ae, a, a cin- que a cinque, seni, ae, a, a sei a sei, ec. Vedi Les- . sigrafia. Queste parole, come è chiaro a vedere, rac- ‘chiudono la nozione della partizione, che si riduce ad ‘una relazione di disunione con quella del numero, e ‘prendono la forma degli aggiuntivi qualitativi per la variazione. Intorno ALLA VARIAZIONE DEL VERBO. La parte più importante della Variazione dopo quella del Nome, è la Variazione del Verbo, sì perchè que» sta. Classe di parole sostiene un grande nfficio nel dir scorso , come pure perchè molti sbagli vi hanno in- trodotto le Lessigrafie delle scuole, Noi quindi cì trat- terremo un pò più lungamente in questo Capo , per istabilire le più chiare e precise nozioni del medesi» mo, considerato sotto tutt'i rapporti generali e parti- colari, affinchè niente rimanga a deriderare in una teoria di tanta importanza secondo il nostro Istituto, Ed a procedere con ordine esporrò Je teorie genera- li del verbo , considerato sotto il rispetto delle desì= nenza etimologiche e sintassiche in due Sezioni. INTORNO ALLE DESINENZE ETIMOLOGICHE NELLA . VARIAZIONE DEL VERBO. . Le desinenze etimologiche di qualsiasi Variazione possono aver luogo a condizione , che le idee acces- sorie, di cui esse sono segni, abbiano relazione all’ i- dea della radice o radicale, che vuolsi variare secon» do il principio generale enunciato a pag. 97. Per sa- pere adunque se il verbo si possa variare per desi- nenze etimologiche, è necessario vedere con quali no- zioni la idea dello Stato e dell’Azione, di cui è segno, ha stretta relazione, E, siccome non ci è Stato , nè Azione che non sia e non avvenga in un dato spa- - DELL’ ETIMOLOGIA 135 zio di tempo e di luogo, è facile a comprendere che, se il verbo è variabile , può subire etimologicamente desinenze significative di tempo e di luogo. Similmente, affinchè il Verbo possa subire desinen- za sintassiche o indicative, bisognerà provare che esso nel discorso abbia una relazione ad altre parole. Ora il verbo ha relazione co’ nomi personali primitivi non solo, ma è l’anima di un brano di discorso, che si dice proposizione. Esso dunque può essere variato sin- tassicamente per indicare a quale de’ nomi personali si riferisca, e che forma di proposizione è quel brano di discorso, in cui esso si truuva. Benchè il verbo etimologicamente variato possa in apposite desinenze racchiudere le nozioni di tempo e di luogo, i verbi latini come. gl’ italiani, variandosi, non racchiudono che la sola nozione di tempo; e ciò in due maniere, cioè o per semplice variazione o per doppia variazione. La presente Sezione adunque sarà divisa in due Articoli, | ARTICOLO 1.° Delle desinenze etimologiche del Verbo di semplice variazione. E la prima ricerca nella disamina delle parole va- riabili è diretta a fissare la radicale, che è la prima parola madre nella famiglia di tutte le parole per va- riazione generate. Si può dunque nella presente disa- amina domandare quale sia la voce radicale tra tutte le parole del verbo variato. E, considerando che la radice e radicale di una famiglia di parole racchiuder deve meno significato , è facile a comprendere che la voce radicale del verbo è quella forma, che nelle scuole fu detta Infinito , come amare, docere, lege- re, audire. Quando una parola radicale deve subire desinenze etimologiche e simtassiche in pari tempo, oppure de- sinenze significative di diverse idee accessorie, è ma- lagevole a discernere quale parte della parola variata è sintassica, quale è etimologica, o quale parte signi- fica un’ idea e quale un’ altra. Così abbiamo veduto che i nomi ad una desinenza associano la quantità di- screfa, il sesso e il primo termine di proposizione fi- nita. Nella disamina presente adunque non andren;o sottilmente distirguerdo ciò che la variazione presen- ta in confuso. Se la idea accessoria, che la variazio- ne del verbo può significare in una desinenza etimo- logica è quella del tempo, è naturale a dedurre cle noi dobbiamo vedere che cosa è il tempo e in quante maniere il verbo può significarlo. Ora il tempo è uo spazio contenente un mobile , come il luogo è uno spazio contenente gl’ immobili : che cosa è un’ ora nel quadrante dell’ orologio? è lo spazio contrasegnato da 1 e 1l, contenente l’indice che si muove, e l'ora serza dubbio è un tempo, una ventiquattresima parte del giorno. Tenendo presente il quadrante dell’ oroio- gio, fotremo fare agevolmente tutte le distinzioni del tempo. Quello spazio, che contiene l’ indice mobile, mentre io lo contemplo, per esempio, tra 1 e 11, è pre- sente , perchè presente è parola composta da pre in latino prae, che significa avanti di rincontro, e senie participio di Sum, non corrente nell’ uso, onde prce- sente praesens significa ciò che è avanti o di rincon- tro al senso, per esempio, della vista. Il tempo pre- sente adunque è lo spazio col mobile so!topasto al senso. Considerando lo spazietto anteriore a quello, dove DELL’ ETIMOLOGIA 137 ora si truova l'indice mobile contrasegnato da XI[ e 1. ho l’idea di un contenente, in cui non vi è mobile, ima mi ricordo che vi fu con la memoria. Quello spa- zio è differente dall’ altro sopra descritto , in quanto, che pure è tempo, ma non presente al senso , sibbe- ne assente, e ricordato dalla memoria. In una parola è un tempo passato, da’ latini detto praeteritum, pa- rola composta da PRAETER tre volte avanti, o sempli- cemente oltre, e itum andato; perchè l'indice, che vi era, movendosi, è andato oltre. . Considerando lo spazietto, che è dopo II, contenuto tra Il e II, truovo un contenente senza indice mobile, ama so per lo ministero della memoria che un’ altra volta dall’antecedente spazio passò in quello, ‘e penso ora che allo stesso modo vi sia per passare. Questo spazio è tempo futuro, il quale si apprende nel pas- «sato, come è chiaro a comprendere. 0 Adunque il tempo presente è lo spazio di rincontro al senso, il tempo passato è lo spazio col mobile ri- cordato per la memoria dietro allo spazio presente , il tempo futuro è lo spazio col mobile ricordato dalla “memoria , dopo dello spazio col mobile presente. Il tempo passato può avere de’gradi secondo la mag- .giore o minore prossimità al tempo presente: così lo «spazio segnato da XII e 1 è più vicino al presente relativamente all’ altro spazio contrasegnato da XI e XII. Onde è chiaro che vi può essere un passato più vicino, un altro più lontano o rimoto. Similmente il ‘tempo futuro può avere de’ gradi secondo la maggiore o minore prossimità degli spazi posteriori al presente, «così lo spazio tra Il e III è Du vicino dell’ altro se- gnato tra III e IV. Di qui deducesi che vi può essere un futuro più vicino, un altro più lontano o rimoto.  ll passato e il futuro poi può essere cunsiderato assolutamente e relativamente. Dicendo, a modo di esempio, amari io amai, accenno ad un tempo passa- to senza alcuna relazione ad altro, ma se dico ama- bam io amava, intendo sì un tempo passato, ma non assoluto , sibbene un tempo passato, nel quale avven- gono due o più azioni, imperocchè con questa espres- sione amabam io amava, intendo dire, che io amava quando un altro scriveva. La stessa cosa dicasi del futuro, perchè dicendo: Ego seriberem io scriverei, nol dico assolutamente, ma in comparazione del st habe- rem tempus se lo avessi tempo. | Ecco tutta la teoria del tempo rispetto alla Varia- zione de verbi — Facciamone l'applicazione a’ verbi latini. — Nel così detto Modo ‘indicativo, che in Lessigrafia ho appellato Modo della proposizione principale, co- me pure dimostrerò nella Sezione seguente, la varia- zione del tempo presente pe’ verbi in 0, è amo, doceo, lego, audio, pe' verbi in or, è amor, doceor, legor, audior ; ondechè amo, per esempio , dinota l’azione dell’amore nel tempo presente, e amor lo stato del lamore, in cui ci troviamo, nel tempo presente. 2.° Amabam e amabar, docebam e docebar, le- gebam e legebar, audiebam e audiebar sono le varia- zioni del tempo passato relativo o comparativo , in quanto che amabam, per esempio, dinota l’ azione av- venuta nel tempo passato , nel quale tempo un' altra azione era compiuta, come è dire Ego amabam cum tu legeres io amava, quando tu leggevi. I grammaltici chiamavano questa variazione preterito imper fetto (ve- di I’ appendice alla Nuova Gram. Ragion. per la lin- gua italiana ). e Amavi, Docwi, Legi, Audivi ( non metto le va- riazioni de’ verbi in or che ne difettano, e invece si ricorre alle voci analitiche) sono desinenze di variazio- ne del tempo passato assoluto, ossia che amavi, per esempio , dinota che l’ azione avvenne in un tempo passato , nel quale tempo non pensiamo che un’ altra ne sia avvenuta. Nelle versioni di equipollenza questa desinenza latina si è fatta valere per amati e per ho amato., distinguendo le due forme con le nomencla- ture di passato rimoto e passato prossimo , ma in latino questa seconda forma non esiste etimologica- mente. 4.° Amaveram, docueram, legeram, audiveram so- ‘no tenute per desinenze etimologiche di variazione, si- gnificative del trapassato comparativo, detto da’ gram- matici più che perfetto, equivalente a î0 aveva ama- te, insegnato, letto, udito. Ma io ho delle forti ra- gioni per considerare siffatte parole composte dalla de- sinenza del passato assoluto amavi, docui, legi, audi- vi, e dalla desinenza significativa del passato compa- rativo di sum, cioè eram, come è chiaro dalla forma stessa delle parole. Con ciò i latini, mancando di va- stazione per significare questo tempo, supplirono con la composizione di due passati sufficienti a denotare un trapassato, appunto così, replicando un aggiunti- vo, come bello, bello, bello, si dà l idea di un super- lativo. Si riscontri sul proposito il citato Appendice alla Nuova Grammatica ragionata per la lingua italia- na pag.9 e seg. dove ho chiamato -questa forma Compo- sizione latina, per far intendere il trapassato relati- vo chiamato piucchè perfetto. Con questa forma sì fa intendere un passato anteriore rispetto ad'amabam, docebam, legebam, audiebam, ma è relativo o compara» tivo, in quanto che dicendo : ‘0 aveva amato amaveram, s'intende che io aveva amato nel temro in cui un altro avea letto , 0 leggeva. Invece dunque di più che perfetto, io Jo chiamo trapassato relativo, differente dal passato relativo, che dinola un tempo passato posteriore. 5.° Amabo e amabor, docebo e docebor, legam e legar, audiam e audiar, sono desinenze etimologiche significative del tempo futuro assoluto , in quanto che l azione o lo stato di siffatti verbi è contenuto in un ampo posteriore al presente. 6.° Amavero, docuero, legero, audivero sono te- nute per desinenze etimologiche di variazione, signifi- .cative di tempo futuro anteriore, in quanto che l’a- zione di essi verbi avverrà in un tempo avvenire pri- ma che un’altra ne avvenga, come ego amavero quun- .do tu ventes io avrò amato quando tu verrai, dov’ è chiaro che il tuo venire futuro sarà posteriore al mio amore avvenire. lo ritengo queste forme per composi- zione e non variazione, perchè è specchiata la distinzione de’ passati amavi, docu, legi, audivi con ero futuro assoluto di sum. Il che è secondo ragione, perchè, di- fettando di desinenza significativa di questo tempo, i latini associarono un passato ed un futuro per far intendere un futuro passato rispetto a un altro, o un futuro anteriore. Due avvertenze importantissime ca- dono qui in acconcio, la prima che spesso nelle ver- sioni dal latino in italiano, queste forme si fanno va- lere pel futuro assoluto , come amavero per amerò , docuero insegnerò ec. Ma ciò non deve far peso, per- «chè altro è il valore assoluto, altro è il relativo o sin- tassico delle parole. Il primo è quello che importa ap- purare in Etimologia : spetta alla Sintassi di dare ra- gione del secondo. La seconda avvertenza concerne la novità, per la quale ho trasportato questo tempo dal Modo Congiuntivo all’Indicativo de’ Grammatici, peroc- chè, come tutti sanno, nella Lessigrafia delle scuole in quel modo questo tempo è stato sempre allogato. Nel- l’ appendice citato ho prodotte le mie ragioni di que- sto cambiamento, e qui me ne valgono due, che sono le più facili. La prima che è dottrina ricevuta dai grammatici empirici, che il cum, quando precede l’in- dicativo, significa sempre quando, a differenza del cum innanzi a congiuntivo, il quale, se per equipollenza sì fa valere quando, nella versione il Modo passa all’In- dicativo. Da ciò deduco, che, se il Cum innanzi ad amavero sì traduce sempre per quando , è necessità riconoscere in esso un tempo dell’indicativo. La se- conda è I’ autorità di tutt'i grammatici moderni delle lingue vulgari, e specialmente italiani, i quali nella va- riazione de’ loro verbi allogano la corrispondente ver- sione al modo indicativo. 1.° Amarem, Docerem, Legerem, Audirem e le cor- rispondenti de’ verbi in or, amurer, docerer, audirer , sono tutte desinenze significative di un futuro relati vo, in quanto che l' azione e lo stato di siffatti ver- bi sì attuerà nel tempo, in cui avverrà una condizio- ne , onde questo tempo fu detto del modo condizio- nale. Che sia futuro non vi cade dubbio, perchè chi dice amerei, non dice certo che amò nel tempo pas- sato 0 che ami nel tempo presente, dunque intende dire che amerà. Che sia relativo apparisce dal per- chè, dicendo : ameret, resta incompiuto il senso, e non si compie senza soggiungere se potessi; Ego amarem si possem. Eccoci a giustificare quest'altra rovità, con la quale mettiamo al Modo indicativo questa forma di variazione, che i grammatici allogarono Al congiuntivo chiamandolo preterito imperfetto. Ma chi non vede la differenza, che passa tra la stessa desinenza nella 142 TERZA PARTE frase Ego amarem si possem io amerei se potessi ? Amarem nella sua posizione è molto diverso da pos- sem, perchè il primo vale amerei, il secondo potessi e non potrei. Affinchè dunque amarem significhi io amass, che è imperfetto del Congiuntivo, deve neces- sariamente essere preceduto da una congiunzione , il «che significa che per sua natura etimologica è un ‘futuro relativo, e non un imperfetto del corgiuntivo. Che poi questa forma appartenga all’ Indicativo è chia- ro dalla Sezione seguente, dove vedremo , che il così detto indicativo è Modo della proposizione principale, come il congiuntivo è dell’Incidente. Ora nella frase Ego amarem sì possem ognuno vede, che ego uma- rem è principale rispetto a st possem, la quale per la condizionale Si è incidente. Se non fosse principale Ego amarem , non ve ne sarebbe alcuna , il che è inconcepibile — Vedi Vol. I. del Nuovo Corso di Lette- ratura Elementare pag. 239 e segg. 8.° Amavissem, Docuissem, Legissem , Audivissem sono tenute per desinenze di variazione, significative del preterito più che perfetto del congiuntivo, a par- lare col linguaggio de’ grammatici. Ma queste voci pri- mamente non sono semplici, perchè si possono dire voci variate con desinenze significative, il che è chia- ro dalla decomposizione di amavi ed essem, docu ed essem ec. lo dunque le considero, come parole com- poste dalla voce del passato assoluto, amavi, docui, legi, audivi, e dal passato relativo del congiuntivo di Sum cioè essem , e da questa bizzarra unione di due passati, ne può risultare un passato anteriore. In secondo luogo osservo, che queste voci non sono de- stinate primitivamente a far intendere il passato ante- riore del Congiuntivo, sibbene il futuro relativo ante- riore, detto da’srammalici italiani condizionale passa-  19, ed equivalente a 10 @vrei amato, insegnato, letto, e udito. La qual cosa è chiara dal fatto, perchè, se | troviamo la seguente frase : Amavissem si habuissem opportunitatem avrei amalo se ‘avessì avuto l’ oppor- tunità, ognuno vede che amavissem vale un condi zionale, e che habuissem vale un più che perfetto , ron per sè stesso, ma per la condizionale St, che gli precede, ossia fa intendere i] trapassato sintassicamen- te. Di qui si vede quanto erronea era la pratica del- le scuole, che con la lessigrafia del Donatello insegna» va.a tradurre a’'giovanetti Cum .amarem conciossia» chè io amassi ed amerei, e Cum amavissem concios- siachè io avessi ed avrei amato, riferendo allo stesso conciosiachè Cum,tanto amassi quanto amerei, e tan- to avessi quanto avrei amato , perocchè amarem in senso di amerei e amavissem in senso di avrei ama- to .non può essere mai preceduto da congiunzione m} sta o copulativa. Ecco perchè nella mia Lessigrafia ho stabilito il numero e l’ ordine de’ tempi del Modo in- dicativo o della Proposizione principale nel seguente modo : 1.° Desinenze significative del Tempo presente 2.° del passsato relativo 3.° del passato assoluto 4.? del passato anteriore relativo 5,° del Futuro assoluto 6.° del Futuro anteriore assoluto 7,° del Futuro rela- tivo 8.° del Futuro anteriore relativo. ! . Nell’ Imperativo non riconosco tempo, perocchè des- so è una forma tutta sintassica, che fa intendere una proposizione, il cui verbo è di tempo presente al mod indicativo, come vedremo a suo luogo, I Nel congiuntivo si distinguono le desinenze signifi- cative de’ seguenti tempi. 1.° Amem amer, doceam docear , legam legar , audiam, audiar , le quali sono desinenze significative del tempo presente nel verbo della proposizione incidente, preceduto da una congiunzione copulativa e nella versione presentano due forme cioè che to ami e ssa amato, che to insegni o sia insegnato ec. e 1 altra del Gerundio, che è un modo proprio italiano, come amando, ed essendo amato to ec. &amp;.° Amarem amarer, docerem docerer , legerem iegerer, audirem audirer , sono tenute per forme di variazione, significative del passato relativo, ma,come ab- biamo veduto , non hanno questo significato, se non quando sono precedute da congiunzione mista ( pag. 141 ). Esse hanno in italiano due versioni, una let- terale cioè che io amassi o fossi amato, legessi 0 fossi letto ec. e l’altra di equipollenza o a senso aman- do 0 essendo amato. 3.° Amaverim , docuerim, legerim, audiverim , sono parole composte da amavi, docui, legi, audi e da erim antica voce di sum invece di fuerim, e si fanno valere per un passato assoluto del congiunti- vo colla duplice versione che io abbia amato,insegnato, letto, udito, od avendo î0 amato, insegnato ec. 4.° Amavissem, Docuissem, legissem , audivissem, sono voci composte, come abbiamo detto nel num. 8. pag. 142 e solo sintassicamente, cioè, quando sono pre- cedute da congiunzione possono far intendere il pas- sato anteriore relativo con una duplice versione: che 10 ‘avessi amato , insegnato , letto, udito, ed avendo io amato , insegnato , letto, udito ec. I grammatici dopo di avere dichiarato l'infinito per una voce di verbo con significato indefinito, ossia che non ha finito tempo, finito numero, e finita per- sona , distinsero in esso due tempi, cioè presente ed imperfetto in amare , docere, legere, audire, e pre- terito perfetto e piucchè perfetto in amavisse, docuis- se , legisse, audivisse. Nell’appendice alla grammatica ragionata per la lingua italiana ho dimo» strato che queste voci possono avere una forza tutta sintassica nella risoluzione della proposizione infinita in finita e niuna forza etimologica significativa di tem- po. Intanto, come vedremo, l’ infinito, comunque radi- cale del verbo, per la maggiore indeterminazione del suo significato è un vero Modo, e si dice Modo infi- nito , opposto al Modo finito. I e I participi non significano tempo, come l’ infinito , perchè sono parole derivate e non variazioni di verbo; come vedremo nella quarta Parte di quest'Etimologia, quantunque sintassicamente facciano intendere una proposizione incidente, il cui verbo sarà di tempo pre- sente o passato o futuro. Delle Desinenze etimologiche de’ verbi latini per DOPPIA VARIAZIONE. Io chiamo desinenze etimologiche del verbo per dop- pia variazione tutte quelle, che aggiungono qualche nozione accessoria di tempo alla nozione del tempo medesimo, significato dalla variazione regolare. 1 Lati- ni aveano diverse desinenze di questa natura, delle quali eccone alquante : 1.° Dando al verbo la desinenza sco si formano i ‘così detti incoativi, ossia verbi che alla nozione del tempo aggiungono I’ accessoria del princimo o del cominciamento , come da caleo io sento caldo , sì forma calesco io comincio a sentir caldo, così da frigeo io sento freddo si fa frigesco , da palleo io impallidisco si fa pallesco, da rubeo io sr si fa 1 : rubesco, da oleo io olisco si fa olesco, da tumeo gi fa tumesco ec. ‘.2,° Da un verbo se ne forma un altro, alterando la desinenza del primo in to tto, onde ne risulta» no i così detti frequentativi, ossia ‘verbi che, varian» dosi a questo modo , aggiungono all’ idea del tempo quella della ripetizione, che si esprime con l’avverbio di tempo saepe spesse volte. Così da clamo chiamo ad alta voce, clamito io chiamo spesso , da voco si fa vocito, da cano si fa canto, da dico si fa dicto, da habeo sì fa habito , io ho spesso, e per traslato io abito , da crepo si fa crepito, da cieo si fa cato ec. lo sono di credere, che non solo la desinenza to, sto sia frequentativa, ma ancora qualche altra, impe» rocchè una tale variazione ha per radicale il supino del primo verbo, da cui i frequentativi sono formati. Ora non sempre il supino ha la desinenzain tum, ma qualche volta in sum, come pulsum di pello, da cui è pulso pulsas frequentativo di pello pellis. Curso as, è fre- quentativo di curro , che al supino fa cursum. Nè esta che Cursito sia frequentativo di Curso , perchè frequentissimi s’ incontrano nell’ uso della lingua lati» na ì frequentativi de’ frequentativi, così, per esempio, nessun dubbio cade che dicto as è frequentativo dij dico dictum, eppure da Dicto si fa Dictito. A questa medesima variazione de’frequentativi deb» bono ridursi alcuni verbi variati in esse e îsso, come facesse da facio, capesso da capio, e Plauto usò Grae- cisso, Sicilisso, e Atticisse , anzi da Sicilisso formò Sicilicissito , sebbene pare che questa desinenza rac chiuda ancora la nozione d’ imitazione de’ costumi di Grecia , di Atene e di Sicilia , la quale imitazione sj tompie per la ripetizione de’ medesimi atti. INTORNO ALLE DESINENZE SINTASSICHE NELLA VARIAZIONE DE' VERBI LATINI. Ingrammatica,come accennammo fin da principio, era ritenuto che il verbo, conjugandosi, venisse a significa- re i numeri e le persone, onde dicevasi che il verbo dovesse accordare col nome in numero e persona , ossia che il verbo si dovesse mettere nello stesso nu- mero e nella stessa persona del nome. Con le quali espressioni era esplicitamente ritenuto che ìl verbo , come il nome, variandosi, significasse per conto proprio la quantità discreta, cioè l umità el numero , € la persona prima, o seconda, 0 terza, come inomi per- sonali primitivi Ego, Tu, Ille. La qual cosa quanto sia assurda si può rilevare dal riflettere, che l' aZio- ne e lo stato, significato principale del verbo , non è una nè più, perchè queste nozioni di quantità conven- gono alle sostanze e cause, delle quali unicamente sì può domandare quante e quali sono ? In secondo luo- go l’azione e lo stato non sono persone, perchè non sono esseri intelligenti e liberi , oltracciò tre e non più sono i personali primitivi Ego, Tu, Sui ( pag. 49). Se egli è così, il Verbo non può avere desinenze eti- mologiche significative di siffatte idee come accessorie, perchè l idea principale della radice non può soste- nerle. Ma è un fatto che amo, per esempio , sì va ria in amas, amat, amamus, amatis, amani, e con amo si mette in accordo EGo, con amas TU, con amat ILLE, con amamus si mette Nos, con amatis si met- te vos, con amant ILLI , e non serbando quest’ ac- cordo, si commetterebbe.la più grossolana sconcordanza. Se dunque tutte queste desinenze non sono significa- tive di qualche cosa, debbono certamente essere sin- tassiche,ossia indicative degli accordi,in quanto che, se truovo amo, debbo intendere ego , se amas, intendo tu e via dicendo. Adunque diremo che il verbo non ha nè numeri, nè persone, ma ha desinenze, le quali ci fanno pensare a’ nomi personali primitivi singolari e plurali, e che allora vanno bene accordati, quando con un nome personale si adopera la desinenza del verbo stabilita dall’ uso. Che cosa è dunque la Concordanza del Nome col Verbo ? non è che l’ uso della desinen- za del verbo convenuta per ciascuna persona, e que- ste desinenze sono sei per ogni tempo, come sei sono i nomi variati singolari e plurali. Variare adunque un verbo, o, come dicevano i grammatici, conjugarlo, non significa altro che studiare le concordanze de’ nomi co’ verbi variati nelle sei desinenze. La desinenza indicativa della seconda persona sin- golare e plurale finisce in s, come amas, amatts: dite che quella s dinota scconda : e direte che la terza desinerza indicativa detta ferza persona singolare e plurale finisce in t, che vuoldire terza, come amat amant, salvo la seconda desinenza del passato assoluto, che fa in sti come amari amavisti. Gli stessi verbi in or nelle desinenze indicative della seconda persona .singolare ritengono la s, per la terza prendono la r, come amaris, amatur, amantur. In secondo luogo si è detto , che il Verbo, varian- dosi, diviene pertinenza di Modi diversi. La prima par- tizione generale è del Modo fimito, e del Modo infi- mito. Il Modo finito abbraccia l’ Indicativo , ? Impe- rativo, l’ Ottativo, e’1 Congiuntivo secondo i gramma- tici, il Modo Infinito è il radicale del verbo, come a- mare, decere, legere, audire, e amavisse , docuisse, legisse, audivisse e il me esse , vel fuisse amatu- rum ec. La prima cosa da esaminare è, che cosa si debba intendere per Modo, parlando di Verbo ? La nozione, che ne hanno dato i grammatici, è così confusa che invano cercate di formarvene un’idea distinta. Nel mio Nuovo Corso Par. I.* Vol. I. ho provato che il Modo èuna variazione del verbo, per la quale appren- diamo che la proposizione è principale o incidente: 1’ incidente poi o è Dee o infinita. La proposizione ‘finta ha il verbo al Modo finite, cioè all’Indicativo, all’ Imperativo, al Congiuntivo, la infinita ha il ver- ‘bo al Modo infinito amare, legere, scribere. La pro- posizione principale è sempre finita, ed ha il verbo ‘al solo Modo indicativo variato ne’ suoi otto tempi. La ‘Incidente finita è il verbo all’ Imperativo ed al Con- giuntivo. Fu perciò che io chiamai, come intendo chia- mare, l’ Indicativo Modo finito della proposizione prin- cipale, e I Imperativo e Congiuntivo Modo finito del- la proposizione incidente — Questa teoria razionale sa- rà ampiamente dichiarata in Sintassi, dove si compren- derà meglio il valore di finito ed infinito, parlandosi di proposizione. Di qui è chiaro che la variazione del verbo in modo sintassico racchiude desinenze indica- tive della maniera, come noi, parlando, ci proponiamo di dire le cose, delle quali parliamo — La prima va- riazione dunque del verbo è pe’ Modi , ogni Modo si varia pe tempi, ogni tempo si varia per le persone singolari e plurali. Allorchè dunque incontriamo un Verbo , la prima domanda a fare concerne il Modo, la seconda i Tempi , la terza le persone singolari e lurali. | i Cade qui la quistione se si debba riconoscere per Modo diverso dal Congiuntivo il così detto ottativa , perchè nella Lessigrafia delle scuole per modo a par- te viene riconosciuto. Nel Nuovo Corso Part. 1.* Vol. I. pag. 341 e seg. ho provato ad evidenza che |’ otta- tivo non si debba considerare, come un Modo diffe- rente dal Congiuntivo, perocchè in quanto a forma di verbo in nulla differiscono, e solamente ne’ costrutti le stesse voci del Congiuntivo precedute da Utinam , che si traduce Dio voglia o volesse, si vorrebbero co- stitutive di questo nuovo Modo. Se dalle parole, che precedono o seguono una voce di verbo, sì dovessero distinguere i Modi, questi sarebbero infiniti, come in- finite sono le combinazioni delle parole. Ora chi po- trebbe sostenere da senno tanta scempiaggine ? Con- chiudo che l’ ottativo non è Modo , come non sono Modi i così detti Potenziale e Permissivo, perchè l'i dea della potenzialità e della permissione, accedenti alle voci del Congiuntivo, risultano dal nesso logico , e dalle ragioni sintassiche — Simili nomenclature in- ‘ventate per distinguere, dove non v'è luogo, è un’ar- semonio della superficialità dell’ empirismo gramma- Uicale. Poche osservazioni intorno alla formazione de’ verbi in OR. Ciò che abbiamo stabilito per la variazione de’ ver- bì in 0, va detto ancora per quella de’ verbi in or in generale senza aver riguardo se significano Stato, co- me ì così detti passivi, o azione. come i così detti deponenti, o stato e azione in diversi costrutti come ì così detti comuni — Quello che importa notare in questo luogo si è che le voci de’ verbi in or altre sono concrete, altre astratte. Le voci concrete sono quelle, che racchiudono il verbo Sum e’ participio in DELL’ ETIMOLOGIA 151 us, come amor equivalente ‘a sum amatus, le astrat- te sono il verbo Sum e’l participio ; nelle quali si risolvono le voci concrete. de 6 17 sai, Ora la variazione ha luogo nelle sole voci concre- te, perchè le voei astratte sono variazioni di Sum e del participio, che è parola derivata in forma di 4dg- giuntivo. I verbi in Or dunque sono variabili ne’ se- guenti tempi de’ rispettivi Modi — 1.° Nelle desinen- ze del tempo: presente: e pussato relativo dello Indi- .cativo e Congiuntivo, Amor amer , amabar: amarer. 2.° Del futuro assoluto e del futuro relativo Amabor amarer del modo. indicativo. 3.° Nell’ Imperativo. la tutto il resto nen sono dessi variati, perchè mancano le voci concrete. L’ Infinito de’ verbi in or si fa ter- ‘ minare in #, amari, doceri, legi, audiri, e queste vo- cì sono ancora concrete , de cui si formano tutte le altre, variando, ma questa desinenza:in quanto alla for- mazione de’ tempi non .ha la stessa dignità dell'infinito ‘in re, onde i grammatici insegnarono che la forma- zione de’ tempi. de’ verbi: deponenti si deve fare, sup- ponendo un verbo in o, che ha lo infinito desinente In re. Importa ancora avvertire che non senza ragione in Lessigrafia nella variazione de’ verbi in or abbiamo . corretto, come sbaglio, l’ allogamento che i grammatici facevano del Sum al passato assoluto , dell’ eram al passato anteriore relativo, dell’ ero al futuro anterio- re assoluto , dell’ essem .al futuro anteriore relativo , del Sim al bi assoluto del congiuntivo, dicendo Ego sum vel fui amatus, ego eram vel fueram ama- tus, ego ero vel fuero amatus, ego essem vel fuis- sem amatus, ego sim vel fuerim amatus ed all’ in- finito me esse vel fuisse amatum, imperocchè sum è presente e non passato, come dunque può significare un passato assoluto ? Similmente Eram è passato re- lativo , come può significare un trapassato ? Sarebbe lo stesso che dire essere le medesime cose sum e fut, eram e fueram, ero e fuero, essem e fuissem , sim e fuerim. Nè giova il dire che pel participio queste voci dinotino il passato , perchè il participio , come vedremo, non significa tempo. Stando all’ Etimologia Ego sum amatus equivale a to sono amato , ossia è identico ad ego amor, che si traduce 10 sono amato. Similmente, stando all’Etimologia, ego eram amatus., vale io era amato, come amabar ‘e via dicendo. È vero che spesse volte dobbiamo tradurre ego sum a- matus per î0 sono stato amato, come ego eram ama- tus per î0 era stato amato , ma ciò in nulla dero- ga alla nostra dottrina, perocchè, se io potessi provare che s’ incontrano esempi, ne’ quali sum ama- tus si fa valere pel tempo presente, eram amatus pel passato relativo o imperfetto , mi si dovrebbe conce- dere, che negli esempi, dove il primo vale un passato assoluto, ed il secondo un passato relativo anteriore, il senso è sintassico e non etimologico, ossia che quel- l’idea di passato si dà per lo nesso logico del costrut- to. Ora gli esempi non mancano per provare la mia supposizione, e quindi la tesi resta dimostrata. Sì riscon- tri sul proposito la Prima Parte del Corso Intorno ALLA VARIAZIONE DE’ NOMI PERSONALI. &gt; PRIMITIVI. I Nomi personali primitivi hanno desinenze etimo- logiche e sintassiche, le prime significative , e le se- conde indicative. In Lessigrafia ne abbiamo dato il quadro di Variazione, ondechè in questo luogo ci li- miteremo a poche osservazioni. E primamente, che Ego, Tu, Sui non hanno desi: nenze significative di sesso, dicendosi egualmente Ego e Tu pel maschio e per la femmina, e ciò ragione- volmente, perchè, essendo la prima e seconda persona chi parla, e chi ascolta, non si può fare distinzione degli accessori, che non entrano nel divisamento astrat- tissimo de’ primi soggetti del discorso. Ego e Tu hanno desinenze significative di quantità discreta, cioè di unità e di numero, come pure di re- lazione in mei e tui, mihi e tibi, nostri e vestri, nobis e vobis. ne " u Hanno desinenze. sintassiche pe’ primi termini di proposizione finita e infinita, singolare e plurale Ego me, Tu te, Nos nos, Vos vos, come pure pe’ termi- ni di rapporto me me, nos nos, te te, vos vos, Mancano di variazione significativa di quantità con- tinua o di qualità. na —. Sui manca di primo termine di proposizione finita, ed ha sola la desinenza sintassica del primo «termine di proposizione infinita Se, la quale è pure secondo ter- mine di rapporto. . aa Ha desinenze significative di relazione Sut e Studi , e manca delle significative di sesso, come pure della significativa di quantità discreta, perocchè si adopera ‘egualmente per una terza persona e per più, Sut di sè e di loro, Sibt a sè e a loro, Se siosè e loro, Se da sè e da loro. CAPO V. InToRNO ALLA VARIAZIONE DE’ PRENOMI LATINI. 1 Prenomi latini, come gli aggiuntivi, hanno variazio- ne per desinenze sintassiche e non etimologiche, perchè è loro ufficio di determinare i Nomi, e non esistono nel discorso per conto proprio. Quindi non hanno de- sinenze significative di quantità, di sesso, di qualità, di relazione, ma ne hanno indicative di accordo co’ no- mi, cui si riferiscono — In questo i prenomi convengo- no in tutto con gli aggiuntivi in modo che , quanto abbiamo stabilito intorno a questi ultimi sotto il ri- spetto della Variazione, va ancora applicato a quelli, salvo poche differenze, di cui ci occuperemo breve- mente in questo luogo. ‘In primo luogo ì prenomi sono in qualche cosa dif- ferenti dagli aggiuntivi nelle desinenze, perchè alcu- ni per esempio hanno Ja prima desinenza di accordo col nome maschile diversa da quella degli aggiuntivi .come ille, ipse, iste , hic, îs, qui, e tra questi al- cuni hanno la prima desinenza di accordo col nome identico ne’primi termini, onde dle e iste, qui e quis fanno illud , istud , quod e quid, ec. Nella seconda desinenza di accordo con la seconda de’ nomi singolari sono quasi tutti differenti, come pure nella terza , perchè in quella fanno in us come illus, istius, hujus, ejus, cujus, solius, totrus, alius, alterius cc. e nella terza ini come ssti, illi (eccetto hic che fa hutic) cui, toti, soli, ali, alteri ec. i . Nella quarta desinenza alcuni ‘si wniformano agli aggiuntivi, altri se ne differenziano, come hic fa hune hane , qu fa quem quam ec, Veggansi i quadri di variazione nella Lessigrafia, — Or perchè questa differenza di desinenze nella Va riazione de’prenomi? Per la ragione che abbiamo ae- cennata a pag.107 cioè per avere una norma più si» cura di ritrovare il nome, a cui si possano riferire gli | Aggiuntivi di variazione irregelare, quali sono tutti quelli, che non hanno alla prima desinenza us, 4, um. Ecco perchè ne’primi esercizi di lessigrafia è uo» po variare i nomi congiunti ad uno di siffatti preno- mi, affinchè, associandosi le desinenze di accordo, in difetto degli aggiuntivi potessimo senza difficoltà sco» prire il nome nel discorso. Onde saggiamente i nostri pedanti erano scrupolosi nella variazione de’ nomi di accoppiarli ai prenemi hie o ille, imparando a dire haec acqua P acqua, hic mulus il mulo, hoc tem- plum il tempio, continuando la duplice variazione ft- no all'ultimo. Ed io vorrei che il prenome si accep&gt; lasse ancora con gli aggiuntivi, come ho praticato in Lessigrafia, e abituare i giovanetti a dire hic bonus, haec bona, hoc benum ee. oppure hic mulus bonus, haec mula bona, hoc templum bonum, affinchè dalla continua agsociazione di questi accordi in occasione di una .desinenza i giovanetti si ricordassero ancora delle altre, e, quando il costrutto è figurato, si sapesse intendere il nome che manca. Ecco a quale ufficio importante sono destinate queste differenze , che agli empirici pajone di si lieve momento. Dì qui si com- prende il fondamento di quella regola de’ grammatici italiani che il genere e i numeri de’ nomi si conoscono dall’ articolo, ossia dal prenome 31 lo la, equivalente è ile, illa, ld. In secondo luogo è daosservare cheiPrenomi non han- ne variazione per desinenze diminutive e accrescitive, migliorative e peggiorative, comparative e superlative, come gli aggiuntivi di qualità e quantità continua , benchè s° incontri qualche esempio, come ipsissimus , H quale si deve intendere formato più per ischerzo che da senno, come in italiano diciamo per fempissimo e stessissimo.A pag.118ho detto che tantisper e paulisper hanno fisonemia di diminutivi per la versione italiana, che fa valere il primo per un tantino, el secondo per un pocolino.—Io li terrei per tali nel senso stes- so che ‘psissimus e pertempissimo si hanno per su- perlativi, AVVERTENZA. Badino î precettori a far notare scrupolosumen te a'loro discepoli le differenze delle ragioni Sintassiche dall’Etimologiche nella Variazione de’ Nomi, de Verbi, degli Aggiuntivi ec. E, se da principio non potranno smettere l'antico linguaggio, si servano pure di quel barbaro tecnicismo, ma abbiano almeno la sollecitu- dine di definire quelle parole nel proprio valore. St ritenga pure la nomenclatura, per esempio, di genere neuro , comune ec, ma facciasi intendere a’ giova- netti quello che significano — Niente più nuoce al buon metodo quanto la confusione e l'oscurità nelle nozioni fondamentali. DELL’ ETIMOLOGIA ai PARTE QUARTA Hntorno alla Derivazione delle parole latino La Derivazione è il secondo modo generativo di una ricca e sterminata famiglia di nuove parole, dif- ferenti dalle parole generate per variazione. La filo- logia empirica non ha saputo finora rilevare le diffe- renze di queste due maniere, chiamando indistitamen- te parole derwwative, tutte quelle che da altre sono for- mate. E, quantunque si fosse stabilito che alcune parole, comei nomi e gli aggiuntivi sì declinassero, e i verbi si conjugassero, mentre gli avverbi e le congiunzioni te- nevansi per indeclinabili, pure non fu veduta la natura di certe parole , . che egualmente si derivano dalle variabili e dalle invariabili. La Derivazione infatti eser- cita un impero più esteso, e sottomette alla sua giu- risdizione anche le preposizioni e gl’interposti, che a detta de’grammatici sono indeclinabili. La Variazione e la Derivazione ‘convengono in quante che entrambe si attuano per un’ alterazione di desi- nenza della loro radice 9 radicale, e ciò per accre- scere la idea primitiva della radice di tante idee ac- cessorie, Ma, se variare è differente da derivare , le | parole variate dovranno essere differenti dalle deri- vate. E, benchè la yariazione e Ja derivazionesi com- piano per alterazione di desinenze, la differenza de’loro prodotti deve ripetersi dalla diversa natura dell’ altera- zione e dalla diversa maniera di aggiungere al radicale un’ idea accessoria. | La variazione alterando le desinenza della radice non ne altera la natura, in guisa che, se la radi- ce è nome, nome è la parola variata, che ne risulta, come Dominus, Domini, Domino, Dominum, il quale è sempre nome della quarta variazione , e non altra parola differente, ossia che appartenga ad altra classe in quanto alla forma. | La Derivazione al contrario, alterando la desinenza ‘della radice, la riveste di una forma, per la quale ap- partiene ad un’ altra classe , -inguisachè se la. radice è nome, il derivato è 'aggiuntivo o viceversa. Vi sono derivati che conservano la forma delle loro radici , in:quanto che da una parola in forma di aggiuntivo può derivare una parola in forma di aggiuntivo, come da Stingulus deriva Singularis, da Unus deriva Umicus, ma vol vi guarderete bene di credere che ciò avvenga ‘allostesso modo, come avviene nella Variazione, impe- ‘rocchè, se qui non vi è differenza dal lato della for- ma esteriore delle parole, ve n° è un’ altra più im- portante del lato della significazione. Che sia così, la parola Singularis, per ‘esempio, che è derivato ‘da Sin- ‘gulus , a, um, significa, primamente Singolo, ossia ritiene il significato della radice, secondariamente racchiude la preposizione De di, come vedremo ; e..-ol- tre a questo fa intendere il nome, a.cui si riferisce la radice Singulus, in guisachè incontrandoci in que- sta frase: Virtus. singularis. virtù singolare, in forma analitica equivale a Virtus hominis singuli virtù di uomo singolo. La Variazione non è così, ma se ag- giunge un’idea accessoria e mette in relazione la pa- rola variata con un’altra, è per conto sempre della radice : significa un’ idea e non più, mentre la De- rivazione in questo caso fa intendere un intero co- strutto, come Virtus singularis fa intendere virtus hominis singuli. Dal che è chiaro che la variazione racchiude idee : la derivazione, quando non altera la forma delle parole, racchiude costrutti, ossia giudizi , o in altri termini la Variazione racchiude parole per sua natura, la Derivazione, in questi soli casi , rac- chiude proposizioni, Oltracciò le idee accessorie della Variazione hanno stretto legame con 1° idea della radice, non così le idee accessorie della Derivazione, come risulterà dall’ inte- ro traltato. — i Quindi è che non basta dire questa o quella paro- la è derivata, ma il più malagevole è di ricercare qua- li idee la derivazione racchiude in certe desinenze. lo cercherò di essere scrupoloso in questa spinosa disa- mina, e chieggo anticipatamente scusa, se qualche vol- ta al difetto de dati certi supplisco con la mia opinio- ne, della quale io lascio ad ognuno di fare quel con- to che crede, senza che mi adontino le altrui osser- . vazioni, quando fossero ragionevoli. | . La Derivazione, come la Variazione, può essere sem- plice o multiplice. La derivazione semplice è delle prime parole derivate da una qualsiesi radice, la mul- tiplice è una Derivazione di desinenze, in cuì la radicale è la stessa derivata. Così poeta, per esempio è immediatamente derivato in forma di nome da un ver- bo greco : poeticus è un derivato di derivato , cioè ha per radicale poeta, che è derivato da pieo. Voi po- tete distinguere la derivazione di derivazione in quel- la di 1.° di 2.° di 3.° grado ec., secondo che l’ ulti- ‘ mo derivato si allontana dalla prima radice, ed ecco perchè nello stabilire che io faccio le principali radi- ci o radicali, dalle quali parte ogni specie di derivazione, ne riconosco alcune ancora derivate. Queste poi sono 1.° 1 Nomi e tutte le parole derivate o composte in forma di nomi. 2.° I Verbi. 3.° Gli Aggiuntivi e tut- te le parole derivate o composte in forma di Aggiun- tivi. 4.° I Prenoma in gran parte per una specie di derivazione. 5.° Le Preposizioni. 6.° Gl’Interposti per alcune parole onomatopeiche. Quindi andrò a dividere .3l presente trattato in cinque Capi. Intorno ALLA DERIVAZIONE DA’ NOMI LATINI E DALLE PAROLE DERIVATE IN FORMA DI Nomr. Sotto la parola Nome io qui comprendo tutti no- mi propriamente detti della classe Categorica, di cui parlammo nella Prima Parte pag. 24, e seg. come pu- re i nomì personali primitivi e tutte quelle parole, che derivano da altre parole in forma di Nomi, come frue biada, tactus tatto, dictum detto, lectura lettura, Lea la legge, ec. parole tutte formate da verbi, e che hanno le variazioni de’ Nomi — Dai Nomi posso- no derivare le seguenti parole 1.° i verbi, 2.° molte” parole in forma di aggiuntivi — Dividerò quindi il pre- sente Cayo in due articoli. Intorno alla derivazione de’ verbi da’ Nomi. A chi ben considera le parole, si presenta una ric- ca famiglia di verbi derivati da’ nom1 o da parole de- rivate in forma di nomi. Io ne produrrò qualche esem- pio, verrò dopo ad alcune quistioni importanti. | ‘ 1.° Da Os oris la bocca, deriva oro, as, che si fa valere per pregare , ma questo significato è metafo- rico, perchè orare propriamente significa, muover la bocca, far uso della bocca, cioè parlare, onde l’ Ora- zione da Oratio, derivato da oro, è un discorso pro- nunziaio. | | 2.° Fimio finîs, verbo che significa finire o termi nare, è da finis il fine o la fine. 3.° Dominor, aris, dominare signoreggiare, è da Dominus Signore 0 pa- drone, sicchè Dominor è pure il padroneggiare. 4.° Domo as, ui, domare è derivato da domus casa, sicchè do- mare etimologicamente significa domesticare, ma sic- come ad addimesticare una fiera è uopo ricorrere al- le bastonate , domare si disse nel senso dell’ italiano domare. 5.° Sono as, che si fa valere sonare, è de- rivato da sonus suono , ande sonare equivale a far suono. 6.° Frigesco e frigeo è derivato da frigus fred- .do, e vale io sento 0 comincio a sentir freddo ; così gequiesco io riposo , da requies riposo , tumeo e tu- mesco da tumor tumore, palleo e pallesco da pallor pallore. 7.° Germino as, germogliare da germen ger- me o germoglio. 8.° Stercoror aris , concimare ì cam» pi da Stercus sterco concime. 9.° Fulgurat lampeg- gia, da fulgur folgore lampo. 10.° Juvo ajuto e gio- vo, da Jupiter Jovis Giove, il quale, essendo potente, poteva ajutare i deboli e dilettarli. Sedeo io seggo da sedes sedia. 11.° Accuso as, accuso , chiamo in giu= dizio, metto in causa da Causa causa, dicasi lo stes- so di Incusare. 12.° Aniîmo as, animare dar fiato da animus o da anima animo o anima. 13.° Humo as, sotterrare da humus terra fango. Dalla stessa ra- dice è humeo io mi bagno, mi rendo umido come il fango , quindi humesco , frequentativo. 14.° Mercor arts, mercanteggiare, da merc merce. 15 ° Negotior ‘aris , negoziare trafficare da negottum negozio. 16.° Stbilo as, sibilare, fischiare, da Sibum il sibilo o fi- schio ec. 1 Alcuni verbi derivati da’ nomi non esistono nell’uso, benchè frequentissimi sieno i loro derivati, che si deb- bono riattaccare alla prima prima radice — Così Vio as, derivato da via la via, non esiste variato nell'uso, ma ben si truovano viandus, vians, viator, viatrix, viatorius ec. Riferire tutti verbi derivati da’ nomi è opera mala- ‘ gevole, perchè importerebbe un Dizionario, io dunque ‘darò delle norme e regole per altro empiriche, per avere una guida a siffatto discernimento, e queste so- ‘no due; la prima è questa : quando il verbo si può risolvere in un nome, che non ‘sia suo verbale, la cui forma sarà esaminata nel Capo II., si può tenere da quel nome derivato, così fimo. da fine: sedeo da s8e- des , e tutti riportati ad esempi. La seconda è que- st’altra : se tolta la desinenza 0, 0 re dell'infinito vi rimane un nome, tengasi quel verbo per derivato. Così da orare tolto re resta ora variazione di os oris la bocca, | La seconda quistione concerne ladifferenza che sa tra il verbo concreto, derivato dal verbale, e il verbo eoncreto che deriva da un nome diverso dal ver- DELL' ETIMOLOGIA 163 bale. Se il nome da cui deriva il verbo dinota l’i- dea astratta semplice dell’ effetto, come Sonus il suo- no, finis il fine, sibilus il sibilo, i verbi che ne de- rivàno, come Sono das, Finio is, Sibilo as, sono con- creti derivati dal verbale, e però valgono facio sonum, facio finem, facio sibilum. Se poi il nome, da cui de- riva il verbo, è un nome concreto, che dinota sostan- za o causa, come Res rei la cosa, da cui deriva Reor ’reris io penso, allora il verbo derivato non è identico al verbo concreto,detto di sopra, e nella traduzione non si può far valere per facio seguito dal nome come ver- bale, ma per un costrutto intero, secondo che richiede ll nesso logico. Così humo as, derivato da humus non si può tradurre per ego facio humum, ma per sotterra- Te, ossia per ego facto effossionem in humo io faccio lo scavo in terra per seppellirvi alcuno. La terza quistione adunque, che riguarderebbe il primo significato racchiuso dalla derivazione de’ verbi da’ nomi, in parte è risoluta. Soggiungo che niente è più incerto del significato di tanti verbi derivati, i qua- hanno per lo più un valore relativo), dedotto dal senso, ossia dal costrutto , e perciò tutto sintassieo , in quanto all’ uso, benchè tutto poi si fondi sul va- lore etimologico e primitivo degli elementi della deri- vazione. Quindi dGducsii che nel compilare i Dizio- nari se meritano scusa, e in certo modo anche lode i Lessicografi, che riportano tanti’ esempi raccolti daì classici, per far intendere i diversi significati de’ver- bi derivati da’ nomi e da altre parole, sono degni di rimprovero, quando non si dànno briga al mondo di ricercare il valore primitivo, che serve di nodo &amp; tutt'i significati relativi e sconnessi. &lt; Intorno alla derivazione delle parole in forma di acciunTIrIi da' Nomi. Tutte le parole, che derivano da’ nomi in forma di aggiuntivi non possono essere aggiuntivi in senso mero e proprio, perchè la derivazione non può rac- chiudere in una desinenza l’ idea di qualità o di quan- tità, nozioni che la sola variazione può affidare ad un alterazione del radicale, pag. 100 e seg. Ma che si deve intendere per parola derivata in forma di ag- giuntivo ? Se è derivata da nome, è un nome, a così dire, prolungato nella sua desinenza con la variazione di un aggiuntivo, così Mei seconda desinenza di Eco prolungato fa meus, mea, meum, Tur fa tuus, Sur fa suus ec. Or se la derivazione non può racchiude- re nelle parole derivate in forma di aggiuntivi le no- zioni di qualità o di quantità, si vuol sapere quali al- tre vi racchiude? A procedere razionalmente io faccio motare che questa specie di derivazione, la quale dà alle parole la forma di aggiuntivi, si fa sempre in grazia di un nome, a cui il derivato si riferisce come sua determinazione, ed è per questo che in forma di aggiuntivo accorda con esso in tutte le sue desinenze, come un vero aggiuntivo. Ciò posto è agevole a de- .durre che il derivato, contenendo un nome, che è quello da cui deriva, e riferendosi ad un nome, non può significare che una relazione , che passa tra no- me e nome, ossia una relazione che ha per segno una, delle preposizioni, che a pag. 41 chiamammo preposi- zione del nome, cioè relazione di dipendenza, che ha per segno Di, di compagnia che ha per segno Con, di disunione, che ha per segno Senza, perchè simi li relazioni sono e non possono essere , che tra so- stanze e sostanze, cause e cause. Potrà il derivato avere ancora qualche altra idea accessoria, ma non mancherà certamente di significare una di queste relazioni—A me pare che la relazione dominante nella derivazione de- gli aggiuntivi da’ nomi sia quella di dipendenza, in guisacchè un aggiuntivo così derivato equivalga in la- tino alla seconda desinenza de’ nomi detta Genitivo , e in italiano ad un nome preceduto dalla preposizio- ne Di. lo andrò producendo degli esempi delle desi- nenze più comuni di questa derivazione. Prevengo che tante volte è malagevole a distinguere la Derivazione dalla Composizione, perchè molte desinenze, che a pri- mo aspetto sembrano derivative, sono vere parole ele- menti di composizione. A scanso di equivoco io la ri- peto con avvertenza opportuna per ridurle all’ una o all’ altra, secondo che più aggrada senza decisione. Lista delle desinenze derivate dalle parole derivate in forma di aggiuntivi da’ nomi. 1.° In 4LIs, ELIS, 1LIS. Esempi. Da Pastor pastore astoralis di pastore, da Caput capo capitalis capita- e, da fides fede, fidelis fedele, cioè uomo di o con fede, da anus vecchia, amilis di vecchia, da aqua ac- qua, aqualis brocca di acqua. 2.° In 4nus, ENUS, inus. Esempî. Da Mons monte montanus montano di monte, da Terra terra terre- nus di terra, terreno, da Alpes alpe Alpinus alpigia- no di alpi, da Urbs città urbanus urbano di città, da anser oca, anserinus di oca, da arca cassa arcanus di cassa, e per similitudine cosa nascosta come quel- le, che si serbano nelle casse chiuse. Da Dies composto in quotidie si fa quoiidianus giornaliero di ognì giorno, da homo uomo humanus di uomo, 0 umano ec. 3.° Insris e srRIS. Da Coelum cielo, coelestis celeste o di cielo, da palus palude o pantano, palustris di pa- lude , da Terra terra terrestris terrestre o di terra. 4.° In osus. Esempi. Da. aqua. acqua aquosus ab- bondante di acqua, da forma forma, formosus bello abbondante di forma, da Caro carne carnosus car- noso, così nervosus, torosus ec. . 5.° In rcus, ricus, aricus, Esempi. Da aqua acqua aquaticus aquatico di acqua, Rus villa rusticus vil- lano uomo di villa, da Villa casa di campagna, e per traslato tutta la campagna, Valicus villico, un fat- tore di campagna. Da Domus casa , domesticus do- mestico, uomo di casa. 6.° In rus. Esempi. Da argentum argento, argen- teus di argento, da ferrum ferro, aurum oro, mar- mor marmo , sì fanno ferreus, aureus, marmoreus. Questa desinenza è la più ricca in questa specie di derivazione. A questa si riduce Meus, a, um mio o di me, derivato da mei di me, variazione di Ego io. 1.° In ar, e ARIS. Esempi. Da Calx calcagno, Cal- car armatura di calcagno , sprone, da Salus salute, Salutaris di salute, da particula particella, particu- laris particolare de’ bassì tempi. 8.° In 4riIus. Esem. Da fumus fumo, fumarius luo- go di fumo, che poi si fa valere pel fumajuolo, da Tabella tabellarius porta lettere, corriere, perchè an- ticamente scrivevano sulle tavolette incerate, onde ta- bellarius vale etimologicamente, uomo di tavolette. A4- piarium inteso come nome derivato in forma di ag- giuntivo da «pis ape, luogo o ricovero di ape, arnia, ed avverto che moltissime parole simili cioè, derivate in forma di aggiuntivi, ma costrntte figuratamente da’ grammatici furono tenuti per nomi, così rosarium € pomarium, derivato da rnsa e pomus. ct A dir vere, questa desinenza a me sembra deri- ata dall’ antecedente in ar e aris, e, sebbene alcuni non l’ abbiano in use, come glì arrecati in esempio, si deve. supporre, non essendo nuovo nella lingua la- tina l’ uso de’ derivati, mentre in ‘uso non corrgno le :loro radici. | -_9.° ‘In orrus. Esempi. Da Tonser tosatore , T'onso- rius di tesatore, da Scriptor scrittere Scriptorius, “da Victor victerius, «da monitor. monitorius ec. 10,° In vus da pater patris il padre, patruus di padre, e quindi zio per parte di padre, da annus an» n0, annuus di anno, da tu tuus, da sui suus, tuo e suo equivalente a di‘te, e di sè. 11.° In srER, come da nos noi noster nostro, da vos voi voster e quindi vester vostro, 12.° In x, come da limus fango mota limar luma» ca, che vive nel fango, da fera fiera, feror feroce. 13.° In ENsIS da Athenae arum, Atene Athenien- sis ateniese, da Parisi Parigi, Parisiensis parigino., da Carthago Cartagine Carthagimensis cartaginese. 14.° In creus, da Viola viola, violaceus color di viola, da calx calcagno calceus scarpa, cioè di piede prendendo la parte pel tutto, da testa guscio testa- ceus ec. | 15.° In rus da pater patre patrius di pedro , onde patria creduto nome, del paese o della città del padre. Da grex gregge e si fa il. compasto egregius-egregio , scelto dal gregge. ei 16.° In ser da Salus salute, Saluber salutevole a abbondante di salute. 17.° Im cuLus, da annus anno anniculus di un anno, non sì confonda questa desinenza con la diminutiva, di cui a pag. 118. x 168 | .° In xrRNps da Pater padre paternus di padre, da Ver primavera vernus di primavera, da Lur la lu- ce Lucerna, preso come nome , istrumento di luce. Così. da dies giorno in eomposizione hodiernus odier- no, di oggidi. . 19.° In urnus da Nor nette, nocturnus di notte, Da dies giorno diurnus di giorne. 20.° In iLLus da Sus porco, Suillus percino o di orco, non si confenda questa desinenza con la dimi» nutiva di cui a pag, 117, 21.° In orus da sonus suono, sonorus abbondante di suono, da decor decoro, decorus decoroso. . + Ed altri che io tralascio per amore di brevità. CAPO JII.° - DuuLs PAROLE CHE DERIVANO DA’ Veni LATINI. La derivazione da’verbi è quasi ricca, come quella, che «si fà da nomi per le multiplici e indefinite forme delle parole che se ne formano, dalle quali risulta quella varietà e precisione in pari tempo nel discorso,a cui .non giunge nessuna delle lingue moderne, eccetto la italiana, che si appropria quasi tutte le migliori parti -della madre. Tutte le parole , che derivano da’ verbi si riducono a due classi, alcune in forma di nomi, .altre.in forma di aggiuntivi , le prime vanno. com- ‘prese sotto il titolo di Nomi verbali, le secondo sotto JT'altro di aggiuntivi verbali. Il presente capo adynque sarà diviso in due Articoli, Dr’ Nomi vERBALI DERIVATI DA’ VERBI. I Nomi verbali altri derivano immediatamente dal verbo , altri mediatamente : i primi sono quelli, che non riconoscono per loro radicale un altro derivato ; i secondi al contrario. lo esporrò in primo luogo i verbali immediati e in secondo i mediati. 61 Desinenze, più comuni nell’uso, de’verbali immediati. 1.° In MEN da ago agis agire menare e spingere amen ins un esercito e una moltitudine spinta, da rego reyts reggere regolare regimen inis regime go- verno , da tento tentas tentare tentamen inis ten- tativo, da nosco 0 novi deriva nomen, agnomen, co- | OMEN. 2.° In mENTUM, la quale desinenza a me scmbra che sia un prolungamento della precedente , perchè in molti verbì si adopera con lo stesso significato. Esempi, da Doceo es insegnare, documentum insegna- mento, da moneo ammonire , monimentum e quindi monumenium monuinento, memoria, da Torqueo tor- cere torquimentum , e quindi per sincope tormen- tum tormento , strazio di tortura, da Moveo muove- re, movimentum, e per sincope momentum momento, un istante chea un batter d’occhio non è più, da Fruor godere fruire si fa frumentum, ricollo di cereali e per sineddoche quel che diciamo grano, in dialetto, da Sacro sacrare, sacramentum il giuramento , con 15 : cui si fa sacra la data parola appo i latini, e in sen- so ecclesiastico ognuno sa quello che significa. 3.° In acrum da ambulo passeggiare ambulacrum luogo di passeggio , da luvo lavare lavacrum. lavan- da , da simulo fingere in senso traslato simulacrum un simulacro, ossia una stalua o una figura di finzio- ne poetica, ec. | 4.° In x. Esempi, da Fruor fruire, frur biada o. frutto, ricolto; da Mereo meritare, mera la merce, da Neo nes filare, nex la morte per allusione alla credenza pagana che le parche, finito il filo della vita, lo troncavano , quindi la morte. Da noceo nuocere , Nox la notte nociva agli ammalati, ed allo stesso par- mi derivato nua la noce , pianta nociva alle altre prossime , se pure noceo non è formato per deriva- zione da Nur e da nor. i | 8. In us e um, per la quale si hanno parole de- rivate in forma di nomi, che in us appartengono alla ‘quinta variazione (che è la quarta de’ grammatici ). e in um alla quarta ( che è seconda de’ grammatici ) come da video si fa visus la vista, da tango sì fa tactus il tatto, da dico sì fa dictum il detto, da fa- cio st fa factum il fatto. I grammatici vollero che questi verbali derivassero dal supino. Ma posto che il supino si ha come nome variato di quarta desinenza pei verbi in o, perchè visum si tradùce a vedere o ‘per vedere : di quinta desinenza pe’ verbi in or come visu che si fa valere : da essere o per essere veduto , ‘chi non vede che il supino è identico al verbale inus? | I . 9. Dal verbale in us o um derivano i nomi verbali ‘in 70 della terza variazione, come da visus vista de- riva visto omis la visione, da dictum detto, dictio ‘amis la dizione, da oratum si fa oratro l’orazione ee. . -10. Dal medesimo si formano i verbali in or., che io chiamo personali, perchè dinotano l’ agente, ossia colui che produce ‘1’ effetto, di cui è segno il verbale contenuto nel ‘verbo concreto , come da lectum si fa lector il lettore, ossia colui che fa la Jeltura, da seri-. ptum si fa seriptor scrittore ec. Questa fatta di ver- bali va classificata tra’ nomi per la desitienza or. del primo termine, ma, considerando che i verbali in tor fanno in tria per indicare la femmina, come victrie e victor, lectrio e lector ‘si possono meglio come ag- giuntivi considerare. Essi equivalgono ad un participio in 8, e la differenza del significato, oltre quella di forma, consiste in questo che scriptor, per esempio, significa una persona che ha l’abito di scrivere, Stuns poi è più indeterminato, e dinota chi sta , sia sostanza personale, sia: impersonale. - 11. Tra nomi derivati da verbo si debbono anno- verare i ire Gerundi in di, in du e in dum, porchè secondo le versioni delle scuole, equivalgono ad una ‘ preposizione ed alla voce dell’ infinito, 62. — Desinenze de' Nomi verbali Mediati, 1.° La desinenza antia ad entia, che è una varia- zione de’ participi in ms derivati immediatamente da verbi, come da temperans temperante , temperunita la temperanza, da diligens diligente, diligeniia ia diligenza, da substans sottostante, substantia sostan= za, da obbediens ohbediente, obedientia ubbidienza ev. 2.° In ura dal participio in rus, da lecturus per leggere, lectura la lettura, da scripturus per scri» .vere , scripiura-la scrittura ec,  A dir vero rigorosamente simili derivati hanno for- ma di nomi più sintassicamente che etimologicamente, imperocchè essi hanno la stessa forma delle loro ra- dicali, ma per lo costrutto figurato ne differiscono. Io mi sono contentato di uniformarmi all'opinione co- mune per non rendere più malagevole la novità. Av- verto però che il significato di siffatti verbali deve sèmpre determinarsi da quello delle radicali. Degli aggiuntivi verbali, che derivano da’ verbi latini. Sotto nome di aggiuntivi verbali o intendo non so- lamente quelli, che da’grammatici furono addomandati participî , ma ancora altre parole con desinenze di- verse; e che in grammatica non furono classificati. lo dunque in due paragrafi parlerò prima de’Participi e dopo di quest'altra famiglia di aggiuntivi da’ verbi cerivati. 6. I. Intorno agli aggiuntivi verbali detti participî, Da’ verbi derivano alcune parole in forma di aggiun- tivi, distinte da quattro desinenze 1.° in ns, 2.° in rus, 3.° in us, 4.° in ndus, come amans, amaturus, amatus, amandus, variabili come gli aggiuntivi secon- do i quadri di variazione esposti nel 1.° Volume. Sîi- milì verbali furono detti participî , perchè secondo il linguaggio de’ grammatici essi partecipano del verbo e dell’ a giuntivo, e i primi due furono detti participi  attivi, i due ultimi passivi. Insegnavano ancora che ì participi significassero tempo nel seguente modo, cioè quello in ns come amans, significa tempo presente ed imperfetto, onde lo tradussero colui che ama od ama- va, quello in rus come amaturus tempo futuro, onde tradussero colui che amerà o è per amare, quello in us come amatus tempo passato, onde tradussero colui che fu ed è stato amato, quello in ndus come aman- dus tempo futuro passivo, ende tradussero, colui che sarà amato 0 è per essere amato. Jo non posso entrare in una sottile disamina , per. confutare le contraddizioni de’ grammatici in una gram- matica per uso de’ giovanetti. Chi volesse impegnarsi in una discussione un pò alta, potrà riscontrare il pri» mo Vol. del Nuovo Corso parte terza pag. 391 e segg. Qui noto brevemente 1.° che la parola participio net senso che queste parole derivate da Verbo partecipino di: verbo e di aggiuntivo è insignificante, perchè, se è vero che nel costrutto si truovano con alcune de- terminazioni proprie del verbo, è per Sintassi figurata, come vedremo nel III. Volume seguente. 2.° che ma- lamente sono stati tradotti nel modo sopra esposto, da cui pare che racchiudono tempo. Quella versione è fatta su i testi classici, dove i participi sono congiunti ad altre parole, e però quel valore, che loro si è dato, è tutto sintassico o relativo, e non assoluto o etimo- logico. 3.° che i participi non significhino tempo per sè stessi, apparisce dal solo riflettere che, accoppian- dosi ad-un verbo di modo finito variato in qualsivo- glia tempo, il participio, risoluto a proposizione fini- ta, si mette a un verbo variato nel tempo della prin- cipale proposizione. ‘In fatti, io posso dire ego sum amans, €90 eram amans, ego fui umans, ego fueram amans, ego ero amans, ego essem amans ec. Or, se posso tradurre ego sum , ed ego eram amans per i0 sono colu che ama ed amava , non potrò fare lo stesso con e90 fui amans , perchè qui dovrò dire 10 % fui colui che amò, ed ego ero amans per io sarò colui che amerà, ossia che amans sarà di tutt’ i tem- pi sintassicamente, e perciò dovremo dire che per sè stesso non significa alcun tempo. Facciasi la stessa ap- plicazione per amatus, amaturus e amandus. Che cosa dunque sono i participi ? Sono aggiuntivi verbali, ossia parole derivate da’ verbi in forma di ag- luntivi, i quali si riferiscono sempre ad un nome per O più personale , come sue determinazioni in forma di proposizione incidente implicita , per quel che di- chiareremo in Sintassi. Per questa loro natura i participi non si possono tradurre etimologicamente, ossia isolatamente, perchè isolati non reggono per sè stessi , dovendosi sempre appoggiare ad un nome e subordinarsi al tempo della proposizione principale. Io dunque m'° ingegnerò di darne una versione la meno inesatta nel seguente mo- do, che avrà tutta la sua importanza in Sintassi, quan- tunque in Lessigrafia mi sia piuttosto uniformato a quella delle scuole per non crescere le difficoltà dai primi passi. 1.° I participi in ns, se sono di verbi di azione, co- me amans, currens si faranno valere ( uomo, donna o cosa ) che fa, faceva, fece, avea fatto, farà, fa- rebbe ec. amore 0 corso. Se sono da verbi di stato, come sedens, quiescens, stans si faranno valere ( uomo , donna cosa ) che è, era, fu, era stato, sarà, sarebbe, nel sedere, nel ri- posare, mello stare, o nella sedia, nel riposo, nello stato. Le parole ilaliane amante , corrente, stante , sedente, riposante equivalgono alle latine. I participi in rus da’ verbi di azione, come a- maturus, lecturus, venturus si fanno valere per (uo- mo, donna o cosa ) che è, era, fu, era stato, sarà, sarebbe ec., per amare, leggere, venire. 3.° I participi in us se sono derivati da’ verbi di azione transitivi, come amatus, lectus si faranno va- lere per ( uomo, donna o cosa ) che è, fu, sarà, mell’ amore o nella lettura proveniente ( da qualche causa ). I participî in us de’ verbi di azione intransitivi , e de’ verbi di stato in o rare volte si usano, onde ne terremo parola in Sintassi, - 4.° I participi in ndus de’ verbi transitivi, come le- gendus, amandus si faranno valere per ( uomo donna ‘cosa ) che è, fu, sarà, da essere nella lettura 0 nel- l’amore proveniente ( da una causa ). Se derivano da’ verbi di azione intransitivi , come veniendus, currendus, si faranno valere per ( uomo donna o cosa ) che è fue sarà da essere nella ve- nuta 0 nel corso ( da luogo). Se è di verbo di stato semplicemente, come seden- dus, standus, quiescendus sì fa valere per ( uomo , donna, cosa ) che è, fu, e sarà da essere nella se- dia, nello stato, nel riposo. Se i participi saranno di verbi detti deponenti, 0s- sia che significano azione, mentre hanno la desinenza in or, il participio in us si farà valere per pla in ns, quello in dus pel participio in rus. Si guardi il significato del verbo, e il rimanente si riduca agli stabiliti principi. Degli aggiuntivi verbali diversi dai participî.. Oltre de’ participîi io riconosco, come'aggiuntivi ver- bali altre parole , che da’ grammatici non furono ri- conosciute o fra i nomi verbali furono annoverate, e sono le seguenti. 1.° Le parole derivate da verbo’ con la desinenza in 7, come da edo mangiare, edax mangione, da bibo bevere bibax beone, così fuga® fugace, tenar tena- ce., mordax mordace , differenti da quelli che allo- gammo tra nomi verbali a pag. 170, perchè quelli di- notano idee di sostanze astratte, e questi sì -riferisco- no sempre a un nome in nulla differenti dal partici- pio in ns salvo la ferma. 2.° Le parole derivate con la desinenza or, come victor vincitore, percussor percussore, i quali sì rife- riscono sempre a un nome personale — À questa clas- se appartiene poeta di origine greca, perchè derivata da verbo , tale è servus servo, e tutte quelle parole in forma di nomi, che racchiudono l’ idea di azione relativa a un nomeagente. Così Advena in latino, ma- lamente tradotto per istraniero è da vento equivale ad avventore, ossia a colui che viene a, ec. ec. INTORNO ALLE PAROLE CHE DERIVANO DAGLI AGGIUNTIVI Qui per Aggiuntivo non intendo semplicemente quel- la classe categorica di parole, che Renono qualità e quantità, di cui parlammo a pag. 33, ma tutte le parole variate, derivate e composte in forma di ag- giuntivi, imperoechè da tutte queste si possono egual- mente derivare altre parole, come apparirà dal tenore del Capo presente. Le parole poi, che si possono de- rivare da tutti questi aggiuntivi, sono 1.° in forma di nomi, 2.° in forma di verbi, 3.° in forma di altri ag- giunti Divideremo quindi il presente Capo in tre Ar- ticoli. Delle parole in orme di nome, che derivano gli aggiuntivi. I nomi che derivano dagli aggiuntivi latini sono di- versi per le diverse desinenze ; io ne andrò produ- cendo degli esempi per le principali. ù 1.° In r4s questa desinenza è la più frequente, e perciò più feconda di nomi derivati dagli aggiuntivi , come da bonus bonitas bontà, da probus probo pro- bitas probità , da gravis grave gravitus gravità , da securus sicuro securttas sicurezza, da liber libero li- bertas libertà. 2.° In 1rIA e ITIES, come da piger pigro piyritia e pigrities pigrizia , infingardaggine , da malus malo malitia malirae malizia, da amicus amico amicitia " l’ amicizia, da spurcus sporco spurcittia e spurcitie s la sporchezza, da dives ricto ditvittae le ricchezze. 3.° In r4 e 1ES, da miser misero miserta la mise- ria, da invidus invidioso invidia la invidia; da peritus ga peritia la perizia, da pauper povero paupertes a aaa | i ILE .° In eDO, da albus bianco albedo la bianchezza , da pinguis pingue pinguedo la pinguedine, da putris putrido putredo la putredine, | | 5.° In rubo, da magnus grande magnitudo la gran- dezza, da turpis brutto turpitudo la bruttezza, da al- tus alto altitudo l'altezza , da longue lungo longitudo la lunghezza, da latus largo latttudo la larghezza, da promptus pronto prompittudo la prontezza, da valens valetudo la buona e cattiva salute, da certus certo certitudo la certezza ec. 6.° Da’ participî in ns e in rus se ne formano i de- rivati in anita o entia e in ura, di cui parlammo a peg. IT. | ARTICOLO Il, De’ Verbi derivati dagli ‘aggiuntivi. 1 verbi, che derivano dagli aggiuntivi, non si posso- no distinguere per le desinenze , perchè ogni parola alterata con l’ intenzione di farsi verbo , deve subire necessariamente una delle quattro desinenze radicali are, ere, tre. Io dunque produrrò alcuni esempi, co» me cadono sotto la penna, per dare una norma-a di- scernere le simili derivazioni, facendo in ultimo quai- che osservazione intorno al significato di simili deri- ‘vati, con cui si possa giudicare quali verbi si possano ‘derivare dagli aggiuntivi, % Da durus duro, deriva duro as, durare, da gravis grave deriva gravo aggravare rendere grave, da su- perbus superbo superbio îs, insuperbire, da curvus curvo curvo eurvare, onde incurvo incurvare, da Hi- laris ilare, Erhilaror esilarare, da Miser misero Mi: sereo e Misereor diventar misero, e per traslato aver compassione , da acerbus acerbo acerbo ed ezacerbo esacerbare rendere acerbo , da Vacuus vuoto Vaca as, esser vacante e per traslato altendere, perchè chi è vuoto di cure distraenti può attendere, da riguug irriguo anaffiato rigo as anaffiare , da purus puro puro as di Plauto render puro. o . Simili derivati racchiudono nel yerbo il significato. dell’ azione o dello stato, secondo che l’ aggiuntivo di mostra. Tante volte Ja nozione dell’ aggiuntivo fa in- tendere l’obbjetto, di cui ]’ aggiuntivo è una determi, nazione : così dicendo gravare rendere grave, inten- desi l’ obbjetto aggravato, Di qui è chiaro, che il sk @nificato di questi derivati varia secondo le diverse circostanze e le relazioni, che può avere il significato della radice. Per vedere poi se un verbo è derivato. da aggiuntivo, è uopo guardare alla forma del deri. vato ed alla sua significazione. La radice è sempre più semplice del derivato, trovando, per esempio, durare, tolto re, mi resta dura variazione di durus, io terrò que- st ultimo come radice di derivazione del verbo, che è più complesso. Guardisi pertanto che l’ aggiuntivo sia anteriore al verbo, il che non è malagevole a discer- di se presenta il carattere d’ indipendenza dal me- - desimo. Degli aggiuntivi derivati dagli aggiuntivi. la lingua latina presenta alcune parole in forma di aggiuntivi, come da unus uno deriva unicus unico. Così posto ehe Seriptor, Lector ec. , ossia ì verbali in or sieno aggiuntivi, ossia parele derivate in forma di aggiuntivi Scripiorius, Lectorius ec. , ossia lo pa- role derivate con la desinenza in ortus appartengono a questa classe. Sene degne di notarsi alcuni aggiun- tivi derivati con la desinenza as, atis, come da Ar- pinum che è un aggiuntive derivato, tenuto per no- me, Arpinas atîis di Arpino, da Casinum Casinas atis di Cassino ec., la quale desinenza è ritenuta in Ve- stras atis da vester di vostro paese, patria o setta, Nostras atis da moster di nostro paese, patria @ setta — Intorno al significato di questi derivati abbiamo ragionato nell’Introdozione a questo trattato. INTORNO ALLA DERIVAZIONE DELLE PAROLE DA’ PRENOMI. Da questa classe di parole derivano ancora, se nun tutti, buona parte de’ derivati esposti negli articoli del presente capo , e per darne qualche esempio ne de- rivano Ì.° i nomiastratti; come da qualis quale, qualitas qualità, da quantus quanto, quaniitas quantità, da mul- tus molto multitudo la moltitudine, Su questa forma gli scolastici stamparono alcuni derivati barbari e insop- portevoli, come da idem stesso identitas stessità , da DELL'ETIMOLOGIA 181 quid che cosa? quidditas la quiddità. 2.° Da certi prenomi derivano alcune parole in forma di aggiunti- vi, come da Cujus seconda desinenza di qui, quae , quod , si è derivato cujus, cuja, cujum , come in Virgilio Cujum pecus ? di chi è il bestiame, e da Cu- jus, Cuja , Cujum si è derivato Cujas atis , di che paese 0 nce o setta ? da singulus singolo, singula- ris singolare, da plus più pluralis plurale. 3.° Se non m’ inganno da plus plurîs , io credo derivato ploro piangere dirotto, in cui si versano molte lagrime, cam- biata la u in o, come la e di plerusmell’u di plures, da. par eguale, paro as agguagliare, INTORNO ALLE PAROLE DERIVATE DALLE PREPOSIZIONI. Dalle preposizioni latine derivano parole di diverse Classi, in forma di verbi e di aggiuntivi, e di diverse de- sinenze — Per non rendere malagevole peso di memo- sia una lista compiuta dal lato de’ derivati, io ne pro- durrò degli esempi dal lato delle radici. | 1.° Dalla preposizione Ante avanti derivano 1.°, dn- ticus, che si usa a dinotare una parte anteriore di luo- go, e antiquus antico per tempo, amendue in forma di aggiuntivi di grado positivo, a parlare col linguag- gio de’ grammatici. 2.° Anterior anteriore, compara- tivo usato da Cesare. — 2.° Da Ex prolungato in vo, secondo me, deriva il verbo eruo spogliarsi , poichè er in senso traslato si fa valere per fuori: ora chi si spoglia esce fuori . della veste. 3.° Da Extra derivano, 1.° il comparativo exterior esteriore, e ’l superlativo ewtremus estremo, ano, 1 182 QUARTA PARTE 2.° Una parola in forma di' aggiuntivo con la desinen- za ernus, come eziernus e quindi i suoì derivati. 4.° Da In deriva secondo me induo vestirsi , per- chè, chi si veste, entra, a. così dire, nella veste. 5.° Da.Citra derivano Citerior più in qua, citimus vicinissimo a chi parla. | DL 6.° Da Inter e Intra derivano. 1.° Internus inter no, Interior più indentro, Intimus intimo. 2.° Intro as entrare , differente da Introeo composte da Intro ed eo is vado. c» 1.° Da Infra derivano, 1.° Infermus, chi sta sotto terra. 2.° Inferior, infimus inferiore e infimo. 3.° Inferi gli Dei sottani. 8.° Da Prae derivano. 1.° Priscus prisco , antico. 2.° Prier priore, più avanti. Primus primo, innanzi a cul non vi è altro. A primus si oppone ultimus ul- Umo. | | | 9.° Post fa 1.° Pòsticus opposto ad anticus , parte posteriore per luogo. 2.° Posterus. postero, chi nasce dopo la nostra morte. | 10.° Da Super derivano. 1.° Superi orum gli Dei del Cielo. 2.° Supernus di sopra. 3.° Superior e su- premus superiore e supremo. 4.° Supero as. su- perare. 5.° Superbus superbo. o 11.° Ultra fa ulterior più in là, ultimus ultimo , ossia l’ estremo opposto al primo. | OSSERVAZIONE INTORNO A VOLUTI DERIVATI DAGLI AVVERBÌ. I grammatici empirici, che.sopra pochi dati non be- ne intesi si dànno agevolmente a generaleggiare, vor- vebbero- anche negli avverbi riconoscere alcune radici di derivazione, adducendo, per esempi, Saepius e saer pissime derivati da saepe spesse volte , e Diuttus e diutissime derivati da Diu, Citius e citissime da cito. Ma è un fatto, che i veri avverbi come tum, tunc, ibi, nune ec. non si alterano mai. E, se è verò che le preposizioni, parole invariabili, sono radici di deri- vazione, non se ne può dedurre che gli avverbì e le ‘congiunzioni le possono essere egualmente; perchè le “preposizioni sono parole categoriche di relazione con- ‘.nessa col nome, a cui si riattacca ogni parola in for- ‘ ma di aggiuntivo. L’avverbio, al contrario, determina il verbo e non ha relazione diretta col nome, quindi non può alterarsi in forma di aggiuntivo eterogeneo «al Verbo. Che se ne deve conchiudere da ciò ? che tutte le parole, le quali si costituiscono a radicali di ‘ derivazione, non sieno avverbi etimologicamente, e che perciò Saepe, da cui si formano saepius e saepissime, mon sarà tale. Io a pag. 64 l’ ho riportato per avver- bio per la incertezza in cui era della sua origine. Ri- , guardo ‘a Div è notissimo che sia nome dall’ antico Dius ‘giorno — Adunque Diuttus e Diutissime non sono im- mediatamente derivati da Diu nome, ma da un aggiun- ‘tivo derivato simile a diutus, che non fu mai nell’uso. Il che non deve far peso, perché mottissimi derivati si dànno nelle lingue, la cui radice non è stata mai attuata dall’ uso. È in questo solo modo diutius si può tradurre più lungamente, perchè Div etimologicamen- te significa di giorno, come Noctu di notte. Rispetto ‘a Cito che si fa citius è detto già a pag. 66 che sia un participio. Dicasi lo stesso di Secius e Ocyus. Da tutto questo deduco senza alcuna eccezione, che nes- “suna parola, dalla quale derivano altre parole, si può .tenere per Avverbio, o per Congiunzione. DELLE PARPLE DERIVATE DAGL'ÎNTERPOSTI 0 . INTERSEZIONI. Parrebbe a primo aspetto che dall’ Interjezioni non possano derivare parole, perchè, essendo vocî, non han- non in sè la virtù di segni convenzionali. Ma avuto riguardo al fatto delle lingue, che mescolano insieme le voci e le parole o gli elementi di parole, non sem- brerà più strano il dire, che dagl’interposti misti pos- sansi derivare parole. Ma sta per argomento il fatto, contro cui è inutile ragionare. I derivati dagl' Interposti si possono classificare in due categorie, la prima comprende parole derivate, cui non manca nell’ uso la sua radice : la seconda quelle ‘altre, la cui radice non fu attuata nell’ uso. La’ pri- ma categoria ne ha troppo pochi nella lingua latina, e forse un solo, cioè ululo as urlare formato da uh! voce di lamento. — La seconda categoria abbraccia tutt'i verbi, che e- sprimono le voci degli animali, la cui radice non s’in- contra nell’ uso, ma dalla voce stessa reale parte pri- mitivamente la Derivazione. Ne riporto qui alquanti esempi, che serviranno di norma a’ giovanetti in sus- sidio di analogia. 1.Rudio is ragghiare dalla voce dell'asino. 2.° Mugio îs muggire dalla voce del Bue. 3.° Rugio ts ruggire dalla voce del Leone. 5.° Hinnio is nitrire dalla voce del cavallo. 3.° Grunnio is grugnire dalla voce del porco. 6.° Crocito as gracchiare dalla voce del corvo. 7.° Cu- culo as (manca in italiano) dalla voce del cuculo. 8.9 Cucurio îs ( manca in italiano ) dalla voce del gallo.  9.° Gracillo as ( manca in italiano ) chiocciare dalla voce della gallina. 10.° Pipio is ( manca in italiano ) dalla voce de’ polcini. 11.° Bombus è ronzio proprio delle api. Alle voci degli animali si possono aggiungere i suoni degli oggetti inanimati, da cui derivano le parole dette onomatopeiche, ossia che col loro suono rappresen- tano quello della natura. Tali sono le seguenti, Mur- mur uris il mormorio, fluo is: fluire, suono delle ac- que, che scorrono placidamente. Tonat, tonabat, to- nuit tuonare , Fulgurat la più bella ad esprimere if guizzo della folgore: dal suono della fiamma flo flas, da cui deriva flamma fiamma, onde flo fiatare e fla- tus fiato : dal suono del fischio sibilus , e il derivato sibilo as sibilare, fischiare : dal suono de’ corpi duri che si rompono frango frangere e rumpo rompo: dal suono delle ruote currus cocchio, e da questo curro is correre : dal suono delle gocce di pioggia cadente pluit piove , e pluvia pioggia : dal suono delle onde del mare agitato, fluctuo frequentativo di fluo fluire ‘e scorrere ec. ec. Per questo onomatopeismo, diffuso nella lingua latina, risulta quell’ armonia nel verso , che rapisce ed incanta, Interno alla Composizione dolle parole latine.  Il terzo mezzo generativo delle parole in ogni lin- gua, e quindi nella latina, è la così detta Composizio- ne delle parole, la quale consiste nell’ unire insieme più parole, ciascuna significativa per conto proprio, in una parola, ad eccezione di poche desinenze , come vedremo. La Composizione quindi differisce da’ due mezzi precedenti, perchè a differenza di quelli non aggiunge un elemento nuovo per alterazione di desi- nenza, ma avvicina le parole che esistono isolate nel- l’ uso della lingua , ancorchè per quest’ unione modi- fica qualche volta il suono di qualche lettera, sia vo- cile sia consonante, degli elementi composti. Ciò po- sto sì può domandare, se le parole composte, che ri- rultano dalla Composizione, sì debbano considerare come nuove parole? – H. P. Grice, UTTERER’s meaning, sentence-meaning, and WORD-‘meaning’” -- Nella supposizione che i compo- nenti rimanessero dopo la loro composizione nella lo- ro rispettiva integrità, non vi sarebbe nulla di nuovo meno l’ unione della profferenza, la quale è richiesta dall’ esigenza dell’ euforia, ossia del buon suono. Ma, dove componendosi uno di essi perdesse la forma pri- mitiva, e da nome, per esempio, divenisse aggiuntivo, ossia parola in forma dl aggiuntivo , allora la parola eomposta a questo modo, sarebbe un nuovo elemen- to. Ora è un fatto, che nella lingua latina la Compo- sizione si compie alle volte alterando la natura di un elemento composto , alle volte rimanendo inalterati i rispettivi elementi — Quando gli elementi rimangono inalterati, due supposizioni possono farsi, o i compo- nenti hanno eguale dignità e forza di attrarsi scam- bievolmente, oppure uno de’ componenti è da più, in guisacchè l’ altro si possa dire attratto da questo , e in grazia del medesimo composto. Nella prima suppo- -sizione ha luogo la composizione , che io chiamo di equipollenza, nella seconda ha luogo la composizione per iniziali o per final secondo che lo elemento se- condario o meno nobile va in DEAR o in fine del componente più nobile. Io dunque dividerò il pre- sente trattato in due Sezioni, nella prima esporrò la ‘ Composizione delle parole alterate, ossia delle parole che cambiano natura componendosi, nella seconda la ‘+ composizione delle parole composte alterate, e suddi- viderò questa Sezione in tre Capi. 188 QUINTA PARTE SEZIONE 1I.* . DELLA COMPOSIZIONE DELLE PAROLE ALTERATE. CAPO UNICO. Io non so che i filologi abbiano posto mente a que- sta mirabile proprietà della lingua latina di formare nuove parole alterando la natura di uno de’ compo- nenti per lo mezzo della composizione. La chiamo pro* prietà mirabile, perchè racchiude tanto senso in una sola parola, che non basterebbe un periodo a volerlo esprimere in forma analitica. Le studio -delle lingue non è tanto agevole per quanto sembra agl’ ingegni superficiali, quando si può provare, che senza que- sta profonda e sottile disamina non si può cogliere l' integro senso, e il più occulto, delle frasi eminente» mente sintetiche. Questa proprietà della lingua latina per mezzo della composizione si ottiene specialmente per le preposizioni , le quali unendosi per lo più ai loro termini di rapporto, che sono nomi, formano delle parole in forma di aggiuntivi. Eccone degli esempi. 1.° AD seguito da finem, componendosi, fece adfi- nem: prese la variazione di un aggiuntivo, e formò affinis e affine affine , e per traslato, parente. Com- ‘ ponendosi ad uncum uncino, si fece aduncus, a, um adunco, o in forma di uncino. 2.° AB da, componendosi a sono si formò absono &gt; si variò in absonus, a, um e ne risultò una parola in forma di aggiuntivo col significato di dissonante, così da ab e norma si è fatto abnormis et e senza regola o fuori regola, da ab e unda si è fatto abundus, a, DELL'ETIMOLOGIA 139 um abbondevole, da ab e origine si è fatto aborigines gli aborigeni. 3.° Cow invece di Cum componendosi a fine si fe- ce confine, quindi variandosi risultò confinis et e con- finante, da cone corde si fece concors concorde, da con e formats si fece conformis conforme. 4.° De in significato negativo è la più ricca prepo- sizione di questa composizione , onde Deformis senza forma, deforme, decolor senza colore, scolorito, Depi- lis et e senza peli, dedecus e dedecor senza decoro, disonore. D | 5.° E ex in composizione alterante col suo signifi- cato di da. o fuori, come da e e grea egregius egre- gio, ossia scelto dal gregge, e perciò migliore e squi- sito, da ex e lea si è fatto ezlea fuori legge, quin- di senza legge, da ez e parte si è fatto eepars quindi expers fuori parte o senza parte , da ex e spessi è fatto ewspes tuori speranza o senza speranza, da ea ed animo si fa ezanimis et è senz’ anima o disanimato, scorato, da eo e sanguîis si è fatto eranguis disan- guato, senza sangue. | 6. In ,-da In e signis si è fatto insignis insigne, e col significato di in negativo si sono formati infor- mis senza forma, brutto, iners da în e ars, senz’arte e quindi tnerte o pigro , perchè chi opera senz’ arte va a rilento, come il pigro, infamis senza fama, in- finis senza fine, innumerus senza numero, innume- revole. i 7. Os, da ob e via si è fatto obvius chi è avanti la via, ovvio. | 8. Per composto ad annus fa perennis per anni, perenne, continuo, da per e via fa fatto pervius ov- vio, da per e nix invece di ner morte, ruinoso pe- ricoloso , come di chi corre a morte. 199 QUINTA PARTE 9. INTER compost ad amnis fiume, forma Intera- mnis, 0 interamnus in forma di aggiuntivi per dino- notare tn paese posto tra fiumi, epiteto dato a molte ‘città latine, onde il derivato Interamnas atis un abi tante di simile città. I 10. Posr composto a moerium alterato di murum, “luogo posto dopo le mura. — “11. RETRO composto a gradus forma Retrogradus in forma di aggiuntivo, un retregrado ossia chi cam- tnina a ritroso. Oltre alle preposizioni altre parole cumponendosi ‘a’ nomi latini hanno la forza di formare parole in for- ‘ma di aggiuntivi. Eccore alquanti esempi. i © 1.° Bis accorciato in Bi, componendosi a nome , “ha virtù di formarne parola come aggiuntivo, come ‘Biformis chi ha due forme : bifrons bifronte , e chi ‘ha due fronti, epiteto di Giano: composto a dies al- ‘terato in duus fa biduum, lo spazio di due giorni. Composto a corpus fa Bicorpor usato da Cicerone in ‘senso di chi ha due corpi, composto a Coma chioma fa bicomis chi ha due chiome, così bidens, bilinguis. 2. Ter fatto tri e quater fatto quatri, componen- dosi a duum da dies e vium da via, formano triduum quatriduum , bivium, e trivium, biduo e triduo, bi-. vio e quatrivio. | 3. Quinque, ser, septem, decem, centum, com- ‘posti ad annis fatto ennis da annus, formano quin- quennis di cinque anni, serennis, septennis, decen- nis, centennis di sei, sette , dieci, cento anni, 4. Pignus e Novus composti a luna fanno plenilu- num tempo di luna piena , e Novilumium di luna Nuova. | 6. Semi parola greca composta ad animis da ani- mus fa semianimis o semianimus mezzo vivo ec, ec. INTORNO ALLA COMPOSIZIONE DELLE PAROLE SENZ ALTERAZIONE, ‘ CAPO 1° DELLA COMPOSIZIONE PER INIZIALI, La Composizione per iniziali si compie per alcune paroline, che wanno in principio della maggiere com ponente. La più parte di queste sono le stesse prepo- sizioni, di cui parlammo a pag. 40 e segg. lo espor- rolla secondo l’ordine alfabetico delle iniziali medesime. 1.° Ap che significa @ rapporto di tendenza, ma per traslato in composizione spesso in significato di vicino a. Nel comporsi subisce qualche alterazione cambiando la d nella lettera iniziale della parola se- guente come Accurro per adcurro corro a o vicino a, Accuso invece adcuso accuso. Affero invece di adfero apportare. Alle volte si altera la seconda com- ponente come afficio invece di ad e facio, adhibeo in- vece di ad e hubeo, accipio invece di ad e capio prendo. 2.° A preposizione che significa Da e in composi: zione per traslato lontano da 0 fuori, per buon suo- no componendosi si fa ab innanzi a vocale, si fa abs innanzi a C, q,t, si fa au innanzi a fero e fugio come aufero porto via, aufugio fuggo lontano — Così abeo composto da eo vado, abscondo comp@®to da condo io nascondo. Guardisi ancora all’alterazione, che i componenti possono subire per l’eufonia —Così ra- pio in composizione con ab si fa ripio. 19200 QUINTA PARTE 3,° ANTE avanti, in composizione ritiene lo stesso significato , ma per eufonia si cambia in anti, come antistes antistite, prelato, composto da ante e stes e- lemento del verbo sto as stare. Quindi Antistita sa- cerdotessa, Ha il significato metaforico di contrario in Antisophista chi appartiene alla setta contraria ai so- fisti, nel quale senso è antipathia antipatia ec, 4,° ContRA contra contro, come Contradico con- iradire, contrapono, contrapporre, contrascribo contra- scrivere, Si fa contro in controversor e controversia, CONITOVETSWSUS CC, | 5.° Cum con, in composizione si fa com, con, co, 6 la medn si muta nella lettera iniziale della secon» da componente , come compono comporre , concurro concorrere, collaboro collaborare, cohibeo composto da con e habeo, per traslato raffrenare, impedire, coha- bito coabitare, coeo andare insieme £ comeo onde co- mitium ‘il comizio, ossia luogo dove il popolo. adunava- si per dare i suffragi, Conficio da con e facio, con- cipio da con e capio. | | 6.° DE con tre significati, cioè Di, Da, Non, ein composizione si fa di e dis, come decipio da capio in senso traslato ingannare, diripio da rapio rapire, disrumpo da rumpo, deficio da facio venir meno, de- sum da sum e de mancare o meno essere , Devolvo volgere da , deduco da duco e de dedurre , devenio da renio e de venire o devenire, 7.° E preposizione, che si prolunga in ez, col si- gnificato di da e lina: o lontano , per ‘traslato, Edi- ctum da dictum ed e editto, fuori detto o pubblicato, expono da poro cd ex fuori porre esporre, edo is da do ed e fuori dare, dare alla luce, manifestare, La x alle volte sì cambia per eufonia nell’ iniziale della se- conda componente , come efficio da facio ed er fare fuori, effettuire, — effero da fero ed ex portar fuori. Ex per traslato alle volte in significato di senza, come erpers senza partie, erpes senza speranza. 8.° ExrRa è un prolungamento di ez col significato di fuori, estraordinariys straordinario fuori ordine. .° IN în preposizione, e in inverso di nî nan, pre- senta una sterminata famiglia di parole composte, alle volte rimanendo tn, alle volte cambiandosi in îm, alle volte nell’ iniziale della maggior componente , come invenio da venio e în venire in, ritrovare, impallo da pello e tm spinger dentro, illumino da lumino c in Hiluminare , inficio da in e facio in senso traslato, negare, incipio da capo e în in senso traslato, co- minciare. In senso di non, come inimicus non amico, iniquus non equo, imperius non perito , improbus non probo, infelir non felice, infidelis non fedele. A ir riduco trter che in composizione si fa inira e in- tro, come Înterdico interdire, Intercedo intercedere, Introduco introdurre ec. ec. 10.° O8 preposizione, che significa evanti, in senso di ostacolo e d’ impedimento , o per. Innanzi a vocale: resta intera, come in obedio composto da audio e ob obbedire , obeo composto da eo vado ed ob per. Innanzi a consonante per eufonia, si cambia in quella, come occurro da curro e ob, occorrere, correre avan- ti, offero da fero ed ob offerire ec. Occido da caedo ed ob uccidere, da cado ed ob tramontare, occino da cano ed ob cantare di contra. i 11.° Px£r per, preposizione, che dlinota rapporto di passaggio (pag. 45 ) si compone da iniziale a molte parole con alcune in significato di per , con altre in significato metaforico di molto, assui, tutto —come per- vento da vento e per venite per, pervenire, percurro da curre e per percorrere, pergraius Delo , assai 194 QUINTA PARTE grato, gratissimo, perjurus chi molto giura , e però. spergiuro, ec. Per si fa pel innanzi a luceo, onde pel- luceo molto lucere, e pellucidus lucidissimo. 12.° PraE preposizione di sito, avanti, è un'iniziale d' infinite parole composte con ilo stesso significato , come praedico da dico e prae dire avanti, predire, prae- sum da sum e prae essere avanti, presiedere, prae fi- cio da facio e prae preporre , praefero da fero e prae preferire, portar avanti ec. | . 13. PrerEeR È una parola composta da prae e fer tre volte avanti, in una parola, oltre, come praeter- mitto' pretermettere, praetereo composto da eo vado, e praeter oltrepassare, preterire— praetervolo da volo e praeter, volare innanzi, eltrevolare. 14.° Pro preposizione di sito , che primitivamente significa vicino; come addimostra prope, che è inden- tica a pro prolungata. E; siccome chi è vicino può es- sere di ajuto e a favore, spesso in questo senso per traslato si adopera. Ma il più delle volte Pro in com- posizione ha forza di procul lontano da. Per sapere quando | uno e quando l' altro signifi- cato se le debba dare, è uopo ricorrere al nesso lo- gico del costrutto — Esempi. Provenio da vento e pro da lontano venire, procuro da pro e curo da lontano curare, produco da duco e pro produrre. Prosum da sum e pro essere a favore giovare. È da avvertire, che questo verbo composto nelle voci, in cui sum ha la iniziale e, il pro si fa prod, come -prodes, prodest, prodero ec. Prodo da do e pro, manifestare, dar fuo» ri, onde proditor il traditore, ossia chi manifesta il segreto. ui 15.° Posr preposizione di sito , in composizione si fa po e pos qualche volta , col significato sempre. di dopo, came posthabeo da habeo e post posporre, postpono da pone e post posporre, mettere dopo, posst- deo da sedeo e pos seder dopo, possedere, perchè chi diviene nuovo possessore, siede padrone dopo di un altro, e ciò per una delle metafore rustiche secondo il linguaggio di Vico. | 16.° Re e RerRO preposizioni di sito con significato di dietro e quindi di nuovo, come refero porto di nuo- vo, reporo metto dietro, rescribo scrivo indietro, ri- spondo, retrocedo retrocedo vado in dietro, respicio veder di nuovo o vedere indietro. - 17.° Se abbreviato di sine senza, si compone &amp; molte parole, separo composto da paro e se separare, cioè mettere le cose, che prima erano unite, in luogo diverso , seduco redurre, sejungo disgiungere. 18.° SuPER e supra, come superstes superstite , superpono soprapperre , supersedeo soprasedere , su- prasceribo sopraserivere | © 19.° Su solito, che tante velte per eufonia cam- bia la b nella consonante iniziale della parola seguen- te, come succurre soccorrere , surripio rapir di na- scosto, suscipio da capio e sub fatto sus per eufonia ‘intraprendere. — 20.° Trans di là, preposizione di sito, si compone .a molte parole, come ad eo vado in transeo vado oltre, passo, a forme fermare in transformo trasformare, a gradior e fa transgredior trasgredire ec. 21.° UrrRA oltre di là, fatto ultra si compone in ultrotributum usato da Livio. | Oltre le preposizioni si compongono da iniziali altre particelle, di cui porteremo le più comuni. 1.° Archi parola greca , si compone da iniziale a ‘molte parole italiane, non così alle latine, perchè in quella lingua è vizioso lo ibridismo, e vuole la paro- la composta tutta greca. Ne” bassi tempi di Latinità riiruovano molte parole latine composte è questa pre- positiva col significato di primo. 2.° Bis due volte, si truova da iniziale composto a molte parole, come bisaccium bisaccia , usato da Pe- tronio, Bisellium faldistorio, bipes a due piedi, hipen- nis bipenne, bimaris a due mari. 3.° Dis particella greca negativa , che cambia per eufonia la s nell’ iniziale di qualche secondo maggior componenté , come difficilis difficile , discurro corro qua e là disordinatamente, Differo differire ec. 4.° Nec abbreviato di neque, che si fa neg in ne- gotium negozio, negligo composto da nec non e lego scelgo, non scelgo , ossia trascuro. Nefus e nefastus nefandus — Ma l’uno e l’altro si riduce al semplice Ne non , il quale per l’ affinità dell’ e stretta con la i si fa e sì usa ni, e nell’una e nell'altra maniera si compone da iniziale , come Nemo composto da ne non, e homo uomo, non uomo, niuno. Nîhilum da ni non e hilum occhio della fava, nero di unghia , che poi si fa valere niente. Nepos composto da ne non e ‘pus invece di poits potente. Tralascio altre parole che entrano da iniziali nella composizione , perchè è facile a ridurle per analogia dopo gli esempi finora riportati. Il precettore diligen- te potrà supplire col suo buon senso al difetto-di una lista compiuta. | DELL’ ETIMOLOGIA DELLA COMPOSIZIONE FINALE DELLE PAROLE. La Composizione finale abbiamo detto a pag. 187 si ha quando la maggior componente, in grazia di cui si fa la composizione, precede, e l’altra accedente alla prima va in fine a guisa di una desinenza. Il che av- viene per un’alterazione della seconda componente, per Ia quale è parso a taluni che parole derivate piutto- sto che composte fossero i risultati. Confesso anch'io che non sempre il secondo elemento di composizione è significativo, separato al maggior componente , ma ciò non toglie che non sia composizione piuttosto. To dunque dividerò il presente Capo in due articoli : nel primo esporrò la composizione per finali significanti , mel secondo la composizione per finali insignificanti. ARTICOLO I. Intorno alla composizione per finali significanti. Quando gli elementi della composizione non erano stati ben distinti e definiti , come ho detto innanzi, molte parole composte passavano per derivate, pren- dendo per semplici desinenze alcune vere parole, ben- chè alquanto alterate dalla loro forma primitiva. La lingua latina ne porge moltissimi esempi, de’ quali io ne Lat alquanti per dare a’ giovanetti un meto- do di analogia pe’ casi simili. | 1° BiLis, che in certe parole per eufonia si fa ls semplicemente, è una vera parola derivata da ha- beo, cioè habilis abile, atto capace. Essa si compone ad un elemento di verbo, che equivale in italiano ad essere, seguito da un participio per lo più passato , come dicevano i grammatici, come Amabilis amabile, atto ad essere Amato, Fatilis facile, atto a farsi e ad | esser fatto, utilis da utor atto all’ uso, utile, Agilis da ago atto ad essere spinto, cioè leggero e snello , docilis docile, da doceo, cioè atto ad essere insegnato o ammaestrato. 2.° Cina è da Caedo tagliare 0 uccidere , si com- | pone a desinenza di molte parole, come homicida uc- cisore dell’ uomo, quindi il derivato homicidium omi- cidio, uccisione dell’uomo — La desinenza Cida ha for- za di un verbale in forma di aggiuntivo, come Scrip- tor, Lector ec. 3° CEN e cinium da cano cantare, il primo col significato di un verbale aggiuntivo in tibicen inîs ‘trombetta, il secondo col significato di un nome astrat- te in Lenocinium ruffianesimo, e per traslato carez- ze, moîne, da cui deriva lenocinor aris carezzare ec. 4.° Dicus e dex è dicium, tutti elementi del ver- bo Dico dire. Judex giudice, composto da jus dritto, o legge, chi pronunzia il dritto e la legge, judicium giudizio, derivato da juder—Veridicus chi dice il vero, maledicus chi dice male, dove si vedé che Dicus ha fa forza di dicens. | 5.° Fer e ferus elementi del verbo Fero portare, col significato del participio Ferens entis. Lucifer chi portà luce, Mortifer e Mortiferus che porta morte , Mortifero, Opifer ajutatore. 6° Fricò, FIcUS, #EX, FICIUM sono tutti elementi alterati del verbo facto , il primo ha forza di facto, il secondo e ’1 terzo di faciens, il quarto di un nome verbale — Magnifico magnificare, magnificus magni- fico; splendido, Artifex artefice, chi fa arte 0 secondo _ Ue; DELL’ ETIMOLOGIA 199 arte , dg operatore, fattore di opere , ariificium esercizio di arte — Da questi artificiosus, e artificia- lis —beneficium, maleficium ec. | © 7.° Ger e cERUS, elementi del verbo gero 18 por- tare, col significato del participio gerens entis. © Laniger lanigero, che porta lana, ed anche lanifer con lo stesso significato, Corniger cornuto che porta corna, Turriger chi porta torti , onde turrigera fu detta la madre degli Dei, ossia Cibele. 8.° GeNuUS e gena, elementi del verbo gigno iù sen- sé di genitus generato in Alienigena uno straniero , ossia generato in terra aliena, Indigena composta da ndu invece d’in e gena generato wm paese, dove ci troviamo noi, e in italiano, indigeno. 9.° Lecium, elemento di lego legis, scegliere, in sen- so di verbale di questo verbo, come privilegium pri- vilegio, sortilegium scelta della sorte, e quindi sorti- Iegio, cioè atto superstizioso — senza àutorità de’clas- sici da sortilegus chi fa sortilegio. Dicasi lo stesso di Florilegium l' atto di sceglier fiori da florilegus. 10.° Monium , elemento di moneo ammonire , col ‘significato di un nome verbale, come Vadimonium un atto che dichiara garante, e per la stessa garentia o sicurtà, Mercimonium , propriamente un atto che manifesta l’ intenzioné di mercare un beneficio, Ma- trimonium matrimonio, che avverte alla donna dover esser madre , come patrimonium per l'atto che av- verte l’ uomo dover esser padre — A questi si riduce parsimonia il risparmio. È 11. IGnuSs, IGNA, IGNUM , a me pare questa desi- nenza identica a gena, più prossima a gigno , come malignus maligno chi genera male, benignus benigno, privignus figliastro, ossia chi è generato prima del se- condo matrimonio. 2 12.° Ivus, IvA, ivum, elementi di eo is, ivi anda- re, con la forza di iens o euns chi va, Nativus na- tivo, che va a nascere, furtivus furtivo— Da questa ola mi par composta la parola Oliva ae, olivo, cioè ° albero che va a far ‘olio, o a verdeggiare — Rivus dal greco reîn scorrere, con questa desinenza signi- fica quel che va a scorrere. 13.° Go, 460, Ico, sono elementi del verbo ago, da cui i derivati in agium, come Virago vergine da tir uomo e go invece di ago in senso di agere, che spinge e agita l’ uomo, Propago iginis propaggine , e ropriamente il tralcio , che sotto terra si spinge a ormare nuova vite vicino alla madre, onde il verbo propago propagare — Caligo caligine, fuligo fuliggine sono composti da ago. 14.° SpEx e spicium , elementi del verbo spicio vedere o esaminare attentamente, in haruspex icis aru- spice, composto da haura stalla di porci, e per trasla- to qualunque luogo simile , e spe quasi spiciens in- dovino, ossia chi interpetra i voleri degl Iddi dalle in- testina degli animali sezionati nella stalla, Auspex chi vede gli uccelli, un altro indovino, quindi auspicium l’ auspizio, e haruspicium. 15. Pera da Parto partorire in vipera, quasi vivi- para, animale, che partorisce vivi e non uova. 16. Prex da plica piega in Simple da sine fatto sim e plex piega, senza piega semplice e quindi du- ploa , tripler, quadruplex duplice, triplice, quadru- plice. I I 17. Trmus identico a imus ima imum imo fondo, quindi Aeditimus il sagrestano, che abita nelle parte intima del tempio — legiimus leggitimo , maritimus marittimo ec. Intorno alla composizione per finali insignificanti. Si potrebbe domandare, perchè si adopera una sil- laba di più senza significazione? Se il fine del parlare è quello di far intendere il significato per via de’ se- gni, a che giova usare parole senza significato ? Io rispondo che per parole insignificanti in questo luogo intendo quelle, che isolatamente, rispetto a noi, non si- gnificano nuHa, ma che forse significavano qualche cosa appo i latini, e oltre a queste di presente, se non significano per sè stesse, composte ad altre parole ne ‘alterano e ne modificano il valore, e questo è senza dubbio ancora un significare, oltre alla varietà ed alla ‘ricchezza che ne proviene alla lingua. lo andrò no- ‘tando le principali desinenze di questa natura nel pre- sente articolo. | Queste desinenze sono le seguenti : 1.° Ce in hic- ce, haecce, hocce, la quale aggiunge al prenome hic, haec, hoc, oltre la grazia del buon suono la forza di una maggiore determinazione. 2.° Dam in quidam, quaedam, quoddam, e sì fa dem in idem, eadem, idem, il quale è composto da ts, ea, sd e. dem. Il primo com- posto da prenome relativo passa per la composizione del dam a partitivo e dinota certo, il secondo, cioè idem, invece di esso, significa medesimo, stesso. 3.° Mer sì compone a' nomi -personali Ego, Tu, Sui, e mentre per sè stessa nulla significa , in composizione aggiunge la determinazione di distinzione o individua- zione. Egomet io stesso, sibimet a sè stesso , tibimet a te stesso, Tu monosillabo per comporsi a MET pren- de anche te e si fa tutemet tu proprio. Si truova ancora ipsemet, esso proprio. Parmi questo met identi- co a me personale, come il te in tuse invece di Tu, é identico a te dello stesso Tu variato. Da qui sì po- trebbe derivare medesimo, che in francese fa méme quasi meme latino. 4.° Pe sì compone a quippe da cu are venuto quispiam, quaepiam, quodpiam desinenze insignificante, ma che altera il significato dì quis, quae, quod. 5.° Pte, si compone a meo mea, tuo iva, sug sua, come meapte , suapte, tuapte ;'e si fa. va- lere per mio proprio, tuo proprio, sue proprio. 6.° Quae non sì truova mai sola adoperata, ma encli- ticamente infine di parole, e fa intendere e congiun- zione ( pag. 78 ). Ma dessa ha una proprietà in cer- te parole non osservata comunemente da’ grammatici, ed è quella di far intendere ripetuto il primo com- ponente, così Quisque 0 quique, equivalgono e ‘quis et quis o qui ei qui, e quicumque a cum qui et cum qui, onde il primo significa ciascuno, e 1 se- «condo chiunque o ehicchessia. Questa forza è ritenu- fa ancora in ubigue, che vale ubi et ubi in ogni luo- go, in undique che vale unde et unde, cioè per tutte parti, in quoque, che vale quo et quo, onde si tradu- ce aneora, in atque che vale at et at, onde si fa va- ‘Here e ec. 7. Te st compone a tu come in quel verso famoso e FTite tute Tati, tibi tanta tiranne tulisti. , DeLLa COMPOSIZIONE PER EQUIPOLLENZA. Invece di esser lungo ‘in questo -Capo, come dòvrei essere, se -valessi- discorrere particolarmente delle tan- te diverse maniere di composizioni di equipollenza ,. mi piace di esser brevissimo, :lasciando al ‘buon .senso de’ giovanetti di decomporre le composte parole ne’ lo» ro elementi, con le poche osservazioni che andrò a fare. per certi casi particolari, che presentano qualche difficoltà. ii | La Composizione di equipollenza si ha, quando .pa- role di eguale dignità si ‘attraggono .vicendevolmente e ne risulta un composto, ile’ cui elementi niuno è ‘principale , inguisacchè si .possa dire , che uno si è composto in grazia di un altro —come etiam, quo modo, quemadmodum, quamobrem «ec. La lingua lati- na è ricca di queste composizioni di ‘ogni maniera, € ‘presenta composti di nomi e nomi, come Plebisertum decreto della plebe: di nomi € d’ aggiuntivi, come jus- gurandum giuramento , Respubblica cosa pubblica e Repubblica: di prenomi e prenomi, come Alteruter o I uno o l’altro: di prenomi preposizioni e nomi, co- me quemadmodum , quamobrem , di prenomi e nome come quare, quotidie, quotannis: di prenomi e verhi come quilibet, quivis, di -verbi le verbi ilicet, videli- cet, scilicet composti dagl’ infiniti ire, videre , scire andare, vedere , sapere, e licet è lecito ec. ec. ec. queste composizioni si apprendono dall’ uso, ossia dal- la lettura delle scritture de’ classici, e ‘la grammatica ha l’ obbligo d’ interpetrare etimologicamente le -parole, non mica di -presentare un Dizionario. i “ Le mie avvertenze adunque si versano intorno &amp; certe alterazioni, che avvengone ad uno degli elemen- ti nel compersìi, € dice primamente, ehe ogni altera- zione per ragione di eufenia non deve essere un osta- colo alla pronta riduziene de’ veeaboli alla classe cui appartengone. Cur, per esempio, è identieo a quare pag. 86. Se la forma vi sgomenta, guardate al si- gnificato ed ogni difficoltà è tosto svanità. La cosa, a cui bisogna hadare principalmente, è il significato relativo, che acquistano certe parole com- poste, da un late de’ lore elementi. Per esempio, ad- modum parola composta da ad e modum, sì fa valere per mollo, in guisachè incontrandoci in questo esem- pio : Cicero fuit admodum eloquens, ben tradurremeo Cicerone fu molto elequente, oppure eloquentissimo , ma vi guarderete bene di credere , che questo signi- ficato convenga ad cdmadum, etimologicamente, esso è relativo,e la frase è incompiuta: vi manca marimum e in forma analitica dovremmo dire fuit eloquens ad modum marimum, Intanto per parlare figurato sì af- fidò alla composizione di ad a modum, la risponsabi- lità di farlo intendere. Dicasi lo stesso di propemo- dum, che si fa valere per quasi 0 pressocchè, perchè vi manca un’altra parola simile ad ordinarium. Con queste avvertenze e con tutte le altre già fatte in tut- to il presente volume intorno al metodo etimologico, si può dar ragione de’ casi simili.  INTORNO ALLE PAROLE OMONIME. Io chiamo parole omonime quelle , che in quanto alla loro forma si riducono ad una sola, ma in quan- to a significato sono molte. In altri termini una stessa parola, a cui si dànno vari significati, costituisce 1’ o- monimia , come sarebbe amare appo i latini, che è 1.° radicale di verbo e vale amare,2.° è seconda desi- nenza del presente dell’ indicativo passivo , e vale tu sei amato, 3.° è voce d’imperativo e vale sti ama- to tu, 4.° è voce di aggiuntivo variato, 5.° e come . tale fu tenuta per avverbio da’ grammatici col valore di amaramente. L’ omonimia non è certo un pregio per una lingua , perocchè nuoce non poco alla chia- rezza, e rende difficile l’ intendimento de’ costrutti a chi è principiante nello studio della medesima. La lin- gua latina, mentre è ricchissima di varietà , abbonda strabocchevelmente di parole omonime, nella variazio- ne de’ nomi, de’ prenomi, de’ verbi e degli aggiuntivi. Aquae, per esempio, è seconda e terza desinenza sin- golare e prima plurale, patres è prima e quarta de- sinenza plurale — Gli aggiuntivi seguono ì nomi: dite lo stesso de’ prenomi in quanto ad omonimia. Si rac- comanda quindi a’ precettori di far notare questa pro- rietà a’ loro discepoli , affinchè rendano obbjetto di oro meditazione questo fatto , ed esercitino il buon senso e la logica naturale nel determinare i diversi significati di una stessa parola, secondo le diverse com- binazioni, che presentano 1 costrutti. RICORDI 4° PRECETTORI. Dal contenuto del presente volume si può argomen- tare l' insufficienza de' metodi adottati finora nelle scuo- de, dove l’ analisi delle parole era del tutto trascu- rata, niuna parola intorno alla derivazione, nessuna sollecitudine della composizione. Intanto il significato delle parole non può essere mai definito senza ridur- re le secondarie alle primitive, le derivate e composte alle loro radici o radicali. In pari tempo si può de- durre, che quando î giovanetti avranno ben apparato il presente Volume, gia si truovano în possesso della razionale conoscenza di tutta la lingua latina, peroe- ché ne avranno compresa la essenza e la forma, Vat- tuazione e la virtualità in tutte le sue esplicazioni pos- sibili. I precettori diligenti poî cureranno di non far solo imparare a memoria un volume , ma di esigere l applicazione delle teorie a' fatti, proponendo delle ipotesi a fine di mettere la mente de' giovanetti, nel- l'attitudine di variare, derivare e comporre, 0 di ri- salire dalle parole wartate , derivate 9 composte alle radici. Con questa pratica diligente si viene a costitui- re l'abitudine del metodo, per la quale ad ogni pa- rola, în cut s' imbattono, non vi si fermano esclusiva- mente, ma da questa ricorrono, per un bisogno scien- tifico a tutta la famiglia della medesima. In quesia gquisa viene a costituirsi un sistema di parole tutte le- gate tra loro, e în poco tempo s° impara razionalmen- te una lingua, che co’ metodi delle scuole dopo dieci e dodici anni di studio , resta ignorata per molti, e imparata parzialmente da pochi. Avvertenza a’ precettori | Pag. Introduzione intorno alla definizione ed all’ 2 | Matto dell’ Etimologia. : i  2 Intorno alle Classi Categoriche o primarie dele Parole CAPO I. Intorno alle Classi in genere . CAPO II. /n'orno alla prima classe categorica delle parole în ogni lingua, ossia del nome. Zntorno alla seconda classe categorica «delle parole di ogni lingua, ossia del verbo CAPO IV. J/ntorno alla terza classe categorica delle.parole di ogni lidi , ossia dell ag: giuntivo. . . /ntorno alla quarta classe categorica delle parole di ogni lingua, ossia del verbale. CAPO VI. Zaiorno alla quinta classe categorica delle parole dî o dial ossia delle De posizioni. () CL) o: () 8 sN 31 i . Intorno alle classi ipoteoriche e secondarie. Introduzione . A CAPO I. De' nomi personali primitivi 60 îo TU tu SUI di se. 4 Della seconda Classe Ipoteorica delle parole, ossia del prenome . è Art. I. Intorno a’ Prenomi di sito zIC questo , ; ISTE colesto , ILLE quello. ART. 4I. Intorno a’ Prenomi congiuntivi, i ‘qua li sono di diverse specie. ]&amp; 6 1. De prenomi Congiuntivi immediati Talie- Qualis, Tantus-Quantus. . De’ Prenomi di congiunzione mediati : Qui, Quae, Quod, Is, Ipse, Idem, Par, Aequalis, Similis. 3 De' Prenomi congiuntivi collettivi : Multus, Nimis, Satis, Magis, Plus, Omnis, Tous, Cuncius, Universus. . De Prenomi, che racchiudono la rela- zione di disunione , detti Disgiuntivi. ; 1. De' prenomi disgiuntivi per negazione, 4- lius, Alier, Caeterus , Diversus , Differens, Minus, Paulus, Paucus. ( 2. De’ prenomi disgiuntivi Partitivi : Singu- lus, Ullus, Uter, Quisque, Aliquis. CAPO III. Della terza classe ipoteorica delle pa: role, ossia dell’ Avverbio. Introduzione. . ART. I. Intorno agli avverbi di tempo. . . ART. Il. Intorno agli avverbi di luogo. . î ART. 1II. Intorno agli avverbi di modo. . Le creduti avverbi di modo seconda i grammatici. 46 49 51 52 fazio - fue 54 Della quarta Classe ipoteorica delle parole di ogni st ossia della Congiune zione. . tt) ArT. 1. Intorno alle congiunzioni semplici. S 1. Delle Congiunzioni semplici, che racchiu- dono il rapporto di unione. 77 — $ 2. Delle Congiunzioni semplici, che racchiu- «dono il rapporto di disunione. . ; . 78 ART. II. Delle Congiunzioni Miste . . . SL _ $ 1. Delle Congiunzioni miste copulative , Vi, Quando, Wbi, Si. , 82 Art. II. Intorno alle Congiunzioni miste, che rac- | chiudono una relazione del Verbale . . 84 CAPO V. Zrtorno alle così dette SRECIIERIORE O 0 Interposti. , : ; ì 91 DELL’ ETIMOLOGIA  Intorno alla Variazione delle parole. Introduzione. Delle radici e de’ radicali, e delle parole secondarie di ogni lingua in genere. 9 CAPO I. Della Variazione e delle parole Variabili. Zniorno alla Pariazione del nome , e delle parole derivate e composte in forma di nome. . 98 Sezione I. Delle desinenze etimalogiche ò signifi | cative deî nomi latini . 3 o 300 Intorno alle desinenze etimologiche si gnificative della quantita discreta, per cui î nomî latini sono singolari, e plurali. Delle desinenze fondamentali significati- ve del sesso, delto genere. Quistioni intorno a’ così detti genere neutro, RIAIRICO, comu- ne, epiceno. PR Re sè. Delle desinenze significative di qualità e quantità, per le quali i nomi si ad- domandano Migliorativi e Peggiorativi, Di- minulivi e Accrescitivi . È : ; . 115 Lista delle desinenze diminutive e migliorative. Desinenze degli accrescitivi e peggiorativi latini. 119 AnT. V. Delle desinenze di variazione significa- tive dî relazioni Zasorno alle desinenze sintassiche nel- la Variazione de Nomi latini Zutorno alla Variazione degli Aggiun- tivi e delle parole variate, derivate e compo- ste n forma di aggiuntivi . ; ù .- 126 Anr. I. Intorno alle desinenze sintassiche degli Aggiuntivi di doppia variazione. Zutorno alla Variazione del Verbo Intorno alle desinenze etimologiche nel- lo Variazione del Verbo. Delle desinenze etimologiche del Verbo ivi di semplice Variazione . | . è .- 135 An. II. Delle desinenze etimologiche de’ Verbi latini per doppia Variazione. 4 ‘ » 145 Sezione ll. Zrniorno alle desinenze sintassiche nel. o la Variazione de’ Verbi latini Poche osservazioni intorno alla formazione de'ver- bi in OR. è ‘ ; ‘ i ; »Zniorno alla Variazione de' Nomi per- sonali primitivi Intorno alla Variazione de’ Prenomi lai fini, e LI e . . a) la e C DELL'ETIMOLOGIA Intorno alla Derivazione delle parole latine Introduzione Intorno alla Derivazione da' Nomi latini o dalle parole derivate in forma di nomi . 160 7. I. Intorno alla derivazione de' Verbi dai Nomi Intorno ‘alla derirazione delle parole in forma di aggiuntivi da' Nomi. Lista delle desinenze delle parole derivate in for- ‘ ma di aggiuntivi da’ nomi . Delle parole che derivano da' verbi latini De' Nomi verbali derivati da’ verbi. | 169 SI. Desinenze, più comuni nell'uso , si ver- bali immediati.Desinenza de' nomi verbali mediati Degli aggiuntivi verbali, che derivano da’ verbi latini Zatorno agli aggiuntivi verbali detti par. ticipî . ivi $ 2. Degli aggiuntivi verbali diversi da’ par- ticipî. . CAPO Ill. Intorno alle parole, che derivano da- gli aggiuntivi. . » 177 Art. I. Delie parole in forma di nome, che de- rivano dagli aggiuntivi. sg” . ivi Arr. II. De' verbi derivati dagli aggiuntivi.Degli aggiuntivi derivati dagli aggrun- cAPO "Tv. Intorno alla Derivazione delle parole da’ Prenomi. i ; i . A . ivi Intorno alle par ole derivate dalle Preposizioni Osservazioni intorno a’ voluti derivati dagli av- verdi. DELL'ETIMOLOGIA Intorno alla Composizione delle parole latine Introduzione. Della Composizione delle “parole al- terate. .Znzorno alla Composizione delle paro. le senza alterazione 4 CAPO I. Della Composizione. per iniziali. CAPO II. Della Composizione finale delle: ‘parole. Intorno alla Composizione R: finali si gnificanti. . ‘ART. II. Intorno alla Composizione per finali in- significanti ivi ivi Della Composizione di equipollenza. intorno alle parole ‘omonime. CONSIGLIO GENERALE DI PUBBLICA ISTRUZIONE Napoli Vista la domanda del Tipografo Nicola Mencia, con la quale ha chiesto di porre a stampa l’opera: Introduzione allo studio della lingua latina, ossia saggio diuna gram- matica latina ragionata di Lorenzo Zaccaro. Visto il parere del R. Revisore signor D. Paolo Garzilli. Si permette che l'opera indicata si stampi; però non si pubblichi senza un secondo permesso, che non si darà se prima lo stesso Regio Revisore non avrà attestato di aver riconosciuto nel confronto esser l’ impressione uniforme all'originale approvato. Il Consultore di' Stato Presidente Provvisorio CAPOMAZZA. Il Segretario Generale Pieirocola. Intorno alle ai ole derivate dalle Pre. posizioni. Osservazioni intorno a' voluti derivati dagli av- verbi. . CN Jia : .  DELL’ETIMOLOGIA  » . Intorno alla Composizione delle parole latine Introduzione. © &lt; 186 Sezione I. Della Composizione delle “parole alterate Intorno alla Composizione delle paro. le senza alterazione Della Composizione per iniziali. . . ivi CAPO II. Della Composizione finale delle parole. 197 Art. I. Intorno alla Composizione pe finali si , gnificanti. . ivi Arr. II. Intorno alla Composizione per finali in- significanti ‘. Della Composizione di equipollenza.' 203 APPENDICE intorno alle parole ‘omonime. INTRODUZIONE ALLO STUDIO DELLA LINGUA LATINA INTRODUZIONE ALLO STUDIO DELLA LINGUA LATINA OSSEA SAGGIO DI UNA GRAMMATICA LATINA: RAGIONATA  cioè Lessigrafia Etinrologia Sintassi Regolare e Figurata. CON UN APPENDICE INTORNO 4° TRASLATI per opera DI Z. SE NAPOLI DALLA TIPOGRAPIA DE’ GEMELLI Vico lungo Montecalvario PREFAZIONE A' PRECETTORI Eccoci a quella parte della grammatica , che a confessione de puù dotti filologi forma la logica de’ fanciulli, la Sintassi! a cui le più dotte e pu ac- curate sollecitudini furono mai sempre rivolte , ma indarno ; poichè partendo dal falso supposto che la Sintassi abbia regole e non principi, riuscirono i un. guazzabuglio di assurdità e di contraddizioni. Confessiamolo senza riguardi a celebrità secolari , niuna grammatica o greca 0 latina ct ha presentato finora una definizione vera della Sintassi! Ditemi, 0 precettori , ditemi se potete ; quale nozione netta € precisa vi siete mai formati di questa parte della Grammatica,che si dice Sintassi? Quale risposta sod= disfacente potete voi fare a questa domanda, di cun siate certi. di esserne voi stessi soddisfatti ? Quando avrete detto che la Sintassi è Ordine o Costruzione , che dessa è regolare e figurata, che è di concordanza e di reggimento,ditemi coscienziosamente se queste parole destarono in voi quella compiacenza, che tanto diletta lo spirito nell’ intuizione evidente del vero compreso qual è? Nonvi rimase al contrario un vuoto lacerante per la indeterminazione di queste nozioni oscure e con- fuse? E con. quale coscienza potete voi dire, che vasegnando avete adempito il vostro dovere, certi che È vostri discepoli non hanno potuto capire quelle nozio- ni, delle quali vor medesimi non avete potuto render- vi mai conto esatto per difetto di chiarezza e dî precisione ? Io domando a voi quel che domandai spesse volte a me stesso, quando uscito dalle vostre scuole cercava di rendermi conto della dottrina, che volea insegnare. E in quale conflitto non mi trovai allora , che convinto dell’ impostura di un insegna- mento austero, col quale si suol trarre partito ad una opinione usurpata , mi decisi di confessare al pub- blico la propria ignoranza, e di riformare da capo il mio intendimento!! Misiin disparte i vecchi pregiu- dizî, 0 con animo spassionato cominciai uno per uno a passargli a rassegna, e senza rispetto di autorità a interrogarli, che cosa fossero, o che potessero va- . tere a fronte del tribu della ragione, tanto est- gente, quanto sospettosa, e mi venne fatto scoprire, che quei paroloni divenuti geroglifici misteriosi, rac- chiudendo spropositi di una crassa ignoranza, non bastavano a colorire la presunzione de’ barbassori. Che cosa è la Sintassi? donando a voi, e domando «di nuovo a me stesso , quale è l’ obbgetto intorno a cui si versa? che cosa può sapersi dopo che si sarà studiata la Sintassi ? Dire che la Sintassi è Ordine o Costruzione, è lo stesso che confessare non essersi ancora capita la natura di questa. parte tanto im- portante della Grammatica, o di essersi ignorato l’ob- bjetto di questa scienza, senza cui è impossibile che st costituisca la Logica de’ fanciulli. Dividendo la Sin- tassi in quella di Concordanza e in quella di Reggi- mento, sì viene a confondere la parte grammaticale, che ha principî, con quella che ha regole, la Sintas- si con la Lessigrafia , perocchè le concordanze non 4° PRECETTORI VII sono, che lo studio degli accordi tra la desinenze de’ nomi, prenomi, verbi ed aggiuntivi ; cosa tutta pra- tica, versantesi sulla lingua attuata in fatto, obbjet- to affatto proprio di Lessigrafia. (Vedi Avvertenza ai precettori Vol. II. pag. IX. ). Ora st comprende per- chè ritenevasi che la Grammatica in tutta la sua estensione fosse Arte e hon Scienza, perchè l’arte ha regole, e la scienza ha principî , e la grammatica tutta, secondo le scuole, ha regole assiepate di ecce- zioni senza principi assoluti e universali. E con que- ste supposizioni osavasi tentare una riforma, per farne la Logica de’ fancwlli ! — E si tentava di scrivere una grammatica Universale! e si preten- deva di dare 4 titolo di filosofica ad una gramma- tica senza principi / Dopo questo lungo e penoso conflitto tra l uomo vecchio e V uomo nuovo , tra il mio spirito educato alle scuole , e il mio spirito svincolato dalle pastoje de’secolari pregiudizi, 0 divisai un piano novissiino ed originale di tutto il corso filologico , nel quale ogni parte ben divisata occupasse il proprio luogo, e si rannodasse a tutte le altre con la stessa condizione di omogeneità , onde risulta un tutto ancora omo- eneo, n ! : La Sintassi pertanto, in questo nostro divisamen- to, è una Scienza, che risulta da principi diversi da’ principi dell'Etimologia, in quanto che essa si pro- pone d’ indagare î valore relativo delle parole con- gvunte , mentre V Etimologia ha indagato il valore assoluto delle parole isolate. Tutta la grammatica è Scienza delle parole , ma ciascuna sua parte se ne propone una parte , ecco il nesso tra tutte le parti della Scienza filologica. Con questa legge proceden- do, la Sintassi ha un campo determinato, nel quale non debbono nè possono entrare quistioni di perti- nenza lessigrafica 0 etimologica, come assurdamente fu praticato melle scuole, dove tutto è confuso. Ma questo è nesso che lega la Sintassi alle altre parti della Grammatica, oltre del quale, ve ne dev’ essere un altro non meno importante, e si è quello che lega le frazioni o è denominati di questa parte, rispetto alle quali ciascuna parte ha ragione di tutto. La Sin- ‘tassi è stata divisa in due parti, cioè Regolare e Fi- gurata: queste parti debbono essere connesse tra loro rispetto al medesimo tutto. Or quale è nesso che lega queste due parti ? Invano proponete questo pro- blema a’ grammatici per averne una soluzione sod- disfacente ,. perchè, mentre fanno consistere la Sin- tassi figurata în certi costrutti ellittici generalmente parlando, vi producono un mondo di figure orribili per eccesso e non per mancamento. Oltre a ciò î due trattati vanno confusi , trovando nella regolare Sintassi esposte le regole concernenti i figurati co- strutti, e per citarne un esempio, mentre i Nuovo. Metodo ha dichiarato di pertinenza della prima sin- tassi tutt’ i costrutti, ne quali sono espresse tutte le parole in forma analitica , vi espone nel. medesimo trattato è Verbi neutri con l’accusativo , + verbali seguiti dal genitivo, il verbo Sum col dativo, î verbi Doceo, Moneo ec. con due accusativi, il genitivo do-. po gli aggiuntivi neutri ec. , mentre poi negli av- vertimenti sì parla di Ellissi, di Zeugma, di Silles- si ec., che appartengono alla Sintassi figurata, di cui non tratta che nel secondo Volume. Niun ordine, miuna precisa e chiara nozione, ma tutto orribilmen- te confuso , messo dopo quel che dovrebbe precedere ed al contrario — Raccogliendo in fine quanto si è. studiato in due grossi volumi, voi non possedete che A PRECETTORE x un ammasso di materiali eterogenei , che andrete a dimenticare in brevissimo tempo. La Sintassi figura- ta poi è un enimmna più inestricabile della regolare, poichè non ancora è stato definito in grammatica che cosà sienò le figurè, e poi, mentre pare che ogni dir figurato produca eleganza , e consista nel dir poche parole per far intendere molti pensieri, incon- trerete tra le figure annoverato il Pleonasmo 0 il ri- pieno, l’Iperbato, ? Antiptosi e ?° Enallage, che sono vere sgrammaticature. | © — Noî dunque produrremo una delle più importanti novità, se altro non facessimo che metter ordine în tanto disordine. Ma troppo poca utilità c’ tmpromet-. teremmo, se non ci vemsse conceduto di fondare un trattato compiuto, razionale e scientifico pel rigore de’ principi, e per l’ esattezza del Metodo. Dico dum que che la mia Sintassi ha per obbjeito suo parti- colare e proprio un brano di discorso , che si dice Proposizione , nella quale si studia il valore relativo delle parole congiunte. Essa è regolare o analitica , quando stabilisce le relazioni delle parole messe @ co- strutto în tanto numero, quante sono le idee, che si vogliano manifestare : è figurata o sintetica, quando stabilisce è principi di far intendere în poche pa- role espresse molti pensieri. La figura dunque gram- medlo , che distingue una Sintassi dall’ altra , è questa sintesi del linguaggio , è «l difetto 0 manca- mento , 0ssta l Ellissi de’ grammatici , ogni altra e- sclusa, come ho dimostrato nel Nuovo Corso di Let- teratura Elementare Vol. II. pag. 172 e segg. La mia Sintassi regolare è la Scienza della Pro- posizione, quale dovrebbe essere in forma analitica. La Figurata è la Scienza dellà Proposizione în for- ma sintetica. Io distribuisco la materia secondo que- x. PREFAZIONE A° PRECETTORI sto scientifico divisamenta, e non farò come altri han fatto, cioè trattare in Sintassi regolare, ciò che ap- partiene alla figurata. Pochi generali principî illu- mineranno di luce indefettibile tutt’ i particolari co- strutti ; che andranno ad essi subordinati , ondechè senza mulirplicare tante osservazioni particolari quan- ti sono 1 particolari castrutti, otterrà il abi ag van- taggio, dell'ordine, del nesso scientifico, e del metodo. La Sintassi secondo me è differente dalla Costru- sione, perchè questa sì propone di studiare È ordine o ta disposizione delle parole ne costrutti, mentre quella intende a scoprire il valore relativo delle pa- role congiunte senza darsi carico se questa parola debba precedere, quell'altra seguire. Îo dunque fac- cio due trattati differenti di ut solo, ciascuno aven- ie VU obbjetto proprio e determinato. Quello che ho stabilito intorno alla Costruzione nella grammatica italiana è sufficiente , ondechè nel presente Volume m' intratterrò brevemente intorro ad alcune partico- larità della Costruzione Latina, rimettendo chi »' è vago al luogo citato, ed al IT. Vol. del Nuovo Corso. Alla Sintassi farò seguire un Appendice intorno a’ Traslati per rendere compiuta la teoria filologica intor- no allo studio della parola,come segno rispetto al signi- ficato,e in questo m'ingegnerò di essere breve e chiaris- simo per quanto comporta l’importanza delle quistioni. Io faccio grande distinzione tra i costrutti ele- ganti per ragione di Sintassi, e quelli che sono tali per ragione de’ Traslati , e gli uni e gli altri costi- tuiscono la purità e la proprietà della lingua lati- ma, di cui mi cccuperò nell’Elocuzione in un 4.° Vo- lume, che ho pure in animo di pubblicare. In que- sta guisa avrassi un Corso Compiuto di grammatica latina razionale, quale dev’ essere, e quale è ne’voti di tutti che fosse. A INTORNO ALLA DEFINIZIONE DELLA SINTASSI IN GENERE. Nella Etimologia abbiamo studiato le parole isolate, ossia distaccate dal discorso per appurarne il significa- to assoluto e diretto, ossia quel significato, che la con- venzione primitiva assegnò a ciascuna di loro, e che però dà ragione di tutti gli altri significati posteriori, che acquistarono relativamente, mettendosi a costrutto. .La Sintassi si propone di appurare il significato re- - lativo delle e congiunte a discorso , ossia quel significato, che loro succede unendosi ad altre parole. Ma che .cosa è il significato relativo ? Per compren- dere il valore di questa espressione io sono solito di ricorrere all’ esempio del mosaico composto di tante piccole pietruzze allogate in contatto l’ una dopo l’al- ira , in guisa che ne risulta un solo tutto, come è dire l’immagine di un uomo, di un cane, di un ca- vallo: ec. , dove ciascuna pietruzza, che isolatamente non è che pietruzza , in composizione acquista chi il valore di pupilla, chi di punfa ‘di naso, chi di dito ‘e via dicendo , valore che hanno in quel composto , e che perdono appena che se ne distaccano. Ond' è chia- ro che la pietruzza ha quel valore relativamente, e non assolutamente, Fate la stessa applicazione alle pa- role. Se truovo, per esempio , la parola. Aqua isolata così , petrò dire, che sia nome segno di sostanza o eausa singolare , e niente più. Ma se incontrerò la stessa parola nel seguente brano : aqua est dulcis, comprendo che aqua 1.° è primo termine di proposi- zione finita, perchè sta in principio di questo brano, 2.° che sia soggetto e non agente, perchè vi è il ver- bo est che dinota essere, 3.° che non è termine di rapporto, come potrebbe essere, se fosse preceduta da preposizione ec. Le quali cose io non potrei sapere, se aqua nen fosse congiunta ad est dulcis, ond’è chiaro che tutte queste significazioni sono relative , ossia rispetto al brano di discerso, e non assoluto. Ecco perchè io chiamo valore relativo o sintassico delle parole quello , che risulta dalla loro unione ad altre parole, appunto come la pietruzza in mosaico è pupilla relativamente al tutto, mentre è pietruzza i solatamente considerata. i Il fondamento della Sintassi nel ricercare questo va» lore sintassico delle parole congiunte sta nel nesso, che le idee significate dalle parole-segni hanno tra lo- ro. Il che si rende chiaro, anzi evidente, per via di esempi. Incontrandoci nella parola Cum con, andiame in cerca. di un neme che le preceda, e -di un altro che . la segua, perchè Cum con è preposizione, che dine- ta relazione. di compagnia o di unione , la quale non può essere che tra ‘sostanze e sostanze, o cause e cau- se, di cùi sono segni ii nomi { Etim. Par. 1. pag. 42). Noi dunque dalla relazione, che hanno le idee tra loro, scopriamo la relazione, che hanno le parole vicende- volmente. Quindi rileva più chiaramente, che la Sin- INTORNO ALLA SINTASSI REGOLARE 13 tassi sì propone di studiare queste relazioni delle pa- role sul fondamento delle relazioni tra le idee. Quel brano di discorso, che la Sintassi si propone, per appurare il valore relativo delle parole, non oltre- passa l’ estensione di un periodo, ossia di un pezzo di discorso contenuto tra due punti fermi, uno in principio e l’ altro in fine, Esso in Sintassi dicesi Pro- posizione, Frase, Enunciazione, Costrutto, ma noi lo chiameremo sempre Proposizione, e per questo la Sin- | tassi si potrebbe definire per la Scienza della Propo- sizione: nella quale definizione, comunque ristretta, si contiene tutte, perchè, come vedremo, in una proposi- zione logica massimamente determinata si possono ap- prendere tuttele relazioni possibili delle parole tra loro. — Ora la Sintassi in due modi po procedere nella sua disamina, perchè in due modi si possono suppor- re i costrutti o le proposizioni, sopra cui si versa quel- la disamina, cioè o de parele ,..che hanno relazione tra loro, sono tutte èspressé, 6 alcune espresse ed al- tre taciute. Nel primo caso , essendo la proposizione Regolare è Analitica, la Sintassi dicesi ancora Resolare o Analitica per distiaguersi dall Irregolare o Sinteti- ca, he si versa nella disamina delle Proposizioni ir- regolari, éssia di quelle; in: cui molte parole: si lasciano intendere e non si esprimono. Ecco come la Sintassi di- videsi in due Parti, l una fondamento dell’ altra, per- chè, se non sapessimo prima la Sintassi regolare, non potremmo: capire Ja irregolare; È grammatici chia ma- no’ la irregolare Sintassi Figurata , parola che non significa alcuna cosa. Tutte le distinzioni fatte finora in grammatica di Sintassi di concordanza, di reggi- mente ec., vengoro ridotte ad un selo principio vero e semplice, come apparirà dal. contenuto del presente «.d e. a, i FA . ri Ù ì ' - . wa PIE E EZIO pag sp on i ‘ dii pet ti di i. ; ; a I z Sa. i SR ; po oa ; ; i na "a a ano x » 240 eT 6 3 5 ‘ e s 4» ; i , . ‘a ni si Ca a } ‘ Pilli.i PARTE PRIMA Intorno alla Sintassi Regolare o Analitica. 5 a CRIST CAPOT. INTORNO ALLA PROPOSIZIONE IN GENERE E SUE SPECIE, Per Proposizione intendo un aggregato di parole , «sufficiente ad esprimere un giudizio. Il Giudizio è quell’ atto della mente nostra, con cui pensiamo che una Sostanza è in certo modo, o che una Causa fa ‘esistere un effetto. Allorchè diciamo: Equus est albus ‘il cavallo è bianco, ecco-.un aggregato di parole suf- ficienti ad esprimere il seguente giudizio , cioè che . una Sostanza, chiamata cavallo, è nel modo determi nato, cioè bianco. Similmente se troviamo Equus fa- . «st cursum il cavallo: fa corso, eeco nn' altra proposi- zione , cioè un aggregato di parole sufficienti ad esptimere “il seguente Giudizio , cioè che «una «causa chiamata ‘cavallo fa esistere un effetto, cioè il corso. ‘Oni ‘proposizione possibile si può considerare in Sintassi regolare o analitica sotto tre rispetti genera-. lissitii : cioè 1.° sotto il rispetto del contenuto , 2.° sotto il rispetto di chi parla, 3.° sotto il rispetto di chi ascolta. It presente Capo adunque vuol essere di- viso in tre Sezioni, ognuna avente pet titolo uno de’ fre rispetti. bi tri Da de SEZIONE 1.8 Della Proposizione sotto il rispetto del contENUTO. -- La proposizione corisiderata sotto il rispetto del cone tenuto , si divide in Sostanziale e Causale , Catego= cica e Ipoteorica, à | “ La proposizione sostanziale ha per primo terminé ‘in nome simile ad aqua , per parola media il verbo est variato di sum, e per secondo termine un aggiunti vo di qualità, come alba, dulcis, 0 di quantità, come una, magna, lata, longa ec., nella maniera seguente: ‘aqua est alba: aqua est una: aqua est magna ec. '' La Causale poi ha per primo termine un nome si- mile ad aqua, per parola media facit varialo di Fa- ‘ci, € per secondo termine un verbale di moto simile ‘a cursum , 0 di modo simile a impulsum nel seguen- "te modo: aqua facit cursum, o aqua facrt impulsum. " -H Nome della proposizione tanto sostanziale quanto cansale si dice sintassicamente primo termine, perchè sta nel principio, che è uno degli estremi, ed ogni ‘estremo è termine , ma è primo termine rispetto al. ‘secondo, che viene dopo del Verbo. L' Aggiuntivo. e "il Verbale seno secondo. termine , perchè stanno .ia 16 700000.  "0 ©; fine della proposizione. Il verbo poi è parola media, perchè sta in mezzo e lega i due termini. Jn Etimo- logia a pag. 40 facemmo distinzione del nome come secondo termine di rapporto: badisi quì a non confon- dere il secondo termine di proposizione col: secondo termine di preposizione. . se ° Le tre parole, così determinate sintassicamente , si dicono elementi essenziali. di ogni proposizione possi- bile, perchè senza le tre parole non sì può avere un numero sufficiente ad esprimere un giudizio, il quale consiste nel pensare;.0 che una sostanza è in un da- to modo, o che una causa fa esistere un effetto, a- qua-est dulcis, aqua facit cursum. Quindi è che, se alcuno dicesse : Aqua est o est dulcis, aqua facit o facit cursum, nen si avrebbe giudizio per difetto di parole, 0 ai n Affinchè la proposizione sia sostanziale è necessario 1.° che il primo terminé sia-nome nel senso vero e proprio. ondechè, se si truova una parola derivata in forma di nome, come poeta, seriptor ec., il costrut- ‘to è figurato, e bisogna sottintendere il nome, a cui il derivato si riferisce, 2.° è necessario che il secon do termine sia aggiuntivo in senso vero e proprio di qualità o quantità, ondechè, trovandosi invece un prenome, o qualunque altra parola derivata o compo- sta in forma di aggiuntivo, il costrutto è ancora figu- ‘rato, dovendosi intendere il vero aggiuntivo, L’ aggiun- tivo poi deve concordare col primo termine, con le ‘desinenze di accordo stabilite dall’ uso , onde è uopo dire : aqua est ‘alba e non aqua est albus, aqua est dulcis e non dulce ec. ,.secondo ciò che è stabilito nelle tavole lessigrafiche Vol. I. Facciansi le stesse osservazioni pel secondo termine di proposizione Cau- sale., in cui, se invece-del Verbale sì truova altra INTORNO ALLA SINTASSI REGOLARE 17 sia ‘in forma di verbale , la sintassi &amp; figurata. Il erbale poi va alla quarta desinenza 4.0, come di- rebbero ìgrammatici , in accusativo. Ma guardatevi di confonderlo con l’obbjetto. ì n. La proposizione sostanziale è così -detta , perchè il primo: termine di essa ha valore di sostanza, «di che ne è segno il Verbo Sum detto sostantivo, ossia ver- bo della sostanza, che significa stato, e dove è stato è sostanza , che in Etimologia fu definita per la cosa . permanente, che fa da sostegno de’ suoi attributi. senza che essa abbia bisogno di .essere sostenuta ( pag. 25 Vol. Il. ). n ‘- La proposizione Causale è così detta, perchè il pri- mo termine di essa, cioè il nome, ha valore di causa, di che n'è segno il verbo Facio, che significa azione, e dov’ è azione è causa , che abbiamo in Etimologia definita per la cosa, che operando ‘ne fa esistere una altra, che prima non esisteva ( pag. cit. Vol. II. ). Quindi è che lo stesso nome, per esempio, aqua, ha diverso valore nelle due proposizioni, perchè nella so- stanziale ha valore di sostanza , e nella causale ha valore di causa. Della qual cosà si sono avveduti 1 grammatici , quando appellavano il primo termine di proposizione, ora Nominativo soggetto , ora Nomina- tivo agente, ma non seppero distinguere quando fos- se l’ uno e quando l’altro, anzi spesso una nomencla= ‘tura con l’ altra confusero. Per: noi Soggetto e So- ‘stanza sono la medesima cosa, come la medesima co- sa sono Causa e Agente (Vedi Etimol. pag. 25 Vol. H.), ma chiamiamo il nome Soggetto o Sostanza col . verbo Sum, Causa o Agente :cel verbo Facio. Quello che importa osservare, concerne i verbi con- ‘ereti, i quali racchiudono due parole in una; perchè abbiamo detto in Etimologia pag. 31 che i verb 15 : |.  . concreti di Stato, come Dormio io dormo, (Quiesco io riposo, Sto io sto, Amor io son amato ec. equival» gono al Verbo. sum, ed al participio in ns, o in us, e i verbi concreti di azione, come Scribo, Lego, Cur= ro al verbo Facio, ed al verbale di moto o di modo. La proposizione con questi verbi invece di tre parole ne ha due, perchè una , cioè il verbo ne wale due, così dicendo : Petrus dormit, o Petrus legit, si ha in valore Petrus est dormiens, e Petrus facit lecturam, la prima è sostanziale, la seconda causale. Ma, essen- do il participio una parola derivata in forma di aggiun- tivo, che non può essere secondo termine di propo- sizione, parrebbe che non sì dovesse in essa riconoscere una proposizione compiuta.Ma per non anticipare delle quistioni alquanto difficili, mi contento di averle sem- plicemente enunciate, e mi riserbo di risolverle nella ‘seconda Parte, allorchè espongo la teoria delle pro- posizioni duplicate. Nè in ciò le grammatiche delle «scuole hanno un vantaggio su questa nostra , perchè in quelle è generalmente riconosciuto che il partici» pio sia aggiuntivo, ondechè non è la presente quistio- ne neppure sospettata , mentre ha tanta importanza nella Scienza etimologica e sintassica. . È —. Tanto la proposizione sostanziale, quanto la Causal poi si divide in categortca e ipoteorica. Si dice categorica ogni proposizione simile alle due’ ‘ prodotte in esempio, cioè aqua est alba, aqua facit ‘ Cursum , ossia ogni proposizione sostanziale , che ha per primo termine un nome simile ad aqua, per parola - media il verbo est variato dell’infinito esse, e per secondo termine un aggiuntivo qualitativo o quantitativo, simile adulcis, una, magna: oppure ogni proposizione causale, che ha per primo termine un nome simile ad aqua, per | parola media. il verbo. facto , e per secondo termine  un: verbale di moto simile a cursum-,' o: di modo si- mile a timpulsum, o, se il verbo è concreto, costano. entrambe di nome e' verbo, come aqua quiescit, aqua Tale forma di proposizione dicesi categorica , per- chè semplicissima e umiversalissima , a cui tutte le. altre forme di proposizioni possibili, si debbono ridur-: re, come i numeri si riducono all'unità. Per questa natura la proposizione categorica si può ancora chia-&gt; mare semplice, assoluta e positiva: semplice, perchè contiene un solo giudizio: assoluta, perchè esprime un. giudizio analitico, cioè fatto senza comparazione : po- stiva, perehè pone una qualità inerente nel sogget:: to, e un effetto prodotto dalla sua causa. 41 grammatici e i logici chiamavano proposizione af-. fermativa quella, che noi chiamiamo positiva, a cui: facevano corrispondere ta contraria detta negativa. La quale nomenclatura è falsa per quanto ho stabilito nel Nuovo Cerso, ed ho accennato nella Nuova Gramm rag. per la lingua italiana. | | La proposizione ipoteorica è ogni altra forma di pro- posizione differente da quella della categorica sopra descritta. Ogni volta adunque, che v'imbattete in una proposizione, che invece di presentarvi tre parole co- me essenziali elementi, v'introduca la negazinne, co- me Aqua non est dulcis, oppure invece dell’ aggiun» tivo per secondo termine, vi presenti un altro no» me, come Quercus est arbar, vei direte che ‘non sia più categorica, ma ‘poteorica. ed La proposizione ipoteorica adunque è di due spe- cie, cioè posttiva e negativa: la positiva è quando il verbo Sum si truova tra due nomi, cioè quando in- vece dell’ aggiuntivo per secondo termine èvvi un al- tro nome semplicemente, come nell’ esempio riportato ‘ (3 .  Sa Le Quercus est arbor , la quercia è albero. Il che deve intendersi di tutte quelle proposizioni, che invece del- ’ aggiuntivo dopo il verbo sum, hanno un. prenome, o qualunqué altra parola variata, derivata e composta in forma di aggiuntivo, come Liber est hic il libro è questo, Equus est meus il cavallo è mio, Lupus est deformis il lupo è deforme ec., perchè simili parole, non essendo aggiuntivi, si debbono considerare come determinazioni di un altro nome sottinteso da allogar- si dopo est, come spiegheremo più diffusamente in Sintassi figurata. | . La ipoteorica affermativa è, quando, oltre i tre ele- menti essenziali, vi è pure la congiunzione non sotto qualunque forma, cioè sia quando vi è non, o ne, 0 haud, sia quando vi è ni 0 in in composizione ad altra parola, o di, de, dis o a insenso di negazione, perchè come ognuno vede, sono più quattro parole che tre. Ond’ è chiaro che la proposizione ipoteorica di qualunque forma è composta, e in quanto alla po- sitiva sarà dimostrato nella. seconda Parte: in quanto alla negativa è chiaro dal maggior numero delle pa- role, come si è detto. Questa forma di proposizione adunque, paragonata alla categorica, si può dire com- posta, relativa e negativa ; composta , perchè rac- chiude più di un giudizio : relativa, perchè il giudi- gio, che esprime, avviene per comparazione : negativa, quando vi è la negazione, perchè toglie una qualità che era nel soggetto , o un effetto prodotto dalla causa, Intorno alla proposizione considerata sotto il rispetto Ogni nomo che parla si deve sempre proporre una qualche cosa che voglia dire ; fueri di questa suppo- sizione è impossibile di parlare in senso di discor= rere o ragionare. H proposito 0 il proporamento, ma- nifestato com parole, si dice proposizione, la quale prende tutt'i caratteri del proposito. o del proponi- mento. Ora in due modi possiamo proporci una qual-. che cosa a dire, o come primario obbjetto che prin- cipalmente c’ interessa, © ‘come secondario obbjetto, il quale è in grazia di quel primo, in guisaché, se questo non ci premesse, non ci daremmo sollecitudi- ne di quello. Quando la proposizione prende una for- ma atta a farci intendere il primo proponimento, sì dirà principate : se prende la forma stla a farci in- tendere il secondo proponimento; si dirà incidente. Ec- co la noziohe più semplice, che possa darsi della pro- posizione principale e incidente, delle quali 10 trat- terò partitamente in due Articoli, suddividendo il se- condo in più paragrafi. _Caratteri della Proposizione Principale, ideali ‘ed empirici. 1 caratteri della proposizione tanto principale quan- to incidente si desumono , o dalla forma esteriore delle parole, che la costituiscono, o dalla ragione del pensiero che esprimono. Nel primo caso si dicono ca- ratteri empirici 0 verbali, nel secondo caratteri idea- ko logia. | 1 caratteri empirici 0 verbali della proposizione principale sono i seguenti: 1.° che il verbo di modo finito è all’ Indicativo de’ grammatici, e che noi ad- domandammo Modo della proposizione principale va- riato ne suoi otto tempi secondo l’ ordine esposto in Etimologia pag.138 e seg. Vol.II. 2. che non sia precedu- to da prenome congiuntivo simile a quantus, qua- lis, qui, quae, quid, quod, o da congiunzione co- pulativa mista simile a vt, st, quando, ubi, nam, etemim ec., ossia da qualunque parola che rac- chiude il che italiano. Messe queste due condizioni, direte senza tema di errare che la proposizione così formata sia principale senza ricercare allronde la na- tura della medesima. Carattere ideale o logico della proposizione princi- pale si é che dessa presenta un giudizio finito , o un senso compiuto, in guisacchè chi legge o ascolta non rimane sospeso in aspettazione di qualche altra cosa a dire per intendere. Così dicendo : aqua est dulcis, 0 aqua facit cursum , ognuno intende senza sospensione di senso, che una sostanza, cioè acqua – or dog – hirsute (H. P. Grice), è in un dato Modo, cioè dolce; e che una causa, cioè acqua, fa esistere un effetto, cioè corso. | . Quando io dico, che la proposizione principale pre- senta un giudizio finito ; 0 un senso’ compiuto, per quello e- per. questo non ‘si deve intendere un giur dizio, o un senso in ogni modo determinato , perchè così confonderebbesi la proposizione principale sempli- ce con la proposizione principale logica o discorsi- va , di cui parleremo nella Sezione: seguente. Quel finito e compiuto intendesi in rapporto a’ tre elementi essenziali della proposizione e del giudizio. hei 5000 a Intorno a’ Caratteri della Proposizione INCIDENTE, EspLiciTa e IMPLICITA. I Caratteri empirici.o verbali della Praposizione in- cidente sono due ancora: 1.° che il verbo non sia al Modo detto Indicativo da’ grammatici, e da noi Modo della Principale proposizione , ma all’ Imperativo, al Congiuntivo ed all’ Infinito. 2.° Se il verbo e al mo- do Indicativo sarà preceduto da Prenome congiun- tivo, o da Congiunzione copulativa , in cui si rac- chiude il che italiano. si Carattere ideale o logico della proposizione inci- dente si è, che dessa presenta sempre wn giudizio mon finito, e un senso non compiuto , onde lascia ‘una sospensione in chi ascolta o legge, per ia qual si è in aspettazione di qualche altra cosa a dire per intendere. Se dico per esempio: Si tu scribiîs se tu scrivi, etst ille veniat benchè egli venga, voi non in- ‘tendete certamente in modo assoluto , ma state ad 84 è Poco: i . ;. aspettare ehe ie dica qualche altra cosa per com; prendere il senso di quelle frasi -ineempiute. |. .. «La Pròpesiziene incidente altra è esplicita, altra è implicita: la prima si ha quando è preceduta espli» citamente da Qualis, Quanius, Qui, quae, quod sia semplice, sia composto, come quamodo, quivis, qui libet, quicumque ec, n° e implicita ne’ seguenti casi: 1,° se il verbo-è al. l’Imperative ,. 2.° all Infinita, 3.° all’ Indicativo e Congiuntivo preceduti da Cengiunzione mista, 4.° se la proposizione è interrogativa, In quattro distinti para; grafi esporremo queste quattro specie di proposizio- ni incidenti implicite, A | e (SS ae Della Proposizione incidente implicita 1mperatira, Quando diciamo : f prae va avanti, veni huc vie- ni qua, fac cito fa presto, ognuno comprende che noi vogliamo dire, io comando, io prego, io voglio , lo desidero che tu vada, tu venga, tn faccia ec, In altri termini è chiaro, che la forma imperativa è una maniera di dire abbreviata, la quale fa intendere la proposizione: principale ego jubeo , ego precor-, ego volo, ego cupio ec., da cui dipende la incidente s0- stenuta dal verbo variato a modo imperativo. Quindi deducesi che la' proposizione cel verbo in tal niddo è incidente, perchè subbordinata ad una delle principali riportate, ma è implicita, perchè una tale proposizio- ne non è preceduta da Preneme congiuntivo è da Com giunzione , che racchiudano il che italiane. Oltracciò ‘deduco che questo Modo impropriamente è ‘detto im» “perativo ; perocchè hon sempre la principale; da cui dipende, è io comando, ma alle volte è i0 prego, i0 consiglio, i0 desidero, to voglio. In fatti, allorchè di- eiamo a Dio : Libera nos ab omni malo s liberaci da ogni male,chi oserebbe asserire che con quel libera nos noì miseri mortali osiamo di comandare l'Onnipotente?. e quando un amico per affetto dice all’ amico : vent Gito vieni presto, sarà questo un comando pari a | Quello che si fa al servitore con la stessa formula ? Niun uomo di buon senso potrebbe pensarlo, Ondechè nella Nuova Grammatica Italiana vol. Il: pag. 17. io proposi Modo volitivo preferibile a modo imperativo (1). $ 2° Intorno alla proposizione incidente implicita INFINITA. La proposiziono è infinita, ogni qualvolta ha il ver- bo al così detto modo infinito, come aquam esse dul- cem, aquam facere cursum, o, se il verbo è concreto, aquam quiescere , aquam currere. La distinzione dì ‘proposizione fimta e infinita è della massima impor- (1) Il precettore per esercizio de’giovanetti, ogni qual- volta incontrerà una proposizione imperativa , farà due cose; in prima farà loro rilevare dal senso che forza ab- bia questa formula, se di preghiera, di comando, di esor- tazione , di consiglio ec. In secondo luogo farà ridurre in forma analitica il costrutto sintetico di questo modo e, se per esempio incontrerà questa frase verzz cito, 80- stituirà ego precor ut cito venias, passando al congiunti- vo coll’ w/ l’imperativo , oppure al modo infinito, come ego volo te venire cito, secondo che il verbo della pro- posizione principale richiede, come Lissa in appresso, . tanza sintassica, quantunque da’grammatici non sia stata fatta, o almeno non si sia fatta rilevare sufficientemen- te. Ma, come è chiaro dalle due prodotte in esempi, la proposizione infinita , quando il verbo è. astratto, costa di tre parole, che nella sostanziale sono nome, verbo e aggiuntivo, e nella causale, nome, verbo e ver- bale. La differenza è in quanto al primo termine , i quale nella proposizione infinita À la quarta desinenze detta nelle scuole Accusativo, con la quale concorda la desinenza del secondo termine aggiuntivo, se è sostan- ziale, come aquam esse dulcem; nella causale il pri- mo termine ‘è la stessa desinenza detta accusativo, ed il secondo termine, che «è il verbale, variandosi come nome, prende pure la stessa desinenza, come aquam facere cursum. | “a Il primo termine della proposizione infinita prende tutte le nomenclature del primo termine di proposi- zione finita, benchè differiscano in quanto alla desi- nenza nella più parte de’ nomi, cioè di soggetto 0 di agente secondo che vi sarà l'infinito esse o facere, perchè tanto Ja proposizione finita quanto l' infinita I i in ciò che sono sostanziali o causali, ca- tegoriche 0 ipoteoriche ec. | — Nella proposizione causale tanto il primo termine quanto il secondo hanno la quarta desinenza , come ‘aquam facere cursum, dove aquam è primo termi- ne agente e cursum secondo termine effetto. © Ma, non sempre che incontrasi I’ infinito, presenta ‘una proposizione in forma secondo il falso vedere di alcuni grammatici , perocchè e in italiano e in latino .spesso si adopera, come nome primo termine di pro- «posizione finita o infinita, 0 come obbjetto , 0 come .termine di rapporto. Glì esempi sono ovvi nell’ uso «della lingua, ed .io mne cito qualcheduno. S$ctre :tuum ‘ Lea INTORNO ALLA SINTASSI REGOLARE 27 nihil est il'tuò sapere è nulla : Comprehendi mises rum est l’ essere incolto è compassionevole , dove Scire e Comprehendi fanho da primi termini della proposizione finita sostenuta dal verbo est. L’ uso più frequente dell’ infinito. è con l'ufficio di obbjetto do- po i verbi transitivi, come Scio te studere so che tu studi, o so studiare tu: come termine di rapporto e- quivalente ad uti nome variato con la desinenza eti- mologica significativa della preposizione di si truova ne’seguenti casi I.” dopo i così detti verbi passivi, ossia dopo quei verbi, che, avendo.la desinenza in. 0r, equivalgono al verbo sum.ed al participio in us, for- mati da'verbi - di azione transitivi in o, simili a Dicor, Credor , Vocor, Nitor, Conor (1) ec. L'infinito dopo questi verbi ha forza del così detto genitivo, e tro- vando il seguente esempio : Horatius dicitur fuisse poeta , etimologicamente tradurrete: Orazio dicesi di essere stato poeta, benchè per traduzione di equi- pollenza si dica meglio in italiano : Dicesi che Orazio sia stato poeta. La ragione sì è che quell’ infinito in simili costrutti non può essere nè primo termine di proposizione nè obbjetto, e se non è una di queste cose dovrà essere necessariamente un termine di rap- perio , per lo pelicino generale enunciato in Etimo- ogia Vol. II. che il nome (e nome verbale è l' infi- nito ) in qualsiesi costrutto o è primo termine di proposizione o secondo termine di rapporto in (1) Questi due ultimi verbi Nifor e Conor si hanno per deponenti da’ grammatici , ma stando al significa- to di ingegnarsi sforzarsi sono veri passivi come 2a- - ceor. Nè osta che il loro attivo non è stato mai nell’uso, o che per traduzione di equipollenza si facciano valere per dentare. a i .  modo implicito od esplicito. Ora il verbo passi» vo (e passivi sono i prodotti in esempio e: tutti que- gli altri che i grammatici appellarono vocativi ) non può avere l’ obbjetto , come sarà altrove più chiara- mente dimostrato : resta a conchiudere che l' infinito dopo i verbi passivi in generale sia un termine di rap- porto equivalente ad un genitivo, nel quale senso Vir- gilio adopera l’infinito cognoscere dopo il nome amor, quando disse: Amor casus cognoscere nostros, amore di conoscere le nostre sventure. 2.° Dopo i verbi, che grammatici dissero servili, come queo io posso, nequeo mon posso, possum io posso, soleo io son solito, debeo io debbo: esempi, nequeo vivere non posso vivere: soleo scri- bere son solito di scrivere, imperocchè simili verbi sono di stato e in forma analitica equivalgono a essere (esse) ed al participio od aggiuntivo potis e potens, debitor per debeo, e solitus per soleo. Sicchè traducendo etimologi- ‘camente ego non possum scribere, e ego soleo scribere per io non sono potente o sono solito; l'infinito dovrà essere necessariamente preceduto dalla preposizione di, come io non sono potente o sono solito di sertvere. In simili casi l’ infinito non prende la forma espli- ‘cita di proposizione infinita, perchè non può essere ‘mai preceduto dal primo termine, che si richiede in- -dispensabilmente per formare e costituire la proposi- ‘zione medesima. Si può dunque domandare. in quali casi l' infinito può formare proposizione ? Quando è primo termine di proposizione finita, e quando è obbjetto di un verbo transitivo sotto certe date condizioni, come Deum ésse sanctum evidens est essere Dio santo è cosa evidente, Scio te scribere o te facere scripturam so che tu scrivi. Ma se il primo termine non può aver luogo, ancor- chè fosse ne’ due casi descritti , l’ infinito non potreb- be formar proposizione infinita. Ondechè dopo il ver- bo tolo opto e cupio , che significano Voglio e Desi- dero, ne’ casi che il primo termine - della. proposizione infinita dovrebbe essere lo stesso nome, che fa da pri» mo termine della proposizione finita , l'infinito non è preceduto dal suo primo termine , dicendosi :Volo venire, Cupio esse clementem e non Volo me venire, © Cupio me esse clementem. Se poi i primi termini sono nomi diversi, avrà luogo il contrario, ben dicen- dosi: Volo te venire, Cupio te esse clementem: Fatte queste dichiarazioni indispensabili, sorge la principal quistione : come la proposizione infinita può essere ncidente e implicita? Che la proposizione infinita -sia incidente, si ri- leva: dal solo riflettere che dessa non regge mai da sè nel discorso indipendentemente da un’altra, che è principale rispetto alla medesima. Chi dice infatto:: Petrum flere , non dà un giudizio finito o un senso compiuto, se non lo fa precedere da Ego Scio lo so: che sia incidente implicita apparisce chiaramente dalla risoluzione del modo infinito al finito preceduto da Quod, perchè tanto se dico Scio Petrum jlere, quante se Scio quod Petrus flet, dirò sempre la. medesima co- sa. Adunque il Che, latinamente quod, è implicitamente contenuto nella forma della proposizione infinita , il che basta a formare una proposizione incidente. im- pheita. | |  - 68,9 Intorno alla proposizione incidente implicita «—__Copulativa. La proposizione incidente implicita copulativa sì è | quella, che è preceduta da una delle Congiunzioni miste Ut, Ubi, Quando, Dum, Si, corrispondenti alle italiane Come, Dove, Quando , Mentre, Se, perchè simili congiunzioni racchiudono il che 0 quale, ossia .il pre- nome relativo Qui, quae, quod. In fatti Ut come ‘equivale a Modo in quo modo o più brevemente a quomodo, ossia modo nel quale modo. Ubi dove a luogo nel quale luogo: Cum, Quum, Quando quando a tempo ‘nel quale tempo: Dum mentre a momento,nel qual:mo- mento:Si se a caso nel quale caso, Vedi Etimologia Vol. Il.° e NuovaGrammatica ragionata per la lingua italiana ‘Vol. I.° pag. 82. e segg. Tutte le proposizioni precedute :da queste congiunzioni sono incidenti, perchè non reg- ‘gono per sè stesse, se non si appiccano ad un’altra. proposizione, che rispetto ad esse sia principale. Infatti mon dànno mai un giudizio finito 0 un senso compiuto, ‘ma lasciano sempre una sospensione ed un aspettazio- ‘ne di qualche altra cosa a dire per intendere, come «quando dicesi, Ut venio, come vengo, Cum o ‘do reseribes quando risponderai: - Ubi dirtt dove dis- se, Sî scies se saprai. Sono implicite, perchè il Qui, quae , quod, non è espresso ; si dicono Copulative dalla congiunzione che precede. Per la nozione di modo, di luogo, di tempo e di caso, che le suddette congiun- zioni racchiudono, le proposizioni, che ne sono precedu- te, si possono distinguere con le nomenclature di Pro- posizioni Modale, Locale, Temporale, Condizionale. È proposizione Modale quella che va preceduta da Ut sia semplice, sia composto, come uti, velut, veluti, e da Ceuw: è Locale quella ch'è preceduta da Ubi : Temporale quella che è preceduta da Cum o Quum, Quando e Dum: Condizionale quella che è preceduta da S: tanto semplice quanto composto, come mist o ni abbreviato di nisi, da an, da utrum, ne, necne nelle proposizioni dubitative. o i $ 4° Della Proposizione incidente implicita interrogotiva. Si dice interrogativa quella proposizione che hella scrittura ha in fine un così detto punto interrogativo, e_ nella profferenza porta una modulazione di voce, che indica premura di sapere. . Dessa è incidente implicita, ogni qualvolta non è preceduta da alcun segno esplicito d’ incidenza, come qui, quae, quod, qualis, quantus, quomodo, cur, quare, quid? ec. perchè, se da alcuna di queste parole fosse preceduta, ognun. vede che sarebbe incidente. Ma si potrebbe quistionare, se si dessero proposizioni interrogative non precedute da alcun segno d’inciden- za. Ed io rispondo ‘senza esitare che se ne dìnno mol- tissime in ogni lingua, e quindi ancora nell’usò della lingua latina, la quale presenta mille esempi di Do- mande con la particella ne e nonne, come Audisne? non odi? Vidistine ? non vedesti? Nonne ivisti? fors non andasti? ec. ec. o Ma come si può dimostrare che la proposizione in- terrogativa sia incidente? È facile a provarlo dal soto riflettere che la proposizione interrogativa non prece- duta da seguo di incidenza , come Vidistine? non vedesti ? in nulla differisce dalla principale non vidisti mon vedesti, in quanto alle parole , le quali sono le stesse, perchè ne non differisce da. non. Intanto ognu- no conosce.la differenza che passa tra queste due enunciazioni vidistine? e non vidisti, come è chia- ro dalla diversa maniera di scriverle e di profferirle. Or questa differenza non può derivare dalle parole, che ‘sono le stesse: dovrà dunque derivare dalla diversa natura delle proposizioni. E, posto che Non vidisti. è principale, se ne dovrà conchiudere che vidistine? sia incidente , perchè ogni proposizione non può essere che o principale 0 incidente. | Ma, se ogni proposizione incidente deve dipendere da una principale 0 espressa o sott’ intesa, si vuol sa- pere quale sia la principale, da cui l’ interrogativa di- pende ? Standoci al senso, che rileva dal nesso logico, la proposizione interrogativa dipende dalla principale sott' intesa Ego volo scire io voglio sapere , perchè chi domanda è incerto delle cose, ed è premurato dal bisogno di saperle. ln questa guisa riducendo a forma analitica la interrogativa Vidistine? avremo Ego volo sci- re casum in quo casu tunon vidisti, o più brevemente ego volo scire an tu vidisti. Alla stessa guisa sì riduco- no le interrogative precedute da qualche segno d’ inci- denza. Io ne produco più esempi per norma di riduzione ne' casi simili 1.° Quare o Cur non fecisti id? in for- ma analitica Ego volo scire rem a qua re,o propter rem tu 4 non fecisti. 2.° Quis venîit chi venne ? Ego volo scire ‘hominem qui homo venit. 3.° Quid est? che cosa è ? Ego volo scire negotium quod negotium est. 4.° Unde venis donde vieni? Ego volo scire lo- cum ex quo loco venis 5.° Ubi es dove sei? Ego volo scire locum in quo loco es, 6.° Quomodo huc intra- sti Come -sei entrato&lt;quì ? :Ego volo scire modum in INTORNO ALLA SINTASSI REGOLARE 33 quo modo huc intrasti ? La soluzione in somma deve essere fatta in modo che la domanda resti subordinata alla proposizione , Ego volo scire , come l’ incidente proposizione alla principale, sott' intendendo quel nome con quella desinenza di variazione, che è richiesta dal senso e dalle ragioni della grammatica. Si riscon- tri sul proposito quel che è ancora stabilito nel Il. Vol. della Nuova Gram. per la lingua italiana. Intorno alla proposizione sotto il rispetto di chi ascolta, ossia della Proposizione Grammaticale e Logica o Discorsiva. Il fine di chi parla è quello di farsi intendere, 0s- sia di manifestare con le parole il suo pensiero a chi ascolta. E, siccome non tutti gli ascoltanti sono ca- paci d’ intendere un pensiero con. lo stesso numero di parole, ma con alcuni se ne ha bisogno di molte, con altri di poche; è facile a intendere che una stessa proposizione , che costa de’ soli tre elementi essen- ziali, la essere intesa da alcuni, può non essere in- tesa da altri, se non è specificata o determinata, ag- giungendo a’ tre elementi essenziali altre parole. Il che è evidente dal fatto della propria esperienza, che io riepilogo nel seguente esempio. Se più persone pre- senti al mio discorso, che si è versato intorno ad una cert’ acqua, odono in conclusione aqua est dulcis l’acqua è dolce, tutti intenderanno determinatamenle di qual acqua è mio intendimento di parlare. Ma, se mentre enuhcio questa proposizione, arriva un estra- nea al mio discorso, naturalmente dovrà domandarmi, per intendere , di qual acqua si parli, ed io -per far manifesto il mio pensiero dovrò aggiungere a’tre. ele- menti essenziali altre parole e dire per esempio : Aqua putei est cum melle dulcis, P acqua del pozzo con. il miele è dolce. Da questo fatto è chiaro che vi può essere una proposizione grammaticale simile ad a- qua est dulcis, ed un'altra logica o discorsiva simi- le ad aqua putei cum melle est dulcis. lo dunque tratterò in due Articoli nella presente Sezione. della Proposizione grammaticale e della Proposizione logica o discorsiva sotto il rispetto di chi ascolta, perchè ap- punto usiamo or l una or l’ altra in grazia della ca- pacità relativa degli ascoltanti, che saranno più o-me- no informati del soggetto dei nostri discorsi. Intorno a’ caratteri della Proposizione Grammaticale. La proposizione grammaticale costa de’ soli tre ele- menti essenziali, come Aqua est dulcis o aqua facit cursum, se il verbo è astratto, o se il verbo è con- creto di due sole parole, come Aqua quiescti o aqua currit. Dessa è sostanziale o causale , principale o incidente , categorica o ipoteorica. Per questa sua natura è una proposizione astrattissima , perchè non rende conto delle particolarità costitutive di un’acqua qualunque , e perciò è ancora indefimita e indeter- minata, perchè non dice in che tempo,in che luogo, in che modo ec. l' acqua è dolce o l’acqua fa corso, ma enuncia semplicemente che I’ acqua è dolce e l’ac- qua fa corso. Dessa, a rigore parlando, rare volte ha luogo, e pro- priamente quando gli ascoltanti sono informati dal pre- cedente del soggetto di cui si parla. Dico a rigore par- _ Jando, perchè gli oratori. mettono la proposizione gram: maticale prima dell’ orazione , e i matematici è i fi- losofi il teorema, che può essere una grammaticale . proposizione, prima della dimostrazione. Rare volte ha luogo, perchè ‘ogni discorso, diretto ad informare altrui del nostro divisamento , non può contentarsi di una proposizione astrattissima e indeterminata. È mestieri dunque che se ne descrivano i caratteri, e che sia con- natata, anche perchè, quando si fa la disamina sintas- ‘tassica sopra un periodo, che è una proposizione Lo- gica 0 discorsiva, la prima cosa, a cui bisogna por mente, è la proposizione grammaticale, che racchiude il Con- cetto ossia il proponimento dello scrittore, in grazia di cui esistono, come appendici, tutte le determinazioni. Intorno alla Proposizione Logica o Discorsiva. La proposizione tanto sostanziale : quanto causale , tanto categorica quanto ipoteorica , tanto principale quanto incidente, è logica 0 discorswva, ogni qualvolta oltre i tre elementi essenziali è accresciuta ‘di altre parole , come Aqua puiei cum melle est dulcis ac- qua di pozzo col miele è dolce, dove, come egnu- no vede, oltre gli elementi essenziali Acqua est dul- ‘cts vi sono di più putei, cum, e melle. Essa è detta logica .dal greco dogos, che significa discorso, perchè. quando . più .di tre parole si compongono, si esce da’li- “miti di una semplice enunciazione , e .si entra in di- -scorso. - Sicchè Logico. equivale all’ italiana parola di- -SCOTSÌvO. ! ai i ‘Posto :che in. ogni. proposizione logica è mestieri ri- «cercarne -la grammatieale, .che è come .il nucleo e.la 36... . PRIMA PARTE sostanza di n periode ‘0 di un costrutte qualun- que, è agevele a comprendere che le parole dì più oltre gli. essenziali elementi in una logica proposizione si possono censiderare eome dipendenti da questi. On- dechè tutte le parele , ehe entrane a formare la più lunga proposizione logica, sì pessono considerare alcu- ne indipendenti, che stanno da sè; e starebbero anche sole senza bisogne di altre parele ; altre dipendenti cioè in grazia di quelle, in guisachè, se le prime non fossero, non potrebbero le seconde reggere. Così nel- l’ esempio: Aqua puter cum melle est dulcis, le pa- rale aqua est dulcis stanno per sè indipendenti dalle altre, ma puter e cum melle sone in grazia di a- qua in. maniera che, se togliete aqua, dovete togliere putei e cum melle, che ne dipendono, Per questa ra- gione e pei caratteri innanzi descritti della proposizio- ne grammaticale io chiamo Determinabili gli essenzia- li elementi della proposizione grammaticale , e chia- mo determinazioni tutte le parole, che si aggiungono come un dippiù di que’ tre elementi, Determinabile è ciò che è capace di determinazione ; la determina- zione è un limite, una restrizione , che sì appone a ciò che è senza limiti o senza termini. | Mi spiego con un esempie. Se io dico: aqua acqua solamente , vei intendete per quest'unica parola ogni acqua possibile, e potete intendervi l’acqua di i pron l’acqua di pozzo , l acqua piovana, l'acqua di fon- te ec, ec, perchè dessa sola è segno di un’ acqua in- determinata, cioè senza limiti e senza restrizione , e perciò un vero determinabile, Laddove se io dicessi : aqua putei acqua di pezzo, voi nen sereste più nella libertà di pensare ad ogni acqua possibile, perchè la pa- ola pater di pozzo, aggiunta ad aqua, ne restri il significato, e la riduce alla sola acqua di pezzo, Onde è ‘chiaro che putei.di pozzo è un limife, un termi- ne, una restrizione, 0 determinazione di aqua acqua. Ora si comprende chiaramente che cosa sia una de-: terminazione: è una o più parole che apposte ad un altra parola restringono ‘il’ significato indeterminato o generico di quest’ ultima , come è putei di pozzo ri- spetto ad aqua. Tutte le parole adunque; di cui si compone la più ricca proposizione logica, si distinguo» no in parole determinabili e in-parole determinazio- ni, E, siccome quest'ultime sono sempre in grazia delle prime, e però dipendenti, è chiaro che 1 determinabili sono le tre parole costitutive de’tre elementi essenziali di qualsiasi proposizione : le determinazioni poi sono tutte le altre parole, che non sono que’ tre elementi, Se- volete pertanto sapere quanti e quali sono i deter- mînabili , io vi rispondo che sono tre nella proposi- zione sostanziale e tre nella causale, cioè Nome, Ver- bo e Aggiuntivo; e Nome; Verbo e Verbale. E, sic- come Nome e Verbo sono gli stessì nelle due. serie , si può dire in generale che i Determinabili&gt; în tutto sono quattro 1.° Nome 2.° Verbo 3.° Aggiuntivo 4.° Verb ° . 90 è : Chi studia la proposizione Logica o discorsiva, inten- de conoscere le determinazioni ‘di ciascun determina» bile, perchè abbiamo veduto che, aggiungendo. quelle a questi, la proposizione da grammaticale diviene Lo- gica 0 Discorsiva. Ecco perchè noi divideremo il pre- sente Articolo in quattro paragrafi , ognuno de’ quali si propone di far conoscere quali sieno e possano es- sere le determinazioni di ciaseuno determinabile. Ma, siccome cadono ‘delle distinzioni rispetto alla diversa natura di ciascun determinabile , perchè il primo ad esempio non sempre è un Nome, ma alle volte un tn- finito , e’l secondo non sempre è verbo pteo ma  alle volte è un verbo conereto ec. così suddividere- mo ciascun paragrafo in più numeri , dove l’ ordine delle materie e la chiarezza dell’esposizione lo richiede. $1° Intorno alle Determinazioni del primo Determinabile. Jì primo determinabile non sempre è un nome nel senso dichiarato in Etimologia Vol. II. pag. 24, ma alle volte è un infinito , come abbiamo accennato a pag. 26 del presente Volume. Ora sotto il rapporto | delle Determinazioni vi è qualche differenza tra l’uno e l altro, ecco perchè esporremo in due Numeri 1.° quelle del Nome 2.° quelle dell’ Infinito. Num. 1.° Intorno dlle Determinazioni del primo Determinabile . I principio generale e regolatore nella ricerca delle determinazioni di ogni qualsiesi determinabile è il se- guente. Saranno determinazioni di una parola tutte quelle altre , il cui significato è in intima relazione col significato di quella prima, che rispetto ad esse è un determinabile, perchè , essendo Ie determinazioni limiti 0 termini di'un’ idea indeterminata , deve pas- sare tra il determinato e la determinazione quella stes- sa relazione, che passa tra il termine e ’l terminato. Se non vi fosse questa relazione,ancorchè una parola fosse determinazione di un determinabile, non sarebbe tale ‘rispetto ad un’ altra. Procedendo con questo principio per sapere quali sieno le determinazioni del Nome non abbiamo a far altro che vedere; con quali idee ha relazione la so- stanza e la causa, di cui il nome è segno (Etim. Vol. II. pag. 24 ). E 1.° Non vi é sostanza creata esistente, chie non sia nel suo concreto limitata o finita dalle sue quali- tà e quantità , perchè abbiamo. detto in Etimologia che di ogni sostanza si può domandare: Quant’ é ? Qual'è ? Per questa intima relazione, che passa tra la sostanza e le qualità e quantità, il Nome, che é segno della prima, prende per sue determinazioni i qualita- fivi e quantitativi clie sono segni delle secone de, e, se la proposizione grammaticale aqua est dul- cis è oscura per chi ascolta , voi aggiungerete chia- rezza, determinando il nome aqua con l' aggiunti vo alba, e direte aqua alba est dulcis, T acqua bianca è dolce. Lo stésso avverrà, se invece di alba apporrete un aggiuntivo di quantità continua o di- screta, richiesto dal senso. Da questo momento adun-» que impariamo a distinguere i due. uffici, che |’ ag- giuntivo sostiene nel discorso, cioè 1.° di secondo ter- mine di proposizione, come è Dulcis rispetto ad aqua est dulcis: 2.° di determinazione del nome, come è alba rispetto ad aqua nella proposizione logica aqua alba est dulcis. Nel fare l’ analisi di una proposizio- ne logita, in cui concorrono molti aggiuntivi, tan- te volte è difficile a discernere il secondo termine della proposizione , specialmente ne’ costrutti intrec- ciati per poetiche, e perciò ardite, trasposizioni delle — parole. lo do una norma per nen errare in questa ricerca. Il secondo termine di una proposizione so- stanziale rispetto all'aggiuntivo determinazione sta co- me la proposizione principale all’ incidente. Per sapere adunque quale tra più aggiuntivi sia quello, che ‘deve allogarsi dopo il verbo est, come secondo ter- .mine , è mestieri considerare quale. tra essi ha la di- , 4qmità: di primario concetto. di chi. parla. La qual cosa, se non si Fileva dalla posizione naturale. delle parole, è uopò: che si raccolga. dal senso contenuto ‘in quel .che precede o in quel che segue del discorso. Se, ‘per esempio, invece di aqua alba est dulcis il co- ‘strutto si presentasse col seguente ordine artificiale: Alba dulcis aqua est, a vedere se alba o dulcis sia secondo termine, e quindi uno di loro determinazione, -non abbiamo altro mezzo che ‘il nesso logico di que- «sta proposizione con l’antecedente e col seguente. .. Quando il nome è seguito da un aggiuntivo qualita- .tivo o quantitativo, sua determinazione, come Aqua alba .est dulcis, allora si dice che il nome è determinato in forma analitica da un aggiuntivo. Ma. se il nome :sì varia con desinenze etimolegiche significative di quantità discreta, per cui si fa singolare e’ plurale , «Oppure per desinenze. significative di quantità conti- .nua e di qualità, onde diviene diminutivo e accre- +citivo, migliorativo e peggiorativo , allora il nome si dirà determinato da un oggiuntivo di quantità o di . qualità in forma sintetica. Così se m° incontro nel seguente esempio : Asellus est. fortis l'asinello è forte, .non dirò che Asellus sia nome grammaticale , perchè .asellus equivale a due parole , cioè parvus ‘piccolo ed asinus asino... pa ati: In 2.° luogo il nome prende per sue determina- zioni 1.° un neme, con. la desinenza significativa del- la preposizione Di, detta in. grammatica genitivo, e da noi seconda. desinenza : 2.° la preposizione .eum con; seguita dal secondo termine di rapporto : 3.° La preposizione Sine o absque senza , seguìta da nome, come suo secondo termine. La ragione si è che il nome dinota sostanza o causa. Ora non vi è sostanza o causa creata, che non sia dipen- dente, e che non si truovi o sola 0 in compagnia. Ma i rapporti di dipendenza, di unione, e di disu- ntone hanno per segni la seconda desinenza del no- me variato , la preposizione Cum e Sine , è dunque chiaro a comprendere che ad esprimere questi rap- porti di una sostanza, che ha per segno il nome pri- mo determinabile, è uopo farlo seguire o da un nome variato con la seconda desinenza, o dalle due propo- sizioni Cum e Sine, seguite da’ loro termini, Sicché possiamo dire che la seconda determinazione del no- me si è quella di relazione , che ha per segni una di queste tre cose. Così, se aqua est dulcis è propo- sizione insufficiente per far intendere il nostro con- cetto, lo determineremo dicendo 1. Aqua putei est dulcis 1’ acqua di pozzo è delce 2. Aqua cum mel- le est dulcis Y acqua col miele è dolce 3. Aqua sine o absque melle est dulcis 1’ acqua senza miele è dolce, e diremo che putei, cum melle , sine melle sieno determinazioni del nome aqua. Da ciò deduco primamente che il così detto geni- tivo de’ grammatici a ragione fu considerato come di- pendente da un nome sostantivo espresso o sottinte- so , perchè racchiudendo la prepesizione Di, che sì gnifica rapperto di dipendenza, la quale è tra sostan- ze e sostanze, che hanno per segni i nomi, vuol es- sere allogata in forma analitica tra due nomi. In se- condo luogo osservo quanto era assurda la dottrina de’ grammatici, che consideravano it nome preceduto da Cum per un ablativo di strumento, come deter- minazione di certi verbi, imperocchè lo stato e l' a- zione, significati dal verbo, non hanno alcuna relazio- 42. . PRIMA PARTE ne con il rapporto di unione e di disunione , la quale è tra sostanze e sostanze o cause e cause ( vedi Etim. vol. II pag. 42). “e . Quando il nome è determinato o da .un nome va- riato con la seconda desinenza significativa della pre- posizione Di, o da nome preceduto da Cum e Sine, si dirà determinato in forma analilica .per una di sif- fatte relazioni. 000 o | "A Ma, se invece del nome variato con la desinenza significativa della preposizione Di si.adoperassero pa- role derivate da nome in forma di aggiuntivi, come meus, tuus, suus, derivati da ‘met, tui sui, allora que- sta parole sì direbbero determinazioni del nome in forma sintetica ’ sotto : il rapporto. della preposizione , Da. Così invece di dire, analiticamente aqua silvae acqua di selva, dirò sinteticamente aqua silvestris con lo stesso significato: parimenti invece di vir fidei uo- ano di fede dirò nello stesso senso vir fidelis vomo fedele. Dite lo stesso di tutte le parole derivate da’ nomi in forma di aggiuntivi con qualunque desinen- za per lo principio generale enunciato in Etimologia pag. 158 vol. II. che dal nome non possono derivare parole in questa forma, che non racchiudano per. si- gnificato accessorio un’ idea di relazione, di cui sono segni le tre preposizioni De, Cum, .e Sine. Quindi, se ancontrate Themistocles fuit Atheniensis ,’ tradurrete -Themastocles fuit vir Athenarum: Cicero fuit orator -latinus , ‘tradurrete Cicero fuit Orator Latii ec. Ri- «spetto alla preposizione sine senza si è ricorso alla «composizione delle congiunzioni negative non, ne, in di, dis ec. come negotium che vale non otium ec. In 3." luogo il nome s'intende determinato , ogni qualvolta è seguito da una proposizione incidente espli- gita, cioè preceduta da qualis, quantus, o. qui, quae, quod , imperocchè, se' determinare vuol dire restrin- gere il significato astratto di una parola, è facde a comprendere che il'nome si determina, quando è se- guito da una si fatte proposizioni. Infatti ‘allora. che diciamo Aqua , quam dedisti mihi, est dulcis, l'ac- que, che mi hai data, è dolce; ognuno vede che. per acqua non s' intende un'acqua qualunque, ma quella sola, che tu mi hai data. Se egli è così, il significato di aqua è ristretto dalla proposizione incidente espli- .cita quam dedisti. La proposizione incidente esplicita a rigore dovrebbe essere preceduta da qualis e quan- tus, che in Etimologia addomandammo Prenomi Con- giuntivi immediati (pag. 53): ma in Sintassi per non inviluppare la mente de’ giovanetti con tante distin- zioni abbiamo detto che la proposizione incidente è sempre esplicita, ancorchè sia preceduta da qui, quae, quod Prenome Congiuntivo mediato. I grammatici chia- mavano questo prenome, pronome relativo, intorno al cui costrutto scrissero tante pagine, e accumularono tante osservazioni. lo non posso passarmene senza fa- re menzione di queste teorie , che hanno acquistato una celebre importanza nelle scuole. Dirò dunque che il nome determinato dalla propo- s'zione incidente esplicita fu. detto nelle scuole ante - ‘cedente , col quale il prenome congiuntivo qui, quae, quod deve avere un accordo per desinenza significa- tiva di quantità, ossia di unità, di numero, e di sesso, se l’antecedente è .nome di ‘animale variato, o come dicevano' 1 grammatici in genere e numero. Quello stesso nome ripetuto dopo il prenome fu detto conse- .guente , col quale volevasi che accordasse in .genere numero ‘e caso , perchè tanto il prenome quanto il conseguente appartengono ad una stessa proposizione, ‘diversa da quella, che precede. Noi dobbiamo. so- ù è.  stituire al linguaggio delle scuole , il nostro più pro- prio, e perciò diremo che il prenome relativo qui, quae, quod ha desinenze indicative di accordo col nome, che determina la sua incidente proposizione ;. ma con esso ha un accordo parziale e non intero : I avrà intero cel nome stesso fatto conseguente, a cui precede. In Sintassi regolare questo secondo nome de- v' essere espresso, e nell’esempio riportato si dovreb- be mai sempre dire: Aqua, quam aquam dedisti mihi, est dulcis. Ma l’uso della lingua non serba quasi mai questa regolarità, ma il più sovvente sopprime il con- seguente facile a intendersi, e lo esprime ne’ soli casi di oscurità. Cesare, che si studiava di parlare chiaro, quasi sempre lo esprime , poco curandosi di essere elegante con figurati costrutti. Ma di ciò a proprio luogo nella Sintassi figurata. Quando il nome è seguito da una proposizione in- cidente esplicita, si dirà determinato in forma analitica sotto il rispetto di questa determinazione. Ma, sicco- me la proposizione incidente implicita in quanto a senso equivale ad una proposizione incidente esplicita, è facile a intendere che il nome si dovrà considerare come determinato in forma sintetica sotto il rapporto di questa determinazione, ogni qualvolta è preceduto o seguìto da parole, che racchiudono il senso di un intera proposizione. | E 1.° quando il nome è preceduto da’ prenomì di sito Hic, Iste e Ille, diremo che sia determinato in forma sintetica da proposizione ineidente implicita , perchè dicendo , haec aqua quest acqua , il senso è: acqua, la quale è vicina a me : illa aqua Î' acqua o quell’ acqua , equivale ad acqua , la quale è lontana .da me e da voi. (Vedi Etimol. Vol. II. pag. 52 ). 2.° Dicasi lo stesso di tutt'i prenomi congiuntivi INTORNO ALLA SINTASSI REGOLARE 45 mediati eccetto qui, quae, quod e de’ collettivi, co- me Par, Similis, Equalis, Cunctus, Omnis o i dis- giuntivi altus , alter, coeterus ec. de’ quali abbiamo parlato in Etimologia Articolo II. $. 2.° 3.° ec. 3.° Facciasi la medesima applicazione a tutt'i par- ticipi ed agli aggiuntivi verbali, che sono parole de- rivate da verbo, e come tali racchiudono una propo- sizione incidente implicita, come legens, scriptus, seri ptor , poeta, edax ec. ec. 4.° Allo stesso modo si considera il nome determi- nato da proposizione incidente implicita, quando è se- guito da una parola composta in forma di aggiuntivo, il cui secondo elemento è una voce elemento di ver- bo, simile a dex, pera, ger, fer ( vedi Etim. pag. 197 e segg.), perchè queste finali sono elementi di ver- bo con la forza di un participio in ns, che contiene una proposizione incidente implicita. Incontrapdo adun- que un nome simile ad aqua, seguito da una parola — composta di questa natura, come aurifera, frugifera ec. diremo che sia determinato per una proposizione incidente implicita in forma sintetica. 5. I grammatici riconobbero il così detto Caso di apposizione , il quale è un nome dopo un altro no- me, come Tulhola, deliciae nostrae Tullietta nostro sollazzo. Il nome apposto determina il primo nome, «come apparisce dall’ esempio riportato, dove deliciae nostrae restringe il significato di Tullia, considerata sotto altro rapporto. Or, come dimostreremo nella Sin- tassi figurata, il caso di apposizione è un primo ter- “mine di proposizione incidente comparativa , è però che noi lo consideriamo per buone ragioni, come una determinazione in forma sintetica sotto il rispetto del- la proposizione incidente. Cali il nome è solo, ossia senza alcuna delle Li  sopradette determinazioni, si dirà Soggetto e Agente o primo termine grammaticale della proposizione, cui appartiene , come aqua in aqua est dulcis. Quando poi sarà stato determinato in qualsivoglia modo, si di- rà primo termine soggetto e agente logico , secondo che la proposizione sarà sostanziale o causale. Num. 2.° Intorno alle determinazioni del primo determinabile — INFINITO. ‘ A pagina 26 abbiamo detto che l'infinito alle volte è primo termine di proposizione, alle volte è obbiet- to, alle volte è termine di rapporto, perchè desso ha forza di un nome verbale: per questa ragione può prendere le determinazioni del nome , di cui abbia- mo parlato nel Num. antecedente. In italiano l’ infi- nito prende tutte quante le determinazioni de’ nomi, ma appo i latini non si può dire assolutamente la me- desima cosa, perchè non si truova mai adoperato con proprietà congiunto al così detto genitivo, o alle al- tre preposizioni del nome , 0 co’ prenomi o con le proposizioni incidenti esplicita e implicita, come a sue determinazioni, e, se se ne incontra qualche esempio, è rarissimo, perchè in quella lingua ritiene più del ver- bo che defnome. ——. Le determinazioni dell’ infinito, come Verbo, sono quelle stesse, che si addicono al verbo, di cui parle- remo nell’ Articolo seguente. Intorno alle determinazioni del secondo determinabile — VERBO. 1 Verbi altri sono astratti, altri sono concreti ( E- tim. Vol. MU. pag. 30): i verbi astratti sono due Sum. e Facio; tutti gli altri, che non seno questi due, sono werbi concreti (luog. cit. ). Tutte le determinazioni de’ verbi astratti sono comuni a’ verbi concreti, ma non al contrario: ecco perchè in due $$ esporremo le determinazioni di quelli e di questi. | 6 I Intorno alle determinazioni de’verbi astratta Sum e Facio ‘Secondo il principio generale enunciato a pag. 38 si possono dire determinazioni di una parola quelle sole parole, il cui significato è in intima relazione col significato di quella prima. Ora il verbo Sum dinota Stato , e il verbo Facio dinota Azione : essi dunque potranno avere per doro determinazioni tutte quelle parole, il cui significato ha intima relazione con lo stato e con l'azione. Ma non. vi è stato nè vi è azione, che non sia @ non avven-: ga in un dato spazio di tempo e di luogo , è facile a comprendere che i due verbi astratti Sum e Facio. prendano per loro determinazione la preposizione In, che dinota rapporto di contenenza ( Etim. Vol. Il. pag. 43 ) seguita dal nome di tempo e di luogo, co- me secondo termine , il quale con questi due verbi, AB  prende ia quinta desinenza , detta de’ grammatici ca» 80 abblativo. Così, se si dà la seguente proposizione Aqua est dulcis, e vei volete sapere Quando e Dove l’acqua è dolce ? sì risponderà Aqua est dulcis ‘rn hoc tempore per la prima demanda: in hoc laco per la seconda in forma analitica. | ‘ La determinazione fatta in questo modo è in forma analitica : sarebbe in forma sintetica, se si adoperasse invece della preposizione In, seguita dal nome variato di tempo e di luoge, un Avverbio di tempo e di fuo- go ‘come Ibi, Nume, Tunc: sarébbe una determina- zione in modo figurato, se si adoperasse una di-quelle parole semplici 6 composte, che si riducene ad altre parole anteriori, e che da’ grammatieì furono tenute avverbi di tempo e di luego, come hic qua, iste co- sta, te colà, hodie oggi, cras domani, Wiico subi- to ec. Si riscontri tutta la teoria dell’ avverbio nel- l’ Etimologia vol. II. dalla pag. 63 fino alla pagina 71. Si vuol avvertire che co’ verbi astratti Sum e Facw per proprietà di lingua si possone adoperare s0- lamente hic, Ulic, istic e non huc, istuc, Uluc, è illac, istac, hac, o mmc, astine, illine, come osserveremo più distesamente in appresso: tra le determinazioni del verbo astratto in forma sintetica si debbeno an- noverare le congiunzioni miste, «che ratchiudonola no- zione di tempo e ‘di luogo, cioè cum, quum, quando e ubi, così se si domanda : Quando e Dove 1’ acqua è dolce ? Voi in questa forma sintetica potete rispon= dere: Aqua est dulcis cum 0 quum 0 quando conti- n: mel, oppure aqua est dulcis ubi cum -melle muscetur. E, siccome il modo e la condizione in sen- so .metaforico spesso si prendono per tempo e luogo, anche gli avverbi e le congiunzioni miste di modo e condizione in senso metaforico spesso si prendono per tempo e luogo anche gli avverbi e le congiunzioni miste di sad e condizione si possono adoperare co- me determinazioni in forma sintetica de’verbi astratti Sum e Facio. | | Secondo questa dichiarazione tutti gli avverbi in senso etimologico e sintassico (Etimologia pag. 90) so- no vere e proprie determinazioni del verbo. 00 In 2°, luogo i verbi astratti Sum e Facio, hanno per loro determinazioni in forma analitica tutte le pre» posizioni di sito registrate in Etimologia a pag. 43 e seg., qualunque sia la desinenza del nome di tempo e di luogo in senso proprio 0 metaforico, loro secon» do termine. La ragione si è che, quando più sostanze 0 cause sono contenute nel medesimo spazio o di tem- po o di luogo, è agevole a comprendere che, se una è sopra, l’altra è sotto: se questa è vicina, quella è lontana, e via dicendo, Onde che le relazioni di sito s’identificano con la relazione di contenenza, la quale abbiamo veduto che è una determinazione vera e pro- pria del verbo astratto di Stato e di Azione. Quindi è che, se la proposizione aqua est dulcis ritorna oscu- ra al nostro ascoltante, noi potremo renderla più chia- ra determinando ii verbo est con una preposizione di stto simile a prae, supra, ante , prope, ec. e dire: Aqua est dulcis praeter modum, l’acqua è dolce ol- tremodo, I grammatici vi direbbero che una simile. maniera di esprimere sia una forma analitica del com- parativo , di cui parleremo appresso. ‘. Evvi nella lingua latina un costrutto, clie i gram- maticì notarono con molta importanza, come una del- le proprietà specifiche della medesima , cioè il così detto ablativo assoluto, il quale ha luogo ogni qual- volta s'incontrano due verbi, ciascuno dipendente dal suo nome, per formarne due preposizioni e principale rispetto all’ altra incidente, come nel seguente. esempio, Dum tu legis, ego scribo mentre tu leggi io scrivo. In questo caso i latini invece di due proposi- zioni in questa esplicita forma passavano il verbo del- T incidente al participio variato con la quinta desi- nenza, detta da’ grammatici abblatiro, nella quale met- tevano ancora il nome, suo primo termine, e diceva+ no: te legente, ego scribo. Î grammatici chiamavano il te legente abblativo assoluto, perchè non dipendeva dalla principale proposizione. Questa nomenclatura è falsissima, poichè è ritenuto generalmente da’gramma- tici che ogni abblativo senza eccezione alcuna dipen- da da una preposizione espressa e sott’ intesa, e vi fu grammatico, che lo chiamò caso della preposizione, Or, se l'abblativo assoluto dipende da una preposizione, ed ogni preposizione è una determinazione del prime termine, che nel caso presente sarebbe il verbo, per- chè i grammatici vogliono che l’abblativo assoluto di- pende da Sub sotto, preposizione di sito ; bisognerà conchiudere che questa forma di costrutto non può dirsi abblativo assoluto in senso che non dipenda dal- la principale proposizione, e ritenere che dessa sia una determinazione del verbo in forma sintetica, equi» valente ad una proposizione incidente implicita tem- porale, di cui parlammo a pag. 80 del presente Vol. Credo utile e necessario di presentare a’giovanetti un quadro delle forme analitiche, in cui si può e si de- Pi I ve risolvere questa forma sintetica. Sia il medesimo esempio riportato: Te legente ‘ego scribo, risolvete 1.° Ego ‘scribo dum tu legis 2.° ege scribo cum tu legis 4.° Ego scribo quum tu legis 4.* Ego scribo, quando tu legis, o in forma di ultima ana- lisi, ego scribo in tempore in quo tempore tu legis. Se il tempo della proposizione principale è passato come te legente ego scribebam Leggendo tu, io scri. veva , risolvetete f Ego scribebam duri tu legebas; o cum e quuîti tu legebas, oppure quando tu legebas edanche dum, cun, quum tù legeres; mettendo il vere bo al congiuntivo. | nie Se il patticipio é in us, del così dettò verbo pas- sivo, le risoluzioni si fannò allo stesso nodo, salvo le differenze de'diversi costrutti e della variazione; come vedremo in sintassi figutatà, — | In italiano I’ abblativo assoluto si fi valete un Ge- rundio, di cui si è detto nella Grammatica Italiana ( pag. 19 Vol. II ) come in te legente ego sceribo , eggendo tu io scrivo., ma quel Gerundio vale una di quelle proposizioni incidenti, nelle quali. si è riso- Tuto P abblativo assoluto latino: i , Ho detto che pet aver luogo l’abblativo assoluto si richiedono due nomi divetsi, come primi tetmini di due proposizioni una principale e l’ altra incidente , perchè, se uno stesso primo teritine regolasse i due verbi, non potrebbe aver luogo, generalmente parlando, questa forma, onde se dovessimo tradurre im latino questa frase italiana : Pietro venendo ti vedrà, non possiamo fare: Petro vemente videhit te, perchè, come é chiaro, mancherebbe il primo termine a videbit, met- tendo Petro in quinta desinenza, o mancherebbe il nome a veniente, mettendo Petrus in prima desinenza con videbit. Allora i latini si esprimevano in forma più analitica e dicevano: Petrus veniens videbit te, oppure Cum Petrus vemiet videbit te , 0 Quum Petrus vene- rit, videbit te. Si Lane Ho detto generalmente parlando , perchè si dànro de’ casi particolari, ne’ quali Jo stesso nome primo termine delle due proposizioni può dar luogo a questa forma sintetica , ed avviene propriamente quando il  nome esprime lo stesso soggetto o agente in diverse inizi , per le quali si duplica e si triplica a così dire, e oltre a questo il secondo verbo pet la sua desinenza diversa fa intendere facilmente il primo ter- mine, che sarà il nome personale primitivo , come nel seguente esempio: Me consule (intendi il partici- pio enie che non era in uso ) bellavi , essendo io console io guerreggiai. Ma tali casi sono così rari che sî può ritenere il principio generale enunciato , cioè che a dar luogo ad un abblativo assoluto si richiedono indispensabilmente due primi termini. I | Num. 2.° Intorno alle Determinazioni de’ V. erbi Concreti. I Verbi concreti sotto il rispetto del loro significato sono di due specie, cioè di Stato o di Azione (Etim. pag. 31): sotto il rapporto della loro forma alcuni in o altri in or. 1 verbi di Stato in o simili a quiesco, dormio e sto si risolvono nel verbo Sum e nel participio in ns come Sum quiescens , sum dormiens, sum stans , dove in participio equivale ad una proposizione inci- dente simile a qui est in quiete, in dormatione , in statu. Ì Se n’eccettuamo Fio, Veneo, e Vapulo, che avendo la desidenza 0, si risolvono come i verbi in ‘Or pas- sivi. I verbi di stato in or si risolvono nel verbo sum e nel participio in ns, come Recordor in sum recorda- tus, dove il participio equivale ad una proposizione in- cidente simile a quella del participio în ns. lo chiamo i verbi concreti di queste due categorie, verbì di stato semplice ed assoluto, perchè esprimono lo stato senza relazione alla sua provvenienza. Chiamo verbi concreti di stato relativo quei, che ì grammatici chiamavano verbi passivi, come amor io sono amato , legor io sono letto , i quali si risol- vono ancora nel verbo Sum e nel participio in us. Differiscono da’ verbi di stato in o, perchè dessi di- notano stato con la relazione di provvenienza. In fatti quando dico: Io sono amato, esprimo lo stato in cui mi truovo, ma uno stato provveniente da Pietro, onde la frase è incompiuta, e per compierla dico: 0 sono amato da Pietro ( ego amor aPetro ). Differiscono da’ verbi concreti di stato assoluto in or per la stessa ragione. I verbi concreti di azione tanto in 0 quanto in or si dividono ancora in due categorie. Nella prima met- to quelli che dinotano azione, il cui effetto è un mo° do, che dall’ agente passa nell’ obbjetto (Etim. pag. 31 ) come Amo io amo, Reor io penso, e questi si risolvono nel verbo Facio e nel verbale di Modo, co- me facio amorem, e facio rationem per amo e reor, e si possono chiamare transitivi ed obbiettivi. Nella seconda metto tutti que’ verbi in o e in or, che significano azione , il cui effetto è un moto im- manente nell’agente 0 causa produttrice, come Curro io corro, labor io scivolo, e questi egualmente si ri- solvono nel verbo Fac e i verbale di Moto , co- me Curro in facio cursum, labor in facio lapsum, e si possono chiamare îintransitivi e non obbgettivi. Da questa rapida esposizione chiaramente apparisce che i verbi concreti contengono tutti o Sym o Facio, pe quali possono ricevere per sè tutte Je determina- zioni di questo principalissimo elemento, e perciò pos- siamo ritenere per principio generale (che non ammetfe eccezione) che tutti verbi concreti in primo luo- go si determinano allo stesso modo che i verbi astratti, di cui abbiamo parlato nel Numero antecedente, an- corchè alcuni di essi racchiudano l’ idea di moto pel ‘verbale, perchè altre sono le determinazioni proprie del verbo, altre quelle del verbale, e nel caso nostro ver- bi sono Sum e Facio, che vogliono per determinazioni le preposizioni di contenenza e di sîto, seguite dalnome di tempo e di luogo. Tutl’al più si può dire, come dire- mo, che questi verbi oltre le determinazioni del ver- bo possono avere ancora quelle del verbale di moto. I Verbi concreti possono avere tutte le determina- zioni degli elementi che contengono. È siccome que- sti elementi sono due, cioè il verbo sum e il par- ticipto per alcuni, il verbo Facio il verbale per certi altri, cosi diremo in generale che dessi prendono per loro determinazioni quelle del verbo e dell’ altro ele- mento. Delle prime sì è parlato nel Num. antecedente: delle seconde a proprio luogo. Una sola osservazione credo indispensabile dover fare in questo luogo, ed è quella, che riguarda ì verbi concreti di azione transitivi od obbjettivi, i quali vo- gliono dopo di loro, come propria determinazione, un nome, che dinota l’obbjetto, sopra di cui cade l’effetto prodotto, come modo, con la quarta desinenza detta da’ grammatici accusativo paziente, come Romulus interfecit Remum fratrem suum Romolo uccise Remo suo fratello, dove Remum, come si vede, determina interfecit , che dinota azione che produce l’effetto dell’ uccisione di Remo , il quale se non fosse stato come un obbjetto recipiente, l’ uccisione non sarebbe avvenuta. Or questo obbgetto è un termine di rapporto, | perchè, se voi risolvete interfecit in fecit interfectio- «nem, la quarta desinenza sì cambierebbe in seconda  = D5 . ossia l'accusativo passerebbe al genitivo, e si dovreb- be dire: fecit interfectionem Remi fece uccisione di. Remo. ll che basta a provare che il nome-obbjetto è un vero termine di rapporto. Voi dunque vi guar- derete bene di confondere l’obbjetto col primo termi- ne di proposizione infinita, il quale va pure alla stes- sa desinenza, e se tante volte vi sarà difficile a discer- ‘nere quale de’ due nomi in un costrutto , che hanno la stessa desinenza, sia il primo termine della propo- sizione infinita, e quale l’obbjetto, come nel seguente esempio Romulum Scio occidisse Remum , dove Ro- mulum e Remum potrebbero essere egualmente e pri- mi termini ed obbjetti; in tal caso vi consiglio di ri- correre al nesso logico, perchè I° uccisore è il primo termine, e l’ ucciso è l’ obbjetto , detto perciò accu- sativo paziente, perchè riceve l’ effetto prodotto dall’ agente primo termine. Intorno alla determinazione del terzo determinabil AcciuntIFrO. | ©». i A rigore parlando , l’ aggiuntivo, che è segno di qualità e di quantità, non può avere determinazioni, ‘come ho avvertito nella Gram. per la lingua ital. Vol. II. pag. 87, perchè la qualità e la quantità sono ter- mini della sostanza, e come tali non possono essi stese ‘si essere terminati, non essendovi un termine oltre di tal termine. Ma, siccome è dottrina comunemente ri- cevuta e insegnata nelle scuole, che gli aggiuntivi di qualità e quantità continua possono diventare compa- rativi e superlativi, ogni qualvolta in forma analitica sono preceduti da certe parole dette di comparazione, si è perciò ritenuto, che gli aggiuntivi sieno capaci di determinazioni. Io. con la ragione sostengo il contra- rio, è però che, mentre mi uniformo alle massime ri- cevute dalle scuole, intendo farlo con questa dichiara- zione, cioè che le parole, da cui gli aggiuntivi sono preceduti per divenire comparativi e superlativi, non sono sue determinazioni, ma, se hanno forma di av- verbi, si debbono riferire al verbo secondo determinabi- le secondo le stabilite teorie. Quando l’aggiuntivo latino di quantità e qualità è preceduto da’prenomi correlativi, o da parole che a' prenomi correlativi si riducono, ha sempre luogo la così detta Comparazione, la quale in forma analitica presenta due proposizioni una principale e l' altra in- cidente. Allora l’aggiuntivo secondo termine della propo- sizione comparativasi dice determinato da quel prenome o da quella parola, che al prenome si riduce. La Com- parazione invero consiste nel paragonare due soggetti rispetto alla medesima qualità o quantità, e 1 risulta- to di questo paragone consiste nel pensare , che un soggetto è tanto o tale, quanto o quale è l’altro, op- pure nel pensare che un soggetto è più e l’altro è meno. Il risultato adunque di ogni comparazione è il rapporto di stessità o di eguaglianza nel primo caso: è il rapporto di diversità nel secondo. Il rapporto di diversità poi 0 è semplice o è composto: è semplice, se si paragonano due soggetti, de’ quali uno è più è l’ altro è meno: è composto, se si paragonano più di due soggetti, de’ quali îl terzo occupa il grado massi- mo. Da ciò si deduce che diverse formule si richie- dono per esprimere queste diverse comparazioni, che nol esamineremo ne’ seguenti paragrafi, Determinazioni dell’ aggiuntivo nelle Comparazioni | -- di EGUAGLIANZA. Quando si paragonano due soggetti, e il risultato del- la comparazione importa che antendae hanno la stessa qualità o quantità determinsta , i latitii facevano pre- cedere l’aggiuntivo della prima proposizione compara- tiva da Ita 0 Sic così, o da tam tanto, € la seconda da vt come, o da quam quanto, cortie nel seguente esempio, acqua est ita 0 ste dulcis ut dulce est mel, Pacqua &amp; così dolce conte dolee È il miele: aqua est tam frigida quam frigidum est marmor , P scqua è tanto fredda quanto freddo è il marmo. în questa gui- sa Ita o Sic sono correlativi di vi, come tam abbre- viatò di tantum è correlativo di quam abbreviato di quantum, perché, messo Yuno, l'altro s'intende, se non è espresso. I latinî aveano ancera le seguenti for- mulé per questa comparazione , 1.” Aqua est dulcis aeque ac mel, dove quell’aeque ac importa egualment- te che, 2.° aqua est dulcis non aliter ac mel, do- ve quel non afiter ac importa non altrimenti che, o egualmente che, 3.° aqua est dulcis pariter ac mel, dove quel pariter ac importa parimente @ egualmen= fe che ec. ec. n | | Tra le proposizioni comparative precedute da Sic e Vi, e le altre precedute da tam e quam, vi passa que- sta differenza , che le prime hanno per risultato i} ‘rapporto di eguaglianza qualitativa, e le seconde di eguaglianza quantitativa. 58 i 62. Determinazioni dell’ aggiuntivo nelle: comparazioni I dì SEMPLICE DIVERSITÀ’. Quando due soggetti si paragonano tra loro sotto il rapporto di una stessa qualità o quantità posseduta in grado diverso, il risultato di questa comparazione sarà che uno è più e l'altro è meno. Ondeché 1’ aggiun- tivo, secondo termine delle due proposizioni compara- tive,é preceduto da parole, che esprimono quel più &amp; quel meno in forma analitica , e le quali sono nella rincipale magis 0 pius, e nella seconda incidente î quam; come nel seguente esempio: aqua est magis 0 plus dulcis quam dulce est mel, lac- qua è più dolce che il miele. Quindi è che plus e magis sono correlativi di quam nelle comparazioni di diversità. | Questa formula è analitica, ma i latini avevano la più ristretta e sintetica pel così detto comparativo, os- sia per l alterazione della desinenza dell’ aggiuntivo semplice in or e us, onde invece di dire: aqua est magis . o plus dulcis in forma ristretta dicevano: aqua est dulcior quam mel. Oltre di queste formule avevano quest’ altre, 1.° aqua est aliter dulcis ac mel, l' ac- qua è altrimenti dolce che il miele, 2.° aqua non est aeque dulcis ac mel, l'acqua non è egualmente dolce che il miele. Se poi si andava dal mento al più, l’aggiuntivo era preceduto da minus seguito dallo stesso correlativo quam, come nel seguente esempio : Aqua est minus dulcis quam mel, l'acqua è meno dolce che il miele e va discorrendo —lo- qui non tengo conto de’ co- INTORNO ALLA SINFASSI REGOLARE 59 sirutti eleganti e figurati delle comparazioni, delle qua li parlerò nella seconda Parte : in questo Inogo guar- do al costrutto comparativo, quale dovrebbe essere in | Sintassi regolare. $. 3,° Determinazioni dell’ Aggiuntivo nelle Comparazioni di DIVERSITÀ COMPOSTA. Quando si paragonano più di due soggetti sotto il rapporto della medesima dualità 9 quantità in diverso grado posseduta, per esempio, di Pietro, Paolo e Anto- nio, sotto il rispetto della bontà, si avrà in risultato di paragone che Pietro è buono, Paolo è più buono, Antonio e più e più buono, cioè Pietro una volta , Paolo due, e Antonio tre. Un tal rapporto, come sì vede, è di diversità, ma è composto, perchè Antonio é più di Pietro non solo, ma è più di Paolo ancora. I latini ad esprimere questo rapporto composto in forma analitica facevano ' precedere l’ aggiuntivo dalla arola valde, che secondo me è variazione di validus, per sincope fatto valde invece di palide , onde dice- vano valde bonus per buonissimo. Oltracciò in forma ancora analitica adoperavano i così detti avverbi nu- merali, di cui parlammo in Etimologia pag. 67? innan- zi all'’aggiuntivo, come 0 terque quaterque beati 0 tre volte o quattro volte felici ec. | In forma sintetica determinavano } aggiuntivo sotto il rispetto di questa determinazione, alterandone la de- sinenza in ssimus, rrimus, Îlimus, per la quale signi- ficavano due aggiuntivi o due parole, perchè optimus vale valde bonus, pulcherrimus vale valde pulcher ec. Ma, siccome la comparazione, il cui risultato è un, Tapporto composto, non si restringe a tre soggetti pa- ragonati, ma. può essere di quattro, di cinqué, di sei, di mille; i latini, non trovando nelle potenzialità eti- . mologiche della joro lingua i mezzi di esprimere que- sti rapporti compostissimi, ricorrevano a certe circolo- cuzioni, per le quali formavano i superlativi de’'super= Jativi, La qual cosa si otteneva, facendo precedere l'ag- giuntivo variato a superlativo dalle particelle quam , longe e vel , in guisacehè marimus valeva meno dij quam mazimys, ‘© di longe mazimus, o di val maxi. mus. Noi italiani, volendo tradurre questa ferma, po- tremo dire. di gran lunga grandissimo , oppure ri- eorriamo al così detto superlativo comparativo forma: to da i paù: dicendo: 4 più grande. Questo confronto delle due lingue è della massima importanza per evi- tare il falso intendimento nello studio elementare del- le parole. Noto in ultimo luogo un’ altra circolocuzio- ne; a cul ricorrevano i classiciscrittori di gusto, quan- do volevano esprimere con maggior precisione il mas- simo grado di superiorità di uno de’ soggetti compara- ti, e questa avveniva per mezzo del mihi supra, op- pure col praeterea Remo, come osserveremo nel- la Sintassi figurata. Gl’ italiani fanno corrisponde- re a questa frase il superlativo comparativo se- guito da del mondo: come egli è i più dotto del mondo, 0 i più scellerato del mondo. lo qui ho espo- sto quanto concerne ' aggiuntivo determinato nella comparazione, il cui risultato è un rapporto di diver- sità composta. Quale sia il costrutto in rapporto della intera frase superlativa, sarà oggetto di Sintassi figy- . rata. id de: :  Intorno alle Determinazioni del quarto DETERMINABILE-V ERBALE. ‘_H Verbale, come abbiamo detto in Etimologia Vol. Il. pag. 86, è una Classe di parole: nella proposi» zione Causale è un seconde termine, capace di essere determinato pag. 87 del presente Volume. Ora il ver- bale è un nome astratto, e come tale può prendere tutte le determinazioni del Nome, di eui abbiamo trat» tato nell’ Articolo 1,° della presente Sezione, Io non ne ripeto esempî per nen far cosa inutile. Ritengasi per principio generale, che il verbale, come nome, si determina da nome. Ma oltre a queste determinazioni, che fo chiamo co- muni, ve ne possono essere ancora delle altre parti. colari, che ad esso appartengono come a Determina» bile di sua natura, 0, come dicevano gli scolastici, sui generts. E, siccome il verbale altro è di Modo, altro di Moto, ragione vuole che dalle determinazioni dell'uno e dell’altro trattassimo distintamente. Ma desso è un elemento , il quale incorporandesi al verbo facio forma i verbi cencreti (Etim. pag. 37), e questi pel verbale agri appropriarsi le determinazioni del me- desimo. lo dunque in tre distinti paragrafi parlerò di queste cose separatamente, ‘ |  6. 1° Intorno alle Determinazioni proprie del Verbale-Modo. 00 1} Verbale, che dinota Modo, ossia maniera di esse- re prodotta dall’agente nell’obbjetto , oltre le determi- nazioni comuni, vuole, come sua propria e particolare determinazione, un nome variato con la secenda desi nenza etimologica significativa della preposizione Di , il quale indica l’obbjetto,sopra cui passa il modo espres- 30 dal verbale, come prodotto dall’agente. Sia la seguen; te proposizione: Petrus facit leeturam Pietro fa lettura. In quest'esempio ognuno vede che la lettura è un modo, il quale deve avere l’ obbietto modificato , perchè si può domandare di che cosa Pietro fa lettura ? ed 2 questa. domanda viene naturalmente la risposta: Philo- sophiae, e compiendo la frase avremo; Petrus facit lecturam Philosophiae. Il nome Philosophiae è ap- punto quello, che io chiamo determinazione particolare e propria del Verbale di Modo lecturem, il quale, se il verbo si aggio e invece di facit drigiglnie si dicesse legit, allora Philosophiae passerebbe a quarte a che i grammatici dissero ac- cusativo paziente del verbo attivo transitivo Legit. $2,° Intorno alle Determinazioni particolari e proprie del Verbale di Moro. N Verbale di Moto è quel nome astratto, che signi- fica il movimento, il quale consiste nel passaggio sucr cessivo di un mobile pe’ vari punti dello spazio (vedi  Etim. pag. 45 Vol. II. ). Come nome astratto prende tutte le determinazioni del nome, di cui parlammo nel- Y Articolo IL di questa Sezione: come verbale di mos to ha per sue delertiinazioni patticolari e proprie tut= te le parole, che dinotano idee; le quali hanno intima relazione col suo significato. Ora non ci è Moto, che non parta da un punto, non passi per lo spazio intetmedio , e non tenda ab l’ estremo, 0 termine. È dunque evidente che deter- minazioni particolari e proprie del Verbale di Moto sono le tre preposizioni 1.° a, ab, abs, e, ez, corri» spondenti in italiano a da,che significa rapporto di ori- gine o di provvenienza, 2.° Per in italiano per, rap- porto di passaggio, 8.° Adin italiano a,rapporto di ten- denza, preposizioni, che in Etimologia Vol. ll. pag. 4% addomandammo del verbale per lo nesso, che passa tra il significato di quelle col significato di questo. Ma ogni preposizione, come segno di relazione, deve avere un nome per secondo termine , ed in ispecie un nome di tempo o di luogo in senso propzio o metaforico. Sia il seguente esempio Aqua facit cursum, acqua fa corso: se per avventura tal proposizione debba es- sere determinata dal lato del secondo termine, voi ap- porrete le tre preposizioni seguite da loro nomi varia» ti con desinenze indicative richieste dall’ uso, e direte aqua facit cursum ab alpibus per amnem ad mare, D SI fa corso dalle alpi pel fiume al mare, rite- nendo che ab alpibus , per amnem , ad mare sieno tutte determinazioni del verbale cursum. I tre rapporti, espressi dalle rispettive preposizioni, sono reciproci, ossia connessi a condizione che, posto l'uno, si debbono porre in fatto gli altri due, perchè, se Moto si dà, deve necessariamente avverarsiì a cone  dizione che il corpo mobile parti da, passi per, e ten- ‘ da. a. Se dunque nell’uso della lingua troveremo espres- so uno solo di questi rapporti, non diremo che sieno «divisibili, ma bensì che è piaciuto a chi parla di dir meno e lasciare intendere il dippiù. ul ll secondo termine delle tre preposizioni può essere un nome di tempo ancora, perchè tanto il tempo quan- to il luogo si rannodano all’ idea generale dello spa- zio, ondechè spesso l’ uno per l’altro si confonde, e i così detti avverbi di tempo sì scambiano con quei di luogo e viceversa ( Vedi Etimol. pag. 65 Vol. II. ). . La determinazione del verbale, fatta .con le tre pre- posizioni seguite da’ loro nomi di tempo e di luogo, si dice di essere in forma analtica. Ma ogni forma a- nalitica può avere la sua sintetica per economia di pa- role. Quindi è che anche il verbale può essere deter- minato sinteticamente per mezzo degli avverbi o delle congiunzioni miste, che racchiudono una delle relazio- ni di origine, di passaggio, e di tendenza, di cui sono segni a, ab, abs, e, ex, per e ad. «La lingua latina in Sintassi regolare non ne ha, per- chè quei che per avverbi di Moto da luogo, per kuogo ea luogo sono tenuti, sono parole costruite figurata- mente, e pe’ primi sono Hine da questo luogo, Zstine da cotesto luogo, IUine da quel luogo. Pei secondi Hac per questo luogo, Istac per cote- sto luogo, Hllac per quel luogo, benchè questa tra- duzione è a senso e non etimologica, per la recipro- cità de’ tre rapporti ( Etim. Vol. II. pag. 69). | Pe' terzi Huc a questo luogo, Istuc. a cotesto luogo, Iluc a quel luogo. 3 sa Aggiungete a questi i composti come abhinc in sen- so di tempo, adhuc finora, hucusque finora 0 fin qua. Se dunque troverete un verbale seguito da una di sìffatte parole, direte che sia determinato da costrutto figurato. | 68° Determinazioni de Verbi concreti non osssertIPI | O INTRANSITIVI. Posto che il verbo concreto intransitivo o non ob- bjettivo racchiude il verbale di Moto, è facile a com prendere che può ricevere dopo di sè le stesse deter- minazioni di quel suo elemento racchiusovi. Supponia» mo che invece di aqua facit cursum ci piaccia dire: aqua currit, niuno può incontrare difficoltà di appor- re al verbo currtt le stesse determinazioni del verbale cursum in esso contenuto, e dire: aqua eurrit ab al- pibus per amnem ad mare, l’acqua corre dalle alpi pel fiume al mare. Sotto questo rapporto quanto ab- biamo osservato intorno al verbale nel paragrafo an- tecedente, va applicato ancora al verbo concreto di a- zione intransitivo. Ma olire a queste determinazioni simili verbi possono e debbono avere tutte le altre del verbo facto, che contengono. Quindi si può dare la ve- ra spiegazione di alcuni problemi filolegici non ancora risoluti in grammatica. Dopo che si era insegnato nel- le scuole che i verbi di moto non possono avere la preposizione Im con l’ abblativo ( parlo con linguaggio della vecchia grammatica ), incontrandosi negli esem- pi simili al seguente, Petrus ambulat in pomario Pie- tro passeggia nel i pia » fecero questa spiega. Se il moto espresso dal verbo,a compiersi, non è mestieri che si esca dal luogo, si può adoperare la preposizione in con l’abblativo, che è de’ verbi di stato in luogo.  Or chi non vede la contraddizione in questa teoria, che confonde lo stato col moto? Noi diciamo: per ragione del verbo Facio contenuto ne’ così detti verbi di Mo- to, questi possono avere tutte le determinazioni dei verbi di stato in luogo: per ragione del verbale di Moto possono ricevere tutte le determinazioni de’ ver- bi. di Moto da, per e a luogo. Similmente dopo avere stabilito che In, Super e Subier fossero preposizioni, che co’ verbi di Stato vogliono l’ abblativo, e co’ verbi di Moto l’ accusativo, incontrandosi in esempi contra- ri, non seppero giustificare la contraddizione. Nella Sin- tassi figurata risolveremo questo importantissimo pro- blema filologico. INTORNO ALLE DETERMINAZIONI DI DETERMINAZIONI. Per comprendere che cosa io intenda per Determi- nazione di determinazione, io richiamo in questo luogo a distinzione, che più volte è fatto del nome, come primo termine di proposizione finita o infinita, e come .secondo termine di rapporto. Nella prima supposizione ‘il Nome è un determinabile e non una determinazio- ine, come abbiamo stabilito nel 1.° Articolo dell’ante- ‘cedente: Sezione : nella seconda supposizione unitamen- .te alla preposizione, che gli precede, è una determina- ‘zione della parola precedente come primo termine di ‘rapporto. Ma, se il nome in questa posizione è una de- ‘ terminazione, non lascia di essere un determinabile, os- “sia parola capace di essere determinata essa stessa per . la natura dell'idea, che significa. Sia il seguente esem- Lay Aqua putei est frigida l’ acqua di pozzo è fred- .da;.dove puteì è nome, che determina il nome «  gua. Or, se io a putei appongo una parola in forma di aggiuntivo, per esempio, profundi, avrò aqua puter profundi est frigida Îl acqua del pozzo profondo è fredda, dove quel profund: è una determinazione di determinazione, perchè -determina putei, che è determi- nazione di aqua. Similmente, se un nome è determinato da un così detto caso di apposizione, questo come nome può es- sere ancora esso stesso determinato, come nell’ esem- pio di Tulliola deliciae nostrae , dove deliciae caso di apposizione di Tulliola, è determinato da nostrae. Così pure è stabilito che la proposizione incidente è sempre una determinazione della principale, a cui si appoggia. Ma, se un’ incidente segue ad un’ altra inci- dente, si avrà il caso di una determinazione di deter- minazione, perchè la prima incidente è come princi- ‘ pale rispetto alla seconda. (Questa distinzione delle de- terminazioni di determinazioni è della massima impor- tanza sintassica specialmente nella pratica del costrui- re , come ho dichiarato nella Gram. della lingua ita- liana, e come dichiarerò nelle poche osservazioni, che farò intorno alla Costruzione latina. DELLA SINTASSI Intorno atta Sintassi Figurata o Sintetica  . IprA GENERALE DELLA SINTASSI FIGURATA da E SUA PARTIZIONE. &gt; Stabiliti i principî generali della Sintassi regolare o analitica, si può intendere il fondamento della Sintassi irregolare o figurata o sintetica. In breve la Sintassi regolare si ha, quando nel costrutto si adoperano tan- te parole, quanti sono i pensieri che si vogliono espri- mere. La Sintassi irregolare o figurata per conseguen- za è, ogni qualvolta il costrutto presenta un numero di parole minore del numero de’ pensieri, che si vo- gliono far intendere. Così la Sintassi è regolare nelle due proposizioni: Aqua est dulcis: aqua facit cursum: o aqua quiescit: aqua currit. Ma, se invece di queste INTORNO ALLA SINTASSI FIGURATA formule si dicesse: Aqua est o est dulcis o facît , quiescit, currit, ossia sì esprimessero due sole parole Invece di tre col verbo astratto, o una sola invece . di due col verbo concreto , la Sintassi in tali co» strutti sarebbe figurata o sintetica. — Affinchè la Sintassi figurata abbia luogo, è necessa- rio che le idee delle parole espresse avessero intima relazione con le idee delle parole taciute, il perché le ultime si svegliassero nella mente nostra in occasione delle prime. A ‘questa condizione &amp; possibile che. chi ascolta -o legge poche parole, intenda maggior numero di pensieri. Or questo nesso esiste ‘tra le parole, pere chè esiste tra-le idee, di cui esse sono segni. Così Sog- getto, Stato, Qualità sono elementi legati tra loro, in guisa che, pensando ad uno, pensiamo agli altri due ne- cessariamente : così pure Causa, Azione, Effetto , so- no connessi in modo che chi pensa al-:primo, è ne- cessitato a pensare agli altri due elementi. Ciò posto la Sintassi figurata è possibile, e per ‘essa, adoperando ‘il solo nome, si può intendere il verbo «e 1° aggiunti- vo, e così per ciascuno elemento tanto per la propo- sizione sostanziale quanto per la causale. | Di qui rilevano due cose importanti ad osservare , la prima che la Sintassi figurata non si può costitui- ‘re, se la Sintassi regolare, la quale studia il ‘nesso tra le parole, rion -si sarà prima costituita : la seconda che la Sintassi figurata essenzialmente consiste ne’ costrut- ti, che Ignis un numero di parole minore. del numero de’ pensieri, e in questo consiste il pregio mas- ‘simo delle lingue scritte o parlate, e l’ eleganza delle -più colte scritture. Imperocchè il parlare è mezzo di ‘manifestare ì nostri penrieri, e il mezzo è tanto -più ‘perfetto, quanto più conduce al fine con maggiore sem- - plicità e minore dispendio, "&gt;  . Quindi è che io non riconosco altra figura in gram- matica che il solo difetto o mancamento delle parole, che con greco vocabolo fu detto Ellissi 0 Zeugma. Ia a questo vocabolo ho sostituito Sintesi, che significa eomposizione , perchè i pensieri delle parole taciute .sì comporgono per lo nesso, che hanno tra loro, alle idee delle parole espresse. Chiamo quindi costrutti sin- tetici quelli, che i grammatici addomandavano ellitticî, ossia mancanti di parole. Il Pleonasmo , la Sillessi , l' Iperbato, l’ Antiptosi, l Enallage per me non sono che sgrammaticature, se non si possono ridurre a que- sto principio generale. L’eleganza,che si attribuisce a’ costrutti figurati, si deve ripetere dal piacere, che arreca a chi legge il po- tere scoprire qualche cosa non espressa col proprio giudizio, e dalla perfetta corrispondenza del mezzo più semplice col fine grandissimo che si consegue. Se il dir figurato consiste nel minor numero di parole, che. hanno virtù di far intendere un maggior numero di pensieri, e questo avviene per la intima relazione che passa tra le idee delle parole espresse e le altre delle parole taciute; è facile a intendere che da questo fondamento si debba ripetere la partizione della Sin- tassi figurata. Ora la Proposizione altra è logica , al- tra è grammaticale pag. 33 : questa in Sintassi re- golare costa di tre elementi essenziali : quella oltre le tre parole, che formano gli essenziali elementi, è ac- cresciuta di altre parole in qualità di determinazioni. La Sintassi figurata per conseguenza si può divisare sotto questo duplice rispetto , cioè o riguarda il man- camento di qualche essenziale elemento sotto il ri spetto della D'ruposizione grammaticale, o riguarda il mancamento di qualche determinabile rispetto al- le sue determinazioni. Ecco perchè noi dividere. INTORNO ALLA suvragsi eigurata: TL reo il presente Trattato in due Sezioni; nella pri. ma esporremo la Sintassi figurata o i Modi Sinte- tici sotto il rispetto della Propesizione : nella Se- conda la Sintassi figurata o i Modi Sintetici sotto } rapporto delle Determinazioni—In questo divisamento si comprenderanno tutt’i casì particelari degli eleganti costrutti della latina favella non sole, ma verranno ordinati e rannedati ad un prineipio generalissimo.  ODE Moni SINTETMA SQTTQ IL BISPETTO DELLA PROPOSIZIONE. Intorno alla Proposizione Analitica e Sintetica, La Proposizione è Analitica ogni qual velta i tre elementi essenziali, che la costituiscone, saranno espres- si, come aqua est dulcis, aqua fact cursum, aqua quiescit, aqua currit. La proposizione analitica dun- que è di pertinenza della regolare Sintassi , perchè in essa vi seno tante parole, quanti sono i pensieri che si vogliono esprimere. Sarà proposizione Sintetica, ogni volta che i tre elementi non saranno espressi, ma ne manca o uno o due o tutti e tre. Così, se inveee di dire: aqua est dulcis, in una circostanza che il resto sì potesse intendere, noi dicessimo : est dulcis, o dulcis sola- mente ec. avremmo la così detta proposizione sinteti-  | ea, la quale, come rileva, è nel dominio delle Sin tassi figurata , perchè il numero delle. sue parole è minore del numero de’ pensieri, che racchiude, onde è della sinfetica per la sintesi , essia per la compo» sizione de’ pensieri non espressi nelle poche parole che si adoperano, | | La proposizione sintetica pei è di due maniere , eioè sintetica per Sintesi nella proposizione, e sintetica per Sintesi della proposizione. La prima si ha, quan» do almeno une de’suei essenziali elementi è espresso, e ne manca uno @ due al‘pit: la seconda si ha, quan» do tuiti e tre gli essenziali elementi sono taciuti , la qual cosa come avvenga sarà obbjetto della disamina ne’ capi seguenti delle due Sezioni. La prima poi è per Sintesi semplice, o per sintesi composta , ob» bjetto della presente Sezione. INTORNO ALLA PROPOSIZIONE SINTETICA PER SINTESI SEMPLICE NELLA PROPOSIZIONE. In sei maniere e nen più la proposizione può essere sintetica per Sintesi semplice nella proposizione. le ne andrò proeducende degli esempi, ne’ quali l' uso mette in pratica queste diverse specie di Sintesi, . La 1.° maniera è, quando sta espresso il sole pri- mo termine , come avviene nelle risposte a certe do- mande simii alla seguente; Quis venit ? chi è ve- nuto? alla quale bisognerà rispondere con un primo termine simile ad Antonius, che in sè racchiude il senso dell’ intera proposizione , cioè Antonius venti. La 2.* maniera presenta: il solo verbo Astratto © .Sum o Facio senza primo e secondo termine. Così quando si è da taluno affermato: aqua est dulcis, e da noi si risponde in conferma: tta est, ognuno vede che in est sì compongono i pensieri di tutta una ppoposi-.. zione, cioè aqua est dulcis ( ita ut tu ditisti) sù La 3.* si ravvisa in quelle formolè abbreviate, ‘che hanno espresso il solo secondo termine di una pro- posizione. Così se alcuno domanda : Quid fecisti ? Che ‘cosa hai fatto? e si risponde: iter viaggio, ognuno ve- de che nel. verbale iter si compongono i pensièri di tutta la seguente proposizione : Ego feci iter, io ho fatto viaggio. i La 4.* presenta due elèémenti., ne’ quali si‘ compo: ne il pensiero del terzo. Così se alla domanda: Quis est: aeternus? chi è eterno ? si risponde : Deus est’, voi già comprendete che si voglia dire: Deus est'aé= sernus. | La 5.* è nelle formule, che presentano il’verbb col’ secondo termine e mancavi il primo : Così, se alla do- manda: quomodo est aqua? come è l acqua ? si ri- sponde : est dulcis.è dolce, voi intendete che, si vo- glia dire: Aqua est dulcis l'acqua è dolce. La 6.° finalmente è,.quando. si esprime. il primo ed il secondo termine, e manca la parola media: dessa' ha luogo in:una serie. di proposizioni: divise per due’ ta in una enumerazione di parti, con la quale il ver-. o espresso nella prima si lascia intendere in' tutte’ le altre., eome nel brano seguente: Aqua est dulcis: marmor album: lapis durus l'acqua è dolce, il marmo: bianco, la pietra dura, dove il verbo est'è' si-déve’ intendere per lè due ultime proposizioni. se ‘Quando il' verbo è concreto, non dovete: dire che’ mancano due elementi, se esso solo sta espresso; per- "chè abbiamo veduto che it verbo concreto racchiude due elementi. i 2 74. È &amp;EGONDA PARTE CAPO IL MeTORNO ALLA PROPOSIZIONE SINTETICA PER SINYEST COMPOSTA NELLA PROPOSIZIONE, La proposizione sintetica per sintesi composta nella proposizione può essere di due maniere, cioè comples- siva e duplicata, In generale la proposizione è com. plessiva, quando si hanno ripetuti i termini a la pa-. rola media : la duplicata è, quando prima e dopo del verba Sum vi è un nome, oppure quando dopo certi verbi detti di accoppiamento sì truova un aggiuntiva o qualche parola derivata e composta in forma di ag- giuntivo con la desinenza indicativa di un primo ter- mine di proposizione. In due articoli distinti parlerà di queste due specie di proposizioni. Intorno alla Propcsizione Complessiva, La proposizione complessiva è una proposizione sin= tetica per una sintesi composta nella Proposizione, Dessa è sintetica , perchè ]’ analitica, come abbiama, detto. nel Capo antecedente, ha un solo primo termine un sole verbo e un solo secondo termine, mentre que-. sta ha più di uno degli elementi suddetti, dovenda, uno almeno essere ripetuto per supposizione, — La ragione poi, per la quale una proposizione è sin- tetica, quando uno degli elementi è ripetuto, si è che ciascuno elementa è in intima relazione con gli altri due, in guisachè in occasione di uno nai pensiamo neceg- sariamente agli altri due, Quindi è facile a comprenn  nf e I | INTORNO ALLA SINTASSI FIGURATA.. 7}. dere che, se uno di essi è ripetuto, nai pensiamo tailte volte all’ intera proposizione, quante volte quell uno è ripetuto. si NRE: Affinchè poi la proposizione sintetica. sia comples» siva, è necessario che gli elementi ripetuti .si, leghino agli altri due, che sono semplici, in unità di costrutto, co- me apparirà più chiaramente dagli esempi, che addur- remo per ciascuna specie. À parlare con più proprietà la proposizione di questa natura meglio direbbesi un complesso di più proposizioni. 0/0... . La complessione può avvenire in tre. modi princi palmente 1.° Quando in una proposizione vi sono. più primi termini, e un solo degli altri due. elementi ,. come nel seguente esempio : Hercules, Milo et_.Same son fuerunt fortes Ercole Milone e Sansone furono: forti. In quanto all’ accordo del secondo termine coi: tre nomi primi termini è ragionevole .che l’aggiuntivo: si metta Ai dna indicativa del plurale, perchè,: essendo più nomi singolari, ognuno vede che formano: un numero, ancorchè ciascuno abbia la desinenza : del, singolare. died aa Li Quando i nomi hanno diversì accordi, cioè uno. htc e bonus , e l’altro haec .e bona; allora. l’aggiun- giuntivo secondo termine, variandosi .per desinenza in- dicativa del nome plurale, và secondo hie e bonus e: non secondo haec e bona, come Pater ei Mater. suns. bons il padre e la madre sono buoni. Se i nomi singolari significano sostanze e cause. ina- nimate, l’ aggiuntivo, mettendosi alla desinenza indica». tiva del nome plurale, segue hoc e bonum, come di: vitiae , decus et gloria sunt bona, le ricchezze il de», coro e la gloria sono buone. |. ci -In quanto al verbo , se è precedyto, da più nomi personali primitivi, per la stessa ragione che due sine + gol&amp;ri valgono un ‘plurale, andrà nella desinenza indi: guitisa del nurtero , ma'la desimenza indicativa della persona -satà quella della più ‘nobile. La persona pri: ma è più nobile della seconda e questa della terza ; ende ‘dirassi : Ego et tu sumus felices 10 ‘e ‘voi siamdg felici , :0 voi ed io siamo felici, e ‘mon ego et tu estis felices — Quando poi i primi ‘termini :saranno un no- me personale -primitivo ed un ltro nome, .P ac- cordo del ‘verbo ‘si può ‘fare ‘anche ‘con l'ultimo , co- me Ego ‘et (Cicero ‘meus flagitabit ‘il chiederà Cice- rone mio figliuolo ed io. Queste ossetvazioni per altro lessigrafiche possono avere una importanza dal ‘tato sintassico per dla conoscenza «dele relazioni delle -pa- role né costrutti. | H 2.° caso di:proposizione complessiva si ha, quando sono più secondi termini ed un solo verbo e un isélo primo termine, come Deus est aeternus, bonus, ma- gmss , Iddio è eterno buono è grande, dove e pro: posisioni sono tante, quanti sono i secondi termini ri petuti , e ‘in forma analitica si dovrebbe dire Deus est agsernus, Deus est bonus, Deus est magnus. Ad iscanso di questa nojosa ripetizione le tre proposizioni si aecumulano in una nella forma complessiva, | U $.° caso è, quando sono più di ‘un primo è più’ di un secondo termine nel medesimo tempo; come nel seguente esempio, Cicero, Demosthenes, et Horten: sus fuerunt magni, felices, et fortes, ‘Cicerone De mostone ed Ortensio furono granii, felici e forti, do- ve le proposizioni sono tante, quanti sono i primi ter- mini da ‘un lato è isecondi termini dall’altro, in tutto sei. Quando si avessero più primi termini , più secondi, evpiù verbi le proposizioni in complesso si multipli- eherebbero all’ infinito. | H 4 caso è sotto il rapporto delle determinazioni, "e = - —-— € Va ri n €« 2, i. tNtoRNO ALLA Sivtassi wicurata ‘77 le quali, quando sone ripetute , fanno sott'intendera per altrettante “volte l’intera proposizione, Così di* -cehdo : Antonius interfecit Pranciseum, Paullum et Sempronium, quì le ‘proposizioni ‘soho tante ‘qualità wono' gli ‘obbjétti replicati, no aa e. # è * dat Iniorno alla Proposizione Sintetica DUPLICATA: "* a: ; A : È sì “i :. ® ‘ Chiamo proposizione sintEtICA DUPLICATA quella ; the in primo luogo presenta il verbo Sum trà due - nomi, oppure lo stesso verbo prèceduto da un norhe, e seguito da parola derivatà è composta’ in forma di: aggiuntivo, come nel seguente esempio © ‘Aqua ‘est corpus l’acqua è corpo: Cicero fuit orator Cicerone . fu oratore. . , n Proposizione duplicata ìmporta un complesso di due proposizioni. Or, quando il verbò Sum è posto ‘tra due nomi, come Nel primo esempio: Aqua est corpus, si hanno due primi termini, perchè ogni nome, che non è termine di rapporto, è primo termine di proposizione. Ma le proposizioni sono tante quanti sono gli elementi essenziali ripetuti, per quanto abbiamo stabilito nell’ar- ticolo precedente ; bisognerà conchiudere che, dove il verbo Sum si truova tra due nomi con la desinenzà di primi termini, sostenga un complesso di due pro- “posizioni, le quali hanno ùm solo verbo e ’1 secon do termine taciuto. In forma analitica simili propo- sizioni equivalgono a due simili ad Aqua est talis,qualts est corpus, oppure aqua est gravis in tali modo, în quali inodo corpus est grave. La ragione più scienti- ca di questo costrutto ‘è stata da noi esposta nel :-. Vol. del Nuovo Corso, © © © di on Li ... | , I Grammatici empirici non seppero distinguere que- «sta specie di proposizione, ma assurdamente sosteti-. sero che il secondo home simile a Corpus del ri- portato esempio fosse attributo. Ora attributo importa qualità e quantità (vedi Etim. pag. 34), ed ha per segno l' aggiuntivo in senso vero e proprio. Il nome dinota sostanza, la quale non può essere mai attributo , perchè non può essere maij qualità , e contraddice a tutti ì principi della retta ragione chi sostiene il contrario. Se dunque il secondo nomè dopo Sum non può essere attributo, sarà soggetto , ossia primo termine di proposizione. | Che una simile proposizione poi sia sintetica e non analitica, è chiaro oramai da quanto $i è detto, mà per rendere quest’ asserzione ancora evidente faccio riflettere che la proposizione semplice ed assoluta e ‘quindi analitica deve presentare un Nome per pri- ame termine, un verbo astratto, e per sécondo ter- mine, se è sostanziale, un aggiuntivo (pag. 15 del pre- sente vol. ). Ora la proposizione Aqua est corpus invece di un aggiuntivo presenta un nome nel luo- o del secondo termine: è perciò diversa dalla sem- plice ed assoluta. Ma ciò, che non è semplice, : de- Wessere composto: ciocchè non è assoluto deve essere relativo, è mestieri conchiudere che siffatta propo- sizione sia sintetica. .. Dicasi lo stesso, se dopo il verbo Sum învece del- Taggiuntivo per secondo termine si truova una pa- «zola derivata o composta in forma di aggiùntivo, co- me Cicero fuit orator, Demosthenes fuit eloquens, Cicerone fu oratore, Demostene fu eloquente. Im rocchè simili parole non dinotano qualità o quantità, ‘ma racchiudono una proposizione incidente, o una re- lazione, che determina ùn nome precedente, onde Cicero fuit orator in forma analitica vale Cicero fut vir qui fecit orattones ; Demosthenes fuit eloquens vale Demosthenes fuit vir qui fecit eloquutiones (1), -(1) Da ciò chiaramente apparisee che il verbo Sum, seguito da participio forma una proposizione duplicata; perché il participio non è aggiuntivo, ma parola deri- vata in forma di aggiuntivo, che sinteticamente fa ia- tendere una proposizione incidente implicita (Étim. pag. 175). In questa occasione piacemi di fare delle osserva- zioni, che potranno setvire di fondamento ad una teoria assai importante. | Allorchè dico : Aqua est currens, la frase in forma analitica sarebbe : aqua est res quae fucit cursum, ‘perchè currens vale momo, donna o cosa che correo fa corso (Etim. pag. 175) ossia res quae facit cursum nell’ esempio riportato. Ora traducendo iu prima aqua est res per aqua est în tali modo in quali medo est res, è poi quae facit cursum per talis res qualis res facit cursum, è facile a vedere che nella prima se- ‘rie delle due proposizioni aqua est în tali modo in quali modo est res manca l' aggiuotivo. Nè giova ri- correre a ialis qualis, i quali, come prenomi non pas- sono fare da secondi termini: resta adunque a sapere quale possa essere l' aggiuntivo da sott intendere. Vi sono de' casi, ne’ quali è difficile, per non dire, imposgi- bile di trovare un aggiuntivo , che esprima qualita o quantità comune a’ due soggetti paragonati, ondechè a proposizione resta incompiuta, cioè col solo nome e €0ì solo verbo , come aqua est în tali modo in quali snodo est res, la quale per essere compiuta dovrebbe ‘averè la forma simile ad aqua est gravis in tali mo- do in quali modo corpus est grave. Ora non possia- mo dire che la proposizione possa essere compiuta con due séli elementi, posto che sia, qual dev'essere, l'espres- sione di un giudizio, che risulta dalla sintesi di tre pea- dove, come sì "vede, dopo est viene un home, qual 6 vir determinato dall'incidente ©» sieri, corrispondenti a' tre elementi reali de’fatti osser. vati. Bisognerà dunque conchiudere che, se si danno si» mili proposizioni, delle quali non ci viene conceduto di ‘trovare il secondo termine aggiuntivo nella lingua, do- wremo dire che ciò derivi dall’ imperfezione della lin» ‘ggua medesima, che difetta di alcuni segni corrispon» «denti all'idee delle qualità, che concepiamo nel giudi- ‘zio, ma siamo fnabilitati ad esprimere. Che le lingue *sieno ‘difettive rispetto allè idee sempre crescenti ' nelle nazioni parlanti, le quali sempre progrediscono nellè ‘ Muove conoscenze, non SÌ può rivocare in dubbio, e pe fanno argomento chiarissimo e fncontrastabile ‘i Trasiati, î quali come abbiamo dimostrato nella Nuo- va Grammatica ragionata per la Lingua îtaliana Vol: INI. pag. 10 e seg. e nel Nuovo Corso Parte Prima Vol. II. pag. 22 e seg., sono senipre mezzi di biso» “gno soggettivo ed oggettivo, ossia dal lato de’parlanti 0 della lingua, e non mezzi di lusso o di eleganza, come si persuasero i filologi empirici. ‘To dunque riconosco in Sintassi delle proposizione incompiute per difetto di parole, che esprimano alcune qualità innominate, le quali si lasciano intendere senza | poterle attuare in tali costrutti figurati, e non dirò coi grammatici empirici che il parzie/pio e tutti gli @9- giuntivi verbali , o le parole derivatè e composte in forma di aggiuntivi facciano da secondo termine della proposizione sostanziale, la quale è un'espressione di giudizio, con cui si pensa che una sostanza sia quali- ficata, cioè in un dato modo, come si esprimono i logicì. Fuori di questa rigorosa deduzione si dovrebbe cam- ‘ biare Ja definizione del giudizio, ma, se desso è quello che siè defivito nel modo sopraddetto, ogni proposizio-» ne sostanziale per essere compiuta deve avere neces- ‘sariamente per secondo termine un aggiuntivo qualili» Calivo O quantitativo. intoino ALLA sifmassi vicurata Bi Per lo ‘stesso principio, trovando dopo sum ‘un pre- nome di qualunque specie invece di un aggiuntivo, la proposizione è duplicata, come Liber est hic il libra è questo : Hoc negotium est totum, questo è tutto. In secondo luogo fa mestieri riconoscere un com- plesso di proposizioni in quei costrutti della lingua .la- tina, ne’ quali dopo un verbo concreto troviamo un nome (o parola derivata in forma di nome) e un ag= giuntivo ( o parola derivata in forma di iv. amendue eon la desinenza indicativa del primo termi. ne di proposizione finita; detta -da'grammatici caso No- iminattito | come ne' seguenti ‘esempi : Ego salutor pot io sono salutato poeta : Petrus vidit contentus ietro vive contento. La ragione si è che Ego salutor e Petrus vivit, contenendo de’verbi-concreti, sono suf- ficienti praposizioni per sè stesse ; vi è dippiù poeta per la prima, e contentus per la seconda , i quali, avendo .la desinenza indicativa del primo termine di RIopoRziolo, accennano ad un'altra proposizione secon- o il principio stabilito nell’ Artieolo antecedente. Ora quale sarebbe l’altra proposizione per l'intero in for- ma analitica? .Non è difficile a ritrovarla, se si pone mente che in simili costrutti ha luogo una compara: zione, il cui risultato è il rapporto d’ istessttà o dì eguaglianza, è la forma analitica è la seguente: Ego salutor sicut poeta salutatur , io sono salutate così come il poeta è salutato, Petrus vivit contentus, Pe- irus vivit, sicut homo contentus vivit Petro vive cos me uomo contento vive. I Grammatici chiamavano è verbi così costruiti verbi di accoppiamento senza de- terminare in che l’ accoppiamento consistesse , anzi ve ne furono di quei, che il secondo nome ritennero per attributo secondo la teoria testè confutata. | Di quì si può dar ragione de’ costrutti ' del verbo.  videor in ‘senso di parere o sembrare,'e de'così detti vocativi. lo dirò brevemente qualche cosa e di quello e di questi. © | | . I verbo videor eris è un vero verbo passivo, per- chè formato da video, che significa vedere, ossia azio- ne, il cui effetto modo passa da chi vede nell’ oggetto veduto. È proprietà della lingua latina di far seguire questo verbo in forma passiva da un infinito, e que- --sto da un aggiuntivo o da parola derivata in forma d’aggiuntivo, ed anche da nome o da parola derivata în forma di nome con la desinenza indicativa della proposizione finila invece della desinenza indicativa del primo termine di proposizione infinita, come Tu videris esse felix , invece di tu videris ‘esse felicem, che letteralmente tradotta vale: Tu sei veduto di es- sere felice, ma per versione di equipollenza si fa va- lere a: Pare che tu ser felice. I Grammatici empirici, che non seppero entrare nella vera natura di questo costrutto, ritennero che il verbo videor fosse un ver- bo di singolare maniera in quanto che volesse per sua determinazione un infinito, il quale invece del ‘secon= do termine colla desinenza di Accusativo avesse quella: del Nominativo contro tutte le ‘ragioni della costante analogia e proprietà della lingua. "I ‘ Ed alcunì per addurre una qualche ragione, che, nulla spiegando, nascondesse almeno la magistrale igno- ranza, si fecero a dire che in tale costrutto vi fosse una maniera di dire alla greca , ossia un grecismo , senza punto riflettere che tutte le-lingue lo hanno, e «debbono averlo, come di pertinenza della Sintassi ge- nerale.e non particolare ad alcuna lingua. Ma, ricono- scendovi un costrutto figurato, come noi abbiamo fatto, Fiona è sciolto e la ragione garentisce la verità a teoria. i n da Piagr É Nel quale divisamente potevano convenire i gram- . matici, se avessero riflettuto che vi sono costrutti, me' quali il verbo videor ritiene la forma propria di | werbo passivo, assia di verbo di stuto relativo, come - Visum est mihi ad te de senectute scribere, dove vorrebbero questo: verbo adoperato impersonalmente e attribuirgli il significato di parere o sembrare cosa ben fatta, confondendo il valore etimologico col sin- tassieo , onde tradussero il riportato esempio : Mi è sembrata cosa ben fatta scriverti intorno alla vecchiaja. ‘ Noì conformemente allo stesso principio stabilito di- ciamo secondo ragione che Videor è sempre lo stes- #0, ma in quanto alla sintassi, quando si truova con Ja desinenza indicativa del primo termine di proposi zione finita dopo infinito, presenta una proposizione du- - plicata comparativa : quando si truova come nell’ ul-. timo esempio, presenta una proposizione analitica, sem- lice ed assoluta. Ma ] uno e l’altro costrutto è lino e non greco. a La stessa teoria è da applicarsi a’ così detti verbi. vocativi simili a Vocor, Dicor, Nuncupor, Credor, : Feror,ec. i quali, come abbiamo detto a pag, 53, sono veri verbi passivi, ossia verbi di stato relativo: siffatti. verbi come Videor si truovano costruiti alle volte con ' l'infinito, il quale è seguito dal secondo termine con la desinenza indicativa del primo termine di proposi zione finita, o come dicevano i grammatici dal No- rainativo invece dell’ accusativo ; come ne’ seguenti. esempi : tu diceris esse poeta, tu sei detto di essere . poeta osi dice che tu sei poeta: Nos credimur esse . venturi noi siaino creduti di essere per venire , 0 si . erede che noi siamo per venire. Oppure, tolto l' inf», ni{o, si truovano con un nome: o ‘con aggiuntivo con. la desivenza: indicativa del’ primo termine di. proposizione finita ;- come tu salutaris poeta tu sei salutato poeta , nos vocamur invicti, noi siamo chiamati iri- vitti ec. ll principio:è sempre lo stesso: in simili co- strutti bisognerà riconoscere una proposizione dupli- cata comparativa, e tu dicerîis esse poeta in forma analitica vale : tu diceris esse sic ut poeta dicitur esse: Nos credimur venturi vale nos credimur esse sicut. homines venturi creduntur esse ec. == Quando poi si truovano con l’infinito seguìto da no- me o da: aggiuntivo. con la desinenza indicativa del primo: termine. di proposizione infinita ,. la Sintassi è regolare:, come-quando diciamo : Dicitur., creditur, ferturi, te esse venturum , dicesi, credesi, narrasi essere. tu pervenire. Non:diremo quindi con gli seioc- chi grammatici che siffatti verbi una. volta sieno per- sonali, un’altra impersonali, e che in un caso vi:sia una forma di dire alla greca, un’altra alla latina: sib- bene. che nel. primo caso il costrutto è figurato; nel secondo è regolare : che in quello. sono:due proposi» zioni. aggruppate, in: questo una sola. Senza: stra- ziare- la logica e il senso comune noi terremo il proble- ma:risoluto .secondò ì prestabiliti. principi. ‘ i Dopo di: avere esposta. questa teoria intorno a’ co- strutti delle. proposizioni duplicate di varie specie credo opportuno:.di. determinare.la: natura del-così.detto caso di apposizione; che::in: grammatica non. è stato affatto preso in considerazione , anZi: contre: ogni ragiene si è ‘fatto; credere: che un:nome; apponendosi ad unaltro nome, quel :prisnoa: diveniva: astributo . del secondo: Così dicendo Tultiola:deliciae nostrae, ritenevasi che deli- ciae: apposto a. Pulliola ne-:era perciò: .l’atiribuso; Ma bgmi ‘attributo. è.uma; qualità a-quanitià termine e li- inite di sostanza ;. se: il:caso:di apposizione fosse. at- tributo del primo. neme , cambierehbe: natara: ed il nome da segno di sostanza diverrebbe segno di qua- Ktà, in altri termini la sostanza trasformerebbesi in qualità. L’una e l’altra supposizione è assurda e con: traddittoria, perchè nè ciò, che è segno categorico di un'idea, può divenire segno di un’altra, nè la sostan- za può essere mai qualità , e viceversa. Se la è così fa mestieri appurare che cosa-sia il così detto casa di apposizione. Lr, E, posto che il nome, dovunquesi truova, non può essere che una di queste due cose, cioè o primo ter- ne di proposizione o secondo termine di rapporto , noi con questo principio perverremo facilmente alla soluzione del proposto problema. Imperocchè, se il ca- so di apposizione , come è ammesso comunemente , non è un secondo termine di rapporto , come quello che ‘non dipende da preposizione rispetto al nome cui si appone, è mestieri riconoscerlo come un primo termine di proposizione. Ed, avendo due nomi primi ‘termini in un costrutto, come nell’ esempio riportato TTulliola deliciae nostrae , bisognerà riconoscervi ‘un complesse di due proposizioni per una sintesi compo- sta, le quali ridotte a forma analitica presenteranno la seguente formula : Tulhola talis, quales deliciae nostrae , 0 Tulliola est talis quales sunt deliciae no- strae. ‘Infatti il caso di apposizione ha luogo ogni volta, che si paragonano due soggetti, che hanno la medesì- “ma qualità, come assentirono gli stessi grammatici ‘quando dissero: se due nomi significano una medesi- Îma cosa vanno al medesimo caso. Ma il nostro principio è troppo generale e la lin- gua latina presenta delle difficoltà, che noi non ‘siamo tralasciare senza rimanere molta ombra ‘- scurità nella mente de’ giovanetti. © | In primo luogo si dice che la nostra urta non possa . pitenersi per la ragione che il caso di apposizione parte cipa di tutte le attribuzioni del nome principale, il quale se è un termine di rapporto variato ‘nella sua desinenza, anche il caso di apposizione si vuol mettere a quella desinenza, come nel seguente esempio : Fiius Tulliae deliciarum nostrarum, Figlivolo di Tullia nostro sollaz» zo, deve si vede che deliciarum mostrarum va alla seconda desinenza, appunto perchè Tulliae è così va- riato. Adunque pare essere falso che il caso di ap- posizione non sia un termine di rapporto +e A questa ebbjezione rispondo che deliciarum nostrarum è tere mine di rapporto non per sè, ma pel nome, a cui sì appone , in quanto che la preposizione Di è relativa a Tulliae e non a sè stesso, di che fa pruova la versione italiana , nella quale non dicesi di Tullia di nostro sollazzo , ma di Tullia nostro sollazzo, La desinenza quindi gel caso di apposizione non è signi» ficativa, ma puramente indicativa o sintassica, in quan» to che, vale a dire, mette in relazione il nome appo»- sto col nome a cui si appone, Ad essere un termine di rapporto dovrebbe esso stesso dipendere da pre» posizione, che avesse a primo termine il primo nome, La seconda obbjezione sarebbe in quanto che non sempre si può formare una coppia di due. proposizio» mi, perchè il primo nome potrà essere un secondo ‘ termine di rapporto, come nel seguente propter Tul- liolam delicias nostras a cagione di Tullietta nostro sollazzo , dove ccme si vede Tulliolam è secondo ter- mine della preposizione propter. ]n simili casi è da ricordare che, quantunque il nome sia una determina- “zione, non lascia di essere un determinabile, e che perciò il caso di apposizione è pna proposizione inci» dente da risolversi nella seguente forma : Tulliolam - elem quales sunt deliciae nostraes, Intorno alla Sintassi figurata sotto il rapporto O °° delle Determinazioni. | Î Tra le determinazioni e i determinabili passa inti» ina relazione , ‘in quanto che in occasione di quelle necessariamente pensiamo a questi j perchè le prime hon possono state senza i secondi; e lasciano una so- po di senso tale che noi siamo in aspettazione i qualche altra cosa è dire per intendere, come di- cemmo della proposizione incidente pag. 43, che è u- “ na determinazione rispetto Alla principale, suo de- terminabile, Se dunque la Sintassi figurata ha per fone damento la relazione, che passa tra le parole espresse e Ie parole taciute, è agevole &amp; comprendere che Yi può essere una Sintassi figurala Sotto il rapporto delle determinazioni , il che avviene in tutti i casi, ne’ quali le determinazioni si esprimono e i determi» nabili si debbono intendere. Questo principio è gene» talissimo, e, facendo astrazione dalle lingue particolari, si può dire chie i casi possibili della Sintassi figurata in qualsivoglia lingua sotto il rapporto delle Determi» nazioni sono tanti, quante sono le determinazioni di tutt'i determinabili. Ma, trattandosi di una lingua par- ticolare, sono tali e tanti i costrutti figurati sotto que» sto rispetto, quanti e quali ne sono stati attuati dal- 1’ uso. In questa Sezione adunque esponiamo i costrut- ti figurati della lingua latina attuati dall’ uso , ed a procedere con ordine la divideremo in due Capi, nel primo esporremo la Sintassi figurata nelle Determina» zioni, che fanno intendere un’interà proposizione : nella seconda esporremo la Sintassi figurata ‘nelle  Determinazioni, che fanno. intendere un solo Deter- minabile. DELLA SINTASSI FIGURATA NELLE DETERMINAZIONI CHE FANNO INTENDERE UN'INTERA PROPOSIZIONE. Una parola-determinazione espressa potrà far inten- dere una proposizione intera; ma questa. o è semplice, assoluta, analitica , o composta, sintetica, compa- rativa. In due Articoli distinti esporremo i casì prin- cipali di questa figurata Sintassi. Della Sintassi Figurata nelle determinazioni |, che fanno intendere un’ intera proposizione semplice. ll primo caso di questa Sintassi figurata comprende ‘ tutte le risposte con parole, che non sono elementi essenziali della proposizione, e che perciò debbono essere necessariamente determinazioni di alcuno di essi. Così se alla domanda : Vidistine illum9? nol ve- . desti ? si risponde : non, ognuno -vede che in que- “st'unica parola, che non è elemento essenziale di pro- . posizione, si compongono i pensieri di tutta la propo- sizione nella forma seguente : Ego non vidi illum. . Similmente se alla domanda : Quid attulistt? Si ri- sponde me ipsum, è agevole a comprendere che me ‘tpsum me stesso, che è obbjetto e perciò determina- . zione di un verbo transitivo , fa intendere l’ intera . proposizione nella seguente forma : Ego attuli me :tpsum io arrecai me stesso. Fate applicazione a qua- lunque altro costrutto , in .cuì la risposta è per qual- ao — a e - Ce ne. &lt;&lt; 4 _ — . uè ——r. — &gt; [ai PSI  sivoglia parola determinazione di qualsiesi forma ’@ nètura. gare: Il secondo caso comprende tutte le parole segni di approvazione , èà condizione che non sieno elementi essenziali di proposizione. Così, se alcuno dopo aver udito. leggere una produzione letteraria , per dare il suo giudizio dicesse : bere , male, recte bene male rettamente, vi presenterebbe in una solà parola, che non è elemento essenziale di proposizione, l intendi» mento di una intera proposizione nella forma seguen- te &gt; tu scripsisti bene, male, récie tu hai scritto bene 0 male 0 rettamente. Il terzo casò comprende le parole , che non sono elementi essenziali di proposizione nella così detta preterizione è interruzione di discorso a causa di af- fetto che predomina. Così, se, mentre uno parlà, accor= #endosi di essersi troppo inoltrato è che possa uscire da’ limiti del convenevole, di botto si arresta su qual- che parola simile a Sed ma, la quale fa intendere che altro. vi sarebbe è dire, ma non si dice. Della Sintassi figurata nelle Determinazioni, che fan no intendere un iatera proposizione Compara» tiva. Ogni volta che vi è comparazione, vi debbono es- sere necessariamente due proposizioni, una principale e l’altra incidente, amendue precedute da alcune pa- role correlative segni di comparazione, le quali sono diverse secondo la diversità del rapporto, che ne ri. sulta di eguaglianza o di diversità pag. 56. Se dune ‘que troveremo espressa una sola proposizione compa» 90 SE@ONDA PARTE rativa connotata da un segno di comparazione, in oc- casione di questo segno, che è una determinazione im- propria dell’aggiuntivo , pensiamo all’ altra proposi- ziune comparativa non espressa. É, siccome questi segni di comparazione sono diversi , ìn due paragrafi esporremo i costrutti figurati delle proposizioni compa- rative di equaglianza e di diversità. g. 1 Della Sintassi figurata nelle proposizioni comparative | di equaghanza. Le parole segni di comparazione di eguaglianza sono sic e ta correlativi di vt, velut, veluti: di tam o tan- tum correlativi di quam e quantum : aeque , pari- ter correlativi di ac, atque, vedi pag.57 e seg., che tutti in forma più analitica si riducono a Talîs correlativo di Qualis per l’ eguaglianza di qualità, ed a Tantus correlativo di Quantus per l’ eguaglianza di quantità. Se dunque troveremo una proposizione con uno di questi correlativi, dovremo intendere l’intera propo- sizione non espressa, che forma l’altro membro di comparazione. Cosi incontrandoci in Tanium relligio potuit suadere malorum, tanti mali potè consigliare la falsa Religione, in occasione di quel tantum malorum pensiamo a quanti mali il poeta avea innanzi descritto, cioè la morte d’ Ifigenia. Parimenti ineontrandoci in sic o tta est così è, oppure in vt diri come dissi, nel primo caso intenderemo, Res est ita vt tu dicss la cosa è così come tu dici: nel secondo intenderemo id est verum sic vt diri, ciò è vero così come dissi ec. In questo luogo cade in acconcio la disamina di un sostrutto latino, che noi italiani abbiamo fatto nostro, ed è propriamente Sic o Ita seguito da vt in sen- so di che e non di come, e tamo tantum segui» to da vt in senso di che e non di come. Eccone de- gli esempi: Sic est vita hominum, vt ad maleficium nemo conetur sine spe accedere, la vita degli uomi» ni è così fatta che niuno sia costretto di accedere al malfare senza speranza—Cic. Non se tam barbarum, neque tam imperitum esse rerum, ut non sciret, Cic, non essere egli tanto barbaro e tanto imperito delle cose che non sapesse ec. ec. In simili costrutti, che ìn apparenza sembrano re- golari, vi è un complesso di più proposizioni, che rile- yano dal sénso e non si contengono nelle parole. Po- sto in vero che Ita &amp; Sîc sieno correlativi di vt in senso di come, e tam è correlativo di quam in sen- so di quanto, è agevole a intendere, che dovunque non si truovi un termine correlativo , mentre l’altro è espresso, vi sia una Sintassi figurata, come ho di- chiarato con molti esempi e risoluzioni nella Nuova Grammatica ragionata per la lingua italiana pag. 54 e seg. Vol. lI., a cui rimando coloro che vogliono es- serne pienamente informati. 6.2 Intorno alle Determinazioni, che fanno intendere una proposizione comparativa di diversità. I termini correlativi nelle proposizioni comparative col rapporto di diversità in forma analitica sono ma- gis e plus o minus, e quam: in forma sintetica sono 1 comparativi in or e us, e quam per secondo termi- ne. Se dunque troveremo una proposizione , che ha magis., plus, minus, e manca la seconda preceduta  da quam, diremo .che vi sia un costrutto figurato, il quale in occasione della Determinazione fa intendere — un'intera proposizione ; che sarà seconda proposi- Zione incidente comparativa. La qual cosa è ovvia ed ha luogo propriamente, quando il secondo membro di comparazione è facile è intendere, DELLA SINTASSI FIGURATA . NELLE DETERMINAZIONE CHE FANNO INTENDERE UN SOLO DETERMINABILE. La Sintassi figurata sotto il rispetto delle Determi= nazioni, che fanno intendere un solo determinabile, hà una grande estensione pel numero indefinito degli e- leganti costrutti nella linguà latinà. Questo Capo adun= ue avrà una lunghezza corrispondente alla vastità della materia, onde sarà diviso in più articoli, e que- sti suddivisi in paragrafi e numeri, secondochè la mag= gior chiarezza dell’ esposizione richiede. | Sapendo quante determinazioni ha un determinabile, . e quanti sono ì detérminabili stessì, si potrebbe Anco- ra determinare il numero de’ costrutti figurati sotto questo rispetto. Noi ridurremo la partizione generale a’ seguenti articoli 1.° Sintassi figurata negli Aggiun= tivi 2.° Sintassi figurata ne’ nomi termini di rappor- to 3.° Sintassi figurata nelle Preposizioni 4,° Sintassi figurata in certi particolari costrutti. | INTORNO ALLA SINTASSI FIGURATA 98 ARTICOLO I. Intorno alla Sintassi figurata negli Aggiuntivi è Prenomi e melle parole derivate e composte in for- ma di aggiuntivi, cui manca il nome. Ogni aggiuntivo nel discorso sostiene due uffici .0 di secondo termine di' proposizione, o di determina- ‘ne del nome, cui deve seguire. Similmente il prenome è una classe di parole, che per ragione del suo signi- ficato deve precedere sempre il nome (Etim. pag. b1). Le parole derivate e composte in forma di aggiuntivi sono sempre determinazioni di Nome, che dovrebbero in sintassi regolare averlo sempre espresso. Se dun- | que troveremo una - di siffatte parole di qualsivoglia forma o maniera senza nome espresso, diremo che vi sia una Sintassi figurata nell’ aggiuntivo , o nel pre- nome o nelle parole derivate e composte in forma di aggiuntivi. lo presenterò quì degli esempi più ovvi, colle rispettive risoluzioni per servire di norma e di - analogia pe’ casi indefiniti nell’ uso della lingua. Ma ‘è dagavvertire preliminarmente che, quando il nome «non è alcuno di quelli, che sono espressi innanzi; se ne dovrà intendere uno di questi generali Homo o mas, muler o foemina, res, negottum, uomo o ma- schio, donna o femmina, cosa o negozio. Se l’aggiun- tivo ha una desinenza indicativa di accordo col nome personale o quasi personale maschile, s'intende homo o mas: se ha desinenza indicativa di accordo col nome personale o quasi personale femminile si sot- t intende mulier o foemina : se ha desinenza in- dicativa di accordo col nome invariato rispetto al sesso , ma che l’uso ha stabilito di farlo prece: b}* | sEGoffia Pafti dere da haec, s'intende Res: se ha desinenza indicativa di accordo col nome, che ha il primo ter- mine identico nella proposizione finita e infinita , si sott'intende negotium. Ciò premesso ecco degli eseni- pi. Multi ( homines) venient vt rapiant , molti (uo mini ) verranno per rapire. Ex his ( negotiis o re- bus ) cognosces da queste (cose) conoscerai. Id (ne- gotium ) est cioè , 0 questa ( cosa) è. Quid ( nego- tium ) est? quale (cosa) è, 0 che é? Nescio quid (negottum) facias non so che faccia. Quod (negotrum) ad me a:tinet la quale ( cosa ) appartiene a me. Aggiungete &amp; questi tutti i costrutti figurati, che i grammatici ebbero per avverbi esposti in etimologia pag. 78 e tutti gli aggiuntivi o le parole derivate e composte in forma di aggiuntivi, che, avendole adoperà- to l’uso senza nomi espressi , si ebbero pei nomi , come bonum il bene, verum il vero, malum il ma- le, poiché essi non sono differenti dagli aggiuntivi bonus, a, wn, verus, a, um, malus, a, um pel su- premo principio filologico che una parola di natura determinata in Etimologia non può cimbigre natura in Sintassi, benchè possa variare all'infinito in quanto a costrutto per mettersi in relazione con altr@ parole sempre mai. diverse, INTORNO ALLA SINTASSI FIGURATA 95 Fntorno alla Sintassi figurata ne’ nomi termini di . sapporto, cui manca la preposizione, che in Sine ‘tassi regolare dovrebbe precedere, pd ‘ Sotto questo rapperto la lingua latina è ricchissima di eleganti e figurati costrutti, In Etimologia e in Les» sigrafia abbiamo veduto che il nome secondo termine di rapporto, ossia secondo termine di preposizione, ha una desinenza indicativa , la quale è propriamente la quarta e la quinta, secondo i grammatiei l’accusativo e l’abblativo. Il presente Articolo adunque si può die widere in due paragrafi : uno che riguarda i figurati costrutti, quando il nome variato con la quarta desi» nenza è senza preposizione; l’ altro, quando il nome È variato con la quinta desinenza detta abblativo. $1, Sintassi figurata ne°nomi variati alla quarta desinenza | senza preposizione, Il nome variato con la quarta desinenza, quando è termine di rapporto, dipende da molte preposizioni, che i grammatici numerano fino a 28, cioè ad, ante, apud, circa, contra, ectra, infra, inter, iurta, ob, penes , per, post, praeser, propter, secundum, trans, ultra, citra, versus, adversus, erga, pone, prope, vsque. ‘Ora il nome variato alla quarta desinenza, detta da’ ammatici accusativo, sostiene nel discorso tre ufficî, cioè 1,° di primo termine di proposizione infinita, come scio E studere 2.° di. obbjetto, come Romwas inter» fecit Remum, 8.° di secondo termine di rapporto, e perciò dipendente da preposizione, come propter An- tontum, praeter modum , ertra urbem ec. ec. Al lorchè dunque incontreremo un nome così variato , procederemo ragionando per metodo di esclusione, e veduto che non sia nè primo termine di proposizione infinita nè obbjetto, conchiuderemo che dipenda da u- na preposizione, la quale , se non sarà espressa, hi- sognerà sott’ intenderla, e quella -in ispecie che sarà richiesta dal senso. Moltissimi costrutti presenta la - lingua latina sotto questo rispetto, che io ridurrò a ca- pi principali. 1.° I verbi di stato assoluto, come vivo, servio, sttio non possono avere per loro determinazione l’ob- bsetto, il quale è proprio de’ verbi di azione transiti- ‘, detti perciò da noi non obbjettivi. Se dunque tro- viamo : Vivere vitam, servire servitutem, sitire hu- manum sanguinem., viver la vita, servire la servi- tù , aver sete del sangue umano, non diremo che vitam , servitutem, sanguinem sieno obbjetti, ma se- condi termini della preposizione propter sott’ intesa. 2.° Per la stessa ragione i verbi di azione intran- sttivi, che sono i verbi concreti che racchiudono il werbale di moto, non possono avere obbjetto , perchè H moto, effetto. prodotto dalla loro azione , non esce fuori nell’ obbjetto, ma rimane nell’agente. Se dunque troviamo dopo siffatti verbi un nome di luogo varia- to. alla quarta desinenza, andremo subito a sottinten- dere la preposizione Ad o Per secorido che il senso richiede. Così navigare (per) terras, ambulare (per) mania , navigar la terra e passeggiare i mari, modi gi dire in senso metaforico. Anzi è proprietà della lingua latina di adoperare i nomi particolari deluoghi piccoli, come è dire di città I ‘ castelli e ville, alla quarta desinenza senza. la preposi- zione Ad o Per, quando il moto è a luogo a per luo-. go. Onde dicesi : bo Romam andrò a Roma, invece di ad Romam; venit Florentiam, Venetias , Pari- 8i0s, venne a Firenze, a Venezia, a. Parigi. Co: no- mi specifici o generici di luogo la preposizione ad o per è sempre espressa, salvo con Domus casa e. Rus villa, che si considerano come nomi particolari di luo- ghi piccoli, dicendosi: Redeo domum e non ad domum SEE a casa, Redeo rus e non ad.rus ritorno. alla villa. .3.° Vi sono alcuni verbi di azione transitivi, i. qpali oltre al nome variato. alla. quarta. desinenza in- . dicativa dell’ obbjetto ,, sì costruiscono con un altro. nonie allo stesso modo variato ,. il quale non può es- sere. un seconde obbjetto., e questi sono Celo io na- scondo, Moneo io ammeonisco , Doceo io insegno, co- . me pure Induo e Vestio ie vesto, Posco io chiedo e demando, ec. come ne' seguenti esempi : Ego celo te hane rem, io. ti nascondo questa cosa: Moneo te hane rem ti ammoniseo. di questa cosa: doceo te gramma- ticam. t' insegno la. grammatica: Induit se vestem sì vesti: Pacem te: poscimus omnes, noi tutti ti do- mandiamo. la pace. Uno: di questi. nomi variati. alla . quarta desinenza, (ed. è. sempre un.nome persor ni fa.da. obbsetto, l’altro nome impersonale dipende dalla preposizione cirea o propter , qualunque sia poi la versione di. equipollenza,. che se ne faccia in italiano. - 4.° ] nomi delle misure specifiche del luogo e. del tempo depo i. verbi o gli aggiuntivi che dinotano di- stanza , lunghezza , larghezza, altezza e profon= dità, si mettono alla quarta desinenza, ed alla quin ta. in molti costrutti, e nell’ uno e nell'altro caso elè» gantemente non si esprime la PERSE di cui: quel nome è secondo termine. Esempi Umbilicus sep- tem pedes longus, umbram non amplius quatuor pe- des longam reddit Plin. l' ombelico (la parte media di un edificio ) lungo sette dI rende l ombra non più lunga di quattro piedi, dove a septem e quatuor pedes manca la preposizione per. Dic quibus in ter- ris tres pateat coelì spatium non amplus vinas. Dimmi in qual parte del mondo il cielo non è più largo di tre braccia, dove a tres vlnas tre braccia manca la stessa preposizione. Quae pedes octoginta inter. se distarent. Caes, Le quali fossero tra loro di- stanti ottanta piedi, cioè per octoginta pedes. Simil- mente pel tempo: Romulus regnavit triginta septem annos Romolo regnò trentasette anni invece di per sriginta septem annos. 5. Dopo pridie e postridie, parole composte la pri- ma da pri, abbreviato di prior?, e die ; e la seconda da postri, invece di postero, e die i latini elegante» mente mettevano Kalendas , Idus, Nonas, a questa forma Pridie Kalendas, Nonas, Idus -per dinotare il giorno avanti le calende , le none e gl’idi: Postridie Kalendas, Nonas, Idius per dinotare il giorno dopo le. calende, le none, e gl’ idi. Quindi è chiaro che a que- sti nomi variati con la quarta desinenza dopo pridie manca ante, dopo postridie manca post. . 6. Elegantemente i latini adoperavano il nome va- Fiato con la quarta desinenza senza preposizione, di - eui era secondo termine, dopo alcuni aggiuntivi o pa- role derivate in forma di aggiuntivi, come ne’seguenti esempi. Ailas humeros oneratus Olimpo , Ovid. At- lante carico gli omeri dell’ Olimpo, dove humeros gli omeri dipende dalla preposizione ad o per. Miles mul- to jem fractus membra labore il soldato già fiacco te membra per molta fatica, dove membra dopo fra-etus dipende da quoad in quanto a. Da questa for- ma latina si sono derivate le corrispondenti italiane figurate, e perciò eleganti. 7. Bisognerà riconoscere una Sintassi figurata sottò il rapporto del nome così variato in quei costrutti, che presentano gl’ interposti misti seguiti dal medesimo , come En hominem ecco l uomo, dove hominem di- pende, come obbjetto, dal verbo sott’inteso vide. . 8. In ultimo vi è una Sintassi doppiamente figura- ta in tutti quei costrutti, che presentano un prenome-a un aggiuntivo o una parola derivata in forma di aggiun- tivo, variati con la quarta desinenza senza nome, il quale, se fosse espresso, dipenderebbe da preposizione, onde da’ grammatici furono tenuti per avverbi contro le ragioni etimologiche , come Dulce loquentem, dul- ce ridentem Lalagen amabo io amerò Lalage , che dolce parla e dolce ride , dove quel dulce è un ag- giuntivo, a cui manca il nome sott'infeso negottium, termine di rapporto della preposizione secundum: di- casi lo stesso di facile, che si fa valere facilmente, di quod che si traduce perchè, e di alias cui manca mices secondo termine di per ( Etim. pag. 67), di huc tradotto qua, ch'è identico a ad hoc, cui manca tempus dipendente da ad o per, di istuc e ilue tenue ti per avverbi di moto a luogo, di recens, che è un vero participio, e si fa valere, come avverbio, per di recente, di verum che si traduce veramente o per ‘versione di equipollenza per ma o poi, di primum, secundum ; terttum ec. adoperati cosi assolutamente. Della Sintassi figurata ‘nel nome variato alla quinta desinenza senza preposizione. - Il nome variato con la quinta desinenza, detta nel- le scuole abblativo, ha tale nesso con le preposizio- xi che quasi sempre si lascia intendere, e ragionevol- mente fu detto caso della preposizione. ll principio enerale adunque .di queste costrutto è 11 seguente : ovunque si truova wa nome variato con la quinta de- sinenza , si deve intendere una delle ‘preposizioni no- tate in Lessigrafia, cioè A, ab, abs, absque, E, ee, Cum, Coram, Prae, Pro, De, Palam, Sine, Tenus, In, Super, Sub, Subter, Supra Clam. . Le nostre osservazioni adunque intorno a’ cestrutti figurati di questo termine di rapporto sono «dirette a stabilire delle norme generali per sapere «diseernere quale preposizione si.deve intendere in alcuna spevie di costrutti. i 1.° Quando il nome variato eon la quinta desimen- za dinota luogo piccole particolare di terra, città , ca- stello e villa , nel quale si sta o si fa qualche cosa, o, come dicevano i grammatici; dopo un verbo di stato în luogo, ordinariamente non è preceduto da prepe- sizione, la quale è Im, che significa rapporto di con- tenenza, come Commorari Paristis trattenersi in Pa- rigi, Quum floreret Athenis fiorendo in Atene, vi- vere Neapol vivere in Napoli ec. Quando dinota tempo dopo i medesimi verbi, quasi sempre la stessa pprepes sione è sott intesa; come an- no superiore nell’anno antecedente: hisce diebus in questi giorni, hoc saeculo ìn questo secolo , biduo TtA 101 ] vel triduo in due o tre giorni, onde hodie in questo giorno , e tutti i nomi invariati, come cras domani, heri jeri, perendie nel giorno dopo domani. E, siccome il caso el modo si 'adoperano metafori- camente per tempo e luogo (etim. pag. 62), anche il loro nome così variato si usa senza la preposizione In da intendere, come modo veniam ora verrò, mo- do venias purchè tu venga. E sotto questo rapporto vi è una Sintassi doppia- mente figurata ne’ prenomi, negli aggiuntivi e nelle parole derivate in forma di aggiuntivi, che si riferi- scono ad un nome di luogo di tempo e di modo va- ‘riato con la quinta desinenza, ma non espresso con la preposizione In, da cui dipende. Tali sono hic che va- le en hoc loco: dlie che vale in illo loco : istic che vale in tsto loco. Similmente eo che si traduce là, è prenome cui manca în e loco; illico identico a ilo. loco cui manca în: Subito participio di subeo, cul man- “ca în e loco 0 tempore : dicasi lo stesso di Cito da cico (etim. p.66), di Quo che si traduce dove, cui man- ca loco, e in quomodo manca în. Per la stessa ra- gione èvvi una sintassi doppiamente figurata ne’ cre- duti avverbi di modo in o e in e simili a vero, vere, . humane , male, recte ec. che sono variazioni di ag- giuntivi e di parole derivate in forma di aggiuntivi , e bisogna intendervi in e modo, onde tradurremo YERO în modo vero, RECTE în modo recto, e la stes- sa soluzione è da farsi de’ creduti avverbi in ter (eti- mol. pag. 73), perchè abbiamo stabilito, parlando delle determinazioni pag. 48 del presente volume, che simili parole sono determinazioni de’ verbi astratti Sum e Facio, ossia de’ verbi di stato in luogo, in forma sin- tetica. | | 2.° Quando il- nome variato con la quinta desinenze ‘significa’ – H. P. Grice -- luogo, da cui si parte, dopo i verbi concreti di azione, che racchiudono un verbale di moto, se sarà nome particolare di luogo piccolo, si adopera elegante- raente senza preposizione , che in costrutto regolare dovrebbe essere 4, 0 ab, abs, e 0 ex — Proficiscen- tes Athenis partendo da Atene: Domus e Rus si considerano come nomi particolari di luoghi piccoli , terre, città, castelli e ville: onde dicesi elegantemente: Discedere domo, rure invece di a domo, a rure, par- tir di casa e di villa. A dir vero i costrutti figurati con questo nome così variato sono più rari, usan- dosi frequentemente i regolari costrutti corrispondenti, a fine di precisare il punto da cui sì parte. | 3.° È proprietà della lingua latina di far seguire il così detto comparativo in forma tanto analitica quanto intetica da un pome variato alla quinta desinenza senza preposizione espressa , ed è propriamente quel nome, che devrebbe essere il soggetto del secondo membro di comparazione, preceduto da quem , come Leo est fortior equo il Leone è più forte del cavallo, dove equo è variato alla quinta desinenza, e in forma più regolare comparativa dovrebbe essere equus pre- . ceduto da quam, e dirsi: Leo est fortior quam equus il Leone è più forte che il cavallo, I grammatici han- no detto che questo nome così variato dope il com- parativo dipende dalla preposizione pra@ sott’ intesa , che poi traducono in paragone di, onde Leo est for- tior equo vale il Leone è più forte in paragone del cavallo. | | 5. Tutti verbi o gli aggiuntivi o le parole deriva- 3e in forma di aggiuntivi, che nel costrutto fanno in- | tendere la nozione di lontananza o di provvenienza, «come Ì così detti passivi, e disto, differo , recipio, audio, pero, ecpecto , spero, liber, immumis ec. vos  gliono dopo di loro il nome della persona o del luogo della provvenienza o termine di lontananza variato alta quinta desinenza, preceduto dalla preposizione a, ab, e o ex espressa o sott'intesa, benchè, come vedremo, la preposizione eol suo secondo termine sia determinazio- ne di altra parola non espressa, come Remus occi- ditur a Romulo, Remo è ucciso da Romolo: Immunis culpa esente da colpa, Expers crimine privo di delit- to, liber passionibus libero dalle passioni, /ustitia differt ab aequitate la giustizia differisce dall’ equità ec. Spero ate spero da te. Precor a Deo priego da Dio. E, siccomela materia, di cui una cosa è formata, .è Il punto, da cui parte la sua esistenza, anche il ne- me, che ia esprime, va alla quinta desinenza, dipen- dente da una di siffatte preposizioni espresse o sotto intese, come Statua ex argento statua di argento, 6. Tutti verbi, che messi a costrutto fanno inten- dere che nell’ azione concorrono più agenti in com- pagnia, tanto se gli agenti sieno morali quanto se sie- no fisici, @ gli uni e gli altri insieme, hanno dopo gli loro un nome o più nomi variati alla quinta desi- nenza dipendenti dalla preposizione Cum espressa o sett’ intesa, la quale abbiamo detto in etimologia che è segno di relazione di compagnia. Quindi è che l'w strumento , la causa, il mezzo, la pena, il delitto, la ragione, e -simili, espresse da nome, vogliono questo costrutto, come Veteres stilo seribebant gli antichi con lo stile scrivevano, Accusatus furto messo in causa com furto , Damnare aliquem capite , condannare alcuno con la pena della testa, laborare pedibus essere tra- vagliato co’ piedi. . A questa categoria appartengono i costrutti elegan- tissimi di due verbi latini, cioè afficio e prosequor, i quali sono seguiti mai sempre da un nome variate 104 SECONDA PARTE alla quinta desinenza. senza la preposizione Cum, da cui dipende , come afficere aliquem amore , odio; e prosequi aliquem amore e odio ec 1 grammatici han- no insegnato che questi due verbi prendono il signi- ficato dall’ abblativo, onde traducono il primo esem- .pio amare odiare alcuno , ed allo stesso modo il se- condo. Ma nel primo vi è qualche cosa di più, che .non è nel secondo, come afficio è differente da pro- sequor. Per me stando all’ etimologia Afficio seguito dall’ abblativo importa far sentire l’effetto dell'amore e dell’ odio: Prosequor, che è da sequor, importa ave- re in cuore l’amore e l'odio, senza che l’oggetto ama- to oppure odiato se ne accorga. 7. I Verbi distimare o apprezzare, vendere, com- prare, affittare, e simili, vogliono il nome del prezzo determinato alla quinta desinenza dipendente dalla pre- posizione Cum sott’ intesa, Così dicesi : Petrus locavit domum suam quinquaginta impertalibus, et condurit alienam septuagintaquinque imperialibus Pietro affittò la sua casa con cento imperiali e prese ad affitto la casa altrui con settantacinque imperiali — Così pure dicesi: Antonius vendidit librum, et Paullus emit il- lum viginti assibus, Antonio vendè il libro, e Paolo comprollo con venti assi. 8. I Verbi e le parole in forma di aggiuntivi, che racchiudono le nozioni di abbondanza e di scarsezza, hanno il nome che esprime la cosa, di cui si abbon- da o si è privo, variato alla quinta desinenza, dipen- dente dalla preposizione ab, come è chiaro dal verbo abundo composto da ab e unda, onde il nome dopo è di quella preposizione—V/illa abundat porco, haedo, agno, gallina, lacte, casco, melle, Cic. La villa abon- . da di porco, di capretto, di agnello, di gallina, di latte, di cacio; di miele — A questa categoria appar- tengon careo, vaco, impleo, compleo, repleo, ec. ec.  Intorno alla Sintassi figurata nelle preposizioni, cu manca il primo termine. I grammatici, non avendo approfondite in Sintassi regolare le relazioni delle parole congiunte per difetto di nozioni esatte etimologiche, non videro tutta la ele- ch della lingua latina -sotto il rapporto di questa Sintassi non solo, ma tennero per regolari i figurati costrutti. Da qui è derivata quella confusione ne’loro trattati sintassici, dove non sai quel che si voglia dire con lo specioso titolo di reggimento, non potendo di- scernere se quei costrutti debbano essere così per necessità intrinseca o per accidente. Ma la parte più sintetica, e quindi più stretta di quella lingua, consì- ste nell’uso delle preposizioni o de’nomi variati a de- sinenze significative di rapporto dopo parole, a cui non hanno immediata relazione , essendo ‘soppresse le pa- role che ‘sono ‘foro primi termini — fo dunque mi iestenderò nel presente ‘Articole, ed a procedere con ordine -esporrò in due lunghi paragrafi 1.° La Sintassi figurata nel nome variato alla desinenza significativa della preposizione Di ed A, che i grammatici chna- mavano Gemitivo e Dativo 2.° La Sintassi figurata ‘nelle preposizioni non precedute dai loro primi termini.  6 1° Intorno alla Sintassi figurata: ne nom, variati alla i seconda e terza desinenza NUM. 1.° , Costrutti figurati del nome variato alla seconda A desinenza- detta Genitivo. | Il nome variato alla seconda e terza desinenza è una parola plusvalente, ossia una parola, che ne vale due per sintesi di variazione, una delle quali è la pre- sizione Di in italiano e l’altra è a, corrispondenti alle latine De e Ad. Ecco perchè, trattando de’costrutti figurati nelle preposizioni, non precedute da’ loro primi ‘termini, dobbiamo ancora parlare del nome così variato, e primamente del nome variato alla seconda desinen- za, detta da’ grammatici Genitivo. E, posto che questo nome racchiuda la preposizione Di, la quale significa rapporto di dipendenza, ogn’uno vede che debba essere preceduto da un nome qual primo termine, perocchè la dipendenza non può es- sere che tra sostanze e sostanze o cause e cause, che hanno per segni i nomi, onde è chiaro che in forma analitica la preposizione Di deve allogarsi tra due no- mì , e in forma sintetica il genitivo sempre dopo un nome. Terrete dunque a costrutti figurati tutti quelli, che presentano il nome così variato dopo ogni altra parola che non sia nome. Questo principio , generale ed assoluto così enunciato, basterebbe a dare una nor- ma per giudicare nella disamina delle locuzioni altrui, quando in forma regolare e quando in forma irrego-  ‘Tare fossero costruite. Ma la grammatica non è sala- mente una scienza speculativa: è pure un metodo per la pratica, ecco perchè io andrò esponendo alcune proprietà della lingua latina in molti esempi sotto il rap- porto di questo costrutto, 1.° In primo luogo i latini elegantemente adopera- vano la seconda desinenza del nome dopo un aggiun- tivo variato con la desinenza identica ne’ primi termini di proposizione finita e infinita, detta dai grammatici di genere neutro, come Aliquid pecuniae , ‘ultimum sceleris, multum vin ec. Per ciò,che abbiamo stabilito . a pag. 93, dovendo ]’ aggiuntivo avere espresso il no- me, di cui è determinazione, è chiaro a comprendere che sostituendo il nome negotium che manca, il co- strutto diviene regolare , e tradurremo : alcuna cosa di danaro, 1’ ultima cosa, cioè eccesso, di scelleragine, molla cosa, cioè quantità, di vino. Da questa forma è derivata la italiana: con alquanto di buon vino e di confetti il confortò Boc. È, posto che Sat è un vero prenome (etim. pag. 56.) Sat fautorum e Satis elo- quentiae sì riducono a questo principio. Alcuni vorrebbero che aliquid pecuniae equivalga ad aliqua pecunia, ultimum eceleris ad ultimum scelus, ma ciò è falso, perchè tre parole valgono più di due, e tre ve ne sono nel costrutto figurato so- stituendo negotium, Si guardino bene i giovanetti di confondere i due modi, se non vogliono scrivere da barbari in latino , perchè allora il dir figurato riesce elegante, quando in minor numero di parole racchiu= dè maggior numero di pensieri, . 2.° Elegantemente i latini adoperavano il nome par-. ticolare de’ luoghi piccoli della prima e quarta varia-. zione al singolare , variato a questa desinenza dopo ì- verbi -di stato, dipendente dal nome generale sott'in- 108 SECONDA PARTE teso in civitate, in urbe, in regione. Così dicendo Ego fui Florentiae, Romae, Lugduni io fui in Firen- ze, in Roma, in Lione, ognuno vede che si voglia dire: io fui nella città ‘di Roma , di Firenze, e di Lione. Lo stesso va detto per domus e rus, ì quali per una proprietà di lingua si considerano, come nomi parti- colari di luoghi piccoli, Ma, affinchè questo costrutto abbia luogo, è necessa- rio che concorrano tre condizioni 1.° che sieno nomi particolari di luoghi piccoli 2.° che sieno singolari 3.° che sieno della prima e quarta variazione. Onde non si dice: ego fui Athenarum, o Paristiorum, 0 Venetia- rum, ma ego fui Athenis, Paristis, Venéins, per- chè, sebbene questi nomi sieno della prima e quarta variazione, non sono singolari, Avverto in ultimo che traducendo Ego fui Romae per io fui in Roma, la versione è a senso e non etimologica : ad avere una versione esatta in italiano è mestieri tradurre lette- ralmente Romae di Roma, Florentiae di Firenze , Lug- duni di Lione, affinchè dalla stessa versione si com- prenda l' integro senso del costrutto e le parole che mancano,. essendovi notabile differenza ira essere mn Roma, ed essere nella città di Roma, per quanto ab- biamo osservato innanzi nella pag; ani, %° Elegantissimamente depo Tune allora:, Ubique per ogni dove, Nusquam. tion mai si truova adoperato un nome di tempo o: di. luogo veriato alla seconda desinenza nel mado seguente Tune temporis in quel tempo, Ubique terrarum: in ogni parte del mondo , Nusquam locorum în nessun luogo, A: questi i gram&gt; matici aggiunsero Ergo e Instar, come amoris ergo a-cagion: di amore; Instar puncti a guisa di un punto, Ma nessuna ragione allegarono: di siffatto irregolare sostrutto. Posto i} principio generale che, il nome va- INTORNO ALLA SINTASSI rIicurata 109 riato alla seconda desinenza, debba essere preceduto. indispensabilmente da un nome, sarà uopo riconoscere: un costrutto figurato, ogni volta che sarà preceduto da tuttaltra parola, e bisogna indagare con accurata disamina quel nome sott’ inteso, da cui dipende. Ora pe primi tre Tune, Ubique e Nusquam, il nome da in- tendere è quello che si contiene sinteticamente o ipo- teoricamente ne’ medesimi, o per meglio dire il no- me variato alla seconda desinenza è una determina- zione del nome contenuto ipoteoricamente in quelle parole, dette avverbi. Infatti Tunc equivale a in illo tempore: Ubique a in eo loco et în eo loco: Nusquam a in nullo loco. E, se il nome variato dopo siffatte parole è locorum e temporis; Tunc equivale a in illo spatio temporis e. Ubique locorum a in in illo spatio locorum, perchè il tempo e il luogo sono spezie subbordinate all'idea generale di spazio—Per gli altri due, cioè Ergo e Instar, convengono tutt’ i buoni grammatici che sieno nomi invariati, il primo di origine greca, ed il secondo, per quanto a me pare, è una parola in forma di no- me derivato da Sto e composto da in, perchè il mo- dello, suo significato, sta sempre presente e inalterabile a chi ne trae le copie. 4.° Dopo gli aggiuntivi verbali tanto mediati quanto immediati (etim. p. 169 e 171), come pure dopo tutte le parole derivate o composte in forma di aggiuntivi, ehe significano interne affezioni dell’ animo, si adope- ra un nome variato alla seconda desinenza , che di- pende, come determinazione, dal nome causa o gratia sottinteso, come amans virtutis amante della virtù, conscius criminis, consapevole del delitto, lassus via- rum. stanco del cammino, iimidus procellae timido della procella, cupidus vini desideroso di vino, ec. ec. -5.° Similmente tutt'i verbi, che dinolano 0 in= 110.  terna dell'anima, occasionata da una causa esteriore, detti da’ grammatici verbi patetici, si truovano costruiti — con un nome variato alla seconda desinenza, ed è pro» priamente quello, che dinota quella causa occasionante, e però dipendente dal nome causa o gratta sott intesa, come Misereor tui ho compassione di.te, Ercrucwor ani» mi sono tormentato dell’animo—(Juando il verbo miseror aris si truova col nome variato alla quarta destnenza, allora questo dipende dalla preposizione propter, come abbiam detto a pag, 96 num. 1, È, se alcuni di que» sti verbi si truovano costruiti col nome variato alla quinta desinenza, allora manca la preposizione De, che è la forma analitica del così detto genitivo, -6.° I verbi Poenitet, Miseret, Pudet, Taedet, Piget, che significano pentirsi, aver compassione, vergo- gnarsi, tediarsi, rincrescersi, detti da’ grammatici im» personali, perchè in costrutto si truovano adoperati sp» lamente alla terza desinenza indicativa della terza per» sona; per la stessa ragione si costruiscono con un no» me impersonale ordinariamente, variato alla seconda desinenza, mentre hanno alla quarta desinenza 1 nomi personali me, te, se, nos, vos, se, come, Me poemitet peccatorum mi pento de’ peccati; Me maiseret tuorum malorum ho compassione delle tue disgrazie: Me toe- det mortis mi annoja il pensiero della morte; Me pr get ebrietatis tuae mi fa ribrezzo la tua ebrietà, Ho detto ordinariamente, perchè il nome così variato può essere ancora personale, come Me miseret tu ho com- passione di te, A parlare con verità e precisione scien: ‘tifica è uopo dire che questi verbi hanno dopo di loro un nome variato alla seconda desinenza, personale @ impersonale , e sarà propriamente quello, che dinota la causa del pentimento, della compassione; del tedio, della vergogna, del rincrescimento, Questo nome poi A Îli si deve considerare costruito figuratamente , perchè dipende dal nome causa sott’ inteso, 7.° Elezantemente il verbo Sum si truova costruito con un nome variato alla seconda desinenza, come hie liber est Petri questo libro è di Pietro : est optime principis custodire leges è dell’ ottimo principe custo- dire le leggi. 1 grammatici insegnavano che il verbo Sum così costruito significava , nel primo esempio il possesso, nel secondo ufficio e dovere. Noi secondo i prestabiliti principî diremo: ogni volta, che sum è se- guito da un nome così variato , è costruito figurata- mente, e bisogna intendere nel primo esempio lo stesso nome, che fa da primo termine, come hic liber est liber Petri, e nel secondo il nome Officium, come Custodire leges est officium optimi principis, il che è chiaro dalla versione nelle lingue vulgari, che sono più analitiche. 8.° Dopo i verbi di accusare, assolvere e condan- nare, come accuso, absolvo, damno, il nome della col pa o della pena elegantemente si mette alla seconita desinenza, dipendente dal nome generale variato alla quinta desinenza poena, crimine, come accusare alr- quem furti accusare alcuno con la colpa di furto , damnare 0 absolvere aliquem capitis condannare o as- solvere alcuno dalla pena del capo, cioè di morte. È 3 ip costrutto è doppiamente figurato, perchè manca j nome primo termine di relazione e la preposizione, da cui questo dipende. Quando poi i medesimi verbi sono costruiti col nome variato alla quinta desinenza, come accusari furto, damnari capite essere accu- sato di furto e dannato del capo, la sintassi è sempli- cemente figurata. ll verbo absolvo seguito dal nome della pena variato alla quinta desinenza fa intendere la preposizione ab per la relazione di distanza.I verbi di stimare e apprezzare, di vendere, comprare, affittare e simili , quando il prezzo è in- certo e indeterminato, invece del suo nome variato alla quinta desinenza, sono seguiti o dallo stesso nome variato alla seconda desinenza , o in sintassi doppia- mente figurata da un prenome o da un aggiuntivo di quantità alla stessa desinenza variato. I nomi di que- sta specie sono pili di un pelo , flocci di un fiocco, nauci di un frullo, nihil, di.niente—Onde si dice fa- cere, habere, ducere aliquem pili, o flocci, 0 nauci, fare avere stimare alcuno di un pelo di un fiocco di un frullo, dove manca pretto con prezzo, e la frase intera vale facere aliquem cum pretio pili, cum pretio nauci, cum pretto flocci. I prenomi di prezzo incerto sono i correlativi tanti quanti, pluris quam, minoris quam, e gli aggiuntivi acqui, boni, magni e multi, parvi ec. Onde si dice: Ego emi librum tanti quanti tu emisti equum, dove quel tanti quanti si riferiscono a valoris, e prenome e no- me dipendono da cum pretio, sicchè la frase intera è la seguente : Ego emi librum cum pretio tanti valoris, cum pretio quanti valoris tu emisti equum io ho comprato un libro con un prezzo di tanto valore col prezzo di quanto valore tu comprasti un cavallo—Onde pluris equivale a cum pretto pluris valoris: boni a cum pretio boni valoris: aequi a cum pretio aequi valoris : multi a cum pretio multi valoris ec. ec. l grammatici hanno insegnato che Facio, Habeo , Luco, Sum ec. costruiti con uno di questi nomi o pre- romi o aggiuntivi variati alla seconda desinenza signifi- chino stimare. lo credo necessario avvertire che, se così si sono fatti valere nelle versioni di equipollenza, non è così sotto il rispetto etimologico — Anche In- terest e Refert sono seguiti da parvi, magni ec. come quando dicesi Parvi refert importa poco, magni in- terest importa assai, dove quel parvi e quel magni fanno intendere valoris, che dipende da nome sott’in- teso. Magni sunt mihi tuae litterae, la tua lette- ra mi sarà di gran valore Cic. Ager nune multo plu- ris est quam tune fuit, il campo adesso è di molto più valore che allora fù. Cic. Dove pare che Sum con queste desinenze non ha un costrutto differente da quello che abbiamo notato nella pag. 111, ‘num. 7, 0s- sia che magni e parvi con valoris, dipendono dal no- me primo termine ripetuto, come Litterae tuae sunt litterae magni valoris mihi — La difficoltà pare che sia in quanto al nome da intendere, da cui dipen- de magni, parvi, multi valoris dopo interest e re- fert —I grammatici empirici non ne fanno parola , contendandosi semplicemente di notare questo costrut- to, come una proprietà di latino favellare. Io sono di parere 1.° che refert, costruito a questo modo, cioè alla terza desinenza indicativa della terza persona, è composto de re, che è identico a Res cosa, e nel costrutto di questa specie vale da primo termine di proposizione finita, e refert è lo stesso che res fert. In- fatti con questo verbo si truova mea, tua, sua, nostra, Vestra, cuja, come pure con interest, dicendosi: mea Tefert, tua interest che si traducono importa a me, ‘Rteressa a te ec. Ora che cosa sarebbe quel mea, tua, sua, nostra, vestra, cuja con Refert ? Date a quel re di refert il valore di res ed avrete mea res , tua es, sua res ec. fert, la cosa mia, la tua, la sua porta che ec. ec. Id mea minime referi qui sum natu marimus, traducete Res mea ininime fert «id ed il costrutto regge in forma analitica. 2.° Che In- terest è composto da Inter tra fra ed est. è, ondechè mea, tua, nostra, vestra, interest, equivalgonò a est inter mea, tua, sua, mostra, vostra, cuja negotia e mea interest te venire equivale a.te venire est inter mea negotia. Ill tuo venire o la tua venuta è tra le mie cose, cioè tra’ miei desideri, bisogni ec. e da ciò av- viene che sì fa valere per importa o interessa. Ciò posto, quando questi due verbi sì truovano costruiti con parvi, magni, multi, se è refert, sott' intentendo valoris o pretti ; il magni o parvi pretù dipende da res contenuto in refert, onde Id magni refert sarà ridotto a res magni pretù fert id, una cosa di gran prezzo porta ciò, il che vale importa assai: se vi è interest, come Magni ad honorem nostrum interest me venire Cic. riducasi a questa forma analitica: Me venire est ‘inter negotia magni preti ad honorem nostrum che io venga è tra le cose di gran prezzo all’ onor nostro. E, trovandosi con qualunque altro nome variato alla seconda desinenza, come hoc vehe- menter interest reipublicae, la soluzione regge a me- raviglia, dicendo : hoc vehementer est inter negotia rerpublicae. Ciò è sommamente tra le cose della re- pubblica, il che vale grandemente importa e interessa alla reppublica in una versione di equipollenza — A me pare che questa soluzione sia ragionevole e secon- do i principi etimologici e sintassici stabiliti. 10.° Tutti superlativi, i prenomi partitivi, e gli aggiuntivi di quantità discreta adoperati in senso di partizione sono seguiti da un nome variato alla secon- da desinenza, che significa il numero compartito, co- me marimus phiosophorum il più grande de’ filosofi, ‘Unus discipulorum uno de’ discepoli: Quis vestrum ? Chi di voi? In simili costrutti vi è una sintassi figu- rata, perchè vi manca în numero, da cui dipende il nome variato alla seconda desinenza, cioè Philosopho- rum, discipulorum, vestrum, Numero 2. Intorno alla Sintassi figurata ne’ nomi variati alla terza desinenza detta—Datrvo. Il Nome variato con la terza desinenza detta Dativo equivale a due parole, cioè alla preposizione a, in la- tino ad ed al nome, come miht a me, tibi a te ec. Etimologicamente adunque mihi e ad me, tibi e ad te valgono la medesima cosa e in molti costrutti è indifferente a’ buoni scrittori il dire scribo tibi, e scribo ad te vedi Etim. pag. 120 (1). Di qui par- rebbe che il nome così variato si dovrebbe tenere co- struito figuratamente in tutti quei casi, ne’ quali la preposizione ad, che in sè contiene, è posta dopo pa- — role, che non sono suoi determinabili, e in ispecie (1) Quanto ciò sia vero, apparisce da certi costrutti eleganti del verbo swu72 con la preposizione 44, dove secondo i grammatici dovrebbe essere il loro Dativo. Eccone degli esempi: Tum ad me fuerunt qui libel- dionem esse sciebant, Var. dove il senso è: Io ebbi presso di me coloro che ec. Curio fuit ad me diu io ebbi Curione in casa luogamente: Cum ud me bene mane Dio- nysius fuit quando io ebbi di buon mattino Dioni- sio—Gl' italiani da questa elegantissima maniera di dire formarono la loro : Egli è stato da me, egli fu da me , o venne da me, come osserveremo più distesa- mente in appresso. Adunque è chiaro che i gramma- tici, quando stamparono le loro regole, non ebbero pre- senti tutti casi più notabili della lingua latina, onde Je loro massime oltre di essere empiriche e insufficienti, non sono a quel numero, in cui dovrebbero essere, posto che ad è proposizione del verbale di moto pag. 63. il nome variato alla terza desinenza, che con- tiene in sè la preposizione medesima, si deve con- siderare costruito figuratamente in tutt’ i casì, nei quali non è preceduto da simile verbale, e che per- ciò nel medesimo tempo dovremmo esporre i costrutti sintetici della preposizione ad e del nome variato alla terza desinenza. Ma, considerando che ì latini per pro- prietà di favellare adoperavano la terza desinenza in costrutti, dove non avea mai luogo la preposizione ad o rarissime volte, riterremo per vera la prima parte della deduzione, ma non possiamo riunire nel mede- simo numéro le osservazioni intorno a’ costrutti figu- rati delle due formule. Cominciamo dunque da’ co- strutti figurati del solo nome variato alla terza desi- nenza. 1.° Nella Grammatica italiana vol. II. pag. 73. e se- guenti, e nel Nuovo Corso vol. II pag. 158. e segu. parlando de’ tre rapporti di origine di passaggio e di tendenza espressi dalle tre preposizioni da, per, a, feci distinzione di rapporti fisict e di rapporti morali, chia- mando rapporti fisici quelli, che passano tra gli oggetti fuori di noi pel movimento reale de’corpi, come di una palla che si muove da un estremo all’altro di un piano qualunque. I rapporti morali sono quelli che per simili- tudine concepiamo tra’ nostri pensieri, perchè, non a- vendo vocaboli metafisici, non possiamo esprimere i fatti spirituali che con parole, a così dire, corporee. I morali poi ancora o sono reali o sono intenzionali. . Gl’intenzionali si hanno, quando facciamo qualche cosa con l'intenzione che avesse un movimento ed una tendenza ad un termine fuori di noi. Così, scri- vendo una lettera, abbiamo intenzione che parta e va- al fratello, e volendo esprimere questa intenzione in forma sintetica, diciamo: Ego seribo ad fratrem meum , o Scribo fratri meo io scrivo a mio fratello, equivalente a questa forma analitica , io scrivo ton l'intenzione che la lettera vada o arrivi a mio fratel- lo — Ciò posto. | 1.° Tutti i verbi di azione transitivi, ossia che di- notano azione, il cui effetto è un modo, che dall’agen- te passa nell’ obbjetto, a cui si può associare un mo- vimento ’ reale tendente ad un termine, possono fi- guratamente avere dopo di loro un nome variato alla terza desinenza, detta Dativo. Quindi tutti i verbi, che significano dare, donare , esibire, arrecare, portare, mandare , consegnare, comandare , gio- vare, mamîfestare ec. come Do, Dono, Praebeo, Exibeo , Affero, Trado, Mando, Mitto ec. han- no dopo di loro un nome variato alla terza desinen- za, come Mitto tibi munusculum, ti mando un re- galuccio, Obtulit operam suam Reipublicae offrì la sua opera alla republica — Ne’ quali esempi è chiaro che il nome variato alla terza desinenza non è una determinazione del verbo, che precede, ma di un ver- bale di moto associato all’ obbjetto, onde mitto mu- nusculum equivale in forma analitica a mito munu- sculum veniens ad te mando un regaluccio che vie- ne a te. Dicasi lo stesso, se il movimento non è reale, ma intenzionale, ossia nell’ intenzione dell’ agente che vi fosse, e sotto questo rispetto non ci è verbo, che non possa avere in costrutto figurato un nome variato alla terza desinenza, che significhi la persona o la cosa co- me termine di quella tendenza. Esempi Qui peccat , peccat sibi chi manca manca a sè stesso. Gratulor tibi, mihi gaudeo, mi congratulo a tuo riguardo, godo a mio riguardo: quindi studeo, io studio, costruito con 1i8 Snome così variato vale favoreggiare, come studere a- licui essere seguace di alcuno — Favere alicui favo- reggiare alcuno ec. — I Grammatici misero tra que- sto numero il verbo occùurro e succurro, in senso di occorrere e soccorrere, e questi in senso di giovare ajutare. Come occurrere alicui andare in ajuto di al- cuno. l'erre opem patriae, succurrere saluti, foriu- . nisque comumibus Cic. portare ajuto alla patria e soc- correre alla salvezza ed alle fortune comuni— Éttam snermes armatis occurrebant Caes. anche gl’inermi an- davano incontro agli armati —Ma niuna osservazione ragionevole fu prodotta in quanto a questo costrutto, che non è proprio di Occurro e Succurro, ma di ogni ver- bo di azione intransitivo, ossia di moto, come Succurrit ila Varenus, et laboranti subvenit , gli soccorse Va- reno e sovvenne a chi era in travaglio Ces. In simili costrutti il nome personale variato alla terza desinenza a me pare che non sia determinazio- ne del verbo di moto espresso, perocchè l’uso costan- te della lingua ritiene per essi la forma analitica della preposizione Ad seguita dal nome di luogo. Oltracciò s'incontrano esempi, ne’ quali Occurro, Succurro, Subvenio ec. si truovano costruiti con la preposizione Ad seguita dal nome di luogo variato alla quarta de- sinenza , e con un nome personale variato alla terza desinenza, come Domitius ad Aeginium Caesari ve- mienti occurrit Domizio corse incontro a Cesare ve- gnente ad Eginio Ces. Scripsi ad eum ut mihi He- racleam occurreret, scrissi a lui, affinchè mi venisse incontro ad Eraclea—0r sarebbero due termini di ten- denza una di luogo e un altro di persona col mede- simo verbo di moto. Il che non pare che possa essere, se il verbo ritiene lo stesso significato etimologico. E però che io penso con fondamento razionale che il nome variato alla terza desinenza insimili costrutti dopo i verbi di moto dipenda da un verbo obbjettivo, a cuf gi associa la tendenza a persona, e traduco la frase ut mihi Herucleam occurreret ; ad Heracleam ubi ferret opem mihi, che corresse incontro ad Eraclea, dove potesse arrecare ajuto vegnente a me — Nella uale opinione mi conferma sempre più la versione italiana , la quale fa sparire l’idea etimologica di sif- fatti verbi, e vi sostituisce l’altra di ajuto, soccorso, idea che rileva certamente dal costrutto figurato da noi risoluto alla sua forma analitica, se 2.° E non solo i verbi, ma ancora gli aggiuntivi e le parole derivate e composte in forma di aggiuntivi, che messi a costrutto fanno intendere una tendenza fisica e morale, reale o intenzionale, possono figurata» mente avere dopo di loro un nome variato alla terza desinenza, ma vi guarderete bene di credere che quel nome sia loro determinazione per regolare Sintassi. Come Affinis regi parente, affine al Re-- Dejotarus fidelis populo romano, Dejotaro fedele al popolo ro- mano» Cic, In questi casi il nome variato alla terza desinenza determina il verbale di moto contenuto in una proposizione incidente, che è determinazione di mn nome contenuto nella parola in forma di aggiun» tivo, onde Dejotarus fidelis populo romano equivale a Dejotarus vir fidei, quae fides veniehat ad popu Jum romanum ee, 3.? Vi sono alcuni werbi latini simili a do, tribuo, ‘merto, ed anche sum, i quali si adoperano in costrutto con due nomi variati alla terza desinenza, uno per- sonale è l’altro impersonale, come do tibi hoc pr gnors io dono A te questa cosa in pegno: tribuo tibi hoc laudî, attribuisco a te questa cosa in lode: Id mihi ed salus queste cosa arrecherà salute a me, per versione di equipollenza—I grammatici hanno sempli- cemente notato questo costrutto senza renderne alcu- na ragione sotto il rapporto della sintassi figurata. Io credo necessario intrattenervisi alquanto ad indagarne la natura per serbare l’ uniformità scientifica a’ prestabi- liti principi. Dirò dunque che la sintassi in simili co- sirulti è doppiamente figurata, perchè il primo nome personale variato alla terza desinenza dipende dal ver- tale di moto intenzionale, con cui si associa l’obbyetto di Do, Tribuo, e Verto, come abbiamo detto innanzi. Il secondo nome impersonale variato alla terza desi- nenza, come laudi, pignori, dipende da un verbale di molo reale associato all’ obbjetto rispetto al fine, onde i grammatici dissero che il secondo Dativo dino- ta il fine, per cui si dà — Onde Do nibi hoc pignori equivale in forma analitica a Do hoc negottum ten- dens ad pignus cum intentione ut veniat ad te. Do questa cosa tendente a pegno con l’ intenzione che venga o giunga a te. In quanto a sum i grammatici hanno insegnato che con un Dative significhi avere, onde tradussero hic liber est mihi per io ho questo libro : che con due Dativi significhi apportare, cagionare, onde tradussero [d mihi erît saluti questa cosa mi arrecherà, mi ap- porterà salute-—Simili traduzioni sono a senso 0 di e- quipollenza e non etimologiche o letterali. Ma lascia- mo stare le traduzioni, e vegniamo a quello che im- orta di sapere, cioè, se sum così costruito non è satto Y dominio della sintassi regolare, perchè lo stato non ha relazione al rapporto di tendenza racchiuso nel da- tivo, quale è la parola sotl’ intesa, a cui si riferisce H dativo medesimo come determinazione ? I gramma- tici empirici non se ne sorio dali alcun pensiero, sia a proporre , sia a risolvere questo problema , ma si  «onteniarono semplicémente di farne vedere il valore di equipollenza per le traduzioni. E, posto che il nome variato alla terza desinenza racchiuda una relazione, che ha nesso al moto, è facile a comprendere che in tale costrutto, che presenta o uno o due dativi, manca un participio ‘di verbo: intransitivo, onde hic Uber est mihi equivale a hic liber est veniens ad me questo libro è vegnente a me, o spetta o tocca a me. - Quando Sum è costruito con due nomi variati alla terza desinenza, vi è una Sintassi doppiamente figura- ta, perchè sì sottintende due volte il verbale, che di- “nota una tendenza d° intenzione alla persona ed una tendenza fisica al fine, onde /Jd erut mihi saluti è lo stesso che id negotium est factum cum intentione ad. me e cum tendentia ad salutem. La versione di Sum così costruito per apportare è a senso, come ab- -biamo detto, 3.° I così detti verbi passivi, che io a pag. 53 ho chiamati verbi di stato relaltvo , sono quasi sempre seguiti dalla Preposizione 4 0 Ab, abs, E, o ea, che ha per secondo termine un nome dinotante l’ob- -bjetto, da cui provviene lo Stato. Intanto s’ incontra- © :no de’ costrutti di questi verbi, ne’ quali invece di ‘detta preposizione seguita da siffatto nome truovasi un ’ . nome variato alla terza desinenza, come specialmente . il verbo Videor: tu mihi videris esse doctus, tu rpi . sembri di essere dotto: Visum est mihi ad te de se- neciute sacribere mi è sembrata cosa ben fatta scri- - vepti intorno alla n — La Sintassi in tal caso - è figurata, e si fonda sulla reciprocità de'rapporti da, per , a (etim. pag. 63). Per la stessa ragione inve- . ce del nome preceduto da a, ab, abs, e, cexai adopera il nome variato alla quarta desinenza prece- duto dalla preposizione Per. I grammatici, “Ti sapendone dar ragione, ricorrevano al castrutto greco, ma senza fondamento razionale filalogico, | 62 Intorno alla Sintassi figurata nelle Preposizioni del nome senza primo termine, — Le preposizioni del Nome sono tre nella lingua la- tina, come nell’italiana, cioè De, Cum e Sine a absque (etim. pag. 40) e si dicono del Nome, perchè vaglio» no essere precedute e seguite da nome per lo nesso, che hanno le relazioni da esse significate con le so- stanze e cause, di eui sono segni i nomi. Ogni volta per conseguenza che simili preposizioni invece di essere precedute da un nome espresso avranno innanzi ogni altra parola, la Sintassi è figurata, e però bisogna sott’in- tenderlo , ossia rilevare dal senso qual possa essere per ridurre a forma analitica il costrutto sintetico, Per dare una norma ed un’analogia produrrò qualche esempio di tali costrutti. 1.° Posto che la preposizione de equivale a di ita- liano, dessa è costruita figuratamente tutte le volte che non è preceduta da nome suo primo termine, tra il quale e "1 secondo termine siavi relazione di dipen» denza. E negli esempi, che vado a produrre, mi pro- pongo di dare una norma, pe casi simili, di ricercare quale sia il nome da intendere, e dico che il nesso ‘ logico del costrutto, e le versioni delle lingue vulgari por- gono qualche luce in questa ricerca. Messala de Pom- pejo quaesivit Messala domandò di Pompea, cioè Mes- - sala quaesivit sententiam de Pompego, equivalente a sen- Fentiam Pompe. Gic. E, se traduciamo Messala domand) 3atorno a o intorno di Pompeo, è chiaro a dedurre chè, éssendo circa 0 intorno una preposizione, fa intende- re il secondo termine nome, che è primo termine della. preposizione de. De media nocte missus equitalus né- vissimun agmen consequitur Caes. La cavalleria spe- dita in tempo di notte inoltrata raggiunse la coda del- esercito. Dov è chiaro che de media mocte dipende dal nome tempore sott’ inteso. E, sebbene în tempore de media mocte non sia usato , sibbene în tempore mediae noctis; non se ne può dedurre alcun che in contrario alla nostra teoria, perocchè è provato per la lingua italiana che per proprietà di favella alcuni prenomi, che dovrebbero per loro natura avere espres- so il nome, nell’ uso non l’ hanno—Vedi Nuova Gram. ragionata per la lingua italiana—Vol. I. p. 86 e seg. Altra è la natura delle parole , altra è la proprietà della lingua per la tirannia dell’ uso. Non bonus som- nus est de prandio. Plaut. si traduce comunemente, non è buono il sonno dopo del pranzo, or quel dopo di fa intendere un nome secondo termine della pre- posizione dopo e primo termine della preposizione di. Quale sarà questo nome? è tempo, ed avremo il sonno non è buono dopo il tempo del pranzo, e latinamente Somnus non est bonus post tempus de prandio, e per proprietà di uso post tempus prandii. Lavabat de die et prandebat ad satietatem lavava in tempo di giorno e pranzava a sazietà, dove lavabat de die equivale a lavabat in tempore de die, e per proprietà di uso in tempore diei. Svet. Uni epistolae non rescripsi, in qua est de pertculis reipublicae, Cic. Ad una lettera ‘non risposi, in cui è parola o discorso de’pericoli del- ‘la repubblica, dove è chiaro che de periculis reipu- blicae dipende da sermo sott’inteso, invece di perscu- lorum, secondo la proprietà dell’uso. Yudicium est non ‘de re pecumiaria, sed est de fama fortunisque Qua 124 SECONDA PARTE etit Cic. Il giudizio non è di cosa pecuniaria, ma dell’ opinione e della fortuna di Quinzio, dove è chia- ro che dopo est manca yudicium, da cui dipende de re pecuniaria e de fortunis equivalente a questa for- ma. Iudicium non est judicium de re pecuniaria (0 rei pecuniariae ) sed gudicium de fama fortunisque Quinciti (0 famae et fortunarum Quinetu) (1). (1) Dagli esempî riportati e da infiniti altri, che sì potrebbero produrre, chiaramente resta comprovata la nostra dottrina, che ritiene la preposizione Ze identica alla preposizione italiana Di accennata in Etim. pag. 4l. Ed alle ragioni allegate quì sepra e nel luogo citato io pos- so aggiungere degli esempi , ne’ quali il primo termine è aualiticamente espresso, benchè l’uso parcamente per non dire raramente l’ adoperi—-Tali sono fama de illo nel senso di Fama illius: Mentio de pecunia identico a Men- tiv pecuniae , Se gladio percussum ab uno de illis iden- tico ad uno illorum ec. E se volete un confronto della dif- ferenza tra ex e de,ecco un esempio preso dallo stesso Ci- cerone,da cui ho tratti i soprallegati. Vihi/ex sacro, nihil de pubblico attingeres,dove l'ex vale da, e de apertamen- te vale di. E, se qualche esempio s'incontra,in cui de segui» to da nome di /x090 o di fempo par che accenni a rapporto di origine, è sempre in costrutto figurato, come noi italia» ni diciamo partir di Roma, venir di Firenze. fo quanto alla proprità del l'uso, che dopo un nome pri- mo termine di questa relazione mette sempre un nome va- riato nella seconda desinenza detta genitivo , non se ne può trarre argomento in contrario per la ragione accen- pata innanzi. n quanto alla desinenza del secondo termi- ne identica per 4,e,ex,e de non se ne puo dedurre che de abbia lo stesso significato di 4 0 di ex, perchè moltissime a.tre preposizioni l’ hanno senza che siesi mai detto da al- cunolo stesso del significato. La più potente ragione a favore di questa doitrina mi viene offerta dal senso comune per La preposizione Cum con è specchiatamente una preposizione del Nome , ond’ è sempre figuratamente costruita, se invece di un nome avrà innanzi a sè qua- lunque altra parola. Quindi, se incontriamo Vagamur. egentes cum congugibus et liberis Cie. andiamo va-. gando da mendici con le mogli e co’figliuoli, non di- remo che cum conjugibus et. liberis sia un ablativo del verbo, come scioccamente insegnavano i grammatici,. ma intenderemo nos, dopo cui metteremo cum col suo nome, costruendo: Nos egentes cum conjugibus et li- beris vagamur. Similmente, se incontriamo . Coenare, cum toga pulla Cic. non diremo che cum toga pulla sia una determinazione di coenare, ma del primo ter-. mine homines sottinteso. Onde costruiremo Certo scio. te. fecisse cum causa in Certo scio te cum causa fe-: esse So di certo che tu con ragione abbi ciò fatto ec. . La difficoltà potrebbe . incontrarsi nel ricercare il. Rome primo termine di questa relazione ne?’ costrutti. figurati o per ragione di altri nomi. espressi, oppure ‘per la troppa indeterminazione dei costrutti medesi- mi, In questo deve tutto ripetersi dal buon senso so- : ? è le versioni, che ne fanno le lingue volgari, perocchè, essen-' do queste per loro natura più analitiche della lingua greca - e latina, sciolgono la sintesi de’ figurati costrutti e suppli-. scono le parole che mancano. E, facendo valere De per: dopo di, întorno di, intorno a, circa di, a causa di, per, mezzo -di, ec. già dichiarano apertissimamente che Le. dev'essere preceduta da un altro nome, che è primo terii-' ne di De e secondo termine delle altre che precedono. È - messo che De dev'essere ‘preceduta da nome, dovendo ' sncorà essere seguita da nome, come ogni preposizione, è‘ chiaro anzi evidente che dessa sia una preposizione del : nome Etim. pag. 41)... . TR, stenuto dal nesso logico e dal seguente principio: Quel ‘nome è uopo che s'intenda, con cui il secondo nome dopo la preposizione Gum.è messo in relazione di com- pagnia, sia che quel nome da .intendere faccia da pri- mo termine .di proposizione, sia che faccia da obbjet- to o da secondo termine di altra relazione, perchè, co- me abbiamo altrove accennato, il nome è sempre un determinabile ‘ancora, quando fa da determinazione. 3.° La Preposizione Sine senza o in senso meta- ferico Absque senza, come segno -di relazione di di- sunione, vuol essere parimenti allogata dopo un nome come suo primo ‘termine , come nel seguente esem- pio di Cicerone: Homo sine re, sine fide, sine spe, sine sede , ‘sine fortunis uomo senza robba, senza fede, senza speranza, senza stato , senza fortuna. Quindi, se leggiamo ‘il seguente passo di Terenzio: Non fit sine periculo facinus magnum et memorabile, Non si fa senza pericolo un gran ‘misfatto -e memorabile , non diremo che Sine periculo sia una determinazio- ne di Fit verbo, ma di facinus nome, onde costrui-. remo Facinus magnum cet memorabile sine periculo - non fit. E, dove questo nome primo termine di tale relazione non fosse espresso, noi dovremmo sott’ in- tenderlo, come Dives absque pecunia ricco senza da- naro, dove manca homo. Di quì si comprende quan- to ‘falsa era la teoria de'grammatici, che attribuivano lé preposizioni Cum e Stne seguite da loro nomi, come «determinazioni, alle parole che precedevano in costrut- to figurato, sia che verbi sia che aggiuntivi o avverbi 0 prenomi si fossero. Un tal modo di giudicare, grettamen- te empirico e indegno di uomo che ragiona, pretende- va di stabilire le regole della regalare Sintassi sopra i costrutti figurati, mentre fondamento della Sin- tassi figurata è la conoscenza delle relazioni, che le to. (I i | ‘ENTORNO ALLA SINTASSI FIGURATA 127. parole hanao tra loro, conoscenza che si acquista pre- liminarmente nella Sintassi regolare (pag.13 del pres. vol. ) Ma nelle scuole non si era ancora definita la Sintassi: non se n’ era fissato l’ obbjetto determinato: non si era conosciuto in che la regolare dalla figura- ta fosse differente, onde tutto veniva confuso ne'trat- tati sintassici. Se dunque ad alcuni parcà strano il costruire secondo questi nostri principi, ponga mente che la ragione non ha paura de' pregiudizi e delle storte abitudini, ancorchè avvalorate dal possesso di un cupo immemorabile, perchè la verità è imprescrit- ile, $ 3. Intorno alla Sintassi figurata nelle preposizioni del verbo, adoperate senza primo termine-verbo. Le preposizioni del verbo sono di due specie se- condo il diverso loro .significato, cioè di contenenza e di sito : alla prima specie appartiene In, alla secon- da tutte le altre notate a pag. 43 dell’Etimologia. -Il principio generale per tutte è .il seguente. Le .prepo- sizioni di contenenza e di sito sono costruite rego- larmente ogni volta, che sono -precedute da .Sum e Facio in forma astratta 0 in forma concreta, purchè Jo stato e l’ azione de’ verbi espressi abbia nesso coi rapporti delle preposizioni espresse, di contenenza e di sito. Sempre e quando adunque siffatte preposi- zioni :si troveranno dopo di altre parole diverse , op- pure dopo verbi, con cui.non hanno nesso di costrut- to, bisognerà dire che sieno costruite :figuratamente , e ciò per i principi prestabiliti nella Regolare :Sin- ‘tassi, che tutti si riducono questo solo: ogni determinabile hale sue proprie determinazioni, ed ogni de- terminazione deve avere il suo determinabile. Questo principio generale a questa guisa enunciato bastereb- be per giudicare de’ costrutti multiplici figurati sotto il rapporto delle preposizioni del verbo; ma per dare una norma più pratica ed un’ analogia a’ giovanetti ‘principianti, mi fermerò a disaminare alcuni esempi raccolti da’ classici e specialmente sotto il rispetto delle preposizioni In, Super e Supra, Sub e Subter. Nom. I. Alcuni esempi di Sintassi figurata nelle preposizioni In, Super, Supra, SUB, SUBTER. I Grammatici hanno ritenuto ed insegnato comune- mente che le soprallegate preposizioni del verbo dif- feriscono da tutte le altre in quanto che possono esse- re determinazioni tanto de’ verbi di stato, quanto dei verbi di moto. E, siccome per noi si è dimostrato che il verbo per sua natura dinota o Stato o Azione, che ha intima relazione con le proposizioni di contenen- za e di sito, allorchè ammisero che i verbi di moto ‘possono avere queste stesse determinazioni, in altri termini riconobbero compatibili le relazioni dello Stato, con quelle dell’ Effetto-moto. La qual cosa, come è agevole a intendere, è contradittoria, perocchè, essendo lo ‘stato opposto al movimento, chi dice, che lo stato e il moto hanno relazioni comuni, dovrà convenire che le cose contrarie sieno identiche. Da questa con- seguenza non si può uscire, e dobbiamo conchiudere che le preposizioni soprallegate , se sono determina- zioni de' verbi di stato e di azione senza moto, non possono essere de’”verbi di moto in sintassi regolare, i L’ unica ragione, per la quale i grammatici si cre- devano autorizzati a stabilire questa dottrina, si era l’ uso promiscuo del nome secondo termine variato alla. Quo ed alla quinta desinenza, o come essi dicevano ell'accusativo e dell’ ablativo. E, siccome dopo i verbi di moto più frequentemente adoperavansi le soprad- dette preposizioni seguite dall’accusativo, e dopo ì ver- bi di stato più frequentemente le stesse preposizioni seguite dall’ablativo, stabilirono la seguente regola: in, super, supra, sub, subter vogliono l’accusativo e l'a- blativo, il primo co’verbi di moto, e'l secondo coi verbi di stato. Onde insegnavano che era indifferente il dire: îre ad forwm e ire in forum, andare al foro e andare nel foro. Che le dette preposizioni sono seguite nell’uso della lingua ora dall’ accusativo , ed ora dall’ ablativo non sì può rivocare in dubbio, perchè infiniti esempi si possono allegare , ma da questo fatto non se ne può dedurre che il costrutto sia regolare nell’ uno e ell’ altro caso, posto che con l’accusativo determina un verbo di moto, e con l’ablativo un verbo di stata. Imperocchè in questa supposizione non si può dire che sia indifferente variare il nome con questa e con quella desinenza, come si potrebbe dire, se non ci fosse differenza tra verbo di stato e verbo di moto, quindi tra il costrutto col primo e l’altro col secon- do. Se dunque vi è differenza tra’ due costrutti, uno deve essere regolare e l’ altro figurato necessariamen- te, perchè abbiamo dimostrato in sintassi regolare pag. 47 che tn, rapporto di contenenza , è determi» nazione vera e propria di sum e facio, ossia del ver- bo assoluto, che non racchiude alcuna idea di moto. Se dunque anche secondo i grammatici in coll’ablativo, ossia con la quinta desinenza, è determinazione de’verbi di stato; bisognerà conchiudere che a questo modo costrutta una tale preposizione è nel dominio. della ‘sin- ‘assi regolare , e- che, trovandosi con la quarta desi- n:nza, è figuratamente costruita , o più chiaramente bisognerà riconoscere una sintassi figurata nella pre- posizione în ogni volta che ha per secondo termine un nome variato alla quarta desinenza, dovendo avere in costrutto regolare l’ ablativo. Dicasi lo stesso delle altre sopranotate, cioè di super, supra, sube subter, valendo per esse lo stesso ragionamento. Ma, dicendo sintassi figurata importa dire un mancamento di pa- role , perchè la grammaticale figura consiste nel far uso di un numero di parole minore del numero de’ pensieri, che le parole espresse costruite fanno inten- dere. Si vuol quindi sapere quale parola manchi ogni qualvolta in, super, supra, sub, subter si truovano ‘seguite da nome variato alla quarta desinenza. Se il verbo che precede queste preposizioni è concreto di moto, come tbo in urbem. andrò in città, la sintassi è doppiamente figurata, perchè ad In manca un nome di luogo variato alla quinta desinenza e un verbo di stato, le quali cose unite formano una proposizione incidente, e ad urbem dopo In manca la preposizione ad, che è determinazione vera e propria del moto con- tenuto in tbo, onde ibo n urbem equivale a ibo ad urbem ut commorer in urbe. Infatti è sensibile la dif- ferenza tra ire in urbem e ire ad urbem, come è ‘stato rilevato da’ grammatici delle lingue vulgari. Ragionisi alla stessa guisa, se avanti a if, seguito da nome variato alla quarta desinenza, si truovi un verbo astratto o un verbo concreto, che non racchiude idea «di moto. Questa supposizione non è strana, perocchè mille esempi si possono produrre, ne’ quali în, super, supra, sub, e subter si truovane col nome variato alla quarta desinenza, benchè il verbo sia di stato,’ e ?  eol nomè variato alla quinta desinenza benchè il ver- bo sia di moto, contro la regola generale formulata. da’ grammatici, e chi volesse riscontrare i testi dei classici legga la raccolta fattane nel Nuovo Metodo da’ sigg. di Portoreale. Nella supposizione adunque , che le sopraddette preposizioni seguite dal nome va- riato alla quarta desinenza si allogano dopo i verbi di stato, direte che la sintassi è doppiamente figurata, rehè ad essa è uopo intendere ij nome variato alla aa desinenza, ed al nome espresso dopo di loro la preposizione ad preceduta da un verbo di moto in nna proposizione incidente, Nune mihi in meniem fuit Dis gratias agere, Plaut, Ora mi sono ricordato di ringraziare gl’ Iddii, risolvete Nunc venit ad men tem et fuit in mente gratias Diis agere, Vestros por- tus in praedonum fuisse potestatem sciatis, Cic, Sap piate che i. vostri porti sono stati in potere de’ bri- ganti, risolvete Sciatis vestros portus cecidisse ad po- testatem et fuisse in potestate praedonum. Simili modi di dire sono elegantissimi, perchè molto sintetici, in quanto che con una sola parola fanno intendere una intera proposizione, Della qual cosa avrebbero potuto accorgersi gli stessi grammatici empirici, allora che, incontrandosi in alcuni costrutti, guidati dal buon senso, osservavano che in'per esempio valeva ora sopra, ora dentro , ora contro , ora verso, ora circa, o intorno ec, E non si volea una sottile speculazione per comprendere che una stessa ola, quando se ne è determinato il valore etimolo- ‘ gico ed assoluto,.non può averne altro differente, ma, se ‘altri ne fa intendere, è sotto il rapporto sintassico. Dire infatti che «n in certi costrutti significa sopra, im- rta che vi manca qualche cosa, che, se fosse, equivar- rebbe a quel sopra. Questa osservazione vuol essere fatta per tutte le altre preposizioni, che per ragione di sintassi o di traslati hanno virtù di far intendere più di un significato, Conchiudo da quanto ho detto finora che in, super, supra, sub, e dla sono costruite regolarmente ogni volta che sono precedute da un verbo di stato o di azione senza moto. e seguite da un nome variato alla quinte desinenza, È perciò che debbono essere tenute im costrutto figurato, ogni qualvolta sono precedute da un verba di moto senza che il moto sia contenuto nel luogo espresso dal loro nome, o sono seguite da un nome variate alla quaria desinenza, 54, Intorno alla Sintassi figurata nelle preposizioni del verbale senza primo termine—Verbale. Le Preposizioni del Verbale sono tre, a che per eu- fonia si fa ab o abs ce ex corrispondente a da in HMaliano, ad corrispondente ad 4, e per corrispondente n per, Queste tre preposizioni sone dette del Verbale di moto , perchè la prima dinota rapporto di origine -0 di provvenienza, la seconda rapporto di tendenza, e la terza rapporto di passaggio: ora la prorvenienza, Ja tendenza e ìl passaggio sono in intimo nesso col moto , il quale non si può compiere se non A condi- zione che il Mobile parta da, passi per e tenda a (vedi Etim, pag. 45, e sintassi regol. pag. 68). Affin- chè dunque queste tre preposizioni sieno regolarmente . costruite, è indispensabile che sieno precedute da un ‘ verbale chè significhi moto o in forma analitica, o in “ forma concreia, cioé per mezzo di un verbo conc reto «-di azione intransitivo, che racchiuda siffatto verhalo 3: Ogni volta per conseguenza che tali prepasizioni ‘sì presentano in costrutta, non precedute da verbale di moto ne’ due modi accennati, hisognerà ritenere che sieno figuratamente costruite ; corre perciò il dovere. al giovane filologo di ricavare dal senso quella parola, che f3 eleganza si è fatta intendere dallo serittore. o dal parlante, Raccogliere tanti esempi, quanti sono. e possono essere ì figurati costrutti sotto il rispetto. di queste tre prepasizioni, sarebbe cosa impossibile da un lato, e dall’altro peso inutile di memoria. Ecco. perchè io mi contento di produrne alquanti per ciascu-. na, da quali per analogia si possa rendere ragione degl infiniti casì simili, Num Esempi di sintassi figurata nelle preposizioni 4, 45, ABS, E, EX SENZA prime termine verbale. I . 1.° In primo luago io metto a costrutti figurati tut= te. quelle forme di latino parlare, che presentano que- ate preposizioni dopo i così detti verbi passivi, e che 10 ho chiamati verbi di stata relativo ( pag. 53 del pres. Vol.), come ne'seguenti esempi: Ego doceor a te io sono ammaestrato da te : Antonius auditur a Sempronio Antonio è ascoltato da Sempronio , Pata-, vmum fuit conditum ab Antenore antequam Roma conderetur a Romulo, Padova fu fabbricata da Ante- nore prima che Roma fosse fabbricata da Romola ec, . I grammatici ritenevano. per regolare un simile co-. strutto e ragionavano a questa guisa. ]l verbo passi- vo dinota passione, che è prodotta nel soggetto da un agente : per questo nesso di passione e di azione la proposizione in forma passiva deve. dale di va primo termine simile ad ego del primo esempio , del verbo conoreto doceor equivalente a sum doctus e di un abblativo preceduta dalla prepasizione a, ab, e, er, simile ad @ te del primo esempio. Secando questa modo di vedere dovremma dire, come dissero alcuni grammatici, che, mancando il nome variato alla quinta desinenza e preceduto da a, ab, e, a ex, vi sia una Sintassi: figurata, Ma un tal ragionare si fonda sopra di un falso supposto, ed è în contraddizione con le stes: se grammaticali teorie, ll falso supposto sì è che le determinazioni facciano parte essenziale e costitutiva della proposizione, il che quanto sia assurdo è age vole a comprenderlo dal solo riflettere che, ammessa ciò per vero, ne seguirebhe che a costituire una pro- posizione in forma regolare si dovrebbero esprimere tutte le determinazioni, e che perciò gli elementi es- senziali della medesima non sarebbero più tre, ma | infiniti‘come indefinite sono le determinazioni, contro ciò che si è stabilito dagli stessi grammatici. Oltrac- ciò questa deduzione contraddice ]e grammaticali teo- rie, le quali ritengono il participio per un aggiun» tivo ,' e riconoscono 'ego sum doctus per una pro» posizione analitica, semplice , positiva , categorica , ossia una proposizione compiuta in quanto al giudi- zio che esprime, Se il:così detto ahblativo preceduto dalle preposizioni @ ab ec. facesse parte essenziale della medesima, non sarebbe più Ego sum doctus una proposizione compiuta, Noi dunque, ragionando, e sem- pre in conformità de’ razionali principî, riconosciamo quel così detto abblativo agente , come una determi- nazione, per lo nessò che passa tra lo stato relativo prodotto nel soggetto dall’agente esterno: dippiù non di- remo che sia una determinazione del verbo passivo o del participio passivo in forma astratta, ma di un verbale di moto; che il verbo passivo ci fa intendere fi- Sn Infatti la voce concreta Doceor equivas e a Sum docivs: doctus equivale a qui est in doctri» na provemente (etimolog. pag. 175). Ego doceor a te. dunque è lo stesso che ego sum ile qua est in doctri= na proveniente &amp; te io sono nella dottrina provve- niente da te, dove, come è chiaro, lo ablativo, ossia il nome preceduto dalla preposizione 4 0 ab, e o ea è determinazione de! verbale di moto contenuto - nel participio concreto proverente. Infatti, quando gli stes= si grammatici empirici vogliono definire la passione, si esprimono tol buon Senso a questa guisa : il soggetto quel nome che riceve lazione, ed è chiamato s0g- gesto, perchè sta senza far nulla sotto la passione, che facere dall’ ugente espresso dall’ abblativo , dove e parole soggetto , passione, . stato è provvemenza suggerite: dal senso comune spiegano A meraviglia ed attestano la verità del nosiro divisamento, &gt; Ie dunqne conchiudo che il nome variato alla quin- ta ‘idesinenza e preceduto da @ ab ee. dopo i così detti verbi passivi, è costruito figuratamente, come. quello che determina non il verbo espresso, ma il verbale di moto contenuto in proveniente, che rileva dal senso. Questa deduzione è secondo i principi razionali e ge- nerali, e rende la teoria scientifica ed assoluta. Imperotchè , stabilito una volta che i rapporti. di "origine di passaggio e di tendenza sono determina- ‘zioni Vere e proprie del moto per l’inlimo nesso che ‘ passa tra le idee, non possono in qualsivoglia sup- posizione «esser determinazioni dello Stato. ‘Ora il ° terbo passivo ‘è verbo di stato, si perchè, come è chia» ro.dalla stessa forma esteriore . delle parole , ha per xerbo Sum, che è verbo di stato, si perchè, a detta. de grammatici, il verbo passivo. dineta passione. Ora ehe cosa è la passione opposta ‘all’ azione ? Non al- tro che Stato, perchè tra Stato ed Azione, tra quie- ge e moto, non ci è mezzo, come ho scientificamente dimostrato nella Sintassi Vol. IL del Nuovo Corso. Posto dunque che la passione è stato, quale relazione può avere il verbo passivo con la preposizione «a, ab, 6.0 er, ché significano rapporto di origine o di prov» venienza? Ma non può negarsi che detta preposizio- he, seguita dal nome variato alla quinta desinenza, è una determinazione del moto, in quante che accenna all'origine o provvenienza del medesimo: è uopo con- chiudere che, trovandosi dopo i verbi passivi, dobbia- mo dire che sia costruita figuratàamente. — | ‘Con questo ragionamento si possone risolvere molti altri problemi filologici, che non furono nè propesti nè risoluti da’ grammatici. Giova osservare è questo pro- posito che. l’abblativo agente è sempre quel nome, che, se il verbo .fesse in forma attiva, ossia verbo ‘di azio- ne transitivo, farebbe da obbjetto, onde i grammatici empirici insagnavano, che volgendo il costrutto dall'attivo al: passivo , l’ accusativo passa in Nominativo , il nos minativo agente in Abblativo. Così, se hvete detto: Ro- mulus occidit Remum, Romolo uccise Remo, volgen- do dall’ atlivo in passivo., direte: Remus fuit occisus a Romulo. Al contrario se trovate Patavium fut cons ditum ab Arntenore, volgendo, direte: Antenor condi- dis Patavium, Antenore edificò -Padova, cioè passan= do l° Abblativo in Nominativo, e’! Nominative'in Ac- cusative. Pei verbi Doceo , Moneo, Celo ec. , di cui parlam- mo a pag. 97, che hanno dueaccusativi, volgendosi il costruito dall’ attivo in passivo, il secondo accusativo impersonale resta ancora nella forma passiva, onde Doceo te grammatican si volge Tu es doctus a me Qramanaticam , perchè questo è secondo termine di | preposizione e. non obbjetto., vedi luogo citato. —,, In 2.° luogo tutt'i verbi, i quali dinotano azione,, il cui effetto è un medo, che. passa.in un objetto, prev veniente da una causa estrinseca, si truovano figura tamente costruiti con le preposizioni a, ab, abs, e 0 ex, seguite dal nome variato alla quinta desinenza, come quei che significano ricevere , udire , ascoltare , ot- tenere, sperare, attendere, chiedere, rapire , strap- pare , sunili ad accipio, percipio, audio, ‘obtineo, spero, peto, rapio, decerpo, ec. perchè l' obbjet- to, che sì riceve, si ode, si ottiene, si spera, si attende ec., deve provvenire da una causa estrinseca. Ma quel nome così variato e preceduto da dette pre- posizioni non è una determinazione del verbo espres- so, bensì del verbale di moto contenuto nel participio vemiens sott.inteso, come. ne’ seguenti esempi: Nuper accepi litteras (venientes) a fratre.meo, non è guari ricevei la lettera (vegnente) da mio fratello :. Tamen cis malo te audire hoc (negotium. vediens) ea aliis, benchè io voglio piuttosto che tu oda questa (notizia vegnente) da altri ec... 000.0. In .3.° luogo tutti verbi, che messia costrutto fan- no, rilevare l’idea di distanza e di lontananza., co- ine gi aa distare, e gli aggiuntivi stessi o,-le pa- role derivate in forma di aggiuntivi, come .liber,, im- munts, si costruiscono figuratamente col nome variata alla quinta desinenza, preceduta da a, ad, abs, e, er, le quali sono determinazioni del verbale di mgto col rapporto di origine , tutto morale,..come-abbiamo sta- bilito nella Nuova Grammatica ragionata per.la lingua italiana vol. Il. pag. 75. Iustitia, differt ab aequitate la: giustizia differisce dall’ equità, dove: ab. aequitate dipende da proficiscene partendo, perchè il senso della 138 © stona BARTR: ©‘. frase ‘è «questo : partendo col ‘nio pensiero: dell’. idea della giustizia ‘a quella dell’ equità, e: da questa ritor- mafido ‘a quella truovo che sono differenti (vedi luog. ‘cit.). Quindi @bsolvo per questa nezione di lontananza dalla pera va ieosì costruito, come /gher , dibero; im MUNE ec. | te na «Num. 2. x 3. Esempi di Sintassi figurata nelle due preposizioni | AD e Pereenza verbale «espresso. - Ripetendo sempre lo stesso principio, per e:4dsono costruite figuratamente, ogni volta che non sono :pre- cedute dal ‘proprio determinabile, ossia dal verbale di moto, il ‘quale si deve intendere secondo che dal -sen- so rileva. Quindi è che le due preposizieni sì debbono tenere in costrutto figurato dopo i verbì di :stato e di ‘azione transitivi, ossia che non racchiudono un ver- bale -di moto, come «sarebbero speotat, attinet, perti- met, -dettì da’ grammafici impersonali, perchè usati così alla terza desinenza indicativa della terza persona, se- guiti dalla preposizione ad, come 'hoc a me spectat ciò mi ‘riguarda: hoc aftinet o perimet -ad me ciò appartiene a me, perchè «spectat -è frequentativo di si deri e -significa guardar spesso o riguardare, idea che non ha per sè stessa relazione al rapporto di ‘ten- denza : dicasi ‘le ‘stesso di attinet e pertinet, che sene formati da teneo tengo. Ma, sebbene il guardare e il tenere non ‘abbiano direttamentè nesso cen fa tenden- za, pure perchè chi guarda «ed aspetta, oppure tiene una qualche cosa per darla, ‘ha in sè Î' intenzione di mu aovimento a un termine, avviene che questi tre verbi hanno dopo. di loro la preposizione ad seguita eda ‘monìe vatiato alla :quarta desinenza , ‘come. deter» Iminazione di un verbale contenuto simile a ventens e tendens. in guisacchè hoc spectat ad me è lo stesso «ehe hoc negotium terulons ai me spectat, questa così tendendo a me guarda. Dicasi lo stesso di attinet e «pertiner. Di sum costruito con ad abbiamo parlato è ‘ip. 115, Facciasi la stessa applicazione pei casi simili. : ‘Bella preposizione per costruita figuratamente sono «ovvi gli esempi , ed è facile la ‘soluzione de’ figurati seostrutti, stando: a’ principi prestabiliti. Intorno ala Sintassì ‘figurata în certi particolari. costrutti. -: Tn questo articolo è mia intenzione di raccogliere alcune osservazioni intorno a certi particolari costrut- ti figurati, i quali, benchè si potessero ridurre a’ prin cipi antecedentemeute stabiliti, potrebbe riuscirne dif. ficile la soluzione a° principianti. Senza quindi serbare un ordine premeditato gli andrò registrando come ca- dono sotto la penna, ‘ 04.° La proposizione incidente, quando il verbo è al congiuntivo, vuol' essere preceduta da ut identico a quod in tutti casi, ne’ quali non è copulativa, cioè preceduta da vt in senso di come, si, dum, quum, cum, quando, ubi, unde—Sarebbe dunque costruita figura- tamente ogni volta che quell’ vt non fosse espresso, ma. si lasciasse intendere , come ne’ seguenti esempi : Fac venias invece di fac vt vemias fa di venire. . E figurati bisogna tenere tutti i costrutti, ne’ quali il congiuntivo è preceduto .da ne in. senso di vt non, come nel seguente esempio, considera, ne in alientesimum tempus: cadat adventus tiutis, rifletti bene che il tuo arrivo non accada in tempo inopportunissimo. .La ragione si è che ne per sè stesso significa Mon, se dunque avanti a congiuntivo vale che non o affin- ‘chè non, non è per: forza etimologica ma sintassica, in quanto che il congiuntivo ci fa pensare a quell’ vt. Quindi è doppiamente figurato il costrutto in quegli esempi, che presentano il congiuntivo senza vt e senza ne , mentre .l’ uno e l’altro è uopo intendere, come Cave id facias , invece di cave vi non facias id . guardati che non faccia tal cosa. . Dopo Vereor, Timeo e Metuo, che significano te- mere i latini usavano un costrutto singolare (1), cioè quando mettevano l’vt, che precedeva il secondo ver- | bo al congiuntivo, quell’ut valeva che nono affinchè non: quando mettevano il ne questo valeva che o af- finchè , onde Vereor, ‘timeo ‘e metuo vi venias va- leva temo che tu non venga, e vereor ne ventias .valeva temo che tu. venga. Una tale modificazione di significato era tutta sintassica, ossia dedotta dal senso .a danno del valore etimologico , il che quanto possa (1) Tutti-e tre questi verbi vengono tradotti dal vol. go de’ grammatici per /ezsere, come se fossero perfetti sinonimi. Ma, se sinonimi perfetti non si danno, convie- ne vederne la differenza. Yereor è composto da /ae Quai e reor io penso , onde etimologicameute significa penso guauî, e, siccome, chi pensa guai, teme, si disse ve- reor temere per metonimia, ma un temere per male - imminente. Timeo viene dal greco fime che significa onore, onde fimeo vale ho punte di onore: e, siccome chi ha punto di onore teme :di perderlo, Timeo valse temere per punto di onore» diesuo. è identico a Timeo . rivollato per metalesi. .L essere ragionevole, non si può determinare agevolmen= te senza tacciare gli scrittori di sgrammalicature. 2, Dopo Accidit, Evenit, Factum est ec. che si traducono per accadde, avvenne, fu fatto, si a) fa elegantemente èt col significato di che, come dAcci» dit vt morerentur fame milites avvenne che ì sol- dati di fame morissero. Dove è da osservare che quel- vt ha forza di quod, il cuì antecedente negotium, sottinteso, è il primo termine di egcidit, eveniz, fa- ctum est , onde wccidit vi milites fame morerentur si deve risolvere Negotium, propter quod negotium milites fame morerentur, accitdit, I grammatici dice- vano che in -simili costrutti il primo termine della pre posizione principale fosse un periodo inteto.: Regola assurda e insussistente, perchè un periodo può esse- te ‘determinazione dì un primo termine, non mai pri» mo termine, il quale dev essere sempre un nome e- Spresso b sottintesò, n a -, ‘intorno a corte altre volute figure grammaticali. I I grammatici empirici, che, come ho più volte fatto osservare , non si ebbero formato una :Rozione: esatta e precisa. della sintassi , oltre 1° Ellissi. o. il Zeugma, ossia del mantamento delle parole in quei costrutti, che fanno intendere un numero di pensieri maggiore :del.nu- mero delle parole, ammisero il così detto Pleon ol ripieno, la Sillessi, l'Iperbato, la Antiptosi, e ?° E- nallage , 1° Ellenismo o Grecismo. Credo dovermi in- trattenere alquanto nella disamina di «queste volute fi- gure: per. darne .un’.idea.a .fine d'intendere il linguag&gt; gio de’ filologi che ne parlano, e provarne la loro in- sussistenza. 6. 1° Intorno al Pleonasmo 0 ripieno. Per pleonasmo 0 ripieno i grammatici intendevatio una figura Framlipatice e , onde nel discorso s’ intro- duceva un elemento, ossia qualche parola 0 più parole che nulla significasseto, in guisacchè, tolto quel super- fluo, il senso reggerebbe nella sua integrità. Una figu- ra così concepita urta col buon senso , perocchè le parole, come segni d'idee, non si debbono adoperare a solo titolo di parata, ed a condizione di perdere il lo- ro nienificale , pet la ragione che si rinuncierebbe al fine del parlare, che è quello di manifestare i nostri pene sieri col mezzo sensibile della parola. Una tale figura ridurrebbe l’ uomo ragionevole al pappagallo parlante, che nulla intende di quel che dice. Se dunque incon= triamo de’ costrutti appo i buoni scrittori, che presen tano parole inutili e superflue, anzicchè commendare queste abuso, lo noteremo a difetto, in cui cadono i più grandi uomini, che per la loro limitata natura pos- . sono errare per distrazione, | | Non bisogna confondere poi il pleonasmo 0 ripieno definito a questa maniera rigorosa con quella ripeti- zione «della medesima parola, per la quale cresce chia- rezza ed energia al discorso, onde non diremo che in quel detto di Plauto Magis majores nugas agere yi sia un pleonasmo, perchè più senso si contiene in -Magis magores nugas che in majores nugas sempli- cemente, come più senso è nell’ italiano molto più | che nel semplice più. Similmente non diremo che abbia fatto un pleonasma Cicerone, quando disse ; Sc ab’ omnibus potius desertos quam abs te defensos esse malunt vogliono piuttosto essere ahbandanati da tutti, Anziechè (la te essere difesi, perchè maluni è com- posto da ‘magis e wolunt, e quel magis pare inutile flov° è potius, La ragione si è che ]’aratore voleva dar forza alla frase, e non vi sarebbe riuscito col solo potsus messo ip PRC senza ribadire col ma- gis' in fine, Infatti in italiana dopo piuttosto viene anzichè, e niuno può dire che vi sia una ridondanza, traducendo cos) quella frase latina. Conchiudo che non è pleonasmo, dove la ripetizione accresce senso, e terrò per isbaglio ogni inutile superfluità, 6. 2° Intorno alla così detta Sillessi. La Sillessi, secondo i grammatici, è quella gramma» tical figura, per la quale gli aggiuntivi o } verbi, va» riandosi, non accordano con le parole ‘espresse secon- do le leggi della lingua stabilite dall’ uso , ma con le parole taciute -ehe rilevano dal sénso, come nel se- guente esempio; Capita conjurationis virgis cossi , che traducono: i eapi della congiura furono uecisi con le verghe, dove, essi dicono, coesi, non accorda con capita, perchè dovrebbe porsi cvesa, ma con ho- mines, che rileva dal senso, ‘Ma, se è così, la Sillessi non è diversa dell’ Ellissf, ossia dal mancamento, al . quale noi abbiamo ridotte tutte le figure grammaticali possibili. Oltracciò malamente si espressero che coesi sì Mferisce a capita, se è vero che accorda con ho- fines, ma è ubpo sott intendere un intero costrutto dove possa stare homines con -coest, Onde noi :risgl- 144 SECONDA PARTE . viamo: Capita (fueruni corwn qui fuerunt) virgis coesiz ì capi (fureno di coloro che furono) Dattuli con le verghe, Similmente Duo millia (fuerunt hominum qui. homines fueruni ) eleeti qui mori juberentur. Due mila (furono di uomini i quali furono) eletti che si comandassera di morire, Pars (fuit eorum qui fue- runt) in csucem acli, et pars ci ut corum qui fue- runi) bestiis objeeti. Una parte (ha di coloro i quali furono) messi in croce e parte (fu di coloro i quali furono) esposti alla fiere. Daret ut catenis fatale mostrum (Cleopatram) quae generosius perire quae- rens, Per mettere in catene il mostro fatale ( Cleo- patra ) la quale cercando di finire da più generosa, Da’ latini abbiamo noi derivate alcune italiane manie- re di dire simili, ma non confanderemo le buone for- me con le viziose, le quali sono appunto ogni volta che non truovano un fondamento in una ragione gram- maticale (si riscontri il secondo Vol, del Nuovo Con. pag. 181 e seguente, | li Conchiudo che la Sillessi. non è una figura diversa dall’ Ellissi, quando è ben è fatta, ossia dalla figura di: mancamento, per la quale in minor numero di parole si racchiude un maggior numero di pensieri, 68,0 Intorno all’ I perbato. I grammatici, confondendo Je materie appartenenti a trattati diversi, riconobbero nel così detto fperbato una figura sintassica, mentre, come vedremo, è di perti- nenza della costruzione , ossia di quella parte della grammatica, in cui si studia l'ordine o-la disposizione naturale e. artificiale delle parole, che compongono un costrutto. Infatti secondo essi l’ Iperbato è una figura, per la quele le parole si spostano dal loro luogo, che ordinariamente occupano, per averne un’ altro contro il consueto dell’ uso. lo dunque esamino questa figura per tenerne informati i giovanetti, affinchè possano inten- ‘dere il linguaggio de’ grammatici, che ne trattano, co- me di cosa di grande importanza. I - — Messa quest'idea fondamentale di tal figura , sarà iperbato o disordine—anastrofe, quando si pospongono le parole :che dovrebbero precedere, come mecum,, tecum, secum, invece di Cum me, te,;se: quamobrem invece di ob quam rem: Quadere invece di Dequare : _ dis accensa super, invece di eccensa super his. 2.° ‘Sarà dperbato-tmesi, se si dividono le parole, ©he vanno composte ordinariamente, e i suoi elementi si trasportano in luoghi separati, come septem subje- eta trioni invece di subjecta septemirioni. 3.° Sarà tperbato-parentesi, con quanta ragione non saprei, quando una proposizione intramessa si nota neltia serittura con questi due segni O» come nel seguente esempio : Titire, dum redeo (brevis est via) pasce capellas, o Titiro, mentre ritorno (brieve è il cammino) pasci le capre. 4.° Sarà tperbato-sinchisi, quando in un periodo tutto l'ordine delle parole confondesi, come nel seguente e- sempio : Sara vocant itali mediis quae in fluctibus aras invece di dire: Itali vocant aras sara, quae sunt in mediis fluctibus , gl’ italiani chiamano are i sassi, che sono in mezzo a’ fiutti. | Dalla semplice esposizione di queste diverse specie d’ iperbato senza bisogno de’ mieì comenti il mio let- tore potrà da sè giudicare in che conto ‘bisognerà te- nere queste hazzecole battezzate per Mt Per ANTIPOSI ed ENALLAGE intendeno le scuole quella grammatical figura, per la quale si adopera una desinenza di nome, di verbo, e di aggiuntivo per un'altra, un tempo e un modo di verbo per un altro, e, dove per esempio dovrebbe dirsi Pater bonus, si a- dopera patrem bonum, e dove si dovrebbe porre ego «diri, si truova dicam o dicerem ec. In altri termini questa figura è un mostre, che divora ogni regola , e distrugge ogni principio filologico, da cui deriva la re- golarità del parlare e dello scrivere, A che è giovato lo studio di tante regole grammaticali intorno agli ac* cordi de’ nomi con gli aggiuntivi, co” prenomi, £ coi verbi? a che tanta fatica per apparare la teoria delle proposizioni in Sintassi regolare e figurata , quando per l’ Antiptosi e per I’ Enallage si concede tanta la- - titudine e tanto arbitrio di contradire ogni regola ? Dirò quindi col Sanzio» Non vi è cosa più inetta del. l’ antiptosi de’ grammatici ». Conchiudo pertanto che ‘questa figura è stata inventata per giustificare gli sba- «gli incorsi nelle scritture de’ classici o per incuria dello scrittore o per ignoranza del copista, E, siccome credevasi che grande ingiuria si facesse ad un autore, dichiarandolo fallibile, i grammatici stamparono una fi- gura per leggitimare i suoi spropositi, che sono pro» pri dell’ uomo debole e imperfetto, ancorchè di grande ingegno fornito. . Ma vi guarderete bene di annoverare tra gli spro» positi alcuni modi di dire eleganti non capiti da‘ gram- matici, onde non direte che nel seguente luogo dj Livio : Quando duo ordinari consules anni, alter morbo, alter ferro pervisset essendo i due consoli del- l’anno periti uno di malattia e l’ altro di ferro, vi sia un’ antiptosi, perchè pertisset non accorda con duo consules ordinarti, essendovi un ellissi o mancamento, per lo quale si deve intendere il verbo di duo con- sules, e dire quando duo consules anni pertissent, et alter pertisset morbo, alter pertisset ferro. 6. 5.° Intorno all’ Elenismo 0 Grecismo. Ellenismo o Grecismo pei latini era lo stesso che nelle lingue moderne sarebbe un latinismo , ossia il grecismo consiste nel trasportare nella latina favella alcune maniere di dire proprie de’ greci. Ora ciò che è proprio di una lingua, ossia ciò, che costituisce ‘una proprietà per una lingua, non può trasportarsi in un altra, perchè, se si potesse, non sarebbe più una pro- prietà di quella prima, ma una cosa comune, e perciò partecipabile da molte altre. Ora era una proprietà nella greca favella, proprietà fondata sulla natura istes- sa della lingua, che un aggiuntivo o un prenome ap- partenente ad una seconda proposizione per lo più in- cidente , e che perciò doveva avere una desinenza indicativa di accordo richiesta dal senso del costrutto, si metteva alla desinenza di accordo col nome della principale proposizione per una figura detta attrazio- ne. I Latini, dicono i grammatici, ad imitazione intro- dussero : questa forma ne’ loro parlari, come ne’ se- uenti esempi : Ex epistolis ejus cognoscetis, nutbus (nes di ) in peloponnesium misti , dalle sue. lettere mandate nel poloponneso conoscerete. Ilum, . . vt vivat, opiant, invece di optant vt ille vivat, de- siderano che egli viva. Haec me, vt confidam, faciunt, invece di haec faciunt vt ego confidam, queste cose mi fanno confidare. Atque istud, quidquid est, fac me vi. setam, invece di fac vi ego sciam istud quidquid est. fa che io sappia ciò qualunque sì sia. Qccurrunt animae quales (invece di qualibus) neque terra tulit candidiores vanno incontro anime più candide delle quali la terra non produsse. Io ritengo simili maniere di favellare per barbare nella lingua latina, appunto come per barbari sono tenuti in italiano i gallicismi, ossia i modi propri de’ francesi,.ancora che tra la gre- ca e latina vi siano ragioni di maggiore intimità e di- pendenza che tra la francese e l’ italiana , perocchè ciò che è proprio di una lingua, non si può participare da qualunque altra. Oltracciò simili modi sono rarissimi appo i latini, e specialmente in alcuni luoghi, che dal greco si sono tradotti nelle latine scritture , come è il primo esempio del traduttore di Demostene. E tro- verete assai raro questo abuso ne’ buoni scrittori , se. dalla lista degli esempi prodotti da’ grammatici ne to» gliete infiniti, che non appartengono alla sintassi greca, ma alla sintassi generale ; come dalla disamina seguente 1.° Non mihi cet. esse (sicut hcet esse homini ) se-- curo. 2.° Cupio esse (sicut est vin) clemens. 3. (sicut ) uror invieti Iovis ( est ) esse nescis, non sai che tu sei moglie dell’ invitto Giove. 4.° (Quoad) Illum, ut vivat, opiant , in quanto a lui desiderano che viva. Haec me (esse ita) ut confidam faciune que- ste cose fanno essermi al caso che confida. | E sarei per conchiudere che nen ci è luogo simile, purchè sia fatto a sagione veduta, che non sia latina» mente spiegabile con la siatassà figurata generale e par- : ticipabile. ad ogni lingua. ' f  In 2.° luogo oltre l’ attrazione i grammatici rico- noscevano per yrecisni o ellenici favellari alcune ma- niere di dire , che presentano un nome variato alla’ quarta desinenza, non preceduto da preposizione, dopo parole che non possono averlo a determinazione, co- ie Fractus MEMBRA : similis Deo 05 HUMEROSQUE :' PacEeM te poscimus omnes : Doceo te ARTES. Or chi’ mon vede quanto sciocca pretenzione sia questa, che rende proprietà ‘de’greci ciò che è di pertinenza della Sintassi comune a tutte le lingue? Ammessa in vero! la Sintassi figurata per Ellissi o mancamento in simili costrutti, diremo col linguaggio de’ grammatici che all’ac- cusativo manca ia preposizione , come per tanti altri’ infiniti costrutti si è osservato, e come per la latina’ abbiamo stabilito a pag. 98. E specialmente per questo ogni lingua, non 'dico la greca ‘o latina, presenta esem- pi a dovizia, e ‘valga per tutti nella nostra quel luogo del Petrarca, dove dice. È con Lei Marte Cinto di- ferro è Più LE BRACCIA E’L coLio: Pien di filosofia la LINGUA E’L PETTO, E didoppia pietate ornato il CIGLIO. ag a i Ed In 3.° luogo ì latini grammatici riconoscevano un grecismo in quei latini favellari, che presentano un genitivo dopo certi verbi o certi aggiuntivi, come nei seguenti esempi: Abstineto irarum astenetevi dall'ira: desine querelarum cessa di lamentarti : Regnavit po- pulorum regnò de’popoli: [Imperti me divitiarum fam- mi partecipe di ricchezze: Gustavit mellis gustò del miele : Audivit musticae udì della musica. É ciò non per altra ragione, se non perchè non sapevano rendere ragione di quel genitivo,di cui non vedevano il nome da che dipendesse. E, siccome il genitivo latino corrispon- de a due parole italiane, cioè alla preposizione di ed al nome (pag. 40) e presso i greci il genitivo è preceduto da una preposizione , ricorsero a questa per giustificare un costrutto figurato in una lingua diver- sa, nella quale non si dà caso mai che il genitivo sia preceduto da preposizione. Vi può essere uno slogica- re più puerile e ridicolo di questo? Eppure gran caso se ne è fatto nelle scuole, e valorosi ingegni si fe- cero a sostenerlo ! | | | Per dare una soluzione razionale dobbiamo conte- nerci trai limiti conceduti dalla lingua, a cui quei co- sirutti appartengono. Diremo adunque che in questi la sintassi è figurata, perchè maneavi il nome, da cui il gentivo dipende. (Questo nome poi o è il verbale contenuto nel verbo conereto, o è l’obbetto del me- desimo, se è transitivo, o qualche altro nome, che si associa al verbo a compimento di costrutto, onde absti- neto irarum equivale ad abstineto a passione ira- rum: Desine querelarum a fac finem querelarum : Regnavit populorum a fecit regimen populorum: Im- perti me divitiarum a face partem divitiarum : Gu- stavit mellis a gustavit portionem mellis: Audivit mu- sicae ad audivit ‘aliquid musicae ec, Intorno a certe norme per educare il buon senso nell’ analisi etimologica e sintassica. 6. 1.° Norma logica per discernere il prùno termine di proposizione. Il primo termine di proposizione è un nome, che ha valore di agente nella proposizione causale, e di sog- go nella sostanziale (pag.17). Or quale è I’ agente, ogicamente parlando, in un costrutto date di classico scrittore ? Sì può dare il caso che più nemi concorrano con le stesse condizioni etimelogiche , in quanto che per la forma esteriore possono eeacorrere egualmente alla dignità di primi termini di una proposizione, co- me nel seguente esempio: Mancipium facinus patra- vit , lo schiavo un misfatto consumò. In tal caso ra- gioneremo nella seguente maniera. L’ agente è una ca- usa operatrice di un effetto , e in un costrutto quello può essere, che realmente opera, e può operare. Nell’ e- sempio arrecato il misfatto non può essere causa pro- — duttrice di una maniera di essere nello schiavo, bensì . lo schiavo può dare l’esistenza ad un modo di misfatto: e a parlare più alla grossa, lo schiavo può ceramettere un misfatto , e non il misfatto può commettere uno schiavo , onde deducesi che Mancpium sia il primo termine e mon. facinus. I grammatici empirici si e- sprimevano nel seguente modo : il nominativa agente in un costrutto è quello che fa 1° azione. Voi dunque. terrete questa norma, e per la pratica traducete pri» 152 SECONDA PARTE ma ciascuna parola nella vostra lingua, quindi para- gonate ì significati delle diverse parole, e il buon sen- so vi sarà di guida a discernere quale de’ nomi sia il primo termine. Questa regola è di grande ajuto per discernere spe- cialmente il primo termine della proposizione infinita, la quale suol presentare molta difficoltà, quando l’ in- finito è di verbo concreto di azione transitivo, il quale ha due nomi variati alla stessa quarta desinenza, uno da primo termine di proposizione infinita (pag. 25) e 1 altro da obbjetto, come Scio Cainum Abelem occi- disse, dove, stando alle sole parole sotto il punto di veduta etimologico, non puoi sapere quale de’ due no- mi sia primo termine e quale 1° obbjetto, onde biso- gnerà ricorrere al nesso logico. | Sotto questo rispetto cade in acconcio l’ osservare che non è regola sicura quella, che stabilisce essere primo termine di proposizione un nome personale a preferenza di un nome impersonale, perocchè vi sono alcuni verbi, i quali per la loro significazione vogliuno. per primo termine un nome impersonale e per ob- bjetto un nome personale, per la ragione che l’azione di siffatti verbi è di una causa impersonale, che pro- duce un modo nell’ obbjetto personale, tali sono ì se- guenti praeterit, fugit, latet, fallit, vuvat, delectat, et, qualunque sia la versione italiana a senso o di soia Hoc praeterit, fugit, latet, me, che lette- ralmente valgono questa cosa passu, fugge e nascon- de me, e per equipollenza i0 ignoro questa cosa : Hoc fallit me questa cosa m° inganna: id tuvat vel delectat me, questa cosa: mi giova o mi diletta :' Ilud decet te quella cosa ti conviene o ti si addice. Da ciò si de- duce che il primo termine di una proposizione causale è quello, che ‘sostiene realmente l’ azione ‘significata’ – H. P. GRICE --. dal verbo, e l’essere personale o impersonale non contribuisce in alcuna guisa alla maggior preferenza, posto che le cose possono agire ed operare sulle per- sone egualmente che le persone sulle cose. Il buon senso sul fondamento del nesso logico è tenuto di di- scernere ‘quale de’ nomi, che concorrono in un costrut» to, è realmente il primo termine. Quando dunque i grammatici stabilirono per regola generale che alcuni verbi vogliono assolutamente per primo termine un nome di cosa e un accusativo di persona e viceversa, non ebbero presenti nè la na- tura delle idee , nè i casi tutti della lingua, infiniti esempi potendosi produrre in opposizione alle loro re- gole. Il principio generale da noi enunciato risolve tutt' i problemi e non ammette eccezione, e con la guida di questo principio è mestieri procedere per dare un ajuto al buon senso nel determinare gli uffi- ci delle parole congiunte. 62° . ‘Norma logica per discernere è primi termini delle . preposizioni e de loro termini di rapporto... .. La lagua latina obbonda di trasposizioni , ‘per le quali diviene difficile a intendersi prontamente, per- chè le determinazioni di un determinabile non sono punte quelle, che in un costrutto gli stanno vicine , ma tante volte sono le parole più lontane. Pertanto, se si truova un nome variato alla seconda desinenza, detta genitivo, dopo di un nome, non vi darete su- bito a credere che sia determinazione di quel nome che gli precede, perchè potrebbe accadere, come di ovvente accade, che il suo determinabile non sia quello ma una parola allogata dopo molt' altre. Voi dunque userete questa norma: valutate ciascuna parola pel pro- prio significato: paragonate poi il significato di ciascuna con quello delle altre, e fate delle supposizioni diverse fino a che il senso regga in tutto, e siate allora certo di avere trovata la parola, che è determinabile rispetto a quella che era una determinazione. Sia il seguente esempio: Coronas milites pedibus proterebunt, dove pe- dibus secondo termine della preposizione Cum sott'intesa può avere per primo termine tanto coronas quanto mi- (tres, perchè amendue parole in forma di nomi. Ma, sup- ponendo che il primo termine di cum pedibus fosse co- ronas, il senso porterebbe che i soldati stritolavano le corone e i piedi, ciò che non regge nel cervello di buon giudizio, perchè i piedi non si possono stritolare come le corone. Conchiuderemo adunque che i sol- dati con i piedi stritolavano le corone, e però diremo milues cum pedibus proterebant coronas. : Per ciò che riguarda il nome variato alla quarta desinenza, detta Dativo, abbiamo detto abbastanza nel la Sintassi figurata per mettere in guardia i princi- pianti a non credere che desso sia una determinazio- ne de’ verbi, da cui è nel costrutto preceduto —La Sin- tassi figurata nelle preposizioni senza primo termine servirà di norma nell’ indagare le parole taciute se- condo i principi stabiliti. i Premesse queste generali considerazioni vengo a dare un saggio di Analisi etimologica e sintassica da servire di modello nella disamina de’ testi classici delle Latine scritture. lo mi servo del testo di Leonardo Tafel ne- gli Elementi di Lingua latina secondo il Metodo Amit- toniano, da noi stessi applicato per uso delle scuole d’ Italia. Vol. II. pag. 30. Napol. TESTO, Terra globi formam habet, nec satis recte dicitur orbis terrarum. Globosam esse ee eo intelligitur, quod remotarum turrium apices prius e longinquo conspi- ciuntur, quam fundamenta, quod fieri non posset, si undique plana esset, Eodem modo in mari e longin- quo citius conspiciuntur malorum apiees eum vertil- lis, quam tubulata. Deinde jam a multis terra cir- cumnavigata est, quod fieri non posset, si disci for: mam non haberet. Duplicem habet motum, etenim non tantum intra viginti quatuor horas ab oceasu versus orientem circum arem suum movetur, sed etiam intra trecentos seraginta quinque dies et quadratem diei cum Luna comite circum solem agitatur, è ANALISI ETIMOLOGICA, 1.° Terra è parola derivata in forma di nome, il cui radicale è il verbo fero is, che significa tritare smi: nuzzare, onde la terra è propriamente quella, che si coltiva e però si sminuzza con l' aratro, con la zappa e con la vanga, differente da tellus telluris, che è tutta la massa terrestre. Variato ‘in forma di nome è della prima variazione , perchè ha caratteristica la vocale a, che domina in tutta la variazione , come 1. Terra 2. Terrae 3. Terrace 4. Terram 5. Terra 6. Terrae 7. Terrarum 8. Terris 9. Terras 10. Ter- ris ( anticamente terrais ). Terra per conseguenza è | prima e quinta desinenza singolare, ossia è desinenza sintassica indicativa. del primo termine di proposizione e desinenza sintassica indicativa del secondo: termine delle preposizioni notate a pag. 100. vol. III. questo nome è invariato rispetto al 80880, 2. GLogi è voce variata del nome globus il globo, il quale è radice, perchè ron riconosce altra parola an- teriere, da cui si possa dire che sia formato; è della quarta variazione coon de’grammatici), la quale ha cinque desinenze radicali us, ur, um, tr, er, Globi è seconda desinenza singolare significativa della preposi; zione di, ende globi vale di globo, ed è prima desinen+ za sintassica indicativa del primo termine plurale di proposizione finita. Globus non è variato rispetto al sesso, perchè è nome di sostanza o causa inanimata, e perciò incapace di sesso: è nome generico, perchè comprende sotto di sè ogni specie di globo, ossia di una massa in forma circolare, Comprendo che globi in questo luogo è seconda desinenza significativa della preposizione di, perchè, se fosse indicativa di primo termine plurale, dovrebbe avere il verbo variato alla terza desinenza indicativa della ‘terza ‘persona. Il che non essende, ritengo che globi qui vale di globo. 3.:Formam'è quarta desinenza di variazione del nome primitivo formala forma, il quate è della prima varia» zione, in cui domina la ‘caratteristica ia, È nome di-so- stanza, o causa inanimata, astratta, e ‘perciò invariato ri spetto al sesso, Formam sòtto il rispetto sintassico può essere tre cose 1.° primo termine ‘di proposizione in- finita 2.° ‘secondo termine di tutte le preposizioni re- gistrate a pag, 95 vol. Ill, 8,° ebbjetto di un verbo di azione transitivo. In questo luogo non è il primo nè il secondo, ma è obbjetto del verbo habet. 4. Haser ha è variazione del'verbo habere, verba della seconda variazione per la caratteristica e lunga, che domina in tutta la variazione. Habet è voce va- riata etimologicamente e sintassicamente, perchè «signifi. INTORNO ALLA SINTASSI FIGURATA — 157 ca il tempo presente, e perchè indica la terza persona singolare e la proposizione principale (vedi Etim. pag. 147 e segg.) Habere è verho concreto di azione tran- sitivo, e si risolve in due parole cioè facere e habi- tronem usato da Gellio ( vedi Etim. pag. 31). Habet è del modo detto indicativo, e da noi modo della pro- posizione prineipale (etim. pag.138). Questo modo in latino ha otto tempi (vedi etim. pag. 143). _ 5. Nec accorciato di neque, parola composta da ne non e que e, onde nec vale né, oppure e non. Ne è congiunzione ossia parola ipoteorica, che racchiude il rapporto di disunione, che ha per segno sine senza. (Vedi. etim. pag. 78 e seg.). | 6. SaTIs e sat da’ grammatici furono tenuti per av- verbi, ma dessi sono veri prenomi colleitivi ( etim. pag. 56) invariati, o come dicevano Je scuole, indecli- nabili, È costruito figuratamente, perchè gli manca il nome negottum, termine di rapporto di una preposi- zione simile a in, onde satis è determinazione dell’ aggiuntivo recte nel senso -da noi spiegato in Sintassi figurata. Vol. Ill. pag. 101. i | . 7. Rrcre è variazione di Rectus a, um, parola de- rivalta in forma di aggiunzivo da rego, is, verbo, che significa regolare 0 reggere. Da’ grammatici questa forma di aggiuntivo fu detta participio. Recte è tutti gli aggiuntivi e le parole derivate in forma di aggiun- ivi.con questa desinenza da’ grammatiei furono tenu- ti per avverbi. ( etim. pag. 73). Ma ciò non può es- sere Lap prineipio enunciato (pag. 72 etimol.). Recte quindi è una parola derivata in forma di aggiuntivo figuratamente costruita, equivalente a in modo recto. . -8. Dicitur è voce di verbo variato in forma, detta passiva , la quale racchiude il verbo Sum e’ par- ticipio in us (etim. pag. 31). Questi verbi n a da’ verbi concreti di' azione transitivi (vedi Lessigra- fia). Dicitur è desinenza etimologica e sintassica, e perciò significativa del tempo presente e indicativa della terza persona singolare e della principale pro» posizione. In italiano vale dicesi o st dice e in forma più analitica è detto. Il suo radicale è dico is, che si- gnifica dire. Il verbo passivo è un verbo di stato re» lativo (sint. Vol. III. pag. 83), ‘9. Oris è nome di sostanza o causa inanimata , generico, impersonale, singolare , concreto +— è ra- dicale della terza variazione, che si altera in orbis, . orbi, orbem, orbe, orbes, orbium, orbibus, orbes, orbibus. Adunque orbis può essere prima desinenza sintassica indicativa del primo termine di proposizio- ne finita singolare, e desinenza etimologica significati» va della preposizione dî , ma dal senso è dichiarato primo termine, come vedremo quì appresso: questo nome è invariato rispetto al sesso, perchè dinota so- stanza inanimata. 10. TerraruM vedi num, 1.° GLoBosam è parola derivata in forma di aggiunti» vo , da globus: prendendo la desinenza osus si ac- eresce del significato della preposizione di con la no- zione di abbondanza (etim. pag.166). Onde globosus vale abbondante di globo. Globosam è desinenza di variazione indicativa del nome variato alla quarta de» sinenza. Gli aggiuntivi e le parole derivate in forma di aggiuntivi si variano sintassicamente e non’ etimo- logicamente (etim. p. 128). Adunque non diremo che lobosam sia di genere femmino , di numero singo- are e di caso accusativo , ma che abbia la desinen- za indicativa di un nome variato alla quarta desinen- ‘ za, singolare, e, se è di cosa animata, femminile (etim. pag. cit.).  11. Esse è radice e radicale del verbo Sum (etim. pag.135). Esso forma una proposizione infinita (sint.. vol. III. pag.25), che ha per primo termine un nome variato alla quarta desinenza, come meglio vedremo nella disamina seguente. 12. Ex è radicale di lingua, se pure non si voglia un prolungamento di E preposizione, che significa rap- porto di origine, che ha per secondo termine un nome variato alla quinta desinenza. 4 13. Eo è voce variata alla quinta desinenza di /s, ea, id prenome congiuntivo mediato (etim. pag. 54), onde dovrebbe precedere un nome espresso, e quan- do è taciuto è uopo intendere homine o mare, uomo o maschio, se si riferisce a nome personale , o quasi personale: objecto 0 negotto, se si riferisce a nome im- personale, che ha identici 1 primi termini della pro- posizione finita e infinita, come nel caso presente, dove ex eo vale da cidò.0 da questa cosa. I 14. IntELLIGITUR è variazione di Intelligere, da cui si forma con desinenza passiva (vedi n. 8). Intellige- re suo radicale è parola composta da Inter tra e lego scelgo , unde significa per’ traslato intendere , perchè a ben intendere è mestieri che si scelga tra, o si di- scerna un pensiero tra molti. | Si continui allo stesso modo per ogni parola, che segue mel testo, cioè riducendola alla propria classe, assegnandone radicale e la radice, specificandone le alterazioni e le idee accessorie che la variazione vi aggiunge, risolvendo i derivati e è composti ne pri- mitivi elementi secondo gli studiati principî, e prin- cipalmente badando di assegnare in questo momento. a ciascun vocabolo il significato assoluto e primitivo, cioè l' etimologico. Il precettore in questa occasione farà ripetere le apparate teorie sul principio per accenm generali, in successo per intero, affinchè re- siino associate e abitualmente riprodotte ne’ casi simili. Pell’ANALISI SINTASSICA converrà leggere un periodo, ossia un pezzo di discorso contenuto tra due punti fer- mi, uno in principio e l’ altro in fine, perocchè in esso per lo più si contiene una proposizione principale, le cui parti o almeno le determinazioni si allogano in fine. Dopo questa prima lettura si passerà alla distinzione delle proposizioni in esso contenute , le quali saranno tante, quanti sono i verbi che vi si truovano—Enume- rate le proposizioni, si passa immediatamente a fissare la principale, tenendosi presenti i caratteri empirici e logici descritti in sintassi pag. 22 e 23. Questa propo- sizione si riduce a’ suoi più astratti elementi, e, se ‘il verbo è concreto, sì risolve nel verbo sum e nel par- ticipio, o nel verbo facto e nel verbale secondo che la A arti sarà sostanziale o causale (sint. pag. 18). opo ciò si passa a considerare ciascuna proposizione in quel periodo contenuta sotto tre rispetli in sintassi regolare, cioè del contenuto, di chi parla e di chi a- scola ( sint. pag. 15) e sotto il rispetto della sintas- si figurata in analitica e sintetica p. 68 del presente vol. — Eccone la pratica. 1.° Terra globi formam habet, mec satis recte di- citur orbis terrarum. In questo periodo vi sono due proposizioni finite, perchè vi sono due verbi di modo finito, cioè habet e dicitur, amendue principali, per- chè il verbo di entrambe è al modo adito. da noi detto modo della principal proposizione (Etim. p. 138), e niura di loro è preceduta da particella sospensiva, ossia da segno d’ incidenza secondo .i caratteri empiri- ci esposti a pag. 24 vol. Ill. La prima è contenuta in Terra globi formam habet , e la seconda in nec sa- tas recte dicwur orbis terrarum. Esaminando la prima sotto il rispetto del contenuto , dessa ci appare una proposizione causale, perocchè il verbo habet è un ver- bo concreto di azione transitivo, equivalente a facit habitionem , ondechè gli elementi essenziali della me- desima sono Terra facit habitionem , delle quali il nome, a cui si riferisce terra, è primo termine ugenie, facit è parola media e habitionem è il secondo termi- ne verbale-modo (si riscontri la Sint. Reg. pag. 15. e. 16 e 17). Questa: proposizione è semplice, positiva, categorica ( vol. III pag. 19). | A . Sotto il rispetto di chi parla è principale, perchè il verbo è al modo indicativo , non preceduto da segno d'incidenza, come si è detto quì sopra, conformemente alla teoria stabilita (vol. III. p.23.e seg.) e perchè pre- senta un senso finito e un’giudizio compiuto, non ri- manendo alcuna sospensione, per la quale si fosse in aspettazione di qualche altra cosa a dire per intendere. . Sotto il rispetto di chi ascolta è una proposizione logica o discorsiva, perchè oltre i tre elementi essen- ziali, che sono Terra facit habitionem, vi sono pure globi e formam: anzi a parlar con rigore, essendo ter- ra un verbale di tero in forma di nome col signifi- cato di trita, ossia di un participio, la stessa parola terra è ùna determinazione del nome, che dovrebbe essere il primo termine categorico della proposizione. E formam è determinazione del verbo obbjettivo tran- sitivo habet (sint. pag. 54), il quale, ridotto a facit habitionem, farebbe passare formam a termine di rap- orig con la seconda desinenza formae (sint. pag.55).. lobi, col. significato. di di e globa è determinazione | t . N di formam, sicchè abbiamo : terra habet formam globi la terra ha forma di globo. In quest’ occasione si po- tranno esporre le teoriche de’ determinabili e delle determinazioni dalla pag. 33 del presente vol. I. alla pag. 70, e far notare che globi è determinazione di determinazione, perchè desso determina formam, che è determinazione di habet. | se | Sotto il rapporto della Sintassi figurata questa pro= posizione non è sintetica, ma analitica, perchè i tre elementi essenziali sono espressi (vol. III. pag. 71), se non vogliamo dire che terra non sia nome, rigoro- samente parlando. | | | - Si passa quindi alla disamina della seconda propo- sizione, sulla quale si faranno le stesse osservazioni, Ia per non ripetere le medesime parole si accenna- no di volo e sì noteranno le particolarità. di ‘ Diremo dunque che ‘nec satis recte dicitur orbis terrarum sotto il rapporto del contenuto è una pro- posizione sostanziale, perchè dicitur equivale a est di- cta riferendosi a terra, e dove è il verbo sum la pro- posizione è sostanziale (vedi sint. p.15, 16 e 17). Ma non è categorica, perchè è preceduta dalla negazione contenuta nella parola nec, la quale, come abbiamo detto in etimologia, è abbreviata di neque, e questa è composta da ne non, e que e. Quindi la proposizione è ipoteo- rica, composta, relativa, negativa pag. 19. vol. HI. . Sotto il rispetto di chi parla è principale per le ra- gioni addotte nella disamina della proposizione ante- cedente. Sotto il rispetto di chi ascolta è logica o di- scorsiva; perchè oltre gli eiementi essenziali vi sono altre parole cioè ne, satis, recte, orbis terrarum. In- fatti recte equivale a in modo recto pag. 101 vol. III., che perciò determina il verbo. Satis equivale ad una proposizione incidente, che-determina- in. mode recto;  e, come dicevano i grammatici, è un avverbio, che determina figuratamente l’ aggiuntivo: orbis terrarum è primo termine logieo di una proposizione incidente comparativa, come diremo quì appresso. wi . -Sotto il rispetto della Sintassi figurata è una pro- ‘posizione sintetica, perchè il primo termine terra, o il nome a cui si riferisce terra, è sottinteso, onde ab- biamo due soli elementi espressi e l’altro taciuto (p. 10 e ‘8. vol. III): oltre a ciò è sintetica duplicata rispetto al participio dicta, il quale participio fa intendere una proposizione incidente (p.-78 e s. vol. Ill.): 3. è propo» sizione sintetica duplicata rispetto a orbis, che è un secondo nome primo termine di proposizione finita , onde terra dicitur orbis terrarum equivale a terra di citur sicut orbis terrarum dicitur (p.81 e seg. vol. II). | .Vi è Sintassi figurata rispetto alle determinazioni, che fanno intendere il determinabile, perché recte fa intendere in modo recto: è pure in satis, che fa inten- dere un’intera proposizione incidente (si riscontri la Sintassi figurata pag. 101 e seg.) | ._ Facendo l’ analisi sintassica, è dovere del giovane fi- lologo di supplire le parole che mancano, riducendo a forma analitica i costrutti sintetici , per capire l' in- tegro senso racchiuso in poche parole. 2.° Globosam esse ex eo ‘intelligitur, quod remota- rum turrium apices prius e longinquo conspiciuntur qnam fundamenta , quod fieri non posset, si terra undique plana esset. + In questo tratto vi sono 1.° una proposizione infi- nita, cioè globosam esse 2. quattro proposizioni finite, delle quali tre, cioè ea eo intelligitur: quod fieri non posset : sì terra undique plana esset, tutte assolute, ed una comparativa cioè, quod remotaruh turrium apices prius - e longinquo conspiciurtur quam fune damenta. La principale proposizione tra queste si’ poggia sul verbo intelligitur, perchè questo solo è al modo indi- cativo, non preceduto da alcun segno d’incidenza. Co- minciamo adunque la disamina da questa Globosam esse ce eo intelligitur : sotto il rispetto del contenuto è proposizione sostanziale, perchè, essendovi il verbo pas- sivo invelligitur, vi è sum in esso contenuto (etim. pag. 31) : è categorica, semplice, positiva (Sint. pag. 18) Intelligitur equivale a est intellectum. Il primo ter- mine. di questa proposizione è l’infinito esse, che, come, abbiamo stabilito (sint. p.33 e 25 e s.), è un nome ver- bale, che può fare da primo termine di proposizione e da secondo termine di rapporto, e nel medesimo tempo fa da parola media di una proposizione infinita (ivi), che cesta di un nome variato alla quarta desinenza, che fa da primo termine, e di un aggiuntivo di qualità o di quantità, che.fa da secondo termine. In questa il ‘ primo termine terram è sott’ inteso: manca ancora il secondo: infatti globosam, benchè abbia la forma di ag- giuntivo in quanto a variazione, non è aggiuntivo, per- chè significa di globo , ossia equivale alla preposizione Di ed al nome globo, e, dove è questa preposizione, vi deve essere avanti un nome, come primo termine di rapporto, onde terram esse globosam equivale a terram esse negotium multorum globorum, ossia equivale ad una proposizione comparativa duplicata. Quindi in questo costrutto la sintassi è doppiamente figurata. Terram es- se globosam tutto insieme è un soggetto logico o di- scorsivo della proposizione principale , la quale perciò è ancor essa una proposizione logica, ossia determinata, concreta, definita. E logica ancora dal verso di ex eo e di tutta la proposizione incidente che segue ,. come quella - che determina il nome sottinteso del prenome co , cioè negotto. Sotto il rispetto della sintassi figurata è sintetica per sintesi composta nella proposizione, perchè, avendo un participio nel luogo dell’aggiuntivo, è una coppia di proposizioni (sint. p.79). È sintetica sotto il rapporto delle determinazioni, perchè ex eo non è una determinazione immediata di intelligitur , ma di provemiente che rileva del senso-(v.IHM.p.121 es.) onde est ‘intellectnm equivale a est in intellectione prove- niente ex eo. Imperocchè ex è preposizione, che dino- ta rapporto di origine 0 di provvensenza, che non ha nesso immediato ‘col verbale di modo, sibbene col ver- bale di moto, e i participi detti passivi contengono il primo ‘e non il secondo, ‘onde è che, trovando tale preposizione dopo siffatti participi, bisogna riconoscervi un figurato costrutto, e quindi supplire con l' analisi quello che manca: oltraeciò vi:è sintassi figurata in eo, che è un prenome, detto prenome, perchè deve pre- cedere. il nome, a cui si riferisce (Etim. pag. 51): al- lorchè dunque non è espresso, fa uopo intenderlo, e nel caso presente è negotio, termine di rapporto della preposizione er. | 0 Quod remotarum turrium apices prius e longinquo conspiciuniur, quam fundamenta. Questa proposizione, come si vede, è comparativa, perchè per prius e quam, che valgono più prima che, si comprende che si paragonano due soggetti sotto il rispetto di una qualità comune in diverso grado: pos- seduta (sint. pag. 58 e seg.). Ondechè Y' analisi deve versarsi sotto il rispetto di due proposizioni , perché ogni proposizione comparativa -è un complesso di due proposizioni, come due sono i soggetti ossia, i primi termini comparati ( sint. pag. 57). Dessa è una pro- posizione incidente, perchè, quantunque il verbo sia al modo indicativo, pure è preceduto da quod che (sin. pag. 23). È proposizione sostanziale , perchè il verbo  n conspiciuntur è passivo. ll primo termine soggetto è apices variazione di aper apice, e in forma ana- litica sarebbe apices sunt conspecti. È Logica o di- scorsiva, perchè oltre gli elementi essenziali è accre- sciuta di altre parole , cioè il primo termine apices oltre di essere variato alla desinenza significativa del numero ha dopo di sè un nome variato -alla -secon- da desinenza turrium delle torri, ‘e questo è deter- minato da remotarum, che è determinazione di de- ‘terminazione ( sint. pag. 66 e seg.). Vi è di più prius, che da’ grammatici è tenuto per avverbio, e da noi per un comparativo: derivato da prae (etim. p. 182), e perciò costruito figuratamente, perchè manca il no- me mnegotium e la preposizione, da cui questo dipen- de (sint. pag. 101): e longinquo è una determi nazione del verbale proveniente, che rileva dal senso ‘ne’ costrutti passivi, come si è detto innanzi—Quam fundamenta sono parole, che presentano una propo- sizione sintetica per sintesi nella proposizione, perchè ha espresso il solo primo termine fundamenta, e man- cano gli altri due contenuti in conspiciuninr. Que- sta seconda proposizione è secondo membro della com- parazione,- e perciò è incidente d’ incidente, onde la prima, benchè sia incidente ancora pel quod, è prin- cipalé rispetto alla seconda (sint. pag. 66). Merita di essere notata distintamente la sintassi figurata in quel quod, che precede il complesso della proposizione. I grammatici per non impicciarsi in quistioni astruse si contentavano di dire che il quod è un avverbio o una congiunzione in tutti i costrutti, nequali ha sen- so di perchè, oppure dove non indicasse un primo termine di proposizione finita, -od un obbjetto di ver- bo di azione transitivo, ancorchè avesse senso di che, come nel caso presente. Ma una parola classificata in etimologia non può mai perdere la dignità di ap- partenere alla sua classe in qualsivoglia costrutto, Adunque quel quod si riferisce all’antecedente nego» 110 accennato da ez go, e fa intendere il conseguen» te negotium termine di rapporto della preposizione propter a cagione, od altra simile, Alle volte l'ante- cedente si deduce dal senso, che fa intendere un’ in- tera proposizione, come nel seguente costrutto: Quod fieri non posset, dove l'antecedente di quod è con- tenuto in questa proposizione: et hoc°est negotium quod fieri non posset e ciò è cosa che non potreb- be essere fatta, ‘o non potrebbe avvenire, se ec. La proposizione sostenuta da posse è sostanziale, ipoteo: rica, negativa, incidente, logica, analitica , ec. ST terra undique plana esset è una proposizione sostanziale, categorica, incidente, copulativa, condizio» nale, logica, analitica, È logica per si, che vale nel caso che 0 nel caso în cui, e per undique che vale unde et unde, E, siccome unde vale dal quale luo- go, ossia è determinazione del verbale di moto (etim. pag. 85), dessa fa intendere una proposizione inciden- te, in cui può entrare siffatto verbale, ancorachè per traduzione di equipollenza si faccia valere per ogni parte. Si noti la differenza tra esset e posset tutta sintassica , perocchè in quanto ad etimologia amen- due sono alla stessa forma, ma il primo è condizio- nale per sua natnra (etim. pag.141): il secondo è im- perfetto del congiuntivo, perchè preceduto da Si se. — 8.° Eodem modo inmari elonginque citius con- spiciuntur malorum apices cum verillis, quam tabu- lata. In questo brano si contiene un complesso di due proposizioni comparative di diversità, pel compa- rativo citius seguito dal correlativo quam, delle quali la seconda quam tabulata è sintetica. Esaminiamo dunque in primo luogo la principale analitica conte- nuta in eodem modo in mari e longinquo citius con- spiciuntur malorum apices, la quale è sostanziale, categorica, il cui primo termine è apaices e gli altri due contenuti in conspiciuntur, equivalente a_ sunt conspecti: è principale pe'caratteri empirici e. logici: è logicao discorsiva, perchè il primo lerminé .apices è determinato dalla sua variazione, ende dinota nume- ro, e dal nome turrium variato alla seconda desinenza: oltracciò è determinato da cun vers, rapporto di compagnia precedute e seguito da nome (vedisint. pag. 41). ll verbo conspiciuntur è determinato 1.° da eo- dem modo costruito figuratamente, perchè manca in preposizione del verbo (sint, pag.101) 2. da in mari, che esprime il luego contenente determinazione ana- litica del verbo (sint. pag. 48) 3, Cittus è un com- parativo. costruito ratamente, cui manca il neme negotium termine di rapporte. della preposizione. se» cundum, che dinota relazione di sito, determinazione vera e propria del verbo {sint, Ji 49)--Notate co- dem determinazione (sint. pag.101). Sotle il rapporto della Sintassi figurata a codem modo manca la prepe- sizione . in, e in eodem modo è determinazione del ver- bo in senso metaferico, in quante che il modo si pren- de pel contenente dello stato e dell’azione (pag. 70) In quanto a quam tabulata è vvi una prepesizione sin- tetica per sintesi dalla proposizione ( sint. pag. 72 ) perchè, a parlare cen rigere, tabulata è un participio, ossia parela derivata in ferma di aggiuntive, che può determinare un: nome, ma nen può essere mai prime o secondo termine di preposiziene sestanziale. Ondechè abbiamo espressa una determinazione senza alcuno ele- mento essenziale di proposizione, ed a ridurla in for- ma analitica dovremmo. dire quam megotia tabulara INTORNO ALLA SINTASSI FIGURATA 169 conspiciuntur. Non bisogna ‘neppure trasandare la Sintassi figurata-in e longinquò sotto due rispetti, della proposizione e; e di longinquo. La preposizione e di- nota rapporto di origine, che ha relazione col moto, di cui è segno un verbale non espresso, onde è uopo intenderlo, ed io credo che sia venientibus appiccato ad ab homimbus a questa guisa: Apices malorum, cum verillis , conspiciuntur in eodem modo in mari ab hominibus ventientibus e loco longinquo , sott’ inten- dendo il ‘nome loco a longinquo. | 4. Deinde sam a multis terra circumnavigata est, quod fieri non posset, si disci figuram haberet. ‘ In questo tratto vi sono tre proposizioni, perchè vi sono tre verbi, est, posset, haberet. | La principale è contenuta nelle parole Deinde jam a multis terra circumnavigata est , perchè il verbo est è al modo indicativo, non preceduto da segno d’in- cidenza ,- ed è proposizione sostanziale ipoteorica po- Sitiva a cagione del partieipio, che sta in luogo del se- condo termine aggiuntivo. Sotto il rispetto di chi a- scolta è una proposizione logica, perchè oltre gli ele- menti essenziali, cioè terra est e gli altri due rappre- sentati da terra e. navigata, visono altre parole, cioè Deinde , iam, a multis, e circum composto a navi- gata. Per vedere quanto senso racchiude la Sintassi figurata in poche parole io mi fermo ad osservare le determinazioni di questa proposizione. Deinde è parola composta da De preposizione, che corrisponde a Di ita-. liano (etim. pag. 41 e sintassi p. 124): In è prepo- sizione del verbo, perchè esprime rapporto di conte-- nenza: De è la stessa de in principio. Queste tre pre- posizioni segruppato insieme e tradotte a senso, italia- namente per dipoi , ognuno vede che sono costruite figuratamente, e perciò. è uopq sott’ dalai” a cia-. A Va » ad 700 170 : | scuna di loro il primo el -secondatermine. ll secon. do termine di tutte le preposizioni è unimome (etim.’ pag. 40): il prima termine per alcune. è nome,:-per-al- tre è verbo,e per cert’altre è verbale (etim. pag. cit.). Ora primo termine di De, che è una preposizione del nome, dev'essere .un nome (sint,), benchè raramente l’ usa adoperi questo costrutto (sint. pag. cit.): la preposizione ;In.,;avendo ;per primo termine.il verbo, deve averlo :satt'infeso,: quando non.sarà espres- so. Quindi è chiaro che in:questo. Deinde -siaggruppa un complesso. di pensieri, ad.esprimere i quali;in for- ma analitica ‘di regolari costrutti: .si.avrebbe hisogno di più proposizioni, le;quali determinerebbaro .la:prin- cipale proposizione :di «questo «periodo messa in-rela zione con -le altre-del ‘periodo antecedente. Jam è un avverbio di tempo (etim, pag. 63), epperò.è .una de- terminazione del verbo ‘in forma sintetica, A multis Presenta .un -costrutto doppiamente figurato 1.° perchè - @ dinota rapporto di origine, che è in relazione cal verhale di moto non espresso, ma.che rileva dal-sen So, quando è pasto dopo verbo passiva (sint,p.133 e s.), Come abbiamo fatto vedere praticamente nel git. luo- So. 2.° perghè màncale il secondo termine nome,che deve:seguire al prenome collettivo multis,:cioè homi-, nibus. Finalmente «la :preposizione circum circa intar- no, composta al verbo navigor, è costruita figurala- mente in quanto :al secondo -termine taciuto , cioè se tpsam. DA i gi -La seconda proposizione Quod fieri non passet è sostanziale, dpoteorica, negativa; perchè preceduta da non: incidente, perchè preceduta da quod: logica 0 discorsiva, perchè vi è quod. prenome, che determina il primo termine sott’inteso, e fieri infinito, che -fa da termine di rapporto dopo i verbi detti servili Queo , (d INTORNO ALLA SINTASSI FIGURATA  Nequeo; Possum, Soléo; e Debeo (sintassi pag. 28. ). La proposizione in forma analitica sarebbe quod ne- gbtium non esset ‘pote, perchè possum è composto ‘da potis o pote ‘e sum, da cui risulta potissum, e per ‘siàcope possumii &gt; 0. DLL :° Sotto il rapporto della Sintassi figurata Quod fa in- ‘tendere P antecedente negotium ‘m una proposizionè simile alla seguentet et huoc'èst negottum,; quod nego- tium non posset fieri. bi na Si disci figuram haberet è una proposizione in- cidente, copulativa, condizionale; perchè preceduta dal- la copulativa condizionale Sî sé : è causale, perchè il | verbo concreto haberet è verbo di azione transitivo : è logica, perchè dlire gli ‘esseriZifili’ ‘eleftienti vi sono altre tre parole, cioè St, disci, e figuram. Si se equi- vale a caso in cui, ossia racchiude la preposizione in seguita dal prenome cui’, che si riferisce al nome caso antecedente, e come tale è determinazione del ver- bo (sint. pag.48). Disci è desinenza etimologica si- gnificativa della preposizione di, e perciò determina- zione di figuram: figuri .è nomè variato alla quar- ta desinenza indicativa dell’ obbietto, sopra cui cade il modo -prodotto dall’ azione del verbo transitivo habe- vet: haberet poi oltre a'‘queste determinazioni ha l’al- tra-in forma sintetica perla sua variazione, ‘onde si- ‘gnifica tempo futuro (etim. pag. 141) e per la con- ‘giufizione, che le precéde, fa' intendere sintassicamen- te- il tempo: passato: relativo (etim. ‘pi 144) ec. ec. ec. °° In‘questa guisa si procederà nella disamina del ri- ‘manente ‘del tesfo : ma”badine i prevettori che io ho ‘'sortimariamiente accennato alle materie studiate, ne'sem- pre’ lo- messo ‘ini veduta fatte le cose da considerare in un analisi compiuta. Net: principio conviene proce- dere sgrossando, a ‘così dire’, ossia contentandosi del poco sufficiente a formare nella mente de’ giovanetti una veduta generale del metodo, ma, a misura, che sì vanno addestrando, il precettore sarà sempre più ri- goroso in esigere esattezza e precisione di teorie fino a che può essere certo che la dottrina si è tutta co- stituita per principi incarnati a’ fatti in modo che si possa contare che in ogni circostanza i giovanetti sap- piano chiaramente, speditamente, e facilmente produrre le ragioni delle cose che dicono. TRATTATINO INTORNO ALLA COSTRUZIONE LATINA ‘Quello che ‘ho stabilito nel II.° Velume del Nuovo Corso intorno alla Costruzione, e che poi ho accennato nel Tratiatino della costruzione nella Nuova Grammatica. rag.cnata per la lingua italiana, sarebbe sufficiente ad informare i giovanetti di quanto è necessario a sapere intorno a questa materia, anche nella lingua latina, in guisa che crederei di far cosa inutile, ripetendo quì le medesime teorie. Pur nondimeno, non essendo tutti provveduti di quelle mie opere, ed a fare che questo mio lavoro sia: per qubnto è possibile indipendente da quelle, senza ripetere tutte le teoriche andrò esponendo alcune particolarità) ché tiguardano propriamente la lingua latina. Ometto pé? èonseguenza tutte le qui- stioni, che concernono l° dtdine naturale delle detetmi- nazioni, rispetto à ciàscùn determinabile , e' po di avere esposto in due capi ffcune nozioni generali in- torno all’ ordihe naturale ed artificiale delle parole , . verrò immediafamente ad #&amp;lcune regole della costru- zione latina. pi | di CAPO I° ” x RI, ita È: ss Ber PE to. pù ui ‘Qi nta i "intorno Aii' ORdiNé Narufire belli PAROLE ÎN UN COSTRUTTÒ. L’odine naturale delle jatole, è quando ciàscutia pa- rola occupa ùn luogo piuttosto che un’ altro secondo che naturalmente, cioè senZ'atte, ogni parlante farebbe. Ma il parlante per mettere dla parola primà di un altra dève necessariattiehte avere ‘una ragione di così fare , perchè altramente ridh si potrebbe intendere co- Ifié titti gli uomini convenissero concordemente nella Stessa disposizione, qifafido parlatio. Infatti l ordine na- turalé non è ‘quello; che uh' uomo individuo dà alle sue parole, sibbene quello che tutt’ i patlanti loro dàn- Trio ; perocchè; se si ‘ dovesse ititendere quello di un oîno itidividuo; avrertànio tanti ordini naturali diffe- tenti; quanti sono gl ittlividui umani. Questa ragione dell’ ordine naturale non può consistere nelle parole, lé quali sono ‘segni estrinsetî all’ notito., &amp; miezzi di manifestazione dell’ interno pensiero : bisognerà dun- ‘que ricertcarla in ‘una cosa ifiteriore All’ uomo e co- Itiline &amp; tutti gli uomini. Or questa cosa intertia e co- imune a tutti gli uomini è l’ umano pensiero ; perchè Ogtil omo è prima pensante e poi parlante ; e il suo pensare è secondo alcune leggi e condizioni comuni ad ogni spirito umano. Se dunque noi ricerchiamo la ragione dell'ordine naturale delle parole, non possiamo trovarla che nell’ ordine naturale de’ pensieri , ed al- - lora la norma generale sarà la seguente : Le parole saranno disposte ad ordine naturale ogni qual volta sa- canno allogate secondo l’ ordine naturale de’pensieri, di cui essi sono segni. I pensieri poi seguono l’ ordi- me naturale, quando va prima quel pensiero, che nello spirito umano comparisce prima , e dopo quel che dopo. L'ordine naturale de’ pensieri si apprende nel .par- lare della comune degli uomini, i quali si esprimono come natura detta senza artificio appreso nelle scuole, che poi divenuto abituale negli uomini di lettere s’ in- sinua in tutti ragionamenti e discorsi, che si versano sopra materie di poca importanza. Ora, riflettendo su questa maniera di parlare della moltitudine, osserviamo costantemente che in primo luogo mettono il soggetto o il primo termine della proposizione: in secondo luo- go il verbo: in terzo il secondo termine, cioè l’aggiun- tivo. Similmente non mettono mai in primo luogo la proposizione incidente ma la principale : non mai le «deternyinazioni, ma il determinabile; perchè i loro pe- riodi sono brevi e concisi, e tratti dalla necessità di farsi intendere al più presto e nel miglior modo pos- sibile,-rifuggono da tutto ciò che potrebbe deviare l'at- tenzione de’ loro ascoltanti dal principale proponimento. Del che ne porge un argomento luminoso il fatto per- .manente delle lingue volgari, le quali sono surte dalla .-lingua latina alterata e corrotta in principio dal volgo, .da cui presero il titolo di vugari. Mettendo da banda per ora. ogni altra considerazione su questo fatto, mi fermo soltanto a riflettere che le lingue vulgari in sostanza sono la stessa lingua latina alterata, nella quale è avvenuto il cambiamento dell’ ordine o della dispo- sizione delle parole, perchè è un fatto a tutti noto che le lingue vulgari ritenendo della loro origine , rifug- gono dalle trasposizioni artificiali della lingua latina lo- ro madre comune. Ora la natura si appalesa più nel volgo che negli uomini educati a una civiltà specialmente gterodossa , perchè quelli e non questi hanno a guida la natura e non l’arte. È agevole quindi a dedurre che I ordine naturale de’ pensieri e delle parole da questo linguaggio si può unicamente ritrarre. .. Lo studio di quest'ordine naturale è della massima importanza per chi vuolsi educare ad una lingua colia, £ per ragione di metodo. Noi nascendo, e fino ad una ‘certa età, apparteniamo al volgo , e, cominciando a ,parlare e quindi a imparare qualche cosa, dobbiamo uire natura e non arte , perchè questa è opera di riflessione superiore alla capacità nostra ne’ primi anni. E, siccome anche gli adulti, che ignorano una lingua, .sono volgo e idioti rispetto alla medesima , volendola -apprendere, non possono con in buon metodo incomin- clare a conoscerla sù i modelli elaborati con arte, per chè I uomo è sempre uomo, e ne’ diversi periodi della .sua vita presenta diversi gradi di capacità e non di natura. La lingua poi è diversa dalla letteratura, per- chè quella è materia, che vuolsi affidare alla memo- .Mma:, e questa è forma , ehe vuolsi raccomandare al- .I° intelligenza. n . Premesse queste nozioni generali, io dico che lo stu- dio dell’ ordine naturale delle parole ne’ costrutti è « necessario. | 1.° Per comprendere poi l’ ordine artificiale o di | letteratura, che si truova nelle scritture classiche, le . quali sono inintelligibili di primo slancio a° poveri principiantî. I precetti mi fanno festimonianza di questo fatto; apperia rîcordéranno chè néllo studiò della lin- Gila latina iiluhà cosà è tanto imbaraZzAnte per essi é pè loro discepòli. iano il coseruîte 6 il prendere la costruzione, perchè ignorano i principi dell’ ordifie faturale ne’ costritti: Se a modo di esempiò si fossé prestabilito che la proposizione prificipale, dovunque si trovi; è ifi méizo 0 iti fine di periodo, deve im dr= dine naturale photedete ogni proposizione incidente , è sì fosseto ifi sîntassî descritti i caratteri empirici è logici di ogni proposizione possibile, chè costerebbe costraite Il più ititràléiato. periodo di Cicerone € di Otezio, di SdlluStio € di Tacito? Ondé fpparisce ani- Gora che la costriîzionie, ossia lo studio flell'opdine na- ‘turale delle paròle, présippone la Sintassi e l'Etimo- - logia; comè trattati razionali e scfentifici,' perchè, se «tostriliré Înipotta dfdinare TM élégafite disordine dei dlassici serittàri! riducendo Ie-deteriminazioni a' deter- «minabili ; ciò éHe deve precedere a ciò che deve se- guire; «sarebbe iitipotsibile senza "pieconotcere le tetà- zioni delle parole congiufite. Ma Tà' Sititàssî è TEtiind- Jogia; Come ‘tretiati scientifici; ndficavano nelle’ setole, ‘dove fior. domiseguenza maticate Hicorà la Costruzio- ne; come ifi èffetti manéd; perchè questo frattàfo non “esiste nelle Istituzioni; anzi Sihtassi è Costruzione fu- -tono- confuse da' pramimiaficî: x bi è - .2.° Posto che Pl oriinè-fiaturiile ci fa-interidere l'àr- tificiale, ognuno vede che quello devesî prima éosti- ‘tire ih mente nostra, è' dòpo il secondo: Ma a' co- ‘stituirlo nofi bastano i soli precetfi senza la pratica, ossia senza tenere presente questo, specialmente per quella classe dì giovanetti ‘ché sî addicoho allo studio della tlingna latina in un’ età molto tenera; come si ‘pratica generalmente. Ragione di metodo adunque pre- ed scrive che i libri, ne’ quali si studia la lingua latina , ossia i testi di lingua, che debbono servire alle prime traduzioni nel prîmo studio elementare, non possono essere nè Cicerone, nè Livio; nè Sallustio, nè Tacito, molto meno i poeti come. Virgilio e Orazio, Terenzio € Plauto, ma libri scritti a posta, dove tutto è fatto con l’ intenzione di educare menti tenere incapaci di uscire, per sè sole, da’ laberinti de’ periodi intralciati. Alcuni propongono certe raccolte . fatte a posta con questo divisamento, come è dire le Storie scelte sacre e’ profane, ma quando quei pezzi raccolti sono. degli autori, ancorchè più facili e più stralciati rispetto a molti altri, ritengono sempre dell’ elevatezza e dell’ e- leganza artificiale. Nè Cornelio Nipote nè i Commen- tari di Cesare sono da proporsi per quell’ età, perchè oltre le difficoltà riferite presentano le maggiori per le allusioni a’ costumi, alla religione, alla politica dei tempi in cui furono scritti, e che può capirne un gio- vanetto ignaro ancora di archeologia ? Imparerà, se può, parole vuote di significazione, o parole segni d’»- dee guaste, o alterate, alla men trista inesatte. | Il miglior libro,che io saprei proporre, è la. giudi ziosissima operetta del bavarese Leonardo Tafel, che io sotto il titolo di Elementi di lingua latina secondo il metodo amiltoniano pubblicai nel 1849. In esso le trasposizioni sono rare e facili, il periodo è puro la- tino senza intralciamenti. La materia è su cose dell’età nostre, sia ne’ dialoghi, sia ne’ saggi di astronomia e di storia naturale : le favole la più parte di Esopo ridotte .a bellissima prosa. Ivi non allusione a senato , a co- mizi, a tribù, a foro, a rostri ec. Ma la cena, la scuola , il passeggio, la limosina, la predica, il giar- dino, la mandra ec. latinamente pensate e latinamen- te espresse. (Quel che più rende pregevole questo li- 178 OT PRATATINO bretto' è la graduazione metodica del difficile; è la per spicatia in allògare opportunamente i costrutti, dovè cadono le osservazioni per F applicazione dé’ principi ‘sintassici—A coloro, che insegnano la nostra sramima- ‘tica razionale, io propongo é ratcòomatido questo libro, ‘perocchè id posso attestiré le' ose dette co’ fatti co- stanti del mio insegnamentò; dal quale ho ritratto i più positivi vantaggi in brevissimo tempbi — Ritornafido di proposito, lo' studio dell’ ordiné: Hatw- tale delle prole vuol essere fatto tedricamente e' pra ‘ticamente. La téorica, a vero dire, riofi è ché un ap- plicazione de’ principî apparati nella Sintassi, astrazio- ‘ne facendo di’ casì particolari di questò 0 quel: co- ‘strutto : la pratica consiste nel verificare quei princî- ‘pì applicati a’ còstrutti purtitolari:: La prima: parte sì riduce a questo' principio generalissimo: L'ordine'tiaturalò idelle parole’ in qualsivoglia costrutto consiste: nell’ al- Togare: le parole determinazioni viginò alle parole, che ‘sono loro determinabili. Orà trè sotio ‘i’ determinabili în’ ogni proposizione, cioè Nome; Verbo, e Agiiunitivo nella sostanziale, e Nome, Verbo;é' Verbale-nella cati- sale. Ogni determinabile-lia l8 sue deterinifitzioni: T'or- ‘dine naturile sta’ nel mettere le ' deterintintzioni’ dèl ‘nome vicinb' al' riditle;» quiete del verbé vicindad'essb ‘é va diterido: Ghi' Ha- betit studitità là: téorîà” delfa piopositione Logita-sotto'il rispetto della Sintassi ré- ‘golare, ion duretà fatica: a costruire’ uti peribdovahechie intràlefato:. Ma' la’ sola: Sititassi regolare: non -bàsta"*, perchiè- ttnte: volte: altuhé- parole nel ‘costrutto none ‘Sisténo in grazia :dellé pàrble' espresse, bensi delle-pat role’ tàtiute. Impò?ta danque- conoséere la sintassi ft garatà per sostitttire-le parole che mancano; e ridutte a fotma' anialitica i’ costrutti sintetièi; INTORNO ALLA COSTRUZIONE LATINA IL° POGHE PAROLE INTORNO ALL'ORDINE ARTIFICIALE. - L'ordine artificiale paragonato all’ ordine naturale delle parole è un vero disordine, perocchè in esso av-, viene il.contrario di, quello, che dall’ordine naturale è richiesto. Le. parole in-vera,. che secondo, questo dovreb- bero precedere,jn.quello si pospangono e viceversa ;. così la.:propesiziene, principale è posta in ultimo luogo e. l'incidente nel primo.: così il nome primo termine di .proposizione -si pospore al verbo e :tanfe .volte al . secondo termine, e-l’aggiuntwo, che dovrebbe seguire al suo nome, se ne separa, e la preposizione o si po» spone ; e si divide dal :suo secondo sermine e .va di- cendo. Ne..serxapo,di esempio i due. seguenti versi di Virgilio; Titire,tu.patulae recubans sub tegmine fagi, Silvestrem tenui musam meditaris avena, dove tutto è disordinato, peroechè recubans, che dovrebbe stare. vicino a tu, si è posto dopo patulae, e patulae, che do- vrebbe .stare . dopo fagi e dopo sub tegmine, precede tutte queste parole: parimente meditaris dovrebbe sta- re nel. principio del secondo verso, intanto è pospo- sto a silvestrem.- tenui musam, e silvestrem , che do- vrebbe stare. dopo musam, precede tutte in principio, e tenui, che dovrebbe stare. dopo avena e con questo immediatamente dopo tu. primo termine di proposizione, è posto in secondo luogo. E così siluestrem aggiuntivo separato dal .suo nome musqm , come tenui separato dal nome avena. Or si potrebbe domandare : perchè 1° ordine. artifi- ciale, che. è un. elegante disordine, è stato. preferito.al- I’ ardine naturale, che è secondo l'intelligenza comune? 180 ‘ TRATTATINO Per due cagioni, una di necessità e l’altra di predo- minio del senso sulla ragione. La necessità è nel verso, dove si debbono accozzare tante sillabe e non più, lun- ghe e brevi combinate secondo certe leggi di armonia, onde le parole non si possono allogare secondo l’ or- dine naturale etimologico e sintassico, perchè cadreb- bero le sillabe lunghe, dove il verso richiede le brevi e va dicendo. (uindi i poeti sono tutti disordinati ne- cessariamente, per trasposizioni, che riuscirebbere dure nella prosa, che è un dir piano e facile. Onde è age- vole a dedurre quanto sia erroneo quel metodo, che mette in mano de’ fanciulli nello studio elementare di una lingua i testi poetici , i quali per l' ordine arti- ficiale necessario riescono inintelligibili e difficili a’più ratici. I i La seconda cagione dell ordine artificiale è il pre- dominio del senso sulla ragione. Ciò importa che vi sono alcune lingue, nelle quali i parlanti trascinati dal più dilettevole pensiero si fanno ad esprimerlo in pri- mo luogo, quantunque in ordine di ragione dovrebbe mettersi in ultimo. ll che che è facile a concepirlo dal disordine, che regna nell’uomo caduto dalla primitiva perfezione , il quale preferisce il dilettevole all’ utile, e l'utile al giusto ed all’ onesto. Questo disordine, con- seguenza della primitiva colpa adamitica trasfusa nella sua discendenza, si è manifestata nelle forme esteriori delle lingue parlate da nazioni eterodosse. Il vangelo pa- rola rivelata da Dio venne a ristaurare l’ ordine natu- rale delle parole e delle idee, imperocchè in esso tutto è facile e piano, il suo stile è adattato all’ intelligen- za comune, e accessibile alla capacità de’ più deboli. Fu quindi un tratto di speciale provvidenza che le lin- gue volgari succedessero alla lingua classica de’ latini, perchè quella e non questa sono più conformi alla ri- INTORNO ALLA COSTRUZIONE LATINA Î81 staurazione dell’ ordine biblico. Quest ordine artificiale, che rispetto all'ordine naturale è un vero disordine, non inteso dalla natura , perchè si oppone direttamente alla consecuzione del fine di chi parla, che è quello di farsi intendere , si disse e dicesi che sia elegante in quanto ehe diletta, e questa diletto è di senso e non di ra- iene, perchè l’uomo corrotto chiama bello ciò che piace. ro adunque, che commendano tanto quest'ordine, sono degni di seusa e di lode, se essi intendono rac- comandarlo non come una perfezione di arte ortodossa, ma come un fatto esistito In una lingua, che più non si parla, a fine d'intendere i monumenti di una ci- viltà caduta. Ma sarebbero sospetti di eterodossia in arte, se levando a eielo questo disordine, provveniente dal predominio del senso sulla ragione, intendessero farlo rivivere nelle moderne scritture. Della quale colpa non va esente il Boceaccio nel 400 , che propostosi a modello Cicerone, introdusse nella prosa italiana il periodo intralciato del latine ‘oratore, e Monsignor della Casa nel 500, che, propostosi a modello il Cer- taldese, rinnovò a quell'epoca il periodo intralciato boccaccesco. Le moderne scritture si vanno restaurando in quanto all’ ordine, perchè in conformità de’ principi ortodossi | vogliono avere più del razionale che del sensibile , ed è più razionale il far servire la parola, come segno immediate d’idea, e, a così dire, compenetrarla con l'idea, piuttosto che dilettare il senso con pregiudizio dell’ intendimento. Il precettore adunque farà intendere a’ suoi giova- netti che quell’ ordine artificiale meraviglioso de’ clas- sic scrittori latini è un prodigio di arte eterodossa , in quanto che stabilita una volta da’ parlanti, sviati da’ principi dell’arte vera, una forma di ati eglino 182 TRATTATINO furono diligenti a perfezionarla , perspicaci a conser- varla, accurati a mantenerla in ogni scrittura co- stantemente e a tale che, qualunque libro ci venga per le mani, troviamo costantemente lo stesso tipo, che può servire di argomento non dubbio del grado di civiltà di quella nazione. Che noì educati all’ ordine naturale per mezzo delle lingue vulgari dopo il ristau- ro della redenzione; se non possiamo riformare quella lingua che è morta nelle bocche, ed è muta ne? libri, per intenderla dohbiamo imparare a costruirla, ossia dobbiamo, leggendo, rimettere quell’ ordine, che vi do- vrebbe essere, facendo precedere la principale propo- sizione all’ incidente, il primo termine al verbo, :e va dicendo. . i Coe i In questa guisa la Costruzione, ossia .quella parte della grammatica, che insegna a ridurre l’ ordine arti- ficiale delle latine scritture all'ordine naturale, è della massima importanza, perchè mena a due grandi risul- tati, il 1.° e d' intendere facilmente e prontamente i costrutti intralciati : il 2.° è di far vedere la differen- za che. passa tra due civiltà, l’ eterodossa e la orto- dossa. Coloro, che sono troppo appassionati per le }a- iine eleganze, non mi-appunteranno queste deduzioni per troppo ardite e irriverenti, perocchè io non: in- tendo in alcuna. guisa derogare alla dignità di una lingua conservata per esprimere gli oracoli del Dio fatt'uomo, e i misteri più. sollenni della: cattolica Chie- sa, sibbene è mio intendimento di netarne i difetti, mentre ne ammiro gli altissimi pregi. Ricordino che io nel Nuovo Corso ho derivato dalla latina la purità e proprietà delle parole e de’ costrutti nell’italiana fa- vella, ritenendo per massima che tanto più è italiano il parlar nostro, quanto più latinizza.. Se dunque io Imputo a difetto l’ intralciato periodo de’ latini scrittori } “ INTORNO ALLA COSTRUZIONE LATINA 15300 rispetto all’ arte, e non all'artista, il quale di ogni lode è degno sol perchè seppe mantenere una forma co- stituita,. non è per irriverenza o per orgoglio, ma per sano e retlo giudizio. Quanto non fu celebrata l’ arte greca negli immortali dipinti di Apelle ? nelle scultu- re - di Prassitele ? Eppure chi ha imputato ad irrive- renza verso que’ sommi la critica imparziale derivata dalla scienza dell’ arte, che imputò all'arte greca e non agli artisti: l’ eterodossia di quelle celebri produzioni? E, se noi oggidi non pessiamo accomodarci più alle fole mitologiche de’ Latini, e ci ridiamo dì loro e delle loro credenze sotto questo rapporto , senza però mancare di rispetto loro dovuto per tanti altri titoli di virtù e di eroismo, dicasi lo stesso di me, che am- mirando la: loro favella, come generatrice di tutte le ‘vulgari lingue, degna di essere conservata nel cristia- nesimo per servire a’ più sublimi uffici della nostra ‘religione ,, appunto in essa quei difetti che il cristia- nesimo istesso, adoperandola, corresse, perchè appo i padri della Chiesa divenne più facile e piana. REGOLE PRATICHE PER LA GOSTRUZIONE LATINA. - Dopo che avrete fatta accuratamente l’ analisi eti- mologica e sintassica sopra un costrutto, riuscirà faci- ‘lissima la costruzione , perocchè costruire importa riordinare, allogando le determinazioni di costa a'loro rispettivi determinabili, per la precedente cognizione delle determinazioni e de’ determinabili. La qual cosa quando sarà preceduta, non costa fatica il trasportare al ‘proprio luogo la parola, che sarà premessa o posposta. ‘- La 1.° regola pratica è di mettere in primo luogo la proposizione principale , perchè tutto il periodo e- ‘ siste in grazia di quella, come le determinazioni esi- stono in grazia del determinabile.  TRATTATINO 2.° La proposizione principale costa di tre elemen- ti essenziali (sint. pag. 16), ogmuno dequali è un de- terminabile, che ha le proprie determinazioni ( sint. pag. 37). Dopo dunque che avrete fissata nel suo luo- go la proposizione principale, distaccherete i suoi ele- menti e allogherete vicino al primo, che è nome, le determinazioni sue varie e moltiplici, esposte nella Se- zione II! della Sintassi regolare, secondo la proprie- tà e natura delle determinazioni medesime, cioè, se sono prenomi, li allogherete avanti al nome, se sono aggiuntivi , o parole derivate in forma di aggiuntivi , o casi di apposizione, o proposizioni incidenfi espli- cite ec. si inetteranno dopo , come pure i nomi va- riati alla seconda desinenza, e i preceduti da Cum e Si- ne. Ma badisi che si mettano prima quelle parole, che, messe in altro luogo, potessero ingenerare oscu- rità, in quanto che si potessero riferire ad altre pa- role più vicine. Cesì il nome variato alla seconda de- sinenza, detta genitivo da’ grammatiei, vuolsi allogare immediatamente dopo il nome, e rare volte accade che sia preceduto da un aggiuntivo per la facilità di riferirsi ad altro nome, che venisse appresso. In que- sta preferenza di allogamento servirà di guida il buon senso. Determinato il nome primo termine, si passa ad ordinare le determinazioni del verbo, esposte in Sin- tassì pegolare Sez. III. Art. H., mettendo prima le ana- litiche e sintetiche, e poi le proposizioni incidenti per abblativo assoluto, le copulative, secondo che la chia- rezza e l'ordine cronologico delle idee e de’ fatti ri- chiede. Si passa in seguito al riordinamento delle determi- nazioni del secondo termine , in guisacchè ciascuno determinabile esista, come un complesso massimamen- te determinato e logico o discorsivo, e tutt'î tre complessi formino un -tutto con principio, mezzo, e fine. “ 3.° Questa pratica concerne la costruzione sotto l’in- ‘tuito: della Sintassi regolare : qualche difficoltà s’.in- ‘contra nel rendere a: forma analitica. i costrutti figu- ‘rati e sintetici, pei quali bisogna sostituire, secondo.i principi -stabiliti in Sintassi, le parole che mancano, e che tante volte sono tante da formarne delle prope- sizioni determinate. Prima dunque bisogna vedere la ‘natura delle parole mancanti: per allogarle vicino «a quella parola espressa, a cui si riferisce per attenenza intima di determinazioni. Io non. mi fermo qui a pro- «durre degli esempi, perchè, se si saranno bene appa- ate le teoriche esposte in Sintassi figurata, ricorreran- ‘no a memoria pronti gli esempi ed a buon dato. 4.° Voi dunque non vi.lascerete imporre dall’ or dine, che il testo vi presenta, per credere che le pa». role debbono rimanere così come si truovano, peroc- ‘chè già sapete che l’ ordine delle scritture de’ classici ‘è artificiale e non naturale. E, se per abitudine vi suri- ‘ni male all orecchio l’ ordine naturale, non vi rima- nete perciò. dal riordinare , perchè, quando .l’ abito è irragionevole, non merita lode .chi lo segue. Intanto. si può dare che, riordinando un costrutto, alcune parole diventino inutili, come avviene ne’ periodi, che:nella ° . . è . ‘prima parte, detta Protasi, vi è ’Etst quamquam, che ‘81 fanno valere benchè o sebbene, e nella. seconda ‘parte vi è tamen, che si fa valere per pure, ciò not ostante, innanzi alla proposizione principale. Ora, met- "tendo questa in primo luogo, quel tamen diviene inu- tile e insignificante. Voi toglietelo di mezzo senza ‘scrupolo al mondo , :perocchè nel periodo. fù’ posto non. per esprimere un’ idea , ma per ajuto della me- moria, che senza questo segno non riprodurrebbe l’an- tecedente, con cui ha nesso quel che segue, 18600 TRATTATINO $.° Vi si presentano de’ periodi, ne’ quali, essendo la principale proposizione allogata in ultimo luogo, in- vece de’ nomi ha prenomi simili a ile, ipse, hic, iste, îs, idem,o aggiuntivi, senza nome espresso, che fu al- logato nella prima parte contenente proposizione inci- dente. Nel riordinarlo, per la prima regola, la princi- pale dovrà passare in primo luogo, e quei prenomi senza nomi espressi non fanno senso. Voi dunque fa- rete un cambio, cioè metterete i nomi nel luogo dei prenomi e questi nel luogo di quelli. Sia il seguente esempio : Ftsi Cicero habeatur ‘inter latinos orator eloquentissimus, tamen prudentissimum lum non fuisse videtur. Benchè Cicerone si abbia per il più eloquente fra’ latini oratori, pure non sembra che sia stato il più prudente. Ora, costruendo secondo i prin- cipî stabiliti, ilum fuisse prudeniissimum non videtur, noi non sapremmo a chi W/um prenome si riferisce rima di venire alla prima parte, passata in secondo uogo, dove è Cicero eloquentissimus. Adunque facen- do lo scambio, diremo. Ciceronem fuisse prudentissi- mum non videtur, etsi ille habeatur orator eloquen- tissimus inter latinos. 6.° Alcune particelle, che vanno in principio per lo nesso del periodo, che segue, all’ antecedente , come nam, enim, vero ec, suonano male all’ orecchio abi- tuato a sentire in prima una parola di più di due sil- labe, voi non darete tania importanza a tali bazzeco- le tenute per miracoli da’ pedanti. Ciò che importa di osservare scrupolosamente è nel dare a siffatte parole quel valore, che hanno in sè stesse e debbono avere. 7.° Se il periodo presenta nelle due parti una pro- posizione comparativa , voi già sapete (sint. pag. 56) che dessa ha due membri, uno che forma la proposi- zione principale, e 1’ altro l'incidente ; la prima pre- INTORNO ALLA COSTRUZIONE LATINA 187 ceduta da’ segni di comparazione esposti in Sintassi (pag. 57 e seg.) e l’altra da’correlativi corrispondenti. el costruire simili proposizioni farete precedere la principale all’ incidente, ma baderete di mettere in ul- timo luogo il segno correlativo della comparazione, come in principio della seconda I’ altro termine cor- relativo. Sieno per esempio i due correlativi sic e ut, allogherete sic infine della principale, e vt in prin- cipio della incidente. Dicasi lo stesso de’ termini cor- relativi potius e quam, magis e quam, ec. ec. 8. Se concorrono nello stesso periodo molte propo- sizioni incidenti, nel riordinarle metterete prima quel- la, che è principale rispetto a tutte le altre, e in se- guito subordinerete alla prima quella, che la determi- na, così la terza alla seconda, e la quarta alla terza. E in rtl processo bisogna tener presente la teoria delle determinazioni di determinazioni, esposte in Sin- tassi peg. 66 e seg. | &lt;- APPENDICE | INTORNO A’ TRASLATI DETTI ANCORA TROPI. . i La teoria de’ traslati secondo noi, e secondo le ra- gioni di un buon metodo nell’ insegnare, fà parte del corso filologico 0 grammaticale per lo principio generale che dominio di grammatica è fin dove si estende la disamina della parola. Or che cosa è il traslato nel senso de’ grammatici, se non il trasportare che si fa di una parola da un significato a un altro ? Questa disamina adunque viene a compiere lo studio intorno alla pa- rola come segno rispetto al significato, e per ciò stesso rientra nel dominio etimologico e sintassico. lo ho esposto questa teoria scientificamente nel III.° Vol. del Nuovo Corso, e ne ho fatto un sunto nella Nuo- va Grammatica ragionata per la lingua italiana , che sarebbe sufficientissimo ancora per la lingua latina. A non ripetere le medesime cose io metto da banda la polemica, ed, accennando alle teorie, mi fermerò un poco più nell’ applicazione delle medesime a certe ma- ‘miere di dire de’ latini , la cui bellezza ed eleganza si deve ripetere da questa ragione, INTORNO A’ TRASLATI DETTI ANCORA TROPI 189 CAPO L° VERA NOZIONE DEL TRASLATO IN GENERE. Per traslato le scuole intendevano la proprietà, ché hanno le parole, di essere trasportate da un significato ad un'altro. Così, per esempio, la parola ardeo, es, si- gnifica ardere, ossia l’ azione del fuoco, che brucia e scotta. Ma,îse troviamo questa parola nel seguente ver- so di Virgilio Formosum pastor Coridon ardebat A- lerin , non diremo più che ardebat significhi bruciare o ardere, perchè il pastor Coridone non era fuoco , ma diremo che ardebat si è trasportato dal significato proprio all’ improprio o metaforico di amare forte- mente, perchè chi ama così, sente un calore simile a quello del fuoco che arde. Ecco come, dicono i filolo- gi empirici, è spiegato chiaramente che il trarslato, così detto da zransfero, 0 il tropo, così detto da una greca parola che significa verto volgere, consiste nel traspor- tare una parola da un significato ad un altro. I Questa nozione, che le scuole si ebbero formata del traslato, è falsissima , perchè le parole non si possono trasportare da un significato ad un altro senz’ alterare la natura di una lingua, come ho dimostrato con forti ragioni nelle due mie citate opere. Dal fatto di molte parole, che in ogni lingua hanno perduto il primo sì- gnificato e sono rimaste con quello del traslato , :non se ne può trarre argomento a favore di quest’ assurda teoria, imperocchè ciò è avvenuto per la imperizia de’ parlanti , i quali, non sapendo il vero significato primitivo di quelle parole, credettero che avessero quel significato relativo, che rilevava dal senso in un costrut- to , ‘dove quelle medesime parole si trovavano ad altre * 190 APPENDICE congiunte. Avvenne a costoro ciò che potrebbe avve- nire ad un idiota, che, vedendo in un lavoro di Mo- stico una pietruzza-pupilla , credesse e la chiamasse sempre pupilla, anche quando è isolata dal contesto ed è pietruzza assolutamente. Questo fatto adunque è ar- gomento di corruzione di una lingua e non di pregio o di eleganza, perchè, se questo fosse, pregevole cosa sarebbe il far perdere a tutte le parole di una lingua il primitivo significato , e allora, come ognun vede, si passerebbe incessantemente da una lingua a un’altra, perchè una lingua intanto è quella lingua particolare, in quanto che ritiene quel significato per ogni parola, che fu assegnato dalla primitiva convenzione. Fuori di questa supposizione non si ha più unità di nazione, per esempio, da Romolo a Cesare, perchè le parole a’ tempi di quest’ultimo significherebbero tutt'altra cosa, che non significavano a’ tempi del primo: ogni tradizione sarebbe interrotta, e i fatti de’ primi secoli non sarebbero più antecedenti a tanti conseguenti operati ne’ secoli - po- steriori. La nozione adunque de’ traslati per una pro- prietà di trasportare le parole da un significato a signi- ficati sempre differenti è assurda e sovversiva. Se la. è così, importa sapere che cosa è il traslato nella sua natura. E un fatto che la parola ardeo si- guifica primitivamente ardere o cuocere ne è un altro fatto che nel verso di Virgilio riportato ardebat fa intendere un’ altra idea, cioè l’amare for- temente. Bisognerà conciliare tra loro questi due fatti per iscoprire la vera natura de’ traslati. , . E, ricordando in questo luogo la distinzione, che ab- biamo fatta in Etimologia e in Sintassi, del significato assoluto e del significato relativo delle parole, cioè quello etimologico o delle parole isolate, e questo sin- . tassico 0 delle parole congiunte, troveremo la solu- » INTORNO A’ TRASLATI DETTI ANCORA TROPI zione di questo problema. ll relativo non è fisso o permanente alle parole, ma è occasionato, in quanto che ‘rileva dal senso, in siffatta guisa che segregata ciascuna parola dall’ unione di un costrutto, quel s- gnificato relativo non è più, e ciascuna parola resta -col suo valore primitivo ed etimologico. Adunque ùna parola non si può trasportare da un significato ad un «altro, ma, combinandosi ad altre parole in un costrutto, ‘ha .la virtù di fare intendere un’ îdea, che nessuna delle parole espresse la significa, ma rileva dal senso “che è un risultato della loro unione. © i ‘‘ Ecco la vera e precisa nozione del traslato in gene- re, dedotta dalla disamina ragionata del significato ‘possibile delle parole, e- da'principi inconcussi etimolo- «gici e sintassici. Se mi domandate ora: che cosa è il traslato ? Vi rispondo che questa parola è impropria, ‘perchè è un definito: che non. corrisponde etimelogi. «camente alla sua definizione. Ma, perchè il vocabolo è antichissimo e prodotto dalla prima autorità filoso-- fica, lo ritengo con questa dichiarazione, e dico che ‘il traslato di qualsivoglia specie consiste nel combina- ‘re ‘insieme più parole in modo che dal loro senso ‘commisto risulti l’intendimento di un idea, che non ha ‘vocabolo, e che perciò: io chiamo innominata. Infatti il verbo ardebat nel riferito verso di Virgilio fa in- tendere un amore forte e cocente non per sè stesso, che etimologicamente significa ardere o cuocere pro- prio del fuoco, ma perchè combinato al pastor Co- ridone, che non poteva ardere, ma amare -il vago fan- ciullo chiamato Alessi. Se mi chiedete poi, perchè ciò si faccia ? Non vi rispondo con gli empirici filologi che avvenga per ele- ganza o per lusso, ma per bisogno di far intendere alcune idee, che io chiamo îinnominate, ossia idee che 192 | APPENDICE non hanno parole, come loro segni, registrati nel di- zionario della lingua. Le pàrole infatti di qualsivoglia lingua sono sempre minori di numero rispetto alle idee, perchè queste crescono incessantemente, come la nazione progredisce nella civiltà e nelle conoscenze, mentre le parole non possono crescere con eguale li bertà senza rendere impossibile l’uso della medesima ‘o senza alterarla. Adunque è chiaro da questo verso che il traslato è un mezzo di bisogno obbiettivo , 08- sia argomento: di povertà di lingua. Se a questo bisogno aggiungete 1’ altro, che deriva «dal subbietio parlane, il quale o ignora e non ricor- da i vocaboli della ria lingua, onde ad esprimersi per farsì intendere deve ricorrere a’ traslati, conchiu- derete meco che il traslato è un mezzo di bisogno ob- biettivo e subbiettivo, e non di Jusso e di eleganza, “. Posto che il traslato consiste nella combinazione delle parole, fatta in modo che oltre il significato pro- prio di ciaseuna ne rilevi un altro non appartenente ad alcuna, in brevi termini posto che il traslato dà un significato relativo e non assoluto, è facile a inten. dere che, mentre è mezzo di bisogno, diviene in peri tempo mezzo di ricchezza infinita per una lingua e mezzo di purità e proprietà di scrivere, perchè per esso sole possiamo proporci e risolvere il seguente problema : Dato un numero infinito d'idee in una na» zione progressivamente civilizzata, esprimerlo con quel co numero di parole, che la nazione possedeva nel» ipizio della sua esistenza politica,  INTORNO A’ TRASLATI DEPTI ANCORA TROPI 193 CAPO IL° INTORNO ALLE QUATTRO. SPECIE DI TRASLATI PÈR OGNI LINGUA, Posto che il traslato consiste nella eombinazione delle parole , per la quale in occasione delle. idee espresse . 81 fanno intendere aleune idee innominate, è agevole a dedurre che ciò non potrebbe accadere, se tra le idee nominate e le innominate non vi fosse alcuna relazio- ne, la quale servisse di norma al parlante nel combina- re le parole a un mede piuttosto che ad un altro, se- condo che il bisogno di far intendere questa o quella Specie .d’idee richiedesse. Dalla disamina di queste rela- zioni, che le idee. hanno tra loro, risulta la vera no- . zione de’ traslati e la loro partizione. Ora è un fatto che in occasione di alcune idee o alcune cose natural- ‘mente pensiamo alle idee calle cose simili. Così, mentre pensiamo ad un oratore nostro amico, il pensiero ei trasporta all’ oratore, che udimmo in un’altra occasione. Questo fatto è costantissimo nello spirito umano, e per esso possiamo elevare un principio generale, che non ammette eccezione , cioè che le idee simili fanno pen- sare alle idee simili. Se dunque avvenisse che alcune idee simili non avessero nome, cioè che fossero innomi- nate, per farle intendere nomineremmo le prime, affin- chè in oeeasione di esse si svegliassero le innominate : Quando procediamo a questo modo, ha luogo quel tra- slato, che impropriamente nelle scuole fu. chiamato ine- tafora, e che noi più propriamente chiamiamo traslato di -simuttudine, a cuisi rannoda l’antifrasi, o il traslato di contrarietà, come vedremo. Così Virgilio, non avendo la parola propria per esprimere il forte st di Coridone per Alessi, ricorse ai verbo ardebat, il quale, messo in costrutto con Coridone ed Alessi, fece pen- sare a quell'amore per la similitudine, che passa tra il calore dell’ affetto e quello del fuoco. 2.° In secondo luogo la causa è intimamente con- nessa con l’ effetto , e l’effetto con la causa, in gui- sacchè, pensando all’ una, non possiamo non pensare all’ altro e viceversa. Dicasi lo stesso del soggetto e della qualità. Queste idee si dicono connesse , e con- messione è un legame tanto stretto tra due idee, che - l'una ci fa pensare all'altra necessariamente, appunto come il padre ci fa pensare necessariamente al figlio e viceversa. Alcuni chiamano queste idee correlative. Se avvenisse dunque che una delle idee connesse fosse innominata, .noi potremmo nominare l’ altra, in occa= ‘sione della quale si svegliasse in mente nostra la iri- nominata, Allora avrebbe luogo un traslato di Connes- sione , il quale è di due specie , cioè sostanziale e causale. Il sostanziale è, quando si nomina la qualità per far intendere il soggetto , e questo nelle scuole fu detto Antonomasia : il causale è, quando si nomina l’ Effetto per far intendere la causa, e questo traslato fu detto nelle scuole Metomimia. 3.° In terzo luogo le parti sono congiunte al loro ‘tutto, in guisacchè, pensando a quelle, pensiamo a que- ‘sto e viceversa. Se dunque la lingua mancasse di pa- role per esprimer le parti, usando la parola che e- sprime il tutto, per un traslato, potremmo far intendere le parti innominate. Questo traslato, sarebbe di Con- giunzione, e nelle scuole va detto Sineddoche. La Simalitudine , la Connessione e la Congiunzione sono il fondamento di ogni traslato possibile, come tre sono i principi della riproduzione e dell’ associazione delle nostre idee ., se è vero che.il traslato è impos- INTORNO A’ TRASLATI DETTI ANCORA TROPI 195 sibile, se 1’ idee nominate non avessero relazione alle idee innominate. Ma i traslati sono quattro , perchè la Connessione è duplice, cioè Sostanziale e Causale. In quattro articoli distinti produrremo delle dichiara- zioni e degli esempi per ciascuno di essi. ARTICOLO 1.° Intorno alla Metafora traslato di Similitudine. Im. questo - appendice non mi fermo a ricercare le condizioni richieste, e i requisiti necessari per formare delle buone metafore ; perchè ne ho parlato a lungo ‘nel Nuovo Corso e nella Nuova Grammatica ragionata . per la lingua italiana. Chi dunque ne volesse discor- rere per principî ed approfondire le ragioni ultime di ‘questo traslato, può riscontrare le citate opere. Pei gio- vanetti, che si addicono allo studio della lingua latina, ..-ne.ho detto quanto basta ne’ due capi precedenti, onde quì mi limito ad osservare alcuni costrutti, ne’ quali ha luogo la metafora. sn ne Ma, essendo la Metafora un traslato di similitudine non ci è paro!a, che, messa a costrutto, non possa dare luogo al medesimo ; onde è chiaro che sarebbe impos- sibile raccogliere in una lista le metafore possibili di una lingua. Aggiungete che una stessa parola, segno di una stesa idea in combinazioni diverse può dar luogo a metafore ancora diverse, perchè la similitudine, che ha con un’ idea sotto un rapporto, è diversa dalla si- militudine, che ha con mille altre sotto altri rapporti. Per giudicare adunque di queste metafore, che io chia- Iro particolari e proprie dello scrittore che le adopera, ‘vi è bisogno del buon senso diretto dal metodo eti- mologico,. ossia da quel metodo, che tassa ogni parola pel suo valore primitivo. Così nell’ esempio di Virgilio riportato a p. 189 non possiamo conoscere che in For- mosum pastor Coridon ardebat Alexin vi sia una me- tafora, se non perchè sappiamo che ‘ardeo, es, primiti- vamente significa ardere cuocere proprio del fuoco. Ora, traducendo letteralmente il pastor Coridone ar- deva il bello Alessi, apprendiamo che ardebat è ado- perato per risvegliare la idea innominata del forte a- more sentito da Coridone simile al fuoco per l’effetto del calore. | | Il Metodo etimologico è la bussola del traduttore .nelle versioni delle livgue, straniere al medesimo, spe- .cialmente delle lingue morte da molti secoli, ad inten- der le quali mancano tutti gli ajuti di verificazione per lo ministero della parola viva in bocca delle na- zioni trafficanti. -Per difetto di questo metodo sono di- .fettosissime alcune versioni de’ testi classici latini fatte nel 400 e nel 500, quando invalse la moda di tra- durre a senso, come dicesi nelle scuole. Imperocchè ‘tradurre a senso senza afcuna limitazione importa dare alle parole un significato relativo e possibile alla ‘ca- pacità del. traduttore. Ma, fissato una volta il signifi- cato primitivo di un vocabolo : posto , per esempio , che ardeo significa propriamente l’azione del fuoco, l' arbitrio del traduttore nel valutare questo vocabolo combinato a metafora è limitato alle sole similitudini degli oggetti, che hanno effetti o qualità simili a quelle del fuoco. Bisognerà dunque conchiudere che una ver- sione : è tanto più pregevole, quanto più il traduttore è filologo , cioè versato nell’ etimologia della lingua, e, rovato che un tempo l’ Italia difettò positivamente di studi critici e filologici, basterà questo solo per con- chiuderne che le versioni dal latino, quantunque pre- gevoli sotto il rapporto della lingua italiana, soho im- INTORNO A’ TRASLATI DETTI ANCORA TROPI 197 \perfettissime sotto il rispetto della lingua tradotta. E, ‘siccome queste versioni hanno servito da testi alle compilazioni de’ Dizionari latino-italiani e italiano-la- tini, è agevole a comprendere che moltissime parole . hanno avuto assegnato un valore non proprio sott’ogni rispetto, e che perciò si avvertono ì giovanetti a non credere ciecamente a siffatte autorità, ma fermi all’e- timologia de’ vocaboli si abituino &amp; tradurre i testi la- tini, come la ragione prescrive, e non come si è pra- ticato senza regola. Se non mi allontanassi troppo da’ limiti prescritti .alla mia brevità, nel presente Appendice potrei dimo- strare con mille fatti alla mano le mie assertive. Ma «chi vuole accertarsene, non ha da durar molta fatica, riscontrando quelle celebri traduzioni di. Livio di un autore antico, tanto commendate da Paolo Costa. Quel che io mi son proposto nel presente articolo è di notare alcuna metafore inavvertite nell'uso della lingua latina. Io chiamo metafore inavvertite quelle «combinazioni di parole in costrutto, le quali hanno per- duto il primitivo valore, ond’ è rimasto loro il solo rela- tivo , ossia quello, che aveano virtù di far intendere in occasione del proprio. Ne vado a produrre qual- che esempio. ; | A.° Nubo , îs, psi, ptum presso i latini, costruito con un nome variato alla terza desinenza, si adoperava nel senso del maritarsi, ossia del passaggio che.la don- na faceva al marito , onde nubere alicui si tradusse maritarsi ad ‘alcuno , come il passaggio dell’ uomo alla moglie dicevasi ducere urorem, che i nostri fanno va- lere. per menar moglie. ll verbo Nubo nell’ uso della lingua latina non ha altro significato all’ infuori di que- sto , il quale non è primitivo nè proprio © etimologi- co., perocchè esso è derivato da nubes nuvola, onde 198 i APPENDICE nubo io cuopro di nube o nuvola, come avviene al sole, ‘che, impedito ad esser veduto .da noi, par che si cuopra .lJa faccia di un velo di nubi. E, siccome le spose appo «i Romani, per modestia, andando a marito, si copri- vano il volto di un velo, si disse nubere per simili- tudine del velo alle nubi, e della faccia del sole alla faccia della sposa. | “ o 2.° Ignosco, îs è un verbo, il quale, costruito con «un nome personale variato alla terza desinenza, si fa valere per perdonare , come iîgnoscere alicui perdo- ‘nare ad alcuno; e nell’ uso della lingua non’ ebbe ‘altro significato. Intanto Ignosco è parola composta da ‘îg in vece di In in senso di ni non, è nosco cono- sco, sicchè ignosco è identico. a non conosco: ma, sic- «come chi perdona l’offesa ad un altro guarda l’ offensore con la calma di un uomo, che per tale nol conosce, «si disse ignoscere per perdonare. L’uso ‘cieco delle mol- ‘titudini ignoranti di etimologia fece perdere il primiì- ‘tivo significato di questa parola, e le assegnò per pro- -prio quello, che ‘in occasione del suo ebbe virtù di far -Intendere. a n a 3.° Elegantemente i latimi dicevano pendere animi, -pendere animo, o pendere. animis, in senso di essere sospeso , essere in dubbio, per lo quale, come disse «1 Petrarca: Nè sì né no nel cor mi suona intero, e «dicesi ancora italianamente: star tra due. In questa frase .primamente osservo che pendere animi è un costrutto figurato, perchè quell’ animi, nome variato alla seconda desinenza, dipende dal nome sottinteso in statu ani- «mi, o causa animi. (vedi Sint. fig.). Quando è costruito con animo ed animis; man- .ca la sola freposizione, da cui dipende quel nome va- riato alla quinta desinenza. Ciò premesso, io dico che pendere animi, animo o amimis in senso di dubitare, INTORNO A' TRASLATI DETTI ANCORA TROPI 199 è per metafora, che si fonda sulla similitudine dell’a- sta della bilancia che scende e non scende, quando ill peso della merce non è nè più nè meno in perfetto equilibrio, con lo stato dell'animo nostro, quando vuolsi deliberare a due partiti uno contrario all’altro, ma i motivi della preferenza sono eguali. Il verbo pendeo invece, che vale pendere, ossia essere pendente, è un alterazione del verbo pendo, che significa pesare , il — quale poi pare formato da pondus peso, cambiata la o di pondus nell’ e di pendo. Sicchè pendeo significa es- sere pesante, e perciò star pendente e sospeso, perchè il pendere è causato dal peso. 4.° Adolescens ed il derivato adolescentia si adope- rano, il primo nel senso di giovanetto, ed il secondo in quello di prima gioventù, o adolescenza, Intanto 1’ u- no e l’altro sono formati dal verbo adolesco, il qua- le è da oleo, e questo da olus, eris, ortaggio, verdura. Sicchè adolescens significherebbe verdeggiante, e ado- | lescentia la verzura. Ma, siccome la. prima nostra età dopo l'infanzia è vegeta come quella-delle tenere piante, per similitudine que’ due vocaboli avevano la virtù, com- binati a -costrutto, di far intendere le due idee ripor- tate. In successo si è perduto il significato primitivo per la moltitudine, e sì fece rimanere il solo relativo. . 5.° Gemma primitivamente significava una pietra pre- ziosa, o gioja, gemma, cosi detta dal greco gemo, che significa esser tumido o turgido. Per la similitudine della gemma all’ occhio della vite sì disse gemma per far intendere quest’ ultimo , come quando disse Virgi- lio: Pampinus trudit gemmas et frondes explicat om- nes. Il pampino caccia le gemme e spiega tutte.le fo- glie. Il contadino romano, che ignorava l'origine della. parola, adoperolla in quest’ unico, come proprio. —. 200. | |. APPENDICE POCHE PAROLE INTORNO . ALL’ ANTIFRASI. Nella Nuova Grammatica ragionata Vol. III. pag. 29 e .seg. come pure nel nuovo Corso Vol. III. pag. ‘76 e seg. ho ridotto l’Antifrasi a’ traslati di similitudine, perchè, quantunque abbia per fondamento la contra- rietà, sotto un rispetto non è che una metafora. L’ antifrasi.adunque si deve notare più come un tra- slato, che dà ragione del mutamento. di significato di certe parole , anzichè come un mezzo di far intendere le idee innominate contrarie, perchè nella lingua cor- rente le parole non possono mai adoperarsi a signifi- care un’ idea opposta a quella, che è stabilita dalla pri- mitiva convenzione confermata dall’ uso presente.. . La maniera di far intendere tutto il contrario di quello, che le parole contengono, è l’ ironia, la quale si sco- “pre dall’ accento e dal tuono, con cui.le parole si prof- feriscono , o si deduce da tutto il senso, che precede, Opposto al senso dell’ intero costrutto ironico. Così la | Seguente frase: voi siete veramente savio, pronunziata con un tuono di voce ordinaria, dà un senso di lode: pronunziata con un tuono d’ironia dà un senso di vi- tupero. Oppure, se dopo di avere lungamente parlato di un vigliacco , riuscite in una frase simile a questa: egli fu valoroso, dalla stessa scrittura si può appren- dere il senso contrario. Ma Ja :moltitudine non è ca- pace d’ intendere le finezze dall’ arte nella scrittura , e, perduto: il valore tonico dell’ironia in una frase per qual si vogli cagione, ha potuto scambiare il valore pro- prio delle parole .col suo contrario. Quindi avvenne che Iacus, +, significò il boschetto ombroso, ossia privo di luce , mentre per. la sua. etimologia. devrebbe signifi- ca Lucido, perchè viene da Lux laluce. Parimente la INTORNO A'TRASLATI DETTI ANCORA trop: 204 parola perfidus dinota un traditore, un uomo perfido, quantunque per la sua etimologia dovesse significare fe- delissimo, perchè composto da pery che in composti» zione significa molto assai, tutto, e da fidus fedele. Alcuni vorrebbero che officium in senso di officiosità cortesia è per antifrasi, perchè officio composto da ob e facio vale nuocere. Similmente Bellum significa guerra idea opposta a Bello, che etimologicamente si- gnifica. Si riscontrino sul proposito i luoghi citati delle nostre citale opere. o sen ARTICOLO IL Della Metonimia traslato di connessione Causale. ‘ La Metonimia traslato di Connessione Causale si ha, quando si nomina la causa per far intendere l’effetto, o si nomina l’effetto per intendere la causa. La cau- sa poi è efficiente, occasionale, materiale, formale, fi- sica, e merale (vedi Puova gram. rag. per la lingua” italiana vol. II pag. 31 e 32). Si avrà sempre meto- nimia ogni volta che si adopera il nome di una siffat- ta causa per fare intendere in una combinazione di costrutto i corrispondenti effelti e viceversa. E,. sic- come il segno è un mezzo di farci pensare al signi-. ficato, e viceversa, ed ogni mezzo è causa, terrete a metonimia que’ costrutti, ne’ quali si nomina l’ uno per far intendere Y' altro. Dicasi lo stesso dello . stru- mento, rispetto al lavoro prodotto col medesimo. lo non produco esempi per quelle parole, che, conservan- do il significato primitivo nell’ uso della lingua , si combinano a bella posta in costrutti metonimici per far intendere le cause o gli effetti innominati per la stes- sa ragione arrecata innanzi, parlando della metafora. 202 AbPENDICE | . Piuttosto credo necessario ed utile notare alcune dì quelle parole, che per. metonimia hanno perduto il pri- mitivo significato, conservando il metonimico relativo. 1. Duro as verbo significa nell’ uso della lingua il più sovente durare, ossia continuare ad esistere, ma duro è derivato da durus a, um, che significa duro opposto a molle , ‘e questo significato della radice è chiaro in obduro e induro. | | - Se dunque duro as, significa durare, è per metoni- mia in quanto che la durezza è causa o condizione della durabilità, e, nominando la causa, si fa intende- re l’effetto. si 2. Pereo ed obeo si adoperano in senso di perire finire, morire, ma il primo è composto da per, che per metonimia significa in composizione molto, assai tutto, ed il secondo da ob nell'istesso significato di per con lo stesso verbo eo is, che significa andare. Adun- que pereo ed obeo entimologicamente significano an- dar molto, assai, tutto. Ma, siccome il molto andare è condizione 0 cansa ucl firmirz o morire, noinizando la causa per l’effetto, ebbero quel significato. Onde dice- si elegantemente appo i latini obire diem supremum per morire, ed. assolutamente obut marì. - 3. Comilium e Comitia orum appo i latini signifi- : cava l'unione del popolo per deliberare sulle faccende dello stato per tribù, per.curie e.per centurie, onde i comizi tributi, curiati e centuriati. Ma comitium è parola derivata da comeo, verbo composto da com in- vece di cum, che significa rapporto di unione, e itium derivato di eo, 18, wi, itum andare. Sicchè comitium significa l’andata di molti nel medesimo luogo, la qua- le, come condizione e perciò causa’dell’unione, meto- | DE faceva intendere, l’effetto, cioè l'unione me- ma.. I | i INTORNO A’TRASLATI DETTI ANCORA TROPI Alcuni grammatici insegnarono che il verbo Va- co as, costruito col nome variato alla terza desinenza detta dativo, ‘significa’ – H. P. GRICE: IO SIGNIFICO -- attendere, onde imparavano a tradurre: Plato vacavit scientiis ommibus per Platone attese a tutte le scienze. Ma Vaco derivato da vacuus, che ‘significa’ vuoto o vacante, etimologicamente ‘significa’ essere disoccupato, nel quale senso l’adopera CICERONE (vedasi), seguito però da un nome variato alla quinta desinenza, e in questo costrutto riducesi a’verbi d’abbondanza o scarsezza, di cui si parla in sintassi. Se vt Vaco costruito nel primo modo fa pensare all’attendere, avviene per metonimia, imperocchè l’essere disoccupato o vuoto – cf. H. P. Grice: “Waste not, want not” -- di cure è una condizione, e perciò un mezzo, o causa, di attendere. La proprietà dell'uso di questo verbo in senso metonimico dipende da questa ragione etimologica. SE Parimente insegnano che il verbo “incumbere”, costruito con un nome variato alla quinta desinenza e preceduto dalle preposizioni Fn o ad, ‘significa’ attendere con premura, onde imparano a tradurre: Incumbite in id studium în quo estis per attendete con premura alla studio, in cus siete. Ma “incumbere” etimologicamente ‘significa’ appoggiare la fronte sulla mano sostenuta dal gomito puntato sulla tavola. Se dunque in una specie di costrutto fa pensare all'attendere con premura, avviene per metonimia in quanto che il poggiar la fronte sulla mano è un segno di forte attenzione sopra affari di premura. Infatti questo verbo corre nell’uso della lingua col ‘significato’ primitivo di appoggiarsi, e allora è costruito con un nome variato alla terza desinenza, come “Ajar încubuit gladio” -- Ajace si puntò alla spada e appoggiossi col corpo alla spada ec. e APPENDICE ARTICOLO: HI. Intorno al traslato di connessione sostanziale o detto antonomasia. Per la relazione che passa tra soggetto e qualità o condizione di non pensare all'una senza pensare all’altro, si può facilmente intendere che, nominando un solo de’termini, si può intendere l’altro. Il che è chiarissimo dalla sintassi figurata, la quale presenta mille esempi non solo d’aggiuntivi senza nome espresso, ma di determinazioni senza determinabili. Ma fino a quando l’aggiuntivo o la determinazione di ogni specie è costruita figuratamente, non ha luogo l’antonomasia, come traslato, perchè questo è, quando il solo aggiuntivo o la sola determinazione ci fa intendere un soggetto innominato, come “africanus”, l’affricano, che ci fa intendere Scipione, non come semplice cittadino romano, bensì come domatore di Cartagine. Così “macedo,” il macedone per antonomasia è Alessandro. Noterò quindi alcune parole che perderono per antonomasia il primitivo significato; se Urbs in sua origine è ogni città, quasi orbis dalla forma circolare: per antonomosia, urbs pei romani è Roma, onde ire ad urbem, importa andare a Roma. Alba longa è una città, così chiamata secondo ì favolosi racconti dalla troja bianca ritrovata da’ tre- .Jani secondo l'oracolo. Ma alba è aggiuntivo, che ‘significa’ bianco. Per antonomasia è preso come nome. Circus è ogni cerchio, ossia figura rotonda, ma pei romani il circo è un luogo di forma circolare, dove si dano i giuochi. Intorno al traslato di congiunzione detto sineddoche. La sineddoche è un traslato di congiunzione, in quanto che, combinando in un costrutto il nome d’una delle idee congiunte, si-fa intendere l’altra. Le idee congiunte sono quelle del tutto e delle parti. Il tutto poi è continuo o disereto; il tutto continuo costa di parti contigue, come un: masso di marmo, un tronco di albero: il tutto discreto costa di parti distinte come un esercito, una squola ec. E, siccome il contenente è un tutto rispetto a’contenuti, che sono parti, e il genere è un tutto rispetto alle spezie, come la spezie è un tutto rispetto agl’individui – v. gram. ital. --, è agevole a dedurre che la sineddoche ha luogo ogni volta che si nomina uno de’termini di tutte le riferite serie per far intendere l’altro. Questo traslato esercita una grandissima influenza nell'alterazione del significato primitivo de'vocaboli, come sì può rilevare da'seguenti esempi. Consul appo i romani è un. magistrato supremo, che presiede alla repubblica per due anni: e due erano i consoli per ogni. anno. Ma consvl è parola generica, che ‘significa’ consigliere o provveditore delle bisogne in genere, come apparisce dal verbo consulo is in consulite vobis et prospicrte patriae, badate a voi e provvedete alla patria. Per sineddeche, nominando il genere a far intendere la specie, si disse: Consul ‘un provveditore particolare. Similmente praetor il pretore, che è un magistrato, è parola generica derivata eni andar avanti, perchè praetor è identico a praeitor ogni uomo che va innanzi, e per sineddoche il pretore. Censor da censeo è ogni uomo che giudica o estima, onde censore vale spesso un critico: appo ì romani vale un magistrato, che dura cinque anni: per sineddoche nominando il genere si è fatto intendere la spezie. Magister e praeceptor, maestro e precettore sono due parole usate generalmente a significare un uomo dotto, che istruisce e insegna teoriche e prescetti. Ma magister è composto da “magis,” e “ster” elemento di sto, e vale chi sta più onorato, come prae-ceptor è composto da prae avanti, e ceptor invece di captot elemento di capito; e letteralmente vale avanti prenditore o 'prenditore’ delle prime parti: di ‘onore. Adunque per sineddoche: sono adoperate nel senso particolare detto di sopra. “Rex,” il re, è derivato da rego ts, che ‘significa’ reggere, e secondo questa etimologia è re ogni reggitore, ma fe sineddoche, nominando il genere per la spezie, si dice “rex” un sovrano. Dicasi lo stesso di re-etor, che, tradotto letteralmente, presso noi vale un reggitore di comunità, mentre in virtù di sua etimologia è ogni reggitore. Dicasi lo stesso di Dur uciîs, che, tradotto in italiano duca; è divenuto un titolo di onore, come pure di principes principe, d’imperator imperatore, il primo de quali ‘significa’ etimologicamente il primo nell’operare per ragion di tempo, onde il princeps senatus il primo a dare il suo parere, ed il princeps juventutis il primo de’cavalieri. Imperator è ogni comandante, oggidi suona titolo di un sovrano in alcune nazioni. Di quanta importanza sia questa disamina nel volgere il testo latino nelle lingue moderne: apparisce da sè chiaramente.  eat. pr fe PP PENA à.° Egregius si è fatto valere dall’uso della lingua nel senso di sceltb, squisito, eccellente: ma egregrus è parola composta dalla preposizione “e” e da “grege,” che variato prende la forma d’aggiuntivo. Etimologicamente ‘significa’ scelto dal gregge, e, perchè scelto, il migliore, eccellente: per sineddoche, nominando la specie per far intendere il genere, si dice egregio ogni cosa scelta, e perciò eccellente. Pullus propriamente ‘significa’, per quello che pafe a me, il polcino, ossia il neo-nato dell’uccello, intanto nell’uso della lingua si dice pullus pell’asinello, pullus pell’orsacchio; pullus pel cagnolino, pulliss. pel porcello, ec. E: ciò per sineddoche, cioè nominando la specie per intendere il genere. Aequor: appo i latini vale mare e propriamente il mare in calma, quando l’acqua alla superficie presenta una perfetta eguaglianza. In virtù della sua etimologia aequor è ogni superficie piana da aequus equo - eguale, per sineddoche nominando il genere si fa intendere la specie. Pope A 4 APPENDICE , COROLLARIO INTORNO ALLA PRATICA DELLE TRADUZIONI LATINO-ITALIANE E ITALIANO-LATINE. Dalle cose esposte ne’precedenti trattati si deduce, come per conseguenza, che la traduzione di una lingua in un’altra è letterale, oppure è a senso: la traduzione letterale è identica all’etimologica, ed è quando la parola di una lingua si fa valere nel suo significato primitivo e radicale, o anche relativo o sintassico, in cui è adoperata da’parlanti in quella con parole o con costutti simili della lingua, in cui si traduce, come ne’seguenti esempi Deus creavit coelum et terranù 1ddio creò cielo e terra; accensus ira vasa perfregit aeceso di sdegno infranse i vasi ec. La traduzione a senso è quando le parole e i costrutti delle due lingue non corrispondono, ma nella versione si combinano in modo che il senso rileva nella sua integrità. Così se ll latino dice “Hic liber est mihè” ed io traduco “io ho un libro”, ho una traduzione a senso, perchè le parole e il costrutto non corrispondono, essendovi nel testo latino il verbo “est” e nell’italiano il verbo “avere,” in quello un costrutto figurato rispetto a “mihi” -- sint. -- e in questo un costrutto tutto regolare. Si può quì indi quistionare se sia possibile una traduzione rigorosamente letterale, o in altri termini, se una lingua possa corrispondere esattamente ad un altra nelle parole e ne’costrutti, in guisacchè paragonando le parole del testo con quelle della versione si possa avere non solo lo stesso numero di parole, come nel primo esempio, ma ancora la stessa forma di costrutti regolari o figurati : La quistione ridotta a questi termini si può facilmente risolvere negativamente,perchè in fatto niuna versione in qualsivoglia lingua di un’altra lingua -- e non d’un pezzo di scritura -- si è data finora in questo senso rigoroso di letterale; la ragione poi di questa impossibilità è nella diversa natura delle lingue, le quali non tutte convengono nella stessa maniera particolare di generare le parole secondarie per variazione, derivazione, e composizione, perchè alcune per esempio hanno ne’nomi desinenze etimologiche ‘significative’ della quantità discreta e continua, della qualità, del sesso, delle relazioni ec. Altre ne mancano, come vediamo della lingua italiana rispetto alla latina. Così pure la latina ha più avverbi che non ha l'italiana ec. Or, quando una parola è variata per desinenza etimologica, racchiudé più idee, ad esprimere le quali vi è bisogno di più parole di un’altra lingua, che manca di quella variazione, e, se il latino dice “poetae”, gl’italiani debbono far corrispondere “di poeta.” H. P. Grice on Hardie: “And what do you mean by ‘di’?” Similmente se il latino dice “nunc,” l’italiano deve esprimersi con sintassi regolare “in quest’ora,” con sintassi figurata, “ora”. Così a tum, unica parola ne deve far corrispondere tre, cioè allora, che sciolta vale a la ora. Ragionate allo stesso modo, se sì tratta di tradurre in latino un testo italiano. 0]- tracciò l’attuazione de’costrutti figurati non coincide in tutte le lingue rispetto alla medesima specie di parole: per esempio i latini adoperano il nome variato alla quinta desinenza, detta abblativo, senza preposizione espressa quasi sempre, gl’italiani non possono farlo in alcun caso, perchè, mancando delle desinenze sintassiche, indtrrebbero confusione – H. P. Grice: desideratum of conversational clarity – be perspicuous [sic]” --: in quanto a’traslati molto meno si può sperare corrispondenza perfetta tra le lingue, nali essendo costituite sulla similitudine, sulla connessione e congiunzione, i termini di queste i relazioni variano come i tempi, i luoghi, i costumi, la religione, la politica e le abitutini delle diverse nazioni. E tante volte accade che untraslato riesce. ri&gt; dicolo, trasportandosi da una in un’altra lingua. Per esempio, i romani dieevano ire pedibus in sententiam alicujus per far intendere [H. P. GRICE: IO SIGNIFICO, IO INTENDO] con una metomimia il convenire nella stessa opinione, perchè è costume nel senato che, quando un senatore da il suo voto co’piedi anda dinanzi allo stallo di un altro, che avea opinato e questo basta per far intendere – H. P. GRICE: IO SIGNFICO, IO INTENDO -- che egli la pensasse come lui. Ma, se oggidì traducessimo letteralmente andare co’piedi nella sentenza di alcuno, faremmo ridere, perchè non sarebbe intesa – H. P. GRICE: IO SIGNIFICO, IO INTENDO -- la idea innominata in costrutto di traslato. Conchiudo da tutto ciò che la versione letterale in senso rigoroso, cioè che ad ogni parola di una lingua ne corrisponda una dell’altra, e che i costrutti regolari e figurati e i traslati si corrispondano esattaménte, è un assurdo pronunziato dagl’idioti in filologia. È, se mi si vorrauno produrre in contrario alcuni sforzi d’ingegno, pe’quali alcune versioni contengono un numero di parole pressochè eguale a quello del testo, io faccio osservare di rincontro che la versione non è esatta, oppure la differenza è ne’costrutti o ne’traslati. Una versione dunque può dirsi letterale nel senso che il traduttore si è attenuto per quanto la proprietà delle due lingue ha comportato, e, procedendo con questo principio, sì è lasciato meno trasportare dall’arbitrio. Ma, se una versione, non può essere letterale, dovrà necessariamente essere a senso o di equipollenza, come ho accennato in molti luoghi della presente grammatica. Questa specie di versione, unicamente possibile, ha per sua legge e condizione l'integrità del senso contenuto nel testo, non avuto riguardo al numero delle parole o alla forma particolare de’costrutti. E per riuscire in questo si richiedono indispensabilmente le seguenti condizioni: una perfetta conoscenza; per quanto è conceduto ad uomo pratico e diligente, delle ragioni etimologiche delle due lingue per valutare nel giusto peso il ‘significato’ delle parole di ciascuna; piena conoscenza della sintassi regolare e figurata attuate dall’uso nelle due lingue, affinchè non solo si conosca il valore relativo, che risulta dalla combinazione delle parole, ma si serbi la preprietà dei costrutti; conoscenza esatta delle due civiltà appartenenti alle due nazioni, che parlano le due lingue, affinchè si possano valutare i traslati delle medesime per dare in equivalente nell’una ciò che è proprio dell’altra, e tale che non si può trasportare da quella in questa senza riuscire puerile e ridicolo – H. P. Grice, “or both: “He fell on his sword” --; nel sostituire l'equivalente in una versione a senso vuolsi badare che il traslato sostituito sia sopportevole nella stessa lingua. del testo, in guisa che se un parlante di quella nazione, comprende la lingua della versione puo riconoscere come cosa sua il traslato medesimo. Per mancanza di questa condizione diffettosissima è la versione di CESARI (vedasi) nelle cinque commedie di TERENZIO (vedasi), dove a certe forme latine fa corrispondere in men di un Credo, in sullo scocco dell’Ave Maria ec. perchè simili allusioni sono ributtanti in un libro, che si versa intorno ad una civiltà pagana, dove il pensiero non va ma rifugge dalle idee cristiane. E qual bisogno vi è di far questo, quando la lingua italiana presenta tanti modi comuni equivalenti? Tutto questo è pei traduttori. Pe’giovanetti che incominciano a tradurre si raccomandano le due prime condizioni, cioè la conoscenza dell’etimologia e della sintassi e le nozioni generali intorno a’traslati, e perchè mancano ancora dell’erudizione necessaria per valutare l’allusioni – o implicature, come preferisce H. P. Grice – i sottitesi -- delle due lingue si raccomanda loro più la letterale che la versione a senso, più la fedeltà che l’eleganza. Alcuni grammatici hanno fatto una raccolta di frasi italiane colle corrispondenti latine, e di frasi latine corrispondenti alle italiane: lavoro utile fino a un certo segno, o che io mi propongo di fare accuratamente nell’elocuzione latina, a cui appartiene propriamente il lavorìo del materiale grezzo e ruvido delle parole studiate in queste prime parti di grammatica.  at | precenori ag a DA Introduzione intorno alla definizione ella Sintassi Li , sn genere e A ge . DELLA SINTASSI "PARTE data di | » ‘Intorno alla Sintassi regolare, 0. anatitica. Zatorno alla Proposizione în genere, e sue i &lt;400 ‘specie +» Della proposizione ‘sotto il rispetto del ‘contenuto . .. +... as a ‘ sotto îl rispetto di.chi parlà. . 6° +. «è dr. I. Caràtteri della Proposizione principalè , ‘fdeali ed empirici. . . è Anr. IL. Intorno: ci Caratteri ‘della Proposizione i ‘ ‘Ineidente, Esplicita (H. P. Grie) e .Implicita H. P. GRICE IMPLICATURA. ..Della ani SERE smplieita impe-- L rativa. 0 0 -. Ò ® $ Intorno alla proposizione incidente implici» --ta infinita . . + do e e S 3. Intorno alla propobizione incidente implici. È :ta Copulativa . . + i G 4. Della proposizione incidente implicita inter= rogativa . Ù o. ° . DI CD) . o ° ° . 15 Zatorno alla proposizione considerata v9 4 - 122 26 . Ma Li 30 sì 214 . Se zione III. Zutorno ‘alla proposizione sotto il ri- spetto di chi ascolta, ossia della -Proposizione Grammaticale, e Logica 0 Discorsiva Arr. Z. Intorno aî caratteri della sia Grammaticale. . . Ant. II. Intorno alla Proposizione Logica 0 Di scorsiva. è. &gt;» f1./ntorno alle Determinazioni del primo De terminabile. Num. |. Zatoruo alle determinazioni del primo de- terminabile nome. . . Nym 2. /niorno alle determinazioni del ‘primo | de- , tefminabile— Infinito. ., . Art. 11. Intorno alle determinazioni del secondo — determinabile—Verbo | Zutorno alle determinazioni dei verbi astrat- li SUM E FACIO Num 2 /ntorno alle determinazioni dei verdi Con- creli . . ART. III. Intorno ‘alle determintizioni del terzo determinabile Aggiuntivo . . 1. Deserminaz ani del'aggiuntivo ‘nellò compa: a ; razioni di Eguaglianza VEE $ 2. Determinazioni dell’ aggiuntivo nelle compa- ‘razioni di semplice diversità .Detergunazioni dell aggiuntivo: nelle. comi _parazioni di diversità composta Intorno lle determinazioni del quarto : «determinabile verbale.Intorno alle determinazioni proprie dei Ver | bale-modo Intorno alle determinazioni porticolari e‘ proprie del verbale di moto Determinaziani dei verbi cancreti non objet- MO SORADa ti.  È ta Ù ro» | ivi uri” - Ù 215 Intorno alle determinazioni di determinazioni è | DELLA SINTASSI.  [atoroo alla Sintassi figurata o sintetica e sua partizione Pi Ci è’ 0. . SEnoNE I. Intorno alla sintase: ‘ Agurnta, 0 dei mo- d: sintetici sotto il rispetto della proposizione. Introduzione intorno allu PrORSMIOno analitica e sintetica . Intorno alta proposizione sintetica per ; | sintesi semplice nella proposizione Zntorno alla proposizione sintetica per sintesi composta nellu proposizione. Arr. I. Intorno alla proposizione complessiva. Intorno alla prOpanzione sintetica dupli- cata. . ‘Sezione ll. Intorno alla sintassi figurata sotto il rapporto delle de:erminazioni. Della sintassi i figurata nelle determinazio- ni,ch- fanno intendere un'intera proposizione. D»ila sintassi figurata nelle determinazio- Î Introduzione, idea generale della sintassi figurata 3 71 72 74 ‘ivi 77 87 ni, che fanno intendere un’ intera propenso: x ne semplice Della sintassi. figurata: nelle determinazio. ni, che fanno sntendere un «intera PRE ne comparatica e" S 1. Della sintassi figurata nelle proposizioni comparative di equaglianza +Li . (ivi A Zntorno alle determinazioni, che fanno în- tendere una proposizione comparativa di di- | versila Della sintassi ‘Rgurata: nelle determinazio. | ni, che fanno intendere un solo determinabile. Arr. I. Intorno alla sintassi figurata negli aggiun- livi 0 prenomi » e nelle parole derivate e com- poste in forma di aggiuntivi, cui manca il nome Iritorno alla sintassi figurata nei nomi ter. mini di rapporto cui manca la preposizione , che în sintassi regolire dovrebbe precedere . G1. Sintussifigurata nei nami varidti alla. Pea it .ta desinenza senza preposizione. Della. sintassi figurata nel nome variato a alla quinta desinenza senza preposizione Intorno alla sintassi figurata nelle pre. posizioni; cui manca îl primo termine . . . (1. Intorno alla sintussifigurata nei Nomi va. . riati alla seconda e terza desinenza. Num. 1. Costruiti figurati nel nome variato alla + 8e- conda desmenza, detta genitivo . .. &gt; . Num. 2. Interno alla sintassi figurata nei nomi va-. ;  .  riali ulla-terza de\inenza.. detta dativo ... . 6.2. Zntorno alla sntassi figurata, nelle prepo- sizioni del nome senza primo termine Zntorno alla sintassi figurata nelle prepost- zioni. del i eee vai termine. . 127 verb. °°. Num..1. Alcuni Pstmpi ‘dî sintassi figurata nelle preposizioni IN, SUPER. SUPRA, SUB, SUBTER. $ 4. Intorno alla sintassi figurata nelle prepost- a del verbale senza Da: termine — Fer- QUE. et. è Num. 1. Esempi di sintassi i figurata nelle preposi- “ ZIONî A, AB; 48$, si a prino termine = iWerbalon. sg © e a e e 9 Num. 263. Esempi di sintassi figurata nelle due | preposizioni AD e PER senza verbale espresso – non implicato H. P. Grice. Intorno alla sintassi figurata in certi par- i ticoluri cosirutti. Intorno a certe altre volute figure grammaticali $ Nea ° 0000. lil GI. Irttorno al Pleondismo 0 ripieno ‘0 7. 142 62. Intorno dilla così detta Sillessi.  Intorno all’ Iperbato Dell’ Antiptosi e dell’ Enallage. e.»Intorno all’ Ellenismo o grecismo Intorno a certe norme per educar e il buon senso all’ analisi etimologica e sintas. sica. S 1. Norma legica per discernere il ME termi: ne di proposizione . . . &gt; @ © dol S 2. Norma logica per di \cernere î ‘primi termi. ni delle pre posizioni e deî loro termini dî "e por to. D) . . C) PA ° Ù) C) è - CI . 153 Ì Testo . .. sé a 100 Analisi Eumologica è @ al de &amp; de dg a 0 AI Analisi Sintassica. . oe 0 +  Trattatino intorno alla Coin latina, Iniroduzione Znrorno all'ordine naturale delle parole in un costrut'o. Poche parole intorno all'ordine artificiale.  Regole pratiche per lu costruzione latina (i . APPENI ICE Intorno a' Traslati, detti ancora iropi, Introduzione Vera nozione del Trasi ‘0 Intorno alle quattro spe | ; per per ogni lingua . » . 8 ! Arr. I. Intorno alla melafora traslato di simility- di ue 0) ° e .  ‘. dine . .U... Poche parole intorno ull' antifrasi. Della metonimia traslato di connessione causale . .° .°.0.00% 000.  Arr. III. Intorno al traslato di connessione sostan- siale detto antonomasia. Intorno al traslato di congiunzione detto sineddoche . Intorno alla pratica delle traduzioni z x datino-ttaliané è Utuliano-latine .. . ‘o LI CONSIGLIO GENERALE DI PUBBLICA ISTRUZIONE Napoli d Settembre 1855 ‘ Vista la domanda del Tipografo Nicola Mencia, con la quale ha chiesto di porre a stampa l’opera : Intrroduzione allo studio della lingua latina, ossia saggio d’una grammatica latina ragionata. Visto il parere del R. Revisore signor D. Paolo Garzilli. Si permette che l'opera indicata si stampi ; però non si pubblichi senza un secondo permesso, che non si darà, se prima lo stesso Regio Revisore non avrà attestato di aver riconosciuto nel’ confronto esser l’ impressione uniforme all'originale approvato. Il Consultore di Stato Presidente Provvisorio CAPOMAZZA. Il Segretario Generale Giuseppe Pictrocola. Intorno «alla metafora traslato di similitudine  Poche parole intorno all ‘antifrasi. “n . 200 ART. II. Della’ metonimia traslato di connessione causale A - Intorno al traslato di connessione sostan- ziale detto antonomasia Arr. JV. Intorno al traskato di CORSIABSONE detto sineddoche . ; Corollario. = intorno alla pratica delle traduzi oni ‘ latino-îtaliang 6 Uuliano- latine. . </pre>C. GRAMMATICA RAGIONATA PER j BA BITEPA ITALIANA secondo i principit CORSO DI LETTERATURA ELEMENTARE Vi DI il | \ I}  pp | RIDOTTA A DIALOGO DALLO STESSO AUTORE | ò A SPESE DI LEONARDO VARGASBA  a - lee TTT AIA rt + tr et VOL. I. PELLE SCUOLE DI BASSA GRAMMATICA * © NAPOLI N.° 41. STAMPERIA STRADA SALVATORE 1854 RR 2 —— La . e 2. . e . . ® . 1 } tas 1.2. 1 IM PEPIRO P oe Za | - e. Cd 4 « è . . - » a ? 3 i Ù . » Ì i ‘ - % -- 0090 V- © 0) vu e AR» 205 = + der 8 SEGRETI St - Ux ea sie renna Pr FO TIE r » £ «7. : nisi i Leni =, hi “s * Ni PT) EI > 7 IENA gie nti, ui AACRIO PCPOAAA, Di vero re. + REGIA: ET LA NSIA uo «0-0 Len 1 2 si RITIRI 0A & = £ è. Turion ie 7 Li e A \ ! >” - . 7 er e . a (as VARA: . cu. è $ . 3 - . x i r * È » hr. EE È ‘ d lf 3 + î x s do ‘ 000 een @ e. Fmi 2 a po DI ” mega - - Dopo di aver pubblicato un Corso grammaticale .com- pìuto in tre grossi Volumi, ne’quali, abbattuto il cieco em- pirismo , che invase finora tutte le filologiche discipline , vennemi costituito un sistema scientifico, mi credo già nel dritto di scrivere una Grammatica ragionata per uso delle scuole, quale fu sempre ne’ desideré comuni , e per opera di alcuno non mai asseguita. Tutti i tentativi fatti fino- ra per una riforma riuscirono vani, perché, come ho di- mostrato quasi in ogni pagina del Nuovo Corso , essendo le istituzioni travagliate internamente per non avere che regole invece di principî, dovevano essere ristaurate dalle fondamenta , e non solo abbellite al frontispizio. Dacché la filosofia si dissociò dalla filologia, questa, che pel Vico fu il fondamento della storia ideale eterna, riuscz.in ma- no de' pedanti e de’ parolai una palestra di .ridevoli qui- stioni , e quella, se progredà colla libera discussione ri- vindicata dal Cartesio, scompagnata dalla parola divenne atea, o scettica, o panteista. Ricondurre in casto connu- bio la parola e l’idea, la filosofia e la filologia fù il no- stro divisamento nello scrivere il Nuovo corso , il quale, essendo stato degnato della pubblica indulgenza e con fa- vorevoli suffragi accolto da' dotti uomini versati nelle filo- logiche quistioni , ci dà l animo di francamente asserire che niun’altra grammatica, o italiana, 0 greca , 0 latina, o alemanna, o francese, può paragonarsi a questa, sia che » 4 i guardi l’ universalità de’ principî, sia Z’unità sistematica , sia l'eccellenza del Metodo, sia Za verità delle nomencla- ture, sia l'esattezza nel definire, sia l’adeguate classifica- zioni. Per questi pregi, che dal Nuovo corso in questa de- rivano, essa a buon dritto si può addomandare la Gram- matica delle grammatiche , la Grammatica universale, ‘la legislatrice suprema di tutte le particolari grammatiche ,. perchè per essa, sbarazzato l'ingombro di tante regole as- siepate da ‘tante legioni pugnanti di eccezioni, vengono mes- se in chiara prospettiva gli universali principi, che gaver- nano tutte le lingue, e che sono la ragione prima ed ul- tima di ogni grammatica. Se dunque to chiamo ragionata questa mia grammatica, non credere, mio dolce Lettore, che io vada allargandomi in sotligliezze metafisiche, in inlerpetrazioni speciose , in istudiati ragionari., no , ché so ben io essere cose siffatte tanti ostacoli alla tenera intelligenza de’ giovanetti , che non regge a disquisizioni lunghe e profonde. La chiamo ragionata, perché: è fondata sopra principî, che formano ragionare. Quindi è che, mentre abbraccia otto grandi trat- tati, cioè, l'Etimologia; Za Sintassi regolate; Za Sintassi figurata, :la Costruzione, Za: Punteggiatura, è Traslati,  Z'Elocuzioue,  il Primo Comporre o tl Periodo, essa si.comprende in tre Volumetti, che compa- ginati formerebbéro un. sol Volume di giusta grandezza. -In sì piccola mole si racchiude tanta doltrina, che 1 gram- matici ‘cedettero: in .gran parte alle usurpazioni de' Retori ? . Or come tutto questo” Come tanta brevità tanta distesa? ° Perché 1: principî, sostituiti alle regole , sono enunciazioni -comprensive di itutt'i casi. PEIODAR possibili senza eccet- tuarne altuno.. | |. î Ne questi soli vantaggi ‘presenta una ravioli «@ que- sto senso ragionata: ve ne sono ben aliri di maggior .im- @* 5 portanza rispetto al metodo per apprendere le teorie e im- parare le lingue. Ogni precettore di buon senso ha potuto osservare co- stantemente che i giovanetti, salvo poche e rare eccezioni, dopo di avere imparato parola per parola un trattato, se ne dimenticavano a corto andare , in guisacchè in Sintassi disimparavano l'Etimologia,in Elocuzione la Sintassi. La causa poì di questo fenomeno passava inosservata, perché é precettori fedeli al libro, che insegnavano, non avverti- rono che l’Etimologia non avea alcun nesso colla Sintassi, né questa cogli altri trattati successivi. Ora è provato che la scienza non si costituisce nello spirito-senza alcuni no- di o legami, che stringono insieme gli antecedenti e i con- seguenti. La nostra grammatica è lavorata su questo prin» ‘cipio per formare un metodo scientifico d' imparare per sapere. Il metodo per imparare le lingue non ha formato mai obbietto della grammatica delle scuole, la. quale non si propose che di studiare empiricamente le parole , adopra- te dagli scriltori in qualche testo classico e non mai una lingua, come sistema di parole.La grammatica ragionata, che io offro al pubblico ,. si presenta col doppio titolo di Scienza e di Metodo. — Se essa merita sl titolo di Nuova grammatica lo lascio dedurre al mio lettore. Resta ora a vedere se ben si possa dire: Nuova grammatica ragionata per la lingua italiana. ‘ Come invero si può concepire che una grammatica ge- nerale sia nel medesimo tempo particolare? Ma, se tutte le lingue, come abbiamo detto testè, sono governate dagli stessi principî, non sarà difficile a comprendere come la nostra grammatica ragionata possa avere una specialità per la lin- gua italiana, specialità consistente nel produrre esempi parti- colars di questa lingua, a' quali sostituendo esempî desunti da altre lingue, ne risulta una grammatica latina, fran- 6 cese, tedesca ec. Le lingue non hanno di particolare che la forma delle parole e la specialità delle loro esplicazio- ni.Ora la parola, come parte materiale di lingua, si ap- prende în lessigrafia, la quale appartiene alla grammatica infima, e di cui non ci occupiamo noi, che prendiamo a disamina la parola sotto il rapporto della sua significazio- ne scientifica, incominciando dall Etimologia. Vediamo in ultimo come questa nostra grammatica, con- tenendo sì alti principî, possa avere una destinazione ad uso delle scuole. E, considerando che î principî non sono né alti né bassi per l’umana ragione, ma, quando sono chiaramente formulati ed espressi, s'intendono come si enun- ciano, perchè la loro verità è evidente all’ intuito dello spirito umano; non vi sarà chi possa dubitare ‘che la no- stra grammatica non riesca più facile di quella delle scuo- le. Oltrecchè. co‘principî veri sostituiti alle false regole em- piriche si ottiene il vantaggio, che i giovanetti non solo - chiaramente comprendono e ritengono il libro che studiano, ma molte cose deducono da’ pochi principî bene apparati. Dal canto mio mi sono studiato di presentare le teorie con un dialogo chiaro, facile, graduato e con formole per quanto precise per altrettanto esatte, in guisacchè, se è precettori cureranno di far intendere ed imparare quello che trovano nel libro, rilrarrano in brevissimo tempo al cento per censo di profitto da' loro discepoli. Questo primo Volumetto contiene l'Etimologia divisa in cinque parti, cioé, 1. Delle Classi Categoriche. 2. Delle Classi Ipoteoriche. 3. Delle parole Variute. 4. Delle pa- role Derivate. 5. Delle parole Composte. | Mi è piaciuto di aggiungere in fine un Appendice di Lessigrafia per la Variazione, Derivazione, e. Composizione de Verbi latini, in tante tavole sinottiche, per le quali în meno di due mesi si può imparare a conjugare ogni verbo 7 latino non solo, ma a formarne tulte le derivazioni, © le composizioni possibili. Avverto in fine che, in questo Dialogo venendo trasfusa. la sostanza de'trattati del Nuovo Corso , molte correzioni e dichiarazioni vengonvi fatte, che possono servire di lume ad alcune quistioni ivi esposte, e che non si contengono tl | que'pochi fogli di dialogo inseriti ne quaderni di ciascun volume. Raccomando a’ precettori la pazienza , © la diligenza , quella nel dichiarare le cose nuove , che non sono poste per lusso di erudizione, ma per indispensabile necessità dî dottrina e di metodo; questa nello svolgere *l Nuovo Cor- so per impinguare le Lezioni di que ragionari , che , se non sono tutti ritenuti da' giovanetti, lasciano impressioni profonde ne’ loro animi. Jo ho cercato di essere breve per quanto mi fu possibile, ma conosco che bisognerebbe am- pliare per informare pienamente la gioventù studiosa. La- scio quindi il dippiù alla diligenza de’ precettori. Protesto che in fatto di nomenclature ho rispettato, fin dove ho potuto, quelle delle scuole: dove ho mutato, fù per bisogno di servire alla verità ed all'universalità de'princi- pi, perchè son convinto , che vale più un principio vero fatto comprendere colla pazienza di un mese , che mille regole, assiepate da una selva di eccezioni, mandate a me- moria in un’ ora. Io procedo per un campo sgombro dî ostacoli : enuncio principî , che si verificano mai sempre nella pratica. Or come ritenere le barbare nomenclature delle scuole e ripromettersi tanto? °»—_’ INTRODUZIONE INTORNO ‘ALL’ESTENSIONE DELLA GRAMMATICA D. Che cosa è la Grammatica? R. La Grammatica (1) è /a Serenza della parola, sotto ogni rispetto: considerata. +» D. Sotto quanti rispetti si può considerare la parola? R. Sotto die generalissimi rispelti, cioè 1. della sua quantità, 2. della sua significazione. D. Di quante specie è la quanzità della parola? R. Di die specie, cioè quantità successiva o discreta, e quantità confinua. - a o D. Quale la quantità successiva o discreta della pa- rola o Mi R. E la parola stessa pronunziata, la quale è m suono o un complesso di suon? per la bocca, ‘e ‘sì dice successiva e discreta; perchè il suono, o i sont, ‘costano di parli distinte , che si percepiscono per l’ udito, l'una dopo l’ altra, in diversi momenti di tempo. . | D. Qual'è la quantità continua della parola ? R. E la stessa parola scrizta, la quale è un’ estensio- {1) Grammatica è parola greca , che in virtù della sua etimolo- ia significherebbe la scienza deile lettere, da gramma lettera , che e il primo elemento della parola, ma ognuno sa che per sineddoche si prende spesso la parte pel tutto, come nel caso presente. La gram- matica non è arte, come è stata delinita nelle scuole, e molto meno di ben parlare 0 scrivere, perché l’arte è un abito di operare, e la grammatica è un complesso di principii, che precedono l’arte: il ben parlare equivale a ben ragionare, obbietto di rettorica.E, se la gram- matica in una sua parte, cioè nell’Elocuzione, insegna a correggere i difetti del parlar comune, si potrebbe dire scienza, che corregge i goto e nonche forma il bel parlare, com'e dimostrato nel Nuovo orso. i #0 40 . ne colorata, o un complesso di estensioni eolorate, e si dice conzinua, perchè l'estensione costa di par- ti congiunte, che si percepiscono per la vista nel medesimo tempo, e non una dopo l'altra, come le arti del suono. 0 D. Che cosa ottiene la grammatica nello studio della parola considerata come su0n0? R. Ne ottiene i seguenti trattati, cioè 1. la Fonologia ossia il trattato della retta pronunzia delle lettere , delle sillabe e delle parole; 2. la Metrologia ossia il trattato della verseggiatura; .3..la Declamazione elementare, ossia il trattato che insegna a-pronun- ziare le ‘parole ne’ costrutti. © ha D. E che cosa ottiene la grammatica dallo studio della parola considerata come è scritta? » R. I seguenti traftati , cioè 1. la Calligrafia, ossia l’arte del bello scrivere; 2. .la Ortografia, ossia la scienza di bene scrivere le parole, c4 e la Punteg- giatura elementare (1). ia D. Come. si addomanda la grammatica, che si versa su questi trattati? CR . Grammatica infima , della quale non ci occupia- mo noi nel presente corso d'insegnamento (2). (1) La Punteggiatura parrebbe di pertinenza della bassa gram- matica , contre quello che abbiamo divisato nei Nuove Corso. Ma, se si rillette, che la punteggiatura in Ortografia Prende di mira îl modo, come si scrivono i segni , e nella sintassi il valore de’ mede- Simi , come significanti relazioni sintassiche, solto il rispetto delia profferenza $ si vedrà chiaramente che noi non ci discosliamo da quanto abbiamo ivi stabilito . | (aci . (2) A taluno per avventura parrà strano che in questo nostro disegno di grammatica la Metrologia vada posta nella parte infima, mentre nelle istituzioni delle scuole viene allogata nella parte più «alta. Ma, se la pratica delle scuole fu guidata dal cieco empirismo, mon costituisce una ragione di vero metodo. lo anzi ho delle pruove apogittiche a dimostrarne l'assurdità, perchè a rigore di metodo ia Metrologia deve precedere all'etimologia, come l’ortoepia ad ogni ra- pione grammaticale. Dico di più che allora si saprà leggere, quando fanciulli egualmente i poeti che i prosatori correttamente legge- | Fanno, H che non si ottiene senza la Metrologia. iii e | i 11 D. Che cosa ottiene la grammatica studiando la pa- rola rispetto al suo significato? — «> = ©» R. Se va in cerca del significato delle parole isolate © ossia distaccate dal'discorso, ottiene l'Étrmologia, la quale perciò è la scienza del significato assoluto ‘delle parole tsolate.:Se poi va in cerca del valore delle parole congiunte a costrutti, ottiene la sintas-. st, la quale perciò è la scienza del valore relativo delle parole congiunte. ip D. Pare da ciò che il significato delle parole sia du- lice? R. Appunto, uno assoluto e l’altro relativo, quello etimologico, e questo sintassico. de D. In quanti modì la grammatica può ricercare il va- lore assoluto e ‘relativo delle parole? .R. In modo diretto o indiretto , popolare o filolo- gico. D. Ditemi in quali parti la grammatica va ricerean- do il valore assoluto e relativo delle parole ne’quat- tro modi divisati? | R. In Etimologia cerca il valore assoluto in modo di- retto e popolare, come allo stesso modo cerca il valore relativo in Sintassi Regolare. In modo ?n- diretto e popolare cerca il valore assoluto nel trat- tato de 7raslatt, e’l relativo nella Sintassi fi ura- ta. Cerca poi il va'ore assoluto in modo filologico in una parte dell’ Elocuzione ed allo stesso modo cerca il valore relativo nella ‘Costruzione, nella Punteggiatura, in una parte dell’Elocuzione e nel trattato del Primo Comporre o del Periodo. © D. La Grammatica adunque, che si propone la parola rispetto al suo significato, si divide? | R. In otto grandi parti disposte come segue, 1. Ét:- mologia 2. Sintassi regolare o Trattato della Pro- posizione 3. Sintassi figurata o trattato de’ Hodî sintetici, 4. Costruzione, 5. Punteggiatura come a Fi D. Dunqu .. parte; sintassica. fi, Traslgti 7. Elocuzione 8. Pre» mo Comporre o Periodo. È {e D. In quanto al metodo, d’i insegnare, questa branca di grammatica ‘come sì può distinguere?.. R. Dall” Ur v pr if » . n; h ‘| » : 4 N : t Va, HRS 5 » + . Sor defi "Bi Ri: 1 s r ato i A Xx ' ‘ 2°: ‘ . MLIRI ‘4 n Ni s a 7 si ay NA è. è a: SHE . > i i. P) A ' sì dt N 3 ll ‘4 i Da. Ce, META LTT: ru . î n PSI! Sri; IAS t: ti! ‘ 2, Pi +e: bt ', art ». N 5 ;t07T 0) ii <i. : URI ceci e dosi 4 » gi gut : Ren; te: >» € vi vi ì 4 dei La) RARI to we 1. iù > A pid . 4 4 n 33 È È ì \1i RI "Y i è “47 ce PI o uao ci tI x PE 4 ‘4 .9 ax . ‘ i) Più si t +; 0 È Li, v « ‘ , ai sa° i o AA . 4 È e ì ì Sg su . a) ° #. Le alal Di l # sÀ 1 rt + 4 ‘i A) LI RIT) "4 R. In dassa, media;e.alta grammatica. Nella p orima va ordinata l'Etimologia; «nella, seconda. la diplice - Sintassi, la Costruzione e.la Punteggiatura; n terza i 7raslati, |’ ocuntene, è el pro o. comporre. cominceremo? imologia, . nella lea ie [ii e mna »” 43 LRALTATO DELL'ETIMOLDETA  VARE D, Che cosa è l’ Etimolog POE R. È una parte della. du , nella ‘quale ii si ‘ studia la parola isolata, come SEGNO, per saperne, I SIGNIFICATO diretto (1). E rei D. Ma che cosa è il segno? , | R. È un sensibile, che ha virtù di farci pensare sl- Videa. di un obbjetto. insensibile, Il fumo, per esem-, pio, è un segno, perchè è un sensibile, che. ha vir- tù di farci pensare al /uoca invisibile. È, 1 D. Che vuol dire sensibile? ; R. Ciò che cade solto.ì sens?, com’ è 3.dire sotto la gi sta, l'udito, l'odorato, il gusto, Ho; tatto. Così il sole che vediamo, la rosa che odgriamo, la pen na che tocchiamo, sona tutte cose sensibili. cià D. Or come la parola può dirsi un sensibile? R, In quanto che, se si pronunzia, è Un . 8U0N0. o in complesso di suoni, , che vengono In.noi pel senso ‘dell'udito: se si scrive; è un: esteso o un comples- so di estesi, ossia di lettere seritte ,. che ano . In noi pel senso. della vista... a (1) Questa definizione è confo me al divisamento es sposto nell'In- treduzione ulla Grammatica in’ genere p ag.3i ‘La parola diretto ag- giunta a significato distingue |’ Etimologia. dal Frattato de' Treslali: a parola ‘isolata, come segno, diversifica l'Etimologia dalla Sintassi, la quale studia le parole cor iunte e non la parola isclata. In questo dia- logo vi è qualebe diversife rispetto a quello, che pubblicammo nei pocol. folii inseriti nel Nuovo orso, pe rché allora non potevamo ab-- racciare -tutto comptessivamerì le prima di manifestate l intero | di visamaento svilnppato in tre,volu | 14 D. Adunque la parola è segno sotto più rispetti ? R. Senza dubbio , cioè segno pronunziato e scritto. D. Che cosa è il significato rispetto al segno? R. Il significato è l'idea s a culil segno ci fa pen- sare, benchè il suo obbietto'non sia presente a’sensi: così il fuoco è un significato rispetto al fumo, che n'è segno, perchè questo ci fa pensare a quello, che non cade sotto i sensi, come è supposto. D. Quante specie di segni bisogna distinguere? R. Due specie, cioè di segni narurali e convenzionali. D. Quali sono i segni naturali? ® C) e R. Sono quelli, che hanno in sè stessi la virtù di farci pensare al significato: tale è il fumo, il quale na- turalmente, e senza che un altro ce lo dica, ci fa ‘ pensare al fuoco: come pure, se vediamo taluno’ rt- dere, naturalmente pensiamo che stia allegro, ossia ° il riso è segno naturale dell'allegria. D. E quali sono i segni concenzionali ? R. Sono quelli, che fino pensare al significato non ‘per propria loro virtù, ma per la convenzione di più uomini. D. Come s'intende questa convenzione? . R. Si dice convenzione il consenso di più sopra una medesima cosa. Se, per esempio, due uomini, incon- ‘tràndosi in un ininale nuovo per loro, volessero dar- © gli-un nome, e uno proponesse elefante, e l’altro vi aceonsentîsse , in questo caso ‘avrebbe luogo la ‘ convenzione, ed elefante sarebbe un nome conven- zionale per i due uomini; i quali vi avrebbero con- sentito. In questa supposizione ogni volta che uno ‘ de’ due dice: elefante, l’altro v'intende l'animale. veduto; ma niun’altro ‘all’infuori de'due vi può in- | tendere questofsignificato di particolare convenzione. D. Le parole sono segni naturali o convenzionali ? R. Le parole sono segni convenzionali e non natu- rali (eccetto poche parole onomazopetche); perchè - —.—_m__r—_TÉ€ È Si n nt 45 hanno virtù di significare non per sè stesse, ma per la sola convenzione. D. E come ciò? R. Se voi leggete o udite alcune parole della lingua tedesca, che - non avete appresa da maestro, non ne comprendete il valore : similmente il tedesco non com- prende le parole della IR italiana, che ignora, senza la voce del maestro. Ora, quando il maestro ce le insegna, noi facciamo con esso una convenzione, per la quale consentiamo che le parole abbiano un dato valore: esse dunque seno segni convenzionali, differenti da’segni naturali, che fanno pensare al si- gnificato italiani, francesi, tedeschi ec. senza biso- gno di maestri. D. Come si divide l’ Etimologia ? R. Si divide in cinque parti, cioè 1. Delle Classi ca- tegoriche o primarie delle parole 2. Delle Classi tpoteoriche o secondarie 3. Delle parole variate. ri vit parole Derivate 5. Delle parole compu- ste . (1) Il fondamento di questa partizione è stato diffusamente ra- gionato nel Nuovo Corso di Letteratura Elementare. In questo dia- Jogo procediamo difilati e dommaticamente. Ii precettore, che vuole informare i suoi allievi delle ragioni ultime del nostro procedere , potrà attingere dall'opera grande. . . . * n ata 4 Ù $ sd - ’ SH e rs . ri s } ù ’ ki nto! A ' i Ni È - i] ' «| * % DIANE par i no : 4 % x D. & È 46 pira 1/1 .  ha x A î . x ta TRI LN de Si gii Spi : . ; a Ù lett: si # . x i i 3 ‘ % ” * . ‘ 5 go È ‘ x : : LI È . do poté pp di * hi s I CL CAPOT vs a , LAO, SRI ERE 0 SERI sa và ‘© DELLE CLASSI CATEGORICHE O’ PRIMARIE ‘© ‘DELLE PAROLE IN GENERE Che cosa è Classe? Gi. aa Per Classe intendiamo un'idea generalissima, alla ale sì riducono infinite idée parlicolari; inguisacchè . Hnome di quella viene partecipato da queste. Per esempio albero è una classe, perchè esprime l’idea Pera an, a cui vi riducono il noce, il castagno, il fico, l’abete ec. e il nome di albero è partecipato ‘ egualmente dal m0ce , dal egstagno, dal fico, dal- -l'abete ec. perchè , se domandate ‘che. cosa sono? . wi sì risponde: il noce é albero D. R. >, il castagno è al- bero, il fico è albero ec. se E tra le parole che cosa è Classe ? Se si dessero parole, a cui si riducessero tutte le altre, inguisacchè il nome delle DERE venisse par- tecipato dalle seconde, allora quelle prime si direb- bero classi. D. Ma sì danno nelle-lingue queste Classi ? R. Se le lingue s’ imparano non solo, ma si sanno e si parlano, è mestieri che vi sieno delle Classi, per- chè ogni lingua costa di quaranta, cinquanta, ses- santamila vocaboli, alcune più, altre meno. Ora, se tutte queste parole non si riducessero a poche classi, 417 sarebbe impossibile imparare una lingua , non es- sendovi memoria tanto prodigiosa, che potesse rite- mere per filo..e per segno tante migliaja di -parole sconnesse, appunto come un botanico non petrebbe . ritenere tutte le.idee particolari delle piante, se que- sie non. si riducessero a poche classi, © D. Quante e. quali sono le classi delle parole? R. Essendo le. parole segni convenzionali delle nostre tdee-significati, il numero e la qualità delle classi ‘ delle prime-si deve determinare dal numero e dalla qualità delle classi delle seconde. Ora quali e quante sono le classi delle idee? .R. Parlandosi di c/assî ultime, è chiaro che noi an- diamo. cercando il numero e la qualità dell’ idee uni» versalissime comuni a tutti gli uomini di qualunque . nazione e favella, di qualunque luogo e tempo. D. Or quali e quante sono le idee comuni a tutta ‘la © specie umana? | 0 on:ci è uomo, dacchè ha l’uso della ragione, il quale nen abbia le seguenti nozioni universalissime, cioè 1. di Sostanza 2. di Causa 3. di Stato 4. di Azione 5. di Qualità ‘6. di Quantità 7. di Modo 8. di Moto 9. di Relazione. | D. Pare da ciò clie il numero delle Classi delle parole, dovendo corrispondere a quello ‘delle idee, sarebbe nove ? Sua Sui > di . R. Così pare —Ma è piaciuto di stabilire, per le pri- - me otto idee, quattro classi di parole, dando a cia- scuna una dualità di significato, cioè alNome il si- FIILCAtO di Sostanza a al Zerbo il significato . di Stato e Azione: all’ Aggiuntivo il nipifoaio di ° Qualità e Quantità: al Verbale il significato del Modo e del Moto: alla Preposizione 1l significato delle Relazioni. ' a Ki D. Dunque le Classi di tutte le parole sono?» R. 1. Il Nome 2. il Verbo 3. l’Aggiuntivo 4. Il Ver- 18 bale 5. la Preposizione, per ogni lingua esistente ‘ «0 possibile. © D. Perchè queste classi si addomandano categortche e priînarte? ) | i R. Si addomandano classi categoriche ; perchè espri- mono 2dee-categorie ossia universalissime e comuni a tutti gli uomini: si chiamano primarie, perchè non ri- conoscono altre classi anteriori, acuisi possano ridurre. D. Adunque li 40, 50, 60 mila vocaboli , di cui si compone una lingua, in ultima analisi si riducono ad una delle cinque classi? E R. Appunto, e tutte sono o Nomi, o Zerbi, o Aggiun- ° liv ec. D. Ma i grammatici riconoscono tra le classi delle pa- role anche gli avverbi, le congiunzioni ec. © R. Se queste parole meritano il titolo di classi, sa- ranno classi secondarie, che si riducono alle cin- que primarie, come vedremo nella seconda Parte di . quest’Etimologia —In questa prima parte non par- feremo che delle cinque Classi primarie. DELLA PRIMA CLASSE CATEGORICA DELLE PAROLE DI OGNI LINGUA OSSIA DEL NOME Che cosa è il Nome? se di R. E la prima fra le classi categoriche di ogni lingua – e. g. H. P. Grice’s ‘hirsute’, SHAGGY --, e comprende sotto di sè tutte le parole, ‘che signi- ficano Sostanza o Causa. | i D. Che cosa è la Sostanza? . si R. È /a cosa permanente , che sostiene î suoi at- tributi, ossia le sue qualità, senza che essa abbia bisogno di essere sastenuta. l D. Spiegatevi con qualche esempio. | R. Se io vi presento un bicchiere di acqua limpida, voi potete successivamente farla divenire bianca, poi Sho | 19 rossa, poi gialla ec. attribuendole tulle queste qua» stà, una dopo l’altra, Ma, quando l’acqua è. limpt- da, non può essere bianca: quando è. bianca, non può essere rossa e va dicendo. e, In questo fatto osserviamo 1. che acqua è permanente, . mentre le sue qualità compaiono e spariscono 2. che acqua è sostegno, ossia appoggio che sostiene le qualità ; perchè senza acgua il bianco, il rosso, il giallo non reggono. 3. che acqua rimane senza qualità , e non ha bisogno di esse per sostenersi, evi possiamo concepirla senza alcuna di dette qua- ità. Adunque è chiaro che Acqua è sostanza, ossia cosa permanente, che sostiene 1 suoi attributi, sénza che essa abbia bisogno di essere sustenuta. D. Come si-:chiama la sostanza con altro nome? R. Si chiama Soggetto, che vuol.dire sottoposto,, per- | Di come abbiamo detto, la sostanza è sostegno delle valità, e il sostegno è nosso sotto. } D. Che cosa è la p, 44 9” E. a R. Si dice Causa la Cosa (1) che, operando, fa esistere un’ altra cosa, che prima non esisteva. , D. Spiegatevi con qualche esempio. | R. Trovandomi nel porto di Napoli, vedeva tante bar- chette immobili: ad un tratto ne vidi una muovere, e naturalmente pensai che il vento o i rematori la spin- sero a movimento. In questo fatto osservai 1. che il moto, che non era, cominciò ad esistere 2. che que- , sto moto fù prodotto dal vento o da’ rematori. Io dunque terrò per Causa il vento o i rematori, e per . . Effetto il moto, che cominciò. ad esistere. D. Con qual altro nome si addomanda la Causa? R.. Col nome di Agente, da ago, che significa spingere, ‘ossia. ciò che spinge ed opera. . | | (#) La parola italiana Cosa secondo il Vico è formata dalla la- tina Causa, pronunziando.il dittongo au, alla francese, o. La ‘quale opinione consuona col nostro divisamento, imperòcchè la Cosa limi- tata dall’ Azione producente effetto è Causu — La causa è cosa per sineddoche. 20 D. Adunque il Nome è segno? > vata R. Di Soggetto o Sostanza e di Agente o Causa. D. Come si divide il nome in quanto all’ obbietto ? R. In personale, quasi-personale, impersonale. D. Quale nome si può dire personale? R. Quel nome, che significa sostanza o causa, che ha | intelligenza e libero arbitrio, ossia un essere ra920- névole, come Dio, uomo, angelo, perchè un tal essere è persona. | ai ù D. Qual Nome si può dire quasi personale? R. Quel Nome, che significa sostanza o causa senzien- te, ma irragionevole, come cane, lupo, gatto, e sì ice quasî personale ; perchè gli esseri significati da tali nomi sono quast persone. D. Qual Nome si può dire 2mpersonale? : R. Quel Nome, che significa sostanza o causa materia- le, che non ha sensività, come 84880, acqua, prato, carta, ec. in una parola ‘gli esseri fnanimati. D. E sotto il rispetto delle idee come si divide il Nome? R. In individuale, specifico e generico. © © © — D. Qual Nome si può dire 1rdividuale ? gie -_R. Quello, che significa una sostanza o causa fndivi- ‘dua, ossia esistente, dalla quale eolla nostra astra- ‘ ‘sione niente ne abbiamo diviso ‘delle sue partico- | lari determinazioni, onde è detta 1nd:vidua, cioè non o @livisa, eb D. Spiegatevi più chiaramente. da R. Noi, quando'ci formianto l’idea di una qualche co- ‘© Ba percepita pe sensi, come per esempio’ di Socrate, possiamo colla nostra. mente far: astrazione dalla 8/4- tura, dal colorito, dalla patria, dal sapere di que- . ‘8to Socrate. Per conseguente: l’idea, che abbiamo di lui, è divisa, perchè ne abbiamo effettivamente di- . yise le delte cose, le quali sono congiunte a Socra- te. ‘Al contrario : se «dicendo : Socrate, intendiamo quell’ uomo determinato con. tutte le sue qualità par- 21 . ticolari e proprie, allora Socrate è ‘un nome #adi- viduale, perchè esprime | idea non divisa, di un - uomo individuo. . —. . — D. Qual Nome si può dire specifico ? R. Quel nome, .che significa un’idea-specie. D. Ma che cosa è l'idea-specie? | I R. Noi, paragonando col nostro pensiero più individui, è «come Socrate, Antanto, Platone ec., possiamo fare - astrazione, ossia non pensare alle particolarità e pro- . prietà di ciascuno individuo, e ritenere ossia pen- sare soltanto ad una cosa comune a tutlii detti3n- dividui, come sarebbe l'umanità: l’idea allora di questa cosa comune sarebbe la specie , e ’1 nome uomo, che ne sarebbe segno, si direbbe specifico. In brieve la Specie è una Classe , che comprende sotto di sè gl individui. . E “a D. Qual nome si può dire generico? R. Quello che significa |’ idea-genere. . Ma che cosa è l’idea-genere? nai . Siccome, paragonando col nostro pensiero, più #r:d4- vidui e facendo astrazione, ossia non-pensando alle . particolarità proprie di ciascuno, ma, ritenendo ciò . he era. comune a tutti, ci formammo l'idea-specie; così, paragonando più 24es-specie, è facendo astra- . zione ossia non pensendo. alle particolarità proprie di ciascuna, na riterendo la cosa comune a tutte le spezie, ci fotmerema l’idea-genere. Così paragonan- ‘do le specie castagno, noce, fico, pero, e facendo astrazione dalle particolarità del castagno, del n0- ce ec. ma ritenendo ciò ché è comune a tutte, co- me è dire l'avere radici, tronca, rami, foglia ec. ci formeremo l'idea-genere, espressa dal aome. 9/- - bero, che perciò è delto generico. In breve .il ge» | sere è uhacclasse, che comprende sotto di sè-le spe- c 0 come la specie è una; Classe; che comprende '‘sot- to eno sl L i sè gl individui. ma Ri # 22 D. Come si può sapere se un nome sarà specifico o. generico? R. Il Nome generico è più estensivo del nome speci- fico; perchè la spezie è classe, che comprende una sola fatta -d’ individui: il genere è classe, che com- prende gl’individui appartenenti a tutte le spezze com- | prese da esso genere. Così a/bero è una Classe, che comprende tutti gl’ individui delle spezie subbordi- ‘ nate, cioè tutt’i particolari castagni , i particolari ‘ noci, 1 particolari ‘fichi, mentre noce comprende i ‘soli noci individui e particolari e non altro. D. Con qual altro nome si possono addomandare i nomi 2ndividuali, specifier e generici ? R. I Nomi ?ndividuali si addomandano ancora con- y crett da concresco, che significa accrescere, perchè dall'idea, che significa, ‘niente si toglie, e rispetto all’ idea astratta essa è accresciuta. I nomi speci- fici e generici si dicono astratti, perchè le idee, che essi significano, sono formate coll’ astrazione, come si è veduto. | SE D. Ma non bisogna riconoscere altri nomi astratti ? R. Ve ne sono certi altri, che significano idee forma- te colla sola astrazione senza paragone : tali sono i nomi, che sì formano dagli aggiuntivi, come bel- | lezza da bello, bianchezza da bianco, franchigia . da franco, ed altri, come vedremo in appresso. D. Non vi è altra distinzione a fare del nome ? - R. In ultimo luogo il Nome si può distinguere in s11- golare e collettivo. —. °° D. Quale è il Nome singolare? e. R. Quello, che significa un individuo, un genere, ‘ t&na specie, come sole, uomo, albero. © D. El Collettivo? Ì R. E quello, che significa un complesso d'individue, di specie, o di generi, come popolo, esercito, sena- to, scuola, ec. ! 25 D. In breve ditemi tutte le distinzioni del Nome. R. Il nome, rispetto all’obbietto, è personale, quasi- personale, e impersonale : rispetto al pensiero , è individuale, specifico, e generico, che tutti si com- prendono nel concreto , e nell’ astratto. In fine è singolare e collettivo. CAPO III. DELLA. SECONDA. CLASSE CATEGORICA DELLE PAROLE DI OGNI LINGUA, OSSIA DEL V LIDO: D. Che Cosa a è il Vero? la seconda fra le Classi categoriche di ogni lin- | gua, e.comprende sotto di sè tutte le parole, che significano Stato o Azione. D. Che cosa è Strato? va | R. Stato è lo stesso che gusete o riposo. Ora si dio ce che stia:in quei e riposo chi cui Sa, e non era. D. Spiegatevi con qualche esempio... R. A chi guarda un obelisco, un campanile, un gros- ‘ 89 tronco, sorge l’idea dello stato, perchè le dette cose stanno, e non fanno. D. Che cosa è Azione? R. È tutt'al contrario dello” stato; sea non consì- ste nella quiete 0 nel hip ma. nel "o e DI l operare. D. Spiegatevi con qualche esempio. | R. A chi ode gli uomini parlare, o vede gli uccelli volare, 0.le acque discorrere, sorge l’idea. di azio- ne, perché le dette cose o persone fanno e non stanno. D. Qual è il verbo che dinota unicamente lo Stato? R. È il verbo: Essere... D. E quello, che dinota unicamente l’ azione? 24 R. E il verbo Fare... I D. Come si chiamano questi due verbi ? a R. Verbi astratti e categoriet per eccellenza. D. Perchè si chiamano astratta? ©» . |. O <.0. R. Perchè sogliono incorporarsi ad altre parole, on- dechè, quando sono soli, si dicono ‘astratti, . cioè se- parati 0 divist, | D. E perchè questi due verbi sì dicono categorici ? R. Perchè essi rappresentano tutt'i verbi possibili di ‘una lingua , 0 în altri termini tutti gli altrì verbi si riducono a questi due. È Eb Da PIL | D. Pare da ciò che oltre i due verbi astratti? ve ne debbano essere ancora degli altri. o 2/09. 0 R. Senza dubbio, e ‘sono tutti î verbi ‘comereti : similî \« a correre, scrivere, leggere, ettmantnare, dormire ec. ec. . \ cia nia D. Perchè si chiamano concrett? <. | _- R.' Perchè contengono in sè Zssere 0 Fare incarpo» rato ad altra parola. Ora concreto vuol dire:aecre- sciuto, e i così detti verbi concreti sono gli stessi essere e fare acoresciuti.-di altra:-parola, a cui: s0- no incorporati. . aa, love SI. ce e D. Quali'verbi concreti si riducono ad Essere e qua- li a Fare? si piu i R. I verbi concreli, che significano 'szato, si -ridueono . ad, Esseré: quei,:che ‘significano azione,si: ridueono . a Zare. Sedere, dormire, sono varbi congreti di stato: Zeggere, scrivere, ec. sono verbi. conereti di azione. + a f x D. Come :dubque si risolvono i verbi -conoreti di stato? R. Nel verbo essere, «e in un’altra ;parola,-che si dice :» participio, come sedere in essene sedente,; dormire in essere dormiente. dii D. Eli verbi ‘concreti dicazione Tu a R. Si risolvono nel verbo Fare e in un'altra :parolà , che :si dice 'Nerdale:, :penchè si estrae ‘dal xerlò i | 25 concreto di azzone, come Camminare in: fare cam» mino; correre in far corso eti. .. O O. ci . e . i 9 le D. Come si può riguardare lo stato el’agione? |» } R.. In: fisico o._fistca e, mergle. Ù Sa puadigi, i td i D. Qual è lo stato e l’azione Asseg?.. |. | E A R. Lo stato e l’azione fisica conviene alle sostanze e ’ cause materiali o .1mpertonali.,; core quando di* . eiamo: l'acqua è stagnante ;9 l'acqua fa corso. It questi e simili esempi lo.s/2/0 espresso. dal verba 2, e l'azione espressa dal Verho.f4, è fisico @ fisica e non morale. E e di D. E lo stazo e l’azione morale? ><. 0.00 R.. E quello 0, quella, che «conviene alle sostanze-o al .. lé cause personali. Così dicendo : , Alessandro fu grande, egli Angeli ribelli fecero guerra a Dio, lo stato espresso dal vefbo fu, .e-l’azione espressa dal verbò fecero sono morali, perchè. Alessandra e ‘Angeli sono quegli; Sostanza, e_questi. Cause per: E n CAPO IV... n) «3 ‘ DELLA TERZA CLASSE. CATEGORICA. DI OGNI LINGUA , + OSSIA DELL'AGGIUNTIVO, © 00 ; 7 SIR: A ’ ogio È ae Lat D. Che cosa è l’Aggiunttvo®:. co ve... .; R. È la ierza fra le classi categoriche'di:ogni lingua, e comprende sotto di sè tutte le parole, che signi- ««ficano ‘Qualità 0 ‘Quantità. ite: ev. D. Che cosa è la Quantità? 0 GU... .R.. È l’idea, : che corrisponde alla: domandaQuantzo él Così, se uno mi dice: ‘40 veduto :un palagio, ed io. gli domando: guanto. è;1l palagio-veduo? egli mi ‘risponderà; graride, piccolo; alto ; basso‘, lago, .Aungo ec, tutte queste: parole di. risposta sono ag- - giantivi. di quantità,» in altri termini Aggiuntivi. quantitativi. 0 el Cd E E È p 26 D. Come si divide la Quantità? — R. In continua e discreta. | D. Quale dicesi quantità continua ? cd R. Quella, che viene espressa dagli aggiuntivi Jingo i largo, profondo, alto, basso, grande, piccolo, cor- , ee. D. E quale dicesi quantità discreta? © © ©“ R. Quella che viene espressa da uno e da’ numeri due, I tre, quatiro, cinque, cento, mille ec. D. Perchè la prima quantità si dice continua; e la seconda discreta? dd. Sato R. Perchè la prima costa di parfi contigue, ossia u- na attaccata all’altra, e la seconda costa di parti | successive, ossia l’ una separata dall’ altra. Così la lunghezza di una via costa di parit congiunte: die- ci uomini sono deeet parti divise e' separate. D. Che cosa è la qualità? I R. È l’idea, che corrisponde alla domatida : qual é1 Così, se taluno mi dice: 40 bevuto vino, ed io gli domando: quale vino avete bevuto? egli certamen- te mi risponderà: ho bevuto il vino bianco, rosso, Forte, debole; dote titte lè parole aggiunte a vino esprimono le qualér del medesimo vino. D. Adunque gli Aggiuntivi si dividono ? R. In qualitativi e quantitativi. È > © © ©» ©* D. In che convéngone tra: foro le due:spetie ‘di: ag- _ giundivi? | ee R. Convengono in ciò, che i loro signifivati sono! ar tributi della sostanza espressa dal "Fronte: o D. Che fuob-dire ‘che'i loro siguificati sono! astributi. della Sostanza: espressa dal Nome? Sea R. Vuot dire che.sàn:ci. è sostanza creata; la quale - nen sie lisditata dallà quanzito: e dalle duuatità: è perciò che le; qualità e: la: quantità. attpibuendosi , ossia dandosi alla: sostanza., si addothandàno a: tributi. Per la stessa ragione la parola; ole el È q0, con tue D. Come si dividono gli arzributi? 21 sprime la quantità e la qualità, fu delta aggiun- tivo, che significa parola, che si vuole Aggiungere al nome, come la qualità è la quantità si vuole at- tribuire alla sostanza. | I R. In essenziali e accidentali, 2. in fisici è morali 3. in assoluti e relativi ,-4. in propri è metafo- rici. e | | D. Quali sono gli attributi essenziali e accidentali ? R. Gli attributi essenziali costituiscono la Sostanza in modo fiale che senza di essi questa non potrebbe e- sistérè. Così l’acqua ‘è fluida essetizialmentè , come l’uomo essenzialmenté è ragionevole, è il corpo es- senzialmente è lungo, largo, é profondo. AI eontrariò gli attributi gecidentali , come ci sono nella sostanza, possono ancora non esserci, seriza che perciò quella si Sintra: Così ° acqua deciden-. talmente è fresca o calda: i corpi accidentalmente son bianchi; rosst, gialli, perchè l’acqua pùò esistere senza Che sia fresca 0 ca ch e ì corpi egualmente possono esistere senza che sieno dianchi, ò rossi, o gialli. dai 28 “riconosca Della propria coscienza. * . “AT contrario gli attributi re/atzv? sono alcurie quali- | td’o quantità, che sì altribuiscono a certe sostan- ‘ze non da tutti, ma .da- pochi uomini: così l'oro re- - lattvamente per gli avari è prezioso, e non già pei . non ci è uomo anche ribaldo, che per tale non la virtuosi o 0 ig LUI D.: Quali sono gli attributi Doro métaforici?. R. Si dicono attributi propr? . di. una sostanza ‘ quelle vo) qualità e quantità, A realmente im esse ritrovansi: "* ‘così l’acqua è propriamente fresca o tiepida; la rò- sa ia fe è bianca., rossa, giall ‘propriamente’ sono estesi ee. AI contrario si dicono attributi metaforici le qualità o _ quantità, che' realmente non sì trovano in certe so- * stanze, ma si attribuiscono foro per certa’ similitu- ? dine, ché' hanno con altre sostanze: così dicendo : , Neroné febocd, ‘ognuno vede che fèroce''si attribui- ‘sce a Nerone metaforicamente, perchè è una quali- . dà, che 'non'si truova realmente nell'uomo, ma nella i OCAPOV.. a: 1 corpi DELLA QUARTÀ CLASSE CATEGORICA DI. OGNI LINGUA "SEAN ‘68 ba Na ; i * 54% SMI IFADTIT pgsdla can VERBALE. E a D: Che cosa '&il'Verbaleto (GO R. È la quarta fra le classi categoriche di ogni lin- . Qua è pp rende sotto di sè ‘tutte 'le parole, che si- ‘ guiîficano E/fetto-Modo'o Effetto-Moto. D. Ma ‘che intendete per effetto in generale? Pa . ‘ i R. Ognè fatto,’ che prima non erà, e cominciò ad e- sistere da che fu,prodotto da una causa. D. Spiegatevi con qualche esempio... R. Mentre io’ sfavaîni all'ombra di un pero ,. dopo lo scoppio, di’ un'arma da fuoeo, vidi cadermi a'piedi i 00 PIRO de e i sd ape Ss | (! ef sa 3 è 29 un fringuello, che prima udiva cantare. Ecco un fazto che prima non era, è chè încominciò ‘ad’ esistere, cioè l'uccistone dell? ucceltetto; dins dalla causa, cioè dal Cacciatore, D. Di quante maniere è 1° éffetto? È < > R. È duplice, cioè effetto:moto ed {tto-modo È D: Qual è l effetto-moto : i | R. L effetta-moto è il movimento, ‘cioè il passaggio ‘successivo; per esempio, di‘una palla da punto a punto di un tavolino, o dell’acqua che da ‘sù scén; de giù, o delle gambe animate, che compassano la via ec. sa 0 A D. E l'effetto-modo? ©» è ©" a: R. È quel cambiamento di esistenza, Close ‘oggetto diverso dalla' causa che lo produce, come I, ‘prodotta. dal cactiatore nella lepre" 1) nel ello vess: l Di n Ta che dunque differiscono. i i die effetti? R. Differisconò in questo ‘che il 70/0 è congiunto alle causa che lo, Siad come il corso ‘è congiunto all’acqiia ‘che corrè, ossia all'acqua che producé il corso. li modo al contrario passa dalla causa, che’lo produce, nell’ I etto, come sì è è veduto nell’esem- pio del fringuello ucciso. ’ D. Fa la parola, che dinota r effetto, si dice Ver a e N A i R. Perchè è una parola, che si forma dal na con- ‘ ‘creto di' azione’, o perchè si vuole incorporare ‘al verbo faré per formare un verbo concreto di ‘azione. DELLA QUINTA CLASSE CATEGORICA DI OGNI LINGUA OSSIA DELLA PBEPOSIZIONE D. Che cosa è la Prepasizione? se R. È la quinta fra le classi categoriche di ogni lingua, e comprende sotto di sè tutte le parole, che signifi» cano RELAZIONE 0 RAPPORTO. |. se D. Che n= ‘bisogna intendere per Relazione o Rap- ‘ . porto nÎ R, ga relazione o il rapporto dicesî un'idea, che ne lega due altre, e 81 dice relazione 0 rapporto , perchè dessa sorge dal riferire 0 rapportare le due idee tra loro. Così riferendo Pietro a Paolo, con cui | Pietro passeggia, sorge la relazione di campagnia _ in quesfa formyla: £ietra con Paolo passeggia. Come si chiamano le due idee legate dalla e/a- zione ? | ni Le _ ca R. Si chiamano termini di Relazione 0 di Rapporto, perchè sfanno hi; estremi, ed ogni gstremo, è ter- mine. Casì, dicendo Pierro con Paolo, ognuno vede che Pietro. e Paolo sono fermini, perchè sjanno alla Fine, e la relazione espressa da con sta in mezzo. D. Perchè la parola, che esprime relazione , si dice . Preposiziane? | R. Si dice Preposizione pel secondò termine, che è sem- ‘pre nome 0: altra parola presa come name; perchè questa classe di parole va possa aranti. nome, e in , composizione avanti verdo ed aggiuntivo; detta per- ciò preposizione, parola composta da prae, che si- gnifica avanti, e da posizione, che significa ciò che tutti sanno, D. Quante specie di Preposizioni bisogna distinguere. R. Noi distinguiamo le Preposizioni dal primo termine che le precede. E, sicqope ogni gg uò er essere preceduta o da Nome, o da o, o da Ver- | ‘94 bale, .così ne riconosciamo tre specie, cioè 1. Pre posizioni del Nome. 2. Preposizioni del Verbo. 3. Preposizioni del Verbale. D. Quali e quante sono le Preposizioni del Nome? R. Le Preposizioni del Nome sono quelle, che vanno precedute e seguite da nomi, e sono tre, cioè Di, Con, Senza, come figlio Di Antonio , acqua con neve, borsa SENZA danat. D. Perchè queste tre preposizioni stanno tra due nomi? R. Perchè significano relazioni, che legano tra loro . sostanze. e sostanze 0 cause @ cause, le quali so- . slanze e cause essendo signifitate da’nomi, le prepo- - sizioni, che significano queste relazioni, vegliono alare tra essi nomi. ——. — | D. E quale relazione significa la Proposizione Di? R. Relazione di Dipendenza. —» Db. Che cosa è la Dipendenza? | R. Quando vediamo un uomo, già ricco, appezzentito, . naturalmente pensiamo che la causa della sua povertà - sia stata il giuoco: se non avesse giocato, non sa- rebbe povero, ossia la povertà dipende dal giuoco, ‘ come l’effetto dipende dalla causa. Similmente, pen- sando che la qualità non può stare senza il sostegno della sostanza, come il ds4nco senza il'muro, la del- lezza senza il volta, apprendiamo la dipendenza della qualità dal suo soggetto. Ande diciamo il corso ‘ dell'acqua, la bellezza del volto, la dianchezza del' mura, mettendo il di tra ‘la ‘causa e l’effetto , il ORE e la qualità. | 1 D. Quale Relazione significa la Preposizione Con? R. La Relazione di Compagnia o di Congiunzione. D. Come ci viene quest'idea ? R. Dall’osservare i fatti della natura: così vediamo, l'uccello con 1’ uccello ; lo scolare con gli scolari, la luna con le stelle, ossia sostanze o cause unite o congrtunte ad altre sostanze e ad altre cause. 32 D. E the Relazione significa la Preposizione Senza. R. Relazione di Disunione è di Privazione. ||’ D. Come ci viene quest’ idea? | (000 na * R.. Dalla stessa natura; perchè spesso osserviamo qual- che uomo’ con’ metto danaro , ‘qualche volta senza : un quattrino: un torrente Con .molt’acqua, orà-sENZA “una goecia, |. Patt, D. Quali e quante sono le Preposizioni del Verbo? | R. Si dicono Preposizioni: del /erdo tuttè quelle, che - «hanno per: primo termine un Zerbo, :0 in altra me «© niera tutte quelle; che ‘sono’ precedute ‘dal veRBO. Esse .dinotano- Relazione di conrENENZA: è di ‘$1P0. D. Quale Preposizione: dinota Relazione di 'Contenea- za e come quest'idea ci viene? 00» R. La Preposizione,. che dinota CONYENENZA, è IN. Questa idea poi ci viene in considérare le cose: cons TENUTE rispetto al CONTENENTE‘, per esempio , gli scolari in iscuola, l’acqua in bicchiere, i danaré : in borsa, ‘ne’ quali esempi; scolarî, acqua, danari, “ sono . 1 contenuti: scuola, biechiere, borsa i conte- . nenti. CE LE si I D. Quali preposizioni dinotano Sito e come quest’ i- » dea ci. viene? |. >. RA a ee R, Le preposizioni che dinotano Siro, sonò sopra, 84, - ‘sotto, già, quanti, «dietro, dopo, circa, tra0 fra, . oltre, dentro; fuori, vicino, lontano,-appo più ita- .: liano «che appresso: o presso; înfra eè. (1). Quest” , Idea di sito poi ci viene, considerando moltissime Ù s db de e LE ti ._ (1) Non metto in questa lista tante parole da’.grammatici con-, siderale , come preposizioni, mentre sono, o. parole composte gome, . a-ccanto d-a-llatp, a-ttorno ec. o soho più prepositioni consiunte;' come di sù, dì giù, incontro, a-{l'in-contro ;eo., Si vorrebbe inclugera, Sino e fino e insino e infino , ma sino è malamente preferito a ;finay il’ quale’ è identico ‘al nome-fine,- onde infine equivale a in ‘fine. Metterei.tra Je italiane Ja preposizione eiustA di; prigineJatipa (co- me traduzione di juxta în senso di accanto, alluto.Ma dì niuna pa- ròki fanno tanto ‘strazio gl'italiani quanto di’questa, allofchè dicono giusto il mio parere variandola come se, fosse traduzione, di systus + iusta, iustuino © ” o ù p 35: cose contenute nel medesimo luogo. Così, entrando in una scuola , déve stanno molti scolari , osserviamo che Antonio è avanti, Francesco è dietro, Paolo è dopo, ‘l'izio'è sopra, Caio è sotto la porta, Filippo tra il muro e la panca, Giacomo oltre, Taddeo è dentro, Giuda è fuort ec.-ec. | D. Quante e quali sono le preposizioni del verbale? R. Sono tre, cioè DA PeR A. | + D. Perchè si dicono del verbale? O R. Perché sono precedute dal verbalè, che significa ef- fetto-moto. DE Doe vogliono esser precedute da siffatto ter- mine? ».. Li Ss R. Perchè siffatto verbale significa movimento, il quale “ comîncta Da, passa PeR, e tende A... è D. Che cosa dunque signifieano queste tre preposizioni ? R. Da significa rapporto o relazione di provventenza ,0 di origine del movimento: «PeR rapporto di pas-. . - saggio, ed A rapporto 6 relazione di zendenza (1). . (1) Non abbiamo qui riportato il correlativo Tale ele e Tan- to, Quanto, di cui arlereino nel Capo II della n Pa ] DELLE CLASSI IPOTEQRICHE O SECONDARIE. INTRODUZIONE. - PD. Quali si dicono. classi ipeteoriche o secondarie?. R. Si dicono classi tpotedriche o secondarie alcune | specie di parole differenti dall’enumerate nelle cin- que classi primarie, ma per significato equivalenti ‘a più parole delle glassi categoriche (1). I .D. Spiegalevi con qualche ‘esempio... |. R. Se: io, dica: Quî, faccio. uso. di una-parola, che: non è. né name, siè verbo, nè aggiuntivo, nè. preposi- zione, nè verbale, ma essa racchiude il significato delle seguenti parole 2 /uogo ricino a me, dove ,în è preposizione, /uogo è home, vicino è prepo- sizione, 4 è preposizione , #e nome primitivo per- sonale, come vedremo. Adunque il gu? è una specie diversa di parole equivalente a molte parole delle classi primarie. D. Quante e quali sono le classi poteoriche o secon- darie delle parole in ogni lingua? R. Le classi ipoteoriche o secondarie in ogni lingua sono quattro, cioè i. I NOMI PERSONALI PRIMITIVI, 2. I rRENOMI, 3. Gli AvveRBI, 4. Le CONGIUNZIONI. (2) Dicendo : una specie di parole differenti dall’ enumerate nelle cinque classi prjmarie siamo venuti a differenziare le parole ipoteo-. riche dalle secondarie pe Variazione, Derivazione e Composizione, perchè queste, se racchiudono maggior significato delle loro radici , sono sempre o Nomi,o Verbi, o Aggiuntivi,0 Verbali, o Preposizioni, 35 CAPO I. DE Nomi PERSONALI PRIMITIVI — /0, TU, SI. D. Perchè 10, TU, sI, si dicono Nomi primitivi per- sonali? 0 R. Si dicono primitivi ; perchè sono le prime espres- sioni de’ primi soggetti, che si forma la nostra men- te. Si dicono personali, perchè n pn perso- ne, ossia soslanze. e cause ragionevoli, o esseri dotati d’ intelligenza e libero arbitrio. D. Ma come questi nomi personali si possono anno- verare tra le clusst spoteoriche? R. In quanto che oltre l’idea di sostanza e causa, co- me ogni altro nome personale, significano ancora al- tre idee di diverse categorie, ad esprimere le quali bisognano più parole appartenenti a più classi ca- D. Che cosa dinota. Zo. si, * R. Zo dinota 1. la persona che parla o vuol parlare ? 2. la persona cheè SSA persona, che ascol- . ta, cui parla o vuol parlare. Onde è chiaro che Zo racchiude la relazione di vicinanza o prossimità della persona che. parla a chi asealta. D. Che cosa significa Zu? R. 7 dinota 7 la persona vicina a chi parla 2. Ma non sa che l’z0 voglia parlargli: se questi parla, quegli può intendere ascoltandolo. - | . Che cosa significa $2, . Sî dinota.1. la persona lontana da chi parla eda. + chi ascolta 2. la: persona che ignora se lio e' tw parlino di lei, nè. può saperlo per la distansa. D. Con quale nomenclatura si distinguemo:to, fu, 312 ' R. Zo si dice persona prime: Tu sceouila: Si terza. , D. E perchè? . R. Perché, quando si vuol parlare, è necessario che i 56 uno cominci e l’altrd aséblti.# E, siccome il comin- ciare è prima dell’udire, il quale presuppone il suo- . nò ‘della pardlà proninziata, e chi comuricia “a par- lare è /o, come, chi ascolla è 7u; ognupo vede “che! quellò «è ‘persona prima ‘è questo seconda: It St poi in ordine è la terza, perchè la prima e se- conda’ fersonà direttaniente parlano ‘tra loro é per ‘sincidente della denza. Gt B.- Come -si chiamavano ‘nelle scuole questi nomi? R...Con-diverse noménclatùre. Chi li disse pronom: per- sonali, chi sostantivi‘e ‘chi aggettivi personali ‘catego- - rici, Maffalsissimamente come abbiamo dimostrato nel © Nuovo Corso. enna pr CAPO EI. Po ’ MR: ele io ae e a DEL PRENOME COME:CLASSE IPOTEORICA O SECONDARIA. D. Che cosa. è il ‘(endme? ESTRO Le A R. Prenome, parola composta da pre che significa ‘a- . vanti e nome , lo stesso che @vanti-nome', è unà .. elusse di parole; iclie-nel discorso precedono il noine: ‘tali solo. questo, ‘cotesto , quello , perchè: diciamo «sempre;questo libro e «nori: libro questo. Rispetto al significato il prenome è una classe ipotéorica o se- condaria di. parole, che racchiudono tra le altre una idea di relazione, che ha per ‘segnò categorico la 1 preposizione.» dii ear oa, E e D..Come.isi::distingue' il prenome? 0 R. O dalla diversa're/azione, che significa , o dalla. diversa maniera di significarla. D. Quante specie di relazioni il prenome significa? R. Tre specie, cioè 1. relazione di siro, 2. relazione .| di congiunzione, 3. relazione di disunione. | D.. In:quanti‘wodi. può significare queste relazioni ? I R..Con restrizione o senza, immediatamente ‘0 -me> diatamente. Divideremo adunque questo capo in tre ' . i von LA to atua : e ai SE È . e. . : SBZIONI:; 0 0 Pd + .* i 37 ; AEON | — SEZIONE PRIMA" © de dit : CERA AIA TI UR ei oa n $ 1 LI > .,* Da 39 > ; t ; 5 ‘ to sBube h de dai: è . è A 5 > a Yuri pote -..- ** De” Prenomi clie significano telazione di Sito: ©’ bra è è 4 2 e : ' a » . : Ù fi A £ L \ e i . è . e E x pi »l x La ae + ARTICOLO. 1, e: SAR na è * "i i d TRO RAR Di) “ sa . Pegi it ì +,» ‘ 28 Ù . “34 ita e? « -» De? Prenomi di sito senza restrizione simili a. - » Questo, Quello, Cotesto, Ciò, Ne, Il, Lo. D. Perchè i suddetti prenomi si dicono di Sito? |" R. Perchè ‘racchiudono uha relazione, che ha per se- gno categorico una di queste preposizioni 02e720 , ontano, che nel capo VI, Part. 1, pag. 32 dicem- mo preposizioni di s200. | E DIE D. Che cosa significa il prenome Questo? | R. Questo significa cosa ò persona vicina a chi par- la: così dicendo: prendetevi questo libro, voi già. intendete che iò parlo del libro vicino a me. D. E Coresto? | nn 1 EA R. Cotesto significa cosa 0 persona vicina a chi a-° scolta e perciò lontana' da chi parla: così dicendo: datemi cotesto libro, voi già iritendete che io voglia il libro vicino a voi e lontano da me. nerd DI E gueLLO tnt; R, Questo pronome ‘significa cosa o persona lontana da chi parla e'da chi ascolta: così dicendo: se ve- dete. queLLO stupido di Antonio, ditegli ec. voi già intendete che ‘io parlo di uomo, che non è presen- te, sibbehe assente ossia lontano da me e da voi. ‘D. Che cosa significa ciò? >. (o & . . R.- Questa dala viene dalla latina Aoc per ' trasposi- zione di lettere sla cio, e dagli Spagnuoli pronun» ziata ciò, quale noi L si 4 - ‘ché il-senso comporta, come vedremo in Siniassi. * 38 . D. Che significano /£ 0 Zo. R. Il e Lo equivalgono ambedue a quello ; perchè derivano da una parola latina, che in italiano corri- sponde tanto a ;È e lo, quanto a quello. Il poi si adopera innanzi ino a cominciano da semplice consonante; /o innanzi a nomi che cominciano da vo- cale o da s impura ossia da s seguita da consonante o da lettera doppia. Che // e Zo siano ‘gli stessi che quello, apparisce dal senso, imperocchè, se io dico: datemi 10 libro, voi già intendete quel libro, ossia libro lontano, di cui. altra volta parlammo.. | ARTICOLO IL. Da' Prenomi di sito con restrizione — (UESTI,. Questi, Eau, Costui, Corni. D. Perchè si dice che.i suddetti Prenomi significano con restrizione? N: tdi R. Perchè è piaciuto all’usa di adoperarli in senso ri- Stretto, mentre in virtù della loro etimologia potreb- bero averne uno più ampio. Di Mostrate come ciò può essere. > da R. Questi non è differente da guesto in quanto al- l'origine. Intanto l’uso ha ritenuto il primo pe'soli nomi personali, sempre intesi e non ‘mai espressi. Così dicendo: Piciro. disse a Paolo che fosse andato da lui, ma questi ec. si vede che questi si riferisce a Paolo nome personale non espresso dopo il pre- ‘nome — Al contrario guesto precede il pome tanto. personale quante impersonale, quasi sempre espresso, come. guest uomo, frega Redi: il rima si adi Quegli non è differente da quello; ma.il prima si ado- -pera pe’ soli nomi. personal sempre intesi e non mai espressi, così digen da da “del paca, è sempré: infelice, sì vede che Quegli si 39 riferisce ad un #0mo non espresso. Quegli poi dif- ferisce da Questi, come Quello da Questo. Egli non differiste da Quegli,.se non per due leltere di meno nel primo e di più nel secondo. In quanto all’uso poi egli sì adopera, quando si parla di er- sona lontana senza relazione ad un’altra vicina. Que- gli per lo più si adopera in oppasizione a Questi, come quando diciamo : Antonio e Paolo sono sti= mabili., QUEGLI per prudenza e Questi per dot- Irina. / Costui è lo stesso che Cotesto in quanto all’ origine. In quanto all'uso il primo si adopera pe’ soli nomi personali intesi e non espressi; il secondo pe’ nomi | tanto personali quanto impersonali espressi, come eotesto uomo, cotesto libro. n Colui è lo stesso che egli, perchè formato dalla stessa radice, come è dimostrato nel Nuovo Corso. In quan- to all'uso Egli, Colui e Quegli differiscono in que- sto che il primo si riferisce a persona lontana senza .relazigne od opposizione ad un’ altra vicina. Que- gli si riferisce a persona lontana messa in relazione od oppesizione ad un’allra vicina: Colu? persona lon- tana. senza relazione od opposizione ad una persona differente , sibbene alla stessa persona che de Late senta , onde nel diseorso è seguita da che, dicen- .dosì quasi sempre: Colui che, 0 colui il quale. De? prenomi, che siguificano relazione di Congiunzione. D. Quali sono i prenomi di Gi ‘unzione? =. R. Sono quelle. parote, che precedono i' nomi e nel 1079 RigIuBeNio raso rindono la relazione di compa- gnia, che ha per segno analitica la al scalati con. D. Come si dividono questi prenomif 1) | I I | -_R.' Im tre spetie, cioè 1. ‘di quelli che significano im- | — mediatamente questa relazione, 2. e di quelli che la. ‘significano medisiaménte 3. de collettivi ‘© <<’. D. Quali sono i prenomi, che significano relazione di ‘ congiunzione imrnediatamente? 0/0 / R. Sono talé-quate; ‘tanto:quantò. D. E quali soho i prenomi che dinotano relazione di “congiunzione mediatamente? 0 o R. Sono tutti quegli altri, che riduconsi ‘a’sopràddetti ‘simili a sfesso, medesimo, {dentico ec. . © n pa NE: Leon Meg | Fai Ei a en N ele ARTICOLO:E: in, eli. ui cat Rini Re, a i Ca n ai De'prenomi che significano relazione di congiunzione immediatamente Tale-Quale; cioè Tanto- Quanto. PNRA e e SERE si A ia) E Noi D. Come rale-quale e tanto-guanto' significano rela- zione di congiunzione immediatamente? È R. Allora ‘che diciamo : Pietro è tale quale è Anto- ‘nio, intendiamo dire che ‘una stessa ‘qualità è CON | Pietro ‘e ‘con Antonio. Ora, dove è la preposizione “Con, vi è relazione di ‘compagnia O) di congiunzio- . ne. Similmente quando diciamo : l'occhio destro è santo quanto è ΰ occhio sinistro, intendiamo dire clie la stessa quantità è con l'uno se l’altro occhio, ossia vi è relazione di congiunzione 0 compagnia # di espressa da con. ’ I D. In che differiscono tale-quale e tanto-quanto. R. Differiscono in questo, che tale-guale sono preno- | mi congiuntivi. di qualità, e tanto-quanto sono pre- i momi :congiuntivi di quantità. Ò | D. Con,qual nomenclatura comune si’ addomandano Edile rispetto a. quale; ‘e tanto rispetto-a quanto? R. Si addomandaho Correlativi, perchè posto 1 uno si pone l’altro, e, se uno non è espresso, si sottintende. I, ne etti dl: D. Adunque nessuna differenza passa tra:guale corre- lativo ‘di: tale è guale precedifto da' #l, lo; le? > R. Nessuna. differenza rispetto all’ etimologia, sebbene iferiscatio in !‘quanto alla sintassi. sp de De' prevomi ‘che significano con giunzione Mediara. | mente;: e-st:dividono în Prossimi e Rimoti—Che, +. Cui;.Chî, Stesdo; Medesimo, Simile: Tdentico E guale, Pari, Has Desso ec. È D. Perchè, quei prenomi diconsi significativi di con , quiinzione. mediatamente? | - e an kh. Perché dessi ‘mvedialamelte racchiudono tale-qua- ide-o tantorguanto, ondéchè per mezzo ‘di questi. e . on’ per .sò;stessi: racchiudoro la--preposizione Con. D.-In quanti. siodi ‘avviene queta: mediata significa; -; zione? . «ra . In due modi, cioè prossimo e rimoto. D, ‘Quali sono i prenomi. lg a Leoni R. Sono: Che. Ci, ve | ; D. Perehè ciò? R, Perchè. la parola che viene dal latino qui, che si ci traduce: ona quale. eil ‘ora ‘che; 8imilmente: cui e variazione dig qui, che si traduce ora che, ora qua- le; onde che e cuî:sond prossimi a tale-guale. In fatti, quando diciamo: :/ libro, Che mi avete man- è dato) é-Badho;a- quel che si ‘può-sostituire sl Yualè e dire 14 lrbro dl guale ee; Chi è «una parola equi- valente a Colut il quale o Colei la quale , tanto se ‘sì usa nell'interrogazione; quanto ne artizioni. D: Quali sono i prenomi congiuntivi remoti R. Sono i seguenti. © 0 “ui i 1. Stesso equivalente'a tale-quale: ‘così dicendo: para sto libro è lo stesso, l’espressione si traduce in que- x 2 > \> \ n° “ LI 4 +’ 42 st'altra: il libro è /e/e-guale me lo avete. mandato. 2. Medesimo è parola di origine straniera e sì ado- pera nello stesso senso di sfesso, con qualche pic- cola differenza in quanto all'opportunità di uso. 3. Identico è ‘dal latino idem, che si traduce stesso, parola scientifica più che popolare, onde equivale a tale-quale. ‘ 4. Esso viene dal latino ipse, che ne'dialetti si tra» duce 1ss0, equivale a stesso, perchè dicendo: essa è, l’espressione equivale a questa : è :/ tale il quale ha fatto ec. Dessa nou differisce da esso, se .non per la 2 iniziale per ragione di buon suono. 3. Eguale importa tanto-quanto, perchè, dicendo: A è eguale a B, l' espressione equivale a quest'altra: A é tanto quanto è B. Don 6. do; viene dal la si ser sì aduee antora —_ equale, ma questo è pi nerale e quello più par- ticolare î poichè la parità è più fisica de vole | 7. Simile significa quasi tale-quale , ossia non per- fettamente lo stesso. |. n | D. Non passa alcuna differenza tra questi prenomi ? R. Stesso, Medesimo, Identico, Che, Cus, Chi, Simi le si possono dire prenomi congiunttni qualitativi. Equale, pare prenomi congiuntivi quantitativi, per chè quelli si riducono a zale e questi a tanto quanto. | si e ni De’ Pronomi CONGIUNTIVI COLLETTIVI; Molto, Troppo, | Assai, Più, Qualche, Ogni-Tutto. D. Quali sono in generale i prenomi collettivi ? R. Sono quelli,che significano la congiunzione di mal- te quantità continue o discrete collettivamente. D. Che vuol ‘dire che significano molte quantità col» lettivamente ? . : a 43 R. -Vuol dire che fanrio concepire una moltitudine di quantità raccolte insieme. | D. Quali sono i prenomi collettivi di quantità centinua? R. Sono i seguenti. | 1. Molto che significa una grande collezione indeter- | minata, come molta materia, molto danaro. 2. Troppo significa molto relativamente, perchè ciò, che :è froppo per uno, può esser poco per un altro. 8. Assai di origine straniera significa ridondanza ma meno di molta, ©. se A. Più è correlativo di mena, ed ha luogo nelle com- parazioni. i 5 def | 5 D. Quali sono i prenomi collettivi di quantità discreta? R. Sono i seguenti. | O” I 1. Qualche che significa non tutti, ma tra tanti una ° parte, come iiafche vomo, qualche frutto. Ogni si- gnifica la collezione ‘ di tutti gl individui, così di- cendo : ogni uomo , s'intendono tutti gl’ individui ‘© umani senza eccettuarne: alcuno. 760 propriamen- te significa la collezione di tutte Je parti continue di un esteso come fuffa Za tavola, tutta la mano, ma spesso-nell’uso si confondono. Ciascuno è com- ‘posto da ciasc corrotto di quisque e uno, e signi- ca distribuzione, onde appartiene a' prenomi della ‘seguente sezione. A/cuno è ancora composto da ali- ‘quo uno e si può ritenere per un prenome di que- "sto articolo. dh: 4d } K ti È r HE ion bd viag, “Fi È na È i ce SEO 18. pr I al ‘De’ prenomi, che ‘significano relazione. di -disumione e. che sì, possono dire disgiuntivi |, .\/.. GL... 1 ieB YVra D. Quali sarebbero tali prenomi? ;;...,i +’ I had 3, . Meno, che significa non tanto-quanto, così dicen- CAPO HI. DELLA TERZA CLASSE IPOTEORICA OSSIA DEGLI AVVERBÌ. D. Che cosa sono gli Avverbi? R. Sotto questo 20me si comprendono tutte ca pa- role, che senza rassomigliare ad alcuna delle pre- cedenti classi racchiudono 1. una relazione, che ha ’ mm ir uu _m—&__&—_1zmm1nmu um _ n c—_—rr_—=#wBTi BÌ. 45 ‘ per segno wma preposizione del verbo 2. l'idea.di , tempo 0..di luggò: determinato ro. indeterminato: in senso proprio o metaforico. Ondeechè siffatte. parole furono. detti. avverbi;.perchè, determinando la. signi- . ficazione del verbo, se gli. allogano: d'accanto. +. D. Ma quale relazione del verbo ordinariamente rac- chiude. 1 apperdtb Year R. Ordinariamente l’avverbio racchiude la relazione di ». .comtenenza espresta dalla. propesizione 24. Ho dettéi : erdinariamente, perchè, se il'verbo satà:concreto e ..di.moto, può l'avverbio racchiudere la; relazione: di origine. e di tendenza,che hinno pen. segni. quella . ‘la -prepasizione Da, e questa.la. preposizione. A; €0- , ME YEAr@MOL La D. Come si distinguono gli avverbi riguardo-al secon- do termine di relazione che contengono ?:: |. R. In avverbi di.sempo 4 .di lago, Si.divannò avver- bi di tempo quelli. .che racehiudono-la preposizione In e il nome di tempo: si diranno Avverbi di luo ..«go' quelli, che racchiudono la preposizione. £n. ‘e. il . nome di luogo. FAP di -* Co Pen e D. ‘Ditemi..quali sono: gli Avverbi. di -lempo...: 1. R. Gli avverbi di tempo. sono'i seguenti. 1: Gra°ehe | significa 1 &n ‘tempo passata : così dicendo: av- »- venne. già; quello, che 10. avea preveduto , ognuno , ‘vede contenersi.in quel 964 la: tradazione 172.10 £em- :;po passato. -4..Mai che-significa ‘în -un teinpa 0 | passato 0 futuro, secondo che :i tempo del verbo a cui si associa richiede: così dicendo: Quando .. mai mi passò per ‘capo’ un tal pensiero? il mat , dinola er ‘un teinpo passato, ma dicendo: quando mai Pretro verrà? il mai dinota 1a un tempo au» ‘ventre qualsiasi! © GG. N 0 S’ingannarono quindi i ‘grammatici, che dissero dino: «tar questo. avverbio lo stésso che sempre, perocchè noi diciamo: sempre: mat e mai: sempre, e due pa- 46 role diversissime non possono avere il medesimo si- gnificato. 3. SempRE che significa #n ogni tempo o passato o futuro, così diciamo egualmente : ho a- mato ed amerò sempre, cioè îo ho amato tn ogni tempo passato , ed amerò in oqni tempo avveni- re {1). D. Non mettete voi tra gli avverdî di tempo le seguenti parole, ora, oggi, domuni, subito, allora ec. eo.? R. Niuna delle suddette parole e delle loro simili si può ‘ dire avverbio 5 perchè esse appartengono alle classi primarie. Infatti ora è nome, che significa la venti- quattresima parte del giorno ; 0997 sigrtifica, come nome; il giorno presente, domani è ancora nome, che significa il giorno seguente: subito è un pattitipio come nella nota: allora è parola composta da «; la, ora. Ora l’avrerbio; come parola ipoteorica, dev’es- ‘sere di natura differente dalle parole categoriche, i . cuisigmificato esse racchiude, come già, mat, senipre. D. Ditemi quali sono gli Avverdì di Luogo? R. Eccone alquanti 1. Ivi che significà 243 quel luo- 90 » ossia 1n luogo lontano da me e da vot. Da dvi per brevità si è fatto vs con lo stesso’ significà- . 2. Qu: 0 Qua’ che significa in questo luogo ; ossia nel /Zuogo vicino a me. Onde diciamo : fv? 80- no molti leoni, parlando dell’Affrica paese lorifàno da noi, e molti usignioli sono qui, parlando della regione, in cui mi truévo io, 0 ci troviamo rivi. Da qui e vi si & fatto Quivi, il quale ètimologicamente ‘.__{W) IT grammatici vorrebbero per avverbii fosto, ratto , presto , subito, festè, incontanente, immantinente, quari, ma TOSTO è partici- pio latino che significa arso o abbrastolito, e, siccome gl’itàliuni dicono poi siete saputo per sapiente, dicono atcura fute tusto per fate in sno- do ardente: nATTO è participio di rapio, SUBITO e perticipio di subeo, e differisce da subito latino per l'accento sull'antipenultima: incon- teneiite è parola corbposta da in con e tenente, IMMANTINENTE è pes- sima traduzione del mndintenant fradcese, GUARI è parola provenzale è francese guer'e e significa motto. Rimarrebile il sol0 testè di cui igno- ro la SEIglne, La parola PRESTO è latina composte da pre e sto a- vanti sto. => > 2a “-_. du > e SS ER € © . fs © figa] LL | 47 . parteciperebbe del significato dell'urto e dell’ altro, ma i grammatici. fogliono riteneté che guivi signi- fichi lo stesso che Zuî, cioè in quel logo lontano. + 3. Ci non è diverto pet significato da qui, ma ne . differisce per l’accessorio di une vicinanza più de- | terminata rispetto a chi parla. Così diciamo : Son venuto 4 cast con tanto desiderio 8 no ci ho tro- « vato alcuno, deve quel Gi dinota la casa determi- - nata, conte luogo dove mi rattroro io (1). 4. Costi a Costa’, che significano în cotestò logo, osià nel duogo vicino a toi, 0 dove voi siete, orde bisogna dire: se vor verrete qui, i0 al ritornò vi accom- pagnerò costà 5. Li è La”, che significafio in quel er ag éssia mel luogo lontano da me è da voi, endè pare identico a ?vÎ, 0 07, 0 quivi.Còta' ron dif- - ferisce da La, sé non per una sp déteriniha- - zione di luogo: È falso .che gui differistè da gud , 0 li da lé o tosti da costd, come il Baitoli ha di- mostrato ton mille esettipi' degli stessi classici scrit- tori. eg e D. Ditemi gli avverbi, che sigfificafio (mp0 è luogo in :fenad mnétaforteo, I VSS, ata: R. Eccone alcuni. 1. /ndarno che significa #1 modo vano o inutile 2. O chè significa in una. suppost- zione, e, se è ripetuto, si traduce: nella prima, nella setohdd è nélla tetta simposizione : Ovre- ro, oppure, ossi& sénò prole eorhposte. i D. E che bisogna dire di que’ voluti avverbi de'Gram- matici, che finiscono în mente, cime’ fortetiertà, grane ° demènte, massimamente: 0 R. Qiesté e siniglianti parole:sono cottiposizioni di un tI ° (1) Questo - Dt è iderftico' al faitino hié pei metdtesi fatto ci, il ale hic gi fa currispondere a qui; Adanque.Ci£ Qui sono ancofa identicî. It che pruova, ehe, se si danno perfetli sinonimi, è a con- dizione d’ introdurre vocaboli di altre lingue , dì cnî ignoràudosi il sero, vaoze, si-fa lura siguifeerò un'idea già nemizata con propria parola. D. Ditemi in ultimo ‘quali sono; 48 , aggiuntivo e del nome mante ;;.i quali si riducono .. alle ‘classi categoriche; e solto il rispetto del. costrutto alla sintassi figarata; i. ei | gli ;avvérhi, che con- tengono le preposizioni .4,.-o 2a, che abbiamo dette preposizioni del verbale?) go. u Lan R. In'primo luogo ;meltiamo Apuneue, che viene dal 4 » f li latino. ad unguera, ossia. è pruova. di unghia,a ca- pello; Il senso di questo.avverbio è: A capello com- bacia col detto innanzi quello che vado ‘a: dire, Il | quale procedere del pensiero ha-luogo nella, conchiu- sione di .un ragibnamento, i. i in. secondo. luogo; mettiamo Zadî parola composta da ‘da Di in. senso di Da, perchè ‘identico al latino. De, ‘come 2rdî è formato da înde; il.:cui senso si. rav- ; visa.in questa formola;: -Da quello che precede ve- è muoi | ndo in. :Quinpi le Quinci ‘sono composti e: di: va= e 4 el N. R. E la quarta classe ipoteprica di ogni. lingua”, e R. Vi sono i Misti, di cui parlerewio nel -Capo seguente Î) n si È v ci so ® ’ A È: x È [a > se a -.- ACAPOVC: i î Reg Ma A 2 È i Ù .lore ‘identici a. indi ; ma, quinci accenna a prossi- ,mità di.provyenienza, e in. ciò. differisce da quindi. Il Costinci è rimasto al 300, { è ‘%» D. Non vi sono altri avverbi? to: i n; (I 6 (ERA da 2 v Pad | DELLA QUARTA CLASSE. IPOTEORICA OSSÌA |. , DELLE CONGIUNZIONI. . |<. . a % s { ‘ porgo ; "i su ieS Wi, E È: sb ME fe #. bi: Che cosa è la Congiunzione br comprende sotto di sè tutte le parole, che racchiu» dono le relazioni di compagnia e di disunione e- Ipreae dalle. proposizioni con e senza. D. ..In che differisce allora la congiunzione da'preno> mi congiuntidito 0.000 ua de R. { prenomi: precedono i- Nomi, e: pe’nomi si varia- 49 0, come vedremo; le congiunzioni al contrario nè precedono i Nomi, nè si variano. D. Come si dividono le congiunzioni ? R. In pure e miste. D. Esponetemi le congiunzioni pure ? R. 1. &, che innanzi a vocale per buon suono si serive | e sì pronunzia ed, racchiude con, che prende a pri. mo e secondo termine que’nomi, che offre il senso: così dicendo Pietro e Paolo asseggia, ognuno vede «che il senso sia Pietro con Paolo passeggia. 2 Non sì riduce a senza, relazione di disuntone e rende a prinso e secondo ternrine que nomi che iP senso olire: così dicendo io ho fatto non cattiva azione, ognuno vede che il senso sia: io ho fatto cosa senza cattiva azione. A non si riduce în negativo in com- | posizione, come inutile equivalente a ron utile. Da ° 4Yon ed è accentato si è fallo né, che significa e nor, delle quali una congiunge e l’altra disgiunge. 3. Anche, che significa aggiungere al detto innanzi, 4. Ma, che signifiea eccezione: così dicendo: 4n- tonte è dotto, ma non é pi0, ognuno vede che quel ma fa eccezione dalla lodè data nella prima pro- posizione. Ora che cosa è l’eccezione;, se non una disustone? Adunque ma si riduce a senza. 5.Pu- re, che significa eecezzone. Così dicendo: Sebbene Paolo sia oneste , PURE qualche volta si lascia trasportare dall'ira, Ogruno vede che pure fa ec- cezione dal concednto innanzi. ——— D. Ditemi ora le congiunzioni miste e con qual altro neme sì addomandano ? R. Le congiunzioni miste sono quelle, che racchiudo- no la. relazione di compagnia, di cui è segno con, e quella di sero, di eni è segno /n, oppure la re- lazione di provvenienza, di cui è segno da e quella di compagnia. Per questa duplice relazione, che rac- chiudono si dicono mtste; perchè sone mezzo avver- f) x n ‘90 bii, e mezzo congiunzioni, dette-ancora copulative, *- D. Come queste congiunzioni significano. la relazione | di compagnia ? - 10. R. Per mezzo del prenome congiuntiva che; cuî, quale, che in esse conliensi. DO Ai da D. Ditemi quali esse sono? . + dl R. Le seguenti 1. Sx, che significa nel caso che o nel caso în cui. Così dicendo: studiereî, se ‘avessi li- " brî, ognuno comprende che si voglia dire: studie- rei nel caso în cui avessi to libri. Questa copula- tiva viene ancora detta condizionale, perche. espri- me la condizione, senza cui -non si dà un'altra cosa. ‘‘2. Come, che significa nella maniera che:o nella marntera în cui 0 modo tn cui ee. Così dicendo : . Morì come visse, ognun vede che il senso .sia.Mo- . ri nel'modo în cui visse. 3. Così è correlativo di come e significa nella tale mantera, e aliora come significa nella quale mantcra. Tante volte cos? si ‘abbrevia in s! e si compone in. come, fotmandosene siccome collo. s'esso significato. de’ componenti è 4. Ove ché significa /uogo nel quale luogo: così di- ‘ cendo: Non so Ove egli stia, già si intende che si “* voglia dire : Nan so 1 luogo niel quale: luogo egli °° srîa. Invete di ove si dice dove, aggiungendo la d ‘ ‘per buon suono, come abbiamo -veduto che»si dice ° desso in vece di esso e quivi invece di 122. 5. QUAN- po, che significa nel tempo o tempo, in. cui, ‘così " ‘dicendo: e scriverò, quando il.corriero venrà,l'e- _ spressione equivale.a quest'altra: «2,scriverò nel teai- °° po, in" cui il corriere verrà. 6. Mentre che: signi- « fica: nell'istante o istante tn gui: così diceado!: |! ° ‘Mentre vot leggete, î0 scrivoz)il senso è:;t0 scri- |, I | | » + vo ‘nello ‘istante în cut voi leggete.:7..:ONpE, iche | "© significa; dal luogo 0luogo.da- cut.(1).Cosb.dicen- ° di al) Si | ug ta Li d; è . LI ‘ tx- A Mala ca - . (1) 1 Grammglioi hanno detto che onde italiano sighifichi di cui, 51 i! do: stettero in Roma, onde pot partirono, ognuno it =—vede che si voglia dire : stettero 2n ÎRoma luogo, da cuî poi partirono. 8. QUANTUNQUE è parola tutta id Jatina, quantumque, composta da quantum e que e si può tradurre per guanto e quanto st voglia dire ehe. Non riportiamo poi'‘in questo luogo fe parole È composte, che si riducono al valore degli elementi, il nè quelle altre, che i grammatici annoverano tra le dé egongiunzioni e tali non sono realmente. Per esem- ul pio sebbene non è differente da se condizionale e P" bene nome: Benché è composto da dene nome e che 9 prenome congiuntivo — 0, ovvero ec. non sono con- ell qrunzioni,come abbiamo dimostrato nel Nuovo Corso. 0: Eziandio è un mostro formato dal latino etiam diu, lo. composto da e jam diu , in vece diremo ‘anche , È ancora, ‘petchè eriam ‘si traduce ‘per ancora. Il n Poscia è identico al pòsr ehe significa dopo, e * quindi è ria di sîto, came si rileva :dal senso. Pot è identico a poscra ‘è quindi a post— i Posciatchè e-poiché sono composti equivalenti a do- di po che: Anz? è lò ‘stesso che ante avanli. "-D, In che durique differiscono gli avverbî dalle ‘con- giunzioni?’ ea Sal " R. Dalla diversa relazione, che racchiudono. Lo avver- è bio racchiude la relazione di conzfenenza o di òri- v gine o di tendenza: la congiunzione racchiude la relazione di coripagnia 0 disunione. = È" —, - scon cui e.per cui. Eglino a parer mio si sono ingannati a, partito , ., perocchè onde italiano e. lo stessp che unde latino, il quale si adope- *’rava come domanda du luogo : UnpE venis? Done vieni ? ossia da - «qual luogo vien? Se. quindi pare che in alcuni costrutti si truovi in senso di di cui 0 con cui, € uopo considerare che lo sia metaforica- ia o figuratariente, appunto còme figurata niente ‘diciamo partir di Roma cioè dalla città di fioma, La qual opipione mivsembyra piu ‘ragionevole di quella, che io’ esposi storicamente.-nel Nuovo Corso. ‘Se non sì fissa una volta il verb valore delle piréle, non si può spe- rare che sì correggano alcupi sprupositi che vanno fondati sulle au- Acrità. 1 : » ct 19 D. R. D. "i D. R. - CAPO VI SE L’INTERIEZIONE SIA CLASSE DI PAROLE? .. Che cosa sono le intersezioni o. gl'interposti? Sono alcune vocî, che si frappongono alle parole nel discorrere di qualche cosa. Dunque le interzezioni o gl' interpostt non sono parole? No, ma voci. | | E che differenza passa La l' inzerposto e la pa- rola ? | o . La parola è un. segno convenzionale relativo alli idea che significa, ondechè per intenderlo è neces: saria l’opera del maestro che lo insegni, come da biamo stabilito. nell’Introd. alla parte pruma. L'interpo sto al contrario è una voce naturale, che senza con: venzione, ma per sè stessa, fa intendere la causa che la produce, la quale causa è l’a/fezta, ossia una pas: sione, come dolore , piacere , ira, noia ec. Così ‘quando uno sente dolore, emette la voce oh! e no! senza maestri, e con noi gl’inglesi, 1 francesi, i te; deschi ec.ancorachè non sappiano la nostra lingua, all'udire quest'oh!, intendono che l’infelice, il quale così si lamenta, senta aspro dolore.—Dicasi lo stess di ah! eh! 1h! uh! eo. I D. E perchè gl’interposti si frappongono alle parole! R. Perchè noi, che parliamo, abbiamo intelligenza pe conoscere, e cuore per sentire gli a/fezti. Le affe zioni del cuore si esprimono colla voce, ossia cogl interposti, e i pensieri dell’intelligenza colle paro) s'intendono. Ora, mentre pensiamo, può darsi ch sentiamo ancora, onde avviene che la voce interron pa le parole e si frapponga alle medesime. Do perchè simili voci si chiamano interjezioni 0. tate posti. ! di D. Come si distinguono gl’interposti ? R. In puri e misti. | D. Quali e quanti sono gl interposti pur? R. Sono le seguenti voci di una sillaba: 44! £%! Z4! On! Uh!, che esprimono i seguenti affetti: 1. Ah! esprime piacere o gioia interna, se si ripele ridendo, come ah! ah! ah! Dinota dolore, se sì pro- nunzia interrotta e isolata. 2. EA! si adopera, come voce di chi sgrida, disprezza, ammonisce, discaccia, priega, scongiura, deride. 3. 4h! di chi commisera, disprezza, deride. 4, Oh! esprime dolore, meraviglia, scherno, rabbia, îra ec. 5. VA! esprime impazienza, noia, tedio, disprezzo. , Fra' i purt interposti bisogna annoverare glinterposti di composti di due voci, come ali! ohi! uhi! che, co- me si vede, equivalgono ad ah/ e #4/, ad oh! e t4/, ad uh! e hl "_G D. Quali sono gl'interposti msst:? R. Quelli che hanno qualche elemento di parola, co- me Del! per preghiera, Poh/! per disprezzo, Vf! per noia; o qualche intera parola, come altmé! oht- me! paffare! ec. ec. iva DELL’ETIMOLOGIA |. mond dii. ie iu sioni Delle radici, de' radicali, e delle parole' secondarie «dt ogni lingua în genere. ©» d D. Quali parole si possono dire Radici in una lingua? R. Sono parole radici in una lingua: tulte. quelle, che “non riconoscono altre parole anteriori a loro, da cui... ‘sieno formate, ma desse’ sono le prime, che possono ‘generare sterminate famiglie di secondarie parole. per questo che simili parole si addomandano, anco- ra parole madri, o parole generanti, perchè desse sono le generatrici delle loro famiglie. D. Che differenza passa Ira radice e radicale? R. La parola-radice è generante e non generata, 03- sia che non è formata da altra parola anteriore a sè, ma la parola-radicale ‘essenzialmente è gene- rata, quantunque sia essa stessa feconda generatri- ce di altre parole secondarie. | D. Come si chiamano le parole generate con nomen- | clatura comune? c R. Si chiamano parole secondarie in generale, per- | chè elleno esistono, e non possono esistere, che do- — po te parole madri, da cui vanno generate. dò D. In quanti. modi-si effettua la generazione delle pa- role secondarie dalle loro radici o da’ loro radicali? + R In tre maniere cioè 1. per Variazione, 2. per De- , rivazione, 3. per Composizione. Ma, a rigore par- . lando;, la vera generazione si effettua propriamente :.pe dué primi modi e impropriamente pel terzo. D. In che differiscono le parole varzaze dalle derivate? R. Le parole variate differiscono dalle derivate in .questo: che Te prime, generandosi, non alterano. la ‘ natura della parola. madre , la quale, se è nome, . resta nome nella variata: le seconde poi, generan- dosi, alterano la natura della parola generante, la. ‘quale, se. è nome, diviene serdo nella derivata , come rî4 ed avviare, ec. ec. DELLA VARIAZIONE E DELLE PAROLE VARIABILI. D. Che cosa è la Zariazione? cat | R. E un'alterazione, ché succede nelle parole radici o -radicali, e.per la quale la: parola, che ne risulta, ri- . tenendo il significato della parola madre, lo accresce di qualche altra idea accessoria. Così dicendo, Jul intendesi l’animale così detto:senr’altro. Ma, se va- .rio la desinenza in mulo, mula, mule, muli, oltre l’idea del così detto .animale, per la desinenza 0 ag .giubga le idee accessorie di wn0 e maschio, per la daivcir .& quelle di una e femmina, per la desi- * = nenza e quelle di più mule femmine, per la desi- nenza 2 quelle di 2:% muli maschi. D. Pare da ciò che la variazione si compie per l’al- terazione delle desinenze delle radici o de’radicali? R. Supino è così, come vedremo dagli esempi, che produrremo ne'capi seguenti. +D. In generale quali idee accessorie la Variazione può 56 TARSAMICarO nella desinenza delle radici o de’radi- cali. I si R. In generale possiamo dire che la Yartazione rac» chiude nella desinenza delle radici o de’ radicali quelle sale idee accessorie, che hanno stretla rela- zione coll'idea primitiva della parola madre, come particolarmente vedremo appresso. ©. Li D. La Variazione si propone sempre di racchiudere: qualche idea accessoria all'idea primitiva della pa- rola madre o si compie per qualche altra ragione? R. La Variazione non si propone sempre di si9ntff- care una nuova idea accessoria; ma spesse volle in molte lingue si propone d’indicare alcune relazioni ad altre parole. sa x D. Che differenza passa tra la prima e la seconda Va- È Piazione ? R. La prima è significativa o etimologica, la secon- da è indicativa o sintassica. Le quali nozioni’ si renderanno più chiare da quello, che andremo a di-. re in appresso. | an Ra D. Quante e quali sono le parole Z'arzabili ? - R. Tra le parole delle Classi categoriche le paroli va- piabili, ossia capaci di Variazione, sono le tre se- uenti 1. .il Nome, e le parole derivate in forma «di nomi, 2. il Zerbo , 3. l'Aggiuntivo , il quale — comprende ancora i Comparativi, superlativi et. e le parole derivate in forma di aggiuntivi. -».: | Tra le parole delle Classi ipoteoriche sono variabili , ossia capaci di variazione f. i Nomi primitivi peo- sonali, 2. i Prenomi, sotto la quale nomenclatura intendiamo una sterminata famiglia. sona ' do dio | —> — x s-_- sr 57 sale DELLA VARIAZIONE DEL NomE. D. Qual è la radice o. il radicale de’ Nomi? R. Ritengo a modo di semplice distinzione che la ra- dice e il radicale de’ nomi sia il numero delle let- tere, che lo compongono , salvo l’ultima vocale in italiano.Così 72u/ è radice del nome mulo, @sin di . asino, alber di albero, per la.ragione che la Va- . riazione si compie nella destnenza, ossia nell’ulti- ma sillaba o lettera. cs D. Perchè il nome si varia? : R. Per le due ragioni della Variazione in genere, e- , sposte nel Capo antecedente , cioè o per aggiun- gere idee accessorie all'idea primitiva della radi- ce o del radicale, o per indicare. alcune relazioni del nome ad altre parole nel costrutto. Nel primo caso la destnenza de’nomi operata dalla Variazione si dirà significatica 0 etimologica, nel secondo si dirà indicativa o sintassica. D. Di quale Variazione de’ Nomi parlerete in primo luogo ? i R. [n° primo luago parlerò della Variazione, che in- — duce desinenze significative o etimologiche , e in secondo di quella che induce desinenze indicative, 0 sintassiche. Delle desinenze etimotogiche o significative de’ Nomi. D. Quante e quali idee accessorie può la Variazione racchiudere nella desinenza etimologica de’ Nomi? R. Le seguenti 1. l'idea di sesso, per cui alcune so- | slanze e cause sono maschi o femmine, 2. l’ idea di quantità continua o discreta. 3. l’idea di qua- lita, 4, l’idea de’rapportî in certi nomi, :38 \ D. Come dunque sarà divisa questa Sezzone? R. Ne’ seguenti Articoli. 1. Della Desinenza fonda- mentale significativa del sesso, 2. Della Desinen- za fondamentale significativa della quantità di- screta, ossia l'unità el numero, per cui il nome è singolare o plurale , 3. Della Desinenza signifi- cativa della quantità continua, per cui 1 nomi di- ventano Diminuttei o Accrescitivi. 4. Della. Desz- nenza cepicanza della qualità, per cui i nomi - si dicono Migliorativi o. Pèggiorativi. 5. Della De- . sinenza significativa delle relazioni in certi Nomi. ARTICOLO LL 000 es Bella Desinenzafendamentale significativa del Sesso. D. Che cosa è sesso? ML sE R. E° la duplice qualità, per cui ‘alcune -sostanze, o cause si dicono maschie ‘ed altre femmine. . D. Quali nomi. adunque possono avere la desinenza significativa del sesso ?. Prw gp R. Que'soli nomi, che-:significano sostanze e cause, che in natura si mostrano a coppia di maschi e ferà- ‘ mine. propriamente , e impropriamente quegli altri nomi che signifivano sostanze e cause ,: che come mascii e come femmine si concepiscono, e si rap- presentano o in pittura o in isco:tura: Così i nomi lupo , cavallo, gatto; ee. si possono variare pro- priamente in una desinenza significativa di sesso , perchè in natura esiste un lupo maschio ed una fem- mina, un gallo ed una gatta ec. Impropriamente Dio, Angelo; Demonio , Giustizia , si variano: in desinenza significativa di sesso, perchè-i pittori-e - gli scultori ci rappresentano questi ‘esserà, aleuni:in forma di maschi, ed, altri in. forma di femmine. . Se il sessa è duplice pel maschio. e per la. fom- t è 1 59 mina, pare che i nomi, variandosi, debbano avere una duplice desinefiza , una pel maschio e l' altra per la femmina? | R. Così è, e in fatti questa duplice desinenza in gre- co, in latino e in italiano e in altre lingue ancora sì ravvisa per lo più ‘ne’nomi degli animali. i D. Qual è questa doppia desinenza nella lingua italiana? R. È Opel maschio ed ‘4 per la femmina, come mu- - lo e'mula, asino e asina;'cavallo e cavalla, gat- toe gatta, agnello e agnella, pulledro e pulle- ‘ dra, colombo e colomba ec.ec. = © D. Come si addomanda questa duplice Desinenza ? R. Desinenza:fondamentale, ‘perchè dessa è il fon- datnento di tutte le desinenze degli altri nomi, ‘dei renomi e degli aggiuntivi, come vedremo. D. Un nhémng; per dirsi variato sotto questo rispetto , deve avere necessariamente la duplice desinenza in o leg re VERO R. Così dovrebbe essere, -ma nel fatto vi sono moltis- ‘simi nomi italiani che ne hanno una sola in o pel solo maschio , e ‘in @ per la sola femmina, come “per quello Zucezo, Corvo, Rospo, Toro, Uomo, U- signuolo, Coccodrillo, Delfino, Riccio, e per que- ‘sia, Aquila, Rana, Vacca, Trota, Pecora, Troja: . il’ che basta per dirsi variati a significare un sesso. | D. Ma percliè questi nomi non hanno la duplice de- -$inénza? _ | uu R. Perchè l’uso non li ha variali, onde, se taluno la prima volta dicesse lo Aguilo o la Tora,non pec- ‘cherebbe contro le ragioni fondamentali della lin- gua. Ma, siccome chi parla contro l’ uso corrente, è deriso, non giova la sola ragione per introdurre ‘ inusitati vocaboli. ' | D. Dunque tutti nomi degli ahimali, che non hanno ‘la desinenza fondamentale, si debbono tenere come >» ‘ not variali? i +0 ot 60 R. Appunto, onde Zepre, Volpe, Cane, Bua, Leane, Elefante , beachè dinotano animali, non sona; nè maschili, nè femminili. "ada ND. E come si fa per connotare. il sesso di questi a- «nimali ? Se i paia R. In simili casi si ricorre all'uso de’ prenomz,e de- gli aggiuntivi, come vedremo in appresso.:; D. Ma, seunadice prua o casa, lago 0 piazza ec., «ognuno vede che questi nomi hanno la desinenza, o .— @ a, diremo noi che sieno maschili o femminili? R. Non mai; perchè le sostanze e le cause. che qne- sti nomi signifieano, non sono nè maschi, nè fem- mine. Or come potrebbe la loro .desinenza significare ciò che non conviensi al loro significato, primario? D. Perchè dunque prendono siffatte desinenze ? . .. R. Per significare la quantità, come vedremo nell’arti- colo seguente. SCIE SE D. Che bisogna dire di certi nomi di uomini desinenti in 4 come Zuca, Andrea, Geremia, e di certi al- tri nomi di sostanze rappresentate, come femmine, de- sinenti in 0 come Erato, Safo, Clio? 00.0 R. Simili nomi si debbono considerare di origine stra- niera, e come invariati in italiano rispetto al sesso. D. Qual altra particolarità presenta la lingua italiana setto il rispetto della desinenza significativa di sess0? R. Vi è quest'altra particolarità che alcuni nomi va- riano il radicale in essa per significare la femmina, come Leone in Leonessa, Elefante in Elefantes- Sa ec. ee. » iI ‘D. In un piano di Jingua regolare i nomi degli ani- mali come si dovrebbero variare? ut .R Ogni nome di animale dovrebbe avere la. duplice desinenza fondamentale o e a, come /upo e /upa : intanto ciò non sempre sl avvera; perchè in italiano «abbiamo molti nomi del masehio diversi da quelli della femmina, come zoro e vacca, porco e troja “ariete e pecora, uomo e donna ec. La (i e n ili deine — pid di PR acini BE . AI Paini IRE i AntIcoLo dn 1, . i HI : i ‘. "O SR 1% ds to e Della Desinenza. fondamentale significativa. dell iaia discreta, per la quale 11 Nome è Singa- are 0. Plurale, 000/20 a D. Ripetetemi la nozione della quantità discreta, ‘.. R. Per quantità discreta bisogna intendere l’ Uui/d o il Numero, poichè si è. vedute che. ogni sostanza è una o più. È, siccome la..sostanza ha per. segho il Nome, così, quando questo esprime iu virtù di una desinenza una sostanza, dirassi. Nome Singolare. Se ne esprime due, tre, quattre.o in genere più di una, dirassi Nome Plurale: i... D. Qnando adunque il Nome può ditsi. variato sotto al rispetto della quantità discreta? | | R. Quando avrà la. desinenza fondamentale significa- tiva della medesima. È ciò è vero per qualsiasi no- me senza eccettuarne alcuno, perchè di ogni sostan- . za si può domandare quans è, alla quale domanda ._ si deve rispondere necessariamente: è una, .0 più. ‘D. Qual'è la desinenza fondamentale significativa del- l'unità, per la quale i nomi italiani si possono dire singolari ?.. n bi È x R. La desinenza fondamentale significativa dell’ unità in nostra lingua è quella stessa,.che nell'articolo an- tecedente abbiamo detto.essere significativa del ses- so : ossia che tutl’i nomi italiani desinenti in 0 0 a sono ancora singolari. (Quindi 200 dinola un uo- mo e maschio: vacca, dinota una vacca e femmina: toro dinota. uno toro e maschio. ie D. Ma, se il nome esprime sostanza inanimata, o in- corporea, che cosa significa la desinenza.o-e G? R. Dinota la sola uniza e non il sesso. Quindi prata, lago, carta, piazza sono nomi variati, che in 1 62 sinenza significano la sola u22/d e non mica il ses- so, che non hanho'le sostanze per essi significale. D. E quale è la desinenza fondamentale significativa i ‘del più; ossia del numero, per cui il nome è plu- «rale 00 mi na Sa R. E la desinenza s corrispgndente ad 0, e la desi- nenza e corrispondente ad @, delle quali la prima. ne' nomi di sostanze, antmate ‘dinota più'e maschi, ‘come vomini, torî, agnelli: la seconda ne’ nomi ‘di '’ ‘sostanze: animate dinota più e femmine, come mu- Te, ‘agnélle, tupe, vacche. Tanto Puna poi quanto .1 altra, cioè ‘e e f, ne' nomi di sostanze 27rarimate ‘sono significative del solo nuniero, come prat?, /a- ghi, piazze, case et 0 D. Se un nome avesse una sola desinenzà foridamefi- tale, a modo di'esempio, la sola desinenza 0 od‘@, oppure la sola desinénza 2 od e, si potrebbe dire' clie , sia'variato ‘sefto il rispetto della quantità discreta?’ R. Senza dubbio; perchè avrebbe già una desinenza fondamentale; ma a ‘condizione che questa desinenza - corrispondesse a quella della ‘variazione ‘stabilita ‘a significare l’unità ed il ‘nvimero; peroechè molti nomi , terminati ‘così non sonòvariati come padre, Brac-' cia, specie. > Ria fee D. Nella lingua italiana se ne incontrano di siffatti ‘nomi! per metà variati ds So R. Moltissimi, cone fieno, esequie ec. Ma qui cade ‘la ‘slessa osservazione; che abbiano fatta nell’arti- colo antecedente, parlando de’ nomi variati* rispetto “a un'solo sesso, cioè dire:‘che, se alcuni’ nomi so- o no:variati solamente’ Lal i'unità 0 pel-numero, tion è per le ragioni fondamentali della lihgua, ma pei ‘capriceî dell'uso. Onde è clie, siccome simili nomi sono ora niezzo variati, coll’andar del temporlo stesso. «nso de buoni scrittori pottà: variarli per l'unttaà e pel numero, ii sE; 63. D. In nostra lingua si ‘danno nomi che si dipartono nelle loro desinenze dale fondamentali a, 0, e, 22 R. Vi sono in nostra lingua moltissimi nomi uscenti -in.e, come padre, madre , specie , ‘carcere de. ì quali non sono varziati; perchè in-essi fa destenza e non significa pluralità e molti'nomi uscenti in.& come le braccia, le calcagna, le miglia,le pugna ee. i quali non sono variali; perchè. in ‘essi: ta ‘de- sinenza 4 non significa unità. - age 6 LI D. Quale too e lingua: per dinotare l’ untid:: .0 il nuviero delle sostanze espresse da siffatti. nomi? R. Offre il mezzo de’prenomi e degli aggiuntivi, sopra i quali passando la desinenza fondamentale; come. ve- dremo, si accenna alla -desinenza, che è nomi dovreb- bero avere e non hanno. Così dicendo /o padre, la, madre, la specie, apprendiamo. che si: parla di. un padre, .di una..madre, di.una specie ec. e, dicendo! le braccia, le calcagna, sappiamo che si parla di più braccia, di più. calcagna ec... oe D. Ma vi sono. altre: desinenze irregolari ne’ nomi ita- .liani invariali? . Ù | sg ad R. Ve ne sono ben altre, come l’ accentatà in virtu, -cqrità, Itée, Mosè, Forli, Falò. ee Ma, a ben: consì- derare la cosa, simili parole .gisono accorciate, gioè trovche. di altre parole, come virtà di virtute, ca- rità di carttate, Rè di Rege, o:non sono parole italiane, almeno in quanto alla profferenza, -essen- dosi ancora in nosira.lingiza introdotta una pronvin- zia alla francese di molte parole, viziosa e da ‘cor- reggersi, ma non avverlita da’ paristi. | In ultimo luogo è da notare che i ‘nomi personali pri- -muitivi, hanno forme diverse convenzionali pel sua are e: plurale: Zo singolare ha Not plurale : Zu singolare ha. vo? plurale, Sebbene :/o avendo la de- sinenza 9 si, può dire variato. al singolare , come IVot.e oi avendo la desinenza'7:si possono dire variati al plurale, ‘ E PE da pi trat va.» + ARTICOLO III, Della Desinenza significativa della quantità. conti- : Ù e °. . . . ” . sua; per la quale 1 nomi italiani st dicono Dimi- nutivi.o Accrescitivi. «. . D. Ripetetemi in .questo luogo la nozione ‘della quan- tità continua? - de R. La quantità continua si apprende nella lunghezza, larghezza, altezza ‘e profondità e in generale nel- T estensione. © °° DI LL ei D. Quando un nome si può dire varigto, sotto il ri- «spetto. della’ quantità. continua? . oe) R. Allora chè subisee una ‘desinenza, alla quale si as- socia l’idea ‘di piccolo o grande. D.' Quali e quante sono queste -desizenze. nella lin- : gua Italiana? | R. Sono moltissime e più che in qualsiesi altra lin- gua. Io ne produrrò qualche esempio. 1. La desinenza one, che apposta a’ nomi aggiunge al- I° idea del radicale l’accessoria di grande, e i no- mi così formali si dicono accrescitivi, come naso- ne. da naso esignifica gran naso: cappellone gran ‘cappella : portone grande porta, stradone grande ‘strada , similmente .campanone , cestone , casone , demone eci a n: 2: Moltissime desinerize, che apposte al nome aggiun- "pene all’ idea primitiva |’ accessoria di piccolo , e e principali sono: (a) la desinenza atto, come /e- -pratto, che n gna piccola lepre: (b) le desinenze ello, ella, icello, teela, come campanello, che si- gnifica piecola campana, praticello e porticella ; -che :significano piccolò prato e piccola porta: (c) le desinenze fino é ina, teino e 'icina, tccino e icci- na, come fanetullino, cartina, lumicino, libricci- x 65 ‘ no, che ‘significano pitcolo fandiullo, piccola car+- ta, piccolo lume, piccolo libro::(d) la desinenza etto etta, come ometto, casetta, che significano piccolo ‘somo e piccola casu: (e) la 'desinenza otto e otta, come passerotto, aquilotta, ‘che significano piccolo | passero 0 piccola aquila: (f) la desinenza wccto e ‘uccia, come cappelluccio e cappelluceta, che signi- ‘ ficano piccolo cappello e piccola cappella : (g) la desinenza volo e vola, come fighiuolo ‘e pagliuola, che significano piccolo figlio è piccola paglia. Chi volesse una lista accurata di tutte siffatie desinenze, - potrà riscontrare .i preliminari al gran dizionario de’ ‘ sinonimi del Tommaseo. | >" ©» o ‘D. Quando la variazione aggiunge le desinenze signi- ficative di piccola, come'si chiamano i nomi così variati nelle scuole? di R. Diminutivi. ue een Te a D. A quel che pare tanto i dimsnuttv:, quanto gli ac- crescitivi sono parole ‘equivalenti ad im nome ed , ad un aggunmtivo? - E i R. Così è., e le simili da un moderno son chiamate plusralenti. e SE sl: ‘. Della desinenza significativa della qualità , per la . quale tmomi'si a rece Misbiorativi e Peg- “ guorattri. > gi Sfar ge de i D. In che modo la variazione può racchiudere in una desinenza de’ nomi l’idea aecessoria della qualita? R, Allo stesso modo , con cui abbiamo veduto che ‘vi racchiude l’idea accessoria della quantità ; perchè tanto la quantità, quanto tequalità sone: inerenti all sostanza significata dal wome: .Quali sono gli aggiuntivi generali. di qualità, che la «variazione. racchîude nelle desinenze de' nomi? * t'. 66 R..La variazione racchiude relle desinenze de’ nomi . due ‘serie di aggiuntivi generali qualitativi ,. 1. gli .‘aggiuntivi dello, grazioso, leggiadro, onde ‘i nomi « così variati si dicono ;da’ grammalici vezzeggiativi . e da noi migliorativi; 2. gli aggiuntivi brutto, de- forme, orribile, onde i. nomi così. variati si dicono ;dispregiativi o peggiorativi. In breve i migliora- | Hivi e peggiorativi equivalgono .a- due parole; cioè ad un rome, ed ad un aggiuntivo delle due serfe. D. Quali sano le desinenze italiane de migliorativi ? R. Elleno sono moltissime. Ma, siccome le cose piccolé: ‘ sogliono essere aneora graziose, gentili ‘è leggia- dre, tante volte è difficile a indovinare se un nome -’variato in ‘qualche desinenza sia diminutivo 0 mi- | gliorativo, lo ne produrrò qualche esempio, rimettendo 1 precettori a’luoghi citati, da’ qual? possono -attin- gere una lista compiuta 1. la desinenza uazo e uzza «è significativa’ di magliaramento: ‘così dicendo: ‘oe=’ chiuzza , favilluzza , @gnuno intende, occhio .-leg- tadro e vaga favilla; 2. La desinenza în0e ina, ello ed ella si può tenere: tore significativa ‘di d2- minuzione e di miglioramento. Così dicendo, fun- ciullino o fanciullina, donzella o fiorello, ognuno intende un piccolo o una piccola, vago 0 vaga, Fanciullo ‘o.fanciulla, donna 0 fiore. 00 4 D. Quali sono in italiano le desînenze de’ peggiorativi? R. Sono ancora molte. Ma, siccome le cose grandi so- gliono ‘essere meno finite e meno /eggiadre, tante “volte. è malagevole ‘a indovinare se un nome così variato sia accrescitivo 0 peggiorativo. lo- ‘ne pro- :durrò qualcuna:1.la desinenza @cezo ‘e accia, come: ‘im lebracciocartaceta, che significano brutto libro, brutta carta: 2.la desihenza 4220, come in :popo- lazzo, che significa brutto popolo: 3. la desinenza ‘aglia, come în plebaglia, gentaglia,che significano brutta plebe e brutta gente: 4. la desinenza astro (] to, lo 0 buo so ua 67 .-come in filosofastro , poetastro, brétto filosofo 0 brutto poeta ec. de die na CE D. Che si deve osservare intorno a questa. specie di . variazione È 2/4. 0/0) R. È da osservare che in nostra lingua spesse. volte tanto la variazione di quantità continua; quanto quella : di qualità si effettuano nello siesso nome ,:il quale ; sarà ad un-tempo peggiorativo ed accrescitivo, op- - pure. megliorasivo è diminutiva insieme, come nei ‘ segnenti esempi: Omaccrone, che significa grosso. e . brutto uomo» cassonaccio, grande e brutta cassa. . Al contrario cassettino, che significa -piecola'e bella . cassa, cosettina,che siguifica piecola e bella cosa. D. Quale. difetto bisogna 10 queste .notare?. -.-. R. Bisogna considerare come vizioso l’arbitrio,cal quale ‘ sì ‘congiungone insieme ‘le idee. di pidcola 6 granda: nello stesso nome, oppure.il diminutivo.col peggio- -rattro come stanzueertecia, perchè vi sarehbe cons. : traddizione ‘ne’ lermini. ch “. < +0 fg, PESCO ul #,°+ . ° i ti . Della desinenza significativa di Relazioni incerti . nomt italiani Mi, Ti, Si, Gi, Vi, Ne. Gil D. Come si può dire che, alcuni nomi variati nella de- - sinenza siguifichino relaziant?. ose. R. Le relazioni sanovalcune dee; che ne legano due altre come tersiini ed hanno per loro segni le pre posizioni (vedi part. d. pag. 30). Se dunque wn .no- me, variandosi, ‘racchiudesse una relazione, iche. sì:. . dovrebbe .esprimere con una preposizione, si awrebbe -c16 che.si è domandato di sapere. -D. Quali nomi italiani ‘hanno queste desinenze siguifi. ‘cative di relazioni? .. R. I soli nomi primitivi personali Ze, Tu, Si... >. 68 i D. Ditemi le desinenze significative di relazioni nel no- me personale primitivo 0. a A os R. II name personale priinitivo #0 singolare ha la-de- nenza Mi, la quale significa @ e me: così dicendo: : Vidi Antonio, il quale mi disse; ognun vede che ‘ mejdisse equivale a disse rame... .. H: nome primitivo personale plurale./Vor ha le desinenze - significative di relazione Ne e Ci, amendue le quali ‘ equivalgono a due parole cioè ad « e w201, Così di- cendo; Zaddio Ci mandò il proprio figliuolo , per .«salvarò le anime nostre, ognun vede che ci mandò | REL mandò ‘a not. Parimenti. se alcuno dicesse: - Nostra madre mandonne un bel regalo, si vedreb- be che mandorme o ne mandò equivalga a mandò a noi. | i o D. Ditemi ora le desinenze significative di relazioni nel nome personale primitivo Z'u? |. | R. La desinenza significativa di relazione del nome logi mitivo personale singolare zu ‘è 7, che equivale. a due parole cioè ad @ e fe, come nel seguente e- sempio: 77 dirò pot, perchè nòn venni, dove quel Ti dirò equivale a dirò a te. Lo stesso dicasi se il ‘#7 ‘s'incorpota posposto al verbo, come in dirotez. La desinenza' significativa di relazione del nome per- sonale primitivo plurale vot è /7, equivalente alle -due parole:4 e voi, come nel seguente esempio: 77 manderò poche pesche, dove è chiaro che vi man- derd equivalga a-manderò a'vot. — . © ©» D. Ditemi ‘infine 4a desinenza significativa di relazione del Nome personale primitivo St. " , Ri- La desinenza significativa di relazione di questo no- «me» personale: primitivo è lo stesso S? singolare e lurale equivalente alle due parole @ .e:sè , come tHel-seguente esempio: Si fece arrostire due per- nici allo spiedo , dove il si fece equivale a fece a sè. Sarebbe lo ‘stesso dicendo. Si Jeoero ec. ec. "a i i | | 69 RIE ONE I gt e E » SEZIONE SECONDA — ©. ‘ Della Desinenza indicafiva © sintalisica de’ Nomi. D. Quale desinenza si può dire indicativa 0 sintas- - sîca ne*nomi rispetto alla Y'arzazione? uu R. Quella ‘desinenza, che non aggiunge alcunà idea:ac- cessoria ‘al significato del Nome, ma che: lo mette in relazione con altre parole del Discorso; © .. D. Con quali parole può il Nome esser posto in rela- zione nel Discorso ? R. Col verbo e colle preposizioni. "0 D. Quali relazioni può il Nome avere col verdo, e quali ‘ colle preposizione ? R. Il Nome può avere col Verbo le seguenti relazioni 1. di primo termine di proposizione, 0, come di- cevano i grammatici, di Nomznat:zo, come in que- . sto esempio : -Aequa è fresca, dove è chiaro che Acqua, nome messo in primo luogo, è primo termine di quel complesso di parole, che si diee proposizio- ne. Si dirà primo termine di proposizione finita, se il verbo è al modo indicutivo o congiuntivo, come nello esempio arrecato : si dirà primo termine di proposizione 1nfintta, se il verbo è al modo ?rfinito, come nel seguente esempio : vo? assere ammalato. Le quali cose saranno dichiarate ampiamente in Sin? ‘tassi. | . Il Nome può aver col verbo relazione di oggetto, per lo quale intendiamo per ora quel Vome, che in un costrutto va dopo del verbo e non è preceduto da VIpo 2000, , come nel seguente esempio: 4o studio filosofia, dove filosofia è aggetto del verbo studio. | Sotto il rispetto delle preposizioni il Nome può essere secondo termine di rapporta. 10 10 Ora, se il nome avesse una desinenza apposita, la quale ci facesse pensare piuttosto a questa che a quella ia ae allora sì potrebbe dire che il nome osse variato sotto questo rispetto sintassicamente. D. Abbiamo noi cosiftatte desinenze nella lingua ita- liana? |. È | ta R. La greca-e latina con qualche lingua ancora par- lata abbondano di queste desinenze, che furono dette cast ossia cadenze, distinte con barbare nomencla- ture di Nominativo, Genitivo, Dativo, Accusativo .. ed-Abblativo. ! Nomi italiani primitivi personali so- lamente le hanno ritenule, ma si possono dire per- fettamente latine. pt Fani D. Ditemi quali sono queste desinenze sintassiche nei nomi primitivi personali italiani. i R. Eceole ne’ quadri seguenti e prima di ; ; , » NE ‘Io + Ù r 24 t L Primo termine di proposizione finite... ,,.. Sing. Zo PI. Noi Primo termine di proposizione infinita. . . Sing. Me PI. Noi Termine di rapporto con qualunque preposizione Sing. Me PI. Noi Oggetto dopò verbo. . . «n. ++ Sing.Me PI. Noi Oggetto avanti. verbo o incorporato al verbo. -. Sing. Mi(1)P1.Ne-Ci Li P s "a ys* ‘ "x .. | Tu De voi N di , x h ù ce A e Primo termine di proposizione finita... ...,Sing. Tu PI. Voi Primo termine di proposizione infinita. . .'. Sing. Te PI. Voi Termine di rapporto còn qualunque preposizione. Sing. Te PI. Voi Oggetto. dopo ‘verbo ma non incorporato... .. - ‘Sing. Te PI. Voi ‘Oggetto avanti verbo o dopo incorporato al verbo. Sing. Ti Pl..Vi Primo termine di proposizione finta... ., . . Sing: Si, PI.. Sè Primo termine di proposizione infinita. .... . Sing. Sè PI. Sè Termine di rapporto con qualsiesi preposizione . Sing. Sè PI. Sè Oggetto dopo verbo ma'non incorporato. ... . Sing. Sé PI.. Sè Ojgetto avanti verbo o dopo ad esso incorporato. Sing. St Pi. Si (1) Si badi bene che non sì confondano Mi, Ne è Ci, come Ti, Vi, Si oggelto con quelli, che netl'articoio antecedente dicemmo parole iiusvalenti, che equivalgono a due parole cioè a ne e a noi ec. ec. -—t-——__É mT—_——__—_—_————_————mÒmé —w—mwmwxu|\|àÀàd]ò@|0(n iz; IA A === d i’. —_—É _—o_ __ O 74 D.: Tutti gli altri nomi, che non hanno queste desinen- ze, come si chiamano rispetto alla variazione? R. Nomi anvariati sotto il rispetto sintassico? ‘| *‘ ; : va n È 4 vin a 5 - ‘ CAPO MI. — ws Me Ce E ge e SE Sn + DELLA VARIAZIONE DEGLI AGGIUNTIVI, D. Perchè si'variano gli aggiuntivi ? R- Gli aggiuntivi ‘non si variano per conto proprio , È egizio essi dinotano 0 qualità o quantità, le, qua- ‘li nofi:sono nè maschi nè femmine, nè singolari nè “- plurali. Se ‘si 'variassero per ‘conto proprio, il foro ‘ significato ‘cioè la qualità e la quantità iowdhba sot- tostare‘a queste nozioni ‘come il principale all'acces- sommo. . e È ; i D. Per conto di chi dunque si variano gli aggrunzivi? R. Essi variansi per conto de’nomi, a cui sì riferisco- no. Quindi è che, se prendono le desinenze ‘fon- damentali a, 0, e, î, come duono, buona, buoni, buone, non diremo che’ gli aggiuntivi sieno masco- linto femminini, singolari o plurali, ma piuttosto ' difemo che ciò avviene per ragioni sintassiche, o per ragioni etimologiche indirette. D. Che vuol dire che gli aggiuntivi’ sì variano per r4- " gionî sintassiche?.. : ie E ge "u R. Vuol dire che ‘gli aggiuntivi si variano per indi- care nel discorso più distintamente il nome, a cui sì riferiscono. Sè io dicessi per esempio: l'acqua è ‘: fresca e il'vino'é caldo, la ‘desinenzà « di fresca mi farebbe pensare ad uequa.e non: a vin0, come la - ‘desinenza ‘o’ di é4/do ‘mi farebbe pensare a v240 e non ad acqua.In guisacchè per queste desinenze si- « mili‘‘io riferirei agevolmente fresca ad acqua e cal- do a vino. VOR RE . 72 D. E che vuol dire che gli aggiuntivi si variano per ragioni etimologiche indirette? || © n R. Vuol dire che, se. alcune desinenze di aggiuntivi va- riati significano qualche cosa, ciò avviene indiret- tamente, ossia non per conto proprio, ma per conto de’ loro nomi, come vedremo. D. La Variazione degli aggiuntivi quantitativi avviene allo stesso modo che quella de’ qualitativi? R. Questa duplice variazione sotto alcuni rispetti av- viene allo stesso modo, sotto certi altri in. modo di- verso. Noi dunque divideremo questo capo in tre ar- ticoli. Nel I, esporremo le desinenze comuni alla. va- | riazione de Quantitativi e Qualitativi : nel II. Le "desinenze particolari della variazione degli A ginno tivi di qualità e di quantità continua nel Î . Le desinenze particolari della variazione degli Aggiun- tivi di quantità discreta. ARTICOLO I. Desinenze comuni alla variazione degli aggiuntivi Quantitativi e Qualitativi. . D. Quali desinenze per variazione sono comuni agli AgGUIZITI di qualità e quantità nella lingua italiana? R. Sono comuni a questi aggiuntivi le desinenze o, a,?,€, che nel capo If par. 3.* abbiamo appel- late desinenze fondamentali de’ nomi , significative della quantità discreta e del sesso. D. Ma sono così variati tutti gli aggiuntivi suddeili? R. Non tutti, nè egualmente, ma alcuni in tutto, altri in parte. | D. Ditemi quali aggiuntivi di quantità discreta sono così variati ? | R. È variato in parte l’aggiuntivo uno che fa uza , il quale propriamente non ha le desinenze uni e une, | 73 ‘ benchè in parlarfigurato' qualclie'voltà s'incontrano. Sono anctra variati în parle i ‘numeri sé, dieci, venti. ‘Tutti gli altri ‘numeri come ire: quattro , | einque, sette; bito) nove; trenta; quaranta; cento, mille sono invariati , perchè Lei nie in e; a, 6 ‘non liannid desitiérze secondo le ragioni ‘elimologiche ‘della’ nostra! lingia. n. D: Gli aggiontivi di Quaritità ‘contihua son tutti va- matt, > a een LI R. Non tutti, come non tuttii: qualitativi ; perchè ‘se ne incontrano alcuni di quelli come dreve; e ‘mol- tissimi di questi, come felice, facile, docile, acre, forte, prudente, ec. i quali hanno la desinenza e, «dove dovrebhe essere o..ed. a: .e, dove: dovrebhe es- sere.e ed 7, ‘evvi selo quest’ ullima. O D. Perchè si variano gli aggiuntivi? |. ‘ R:' Principalmente pér fagioni sintassiche , ossia’ per ‘dare una :inorma' a ritrovare facilmente ‘il nomé , a cui si riferiscono nel discorso, come abbiamo detto testo, i 0 Ere e D. Ciò sarebbè vero, quando anètora il nome fosse va- .riato, ma, ‘quando’ il nome"è invariato, come /épre, volpe, padre, a che servono-le desinenze 0, a, e, ‘* degli aggiuntivà? -' a e R. In questi casi‘le desinenze degli aggiuntivi‘possono ‘essere’ significative ‘indirettamente della quantità di- screta ‘è del sesso per "conto -del ndrne. Così,:dicendo ‘ ‘bella lepre, la desinenza «a 'di'della mi fa intendere una lepre feminina, é; dicendo buono leone; intendo «= tino: leone imaschib. i iii | D. Che vuol dire che le desinenze degli-aggititilivi sono si 5 Ca indirettamente? 0... R. Vuol dire che queste desinenze non significano quane tità'e -8es80 per conto, del significato ‘proprio, ‘sibbe- ne de’nomi , ai quali si aggiungono gli aggiuntivi. D. Questo va bene per ‘ciò che truovo scritto ‘in un i 4 . . Ù 74 Ù . libro di buono autore, ma;-se jo. dovessi parlare o | scrivere, come potrei sapere :che con un nome in- variato simile a cane, volpe, lepre ci debba met- . tere un aggiuntivo piuttosto colla desinenza 0 che colla desinenza 4? Ni: R. Non ci è alcuna ragione in questo, salvo, il buon uso, perchè l’ uso delle lingue è capriccioso. Perciò ‘ bisogna stare in questo all'autorità, ed usare piut- tosto l’una che l’altra desinenza, che si troverà usata . nelle buone scritture, o nelle buone parlate de’ savi ; precettori (1), 0 e SEZIONE IL. Delle desinenze di variazione particolare agli aggiuntivi qualitativi, diminutivi, accrescitivi, peggiorativi, comparativi, superlativi. D. Perchè le desinenze, che formano le sopraddette va- riazioni, si dicono particolari degli aggiuntivi di qua- , lità e quantità continua ? “a a R. Perchè il significato di questi soli aggiuntivi per la relazione che ha con quello de’ nomi, può con- seguire le idee accessorie significate indirettamente .da queste, desinenze. A D. Quali sono le desinenze degli aggiuntivi diminutivi | accrescitini, migliorativi e peggiorativi? R. Sono le stesse desinenze de’nomi così variati, espo- .ste nel cap. II. par. 3.* come dellino, larghetto, vermigliuzzo, bruitone, bruttaccio, rossiccio, bign- castro, bonaccio ec. ec. ec. Il precettore diligente ne può raccogliere delle liste dal citato Dizionario di sinonimi del Tommaseo. | , ù Veli ct (1) In un metodo ben ordinato i giovanetti debbono pervenire a questo ‘studio: dopo che si saranno praticamente’ ésercitati nella lingua italiana, come dimostrerò nella. Metodologia. Intanto consiglio a’ precettori di raccogliere in tante liste i nomi invariati italiani , registrati coll’aggiuntivo a canto, desinente nell'uscita approvata dal- l'uso., facendo apposite avvertenze contro l’uso contrario. . x ti rà } TT 75 D. Per conto di chi significano queste desinenze, R. Per conto sempre del nome, a cui sì riferisce lo ag- iuntivo variato.Quindi, se incontriamo bellino, guar- pen subito al nome dambdino, a cui si riferisce, e tradurremo bambino grazioso e bello , o bambino raziosamente bello: dicasi lo stesso degli. altri, D. Qual'è la desinenza dell’aggiuntivo italiano in for- ma di comparativo? ia. R. Questa desinenza di aggiuntivo comparativo non è italiana, ma latina, onde è rimasta nelle sole parole latine, come maggiore, minore, migliore, peggio- . re, parole equivalenti.a più e grande, più e pic- . colo, più e buono, più e cattivo. In questa lista non , entrano i comparativi formati da preposizione, per- ‘chè da noi si considerano, come derivati. D. E quale è la desinenza degli aggiuntivi italiani va- riati a superlativi? x | ! R. È la desinenza 2ssîmo ‘e per taluni erriîmo, come dottissimo, bellissimo, integerrimo , acerrimo. Un aggiuntivo così variato equivale a tre positivi come . dello, bello, bello,-o tre volte bello, o il pi bello. Questa desinenza è a. noi pervenuta ancora dai latini. D. Che si deve osservare intorno agli aggiuntivi variati . contenuti in questa Sezione? I R. Si deve osservare che, mentre sono così variati, ‘ la più parte prende pure le desinenze fondamentali a, 0, e, i, dicendosi dellino e bellina, larghetto e larghetta, bruttuccio e bruttaccia, rossiccio e ros- siccia, bellissimo e bellissima, integerrimo e' tn- tegerrima come pure bellissime, bellissimi, larghet- te, lunghetti, belline e bellini ec. in guisa che si possono addomandare aggiuntivi doppiamente variati sotto diversi rispetti. I soli comparativi maggiore, mî- nare, migliore, peggiore e qualche diminutivo , ac- crescittvo, migliorativo, e peggiorativo sono inva- riati sotto il secondo rispetto. # | Delle Desinenze porticolari agli aggiuntivi di Quantità discreta — Degli Ordinativi. - D. Quali « sono le desinenze ‘particolari per variazione degli: aggiuntivi di quanto cusereBii ossia de’ Nu- meri? | È R. In italiano sono le seguenti : 1.° I due primi aggiuntivi di quantità divcicta; sia Uno e Due non hanno in italiano variazione sotto il rispetto di questa Sezione, perocchè ad uno si fa | corrispondere premo , che è ‘parola derivata dal la- tino pri che significa avantt, e a due si fa corri- spondere secondo, derivato da sequor latino , che si- guifica seguire, perciò secondo significa seguente, ‘0 da seguire. 2, da tre si fa terzo: 3. da quattro si:fa quarto: 4. da cinque sì fa quinto 5. da set si fa sesto 6. da sette si.fa settimo : 1. da otto si Ta ottavo : 8 da nove sì.fa nono. 9. Da Dieci in poi i numeri si variano, aggiungendo ..Ja desinenza 2220 0 estimo, come decimo , undecimo ‘o undicesimo, ‘decimo terzo 0 tredicesimo, ventest= mo, trentesimo, quarantesimo — Centesimo, mille simo, millionesimo. D. Che cosa aggiungono queste desinenze all’ idea del Home, a cui sì riferiscono i numerali ?. R. L'idea. dell’ ordine, con cui le cose sono disposte. D. E: che.cosa è l’idea di ordine. R. L'idea di ordine.risulta dalle relazioni di. stto, per - Te quali. alcune cose sonoposte avanti; altre dopo. echè rriMo vuol dire va cosa posta avanti tutte: SECONDO. Un@ cosa posta dopo la prima: TERZO una ‘cosa. posta avanti la quaria e dopo la. seconda, ha «via + dieconndo: e D. Che bisogna osservare inforno a. questi aggiuntivi. I R. Bisogna osservare ehe anch'essi, quantunque sieno variazioni degli aggiuntivi di quantità. discreta, pren- dono per un’altra variazione le desinenze fondamen- ‘tali 0, @, €, ?, dicendosi primo, oi prime, prî- , #î eo, ec. per ragioni s12/a8stche oper ragioni in- dirette ezimolagiche. mM DELLA VARIAZIONE DE'PRENOMI. D. Perchè si variano. i prenomi? | R. Per la stessa ragione, per la quale abbiamo vedu- fo che sivariano gli aggiuntivi, ossia non per conto proprio, sibbene de’ nomi, cui precedono, imperocchè essi significano relazioni, le quali non sono nè ma- schi, nè femmine, nè singolari, nè plurali ec. D. Adunque le desinenze, per variazione, de’ Prenomi non sono significative, ossia etimologiche? © R. Esse sono ?îndicative o stntassiche, ossia servono a far ritrovare agevolmente il nome, a cui si rife- ‘ riscono. E, se qualche volta s79gn:ficano qualche co- sa, avviene indirettamente , ossia per conto de’loro nomi, come vedremo ne’seguenti articoli. D. Come sarà ‘diviso il presente Capo? R. In tre articoli. Nel 1. esporremo le desinenze fon- damentali de’ prenomi : nel 2. le desinenze sintas- siche indirette: e nel 3. le desinenze etimologiche | îndirette. Delle desinenze fondamentali de' preriomi. D. Quali sono le desinenze fondamentali de’ Prenomi. R. Sono le stesse desinenze 0, a, e, ?, che ne nomi sono significative di quantità discreta e di sesso. D. Tutti 1 prenomi hanno queste desinenze ? 78 R. Quasi tutti, perchè abbiamo questo, questa, que- sti, queste: quello, quella, quelle, quelli: cotesto, cotesta, cotesté, cotestî. Dicasi lo slesso di tan- to, quanto, esso, desso, stesso, identico, medesimo, molto, poco, troppo, tutto, altro, diverso. È que- sli si dicono in tutto variati. Sono variati in parte: equale, simile, quale, tale ec. perchè hanno la sola desinenza ? indicativa de’ nomi plurali, come eguali, simili, quali, tali ec. Più è invariato, come che, parî e ogni. D. Qual prenome merita di essere particolarmente con- siderato sotto il rispetto della variazione? | © R. È il prenome /o, il quale si varia in Zo, la, le, li, ma invece di /o innanzi alle parole, che cominciano da. semplice consonante, si dice #/, come #7 ferro, é invece di Zi, si dice ?, e, se le parole che seguono, cominciano da s.impura o da vocale, invece di /î o ? sì dice glî, come gli specchi. ua D. Di che uso è questo prenome? sE R. Quasi sempre si prepone a’ nomi italiani, e serve mirabilmente a il quel nome, a cui si riferisce, e, se il nome è invariato, come specze, carcere, ser- ve a significare indirettamente la quantità, e, se il nome invariato è di animale, serve ancora 2ndiret- tamente a significare il sesso. Così dicendo: Za spe- cie, s'intende, per la -desinenza di Ze, che si parla di specie singolare. Parimente dicendo /a volpe 0 2l tigre, s intende una volpe femmina ed uno ti- gre maschio. - ge 5 4 Si deve in fine osservare che l’uso di questi prenomi lo e la, le e li-o ® o gli nonè costante con certi nomi, i quali si truovano e coll'uno e coll’altro, co- . me 2/ carcere e la carcere, il trave e la trave, © carce- ri ele carceri, itraviele travi, iL fonte e la fonte, 2 fonti e lefonti, de’ quali il precettore può raccoglier- 4 —»+y}+;»+—w-+y— 79 “ne liste accurate per far'‘vedere a’ giovanetti questa 4 intostanza ed ‘incertezza di uso. ’: «05.4 ARTICOLO II. © "Delle Destnenze ‘sintassiche indirette de” prenomi ‘- EGLI, ELLA, QUESTI, QUEGLI,' GLI, LO, LA, LE, EGLI- ° NO, ELLENO, 'LUÎ, LÉI,O co | si D. Perchè le surriferite desinenze si dicono sintassi- - ‘che indiretteB 0/00. 0° R. Perchè queste desinenze sono relative al verbo, co- me vedremo; col quale ha relazione diretta il nome e non il prenome, che esiste in grazia del' nome; cui è» VT e precede. © —. D. Ditemi jl valore di ciascuna desinenza ? R. Fgli si ‘adopera , come primo termine di proposi- zione, o in altri termini sì riferisce ad una persona di sesso maschile singolare, il cui nome è primo termine di propasizione. ELLA si riferisce ad una persona di . sesso femminile singolare, il cui nome è primo ter- mine di proposizione. Esempi Egli è Buono, ed Ella ‘ è savia, cioè Pietro, di cui si è parlato, è buono, e la moglie è savia. Invece di Ella si dice ancora La, come quando incontriamo Za mî chiama, La “mì dice, ossia ‘Ella mi chiama ec. Anticamente in- vece, di Egli dicevasi E/o, invece di cui s' incontra ° Lo; eoine La invece di Ella. Mii Eglino sì riferisce al nome di pérsona plurale maschi- , le, ed, EZleno ‘al nome di persona plurale fernminile, amendue primi termini dì proposizioni —Invece di Elleno, troviamo Ze, come Ze. non sono molte. — Questi e Quegli si riferistono ‘a nome di persona sin-. ‘* golare ‘maschile, primo termine di proposizione. Le oro differenze consistono nella diversa relazione che. significano. ,80 Ali si truova ‘adoperato..pel nome, a cui sì riferisce, come oggetto plurale del verbo, corse quando dicia- mo: Zo non gli ho veduti, dove è chiaro che gl sì riferisce a più persone: di sesso maschile , che sono l'’obbietto veduto. Le sì riferisce al nome di ersona plurale di sesso femminile, abbietto del: ver- 0, così, dicendo: Non le ho vedute, s'intende non ho veduto le donne. La e Lo sì riferiscono, quello al nome singolare di persona, ‘o quasi persona di .. sesso femmineo, e questo al nome singolare di per- sona, di sesso maschile, amendue abbiett? di verbo: Così dicendo :n07 lo ho veduto 0 non la ho ve- duta, s'intende che io so ho veduto la donna’ o lo wamo, Invece di /o e /a indicativi di obbietto si dice Zuî e Zeri. A parlare con rigore /o, la, le, gli, lî non sono differenti da fo, Za, le, gli, lr esposti nell’articolo antecedente, ma di ciò. più ditfusamente nella sintassi figurata italiana. —— ARTICOLO INIL: Delle Desinenze etimologiche indirette de’ Prenomi. GLI 2 senso dî A LUI; LE în senso di À LEI — LUI ‘ «@ LORO fermini di rapporto. ©. | D. Perchè queste desinenze si dicono etimologiche in- dirette? ia Ce R. Perchè sì riferiscono. a un nome preceduto da pre- | posizione espressa o sottintesa – IMPLICATED H. P. GRICE --. Quale preposizione fa intendere GLI? |. |<. R. La preposizione 4 in guisacchè GLI equivale ad 4 “edu. — l tao e. | Lo A D. È quale preposizione fa intendere LE? R. La stessa -preposizione @, onde equivale ad a Zer. D. In che dunque differiscono G/ 6 Ze? 0° R. In quanfo che il primo si riferisce a persona di 81 ‘sesso: maschile e Ze a persona di sesso femminile. D. E che cosa sono Zu? e Zoro. R. Sono termini di rapporto , ossia che sono prece- duti da preposizione espressa , che ha per termine il nome, a cui precedono i due prenomi. D. In che differisce Zu? da Loro. R. In questo che /uz si riferisce a persona singolare e loro a più persone. © D. Datemi, se potete, un quadro di variazione di Egli. R. Eccolo. | | Desinenza indicativa del 1. termine di prop.Sing. Egli PI. Eglino Dell’Obbietto Sing. Lui, loPI. gli li Del termine di rapporto con qualunque prep. Sing. Lui, PI. loro Indirettamente significativa del rapporto di tendenza . Sing. Gli PI. Doro. D. Datemi il quadro di variazione di Z//a. R. Eccolo. | Desinenza del primo termine di prop.Sing. Ella o la PI. Elleno o Le Indicativa dell’ obbietto Sing. Lei laPl. Loro Le Indicativa del termine di rapporto con qualunque preposizione Sing. Lei » PI. Loro » Indirettamente signiticativa del rap- porto di tendenza Sing. Le » PI. Loro » D. Che si deve osservare intorno a questa variazione? R. Le seguenti cose 1. che Egli ed Ela, Eglino ed Etleno non si debbono mai usare dopo preposizio- ne, ma sempre come indicative di primo termine di proposizione 2. Che Zu e Ze? non si possano mai usare, come’indicative di primi termini di pro- osizione!, quantunque i fiorentini nel parlar fami- Îiare l’usassero, e qualche esempio se ne incontri preso gli antichi scrittori, e senza alcuna eccezione, enchè 1grammatici vogliano che dopo essere e do- po come sì possano come tali adoperare ‘3. Che bi- sogna pòr mente a non confondere gl indicativo di LÌ 82 . obbietto e glindirettamente significativo di rappor- to di tendenza. Dicasi lo stesso di Ze. CAPO V. DELLA VARIAZIONE DEL VERBO. D. Quale è la voce radice e radicale del verbo? R. E la voce del così detto modo infinito, ossia quella che ha la desinenza are, ere lungo, ere.breve, e ire, come Fare, Vedere, Essere, Venire. D. E perchè questa voce si deve tenere per radice o radicale di verbo? i R. Perchè è quella, che significa meno di tutte le al- tre voei del verbo, qual dev essere la radice di ogni parola, onde i grammatici la dissero 2nfinzto , ossia indeterminato e indefinito, a differenza delle altre voci, che si dissero del modo finito, ossia definito, e determinato, come sì vedrà più chiaramente in ap- | presso. | D. Adunque il verbo è variabile? R. Senza dubbio, se è vero che il verbo oltre la voce dell’ infinito ne ha moltissime altre diverse da quel- la, le quali, perchè diverse, sono una variazione del- la prima. . NOR ‘D. Ma che fa la Zariazione nel verbo? | ‘R. Produce desinenze, in parte etimologiche e in parte . sîntasstche.. | D. Quali sono in generale le desinenze etimologiche nella variazione del verbo ? O R. Sono quelle, che significano qualche idea accesso- ria al significato del verbo per conto del verbo me- . desimo. o a | D. E le desinenze sintassiche ? R.. Sono quelle, che non significano idee accessorie al | significato del verbo, e,se significano qualche cosa, 85 non è per conto dél' verbo, ma del nome o della pro- POSIZIONE: 0 se D. Come dunque «divideremo questo Capo ? R. In tre sezioni. Nella î.* Sezione esporremo le de- ‘ ‘sinenze sintassiche indicative ‘de’ Nomi personali pri- | mitivi e della loro quantità discreta ossia l’unità e’l numero , per cui sono si2g0lart e plurali: Nella 2.* le desinenze sintassiche indicative di proposizione : ‘nella 3.* Le desinenze etimologiche o significative de’ tempî del verbo. | | SEZIONE Lo ‘Delle desinenze: sintassiche indicative ‘de’ nomi personali singolari E ‘ .. © plurali. : a, D. Perchè il verbo, ha desinenze sintassiche ? | R. Perchè desso nel discorso ha relazione a certe pa- role, a cui si vuol congiungere: le quali parole es- ‘sendo diverse, o per natura, o per forma, il verbo. prende una desinenza, che fa ricordare piuttosto di una,. che di un’altra. — i si ). Con quali parole ha relazione il verbo nel discorso tanto stretta che per esse varia le sue desinenze ? R. Co nomi uni primitivi 10, TU, sI, NOI, voi, 81. D. Che fa la variazione nel verbo per questi nomi per- sonali? E Tia | de | R. Varia in sei desinenze lavoce del radicale, quante sono le forme de’ nomi personali primitivi singolari e plurali, e con Zo il verbo amare per esempio fa amo, con tu fa amî, con egli(1)fa ama, con noi fa amiamo, con vot fa amate, con eglino fa amano, in guisacchè se truovo zo vicino ad amz, dirò, 0 che vi sia errore, o che il verbo dizo è tutt’ altro (1) Metto egli per ispeditezza di linguaggio, dove starebbe A, perchè questo prenome sì riferisce ‘alla terza persona. , 64 che ami, come il nome, di ami è tutt ,altep ‘che so. Per la stessà ragione diremo che amo è la desinen- za della prima persona, singolare, @27 della secon- da singolare, ama, della-terza ec. ec., .. D. Diinque queste desinenze. del verbo non significano ‘ numeri e persone? R. Non ‘possono significarie ] per conto. del verbo, perchè ci verbo dinola, staio e aztone., e. lo .stato. e la- ‘ zione non è né singolore, nè plurale, come pure non è sostanza ‘ personale, per quanto abbiamo stabilito nella prima Parte. Ora, affinchè una desinenza fosse significativa per conta della parola variata, sarebbe necessario che il radicale di questa parola signifi casse un’ idea;..a cui.si riferisse quella della desi- ‘nenza, come l'accessorio: al: principale. D. Non dovremo allora dire ab le amo, per esempio, è persoria ‘prima; e ‘numero singolare?” | | R. Non:mai, isibbene diremo clie amo è desinenza in- uo di ‘accordo col nome personale primitivo 0 ee, ii: D. E: solo.pei nomi personali primitivi il'véerbò si varia? | KR. Per essi solamente, perchè essi soli significano prima, I I «ul «seconda, e-terza persona: talti gli altri nomi possono: fines semplicemerte persona. Infatti tutti glial- | .tri'nomi personali si mopiusono con tutte Te desi- i - nenze del verbo; -come-/o Lorenzo scrivo, Tu Antento leggi, Egli Francesco dorme. Il che ida che il civerbo non si. varia DEE essi. co SE È E ‘ ARTIOOLO Ir Delle deonte sintassiché vidicative e MODI, ossia ‘| flello MANIERE: di ‘concepire’ là FIOPOSIZIONE. * NEC el St 44) lat + Si) {b Vi SLI da v* D, Che cosa è il I/odo del Verbo. Da Ri Standoci alle decisioni. de' grambalici, ‘DOO. ‘possia- 85 mo sapere quale. nozione precisa: debba associarsi 4 | mer parola J/oda di Verbo, distinto. in /ndicativo;. ongiuntivo , Imperativo, è, Infinita. | D. Ma voi che intendete sotto. questa parola Modo? .. R. Per avere un’ idea chiara, sa si ‘associi. a, questa parola Modo, parlandosi di verho, è da premettere che il verbo. congiunto al.nome ed a qualche altra parola forma una espressione,..che si dice propos:- 210€ ; perchè contiene un icamplesso di pensieri, ché . il parlante sz proporne, ossia ha in animo :di mani-: festare a ‘chi ‘ascolta.. Ora in due Modi chi parla si può proporre. quesla manifestazione, o come di un | ohbietto principale, che in primo luogo gl'importa di manifestare ,: 0 come-di un obbietto secondaria: che per incidente, ossia in grazia del primo, vuol manifestare. Nel primo. caso ld proposizione è prin . cipale; nel secondo è incidente. A dinotare anche nella forma. esteriore delle parole questa duplice ma- niera di proporre piacque. dare alverbo una deter» . minata variazione, per- la quale venisse indicata: e non significata la principal proposizione e .l’ ine:- dente. Se dunque mi domandate ora che cosa sia il Modo del Verbo? Vi rispondo: E una variazione del Verbo, indicativa della duplios proposizione princi» pale e incidénte. DE n D. A quale Nomenclatura delle scuole corrisponde il. Modo della proposizione principale ® È ia R.. AL Modo detto da’ grammatici /ndicativo o Affer- ‘ matîvo o Indipendente ed al Condizionale." ©... D. È il Modo della proposizione incidente? Ls R. Corrisponde all’ /mperativo, al Congiuntivo delle, «scuole, e, per noi,, ancora al così detto Gerundto: italiano, che ha la desinenza ando 0 endoò ,, come amando leggendo (1). i) (1) Nel Nostro Corso ci uniformammo a'placiti delle scuole, con- fondendo il participio col Gerundio, Ma qui è uopo stabilire che il 86 i D. Con qual altro titolo si ‘distinguono i Modi? R. Col titolo di Modo di propostzione finita ; e Mo- do di proposizione infinita ©» i =» D. Qual'è il modo della proposizione ‘infinita? R. E la.radice del verbo desinente in are, ere, tre, ‘e si chiama infinita la proposizione ; ‘perchè il suo ‘ verbo non essendo variato, la proposizione rimane - astratta ;- indifinita o-‘indeterminata; a D. E quale è il modo della proposizione finita? — R. Sono tutt'i modi enumerati- di sopra fanto della pro- . posizione principale , quanto della incidente , è si dice la proposizione finîta in quanto ‘che, essendo il . verbo variato , il senso è determinato e concreto. D. Come si esplica questa variazione modale ne' verbi - italiani. Deo Pi e at R. In varie maniere. E, siccome si compié congiun- tamente alla variazione sintassica per desinenze in- ‘ *.dicative de' nomi personali primitivi singolari e plu- ‘ rali ed alla variazione etimologica per desinenze 81- ‘gnificative de’tempi, per sapere la variazione 20- ‘ dale è necessario pòr mente al quadro di variazio- ne, che metteremo appresso. , Gerundio italiano non è identico al participio ante 0 ente per le se- guenti ragioni i. perché non si varia come aggiuntivo ‘potendo ac- cordarsi col singolure e plurale, col maschile è femminile. 2. perchè il gerundio può avere tempo passato per una circolocuziene , come a- vendo amato , il che € proprio del verbo di modo finito. 3. perchè il Gerundio corrisponde al latino cum. amem, cum amiurem ec. Se i gram- matici lo confusero col participio in ante o ente, è derivato dal per- chè amans si è tradotto qualche volta per amando. Ora tante volte invece di dire Petrus cum veniet, scribet, si trova detto: Petrus ve- niens scribet. Intanto non si può dire che cum veniet sia participio. Corcludo che, se truovo amando sostituito ad umante, non è ragio- ne che si confondano in una medesima cosa. Con questa distinzione daremo Pagine della proprietà e improprietà di molti costrutti del- la nostra classica lingua. Della variazione etimologica per desinenze significative di TEMPO. Sotto quali condizioni il verbo può avere desinen- | 20 io ossia significative per conto perso! R. Le può avere a condizione che queste desinenze | pc cassero idee accessorie intimamente connesse. - col significato proprio. 0/00" | | D. Con quali idee accessorie lo stazo e l' azione si- gnificata dal verbo ha intima relazione? R, Non vi è Stato, nè Azione, che non sia o non av- venga in uno spazio di luogo o di tempo ; peroc- chè di ogni sastanza e di ogni causa diciamo che sta e fà in un luogo ein un tempo. Adunque è chia- -ro che il verbo, variandosi, può avere desinenze si- gnificative del rapporto di conzenenza, che ha per -secondo. fermine un nome di spazio determinato col- -Te ragioni di tempo. D. Come si divide il 7'empo?” R. In Presente, Passato e Futuro. D. Quale è il tempo presenze? | R. È lo spazio determinato, che cade sotto i sensi, co- me accenna la parola presente, composta da prae che significa Qvanti in senso di contra, e sente in vece di ente participio di essere, quasi ciò che è di rincontro la vista. Tale sarebbe il piccolo spazio tra le due lineette de’ minuti primi, nel quale è l’indi- ce mobile da noi guardato sul quadrante dell’ oriuolo. D. Quale è la variazione etimologica significativa del tempo presente ne’Verbi italiani? R. E diversa secondo, che il verbo è di stato o di azione , astratto o concreto —È diversa ancora nei. diversi Modi della proposizione principale e inciden- te, ossia nell’ Indicativo, nel Congiuntivo, nell’Impe- 88 peralivo, e nel Gerundio. Intanto per dare una nor- ma ed un’ esplicazione di questa teoria prenderemo ad esempio: la Variazione del Verbo concreto di a- zione amare. Gn ca La Variazione del presente dell’INDICATIVO è fo amo: :dell’imperativo am? 1u: del conciunTIvo Che 20 ami: » del GeRUnDIO Amando. t0, Le: prime tre voci si va- «rlano per indicare -sintassictamente i nomi personali uni singolari e plurali, la quarta è ‘invaria- ile per ogni nome personale primitivo. La varia- ‘zione completa: si ‘vedrà nel Quadro seguente. D. Che cosa: è il tempo passato? E R. È. uno spazio, che si. ricorda è non cadesotto i sen- : ‘sì, e perciò è anteriore al presente. | D. Come si distingue il passazo ? R. ‘In assoluto e relativo. ’ D: Qual'è in italiano la desinenza dal passato asso- “cluto? |. — Sd | R. È quella desinenza, che i grammatici dissero pas- sato r2moto e più saggiamente gli antichi chiama- vano preterito perfetto (1) simile ad ama: dell’ in- dicativo italiano, e di cui difettano. l’imperazivo , il congiuntivo, e il gerundio. n D..È qual'è la desinenza del passato relativo? R..E quella che i grammatici dicevano preterito 272- . perfetto (2) simile ad amava dell’ indicativo , ad ‘amassi del congiuntivo. , D. Perchè il primo dicesi passato 4ssoluto, il secondo relativo YiGG 0 ‘ {A)'Se i grammatici, quando dicevano preterito perfetto al pas- sdto: assoluto, avessero riferita la parola perfetto al senso della frase in quanto che io amai non lascia sospensione di senso, quella no- menclatura sarebbe stata esatta e vera. Ma, chiamando il tempo per- fetto, spropositarono , perchè il tempo non è perfetto nè imperfetto.. (2) Pariménte se avessero riferita la parola imperfetto al senso della frase, atlerche diciamo semplicemente amava, amassi, amando, si sa- rebbeto espressi con verità ed-esattezza, perchè realmente il senso . resta sospeso ed aspettiamo il compiménto della frase per intendere quando 40 umuva ec. ec, d LEI : R. Perchè amaz dinpta un pastato indeterminato sen- } I secondi cioè amata, amassi e:amando sqno .rela- tivi, perchè si riferiscono ad un tempo, sel qual , tempo un' altra azione st è fatta. Queste forme si .presentano in costruito regolare-a «questa guisa: 20 amsva quando tu feggevi: se î0 amassi, scrive- * - 89 za relazione ad altro, od..a sè stesso .rispetto;a più azioni, e significa ‘o amaî in. un tempo passato qualstast. . rei: venendo tu, 10 gmava, ‘ossia-che il tempo di «amava, dìi, amazsi, e-di venendo è comparato al teni» po di /eggevi, scriverei, amava. Or, dove ‘è com- ‘ parazione, vi è rapporto o relazione, perciò si chia» ma passato relativo. D. I verbi italiani non -hanno «essi altre desinenze si- Q@nificative di altri passali? R. Nianialtra all’infuori delle tre ‘enunciate. D. Dunque voi non, riconascete ‘il passazo prossima . % A . . . ° ° simile a 70 4a amato, il trapassato rimoto simile a :0 ebbi amato , il trapassato. prossimo , simile <a to avera' amato , il perfetto del Congiuntivo 20 abbia amato,: îl pruecheperfetto simile a s0 avessi amato, el Gerundie avendo î0 amato? . R. Queste formole sono c:ircolocuzioni, e non, varia- . zioni di Verbo; perchè la variazione avviene per desinenza al radicale, conservato intero nella paro- la variata. Ora, quando diciamo io ho, ebbi, aves- sî, avendo AMATO, il verho amare è sparito ; per- chè il participio, come vedremo, è una parola de- rivata e non rartata, e in quelle formole si varia avere e.non amare (1). . dai (1)-Una delle cagioni potentissime di tanti storti ragionari in gram- matica e stata i'aver voluto esser troppo fedeli alle regole de' latini grammatici. E, siccome si portava opinione che ancora le traduzioni avessero forza etimologica; si dissero avverbi alcune parole ‘italia ney. che corrispondevano sd un:vero avverbio latino, come per esempio fa corrispendente a muper, ‘allora corrispondente a tum. Allo: - slesso modo i grammatici italiani vollero per pussato piucchò perfet- 90 D. :Ma quali passati si vogliono far intendert colle so- | pra esposte circolocuaioni?. «| |||} ©. =. ‘R. Guardate, io dico, all’ausiliario avere; é saprete qual passato si voglia intendere. Ora, dicendo fo 4a «- mato, abbiamo ‘il ‘presente di avere col participio, ‘. questa formola da pn esprime un pa6s0/0 presen- ‘fe, ossia contiguo al presente-o passato prossimo. 2. Ebbi amato':contiene il passato assoluto di avere, - e, se per convenzione accenna all’oltrepassato; ‘in- .- dica un trapassato assoluto. GG 00 ©» 8. Aveva amato per tale ragiòne’ indica trapassuto relativo. GS GETTA &. Abbia amato accenna a passato prossimo del Con- | giuntivo. | ea B. Avessi amato accenna a trapassato relativo del Congiuntivo. | ca 6. Avendo amata è una formola sintetica equivalen- te a che to avessi amato, o abbia amato, o-’8 quando. 0 aveva amato. > 2/0 D. Ditemi ora ‘che cosa è il futuro? > 0 è > R. Il futuro è uno spazio, che non cade sotto 1 sen- sì, ma è posteriore ossia dopo del presente. D. Come si distingue il futuro ? 39 R. In assoluto e relativo. de a A D. Quale è la desinenza significativa del futuro asso- - luto ne’verbi italiani? È e 7 aa © R. È la desinenza erò, come in amerò. ©» 0 D. E quello del futuro relativo? et R. È ereî, come ameret. ° gd i a Si to l'aveva amato corrispondente ad amaveram, ed abbia amato corzis- pondente ud amaverim si disse preterito perfetto , come piucchè per- fetto si disse ad avessi amato corrispondente ad amarissem senz’ ac- corgersi che presso i latini esisteva una variazione, che mancava in italiano. Se queste circolocuzioni fanno intendere ciò che appo i la- tini era racchiuso in una parola, non avviene per. forza etimotogica, ma sintassica. A_ parlar con chiarezza e verità dunque . diremo che per esprimere certi passati che non abbiamo facciamo uso di para- ‘rasl, ha ira _—@___T—m—m—_mr—@—@—@——@——@12@—@_——É@n2="== x roP—m———2#<€<<_m@r_Mo — 94 D. Perchè il primo si dice assoliito e’ l'altro rela- tivo? e R. Perchè il primo dinota un futuro qualsiasi, e'l se- condo un futuro comparato per più azioni 0 stati con- tenuti nello stesso tempo. Infatti dicendo amere: il senso è sospeso e si altende nel caso che potessi o se potessi, onde è delto-ancora futuro condiziena- to, e da’ grammatici semplicemente condizionale. D. Vi sono altri futuri? 00 pda R. Vi sono ancora de’futuri,che si concepiscono an- tertori ad altri futuri. Ma la lingua nostra difetta di questa desinenza significativa, e per esprimere il futuro assoluto anteriore usa .il futuro di avere ell participio, e'l futuro relativo dello stesso.avere col participio per far intendere il futuro relativo an- tertore a questa guisa: zo avrò amato, e to avre? amato," | D. Se il verbo avere si assume ad ausiliario per for- mare le circolocuzioni a fine di far intendere i.pas-. sati e i futuri. ne'verbi di azione, quale sarà lo qu- siliario per intendere gli stessi tempi ne’ verbi di stato? P R. 1 grammatici pensavano che il verbo essere fosse esso slesso ausiliario, ma ciò è falsissimo , perchè Essere è verbo categorico, che si varia per conto proprio. La voce ausiliaria pe’passati e futuri, che rnancano in italiano, è il participio sfa/0, come si vedrà nel secondo Quadro di variazione, che met- teremo quì appresso, come per esempio 70 s0n0 sta- to, to era stato, to fossi stato, to. sarò stato, 10 saret stato, essendo stato, sta stato. Infatti, se ìl verbo avere non ‘è ausiliario di sè slesso, quando si varia col participio avuto, neppure essere è ausi- liario di sè stesso , sibbene il participio staso. 92 di 4, QUADRO DI VARIAZIONE DEL VERBO amane | Hodo' della proposizione privi detto Si 4 Andicativo 0 Afermativo. a li >» Variazione ‘per. desinenze indicative de' nomi ‘ , personali: primitivi singolari, e e plurali. e per n desinenze RIE ICAA VE. | | 4 Del tempo presente . Sing. Io amo, Tu ami, Egli ama - . Plur. Noi amiamo, Voi amate .Eglino amano.! 2. Del passato relativo detto imperfetto Sing. To amava Tu amavi Egli amava ——. ‘9 Plur. Noi amavamo Voi amavate Eglino amavano. J 3. Del passato assoluto. detto perfetto. ° Sing. Io amai . Tuamasti Egli amò. da ciali Noi amammo Voi mese Eglino . amarono. | CIRCOLOCUZIONI PER FAR INTENDERE 4.0 passio presente detto prossuno: To ho ) | | Noi abbiamo Sing. Tu hai ) amato Plur. Voi avete amato Egli ha . . Eglino hanno 2. trapassato assoluto detto rimoto. Egli ebbe Eglino ebbero . 5. Il trapassato relativo detto prossimo Io aveva Noi avevamo Sing. Tuavevi è amato —Plur. Voi avevate > amato * To ebbi | ‘Noi avemmo | Sing. Ta avesti $ amato —’’—Piur. Voi aveste $ amato Egli aveva Eglino avevano | | 95 F Variazione per desinenze iludassiche indica- , Pur. tive de’ nomi personali e signifi cative, A. Del Futuro assoluto. © Sing. Jo amerò © Tu amerai Egli amerà © Plur. Noi ameremo Voi amerete: Eglino ameranno. 2, Del futuro relativo detto condizionale. . P a Sing. lo amerei. . Tu ameresti Egli: amerebbe ° Plur. Noi ameremmo Voi amereste .Eglino amerebbero. CIRCOLOCUZIONI PER FAR INTENDERE. 4. Il futuro assoluto anteriore detta futuro passato. lo avrò Noi avremo. Sing. Tu avrai è amato —Plur. Voi avrete - } amato Egli avrà . Eglino avranno 2. Il futuro relativo anteriore detto condizionale passato. x lo avrei —. Noi avremmo Sing. Tuavresti > amato Plur. Voi avreste ‘amato Egli avrebbe | Eglino avrebbero 4. Modo della proposizione incidente , dettò Impetativo. Variazione per desinenze’ sintassiche de’ no- mi personali ed TAI DIOG: Ro] 1. î del 1InPe BECICISA: Sing e 00000 Amì tu Hi Ami egli 1 Piu. Ami/mo . nei ‘Amate voi: ‘. —Amino: egliho se Ct L, vi 19. del futuro... La TÉ CI n gi tie ee. Amhenaiiu: i“ Amerboegli, > _Plur. Ameremo: noi: «Aterete voi >; : ‘Ametanno eglino 2. Mudo, detto: Congiuntivo. Variazione per desinenze sintassichè . :@d'‘etimotogichie. ::.; i i ‘ ‘4. Del tempo presente. > » . È Noi amiimo Voi ramiate Ebtino nino. ch 2. D.l passato relativo. Sing. che fo amassi Tu amossi Egli amasse Plur. Noi amassimo Voi amaste Eglino amasserO, | CIRCOLOCUZIONI PER FAR INTENDERE. _ 1. Il passato prossimo. Jo abbia Noi abbiamo amato 94 | Sing. CheTu abbi amato Plur. Che Voi abbiate Egli abbia) . Eglino abbiano) 3. Il trapassato relativo. - Toavessi Noiavessimo Sing. Che Tu avessi è amato Plur. Che. Voi aveste Lara Egli avesse Eglino avessero) 3. Modo detto Gerundio per desinenza indicativa ‘0’ significativa. 4. Del presente ed imperfetto. . lo Noi Sing. Amando Tu ‘— Plur. Amando Voi Egli Eglino CIRCOLOCUZIONI PER FAR INTENDERE Re 2. Il tempo passato. .. a ga . lo. , Noi Sing. Avendo amato Tu Plur. Avendo amato Voi Egli Eglino 2. QUADRO. DI VARIAZIONE DEL VERBO xssene. | Modo della principale proposizione detto Indicativo. | Variazione per desinenze indicative de "nomi personali , e significative 4. del tempo presente. | Sing. lo sono Tu sei . Egliè — © Plur. Noi siamo Voi siete Eglino sono | 2. Del passato relativo detto. imperfetto. Sing. To era Tu erì Egli era Plur.. Noi eravamo Voi eravate Eglioo erano 9 3. Del passato assoluto detto perfetto. Sing. lo fui. .. Tu fosti Egli fu Plur. Noi fummo Voi foste Eglino furono CIRCOLOCUZIONI .PER FAR INTENDERE 1. } passato presente detto. prossimo. Jo sono Noi siamo na Stng. Tu sei 1 stato. . . Plur. Voi siete stati gli è | . Eglino sono 2. Il trapassato . assoluto detto rimoto;. lo fui sE . .Néi fummo Sing. Tu fosti stato ._. Plur. Voi foste stati Egli fu | | Eglino furono 3. Il trapassato relativo detto prossimo. lo era. Noi eravamo Sing. Tu erì stato Pur. Voi eravate } stati Egli era | Eglino erano Variazione per desinenze santaselche ed etimologiche. 4. Del futuro assoluto. Sing. lo sard. Tu:sarai °—Egli sarà Plur. Noi saremo . Voi sarete. —Eglino saranno 2. Del futuro relativo detto condizionale. Sing. Io sarei Tu saresti Egli sarebbe ‘ Piur. Noi saremmo Voi sareste Eglino sarebbero. teo CIRCOLOCUZIONI PER FAR INTENDERE. 4. Il' futuro assoluto anteriore détto futuro passato. lo sarò Noi saremo Sing. Tu sarai i stato Plur. Voi sarete stati Egli sarà Eglino saranno 2. H futuro relativo anteriore detto ‘condizionale passato. Io sarei Ì Noi saremmo Sing. Tu saresti ‘ stato Piur. Voi sareste , stati Egli sarebbe Eglino sa rebbero 96 Variazione per desinenze CREO ORIO e sintassiche.  .. DÀ |. 1. Del tempo: presente... Singi + 20000 0 Sii tu. i Sia ‘egli Plur. Siamo noi Siate voi Sieno li Ea : 2. Del futuro. Sing. ......... Sarai tu Sarà br Plur. Saremo noi. - Sarete voi: Saranno 'egtino * ‘2. Modo , detto Congiuntivo. Variazione per desinenze sintassiche ed etimoiogiche. ì 1. Del tempo presente... © Sing. che $ 10 Sia Tu sii =. Egli’sia Plur. Noi siamo © ‘Voi siste‘ ’ Eglino' sieno ai 2 Del passato relativo, detto imperfetto, | Sing. ci To fossi Tu fossi. Egli fosse Plur. Noi fossimo, — Voi foste . Eglino fossero CIRCOLOCUZIONI PER.FAR INTENDERE; E 4. al sala PIGRO: Ca. (A lo sia iL se Noi tate Sing. Che ;Ta sii stato: Piur. Che Voi siate. . è stati Egli sia SER, Eglino sieno. 2, Il trapassato relativo... Io- fossi 4 . © Nei fossimo ; ua Che Tu fossi stato Plur. Che Voi foste stati è (Egli fosse. gli fossero), Si Modo, detto Gerundio.': Nasiagione: per desinenze 1. del.presente ed META Jo Noi - Sing. Essendo Tu Plur. Essendo Voi: |. Egli © | Eglino 1. Modo della proposizione invidente ; detto Imperativo. | | I si 97 CIRCULOCUZIONI PER a INTENDERE #/ passato. lo Noi Sing. Essendo stato Tu Pur. Essc ndo stati Voi «Egli ‘Eglino 3. QUADRO DI VARIAZIONE. Nel quale si ‘peragonano le differenze di alcune voci dei Verbi dezioonti in are ere. 0 dub come amare, temere, sentire. Modo della proposizione principale, detto Indicativo. variazione per desinenze sintassiche ‘ed etimologiche. . . 4, Del tempo presente. <> alfa 3 i te ago ce Sing. ° S 10 À i 1. Amo __ 2. Ami 3, Ama. loj Temo Tuf ‘Temi Eglidì - Teme Sento -. Senti (. Sente 3 e e Plur, ui ; | . L ) si ‘| «‘((4, Amiamo - ( 2. Amate ‘ (3. Amano Noi . Temiamo Voit —Temete Eglino ( Temono | Sentiamo . Sentite ————(’Sentono 2. Del passato relativo detto imperfetto -: . sar: i ea È gi fa a Un Sig 4.Amava . (2, Amavi 3, Amava Jo Temeva 7Tug Temevi Egli Temeva Sentiva Sentivi Sentiva Plur. 4. Amavamo 2. Amavate dò. Amavano Noi Temevamo Voi Temevate Eglino Temevano Sentivamo - Sentivate { Sentivano Db 98 | 3. Del passato assoluto d:tto perfetto. | Sing. L ‘4.Amai (2. Amosti 3. Amò © do Temei Tuî Temesti Egli Temè o temette Sentii . . Sentisti. . Sentì o sentio i Plur. . {f. Amammo . ‘2. Amaste ... (3.Amarono. Noi < Tememmo Vot, Temeste Eglinot Temer.otemet. — Sentimmo Î Sentiste SenLinono: CIRCOLOCUZIONI PER PAR INTENDERE. i. Il passato presente detto prossimo. i Sing.2. Tu hail temuto Plur. 2. Voi avete temuto 4. Io ho { amato 4, Noî abbiamo( amato 5. Egli ha{ sentito 3. Eglino hanno ( sentito Fa 2.Il trapassato assoluto detto rimoto. Sing.2. Tu avesti € temuto Plur.2. Voi aveste temuto 3. Egli ebbe ( sentito ‘’ 3. Eglino ebbero f sentito 5. Il trapassato relativo detto prossimo. 4. Io aveva pito 4, Noi avevamo fi 1. Io ebbi amalo . 4. Noi avemmo i amato x Sing.2. Tu avevi < temuto Plur.2. Voi avevate temuto 3. Egli aveva( sentito 3.Eglino avevano(sentito Yariazionc per desinenze etimologi che e Sintassiche. 1. Del futuro ‘assoluto. Sa | Sing. 4. Amerò . "{ 2. Amerai (3. Amerà To Temerò Tu Temerai Egli Temerà Sentirò Sentirai Sentirà 99 Plur. 1. Ameremò 2. Amerete dò, Ameranno Noi. ° TemeremoVoi Temerele Eglinoà Temeraano Sentiremo Sentirete Sentivanno 2. Del futuro relativo detto Condizionale. Sing. 4. Amerei 2.. Ameresti 5. Amerebbe Io Temerei Tu Temeresti Egli &. Temerebbe SERALO Seutiresti “Sentirebbe ..- Plur. 0A 3 4. ialerenno 9.Amereste ò. kiierebbaio Noi < Temeremmo Voi , Temer este Eglinot Temerebbero . Sentiremmo . ; { Sentireste ._, Sentirebbero CIRCOLOGUZIONI PER FAR INTENDERE: 4, Il futuro assoluto anteriore detto futuro passato. 4. Io avrò \amato ©. dA Noi avremo amato Sing. 2. Tu avrai LIulo Er 2. Vor avrete cd temuto 3, Agla avrà (- sentità | Si Egline-avranno£ sentito futuro relatico' bnterivre detto condizionale passato. A.Io avrei amato. RAR, avremmo pen Sing.2.Tu avresti <temuto PI. 2. Voi avreste temuto |, o. Egli avrebbe sentito 3. Eglino avrebbero sentito - Primo Modo delli proposizione incidenie di detto Imperativo. i Variazione per le desinenze RICO: ,ed SPANOGIGnE., | 4. Del tempo presente. . Sing. 2. 0000. Ama A . Ami . + + +. Temi) 2. Tu Tema è} 53. Egli «e + +. . Senti . Senta — » 100 Plur. Amiamo Amate ‘ Amino :. | Teniamo $ 1. Noi. Temete % 2,. Voi. Temano ( 5. Eglino | Sentiamo Sentite | Sentano ì 2. Del futuro. i ‘Sing. . is. Ameri - Amerà (UU&€ : - + + + Temerait 2. Tu © Temerà ( 3. Egli © . + + + Sentirai FRA Ameremo (. |’ Kinieriete pa terni ; Temeremo ‘< 4. Noi Temerete” 2. Voi Temeranno 3. La Sentiremo. { - ‘ Sentirete i Tennna | \ Secondo Modo della Piposizioii incidente, j dettò Congiuntivo. ua i Yariazione per desinenze sintassiche ea etimologiche. . “A. Del sica presente LA | 4. Ami 2. Ami (3. Ami Che io g. Tema» che tuè © Tema che egli — Tema Senta — .. {. Senta i — Senta Plur. {AL Amiamo: *' (2. Amîfate ’ ©@’(3.Amino Che noiî Temiamo che_vors Temiate che eglino) Temano | Sentiamo Sentiate Sentano 2. Del passato relativo 0 imperfetto. Sing. 4 1. Amassi 1, Amassi >» < ©: , 3. Amasse Che ioà Temessi che 1us Temessi che egli? Temesse — Sentissi i Sentissi Sentisse | 1014 Plur. Amassimo (Amaste Amassero Che noi STemessimo che: voi Temeste che eglinoéTemessero Senlissimo * (Sentito Sentissero CIRCOLOCUZIONI PER FAR INTENDERE. A. Il passato presente. . * i Sing. : si “ É di CI: Plur. . ; Jo abbia ) amato —_—. ( Noi abbiamo) amato Che | Tu abbi temuto che < Voi abbiale { temuto Egli abbia $ sentito Eglino abbiano | sentito 2, Il trapassato relativo detto piucchè perfetto. ‘ Sing. Plur. | . { ZJoavessi' ) amato. Noî avessimo } amato Che $< Tu'avessi è temuto Chef Voi aveste temuto Egli avesse) sentito. Eglino avessero ) sentito Terzo Modo della proposizione incidente, detto Gerundio. Variazione per desinenze sintassiche ed eti- ‘mologiche del tempo presente si | Amando Io | Amando Nos Sing. Temendo | Tu Plur. Temendo è Voi . Sentendo Egli Sentendo ) \Eglino. CIRCOLOCUZIONE PERFAR-INTENDERE il'passato. __— Sing. Plur. ha lo Amato Noi. “Amato — Avendo è Tu Temuto Avendo Voi temuto Egli Sentito © Eglino sentito ‘D. Tutti i verbi in are si variano come amare, e tut- i i verbi in ere e tre, come temere e sentire ? L | 102 R. Tutt' i verbi italiani solto il rispetto della variazio- ne-si possono ridurre a quattro classi 1. in are co- me amare 2. in ere lungo come semere 3. in erè ‘breve come leggere 4. in tre come sentire.iMa non tutti serbano costantemente la forma de’ verbi espo- sti nel ‘quadro ‘antecedente , cioè amare, sembre , sentire , perocchè grande irregolarità ne presenta la variazione dell’ uso' in moltissimi verbi. D. A che si riducono le irrogolarità de’verbi italiani? lt. A tre capi 1. Alcuni lasciano la caralteristica dei verbi in are e prendono quella de verbi in ere o îre: 2. altri hanno ‘una divérsità nel passazo asso- luto e hel participio in to; 8. in fine molti difet- tano di alcune wvocî o di modi, o di tempt. D. Ditemi in prima che cosa si deve intendere per ca- ratteristica, parlandosi di variazione di verbi ? R. Per caratteristica intendo la vocale, che precede la sillaba re del radicale di ogni verbo, la quale. è a ne verbi in are; è e ne’ verbi. in ere lungg o breve | è 7 ne’ verbi in ere. ue D. Perchè tal vocale si dice caratteristica. ‘è. + R. La caratteristica è un distintivo, per lo quale fac- ciamo differenza tra cose diverse. Ora queste voca- li fanno dislinguere, se una voce variata appatten- ga al verbo in are o al verbo inere ov intre, per- chè essa: domina în quasi tutta la variazione del ver- bo ,'come ‘si può vedere dal paragonare alcuni fem- pi per‘esempio | amava, temeva, sentiva: amaî lemet , senitt: amate. temete , sentite : amassÌ, temessi, sentissi : amando , temendo, sentendo , e ne derivali amante, temente, senziente: amato, temuto, sentito: dové si vede che la &, o li e, 0 la ? domina în quasi ‘tutte le ‘voci della variazione. D. In che consiste la prima irregolarità nella varia- ziohe dei verbi italiani? I | R. Consiste. appunto ne cambiare la caratteristiea. di 403 una .desinenza radicale con quella di un’altra, per esempio la 4 in e o in? e viceversa. Per esempio il verbo in are al passato assoluto dell’indicativo fà in aî: se un verbo in are come fare fa feciin ve- ce di fat come amat, ecco la; irregolarità in cam- po. Eccone degli esempî nel seguente. 4. QUADRO DI VARIAZIONE Nel quale si paragonano i verbi Andare, Dare, Stare , e Fare al verbo regolare amare variato nel 1 quadro. Modo della principal proposizione detto Indicativo. Variazione per desinenze sintassiche ea etimologiche - 4. del tempo presente (1). Sing. Vado o vò Vai Và Do Dai Dà To 4 Sto Tu 3 Stai Egli Stà Faccio o fò Fai .{( Fa Plur. -{ Andiamo (2) . gi Vanno -.} Diamo .V Date .._V. Danno Noi Stiamo V State Eglino Stanno Facciamo ' Fate Fanno {1} To noto con carattere corsiro le voci regolari, che si confor- mano a quelle del verbo amare per far intendere che tutte le voci scritte in carattere tondo sieno irregolari. Riporto le voci regolari pel canfronto alle irregolari. (2) Il verbo andare, se mal non mi appongo , è derivato dalla reposizione ante , primitivamente antare ; quasi ante ire. Infatti andore e il gire aranti , come il venire è il moto contrario — Non so come radere possa sostituirsi ali’ audure. 104 2. Del passato relativo detto imperfetto ho Sing. Andava - Andavi Andava: ‘Dava | | Davi i Dava ‘ lo Stava T Stavi. Egli Stava Faceva Facevi Fuceva Plur. . Andavamo Andavate Andavan? Davamo .3 Davale 1, Davano Noi Stavamo Voi Stavale Eslino Stavano Facevamo Facevate Facevano 3. Del passato assoluto o perfetto. Andai | Andasti Andò Diedi o detti Desti ° m3.% Diede o dette To Stetti Tu Stesti Egli Stette Feci Facesti - Fece o fé. Plur. Andammo Anduste Andarono | ‘+ \ Demmo . ) Deste Ù Diedero o dett*ro Noi Stemmo Voi Sleste Eglino Stettero Facemmo i Fuceste Fecero Ne'tempi, che si formano per circolocuzioni, le diffe- renze si hanno ne parlicipii @ndato , stato, dato, che sono regolari , e fatto irregolare, e nel verbo essere o avere, che entra in costrutto a far inten- dere il tempo. ll futuro assoluto regolare, stabilito dall’uso pei ver- bi in are, è desinente in erò , quantunque per ra- ione etimologica avesse dovulo essere in arò. Quin- di sona irregolari Qure, Stare, Fare, come dal se- suente prospetlo. | 105 Sing. Anderò | Anderai Anderà Darò Darai ; Darà Jo Starò Tu . Starai Egli Starà Farò Farai Farà Plur. i -Anderemo Anderete Anderanno 2 Daremo . } Darete ì Daranno Noi Staremo Voi Starete Eglino I Staranno Faremo Farete Faranno — Primo Modo della [et incidente , «detto erattvo. Variazione pel tempo presente. Sing. i wie da Va Vada è... Dà Dia i DOLL Sta (0 T4 Stia Egli . Fà | Faccia Piur. Andiamo + Andate Vadano Diamo + Date Diano Stiamo Noi State Voi Stiano eglino Facciamo — Fate Facciano Variazione pel futuro. E Sing. . +. + » Anderai Anderà ° è è è. Darai Darà «000. + Starai tu Starà egli «0.» » Farai l Farà Piur. SRIRO Anderete . Anderanno aremo Darete . Daranno ) Staremo | Noi Starete | Pos Staranno (ei Faremo Farete Faranno 106. Secondo Modo di proposizione incidente, detto | Congiuntivo. Variazione I. del tempo presente. . Siag. Vada ‘{ vada “___{ vada ; Dia a°- dia o dî; ‘dia Che 10 Stia che tu, stia 0 sti. che ci stia - Faccia faccia. faccia . ver "MORE si D È Plur. . Li n 3 ‘Andiamo Andiata vadano Che | Diamo __+)Diale ... } diano noi ) Stiaino che-toi Stiate che eglino - sftano o stieno Facciamo Facciate ‘facciano ?. Del passato, relativo. detto SERA: n \ Sing. ui e Andassi o. Andassi. * Andasso i . } Dèssi ‘,..-} Déssi ‘1. $ Dèsse. Sio Stéssi che tu Stéssi che egli Stèsse \ Fgcessi —. - Facessi. Facesse : i i 2 Pur. e > 3 ' Andassimo' È —’(Andaste — { Andassero .| Dèssimo . )Doste | .._ } Dessero ACunGI Stessimo ce SA ]Steste che eglino Slessero l'acessimo - Fuccste Facessero Terzo Modo della proposizione încidente implicita , . detto Gerundîo semplice, Variazione del tempo presente. Andando | ‘Andando | Noi Dando . ) 10° phyy, ) Pando Voi Stando ©) Tu U. € Stando Ealin Facendo | Egli Facendo | E9"i0(1) Sing. (1) Non vi aspettate che io produca in questa grammatica fulte 107 D. D'onde deriva la maggiore irregolarità de’ verbi italiani ? R. Dalla formazione. de’ presenti dell’ indicativo e con- giuntivo da una parle e da quelle del passato as- soluto, o perfetto dall’ altra ; imperocchè moltissi- mi nostri verbi per buon suono alterano la varia- zione regolare de’ presenti , .aggiungendo qualche lettera di più, come giacere che fa giaccio e giac- cta , tacere che fa #accto e taccia: alcuni altri in ire prendono la desinenza ?sco, come cap?re che fa capisco e-capisca , infastidire che fa infastidisco e infastidisca. Certi altri, seguendo la variazione de’'verbi latini, hanno il passato assoluto diverso dal regolare esposto ne’quadri di variazione, come 9?a- cere che fa giacqui, giacesti, giacque, il quale è identico al latino jacuz, dicasi lo stesso di tacqui, tacque, nacqui, nacque : altri fanno in s7 come /essî, scrissi, dissi, dolsi, colsî, post: altri in vî come dev- vî, devesti, bevve: volere fa volli, volesti, volle: vedere fa vidi vedesti, vide : come si può riscon- trare ne’trattati lessigrafici della variazione de’verbi italiani. | | i D. Ma come saprò che un verbo è variato regolar- mente o irregolarmente ? R. Guardate a'primi tre quadri di variazione, e, dove trovate che un verbo si discosti dalle forme ivi sta- bilite, direte che sia irregolare. Però diciamo in for- - ma più generale 1. che il presenze dell’indicativo si forma della voce del radicale amare , temere, battere, sentire, togliendo le desinenze are, ere, re, e sostituendovi 0, ?, a, tamo,' ate, ano pe'ver- le anomalie nella variazione de’ verbi italiani : perocchè suppongo che secondo le ragioni di un buon metodo, i giovavetti sieno eser- citati nelle così dette conjupazioni de’ verbi italiani nello studio di apparecchio, che deve precedere ogni ragione grammaticale, Il Pre- cettore in caso di difetto potrà supplire secondo questi principii col- la raccolta de' verbi irregolari italiani, i 108 bi in are, ed o, î, e, tamo, ete, ono peverbi ere o ?re. | È 3. Dal medesimo um, tem, batt, sent si forma il pre- . sente del congiuntivo de’ verbi in are, aggiungen- . do 7, ?, ?, famo, tate, îno; e il presente del con- - «giuntivo de' verbi in ere e ire, aggiungendo a, a, 0; tamo, tate, ano. | 4 Dal radicale amare, temere, battere, sentire, toltane Ja sola-sillaba re e restando ama, teme, batte, sen- ti, si formano 1. il passato relativo o imperfetto . dell’ indicativo, aggiungendo va, vi, va, vamo, va- Le, vano . 2. il passato assoluta o perfetto, aggiungendo 12, 802, . mino, ste, rono. La terza voce indicativa del nome . di terza persona ne’verbi in are cambia la a in - è: ne verbi in ere cambia la e in è; e neverbi in ‘tre cambia la ? in è accentata. | | 3. il futuro assoluto de’ verbi in ere e tre , aggiun- . gendo' rò, reî, ra, remo, rete; ranno. Dei verbi in . are cambia la a di amo in e per avere la stessa ‘forma, come amerò e non amarò. I 4. Il passato relativo 0 condizionale, cambiando la . sola 4 della desinenza are in e, aggiungendo re?, reste, rebbe, remmo, reste, rebbero 9. il passato relativo del congiuntivo , aggiungendo .-85Ì, S8€, ssîmo, ste, ssero » 6. Il Gerundio, aggiungendo ndo, come amando, te- .. mento, battendo e pe’ soli verbi in ?re la è si cam- , bia in e, come senzendo e non sentinde.: Ecco le . forme regolari della variazione. de’ verbi italiani : . tutti quei verbi adunque, che si discostano da. que- ste forme sono irregolari. ; D. Quali si dicono verbi Lifertivi sotto il rapporto della variazione nella lingua italiana ? R..Sono quei verbi, che l’uso non ha variato in tutte le desinenze sintassiche indicative de’ Mod? e de’ no- - - — SSIS “ _ mi personali prùnitivi o ‘etimologiche significative de’ tempî. "Tali sarebbero in italiano arrògere , ca- lèére, folcire , gire, licere o lecere, lucere, mol- cere, rîedere, 1 quali s’ incontrano usali solamente in alcuni mod? e in alcuni temp?, per esempio Ar- roge, arrogeva, arrose, arresero, arrogendo, e ca- lere in cale 6 cal, calea, calse, caglia, calesse, carrebbe, caluto, calere ec. | D. Questi e simiglianti verbi non si potrebbero varia- re-in tulte le desinenze degli altri verbi? . R. Ben si potrebbe, se l’uso volesse, ma fino a quan- . do quest uso non verrà attuato da’ buoni scrittori , . e seguito dagli altri, è uopo guardarsi d’introdurre voci inusitate. D.. E che dite voi. de’ così delti verbi ampersonali? ‘ R. Questa nomenclatura è falsissima ; poichè sì è ve- duto che le desinenze de’ verbi indicano le persone e non le significano. Ora i grammatici per verbi impersonali intendevano quelli, che nell’ uso: della lingua non s'incontrano adoperati che in poche de- sinenze, come balena, tuona, neviga ec. Il che è vero parlandosi dell'uso di essi in senso proprio , perchè in senso metaforico possono ancora. infera- mente variarsi. Ad ogni modo simili verbi. sarebbe- . ro difetticî, e cadono nella disamina della sintassi e non dell'etimologia. APPENDICE Intorno alla variazione particolare di certi verbi che 8î dicono FREQUENTATIVI € INCOATIVI. Ù D. Quali verbi appo i latini si dicevano tncoativi? R. ‘Tutti quelli che alla desinenza di un altro verbo aggiungevano la desinenza sco, come calesco da ca- leo, frigesco da frigeo ec. 410 D. E che faceva questa desinenza apposta ? | R. Aggiungeva il significato del principiare, ossia del . tempo in cui cominciava l’azione del radicale in guisacchè, se /rigeo significava sento freddo, il va- ‘ riato frigesco aggiungeva:.t0: comincio a sentir reddo. a i . È D. Gl’italiani hanno ritenuto questa desinenza ? R. Sì, in molli verbi in fsco, come capisco, agisco, obbedisco, ardisco, finisco ec. ma si ritiene varia- to in poche voci simili alle seguenti — nel presente ‘ dell’ Indicativo ; finisco, finisci, finisce, finiscono e nel presente del Congiuntivo, finisca, finisca, fini- sca, finiscano, e nell Imperativo finisci , finisca , finiscano. D. Ma ha questa desinenza la stessa: significazione la- ‘tina? | i R. Qualche volta st, ma non sempre, onde pare che essa sia ausiliaria della variazione più tosto che siqmficativa. —. | > I A D. A quali. sono i verbi frequentativi? R. Sono' quei verbi italiani, che a somiglianza de’ ver- bi latini: prendono una desinenza, nella quale si rac- «chiude il significato equivalente a spesse volte e ‘ ripetute, ‘come dormicchiare, canticchiare , cante- ellare, spennacchiare, sonnacchiare, palpitare ec. DELL’ ETIMOLOGIA. INTORNO ALLA DERIVAZIONE DELLE PAROLE. Che cosa fa la Derivazione ‘nelle parole? Ne altera la natura e la forma, in guisacchè, se la radice o il radicale è nome,il derivato è verbo o altra parola diversa dal nome. Romano per esem- pio è derivato da Roma elre è nome, ma niuno può dire che Romano sia nome come Roma, perehè quel- ‘ lo si varia nelle quattro desinenze fondamentali 0, “ @, e, ?, @ questo in una sola. — Db. Pare da ciò che la derivazione si proponga di ac- cumulare più idee in una sola parola? Senza dubbio, onde mirabilmente serve alla pre- cisione ed alla brevità del discorso da un verso e dall’ altro alla varzerà che tanto diletta. Se invero una: volta avremo detto di Roma, in un’altra -dire- mo romano, come invece di di me, diremo mi0, e in vece di far lode diremo lodare ec. ec. | D. In che differisce la Variazione dalla Derivazione. R. La Variazione altera le desinenze e non la natura delle parole, perchè il nome, che si varia, è nome nel radicale e nel variato ; la Derivazione al con- trario altera la natura e la .forma delle parole de- rivate , onde queste sono differenti dal loro radi- cale, come Romano è differente da Roma. 412 D. Da quali radici .0 radicali si fa la derivazione in italiano? | R. Dalle seguenti 1. Dal Nome 2. dal Zerbo 3. dal- l'aggiuntivo 4. Dalle preposizioni 5. Da alcuni pre- ‘ nomî 6. Dagl'interposti. Dagli stessi derivati, onde si costituisce la Derivazione di Derivazione. DELLA DERIVAZIONE DA NOMI D. Quando una parola può dirsi derivata da Nome? R. Quando in essa si ravvisa il nome come radice o radicale. Il verbo. Murare per esempio. è derivato da Muro, perchè questo nome in esso chiaramente si ravvisa, togliendo la desinenza are, Quali parole derivano da’ Nomi italiani? R. Da’ nomi italiani derivano i verdî, e.cerle parole . în forma di aggiuntivi. Quindi divideremo questo , Capo in tre articoli : nel primo esporremo i verbi che derivano da’ nomi, nel. secondo le parole in for- ma di aggiuntivi derivate da’ nomi, nel terzo le pa- role in forma .di nomi. De verbi italiani che derivano da' Nomi. D. Come si compie la derivazione de’verbi da’ nomi? R. In generale si può dire che i verbi si derivano dai ;..nomi, aggiungendo al radicale la desinenza are, ere, tre, così da muro. si fa murare, da grado si fa . gradire ec. at 24h se D..In particolare a che bisogna pòr mente in questa derivazione. R. Alle seguenti cose. 1, Al verbo che si racchiude ) 113 in queste desinenze rispetto al nome radicale 2. Al- , alterazione che subisce il radicale nell'atto della derivazione 3. Alla radice greca o latina in molti ; _ verbi italiani derivati. © - i È ‘ D. Qual verbo racchiude la derivazione in verbi così ‘derivati? ca dé RS Vi R. In generale possiamo dire che vi racchiude i due verbi categorici fare ed essere: Ma questo non ba» sta, perchè il verbo per lo più è concreto, quale è richiesto dal nome, da cui si fa la derivazione. Così , dicendo: murare non s'intende semplicemente fare il muro, ma ergere îl muro o circondar di muro: così uccellare derivato da uccello si adopera nel senso d’ ingannare , per similitudine da’ cacciatori che coll’ uccello di richiamo ingannano gli altri uc- celli. Oltracciò birogna osservare che. gran differen- za passa tra verbo concreto e verbo derivato. Ora se il primo racchiude fare e'T verbale, il secondo necessariamente deve racchiudere un verbo concreto, che faccia senso col nome da cui deriva. Così, di- cendo ferrare derivato da ferro, son lo confondere- mo col verbo concreto, onde la traduzione analitica non sarà far ferro, ma mettere. i ferri. Per sapere . poi se un verbo è concreto o derivato si guardi al nome radicale, il quale se sarà concreto, il verbo. ‘ ehe se ne forma sarà derivato, come ferrare da fer- ro, murare da muro. . è Al. è D. È in quanto all’alterazione del radicale nell'atto della derivazione che bisogna osservare ? R. Bisogna osservare che in alcuni casi per formare la derivazione:di un verbo si fa precedere una com- posiziohe in principio. Così da szepe non si fa ste- pare ma assigpare : da cera non si fa cerare ma ‘tîncerare: da polcere.non si. fa. polverare ma 17° polverare.-Ultracciò vi.sono alterazioni in quanto alla: desinenza del radicale. nell’atto. che s' informa 1 le 14: .a° verbo. Così da cicatrice non si fa cicatricere, ma cicatrizzare : da mano non si fa manare ma ma- neggiare : da coda non si fa codare ma codiare: da amore non si fa amorare ma amoreggiare ec. D. E in quanto alla radice greca o latina ? R. Bisogna osservare che molti verbi derivati italiani hanno per radicale un nome greco 0 /atino, che non. . corre nella nostra lingua. Z'emporeggiare per esem- . ‘pio viene dal sesto caso latino fempore, per to quale noi diciamo: tempo: Corroborare viene dal radicale latino ‘robore, che non è in uso presso noi: Simil» mente irradiare da radio, tnoculare da oculo, pa» ralizzare dal greco paralisi ec. ec. Questo miscu- glio di greco e latino in italiano è frequentissimo tanto nella Derivazione, quanto nella Composizione, come vedremp. | . ARTICOLO. IL. - Delle parole derivate da’ nomi in forma di aggiuntivi. D. Quali parole in forma di aggiuntivi derivano dai nomi? | È SLA R.: Tutte quelle parole, nelle quali si ravvisa. per ra- dicale un nome, ed una variazione degli ag- giuntivi per le desinenze fondamentali 0, a, e, 7 senza che perciò sieno aggiuntivi. | 0-00. D. Ma come può essere che non sieno aggiuntivi, men- tre ne ‘hanno la forma? n D.- Affinchè una parola appartenga ad una classe, non basta che abbia la forma delle parole di quella clas- se, ma si richiede che ne abbia il significato. Così abbiamo veduto che quello, quella, quelle, quelli non è aggiuntivo, ma prezome , quantunque ‘abbia la forma di. Suono, buona, buone ec. Del pari que- 115 ste parole derivate possono avere la forma degli ag- giuntivi senza che tali esse sieno, perchè non si- gnificano nè qualità nè quantità. Mio, per esem- ‘pio è una di cosiffatte parole , e significa di me. bra chi direbbe che mzo sia aggiuntivo, perchè come ‘aggiuntivo si varia? | D. in questa supposizione, se esse non sono nè No- ‘mi, nè Verbi, nè Aggiuntivi e in breve nessuna delle classi primarie ‘e secondarie, che classe for- ‘mano ? # R. Siccome le parole composte non formano classe a parte, perchè i componenti si riducono alle classi slabilite, neppure queste, le quali in sostanza noh sono che un gruppo di più parole racchiuse. nella derivazione, ma dilferenti dalle parole variaze e com- ‘poste. È | I D. Ma perchè sì variano queste parole? R. Si variano per ragioni sintassiche, ossia per ac- cennare colla loro desinenza al nome che delermi- nano, così, per esempio, dicendo m74 mano, 0 sua LU) fortuna, la desinenza a e a di mia e sua fa inten- dere mano e forluna, di cui sono determinazioni. ‘ ‘ D. Quali sono le principali desinenze di siffalte parole ‘nella lingua italiana e quali idee vi si racchiudono? R. Sono le seguenti. 1. Le desinenze in ale, ele, ile, come anîmale, fedele, canile, parole equivalenti a di anima, di fede, di cane, dipendenti da un no- me da precedere come canile ad uso di cane, op- pure equivalgono a con anima, con fede dipendenti da un nome da precedere espresso 0 solt' inteso, co- me wvomo fedele equivalente a uomo con fede 2. la desinenza in esco come manesco, fanctullesco, grot- fesco, che equivalgono a dî o con mano, fanciullo, grotta ec. 3. la desinenza in sto, come venusto il cui radicale è cenus latino (Venere), onusto da onus (peso), robusto da (robur rovere) e per traslato la i 146. Forza: essi racchiudono il nome dipendente da di 0 «con 4. La desinenza in zc0 come portico, da porto e domenîco da domino latino, che significa signore 4.Le desinenze in uo e 0s0 come annuo. e annoso, il primo significa dî anno, il secondo racchiude l’ idea di quantità, onde annoso vale di moltù an nt, dicasi fo stesso di acquoso, poroso ossia di tutti i desinenti in 0s0 6. Le desinenze in eo, î0 ceo, co- me cereo di cera, 0 con cera, patrio di padre, ro- saceo di rosa 7. Le desinenze in ano, ese, ino; ate, «come romano di Roma, atentese di Alene, arpinate. di Arpino , parigino di Parigi 8. Le desinenze in ‘are, orto od ojo, arto 0 ajo, come polare di. po- Jo, rosario o rosajo luogo di rose, ciborio luogo. ‘di cibo 9. in eso come spineto, roseto di molle spi- ne e di molle rose 10. i così deltti‘possessiv? ossia le parole in forma di aggiuntivi derivate da’ nomi primitivi, personali mzo di me, tuo di te, suo di sè, mostro: di noi, vostro di voi, i quali per la desi- mnenza ?, fanno mieî, tuoî, suoî, nostri, vostri ec. D. Che bisogna avverlire intorno a questi derivati? R. Bisogna avvertire che, essendo derivati in forma di aggiuntivi, subiscono tutte le variazioni degli aggiun- tivi In gran parte. In generale quasi tutti prendo- no le desinenze fondamentali @, o, e, ? : molli pren- dono le desinenze de’ diminutivi, peggiorativi, ac- crescitivi e migliorativi, come animalaccio, dni- maletto, fedelino, animalone ec. Alcuni prendono le desinenze de'superlati vi, come fedelissimo, acquo- sissimo ec. Ma in questo bisogna consultare il buon uso. Le quali desinenze sono sempre per conto del Nome che racchiudono, onde fedelissimo equivale a uomo di massima fede ec. Delle parole derivate dai nomi în forma di nomi. D. Quali parole in italiano si possono dire derivate da’ nomi în forma di nomi? © © i R. Tutte quelle parole che hanno per radice un nome ed una desinenza come quelle de'nomi variati. D. E nonsi potrebbero dire queste parole variate piut- tosto che derivate? di ni | R. Nò, perchè le loro desinenze racchiudono idee di- | verse da quelle che suole racchiudervi :la varzazione. D. In generate qual idea esse racchiudono? R. Esse Facalimidono una proposizione incidente, che determina un nome personale, a cui si riferiscono: così dicendo per esempio fornaro, s'intende una per- sona che cuoce pane al forno, dove si vede che fornaro equivale alle pazole che cuoce pane al forno. D. Ditemi le principali desinenze di quesli derivati nella lingua italiana ? | R. Eccole 1. in aro 0 ajo come pecoraro chi custo- disce e pasce pecore, asinaro chi guida asini, 60- raro chi guida buoi, mulinafo chi regola il moli- no, così campanajo, crestaja, farinaro ec. adat- tandoci nella traduzione quel verbo che l’ uso è so- lito di adattarei : | o Ra 2. In #tiero a ttiere come panettiero chi vende pane, mulattiere chi guida mulo, vinattiero chi vende o — compra vino, daraztiere chi fa ‘baratto ec. 3. In zero o iero, ere o ere come cantiniere, veritie- re, limosiniere, ecc. sebbene questa desinenza a me pare pervenutaci dagl’ inglesi, che dicono maker per . fattore ec. | | TE 4. In ista come macchinista chi fa o regola macchi- ne, fochista chi fa e spara fuochi artifiziali, così ehbanista, pianista, corista, violinista, desinenza 118 a noi venuta dal greco e latino, se pure non voglia- mo dire che questa desinenza sia parola componente in fine da sto stare. DELLA DERIVAZIONE DA'VERBI. D. In pete modi si adempie la derivazione da’ Verbi. R. In due modi, cioè mediatamente, ed immediata- mente. La derivazione mediata è una Derivazione di ‘. Derivazione, onde ne ‘dovremmo parlare nel Cap. ‘VII. ma siccome si’ rannoda al verbo ne diremo ualche cosa in questo Capo, che dividiamo in due i Selioni: nella prima arlersno ‘della derivazione ‘ immediata e nella seconda della mfediatà. Delle parole derivate immediatamente da’ Verbi. D. Quali parole derivano immediatamente da’ Verbi? R. I così detti participîi 1. in ante o ente. 2. in do ‘ o so 3. in ando vendo come faccenda, reverendo cenerando 4. în uro come futuro, venturo ec.. D. Secondo quello che voi dite i particip? non seno aggiuntivi, né manco verbi. ae” R. Che non sieno verbi è chiaro dal solo riflettere, che essi si variano come aggiuntivi: che non sie- no aggiuntivi è facile a comprenderlo dal solo ri- flettere che essi non significano qualità nè quanti- — ta. Chi direbbe che amante sia lo stesso che de//o ‘0 grande? | D. Adunque che cosa sono? | R. Sono parole derivate da verbo in forma di aggiun- tivi, e dicendo in forma di aggiuntivi voglio inten- Sed ZI __ FR — ‘449 dere-che sieno capaci:di variarsi nelle‘desinenze in in tutte le forme, con cui sivariano gli aggiuntivi. D. Che cosa significa il participio. in unze 0 ente? .R. Questo ‘derivato ha diverso: valore, ‘secondo la di-’ versa ‘natura. del verbo da ‘cui deriva. lo ne darò -* la traduzione, distinguendo come. segue. S23 -4. Se il verbo astratto o concreto è di stato ,, come sedente, dormiente, riposante, stante ec. il parti- cipio equivale 4.: colui che è nella sedia, nel son- no, nel riposo, nello stato,..ossia. equivale ad una proposizione incidente col verbo essere determina- to dal rapporto di contenenza. seguito dal. verbale .che è un nome astratto dal verbo medesimo. 2. Se il verbo è di azzone, bisogna ancora distinguere o è di azione, che produce fftiosedo .come 4ma- ‘ s'e, sertvera ec.o è di azione, che produce -effetto- moto. Nel primo caso il participio in ante.o ente equivale ad una proponzione incidente, il.cui verbo è Fare seguito dal verbale, il quale è. determinato dal rapporto di dipendenza.: ‘così dicendosi. Pietro è amante di verità, o studente dî filosofia, ognu- no vede, che l'espressione ..equivale' a iquesta. più semplice: Pietro è uomo, el. quale fa ‘amore di . verità o fa studio di filosofia. Infatti. questi par- « ticipi anche in concreto soro seguiti dalla prepo- sizione di in italiano e del genitivo appo i latini, Undechè come latinismi bisogna considerare quei co- sirutti italiani, che presentano questi participi seguiti da nome detto obbietto, come Pietro è leggenie fi- losofia. | Il secondo caso, cioè quando il participio è di verbo d’azione producente effesto moto, come vegnente , corrente equi;ale a proposizione incidente , il cui verbo è fare seguito dal verbale di moto: così di- cendo : Pretro è corrente; l'espressione analitica sa- rebbe Pietro è coluî che fa corso. 120 D. E che dite de’ participi inse e Factente ? R. Questi si traducono. semplicemente per colu? ‘che E o Fa. MT: Pa i D. E ehe significano i parlicipi italiani in #0 0 sa, ,. eome amato, letto, venuto, scosso, seduto ec.? R. Bisogna ‘ancora distinguere da ‘ qual verbo sieno. for- mati, e. perciò Rel diciamo 1. che i par- ‘ticipi in: to derivati da’ verbi di stato, come stato, | seduto, dormito, riposata ec. equivalgono. alla pro- ‘posizione în :seguita dal verbale dello stesso verbo, . così dicendo 70 sono seduto: l° espressione è-iden- tico a quest'altra 10 sono nella sedia: 0 nel sede- re 2. î participi in fo derivati da’ verbi di azione producente effetto modo equivalgono alla preposi- .zione în seguita dal verbale determinato dal parti- . cipio provventente : così dicendo : to sono amato, .. Pespressione equivale a quest’ altra: 70 sona: ne/- lamore proveniente (intendi da Paolo ec.) 3. Allo ‘stesso modo si traducono i participi in #0 de’ verbi «di. azione producente s30%0 colla differenza . che: non hanno .il verbale determinato dal. participio prove- niente. Così dicendo: #0 sono venuto, l’espressione : - equivale a: fo sono nella:venuta intendi da Ro- - ma) (1) o to sono nel ventre o:sul venire (da Roma). D. Ditemi ora che. cosa significano i participi in :ar- (1) Con queste versioni de'participi italiani si può dare una spie» ga come l'ausiliariò stato possa far intendere i tempi passati. Quan- do dico : to sono stuto amato, l’espressione equivale a questa : io sono nella permanenza dell’ amore provveniente ( da Paolo ). Ora chi dice di essere permanente in amore, già fa intendere che abbia ama- to per qualche tempo. anteriore al presente. Similmente il verbo arere dinota tenuta o possesso, ulee le quali suppongono un anterio- rità, perché il'possedere non si compie in un attimo. Dicendo quin- di io ho amato, è lo stesso che io posseggo {Puolo) nell'amore prove. miente in lui da me. Colla quale espressione si accenna al passato. Il participio adunque in to non è né passivo nè passato, ma è sempre o stesso dopo di avere , e dopo di essere. Le differenze consistono nella diversità della provvenienza del Modo e non nella significazio- » ue etimologica di una identica parola. \ > oe +. . 121 do, o in endo, come venerando, faccenda, meren- o da, prebenda, azienda ec.? R. Queste e poche altre parole simili sono venute dai * latini, 1 quali avevano il così detto participio in ' dus col significato di da essere o degno di essere seguito dal participio in #0, come venerando e fac- cenda, che significano uomo 0 cosa da essere, o degno e degna di essere venerato o fatta. Dai ' —Grammalici latini questo fu detto participio futuro passivo , ma desso è parola derivata in forma di '. aggiuntivo col significato anzidetto, e l’ idea del fu- . _ turo è per ragione sintassica e non etimologica. D, E che significa il participio di wro, come /uzuro?” ° R. Questa desinenza ritenuta in pochissimi verbi ifa- °— liani, è desinenza lutta latina, come in futuro, ven- ‘- turo, nascituro, perituro ec. Essa significa una pro- = posizione incidente, che ha il verbo essere, seguito da pere dalla voce radicale del verbo, da cui de- riva, come anno futuro, che si traduce anno, che è per essere: gloria non perttura, che si traduce . gloria che non è per perire ec. ec. | D. Per quali ragioni i participi si variano, come gli ‘aggiuntivi? R. Per ragioni tutte sintassiche. D. Ma quali sarebbero mai queste ragioni ? R. Siccome il participio in genere. contiene una de- terminazione di nome , se gli è data la desinenza del nome per farlo riferire allo stesso agevolmente. Per la stessa ragione alcuni participi sì fanno com- ) paratvi,, ivan. diminutivi, accrescitivi ec. come amantissimo, studentello, studentaccio ec.?  Ì Delle parole, che derivano mediatamente dal verbo. D. Quali parole derivano medialamente dal verbo? R. Quelle parole, che derivano da altre parole, che im- mediatamente derivano da verbo : tali sarebbero quelle, che derivano da’ participi esposti nell’ arti- ticolo antecedente. I D. E quali parole derivano da’ participi ? R. Le seguenti. 1. Dal participio in anze o ente de-. rivano alcune parole in forma di nomi desinenti in anza 0 enza come da diligente la diligenza, da osservante la osservanza. Questi nomi e tulti gli altri derivati da participi in forma di nomi si di- cono verbali 2. dal participio in #0 o so derivano, alcuni verbali desinenti in z%one 0 tone, come da letto LEZIONE, da atto AZIONE, da affisso AFFISSIO- ; NE, da udito UDIZIONE: 3. dallo stesso participio de- ‘ rivano i verbali in forma di nomi equivalenti ad una ; proposizione incidente che determina un nome per- > sonale : questi verbali finiscono in fore o sore co- me da Zetto si fa Lettore che significa. uomo che > fa lettura: da crocifisso si fa crocifissore. Il ver- bale in zore sì varia in ?rice per dinotare l’agente femmina, come Zettrice, autrice, creditrice, debitri- ce. 4. Dal derivato in tore si derivano alcune parole in forma di aggiuntivi desinenti in orzo, come da scrit- tore serittorio 0 i che significano di e scrit- ‘tore, da monttore si fa monttorio, da censore if ST 2 — —-< e 2 - Pr & fa censorto ec. 5. Dal participio in ro derivano i verbali in ra, ancorchè il participio non sia usa- to, come scrittura, frattura, legatura, lettura ec. Da questi poi si fanno altre derivazioni, come accen- | neremo nel Capo VII. Ecco a quante cose è uopo j' attendere nella disamina della parola! 6. Metto in ul- i ‘ 123 timo luogo alcuni derivati da verbo, che hanno la desinenza in mento, come movimento da muovere, " e per abbreviatura momento: così monumento, do- cumento ec. ; DELLE PAROLE CHE DERIVANO DAGLI AGGIUNTIVI o D. Quante specie di parole derivano dagli aggiuntivi? R. Tre specie di parole cioè i. i nomi astratti, 2. i ‘. verbi, 3. alcune parole in forma di aggiuntivi — ' Adunque divideremo questo Capo in tre articoli. De’ Nomi astratti, che derivano dagli Aggiuntivi. "D. Che cosa significano in generale i nomi astratti de- ‘’—rivati dagli aggiuntivi? | “R. Significano la qualità separata dalla sostanza, e, a #. così dire, personificata, ossia considerata come so- stanza, ‘D. Come si distinguono questi derivati ? ‘R. Dalle diverse desinenze, che hanno in italiano. ‘D. Ditemi le principali desinenze di siffatti derivati. ‘R. Sono le seguenti. | | | 1. La desinenza d accenlala, come carità da caro, ® beltà da bello, pietà da pio, verità da vero, bon- * ta, santtà, gravità da buono, sano, grave. ‘8. La desinenza ezza come gravezza, bellezza, va- i ghezza, fierezza, altezza, lunghezza da grave, © bello, vago, fiero, alto, lungo. | 83. La desinenza (udine, come turpitudine, amaritu- © dine da turpe e da amaro. ‘$. La desinenza in fa come miseria, superbia, invi- dia da misero, superbo, învido. | î n) 124 I 5. La desinenza in 22/2, come grazia, pigrizia, ava- rizia da grato, pigro, avaro. 6. La desinenza in edine, come pinguedine, putre- dine da pingue e putre ec. I ! D. Che bisogna notare in quanto a quesla derivazione ? R. Bisogna notare che anche le parole derivate in for- ) ima di aggiunlivi hanno questa derivazione, come animosità da animoso, acutezza e politezza dai} | parlicipi acuso e polito ec. si | De Verbi, che derivano dugli Aggiuntivi. D. Come dagli aggiuntivi possono derivare i verbi? . R. A condizione di una desinenza di verbo in are, ere, îre significativa di azione o di stato, riferen-) ‘ do l’aggiantivo o al verbale od all’ obbierto, come | da curvo, si fa curvare, che siguifica fare curcità o rendere curva la verga ec. gravare, che signi- ° fica fure gravità, o rendere grave la mano, ec. D. In quanti modi si compie questa derivazione ? R. O in modo semplice, 0 in modo composto. D. Quando è in’ modo semplice? R. Quando l’ aggiuntivo semplice assume la desinenza are, ere, îre come da liscio lisciare , da curvo cur- vare; da sano sanare, da servo servire, da ami- co amicare ec. | D. Quando la derivazione de'verbi dagli aggiuntivi av- viene in modo composto? R. Quando si compie a condizione o di comporre i principio Lib alati prepositiva, o di aggiun- | gere qualche sillaba alla desinenza aro, ere, tre, D. Producetemi qualche esempio della derivazione col: la prima alterazione? GL. o ta R. Da poce abbiamo il derivato addolcire pet la, 125 composizione in principio dell’4ad4, da BIANCO 772- nm bianchire, da Buono dabdbonare, da TRISTE intristi- re, da BELLO abdbdeltire, da LUNGO allungare, da LARGO allargare, da PIANO apptanare, da SUPERBO insuperbire, da TENERO fatenerire, da DURO indu- rare ec. | É ari | ' D. Datemi ora qualche esempio di derivazione colla © seconda alterazione. rea + | ‘R. Eccone alcuni principali 1. alcuni verbi, derivati da aggiuntivi in o, cambiano la ? in 2, come da ALTO . alzare, da DIRITTO dirizzare 2. da alcuni aggiun- tivi derivano i verbi aggiungendo alla desinenza del . radicale la desinenza ggiare, come da vaco si fa vagheggiare, da spesso spesseggiare, da cALDO cul- __deggiare 3. alcuni verbi alterano la desinenza del- i. Iaggiuntivo in zare, come da reLice felicitare, da "FACILE facilitare ec. ‘ D. Che si deve osservare intorno a quesia derivazione? :-R. Si deve osservare che dessa si compie ancora su ‘ moltissime parole derivate in forma di aggiuntivi, : come da ACUTO participio si forma AGUZZARE , da PIETOSO 2mpietosire, da PESANTE appesantire, da i PEZZENTE appezzentire, da umiLE derivato dal lati- no humus si fa umiliare, da uMANO si fa umana- re ec. Delle parole în forma di aggiuntivi derivate. a i dagli aggiuntivi. n " D. Quali parole si possono dire derivate dagli aggiun- ® tivi in forma di aggiuntivi? — a: | i R. Sono tutte quelle che hanno per radicale un ag- 1 .giuntivo, e sono variate come gli Aggiuntivi. i D. Datemene qualche esempio. | R. Tale sarebbe unico, il cui radicale è un0, 11 qua- I | 126 le si varia nelle desinenze fondamentali 0, @, €, ?. Similmente romanico, il quale ha per suo radicale romano, che ha forma di aggiunlivo, e germant-|3 co, îspanico, italico ec. ec. D. A che equivalgono simili parole? R. Esse racchiudono la preposizione 47 e l'aggiunti- | vo radicale, che finno riferire al nome termine di rapporto. Così dicendo uso germanico, ognuno ve- de che si voglia intendere «so d: uomo germano , e figlio unico significa figlio di una eststenza; 0 dt uno amore o di una speranza. Di quì si com- prende la differenza di uno, «nico, e solo. E, se unico si confonde qualche volta con uz0, è per me- tonimia e non mai direttamente. f DELLE PAROLE CHE DERIVANO DALLE PREPOSIZIONI _ D. Quali parole derivano dalle preposizioni dela lin- gua italiana ? | | R. Ne derivano molte parole in forma di rom? e di aggiuntivi e molti verbi. Ma è da premettere che Ta radice di questi derivati per lo più è latina co- me vedremo. D. Qual ordine terrete nell’esporre questa derivazione? R. Metterò le preposizioni italiane o latine in ordine RIORDENO, dalle quali simili parole derivano. 1. Dalla VERI alina an/e, che significa avanti, deriva la parola antico in forma di aggiuntivo, dal « quale poi deriva il nome antichità. Dal medesimo ante den in forma di comparativo anterztore. 2. Dalla preposizione latina post, che significa dopo, gl italiani derivano in forma di comparativo la pa- rola posteriore, e in forma di superlativo postumo, e in forma di aggiuntivo semplice postero. I nostri la 427 antichi dalla preposizione italiana dopo derivarono ® addopare, che oggidi non corre nell’ uso. "3. Dalla preposizione latina retro gl’ italiani derivano arretrare, come da dietro traduzione di retro de- .__ rivano dietregquare. | ‘ 4. Dalla Preposizione fuor? detta latinamente for:s 0 i foras gl'ilaliani derivano le parole in forma di ag- * giuntivo forzere, forastiere, rana el verbo To : raggiare parola tecnica della milizia. Il nome foro, 0 mì sembra che abbia la stessa radice. + 5. Dalla preposizione latina :nzer che significa entro € o tra o fra gl’italiani derivano le seguenti parole “in forma di aggiuntivi anzerno, înteriore, intimo, i verbi erniernare ed entrare col composto adden- trare. ‘ 6. Dalla preposizione latina super o supra italiana- mente sopra si derivano le seguenti parole in for- ma di aggiuntivi soprano addolcilo in sovrano, su- pertore, supremo con tutti loro derivali, come so- . vranità, superiorità, e | verbo superare. 7. Da oltre preposizione corrispondenie alla latina u/- i tra gl’italiani derivano oltranza, inoltrare , ulte- : .rtore, ultimo, oltraggio, oltraggiare ec. 8. Dalla preposizione Jalina infra gl’italiani derivano inferiore, infimo, inferno, e i derivati inferiorità, infimezza ec. , 9. Da Extra preposizione latina gl’italiani derivano esteriore, estremo, ésterno, esternare, esternazio- | ne ec. ; i» 10. Da sotto traduzione della latina sub e subter, gli italiani derivano sottano e sottana , in forma di aggiuntivo e sottile in senso metonimico a signifi- care cose minute, che si nascondono penetrando tra le cose grosse. 11. Da Circa preposizione latina e italiana derivano ; È 128 Circo e Circolo, Cerchio, Cerchia, Circolare verbo e in forma di aggiuntivo, Chkerca e Chercuto. 12. Da Citra preposizione latina gl’ italiani ne tras- sero il loro derivato in forma di comparativo Crze- riore, che significa più in qua, come ulteriore , ‘significa più în la. 13. Da Contra o Contro preposizione derivano con- -trario e da questo contrarietà e contrariare. CAPO V. DELLE PAROLE CHE DERIVANO DA ALCUNI PRENOMI. D. Quali parole derivano da’ Prenomt italiani ? R. Siccome i prenomi hanno la forma degli aggiun- ‘ tivi, potremmo dire che da essi derivano quasi tut- ‘te le parole che abbiamo veduto derivare dagli ag- giuntivi. o D: Producete qualche esempio di questa derivazione. R. Eccone alcuni. 1. Da certi prenomi derivano i no- ‘mì astratti, come qualità, diana. medesimezza, parità, equaglianza, similitudine, diversità, quan- tità da quale, da idem, medesimo, part, eguale, simile, diverso, quanto. n La 2. Da certi prenomi derivano i verbi, come immedest- mare da medesimo, assimilare, agquagliare, pa- reggiare, alterare da simile, equale, pari, altro. -- E, quando dico che da’ prenomi derivano i verbi , intendo tutte le varia ioni , derivazioni e composi- zioni del medesimo. = Ù) DELLE PAROLE CHE DERIVANO DALLE INTERIEZIONI OSSIA DAGLI INTERPOSTI. D. Come dalle Znierjezioni , che sono vocî, possono derivare le parole? R. Allo stesso modo che nella seconda parte abbiamo veduto che vi possono essere ihterjezioni miste. D. Come si chiamano in generale le parole derivate dalle Znterjezioni ? 0 R. Parole onomatopeiche. D. Che vuol dire parola onomatoperca? R. Vuol dire parola la quale, quando si pronunzia, dà un su0n0 che rassomiglia al suono dell'oggetto che ' significa; per esempio miagolare è una parola di de genere; perchè, quando-voi la pronunziate, ormate colla bocca un suono similissimo al lamen to del gatto. 1 D. La lingua italiana ha parole onomatopetche ? - R. Nè ha moltissime e più che ogni altra lingua. aa qualche esempio col rispettivo signi- cato. R. Dalla voce umana abbiamo le seguenti: 1. da w4! uh! ululare, e da ahi il nome laî, 3. da ohimé ll omet. Dalle voci degli animali le seguenti : mzagolare far la voce del galto, guazolare far la voce del cane, belare far la voce della pecora, ruggire far la vo- ce del Leone, muggire e boare far Î: voce del due, gracidare far la voce del corvo e delle cornacchie, chiocciare far la voce della chioccia, grugnire far la voce del porco, così il zubare della tortora , il cinguettare degli uccelli, il raggàAzare dell’asino ec. Si possono aggiungere le parole onomatopeiche che rappresentano i suoni delle sostanze materiali, come è 430 tonfo e tonfare , esprimenti il suono che fanno i corpi solidi cadendo su i liquidi, il soffio e'l soffi a- re del vento, il fluido delle acque, lo stormire del le foglie, il cigolare de'rami, il fruscio delle frat- ‘te , il russare di chi dorme, il ruspo o ruspare delle galline, il ruzzolare, il cozzare ec. ec. - DELLA DERIVAZIONE DI DERIVAZIONE DELLE PAROLE D. Che cosa è la Derivazione della Derivazione? R. Si ha la Derivazione di Derivazione, quando da una parola derivala se ne deriva ancora un’altra, in . guisa che quest’ultima è derivaza di derivata. D. Datemene qualche esempio. R. Sia la parola marinaresco. Essa deriva da mari- naro, martnaro deriva da marino, marino deriva da mare, ondechè abbiamo tre derivazioni : 1. di marino da mare , 2. di marinaro da marino. 3. ‘ di marinaresco da marinaro. Questa derivazione di derivazione accresce immensamente il Dizionario delle lingue , ed-è sorgente inesauribile di nuove parole pure, quando il bisogno lo richiede, D. A che giova il sapere che una parola sia derzva- ta di derivata? n. R. Giova per due ragioni potentissime , la prima è per avere una sorgente di nuove parole pure in ca- . 80 di bisogno come abbiamo detto : la seconda è per usare reltamente le parole. D. Che vuol dire retto uso delle parole ? R. Vuol dire che le parole si debbono usare nel loro . vero significato. Ora per sapere il vero significato ‘ delle parole è uopo conoscere quanto la variazio- ne, dertvaztone e composizione vi racchiude, Chi 4151 ignora adunque la derivazione della derivazione delle parole, non può usarle rettamente. D. Provatemelo con qualche esempio. D. Se taluno ignorasse , che marinaresco è derivato di marinaro , e ignorasse pure che la desinenza esco aggiunto a marinaro significa dî, onde ma- rînaresco equivale a dî marinaro, come marinaro a di marino, e marino a di mare, potrebbe dire spropositando womo marinaresco , come qualcuno ha detto uomo popolaresco, o uomo grottesco. La derivazione di derivazione c’ insegna, che possiamo dire uso marinaresco, espressione equivalente a que- sta analitica: uso di marinaro ossia di uomo ma- rino , e uomo marino equivalente a uomo pratico delle cose di mare. ‘ D. Qual metodo adunque bisogna tenere nella disa- mina de’ derivati di derivati? R. Bisogna ridurre l’ ultimo derivato al suo radicale prossimo , e risalire così fino alla prima radice, come abbiamo fatto di marzinaresco rispetto a mare. D. Ma quest’ultima e prima radice è sempre reperi- bile nella lingua italiana? R. Non sempre, perchè vi sono moltissime parole ita- liane derivate, la cui radice è latina.Io ne ho no- tato qualche esempio ne’ capi antecedenti , ma qui giova produrne degli altri. Gl' italiani hanno pro- prio e proprietà, e quindi appropriare verbo, che non sono radici, ma derivati dalla preposizione la- tina prope, la quale significa vicino , onde prosst- mo, che significa vicinissimo. 2. Umiliare è derivato da umile ed umile è derivato dal latino 4umus, che significa terra o /oto. 3. Umanare è derivato da umano, e umano , se io non m'’inganno, dallo stesso 4wus, come parola de- rivata in senso di aggiuntivo, onde umano è equi- valente a dî ferra, perchè il primo womzo, detto la- 152 ‘tinamente 4omo dallo stesso Aumo, fù plasmato di terra... i | . A. Iniziare viene da tnîzio, e inzio dal supino initum ‘compostò da 27 e 7/um supino di eo ?s andare. 5. Documentare viene da documento e questo da do- -ceo verbo latino non italianizzato, tradotto per 27- segnare. | 6. Zormentare viene da tormento e tormento dal la- tino forqueo, il quale è da torques collana, messa in giro o a filo ritorto. Si dice tormento quasi for- quimento, da cui torcîmento diverso da tormento. 7. Demantale viene da Demanto, e demanio di ori- -gine greca , perchè l’ elemento dema significa po- .polo 0 comunità, come apparisce in demagogo agi- tator di popolo e democratico. Quindi s' ingannano -i giureconsulti, che pretendono questa parola di ori- gine straniera, benchè introdotta da' Normanni. 8. Dominio deriva da domino parola latina italianiz= .zala in Donno e Donna, che propriamente significa , dominatore, o dominatrice, padrone, o padrona. . Ma dominus viene da domus la casa, e significò pa- drone; perchè chi sta în casa dà segno che ne sia . padrone, La donna propriamente è domina; perchè . & lei si affida la custodia di casa, | 9. Signore da sentore, che significa più vecchio, e se- . nile da sene, che significa vecchio. Ecco come chi - vuol sapere la lingua italiana deve ‘indispensabilmente . studiare la latina. | 153 - PARTR QUINTA DELLA COMPOSIZIONE DELLE PAROLE 0 DELLE | | PAROLE COMPOSTE, ii PI . INTRODUZIONE D. Per quale ragione precipua le parole si compon- . gono? | | uu R. ‘Parlandosi di composizione di parole ,: è uopo di- .stinguere le parole pronunziate dalle scritte e distin- tamente rispondere. alla domanda proposta. Se si vuol sapere perchè le parole profferendosi si com- pongano ? rispondo che ciò avviene per la naturale appoggiatura della voce dalla prima alla seconda nella pronunzia di più parole congiunte a costrutto, affine di far intendere le relazioni che hanno tra loro. Onde la composizione per lo più avviene tra quelle parole, che :hanno maggior relazione sintassica, co- me perciò , perchè , dal, allo ec. ec. Tante volte si fa per grazia, onde i monosillabi, ossia le parole. . di una'sillaba, per lo più si compongono, perchè, se si pronunziassero distaccate , produrrebbero noja. Se si vuol sapere poi perchè le parole scrivendosi an- cora si compongano? Rispondo che la scrittura deve seguire tutte le ragioni della profferenza, se vuole adempiere esattamente il suo ufficio. |... D. Si può dire rigorosamente che le parole composte sieno una generazione di parole secondarie come le | derivate e le variate, (0/0... - 154 | R. Se le parole composte conservano interi i loro ele- menti senza alcuna alterazione , come oltremodo , tuttavia, tuttavolta, maisempre ec. si può dire che simili parole non sieno una generazione diversa da uella degli elementi, che entrauo in composizione. Îla, se componendo si altera la forma o il signifi- cato de’ componenti, allora le parole composte sono una generazione a parte differente dalle derivate e variale. | D. In quanti modi si può effettuare la composizione delle parole? | | R. In ogni composizione si può dare uno de’due casi. O una parola si compone a un'altra in grazia di questa ultima, che vi figura principalmente: o i com- ponenti vi figurano egualmente. Nella prima sup- posizione il componente che meno figura può pre- cedere e la composizione si dirà 7n7ziale : può se- . guire e la composizione si dirà finale. Nella seconda ‘supposizione la composizione si dirà di equipollenza. Onde è chiaro che il presente trattato sarà diviso in ‘tre Capi. \ DELLA COMPOSIZIONE INIZIALE D. Come avviene questa specie di composizione? R. Per alcune parole di una o due sillabe, che si pre- mettono alla maggior componente. D. Di che natura sono le parole, che sì premettono? R. Sono le stesse preposizioni in gran parte, per lo più di forma /atina, oltre a poche altre particelle greche e latine che non sono preposizioni. D. Le dette particelle soffrono qualche alterazione di nugolo componendosi ? R. Spesso in composizione le dette particelle fanno in- - Li MI i 135 tendere - altre idee oltre la propria, 0, come dicono ‘le scuole, acquistano un significato Metaforico. D. Ditemi quali sono queste particelle e la loro com- posizione. i R. Eccole — 1. 4, che; quando la parola seguente comincia da vocale, si accresce di una de si fa 44, è preposizione del verbale (vedi pag. 33 ) e signi- fica rapporto di zendenza. È, siccome l’idea della tendenza siassocia alla prossimità verso il termine, cui tende il corpo messo in moto, spesso questa pre- posizione si adopera a far intendere la relazione di vicinanza. Coll’uno e coll’ altro significato , o col solo primo si truova in composizione di moltissime ‘parole e specialmente co’ verbi italiani. Per ragione di buon suono se la maggior componente comincia da | consonante semplice, questa si raddoppia, come al- legare, affondare, ammontre, accorrere, aggravare, - abbellire, attorniare, assiepare, annotare , addi- venire, apportare , arrecare. Se ne eccettua la g che non si raddoppia, ma invece sua accresce l' & di una c come acquistare. Se la maggior compo- nente comincia da s seguita da consonante come scrivere, sperare, l’a resta inallerata come ascrivere, aspirare, ma la x si raddoppia come azzeccare, az- zannare ec. Le parole adombrare, adescure, adocchiare ec. sono esempi della @ che si fa 24, quando la maggior com- | ponente principia da vocale, sebbene non manchino esempi di aombrare, aescare da lasciarsi alla poe- ‘sia ne’ casi di necessità metrica. 2. 4, ab, abs, sono tutte e tre una preposizione la- tina corrispondente all’ italiano Da , che significa rapporto di origine ( vedi pag. 33 ). Differiscono tra loro non in quanto al significato, ma alle cir- costanze dell’ uso per ragione di buon suono, cioè a si adoperaya innanzi a parole, che cominciavano 476 da consonante semplice, ad. innanzi a vocale , abs innanzi a £, 9;.6. Noi le notiamo perchè si truo- ‘ vano in composizione di alcune parole italiane ve- nute da’ latini, come in abrogare, aberrare, abbor- rire, abjurare. L'abs fatto as in @strarre, assente, ‘assolvere, astenersi. | 7 Ora è da avvertire che questa leer componet- dosi non sempre ritiene il solo significato di De, uma spesso si associa al rapporto di lontananza o di esteriorità, così astenersi significa tenersi lontano da, abberrare, errare lontano da o :fuori ec. 3. Circa preposizione latina e italiana , che esprime rapporto di sito , in composizione si modifica per buon suono in circu, circo, circon ; così compo- ponendosi con dare fa circondare, con ire (in sen- .so di andare) fa cireutre, circuito, circuizione; “con stanza nome astratto dal verbo stare fa -circo- .s8tanza.: dicasi lo stesso di circoncidere, circo- spetto , circonventre ec. 4, Con preposizione italiana , esistente appo i latini . nelle sole parole composte come conduco , compa- . rare ec. significa rapporto di compagnia (vedi p. .81) o di unione. Essa si compone ad infinite pa- . role italiane , come concedere, conquassare, con- tenere, congtungere, confratello, consorte ec. Bi- sogna notare alcune alterazioni di questa prepositi- . va in:composizione ; perocchè, quando la maggior componente principia da /, m , r, la n di con si .. Gambia in Z, nm, r come collaborare, commettere, corrispondere : se la lettera iniziale della maggior . componente è po è, la 7 si cambia in 72 come com- battere, comparare: innanzi a vocale si fa co come coabitare , coesistere, coincidere, cooperare. Que- 8ta preposizione. conserva il suo significato in tutte le allegate composizioni. Pare che qualche volta il co in composizione serva <n 157 - al solo buon suono , come in corale, coranto, co- lui, coleî che non sono differenti da rale, tanto, Lu, Let ec. . | 5. CONTRA preposizione lalina e italiana esprime rap-. ‘porto di sz/0 e propriamente l’ opposizione di due . soggetti. In composizione raddoppia la lettera ini- - ziale della maggior componente, se principia da con- . sonante semplice, come contraddire, contrallume, .contraffare, contrapporre. Non così, se la maggior componente principia da s impura, come conzra- . stare — Alle volte contra si fa contro, come con- . Irosenso , contropelo ec. pen 6. DE proposizione latina corrisponde a Da italiano, ehe significa rapporto di origine. Questo De spesso . trasformato in 2D/ si truova in composizione di mol- . tissime parole italiane. , come derenire , dirigere, devoto , dipingere, dipendere, descrivere, dimet- tere. Questo De spesso in italiano significa non 0 - meno, come deforme che significa senza forma 0s- - sia brutto, demoralizzare opposto a moralizzare, .dimettere contrario a mettere , destituire contra- rio a sfatuire , deporre contrario a porre. > 7. E ex preposizione latina che si tradusse da e me- - tonicamente lontano o fuori, onde extra fuori :0 - lontano, si compone a molte parole italiane con gli .-stessi significati, ma ex in italiano si fa es, ed - extra si fa estra o stra, come emettere mettere fuori, editto fuori detto , esporre, esclamare, - straordinario , stravagante , strarieco. In: alcune (1) È mia opinione che queste e simili parole nella loro origine: fossero state differenti dalle semplici, e che la composizione non fos- se avvenuta per semplice pienezza di suono. Cotale differisce da ta- le, come con tale dal semplice tale. Ma come cotule, cotanto , colui, Colei ec. potevano accordare col primo termine di proposizione , che nelle scuole dissesi Nominativo ? Considerateli come una de- terminazione del Nome e ’l problema è risoluto. Dicendo Colui per esempio, intendesi l’ uomo con lui, ossia l'uomo con quel carattere D già noto. 158 composizioni la es si fa semplicemente s come scla- mare, sposizione , sperimentare e stra si fa train traricco , tragrande. 8. In preposizione latina e italiana con lo stesso signi-- ficato di relazione di contenenza che nel Cap. VII. part. 1° dicemmo preposizione del verbo, è una i- niziale componente di moltissime parole italiane. Bi- sogna pòr mente che in grazia del buon suono la ‘la n di n si cambia nella prima consonante della maggior componente , se questa comincia da /, r, m come illuminare , illustre, irrompere, immer- gere ec. innanzi a è, e p la n si cambia in m co- me imparare , imbevere, imbrigliare ec. innanzi ad 8 impura si toglie la n come ispirare, istituire , îspeztone , ma non bisogna confondere quest 1 ac- corciato di 77 coll’ 7 che si compone all’ s impura preceduta da consonante, come per ?spezialità, tn ispazio, con îstrazio ec. innanzi alla vocale « si raddoppia la n come innanzi, innalzare , inna- morare : innanzi alle altre vocali e consonanti re- sta intera, come ?2ncedere, indovinare , inferire , Ingerirsi , insinuare ec. ec. | 9. INTER e INTRA preposizioni latine corrispondenti al- l’italiano ra fra sono ritenute in molte parole ita- liane con lo stesso significato 1. inter in interpel- lare , intercedere , interporre. 2. intra in intra- prendere , intramessa , intravedere. 3. Intro in- vece di inira in intromettere, introdurre. 4. Tra e Fra in trattenere , frapporre , tradire, trave- dere , tramezzare, frammesso ec. 10. InFRA preposizione latina col significato di sotto - si truova in composizione di qualche parola italia- ‘na, come înfrasceritto. 1. O8 preposizione latina in significato di avanti o contra si truova composta a moltissime parole ita- liane — riliene la è in oberato, obbedire, obbjet- 139. to, obbligare : la cambia in p avanti a p, comein opporre , oppilare : la cambia nella consonante i- niziale della maggior componente come in occorre- re, ovviare , osservare , ommettere , oggetto, of- endere , ottenere ec. ec. | 12. OLTRE preposizione italiana da w/ra latina si com- | pone come iniziale a molte parole, come o/trepas- sare , oltremodo, oltremonti, oltremari, oltrarno. Qualchevolta si accorcia in #ra da ultra, come tra- cotto cioè ultra cotto, onde è difficile a distinguere in certi casi, se questo fra in composizione venga da extra o da ultra. 13. PeR preposizione latina e italiana e di molte altre lingue moderne con lo stesso significato, ossia di rap- porto di passaggio. E, siccome ciò. che passa tende all’ estremo, cioè al compimento e totalità della sua esistenza, così quesia preposizione, componendosi, ac- quista la virtù di far intendere l’idea di molto, as- saî, lutto — come perfetto, che significa tutto o - bene fatto , perdere tutto o molto dare, perire an- dare assai cioè finire o toccare il termine , perdu- rare molto durare, pervenire giungere al termine, perdonare donar molto, quale è il dimenticare delle offese — Ondechè i grammatici dicevano che il per componendosi all’aggiuntivo formava il superlativo, come perfido fedelissimo e per antifrasi 7n/edelissi- mo, pertinace tenacissimo , pellucido lucidissimo. 14. PrE viene dalla preposizione latina prae, che an- ticamente si leggeva pr? , da cui derivano priore , prisco, e primo col significato di antertorità ossia ‘ di un rapporto di sito. Si truova composta a mol. tissime parole italiane con lo stesso significato come prenome , preliminare , premettere , predire, pre- ferire , prescrivere, pretendere, lr pre- | venzione, previo, preporre, presedere, prelibare ec. E, siccome da prae,e ter si fece appo 1 latini prae- 140 ter ossia tre volte avanti , e ciò che si truova in , tale posizione è oltre relalivamente a un altro, co- . Sì preter con qsto significato si è ritenuto in al- ‘ cune parole ilaliane, come in pretermettere , pre- terire , preterilo, preterizione. 15. Posr è una preposizione tutta latina, che significa - Dopo ossia rapporto di sito opposto ad avanti. E, sebbene non si usi da noi isolatamente, niuno ila- liano deve ignorarla, se è vero che essa entra come iniziale componente di molte parole italiane , nelle | quali vi figura ora come pos?, ora come pos, ed ora come po in posticipare , postergare, pospor- re , pomerto, pomeridiano, poscritto, postutto (se . pur non si vuole il postuzio una abbreviazione di posto tutto ec. ec.) 16. Pro è parimente una preposizione latina, che noi . non usiamo isolatamente , salvo nelle espressioni & » mio prò, a suo prò , ma spessissimo in molle. pa- role composte nelle quali figura da iniziale compo- . nente — Pro radicalmente significa v2c2n0, e, sic- . come chi sta vicino dà segno di essergli a favore, — Bpesso troviamo questa preposizione adoperata nel-. l'ultimo .senso. metonimico. Proconsole, provicario, propretore, propresidente. I grammalici tradussero in queste parole il pro per “vice, ma, affinchè uno faccia le veci di un altro, è necessario che sia costituito vicino a quest’ultimo; - la quale idea è propria di pro. si Alle volle il pro in composizione è abbreviato di pro- . ‘cul, che significa lontano o fuori, come in provve- . . dere, promettere, proporre, profferire, procaccia- - re, prognosticare ec. 17. Re e Retro di origine latina corrispondono alla . preposizione italiana diezro, e si trovano in molle nostre parole composte nella quale lîe e 7 e re- - tro figurano da iniziali componenti , come in rea-. _—__ 9 DI | 141 zione, recitare, reclamare, riaccendere, ridonare, rifare, retrocedere, retroguardia. In composizione ritiene il significato di dietro e di nuovo, ossia di rivetizione di atti. i | 13. Sopra viene dalla latina super e supra preposi- zione, e in composizione ora si ritiene sopra, ora sovra, ora super, ora supra, ora alla francese sur O sor, come in soprastare, sovragqrungere, super- ficie, sorprendere, superfluo, surrogare , sormon- tare, sovvenire ec. ec. | | 19. Sotto preposizione italiana, formata dalla latina sub e subter e ‘insieme con esse si compone a mol- te parole nos!re come in sottoscrivere , sottinten- dere; sottoporre, sutterfugio, subodorare, subire, Per buon suono sotto si abbrevia in so e sud in su e componendosi raddoppiano la consonante ini- ‘ ziale della maggior componente, come in sottrarre, sossopra, sussistere, suddito, soggetto ec. ec. 20. Sine, preposizione latina si truova in composizio- - ne di parole latine italianizzate, come semplice, che . significa senza pieghe, sincero ec. Alle volte il s7- ne si fa prepositiva in significato di negazione, co- me sparare opposto a parare, spedito opposto a impedito, spaurare opposto a far paura, sprigio- nato, opposto a 1mprigionato ec. cc. 21. Trans è preposizione latina, che non corrisponde ad unica parola italiana, ma si traduce di? /d. E, quantunque isolatamente non sia usata da noi, pure . si compone come iniziale in moltissime italiane pa- role, ora come trans, ora come fras, ora come 1ra, in fransîto, transitivo, transigere : în trasanda- re, trasferire, trasportare, trasfondere : in trapas- sure, trafugare. Si guardi di non confondere que: sto zra con quello di udra e di ‘exrra. D. Oltre a queste preposizioni italiane e latine non bi» 149 sogna riconoscere altri iniziali componenti nella no- stra lingua. —. R. Vi sono oltre a queste alcune altre parole greche e latine che non sono preposizioni ed entrano a com- porre come iniziali le nostre parole. D. Ditemi quali e quante sono quest altre iniziali ? R. Sono le seguenti principalmente. i. AncHi, che in molte parole si pronunzia Arci è parola greca, che si compone da iniziale a moltis- ‘sime parole italiane col significato di primo 0 prin- cipale, come architrave, archetipo, arcivescovo, ar- cidiacono, arciprete, arcasino, archimandrita, ar- cidiavolo ec. 2. Bis, che alle volte si fa 57, è parola latina, che si- gnifica due volte, essa entra in composizione da ini- ziale a molte parole italiane, come discorso, disac- «eta (che significa due volte sacco, perchè la bisac- cia è a due sacchi) disavo, bipartire, bipenne, bi- strattare, bisestile ec. ec. n 3. Dis particella greca con due significati in compo- sizione, cioè di male o non e di. due o di ordine. Nel primo significato si compone alle seguenti pa- role disinganno, disamore , disumano , disutile, dispiacere, diseguale e cambiandosi la s nell’ini- ziale della parola seguente, come in difficile, dif- forme, diffamare, differente. Forse a questo dis tolta via la s e cambiando la ? ine si riducono al- cune parole italiane composte da de negativo come deforme, demoralizzare ec. ec. di cui parlammo a ag. 137 num. 6. a Nel secondo senso si adopera il dis nelle parole di- sporre, discorrere ec. 4. Equi parola latina da aequus, a, um, che signi- fica eguale, si truova in composizione di alcune pa- role nostre, come in equilibrio, equidistanza, equi- n0zio, equivalere, equipollenza ec. ec. 145 5. In particella negativa per inversione della /V7 la- tina, che significa ron, come è ritenuta in niente, composta da n? ed enze ossia non ente e in niuno, cioè non uno, sì truova in composizione con lo stes - so significato in molte parole italiane, come in înu- mano, infelice, tmportuno, inutile, iniquo, infa- me, inquieto, incivile. Bisogna attendere quando 7 in composizione è pre- posizione e quando è negativa, perocchè |’ uso alla stessa radice annette i due significati differenti nei radicali e ne’ derivati, Così 7neivi/e significa non ci- tile, incivilire poi significa render civile. 6. Semi è particella greca, che significa mezzo 0 me- tà : essa si compone inizialmente con molte parole italiane, come in semicerchio, semivivo, semilette- rato, semituono, semivocale. 7. Nec parola latina, che significa e n0n, mutandosi in eg o semplicemente in ne, si compone inizial- mente a molte parole italiane come in negozio, ne- gligente, nefando, negare, nequizia ec. 8. Neo oNEA parola greca, che significa nuovo, si com- ‘ pone à molle narole ‘greche italianizzale, come neo- 1000: Neapoli e quindi Napoli, che significa nuova città ec. ec. 9. Mono parola greca, che significa uno 0 solo si com- one inizialmente a molte parole latine e greche ita- ianizzale, come monotono, monotonta, monostil abo, monarca, monopolio ec. 1 10. Poi anche essa parola greca, che significa mo/eo si compone inizialmente a molle parole Tit e gre- che italianizzate, come polisillabo, poligamia ec. ‘ 444 Dl, CAPO 1. DELLA COMPOSIZIONE FINALE DELLE PAROLE D. Quando la composizione delle parole si può dire finale? R. La composizione è finale, quando sì compie per certe parole in forma di desinenze apposte alla mag- gior componente che precede. D. In quante maniere si compie questa specie di com- . posizione? R. In molle maniere : io ne andrò producendo qual- che esempio per le principali. e 1. Per la desinenza adz/e la quale è una vera parola per sè sussistente in forma di aggiuntivo col signi- ficato di capace, onde abilità in senso di capacità. Essa si compone a mollissime parole italiane come amabile, superabile, inurrivabile, desiderabile, e, se la parola precedente finisce in ?, la @ di abile si cambia in quell’ 7, come mvinerbile, sensibile. Il valore intero di simili parole è capace dî esse- re amato, superato, vinto, sentito ec. Ossia che la a parola maggior componente racchiude il verbo essere e’ participio in #0. Quindi è che ma- lamente in italiano si dice sensibile per capace a - sentire. | À ime pare che in molte parole italiane la desinenza vole sia la stessa abz/e per l'affinità della 6 colla v, perchè lodevole, biasimevole corrispondono alle la- tine /audabilis, vituperabilis ec. Come pure la de- sinenza t/e di utile, facile, docile, agile ec. par- mi identica ad «b:/e, perchè rel significato concor- dano, onde utile equivale a capace ad essere usa- to, facile a capace ad esser fatto ec. 2. Per la desinenza Cina e Cipro, che sono vere pa- role alterate del verbo latino Caedo, che significa 145 tagliare, onde si fa l’italiano incidere e i derivati incisione, incisore, precistone, concistone. Le due desinenze si appongono a molte parole italiane, ma la prima dà alla parola composta la forma di no- me, che racchiude una proposizione incidente simile a coluî che uccide, come in omicida, liberticida, Deicida, parricida, fratricida, e'l nome che pre- cede fa da oggetto. La seconda desinenza dà alla parola composta la forma di un nome astratto, co- me parricidio, fratricidio, Detcidio. Le parole Sui- cida e Sutcidio sono composte da suz parola lati- na che significa dî sé, onde suicida è l’ uccîsore di sé ec. 3. Per la desinenza Cinio, che è parola latina altera- ta da cano verbo, che significa cantare e quindi pa- lesare o manifestare, come in patrocinio, lenocinio, raltcinio. i £. Per la desinenza Dico e Dicio, che sono vere pa- role latine, quello verbo, che anche in italiano esi- ste, e questo derivato. Amendue si compongono in fine di molte parole italiane, come maledico , ve- ridico, fatidico, giuridico, prendendo la forma di nomi. Quindi giudico, che si è fatto giudizio , e giudice Vorvaladio a dicitore del gius e quindi al magistrato. 5. Per la desinenza Ferro, che è un verbo latino, che significa fo porto: come desinenza si appone a mol- tissime parole italiane col significato di portatore 0 portatrice, come Lucifero portatore di luce, sopo- rifero portatore di sonno, erbi/ero, mortifero, fiame mifero, sonnifero ec. 6. Per la desinenza fico, fice,ficio, che sono vere pa- role alterate dal verbo latino facto, che significa 10 So 0 faccio. Tutte e tre le sopraddette desinenze si appongono a molte parole italiane, come malefico e benefico fattore di male o di bene, magra ope- 140 ratore di cose‘ grandi: artefice, oréfice , chi lavora secondo ‘arte o in oro, quindi .maleficto., veneficio,. A) o benefizio — ORIFICIO, si adopera in sen- so di buco che dalla forma fa una specie di docca ad un vase. | vo 0° dd 7. Per la desinenza Gero, che è un vero verbo lati- . no, il quale significa portare. Essa si appone qual- che volta alterata in zzero in molte parole italiane, come armigero ed armizzero, cornigero, lanîgero, . aligero. | I a 8. Per le desinenze SPicio e Spizio, che corrispondo- — no al verbo latino Sprcto, il quale significa io guar- do o sbircto. Molte parole italiane prendono que- sto verbo a desinenza, che loro dà ‘la forma di un nome aslratto, come auspicto il veder degli ' uecel- . li, frontespizio o frontispizio la parte anteriore di un edificio, che è presente allo sguardo dello spet- tatore. . E. i | 8 0 Ge 9. Per la desinenza GENA che è uria vera parola gre- ca, la quale significa gererare : alterasi qualche volta componendosi in ggine, e igno, come andi- .geno; fuliggine , caliggine, benigno, maligno. Il eno è ritenuto tale quale nelle parole greche ;ita- linizale dalla scienza, come ossigeno, idrogeno ge- neratore dell’acido e dell’acqua. da 10. Per la desinenza-Zegio , che è un'alterazione del verbo latino /ego, clie ‘significa leggo privilegio, sortilegio , Slorilegio, spicilegio. Sg 11. Per la desinenza zonzo alterazione del verbo la- tino m20neo, che significa Ummnionire, avvisare, co- me patrimonio, matrimonio, mercimonio, parsimo- nîa, ceremonîia ec. ec, i eg 12. Per la desipenza vo, che è un'alterazione. del pas- .. sato 2vî del verbo latino eo, 28 andare, come ap- .. parisce dal senso che presentano le parole compo- . «Ste desinenti in 7vo, quali sono significativo, ossia 147 ‘. cosa che. va @ significare, giustificativo, aggiun- tivo, lenitivo, purgattvo, nominativo ec. “ 13. Per la desinenza para, che è parola latina alte- rata di parzo, che significa partorire, come ovipa- ra chi partorisce vora, vipera invece di eivipera, serpentello, che partorisce i figli vivi, puerpera ec. 14. Per la desinenza plice, che è parola allerata dalla latina pica, che significa piega, come semplice sen-' za piega, duplice, triplice, quadruplice, multipli- ce, quindi i derivati duplicare, multiplicare, centu- plicare ec. | | 15. Per la desinenza 27720, che è un'alterazione della parola latina ?ntimus composta da inter e imus, come Zeggiîtimo, marittimo. 16. Per la desinenza vole e. colo, che è verbo latino, - che significa 20 voglio, il quale in composizione ha il valore di volente, come benevolo, malerole, uo- mo che vuole bene o male. | 17. Metto in ultimo luogo la desinenza aggio. e talvol- ia eggto, che a me pare un’alterazione di ago, agîs., che significà menare 0 spingere, e ìn com- posizione significa. alluazione come linguaggio , maneggio , parteggio , beveraggio. - ci A D. Non. vi sono 'a notare altre desinenze di simil na- tura? | R. Se ne potrebbero produrre ancor altre, che io per -. amore di brevità tralascio in un corso di elementare grammalica. DELLA COMPOSIZIONE PER EQUIPOLLENZA. . D. Quarido si può dire che la Composizione si fa per » equipollenzat>o "n DS DA : R. Okaado uno de componenti non ha maggiore di- ® 148 gnità dell’ altro nella composizione , ossia quan do non si considera aggregato in grazia dell’altro. D. In quante maniere avviene questa specie di com- posizione per equipollenza ? R. E difficile raccogliere tutti modi indefiniti, secon- do i quali essa si compie. Purnondimeno andrò e- sponendo ne’seguenti articoli le principali combi- nazioni di siffatte parole nella lingua italiana. Composizioni di Nom e Nomi. D. Quando ha luogo la composizione di nome a nome? R. Quando due nomi si scrivono o si pronunziano con- iuntamente, come se fossero una sola parola, come inomi particolari degli uomini Carlantonio, Giam- pietro, Giambattista, Mariateresa ec. D. In quante maniere si compie questa Composizione in quanto alla significazione de’ componenti ? R. In due maniere 1. senza aggiungere altro signifi- cato come un di più, che non compete a ciascun com- ponente. 2. Col far intendere qualche cosa di più che non è espressa. D. Datemi qualche esempio della prima maniera? R. Esempî della prima maniera, oltre i nomi partico- lari degli uomini, sono poche altre parole simili a capolavoro, trcocervo ec. D. Datemi ora qualche esempio della seconda maniera. R. Capocaccia, caposcuola , acquavite, capelvenere, ec. le quali parole equivalgono a capo della cac- cia, 0 di una scuola, ad acqua della vite, a ca- pello di venere. Gl' inglesi per proprietà della loro lingua usano un nome appresso l’altro quasi nello stesso senso di queste parole composte italiane. 149 ARTICOLO II. Composizione di nomi e verbi o di verbi e nomi. © © D. Come sì compie questa specie di composizione ? R. Apponendo la voce del presente di un verbo al home ,.0 il nome ad una voce di verbo. D. Producetemi degli esempi dell’una e dell'altra ma- niera ? i R. Per la prima abbiamo sangusuga, febbrifugo, cen- tripeto, centrifugo ‘ec. dove il verbo è forza di un participio, perchè sanguisuga equivale a chi suga sanque, centrifugo a chi fugge il centro ec. ec. Per la seconda abbiamo parole simili alle seguenti , picchiapetto, baciapile, azzeccagarbugli, spezza- cantoni, qguardaboschi, ec. In queste parole, ben- chè precedute da' prenomi, il secondo componente è invariabile , due non si dice ? picchiapetti , il guardabosco, ma £ picchiapetto e il guardaboschi, perchè il prenome, che le precede, si riferisce al nome sottinteso , il quale è determinato dalla pa- rola composta, come da una proposizione incidente. Composizione di Nomi ed Aggiuntivi ed al contrario. D. Abbiamo roi composizione di nomi ed aggiuntivi o di aggiuntivi e nomi? R. Moltissime parole in forma di nomi di paesz, crt- tà, ville, e castelli in nostra lingua, sono compo- ste da nomi ed SEGIDALItO come Montalto, Frat- ar Ca Castelnuovo, Casanuova, Villafranca, ec. Ma in maggior numero le composte da aggiun- tivo e nome, come 2elvedere, Chiaromonte, Alto- monte, Belprato , e (tutti paesi, che hanno il no- id 150 me di un santo, come Sangermano , Santelia, Sallorenzo, Sampietro, Santambrogio , Santan- drea ec., i quali si debbono scrivere compostamen- te, come compostamente si pronunziano , affinchè sì metta differenza tra parole , che hanno diverso significato sotto diversi rapporti. si 3A D. Che si deve notare principalmente sotto il. rispetto - di questa composizione ?:. le a R. Si deve notare principalmente che per proprietà di - nostra lingua si compone un’ aggiuntivo o qualun- . que parola in forma di aggiuntivo colla parola mer- te, che è un vero nome e se ne forma un compo- sto, che i grammatici scioccamente dissero «vverdio di qualità o di modo, come freddamente, savia- mente, felicemente, medesimaumente , qualmente , talmente ec. Per la quale forma s'intende la preposi- zione n a questa guisa : freddamente 17 modo fred- do, santamente în modo santo, saviamente 22 modo savio. Quindi possiamo ritenere che una simile e- spressione é figurata ed è di pertinenza sintassica. ARTICOLO IV. Composizione di aggiuntivi ed aggiuntivi. D, Quali parole composte di due aggiuntivi presenta la lingua italiana? | R. Ne presenta pochissimi, che pur bisogna notare isa sapere le tendenze della medesima : tali sareb- ero «eridolce, dulcamara, pianoforte ec. Le quali parole, checchè ne dicano 1 pedanti, sono di buo- nissima lega; perocchè conformi all’analogia della lingua latina. | | I 4BA Composizione delle preposizioni e de' prenomi IL, Lo, La, I, Gu, LE. D. Perchè non avete riportata questa .specie di com- posizione nel Capo I. di questa parte, dove parlaste della composizione iniziale ? | | R. Perchè la composizione delle preposizioni co’ pre- nomi 27, Zo, Za. ee. non induce alcuna alterazione di significato, come abbiamo veduto in quel capo. . Oltracciò la composizione delle preposizioni a’ pre- nomi è per equipollenza di dignità de’ due compo- «nenti. —. i D. Ditemi dunqué core avviene in italiano questa spe- cie di composizione ? . R. Essa avvienè con qualche alterazione della lettera finale delle preposizioni, e l'iniziale de’pronomi, co- me sì vedrà ne’ quadri seguenti. QUADRO I. Composizione delle. preposizioni col prenome IL, che st fa. L, e 1 che si può fare semplice apostrofo Au Lie a A Al ea od Con sifa Co Col e coi o co' Da. . . . Da L Dale da’ o da Di sifa De Del e dei o de In sifa Ne I ovvero 7 Nel e nei o ne ii Pel e pei 0 pe Sù . .. SÙ | Sul e sui o sw QUADRO II. Composizione delle preposizioni col Prenome Lo che st fa LLO, e LA che si fa LLA. dig de Allo e alla Da ... + Da LLo Dallo e dalla Di sifa De — Dello e della In sifa Ne LLa Nello e nella Sù . .. SÙ Sullo e sulla D. Perchè non avete messe in questo quadro Per e Con? | R. Perchè queste due preposizioni e /o e Za non ama- no di comporsi, ma si scrivono separatamente per lo e per la, con lo e con la per non confondersi con altri vocaboli. | ‘ QUADRO III. Composizione delle preposizioni co’ prenomi GLI inalterabile e LE che si fa LLE. ‘ Aid a 6 Agli e alle Da. . . . Da Gli Dagli e dalle Dì sifa De Degli e delle In sifa Ne LLe Negli e nelle SÙ. +. è SÙ Sugli e sulle D. Perchè non avete neppur messe in questo quadro le Preposizioni Per e Con? | R. Perchè cogl: si confonderebbe con la seconda vo- ce del presente del verbo cogliere, e colle col no- me .colle, Pegli dà un cattivo suono, e pelle si con- fonderebbe col nome pelle. | 153 ARTICOLO VI. © Composizioni de’ nomi personali co' verbi e col prenome 1. , D. Quali voci de’ nomi personali si compongono a’ ver- bi ed al prenome 2/? i R. Le voci variate mt, tî, sî, ci, vt, ne. D. Come si compie co’ verbi ? | R. Posponendosi a' medesimi, come ‘dicovr, pregoti , portami, dicesi, fatevi ec. Quando l’ ultima vo- cale del verbo è accentata, si raddoppia la conso- nante del nome personale, come du dimmi, curvossi, pregonne, rubocci, dietti ec. D. E col prenome 20? R. La composizione si compie cambiando il mî, tî, 82, ci, vî, in me, te, se, ce, come vel dico, tel disse, sel portò, mel rubò, cel mandò, sel riportò ec. Composizioni de’ prenomi LO, LA, LE, GLI co’ verbi. D. Come i detti prenomi si compongono a'verbi ita- _ Nani? R. Loro posponendosi come desinenze, per esempio : mandalo, dimmela, pòrtule, scrivigh. D. E se il verbo finisce in vocale accentata? R. Allora si duplica la iniziale de’ prenomi, eccetto 9g, come mandollo, diello, raccomandolle. | D. Avviene talvolta che nel medesimo tempo i nomi ersonali e’ prenomi si compongano al verbo ila- liano? | R. Avviene spessissimo , e allora il prenome occupa l’ultimo luogo e i nomi personali mi, #7, cî, vi, sî, si cambiano in me, te, se, ce, ve, come Man damelo, dirottelo, ec. i 154 D. E nonsi dà composizione di più prenomi al verbo? R. Si,e sono notabili glieli, glielo, gliela, composti da gli e lo, la, le, che unitamente si compongono a verbo, come dirogliela, mandogliele, ed ‘ancor- chè si scrivessero distaccati dal verbo, glielo, glie- lî, e gliela si scrivono e si pronunziano composta- mente. n 1 Composizione di Car e QUALE ad UnQTE. D. Che cosa è Unque, che si truova nelle parole ita- liane Chiunque e qualunque? | R. E una particella latina, forse unguam, che signi- fica mai, come nunquam significa non maî, ondec- chè Chiunque e Qualunque fanno intendere Colui ‘31 quale mat si volesse. © | Composizioni di congiunzioni ad altre parole, come BencHÈ, SEBBENE, QuantunQue , Niuno, Nessu- ; NO ec. i Sa 5 i E si D. Quale è il prenome, a cui hanno le congiunzioni ‘ maggior simpatia di comporsi ? | . R. È il prenome C%é, a cui si compongono e prepo- ‘© s8t200nî, come perchè, e nomi come la e con- giunzioni, come serzonchè, dovechè, quandochè, on- dechè, comechè, mentrechè, ancorchè ec. 0° D. Che dile di Sebbene, Quantunque , Niuno, nes- suno ec. a R. Sebbene è composto da Se e Bene e il senso che , offre è : se per bene to concedessi ec., come den- | chè equivale a: con tutto il bene dî concedervi ec. Quantunque è composta da quantum e que, e dà Ì 155 questo senso : per quanto e quanto st voglia di- re che ec. Niuno è ‘composto da #7, che significa ‘non e da uno aggiuntivo di quantità. Nessuno a me pare formato da nesceio unum, perchè in alcuni - dialetti il volgo lo pronunzia nesciuno. Composizioni capricctose — Altrettale, Altresi — Co- tale, Cotanto, Qualsivoglia, Checchè, Checchessia, ‘Ossia, Quvvero, Conciostacosafossemassimamente= chè, Conciosiaché, Avvegnachè ec.ec. ‘D. Perchè questa specie di composizione dicesi ca- pricciosa ? — R. Perchè si discosta alquanto dalle ragioni comuni delle altre specie di composizioni, per esempio co- tale, cotanto, altresì, sembrano compòsizioni insi- gnificanti, perchè cotale e cotanto hanno perduto oggidì le primitive differenze da rale e tanto: al- tresì oggi sì usa in senso del solo sì o di ancora st contro la forza etimologica di a/rro. D. Ditemi partitamente delle soprapposte composizioni? R. Altrettale è composto da altro e tale e significa un altro tale uomo o cosa: Chkecchè è una ripeti- zione, colla quale sì accenna a più soggetti, onde viene il senso di chiunque siasi — Qualsivoglia è composto da Quale, sî, e voglia, voce del congiun- tivo del verbo volere. | Checchessia, e Chicchessia parole composte da che, chi, e sta verbo : ossia parola composta da o av- ‘verbio e sz verbo: ovvero è composto da o avverbio e vero nome e il senso è 0 22 vero, oppure 0 più ve- ramente: -conciostacosafossemassimamentechè è un mostro orrendo composto da otto parole con, ciò, sia, cosa, fosse, massima, mente, che senza sen- 150 ° so: Conciosiaché è più sopportabile : avvegnachè ‘composto dal verbo avvegna invece di avvenga e .da che, esprime una concessione, onde da’ gram- malici fu tenuto per congiunzione. Altre parole si- mili a tutte le precedenti esposte negli articoli di questo capo potrei produrre, ma le lasciò per bre- viltà, e perchè è facile a ridurle, incontrandosi, alla rispeltiva loro categoria. Quindi neppure quì faccio parola delle parole composte di altre parole ancora composte, perchè chi sa decomporre un composto -di due sole parole, saprà ancora decomporre le più composte (1). . | | {1) I precettori saranno accuratamente diligenti a far comprende- re ed imparare tutte le varie specie di composizioni delle parole italiane, affinche. i giovanetti loro affidati sapessero valutare le po- tenze della lingua che studiano. Eglino non si contenteranno sem- plicemente di sentire da’ loro discepoli, che questa o. quella parola sia derivata 0 composta ec. Ma esigeranno la traduzione di quell’ u- nica parola derivata, variuta, o composta in altrettante equivalenti, perchè in più luoghi abbiamo notato che tante volte la Derivazione e la Composizione alterano il valore delle radici o de' componenti. Jo avréi dovuto essere assai più prolisso in questi trattati, ma fi- dando nella ‘buona volonta de’ precettori molle osservazioni per a- more di brevità ho tralasciato. Ora, se questo che io ho fatto a mio giudizio è pochissima cosa, che dovra dirsi d lle grammatiche delle > scuole, dove di Derivazione e Composizione non si occupano affatto? Se io mal mi apposi mel dica chi sc ne intende. Intorno alle parole OMONIME e sINONIME. x D. Che s intende per parole 07mo0nzme? si R. Si dicono 0A omonime tutte quelle, che, avendo la stessa forma, significano idee diverse, come per esempio amare radice di verbo, e amare aggiun- tivo variato in amare lagrime. n D. Che si richiede, affinchè due parole sieno omonime? R. Si richiede. che tanto nella scrittura, quanto nella profferenza conservino la stessa quantità di segni 0 di suoni, come amare ed amare. Quindi, se una pa- rola sarà accentata, e l’altra nò, come è ed e, d ed o, oppure una sarà coll'aprostrofo , e l’ altra senza, come e ed e, a ed a’, o infine una sarà lun- ga e l’altra breve, una larga e l'altra stretta nella penultima sillaba, come drcora ed ancora, torre e torre, danno e danno, désse verbo e desse preno- me variato di desso, non sarà più il caso dell’omo- nomia. sù D. Or come si può conoscere che le parole omonime in un caso significhino un'idea e in un altro un’altra? R. Si conosce dal senso del costrutto, ossia per le ra- ioni sintassiche. Così dicendo: Piovommi amare ugrime dal vîso, ognuno comprende che amure è aggiuntivo. Egualmente se si dice: zo non posso non amare î miei congiunti, si comprende , che amare è verbo. D. E quali parole si possono dire sinonime. R. Sarebbero sinonime le parole di diversa forma, che significassero la medesima idea, come s/esso e me- desimo. 158 . * D. Si possono riconoscere veri s22072722 nelle lingue? R. Rispondo con distinzione. Per parte della lingua non ci possono essere parole 8272027726, se non a con- dizione d’introdurre vocaboli forestieri, che la ren- dono impura, per la ragione che le lingue possono difettare di vocaboli, ma non soprabbondarne. Per parte de’ parlanti, che o la natura e'l si- gnificato vero e proprio de'vocaboli, vi possono es- sere sinonimi, il che è difelto e non pregio di par- lare, come vedremo nel Trattato dell’ Elocuzione. D. Come si può vincere questo difetto ? | R. Studiando il significato delle parole assolulo e re- ‘ lativo in Etimologia e in Sintassi. POCHE REGOLE PER L’ ANALISI ETIMOLOGICA Alla considerazione de'savti precettori. & [ne aci vi eno “ Molto lodevole è la pratica introdotta nelle scuole di fare la così detta analisi sopra qnalche testo di lin- Qua» applicando gli apparati principî in occasione ella -disamina delle parole o de’ costrutti. Imperoc- chè, così facendo, si richiamano le studiate teorie non solo, ma s’incarnano e si concretizzano ne’ fatti , onde si costituisce quel nesso, che è fondamento e condizione indispensabile al vero sapere. Le sole teorie sono aride e slerili, anzi a corto andare sì dimenticano del tutto o non resta di loro che un va- pore sottile soltile, che ancora fa temere che si vo- glia dileguare. La sola pralica senza principi è cieca incerta, contradittoria, lunga, penosa e infeconda. 159 Ma come nel fatto debbono consociarsi tra loro: le teo- rie e la pratica ? Ecco un problema che balenò nella mente de saggi precettori, ma che nessuno, a quel che io sappia, si propose di risolvere. Io quindi sen-- za voler discettare razionalmente intorno al come ed al perchè verrò ad accennare brevemente le norme generali da tenersi nel dirigere i giovanetti a que- sta Zeorico-pratica di analisi etimologica. I. Considerando che le parole sotto il rispetto etimo- logico gi riducono a certe Classi prime, il precet- tore nel far l’analisi curerà in primo luogo- di do- mandare al suo discepolo a quale classe appartenga la parola in disamina , e in questo non si conten- terà semplicemente che dica, questa parola è nome 0 verbo,0 aggiuntivo ec. ma vorrà accuratamente interrogare per sapere le definzzioni della classe, cui la parola appartiene, le distinzioni, le classifica- zioni, le risoluzioni ec. | II. Dopo che il giovanetto avrà classificata la parola, passerà a dirne il suo valore etimologico per vedere se è radice, o radicale, se variata, se derivata, se composta, richiamandosi a’ trattati, in cui se ne parla. Con peo pratica la sua mente corre e re- corre ora al principio, or al mezzo, ed ora alla fi- .ne dell’ Etimologia, il perchè le teorie sparpagliate | sì compenetrano, a così dire, si compresenziano allo intuito dello spirito, e restano connesse sotto diversi rispetti con legami indissolubili. III. Siccome le parole secondarie sono in gran nu- mero rispetto alle poche radici di qualsivoglia lin- gua, a costituire un metodo d’ imparare le lingue, come sistemi di parole, il precettore sarà diligente di ricercare l’attuazione delle diverse maniere di ge- nerare le parole secondarie dalle primitive. Quindi, . se la parola è secondaria, farà risalire il giovanetto da questa alla parola madre: se la parola in disa- 160 mina è radice , procurerà di farla cariare , deri- vare, e comporre in tult'’i modi possibili secondo il gusto e la natura della lingua. In cosiffatta gui- . 8a Il giovanetto non ha bisogno di Dizionario, ma con questi mezzi si creerà un sistema di parole e si vedrà sorgere un’intero vocabolario a memoria. Jl precettore poi, che io suppongo qual dev’ essere nella lingua che insegna versato, porrà ogni dili- enza a far distinguere le parole correnti nell’ uso, . a quelle, che potrebbero attuarsi, perchè altro è l’uso, altro è la ragione di usar le parole. I metodi invalsi nelle scuole hanno affatto trasandato questo . punto di vista importantissimo per imparare le lin- gue , onde avvenne che dopo tanti anni di studio non si è sapulo in lingua più del numero delle po- che parole, che si sono lette in questo o quel brano . di classico scrittore. IV. Nello stato attuale della filologia il precettore, se insegna a’ giovanetti viziati dalle prime istituzioni , potrà comparare le nuove colle vecchie nomencla- ture, affinchè si possano in qualche modo giovare delle apparate teorie. Ma, se insegna a menti ver- gini, non faccia loro nemmen sospettare che vi sie- . no stati al mondo uomini capaci di erutlare tanti spropositi, quante sono le barbare nomenclature, le false definizioni, le inesalte classificazioni. V. Se i giovanetti dedicati a RO studio debbono percorrere tutto il campo della filologia , i precet- - tori cureranno di farli risalire alle origini latine di . quelle parole italiane , la cui significazione riceve . Juce. da questa sorgente. VI. Quello che importa massimamente in questa disa- mina è la precisione delle formole e la esattezza nel definire. Badino quindi i precettori a non far dire le cose a senso, e sproposilando, perchè questa li- cenza conduce a poco a poco alla irascuraggine ed 464 alla confusione delle idee. Queste avvertenze ho cre- duto necessario a far precedere come norme gene- rali, dalle quali dev’ essere governata la così dett ana-. lisi etimologica. Ciò premesso, darò io stesso un pic- colo saggio di questa pratica sul seguente passo di Monsignor della Casa nel Frammento di un Trat- tato delle tre lingue Greca, Latina e Toscana. é TESTO » Se tutti ‘gli uomini avessero sempre favellato, e fa- >» vellassero al presente di un linguaggio medesimo, » non bisognerebbe ora che voi vi fica di ap- ) Da le lingue, nè io di mostrarvi il modo » d’impararle. » Analisi etimologica 1. SE è una parola compresa nella quarta Classe ipoteo- rica di ogni lingua detta Congiunzione.  Essa è una Congiunzione mista  per- chè racchiude due relazioni, una espressa dalla pre- posizione Zn e l’altra dalla preposizione Con — on- . d’ equivale a nel caso în cuî (pag. 5). ) 2. Turini È una parola compresa nella Classe ipoteorica de’così detti prenomi (vedi pag. 36 ) Esso è un pre- ‘ nome collettivo di quantità (pag. 42 ) differisce da ognî (pag.43). È un prenome variabile, ossia pren- de le desinenze fondamentali 0, @, e, ?, indicative . di accordo col nome wowmzr2, cui si riferisce, per- chè le desinenze de’prenomi e degli aggiuntivi sono sintassiche e non etimologiche (pag. 77) ec. ec. 3. GLI è un prenome che significa relazione di sito (pag. 80 ) il cui radicale è ee, #/la, illud (pag. 88 si esso precede i nomi che cominciano da vo- cale come uomini. Vedi pag.. Non si deve 4162 . confondere con gl: che. in costrutto racchiude una - relazione di tendenza per conto del nome a cui si 4. - riferisce (pag. 81 ). Quando s'incorpora 'a-preposi- - ‘zione resta inalterato (pag. 152 )-ec. ec... Uomini è nome irregolare variato, perocchè al sin- . golare. fa vomo. Italianamente parlando , dovrebbe .fare uomi, ma è ‘piaciuto ritenere il latino 4omzzes acconciato iu womini. Il Nome è la prima fra le Classi categoriche di ogni lingua e comprende sot- to di sè tutte le parole, che significano sostanza o - causa ( Vedi pag. 18 ). Questo è nome’ specifico , . perchè dinola :dea specie (pag. 21 ) infatti que- -: slo nome womo si partecipa da tulti gli: individui . umani, come Pietro Paolo Giovanni ec. (vedi pag. cit. ). Uomini poi non solo è variato in quanto alla quantità discreta per la ‘desinenza fondamen- tale : che significa numero, ma ancora sotto il rap- porto del sesso (vedi pag. 59 e 61.) . AVESSERO FAVELLATO è una circolocuzione italiana .. per far intendere il trapassato del Congiuntivo che manca alla nostra Variazione. Il verbo avessero a- dunque è ausiliario e unitamente al participio Pia veltato forma una circolocuzione, ché fa intendere il trapassato. Il participio fevellato è parola derivata ‘ (pag. 119): favellare è parola derivata da fuvella e favella viene dal latino fabella diminutivo di /@- ‘ bula: fabula poi viene da for farîs, che significa .. dire, onde fabula è un racconto, una: diceria. '4- . wellare adunque significa fare un racconto. Avessero favelluto indica la terza poe- sona plurale sî, di cui è caso di apposizione gl uo- minî vedi pag.  ec. ec. SEMPRE è una parola appartenente alla classe ipo- teorica o secondaria detla avverbio, {vedi pag. 44 ) il quale significa in ogni tempo presente, passato e futuro (vedi pag, 49.) 00° 105 7. Eè parola appartenente alla Classe ipoteorica det- ‘ta Congiunzione che racchiude la mne di compagnia espressa da Con (vedi pag: 8. FaveLLASsERO è voce di verbo' variato della pri- ma caratteristica (pag..102 ) perchè ritiene la 4 in - quasi tutte le voci variate. Il suo radicale è f@vel- i spera F'avellassero è voce, che ‘per la sua desinen- za significa passato relativo detto imperfetto, e ol- ‘ tracciò indica il //odo della proposizione incidente . detto Congiuntivo (vedi pag. 10 ) Indica ancora la terza persona plurale (pag. cit. ). Esso si forma da .favellare tolta via la sillaba re, ed aggiungendo . ssero. Tutto il tempo si varia come segue. Che.o sé to favellassi, tu favellassi, egli favellasse. Che o Se noî favellussimo, voi favellaste, eglino fa- vellassero (vedi pag. cit.) | 9. AL è parola composta dalla proposizione & e dal prenome 7, che in questa specie di composizione di bea ( pag. 147) ara la? ; vedi pag. 151 ) proposizione del verbale ( pag. 33 ) e significa relazione o rapporto di dipendenza ( pag. cit.) essa - sì compone come preposttira. iniziale a moltissime - parole italiane (pag. 136 ) ec. ec. 10. PrESENTE è parola composta da Pre e sente ( vedi pag. 87). Pre è proposizione latina invece di prae che anticamente si leggeva ‘pri e significa avanti in senso di opposizione (pag. 87 ): essa si com- pone come iniziale di moltissime parole italiane (ve- di pag. 138) Sente è lo stesso che ente participio . .di essere, prende quella s in principio per buon suono. Presente adunque . è lo stesso che cade sotto i sensi ( vedi pag. 87 ). I grammatici dissero a questa bo participio in ente, che per noi è arola derivata in forma di aggiuntivo (pag. 119 ) a quale significa ciò che è avanti  164 11. Diè proposizione del Nome, che significa rapporto di dipendenza (vedi pag. 31). Il precettore può domandare che cosa è preposizione in genere, le varie specie, che cosa è dipendenza ec. richiaman- dosi alle teorie stabilite. a | 12. UN accorciato di uno è aggiuntivo di quantità di- ‘screta . I grammatici lo considerarono co- me articolo, nomenclatura insignificante. In quanto all’uso, che lo fa precedere a' nomi, si potrebbe dire prenome , ma etimologicamente considerato è uno aggiuntivo di quanto. Esso si varia in uno e una, rendendo la desinenza fondamentale de’ nomi per indicazione e non per significazione – “The same thing!” H. P. Grice -- ec. 13. “Linguaggio” – i. e. ‘lingua’ -- è una parola derivata da nome in forina di nome, se pure non vogliamo dire che sia una parola composta da “lingua” a aggio, desinenza di 490 meno o spingo, come abbiamo veduto che sieno composte matrimonio, florilegio, sucidio ec- In quest’ultimo senso “linguaggio” – i. e. lingua -- è diferente da “lingua”, perchè ‘significa’ *uso* della ‘lingua’, o l’attuazione della medesima. Non ostante che "Miti scrittori, poco badando alla forza etimoogica delle parole, spesso confondano “lingua” e “linguaggio”. Del che fanno pruova “retaggio”, “appannaggio”, “malvaggio” ec. Mepesimo è un prezome , che significa relazione di Congiunzione mediata (pag. 41. ) Questa parola non sembra italiana per origine: ed è identica a stes- so ed amendue equivalgono a tale quale (vedi pag. 42 ). E un prenome variabile, perchè nell’ uso rende le desinenze fondamentali de’nomi 0, a, €, #. la queste desinenze sono indicative o sintassiche e non significative ed elimologiche (vedi pag. 77). ec. Fine dell'Etimologia. AL LILLE LIL TIDIEBO .-DELLE MATERIE lp «ET —_y "x PREFAZIONE. i Introduzione intorno alla Grammatica in genere. Pag. » TRATTATO DELL'ETIMOLOGIA Delle Classi categoriche o DORORE, delle Perat in genere è ca ca ‘o @ Della prima Classe ca te di delle Paolo: di ogni lingua ossiu del . i Della seconda Classe categorica delle DIS, di ogni lingua ossia del Verbo Della terza Classe Categorica delle parole Di ogni lingua ossia dell’aggiuntivo. . » 15 16 480 25 25 166 CAPO V. Della quarta Classe categorica delle RCS di ogni .lingua ossia del verbale, . sc ed CAPO VI.. Della quinta Classe Categorica dellé parole di ogni lingua ossia delle preposizioni. DELL’ ETIMOLOGIA De’ Nomi personali primitivi Io, Tu, Sì. . . » . Del Prenome come Classe ipoteorica 0 secondaria. De’ Prenomi che significano relazioni di sito. De' prenomi che significano relazione di Congiun- ZIONO: Lod te Mera e e i De’ Prenomi che significano relazione di disunto- ne e che si possono dire disgiuntivi Della terza Classe Ipoteorica ossia degli avverbî. Della quarta Classe sparsonita ossia delle Con- “© giunzioni . . + è ee ue di Se Vl’ Interjezione sia Classe di parole DELL’ ETIMOLOGIA sa  © Delle radici, de’ radicali, e delle parole seconda- rie di ogni linqua in genere Della Variazione e delle parole variabili. . ua - Della Variazione del Nome Delle desinenze cnolagie o significative dei , Nomi. . . + ssa se e SEZIONE II. Della desinenza indicativa o sintassica de’ Nomi. CAPO Ill. Della Variazione degli aggiuntivi Desinenze comuni alla variazione degli LE ti quantitativi e qualitativi Delle desinenze di variazione particolare agli ag- | giuntivi qualitativi, cssia de’ diminutivi, ac- cresciuti, PEIGTEAOA, asia e su lativi. . |. Delle desinenze particolari agli aggiuntivi di quan- tità discreta ossia degli ‘ordinativi Della Variazione de’ prengmi Della Variazione del Verbo... PARTE RERBTA, DELL’ ETIMOLOGIA a" s wai "CAPO I. ì Della Deviazione da Nomi. (odi o i . . Della Derivazione da. Verbi Delle parole derivate immediatamente da’ Verhi.  AMI n 118 ivi D:lle parole che derivano mediatamente dal verbo. Delle parole che derivano dagli aggiuntivi Delle parole che derivano dalle preposizioni Delle sana che derivano da alcuni prenomi. Delle parole che derivano dalle IRREZIORA Ossia dagl Interposti. Della Derivazione di derivazione delle parole. . PARTE QUINTA Della Composizione de se parso o delle parole com- poste Gale Introduzione Della Composizione iniziale . +. +. è è. è. è CAPO II, Della Composizione finale delle peroe: è 0. CAPO III. Della Composizione per equipollenza. Intorno alle parole omonime e sinonime . Poche regole per È analisi etimologica SAGGIO DI UNA DESSIGRABTAO PELLA VARIAZIONE DE’ VERBI LATINI ZO ITS SAGGIO DI LESSIGRAFIA Per la Variazione, Derivazione e Composizione . dei verbiî latini. INTRODUZIONE Al PRECETTORI. Con questo Saggio adempio un’ altra promessa già fatta nel 1. volume del Nuovo Corso col doppio fine cioè 1. di compiere la pruova di fatto dell’empirismo grammaticale; 2. di mostrare come il nostro sistema razionale si presti ad organizzare le istituzioni di tut- te le lingue. In questa introduzione adunque mi con- verrà esporre i difetti della Lessigrafia latina per la arte, che concerne la così detta conjugazione de’ver- bi, a fine di provare la necessità di una riforma, e in secondo luogo stabilire una lessigrafia ragionata, che ossa essere sostituita a quella che abbiamo difettosa. Riduco i difetti esistenti nella Conjugazione de'ver- bi latini a'seguenti capi. . 1. Di nozioni inesatte e di false nomenclature. 2. Di confusione delle diverse ragioni della Yariazione e della Derivazione. 3. Di confusione dalle ragioni sin- tassiche coll’etimologiche. 4. Di confusione delle ragio- ni della Variazione e della Composizione. 5. Di aperte contraddizioni. 6. Di differenze. non vere delle voci concrete ed astratte de così detti verbi passivi ec, ec. * fi 4 Io prego i precellori di seguirmi attentamente in questa dispulazione ; perocchè si tratta di svelare e combattere errori secolari , e trasfusi nel linguaggio tecnico delle scuole, de’ Dizionari e del parlar comu- ne. Non è tanta la meraviglia, che può produrre que- sta novità nell'animo de’miei lettori, quanta fu la mia in considerare come uomini. d’ingegno, in tanti secoli, viziati da’ pregiudizi imbevuti dalla tenera età non si sieno mai avveduti della loro scempiaggine nel cre- dere come veri assiomatici le più assurde corbellerie e le più palpabili contraddizioni. Non temo di essere accusato di audacia nell’esporre francamente la cecità dell’empirismo secolare delle scuole; perocchè son for - te di ragioni e di pruove di fatto per la pubblicazio- oe del Nuovo Corso già passato in mano de'dotti , e giudicato favorevolmente. Incomincio adunque a pro- porre, discutere e provare. | 61 Nozioni inesatte, e false nomenclature introdotte nella Contugazione de’ Verbi latini Dopo que:lo che ho detto ne’ Trattati della Varia- zione nel /Vuovo Corso , e nella Nuova grammatica ragionata per la lingua italiana, non.è mestieri che mi allarghi troppo in parole per. dimostrare quanto mi proposi in questo. paragrafo. i Il perchè accennerò qui a poche cose più per ri- cordare quanto mi truovo detto , che per bisogno di nuovi argomenti. è a È mi piace interrogare primamente gli stessi precetto- ri, se eglino hanno avuto mai una chiara nozione della così detta Conjugazione : che cosa è congugare ? Se pe parola può avere un valore, è sotto il rapporto ella Sintassi del Nome col Verbo. Ora per Con7ugare Ù ,. e) non si può intendere in etimologia il semplice «ccor- dare nome e verbo; perchè il verbo si varia sotto il ri- spetto etimologico e sintassico. Oltrecchè qual barbaro traslato non è mai il conjugare un verbo in senso di cartarlo per desinenze etimo:ogiche e sintassiche ? Damindo in secondo luogo, se i precettori da libri lessigrafici si poterono formare mai una nozione esat- ta del fempo presente definito per ciò « che nota la cosa 0 l’azione essere o farsi attualmente. Come sa- pere il presente ignorando lo attuale? perchè attua fe vuol dire d? atto, e atto è participio dai gramma- tici dello passato. Come intendere che il tempo è per- fetto 0 imperfetto? Il tempo è tempo, cui non conviene la perfezione o l’imperfezione. Le azioni e gli state ossono essere perfelti o imperfetti, il tempo non mai. Qual esatta nozione poterono poi eglino formarsi del Modo, definito per una Modificazione del verbo per meglio esprimere le differenti maniere ed affezioni che sogliono avere le azioni». Se voi avete capito, vi ho per beato, io, confesso la povertà del mio in- gegno , non ne so capir nulla. | Che cosa è poi wn /ndicativo, un Imperativo, un Soggiuntico? Quale stranezza di epiteti? Ed è pol ve- ro che la voce dell’ 2mperaztizo racchiude un coman- ‘d0? ML più delle volle non racchiude preghiera, dest- derîo, consiglio, volere ec. ec. 1: | Che dico del Supino e de’ Gerundî per tacere dei Participi? Che mostri di nomenclature! Ma quale n'è il valore determinato, quale la natura, cercate inva- no di saperlo, o precettori. Parole vuole di senso, at- te a nascondere la ignoranza magistrale di chi le prof- ferisce. (con) gs 2 Confusione delle ragioni della Variazione con quelle della Derivazione. In che differisce la Zuriazione dalla Derivazione delle parole non fu mai quistione proposta nelle scuo- le. Anzi incontrale ad ogni pagina de’ grammaticali volumi le mille volte queste due parole confuse, con- siderando come derivaie le variale e composte parole, come quando si disse, a modo di esempio, che Aabe- bam deriva da habere ec. ec. La prima volta’ fù per noi annunziata nel nuovo Corso la classica distinzione di due differentissime ragioni, che governano i due mezzi generativi delle parole secondarie. Per questa superficialità filologica avvenne che i participî, i ge- rundi, e'l Supino si considerassero come parole va- riate del Verbo, ossia come voci di verbo, e pei par- ticipi fu ritenuto che partecipano di verbo e di ag- giuntivo. Come una stessa parola possa appartenere a due Classi categoriche di diversissima natura, non ho potuto mai comprendere, nè credo che uomo di sen- no, considerandovi sopra, possa comprenderlo. Quindi avvenne che alcuni moderni grammatici italiani rico- nobbero certi n07?, detti partecipanti, ossia nomi ed aggiuntivi nel medesimo tempo. Se si possa più scioc- camente straziare la logica, no’ saprei, perocchè po- sto che una qualche cosa sia di una determinata na- tura , è inconcepibile che nel medesimo tempo possa essere un’altra di natura differente, che il cerchzo per esempio sia quadrato. Ora il nome sta all’aggruntivo come il cerchio sta al quadrato, e nella stessa ragio- ne sta l’aggiuntivo al verbo. . Se i grammalici avessero distinte le voci variate del verbo dalle voci che ne derivano, non avrebbero det- to che vi sono parole , che partecipano a due classi 7 diverse, quali. sono il Verbo e l’Aggiuntivo. Che, cosa. poi sieno .il Supino e'l Gerundio, non vè chi il dica; perchè voci variate di verbo non sono, e, se deriva- te, dovevano i grammatici darne una nomenclatura ,: che in virtù della sua etimologia accennasse al, suo significato od alla sua natura. > Intanto non si può tutto togliere il fradicio per o- ra; poichè si correrebbe pericolo di non essere inte- ‘so, onde ci resta pure a rispeltare alcune barbare nomenclature fino a che non si sarà generalmente com- resa la necessità di rettificare il linguaggio tecnico hi questa scienza. $ 3. Confusione delle ragioni sintassiche colle Etimologiche. Quello, che di più originale io credo di aver pro- dotto nel Nuovo Corso grammaticale già pubblicato, è la distinzione delle ragioni sintassiche dall’ etimologi- che, che tutt’i grammatici confusero, trattando della Vatiazione. Le barbare nomenc'ature coprivano ogni senso alle parole, e in etimologia, per esempio, s’'in- troducevano le nomenclature sintassiche, come è di- re di Nominativo, di Accusativo paziente ec., senza motto fare che simili nomenclature si ponevano sotto il rispetto sinfassico e non etimologico, per la ra- ‘gione che l'Etimologia è la scienza della parola iso- lata, come la Sintassi della parola congiunta. Che ne avvenne da ciò? Si attribuirono alcune significazioni a certe desinenze di parole che non possono averle , come per esempio i Numeri e le Persone alle desi- nenze dei verbi variati, quando si disse che amo è ersona prima e numero singolare ec. Ora il ver- o dinota Stato o Azione, idee, che non hanno né 8. quantità, nè personalità: e deducesi ché la: ‘sua va- riazione: non può dare desinenze significative ‘’de’ nu- meri'e delle persone per conto del significato del ver- bo medesimo. Deduzione leggitima e incontrastabile , ma contraddetta dall’empirismo grammaticale, che ri- lenne essere il verbo personale ed impersonale, per chè «confuse le ragioni sintassiche ed etimologiche , nella variazione delle parole. Di qui la necessità di riconoscere nella Variazione del Verbo due specie di desinenze, cioè etimologiche e sintassiche, le prime significative, le seconde indicative. G 4 Confusione delle ragioni di Variazione con quelle — dî Composizione né’ verbi latini. Nella formazione di certi tempi i grammatici latini riconobbero semplici alterazioni di desinenze, dove a me pare che vi sia una vera composizione finale, co- me avviene in molte parole italiane — Mi spiego più chiaramente, i grammatici credettero che fueram, fue- rim, fuissem, fucro, come amavero , amaverim , a- mavarissem , amavero , ec. fossero tempi semplici , ossia semplici alterazioni di desinenze del preterito perfetto di ogni verbo, come fu? ed amavi. Ma’ per molte considerazioni e fondatissime ragioni io mi av- viso che desse sono vere parole composte dalla voce del preterito detto perfetto del verdo che si varia; e da eram, erim, ero, essem del verbo sum: in gui- sacchè amaveram è composto da «mart ed eram, a- maverim da amavi ed erim; amavero da amavi ed ero, amavissem da amavi ed ‘essem. La quale, comun- que bizzarra combinazione, nell’impotenza della lingua ad esprimere colla variazione’ certi tempi, ebbe una ragione concludenle ne’ primi fondatori , imperocchè Do per amaveram si voleva far intendere un trapassato, , detto più che perfetto ; e mancando il sussidio della Rie Lammediedi variazione , si pensò di accoppiare due passati , uno del verbo da variare, e l’altro di Sum, come ausilia- rio: due passati congiunti erano sufficienti per la pri- mitiva convenzione a far intendere un rrapassato. E, siccome eram di amareram è un passato relativo, ne avvenne che amaveram da eram poteva prendere la nomenclatura di trapassato relativo. Amavero parola composta da «mavi ed ero, divenne futuro passato o anteriore: amavissem composto da amavi ed essem un trapassato relativo. Cadrebbe solo quistione sull’4- maverim, che per la combinazione di due passati «- mavi ed erîim dovrebbe essere trapassato. Ma questo era in arbitrio della primitiva convenzione , la quale avendo bisogno di un passato , rese insignificante la desinenza, che rilenne come semplice forma di distin- zione. Il che non è nuovo nelle lingue, potendo not produrre molti esempi di composizioni di più parole, fra le quali una può essere insignificante, e sì com- . pone o per distinguere una parola da un’altra, o per ragioni sintassiche, o per eufonia. | ieri è Sotto questa considerazione i verbi latini hanno ad ausiliario Sum, come gl’ italiani il verbo avere, con questa differenza che appo i latini sum era ausilia- rîo componendosi ne'così detti tempi composti, presso noi avere è austliario in una c?reolocuzione. Vutia divisamento è ragionevole: infatti, se voi mi domandate: ., perchè amaveram è un trapassato? io posso rispondervi: perchè è un composto di due passati. Oltracciò l'eram, erim, ero si conservano interi in amaveram, amave- . rim, amavero, elisa la 7 di amavi, e, se in amavîs- Tae sem si elide la e di essem, la doppia ss conservata accenna alla sua origine da esser. Questa genealo- gia de’ tempi composti, spande molta luce alla solu- sa 10 zione di alcuni problemi difficili nella lessigrafia la- tina, come vedremo nel paragrafo seguente. 6 5. Intorno alle palpabili contraddizioni de’ grammatici nella Variazione de’ verbi latini. | È ritenuto comunemente da’ grammaltici che l'Infinizo è così delto., perchè non ha determinazione alcuna , perchè indefinito, indeterminato ec. E tale dev'essere, perocc:è come ho stabilito nel Nuovo Corso , desso è la radice del Verbo, e come tale deve unicamente significare lo stato o l’azione in concreto o in astrat- to. Intanto gli stessi grammatici riconobbero tre tem- i nell’ infinito, 1. il presente come esse ed amare, Ò. il passato come fuisse, amavisse. 3. il futuro co- me esse 0 fuisse amaturum. Ora posto che amavisse e fuisse sono parole com- poste cioè da amavi o fui ed esse, ogni ragione di tempo sparisce dal verbo , perchè esse è voce radi- cale di sum, ed amavi non ha altra forza in compo- sizione, se non quella, che le volle dare la primitiva convenzione. Il J/e esse amaturum è una circolocu- zione, nella quale il solo participio significherebbe il futuro, ma è dimostrato che il participio non significa tempo. Resta pure dimostrato che l'infinito sotto il ri- spetto della variazione ha unica voce cioè , amare o esse, Intanto non si può negare che me esse o.me ama- re, risolvendo, si fa corrispondere al presente ed 1m- perfetto, come quando diciamo invece : quod ego a- mo vel amem; quod ego amabam vel amarem. Similmente il ze amavisse si risolve in quod ego amavi, amaveram , amaverim, amatissem, e il me esse amaturum in quod ego amabo, vel amarem ec, 41 Ora, se le voci dell'infinito non contenessero l’idea di. tempo, non vi sarebbe alcuna ragione, per la quale ‘me amare si risolvesse pel presente ed imperfetto piut- tosto che per gli altri passati. Dicasi lo stesso. di &- mavisse,e di esse amaturum. Intanto, se l'infinito é infinito, non è nè presente, nè passato, nè futuro, co- me non è, nè 7ndicativo, nè congiuntivo. Come si può risolvere il problema per uscire da questa palprbile contraddizione ? | La distinzione, che abbiamo fatta delle desinenze eti- mologiche e sintassiche nella variazione de’ nomi può porgere la chiave della soluzione del proposto proble- ma. Posto invero che in alcuni nomi la desinenza 0 ed a non è significativa di sesso, e negli aggiuntivi e prenomi è semplicemente indicativa di accordo, pos- siamo per analogia conchiudere, che, ancorchè l’ infi- nito avesse desinenze simili alle significalive di tempo ne’ modi finili, non sarebbero queste significalive, ma semplicemente indicative. La quistione cadrebbe in questa prima supposizione sulla natura dell’ indicazione, ossia su ciò che queste desinenze o circolocuzioni o composizioni dell'infinito indicherebbero. Ora è a sapere che l’:nfinito è una forma di verbo fatta per una iniziativa di proposizione indefinila e indeterminata frequente nel parla degl'idioti e degli uomini volgari, la quale nella lingua colta si risolve nella proposizione finita, determinata e formale. Gli uo- mini rozzi parlano sempre così, come quando dicono, to andare Napoli, tu studiar leggi ec. ec. Un tede- sco non pratico della nostra lingua. si esprime quasi: sempre a questa maniera. Un'simil parlare adunque si può dire plebeo, informe, indefinito, che aspetta di essere informato dalle ragioni filologiche, per le quali la preposizione i7finita 81 risolve nella finita. he cosa è dunque la proposizione srfinzta? È una proposizione in potenza, la quale vuolsi attuare per la - 4 v) di risoluzione del verbo al modo finito, preceduto dal quod in latino e dal che in italiano. E, siccome il modo finito è unimodo variato per desinenze etimologiche è sintassi- che, significative tai ed indicative de’modi delle persone. e: della loro quantità, sì è potuto alla vbce ra- dieale. del verbo, come esse e amare apporre una vo- ce indicativa della risoluzione in un modo piuttosto , che in un altro — ritenendosi. che amare si risolvesse in quod ego amo, amem, amabam, amarem, e ama- vîsse in quod ego amaveram, amaverim , amavis- sem ec. ec. ec. i | In questa guisa considerate le cose, l'infinito non ha tempo, ma un’ indicazione di risoluzione ad un mo- do piuttosto che ad un altro, dove vi è piuttosto que- sto che quel tempo. Quindi noi chiameremo il me ama- re voce di verbo colla desinenza indicativa della riso- luzione pe’ presenti e pe’ passati relativi de’ Modi fi- miti iii e Congiuntivo. Me amavisse, Composizione. di verbo colla desinenza indicativa della risoluzione pe’ passazi assoluti, e tra- passati de’ due modi firiti Indicattro e Congiuntivo. Me esse amaturum circolocuzione indicativa della risoluzione pe’ futuri assoluti o relativi semplicr. Me fuisse amuturum Circolocuzione indicativa della risoluzione pe futuri anteriori, assoluti e relativi. . In questo convennero implicitamente tutl’i- gramma- tici, i quali nelle versioni dell'infinito apposero le ri- soluzioni accanto, come quando insegnavano che me amare si traduce amar to, 0 che to amo ed ami, amava ed amassî. Oltracciò nella stessa lingua lati- na insegnavano che me ‘«mare equivalesse a quod ego - amo, amen ec. Ciò che indusse in errore i grammatici, quanitlo ri- conobbero il presenze, il passato, ed il futuro nell’infi- nito, si fu che essi guardavano alla risoluzione del me- desimo, E, siccome in quod ega'amo vi è il presente, 13 dissero che me amare. siapresente.e-ia discorrendo; appunto come i ‘singolare -e masco- -' lino, perchè fa intendere la quantità ei il ! sesso del norne . invariato. Errore facile:a insinuarsi; ma la scien-.- za, che vuol dileguare le: assurdità e te. contraddizio-: ni,. deve determinare colla :massima precisione lana’ tura delle: parole e’l loro possibile determinato-valore,'» - Conchiudo, a conferma di quanto ho dimostrato, col: . l’osservare che, se l’ infinito: significasse tempo, una stessa sua voce non potrebbe significare i presénti e. ì passati relativi, come amare, o i passati assoluti e 1 frapassati, come amavisse, oi futuri assoluti e re- - lattici, come me esse amaturum ec. ec. Se dunque la stessa voce, risolvendosi, prende.questa o quella desi- nenza significativa di tempo al modo finito, bisogna dire che l’infinito per sua natura non ne significhi al- cuno, ma, se ha diverse voci e desinenze, queste non . hanno altra forza, salvo quella d’indicare in qual mo- do a preferenza si debba ri:olvere. 0 de $6 Differenze non vere tra le vocî concrete ed astratte ne così detti verbi passivi. | © Una delle più belle e nuove ricerche. è la. presente, - come. quella, che si propone per la prima volta. un'ac- curata indagine sulla- natura del éosì detto verbo pas- . s1:0. Secondo le nostre teorie etimologiche ogni verbo è di stato o di azione, ondechè se amo è ‘verbo di azione, amor è necessariamente verbo di sfazo. Da questa deduzione non si può risalire. Intanto non si può dire che «220 -sia lo stesso che isedeo, ancorchè sedeo sia verbo di stato. Pare da ciò. ehe amor non sia verbo di sizzo come.sedeo, e gli altri verbi. sem- plicemente di staze, come abbiamo stabilito in Elimo- 14 logia. Che una desinenza possa racchiudere una. signi- ficazione nelle parole variabili, non si può rivocare in dubbio, ondechè amor perla desinenza della r può si- gnificare una cosa di più che non significa sedeo. Ma questo non toglie che tanto amor, quanto sedeo con- venissero nel ‘medesimo significato dell’idea-categoria. di stato; perchè ambedue si risolvono col verbo Sum, che è verbo astralto e. categorico di stato per eccel- lenza (vedi pag. 23). Adunque i due verbi «mor e se- deo differiscono per lo diverso participio che racchiu- dono, perchè amor equivale a sum amatus e sedeo a-sum sedens. E siccome AMATUS amato equivale a nello amore provveniente da, e SEDENS sedente equi- vale semplicemente a chi è nella sede (pag.119 e seg.) il verbo amor sotto il rispetto della sintassi ama un co- strutto differente da quello che richiede il verbo sede- re. La nostra teoria de’ verbi si presta mirabilmente alla più esatta classificazione. Totti verbi di qualsi- voglia lingua sono di azione o di stato, astratti o concreti. I verbi di stato per la lingua latina altri so- no di stato semplicemente, come sedeo, sto, quiesco: altri sono di stato passivi, come amor, doceor , le- gor ec. I primi, essendo concreti, si risolvono col ver- o sum e'l participio in #s come sedeo in sum se- dens, i secondi nel verbo sum e nel participio in #us - come amor ìn sum amatus. I verbi di stato passivi in ‘ virtù della desinenza in or accennano ad un costrutto, col quale si vuol far intendere la provvenienza dell’ ef- fetto, come modo del soggetto da una causa estrinse- ca : i verbi di stato semplicemente al contrario pre- scindono da questa provvenienza. Ciò posto £90 amor non è differente da ego sum amatus, se non come il concrezo dall’ astratto, il sin- tetico dallo analitico, appunto come a coufessione de- gli stessi grammatici, ego sedeo non è differente da ego sum sedens. Similmente ego amabar, ega ama- - _— 15 bor, ego amarer, ego amor ec. non sono differenù d ego eram, €qo ero, eqo essem amatus ec. Intanto nella variazione de’ verbi adottata dalle scuole il sum amatus si è posto al passato, facendo signifi-. care 20. sono stato amato: così |’ eram amatus sì è posto al piuccheperfetto del. congiuntivo , così l’ erim amatus e l’ ero amatus, contro ogni ragione di efi- . mologia ; imperocchè, se sum è presente, come può significare un passato? Se eram è imperfetto , come può significare il piuccheperfetto-e va dicendo? A que- sl' errore furono indotti i grammatici dal perchè spes- so* c' incontriamo in costrutti latini, ne’ quali @matus est ha forza di passato, amazus erat di più che per- fetto, amatus erit di futuro anteriore ec. ec. Ma non posero mente a due cose importantissime, la prima cioè che, in moltissimi esempi, simili forme hanno il valore etimologico, onde parati sumus ad omnia per esem- pio si traduce pel presente a questa guisa noî sî2m0 pronti ad ogni cosa: la seconda che que: significato antietimologico è tutto sintassico ossia di senso, secon- dochè le ragioni del costrutto addimandano. À pro- ceder con metodo e con verità di principi, adunque avrebbero dovuto primamente distinguere le voci con- crete dalle voci astratte del verbo passivo, e dire a modo di esempio £y0 amor è voce concreta della pri- ma persona singolare di tempo presente del modo ic- dicativo, la quale si risolve nelle due astratte ego sum amatus, e nella variazione dare al verbo questo pro- cedimento £90 amor vel sum amatus, io sono amato. Dopo questo nella stessa etimologia, 0 più propriamen- te in sintassi, dovevano avvertire, che spesse volte se- condo che il senso del costrutto richiede il sum ama- tus ha forza di passato. i Non mai doveano stabilire come significato elimolo- gico nella variazione del verbo un senso puramente relativo e sintassico. Che ne avvenne da questa con- 10 fusione ?. Ne avvenne che il giovanetto dopo ‘avere im- parato a tradurre /go sum. per #0 sono, variando 1 verbi passivi, dovea ingoiare una contraddizione, tra- ducendo ego sum amatus, per 7a sono stato amato. Donde è uscito quell’ ausiliario stato? Non da Sum , che significa 70 sono : non da amatus, che significa semplicemente amazo. Che se amatus lo contenesse , non ci sarebbe bisogno di fu: amatus, bastando il’ solo e semplice sum amatus; perocchè vedremo che i latini non avevano il passato prossimo’, che gl’ ita- liani neppure hanno, ma lo fanno intendere per una circolocuzione, ne | Ciò premesso, io vengo a stabilire nella Lessigra- fia de verbi latini le seguenti innovazioni. | 1. Nuove nomenclature ‘Posto che il verbo, come ho dimostrato a pag. 82, variandosi, ha desinenze etimologiche e sintassiche , quelle significative de’ lempi e queste indicative o delle persone o.delle maniere di concepire la proposizio- ne, nello stato presente della filologia mi è necessità di sostituire alle vecchie le nuove nomenclature , ma non posso del tulto trasandare le prime per farmi in- tendere da coloro che partono dalle grammatiche delle scuole. Quindi esporrò i quadri delle variazioni allo stesso modo che ho fatto pe’ verbi italiani, cioè met- tendo in prima la nuova nomenclatura ed a canto la vecchia, e dirò per esempio: Modo della proposizio- ne principale detto Indicativo o Affermativo ec. ec. . ‘Parlando de’ tempi , riterrò le stesse nomenclature della variazione de’ verbi italiani, cioè di presente , passato relativo, passato assoluto, trapassato futu- ro assoluto, futuro relativo, futuro assoluto anterto- re, futuro relativo anteriore ec. ‘lo farò grande distinzione tra Variazione , Circo- 17. locuzione e Gomposizione. Quindi; avendo dimostrato? che /ueram, fuero fuissem, ec. sono :parole composte, : nori le. metterò tra le variate, ma le dirà Composizioni. -Ora dovendo mettere la traduzione italiana‘a fronte, mi studierò di far vedere le differenze delle :due lin». gue, nolando. dove una ha la variazione di verbo e dove ne difetta, in paragone sempre dell'altra ; affinchè i giovanetti imparino di buon' ora a non confondere le traduzioni 0 ii forme di variazione’. delle parole. La quale confusione invaisa da.gran tempo nelle scuole fu' cagione di tante abberrazioni nelle tco-. riche filologiche. . 2. Nuoro ordinamento de Tempi. » Su qual fondamento si appoggi questa novità l' ho abbastanza dichiarato. nel Nuovo Corso (volume 1) nel: Trattato della Variazione delle parole. Ma pur giova qui ridirne brevemente qualche cosa in quanto alle par- ticolarità della lingua latina. ' . - Jo distinguo i lempi solto il rispetto de’ 4odt, pei quali intendo la maniera particolare, secondo la quale. il verbo si. varia per indicare, se la proposizione per esso co- stiluita sia principale 0 incidente. Ogni maniera adun- que ‘di qualsiesi tempo , se sostiene una proposizione principale è del Modo.; ‘che‘i grammatici dissero /a dicattro. Ora ho provato nel nuovo Corso 1. che il così detto Condizionale presente o passato sostieneuna proposizione principale, perchè dicendo : s? possem; ego vellem esse. Romae o semplicen.ente, ego. vellem esse Romae, ognun vede che il senso principalmente si ‘appoggia a quel ve/lem. Quindi vengo a dichiarare che la stessa voce vellem è imperfetto.e condizionale, nel. primo caso sintassicamente; perchè è i da Si, Cum, Ut ec. nel secondo caso etimologicamente. ‘Dicasi lo stesso di wo/uissem 2. che il. così detto -fu- 18 turo ‘del congiuntivo simile. ad. amavero è un vero ‘tempo del Modo indicativo, perchè non solo sì truova . costruito non preceduto da alcuna parlicella sospensiva simile a Sî, Quando, Cum, ma, anche quando è pre- ceduto da Cum, questa congiunzione copulativa ha. si- gnificato di Quando. Ora è ritenuto da’ grammatici che 1lCum, precedendo l’Indicativo, ha significato di Quando. Secondo me adunque il Modo della. Proposizione principale , delto indicativo ha i seguenti tempi, 1. Presente 2. Passato relativo detto IMPERFETTO 3: Passato assoluto detto preterito perfetto 4. Tra- passato relativo detto piucchè perfetto 5. Futuro as- soluto detto semplicemente futuro 6. Futuro relativo detto condizionale presente 7. F'uturo assoluto an- teriore detto futuro del soggiuntivo 8. Futuro rela- tivo anteriore detto condizionale passato —Essi corri- spondono alle seguenti voci 1. Amo 2. Amabam 3.Amavi A. Amaveram 5. Amabo 6. Amarem T. Amavero 3. Amavissem. Vengo al secondo Modo della proposi- zione Incidente detto Soggiuntivo e meglio Congiunti- vo, poichè il primo modo di questa proposizione è il così detto Imperalivo , e stabilisco i seguenti tempi 1. Il presente simile ad amem 2. il passato relativo detto imperfetto, che è lo stesso futuro relativo detto condizionale, ma se ne distingue sintassicamente perchè receduto da St, Cum, Ut ec. simile ad umarem 3. 1 passato assoluto detto preterito perfetto simile ad amaverim 4. Il trapassato relativo detto più che per- fetto, che è lo stesso futuro relalivo anteriore @ma- vissem. Ma se ne distingue sintassicamente, perchè pre- ceduto da St, Cum, Ut ec... Dimostrato che l’Infinito non ha tempi, io lo distin- guerò nel modo seguente 1. Amare qual Zoce che accenna alla’ risoluzione pei modi finiti quod amo, amem, amabam, amarem 2. Me amavisse Compostzione che accenna alla risoluzione pe’ modi finiti quod ego ! 19 amavi, amaverani, amaverim, amavîssem 3. Me esse. amaturum prima circolocuzione per far intendere che si accenna alla risoluzione pei modi finili quod ego. amabo, amarem 4. Me fuisse amaturum seconda cir- colocuzione per far intendere che si accenna alla ri- soluzione pe modi finiti quod ego amavero, umavissem. In questa forma di variazione non entrano nè i ge- rundi nè i participii, che abbiamo dichiarati come de- rivafe e non variale pàrole—Intanto riteniamo queste parole come sussidiarie della variazione , cioè il par- ticipio in ws simile ad amazus, come voce analitica del così detto verbo passivo, il participio in ndus e rus come voce ausiliarie delle circolocuzioni, che fanno intendere in qual modo finito si debba risoivere una Circolocuzione dell’ infinito. 5. Necessità di fissare le carattaristiche per distin- quero le diverse specie di Variazioni ne’ verbi atini regolari. I Grammatici adottarono la nomenclatura di Con- tugazione per dinotare la variazione del verbo. Siccome noi a Conjugazione abbiamo sostituita la più vera e ropria nomenclatura di Zuriazione, siamo nell’ ob- hligo.di dichiarare come con questa nostra si possano distinguere le quattro Conyuguzioni. Egli è dunque a sapere che ogni verbo latino, come abbiamo vedulo per gl’ italiani, ha nella radice una di queste quattro desinenze are, cre, ere, ire, cioè due ere una lunga e una breve. Facendo astrazione dalla ultima sillaba re, che è comune, possiamo dire che tutti i verbi latini in quanto alla loro desinenza radicale hanno differenti le vocali @, e, e, î, perchè ognuno comprende che per quantità di scrittura e di suono amare è differente da docere e questo da legere e qudire. Ora questa vocale che è diltoronte nelle de- 20 sinenze radicali de’ verbi latini, -io-la chiamo carae- teristtca differenziale della loro variazione, perchè dessa domina in tulta la Variazione. Onde che i verbi m are sono della prima caralteristica di Variazione: i verbi “n cere della seconda:i verbi in ere della terza: i verbi in'?re della quarta, perchè @ è la prima vocale, e la seconda, ed e la terza, # la quarta. : .. . Se mi ‘domandate ora di' quale caratteristica è un dato verbo latino ? Vi rispondo ,' vedete quale delle uattro vocali domina nella sua variazione;-e, se que- slo verbo sarà amatvissem, dirò che sia della prima , perchè in esso vi è la'@, che non è in /egissem, pe- tebam, audirem ec. ec.’ | | Per fissare queste caratteristiche, che nelle Variazioni possono subire qualche leggiera ‘alterazione, ci converrà di produrre delle variazioni intere di un verbo di cia- scuna caratteristica collo stesso ordine delle vocali testè accennale— Ma questo solo non basterebbe, perocchè 1 verbi della terza e quarta caratteristica hanno qual- che cosa di differente da’verbi della prima e seconda, come 1 verbi di quella da’ verbi di questa nella ri- spettiva loro variazione. È però che dopo di aver dato i quadri isolati pe’ verbi delle quattro carattaristiche, cl converrà in un solo quadro presentare varialo un verbo di ogni carattarislica , affinchè ad un. colpo di occhio si potessero notare le poche differenze della va- riazione. | a Ma si è veduto testè che 1 latini ne’ passati ricorte- vano ad una certa Composizione, che io chiamo oscu- ra, la quale si adempiva componendo alcune voci del verbo sum al passato assoluto del verbo da variare — Oltracciò alcune voci dell’ infinito si ottengono per una circolocuzione, nella quale entrano esse e fuisse , è perciò agevole a comprendere che in un primo primo quadro dovremo esporre la Variazione del Verbo Stra quantunque sia irregolarissimo. 24 ‘Tra i verbi da presentare per esempi ne’ quattro qua- dri di variazione, presceglieremo quelli, che hanno una variazione più regolare, affinchè dalla loro regolarità si apprendano le irregolarità degli anomali. E, siccome la maggior irregolarità de’ verbi latini è ‘ne’ passati, parmi dover tenere. a.modello i seguenti quattro 4m0, Fleo, Peto, Audio; perchè tutti hanno il passato in vt come Amavt, Flevi, Petivi, Audivi, benchè Peto è costretto a cambiare la sua caratteristica in 7. Que- sto privilegio nella scelta mi vien suggerito dalla per- suasione che quei soli ‘verbi in latino si possono .dire più regolari, i quali hanno v?, o w? per desinenza di passato, e ciò per giuste ragioni. , i A. Alcune osservazioni intorno al verbo passivo. Nella variazione del verbo passivo, io non pre- senterò come si è fatto nelle scuole tutt'i tempi per ogni modo, ma semplicemente que tempi che hanno voci concrete, eioè amor, amabar, amabor, amarer, amare, amer, amart. Imperocchè ego fut, fueram , fuero, ero, fuerim, futssem, ec. ematus non sono va- riazioni di verbo differente da Sum, es, est, il quale è stato già varialo in una prima tavola. Il vero ver- bo passivo a rigore consiste nelle soprarrecate voci concrete , le quali da noi vengono considerate, come tante desinenze di variazione dello stesso verbo in o, simile ad @m0. Il riportare, come i grammatici hanno fatto, tutte le voci di Su, seguito da participio, è una. ripetizione inutile da un verso , dall’ altro induce un errore fondamentale, cioè che il verbo Sum in que- sti verbi sia ausiliario, il che è stato provato falsissi- mo. Neppure terrò presenti in questo saggio i verbi Comuni e Deponenti , gl Impersonali, i lifettivi ec. perchè di queste cose mi dovrò occupare nell’ Intro- 29 duzione allo studio della lingua latina. Questo saggio ha per iscopo di adempiere una promessa e di dare una spinta alla riforma de sistemi Lessigrafici. 5. Necessità di una tavola sintetica per tutte le Va- riazioni, e della fissazione de’ radicali de’ radicali nella formazione de’ tempi. Nella variazione de’ verbi latini io presento le desi- nenze distaccate dal radicale, affinchè si possa scorger a un colpo di occhio quello, che si aggiunge per in- dicare o significare. Per esempio variando il presente dell’ indicativo , io scriverò, @73-0, am-as ,, am-at, ‘ am-amus , am-aîî8, am-ant. Pur tuttavia a me pare che questo non basta senza mettere in una tavola si- nottica tutte le desinenze senza radicale, affinchè si pos- sa prontamente vedere le differenze di ciascun tempo, o del medesimo tempo di diversa caratteristica. Ma quello che più importa per facilitare maggior mente lo studio della variazione de’ verbi latini, si è di mostrare in un quadro sinottico le attinenze di un tempo generato ad un altro generante—ossia far ve- dere quale è il radicale immediato di un tempo per risalire successivamente da radicale a radicale fino a che si arrivi alla prima radice — Quindi fissare tutti radicali da’ quali si formano tutte le voci del verbo, e dire per esempio amabam si forma da ama impe- rativo, e ama sì forma. da amare tolta via la re. Quindi ama è radicale immediato di amabam, quan- tunque esso sia formato da amare. 6. Tavole sinottiche delle derivazioni e com- postzioni de’ verbi latini. Quando i grammatici non si erano dati alcuna sol- lecitudine al mondo per approfondire la natura della | ‘ | 25 ‘Variazione .delle parole, e delle differenze tra parole, ‘variate e derivate , faceva mestieri che tutto presen- tassero in confuso e-senza nozioni chiare di quel che avvoleevano in barbare nomenclature. Quindi è che le così dette Conjugazioni de’ verbi latini si possono con- siderare come un guazzabuglio di parole vuote di senso, dove non sai quali parole sieno variate, quali derivate dal Verbo e molto meno il vero valore di ciascuna voce vuoi variata vuoi derivata — Non dico poi che della composizione del verbo ad altre parole non si è fatta mai menzione di Zessigrafia , ossia in quella parte materiale di studio filologico, in cui si esercita la me- moria colla scrittura e lettura delle parole, di cui vuolsi fare acquisto per imparare le paci In questa guisa procedendo sì studiavano le parole e non le lingue, ossia s imparava un numero determinato di tante pa- role e non più quante se ne potevano leggere e rite- nere a memoria senza alcun legame che le rannodasse tra loro. Sì dice poi che si studia lingua e non parole allora che s'intende alla cognizione delle poche radici ed alla maniera come da esse si possano generare le sterminate famiglie delle parole variate, derivate, e composte. In questa guisa con pochi dati noti attual- mente sì può conoscere potenzialmente tutta una lin- gua di 80 o 90 mila vocaboli, e senza ajuto di voca- bolario tradurre un libro qualunque di lingua straniera, ancorachè non sia stato mai letto. Ora è notissima cosa che da’ verbi infinite parole sì derivano, come infinite composizioni se ne forma- no. Chi dunque non trascura le maniere frequenti di ia generazioni nella lingua latina, può confidare i giungere in pochi mesì a conoscerla interamente , mentre co’ metodi delle scuole non si ci arriva che tardi e sempre imperfettissimamente— È per questo che , noi tra le altre presenteremo le tavole Sinottiche delle j Composizioni, 24 : Raccomando.a' precettori tutta la eura e la diligen- za possibile: a convincersi prima eglino. della verità e della necessità di questa innovazioni, affiachè le pos- sano :tras‘ondere ne’ loro discepoli. Del gran profitto che se ne può ritrarre dò per argomento la propria Soprana ì ! QUADRI DELLE VARIAZIONI DE’ VERBI LATINI 25 quanro . DEL verBo Sum. Modo della Dr roposizione principale, detto Indicativo. Variazione per desinenze REFOTOBICHo e sintassiche. A. Del tempo presente. Latino Sing. I.4 Ego Sum 2 Tu es 5 Ille est - Plur. 4. Nos sumus Italiano 4 Io sono | I. 2 Tu sei 5 Egli è 4 Noi siamo 2 Voi siete ò Eglino sono 2. Del passato relativo , detto Imperfetto, 2 Vos estis 35 Illi sunt Sing. II. 1 Ego eram | 2 Tu eras 35 Ille erat Plur. 4 Nos eramus 2 Vos eratis 3 Ill erant 4 Io era | II. 2 Tu eri ò Egh era A Noi eravano 2 Voi eravate 5 Eglino erano 3. Del passato assoluto, detto perfetto. Sing. III, 41 Ego fui 2 Tu fuisti o Ile fuit. Plur. 4 Nos fuimus 2 Vos fuistis 2 Ill fuerunt vel fuere 3 Eglino furono 4 Io fui III, 2 Tu fosti ‘3 Egli fù 4 Noi fummo | 2 Voi foste CiRcOLOCUZIONE $laliana per far intendere il passato pre- sente detto prossimo, il quale SE : Sing. non esiste in latino , dove sì 1 To sono IV. lascia intendere dal senso, a- 2 Tu sei stato doperando lo stesso Fui 3 Egli è | Plur. 4 Noi siamo 2 Voi siete stati 3 Eglino sono Composizione latina per far Paima composizione sfalia- intendere il trapassato detto na per far intendere il tra- piucché perfetto. passato relativo detto pros- | | simo. Sing. | IV. 4 Ego fu-eram 4 Io era | V. 2 Tu fu-eras 2 Tu eri . stato 5 Ie fu-erat 35 Egli era Plur. A Nos fu-eramus 4 Not eravamo 2 Vos fu-eratis 2 Vo eravate € stati 3 Illi fu-erant (14) = 5 Eglino erano liana per far intendere il tra- | passato rimoto,il quale non esi- Sing. ste nella lingua latina, dove sì A. Io fai a VI. lascia intendere dal senso, a- 2 Tu fosti £ stato doperando lo stesso Fueram, 3 Egli fù lA Noi fummo. 2 Poi foste stati 5 Eglino 1ET0H0: (1) Fueram è smionio da fui ed eram, ma per serbare latero il secondo “componente perde la i di fui. a) SECONDA CIRCOLOCUZIONE ita- a 27 Variazione per desinenze etimologiche e sintassiche I. del futuro assoluto V. 4 Ego ero 2 Tu eris ò Ille erit Nos erimus Vos eritis 3 Ill erunt O n Del futuro relativ, VI. A Ego essem 9 Tu esses 3 Ille esset 4 Nos essemus 2 Vos essetis 3 Ill essent Sing. Plur. Sing. Plur. 4 Noi saremo 2 Voi sarete 3 Eglino saranno odetto condizionale. 4 Io sarei 2 Tu saresti ò Egli sarebbe 4 Noi saremmo . 2 Voi sareste 5 Eqlino sarebbero. Italiano VII. VII PriMA COMPOSIZIONE per far PrIMA ciIRCOLOCUZIONE per intendere il fuluro anteriore far intendere il futuro ante- assoluto VII. . A Ego fu-ero 2 Iu (u-eris 5 Ille fu-evit Sting. . Pur. 4 Nos fu-erimus 2 Vos fu-erilis 5 Ii fu-erint (4) riore assoluto ! ‘stato Jo sarò Tu saral Egli sarà Noi saremo Yoi sarete Eglino saranno IX. stati (1) Fuero è composto da (ui, che in composizione perde la i, e da ero. 28 SECONDA COMPOSIZIONE per far SECONDA CIRCOLOCUZIONE per intendere il fuluro anterio- far intendere il futuro an- re relativo detto condizionale teriore relativo detto condi- passato zionale passato. VIII, Sing. X. 4 Ego fui-ssem 4 Io sarei 9 Tu fui-sses © Tu saresti stato 5 Ille fui-sseto 3 Egli sarebbe Plur. 4 Nos fui-ssemus A Noi saremmo 2 Vos fui-ssetis 2 Voi sareste stati 3 Mili fui-ssent (4). 3 Eglino sarebbero Primo Modo della Proposizione incidente detto imperativo. Variazione per desinenze etimologiche e sintassiche (2) Del presente. latino Sing. italiano e è + « 2 Es vel esto Tu 2 Sii Tu 3 Esto Ille 5 Sia Egli Plur. 4 Simus Nos 4 Siam Noi 2 Este velestotevos 2 Siate Voi 3 Sunto vel sint «ll 3 Sieno Eglino (1) Fuissem è composto da fui ed essem, che in composizione perde a e iniziate. ò (2) Io non riconosco variazione di tempo futuro nell’ Imperativo come dimostrerò nell’ Introduzione allo studio della lingua latina. Secondo Modo della Proposizione Incidente detto Modo Congiuntivo. ? Variazione per desinenze etimologich e sintassiche 4. Del tempo presente. I. latino Sing. italiano I. 6 Ego sim Io sia Ut Tu sis Che Tu sii | Iesit Egli sia Plur. Nos simus Noi siamo Ut Vos sitis Che Voi siate Illi sint i Eglino sieno 2. Del passato relativo, detto imperfetto. Il. Sing. II, Ego essem Io fossi | Ut Tu esses Che Tu fossi Ille esset Egli fosse Plur. Nos essemus Noi fossimo . Ut Vos essetis -Che Voi foste Illi essent Eglino fossero. III. 3. Del passato presente. III, PrIMA comPoSIZIONE LATINA Prima CircoLOCUZIONE ITA- — di rui ed enim per far in- Liana per far intendere que- tendere questo tempo, che man- sto tempo, che manca alla va- ca alla variazione riazione Sing. { Ego fu-erim lo sia Ut Tu fu-eris Che Tu sil stato lle fu-erit Egli sia Plur. Nos fu-erimus Noi siamo | Ut Vos fu-eritis Che Voi siate stati Uli fu-erint Eglino sieno 30 | IV. 4. Del trapassato relativo detto -piucchè perfetto. 1V. SECONDA COMPOSIZIONE LATI- SECONDA GIRCOLOCUZIONE I- na di rut ed ESSEM per far in- raLiana per far intendere tendere il TRAPASSATO , che il TRAPASSATO, che manca manca alla variazione alla variazione. Sing. Ego fui-ssem I Io fossi Ut Tu fui-sses Che Tu fossi stato Ille fui-sset Egli fosse Plur. Nos fui-ssemus Noi fossimo Ut Vos fui-ssetis Che Voi foste stati Illi fui-ssent Eglino fossero VOCI DELLA PROPOSIZIONE INFINITA, VocepeLL'INFINITO, perlaqua- Voce dell’ inFinito, per la le si accenna alla risoluzione quale si accenna alla riso- di una proposizione finita, il luzione di una proposizione cui verbo È PRESENTE 0 PAS- finita, il cui verbo è PRESEN- sato RELATIVO tanto dell'In- TB 0 PASSATO RELATIVO tan- dicativo quanto del Congiun- to dell’Indicativo quanto del Livo. Congiuntivo Sing. | I. Me To I. Te Esse Essere Tu Se Egli Plur Nos Noi Vos Esse Essere Voi Illos ‘ Eglino RISOLUZIONI ) Sing. | sum, sim sono, sia Ego , eram, essem Ù era, ‘fossi | ) es, sis sei, sii Quod 4 Tu ) eras, esses Che Tu eri, fossi est, sit .) è, sia | DLE erat, esset Eglis ci ) cera, fosse Plur. Nos ] SUMUS, SIMUS Noi ) siamo, siamo ° eramus, essemus ) eravamo, fossimo .) estis, silis . ) siete, siate Quod {Vos eralis, essetis Che, Voi ) eravate, foste ) sono, sieno . ) sunt, sint Ù Ill Eglino $ erano, fossero erant, essent COMPOSIZIONE LATINA dè FUI CIRCOLOCOZIONE ITALIANA per ed esse per una voce, che ac- la quale si accenna alla ri- cenna alla risoluzione di una soluzione di una proposizio- proposizione finita, il cui ver- ne finita, il cui verbo è Pas- bo È PASSATO, O TRAPASSATO SATO 0 TRAPASSATO tanto del- tanto . dell’ Indicativo quanto l’ Indicativo quanto del Con- del Congiuntivo. giuntivo. . Sing. II. Me . To Te $ Fui-sse Essere stato Tu Se Egli | Piur. i Nos Noi Vos < Fui-sse Essere stati Voi Illos Eglino RISOLUZIONI. o fui, fueram fui, sono; 0 sia ©) fueram, fuissem “ ) era, fossi Dad fuisti, fueris —(cpe \=) f0ss,0 sei, e sia ] stato =) eri e fossi fuit, fuerit 2) fu, è o sia ) ) | ) fueras, fuisses fuerat, fuisset 3") era, fosse >) _ =) CI t9 Plur. )fuimus, fuerimus | «») fummo, siamo È )fueramus, fuissemus iS) e S) eravamo, sno x Yluistis, fueritis Ch Quo uod © ‘8 )foste, siete, e siate / stati | > )fueratis, fuissetis Sa) eravate, foste .= Yfuerunt, fuerint £)furono, sono, e sieno| ‘2 )uerant, fuissent >)cerano, e fosse ro I. CircoLocuzione fanto în latino quanto in italiano per accennare alla risoluzione di una proposizione finita, sl cui verbo è futuro assoluto o relativo semplice. = Sing. Me 10 Te esse futurum essere per essere < Lu Se egli Plur. Nos | Noi Vos esse futuros essere per essere ( Voi IIlos Eglino RISOLUZIONI latino Sing. italiano ) ero sarò €80 ) essem sarei d Y eris sarai A TU, esses Che saresti erit .) sarà DO esset egli) sarebbe n Plur. ) 3 erimus +) saremo d05 essemus 801) saremmo d eritis .) sarete ini essetis Che ) vois sareste iui ) erunt ‘+ ) Saranno ) essent eglino, sarebbero dI II. Circolocuzione latina e italiana per accennare alla riso- luzione di una proposizione finita, il cui verbo è al fu- turo anteriore tanto assoluto quanto relativo. Sing. Me ( To Te; fuisse futurum Essere stato per essere ? Tu Se I l Egli Plur. Nos ( Noi . Vos ti futuros Essere stati peressere: Voi Ulos (Eglino RISOLUZIONI. Per Composizioni latine e Circolocuzioni italiane, per difelto di variazione. Sing. ) fucro ._ ) Sar ego) fuissem io J sarei fueris sarai stato sa di Che tu saresti fuerit , ) sarà ino) fuisset egli 3 sarebbe Plur. Je fuerimus + ) saremo nos) fuissemus set saremmo fueritis rs) Sarete | Ceo vos) { fuissetis Pe voi) sareste SN fuerint i saranno mi 3 fuissent eglino sarebbero d4 QUADRO II. VARIAZIONE DEL VERBO REGOLARE DELLA PRIMA CARATTERISTICA AMARE Modo della proposizione principale , detto Indicativo. Variazione per desinenze etimologiche e sintassiche. A. Del tempo presente. I, Sing. I, A Ego 0 Io t) 2 Tu am | as Tu am 0) 5 Ille at Egli a Plur 4 Nos amus Noi amo 2 Vos am atis Voi am | ate ò Illi ant Eglino ano 2. Del passato relativo, detto imperfetto. Il. Sing. IL Ego bam» To va Tu ama | bas Tu | ama vi ‘Ile bat Egli va Plur. Nos bamus Noi camo Vos ama | batis Voi ama vate Ili bant Eglino vano 3. Del passato assoluto, detto perfetto. II. Sing. HI, Ego vi lo ai Tu ama | visti © Tu am asti Ille vu Egli Ò Plur. Vos ama vistis Voi Nos VviMUS Noi ammo am Uli verunt vel ere. Eglino dò GircoLocuzione italiana per far intendere il PassATO PRE- SENTE detto prossimo , il quale non esiste in latino, dove si lascia intendere dal senso adoperando lo stesso | AMAVI Sing. IV, Io ho 1 Tu hai amato Egli ha Plur. Noi abbiamo Voi avete amato Eglino hanno Composizione latina per far A. Circorocuzione ‘italiana intendere il tRAPASsATO rela- per far intendere il TRAPASSA- tivo detto piucché perfetto. TO RELATIVO detto prossimo. Sing. IV. Ego eram fo aveva \ | Tu amavi eras Tu avevi amato V. Ille erat Egli aveva Plur. Nos eramus Noi avevamo Vos amav < eratis Voi avevate amato Illi erant , «°° Eglino avevano II. CiRcOLOCUZIONE ilaliana per far intendere: il TRAPASSATO ASSOLUTO , il quale manca nel latino e si i lascia intendere dal senso ado- Singolan. rando lo stesso AMAVERAM. vara Io ebbi “VI. | ‘ —Tuavesti è amato | ©» i . -.' Egli ebbe; dai Plural. Noi avemmp Voi aveste amato : Egli ebbero CR) DU Variazione per desinenze etimologiche . e sintassiche. A. del futuro assoluto V. Sing. VII, Ego bo lo erò Tu ama) bis Tu amé erat Ille bit Egli erà Plural Nos himus Noi eremo Vos ama € bitis Voi am < erete Uli bunt Eglino { eranno 2. del futuro relativo detto condizionale VI Singol. VII. Ego rem Io rei Tu ama € res Tu ame4 resti Ille ret Egli rebbe Plural. Nos remus Noi remmo Vos ama retis Voi ame | reste Uli rent Eglino rebbero 4. Composizione latina per Paima CircoLocuzione tta- far intendere il ruTtuRO ANTE- liana per far intendere il Fu- RIORE. TURO ANTERIORE. VII. Singol. IX. Ego ero Io avrò | Tu amav erts Tu avrai I amato Ille eril Egli avrà Piural Nos erimus Noi avremo Vos amav | eritis Voi avrete I amato Illi erint Eglino avranno Seconpa Composizione latina Seconpa CiRcoLOCUZIONE 1la- per far intendere il rururo liana per far intendere il ru- RELATIVO ANTERIORE. TURO ‘RELATIVO ANTERIORE. VII Singol. X. Ego s5em lo avrei i Tu amavi ts Tu avresti | amato Ille sse6 Egli avrebbe 37 Plurale Nos ssemus . Noi avremmo Vos amari < ssetis Voi avreste ‘amato Mi ssento Eglino avrebbero ° Primo Modo della proposizione incidente ; detto Imperativo. Variazione per desinenze etimologiche e sintassiche. del presente. atino Sing. italiano © 2. Ama vel amato Tu = Ami Tu 3. Amato vel amet Ille = Ami Egli . Plurale 4. Amemus Nos Ai. Amiamo noi 2, Amate vel amatote Vos 2. Amate voi 5. Amanto vel ament illì 3. Amino eglino Secondo Modò della proposizione Incidente, detto Congiuntivo. Variazione per desinenze etimologiche e sintassiche. A. del presente. I. : Singolar. | I. Ego emo Io % . Ut | Tu am eg Che Tu am& t Ò £ Ille et Egli î E i Plural. i sE OS CMmus 1 INO1 amo 1 Vos am I el1s Che Voiam] tate Illi ent Eglino f ino 10 2. del passato relativo, detto imperfetto. II. Singol. | I{. | Ego rem Io assi Ut <€ Tu ama | res Che. Tuam assi Ille ret Egli asse Plural. Nos remus Noi assimo — Ut ) Vos ama $ retis Che Voi am | aste Illi grent Eglino € assero Prima Composizione latina] Prima. CircoLocuzione tta- per far intendere il rassato|liana per far intendere il PRE- PRESENTE, detto prelcrito per-|sentE PASSATO che manca al- fetto. la Variazione. II. | Singol. “a III. Ego erim (fo abbia ) Ut ( Tuamav È eris Che > Tu abbi amato . (Ile erit .- °° (Egliabbia ) Plural. (Nos cune ( Noi abbiamo ) Ut \Vos amav\ eritis Che ( Voi abbiate ‘amato Illi erint Eglino abbiano) Seconpa Composizione latina | Seconna CircoLOcuZIONE ila- per far intendere il trapassato | liana per far intendere il rRA- ‘ RELATIVO,detto piucché perfetto | passato ‘RELATIVO che manca alla Variazione. IV. Singol. ve IV. (250 ssem Io avessi Ut \Tuamavi ( 8ses Che ( Tu avessi ) amato ( Hle sset Egliavesse ) Plural. ©” (Nos _( ssemus (i avessimo Ut Vos amavi ( 39elis Che\ Voi aveste ) amato (ili ssent (Eglinoavessero 39 Voce dell'imcinito, per la quale si accenna alla RisoLUZIONE di una proposizione finita, il cui verbo in italiano e in latino è PRESENTE 0 PASSATO RELATIVO fanto dell’ Indica- tivo quanto del Congiuntivo. cl. Sing. IL 41 Me To 2 Te < amare amare $ Tu 3 Se | Egli A Nos Noi 2 Vose amare amare $ Voi 3 Illos Eglino RisoLuzionI Quod Sing. amo, amem . (amo, ami 4Eg i : amabam, amarem (amava, amassi amas, ames ami, ami 9 ( ’ ,° © AU amabas, amares Chey tu amavi, amassi amat, amet . (ama, ami I ) egli ) Sile amabat, amaret gl (amava, amasse Plur. Quod { Nos amamus, amemus noi (Amiamo, amiamo amabamus, amaremus amavamo, amassimo amatis, ametis (voi (amate, amiate 2 Vos ) i Voi ) da amabatis, amaretis Che ( i amaste .( amant, ament »+ . (amano, amino puif amant, SUI amabant, amarent . eglino (-mavano,amassero 40 COMPOSIZIONE LATINA di AMAVI ed ESSE per una voce che ac- cenna alla risoluzione di una proposizione finita, il cui verbo CIRCOLOCUZIONE ITALIANA Per qualche voce che accenna alla risoluzione di una proposizto- ne finita, il cui verbo è al Pas è al PASSATO 0 TRAPASSATO del-|SATO 0 TRAPASSATO dell Indi=- l Indicativo e del Congiuntivo. cativo e del Congiuntivo. II. Sing. II. 4 Me To 2 Te | amavisse aver amato { Tu è Se Egli Plur. 4 Nos Noi 2 Vos {amavisse aver amato < Voi 3 Illosf Eglino “RISOLUZIONI Sing, > Quod amavi amaît ed ho amaverim abbia 1 Ego amaveram To aveva amato amavissem avessi ‘amavisti amasti ed hai .Y amaveris abbi 2 Tu amaverat Che ( Tu avevi amato amavisses avessi amavit amòedha amaverit . Jabbia 3 Ile 4 a maverat Egli Ju veva amato amavisset IVesse 44 Plur. Quod . | | amavimus amammo edabbiamo verim . ) abbiam = A Nos ama er DIG Noi o) a amaveramus avevamo mato amavissemus avessimo amavistis amasteed aveste] amaverilis . ) abbiate 2 Vos aniaveralis Che { Voi nu amato amavisselis aveste amaverunt amarono ed . f amaverint PBRT ebbero 3 Ill amaveranto Eglino avevano amato amavissent avessero — I. CircoLOCUZIONE LATINA e ITALIANA per alcune voci, che accennano alla risoluzione di una proposizione finita, il cui verbo è al FUTURO ASSOLUTO O RELATIVO. . HI, Sing. HI, 1 Me 3 Io 2 Te fest amaturum essere per amare Tu ò Se Egli Plur. 4 Nos Noi 2 Vos < esse amaturos essere per amare < Voi 5 Illos Eglino RISOLUZIONI amabo 32 Samerò Ego amarem famerei amabis amerai Quod 2 Tu i amares | Che Suu DNA amabit 1. fJamerà Ille i amaret egli { {amerebbe Plurale nos ) amabimus noi (AMeremo ) amaremus ( ameremmo ine ) AMmabitis . ( amerete Quod $ vos )amaretis Che 4 voi ci .; ) omabunt + _( ameranno DI amarent eglino | amerebbero Seconda Circolocuzione latina e italiana per alcune voci; che accennano alla risoluzione di una proposizione finita, il cui verbo è al futuro assoluto o relativo anteriore. IV. Singolare IV. 4 Me To 2 Te fuisse amaturum Essere stato per a- Tu a Se ste Egli — Plurale 4 Nos ° ‘ Noi 2 Vos fuisse amaturos Essere stati per a- Voi 3 Illos A Eglino : ‘ RISOLUZIONI Per composizioni latine e Circolocuzioni italiane per difetto di Variazione Sing. amavero i avrò 4 o È - . ia) ( amavissem '0 (avrei ( amaveris (avrai Quod 2 1: AE, Che <L (avresti amato 3 amaverit + (avrà Ò 1 I * - Le I amavissét egli (avrebbe ———nkIEOE@ MM sol re Choa i i ie I ", si Plur. maverimus | + ( avremo | (a . n 05 ( amavissemus ©. ( avremmo amaveritis Che + ( avrete 2 v . s Quod VOS ( amavissetis ol avreste amato 3inj ( AMaverint eglin o ( avranno ( amavissent (4) ( avrebbero QUADRO II. DI VARIAZIONE DEI VERBI REGO- dn IN O DELLA SECONDA CARATTERISTICA SIMILI A FLEO, FLERE Î ; Modo della Proposizione principale, detto Indicativo f dv > Variazione per desinenze etimologiche e sintassiche 4. Del tempo presente .T. latino Sing. italiano 1, 4 Ego e0 To 0 2 Tu fl es : Tu piang $ 3 Ile et Egli €. Piur. 4 Nos emus °_ Noi amo 2 Vos /l qgetis i Voi piang qete 3 Illi ent i Eglino ono (1) Ne' seguenti quadri di variazione io non produrrò le risoluzio- ni delle voci dell’ Infinito per non ripetere inutilmente le medesime cose, potendo ognuno col cambiare il solo tema sù i precedenti qua- dri farlo da sè agevolmente. Ma sono pregati i diligenti precettori a porre ogoi sollecitudine, affinché i giovanetti comprendano le no- menclature e la loro importanza. Quando avranno chiaramente ca- pito il valore delle formole, si risparmiano la tanta fatica e la tanta confusione ne' trattati enigmatici de' grammaticali volumi. Io ne ho per pruova la propria esperienza, la quale mi- ha istruito con me- ravoglia che in due mesi con questa lessigralia i miei giovanetti sa- pevano tanto di grammatica , quanto non ne s:pevano gli appren- denti di più anni, 2. Del passato relativo, detto imperfetto II. Sing. II. 4 Ego f bam To {va 2 Tu fle bas Tu piange $vi 5 Ille bat di - Egli a i Ur. d i 4 Nos bamus Noi vamo 2 Vos fle | batis Voi piange $< vate 5 Ii bant Eglino vano 3. Del passato assoluto detto perfetto HI , Sing. Ill. 4 Ego 0), SO Io si 2 Tu le visti Tu pian gesti 5 Ille vit Egli se i Plur. 4 Nos vimus Noi gemmo 2 Vos fle vistis Voi pian geste 5 Illi verunt vel vere * Eglino sero CIRCOLOCUZIONE ITALIANA per far intendere il PASSATO PRE- i SENTE, delto prossimo , tl quale non esiste in latino, do- ve si lascia intendere dal sen- so,adoperando lo stesso amavi. Sing. IV, Io ho | Tu hai pianto Egli ha Plur. Noi abbiamo Voi avete pianto Eglino hanno | ro) sera; PA 45 Composizione LATINA per far|CSRCOLOCUZIONE ITALIANA Per intendere il'raapassato, det-| far intendere tl rRAPASSATO to piuccheperfetto. RELATIVO, delto prossimo. V. Sing. V. 4 Ego (o Jo aveva ) 2 Tu flev eras Tu avevi pianto 3 Ille erat Egli aveva ) Plur. | 4 Nos (come Noi avevamo 2 Vos flev eratis - Voi avevate ) pianto 3 Illi . (erant Eglino avevano II. CincoLocuzione italiana per far intendere il TRAPAS- SATO ASSOLUTO, detto rimoto tl quale manca în latino , do- ce si lascia intendere dal sen- so, adoperando lo stesso FLE- VERAM. IV. Sing. si VI. 3 Ego ( cram Io ebbi ) i 2 Tu (le 7 eras Tu avesti pianto 4 Ille ( erat Fgli ebbe Pur. 4 Nos eramus Noi avemmo ) 2 Vos fÎlev eratis Voi aveste pianto 3 1lli ( erant Eglino ebbero ) Variazione per desinenze etimologiche e sintassiche. A. Del futuro assoluto. V. latino Sing. staliano VII. 4 Ego bo To ) rò 2 Tu fle | bis Tu piange ; rai 5 ile = “die Egli ) rà 46 Plur. 4 Nos bimus Noi remo 2 Vos fle $ bitis Voi piange rete 3 Illi bunt Eglino ranno €. Del futuro relativo , detto Condizionale. VI. Sing. i VIII. 4 Ego rem lo rei 2 Tu le < res Tu piange ‘resti 3 Ille reb Egli rebbe Piur. A Nos remus Noi remmo . 2 Vos fle 4 retis Voi piange $ reste _5 Hli rent Eglino rebbero I. CIRCOLOCUZIONE ITALIANA per far intendere il roruro I. Composizione LATINA per far intendere il ruruRO AS- SOLUTO ANTERIORE, ANTERIORE, VII, Sing. IX 4 Ego. ero Io avrò 2Tu flev | eris Tu avrai ) pianto 3 Ille erit Egli avrà _. Plur. 4 Nos erimus Noi avremo 2 Vos flev eritis Voi avrete pianto 5 Ili erint —. Eglino avranno II. Composizione LATINA per] II. CircoLocuzionE iTALIA- far intendere il ruruno RELA-{NA per far intendere il futu- TIVO ANTERIORE detto condizio-|ro RELATIVO ANTERIORE detto nale pc 8820, | condizionale passato. VII. Sing. XL 41 Ego ssem Io avrei 2Tu flevi 88es Tu avresti pianto 3 Ille ssel Egli avrebbe 6 t ; TI Vos fle i atis Che Voi piang 0 tate _ Ego am Io a vi (Tu fle (as Che s Tu piangsa 47 Plur. Nos ssemus . Noi avremmo Vos flevi < ssetìs Voi avreste pianto Hli ssent Eglino avrebbero Primo Modo della Proposizione Incidente, detto Imperativo. Variazione per desinenze etimologiche e sintassiche. Del tempo presente. Sing. | I. 2 Fle vel fleto tu . Piangi tu 3 Fleto vel fleat ille Pianga egli. Plur. A Fieamus nos Piangiamo noi 2 Flete vel fletote vos Piangete voi 3 Flento vel fleant illi —’ ’Piangano eglino Secondo Modo della Proposizione incidente, detto Congiuntivo. Variazione per desinenze etimologiche _ e sìntassiche. Sing. I, a amo ano 2. Del passato relativo, detto imperfetto. II. Sing. II. Ego remo Io e8sìÌ Ut I Tu fle | res Che | Tu piang | essì Ille ret Egli: esse | Plur. Nos remus Noi essimo Ut < Vos fle & retis Che $ Voi piang $ este Illi rent Eglino essero Prima composizione latinaf PrimA CIRCOLOCUZIONE $ta- per far intendere il passarolliana per far intendere îl pas- PRESENTE dello PRETERITO PER-|SATO PRESENTE, detto PRETBRI- FETTO del Congiuntivo. TO PERFETTO del Congiuntivo. II. Sing. uu Ego erim Io abbia Ut $ Tu fleo $ eris Che < Tu abbi pianto |: Ille erit Eglia abbia | _Plur. i Nos erimus Noi abbiamo Ut & Vos flev <eritis Che è Voi abbiate pianto Hli erint Eglino abbiano Seconpa composizione lati-f SECONDA CIRCOLOCUZIONE ila- na per far intendere il ‘rra-[liana per far intendere il rRA- PÀSSATO RELATIVO detto PRE-|PASSATO RELATIVO detto piuC- TERITO PIUCCHÈ PERFETTO del|cuEPERFETTO del Congiuntivo Congiuntivo. IV. » "SI Ille Nos Vos flevi Uli | Ego Tu flevi ssemus Singolare IV. ssem ‘ To avessi sses. Che 3 Tu avessi > pianto sset Egli avesse} Plurale Noi avessimo Voi aveste pianto Eglino avessero sselis sseno Che 0 49 Voce pELL’INFINITO, per la quale si accenna alla risoluzione di una proposizione finita, il cui verbo è al tempo pre- sente o passato relativo tanto dell’Indicalivo, quanto del Congiuntivo. | Singolare Me To Te Flere Piangere 2 Tu * Se . ( Egli Plurale Nos Noi Vos Flere Piangere Voi Illos Eglino Le risoluzioni si faranno come a pag. 39 COMPOSIZIONE LATINA dî FLE-| CIRCOLOCUZIONE ITALIANA per vi ed ESSE per accennare al-|una voce,che accenna alla ri- la risoluzione di una propo-|soluzione di una proposizio- sizione finita, il cui verbo éjne finita , èîl cui verbo è al - al passato e trapassato dell’ passato e trapassato dell’ In- Indicativo e Congiuntivo. idicativo e Congiuntivo. | Singolare Me De: ( Io ‘ Te Flevisse ‘©’ Aver pianto } Tu Se È Egli Plurale Nos Noi Vos Flevisse Aver pianto Voi Illos Eglino Le risoluzioni si faranno come a pag. 40 e 41. 4. CIRCOLOCUZIONE LATINA € ITALIANA per alcune voci che accennano alla risoluzione di una proposizione finita il cui verbo è al fuluro assoLuTO 0 RELATIVO semplice. Singolare Me Io Te esse /leturum Essere per piangere ) Tu Se Egli 41 50. Plurale Nos Noi Vos esse fleturos «Essere per piangere È Voi Illos em Eglino Le risoluzioni si faranno come a pag. 41 e 42. . II. CIRCOLOCUZIONE LATINA e ITALIANA per alcune voci, che accennano alla risoluzione di una proposizione finita, il cui verbo è al fuluro ANTERIORE ASSOLUTO O RELATVO. Singolare Me To Te fuisse fleturum Essere stato per piangere o Tu Se Egli Plurale. Nos | Noi | Vos fuisse fleturos Essere stati per piangere $ Voi |, Illos Eglino . Le risoluzioni si faranno come a pag. 42 e 43. QUADRO IV DI VARIAZIONE DE’'VERBI REGOLARI IN O DELLA TERZA CARATTERISTICA SIMILI A pero IL CUI RADICALE È perERE. ‘Modo della Proposizione Principale, detto Indicativo Variazione per desinenze etimologiche e sintassiche si 4. del tempo presente | Sing. I. - Ego 0 To 4) î8 Tu Chied | î i i Tu Pet Ile | Plur. i | Nos imus Noi “ { tamo atis Voi Chied | unt __Eglino Vos Pet Ii 2. del passato relativo, detto imperfetto II, Sing. | Il, Eso bam Io va Tu pete $ bas Tu Chiede vi Ille bat Egli va Plur. . Nos bamus Noi vamo Vos pete) balis Voi Chiede è vate Illi bant Eglino vano 3. del passato assoluto', deito perfetto. Ill. Sing. lil. Ego vi To dei o chiesi Tu peli quisti Tu Chie < desti Ille vit . Egli dè o detteo se Plur. Nos vimus Noi \ demmo Vos peti $ vistis Voi Chie $ deste Ni verunt vel vere Eglino dettero o scro CIRCOLOCUZIONE ITALIANA per far intendere il PASSATO PRE- SENTE, detto prossimo, tl qua- le manca in latino e si fa intendere dal senso adoperan- do lo stesso PETIVI. IV. Sing. IV. Ego vi Io ho Tu peti < viste Tu hai chiesto Ile f vel Egli ha Plur. Vos petti ) tistis Voi avete Ili verunt vel vere Eglino hanno Nos viMmUs Noi abbiamo chiesto 52 s ComPoSsIzIONE LATINA di PE-[ Prima 'ciRcOLOCUZIONE tla- TIVI ed ERAM per far inten-|liana per far intendere il tRA- dere il tRAPASSATO detto piuc-|PAssATO, detto «prossimo. cheperfetto. IV. Sing. e Vo Ego eram lo aveva Tu petiv era8 Tu avevi | chiesto Jlle erat Egli ùveva n Plur. Nos eramus] = Noi avevamo ff Vos petiv eratis ’ Voi avevate chiesto Illi erant Eglino avevano IT. CracoLocozione ilaliana per far ‘intendere il TRAPASZATO i detto rimoto, il quale man- cando în latino si adopera lo | sf 850 PETIVERAM, lasciando în- tendere questo tempo dal senso. IV. Sing. ; VI. Ego eram Io ebbi Tu petiv era8 Tu avesti | chiesto Ille erat Egli ebbe | Plur. Nos eramus Noì avemmo Vos petiv eratis Voi aveste chiesto Iii erant Eglino ebbero I Variazione per desinenze ctimologiche . (e sintassiche. 4. D: tempo preserte. V. Sing. VII. Ego am Io rò Tu pel es Tu Chiede € rai Ille et Egli rà fon Plur. Nos emus Noi remo Vos pet elis o Voi Chiede $ rete Illi ent Eglino ranno 2. Del fuluro relativo, detto condizionale VI. Sing. | VII. Ego rem To rei Tu pete | res. Tu chiede « resti Ille ret Egli rebbe Plur. Nos remus Noi remmo Vos pete retis Voi chiede € reste li | rent . Eglino rebbero PriMA composizione latinaj PrIiMA CIRCOLOCUZIONE ila- di PETIVI ed ERO per far in-|liana per far intendere il ru- tendere il FUTURO ANTERIORE[ TURO ANTERIORE ASSOLUTO. ASSOLUTO, VII. Sing. __ I. Ego | ero Io avrò Tu petwv eri8 - Tu avrai chiesto Ile erit Egli avrà | Plur. | Nos erimus Noi avremo Vos petiv | eritis Voi avrete chiesto Illi erint Eglino avranno SeconDA COMPOSIZIONE lati-| SECONDA CIRCOLOCUZIONE {- na di PETIVI ed xSsEm per far\taliana per far intendere il intendere il FUTURO RELATIVO|FUTURO RELATIVO ANTERIORE, ANTERIORE, detto condizionale |detto condizionale passato. passato. VII. Sing. __ X, Ego ssem lo avrei Tu petivi | sses. Tu avresti chiesto Ille sset Egli avrebbe BA Ì 1 P lur DI Nos ssemus Noi avremmo Vos petivi < ssetis Voi avreste chiesto Ili ssent Eglino avrebbero Primo Modo della Proposizione Incidente, detto Imperativo. Variazione per desinenze etimologiche e sintassiche. Dè presente. Sing. 2 Pete vel petito tu Chiedi tu 3 Petito vel petat ille Chieda egli Plur. 4 Petamus nos Chiediamo noi 2 Petite vel petitote vos Chiedete voi 3 Petunto illi Chieggano eglino Secondo Modo della proposizione Incidente, detto Congiuntivo. © Variazione per desinenze etimologiche e sintassiche i A. Del tempo presente. I. latino Sing. italiano 1. Ego am To a Ut 4 Tu pel ( as Che | Tu Chied è a Ille at Egli. a Plur. Nos amus Noi . ( famo Ut è Vos pel < atis Che è Voi Chied& tate Ii ant Eglino ano 2. Del passato relativa, detto imperfetto. Il. Sing. II. Ego {rem Io dessi Ut è Tu pete < res Che è Tu Chie < dessi Ille ret Egli desse Plur. Nos remus Noi dessimo Ut è Vos pete } retit Che è Voi Chie@ deste Illi rent. Eglino dessero Prima composizione latina! Prima ciRcULOCUZIONE ifa- di PETIVI ed eRAM per far in-'liana per fur intendere il pas- tendere tl passato detto pre-{saTOo PRESENTE di questo Mo- terito perfetto. do. II. i Sing. II. ! Ego erim | lo abbia Ut < Tu petiv < eris Che è Tu abbi | chiesto Ille eril Egli abbia Plur. se Ea I Ito abbiamo Ut € Vos petiv { eritis Che < Voi abbiate chiesto Illi erint Eglino abbiano SECONDA COMPOSIZIONE lali-] SECONDA CIRCOLOCUZIONE {- na di perivied essem per far taliana per far intendere il intendere il rRAPASSATO detto! tRAPASSATO di questo Modo. piuccheperfelto. | Sing. Ego ssem To avessi Ut < Tu petivic sses Che | Tu avessi chiesto Ille sset Egli avesse Plur. Nos ssemus Noi avessimo Ut % Vos petivi € ssetis Che < Voi aveste chiesto fili ssent Eglino avessero 56 Voce dell’ infinito per la quale si accenna alla risoluzio- ne di una proposizione finita latina e italiana , il cui verbo è al presente 0 passato relativo tanto dell’ Indi- cativo quanto del Congiuntivo. Sing. Me Io Te Petere Chiedere | Tu Se Egli Plur. Nos Noi Vos petere | Chiedere Voi Illos | Eglino Le risoluzioni si faranno come a pagina 39. Composizione LATINA di Pe-] PRIMA cIRCOLOCUZIONE ITA- TIVI ed Esse per una voce che\riama per alcune voci che ac- accenni alla risoluzione diicennano alla risoluzione di una proposizione finita , il\una proposizione finita, îl cui cui verbo é al PASSATO 0 TRA-'verbo è al PASSATO 0 TRAPAS- passato tanto dell’ Indicativo saro dell’Indicativo e del Con- quanto del Congiuntivo, giuntivo. Sing. Me Io Te | petivisse aver. chiesto i) Tu Se i Egli Plur. Nos Noi Vos petivisse aver chiesto | Voi Illos Eglino Le risoluzioni si faranno come a pagina 40 e 4. I. CircoLocuzione LATINA e SeconDA ITALIANA, per alcune voci che accennano alla risoluzione di una proposizione finita, «l cui verbo è al tempo FUTURO ASSOLUTO e RE- LATIVO. ] Sing. Me Te | esse pelilurum Se Essere per ala chiedere 67 | È Plur. a OS oi Vos ( esse pelituros pr per, ( Voi Illos iedere ( rglino II. Cincorocuzione LATINA e Terza 1rALIANA per alcune vo- ci, che accennano alla risoluzione di una proposizione fi- nila, îl cui verbo è al FUTURO ANTERIORE ASSOLUTO 0 RE- LATIVO. ii Sing. e (10 Te ( uisse petiturum Essere sialo per Tu Se ( fuisse pei chiedere ( Egli î Plur. un os ( ; E tati per (x Vos uisse petiluro8 ssere Sialt PET \ voi A aiuta chiedere ( Eglino QUADRO V DI VARIAZIONE DE'VERBI REGOLARI IN o DELLA QUARTA CARATTERISTICA SIMILI AD AUDIO = AUDIRE. - I Modo della Propostzione principale, detto Indicativo. Variazione per desinenze etimologiche e sintassiche. A. Del presente. I. latino Sing. italiano | Eg (io | Io 0 Tu aud ( î8 Tu od $ Ille So tt Egli e Plur. Nos ( imus Noi ud ( famo Vos aud ( ilis __ Voi ud ( ite Illi tune Eglino od ono 58 | — . Del passato relativo, detto imperfetto. Il. Sing. II. | Ego ( ebam Io ( ca Tu audi ebas Tu udì vi Ille ( ebat Egli (va : Plur. Nos ebamus Noi ( vamo Vos audi ( ebatit Voi udì vate I Illi ebant —Eglino (vano I ; i 3. Del passato assoluto, detto perfetto. | HI. Sing. : II. | Ego vi __ o (ti Tu audi | visti Tu ud ©, isti | Ille Di Egli (i Plur. Nos vimus Noi ( immo Vos audi. vistis. Voi ud , iste Illi ( veruni vel vere Eglino \ irono CIRCOLOCUZIONE ITALIANA Per far intendere il PassATO PROS- SIMO, il quale manca în lati- no e si lascia intendere dal senso adoperando lo stesso au- DIVI. II. Sing. IV. Ego vi Io ho ( Tu dudi ( visti — Tu hai udito Ille vit Egli ha ( Plur. | Nos ( vimus + Noi abbiamo ( Vos audi( vistis Voi avete udito Illi verunt vel vere Eglino harno ( 59 COMPOSIZIONE LATINA di AU-[ CIRCOLOCUZIONE ITALIANA per Divi ed ERAM per far inlende-|fare intendere il rRAPASSATO re il TRAPASSATO RELATIVO chef RELATIVO, detlo prossimo, che manca alla variazione. manca alla variazione. IV. Sing. V. Ego ( eram lo aveva ( Tu daudiv > eras Tu avevi udito Ille ( erat Egli aveva ( Plur. Nos ( eramus Noi avevamo ( Vos daudiv } eratis Voi avevate udito Hli ( erant Eglino avevano ( SECONDA CIRCOLOCUZIONE fla- liana per far intendere il rRA- PASSATO RIMOTO, tl quale man- ca alla variazione latina , e si lascia intendere dal senso, adoperando lo stesso AUDIVE- RAM. n IV. Sing. - VI. Ego eram fo ebbi ( Tu audiv > eras Tu avesti udito Ille (erat è Egliebbe © Plur. Nos eramus Noi avemmo ( . Vos audwv eratis Voi aveste ‘ udito Hit (erant Eglino ebbero Variazione per desinenze etimologiche e sintassiche, 1. Del futuro assoluto. Sing. | VII Ego am “doo {( TÒ Tu qudi 7 es Tu udì rat Ilie (ei E gli (rà 06 . Plur. Nos emus. Noi. ( remo Vos audi etis Voi udì rete Illi ent Eglino (ranno 2. Del futuro relativo, delto Condizionale. VI. Sing. VIII. Ego rem Io (rei 3 Tu audi res Tu udi- resti Ile (ret Egli (rebbe | Plur. Nos ( remus Noi ( remmo Vos audi» retis Voi udì reste Hli ( rent Eglino ( rebbero _ Composizione LATINA per farf CircOLOCUZIONE ITALIANA per intendere il rururo AssoLuroffar intendere il FuruRO ASSO- ANTERIORE a Che manca allafLuTO ANTERIORE ) che manca variazione. . alla variazione. VII. Sing. IX, Ego ( ero Io avrò’ ( Tu audiv eris Tu avrai udito Ilie erit Egli avrà (. | Plur. i | Nos erimus Noi avremo ( . Vos audiv eritis Voi avrete ( udito Illi (erint Eglino avranno Seconpa composizione lali-{ SECONDA CIRCOLOCUZIONE ita- na di aupivi ed ESsem per fariliana per far intendere il ru- intendere îl FUTURO RELATIVO|TURO ASSOLUTO ANTERIORE , ANTERIORE detto condizionale] detto Condizionale passato. passato. i VIII - Sing. e Ego ssem fo avrei Tu audivi 88e8 Tu avresti udito Ille sset Egli avrebbe ( 61 Plur. Nos asemus —Noi avremmo — Vos: audivi ssetis - . Voi avreste | {udito Hlos f ssent. Eglico avrebbero Primo modo della Proposizione I; arseenie; detto..Imperativo. | Variazione per. desinenze ettmologiche È e sintassiche. Del senso | presentò. î È Sing. = | Atidi vel. audito: (ui «. A 0ditu Audito vel audiat ille : Oda egli Audiamus. nos. > -. Udiamo noi. Audite. pel auditote 008° i Udite voi .: Audiunto. vel. saudignt illi |. {Odano eglino. , Secondo Modo della Proposizione Incidente detto Congiuntivo, Variazione per desinenze etimotogiohe -. | e.siutassiohe, “> 1. Del tempo PRIDE, I. ; Sa Sing. * gs I « Ego “fam: lo ei gel Vita audi far | Che | ‘Th od ‘2d Ille ati Egli a E cite 00 Blur...) if 3 9 Nos: ama Do Sf -Npi wdi - È . Ut i Vos cadi ‘gtis: Che:4 <Voi udi o Uli | ani | Eglino od | 2 Da presa relativo, detto imperfetto Hi te ing IL Ego rem. è (. ( 8sì Ut | «Tu qudi, {re Che n udi 3, ssi He | Egli © È ose + 12 | I | 62 | Piur. | Nos “{ remus : Noi ssimo Ut | Vos audi relis Che | ‘Voi ‘“udis ste Alli ‘rent di aupivi ed enim per far in-{liana-per far intendere il pas- tendere il PASSATO PRESENTE )|SATO PROSSIMO che manca al- che manca alla variazione. |la variazione. © III. Sing. ... HI Ego erim. To abbia Ut pri audiv eris Che € Tu abbi udito Ille erit “.Egli abbia Plur. ‘Eglino ssero | Prima composizione latina] : Prima circoLOCUZIONE ita- Nos erimus Noi abbiamo ( Ut Vos audiv eritis Che ( Voi abbiate ‘udito | IMi Secona composizione lati-| £ na di avorvi ed Essem per liana per far intendere il TRA- far intendare sl rnapassato PASSATO «dello PIUCCHEPERFET- che manca alla variazione. TO; che manca alla variazione. erint de i Eglino abbiano’ Saù Sao we ec i SECONDA COMPOSIZIONE tÉ4- Sing. Re Ego ssem Io avessi Ut {Tu audiwvi | sses Che 4 Tu.avessi. “udito Ilfe AU sset Egli avesse . (. no: di Ù Plur. «db A Nos ssemus È Noi avessinto Ut I vos audivi | ‘ ssetis Che & Voi, aveste. © € udito ili ssent .. f{ Eglinoavesserof et : è et doi Voce dell'iscisito per la quale si accenna alla risoluzio- ne di una proposizione finita, il cui verbo è al PRESEN- mE ASSOLUTO RELATIVO dell’ Indicativo e Congiuntivo. | a Sing. |“ ‘i î Me i x É Se È, iL ‘ To 3 ° Te audire . udire : Tu | Li | Plur. | Nos. » Noi Vos audire _ udire € Voi Illos Eglino Le risoluzioni si faranno ‘come a pagina 39 COMPOSIZIONE LATINA 6 CIRCOLOCOUZIONE ITALIANA Per alcune voci, che accennano alla risoluzione di una proposizio- ne finita, ‘il cui verbo è al PassaTO € TRAPASSATO tanto dell’ Indicativo quanto del Congiuntivo. | Sing. Me . | To Te audivisse . avere udito | Tu Se | Egli sea Plur. IA Nos Y}: ui ° Noi Vos | audivisse avere udito Voi Illos ‘ Eglino Le risoluzioni si faranno come a pagina 40 e 41. PRIMA CIRCOLOCUZIONE LATINA € SECONDA ITALIANA per alcu- ne voci che accennano alla risoluzione di una propo- sizione finita, il cui verbo è al FUTURO ASSOLUTO 0 RE LATIVO. Ca Sing. Me | a To Te esse auditurum essere per udire Tu Se ) | Egli Plur. Nos | | Noi Vos | esse audiluros essere per udire Voi Illos Eglino 64 SECONDA CIRCOLOCUZIONE latina € TERZA ITALIANA per alcune voci, che accennano alla risoluzione di una-proposizione finita, il cui verbo è al FuTURO anferiore ASSOLUTO O RE- LATIVO,... . i . } Singolare | Me | Ma si ) fuisse auditurum » “essere stato perudire (.I (e e | gli n Plurale Nos ) o | ( Noi Vos | fuisse audituros essere stati per udire \ Voi lilos ) o Eglino , QUADRO VI. DI VARIAZIONE DI QUATTRO: VERBI REGOLARI IN o UNO PER CARATTERISTICA SI- MILI A :AMo , FLEO PETO, AUDIO , PER VEDERE LE LORO DIFFERENZE. Modo della I’roposizione rita detto Indicativo. Variazione per desinenze. etimologiche ; e sintassiche I. Sing. i Amo "Amas A Amat teo) Rio se TRE nel e ‘’ Audio Audis. ‘ { Audit - Piur. Amamus Amàtis Amant Nos)” pitimus ‘°° 3 Pariis = 3 Retane Audìmus Auditis Audiunt — Ego II. Nos ° 2..Del passato relativo, detto. imperfetto. i - 65 | Sing. Amabam — -Amabas Amabat Fiebam tu Flebas ille Flebat Petebam Petebas Petebat Audiebam Audiebas Audiebat Plur. Amabamus Amabatis Amabant Flebamus vos Flebatis illi Flebant Petebamus Petebalis Petebant .Audiebamus - @ Audiebatis Audiebant 3. Del passato assoluto, delto perfetto, SE Singol. Amavi . Amavisti . Amavit Flevi tu Flevisti ille Flevit Petivi Petivisti Petivit Audivi _ { Audivisti Audivit Li Plur. Amavimus { . Amavistis Amaverunt Flevimus Re, Flevistis .n. ) Fleverunt Petìivimus ‘ Petivistis Petiverunt Audivimus Audivistis Audiverunt ComPOSIZIONE di AMAVI, FLEVI, PETIVI, AUDIVI, €d ERAM IV. Ego per far intendere il TRAPASSATO. Sing. Amaveram Amaveras Amaverat Fleveram Fleveras ‘Il Fleverat Petiveram Petiveras 1€ Petiverat Audiveram Audiveras Audiverat Plur. Amaveramus ( Amaveratis ( Amaverant Fleveramus ( Fleveratis ‘Ii Fleverant Petiveramus ‘95 Petiveratis 1!!! ( Petiverant Audiveramus ( Audiveratis ( Audiverant 66 Variazione per desinenze etimologiche e sintassiche,. 1. Del futuro assoluto. ille ( if ( ( Amabit Flebit Petet > ‘( Audiet Amabunt Fiebunt Petent ( Audient ( Amaret ° Fleret ille ( Peteret ( Audiret Amarent «ne / Flerent illi ( Peterent nei Sing. sd Amabo - ( ABRDI Flebo lebis ESO (Petam su ( Peteso (Audiam (* Audies —_- Plural, ( Amabimus (Amabitis ; Flebimus | { Flebitis Nos ( Pitemus ‘8 ( Petetis Audiemus Audietis "2. Il futuro relativo, detto condizionale li __ Sing. De ( “Amarem ‘(’ Amares Flerem Fleres Ego CO Peterem = C Peteres “ Audirem Audires Plur. Amaremus Amaretis «'# Fleremus ( Fleretis Nos ( Peteremus ‘95 ( Peteretis ( Audiremus ( Andiretis (Audirent PRIMA COMPOSIZIONE dî AMAVI, FLEVI, PETIVI) AUDIVI ed ERO, : . per far intendere il roruro amrERIORE. Ì, Amavero ron ( - Flevero Ego ( Petivéro , ( Audivero 1, Singol. ( Afgaveris . Petiveris (Audiveris ( Amaverit — Fleverit n ( Peti verit (Audiverit 67 Plur. Amaverimus . ( ‘Amaveritis © ( “Amaverint © Fleverimus Fleveritis .a- Fleverint Nos ( Pelìiverimus vos ( Petiveritîs: ini ( Petiverint Audiverimus ( Audiveritis ( Audiverint SECONDA COMPOSIZIONE dî AMAVI., FLEVI, PETIVI, AUDIVI ed . essEM per far intendere îl FUTURO RELATIVO ANTERIORE. ( Amavissem —- ( Amavisses ‘( Amavisset Flevissem . FlevisseSs. . Flevisset Ego ( Petivissem ta ( Petivisses ille( Petivisset Audivissem ( Audivisses (Audivisset ‘Pluri ( Amavissemus ( Amavissetis ( Amavissento Nos ( Flevissemus vos( Flevisselis . i( Flevissent Petivissemus Petivissetis Petivissent ( Audivissemus ( Audivissetis ( Audivissent Primo modo della Proposizione incidente, detto Imperativo. Variazione per desinenze etimologiche e sintassiche Sing. i Ama amato ( Amato amat 9 Fle vel fleto (tu Fleto fleat Pete petito Petito ‘°° pera ( e Audi vel audito ( Audito audiat ( Plur. Amemus amate amatote Fleamus flete . fletote 1 Petamus: ( no 2 petite ( ì- petitote ( vos Audiamus\ audite auditote 68 Amanto ament Flento fleant PRA Pelunto vi petant dla Audiunto audiant Secondo modo della Proposizione incidente, | detto Congiuntivo Variazione per desinenze etimologiche e sintassiche, A. Del tempo presente be È Singolar. amem © © yames °° {Qmet . ___ fleam .. Yfleas ; fleat. Ul ego petam . i petas ile { petat -t audiam - “audias ‘= Vaudia Piur. amemUSs ametis ament fl-amus fleatis +17. ) fleant Ut nos o petamus 0 petatis Ui petant audiamus audiatis audiant 2. Del passato relativo, detto imperfetto II, Sing. amarem amares amaret flerem fleres i fleret Ut ego 0 peterem ÎU pi Ule. 3 peteret audirem audires audiret i . ,Amaremus . {amaretis si Ut nos \ fleremus os i fteretis È peteremus ita peteretis audiremus audiretis 69 ‘amarent dl flerent. peterent audirent PRIMA COMPOSIZIONE di AMAVI, FLEVI, PETIVI, AUDIVI € di ERIM fetto.. ue HI | Sig. amaverim amaveris Ut €90 a ua patta V audiverim audiveris di — Plural. amaverimus —( amaveritis Ut nos) Desscerimus °°? 3 petivernit ‘ audiverimus audiveritis al per far intendere il passato, detto preterito per- IL amaverit fleverit petiverit audiverit alle amaverint fleverint petiverint audiverint SECONDA COMPOSIZIONE DI AMAVI ) FLEVI, PETIVI , AUDIVI ed ESsEM per far intendere il FETTO. IV. 1 amavissem flèvissem Us Vevissem — petivissem audivissem 1 amavissemus . Ut flevissemus petivissemus audivissemus Sing. 2 amavisses flevisses petivisses audivisses Plurale amavissetis flevissetis petivissetlis ‘ audivissetis ‘TRAPASSATO, dello PIUCCHEPER- LE IV. 3 amavisset flevisset petivisset audivisset - ò amavissent flevissent petivissent audivissent .. 70 Voce dell’ Infinito per la quale si accenna alla risoluzione di una proposizione finita, il cui verbo è al presente o PASSATO RELATIVO detto î quanto del Congiuntivo. amare ‘| S flere se | petere audire amare . 5 tere HiloSt PE Ilo audire Sing. amare piangere chiedere . udire Plur. .. : amare ‘pangere chiedere ‘ udire mperfetto tanto dell’ Indicativo Noi I Voi Eglino Le risoluzioni si faranno come a pagina 39 Composizione di AMAVI, FLKVI, PETIVI, AUDIVI ed ESSE per una risoluzione di proposizione finita, il cui verbo è al . PASSATO O TRALA Congiuntivo. flevisse petivisse audivisse eri vi Me E ISSE Nos Vos Illos flevisse petivisse | amavisse audivisse ‘ Singol. avere Plur. avere ssato (tanto dell’ Indicativo quanto del \ amato pianto chiesto Lo udito (58 amato ; pianto da chiesto > udito Le risoluzioni si faranno come a pag. 40 e 41. 71 Circorocuzione per alcune voci che accennano alla risclu- zione di una proposizione finita, il il cuiverbo è Le futu- ro ASSOLUTO O RELATIVO, s. pei Sa - Sing. Me: 0 marta, 3 fleturam cani «uu $ piangere V° Te esse petiturum essere Per | chiedere si auditurim > 0 00 > Vadirée: (0! c° Pluri © amaturos ] amare > Nos i Ra Noi fleturos i piangere i Vos esse <__,: essere per 7 Voi Illos petituros . ,&°. (chiedere Eglino audituros i udire Seconpa CIRCOLOCUZIONE per alcune voci che accennano alla risoluzione di una proposizione finita, il cui verbo ‘è all futuro anteriore assoluto 0 relativo. | MATE 1 , amaturum amare , Re fuisse fleturum. . ‘essere ) piangere cn Se Ù petiturum stati per } chiedere Eglino \ auditurum' udire 8 ‘Plur. r Amaturo$ amare ‘7, Var fuisse fleturos essere } piangere Noi Illos ‘007. 4 petityros stati per |} chiedere Egli audituros udire glino !. QUADRO MII E VARIAZIONE DE’ COSÌ DETTI VERBI- PASSIVI REGOLARI simiLi Ap AMOR = AMARI Modo della ORONZO: principale, detto Indicativo | Variazione: per desinenze ettmologiche e sìntagsiche. 1 del tempo DrAteate: È Li Foci concrete | equivalenti alle Voci analitiche. Singol. Ego.amor . . aki Lie Ego gum amatus VETO Io sono amato — a Tu es amatus Tu sei amato L s È t] Tu amaris vel amare Ille amatur == a Ille est amatus i Ei è amato O e a -Plurdl. RSI ali Nos amaniar UTO Bir: Nos sumus amati © i ‘’Noi siamò amati Vos amamini . ta Vos estis amati Voi siete amati Illi amantur ... |. = a -Illi sunt amati * I si: PARC Eglino i amati ' (2 del palpa relativo, detto imperfetto > i Voci concreta Voci analitiche | Singol. Ego amabar -«= a Ego eram amatus Jo era amato Tu amabaris vel amabare = a Tu eras amatus Tu ert amato Ille amabatur = a Ille erat amatus Egli era amato Plural. Nos amabamur = a Nos eramus amati ‘» Noi eravamo amati === & Vos eratis amati Voi eravate amati = a Illi erant amati Eglino erano amati 8. del futuro assoluto | Voci analitiche Vos amabamini . Ili amabantur Voci conorele - Singolar. Ego amabor == a Ego ero amatus Ù Io sarò amato Tu amaberis vel amabere = a Tueris amatus Tu sarai amato Ile amabitur == a Ille erit amatus Egli sarà amato . Plura!, Nos amabimur == a Nos erimus amati Noi saremo amati Vos amabimini = a Vos eritis amati . Voi sarete amati Illi amabuntur = a Illi erunt amati Eglino saranno amati * 4, del NERE relativo, detto Condizionale Foci concrete Poci analitiche Singolar. Ego amarer = a Ego essem amatus Jo sarei amato Tu amareris vel amarere = a Tu esses amatus ) Tu saresti amato Ille amaretur — a Ille esset amatus Egli sarebbe amato Plural. Nos amaremur . . = a Nos essemus amati . Noî saremmo amati Vos amaremini == a Vos essetis amati Voi sareste amati Illi amarentur . == a Illi essent amati Eglino sarebbero amati 13 74 Primo modo della Propasizione incidente, detto Imperativo. Yariazione per desinenze etimolegiche e sintassiche. 4. del tempo presente. Voci concrete Voci ustratte Stngolar. Amare vel amator tu == a Esto amatus tu i Sti amato tu Amator vel ametur ille = a Sit amatus ille Sia amato egli Plural. Amaminor vel amemur nos — a Simus amati nos Ta Siamo amati nei Amemini = a Sitis amati vos i Siate amati voi: Amantor vel amentur illi = a Sint amati ÎIi Steno amati eglino - Secanda Modo della proposizione Incidente, detto Congiuntivo. Variazione per desinenze etimologiche e sintassiche 4. del presente. Voci concrete i Voci astratte Singol. Ego amer = a Ego sim amatus | Che io sia amato Ut Tu ameris vel amere = a Tu sis amatus Che tu sii amato ' Ile ametur = a Ille sit amatus Che egli sia amato 75 Plural. Nos amemur i = a Nos simus amati Noi siumo amati Ut Vos amemini — a Vos sitis amati Poi siate amati Illi amentur — a Illi sint amati Eglino sieno amati 2. del passato relativo detto imperfetto Foci concrete Focî astratte ; Singol. Ego amarer — a Ego essem amatus Che i0 fossi amato Ut Tu amareris vel amarere = a Tu esses amatus Che tu fossi amato Ille amaretur — a Ile esset amatus Che egli fosse amato Plural. Nos amaremur — ga Nos essemus amati Che noi fossimo amati Ut Vos amaremini — a Vos essetis amati - Che voi foste amati Ii amarentur — a Illi essent amati Che eglino fossero amati Voce dell’Infinito che accenna alla risoluzione di una pro- posizione finita , il cui verbo è al PRESENTE 0 PASSATO relativo dell'Indicativo congiuntivo. Yoci concrete Poci astratte . Singol. Me amari — a Me esse amatum i Essere amato i0 Te amari -— a Te esse amatum i Essere amato tu Se amari — a Se esse amatum Essere amato egli Piural. Nos amari == a Nos esse amatos Essere amati noi Vos amari = a Vos esse amatos Essere amati voi Illos amari ‘== a Illos esse amatos . Essere amati eglino * Le risoluzioni si faranno come a pag. 39, 40, 41, 42 e 43. | QUADRO VIII. GENESI DELLE VARIAZIONI 4. RADICALE e Amare °& Flere = Petere =“ Audire dal quale tolta la sillaba re rimane 2. Ama o Fle -2 Pete a cui aggungendo bam e rem per le due prime È Audi Variazioni ed ebam e rem per la quarta si for- A mano i PASSATI RELATIVI dell’ Indicativo e Con- È giuntivo. | ha Amabam, Amarem Flebam , Flerem Petebam, Pi:tcrem Audiebam, Audirem Dallo stesso radicale ama , (le, pete, audi tolta via la vocole in fine rimarranno. *Su questo modello il precettore farà variare altri verbi di que- sta prima caratteristica , e poi della seconda terza e quarta, in fine di tutte e quattro come pe’verbi in o. Il precettore inoltre cu- rerà di far su questi modelli scrivere a’ giovanetti quadri simili rsercitandoli allu lessigrafia leggendo e scrivendo. 77 i. Am FI Pet a cui aggiungendo 0 ed eo, 0 io, em, 0 am, o Aud eam o iam si formano i PRESENTI dell’ Indicativo e Congiuntivo. i Amo e Amem a Fleo e Fleam Allo stesso RADICALE Pito e Petam Am Audio e Audiam Fi Pet aggiungendo abo o ebo perla prima e seconda Va- Aud riazione, am o iam per la terza e quarta si avrane no i FUTURI ASSOLUTI. Amabo Flebo E allo Stesso RADICALE Petam Am | Audiam FI Pet aggiungendo avi ed evi per le due prime i ivi per Aud .e due ultime si avranno i PASSATI ASSOLUTI. Amavi Flevi Petivi Audivi COMPOSIZIONI di Amavi Flevi tolta via la é con eram, erim, ero,con ssem 836 Petivi in vece di essem esse:si formano i tra= Audivi passati e i futuri anteriori. Amav Amavi Flev 507 Flevi ) ssem Peliv 1 Petivi ) sse Audi, dii Audivi QUADRO IX, DELLE DERIVAZIONI DE’ VERBI LATINI. Da’ verbi latini derivano | 1, Il così detto Supino Amainm . amare Fletum piangere Petitum ut Ae ( chiedere Auditum udire 2. I così detti Gerundi 4. in di Amandi (amare amato Petendi = dC FiOnIee 0 di essere ( pianto Audiendi ( udire udito 2. in do. Amando amare amato Petendo @ © con( PiEnAETE 0 con essere( Pianto Audiendo udire . udito 5. in dum’ Amandum ( amare ‘amato Flendum piangere aoper ( pianto Petendum® ° 2°” ( chiedere essere ( chiesto Audiendum —C udire (udito : 3. I così detti Participiî. 4. in ns Amans amante Flens | prangente Petens Ù chiedente Audiens udente I I 79 2. in us Amatus amato Fletus pianto Petitus . chiesto Auditus ‘udito 5. in rus Amaturus amare Flieturus pîangere Petiturus per ( chiedere Auditurus ( udire 4, in dus Amandus , amato Flendus | pianto Petendus da essere ( chiesto Audiendus ( udito 4. I verbali in forma di nomi astratti, i quali per tutt’ i verbi al primo termine di proposizione fanno in #0, co- me da lego lectio , onis la lezione: in alcuni fanno in us, come visus da video, auditus da audio. 5. Da’ verbi derivano le parole in forma di nomi colla desinenza or 0 for, che si riferiscono a persona agente come auditor l uditore , lector il lettore. Se la perso- na è femmina, i derivati in for fanno in trix come vi- ctrix la vincitrice. | 6. Da questo derivato derivano alcune parole in forma di aggiuntivi colla desinenza orius, come da amator si fa amatorius , da scriptor si fa scriptorius. 7. Da’ participî in ns derivano alcuni nomi astratti in an- tia o entia, come da temperans si fa temperantia, da diligens si fa diligentia. 8. Da' participî in rus si formano alcuni nomi astratti de- sinenti in ura, come da scripturus si fa scriptura, da — lecturus si fa lectura, che significano la scrittura e la lettura, | 80 9. Di’verbi latini derivano alcuni nomi desinenti in mesa- tum come da moveo si fa momentumabbreviato di mo- vimentum, da moneo si fa monumentum, da torqueo si fa tormentum abbreviato di torquimentum. 10. Da’ verbi latini derivano alcune parole in forma di ag- giuntivi desinenti in ax, come da edo, che significa man- «giare, si fa edax ghiottone: da vivo si fa viraz vivace. 41. Da’ verbi latini derivano alcune parole in forma di nomi desirenti in acrum come da ambulo sì fa ambu- lacrum, da simulo, si fa simulacrum, da lavo si fa la- Vacrum ec. i ie band 84° QUADRO X.. . COMPOSIZIONE DE’ VERBI LATINI (In composizione ) 1. A (ab, abs, au) IN . AD (af, 49, al, am, anec.) . CIRCA ( circum) CONTRA — CUM (con, com, co) . DE (dî, dis e diff; dil, dir ee.) . E (ex, extra, ed, ef, ec.) prep. (20, 2f, îm, tr, ec. 9. in negativa (20, 2r, 21m, ec. INTER ( intra e infra) OB (0c, 0p, 0 ec.) . PER PRAE @ PRAETER PRO (prod) POST ( post, po, ec.) RE (red, retro) SINE (38€) SUPER. @ Supra (sup ) SUB (suc, suf, sug, sus ec. TRANS (tra) AVVERTENZA (In composizione) FACIO (fici) CAPIO ( cipio ) HABEO (4i5eo) VENIO SOLVO PARO TRIBUO YOLVO FERO GERO LIGO — CURRO CEDO MANEO RUMPO EO | QUAERO ( quo) cADO (cido) . CAEDO ( cido) DUCO e DICO I precettori che sanno praticare le soprapposte tavole ‘ della Variazione, Derivazione e Composizione de’ verbi la- tini faranno rilevare diligentemente le differenze che pas- sano tra parole variate derivate e composte in uso, da quelle che sono contenute in potenza e non attuate dall’ uso — In quanto all’ultimo quadro avranno cura di ripetere con ogni verbo tante volte la composizione quante sono le pre- posizioni, il valore delle quali si può rilevare dal trattato di Composizione della Nuova Grammatica ragionata per la lingua italiana, - Li 82 QUADRO MODIFICAZIONI DELLE DESINENZE DE' VERBI REGOLARI im 0 Ein OR 68 Sing. at amus atts Plur. ant es. 8 tetti aris | eris | iris vel È cell | vel are | ere tre ct ti 14 alur | eluro itur emusiimue imus | amur| emur| imur etis | sti l}istio Jaminif emini mini ent uni ieri anturi enturi untur ve vel sunt | ere iur sx == ©® e ® ® = x E % Pag. 83 ERRATA CORRIGE 39 v. 22 Colui persona Colui a persona 41 v. 22 8imilmente «Similmente paroli variabili parole variabili 61 v. 13 Qnaudo Quando 71 v.7 sintassico? | sintassico.. 72 v. 418 Articolo I. Sezione I. 84 v. 29 Articolo II. » Sezione II. 87. v. 1 Quelle del passato Quella del passato Articolo II. Sezione II. - 245 v. 149 quello verbo quella verbo 148 v. 20 questo derivato questa derivato ——N_— Saggio di una Nuova Lestigrafia, per la variazione de’ Verbi Latini ERRATA 20 CORRIGE 15 v. 6 del Congiuntivo Dell’ Indicativo 21 v. 6. a modelloiseguenti a modelli i seguenti 23 v. 11 di Lessigrafia in lessigrafia 23 v, 36 delle Composizioni delle Derivazioni, e Composi- zioni 82 MODIFIC. | Lr Sing. Posi: Plur. ns nur È > —. ii sa alia i "93" 4 — svenfiiiiiaio —_- = —e _ "e Ict. = a set eni — ST - = — ga ti safari . Se: er— - a l-+- dl = PA rara e _- up cai “e Arg »_< 4 — ae REBRARA = mat pali — = COVA GRAMMATICA RAGIONAT, PER DA LINGUA RTALLANA secondo i principit DEL .0VO GORSO DI LETTERATURA ELEMENTARE DI LORENZO ZACCARO RIDOTTA A DIALOGO DALLO STESSO AUTORE VOL. II. PER LE SCUOLE DI MEDIA GRAMMATICA NAPOLI STAMPERIA STRADA SALVATORE N. Mi. 1954 1% hs CONSIGLIO GENERALE DI PUBBLICA ISTRUZIONE ‘Ripar. = Carico Oggetto Napoli Vista la domanda del Tipografo Emmanuele Rocco con che ha chiesto di porre a stampa l’opera intitolata — Gram- matica ragionata per la lingua italiana, di Lorenzo Zac- caro, per cura di Leonardo Varcasia : 3° il parere del Regio Revisore signor D. Paolo Gar- zilli. Si permette che la suddetta opera si stampi ; però non ‘ sì pubblichi senza un secondo permesso che non si darà, se prima lo stesso Regio Revisore non avrà attestato di aver riconosciuto nel confronto esser l'i sui siete unifor- me all’ originale ABEEOIRO: Il Presidente Francesco SAVERIO APUZZO Il Segretario interino GiusePPE PIETROCOLA "a CONSIGLIO GENERALE PUBBLICA ISTRUZIONE ‘Ripar, == Carico — N. 87 Oggetto Napoli 3 gennaio 1853 Vista la domanda del Tipografo Emmanuele Rocco con che ha chiesto di porre a stampa l’opera intitolata — Gram- matica ragionata per la lingua italiana, di Lorenzo Zac- caro, per cura di Leonardo Varcasia : Visto il parere del Regio Revisore signor D. Paolo Gar- zilli. Si permette che la suddetta opera si stampi ; però non ‘ si pubblichi senza un secondo permesso che non si darà, se prima lo stesso Regio Revisore non avrà attestato di aver riconosciuto nel confronto esser l’i HADOGSRtOnO: unifor- me all’ originale ADEROIROO: Il Presidente Francesco Saverio APuzzo Il Segretario interino GiusePPE PIETROCOLA NUOVA GRAMMATICA RAGIONATA PER DA BINGUA IPABIANA secondo i principi Da. CORSO DI LETTERATURA ELEMENTARE  RIDOTTA A DIALOGO PER LE SCUOLE DI MEDIA GRAMMATICA NAPOLI STAMPERIA STRADA SALVATORE N, &fi. 1054 ZII ICT IZ PREFAZIONE AI PRECETTORI In questo secondo Folume della nuova Grammatica per la lingua Italtana to presento tre compiuti Trat- tati, cioè /.° Della Sintassi Regolare e Fiqurata, 2,° della Costruzione, 3.° Della Punteggiatura. Credo indispensabile rendere qualche ragione ai Precettori delle importanti novità prodotte in questi trattati, che paragonati a quelli, che s'insegnano nelle scuole, posso dire che steno nuovi di getto, e quali tutti desideravano che fossero, ma da nessun gram- matico finora asseguiti. Se cercate invero nelle Gram- matiche delle scuole che cosa sta Sintassti, invano vi affaticate d’ imbattervi nella sua vera Definizione : quale ne sia l'obbjetto determinato non é stato ancora intraveduto.Si è detto: «la Sintassi è la Concordanza, « la Costruzione e la Coordinazione delle parti del « discorso secondo certe regole non comunt a tutte « le lingue». Nel qual modo di vedere va confusa la Sintassi con lau Costruzione, ossia la Scienza del valore relativo delle parole congiunte, con quella parte di Grammatica,che insegna a ridurre gli eleganti co- strutti all'ordine naturale delle parole, che nelle scuo- le dicesi Costruire o prendere la Costruzione. St è an- cora ritenuto che la Sintasst non possa essere Ge- nerale, perchè st vuole un complesso di regole, par- ticolari di una linqua. & 4 Not la prima volta abbiamo determinato il rero e proprio obbjetto della Sintassi, definita per la Scien- za della Proposizione: not la prima volta abbiamo se- nati i limiti della Sintassi regolare, che meglio sa- rebbe detta analitica, e della Sintassi figurata, o dei Nodi sintetici. Sintassi e Costruzione per noî sono due trattati differenti, quindi diversa è la Sintassi regolare dalla regolare Costruzione , come diversa è la Sintassi fiqurata dagli irregolari Costrutti. E per dir qualche cosa della Sintassi figurata, osserverò primamente che finora sti è praticato nelle scuole di raccogliere una lista di frasi o di bei mo- di di dire, o d’idiotismi d: una lingua per affidarsi alla memoria senza dare alcuna ragione del segreto magistero dello scrittore nel formark. astava dire: questa frase è bella, quest'altro è un bel modo. Ma perchè? ntuno avea a domandarlo, per- chè il Precettore, cieco adoratore dell'autorità, non era tenuto a rispondere: che ne avveniva da ciò? che i giovanetti di debole memoria a corto andare rimane- vano digiuni delle cose imparate, e 1 più tenaci ado- peravano quelle frasi senza decoro , e inopportuna- mente, perché non sapevano mettersi nella stessa si- tuazione degli autori, che copiavano. Oltracciò i loro scritti presentavano sempre le medesime parole, î me- desimi costrutti, le stesse frasi ripetute. Il loro pen- sicro era schiavo dalla parola, allorchè costringevano la povera mente a pensare in un dato modo, che fosse il più acconcio alla frase, enon contavano la frase come mezzo di espressione di un penstero original- mente concepito. da questo inconveniente ne deriva- va un altro più serio, cioé che chi sapeva un cen- tinajo di frast in una lingua , tgnorava quelle di ogni altra lingua, perchè, ignorando tl magistero di contarle sn sussidio dell’ espressione de’ pensieri, do- vea procedere empiricamente allo stesso modo per ò ogni lingua. Ora chi ha memoria tanto prodigiosa e vita st lunga che possa far tanto per più di una, lingua ? Noî presentiamo un Trattato di Sintasst raziona- le, che riduce a principî generali la pratica del dir figurato, perché not non cr contentiamo di dire: questo o quello é un bel modo, ma ne indaghiamo l'occulta ragione , affinchè il qiovanetto non solo ne conosca l’uso opportuno, ma ne possa contare su quelli de- gli autori quanti agg bisognano, senza tema di errare, e dallo studio delle frasi della propria com- prenda la forma delle frasi di ogni altra lingua, perocchè pochissimi sono gl’idiotismi di una lingua, nella più parte di essi tutte convengono. Il trattato adunque de’Modi sintetici, o della Sintas- si figurata st propone due cose nuove, ma necessarte: cioè, Î. dar ragione de’costrutti eleganti, 2. elevare a principî le regole empiriche delle scuole. Da' quali proponimenti derivano due vantaggi posttivissimi , - cioè la proprietà, 0 l'opportunità dell'uso de’ costrutti elegunti, 2. la facilità, o l'abitudine di produrne a dovizia nella propria lingua , e d' intendere quelli che appartengono ad altre lingue. Imperocchè t co- strutti eleganti di una lingua differiscono da quelli delle altre, non per le ragioni, da cui tutti egual- mente sono înformati , ma per la maniera partico- lare di attuarsi in questa 0 quella circostanza, 8e- condo la diversa indole delle nazioni parlanti. Il trattato della Costruzione è nuovo în gramma- tica, quantunque antichissimo nella pratica de Pre- cettorî, © quali a voce dirigevano ;f riordinamento dell’elegante disordine delle parole negl irregolari Co- strutti. Ma questa pratica era cieca, cioè senza prin- cipî: era empirica cioè senza raziocinio. Quindi av- rentva che 1 giovanetti dopo tanti anni dî studio în una lingua non arrivavano mat a comprendere le 6 scritture alte, come îl tessuto de’ periodi, e le tras- posizioni de’ poeti. Ma la Costruzione, come Scien- za,non si poteva costituire prima che st fosse costi- tutta la Sintassi in forma di Scienza intorno al suo obbjetto determinato. lo non tralascerò in questo trattatino le cose degne di essere osservate, e stabilirò principî uniformi per produrre una pratica ancora uniforme în tutte le scuo- le, per la quale, tutti convenendo, non abbiano î gio- vanetti a disimparare presso un Precettore quel che ampararono da un altro. Il Trattatino della Punteggiatura per quanto bre- ve,per altrettanto riuscirà utilissimo, poichè in esso non mi propongo di considerare que'segni, come sem- plrict mezzi di profferenza, bensi sotto rapporto del valore sintassico, la cut mercè è giovani sappiano punteggiare per principi, e non per arbitrio, appor- re, per esempto, la virgola, come, e dove è richiesta dulle ragioni sintassiche. In siffatta quisa questo Trat- latino riesce ancora nuovo ma necessario, e, potrei di- re, universalmente desiderato. Veggano adunque 1 Precettori, se noî ci siamo bene 0 male apposti, dan- do a questa Grammatica îl titolo di Nuova Gram- MATICA. PRELIMINARI ALLA SINTASSI ). Che cosa è la Sintassi in genere ? R. La Sintassi, come dicemmo in Etimologia (pag.11), é quella Parte della Grammatica, nella quale st studia tl valore relativo delle parole congiunte. D. Fatemi intendere con qualche esempio come si pos- sa studiare il valore relativo delle parole? R. In Etimologia considerammo le parole 7so/aze, per saperne il loro significato assoluto. Per esempio , disaminando la parola acqua, separala dal discorso, dicemmo che desta era nome, segno di sostanza o causa. Ma, se io considero questo stesso nome rispetto ad altre parole contenute in un brano di discorso, simile al seguente: acqua è fresca , esso acquista 1.° il valore di primo termine, perchè pri- ma parola di pe brano: 2.° di soggetto , perché seguito dal verbo essere. Il qual valore alla parola acqua non sarebbe avvenuto , se non si fosse con- giunta alle altre. Ecco perchè è relativo e sintas- sîc0, cioè di costrutto. D. Ma su qual fondamento si può ricercare questo va- lore relativo delle parole? R. Sul fondamento delle relazioni tra le slesse parole. D. Ma quali relazioni possono le parole avere tra loro ? R. Le parole, come parole , non hanno alcuna rela- zione tra loro, ma, se ne hanno alcuna, è per le idee, di cui esse sono segni. 8 D. In ultima analisi fondamento della ricerca sul va- lore relativo delle parole sono le relazioni tra le idee, di cui le parole sono segni ? R. Per lo appunto. D. Fatevi intendere più chiaramente con qualche e- sempio ? R. Incontrandomi nella preposizione Di, vado in cerca di un nome che le preceda e di un altro che la- segua; perchè 2? significa rapporto di dipenden- za, la quale non può essere che tra sostanze e so- stanze o cause e cause. Ma le sostanze e le cause sono espresse dai nomi, come in Etimologia (pag. 19), io dunque dalla relazione, che passa tra le idee della iui e delle sostanze o delle cause, ap- prendo che la parola Di deve allogarsi tra due no- mi, ossia apprendo le relazioni delle parole da quel- le delle idee. D. Come si chiama quel brano di discorso, su cui la Sintassi va ricercando il valore relativo delle parole congiunte ? R. Si chiama po o enunciazione, o frase, o costrutto. Noi lo chiameremo sempre propostzione. D. In altri termini adunque la Sintassi st può definire? R. Per la Scienza della Proposizione. D. E in quante parti principali si può dividere la Sin- tassi ? R. Indue parti precipue,che formano due trattati. Nel- la prima la Sintassi ha per obbjetto la proposizio- ne, nella quale tutte le parole, che hanno relazione tra loro, sono espresse, e si dice Sintassi regola- re o analitica. Nella seconda la Sintassi ha per ob- bjetto la proposizione, nella quale non sono espresse tutte le parole , che hanno relazione tra loro, e si dice Sintassi. figurata 0 Trattato de'modi sintetici. Noi tratteremo separatamente di queste due parti. DELLA SINTASSI REGOLARE INTRODUZIONE Intorno alla Proposizione in genere, e sue specie. ). Che cosa è la ProposizionE in genere ? R. E un aggregato di parole sufficienti ad esprime» re un giudizio. D. Ma che cosa è un Giudizio? R. Il Giudizio è quell’ atto della mente nostra , con cui pensiamo, o che una cosa è in certo modo, 0 che una cosa fa esistere un effetto. ). Spiegatevi con qualche esempio. R. Quando diciamo: acqua è fresca, abbiamo una pro- posizione, la quale esprime che una cosa, cioè 4e- ua, ha un attributo, cioè fresca. Similmente, al- orchè diciamo: Acqua fa corso, abbiamo pure una cosa, cioè l'acqua,la quale fa esistere un effetto, cioè il corso. D. Sotto quanti rispetti si può considerare la propo- sizione ? R. La proposizione si Due considerare sotto ì seguenti rispetti, in quanto a la sintassi regolare: 1. Del suo contenuto, 2. dello stato di chi parla, 3. dello sta- to di chi ascolta. D. Questa prima parte adunque sarà divisa ? R. In tre Capi. Nel primo considereremo la proposi- zione sotto il rispetto del suo confenuto, nel secon- do sotto il rispetto dî chi parla, nel terzo sotto il rispetto di chi ascolta. ce 10 CAPO I. DELLA PROPOSIZIONE SOTTO IL RAPPORTO DEL CONTENUTO D. Come si divide la proposizione sotto il rapporto del contenuto ? R. La proposizione sotto il rapporto del confenuto si divide 1. in sostanziale e causale, 2. in categori- ca e tpoteorica. lo parlerò in due articoli distin- tamente e di quelle e di queste. Della proposizione SOSTANZIALE € CAUSALE, D. Quale è la proposizione sostanziale ? R. La proposizione sostanziale è quella , che ha per primo iermine un nome, simile ad acqua, per paro- la media il verbo essere, e per secondo fermine un aggiuntivo di qualità , simile a fresco, o di quan- tilà simile a grande, lungo, largo, uno ec. come acqua è fresca ec. )). E la proposizione causale? R. È quella, che ha per primo termine un nome simi- le ad acqua , per parola media il verbo fare , e | per secondo termine un verbale simile a corso, co- me acqua fa corso. D. Perchè il nome nella proposizione, tanto sostanzia- le, quanto causale, sì dice primo termine, e l'ag- “ guunivo in quella, e°l verdale in questa si dicono secondo termine? R. Si dicono fermini, perchè stanno agli estremi; ed infatti il nome in principio non ha lia parola, che gli preceda , come l’ aggiuntivo e il verbale non hanno altre parole, che li seguano in fine. IL D. Allora il rerdo come si potrebbe chiamare ? RR. Parola media, perchè sta in mezzo a' due termini. D. Come si chiamano le tre parole costitutive delle due proposizioni, simili ad «equa è fresca, o acqua fa corso ? R. Elementi essenziali della proposizione. I). È perchè ? R. Perchè non si può formare una proposizione, co- me espressione di un giudizio, senza le tre parole, che rispondono a tre pensieri essenzialmente costi- tutivi di un giudizio. Quindi, se alcuno dice: é fre- sca 0 acqua fa, non abbiamo un giudizio compiu- to, il quale consiste nel pensare che acqua é fre- sca 0 acqua fa corso. D. Perchè la proposizione acqua è fresca si dice so- stanziale ? R. Perchè il primo termine di essa, cioè acqua, ha valore di sostanza, di che n'è segno il verbo es- sere, che dinota stato, e, dove è stato, è sostanza, la quale in etimologia è stata definita per la cosa permanente, che ha per sostegno è suoi attributi ec. DD. E perchè la proposizione acqua fa corso sì dice causale ? R. Perchè il primo termine di essa, cioè acqua, ha valore di causa, di che n'è segno il verbo fare , che significa azione, e, dove è azione, vi è causa o agente, che abbiamo definito per cosa che fa e- sistere ciò che prima non era (pag. 19). D. Adunque lo stesso nome acqua nelle due proposi- zioni ha diverso valore? R. Cerlamente; perchè nella sostanzia/e ha valore di sostanza, 0, come dicevano i grammatici, di s09- getto: nella causale ha il valore di causa, 0, co- me dicevano 1 grammalici , di nominativo agen- te. ()uindi nella sostanziale acqua é fresca, diremo soggetto della proposizione al nome acqua, e nella 42 causale acqua fa corso, diremo agente allo stesso nome acqua. D. Ma, se invece del verbo essere e fare vi fosse un verbo concreto , come in acqua stagna, o acqua corre, come si direbbe la proposizione ? R. Tuttavia la proposizione sarebbe sostanziale o cau- sale; perchè, risolvendo il verbo in due parole, si avranno acqua è stagnante, o acqua fa corso, giu- sta la teoria stabilita in etimologia, intorno alla ri- soluzione del verbo concreto. Della proposizione CATEGORICA E IPOTEORICA. Quale è la proposizione categorica? Generalmente parlando, è ogni proposizione simile alle due prodotte in esempio, cioè acqua é fresca – Fido is hirsute – H. P. Grice --, acqua fa corso, ossia è 1.° ogni proposizione sostanziale, che ha per primo termine un rome simile ad acqua, il verbo essere e un aggiuntivo qualitativo o quantitativo simile .a preso ec. 2.° ogni proposizione causale , la quale ha per primo lermi- ne un nome simile ad «acqua, il verbo fare, e per secondo termine un an simile a corso ec. ec. D. Perchè questa specie di proposizione si dice caze- gorica ? R. Perchè contiene la forma universalissima, a cui si debbono ridurre analiticamente tutte le forme delle proposizioni possibili. D. Con qual altro titolo si può distinguere questa spe- cie di proposizione categorica ? R. Si può ancora addomandare proposizione semplice, o assoluta, '0 posttiva, la quale ultima nomencla- tura corrisponde a quella, che nelle scuole diceva- si affermativa : si dios semplice , perchè contiene o 15 un solo giudizio : si dice assoluta, perchè non ha relazione ad altro: si dice positiva , perchè pone un attributo inerente al soggetto, o un effetto pro- dotto dalla causa. | D. E quale sarebbe la proposizione spoteorica ? R, Sarebbe una specie di proposizione subordinata alla categorica, ossia che, avendo una forma differente, si dovrebbe ridurre alla semplice ed assoluta. D. Di quante maniere è questa proposizione ? R. E positiva e negativa. D. Qual è la proposizione ipoteorica positiva ? R. È quando il verbo essere si truova ira due nomf, come Antonio è astno, il ferro è corpo. Ma di que- sta e simiglianti parleremo nella Sintassi figurata. D. E quale si può dire spoteorica negativa? R. Quella, che oltre i tre essenziali elementi presen- la la negazione zon, come l'acqua non è fresca, 0 l'acqua non fa corso. D. Adunque la proposizione negativa non sta allo sles- so livello della proposizione categorica positiva ? R. No certamente, perchè la categorica è semplice ed assoluta, la negativa è comparativa e ipoleorica. D. Spiegatevi con qualche esempio. R Allorchè diciamo: l’acqua non è fresca, il senso della frase equivale a quest’ altro: /’ acqua presenze è diversa dall'aerua resca, oppure: l’acqua è tepi- da o calda senza la freschezza che avea l'acqua, D. E che dite della nomenclatufa di proposizione af- Sermativa opposta a proposizione negativa? R. Dico che la nomenclatura di proposizione afferma- tiva è impropria, perchè a negativo si oppone po- sttivo , e non affermativo. Della proposizione sotto tl rispetto DI CHI PARLA. D. Come si può considerare la proposizione sotto il rispetto di chi parla? R. In principale ed incidente. D. E come ciò? R. Ogni uomo, che parla, si propone sempre di dire qualche cosa. Ma in due modi si può proporre la manifestazione di quel che dice, o come di un ob- ‘bjetto PE che principalmente gl’ interessa, 0 come di un obbjetto secondario. Se egli dà alla pro- posizione una forma atta a far intendere il primo modo di proporre, la proposizione si dirà prnci- pale: se le da la forma atta a fare intendere il se- condo, la proposizione si dirà 2rc:dente. D. 'Tratteremo adunque nei seguenti Articoli? R. Della proposizione principale, e dell’ incidente. ARTICOLO I. DELLA PROPOSIZIONE PRINCIPALE D. Descrivetemi i caratteri della proposizione principale. R. I caratteri della proposizione principale altri si de- sumono dalla forma _ esteriore delle parole , che la costituiscono, altri dalle ragioni del pensiere. Quin- di, se i primi caralteri si possono dire verbali od empirici, i secondi ragionevolmente si dicono 7deali o logici. D. Descrivetemi in prima i caratteri empirici della pro- posizione principale. R. Ogni proposizione principale ha due caratteri em- pirici costantemente: 1. Che il suo verbo sia al modo delto Zndicativo, che noi in Etimologia a pag. $5 1ò addomandammo d/odo della proposizione principale, sotto cui vanno compresi dieci zemp?, tra’ quali il futuro relativo, detto condizionale, il futuro asso- luto anteriore, detto condizionale passato ( Vedi Etim. pag. 87 e seg.): 2. Che questo Modo indica- tro non sia precedulo dal prenome Che, Cui, Quale, Quanto, o da parola, che ipoleoricamente conliene i delti prenomi, simile a Se, Come, Dore, Quando ec. (Vedi Etimologia pag. 90 e seg. ). D. Datemi degli esempi di cosiffatta proposizione. R. Eccone alquanti. Acqua è fresca acqua faceva corso: Pietro fu dotto: Antonio ha fatto lavoro: Paolo era stato infermo: Francesco ebbe fatto villania: Tizio sarà qrande: Cajo farebbe giora- mento: Teresa sarà stata bella: Adelaide avrebbe fatto meraviglia. Ne quali esempi, come è chiaro, la proposizione è sostenuta dal verbo al J/odo 7n- dicativo, variato in tutti suoi tempi. D. Descrivelemi ora i caratteri ideal o logier della proposizione principale. R. Rispetto al pensiero, che esprime, la proposizione principale presenta un giudizio finilo o un senso com- piuto, in guisachè chi legge o ascol!a, pon rimane sospeso In aspeilare ualche altra cosa a dire per inlendere. Così sii acqua è fresca, 0 acqua fa corso, ognuno intende senza sospensione di senso, che una cosa fa esistere un effetto che prima non era, o che una cosa è limitata da un qualche at- tributo. Della proposizione INCIDENTE. I). Descrivetemi 1 caralteri empirici o verbali della proposizione 2rcidente. R. La proposizione 2nezdente ha il verbo al modo dello 16 Imperativo, Congiuntivo, Gerundio ed Infinito. E, se il verbo è al modo /Zndicativo , essa necessaria- mente sarà preceduta da Che, Cui, Quale, Quanto o da parola, che ipoteoricamente racchiude siffatte parole. D. Descrivetemi ora i suoi caratteri ideali o logici. R. Il senso della proposizione incidente è sempre in- compiuto, ossia lascia sempre una sospensione, per la quale, chi legge o ascolta, è in aspeltazione di qualcle altra cosa a dire per intendere, come nei seguenti esempi : Se cor studiate... Benché gli uo- mini sieno ragionevoli.... ec. ec. D. Come si divide la proposizione incidente? R. Si può dividere in incidente esplicita ed implicita. D. Quaado la proposizione incidente è esplicita? R. Quando è preceduta da Che, Cui, Quale, Quanto espressamente, e la proposizione incidente è sempre esplicita in quanto al Che, tanto se sia solo, quanto se s'incorpori ad altra parola, simile a perché, pot» chè, benché, perocchè, conctossiuchè ec. D. E quando è incidente implicita ? R. Quando il verbo è, 1. all’/mperativo, 2. all'Infi- nito, 3. al Gerundio, 4. all’Indicativo e Congiun- tivo preceduto da Congiunzione mista, 5. quando la proposizione è inferrogativa. D. Come dunque il presente Articolo sarà diviso ? R. In cinque paragrafi. 61 Della proposizione Incidente Imperativa. D. Come la proposizione, che ha il verbo al Modo Im- perativo, si lin dire Incidente Implicita? R. Allora che diciamo: Andate via: venite qua: fate presto , ognuno comprende che si voglia dire : #0 17 voglio , 0 prego, o desidero, 0 comando che voi andiate, venghiate , facciate ee. ec. In altri ter- mini è chiaro che la forma imperativa contiene una proposizione, che analiticamente dovrebbe essere pre- ceduta da che, subordinata alla principale sott' in- tesa simile a questa : to voglio , to desidero, to prego ec. Ondechè questo Modo è detto 2mperati- va , che vuol dire comandativo , impropriamente , perchè con esso non sempre si vuol dinotare comar- do, ma alle volte desiderio, alle volte preghiera, alle volte consiglio, alle volte premura per bene ec. Ora tulte queste diverse affezioni dell’ anima vengo- no comprese sotto l’idea generale del volere, è per ciò che questo Modo meglio direbbesi Volitizo. 62. Della Proposizione Infinita. D. Quale proposizione si può dire Znfinita ? Ik. E proposizione infinita quella, che ha il verbo al così delto Modo infinito, simile ad amare, leggere e scrivere. D. E perchè si dice anfinita? R. Per la stessa ragione, per cui il verbo è detto 1n- finito, ossia che non è finito o determinato, per- chè il verbo txfirzto non è variato , e come tale racchiude meno di significazione. Al contrario, quan- do il verbo è variato, come ne’ modi? detti finiti, la proposizione è determinata per maggior MEUIORIO, che la variazione aggiunge al radicale. Di qui è chiaro che la distinzione della propozione fintza e dle è di grande importanza sintassica. D. Di quanti elementi costa la proposizione 1nfinzta ? R. Per determinare la presente quistione è uopo distin- guere i diversi costrutti dell’ infinito. Alle volte l’in- 15 finito è preceduto da prenome, come è/ vivere, lo scri- vere: alle volte è preceduto da preposizione, come ne seguenti esempi : desidero DI scrivere. Ho molto DA fare: siamo natt PER morire: alle volte si usa in forma esplicita di proposizione, come ne’ seguenti esempi : %o saputo essere vot infermo: hat voluto essere tu empio, ec. ec. Quando l’ infinito è preceduto da prenome o da pre- posizione, si considera da’ grammalici, come un nome verbale, benchè ritenga le determinazioni de! verbo, come vedremo. Quando poi si truova costruito, come negli ultimi esempi, forma proposizione, che costa di nome primo termine, di werdo che è l’infinito, e di attribuito o di verbale per secondo termine. In ita- liano però il Runo termine si pospone all’ infinito per proprietà di lingua ; perchè noi diciamo meglio: so bene esser vot dotto , anzichè so bene vor es- sere dotto. D. Ma come la proposizione 2nfinita si può considera- re per incidente implicita ? R. Si può considerare come tale, in quanto che, ri- solvendosi a proposizione finita, dovrà essere prece- duta da che. Così, risolvendo la seguente: So dene essere vot dotto, dovremmo dire : 8, bene che vor siete dotto. Che sia incidente è chiarissimo dal solo riflettere che, la proposizione 22finita nou sta per sè nel discorso, ma sempre in grazia di un'altra principale, da cui dipende. Infalti nessun senso farebbe la seguente pro- posizione essere ro dotto, se non dipendesse delta principale: So bene. 19 63. Della Proposizione Incidente Gerondiva. D. Quando la proposizione incidente è Gerondiva ? R. Ogni qualvolta il verbo, che la sostiene, è variato in forma di Gerundio, simile ad amando, leggendo, facendo, essendo; perchè nell’ Etimologia Vol. 1. di questa Grammatica abbiamo stabilito che, il Gerundio è una variazione del Verbo tutta sintassica, in quanto che racchiude una proposizione incidente implicita ( Vedi pagina 85). I D. Fatemi vedere da qualche esempio come ciò possa essere ? R. Allorchè diciamo, a modo di esempio: Questo ca- vallo brioso, correndo molte miglia, alla fine st stanca, ognuno vede che il correndo molte miglia equivale a nel caso che corre, o a se, 0 quando, 0 che corre molte miglia , ed è chiaro che in quel Gerundio si contiene una proposizione incidente in ._ modo implicito. 1). Che si deve osservare di più importante intorno a questa proposizione ? Si deve osservare in primo luogo che il primo ter- mine della proposizione gerondiva alle volte è lo stesso primo termine della principale , come nell’e- sempio riportato. In questa supposizione il Gerundio si può tradurre col semplice Cie o 2 quale e la uale, essendo lo stesso, lanto se si dice: 2/ cavallo | oi correndo, quanto 20 cavallo brioso, che corre. Alle volte il primo termine della proposizione geron- diva è diverso dal primo termine della sua princi- pale, come nel seguente esempio: Zenendo Pietro, 10 ti scriverò , dove si vede che il primo termine . di Zenendo è Pietro, e della principale è o. In questo caso la proposizione gerondiva sì dice nelle 20 scuole Ab/ativo assoluto, e il primo termine si pos. pone al gerundio per proprietà di lingua , sonando meglio Venendo Pietro, che Pietro venendo. Quello poi che importa di notare intorno a questa forma, che si dice A4blativo assoluto, sì è che nel ridurlo a forma analitica si deve tradurre per nel fempo, o nel caso în cui, come è chiaro dal predetlo esem- pio : Zo ti scriverò nel tempo, în cui Pietro ver- ra, dando al Gerundio il rempo del verbo, che so- stiene la principal proposizione. Gi. Delle Proposizioni Incidenti Implicite Copulative D. Quali proposizioni si possono dire /neidenti Impli- cite Copulative? R. Tutte quelle, che sono precedute da una congiun- zione copulativa, o mista, simile a Se, Come, Dove, Quando ec. ec. ; perchè, se il Che, o Quale non si truova esplicito in tali proposizioni, è implicita- mente contenuto nelle congiunzioni, da cui sono pre- cedute ( Vedi Etim. Cap. v. pag. 50). D. Come si possono distinguere con apposite nomen- clature siffatte proposizioni copulative ? R. Siccome Se equivale a caso 0 condizione che, Co- me a modo o maniera che , Dove a luogo che, Quando a tempo che, ognuno vede che con nomen- clature significanti 1.°]a proposizione incidente prece- duta da Se, sarà ben detta Condizionale, come nel seguente esempio : Se fu studit, diverrai dotto, e se 10 avessi libri, leggere. 2. Quella che è preceduta da Come o Siccome, sarà ben detta Modale, quale si vede ne’ seguenti esem- pi: Il fatto avvenne, come voi avevate predetto: 21 Lyli parti siccome giunse: Non sapret come debba contentarvi. 3. Quella, che è preceduta da Dove, oppure Ove, sarà ben detta Locale, come Zo sono ritornato or ora da lioma, dove voi sarete per andare. 4. Quella, che è preceduta da Quando, Mentre, sarà ben detta 7'emporale, per la nozione del tempo, che racchiudesi nella Congiunzione, come ne'seguenti e- sempi: Z/o andrò în Roma, quando vot ne ritorne- rete: lo leggo e studio, mentre vot vi divertite. ec. 65. ‘Delle Proposizioni Incidenti Implicite Interrogative. D. Quando una proposizione è Znferrogativa? R. Ogni qualvolta nella scrittura è seguita da questo segno (?), e nella profferenza porta la modulazione di voce, che indica premura di sapere a guisa di domanda. D. Quando la proposizione interrogativa è incidente implicita ? R. Ne soli casi, ne quali non è preceduta da alcun segno d° incidenza, perchè, dove fosse preceduta da Che, Chi, Quale, Come, Quando, Dove ec. ognuno comprende che sarebbe 2ncidenze per quello che ab- biamo detto nell’Art. precedente pag. 16. D. Ma si danno proposizioni interrogative senz’alcuno di questi segni d' incidenza ? R. Infinite, ed eccone alquanti esempi. Avete vot serit- to? È venuto vostro fratello? Non pranzate vot questa mattina? È morto da gran tempo? Visse molt' anni? D. Ma come sapete voi che la proposizione interroga- tiva, concepita in siffalto modo, sia incidente e non priacipale ? 22 R. Lo so dal perchè chi domende o interroga , non propone, come fa chi enunzia una proposizione prin- cipale, ma vuol sapere se sia vero quello , intorno a cui si versa la domanda. Chi non vede infatti , la differenza che passa tra queste due enunciazio- ni: ot avete scritto, ed arete seritto vor ? quan- tunque le parole in entrambe sicno le stesse ? Or, se le stesse parole non po:sono avere diverso signi- ficato, e le due proposizioni presentano con le stes- se parole senso diverso, la differenza non può de- rivare che dalla diversa natura della proposizione, la quale, non essendo principale, deve necessaria- mente essere incidente. Aggiungete che il punto in- terrogativo non è un segno senza significato, come apparisce dalla diversa maniera di profferire: Avete scritto vor? e vor avete scritto. D. Ma posto che la proposizione interrogativa è per natura sua incidente, ed ogni proposizione incidente non regge da sè, ma è sempre in grazia di un’altra da cui dipende, vorrei sapere quale sia la princi- pale sottintesa, e quale il segno d’incidenza, da cui dovrebbe essere preceduta? RR. La principale, da cui dipende la proposizione inter- rogativa, non preceduia da segno d'incidenza, è: 70 voglio sapere , o, se sono più che domandano, è: not togliamo sapere. La particella segno d’inciden- za, che si deve intendere, è la condizionale se. Così negli addotti esempi sostiluite: Zog/to sapere; sE vot avete scritto; SE vostro fratello è venuto; sE non avete pranzato; se egli é morto da gran tempo; SE visse moll annt. ro GI Della Propostzione sotto il rapporto di chi ascolta, ossta della Propostzione GRAMMATICALE €@ LOGICA, O DISCORSIVA, D. In che la proposizione grammaticale differisce dalla proposizione logica o discorsiva ? R. La proposizione grammaticale costa de’ soli tre e- lementi essenziali, cioè di n0me, verdo e aggrunti- vo, se è sostanziale : di nome, verbo e verbale, se è causale, come Acqua é pura, 0 Acqua fa corso: e, se il verbo è concreto, costa di due sole parole, come il cavallo dorme , e l’acqua corre. La proposizione /ogica o dircorsiva poi è quella, che, oltre gli essenziali elementi, è composta di altre pa- role, in guisa che non contiene un semplice giudizio, ma più giudizi, ossia un d7scorso, onde è detta lo- | gica da /ogos, che significa discorso. Quali sono 1 caratteri della proposizione gramma- ticale ? R. Ogni proposizione grammaticale è astrasta, inde- finita, indeterminata e generica, perchè , dicendo : acqua è fresca , sì fa astrazione da questa o quel- l’acqua particolare, intendendosi per essa un'acqua qualsiasi: neppure si sa il grado della freschezza o il tempo o il luogo, in cui quell'acqua è fresca. La proposizione logica o discorsiva al contrario è con- creta, definita, determinata e particolare. Allorchè diciamo per esempio: l’acqua del pozzo în tempo di està è molto fresca , è chiaro che per «acqua non si può intendere un'acqua qualunque, ma l'ac- qua di pozzo particolarmente : nè s'intende che que- sl acqua è fresca in qualsivoglia tempo , ma nel tempo determinato di esid: nè s' intende fresca in 24 qualsivoglta modo, ma, in modo definito, è molto fresca. D. E perchè una proposizione grammaticale si fa lo- ica 0 discorsiva ? R. Rer amore di chi ascolta, il quale non potesse com- prendere interamente il nostro pensiero per una pro- posizione grammaticale. Infatti, se io dicessi sempli- cemente: acqua è fresca, ad uomo, che nulla sapesse di quale acqua 10 intenda parlare, costui non potrebbe AS ig il mio pensiero, che è di un’ ic la par- ticolare, nota a me e ignota a lui. A produrre in conseguenza un'intera comprensione del mio pensie- ro in chi mi ascolta, io debbo rendere logica la mia grammaticale proposizione, determinandola più o meno secondo che la prudenza mi suggerisce, e la capacità dell’ ascoltante mi consiglia. Ecco perchè il presente Capo ha per titolo Della Proposizione sotto © rapporto di chi ascolta. D. Ma come una proposizione grammaticale può dive- nire logica o discorsiva ? R. Aggiungendo a eiascun suo elemento essenziale al- tre parole, le quali ne restringano il significato a po astratto e generale. Così ad acqua aggiungendo di pozzo, abbiamo veduto che se ne restringa il si- gnificato, in quanto che l’ ascoltante non vi intende più ogni acqua possibile, ma l’ acqua determinata e particolare dî pozzo. D. Adunque le parole, che compongono una proposi- zione logica, non sostengono tutte la stessa dignità e lo stesso ufficio ? R. No certamente, ma alcune stanno per sè, altre in servigio e dipendenti da quelle. Così nell’ esempio riportato: acqua di pozzo è fresca, ognuno vede che le parole acqua è fresca stanno per sè, ma di e pozzo stanno in servigio e dipendenti da acqua, la quale se si toglie, quelle più non reggono. 25 D. Or con termine tecnico e sintassico come si potreb- bero addomandare le prime, e come le seconde? R. Le parole, che in una proposizione logica reggono e stanno per sè, si possono addomandare determt- nabili, ossia capaci di determinazioni, perchè le altre parole si aggiungono ad esse appunto per re- stringere il loro significato, e il restringere si ope- ra apponendo limit: o termini, il che con unico voca- bolo si dice determinare. Le parole poi, che si ap- pongono in servigio de’ determinabili , si possono addomandare determinazioni; perchè appunto des- se sono i limiti o i termini, pe quali si restringe il significato generico de’ determinabili (1). D. Quanti e quali sono ì determinabili? R. In ogni proposizione i determinabili sono tanti, quanti sono gli essenziali elementi della medesima, cioè Nome, Verbo, Aggiuntivo, e Nome, Verbo e Verbale, secondo che la proposizione è sostanziale o causale. E, siccome nelle due serie Nome e Yer- bo sono identici, possiamo dire in generale che i Determinabili sono quattro ome, Verbo, Aggrun- tivo e Verbale. D. E quali sono le parole determinazioni? R. Tutte le altre, che non saranno ì determinabili. D. Come dunque sarà diviso il presente Capo? R. Esporremo_ in quattro articoli le determinazioni possibili di ogni dererminabile. Ma, siccome il Ver- bo, altro è astratto, altro è concreto, e questo può essere di azione producente Modo o Moto, così e- sporremo in un paragrafo le determinazioni de’verbi concreti, delti transitivi. (1) Con queste due parole determinabili e determinazioni, io ven- go a togliere le barbare nomenclature delle scuole , come è dire , Reggimento, casi obliqui, caso retto, subalterno, subordinato, ec. perchè nulla significano. Intorno alle determinazioni del PRIMO TERMINE di ognt proposizione. D. Il primo termine di ogni proposizione è sempre un Nome? R. A rigore dev'essere sempre così, e, se troviamo tante volte I’ Zrfinito, come primo termine di pro- posizione, ciò avviene, perchè |’ 2nfinzto, adoperato così, è un zome astratto. Ma sotto il rispetto delle determinazioni vi è qualche differenza tra il nome primo termine , e l’ 2rfinzto , come tale. È perciò che divideremo il presente Articolo in due paragrafi, ed AGGIURESieziO un’ osservazione intorno a’ preno- mt, 1 quali si vogliono per primi termini di pro- posizione. si Determinazioni del primo termine —Nowe. D. Da quali parole il ome può prendere le sue de- terminazioni ? R. In generale il Nome prende le sue determinazioni da tutte quelle parole, il cui significato è in intima relazione coll’idea significata dal Nome stesso. D. E quali sono cosiffatte parole? R. In primo luogo sono | Aggiuntivi qualitativi e uantitativi, di cui abbiamo parlato in Etimologia po IV pag. 26. D. E perchè? R. Perchè il nome dinota sostanza o causa. Ora non vi è sostanza creata ed esistente, che nel suo con- creto non sia limitata dalle sue qualità e quantità. Se dunque in natura le qualità e quantità limita- no la sostanza esistente, nel discorrere gli aggiun- 27 tivi, che sono segni di quelle, limitano o deter- minano il nome, che è segno di questa. Se dunque voi vorrete determinare, per esempio, il Nome Ac- qua, guardatela nella sua esistenza, e, trovandola, come è realmente, fresca, fredda, leggiera, dolce, amara , voi determinerete il nome , sha 1’ esprime, dicendo : acqua fresca , acqua fredda , ec. , ec. Farete lo stesso , se vi metterele un aggiuntivo di La continua o discreta, richiesta dal senso e alla verità. D. Invece degli aggiuntivi quantitativi e qualitativi, che alterazione si può fare nel nome per determinarlo? R. Si può variare sotto qualunque forma o per desi- nenze elimologiche significative di quantità discreta, di quantità continua , di qualità , o in forma di diminutivo o accrescitivo , peggiorativo o miglio- ralivo, come acquetta, acquolina , acquazzone , e come tale si deve considerare determinato da ag- pio perchè in Etimologia pag. 64 e seg. ab- iamo stabilito che 1 nomi così variati equivalgono al nome ed all aggiuntivo dello e Brutto , grande e piccolo. D. Ma in che differirebbe la determinazione del nome fer aggiuntivo da quella, che si compie per siffatta variazione ? R. Differiscono tra loro come la forma analitica dal- la sintetica: onde la prima sarebbe analizica e la seconda sintetica. D. Ditemi ora le altre parole che determinano il nome? R. In secondo luogo il Nome prende a sue determi- nazioni le tre preposizioni Di, Con, Senza, che in Etimologia pag.30 addomandammo preposizioni del Nome ; perchè per la relazione, di cui sono segni, si debbono allogare tra due nomi , come suoi zer- mint. È nel caso presente un nome sarebbe il pri- mo determinabile acqua e l’ altro pozzo, dicendo : ®8 acqua di pozzo, o acqua con zuccaro , 0 acqua senza neve in diverse supposizioni. D. E perchè il Nome primo termine vuole queste tre preposizioni , seguite da nomi, come sue determi- nazioni ? R. Per la stessa ragione accennata innanzi, cioè che il Nome dinota sostanza o causa. Ora non vi è so- stanza o causa, che non si truovi in una di queste posizioni in natura, cioè o è dipendente o indipen- dente, o è sola o in compagnia. Ma la preposizio- ne Di è segno della relazione di Dipendenza, Con di Compagnia e Senza di Disuntone, ne segue che siccome le tre relazioni determinano la sostanza o la causa in natura, le tre preposizioni, che ne sono segni, determinano il nome nel discorso. D. Invece della determinazione analitica delle prepo- sizioni di e con, seguite da nomi, quale sinzetzca potrebbe adoperarsi ? R. Si potrebbero adoperare tutte le parole derivate da’'nomi in forma di aggiuntivi, di cui abbiamo par- lato in Etimologia pag. 116 e seguente, simili a fedele, fanciullesco, venusto, annoso, patrio, ate- niese, mio, tuo, suo, nostro , vostro , ec. perchè ivi vedemmo che fedele equivale a di: o con fede, mio a di me, ateniese a di Atene ec. In rapporto alla preposizione senza 8’ intendono deter- minati i nomi composti dalla particella negativa ne, în 0 dis, come negozio, disamore ec. ec. D. Ditemi ora da quali altre parole, oltre a quelle che abbiamo riportate, può essere il ome deter- minato ? R. In terzo luogo il nome sì determina per la propo- sizione incidente esplicita o tmplicita. E in primo luogo per la proposizione preceduta da quanto, che, cui, quale, perchè dicendo: l'acqua, CHE 74 avete data, o la QUALE o CUI mî avete 29 data , è fresca , ognuno vede che la proposizione incidente, apposta ad acqua, la determina, ossia ne restringe il significato. In fatt non ogni acqua è fresca, ma particolarmente quella, che mi avete data. Similmente se dico : Zani acqua è fresca, QUANTA n'è în quel bicchiere , ognuno vede che l’ incidente quanta n' è în quel bicchiere , esclude dal significato del nome acqua tutte le acque, che stanno fuori del bicchiere. D. Come si può chiamare la determinazione del nome per proposizione incidente esplicita a siffatta maniera? R. Determinazione analitica. D. E quali sarebbero le forme sintetiche di questa de- terminazione ? R. Possono avvenire ìn diverse maniere : 1. Quando il nome è preceduto da prenome simile a . Il, lo, la, questo, cotesto, quello , perchè sì fatte parole racchiudono un rapporto di sito, che deter- mina verbo preceduto da che, cui, quale. Così di- cendo ?/ libro o l’acqua, tulti sanno che si parla del libro o dell’acqua, pi cui si è parlato fra noi, e perciò /ontani dagli obbjetti presenti. Vedi Étim. pag. 38. Adunque è da conchiudere, che il nome preceduto da prenome è determinato o logico per proposizione incidente implicita. Quando il nome è seguito da participio o presen- te o passato, come acqua corrente, o acqua attinta, perchè in Etimologia abbiamo stabilito che i parti- cipi equivalgono ad una proposizione incidente pag. 119 e 120. 3. Quando il Nome è seguito da un Gerundio, che ha per primo termine lo stesso nome della proposi- zione principale. Vedi Sintas. pag. 19. Così quando dicesi : l’ acqua, correndo, si fa limpida, ognuno vede che quel correndo equivale a che corre vedi pag. cit. Lo 0 4. Quando il nome è segulto da una di quelle parole, che in Etimologia addomandammo parole derivate in forma di nomi simili a fornajo, panettiere, ast- naro, mulinago ec. e tutti i nomi segnati nel Capo 1. Della Derivazione delle parole Art. III. pag. 117 e 118, perchè FrornAIO0 equivale a uomo, che fa pane al forno, AsinARO a uomo, che guida l’astno. 5. Per la stessa ragione sono determinazioni sintetiche del nome tutte le parole composte da un verbo e da un nome, come guardaboschi, sanquisuga, spacca- monti, picchiapetto, perchè in Etimologia pag. 149 notammo che sanguisuga equivale a chi suga san- ue ec. ossia ad una proposizione incidente. 6. Il così detto Caso di apposizione , il quale si ha sempre e quando un nome si fa seguire ad un al- tro nome , come ne’ seguenti esempi: Cicerone Con- sole fu grande oratore: Ortensio, lume ed orna- mento della Repubblica romana, fu gran parlato- re, dove Cooke è apposto a Cicerone, e lume ed ornamento sono apposti ad Ortensio. Io considero il Caso dî apposizione, come una determinazione per proposizione incidente implicita ; perchè, come dimostrerò nella Sinrussi figurata , ogni qualvolta troviamo simili costrutti bisogna riconoscere una cop- pia di proposizioni , una principale sostenuta dal primo nome, e l’altra incidente sostenuta dal se- condo. 7. Si aggiungano i così detti prenomi di congiunzio- ne în Etim. pag. 40, 41, 42 e 43. 8. Tutti i derivati in forma di aggiuntivi, che racchiu- dono una proposizione incidente, come primo, se- condo ec. D. Il Nome, quando è determinato, come si può di- slinguere con nomenclatura sinlassica ? RR. Il nome determinato si può addomandare Sogget- 10 logico, o Agente logico, secondo che apparliene I 34 ad una proposizione sostanziale o causale. Lo chia- meremo Soggetto o Agente grammaticale , quando è determinabile, cioè non ancora determinato. 2. Determinazioni del primo termine, quand’ é Infinito. D. In quanti modi si determina l’ #nfinito, quando è primo termine di proposizione? R. In due modi, cioè come Nome, e come Zerbo. D. Fatemi vedere con qualche esempio come l’Infinito si determina a guisa di Nome? R. Sia il seguente esempio — Correre è pericoloso. lo posso determinare l'infinito correre, 1. con un ag- giuntivo qualitativo o quantitativo, come Un cor- rere: un Correre lungo, 2. Con una delle tre pre- posizioni del nome, come correre DI galoppo , cor- rere SENZA vedere, correre CON precipitanza è pe- ricoloso, 3. Con una proposizione incidente , espli- cita o implicita, come // correre, Questo correre, ll correre essendo, Il correre eseguito, IL correre, specie di fuga ec. ec. 1). Quali sono le determinazioni dell’Infinito, come verbo? R. L’Infinito, come Verbo, prende tutte le determina- zioni del verbo , di cui parleremo nell’ articolo se- guente, e altrove, cioè quando faremo parola del modo, come si determina il verbo concreto. 63. Del Prenome, quando pare primo termine di proposizione. D. Il Prenome può essere mai primo termine di pro- posizione ? 32 R. Non mai, perchè il primo termine di proposizione dev'essere necessariamente Nome o concreto,o astrat- ta, come l’Infinito, per la ragione che la proposizione è l’espressione di un giudizio , il quale è l’analisi di un'idea di sostanza o di causa, che ha per se- gno il nome. Ora il Prenome è una determinazio- ne del Nome, non mica un determinabile. D. Dunque quando troviamo: EGLI è venuto: QUESTI mi disse : Costui è un ladro ec. diremo che Egli, Questi e Costuî non sieno prim? termini delle ri- spettive proposizioni ? R. Appunto così dovremo dire, perchè questi e simili prenomi, quantunque si adoperino dall’ uso sempre soli, onde furono da’ grammatici addomandati Pro- nomî , determinano il nome, a cui si riferiscono. Quindi è che tutte le determinazioni, che si truova- . no allogate dopo di loro, si debbono sempre riferire al Nome sottinteso, cui in forma analitica que’ pre- nomi dovrebbero precedere. ARTICOLO II. Delle Determinazioni della Parola Media di ogni proposizione , ossia del Verbo. D. Come si può divisare il VERBO sotto il rispetto del- le determinazioni ? R. Allo stesso modo che lo abbiamo divisato in Eti- mologia, cioè in Astratto e Concreto. D. E perchè? R. Perchè, quantunque le determinazioni de’ verbi a- stratti convengano egualmente a’ verbi concreti; ve ne sono alcune, che convengono a questi e non a quelli. È però che divideremo il presente arlicolo ìn due paragrafi. dI 1. Intorno alle Determinazioni de'verbi astratti EssERE e FARE. D. Da qual principio generale possiamo sapere la na- tura ancora generica delle determinazioni de’ verbi astralti Essere e Fare? R. Il principio generale, che determina la natura di siffatte determinazioni, deve ripetersi dalla natura del- le idee, che i verbi astratti significano. Ora in Eti- mologia abbiamo stabilito che Essere dinota Stato, e Fare dinota Azione. Ma non vi è Stato e non vi è Azione , che non sia o non avvenga ?# un dato spazio di tempo o di luogo, e lo spazio si conce- pisce come contenente, e il rapporto di contenen- za ha per segno la preposizione 72, ne segue che i due verbi categorici Essere e Fare prendono per loro determinazione analitica Ja preposizione 2, se- guìta dal nome di tempo o di /uogo. Così dicendo : Acqua è fresca IN està: Acqua fa moto IN mare; ognuno vede che 2% esid e in mare determinano ì rispettivi loro verbi £ e £a. | D. E oltre la preposizione Zr, che dinota rapporto di contenenza, quali altre preposizioni determinano i verbi astratti essere e fare in forma analitica? R. Tutte le preposizioni che dinotano rapporti di szt0, simili a o/ire, sopra, sotto, verso, circa, intorno, avanti, dietro, dopo ec. Vedi Etimol. pag. 32. D. E perchè ? RR. Perchè, quando più sostanze o più cause sono con- tenule nel medesimo fempo o luogo , naturalmente sorgono questi rapporti, dovendo una ESSERE avan- ti, un’altra dopo, questa oltre, quella sopra ecc. Così dicendo : l’ acqua è fresca oltremodo, o l'ac- qua fa corso sopra il tetto, voi già sapete che ol- 4 tre modo, e sopra îl tetto determinano i loro verbi rispettivi. i D. Quali sono le determinazioni sintetiche de’ Verbi ? R. Le seguenti : 4. Lo stesso verbo variato con desinenze etimologiche significative di tempo. Così se incontrale questa fra- se: .fntonio faceva miracoli , voi non direte che sia una proposizione grammaticale, perchè il verbo faceva per la sua variazione non significa sempli- cemente l’ @zzone, ma racchiude ancora l’idea ac- cessoria di un fempo passato. Vedi Etimol. pag.87 e seg. I 2. Tutte le proposizioni incidenti copulative, cioè le proposizioni precedute dalle congiunzioni miste Se, Come, Dove o Ove, Quando o Mentre , perchè siffatte congiunzioni racchiudono ancora il rapporto di contenenza, di cui è segno la preposizione /n. (Vedi Etimol. pag. 50). Ondechè, mentre congiun- gono le due proposizioni, determinano il /u0g0 o il 4empo, ìn senso proprio o melaforico, accennato dal- la variazione del verbo della proposizione principa- le. Così se diciamo , per esempio : !’ acqua è De sca, quando è attinta dal pozzo, ognuno vede che quando determina il tempo, în cui l'acqua è fresca. }). Ma come si può dire lo stesso di Se e di Come ? R. SE dinotando caso în cui, e COME modo în cut, non racchiudono la nozione di fempo o di luogo, e per questa ragione parrebbe che la proposizione incidente, cui precedono, non sia determinazione sin- tetica del verbo. Ma, considerando che in senso me- taforico, Il caso e ’l modo si prendono, come con- tenentt lo stato e l’azione, ogni difficoltà è risolu- ta. (Vedi il Nuovo Corso di Letteratura Elementare. Vol. Il pag. 78). Di qui si può dar ragione come gli avverbi di tempo e di luogo, e in certe lingue gli avverbi, che non significano /u0go o tempo, pos- sono in senso metaforico determinare il verbo. dd 3. Si deve annumerare tra le determinazioni sintetiche del verbo il così detto Ab/atzvo assoluto, ossia quel- la proposizione incidente implicita, che dicemmo Ge- rondiva, il cui primo termine è un nome differente dal nome primo termine della Principale. Così di- cendo: Zenendo Pietro , to ti scriverò , ognuno vede che il senso sarebbe : #0 #2 scriverò, quando Pietro verrà. 62. o. Determinazioni de’ verbi Concreti. D. Ditemi, se le determinazioni de'verbi concreti sieno differenti da quelle de’ verbi astraze:. R. 1 verbi concreti hanno di comune co’ verbi astrat- ti tutte le determinazioni di questi ultimi, esposte nel $ precedente. La ragione si è che i verbi con- crett contengono in sè i verbi astratti Essere o fa- re, secondo che saranno di Stazo o di Azione: è però che sotto questo rapporto s' immedesimano con essi, e si appropriano le slesse loro delerminazioni.'‘ Se io dico, per esempio : l’acqua corre, in vece di acqua fa corso , posso allogare accanto a corre le stesse determinazioni di /a e dire : acqua corre nel fiume, come dissi : l'acqua fa corso nel fiume, dove la preposizione /n seguita dal nome di luogo fiume, determina il verbo /ure, esplicito per analisi in fa corso, implicito per sintesi nel concreto corre. Dicasi lo stesso degli altri esempi riferiti nel pre- cedente paragrafo. D. E che hanno di particolare i verbi concreti in quanto alle determinazioni ? R. I verbi concreti si risolvono in due elementi, cioè nel verbo Zssere e nel participio, se sono di stato, come dormire, sedere, giacere : nel verbo Fare e nel verbale, se sono di azione, come camminare, 36 serivere, leggere. (Vedi Elimologia pag.24.) Quindi è .chiaro che i verbi concreti oltre le determinazio- ni, che prendono sotto il rapporto del verbo astratto che racchiudono, possono avere le altre dell’ altro elemento, cioè del participio o del verbale, che e- sporremo negli articoli loro rispettivi. D. Ma qual cosa è degna di essere osservata in que- sto paragrafo? B In questo paragrafo vuolsi osservare che vi sono alcuni verbi concreti simili ad amare, leggere, seri- vere ec. i quali hanno dopo di loro per determi- nazione un z0me, non preceduto da una preposizio- ne, quantunque, come vedremo, sia un /ermzne di rapporto. Infatti chi ama, legge o scrive, deve ne- cessariamente amare, leggere o scrivere qualche cosa, per esempio, la rire, la filosofia, sa rose) sto nome così adoperato io lo chiamo obbjetto , e il verbo concreto, che lo richiede per sua determi- nazione, è un verbo obbjettivo, ossia un verbo che vuole | obbyesto. D. Ma come si può sapere se un verbo sia 06bjettiro? R. E facile a difltaguenta dal suo significato. Il verbo obbjetlivo esprime azione, il cui effetto non rimane in chi lo fa, ma passa, come modo, di un essere, che è fuori dell’ agenze. Così la scrittura passa dallo scrittore sulla carta , la lettura dal lettore sul /2bro ec. I verbi non obbjettivi , al contrario , dinolano «zione, il cui effetto rimane nell’ agente. Così camminare dinota l'azione, il cui effetto è il cammino, che resta nel camminante, come il cor- so, effetto del correre, rimane nel corrente. D. A quale distinzione de’ grammatici corrisponde que- sta nostra di verbi obbjettivi e non obbjettivi ? R. Corrisponde alla distinzione de’ verbi transizivi e intransitivi, nomenclature, che si possono rispetta- re, se si vogliono, perchè ancor esse hanno un la- to vero. 31 ARTICOLO III. Intorno alle Determinazioni del secondo TERMINE- AGGIUNTIVO— nelle proposizioni sostanziali. D. In qual senso l’aggiuntivo può essere determinato? R. A rigore di verità parlando, l’ aggiuntivo non può essere un determinabile, ossia uua parola capace di determinazioni. Imperocchè l’ aggiuntivo o è quali- tativo o quantitativo, ossia dinota qualità o ii (Vedi Elim. pag.25 e 26). Ma le qualità e la quan- tità sono limitr o termini della sostanza, e ciò che è termine, non può esso stesso essere /erz2nat0. À» dunque l’aggiuntivo a rigore non è un determina- bile. In conformità di questo principio in Etimolo- gia, e propriamente parlando Lila Variazione degli aggiuntivi, dicemmo che essi non si variano per conlo proprio pag. 71 e 72, sibbene per conto del nome, di cui essi sono determinazioni. Se dunque in que- sto Articolo parliamo delle determinazioni dell’ Àg- giuntivo, bisogna intenderle in questo senso limitato, cioè che ogni limitazione apparente di questa pa- rola si deve sempre riferire al nome , a cui esso stesso si riferisce. D. Or come si determina l’ aggiuntivo ? R. L’aggiuntivo di qualità o di quantità continua si delermina per le comparazioni, ossia per cerle pa- role che gli precedono, o per certa variazione, che racchiude l idea d'identità o di diversità. E, sic- come la diversità è per più o per meno, dividere- mo il presente articolo in tre paragrafi, esponendo nel 1. le Determinazioni dell’ aggiuntivo per com- parazione d'identità: nel 2. per le comparazioni di diversità; nel 3. per le comparazioni superlative. 38 G 1. Determinazioni degli Aggiuntivi per le COMPARAZIONI dî IDENTITA". D. Che cosa bisogna intendere per comparazione in generale ? R. La comparazione consiste nel paragonare due s09- getti, col fine di vedere in che convengono, o dis- convengono tra loro. Così, per esempio, para- gonando due alberi tra loro, si vede in risultato che sono eguali in grandezza, o che uno è mag- giore e l’ altro minore. ll risultato dell’ eguaglianza si dice rapporto d' identità: il risullato del più o del meno si dice rapporto di diversità. Ogni vol- ta che paragoniamo due cose, non si può uscire da uno di questi due risultati, o d' 2denzità o di di- versità. Nel presente paragrafo parliamo della for- ma della comparazione, che ha il primo risultato: ne'seguenti paragrafi della Comparazione, che ha il secondo. D. Qual’ è la forma analitica della Comparazione d’i- dentità ? R. La forma analitica di questa comparazione presenta due proposizioni, nelle quali il secondo termine, cioè l’aggiunlivo , è preceduto da uno di questi corre- lativi: a/mente-qualmente, così-come: tanto-quan- to: l’ucqua, per esempio, è talmente fresca qual- mente pisa é il marmo: o l acqua è così fiena come fresco è il marmo: o l'acqua è tanto fresca quanto fresco è il marmo. — Voi potete moltipli- care gli esempi all’ infinito. D. E non v'è alcuna differenza in queste formule ? R. Quando l’aggiuntivo è preceduto da sa/mente-qual mente, o da cosi-come, la comparazione si dice di identità qualitativa: quando poi è preceduto da 39 tanto-quanto, la comparazione è d'identità quanti- tattva. D. Ma voi avete detto nell’arlicolo antecedente che co- me è una copulativa, che precede un incidente de- terminante del verbo, come può essere ora una de- terminazione dell’ aggiuntivo ? R. Io ho detto nel principio di quest’ articolo che lo aggiuntivo a rigore di verità non è un determina- bile , e che le apparenti sue dezerminazioni sono riferibili ad altre parole, secondo la loro rispettiva natura. Il che vuol essere inteso di altre parole, che precedono gli aggiuntivi nelle Comparazioni di di- versità, come vedremo ne’seguenti paragrafi. 2 Determinazioni degli aggiuntivi nelle Comparazioni dî DIVERSITÀ”. D. Da quali parole è preceduto l’ aggiuntivo nelle Com- parazioni di diversità ? | R. In forma analitica è preceduto da più 0 meno, co- me: Zrancesco è Più dotto di Paolo, e Puolo è MENO dotto di Pietro. D. E quale è la forma sintetica? R. E per un alterazione dello stesso aggiuntivo varia- to, il quale da’ Grammatici fu detto assolutamente comparativo, come maggiore , minore, superiore , anteriore ec. parole equivalenti a più o meno se- gulto dall’ aggiuntivo, come maggiore più grande, minore meno grande ec. Queste forme a noi italia- ni sono venute dal latino. D. Ma non ne riconoscete altra forma ancora più sin- tetica ? i R. La forma più sintetica della comparazione di di- versità è quella, che presenta l’aggiuntivo preceduto 40 dalla congiunzione /Von, o altra equivalente; perché la negazione Ele ciò che era posto nel soggetto, onde si riduce alla categoria della privazione o dis- unione, di cui è segno îa preposizione Senza. (Vedi Etimologia pag. 32). 6. 3. Delle Comparazioni di piversita’ in forma SUPERLATIVA. D. In che differisce la comparazione di diversità in forma superlativa da quella, che è in forma compa- rativa ? R. Nella prima sì paragonano più di due soggetti: nella seconda due solamente Paragonando, Pietro e Paolo in quanto a dottrina, possiamo dire soltanto che uno è più e l’altro è meno dotto. Ma, se pa- ragoniamo Pietro, Paolo e Antonio sotto lo stesso rapporto della dottrina, e Pietro è più dotto di Pao- lo, è dottissimo rispetto ad Antonio, e il più dotto fra i tre— E, supponendo che Antonio sia dorto una volta, Paolo due, Pietro dovrà essere tre volte dotto. D. Qual’ è la forma analitica di questa comparazione in italiano ? R. La forma analitica di questa comparazione in ita- liano si compie pel prenome ?/, /0, la, e più o meno, come Pietro è è più dotto, e Antonio è tl meno dotto. Invece di più si può adoperare molto assaî ec. D. E la forma sintetica? R. Si compie con la variazione dell’ aggiuntivo desi- nente in ss7m0, come dottissimo, santissimo, per la quale desinenza si racchiude nell’ aggiuntivo il valore del superlativo ih forma analitica. In quanto poi alla proprietà dell'uso di queste due forme ne parleremo in Elocuzione. 41 D. Ogni qualvolta adunque, che incontriamo un aggiun- tivo così variato,diremo che sia determinato 0 logico? R. Per l'appunto , ancorchè le idee che racchiude di avvanlaggio si riferiscano ad altri elementi della pro- posizione. Intorno alle Determinazioni del secondo TERMINE VERBALE. D. Ditemi in prima le determinazioni comuni tanto al verbale-modo, quando al verbale-moto. R. Essendo il verbale tanto di modo, quanto di moto, un nome astratto (Vedi Etim. pag. 29), è chiaro a comprendere, che desso prende tutte le determina- zioni del nome primo termine di proposizione , e- sposte già nel articolo 1. del presente Capo. Senza quindi ripeterle , ci rimettiamo al citato articolo. D. E quali sono le determinazioni proprie e partico- lari di ciascun verbale ? R. Le vedremo ne’ seguenti paragrafi. 6. 1. Determinazione propria del vERBALE-MODO. D. Quale si può dire determinazione propria del ver- bale-modo ? R. La proposizione Di seguita dal nome, che significa l’obbjetto, modificato dal m0do, espresso dal verbale. D. Fatemi intender meglio questo concetto. KR. Il Verbale di Modo si forma da que’verbi, che nel- l'Articolo II. paragrafo 2 di questo capo addoman- dammo obbjettivi, perchè dopo di loro vogliono un nome non precedulo da preposizione espressa, e che 42 si nomina obbjetto. Tali sono i verbali scrittura, lettura, da scrivere o leggere. Ora quel nome, che come obbjetto si alloga dopo i verbi concreti simi- li a leggere e scrivere, risolvendo questi verbi nel- l’astratto Fare e nel verdale, deve necessariamente passare a termine di rapporto preceduto dalla pre- posizione Di. Per esempio, se avrò detto: Pzetro scrisse una lettera, risolvendo scrisse in fece serit- tura, dovrò dire : di una lettera, ossia far pre- cedere l’obbjetto dalla preposizione Di, nè si può altramente. È questo è quello, che io intendo per determinazione particolare e propria del verbale di Modo. 2. Determinazioni del verbale di Moto. D. Quali sono le determinazioni particolari e proprie del verbale di Moto? R. Sono le tre preposizioni Da, Per, 4, che in Eti- mologia, pag. 33, addomandammo preposizioni del verbale, seguite da’ nomi di tempo e di luogo. D. È perchè questo ? R. Per lo principio enunciato tante volte, che le de- terminazioni delle parole si debbono ripetere dalle relazioni delle idee, che significano. Ora che cosa è il J/oto ? è il passaggio successivo che un corpo fa da un punto ad un altro, toccando i punli in- termedi di uno spazio. Ora noi non possiamo con- cepire il zz0to, se non a condizione che il mobile parta DA un punto, passi PER lo mezzo, e tenda A lo estremo. Ecco perchè il verbale che significa Moto si determina alle tre preposizioni Da, Per, A, che significano relazioni di origine, di passag- gio e di tendenza (Etimolog. pag. 33), seguite dai nomi di zemno e di /uono. Se io dicessi : l’acqua 45 fa corso, voi potreste domandarmi da dove ? per dove ? fin dove ? perchè sapete che, se l’ acqua fa corso, deve partire necessariamente dalla sorgente, passare per un canale, e spingersi 4a mare. Ond’io debbo necessariamente ancora rispondere, determi- nando il verbale corso al modo stesso che voi pensate. D. Ma, se il verbale di moto è racchiuso in un ver- bo concreto non obbjettivo, come si apporranno le dette deiorminazioni* R. Si apporranno al verbo concreto per ragione del verbale che contiene, e diremo per esempio : l’ac- corre DALLA sorgente, PER un’canale, AL ma- re, ritenendo che le determinazioni apposte sono sempre del verbale contenuto nel verbo, e non del verbo, il quale è Zare, come è chiaro dalla risolu- zione, € il verbo fare ha le determinazioni esposte nell’ Art. II. D. Come sì addomandavano in grammatica i verbi con- ereti intransitivi, così determinati ? R. Si addomandavano Zerbi Locali, appunto perchè erano seguìti dalle tre preposizioni Va , Per, 4, accompagnate da’ nomi di /uogo. Da quanto abbia- mo esposto si può giudicare del merito di siffatte nomenclature. DELLA SINTASSI FIGURATA O DE’ MODI SINTETICI Datemi un’ idea generale della Sintassi figurata , e de’ modî sintetici. | R. La Sintassi è figurata, ogni qualvolta il costrutto non presenta tante parole, quante ne sarebbero ne- cessarie alla proposizione (rrammaticale o Logica, come abbiamo stabilito nella Prima Parte. Se per esempio invece di una proposizione simile ad Acqua è fresca o Acqua (o corso, ossia invece di un com- plesso di tre parole, che sono elementi essenziali di ogni proposizione , se ne ponessero o due o una soltanto, come Acqua è, o semplicemente /@, il co- strutto allora sarebbe s:nzefzco , ossia ristretto in quanto alle parole, e la Sintassi sarebbe figurata. D. Ma come può essere che si produca intendimento in chi ascolta senza esprimere tutte le parole ne- cessarie ne’ regolari coslritti ? R. Ciò può essere a condizione che le parole espresse abbiano virtù di svegliare in mente nostra 1 pensieri delle parole taciute. D Ma come le parole possono acquistare una {ale vir- tù, cioè di suscitare oltre a' propri pensieri ancora quelli di altre parole? R. Per lo nesso o relazione, che hanno le idee tra loro. Posto , per esempio , che i tre elementi essenziali della proposizione sono in tanta relazione tra loro 45 che, pensando dall'idea del nome, siamo necessitati a pensare all’idea del verbo e dell’azireduto, ognuno vede che esprimendo con parole 6 uz0 solo, 0 due elementi di proposizione, chi ascolta o legge può da sè pensare all'idea de'due o dell'uno, che man- ca. Ecco il fondamento razionale di tutta la Sintassi figurata , o de’ Modi sintetici. D. ln che dunque consiste la Strass: figurata ? R. Nell'arte di usare poche parole, e di far intendere moltissimi pensieri. D. Perchè i costrutti, così congegnati, da voi si addo- mandano sinzetici ? R. Si dicono sintetici dalla parola greca Sinzes:, che significa composizione, la quale può essere na ag- gruppamento e coacervo. E, siccome chi parla figu- rato, compone aggruppando moltissimi pensieri, è ra- gionevole che si addomandino s:ntetici, diversi dai modi analitici, i quali contergono tante parole, quan- ti sono ì pensieri, che si vogliono esprimere. D. A quel che pare, voi non riconoscete altra Ftqgura grammaticale , che il solo mancamento, detto con greco vocabolo E//issî e Zeugma ? R. fo non ne riconosco altra all'infuori di questa, per- chè niun’ altra se ne può riconoscere, come proverò nell’ appendice a questo trattato. Avverto che 1 gram- matici chiamano costrutti e//ittici quelli, che 10 ad- domando costrutti o Modi sinzetici. D. E perchè si è detto il dir figurato un dire ornato ed elegante ? R. Si è detto così per lo piacere che arreca a chi leg- ge o a chi ascolta, potendo aggiungere qualche cosa del suo alla frase dello scrittore, ed anche perchè vede che con pochi mezzi si ottiene un gran fine, cioè il pieno intendimento delle cose, che vuol manife- stare il parlante, come appunto ci diletta il vedere un fanciullo che colla leva innalza un peso di più 40 cantaja, per lo quale si richiederebbero le braccia robuste di cento uomini. D. Come si può dividere il presente traltato ? R. Posto che il dir figurato consiste nell’ uso di po- che parole per far intendere molti pensieri , e ciò per la relazione , che hanno le idee delle parole e- spresse colle idee delle parole taciule, è facile a com- rendere che dalla diversa natura delle parole e delle a relazioni, si deve desumere la partizione del presente Trattato. D. Come dunque si divide? R. In due Sezioni: nella prima esporremo la Sintassi figurata sotto il rapporto delle parole che costitui- scono la Proposizione, ossia de’ Determinabili, e nel- la seconda la Sintassi figurata sotto il rapporto delle Determinazioni. SEZIONE PRIMA Intorno alla Sintassi figurata o de’ Modi sintetici sotto il rapporto della Proposizione. OGNI PROPOSIZIONE SOTTO IL RAPPORTO DELLA SINTASSI È ANALITICA O SINTETICA Quando la Proposizione sì può dire ANALITICA ? R. La Proposizione è analitica, quando tutti e tre i suoi elementi sono espressi, come in acqua è fre- sca 0 acqua fa corso. In altri termini la Proposi- zione analitica sì può dire regolare secondo i prin- cipi della regolare Sintassi. | D. È quale sarebbe la proposizione Sintetica ? R. Sarebbe poi sintetica la proposizione, se non tulli e tre gli essenziali elementi fossero espressi, ma ne mancasse uno o due, o tutti e tre. Così, se invece di di- 4T re: acqua è fresca, dopo aver parlato di essa, uno dicesse: è fresca: o domandato come è l’acqua di cui si fa parola? rispondesse : fresca ec. come ve- dremo. D. La proposizione sintetica adunque è nel dominio della Sintassi figurata ? R. Senza dubbio, perché dovunque manca qualche cosa vi è dir figurato per quanto si è detto nella Intro- duzione precedente. D. Di quante maniere può essere la proposizione sin- tetica ? R. Di due maniere. La prima è, quando manca uno o due elementi, ma uno almeno si truova espresso. La seconda è, quando nessuno elemento è espresso, sib- bene qualche sua determinazione. La prima maniera si dice Sintetica per Sintesi nella proposizione: la seconda per Sintesi della proposizione. D. Quanti casi possono darsi della Proposizione sintetica per Stintesi nella Proposizione ? R. Sei casi in tutto si possono supporre e non più. 4. Quando è espresso 1l priîmzo termine e manca il ver- bo col secondo termine. Se alcuno per esempio do- manda a un altro : Chi è venuto? e questi rispon- de: Antonio, ognuno vede che nella parola Anzonio si compongono 1 pensieri di una intera proposizio- ne, simile a Pietro è venuto. 2. Quando esprimesi il solo Verbo, e manca nome ed aggiuntivo o verbale. Supponiamo che taluno avesse detto, che 7 acqua era fresca, e un altro approvan- do dicesse: Così é, ognuno vede che nel verbo é sì compongono i pensieri di una proposizione simile ad acqua è fresca. 3. Quando si esprime il solo secondo termine ed è taciuto il primo termine col verbo. Così se alla do- manda: Com'è l’acqua? si risponde: Zresca, o-al- l’ altra, Che fa l'acqua? si risponde: Corso, ogauno 48 vede che nella sola parola fresca e corso si aggrup- pa l’intendimento di due proposizioni, cioè Acqua é fresca, e Acqua fa corso. 4. Quando si esprime tl primo termine col verbo e manca îl secondo termine. Se uno domanda: chi fu l’autore dell’ Eneide? e voi rispondete: Fu Vir- gilio, avrete in due parole una proposizione sinte- tica, la quale in forma analitica dovrebbe essere : Virgilio fu l’autore dell’ Eneide. 5. Quando si esprime il verbo e’l secondo termine, ed è taciuto il primo termine. Allorchè sieie do- mandato : Com’ è l’acqua che avete saggiata ? e voi rispondete : è fresca, avrete in due parole una proposizione sintetica, che in forma analitica do- vrebbe essere : Acqua è fresca. 6. Finalmente al sî esprime îl primo e secondo termine, e sì tace il verbo, il che ha luogo propria- mente quando in un periodo si aggruppano molte proposizioni dipendenti da uno stesso verbo, che sì mette in principio, come nel seguente esempio: C?- cerone fu eloquente: Cesare valoroso: Pompeo gra- ve: Antonio leggiero: dov è chiaro che a tutte le proposizioni dopo la prima manca il verbo, Fu es- presso in principio. D. Non si danno altri casi di proposizioni sintetiche ? R. Non' se ne possono dare altri, all’infuori di questi sel enumerati. DELLA PROPOSIZIONE SINTETICA COMPLESSIVA D. Ditemi in generale quali proposizioni si possono di- re complessive ? R. Ogniqualvolta in una proposizione truovate più di un primo termine, più di un verbo, o più di un se- 49 condo termine, voi direte che quella proposizione sia complessiva, o direte meglio, è un complesso di lù proposizioni. D. E perchè? R. Perchè, se la proposizione assoluta e semplice costa di un solo primo termine, di un solo verbo e di un solo ul termine, ragion vuole che, quando si multiplicano gli essenziali elementi, che sono in in- tima relazione tra loro, si multiplichino ancora le proposizioni in forma sintetica. D. Da ciò pare che una proposizione complessiva debba essere ancora sintetica ? R. Senza dubbio, perchè se ciascuna proposizione fosse analitica non si avrebbe più un com so: ma una suc- cessione di più cose distinte e indipendenti tra loro. D. In quante maniere può avverarsi questa complessio- ne di proposizioni sintetiche? R. In tre maniere principalmente. 1. Quando in una proposizione s'incontrano più primi termini, direte che le proposizioni sieno tante, quanti sono que termini ripetuti, come in questo esempio: Cesare, Cicerone e Pompeo furono emuli. 2. Quando sono più verbi, ancorchè sia uno il primo termine, come Cesare andò, vide, vinse. 3. Quando vi è più di un secondo termine, come /d- dio è Santo, Giusto, Eterno, Buono e Saptente. Quando poi si ripetono tutti gli elementi della pro- posizione , si ripetono le proposizioni ' tante volte con ciascun elemento ripetuto, ossia si hanno pro- posizioni infinite, come Cesare, Cicerone e Pompeo ambirono , însidiarono e perirono. o! 50 CAPO 111. Della proposizione sintetica duplicata e del così detto Caso di apposizione. D. Che intendete voi per proposizione sintetica du- licata? R. Intendo certe forme di pd , che dalle scuole furono tenute come regolar:, ossia di pertinenza della regolare Sintassi, ma che, come vedremo, apparten- ono alla Sintassi figurata. D. Ditemi quali sono siffatte forme di proposizioni ? R. In primo Re metto quella forma di proposizione, che presenta il verbo essere ira due nomi, come nei seguenti esempi: l’aria è corpo: il triangolo é fi- gura: Antonio è un asino ec. ec. D. E che vuol dire che siffatte proposizioni sieno sin- tetiche duplicate? R. Vuol dire che in ciascuna di esse si contengono due roposizioni in modo sintetico, perchè in forma ana- Îitica dovrebbero essere tre parole per ogni propo- sizione; e qui non ne abbiamo che tre sole per due proposizioni : onde ne mancano altre tre. D. Ma come sapete che in siffatte forme sì contengano due proposizioni? R. Lo so perchè, essendovi il verbo essere, la proposi- zione è sostanziale. Ora la proposizione sostanziale deve costare necessariamente di nome per primo ter- mine, e di aggiuntivo per secondo termine (Vedi Capo I. Part. Prim. Sint. Reg. pag. 10). Ma nelle suddette forme si truova un nome prima e un nome dopo. Nel Capo precedente abbiamo stabilito che le pro- posizioni complessive sono tante, quanti sono gli ele- menti essenziali ripetuti. Bisognerà conchiudere che, trovando il verbo Essere tra due nomi, le proposi- zioni sieno tante, quanti sono i detti nomi, e che per- 5, | ciò l’arta è corpo è una proposizione duplicata, o un complesso di due proposizioni. D. E quali parole si dovrebbero sostituire per rendere analitiche siffatte forme sinteliche ? R. Si devono esprimere gli aggiuntivi, che esprimono qualità o quantità, nelle quali i due soggetti compa- rativi convengono, e dire: Aria è grave, grave è corpo, ìl che in forma meno sintetica della prima si direbbe : l’ aria è tale quale è corpo. D. Esponetemi qualche altra forma di proposizioni sin- tetiche duplicate. R. In secondo luogo riconosceremo una proposizione sintetica duplicata in tutte quelle forme, che presen- tano un: verbo concreto simile a stare, vivere, cor- rere, morîre ec. seguito da un aggiuntivo, come nei seguenti esempi: Pietro sta allegro: Antonio vive contento: îl cavallo corre veloce: 1 Santi muojono felici, le quali forme risolute per l’analisi diverreb- bero come segue: Pietro sta, come un uomo alle- gro sta: Antonio vive, come uom contento vive ec. E la ragione è la stessa che abbiamo esposta innanzi, cioè che tante sono le proposizioni, quanti sono gli elementi essenziali ripetuti secondo la teoria de’ gram- “matici, che tenevano quell’Aggiuntivo per Nominativo. In terzo luogo sono proposizioni duplicate tutte quelle, che presentano il verbo Essere seguito da un parli- cipio passato, e questo da un nome o da un aggiun- tivo, come ne’ seguenti esempi: Pietro è creduto asi- no: Antonio è salutato poeta: Francesco è riputato savio ec. Le quali forme risolute per l'analisi pre- sentano le seguenti forme regolari — Pietro È cre- duto, come l'asino è creduto: Antonio è salutato, come il poeta si saluta: Francesco è riputato, co- me uom savio st reputa ec. ec. —Le quali forme s'incontrano ancora nel parlar comune nelle circo- * di Ù 52 stanze, in cui per chiarezza è uopo procedere per analisi, risolvendo la sintesi de’ figurati costrutti. D. Come il così detto Caso di apposizione si può ri- durre a questa categoria ? R. Il Caso di apposizione, come accennammo nel Ca- po 3. Art. II. della Prima Parte, è un nome che si appone ad altro nome, come nel seguente esempio: l’aria, corpo fluido, è divisibile: dove, come si vede, il nome corpo si è apposto al nome aria. Or questo avviene per una comparazione occulta , cioè senza i segni correlativi. Ma, se voi analiticamente li espri- mete, risulterà la seguente forma: l’aria è divisi- bile, come corpo pan è divisibile. Il che vuol significare che il Caso di apposizione è un elemento di proposizione sintetica. Bisogna però guardarsi di tenere, come Cus? di ap- posizione, alcune parole derivate in forma di nomi simili ad Oratore, Poeta, Scrittore ec., i quali piuttosto equivalgono a proposizioni incidenti, come dicemmo in Etimologia. DELLE PROPOSIZIONI SINTETICHE COMPARATIVE. D. In che modo si possono avere proposizioni s772%e- tiche comparative ? R. Abbiamo delto innanzi che la comparazione non si può istituire, se non a condizione di Lagoa due soggetti, i quali sono due terzini di due proposi- zioni comparative, che si discernono da certe pa- role, che abbiamo in Etimologia addomandati pre- nomi correlativi—Par. 2. pag. 40. Se troviamo a- dunque dra una sola delle due proposizioni, pre- ceduta dal segno di comparazione, e l' altra affatto taciuta, diremo che quella proposizione espressa sia 55 sintelica, in quanto che fa intendere l’ altra che manca. È, siccome la comparazione altra è d'iden- tità, altra di diversità, divideremo il presente Capo in due arlicoli. Delle proposizioni sintetiche comparative colla relazione d' IDENTITÀ. D. In quante maniere le proposizioni comparative d’i- dentità possono essere sintetiche ? R. In molte maniere: le principali sono le seguenti: 1. Quando si truova espresso st aalo correlativo 7'a/e, e si tace Qua/e con il suo. nome, cui deve prece- dere, come nel seguente esempio: Onde tal frutto e simile sî colga, dove il tal frutto fa intendere quel frutto, del quale sì è già parlato — A. questo figurato costrutto riduconsi le maniere di dire co- munìi: 20 tal uomo, il tale albero. Dicasi lo stesso di Cotale e Altrettale adoperati isolatamente. 2. Quando si adopera quale in unica proposizione, sen- za tale in un'altra corrispondente — Così nelle in- terrogazioni: Quale de' due è vostro fratello? Qual cosa vi torna più a grado? il senso in forma ana- litica sarebbe: Zo voglio sapere il tale de’ due , quale de’ due è vostro fratello? Parimente nelle am- mirazioni, come quando dicessimo: Quale sventura st è mat questa! Dove sostituendo la principale sottintesa, avremo: Zo non so dire la tale sventura quale sventura è mat questa! 5. Quando in una proposizione si truova #@nf0, e manca la proposizione, che dovrebbe essere preceduta da quanto. Esempi: nel cospetto di tanto giudice. Mi- sera me! 4 cut ho portato COTANTI anni COTANTO DÀ amore? B. La risoluzione per analisi è la stessa che ne numeri precedenti. 4. Dicasi lo stesso dell’ unica proposizione preceduta da quanto, senza la correlativa preceduta da tanto, come nelle interrogazioni e nelle ammirazioni: QUANTI felici son già morti in fasce ! Quanti miseri in ultima vecchiezza? 5. Quando in unica proposizione sta espresso il solo Così, 0 Sì, e manca il come correlativo: Tra le donne erano così fatti ragionamenti. 6. Dicasi lo stesso di quell’unica proposizione precedu- ta da Come, 0 Siccome, senza il correlativo St o Cosi: come ne’ seguenti esempi: Come state? Come potrò vivere ! D. Che si deve dire di 7ia/e, Tanto e Così seguiti da Che? Non è il Che correlativo di quelle parole? R. Tale, Tanto e Così sono correlativi di Quale, Quanto e Come, e non mai di Che. E però che se incontriamo costrutti simili al seguente: Amavalo TANTO CHE ne morì di dolore, li terremo tutti per costrutti sintetici o figurati, i quali se si vogliono render compiuti in forma analitica, daranno la se- guente risoluzione: Amavalo în tanto grado quanto è îl grado per cut ne mort. Sia quest'altro esempio: Era così gracile di corpo CHE finì di tisicia. Risolvete: Era gracile di corpo in tanto e tale grado, quanto e quale è il grado per cui morì di tisicia. Sia quest’ ultimo : Fu TALE il disptacere sentito per la perdita del padre cuE ne divenne pazzo. Risolvete: £u rale il dispiacere sentito per la per- dita del padre, quale è il dispiacere per cu di- venne matto. D. Che ne deriva da ciò ? R. Ne deriva 1. Che non bisogna confondere il costrutto analitico de'correlativi, col costrutto sintetico, quando dò saranno seguiti da che. 2. Ne deriva oltracciò che nell'uso di questi costrutti bisogna guardarsi di con- fondere il primo col secondo modo — Peccherebbe di francesismo chi dicesse: Sî 7 nobili che i plebei, dove era uopo dire: Si î nobili come i plebei. Ve- dremo in Elocuzione quando l’uno e quando l’altro modo si deve adoperare, per non offendere la purità di nostra lingua, e la proprietà de’ costrutti. ARTICOLO II. Delle proposizioni sintetiche comparative col rapporto dî DIVERSITA”, D. In qual caso hanno luogo queste proposizioni sin- tetiche? R. Posto che le proposizioni comparative vanno a cop- pia, si avrà in esse la forma sintetica, ogni qualvolta ne troviamo espressa una sola e l’altra taciuta. D. Adducetemene degli esempi. R. Eccone alquanti. 1. Quando si truova una proposizione, in cui vi è il segno di comparazione p?t o meno senza un’ altra proposizione preceduta da Che. Il che ha luogo ogni volla che abbiamo parlato di una qualche cosa, che si connette a quello che saremo per dire, come nel seguente esempio: Ciò che vengo a dire ora è più o meno importante, dove bisogna intendere di quel- lo che ho detto, e la frase sarà compiuta. Della Sintassi Figurata sotto il rapporto delle Determinazioni. In che senso si deve intendere che vi sia una Sin- tassi Figurata sotto il rapporto delle Determinazioni? R. Si deve intendere nel senso che sieno espresse le determinazioni, e sieno taciuti i determinabili, co- me quando a modo di esempio incontriamo un a9- giuntivo senza nome nel discorso, mentre quello è una determinazione di questo. D. Ma quale virtà hanno le determinazioni per fare intendere il determinabile? R. Ogni determinazione è un accessorto, che si ranno- da al determinabile, come suo principale, appunto come la proposizione incidente per la sospensione di senso, che induce, fa pensare alla principale pro- posizione. D. Come si può dividere la presente Sezione ? R. La divideremo in due capi, esponendo nel primo 1 Modi Sintetici delle determinazioni, che fanno in- tendere un’ intera proposizione, e nel secondo delle determinazioni, che fanno intendere un solo deter- minabile. Della Sintassi Fiqurata nelle Determinazioni, che funno intendere un’ intera proposizione. D. In quali casi ha luogo la Sintassi Figurata nelle De- terminazioni, che fanno intendere un’ intera propo- sizione ? R. Ne seguenti casì: 1. In tulle le risposte che si fanno a qualsiesi domanda per parole determinanti gli essenziali elementi di una proposizione taciuta. Mi spiego con qualche esempio. Allorchè uno vi domanda: Avete vor scritta la let- tera? se voi rispondete: Sì, o /o, adoperate delle arole, che non sono elementi di proposizioni, ma foro determinazioni, che hanno la virtù di fare in- tendere un’ intera proposizione , la quale in forma analitica sarebbe la seguente: 20 ho serzitto la let- tera, 0 to non ho l’ ho scritta. Il quale intendi- mento, com'è chiaro, avviene in occasione di una arola, che determina la proposizione taciuta. 2. Allorchè avrete udito par/are o cantare, o avrete veduto ballare o dipingere ec. e vorrete approvare o riprovare ciò che avete udito o veduto , direte bene o male, ossia farete uso di una parola, che non è elemento di proposizione, ma ha la virtù di far pensare alla seguente proposizione : Zoî avete parlato o cantato, ballato o dipinto bene o male. 3. ‘lrascinati tante volte dalla passione, ci sentiamo spinti a manifestare alcuni pensieri di cose occulte, ma in un momento di lucido intervallo facciamo forza a noi stessi a non dire altro, mentre qualche parola sarà uscita, la quale fa intendere che altro avevamo a dire, come quando taluno resta sul ma. Sarebbe ancora questo uno de casi, in cui una pa- sn 58 rola determinante farebbe pensare all’intera proposi- zione taciuta. Di questa forma sintetica i Retori ne for- marono una figura di pensieri, detta Preterizione. ‘CAPO II. Della SintassiFigurata nelleDeterminazioni,che fanno intendere un solo determinabile tn genere. D. In quanti modi può verificarsi la Sintassi Figurata nelle Delerminazioni ? R. In generale possiamo dire che si avvera ogni volta che nel discorso si truova la deserminazione espressa e’l determinabile taciuto. Riducendosi adunque in memoria il numero delle determinazioni, si potrebbe a priori determinare il numero de'casi possibili di . questa Sintassi Figurata. D. Come dunque sarà diviso il presente Capo ? R. In più articoli, e ciascuno di questi in più para- grof , che saranno ancora suddivisi in numeri , ne' quali andremo esponendo i principi generali, a cui sì possono ridurre tutti i casi particolari. Della Sintassi Figurata negli Aggiuntivi , e nelle parole variate o derivate in forma di aggiuntivi, come pure ne prenomi, D. Quando si può dire Sintassi Figurata negli 4g- giuntivi ? | R. Ogni qualvolta si truova nel discorso espresso un aggiuntivo senza nome, cui delermina: gli esempi sono da cr nell’ uso, ed io ne andrò produ- cendo alcuni. Allorchè diciamo 77 dello , :l buono e #l sero, ognuno vede che tre aggiuntivi stanno 59 senza nome. Ì grammatici scioccamente insegnavano, che gli aggiuntivi così costruiti diventavano sostan- rivi. Il fatto si è che l'aggiuntivo è sempre aggiunti- vo, ossia segno di guelzià 0 di quantità, che non pos- sono mai essere sostanza 0 causa. Quando adunque troviamo l’aggiuntivo così costruito, diremo che ha Sintassi sia Figurata, dovendo intendere il nome gene- rale negozio od obbjetto 0 uomo, se l'aggiuntivo avrà la desinenza fondamentale 0, cosa o donna, se la desinenza sarà A. La quale avvertenza si deve esten- dere a tulte le parole variate o derivate in forma di aggiuntivi, come pure a' prenomi, de’ quali par- leremo appresso. | D. Che se ne deduce da ciò? R. Se ne deduce che bisogna riconoscere una Sintassi Regolare in tutti quegli aggiuntivi, che da’ gramma- tici furono tenuti per avverbi, come quando incon- triamo Dolce dala e dolce ride, dove quel dolce equivale a 2» dolce maniera parla e ride. Dicasi lo stesso delle parole derivate in forma di aggiun- tivi, adoperate assolutamente, e perciò credule av- verbi, conie ralzo, rasente, subito ec. ec. , D. Ditemi ora come può aver luogo la Sintassi Figu- gurata nelle parole derivate in forma di aggiuntivi? R. Le parole derivate in forma di aggiuntivi sono de- terminazioni del nome, e come tali, se si adoperano senza nome, per ciò stesso bisognerà riconoscere in essi un modo sintelico. Se troviamo per esempio : 0 fatto, lo scritto, la scritta, 0 primo, secondo terzo ec. ec. ognuno vede che nella prima serie ab- biamo de’ participî, e nella seconda de derivati , che delerminano un nome soltinteso , quantunque da grammatici ì primi come nomi, e i secondi co- me avverbî sieno stati tenuti. Similmente chi dice : il mao, il #uo, il suo, o l’ate- niese, il romano, ec. dovrà soltintendere uno dei 60 nomi generali, richiesto dal senso, perchè siffatti derivati determinano il nome, che non è espresso. D. Ditemi in ultimo come i Prenomi si possono costrui- re figuratamente ? R. I Prenomi di qualunque specie determinano il no- me cui precedono. Quindi è che, trovandoli adope- rali soli cioè senza nome, dovremo pensare al no- me sottinteso, e 1. i Prenomi #/, lo, Za, 7, gli, le, di cui parlammo in etimologia pag. 37. Se dun- que incontrate: 2 vide 0 lo vide, la raccomando ec. sostituirete uomo o donna, negozio 0 cosa; e non direte che #/, Zo e Za, variati ancora al plurale (Vedi Etim. pag. 38) sieno una volta articoli e una volia prenomi. A questa categoria si riducono que- sto, quello, cotesto adoperati senza nome. Si deve avvertire che se innanzi vi sarà un nome pro- prio come Antonio, Lorenzo, i prenomi 2/, lo, la, equivalgono a quello o quella — Vedi Etimol. 2. 1 Prenomi Egli ed Ella, Questi, Quegli, Costui, Colui, Colei, Lui, Lei, Gli, ancorchè per proprietà di lingua non si fanno mai seguire da nomi espressi, si debbono considerare costruiti figuratamente , per . la ragione che si riferiscono sempre a nome di cui sono determinanti. 3. 1 Prenomi di congiunzione 7a/le, Quale, Tanto , Quanto, Che, Cui, Stesso, Simile, Identico, Me- desimo, Equale, Più, Esso, Desso ec. Vedi Etim. pag. 41 e 42. 4. I Prenomi collettivi Molto, Troppo, Assai, Più, Qualche, Ogni, Tutto, Alcuno, Qualcuno. Vedi Etimologia pag. 43. 5. I Prenomi di disgiunzione Altro e Altri, Altruî , Diverso, Meno ec. Vedi Etimol. pag. 44. cia  À_ i riti 61 ARTICOLO II. Sintassi Figurata ne' Nomi termini di rapporto cui manca la preposizione, che dovrebbe precedere. D. Quando un Nome può dirsi termine di rapporto? R. Ogni qualvolta dipende da una preposizione; per- chè il rapporto o la relazione, di cui è segno la preposizione (Vedi Etim. pag. 30), ha sempre per suo termine una sostanza o causa, di cui è segno un nome. D. Or quando la Sintassi è figurata in quanto al no- me , termine di rapporto? R. Ogni qualvolta la preposizione, da cui dipende un nome, non sarà espressa. D. Adducetemene de i esempi. R. Eccone alquanti: 1. In italiano elegantemente il pos- sessore della casa si adopera dopo questo nome sen- za la preposizione Di, che in costrutto analilico do- vrebbe precedergli, come a casa il medico, a ca- sa tl dottore, invece di a casa del medico o del dottore. Su questa forma si sono coniate queste al- tre: Za Dio grazia, la Dio mercè , invece di la grazia e la mercè di Dio. Simili a queste sono le forme di dire, in cui si truovano i prenomi /u?, let, loro, colui, costut, cut, coloro, tra il prenome 2/, lo, la e il nome, invece di dire di lui, di lei, di loro ec. come /a cui fortuna, la costui sventura ec. 2. Elegantemente ancora si dice in italiano: vostra mercè son salvo , invece di per vostra mercè son salvo. 3. In nostra lingua elegantemente si adopera il nome di prezzo odi valore dopo i verbi comprare, ven- dere, stimare, apprezzare, costare, pagare ec. sen- za preposizione , che va sottinlesa — Esempi. /o venduto il mio cavallo (per) cento scudi, che pot 62 fu estimato (per) cento cinquanta ducati. Questo libro vale (per) un ducato: la libreria costa mille dollari, nel quale ultimo esempio il nome mz//e dol- larî determina la proposizione con composta col ver- bo sta, come dimostra l’ etimologia del verbo co- stare. “gi 4. Dopo alcuni verbi italiani, come togliere, portare, menare, andare ec. elegantemente si adopera il no- me via, come termine delle proposizioni da, per ec. sottintese, come zogliete (da) via questo fangotto: vadano (per) via quer furfanti: portate (fuori) via uesto tmbarazzo ec. Di qui si può dar ragione del costrutto figurato nella parola composta #utta- via, la quale dipende da una preposizione sottintesa. 5. Elegantemente gl’ italiani adoperano il nome di tem- po senza preposizione, da cui dipenda: come ne'se- guenti esempi: 4omo/o regnò (per) 37 anni: Pie- tro ha studiato filosofia (per) due anni : Il padre mori (nel) l’anno passato: (In) poche volte è mat che io mt levi (nel) la notte. Quindi si può dar ragione de modi comunì di dire in ogni lingua, ne’ quali i nomi delle parti specifiche del tempo si usano senza preposizione, come /a mat- tina, la sera, ora, terî, domani, sta mane, sta sera, sta notte, questo mese, quest'anno, tutte dipendenti dalla preposizione 27 soltintesa.Ondechè invalse l’uso di segnare nelle Lettere familiari la data del mese col numero preceduto dal prenome :/ o /î, come li 4 gennajo, e'l millesimo senza preposizione, come il 1854, e il giorno della settimana assolutamente, come Zunedîi o Martedì verrò, invece di dire, ver- rò nel di della Luna o nel di di Marte. 6. Qualche nome di /uogo si adopera in italiano senza . la preposizione, da cui dipende come suo termine. Così indicando la Strada, il Vico e la Città, dove abitiamo, siamo soliti di scrivere in forma sintetica: 65 Napoli Strada Toledo — Vico della Carîtà, in- vece di quest'altra forma analitica : 22 Napoli, nella Strada Toledo, nel Vico della Carità ec. Usia- mo dire allo stesso modo parlando de’diversi piani della casa che abitiamo, dicendo: primo, secondo e terzo piano, invece di nel primo o nel secondo pia- - no ec. Questo modo sintetico è fatto ad imitazione de’ Latini, come ho accennato nel 2. Vol. del Nuo- vo Corso. 7.1 nomi, che significano misure specifiche di lun- ghezza, larghezza, altezza e profondità, elegante- mente in italiano si adoperano in forma sinletica senza la preposizione, di cui sono secondo termine. Così diciamo: Pietro è alto cinque pPieDI : le via è lunga OTTANTA MIGLIA: 2 pozzo è largo QUATTRO PALMI. 8. Dopo alcuni verbi di stato o di azione non obbjet- tivi, altramente detti 22/ransitivi, troviamo elegan- temente adoperato un nome a guisa di obbjetto , il quale è termine di una preposizione sottintesa , ‘come ne’ seguenti esempi: Vormito har bella don- na un breve sonno, e quest altro: No? viviamo una vita, che di fatiche innumerabili è piena. Dove il nome sonno del primo esempio, e v:64 del secondo dipendono dalla preposizione Zn, Con 0 Per sottintesa. I grammaticì chiamavano siffalto no- me accusativo cognato per l idea, che significava- no, affine alla idea contenuta nel verbo — Quindi di- ciamo ancora guerreggiare la guerra, combattere la battaglia ec. 9. Si truovano alcuni verbi intransitivi simili a correre, passare , viaggiare , navigare ec. i quali hanno do- po di loro il nome di /uogo, che segna il termine a cui tende il moto, senza la preposizione per o a, da cui dipende, come quando diciamo. £° corre pericolo di soccombere: Napoleone passò il S. Ber- 04 nardo: Un grand'uomo ha viaggiato l'America e l’Italia ec. ec. © I 10. Dopo i verbi composti da preposizione, elegantemen- te in italiano troviamo adoperato un n0me termine di rapporto , che da quella preposizione componente dipende. Così quando dicesi: Annibale oltrepassò le Alpi, intenderai: Annibale passò oltre le Alpi : Similmente quando incontriamo: Yoî avete tra- scorsi î confini: tutti subirono la stessa fortuna, risolveremo i composti ne’loro elementi, e alloghere- mo le preposizione dopo i verbi, e innanzi a' loro nomi. 11. ‘Tutte le parole italiane composte da un aggiuntivo, o da una parola variata o derivata in forma di ag- giuntivi, e dalla parola mente, come santamente, si debbono intendere. costruite figuratamente (Vedi Eti- molog. pag. 48). ARTICOLO III. Sintassi Figurata nelle PREPOSIZIONI, che non hanno espresst î loro termini di rapporto. D. Quando sì può dire che le preposizioni sono co- struite figuratamente? R. Ogni volta che non hanno espresso il primo o se- condo termine, o l’uno e l’altro insieme. È sicco- me tutte le preposizioni furono da noi ridotte a tre specie, sotto il rispetto del primo termine, che la precede, cioè Preposizioni del Nome, Preposizioni del Verbo e Preposizioni del Verbale ( Vedi Elim. pae. 30), si può agevolmente comprendere che le reposizioni del Nome saranno costruite figurata- mente, se invece di.aver un nome saranno precedute da un verbo, o da un aggiuntivo: dite lo stesso delle altre preposizioni, se non sono precedute dal 65 proprio termine, come abbiamo stabilito in Etimo- logia. Il presente articolo adunque sarà diviso in tre grandi paragrafi, ognuno de’ quali sarà suddi- viso in tanti numer? , quanti se ne richiedono per oltenere una compiuta disamina. 61° Sintassi Figurata nelle tre Preposizioni del Nome DI, CON, SENZA. D. In quali casi queste tre preposizioni si debbono dire costruite figuratamente ? R. Sempre e quando non si truovano precedute e se- guite da nome, perchè, dinotando relazioni tra so- stanze e sostanze, 0 cause e cause espresse da nomi, vogliono in costrutto analitico essere precedute , e seguite da nomi, come termini di rapporto. Ne' se- guenti due Numeri produrremo esempi di modì sin- tetici in queste tre preposizioni per la lingua italiana. Nd Modi sintetici italiani nella Preposizione DI. D. Ditemi in quali costrutti italiani la preposizione DI si adopera di idlamonb R. Si adopera figuratamente ne’ casi seguenti : 1.° Tutti verbi, che dinotano interna affezione dell’a- nima , occasionata da una causa esterna , come pen- tirsî , odiarsi, dispiacersi , rallegrarsi, congra- tularsi , accorgersi, ammonire , sperare , temere , godere, ec. si truovano elegantemente costruiti con a preposizione 2 dopo di loro, seguita dal nome, pentirsi de’ peccati, accorgersi di un errore, teme- re di combattere, godere della fortuna , tediarsi, 66 annojarsi o infastidirsi del medico ec. Voi sosti- tuirete innanzi a quel Di preceduto da verbo le pa- role a causa o a cagione. Farele lo stesso, se quel di si truova dopo aggiuntivi, che significano interne affezioni, come certo, incerto, convinto , persuaso , timido , pratico , consapevole, stanco, contento ec. ec. È qui per aggiuntivo in- tendo tutte le parole derivate in forma di aggiun- tivi, ancorchè aggiuntivi a rigore non sieno. 2.° Tult'i verbi, e ol aggiuntivi, e le parole derivate in forma di aggiuntivi, che signifitano abbondanza o scarsezza simili a pieno, vuoto , scarso , povero, privo , spoglio , adorno , empire , votato , ornato , privato , ec. Come VOTO DI OGNI VALOR, PIEN DI oGnI orGoGLIO. Dove quel Di dopo verbo od ag- giuutivo dipende da a causa, a cagione. 3.° Tutt' i verbi e gli aggiunlivi che racchiudono l' i- dea della pena o della colpa, come accusare, puni- re, assolvere, condunnare, reo, colpevole , ec. si truovano figuratamente costituiti con la preposizione Di sezuita dal nome della co/pa o della pena, co- me nel seguente esempio del Boccaccio: Sappi ntu- no di costoro essere COLPEVOLE DI quello , DI che ciascuno sè medesimo accusa. Il quale Di dipende dal nome a causa, « cagione. 4.° Dopo alcuni verbi concreti simili a portare, ra- gionare , scrivere, dire , fornire , fruire, usare, minacciare , rimproverare, pregare, premiare ec. sì truova elegantemente adoperata la preposizione Di, la qui dipende dal verbale in essi contenuto. Così parlare di un fatto , equivale a far parola di un fatto: Minacerogli forte di batterlo, equivale a fece- li forte minaccia di batterlo. 5.° Gl’ Italiani dopo i comparativi per secondo mem- bro di comparazione elegantemente adoperano la pre- posizione di, come ne’ seguenti esempi : Que è mag- 67 giore di uno: Uno è minore di due: Pietro è più ricco di Paolo: Francesco è meno dotto di Anto-. nto. In simili costrutti la proposizione D? dipende dal nome ?n comparazione sottinteso , sicchè tutta la frase negli addotti esempi equivale alla seguente forma analilica: Que è maggiore in comparazione dî uno ec. ec. 6.° Quando si vuole esprimere distribuzione o parti- zione gl’Italiani fanno seguire la preposizione Di alla forma superlativa analitica, a chi, auno, due, tre, ad alcuno, alquanto , poco, ec. Uno de’ due fra- telli, Due degli Orazi, Chi di voi a bevuto ? Con alquanto di buon vino e di confetti il conforto ec.ec. Ne’ quali esempi e simili, se il senso allude a quantità discreta, quel di dipende da în numero, 0 nel nu- mero: se allude a quantità continua, il Di dipen- de dal nome quantità soltintesa. 7. Vi è una maniera elegantissima italiana, di cui nessun grammatico finora ha saputo, a quello che io sappia, rendere ragione, ed è quando il Di si truova adoperato dopo un aggiuntivo, ed è seguito dal nome particolare di un uomo, come ne’ seguen- ti esempi: Quel cATTIVELLO DI Andreuccio : quello STUPIDO DI Antonio: quel sAnTO DI Fra Paolo, dove quel pi dipende da uomo sottinteso, e la frase com- piuta sarebbe: (quell'uomo cattivello di Andreuccio: quell'uomo stupido di Antonto. (Vedi il Nuovo Cor- so Vol. II. pag. 126.) 8. Gl' Italiani, allorchè vogliono indicare la patria, i genitori, la nazione ec. di un individuo, sogliono elegantemente adoperare la preposizione Di tra il nome proprio dell'individuo, e l' altro del genitore, della città e della nazione, come Antonzo ( figlio ) di Paolo: Girolamo (cittadino) di Pisa: Eulippo (Re) di Francia ec. 9. Elegantemente adoperiamo la preposizione 2? do- 68 po il verbo Essere, la quale dipende dal nome do- vere o ufficio, come È del buon ministro ll invi- gilare gl'interessi dello Stato, cioè è dovere o uf- ficio del ministro ec. Quando poi il senso accenna a possidenza, come questo pa è di Pietro, è uopo ripetere dopo essere lo stesso nome, che pre- cede, e dire : questo libro è libro di Pietro. 10. È notabilissima in nostra lingua una maniera di dire elegante, per la quale un nome preceduto dalla preposizione di si truova usato senza il nome, che sarebbe primo termine di proposizione, oppure 08- bjetto. Ebbevi pi QUELLI, che întender vollero alla Milanese: Fece due galee sottili armare, e mes- sivî su DE VALENT UONINI, con essi sopra la Sar- degna se ne andò. Bocc., dove il costrulto in for- ma analitica sarebbe: Ebbervi un numero di quel- li, messovi su un numero di valent uomini. Se si accenna a quantità continua, il uome da inten- dere sarà quantità, così dicendo : bevete del vino, mangiate del pane, intenderete: devere 0 mangiate la quantità di vino 0 dî pane, che vi aggrada. 11. Spesso in italiano la preposizione di è preceduta da una altra preposizione, come dopo dî, avanti di, sopra di, sotto di, vicino di, presso dî. Così disse il Boce. Zschia è un isola assat vicino DI /Va- poli. Io ho trovato una giovane secondo îl cuor mio assat PRESSO DI QUI. Noi non diremo co’ grammatici che la preposizione Di In simili casi sia composta, ma vi riconosceremo un costrutto figurato, in cui manca il nome alla prima reposizione, da cui dipende la seconda, e diremo: vali è un Isola assai vicino (lacittà ) di Na- poli : assaî presso (i dintorni ) di ( casa che è ) gut: Così risolverete la sintesi di RL preposizioni aggruppate (Vedi il Nuovo Corso Vol. II. pag. 128). erremo a costrutti figurati tutti quelli, che dai 69 grammatici furono tenuti per modi avverbiali , nei quali la preposizione dî è seguita da un nome, co- me, di un colpo, di fianco, dove il nome da pre- cedere è indicato dal senso. E doppiamente figurato il costrutto, se anche dopo Di, invece di nome si truova o un aggiuntivo , o una parola derivata in forma di aggiuntivo come i participì: d'improvviso, di subito, di recente, di fresco, di certo ec. per- chè secondo termine di ogni preposizione è sempre un 20me, e non mai altra parola; quindi bisogna sostituire per. secondo nome quello che dal senso è richiesto, come per esempio: a guisa di modo 0 di cosa certa ec. ec. 13. Per la stessa ragione, se la preposizione 2 è se- guita da un anioni di /uogo, come di qui, di là, di su, di costà,noi non diremo che la Sintassi sia regolare, perchè l’avverbio non è stato mai termine di rapporto. Onde conviene sostituire un nome come termine di rapporto , e una proposizione incidente determinata dall avverbio. Così se troviamo: Di qui seque, sostituiremo: dal tenore DI ciò che abbia- mo detto Qui, segue. D. Non vi sono altre maniere sintetiche sotto il rap- porto di questa preposizione ? R. Se ne potrebbero addurre ancora delle altre, ma le poche prodotte in esempio bastano per dare una ana- logia per la risoluzione de’casi simili. Intanto piacemi produrre alcune maniere eleganti coniate da’ classici scrittori di uso non comune, notando in parentesi le parole, che mancano nel testo per eleganza. — 1. Uomini e femmine erano ( uomini e femmine) dî grand’ ingegno e î più (nel disimpegno ) di tali servigi non usati. Bocce. 2. Il Guardastagno passato (dalla punta) di quella lancia cadde e poco appresso mori. Bocce. 3. Maestro lavorate (fate lavoro) di forza. Bocce. 10 A. Egli piange e (a cagione) di grande pietà non oteva motto fare. Bocce. 5. Zra loro hanno posto (la risoluzione) di uccider- mî. Bocce. Tenendo egli (l'apparenza) del semplice era molto spesso fatto capitano. Bocce. Jo il quale sento a qualità) dello scemo anzi che no , più vî debbo esser caro. Bocce. 6. Così pure Alessandro (dal recinto) dell’ isola non st partiva. Bocce. Egli (da’ cancelli) di prigono al trasse, e ritennelo per suo falcomiere. Boc. Su questi esempi si possono coniare frasi consimili. Ni, De’ Modi sintetici sotto il rapporto delle Preposizioni Con e Senza. D. In quali casi, generalmente parlando, queste due pre- posizioni si possono considerare costruite figurata- mente ? R. In tutti i casi, ne’ quali non si truovano precedute e seguite da nome. D. E perchè ? R. Perchè Con è segno di compagnia, e SENZA di dis- untone, amendue rapporti, che non possono costi- tuirs!, se non tra sostanze e sostanze, o cause e cau- se. Ma le sostanze e le cause sono espresse da’ no- mi, ne segue che le due proposizioni in forma a- nalitica debbono essere poste sempre tra due nomi, e, se le truoviamo da nomi scompagnate, dovrem dire che vi sia una Sintassi figurata o una maniera sin- letica. D. Ma se incontriamo i seguenti modi di dire: Stu- diare con fervore, vivere con parsimonia, dotto sen- za orgoglio, amabile senz orpello, non diremo che Con e Senza sieno del verbo o dell’ aggiuntivo ? ra! R. Non mai, ma andremo a supplire le parole, che mancano, per avere il pieno senso della frase, o di- remo che, se si truova Cor dopo verbo, si riferisce al nome non espresso , come pure al nome womo sottinteso, quando si truova Con e Senza dopo ag- giuntivo. Il principio è generale, non ammette ec- cezione. g. 2° Della Sintassi Figqurata nelle Preposizioni del Verbo. D. Ditemi in generale quando ha luogo la Sintassi figurata nelle Preposizioni del Verbo? R. Vi è Sintassi figurata nelle Preposizioni del Verbo sempre e quando nel discorso si truovano adoperate dopo tutt'altre parole che verbi, oppure se sono seguite non da nomi, ma da altre preposizioni , o da avverbi ec. ec. D. Allegatemene qualche esempio. R. Noi spesso usiamo dire : dello oltre modo, santo sopra ogni altro, ricco în bestiame ; ec. ne’ quali casi i grammatici asserivano che le preposizioni 0/- tre, sopra, în, seguite da’loro nomi, fossero deter- minazioni delle parole, cui immediatamente precedono. Ma questo è nluisino, perocchè la preposizione di contenenza , e quelle di sito (Vedi Etim. pag. 32 e seg.), si dicono del verbo per la relazione che han- no con lo Stato e coll’ azione, non può essere as- solutamente che diventino determinazioni di altre parole differenti da verbo. È uopo dunque con- chiudere che, trovandole così costruite , dobbiamo in esse riconoscere una Sintassi figurata, cioè sup- plire il verbo che manca in forma analilica, e di- re: era OLTRE MODO dello, era SOPRA OGNI ALTRO 792 santo ec. ec. dando poi al verbo questa o quella forma che sarà richiesta dal senso. D. E se manca il nome dopo? R. Diremo egualmente che la preposizione è costruita figuratamente , come quando dicesi: Andate più tn là, venite più în qua ec., secondo quello che ab- biamo stabilito nell’ art. 1. Cap. I.° O se la prepo- sizione si fa seguire da altra preposizione, come a/- l’insù, vicino a , lantano da ec. D. Qual cosa merita di essere osservata particolarmente intorno alla preposizione Zn. R. Intorno a questa preposizione merita di essere no- tato un costrutto figurato , che da’ grammatici co- munemente si tiene per regolare e analitico, ed è propriamente quando la preposizione Za si truova adoperato dopo un verbo di azione :ntranstiivo , il cui effetto-moto non sì compie nel luogo espres- so dal nome dopo la preposizione /z. Sia il seguen- te esempio del Boccaccio: Montò a cavallo e, come pruttosto potè, se ne ANDÒ IN Corte di Roma. Dove, come è chiaro, il verbo andare dinota azione, il cui effetto non si compie 22 Roma, ma per la via che vi conduce. Quindi è che 272 Corte di Roma dipende dal verbo essere sottinteso, in guisa che la forma analitica presenterebbe la seguente frase com- piuta: Se ne andò per ESSERE o DIMORARE IN Corte di Roma. D Ma perchè ciò ? R, Perchè In dinota rapporto di contenenza, il quale determina il verbo, quando l’azzone del medesimo è contenuta nel luogo espresso dal Nome. Fuori di questa supposizione è inconcepibile all’umana ragio- ne, che un'azione sia contenuta in luogo dove non avviene o non si truova (Vedi Nuovo Corso — Vol. II 6. 9, 2; p. 139, 140, e seg.), dove ho esposto utili osservazioni per la lingua latina. 6.30 Della Sintassi figurata nelle preposizioni del Verbale DA, PER, A. D. Ditemi in generale in quali casi le tre preposizioni del verbale si possono dire costruite figuratamente ? R. Sempre e quando non sono precedute da un ver- bale di moto, o da un verbo concreto, che racchiude siffatto verbale, per la ragione che abbiamo ripor- tata nel Cap. III. della Sintassi regolare , cioè che pa dinota rapporto di orzgine , PER rapporto di passaggio e A rapporto di tendenza, 1 quali rap- porti sono in intima relazione col movimento. Sem- pre e piano adunque troveremo le tre preposizioni dopo altre parcle, che non sono de' verbali di moto, dovremo dire che sieno costruite figuratamente. D. E quali parole generali dovremo supplire nel ri- durre a forma analitica i modi sintelici sotto il rap- . porto di queste tre preposizioni? R. Per la preposizione pA intenderemo il participio Provventente, per la preposizione PER il participio Passato o il gerundio Passando, per la Preposizio- ne A il participio Zendente, o il gerundio Zendendo, Perche in essi si contiene l’idea di 720t0, che ha re- azione co’ tre rapporti di orzgine, di passaggio e di tendenza. D. Questi tre rapporti rispetto alla Sintassi figurata co- me sl possono distinguere ? R. In fisici e morali. D. Quando sono fisici e quando morali? R. Sono fisici, quando si riferiscono a cose materiali, come è dire a’ corpi, che si muovono successivamente pei vari punti dello spazio. Sono rapporti moralî, quando per similitudine alle cose maleriali si riportano alla s7enze nostra, che in certa A 74 guisa pare che, partendo da un pensiero ad un altro, discorre per altri pensieri, allorchè va trovando le ragioni o il fine del suo operare, come vedremo ne’ seguenti paragrafi. N. 1. Intorno alla Sintassi figurata nella preposizione DA. D. Esponetemi i costrutti figurati sotto il rispetto della preposizione DA ? R. In primo luogo terremo costruita figuratamente la preposizione Da, che si adopra dopo i PARTICIPI pas- sati de verbi obbjettivi simili ad amato , letto , serit- to , come la Lettera fu scritta DA Pietro, perchè abbiamo veduto in Elimologia che sì fatti participi equivalgono alla seguente formola , cioè la lettera fu nella scrittura provveniente da Paolo: la lepre fu nell'uccistone provventente da Pietro ec. ec. Si riscontri il nuovo Corso. Vol. II, pag. 148 — e l'E- tim. Nuova Gram. pag. 33. Su questa forma sintetica di uso comune si fondano alcune maniere elegantissime usate da buoni scrit- tori, le quali sono più sintetiche ancora, sopprimen- do lo stesso participio, da cui dipende la preposi- zione Da. Eccone alquanti esempi. 1. Degno cibo DA Voi il reputai, ossia lo reputai cibo degno (di essere mangiato) da vor. Bocc. 2. Vi menerò (aspettato o desiderato) DA Zez, e son certo che Ella vi riconoscerà. Bocc. À questa forma si riducono Yerrò da te, andò dal Papa ec. 3. Essendo ella în età (richiesta) DA marito. Bocc. 4. Gioje (volute o richieste o desiderate ) DA donne portandole a vedere. Bocc. 5. Dioneo, questa è quistione (degna di essere riso- luta ) pa ze. Bocc. TÒ In secondo luogo elegantissimamente gl’ Italiani soppri- mono il participio provveniente, come delerminazio- ne di un nome contenuto in un aggiuntivo, e da cui dipende la Pr poziono DA, come /alle omsrosA Da molti alberi, ossia valle abbondante di ombra, provveniente da molti alberi. In questo senso dicia- mo: la della dalle bianche mani , il brutto dal grosso naso ec. In terzo luogo elegantissimamente gl’ Italiani adopera- no la preposizione Da seguita dal nome particola- re della patria , sia ciltà, borgo , paese, dopo il nome della persona, che appartiene a siffatti luoghi. Esempi: Questa giovane non è da Cremona, nè da Pavia, ma è Faentina « intenderete provvenzen- te da Cremona o da Pavia. In questo senso diciamo: P. Vincenzo da Napoli, Antonio da Padova, Fran- cesco da Paola ec. In quarto luogo c’ incontriamo in certi costrutli, ne’ qua- li la preposizione Da determina il parlicipio provve- niente, che si riferisce al verbale contenuto in un verbo concreto. Così dicendo : /Von le rispondo DA medico, ma DA suo buon amico , risolverete , non le faccio risposta provveniente da medico ec. In quinto luogo, dovunque è relazione di lontananza sia fisica, sia morale, voi trovate la preposizione Da, la quale accenna alla partenza dello spirito da un pensiero ad un altro, per poi giudicare che A e B sieno lontani tra loro. Così dicendo : Napoli è lon- tano da Roma, ognuno vede che per formare que- sto giudizio la nostra mente discorre da Napoli a Roma, e da Roma a Napoli, e poi ritiene che que- sle due città sieno lontane. Quindi deriva che tutt'i verbi, che nella significazione accennano a questo rapporto di /ontananza, ancora che non sia espresso, sì truovano col da, come l- berare, sciogliere, distare, differire, e gli aggiun- » 76 tivi immune, esente, alieno, differente, avverso, ec. si truovano seguiti da queste preposizioni. E in for- ma più sintelica diciamo: Von mi starò (lontano) dallo scrivere, non mi rimarrò (lontano) dal dirlo ec. In sesto luogo molti verbi obbjettivi hanno dopo di lo- ro un oddzetto, che provviene da una causa estrin- seca , e perciò in forma sintelica l’ obbjetto è se- guito dalla preposizione Da. Esempi. £ per avere il retaggio del Re Latino, grande battaglia ( prov- veniente da Enea ) ebbe da Enea. Boce. Tali costratti si osservano co’ verbi prendere, riceve- re, ottenere, pregare ec. ec. In ultimo luogo vi sono alcuni costrutti, ne’ quali in- vece della preposizione D4 pare che stésse meglio la preposizione Cerca, e tanto che alcuni gramma- tici si sono indotti a credere che veramente da si- gnificasse circa o intorno. Esempi. /n cosiffatti ra- gionamenti Ferondo fu tenuto DA dieci mesi. B. Comperate DA dodici botti. B. Essi videro vicino a un cataletto DA dodici fanti. B. In simili costrutti, eminentemente sintetici, vi manca una intera proposizione, la quale esprime il parZîre che fa la mente, numerando da uno a dieci o dodici ec. Sicchè la forma analitica sarebbe. Zu mia mente discorrendo da uno a dieci mesi truova che Feron- do fu tenuto circa tanto tempo. Facciasi la stessa risoluzione per gli altri esempi. N° 2. Sintassi figurata nella preposizione PeR. D. In quali casi, generalmente parlando, si può dire, che questa preposizione sia costruita figuratamente ? R. Ogni volta, che non è preceduta da un verbale di Moto, di cui è propria determinazione. Quindi truo- 77 vandosi dopo verbi di stato, o di azione transitivi, o dopo aggiuntivi ec. vi è sempre Sintassi figurata, e la forma sintetica del castrutto si riduce all’ ana- litica, supplendo la parola generale passando , sia che il rapporto è fisico, sia che è morale ; come — accennammo nel principio di quest articolo. D. Allegatemene degli esempi. R. Eccone alquanti con le rispettive risoluzioni : 1. Per de sparse ville e PER è campi, e PE' loro col- lì e PER le case di di e di notte morivano. B. Nel qual esempio è chiaro volersi dire che, a chi fosse avvenulo di passare per le sparse ville, pe'campi ec. sarebbe venuto fatto di osservare che morivano ec. 2. Ho ricevuio lettera (passata) per la via di Roma. 3. Felice l’alma che (col pensiero passando) per voz sospira. Petr. 4. PER ritrovar, ove il cor lasso appoggi, Fuggo dal mio natio dolge aer tosco Petr. Dove quel PER in principio accenna al passaggio che fa la mente .al fine o alla ragione, per cui il poeta fugge dall’ aer tosco— Quindi si dà ragione de' se- guenti modi di dire: Zo fare? per vot cosa, che î0 potessi e che a vot piacesse. Il perchè, il perocchè sì riducono a questo principio. 5. Essendo stato un pessimo uomo în vita, în mor- te fu reputato reR santo. B. Ella st chiamò PER contenta. I grammatici, confondendo il valore eli- mologico delle parole col valore della traduzione , asserirono che ii per in simili esempi significhi co- me. Ma ciò è falso, perchè una parola non può mai cambiare natura. Diremo adunque che in simili co- strutli vi è una comparazione, a fare la quale lo spi- rito passa pel pensiero di un altro soggezto, e l'e- ressione in forma analitica equivale alla seguente: Passcsido dal pensiero di lut per quello dell’uomo santo, fu tenuto come tale. N.° 3. Intorno alla Sintassi figurata nella preposizione A. D. In quali casi, generalmente parlando, la preposizio- ne 4 si può dire costruita figuratamente ? R. In tutti i casi, che non è preceduta da un verbale di Jfoto, che accenna alla tendenza, di cui è segno «questa preposizione. D. Di quante maniere è il rapporto di tendenza ? R. Come abbiamo detto nel principio di questo para- grafo, è fisico e morale, il primo quando il moto è di una cosa corporea, il secondo quando la ten- denza è tutta intenzionale , e perciò spirituale e mentale, D. Spiegatevi con qualche esempio. R. Allorchè diciamo: ho scritto una lettera A mio fra- tello, ognuno vede che la tendenza, di cui è segno la preposizione A, è tulta 7nzenzionale , in quanto che chi scrive, ha intenzione che la leltera vada al fratello. D. Che ne segue da ciò? R. Ne segue che tutt’i verbi, i quali accennano col loro significato a questo moto intenzionale o reale, an- corchè non sieno essi stessi verbi di moto , come dare, concedere, servire, ringraziare, offerire, pre- sentare, mandare, portare ec. sono seguiti dalla pre- posizione A. Ma non direte che la preposizion a de- termini siffatti verbi in forma analitica , sibbene ri- conoscerete in tai costrutti una Stnzass: figurata. (Vedi il Nuovo Corso Vol. II. pag. 158 e seg.) D. Quali costrutti in siffatto modo sono più eleganti? R. Quelli, ne quali uno di siffatti verbi, o de' loro par- ticipi, è taciuto, perchè la Sintassi allora è doppia- mente figurata, come ne’ seguenti esempi del Boc- caccio : 79 1. Amendue li fece pigliare (avendone dalo ordine ) a tre suoî servitori. 2. (Mandatolo) A gran valentuomo il fece ammae- strare. | 3. Fatevi (mandando) a ciascuno, che di queste cose mî accusa, dire. | 4. (Tendente) A vor non sarebbe onore che il vostro paggio andasse a povertade. | 5. /Von istà (volgendo il pensiero) a me : mandare o il venire. o 6. In abito di pellegrino ben fornito ( volgendo il pensiero ) a danari e care gioje. | D. Qual altro costrutto figurato merita di essere no- lato sotto il rispetto di questa preposizione ? R. Meritano di essere considerati que’ costrutti, ne'qua- li la preposizione a è preceduta da una parola si- mile a eguale o simile ec. che accennano alla com- parazione di due soggetti, per la quale la mente nostra discorre da uno a// altro pensiero. Ondechè quello A dipende da un verbale sottinteso , che si- (un questa tendenza morale. (Vedi il Nuovo Corso ol. ll. pag. 163.) D. È sotto questo rispetto quali costrutti sono più e- leganti ? | R. lutti quelli, ne’quali è taciuta la stessa parola e- quale o simile. Esempi. 1. Cotesti tuoi denti fatti (eguali o simili) a'dischers. 2. Ne furono assaî allegri, dappoiîchè l’ ebbero ( e- guale ) a signore. 3. Mia madre (pari) a servo di un signore mi pose. Quindi, allorchè incontriamo i seguenti modi di dire : alla scapestrata, all'impazzata , alla milanese, alla romana ec. ec. intenderemo: în foggia o qui- sa o mantera simile all’ impazzata, alla milane- se, alla romana ec. Intorno a’ modi sintetici nel ConciunTIvo e nell’ INFINITO. D. Quando il modo Congiuntivo è costruito figurata- mente ? | R. Quando nor è preceduto dal prenome Che in ita liano , o da qualche altra particella sospensiva in altre lingue. Eccone de’ hellissimi esempi presi dal Boccaccio : 1. Quest’ ultima novella voglio ( che ) ve ne renda | ammaestrate. 2. Dubitando forte (che) non ser Ciappelletto gl'in- gannasse. 3. Ma forte temeva (che) non forse alcuno di que- sto st accorgesse. 4. Cominciò a suspicare (che) per quel segno desso osse. 5/5; che egli prese sospetto (che) non così fosse com’ era. D. E in quali casi può dirsi che vi sia Sintassi figu- rata nell’ Infinito ? l R. In primo luogo l'/rfinzto è adoperato figuratamen- ie ogni qualvolta si truova dopo che, chi, dove, come, quando, onde, le quali parole accennano al modo Finito di volere, dovere, potere , sottintesi, da cui l’Infinito dipende. Eccone gli esempi : 1. Qui è quest una e non sarta chi (voglia) man- grarla. 2. Sallo Iddio che to non so che (debba o possa) farmi. 3. E vo cogliendo quest erbe , acciocchè to abbia donde (possa) vivere. D. Ma perchè l’Infinito non si adopera assolutamente? R. Perchè si è veduto innanzi, che l’/nfirzto, anche 81 quando forma proposizione finita, dipende sem- pre dalla proposizione principale, a cui serve come determinazione. Se dunque lo truoviamo senza verbo di modo finito, che gli preceda, e senza preposizio- ne, bisognerà intendere o l’uno o l’ altra. Ma nel caso presente, essendovi innanzi parole che accen- nano al verbo di modo finilo, è uopo riconoscere il primo intendimento. D. E che dite dell’ Infinito dopo i verbi so/ere, dove- re, potere? R. Dico che, quando l’Infinito si truova dopo siffatti verbi, è termine di rapporto delle preposizione dé sottintesa. Se dunque truoviamo : Zo ina scrive- re, posso ventre, soglio leggere, riguarderemo quel- l’ Infinito figuratamente adoperato. D. E perchè ciò? R. Perchè l'infinito, così costruito, non è obbyetto, nè può esserlo, posto che i verbi, da cui è preceduto, non sono di azione obbjettivi : non è primo termi- ne di proposizione : resta a conchiudere che sia un termine di rapporto. Quindi fu che i grammatici dissero a’ verbi dovere, potere, solere e simili, ver- bi servil:, perchè servono all’ infinito. Si riscontri il II. Vol. del Nuovo Corso pag. 166 e seguenti. Alcuni modì sintetici sotto il rapporto del Prenome ‘ongqiuntivo Ca. D. Per quale particolarità il Prenome Che merita di essere considerato in un articolo a parle? R. Benchè questo Prenome vada compreso nella cate- goria generale degli altri prenomi, che nella pag. 60 di questo volume riguardammo come determina- zioni; pure merila una particolare considerazione : $2 sotto il rispetto della Sintassi figurata, per queliò che andremo ad osservare. D. Ma può dirsi veramente che sia il C4e sempre pre- nome ? | R. I grammatici insegnavano che alle volte è prenome, alle volte è congiunzione, ed allegavano per distin- zione, quando l'uno e quando l’altra fosse, una re- gola empirica e irrazionale, cioè quando a Che si poteva sostituire #7 quale o la quale era prenome, quando no era a a E noi possiamo dire, secondo questa regola ragionando, che appunto è sem- pre prenome congiuntivo, perchè ad esso si può in ogni caso sostituire 2/ ii o /a quale. D. Ma ciò pare impossibile, perchè, se a che posso sostituire 2Z quale, o la quale ne’ seguenti e.empi: il libro, cHE mt avete mandato, è buono : l’ ac- qua, CHE ho bevuto, era fresca, non potrò fare lo stesso in questi altri: 7 pare CHE vot studiate: INon sapeva CHE vot eravate matto. R. Ciò, che pare impossibile agli empirici, non è tale, - per chi fa uso della ragione. Anzi è impossibile il . contrario, perchè stabilito una volta il Che preno- me, non può mai essere congiunzione , ossia non può appartenere a due classi di parole differenti. i voi stesso potele persuadervene, se ricorrerete alla Sintassi figurata. D. Ma come si potrebbe ridurre a forma analitica di quale il Che, adoperato negli ultimi esempi ? R. Quando dicesi : 4/ pare che vot studiate, è fa- cile a intendere che if soggetto di pare è il nome soltinteso cosa, delerminato dalla proposizione in- cidente preceduta da Che dopo pare: il senso netto è questo: Mi pare cosa la qual cosa è: vot stu- diate, o îl vostro studiare , o îl vostro studio. Si faccia la stessa applicazione a tutti gli altri esempi di simile natura. Ed è chiaro che al che sì può 83 sostituire #7 gua/e. Ma, quando il nome è espresso, la Sintassi è analitica; quando è taciuto, come nel- l’ esempio riferito, la Sintassi è figurata, o il modo è sintetico. ( Vedi il Nuovo Corso Vol. I. ) D. Quali costrutti italiani presentano questa forma sin- tetica ? R. I seguenti: 1. Avvenne che, Accadde che, Pare che, Bisogna che, Fa mestieri che ec. dove il pri- mo termine della proposizione è il nome Cosa sot- tinteso, come antecedente di Che. , 2. Quando diciamo: È però che, É uopo che, È me- stierî che ec. adoperiamo parimente lo stesso costrut- to figurato da risolversi come nel num. antecedente. D. Qual altra particolarità si deve osservare in quanto a questo prenome ? R. Si debbono osservare i seguenti figurati costrutti per difetto delle preposizioni, da cui dipende il suo nome sottinteso : 1. Che invece di In cune. Esem. /n quel medesimo appetito, (in) cHe Ze monacelle cadde, B. Messer Torello in quell’ abito, (in) car era. B. . CHE invece di Di cHe , sebbene poco ragionevol- mente, // giudeo liberamente di ogni quantità (d1) Car ?/ Saladino il richiese, il servi. B. Anima bel- la da quel nodo sctolta, (di) CHE più bel mai non seppe ordir natura. Petr. 3. Che invece di A cHe. Come giunsi di là, trovar molti compagni a quella medesima pena condan- natî, (a) cue #0 (fui condannato). B. 4. CHE in vece di con cHe. £ parmi l'ombra di co- loro, che son trapassati , vedere, e non con quei visi, (con) CHE ?0 soleva, ma con una vista ter- ribile spaventarmi. B. Ma questa forma oggidì sa- rebbe dura e irragionevole. 5. CHE senza accento invece di PER e CHE. /o ho tro- vato modo, (per) che avremo del pane per più di LO 84 un mese. B. Ma dimmi la cagîon (per) che non ti quardi di scender quaggiù. D. 6. Cue invece di pa cHE. £ gran tempo (da) cRE non ricevo tue lettere, E un anno (da) cHE non ti vedo. 7. CHE invece di PRIMA o AVANTI CHE. Zoî non avre- te ciascuno comptuto di dire una novelletta (avan- ti 0 prima ) CHE 27 sole sta declinato , tl caldo mancato. B. 8. CHE invece di popo cHE. Arrivato cHE fu ( ossia dopo che fu arrivato ) 7» Zolentino , ebbe noja grandissima. B. 9. CRE in senso di aLLorcnÈ. Zo scolare fu poco nella corte dimorato, (allora) CHE egli cominciò a sentir più freddo che non avrebbe voluto. B. 10. CHE in senso di PERCIOCCHÈ. £ però confortati e lascia tanto dolore, (perciò) cHE se 10 credessi che questa vita dovessi tenere, to în niun conto vi andrer. B. 41. CrE in senso di EcceTTO o SALVO cHE. Egli ri- spose: Signore , le grù non hanno , se non una coscia e una gamba. Currado allora turbato disse: come diavolo non hanno (salvo) cHE una gamba? ec. ARTICOLO VII. Sintassi figurata ne’ così detti AFFISSI. D. Che cosa i grammatici intendevano per affissi ? R. Secondo l’ etimologia di questo vocabolo , gli af- fissi sarebbero alcune parole, che non si potessero scompagnare da certe altre; e particolarmente s'in- tendono i nomi personali 72, #°, 87, ct, vi, che si accompagnano indivisibilmente a certi verbi, co- me pentire, accorgere, lagnare, dolere, ec. i quali sì usano al seguente modo : Jo mi pento, tu ti pen- ti, egli si pente, noî ci pentiamo, voi vi pentite, 85 eglino st pentono, dove, come ognun vede, il nome personale si ripete variato. Zo mi, tu dî, egli si, not ci, vot vi, eglino st. A questi si aggiungano i verbi detti da alcuni grammatici neutri-passivi, in quan- to che esprimono un azione, che viene al soggetto da una causa esterna, come 20 mî spavento, tu ît meravigli, egli st annoja. D. Or simili costrutti sono regolari o figurati? R. In quanto a’ primi, cioè pentirsi, accorgersi, do- lersî ec. non si può dire che sieno costruiti rego- larmente ; perchè il pentirsi non significa azione prodotta dall’ agente Zo, Tu, St, ec. quando tutti convengono che il pentimento, l’ accorgimento , il dolore è prodotto dalla ricordanza de’ peccatt, per esempio, o dall’occasione di un obbjetto estrinseco, onde sono seguiti da un termine di rapporto di dz- pendenza : il mi, ti, st, è sempre nome personale variato, equivalente a me, te, sè, obbjetto, oppure ad: a me, a te, a sé. Ora nè l'uno nè l’altro può sla- re come determinazione di siffatti verbi, perchè nes- sun senso fa 70 pento me o a me ec. Dovremo con- chiudere che simili costrutti sieno sintetici di par- ticolare natura, e che racchiudono il seguente sen- so: Zo sento che la memoria de’ peccati fa essere me pentito, o to sento che la presenza del fiore fa essere me accorto. Nella quale traduzione conven- gono tutti, perchè rende integro il senso dalla frase. D. E come si risolvono i così detti neutri-passivi ? R. Allo stesso modo: zo mî meraviglio di vor, è lo stesso che: 70 sento che vot, come causa, fate es- sere me meravigliato ec. ec. D. Ma se si dice: 70 mi muojo di affanno, come ri- solvete il costrutto? R. Alla stessa guisa, cioè zo sento che la piena del- l'affanno fa morire me. D. Ma, se si truova il St volulo passivo, come quando 86 dicesi: /a virtà st ama da tutti, come avverrà la risoluzione ? R. Messo una volta che Mi, 77, Sî, sono nomi per- sonali assolutamente, ossia et1mologicamente, in co- strutto possono acquistare un valore relativo oltre del proprio, ma non mai cambiare natura. Quindi il S? sarà sempre nome personale , e non mai St passivo, se per questo s' intende una qualche cosa di diverso. Ma è indubitato che la frase : la virtù st ama da tutti, presenta il St con un senso rela-- tivo diverso dal senso , che presenta in altre frasi regolari o analitiche: bisognerà dunque conchiude- re che sia costruito figuratamente. Ora io dico che St in questa frase equivale a womo primo termine della proposizione , la quale, ordinandosi, presenta questa forma : uomo ama la virtù, che è nell’ a- more provveniente da tuttî, e se il verbo ha la de- sinenza indicativa del numero, invece di uomo, mel- tete vominî, e tutto il resto come sopra. D. Pare da ciò potersi conchiudere che questi affissi bene adoperati non stieno mai oziosi, cioè come r7- pieni ? l R. Così è, nè può essere diversamente , se vogliamo discorrere secondo ragione , la quale prescrive che non si dica e disdica intorno alle medesime cose. ARTICOLO VIII, Sintassi figurata ne' prenomi EGLI, ELLA , COSTUI, QUESTI , COTESTI, QUEGLI — CHE, CUI, CHI, CIÒ, ALTRI ec. D. Come si può dire che vi sia Sintassi figurata in siffatti Prenomi e simiglianti ? R. In quanto chel’uso li adopera costantemente senza nome, cui dovrebbero precedere in forma analitica, per quanto abbiamo stabilito in Etimologia pag. 38. 87 D. In che differisce questa specie di Sintassi figurata dalle altre? R. Differisce in quanto che è comune nell'uso della lingua , e non propria o particolare di questo o quello scrittore. APPENDICE Intorno a certe altre volute figure grammaticali So 1 Intorno al così detto Ripieno o Pleonasmo D. Che cosa intendono i grammatici per Azpieno o Pleonasmo ? R. V° intendono alcune parole adoperate nel discorso senza significare alcuna cosa, in guisachè , tolte di mezzo, il senso non ne viene a soffrire, ma resta nella sua integrità, come sarebbero quei tanti Eg/ ed E//a del Boccaccio, del quale disse un del 505: Se egli ed ella fosser paternostri, il Boccaccio ne sarebbe un buono infilzatore. E di cosiffatta ridondanza 1 grammatici ne vollero una figura grammaticale, che ha virtù di fare elegante il discorso. D. Ma è secondo ragione questa figura ? R. E la più irragionevole del mondo , ritrovata per iscusare gli spropositi de’negligenti scrittori ; peroc- chè chi dice parole senza significato, adopera i mezzi, e rinuncia al ino che si propone, come sarebbe mat- to colui, che camminasse una giornata alla ventura senza arrivare a casa, dove si propose di pervenire. D. Ma non ha alcuna eccezione questo principio ? R. Nessuna, e, se si dà ripieno lGdcrole non è af- fatto nel senso de’ grammatici , perchè quel super- fluo apparente serve o al fine di chiarire una sen- 88 tenza, che altramente sarebbe oscura, o a quello di accrescerle forza ed energia. Si può riscontrare sul roposito quanto abbiamo scritto nel Nuovo Corso bart 1. Vol. II. pag. 172 e seguenti. g. 2 Intorno alla così detta SiLLEssi. 1). Che cosa intendevano i grammatici per Sillessi ? R. Una sconcordanza nelle parole contro l’uso costante di una lingua. D. Spiegatevi con qualche esempio. R. È uso costante della lingua italiana di accordare il Nome coll’Aggiuntivo, dando loro la stessa desi- nenza, e di dire Za quale, se il nome che precede finisce in a, e 2/ ul se finisce in 0, o anche così se fossero preceduti dal prenome /a o /o. Intanto s'in- contra presso qualche classico scrittore il contrario, come quando il Boccaccio disse: Che voi alcuna PERSONA mandiate in Cicilia , 10 QUALE pienamente s' informi , e in quest’ altro: Suditamente ogni cosa fu di rumore e di pianto RIPIENO: Ogni cosa di neve era COPERTO. D. In che conto bisogna tenere questo modo di dire? R. In conto di uno sproposito, in cui lo scrittore può cadere, guardando all'idea, che vorrebbe esprimere, e non esprime. D. Ma non vi sono casi di St//ess? molto elegante? R. Se ve n'è qualcuno, è sotto il rapporto dell'Ellissi, ossia della Sintesi , come si può riscontrare nel Nuo- vo Corso Vol. II. pag. 180 e seguenti. Ma in que- sto caso la Sillessi non è una figura diversa dellEllissi. TRATTATO DELLA COSTRUZIONE. Che cosa è la Costruzione? È quella parte della Grammatica, nella quale si studia l’ ordine naturale delle parole per conoscere l’ ordine artificiale delle medesime. D. Dunque le parole nel discorso non sempre si allo- gano naturalmente ? R. Non sempre, ma il più delle volte quelle, che do- vrebbero precedere, sì Lio seguire, e vceversa:quan- do le parole si allogano, come naturalmente cadreb- bero, si dice che serbano un ordine naturale; quan- do poi si allogano contro quest'ordine, si dice che servono all’ ordine artificiale. D. Ma quale è l’ ordine naturale delle parole? k. È quando l'ordine delle parole segue l’ ordine na- turale de’ pensieri, esprimendo prima quello che naturalmente pensiamo prima, e dopo quello che do- po , secondo ciò che è comune alla maniera di pen- sare di tutti gli uomini, e non particolare a qualche individuo. D. Ma a che serve questo studio? R. A due grandi e positivi vantaggi : il primo per sa- pere ben ordinare artificialmente le parole, quando 90 scriviamo: il secondo per sapere riordinare, 0, co- me dicono le scuole, costruire i pezzi del discorso nelle scritture altrui tenute per classiche ed artistiche. D. Come si chiama quel pezzo di discorso , sopra di cui si studia l’ ordine naturale delle parole ? R. Si chiama costrutto , che è lo stesso della propo- sizione di qualunque forma sia grammaticale , sia logica , sia principale , sia incidente , sia assoluta, sia comparativa, sia regolare o analitica , sia fi- urata 0 sintetica. In breve la Costruzione studia ‘ordine naturale delle parole nella proposizione, che è stato obbjetto della Sintassi esposta nel Trattato antecedente. D. Come dunque sarà diviso il presente Trattato ? R. In due Sezioni: nella 1. esporremo i prircipi ge- nerali dell’ ordine naturale: nella 2. i principi ge- nerali dell’ ordine artificiale. Dell’ Ordine naturale delle parole —Partizione della presente Sezione. D. Come si divide la presente Sezione nel ricercare l’ordine naturale delle parole? R. A procedere con ordine e con metodo, che va dal facile al difficile, esporremo in 1. luogo l’ordine na- turale delle parole in una proposizione grammatica- le di qualunque natura : in 2. luogo l’ ordine natu- . rale delle parole in una proposizione logica 0 di- scorsîva. È, siccome le determinazioni sono diffe- renti e relative a ciascuno elemento essenziale di ogni proposizione, dovremo dividere e suddividere questo capo in più articoli e paragrafi. Oltracciò,, proponendoci due vantaggi e non uno, come di so- pra è detto , esporremo in un capo a parte alcune 9I norme generali per la pratica, nel riordinare gli ele- ganti costrutti de’ classici scrittori. | CAPO I. Ordine naturale delle parole nella proposizione grammaticale. D. Quale si può dire ordine naturale delle parole nella proposizione grammaticale? R. Posto che l’ordine naturale delle parole si deve ripetere dall'ordine naturale de’pensieri, è facile a com- rendere che una proposizione grammaticale sarà na- turalmente ordinata, se le sue parole si allogano con quello stesso ordine, con cui i rispettivi pensieri appariscono nello spirito. Ora il primo pensiero nella proposizione sostanziale è quello di sostanza o di soggetto , il secondo della sua permanenza , il terzo della sua qualità o quantità. È agevole dunque a comprendere che la prima parola, come primo termine, sarà il Nome segno di sostanza, la seconda il verbo segno di permanenza o di stato, la terza l’aggiun- tivo segno di qualità o di quantità. Facciasi la slessa applicazione per la proposizione causale , perchè in essa prima pensiamo alla causa, poi all’ azione, in ultimo all'effetto, pensieri, che tradotti in parole, dinno Nome, Verbo, Aggiuntivo nella sostanzia- le, come Acqua è fredda, e Nome, Verbo , e Ver- bale nella causale. Se dunque trovassimo le seguenti espressioni : ZVeciso fu Cesare e fanno rumore i topî, noi, costruendo, ridurremmole all’ ordine natu- nb nel seguente modo : Cesare fu ucciso e 1 topi fanno rumore. D. E sella proposizione sarà 7nfinita ? R. Faremo allo stesso modo, come va praticato per la proposizione finita , perocchè in Sintassi abbia- 92 mo stabilito che anch'essa costa di tre parole , co- me: So esser voî dotto. È, siccome per proprietà di lingua gl' Italiani pospongono al verbo il primo ter- mine in questa specie di proposizioni, costruendo ridurremo le parole all’ ordine naturale : So vor es- sere dotto, o So che vot siete dotto. D. E se la proposizione è 2n/errogativa ? R. Il principio è sempre lo stesso, e se nell'uso di tutte le lingue il primo termine di siffatte proposi- zioni si pospone al verbo , come Stere vor sano ? Noi costruendo diremo: Amo sapere se vor siete sano. ec, CAPO 11. Ordine naturale delle parole nella proposizione LOGICA 0 DISCORSIVA. D. Quale sarà l’ ordine naturale delle parole nella pro- posizione logica o discorsiva ? R. Posto che la proposizione logica o discorsiva è tale er le determinazioni di ciascuno elemento essen- ziale della grammatical proposizione , e le determi- nazioni in ordine naturale debbono allogarsi di co- sta al loro rispettivo determinabile, ognuno vede che per sapere quale sia l’ ordine naturale delle parole nella proposizione logica o discorsiva, è uopo in prima stabilire quale sia‘l’ordine naturale delle de- terminazioni, relative a ciascun determinabile. Dell’ordine naturale delle parole, che determinano tl primo termine della proposizione logica. 6. I Costruzione delle determinazioni del NoME primo termine. D. In che modo si debbono disporre le determinazioni del Nome ? R. A questa domanda è uopo rispondere con distinzio- ne: o il nome ha una sola determinazione, o ne ha molte. Nel primo caso si disporranno le parole nel seguente modo : 1.° Se la determinazione sarà un prerome simile a 2/, lo, la, Stio , cotesto, quello, ognî, tutto , as- sat, molto , tanto , quanto, tale, quale, medesi- mo, stesso ec. nel costryire precederanno il nome, e si dirà: 20 cavallo, la fontana, questo prato , quell’ acqua , cotesto libro, ogni nome, tutto il mondo, ogni cosa, molta roba ec. ec. Dicasi lo stesso delle parole derivare in forma di ag- giuntivi, simili a mi0, tuo, suo, nostro , vostro, dt bene in qualche caso, per dar forza al discorso, si facciano seguire al nome, per ordinario gli prece- dono. In questa stessa categoria vanno i così detti ORDINATIVI primo , secondo , terzo, quarto ec. L'ag- giuntivo quantitativo 20 e vn4 con tutti 1 numeri 1,2,3,4,5,6 ec. in nostra lingua precedono i nomi, come un nome, una donna, due cavalli, cinque pecore. Onde avvenne che i grammatici di- chiararono arficolo indeterminato uno e una , facen- do sparire il significato primitivo di questa parola. 2.° Se il nome è Hicsninalo da un aggiuntivo di qua- 94 lità o di quantità continua, come bello, buono, grande , lavo ec. questi in ordine naturale do- vranno seguire il nome. Esempi: casa della, ca- vallo grande , uomo buono , cappello largo. Lo stesso dicasi, se il nome è determinato (a) da participi presenti e passati simili a /ezto e leggente, amato 0 amante (b) da comparativi o superlativi, come mag- giore, massimo ec. (c) da parole in forma di ag- giuntivi, derivate da nomi propri di città e nazioni , come Francese, Romano , Ateniese , (d) da parole derivate da nomi in forma di aggiuntivi simili a lucido, ombroso, onusto , funesto ec., (e) da ag- giuntivi variati in forma di diminutivi, accrescitivi, peggiorativi e migliorativi, come bellino , rossic- cio , biancastro, grassone ecc. Tutte queste e si- miglianti parole in ordine naturale seguiranno il nome. I 3.° Se il nome è determinato dalle tre preposizioni Di, Con, Senza, queste dovranno seguirlo imme- diatamente, ancorchè le due ullime nel costrulto sie- no separate e rimole, e ciò per la relazione che hanno al significato del nome. 4.° Il così delto caso dî apposizione, essendo un sog- getto di comparazione, che si riferisce al nome che gli precede, vuol seguirlo indispensabilmente. 5.° La proposizione incidente, preceduta da che, cus, ag non può distaccarsi dal n0me, che nelle scuole u addomandato antecedente. 6.° Siccome il gerundio italiano in ando e in endo, quando si riferisce al primo termine della proposi- zione incidente preceduta da che, cui, quale, non sì può distaccare dal medesimo in ordine naturale. 7.° 1 cognomi delle famiglie vogliono seguire imme- diatamente al nome proprio, che sarà primo termine di proposizione ; come ne’ seguenti esempi : Vincen- zo Gravina fu savio: Pietro Metastastio nacque povero. 6. 2. Costruzione delle determinazioni dello 1nFINTO, quan- do sì assume a primo termine di propostzione. D. Qual è l’ordine naturale delle determinazioni del- l’ infinito assunto a primo termine ? R. L' Infinito ha due specie di determinazioni : la pri- ma specie è di quelle che gli convengono , come a nome, la seconda di quelle che gli convengono co- me a verbo. In quanto alle prime ci rimeltiamo al paragrafo sucedinii in quanto alle seconde ne parleremo diffusamente nel seguente Articolo. $. 3. Costruzione delle parole, quando il primo termine di una proposizione è rappresentato da un prenome simile a EGLI, QUESTI, ELLA €c. ‘ D. Come st debbono ordinare le determinazioni del nome rappresentato da’ prenomi personali simili a EGLI , COSTUI ec. R. Il prenome non ha determinazioni per conto pro- prio, sibbene per conto del nome sottinteso, di cui esso stesso è una determinazione. Quindi bisognerà serbare lo stesso ordine, che abbiamo veduto nel pa- ragrafo 1. rispetto al Nome primo termine. 96 ARTICOLO II. DELL'ORDINE NATURALE, CON CUI SI DEBBONO DISPOR- RE LE DETERMINAZIONI DEL VERBO, PAROLA MEDIA NELLA PROPOSIZIONE. Costruzione delle determinazioni de’ verbi astratti, EssERE e FARE. D. Che significa quando si dice: costruite un verbo? R. Significa ordinare , 0 disporre vicino al verbo le sue determinazioni, le quali essendo 1. le preposi- zioni di contenenza e di sito, seguite da’ nomi di tempo e di /uogo, allora un verbo è costruito, quan- do le dette determinazioni se gli allegano di costa, come l’acqua è în està nel pozzo fresca ec. 2. Per la slessa ragione gli avverbi di tempo e di luo- go in senso proprio o melaforico si fanno seguire immediatamente al verbo, come sono Qui molte cose nuove: l’acqua fa ivi corso: vor siete saviamente buono. 5. L' ablativo assoluto, che come abbiamo detto nella Sintassi regolare, è una proposizione incidente, che determina il tempo della principale proposizione , deve in ordine naturale seguire al verbo. Ma, sicco- me per la sua lunghezza potrebbe far perdere di vi- sta le rimanenti determinazioni del medesimo , si può posporre ad alcune parole, che immediatamente seguono al verbo, come Enea venne in Italia, es- sendo Troja distrutta : dove l’ ablativo assoluto non è immediatamente dopo venne, perchè în Zra- lia, trasportato dopo, perderebbe il nesso al suo de- terminabile VENNE. 3. Dicasi lo stesso se vi sarà una proposizione inci- 97 dente copulativa preceduta da se, come, quando, mentre, dove >. Essa si farà seguire dopo l’ ulti- ma determinazione della sua principale proposizio- ne, e non immediatamente dopo il verbo della me- desima — Esempi: Zerrò in Roma, sE èl tempo permette : Scriverovvi a lungo, QUANDO mio fra- tello ritorna ec. 62. Costruzione delle determinazioni de’ verbi concreti. D. Come si costruiscono i verbi concreti? R. Se hanno dopo di loro le determinazioni de’ verbi astratti, si costruiscono alla stessa maniera, che ab- biamo esposta nel paragrafo antecedente. Se poi il verbo è concreto di azione obb:eztivo, pren- de immediatamente dopo di sè l' obbjetto, come: Ho scritto una LETTERA 4 700 fratello. Se è verbo concreto non obbzettivo, prende immedia- tamente dopo di sè le tre preposizioni da, per, a, seguite da' nomi di Zewmpo e di luogo, come: L’ac- qua corre DALLA sorgente, PEL canale, A_ mare. ARTICOLO III. Costruzione delle determinazioni del secondo termi- ne AGGIUNTIVO, 0 dî parola DERIVATA în forma di AGGIUNTIVO. 61. Costruzione delle determinazioni nelle comparazioni. D. Come si costruiscono le forme delle comparazioni negli aggiuntivi detti comparativi ? 5 98 R. Ogni comparazione presenta due membri, ossia due proposizioni, una principale e l’ altra incidente, ma quest ultima può essere esplicita , cioè preceduta da che, quale, quanto, o tmplicita, cioè in modo abbreviato — Ora nella costruzione è principio ge- nerale, come vedremo, che la proposizione princi- pale deve essere posta in primo luogo, però : . Se la comparazione è d'identità, deve le due pro- posizioni hanno l’ aggiuntivo preceduto da fanzo quanto, tale quale, si metterà in primo luogo la proposizione, che ha rale o tanto , ed in secondo l’altra, che ha quale o quanto. Esempi: — L'acqua è talmente fresca, li fresco è il marmo: l’ acqua è tanto fresca, quanto fresco è il marmo - dicasi lo stesso di Così e Come. 2. Se la comparazione è di diversità per più o me- no, si metterà in primo luogo la proposizione che contiene più o meno, e in secondo l’ altra precedu- ta da che o di. Esempi. Pietro è più o meno dotto che o di Antonto ec. 3. Se la comparazione è superlativa in forma anali- tica, come quando dicesi: Piezro é il più o i me- no dotto di tutti, la costruzioue procede allo stesso modo del numero antecedente. 2. | Costruzione delle determinazioni del Participio. D. Ditemi la costruzione delle determinazioni del par- ticipio in anze o ente. R. Il participio in ante 0 ente è una forma di pro- . posizione incidente implicita , nella quale il verbo, riducendosi alla forma di modo finito, è preceduto . da che, e ritiene tutta la forza del verbo di modo finito. Quindi le sue determinazioni si costruiscono 99 allo stesso modo, che abbiamo osservato nell’articolo secondo, parlando del verbo. Ma il participio passato, se è di verbo transizivo, è adoperalo figuratamente, e però a costruirlo bisogna risolverlo nella forma analitica, come dicemmo in etimologia, e coordinargli la preposizione da, seguita ‘ da nome agente. Così incontrando : ?0 sono amato da Paolo, risolveremo : 70 sono nell’ amore prov- veniente da Paolo. | Se è participio di verbo 2-trans14v0, avrà coordinate le determinazioni allo stesso modo del verbo con- creto niransitivo. ARTICOLO IV. Costruzione delle determinazioni del verbale di Morto e di Mopo. D. Ditemi come si debbono costruire le determinazioni del verbale? R. Considerato il verbale come nome, avendo le stesse determinazioni comuni, queste si costruiranno alla stessa guisa che quelle del nome, di cui abbiamo parlato nel $ 1, pag. 26, e seg. Ma non così per le determinazioni del verbale di m20- to, le quali debbono allogarsi di costa al loro de- terminabile, per lo principio generale e filologico, cioè che l’ accessorio segue il principale. Quindi le tre preposizioni da, per, a, vanno bene ordinate dopo siffatto verbale. Dell’ ordine naturale delle parole in certe proposi- zioni logiche, nelle quali concorrono le determina- zioni delle determinazioni. D. Che s’ intende per determinazione di determina- zioni ? R. Le determinazioni di determinazioni sono quelle pa- role, che determinano le dererminazioni di un primo determinabile. Se dico per esempio: Ze pere odo- rose, che voi mi avete mandate în un canestro, coverto dî fiori, sono state di mio massimo gra- dimento, voi vi accorgerete , che la proposizione incidente che voî mi avete mandate in un cane- stro, è determinazione del primo determinabile PERE, ma le aggiunte parole coverto di fiori sono delerminazioni di canestro, il quale, unito alla pro- posizione incidente, è ancor esso una determinazio- zione. Similmente m70 e massimo determinano gra- dimento , che è una determinazione anch’ esso di sono state. D. In quante maniere si possono fare le determinazio- ni delle determinazioni ? R. O per semplici parole, o per proposizioni incidenti esplicite e implicite — Sarebbero per semplici parole nel seguente esempio : Cicerone, oratore famoso , ebbe difetti come uomo privato, dove famoso è una | parola, che determina oratore, determinazione di Ct- cerone. Ma se dicessi: Za lettera di mio fratello, che sì truova a Parigi, mi è pervenuta con ri- tardo, sarebbe facile a intendere che la proposizio- ne incidente che si truova a Parigi , sarebbe de- terminazione di fratello, il quale è determinazione di lettera. D. Che si deve osservare in quanto alla costruzione, 101 sotto il rispetto di questa specie di determinazioni? R. Si deve osservare che, nel costruire, ciascuna deter- minazione deve star vicino al suo determinabile, fi- no a che tutte sono finite, per avere la continuazione della catena de’ pensieri, la quale sarebbe interrot- ta, se alcune determinazioni si posponessero. Quin- di è che, se si avessero più proposizioni incidenti, l'una dopo l’altra, ma la terza come determina- zione della seconda, e questa della prima, nel costrui- re la prima si allogherebbe dopo il determinabile della principale, la seconda dopo la prima e la terza dopo la seconda. -D. Pare da ciò che la prima incidente si può consi- derare come principale, rispetto alla seconda, e que- sta come principale, rispetto alla terza. R. Così precisamente—I grammatici distinguevano que- sle diverse proposizioni incidenti col titolo di sud0r- dinate e subalterne, ma queste nomenclalure sono insignificanti — Quello che importa al nostro propo- sito è di sapere che le determinazioni, come acces- sorie, debbono stare vicino alla parola principale, in grazia di cui esistono nel discorso. D. Ma, se ciò è vero per chi compone, non si può dire che sia lo stesso, quando si esamina, per co- struire, un periodo nel componimento altrui? R. È vero che vi sono alcune lingue , nelle quali le determinazioni di una parola si pospongono a quelle di un’altra, per la particolare natura della varza- zione, ma è vero altresì che nelle lingue moderne, e particolarmente nella nostra, queste trasposizioni sono insopportevoli per l’ oscurità che inducono nel discorso. Ma di ciò parleremo più opportunamente nella Sezione Seconda. 102 ARTICOLO VI. Costruzione delle determinazioni sotto il rapporto della Sintassi fiqurata. D. In che senso si può avere una considerazione della Costruzione sotto il rispetto della Sintassi figurata ? - R. Nella Sintassi figurata, e propriamente nel Capo II. abbiamo detto che tante volte si esprimono le sole determinazioni, senza i loro rispettivi determinabili. In questa supposizione la Costruzione non si potrebbe attuare senza sostituire le parole che mancano, dalle quali si può vedere in qual parte si debbano col- lJocare le determinazioni espresse — Sia per esempio il passo del Boccaccio riportato a pag. 77. Per /e sparse ville, e per li campi, e pe lors colti, e per le case di di e di notte morivano. Se voi vo- leste costruire, non sapreste dove allogare que’ nomi preceduti da per, nè dove quel di di e di notte, quando ignoraste la parola, a cui si riferiscono, co- me determinazioni. D. Che ne deriva da ciò? i. La leggitima conseguenza, che chi vuole bene or- dinare i costrutti, deve sapere a fondo la Sintassi regolare o analitica non solo, ma la figurata ancora, perchè da questi due trattati unicamente si può co- noscere la relazione, che passa tra le parole, e senza questa conoscenza è impossibile il ben costruire, il quale non si può attuare, senza sapere di quale de- terminabile piuttosto tra tanti sieno determinazioni queste o quelle parole. Sono quindi avvertiti i pre- cettori a non trascurare la pratica, nel costruire, di far supplire le parole, che mancano ne’ figurati co- strutti. i 105 ARTICOLO VII. Costruzione delle parole nel concorso di più specie dî determinazioni, per uno stesso determinabile. D. Quale norma è uopo tenere per costruire le parole, uando più specie di determinazioni concorrono a iene una parola? R. La norma da tenere in simili casi è di metter vi- cino al determinabile, e nel primo luogo, quelle de- terminazioni , che distaccate o posposte potrebbero indurre confusione, riferendosi ad altre parole vicine, o rimanendo senza relazione. D. Spiegatevi con qualche esempio. R. Suppongo che sia la seguente proposizione: Acqua è fresca, il cui primo termine acqua sia da deter- ininare con le seguenti determinazioni: 1.° di un ag- giuntivo, come /21pida, 2.° con un rapporto di dipen- denza, come dî pozzo, 3.° con un rapporto di disunio- ne, come senza neve, 4.° con una proposizione inci- dente simile alle seguenti , attinza or ora , o la quale è attinta, o essendo attinta ec. ec. Volendo disporre in ordine naturale tutte queste determina. “zioni, io baderò a collocarle in modo che la chia- rezza non si offenda, e che l’ascollante o il lettore sappia che ciascuno si riferisca ad ecqua, e dirò : l’ acqua limpida di pozzo, senza neve, attinta or ora, o essendo attinta, 0 la quale è attinta or ora, è fresca. Se cambiassi quest'ordine, mettendo prima senza neve e poi di pozzo, 0 limpida dopo di pozzo, 0 attinta prima di tutto, confonderei il senso in guisa che non se ne capirebbe più nulla — In questo adunque saran diligenti ì precettori a di- rigere ed educare il buon senso de’ giovanetli, fa- cendo loro avvertire i casi diversi, ne’ quali si pre- senta l'opportunità, perchè la Costruzione, se “li 104 l'ordine artificiale al naturale, non è una pratica puerile e infruttuosa, come si potrebbe credere dap- prima, ma un’esercizio di tanta importanza, di quan- ta importanza è il chiaro intendimento de' testi clas- ‘ sici, e il mezzo che conduce a sapere ordinare ar- tificialmente i propri costrutti. Imperocchè l’ ordine artificiale non si pratica senza intenderlo, e non s'intende senza preconoscere l’ ordine naturale delle parole. ALCUNE REGOLE INTORNO ALLA PRATICA DI COSTRUIRE 1 PERIODI DELLE CLASSICHE SCRITTURE. Regola. Leggete attentamente il testo dell’ autore, e se in questa prima lettura non ottenete una chiara comprensione, ri-leggetelo, perchè la buona ed attenta lettura è condizione indispensabile a saper costruire. REGOLA. Dopo che avrete letto, numerate tutte le proposizioni, che si contengono in quel pezzo di discorso, e troverete che sono tante, quanti sono i verbi di modo finito, cioè dell’indicativo, imperativo, congiuntivo, gerundio, e qualche volta dell’infinito. Regola. Ciò fatto, abbiate a principio che tutto quel pezzo di discorso, contenuto tra hi punti finali, è un aggregato di tante determinazioni, in grazia di una proposizione principale. Quindi andrete in cerca di questa per allogarla in primo luogo, nel caso che fosse preceduta da incidenti. E voi non isba- g@lierete a riconoscerla da’suoi caratteri empirici, perchè dessa ha un verbo al modo indicativo non preceduto da “che”, “cui”, “quale”, “quanto”, o da “se” – H. P. Grice: “I wonder who invented “if”!” , “come”, “dove”, “ove”, “mentre”, “quando”, o “sebbene”, composto da “se” – ‘that iffy if! H. P. Grice -- e “bene”, o da “che” incorporato, come “perchè”, “poichè” ec. Quindi, escludendo tutte quelle, che a queste parole saran precedute, ve ne rimarrà una sola, che è la principale. Regola. Alle volte vi possono essere più proposizioni principali congiunte per la congiunzione “e” – H. P. Grice: “the first conjunction!” -- o “ma” – H. P. Grice: “Colore differente, ma accetalo: Lei e povera e onesta”, delle quali la seconda può essere sintetica o figurata – metaforica?. Voi coi principi della sintassi regolare e figurata potrete ordinarle e ridurle a forma analitica e regolare. Così trovando : Z7uzeî erano comprest di timore e di meraviglia, ma Antonio più degl’altri, diremo che qui vi sono TRE proposizioni principali, e risolveremo: 7utiî erano compresi di timore e (tutti erano compresi) di meraviglia, ma Antonto (era compreso di timore e meraviglia) pit (in paragone) degli altri – H. P. Grice: “It reminds me of my analysis of ‘The present king of France does not wear a wig” – analytic!”. Regola. Trovata la proposizione principale, spogliatela di tutte le sue determinazioni: riducetela alla forma più astralta d’una proposizione puramente grammaticale, e, se il verbo è concreto, risolvetelo nel verbo “essere” – H. P. Grice: “Aristotle on the multiplicity of being” -- o “fare” – H. P. Grice: Socrates whatted: drank hemlock – in “Actions and events” --, e nel participio o verbale, affinchè possiate guardare direttamente il concetto – INTENZIONE, INTENTO -- dello scrittore – profferitore --, ossia il pensiero, che si è proposto. Regola. Fatto questo, distaccate il primo termine, vicino a cui allogherele le sue determinazioni, come è stabilito in sintassi, e, se le determinazioni sono anch’esse determinate, apporrete le determinazioni alle determinazioni, fino a che tutte saranno esaurite: passerete alla parola media, cioè al verbo, e farete lo stesso, come farete pel secondo termine, sia aggiuntivo, sia verbale. REGOLA. Se concorrono più proposizioni incidenti, delle quali una è principale rispetto alla seconda, e e questa rispetto alla terza, voi serberele quest’ordine nel costruire senza tentare di separarle, perchè rimarrebbero senza destinazione. Regola Alle volte sarete costrelto di violare quest’ordine a causa del prenome “che”, “cui”, “quale”, “quanto”, i quali vogliono rimanere dove si truovano. Sia il seguente costrutto: Ze pere, dî cut mr avete fatto dono, erano mature, voi lo terrete come ordinato, ancora che di cuz dovesse andare dopo dono, del quale è determinazione, perchè dicendo: /e pere, mî avete fatto dono di cui, NON farebbero SENSO – love that told would cease to exist – H. P. Grice on Blake, Nowell-Smith on J. L. Austin on John Donne --, o almeno ritarderebbero la comprensione dell’integro senso. Regola. Tante volte in principio di periodo troviamo “il quale”, “la quale”, “il che”, “il perchè”, dinanzi alla proposizione, che dovrebbe essere la principale, perchè altra all'infuori di essa non ne troviamo nel periodo, come nel seguente esempio: Il perchè ne scrissi a mio fratello, che avrebbe posuto far diligenza. Dovè chiaro che, se la prima proposizione non fosse principale, non ve ne sarebbe altra. Ora un periodo senza principale proposizione è IMPOSSIBILE, come non si può dare dito che non si proponga di dire qualche cosa. Intanto non si può dubitare che, dove il che si truova, la proposizione è incidente. In simili casi adunque bisogna conchiudere, o che vi sia un difetto di punieggiatura, o una sintassi figurata. Noi perciò consigliamo o di cambiare il Che, Cuî, Quale, in questo o questa, o di sostituire le parole che mancano – LE IMPLICATURE di H. P. Grice --, e la intera proposizione principale richiesta dal senso, e dire a modo di esempio: Per questo o perciò ne scrissi a mio fratello ec. Regola. Si danno il più sovente de’periodi, nei uali antecedono le proposizioni incidenti, precedute da “benchè”, “sebbene”, Vivai Come, Siccome, Dove ec. aventi espresso il zome, che dovrebbe fare da primo termine nella principale, dove invece si truova il solo prenome. Esempio. Benchè gl’uominî sieno ragionevoli, spesso eglino obbediscono più all'appetito che alla ragione. Se voi nel costruire diceste: Spesso eglino obbediscono all’appetito più che alla ragione, benchè gl’uomini steno ragionevoli, indurreste OSCURITà invece della chiarezza, che si propone la costruzione Ad evitare questo inconveniente passerele gl uomini alla Rn ale proposizione, ed eglino all’incidente. Praticherete lo stesso per tutt’i prenom: ed aggiuntivi, che si truovano nella principale, posposta alla incidente, nella qual cosa potrete riuscire agevolmente, se avete ben capito la relazione delle varie parti di un periodo. Regola. Se nel periodo si presentano costrutti figurati o sintetici, pe quali alcune parole si truovano coordinate a cert’altre, con cui NON hanno relazione, voi, risolvendo dea sintesi, supplirete le parole che mancano. Dalla quale pratica deriva l'intendimento chiaro e integro del testo non solo, ma si ottiene l’altro vantaggio, ancora positivo, di ri-chiamare alla memoria la teoria della sintassi, studiata innanzi. Regola. Non vi farete imporre dalla positura delle parole, che il testo presenta, ondechè, comunque sia lunga e piena la prima parte di un periodo, è sempre vero che la proposizione principale, comunque bin deve precedere. Regola. Badate di togliere, nel costruire, quelle particelle, che diverranno inutili. Quindi è che, se vore rete costruire il seguente periodo: Benché la virtù sia amabile per sé stessa, pure molti vi sono che la disprezzano, potrete togliere quel pure dalla principale, che deve precedere in ordine naturale, e direte: Molti vi sono che disprezzano la virtu, benchè la sia amabile per sè stessa. Regola. Ponete ogni attenzione alla punteggialura, la quale è un mezzo efficacissimo di distinzione delle proposizioni incidenti, rispetto alla principale. Regola Avuto riguardo alle scorrettissime edizioni, che corrono per le mani de’giovanetti, raccomando di non credere ciecamente all’autorità della stampa, ma di leggere i testi con dubbio salutare, nchè si scuopra dove giace l’errore, che rende il senso incerto ed equivoco. Regola. Il precettore sarà diligente, ne’costrutti difficili, di far notare le desinenze di variazione delle parole per vedere a quali altri si riferiscono, perocchè abbiamo veduto in etimologia che siffatte desinenze tante volte sono sintassiche, ossia di relazione alle parole, che entrano in un costrutto. Così le desinenze del verbo indicano i nomi personali a cui si riferiscono, e quelle degl’aggiuntivi indicano i nomi che determinano. Dicasi lo stesso delle desinenze de' prenomi, e delle parole derivate in forma d’aggiuntivi. Regola. Più d’ogni altro vuolsi che i precettori esercitino il buon senso de Cine nel dirigere la loro attenzione al nesso logico de’pensieri contenuti in un costrutto, perocchè da questo solo mezzo in molti casi sì può ripetere l’intendimento di alcuni costrutti alquanto intrigati – H. P. Grice: “Exactly Austin’s point in his rude response to Nowell-Smith: “From what less itelligent people may call the the four corners of the world, angels, blow your trumpets.”” Per fare intendere come può aver luogo questa pratica, suppongo il seguente esempio: Abele uccise Cano, dove stando alle parole, come giacciono, pare che Abele sia stato l’uccisore, mentre in fatto è al contrario. Voi dunque nel costruire farete uso del duon senso, se, dal contesto dello scrittore saprete dedurre che l’uccisore fu Caîno; onde direle costruendo: Caino uccise Abele. Cain Abel killed. Abel Cain killed. Intorno all’ordine artificiale delle parole. Quale si dice, ed è ordine artificiale delle parole? R. È quello, che si discosta dall’ ordine naturale delle parole, qua!e dovrebbe essere secondo i principi sta- biliti nella Sezione antecedente. D. È perchè, quando scriviamo o parliamo, ci disco- stiamo dall’ ordine naturale delle parole ? R. Perchè la nostra imperfetta natura si lascia trasci- nare dal più sensibile, e quindi più dilettevole, o più . Interessanie. DD. Spiegatevi con qualche esempio. R. Allorchè costretti da bisogno di sapere una qualche cosa, che massimamente c’ interessa, la nominiamo in primo luogo, e invece di dire : vo? seriveste ? diciamo serireste voi? Ondechè questo disordine più si rende palpabile, quando parliamo con passione, la quale non lascia riflettere a mente serena, da cui deriva l'ordine secondo natura. D. È come si può provare che l’ ordine artificiale di- ende da questa cagione? | R. Dal fatto delle lingue antiche, che esponevano pen- ‘ sieri profani ed eterodossi, come la greca e la la- . tina, le quali paragonate alle moderne, perfezionate dal Cristianesimo, amano più l’ ordine naturale e si allontanano da’ costrutti intralciati. Infatti la stessa lingua greca e latina, adoperata da’ santi Padri, per esprimere il pensiero evangelico , abbandonò quei giri di tortuosi parlari, quali si ravvisano ne’ classici scrittori latini e greci. D. Ma non pare che questa sola cagione spieghi la vera natura dell’ elegante disordine, perchè, se così 110 fosse, dovrebbesi a tult''uomo evitare un disordine ributtante alla ragione. R. Si potrebbe ancora dire che ciò si faccia per man- tenere sospeso il senso, e tenere desta l’ attenzione di chi legge o di chi ascolta, il quale si annojereb- be ben presto di un discorso, che facilmente e sen- za fatica al mondo capisse. Ma ancora questo sa- rebbe argomento di guasta natura umana, che vuol essere soddisfatta secondo un desiderio irragionevo- le. Tante volte la trasposizione si fa in grazia del- l'armonia per piacere al'oracoliiò armonicamente nel- la prosa, metricamente nella poesia. E ciò sempre în grazia del predominio del sensibile sull’ intelli- gibile, dappoichè la corrotta natura non si lasciò guidare dalla ragione, ma si lasciò vincere dall’ e- sigenza del senso. i D. In qual senso adunque l’ ordine artificiale può dirsi elegante ? R. Nel senso che sa cogliere il più dilettevole per pia cere agli uomini di un'età, che pensano e parlano in un dato modo. E, siccome a misura che la natu- ra corrolta si ristaura per la vera civiltà, quest'or- dine artificiale si va sempreppiù accostando al tipo primitivo dell’ ordine naturale, come abbiamo osser- valo nel Nuovo Corso Vol. II. pag. 334 e seguenti. I ALL TRATTATELLO DELLA PUNTEGGIATURA INTRODUZIONE Intorno all'obbjetto di questo Trattatello. D. Qual è l’obb/etto della Punteggiatura ? R. Ubbjetto della Punleggiatura sono i segni, che sì appongono alle parole scritte, separati dalle quali nulla significano. D. Di quante specie sono i segni della scrittura ap- posti alle parole? R. Sono di tre specie, cioè ideologici , sintassici e patologici. D. Quali sono i segni ideologie? ? R. Sono quelli che si appongono a qualche sillaba di una parola, per accrescerne o diminuirne la quan- tità di lunghezza o lurghezza, brevità o strettezza, e ciò per distinguere cogli accenti. 1. Le parole omonime, che hanno diverso significato, co- me ancora da ancora, e da è , di da di, corre (invece di cogliere) da corre fa corso, :érre (verbo) da torre nome, désse stésse (verbi) da desse stesse prenomi. 2. Per indicare le parti tronche di una parola, come città, virtù, fè, carità in luogo di czttade, vir- tude, fede, caritade, e, se il troncamento è di vo- cali, questo accento si fa aposirofo, come e’ invece di er, que’ invece di quet. | 3. Semplicemente per ragione metrica, e per eufonia, onde l'accento significa quantità per sè stessa di lungo o breve, largo o stretto. Ma di queste ragioni puramente etimologiche, e fono- logiche, non è nostro proposito trattare in queste luogo. 112 D. Quali sono i segni patologie? ? R. 1 segni patologici sono il punto ammirativo, simile a questo (!), e’l punto da pinna, simile a que- st'altro (?). Si chiamano patologici, perchè signifi- cano che lo scrittore, dove fa uso di questi segni, è invaso da passione o da affetto, come è chiaro dalla profferenza ben eseguita in occasione di: sif- fatti segni, la quale cambia tuono, e prende quello della passione. | Ma neppure di que segni sì occupa il presente tratta- tello, perchè di pertinenza fonologica o declamatoria. D Pare adunque che il presente traltatello si proponga i soli segni sintassici ? R. Per lo appunto è così; perchè nostro proposito è di compiere la disamina sintassica. Or quanti e quali sono ì segni sintassici ? Sono ì seguenti, cioè: 1. la virgola 2. il punto e virgola 3. il due punti 4. il punto finale o punto ermo. vi pata non è vero che questi segni sieno adope- rati a significare le pause nella profferenza? R. Noi diciamo che non significano pause in senso di fermate o sospensioni di suono, bensì modulazioni di tuono, le quali fanno intendere le relazioni lo- giche tra le varie parti di un costrutto. Ma come provate che, per esempio, la virgola sia ‘ segno di modulazione di voce, e non di pausa ? R. Lo pruovo con la ragione e col fatto. Supponiamo che sia il seguente esempio: Pierro, Paolo, Anto- mio e Francesco sono arrivati. Se la virgola fosse segno di pers: io dovrei, nel profferire il riportato costrutto, fermarmi ad ogni parola seguita da virgola, la quale cosa produrrebbe fastidio in chi ascolta, e spezzerebbe il nesso, che lega i soggetti di una pro- posizione complessiva. Anzichè dunque fermarmi, io ‘ dovrò modulare la voce alzandola e abbassandola in 145 principio e in fine di ciascuna parola, seguita da quel segno, ma non interrompere la profferenza, e così far intendere che sono più soggetti distinti, ma tutti connessi in una sola proposizione complessiva. D. Ma pare che siffatli segni, frapposti nelle parole scritte, separano le une dalle altre, e quindi nella profferenza è uopo che si rilevi la separazione ? R. Così ragionavano que’ grammatici, che in questi se- gni non videro importanza sintassica, ma come sem- plici segni di pausa consideraronli. Ora il fatto non è così, provato una volta, come proveremo, che essi hanno la destinazione di significare modulazioni dì profferenza, per distinguere le diverse dignità delle parti di un costrutto. De’ Segni della Punteggiatura in Sintassi Regolare. D. I segni della punteggiatura non si adoperano sem- pre allo stesso modo? | R. Posto per principio che hanno un'importanza sin- tassica, non è difficile a comprendere che possono subire qualche diversità di uso, sotto il rispetto della Sintassi regolare e della Sintassi figurata. Ecco per- chè in questa prima Sezione tratteremo del modo di punteggiare in regolare Sintassi, e nella seconda del modo di punteggiar figurato, Dell’ uso della virgola come segno sintassico. D. In che differisce questo segno di punteggiatura da tutti gli altri. nello scrivere ? R. Differisce da tuiti gli altri per la frequenza dello 114 uso, e per la importanza dell’ ufficio che sostiene. Infatti niun altro segno si ripete tante volte nello stesso periodo, quanto la virgola, senza la quale tutto sarebbe oscuro o confuso. La maggior chiarezza del discorso deriva dal buono e frequente uso di questo ‘segno. D. E quale n° è l’importanza? ‘R. L'importanza di questo segno è eguale all’ impor- tanza di distinguere le determinazioni da’ determina- bili, l'accessorio o l’ incidente dal principale nel discorso, il quale diviso in periodi, ossia in propo- sizioni logiche o delerminate, vuol essere conside- ralo a parte a parte. Senza la modulazione della voce, conforme al segno della virgola in iscrittura, un periodo non sarebbe capito, perchè non avrebbe in profferenza que’ chiari e quegli scuri, quegli alli e que’ bassi, per cui si dislinguono i principali pro- ponimenti dagli accessori. D. Ma quale sarà nella profferenza la modulazione della voce, di cui è segno la virgola ? R. Io non posso con la scrittura dipingere il suono, ma dirò per farmi intendere che sarà, come quando si volesse finire, ma tosto il tuono si ciprende e si appoggia alla parola, che viene appresso senza in- terruzione, come ho più chiaramente esposto nel Nuovo Corso Vol. II. pag. 366 e seguenti. D. Ma in quali casi particolari si usa i virgola ? R. In primo luogo la virgola in Sintassi regolare ha la propria sede avanti Che, Cui, Quale, Quanto, che precedono le proposizioni incidenti esplicite nella rolferenna, delle quali bisogna modulare la voce in guisa che il determinabile si distingua dalla deter- minazione , il principale dall’ accessorio, come nei seguenti esempi: Cesare, il quale domò le Gallie, Su ucciso în Senato, dove, com'è chiaro, la propo- sizione incidente è preceduta e seguita da virgola — 115 Così pure scriverete: ZL’ acqua, che ho bevuta, era fresca: l'uomo, cui do a mangiare il mio, mi tra- disce: In questi giorni si sono vedute tante mera- viglie, quante non se ne videro per dieci secoli. E se vi sono proposizioni incidenti subordinate ad al- tre incidenti, il principio sarà sempre lo stesso, cioè segnarle con una virgola innanzi e un’ altra dopo, - come ira due parentesi. | In secondo luogo si apporrà la virgola innanzi alle proposizioni incidenti, precedute da Se, Come, Dove, Ove, Quando, Mentre, Onde ec. e, se dopo di queste proposizioni vi saranno parole appartenenti alla principale, si apporrà un’altra virgola ancora dopo, come nel seguente esempio: Za sola virtù, se O QUANDO n0n è accompagnata dagli averi, è vi- lipesa. | In terzo luogo le proposizioni comparative d’ identità , nelle quali sonovi 1 segni corre!ativi ‘Tale - Quale ; Tanto-Quanto , Così-Come, sono divise da una vir- gola, come nel seguente esempio. 7'ale sarà la fine dell’ empio , quale fu la sua vita. In quarto luogo apporrete la virgola prima e dopo il caso di apposizione, per la stessa ragione, come nel seguente esempio: Cesare, guerriero famoso, vinse i più feroci popoli del mondo. In quinto luogo l’ablativo assoluto vuol essere prece- duto e seguito da virgola, come nel seguente esem- pio: Ze promesse cose, venendo la buona stagio- ne, saranno adempite. In sesto luogo punteggeremo alla stessa guisa la pro- posizione gerondiva, che determina il primo termine della principal proposizione, come: l’acqua, correndo, si fa limpida. ] In settimo luogo metterete la virgola innanzi alla con- giunzione tà e Ma, in Sintassi regolare, sebbene, come vedremo, in punteggiar figurato spesso e non è da virgola preceduta. 146 In ottavo luogo nelle proposizioni complessive, che hanno ripetuto uno degli elementi essenziali , sia primo o secondo termine, sia parola media, voi apporrete vir- gola dopo ciascuno, meno che dopo l’ultimo, il quale per lo più è preceduto da e, come Cesare, Cicero- ne, Pompeo e Catilina si odiarono e perirono : Questo boschetto è ampio, bello e comodo. Dicasi lo stesso, se la proposizione è complessiva per ragione delle determinazioni ripetute e non de’ de- terminabili, come nel seguente esempio: Z libri, che vî mando, parte sono di Antonto, parte di Puolo, parte di Francesco e parte di Giacomo. In nono luogo metterete la virgola innanzi a perché, poîchè, dopochè , conciossiachèé ec. dovunque è il che, salvo il caso che non sieno ìn principio di pe- riodo o di apodosi, ossia di seconda parte di pe- riodo, come vedremo. In decimo luogo, a solo fine di chiarezza, noterete tra due virgole certe parole, che in altri casi non le vor- rebbero, se, tralasciate, inducessero oscurità, come nel seguente esempio: ot disporrete, nel costruire, le e a questa quisa , dove è chiaro che, se nel costruire non fosse posto tra due virgole; Ze pa- role si potrebbero prendere per suo obbjetto. In undecimo luogo quando più congiunzioni si allo- ano una dopo l'altra, come: Ma, stecome vot siete inabile a farlo, cederete il vostro posto a chi n° è più capace, dove è chiaro che ma è seguita da vir- gola a riguardo di siccome. Questa esattezza di pun- teggiare gioverà moltissimo a ben costruire, perchè ognuno vede che il ma si debba congiungere alla principale cederete il posto ec. Dicasi lo stesso, se si incontrano £, se: È siccome: Ma, se, ec. In duodecimo luogo una regolare punteggiatura richiede che la voluta disgiuntiva 0, e i composti ovvero, 0s- sia, oppure sieno preceduti da virgola. 117 In terzodecimo luogo le proposizioni, che io qui chia- mo ?nterposte, simili a cioé, cioè dire, na dire, e le figurate a modo di esempio ec. ec. vo- gliono essere precedute e seguite da virgola. In quattordicesimo luogo tutte le proposizioni sinteti- che, che hanno espresse le dezerminazioni e taciuti i determinabili, come le seguenti: @ vostro riqguar- do , per farvi cosa grata, a fine di servirvi ec. inframmesse alla proposizione principale, debbono es- sere precedute e seguite da. questo segno. In quindicesimo luogo il così detto vocativo nelle scuo- le è un nome figuratamente costruito, in quanto che la particella o, che dovrebbe precedergli in Sintassi regolare, è taciuta: è però che si alloga sempre tra due virgole, come lo poi, Antonio, vorrei ec. Da tutte l' esposte cose non sarà malagevole a dedur- ‘ re l’uso di questo segno, in altri casi particolari a-. nalogici di qualsivoglia lingua. DEL PUNTO E VIRGOLA COME SEGNO SINTASSICO. D. Quale è il valore del punto e virgola ? R. A quello che io sappia, il valore di questo segno non è stato ancora determinato in grammatica, pe- rocchè si è detto che vale più di una semplice pawu- sa, di cui è segno la virgola, e, strettamente par- lando, si è voluto segno di una pausa e mezzo. Un tal modo di vedere è assurdo , come abbiamo o0s- servato nel capo antecedente, parlando della virgola, perchè questi segni sintassici significano una mo- dulazione di #uono, la quale poi anch’ essa signifi- ca la dignità delle parti di un costrutto. D. Come si chiama la proposizione logica e discorsi- ‘ va, ossia sufficientemente determinata, contenuta tra 118 due punti fermi, e le cui parole sonò disposte con ordine artificiale? R. Si chiama perzodo, il quale, in quanto alla proffe- renza, si divide in due parti, la prima nelle scuole va detta protasî, e la seconda apodost. D. Come nella scrittura si distinguono queste due parti? R. Per l'apposito segno del punto e virgola, il quale si alloga giusto nel mezzo, dove finisce la prorasi e comincia l’ apodosî in Sintassi regolare. D. Allegatemene qualche esempio. R. Eccone uno: Benchè gli uomini sieno ragionero- lr, e però debbano sempre secondo ragione ope- rare; il più delle volte si lasciano vincere dalle | passioni o dallo sregolato appetito , dove si vede che. il punto e virgola separa la prima dalla secon- da parte del periodo, le quali parti, come vedremo nel Trattato del primo comporre, si distinguono nel- la profferenza per un'apposita modulazione di voce, di cui è segno il punto e virgola. D. Ma come sarebbe questa modulazione di voce, o per meglio dire di ruono ? R. La scrittura non ha segni per rappresentarla , ma 10 m'industrierò di farla intendere nel miglior mo- do che mi verrà fatto, e dirò che questa modula- zione deve essere in modo, che esprima una sospen- - stone atta a far intendere che vi sia presso a poco . altrettanto da dire, quanto si è detto nella prima . parte. Ondechè l'ascoltante è in aspettazione di qual- che altra cosa a dire, perchè, dalla modulazione del . tuono, apprende che il periodo non è finito nel prof- . ferire l’ultima parola della protasi. D. Adunque il purzo e virgola non ha sede tanto va- . ria e tanlo frequente come la virgola? R. No certamente, perchè è destinato a indicare par- . tl massime di un periodo , e si può rassomigliare al punto medio di una bilancia, nel quale si costi- tuisce l’ equilibrio, 449 I). Che se ne deduce da tutto ciò ? R. Se ne deduce che mal si apposero i grammatici, che davano a questo segno un luogo determinato da certe pae come poichè, acciocchè, affinchè, ec. Un tal modo di vedere rende malagevole e irrazio- nale il punteggiare. DEL DUE PUNTI COME SEGNO SINTASSICO. D. Di quale modulazione è segno il Que punti? R. Il due punti sarà segno di una modulazione di vo- ce, o di tuono differente da quelle della virgola e del punto e virgola. L'uso ha stabilito di apporlo dopo una proposizione breve, seguita da molte altre brevi proposizioni, come nel seguente esempio : Ct- cerone declama: Pompeo cospira: Cesare trionfa e la Repubblica ruina. Sicchè la modulazione, di cui è segno il due punti, è quella appunto, che si fa nel profferire un simile periodo frastagliato di tanti incisi, come dicevano le scuole, ossia un ele- vare ed abbassar di tuono senza interruzione, per conservare la unità del periodo, e la distinzione delle proposizioni indipendenti tra loro. D. In qual altra occasione si usa questo segno ? R. E invalso l’ uso ‘ancora di adoperarlo dopo i verbi dire, rispondere, parlare, discorrere , seguiti da un obbjetto complesso, quanto è l'insieme delle co- se dette , parlate ec. come nel seguente esempio : Dopo tutto questo con calma rispose : voi mal vi apponete, volendo sostenere una tal quistione. DEL PUNTO FERMO COME SEGNO SINTASSICO. D. Di qual modulazione è segno il punto fermo ? R. Gli empirici vi risponderebbero che il punto fer- mo è segno di una pausa finale , dove chi parla interrompe il suo dire per riprendere fiato e pro- seguire. Non du ar ancora noi che il punto fer- mo si pone in fine di periodo, e che realmente vi è una sospensione di suono, ma non possiamo con- tentarci di questo solo significato. Imperocchè tutti ° sanno che il punto si adopera infine del primo pe- riodo, in fine del secondo, del terzo, del quarto e, de’ mille, di cui è composta una lunga diceria. Ma | chi direbbe che il finale del primo periodo sia lo stes- | so che il finale di un paragrafo, di un capo, e di un discorso? Chi non sa che il finale del primo pe- riodo è fatto con tale modulazione di tuono che, l’a- scoltante intende essere il discorso in principio , e | che vi è molto altro a dire ? Dalle anali considera- zioni è agevole a dedurre che, il punto fermo non è un segno di semplice pausa, ma di una modula- zione di tuono, qual è solito a praticarsi dal rego- lato uso della profferenza delle minime parti di un discorso. Della Punteggiatura in Sintassi figurata. Su qual fondamento la Punteggiatura può servire alla Sintassi figurata ? | R. Siccome la Sintassi figurata consiste nel risparmio possibile delle paro'e, col fine di far intendere con pochi mezzi maggior numero di pensieri, è facile a comprendere che voglia il minimo numero de’segni della punteggiatura, che servirebbero a distinguere le parole che mancano; perchè, dove manca il prin- cipale, manca ancora l’ accessorio. D. Solto il rapporto di quali segni può avverarsi il punteggiar figurato? R. Sotto il rapporto della virgola e del due punti, co- me vedremo ne’ due seguenti articoli. Omisstone della virgola în parlar ricuRATO. D. In quali casi si omette la virgola, dove dovrebbe aver luogo, se il costrutto fosse regolare ? R. Ne’ seguenti casi principalmente: | 1. Avanti a che costruito figuratamente, cioè quando segue verbo, il cui obbjetto è la parola cosa, come: So che vot studiate: vorrei che veniste. Lo stesso deve dirsi, se il che è determinazione del nome co- sa, soltinleso, qual primo termine del verbo, che pre- cede, come Avvenne che, Pare che, È uopo che, Ond° è che ec. Vedi Sint. Figur. 2. Si tralascia la virgola innanzi a Se, Come, Dove, Quando, Perchè , quando seguono immediatamente un verbo, il cui obbjetto è contenuto in queste pa- 122 role. Esempio: Non so come fare, o dove andare, mon so perchè, non so quando viene. 3. Si tralascia innanzi alla congiunzione E, quando è seguita da una o due o poche parole, come Anto- nî0, Paolo e Francesco st amano. 4. Innanzi al Gerundio, quando segue immediatamente a verbo ne’ costrutti simili a’ seguenti. retro sta scrivendo, mandò dicendo, uscì parlando. 5. Abbiamo detto a pag. 116 che, quando due parole, segni d'incidenza, una sc l’ altra, si mette una virgola innanzi alla seconda, come nel seguente e- sempio: Ma, quando seriverete, mi saluterete vo- stro fratello. Or, se io domando: Ia quando scri- verete? ognuno vede che quella virgola innanzi a quando non è più luogo. Dicasi lo stesso di //a se, Ma dove, E se, E quando, Che se ec. ogni qual- volta il verbo della prima particella sospensiva non è espresso. 6. Si omette la virgola innanzi a che, preceduto da în guisa, così, allora, a misura ec., di modo che si trasporta innanzi a queste parole, piultoslo per un uso introdolto, a cagione della composizione delle medesime col che nella seguente forma: « in guisa- chè, costechè, allorchè ec. 7. Similmente innanzi alla voluta disgiuntiva 0, segui- ta da una sola parola, come: 0 /ietro 0 Paolo fu l’autore di quel delitto , la virgola si tralascia. late la stessa applicazione per altri casi di Sintassi fisurata, ne’ quali questo segno si tralascia innan- zi a certe parole, cui in Regolare Sintassi dovreb- be precedere. Omissione del DUE PUNTI în parlar figurato. D. In quali casi si omette il due punti ? R. Ne' seguenti: 1. Quando i verbi dire, rispondere, parlare, discor- rere ec. di cui DILLO a pag. 119 non sono se- uiti da lungo discorso, ma da una o poche parole. Così dicendo: Antonio rispose che lo avrebbe fut- to, 0 Antonio disse di si, o parlò poche parole, ognuno vede che il due punzz non avrebbe luogo. 2. (Quando più proposizioni in complesso si succedo- no l’una all'altra, come vEN, vIDI, vici: venni, vidi, vinst, invece di due punti, è preferibile la virgola. In generale si omette questo segno in quei costrutti, ne quali dovrebbe essere, se la Sintassi fosse regolare. Intorno al vantaggio, che la Costruzione può trarre dalla Punteggiatura. D. È vero che un pezzo di discorso ben punteggiato, ‘ e quindi ben pronunziato, sia mezzo costruito? R. È verissimo, perocchè l’occhio percorrendo la scrit- tura, e l’ udito ritenendo le diverse modulazioni di tuono o di voce, possiamo facilmente distinguere gli accessori dalle parti principali , le determinazioni da’ loro rispettivi determinabili, e in questo distin- guere appunto consiste il comprendere, e lo stesso ordine naturale, a cui si deve ridurre l' elegante disordine artefalto. D. Fatemi vedere con qualche esempio, come ciò possa essere ? R. Sia il seguente periodo : Era 77 Marchese di Mon- 124 ferrato, uomo di alto valore, Gonfaloniere de. .. Chiesa , olire mare passato in un generale pas- saggio, da Cristiani fatto con armata meno. Voi non istenterete a costruire, se, guardando alla pun- teggiatura, melterete attenzione alle relazioni logiche delle partì distinte, onde facilmente direte. 7/ Mar- chese di Monferrato, uomo di alto valore, e Gon- Saloniere della Chiesa, con armata mano era pas- sato oltre mare în un generale passaggio fatto da' Cristiani. Supponete che alcun segno non vi sia di punteggiatura, quale confusione non avver- rebbe nella mente del lettore, e, profferendo , del- l’ascoliante, per difetto delle modulazioni necessarie ? Fine del II.° volume, ARDUO DELLE MATERIE PREFAZIONE a’precettori Preliminari alla Sintassi SINTASSI REGOLARE Introduzione intorno alla Proposizione în genere e sue spezie . e e si CI . Della Proposizione sotto il rapporto del cox- TENUTO i è « d' di è e I Articolo I. Della Propostzione Sostanziale e Cau- Sale: wu a & &@ a se aa I Art. II. Della Proposizione Categorica ed Ipo- teorica . - è ene 6 & € © e CAPO II. Della Proposizione sotto îl rapporto di CRI PARLA. è. 0.0.4 I Art. I. Della Proposizione principale . . Art. ll. Della Proposizione incidente implicita > 1. Proposizione incidente imperativa. 6 2. Della Proposizione infinita Della Proposizione incidente Gerondiva » 4. Delle Proposizioni incidenti Copulative Delle Propostizioni incidenti implicite – IMPLICATE – H. P. grice -- in- LETTOGALIVE ©. @ 0Della Proposizione sotto il rapporto D1 CHI ASCOLTA – H. P. Grice: “It occurred to me to regard ‘signify’ as a triadic relation: what is communicated BY the communicator TO a communicatee!” --, ossia della Propostzione GRAMMATICALE @ LOGICA 0 DISCORSIVA Intorno alle determinazioni del primo Termine di ogni proposizione. . . . G 1. Determinazioni del primo termine nome » 6 2. Determinazioni del prano termine quan- d' è infinito -. « D 6 3. Del Prenome, quando pare primo termine di proposizione . » Art. Il Delle determinazioni della Parola media, ossia del verbo Intorno alle determinazioni de’ verbi a- stratti Essere e FARE Determinazioni de’ verbi Conireit: Intorno alle determinazioni del secondo termine aggnnaro nelle propostntori 80- » stanziali $i Determinazioni degli aggiuntivi nelle Comparazioni d’ identità . . » SG. 2. Determinazioni degli aggiuntivi nelle comparazioni di diversità. . - » 6 3. Delle Comparazioni di diversità in Sor ma superlativa Intorno alle determinazioni del secon- do termine verbale Determinazione propria del verbale ia Modo Determinazioni proprie del Verbale di Moto DELLA SINTASSI FIGURATA O DE MODI SINTETICI Introduzione. © ° CI ° e ° e . e ® > Ivi 44 127 SEZIONE PRIMA Intorno alla Sintassi figurata o de’ Modi sintetici sotto il rapporto della Proposizione CAPO I. Ognî proposizione sotto îl rapporto della Sin- tassi è analitica o sintetica Della Proposizione Sintetica Complessiva . » 48 CAPO III. Della Propostizione Sintetica Duplicata, e del così detto Caso di apposizione Delle Proposizioni Sintetiche comparative Delle Proposizioni Sintetiche comparative col rapporto d’ identità Delle Proposizioni Sintetiche comparative col'rapporto di diversità Della Sintassi figurata sotto il rapporto delle determinazioni Della Sintassi figurata nelle Determinazioni che fanno intendere un’ intera proposizione Della Sintassi figurata nelle Determinazioni che fanno intendere un solo determinabile. > Art. I. Della Sintassi figurata negli aggiuntivi e nelle parole variate o derivate in forma di aggiuntivi, come pure ne Prenomi Sintassi figurata ne' Nomi termini di rapporto , cui manca la proponi zione che dovrebbe precedere Sintassi figurata nelle Preposizioni, che non hanno espressi 1 loro termini di rap- porto Sintassi fata Hello: tre Preposizioni del Nome Di, Con, Senza Modi sintetici nella prepostzione “di” – H. P. Grice: “’And what do *you* mean by ‘of’?’ my tutor would exclaim!” Modi sintetici nelle Preposizioni Co o Senza Sintassi fi figurata nelle Preposizioni del verbo. Sintassi figurata nelle Preposizioni del verbale “DA”, “PER”, “A”. Nella Preposizione Di - de e N. 2. Nella Preposizione “PER”. Nella Preposizione “A” – H. P. Grice: “I wouldn’t know the answer to ‘What is the sense of ‘to’?” --. . Intorno a’ Modi Sintetici nel Congiuntivo e nell’Infinito. Alcuni Modi Sintetici sotto il rapporto del Prenome Congiuntivo CHE. . ) Sintassi figurata ne’cusi detti AFFISSI. Intorno a certe altre volute Figure grammaticali. G 1. Intorno al così detto Agnone 0 PleoNASMO Intorno alla così detta Sillessi. TRATTATO DELLA COSTRUZIONE Dell’Ordine Naturale delle parole Ordine naturale delle parole nella Proposizio- ne grammaticale Ordine naturale delle parole nella Proposizione Logica 0 Discorsiva Dell ordine naturale delle parole, che determinano il primo terme della Proposizione Logica Costruzione delle determinazioni del No- me primo termine è © see È 0 2. Costruzione delle determinazioni del- Ù Infinito primo termine Costruzione delle parole, quando îl pri- mo termine di una proposizione è rappresen- tato da un prenome simile a Egli, Questi, Ella ec. Cee ca & e #0 Art. II. Dell’ordine naturale, con cui si debbono disporre le determinazioni del verbo, parola media nella Proposizione Costruzione delle determinazioni de’ verbi astratti Essere – H. P. Grice: “Aristotle on the multiplicity of being” e Fare – H. P. Grice, “Actions and events: “Socrates whatted” – drank hemlock. Costruzione delle determinazioni de’ verbi concreti Costruzione delle determinazioni del se- condo termine aggiuntivo, 0 di parola de- rivata în forma di aggiuntivo. —. . » $ i. Costruzione delle determinazioni nelle COMPUPAZIONI. Costruzione delle determinazioni del par- LICIDIO. Costruzione delle determinazioni del verbale di Modo e di Moto. . . . > Art. V. Dell’ Ordine naturale delle parole în certe proposizioni logiche, nelle quali concorrono le determinazioni delle determinazioni Costruzione delle determinazioni sotto îl rapporto della Sintassi fiqurata Costruzione delle parole pel concorso di più specie di determinazioni per uno stesso determinabile Alcune regole intorno alla pratica di costruire t periodi delle classiche scritture Intorno all'ordine artificiale delle parole TRATTATO DELLA PUNTEGGIATURA De’segni della punteggiatura in sintassi regolare Dell'uso della virgola, come SEGNO SINTASSICO Del Punto e virgola, come SEGNO SINTASSICO Del due punti come SEGNO SINTSSICOsegno Del punto fermo – o il clistico di R. M. Hare – citato da H. P. Grice --, come SEGNO SINTASSICO Della punteggiatura in sintassi figurataOmissione della virgola in parlar Sgurato Omissione del due punti n parlar figurato Intorno al vantaggio, che la costruzione può trarre dalla punteggiatura ERRATA CORRIGE che desta era nome che dessa era nome pag. 11 v. 21 che ha per sostegno i che fa da sostegno de’ pag. 17 v. 29 della propozione della proposizione pag. 28 v. 14 attribuito attributo acqua è fresca acqua è fresca qualsivoglta qualsivoglia tutti i derivati tutti i variati o derivati Del Osservazione intorno Paragonando Paragonando sì aggruppa si associa ivi v. 23 il verbo. Fu il verbo Fù ivi v. 32 truovate trovate E però che È però che  è qualitativo è qualitativo abitiamo, dicendo: abitiamo, come: che la precede che loro precede  di sù di quivi  Egli piange Egli piangeva  adoperato adoperata pag. 76 e 77 v. ult. quindi truovandosi Quindi trovandosi lie per ti e per pag. 81 v. 3 e 13 truoviamo troviamo pag. 93 v. 24 vostro, sebbene tostro, che sebbene pag. 94 v. 38 Metastastio Metastasio  se gli allegano se gli allogano  che, l’a che l’a ivi. v. 20 che, il che il CONSIGLIO GENERALE DI PUBBLICA ISTRUZIONE Ripart. Car. Oggetto Napoli 3 gennaio 1853 Vista la domanda del Tipografo Emmanuele Rocco, il qua- le ha chiesto di porre a stampa l’opera intitolata — Gram matica ragionata per la linqua italiana di Lorenzo Z :c- caro, per cura di Leonardo Varcasia. Visto il parere del Regio Revisore Garzilli. Si permette che la suddetta opera si stampi; però non si pubblichi, senza un secondo permesso, che non si darà se prima lo stesso Regio Revisore non avrà attestato di aver ri- conosciuto nel confronto esser l'impressione uniforme all'ori- ginale approvato. Il Presidente — Mons. Francesco Saverio Apuzzo Il Segretario — Giuseppe Piernocona _— TS IE GRAMMATICA RAGIONATA DELLA LINGUA ITALIANA secondo è principii DEL CORSO DI LETTERATURA ELEMENTARE CONTENENTE I TRASLATI, L’ELOCUZIONE E’L PRIMO COMPORRE PER L’ALTA GRAMMATICA NAPOLI STAMPERIA STRADA SALVATORE ALL IILLIIIULLIIDS PRBLAZIONEA A’ GIOVANI STUDIOSI E)  Negli antecedenti volumi ho diretto il proemio ai precettori, perchè avea con essi le mie ragioni a fare per giustificarmi dalle accuse di novatore tn una ma- tera antica quanto le scuole. Nel che parmi di esser riuscito pel buon viso, che fu fatto da tutte parti a* due primi volumi della Nuova grammatica ragionata, la quale da molti è stata letta, da non pochi adotta- ta, da tutti degnata di lodî non lusinghiere, non dico di generosa indulgenza. Tolte di mezzo le sfavore- "i prevenzioni, è tempo ormai di sdebitarmi con voî, 0 giovani studiosi , perchè con vot è diretta- mente obbligato un autore, che tmprende a scrivere opere di questo genere. E dicovi primamente che, giudicandovi informati delle ragioni filologiche fon- damentali e però forti nel comprendere, î0 tolgo a ragion veduta in questo volume la forma dialogica, la quale per quanto è necessaria e indispensabile pe’ qiovanetti di prima istituzione , per altrettanto riesce nojosa a'precettori intelligenti ed a’ discepoli ragionatori. Ecco una novità, che m° induce ad in- trodurre lg giusta estimazione del vostro ingegno. 4 Dicovi în secondo luogo che le mie speranze, o, dico meglio, le speranze di questa scienza sono fon- dute sopra di vot principalmente , perchè le vostre menti vergini de’ pregiudiziù fece essere infor- mate della verità , che , sembrando nuova , perchè contraria agli errori finora creduti ; comparisce so- spetta di mentita "Dio coloro , che furono educati nelle vecchie scuole. £ queste mie speranze dnno un Sostegno su î tanti sacrifict durati per vot unica- mente, poichè qual frutto mi poteva tv sperare da una novità mal accolta în principio, se non pure da taluni maledetta o derisa ? Ila il forte amore, che mi lega con vot, mi fece dimenticare del personale interesse, ed, a pericolo di essere lapidato, i seritto con fronte serena, tenendo ferma la mira alle ventu- re generazioni, di cui vot siete le primizie — Alcuno pot, non mt apponga a sentimento dt orgoglio il pen- sare deciso e risoluto intorno al futto snio ; peroc- chè una lunga e penosa meditazione su questo ar- gomento è basterole a connotare, come franchezza, quella, che per avventato qiudizio sarebbe audacia, e, come ragionato înferire, quello, che per manco dî convinzione sarebbe in altri un discorrere senza ri- Slettere, dove parano le parole. Quello che è nuovo în tutto îl mio corso Letterario è îl ragionare, mes- so che la materia è tanto antica. Or chi ragiona può ualche volta ingannarsi , ma meno spesso di chi Lora tra le tenebre, empiricamente procedendo. La massima delle novità, che to vo producendo , è dunque îl minimo numero degli errori , il che îm- porta che molti errori tenuti per veri vengono spiat- tellati, e se odo gridarmi da tutte parti: come va che tanti siensi ingannati? è possibile che tanti uomini celebri non se ne sieno avveduti? L'uomo è soggetto ad errare, rispondo to, e certi errori possono per- petuarsi per molti secoli, quando st crede ciecamente ò e non st fa uso della fiaccola della ragione. Or to dico : voi non credete a me, come to non credo agli altri: ragionate meco e giudicate se io ben mi ap- pongo. Chiamare i giovani alla discussione è un rendere il debito omaggio all'umana ragione, e un onorare debitamente l’ ingegno di ciascuno , e dalla parte dî chi scrive una dichiarazione di limitato sen- tire di sè stesso, rinunetando all’usurpato dritto di essere tenuto per infallibile — Ecco, o giovani stu- diost, la mia professione di fede per tutte le mie opere pubblicate finora, e per quelle che ho în ani mo di pubblicare. Forse non mancheranno detrattori, che per far cadere in disistima il mio libro vi diranno che to ho degradato la vostra scuola, intitolando, come parti di grammatica, î tre trattati che vi presento in que- sto volume, fatti finora appartenere alla Rettorica. Ma con giovani di buon senso, quali to vi suppongo, non debbo allargarmi in molte purole per richia- marti da un errore da trivio e da un pregiudizio plebeo —Che st chiami Grammatica o Rettorica un trattato scientifico , importa poco, purchè contenga il bisognevole e corrisponda al fine. Che vi giove- rebbe di esser distinti in iscuola col titolo di Reto- ri, se înfatti studiaste un trattato di regole gram- maticali? E chi può dubitare più oggidi che 1 Tra- slati e" Elocuzione sieno di pertinenza della Gram- matica, dopo che ho già provato che il dominio di questa Scienza st iregde fin dove è tn campo la disamina della parola?—(Vedete © Preliminari al Primo Volume del Nuovo Corso). Vengo în ultimo a toccar brevemente del conta- tenuto în questo volume, tl quale presenta tre Trat- tî, cioè : 1.° De TRASLATI 2.° dell’ ELOCUZIONE Del PRIMO COMPORRE e DEL PERIODO , oltre un APPENDICE Dire le principali novità introdotte în que- 6 sti trattati sarebbe lo stesso che scrivere un volume invece di una prefazione, ondeché, rimettendo chi n° è vago di saperlo al 3.° Volume del Nuovo Cor- so di Letteratura, conchiudo che riesce nuovo ogni trattato per t principi razionali, che lo tnformano, principi sostituiti alle regole empiriche , principi generali e però senza eccezioni Profittatene e vi- vete felici. OORIRTO ORRORI RORTATA TRATTATO I. INTORNO A TRASLATI INTRODUZIONE DE TRASLATI IN GENERE Gi Sulla falsa nozione de’ Traslati. Per traslato i filologi intendevano quella proprietà, che hanno le parole, di essere trasportate dal significato primitivo ed etimologico ad un’altro diverso e perciò im- proprio. Per esempio, il verbo ridere significa propria- mente, ossia etimologicamente, la coruscazione dell’ în- terna gioja, propria dell’uomo. Ora dicendo: i prati ridono, secondo la nozione de filologi il verbo ridono dal significato primitivo, e perciò proprio, sarebbe #ra- sportato a significare il fenomeno della luce sull'er- be irrugiadate. In fatti la parola traslato viene dal latino rasfero che significa trasportare e trasluto participio si riferisce sempre a vocabolo e non a senso, quantunque sia invalso l’uso di dire: 1 senso proprio e în senso traslato 0 improprio. 8 Questa nozione del traslato è falsissima, perchè un vocabolo non si può mai trasportare dal significato proprio a qualunque altro, quantunque per imperizia de’ parlanti molti vocaboli abbiano ora perduto il pri- mitivo valore. La ragione si è che, se un vocabolo si potesse trasportare da un significato a un’ altro, ciò non potrebbe avvenire che in una di queste due con- dizioni 1. o di perdere il primo significato 2. o di ritenerlo. Se i vocaboli perdessero il primo s7gn2ficato, non avrebbe luogo il traslato , il quale è sempre in relazione al significato proprio. Infatti chi non sapes- se il significato primitivo della parola erede , crede- rebbe che fosse proprio quel significato , che tutti le danno, mentre lo ha per un traslato — Se poi il vocabolo îrasportato ad improprio significato ritenesse ancora il proprio, dovremmo dire che quel vocabolo non ha uno, ma due significati. E, siccome da quel che di- remo un vocabolo può essere occasione di tanti signi- ficati impropri, quanti sono i bisogni di esprimere nuo- ve idee, dovremmo dire che i significati di un voca- bolo sieno indefiniti. Ora nessuno ha mai pensato che un vocabolo ha più di uno significato, quantunque i zraslati sieno infiniti. E, se taluno l’ ha pensato, ha pensato un assurdo, perchè non ci sarebbe dizionario sufficiente a raccogliere tull'i significati relativi di o- gni parola Conchiudiamo che la nozione di traslato nel senso , che un vocabolo possa essere rasporiazo dal proprio e primitivo ieaiicalo ad altri impropri, è falsissima e contraddittoria. () PA Vera nozione de’ Traslati. Se è vero che un vocabolo non può essere #raspor- fato da uno in un altro significato; non si può però 9 negare che il verbo ridono, combinato in costrutto col nome ? pratî, ha virtù di far intendere, oltre l'i- dea propria assagnatagli dalla primitiva convenzione, anche l’altra del fenomeno prodotto dalla luce sul- D erbe irrugiadate, come abbiamo detto. Questo è ve- rissimo , ma, ricercando come ciò avvenga, trovere- mo la vera nozione del sraslazo. Se invece di ? prazî al verbo ridere farò precedere altre parole, e dirò per esempio : 7 demoni ridono : il cane ride: l'asino ride: l'agnello ride, la stessa pa- rola ride fa intendere, oltre del riso propriamente, un effetto simile in qualche modo al riso, ma diversissimo rispetto a ciascun primo termine di proposizione, perchè nè i demoni, come spiriti, possono ridere come l’uo- mo, nè il cane come i demoni, nè l'asino ec. Ondechè il verbo ridere non per sè stesso, perchè non si alte- ra punto, ma per la combinazione ad altre parole è occasione di far pensare ad altre idee. Distaccatelo dalla combinazione, resta sempre segno della corusca- zione dell’ interna groja, e niente più. Onde è chia- ro che la nozione precisa e netta del traslato consiste in questa formola: combinando insieme più parole, in occastone delle idee stgnificate dalle parole espres- se, intendiamo altre idee non SÙ A Dalla quale formola risulta che le idee intese e non espresse non sono significate da alcuna parola della combinazione, ma si destano in occasione delle idee espresse — In altri termini le parole combinate acquistano le virtù di far intendere le idee innominate, che hanno rela- zione alle idee nominale— Così dicendo : ? pratî r?- dono , ognuno vede che il prato è in relazione col fenomeno della luce, a cui è simile il riso ossia la coruscazione dell'interna gioja dipinta sul volto u- mano : quindi è chiaro che in occasione delle idee nominate de’pratt e del riso intendiamo la innomi- nata del fenomeno della luce. ,% 10 63. 1 Traslati st adoperano sempre per bisogno e non per ornato. Il Bisogno è dal lato della lingua o de parlanti Distinzione delle idee nominate e innominate. Nelle scuole è stato insegnato che vi sieno traslati di lusso come ornamenti del discorso, in guisachè per ter- so favellare e pulito discorso tenevasi quello, in cui maggior copia di traslati si rinvenisse. Ma un tal mo- do di pensare fondavasi sulla falsa nozione de’ mede- simi, e benchè sia vero che Aristotile chiamolli lumi ed ornamenti dell’ orazione, è a surdo il credere che un mezzo di pura necessità possa divenire un ogget- to di lusso. È invero ogu’ Idea avesse destinalo un vocabolo proprio, chi ricorresse al traslato per farla intendere, darebbe argomento d’ignoranza di lingua, erchè esprimerebbe per approssimazione ciò che po- trebbe direttamente con la parola propria. Infatti il traslato non dice mai quanto dovrebbesi, ma secondo la capacità del lettore o dell’uditore nel sapere inten- dere un'idea non espressa, come da lui si può con- cepire. Bisogna dunque conchiudere che il traslazo è un mezzo leggitimo di esprimerci ne’ soli casi , ne’quali mancano nel dizionario della lingua le parole conve- nule, come segni di alcune idee 1r20minate. Il che si rende più chiaro dal riflettere che il numero de’vocaboli di qualsivoglia lingua è determinato, e dev'essere così necessariamente. Ma il numero delle idee è progres- sivo, come progressiva è la civiltà di una nazione par- lante. Or tutte le nuove idee prodotte dal progresso, non avendo assegnate nel dizionario le corrispondenti parole, debbono farsi intendere in una maniera qua- unque, e una di queste è la combinazione delle parole 41 esistenti, atta a far intendere le nuove idee 2nnominate, ossia quelle che non hanno parole, differenti dalle n0- minate, così dette per la ragione contraria. Il trasla- to sotto questo punto di veduta è un mezzo di puro bisogno e non di ornamento, e, se arreca diletto, è per la sagacia dello scrittore nell’ artificio della combina- zione , e non pel traslato in sè stesso. Il Bisogno poi è di due maniere, 0 dal /ato della linqua, 0 dal lato del parlante. Il bisogno dal lato della lingua deriva dalle parole rispetto alle idee nuo- ve, e però innominate. Il bisogno dal lato del par- lante può essere per ignoranza, in quanto che chi par- la, non sapendo le parole registrate nel dizionario, ri- corre al traslato per un difelto subbjettivo o relati vo e non assoluto. ln questa improprietà di parlare o di scrivere possono cadere anche gli uomini doltissimi, quando trattano di cose, che non appartengono alla lo- ro professione, perchè ogni scienza deve avere il suo linguaggio formato e stabilito — In ogni caso il par- lare per traslati è sempre argomento o di povertà di parole o d’ ignoranza de’ parlanti — La povertà della lingua è una condizione necessaria per ìimpararla, per- chè, se ogn’idea avesse una parola, non vi sarebbe me- moria tanto prodigiosa che potesse tutta ritenerla. I traslati per ignoranza de’ parlanti sono argomento di poca civiltà e di poca educazione per un popolo o per una nazione, come per l'individuo. 64 Fondamento psicologico de’ Traslati possibili , 7 e quindi le varie specie de' Traslati. Abbiamo detto nel paragrafo 2.° che il traslato è un mezzo di far intendere alcune idee non espresse per mezzo di altre idee espresse in un costrutto, do» 12 ve più parole si combinano , in quanto che le idee nominale sono occasioni, che suscilano le idee innomi- nate. Di qui è facile a comprendere che i traslali si fon- dano sulla legge psicologica della riproduzione e del- l’ associazione delle nostre idee. Esaminando questa legge, esamineremo ancora il fondamento psicologico de' traslati. Ora è un fatto che noi, vedendo un agnello, ci ricor- diamo di un altro agnello, altre volte veduto, s:222/e al presente : così, vedendo un uomo, ci ricordiamo di un altro uomo s@rzle, e va dicendo. Questo falto è costan- te in noi per tutti gli oggetti presenti, simil agli og- getti passati, le cui idee vengono riprodotte ossia ricor- date dalla memoria. Bisognerà di: que conchiudere che la similitudine è la legge della riproduzione delle idee di oggetti, simili ad oggetti presenti. Nella supposizio- ne adunque che alcune idee non avessero nome nel di- zionario di una lingua o nella mente del parlante, si potrebbero far intendere in combinazione di alcune pa- role, segni delle idee di obbjetti s7722/. Questo mezzo di esprimere va detto nelle scuole Metafora , parola greca, che corrisponde alla latina rrans/azwm, ed all i- ialiana traslato, onde noi lo chiamiamo, 7raslato di Similitudine. In secondo luogo le nostre idee, quando si riprodu- cono, non vengono mai isolate, ma in compagnia di al- tre. Così, se in occasione di un agnello presente voi vi ricordate di un agnello simile passato, l' idea di que- st ultimo non apparisce sola , ma associata alle altre idee, per esempio, del pastore, della mandra, del greg- ge, de’ cani, del Zatte ec. Il che avviene per una leg ge, che dicesi associazione delle nostre idee, per la quale in occasione di una idea cì ricordiamo delle mille ad essa consociate. Studiando i principi di que- sl’ associazione, possiamo trovare , leggitimi mezzi di esprimere, quei #raslati, pe quali nominando un' idea 43 socia facciamo intendere le altre socie , che saranno innominate. Ora il primo principio di associazione è la connes- stone tra causa edeffetto, tra soggetto e qualità. Per connessione intendo quello stretto legame, che passa tra due termini, per lo quale non possiamo pensare all’ u- no , senza pensare all’altro, appunto come non pos- siamo pensare all’ effetto senza pensare alla causa, nè possiamo pensare alla qualità senza pensare al s09- getto. Se dunque in alcune circostanze io adopero il nome della causa per far intendere l’idea dell’e/ferto innominato e viceversa, oppure il nome della qualità per far intendere il soggetto e viceversa, io avrò un mezzo di esprimermi per traslato, che le scuole chia- mavano Metonimia, e che io aldomando 7Yaslato per Connessione, e nel primo caso per Connessione cau- sale, nel secondo per Connessione sostanziale. Ma quest'ultimo nelle scuole va detto Antonomasta. Il secondo principio di associazione è la Congiunzio- ne delle diverse parti al loro tutto, per la quale pen- sando ad una parle, pensiamo all'insieme, e, pensan- do all’ insieme, pensiamo a ciascuna parte , secondo il principio sila cioè la percezione. passata ri- torna tulta, quando ne ritorna una parte. Se dunque in qualche caso io adopero il nome del tutto per far intendere l’idea innominata di una parte e viceversa, faccio uso di un mezzo di esprimermi, che nelle scuo- le fu detto Stneddoche, e che io chiamo 7raslato dî Congiunzione. Il presente ‘Trattato adunque sarà diviso in tre Capi. Nel 1.° esporrò la METAFORA ossia il 7'ras/ato di Similitudine: nel 2.° la MmertonIMmIA o il Traslato di Connessione: nel 3.° la sineDDOCHE o il 7raslato di Congiunzione. DELLA METAFORA – H. P. Grice: “You are the cream in my coffee” -- OSSIA DEL TRASLATO DI SIMILITUDINE. fi. Della Similitudine fondamento della Metafora. Se la similitudine è il fondamento della Metafora, fa meslieri conoscere in che consiste precisamente e quali condizioni richieggonsi, affinchè non isbagliamo, sia quando noi vogliamo esprimere con queslo mezzo le idee nostre, sia quando vogliamo disaminare il ret- to uso del medesimo nelle scritture de’ buoni autori. Diremo adunque che la parola similitudine è deriva- ta da simile, e questa dal latino s:mu/, che signifi- cava nel medestmo tempo , per la ragione che non possiamo dire che una cosa sia s/m25/e, se nello stesso tempo non si presenta al pensiero |’ altra cosa a cui è simile. Così non possiamo dire che un ritratto è st- mile, se al nostro pensiero non si presenta l’ idea del- l’ originale nel medesimo tempo che contempliamo il ritratto e viceversa. Onde risulta che la similitudine è un rapporto costituito tra’ due obbjetti almeno , come tra l’acqua e il marmo , tra il cavallo e l° elefante, tra il serpe e il pesce ec. ec. Ed è ancora chiaro che non bastano gli obbjetti, se la mente nostra non li tiene presenti nel medesimo tempo al suo intuito per vede- re in che tra loro convengono, perocchè la similitu- dine, come è intesa nel senso comune, è la convenien- za di una stessa qualità a due obbjelti distinti : così il marmo è simile all’ acqua per la freschezza, l’uo- mo al cavallo per l’animalità , il triangolo al qua- drato per la figurabilità ec. 15 $ 6. Differenza tra la Metafora, la Comparazione, e l’ Allegoria. La Comparazione, come abbiamo delto in Sintassi, con- siste nel paragonare due soggetti per vedere in che sonico o disconvengono tra loro : nel paragrafo anlecedente sì è rilenuto che la simz/itudine fondamento della Metafora richiede la presenza di due idee per ve- dere se convengono in qualche cosa; parrebbe da ciò che la Metafora sia la stessa cosa che una Compa- razione. I Retori infatti la deffinirono per un’ abbre- viata comparazione. Ma ognuno vede la differenza che passa tra le seguenti espressioni , ? prati ridono, la mente è serena, e ques’ altre : /a virtù si raffina în mezzo a’ travagli come l'acqua che corre e si rom- pe tra sassî: la virtù st corrompe nelle prosperità, come 10 brando che giace inutile diviene rugginoso. Or in che differiscono gli esempi della prima serie da quelli della seconda ? In quelli un solo soggetto è e- spresso cioè 1 prati e la mente: in questi sono espres- sì ì due soggetti comparati, cioè r2r/% e acqua, vir- tù e brundo in due proposizioni distinte: in quelli si accoppia al primo soggetto espresso l'attributo o l' a- zione del sereno o del ridere , che appartengono al- l’altro non espresso : in questi l’ altributo e ll azione del sereno e del ridere si ripetono co’ due soggetti e- spressi. Non si può dire che i costrutti degli esempi arrecati nelle due serie differiscano tra loro, come gli analitici da’ sintetici , sotto il rispetto della sola Sin- tassi, perchè i traslali sono mezzi di necessità e non di eleganza, avendo per iscopo di far intendere le idee innominate e non di racchiudere in poche parole molti pensieri, come sì propone la Sintassi figurata. Resta a conchiudere che la Metafora differisce dalla Compara- 46 zione in qualche cosa di sostanziale rispetto al nostro pensiero. Vediamolo. La mente nostra nella metafora vede i due soggetti er la semplice riproduzione dell'uno in occasione del- Efo. senza alcuna sua deliberata elezione, e vede il soggelto riprodotto da quel solo lato, che è simile all’ oggelto proposto, per esempio in occasione della mente în calma pensa al ctelo sereno in quanto è se- reno, onde pensa che la mente è serena senza tener conto del cre/o, da cui distacca l'attributo sereno. Nella Comparazione al contrario procede riflessiramente , perchè paragona i due soggetti a suo bell’agio, fer- mandoli e contemplandoli. In quella possiamo dire che lo spirito nostro apre gli i e subito li chiude per avere idea qualsiesi di una vaga scena: in questa apre gli occhi e li tiene aperti per sua libera elezione, ri- chiamandosi dalle serie delle idee, che si vorrebbero riprodurre, e ritenendo que’ soli pensieri di che si de- lizia. Ora in questa veduta vaga e indeterminata del- lo spirito nella metafora consiste da una parte il di/et- to e dall'altra la /uce che sparge nell’ orazione, simi- le a quella della folgore in tempo di notte, che ab- baglia e sparisce, mentre nella comparazione è luce di riflessione e permanente. Voi non confonderete la Metafora con la Compa- razione, se sarete attento a’ caratleri empirici o verbali di entrambe. La Metafora presenta sempre un soggetto combinato con una parola, che esprime idea re!aliva all’altro soggelto non espresso, come i prati ridono, ridenti colline, mente serena, mente cieca, acqua chiara, la virtù si affina o si corrompe, la vita de- clina, gli anni volano, le selce mute, tempesta îro- sa, folgore punitrice, tempi ingiusti, costumi corrot- ti, uomo crudele , affanno spietato, morte barbara, mano empia ec. ec. AI contrario la Comparazione ha sempre i due sog- 47 getti espressi in qualunque forma e non tralascia quasi mai 1 correlativi /anzo quanto , così come, tale qua- le ec. Per questa ragione, se troviamo il verbo Essere tra due nomi, come Nerone fu Tigre, Tiberio fu volpo- ne, gli Apostoli furono Aquile ec. non diremo che vi sia metafora ma comparazione , perchè i due soggetti sarebbero espressi, e la proposizione così ‘concepita è duplicata e perciò comparativa, come abbiamo stabilito in Sintassi figurata Vol. II. ‘ I Retori dissero che l’ A//egorta è una continuata Metafora, perchè dessa altro dice, altro intende. Co- sì Orazio in cagle sua Ode intorno alla nave descri- veva i pericoli della romana repubblica : altri poeti negli Apologhi o nelle Favole nascondevano alcuni ve- ri pericolosi, ma necessari al bene della società in cui vissero; e vi fu chi per diletto sotto il simbolo della rosa descrisse la fragilità della vita umana ec. Ora, considerando che le allegorie presentano componimenti fatti con arte, ognuno può comprendere che desse so- no lavoro di riflessione e come tali alla Comparazio- ne debbonsi ridurre e non alla Metafora. La Compa- razione poi differisce dall’ a//egoria in quanto che la rima ha espressi i due membri comparativi, mentre a seconda ha espresso il secondo e taciuto il primo. L’allegoria è una proposizione incidente senza la prin- cipale, che ad arle si sopprime; perchè è facile a in- tendersi. Potremmo adunque dire che la Comparazio- ne è un costrulto analitico, mentre l’Allegoria è un co- strutto sinletico. Ho avvertito queste differenze come per digressione , perocchè il luogo opportuno e pro- prio a trattare di siffalte cose è in Estetica, come ve- drerco. 48 67. Vi sono Metafore generali, ossia comuni a tutte le lingue. Una Metafora è generale o comune a tutte le lingue in quanto che i parlanti delle diverse lingue in diversi luoghi e tempi se ne sono serviti e se ne servono, a condizione però che quella specie di Metafora abbia per fondamento la stessa specie di similitudine, la quale come abbiamo dimostrato innanzi è fondamento di que- sto Traslato. Or come si può ottenere la stessa specie di Similitudine? a condizione che le idee innominate sì facciano intendere in occasione dell’ idee nominate, le quali si riferiscono agli stessi oggetti simili in tut- li tempi e in tutti luoghi. Il che non si può con- seguire, se gli oggetli di queste idee non sieno costan- î1, permanenti, identici; perchè, se questi cambias- sero, il traslato varierebbe, e non si potrebbe più di- re generale e comune. Per sapere adunque quali me- tafore sieno generali e comuni è uopo vedere quali obbjelti sono permanenti, e costanti, non solo , ma universali cioè noti a lutto il genere umano, perchè si potrebbe supporre un obbjetto permane::te noto a po- chi e ignoto allo universale. E, guardando all’univer- so speltabile, non v è uomo al mondo, che non conosca 1 monti, le valli, il giorno, la notte, il sole, la luna, le stelle, le piante, l’ acqua, i rivi, i fiumi, gli uc- celli, i uni 1 rettili, le nubi, la pioggia, l’ iride, fo tempeste, le folgori, i tuoni, la nascita, la morte ec. Tutte le metafore, che si fondano sulla similitudine di questi obbjetti, saranno per conseguen- za generali e comuni a tutte le lingue, e le lin- gue posteriori possono appropriarsele, perchè tutti gli uomini di qualsivoglia lingua o nazione , di qualuu- que luogo e tempo, le intendono. Parimenti a chi non 419 è noto il proprio essere , l’ entelligenza , l’idea , il destîderio, il volere? le passioni come l’ amore, l'odio, I amicizia, l’ ira, la gioja, la voluttà , il dispiace- re ec? Tutte le metafore fondate sulla similitudine a questi obbjelti sono ancora generali e comuni. Infatti in tutte le lingue la chiarezza delle idee, lo splen- dore della gloria, la fugacita della vita, le saet- te di volar destose, il mare furibondo, le armi pie- tose, le ridenti colline, i prati ameni , Vl onde cri- stalline, lo scorrer degli anni , il fiore della gio- ventù ec. sono metafore copiate e bene intese. Anzi è avvenuto che molte parole , adoperate in forma di traslati in alcune lingue , per poca perizia filologica si sono trasportate nelle lingue derivate in senso eti- mologico a significare alcune idee innominale , come intelligenza , percezione , întendimento, intuizione, spirito, ec. ec. come vedremo in appresso. gs. Alcune Metafore sono particolari per la similitudine di obbjetti particolari. Vi sono alcune metafore fondate sulla similitudine di obbjetti particolari di alcuni tempi e di alcuni luo- ghi e ind noti ad alcuni soltanto e non a tulti gli uomini. Simili metafore perciò sono anch’ esse parti- colari di una famiglia, di un popolo e di una nazio- ne, intelligibili alle altre famiglie, agli altri popoli, alle altre nazioni. Dico di più che vi sono metafore par- ticolari diverse per lo stesso uomo ne’ diversi stadi del- la sua vita, perchè come va innanzi con gli anni, va- ria di gusto ‘e di appeliti, e trattando ne’ diversi sla- di con diversi obbjetti varia ancora la s7militudine degli obbjetti, che si presentano per le idee che domi- nano nel pensiero. Simili metafore coslituiscono i ca- 2) ratteri delle nazioni e la proprietà delle lingue par- late, per cui il francese si distingue dall'italiano, dal tedesco, dal greco e dal latino, e ciascuna è per in- dole diversa da ogni altra, onde quello che è permes- so in una è vizio in un’altra, e chi volesse traspor- tarlo fedelmente alla lettera in un’altra farebbe stoma- co. Per siffalta ragione molte metafore nella greca e latina favella sono inintelligibili alla moltitudine de' let- tori, che non sono versati nell’ Archeologia, perchè, es- sendo ignoti gli obbjetti, co’quali si istituisce la simi- litudine delle idee imnominale , queste non si posso- no intendere. Inintelligibili del pari sono le Metafore fondate sulla similitudine degli obbjetti noti a’ francesi e ignoti agl italiani od al contrario, o noti ad un in- dividuo e ignoti ad ogni altro, perchè, come vedremo, la Metafora è un mezzo di espressione, comunque eco- nomico , fallo per chi legge o ascolta e non per chi scrive o parla. Or, se questi ignorasse l’ obbietto, in oc- casione della cui idea si desta la tnnominata che si vuole far intendere, non potrebbe in alcuna guisa ca- pire il senso del traslato. Sarebbe lo stesso che pre- tendere da un cieco nato l’intendimento di una meta- fora, che si fonda sulla similitudine degli obhjetti lu- cidi, come lo splendor della gloria, il riso de'prati, il /uccicar delle spade ec. 69. Vi sono Metafore particolari per la particolare mantera di concepire la similitudine. Posto che la Metafora è un traslato di similitudine, e questa è un rapporto concepito dalla mente nostra tra gli obbjelli s:725/, ognuno intende che , siccome non ulti gli uomini hanno lo stesso grado di sentire e quindi di concepire le cose, così non tulti egualmen- 24 te vedono negli oggetti tutte le qualità , o la stessa qualità nel medesimo grado. Il perchè osserviamo che le metafore degl’ individui diversificano tra loro , e quelle di uno scrittore sono diverse da quelle di tutti gli altri, ancorchè tutti ragionassero del medesimo ob- bjetto, e chi, per esempio, rassomiglierebbe la vita umana al fiore , chi all'erba verde il mattino e ap- passita la sera, chi all'acqua che corre e più non ri- torna, chi alle onde del mare che si rompono contro gli scogli ec. Ma dilettano immensamente e dànno aria i originalità allo scrittore quelle che si desumono da oggetti noti e comuni per similitudine provveniente da qualità, che Passano inosservate al volgo Lei scritto- ri, come quella dell’Ossian, che paragona la Musica di Carilo alla memoria del passato che insieme pia- cevole e triste riesce all’ anima. La Metafora considerata da questo verso puramente subbjetlivo manifesta la particolare maniera di ogni scrittore o parlante, che i retori addomandarcno szz/e o carattere, imperocchè ogni uomo limitato alla sua capacità si esprime in quel modo che può, o voi po- tete giudicare della sua rozzezza o della sua cultura guardando agli oggetti, cui allude, quando parla o scrive. Chi si diletta di cose agrarze, non volendo, allude ai monti, alle valli, a' fiumi, a’ torrenti, al gregge, ai prati, all’erbe, a fiori, a' volatili, alle tempeste, alla primavera, all’ autunno ec. Uno scrittore che si diletta della 722/272, prende le sue metafore dalle armz, dalle dazzaglie , dagli eser- citt, dagli assalti, dal campo ec. Simili allusioni tra- discono il più oculato scrittore , e un sagace lettore te ne saprà indovinare i difetti e le virtù, le nobili o ree tendenze , da una parola uscita a caso dalla bocca o dalla penna. to r9 6 10. Riquardi, che deve avere lo scrittore nel formare le metafore in quanto a sè stesso. La Metafora, abbiamo detto nel $ 4.° è un mezzo di esprimere le idee innominate associate alle idee espresse per la similitudine, che passa tra i loro ob- bjetti. Lo scrittore adunque dovrà essere diligente nel- l'applicazione di questo principio, ricercando la simi- litudine da quegli obbjetti, che più rassomigliano agli obbjetti delle idee innominate ; poichè per esperienza sappiamo che in certi momenti possiamo illuderci a segno di prendere le lucciole per lanterne e di vede- re una similitudine tra oggetti differentissimi. l'ante volte una qualche similitudine può esservi, ma rimotissi - ma, e tale che non tutti la ravvisano, onde avviene che le metafore su di essa fondate invece di adempiere il loro ufficio fanno ridere o riescono insopportabili. Tali sarebbero nella nostra favella le seguenti : viscerare î monti per traforarli, avcelenare l obblio con l’in- chiostro: sudano î fuochi: spargere lagrime di bel- tà, 1 figli dell acciajo , il tempestoso figlio della guerra, il dardeggiar degli squardi , il rotolar della morte , l urlar de’ torrenti ec. ec. In secondo luogo sarà diligente lo scrittore di gu- sto a scegliere tra gli oggetti simili i più nobili e de- corosi, evitando ad arte gl'ignobili e sconvenevoli. In questo mancarono la più parte de’ nostri primi scrittori, che insozzarono le loro pagine di allusioni oscene e stomachevoli. Le produzioni letterarie si propongono per fine il perfezionamento della specie umana, la d°S diviene migliore a misura che in lei predomina l' in- telligibile e va diminuendo il sensibile. . In terzo luogo lo scrittore dilingente si guarderà di accumulare più metafore nello stesso a facendo 253 passare il leltore da scena e scena sempre diversa ; perchè in così fatta guisa si perde di vista l’obbietto principale e lo spirito del lettore divagasi come in una specie di abbagliamento. Peccò contro questa regola il Petrarca in quel suo Sonetto, dove dice : Io farò forse un mio Zavor si doppio Tra lo st: de’ moderni el sermon prisco Che (paventosamente a dirlo ardisco ) In fino a Roma ne udirat lo scoppio. dove, come ognun vede, il /avoro parogonato alla #e- la, è seguito AR stile, che era uno strumento di fer- ro con cui gli anlichi scrivevano, e da sermone pa- ragonato a séî/e, e conchiude che quel /avoro simile alla rela faccia uno scoppio proprio del tuono. E qual accordo ira /avoro e udiraî? perche il /avoro sì ve- de e si tocca, ma non si ode. Non sono rari gli esem- pi di simili negligenze anche presso de’ migliori scrit- tori, che, per servirmi della frase di Orazio, qualche volta, come Omero, sono presi dal sonno: Quandoque bonus dormitat Homerus. 6 il lRiguardi che deve avere lo scrittore a'suoî lettori nel far le metafore. Non ogni produzione letteraria è direlta ad ogni classe di lettori, come non ogni discorso è fatto per ogni classe di ascoltanti, perchè tutti sanno che una predica alla mollitudine è differente da un panegiri» co o da un discorso accedemico , come la novella è differente dall’ Epopea. I libri d’ insegnamento si scri- vono con uno stile semplice e piano, laddove un’ ode o una canzica è scritta con islile ornato e fiorito. La 24 ragione di tulte queste differenze si è che alcuni com- ponimenti sono diretti a leltori di basso intendimento, altri ad uomini colti e nelle lettere versati. Ma primo do- vere di ogni discorso pronunziato o scritto è la chia- rezza, per la quale il nostro pensiero, medianti le pa- role, si trasmettono nell'animo altrui — Or la Melafo- ra è un mezzo di far intendere alcune idee innomi- nate, nominandone alcune altre, che hanno la virtù di far intendere le prime per similitudine. Nella supposi- zione che le idee nominate, ossia espresse, fossero igno- te a’'lettori od agli ascoltanti, questi non potrebbero intendere le innominate. È per questo che lo scrittore o il parlante, quantunque potesse formare una metafo- ra sulla similitudine di mille oggetti, dovrà scegliere tra questi que soli o quel solo, che è sicuro sia noto a’ suoi lettori od ascolianti. Chi non vede infatti quan- to insulso sarebbe quel dicitore , il quale, parlando a contadini idioti, dicesse loro: come ?/ velluto de’ prati fioriti incanta lo sguardo? 0 come diletta la por- pora sulle foglie di candida camelia! Come invero potrebbero intendere le idee innominate simili all'idea del velluto ignoto, o l innominata qualità della rosa in occasione dell'idea della porpora ignota? Per di- fetto di convenienza delle cose, che si dicono o scrivono con la capacità d'intendere di quei che ascoltano o leg- gono, avviene che la più parte delle letterarie produ- zioni non ottengono il fine che si propongono. Quindi le metafore di un tempo allusive ad obbjetti particolari riescono inintelligibili a'lettori di un altro tempo: similmente le metafore di tal natura intese in un luogo non s’ intendono in un altro e quelle che sono intelligibili a Firenze non sono tali in Napoli e in Roma. Di qui deriva che un fiorentino, se parla o scrive pe soli fiorentini, può farne uso lodevolmente , ma, se intende parlare o scrivere per tutt'Italia, si guar- derà bene di farlo. Onde il Davanzati e ’1 Cesari pec- 25 «carono contro le leggi dell’arte , quando il primo ci regalava la versione di Tacito e ’l secondo quella del- le cinque Commedie di Terenzio con tanti fiorentini- smi, ed allusioni a cose ignote a tutt Italia. 6 12. Intorno al metodo che st deve tenere per intendere le metafore nelle scritture antiche e in generale de’ tempi anteriori a chi legge. Questo Metodo è l Etimologico e giova a chi scrive pel buon uso della Metafora. La Metafora, come abbiamo veduto nel $ 9., non si può costituire se non in una combinazione di più pa- role, le cui idee sieno di occasione a far intendere le idee innominate, per la similitudine. Così dicendo : i prati ridono, in occasione delle idee de' fran e del riso pensiamo al fenomeno prodotto dalla luce sull’ er- be irrugiadate, simile al riso. Affinchè dunque in men- te del lettore possa aver luogo il traslato, si ricerca indispensabilmente il concorso di tre idee cioè 1. l' i- dea de’ pratî 2. l’ idea del riso 3. l’idea innominata del fenomeno della luce simile al riso. Se una di que- ste mancasse, avremmo due parole, segni di due idee soltanto, ossia avremmo (ante idee quante sono le pa- role. Ma il traslato è una combinazione di costrutto, per la quale si vuole far intendere un numero d’ idee mag- giore del numero delle parole espresse: bisognerà con- chiudere che, se una delle tre idee mancasse, non po- trebbe in mente del lettore aver luogo la Metafora. Que- sto argomento è chiaro e incontrastabile. Ma si potreb- be quistionare se mai si dieno de’ casi, in cui, mentre chi scrive adopera un traslato, chi legge non lo intenda. Or questi casi non solo sono possibili, ma di frequente si verificano nel fatto, perchè molte parole nella Locale 26 lingua hanno perdulo il significato primitivo ed elimo- logico e si sono trasportate a significare un’altra idea differente. Ne produrrò un esempio. ADOLESCENZA significa oggidì l'età, che segue alla fanciullezza, e per la moltitudine non ha altro significato fuori di questo. Ma dessa è una parola derivata dalla latina o/esco, che, componendosi alla preposizione ad, si fa adolesco. Or quest’ olesco è variato di oleo, il quale deriva da o/us nome , che significa secondo i vocabolari orzaggio o rerdura. Ond'è chiaro che adolescenza è l’astratto del verdeggiare. E, siccome quell'età, che succede alla fan- ciullezza, è regeta, come vegete sono le pianle in aprile, per similitudine si disse adolescenza. Ecco un esem- pio, in cui una parola, perdulo il significato primilivo, è passata a significare un'idea diversa. Chi volesse altri esempi vegga il III. Vol. del Nuovo Corso pag. 102 e seguenti. Il che quanto noccia alla purità e pro- prietà di una lingua non ci sono parole, che bastano a dimostrarlo; ma giova al proposito il solo riflettere che a breve andare si passerebbe da una lingua ad un altra differente, perchè allora si ha la stessa lingua, quando le parole conservano lo stesso significato, che fu assegnato loro dalla primitiva convenzione. Oltracciò come noi potremmo intendere l'integro senso degli scrit- tori antichi di una lingua vivente, quando la terza idea simile nella combinazione del traslato fosse sparita ? Chi non sa che tre idee sono più di due? Or come avviene questo mutamento di significato alle parole ? Per ignoranza di quei che l’ usano , ma la maggior colpa è de' filologi e de' lessicografi, i quali, standosi all'uso della moltitudine, danno alle parole un signi- ficato improprio; poichè appunto gl'ignoranti sbaglia- no il più sovente, e ignorante è la moltitudine, e mag- OrACo la plebe o la minuta gente. Che dovremo unque giudicare di que’ filologi addomandati puristi, i quali vogliono elevare a giudice di lingua italiana 27 la bassa plebe di Firenze, o di quegli altri, che per scrivere un Dizionario di Sinonimi vanno a consultare ìi contadini dell’ Arno? possono invero i contadini co- noscere le allinenze della lingua italiana con la lati- na, da cui deriva? Conoscono eglino le antiche serit- ture, dove sono registrati nel vero senso le parole, di cui usano al presente ? Se le ignorano, come potran- no giudicare del vero o falso , proprio o improprio significato delle medesime ? Adunque è chiaro che i soli filologi, versati nelle ra- gioni delle lingue, possono tassare il vero significato delle parole e correggere gli sbagli dell’ uso cieco del- le moltitudini. Ho detto # filologi versati nelle ragio- nt delle lingue per due motivi 1. per dichiarare che uesto dritto non compete a’ puristi, che stanno all’uso della plebe, per la ragione accennata innanzi 2. per ave- re occasione di parlare del metodo da tenere ad in- tendere nella loro integrità le antiche scritture. È di- rò che siffato metolo è I° etzzz0logico , il quale pre- scrive che a cogliere tutto il $tnso de’ costrutti com- binati a metafora è uopo badare all’ eizzologia de’ vo- caboli, per vedere quale fu il significato primitivo loro assegnato dalla primitiva convenzione. Ragionando sul- l'esempio riportato innanzi, la parola adolescenza, come sì adopera comunemente, non fà intendere più che l'era posteriore alla fanciullezza , ma chi risale all’ origi- ne di questa parola vi aggiunge, oltre l' idea innomi- nata della detta età, ancora la propria del verdeggia- re. Adunque è facilissimo a comprendere che chi co- nosce l' esimologia delle parole può solo comprendere l'integro senso del costrutto combinato a metafora. Di qui deriva che, se mille uomini leggeranno uno stesso componimento, la comprensione varierà secondo la di- versa capacità d'intendere di ciascuno, ossia secondo il diverso grado di cognizione elimologica de’ vocaboli che lo formano, Onde si spiega come lo stesso libro da 28 noi lelto in diverse epoche della vita produce diverso grado di comprensione, e più ne intendiamo, quando poniamo attenzione all’ etimologia delle parole. Quante volte non abbiamo adoperata, per esempio, la parola pensare per l’atto della mente che conosce, come pure il percepire, l’ attendere, Vl’ intelligenza, il concepi- re ec. senza mai badare al loro significato primitivo? Ma, riflettendo che pensare viene dal latino penso, che significava pesare in bilancia : percepire da percipio composto da per e capro che significa prendere: în- telligenza da tntelligere composto da inter e legere che significa scegliere ec., quanla significazione non avviene in noi, che prima non vera? Quale chiarezza di nuova luce non si sparse nella nostra intelligenza, guar- dando all'etimologia di queste parole, che prima non davano che un senso vago e indeterminato? Senza que- sta cognizione è impossibile che le parole si usino a tempo e luogo, cioè con proprietà; perchè, prendendo- le in senso proprio, quelle, che furono adoperate in costrulli combinati a metafora, perdono la re'azione al primitivo significato, e quindi sì vanno sempre disco- standosi dalla primitiva loro destinazione, onde hanno uso opposto e contrario a quello de’ primi scrittori, e s'inlerrompe la uniformità di senso delle stesse parole usate in diversi secoli, il perchè le lingue s’ imbastardi- scono e a lungo andare cambiansi di forma e di abiti, e degenerano in altre lingue diverse. Il Metodo etimolo- gico adunque è l’unico e solo mezzo di conservare le lingue, d’ intendere pienamente l’integro senso delle scritture degli antichi, e di usare quelle stesse parole con purità e proprietà ne’ costrutti. La quale avvertenza si deve intendere fatta per lulti 1 traslati , come ve- dremo nell’ Appendice, parlando dell’ alterazione av- venuta ne’ vocaboli a causa de traslati per difetto di Metodo Etimologico. - 29 $ 13. DeLL’AntIFRASI come traslato, che sì riduce alla Metafora. Per «ntifrast relori e grammatici concordemente in- tendono quella specie di traslato, per lo quale una pa- rola sì trasporta dal significato dell’idea propria a quello di un'idea contraria. Così presso i latini la pa- rola /ucus, che è derivato da /ua la luce, significava un boschetto ombroso e senza luce. In italiano la pa- rola perfido è composta da per che in composizione significa molto, assat, tutto, (vedi Etim. Vol. 1. Gramm. Rag. pag. 139) e fido che significa fedele, in- tanto perfido oggi s'intende quel che tutti sanno, cioè un traditore infame, mentre in forza dell’etimologia dovrebbe significar fedelissimo. Similmente assassino nella sua barbara origine significava un uomo di gran fiducia, un cavaliere di onore: oggi significa quel che tutti sanno. Dicasi lo stesso delle parole Drudo e Carogna. Or come questo mulamento di significazione è potut avvenire? Allo stesso modo, come abbiamo os- servalo innanzi, che sia avvenuta l’alterazione del si- gnificato de’ vocaboli per la metafora. Mi sì dirà che, essendo la Metafora fondata sulla similitudine , facil-. mente si può concepire lo scambio del significato pri- mitivo col posteriore di un’ idea simile, ma pare in- concepibile come una parola possa passare dal signi- ficato proprio al contrario. lo penso che questo pas- saggio sia avvenulo per un’ ironia, ossia per quella figura, onde i retori vogliono che le parole hanno un senso contrario a quello che contengono etimologica- mente. Ora questa figura non si può attuare se non tra 1 contrari, perchè se zronzcamente dico : Ecco D eroe de’ nostri tempi! e voi intendete un vigliac- co: 0 se dico: siete veramente savto ! e voi intende- 30 te un ignorante , facilmente comprendesi che 1’ ironia non si attua se non rispetto all’idee opposte. Perdutosi col tempo l'accento 2ronico nella profferenza di certi vocaboli, questi rimasero segni delle idee contrarie. Questo traslato poi si rannoda alla Metafora in quan- to ché, essendo una delle idee contrarie positiva e l’al- tra negativa, una richiama l’altra, come la simile richiama la simile. Infatti non abbiamo idea del ne- gativo se non a fronte del posîtiro, come non abbia- mo idea di tenebre senza quella della /uce, nè del- l'ignoranza senza quella della dotirena. Avverto però che questo traslato non è commendevole, se non per dar ragione dell’ allerazione avvenuta, perchè accenna all’epoca barbara di una lingua. CAPO II. Dea Meronimia — Zraslato di Connessione Cau- sale, e dell’ antonomasia Traslato di Connessione Sostanziale. 6 14. Idea generale della Connessione — tanto Causale ‘ quanto Sostanziale. La connessione è un legame indissolubile tra più idee associate, come abbiamo detto nel 6 4. pag. 13. per lo quale pensando ad una non possiamo non pen- sare alle altre. Così, pensando al padre, non possiamo non pensare ai figli e viceversa, e, se voi tentale di non pensare a questi ultimi, è inutile lo sforzo, o tut- l'al più riuscirete a togliere di mezzo la prima 2dea, non volendo dar luogo alla seconda. La connessione è nel giudizio causale, il quale presenta la Causa l’ Azione e l° Effetto con tale vincolo che, pensando all'una delle tre, dovete necessariamente pensare alle d1 altre due. In secondo luogo è nel giudizio sostanziale, il quale presenta la Sostunza lo Stato e la Qualità con ta’ legami che, pensando all’una delle tre idee, do- vele necessariamente pensare alle due altre rimanenti, da qualunque lato vorrete considerarle. La prima Con- nessione è Causale e costituisce la Aetonimia, la se- conda è Sostanziale e coslituisce l’ Anlonomasia, come abbiamo detto nel $ 4. Della METONIMIA 1 tuiti è suoi modi. La Metonimia è quel traslato, che consiste nella com- binazione di più parole, per la quale, nominando l’ ef- fetto, si fa intendere la causa innominata, o nominando la causa si fa intendere l’effetto innominato. Così, se sincontra detto: A/speltare la bianca chioma, ognuno comprende che si voglia far intendere un vecchzo, che ha i capelli canuti. Parimente se incontriamo queste altre espressioni. //o studiato Omero e letto tutta Virgilio, intenderemo gli effetti, ossia le opere de’ no- minati autori, Ma la Causa rispetto agli effetti è di diverse specie. In primo luogo sì Sisinnio in causa efficiente e causa occasionale , e l'una e l'altra si suddistinguono in cause materiali e formali. La causa efficiente è quella, che immediatamente produce un effetto: per esempio, il fuoco è causa efliciente del calore, l'albero è causa efficiente delle /rutca, l’acqua del corso. La causa occastonale è una causa mediata, che di- spone la causa prossima efficiente ad operare. Così la cantina è causa occastonale, che dispone a bere il vino, che è causa prossima ed efficiente dell’ubbriachesza. 32 La causa materiale è la materia, di cui si compone una qualche cosa: la causa formale è la forma, che er la relazione che ha con la materia pare che la accia esistere. La Causa in oltre altra è fisica altra è morale o personale. (Vedi Etim. pag. 20). Gli effetti possono prendere o in tutto o in parte le stesse nomenclature delle cause corrispondenti. Fatte queste distinzioni, è facile a comprendere come per Metonimia si può nominare. 1. La causa efficiente fisica 0 morale per far inten- dere | Effetto innominato. Esempi. Studiare Omero, leggete Orazio, imitate Demostene , intendendo le opere de nominati autori. 2. L’Effelto fisico o morale per far intendere la causa corrispondente, come rispettate la bianca chio- ma, che è un effetto della wecchiaja: mangerai pane col sudore della fronte, che è un effetto del trare- glio. A me pare che a questa categoria si debbano ridurre piuttosto le seguenti espressioni: sorte palli- da, luogo tacito e muto, armi spietate ec. 3. In virtù di questo traslato si nomina la materia per far intendere la cosa, che n’ è formata. Come nei seguenti esempi : l’ uccise col ferro : il curvo legno, o il piro o l'abete, su cut Giasone solcò le onde pel conquisto dell’ aureo vello. i 4. E, poichè il segno è un mezzo, per lo quale s’in- tende il significato, ed ogni mezzo è causa, è facile a comprendere che vi sia una metonîmia in tutti que parlari, ne' quali si nomina il segno per far intendere il significato e viceversa, come ne' seguenti esempi : cedano le armi alla toga, 0 il pennello alla penna, o /a mezza luna alla Croce, dove come ognuno vede sono nominati i segni della guerra e della pace, della pittura e delle Lettere, del maomettismo e del cri- stianestmo per far intendere i delti significati rispettivi. 5. E, siccome lo strumento, di cuì facciamo uso per dd produrre un lavoro, è causa fisica efficiente e imme- diata del lavoro medesimo, riconosceremo una metonz- mia in que’ parlari, ne’ quali si nomina lo strumento per far intendere il prodo‘1o0 innominato. Esempi. La dotta penna del Segneri , l' immortale scalpello di Michelangelo , il divino pennello del Sanzio, dove ognuno vede che si vogliano fare intendere le opere prodolte dalla penna, dallo scalpello, e dal pennello, come strumenti di ina arli. In questo senso ado- periamo il vocabolo lingua, che è lo strumento della parola per far intendere le /arelle ec. Avverliamo in conchiusione che la metonzmiza, se si usa da scrittore perito in fatto di lingua, non può aver luogo, se nel dizionario esiste il vocabolo proprio del- l'idea, che con questo traslato sì vuol fare intendere. erò che, ricorrendo alla metonimia, dà chiaro argo- mento che l’idea, fatta intendere a questa gnisa senza nominarla, non truova nella parola esistente la sua giu- sta misura, perchè sarà o finite o minore. Fuori di questa supposizione l’uso della metonimia argomenta l'ignoranza di chi parla o scrive, e quindi un d:s0- gno relativo o subbjettivo, come abbiamo detto nella Introduzione Dell’ antonoMAsIA — fraslato di Connessione « Sostanziale. 6 16. Intorno alla natura di questo traslato e parco uso che dobbiamo farne. Per la connessione, che passa tra soggetto e qualità, . . C) o possiamo n07:nar l'una per far intender l’altro, come dk S4 abbiamo detto innanzi. Quel che vuolsi avvertire si è che a ben usare di questo traslato in quanto alla lin- gua richiedesi che non esista il vocabolo della idea innominata nel dizionario, 0, se vi esiste, non è suffi- ‘ciente ad esprimere l’idea, come è concepita dallo scrit- tore. Per esempio, mi si presenta un animale nuovo, di cui ignoro il nome: ne considero una qualità che mi fa più impressione , e, supponendo che sia la sua ve- doctrà nel corso, lo chiamerò veloce, che in una lin- ua si dice eigre. In questo caso io farei buon uo dell’ Antonomasta, perchè, nominando la qualità, farei intendere il soggetto innominato. Ma, se questo proce- dere ha una ragione dal lato mio, non sarebbe così rispetto agli altri che ignorassero quest’animale. Onde è che l'Anlonomasia per essere un mezzo leggitimo di manifestazione indiretta delle idee innominate, rispetto agli altri, conviene che la qualità più appariscente sia nota all’ universale de’ parlanti una lingua. A questa condizione diremo bene l’ A//iieano per far intendere Scipione, il Cartaginese per far intendere Annibale, il Macedone per far intendere Alessandro, la Pecca- trice per far intendere la Maddalena , il Giusto per far intendere Aristide ec. ec. Ne’ quali casi ognuno vede che Sc:pione, per esempio, non equivale all'4/fri- cano , perchè il primo farebbe intendere un generale romano , non ancora elevato alla gloria del vincitore di Cartagine. L’uso però di questo traslato , per non degenerare in abuso , dev’ essere opportuno e perciò raro. Della sineppocHE Traslato di Congiunzione. La Congiunzione non è la stessa cosa che la Con- nesstone, perchè le cose congiunte non hanno un le- game tale che, pensando all'una, non possiamo fare a meno di pensare alle altre. Per esempio, io ho veduto in teatro nello stesso palco cinque amici congiunti. Nel ricordarmi di uno di essi posso ancora ricordarmi de- gli altri quattro, ma non necessariamente; perchè può darsi che non mi ricordi di qualcuno. Ma non così per le idee connesse. Adunque la Sineddoche non è da con- fondersi con la Metonimia. Or quali cose si possono dire congiunze? Tutte quelle che si truovano nel medesimo /u0go, e sono percepile nel medesimo fempo. L'identità dello spazio o del tempo forma la simultanettà, per la quale si dice che le cose stieno ansieme. L'insieme delle parti si dice tutto, il quale risulta dalla congiunzione di esse parti. Per questa relazione di Zufzo e parti possiamo leggitima- ‘mente nominare l'uno per far intendere le altre inno- minate e viceversa. Esempi: non aver tetto in senso di non avere abitazione: é 20 primo bdirbone del mondo in senso di primo birbone di una città ec. ec. Per comprendere i diversi usi di questo traslato se- condo le teorie de’ retori è uopo disaminare e distin- guere la nozione del zusto e delle parti. E primamente il tutto allro è di quantità conzinua, altro di quantità discreta. Il primo si ravvisa in un tronco di albero, in un pezzo di marmo, dove le parti sono contigue e non separate , il secondo si ravvisa nel numero di cose separate, ma riunite per la simul- tanettà: sollo questo rispetto usiamo i nomi variati pel 36 numero in senso di una sola sostanza , 0 viceversa. Esempi. Chi può agquagliare i Demosteni 0 1 Crce- ront? Il trafisse con mano intrepida: quardollo con occhio bieco. In secondo luogo, essendo il contenente uno spa- zîo , che contiene molte cose, e dall’ identità dello spazio risultando la simu/tanettà, e quindi la nozione i rutto, è facile a comprendere che per Stineddoche possiamo nominare il contenente per tar intendere il contenuto e viceversa, come quando diciamo : fozza sogg'ogò 10 mondo: la Grecia vinse la Persta in senso de’ lomani vincitori degli uomini contenuti nel mon- do, e de' Greci vincitori de Persiani. In questo senso disse il Petrarca: Se Affrica pranse Italia non ne rise. In terzo luogo rappresentando il genere lutle le spe- zie subordinate che gli si appuntano, come la Spezze tuiti gl'individui ; nateralmente concepiamo quello e questa come 2x7, che con la loro estensione com- prendono le specie e gl’ individui come parti. Per questa ragione possiamo nominare il genere per far intendere una specie, o la specie per far intendere un individuo e viceversa. Così diciamo: Mori di ma- lattia senza dir quale: if vento ha sconvolto le onde: 0 l'Euro e il Noto per ogni vento. Influenza della Metonimia e della Sineddoche nel- l'alterazione del significato primitivo de vocaboli. Necessità del Metodo Etimologico. Intorno all’ Influenza della Metonimia. Come nel $ 12 dicemmo che molti vocaboli perde- rono il significalo primitivo e ritennero il significato stia fuga per l’ignoranza de’ parlanti, diremo in pe sti due articoli che per la stessa causa molti vocaboli perderono il significato primitivo e ritennero il I/eto- nimico, e di Sineddoche. Jo andrò producendo alcuni esempi, pe quali si può istituire un’ analogia ne’ casi simili. 1. PREVENZIONE oggidi significa un'informazione an- licipala inlorno a qualsiesi oggetto, senza alcuna re- lazione al suo significato primilivo. Ma questa parola è derivata da prevenire, parola composta da pre che significa avanti e venire, sicchè la prevenzione è l'atto del venire avanti. E, siccome quest'atto è un mezzo o condizione indispensabile ad informare anticipata- mente, e il mezzo o la condizione sì concepisce come una causa, è chiaro che il significato della preven- zione è il metonimico e non ir proprio, il quale per ignoranza dell'etimologia appo la mollitudine si è per- duto — Dicasi lo stesso di Convenzione e Invenzione. 2. Perire da noi si usa in senso di finire o mori- re. Ma questo deo non è proprio , perchè b. rire è composto da per, che significa fusto , molto, assat in composizione, e da zre in senso di gire o an- 38 dare, onde in forza dell’etimologia significherebbe 220, molto, assai andare. E, siccome a finîre 0 morire si richiede per condizione il molto andare della cita ordinariamente, per metonimia sì disse perire per mo- rire. Ed, essendo condizione del molto sapere il molto andare per osservare multiplici oggetti, sì disse perzio l’uomo sario o rersato in una materia, e se ne formò in questo senso il nome astrallo perizia. 3. Durare è derivato da duro, onde in virtù della sua elimologia significherebbe rendere duro e in que- sto senso diciamo 2ndurare e indurito. Ma, siccome la durezza è una condizione della durevolezza, meto- nimicamente si disse durare in senso di essere dure- vole. Per ignoranza etimologica questa parola appo la moltitudine ha perduto il significato proprio. 4. Travedere va perdendo il significato primitivo, perchè comunemente sì usa in senso d'ingannarsi 0 di prendere lucciole per lanterne. Ma in virtù della sua etimologia significa vedere tra ramo e ramo, per esempio. E, siccome, quando un oggetto si vede tra .mille altri, si ha una condizione ad errare ossia a pren- dere l’uno per l’altro, fravedere acquistò il valore metonimico d’ :ngannarsi a questo modo determinato, e non generico. Alcuni fanno differenza tra 7ravedere e Intravedere Si riscontri il HI. Vol. del Nuovo Corso pag. 110. A ravvivare le lingue ed a reintegrare il senso delle antiche scritture badino i filologi a mettere in campo il Metodo etimologico , unico mezzo di conservazione perenne delle parole contro i capricci dell'uso cieco delle moltitudini, le quali per un avverso destino della nostra favella si sono elevate a dignità di magistrato supremo nelle controversie filologiche, relative alla pu- rità delle parole e alla proprietà de’ costrutti. 39 ARTICOLO II. 6 19. Intorno all'influenza della Sineddoche nell’alterazione del significato primitivo de’ vocaboli. Per la stessa ragione accennala ne’ paragrafi prece- denti molti vocaboli hanno perduto il loro significato primitivo, passando all’ improprio per Sineddoche. Ne produrrò pochi esempi. l 1. Per arrivare oggidì s'intende toccare un termine prefisso, e spesso si confonde col pervenire e col giun- gere. Ma desso è un verbo composto dalla preposizione a, e da rîvare derivato da riva, che è l’ estremità della terra ferma, che è di riparo alle acque di mare o di fiume , affinchè non straripino. Arrivare adunque in senso elimologico equivale a foccar /a riva. Ma, per sineddoche prendendo questo termine specifico per ogni termine generico, si disse arrivare per giungere. . 2. Erede oggidì s'intende quel che tutti sanno, 0s- sia chi succede ne’ dritti di chi muore. Ma erede de- riva dal latino Acereo che significa aderire, essere inerente, congiunto. Prendendo il genere per la spe- zie si disse erede a chi è congiunto in parentela, e che ‘però può succedere ne’ dritti del morente. 3. Fazzoletto è voce derivata da faccia, e propria- menle dinota una pezzuola per asciugare il sudore della faccia : oggidi si usa per sineddoche a signifi- care ogni pezzuola simile, ancorchè non destinata per la faccia, ma pel naso o per altro uso. Gli esempi sarebbero infiniti, e, se volessi tutti re- gistrarli, uscirei da’ limili prescrilti a questa trattazio- ne. Finisco quindi con avvertire i preceltori a non tra- scurare il metodo etimologico, per lo quale tante pa- role, che corrono comunemente in un senso improprio, bi 40 riacquistano il primitivo quasi perduto per molti, per la moltitudine non inteso più. Corollario intorno alla maniera di far buon uso dei vocabolari, che abbiamo, quantunque pieni di difetti per manco di principi filologici. I Vocabolari o Dizionari delle lingue , se fossero compilati secondo i principi di una filologia razionale, presterebbero un gran servigio a’ giovani che si ad- dicono allo studio delle lettere; perocchè risparmiereb- bero il tempo, che è prezioso , ad apparare in tanli volumi il valore delle parole di una lingua e indur- rebbero nelle menti di tutti gli studiosi uniformità di pensare senza bisogno di tante inutili e non mai de- cise quistioni. Fatto sta che i Dizionari, salvo qual- che rara eccezione per qualche lingua, presentano, co- me in risultato de’ pregiudizi filologici , tutti difetti dellempirismo grammaticale. In questo luogo non mi fermo a notare difetti di altra natura , bensì que’ soli che hanno relazione col presente trattato de’ Traslati, poichè degli altri difetti esistenti hanno scritto con molta profondità il Cesarotti, il Monti e qualche altro di non minore celebrità. Dirò dunque che i nostri Dizionarî presentano in confuso il significato primitivo coll’improprio de’traslati in cosiffatta guisa che voi non sapete scegliere tra’ tanti quale sia l’etimologico e quale il sintassico. Nè questo solo è il difetto, il più delle volte per ignoranza del- l'etimologia nel compilatore il significato primitivo non eomparisce affatto e si assegna al vocabolo quello, che dapprima solo si lasciava intendere per una combi- 41 nazione di traslato. Riscontrate ne’ Dizionari italiani le parole giferite ne'due precedenti articoli in compruova di quest’assertiva. Nè giova il dire che, essendosi per- duto il primitivo significato, un lessicografo può impu- nemenle trascurarlo, perocchè il lessicografo è un fi- lologo, che si suppone in questa maleria versato, ed ha un dovere stretto di ben fare quello che si propone di fare. Il Jhonson fa più saggio de’ nostri lessicografi, allorchè divisava pel dizionario inglese di apporre in primo luogo il significato elimologico , ancorchè non avvalorato da alcuna aulorità, per la potente ragione che da questa nozione dedotti si possono con maggior facilità conoscere i sensi figuralivi — Ma, poichè un di- zionario così fatto manca per ogni lingua, io andrò in questo paragrafo a dare alcune norme per far buon uso de' difettosi, che possediamo per la nostra. 1. In primo luogo procedete con dubbio metodico intorno a quello che trovate scritto, ossia non credete ciecamente a quanto viene asserito intorno al signifi- cato di un vocabolo. 2. Prima di leggere i paragrafi apposti al vocabolo guardalelo in sè stesso per vedere se è radice o ra- dicale, se derivato o composto, 3. Nella supposizione che sia parola-radice, dovete ricorrere necessariamente a’ significati apposti, perchè non siete voi al caso di conoscere l’antica convenzione ogni volta che il suo valore non vi sia noto dal dia- letto che parlate, o dalla poca pratica che avete coi buoni testi che avete poluto leggere. Allora paragonate tutti significati messi a registro, e vedete quale è quello che supposto per etimologico o primitivo può dar ra- gione e dichiarare tutti gli altri. Abbiate per principio che il significato primitivo di un vocabolo è il filo di Arianne nel laberinto de’ significati impropri. Se v incontrate per esempio nella parola durare , cui il vocabolario assegna per significato proprio l’es- 52 sere durevole, voi procedendo con dubbio metodico paragonerete gli altri significati che seguono, copie me- taforici, per esempio in senso di durare fatiche ec. e, guardando all’ etimologia, come abbiamo fatto a pa- gina 38, verrete in conchiusione a certificarvi che il primitivo valore di questa parola è l'essere duro , e però permanente. 4. Se le parole adunque saranno derivate, voi ne ap- purerete il vero valore, risalendo alla radice. 5. Facciasi lo stesso, se la parola è composta, risol- vendola ne’suoi elementi. Se perciò trovate definito il verbo sparare in senso di fendere la pancia per ca- varne fuori le intestina, ricorrendo all’ etimologia, tro- verete falsissima la definizione del vocabolario, peroc- chè sparare è composto da s prepositiva, che ha valore di negazione, e da parare derivato da pari, che signi- fica eguale, onde, se parare è agguagliare , sparare è disagguagliare, come apparisce chiaramente in parità e disparità ancora derivati da pari. Chi volesse altre osservazioni intorno a questi difetti de’ Dizionari esi- stenti riscontri il Vol. IIl.° del Nuovo Corso nell’Appen- dice pag. 101 e seguenti. IGT RT TRATTATO DELL’ELOCUZIONE Intorno a' difetti di questo Trattato, come s'insegna nelle scuole. Io non mi fermo a disaminare la improprietà della parola Elocuzione nel senso inteso da’ Retori, che ne trattarono, ma non posso dissimulare la dappocaggine de’ medesimi, che non seppero eglino stessi manifestare quello che v’ intendevano. Se infatti domandate loro : che cosa è l’ Elocuzione ? Non isperate che alcuno vi risponda, perchè niente è più imbarazzante per essì quan una definizione qualunque di questo Trattato. - T'roverete per avventura un discorso proemiale molto forbito intorno alla favella data all'uomo, come un mi- racolo piovuto dal Cielo, e senz'altro un farsi addentro le uistioni intorno alla cAzarezza, alla purità e proprietà delle parole ec. Vi troverete ancora una strana teoria de’ fraslati, e qualche cosa intorno allo stile, al pe- riodo, ec. Ma, come queste cose tanto sparate sì con- nettano tra loro, indarno cercate di saperlo dal libro, il quale è più ammirato per quanto più oscuri sono 44 gli oracoli che per enimmi si traggono fuori dal tri- pode — Ora una Scienza senza una buona definizione è come un vascello senza bussola, che, spingendosi senza regola a discrezione de’flutti e de’venti, urla in iscogli, e dà nelle secche, o tocca quando che sia per buona ventura un lìdo sconosciuto. Se questo disordine si restrin- gesse a dichiarare unicamente l'imperizia dello scrittore, importerebbe poco o nulla, perchè , chi si espone al pubblico, deve far prima ben bene le sue ragioni se gli convenga, ma l’inconveniente deplorabile è per la po- vera gioventù, cui si raccomandano le famose impostu- re, con le quali si fa giuoco della buona fede de’let- tori, che avidi di sapere dopo il pasto hanno più fame che pria, e, quel che è peggio, se non intendono, se ne imputa la loro dappocaggine. Se si potesse fare mag- gior ingiuria all’umano ingegno in altra guisa, a dir vero lo nol saprei. 6 22. Che cosa è dunque l' Elocuzione? Vera nozione e definizione di questo Trattato. Quando i grammatici definirono la Grammatica per l’arte di parlare e scrivere correttamente in una lingua, benchè non dissero tutto vero, accennarono ad una parte importantissima di questa Scienza, la quale, se non fù trattata distintamente, fu almeno riconosciuta come di sua perlinenza, cioè il correggere, nel parlare e nello scrivere, t difetti del parlar comune. Chi non conosce infatti quanta diversità passa Ira il parlare di un idiota e quello di un letterato, ancorchè nella me- desima lingua? Vi deve adunque essere in Filologia una parte, in cui si danno regole o principi, pei quali avver- tendosi i difelti che conimetliamo parlando, si potessero evitare o correggere. Or 1° Erimologia , la Sintassi, 4ò i Zraslatt sono trattati, che di queste regole o prin- cipî non possono occuparsi, perchè il primo cla il valore assoluto delle parole : il secondo studia il re- lativo o sintassico comune a’ costrutti tanto nobili quanto plebei : il terzo studia la combinazione delle parole, come mezzo di sussidio per far intendere le idee innominate tanto nella lingua colta quanto nei dia- letti. Con tutti questi trattati bene imparati noi pos- siamo tuttavia sbagliare, cioè parlare o scrivere scorret- tamente. Vi debbe adunque essere necessariamente una parte posteriore, che adempia il ministero di correggere gli spropositi che possiamo commettere parlando , e questa parte è appunto l’Elocuzione, la quale secondo questo divisamento si può definire per quella Parze della Grammatica, che insegna a correggere è difetti del parlar comune. G 25. Partizione del presente trattato di Elocuzione Posto che l'Elocuzione ha per obbietto la correzione de’ difetti, che si commettono nel comune parlare, non è malagevole a comprendere che tante sono le parti di questo trattato, quante sono le specie principali di essi difetti. , 1.° Ora chi parla una lingua senza alcun grado di col- tura filologica può fare uso di parole, che alla sua lin- gua non appartengono, ma da qualunque altra proven- gono per lo commercio delle nazioni parlanti. Questo difetto si nota nelle scuole con la nomenclatura d'77- purità e pregio opposto n'è la purità. L' Elocuzione adunque tratterà in primo luogo della Puritd delle parole. 2. Le parole per avventura saranno pure, ma i co- strutti, ossia le loro combinazioni, sia sotto it rapporto 46 della sintassi sia solto il rapporto de’ traslati, non sa- ranno conformi al gusto della lingua. Questo vizio si dice improprietà, ed è chiaro che l’ Elocuzione come facoltà correltrice tratterà in secondo luogo della Pro- prietà de’ costrutti sotto il duplice rispetto. Ma quale sarà il Criterio della purità e della proprietà nel par- lare e scrivere italiano? Quali saranno le ragioni per risolvere il problema filologico intorno al come si possa arricchire una lingua senza lederne la purità natìa ? Queste e simiglianti quistioni con la maggior chiarezza e brevità possibile a lume de’ razionali principî saranno risolute. 3. Una lingua è fatta per essere parlata dalle vive bocche degli uomini e non per essere un complesso di segni muli nella scrittura, la quale si assume come un mezzo di trasmissione de'nostri pensieri agli assenti o agli avvenire. Ora una lingua pronunziala è un com- plesso di suoni successivi, i quali per manco di col- tura ne parlanti possono riuscire disarmonici e però in- grati all'udito di quei che ascoltano, e questi si annojano e non si prestano al fine, che ci proponiamo, d'informarli de’ nostri pensieri. L’Elocuzione, che è correttrice dei difetti del comune parlare, è nell’obbligo di rimediarvi in una sua parte intorno all’ Armozia. 4. Il volgo, che parla senz’arte, suole ripetere sem- pre le medesime cose, il che si dice monotonia. A riparare questo difetto l’ Elocuzione darà i principi delia Varietà. 5. Chi non ha mai badato a reintegrare il disordine di una corrotta natura, non si avvede, quando parla o scrive, di quella giusta disposizione de’ pensieri e delle parole, per la quale risulta la chzarezza e l energia del discorso. L' Elocuzione soccorre a questo bisogno in una parte, che dà i principi intorno alla Co/loca- zione delle parole sotto il duplice rispetto. 6. Per lo stesso vizio radicale della natura umana 47 scaduta spesso il volgo dice parole inutili, che sono vere ridondanze e ripelizioni per distrazione , per di- menticanza, o per insufficienza di comprensiva. Difetto dannevolissimo è questo, poichè abusa del mezzo in opposizione al fine, che si propone il parlante. Contro quest’ ultimo difetto 1’ Elocuzione darà i principi del giusto mezzo in quella sua parte, che ha per titolo Della Precisione. In breve l’ Elocuziore sarà trattata in sei Capi I. della PuritA’ delle parole 2. della PROPRIETA’ de’ co- strutti 3. dell'armonia 4. della vARIETAÀ’ 5. della cOLLocazione delle parole 6. della PRECISIONE. INTORNO ALLA PURITA' DELLE PAROLE 24. Intorno allanecessità di un CRITERIO per giudicare quali parole sieno pure e quali no. In generale dicesi che una parola è pura, quando appartiene ad una lingua: così le parole italiane sa- ranno pure, se appartengono alla lingua italiana — Ma come si può sapere che le parole appartengono ad una lingua e in particolare che tante parole e non più ap- partengono alla lingua italiana? Dire che sieno parole italiane tutte quelle che sono registrate nel Dizionario italiano non è certo un procedere ragionevole, perec- chè i dizionari sono stati compilati da uomini, 1 quali dovetlero avere una norma o un principio, in una pa- rola un criterio, coll’applicazione del quale alcune pa- role come pure prescelsero, altre come 1mpure riget» tarono. Adunque noi non possiamo contentarci della sola autorità del Dizionario, ma a procedere razional- 48 mente dobbiamo sapere quale fù il erizerio, la norma o la regola, che tennero i compilatori del Dizionario della nostra lingua. Or, se un criterio si vuole, dovrà essere retio, certo e costante, perchè, se non è retto, avverrà che invece di parole pure 8’ introdurranno le impure: se non è certo, non può essere una regola, della quale possiamo far uso noi altri uomini: se non è costante, le parole tenute per pure in un secolo diverranno 2mpure in un altro — Queste ragioni, co- munque accennate semplicemente, sono chiare e con- vincenti— Noi quindi andremo in cerca di questo cr? terio per applicarlo alla puriià delle parole italiane, esaminando ed escludendo tutti gli altri assunti da'fi- lologi per venire in conchiusione a stabilirne un solo, nel quale concorrano tutti ì caratteri, che abbiamo di sopra descritti. g 25. L'autorità degli scrittori di qualunque secolo, ben- chè sia un argomento probabile di purità, non n° è un criterio assoluto. I filologi empirici ritenevano per parole pure ita- liane tutte quelle e sole quelle, che furono adoperate dagli scrittori del buon secolo, per alcuni il 300, per altri il 500, o l'uno e l'altro. E, siccome queste pa- role furono raccolte nel Vocabolario della Crusca, ta- li altri vorrebbero per parole pure italiane tutte quel- le che in questo vocabolario si truovano registrate , tanto nella prima Compilazione quanto nelle posteriori accresciule de’ vocaboli omessi da primi compilatori. In altri termini il criterio della purità per questi filo- logi è l'autorità degli scrittori, 1 quali meritano tutta la loro fede. Ora, quantunque gli autori, che merita- Tono di essere reputali c'assici, sieno un argomento pro- 49 babilissimo di puro scrivere, perchè, se nop avessero bene scritto, non avrebbero meritato la fede de’ posteri; nondimeno non si può dire che costituiscono un crize- 70 retto, certo, € costante, Non retto, se si può provare che gli autori sie- no fallibili, ossia capaci di errare. Ora non solo pos- siamo provare la capacità di errare negli autori falli- bili, ma ancora il faito degli errori, in cui sono ca- .duti, scrivendo, rispetto alla purzrd. Udite il Cesarotti: « Se io, per esempio , facessi uso d' alcuna delle se- guenti locuzioni, 20 /uî aggiornato per la Z'ussanti: l annea fu trista: balitemi quel libro : colui è bor- nio : sono intoppato în un ai * conviene che io chit la casa: questa è una storia controvata : co- stui è con vot foso : io mon ridotto nulla: egli ha commesso de' gran for/uiti : io sono invironnato da nemici : i fisiciani non sono di accordo fra loro: quel discorso /ado: il principe deve giuggiare e vengiare i torti: plusorî pensano altramente : le fantesche hanno in lei una buona maestressa: siate visto che ho fret- ta: certamente convien che io mi faccia sagnare dal cirugiano, 8 io dico parlassi o scrivessi così, chi non crederebbe che io facessi la caricatura di un goffo francese italianato, o di un italiano che franceseggia burlescamente ? Pure io non farei che servirmi di ter- mini toscanissimi, ( perchè usati da autori classici del buon secolo ) lutti autorizzati dagli esempi dei Boccac- ci, de Villani, de Fra Giordani e degli altri scritto- ri del secolo d'oro della lingua » (Saggio sulta Filo- sofia delle lingue. Par. III. ) Queste impurità si so- no correlte ne’ secoli posteriori , i quali, fidandosi di un criterio diverso dall'Autorità, le giudicarono insop- portabili nella lingua italiana. Io potrei addurre in compruova di questo fatlo le infinite correzioni, che gli stessi puristi, tante devoti all'autorità filologica, hanno prodotto a piè di pagina de’ così detti desti di gngua 50 pubblieati per la stampa, oltre le tante introdotte nel testo, 11 quale, se si paragona all'originale manoscrilto, è tanto diverso che appena vi si ravvisa la copia. Or che cosa è la correzione di un autore, se non una di- chiarazione de’ suoi errori di falto, rispetto alla purità dello scrivere? E chi vorrebbe a criierio una regola fallace ? Come può regolare altrui chi ha ‘bisogno di TRO Ù ” Autorftà in secondo luogo non è un ertterzo cer- to, perchè, provato che gli autori sieno caduti in er- rore, sorge necessariamente il dubbio da un lato: dal- l'altro, se l’ autorità filologica è costituita da infimti scrittori contemporanei e successivi, è difficile, per non «dirlo impossibile, tenerli tutti presenti. Nè vale il Vo- cabolario , quando sì può provare cbe mille errori si truovano in esso registrati, e moltissime correzioni ed aggiunzioni vi sono state fatte ne’ secoli posteriori. on è un crizerto costante, se si può provare che la lingua italiana del 500 è più ricca o più corretta di quella del 300, e quella di oggidì, maneggiata dai buoni scrittori, è più ricca e più bella della lingua stessa del 500. Dunque gli Autori, che costituiscono l'autorità, non sono costanti, posto che i posteriori so- no diversi da quelli de’ secoli precedenti. Infatti l’ gr- torità non si deve considerar divisa , ma. complessi- vamente, in quanto che tutti gli autor? convengono ‘nello stesso divisamento. Nella supposizione contraria l'autorità sarebbe incostante , contro l’ ipotesi de’ pu- risti, the l’ hanno a criterio. Resta dunque a conchiu- dere che l’ autorità, benchè sia ‘argomento probabile di puro scrivere, non è, nè può essere criterio di pu- rità della nostra lingua. Dico argomento probabile, perchè un aulore, se commette errori come fallibile , ne commette assai meno di un uomo poco pratico del- le cose filologiche , come un plebeo ne commette più di un uomo educato alla civiltà. 54 6 26. L'uso è un mezzo empirico di conoscere le parole, che appartengono ad una lingua, ma non è crite- rio della purità delle stesse parole. Per dare un sostegno all’ autorità gli empirici ri- corsero all’ uso, e dissero che si debbano tenere per ‘parole pure della lingua italiana quelle, che corrono ‘nell’uso o degli scrittori contemporanei, o di una provin- cia privilegiata in Italia, cioè la Toscana, dove si vuole che la nostra favella si sia mantenuta immune dal con- tagio della peste straniera. Dicendo uso degli scrittori, non si dice una cosa diversa dall’ auzorzià , perchè ‘un autore diviene autore dopo che ha scritto, e l'uso non è che l'attuazione o la pratica del parlare o del- lo scrivere. Tutto quel che abbiamo detto e stabilito nel $ ant. contro l’ autorità, va detto ancora contro quest’ uso. Anzi debbo dire di più che tante volte l’u:0 è tiranno dell’arte a segno che uno scrittore per non. essere deriso, quantunque convinto in contrario, scrive ossia usa di parco che per buone ragioni dovrebbe proscrivere. È niente è più incostante e capriccioso dell'uso, e tanto che Orazio gli concede il dritto, l’ar- bitrio e la norma di parlare. Gli scrittori del 300 a- doperavano tutte le voci francesi riferite dal Cesarotti , perchè l uso le faceva correre per buone: il 500 le proscrisse, perchè l’uso di quel secolo le giudicò in- siano Oggidì l’uso ha proscritto arò , are, abbo, aggio, avemo ec. del 500. Un uso ne distrug- ge un altro, e se l’ uso non avesse per legge che l’ar- itrio, povera lingua italiana! Ora per le voci danna- te vi fu l’uso di un tempo, vi fu l'autorità: ma nè uesta nè quello bastarono a prolungarne l’agonia. Se l’uso fosse costante per tutti i secoli, come per tante parole , che si scrivono oggi e significano a lo stesso 52 medo che si scrivevano e significavano a'tempi di Dan- te, sarebbe un’ argomento probabilissimo, ma non cri- terio di purità deile parole: anzi sostengo che non so- lo l’uso nelle scritlure di tutti i secoli, ma ancora l’uso nel vivo parlare dal Cenisio al Faro non è affatto una norma sicura di puriià, perocchè si è provalo che molte paroie 2mpure vissero per molti secoli in Italia, appunto erchè le protesse l'uso, la cui ragione è l’arbitrio. La ba morte fu dopo una prolungalissima agonia, quando i filologi le proposero, e la nazione, progredendo nella ci- viltà della parola, cominciò a disamarle come sospette, e dal disamore passò all'antipatia, e da questa all’av - versione. Allora fu che un uso ragionato dichiarò abuso l’ antico uso, o per pure tenevansi in un secolo quelle parole, che furono dappoi, come :mpure, antiqua- te. Coloro adunque, che assumono a criterio di purirà l’ uso come uso, si affidano ad un cavallo indomito e senza freno, o, se vi piace meglio la similitudine , si affidano all'incostanza medesima, perocchè al dir di Orazio molti vocabuli, che non è quarti perirono, ri- nasceranno, e perirunno, se vorrà l’uso, presso cui è il dritto e l’arbitrio e la norma del parlare. La quale sentenza non è un precetto di arte, ma una enuncia- zione storica del fallo di ogni lingua, specialmente non diretta dalla ragione filologica. E questo in quanto all’ uso degli scrittori , uso al certo più regolato, perchè più ragionato. Or che diremo dell’ uso in quanto a' parlanti, e spe- cialmente in quanto al volgo e alle moltitudini ? Si potrebbe dire che il volgo è più tenace delle vec- chie tradizioni, e, come lale, è un testimonio più si- curo della purità delle parole usale ne’ passati secoli. E, siccome lo stesso non è filologo, è meno tentato d’in- novare con introdurre nuovi vocaboli nella lingua che parla. Se ne vorrebbe conchiudere che l'uso del po- polo, specialmente toscano, può essere un crilerio co- stante: di purizd nel parlare e nello scrivere, dò Ma il fatto e la ragione stanno contro queste asser- tive, o, per dir meglio, contro queste supposizioni. A confessione de' fi'ologi, fautori di un tal sistema, gli scrittori del 300 scrivevano come parlavano, in al- trì termini l'uso della plebe è attestato dall’ uso degli scrittori plebei. Ora, paragonando il goffo parlare di Fra Guittone di Arezzo e di Brunetto Latini coll’ uso del popolo di Firenze e Toscana a’ giorni nostri, tro- viamo tale differenza .che il gergo de’ primi ci sembra inintelligibile per vocaboli non più usati e per la re- golarità delle desinenze e de’ costrutti nel toscano dia- letto de’ giorni nostri. Sta contro la ragione, perocchè il popolo parla una lingua, come la truova, pura o fmpura. E, siccome la lingua italiana per l influenza de’ domiui stranieri fin dal suo nascere fu alterata dalla commistione di ele- menti eterogenei, il popolo ritenne tulto senza saper discernere il buono dal caltivo, per incapacità filolo- gica. E, se il dialetto toscano di oggidì è molto pu- rificato rispetto all’ antico, si deve attribuire all’influen- za della lingua scritta: come pure, se è un dialetto più purgato rispelto agli altri dialetti, derivò dall'in- uenza de’ grandi scrittori italiani, che furono toscani. Ma, da iuilonigne cagione tal cambiamento sia prov- venulo, è un fatto che l'uso del popolo è ancora in- costante e variabile per molti vocaboli e modi di dire, se non in quanto al corpo della lingua. Considerando poi che la Toscana non è circoscritta da una siepe impenetrabile, che la renda inaccessibile alle altre nazioni, troveremo che la porta d’ ingresso di tutte le impurità straniere è l’ wso del popolo, il quale non può essere scrupoloso in fatto di parole a pericolo di spacciare i suoi negozi. E, siccome il po- olo non è filologo, non si può dar pena di ritrovare + equivalente nel Dizionario per sostituirlo al nuova che viene da Parigi, o da Londra, o da Tuaisi, o da Sé Costantinopoli. Quindi, mentre i puristi con voce sten- torea si lamentano del contagio di questo morbo arri- vato a Firenze, le iscrizioni sulle botteghe, i conve- nevoli delle società hanno un colore ed un sapore tutto francese, e fanno dimenticare gli antichi vocaboli regi- strati nel gran Dizionario della Crusca. ‘ Pare che alcuni, distinguendo |’ uso dall’ autorità, per questa intendono l'’ attestato degli autori sul do- cumento delle loro scrilture, e per quello il vivo par- lare del popolo toscano. Onde pare che vogliano de- durre essere pure tutte quelle parole, che si truovano scritte nelle opere degli antichi e corrono oggi nel- l'uso della lingua parlata. Ma, dimostrato che gli au- tori sono fallibili e che in fatto molte impurità rima- sero nelle loro opere : dimostrato che l’uso, sia degli scrittori, sia del popolo, varza, antiquando vecchi voca- boli, e introducendone de’ nuovi eterogenei, bisognerà conchiudere che l’ uso e l’autorità non fanno fede . perchè testimoni bugiardi, e, come tali, non meritano di essere elevati a dignità di criterzo. 627. Il Criterio della purità delle parole è la RAGIONE, da tutti riconosciuta, da niuno definita. Quando gli scrittori di un secolo sostituirono a’ vec- chi vocaboli di origine straniera altri nuovi, n’ ebbero una ragione, come una ragione si ebbero i put: che, producendo per la stampa i vecchi testi di lingua, molte cose corressero , e segnarono alcuni vocaboli e modi di dire da non seguire. Una ragione si ebbero 1 filologi, che notarono le sgrammaticature, regolariz- zarono la variazione de’ nomi e de’ verbi italiani con- tro l'attestato degli autori e dell'uso. Or questa ra- gione è per leggitima conseguenza superiore all’ quzo- dd rità ed all uso, perchè esercita una giurisdizione so- pra l'una esopra l’altro, con la quale condanna il cattivo ed approva il buono. Inlanto, mentre tutti han- no usato della ragzone, i puristi, che stanno pel solo uso e per la sola autorità, la disconoscono teorelicamen- . te, dicendo che contro il fatto non val ragionare, e che un fatto è la lingua. In questa scuola, come ognuno vede, i principi fanno a calci cou la pratica, perchè, mentre i suoi seguaci fanno uso della ragione , pra- ticamente correggendo i vecchi abusi; insegnano in teo- ria che la ragione non ha che fare con la lingua, che è un fatto. 1 Un altra scuola, che i pwriîst? rimproverano: di neo- logîsmo , ossia di novità di parlare, fa l'apoteosi alla ragione, che assume a crileria assoluto in fatto di lin- gua. ll rimprovero non é del tufto immeritato; perchè, non essendo determinata la idea di questa parola ra- gione, i suoi fautori taccano l’estremo, dando ingresso a parole straniere senza necessità. Alcuni più mode- rati riconoscono per criterio di purità l'Uso \° Autorità e la Ragione con eguale dignità, senz’ ivvedersi che cadono in continua contraddizione per le pretenzioni di ciascun criterio contro |’ altro. $ 28. Che cosa è la Ragione filologica, come cRITERIO della purità delle parole în una lingua ? Allorchè taluno enuncia la seguente proposizione : l’uomo mentisce, e chi ascolla ne domanda il perché, ossia ne domanda la ragione, il proponente risponde: perchè l'uomo è limitato ne’ suoî mezzi di conoscere, onde vede negli obbjetti ciò che non v'è, e però s'in- ganna: oppure perchè l’uomo per natura corrotto è dominato dalle passioni, per le quali non dice quel che 56 pensa, e però mentisce. In questo procedimento di do- mande e di risposte, di proponimento e di dimostrazione, ognuno vede che la ragione, ossia il perché della pro- posta è desunto dalla nazura o dall’essenza dell'uo- mo.Se dunque aleuno mi domandasse : perché la pa- rola ACQUA, per esempio, é pura? ed io rispondessi: perchè è parola italiana , o in altri termini, perché ha la natura o l'essenza di parola ttaltana, io de- sumerei la ragione o il perchè dalla natura e dall’es- senza della lingua. Ond’ è chiaro che per me la ra- gione filologica, eome criterio di purità, non è di- versa dal fatto esistente della lingua considerata in. sè stessa: per me la parola ragione è presa nel suo senso primitivo ed etimologico, perchè dessa è identi- ca a ratto, parola latina; derivata da reor, reris, ra- tus, rertî, il quale poi deriva da res la realià, la na- tura , l'essenza , onde rato ragione è il pensiero della cosa, della realtà qual è. Io dunque dirò pa- role pure italiane tutte quelle, che hanno questa nalu- ra delerminata o che da essa rampollano, ed avrò 272- pure tutte le altre, che a questa determinata natura si oppongono, o che da essa non provengono. Quesla ra- gione così definita non è capricciosa, perchè 06bjet- tiva e permanente: non è mutabile nè variabile, ma costante e immutabile. Dessa infrena la licenza del- l’uso, e sottopone al tribunale della critica imparziale la negligenza o la dabbenaggine degli scrittori: dessa con la sua uniformità informa tutti i parlanti di uno stesso principio, e dichiara abuso ogni atlentato con- tro di lei. Senza di essa l’ autorztà non si costilui- sce, perchè, chi scrive senza questo criterio, non me- rita di essere riconosciulo per aufore- per essa un uso corregge l'abuso precedente, ancorchè sostenuto da nomi celebri e famosi. Gli autori (come subbjetti ) che usano della lingua (come obbjetto) possono ingan- narsi; ma la ragione, identica al fatto, alla natura del- 57 la lingua, è sempre la stessa, come identico è 1° oB- bietto, che si lascia intuire, ma non possedere a guisa di proprietà di pochi esclusivamente. Una tale ragio- ne porta seco i carafteri descritti nel $ 24, ossia è un criterio retto , certo, e costante, perchè è sempre la stessa e indipendente dalle opinioni degli autori o de’ parlanti. Questo è quel criterio, su cui si fonda la Critica, ossia quella giurisdizione, che fu sempre eser- citata sulle produzioni letterarie e sulle parole più ae- creditate dell’uso corrente, e come tale è superiore al- l’ uso e all’ autorità, che al tribunale supremo di lei si appellano per essere giudicati. | 6 29. Intorno alla natura ed essenza della lingua italiana considerata în sè stessa. Posto che la Ragione filologica, come Criterio di pu- rità della lingua italiana, è la natura determinata della medesima, dobbiamo ricercare quale sia questa natura. E, considerando che la lingua italiana non è una lin- gua primitiva ma derivata, non avremo a lambiccarci il cervello in ricerche sottili e metafisiche per appu- rarne il suo primo embrione, il primo primo vagito, quando venne alla luce, cose tutte ardue e difficili alle più accurate indagini, trattandosi di lingue madri, di cui non esìstono i documenti storici contraffalti o perduti nella notte de’ tempi. Essendo dunque la lingua nostra secondaria e non primitiva, ne scopriremo facilmente la natura e l’ essenza, paragonandola alla lingua ma- dre, da cui fu generata. Ed io non dovrò allargarmi in molte parole per dimostrare che dessa è figliuola Rena della Latina, perchè i filologi italiani tutti confessano, se non per tutta la estensione, pel corpo almeno, ossia per la massima parte delle sue parole, , 58 dove alcuni di essi per sostenere qualche stranissima opinione volessero mettere in dubbio questa verità di fatto, io non avrei a far altro che presentare un con- fronto delle parole dell'una e dell’altra lingua, dopo del quale , -all’infuori de ciechi, tutti vedrebbero che la nostra, anzichè derivata, meglio direbbesi la stes- sa lingna latina variata, da cui ha preso non solo il corpo delle parole, ma le stesse desinenze, le forme, le derivazioni, le variazioni e le composizioni. Anzi è tanto vero quello che dico che nelle compos:zioni ha ritenuto tali quali le iniziali, e le finali ( Vedi Etim. Par. V.): nella variazione de’ nomi ed aggiun- tivi tali quali i comparativi e superlativi, tali Loi le variazioni de verbi (Etim. Par. III.) tali quali 1 d77722- nutivi, peggiorativi, accrescitiri ec. (luog. cìt. ) Tutto latino è il costrutto, latine le locuzioni , lalino il periodo, latina l'eleganza — I traslali più belli ita- liani sono stampati sulla forma latina. .- E già vi accorgete, o lettore, che io parlo della lingua italiana scritta, aulica, illustre, cortigiana, uscita dalla viltà plebea delle bocche volgari, Jos a di- gnità di lingua de’nobili componimenti poetici per ope- ra di Dante, che chiamolla nuovo lutino: del Boccac- cio e del Petrarca, che, /attnizzando, resero illustre l’ab- bjetto volgare, fino allora parlato e non scritto. Ed è palpabile questa verità di fatto a chiunque avrà pa- zienza di paragonare le prime scritture italiane con le posteriori de’ secoli successivi, perocchè il 400 cor- resse il 300, come il 500 corresse il 400 e va dicen- do, regolarizzando le forme de’ verbi e de’ nomi sul tipo delle latine variazioni : sostituendo parole dedotte dal fonte lalino alle straniere, provenzali, arabe, saracene: scrivendosi una grammatica, che prima non esisteva, a rale le licenze dell'uso, e sempre sul tipo della na. Ma, siccome la lingua latina dopo il suo 500 grecizzò, 59 pobilitandosi delle greche forme ignote a tempi di Nu- ma, la lingua italiana, divenendo nuovo latino, fu nel- lo stesso tempo grecizzante , e tanto è vero che infi- nite parole non solo, ma la sua costruzione meno in- tralciata, più alla greca che alla latina appartengono. Sicchè la ragione o il criterio della purità dell’ilalia- ne parole è la loro /atinità o grecità, o in altri ter- mini sono pure purtssime tutte le parole italiane, che hanno la loro radice nel greco o nel latino idioma. Si riscontri e si legga tutto il Capo I. dell’ Elocuzione del Nuovo Corso Vol. III. 6 30. A determinare la natura della lingua ttaliana è uopo considerarla nella sua ATTUAZIONE e nelle sue PO- TENZE. Nel $ antecedente abbiamo considerata la natura del- fa lingua italiana in quanto all’ origine delle sue pa- role, ed abbiamo veduto che desse sone latine e Hula. Or questo solo non la determina nella sua individua- lità, perchè molte altre lingue moderne dalla latina e greca derivano, ma tutte differiscono dall’ italiana in quanto che le stes‘e parole nell’ attuazione di ciascuna assunsero forme proprie e particolari, onde una è fran- cese, l’altra spagnuola e va dicendo. Quale sia la lingua italiana nella sua attuazione, lo abbiamo veduto in Etimologia, la quale si può definire Scienza della natura ed essenza altuata di una lingua. Tutte le parole quindi, che derivano dalla greca e lalina lingua, ed hanno le forme di Variazione, Derivazione e Composizione esposte in quel trattato, saranno pure italiane: e saranno impure tutte le altre, le quali, disco- standosi da quel tipo, si avvicinano alla forma francese, spagnuola ec. Ora abbiamo enumerato co’ fatti alla ma- 60 no tutti modi di variare , derivare e comporre sulla lingua esistente, e nelle scritture e nel parlare di uso eorrente. Basterà questo solo a risolvere tutt’ i proble- mi intorno alla purità di nostra lingua? Certamente no, perchè abbiamo osservato innanzi che molle parole fu- rono in uso ne’ secoli posteriori, ignote ne secoli an- teriori : sorge quindi la quistione : si possono tenere per pure tutte le parole, che vennero dappoi, per esem- pio, le parole nuove del 500, che non erano in uso nel 400 e nel 300? Alla. quale rispondo che possono e deb- bono lenersi come pure se f. sieno derivate dalla stes- sa origine, che ha determinata la nalura della lingua italiana, perchè ciò che è contrario a questa natura deve alterarla 2. purchè in essa concorrano le condi- zioni stabilite dall’ attuazione nelle parole esistenti, va- le a dire che siano variate, derivate, e composte in conformità delle parole esistenti. 3. purchè vi sia una cagione di attuarle, e questa è sempre il bisogno di esprimere idee nuove — La ragione si è che una lin- gua nel suo principio è proporzionata al bisogno de’ parlanti, i quali, avendo uno scarso numero d’idee, han- no pochissime occasioni di attuare tutte le porezzze del- la medesima. Io per posenza di una lingua intendo la suscettività di svolgersi secondo la sua determinata na- tura. Mi valgo di un esempio. Un seme di frumento ha la porenza di germogliare, poi di produrre un’er- ba, poi lo stelo, poi la sptga, infine il frumento mul- tiplicato. Tutto questo sviluppo non è in atto, prima che il seme si trapianti, ma è in potenza, in quanto che può sviluppare e deve sviluppare così per la sua de- terminata natura. La lingua italiana del 300 era seme, cioè era lingua in potenza, e tale la dichiarò lo stesso Dante, quando paragonolla a un So/e, ma nuovo, che dovea risplendere ne’ secoli avvenire. E, siccome il seme di frumento sviluppa in modo diverso dal seme di segala, così le potenze di una lingua si svolgono diversa- GI mente dalle pozenze di un’altra. Mi spiego più chiara» menté. Quando la nostra lingua venne a costituirsi, pre- sentò due classi di parole, cioè parole prime dette radici, o radicali, o parole madri, e parole secondarie e gene- rate. Ma non tutte le parole madri fecondarono allo» ra, nè tutte le parole generabili furono generate, per- chè, ripeto, mancò l’ occasione di attuare la genera- zione. Adunque le parole secondarie erano contenute nella potenza generativa delle parole-madri. Queste po- tenze poi, torno a dirlo, sono limitate dalla natura della lingua, e questa dall’attuazione delle parole esi- stenti, ondechè ì secoli posteriori, attuando le potenze, procedono per analogia su i dati primi. Consultando il fatto della nostra liugua, troveremo appuntino avverato il detto finora , perchè il 500 è più ricco del 400, e questo del 300. Or come ciò si potrebbe spiegare al- tramente ? Quindi è che, se per bisogno io formo un nuovo derivato, un nuovo composto secondo l’analogia e le tre condizioni di sopra esposte , non sarò certo un neologo, perchè procedo secondo ragione, e se- condo dritto, che niuno può contrasiarmi. E, se l’uso sì scandalizza in principio, quando la mia novità è ra- gionevole, vi si acconcia dopo , come vedremo. Con- chiudo : custe Ze parole nuove introdotte per GENERAZIONE, 08874 per attuazione delle PoTENZE della lin- qua tialiana ne cast di bisogno , st debbono tenere per pure purissime. La lingua italiana è dunque progressiva. Il PROGRESSO si compie PURIFICANDO ed INNOVANDO: QU27- di parole NUOVE e parole ANTIQUATE. Da quanto ho detto nel $ ant. è chiaro, anzi evi- dente , che la lingua italiana è stata progressiva: e 62 lo è tuttavia, perchè progredire significa rion fermar- si, ma andare avanti, e nel caso nostro è un con- tinuo svolgersi delle potenze, come nel seme che, svol- to, ora è germe, ora pianta, ora stelo, ora spiga. Ora, come si è veduto innanzi, così avvenne ne'diversi secoli per la nostra favella. Ma il progresso non si deve confondere col neologismo, il quale vorrebbe in- novare, spiastando un seme per mettercene un altro: il vero progresso suppone la stessa radice che si svolge, e lo svolgimento è sempre riferibile al primo seme. Quin- di il progresso ritiene la sostanza antica che riveste di foglie nuove, come lo stesso tronco di albero rimane sem- pre, quantunque i fiori che po e le frutta sieno va- rianti secondo l'influenza delle stagioni. In altri ter- mini il progresso di una lingua si compie, spogliandola del vecchio e vestendola del nuovo, ossia anziguando alcune parole e introducendone delle nuove, che ripul- lulano dalla stessa radice, come si è detto. Da un verso il progresso purifica la lingua, dall’ altro la ravvira. La purificazione è degli elementi eterogenei , come della ruggine che si attacca alla spiga , o dell’ erbe selvatiche, che infestano il campo di frumento. La no- stra lingua è ita sempre purificandosi fino al 600, ma uest’ opera non si è compiuta per le stolte pretenzioni de così detti puristi, che vollero farla ritornare alla ruggine ed alla miseria del 300. Onde anche oggidì contiene molta borra, sostenuta dall’ uso capriccioso e cieco, e dall'autorità de’ pedanti. La Innovazione sì compie in due modi, come sì è detto 1. se si deve introdurre una parola madre o ra- dice, si ricorre al fonte greco o latino 2. se sono parole secondarie, sì ricorre all’ attuazione delle potenze ge- nerative della Zariazione, Derivazione e Composizio- ne. Così si è fatto finora e così si farà in avvenire, non ostante che i botoli digrignino, bajando alla luna. Con- tro il fatto non val ragionare. Questo è un dritto delle 65 nazioni parlanli, e niuno può loro disputarlo — Biso- gna avvertire che per parole rwore intendo ancora le antiche, che l’uso capricciosamente ha poste in obblio, mentre meritano di essere messe in onore. Imperocchè, essendo italiane parole, se si tolgono dall’ uso, rimane un vuoto da riempire con parole straniere o con tra- slati. Or perchè impoverire la lingua de’ suoi leggitimi mezzi per un capriccio 0 per un arbitrio irragionevole? Il Botta ha cercato di risuscitarne aleune non sempre felicemente, perchè non sempre italiane e talvolta sen- za bisogno, polendosi provare che le risorte da lui hanno Te pure equivalenti. 631 Come în ogni lingua, ancora nell’ Italiana, è uopo distinguere la lingua coLta dalla POPOLARE, quella. COMUNE e questa dî DIALETTO Contraddizione de’ puristi. LA LINGUAL è una, come uno è il sole. Ma, siccome non tutti possono vedere il Sole, qual è, per difetto de’ veggenli ; così non tutti parlano la lingua , come dovrebbesi , per difetto de’ parlanti. E, siccome tutti concedono che un astronomo vede il Sole assai meglio di un idiota, bisognerà convenire parimente che par- lano meglio la lingua italiana 1 Letterati, che la stu- diano e la considerano nella sua vera nalura. La lin- gua de' Letterati adunque è lingua colta, 0, come la disse Dante, aulica, contigiana, illustre. La lingua del popolo è lingua incolta o di dia/ezio. Quella è lingua comune in quanto che tatti, studiando, la pos- sono conseguire: questa è particolare di una città, di una provincia, o di un piccolo stato politico. Ed io per lingua popolare non intendo la lingua plebea o volgare, come dicesi comunemente, ma la lingua che 64 si parla anche da persone ciez/î, ma non versati nella Letteratura: intendo ancora quella che parla il popolo toscano e che si vuole la più colta tra tutl'i dialetti delle tante città e province d' Italia. Fatte queste dichiara- zioni, ecco le differenze delle due lingue , cioè della lingua colta e della popolare. Ca lingua colta è più purificata, perchè maneggiata da uomini che professavano letteratura, quindi il suo presto è stato più di ai , più regolato, più con- orme alla natura della lingua italiana. La lingua popolare è più impura; perchè contiene tutte le parole barbare antiche, le quali non si sono potute antiquare per difetto di studio e di riflessione filologica, altesocchè il popolo ignorante di filologia non ha potuto abolirne l’uso. E,se il dialetto fioren- tino di oggidi è più purgato in paragone degli altri dialetti d’Italia, è impurissimo rispetto alla lingua colta comune. Imperocchè di quelle parole, che contiene il dialetto fiorentino, la maggior parte è straniera, come per esempio arnese, assassino, drudo, alcora, barca, albicocca ec. benchè si tengano per italiane, e come tali si adoperino da’ puristi. È, se il dialetto medesimo è più purgato rispetto agli altri dialetti d’ Italia ; è av- venuto per la influenza degli scritti di Dante, Boccaccio e Petrarca primi autori fiorentini, ma con un progresso tardissimo e lentissimo, mentre nelle scritture è stato rapido e sollecito. Quindi la lingua colta è lingua italiana , perchè, essendosi purificata dell'elemento straniero a forza di latinizzarsi e grecizzarsi, è divenula nuoro /atino, re- lativamente più puro, e però comune a tulti gli scrit- torì italiani, mentre la lingua popolare tanto meno appartiene all'Italia, quanto più abbonda di elementi stranieri, e difetta di latinità e di grecità di parole. La lingua colta contiene elementi barbari nuovi per difetto di buona direzione filologica, onde a sostituire 6ò le parole antiquate ricorse alla moderna lingua fran- cese: ma la popolare contiene barbarismi antichi e mo- derni : i primì per manco di critica , i secondi pel commercio colle nazioni vicine traflicanti, vizio rico- nosciuto dagli stessi puristi nel parlar fiorentino di NERA, | lingua colta è aristocratica, ossia una lingua no- bile per la nobiltà del pensiero, perchè adoperata nelle colte scritture, onde è ignorata dat popolo o non in- tesa: la lingua popolare è lingua parlata o adoperata nelle scritture basse, perciò lingua di mercato , come mezzo di manifestazione de pensieri relativi a’ mestieri ed alle faccende domestiche. | Chi dunque porta ‘opinione che regola di pwro scri- vere sia il dialetto toscano, s' inganna a partito per le cose dette innanzi. Se è vero che gli stessi scrittori classici de’ primi secoli hanno difeltato , e che la pu- rificazione della lingua scritta, benchè progredita, non è ancora compiuta per una falsa direzione filologica, bisognerà conchiudere che molto meno la lingua par- lata di Toscana può essere criterio dì purilà. 6 32. Concordia della RAGIONE coll’ uso ‘e con l'AUTORITA. in fatto di lingua. Quando io dico che la ragione sia il Criterio della purità delle parole italiane, non intendo dire che le sue sentenze debbano essere eseguite con un perentorio al- l'uso di tanti vocaboli :mpurî, che si dovrebbero sfrat- tare dalla lingua per sostituirvene altrettanti nuovi. Im- perocchè le lingue si parlano dalle moltitudini igno- ranti di grammatica, e sollecite di spiegarsi nel mi- glior dodo ossibile e conforme all'interesse delle loro faccende, onde si riderebbero delle novità, come l’idiota 66 ride dell’astronomo, che gli vuol far credere il sole im- mobile, e continua a dispetto della Scienza a dire.che il Sole nasce e tramonta. La ragione dunque pretende da’filologi custodi delle favelle, che propongano alla na- zione parlante una lista degli spropositi, che commette senz’ avvedersene. Dapprima l'annunziate novità le inge- nerano scandalo, ma a poco a poco, trovandole ragio- nevoli, non le disapprova, quindi le vagheggia , in ultimo vi si acconcia. Qualche scrittore più ardito op- portunamente comincia a dar loro luogo onorevole in qualche componimento, cento altri lo imitano , e le scuole fan loro plauso: dalla bocca de’ discepoli si dif- fondono tra la moltitudine e l’uso ragionato corregge il vecchio abuso. Dacchè qualche filologo fece osser- vare, per esempio, che la parola sensibile, significando l’obbjetto capace di essere sentito, non può significare il soggetto capace di sentire; qualche filosofo a sens:- bile sostituì serRsivo, come sensività a sensibilità. Fe- cesi lo stesso nel 500, quando le variazioni de’ verbi si ridussero a regole stabili, e si notarono come sconce maniere l’ avemo, l amdramo, l'abbo ec. ed al falsa opinione, alla esequia, alla travaglia vennero sostituiti la falsa opinione, l'esequie e il travaglio. Adunque è chiaro che la ragione rispetta l’ uso per una folle- ranza necessaria e non per una così detla /ransazione, appunto come in altre cose si rispettano ì pregiudizi, che non si potrebbe tentare di sbarbicarli senza peri- colo di essere messo alla berlina. Ma in quanto ad au- torità la ragione esercita più liberamente la sua giuri- sdizione con una critica severa e imparziale, mentre si mostra ossequente verso gli scrittori che hanno meritato la nostra gratitudine, perchè hassi a fare con gente più ragionevole ossia con filologi, che pensano e danno giu- sto peso alle discussioni falle Hi fine di servire alla lingua. La ragione è superiore all’ uso ed all’ aufor:- tà: è l’ultimo tribunale di appello, e contro di essa 07 non v è magistrato superiore, come non ve n'è contro la legge. Adunque i puristi dalla celebrità degli autori e dalla tirannia cieca dell'uso non possono trarre ar- gomento a favore del loro sistema, come dall’ autorità del genere umano non si può trarre argomento, contro la verità astronomica, che giri il Sole e non la Terra. Dal detto finora deducesi che io sono più rigido dei puristi e più indulgente de’neologi. Più rigido de' uri= stî, perchè io a nome della ragione pretendo che si bandiscano dalla lingua italiana tutte le parole antiche (e non son poche) di origine straniera, ossia che dalla greca e latina lingua non derivino: pretendo che si richiamino a vita nuova le parole anliquate ingiusta- mente e pel solo capriccio dell uso : pretendo che si evitino nella lingua colta le parole barbare di data recen- te. Sono più indulgente de’ neologi, perchè a nome della ragione pretendo che si stampino nuovi vocaboli :ta- liani, per surrogare ì barbari dannati: che questi nuo- vi vocaboli si Serivino , se radici, dalle ricche mi- niere greche e latine : se secondari , dalle radici e- sistenti — I Puristi al contrario gridano ad ogni piè sospinto: ecco un gallicismo, e non si fanno scrupolo di mettere in onore la barbarie antica, e, siccome pro- cedono sull’ altestato dell’ uso serata toscana vi- vente, non vergognano di rispettare i barbarismi no- velli. I Neologi, mentre fan vista di liberalità, riescono demagoghi, perchè vanno in accatto di parole dalle lingue povere, e dissipano i tesori inesausti della gre- ca e latina lingua. Berta questa dichiarazione come A che mi giustifica dalle calunnie de’ puristi e e' neologi. 68 $ 33. E uopo distinguere în ogni lingua colta e popolare una lingua MISTA, cioé la linqua delle arti e dei mestieri, che comunemente si dice lingua TECNICA. In ogni lingua sì forma una lingua mista di tante lingue, uanti sono i vocaboli che derivano dalle me- desime. I marinari italiani, per esempio, hanno infiniti vocaboli, di cui il filologo italiano, che non è versato nel francese , spagnuolo , inglese, arabo e persiano idioma, indarno andrà cercando l’ origine , 0 scanda- gliandone il valore: così gli agronomi hanno la loro lin- gua, come la propria i cuochi, i calzolai, i negozianti, ec. he dico poi de’ pubblici funzionari , dei giusperiti , de’ militari ec.? I puristi? troppo serupolosi in fatto di po: avrebbero preteso che questa lingua mista si osse purificata e che il negoziante avesse adoperato vocaboli italiani invece dei barbari, che il funzionario pubblico, scrivendo, avesse bandito la voce Ministro, Capo di Ripartimento: il militare avesse prostritto le Pie Colonnello, Tenente, Reggimento, Caporale ec. retenzione veramente ridicola ! perchè quei, che par- lano siffatta lingua, non professano letteratura, e non truovano un dizionario si surroghi italiani vocaboli non ancora coniati. Questo miscuglio in siffatta lingua è inevitabile, perocchè le parole indicano idee nuove scoperte da uomini di altre nazioni, e, volendosene l’e- quivalente in italiano da idioti nella Filologia, non re- sta altro mezzo che italianizzarle in quanto alla forma esteriore, non mica sostituire. Quindi, parlando con uo- mini di mestieri, che hanno la loro lingua tecnica, di- remo: gilè, palettò, caffè, sofà, cumò, burò, capo di ripartimento, reggimento, colonnello ec. senza tentare di surrogarle; perchè saremmo derisi senza esser capiti. Ma, mentre si vuol rispettato l’uso, non s'intende scu- C9 sare i filologi di studiare siffatte lingue per vedere di trovare nel greco e latino idioma parole equivalenti, da registrarsi in appositi Dizionari, da'quali l'uso sia illu- minato per produrre col tempo a poco a poco quel cambiamento, che avvicina la lingua tecnica alla lingua pura. Ma questo lavoro è difficilissimo, perchè un filo- logo non si abbassa ai mestieri. I tentativi de’ puristi riuscirono infruttuosi, quando volevano sostituire parole .antiche di quattro secoli addietro per esprimere idee nuove -scoperte ieri. È chi non ride del consiglio di chi vorrebbe a cumò sosltiluire cassettone, o a sofà il /ettuccio da sedere? poichè il cassettone degli an- tichi non è certo il cumò, nè il letto è fatto per se- dere, nè letto da sedere è il so/@. Ultracciò non do- veano pretendere che l’ uso si fosse arrestato di bolto al comando di un purista : conveniva proporre ed aspeltare che la nazione parlante accettasse. Ma con quale sfrontatezza non si fecero a rimproverare ì buoni parlanti secondo uso, che dessi senza autorità ricono- sciuta volevano distruggere come abuso ? Jo non credo che per altra via si possa insinuare in una lingua la barbarie più facilmente che per questa, im- perocchè, abituandoci all'uso di simili voci, che ci rie- scono in fine familiari, non volendo, le adoperiamo nelle nobili scritture di lingua colta. 1 buoni ed accurati ri- corrono alle perifrasi o circolocuzioni per non macchtar- ne la purità. Ma non sempre riesce lodevole il rimedio, e, perchè non trovano l'equivalente, il più delle volte so- no costretti da necessità a introdurre la nuova barbarie. Conchiwdo che la colpa non è dello scrittore, che deve badare all’ idea più che alla parola, ma è de' filologi i quali sono tenuti non solo a custodire inviolato il deposito ricevuto della lingua, ma più di ogni altro a provvedere a’ nuovi bisogni di nuove parole, come segni delle nuove idee , che ogni giorno scuopre il progresso della civiltà nazionale. Per nostra disgrazia 70 i filologi ifeliani si lacerano per quistioni puerili e ri- dicole intorno alla nomenclatura della lingua nostra, se italiana o toscana debba addomandarsi: vanno dis- sepellendo cronache e novelle senza darsi carico al mondo de' bisogni presenti, anzi ogni ostacolo pongono ad un salutare e pronto ed opportuno rimedio. E che avvenne? Che mentre dessi chiacchierano nelle scuole, e declamano e si affaticano, gl’italiani continuano nella barbarie della favella, e continueranno così per la fal- sissima direzione degli studi filologici, i quali prelen- dono l’ impossibile e 1° agionevo a cui niuno può e niuno deve acconciarsi per qualvoglia prezzo. É pu- re ciò che è difficile per le altre lingue, è facilissimo per la nostra che ha tanta parentela con la lingua gre- ca, lingua pieghevole e ricchissima per tutt’i bisogni direi del passato e dell'avvenire. $ 34. Per non errare ne’ giudizi di PuRITA' di parlare o serivere st raccomanda il Mertono ETIMOLOGICO — Quindi il filologo critico deve possedere la lingna greca e latina almeno. Posto che il criterio della purità è la Magione , e er llagione bisogna intendere la natura della lingua Italiana, la quale in quanto al corpo delle parole è greca e latina, ognuno vede per leggitima conseguen- za che il filologo, il quale voglia come critico retta- mente giudicare della purità delle parole nelle scritture altrui, deve conoscere queste due lingue. A questa scla condizione può paragonare le parole della lingua ita- liana con quelle della sua origine, ossia procedere eti- mologicamente dall’ attuale al primitivo. Or questo pa- ragone, o, dico meglio, questo ricorrere all’origine dei vocaboli, che io chiamo Metodo etimologico, non è per ra! diletto, ma per necessità, perchè nella supposizione contraria, sarebbe impossibile ogni buona critica, la quale si compie per l’ applicazione di questo principio generale : Sono pure tutte le parole italiane di ori- gine greca e latina. I filologi finora non hanno riconosciuto questo Me- todo pienamente; perchè alcuni, cioè i pur?st, trovan- dolo difficilissimo per le condizioni, che si richieggono ad attuarlo, si fidarono ciecamente all’uso od all'auto- rîtà, ritenendo per pure tutte le parole che corrono nell’ uso della lingua parlata dal popolo toscano, o che sì truovano adoperate nelle antiche scritture de’ classi- ci del 300 e 500. Altri negli ullimi tempi ricorsero alla Critica, come il Cesarotti, il Perticari, il Mon- ti ec. Ma la Critica non si può costituire senza un er?- terio retto, certo e costante (624): chi ricorre alla critica od alla ragione senza stabilire il criterio, intro- duce l’ arbitrio per norma, peggiore dell’ uso e del- l'autorità. Noi dunque, avendo determinato il valore della ra- gione come criterio di purità, abbiamo nello stesso tem- po rendula possibile la Critica limitata dall’ obbjettività del criterio. Ma i filologi della Critica non si potevano pronunziare decisamente, perchè non ebbero il corag- io di sconoscere tanti vocaboli di antica dala, ma di Barbara origine, che tuttavia corrono nell'uso presen- te. Io non ho l'orgoglio di credermi superiore ad uo- mini di tanta levatura, ma non vergogno di confessare la mia ardita ingenuità nel dire le cose, come le sento: e che io comincio dov’ essi finirono. 72 g 35. Metodo da inculcare a’ qiovanetti in fatto di criti- ca, e scelta de’ libri da leggere per formarsi l’at- titudine a retto giudizio —Librt da proscriversi. Se il Metodo etimologico è indispensabile al filolo- go, che vuol farla da critico, non si può raccomanda- re nello stesso modo a’giovanetti, che vengono per ìm- arare la lingua colta italiana, perchè si suppone che a ignorino, come ignorano la greca e latina. Allro dun- «que è il Metodo di chi vuol imparare una lingua: al- tro è di chi vuol giudicare se bene o male adoperata. Dirò quindi che i giovanetti dapprima debbano afli- darsi all’ so, che, come abbiamo detto , è un mezzo empirico di far conoscere l’ esistenza e "l valore delle parole di una lingua.In questa pratica, che deve pre- cedere alla grammatica , parte con la viva voce del maestro , parte con la lettura de’ buoni libri moderni come il Giannetto, le prime Letture del Taverna, del Cantù ec. si viene a costituire la parte materiale della lingua italiana senza voler sapere, se le parole del miglior uso sieno pure o impure, se di latina o barbara origine. Quando i giovanetti sapranno parlare e scrivere italiana- mente secondo il miglior uso corrente, passeranno allo studio della Grammatica, e dalla fede cieca all’ uso ed all'autorità cominciano a-passare al convincimento della ragione con l’idea di essere filologi e letterati , che sanno quel che fanno, ed hanno coscienza di ben fare. Intanto lo studio della lingua latina, almeno, con lo stes- so metodo accompagna la pratica per la lingua propria e i giovanetti possono paragonare le identità e le di- versità delle due lingue. Se sì potesse accoppiare il greco, sarebbe ancora desideratissimo. Cominciando lo studio della grammatica ( non quella certamente delle scuole, che è un complesso di regole convenzionali for- 78 mafe secondo ì principî empirici ) i giovanetti proce- deranno a leggitimare quel che per lo innanzi credet- tero ciecamente. Intanto avranno per le mani le prose del Perticari, la Proposta del Monti, la Filosofia sulle lingue del Cesarotti, i Pretesi Gallicismi del Gherardini, il Catalogo di Spropositi di Marco Antonio Parenti ec. i quali, se non sempre procedono ragionevolmente, ajuta- no almeno a ragionare per quella tendenza, che hanno a favore della Critica. In quanto a scelta di libri si ban- discano dalle scuole tutti que’ testi di lingua del 300, sia lo stesso Dante, il Boccaccio 0°) Petrarca, in que- sla prima epoca d’ insegnamento, sì perchè contengono molte impurità, come abbiamo innanzi dimostrato, sì per- chè l'uso delle parole ne’secoli successivi ne ha alte- rato il significato, onde non si possono intendere senza critica filologica, come è chiaro dalle tante annotazio- ni fattevi negli ultimi tempi. Dante, Boccaccio e Pe- trarca si dovranno leggere, come poeti, e non come te- sti di lingua, quando 1 giovanetli avranno studiato l’E- stetica. Con ciò non intendo degradare opere tanto clas- siche, ma determinarne l’ opportunità dell’uso. Nelle Croniche, nelle Favole e nelle Novelle antiche si truo- va poco oro puro, ma misto a moltissima scoria, che 1 soli provetti in letteratura possono discernere. Si con- servino adunque siffatti libri nell’ Archivio della Let- teratura nazionale, come le pergamene, che s° interpe- trano dagli Archeologi, e non si raccomandino a’fan- ciulli facili ad imprimersi più delle cattive che delle buone cose. 74 6 36. Se st debbano tenere în conto di parole PURE le ONOMATOPEICHE dî conto puramente italiano. Le parole onomatopetche sono quelle, il cui suono nella profferenza è identico al suono dell’ obbjetto si- guificato. ‘Tali sarebbero mzagolare, muggire, nitrire, soffio, tonfo, fiume, fiasco, fischio ec. Moltissime di siflatte parole sono a noi venute dalla latina, come fiume, sibilo, muggire, cuculo, fiamma ec. e su di queste non cade alcun dubbio che sieno ita- lianissime per le ragioni esposte innanzi. La quistione è per le onomatopeiche di conio tutto italiano , ossia che non hanno origine dalla latina : tali sono tonfo, fiasco, buffo o rabbuffo, fischio ec. ec. E diciamo che simili parole per purissime si debbono tenere ; impe- rocchè quella, che oggi dicesi Italia, un tempo era Lazio : ‘lo stesso ciclo, la stessa terra, gli stessi fiumi, gli stessi monli che ispirarono i padri nostri, ispirano oggi noi tardi nipoti. La lingua italiana oltracciò non è diversa dalla latina, perchè, come abbiamo osservato nel $ 29, anzichè derivata meglio si dice latina variata. Sotto questo rapporto la lingua italiana si può dire la- lina più sviluppata nelle sue potenze attuate , perchè i Latini fecero servire la loro lingua a tutt'i bisogni di una civiltà relativa al loro sviluppo, ma non a tut- ti bisogni di una civiltà progressiva. È pertanto che le parole onomatopiche , essendo creazioni nostre, si ossono ancora dire latine, in quanto che, se i latini fasi oggi esistenti con la stessa civiltà nostra, l’a- vrebbero coniate. La qual cosa vuol essere intesa per le sole parole onomatopeiche, perchè desse sole possono essere indigene ad una. nazione —Nel nuovo Corso ho rodotte altre ragioni, che si possono riscontrare nel ‘ol. II, Elocuz, Cap. III. pag. 211 e seg. 75 637. Epilogo del presente Capo da servire per un quadro sinottico delle materie contenutevi. Si dicono Pure tutte le parole, che appartengono alla lingua italiana, e saranno pure tutte le altre, che non le appartengono. : Ma per sapere quali parole appartengano e quali nò alla lingua italiana, evvi bisogno di un criterio, ossia di una rorma o regola. I Puristiî, così detti alcuni spasimanti della purità di parlare e scrivere italianamente , hanno per crile- rio l'autorità degli scrittori del 300, o del 500, o di questo e di quello. In guisacchè hanno per pure tutte le parole che si truovano adoperate in quelle antiche scritture. E, siccome il Vocabolario della Crusca ha rac- colte quelle parole, in ultima analisi la norma o la re- gola della purità per tali filologi si riduce all’ autorità di questo Vocabolario. Altri di detta scuola mettono in dubbio questa stes- sa autorità, e si riducono all’ infallibilità dell’ uso del popolo toscano, onde, quando cade dubbio intorno alla purità delle parole italiane, consultano le fantesche e i ‘contadini dell’ Arno. Ma il Criterio (ola norma o regola de' nostri giu- dizi ) dev'essere retto, certo e costante, una delle quali condizioni mancando, cessa di essere crizerzo. Ora l’ aurorità degli scrittori di qualunque secolo non è retta, perchè gli autori spesso sbagliano, come ne fa pruova la flo degli stessi puristi, che, pubbli- cando i testi di lingua, vi hanno fatte infinite corre- zioni : non è cerfa, perchè non tutti gli scrittori di uno stesso secolo hanno consentito sulle stesse cose : non è costante, perchè gli scrittori di un secolo han- no corretto gli scrittori de’ secoli precedenti. Lo stesso 76 va detto del Vocabolario della Crusca , che nelle di- verse edizioni posteriori è riuscito più ricco e più cor- retto che non era nelle antecedenti. Bisogna conchiu- dere che l’autorità non è eriterio di purità, Non lo è del pari l’uso del popolo toscano, perchè sì può provare con documenti inattaccabili che il fa- vellare del popolo toscano di oggidì è diversissimo da quello de’ secoli anteriori. Oltracciò il popolo non è ‘filologo, non può quindi riflettere se le parole che usa sieno . pure o barbare. Onde ritiene tutta la barbarie antica trasmessa tradizionalmente, e raccoglie la bar- barie nuova pel commercio delle nazioni vicine traffi- canti. Bisogna dunque conchiudere che neppure l’uso della Toscana è criterio. Un criterio, che abbia 1 caratteri sopra descritti, cioè che sia retto, certo e costante non si iruova che nella ragione. Ma che cosa è la ragione? è la lingua ita- liana considerata in sè stessa, ossia nella sua natura ed essenza. Questa natura, rispetto all'origine, è la la- tinità e grecità delle sue parole , ondechè sono pure sutte le parole italiane, la cui radice è greca o latina. Ma questa nalura così considerata è tuttavia inde- iermmata, perchè altre lingue ancora, come la france- se, spagnuola ec. dalla greca e latina derivano. A de- lerminare questa natura, che costituisce la lingua ita- liana esistente, è uopo considerarla nella sua attuazione, e questa, quale sia, lo abbiamo veduto in Etimologia, la quale da questo punto di veduta, si può definire per la Scienza della natura attuata di una lingua. ‘. Ma una lingua non si attua in tutta la sua ampiez- za possibile dal suo primo apparire, perchè, essendo allora limitatissimo il numero de’ bisogni, limitatissimo è il numero delle parole attuale. Ondechè, dovendo una lingua essere progressiva, come progressiva è la civiltà della nazione parlante, ognuno vede che bisogna stu- diare la natura della medesima nelle sue aszuazioni e nelle sue potenze. 71 La parle attuata di una lingua costituisce l’analogia delle attuazioni possibili delle parole nuove, o prime 0 secondarie , quelle parole madri , queste generate. I modi possibili della generazione sono la Variazione, la Derivazione, la Composizione, ma in una lingua par- ticolare questi modi sono determinati a cerle stabili «maniere. Tutte le parole in conseguenza, che in caso di bisogno si generano dalle parole madri o radici se- condo l'analogia, saranno pure per una lingua, perchè in esse niente vi è di nuovo, menochè la forma avva- lorata dall’ analogia. Quando adunque si avesse bisogno di parole nuove, sì potranno, se radzcî, prendere della greca e latina lin- gua : se parole generate, formarsi per Variazione, per Derivazione e Composizione. In ogni lingua si costi- tuisce una nuova lingua mista di parole della lingua comune e di altre moltissime appartenenti alle lingue straniere, nelle quali scrissero gl’ inventori d'idee nuo- ve. Questo misto di ogni lingua è la lingua de’mestie- ri, delle arti meccaniche, de’ politici ec. e con greco vocabolo dicesi lingua tecrica. I filologi, che hanno in custodia il deposito delle lingue, debbono invigilare alla sostituzione delle parole pure a senso di semplice proponimento, e non di perentorio contro l’uso, il qua- le, quantunque sia il più irragionevole, vuol essere ri- spettato ad ogni conto. La purità rispetto all’uso è relativa nel senso che in un epoca bisogna usare di quelle parole, che cor- rono appo gli scrittori e appo i parlanti. Ma, quan- tinque relativa, vuolsi rispettare per una tolleranza necessaria, appunto come si rispettano certi pregiudizi, che non si possono di botto sbarbicare senza pericolo. La ragione sì è che la lingua è nel dominio di molti, la ragione nel dominio di pochi, come la Scienza astro- nomica, avendo pochi cultori, si guarda di obbligare l’i- diota a pensare e dire che la terra giri e non il ‘sole. 78 La purità assoluta ed obbiettiva di una lingua è vo- luta dalla ragione , ossia dalla natura di essa lingua considerala in sè stessa. Ma, se la ragione la vuole, non può pretendere che si altui di un tratto per le : cose esposte innanzi. (Quindi propone ed aspetta che la nazione illuminata dal progresso della civiltà faccia. buon viso alle nuove atole suggerite. In quanto alla pratica si vogliono sbandeggiati dal- lé scuole i testi antichi in quella parte dall’ insegna- mento, che sì propone d'informare i giovanetti dell’e- lemento materiale della lingua colta, perchè ne’ testi antichi vi è molta scoria, e poco senso per le dimen- ticate allusioni ad obbjelli antichi. Si preferiscano in questo esercizio i buoni libri, scritti appositamente in questo secolo secondo l’uso corrente. Quando poi i giovanelti saranno divenuti filologi, potranno consultare que testi, come gli archeologi consultano le pergamene. INTORNO ALLA PROPRIETA’ DE COSTRUTTI G 38. Che cosa s° intende per PROPRIETA’ di COSTRUTTI ? Partizione di questo Capo. Nell’ Introduzione al presente Trattato ho detto che la Purità è rispetto alle parole, e la Proprietà rispetto a’ costrutti, ossia alle combinazioni delle parole, per- chè può darsi che le parole sicno pure e però z/alza- ne, ma non ttaliane le loro combinazioni , e perciò amproprie. I Retori non hanno date nozioni così pre- cise della Purità e della Proprietà, perchè sotto il rispetto della prima traltarono dell’ /mproprietà , che eriva da’ sinonimi, mentre il discorso cadeva intorno 79 alla Purità. Infatti, se taluno adopera una parola in senso diverso da quello che fu stabilito dalla conven- zione, non si deve dire che parla con 2mproprietà, ma da ignorante o da imperito. Ciò premesso, io dico che per proprietà bisogna in- tendere la combinazione delle parole richiesta dalla na- tura della lingua, in guisa o il costrutto si dice ed è italiano. Questa proprietà che deriva dalla natura della lingua è assoluta, ed, ancorchè non sia nel fatto, è desiderabile che così fosse. Il Criterio di questa proprietà è la Ragione, come è stata definita nel Capo antecedente $ 28. Vi è un altra proprietà relativa che si fonda sull’ uso e sul- } autorità per tutti quei costrutti, che ripugnano alla ragione della lingua, ma sono avvalorati dall’ uso de- gli scrittori e della lingua vivente. Vengono questi co- strutti compresi nella nomenclatura d’ 2470t7sm?, ossia di modi di dire degli :470t7, che si rispettano per zo/- leranza necessaria, e non mica per fransazione, co- me dicemmo nel $ 32 I Costrutti poi come combinazioni di parole si pos- sono considerare sotto il rapporto della Sintassi e sotto I’ altro de’ Traslati. Io dunque dividerò il presente Ca- po in due Articoli. 80 ARTICOLO I. Intorno alla Proprietà de’ Costrutti italiani sotto il rispetto della Sintassi. 6 39. St producono degli esempî di proprietà de’ costrutti italiani , sotto îl rispetto della Sintassi regolare per dare una idea generale della PROPRIETA” e 1M- PROPRIETA. La Proprietà, come abbiamo detto nel f antecedente, altra è di Zso, altra è di Ragione : sotto la prima in- tendo ancora l'Auzorità, e intendo per costrutti pro- pri, tanto quelli che si usero dalle bocche vive dei parlanti, quanto quelli che sono avvalorati dagli serzt- tori. La Proprietà di ragione risulta dalla natura del- la lingua, ma dessa per una #o/leranza necessaria, ri- spettando l’uso, propone il meglio, come un desiderio da compiersi, quando che sia. Ecco perchè, producen- do gli esempi, mi esprimo con le seguenti formule : è proprietà di uso e di ragione, o proprietà di uso e non di ragione, o proprietà di ragione e non di uso. 1. È proprietà di Uso e di Ragione nella lingua ita- liana, che nelle Circolocuzioni, per far i nio al- cuni tempi vip sì che mancano alla Variazione dei verbi concreti obbjettivi o transitivi simili ad amare, leggere o scrivere ec. si adoperi il verbo Avere, dai rammalici detto ausiliario, e non il verbo Essere: Onde diciamo : fo ho amato, vot avevate scritto, Pie- tro avrebbe letto. Chi dunque adoperasse il verbo es- sere, invece di avere, in siffatti costrutti, offenderebbe la proprietà di Zso e di aprono della lingna italia- na. Intanto è una proprietà di uso e una 2mproprietà di ragione il mettere siffatti verbi con Zssere nelle 81 Circolocuzioni, quando sono preceduti da 2, #2, 87, c?, cî, onde dicesi: m? sono fabbricata una casa, ti ser mangiato una gallina, è greci si sono fatti ammi- rare pel valore. | 2. È proprietà di ragione e non di uso accordare il participio di siffalti verbi con l’obbjetto, onde si dovrebbe dire : ho scritta una lettera: ho letta la filosofia, e non ho letto filosofia, e scritto la lettera, perchè la’ frase ridotta a forma analitica darebbe la se- guente espressione : to ho la filosofia come letta: ho la lettera come scritta. Intanto l’uso, sgrammalican- do , pretende come proprietà /erto filosofia : lettera sertito. Bisogna dire però che l’uso più illuminato sì va accostando alla ragione, dacchè 1 grammatici av- vertirono che si possa dire all’ uno e all’ altro modo. 3. È proprietà di uso de’ classici scrittori, ma non di ragione il dire: non ha quari : hacci di grandi uomini : Ebbevi di quelli che parlar vollero alla mi- lanese, perchè in questi costrutti di forma tutta fran- cese il verbo avere non è ausiliario , e il senso ri- chiede il verbo Essere, secondo la proprietà latina. La ragione quindi consiglia il buon uso di dire: non è quarti: vi sono de’ grandi uomini : vi furono di quelli. 4. E proprietà di Uso e non di Aagrone il dire: Antonto è maggiore di Paolo, e non più maggiore, più migliore, o più peggio, più meglio, ossia di a- doperare il così detto comparativo assolutamente, e non preceduto da più. Ma la ragione della lingua sul tipo greco e latino in certi casi potrebbe adoperare il se- condo modo, perchè, se io paragonando Zietro, Paolo, Antonio e Francesco, avrò dello: Pietro è maggiore dt Paolo , Paolo è maggiore di Antonio, Antonio è maggio-e di Francesco , riflettendo su queste gradua- zioni quantitative, dovrei dire: dunque Pierro è più maggiore di Antonio, ed è più e più maggiore dî Francesco. Ma ciò, che la Ragione vorrebbe, non è con- 82 sentito dall’ #0 tiranno dell’ arte, benchè pure qual- che esempio s' incontri ne' lesti venerati da’ puristi. 5. È proprietà di uso e non di ragione adoperare il prenome EGLI in principio di periodo, senza alcuna importanza di significato , come ne’ seguenli esempi : Egli è vero che: Egli fu în quel castello una don- na vedova: Egli avvenne che. ec. Ora è provato che il pregio massimo del parlare consiste nel far inten- dere molte idee con poche parole, e che p/eonasmo o ripieno non si dà, nè sì deve ammettere in lingua. La ragione adunque, consigliando l’uso di corregger- sì, rispetta per tolleranza l’anlico abuso. 6. È proprietà di uso e non di ragione il dare a certi nomi variati la desinenza / ed @ nel plurale, co- me i peccatt e le peccata , i bracci e le Braccia, i pugni e le pugna ec. La ragione vorrebbe la semplice uniformità, e, siccome siffatti nomi escono in o per si- gnificare l’unzzà, dovrebbero uscire in ? pel numero. . L'incertezza dell’ uso deriva dall’ indecisione delle teorie filologiche, o, per meglio dire , dal perchè la grammatica italiana si è formata sulla proprieta del- l’uso e non della ragione. E, trovando due uscite ado- perate dagli scrittori, formulò delle regole con cui sì concesse una libertà senza limiti. Ma, se avesse op- Fo avvertito, come per tanle altre cose ha atto , l’uso anche in questo avrebbe proceduto più guardingo, ed oggi non avremmo tante anomalie inu- tuli, che si "olivi giuslificare co’ vani titoli di va- rietà e di ricchezza di lingua. La proprietà della ragione si deriva dall’ Etimologia e dalla Sintassi italiana, perchè in questi due Trattati abbiamo studiata la natura delle parole e la struttura delle proposizioni. La Proprietà dell’ uso si raccoglie dalle scritlure antiche e moderne , e dal parlar vivo più colto. Si terrà per proprietà di uso quella, che è avvalorata da’ più, ossia quella in cui la più parte de- 83 gli scrittori e de’ parlanti convengono. Avremo a pro- ‘prietà di ragione quella che risulta dalla natura de- terminata della lingua, come si è detto. Adunque è chiaro, che i filologi, che hanno per criterio di pu- rità e proprietà l’ usa e l’ antorità, non si propongo- no d’ indagare l’ assoluto e l’obbjetiivo della lingua , sibbene il condizionale e relativo e subbjettivo. Chi vuole in conseguenza stare alle loro decisioni, non si meravigli che truovi le nostre teorie spessissimo in con- traddizione colla grammatica delle scuole. 6 40. St producono alcuni esempi di PROPRIETA’ di costrutti FIGURATI ?20aliani, e intendo sempre della proprietà sotto il duplice rispetto della Ragione e dell'Uso, La proprietà di ragione ne’ figurati costrutti italia- ni si desume dall’ uniformità a’ costrutti figurati latini e greci, verità riconosciuta da’ più valenti filologi ita- liani, e dalla pratica attuazione della Sintassi figurata nostra, sul tipo della latina. Il 500 non fece che no- bilitare la lingua, accostandola sempreppiù a’ greci e latini esemplari, e ripurgandola degli idiotismi plebei, di cui ridondava ne’ secoli anteriori. I Grammatici, la- vorando sul tipo di quelle due lingue , introdussero nella grammatica italiana le stesse nomenclature, le stes- se partizioni, le stesse definizioni delle latine, e delle greche grammatiche. Sicchè possiamo, senza tema di errare , francamente asserire che la proprietà di ra- gione degli italiani figurati costrutti si fonda sulla la- tinità e grecità de’ medesimi. Allorchè dunque io di- co che la proprietà dell’ uso si discosta dalla pro- prietà di ragione in molti di essi, voi dovete inten- dere che io parto da questo criterio, e con esso pro- cedo a giudicare i casi particolari, Se, per esempio, io $4 dico che Egli ed Ella per proprietà di uso e non di ragione non sono mai seguili dal nome, cui si riferi- scono, e cui dovrebbero precedere, come pure il Che e il Lu, dico questo perchè Egli ed Ella sono iden- lici a Z/le, Illa, e Che e Cut identici a Qui e Cui latini, i quali si adoperavano in Sintassi regolare col nome espresso, in Sintassi figurata col nome taciuto. Di quì è chiaro che l’uso non è ragione o crilerio di proprietà assoluta, come non lo è di purizà assoluta delle parole, perchè desso viene dal popolo ignorante della natura deila lingua, che parla, cioè non filologo. Ecco ora alcuni esempi di proprietà ed tmproprietà sotto il rispetto della ragione e dell’ uso. 1. E proprietà di ragione e di uso ben regolato nel- la lingua italiana il sopprimere i nomi personali Zo , lu, Pol: (invece di St) Not, Vor, Eglino (invece di S7) avanti alle voci del verbo variato, e si espri- mono ne’ soli casi, in cui si voglia far intendere op- posizione di stat: e di azioni, o si voglia dar forza alla frase. La ragione si è che, avendo il verbo ita- liano per la variazione simile alla latina desinenze eti- mologiche e sintassiche sufficienti a significare i tempi e a indicare i nomi personali e la quanlità discreta , ossia l’ unità e ’1 numero , come i latini ancora noi dobbiamo non esprimere parole inutili, che si possono facilmente intendere. Gl' italiani adunque, che, parlando o scrivendo, esprimono sempre i detti nomi personali innanzi a’ verbi variati, e specialmente £g/, Ella in- vece di S7, parlano alla maniera de’ francesi, i quali, non avendo nella profferenza le diverse uscite signifi- cative o indicative, per non confondere debbono ne- cessariamente esprimerli. Quei grammatici italiani adun- ue, che giuslificarono il Boccaccio, che tanto abuso ece di £g/ ed EZa, col Pleonasmo e col Ripieno, non si avvidero che contro la ragione della lingua auto- rizzavano una barbarie di costrutto, e che è una pro- rrietà di uso pe’ francesi. 85 2. Evvi un costrutto figurato in nostra lingua ogni volta che a’ Correlativi Così, Tale, Tanto, facciamo corrispondere un Che, dicendo Così che, Tanto che, T'ale che, ( Vedi Sint. Fig. Vol. II. pag. 54); perchè dessi come correlativi rispondono a Come, Quale, Quan- to ( Vedi Etim. Vol. I. pag. 40). Il Costrutto figurato esprime un numero di pensieri maggiore sempre del numero delle parole espresse. Chi dunque adoperasse questo costrutto figurato dove si vuol esprimere in co- strutto regolare tanto numero d'idee, quante sono le parole, commetterebbe un francesismo, appuntato allo stesso Perticari, quando disse: St? è nobil: che è ple- bei , invece di Si £ nobili come i plebet. I francesi infatti dicono con parole equivalenti così che, invece di così come. 3. È proprietà di uso e non di ragione, e però un idiotismo o una vera sgrammaticatura il dire: 70 mî pento, 10 mi tedio, î0 mt ricordo ec. ossia variare cerli verbi nella forma de verbi di azione obbjettivi o transitivi, perchè i latini questa forma non aveano , ma dicevano me poenttet, me toedet ec. Qualche gram- matico ha osservato che si dice meglio: mm ricorda di queste cose, mî duole de peccati ec. meglio che mi ricordo di queste cose, mi dolgo de’ peccati. ll che accenna che si voglia introdurre una novità suggerita dalla ragione per sopprimere un abuso, il quale non si giustifica, se non come un 2deoltsmo, ossia come uno sproposito autorizzato dall'uso cieco delle moltitudini. 4. In nostra lingua l’uso avvalorato dall’ autorità dei grammatici comincia a prescrivere contro la ragione, per cerle limitazioni di siguificato di alcune parole co- struite figuratamente, cioè di Egli, Ella, Lui, Lei, Questi, Quegli, Altrî ec. che si vogliono adoperate, quando si riferiscono a'soli nomi di persone. Ma la prescrizione può assicurare il dominio, e non già co- stituire un dritto, perchè il tempo non può fare che 86 sia mio ciò che non è mio, nè può far tuo ciò che è mio. Infatti ad onta di questa pretenzione e della buona fede de’ grammalici l’ uso istesso in certi mo- menti di distrazione si lascia sorprendere dalla ragio- ne, che gli fa dire Zuî, Zeî, Gli, anche quando si riferiscono a' nomi impersonali. Gli esempi sarebbero infiniti , e non la finirei mai se volessi, non dico tulti, la più parte Latin Credo che i pochi riferiti sieno sihiorenti a dare una norma di diglagia per giudicare de’ casi simili, e rendere av- vertiti gli studiosi di non credere ciecamente alle sen- tenze diltatoriali de’ grammatici, specialmente puristi e lessicografi de’ dialetti comparati , quando si fanno a dire: questo è un bel modo, quell’ altro è un galli- cismo. 4. Vi sono alcuni costrutti comuni a più linque, e st possono dire proprietà comuni rispetto ad altre lin- que Ciò che è comune a tutte é obbietto di gram- matica universale. Se vi farete a leggere, o giovani studiosi, le gram- maliche italiane pubblicate da’ puristi in questi ultimi tempi, e ì cataloghi degli Spropositi raccolti secondo i loro principi, e i Dizionari de’ creduti Gallicismi, op- pure avete studiato un pò di francese , di spagnuolo ec. perderete la bussola del ravigare nell’ oceano tempe- stoso della lingua italiana, di cui dovele far uso og- gidi parlando o scrivendo. I Grammatici vi diranno 1. che sia francese ogni eostruito, il cui simile non g'incontri nelle scritture anti- che 2. che sia francese ogni costruito italiano che ras- somiglia ad un costrutto francese. Contro il primo assunto vale quanto abbiamo detto nel capo antecedente, perehè, avendo una volta stabi- 87 lito che la lingua italiana è progressiva in dritlo e in fatto , ognuno vede che molte combinazioni nuove di arole dovettero seccedere alle prime attuate, nelle quali le posteriori erano potenzialmente contenute. Non ispen- diamo quindi più parole per confutare un principio tan- to irragionevole. In quanto al secondo, che ritiene per francese ogni frase italiana per ragione di somiglianza, facciamo no- tare brevemente che la lingua francese, l'italiana e spa- gnuola principalmente, sono lingue figliate dalla stessa latina, e perciò sorelle che hanno faccia gualem de- cet esse sororum, per esprimermi con le parole di Ovi- dio. In moltissimi costrutti, anzi nella massima parte, queste tre gi debbono essere somigliantissime , le particolarità di quelle due sono poche, e propriamente quelle, che derivano dall’ elemento straniero consociato al greco e latino. Ora è difficile che un italiano voglia e possa acconciarvisi di buon GrACO, salvo il caso che non si sia affezionato con lo studio a quelle, trascurando la propria. La ragione adunque di somiglianza non solo dei costrutti ma ancor dalle parole non è sufficiente criterio per tassare dì francesismo gl italiani costrutti. Anzi so;giungo , che tutte le lingue senz’ eccettuarne alcuna debbono convenire in certe forme sintassiche, che costituiscono l’ efemento comune, obbjelto di Gramma- tica Universalissima. I puristi non sanno elevarsi a tan- ta altezza e fanno come i bamboli che alla voce finta del J/ammone fanno vista di spiriltati. 88 6 42. Improprietà di parlare e scrivere , che deriva dalla Sinonimia relativa , ossia dall' ignoranza del si- gnificato de’ vocaboli — Si raccomanda il Metodo Etimologico. Nell’Etimologia Vol. I. pag. 158 ho semplicemente ac- cennalo che Sinonimi da parte della lingua non si dan- no, salvo il caso, che non si vogliano introdurre voca- boli stranieri col medesimo significato di quelli, che esì- stono nella lingua propria, come ho provato nel Nuo- vo Corso Vol. II. e Vol. II. In questo convengono tutti i filologi, cui non è avver- saria la ragione , e potrei citare nomi illustri antichi e moderni. Ma è un fatto innegabile che per ignoran- za del valore etimologico de’ vocaboli, che si riferisco- no ad uno stesso obbjetto considerato sotto diversi rap- porti, spesso l’ uno per l’ altro si adopera in costrutti dove non reggono , perchè fanno intendere relativa- mente ciò che non è in intenzione di esprimere. Sotto questo rispetto si dice che i rocaboli sono propri 0 impropri. Mi spiego con un esempio. Onesta, Casta, Vereconda , Pudica , Pura sono cinque vocaboli che esprimono cinque idee relative ad una vergine. Ma, sic- come ognuno di essi significa un’idea particolare, dif- ferente da quella degli altri quattro, chi ne ignorasse il significato primitivo ed elimologico, prendendoli per si- nonimi, adopererebbe pudica dove starebbe casta, 0 ve- reconda dove starebbe pura. Ad iscanso di questa im- a e si raccomanda il metodo etimologico , ossia a sollecitudine di ricorrere all’ etimologia di ciascun vocabolo. Supponiamo invero che lo scrittore, meditan- do su i cinque vocaboli arrecati in esempio, ragionasre a questa guisa: Onesia è chi ha onore, ossia chi ha ripu- tazione nell’opinione altrui: casta è chi vince la guerra 89 de’ sensi e castiga il corpo: onde non dirà casta a chi si crede onesta, perchè può darsi che casta non sia. La verecondia è di una fanciulla timida: il pudore e di una vergognosetta : la purità è assoluta, cioè senz’ al- cuna relazione a circostanze estrinseche, onde una fan- eiulla può essere intatta ma non pudzca o non vere- conda : o sarà vereconda e non pudica: così ragio= nando, ognuno comprende che lo scritture si guarde- rebbe di confondere l’uno per l’altro vocabolo , ma userebhe or questo or quello secondo che la verità del fatto richiederebbe. Ma questo metodo è inattuabile, se lo scrittore o il filologo ignora la lingua greca e la- tina , perchè da quesle deriva il significato primitivo de vocaboli italiani, come abbiamo stabilito nel Capo antecedente. Quando adunque i retori raccomandavano questo metodo senza rieoidaro le condizioni necessarie, esponevano un desiderio e non miravano ad appagarlo. Intorno alla proprietà e improprietà – cf. H. P. Grice, “I will abbreviate the appropriateness condition in philosophers of my playgroup such as J. L. Austin, P. F. Strawson, as the “A” condition -- de’ costrutti sotto il rispetto de’ traslati. Se si è posto mente a quello che abbiamo detto nel Trattato antecedente intorno alla metafora, si può age- yolmente comprendere che cosa io intenda per proprie- tà de’ costrutti italiani sotto il rispetto de’ limalali: im- perocchè, avendo ivi osservato che i traslali sono mezzi indiretti che fanno intendere le idee innominate, ognu- no vede che per essere propri di una lingua debbono essere formati secondo la suscettività de’ parlanti. Ciò osto produrrò qualche esempio di proprietà di costrutti Italiani solto il rispelto de’ traslali , in quanto alla ra- gione, che si dibatte coll’ uso, e vorrò che per me parli questa volta il Cesarotti. 90 » Gli amatori di uno stile sobrio e castigato sono assai disposti a trovare o sfacciale o strane le locuzio- nì metaforiche degli scrittori più animati e vivaci, e vi oppongono quelle del buon tempo antico, che sem- brano loro più misurate e di una modesta semplicità: questa non è che un'illusione nata dalla poca avver- tenza e dall’ abitudine. Le frasi metaforiche de’ tempi nostri, essendo tralte da somiglianze o da contrasti non comuni, colpiscono con tutta Ta forza e gittano d’ im- RIA una luce viva che abbaglia le viste più de- oli: laddove le metafore antiche smaccate dall’ uso e rese a noi familiari per l'abitudine fanno un' impres- sione men forte. Quindi noi per un errore troppo co- mune trasportiamo a colpa della cosa ciò che dee met- tersi a carico .delle nostre sensazioni: che se, analiz- zando il senso primitivo e intrinseco delle locuzioni antiche in ognuna delle lingue più celebri, ne facessi- mo un esatto ragguaglio con le moderne più analo- ghe, troveremmo forse più d’una volta che quelle in origine non erano punto più sobrie, ma solo meno ag- giustate delle recenti. Lascio stare lo mascelle del fuo- co, che si leggono presso Eschilo, e l' innumerabile ri80 del mare del poeta stesso, che Catullo con la stes- sa metafora, però in un luogo più conveniente, chia- mò cachinno , e la nave dalle guance di minio del buon Omero, e lo sirale di Pindaro che avea-le-gen- give-di-bronzo e tante altre locuzioni di simil fatta , che si ammirano nel Cigno Dirceo e sarebbero fischia- te nel Ciampoli; ma la chioma parlante di un albe- ro mosso dal vento non si accorda molto con la sem- plicità di Catullo, e il tagliar le midolla di un mon- te presso il medesimo non è forse gemello di svzsce- rare î monti di Paro, come voleva lo Achillini? Nè so dire se le querce orecchiute di Orazio avrebbero irovato lo stesso favore nel ‘Testi, nè, se le mazzzieZle del terreno, che tanto vale uber glebae, si passercb- 91 bero al Marino, come si rispeltano nel misurato Vir- pilo Molti esaltano Dante per la proprietà de’ voca- oli : cosa vera specialmente in ciò che per lui v'è nulla d’ improprio. Il suo frasario spira talora la fe- lice arditezza di un uomo di genio , ma molte delle sue locuzioni non dovrebbero renderlo degno di esse- re alla testa dei secentisti ? Tali sono fra cento altre, 3 curro o carro dello squardo, far monchîi i pensie- rî, la penna tempra del sole che scioglie le nevi, e le piaghe che ineblriano le luci, e i lamenti che lo sactiano con gli strali ferrati di pietà, e la notte che china le ale de' suoî passi, e ’l superbo strupo o stupro di Lucifero, e la rimembranza che dà delle calcagna a’ giusti, e la invidia che move il manta= co a’ sospîri, e l’arco del dire tratto sino al fer- ro, el uomo cavalcato dal buon volere, e il seme del piangere, e il fumo accidioso, e la cruna del desto, e l’ alvo della fiamma, e’! pagar lo scotto della col- pa, e l’ortica del pentimento, e il Sole lucerna del Mondo, e il fiume della mente, e il piede dell’ani- ma. Niuno certamente de’ prosatori o dei poeli di quel secolo scomunicato ( del 600 ) disse nulla di più strano o in vari sensì più sconveniente. In non sarò certamente quello che voglio bestemmiar lo stesso poeta, perchè abbia detto: cibarsi di speranza, dispiccar tenebre dal- la Luce, arrivare a vart porti nel gran mare dell’ Es- sere, nè farò mal viso all'arco degli anni che scen- de, o al nome che tien fronte al mondo, o al parlar visibile, e all'orlo della vita, o alia navicella del- l'ingegno che alza le vela, o al luogo muto di ogni luce, e neppure mi lascerò spaventare dallo spavento che bagna la mente di sudore , dirò solo che tutte queste locuzioni sono dell’ ordine stesso di quelle, che tutto giorno ne’ moderni si condannano di neologismo e di audacia. Ze schiume della coscienza è per mio avviso un’ espressione di Dante non mal appropriata a 92 rappresentare le sozzure dell'anima, ma, se uno dei nostri si arrischiasse a dire che il pentimento dischiu- ma la coscienza, io son ben certo che i delicati se ne farebbero beffe, nè vorrebbero vederci che la scAzz- matura della pentola : bensì sarebbero contentissimi se si dicesse che la penitenza purga l anima senza ont a' purganti. Il gentilissimo ed aggiustatissimo etrarca IaleGo alquanto con le ginocchia della mente, e più col Sole che guarda dal balcon sovra- no. Quand egli ci dice che Zaura porta în cielo le chiavi del suo cuore, niuno ci trova a ridire, ma se uno dei moderni avesse introdotta questa espressione, non si direbbe che egli fa della sua Laura una ca- meriera smemorala , che uscendo di casa si pone in tasca le chiavi del gabinetto del suo padrone, sicchè egli non può entrarvi? “ lo non consiglierei certamente ad alcuno a dire d’un sopraffaltore, che non soffre resistenza, che egli stupra l alirui libertà , ma sosterrei che questo modo è as- sai più *apro riato che l' altro comunissimo di adu/l- terar le droghe , a cui pu nessuno pon mente. Chi seriamente chiamasse un dialettico sartore di ragiona- menti, l’ espressione si troverebbe bassa e ridicola: mi sì mostri perchè sia più nobile e più conveniente l’al- Ira autorizzata da cento esempi, labbro dal parlare, applicata ad un oratore o ad un poeta?... Che vuolsi alfine conchiudere da tutto ciò ? Che chi scrive del paro e chi giudica, deve avere principi co- stanti e bilance eguali. Finchè non avremo per norma che le date del tempo, o i nomi degli autori, le no- stre opinioni saranno sempre capricciose, inconseguen- ti e incerte. L’ esame del conio radicale e del succes- sivo, del principale e degli accessori e sopra tutto del- la convenzione e del cumulo dei rapporti fra le cose e 1 vocaboli potranno solo servirci di guide sicure, e se non ci riuscirà sempre di m2:gliorar l’uso, potremo 93 almeno mantener sano 2 giudizio » Saggio sulla Fi- losofia delle Lingue Par. ini Non si poteva con più erudizione, verità ed eloquen- za descrivere la lotta dell’ uso e della ragione nelle pretenzioni cieche del primo e illuminate della secon- ‘ da, rispetto alla proprietà de'traslati per tutte le lin- ue, e specialmente per la nostra. Conchiudo quindi che molti traslati divenuti proprietà della nostra lingua per l uso e per l’ autorità non reggono al lume della critica, e che perciò debbansi proporre come impro- pri per essere mandati a poco a poco in disuso , co- me abbiamo avvertito nell’ articolo precedente, parlando de’ costrutti. lo non mando buone al dottissimo Cesa- rotti molte cose dette da lui in quel classico suo libro, ma, fatte buone ragioni, non è egli quel paterino in teorica, come cel descrisse il Napione. Ne raccomando la lettura a’ giovani provetti nello studio di filologia. 6 44. Conchiustone de’ due Capi precedenti — Come st po- trebbe accordare la scuoLaA della RAGIONE filolo- gica con la scuola EMPIRICA, che assume a crite- rio l’ USO e l’ AUTORITA. Da quanto ho detto finora ne’ due capi precedenti , benchè la Ragione sia il Criterio della purità delle pa- role e della proprietà de’ costrulti, pure dessa non pro- cede dittatorialmente, ossia in un modo imperativo ed. assoluto, che voglia di botto innovare l'Uso erroneo e sconoscere ogni autorità. Ho detto ancora che l'uso è un mezzo empirico di conoscere l’ esistenza e ’l va- lore delle parole di una lingua, e che per una tolle- ranza necessaria vuolsi rispettare, mentre la ragione va proponendo gli spropositi da correggere, illuminandolo e consigliandolo. Ciò posto è chiaro come la scuola 94 razionale, ossia quella che assume a criterio di purità e proprietà la ragione, possa venire in accordo con la scuola empirica, che assume a criterio l’uso e l’autorità. Questa non deve avere alle pretenzioni, ma contentar- si di educare i giovanetti, che debbono ancora appa- rare l’ elemento materiale della lingua, nel quale eser- cizio è uopo credere e non ragionare. Dessa deve in- formarsi alla scuola della ragione, ma non tentare di maneggiar la critica, perchè, siccome l’uso e l’autori- tà è Te llibile, volendo quistionare prima di averli infor- mati de’ PROGR indurrebbe la scetticismo nella mente de’ giovanetti. Intanto formerebbe la sua biblioteca scel- ta, ossia composta di libri meno difettosi, e parlando userebbe il linguaggio più purgato possibile. Istituiti i giovanetti in questa scuola di puro domma creduto e non discusso, passerebbero alla scuola della Ragione, neHa quale verrebbero a leggilimare quanto finora han- no ciecamente creduto, e a farla da critici su’ migliori testi di lingua. Ognuno vede che noi non siamo in op- possono co’ puristi , anzi supponiamo che preceda il oro ministero limitato alle cose da credere e non da discutere. Vorremmo poi per condizione sine qua non che in falto di autorità il solo precettore, ben informa- to in lingua, assumesse in sè la persona di tutti gli autori, e pei libri da leggere si preferissero i migliori tra’ moderni, e tra questi gli ultimi, come quelli che vanno più di accordo con l’ uso della lingua parlata er le ragioni allegate nel $ 35. E ciò è conforme a «quello che abbiamo detto innanzi , cioè che è contro ogni buon metodo suscitar dubbi in una pratica di per- fetta credenza, i quali sono inevitabili ogni volta che i giovanetli incontrano a piè di pagina de’ voluti testi di lingua una selva di correzioni. Se poi piacesse di preferire i testi antichi si dieno pure in mano urna vanelti con le correzioni fatte nello stesso testo, affin- chè non sì veggano gli errori commessi dagli autori 95 antichi,che invece di conciliare rispetto ingenerano di- sistima e disprezzo. Ad ogni modo io sto più pe’ mo- deraì che per gli antichi per la pratica di questa scuola. INTORNO ALL’ ARMONIA, SG 45. Essendo il discorso fatto per essere profferto, ossia pronunziato dalla bocca de’ parlanti, come mezzo di tra- smissione de’ nostri pensieri nella mente di chi ascolta, per l’ udito , ognuno vede che il parlante deve darsi ogni sollecitudine di piaggiare l’ orecchio degli udito- ri, disponendo le parole, che sono un complesso di suo- nì, in guisa che dall’ insieme risulti quell’ accordo di- lettevole, che dicesi Armonia. Il concorso di molte con- sonanti aspre e dure in un periodo produce una sen- sazione spiacevolissima, che indispone l’ ascoltante, il perchè non attende a quel che noi diciamo, mentre im- porterebbe sommamente che altendesse. L' Elocuzione che ha per iscopo di correggere i nostri naturali di- fetti divenuti invincibili per abitudine, dovrà prescri- vere delle norme intorno alla maniera di armonizzare le parole nel discorrere. Retori distinsero l’Armonia in semplice e imitati- va. Io tratterò dell’ una e dell'altra in due Articoli. Intorno all’armonia semplice. G 46. In che consiste l’ Armonia ? Vizio opposto è la di- sarmonta. Due sono gli elementi dell’ ARMONIA l'o- MOGENEITA” e la vARIETA' det suoni. Senza questa combinazione MONOTONIA @ CACOFONIA. La parola Armonta è greca di origine, e significa con- messtone , parola che col suo significato accenna alla multiplicità de' suoni simultanei o successivi. Ond' è chiaro che l’ armonia non può consistere in una sola parola o in un solo suono, e deducesi altresì che a costituirla richiedesi indispensabilmente la combinazio- ne di molte parole in un costrutto o in un periodo al- meno. Ma a darle una giusta estensione l’ armonia sì riferisce al complesso di un intiero discorso, che si deb- ba pronunziare agli stessi uditori, che ascoltano dal prine cipio alla fine. Se un suono fosse continuo, o spesso interrotto, ma spessissimo ripetuto, avrebbe luogo la così detta Mono- fonîa, vizio opposto all’armonia, che reca noja e fa- stidio all’ Hl più paziente del mondo, come ognu- no ha sperimentato nel sentir ripetuto lo stesso pezzo di musica, ancorchè con arte somma armonizzato. Adun- que è chiaro che elemento primo dell’ armonia è la varietà de' suoni, per la quale l’ udito passa continua- mente da un suono ad un altro. Ma, se tra gli elementi vari non vi fosse alcuna re- lazione, per la quale si potesse dire che fossero parli di uno stesso tutto, avrebbe luogo la disarmonia. Il Cor- po umano per esempio risulta da parti tutte diverse tra foro, come gambe, piedi, cosce, tronco, braccia, mani, 97 testa, occhi, naso, bocca, mento, fronte, orecchi ec. ma tulte queste parti armonizzano tra loro per quella relazione, che tra loro hanno e che le connette all'uni- tà del tutto, che dicesi corpo umano. Se questo corpo fosse tutto capo, o tutto ironco, o tutto naso ec. man- cherebbe l’armonia per difetto della varietà: bisognerà dunque conchiudere che l’armonia dell’orazione pari- mente è il nesso de’ suoni vari ed omogenei. 6 AT L’ Armonta semplice risulta dalla giusta combina- ztone delle vocali e delle consonanti — st divide în ritmica e metrica. i Le parole costano di sillabe, e le sillabe di lettere, le quali si dividono in vocali e consonanti: quelle sono aperte e chiuse, larghe e strette, lunghe e bre- vi: queste sono aspre e dolci, mute e liquide. Nella giusta e proporzionata combinazione delle vocali lun- ghe e brevi, larghe e strette, aperte e chiuse e delle consonanti aspre e dolci, mute e liquide, alternate, va- riate, simmetrizzate, consiste l’ armonia di un periodo o di un discorso. Di qui deriva, che la ripetizione della stessa vocale, specialmente l’a, e l'o che mantengono la bocca sem- pre aperta, produce debolezza di proteina e stoma- chevole monotonia: disarmonico del pari, aspro, e spia- cente è quel periodo che abbonda di p, è, 4, onde procede tardo e lento, con passo, direi, di piombo. Le regole sono insufficienti a produrre l’ attitudine del parlare armonico, il quale dipende dall’ acre giu- dizio di un orecchio armonizzato. Consigliamo quindi a' giovanetti di rendersi familiari a’ buoni parlanti, e meglio a’buoni e castigati scrittori, prosatori e poeti, per apprendere da quelli l’ armonia rismica, da que- 0S sli la metrica. Ma si dirà: come si può apprendere l'armonia da' muti segni della scrittura? Leggendo ad alla voce i migliori pezzi di una prosa e di una poe- sia, e riflettendo all'artificio dello scrittore nel disporre quei suoni multiplici e vari in quella guisa che incan- la e rapisce l’udito. Quando vi sarele abituato a quel vitmo, voi non potrete accomodarvi più alla negligen- za produttrice della disarmonia. ebbo avvertire in ullimo luogo che in fatto di ar- monia i moderni superano di gran lunga gli antichi di qualunque secolo senza eccezione, come si può ri- levare dal ragguaglio delle antiche e moderne scritture italiane, in prosa e in verso. Chi scambierebbe per armo- nia il melodico verso del Monti col neglelto verso di Dan- te? O i periodi de nostri prosatori co’ più scelti della Vita muova e del Convito di Dante, o delle Novelle del Boc- caccio? Il cinquecento è più armonico de’ due secoli anteriori, ma non è raffinato, spesso è studiato, e quindi affettato. Quella spontaneità o naturalezza di armonia, che sì ammira nelle scrillure moderne, paragonata allo sforzo ed allo studio degli antichi da le arole a mutar sede per trasposizioni insopportabili al- P indole della lingua, è il più chiaro argomento del nostro assunto. La ragione di questa dica sì è che l'armonia sì acquista dalla profferenza delle pa- role, e fino al 500 la lingua italiana colta scrivevasi solamente e non parlavasi. Quando si cominciò a par- lare in pubblico con lingua italiana, gli oratori e gli uditori ebbero occasione di dare al Renipco più rafli- nata forma, e più delicate tinte di bell’ armonia, E, siccome la scrittura traduce in segni le diverse modu- lazioni della profferenza, le produzioni posteriori a quel secolo ebbero il periodo più regolare, e più simme- trizzato alla profterenza — Leggete il Villani e il Guic- ciardini, e poi il Guicciardini e il Bolta: paragona- teli tra loro e giudicate se io ben mi apponga. Intorno all'Armonia tmitativa e dell'Onomatopetsmo. Dicesi Armonia tmitativa quella combinazione di lettere, sillabe, e parole, che nella profferenza dànno nun complesso di suoni simili a quelli, che provengono dagli oggetti sonori della natura, in siffatta guisa che gli uni rappresentano gli altri, come un ritratto rappre- senta l’ originale. Quest’ Armonia dicesi emilativa in quanto che i suoni artificiali imitano i suoni naturali. L'Armonia imitativa può essere di due specie 1. per approssimazione e si dice 2mz/ativa semplicemente 2. er una somiglianza perfetta e si dice onomatopetca. a prima dà una rappresentazione imperfetta degli °- gelti sonori della natura, in quanto che, aggruppando le consonanti aspre e dure, produce quella sensazione ORACoIo che si accosta alla sensazione prodolta da- ; i oggetti reali, come nel seguente esempio tolto da ante Non altramente fatto che d'un vento Impetuoso per gli avversi ardori Che fier le selve e senz’ alcun rattento Li rami schianta, abbatte, e porta i fiori Dinnanzi polveroso e va superbo E fa fuggir le fiere e li pastori. Dove è facile a rilevare che le parole per, avversi, ardori , fier, rattento, rami, schianta, porta, fiori, fuggir, fiere, pastori per le consonanti aspre produ- cono la spiacevole sensazione simile a quella, che è pro- dotta dal vento , che si ode far guasto in una selva. 100 L'Armonia onomatopetca si compie per parole, il cui suono nella profferenza rappresenta i suoni della na- tura con una perfelta simiglianza — Ne' seguenti versi del Poliziano vi è l’onomatopeica e la imilativa. Di stormir, di abbajar cresce il rumore: Di fischi e busst tutto il bosco suona: Dal rimbombar de’ corni il ciel rinzrona. Con tal romor, qualor l’ aer discorda, Di Giove il foco d'alta nube piomba: Con tal tumulto, onde la gente assorda Dall’ alte cataratte il Nil r:72bomba Con tal orror del latin sangue ingorda Sonò Megera la tartarea tromba. I Retori fecero sì gran conto di siffatte armonie, che levarono a cielo alcuni tratti dei buon scrittori, dove non per istudio, ma naturalmente, si sono presentate per una felice corrispondenza delle cose da esprimere e delle parole. E i luoghi citati sono ammirabili; perchè, mentre riescono bellissimi, non risentono della freddezza di uno studiato artificio. La quale osservazione sia d’av- verlimento a’ giovani, portati naturalmente al meravi- glioso ed allo straordinario, che simili squisitezze non si debbono ricercare, ma offrirsi spontaneamente; im- perocchè, se son buone a dilettare I’ orecchio, in nulla contribuiscono alla Bellezza del Componimento, la quale è tutta interiore, e risiede nel concepimento, come ve- dreme in Estetica. L’ Armonia è il mezzo, col quale vogliamo rendere attenti i nostri ascoltanti, e non mica il fine del compositore. Chi volesse riporre ogni solleci- tudine per simili bagattelle senza darsi pensiero del fi- ne ultimo del discorso, farebbe come colui che apprezza gli uomini dalla ricchezza degli abiti, e non dalle qua- lità morali che gl’ informano. c e O nn ge È dagl sto e ri ra a 4101 DELLA VARIETA'. 6 49. Che cosa è la VARIETÀ” în genere? Quale in ispecie rispetto ad una colta favella? La vARIETA’ in genere risulta dalla diversità degli elementi, che entrano in qualsiesi composizione : tali sarebbero il naso, gli occhi, la fronte, la bocca, il mento , le guance, gli orecchi nel volto umano : tali il tronco, 1 rami, le foglie, i fiori, la corteccia, la midolla, le radici nell’a/dero. Se il vollo umano fosse tutto bocca, o tutto guance, o tutto fronte, o tutto naso, non vi sarebbe più la varietà, che lo rende sì grazioso e leggiadro: dicasi lo stesso dell'albero ec. La varzetà è dunque un mezzo di di/etto, come l’uniformità è una causa di noja. Siamo così fatti per natura, specialmente per gli obbjetti sensibili, ossia che si percepiscono pei sensi. Quanto non ci diletta una rosa col suo odore e con le tinte de’suoi vaghi colori? eppure dopo un minuto nell’ odore e que’ colori ci annojano, e giltiamo con dire la bella cagione del primiero diletto. Dicasi lo stesso di ogni altra cosa. Ora le parole sono suoni, che si percepiscono per l' udito, il più incontentabile degli altri sensi, perchè fatto per deliziarsi di un elemento successivo , le cui ‘ parti diversificano per la quaneizà sotto ogni rispetto. Questo elemento è 1° Armonia, la quale è costituita dalla varietà de’ suoni diversi, coordinati ad un tutto unico, come abbiamo osservato nel capo antecedente, Ma in questo luogo la varietà ha un senso più esteso, e comprende le parole non come semplici suoni atti a dilettare l’ udito, ma ancora come segni d'idee varie 102 in ordine al diletto della ragione. Si avrà dunque la varietà di una còlta favella, ogni qualvolta le parole variano, come i pensieri, e questi come le cose. Ond'è chiaro che la norma obbjetliva della varzefà non sono le parole, perocchè può darsi che si ripetano le stesse parole senza pericolo di monotonia, come quelle che per omonimia significano cose diverse, per esempio amare e amare, corre e corre, torre e tòrre ec. Sotto questo rispetto la Varietà appartiene più all’ Estetica che alla Grammatica , perchè si riferisce al concepimento più che alla manifestazione. Noi dunque a titolo di una sana critica intorno a ciò, che hanno insegnato i Retori della varietà, esporremo in questo Capo alcune osser- vazioni relative alla medesima. 6 50, Differenza dell’ARmonIA e della vARIETA', come pregi di colta favella, dalla Punita” delle parole e dalla PROPRIETA” de' costrutti. Sarebbe un errore madornale il credere che l’ ar- monta e la varietà abbiano la stessa importanza che la purità delle parole e la proprietà de'costrutti, ed ognuno se ne può convincere, se per poco riflette che il discorso è un mezzo, il cui fine è di manifestare con le parole il pensiero del parlante nella sua integrità, cioè tale, quale è, ed esiste nella sua mente. Ora il mezzo deve essere adattato al fine che ci proponiamo, e nella supposizione di parlare e scrivere in liga italiana è Dopo far uso di parole e di costrutti italiani, che poni italiano possa inlendere, come segni convenuti d'idee e di giudizii. Se invece sì adoperassero parole e co- strutti barbari, l'ascoltante italiano non potrebbe in- tendere nella loro integrità i pensieri del parlante. Chi non vede che la purità e la proprietà hanno l’impor- 103 tanza del mezzo diretto ad ottenere il fine prossimo del discorso medesimo? Chi dunque pecca di purzia e di proprietà, non è scusabile per levità di colpa veniale, perchè manca ad un dovere perfetto e non mica a un convenevole. Ma, se per servire a questo dovere il die scorso riuscirà disarmonico o monotono od uniforme, si dirà che lo scrittore è stato negligente, e, se vi è stata una ragione, come, per esempio, di chiarezza, ne sarà pure lodato. Ognuno agevolmente comprende la gran differenza che passa tra i doveri e le convenienze di chi parla, e quindi tra la purità delle parole e la roprietà de’ costrutti da una parle, e l’armonia e la varietà dall’altra. Se è dunque permesso di sacrificare le officiosità agli obblighi, voi pure potete qualche volta essere trascurato nell’ armonia e nella varietà per a- more della purità e proprietà, ma terrete a peccato capitale far servire il fine al mezzo, il dovere al con- venevole. Conchiudiamo da ciò che l’armonia e la va- rietà sono pregi estrinseci del discorso, commendevoli ma non necessarii. G 51. Deduzioni dal $ antecedente contro alcune teoriche de’ puristi, sovversive della Purità e Proprietà. Paolo Costa nella sua Elocuzione, copiando il Palla- vicini, adduce-alcune regole, secondo le quali si può variare ìl discorso in modi diversi. E, siccome questo libercolo va raccomandato a’giovanetti per la fama del- l’autore, 10 mi credo nell’obbligo di produrre quì quelle regole per esaminarle e poi mostrarne brevemente, non dico la falsità, ma le più palpabili contraddizioni ai principi di una sana filologia. Ed è veramente da me- ravigliare che i più demagoghi in fatto di lingua sieno coloro, che si mostrano i più teneri della purità e pro- prietà delio scrivere — Vera ippocrisia, filologica ! 104 RecoLa I. « Accade tante volte di dover nominare re- plicatamente la medesima cosa , e. ciò produce noja agli orecchi, 1 quali sopra tutt'i senlimenti del corpo sono vaghi di varietà, onde per isfuggire la ripetizione delle voci sono molto giovevoli i s:n0n:m?, quando la piccola differenza, che è in essi, non tolga la proprietà necessaria», (Questa regola è sovversiva imperocchè chi manca a un dovere perfetto, pecca gravemente, e do- vere perfetto è la pur:tà delle parole e la proprietà dei costrutti. Ora chi consiglia di adoperare ì stnontmi per la varietà, concedendo per buona una piccola differenza, consiglia un’ mproprietà, facendo servire il fine al mez- zo, come abbiamo detlo nel $ ant. RecoLa Il. « Il secondo luogo della varzeta sta nel rappresentare una cosa pe suoi effetti congiunti, come a cagion di esempio, se dicessimo : #/ sole velava è pesci, per dire: era la fine dell’ inverno: al germo- gliare delle piante , per dire: al tornare della pri- mavera >. Non vi sembra questo un precetto di sano cervello ? ricorrete ad un'?proprietà per servire alla ‘varîetà | fate uso di un traslato, ancorchè abbiate i vocaboli propri! spiegalevi a mezzo, quando dovete ma- nifestare il vostro pensiero nella sua integrità! non ve ne fate scrupolo, ve ne assolve un purista | RecoLa Ill. « Il terzo luogo della varietà sono le de- finizioni delle cose, ossia le brevi descrizioni loro, le quali si possono prendere invece dalle cose stesse, o queste indicar per alcuna speciale loro proprietà, co- me chi per nominar Giove dicesse: il Padre degli uo- mini e degli Det ». Or come si accorda questo pre- cetto con la Precisione? Ed è sempre vero che la Pe- rifrasi è un mezzo commendevole per la sola varietà? E che cosa è la perifrasi, se non un'Antonomasia più esplicata, ossia un traslato? Così la regola si riduce al- l’ antecedenle, RecoLa 1V. « Il quarto luogo è l’uso promiscuo della 4105 significazione attiva e passiva de’ verbi. Potrai dire : | Raffaele colori questa tavola, ovvero: da Raffaele Ju colorita questa tavola, e secondo che chiederà il bisogno userai questa o quella significazione». La con- chiusione distrugge la regola, perchè il bisogno. può chiedere una forma sola e non l’altra, ancorchè la varietà richiedesse quest'ultima. Ma è da notare l’er- rore filologico contenuto nella formula della regola, la quale suppone la forma ava identica alla passiva, 08- sia introduce una Sir0nîmia di costrutti, oltre la S7- nonîmia de vocaboli —In altri termini i puristi ci vo- gliono far perdere il san0 giudizio. er RecoLa V. c Il quinto luogo è l’uso negativo in- vece del pos:zivo (forse vuol dire l' uso del negativo invece dell'uso del pos:::zvo) come chi sostituisse alla proposizione seguente : i sole st oscurò , quest’ altra negativa: 1 sole non tsplendette ». Ma io domando: lo scriltore deve o no essere veridico, quando scrive? Eb- bene, se il suo pensiero ha concepito il primo giudizio, che è differentissimo dal secondo, (vedi Sintas. Vol. 2 pag. 13 ) con qual coscienza i puristi per farci ele- ganti ci consigliano di mentire? . RegoLa VI. « Il sesto luogo sono le Metafore, per le quali si può meravigliosamente variare il discorso, ora volgendo in senso metaforico un concetto altre volle espresso con termini propri: ora usando metafore tolte dal genere o dalla spezie, o da cose animate , o da cose inanimate: ora quelle che si presentano agli oc- chi, ora le altre, che si riferiscono agli altri sentimenti del corpo ». Se voi, o giovanetti, vi fidate di capire questo gergo, vi avrò per turcimanni: io ‘confesso di non ue come le metafore si prendano dalla spe- cie, o dal genere, o come le metafore si presentano agli occhi, o si riferiscano agli altri sentimenti (non sensi ) del corpo — Quel che ho potuto capire è sola- mente.che, se voi avete parole proprie, il purista vi con- 106 siglia di ricorrere alle metafore, ossia di non mani- festare qual'è il vostro pensiero, per servire alla varietà! Se a voi non manca l’audacia di farlo, a me vien meno l’ animo di consigliarvelo. Ecco in breve le classiche teorie della scuola empirica, che si mostra tanto tenera della purità e della proprietà dello scrivere | $ 52. Come dunque si può variare îl discorso senza offen- dere la purità e la proprietà delle parole e der costrutti ? Allorchè si parla di Varietà e di Armonia, come pregi di una colta favella, non dovete credere, o giova- netti studiosi, che voi per conseguirli dobbiate fare una invenzione di qualche novità, o di cosa non conceduta agli altri uomini; sibbene di fare quel che tutti posso- no e tutti debbono, ma non tutti fanno per difetto della corrolta natura. Ricordatevi di quel che ho detto nell’in- troduzione a questo trattato: l’Elocuzione è quella parte della Grammatica che si propone di correggere i di- fetti del parlare comune. Adunque la Varietà si ottiene più col correggere il difetto di ripetere inutilmente le medesime cose: fatta la correzione, il discorso procede regolarmente , cioè quale dalla natura de’ pensieri e delle cose è richiesto. Considerate attentamente le cose che volete esprimere senza lasciarvi trascinare dalla prava abitudine del comune parlare: riflettete a tutte le parti del vostro discorso e paragonatele, e, dove tro- vate ripetizione inulile, correggete, e allora la varietà viene dì sè, sì nelle parole come ne’ pensieri. I Retori ci facevano credere che ; ina pregio derivasse dal- l’artificio governato dalle loro regole, ma non è punto così: le loro regole si sono dimostrate assurde e per- ciò contraddittorie a’ principi della colta favella. 107 Convinti di questa verità non direte che sia un varia- re il discorso, allora che, per esempio, secondo i prin- cipi della Sintassi Figurata usate certi modi sintetici, che vi fanno pensare a certe idee non espresse, pe- rocchè questo mezzo serve alla precisione e non alla varietà, quantunque, avulo riguardo all’ inutile ripeti- zione delle parole, che si dovrebbe fare in un regolare costrutto, in un certo modo si può dire che la Sin- tassi. Figurata presenti bei modi di vartare. Piuttosto io truovo un mezzo diretto di varzeta nello scambio delle parole sintetiche o plusvalenti con le analitiche e categoriche. Posto invero che alcune pa- role sono numeri, che racchiudono più unità, come gli avverbi e le congiunzioni (Etimol. Vol. I. pag. 34) e le parole derivare in forma di nomi e di aggiuntivi, ec. voi potete le une per le altre scambiare, e se una volta avete detto: 27 questo luogo, un altra direte qui: così pure direte romano, mio, tuo, se innanzi avrete detto di Roma, di me, di te, o scambierete le proposizioni incidenti tmmplicite con l'esplicite equivalenti, o le parole composte con le divise ec. purchè non si alteri menoma- menle il senso integro, e non sì produca oscurità per difetto di opportunità di uso della Sintesi e dell’ A- nalisi del linguaggio. Quindi io raccomando anche in questo scambio l’ attenzione di non invertire il mezzo in fine pel sovrano principio che quel discorso è più ornato , il quale più direttamente conduce al fine di far intendere, DELLA CHIAREZZA E DELL'ENERGIA DI UNA COLTA FAVELLA La chiarezza è un dovere e non un pregio di colta favella – H. P. Grice: Clarity ain’t enough. Desideratum of conversational clarity: ‘be perspicuous [sic]’.. Quel che abbiamo detto nel paragrafo antecedente intorno alla Purità e Proprietà , va detto egualmen- te della Chiarezza, la quale risulta dal far uso di sif- fatte parole e costrutti che il lettore o l’ascollante non duri fatica a comprendere. In altri termini si dirà cAzaro quel dire, che si compone di parole nole, e di costruiti non intralciati, secondo la natura della lingua, in cui si parla o scrive. Or quali possono essere le parole note e i costrutti facili, se non quelle o quelli che sono pure o groprt della lingua medesima? In ultima ana- lisi la Chiarezza si riduce alla Purità e Proprietà, che sono doveri del dire e non ornamenti. Pecca quindi gravemente lo scrillore, che per far vista di elegan- te riesce oscuro. À che giova invero il parlare e non essere capito ? Sarebbe Sag tacere. Posto che la Chiarezza è risultato della Purità delle parole e della Proprietà de’ costrutti, e di questa e di quella abbia- mo diffusamente parlato ne’ due primi capi, parrebbe che altro non rimanesse ad osservare. Ma, considerando che i costruiti possono essere oscuri sotto il rapporto dell'ordine artificiale, di cui abbiamo parlato nel Trat- tato della Costruzione, ci fermeremo brevemente ad osservare qualche cosa intorno all’oscurità, che può de- rivare dalla cattiva Collocazione delle parole. 409 $ 54 Come dalla poca diligenza nella Collocazione delle parole può derivare ΰ oscurità nell’ orazione — Dicasti lo stesso dell’ inesatta punteggiatura. I costrutti, quando sono proposizioni logiche massima- mente determinate, presentano un complesso di più pro- posizioni, le-quali alla loro volta possono ancora essere determinate. Onde è chiaro a comprendere che, se le determinazioni di una possono convenire egualmente ad un'alta, e voi non avete badato a collocarle in modo che restino distaccale dalla seconda proposizione, confondete il sehso al povero lettore, che, non informato del vostro pensiero, ignoraa quale delle due proposi- zioni le determinazioni si riferiscano. Sia il seguente esempio riportato dal Costa: Leggesi ed è scritto dal Venerabile Dottor Beda che nell’annodomini secentosei un uomo passò di questa vita în Inghilterra, dove le parole n Inghilterra, poste dopo il verbo passò, a primo aspetto fanno intendere che l’anima di chi muore, prima di salire al Cielo, debba farsi una passeggiata per l'In- ghilterra. Il qual senso travolto non isvierebbe il let- tore dal senso inteso dallo scrittore, se le parole si col- locassero a questa guisa: Zeggesi ed è scritto dal Venerabile Dottor Beda che in Inghilterra un uomo passò di questa vita nell’ anno ec. O ‘ Molti e vari sono i casì, il cui il senso diviene o- scuro per la negligenza o poca cura nella collocazione delle parole, ma difficile, e, direi meglio, impossibile sarebbe il raccoglierne tanti altri esempi. É, siccome questo difetto per lo più non è avvertito dallo scrittore, a cui è chiaro il proprio concetto, così raccomandiamo a’ giovani principianti due cose importantissime: la pri- ma di rileggere le loro scritture con la precauzione di supporsi nella situazione de’ loro lettori e dire : se 410 io fossi un altro, che dovesse leggere il componimento, che suppongo non mio, potrei parimente capire il senso delle mie parole? La seconda è l’esatta punteggiatura secondo i principi stabiliti nel Vol. II. Infatti, se il passo riferito dal Costa fosse ben punteggiato , come segue: Zeggest ed è scritto dal Venerabile Dottor Beda che nell’anno domini secentosei un uomo passò di questa vita, în Inghilterra , ossia ponendo una virgola innanzi alle parole în /nghilterra, l'oscurità di senso non sarebbe avvenuta. Dal difetto di una buona ed esatta punteggiatura si deve ripetere la maggior parte dell’oscurità ne’testi antichi, che hanno richie- ste le sollecitudini di tanti comeatatori. $ 55. Come dalla giudiziosa collocazione delle parole risulta quella qualità del discorso, che si dice ENERGIA Non ci è dubbio che una parola pronunziata in una circostanza produce un effetto sorprendente sull’ animo degli ascoltanti o de’lettori, mentre pronunziata o scritta in altre circostanze ben differenti produce un minimo ef- feto, cioè un’impressione debolissima. È facile da questa concessione a dedurre che per dar forza all’ orazione giova moltissimo il riflettere, dove le parole sarebbero meglio collocate. 1 Retori sono andati raccogliendo de- gli esempi per illustrare questa teoria, ma, se lodevole è la diligenza di questa paziente raccolta, non si è sperimentato sufficiente il ritrovato, peroéchè la buona collocazione delle parole dipende dal giudizio di chi parla o scrive, paragonando le cose, che vuol esprimere, con la capacità de' lettori o degli ascoltanti, Infatti la stessa collocazione di più parole in un costrutto per alcuni lettori o ascoltanti produce un'impressione pro- fonda, mentre per altri costituiti in circostanze diverse 111 ne produce una debolissima. In questa faccenda per conseguenza giova il buon senso più che le regole, ed a formarselo si raccomanda la lettura de’ buoni autori con la disamina accurata e diligente de’ migliori pezzi, dove sì ammira questo pregio attuato spontaneamente, cioè senza sludio e senza sforzo, perchè la buona na- tura sì manifesta col carattere della semplicità e senza ostentazione — Si riscontri quel che abbiamo scritto in- torno a quest’ argomento nel II. Volume del Nuovo Corso — Elocuzione INTORNO ALLA PRECISIONE DI UNA COLTA FAVELLA Idea generale della Precisione – H. P. Grice: Alla Aristotle, specficitiy --, come pregio di una colta favella. La Precisione, come accenna l’elimologia di questo vocabolo, è un risecare il superfluo o la ridondante, onde nel nostro discorso si adoperano tante parole quan- te ne bisognano, nè più nè meno. Ognuno sa per espe- rienza propria che alcuni parlano sempre e non con- chiudono mai: dicono parole senza significato. È un difetto che ha la sua origine da una cattiva direzione delle facoltà psicologiche, onde avviene che anche quan- do si vuol parlare o scrivere in colta favella, ossia con meditazione e riflessione, il difetto abituale di dir pa- role più che pensieri, sorprende il parlante o lo scrit- tore, il quale ti scarica sperticati periodi, che, stringen- dosi, pochissimo sugo danno. Contro questo vizio si rac- comanda la precisione, che è quello studio di revisio- ne delle proprie scritture, col quale si va recidendo il superfluo, come fa il sartore, che con le forbici ritaglia 4112 i diversi pezzi del panno, affinchè combacino tra loro esaltamente. i La Precisione adunque si studia di rendere il discorso un 72€%z0 più acconcio al fine di manifestare ì nostri pen- sieri, ed è qualità tanto pregevole per quanto è da ri- provare il vizio opposto, che ne disvia dal fine, multi- licando gli enti senza necessità. Da questa nozione del- a precisione è facile a comprendere che dessa sotto il rispetto delle parole si ottiene con la sinlassi figurata, la quale come dicemmo a pag. 45 Vol. II. consiste es- senzialmente nel far uso di poche parole e far inten- dere molti pensieri, e un costrutto è figurato, quando il numero de’ pensieri è sempre maggiore del numero delle parole espresse. Così quando il Boccaccio disse: Il Guardastagno passato di quella lance cadde, parlò con precistone, perchè non espresse il nome pun- ta, facile a inlendersi, da cui dipende di quella lan- ce. Così invece di dire: Essendo venuto Antonio, t0 t: ho scritto, con più precisione dirò : venuto Anto- nto, to ti ho scritto, perchè è facile a intendere il Ge- rundio essendo. . La Precisione adunque ha il suo fondamento nella Sintassi figurata, la quale poi si fonda sulla relazione, che le idee hanno tra loro. Il che vuol significare in altri termini che la Precisione sarebbe un difelto, dove potesse nuocere alla Chiarezza, secondo il detto di Ora- zio: Dum brevis esse laboro, obscurus fio. Congiun- gere la Precisione alla Chiarezza, o far servire quella a questa è il voto dell’ arte. Fine dell’ Elocuzione  | Nel Vol.II. pag. 40 ho detto che la forma del superlativo îss7m0, come bellissimo, è sintetica, a cui corrispon- de l’ analitica #7 più dello, onde pare che l'una non differisce dall’ altra in valore. Ma l’uso ne ha limitato il significato e non confonde le due forme. Avea pro- messo di parlarne in Elocuzione, ma per dimenticanza è sfuggita l'osservazione, che avrebbe avuto luogo nel Capo II. del trattato antec. Dirò dunque qui che per proprietà di uso e non di ragione la prima forma bellissimo sì adopera, quando si vuol esprimere il possesso del mas- simo prado di una qualità senza relazione, ond' è detta superlativo assoluto: la seconda cioè il più bello si adopera, quando si attribuisce il massimo grado di qua- lità ad un soggetto paragonalo ad altri, come nel se- guente esempio : Pietro, Paolo e Antonio sono dotti; ma Pietro è il più dotto fra 1 tre. Avverto ancora che in Elocuzione sarebbe caduto a po l’osservare moltissime proprietà di uso nella ingua ifaliana, riportate da tull'i grammatici , come per esempio quelle che riguardano l' uso del prenome tl, lo, la co nomi generici, e non co’ nomi propri, l’uso e ’l non uso del medesimo co’cognomi, titoli ec. ma, siccome io suppongo che queste cose si sieno apparate nella pratica, che deve precedere lo studio della gram- malica ragionala s600ud il divisamento esposlo a pag. 94, così mi dispenso di chiedere scuse al mio lettore di queste credule omissioni. Intanto, se questa pratica non è precedula, il pre- cettore diligente potrà farne una raccolta per uso dei iovanetti, accuratamente distinguendo le due proprietà di Uso e di Ragione , secondo i principi stabiliti.  NOOO TRATTATO DEL PRIMO COMPORRE E DEL PERIODO  gi. Come la Grammatica può trattare del Comporre ? Che cosa è il Primo Comporre? Partizione del pre- sente Trattato. Sembra a primo aspetto una contraddizione di fatto a’ principi stabiliti in tutto il nostro corso filologico il trattare in questo luogo del primo Comporre; imperoc- chè, se la Grammatica in tutta la estensione del suo domi- nio, che comprende fin dove è in campo la disamina della parola, è un’ analisi della parola medesima, non può per alcuna ragione invadere il campo del Com- porre, che è Sintesi. Ma, considerando che la Gramma- tica in Etimologia è la Scienza della parola isolata per appurarne il valore assoluto, ed in Sintassi è la Scien- za della parola congiunta per appurarne il valore re- lativo, cesserà dapprima lo scandalo che la parola Sin- tesi o Comporre può per avventura produrre negli animi pregiudicati. Sap iasi adunque che il primo Comporre non si propone di produrre l'attitudine di fare un Lom- PORENENIO qualunque, che è obbjetto di Estetica, sib- ene di formare un periodo sopra un fema dato, in altri termini, di rendere /ogica o determinata una gram- maticale proposizione, come tema proposto su di ma- 116 teria nota. In così fatta guisa la Sintesi poggia più sulle parole che sul pensiero, in quanto che la Inven- zione è sostenuta dalla relazione delle parole consi- derate, come determinabili e determinazioni, nomen- clature grammaticali, e non già sul processo psicolo- gico secondo la natura de’ Concetti e de’ pensieri se- condari armonizzati all’ unità, di pertinenza dell’ Este- tica. Onde è chiaro che il primo Comporre è diverso dalla Sintassi e dalla Costruzione, perchè in queste esaminammo le relazioni delle parole congiunte, o dei costrutti senza alcun rapporto alla pralica, mentre uello informato della Sintassi vuol ur ne discenti l'attitudine, comunque minima, di formare un pertodo, che si può dire un componimentuccio in miniatura , un embrione, un nucleo di componimento. La quale attitudine deve formarsi in questo momento filologico, nè prima, nè dopo. Non prima, perchè senza cono- scere il valore assoluto e relativo delle parole, senza nozione di ordine e costruzione delle proposizioni, senza studio di Traslati e di Elocuzione non sì può ottenere in alcuna guisa un complesso di parole, che nelle scuole va detto Periodo. Non dopo, perchè alla Grammatica se- gue l’Estetica, la quale s1 versa tutto nel concepimento, ossia nel lavorio interiore dello spirito, che si prepara a comporre, onde sarebbe un disviare i discenti dal pen- siero alla parola, volendo trattar dopo del periodo , che, come abbiamo detto testè, poggia più sulle rela- zioni delle . parole che sulle ragioni ud pensiero. In questo punto medio, direi sotto un rispetto, tra la Gram- matica e l’Estetica, il primo Comporre è come l’anello che si lega all'ultimo ed al primo di quella e di que- sta, perchè quest’attitudine partecipa nelle due distese, come costituita tra i due termini primo dell'una e ul- timo dell'altra. -. Della necessità di questo trattato si accorsero gli stessi empirici , i quali fecero seguire alla Sintassi un trat- 417 tatino di Composizione, o praticamente esercitavano a comporre i giovanetti dopo la grammatica. Ma i prin- cipi de'primi in questo trattato non erano differenti dai Sintassici, e la pratica de’secondi era cieca ed erronea, perchè non pretendeva il primo Comporre, ossia l’at- titudine di formare un periodo con la invenzione pro- pria, ma un intero componimento senza direzione este- tica. Comunque inutili sieno riusciti i loro sforzi, pruo- vano a meraviglia l’ opportunità del presente trattato in questo luogo, affinchè i giovanetti, entrando in E- stetica, sieno sciolti dalle pastoje filologiche per cor- rere dietro al pensiero, e, quando incominciano a com- porre praticamente, si truovino costituita l’attitudine di scrivere in un attimo il periodo secondo le regole so- pra un tema qualunque. Per coloro, che volessero tut- tavia perdurare nella pralica di esercitare i giovaneiti a comporre prima dell’ Estetica, a fine di contentare quelli tra loro che non vogliono oltrepassare la gram- matica; il presente trattato riesce ancora ulilissimo, per- chè, imparando a formare molti temi sullo stesso og- getto, non costerà poi fatica al mondo per formarne una lettera, una narrazioneella, determinando ciascun tema e formandone un periodo. Ma questo Componi- mento sarà sempre tra’i limiti della Grammatica e non mica dell’ Estetica. Ciò posto si può di leggieri comprendere come il presente trattato possa essere compartito : imperocchè se si propone di formare l'attitudine di produrre un pertodo, due condizioni indispensabili si richieggono, cioè 1. la Znvenzione ne' limiti puramente grammati- cali 2. la forma di un periodo, quale è inteso nelle scuole sotto il rapporto della Profferenza. La Parlizione dunque è fatta sul fondamento istesso delle condizioni, che debbono concorrere a formare quell’ attitudine; e due sono le Parti, cioè la Prima si dirà Del Primo Comporre semplicemente: la Seconda Del Periodo. TERE IIRORORORA RR RT ORIANA PARTE PRIMA DEL PRIMO COMPORRE. Dichiarazione della significazione etimologica della parola Comporre applicata alla quistione. Comporre, secondo la sua forza etimologica, signi- fica porre insieme, intendi più cose, che prima esi- stevano separate o divise. Così compone il pittore, che mette insieme diversi colorî, uno accanto all’ altro, so- pra la tela: compone il fabbro, che mette insieme pie- tre, calci, e mattonî nel muro: Compone lo scrittore che mette insieme sulla carta /ezzere, sillabe, e parole l'una appresso l'altra. Ma guardatevi di confondere ueste composizioni sotto il rispetto dell’ Zavenzione. Chi scrive sotto la dettatura compone, perchè mette in- sieme molte parole allo stesso modo di chi scrive pa- role, non dettate, ma suggerite dalla propria invenzione, o, come dicesi, di testa sua. Ora noi per comporre non intendiamo quello del primo modo, ossia di scrivere sotto la dettatura, bensì il comporre del secondo modo, 120 | in cui ha luogo la invenzione. Oltracciò non intendiamo un comporre qualunque, ma il Primo Comporre, che è agevole a conseguirsi co’soli mezzi, che presenta la Canada , ossia il comporre un periodo. Onde è chiaro che il primo comporre, che .noì ci proponiamo in questo trattato, è l’unzone delle parole ritrovate con la propria invenzione în tanto numero che basta a suficiente materia dî un periodo. l , siccome il primo comporre ha per iscopo di ren- dere determinata o logica una grammaticale proposi- zione, la quale è il tema di questo Nico componi- mento, che si dice periodo, è Ra che la Prima Par- te di questo trattato si divide ne’ seguenti Capi. 1. In- forno al fema di un periodo e delle condizioni sotto le quali si deve proporre. 2. Dell’/nvenzione diretta a ritrovare le parole come materia del periodo. 3. Del- -le Domande categoriche come mezzi d’Invenzione. 4. Delle isposte alle Domande Categoriche sotto il rispetto della duplice Sintassi. 5. Delle Situazioni di chi a- scolta in rapporto a chi parla, come norme delle do- mande categoriche. 6. Quadri Sinottici delle domande e delle risposte categoriche 7. Appendice. CAPO I. 63. Intorno al TEMA di un periodo , e delle condizioni sotto le quali si deve proporre. Abbiamo delto che il primo comporre è l’ attitudine di unire le parole ritrovate, come sufficiente materia di un pertodo, per lo quale ora intendiamo un brano di discorso conlenuto tra due punti fermi, ossia un co- strutto di pertinenza sintassica. Ora in qualsiesi co- strutto tutte le parole non si possono concepire che in 421 due maniere , cioè 0 come deierminabili 0 come de- terminazioni (Vol. II. pag. 25) in altri termini, o come parole che reggono per sè, o come esistenti in grazia di certe altre Î veri determinabili in un periodo so- no gli elementi essenziali della proposizione principa- de , perchè le proposizioni incidenti sono dipendenti dalla principale (Vedi Sint. pag. 22). Adunque è chia- ro che di tutte le parole in un costrutto i soli elementi della proposizione principale ci possiamo proporre, co- me indipendenti, in grazia di cui le altre tutte esi- stono. Ma ciò che ei proponiamo in qualsivoglia com- ponimento o lungo o breve, massimo o minimo, si di- ce, Tema , o Soggetto di discorso , 0 Proposizione semplicemente; è dunque evidente che il ema del pri- mo comporre è una propos:zione principale, ma astrat- tissima, îndeterminata, grammaticale , sostanziale o causale, analitica , simile ad una di queste due : Acqua è fresca, acqua fa corsa. : Nel primo cominciare questa pratica di primo com- porre il precettore darà il tema: in seguito i giova- netti possono proporlo a sè sessi. La formula det precettore sarà la seguente : Io vi dò per zema : Ac- QUA È FRESCA, vo? mi farete su questo tema un co- strutto, che abbia tante determinazioni, quante basta- no per formarne un periodo. La formula di chi pro- pone il lema a sè stessosarà la seguente: Zolendo formare un periodo sopra il fatto, che im vien porto dall'esperienza, di un'acqua, che, bevendomela, truo- vo fresca, mi propongo per tema: ACQUA È FRESCA. Questi OPEL poi debbono essere fatti sotte certe condizioni, che rendono possibile il primo com- porre. La prima condizione si è che il ema si formuli tanto dal precettore quanto da’ discepoli sopra un fatto, che sia noto a chi deve comporre; imperocchè la sua in- venzione in questo momento non consiste, come vedre- 122 mo nel capo seguente, che nell’ altitudine di ricercare quei pensieri che già preesistono nella sua mente, ma non esistono coordinati al tema proporlo È un errore riprovevolissimo per questa pralica il credere che i pri- mi tentativi del comporre si possano attuare con le creazioni fantastiche o di finzione, come ho dimostrato nel LI, Vol. del Nuovo Corso pag. 333 e seguenti. La seconda condizione si è che il #em4 abbia per obbjetto ciò che principalmente nel fatto ha interessato il compositore, 9 che apprese come cosa primaria da dovere manifestare, a cui tutte le allre circostanze, al- meno rispelto a lui, si riferiscono come cose seconda- rie ed accessorie. La terza condizione si è che, se il fatto osservato , su cui si deve formulare il tema, è mollo complesso, ad evitare la confusione si divida in più parti, e so- pra ciascuna se ne formuli un ema, e se ne facciano tanti periodi distinti. Suppongo che il fem comples- sivo cada su di una passeggiata , la quale presenta tanti piccoli avvenimenti, ognuno de’ quali in diversi momenti di tempo ha interessato particolarmente e per conto proprio l’ attenzione del compositore. In ql supposizione si formuli un #ema sopra ciascun piccolo av- venimento, e «dicasi per esempio: 1. o fatto la pas- seggiata : 2. Gli uccelli cantavano : 3. Un asino rag- ghiava :. 4. Io fui sorpreso: 5. Un cane fece minac- ia ec. INTORNO ALL’INVENZIONE DEL PRIMO COMPORRE. In che consiste la INVENZIONE în questa pratica del Primo Comporre? La invenzione non è la stessa cosa che la FINZIONE. Sarei troppo semplice, se io pretendessi da giovanelti, che la prima volta tentano di comporre un periodo, ciò che supera le loro forze , mettendo a tortura le loro facoltà psicologiche per produrre novità originali. L’Invenzione, di cui io parlo nel presente Capo, è la cosa più facile del mondo, di cui tutti gli uomini sen- za essere stali mai a scuola naturalmente e per sè stessi sanno far{uso e meravigliosamente. È quella facoltà, per cui parliamo prontamente e facilmente de' fatti, che ab- biamo osservati co’ nostri sensi. Non perciò dovete cre- dere che la /nvenzione sia la stessa cosa che l’Imma- ginazione, ossia quella facoltà, per la quale ci ricor- diamo semplicemente delle passate ccse; imperocchè il comporre, definito per l'unione delle parole da noi stessi ritrovate, non si compie con la semplice ricordanza’, la quale, essendo successiva, passa da pensiero a pensiero senza che lo spirito si fermi sopra «20, come fa quan- do si propone un tema. L' Invenzione suppone l’ opera dell’ immaginazione, ma diretta e sostenuta da altre facoltà, una delle quali è la contemplazione, che tiene presente all’intuito della mente il zemza: la seconda è l'a- nalisi, che ripelle i pensieri non confacenti al 2ema: la terza è la sintesi, che aggiunge i pensieri omogenei si- na dalle parole, come segni, al tema proposto. immaginazione o memoria, contemplazione, analist, e sintesi unitamente costituiscono l’Invenzione. 12ì Ma queste facoltà sono assai deboli in questo mo- mento, che si cominciano a mettere in opera la prima volta in modo riflesso, quantunque rell'attuazione spon- tanea sieno attivissime, come si sperimenta nel parlare, che è una composizione di parole pronunziate. La scien- za deve sorreggerle con un Metodo, che sia il più con- forme al loro esplicamento naturale. [o m' ingegnerò di far comprendere questo Metodo con la maggior chia- rezza possibile, esponendo un fatto noto a (utti gli uo- mici, che consultano la propria coscienza. Questo fatto è il Dialogo intertore. | Ogni uomo, che si dispone a parlare ad altri, prima parla in sè stesso, discorrendo seco medesimo co’suoi pensieri, e, facendo due esseri del proprio essere, fa delle domande, a cui egli stesso risponde. La domanda proviene dall’ zo che si suppone un altro, cui vuolsi in» formare : la risposta dall’ zo informante. Non è la prima volta che si è vedulo e inteso un uomo parlar solo, o far gesti simili a quei di chi parla ad altri: non è la prima volta che noi stessi abbiamo sperimentato in noi questo fatto, che avvenne propria- mente, quando avevamo un’'urgenza, e quindi una pre- mura di manifestare il nostro bisogno a chi poteva soc- correrci, e passammo le notti in veglia, pensando e ri- pensando sul miglior modo da tenere per conseguire il desiderato favore, e, figurandoci presente quell’ami- co benefattore, propgnemmo il nostro bisogno e rispon- demmo alle sue interrogazioni, che erano in sostanza nostre, e risolvemmo i dubbi e le obbjezioni, come se da quello ci fossero state dirette. È dunque un fatto che, chi si propone di parlare , parla prima in sè stesso, facendo un dialogo ossia un complesso di domande e di risposte, dì proponimenti e di risoluzioni. Onde è facile a dedurre che la natura istessa ci addita il me- todo di ritrovare le cose, che andiamo cercando, e questo Metodo è il diu/ogo inzeriore, perchè nelle do- 125 mande si contiene il germe della risposta. A che five invero il nostro spirito domanderebbe a sè stesso, se la domanda non fosse mezzo d’ Invenzione, ossia di sca- prire la risposta, che ci era igno'a prima d’ interro- garci ? E, come mezzo .d’ invenzione, fu riconosciuto da- gli stessi filosofi, che dichiararono il passaggio dal noto all’ ignoto, per via di domande, mezzo problematico d° invenzione. Or se questo è mezodo per tulti gli uomini, che par- lano, deve avere un fondamento sulle leggi dell’ umano pensiero. Qual è questa legge? È la relazione che pas- sa tra la cosa nota esposta nella domanda, e Ie pr che vengono suggerite nella risposta. È posto che il tema del primo comporre è una propostzione gram- maticale, che costa de’ tre soli essenziali elementi (Sint.. Vol. II. pag. 23) e questi elementi sono i determinabili, che hanno'intima relazione colle determinazioni, è age- vole a comprendere che, se le domande saranno con- cepite in conformità di questa relazione, l'invenzione procederà con un metodo suggerito dalla s!essa ratu- ra a ricercare in occasione de’ dete-minabili, proposti nel ema presente, le corrispondenti determinazioni. Sa- pendo, per esempio, che le nozioni di tempo e di luogo sono in intima relazione con lo stato e l’azione del verbo: sapendo inoltre che pove significa luogo ?n cus, e QUANDO fempo în cuî, se voi domandale: Quando e Dove l’acqua è fresca? il vostro spirilo ricorre im- mediatamente a ricercare le nozioni di 4empo e di luo- go, în cui l’acqua è fresca nel fatto della natura. A- dunque è ancora chiarissimo che le Domande posso- no essere cafegoriche, e tanle di numero, quante sono le determinazioni relative a ciascun determinabile. E numerando le determinazioni, avremo conte tutte le do- mande possibili. E noi così procederemo -nel Capo se- guente, dove esporremo in tanti articoli divisamente le domande categoriche per avere le risposte, come deter- 426 minazioni. i. del Nome. 2. del Verbo. 3. dell’Aggiun- tivo. 4. del Verbale. 5. De’ Verbi concreti e sempre solte il duplice rispetto della Sintassi regolare e fi- gurala. CAPO II. DELLE DOMANDE CATEGORICIIE 65, Perchè si chiamano Domande Categoriche? Le Risposte sono categoriche e tpoteoriche. Io le chiamo Domande categoriche , perehè sono universalissime, in quanto che si possono fare con ogni determinabile, ossia con ogni nome, con ogni verbo, con ogni aggiuntivo, e con ogni verbale. Ma le risposte a queste domande , come vedremo, non sono sempre allo stesso modo, perchè alle volte si fanno per anali- si, alle volte per sintesi, per costrutti, alle volte re- golari , alle volte figurati. È questa la ragione, per cui le Domande sono categoriche, ma le Risposte alle volte categoriche, alle volle ipoteoriche. Delle Domande categoriche rispetto al Nome... Messo per principio che le domande debbane essere fatte sul fondamento delle relazioni, che un determinabile ha con le sue determinazioni, è agevole a comprendere che, se il nome ha per sua prima determinazione analitica gli SEGIaDIDA qualitativi e titattvi, (Sint. Vol. II pag. 26) la prima domanda categorica sia Quale e 427 Quanto? e, se il nome sarà acqua, domanderò: Qua- le Acqua e Quant’ Aequa è Serladr esempio. E questa domanda è naturale , che ogni uomo fa quando vuol essere informato di una qualche cosa a lui ignota e di cui ode parlare’, perchè in Etimolo- gia pag. 25 dicemmo che di ogni sostanza creata sì può domandare quale é? e quant è? e ciò perchè non esi- ste sostanza creala, che non sia limitata e, finita dalle qualità e quantità, come suoi termini, (Etim. pag. 26), le quali sono essenziali e accidentali, fisiche e mo- rali, assolute e relative, proprie e metaforiche (E- tim. pag. 27 ). Rispetto alla domanda Quanto, è uopo avvertire che, | siccome la quantità, altra è continua, allra è discreta, così conviene formularla in guisa che chiaro rilevi l' in- tendimento, se il nome uh determinare o per l’una o per l’altra. lo penso che, dovendo determinarlo per un aggiuntivo di quantità continua, la domanda sia fatta per Quanto? se per un aggiuntivo di quantità discre- ta dicasi: Quanti o Quante? 2. In secondo luogo, considerando che non esiste s0- stanza in natura che non si truovi in una di queste relazioni di dipendenza o indipendenza , di unione o disuntone, espresse dalle preposizioni Di, Con, Sen- za (Vedi Etim. pag. 31 e Sintassi pag. 28) è facile a comprendere che l’ invenzione fondata sulla relazione delle parole, proponendosi le domande 2 chi o Di che? Con chi o Con che? Senza chi o Senza che? otter- rà prontamente le risposte corrispondenti. Sia il tema dato : Acqua è fresca, ìil cui primo termine voi vor- rete determinare : istituite le domande a questa gui- sa. Acqua di chi 0 che è fresca? Senza chi o che? Con chi o con che è fresca? e le risposte, come de- terminazioni, succederanno agevolmente. 3. In terzo luogo, se vogliamo determinare un nome per proposizione incidente esplieita , cioè preceduta 4128 da Che, Cui, Quale , la domanda per non confon- dersi con la prima sarà variata nel seguente modo : Quale è l'Acqua, la quale, o Che è fresca? ‘Tutte le domande categoriche per ottenere le deler- minazioni del’ Nome si dn le seguenti. 1. Quale é? Quant'è? 2. Di chi 0 che? Con chi o che? Sen- za chi 0 che? Quale è la persona 0 la cosa, la quale o che è? Delle domande categoriche per le determinazioni | de verbi astratti. Posto che i verbi astratti Essere e Fare sono segni categorici dello stato e dell’ azione, ( Elim.) e lo stato e l’azione è in intima relazione col rapporto di contenenza e co’ rapporti di sito, che hanno per secondo termine un nome di rempo e di luogo (vedi sint. vol. III. pag. 33) ognuno vede che le domande categoriche di essi verbi si possono isli-. tuire, facendole precedere da una di siffatte prepopo- sizioni in modo analitico. Sia il tema: Acqua è he - sca : voi potete domandare : Zn che tempo e în che luogo è fresca? Sia quest'altro: gli uccelli cantano, voi polete domandare: Sopra, o sotto, intorno, circa verso ec. che tempo o luogo cantano? Invece di Zn che tempo? potete dire Quarido ? e invece di Zn che luogo ? potete dire: Dove? E, siccome il modo e la condizione si adoperano in senso metaforico ( vedi Sintas.) come tempo e luogo, ossia come contenenti lo staso e l’azione, così possiamo domandare ancora in occa- sione del verbo /r che modo ? o Come? e în Qual 129 caso? per avere nelle rispettive loro risposte, come ve- dremo nel Capo IV., le corrispondenti determinazioni, Le domande categoriche del verbo adunque sono in tutto le seguenti Î. /n che tempo? (o Quando?)2. In che luogo (0 Dore?) 3. Sopra, sotto, oltre, verso, circa, intorno ec. qual tempo 0 luogo? 4. In qual modo ? 5. In qual caso ? ARTICOLO III. $ 8. Delle Domande categoriche per avere le determinazioni degli Aggiuntivi | L’ Aggiuntivo, sia qualitativo, sia quantitativo, non è, a rigore parlando, un determinabile (vedi Sint. Vol. II. pag. 37) Per questo principio, non avendo determi- nazioni per conto proprio, non vi sarebbero domande categoriche a fare sul medesimo. Ma avuto riguardo allo stato presente della filologia, siccome abbiamo ra- gionato in Sintassi delle determinazioni dell’ aggiunti - vo (luogo cit.) in quanto che da’ grammatici come tali sono considerate , nello stesso senso qui proponiamo le domande categoriche per avere le stesse determi- nazioni, E secondo quello che abbiamo stabilito in Sin- tassi, cioè che l’aggiunlivo impropriamente si deter- mina per le forme comparalive d' identità e diversi- tà, diremo pure in questo luogo che le domande cate- goriche in occasione dell’ aggiuntivo sono le seguenti. 1. Perle comparazioni d’ identità Quanzo e Qualmente fresca è l’acqua? Come fresca è l’acqua ? %. Per le comparazioni di diversità: Più o meno fresca di chi o di che è l’acqua? E molto, assai, poco ec. fresca: Non é fresca? 3. Per le comparazioni superlative: /r qual grado massimo è fresca? = 150 ARTICOLO IV. 69. Delle domande categoriche per avere le Determinazioni del Verbale. Il Verbale tanto di 040 quanto di moto è un no- me astratto, e come tale può essere determinato come ogni altro nome, onde che con esso si possono isti- tuire tutte le domande categoriche esposte nell’ Arti- colo 1. del presente Capo. Il verbale di Moto ha di particolare le determina- zioni con le sue tre preposizioni Da Per A per lo nesso del movimento colle relazioni di origine passaggio e tendenza (vedi Sint. Vol. II. pag. 42). Adunque è chiaro dal principio stabilito che con esso si possono istituire tre domande precedute dalle tre preposizioni, che hanno per secondo termine un nome o di tempo o di luogo, e però, duplicando le domande per la ra- ‘ gione della duplicazione del secondo termine, avremo »m tutto sei domande. I. Da quale luogo 2. Per quale Luogo. 3. A quale estremo l'acqua fa corso? 4. Da qual tempo? 5. Per che tempo? 6. Fino a che tem- po? oppure Da quando ? Per quando? Fino a quan- do? come pel luogo si può domandare 1. Da dove ? 2. Per dove? 3. Fin dove? ARTICOLO V. f 10. Domande ue ri per le Determinazioni e Verbi concreti. I Verbi concreti, contenendo in sè i verbi astratti Essere e Fare, prendono le stesse loro determinazioni, come dicemmo nella Prima Parte della Sintassi pag.35). È perciò evidente che con essi sì possono fare le stes- se domande categoriche de’ verbi astratti esposte nel- 151 l'art. II. pag. 127 e seg. Ciò che hanno di partico- lare sotto questo rapporto, sarà esposto brevemente ne’ due seguenti paragrafi. ARTICOLO VI. gii Domande categoriche de’ verbi concreti obbjettivi detti in grammatica transitivi. I Verbi concreti obbjeltivi hanno dopo di loro, come propria determinazione, un n0me non preceduto da pre- posizione, quantunque sia termine di rapporto , e che dicest obbjetto (Vedi Sint. Part. 1. pag. 36) Ora che cosa è l’obbjetto? È la cosa, a cui è inerente il m0d0 prodotto, come effetto, dall’azione espressa dal verbo. È facile dunque a comprendere che per ottenere sif- fatta determinazione la domanda deve essere concepita a questa guisa : Che cosa o che persona ? Sia il se- guente tema: Cicerone scrisse, o Bruto uccise. lo do- mando : Che cosa Cicerone serisse? Che persona Bru- to uccise? ARTICOLO VII. 6 12. Domande categoriche per le determinazioni de’ verbi concreti intransitivi. 1 verbi concreti intransitivi si risolvono nel verbo Fare e nel Verbale che significa Moto (Elim.). Se dunque in. ia a Fare si possono con esso isti- tuire le domande esposte nell’Articolo IL., in quanto al Verbale vi si istituiranno le Domande esposte nell’Ar- ticolo IV del presente Capo. Fip, tar 152 $ 13. Osservazione întorno a certe alire Domande che st vorrebbero per categoriche. In un altro mio lavoro pubblicato il 1845, intitolato Scienza della Composizione prima , partendo dalle teorie delle scuole empiriche, le quali considerano il participio come un aggiuntivo, e come tali molte al- tre parole derivate, e confondono la più parte de’ co- strutti figurati con gli analitici e‘regolari, io supposi de’ semi che avevano per secondo zermine parole con- simili. Ma non così mi converzebbe di fare ora che mi truovo già pubblicato un Corso filologico razionale compiuto. Le domande esposte negli articoli precedenti sono le sole categoriche, perchè si riferiscono alle ri- sposte analitiche, quali dovrebbero essere in regolari costrutti. Se dunque si truovino esempi, che presentano invece di un aggiuntivo o di un verbale per secondo termine, altre parole; si debbono ridurre per l’analisi alle loro forme categoriche e poi procedere colle Lo- inande innanzi esposte. DELLE RISPOSTE ALLE DOMANDE CATEGORICHE $ 14, Le Risposte altre sono analitiche altre sintetiche sotto il rispetto etimologico e sintassico. Le risposte alle domande categoriche per quanio abbiamo detto innanzi, non sono diverse dalle deter- minazioni relative al determinabile , che si prende in particolar considerazione nella Domanda. Onde è chia- 153 ro che, siccome le ‘determinazioni altre sono ANALITI- CHE altre SINTETICHE, per quanto si è veduto nella Pri- ma Parte della Sintassi Capo I{{., dove esponemmo la teoria della Proposizione grammaticale e logica o di- scorsiva; ANALITICHE e SINTETICHE possono ancora es- sere le RISPOSTE corrispondenti alle DOMANDE CATEGOricHE. E saranno analitiche, allorchè si fanno con tante parole dislinte, quante sono le idee che si vogliono e- sprimere: al contrario saranno s:nzeliche, quando il numero delle parole è minore del numero de’ pensie- ri, che vi si compongono e si lasciano intendere, Così se io dico: pop.lo di Atene, o di Roma, esprimo a- naliticamente le mie idee: ma non sarebbe così, se dicessi : popolo atentese o popolo romano, perchè con due parole farei intendere tre pensieri, quanti ne sono contenuti nelle due prime espressioni, poichè si è ve- duto che Aomano equivale a dî Roma, e Atniese a dî Atene. | Ma la Sinlesi può essere ETIMOLOGICA €@ SINTASSICA. La prima è quando per varzazione e per derivazio- ne, oppure per convenzione primitiva come nelle pa- role apoteoriche esposte in Etimologia Par. Il. pag. 34 e seguenti si racchiudono più idee in una sola parola. Undechè un filologo moderno addonandò siffalte pa- role plusvalentî, ossia che nel loro valore non rap- presentano l’unità, ma un numero di significati — Se dunque alla domanda QUALE 0 QUANTO? per esempio, risponderete con un diminutivo o accrescitivo, e con un miglierativo o peggiorativo, o dico meglio rispon- derete con lo stesso ome primo termine del tema , vartato in una di cosiffatte forme, per esempio 4c- quetta, Acquolina, Aquazzone, direte che la vostra risposta sia sintetica sotto il rispetto etimologico. Se voi, 0 giovanetli studiosi, avete presente alla vo- stra memoria quanto è stabilito nella nostra Etimolo- gia nel 'Tratlato delle parole /poteoriche, della Varia- 154 zione e Derivazione, non omessa la Composizione del- le parole, potrete intendermi pienamente, e variare le risposte in tante maniere, quante sono le forme sinte- tiche corrispondenti alle analitiche, in quei trattati di- ligentemente dichiarate ed ER Sicchè io non mul- tiplico gli esempi in questo luogo, che sarebbe un ri- produrre l’ intero Vol. dell’ Etimologia. La Sintesi delle RisPOSTE è sintassica, quando la ri- sposta si fa per costrutti figurati, o per proposizioni incidenti implicite. Se avete a memoria quanto stu- diaste nel trattato della figurata Sintassi, e nella Re- golare quel che sncamaste proposizioni incidenti; non durerete fatica a comprendere il mio divisamento. Io ve ne produrrò qualche esempio per meglio richiamar- vì alle studiate cose. Se voi alla domanda : /Zn qual luogo l acqua è fresca? risponderete : Dove le nevi si liquefdfno , ognuno comprenderebbe che voi aveste usato una forma stretta di parlare, invece di dire ana- liticamente: l'acqua è fresca nel luogo in cui le nevi 31 liquefanno. Ninilacii se rispondeste per un ab/a- tivo assoluto, oppure per un nome termine di rapporto senza preposizione espressa ec. ec. ognuno vedrebbe che la vostra risposta sarebbe sintetica sotto il rispet» to sintassico. fo reputo importantissimo, o giovanetti, che voi vi esercisiate nella pratica di studiare la maniera di ri- durre le risposte moltiplici, se analitiche, in sintetiche, e, se sintetiche, in analitiche sotto il doppio rispetto della sintassi e della etimologia; perciocchè in questa guisa potrete valutare il peso delle parole e de’ co- strutti che adoperate, e variarli acconciamente, e usar- ne con proprietà. Nel qual esercizio raccomando la di- ligenza e la pazienza a' precettori, perchè senza questo è malagevole il paragone, che non sì può istituire sen- za richiamare a memoria tutti i precedenti trattati, come in una Sintesi o quadro sinottico, malagevolissimo pei principianti. . DELLE SITUAZIONI DI €HI ASCOLTA IN RAPPORTO A CHI PARLA f 15. Che cosa bisogna intendere per Situazione di chi ascolta in generale — Diverse Situazioni. . To per sizuazione di chi ascolta in rapporto a chi parla intendo la capacità di coloro, a cui chi parla o scrive dirige il suo discorso , e chiamo situazione la capacità in quanto che questa può essere determi- nata da quella, ossia che lo stazo particolare degl’in- dividui è diverso, secondo che diverse sono le posîzio- nt e le circosfanze di ciascuno. Un uomo, che non è slato presente al nostro discorso, se ode la seguente pro- posizione in arrivare: Acqua è fresca, non può inten- dere di qual acqua io parli, come di un’acqua fresca, onde mì donà domandare, se vuole informarsene: Qua- le acqua è fresca? Non così per coloro, che furono presenti al discorso caduto sopra l’acqua. La capacità adunque di quel primo ascoltante è diversa da quella de’ secondi per la diversa situazione o posizione del loro intendimento. 6 16. Non tutte le risposte, che st possono fare con ogni do- manda categorica, st debbono adoperare nel com- porre, ma dove più, dove meno, secondo le diverse situazioni degli ascoltanti, e la natura del tema. | Posto che non tutti gli uomini, a’ quali dirigiamo il ostro discorso, hanno la slessa capacità d’ intendere 136 per le loro diverse situazioni rispetto a noi, è chiaro a comprendere che noi non dobbiamo con tutti tenere lo stesso linguaggio, ma con alcuni, che ignorano af- fatto le cose di cui vogliamo informarli, far uso dell’a- nalisi, ossia di un dire risoluto , determinato e defi- nito, con altri della sinzest ossia di un dire szretio , breve e conciso, se la loro capacità può supplire al resto, facile ad essere inteso. In altri termini con al- cuni possiamo far uso di proposizioni grammaticali e di costrutti sintetici, con altri dobbiamo far uso di pro- posizioni logiche e costrutti analitici. Quindi è chiaro che, essendo le risposte tante determinazioni del lema proposto, come non determiniamo allo stesso modo una grammalical proposizione, non faremo uso dello stesso numero di risposte con ogni tema , ma quando più quando meno, secondo il principio stabilito in sintassi ar. I. pag. 24, cioè chela proposizione grammaticale si fa logica per riguardo di chi ascolta. Sotto il rispetto del lema, considerato in sè stesso e come tale concepito da chi ascolta in una maniera determinata e particolare, il compositore otterrà delle norme in quanto all’ uso di questa o quella risposta particolare, che faccia armonia colla totalità del tema proposto. Suppongo che il fema dato sia: il Cavallo è veloce. Alla domanda: quae? si presentano allo spi- rito del compositore tulle le qualità esistenti nel ca- vallo contemplato della nalura, per esempio, more//o, bianco, 0 nere sotto il rispeito del colorito, grosso 0 grasso 0 smilzo sotto il rispetto della. forma , alto, basso , lungo sotto il rispetto della quantità ec. Ora non tulle queste qualità e quantità debbono entrare come risposte, che determinano il primo termine della proposizione, ma quella o quelle, che più armonizzano colla totalità del tema, cioè del cavallo supposto ve- foce. Chi non vede infatti quanto strano sarebbe il met- tere la qualità della grossezza con Cavallo che si vuo- 157 le veloce? Avuto riguardo alle ‘circostarize del discorso per parte di chi parla, all’ armonia delle tante deter- minazioni ossia delle risposte col tema, ed alla situa- zione di chi ascolta, voi sceglierete con prudenza quello tra tanli aggiuntivi, che esprime una qualità più con- facente alla supposizione del tema. Ma in questo giova più il buon senso che le regole, perchè ogni uomo, che parla senza che vada a scuola, si regola da sè stesso e fa bene, salvo il caso che il cervello non sia sano, SAGGIO DI QUADRI SINOTTICI DELLE DOMANDE E DELLE RISPOSTE CATEGORICHE 617. Metodo pratico del Compositore per formarsi î quadri sinottici. Primieramente formulerete il tema, che è una pro- posizione grammaticale, come abbiamo delto, sopra un fatto a voi noto, che avete voi stesso osservato, o che avele inteso narrare con tutte le circostanze da perso- na degna di fede. Questo tezza dovrà necessariamente essere una proposizione Sostanziale o Causale secon- do le due formule veni Oca Acqua è fresca : Ac- qua fa corso (Sintas.), perchè ogni fatto, che si osserva in natura, è Sostanziale o Cau- sale (Vedi Nuovo Corso Vol. II. pag. 33). Formulato il tema concentrate la meditazione sul medesimo, affinchè «la vostra mente discorra sul falto concreto, che 10 sup- - pongo vi sia noto. Ciò fatto dividete il tema nelle sue parti, le quali non possono essere più che tre, quanti sono gli essenziali elementi della proposizione , cioè Nome, Verbo, Aggiuntivo nella Sostanziale, e ome 158 Verbo e Verbale nella Causale. Supponiamo che il tema sia: Cavallo è veloce. Mentre il vostro spirito non perde di vista la totalità del {ema , si fermerà particolarmente su ciascuno elemento, con lo stesso or- dine, con cui sono divisi f. cavaLLo. 2. È. 3. VELO- ce. Passerete in seguito a determinare ciascuno ele- mento, così diviso, proponendovi con essi le demande Categoriche esposte ne Capi precedenti. E primamente domanderete sopra CAVALLO. 1. Quale Cavallo? 0 Quanto Cavallo? 0 Quanti Cavalli ? Alla prima formula corrisponde un aggiuntivo qua- litattro, simile a dianco, nero, bajo, grosso. smilzo, ec. Alla seconda un aggiuntivo di quantità continua, alto, basso, grande, piccolo, mediocre ec. Alia terza un aggiuativo di quantità discreta, come uno, due, tre ec. Invece della seconda e terza analitica per aggiunti- vo si può sostituire la variazione del Nome, che, uscen- do nella desinenza fondamentale 0 di carallo, significa un cavallo, o prendendo le desinenze del diminutivo, accrescitivo, migliorativo e peggiorativo, lo stesso no- me in modo sintetico racchiude ancora |’ aggiuntivo grande, piccolo, bello, brutto, come caralluecio, ca- vallone, cavallaccio, cavallino. Vedi Etim. Vol. I. pag. 64, 65 e 66. . 2. Cavallo di chi? Alla quale formula corrisponde in forma analitica la risposta della preposizione Di, se- guita dal nome del possessore , cioè Di Pietro o Di Paolo. la forma sintetica una parola derivata in for- ma di aggiuntivo, che racchiude la preposizione Di, come Cavallo arabo, Cavallo romano, Cavallo în- glese ec. Vedi Sint. Part. II. pag. 28. 3. Cavallo con che o con chi? Alla quale formula corrisponde una risposta in forma analitica della Pre- posizione Con seguita da nome , che esprime il sog- ® 159 getto, con cui il cavallo è congiunto, come, pet esem- pio, il Cavallo con la sella, o col freno, 0 col ca- valliere ec. 4. Cavallo senza chi o senza che? Alla quale do- manda corrisponde la risposta della Preposizione Senza, seguita da nome che esprime soggetto, da cui il ca- vallo è ora disgiunto, come per esempio: Cavallo sen- za cavalliere, o senza freno, o senza tmbasto ec. Quale è quel cavallo il quale o che ? Alla quale domanda corrisponde la risposta in forma analitica della proposizione încidente esplicita, preceduta da Che, Cut, Quale, come per esempio: Cavallo, tl quale fu com- prato alta fiera di Salerno, o Carallo, che ebbi în dono da Paolo ec. Invece di questa risposta analitica posso. sostituire tulte quelle, che ho esposto nella Sintassi pag. 29, come forme sintetiche di proposizioni incidenti implicite e dire: 7 Cavallo, Questo Cavallo, Quel Cavallo, ec. Riscontrate il luogo citato della Sintassi. . Determinato a questa guisa il nome Cavallo , pas- serete al Verbo, che considererete diviso in secondo luogo. 2. E-— e con esso istituirete le seguenti Domande ? . 1. Inche tempo È? Quando È? Alla quale doman- da voi risponderete con la preposizione /n, seguita dal Nome di tempo in senso proprio 0 metaforico, in for- ma analitica o sintetica, come per esempio: quando :l cavaliere allenta le briglie, o quando vince la ma- no, 0 se non è rattenuto dal freno, oppure, ora, adesso, oggi, già, mat, sempre ec. 2. In qual luego c Dove E? A questa Domanda dovete rispondere con la preposizione /n, seguita dal nome di /uoge in senso proprio o metaforico, in for- ma analitica o sintetica, per esempio. £ veloce nel piano , în istrada consolare , in campo, oppure là, costà, qui, îvi, oppure dove non è ostacolo, 0 se, 0 150 a mentre, o quando corre, o come sti muove, perchè di- cemmo in sintassi che il caso e il modo si considera- no come contenenti dello stato e dell’azione, e il fem- no e il luogo altro è proprio altro è metaforico pag. 34 Vol. IL A queste risposte si riducono le sinleti- che per variazione di verbo, per ablativo assoluto ec. 3. Sopra, sotto, oltre, tra ec. chi 0 che È veloce? A queste domande conviene rispondere con una delle preposizioni di sito, seguite da’ nomi dì tempo 0 di luo- go in senso proprio .0 meta‘orico, e dire per esempio: E oltre ogni credere, è sopra modo, è tra gli altri cavalli veloce ec. | Determinato ancora il verbo a questa guisa passe- rete all’ Aggiuntivo Z'eloce nel seguente modo. 3. VELOCE. | 1. QUANTO, QUALMENTE, COME, è Veloce? A queste domande corrispondono le risposte per comparazioni quantitative e qualitative d’ idenlità, per esempio : é ranto veloce quanto un tigre, e talmente veloce qual- mente è veloce un daino leggiero : è così veloce cao- me è veloce un levriero ec. 2. È più o meno veloce di chi 0 che? A queste domande corrispondono in forma analitica le risposte per comparazioni di diversità (Sint. pag. 39) per esem- pio: £ più veloce del vento, e meno veloce che il daino. E, siccome il superlativo è una comparazione di diversità tra più di due soggetti, come osservammo ia Sintas. pag. 40, si può ui in forma sinlelica, dando a veloce le desinenze IssiMo velocissimo , che in valore corrisponde alla forma analitica, 1 più ve- loce , la quale formula è seguita dal suo compimento cor la preposizione Di, che dipende dalla parola nu- mero soltinteso. Vedi Sintassi figurata pag. 67 Vol. Il. Voi non guarderete in questo momento di pura in- venzione alla opporlunità di questa o quella risposta, ma raccogliele, per quanto vi è dato, ampia materia, 1414 della quale farete poi la scelta nel secondo momento, che dovrete ridurla a periodo, come vedremo nella Se- conda Parte —Fatte queste dichiarazioni, ecco due Qua- dri Sinottici delle Dan categoriche e delle f- sposte. crsiio fee arene 142 QUADRO L. PROPOSIZIONE SOSTANZIALE TEMA CAVALLO È VELOCE – H. P. Grice’s Tema: DOG IS HIRSUTE. Domande Risposte Quale Bianco, nero, ba- { cavallino Quanto e Quanti Di chi Con chi econche \Cavallo? Senza chi o che Quale è quel Domande Quando Dove Come s V, In qual caso E: Sopra, sotto, oltre che, o chi Domande Quanto è n malata loce? Più 0 meno di chi è Vetoce jo, grasso, snello. cavallaccio Grande,piccolo,alto {cavalletto basso, lungo: uno.(cavullone Di Antonio, o mio, tuo, îin- gl se, arabo. Con sella, con briglie, col cavahere ec. Senza freno, senza imbasto, senza cavaliere. Il quale fu comprato, 0 al, questo, colesto, quello, 0 essen- do nutrito ec. ec, Risposte In questo tempo, ora, ades- 80, già ec. In Napoli, quì, là, tvi In maniera singolare, uni- camente Se non ha imbasto, purché sia spronato ec. Sopra ogni credere, oltre- modo ec. Risposte Quanto il vento, come il ven to, talmente ec. Più che il vento, meno del daino, Velocissimo, il più veloce di lutti, 145 QUADRO II. PROPOSIZIONE CAUSALE TEMA CAVALLO FA CORSO Le domande rispetto al Nome ed al Verbo sono le stesse che nel Quadro precedente , come pure le ri- sposte saranno le stesse — in quanto al solo Verbale sono differenti. Domande Risposte Da Dove fa Da Roma Per Dove fa Per Firenze A qual termine fa » 4 A Napoli Da quando fa Corso ? | Da un ora Per quando fa Per due ore Fin quando fa A mezzodi sid APPENDICE DUE COROLLARII DALL’ ESPOSTE TEORICHE G 18. Primo Corollario — Vantaggio, che st può trarre ‘ dalle Domande categoriche nella disamina de’ pe- riodi altrut già formati. Ogni periodo falto è un prodotto del compositore, ehe ha proceduto alla slessa guisa, che noi abbiamo osservato nel presente trattato doversi seguire da chi si accinge a formarlo. Ecco perchè con le stesse domande, con le quali si cercano le risposte, come determinazioni di un tema di primo comporre, possiamo procedere a rilrovare in un periodo fatto le \eretne di una principal ROFSInRo Il che torna sommamente utile a chi vuol ridurre l’ordine artificiale delle parole in un periodo all’ ordine naturale. Suppongo che sia il seguente periodo di Cicerone nella Difesa di Aulo Ce- cina: Con eleganza e fucondia Crasso uomo il più eloquente, poco prima che not nel foro venimmo, nel giudizio centumrirale questa opinione difese. Voi fisserete il tema, che è una proposizione gram- maticale principale, cioè Crasso fece difcia. Ciò fatto domanderete 1. Quale Crasso? ed avrete per risposta sintetica il easo di apposizione determinato, cioè uomo il più eloquente 2. Con che Crasso fece difesa? ed avrete in risposta : Con eleganza e facondiu. Passe- rete al verbo fece, che è un elemento contenuio nel verbo concreto difese e domanderete: 3. Quando fece la difesa? A cui risponde : poco prima che not ve- nimmo tn Senato. 4. Dove fece difesa? e la risposta sarà nel giudizio centumvirale 5. essendo il verbo di- Sese concreto obbjeltivo, si può domandare: Che cosa e 145 difese? e la risposta-sarà quest'opinione come obbjetto, il quale, quando il verbo concreto si risolve, passa a termine di rapporto, cioè fece difesa di quest opi- none (Vedi Sint. pag. 42). Leggano i precettori quel che ho scritto nel Nuovo Corso Vol. III. pag. 369 e seg. intorno a ciò che debbono far essi per giovarsi di ‘questa pratica, che io credo utilissima .a’ giovanetti nella disamina de’ costrutti. 619, Secondo Corollario — Intorno al mode di formare molti temi sopra un fatto da servire ad un primo tentativo empirico di un breve componimento. ._ Ho detto nell’Introduzione a questa prima parte $ 1.° pag. 117 che le scuole empiriche hanno introdotta la pratica di esercitare i giovanetti a comporre appenà che avessero studiata la grammatica senza alcun prin- cipio o alcuna regola estetica. Io mentre riprovo alta- mente questa pratica cieca, che induce difetti nelle fa- coltà psicologiche messe alla tortura senza alcuno ajulo di metodo; per renderla meno viziosa vorrei che i pre- cettori si giovassero delle presenti teorie. Imperocchè, ingenerata ne’ giovanetti l'attitudine di formare un pe- riodo sopra un tema dato, non riescirà loro difficile a formare dieci periodi sopra dieci temi. Se dunque 1 precettori avranno la pazienza di dirigere i giova- netti nella pratica di formarsi molti temi sopra lo stesso fallo , un componimentuccto non riescirà malagevole nel genere storico, ossia narrativo o descrittivo. Io, par- lando empiricamente, soggiungo che a formarsi più remi sopra un fatto, non bisogna far altro, che osservare at- tentamente le parti di quel fatto che richiamano prin- cipalmente l’attenzione e principalmente interessano il compositore. Suppongo che il Componimento fa vert= 146 sarsi sopra una fempesta , chi non sa che all’ osser- vatore attento questo falto si presenta sotto molti punti principali di veduta? Non è improbabile che i punti fissali principalmente sieno i seguenti: 1. // cielo era oscuro. 2. Le folgori strisciavano. 3. I tuoni scop- piarono. 4. La Crati cadde. 5. I torrenti romo- reggiavano. 6. Î fiumi strariparono. 7. Gli armenti furono trascinati. 8. 1 pastori perirono ec. Ebbene ogni punto di veduta del medesimo fatto, fermato dal- l’attenzione in cosiffatta guisa, è una proposizione prin- cipale, ossia un tema. Determinatelo, proponendovi con ciascuno di essi le domande categoriche , e fate che ad ogni domanda succeda la risposta, la quale è una determinazione del suo determinabile, e voi otterrete un piccolo componimento prodotto con l’ invenzione vo- stra sopra un fatto che voi stesso avete osservato. Rac- comando a’giovanetti ed a’precettori quel che ho detto in principio e ripeto le mille volte che non si tenti di comporre sopra un #e72:4, che allude a fatto incognito, perocchè la /nvenzione nella presente altitudine dei giovanetti, che vengono dalla grammatica, non può ver- sarsi sopra cose di pura finzione. 447 INTORNO AL PERIODO  g 20. Passaggio dalla prima alla Seconda Parte = Idea generale del Periodo : partizione. Nella prima parte del presente Trattato ci siamo oc- curaù della sola /nvenzione per ottenere la materia del Primo Comporre, ossia le risposte come determi- nazioni di un tema proposto per via delle domande ca- tegoriche. Non ci siamo dati alcuna sollecitudine in quanto alla loro scelta, se pure fossero le parole, se propri i costrutti, perchè eravamo nel primo momento, e non nel secondo del primo Comporre, ed è in questo secondo momento che lo spirito del Compositore a vista della materia tutta pronta può rivolgersi alla forma, per fare sì che una proposizione logica o determinata, sia semplice, sia complessiva, diventi periodo. Ond' è chiaro che il periodo è qualche cosa di diverso dalla propo- sizione logica, quantunque in sostanza sieno entrambe la medesima cosa, in quanto che contengono la stessa materta, ossia lo stesso numero e la stessa qualità di parole. Imperocchè il perzodo è generalmente conside- rato, come una produzione fatta secondo certe regole o certi principi da uomini versati nell’ arte del dire, e per questa ragione non si può confondere con una proposizione logica, ancorchè massimamente determina: 4148 ta, quale si può fare da ogui uomo che parla senza al- cuna coltura nella Disciplina dell'Arte. Le cose,in cui convengono la proposizione parce e il periodo, sono le seguenti 1. che l'una e l’altro sono un complesso di parole contenute tra due punti fermi nella scrittu- ra, uno in principio e l’altro in fine: e per questo rispetto il Periodo è la stessa cosa che una proposi- zione logica o discorsiva, in altri termini è di per- linenza a 2. Che tanto l’ una quanto l' al- tro, come complesso di molte parole, sono un elemento di Niscorso per la multiplicità de’ giudizi, che conten- gono. La dilferenea tra la semplice proposizione logica e il periodo è sotto il rispetto della pro/ferenza; per- chè in quella le parole potranno essere disposte in mo- do che il tuono della voce non sia sostenulo in guisa che, chi ascolta, non resta sospeso in attenzione di qual- che altra cosa a dire fino all’ullima parola. Ma il pe- riodo ha per sua essenziale proprietà questa sostenu- tezza di tuono nella profferenza, onde acquista unione indivisibile di parti, come vedremo. Di quì è chiaro, anzi evidente, che 31 periodo deve essere considerato in due Capi distinti sotto due rispetti, cioè 1. sotto il rispetto fonologico o della -prefferenza 2. Solto il rispetto stn- tassico o della proposizione logica. CAPO I. G 21. Del Periodo considerato sotto tl rispetto fonologico | Sue parti = Protasi e Apodosi. Il Periado considerato soito il rispetto fonologico, è un primo elemento di orazione 0 di discorso, nella cui profferenza :tl tuono della ‘voce è sostenuto fino alla -fine tn guisa che chi gseolta sta sempre în sospeso 149 fino all'ultima parola , ma la profferenza è modifi- cata în mantera che l’ascoltante distingua facilmente un PRINCIPIO , U% MEZZO , @ UNa PINE. Noi non vogliamo sapere se il periodo sia lungo o breve, se dimembre, trimembre, o quadrimembre: sia pure un periodo sezolio , sia di un solo membro , è sempre vero che la profferenza deve essere regolata in maniera che l’ascoltante comprenda il principio il mez- zo e la fine del medesimo. Il che si oltiene per la so- stenutezza del tuono e per la modificazione della prof- ferenza. lo non posso tradurre in segni scritti queste modulazioni di tuono e di voce, perchè la scrittura nen ha mezzi sensibili che rappresentino 1 suoni: di- rò semplicemente che , quando la profferenza tende. at mezzo del costrutto ben ordinato, si modifica in sif- fatta guisa che l’ascoltante si avvede esservene altrettanto © da profferire, SelaS a quanto fino a quel punto se ne è pronunziato. La voce in quel punto medio, a così dire, tocca 11 punte culminante della parabola fonica, e, come vi è salila, ora ne discende. Da qui deriva la «ni24 della sentenza: da qui il legame del periodo sciolto o per ine?sî, come vedremo, sia qualunque la pun- teggialura intermedia. Per farla comprendere pralica- mente io produco un esempio. Sia il seguente perzodo di un solo membro: /n gran lode fu tenuto per tutta la Grecia l’ essere citato vincitore ne’ qiuochi olrm- picî. Nel profferirlo il tuono è sostenuto, ma si eleva alquanto la voce sulla fine della parola Grecza , punto intermedio, e si abbassa digradandosi fino ad olimpici. Si farebbe lo stesso in un periodo di più membri. Ed è chiaro che il periodo di qualunque forma, sia an- cora quadimembre, si divide in due parti, la Prima Parte, delta Protasî, comincia dalle prime parole, per esempio, Zn gran lode, e finisce alla parola Grecia, dove avviene l'alzamento di voce: la seconda comincia dalla parola, che segue, all'ultima della protasi e con- 150 tinua fino alla fine, dove è un punto fermo nella scrit- tura. La Protasi e |’ Apodosi, bisognerà conchiudere, sono part del Periodo considerato sotto il rispetto fo- nologico, ossia della Profferenza. Fuori di questa rela- zione il Periodo ha membri e non ha parti, come ve- dremo nel Capo seguente. Ma, mentre si vuol badare a questa dine proffe- renza, per dar grazia al discorso, non si deve dimenti- care che vi sono modulazioni a fare, significative di re- lazioni sintassiche, come dicemmo nel Vol. II. Trat- tato della Punteggiatura. Chi scrive adunque dovrà es- sese diligente a simmetrizzare la Protasi e l’ Apodosi de’ suoi periodi in maniera che non si alteri punto la ragione sinlassica. Avverlo oltracciò che non bisogna confondere la s0- spensione di senso con quella sospensione, che produce la sestenutezza di tuono, perocchè quella nasce dall’or- dinare i determinabili e le determinazioni in modo che nulla se ne intenda, se non quando tutto il periodo è finito, ossia è sotto il rispetto tutto sintassico, di cui parleremo nel Capo seguente, ed è proprio di alcuni periodi che diremo /egatt, mentre questa è comune ad ogni periodo sia /egaso, sia sciolto, sia di un membro, sia di più. Questa distinzione è della massima impor- tanza: è la sola che può conciliare le tante contraddi- zioni de’ Retori, come ho dimostrato nel Ill Vol. del Nuovo Corso, dove tratto del Periodo. . Il Periodo considerato sotto il rispetto Sintassico ha MEMBRI e n0% PARTI — Zn che differisce il memBRO dall’ inciso, | Il Periodo, considerato sotto il rapporto della Sintassi, è una proposizione logica o determinata , come ab- biamo detto fin da principio, e solto questo rapporto non ha partî, ma determinazioni; perocchè nel para- grafo antecedente si è fermato che le Parti del Periodo sono la Protasi e l’Apodosi, di pertinenza fonologica. Intanto nelle scuole è invalso l’ uso di distinguere il periodo in dimembre, trimembre e quadrimembre : in altri termini si è riconosciuta la nomonclatura de' mem- bri nel periodo, i quali, se non sono identici alle part?, resta a vedere che cosa sieno. -E, partendo dal prin- cipio che i membri appartengono al periodo sotto il rispetto s:nfassico e non fonologico, essi non possono essere diversi dalle proposizioni principali o incidenti, di cui si compone l’ intero costrulto, che si dice Pe- riodo. In questo senso si potrebbe dire che il Periodo ha tanti membri, quante sono le proposizioni principali o incidenti, che concorrono a formarlo. Ma è un altro fatto che non tutte le proposizioni incidenti, che pos- sono entrare in un periodo, sieno membri del medesi- mo, perocchè vi sono’ alcurie ancidenti d’ incidenti di altre incidenti, e quindi una graduata subordinazione, delle quali le ultime non possono essere elevate alla stessa dignità delle prime incidenti, che sarebbero mem- bri: Adunque è chiaro che, oltre delle proposizioni in- cidenti che sono membri di periodo , ve ne sono an- cora delle altre, che io chiamo 7nczs?. Sia il seguente esempio: Gli uomini, che si ubbriacano, a breve an- 152 dare diventano stupidi. Come osservate in questo pe- riodo vi sono due proposizioni, una incidente che sz ubbriacano, e l’altra principale, a breve andare di- ventano stupid, ma niuno può dire coscienziosamente che questo periodo sia dimembre, perchè la incidente non ha una dignità di membro, rispelto alla principale, che l’assorbisce. Quell’incidente adunque, anzichè mem- bro, è un 2re?so, che determina womzni, primo termine della proposizione principale. La proposizione principale ha nna dignità sna pro- pria, per la quale è sempre membro di periodo e ne- cessariamenle, perchè è la sostanza del periodo mede- simo. Affinchè un 22cidente abbia la dignità di mem- bro di un periodo è necessario che abbia un impor- tanza quasi prossima a quella della principale, per la quale non è mai determinazione di un altro membro contenuto nella stessa parte del periodo, quantunque dipenda dalla principal e la serva: l'inetso è sempre determinazione secondaria di un membro contenuto nel- la stessa parle. In somma dovendo equilibrare le due partt del periodo , cioè la Protasîi e l' Apodost , il membro dell’ una, quantunque contenga una proposi- zione incidente, acquista una dignità quasi prossima a quella della principale per l’ accordo che deve pas- sare tra le ragioni fonologiche e sintassiche. 6 23. Del Pertodo legato unimembre, bimembre, trimembre, quadrimembre. ‘I Periodo dicesi /egato sotto il rapporto sintassico, uando tutte le parole, che lo compongono , sono dispo- ste in maniere che il senso resti sospeso fino a che non sarà pronunziata l’ultima parola. Sia il seguente periodo di un solo membro: In gran pregio era tenuto l’es- 153 “sere ne’ qiuochi olimpici citato vincitore , nel quale “come si vede il senso è sospeso fino all’ultima parola. Sia quest'altro di due membri: Sebbene gli ubbriachi a breve andare diventino stupidi; pure qualche esi- mio bevitore, che non perdè l’uso della ragione, mi è venuto fatto vedere. o Ne potrete formare de’ più lunghi, e sempre direte che il periodo sia /egato, ogni qualvolta le parole che lo comnongono sono talmente intrecciate che il senso del tutto resta sospeso fino alla fine. I Retori sono an- dati cercando empiricamente le diverse e multiplici ma- niere di /egare i periodi, raccogliendo ‘le particelle che debbono precedere le due parti, cioè la Protast e l’Apodost sotto il rispetto fonologico, come Sebbene e Pure, Quantunque e Benchè nella protasi : non- dimeno, non ostante, tuttavia nell’ apodosi. Ma que- ste osservazioni, anzichè giovare , confondono, come ho stabilito nel Nuovo Corso Vol. HI . Piuttosto mi piace di osservare come praticamente si possano e debbano distinguere i membri de’ periodi, composti dagl’7nezsi o dalle determinazioni, secondo i principi esposti nel paragrafo antecedente. 1. Voi dunque terrete a periodo bimembre quello che presenta una proposizione incidente con dignità e im- portanza presso che eguale a quella della prizezpale: eccone un esempio: Benchè gli ubbriachi « corto an- dare diventino stupidi; pure qualche gran bevitore mantenere l’uso della ragione mi è venuto fatto ve- dere. Sotto il rapporto fonologico la Protasi è divisa dall’ Apodosi per un punto e virgola nella scrittura. (Vedi Punt. Vol. II. pag. 118.) 2, Terrete a trimembre quel periodo, che presenta o due proposizioni principali e una ‘incidente , o due incidenti di eguale dignità e una principale. Eccone un: esempio per ? una e per l’altra supposizione. ‘Benchè gli ubbriachi a breve andare diventino sto 154 pidi, e nel fior degli anni vadano al sepolcro; pure qualche gran beone con sana ragione e vecchio di ‘anni mi è venuto fatto vedere, dove le due prime pro- posizioni incidenti conservano la stessa dignità, perchè dipendono dallo stesso Benché, messo in principio. Sa- a trimembre per doppia preprizioa principale il seguente: Benchè gli ubbriachi a corto andare diven- tino stupidi; pure alcuni di loro vedere, che conser- varono la ragione, e tali altri che bevendo diven- «nero poeti, mi è venuto fatto più di una volta. . La stessa pratica di duplicare cioè la proposizione incidente e la principale, o di triplicare una e lasciare semplice l’altra, produce il periodo quadrimembre. Se- gnerete sempre un punto e virgola dove finiscono i membri della protasi, la quale per serbare le relazioni sintassiche va di accordo colle relazioni logiche. La legatura di questi periodi si ottiene facilmente, se la proposizione principale si riserba per l’ Apodost;, ossia per la seconda Parte della lrofferenza, come dimostra la pratica costante de' buoni oratori e la ragione ne insegna. Imperocchè, dovendo il senso rimanere sospeso fino alla fine, ele sole incidenti proposizioni portando seco sospensione di senso, perchè contengono giudizi non compiuti e non finiti; ognuno vede che la sospen- sione è possibile a sola lia che la proposizione principale, la quale contiene un senso finito e un giu- dizio compiuto ( Sint. pag. 15 Vol. II. ) debba essere allogala nella reconda Parte del Periodo. I più bei pe- riodi legati si formano con le proposizioni incidenti copulative, Modali, Condizionali, Locali, Temporali (vedi Sint. pag. 20 e 21) e le precedute da Benché, Sebbene, Quantunque, Poiché ec. Vedi il Nuovo Corso Vol. III. pag. 412 e segg. Quando il Periodo è di un solo membro, il legame si otterrà facilmente, mettendo in ultimo luogo uno de- gli elementi essenziali della principale proposizione — 455 Sia il seguente esempio : Von sempre ΰ uomo savio e prudente per la sua limitata natura nelle cagioni passate gli avvenimenti occulti prevede. Su questo ne polete formare altri infiniti. Ma mientra io vado esaminando la natura e la for- ma de’/egati periodi, non intendo commendarli come mezzi di colla favella in ogni genere di scrittura, pe- rocchè, se lodati riescono in alcune produzioni, affetta- zioni fredde e ridicole riuscirebbero in altre. Dico di più che le lingue volgari, tra le quali è la nostra, in rarissimi casi sopportano periodi strettamente /egat? , come quelli che abbiamo descritti, ma amano piuttosto un dire sciolto .e facile a intendersi, pregiandosi di dilettare più con l'ordine naturale delle parole e de’ pen- sieri, che con l’arfificiale, che in Sintassi addoman- dammo elegante disordine. Soggiungo per ultima avvertenza che non ci è di- felto tanto riprovevole in un periodo, quanto l'aggrup- pare pensieri sparati per vaghezza di allungarlo , fa- cendo passare il povero lettore da scena a scena di- versa, imperocchè è risaputo l'insegnamento de’ retorì, doversi nel periodo serbare l’unità della sentenza. Onde difeltosissimi sono pure quei periodi, nella cui Apodosi si appiccano lante proposizioni incidenti una appresso all'altra, che sappiamo appartenere a quel sano non dalle relazioni sintassiche alle cose delte innanzi, ma in quanto che sentiamo profferirle, quando credevamo che l’ Apodosi fosse finita. Cade in questo difetto non di raro il Boceaccio, che scarica una grandine di Che uno appresso l’altro, come nuovo principio d' incidenti ne suoi sperticati periodi. 159 624. :°— Del periodo scroLTo o FUSO o per INCISI . To chiamo periodo sciolto 0 fuso 0 per incist quel costrutto, che si conliene tra due punti fermi, uno in principio e l’ altro in fine, ma le sue parii non sono intrecciate in modo che il senso ne rimanga sospeso fino alla fine. Sia il seguente periodo: Natura plasmò questo principe al regno: virtù educollo a pietade: fortuna inalzollo al solio: fortezza coronollo di vit- torte. Come vedete questa brano di discorso è conte- nulo tra due punti ti uno in principio e l’altro in fine, il che accenna che costituisce un tutto a sè, os- sia un periodo; ma le proposizioni, di cui componesi, sono tutte principali, ciascuna sufficiente a sè stessa, senzà alcun legame tra loro, in guisachè il senso è com- piuto con ciascuna. Quindi sollo il rispetto sintassico questo periodo è sciolto o fuso, e malamente è detto per ?ncist, mentre ogni proporzione ha una dignità eguale a quella di tutte le altre, onde n2em26r? dovrebbero piuttosto addomandarsi (vedi pag. 151 e 152.) I Retori non distinsero nel periodo il doppio rispetto cioè fono- logico e sintassico, e non vedendo in questa forma un legame derivante dalla sospensione di senso fino alla fine, non la ritennero per perzodo, ma orazione sciol- ta 0 fusa Vl addomandarono. Ma noi secondo le dichia- razioni esposte innanzi, ripetendo l’ unità di qualzivo- glia periodo dalle ragioni della profferenza , come tale la riconosciamo, perchè periodo è genere, le cui spe- cie sono il legato e lo sczolto. E che sia così è facile a comprenderlo, se per poco si pone menle che, quando profferiamo ciili braci di discorso, il tuono è sostenuto dal principio alla fine, in guisachè l’ascoltante si accorge del principio e del mezzo e della fine del medesimo dalle diverse tinte, che prende 457 la voce per le modulazioni differenti, come può inten- dere chi ha imparato una buona profferenza. Ed anche in siffalti periodi vi è una specie di protast e di apo- dost, perchè chi sa ben profferire, arrivato ad un punto della serie di quelle proposizioni, come per esempio, alla parola solito del periodo testè riferito, il tuono si alza alquanto e si abbassa alle parole seguenti per dare una specie di equilibrio alla profferenza che si avvi- cina al suo lermine, e simmetrizzarla a quella del com- pimento sulla parola vizsorza. Io per ali sciolti non intendo semplicemente quelli che sono simili all’ arrecato in esempio, ma ogni pe- riodo, nel quale manca la sospensione di senso per difetto di legatura sintassica, come quelli ne’ quali la proposizione principale si alloga nella Protasi, e le incidenti nell'Apodost: Così se invece di dire: Benchè gli uomini sieno ragionevoli, molte volte si fanno piuttosto trascinare dall’appetito che regolare dulla ragione, dicessi: Molte volle gli uomini st fanno piut- tosto trascinare dall’appetito che regolare da ragio- ne, benchè steno ragionevoli, io farei un periodo sciolto differente dal primo recato in esempio, perchè in quello tutte le proposizioni hanno un eguale dignità come principali, mentre in questo una è principale e l’altra incidente. Sotto questo rapporto, se il periodo di quella forma si vorrà addomandare per incist a fine di di- stinguerlo dall’allro che ha la seconda forma, non ne disconvengo. Si adotti la nomenclatura, ma non si man- chi di fare opportunamente le necessarie dichiarazioni, affinchè non abbia luogo l'equivoco nelle nozioni fon- damentali. Fine Digitized by Google amprem DELLE MATERIE PREFAZIONE a’ giovani studiosi. . Pag. TRATTATO PRIMO INTORNO A'TRASLATI INTRODUZIONE De’ traslati in genere. G 1. Sulla falsa nozione de’ Traslati. Vera nozione de’ Traslati. Z Zraslati st adoperano sempre per bi- sogno e non per ornato. Il bisogno è dal lato della lingua o de’ parlanti. Distinzio- ne delle idee nominate e innominate. > 6 4. Fondamento psicologico de’ Traslati pos- — sibili e quindi le varie specie de' Traslati. Della Metafora – H. P. Grice: You are the cream in my coffee --, ossia del Traslato di Similitudine . Della Similitudine fondamento della Me- _ tafora. . E . j è i » 6 6. Differenza tra la Metafora, la Compa- razione, e l’Allegorta. ‘ - » G 7. Zi sono Metafore generali, ossia comu- ni a tutte le linque. È . . » G 3. Alcune Metafore sono particolari per la similitudine di obbjetti particolari. » 69. Zi sono metafore particolari per la par- ticolare maniera di concepire la similitudine. . Aiquardi che deve avere lo scrittore nel formare le metafore în quanto a sè stesso. 3 $ 11. Riguardi che deve avere lo scrittore a' suot lettori nel far le Metafore. ) G 12. Intorno al Metodo, che si deve tenere per intendere le metafore nelle scritture an- tiche e in gencrale de’ tempi anteriori a chi legge. Questo Metodo è l'Etimologico e giova a chi scrive pel buon uso della Metafora. » 6 19. Dell’ Antifrasi, come Traslato, che sì riduce alla Metafora. ì ) Della Metonimia come Traslato di Connessione Causale , e dell’ Antonomasia Traslato di Connessione Sostanziale. . i ) $ 14. Idea generale della Connessione tanto Sostanziale quanto Causale Della Metonimia in tutt'i suo? modi. 4 Dell’ Antonomasia Traslato di Connessione So- s'anziale. Zutorno alla natura di questo traslato e parco uso, che dobbiamo la ‘ ) Della Sineddoche Traslato dî Congiunzione. Inftuenza della Metonimia e della Sineddoche nell’ alterazione del stgnificato primitivo dei vocaboli – H. P. Grice: “Senses are not to be multiplied beyond necessity”. Necessità del Metodo Etimologico Zntorno all'inffuenza della Metonimia. » Intorno ‘all'influenza della Sineddo- .. 39 che nell’ alterazione del ih ee pri mittvo de' vocaboli. Corollario intorno alla mantera di far buon uso de'vocabolari, che abbiamo, quane tunque difettosi ve manco di pemcine | fi- lologici . i » TRATTATO SECONDO l DELL' ELOCUZIONE GC 21. Intorno a' difetti di questo Trattato i come s° insegna nelle scuole *. » G 22. Che cosa è dunque l Elocuzione? y era nozione e definizione di questo Trattato. > G 23. Partizione del presente Trattato. >’Intorno alla Purità delle parole Intorno alla necessità di un criterio per giudicare si gas steno PURE € quali no. » 6 25. L'Autorità ‘degli scrittori di pal ue secolo, benchè sta un argomento proba ile . di purîtà, non n'è un criterio assoluto. » 4 ivi 40 ivi 6 26. L'uso è un mezzo empirico di cono- . scere le parole che appartengono ad una lingua, ma mon è criterio della DIAGIo ci stesse parole . Il criterio della purità delle parole è _ la RAGIONE, da tuttî riconosciuta da niu- . « no definita. Che cosa è la RAGIONE filologica, come CRITERIO di purità delle darlo in una linqua? Zntorno alla natura ed essenza della lingua tîtaliana considerata în sè stessa. > 6 50. A determinare la natura della lingua italiana è uopo considerarla nella sua AT- TUAZIONE e nelle sue POTENZE. ; » $ 31. Za lingua ttaliana è dunque progres- siva. Îl PROGRESSO sî compie PURIFICANDO ed InNovanDO. Quindi parole NUOVE e paro- le ANTIQUATE, ; , È ; » 6 31. Come in ogni lingua, ancora nel tta- liana, è uopo distinguere la lingua COLTA dalla POPOLARE, quella COMUNE e questa dî DIALETTO e d’IDIOLETTO (H. P. Grice). (Contraddizione de puristi. Concordia della RAGIONE coll’ uso e con D AUTORITA' in fatto di lingua. . » 6 33. £ uopo distinquere în ogni lingua colta e popolare una lingua mista; cioè la lingua delle arti e de’ mestieri, che comu- nemente st dice lingua TECNICA. —. » 6 34. Per nonerrare ne’ giudizi di purità di parlare 0 scrivere si raccomanda il METO- no ETIMOLOGICO. Quindi 1 filologo critico deve possedere la lingua greca e latina almeno. Metodo da inculcare a' giovanetti in fatto di critica , e scelta de' libri da leg- gere per formarsi l'attitudine a retto qiu- dizio. Libri da proscriversi. . Se si debbono tenere în conto di pa- role pure le ONOMATOPEICHE dî conto pu- ramente italiano. Epilogo del presente Capo da servire per un quadro Sinottico delle materie contenuteri. Intorno alla proprietà de’ Costrutti. Che cosa s'intende per PROPRIETA dî Costrutti? Partizione di questo Capo. >Zniorno alla proprietà de' Costruiti tta- liani sotto îl rapporto delle Sintassi. . ‘3 S 39. St producono degli esempi di proprie- tà de Costrutti sotto il rispetto della Sin- tassi regolare per dare un’ idea generale della PROPRIETA’ e IMPROPRIETA", + > 6 40. St producono alcuni esempi di proprie- tà di costrutti figurati italiani, inteso sem- pre della proprietà sotto il duplice rispetto della RAGIONE e dell'uso. POSE ) 9 41. Vi sono .alcuni costrutti comuni a più lingue, e si possono dire proprietà comunt | rispetto ad altre linque. Ciò, che è comu- ne a tutte, è obbjetto di grammatica uni- versale . . i È ; » 6 42. Improprietà di parlare e scrivere, che deriva dalla sinonimia relativa, ossia dal- l’ ignoranza del Da or di vocaboli. Si 0 raccomanda il Metodo Etimologico. Intorno alla proprietà e improprietà de’ costrutti sotto il rispetto de’ traslati. > ‘6 44. Conchiusione de’ due cupi precedenti. Come si potrebbe accordare la scuola della RAGIONE filologica con la scuola EMPIRICA, che assume a criterio l'uso e l’AUTORITA"? > Intorno all’ Armonia . Intorno all’Armonia semplice . In che consiste l’ ARMONIA ? Vizio op- posto é la disarmonia. Due sono gli ele-. menti dell'Armonta, l'Omogeneità e la Va- rietà de' suoni. Senza questa combinazione Monotonia e Cacofonia. L'Armonia semplice risulta dalla qiusta combinazione delle vocali e delle consonan- ti. St divide în ritmica e metrica . ) Intorno all’Armonta 1MvrAtiva e dell’o- NOMATOPEISMO. Della Varietà. Che cosa è la VARIETÀ” in genere ? Quale in ispecie rispetto ad una colta fa- vella? . i . Differenza dell’ARMmonA e della vaRIE- TA’, come pregi di colta favella, dalla Pv- rITA' delle Purole e dulla PROPRIETA” de Co- strutti. . :Deduzioni dal $ antecedente contro al- cune teoriche de’ puristi, sovversive della Purità e Proprietà. i : i > Come dunque si può variare il discor- so senza offendere la purità e la proprietà delle purole e de’ costrutti? . o + d Della Chiarezza ed Energia di una colta fa-. vella. . : i . A ) La chiarezza è un dovere e non un pregio di colta favella – H. P. Grice, “Clarity is not enough! Desideratum of conversational clarity. Be perspicuous [sic]. . . AREE. Come dalla poca diligenza nella col- locazione delle parole può derivare l'oscu- D à ivi 97 99 101 ivi 165 rità nell’ orazione? Dicasi lo stesso dell'i- nesatta punteggiatura. Come dalla giudiziosa collocazione del- le parole risulta quella qualità del discor- so, che st dice ENERGIA ? i è ) Intorno alla Precisione di una colta favella. > $ 56. /dea generale della Precisione , come pregio di una colta favella. . i >»  ; i î » TRATTATO TERZO DEL PRIMO COMPORRE Come la Grammutica può trattare del 109 Comporre? Che cosa è îl Primo Comporre? Partizione del presente Trattato. DEL PRIMO COMPORRE Dichiarazione della significazione etimologica della parola ”comporre” applicata alla quistione. Intorno al rEMA dî un periodo, e delle ‘condizioni sotto le quali si deve proporre. Intorno all'Invenzione del primo comporre. In che consiste la Invenzione în questa pratica del primo comporre? La Invenzio- ne non è la stessa cosa chela Finzione. >» Delle Domande categoriche . Perchè st chiamano Domande Categoriche? Le risposte sono categoriche e tpo- teoriche . Delle Domande Categoriche rispetto al Nome Delle Domande categoriche per le deter- minazioni de verbi astratti. » Delle Domande categoriche per avere le determinazioni degli Aggiuntivi. Delle Domande categoriche per avere le determinazioni del Verbale. : » Domande categoriche per le determina- zioni de’ verbi concreti Domande categoriche de’ verbi concreti obbjettivi detti transitivi. . i > .Domande categoriche per le determina- é -' zionî de’ verbi concreti intransitivi. » 6 13. Osservazione intorno a certe altre do- mande, che si vorrebbero categoriche. ) Delle Risposte alle Domande Categoriche. > S 14. Ze risposte altre sono analitiche, altre sintetiche , sotto îl rispetto etimologico e sintassico. ; 4 . ° > ivi ivi  ivi  ivi  ivi avi 107  Delle situazioni di chi ascolta in rapporto a chi parla. . i 3 > _Che cosa bisogna intendere per Situa- zione di chi ascolta în rapporto a chi par- la? Diverse situazioni A è > S 16. Non tutte le risposte, che si possono fare con ogni Domanda categorica, si deb- bono adoperare nel comporre, ma dove più, dove meno, secondo le diverse situazioni degli ascoltanti e la natura del tema. > CAPO VI. Baggio di Quadri Stnottici delle Domande e delle Risposte Categoriche. i ) S 17. Metodo pratico del Compositore per for- marsi î quadri Sinottici Due Corollari dall’ esposte teoriche. Corollario — Pantaggio che si può trarre dalle domande categoriche nella disamina de’ periodi altrui già formati. » $ 19. Secondo Corollario intorno al modo di formare molti temi sopra un fatto da ser- | vîre ad un primo tentattvo empirico di un breve componimento . INTORNO AL PERIODO Passaagio dalla prima alla seconda Parte — Idea generale del Periodo , Par- zone Del Periodo considerato sotto îl rap- porto fonologico. Sue parti Protasi ed A- podosi. «LL... a 148 Zl Periodo considerato sotto tl rappor- to sintassico ha Membri e non Parti. In che differisce il Membro dall Inciso? » 151 S 23. Del Periodo legato unimembre, bimem- bre, trimembre e quadrimembre. Del Periodo sciolto o fuso o per incisi. CONSIGLIO GENERALE DI PUBBLICA ISTRUZIONE ftipart. — Car. —  — Oggetto Napoli Vista la domanda del Tipografo Emmanuele Rocco, il qua- le ha chiesto di porre a stampa l’opera intitolata — Grammatica ragionata per la lingua italiana di Lorenzo Zac- caro, per cura di Leonardo Varcasia. Visto il parere del Regio Revisore signor D. Paolo Garzilli. Si permette che la suddetta opera si stampi; però non si pubblichi, senza un secondo permesso, che non si darà se prima lo stesso Regio Revisore non avrà attestato di aver ri- conosciuto -nel confronto esser l'impressione uniforme allori ginaie approvato. Il Presidente Mons. Francesco SaveRIO APUZZO Il Segretario PiETROCOLA Lrmniez memi. ■f All A 1 1! l CORSO COMPIUTO DI ESTETICA APPLICATA ALLE LETTERE CORSO' COMPIUTO DI ESTETICA usila sawaiBa CORSO DI LETTERATURA ELEMENTARE VOL. V. intorno alla scienza della storia , •( - , N.' NAPOLI DALLA TIPOGRAFIA DI NICOLA MENCIA Vico Lungo Monteealvario  V Estetica delle Lettere , come ho divisato nel Preliminare del primo Volume di questo Corso Com- piuto , ha una parte generale , ed un’ altra partico- lare. La prima racchiude quanto hanno di comune tutte le specie de’ letterari componimenti : la seconda quanto ò di proprio a ciascuna. Quella è stata espo- sta nel citato primo Volume: questa forma obbjetto delle nostre ricerche nel presente e ne’ seguenti Volu- mi, che tutti contengono la seconda Parte della no- stra Estetica , la quale può dirsi un’ applicazione della prima alla Storia , aUa Scienza ed all’ Eloquenza, che io come Arti belle considero. Nella prima Parte io non ho potuto addurre tutte le pruove necessarie a convincere che siffatte facoltà sieno Arti , e forse taluni si saranno scandalizzati in leggere quel nostro preliminare^ dove quest’ asser- zioni ho provato con alcuni accenni generali,'- per le sfavorevoli prevenzioni prowenienti da alcuni estetici moderni andati in fama per una celd>rità filosofica. Negli animi non prevenuti forse quelle ragioni sa- rebbero state più che sufficienti e decisive, ma, aven- do a combattere antichi e ntiovt pregiudizi nella più parte de’ miei leggitori , presenterò in questa se- Digitized by Google 6 conda Parte una pruova luminosa di fatto, contenuto ne’ tre volumi , atto a convincere i più schifiltosi di quest’importantissima verità, la quale nell’attrito delle opinioni contrarie discusse e messe ad esame ha tutta l’aria di una novità originale, tanto più ammirevole quanto più contraddetta. Io non ho pretenzioni di sorta pel mio libro, ma, convinto come sono del fatto mio, annunzio quel che sento con franchezza, che niuno può appormi ad orgoglio, molto meno ad au- dacia 0 ad avventato giudizio. Si, un’Arte è la Sto- ria , un’ Arte è la Scienza , un’ Arte è V Eloquenza , ma non nel senso degli antichi, che per arte defini- rono la Rettorica , per arte la Grammatica , per arte la Logica. Non v’ illudano i vocabtdi , poiché la pa- rola Arte appo loro non ha lo stesso vetlore estetico , che le abbiamo noi dato nel prdiminare del primo V olume. Per tm» la Storia, la Scienza e V Eloquenza non sono arti liberali semplicemente, sibbene Arti Belle, ossia Arti produttrici M Bello Letterario da noi di- visato in Bello Storico , Bello Scientifico e Bello 0- ralorio. Gli Estetici moderni non ebbero U coraggio di concedere alla Storia , alla Scienza ed all’ Eloquenza la dignità e 1‘ alto titolo di Arti belle , perchè pa- reva loro che fossero meno libere, in quanto che ser- vir dovessero ad un fine di viilità personale e di una società ristretta. Ma, distinguevi il BeUo in Natu- rale ed Artifìciale , e riconoscendo una Storia una Scienza ed un’Eloquenza prosaica, ed una Storia una Scienza ed unn Eloquenza poetica, avremo conciliale le dissidenti opinioni non solo, ma ci verrà pur fatto di dare un fondamento óbb^ettivo alla partizione di ciascuna specie di componimento. Che se invero lo empinsmo non avesse acciecati gl’ intelletti , queste ■  7 nostr» distiniioni si sarebbero rdevate dotile stesse dot- trine insegnate nella Rettoricù 'e neU' Arte poetica. Imperocché , quando fit riconosciuto che neU’ Epopea , nella Favola e nella Novella si narra e si descrive» s’ intese forse dir altro che la Poesia ha Ut sua Mo- ria come la Prosa, messo che narrando e descri- vendo si esplica Ut Storia prosaica, comunemente ap- pellata Storia sen%’ altro aggiunto ? Quando non. si proibì al drammatico nella Tragedia o nella Comme- dia di discutere e ragionare , o di toccare e com- muovere , non si riconobbe forse la distinzione della Scienza e dell’ Eloquenza in prosaica e poetica ? D diremo che il Poeta, quandi ragiona o commuove ncf- l’ Epopea 0 ììid Dramma, discende aUa prosa e fa un poco il poeta, un paco U filosofo, e un pò Voratore? Chi mai ha pensato tanta stranezza? \ Dalla distinzione del duplice Bdlo, e quindi del- V Arte produttrice in Arte produttrice del Bdlo na- turale e in Arte produttrice dal Beilo artificiale, de- riva la partizione della Disriplina di ciascuna spe- cie di produsmne Letteraria. Quindi ogni Volume di questa seconda Parte dell’Estetica è suddiviso in due Parti. NeUa prima si espongono i principt della Sto- ria, della Scienza, e dell’ Eloquenza prosaica : nella seconda i principi della Storia, della Scienza e del- l’Eloquenza poetica; tnettendo in ogni volume la parte prosaica e poetica di eiaseuna specie , e nri primo la Storica, nei secondo la Scienti ficaie nd terzol’O- ratoria. L’ originalità pertanto del nostro lavoro non è solamente dal lato di questo divisamento obbjettivo e razionale, non veduto nè fatto finora, a quello che io tm sappia , ma ancora dal lato de’ principi costi- tuenti ciascuna disciplina , e sostituiti alle regUe em- Digitized by Google 8 piriche, ossia di semplice cmivenzione, o a* precetti aridi e sterili delle Rèttoriche ed Ani ^ poetiche. Ma' quello, che parrà più originale e più nuovo, è la Di- sciplina delV arte Storica, o la Scienza della Storia, la quale anche in fonila di un complesso di precetti o di regole > non è stata finora introdotta nelle Isti- tuzioni delle scuole. Che se pure mi si vorrà opporre che fin dagli antichi tempi Luciano tra' greci e Aulo Gellio fra' latini di quest'arte trattarono, io rispondo che, ttc voler tutto concedere, le loro Riflessioni, come ia Filosofia della Storia de’ Moderni, non penetrarono nel gabinetto de' Retori per farne oblgetto di loro studio e quindi parte a' loro discepoli. Forse saranno state tenute presenti da coloro, che volsero le loro sol- lecitudini, a scrivere, la storia, ma Istituzione retto- ricale non fuwi che quelle riflessioni , o avverten-^ ze , 0 regole, o precetti intorno alla Storia raccolse per.: informarne i giovanetti studiosi di comporre. ^ Partendo invero' dagl' insegnamenti di Cicerone, erd' invalsa' V opinione che chi sa ben ragionare o scri- vere orazioni senza bisogno di apposita disciplina può riuscire in questo genere di scrittura, che Storia si appella. Il Ruoti, che meglio degli antichi e de' mo- derni conobbe V estensione della Rettorica, non seppe' giovarsi di gùesti lavori, comunque imperfetti^ quan- do nel libro dell' Arte di scrivere iti Prosa, si fece a raccogliere pezzi distaccati di narrazioni e descrizioni senza formulare alcun principio , o re- gola, 0 precetto intorno all'Invenzione, Disposizione, e Scelta de' pensieri secondari di tutta una Storia, senza far motto del Concetto Storico, senza nulla dire della facoltà storica ec. Ammesso adunque che alcuni non retori ma critici avessero in ogni tempo fatte utili riflessioni intorno alla storia, per le scuole 9 i del tutto niuyva la Disciplina dell’ Arte storica. Ma troppo leggiera sarebbe stata la nostra fatica, se si fosse contenuta a semjdicemente raccogliere i perisca- menti altrui in una paziente piii che diligente com- pilazione. Per quello che diremo ne’ seguenti preli- minari , V Arte storica , così detta quelia Disciplina ohe dà le regole di scrivere la Storia , è stata fin da’ suoi primi passi signoreggiata dal piil cieco em- pirismo: ebbe regole di convenzione e non principi: e66e riflessioni sù i difetti degli storici e non ragio- namenti fondati sopra principi inconcussi. Bacon» da Fervlamio intravide che l’ Economia della Sto- ria deve risultare dalla profonda disamina delle fan- coltà dello spirito umano e non daU’ osservazione delle cose esteriori , ma questa sua veduta , comun- que verissima, rimase idea inorganica, un desiderio non mai appagato. I Filosofi, che si vantano di aver creato la Filosofia della Storia, guardarono troppo in alto , e fecero dimenticare il ritrovato originai» del filosofo inglese. L’originalità per conseguenza del presente lavoro consiste nel dare alle scuole un sistema scientifico organato , per V Arte storica , fondato sopra prin- cipi universali , evidenti, certi e incontrasi abUi , atti ad informare una critica uniforme e costante, ed a dirigere con V evidenza de’ principi le faccUà psicologiche emancipate dalla dipendenza dell’Autorità e dalla servile imitazione. È una scienza in somma, che mette in accordo le più vitali quistioni della mo- derna letteratura, e rende possibile il Romanticismo nel senso dichiarato nel primo Folume § S9 pag. 861 e .seguenti, ossia nel senso di sistema, che addrizza le lettere al vero scopo è quindi la storia al vero fine. È una Scienza organata dall’ idea inorganica Digilized by Google 10 di Bacone , e che compie U voto del FonteneUe. Io non sono sdito di fare spampanate in promette- re , almeno mi lusingo che le opere puMdicate mi abbiano meritato di essere creduto per mantenitore di par da. lutto il presente vdume mi servirà di garentia per le nuove promesse: leggete e giudicate. La seconda novità, in parte originede, del nostro presente lavoro riguarda la Disciplina Scientifica , ed Oratoria , imperocché di queste , se non bene, in certo modo trattarono le Rettoriehe delle scude em- piriche , allorché esposero le regole o » precetti per V Invenzione degli Jrgomenti Etici , Apodittici , e Patetici: fecero menzione Ordine degli argomenti in un’ Orazione , né omisero V Elocuzione. Ho detto in certo modo , perché un' Orazione certamente non è un Componimento assoluto , in cui la Scienza e V Eloquenza abbiano V integrità assoluta de’ pensieri secondari , e tutti gli sforzi de’ Retori miravano a produrre un’ orazione , e non mica ad un corpo di Scienza, alla Mozione degli affetti nella Perorazione, e non alla natura dell’ Eloquenza. Or chi sapeva comporre un’ Orazione non per questo acquistarsi poteva l’ attitudine di comporre una Scienza e una produzione assdutamente oratoria, come non si può dire che chi sa scrivere un’ ode, un idillio, una can- tata, per questo solo sappia pure comporre un’ Epo- pea. Oltracciò le ragioni della Scienza e dell’ Elo- quenza andavano confvLse ed indistinte nelle scuole , perocché , considerando l’ Orazione come un compo- nimento assoluto credevasi , che la Dimostrazione di genere scientifico andar dovesse indivisa dalla Pero- razione di genere oratorio. Ondeché non mai un’ idea chiara formaronsi i Retori deU’ Eloquenza , spesso confusa colla Rettorica , servente con la Facondia , Digitized by Googic li no» di rado con la ciarlataneria. Nè mai si stabi- lirono i termini delie due facoltà, confuse per difetto di nozioni esatte relative a due specie differenti in- trecciate tra loro in un componimento misto. Che se avessero ben atteso , anche la Storia avrebbero intra- veduta nella parte, che avea luogo in certe orazioni al pubblico, detta Narrazione, deUa quale i Retori non fecero quel conto , che dovevano. Io ho distinta ogni cosa per la diversa natura, e per questa prima distinzione fondamentale ho do- vuto riconoscere i componimenti assoluti e i com- ponimenti misti , ossia componimenti ne' quaU ri é una sola specie o Storica o Scientifica od Oratoria, ojj- pure componimenti ne' quali s' intrecciano tutte e tre le specie o almeno due. L' Orazione, intorno a cui cadono i precetti delle scuole, e in cui vi é la Nar- razione , la Dimostrazione e la Perorazione, è un in- treccio delle tre specie per necessaria conseguenza. Ragione di Metodo vuole che in prima si esamini ciascuna specie di componimenti assoluti separata- mente per vedere poi la contemperanza della loro commistione nelle specie miste. Secondo me dunque ewi una scienza che dirige V arto di scrxvere la Scienza , ve ne è un' altra per V Eloquenza, come si è veduto che ve ne sia giù una per la Storia. Ecco tre Scienze specifiche , rannodate tra loro col nes- so che lega li diverse facoltà psicologiche dello spi- rilo umano , da cui rampollano : ecco tre Scienze , che unite insieme costituiscono una Reltorica perfet- ta , ossia la Disciplina universale di ogni Arte di comporre letterario. Se questo Disegno sia originale noi dirò più io , voglio che ne giudichi U mio let- tore, che non sia straniero alle istituzioni dille .scuole. Nè in questo tiU sono giovato gran fatto della cosi Digitized by Google 12 detta Filosofìa della Storia, la quale in altri termini jnù propri equivarrebbe a Scienza della Storia; per- chè desso, come vedremo ne’ seguenti preliminari, ha preso di mira V abbietto di una specie di Storia , o , come direbbe il Bacone , le cose esteriori e non U svd)bietto , ossia lo spirito umano. U estensione di questo campo non è stata adunque da chicchessia compassata finora. Ecco in breve il divisamelo della Seconda Parte di questo Corso compiuto di Estetica applicata (Me Lettere. In una tela sì vasta non presumo che qual- che volta non iabagli , perchè (ygni primo tentativo con tutta la migliore intenzione del mondo non può riuscire perfetto dalie mani dell’uomo. Mentre chie- do indulgenza per questi necessari difetti, sottopon- go al giudizio de’ dotti uomini la parte buona del mio lavoro, affinchè incoraggiato da’ loro lumi e dai loro conforti , possa accingermi alacremente ad al- tri lavori di non minore , anzi di maggiore impor- tanza, che ho in animo d’intraprendere. A’ semidotti e sedicenti letterati e critici, che giudicano e senten- ziano prima di leggere o senza intendere, io lascio , piena libertà di ciarlare e di maledire, poiché i loro . giudizi avventati torneranno a loro vergogna, quando, divulgata la nuova dottrina e giudicata non inutile da coloro, che sanno, dovranno ritrattare le loro av- ventataggini, giustamente derise dalla gioventù, che pendeva dalle loro labbra per attingerne i responsi come da oracoli. ALLA SCIENZA DELLA STORIA INIZIO E PROGRESSO DI QUESTA SCIENZA. § 1 - Si allegano delle ragioni di metodo, che danno U primo luogo alla Scienza dell’Arte Storica. Posto che l'Estetica applicata o particolare delle Let- tere risulta da tre Scienze ancora specifiche, cioè della Storia, della Scienza e dell’ Elogttenza , si potrebbe domandare fin da’ primi passi: da quale delle tre si ddi- ba incominciare ? e nel caso che si dèsse la preferenza alla Scienza della Storia si vorrebbe sapere : perchè da questa piuttosto che dalle altre si debba dare prin- cipio ? Nel procedere razionale non può aver luogo Tarbitrio, ma ogni cosa deve avere una qualche ragio- ne, e, trattandosi di ordine o disposizione di parti, la ragione ultima, per la quale alcune precedono, altre seguono, altre vanno in ultimo, è il Metodo, il quale Digitized by Google 14 preliminari ha por lo^e di cominciare dal facile o meno difficile, dal nolo o meno ignoto e procedere gradatamente dal difficile al sempre più difficile, dal meno noto al più ignoto; imperocché riiinana intelligenza è cosi fatta che ogni altro procedere diverso da questo le rende inconse- guibile la conoscenza, e quindi la comprensione del Bel- lo Scientifico. Ora la Scienza dell’Arte storica è più fa- cile rispetto alle altre due, imperocché la Scienza e la Eloquenza sono sublimi esercizi dell'Intelletto e del Sen- timento, che esigono sviluppo d'intelligenza ed età pro- vetta, mentre la Storia consistendo nell'esercizio deH’im- maginazione, facoltà pronta e precoce, è accessibile alla prima età nel primo sviluppo delle facoltà psicologiche. Di che ne fa pruova luminosa la pratica e l’esperien- za: la pratica, che nel primo insilamento saggio e il- luminato comincia co'racconti, con le favole, e con la storia particolare, e non mai con la scienza riserbata agli adulti, che hanno fatto il corso delle umane lette- re: l’esperienza, che ci attesta l’utilità grandissima, che si è ritratta da questa pratica. Ragionando dunque sulla Storia, possiamo da principio essere più facilmente e più chiaramente capiti, anziché ragionando sulla Scienza e suH’Eloquonza. Se diamo adunque il primo luogo alla Scienza dell’ arte Storica , ne alibiamo ben donde. § 2 . Qui s'iruende per Specie Storica nel senso più generale? Chiamansi di specie storica tutti qum componimenti letterari', ne’ quali si narrano e_descrivono fatti radi o possibili, prendendo le parole narrare e descrive- re, come i loro derivati narrazione e descrizione^ nel Digitized by Google alla scienza della stobia IS senso più generale. La narraziont e la descrizione dei fatti reali costituiscono la Storia prosaica, a la Storia propriamente detta: la narrazione e la descrizione de’ fatti possibili, ossia di finzione o fantasia costituisco- no la Storia poetica, com’è dire il ilomana», VEp<h pedi la Noveìla, la Favola ec. Io dunque prescindo dal valore, che Cicerone e Cornificio, Gellio e Verri© Fiacco assegnarono alla parola Storia, la quale sull’at- testato del Gellio grecamente significava cognizione dello cose presenti. Io do alla Storia una definizione] scien- tifica, e, siccome si esplica narrando e descrivendo, io la faccio equivalere a narrare e descrivere, o a nar~ razione e descrizione, e, dovunque sì narra e descrive prosaicamente o poeticamente, io truovo la Storia, la quale è un genere, a cui si subbordinano le due spe- cie, cioè Storia prosaica e Storia poetica. Nella quale opinione convennero alcuni empìrici espressamente , tra’ quali il Castelvetro quando disse : Istoria è nar- razione secondo la verità delle azioni umane memo- revoU avvenute: e poesia è narrazione secondo la ve- risimilitudine di azioni umane possibili ad avvenire.' (In poet. Arisi, p. 1.* principe particula prima). Determinata così la nozione della parola Storia, mi verrà fatto di determinare la distesa del presente volu- me, e la Partizione della Materia in esso contenuta, co- me vedremo nel prosieguo di questi preliminari. Oltrac- ciò, trattando della specie Storica, è mio scopo di espor- re ì principi de’componlmenti storici Assoluti, ossia dì quelli ne’qu^i si narra e ti descrive semplicemente ed assolutamente, e non de’componimenti Misti, ne’quali tutte e tre le specie dì comporre o almeno due s’in- trecciano amichevolmente, come le storie nelle quali s'tntrodncono le parlate in forma oratoria, o le rifles- sioni morali o le discussioni scientifiche, benché il com- Digitized by Google PRELIMINARI 16 ppnimento dicasi Storia per lo predominio dell’ espli- cazione Storica , col narrare e descrivere principal- mente. Dalla omissione di queste distinzioni fondamentali ed obbjettive è derivata .la insufficienza de’ mezzi di risolvere le quistioni importanti intorno alla Storia , come proverò nel proprio luogo, e oltracciò, mentre le contraddizioni erano palpabili, o non furono proposte o furono dissimulate. §3.- Se si dia un'Arte Storica e in che consiste precisamente? Per dare l’intero valore alla proposta quistione, e quindi risolverla adequatamente, è mestieri che io ri- chiami in questo luogo la nozione dell’Arte esposta nel preliminare del primo volume di questo Corso pag. 19. Ivi dicemmo che l’Arte è un abito, ossia un’ attitudim di operare prontamente, facilmente, e rettamente, at- titudine che si acquista con l’esercizio, ossia con la ri- petizione de’medesimi atti. Dicemmo ancora che que- st’attitudine risiede nella facoltà attiva od operatrice dello spirito umano , e non nella facoltà conoscitiva , la quale, se è condizione a costituirla , perchè ignoti nulla cupido, non però la costituisce. Ora che si dia l’arte storica in questo senso definita, ossia di attitu- dine a scrivere produzioni di specie storica, non .vi Cade alcun dubbio, perocché moltissime opere di questa spe^ eie, e pregevolissime, furono scritte da Omero e da Ero^ doto fino a noi. Ma, quando si quistiona se si dia una Arte storica, la parola Arte è presa nel senso meto- nimico di disciplina contenente le regole o i principi, che governano la pratica per formare degli artisti scrit- tori di storia, nel quale senso è intesa da tutti coloro che quistionano, se si dia un Arte Storica? Che sia pos- sibile non vi può cadere alcun dubbio, imperocché le regole o i principi non sono che il risultato della com- parazione sopra i fatti esistenti. Ora messo che esistano tante produzioni di specie storica, prosaiche e poetiche, studiandone i processi e comparandoli, parrebbe che non costasse gran fatto il raccogliere un complesso di regole, come norme da seguire per chiunque si volesse addire a quest’arte di scrivere.Infatti sull’Epopea di Omero formulò Aristotile bnona parte della sua Poetica, come sul greco tragico buona parte della Drammatica. Del pari compa- rando le tante produzioni storiche di tutt’i secoli, un uomo di genio, come il greco filosofo, potrebbe forma- re con complesso di regole o di principi da servire di norma per dirigere i passi di chi volesse divenire uno storico. Io non voglio sapere in questo momento se al- cuna trattazione di siffatta natura sia stata scritta dagli antichi e da’moderni, perchè mi sono proposto di esa- minarne soltanto la possibilità , c veduto che si può, giova rilevare che una tal Arte dovrebbe consistere in una Disciplina sufficiente ad illuminare e dirigere tutfi passi dello scrittore fino a che non pervenga al fine di produrre una Storia compiuta e perfetta. § 4 . Primi tentativi degli antichi intorno alla Dìscìj^ìm dell’Arte Storica. Nel § antecedente abbian)o dimostrato che l ’ Arte Storica nel senso di una Disciplina, ossia di un com- plesso di r^ole o di principi per iscrivere la Storia 2  ' sla possibile. Ma dal possibile all’essere non bert si conchiude. 1 primi tentativi storici e poetici non eb- bero questa disciplina , la quale non si può costituire se non per opera della riflessione sopra i fatti pree- sistenti, che nel caso nostro sarebbero le produzioni letterarie di questa specie , comunque imperfette dap- prima , perchè gli uomini di qualsivoglia grande inge- gno, lasciati a sé soli , per debolezza inciampano. Per gli uomini di genio poi il fatto medesimo è occasione di svegliarle in loro stessi , come formule implicite , le quali restano inosservate e misteriose per moltissimo tempo agl’ingegni mediocri, pei quali è indispensabile la Disciplina , o il complesso delle regole , dedotte da’fatti preesistenti. Però dicemmo altrove che Omero non fù il primo epico fra’ greci , perchè le sue opere tanto perfette non potevano essere un primo prodotto di qualsiasi genio, e che, se egli non ebbe regole scrit- te, perchè prima di Aristotile non fuvvi Poetica, ebbe modelli di produzioni anteriori, dalle quali tras^ il tipo, che perfezionò nelle sue opere. Durante questo periodo l’Arte è un privilegio esclusivo di pochi ingegni eletti, i quali con estensione di vedute, intensità di com- prensione e in minimo tempo arrivano a comprendere senza bisogno di maestri quello, a cui d’ingegni medio- cri ed ordinari per sé soli , o non arrivimo mai,'o, se imperfettamente , al più tardi. Ora la Disciplina oltre di essere un complesso di regole o di principi spe- culativi , è ancora un metodo , il quale è per l’Arte ciò che è la leva nella meccanica. A questo fine uo- mini generosi , intesi al bene ed al meglio dell’ uma- nità, diedero opera a raccogliere in complesso le regole o i principi generali dedotti per l’analisi con lo stu- dio delle produzioni a fine di facilitare il cammino e di rendere' asseguibile a molti quel che era un privilegio di pochi) ed aggiungere a’ pochissimi miracoli della natura una sterminata famiglia di collaboratori nel do- minio dell’ Arte. L’ Arte storica ebbe in Aristotile il più savio e il più grande ingegno per fondatore in quanto alla sola parte poetica, la quale, se non riuscì perfetta, eser- citò nelle scuole un’autorità assoluta tanto nella spe- culazione quanto nella pratica , anche dopo il risorgi- mento delle Lettere , poiché i trattatisti posteriori fe- delmente anzi devotamente si attennero a’ suoi precetti da loro studiati interpretati e rischiarati , e i poeti servirono ciecamente alle formule aristoteliche fino a Torquato tra gli epici», ed all’Alfieri tra i drammatici. La storia prosaica non fu presa in considerazione dallo Stagirita, onde i suoi ammiratori altamente lamentano questa omissione e reputano, non dico, difficile, ma impossìbile ad ogni altro ingegno il felice risultato di un primo tentativo anche oggidì , come vedremo qui appresso. Il primo fra’ greci , che si fece a notare i difetti degli storici , fu Luciano , il quale , perché antico e di acerrimo giudizio , viene dagli eruditi ci- tato , come il primo fondatore di questa disciplina. Ma a dir vero quel piacevole ingegno non sL pro- pose di divisare metodicamente i precetti dell’ ar- te , ma di scherzare al suo solito sopra gli spropo- siti degli scrittori. Aulo Gellio fra’ latini scrisse qual- che cosa di più positivo intorno a quest’argomento , ma, seguendo le opinioni de’ grammatici e de’ sofisti, non si può dire che abbia fatto un trattato di qualche im- portanza. Poche parole gittate a caso nel secondo Li- bro dell Oratore fecero dire che Cicerone avesse dato in germe la Disciplina di quest’.Arfe. II Vossio fù di pa- rere che di quest’ Arte 'trattasse il Sisenna del dottis- simo Varrone, libro disperso, e di cui fa menzione Aulo Gelilo. Dionigi di Alicarnasso ci lasciò un giudizio so- pra Tucidide, il quale però, anziché un trattalo sulla storia , va meglio consideralo come un complesso di riflessioni sopra quello storico. Tutti questi tentativi raccolti insieme non presen- tano un risultato sufficiente, onde a taluni cadde so- spetto che la Disciplina dell' Arte storica fosse inat- tuabile, alla quale opinione pare che inclinava lo Za- rabella, come riferisce ilVossio nel suo Libro de Historica. Opinione falsissima e insussistente, perchè, se esistono le produzioni di genere storico, non è im- possibile un complesso di regole o di principi dedotti da quelle (§ antec.). E, se per qualche tempo non si è costituita , bisognerà conchiuderne tutto al più che siane mancata Taltuazione non mica la possibilità, ap- punto come fu prima, Omero e Sofocle e poi 1’ Arte Poetica di Aristotile. Clie un tal lavoro non sia sop- portevole ad omeri deboli , non ne disconvengo anch’io, perchè a scrivere una siffatta disciplina si richiede un accurata disamina, se non di tutte, delle migliori pro- duzioni almeno di questa specie, per la quale disami- na si possano raccogliere in sintesi gli elementi comuni per formularne redole o principi. Vuoisi oltracciò uno spirito esercitato nelle hlosofichc discipline per iscan- dagliare a fondo le facoltà psicologiche, ed una eser- citazione non superficiale nelle teoriche del Bello. Con- dizioni che nella più parte mancavano agli antichi non per difetto d’ ingegno , ma di educazione scientifica e metodica. Infatti la filosofia ne’ tempi antichi non si era tanto avvicinata alle altre facoltà e specialmente alla Letteratura come Arte : l’ Estetica come Scienza non si è attuala che da meno di un secolo a questa parte. La Disciplina storica adunque rimase un desi- derio non mai attuato fino al secolo XVI. in circa, e Digilizod by Google Alla scienza della storia 21 siccome non ebbe accèsso nella scuola fu riguardata come uno studio di ^chi ingegni , che addire si vo- lessero a questa specie di scrittura. A questa causa io attribuisco il suo niuno o lentissimo progresso; peroc- ché nella supposizione che la Reltorica V avesse rico- nosciuta come una parte del suo dominio , quantun- que signoreggiata da’ pedanti empirici , col decorrere de secoli scoprendo gli errori avrebbe guadagnato sem- pre qualche cosa , come abbiamo' osservato essere av- venuto in filologia. § 5 . Progresso di questa Disciplina ne* tempi moderni Filosofia della Storia. In Italia , prima sempre in ogni grande e nobile impresa, possiamo dire che ebbe principio e progresso la Disciplina dell’Arte storica dopo il Risorgimento della Letteratura. Il Vossio nel citato libro dell’ Arte stoHca onorevolmente cita i nomi degl’ illustri italiani Gìoviano Fontano, Ermolao Barbaro, Francesco Robortello, Giovan- ni Viperano , Uberto Foglietta , Francesco Patricio ec. come benemeriti collaboratori di questa Disciplina, Non è mio scopo di entrare in disamina intorno al merito de citati scrittori, ina ritengo in generale che, se per ragione de’ tempi, ne’ quali scrissero, non colsero net- tamente la vera nozione della Storia per formarne una Disciplina , furono d’ incitamento ne’ secoli poste- riori più illuminati alla coltura di questi studi. Fra gli stranieri nel secolo XVI si distinse Giovanni Budi- no nel suo Libro intitolato Methodus Historica, il quale, benché non abbia speso che poche pagine intorno al- 1 arte storica , allargandosi ne’giudizi intorno agli storici anziché intorno all’ architettura della Storia, pure dalle sue riflessioni molti utilissimi insegnamenti si potevano trarre a quei tempi pel progresso di questa Scienza. 11 primo , che con acume filosofico segnò la vera via alla Disciplina dell’ Arte storica fu Bacone da Verulamio , il quale nel secondo Libro della Di- gnità e degli Accrescimenti delle Scienze ripete il fon- damento di questa Scienza dalla natura della facoltà dello spirito umano , e non dalle cose esteriori. Pd quale divisamente a giudizio della stessa Leibnitzio il Bacone dev’ essere tenuto come il primo filosofo che abbia scritto intorno all’ Jrte storica , perocché dal- r idea baconiana , come vedremo in appresso, poteva unicamente risultare questa Scienza. Ma le vedute del filosofo inglese rimasero come idee inorganiche, o, per meglio dire, come desideri, che si citano con ammi- razione non senza prodigalità di lodi all’autore. Ge- rardo Vossio Olandese nel suo Libro dell’ Jrte storica ci presenta ricchezza di erudizione , ma povertà di ragionamento : Agostino Mascardi raccolse un trattato compiuto intorno a quest’arte non senza utilità molte vedute sagge profonde, ma, non essendo salito troppo alto, riesce in riflessioni ed osservazioni più che in una disciplina ragionata. Aggiungete a questi lavori le Reflexions sur V Jlist aire del P. Rapino che 1 Ab. Lenglet propone insieme con Luciano a coloro che vo- gliono attendere agli studi Storici. 11 Fontenelle ed Alembert hanno dato più sodi divisameiiti , e qualche lume di questo genere incontrasi nelle opere filosofi- che dell’ Ab. Genovesi. Il Cavai. Napione nel Saggio svdl'Jrte Storica , giovandosi della dottrina di tutt’ i citati autori ha creduto di scrivere anch’egli un Trattato intorno a quest’ arte , ma salvo la pazienza di un’ e- salta compilazione niente di nuovo vi si ravvisa , come vedremo. Se volessi citar tutti gli scrittori , che intorno a quesf Arte scrissero dopo del 500 , riemr pirei molte pagine di sole citazioni , ma in tutte le loro opere non trovate che le medesime cose presso alcuni copiate, presso altri più dichiarate, dove quair che nuova idea gittata a caso , dove semplici rifles- sioni, dove giudizi, dove desideri, Imperocché tutti, al- r infuori di Bacone, fondano la disciplina storica sulla storia considerata dalle ragioni delle cose non mica dalla natura dello spirito umano e delie sue facoltà ; quindi cercate invano in siffatti lavori un'Istituzione o un metodo vero ed esatto di scrivere la storia, ma lutto il loro pregio consiste in un accurata disamina de’ doveri d^li storici intorno ;alla veridicità , a’ do- cumenti Non vi faccia meraviglia ,< o Lettore, se in que- sta breve rivista non vi siete incontrato ne’ nomi flr lustri del Bossuet , del Vico, dell’ Herder ec. , impe- perocchè costoro vengono considerati come i fonda- tori àelìsi Filosofia della Storia, Ad* alcuno. parrà dap»- prima che . Filosofia deHa Storia imporli Scienza o Ra- gionamento intorno all’ Arte di scrivere la Storia , e cosi dovrebbe essere standoci al. valore de’ .vocaboli , presa la parola Filosofia nel senso da noi dichiarato neK Preliminare al primo Volume § 15 pag. 92. In questo senso parrebbe che i citati filosofi abbiano inr teso sostituire alle regole degli empirici i principi di un. sistema ragionato, come abbiamo noi praticato nel corso filologico sostituito alle regole della grammatica empirica. Ma, se bene si riflette alla cosa, non la tror veremo punto cosi ; imperocché la Filosofia della -Sto- ria non si versa nelle indagini sulle facoltà dello spi- rito umano per dedurne i principi informatori dell’arte-, come voleva Bacone , ma si. propone un- punto di vi- 24 preliminari sta generale per la possibilità di una storia universalfe sotto il rapporto dell’ integrità e della verità de’ pen- sieri secondari. In altri termini la Filosofia della St(^ ria è un ragionamento sulla umanità , come obbiettò della Storia , e non mica intorno all’ arte di scrivere la Storia. « Meditando i passi dell’ umanità ( dice il » Cantù ) r intelletto nostro crede scorgere in essa » pure r unità e 1’ accordo , e pensa poter dedurre )) la spiegazione de’ fatti dall’ idea che rappresenta , » trovare la Sfinge immota fra l’ estuanti arene del » deserto. Congiungendo quindi al passato i fatti pre- » senti come effetti alle cause, come fine a mezzi tra- » sporta nell’ordine esterno le leggi che regolano il » Mondo Morale. Nasce in tal modo la Filosofìa della )) Storia: scienza ignota agli antichi , perché troppo » poche rovine aveano dinnanzi ». Ogni scrittore è informato da certi principi , ì quali comunque estrin- seci influiscono sulla materia, che occultamente infor- mano. U Filosofia della Storia si versa intorno a que- sti principi estrinseci, e secondo la diversità de prin- cipi informanti risultano flsonomie diverse alle diverse storie. Cosi i principi del paganesimo informavano di egoismo la storia antica , egoismo che dipinge con Erodoto , medita con Tucidide , racconta con Cesare, compila con Diodoro. 1 principi del cristianesimo in- formano la storia di quella carità , che lega tutti g uomini in una sola famiglia governata dal padre n^ stro che è ne’ cieli. Quindi è chiaro che la filosofia della storia è estrinseca alla disciplina dell’ Arte sto- rica , come i principi, intorno a cui si versa , sonq estrinseci alla Storia. Tre celebri sistemi sono sorti nella Filosofia della Storia, del Bossuet, del Vico, del- l’Herder, considerando tulli gli altri posteriori come ap- partenenti ad uno de’ tre più sviluppalo , più dicbiarato o in qualche guisa modificato; senza tener conto delle stranezze del Condorcet , del Voltaire ec. La Scienza dell’ Arte Storica , che intendiamo stabilire, non ha che fare con la Filosofia della Storia , quan- tunque si connettano tra loro come due Metodi, uno intorno al subbietto produttore della Storia e F altro intorno all' obbietto o alle cose« materia della Storia. Ed a me pare che la Filosofia delia Storia stia alla Scienza dell’ Arte storica nella stessa ragione , in cui YOntologismo sta alla Filosofia, come Scienza dello spi- rito uinano. Nel § 9 dichiareremo più estesamente questo nozioni nella disamina del Saggio della scien- za delle cose e delle storie umane di Cataldo dan- nai, CAPO II. Intorno all’ Empirismo dell’ Arte Storica. § 6 . Che si debba intendere per Empirismo nella Disciplina dell’ Arte Storica ? Confutazione Per Empirismo nella Disciplina dell’ Arte Storica intendo quel Metodo, che stabilisce le regole e i pre- cetti di scrivere la Storia sulla nuda e semplice os- servazione do’fatti, ossia delle produzioni storiche, giu- sto come vedemmo aver fatto i grammatici , che , at- tenendosi alla scorza delle parole ed a’ costruiti dei buoni scrittori, stabilirono le regole granunaticali senza mai domandarsi quale ne fosse la ragione intima ed ultima , onde si dovesse cosi fare e non altramente. Questo metodo in altri termini si riduce al principio della sula aulorilà , onde prescrive che noi dobbiamo componendo procedere in un dato modo , perchè al- tri prima di noi hanno cosi proceduto, a’ quali dobbia- mo noi credere, come ad uomini indifellibili, che non s ingannarono nè poterono ingannai'si. In conipruova di questa fede si ^egò l'approvazione di tanti secoli, il consenso di tutte le nazioni culte , che si ebbero in tanta venerazione gli antichi storici a noi pervenuti. Ecco il metodo, con cui a me pare che abbiano pro- ceduto tutti gli autori dell’ Arte storica , citai nel § precedente , eccetto il Bacone. Infatti Luciano citato come il pih autorevole da taluni , non fa che met- tere in ridicolo i difetti senza nulla stabilire di positi- vo, e quei che vennero dappoi chi propose Tucidide per modello, chi Livio, chi Sallustio, chi Tacito ec. e i loro precetti non furono che un risultato delle osservazioni su i modelh prescelti, e conformemente a questi pre- cetti gli storici posteriori furono più riputati, allorché si attennero all’ imitazione della Storia classica. Non sarà malagevole a comprendere quanto sia erroneo sif- fatto metodo , se per poco si vorrà riflettere che le prime produzioni letterarie di qualsiasi specie , scritte senza disciplina iu Arte , riescir debbono , comunque opere di genio, sempre imperfette, perchè non è con- ceduto al primo individuo veder bene e veder tutto. Seguendo l’autorità di questo primo genio, co’ pochi pregi se ne copiano i molti difetti, i quali perpetuan- dosi in arte non si potrebbero mai più correggere , quando la disciplina elevasse a principi o regole gli stessi difetti. Tanto avvenne in Filologia, come più volte mi è venuto fatto di notare nel Nuovo Corso Part. Prim., e specialmente quando mi feci a dimo- strare che i grammatici per non torcere un pelo ai loro infallibili crearono certe figure mostruose , con le quali si dichiarano eleganze finite i più madornali spro- positi, e modi squisiti di parlare le più viete sgramma- ticature raccomandate col modesto . titolo (T idiotismi ^ ossia modi semplici da idioti: Se dunque a me venisse fatto di provare che gli antichi storici , detti classici, sbagliarono , mi si dovrebbe concedere per necessaria conseguenza che le regole e i precetti fondati su i loro difetti sieno erronei. Or bene udite le parole di un uomo (Cantù), che merita piena fede, perchè al- lega ragioni dedotte da’ fatti v « Siccome i poemi di » Omero determinarono la forma dell’ epopee succes- » si ve , cosi r applauso dato in Elea al padre della )) Storia trasse ad imitare' quel primo nella concezio- )) ne, nella forma, e nello stile. Da Tucidide ad Am- )) miano Marcellino ritroviamo annali, vite, commen- » tari di merito diverso,' ma tutti sconnessi 'nel pen- )) siero , non diretto a mostrare al vero una gente )) un tempo., un eroe , i disastri e le conquiste del )) genere umano. Quindi Aristotile poneva la storia un » grado sotto alla poesia , come quella a cui bastava » un fatto vero e falso dove far pompa di rettorica » e di. stile. Erodoto .professa di scrivere » acciocché » delle grandi e maravigliose gesta non vada la me* )) moria perduta « Tucidide , perchè crede la guerra » peloponnesiaca » più degna di ricordanza che tutté » le precedenti « Livio abbandona le particolarità che » dispera trattare splendidamente, e là si’ arresta, ove }} si faccia luogo opportuno ad una descrizione , ad » una parlata. Giustino loda Trogo Pompeo , perchè » fece commodità ai Latini di leggere in loro favella )) le imprese de’ Greci, Ben troverete sparse in Polibio )) giudiziose osservazioni imitando le quali Sallustio » ingegnossi di risalire dagli effetti alle cause: ben Ci- » cerone' chiamò la Storia maestra della vita , e Catone, Varrone , Dionigi di Alicarnasso diedero opera )) a raccogliere le origini , e decifrare le antichità ; » ma non per questo si tolsero fuori del solco , non s deposero T egoismo delle società di allora, non este- » sero la veduta oltre i fatti parziali , nè sottoposero » le forme al concetto. Non dirò di Svetonio, cerca- » tore di aneddotti , ma Plutarco stesso che eclctico )) di stile , di erudizione , di morale, nella bontà sua » ìndica il frutto di una decrepita società : vi rivela )) forse in intero Solone, Arato , Pompeo ? Tacito , a » cui r atrabile valeva di genio per internarsi nelle » azioni e nelle cause loro, mostrava al vero le per- )) Bone, i fatti, ma indarno gli chiederesti le leggi, i » costumi , la religione, le arti , ciò che costituisce )) il carattere di un popolo : dalle nozioni sue , giu- » ste ma sgranate e monche , non comprenderete lo )) spirito del governo imperiale : Roma sola gli stà )) sugli occhi, deir Asia ignorando i costumi e fino la )) Geografia; rimpiange la repubblica senza accorgersi )> com* è perita sotto i propri colpi : vede apparire )) una setta di uomini che confonde cogli astrologi e » co’ maghi ; narra le persecuzioni fatte a loro senza )} domandarsi se giuste, senza sentire che la Religione )) di Numa perisce e che pel mondo è matura la ri- » generazione. L’ arte era perpetuo idolo di quegli an- » fichi, arringhe tanfo belle quanto poco naturali do- » veano svariare il racconto V‘G scusare allo storico » r ammutolita ringhierai Quindi il pittoresco della » storia, i tratti .veri de’ costumi, le più precise e in- » teressantì ciroóstanzei erano abbandonate all’ erudi- » zione : Livio nè tampoco accenna i trattati mercan- » 'tili'di Roma con Cartagine: Tacitò non avrebbe mai » innestato ne’sùoi annali i costumi de’ Germani. Cosi », lo Storico,, preparando un allettamento 7 anziché se- ALLA SCtEKZA DEIXA STORIA 29 )) vere lezioni, non avverte al perfezionarsi della spo- » eie per via de’patimenti dell’individuo: nel sentimen- » io di patria soffoga la benevolenza universale, e be- » stemma nel barbaro ciò che a nlaudisce nel Greco » e nel Romano. 11 Lettore poi óltre a contentarsi di » reitoriebe vanità ed ornamenti artificiali si abitua a » considerare più lo splendido che il vero, separare » le idee del bello e del buono, preferire la forza di- » sordinata, che trabocca, alla eguale, che persiste, svi- » luppandosi cosi quella simpatia per gli eventi fortu- » nati, che è periodoso principio della natura uma- » na Su questi modelli furono compilate le r^ole e secondo queste regole scrissero la storia dappoi il Macchiavello, il Comines e’I Guicciardini « che più ser- » vile degli antieW, prolisso nelle parlate, inanimato » nelle descrizioni, d’immorale indifferenza ne’giudizi, » sta sommo fra coloro, per cui la storia è un eser- » cizio di eloquenza, ed uno studio di dar risalto ad » un personaggio, ad un avvenimento coll’ addensare le » ombre sugli innominati mortali. Questo severo giudi- » zio ci è ispirato dalla convinzione che siffatto gene- » re più non adempia al bisogno dell’età nostra, el’lta- » lia stessa, l’unica ancora che offra esempi splendidi » per verità, invoca altre forme che sotto al bello non » affoghino il vero, e che cooperino aH’incremento de- » gTingegni, della civiltà, dell’economia. ,j, Il pregiudizio di autorità invase tutte le branche delle umane Discipline , e la stessa Filosofia dopo il risorgimento, sottraendosi dall’autorità di Aristotile, si sot- topose a quella di 'Gurtesio: si disautorò un nome an- tico per ina^re un nome nuovo e recente, si è cam- biato padrone ma non servitù. Ma 1’ umanità non si lascia imporre dalla celebrità de’ nomi e dalle preten- zioni magistrali de’ pedanti , e , sebbene lentamente , PREUMINAIU 30 arriva, quando che sia, ad annoiarsi di*U‘errore orpel- lato , oodechè oggidì senza precetti di scuola gli sto- rici scrivono diversamente dagli antichi. 11 che pruova che r empirisHK) è un metodo assordo, poiché, se le sue regole cambiano , variabile è il fondamento da cui derivano. E la sua irragionevolezza rileva viemaggiormente , se a voglia per mente che a raccogliere oggidì le re- gole sarebbe uopo comparare tra loro tutte le produ- zioni storiche tanto antiche quanto moderne. Or que- sta comparazione riesce difficile, per non dirla impos- sibile, imperocché non tutti gli storici in tutte cose convengono, ma chi per una cosa differisce dall’altro e chi per un’alti'a, e ciascuno per la sua viene lodato e raccomandato. Se di questi particolari pregi vorranno formarsi delle regole ecc. ecco una contraddizione ed un impossibile, perchè il pregio dell’uno è in opposizione a quello dell’altro. Ma, oltracciò chi ha memoria tanto tenace e vita si lunga, che possa leggere, non dico tutte le produzioni storiche, ma la più parte delle più celebri per compararle e trarne fuori le regole? Ma via, am- mettiamo pure che ciò sia possibile , vorremo sapere quale sarà il criterio per la scelta? Come sapremo che questo sia un pregio e queU’altro un difetto? Ricorre- re al gusto è un rimedio inopportuno, perocché que- sto vocabolo non ha più valore in una fìlosofia ragio- nata, e, se né ha qualcuno, oggidì equivale a uii crite- rio razionale, per la cui virtù, leggendo le produzioni artistiche, giudichiamo senza errore quale buono e quale cattivo. Un tal criterio riposa nel senso comune, ma in modo implicito e confuso. Spetta alla scienza passarlo a lume di riflessione, svolgerlo, esplicarlo, e così ren- derlo chiaro e distinto.’ Di qui ne risulta un sistema scientifico col quale sappiamo a jartort , quali debbono essere le produzioni di una data specie. Le r^ole- o i precetti, dedotti a guisa di formule dalle produzioni altrui con la nuda e semplice osserva- zione, impongono e non illuminano: quindi cieca e ser- vile imitazione , la quale in altri termini ci riduce a mettere il piede sulle vestigia altrui senza mai dipar-* f ircene per timore d'inciampare per ignoranza della via,^ nella quale camminiano sulla fede al comando altrui.- i. Epperò niuna originalità ninno 'libero slancio di ingegno , ma copie grette e meschine, statue di gessc formate sopra di un modulo , nè perfette, nè accon-’ ce. Ecco in breve la storia delle produzioni del siste- ma empirico, per lo quale, come Omero per TEpopea,' cosi Livio per la Storia ha regnato fino agli ultimi tempi. CAPO III. Razionalismo di questa Disciplina. § 7. In che senso si può intendeve il Razionalismo nella Disciplina dell’ Arte Storica ? La Disciplina delFArfe Storica sarebbe razionale nel caso che invece di regole empiriche avesse princi- pi generalissimi, connessi tra loro ed annodati ad un solo principio, in ^isacchè del tutto risultasse una Scien- M, ossia una serie di ragionamenti invece di analista di formule numerate. In questa supposizione il giova- ne artista, che si accingesse a scrivere la Storia, in- formato dalla Scienza sarebbe libero e indipendente' dall’ autorità d^li storici precedenti , e dall’ evidenza de’ principi sarebbe a priori convinto di procedere ret- tamente. Se leggesse gli altri storici, avrebbe un cri- terio retto , certo e costante , per lo quale giudiche- rebbe tutti imparzialmente, secondo che il fatto ope- ralo concordasse col regolo, nè s’ingannerebbe ne’ suoi giudizi*. Anzi tutt’ i critici in una sola sentenza con- verrebbero , perché la Scienza dal lato dell’ obbietto bene intuito è assoluta , è una , è invariabile; men- tre la disciplina empirica sulla stessa produzione alle- ga tanti diversi ed opposti pareri, quanti sono i giudi- canti , qmt capita tot sententiae. Se questa Scienza si potesse attuare , ognuno griderebbe : ecco il lapis phUosophorum >sma hic,‘/mwctttó , '/ite labor i Or quale sarebbe il fondamento dì questa. Scienza? Quale la vìa da battere per conseguirla ? ^co delle quistioni im- portantissime da risolvere ne' seguenti paragrafi, § 8 . Bacone da VervXamio intravide il fondamento della Disciplina razionale storica. Quest’ ingegno straordinario , sotto il regno di E- lisabetta in Inghilterra, affidatosi ad un eccellente me- todo ne’ cinque Libri della Dignità e d^li Accresci- menti delle Scienze, intravide con mirabile profondità, direi tutti, i Metodi di ogni Scienza, Nel Libro li. capo I. stabili che 1’ umano sapere può subire un’ esatta partizione non dalle cose esterne, ossia dagli obbietti, ma dalle facoltà della anima razionale, che è il prin- cipio e la sede delle umane dottrine. Ora tre secondo lui sono le facoltà dell’anima, cioè la Memoria, la Fan^ t 4 isia e il Raziocinio , adunque tutto lo scibile si di- vide in tre parli, una della Memoria, la seconda della Fantasia , e la terza del Raziocìnio : la prima facoltà storica , la seconda facoltà poetica^ e la terza facoltà filoso fica». Io non mi sto a quest’ inesatta partizione , perchè) come vedremo nel paragrafo seguente, la Fan- tasia non è la sola facoltà poetica, nè di ogni poesia, il che è chiaro dal solo riflèttere che il poeta alla sua volta anche ragiona, alla sua volta tocca e commuo^ ve , come riarra e descrive. Ora il ragionare è pro- prio della Scienza , come il toccare e commuovere è dell’Eloquenza: adunque è indubitato che la Fantasia non è la sola facoltà poetica , nè di ogni poesia. Pa- rimenti il Raziocinio non è solamente facoltà filosofi- ca, ma è facoltà di ogni Scienza, perchè ogni Scienza ragiona» In questa partizione poi del Bacone non si fa menzione affatto dell’ Eloquenza e delle sue facoltà , eppure non è scusabile una tale omissione, perchè non eragli ignota l’Arte oratoria. Ma è veramente mirabi- le com’egli siasi dipartito dalla sentenza comune, mentre r empirismo invadeva tutte le istituzioni. Il che pruo- va a meraviglia che la riforma delle istituzioni deve partire da’ filosofi, ossia da uomini abituati a ragionare. Tutt’i trattatisti adunque, che non mossero da questo principio, dovettero essere empirici, e lo stesso Bacone non andò esente da questa taccia, quando asserì che ma- teria della Storia sono i soli individui^ imperocché, se avesse ben approfondita la natura della facoltà stori- ca , avrebbe ritrovato che la Memoria non riproduce i soli indivìdui, ma ogni pensiero in forma di un’idea. Quindi non avrebbe ristretto il campo della storia .in tanto angusti confini , mentre dal fondamento per lui stesso divisato il dominio storico è tanto^ esteso quanto lo scibile umano , non essendovi produzione di qualsiesi specie, che non possa divenire soggetto della storia. Ma ogni primo tentativo deve necessariamente riuscire' imperfetto, qualunque sìa la grandezza di un ingegno , a cagione della influenza de' pregiudizi del secolo neU’educazione letteraria e sin'entifica dello scrit- tore. § 9 . Esame del Saggio della Scienza delle cose e delle storie umane di Cataldo Jannelli. Ogni Scienza ha due lunghi perìodi : il primo di ap- parecchio e in questo procede per osservazioni empi- riche e particolari a condizione di sbagliare ad ogni piè sospinto, onde a’ vecchi errori sempre nuove cor- rezioni succedono. Quella, che dicesi Scienza propria- mente, ossia una serie di raziocini concatenati tra loro, non può esistere in questo primo periodo, perchè man- cano i materiali sufBcienti alla comparazione per trarre il generale dal particolare, onde può> essere distinto col titolo di periodo spontaneo della Scienza. Il secondo Periodo incomincia assai tardi, ma neppure di un tratto, e non prima che qualche uomo di genio segni le pri- me tracce , piuttosto divinando che da dati certi par- tendo, il cui risultato è, a cosi dire, il primo getto di una riflessione tanto più ardita quanto meno robusta. Abbiamo veduto che il Bacone intravide l’idea fonda- mentale di questa Scienza, ma quell’ idea rimase inor- ganica , perchè apparve come per ispirazione ad uno spirito inteso a guardare le cose per sommi capi. Fino al Jannelli la Scienza della Storia non è stata nè po- teva essere , perchè tutti gli sforzi tendevano a rac- cogliere regole e non iscoprire principi , onde si eb- bero riflessioni e non sistemi di disciplina storica. E, siccom’ egli fu il primo che volle costituirsi nel periodo della riflessione scientifica , non poteva stabilire que- sta Scienza , come egli stesso consente , allorché di- visandola, come Scienza nuova, riconobbe le sue forze insufficienti a tant' opera, c si contentò di accennare ad altro ingegno più fortunato la via , che egli non ebbe il coraggio di percorrere,* esponendo desideri e non fatti, « acciocché quelli che Dio destinò ( die’ egli ) ad » alzare questa Scic 'za, come sarà,alk maturità ed am- » pezza sua, quei che soua disposti a formarla, ador- » narla c perfezionarla , abbiano quosi una forma , una » idea qualunque de’ loro fute 1 tra'Tagli , abbiano un » abbozzo , onde i loro gran quad’’i oi cancellando, or » aggiungendo , or disponendo , or cangiando, ora mi- » gliorando possano trarre e formare x . ( Della Scienza delle cose e delie Storie umane 'Saggio di Cataldo Jan- nelli Sezione prima Capo XI. ). Raccomanda alla nostra considerazione questo libro 1’ avere espressamente no- tato che la Scienza della Storia debba ricercare la na- tura delle Idee Storiche , la loro Origine e formazio- ne , le facoltà e le forze dell’ anima che vi concor- rono , benché egli guardi siffatte cose da un lato di- verso dal nostro , come vedremo in appresso. Mi sor- prende però che il Jannelli , mentre si studia di stabi- lire questa nuova Scienza sul fondamento divisato dal • Bacone, accusa di omissione il filosofo inglese c d’ A- lembcrt. Egli é stato il primo , che ha pronunziato potervi essere .una Storosofia o Scienza della Storia , diffe- rente dalla Scienza delle Cose umane , due cose di- verse , ma nelle scuole sempre confuse c indistinte. La Scienza delle cose fu detta dal Vico. iScicnza Nuova, perché ha subito le stesse vicende di ogni Scienza nel principio del suo secondo periodo , cioè di presentare piuttosto divinazioni che principi certi ed ordine co- » Digitized by Google 86 prelimi?jari stante. Scienza Nuova è dal pari pel Jannelli la Scienza delle storie umane, perocché prima di lui niun altro ne ha abbozzato il disegno. La Scienza delle cose umane ai propone le cose considerate in sé stesse : la Scienza delle storie umane si propone le cose umane passate nel dominio della memoria degli uomini, tc Queste due )) Scienze , die’ egli, sono fra loro come la Fisica e le » Matematiche. Queste sono vuote , vane, e pressoché » inutili , separate da quella , nè a vera grandezza e ». sublimità vanno se non unite alla fisica , come il » fatto ha provato. La fisica all' incontro è umile e » bassa e quasi incerta ed oscura senza le Matemati- » che. Unite insieme fanno i prodigi dell’ umano in- » gegno. Cosi la Scienza della Storia sola e sepa- » rata sembra vuota, mancante e priva di cose, e la » Scienza delle cose separata è istabile , mal ferma , » oscura, incerta. Unite insieme formano una Scienza » vera e compiuta , una Scienza profonda e degna » della virilità del genere umano ». La Scienza delle cose umane suppone la Scienza delle storie umane secondo il Jannelli , per la ragione che le cose umane non si possono apprendere da’seli uomini presentì, ma da’fatti deH’ùmanità da che l’uomo è stato fino a noi. Ora il passato è nel dominio della Storia, la quale, quando non è letta co’ lumi della Scien-. za, invece delle cose umane presenta chimere. È giuo- coforza dunque conchiudere che la Scienza delle cose umane non possa essere perfetta e compiuta senza la Scienza delle Storie umane. Ma questa non si è co- stituita ancora , è tuttavia un postulato e un deside- rio : è dunque agevole a comprendere che la Scienza nuova del Vico deve contenere molte imperfezioni. Queste e simiglianti deduzioni del Jannelli, comunque bellissime e profonde , non hanno alcuna attenenza di-reità con la Scienza della Storia. Oltracciò e|^ restrin- ge il dominio della Storia alle sole cose umane per dare una norma a chi tenta la Storia universale, non ostante che si studia nel capo 1.” della prima Sezione dì comprendere sotto questo titolo di cose umane tutto r universo , in quanto che dipenda dalla nostra cono- scenza e ddla nostra attività libera. In fine e’ non vide affatto la Storia nella Poesia, ma standosi fermo all’ etimologia di icrriop che traduce testimonio sciente e narrante, riduce la stwia a narra- zione di fatti umani reali semplicemente. La parte più importante di questo libro si riduce alle seguenti nozioni. 1, Fi può essere una Scienza per la Storia. 2.® questa Scienza è diversa daUa Scien- za delle cose umane. d.° La Scienza nuova del Fico è Scienza di cose. La filosofia della Storia par- tecipa deW una e deWàUra, ma imperfettissimamente. La Scienza della Storia si può dire Storosofia e quella delle cose Prammatosofia o Andropinosofia ec. Dico queste cose essere le più importanti rispetto a questa nostra Scienza, in quanto che il JanncUi, se non tentolla , divisò almeno ohe possa essere , e questo pensiero è ardito e italiano , atto a spingere i timidi ingegni per un varco sconosciuto in cerca di questa perla rara e pellegrina. § 10 . Fondamento della nostra Disciplina razionale dell Arte Storica. II nostro sistema razionale per 1’ Arte storica ha il suo fondamento sulla natura dello spirito umano se- condo il divisamente accennato nel Preliminare al prìmo Volume § 7 pag. 44-. Le nostre facoltà inven- trici 0 creatrici sono 1.® Immaginazione e Fantasia 2. Intelletto e Ragione S.^ Sentimento ed Entusiasmo, Ciascuna di queste tre serie di facoltà ha una manie- ra specifica à!ìnvenzione e di Creazione, che specifi- camente carattepizza la natura de’ pensieri ritrovati e creati. Per questa determinata natura de’ pensieri è facile a comprendere che diverso è il Concetto del- r Immaginazione e delia Fantasia dal Concetto dell’In- tellelto e della Ragione , del Sentimento e dell’ En- tusiasmo , e per dirne qualche cosa di passaggio, il Concetto deli’ iiuiuaginazione e wslla Fantasia è idea , mentre quello dello Intelletto e della Ragione è un giudizio. E, siccome i pensieri secondari debbono es- sere omogenei al Concetto, (vedi voi, I. pag. 41fi) bi- sognerà convenire cne i pensieri secondari dell’ Imma- ginazione e della i’-vnlasia sieno ancora, diversi da pen- sieri secondari deìl’ Intelletto e delia Ragione , cioè idee nella prima serie, giudiz, nella seconda. Quindi i processi dell’invenzione e della creazione saranno àncora diversissimi per le diverse serie delle facoltà , diverso" r ordine o la disposizione , diversa 1’ espres- sione. E chi non vede la differenza di tutte siffatte cose nell’ associazione pura e semplice dell’ idee e nel nesso tra le premesse e l' illazione ? Ora dando un nome a’ rispettivi aggregati , ed a quello dell’ Imma- ginazione e della Fantasia il nome di Storia , all’ ag- gregato deir Intelletto e della Ragione il nome di Scien- za, a quello del Sentimento e deirEntusiasmo il nomo di Eloquenza, o di Oratorio, ognuno vede che la dif^ ferenza tra la Storia la Scienza e 1’ Eloquenza risulta dalla natura delle diverse facoltà cooperatrici^La di- stinzione di due facoltà per ogni specie di produzione, come la Immaginazione c la Fantasia per la Storia , è fondata sulla natura diversa del reale e delVideale, della prosa e della poesia, perchè la Storia, la Scien- za e r Eloquenza altra è prosaica , altra è poetica ( vedi voi. I. § 16 pag. 147). Ora ìa prosa ha per sua facoltà V Immaginazione nella Storia, come la poesia ha la Fantasia. A dir vero la stessa Immaginazione o memoria è facoltà prosaica e poetica, come vedremo in' appresso , perchè la fantasia , quando ha creato le idee, le deve affidare &\Y immaginazione, a cui il senso esterno ed interno affidò le sue per la prosa , come pure la Ragione, quando ha prodotto l’ ideale , Io affida air inteUetto, ma in questo luogo, non potendo entrare in minute distihzioni , oi si permetta un lin- guaggio poco preciso, ma sufficiente a farci intende- re. Da questi rapidi cenni è agevole a dedurre che le leggi della Storia si fondano sulla natura delT/mmo- ginazione o Memoria, studiate le quali, possiamo de- terminare a priori il Concetto , i Pensieri secondari, la Disposizione e l’Espressione della Storia , applicando alla specie i principi generali stabiliti nella Prima Par- te di questo Corso voi. I. Non saremo piò nella ne- cessità di credere ciecamente alle regole dedotte dalle produzioni altrui , ma entrati nel nostro spirito con- templiamo il lavorio psicologico dello scrittore , assi- stiamo a cosi dire al conato della sua mente neiratto che Voleva dare alla luce il suo portato misterioso. E, siccome la natura dello spirito umano è identica in tutti gli uomini, esponendo le leggi del mio pensiero, vengo in pari tempo ad esporre le leggi del pensiero de’ miei simili. Se però mi verrà fatto di esporre fe- delmente queste leggi, tutti m’ intenderanno, e meco dovran convenire , allorché con questo criterio infal- libile farommi a giudicare le produzioni storiche di qualunque tempo , di qualunque celebrità, di qualunque nazione. A questa condizione è possibile una sola critica uniforme , retta e costante : a questa condi- zione è possibile il progresso dell’ Arte : a questa con- dizione è possibile 1’ emancipazione dall’ autorità, La Disciplina dell’Arte Storica diventerà una Scienza ri- gorosa , organata ed informata da un principio inelut-* labile , per cui sappiamo le cose ad evidenza e per intuito. Allora le regole non rimarranno più formule o precetti aridi e sterili , ma a lume de’ principi di-, verranno significantissime , come deduzioni mediate da’ principi stabiliti. Quindi le più gravi quistioni sem- pre agitate e non mai sodisfacentemente risolute, sa-r ranno messe in splendida luce e definite inappellabilr mente. Non crederemo più, ma sapremo, se lordine cronologico o 1’ etnografico , se 1’ uno e 1’ altro inr sieme intrecciati debba seguire o prescegliere la Stor ria. Quale sia 1’ estensione della Storia , quale l’ Inr tegrità de’ pensieri secondari , quale l’ Obbietto, quale la sua Definizione e Partizione , lutto a rigore di lor gica sarà dedotto da un principio. Non più incertezza nè dubbio , non più transazioni per una critica pau- rosa o paralitica , ma franchezza per convincimento, decisioni inappellabili. Ma quello che più monta è il nesso delle mate- rie richiamate nel proprio luogo dal disordine, con cui si truovano sperperale nelle scuole. Mentre , per esempio fu riconosciuta 1’ Epopea di genere storico , perchè narrativa e descrittiva, i Trattatisti n’ esponevano le regole senza far motto della Storia. Ma perchè in una parte piuttosto che in un’ altra? niuno, a quel che io sappia, se ne propose quistione; come niuno vide al-, cuna relazione tra la Storia il Romanzo e la NoveUa, Si parlò di poesia lirica , epica e drammatica senza mai considerarle sotto il rispetto della natura intima, Per me , come sarà dichiarato in appresso , è Storia dovunque si narra e si descrive, sia in prosa sia in poesia. Adunque un sol Volume dovrà comprendere queste parti tanto connesse fra loro. La Scienza si propone d’ informare i lettori di quanto col ragio- nare metodicamente espone , e però nulla deve dire che non abbia nesso al sno proponimento, perchè dot- trina non si può costituire in mente di alcuno senza nodi , come più volte ho ripetuto. Se questo proce- . dere sia razionale , ne giudichi chi ne intende, CAPO IV, Intorno alla Definizione della Storia E SUA Partizione. § 11 , Falsa nozione, che gli antichi si ebbero della Storia — ■ Esime della definizione degli Empirici, 11 principe de’ Latini Oratori nel 1.** Libro de In- ventione, parlando della Storia, la definisce nel modo seguente : Historia est res gesta, sed aetatis nostrae memoria remota , e con lui concorda il Cornificio, « Se r autorità non ha da soffogar la ragione , dice » saggiamente il Mascardi, è da dir che TuH*o nè con » gli altri concorda nè con sè stesso , quando la re-, » cata definizione argomenti di sostenere; perchè, se » il nome della Storia viene da’ greci ristretto alla sola » cognizione delle cose presenti , come Gellio testifi- » ca : Historia graece significai rerum cognitionem y> praesentium; e se Ver rio Fiacco diceva essere opi- >1 nionc di alcuni che earum proprie rerum sit hi- Dìgitized by Google l*nEUMIi\ARI » &loYia, quibus rebus gerendis iiUerfuerit is qui nar- » rat , come potrà essere dalla ricordanza de’ nostri » tempi lontana, se cade sotto gli occhi di chi la seri- » ve ?.. oltrecché non ve^o per qual ragione rea ge- y> sta debbo dirsi la Storia , so ella è un verificato » racconto delle cose accadute , e non le stesse coso » accadute. Non è però njen falsa la distinzione di » coloro, che il racconto storico restringono alle cose » con gli occhi propri dallo scrittore vedute, checché » sia dell’origine della voce historia dal fonte greco, a » favor di cui diligentemento fatica il P. Bisciola. Per- )) chè o pochi o ni uno sarebbero gli Storici degni di )) cotal nome , non Diodoro, non Erodoto, non Tuci- » dide , non Livio , non Sallustio , non Curzio , non )) Tacito , non conto altri fra’ Latini , avendo ciascun » di loro adoprata 1 industria in rintracciar le memo- » rie già dileguate e impiegalo l’ ingegno per descri- » verle ». Ho riportato le giudiziose parole del Ma- scardi per dare maggior forza alla confutazione , im- perocché , trattandosi di Cicerone reputato un oracolo nelle scuole , sarebbe tenuta per irriverente la mia più moderata censura. Teone (tn Progym. Cap. de narrai.) definisce la Storia per una catena di narrazioni gentilmente intrec- ciate , Definizione tenuta per la migliore, come quella che racchiùde una nozione propria della Storia, quale è la narrazione, ma inesatta, si perchè la storia non narra semplicemente , ma alla sua volta ancora de^ scrive , come pure perchè lascia indefinita la narrai zione. AggiungMi che non ha espresso U genere, a cui la storia si riduca come specie di componimento. Il Ma- scardi la Iruova inesatta e mancante da un lato, on- de per noi è compiuta e verissima , imperocché le molte narrazioni de’ favoleggiatori , che con bell’ arto  s' intrecciano , alla storia appartengono secondo noi, quantunque storia non sicno nel senso di narrazioni di avvenimenti reali. S’ inganna del pari il dotto Ma- scardi , quando imputa ad Aristotile per isbaglio Io estender che fa del dominio della storia ad una vastis- sima latitudine. S’inganna del pari, quando per Istoria intende quella sola, che contiene le memorie delle azioni degli uomini. Siccome gli empirici guardavano la Storia dalle cose esteriori, non funsero a comprenderne la natura e r essenza per formularne una vera ed esalta defini- zione. E quegli stessi, che riconobbero col Bacone do- versi r umana dottrina riguardare non dall’ esterne cose ma dalle facoltà dell’ anima , non seppero definire là storia razionalmente. Il Cavai. Napione nel Saggio del- V Arte Storica, ammiratore dell’ inglese filosofo, ritenne che la Storia è la esposizione del vero, come la Scien- za n’ è la ricerca. Ora che cosa è mai l’ esposizione del vero ? Non lo esponiamo ancora ragionando ? 0 forse esporre è sinonimo di narrare e descrivere ? 01- trecchè, da quanto accennammo innanzi e da quello che proveremo in appresso, la Storia è prosaica e poetica, perchè storia è dovunque si narra e si descrive. Ora chi dico che la storia è l’esposizione del vero, esclude dalle ragioni storiche 1’ Epopea , la Novella e il Ro- manzo, che pure si dissero storici. Più saggio, a mio avviso, fu ilCastelvetro nella Poetica di Aristotile, cho vide nella Storia e nell’ Epopea alcune identità , e se- gnatamente nel processo narrativo e descrittivo, ma per essersi permesso di asserire che lo studio e la discipli- na della Storia, nel senso di narrazione degli avveni- menti reali, dovesse precedere l’Epopea, se gli scari- cò una grandine di sarcasmi. 11 buon senso suggeriva belle vedute , ma il pri^iuili^io di autorità o faceva lacere la voce del vero , o rimproverava i generosi tenlativi. Arrogi che la storia è una specie di produ- zione Letteraria, e come tale deve avere nella defini- zione il genere, a cui si rannodano tutte le specie dei componimenti, e per differenza specifica tutte le par- ticolarità , che la distinguono dalle altre specie. Ora chi dice che la Storia è 1’ Esposiziorie del Vero , dà lina definizione senza genere prossimo e senza diffe- renza specifica. La Definizione, come ho detto altrove, è la limitazione della distesa di qualsiesi trattazione , è il Concetto del componimento, e perciò risponsabi- le deir integrità e della unione individua de’ pensieri secondari (voi. 1. § 19 pag. 158). Per difetto di buona definizione è avvenuto che gli empirici si sono con- traddetti con sé stessi e con gli altri , e lo stesso Ba- cone cadde nel madornale errore di restringere la Storia a’ soli individui circoscritti da luogo e tempo , e quei che vennero dopo la distesero dubbiosamente a pochi oggetti , mentre, come vedremo, suo dominio è tutto lo scibile, cioè quanto può essere ritenuto e riprodotto in forma d’tdea dall’ tmma^inaaione o memoria, che è la facoltà storica a confessione dello stesso Bacone, In tale stato della Disciplina dell’ Arte Storica non farà meraviglia se alcuni estetici moderni sconobbero la Storia come Arte , asserendo che dessa serve al vero e non al bello , ad istruire e non dilettare. I^a con- fusione delle idee e del linguaggio sono il più forte argomento a provare che non è stato capito il vero stato della quistione , perché non si è colta la vera npzionc intorno alla natura della Storia. Si tenta di dare una Vera ed esatta definizione eletta Storia secondo t canoni di una sana Logica. La Storia , cfsscndo ulia specie di componimento Letterario, deve necessariamente costare di materia e di forma (voi. I § 13 pag. 138). La forma di ogni com- ponimento artistico consiste neU’um'one individua dei pensieri secondari al Concetto (voi. I pag. 120). Quindi é una per ogni componimento, e come tale costituisce il genere in ogni definizione di produzione letteraria. Se dunque distinguiamo diverse specie di componimen- ti , è giuocoforza conchiudere che le loro differenze non derivano, né possono derivare che dalla materia. Ora materia di ogni componimento letterario sono i pensieri, i quali sono di due specie, cioè pensiero uno e primo, in una parola Con- cetto, e pensieri secondari e multiplici (§ cit. pag. cit.)i Tanto quello quanto questi sono differenti in' ogni spe- cie di componimento secondo che diverse sono le fa- coltà, da cui vengono prodotti (§ 10 pag. 38). Per dare adunque una vera ed esatta definizione della Storia è necessario che oltre il genere provveniente dalla forma vi entrino le differenze provvenienti dalla materia non solo , ma ancora dalle facoltà produttrici della mate- ria, che sono i pensieri, diversi in ogni specie di com- porre. E, siccome il Concetto della Storia 'è /deo, co- me dimostreremo , i pensieri secondari debbono es- sere ancora idee, associate dall’ immaginazione o me- moria, provvenienti dalla sensibilità interna ed ester- na nella Storia reale o prosaica , dalla fantasia crea- trice nella storia poetica. Se mi domandate ora che cosa è la Storia ? Eccovene la definizione : La Storia è r Unione individua delle Idee provvenienti dalla sen- sibilità 0 dedla fantasia, ma riprodotte dalla Immagi- nflzione, coordinate ad ima Idea Concetto, ed espresse con parole. In silTatla guisa la nostra definizione dà r essenza della Storia , è obbjettiya, è assoluta e ne- cessaria , come quella che risulta dalla natura dello spirito umano e delle sue facoltà. Or che cosa dovrà essere la Disciplina o la Scienza dell’ Arte Storica ? Un’ analisi e particolarizzata disamina di questa defi- nizione della Storia , la quale è obbjetio della mede- sima , alfine di produrre nel discente 1’ attitudine di attuarla, dopo che avrà scandaglialo le potenze dello spirilo proprio diretto dalle osservazioni per la prati- ca. Quindi è che la Disciplina storica dovrà trattare. 1." dell’ Idea Concetto storico 2.® delle Idee pensieri secondari e della loro particolare unione individua 3." delle J<’acohd storiche it.° dcìYOrdine storico 5."dell’£- spressione storica. La quale partizione è conforme alla partizione generale esposta nel primo Volume , che come accennammo a pag. 424 è il modulo de’ volumi seguenti. Io non mi allargo in parole per dimostrare come nella nostra definizione della storia tutto è com- preso , perchè anticiperei ciò che dovrà essere un ri- sultato di un’ accurata disamina di tutto il Volume. Dal detto innanzi e dal contenuto della definizione mede- sima ognuno con leggiera riflessioone può di per sè comprendere che ninno prima di noi orasi formata una più adequata nozione della Storia, e della Scienza del- r arte Storica , la quale ora si può defluire Scienza della Storia. DaW esposte teorie si può dedurre V estensione del dominio della Storia — Distinzione di diverse Storie. Gli empìrici e Io stesso Bacone non seppero de> terminare l’estensione del domìnio della Storia, perché considerandola dal lato delle cose c non delle facoltà psicologiche, chi la restrinse a’ soli indivìdui (pag. 44), e chi alla narrazione delle sole azioni degli mmiini § 48, e chi la rimase senza limiti certi. Noi fermi al principio divisato da leeone, cioè che dalla natura delta spirito umano è uopo ripetere la partizione deU’ umana dottrina, a determinare la estensione del domìnio della Storia ci faremo ad esaminare 1’ estensione del domi- nio delI7mmagrin«2ÙMi€, per conchiuderne che il do- mìnio di quella è misurato dal dominio di questa. Un tal fondamentojcome i^nuno puòdi leggieri comprendere, é eminentemente razionale, é anteriore ad c^i storia come fatto , e perciò é assoluto e necessario, e come tale vuole essere da tutti riconosciuto , come quello che non dipende dall’ arbitrio de’ subbjetti, o dall’esi- genza di un sistema , ma risulta dalla natura psicolo- gica di una facoltà identica in tutti gli uomini. Ora non ci è pensiero, il quale, com’ idea, non si affidi alla M emoria,óa noi detta Immaginazione,e però non ci è pro- dotto scientifico, né componimento oratorio, di che non s’ impossessi la Storia. Anzi le differenti storie versan- tisi sopra abbietti diversi possono entrare nel dominio di una storia, che si potrebbe addomandare Storia delle Storie. La Storia adunque è rispetto a tutto lo Scibile quello stesso che è la Coscienza rispetto a tutt’ i fe- nomeni del pensiero, in quanto che non vi è pensiero Di.; -od by Googli 48 preliminari die la coscienza non colga, e ripit^ndo percepisce sé stessa. Dessa è I' occhio misterioso dell’ anima umana differente dall’ occhio corporeo , il quale, vedendo gli altri obbjetti, è inabilitato a vedere sé stesso. La Sto^ ria adunque, qual seTìftimentodi tutto lo Scibile, può bène paragonarsi alla Coscienza^ e per un traslato può dirsi Coscienza dello Scibile universo. Non Senza fondata ragione il grande Aristotile chiama Storia la dottrina deir anima, della qual cosa venne lodato da Simplicio, e ne allega molte ragioni il Dandino , non approvando in questa parte l’esposizione di Egidio e di altri cemen- tatori. Lo stesso filosofo riconobbe la Storia degli animali, Teofrasto la Storia delle piante , e Plinio la Storia del Mondo. 1 filosofi empirici , che restrinsero il domi- nio dell’immaginazione alle sole cose sensibili, non vi- dero il fondamento di questa latitudine. Io nel Capo III della prima Parte di questo volume nella disamina che forò della Immaginazione, vedrò fino a qual punto può essere valutato 1’ empirismo filosofico. Intanto ritengo che, essendo la Immaginazione facoltà della storia, e il dominio dell’ una misurando per questo il dominio del- ]’ altra , se é vero a confessione degli stessi empirici di buon senso che la Storia può trattare di Dio del- r univèrso e degli uomini , e se il tatto presenta la Storia della Filosofia, delle Matematiche, e delle Scien- ze tutte , delle Arti, de’ mestieri, della natura, degli , animali , delle piante ec. è giuocoforza conchiudere che il suo dominio è tanto esteso quanto lo Scibile , e che però l’ Immaginazione non si linuta alle sole cose sensìbili , ma si estende a tutt’ i pensieri in forma d’idee, astratte, concrete, generali, specifiche, sem- plici, complesse ec. La Storia anzi è il fondamento di tutto lo Scibile, come l ’ idea è il primo elemento pre- supposto ad <^ni giudizio c raziocinio proprio della Scienza. E, siccome della Memoria si è detto che tan- tum scimus (fuantum memoria tenemns , direte della Storia egualmente che tanta dottrina possediamo, quanto dalla Storia ne abbiamo apparato. La Storia considerata da questo punto dì veduta non è semplicemente quella che si è consegnata alla scrittura, ma ancora la più antica e primitiva, confi- data alla tradizione orale da padri a figli , a’ nipoti , a’ posteri , fondamento presupposto alla Storia scritta che si versa sulle cose avvenute in tempi rimoti. Per istoria intendo ancora il complesso delle idee confidate al- la memoria da ciascun nomo individuo intorno a' fatti propri, dacché ebbe l’ uso della ragione fino all'età pre- sente , onde diciamo : ddorosa i la storia della mia vita? e interrogati ad esplicarne le cagioni narrianu> la storia della medesima. Vi è dunque una storia scrit- ta e una storia tradizionale : <^i uomo ha la seconda sua propria, come fondamento dell’ esperienza e mae- stra delia Vita, al dir di Cicerone. L’uomo senza una storia vive la vita di un giorno, anzi la vita di un istante, che sfugge neD’ atto istesso che si contempla. Senza principio , senza progresso , senz’ avvenire non diffe- rirebbe dal bruto, che rumina, mentre é condotto al macello. Il primo sapere dell’ nomo individuo, come quello deir umanità, è un sapere storico, nn sapere di memoria e non d’intelligenza, la quale si sviluppa sem- pre dopo, e, per le nazioni, mollo tardi. Nel primo pe- riodo infatti della nostra Vita intellettuale non eravamo capaci che di credere o dì aver fede, e di fede vive la Storia : la prima epoca delle nazioni è l’epoca di fede religiosa. Dunque l’individuo e la specie umana comin- cia a conoscere storicamente, ossia credendo. Senza que- sto primo perìodo non potrebbe sussistere la Scienza, opera di riflessione^ la quale non può consistere senza il materiale della pura spoataneità. E per questo che le Scieu 2 e si vennero a costituire assai tardi nelle na- zioni , cioè dopo uii lungo periodo di fede storica. Cosi r epoca filosofica della Grecia fu assai posteriore aire- poca storici , e, se abbiamo filosofi anteriori ad Ero- doto, non furono certo anteriori alla storia di tradi- zione , non- a Làno ed Orfeo certamente ; perché la prima poesia è narrativa e descrittiva, vm^ntesì so- pra fatti tradizionali della propria nazione — Molti uo- mini e la più parte finisce una vita tutta storica , per- ché incapaci a riflettere per costituirsi nella scienza si contentano di ricordare senza intendere. Noto in ultimo luogo che, quando la scrittura ncm era in uso , a rendere perpetua e permanente la me- moria di< alcuni fatti gli uomini affidavano a' monu- menti la storia del passalo. Ne' tempi posteriori que- sto mezzo fu ritenuto come più acconcio ad ajutare la memoria delle moltitudini. Così gli antichi latini, non avendo alcuna storia scrìtta, al riferire di Dionisio , tramandavano la memoria delle cose antichissime con le tavole dedicate agli Dei ne’ tempi. Diodoro nel più magnifico de’ quarantasette sepolcri reali , che nell’ E- gitto descrivono que’ sacerdoti , pone un nobilissimo portico tutto effigiato a sculture, contenenti le guerre eontro de’ Battriani , le quali erano ripartite in quat- tro grandi quadri secondo che racconta minuta- mente. Ma questo mezzo per quante effettivo rispetto alle moltitudini per altrettante è insufficiente senza l'ajuto potentissimo della ^paroda , poiché le arti rap- presentative , come dicemmo nel § 8 pag. 53- voi. 1., sono inabilitate a nnnifestare l’uomo interiore, causa efficiente de’ fiatila obbjetto nobilissimo della Storia Mo- rale. Alla Storia Monumentale dovea dunque succe- dere la Storia scritta , nella quale si potesse registrare Digitiz(--i CaCilOlc 51 ALLA SCIENZA DELLA STORIA tutto ir complesso degli avveiiiinenli interni ^d esterni, fisici e morali dell’ uomo e della natura. Ecco in bre- ve il disegno della Storia Universale dedotto dalla no« zione adequata della medesima. Gli empirici avrebbero dà ciò colto il destro di scaricarvi una grandine di argomenti per provarvi l’uti- lità , la necessità, e la nobiltà della Storia, ma io non ho tempo da perdere per dimostrare ciò che risulto ad évìdenza dalle chiare nozioni defia medesima. Lascio queste ricerche a chi fa consistere il pregio , di un li- bro’ in una farr^ine di erudizione. ’ ' § U. i ' - * . ' S . ' - « . Partizione del presente Volume ^ e Metodo ' - che seguiremo, • , r La partizione della materia contenuta nel presente Volume vuoisi ripetere dalla distinzione fondamentale della Stòria, che, come abbiamo dimostrato nel Gap. 1.® §. 2'pag. 15 di questo Volume, è un genere, a cui van- no subbordinate le due specie di storia prosata, e sto- ria poetica. E, siccome la Disciplina o la Scienza di qual- siasi arte ha per obbietto la produzione , ed ogni par- tizione scientifica vuol essere obbjettiva , ossia desunta daìl’obbjetto, è facile a comprendere che la Disciplina o la Scienza della Storia deve dividersi in tante Partii quante sono le specie storiche. Adunque è chiaro che il presente Volume in due Parti voglia essere diviso, cioè in Scienza della Storia reale , o prosaica, o pram- matica, tasticd. La e in Scienza della Storia ideale, poetica o fan- ■quistìonè potrebbe cadere intorno alla precodenza di una delle due Parli , e sul proposito lAi piace qui produrre la opinione di un nostro italiano , coni' battuto infelicemente dal Mascardi. II Castehelro nel' r arte poetica di Aristotile pensa che la disciplina della Storia reale debba precedere l'arte poetica^ ossia la scien- za della poesia, per le seguenti ragioni, che io riassu- mo. Non si può aTere perfetta notizia della poesia per r arte poetica, se prima non si abbia compiuta notizia della Storia per Parte storica, perchè prima dobbiamo apprendere il vero e poi il yerosimile, parole che equi- valgono in altri termini alla seguente espressione : Pri- ma dobbiamo sapere il naturale e poi F artificiale , o Y ideale : prima ciò che è , e- poi il possibile. Ora la Storia è la narrazione secondo la verità delle azioni umane memorevoli avvenute, e poesia è naiTazione se- condo la verisiinilitudine di azioni umane possibili ad avvenire — Dunque prima bisogna conoscere la Storia e poi la Poesia. Quest’ argomento è naturale e convin- cente e quel che più è conforme alla dottrina degli estetici moderni , i quali riconoscono nel bello natu- rale , se non altro , l’occasione di svegliare , nel no- stro spirito i tipi del Bello ideale. Intanto il Mascardi nell’ Arte Storica impugna questa dottrina dèi Castel-^ vetro, e crede combatterla con l’autoritò di autorevoli ingegni e specialmente del nostro Tasso, il quale ( nel Libro intitolato Tassus Aih, L De poemate Heroico^ in fine, ^ si fa a dire che la poesia è più antica di tem- po della Storia. E, impiegandosi la poesia circa F uni- versale, e l’istoria intorno al particolare, ed essendo la cognizione di quello anteriore alla cognizione di que- sto , tanto basta, per dimostrare che la poesia si deve conoscere prima della Storia — Un siffatto modo di ra- gionare è sofistico c non soddisfa alla quistione. Con- cedo che la Storia scritta sia posteriore alla poesia, per- ALLA SCIEirZA DELLA STORIA SS rhé abbiamo grandi poeti assai tempo prima che esi- stessero buoni storici , ma niego che la Storia tradi- sionale e monumentale sia stata posteriore alla poesia. E mi reca reramente meraviglia come il Mascardi vo- glia valersi di questo frivolo argomento, mentre egli stesso intravide nel Primo Libro della sua Arte Storica questo bel vero, quando si fece a riferire l’opinione di taluni che la Storia Monumentale riconoscevano. L’ar- gomento poi dell’anferiorità della conoscenza Univer- sale è U pifi frivolo del mondo , perchè, se è vero che la poesia è ideale, non precede il reale, che è fonda- mento ed occasione di ogni idealità, come ho dimostrato in vari luoghi del>l.® volume. G)nchiudo che la scienza dell’arte storica intor- no al reale deve precedere la Scienza dell’arte storica intorno all'ideale , e chiamando la prima scienza delia Storia reale, e la seconda Scienza della Storia poetica, tratterò prima di quella e poi di questa, l’una chia- mando Parte prima , e l’altra Parte seconda di que- sto volume. In quanto a metodo io non mi diparto da quello, che ho sonito ne’ precedenti Volumi di questo nuovo Corso , cioè di nulla dire senza ragionare. Entrerò nellg disamina delle facoltà psicologiche tra i limili del senso comune senza che alcuno possa imputarmelo a difetto secondo la dichiarazione fattane nel Preliminare al Primo Volume § 15 pag. 94. Io non potrò prescindere dalla polemica, comunque parcamente; perchè, voleiido so- stituire un sistema razionale o scientìfico al sistema em- pirico , non potrò passarmene senza discutere alciine ragioni degli avversari, le quali sono divenute autore- voli pel loro secolare dominio nelle scuole. E , doven- do risolvere una volta inappellabilmente le più vitali quistioni intorno all unità di tempo e di luogo sotto il Digitized by Google 54 preuminaw alla scienza DEIAA «toria rispetto dell’uwità dell’aatonc, e intorno alla vera de- finizione dell’ Epopea e del Romanzo , non potrò pro- cedere dommaticamente senza confutare o i falsi con- cetti di Aristotile tuttora venerato nelle scuole , o le false interpetrazioni de’ suoi comentatori. Le novità, co- munque utili, incontrano ostacoli tante volte insormon- tabili nelle vecchie prevenzioni fondate sopra secolari pregiudizi , ma dopo quello che ho adempito finora mi dova sperare che non avranno tanto peso sull’ animo de’miei Lettori, a’quali in nulla ho mancato di quanto ho promesso, anzi posso dire senza tema di essere tenuto per esagerato che ho più adempito che promesso, be questo merito può valermi, ho una garenti^ di essere creduto nella nuova promessa. Digitized by Googte INTORNO ALLA SCIENZA DELLA STORIA REALE. § 15. Introdusione. In qaesta prima Parte della Scienza storica secondo fl dirisamento accennato nel § 12 dei precedenti prelimi- nari dovremo trattare 1.® del Concetto storico 2. “De’Pen- sieri secondari storici 3.® Deil’ Immaginazione facoltà storica 4,® DelPOrdine storico 3.® DelTEspre^ione sto- rica ; imperocché per quanto dicemmo nel citato >§ una Scienza in ullim'analisi non è che Tesplicazione di tutte le parti della sua definizione obbjettiva , ossia desunta dall' obbjetto della scienza , e nel caso nostro questo obbjetto è la StoHa, la quale è stata definita per Vunio- n« individua delle idee pensieri secondar i storici, prò- Digitized by Google PARTE PRIMA 56 dotti dalla sensività, o dalla fantasia, e riprodotto dalla immaginazione, coordinale ad un’ idea (concet- to storico) ed espresse con parole, Adi^nque è chiaro che questa prima parte in cinque Capi debb» essere divisa , ognuno de' quali avrà titolo ed ordine , come di sopra sta esposto. La quale partizione e disposizio^ ne di materia sarà per ogni parte specifica della Se^ conda Parte deH’Estetica applicala alle Lettere in quanto che tutto convengono nel concetto, ne' pensieri secon-i dari nelle facoltà inventrice o creatrice , e nel-, r espressione. INTORNO all’ IDEA ( CONCETTO STORICO) CONSIDERATA IN SÈ STESSA. Partizione generale del presente Capo. Supposto che Idea sia un pensiero concetto spo; cifico della storia , dovrà avere necessariamente due specie di caratteri , cioè alcuni che la costituiscono nella sua natura particolare e spedfioa , tali altri che la fanno partecipare al genere Concetto ,• a cui dessa come specie va subbordinata, imperocché, se in qual- che cosa col concetto genere non convenisse, la Sto- ria non sarebbe più una specie di componimento ar- tistico Letterario. Quindi è chiaro ohe la teoria della Idea, concetto storico , dovrà essere esposta sotto que- sti due rispetti , e dapprima l’esamineremo nella sua natura determinata e specifica per differenziarla da ogni altro 'concetto : in seguito la metteremo in ragguaglio col concetto in genere. 11 presente capo adunque vuol essere diviso in più articoli, Intorno aIìL’idea considerata in s^ stessa. 5 17. Calore etimologico ddla parola Idea, e natura del pensiero, che si dice idea — Concetto Storico. La parola Idea è tutta greca >iva , derivata dal-» Tantico verbo greco uSu», che significa vedere, onde tiSojuuu io veggo : adunque Videa è una veduta, una visione , un intuito, o intuizione dell’anima, presa la similitudine daH’occhio corporeo. E, siccome la visiona non si compie senza Yobbjetto veduto, spesso l’una per r altro cenfondesi. Ma l’occhio corporeo vede solamente alcuna fatta di obbjetti estesi e colorati coll’ interven- to della luce , non mica la durezza, i sapori > i suo- ni , gii odori ; l’ occhio dell’anima vede tutto, perchè la stessa anima, che ha idea ossia visione degli obbjetti visibili , ha pure idea ossia visione degli obbjetti, che non si posson vedere dall’occhio corporeo. Anzi i pen- sieri più semplici , più astratti e quindi insensibili e solamente intelligibili, sono veduti dall’ occhio dell’ani- ma , perchè di ogni pensiero possiamo formarci idea, come vedremo appresso. Infatti il senso comune ritie- ne che noi ci formiamo idea del giudizio, del razio* cinio , del sentimento, di una scienza, di un’arte ec. Posto che fl concetto ed i pensieri secondari della Sto- ria sono idee, si può di leggieri comprendere che la Storia è un’idea dello SciÙle e non è mica Scienza, perchè questa, come vedremo, è un complesso di giu- dizi e di raziocini concatenati tra loro, differentissimi Digilized by Google PARTS PRIMA 58 dell'idea. Per ciò stesso la Storia non è dottrina , ma un elemento presupposto alla dottrina, appunto come la semplice idea o nozione non è conoscenza. Ma di queste e somiglianti deduzioni in appresso. Le istitu- zioni delle scuole non hanno un linguaggio preciso, quan- do parlano' della Storia , come di Maestra della vita, e di un complesso di cognizioni, perché ninno finora ha vedhto le differenze specifiche de’ concetti della Sto- ria , della Scienza e dell'Eloquenza. 11 concetto stori- co è Idea e l'Idea non è giudizio, perchè questo è un analisi in senso di discernimento suH’ldea , quan- do è composta o compItMisa ( vedi Nuova Teoria de’ Giudizi § 3. pag. 26 eseg.). L'Idea ha per segno una sola parola e propriamente il nome, od ogni altra pa- rola adoperala corno nome , mentre il Giudizio ha per segno un complesso di parole, detto proposizione , cioè Nome, Ferbo, Aggiunlivo o Verbale ( vedi Sint. Voi. 11 NuoìX) Cor. ). E, sebbene il verbo, l'aggiuntivo e il verbale dinotino anche essi idee, perché nel § cit. della Nuova l’eoria abbiam provato che il giudizio costa di tre idee , pure è da osservare che i tre elementi del giudizio sono idee astratte e connesse tra loro, in gui- sacchè ciascuna è incompiuta isolatamente, e solo quan- do si personifica, a così dire, ossia s’individualizza a mo- do suo, è compiuta , ma allora il Verbo, l’aggiuntivo e’I Verbale diventano nomi astratti. L'Idea per tanto rappresenta ogni pensiero, come il nome rappresenta ogni (>arola, imperocché tutte le classi delle parole sono in servigio della proposizione logica, la quale in sostanza non è che l’ esplicazione del Nome, come il giudizio è r esplicazione dell’ /dea. Che l’Idea cosi definita sia e debba essere il concetto storico apparirà con l’evidenza di un’ illazione dedotta immediatamente da’ suoi prin- cipi nella disamina che fai’emo della facoltà storica , ossia della ImmaginuiioDe. Dimostrato infatti elio nm- inaginazione o Memoria sia la facoltà inventrice di que^ sta specie di componimento , U concetto dovrà essere necessariamente un pensiero di natura conforme a’ pen- sieri secondari prodotti dalla facoltà > inventrice. ''Impe- rocché nella supposizione che ^fossero difformi, sarebbe . impossibile l’unione individua, come' format estetica in- dispensabile in ogni componimento artistico. Ond’è chia- ro che se l' Immaginazione non riproduce che idee, per quanto ci viene conceduto dal senso comune > e dalla filosofia empirica idea necessariamente dev’ essere il concetto. Chi dunque psa concepire, le idee «riprodotte o riproducibili dalla immaginazione, può ancora conce- pire la nozione dell’ /dea' come concetto i della Storia. E, siccome Immaginazione* deriva da mmoqtfie , l’Idea concello 6 a- cosi dire un'immagine , un tipo, un este- so, un figurato, un > idolo , >e per traslato legni pen- siero riprodotto dalla memoria , ancorché non figura- bile come il suono, il sapore, l’odore ec, ■ §18. 1/ idea come obbitìtto veduto gi divide in Soatanzialé e Causale , o in Matematica è Dinamica. Fondai mento sostanziale della Narrazione e della De- scrizione, , » ■' Nel § ant. abbianlo detto ohe Videa è una vednua] un intuito, una vistone, e che veduta non si dà senza obbjetto veduto o visibile , essendo contraddittorio il vedere e non vedere alcuna cosa , anzi per quésto nesso tra la veduta é 1’ obbjetto v^uto per metoni- mia l’obbjetto stesso per idea s' intende. Ora ogni ob- bjetto esistente o possibile non è , nè si pu6 concepire che in una di queste due posizioni , cioè o dt cosa permanente circoscritta e limitata dalle sue qualità, o di cosa tn azione producente effetto-mtno, o effetto-modo. (Vedi NuoY.Cor, Voi, II. Sint.Req. e scf. e la Nuov.Teor. de’Giud. § 4,®). La prima è sostanza, ossia cosa che sta sotto le qualità, la sfonda è Causa o Agente ossia cosa che fa esistere un effetto. Adun- que r Idea della prima è Sostanziale o di Sostanza : l’ Idea delle seconda è Causale o di Causa, e quindi il Concetto della Storia , come Idea, è del pari Sostan- ziale e Causale secondo che si propone una Sostanza o una Causa. Se queste nomenclature a voi non piac- ciono,potrete sostituire à Sostanziale Matematico ed a Causale Dinamico secondo il linguaggio greco adottato da Emmanuele Kant. Vedi Corso Comp. di Est. voi. I. pag. 177). Da questa fondamentale distinzione del Con- cetto la Storia può dividersi in Statica e Dinamica, ossia delle Sostanze e delle Cause. Ora le cose , che si mostrano inquiete e perma- nenti , in una parola come Sostanze, si lasciano osser- vare quali sono e quante sono, e per la loro perma- nenza si può avere l'agio di descriverle, o di definir^ le , in altri termini di limitarle, numerandone le qua- lità che sono loro limiti o termini. (Nuovo Cors. Voi. I. Sin. Reg.). Non cosi le cose in azione produoenti ef- fetti , specialmente effetti-modo , perchè sfuggono al- r occhio attento dell'osservatore. Chi potrebbe espor- rai le qualità dell'acqua, che rapidamente corre , e del cavallo che velocmnente galoppa ? Forse che il com- pratme si contenta di acciaiare un cavallo, che vide in fuga, e non osservò minutamente, quando stavasi fermo e immobile? Le cose in azione si lasciano de- terminare, e distinguere da’diversi effetti numerati in succesaieoe « i ^uali si possono narrare e non de- by CoogK INTORNO ALLA SCIENZA DELLA STORIA REALE 61 scrivere , perchè narrare è identico a numerare , e il numero é successito per sua natura, relativo alle cose separale o distinte, come individuo da individuo, uo- mo da uomo ec. La Storia adunque secondo che si propone un concetto Sostanziale o Causale, Matematico o Dinamico si esplica descrivendo o narrando^ in al- tri termini descrive le qualità delle sostanze, e narra gli effetti prodotti dalle cause. Non si può dire che la Storia sia per essenza narrativo unicamente, perchè il suo Concetto è duplice Sostanziale o Causale. Biso- gnerà dunque conchiudere che ogni Storia possibile è narrativa e descrittiva, e , dovunque si narra o de- scrive, è Storia. E, siccome la stessa cosa in diversi momenti di tempo si mostra ora in quiete ora in azio- ne , cioè ora come sostanza ed ora come causa, allor- ché la Storia si propone il Concetto di cosa simile, com- prende i due mezzi esplicativi , cioè narra e descrive alla sua volta nel medesimo componimento. Se si desse una Storia, il cui Concetto fosse assolutamente sostan- ziale, sarebbe assolutamente descrittiva, come 'sarebbe assolutamente narrativa , se il suo concetto fosse as- solutamente Causale. Sarebbe una storia Mista , cioè narrativa e descrittiva, se si proponesse il Concetto di cosa ora in quiete ora in azione, come sono tutte le storie Morali. Io distinguo una specie di storia mista o intrecciata in quella che si propone Concetto di es- seri misti come l’nomo, il quale, essendo composto di anima e di corpo, apparisce sostanza nel corpo, men- tre , pensando, è causa nello spirito, la cui essenza è nel pensiero perenne. Di quanta importanza sieno que- ste distinzioni, che a talune parranno troppo minute, lo vedremo in appresso e propriamente quando il Di- scorso cadrà sulle nozioni ditemjDo e di luogo, da cui emerge il fondamento razionale dell'Ordtne storico — Imperocché a dirne qnl qualche cosa di passaggio il tempo è il contenente del mobile, ossia della causa : il luogo è il contenente del permanente ossia della so- stanza. Se gli empirici pretendono che si debba stare air ordine de* tempi esclusivamente , noi avremo a ribatterli con la natura della Storia ; se al secondo cioè air<ordine de’ luoghi e delle cose, li convinceremo del contrario con l’evidenza de’ principi. Quello che di- cemmo nd l.” voi. § 19 pag. 158 cioè che. il Coneetto é risponsabile del buon risultato di c^i Componimento, sarà qui provato co’ fatti; imperocché vedremo che le nozioni di tempo e di luogo si rannodano alla Imma- ginazione facoltà storica, la quale è fatta con la legge di riprodurre le idee associate col nesso di congiun- zione prodotta dalla contiguità di tempo e di luogo, a parlar col linguaggio di Hume, col vincolo di connes- sione tra Causa ed Effetto, Soggetto e Qualità. Quin- di è che la Filosofia della Storia troverà il suo fon- damento nella natura dello spirito umano, imperocché non basta dire che gli effetti si debbono rannodare alle loro cause , ma vuoisi in prima conoscere il fonda- mento di questo processo psicologico per determinare poi la natura ddla produzione storica. ' § 19. Il Concetto tanto sostanziale guanto causale , altro - è FISICO, aUro è morale, altro è misto. 11 Coneetto storico essendo un’ Idea, e l’ idea ve- duta di un obbjetto-sostanza o causa, tutte le distin- zioni che si fanno intorno alla Causa ed alla Sostanza si possono leggitimamente ammra fare per la Idea me- desima. Ora la Causa e la sostanza altra è fisica, al- Digitized by Googl tttTorno alla scirnza della storia reale 63 tra è morale^ o come dicemmo in Etimologia (Voi. I. Par. Frinì, del Nuovo Corso) altra è jtersonale, altra tm- personale. La Sostanza e Causa fisica o impersonale è la materia bruta , la quale non ha sensività nè in- telligenza, come le piante, gli alberi, la terra, Tacqua, il sole , la luna ec. La Causa e la Sostanza morale o personale è ogni essere dotato d' intelligenza e attività libera , come Dio , gli Angeli , i Demoni , e T anima umana. La sostanza e la Causa mista è un essere com- posto di anima ihtdligente e 'libera e di corpo come 1’ uomo. ' Se la Storia si propone un Concetto di so-^ stanza e Causa fisica o impersonale, prenderà il nome di Storia fisica : se si propone il Concetto di sostanza e causa morale o personale prende il nome di Storia morale ; se di una sostanza e Causa mista si potrà dire Storia mista. Questa distinzione generalissima della Storia comprende tutta la estensione delle Storie par- ticolari possìbili. La storia fisica abbraccia tutte le sto- rie della natura j le quali hanno diversi titoli dall’ob- bjetto particolare intorno a cui si versano , come la Storia degli animali , la Storia delle piante , la Storia delle acque , la Storia de’ minerali, la Storia degli uc- celli, de’ pesci, degli astri, de’finrai, dell’agricoltura ec. e venendo a più determinate particolarità si avranno le storie di tutte le specie inferiori di ciascuna specie superiore. La Storia morale abbraccia la storia reli- giosa del vero Dio, e de’ falsi numi, de’ dèmoni, de^ gli angeli , e la storia dell’ uomo , .il quale considefato nel solo corpo presenta Vanatomia dcscnttiro, e questa è una vera storia dopo che sì è provato che la' de-' scrizione é un esplicazione storica. Considerato l’uo-’ mo com’ essere misto presenta la Storia umana , os- sia dell a specie umana, distìnta in tante razze diverse sotto il rapporto del colorito, della configurazione , e  de' gradi di maggior o minore sviluppo d’intelligenza. Questa distinzione della Storia dal lato obbjettivo del- r idea-concetto è fondamentale e inattaccabile , e gli stessi empirici implicitamente la riconoscono, quando non disconvengono che vi sia una storia naturale e una storia deUe azioni umane. E chi oggidì avrebbe l’audacia di negare resistenza della storia naturale dopo le opere classiche del Linneo e del Buffon? Chi può negarla se è generalmente riconosciuta la Storia delle piante ? Alla storia Morale io riduco ogni storia particolare delle Scienze, ddle Arti e de Mestieri, per- chè in esse si narrano le produzioni dello spirito umano. ARTICOLO II. Intorno all’ idea considerata sotto il rispetto de’ caratteri generau del Concetto. § 20 . Il Concetto Storico, Fisico o Morale, pud essere in- dividxude, specifico, e generico — Quindi ulteriore partizione della Storia. Il Concetto storico è un’ Idea, come abbiamo detto nel § 17, e l'Idea ha per segno suo proprio U Nome. Tutte le distinzioni , che in etimologia facemmo del Nome, cadono ancora sull’ Idea, perchè il nome come parola non ha alcuna relazione (vedi Etim. voi. L Nuov. Cor.). Ora il nome si è diviso in Individuale Specifico e Generico (Etim. Voi. cit.) , l’Idea del pari sarà in- dividuale, specifìcaegenerica,in quanto che vale adire la storia si propone di narrare e descrivere un indi- Digitized by Coogk INTOaNO alla scbnxa della storia reale 65 riduo o una specie, e un genero di cose o di esseri. I.a Storia, per esempio, di Cesare, di Temistocle, di Pau- sania è, come ognuno sa, la Narrazione o la Descrizio- ne della vita di uomini individui , detta perciò Bio- grafia : si. propone un concetto specifico chi narra o descrive la vita di una delle razze umane, come della razza bianca , della moresca , della gialla ec. o delle nazioni in particolare, come la Narrazione e Descrizio- ne de’ costumi de’ Germani , de’Franccsi, degli Ame- ricani ec. Sf propone un concetto generico chi narra o descrive l’uomo di tutte le razze in quanto a ciò che hanno di comune tutte le specie, o le piante , i minerali, le acque in genere, lo qui non entro a di- scutere se si possa dare una storia, finita, che si versi tutta su i generali senza scendere mai a’particolari; ma a provare la ragionevolezza di queste mie distinzioni fon- damentali mi basta produrre alcune narrazioni o de- scrizioni, comunque brevi, di siffatta natura , e degli esempi frequentissimi a me non mancano, incontran- dosene infiniti in ogni scrittura. Da queste distinzioni la Storia è Singoiare, Speciale e Generale, come il Concetto è individuale specifico e generico. La Storia universale de’ fatti del genere umano per lo più si aggira nel generale : la Storia delle naziopi nel par- ticolare : quella degli individui nelle individuaUtà sin- golari. § 21 . ^ . Quale delle Storie fu la prima ad attuarsi, la Singolare, la Particolare, o la Generale? La Storia singolare sta alla storia particolare o ge- nerale nella stessa rRgione che la cognizione dell’in- dividuo sta a quella della specie o del genere. Chi 5 Digitized by Googk 66 . ' • parte prtma' ' • ' diinqno domanda quale delle tre sia stata la prima, per avere una risposta soddisfacente è uopo che si faccia con noi a discutere qual è la prima cognizione a co- stituirsi nello spirito urtiano quella dell’ individuo , o quella della specie e del genere ? Secondo il principio di Aristotile che Ynniversale sia più facile a conosce- re che il particolare, dovrebbe conchiudersene che la storia generale siasi la prima costituita , e in ultimo la storia degl’ individiri. Conseguenza assurda , impe- rocché niuno può mai persuadersi, umanamente ragio- nando, che la storia della specie umana si fosse potuta scrivere, primachèsi fosse osservata una gran parte d’in- dividui. Il principio di Aristotile adunque è allegalo mal a proposito, perchè, se è vero che l’universale co- me indeterminato e indefinito 'è pronto ail affacciarsi nella mente in occasione dc’dati sperimentali, non però tal conoscenza basta a costituire il componimento. Desso avrà le ragioni di concetto intelligibile, il quale se non s'incarna al concreto individuandosi con i pensieri se- condari', l'unione individuale, che è la forma estetica, non è ancora. Oltracciò l’universale non si deve con- fondere con l’astralto , perchè non ogni idea astratta è generale ( Voi. I. §. 17 pag. 154).' L’ universale in senso di generico non si costituisce che per compa- razione de’ particolari , perchè è ammesso senza con- trasto che il genere consiste in ciò che è identico al- le specie , e la specie in ciò che è identico agl’ indi- vidui. Bisogna adunque che preceda la cognizione de- gl’ individui come condizione essenziale a costituire la specie , e la cognizione delle specie come condizione indispensabile per costituire il genere. Ora la storia è la coscienza dcH’umano sapere § 13, in quanto che, riduccndo a idee i pensieri di qualsiasi natura, se ne rende conto a modo suo. Ora posto per dimostrato che è prima in ordino logico c cronologico In cogni- zioné dogi’ individui elio quella delle specie e de’ ge- neri , è uopo conchiuderne che la storia degl’ indivi- dui preceda la storia speciale c generale. InFalti le prime storie, sia scritte, sia tradizionali, sia monumen- tali , sono racconti di un Eroe , di un guerriero no- minato, dì un assassino individuo, c il popolo che vive di tradizione ne’ favolosi racconti determina sotto tutti i rapporti i suoi poiadint, descrivendone le fattezze, preci- sandone l’eth, il tempo, il luogo, le avventure con nomi propri o particolari. A misura che lo spirito umano pro- cedo nella coltura fa a,strazione dalle individualilA, e, se ritiene certi nomi, li fa servire da simboli, come oggi- dì è avvenuto a’miti della favola. Se voi provetto nelle nobili discipline nominate Cicerone in un crocchio di molte persone, i fanciulli vi tempesteranno mille do- mande intorno alla fisonomia di questo grand’ uomo , alla sua età, alla sua patria , a’ suoi abiti , al suo in- cesso ec. mentre i più savi, ancorché non abbiano mai pensato a siffatte cose, non se ne dànno di presente alcuna sollecitudine, ma pensano che fu un uomo co- me ogni altro, ossia ricorrono alla specie e non all’ in- dividuo. Le prime storie adunque sono state intorno agl’ indmdwi, i quali, se sono uomini, formano il sog- getto delle Biografie , se di cose inanimate dànno il tema alle Monografie , alle cosi dette Memone , Cr'o- nache , Novelle , Racconti , o Conti ec. Con mol- ta saggezza in questi ultimi tempi si sono introdot- ti i racconti morali per Tcducazione prima de’ gio- vanetti ; imperocché l’ arte vuoici condurre con un metodo, che sia più conforme a quello della natura. Ora il metodo della natura è indicato da questo fatto cioè che la storia degl’ individui fu la prima a costi- tuirsi : dunque la storia più facile a intendersi dalle tenere menti de'fioranetU è qùeUa degl'indÌTÌdui. Pre- gevolissimi io reputo i racconti dello Scmitd e dd Cali- ti per non citare altri nomi di non minore cdebritài Una pruova più lampante, e di fatto, si è che le na- zioni eterodo^ non ebbero una storia universale, e per molto tempo il cristianesimo noni' ebbe per difetto di esplicazione da parte dt^li uomini. Ora che cosa è la storia universale, se non il complesso de’fatti più gene- rali di tutto il genere umano , come vedremo in ap- presso ? Quella che raccoglie tutto c per sommi capi, assimilando ira loro gli avvenimenti di tutti gli uomi- ni, che si appuntano ad un solo uomo creato da un Dio i padre comune di tutta 1' umana famiglia. Ed a chi vorrà essere critico giudizioso e profondo, verrà fatto di osservare nella storia di tutte le storie esi- stenti che ogni storia particolare, da principio ristret- ta all'individuo, si è ita dilatando a quella della specie c allargandosi sempre più a misura che T umanità è progredita nella civiltà, la stessa storia particolare di una nazione è divenuta più sviluppata e più ampia , fino a che cresciuta la suscettività di comprendere si costituì r attitudine di abbracciare in una sola storia tutte le storie particolari delle grandi nazioni. Ecco il processo della storia, paragonato ai processo dello spi- rito umano. È il fenomeno del lago , dove i cerchi prodotti dal cadere di un solido vanno sempre allar- gandosi a misura che dal centro si scostano , accen- nando con la minore appariscenza l' indeterminato e r indefinite delle conoscenze universali. L’ estensione degli universali è in ragione opposta della compren- sione de’ particolari , più generalità meno compren- sione , più comprensione meno generalità. Ecco le condizioni dell’ umano pensiero , e le stesse per la Storia. Di .,: i ■ INTOBNO ALLA SCIENZA DELLA STORIA REALE 69 "§ 22 . . H Concetto storico, ctnfie Idea,', è siNoolarb e col- LETTirO, SEMPLICE 6 COMPLESSO , ASSOLOTO 6 RELATIVO. Applicando al Concetto storico tutte le distinziofli fatte pel concetto in generale, (Voi. 1, § 26 pag. 194) perchè tutto ciò che conviene al genere conviene an> eora alle specie , è agevole a dedurre che l' Idea, con- cetto dalla storia, è ancora Singolare o Collettiva, Sern^ jAice o Complessa, Assoluta o Aetottva, dalle quali di- stinzioni derivano altre distinzioni per la storia, in rap- porto alla quale Videa si dice singolare, se sarà di un abbietto unico, come l’idea di Cesare , di Pompeo, di Alessandro, considerati in quanto ad essi soli nel dis- impegno -di qualche azione. La vita privata degli indi- vidui itarrata e descritta presenta de’ concetti storici singolari. La singolarità è una relazione differente dall’ individualità , perchè un individuo può essere considerato in coUetione di altri individui. 11 Sing<Aa~ re esclude ogni relazione ad altri, e però è in oppo- sizione al Collettivo. Un comandante in capo di un esercito schierato a battaglia non è singolare . certa- mente, perocché egli non è unico 'ordinatore ed ese- cutore della battaglia: è però ohe il concetto della nar- razione o descrizione d^a vittoria o della sconfitta ò collettivo. Il Concetto. semplice non si può confonde- re nè col singolare nò. coll’ individuo , perchè' tanto questo quanto quello posano essere complessi. Vuomo per esempio è un. essere misto di apima e di corpo, intanto Pietro è individuo o singolare , ma non sem- plice. . U Complesso adunque è l’ opposto del Semph-  . ee, ma non è la stessa cosa che il composto , il quale per me è delle parti omogenee di una quantità continua, mentre il complesso ò delle parti integranti di diversa natura. Similmente il Concetto Assoluto può essere Indivi- duale , Singolare , Semplice , Complesso e Collettivo, ma niuno di loro , poiché 1’ individuo può essere in relazione con altro individuo , il singolare con altro singolare ec. Diremo adunque Concetto assoluto Sto- rico nW Ioex, che non è messa in Relazione con altra trfcrt; sarà Relativo nella supposizione contraria — Io ho ri])ctiTtu in questo luogo tali distinzioni già fatto (voi. 1 § 26) per la ini{)orlanza che hanno nella' teo- ria della Storia , la quide da esse desume le ragioni delle sue. Quando invero il Concetto è Singolare, la Storia, narrando c descrivendo, si darà sollecitudine di sole quello cose, che a lui si riferiscono cmne tale, tra- sandando tutte le altre che gli riguardano sotto il ri- spetto di una collezione di più individui, che di con- serva hanno cooperato ad uno stesso avvenimento. In- fatti nella vita privata di un guerriero niuno parle- rebbe per fii® c st’gno delle suo battaglie, che si riferiscono a Ud, come Capitano, e non come privalo. Il Concetto della Storia di una famiglia, di una città, di una -nazione , o di piu famiglie , di più città , di più nazioni è collettivo: massiimamento Collettivo ò.la Storia di tutte le nazioni. La Storia Universale, che sì propone ruomo da che ebbe inizio fino allo Storico che scrive, abbraccia nel suo Concetto tutto il genere uma- no di tutt’ i tempi , di tutt’ i luoghi, di tutte lo lingue, di tutte le nazioni , di tutte- L*eiv4Ità , dallo stato di barbarie a quello di umanità. A giudicare in conseguen- za dèlia integrità de’ pensieri secondari della Storia universale è uopo paragonarli a questo Concetto Col- tetlivtì. Con ciò non iateudo che debba narrare c descrivere le azioni e i fatti di tutti gl’ individui di cia- scuna generazione , perchè questo, oltreché è impos- sibile , tornerebbe inutile, ma, come ve<lremo in ap- presso, essendo la Storia, il libro del rendiconto del- 1’ umana civiltà , di que’ soli è uopo parlare , i quali furono i fattori della civiltà medesima. La più parte degli uomini passa innominata , percJiè vissero senza infamia .e senza lode, o non furono mai vivi : buona parte si nasconde e si lascia intendere riè’ fatti per- manenti sotto la collezione delle moltitudini, come di plebe , di popolo , di esercito ec. ec. Io qui non fac- cio che andare accennando a che' menano queste di- stinzioni, la cui 'importanza riléverà rie’ capi seguenti nel determinare le quistioni concernenti la invenzione e V ordine 'Storico, nella Storia Universale, c quel che più (monta , quell’. unità che nella distesa di si vasto ed immenso componimento rannoda tanti pensieri ‘co- me parti di un. tutto , e da quel tutto inseparabili. * 11 Goncetto storico semplice domina nella storia descrittiva di qualche scienza, conie ranatomià , la 'fisiologia e patologia 'descrittiva ec. le* quali consi- derano r uomo dal lato dei solo corpo. Chi facesse la narrazione e descrizione de’ fenomeni del pensiero darebbe la Storia dell’ airima umana con un Concettò storico semplice. Ma la Storia di tutto 1 ’ uomo* in ani- ma* e corpo presenta il Concetto storico complesso. In ogni altegfom . di 'qualsiasi forriia’ e natura abbiamo là Storia col Concetto relativo,. poiché descriveudò la rosa, si ha relazione alla vita * umana, c, descrivendo -la na- ve con Orazio, .‘alla repubblica ec. 33K ■ fc* , \ ? nbivit) iK • . . t . L’ Idea concetto Storico può avere una restrizione o un* estensiom di proponimento— >■ Da qui deriva che la Storia può essere più o meno estesa rispetto , (d luoqo e al tempo. Nel 1.® voi. di questo Girso Compiuto di Estetica $ 34 pag. 220 dicemmo che l' integrità de' pensiori 8e> condari altra è assoluta , altra è relativa , e questa, altra di necessitàf altra di proponimento. Ma il'Con-> cctto è rispoosabile di tutto il componimento sotto ogni rapporto (§ 19 pag. 138 voi. cit.) il quale si assumo come un' ipotesi a piacere del . Compositore. Da qnc' sto verso abbiamo un’ altra partizione della Storia. Una nazione è esistita per dieci secoli : una storia compiuta di questa nazione dovrebbe -avere l' estensione di tutto questo tempo : intanto uno storico si può proporre a narrare e descrivere gli avvenimenti di due secoli, di un secolo , di cinquant' anni di ta] nazione. Infatti nioltc storie parziali esistono di questa natura. Sunti- mente una nazione è contenuta in un territorio deter- minato , ed una storia compiuta dovrebbe compren<- dere tutt'i fatti avvenuti in ogni punto di questo con- tenente, e pure abbiamo tante storie parziali, come la storia di Napob', la storia di Firenze, la storia di Pie- monte , la storia di Venezia ec. quantunque Napoli , Firpnze, il Piemonte, e'I Veneto sieno contenuti, come parti, nel territorio italiano. Quindi ogni storia per pror ponimcnto si divide inParsùile e Universale per ragione di estensione di luogo e di tempo. La Storia parstVila indica 1' epoca primitiva delia sua esistenza , perchè cpipc abbiamo innanzi avvertito , nella prima altua- zionc Ja Storia è particolaree non 'generale. Piiò iicl- lapicc della civiltà nazionale attuarsi ancora come una produzione lirica con intimità relativa di proponimen- to , oppure di necessità, avuto riguardo alla limitala attitudine dello scrittore che non può comprendere tutti Ri' avvenimenti in una tela vastissima. E a dir vero la Storia Universale di una grande estensione di tempo e di luogo non si può tutta comprendere ad un intuito uè dallo scrittore né da lettori , per la naturale limi- tazione deir umana intelligenza. Simili storie univer- sidi infatti non si attuarono che dopo le storie par- ziali, le quali raccolte insieme riuscirono* in un tutto, a cui parteciparono diversi scrittori. Anzi a compilarla più scrittori concorsero in principio , assumendo cia- scuno un tratto di tempo e di territorio. Negli ulti- mi tempi un ingegno arditissimo italiano ha tentalo solo una storia universale enciclopedica con tanto successo , il che pruova che le storie parziali si erano già costituite , onde si é potuto raccoglierle c ridurle come |>arli di questo gran tutto. La Storia uni- versale è divisa in Epoche, come vedremo, ognuna delle quali comprende un tratto di tempo contenente un numero di avvenimenti , come effetti prodotti da una causa che dà il nome all’ epoca, Onde è chiaro da questo verso ancora che la Storia universale ò un ri- sultalo di tante storie parziali quante sono le Epoche, in cui è divisa. Da ciò si comprende che gli storici, i quali intendono a scrivere storie parziali , dovrohimro lavorare eoi fine di produrre gli elementi di una Sto- ria-universale, che deve poi raccoglierli elaborali con r intenzione di farli servire all’ immenso edificio sto- rico. Che diremo adunque di quegli infelici scritlorelli de' tempi nostri che scrivono le Storie, come aned- doti da divel lile gli oziosi e da riscuotere 1’ ammira- '•*  ■' >;■ • zionc ,de lettoci pel ridicole ' di. ■coi sec» 'RpR^i e per certe luetafoce , esagecRte ? Qual- prò -alte iene- ralurR il, riprodurre argomeoti -inauisi e notìzie inu- tili ■ RCQza scopo , di giovare , arrecando unaf< pietra Rite ^ao. fjibbrica dell’ Epopea storica ?( Abbiamo noi ton^po da. perdere in iscriiture cosi frivole ,imentre la missioiic , della Storia è sublime e splendida j di rag- graneltoco, cioè. tuU’^i fatti di tutt’ii fempi^-di tutt’i luogbi'ir di tuttejle nazioni ec. ;per dare in un quadro l inizio- o_’l l^ogr^o della nostra f specie, sempre uni- formo ondo IrarBc , argomento i che tutti ci/ appun- tiamo ad Adamo , tulli, siamo fratelli , tutti abbiamo 00*0000 cJiO) ò) ne’ Cicli ?c Queste considera- zioni tdte sfuggila non bastano esse a scuotere l’ igna- vi* di coloro, che fanno strazio del sacPOiiiome della storia peri servire ad uuna bvanità personale ^ i ad un egoismo ridicolo ? a-ono /ci? ;; •t. ii W.-.t • . r 4 '( { , / . -i*- . ■ t *É - 1 '.' i\ ,. I .^r • U--.1 , . . ,.l I>TORKQ a’piWSI^ SBOQKPAIU SlOWA. ; .1 -• . . I ;j I ■ I . § 24, i?,’ , ■ ,1'T ’ • ( •' • I ! ‘ 1 ' v. .,l -, - ' • .-i Caxeuteri generali de’ Pensieri secondaria de’fCMtpo^ nimenii. Storici , « partviione dd prmmie Capo.y I * ‘ t . » I I , 1 peoBÌeri seeondati de’ compmiimeBtì Storici sono ideo e non giudizi (§ 1.7), perchè la Storia 'ha per^soa facoltà V Immagimiaùmc, te ((pale rtli«7ie’ e rìivoductì luti’ i, pensieri come «dea, o vedile, • o percevimi o »n- tuizioni § cil. Ora. r Immaginazione ,/ i^é vedremo nel Capo seguente, è una facoltà che serba in depd- sito, quante lc.vieuc a®d*to dalla duplice senttività interna cioè ed esterna , onde ad alcuni filosofi empi- rici è piaciuto considerarla come una prolungala scn- sivilà , in quanto che le idee della duplice sensivit<\ si rendono pcnnamenli nell’ assenza degli obbjelti per lo ministero dell’ Immaginazione. Se egli è cosi, è age- vole a comprendere che ad avere una chiara nozione delle idee è mestieri consideraile sotto il rapporto della loro provvenienza o della loro origine in 1.® luogo. Ma non luti' i pensieri, che la Immaginazione può ri- produrre secondo la legge di associazione , possono e debbono entrare in ogni componimento, ]H>rchè, quan- do il Concetto è limitato ad un’ipotesi ( voi. 1. § S4- ), è mestieri quo’ soli prescegliere, che a quell’ ipotesi si riferiscono, onde è chiaro che la disamina de’ pensieri secondari storici deve in 2.® luogo versarsi intorno alla cosi detta Scelta de’ medesimi. Pregio di un com- jmnimento è I’ unione individua de’ pensieri secondari al Concetto , la quale unione importa che ‘ non ve ne debbano entrare nè più nè meno del convenevole per qualsiesi individuazione, È. dunque ancora chiaro che i pensieri secondari storici in 3.® luogo debbono es- sere considerali rispetto all’ Integrità’. Ma lutti que- sti pregi in una storia reale sparirebbero, se ì pensieri secondari mancassero di verità’, che è il. pregio mas- simo di ogni produzione artistica. La presente disami- na dunque dovrà estendersi in 4,® luogo alla Verifi- cazione de’ pensieri secondari storici. 11 presente Capo adunque sarà diviso in quattro Articoli, corrispondenti lUlo quattro specie di considerazioni, oltre a quelle che abbiamo esposte nel 1.® Volume, generali e comuni ad ogni componi mento, • Hi , 4 »!' t ’ fc*b ; z l- .n , •- I’ Jl; II’'-'-' Dk’ Pensieri Storici secondari considerati sotto il RAPPORTO DELLA LORO PrOVVENIEWZA. § 25 . Prima specie di pensieri secondari storici sotto il rispetto della loro prowenienza. I pensieri secondari storici , abbiamo detto, sono idee , ossia vedute, o percezioni ec. e non giudizi o sentimenti § 12. Videe cosi definite sono pensieri della facoltà conoscitiva o pcrcipiente , che nelie scuole va detta oomunemente Sensibilità, e da noi con parola più propria Sensitività o Sensiviià (vedi Nuovo Cors. Voi. Ili Utouz. ) ; la quale per ragkme dell'obbjetlo veduto si divide in interna ed esterna. La prima , detta an- <^a unproprnunente Coscienza, è la facoltà che ha 1 anima di petcepire sè stessa e tutte le sue interne nidificazioni. Cosi noi pensiamo, giudichiamo, ragia- marna , vogliamo , sentiamo, desideriamo ec. e sap- piamo che avvengono in noi tuttle siffatte cose. Ora in questo sapere di sapere', in questo accorgerci di quanto avviene in noi stessi consiste appunto la sen- siviià interna ó la Coscienza. Ma questo sapere o ac- corgersi è un’ idea semplicemente, "una veduta o per- cezione , che si affida alla Memoria o Immaginazione per riprodurla sotto certe date condizioni , come re- drcmo, ossia per ripresentarla quando' l’uopo richiede. Ondechè riproducendosi l’ idea del giudizio , del razio- cinio , del volere -, del desiderio, non si ripetono gli stessi pensieri, perchè, se questo avvenisse, sì uscirebbe da' limiti del semplice ricordare o immaginare. 1 psi- cologi insegnano che non accade pensiero in noi, di cui non abbiamo coscienza , la quale è occhio immortale dell'anima sempre vigile a scorgere le più piccole mo- dificazioni, i più indiscernibili fenomeni del pensiero: le nozioni più astratte, ideate ossia percepite dalla co- scienza, sono affidate in deposito alla Immaginazione , la quale per questo lato ha un dominio assai più esteso che non videro i psicologi empirici. Per la .stessa ra- gione il dominio della Storia è più ampio di quello che si è credulo finora , imperocché , avendo per sua fa- coltà r Immaginazione , cui vanno depositale tutte le idee o le vedute della stessa coscienza, cui nulla sfugge de' fenomeni del pensiero , comprenderà tutto lo sci- bile ideato, ossia sentito , od avvertito dalla coscienza, come un complesso d’ idee o di percezioni. La sensibilità o sensitività esterna è la facoltà, con la quale l' anima nostra percepisce gli obbjetti fuori di noi, a lei trasmessi, a cosi dire, per lo mini- stero de’ sensi , coni’ è dire , vista , udito , odorato, gusto e tatto, i quali sono detti sensi, non perchè essi sentono in senso di percepire, che è proprio dell’ani- ma , ma perché sono mezzi e condizioni, per le quali l’ anima percepisce o si accorge di ciò die è fuori di noi. Non bisogna mica confondere le condizioni, che debbono concorrere per l'idea degli obbjetti esterni con r idea medesima che é percezione. Le condizioni ne- cessarie a costituire la sensazione ( chiamerò così la idea o la percezione degli obbjetti fuori di noi) sono l.° azione dell’obbjetto esterno sopra l’ organo del sen- so , come sopra la vista, l'udito ec. c quindi lo stalo sano dell' organo capace di ricevere l' azione dell' ob- bjetto 2.° che quest’ azione subisca tali modificazioni che in qualunque punto, sia nel comune sensorio , l’ a- ' '• nima se ne possa accorgere, perché abbia luogo l’tcìea o la percezione, la quale è la parte dell’anima rispetto alla fac<dtà conoscitiva. Una di queste due condizioni mancando, ridea 'non si può costituire, appunto come per difetto della prima nel cieco-nato non v’è idea di coiori, e nei soHo-muto non vi è idea di suoni. Per difetto della seconda non è idea di colori nel dormiente, ancora -elle la luce capisca i suoi occhi aperti , per- chè 1’ azione dì essa non si trasporta al punto , dove r anima se ne possa accorgere! Affinché V IDEA sia un pensiero storico suppone un grado di attenzione — Si fronde alle obbjezioni. Se è vero che Hi ogni pensiero abbiamo coscien- za , è vero altresi che non di ogni percezione o idea ci ricordiamo, perchè la esperienza e la ragione c’ in- stano che a moltissimi oggetti 'abbiamo dovuto in qualsiesi tempo pensare , de’ quali ora non serbiamo alcuna reminiscenza. Ora ricordare è immaginare , e V Immaginazione è facoltà delle {deè , o facoltà Sto- rica , è dunque chiaro che le idee non sono tutte ele- menti storici, se non sono elaborate sotto qualche al- tra condizione, che le possa rendere elementi -d’imma- ginazione , cioè permanenti. Questa condizione è un grado di- attenzione , come sappiamo dall’ esperienza ; perocché fra’ mille o^tti che abbiamo osservati* ap- pena di pochissimi ci ricordiamo , e propriamente dì quelli, che per avere colpito più fòrtemente ì nostri sensi, più vivaraente vi abbiamo atteso. "Alcuni -filosofi, confondendo l’analisi con l’attenzione, hanno insegnato che Ktdea è il prodotto deU’analtat. Una tale csprcssione è «joìvoeR! rispetto rHr ^ nostra 'NtiOva Teoria 4iéii Giudizi, nella 'quale abbiamo ' stabilito ' ohe prodotto deir Analisi sia it Giudizio. Importa quindi c^mtnans come T Attenzione identica all’.^TMiliàt possa essere una fcondizione per T esistenza dell’ idea elemento storicoi mentre è una condizione del' Giudizio eleménto seleni tifico. Dall’ esame della qtiale quistione ' rileverà! piS chiaramente la’ nafuii» dèlie' idee. * ^ i» *>i,^ . Io ricordo' in questo luogo' le • diverée * specie di analisi distinte nel § 7. della Nuova Teoria de’ Gindi* zi, cioè i." Analisi Dividente Anaìin 'Sépttranft 3® Analisi Discernente. Distinzione che risulla ddla natura degli obbjetti, sopra coi si applica Tattività psi- coli^ica , perocché o 1’ obbjetlo è un tutto continuo, come un tronco di albero , un masso di marmo, che costa di parti natoraSméAté unite',' ma ' naturriraenté ancora separabili , e in questo V analtsi si esercita di- videndo : o l’Qbbjetto è un complesso o una collezione di motti individui naturalménte àepdratf,' é Sii di esso esercitandosi l’analisi noti puè'fére’ che, mttrtierandó, lift individuo dall’ altro sefaràvè'i'^o si' vèrsa sopra- im soj^ getto, a' cUi sonò"inérètitf ‘te ^e qualità, nàtoralnielHé al soggetto connesse ,'' e' però natutalmente indivisi- bili e inseparabili, éT analisi in "questo 'caso' non jptìò faro 'che semplicemente distinguere o disternere: Ua- valisi, che 'concorre "'còihe’condiiione dalla pàrtc del- Tattività ’ psicOlc^ca^ nel giudiz ib,‘ è ' Ist Disceriientc, oìè- sià ^‘éflà ^ctìe" distingue la ' qualità*' inerente nel ' sog'^ getto',''' o féjplto cmartaTité dalla causa' tome il'Thotd del mcMlé. iTanélist identica airatténzìonej^ che con- corre come éotìdfeloné dalla parte dell’ attività psico- logica nell’ tdeà sarià'là Dividente ò la’ iScpnVajifc, pei* la quale si 'rischiara la oscurità che èirconda la 'sem- plice 'percezione, che comuncmciitc dicesi smnsionc- Digiiized by Google 80 . ' PARfB prima' E^li é vero, che nella citata Nuova Tewia de' Giudizi ho detto anche idee a' tre elonenti del giudizio pri- mitivo e categorico, ma ciò in nulla deroga alla pre- sente dottrina , perocché per un modo improprio di parlare ogni elemento di pensiero sotto un rispetto si può ben appellare idea e veduta , o percezione. Vi- dea elemento storico , ossia pensiero che appartenga al dominio dell' Immaginazione, suppone per sua con- dizione un grado di attenzione, per la quale rischia- rata distinguesi dalla sem]dice percezione o sensazio- ne , di cui ancorché abbiamo coscienza, non ne pos- siamo -serbare memoria, » • - § 27. Educazione della duplice sensività al oiscanytMBNTO ed alla couptuiiisimB aorica. Io non parlerò qui delle illusioni o di^li errori, che possono derivare dalla duplice sensività non bene diretta , perché parmi che le avvertenze fatte nel 1." volume §'42 pag. 257 e s^. sieno più che sufficienti in una Istituzione elementare. Ma non potrei passarmi di fare alcune osservazioni importanti intmrno all'edu- cazione della duplice sensività al dùcenumento e.alla comprensione storica particolarmente per le deduzioni di sommo rilievo .nella presente disamina delle idee storiche. Egli è un fatto costantissimo e però noto ge- neralmente che la. nostra sensività familiarizzandosi con alcuni oggetti acquista due proprietà ck>è l.° di percepire ni^li obbjetti maggior numero di particida- rità 2.® di abbracciare ad un intuito maggior nume- ro di obbjetti di una data specie. L’occhio dd pittore vede ili un quadro tante cose, che agli occhi profani  ]>ass;ino inosservate e 1' occhio di un capitano com- prende ad un intuito un gran numero di soldati, che abbaglierebbe lo sguardo di ogni altro uomo non abi- tualo a vedere una moltitudine. Ora lo storico è un artista , che di proposito vuol registrare gli avveni- menti , e però deve essere informato delle cose co- me un uomo di professione, ossia deve conseguire Ttn- tegrità assoluta de' pensieri secondari da non lasciare alcuna cosa a desiderare (Voi. I § 34 pag. 220). Se egli guardasse le cose, come tutti gli altri uomini estranei alla sua Arte, non potrebbe raggiungere quest’ integri- tà. Ma per guardarle in modo artistico è mestieri che vi si educhi, e l’educazione di questa specie importa familiarizzare la sua sensività con obbjctti di determi- nata natura secondo la specie di storia che si propo- ne di scrivere — Un uomo che non avesse mai ve- duto un esercito schierato in battaglia , come potreb- be descrivermi o narrarmi la fortuna delle armi? L'i- dea , che (costui avesse potuto formarsi di tai cose da’ racconti altrui, non può riuscire mai esatta abba- stanza , come vedremo in appresso , per difetto di analogia. A chi non è nota la differenza delle descri- zioni di Omero da quelle di Virgilio, come pure delle descrizioni dell’ Ariosto da quelle del Tasso ? E chi non attribuisce a maggior perizia delle cose descritte il primato degli uni sopra gli altri ? E chi non desi- dera qualche cosa di più nelle inesatte descrizioni di quest’ultimi ? Chi non vorrebbe essere Omero, che fu chiamato primo pittore delle memorie antiche ? Ora - ninno dirà che 1’ eccellenza del greco vate debba ri- petersi unicamente da una più perfetta natura senza darne alcuna parte alla perizia acquistata nelle cose ^descritte , anzi quasi tutto a questa attribuiva Sidonio Apollinare , allorché consigliato da Laone , consigliere 6  del Re de' Goti di elevare lo stile dal domestico eser- cizio di scriver lettere al più sublime studio di tessere istorie rispose; « tu meglio la mole di tanta opera potre- sti intraprendere , perchè ogni di in qualità di con- sigliere di un potentissimo Re , sollecito di lutto il mondo , hai la opportunità di conoscere egualmente gli affari , i dritti , le alleanze , le guerre , i luoghi, i tempi , i meriti ec. Onde chi più giustamente ac- cingere si potrebbe a tal cose, se non colui, del quale costa avere imparato i movimenti delle genti , le va- rietà delle legazioni , i gloriosi fatti de' Duci , i patti de' regnanti e finalmente tutt' i secreti delle repub- bliche? » Io non sono del parere di coloro che, portando le cose all' estremo , vorrebbero che i soli Principi scriver debbano la Storia politica , i soli Duci la sto- ria militare , i soli uomini del contado la storia del- r agricoltura, imperocché in questa supposizione nes- suna storia sarebbe possibile, e molto meno la storia universale, la quale abbraccia l' enciclopedia dello sci- bile umano. E, parlando delle storie particolari, niuna è talmente esclusiva intorno ad una data materia che non comprenda delle cose estranee all' immediata co- noscenza dello scrittore. La storia politica di una na- zione, per esempio, non si versa unicamente intorno ai trattati internazionali , aUe guerre, alle alleanze, alle leggi , a' movimenti popolari ec., ma si estende a' co- stumi , alle scienze , alle arti , a' mestieri , alla reli- gione ec. di un popolo , cose tutte che un Principe non può conoscere egualmente che le altre dette in- nanzi. Essendo l’intelligenza umana limitatissima per - natura e per la brevità della vita , onde non è con- ceduto all'individuo di tutto conoscere e di tutto ve- dere per sé stesso, una storia alla proposta condizione scritta 'sarebbe impossibile , eppure noi abbiamo tante j produzioni storiche molto lodate e pregiate, nelle quali ciò che manca in rapporto alle cose, che lo storico non ha potuto direttamente conoscere , è compensato dal- r integrità e dalla precisione in quelle , sopra cui ha fatto uno studio particolare. I.<a Storia universale in conseguenza vuol essere compilata con questo disegno, cioè di raccogliere dalle diverse storie particolari quella parte, in cui lo storico ha potuto essere esatto e preciso. Uno scrittore di storia particolare dal suo verso deve proporsi di portare una pietra al grand'edifizio dalla Sto- ria universale, in quanto che vale a dire si deve proporre di essere perfetto in una qualche cosa, che è stata ob- bjetto di suo studio particolare , e di un'esperienza ac- curata per r educazione della sua sensività sopra og- getti divenutigli familiari, onde gli è potuto venir fatto di discernervi tanti elementi, che alla moltitudine pas- sano inosservati , e di comprendere ad un intuito le tante relazioni, che a' profani sembrano disparate e ri- mote. A questa condizione uno storico si può dire co- scienzioso scrittore , cioè un uomo che ha saputo non solo scegliere prudentemente la sua missione, ma compierla a differenza di colui che fa uso della penna per vanità di essere lodato, e scrive senza scopo, senza impulso di convincimento delle cose che dice, ma per diletto proprio od altrui , vagheggiando chimere im- maginarie per ignoranza de’ veri fatti. Seconda specie di idee o di pensieri storici secon- duri — ossia differenza delle idee storiche dirette dalle ISDJRETTE. Contro la teoria esposta ne' due precedenti para- grafi si potrebbe opporre che la storia versandosi sul passato , ossia sopra coso che furono e non sono di presente , è bene inutile educare la sensività per la precisione delle idee storiche da un verso , e da un altro è inutile la teoria delle idee, come prodotti della sensività, messo che noi le acquistiamo per tradizione credendo e non intuendo , per fede e non per evi- denza. A che mi giova infatti il sapere che le idee sieno da formarsi con le sopradescritte condizioni, se non mi è conceduto di osservare un Coriolano che , assediando Roma , è conquiso dalla pietà filiale ? 0 Annibaie che passa le Alpi e mette in piena rot- ta presso Canne gli eserciti romani ? Tali avveni- menti non sono più: i combattenti sono ritornati alla polvere : i luc^hi sono cambiati e di nome e di cir- costanze ; attuando i miei sensi non mi sarà conce- duto di osservare il nulla. E questo rispetto alle cose distanti per tempo : fate la stessa applicazione per quelle che sono lontane per luogo, ancorché per tempo presenti. Chi può pretendere che uno storico debba viaggiare in America ed Australia, valicare gli oceani sterminati, i deserti infocati dell’Arabia, oltrepassare le Alpi , gittarsi in braccia ai pericoli del gelo , delle belve feroci , de’ fiumi , delle rupi , degli abissi, per appurare i secreti della natura e degli uomini ? Ed ancorché il volesse chi gli darebbe generosi sussidi per  «iaggìarc ? Senza dubbio sarebbe desiderabile che Io Storico il potesse , pérchè sappiamo che, quando si è potuto, la Storia è riuscita veridica, almeno più pur- gata di favole e di mentite, ma un tal lavoro forme- rebbe un Viaggio e non una Storia , un appunto di atti sperperati e non una narrazione artistica , pe- rocché, mentre si va in cerca de’fatti, il materiale non è ancora , e quando il viaggio tanto arduo , penoso e difficile sarà finito, la vita dell'uomo è vicina al suo tramonto, onde al far de’conti per ordinare i suoi pen- sieri raccolti per tanti anni o gli manca la lena per debolezza di memoria o non è più. Si vorrebbe da ciò conchiudere che la teoria delle idee storiche esposta ne’ due precedenti §§, è inutile, se è vero che desse si acquistano, giovandoci delle fatiche altrui, alle quali crediamo. 5 29 . Prima risposta —• Ewi una Storia , nella quale si narrano o si descrivono fatti passati, che si pos- sono verificare di presente. Vi sono in natura alcuni obbjetti universali per- manenti in tutt’ i luoghi e in tutt’ i tempi , sopra dei quali facendo noi le nostre osservazioni, possiamo es- sere certi e sicuri che non c’inganniamo, asserendo che essi sono identici a quelli che furono osservati nel pri- mo di della loro creazione rispetto all’ uomo. Tale è il Sole , la Luna, le Stelle, i monti , le valli , i fiumi, le stagioni , la pioggia, il caldo, il freddo, la vita, la morte , la generazione , ec. cc. Allorché dunque vogliamo narrare o descrivere cose siffatte, non è uopo che noi consultiamo la tradizione orale o vuonumen- tale, e però non è un semplice consiglio, ma un do- vere dello scrittore di storia di volgere la sua sensi- ' tività sopra tali oggetti con tutte le condizioni sopra descritte. L’attestato di Tucidide, o di Erodoto, o di Livio non potrà in alcuna maniera aggiungere peso all’ evidenza, che non dobbiamo scambiare con la cer- tezza , la quale è un mezzo sussidiario della umana imperfezione ne’ casi che non ci è dato di osservare direttamente obbjetti rimoti o inaccessibili (voi. I. §50 pag. 293 e seg. ). Da quest’ obbjetti vità storica biso- gna ripetere il progresso scientifico, imperocché, quan- tunque la Storia non sia Scienza, n’è però il fonda- mento, in quanto che la Scienza complesso di giudi- zi discerne quello che truova nell’ idea elemento storico, onde a misura che Videa si perfeziona con la educazione delle sue facoltà produttrici , la Scienza sempre mai progredisce. Provalo una volta che vi sie- no obbjetti storici permanenti e però comuni alle sto- rie di tutt’ i tempi, resta ancora provata la necessità deir educazione della duplice sensività esposta nei due §§ precedenti. Ma oltre a queste vi sono alcune specie disforìe particolari , le quali si formano d'tdee provvenienti dalla nostra sensività in gran parte. Tali sono le bio- grafie 0 nostre o di qualche nostro amico e concitta- dino, con cui abbiamo vissuto familiarmente, rispetto alle cose sensibili. Fuvvi un tempo che uomini cele- bri scrissero la Storia della propria vita privata e pub- blica. I Comcntari di Cesare formano la Storia della sua vita pubblica : ad imitazione di lui scrisse Augu- sto tredici libri della sua vita, e un indice più ristretto  (lolle cose che avea operate , come attesta Svetonio e il famoso giureconsulto Ulpiano. Tiberio parimenti lasciò scritto un comentario della sua vita, che dava a Do- miziano occasione d’ impilare lodevolmente quel tem- po, che sopravanzavagli dall’ uccisione delle mosche : praeter commetUarios et actaTiberii nihil lectitabat, come dice Svetonio, e quel mostro di malvagità Clau- dio in otto libri la propria vita compose. Severo, co- me attesta Giulio Capitolino e Sparziano, scrisse la sua vita pubblica e privata: piò modesto Adriano fece pub- blicare la sua a nome di alcuni suoi liberti letterati. Alcuni nostri italiani ad esempio di Benvenuto Cellini scrissero la propria vita come 1’ Alfieri , e moltissimi altri nelle così dette Biografie degli uomini illustri fe- cero pubblicare la loro sotto il nome degli editori. 0- ra ninna storia è piò bugiarda della biografia scritta da noi stessi , perocché la vanità di essere bene ap- presi da’ posteri non ci permette di toccare il fondo del proprio cuore, né di discernere i veri motivi delle nostre azioni. L’ amor proprio ci fa tutto vedere one- sto quanto possa servire al personale interesse. Cesare, avendo spogliato l’erario del tesoro sacro, che si cu- stodiva per la necessità della patria , rompendo con violenza le porte e minacciando Metello che gelosa- mente il teneva in custodia, descrive questo fatto nei commentari falsamente , interessandone senza cagione Pompeo e incolpando Lentulo di negligenza e viltà, co- me se spaventato da vane voci lasciato avesse l’era- rio in abbandono. Severo nella Storia della sua vita dissimula la propria crudeltà e scrive, come nemico e non come storico, de’ suoi, nemici Albino e Negro. Le idee, che ci formiamo di noi stessi, sono dunque per lo piò false o inesatte. La scienza direttrice dell’Arte suggerisce delle norme di conoscere noi stessi con la tranquilla direzione del senso ìntimo sopra i fatti proi pri, o ci consiglia di non scrivere, o alla più trista di-r chiara sospetta una specie di scritture, nella quale ó difficile , per non dire impossibile, di vedere le cpse quali sono in sè stesse. § 30 , Seconda risposta r— U educazione della duplice seur; sività è il fondamento analogico per formarci le idee storiche indirette , ossia idee formale per analogia sulle idee dalla duplice sensività. Io chiamo idee dirette quegli storici elementi, che immediatamente ci formiamo con V esercizio della du-; plice sensività interna ed esterna applicata a’ rispettivi obbjetti. Tale è V idea del pappagallo presente alla vista, e delle passioni presenti alla coscienza. Chiamo poi idee indirette o mediate quelle, che ci formiamo di alcuni obbjetti che non sono caduti mai sotto i nor stri sensi, sia che in avvenire possono o no cadervi : tale è, a modo di esempio, la idea che ci siamo formati delle Piramidi , che non abbiamo per lo passato ve- dute , e di una città dove non siamo alcuna volta stati. Ora chi non vede la differenza di queste due specie d'idee? Le prime portano seco il carattere della certezza intorno all’esistenza del loro obbjetto, che noi stessi abbiamo osservato : le seconde sono accompa- gnale sempre dal sospetto intorno all’ esistenza dell’ob- bjetto, che noi non abbiamo osservato , ma lo suppo- niamo esistente per analogia, come vedremo, o lo am- mettiamo come tale per fede ossia per credenza alla lestimonianza altrui. Delle prime ho parlato abbastanza nel paragrafo aniocedenle , perciò in queslo e ne’ se- guenti parlerò delle idee della seconda specie. E intorno a queste due quistioni egualmente impor- tanti si possono fare: la prima concerne le idee indirette ì 1 quanto al modo di concepirle, la seconda in quanto all’obbjetto a cui si riferiscono. E primamente si può domandare : come possiamo concepire alcune idee senza che il loro obbjetto abbia mai colpito il nostro senso? in particolare come possiamo concepire I’ idea di una città, che non abbiamo mai veduta, o di un fiume, che non abbiamo mai osservato ? quisliune cosi propo- sta non è di si poco momento , come è potuto sem- brare a primo aspetto, tanto più che la psicol<^ia em- pirica non se 1’ ha proposta in alcuna guisa. Le Arti rappresentative, come la Pittura e la Scultura, ricorro- no a’ ritratti degli obbjetti lontani a’ presenti o agli avvenire, pe* quali noi concepiamo quali furono, a mo- do di esempio. Cicerone, Cesare, Pompeo. Un tal mezzo per quanto effettivo parzialmente, per altrettanto è in- sufficiente, imperocché, se manca la parola scritta o la tradizione orale, noi non sapremmo quale originale rappresentassero que’ ritratti, che si dicono di Cicero- ne , di Cesare e di Pompeo. Unite alla Letteratura le Arti rappresentative diventano sussidi efficacissimi a farci concepire in modo direi naturale le idee indi- rette di obbjetti rimotissimi per tempo e per luogo. Venendo adunque alla quistione, dico che le parole , mezzi sensibili di manifestazione dell’ Arte che dicesi Letteratura, hanno la virtù di farci concepire le idee degli obbjetti non mai osservati per la loró generalità ed estensione. Io mi propongo di far concepire ad un idiota del contado Videa, per esempio, di un elefante, che <^li non ha mai veduto : a riuscire nel mio pro- posito dirò dapprima: l' elefante è un animale a qual- Digitized by Googte PARTE PRIMA 90 tro piedi. Queste parole esprimono idee note al mio idiota per la sua immediata osservazione. Ciò che gli è ignoto è r elefante per la sola parte delle differenze specifiche, onde quest'animale non è cavallo, o bue, o asi- no. Or quest' ignoto non può esser noto al medesi' mo, se non per mezzo di un altro noto, perchè il solo noto è luce, che rischiara l' intelligenza nelle tenebre deir ignoranza a raggiungere l' ignoto. Io dunque ri- corro ad altre parole e quindi ad altre idee a lui note, le quali limitando la indeterminata estensione del ge- nere animale quadrupede, fanno concepire Y elefante tale qual' è. 11 che propriamente nelle scuole si dice definire, ossia sostituire la definizione al definito. Ma che cosa è una definizione, se non una descrizione, la quale, come abbiamo veduto nel § 18, è uno de' mezzi esplicativi dalla Storia? La natura è omc^enea nel senso che tutte le cose si riducono a certi capi , che si dicono generi o specie universali e comuni : le pa- role sono segni di queste idee universali , onde a mi- sura clic si compongono si restringono scambievolmen- te. Ecco il magistero potentissimo della parola , ecco il suo sovrano ufficio di far concepire adequatamente le idee degli obbjetti rimotissimi, che non si sono mai potuti osservare da noi; nè si potranno quando che sia, A meglio dichiarare questa teoria giova ricordare in questo luogo quello che ho stabilito nella Sintassi voi. II. del Nuovo Corso di Letter, Ivi ho detto che una proposizione grammaticale può diventare logica a condizione di apporre alcune parole di costa ad altre parole, dette determinabili, ossìa capaci di determina- zioni. I determinabili sono indefiniti , indeterminati , c generici ; le determinazioni fanno l'ufficio di limiti o temùni. Componendo adunque tra loro le parole, il significato generale di ciascuna si viene a restringere in guisa che si può far intendere adequatamente il particolare e il singolare o individuo. Queste determi” nazioni poi e questi limiti o termini ^ rispetto al no- me, sono gli aggiuntivi qualitativi e quantitativi (Nuovo G)rso di Lett. Voi. II ). Ora apporre le qualità ad una sostanza è un descrivere (Voi. V. § 18 pag. 59) , è dun- que evidente che ufficio proprio della Storia è di far apprendere le idee iìxdirette per un mezzo leggitimo e adequato, imperocché provato che determinare una sost.anza e descriverla sieno identici, nella supposizione che In proposizione logica o determinata è un mezzo leggitimo di far intendere il particolare per mezzo delle parole generali in assenza degli obbjetti , sarà uopo conchiudere che faccia lo stesso la Descrizione , ossia la Storia, § 31. Delle idee indirette considerate in rapporto alloro obbjetti. Veduto il mezzo leggitimo di concepire le idee in- dirette, non resta sciolto ogni dubbio , imperocché si affaccia allo spirito la maggiore difficoltà intorno al- r obbjetto delle medesime. Allora che io vedo il pap- pagaUo , mi formo idea di un obbjetto , ossia di una cosa esistente fuori di me, e sono certo di questa esi- stenza o dello stato esteriore di un tal pappagallo ; perché T ho veduto con gli occhi propri , ossia col- r applicazione del mio senso , che costituisce la evi- denza di fatto. Ma non é punto cosi per le idee in- dirette, le quali abbiamo potuto concepire per lo mez- zo delle determinazioni apposte a’ determinabili , ma in ninna maniera ci è venuto fatto di sentirne V obbjetlo, ossia T esistenza esteriore, dì cui Tidea ò per^ cezione o veduta. Ora, come io posso sapere che esiste realmente fuori di me robbjetto di simili idee? Ecco ' la quistione concepita in chiari e precisi termini. — A risolverla adequatamente io richiamo alla, memoria dei miei lettori la distinzione che ho fatto nel 1.® Voi. di questo Corso Compiuto di Estetica intorno alla verifi^ cazione de' pensieri secondari corrispondenti ad ob^ hietti creduli § 46, pag, 276 e segg., onde vado a sud-» dividere il presente § in più §§ , per procedere con ordine in una teorica di tanta importanza rispetto alla Storia. § 32. Degli ohbjetti creduti per analogia, e quindi prin- cipi generali che regolano questa credenza o fede storica. Noi siamo fatti per natura, ad anuitettefe come osistonli tulli quegli obbjetti, che non cadono sotto i nostri sensi, ma hanno una specie di relazione a certi altri obbjetti che cadono sotto i nostri sensi, ondechè alia presenza di questi argomentiamo T esistenza di quelli. Cosi al vedere il fumo in distanza, ammettiamo r esistenza del fuoco che è invisibile : ed al sentire la voce umana argomentiamo resistenza di un uomo. QuesVammettere, come esistente, ciò che non cade sotto i sensi , i quali unicamente hanno la virtù di trasportarci fuori di noi nel mondo esteriore , è una fede, è una credenza differente dalla percezione im- mediata e diretta, la quale ha per carattere Y eviden- za. Ea fede non è scompagnata da qualsiasi grado di timore dell’ opposto e però non porta seco il carattere della certezza assoluta ; ma 1’ evidenza è tanto certa che con la certezza istessa confoiidesì. Questo fatto deir umana fede o credenza è di natura, perchè sia- mo fatti per credere, e ciò con sapientissima economia dell’autore del nostro essere, imperocché limitati co- . me siamo nella nostra intelligenza , e ne’ mezzi di co- noscere in generale, messi in un punto di questo im- menso universo sensibile , a pochissimo numero di co- noscenze dovremmo ridurci , se tutte le cose doves- simo osservare co’ nostri sensi immediatamente. Ma po- che osservandone ed un infinito numero credendone , possiamo in breve tempo raggiungere un’immensa di. stesa di conoscenze. Ma su qual fondamento possiamo ammettere, come esistente, ciò che non è percepito dalla facoltà che ci trasporta nel mondo dell’ esistenza , ossia delle cose che stanno fuori di noi ? Io già 1’ ho accennato in- nanzi : noi ammettiamo come esistenti tutti gli obbjetti insensibili, i quali hanno una specie di relazione con gli obbjetti sensibili. Ora tutti gli obbjetti della natura si riducono a due categorie generali cioè di Sostanze e di Colise (Voi. II. Nuovo Cor. di Lett. Sin. Reg.). La Sostanza è la Cosa permanente circoscritta e limi- tata dalle sue qualità : la Causa è la Cosa in azione produccnte effetti. Tra Sostanza e qualità, tra Causa ed effètti vi è relazione di connessione, per la quale pensando all’ uno de’ termini siamo necessitati a pen- sare all’altro termine (Voi. li. Nuovo Cor. Sint. Reg. ), perchè le connesse cose non possono essere pensate divisamente se non a condizione di togliere la prima supposizione ( Fedi Nuova Gram. ragion, per la Lin- gua hai. Voi. Ili De Traslati Trat. I. ). Per questa connessione che passa tra i termini delle due riferite serie è facile a comprendere che, se abbiamo presente al senso la Causa , supponiamo esistente 1’ effetto insensibile e viceversa: cosi, se percepiamo col senso la qualità, supponiamo esistente la Sostanza o il Sogget- to, a cui dev’ essere inerente. Ma il vasto teatro del- . r universo spettabile non presentando che Sostanze e Cause , cioè cose permanenti e cose agenti, e da un altro verso essendo la natura omogenea ne’ suoi pro- dotti, è agevole a intendere che in natura s' incontri- no cause e sostanze simili ad altre sostanze e cause. Così tutti gli uomini individui, che costituiscono una sola specie, sono cause e sostanze simili. Tali sono le specie delle piante , de’ pesci , de’ volatili , de’ solidi, de’ fluidi ec. Ma in che può consistere la similitu- dine della sostanza e della causa ? In quanto che le prime hanno identiche qualità, le seconde producono identici o simili effetti. Cosi tutti gl’ individui umani pensano , sentono , ragionano , nascono , crescono e muojono con le stesse l^gi e con le stesse condizio- ni ec. Tutte le piante di una stessa specie , a modo di esempio, in tutt’ i luoghi e in tutt’ i tempi germo- gliano , fioriscono e producono frutta in una stessa maniera. 11 fuoco arde allo stesso modo : gli uccelli tutti volano con le ali ec. Noi dunque ammettiamo come esistente 1’ effetto insensibUe in occasione della causa sensibile , simile alla causa altra volta percepi- ta , ed ammettiamo come esistenti le qualità insensi- bili in occasione di una sostanza sensibile , simile ad una sostanza altra volta percepita. Io vedo una pianta sfrondata in tempo d’ inverno , la quale è simile ad altre piante che vidi sfrondate nella rigida stagione , ma rivestite di foglie in primavera, argomenterò che la pianta presente anch’essa ringiovenirà al ritorno di aprile. Vedo un’ acqua che scorre dalla sorgente al prato , simile a tante altre acque altra volta bevute , suppongo in quella la freschezza che ho trovato nelle Digitized by Google INTORNO ALLA SCIENZA DELLA STORIA REALE 95 altre passate. 1 princìpi generali adunque di questa fede o persuasione^ con la quale ammettiamo come esistenti le cose insensibili, sono i seguenti. 1. ® Cause azione ed effetti sono connessi tra loro, in guisachè, messo uno de* termini, è uopo am- mettere ancora V altro. 2. ® Sostanza stato qualità sono ancora connessi tra loro allo stesso modo che la serie precedente. 3. ® Cause simili producono effetti simili , e gli effetti simili sono prodotti da cause simili. 4. ® Sostanze simili hanno qualità simili , e le qualità simili limitano sostanze simili. 5. ® Dall’ esistenza delle Sostanze e Cause simili crediamo esistenti gli effetti e le qualità insensibili. 6. ® L’ Effetto non può mai essere maggiore della sua Causa , perchè il dippiii dell’ effetto prodotto sa- rebbe senza causa , ed un effetto senza causa è una cosa inconcepibile. Le produzioni artistiche di una nazione , come gli edifici superbi, le alte torri , le pitture, le statue argomentano la civiltà progredita della medesima, pe- rocché un effetto di tanta meraviglia non potrebbe es- sere prodotto dalla barbarie, ossia dallo stato barbaro di una nazione secondo l’enunciato: non ci è effetto maggiore della sua causa. Adunque lo Storico accu- rato, che vuol darci idea delle antiche nazioni, dovrà consultare i monumenti di tutte le arti e specialmente della Letteratura , da’ quali come effetti può valutare la causa, ossia la intellettualità produttrice di que'mo- numenti, cosi detti da moneo, che significa ammonire in quanto che ci avvisano o ci fanno concepire quali si fossero stati gli uomini di un tempo operatori di quelle meraviglie. Non senza ragione gli eruditi logo- rano la vita in queste ricerche sopra i ruderi antichi PAUTE PRlalA 96 o di Pesto , e di Ercolano o di Poinpiù cc. e ia sto- ria è inassimainentc tenuta a' loro studi, allorché da- gli antichi monumenti illustrati procede secura a nar- rare e descrivere gli avvenimenti di tanti secoli ad- dietro e corregge gli spropositi degli stessi storici con- temporanei , come di Erodoto e di Livio per le cose greche e romane. Essendo invero la natura costante nel suo corso chi potrebbe credere le menzogne di Erodoto tanto difForini dal véro nel descrivere che egli fa le cose di Egitto , come attesta Giuseppe , nel dar luogo al mare col taglio dell’ Atho , nel porre in ceppi 1’ El- lesponto , nel seccare i fonti della Media , di che ride il Giovenale ? Tralascio gli animali mostruosi ge- nerati dal cervello di Erodoto , come i Grifi nell’ Eu- terpe , le Formiche indiane nella Talia, la Fenice nella Melpomene. Credereste voi a Procopio che un Isauro 0 un Trace con una sola saetta pose in fuga un eser- cito intero di Goti , o che Tile sia dieci volte mag- giore d’ Inghilterra? Crederemo a Paolo Veneto che ci descrive la città del Quinsai , che gira intorno a cento miglia con dodici mila ponti di tanta altezza che ogni gran nave a gonfie vele vi sottopassi senz’ urto? 0 che il. mar Caspio è sempre spopolato di pesci e solo ne abbonda ne’ giorni destinati d digiuno? Chi crederebbe a quel barbassoro presso Luciano che al solo grido di Prisco fa cader morti sette o otto soldati? Simili rac- conti non reggono nella stessa favola, la quale come ideale perfetto non deve tener per ultimo pregio la verità , ossia la conformità al reale possibile. Ho detto che i Monumenti come prodotti dell’ u- mana intelligenza attestano la civiltà delle nazioni. Ma che si debbono intendere per monumenti ? « De’ fatti » insigni gli uomini conservarono la ricordanza elevando a mucchio di pietre o statue o trofei secondo » la varia coltura. Ora la vastità e magnificenza degli » ipogei indiani ed egizi attestano Tantichità e la po> » lenza di quei popoli : ora le rovine provano 1' esw » stenza di una grande città : ora le armi , le urne, » gli utensili sepolti dànno indizio di battaglie, di ne- » cropoli , di terre perite : ora gli avanzi de’ templi » e le sgomberate lave ci rivelano la costituzione' di » un paese , il suo culto, i pregiudizi, il vestire , le » credenze , gli attrezzi domestici, i pesi, le misure. » Giacobbe alzò la pietrà di Betel come monumento » del patto con Dio : sassi ammucchiati accennarono » il passaggio del Giordano : la Grecia era sparsa di » tanti monumenti che in quelli si poteva leggere tutta » la Storia patria, nè altrove che ne’ monumenti sta » la Storia anteriore ad Omero ». ( Cantii — Nozio- ni Preliminari ), ■' Io. per monumenti non intendo soltanto le pro- duzioni dell’ arte e dell’industria umana ^ ma ogni av- venimento permanente della naturajacca<Ia(o in un pun- to dello spazio dall’ origine del Mondo fino a noi. La Storia geol(^ica o geografica non potrebbe at- tuarsi senza consultare l’ evoluzioni terrestri ed astro- nomiche. Ed a queste indagini storiche dobbiamo l.i Geologia o Scienza della terra, ossia del globo dove noi abitiamo. 11 Diluvio universale, per esempio, è un av- venimento creduto da tutte le nazioni , e questa cre- denza è sostenuta dalle tradizioni di tatt’i popoli , ri- cevute dalla discendenza de’figli di Noè, testimoni ocu-* lari di tanto sterminio. La miscredenza ingegnossi di met- tere in dubbio questo fatto universalmente creduto s Venne in sussidio della fede alle antiche tradizioni la Scienza su i dati storici geologici, k La Geologia, svol- » gcndo queste zone, in cui è fasciala la terra, simboleggiata però dagli egiziani in una cipolla, costrinse » i minerali a dare la storia della loro formazione. » €uTÌer , che piò innanzi portò questa Scienza , ra- » dunò quanto potè ossa fossili, dallo studio delle » quali giunse a concbiudere che assai volte la terra n nostra fu sconvolta , sorgendo il mare ad occupare » il luogo popolato dagli animali : che P ultima volta » in cui avvenne questo fatto coincide appunto col- » r epoca del diluvio di Mosé (e delle universali tra- » dizioni )... Basti dunque il dire come al presente sulla -n scorza del globo nostro si trovino prima di tiitto u banchi di fango & di sabbie argillose misti a ciottoli » rotolati di lontano , c pieni di ossa di animAli ter- ». restri , immani di forma e di mole , la cui razza » peri o abita altri climi.^ Si distinguono bene da’ se- » dimenti ordinari de’ fiumi e de’ torrenti , che con- » tengono soltanto ossa di animali del paese , e sono » pruova dell’ ultimo diluvio ». (Cantò. Epoca prima Libro Primo — Antichità del Mondo). Comesi potreb- be scrivere la Storia geologica senza consultare questi monumenti immortali della natura ? Come descriverci i monti che fanno parte della terra senza la teoria de’ sollevamenti, ttovata o chiarita da EliaBeaumont ? da Bath? da Stevensohn ec. ? E in questo la Storia pro- cede illuminata da’ principi di sostanzialità e causalità qui sopra riportati : l'effetto non è maggiore della cau- sa: effetti simili sono prodotti da cause siviili ec. ec. La Scienza della Storia, esponendo questi principi generali, non può fare ammeno di accennare alle con- venienze delle Storie particolari , fisiche o morali — E qui potrebbe alcuno obbjettarmi che alcune storie non possono costituirsi intorno a qualsiesi obbjetto prima che la Scienza intorno al medesimo siasi costi- tuita. Del che ne fa pruova la Geologia Scienza nuova , di cui meritamente si disse Padre V immortale Cuvier. Lo stesso potrebbe dirsi della Storia dello spi- rito umano in quanto a’ fenomeni del pensiero ec. A questa obbjezioiie rispondo , concedendo sotto un ri- spetto, e sotto un altro negando, imperocché, avendo definita la Storia per la Coscienza dello Scibile uni- verso, può essere prima e dopo della Scienza, ma que- sta è sempre posteriore all’ elemento storico, come il giudizio è posteriore air/c^a.ilnfatti, se non fu prima della Scienza geologica la Stòria scritta del globo ter- restre, vi fu' certo la tradizionale e monumentale, se non perfetta, in quabivoglia modo almeno. Ma, se gl* uomini non scrissero questa storia , la dettò Dio me- desimo all’ispirato Mosé, il quale tre mila anni prima che Cuvier avesse iq>pronfondite queste indagini e quan- do i popoli credevano a < fole mitologiche, la descrisse con tanta precisione od esattezza che la Scienza ammi- ra di presente e vi si uniforma. J»' Ritornando al mio proposito, concludo' che le idee indirette acquisite 'per lo mezzo dell’analogia sostan- ziale c causìde ò nn mezzo leggitimo di concepire le idee e ‘di ima credenza pro^ sima alla evidenza. Dessa é il fondamento , come ve- dremo "in seguito , della certezza mòrcde, che si fon- da sull’ attestato degli altri uomini , in quanto cheia fede per analogia è inalterabile dal lato delle cose , mentre quella che viene dagli uomini fallibili non è scompagnata dal dubbia, o dal sospetto del contrario. La Storia adunque, che si affatica di corroborare la testi- monianza degli uòmini con l’analogia de’ monumenti,' c questa con l’evidenza di fatto', ^ve però’ ritentare direttamente le sue immediate osservazioni. hutorno alle idee indirette , il cui oldfjetlo è creduto sull’ attestato degli altri uomini. : Quando cre<1iamo per analogia, crediamo a noi stes< si, onde, se vi è errore, dobbiamo noi stessi incolparne, che non avremo saputo ben agguagliare la simihtodine degli effetti e delie qualità rispetto alle loro cause o a’ loro soggetti.' Se, per esempio, in vedere una torre in- cenerita io attribuisco questo effetto alla mano ddH'uo- mo , potrò ingannarmi , perchè potrà darsi che real- mente sia stata incenerita dalla folgore. Ma, se quésto fatto mi sarà narrato da un altro uomo., cui io cre- do in buona fede, l’ inganno o l’ erjrore non è più mio, ma dipende daH’ignoranzao dalla n>ali 2 ia altrui — Sorge quindi la quistione : su qual fondamento noi credia^. mo agli altri uomini che esistano fuori di noi alcuni obbjetti, 0 che esistettero prima di noi , mentre a noi non è stato nè sarà conceduto di osservarli ? Come io posso ammettere che sia esistito Cicerone , Cesare e Pompeo sul smnplice attestato degli altri uomini ? Questa credenza è fondata ancOTa sull’analogia , im- perocché tutti gli uomini sono simili tra loro in quanto che hanno anima razionale, che informa corpi organici simili, pe’ quali si manifestano gli effetti interiori. Ora la parola è propria dell’ uomo e noi 1’ apprendiamo come effetto immediato di questa causa libera. La parola è segno d’ idea e l’ idea è veduta di obbjetto. Per questa intima relazione tra la pardo 1’ idea e 1’ ob- bjetto, idcntiSiSUHlo, le confondiamo. E, siccome nello stato spontaneo la parola è 1’ espressione dell’ idea e quindi dell’ obbjetto nel parlante, come tale l’ apprendiaino in ogni altro che parla. Quindi è che il fonda-: tnento di questa credenza si riduce al principio di cau- salità, ossia' che Effetti simili sono prodotti da cause simili, nella supposizione che gli uomini, allorché par- lano, non mentiscano. Ma Tuonio corrotto può ingan- nare e può ingannarsi, quindi può mentire o per igno- ranza o per malizia. 11 suo attestalo per conseguenza non esclude il timore della falsità. Ecco perchè dice- va innanzi che la storia si studia di accertare i fatti, convalidando T attestato degli uomini con la certezza fisica e con l’evidenza di fatto — Questo ragionamento va per l’attestato immediato dell’ uomo, che, consape- vole de’ fatti per propria evidenza, ci narra egli stesso le cose osservate. Ma che diremo dell’ attestato degli assenti per via della parola scritta ? Come io posso credere che esista una parte del mondo, che si dice America, sol perchè ho letto le parole scritte di altri uomini, i quali asseriscono che esista? La parola scritta è ancor essa un effetto prodotto da una causa perso- nale , dallo uomo, il quale per condizione di sua na- tura si suppone veridico. Questa testimonianza adun- que si risolve in una doppia credenza analogica fon- dala sul principio di causalità : con la prima credo che vi fu un uomo che ha scritto : eoo la seconda credo che sia vero quel che è scritto, perchè un mio simile non è fatto per mentire. Applicate adesso que- sto principio a tutte le progressioni della parola scrit- ta. Cicerone per esempio ha scritto il suo libro degli Uffici : la sua scrittura è stata riprodotta da’ copisti pel corso di tanti secoli, c finalmente per la stampa. Niuno di queste copie è prodotta da Cicerone ; io dun- que debbo credere all’ ultimo copista, il quale mi as- sicura che quella copia è copia di tante altre copie, r ultima delle quali si rannoda all’ originale del suo PARTE! PRIMA 102 autore. In questo fallo, come ognuno vede, vi è una serie indefinita di argomenti di analogia , e , perché lutti gli uomini sono simili, io credo talmente bene che se credessi ad un solo. Anzi, quando questa fedo è avvalorata dall’ attestato di molti o nri medesimo tempo o in successione di secoli, è accompagnata da certezza quasi assoluta. Ondechè dubiteremo più facil* mente di un fatto narrato dalla viva parola di un uo* mo, anzicchè deU’csislenza e de’fatti di Cicerone a noi narrati da’ libri e da’ precettori , ' perché supponiamo più facile r errore in uomo che in cento, e quasi im- possibile nel consenso del genere umano , o della più parte — Quali norme dobbiiuno tenere per; non errare nel formarci queste specie d’ idee ' indirette degli ob^ bjetti creduti, sia per analogìa, sia per credenza all'at- testato umano, il vedremo nell’articolo IV, , dove espor- remo alcune osservazioni importanti oltre alle già fatte nel Volume § 47 e segg. ). ‘r*' i .Intorno alla Scelta ns’ pensieri secondar! storici. ' § 84 , In che senso possiamo scsoltere i pensieri secondari storici ? » partizione del presente articolo. ■ t Allorché ci si concede la facoltà di scegliere, pare che si lasci in nostro arbitrio preferire alcune cose a certe altre, e se quest’ arbitrio non avesse una legge come sua norma o regola potrebbe avvenire che la preferenza o la deferenza di quelle o di queste offen- desse queir unione individua, che costitiiisce la forma turlistica del componimento , ossia il Bdllo- A scanso di equivoco ripeto in questo luogo quello stesso che ho accennato altrove ( voi. L § 38 pag. 238 e seg. ) cioè che la scelta è ned senso ristretto di richiamare que’ pensieri secondari nel componimento, che vi deb- ^no essere con la ragione di parti integranti rispetto alla totalità del Concetto, e di rimuovere tutti gli altri, che per una viziata natura si presentano inopportuna- mente con la pretenzkme di far parte anch' essi di un tutto, cui non appartengano. Quindi è che la scelta ha luogo dopo che il materiale di tutta la produzione è, a cosi dire , ammanito e pronto per essere messo al- r opera. La Immaginazione in questo momento assume la risponsabilità .di riprodurre tutte le idee, che le ha affidate in deposito la duplice sensività interna ed esterna direttamente o indirettamente per^-mediata o, immediata osservazione. 11 Concetto, che è F intclligi-, bile rischiarante, percorre col fanale della propria luce, tutto Taggregato, e si và ora a questo or a quel pen-, siero comparando, ed a quelli s’ incarna, a cosi dire, con cui ha ragione di forma o d’informante. l^a scelta adunque è un lavoro di somma importanza, che si com- pie -per analisi e per sintesi , per attrazione e ripul- sione ( Voi. I. § 38 pag. 239 ) in quanto che alcuni pensieri sono richiamati ad aggregarsi , alcuni altri vengono esclusi dall’ unione come estranei, b atte que- ste generali dichiarazioni, vengo a dire in particolare in quanto alla Storia che la scelta delÌ 0 idee ha petj sua norma 1’ idea-Concetto, la quale ha un’ estensione * ipotetica, ossia per quanto lo storico se ne propone e però non è in suo arbitrio di narrare o descrivere fatti estranei o trascurare fatti intrinseci. Verrò quindi ad esaminare più particolarmente la quistione : se sia lecito allo storico trascurare alcuni fatti , la cui narrazione o descrizione potrebbe nuocere alla moridìtà storica , in quanto che vale a dire di- scandalo poteS" se riuscire - a' lettori , mentre vuoisi ehe la storia aia maestra della .vita e correttrice de’ costumi, § 35 . Se lo storico nel narrare o descrivere gli avvenir menti morali possa e débba scegliere le virtuose azioni e trcdasdare le malvage. Pensano alcuni che, essendo la Storia, al dir di Cicerone, maestra della vita, non debba essere conta- minata con le sozzure deU’ altrui vita. Con qual prò leggiamo le mostruose libidini di Nerone, di EHio^lÀlo e di Caligola ? o il lusso de’ persiani , di Semiramide e di Sardànapalo? o le indomite fierezze di Mezenzio, di Falmide e di Procuste? Forse può leggersi con pro- fitto la narrazione di quell’ infamissima Tullia , che calpesta con le ruote del carro il cadavm'e del tradito genitore per farsi adito al trono macchiato dal parri- cidio ? Insana forse la temperanza la narrazione del gran Macedone, che infuriato nel calore del vino con- tamina la mensa reale col sangue innocente di un amico ? La perfidia di Annibaie, le frodi di Lisandro, le ambizioni di Alcibiade imprimono forse nell’ ani- mo di chi legge sentimenti virtuosi ? Oltre a questo chi accorda allo storico l’arbitrio dell’altrui fama ? Non prescrive forse la carità, che lega gii uomini a civile consorzio, di nascondere nel segreto i difetti de’ nostri simili? Con quale moralità si può dunque consegnare alla pubblicità della storia la parte vergognosa della vita degli uomini , i quali meritano di essere ricor- dati negli storici volumi ? Queste presso a poco sono io ragioni, per le quali alcuni vorrd^ro che non si facesse menzione nelle storie delle azioni meu buone de’ nostri simili , ma » dico essere non pur conceduto, ma comandato allo » storico ( sono parole del Mascardi ) che con libertà » degna di un animo ingenuo riferisca fedelmente il » bene e il male, le virtù e i vizi, se vuol come con» » viene soddisfare al debito d’ onorato scrittore , e » adempiere in tutte le sue parti quella regola di Tul- » lio: iVe qvìd veri non audeat. Provano alcuni ele^ s ganti e dotti anttMPi’oon la legge lodata da Cicerone, » e ricevuta fino al di di oggi, la verità del mio detto, s perchè se nel vendersi d’ una casa o di un campo a si ascrive a frode, quando le male qualità loro, al a venditore ben note, non si palesano (retieentiti ciò D vien dettò da Cicerone) , quanto maggiormente do* » vrà stimarsi fraudtdento lo storico, che preponendo » a’ lettori un personaggio, per altro forse mmitevole » di gran lode , tace di lui quelle male qualità , ‘la » notizia delle quali può ndl* animo di chi le^e ]mr- s torire il vero e adequato concetto del merito e del » demerito di colui ? Ma quanto valevole .sia quest’ ar-, D gomenlo in pruova della' conchinsione stabilita pur a dianzi da noi, sei veggano gli eruditi , che io per » me riverisco sempre le opinioni de’ valenti uomini, » tutto ohe lo studio della verità mi astringa talora » a calcare molto diverso sentiero ». i »' L’autorità della divina sm’ittura, che non tace » r iddlatria di Salomone, 1’ adulterio e 1’ omicidio di » Davide, Ja negazione’ di Pietro, le lascivie della Mad- » dalena- ( per ’’ dissimulare le infinite scelleratezze dì » coloro che santi nel fine della vita non furono ) mo- » stra che non può lo Storico fedele passar con si- » lenzio le altrui quantunque enormi malvagità, quan-* PARTE PRIMA 106 it do la loro pubbUeazione alia perfezione della storia » sia necessaria e giovevole Gli esempi degli uo- 9 mini valorosi, che lodevolmente operarono, ne chia- » mano alla imitazione del bene : le scelleraggini, che 9 altri commise , con la bruttezza loro dal seguir la » malvagità ci distolgono. Pulclirum ( favellando della » Storia dice Diodoro) ex aliornm erralismelius est 9 igitur inslihtere vitam noslram , perchè, se la rae- » dicina utilmente disiunina la malignità de' veleni in> » sicmc con la bontà dell' erbe salutifere, anzi, se la » hlosofia de' costumi non meno diligentemente dichiara » la natura de' vizi che l' essenza delle virtù , 1' Isto- 9 ria , che dicemmo essere una filosofia composta di 9 esempi, dcH'uno e dell'altro è parimente doviziosa ». Con questo tuono 1' erudito Mascardi continua a dimostrare l' assunto, cioè che non solo è lecito ma è dovere dello storico di narrare e descrivere tanto le virtuose quanto le viziose azioni degli uomini. Ma tutta quella dovizia di citazioni non sembra a me sufficiente ad una pruova diretta e convincente, impe- rocché resta ancora a sapore con qual dritto lo storico possa esercitare tanto arbitrio sulla fama altrui. Nè vale r addurre 1’ esempio della divina scrittura , per- chè là è Dio che parla , e Dio è padrone della vita c de' beni degli uomini. I sacri scrittori furono ispi- rati, e non sono essi rispousabili di ciò che scrissero, perchè non ne furono dessi gli autori. Ma 1' uomo qual dritto ha egli mai sull’ uomo ? Qual è dunque il fondamento della moralità pratica nello scrivere in tal guisa la storia? Se non si parte dalla vera nozione della Storia, non si può dare una soddisfacente solu- zione al proposto problema. La Storia reale si propo- ne il Bello naturale o reale, il quale non è assoluto e perfetto , perchè , come abbiamo più volle acccii- : hy *_ nato nel primo Volarne , scadde dalla sua perfezkMie primitiva per la colpa del nostro progenitore. La sto* ria oltracciò è un compoainiento, il cui pregio in arte non è dai solo lato delia verità de’ pensieri seconda- ri , ma ancora della loro integrità (Voi I. § 83 pag. 217 e segg.). Dovendo perciò essere rispetto a’ fatti quel- lo che in pittura è il ritratto rispetto all’ origiiùde, ognun vede quanto è insulsa Topinione di coloro, che vogliono proscrivere dalla Storia la narrazione o de- scrizione de’ fatti vergognosi. Comprendo bene che gli uomini vituperati, se fossero vivi e potessero imporre allo scrittore, vorrebbero a tutto uomo impedire che il loro nome passasse a’ posteri disonorato, come appunto un deforme vorrebbe che le sue bruttezze naturali si nascondessero tra le ombre da egregio pennello, ma la Storia , che assume to missione di. «irretti^ del- r umanità con la distribuzioue della lode e del vitu- pero secondo i meriti di ciascuno, è tenuta a pronun- ziare le sue sentenze senza rispetti umani. Se. or mi domandate ; chi ha conceduto allo storico il drillo di censurare le cattive azioni degli uomini ? lò rispon- do la società degli uòmini *'coògrtgati a cWilc'bohsor- zìo , imperocché dessa non solo non ha punito gli scrittori veridici, ma li ha pure premiati di giusta' lode: glielo ha concesso la pubblicità delle azioni commesse, per |a quale i ribaldi rinunciarono alla buona opinkmec glielo ha concesso l’utilità pubblica, poiché- terribile mi- naccia è la infamia per coloro, che, avendo il potere a delinquere, non* hmino altro freno che la pubblica ri- provazione de’ presenti , e la naaledizione de’ po- steri. ■ ' * ‘ itt t -.(i d '■ fir La dignità dello storico ma^imamenle rifulge da questo punto di veduta, imperocché, esercitando la giu- stizia distributiva della lode e del vitupero da un verso spinge al virtuoso operare gli animi generosi col sentimene 10 della gloria, dall’altro atterrisco i malvagi dall’ofiPen- sione con la minaccia dèli’ infamia. Terribile inverò è 11 pensiero di essere maledetto dalla posterità, che legge nelle pagine immortali della Storia le nefande reità , che r uomo il più perverso cerca di nascondfflre allo sguardo de’ suoi contemporanei , per quanto è lusin- ghiero per le anime nobili il presentire le benedizioni degli avvenire a’ nomi venerandi de’ benefattori del- r umanità. Ma è per questo che le nequizie degli uo- mini, di cui vuoisi far padrona la Storia, debbano es- sere vere e non più nè meno di quello che furono realmente,- imperocché, se è argomento di cuwe ben formato l’ interpefrare in’ me^io le buone azioni , è indizio di 'un cuore corrotto vedere nero in ogni cosa, esagerando i più federi difetti. , , ni - ’ ’  ' Vi può essere una scelta di pensieri secondari storici jichiesta dalla limitazione del Concetto storico. Quando io dico che lo storico debba narrare e de- scrivere le buoue e le ree azioni degli uomini, io non intendo prescrivere che si debbano necessariamente pro- porre simili storie. Il mio discorso concerne quel com- ponimento , in cui si propone il Concetto dì uo- mini, i quali non souo stati interamente virtuosi; e in questa supposizione trascurare i loro difetti sarebbe un violare la integrità e la verità de’ pensieri secon- dari , oppure un fare più da poeta che da storico. Così osservammo che il Temistocle del Metastasio non è il Temistocle della storia , perchè in quello vi è tutta  b parte buona di una vita pubblica gloriosa .senza ai- lusionn a' difetti delia vita pubblica^ e privato. Ma non ogni Storia deve narrare e descrivere fatti scandalosi e nequizie abbouiinevoli. Il < paganesimo non' offre tipi perfetti , nia il cristianesimo ne porge moltissimi n<d- b vita di tante vergini e di tanti martiri f che non macchiarono la loro vita di cólpe mortali. la simili supposizioni , se la storia non presenta nar- razioni c descrizioni di fatti colpevoli , non si de- ve attribuire all’ arbitrio ddla scelta de’ pensieri se- condari , sibbene all' ipotesi assunto nel Concetto , il quale è di uomini virtuosi e senza macchia di gravi difetti. Per un’ economia d’ insegnamento simili storie si possono preferire ad ogni altra storm per informare di buon’ ora gli animi de' giovanetti con modelli per- fetti, realmente esistiti e non poeticamente fantasticati. Oltracciò per un’ integrità relativa di proponi- mento possiamo scrivere de’ componimenti storici di genere lirico , in senso di Saggi storici , • ne’ quali possiamo narrare le belle virtuose azioni e trascurare le difettive , come se, per j esempio, narrando la vita pubblica di Cicerone Oratore, parleremo de’ pregi di questo genio di Eloquenza,. trascurando i difetti di lui sotto il rapporto della sua moralità o dell’ uomo di stato, allorché intriga col Senato , e fa guerra occulta a Cesare ed a Pompeo, de’ quali si dichiara in appa- renza amico o adulatore. Con questo disino sono compilate alcune biografie di uomini illustri, che si pro- pongono per modelli a’ giovanetti. E in questo lo scrit- tore imita il ritrattista, che dipinge con tinte maravi- gliose il volto e le mani , ma nasconde tra l’ ombre le parti pudende dell’ uomo e della donna , le quali , se si esponessero all’ occhio dello spettatore, rechereb- bero e noja e scandalo. Ma in simili casi ripeto la re- Digitized by Google parte: prima no siriziono sarebbe consigliata anzi comandata ‘ dall' ipo- tesi del concetto proposto e non mica della libertà di nna scelta a piacere, che sarebbe per questo viziosa e riprovevole. Se infatti io mi proponessi di scrivere là vita di Cicerone -senza alcuna restrizione , e mi limi- tassi alla sola vita pubblica senza punto interessarmi o delta sua origine dalla patria di Arpino, o della sua prima educazione e de’ viaggi in Grecia col fine di perfezionarsi in Eloquenza, o de’ suoi inti^hi per inal- zarsi a’ posti più eminenti dello stato ec. , quantunque alla fama di tant’nomo di siffatte cose sarebbe utile tacere, chi non mi appunterebbe di grave omissione E ragionevolmente; pmchò’il tìtolo del mio lavoro accennerebbe ad un proponimento senza restrizione , ed ìò'mi sarei limitato ad una parte del mio tutto pro- posto. Allorché dunque si parla di Scelta dì pensieri secondari, è uopo intenderla più nel senso negativo di escludere dal componimento quei pensieri, che per la viziata natura delle facoltà psicologiche pretendono d’in- trodurvisi senza che abbiano ragioni di parti al tutto conformemente agli accenni del Concetto, c nel senso positivo di dar luogo a que’ soli , che la integrità as- soluta o relativa de’ medesimi richiede secondo i prin- cipi esposti nel 1.” Volume.  Intorno all’ Integrità’ db’ pensieri storici- secondar!. . ' § 37. Partizione dd presente articolo. Dopo le cose esposte nella parte generale conte- nuta nel prime Volume ( Artic. 11.® § 33 e segu. ) parrebbe che in questo luogo io non dovessi allai^ar- mi in parole intorno all’ Integrità de’ pensieri secoD< dar! storici; perocché le cose dette ivi sono sufficienti per tutte le specie di componimenti. Ma, considerando che il genere è indeterminato e indefinito, e che nella specie vi sono tali particolarità che non facilmente da tutti se ne può fare una scientifica riduzione , io verrò ne’ seguenti paragrafi a dire brevemente qualche dosa intorno alla proposta qoìstione. R parlerò primamente dell’ integrità assoluta e relativa de’ pensieri secondar! storici sotto il rispetto della storia particolare, c dopo sotto quello della Storia Universale — Cosi verrò a de- terminare la natura di alcune produzioni storiche, che si possono annoverare tra le liriche , o di altre che meglio si annoverano tra l’ epiche , prendendo questi due vocaboli non nel senso delle scuole, ma in quello limitato sotto il rispetto della loro integrità , come ho accennato nel 1 .® Volume. Quali storie appartengono al genere Lirico sotto il rispetto dell’ integrità de’ pensieri secondari ? I Retori e ì trftttatisti di Arte poetica al genere lirico riducevano tutt' i componimenti brevi poetici » come le odi ) i canti » gli epigrammi « 1’ egloghe, ec. detti perciò lirici per la loro brevità, in quanto che erano concepiti e prodotti con Taccompagnamento del suono della lira, o composti prima,-si cantavano dopo al suono di questo strumento, lo estendo il significato della parola, e, guardando alla loro brevità e non alla circostanza del canto, chiamo di genere Urico ogni sag- gio di breve componimento , che, potendo avere una maggiore estensione, si fa breve per circostanze estrin- seche , tanto se sia poetico , quanto se sia prosaico. Chiamo di genere epico ogni componimento o prosaico o panico di massima estensione , nel quale .si è os- servata la integrità assoluta possibile, a qualunque spc* eie si appartenga. > Al genere lirico adunque appartengono tutte le narrazioni e descrizioni sommarie intorno a qualsiesi oggetto col fine di dare un’ id^ qualunque indefinita del medesimo. Le vite dì Cornelio Nipote , e le Bio- grafie degli uomini illustri appartengono a questo ge- nere. I sunti della Storia Universale , della Storia naturale e dellaiS{on'a.,S'acra destinate al primo inse- gnamento de’ giovanetti sono tutte componimenti lirici.. La difficoltà dì simili produzioni ò nella scelta de’ fatti e nella loro assimilazione per dare all’ aggregato 1’ u- nkà , senza derogare all’ integrità relativa de’pensieri secondari. E per riuscire npll’ intento é uopo che il ConceltO) abbia una^ limitazioQO richiesta da una- ne* cessiti estrinseca ;■ ia quale possa giustificare l'^eco- nomia: dello scrittore. 'Or quale può < -mai essere la circostanza estrinseca , che rende necessaria e quin- di giiistifica l’ integrità relativa de’ pensieri secon- dari storici? La Letteratura, dicemmo altrove ( Voi. I. § 34 pag. 225), è un’ arte meravigliosa, che con la sua estensione comprende tutto lo scibile non solo, ma, fat- tasi educatrico della specie umana, vuoisi contempc- rare alla suscettività d^li uomini di tutto 1’ età , e di tutte le altitudini possibili. "Onde osservammo che non ogni componimento letterario è per ogni classe di lettori , essendovene alcuni accommodati all’ intelli- genza delle moltitudini , tali altri -a quella do’ giova- netti , e pochissimi agl’ ingegni,, eletti per coltura e dottrina. La Storia, che é la Coscienza dell’ umano ^- pere, adempie mirabilmente quest’ufficio, graduandosi, perchè dessa è la più accommodata a trasmettere in tutte lo classi dell’ umana famiglia il sapere di memo- na , più facile del sapere d’ intelligenza ad insinuarsi nelle moltitudini e nella prima età — Or j questa causa è sufficiente a giustificare lo storico , che tra la col- luvie de’fafli va, come ape, prelibando sopra ogni fioro' per raccoglierne il miele , che dilettando stimola all’ac- qiiisto piacevole delle prime conoscenze. Supponiamo che l’arte proscrivesse un mezzo tanto efficace' e tanfo proficuo, che avverrebbe doli’ educazione letteraria a scientifica ? Aspetteremmo che i giovanetti non appa- rassero alcuno storico elemento? Eppure in quell’ età non siamo capaci d’ imparare che storicamente , ossia col solo esercizio della memoria, o, se vuoi meglió’ più credendo che ragionando. E, se la memoria non si eser- cita fin da principio, non sarà, quando che sia, mai più capace di ritenere qualsivoglia Storia, non dico 1’ univecsale. Si vorrà forse dire che, ritenendo questi pendi storici come utili, è uopo sconoscerli per iRvori artistici? Ma allora diremo egualmente, e dovremo dir- lo , che i componimenti poetici di genere lirico non sieno aneli’ essi lavori di arte , perchè in essi l’ argo- mento è saggiato e non esaurito ( Voi. I. § 34 pag. 227). Nè in alcuna cosa sotto questo rispetto la poe- sia differisce dalla prosa , perocché l' integrità è una per ogni componimento , non essendovi un più e un meno per la poesia, e un altro per la prosa. Or , se lutti lodano a ciclo Anacreonte e Pindaro, principi trai lirici greci, e ira latini Orazio e Catullo, e quindi, se tutti ritengono questi lirici per poeti sommi, che vuol dire sommi artisti , converrà concedere che i com- pendi storici, veri saggi di storia per un fine di uti- lità massima , lavori di arte ancora sieno. Queste ra- gioni a me sembrano decisive a favore de’ compendi storici, contro de’ quali stettero un tempo uomini gra- vissimi , tra’ quali il Bacone nel suo citato libro della Dignità e degli Accrescimenti delie Scienze Lib. II. cap. VI. dove gli epitomi storici veri tarli deUe storie vuole affatto' sbanditi ; e cita uomini di gran 'senno che in questa sua opinione convennero. Toccò l’estre- mo opposto il D’ Alembert ( Melanges. Tom. V, Re- flexions sur l’histoire ) , allorché disse che la più sem- plice e più conveniente maniera di scrivere la Storia per chi vuole scrivere soltanto la Storia , cioè la ve- rità , sono i Compendi', perchè in siffatto modo si ri- duce la Storia a ciò che questa contiene d’incontra- stabile , a’ risultati generali de’ fatti , e si sopprimono le particolarità sempre alterate dagli errori e dalle passioni degli uomini s. « Chi sarà giudice (dice il Napione) tra Bacone » e D’ Alembert ? Nc giudicherà la natura della cosa, r ^ ^ » ed investigandola forse verremo a acojH'ire non es- x'serèi nè.ruuo nè raltro interamente -ingannato, ma » avere ciascheduno di Imro osservato i Compendi sol- » tanto da nn aspetto , > uno per l’ abuso che far ne « possono gl’ ignoranti , l’ altro per un vantaggio che X è unicamente proprio di questa maniera di scrivere » la storia ». L’ osservazione è giusta , ma la solu- zione , che ne fa il critico , è inadequata. Il Bacone voleva la storia di genere epico , ossia d’integrità as- soluta : d’ Alembert la voleva lirica , cioè d’ integri- tà relativa. Simili pretcnzioni troppo esclusive sono false e contraddittorie , perocché , se vogliono essere conseguenti a rigore di logica, se ne deve dedurre che la poesia dovrà essere o assolutamente lirica o asso- lutamente epica^ conseguenza rigettata dagli avversari, allorché riconoscono questi due generi di poesia per incontrastabili. 11 Napione ricorre a certe distinzioni, che non fanno al proposito, e che io tralascio per amore di brevità: noto soltanto che egli destina i compendi all’ uso de’ dotti e de’ filosofi , sentenza falsissima da quanto si é detto , perocché i filosofi e i dotti che non professano la storia, rispetto ad essa, sono idioti, e vanno compresi tra la moltitudine , a cui sono di- retti i componimenti lirici storici, che si dicono com- pendi — Oltre a questo bisogna pure tenere presente la distinzione della storia in Singolare , Specifica a Generica, dalla quale distinzione è chiaro a compren- dere che nella prima non si possono trascurare le par- ticolarità , perchè si urterebbe all’ ipotesi assunta nel Concetto : nelle altre duo non si può scendere alle particolarità individuali senz’ urtare al Concetto speci- fico e generico. Ma niuno può dire che sia compen- dio la Storia specifica e generica , posto che dessa è tale per sua indole, che delle cose non sue non può 116 , PAHT8 ™i«4‘ < •■K.': ). e non dere ^trattare. D’ Alembert goardava a qnest’til- lima, allorché disse, che' il Compèndio sia proprio della ShHria , ma, se si dà nn compendio ancora della sto> ria specifica e gen^ica., bisognerà- condiiadere che egli per un cquirooo ddla parola compevdio .esclusa la Storia de^' indiridui,'e,fiaoone goardando alla. Sto* ria degl’ individui , mal interpetrando la parala Cooh pendio, escluse la Storia specifica e generica; > < • • ., . . I ■ . • ► , . hy li • .  . ','1 f >■ A* Si rispmde ad altre obbjezìoni contro i Compendi -i-; storici. . Io non' posso rimanere senza risposta alcune os» serrazióni fatte contro i compendi storici -da ralenti nomini del secolo passato j perché tuttora esercitann un’influenza ne’ principi speculativi, se. non neUa pra- tica. A nome di tutti io cito le Mèmoires sur Us abre- gès del Presidente HenoAiìt^ « La taccia più fondata, 71 dice egli, si è che i Compendi terminano di distrugr 4'gere il già quasi spento gusto della fatica : favori- » scono la infingardaggine nel medesimo tempo, chepa- 7> sceno la vanità : dispensano di ricorrere a’ fonti » fonno innalzare moltissimi 'tribunali , m cui si de< »• cide con tanta maggior franchezza che altri non » senza- sua meraviglia si truova dotto , e in cui si » dìsprezza -la Scienza, che si crede già acquistata a r sì poco costo. Ciò che chiamasi ing^o a’ -nostri 7t ' tempi tien luogo di tutto e' 1’ apparenza della Fi- » losofia ha- distrutto il sapere » (op., cit. pag. 611). Queste osservazioni non sono prive di fondamento ,' se si riferiscono al cattivo uso de’ Compendi. Se . alcuno credesse di divenire un eccellente, scrittore di Storia,  contentandosi di consultare semplicemente i Compen- di , o di essere un professore e profondo conoscitore di Storia alla medesima condizione, i lamenti dei Pre- sidente Heuault sarebbero giustissimi c .ragionevoli. Che ai suoi tempi regnava una superficialità, qual’i^i la de- scrisse, non ò fatto da mettersi in dubbio, ma s’ in- gannava a partito, imputando a’ compendi la ignavia e la pigrizia degli uomini. 1 Compendi sono de’ reperto- ri, 0 degl’indici di materie, quindi scarni e spolpati, come ossatura che accenna allo sviluppamento fu- turo dell’ individuo , ma necessari per iniziare i gio- vanetti a questi studi. E giovami a proposito qui pro- durre un argomento di analogia. Niuno ha finora du- bitato che i libri didattici , che si versano intorno a qualsicsi disciplina, sieno fatti quali si adoperano nella scuola , cioè brevi per via di formule strette a do- manda e risposta per la prima età , senza dialogo in prosieguo , ma sempre in compendi, da ])otcrsi assol- vere in un tempo determinato , onde si dissero Cor- si o di Filologia , o di Rettorica , o di Filosofia , o di Teologia , o di Fisica , o di Chimica ec, E la pa- rola Corso , come ho notato altrove , ìndica una ra- pidità di studio sopra materia compendiata ,, peroc- ché il correre nell’ insegnamento non si può che a condizione di molto studio e di poca materia. Nel fatto è poi così, perocché le così dette istituzioni; delle scuole non sono clie compendi , e niuno mai si è creduto dotto in qualsicsi facoltà con la sola istituzione della scuola , che, a dir vero, è più un metodo o una dire^ zionc che scienza. Chi volle in qualche disciplina di- venir professore, si è fatto posteriormente a svolgere le opere di multi sulla stessa materia, e le più diffuse c pili diffìcili , fino a che pervenne, a tale grado di conoscenza che potè dire di avere acquistata ^’^attitudine di- rispondere ad ogni ' dómànda j di risolvere ogni problema intorno a quella . materia; Or chi non vede la differònza tra il professore el giovane filosofo, che ha studiato un Corso filosofico negli angusti Hmiti di un anno? E donde mai tal differenza, se non dalla compendiala materia studiata dall’uno , e dall’universa materia studiata dall’ altro ? Se dunque è questo il fatto dell’ insegnamento univeréo non riprovato da alcuno, ma approvato come utile. e dichiarato necessario dà tutti , perchè se ne vorrebbe fare*- un’ eccezione per la Storia? E, se per l’ insegnamento della Storia' vi sono necessari i compendi , chi potrebbe in buona fede proibirne la compilazione ? Resta dunque a coU" chiudere che le pretenzioni esclusive e di quelli che vogliono tutto compendio , come il D’ Alembert , e di quelli che veglione Storia compita come Bacone, hanno un fondamento di verità relativo all’ abuso che gli uo»' mini ne hanno fatto, ma sono false rispetto alla cosa considerata in sè stessa. Storici dd 'genere Epico cotto ' rapporto della integrità. ‘ ' / > ' ‘ - . , • il , • • Come innanzi ho detto la Stwna di genere epico é quella , in cui si serba la integrità assoluta possi« bile de’ pensieri secondari , in guisachè umanamente parlando rispetto a’ tempi dello scrittore nulla si ha ad aggiungere al componimento,' onde "che 'chiunque legge rèsta soddisfatto pienamente'. Alcuni** chiamante Storia compita, in quanto che assolve e compie l’ ar- gomentò. Questa Stòria poi secondo' che il Concetto è di un individuo o di’ una specie o di un genere si  dhide in Singolare, Specifica, e Generica (§ 40 pag. 119). 1. Crìtici e i Filosofi, che come abbiamo detto nel § ant. volevano la Storia assolutamente compendio o as- solutamente epica, non guardarono a questa distinzió- ne obbjettiva e fondamentale perchè , non trovando nella Storia generica le particolarità specifiche, e nella Specìfica le particolarità dell’ individuo, videro in que- st’ ultima la sola forma della Storia , o , tenendo .per la prima, esclusero dalle ragioni storiche la Specifica e Generica. Ma è facile a dileguare 1’ equivoco, se per poco voglia riflettersi che lodevole è il particoleggiàre in una biografia, descrivendo o narrando le più minute circostanze della vita di un Individuo, dove inoppor- tuno e fuori proposito, accadrebbe il generalizzare intorno a ciò., che conviene a molti con le cosi dette riflessioni. Ma chi sopporterebbe i cosi detti ritratti degl’ individui nella Storia . universale, dove l’individuo è assorbito dalla specie? E , siccome la Storia delle na- zioni è’ storia specifica*,' la quale si propone il Concetto della nazione e non degl’individui, ognuno vede quanto inopportuno debba riuscire l’individuare minutamente i;'nomi di tali, a cui si associano grandi avvenimenti. Con ciò non intendo proscrivere il narrare o descri- vere quelle circostanze, che fanno lumcggiare.le cagioni dinamiche degli avvenimenti nazionali, perchè tali cir- costanze più alla specie che all’individuo appartengono. Per la stessa ragione chi descrive o narra di Cicerone o di Cesare, come Letterato o Guerriero,' si guarderà di scendere alle particolarità della vita occulta e privata, come per esempio intorno al loro, modo. di mangiare, • di vestire, o come dormissero, come camminassero ed ^ altre minutaglie di simil natura. Fatte queste distin- zioni ogni Storia o Singolare, o Specifica, o Generica sarà compita o di genere epico, se serberà V integrità 120 / , • ., . i > ,i assoluta passibile riciiiesla dalla supposizioiic del Gofl- eetlu. Questa Storia ha la. sua importanza dal verso dell' Arte, la quale tende incessantemente alla pei^o» zione delle 8UO‘{MToduzioai e aoo^na al desiderio del progresso inoessanto dello moltitudini , le quali educa- to coi poco da principio possono gradatamente^ acqui- stare r altitudine di comprendere audio e poi tutto , appunto come abbiamo veduto che.sia giunta 1’ epoca della Storia universale enciclopedica , alla quale per molto tempo mancò 1’ attitùdine e de’ lettori e degli storici,. Intorno all’integrità de’ peneri secondari nette- o ' STORIE UMANE — FiUmfia della Storia. . y I I , , v; . T La più nobile tra tutte le Storie'ò quella, che. ha per obbjetto V nomo o la' specie vmana^^ perooeiió dessa mira direttamente alla perfezione de’ {uresenti o degli avvenire con gli esempi de’ passati. Dessa ^ rari* nodando la specie umana di tutt’ i tempi infuna sola famiglia, diviene lo specchio che riflette la immagine nostra in qudla degli altri, e, se narra virtuose azioni ci spinge, al retto operare, m cattive, -ci ritrae dal zio con la minaccia della infamia contro i malvagi ri- provati e condannati alla pubblica esecrazione. La Sto- ria, umana adunque defabe essere considerata sotto il rispetto dell’ integrità ■ de’ pensieri secondari • general- mente e partìedarmente, cioè per ogni Storia umana, e - per la Storia universale — che fine si scrive invero ogni. Storia , come produzione’ dell’ umano ingegno , se non al miglioramento della nostra specie ? Ma' le altre ci conducono a questo fine indirettamente , in quanto che danno materia' alla Scienza intorno àgli  obbjdli, che possono appagai'e i nostri bisogni fisici più che morali. Quatito dunque non è più interessante la Storia umana, che studia T uomo per 1’ uomo direttar mente ? Queste considerazioni bastano a giustificare la predilezione per questa specie di storia , onde ci fac- ciamo a dirne particolarmente. La Storia umana per conseguire la int^rità dei pensieri secondari fa mestieri che comprenda tutto 1’ uomo jie' suoi prodotti fisici e morali. L’ uomo è ani- male ragionevole. Come animale vive un dato tempo sulla terra e la sua vita si compie col nascere crescere e decrescere : come animale muore, cioè sparisce dalla faccia della terra, a guisa d’un fenomeno, che fu e non è più, nè sarà in avvenire. Come ragionevole è immor- talo in sè stesso e nelle sue opere , perocché i pro- dotti de' primi uomini servono di fondamento a' pro- dotti de’ successivi in un precesso indefinito. L’.uomo, come animale o ragionevole, è sociale esseuzialmente, perchè non può nascere , non può vivere , non può perfezionarsi senza la società. L* uomo, come ragione- vole, è religioso essenzialmente, perchè [ter ragione e per istinto si conosce come fatto per essere felice. Ma la sua felicità non si compie, se non per la cogni- zione del vero e il possesso del bene : due fini y che non ra^iunge in questa terra destinata per albergo di breve soggiorno a’ pellegrini , che vanno al Santuario della patria celeste. Egli dunque dal sospiro incessante ad una felicità immortale apprende un altro mondo , dòv’è Dio, l’assoluto e il perfettissimo, fonte di vero e di bene , fonte perenne ed inesausto. Gli elementi adunque della Storia umana sotto il rispetto dell' uomo ragionevole sono la cognizione e la pratica: alla co- gnizione è subbordinata la religione e la scienza , il credere e il sapere : alla pratica vanno subordinale Digitized by Googlt I 1 ^22 ■ t • 'parte PKIMÀ te am e i mestieri. L’uomo, come animale, che ha sogno della società, ha e deve avere ano Stato o una permanenza sociale nel breve fratto della sua esistenza terrestre. Tutta la Storia adunque dell’ uomo abbrac eia cinque elementi, la Jteliffione, la Scienza, lo 5(a- to, le Jrti, I Mestieri. Ho detto che Tnomo, come animale, è un fenomeno che nasce e sparisce. Ciò va detto per 1 individuo , perocché la specie umana è pernranente e costante, è, a cosi dire, l’assoluto dell’u- manità. Spariscono gl’ individui , ma non la specie perchè, se cento muojono, cento ne nascono, ed uno non tramonta, se non a condizione che un altro ne apparisca. Destructio unius generatio alterius. Questa permanenza è nelle famiglie, nelle città, nelle nazioni e in tutto il 'complesso dell’ umana famiglia, questa Bifflsa propriamente forma lo Stato elemento Storico c fo 5l<wo da Sto, che significa io sono permanente, e la Stona umana coglie la specie e non l’ individuo «I quale presenterebbe troppo poca e incerta materia. Ma r attuazione de cinque elementi non è sempre la stessa in quanto al modo , quindi i diversi popoli, le diverse nazioni, e però le diverse storie particolari, le quali comunque diverse debbono cogliere i cinque rWnti , jmrchè dovunque è lo uomo, non può L- ,n u^n”’. direzione m uno stato barbaro , in una falsa religione ec. ma ^ a uno stato , crede , ragiona , opera in ogni po, m -i^ni luogo. Ìjb Storie particolari diverse ci narreranno o descriveranno le diversità , ma che si appuntino come modi de’cinque obbjetti. ^ prioriduo- ingenerale contenere ogni Jtoria umana: le particolari notizie de’ fatti prodotri soffJT'V""'®'*.'*'’"’’*’® delle passioni, sotto 1 influenza de’ climi e deUe circostanze estrini seche le apprendiamo a posteriori , dallo studio deUe nazioni — La Filosofia della Storia, che è la Scienza delle cose umane , materia della Storia umana, deve proporsi di ricercare le attuazioni de’ cinque elementi non solo ne’ fatti dell’ umanità passata , ma ancora nei fatti possibili secondo la natura dell’ uomo messo in relazione con sè stesso e con l’Ente. La Scienza nuova del Vico è un Saggio di questa filosofia , ma dessa pecca di empirismo in quanto che da’ fatti di un po- polo vuoi imporre le leggi all’ umanità. Nè poi vide tutto nell’ nomo : l’ elemento politico o lo Stato fu r unico assorbente per lui. E, se e’ vide nel primo pe- riodo dell’ umanità tutto religione , vide tutto politica nel terzo, assorbendosi scambievolmente quegli ele- menti , che debbono procedere di accordo e simulta- neamente. Bossuet vide il solo elemento religioso, che assorbì tutti gli altri elementi. Herder perdè di vista e r uno e l’altro, e sottopose l’umanità al fato infles- sibile de’ climi. La Filosofia della Storia, come Scienza delle cose umane, deve studiare l'uomo, qual’è, di tut- t’i tempi, di tutti i luoghi, di tutti gii stati, di tutte le religioni — Senza questo positivismo si- riesce in una Scienza ipotetica , la quale riduce la Storia ad un si- sistema di fantasie diverse secondo le influenze de’ di- versi principi. Senza la Scienza delle cose umane, dotta Filosofia della Storia , la Storia umana è un aggr^to o un’ accozzaglia di fatti , senza verità di principi da cui derivino ; è monca , cioè senza igtegrità di pen- sieri secondari. Ma la Scienza delle cose non può co- stituirsi perfetta senza la Scienza della Storia ( § 9 la quale non si è ancora costituita: bisognerà dunque convenire che la Storia umana non fu scritta dagli antichi, come doveva essere. T) j  ^ ; II.- oA’ iVI La Storia umana classica paragonata aUa,romanticéf> j 'sottù'-il rispetto della Filosofia della Storia^ *..-i ^ . . » f . . A , t 't. “V* , •>, ••.*.*/ I 1 I» * 't< » ••• ' ■ • ’ lo per Sloria ciacca intendo tuUa la storia scritla dagli antichi- grecite romani,! c[u^i pel. merito di an*- teriorità in questa specie, di. produzione letteraria fur reno ammirati' da’ secoli posteriori e, tenuti come H¥^ delti , onde •gli. storici >post€PÌori .sa que’ primi confoi^ maronsi 'fiiio - a che surse-, benché, molto tardi , ^una nuova* scueda, che dichiarò quella forma antica- m)iii pi^ sufficiente a* bisogni deU’ umanità e d^o spirito ana- iitfoo de^i ultimi h secoli;. La' Storia scritta, seconde i ppincipi ddia scuola moderna opposta alla classica, ^a perciò tdetta Storia romàntica ., prendendo questa pa- rola òdi: sedso;. che ho ; dichiarato ( nel primo nVoU § 61 e seg. )/ Io esaminerò «brevemente .in questo.^ le imporferioni della Storia classica sótto • il rispetto. ddr V integrità de’ pensieri secondari e deltConceUo.^ i o ■: in generale la Storia. classica f non vi presenta la nazione.,- iùSl gl’ indiuidus , in quanto^ che. si attiene più à’ nomi ' degli'!' operatori che a’ fatti , ,e quei, nomi non * segnano poi » uii’ epoca di lunga esteiwione; ^ sib- bene un guerriero^ che in^ pochi anni di, vita pubblica finisce^ per lò più sventurato , 'senza che i suoi fatti si .rannodino a’^fatti- posteriori. Quindi' inoontrianmrin- ' dividuaìità ‘ e • non specificazione ritratti e biografie . di IVIilziade,* Temistocle, Epaminonda ec. fra’grcci,di molo , di :Nnma ;• di Scipimie ,* ^di Catone ; di Muzio Scevola,di Clelia «ec; fra’ romani! Tatto Jà importanza per questi individui , 'da’ quali il «lettore dckluce il c^ raltere della nazione per un sofisma che generaleggia  12S il particolare, ma non è marcato dallo storico, che non ila presente la nazione ma gF individui. liCggete Ero- dolo , Tucidide , Polibio , Livio, Tacito ec. sempre e in tutti lo stesso tenore. Invano cercate in essi la Na- zione i a cui la Storia ap^iartiene , e molto meno i cinque clementi di cui ho -parlato nel § antecedente. Il primo elemento è la religione , ebbene la Storia classica la suppone come nota e non la descrive, per- ché aveva la mira agl’ individui contemporanei, cui era nota , e non alla posterità, cui poteva giungere ignota , per le vicissitudini umane. Livio abbiamo detto $ 6 pag. 28 non fa motto alcuno de’ trattati commerciali fra Roma e Cartagine: Tacito ignora la geografia dcll’A- sia, quel che non era greco o romano era barbaro: e si cercava a bello studio o di nascondere o di alterare i fatti gloriosi di ogni altra nazione. Ddle Scienze, delle Arti e de’ Mestieri in genere non sperate di acquistar- ne idea dalla storia della nazione. Intanto la storia di un popolo conquistatore non può essere intera senza metterlo in relazione co’ popoli vinti c conquistati , appunto come non si può avere nozione compiuta dello spirito umano senza considerarlo in rapporto al di fuori che Io limita. Delle quali omissioni non sempre la colpa fu dello storico, perchè senza quei mezzi di com- municazione tra nazione e nazione : senza il bene-' fido della stampa, che non solo perpetua ma diffonde con la sua pubùieità i fatti delle nazioni: senza quella facilità di accesso- e di passaggio onde in breve tempo oggidì si avvicinano le distanze più enormi , si vali- cano i mari: senza la carità che 1^ gli uomini con lo stesso vincolo di famiglia, onde non è diversità di colori che ci separi ^ non differenza di favella che ci divida , non disparità di governi che ci differenzii , non potevano, anche volendo, conoscere quelle cose, che Dtuii--'“}by - -ii 126 • '• . * PARTE PRmA • . ► • f.- faeeVano parte delia Storia Dazionaie , o clie- almeno accennandoli 'come limiti Favrebbero lunneggiata. Quia^ di è che a. forza di ricercare in tutti gli storici greci e romani non si è riuscito a eoinprendere tutta la ci- viltà di quelle nazioni, F inizio, il* progresso, F incre- mento, la decadenza, almeno le loro cagioni intrinse- che ed' estrinseche. Fu per questo noii spirito di eru- dita curiosità, ma necessità indispensabile ricorrere nei tempi moderni alla storia monumentale, ossia alla in- terpetrazione de’ monumenti antichi per opera de’ cosi detti Archeologi, per la quale sì sono riempiuti, se non tutti, molti di que’vuoti che presenta la Storia scritta. Con questi mezzi siamo oggidì pervenuti a conoscere, potrei dire, interamente la civiltà greca e romana. E non solo questo è stato il vantaggio, ma siamo ancora pervenuti a rettificare gli sbagli degli antichi storici , e n’ è una pruova il primo Saggio il Neibour per la Storia romana. E in ciò poterono in parte riuscire i moderni con tanto sussidio della Filosofia della Storia , co' lumi della di- vina rivelazione, la quale ha dato la vera nozione del- F uomo nello stato presente e nella sua futura desti- nazione. Rettificate le nozioni, si è potuto ricercare in quegli antichi popoli quello che vi dovea essere e non si truova registrato dalla storia classica , imperocché r eroismo e la boria delle nazioni , che dice barbaro allo straniero, cessò col finire delle medesime, e il Cri- tico costituito in un punto rimotissimo dalla lotta delle passioni ha potuto vedere nettamente le stesse cose passate e descritte. ‘ Se la Storia rabdama, ohe io chkuno ronmtica in antitesi alla classica, ha raggiunto, se non in tutto,* al-! Aleno in parte questa integrità storica*, de’ pensieri se- condari’, bisogna' convenire che dessa.sta sopra alFan-r tica, come il tutto alla parte. 1 buoni antichi più sol- intorno alla scienza oella-storia reale 127 leciti dell'esteriore pompeggiavano nel -lusso della pa- rola ,• quindi frase scelta,, periodi torniti, discorso ela- boralo ; perocché ognuno , die vuol raccomandare il suo nome alla posterità , debbe in qualche 'cosa di- stinguersi , e non impacciati dalle ardue indagini dei fatti arcano 1’ agio di studiare le parole. Appo i mo^ derni la parola é negletta , il periodo semplice c di- sinvolto , poco studio di perfezionare lo siile , come dicono' ! retori , perchè intesi a raccogliere ed a ri- staurare non hanno tempo sufficiente al resto per la manifestazione. Con ciò non intendo fare un pregio di un difetto , nè attribuire al romanticismo , come vorrebbero i classicisti , la violazione di ogni , buona regola, la corruzione di ogni buon gusto. Ma, dovendo scegliere tra i due partiti , vorrei ad ogni prezzo es- sere buon pensatore e infelice parlatore, anziché sce- mo di pensiero ed egregio parolajo. ^ . H ■ . V >’  - . La Storia riassiea non fu scritta col diseguo di do- ter servire come un demento' di Storia umieersale. La Storia universale come abbiamo detto nel $ 40 e come vedremo nel $ seguente si versa tutta sulle generalità e non mica sulle indrvidoalità , su ciò ohe aj^iartiene alla specie umana e non all’individuo esclu- sivamente. Ora la Storia universale sta alla Storia delle Nazioni cmne il genere alla spezie : e la^ Storia delle nazioni <sta alla StOTia degli uomini individui, come la spezie sta . all’ individuo;’ Adunque è chiaro che la Sto- ria delle nazioni allora può dirsi -elaborata col dise- gno di farla servire come elemento della Storia universate y qaaiMlo si versa sulle nozioni specifiche e non partieolari' degl’, individui. Ora abbiamo' veduto nel f antecedente ‘ che la storia particolare delle nazio- ni è ristretta alle poche ’nozkmi di . un popolo se- gregato da ogni' altro - popolo tenuto per barbara , e non a tutte ma a pochissimo ,i narrando fatti dMn- dividai amdchè fàtti . nazionali , '-'compilando 'biografie ahaichè. storie, resta pure dimostrato quel che mi'sono preposto. Del quale difetto fu canèa, la insufficienza de’ mezzi e la boria nazionale, come abbiamo detto nel § ant.' Infatti Storia universab non abbiamo avuto per tanti secali I, impossibile nel paganesimo , inattuabik» nel cristianesimo fino a che Dante .'non ne vide^a pos- sibilità, e prima che Yte», Bòssuet ed Herder non aves- sero aeoéniutto alla Scienza delle, cose umane con la cosi detta Filosofia' della Storia, ignota agli uitichi. Scienza partorita dal Gristumesnno, i quale ha -^dichia- rato una la* specie degli uomini,' generata da un pri- mo padre, Adamo, fattura immediata di Dio creatore e padrone dell’ universo, padre comune dell’umana fa- mìglia, come ci ha insegnaio.il primo maestro: Padre nostro che, sei ne’ Cidi. Quest’ idea fecondò le nuove istituzioni,' abolì la schiavitù e la disuguaglianza degli uomini ; tolse di mezzo la primazia del greco e del noUMulo Mil'barò«ro, allargò le relazioni tra i popoli e 'le nazioni , . avvicinò il- selvaggio errante per il -de- serto al culto della città, e dichiarò tutti fattori di una civiltà comune su questa terra , come mezzo di com^' dUrci al possesso della terra promessa , nella patria' celeste.' 11. Cristianesimo. con: la predicazione dei Van- gelo bauditO'-per tutte le parti del mondo per opera degli Apostoli e de’missbnar't evangelici^ Tuppè letti- ghe 'impedienti le eommunicazioni :tra la;eivilti‘je la' barbarie ed appellò tutti gli uomini fratelli tra quali primogenito è Cristo. Digitìzod by Google INTORNO alla SCIENZA MILLA STORIA REALE La Storia universale considerata sottó il rapporta ddl’ Integrità de’ pensieri secondari è tl piir per- ■ : fetta- lavoro di genere epico prosaico. La Storia universale è il più perfetto, il più va- ste e il più ingegnoso lavoro . ^lla prosa letteraria ; imperocché flessa narra T uomo dalia sua origine -fino air epoca dello Scrittore, ma Tuomo specie e- non in- dividuo : r uomo moltiplicato per la generazione in tante famiglie per linea discendente e colktcrale, o, se vogliamo dirla per similitudine, Tuomo specie nella sua lunghezza e nella sua latitudine; ruomo néllo spa- zia e nel tempo: l'uomo 'di sei mila anni dalla crea- zione fino aÙ! epoca presente: l’uomo specificato . nelle diverse- rozze, quindi .divisò per costume, per reHgionp e per favelle in tanti, diversi popoU e diverse nazioni: l’uomo . degeneralo, che si rigenera dalla harbu-ie alla civiltà nel -suo .progresso diretto e : indiretto : 1’ uomo barbaro in ima naiione e civilizzato in > un’altra : l'uo- mo fattore delta civiltà costituita da’ cinque elementi, «ioé Religione, Stato, Scienza, Arti, Mestieri; Fuomo, che viaggia cond’ istintn di popolar la terra -deserta e istintivamente arrecmre la fiaccola delia civiltà alle re- gioni ignote, e valica i mari e tocca l’America e rÀt». stralia con mezzi incogniti 'a noi : l’ùomo , che sepMato dalle altre nazioni,- fonda una- civiltà in -un tratto di -torra .sconòscinta.' La Storia universale con la filosofia .'della Stento raccoglie in sintesi questa civdtà tiRtà mtera e la narra e da descrive qmde -fu, qual’é. Or come si può serbare l’ integrità de- pmisieri secondari ih una Storia< universale? Quale Biblioteca potrebbe contenere  > ,,t n ■tuUi i volumi, che si dovrebbero scrivere per regisfrar» tuli’ i falli della specie uittaifa nel corso di lanti se- coli? E, messo pure che scriver si potessero per lo benefìcio di uno o di' molti ingegni straerdin«pi, » che servirebbero, se non oi fosse menjora di leggitore, tanto prodigiosa che tutti possa ritenerh ? Da nn’alIriL ban- da, se questa Storia fosse ristretta a pochi volumi, co- me si'potreblw dire che in essa è serbata br integrità assoluta de’ pensieri secondari quale si addice alle produzioni storiche di genere epico , i tra' quali pri- meggia, la Storia universale ? . Ecco" dello quistioni di non lieve importanza, se dada loro soluzione podeesimo ottenere delie nozioni |H-ecise intorne a questo genere di scrittura. oair ’ • '' r i ‘ < - '•>v< L' lntefrità’'i assoluta di qualriasi componimento è sempre i» comparazione della rdativa o per lUcessHà if.per prepenimeiuo, Co^ laetoria, a modo-dì esem- |iiio, dì ■ Roma ha un’integrità assduta rispetto al com- pendio, che se ne potrebbe fare. Ma non è mica com- ponimento d' integrità- relativa ^elh>,in coi' si aggre- gano tanti pensieri - quanti ne sono richiesti dal Con- cetto, che è personale e risponsabile (iVol.r I. ' § 19 ). , L’ asolato ej.il rèiativoi parlandosi ' d’ ibtegrilà, è sem- pre' in' rapporto a’ pensieri, che vi debbono e possono essere per T esigenza de} Concetto, ossia del penstoro uno e primo.' Ora la- Storia uAtreraalc ha; un concetto eoUetPivo, e specifico: la sua integrità per oons^uenra >è sempre, setto il rispetto de’ pensieri ancora ^ecifioi, òesia^# coset coBUini a. tutti gh. uomini ;e parti- colari ad alcoBd^ Eaohidendo qiiilidi ‘tatto .'k indrvi- duahtà per M /kggia-ddi’ ukntme individua ide’ pensieri sooondaii ni .Ctmcetto, ogtimo vede che -lai Storia unì- ■ versale icet) integrità assoluta cttoterrassi in tassai me- no numero di volumi, che non sembrava a primo aspet-io. Anzi, essendo la Storia universale più generale 4«lla Storia delle nazioni ,, rispetto alle quali -sta come il genere, alle sp^ie § antec. ognuno -comprende ciie qtianto {HÙ si assottiglia, tanto più è estensiva,, quauf tunque - meno- een^ensivat ir. - - h ii %'.• > Peccherebbe A integrità assoluta questa Storia j.s# lasciasse non narrato e non descritto qualche) secolo o qualche nazione, sia per difetto di notizie e di docu- menti storici, sia per imperizia delio- storicot Tali .&»• rebbero le storie universali eterodosse ehu;non) pdVr tono dal Genesi di Mosè , imperocché fuori di questo libro r origine del mondo c quindi ddl’pomo, fattura di Dio, è un ignoto impenetrabile , nella ricerca del quale inutile riesce ogni sforzo di umano ingegnoi Dgni nazione ha i suoi tempi oscuri e favolosi in quanto alle origini. Sotto questo riflesso 'Ogni Storia uaiTar' sale è incompleta perocché Iddio non ha parlato- di tutte le nazioni in particolare» , L’ America per esem- pio è esistita , tanti secoli prima che fòsse scoperta v abitata dall’ uomo , cOme pure 1’ Australia Ohe ne sappiamo noi de’ fatti umani anteriori ^ di quegìi ab»- tanti selvaggi ? come ivi furono sbttizati? come ùneh^ vatichiroDO ec. ? La Storia in questi casi salta tutto quel tempo ignoto , e , se dice qualche- cosa, procede per congetture e rannoda i fatti ultnm dopo la sci>- perta al periodo delle altre nazioni. -EecO delle lacane storiche irrimediabili ! Lo , studio quindi delle ilingee comparate non é semplice erudita" Curiosità', - ipa de’ mezzi sumidiari a recare qualche » lume' in .iiitaz» alle fitte ' tenebre -del passato di certo naqiOrti* > Se ria Storia universale adunque per questo 'Vèrso- é= ilicosa- pleta, non é per colpa dello scrittore^ ma p®T‘ necessita insuperabile. ‘"wHaiuisd i ^ y bì t. '- Posto ‘Ohe la Storia universale''^' debba occuparsi delle generalità e non delle particolarità,' parrebbe che dessa non debba far menzione di ^ certi nomi, «he si- gnificano individui, detti perciò nomi particolari e pro- pri , imperocché a questi nomi si associano' sempre le nozioni dell' individuo. Intanto fi fatto sta contro, e. la Cagione convince che una Stofia senza i nomi de'iattori della umana civiltà è un impossibile. Come invero si potrebbe avere la distinzione delle diverse nazioni senza nominare i Greci', i Romani , gli Assiri , i Fenici , i Medi, i Babilonesi, i Persiani , i Caldei ec. ? Come di- stinguere le diverse epoche di una nazione senza nomi- nare Ciro , Solone , Dario, Alessandro, Scipione, Ce- sare , Trajano ec. ? Se nominare gl’ indivìdui è indi- spensabile, come può essere vero che la Storia univer- sale si versi sulle generalità ? lo 1’ ho detto innanzi e. lo ripeto brevemente ancora qui. I nomi particolari nella Storia universale non significano individui , ma servono di simboli, ossia sono segni di uomo specifico operatore di alcuni fatti nazionali. Infatti, se si parla di Alessandro , o di Dario , o di Temistocle, la Storia universale non scende mai a’ particolari di questi uo- mini come individui , ma parla di loro come -fattori di avvenimenti, che alla nazione appartengono. E, se incontriamo esempi di qualche Storia in cònirario, non lo terremo a pregio certamente , come a pregio non terremo il tròppo generalizzare in una Storia partico- lare. È questa la ragione , per la' quale pochissimi nomi particolari incontriamo nella Storia universale e moltissimi nella particolare , perchè la civiltà nar- rata dalla prima è un prodotto della nazione in com- plesso , mentre in questa è il prodotto degl' individui. Non senza ragione fu appuntato il Guicciardini d’ in- giustizia verso i benefattori dell’ umanità, < passandoli innominati , e meritamente viene accusata di troppa pedanteria la Storia universale, che riempie le pagine di nomi vuoti di significato. • - S« sia lecito introdurre nella Stòria le cosi de tte xi- FLESsio.vr, corno parti iiuegrdhti, senza offendere i’ unione' individm del mvhiplo all’ uno ? i . ■ I - . La Storia è una specie di componimento , che ha per facoltà ritnmo^'nazione , la quale, riproducendo, le idee secondo le leggi dì associazione, offre due mezzi di esplicazione, cioè la Narrazione e ìuDescrizione, co- me abbiamo accennato nel § 18, e come vedremo più diffusamente nel- Capo IH. Le riflessioni sono alcuni giudizi 0 deduzioni sopra i fatti, e come tali apparten- gono aU’intellatto o alla ragione, facoltà scientifica. Dira, che sia lecito introdhrre nella Narrazione -e nellaDescri^ zione delle utili riflessioni è un riconoscere tacUamente una specie di Storia mieta, ossia' di un componimento, in cui concorrono diverse facoltà appartenenti a diverse specie di comporre:’ e, siccome le riflessioni sono del- r intelletto facoltà seentifica , una tale Storia sarebbe un misto di Storia e di Scienza — • Ora che vi sieno e possano essere Componimenti misti non vi cade al- cun dubbio, come proveremo nel IV volume di questo Corso. Le Orazioni invero del foro, con le quali si pren- dono a. difendere delle cause controverse, non possono essere trattai te -senza la Narrazione de’fatti, che è di .spe- cie storica , mentre 1' obbjetto principale di esse è. di ragionare, e qualche volta. commuotierc. Lo stesso os- serviamo farsi lodevolmente nel Dramma e nella spe- cie oratoria. Non vi è dunque- alcuna ragione che la sola storia sta condannata a narrare sempre e deaeri-  • Ter«^ ^uza che qualche ..voUa ragioni c commuova. Adunque una Storia nusta è possibile ragioacvelmetile, ma dalla sua ragionevole possibilità non se ne deve dedurre che debba essere senq>re cosi. Io perciò di- stinguo la Storia assoluta o semplice e la Storia mi- sta. In questo i Critici volendo essere troppo esclu- sivi,' diedero sentenze' ancora esclusive e perciò fjilse. I Moderni, dice D’. Alembert, ( Melanges^e^lexiósi^s sur l’kistoire) hanno abbandonate quella maniere di trattar la Storia ^ che. por iqezzQ di una .pudente .scelta dei ftitti e di brevi riflessioni recavo! nem j^ccolo vantag^ gio ' alla Morale, come u«avaB 0 .gU Wi*ioflie> K, citando it nuovo metodo, che la 'priiiMi vtato por Maochiavdlo ina tfodusse la discnssimirf hdló SltHfia,.' metodo utile agli, studi politici éoneiù*da 1 lèi Storie sono* ora -o nodi registri ,, 0 tràttmi' di politica. Il Napione, che cita que> gl© paOBodèl Criliei^ francese, osserva avere certamente questi ‘ due' modi ^-traUer la Stopria i loro vantaggi , ma non si dovea- tralasciare la strada di meezo^ come quella,' che congiunge gli avvantaggi de’due altri, modi, è pare- che riuscir debba di un uso jhù comune, es- sendo gli altri .due uno troppo arido e digiuno, -troppo sublime e filosofico l’ altro,' oltre ad esservi da temer non poco che lo" scrittore! ‘spacci sogm d’ i mmagi nar zione in luogo di filosofiche verità , come osservò il medesimo sig. D’ Alembert. '  * « ’tìuesta incertezza di opinioni con- la tendenza a troppo gen€ralcggiàrO''è il più chiaro argomento dello scetticismcr;4iì!éttì'<ri aghano le menti de’ Critici, che daU’ emftur^nlO sforzano di fare un passo alla rar gioriè, Se la storia ' assoluta è divenuta arida, .non è diftitt^'dél componimento ma del 'compositore : se la midtaò degenerata in trattato di pditica, è difètto dello scrittore e non deU’arlc. Le lodi, che si prodigano alla  Storia antica, cbe -scegliendo alcuni' fatti, frapponeva delle mondi riflessioni, accennano 'tutto al jnà ad una specie mista, utile per certe classi di lettori,' ma’ non possono avere la pretenzione di - elevarla ad unica- for- ma di scsivere la Storiai perocché l'esseré' andata in ihsuso pruova't méravigiia che^ noli è soddisfacente a'-bbogni storiei della società attuale. Malissjmamente poi^ si ej^ne il Napiohe, ohe vorrebbe una ter7a spe- cie distorta, la narrando ó descrivendo, spar-<' ga pareanentc'-(toUe riflessioni morali', imperocché pare che' vorrebbe escludere una specie di Storia às- Bolutamcnte narrativa e descrittiva. Pretenzione strana e . ridicola -, perchè verrebbe a togliere* alla sola Storia oioc&hò ò’ concedalo alla Sciémza ed aQ’Etoquenu. Egli è vera; che- Jts storico è- un uomo, come tutti gli diri; ohoha rajfione e eenttmanto; focoltà, che, nòn volendo noi, si vogliono ingerire nelle faccende; deUa Immagina-: £Ìone« ma. ciò non importa- che sia un procedere rctta-i mente il non sapere -infrenare le facoltà, che preten- dono di attuarsi inopportunamente ,i cioè -quando d^ vrebbero lasolare libero il campo -alla seia facoltà^ della Storia. lAn» im tdumiscii^io. di opéradeni., diverse' é argomento di poca arte -e di pochissima attitudine acdni- sita eoa far violenza . alle storte abitudini contratie dalla prima età. Singula quaeqm loeum uneant sor* tia decentery et age quód a^'s- sono precetti invocali il più sovvente<, ma il. più sovvente. violati. -Kel pri- mo periodo dalla Storia questo isolamento della 1mma-< ginazione dallo altre facoltà- era dilTicilC, per non dirlo irapossilMle , perchè. la riflessione era debole': rnan- cava la Scienza della Storia- e mancavano le nózioni estetiche: era quindi .necesdtà che -le produzioni sto- rielle riuscissero a quel modo che sappiamo, ossìa -un pò di tutto , cioè di narrazione e descrizione , di sil- “ r " iodismo e di deduzione, di perorazione e di:ÌDTetti-< ve. Ma oggidì a' confessione degli stessi critici, che ie cemhatio, un tal modo è insopportabile, e laStoria tende a^eoslituìrsji.quale dev’essere, opera d’iinroaginazioDe, cioè ‘Durativa e descrittiva. Il ragionamentc precede nella ricerca delle vere cagioni degli avvenimenti, ma, quando queste si saranno appurate, lo storico procede a narrare e descrivere i fatti come sono, lasciando che i lettori deducane da’ virtuosi lodati il premio della tirtù , da’ malvagi puniti d’infamia il compenso del vizio, E pedanteria farla da precettore a condizione di distogliere la memoria dal corso dello -idée : è una H(^a ed una sazietà l’ interrompere la narrazione per date riflessioni, le quali fatte tolgono al lettore il di- letto della acoverla, potendole far egli stesso. Con ciò non intendo escludere una' specie di storia mista^ cojw sigiala da una particolare attitudine di una classe di L«ttwi, ma, se questa è ammissibile in qualche caso particolare, non può pretendere di essere elevata zdhi dignità di uniea forma. .. loL Sarà dunque proibito idlo stwico di lodare Io-buo- ne e vituperare le roe azioni ? Conseguenza piu 'larga delle premesse. La lode e il vitupero possono essere elementi storici, se lo scrittore sarò diligente a raoco- gliere i fatti come 'sono avvenuti, o Ira questi vi sono ancora lo lodi e ì biasimo de’ contemporanei i, come COTO operate. ìì . lodare o vituperare col proprio giu-» dizio è un introdurre nella Storia elementi non veri, ossia i<l^ che non corrispotldono a fatti realmente av- venuti, io altri termini è una specie di mentire. Com chiudo che, se a’ critici che io combatto la Storia os- saluta sembrerà arida e fredda, da due ragioni deriva, o percliè i primi tentativi ^i cosiffatta natura non rie- scirono qii^li doveano essere, o appassionali della Storia classica 'condantiarono per le anliciie abitinlioi le novità diifbrmi da quella. Che bisogna dire delU 'Btcsitie itUrodoUe. mila Sto^ ria rispettò ali' irUegrilà de’ pensieri secondartf^ v - I . / Per dicerie io qui intendo le parlate, che gli sto- rici classici intramettevano nella Storia a aome.dégli autori di certi fatti; e in questo specialmente si studia-r vano di riuscire meravigliosi per raccomandarè i loro nomi alla' posterità. A chi ron è noto il mi^stero.di Livio da questo verso ? ' ' . ' ' Fin dagli antichi tempi Diodoro Sioihano cMiobbe gl’ inconvenienti delle conctani o dicerie per due po- tentissime ragioni, :e 'perché interrompono la continua sèrie delia narrazione , e perchè intrattei^ono inntQ- roente i lettori dal comegahnento rapido della cogni- zione delle cose , che - cupidamenle -e studiosamente ricercano ( lib. -20 6ap.‘ 1.* e 2.*’). Cratippo c Dion^ di'Ahcamasso>, notando che Tucidide ravveduto non introdusse nelloltavo libro le diocrie, di cui avea fatto uso ne’ sette' precedenti , avvertirono che desse non solo sono di impedimento alle. cose ,‘ma molestissime a’ lettori , e Pompeo Trogo presso' Giustino • riprende lÀvio'e SàlUistio, che c<dl’ inserire le concióni diretto c le orazioni nelle loro opere eccedettero il giusto mo- do delia storia. Intanto fino al secolo passato e potrei dire finn agli ultimi tempi gli appassionati della Storia classica hanno- perorata a favore delle eonrioni infram- messe alla narrazione , citando l’ esempio di Erodoto, di'Tueidide ne' primi sette libri-, di Senofonte^ Filone nel- Libro deHa sua ambascerìa a Caligola , Giuseppe  ‘ • nella Guerrarde' Giudei,' A|)pmno Alessandrino, ^Diooè Erodiano, e Procopio fra' Greci : idi 'Sallustio , Liti^, Curzio , Tacito , Amniiano , degli Scrittori deH'lstoria Augusta, del Giovio, del Guicciardini, del Maffeo, di Paolo Emilio , del Cardinal Bentivoglio e di altri, che ebbero qualche nome. Ma tntli .questi nomi sì rida- cono ad un solo , poiché tutte le opere' scritte da' ci- tati autori sono formate sul modello di un solo. La quistione pertanto non pnò essere risolata con addurre il fatto , perchè dessa riguarda il diritto , ùoè . dire : è permesso dalle ragioni estetiche introdurre nella sto- ria de dicerie? e, se non è consentito da .queste ra- gioni, poKiamo imitare Feseinpio . degli storici' classiet? La Storia reale , abbiamo detto , si i prcqKme il Bèllo reale, -ossia gli arrenimenti ireaii di un > tempo : essa dunque non può e - non deve invadere il dominio della /'antaata O ideHa' /ìnsùmc/; perché di una Storia si farebbe un r<Hnan»r contro la supposizione, di uoia prosa un parto poetico,- o uà misto di prosa e di poe- sia. Gra che cosa mai sono' ìe Dìcerie o>CQiutiomi se non >dcHe supposizioni, ossìa- dello finzioni di cose, che non fililo 'realmente , ma che potevano essere? E, mettendo • piede nel dominio del pomibile , già. Siamo fueri de! -doiiMnio' della realtà, «he è fmaieo idAjetto della Storiar. Questa ragione è chiara atói evidentev e còme talcnon ha bisogno di replica. Io non mi àv- Ta^o ’ dell' incongruenza, addotta da alcuni, di far- par- lare greco il latine» e latnao- jl greco, io guardo i pen- «iefi e non le ?paw»lei é diéo ohe è una finzione met- tere in bòctìf 'À-uil inferlocuterc parole corrispondenti a perisicrlV’tìW'^oò furono 'mai in mente sua', o, se vi furoWo; boti- gli ha inai manifeslati per rmiderH materia drfla Storiai Alcuni troppo teneri doHà Storia- classica sr'sopo' fatti a sostenere le rfi’cpn'c con rescmpio’della sacra scrittura, dove spesso incoutriaaio introdotte delle pariate. Ma (questa ‘autorità non giova a > nulla, poiefaè ivi è Dio die parla , *e Dio è scru.tatore de’ cuori e veggente de’ pensieri più ' occulti: Ivi è tutto verità. Ma ila- egli poi lo storico 'tempo da ^ perdere' in compoire pezzi squisiti di Eloquenza ' per dilettar sé stesso e per appagare la propria vanità personale, men- tre una vita' non basta alla diligente rioerea de’ fatti, die imprende à narrare e descrivere ? E armi abbiamo innanzi oéscrvato che il difetto d’ integrità ‘de'’pensieri secondari nella storia classica derivò' dal' poco studio dello Storico,' impegnato a tutt’ altro esercizio che alla SQai Arte si appartenesse? Ed infatti quanto tMnpo 'Bon richiede il comporre ima Diceria, nella quale gl’ inter- lociilòrl pensano e'paarlaiio 'secondo il proprio 'carat- tere, a fórntare' ìE iqualè 'ricbiedesi uno ^ studio , partiòe- lare deir individno ? Ecco perché la Storia classica delle nazioni' npn rinscl, come 'dovea, un 'demento di Storia universale : ecco perchè desso è'u» aggregata di biografie pibtfosto che di 'Utvéniiitenftì oóiionali. 'it" Alti; ^ proéeritehda ' ’dài)» $thr>u<roBaantioà lo Con- cioni, lion Ò mio intendiménto di nproscifrere le- patv late,’ che realmente 'avvennero' e furono registrate,' eo- me gli editti , \ prodami, i dùcoroi pronunziati, le séntenze, \ ’ motti arguti ec. perchè sifhtté Cose sono dementi storici , pssià fatti redi— Ma . per 'avere l’u- niformità storica' io vorrei che ancora queste ^ quan- do fossero troppo lunghe ,''si riduoissèro a. fmma di narrazione, esponendo lo storico à nome «proprio le parole 'altrui ,- come hanno cominciato' a praticare d- cuni moderni.' Imperocché il drammatizzare neHa Sto- ria è un argomento di poco' matura riflessione è un seguife 'la tendenza degli nmnini del • vdgo , i qudi^ quando parlano de’ fatti altrui, spesso introducono, dei '  I ' t uo parlanti, di cui imitano la voce, il.|;eMc ec. ec. Storia di una civiltà <progredita > vuole semplicizzar^i col renderai assolata, il che è ai^omento di riflessione matura e robusta, per la quale ogni facidtà si esercita ródipendentemente ' nel suo dominio , salvo que’ com- ponimenti , ne’ quali più specie di comporre debbono concorrere necessariamente. Come invero potrebbe un avvocato convincere i giudici dell' innocenaa del suo clienfe. senza far precedere la narrazione de' fatti, -so- pra i quali eleva (ile quistioni di . dritto ? ,E ccane si pòtrèbbe commuovere cod la . perorazione cuore del Magistrato, se fosse ronvipto in contrario, senaa con- futare ragionando le rfav<ffev^ >j^v^pponi?, Vi può del: pori essere una specie di Storia mista , come os- serveremo a pro|WÌo luogo , utile e necessaria, ma è fatsissimo. «Jm. odia Storia della Nazione e nella Sto-, ria imivenMd» si debba far pompa di eloquenza con studiò eoacieniper.il falso supposto che ogni Storia passa essere mista... .. i ... >1 ... •n-’. Coiichnido.dal detto ; finora che le Dicerie non sono parti lintegranli della. Storia, dico anzi che lungi di. servire all' integrità della, medesima nc.olTendono quell'ttnione individua, che è forma estetica, cioè. Bello slociool Dimostralo invero che il CAWcetto reale 'vucdsi unire individutdmente a* soli pensieri reali . omogenei,  e provato che le Dicerie seno lavori dì pura finzione e non elementi reali ognuno vede che la loro introduzione romperebbe quel nesso, che risulta d^la omogeneità de'pensieri, come materia della Storia — L’ autorità di tutti gli storici antichi e roodmmi non fa peso contro questa deduzione da' pre- stabiliti princilà, e, se altro argomento io non, avessi per dichiarare l’empirismo impotente a risolvere le qnistiom estetiche intorno al comporre letterario , mi INTORNO ALLA SCIBITZA DELLA STORIA REALE lil basterebbe questa soia incertezza de’ crìtici, 'mzì que* sto formale scetticismo intorno alte più semplici nozioni foiulamentali. Intorno alla Veriticazionb. ime’ pensieri secoiìdari t . ' i STORICI.' -Importanza di questa ricerca e quaruo sia oggidì inescusabile la negligenza degli storici. ' • r, La. Stòria reale si propone un Bello reale , ossia si' versa in avvenimenti -o in fatti realmente accaduti o in tempo passato , o in luo^ rìniolo. Desse è Sto- ria a condizione di non. mentire d in altri térndni a. condizioBe dr esporre > ciò che fu, e di non immi- ^hiare la finzione alla realtà. La 'Verificaziime adun- que de’ pensieri secondari storici ha l’ importanza pressa che eguale alb stessa forma estetica, ohe è 1’ unione individua di essi pensièri al Gancetto storico. Ma; in ragione dell' importanza crésce ancora b difficoltà, pe- rocché, versMdosi in idee di òbbjetfi , che non sono più ,'e dovendo per analogia o per attestato degM- uo- mini appurare fatti sepidti nelle tenebre del passato , vien me>0 b . 'pazienza e b . diligenza del grande e. coscienzióso ingegno. Ecco p^efaé b Storte 1^ faL* 80^0 di rifarsi . più che ogni altra produzione sidlo stesso; ohhietto , é lodevolissiiBe riuscirebbero simili rìfazioni, se presentassero sempre nuove correzioDi; de- gli errori de’ prìmi steribù' Sarebbe sempre ufi guada- gno per K umaoità . il rifare i conti del passalo, quando Digitized by Google 142 • < ^.»RTB PRIVA' • ' se ne potesse speme la sèoverta «nclié ^ una sola fie* rità o una' smentita di secolare pregìodizio< Ma, ri> peto, malagevolissima cosa é squarciare il velo del pas* saio e coglier nettamente i fatti quali furono, ed è però che la Storia non è un esercizio di puro diletto, ò di passatempo , ma di profonde , continue ed accurate indagini fotte con coscienza ed ingenuità di scrittore, che esercita un Sacerdozio di verità al bene della u- mana fomiglia. Scusabile è l'errore, quando, adoperati tutti i mezzi della umana prudenza , per debolezza di natura non è conceduto evitare, e per questo riatto sono scdsabilissian i >primi storici, come Erodoto,' Tu- cidide, Sallustio , Livio- ec. -in qitegli errori, che non superarono per manco di mezzi indispensabUi a sco- prirli. S- imputa a Tacito che -ignorasse la Geografia deli' Asia, ma- ^li noniera educalo oeme-da noi si usa, nè le notizie geografiche -erano >101110 pérvi^^te, 'Come og-> gidl. 11 mondo di allora’ era- asssai 'ristretto: l’ egoismo romano -«ra nn-^ ostacolo ad indagare' le cose 'do' bar- bavi : i mezzi di. communicazione erado limitatissimi, senza 'domtoienti , >0011; pochissimi monomenti : diffii- eilissimo- T accesso a’ pnnti -rnnott daUa sede deUo ina- pero> scarsissimo- par teeipazi(nn> degli avvoliincfkti |>er dilelto'-delb stampa, la quale raoltifdica in breve- tem- po- corretti èsemplart eh -pocUssimo dispendio: man- canza (U> lavori . antericH'i di molti sulla- stessa malor ria ec. -Ma quali» n scusa -meriterebbe- uno storico uno- denso -, sé di tatti epràsti mezzi , a dovizia fornito’ :kr- ciàmpBsae'ad com piè sospinto ae^i stessi scogli , '-in cui urtarono per necessità que' prian, ehe ardhrcran’o divinarono più che a'-xagmae- veduta 'procedettero? i'na< Storia de'- tempi «ostri nmr è'-pià- È opera-'di un namo solo, ma -di tanti, i i]uaii portano lUnk {àetra al» r edificio^ chi i -momnnentì studiati- e- dichiarati con 14S r~arflli«ok»gia; -chi- le- notuie geologiohe|Cto le slwlia geografìco : chi -le date appiH-ate con Jo sludào cror nologico r chi dichiaraziimi coaTÌ»ceBti -col .Possidio della filologia: chi ^i errori sooierti eón la>sana.erir tica-: cfai.il supplemeato' de' pensieri.. trascurati «. per difetto di stiulio- delle .cose, umane eo. lA breve dire k> 'Storico- màderno cescienaioso un compilatofè più che. uno scrittore originale, ùtun^ristaui^lore .e non aut(E«-jdi prifloog^to, .salvo per falche. storia di fattf non narrati, come la geologica ed astronomica in buona parte , ossia in < quella «die narra 1' evoìmioni secondo il nuovo sistema planetario o non fatta,* o, fa-ascurata dagli altri.- Quali scuse potrebbe adunque meritare lo storico moderno, se, rinunciando a questi mezzi o tra- scurando tanti sussidi , copiasse gli autichi storici, pa- rola per parola, e in* nerba mdjjrtstm ?.. Com*- prendo bene che non'^ poca 'la fatu» , anzi è tanta e di tanto merito che compensa a cento doppi la glo- ria dell' origmalità , ma .è fatica- indispensalùle per salvare’ lo. scrittore della 'taccia del più’ ignavo,! « per purgare la Storia dalle- vanità che pajen persone^ ossia dalle cbimere e supposizioni- si^erita- da. una -Scienza orgogliosa, per quanto bambina , detta Filosofia delU Storia. La Storia non à Scienza, che aspira gl rigore del sistema , '*ma suo pregio . massimo è -la verità dei fatti, che narra é descrive. Vi è pUre una Storia, poe- tica'^’ una Storia di: Albione ò-dr tontarià., -rat.cui è tanto più ammirato kartista, per quanto- più si scosta daUa-Tealità prosaica l'senza .offendere il. Terosinule , come la -Scienza- è-rcoto e prosaica e poe- tica ,'naturrie « ;artificiale -, armlitiea e sinteIjoaf—Ma cfascuna ^ecse ha. le: proprie regolo .ri goverim.con le proprie }i^ , e per la» Storia male , non è jsregio ma ditoto“H supporre., O il-creare di- fantasia, d- far  • » • . {lonipa ili eloquénta: è suo pregio, perche suo dovere, perfidio, narrare i fatti quaji furono per avere un r ifles-. so'deir umanità passata, 4ii citi. si specchi F umanità presente è la futura per dedurre la scala: del progresso delia* nostra civiltà. Ecco T importanza . di quest' Arti* colo per Ja Storia, e: correi -allargarmi in parole i per non iSnirìa.mai. Ma questo libro è un elemento, che per sua« indole non mi concede discendere per tuit- i particolari; Vedrò' dunque di dirne ^quanto *hasti *, e per procedere con ordine io 'guarderò ammezzic eli ve* tificare divisatiun due categorìe^ 'la > prima de' mezzi estrinseci ,*la seconda è* de’ mezzi intrinseci,- r- ' ■ ‘ § 48.' ’ ■ . * -•» > Che s^. intendono per mezai ’ estrinseci' di verificare • t pensieri secondari nella Storia ? • • . t - j - ^ .1,' ’ li-’ > * i mezzi ' eatrinsee^i ritardano più lo ^storico che r ehhjetle della Storia. ^ Lo ■ storico invero è'un.prò- dìUtore, e un Artista fecondo,' Cj come tale, dev’essere ' da ' natura ' fornito^ dr attitudini : sufficienti a tanta o'pe* ta. '^( 'Vorrei, dunque nello stòrico erudizione per ve- V deve ^ immaginativa per descrivere , giustizia, per sentenziare V occhio sicuro pernon abbagliarsi -alla prosperità ; profondo séatimento del vero >’ sicehè^^ •» ^and’anche i’ inganni, appàja' errore dell’ intdletto e a" non del cuore ■, coraggio di sacrificare T autor prò- iì ' priò c il desiderio di : comparire * e. di •. sfoggiare.. no- »• vilà per vie^ bizzarre, costante nefie rieerelm ’e imllo a ^ stile ’ senza mostrare mai no V. impazienza del , ppo- » 'Cedere, né la leggerezza cho fa intraprendere jscon^ ')) sideràtametite ‘Un gran* lavoro v seguitarlo con, ne^ w gligenza/ cèinpicrlo -cent disgusto ; che n*5n pensasse tanto a far leggere quanto a far pensare, non tanto » a mostrare cognizioni quanto retto giudizio : volesse » fare un libre che renda caro 1’ autore , che non si « abbandonò senza avere concepito un' idea più chia- » ra e sublime della missione dell’ uomo sulla terra , » senza credere profondamente al regno della giusti- » zia , senza sentirsi più capace di un’azione buona » o di una generosa... Svesta quanto è possibile la in- » dividualità , e non esponga i sentimenti , le gioje, » le melanconie sue proprie , ma favelli dd genere » umano eon carità universale, scevra di esagerazioni, » goda a’ trionfi della causa più giusta, ma con sem> 9 plico dignità, soffra co’ virtuosi ma tranquillo, non » pensando a fare una satira o un panegìrico , con » indagine benevola ; nè cerchi gli errori di un po- » polo per abbassarne il genio, nè voglia negarne gli » errori , abbagliato dalla grandezza ec. » ( CarWù. /ntroduz. alla Storia universale ). Parrebbe doversi conchindere che la Storia non sia tanto facile componimento, che si possa rac^ comandare qual primo esercizio nell’Arte delle lettere, posto che in tante e cosi svariate cose debba lo sto^- rico essere versato. E questa deduzione A verissima per alcuna specie di Storie , per le Storie umane, e specialmente per l’universale, per la ragione che l’uo< mo obbjetto di questa storia, come causa libera, per tanti secoli esistito sulla faccia dd globo , in tanti punti disperso , e ndle prime storie non considerato in tutta la sua estensione , sfu^e le indagini de’ su- perficiali, che ardiscono di narrarlo o descriverlo. Ag- giungete che in questa Storia si procede ad indagare il passato sull’ attestato degli uomini, fallibili in quanto a’ fatti, più che sull’analogia sostanziale e causale, che è un grado di meno dell’evidenza di fatto § 52. Ma 10  < " ; non così per la Storia fisica come delle piante, degli animali , della terra , de' minerali ec. imperocché in queste indagini domina l’osservazione immediata e l’a- nalogia fisica. Quindi l’antitesi: la Storia è la-produ* zione più agevole , la Storia è la più difficile — Con- traddizione apparente tra -due proposizioni , che sono vere ambedue in senso limitato. Oltracciò la difficoltà della Storia umana è rispetto alle cose che sono ma- teria ddla medesima, e nella malagevolissima ricerca di questa lo storico si studia di rendere facile la Sto- ria , imperocché le cose narrate o descritte difforme- mente dal vero, oltreché inducono incredibilità e di- sistima per lo scrittore , rendono inattuabile la ripro- duzione e r associazione delle nostre idee. • § 49. . Intorno a’ mezzi intrinseci per la verificazione dei L pensieri secondari storici — Erroti di analogia. , . lo chiamo mezzi intrinseci di verificazione dei pensieri secondari storici quelli che risultano da’ prin- cipi della Invenzione esposte ne’ paragrafi 25 e segg. Egli- non basta sapere in generale che Cause simili producono effetti simdi e. gli effetti simili sono pro~ dotti da cause simili , o che i soggetti simili hanno qualità mmili e le qualità simili hanno soggetti simili. •Voi potrete per avventura, raccogliendo la materia stOr< rica, spesso ricorrere, a questi principi , ma è egudi- meute facile che spesso cadiate in. errore; prendendo lucciole per lanterne, come suol dirsi. I principi sono veri e incontrastabili , ma dessi non ci garentiscono dagli errori della pratica, perchè con tutta la chiarezza del loro lume indefettibile possiamo mettere il piede in fallo. Tra la teoria e la pra> tica èv\i una distanza ìofinita, e P esperienza cMnse- gua che i più soggetti a delinquere sono queMali, che 10 chiamo dottnnan, cioè eccellenti declamatori di teo-^ riche contro i comuni difetti , ma pessimi corruttori deirinnocenza altrui in occulto. Ad avere un accordo tra la teoria e la pratica, si richiede una buona disposizio* ne di ben formata natura , o quello che dicesi buon senso, per lo quale si percepisce evidentemente il mezzo più acconcio .all' attuazione della conoscenza su i fatti.^ Ciò posto , quantunque i principi fondamentali delP a- nalogia fisica sieno evidenti necessari e incontrastabili, non bastano a garantire lo storico dagli errori di fatto nell’ applicarli , imperocché in pratica non si. tratta più della verità di sifPati principi ma di scoprire la vere cause dì cer ti t, effetti,^ i‘ veri soggetti di certe qualità. Ora in questa ricerca consiste appunto la più grande difficoltà, perocché da molte cause simili può essere prodotto ^ un medesimo effetto, ed a diversi sog- getti siniili può appartenere bla medesima qualità. lò ne produrrò qualche esempio. . ^ 4 lA Reppubldica< romana, la più potente fra tutti gli Stati, che inai si fossero veduti nel mondo, cadde,^ quando Giulio Cesai*e con la sua Dittatura còlse Top-^ portunità di sopprime^re quella larva di autorità* in un Senato ciarliero e in una rappresentanza popolare più apparente che di fatto. Uno storico superficiale chia- merà Cesare • tiranno ed usurpatore , perché s’ im- padroni di una repubblica che non esisteva più,. ed era, diciamo cosi, divenuta uidtiiis. Stando alla semplice ap- parenza, Cesare fu usurpatore, perché Cesare di fatto fu 11 primo che ebbe il genio e l'ardire di pronunziare che la Repubblica era morta e che egli interpetre dello spirito del secolo voleva e poteva rianimare quella nari US zione sotto altra forma governativa più consentanea a salvare dallo sfacelo la dominatrice dell’ universo. Uno storico profondo non attribuisce questo effetto al- r ambizione cesarea , perocché un uomo solo , anche volendo , con tutta la potenza del genio non può di- sporre, a suo talento, di tutte le volontà di una grande nazione, e, se gli riuscisse un tentativo in un primo azzardo , sarebbe il momento appresso spodestato e punito. È vero che Cesare cadde vittima di pochi si- cari sotto i colpi de’ pugnali di un partito, ma non fù per volontà della nazione, la quale dopo Cesare non più tornò alla Repubblica, ma continuò nella Dittatura e nell’Impero, ossia sotto la forma di un governo di- spotico, necessario per un popolo, che ha perduto l’au- tonomia e la coscientat di essere libero per una virtù maschia a tutta pruova. Per lo storico adunque, che ragiona su i fatti, Cesare non fu un usurpatore , nè r oppressore della Repubblica , non fu egli la causa di tanto avvenimento , ma un uomo grande che co- nobbe sé stesso capace di dirigere una transizione di tanta importanza. La vera causa efficiente di questo crollo fù la degenerazione di un popolo dispotico nel- r Aristocrazia, abbjetto e servo nella democrazia. Una interna cancrena avea divorato l’immensa mole di quel corpo sociale, e la cancrena era arrivata al cuore, quando Cesare diè quel taglio, che parve crudele. La causa media- ta ancora efficiente fu il lusso de’ nobili , ed il paupe- rismo della plebe, per cui si ruppero i vincoli che ran- nodavano tutte le classi del popolo. Quindi odi impla- cabili interni , tra i nobili e i plebei , gli oppressori e gli oppressi , il Senato e il popolo. La Repubblica indubitatamente dovea cadere e la caduta era un ef- fetto necessario di queste cause efficienti. Non veduta la causa immediata e prossima di un dato effetto, non ni. " 7^^ by nrroHNO auìA scienza della stobia beale 149 si può p«r (xmseguenza conoscere la causa mediala , - mollo meno la rimola , perchè , dove è sfuggito il primo anello, lo spirito disvia ‘e va cercando aneUi di altra natura omogenei al primo anello supposto per vero , e la Storia invece ^ una Narrazione e Descri- zione di fatti reali diviene un a^regato di supposizioni. Ora per conoscere le vere cause di certi effetti, i veri si^getti di certe qualità, non basta conoscere in astratto i principi generali: JEffetti sitnUi som prodotti da cause simiU e qualità simili appartengom a sog- getti simdi , percM qui la quistione si versa intorno all' unica causa tra le tante simili di un dato effetto, ed all’ unico soggetto tra’ tanti simili di una data qua- lità. Per non errare adunque si richiede indispensa- bilmente la Scienza ddle Cose, detta filosofia della Sto- ria , non semplicemente in astratto ma in concreto , cioè nella specie determinata delle cose , che formano materia di una data Storia. Quindi è che la Filosofìa della Storia de v’estendersi non solamente alle cose u- mane, ma a tutte le cose obbjetto di Storia, c chi im- prende per esempio a scrivere la Storia deU’Astrono- mia o della F3osofia,‘è mestieri che abbia studialo pri- ma le cose astronomiche e filosofiche , perocché non potrebbe siffatte cose narrare senza formarsene idea, e idea non si dà di erme ignote. La FiliKofia della Sto-, ria adunque, intesa nel senso di Scienza delle cose, è tanto estesa, quanto è il dominio storico , ma la parte più difficile, più estesa, e più importante, è quella che si versa sulle cose umane , le quali si comprendono in cinque elementi , cioè Rdigione , Stato, Stnenze, Àrti , e Movieri , in ciascuno de’quali lo Storico de- v’ essere non mediocremente versate. E di questi ele- menti deve possedere non solo una cognizione gene- rale cd astratta, ma particolare in quanto al modo di Dighized by Googte parte; prima 150 £viluppiM*si , cioè d’ inizio, d’ incremento e di fine, é quindi di corso e ricorso delle nazioni. Alcuni portano opinione che una Storia è filoso- fica o ra^onata, ogni qualvolta è scritta col metodo di ridurre gli effetti alle cause e le qualità a’ soggetti, for- mando cosi una catena di avvenimenti , nella quale l’antecedente è causa del cons^uente e questo è cau- sa d’un altro conseguente. Se si potesse una storia scri- vere a questo modo, sarebbe un gran problema riso- luto rispetto alia forma , purché però i fatti o gli av-^ venimenti non fossero costretti dal sistema a servire a delle supposizioni. 11 fondamento di ogni Storia reale è la verità, ossia la realità de’ fatti narrati o descrit- ti. Se dunque per rannodare i fatti si sacrificasse la verità , se per la forma . la^ materia , ’ si cadrebbe in una contraddizione di principi e di fatto, perchè, men- tre si proporrebbe una cosa, a cui bisogna stare per supposizione di concetto; si riuscirebbe in altra del tutto differente anzi opposta o contraria al proponimento. Una tale Storia è un Romanzo misto di realtà e di finzioni , nel quale difetto a me pare cadono spesso gli alemanni che per un mal inteso razionalismo sto- rico hanno alterato la natura de'fatti. Valga per tutti lo StrauB nello infamissimo Libro intitolato la Vita di Gesù Cristo. A questo inconveniente ha contribuito la filosofia panteistica risuscitata in quella nazione per òpera di Kant , di Ficte, di Hegel e Shelling — La ra- gione nella Storia è il risultato de’ fatti , come in Fi» loiogia dicemmo che la ragione filologica è la natura istessa delle lingue. Quando la ragùme discorda dai fatti, terremo per indubitato che lo storico è partito dalle tupposizio-ni , -e dominato* dalla passione di si- stema ci dipinge le cose, <»me ei vuole, e non com’esse sono. In questo difetto debbono cadere spesso anche gli storici di buona fede, che dal cieco empirismo sto- rico si studiano di passare al moderato razionalismo, perchè, essendo ancora bambina la Scienza delle cose, è conseguenza necessaria che lo scrittore spesso v(^ga le cose a modo suo, e, se ci descrive per esempio i costumi e la religione indiana , non ci dà queste no- tizie così nette e precise, come dovrebbero essere, ma alterate alquanto dall’ analogia a’ costumi ed alia reli- gione professata dallo scrittore medesimo. Uno storico, che è versato nella conoscenza esalta de’ costumi e delle I^i romane , narrando e descrivendo i fatti di quella nazione , ci descriverà il Senato di Roma con colori che io faranno concepire in un modo simile alle assemblee de’ Nobili in Inghilterra, e de’ Pari in Fran- cia : e le adunanze del popolo in comizi in un modo simile alle assemblee dei Comuni nel medio evo. Qua- lunque sia la diligerne e la pazienza nel raccogliere le notizie antiche, lo scrittore non si può spogliare in tutto delle sue abitudini da poter vedere le cose net- tamente ed esporle col medesimo disinteresse. Da qui si comprende quanto difficile debba riuscire una buo- na Storia dal verso della verificazione de' pensieri se- condari^ e quanto tempo ancora ci bisogni per ristau- rare la Storia antica , la quale contiene errori anti- chissimi cd errori moderni , ancorché avesse acqui- stato non poco per la correzione di moltissimi sbagli de’ primi storici. È destino della povera umanità, va- gante in questa terra di esilio, di urtare di scoglio in scoglio , di errore in errore , e non scoprire un vero se non dopo mille inciampi , aggiungendo al novero de’ vecchi sempre nuovi errori. Prima dunque di pren- dere la penna per iscrivere , o dico meglio prima di risolversi a scrivere la Storia umana, specialmente ver- sanfesi sopra fatti di un’ età rimota , pensi bene lo scrìtiore se gli contenga, se i suoi omeri possano reg> gere a sostenere tanto peso. E, se avrà consnmata la sua vita nello studio delF uomo, se avrà meditato in- cessantemente 1 fatti narrati da tutti gli storici pre- cedenti , se i fatti attribuiti a certe cause come ef- fetti immediati resone alla censura della più illumi- nata e imparziale critica ragionata, scriva pure cfae il suo nome sarà registrato in una colonna immortale, che sfida tutt' i secoli , nella memoria della posterità. Ma tremino gli orgogliosi e audaci spiriti superficiali a questo rone sacro e solenne Storia, poiché niuno insulto più oltraggioso può farsi agli estinti ohe con lodi e vitupero prodigato da coloro, che non sanno va- lutare a giusta misura il merito e Ì demerito. E, considerando che la storia classica fu scritta senza la Scienza delle cose umane, non è malagevole a comprendere che in essa gli avvenimenti non sieno quasi mai riferiti alle vere cagioni occulte dell’uomo interiore , il quale poteva essere svelato per uno stu- dio comparativo dell’ umanità diffusa sopra i diversi punti di questo globo terrestre, E sotto questo rispetto la Storia umana antica si riduce ad un empirismo su- perficialissimo, che subordina fenomeno a fenomeno, che chiama causa ed effetto, secondo che uno precede e l’al- tro segue. Nè si dica perciò che la Storia moderna, la quale si studia d’ indagare le vere cause occulte degli avvenimenti che sono fenomeni, sia troppo filosofica e sublime, imperocché l’ uomo interiore non è impervio alla Coscienza di tutti gli uomini, perché è un obbjetto di immediata evidenza al senso intimo. Egli sarebbe un trascurare , al contrario , la parte sostanziale della Storia umana , perché 1’ uomo è uomo pel pensiero , per la vita intima. Io quindi rassomiglio le due Storie a due sistemi filosofici detti VMtterialisino e psicoUh gismo , r uno che spiega i fenomein delF uomo col meccanismo del cervello e V altro colle funzioni di una sostanza spirituale. Chiamerei la prima Storia em- pirica o sensualista , e la seconda Storia psicologica o razionale : quella tutta versantesi nella manifesta- zione esteriore - dell’ uomo , questa scrutatrice delle pliche più occulte e recondite del cuore umano. L’una descrittiva de’ fenomeni meravigliosi e sorprendenti, r altra riflessiva e posata nel narrare e descrivere, gli effetti con forza di convincimento o di persuasione. 11 Lettore non resta mai soddisfatto della prima , ma gli resta sempre qualche altra cosa a sapere , perchè non è convinto che certi effetti sieno prodotti da certe cause indicate dallo storico : ma nella seconda tutto è razionale, salvo il caso che per mancanza di documenti non sia conceduto allo storico di raggiungere le oc- culte ragioni, eppure tali sono le sue congetture . per fondamento di analogia che le additate da lui hanno un’ aspetto di verosimile. § 50. Più difficile è la verificazione de* pensieri secondari creduti all* attestato degli uomini — Tradizionù , Nel Voi. l.®di questo Corso ho detto abbastanza intorno alla verificazione de’ pensieri secondari corri- spondenti ad obbjetti creduti sull’ attestato degli uo- mini , ma non mi pare del tutto inutile fare qui al- cune avvertenze intorno alla stessa quistione per la Storia — Or questa testimonianza si riduce alla cosi detta tradizione , la quale è di due specie cioè orale e scritta. Parlerò della* prima nel presente paragrafo e della seconda nel seguente. La tradizione orale è la comunicazione di alcuni fatti da uomo ad uomo, da famiglia a famiglia per mejuo delia parola viva. Allorché il vecchio contadino seduto al focolajo nelle lunghe notti invernali racconta a' suoi figliuoli le sue passate sventure si costituisce come punto di partenza di un' orale tradizione de' fatti suoi nella futura discendenza. Ognuno può comprendere da questa supposizione che la veridicità di questo atte- stato ha per fondamento la probità e la capacità di conoscere in questo primo narratore : i suoi figliuoli e i più tardi nipoti non sarebbero in alcuna guisa col- pevoli di quella prima mentita per ignoranza o per malizia, se riferissero gli stessi fatti con le stesse pa- role la prima volta udite. *' La tradizione orale di alcuni fatti è tanto più menzogniera, quanto più antica, imperocché, essendo gli uomini dotati di una suscettività particolare, ognu^ no dà alla parola un valore secondo la forza del pro- prio immaginare. I primi uomini, che si distinsero per un qualche eroismo di qualsivoglia natura, non erano che uomini. 1 loro fatti gloriosi o infami furono nar- rati con nuove circostanze a quei che non furonvi presenti : questi vi aggiunsero di loro fantasia nuove particolarità, che, quantunque ti rendessero incredi- bili, per la tendenza degli spiriti incolti al meraviglio- so , non furono sottoposti a rigorosa disamina. A lun- go andare quegli uomini divennero Numi, -e la guerra ebbe il suo Marte , i grandi imperi il loro Giove , le belle ebbero il mito in Venere , i Medici in Esoula- pio , i fraudolenti in Mercurio , i ladri in Ijaverna e va dicendo. Tutta la mitologia del paganesimo è un complesso di esagerazioni di alcuni fatti primitivi al- terati dall'orale tradizione. Il loro fondo é vero, ed accenna ad un fallo reale, l'csagcraziorie involve que- Digilized by Google INTORNO ALLA SCIKNZA DELLA STORIA REALE 155 sto nucleo, che appena più vi si ravvisa. TuU'i popdi hanno tradizioni oralidi siffatta natura in' quanto alle loro origini j onde tutti hanno le loro leggende e i loro pregiudizi Ix) storico non può prestar fede a que* sta tradizione , ma, dove egli sapesse con tutt’ i sus- sidi della buona critica storica sceverare il vero dal falso,il reale dal finto c fantastico, potrebbe trarne qual- che vantaggio e diradare le tenebre de’ tempi oscuri, e, quando può essere corroborata dalla testimonianza de’ monumenti e della travistone scritta, acquista forza di pruova, e dalle congetture può farci passare alla probabilità — lo chiamo questa tradizione orale popo- lare o volgare , ossia tradizione delle moltitudini , la quale per quanto è sospetta in alcuni fatti , per al- trettanto è argomento di verità per certi altri , con- servati più fedelmente dagli uomini semplici e di buo- na fede, anziché dagli uomini corrotti da una falsa ci- viltà. La tradizione primitiva dell’ esistenza di Dio della caduta del primo uomo , di una vita futura o felice o infelice , è costante presso tutt’ i popoli, tra- 'dizione oscurata da un’ empia filosofia e dall’ educa- zione filosofica degli spiriti forti, in < questo la tradii zione popolare è da preferirsi alla tradizione delle co- ste, o delle sette, presso le quali lo spirito di sistema ha oscurato la ingenuità della tradizione. Quando dun- que Livio riferiva sull’ ajunt f ernia la favola della Lupo nutrice di Romolo e Remo', o l’ intervento di Marte , che incinse la Vestale, o la origine di Rtmaa dall’ emigrazione de’ fuorusciti di Alba, fondava il suo racconto su di un’ esagerata tradizione orale , e seb- bene non affermi, il suo si dice contribuì a perpetuare nella moltitudine con la -soUennità della scrittura un racconto favoloso, indegno di uno storico gravissimo. 156 PARTE PRIMA che è tenuto almeno di avvertire la enorma distanza tra le vulgati credenze e le convinzioni dello scrittore. Io chiamo tradizione scritta 1' attestato de’ fatti per mezzo delle parole consegnate alle scritture di quasivoglia genere. Questa tradizione si forma con la fede costante a' primi scrittori , da' quali le cose nar- rale e credute si trasportano nelle posteriori scritture de’ secoli successivi. Cos'i per tradizione scritta sappia- mo che sia esistito Cesare domatore delle Gallie, pa- drone della repubblica , ucciso in Senato; perchè in tutte le opere scritte e in quell'epoca e ne’secoli po- steriori troviamo questi fatti costantemente creduti ^ attestati. Questa tradizione è più credibile , imperoc- ché , avendo la fede alla parola altrui per suo fondar mento la veridicità presupposta , e questa la scienza e la probità dei testimonio (Voi. I. $ 50) , è facile a intendere che sia più credibile uno scrittore che un idiota , perocché quegli vive di riflessione , dovendo prima riflettere alle cose, poi scriverle , ma questi di fede cieca senza raziocinio. Uno scrittore può anco- ra essere n^ligente , ma l’ opinione gli é sempre più favorevole, presupponendosi in lui una capacità su- periore a quella delle moltitudini. Anzi giunge a tale l'idolatria del volgo che ogni pensiero affidato alla pub- blicità della stampa si abbia per un domma nella sup- posizione che il giudizio del pubblico, a cui è diretta una scrittura, sia un freno per la menzogna. Questo at- testato, essendo permanente, acquista un importanza mas- sima per la sua estensione , imperocché i fatti narrati tradotti in tutte le lingue acquistano la maggiore cre- dibilità dalia moltitudine de’ testimoni. Per esempio i fatti de’Greci fnrono registrati da' primi storici nazio- nali, da questi furono copiati da' Latini, quindi da’Germani , da’ Francesi, dagl’inglesi, dagli Italiani ec. Uno storico, che conosce molte lingue, truova in questa con- tinuata e non mai interrotta credenza di tutt’i secoli e di tutte le nazioni il più forte appoggio alla sua , fino a credere impossibile che tanti dotti uomini si sie- no ingannati , o che il consenso universale del genere umano vada soletto ad errare. Bisogna conchiudere da ciò che Io storico di coscienza debba affidarsi più alla tradizione scritta che all’ orale. Ma ’ in questo ancora è mestieri procedere con certi riguardi , imperocché un fatto attestato da tutti gli scrittori può essere falsissimo nell'origine, ossia per l’attestato del primo narratore. Così dell’araba Fenice che vi sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa, co- me il poèta si espresse. Ma si dice e si crede, perché piacque ad Erodoto di dirlo, e dopo il suo detto tutti hanno creduto che vi sia senza ricercare sulla sua rea- le esistenza. Erodoto 1’ ammise sulla orale tradizione delle moltitudini, i posteriori sull’ attestato di uno scrit- tore , e quindi della tradizione scritta. Bisi^nerà dun- que, in quanto a questa, distinguere due cose, l’origine della tradizione, e la qualità dello scrittore. Se il punto di partenza è la tradizione orale del volgo, lo storico ragionevole sospenderà il suo assenso prima che con tutt’ i sussidi della critica non si sarà egli stesso assi- curato della verità del fatto asserito. In quanto alla qualità dello scrittore vi è gran differenza tra quelli, che attestano i fatti che avranno uditi semplicemente o letti senza critica storica, e quegli altri che profes- sano materia storica , imperocché i primi si riducono alla midtitudine, e i soli secondi portano il carattere di testimoni, ne’quaH concorre la qualità del sapere. Quindi è che molto meno presteremo piena fede a’poeti 0 agli oratori , perché i primi tendono alla favola ed a tutt’ uomo si studiano di esagerare le popolari tra- dizioni per piaggiare la boria nazionale: i secondi co- stringono i fatti all’ interesse della loro causa. Chi vo- lesse un quadro vero ed esatto dello stato politico di Roma a’tenipi di Cicerone, mal si avviserebbe di trar- ne i colori dalle parole di quel grand’ Oratore, impe- rocché, essendo egli un interessato ne’ pubblici affari, ci descriverà Cesare per un oppressore, e dichiarerà sé stesso padre della patria , mentre a dirla schietta cospirando egli col Senato divenuto un corpo di ti- rannelli , fa vista non mica di xepubblicano e di uo- mo nuovo, ma di un aristocratico , laddove Cesare, a- prendo 1’ adito in Senato a tutte le nazioni , e 1’ ac- cesso alla cittadinanza anche a’ barbari , fu liberatore della plebe, e però democratico. Similmente non cre- deremo alla congiura di Catilina, o alla malvagità di Godio, od aU’innocenza di Milono, come <^li ce la de- scFive, perché egli non ha interesse di storico ma di oratore, facile a mentire per guadagnare ila causa (die imprende a difendere. .,ir- Di qui si può dar . giudizio della cosi detta Storia erudita , della quale cosi parla il Cantò nella Intro- duzione alla Storia Universale. « Per una delle solite » reazioni , quasi contemporanei alla scuola filosofica » sorgevano RoUin , Crevier , Barthelemy e gli altri » eruditi , idolatri dell’ antichità a segno di non ve- » derne i mali. Per loro non si cerca se un fatto sia » vero nè tampoco probabile : basta che fu detto nella » lingua di Omero e di Virgilio , e le citazioni a piè » di pagina dispensano della ragione. Nè fra le au- » torità discernono essi : e in fatto di Alcibiade da- » ranno egual credito a Plutarco e a Tucidide, Seno- » fonte informerà di Alcibiade al pari di uno scolia- » ste del Basso Impero. Imbevendosi poi delle fonti ,  B ammirano con Livio le carnificine de’ Romani, con » Quinto Curzio la bontà degli Sciti , con Cesare be- » stemmiano la nequìzia de’ Galli , che ricusano di » lasciarsi togliere la patria e la libertà. Quindi tut- B t’ i tempi ed i colori vi vanno rimescolati : gli er- B‘ rori stessi di astronomìa , di metafisica, di geogra- B’ fia denno aversi per sacri da che sono antichi. Che B più ? il furto , r assassinio', il tradimento per cs- i) sere giustificati basta che sieno commessi da Temi- B stocle, e da Pompeo, e benché da im secolo avesse B parlato il Vico , dovette soi^ere il Beanfort a di- B mostrare che anche i classici poteano ingannarsi ed B ingannare b. Questa Storia è compilata sull’attestato della tra- dizione scritta semplicemente, bastando allo storico per pruova de' fatti che narra il poter citare una lista di autori contemporanei o de’ secoli successivi senza darm carico se poeti o prosatori, e questi, se oratori o scrib- tori di (^i altro genere che di cose storiche. A quali conseguenze abbia menato siffatto metodo lo abbiamo veduto , e ne deduciamo che lo storico moderno in- teso al ristauro della Storia antica farà tesoro di ogni tradizione , ma non conterà sulle parole gittate a caso da un poeta in un’ el^ia o in un epigramma, o da un prosatore in un ragionamento o in un’ episto- la : farà gran conto degli storici, che si sono occupati di proposito di quelle cose che imprende a narrare, e pure con quei riguardi, che consiglia la prudenza per quello che abbiamo esposto innanzi.  . IrUomo aU’àbuso delle citazioni nella Storia. Gli antichi storici scrivevano senza citare altri storici , se qualche volta nominavano qualche au- tore, non si curavano di metterlo a piè di pagina. 1 moderni e specialmente gli storici eruditi non credono di meritare siffatto titolo, se non ti mettono schierata innanzi una falange di nomi celebri e chiarissimi. È un fatto che lo stoico ristauratore della storia antica deve ricorrere a' fonti per attingere i fatti che narra e descrive , poiché non si potrebbe scrivere la Storia romana, per esempio, senza consultare Livio e Tacito, o la greca senza Tucidide, Erodoto ec. Per certe parti nuove sopraggiunte e di ristauro non si può scrivere sen- za consultare gli antichi monumenti. Questa è la parte dello storico, quando si accinge a raccogliere la mate- ria del suo lavoro, ma non panni che il Lettore della sua Storia debba essere informato minutamente di tutte le particolarità del suo processo inventivo , che anzi il troppo citare dà argomento di poca fiducia , come se lo scrittore non avesse coscienza della sua ingenuità, e che però avesse bisogno ad essere creduto di riman- dare chi legge alle fonti da cui ^li attinse , fonti che nim sempre, nè a tutti, possono essere ovvie. Tut- t’ al più le citazioni sarebbero utili e necessarie ad altri storici, che volessero accingersi posteriormente al- r opera stessa del ristauro, ma la Storia non si scri- ve per essere solamente un prontuario a' posteriori - storici, sibbene per essere letta dalla moltitudine che ha fede allo storico. A me pare una ridicola pedanteria T abuso delle 'cilRzioni , àitnile in tutto alia TÌdicoIa e insulsa vanità di ^ud -pittore, che per mostrare i prodigi delle sue pitture presentasse agli spettatori i suoi pénnelli. Gli strumenti meccanici dell’ arte sono presupposti, c tanto meraviglioso comparisce un -lavoro perfetto, quanto più occulli rimangono i mezzi cbe l’ hanno prodotto. Ricm'cando l’ origine di quest’ abuso di citare nella storia, da due cagioni a -me pare che sia derivato, cioè 1." dal difetto de’ documenti sdì’ epoca del risorgimento delle I^ettere , onde ^i storici non poterono trarre certezza de’ fatti, che narravano e desorivevsmo. Quindi, mancando di sostegno a cmifermare le loro dubbie opinioni, ricorrevano all’ antichità de’ nomi celebri de> gli storici precedenti, educando in questa guisa i loro lettori alla cieca adorazione dell’ autorità umana , af- finchè non fossero esigenti pruove, che il tempo ave» sepolte nell’ obblio. Ondechè io sono di avviso che il troppo citare non è argomento di persuasione , ma piuttosto di scetticismo nello scrittóre , salvo il caso che la citazione miri ad onorare qualche nóme bene- merito nel ristauro di qualche parte della storia anti- ca , degno ancóra di essere consultato in quanto che può certificare il lettore in qufdche punto controver- so. 2.^ A me pare che la seconda cagione dell’ -abuso di citare sia stata lo scetticismo che invase tutte le scuole dopo d razionalismo md diretto per <q>era dei protestanti. Scetticismo sviluppato fino all’ ultima con- segumiza Oggidì in Alemagna, dove i filosofi intesi a distru^ere ogni realtà con l’ ideidismo assoluto, ed a tutte spiegare con la ragione tra i limiti della ra- gione, sono riusciti a negare ogni fondamento di uma- na tradizione. Come invero si potrebbe confutare uno Straus, che riduce a miti i fattori del cristianesimo e quindi di tutta la civiltà moderna, se non citando gli stessi 11 nemici del cristianesimo, come Giuseppe Ebreo, e Pli> nio , e Tacito ? Ma da ciò se ne poteva dedurre sol- tanto che in una specie di storie si dovesse citare per le attitudini speciali di certi lettori , i quali fossero guasti da'sistemi filosofici, o corressero pericolo di gua- starsi e si volessero munire di salutare prevenzione. lo dunque, distinguendo cosa da cosa, conchiudo che il citare non è necessario per la storia, assoluta- mente parlando , perchè la moltitudine, a cui è di- retta, ha fede al narratore coscienzioso e ingenuo, e non vuole essere impacciata, ledendo, da frequenti in- terruzioni per attendere a nomi e cifre arabiche. E vo- lendo fornire i posteriori storici di notizie concernenti le opere antiche , da cui egli ha attinto , potrà pro- durre o in principio o in fine di volume un elenco degli autori. Nelle storie poi particolari o miste a di- scussioni dirette ad una classe di Lettori, la cosa pro- cede altramente, cioè dire che il citare è indispensa- bile , come è indispensabile per un avvocato citare i titoli e i testimoni , da cui emergono le pruove atte « convincere il magistrato, che non ha fede sulle sue semplici assertive. I moderni hanno adottato un mezzo assai lode- vole di accennare a’ fonti senza ricorrere alle impac- cienti citazioni , ed è quello di far precedere la sto- ria da una giudiziosa introduzione o proemio , dove vanne esponendo il metodo da loro seguito e le ragioni del loro procedere. Colgono ancora in essa la opportu- nità di discorrere intorno a' punti di divei^enza dagli altri storici, ed accennano perciò a' fonti, da' quali at- tinsero la materia della loro naìrazione. io parlerò di proposito dell’ Introduzione o del froemto storico nel Gap. IV., allorché espongo l’or- dine 0 la disposizbne ddla materia Storica. Intorno all’ Immaginazione facolta’ Storica. §52. fntrodusione al presente Capo — In die senso VIm-> maginazione è facoltà Storica — Partizione. * Allorché dico che la Immaginazùme è facoltà storica, non intendo dire che dessa sola csclusiTamente basti a comporre una buona Storia, in guisacchè, senza buon giudizio , senza discernimento , e senza razio- cinio, uno scrittore dotato di buona memoria possa spe- rare di regalarci di una buona produzione di questa specie. Lo spirito umano è uno e indivisibile , e le sue diverse facoltà non sono tanti diversi agenti iso- lati in modo che l’ una si possa costituire isolatamente ed esclusivamente dalle altre. La nostra espressione adunque immaginazione facoltà Storica ha un sen- so limitato in quanto che vale a dire la Immagi- nazione sia la facoltà operatrice principalmente nel« l’architettura della Storia, mentre le altre vi concorrono per incidente , e a cosi dire sussidiariamente, e nel fatto poi della manifestazione si osservi il suo processo specifico , cioè una successione d’ idee riprodotte se- condo leggi di questa facdtà senza 1’ apparato com- parativo del sillogismo, il quale, se qualche volta op- pm-tunamente possa cadervi, è per incidente. Cosi la Immaginazione entra ancora nefia Scienza, la quale è un complesso di raziocini , i quali non possono co- stituirsi senza 1’ ajuto della riproduzione delle idee , ma il suo ministero è sussidiario, a cosi dire, ed occul- Digilized by GoogU parte: prima I6i to , come una condizione del raziocinio , a cui non riflettiamo nel processo Scientifico. Ondechè diciamo che la Ragione sia facoltà scientifica , come diciamo che V Immaginazione è facoltà storica , quantunque e nella Storia e nella Scienza le due facoltà concorrano, perchè in una è principale l’opera di una facoltà e nel- r altra 1’ opera dell' altra , per cui il processo è an> cora diverso , e dicesi o storico o seenti/ico. L’ Im- maginazione poi dicesi facoltà storica per due ragioni e perchè è la facoltà principale architettonica della Storia nella mente del compositore , e perchè la Sto- ria è architettata in modo che si possa facilmente con- fidare air immaginazione de’ Lettori. La prima ragione è chiara da quello che ho sposto ne’ §§ 17 e 25, dove ho detto che il Concetto storico è Idea e Idee sono i pensieri secondari storici. Ora le idee sono confidate alla memoria o immaginazione , come depositaria di quanto vi affida la duplice sensi‘ vitÀ § 25. Che poi la Storia vuoisi raccomandare al- r Immaginazione o Memoria de’ Lettori risulta dalla natura di sifEatto componimento , il quale , e^ndo un ^gregato ‘d’ idee e non di givdizi , non può es- sere diretta alla ragione^ ma alla facoltà delle idee , che è r Immaginazione $ cit. Lo spirito umano è iden- tico in tutti gli uomini, i quali sono fatti a pensare secondo le stesse leggi , onde quel che è obbjetto di memoria per alcuni non può essere obbjetto di ra- gione per altri. Quindi è che gU antichi in senso di confidare un fatto alla storta dicevano prodere me- moriae , o memoriae mandare-’^ dunque l’ Imma- ginazione è facoltà della Storia, è agevole a comprende- re che debbiamo disanunarla accuratamente per quella che è in sè stessa e per le sue leggi, affinché il com- positore abbia una regola nello scrivere e correga i difetti della guasta natura; Da questa disamina deduco- le leggi psicologiche sotto il rispetto dell! ordine o della, disposizione delle parti di una> Storia qualsìesi : da que- sta farò rileviU’e per illazione i due mezzi storici espli- cativi!, detti Nwrazione e Descrizione , ed altre cose di non minore importanza. Non mi acASusino- per tanto . di usurpazione i psicdogi, se io-con maggior dovizia di quistioni procedo ad esaminar questa facoltà delio spi- rito; lunanOf , imperocché io non posso trasandare ciò che fa parte essenziale dell» disciplina storica, mentre essi non si occupano che leggiermente ed empirica*; mente- delie medesiine, dove dovrebbero razionalmente discutere le cose credute nelle lettere sull’ attestato del senso comune. lo> quindi, produrrò tali novità da dis- gradarne la. psicologia, la quale potrà giovarsene nella disamina razionale di questa e delle altre facoltà psi- cologiche. §■ 55 ; Fenomeno generale della Immaginazióne In che differisce dedla Sensivitd ?. Per l-.° fenomeno generale della Immaginazione iq^ intendo: la nproduRtone delle idee,, o delle immagini degli- obbjetti nell’ assenza de’ medesimi. : la riprodu- zione poi è un- presentarsi di, quelle^ idee^ o; immagi- ni , di bel' nuovo air intuito* dello, spirilo^ come l’ imr magine nostra si dipinge nel riflesso-di- uno. specchio, con la< differenza ohe Ip specchio riflette la, immagine di riscontco all’ originale presente-, la immaginazione, la riflette in assenza.deU’obbjetlo.. Io non prendo qui ad esame le quistioni. fisiologiche c psicologiche con- eecnenti il modo cqme questo fenomeno avvenga, nè  Torrò ricercare se sia un effetto delle con6gorazbni darwiniane e degli spiriti animali del Villis , che cor- rono all’ impazzata per le cellette del cerveHe a sve- gliare gl’ idoli, o le immagini , o le impressioni dt^li obbjetti, perchè uscirei da’ termini prescritti aUà mia trattazione. Io tra i limiti del senso comune guardo questo fenomeno quale si mostra costantemente alla coscienza di tutti gli uomini , e riserbo alla psicelc^ le ricerche razionali — E un fatto che noi ci ricor- diamo delle cose passate, e chi dice di ricordare, in altri termini intende dire che nelF assenza degli ob- bjetti ha presenti le idee de’ medesimi. Cosi ricordia- mo i genitori che abbiamo perduti, gli amici lontani, i luoghi ameni della prima età con tutte le circostanze particolari di cui ragioniamo di presente , e la me- moria del passato ora ci allieta , ed ora ci attrista , e piangiamo alle riminiscenze di certi obbjetti perduti, e ci adiriamo alla memoria dell’ oltraggio , e ci spin- giamo alla vendetta delle passale ingiurie. La Immo- ffinazione adunque differisce della Sensività in quanto che questa produce idee di obbjetti presenti , quella riproduce idee di obbjetti assenti : quella è produt- trice questa è riproduttrice. La produzione dell’ idea è inseparabile dalla presenza dell’ obbjetto : la ripro- duzione ne va divisa. Adunque la differenza tra la Sensività e la Invmaginazione è da ripetersi non dal verso deU’tdea, che è la stessa sostanzialmente , sib- bene dell’obbjélto, il quale è presente al senso, è as- sente aSlHmmagirutzione. Accidentalmente poi la ttfeo- sensazione è più viva e più chiara e adequata : la idea-immagine è meno viva, meno chiara, e col tem- po inadequata , cancellandosi a poco- a poco fino al- 1’ obblio come per tante abbiamo sperimentato ; spe- cialmente per quelle sensazioni , a cui abbiamo posto pochissima attenzione per ragione di tempo brevissimo o per intensità. I filosofi empirici chiamavano fantasmi le idee riproducibili pel ministero deirimmaginazione, ma il vocabolo è improprio, perchè il fantasma si ri- ferisce alla fantasia, facidtà creatrice, diversa dall’lm- maginazione, che ripresenta le immagini. Altri filosofi trovavano ancora impropria la parola immagine ad esprimere Videa riproducibile, perchè dicevano l’ im- magine è un ritratto simUe aH’originale, e il rapporto di similitudine non si può costituire, se non si presen- tano all’ intuito dello spirito nel medesimo tempo il ritratto e 1’ originale: cosa che non può succedere nel fenomeno dell’ immaginazione , il cui ministero è di riprodurre idee in assenza degli oggetti. Fu per que- sto che i fisiologi ricorsero alle supposizioni degli api-, riti animali o delle configwaziom, e i filosofi a quelle degli idoletti volanti da’ corpi. lon<m posso trattener- mi in tali’ disamine erudite in questo luogo, e mi con-, tento di dire semplicemente sull’ attestato dei sensoi comune che in questa espressione vi è un fondo di verità, come dimostrerò nella Psicologia razionale, e, se tutt’ ì filosofi ricmioscono per legittima la nomen- clatura d' Immaginazione per la facoltà riproduttrice, non possono dichiarare impropria la radice immagine,. da cui derivano immaginare e immaginazione. 2.“ Fenomeno generale deU’ Immaginazione La ri- produzione segno le leggi deUa- produzione delle idee» Ciò che fece dire ad albani psicologi che là Im- maginazióne è una prolungata sensi vità , si è la iden- tità de’processi dèlie due focoltà rispetto' all’ ideat In- ietti la riproduzione dèlie idee-immagini avviene allo' stesso modo , come avvenne la produzione deUe idèe- sensazioni. Se voi ad un intuito del vostro' occhio < avete percepito cento individui congiuntamente^ come cento- scolari in una scuola , la< immaginazione- ve li. riproduce ancora congiuntamente; se al contrario gli avrete percepiti separatamente, ancora separate le loro, idee vi-riprodurretO) in guisacchè le stesse leggi e condi- zioni della produzione delle idèe-sensaztónt sono ancora lèggi' e condizioni della riproduzione delle idee-immagini.. Questo è il secondo fenomeno generale e costante della Immaginazione. I- psicologi esprimevano questo. fatto> con la cosi dettai associazione’ deUe idee, la quale- se- condo il loro, linguaggio' consiste in- quel legame, onde- una idea- non si; riproduce senza le altre ,, con cui è: associata e tutto, il complesso- di queste idee assor ciate fu detto, serie d’ idee. Ma a. me pare che' i psfc cologi non attesero- sufficientemente alla verai cagione' di questo, legame , o- almeno non dichiararono, abbar stanza la causa efficiente dell’' associazione delle nor- stre idee. Io- ripeto questa cagione dalle condizioni: della sensività, e dico essere nellimmaginazione quelle sole idee associate, i cui obbjetti furono dal senso con-. giuntamente percepiti. Chi dunque volesse studiare le leggi di questo feDomeno,devc rifarsi necessariamente ad indagare le' leggi della sensività,. la quale , a cosi? dire-, si prolun^. nell! inunaginaziooe — La sensi^ilà poi associa’ le< idee per- alcune condizioni puramente subbjettive, e per altre concenienti gli dibjetti.. Io>esa>. minerò le une le altre brevemente per ^Importanza,, che hanno nelle deduzioni^ relative alL' ordine atorioo» ed alla partizione della Storia, % 55 . Gondizioni svbhjèttive ddV associaziòne dille nostr» IfffiB-SBfiSAZIQyU Gli' organi de’' nostri' sensi non sona certamcnie- dto 'punti matematici, i quali si restringessero alla per- cezione’ di elementi semplici e indivisibili , ma hann» un» stabilita dimensione , per IR quale percepiamo- in- sintesi fìsica un complesso di piò cose, sopra cui eser- citandosi poi Tattività delle spÌFÌIo> che è Kànalisi, vi disceme molti elementi'. Cosi l’occhiò per esempio con- ia sua oircolare %ura comprende ad. un intuita una grande distesa con tuHi gli oggetti che vi si truovano, ili fì>ontÌ8pizio>di un< palazzo^ la larghezza di. una stra- da, un- tratta di montagna con tutti gli alberi che vi sonot La sua giusta grandezza è complessiva del; mul- tiplice , la sua limitazione costringe per così dire la- muttipliintà ad unificarsi, e cosi diciamo una la mon- tagna,.’ una la stradai, uno- il frontispizio, quantunque infinite sieno le parti e innumerevoli gli. oggetti con- tenutivL Facciasi la stessa applicazione pel senso deK If udito , del gusto’, dell’ odorato, deh tatto. Anzi sov- venti volte accade che, essendo in esercizio più. orgoni di senso nel medesimo- fcmpe, i quali poi tutti con-, vergono, nel comune sensorio , questa sintesi unifica e eomprende maggior numero di obbjettì di natura di-' versi ael medesimo tempo. Le serie adunque delle idee-immagini saranno tali quali furono le serie delle ' idee sensazioni, in altri ternùni non vi è a^ociazbne tra le idee dell' immaginazione, efae non saranno state ' associate dalla sensività per una percezione sintetica o comprensiva secondo la natura degli organi del senso.' $ 56 . Fenomeno della Immaginazione col concorso della sensività. Per quanto si voglia comprensivo il senso , non arriva mai ad {drbri^ciare una grande estensione iso- latamente dalla immaginazione per la sua naturale li- nutazione. N(mi bisogna invero confondere la idea coir la percezione-sensazione , percbé quella ha per sua fattrice l'attenzione in qualsivoglia grado, mentre que- sta è sempticemente un atto primo e spontaneo del- r intelletto (§ 25). Allorché apriamo gli occhi su di una vasta e immensa pianura, in un primo momento non ne abbiamo che una oscura indistinta e confusa percezione; infatti, se tentassimo di renderne conto a noi stessi o agii altri , noi potremmo , perchè non abbiamo atteso alle singole parti , e perciò non ne ab- biamo idea e senza idea non possiamo parlarne, per- chè la parola è segno d'idea c non di percezione sem- plice. Ora per acquistare idea di un grande oggetto simile alia vasta pianura dobbiamo limitare con I' at- tenzione il nostro senso a ciascuna parte separatamen- te, e poi passare successivamente da questa alle altre, fino a che avremo percorso tutta la distesa del me- desimo. Ma, se fosse in attuaUtà il solo senso, dopo che avrebbe percorse l’una dopo l'altra tutte le parti, non  1 avrebbe più F unità riflessa di tutto l’oggetto, perché ' limitalo non potrebbe comprenderlo^ Bisogna dunque conchiudere che, se noi ci foriniatno un’ùrèa massima- mente sintetica db un (^getto compostissimo, oltre del senso-, vi sia pure concorsa l’opera deli’ Immaginazio- ne nel medesimo tempo , la quale tenendo presente r idea della prima parte in occasione che il senso è (BrettO! alla seconda ,. associansi insieme tutte le parti in una serie mólto- complessa , là quale si dice tutto- massimo; E in questo fenomeno è degno di osserva- zione fa permanenza della percezione confusa per opera- della stessa immaginazione, la quale percezione è dellà- totalità simile alla tela sopra cui il pittore va co’ co- lori fimitande il ritratto determinalo e finito del- suo originare. La framaginazione in questo processo misto dilata if campo del senso ,. rompendo i femhni che questo vi appose per fa sua naturale limitazione, e pre- senta una serie compostissima risultante da tanti pic- coli tutti dal senso divisi e separati.. Per questo- pro- cesso noi arriviamo- a comprendere ad uii intuito lo cosi dette epoche nella Storia , le quali,, come vedre-' mo, hanno restensione- di più secoli, e di più nazioni, perchè r immaginazione ha la virtù di largare lo spa- zio di tempo e- di lu(^o, ossia il contenente, vincolo- di- associazione. E quest’attitudine si acquista con l’edu- cazione della medesima, imperocché gli uomini incolti non sono capaci di concepire- un gran contenente , quantunque possano immaginare uno spazio assai mag- giore dello spazio del senso loro. E ne fa pruova con- vincentissima il fatto della storia classica, la quale si limitava alF estensione di un paese e appena si esten- deva a tutta una nazione, onde vedemmo (§ 42) che le storie di quel genere non furono scritte col dise- gno di farle servire come elementi di una Storia Universale. A misura che il senso delle nazioni si abituò a pooo< a poco- per i- mezzi cresciuti di comunicazione ad abbracciare una maggiore estensione di tintorio, » quindi di tempo- y. la Storia del pari è ita sempre più allargandosi.. Ma la estensione dal contenente è nella ragione inversa del. numero- de' contenuti y ossia che la con- cretezza della serie del sense diminuisce in ragione della estensione che F Immaginazione dà al' contenente. Allora infatti che nói contempliamo un frontispizia col disegno di formarcene un'idea distinta, un massimo: nu- mero di particolari percepimno- col senso su quella parte- a cui vtdgiamo la- nostra attenzione^ ma, quan- . do ce- ne vogliamoi render conto, con la sola immagi- nazione, moltissime particolarità sono svanite, perchè, se di nuovo col senso, vi ritorniamo, vi scopriamo al- cune circostanze, che dovemmo la prima volta perce- pire> E, qualunque sia la nostra attenzione che ponia- mo nell- atto della contemplazione sensitiva, .è un fatto, che non sempre- riteniamo: tutto- quello che vi è. IL che prueva ad evidenza ehe, se là Immaginazione lui- la virtù- di allargare il contenente, è costretta dalla sua- intrinseca- limitmiione- di dimagrm'e gli oggetti. Onde si disse che questa facoltà- tende all’ indefinito e al- L’ indeterminato che tanto ci diletta. , come ci- attrae l’ indefinito delie colline e del mare veduto in lenta-, nanza- ,. onde percepiamo i soli contorni degli oggetti- spogliati della loro- concretezza. Siamo cosi fatti per natura, cioè- di non riuscire mai nella perfezione delle nostre opere, e-, mentre ei sforziamo di superare un. ostacolo, urtiamo in- un altro scoglio insuperabile, ep- pure siamo orgogliosi a segno di credere che le no- stre produzioni ggreggino con. quelle di. Dio ! Infeli- ci che siamo noi altri uomini ! Ma- voi vi guarderete bene di confondere questo complesso dell’ immagina^ zione con la idea astratta prodotta dall’ attività a- nalitica , imperocché cadreste nel sensismo del Con- dillac, il quale attribuiva l’analisi al senso , e sensa- zioni trasformate chiamò tutte lo scibile umano. Io ho detto che anche il senso per la sua limitazione non percepisce nella sira integrità un obbjetto vasto , ma una tele divisione dell’i^l^etto in parti non é volon- taria, bensì necessaria ied indipendente dal nostro ar- bitrio , appunto come non si può ^e che 1’ orificio di un vaso divida con la sua attii^à 3 volume del li- quore, di cui assorbe una parte. Del pari Timmagina- zione, non riproducendo alcuni elementi perceqiiti dal senso in un obbjetto sentito, non lo fa positivamente, ma negativamente comportandosi, in quanto ohe è inabi- litata per sua debolezza e per difetto di condizione ne- cessaria a costituire la ri{»rodiioibilità, a ripresentere nella serie tutte le idee socie-senaaaioni. Questo difetto della nostra immaginazione si può correggere con l'educazione ma non si può mica vin- cere assolutamente , perocché é un difetto di na- tura fatta così , ossia limitata a tanto e non più. Quando la sensività sarà educata al discernimento ed alla comprensione (§ 27 ) e la immaginazione si sarà esercitata ad estendersi continuamente su ì dati del senso, potremo ottenere un’integrità massima, ina sem- pre relativa rispetto alla maggiore possUiile, a noi al- tri uomini in terra negata. 4.“ Fenomem detta Immaginazioìie sotto xl rispetto della riproduzione delle nostre idee^mmaffini. Allora che si saranno costituite le serie d^e idee immagini riproducibili, la immaginazione ha il potere di riprodurle , ossia di ripresentarle all’ intnito dello spirilo. Ma altra è la potenza di riprodurre alcune se- rie d’idee, altro è il riprodurle in atto, lo posso sup- porre , come spesso avviene, che nel mio girilo sie- no mille serie cT idee, che si possono rìprodurre, sen- za che alcuna di esse di presente si riproduca. La riproduzione adunque è un fenomeno differentis- simo dell’ associazione delle nostre idee ; posto che si possono dare deUe serie , le quali sono un com- plesso di idee associate senza che in atto si ripro- ducano. 1 psicologi empirici non hanno abbastanza ri- flettuto sulle differenze di questi due fenomeni, onde spesso le le^i dell’ immaginazione , relative alle due cose diverse, si truovano appo loro confuse, come ho accennato nel 111. voi. della Prima Parte del Nuovo Corso pag. 51 e se^. e come dichiarerò piò ampia- mente ne’ seguenti §§. l^a riproduzione di una serie d’idee non si attua, se non in occasione di una sensazione , la cui idea è simile ad una idea immagine contenuta nella serie medesima. Cosi, mentre miUe serie sono contenute in deposito dall’ Immaginazione di presente che scrivo o parlo, in preferenza si riproduce quella, in cui è con- tenuta r idea immagine di un agnello simile all’ idea deir agnello che è presente a’ miei occhi , o il cui belalo io ascolto, e tutte le altre sono per me come se non esìstessero affatto, perchè non me ne ricordo in alcuna guisa. Cominciata la sèrie a riprodursi per' la riproduzione delF idea-immag%ne--agndlo che ne fo par te,, continua la riproduzione di tutta la serie. Finita questa , due supposizioni possono farsi 1.” o un'altra sensazione mi desta un' altra serie secondo il proces^ descritto, oppure una delle idee-immagini simile a qual- che altra di altre serie ne attua la riproduzione. In questi due modi avviene un corso perenne di ripro- duzione da serie a serie fino all' infinito. Il quale fe- nomeno costantissimo durante la veglia ha fatto dire che r essenza dello spirito umano è nel perenne pen- siero. Quindi è chiaro che le leggi della riproduzione delle idee sono diverse dalle l^gi della associazione deUe, medesime. Ed, essendo la storia un componimento che si vuol confidare all' immaginazione od -alla me- moria, è ancora agevole a comprendere che la Scien- za della Storia deve approfondire queste leggi , affinchè lo scrittore sappia ordinare i pensieri secondari sto- rici in modo che sì possano riprodurre per serie con- catenate agevolmente in mente de' suoi lettori. Questa disamina è della massima importanza rispetto- all' arte storica, e noi non potremmo ometterla senza gravissi- ma taccia di trascuraggine o d'imperizia. La Legge delia riproduzione è la similitudine — Applicazione alla. Stona — Obbjézione risoluta: . ^ I * '. ( Di questa legge ho accennato qualche cosa nel Trattato de' Traslati, ' parlando della Metafora nel voi. ni.® del Nuovo Corso e nel III.® voi. della Nuova Gram- matica ragipnata per la lingua italiana , dove ho avvertìto die s'ingannarono <{ìieì filosofi, che, non avcnido ' fatto distinzione Ira riproduzióne ed associazione dette nostre idee, misero ancora la sitnilitudin^ tra le léggi di quest’ultinaa. Qttando io dico che io simil^udine é legge di riproduzione e non di associazione, è -mio di* visamento di voler dire che lo storico deve talmente disporre le serie de’ pensieri che nella prima vi sia un’ idea immagine simile ad un’ idea-immagine della seconda sene , e cosi nella seconda rispetto alla ter* za. Senza questo nesso sarebbe impossibtte di ritenere a mom(N*ia tutta una Storia , e potrebbe dm^si che le serie di tutti i fatti si sieno in mente nostra costituite senza che di alcuna ci ricordassimo pel diletto di una sensazione o di una immagine ’simile, come 'causa oc- casionale delia riproduzione 'in atto. La simflitudine è 3 m^zo di passaggio da serie a serie, senza il ^uale le serie rimangono snodate e boiate , >e tutto al -piu po- tremmo ricordarci di alcune >e dùnenticarci delle al-, tre. A questa causa io attribuisco 3 poco o nessuno profitto, ohe i 'giovanetti trameno dallo studio della Storia in -certi libri sorilti senza la -guida -di questo principio , -il quale è tutto nelle produzioni storiche. Da questo principio deriva la soluzione della 'quistione àèU’ ordine deUe cose , e logico, come dicono alcuni; da questo principio dipende la transizione da epoca ad epoca nella storia umana, e da classi a classi nella Storia fisica. Imperocché classificare importa subbor- dinare le specie al genere o gl’ individui alla specie, tra cui passa relazione d'identità imperfetta, ossia di similitudine , ondeohè le serie delle idee specifiche risvegliano quelle degl’ individui -e quelle del genere risvegliano le idee delie specie. Gii narra adunque-gU animali, per esempio, primamente li distingue in bipedi^ quadrupedi, mollipedi, apodi. Gascuna dì queste classi è un genere, che ha subbordinate tante spezie, ciascuna" classe . specifica ha ' subbordinati tanti individui. Cia- scuna specie è una serie rispetto al genere ,' e cia-^ sennò individuo è un' complesso di particolari rispetto alle specie. A passare adunque dal genere alle specie e da queste agF individui evvi il mezzo dèlF identità nell’ elemento comune , e questo passaggio è da serie a serie più o meno composte— ^ e dicesi passaggio per similitudine o per identità. Ma qui si potrebbe opporre che, disponendo i pen-» sieri secondari storici à questa guisa, si altererebbe la verità storica, imperocché i fatti in natura non esisto- no ordinati a questo modo puramente logico e sub- bjettivo ; dovremmo in conseguenza conchiudere che nella Storia vi debba essere qualché cosa d’ ideale ne- cessariamente , e sarebbe la classificazione o la subbor-' dinazione del particolare al generale , degl’ indivìdui alla specie c delle specie al genere. Ogni sistema di conoscenza è un prodotto dello spirito umano , e co- me tale deve presentare necessariamente la parte del subbjetto e dell’ obbjetto , la parte del subbjetto che conosce secondo la propria capacità ,‘ alla quale vuol> servire la Storia e la Scienza, che sono fatte per esso' c da esso. Ma questo non toglie alla realtà della Sto^ ria e della Scienza, quando le idee sono obbjettive e non ipotetiche. Ciò che costituisce la poesia è tutt’ altra cosa che quest’ordine,' ossia la parte subbjettiva di ogni produzione letteraria ed artistica , perchè senza que- sta non sarebbe più- 1’ opera dell’ uomo , ma di Dio. " La scienza della Storia, portando quest’ordine nell& produzioni storiche , non fa che ridurre a principio speculativo ciò che ogni uomo fa naturalmente , im- perocché ogni uomo incolto che sta parlando per esem- pio di un traditore discorre successivamente per tutt’i  fradiiori a lui conosciuti, quanlun<[ue per tempo e per luogo distino infinitamente tra loro ; o pure eg^i non fa che narrare o descrivere un tradimento specilSeo. Con eió non intendo aj^rovaro certi anacronismi vi- ziosi e dannevoli, ma, se questa è la legge delFumano pensiero , la Scienza vuol trame i principi generali, che dirigono Tarcliitettura della Storia, la quale vuoisi presentare, come il volume da leggersi d^li umnini. § 59. IiUorno alle leggi costitutive dell’ associazione delle nostre idee-immagini. Nel § 54 ho detto che 1’ associazione delle idee- immagini si fonda sull’ associazione delle idee-sensazio- ni, in quanto che qnelle sole idee-immagini si ripro- ducono congiuntamente, che congiuntamente pel senso furono idee-sensazioni. Vtdendo adunque indagare le leg- gi deirassocìazione delle prime, ò uopo ricercare le leggi della congiunzione delle seconde. Or quali sono leggi di questa congiunzione e quindi dell’associazione? Qual n’ è il fondamento dalla parte dell’obbjetto? I psicologi empi- rici , come ho accennato altrove , ridossero a tre i principt dell’ associazione , includendovi la simiUtur dine, che è un principio o una leg^e di riproduzione differentissima dall’ associazione (§ ant.), cioè l.° Si< militudine 2.° Connessione di Causa e di Effetto 9.’ Contiguità di tempo e di luogo secondo la numera- zione di David Hume. Ora io ho provato l.° Che la similitudine è principio dì riproduzione e non di as- sociazione 2.” che la cownessione è duplice, cioè So- stanziale e Causale (vedi Nuove Cors. voi. III. Trattato dei Traslati e Nuova Grammatica ragionata per la lingua italiàDa voi. III. pag. 12). Bisognerà conchiudere che la psicologia empirica da un verso ha confuso le leggi di diversi fenomeni, e daH’altro non ha rilevato tutta la connessione. In quanto alla contiguità di tempo a . di luogo resta ancora a sapere come le cose perce^ pi te nel medesimo tempo e nel medesimo luogo pos- sano associarsi- nel senso per essere associate come idee ueir immaginazione. Ecco delle quistioni della più grande importanza, dalla cui soluzione si può sperare r altra di molti difficili problemi concernenti la Storia. Ora io dico che le idee connesse di causa e di effetto, di soggetto e qualità, non si associano nell’im- maginazione, perché i loro obbjetti sono inseparabili in natura , sibbene perché si percepiscono nel medesimo tempo e nel medesimo luogo. Infatti non veggo alcu- na ragione , perché si debbano riprodurre congiunta- mente le sole idee connesse senz’altro, mentre le ideo delle cose congiunte suppongono per condizione di as- sociazione delle loro idee l’ identità di tempo e di luo- go. Da un altro verso, se la riproduzione delle idee ha per principio o legge la similitudine , si potrebbe an- cora ricercare se a questo principio si possa ridurrò r dssociazione per rèndere il sistema più semplice. La connessione è la congiunzione infatti che cosa sono, so non associazioni ? Chi dunque arreca per principio o legge di associazione la connessione o la congiunzione, adduce per legge del fenomeno lo stesso fenomeno ^ r associazione per 1’ associazione. In altri termini, so alla domanda : perclié le idee si associano ? Voi ri- spondete ; perchè Sono connèsse o congiunte , la vo- stra risposta si riduce a quest’ altra : le idee si asso- ciano, perchè sono associate. Nè giova allegare un’al- tra interpetrazioiìè, cioè quelle idee essere associabili, ì ctfi obbjetti percepiti pel senso sono connessi o con-jriunti, iniperoccliè, ritenuto che ciò che è nel senso è neir immaginazione, rimane sempre a sapere : per- chè gli obbjetti connessi o congiunti sono percepiti dal senso congiuntamente ? Senza dubbio la congiunzione non è la stessa cosa che la connessione ; perchè per quella il nostro spirito non ha alcuna necessità di pen- sare ad un termine, quando lia pensato alFaltró, ma questa differenza tutta logica, od ontologica, non ha alcuna importanza rispetto al fenomeno dell’ immagi- nazione, per là quale rileva soltanto la riproduzione delle idee congiuntamente. Ciò posto io sono di pa- rere che ir principio dell’ associazione delle idee im- magini è la identità del contenente delle cose con- nesse c congiunte. 11 contenente è lo spazio di tempo e di luogo : di tempo per le cause , di luogo per le sostanze , perchè tempo e luogo sono specie , il cui genere è spazio differenziato specificamente dal mobile o dal permanente ( vedi Nuovo Corso voi. I. Note parte HI.*'). Allora il principio o la legge della ripro- dvaione differisce da quello dell’associazione, come la similitudine doìY identità, ossia come la imperfetta e la perfetta similitudine. La differenza de’ due fenomeni sarebbe in questo, cioè che nella riproduzione un’idea simile risvegfierebbe un’ altra idea simile : nell’ asso- ciazione lo stesso contenente di luogo o di tempo so- sterrebbe la continuazione della riproduzione. Il con- tenente identico congiunge i contenuti come parti , co- me la tela congiunge tutte le parti del quadro pittorico: in questa è 1’ unità sintetica dell’ obbjelto percepito , la quale si dice tutto , o complesso , o sene , unità che si vuol mostrar tutta ogni volta che ne apparisce una parte , perchè lo spazio contenente , permanendo sempre lo stesso , senza interruzione lascia all’intuito dello spirito 1’ agio di percorrere tutte le parti, L’ i-  18lf dentità del contenente adunque è la causa efficiente della continuata rijH'oduzione delle idee immagini , le quali intanto si associano in quanto che si appuntana air identico spazio. La diversità delle serie per conse- guenza nasce e deriva dalla diversità de’ contenenti o degli spazi di tempo e di luogo : cosi una stanza di- visa da ogni altra stanza per le mura di separazione presenta l’ immagine de’ diversi contenenti di luogo ; un giorno per la notte separato da ogni altro giorno, quella de’ contenenti di tempo. Una serie adunque sta ad un’ altra serie come una stanza o un giorno ad un’altra stanza, ad un altro giorno. A passare da una serie ad un altra serie vi è per ponte di comunica- zione la similitudine di un’ idea sensazione o idea-im- magine ad un’altra idea-immagine : appena lo spirilo tocca il capo del ponte , che immette nel continente della serie, si offre la scena svariata, che presenta tutte le parti contenutevi, come tanti punti di ricamo sopra una tela, la quale essendo permanente, lo spirito non può non intuirvi quanto vi si contiene. A misura che lo spirito si esercita con le sue facoltà, acquista l’at-. titudine di allargare i contenenti, e quindi percepire le parti indefinite contenutevi , e se da principio è solamente capace di riprodurre le idee contenute nello spazio di un minuto , in seguilo riprodurrà quelle di un’ora , poi di un giorno, di un mese, di un armo, di un secolo, e di un’epoca. Il che avviene rompendo le dighe di separazione per opera dell’ immaginazione tra serie e serie. 1 compendi storici accommodati al- l’ intelligenza de’giovanetti sona una pruova convincente di questo fatto , ne’ quali educati a poco a poco ac- quistano 1’ attitudine di allargare la sfera delle asso- dazioni a segno di leggere e ritenere la storia uni- versale compiuta , distinta in grandi epoche. Questa spiegazione delle leggi di associazione delle nostre idee mi par naturale c incontrastabile e nel medesimo tem- po la più seniplice e adequata, come apparirà più chia- ramente dalle cose che vado a dire ne’ seguenti §§, § 60 . Bisogna distinguere un’ associazione di connessione ' e un’ altra di congiunzione. Se r identità di continente è causa efficiente di associazione , non se ne deve dedurre che <^ni asso- ciazione sia la stessa , porchè uno sia lo spazio o dì tempo 0 di luogo, in cui si appuntano le parti di un lutto , 0 di una serie. La serie delle idee associate, abbiamo detto, è un tutto: ora non ogni tutto è della stessa natura, perocché tutti riconoscono la differenza che passa tra un composto od un complesso , o una collezione. 11 composto è un tutto, che risulta da parti contigue e inseparate, come un grosso masso di mar- mo , un tronco di albero : la collezione è un tutto, che risulta da tanti individui separati tra loro e sola- mente uniti c congiunti dall’ identità del continente., a cui si appuntano. I latini avevano l’omne e ’l totum, due nozioni differenti, come i vocaboli non sinonomi che r esprimono. 11 totum era deUe parti contigue o inerenti , l’omTm della collezione degl’ individui nello stesso contenente, i quali acquistano ragione di unità dall’ identità del contenente medesimo. Se dunque le idee associate for- mano la serie , e la serie è un tutto, è facile a in- tendere che diversa è l'associazione del tutto totum e del tutto omne. Quella è serie d’ idee inuuagiui cor- rispondenti a parti contigue, come il tutto di un masso di marmo , questa è serie di parli, separate tra loro, ma contenute in uno stesso contenente , come il tut* to di una stanza che contiene oggetti diversi. Ora cho cosa è un masso di marmo, se non un soggetto^ cui sono inerenti qualità e quantùà. differenti , come di lungo , largo , spesso alto , bianco , rosso , verde ,. giidlo, nero ec. ? Che cosa è una stanza, se non una collezione di tanti piccoli tutti contenutivi , e con- giunti tra loro, distinti cioè non inerenti ad uno stesso soggetto ? Vi sono dunque serie di connessione e se- rie di congiunzione : nelle serie di connessione il con- tenente è il soggetto , come il marmo sottoposto alle qualità e quantità inerenti: nelle serie di congiunzio- ne il contenente è k) spazia, su tnii sono situate le parti separate. In quella le parti sono le qualità e le quantità , in questa sono individui sussistenti, ciasciir no de' quali divide k> spazio, in tanti piccoli spazietti o luoghi capaci ancora di contenere altri piccoli og- getti , appunto come tra una sedia e Y jdtra conte- nute in una stanza voi potete allogare un bastone o un'altra piccola sedia.. In quest' ultima supposizione lo spazio è come sostanza o soggetto, a cui si congiungo- no come quantità i contenuti : è però che il tempo e il luogo Imnna per segno il nome, che è segno di sostan- za o causa : è per questo ancora ' che nei possiamo descrivere i luoghi e naiTare i tempi , come soggetti 0 cause de’ loro contenuti. Io dunque distinguo, il o la serio in lutto, di commstaione e in tutto di congiunzione sostanzia^ le : il primo è delle qualità o quantità contigue o ine^ Tenti al soggetto come nel; masso di mstfmo : il secon- do è de' contenuti mcdtij^ici nello stesso spazio con- tenente. Amendue questi tutti obbiettivamente porgo- no materia di descrivimeli imperocché i loro obbjetti PARTE PRIMA 184 sono peimanenli e la peimanenza è caraUere di so- stanza , la quale si può descrivere , ossia può essere considerata nelle sue qualità e quantità , che sono suoi limiti e termini ( Nuovo Corso voi. I.“ e II.° ). Ora descrivere importa definire l’obbjetto permanen- te , e definire importa mettere fini cioè termini , in una parola determinare. Se la immaginazione è in pos- sesso di queste serie, la descrisione è un mezzo espli- cativo della Storia essenzialmente, come dichiarerò dif- fusamente in appresso. Ora ogni oggetto percepito pel senso si presenta nella dualità ontologica di Sostanza e di Causa, cioè di un complesso di cosa-stato-qualità o quantità ele- menti connessi nella serie delle parti contigue , ele- menti congiunti neUa serie delle parti contenute nello stesso spazio: o di un complesso di cosa-azione-effetto clementi ancora connessi e congiunti in due supposi- zioni. L’effetto è ciò che prima non era e che di pre- sente comincia ad esistere per 1’ azione di un agente, che si dice Causa : esso è duplice cioè effetto-molo ed effetto-niodo (Nuovo Corso Voi. I.® parte I.*). UEf- f etto-moto è inerente al moìrile, il quale è agente o causa produttrice del moto. Così 1’ acqua in moto è inseparabile dal corso, il cammino è inerente al cam- minante , ondechè 1’ azione e il moto è significalo da una sola parola, detta verbo concreto intransitivo, in quanto che il moto-effetto resta in chi Io fa , è im- manente e non transeunte. Questo effetto è rispetto alla causa , ciò che è la qualità o la quantità ri- spetto al soggetto, cui è inerente. Ma la serie di que- sto complesso causale differisce dalla serie sostan- ziale di prima specie, in quanto che racchiude razio- ne e la successione opposta alla permanenza e stabi- lità di questa. Infatti l’acqua in corso, complesso di connessione causale , perchè in moto , passa pe’ vari, punti del contenente, cioè dell’alveo del fiume diviso- in tanti piccoli spazi per gli oggetti circostanti. Un primo momento di moto cessato là per là non dà idea di causa , perchè non si distinguerebbe dalla perma- nenza. A costituire la serie di connessione causale di moto si richiedono lo seguenti condizioni 1.® 1’ klen-. tità del contenente che è fondamento di ogni associa- zione §§ ant. 2.® la divisione del contenente maggiore in tanti piccoli spazi , affinchè abbiqi luogo la succes- sione. 3.® identità del mobile nel passaggio pe’ vari piccoli spazi, ne’quali è diviso lo spazio maggiore. Al- lorché osserviamo l’ acqua correre noi già ne abbiamo con lo sguardo misurato un gran contenente, per esem- pio, una distesa di un quarto- di miglio, in cui percor- re , e la quale associa tutte le parti piccole del corso continuo. Se questa distesa non fosse determinata in tanta lunghezza, ciascun momento di moto resterebbe isolato, e non avremmo serie, o complesso, o totalità. Ma, se questa distesa non fosse intersecata da tanti punti diversi, sia per gli obbjetti adjaccnti alla riva, sia per l'evoluzioni dqll’acqua medesima, non avremmo distinzione di movimento, ed avverrebbe che l’acqua sembrasse una tavola, come si osserva sul mare, quan- do è in calma, onde il flusso delle onde è impercet- tibile. Se lo stesso mobile non continuasse, non avrem- mo più la successione del movimento, perchè si sup- porrebbe cessato nel primo momento. La serie adunque della causa mobile è prodotta dalla duplice identità del contenente, e del mobile, e dalla diversità de’punti intersecanti il maggior contenente. Nelle note al 1.® Voi. del Nuovo Corso parte 111.® ho stal)ilito che il luogo e il tempo sono due specie, che si appuntano allo stesso genere Spazio o Contenente. Le loro differenze risuUano dalle nozioni diverse dei contenuti , poicfaè il lui^o contiene le sostanze, che hanno per carattere la permcinenza : il tempo een- Uene le cause, che hanno per carattere il moto. Lo stesso spazio adunque è luogo con le sostanze, è tem- po con le cause. Ecco perchè l’ identità del contenente a costituire le serie o i tutti per associazbne è una condizione indispensabile per le sostanze e per le cause, per la Narrazione e per la Descrizione. Più conte- nenti formano piu serie , perchè una serie è il con- tenente di molte parti, le quali formano insieme un tutto discreto, ossia il numero, che risulta dall'uno ripetuto, ossia dal mobile identico ne' vari punti intersecati del ina^ior contenente — 11 passaggio da serie a serie, os- sia da contenente a contenente, avviene per la simili- tudine di un' idea-sensazione o di un' idea-immagine ad un' altra idea-immagine contenuta nella seconda se- rie. A misura che cresce 1' altitudine dell' immagina- zione pel continuato esercizio può crescere la largliez- za e la estensione dello spazio tanto di luogo quanto di tempo , in guisacltè lo spirito che da principio ab- braccia un' ora , in seguito si estende ad un giorno, poi ad un mese , in seguito ad un anno , ad qn se- colo, ad un' epoca , ossia ad un gran contenente, in cui lo spirito si arresta per passare a rivista l’ infi- nito numero de' contenuti. Ecco la vera nozione del- le epoche, in cui ogni Storia vuol' essere divisa, con- trassegnate da qualche noine , che indica una causa produttrice d’infiniti effetti. Le grand'epoche si suddi- vidono in idtre minori, e queste in minime, fino a che si perviene a’ primi elementi degli spazi piccolissimi delle piccolissime serie. Se nel medesimo spazio contenente agiscono più cause , come molli rivi , che corrono nella distesa di un quarto di miglio , la serie diviene complessa per la pluralità de' mobili simultanei. La spirito ^lora pro- cede per associazione ancora simultanea. Io debbo in- trattenermi alquanto intorno alle nozioni della simxd~ taneità per la importanza delle deduzioni rispetto alla Storia. La simultaneità , cosi detta da smul, che si tra- duce nel medesimo tempo, o insieme, risulta da due nozioni, cioè dall’identità del contenente-tempo e dalla multiplicità e però dalla diversità degli agenti o mo- bili contenuti, ciascuno per conto proprio. Cosi di- ciamo simultanei gli avvenimenti, che accadono nel medesimo giorno , nella medesima ora , nello stesso mese , anno , secolo ec. e si chiamano coevi a coe- tanei gli uomini che sono nati , eresdnti , e morti nello stesso periodo di tempo. Ora gli uortdni sono tanti agenti Aversi quanti sono gl’ individui umani, i quali esistono fino a ottocento milioni in ogni tempo sulla faccia dd globo terrestre : i loro &tti, cmnunque diversi, in una cosa tutti convengono, cioè, in quanto che sono fatti umani , e, sparpagliati come sono sulla faccia della terra, ciascuno opera o per conto prcqirio 0 di una società ristretta ; nè mai si può dire che l’intera umanità operi di conserva, osda pm* consenso espresso ad uno stesso fine , perocché divisi come sono per ragioni topografiche, geografiche, politiche, religiose e civili non possono cospirare tutti ad un fine espressamente consentito. Questo elemento di diversità è necessario e indispensabile a costituire la simulta- neità, perchè, se tutti gl’ individui si fondessero in una perfetta identità, non si avrebbe più rinsieme, che è sempre relativo a più cose separale o distinte: non sa- rebbe una collezione, o un tutto, ma unità. Per la diver- sità invero possiamo dire che, raenlrc in Australia i Missionari faticano a convertire i selvaggi, in America si procede a scoprire nnove macchine idrauliche : op- pure mentre io scrivo la Scienza della Storia in Na- poli , in Crimea si guerreggia , in Londra si discute, in Parigi si fa l’Esposizione ec. Or, se fatti tanto di- versi e per luoghi tanto rimoti diciamo che si compio- no nel medesimo tempo, è mestieri che questo tempo sia un contenente universale, in cui tanti fatti cosi di- sparati si possono appuntare, come in una tela pitto- rica si appuntano i tanti colori, che rappresentano le parti infinite di un immenso originale.. Or qual’ è que- sto contenente universale, in cui si agita un mobile ancora universale, per dare la nozione specifica di tem- po allo spazio genere , e in virtù di cui tutti gli uo- mini, che abitano il globo, possano dire come me : men- tre io faccio questo, Cajo in America fa quest’ altro ? è la volta del cielo che ci sovrasta, in cui di giorno il Sole con moto apparente percorre la sua orbita da oriente ad occidente, intersecato e diviso in tante parti relativamente ( vedi Not. al 1. voi. del Nuovo Corso parto 111.' ) c di notte gli astri come la luna e certe stelle fanno ancora il loro corso. Questo contenente e questi mobili sono universali, perchè visibUi a tutti gli uomini in qualunque parte del globo si truovino. Ma la intersezione del contenente è indeterminata, e però il tempo presso le diverse nazioni era diverso. L’uomo tradusse il tempo della natura nel tempo ar- tificiale per alcune macchine dette orinoli , ne’ quali il quadrante rappresenta i due emiferi , e diviso in dodici parti eguali , chiamaron queste ore , le quali suddivise in piccoli punti , chiamarono questi minuti primi: il complesso del quadrante in cui si aggira un ago chiamato indice , che percorre le dodici ore , si disse giorno , e notte lo stesso quadrante per intero percorso. Queste (Iìtìsìodì e suddivisioni erano neces- sarie per r intelligenza comune, e l’ uomo le fece con arte ed ingegno. Da queste con Timmaginazione, che allarga i confini del senso , procedendo , di trenta giorni si è formato il mese, di dodici mesi Tanno, di cento anni il secolo. Diconsi adunque simultanei tutti gli avvenimenti , i quali accadono nella stessa ora , nello stesso giorno , nello stesso mese , nello stesso anno , nello stesso secolo, e voi già sapete che cosa sono questi contenenti , ognuno de' quali racchiude moltissimi fatti rispetto agli uomini dispersi, special- mente considerati rispetto alla Storia universale, fatti spesso contrari', qui di lutto , là di gioja. , dove pro- sperità , dove sterminio , dove nascita , dove morte, dove punizione , dove premio , dove onore, dove in- famia , dove sorriso di fortuna, dove naufragio e in- fortunio, dove calma e dove tempesta , dove sereno e dove fulmini, dove pace e dove guerra, dove tripudio e dove lagrime ec.ec. Una stessa ora raccoglie tanti oppo- sti e contrari fatti, risoluzioni, pensieri, affetti, odio, amore , vendetta , gratitudine e ingratitudine, giusti- zia, oppressioni, ec. La Storia nel narrare questi fatti contenuti nello stesso tempo, deve fermarsi alquanto, e questo soffermarsi è detto con greco vocabolo Epo- ca , la quale è un ora , un giorno , un mese , un anno , un secolo gravido di avvenimenti multiplici. Ma le ore , i giorni, i mesi, gli anni, i secoli, con- siderali sotto il rispetto del cielo e de’ mobili astri, sono uniformi per la costante uniformità della loro natura e de’ loro corsi perenni , come pure il qua- drante dell’ orinolo e T indice che percorre i piccoli spazi de’ minuti e delle ore. Intanto T epoca propria- mente detta è distinta per diversità e per differenza  loa da ogni altra epoca. L" epoca delle greclie repubbli- che è diversa didl' epoca di Alessandro Macedone, così r epoca della schiavitù di Egitto per gli Ebrei è diversa dall’ epoca del loro dominio nella terra pro- messa. L’epoca della Legge antica è diversa dal- l’epoca del Cristianesimo per la legge di grazia. A costituire adunque un’ Epoca si richiede indi- spensabilmente una difformità di avvenimenti , per la quale il presente è diverso dal passato e dall’ av- venire , 0 l’avvenire dal passato. Ora difformi avveni- menti sono prodotti da cause diverse , perchè effetti simili sono prodotti da cause simili ed al contrario. Adunque è chiaro che 1’ epoca è costituita dalla du- rata di una causa producente effetti simultaneamente agli astri, che percorrono lo stesso contenente celeste visibile. La simultaneità è nozione costitutiva dell’ e- poca , perchè diciamo a modo di esempio il primo , secondo , terzo e quarto secolo della rmnana repub- blica , il XV secolo del Cristianesimo ec. : l’elemento della difformità è costituito dalla causa che dura nella sua azione in quel contenente astronomico. Finita l’a- zione di una prima causa, ne comincia una seconoda, una terza , una quarta e va dicendo , e 1’ epoche si succederanno come le cause cambiano. Uepoche adun- que sono i contenenti, pei quali le idee-immagini si associano tra loro e si fanno a serie storiche. La Cro- nologia, scienza indispensabile allo storico, che scrive storie umane, si propone lo studio deìY Epoche uma- nitarie. La parte più difficile di questa Scienza con- siste nell’ indagare le cause prodnttrici degli avveni- menti, la cui azione fisicamente o moralmente sia con- tinuata realmente per tanfo tempo e non più , per dar principio alla nuova ejmca. Il ricorrere a certe date supposizioni, come a cerii nomi senza significato, è un mezzo puramente ipotetico da ritenersi fino ad un certo segno, e propriamente fino a quando la Sto- ria antica non è ristaurata co’ soccorsi della Fil(»ofia della Storia, ec. L’altra difficoltà della Cronologia sta nel sottoporre ad un intuito i fatti simultanei operati dalla specie umana dispersa ne’ diversi punti del globo, co- me vedremo parlando deU’ordine storico. Se il crono- logo assegna all’ epoca il nome di una causa ipoteti- ca , i fatti rimarranno slegati, e le serie senza nodi, per cui falsità di giudizi da una parte e impotenza di ritenere a memoria dalla parte di chi legge. Se tra- scura in un’ epoca avvenimenti simultanei, non potrà connetterli mai più , ma è costretto di numerarli in appendice e rende incidente ciò che è principale. Se la Cronologia è indispensabile allo storico per le epoche, non è meno necessaria la Topografia, ossia la Scienza de’ luoghi , la quale poi si divide in Geo- grafia, Idrografia ec. Imperocché lo storico non sem- pre narra avvenimenti prodotti da cause, ma spesso descrive sostanze o cose permanenti contenute nello spazio determinato detto luogo, il quale è fondamento di associazione. Un’ estensione di territorio è un contenente di cose permanenti , come un’ epoca è il contenente di molli fatti successivi. Ambedue i contenenti sono fon- damento di associazione o semplice o simultanea. Ambedue si legano al contenente universale e ede- ste , imperocché i luoghi si determinano pe’ quattro ponti cardinali est, orrest, nord e sud. Sicché le no- zioni di tempo e di luogo s’intrecciano talmente tra loro che le une non possono dissociarsi dalle altre. Infatti la permanenza, carattere speciale delle sostanze contenute nel luogo, è ancora un elemento della no- zione di tempo, e i punti cardinali segnati dal primo mobile , cioè dal sole in corso apparente , accennano alla successione che entra limitando la nozione di luo- go — 1^ Cronologia adunque e la Topografia, presa questa parola nel senso più generale, sono scienze in- dispensabili presupposte alla Storia ed alio Storico. Esse sono le scienze de’ contenenti costitutivi delle serie delle idee-immagini associate. l.a seconda specie di Effetti è quella de’ modi prodotti dalle cause sugli obbjetti diversi dagli agenti. 11 Modo differisce dal Molo, in quanto che questo è una modificazione della causa istessa che si muove , come il corso nell’acqua, il cammino nel camminan- te, il Modo è una maniera di esistere in un obbjelto diverso dall’agenle produttore del moto medesimo. Cosi r uccisione è una maniera di esistere prodotta nella lepre uccisa, diversa daU’Mceisore. Tra questi effetti prodotti e le cause particolari produttrici non vediamo sempre una connessione , perchè non sempre perce- piamo questi congiuntamente a quelli. Truovo una lepre uccisa , e penso che vi sia stato l’uccisore, ma se penso che sia stato un cacciatore , mentre l’ avrà sbranata uqa tigre, io m’inganno attribuendo un ef- fetto ad una causa che non l'ha prodotto. Similmente un vitello è figlio di una vacca , un molo è occasio- nato da un altro moto , ma sia questa la madre del vitello , o queir altra la causa del moto è una cre- denza falsa. L’effetto modo adunque è congiunto e non con uesao alla causa apparente , e in questo non mal si appose Davide Hume, ma errò supponendo che ogni causalità consistesse nella congiunzione e non mica nella connessione. Affincliè la causa produca Ì9^ r effètto modo , deve nieUersi in contatto con T ob- bjetto mediatamente o immediatamente : cosi, affinchè una palla ne muova un’ altra , è mestieri che dessa tocchi la seconda, o per sè stessa, o per mezzo di una palla intermedia. Ciò non ostante lo spirito nostro non vede una necessaria connessione tra il moto della pri- ma e della seconda palla , sibbene una congiunzione che non toglie la possibilità deH’òpposto, cioè che, la prima toccando la seconda, questa non si muova. Non cosi dell’ effetto^noto , il quale è inerente alla causa motnee , come il corso nella palla in moto , o nel- r acqua fluente ; pèrocchè non possiamo pensare a quella senza pensare a questo. L’ altra cagione del- l’errare nella ricerca delle cause di alcuni effetti-modi è la concorrenza di molte cause , spesso occulte, a produrre lo stesso effetto-modo , ondecchè noi , cre- dendo che sia questa piuttosto che quella, sbagliamo, con tutto che sapessimo a priori che effetti simili sieno prodotti da càuse simili. Uno storico, che mi narra le Rivoluzioni di Francia del secolo passato , e mi adduce per cagioni di questi effetti le ambizioni smodate di pochi individui, non esce dal probabile e dal verosimile , ma non tocca certamente la realtà in quistione. E in questo la filosofia della Storia può essere di gran sussidio, se si propone le piò vitali quistiqni di causalità rispetto all’uomo, il quale è pro- teiforme ne’ fenomeni , comunque costantissime sieno le leggi generali, che risultano dalla sua natura. La causa modale ( chiamerò cosi 1’ agente pro- duttore di effetti-modi ) può esercitare influenza in una grandissima epoca , quando il suo impulso dina- mico dura in una serie indefinita di cause seconde. Un sistema di qualsivoglia natura, sia politico, sìa scientifico, sia letteiario , è certamente il prodotto di un uomo , il quale , finito il corso di questa vita mor- tale , resta associato alla sua produzione — 11 suo pensiero depositato nella parola vive per hitt’i se- coli nella memoria degli uomini posteriori, i quali in- formati dal sue sistema e pensano ed operano come lui. Quest’ uomo adunque è una causa modale che in- forma lo spirito di tanti secoli — Valgano per esempio i nomi di Platone e di Aristotile in Filosofia , di Ci- cerone e di Demostene in Eloquenza, di Tolomeo e di Copernico in Astronomia. Lo storico che imprende a nai‘- rare i fatti ad un intuito comprenderà tutta la distesa primamente , ossia fissa i termini del gran contenente cronologico, nel quale, a cosi dire, viene a iscrivere tanti cerchi ^ centro comune e di minore periferia , fino a che arriva al cerchio minimo prossimo al centro, che è il ponto di partenza degli effetti prodotti dalla pri- ma causa , e con ordine retrogrado procedendo dal minimo fino al massimo espone gli avvenimenti colle relazioni di anteriorità e posteriorità, secondo le quali sono avvenuti. I/epoca di un sistema finisce nelle cose umane appena che un nuovo sistema opposto mostra 0 falso , 0 insufficiente il primo. Aristotile regnò nelle scuole fino al secolo XVI: il suo metodo e la sua epoca cessò, quando Cartesio alla fede cieca dell’autorità so- stituì il suo dubbio metodico , il quale abusato partorì il protestantismo e lo scetticismo moderno. Lo storico dev'essere profondamente versato nella conoscenza de’si- stemi, quando segna le sue epoche da’nomi degli autori di essi , imperocché nella supposizione che i fatti con- tenuti nell’ epoca non si rannodassero come effetti a quel nome che segna la causa, mancherebbe il nesso per r associazione non solo , ma i fatti stessi verrebboro snaturati, dovendoli sforzare logicamente a servire ad unasupposizione, mentre dovrebbero manifestarsi quali furono. Nel che può lo storico avere sussidio dalla Filo- sofia della Storia, ossia dalla Scienza delle cose, materia della Storia per uno studio precedente , dalla Crono- logia, la quale segna i grandi cerchi di un'epoca mas- sima, che poi la storia va a colorire ne’ diversi punti con apposite e proporzionate tinte, e finalmente dalle storie precedenti, al cui risfauro si adoperano gli sto- rici posteriori. Ora uno storico, esponendo i fatti di una nazione, la quale nella sua civiltà abbraccia cinque elementi , cioè Stato , Religione , Scienza , Arti , Mestieri , e in ciascuno di essi vi è un sistema, da quale di essi prin- cipalmente nominerà le sue Epoche? In una storia universale, che comprende i fatti della specie umana, le Epoche prendono, il loro nome dall’elemento domi- nante che informa tutti gli altri; ossia dall’elemento religioso e politico. Nelle storie particolari le epoche si nominano particolarmente dalla causa j che predomina secondo l’ipotesi assunta dallo scrittore. — Uno chè scrive per esempio la Storia delle Rivoluzioni di Fran- cia del secolo passato, nominerà le sue epoche da’pri- mi rivoluzionari, che hanno principalmente influito al sovvertimento de’ popoli, e farà entrare per incidente gli altri elementi. Parimenti chi scrive la Storia eccle- siastica nominerà le sue epoche dagli uomini, che hanno ma^iormente iùfluito al progresso cristiano cattolico, sia colle loro scritture, sia con le loro opere , sempre avvertendo che le nominate cause siano veramente pro- duttrici di quelle modificazioni sociali comprese nel- r epoca segnata. Ecco a quante cose è uopo che metta pensiero lo storico accurato che vuol compiere l’incarico pi’escolto po’ suoi omeri , ed ecco perchè non abbiamo ancora buone storie Ira ie tante, che si sono pubblicate e si van pubblicando ogni giorno. § 61. Distinzioni generali intorno aUa nozione della sue~ cessione psicologica ed obbjettiva. Nel § precedente ho parlato della simvUaneità, ed ho espressamente avvertito che dessa racchiude la no> zione di più cause, che nel medesimo tempo operanti debbono concorrere a costituirla. Ma l’idea di tempo rac- ebiude quella di successione, come ho dimostrato nelle Note apposte al 1.® Voi. della Prima Parte del Nuovo Corso di Lett.*, imperocché senza successione abbiamo la seda permanenza, la quale è carattere della Sostanza, la cui nozione è opposta a quella di Causa. Impor- ta quindi esàmmare di presente questa nozione per r importanza che avrà in ordine alle quistioni subbor- dinate intorno all’ unità di tempo e di luogo, che do^ vremo esporre nella Seconda Parte del presente Vo- lume. Succedere si dicono quelle cose , che vengono ad occupare il luogo di tali altre che non sono più : cosi il %liuolo succede al padre, che non è più, nel dominio dell’ avito patrimonio: un cavallo in corso suc- cede ad un altro cavallo , occupando il posto di questo secondo che è passato innanzi. L’ idea della successione racchiude la nozione del passaggio del mobile da un continente anteriore ad un continente posteriore, co- me è facile ravvisare sul quadrante dell’ orinolo, dove l'indice passa dal minuto A al minuto B, ossia da sp»- zietto a spazietto segnato dalle lineette, termini di cia> scun minuto diviso. La successione adunque si com- pie con le seguenti condizioni 1.** di un mobile 2.° che compiuto il moto in un continente passi in un secondo continente , in un terzo , in un quarto ecc. La pri- ma condizione sola non è sufficiente, perchè un solo contenente, che si può supporre piccolissimo, non dà l’idea di moto, ma di permanenza, nella supposizione che il moto cessi nel primo momento : la seconda sen- za la prima dà l’ idea di luogo e non di tempo, il quale racchiude due nozioni del contenente, che forma la dur rata, e del passaggio, che si dice successione. Quei filosofi che spiegavano le nozione di tempo colla no- zione della sola durata, e quegli altri che la spiega- vano con la sola successione, non colsero tutta la vera nozione del tempo medesimo. Se egli è cosi, è ragionevole a dedurre che nella causalità la successio- ne è il mezzo di riproduzione di una serie dopo la prima con quello stesso ordine, onde il mobile si è mo- strato al senso passare da un continente ad un altro contenente. Se io immaginassi che l’indice dell’oriuolo è passato da 1 a IV senza il passaggio immediato da I A II da li a III e da III a IV, io avrei un disordine pella riproduzione delle mie idee , perchè opposto alla successione naturale e reale. Per me dunque la suc- cessione è da continente a continente , da epoca ad epoca , da ora ad ora , da giorno a giorno, da secolo a secolo ecc. , e racchiude sempre un elemento di dif- formità sia dal Iato dell’ obbjetto nuovo, che subentra nel posto abbandonato dal mobile, sia dal lato del con- tinente diverso, in cui passa lo stesso mobile. Nel pri- mo caso abbiamo la fine del moto e la chiusura dcl- r epoca, nel secondo un’ epoca minore è assorbita dalia Digitized by Google PARTE PRIMA 198 maggiore , come il minuto dall’ora , l’ora dal giorno, il giorno dal mese , il mese dall’ anno , in guisacchè r unità di tempo è costituita dalla permanenza del mo^ bile , che passa pe’ vari contenenti assorbiti dal mag> giore pel ministero dell’ immaginazione , come discor- rerò diiFusamente nella seconda parte. Cade poi in acconcio distinguere in questo luogo una duplice successione , una che io chiamo psicol<h- gica e l'altra obbjettiva. Questa è osservata dal senso ne' fatti della^ natura , nell’acqua che corre, ncU’ani- male che si muove, negli uomini che nascono e spa-> riscono dalla faccia del globo, nel moto apparente del sole che alterna i giorni e le notti. Dessa è obbietti^ ua, perchè dall'obbjetto deriva. La psicologica o sub- bjettiva poi è quella, che ci mettiamo noi per la limi- tazione della nostra facoltà di conoscere. Imperocché, non potendo comprendere ad un intuito sintetico un grande oggetto, siamo stretti da necessità a dirigere il senso da una parte ad un’ altra e in questo procedere ha luogo una vera successione visibile negli occhi , i quali essendo mobili, successivamente dirigonsi alle va- rie parti degli obbjctti. Nel quale processo il conte- nente è fuori di noi limitato dal senso ed esteso poi dalla immaginazione, che come abbiamo veduto nel § 56 allarga il dominio del senso. Da questa successione psi- cologica avviene che noi possiamo narrare le cose permanenti, le quali sarebbero soggetti o materie di descrizione. E, siccome la Immaginazione allarga i con- tinenti hmitati'dal senso, onde trattiene lungo tempo lo spirilo a rivedere i contenuti , avviene che descri- viamo per l’elemento della permanenza le cose suc- cessive obbjettivamente. Quindi invalse l’uso di dire descrivere una battaglia, invece di narrarla, e narrare le impressioni ricevute dalla osservazione di una villa o di un giardino invece di descriverle. Ho cre- duto di dover notare diligentemente queste maniere di esprimere, che sembrano poco esatte, perchè, fondan- dosi sul senso comune, contengono un elemento di pr uo- va rispetto alia distinzione della duplice successione. §62. Deduzione intorno alla necessità di riconoscere la Nar- RAZiONE e la Descrizione, come due mezzi espli- cativi della Storia. Posto che la Immaginazione è facoltà storica ($ 52), bisognerà convenire che i mezzi dell' esplicazione della Storia sieno tali quali si possono derivare dalla natura dell' Immaginazione. Ora abbiamo veduto ne'§§ 53, 54, 57 che 1." fenomeno generale è la riprodu- zione delle idee nell'assenza degli oggetti, e che se- condo e terzo fenomeno è di riprodurle in serie, ossia associate tra loro per lo duplice nesso sostanziale e causale. 11 nesso sostanziale è il legame delle qualità inerenti alla sostanza , il nesso causale è il legame d' inerenza del moto nel mobile causa. Ora la sostanza ha per carattere la permanenza, per la quale possia- mo aver l'agio di discernere le qualità, come termini della sostanza medesima , ossia possiamo determinarla, definirla , in altri termini descriverla. La causa mo- bile ha per carattere la successione, per la quale pos- siamo numerare i modi ripetuti dello stesso mobile , pe'var'i contenenti di uno spazio maggiore, e nume- rare è identico a narrare. Adunque è chiaro che ob- bjetto d’ immaginazione essendo le serie, ossia le idee associate per l’identità de’ contenenti , e questi sono o luogo 0 tempo per le sostanze e per le cause , la storia, che ha per facoltà rimmaginazione, alla sua volta descrive alla sua volta narra, perchè le cose, materia storica, ora come sostanze, ora come cause si mostra- no. Anzi, per quanto abbiamo osservato nel § ant., es- sendo il luc^o e il tempo intrecciati tra loro per al- cune nozioni comuni di permanenza e di successione, la descrizione e la narrazione debbono ancora neces- sariamente intrecciarsi. Dalle quali cose, accennate quasi in ogni paragrafo ant. , deduco che la Storia si esplica in due modi, diversi tra loro, come il ltu)go e il tem- po , ma connessi sotto il rapporto della nozione co- mune di spazio o contenente , e questi due modi si appellano Descrizione e Narraziorte. CAPO IV. Intorno all’ ordine Storico. § 63. Introduzione al presente Capo — e sua partizione generale. Per ordine storico intendo la disposizione de’ pen- sieri secondar! , ossia il porre alcuni di essi prima, altri dopo, secondo alcune leggi dedotte dalla natura della facoltà storica , ossia dell’ Immaginazione. In questa l’ ordine storico è un ordine specifico , diffe- renziato dall’ordine in genere esposto nel primo voi. § 71 e seg.). Per la differenza specifica costituitiva del- l’ordine storico è agevole a comprendere quanto male si apposero i trattatisti di Arte storica , che vollero empiricamente dettar regole e precetti di ordine senzs^ dedurli dalla disamina della facoltà della Storia. Il presente Capo adumjue è un' applicazione delle teo- rie esposte nei precedenti; imperocché, se la immagi- nazione è r arcUtetta della Storia nello scrittore, ed è la facoltà a cui si dirige il componimento di questa specie ne’ lettori , quello sarà yero e proprio ordine 0 disposizione de’ pensieri secondari storici, che è ri- chiesto da questa facoltà nell’ una e nell’altra suppo- sizione. Noi dunque, con nesso scientifico procedendo dagli antecedenti a’ conseguenti, esporremo e risolve- remo le più astruse quistioni concernenti I’ ordine storico •— E, siccome la Storia è un componimento, la cui materia è il Concetto e i pensieri secondari, quello uno e questi moUiplici, in un primo divisamento ge- nerale lo scrittore può e deve pensare in sé stesso , e nella scrittura far pensare a’ suoi lettori , quale sia il suo proponimento, il che adempie col titolo e con la Introduzione o col Proemio , o co’ Preliminari. Venendo poi a’ multiplici, i quali non tutti si possono comprendere ad un intuito nel loro concreto , passerà a disporre i pensieri secondari in quel luogo, che giu- dicherà più proprio secondo i principi prestabiliti e dedotti dalla natura della facoltà storica. 11 presente Capo adunque vuol essere diviso in due Articoli., il primo pel Concetto, il secondo pe’ pensieri secondari. Intorno all’ ordine Storico rispetto al Concetto,. § 64 , Badisi che il titolo della Storia esprima adequata- mente il Concetto di qualsiasi storia. Leggendo il titolo di qualsiasi produzione artistica, vegniamo subito a concepire quale sia il proponimento deiraufore:se, per esempio, sopra mCode troviamo scrit-- lo la Cicala, o il Cavallo, o il Leone, noi pensiamo naturalmente che quella ode d’altro non parla che di siffatti animali, e che quei nomi, titoli del componi- mento, accennano al proponimento del medesimo. Se domandiamo al poeta che vuol cantare, ci risponderà egualmente: della Cicala, o del Cavallo, o del Leone. È dunque evidente • che ogni produzione espone il Con- cetto nel titolo , sia di qualsivoglia specie e natura , perchè non vi è produzione letteraria senza titolo e senza concetto. Ciò posto essendo il Concetto rispon- sabile di tutte le qualità del componimento , cioè di- re della integrità , verità , chiarezza , scelta de’ pen- sieri secondari, perchè desso è l’ ipotesi che limita il componimento , è agevole a comprendere che il tir toh, segno del concetto, dev’essere preciso e adequato, ossia che non deve esprimere nè più , nè meno di quello che in fatti è realizzato nella distesa della scrit- tura o del componimento. Se uno storico, per esem- pio, si proponesse di scrivere i fatti di Abelardo e di Eloisa, intitolerebbe il suo lavoro con precisione ed adequatezza col titolo semplicissimo Eloisa ed Abelardo. Ma, se col proposito di dare importanza alla sua scrit- tura lo intitolasse Abelardo e, i suoi tempi , e nel fatto non comprendesse quanto avvenne in que’ tempi relativi a lui, costui mentirebbe certamente, perchè fa- rebbe dire più al titolo che al fatto. E, siccome il Con- cetto è il primo pensiero nello spirito del compositore, il titolo sarà la prima parola del componimento, che si alloga al frontispizio del libro , nella prima pagina e in testa della medesima. § 6o. Al titolo segue V Introduziose , o il Proemio , o i così detti Preliminari. 11 titolo storico specialmente, contenendosi in una o due parole, è troppo generico e indeterminato , e tale per avventura potrebbe essere appreso il suo con- tenuto, ossia il Concetto, contro il proponimento o la supposizione dello scrittore. Intanto importa fin da principio precisare i termini della trattazione , cioè determinare e circoscrivere ne’ propri limiti il pro- ponimento , affinchè il lettore non resti prevenuto in contrario, imbattendosi o in ciò che non si propo- se lo storico, o in più cose che non si pensava. Non è però malagevole a intendere che subito dopo al ti- tolo segua una dichiarazione , a cosi dire, una defi- nizione del medesimo , come hanno praticato tutt’ i buoni storici comunemente. A questa parte furono dati vari nomi , come Introduzione, Proemio, Preli- minare secondo la maggiore o minore estensione , la quale è proporzionata al bisogno della dichiarazione più 0 meno determinata. Or vediamo con qualche esempio, come può regolarsi la pratica de\Y introduzione, e di che si possa occupare leggitimamente. Gli antichi nelle loro Introduzioni esponevano per lo più le cagioni estrinseche, per le quali s' induceva^ no a scrivere la storia. Così vedemmo nel § 6 pag. 27 che Erodoto dichiarò per cagione incitante a scri- vere , affinchè delle grandi e maravigliose gesta non vada la memoria perduta ; Tucidide scrisse , perchè credeva la guerra del Peloponeso più degna di ricor- danza di tutte le antecedenti ec. In somma le Intro- duzioni della storia classica versavansi o a produrre motivi, che occasionarono quelle scritture, o a scu- sare lo scrittore de’ necessari di fatti, o a indicare il principio, da cui comincia la narrazióne , o a lodare gli sforzi e le difficoltà superate ed altre cose di si- mile fatta. La Storia moderna nel suo primo appari- re, discostandosi dalla antica, produsse nel proemio una specie di rivista de' difetti della storia classica per giustificare la novità necessaria ; oppure espose som- mariamente le ragioni, per le quali la novità debba essere anteposta. Nella più moderna l'Introduzione oc- cupa moltissime pagine a guisa di Dissertazione , dove lo storico confuta il Disegno delie storie precedenti e propone quello della propria. Con ciò si crede da' più superficiali che una storia acquisti il titolo di fi- losofica, perchè l’Introduzione, discutendo, si rivesta del colore scientifico e razionale. Io sono dì avviso che le produzioni letterarie, di qualunque specie, sie- no , non esclusa la storia , precedute da un prelimi- nare , in cui si esponga con conciso e breve ragio- namento r ossatura di tutto il lavoro , affinchè resti- no impresse nell' animo de’ lettori le linee di contor- no, come in uno schizzo di pittura, da cui trasparisce la dimensione di un quadro; imperocché, a misura  ehe la lettura procede, F indeterminato di quella pri- ma figura impolpandosi acquista vita e individualità , le cui parti più facilmente ritengonsi, perchè le prime linee rimangono sempre presenti allo spirito , come rimane incancellabile la percezione confusa di ima va- sta pianura pel ministero del senso. Oltracciò il let- tore in certo modo procede illuminato nella via da percorrere, e non va a tentoni , in una specie di con- tinuata rivelazione. Nè osta il vantaggio della novità, che alletta un lettore non prevenuto , imperocché fa- cilmente si annoia chi procede all’ oscuro dal princi- pio alla fine, E dico essere questo metodo commen- devole , specialmente oggidì , perchè le scienze spno molto progredite , e gli spiriti tendono al positivismo, ondechè vogliono essere anticipatamente informati , quantunque in modo sommario, dell’ utilità e dell’ in- teresse di ogni nuovo lavoro , tanto più ehe è in- valso l’abuso di pubblicare per la stampa tante e tante scrittore , dalle quali non è da sperare alcun vantaggio positivo , per la manìa che tutti hanno di raccomandare i loro nomr alia posterità. Può ancora lo storico moderno discutere nella sua introduzione il diverso metodo, che avrà prescelto, ed accennare alle principali ragioni per le quali ^li non segue, a modo di esempio, i suoi predecessori nel fis- sare le epoche , speciahneute nel ristauro di qualche parte della Storia antica. E, siccome i cambiamenti che deve introdurre debbono avere un fondamento sopra storici documenti, potrà in essa ragionare delle sue fatiche sostenute per indagare il vero sepolto uellob- blio, e far intravedere le sue personali attitudini, spe- cialmente in qualche parte della Storia trascurata da- gli antichi per difetto de’ mezzi necessari a costituire una critica ragionata e severa. In questa guisa viene Digitized by Coogle paute prima 206 a conciliarsi la benevolenza de’ suoi lettori prevenuti in favore per giuste ragioni , i quali con questa pre- venzione 6n da principio accompagneranno lo storico come amici, e guarderanno le novità senza scandalo, perchè prodotte ragionevolmente da uomo, che scri- vendo ragiona e riflette a quello che dice. Nell’Introduzione può lo Storico accennare a’fonti, da’ quali attinse la materia della sua produzione, e ri- sparmiare cosi r imbarazzo al lettore di scendere in ogni tratto a -piè di pagina per vedere chi sia F auto- re di un’opinione e in quale libro o pagina sia scritta. Questa pratica poi può essere utile a chi volesse ac- cingersi di scrivere storie , perchè non sarebbero a lui ignoti fin da principio i luoghi determinati, i nomi degli autori , e i titoli delle opere da consultare. ' Con tutte queste cose e simigliami in principio lo storico porge la chiave d’ingresso a’ suoi lettori, fa- cendo loro anticipatamente intendere il giusto peso che dovranno dare alle sue opinioni e preconcepire l’architettura del suo lavoro, il quale può. essere os- servato a questa condizione, essendo difficile per tutti di vedere le parti di un edificio senza una precedente indicazione per mancanza di nozioni architettoniche. Introduzione, Proemio, e Preliminari nelle pro- duzioni letterarie hanno lo stesso valore, soltanto l’uso ritenne ìbl- I ntroduzione' come vocabolo generico, il ■proemio' e i prclimtiian come specifici, dandosi il pri- mo, detto ancora esordio, a’ ragionamenti , ed il secon- do alle opere didascaliche e scientifiche. Intorno all’ordine de' pensieri secondar! storicl § 66 . Fondamento generale dell’ Ordine de’ pensieri secondari storici. Dovunque è multiplicità di cose, sorge rispetto a noi r idea d 11’ ordine o del disordine, ossia della po- sizione di ciascuna in questo o quel luogo. Quando molti obbjetti sono contenuti nel medesimo luogo, sor- gono naturalmente in noi le relazioni di sito , come sopra, sotto, circa, intorno, verso, dtre, vicino, lon- tano , ec. Or, se A è sopra, B è sotto , C oltre , D verso , E vicino , F lontano ec. e , così essendo quelle cose , si diranno ordinate o dièposte : sa- ranno disordinate nella supposizione contraria, ossia se è sopra quello che dovrebbe essere sotto, e prima quello che dovrebbe essere dopo. Nelle produzioni letterarie l’ ordine si fonda sulle due relazioni di an- teriorità e di posteriorità , ossia allora i nostri pen- sieri secondari sono ordinati, quando precedono quelli che debbono precedere , seguono questi altri che deb- bono seguire. Il presente articdo adunque, proponen- dosi la disamina dell’ ordine de’ pensieri secondari storici , dovrà prendere in considerazione queste re- lazioni. intorno alle diverse nomenclature dell’ordine storico', detto Crosowgico, topografico, delle cose ec. Voi leggendo i trattati dell'Arte Storica, spesso vi siete imbattuto nell' espressioni di ordine cronologico, di ordine etnografico , di ordine ddle cose ec. Ma, se è avvenuto a voi quello stesso che a me, dovrete con- venire che di siffatte nomenclature non vi siete fino- ra potuto formare una nozione precisa. Dicesi ordine cronologico la disposizione de’ pen- sieri secondari secondo la ragione del tempo , in cui avvennero le cose narrate o descritte, aUogando, per esempio, prima i pensieri intorno (di’ origine di Roma, dopo quelli del suo incremento , in ultimo della de- cadenza della romana repubblica , perocché siffatte cose avvennero con la ragione di antecedenti , e ^ conseguenti , ossia successivaimnte , inguisacchè or- dine cronologico e successivo valgono la medesima cosa. Ma la successione è un passaggio del mobile da continente a continente, o da spazio a sp(U!Ìo, o da epoca ad epoca , adunque è chiaro che l’ ordine cro- nologico 0 successivo è, quando l’ indice dell’ orinolo passa dall’ ora 1.* aUa 11.* daUa 11.* alla lU.* dalla 111.* alla IV.* e va dicendo, fino a che si arrivi alla Xll.* per compiere il giorno maggior continente, ed epoca prefissa. Questo è tempo artificiale, che traduce il tem- po naturale , ossia lo spazio celeste , in cui corre il mobile universale apparente, cioè il sole. Questo spa- zio si concepisce come il contenente di tutti i fatti umani simultanei, i quali però saranno narrati o de- scritti in ordine cronologico , quando si esporranno udì’ ora I.* quelli che in quell’ ora avvennero , nella 11.* qudli che nella 11.* ec. Sarebbe quest’ordine tur> baio, se si ri{M>rtassero ndla ora 111.* i fatti avvenuti nella I.* o viceversa. Affinchè si abbia l’ordine cro- nologico nella Storia, è necessario assolutamente che i fatti si riscontrino con questa data di tempo, ossia è indispensabile il principio di simultaneità d^H a^nti produttori de’ fatti , coll’ agente universale e primo mobile astronomico; imperocché, quantunque ogni mo- bile sia sufficiente a dare la nozione di tempo , per- chè ogni mobile è successivo e permanente , due ca- ratteri costitutivi della nozione del medesimo, pure se non si riferisse ad un mobile costante , le cui suc- cessioni fbsser certe e universalmente vèibili, la cre- nologia sarebbe incerta, variabile, e diversa, secondo il variare degli individui. La successione poi altra è psicologica o stthbjet- ttea, altra abbjettiva : quella è tutta nostra nella sup- posizione di tenere presente un fatto complesso, che dobbiamo percorrere a parte a pjtfte una dopo l’ altra ; questa è nella natura per la reale successione del mobile nei diversi punti dello spazio contenente. La successione psicologica può andare disgiunta dalla cronologia, os- sia dalia simultaneità col primo mobile, perché, pre- sentando l’obbjetto composto, tutti gli uomini sono fatti ad intuirlo allo stesso modo di successione psicologi- ca. Essa è propria della Descrizione , la quale ha per contenente il luogo, spazio delle sostanze descrivibili — Quest’ordine ad alcuni è piaciuto addomandario delle cose. In un libro di Anatomia descrittiva, nella Storia delle piante, de’ minerali, degli animali ec. noi non sentiamo il bisogno delle date de’ giorni, de’ mesi, de- gli anni , del secolo , dell’ epoche, ma, fatta la parti- zione generale del corpo umano neiranaloinia, passia- luo successivamente alla descrizione delle diverse par* ti, serbando l’ordine della contiguità delle medesime senza alcuna relazione di tempo. Facciamo lo stesso nella Storia delle piante , degli animali ec. lo non truovo queste nozioni né chiare nè pre- cise appo gli autori di arte Storica; imperocché, limi- tandosi ne’ loro trattati alla sola Storia umana, le qui* stioni di ordine storico riuscivano da un verso trop- po esclusive , dall’ altro troppo complicate. Dire che r Indine cronologico sia necessario e indispensabile per la storia senza alcuna distinzione esclude dalle ragioni storiche tutte le produzioni di genere descrittivo, dove non entrano le nozioni della cronologia. Oltre a que- sto, siccome la storia si esplica narrando e descriven- do , vi sono de’ tratti ne’ quali non ha luogo la cro- nologia, versandosi lo spirito nella semplice descrizio- ne. D Napione ne porge una nozione molto confusa quando dice ; « Il metodo di disporre i fatti secondo fi r ordine delle cose si è quando dalla massa de’ fatti, fi i quali compongono la Storia universale di una na- » zinne, si scelgono quelli di una spelee e separandoli fi da quelli di un’altra se ne formano diverse storie fi particolari. Cosi Floro stese a parte la Storia delle fi guerre straniere de’ Romani e la Storia delle do- fi mestiche sedizioni. Così il Maffei separò la Storia fi Gvile dalla Storia Letteraria interamente nella sua » Verona Illustrata ». Questa nozione ripeto dell’or- dine delle cose è confusissima , perchè pare che vo- glia iscagionare da un verso uno sprojHisito , e dal- r altro confonde due economie diverse di due specie di storie differenti , cioè la partici&are e 1’ universa- le. In ima Storia universale si sarebbe Floro mal con- siglialo di dividere le parti connesse della Narrazione, come pure il Maffei nella Storia di Verona, perocché avrebbero mancalo al fine, che si propósero, di scrivere quelle stòrie e noti altré. Ma in una' storia universale di qualsiesi nazione non possono entree tante par Ih eolarità , che stanno bene in una storia particolare; può quindi bene avverarsi che dopo di avere scritta la Storia universale io storico discenda a qualche tratto di Storia particolare. Ma luna e Tal- tra va soggetta all’ ordine Cronologico, nè mai è che si costituisce una di esse coll’ordine delle cose asso- luto , come pare che inclini a credere il Napione. Che vi sia r ordine delle cose non si può rivocare in dub- bio , ma, non essendosi distinti i due modi esplicativi della Storia', cioè la narrazione e la descrizione, é quindi i due diversi contenenti , cioè cronologico e topografico , non si poteva mai cogliere nettamente la nozione del medesimo* lo dunque dico che l’ ordine dèlie cose è identico all’ ordine topografico secondo la distinzione che ne ho. fatto nel § 67 ). Allorché invero parliamo dell’or- dine storico naturale esce spontanea 1’ espressione : quest’ ordine naturale o è secondo i tempi o secondo le cose. Or a tempo è relativo luògo, e la parola cosa indica sostanza , che è nel. luogo permanente: adun- que l’ordine delle cose è' il topografico, ossia l’ordine di luogo. Non -altro ordine infatti riconobbe Dionigi d’Alicarnasso, allorché nel Giudizio sopra Tucidide si' espresse *, i buoni storici all’ ordine o^ dè’ tempi o dei luoghi si appigliano: del primo fu tenace Tucidide, se-- gui Erodoto costantemente il secondo. E vaglia r onore del vero, la Storia, narrando é descrivendo , non fa che svolgere le serie dèllé idée associate, perchè sua facoltà è l’ inìmaginazione § 52 tanto nell’ architetto della produzione, quanto ili co-' lui a cui è diretta. Ora le serie sorto tali ‘ pel cmw tenente sostanziale o causale ciascuno in due modi $ 61. 11 contenente sostanziale è Itiogo, il causale è tenp- po — fuori di queste due supposizioni non si dànno serie : resta dunque dimostrato che 1’ ordine storico non può essere che di tempo o di luogoy cnmologico o topografico. Bisogno'à quindi conchiudere che, se tutti riconoscono oltre all'ordiue di tempo quello delie cose , quest' ultimo non è diverso dal topografico, e che tanto vale ordine di luogo, quanto ordine di cose. § 68 . Se X due ordini tn qxudche storia possono andare isolati esclusivamente ? L’ ordine cronoli^o predomina e pretende di essere solo esclusivamente nelle cosi dette Cronache, ne’ Diari o con greca voce ttpunepti» e negli annali, dove i fatti sono narrati nella coincidenza del tempo che le storico si prescrive , vale a dire che nel pri- mo giorno narra tanto quanto in esso è avvenuto , e negli annali si fa legge di non oltrepassare il ter- mine di un anno, ancorché i fatti rannodati, come ef- fetti conseguenti a cause antecedenti, debbano essere spezzati. Simili storie piuttosto indici o prontuari di storie, anziché storie, si dovrebhmro addomandare più convenevolmente, imperocché in ^se si appuntano gli avvenimenti e non si legano tra loro, quando a cagio- ne del tempo determinato é proibito di continuare il racconto, che immette nell’anno vegnente. Infetti Sem- pronio Asella per attestato di Aulo Gellio, annoveran- do le differenze che passano tra gli Annali e le Sto- rie, non tralascia questa: Annales Libri, tantummodo quod factum quoque anno gestum sit, id demonstra- Digitized by Google INTORNO ALLA SCIBNZA DELLA STORIA REALE 213 òunt. Id eorvm est quasi qui diarium scribunt quem graeci tQufupfSa vocant. In guisa che tra gionude 0 diario, o effemeride, e annale secondo lui non passa altra differenza, se non quella del numero di 365 gior- ni e un giorno, e molto saviamente ei pone differen- za tra tutte queste cose e la Storia, la quale fh ser- vire il tempo a'fatti e non questi a quello, estenden- do, come vedremo, più o meno Yepoche, secondoché la maggioro o minore muttiplicità degli effètti prodotti da una causa richiede. Coriielio Tacito stretto dalla legge del tempo determinato ad un anno, dopo di aver nar- rato r infame tradimento , con cui Latinio Laziare e Marco Opsio con alcuni altri macchinarono T ullima rovina a Sabino innocentissimo Cavaliero , non tra- scorre a raccontare il castigo, che que' malvagi ripor- tarono, perchè non avvenne in quel medesimo anno, come egli stesso si scusa : m mihi destinatum farei suum quaeque in annum referre , debrai animus anteire , statimque memorare exùus quos Latinius , atque Opsius , eaeterique flagùii eius repertores ha- buere (Ann. Lib. 4). Non senza ragione quindi Dio- nigi di Alicarnasso appunta Tucidide , che per sotto- porsi ad una l^e più severa di tempo, diviselo in estate ed inverno contro la consuetudine de’ più antichi scriN tori, che le loro storie ordinarono secondo la succes- sione de' Re, de’ Sacerdoti, o delle Olimpiadi, e n’otten- ne quel notabile disordine che moltissime cose nel medesimo tempo in diversi lu<^hi avvenendo, da bre- vi sementi quasi frastagliata la narrazione quel chia- ro lume prender non potesse, che dalle stesse cose visibilmente apparisce k e passa a provare die, sbra- nato il racconto per servir troppo alla legge del tem- po, perpetuam historùte seriem amisit. In quanto a me non tengo per Isloria gK Annali , come per istorie non sono tenute le Cronache e le Effemeridi, prendendo la parola Storia nel senso di un componimento artistioo, in cui i fatti vanno ran- nodati ad un Concetto , e del tutto risulti un indivi- duo secondo ridea .di Dionigi: (c La storica narrazione dev’ essere sempre portata, direi per filo e legata, spe^ cialmente quando si espongono cose moltissime e di tal fatta che non si possano facilmente percepire e conoscere ». JVe’ primi tempi dalla Storia, ossia ne' pri- mi tentativi di questa produzione, non essendo lo spi- rito dello scrittore educato in arte, e non avendo tut- t’ i sussidi necessari per la racccdta de' fatti , non si poteva costituire quella sintesi vasta, che ad un intuito, comprendesse una grande distesa, e molto meno quel- r analisi profonda, la cui mercè si scoprissero le vero cause d^li avvenimenti, e la loro influenza in una serie posteriore e lunghissima di fenomeni morali e politici. Lo storico quindi r^strava le cose , come apparivano , associandole al nome de' consoli , o dei re -, o per giorni, o per anni, o per olimpiadi. Ogni fatto ora distaccato, e Si associava al giorno, al mese, di' anno, in guisacchè ogni tempo cosi specificato rac- chiudere dovea tanti fatti e non più senza vedere se il fatto di jeri, come causa antecedente, tuttavia per- sistesse con la sua efficienza nel giorno di oggi, anzi per la legge del tempo questo nesso intraveduto faceva mestieri dissimulare, affinchè ogni giorno , ogni me- se , 0 stagione, o anno, avesse pacificamente la sua parte. Se mi domandate adunque : vi può essere u- na storia , che segue esclusivamente 1’ ordine cro- nologico ? io vi rispondo che , se per istoria voi in- tendete i Diari , le Cronache , e gli annali , non vi cade dubbio per 1' affermativa. Se per istoria è uo- po intendere una produzione artistica , nella quale i fatti rannodati presentano l'unione individua , l’ordi- ne cronologico , ossia 1’ ordine di tempo astronomico determinato a giorni, a mesi, ad anni, a secoli, è im- possibile, come vedremo ne' seguenti §§. Ma non cosi dell’ ordine delle cose o topografico, il quale per al- cune storie di genere descrittivo , come VJnatomiai la Geografia, la Storia delle piaiUe , degli animali , de minerali ec. prescinde affatto dalle ragioni di tem- po determinato , benché alluda all' epoca, quando si scriva come elemento, che deve far parte della Storia universale umanitaria. § 69 . Perchè la Storia delle umane cose vuoisi rannodare (die ragioni del tempo astronomico. Quando si parla di cronologia e di ordine cro- nologico , é uopo intendere la parola cronos in senso di tempo astronomico, misuratore universale di tutt’i tempi possibili. Questo tempo è il contenente di tutte le cause , per le quali viene diviso e suddiviso ia tante parti secondo che durano , ossia sono perma- nenti nella produzione de’ loro effetti. C^ni mobile in qualsivoglia contenente dà la nozione' del tempo, per- ché ogni mobile é successivo e permanente nella suc- cessione , ma ogni tempo è indeterminato, se non si mette in relazione con un altro tempo. Così un gior- no succede ad un altro giorno, e mille giorni sempre uniformi succederanno al primo giorno , de' quali se sappiamo indeterminatamente 1’ anteriorità e la po- steriorità de’ primi e degli ultimi, non possiamo pre- cisare esattamente i gradi di queste relazioni , se il primo giorno non è segnato da un avvenimento diverso da quello che segna il secondo e va dicendo.— Ecco perchè la simvltaneità è una nozione indispen- sabile a costituire le epoche , le quali non sono che il tempo astronomico contrassegnato da una causa prò* duttrice di avvenimenti. Per esempio nella Storia ro- mana le epoche sono una serie di anni contrassegnate dalla Fondazione di Roma , ccmie punto di partenza 2.® da’ Re , 8.® dalla Repubblica 4.® dall’ Impero co- me termine di decadenza. I mille anni astronomici dalla fondazione fino a Costantino senza questi con- trassegni non formerebbero 1’ epoche di Roma. Roma causa produttrice è un mobile nel vastissimo conte- nente della sua esistenza, ma la mente nostra si smar- rirebbe in mezzo a tanto numero di avvenimenti nel ticercare quale prima quale dopo e quale più quale meno. Il tempo astronomico limita ed ordina il tempo di Roma, e il tempo di Roma limita ed ordina il tem- po astronomico — Fatte queste dichiarazioni vengo alla proposta quistione ; perchè la Storia delle cose ama- ne vuoisi rannodare alle ragioni del tempo astrono- mico? Perchè l’ uomo, e quindi la specie umana, è un mobile, che d’ora in ora, di giorno in giorno, di anno in aifho progredisce, onde non è lo stesso nel medesi- mo giorno , a differenza degli altri esseri animati dì questa terra, ì quali sono <^i come nel primo gior- no della creazione eo. Quindi si vede che 1’ epoca non è di un anno , di cinquant’ anni, di un secolo, ma è tanto estesa quanto estesa è l’ influenza del di* namismo del primo mobile. Ciò significa ordine delle cose, il quale dà la legge all’ ordine cronologico, come vedremo nel paragrafo seguente, Come il Tempo astronomico ( Cronos ) neW Epoca è limitato 0 esteso dalla durata a permanenza di una causa produttrice degli avvenimenti — Fero senso delT ordine delle cose. Nell’ Epoca entra essenzialmente la nozione del tempo astronomico, perocché ogni epoca costa di .se- coli , 0 di anni , o di giorni , o di ore , tulle no- menclature allusive al córso apparente del sole , pri- mo mobile nel contenente ceiosie visibile. Ma, se rac- chiude questa nozione , essa sola non basta a cosli» tuirla, se un’ altra causa efficiente di moti non con- corra a nominarla: cosi l’ epoca de’ Re di Roma è la durata di circa 244 anni regnati da sette Re nella citté de’ sette colli. L’ Epoche della natura sono pe- riodi di molti anni limitati dalle naturali evoluzioni. 11 Tempo astronomico è sempre uniforme, è il corso apparente del sole da Oriente ad Occidente , e del- r indice dell’ orinolo da I.“ a XII, ed una giornata dif- ferisce dall’altra per un avvenimento prodotto da un efficienza diversa. Il Tempo adunque si fonda sulla causalità, e l’Epoca comprende la simultaneità di più cause efficienti intrecciate, nella quale gli avvenimenti dell’ una limitano il contenente dell’ altra. Tutta la durata dell’ efficienza di una causa costituisce il mas- simo continente misuralo dal numero degli anni: così Roma dalla fondazione alla caduta deUa Repubblica durò circa settecento anni : il Mondo dalla Creazio- ne fino a noi circa sei mila anni. Ma, siccome i se- coli si dividono in anni , e gli anni in mesi , i mesi in giorni , i giorni in ore, T epoca massima deir esi- stenza di Roma si divide ancora in quelle della Fon- dazione , de’ Rè e della Repubblica, perchè, essendo gli uomini mortali e i sistemi che dominano variabili, a misura che un uomo succede ad un altro' ed un sistema ad un altro sistema, si costituiscono le piccole epoche come divisioni o parti divise di una grande epoca. E nella Storia universale i settecento anni di Roma costituiscono una piccola epoca rispetto alla mas- sima di sei mila anni. 11 tempo astronomico adunque è costretto a restringersi o ad allargarsi dalla maggiore o minore durata dell’ efficienza di alcune cause , co- me r epoca della repubblica romana rispetto all’epoca de’ Re è lunghissima , e brevissima quella della fon- dazione rispetto all’ epoca de’ Re , perchè la Repub- blica si concepisce, come una causa, la cui efficienza dura circa cinquecento anni. Applicando questa dot- trina alla Storia, è facile a comprendere che allora le sue epoche sono ben divisate, quando comprendono un tanto numero di ore , di giorni , di mesi di anni , di secoli, quanto n’ è richiesta dalla permanenza della causa efficiente, i cui avvenimenti imprende a narrare.. Se uno Storico per esempio, narrando la storia de’Re di Roma , non comprendesse i 244 aiini , ma limi- tandosi per sistema a dividere questo tempo per anni ne’* cosi detti annali , costui non potrebbe in alcuna guisa espormi tutti gli avvenimenti prodotti da ciascu-i no de’Re, il quale nè per elezione, nè per un siste- ma impostogli dalla natura delle cose, si prop<^ o fu costretto di operare i fatti suoi in tempo determina- to , ma alcune cose incominciate alla fìne di un anno venne a compierle nel secondo o nel terzo o quarto anno , e alla fine delia sua vita., anzi molte .ne ri-. mase a compiere a’ suoi successori. Procedendo dunque a narrare per anni sarebbe costretto o a trala- sciare molti fatti o ad alterarli. Dicasi lo stesso, se si propone a narrare un Re dopo l’altro, come in epo- che separate , poiché ogni Re è un rappresentante di sistema politico, il quale si compie con l’ efficienza di tutt’i Re da Romolo a Tarquinio Superbo. Ora si com- prende meglio quello che dicono i maestri dell’ Arte storica che 1’ ordine cronologico non dev’ essere as- soluto, ma misto o contemperato daH’ordine delie cose. L’ordine delle cose è l’ordine reale de’ fatti , l’or- dine cronologico, o del tempo astronomico, è ipote- tico rispetto alla Storia, quando si vuole determinato ad anni o a secoli , non avuto riguardo alla durata dell’ efficienza delie cause degli avvenimenti che si narrano. Un tal modo di esprimersi è equivoco e dice nulla, perchè la mistione suppone a cosi dire un au- tonomia de’ due ordini , mentre lo storico che vuol narrare con verità si serve 4el tempo astrontomico per determinare la durata delle cose , e non mica per farne obbjetto precipuo della Storia. Quindi vedemmo § 68 che lo stesso Corndio Tacito sacrihcò la verità al tempo , e differì all’ anno posteriore la puni- zione di l.iaziare o di Opsio , quando avvenne , spez- zando cosi quei fatti, che avvennero congiuntamente, e che dovevano essere narrati in continuazione per lo principio generale di non doversi interrompere le serie d’ idee connesse tra lóro. Se egli non si fosse imposta la legge di narrare per anni , la narrazione sarebbe proceduta compatta, e ci avrebbe presentalo quel fatto dove avrebbe dovuto, e i lettori avrebbero facilmente ritenuto quel che ora fanno con istento, dovendo farsi indietro per rannodare racconti scon- nessi. L' ordine quindi delle cose in questo senso im- porta la conformità dell’ordine storico al sistema reale de’ fatti, il quale non vuol’ essere turbato per un or- dine artificiale o di sistema ipotetico. Se ora alcuno mi domanda quanto estesa dev’ essere un’ Epoca ? Quanto estesa è la durala dell’efficienza di una Cau- sa. Ondechè molta filosofia ricliiedesi nello storico per divisare le Epoche, perchè, fondandosi sulla cau- salità, è mestieri die abbiano nome ed estensione dalla realtà di questa efficienza. Ho detto che una grand’ Epoca si divide in tante epoche minori , e die un’ epoca massima di una sto- ria particolare può essere minima rispetto alla Storia universale: credo necessario dichiarare un pò meglio questa mia idea. l.>a narrazione deve avere un prin- cipio un mezzo e una fine. Oltracciò, parlandosi di fatti umani, vi è sempre un andare progressivo per opera di molti dinamici, che compariscono di quando in quan- do a cdlaborare lo stesso sistema o Religioso , o Po- litico , o Scientifico , o Artistico, Tutta la durata di questo sistema è il massimo contenente , in cui av- vengono delle successioni per 1’ intersezioni contras- segnate dalle diverse cause succedute allo stesso fine. Adunque tante epoche minori si costituiscono nella maggiore e tante maggiori nella massima. Lo Storico quindi si formerà dapprima questa divisione e suddi- visione, serbando sempre per le minori ej^ebe le stesse ragioni esposte innanzi per ogni causa in genere, al- largandola e restringendola più o meno secondo che più o meno dura l’efficienza della causa. Il processo è sempre lo stesso e le parti minori debbono assimi- larsi alle maggiori sempre con 1’ idea di serbare la verità delle cose e di evitare per quanto è possibile (Igni alterazione in grazia del sistema. Coloro che si ])refìggono di narrare a giorni, a stagioni, ad anni, non intendono cortamente al fine della Storia, la quale. avendo per sua facoltà l' Immaginazione, deve proccu-r rare di servire fedelmente a’ vincoli di associazione per le serie, le quali sono più o meno estese secondo che la natura presenta ne’ fatti osservati. Eglino fanno indici e non istorie , quadri sinottici e pure imper'* fetti, ne’ quali si ammira 1’ eguaglianza artificiale de- gli spazi, che tanto nuoce alla riproduzione delle idee. Ondecchù dopo la lettura di storia siffatta non ci ri- mane un sistema compatto di fatti in memoria , ma tante frazioni slegate , un pezzo qua , un altro là. Gmchiudo che se per ordine delle cose s’ intende il nesso reale degli avvenimenti alle cause efficienti, esso non è secondario rispetto all’ ordine cronologico astronomico , ma principale , in quanto che esso è legge e causa dell’estensione dell’epochc, e disdegna di sottomettersi alle parti determinate del tempo astro- nomico. § 71. Fondamento razionale e a priori ddl’ ordine Storico, Da quanto ho detto finora 1’ ordine è la disposi- zione delle parti di un tutto, quale prima, e quale dopo, e, parlando della Storia, è la disposizione de^i avveni- menti con successione , ossia co’ rapporti di anterio» rità e di posteriorità. Ora si vuol sapere su qual fondamento io posso sapere che alcuni pensieri deb- bono precedere , altri seguire ? Non basta dire che metterà prima quello che avvenne jeri, e dopo quello che avviene oggi , perchè appunto mi resta a sapere per quale ragione jeri è prima di oggi, e oggi è pri- ma di domani? Queste relazioni di prima e dopo, di Digitized by Google 222 paate prima anteriorità e di posteriorità in quanto al tenipo si fondano sulla nozione di causalità, imperocché quan- do una palla muove un’altra palla, e questa una ter- za , ognuno vede che il moto della seconda non esi- ste senza il molo della prima , e il moto della terza non può esistere senza il molo della seconda. Io dun- que concepisco il primo mobile come condizione del secondo , e ’l secondo come condizione del terzo : il secondo per conseguenza è un condizionale rispetto al primo, come è il terzo rispetto al secondo. Ora la con- dizione è identica alla causa, come il condizionale é identico all’ efFclto, perché il condizionale é una qual- che cosa che comincia ad esistere, messa la condizione. Da questa relazione tra causa ed effetto, di condizione e condizionale , il nostro spirito apprende 1’ anterio- rità della prima e la posteriorità del secondo , ap- punto perché la condizione ha in sé la ragione dell’e- sistenza del condizionale. La causa adunque é prima e r effetto dopo negli ordini della natura e dell’intel- ligenza. Questo si potrebbe ordine naturale , ordine ontologico od ordine delle cose addomandare. Se però mi domandate quale sia il fondamento razionale e a priori dell’ ordine storico, ossia della disposizione dei pensieri secondari storici, per la quale alcuni prece- dono ed altri seguono ? io rispondo senza esitare es- sefe suo fondamento la causalità , la quale pone in natura prima la causa e poi l’ effetto, prima la condi- zione e poi il condizionale. In un’ epoca evvi la suc- cessione di mille avvenimenti tutti distinti , e questi saranno dallo storico bene ordinati, se serberanno tra loro la ragione di tanti antecedenti e conseguenti , di condizioni e condizionali , di cause e di effetti ; ma non una ragione ideale o logica , sibbene quella che realmente tu nelle cose. E la storia in questo modo acquista certezza, non dico probabilità, perocché ogni uomo è fatto a pensare secondo i principi generali di causalità enunciati nel § 32 pag. 95. Esporre in una epoca un grande avvenimento senza che sieno prece- duti nell’ epoca anteriore altri avvenimenti, che si po- tessero avere a cause adequate del medesimo, è natu- rale che induca lo scetticismo nel leggitore e un sen- timento di disistima verso lo storico , che non seppe approfondire il nesso degli effetti alle vere cagioni, dei condizionali alle vere condizioni. Certe guerre sangui- nose tra nazioni e nazioni , certe rivoluzioni spaven- tevoli surte in un popolo, narrate, come avvenimenti fortuiti 0 come fenomeni improvisi senza antecedenti, che prepararono gli animi a poco a poco all’ avversio- ne , all’ odio, alla vendetta, non raccomandano certa- mente la troppa semplicità dello scrittore. Un effetto non è mai maggiore della sua causa. Chi mi narrasse che la morte di Lucrezia romana semplicemente fu la causa della caduta de’ Re di Roma, senza espormi nell’ epoche anteriori il mal contento pel dispotismo tirannico de’ Tarquinl , e quindi la disposizione degli animi di una nazione a sfavore della monarchia , e l’opinione ingigantita contro i superbi dominatori, man- cherebbe a’principi fondamentali dell’ordine storico, e il suo racconto diverrebbe leggiero, insulso, e incredi- bile. Chi potrebbe invero contentarsi dell’ economia degli storici latini intorno all’ origine di Roma ? Due sventurati figliuoli della colpa di Rea Silvia , allattati da una Lupa, senza ajuti, senza mezzi umani, odiati ed abborriti da’ paesi circonvicini, è credibile che aves- sero improvvisata una Città, che in breve tempo di- venne il terrore d’ Italia , e che di quella gente si fosse costituito Re il fondatore, il quale regnò trenta- sette anni ? Quale analogia fra questo avvenimento narrato con tanta buona fede e la cagione antec(^ente produttrice di tanto effetto ? Per manco di questo fon- damento razionale la Storia classica ci pronta annali e non istorie, rigorosamente parlando. La Storia mo- derna co' sussidi della fìlosolìa della Storia vuoisi scri- vere con questo metodo al rigore possibile e non so- lamente lo scrittore deve rannodare i fatti contenuti in un' epoca , ma è mestieri che badi al nesso tra epoca ed epoca , vai quanto dire. che tutta un’epoca sia r antecedente della seconda , e questa dalla ter- za, e via discorrendo. Imperocché gli avvenimenti tutti contenuti complessivamente nella seconda sono effetti prodotti dal complesso della prima. Quando nei fatti avvenisse tale mutamento che più non avessero alcun legame di antecedenti e conscguenti, allora una Storia è finita, e ne comincia un’altra. Così, quando il Cristianesimo invase l’ impero , Roma pagana finì, e la Storia della dominatrice del mondo finì, quando successe 1’ epoca del Pontificato. — Io quindi truovo ragionevole 1’ economia di quegli storici, i quali fanno un epilogo delle cose narrate in un’epoca per mo- strarne il nesso con l’ epoca seguente, la quale narra fatti che dipendono da’ narrati nella prima. Di qui si deduce in qual conto bisogna tenere r opinione del sig. D’ Alembert intorno al così detto ordine cronologico rovesciato, col quale vorrebbe che lo storico cominciasse dai fatti avvenuti ne’ tempi più vicini per terminare coi fatti avvenuti ne’ tempi più rimoti. Ma a dir vero quest’opinione è molto antica, perchè Q. Fusio Galeno presso Dione si ride di Cicero- ne, che, essendosi proposto di scrivere la Storia delle cose romane , non cominciò dalla fondazione di Ro- ma , come altri fecero, ma dal suo consolato, affin- chè, retrocedendo, restasse a j^inoipio il suo consolato ed  !) alla fine il regno di Romolo ». Un tal rovésciameiilo di ordine non si addice alla storia, e le ragioni alle- gate dal sig. D' Alembert sono tanto deboli , clic non meritano di essere confutate, e basta per tutte la sola, cioè che niuna Storia è stata scritta con questo me- todo, fuori di quella che Cicerone si propose di scri- vere e non scrisse. § 72 . Poche parole intorno oR’ ordine topografico o delle COSE nelle Descrizioni. La Descrizione differisce dalla Narrazione per la diversità dell' obbjetto, che si propone; perocché le qualità delle sostanze si descrivono, e gli effetti pro- dotti dalle cause si narrano. E, siccome le sostanze hanno per contenente lo spazioduogo , e le cause lo spazio-tempo , è agevole a comprendere che l’ordine storico descrittivo differisce dall’ ordine storico narra- tivo, come la sostanza dalla causa, il luogo dal tem- po. Ora il luogo differisce dal tempo in quanto il se- condo presenta la successione del mobile pe’ vari punti dello stesso contenente , come dell’ indice per le ore segnate nel quadrante, successione reale ed obbjetti- va. Il luogo al contrario è un contenente di cose sta- bili e permanenti , le quali si lasciano intuire placi- damente da noi, che intendiamo ad osservarle. Ma per la limitazione del nostro senso e del nostro intendere siamo costretti a dividere il contenènte locale ancora in parti, e fissare la nostra attenzione ora sopra una, ora sopra 1 altra parte del composto o del complesso presente. Or è naturale a comprendere che, dovendo osservare le multiplici parti, in cui un obbjetto vasto è slato diviso, dobbiamo comiuciare da una e proce- dere poi alla seconda , quindi alla terza , alla quar- ta , ec. In altri termini in questo processo àvvi un complesso di relazioni di sito, -per le quali una parte si osserva prima, un’ altra dopo. Or , dove hanno luo- go le relazioni di prima o di dopo, sorge l’idea della successione , non dalla parte dell’ obbjetto nd caso nostro , ma dell’ osservatore , ossia una successione psicologica e non fisica , subbjettiva e non obbjet- tiva. Resta adunque a vedere da qual parte debba cominciare la successione psicologica per avere r ordine storico descrittivo. Sia per esempio da de- scrivere un albero, da qual parte fa m^tieri comin- ciare la descrizione, dai basso tronco , da’ rami , dalle foglie, 0 dalla cima? perocché, sapendo l’ordine della descrizione di un obbjetto, possiamo dedurre quale sia r ordine descrittivo in genere. E quest’ ordine deve risultare da principi generalissimi ed assoluti per la Scienza , come quello che deve essere inteso e ap- proprialo da tutti gli uomini, che vogliono addirsi alla storia , ondechè deve discendere dalla filosofia ddlo spirito umano, il quale essendo in tutti gli uomini di una stessa natura, può dare delle norme sicure e uni- versali a questo genere di scrittura. A riuscire in que- sta ricerca io richiamo l’attenzione di ognuno al fatto deH'osservazione, quando vegliamo renderci conto di un obbjetto vasto e smisurato— Dopo il primo intuito sin- tetico e comprensivo di tutto l’ obbjetto, se è possibi- le , o di una gran parte del medesimo , dirìgiamo lo sguardo alla parte più attraente. Trattandosi di ani- mali, specialmente dell’uomo, siamo naturalmente por- tati ad osservare in primo luogo la testa dalla parte anteriore che dicesi faccia , e prima dagli occhi e dalla fronte , perchè da queste parti traspare l’interìore dell’ anima che informa. Tutte le descrizioni dei migliori scrittori ne fanno chiarissima pruova, e nelle descrizioni sommarie dalla faccia si passa al collo, al seno , alle numi, alla cintura, qualche volta al piede agile e snello. Le spcdle , i femori , le ginocchia , le gambe per lo più passano inosservate, perchè coverte queste parti dagli abiti dànno la preferenza nelle Iodi all’ eleganza del vestire. Gli animali di ogni specie ri- chiamano r attenzione alle parti più interessanti in' primo luogo : cosi nel cavallo la testa, la cervice, la criniera, le gambe, la coda folta, si succedono in pre- ferenza. Negli alberi, le frutta, le foglia, i rami, la ci- ma: nelle cose architettòniche, come in un frontispizio, vuoisi in primo luogo attendere alle colonne, alle corni- ci, a’ davanzali, alla forma, alla hgura, alle finestre cc. Ma la preferenza di aldine parti nel primo luogo a me pare che in queste deriva dalla ragione di pros- simità allo spettatore. Cominciatasi la descrizione da una parte vuoisi' badare che non si passi per salto ad un’ altra ri- mota, perchè è contro l’ordine della naturale e spon- tanea osservazione , la quale , fissatasi in una , vuol' tutta esaurirla. Se per esempio avete cominciato dalla testa, non dovete saltare di botto a’piedi , perchè na- turai cosa non è un tale passaggio. Al contrario na- turalmente percorrete le parti contigue, passando da una alla più prossima, e finita una parto maggiore, come la testa, con lo stesso ordine passerete al collo', quindi al petto , alle braccia , alle mani ec. e in ciascuna di queste maggiori parti fermandovi, percorrete lé mi- nime parti, in primo luogo le prossime e in ultimo le rimote. Questo stesso ordine vuol’ essere rigorosamente osservato nelle grandi opere di genere descrittivo , m come nell* anatomia , n^a mineralogia , e nell’ ar* ciieologia storica. Ma bisogna far differènza tra la de- scrizione del tutto continuo e del tutto decreto — ^Un uomo , un cavallo , un albero sono individui , e per- ciò tutti continui o concreti , pe’ quali la descrizione vuol serbare 1’ ordine di sopra descritto. Il tutto discreto è un numero , un collettivo , come una scuoia , un senato , un esercito , una cit- tà , un piqiolo. In questo la descrizione vucd proce- dere ancora secondo il naturale modo di concepirlo e cominciare dalla parte più attraente , come sarebbe il Precettore nella scuola, il Comandante in capo di un esercito ec. e poi precedere gradatamente alle parti prossime , percorrendo tutti gl’ individui conte- nuti nello stesso ^azie. Ma il genere per la sua estensione comprende tutte le spezie , come la spezie tutti gl’ individui, sic-, chè in un certo modo il genere e la spezie si posso- no considerare come una coUezione e come un nu- mero divisibile in tante unità distinte, quante sono le specie e 0’ individui subbordinati — Vi sono alcune produzioni di specie storica, in cui did genere si passa alle spezie. Cosi per esempio animale è un gemere y a cui sono subbordinate le specie di ìnpedi, quadru- pedi , moUipedi , apodi , ma queste spezie sono ge- neri rispetto a ciascuna specie di detti bipedi, qua- drupedi ec. Nella descrizione di queste specie vuoisi, partire primamente dalla distinzione de’ generi supe- riori , da questi si passa a' generi inferiori e final- mente alle specie, subbordinate a ciascuno genere in- feriore. In simili Storie non si può passare agl’ indi- vidui propriamente delti ; i quali essendo^ infiniti, non vi sarebbero volumi capaci a contenerla da mi .verso e da un altro riuscirebbe la fatica inutile, dovendo ripotere eoa ciascano individuo le medesitne cose. Siccome la Storia narrativa non può prescindere dalla nozione di tempo > che è lo spazio contenente le cause, così la Storia descrittiva non può prescindere dalia nozione di luogo , il quale eontiene le sostanze ossia le cose permanenti. La prima cosa adunque che vuoisi fesare nella Descrizione è il contenente, ossia il luogo in cui è contenuto in complesso. deUe parti che si vogliono descrivere. 11 che naturalmente fac- ciamo, ogni qualvolta valiamo alcuno informare di oggetti permanenti. È però che, empiricamente proce- dendo, voi potete distinguere la Narrazione e la De- scrizione dalle nozioni, che predominano o di tempo o «li luogo. Allora che la produzione incomincia dalla determinazione della Scena, è mtenzicme di descrive- re: se accenna al tempo è intenzione di narrare. Voi chiamerete produzione mista quella, in cui ora si narra or si descrive , e prenderà suo nome dall’elemento che predomina. S 73. Intorno o{ StNcaomstio della Storia universale , 0 come altri dicono Ordine SmcRomsTica. Chiamano Siìteronismo ed ordine sincronistico quel sistema di Storia universale, che riferisce gli av- venimenti di tutte le nazioni insieme secondo l’ordine de’ tempi. Tale sarebbe in quella Storia, che, proponen- dosi un’ epoca di mlUe anni,, narra gli avvenimenti di tutte le nazioni contemporanee, accaduti in questo tem- po , come dell’Arabia , dell’India , della Grecia, della Persia ec. Quest’ epoca cotamto estesa e d^erminata sarebbe il massimo continente di tutte queste nazioni, come operatrici di fatti multiplici c svariati. Ma da^ Digitized by Google PABT& PRIMA 230 quale di queste incominciar dorrebbe la narrazione? tutte esistettero dal medesimo tempo e ciascuna dalle altre indipendente, sarebbe in arbitrio dello sto» rico di dar cominciamento al racconto da quella che gli piacesse. Ma, dove una alle altre fosse preesistita e da questa avessero avuto dipendenza o di origine o d’ incivilimento le altre , sarebbe agevole a compreo» dere che la narrazione da quella incominciar dovreb> be. E nel narrare gli avvenimenti di ciascuna serbe- rebbe l’ordine cronoli^co o successivo determinato ad epoche , comunque minori o maggiori , secondo che l’ordine delle cose richiederebbe, come abbiamo stabilito ne’ §§ precedenti. Fuori di questo sétema la Storia universale non sarebbe una , perché, dovendo narrare gli avvenimenti di ciascuna nazione separata- mente , ne risulterebbero tante storie particolari, cia- scuna indipendente : in altri termini sarebbe una col- lezione di storie diverse e non una Storia. Ma noi ab- biamo provato e stabilito che può esservi una Storia universale, diversa dalle particolari , come il genere dalle spezie, per la minor concretezza degli avvenimenti nd racconto , esponendo i fatti generali e poco cu- randosi degl’ individui : è mestieri adunque riconoscere un metodo, che la renda attuabile. Questo metodo è il sinenmùtico , il quale può portare l’ altro vantag- gio di riunire sotto no solo punto di veduta tutte le cose identiche appartenenti a diverse- nazioni ed an- che a diversi tempi. Sarebbe il caso che piò nazioni professassero la medesima rdigione, o che la religione di una nazione fosse stata la stessa in diversi tempi. L’ altro vantaggio positivissimo di questo metodo è il parallelio che il lettore può fare delle diverse nazio- ni contanporanee esposte a cosi dire in linea retta, e schierate sotto, im sol punto di veduta per distinguerne OtgjtiTnrl hu ad. un colpo di occhio le identità e le differenze. In questo processo domina la nozione di luogo per la permanenza dell’ intuito sopra un numero infinito di avvenimenti , ondechè a distinguere . le nazimii tra loro è mestieri ricorrere alle descrizioni topografiche e geografiche per assegnare ì confini di ciascuna, co- me è dire Grecia, Persia, Fenìcia ec. L’ ordine delle cose può essere mirabilmente osservato in questo ge- nere di Storia, perocché lo spirito, avvicinando le più rimote nazioni , può intuirne i fatti classificati sotto certi capi principali, come di Stato, Religione, Scien- ze, Arti, Mestieri , suddividendoli in altri capi meno generali. Si potrebbe opporre contro questo metodo l’in- terruzione del racconto rispetto agli avvenimenti di ciascuna nazimie, perchè, dovendo narrare i fatti del- r una dopo quelli di un’ altra nello stesso tempo av- venuti, è facile a comprendere che ciò non si possa senza interrinnpere la narrazione de’ fatti della prima, per riprenderlo dopo che la Storia di altre tre o quat- tro o cinque nazioni sarà finita. 11 che è di gran- de imbarazzo agli spiriti deboli, i quali non hanno virtù sintetica e comprensiva di una distesa vastissima dì tempi e di territorio. Questo è vero in parte, ma non toglie alcun che alla necessità ed all’ importanza di questo metodo che s' identifica con la stessa storia universale. G in questo senso chi impugna il metodo, deve impugnare la Storia stessa e dire che questa è inutile appunto, perchè gli spiriti deboli sono incapaci di tutta comprenderla. La qual obbjezione cresce a dismisura in riguardo all’ EInciclopedia. Ma simili la- vori mirano a scopo più alto , essi sono diretti agli spiriti culti ed esercitati , a coloro che saranno ver- sati nelle Scienze e nella speculazione, che hanno la pazienza di leggere in continuazione c di non inlér» rompere la lettura di un libro, se non quando sarà tutto finito. Dopo questo le grandi distanze saranno diminuite , i termini estremi avvicinati , e tutte le nazioni si schierano al cospetto del nostro spirito, co- me un esercito pronto a battaglia. Le scene diverse si rannodano ad un solo teatro , nel quale si compie il gran dramma della umana civiltà. Gli attori sono attediati in modo diverso, come i persons^i sul tea- tro vestono a diverso costume, ma tutti cospirano al compimento di una grande azione, ancorché ninno sap- pia H fine di <^nnno. A questa sola condizione possiamo conoscere noi stessi, quali fummo, in tutta la specie, da Adamo fino al presente, e quali potremo essere col decorrere di tutti i secoli , poiché il futuro non é che il passate sotto diversi rapporti. Un uomo senza Storia é un bambolo, senza Storia universale é tin buon idiota, il quale crede che al di là del suo paese non vi sla altro mondo. Per la Storia universale, che presenta F uomo in tutti gli stati, in tutte le posizioni, sotto tutte le in- fluenze, boi possiamo sapere tutte le possibilità degli avvenimenti futuri. Dessa ci presenta come in un quadro sinottico le infinite nostre esplicazioni possi- bili sotto U rapporto della Politica , della Religione « della Scienza , delle Arti , e de’ Mestieri. Un quadro comparativo della specie umana senza questa storia é impossibile, perché ì’uomo é mobile e non é lo stesso nel medesimo giorno. Agitato continuamente da due tendenze irresistibili al Vero e al Bene , ma limitato ne’ suoi mezzi di conoscere e nella pratica de’ doveri, cade ad ogni piò sospinto e risorge , ed a forza di replicate cadute e di urti continui arriva di quando in quando a conseguire in parte questi due fini , e ali lora e’ mena tanto rumore di una originale scoper- ta. Per la Storia universale T uomo risale alla sua origine di un Dio creatore, poiché, dai suo moto in- cessante e progressivo apprende il principio della sua esistenza da un essere diverso da lui, a coi si appunta il primo anello della infinita catena de’ condizionali : per essa 1’ avvicendarsi delle false religioni e quindi la necessità di riconoscerne una sola vera , la quale rivelata da Dio al primo uomo tra il popolo eletto pei vecchio testamento, tra i popoli redenti pel Vangelo, si è mantenuta sempre la stessa, pura, costante, uni- forme , in tutti i luoghi, in tutti i tempi, in tutte le nazioni, senza mai alterarsi in sé stessa, quantunque gli umnini avessero tentato di distruggerla. Anzi negli sfor- zi incessanti delle persecuzioni, nell’urto violento delle passioni , riuscì sempre trionfante e dall’ attrito delle opinioni ne rifulse più splendida e pura la idea. Se que- sti sono i vantaggi deUa Storia universale, che risulta dal metodo sincronistico , le obhjezioni che si fanno a questo mirano a quella direttamente, mirano a’van- taggi che ne derivano. Or chi può rinunciare a que- sti vantaggi per proscrivere questo metodo e questa Storia, se non gli spiriti leggieri, deboli, carnali , che vivono in falsa pace la vita di settanta anni , cui oltre del sepolcro non rimane una speranza ? Poi- ché chi sarebbe Io stollo che conoscendo l’ uma- na dignità , la futura destinazione dell’ uomo , la sua dipendenza da Dio creatore , non volesse co- noscere sé stesso comparato a tutti gli uomini suoi fratelli e benefattori , i quali abitarono prima di lui questa terra, cooperarono al bene comune della socie- tà , ed ora ci aspettano nell’ altro mondo nella patria celeste a partecipare della loro beatitudine ? . ^ > jlvvertenza per la pratica diretta a conseguirà V ordine e la partizione della materia storica. Quando avrete per molti aoni , con accurate ia- dagini e pazienti ricerche , raccolta da’ libri , da’ do- cumenti , da’ monumenti, la materia tutta quanta della storia che avete in animo di scrivere , voi non sarete sollecito a prendere la penna senza che prima abbiate lungamente meditalo sulla partizione e l’ordine delle parti della medesima. Ma quando potrete essere certo che tutta la materia è raccolta? Quando ne saprete ren- der conto a voi stesso , ed avrete renduta cosa vostra quella storia che intendete agli altri partecipare , in guisa che, parlandone a voi stesso o agli altri, avrete pronta la favella e spedita l’ immaginazione a ripro- durvcne le date , l’ epoche, gli uomini, e le cose, non in una parte, ma in tutta la distesa del gran contenente storico che avete segnato. Dopo questo ricorrete cdi vostro pensiero alla divisione del gran contenente ; e se- gnate le epoche, che contengono ciascuna una gran parte, divisibile in tante altre parti minori e minime. Ma bada- le al nesso di un’epoca ad un’altra o maggiore o minima, riflettete che l’epoca è un tempo determinato da una causa, che realmente ha un’efficienza produttrice di nn numero di avvenimenti. In questo vi deve essere guida e fanale la Scienza delle cose , che impren- dete a narrare , o descrivere , <^gidi nominata Fi- losofìa della Storia. 1 vostri re^ionamenti e le vostre discussioni debbono precedere alla scrittura , saranno esercizi della vostra intelligenza in un periodo di ap- parecchio all’esistenza della storia, e voi vi guarderete di credere che sia pregevole il vostro lavoro per un lusso di quistioni, poiché qui dovete narrare e non di-r scutere. È obbligo dello Storico di narrare o descri- vere in upa produzione essenzialmente narraiiva q descrittiva , e deve esporre cose vere appurale con la propria investigazione, c non mica impegnare i suoi lettori nelle stesse astruserie, in cui si è trovalo egli, che assunse la missione di spianare la via a coloro, che non hanno tempo ed attitudine di fare lo stesso viag> gio. Lo Storico non è Scienziato nella sua produzione, é bensì uno storico, ossia ha per architetta l' Immagi-p nazione e dirige il suo lavoro all’ immaginazione de'suoi Lettori. Quando avrete appurale le vere cause efficienti di tutti gli avvenimenti, che formano parte della vo- stra storia, procedete sicuro alla partizione, la quale è necessaria e indispensabile al vostro spirito e de’vor stri lettori , perocché limitato come siete nella vostra intelligenza non potete intuire nella loro concretezza r immenso numero de’ falli ad un tempo, ondeché do< ▼ete per necessità limitarvi ad una serie determinata e da questa passare successivamente a tutte le altre. 11 Lettore poi dovendo percepire tutta la storia per lo mezzo della parola , la quale é successiva , ossia per analisi, non può entrare di un tratto nella vostra sin- tesi , é per questo che voi dovete cominciare da una parte minima e proseguire così fino a che tutto avete esaurito , e che ritenuto per la memoria successiva- mente si traduce nella sua integrità nello spirito del medesimo. 11 buon ordine della materia porta luce al con^ ponimento , in guisacchè a misura che si va oltre cre- sce il chiarore per la concretezza e determinazione dell’astratto enunciato in principio. Ma nella storia l’or- dine è tutto, perchè è. mezzo di associazione delle no- Sire ideo nella facohà riproduttrice. Legare iosiemè tutte le parti in modo che l’una richiami l’altra co- me in una catena di anelli infiniti , T uno all’ altro congiunto, è tutto l'artificio deUo storico. Né in que- sto deve allontanarsi dalla realtà e vagare per suppo- sizioni , poiché la storia si propone un bello naturale o reale, é un ritratto e non una finzione, é una pro- duzione prosaica e non poetica — Fingere per connet- tere è un pessimo rimedio, che lungi di raccomandare l’industria dello scrittore, lo degrada col titolo di so^ gnalore. La connessione tanto tra le idee componenti una serie , quanto tra serie e serie , tanto tra i fatti di nn’ epoca quanto tra epoca ed epoca , deve essere naturale ed obbjettiva , perocché <^ni avvenimento in natura avviene sempre con la legge di causalità , la quale presenta gli effetti connessi alle loro cause. Quan- do dunque lo storico avrà bene studiato i fatti, quali furono, non potrà non vederli con questo nesso, e, con esso esponendoli, il suo lavoro riesce perfetto , ossia capace dì essere ritenuto e riprodotto dall’ immagina- zione degli uomini, per cui é scritta. Quando queste condizioni saranno precedute, na- sce spontanea la partizione della storia in Libri, o Par- tì , o Deche , come meglio piaceragli nominare le sue parti. Ed ogni libro si può suddividere in Capi , ed ogni Capo in Articoli, e questi in Paragrafi, o nume- ri ecc. Questa suddivisione rappresenta la partizione in- teriore del gran continente in Epoche , le quali , co- me abbiamo veduto ne’§§ antecedenti, sono maggiori o minori o minime secondo la maggiore o minore du- rata ddl’ efficienza delle cause subbordinate alla pri- ma , che denomina 1’ epoca martore. Quando tutta la narrazione é finita, gli storici ac- curati presentano l' epilogo , ossia un sunto brevissimo di quanto si contiene in molti volumi. Ma, se saranno preceduti i preliminari fatti col disegno esposto od § 65 r epilogo sarebbe inutile ripetizione, perchè si suppone già che il Lettore possa farlo da sè dopo che, guidato col fanale del primo disegno, ha percorsa in continua- zione tutta la storia. Non si deve poi imputare allo scrittore quell’ oscurità subbjettiva di certi lettori, che leggono a sorsellini e con l’ intervallo di mdti giorni, riprendendo la lettura, dopo che si saranno in gran parte dimenticali delle poche cose lette — Una storia vuol essere letta in continuazione, alfinchè le idee si associino Ira loro per quei nessi, che lo scrittore vi pose e che per l’ interruzione delle letture passano inosservati. Lo stesso effetto produce la lettura troppe rapida, cioè senza quella necessaria meditazione, che, paragonando gli antecedenti a’ conseguenti, lega tutte le parti tra loro — Se per avventura costoro volessero imputare allo scrittore il poco profitto, che ricavano dalla storia , la Scienza giustifica lo storico che avrà adempiuto il suo dovere. Intorno all'Espressione della Storia. § 75 . Breve Introduzione al Capo presente — e partizione del medesimo. ■ Non a torto lamentavasi un nostro dottissimo let- terato che i Maestri dell’ arte storica, per non avere approfondita la teoria della storia, ad accrescere i loro volumi intorno a questi trattati, riempivano le loro pa- 'gine di osservazioni e quistioni filologiche. 11 quale 'abuso si è protratto fino a’ giorni nostri e per opera de’ puristi italiani specialmente , che innamorati della squisitezza delle parole e de’ costrutti, esaminando le produzioni di genere storico, di altro non si occupa- vano che di purità , di proprietà , di chiarezza , di precisione, di stile, di carattere, di periodo ecc. Ed a ciò furono tratti dalla troppa attillatura nello scri- vere degli storici classici , perchè, come altrove ho di volo accennato, gli antichi poco solleciti delle ricerche intorno alla architettura della storia , alla verità de’ pensieri secondari, ed all’ integrità del componimento, ogni opera e sollecitudine ponevano nella maniera più scelta di esprimere i loro pensieri. Oggidì dovendo ri- staurare la parte sostanziale di ogni produzione , che è il pensiero, comunemente si osserva molta negligenza nella parola, lo 1’ ho detto altrove, e lo ripeto ancora qui, essere perfetto un lavoro letterario, che riunisce i due pregi del buono concepimento e della corrispon- dente manifestazione , ma , dovè all’ umana infermità non venisse l’uno e l’altra conceduta, io preferisco il pensiero alla parola , il concepimento alla manifesta- zione , affinchè, educati ed abituati gli spiriti a pen- sare di buon ora, venga presto il periodo, in cui si pos- sa aver 1’ agio di badare anche alla forma esteriore del componimento. A dir vero questo abuso derivò , come ho dimostrato nel corso filologico , dal non es- sersi distinte le due provincie della Filologia e della Rettorica , onde avvenne che in questa si trattò di quistioni appartenenti a quella. Noi non abbiamo più questo bisogno, di trattare cioè di purità e di proprietà., di chiarezza e di precisione, di traslati e di orna- mento , perchè nel terzo Voi. del Nuovo Corso di sif- fatte cose abbiamo diffusamente e razionalmente trat- tato , nel modo più generale e comune ad ogni spe- cie di componimento Letterario. Le quistioni adunque, che possono in questa parte elevarsi intorno all’espres- sione della storia sarebbero di pura applicazione di quei principi stabiliti per alcune particolarità storiche. E, siccome la storia, specialmente rumvers«lc,deve espor- re i costumi , le religioni , le arti , i mestieri ecc. di tutte le nazioni , cose tutte non nominate ancora con parole proprie di ogni lingua , sotto il rispetto della purità potrebbe sorgere la quistione fino a qual punto è permesso allo storico introdurre nella sua scrittura parole straniere? In secondo luogo, essendo la storia una produzione che si propone il bello reale o natu- rale, si può qùistionare intorno alla qualità de tradati storici. In ultimo ed è la parte più importante di que- sto Capo si può ricercare la natura del periodo Sto- rico. Divideremo adunque il presente Capo in tre Ar- ticoli , ognuno de’ quali prenderà il suo titolo dalle proposte quistioni. Intorno alla purità’ delle parole nella Storia. § 76. Lot Storia essendo la Coscienza dell' umano sa- pere può legf/itimamente fare uso de’vocaboli tec- nici di ogni Scienza, Arte e Mestiere. Coloro, che pretendono la purità della lingua nel senso de’ nostri pedanti, che per parole pure tengono le sole registrate nel Dizionario della Crusca del cin- quecento , ossia le sole che furono adoperate da’ no- stri scrittori ne’ secoli aurei del 300 c del 500, non guardarono, credo io, alla Storia, la quale, versandosi in materia, sconosciuta agli antichi, o di guerre, o di costumi , 0 di religioni , o di politica , di popoli di- versi e lontani da noi per vita e pensiero , non po- trebbesi in alcuna guisa attuare per difetto assoluto di parole, segni di idee nuove e novissime , la prima volta dalla Storia rivelate. Quali parole potrebbe offrire il trecento eT cin- quecento per esprimere le idee religiose, scientifiche artistiche, c politiche , degl’ Indiani , de’ Turchi , de- gli Australesi ecc. ? Oppure le idee delle nuove Scien- ze , delle Arti nuove, de’ nuovi Mestieri? Come po- tremmo esprimere col solo trecento nella storia il can- nono , r artiglieria , i razsi incendiari , le bombe , la pistola , la carabina ec. ? Or se la Storia univer- sale raccoglie la civiltà di tutte le nazioni , è mestieri che ne ritenga le iilentiche parole. Vuoisi non pertan- to mettere attenzione a due importantissime conside- INTORNO ALLA SCIENZA DELLA STORIA REALE 241 razioni, la prima che le barhare parole abbiano nella jiroprfa linf^ua un’analoga fisonomia, accomodandole alla forma della propria, e mettendo in parentesi la for- ma primitiva della lingua , cui appartiene , ma non però che resti storpiata a segno di non essere più per istranicra riconosciuta. Così ha praticato in alcuno sto- rie il Bartoli , da tutti riconosciuto per accurato e classico scrittore. Or ciò che è stato permesso una volta per giustissime ragioni, sarà permesso mai sem- pre. La seconda considerazione riguarda le idee nuo- ve scientifiche, le quali si vorrebbero nominare piut- tosto con greche parole, accomodale nella forma alla lingua dello scrittore. Ad ogni modo, se in ciò vi è di- fetto, non è da imputarsi alla storia, la quale racco- glie ciò che truova, ed è nell’ obbligo di nominare lo cose con le stesse parole, che incontra usato dalle Scien- ze, dalle Arti, e da’ Mestieri. Ogni novità, che volesse introdurre da questo verso, la renderebbe inintelligi- bile, per cui non sarebbe più la statistica dell’umana civiltà quale dev’ essere. Intorno a’ traslati storici. Vi sono alcuni uomini, che hanno una sciisività più squisita in paragone degli altri uomini ordinari , e però un forte immaginare, onde riproducono le idee come le hanno ricevute, a così dire, fortemente sen- tite. Costoro, quando vogliono fare intendere per una combinazione di parole alcune idee innominate, natu- ralmente ricorrono a metafore esagerate, per le quali fanno agli altri concepire le idée delle cose diversa- mente da quelle che sono. Allora invece di una sto- ria, che è narrazione o descrizione di avvenimenti o* di fatti reali, si riesce in una novella o in una favola,' ossia in un esposizione di cose possibili e non mai realmente esistite. A dir vero una Storia pura umana, che ci presenti i fatti, quali furono , rigorosamente , è quasi impossibile all’ uomo molti secoli posteriore al- l’epoca in cui avvennero, in ciò che non riguarda la sostanza do’ fatti, perocché educato alla nuova civiltà rossomiglia le antiche cose alle nuove , e le riveste mai sempre di un colore alla moda. Noi ci formiamo le idee degli obbjetti, che non sono più, per un modo in- diretto, ossia sull’ analogia delle idee, che abbiamo dal senso. Or queste idee-sensazioni dilTeriscono dalle idee-sensazioni de’ primi testimoni', come gli og- getti presenti dagli oggetti antichi di siffatte idee. Per alcuni obbjetti permanenti c universali la diversità può derivare dal solo lato delle diverse attitudini dei subbjetti , ma per i costumi , le forme politiche , le arti, i mestieri cc. per loro natura variabili, la cosa procede altramente, ossia che le idee variano ancora dal lato degli obbjetti e de’ subbjetti. Di qui si com- prende quanta cura e sollecitudine debba porre lo sto- rico nel coniare i traslati, i quali sono mezzi di biso- gno dal lato della lingua o de’ parlanti (Voi. 111. Nuo- vo Corso) per far intendere in una combinazione di parole alcune idee innominate. Coloro adunque, che ammirano nello storico una forte immaginativa , e si dilettano di alcune vive dipinture anche a pregiudizio della storica verità, non si sono formati una vera idea della storia, la quale, come spesso ho ripetuto, è un ritratto e non una finzione, che tanto è più perfetto quanto è più simile all’ originale. In questo i traslati storici (lifTeriscono da' poetici , no’ quali tanto più si ammira la fantasia del poeta, quanto più novità possw bili ha virtù di creare, purché non discordino dal Coib- retto, che è personale e risponsabilc dell' unione in- dividua del multiplo all' uno. Intorno alla forma del periodo storico — ed alla TJLi.vsizio.vi da periodo a periodo. Nel terzo Volume del Nuovo Corso e propria- mente nel Trattato del Primo Comporre ho brevemente accennato alla distinzione del Periodo in istorico, scienti- fico ed oratorio , ma qui giova derivare la medesima distinzione dalla natura istessa del componimento in quanto al periodo storico. Ora la Storia è una pro- duzione, la cui materia sono le idee immagini confi- date alla facoltà, che è detta immaginazione. Adunque quel periodo è proprio della storia, che é più confor- me all’ ordine de’ pensieri storici. E , siccome abbia- mo stabilito finora che l’ immaginazione ritiene e ri- produce le idee-immagini con lo stesso ordine, con cui si sono percepite le idee-sensazioni, e l’ordine delle idee-sensazioni è conforme all’ ordino naturale delle cose , è agevole a comprendere che il periodo storico è propriamente quello, in cui più si serba l’or- dine naturale delle nostre idee , e dove per conse- guenza hanno meno luogo le trasposizioni. Ora il pe- riodo, in cui si serba 1’ ordine naturale delle idee, è periodo sciolto ( Voi. III. del Nuov. Cors. Tralt. del Primo Comporre ) , differente dal periodo legalo pro- prio della Scienza, la quale, procedendo per raziocini, Tuole intrecciare le premesse e l' illaiione. Nello stile storico adunque faremo poco uso delle copvLATiri: perciocché , benché, sebbene, quantunque, poiché ec. ma procederemo con dire naturale, passando da idee a idee, da serie a serie, come "si riproducono , senza nodi artificiali. E ciò in quanto al periodo isolato. Ma il periodo è un elemento di qualsivoglia di- scorso , ossia di produzione letteraria di qualsivoglia specie. E, siccome le idee elementi di periodo, così i periodi elementi di discorso, si possono considerare egual- mente sotto il rispetto de’ nessi. Ma ogni periodo rap- presenta una piccola serie di serie, come la serie è un complesso di più idee : a passare adunque da periodo a periodo vuoisi serbare lo stesso ordine, che si serba nella riproduzione di una serie in occasione di un' al- tra, ossia queir ordine che risulta dalla similitudine o dall’ identità, che è principio di riproduzione § 57. Di qui deriva che 1’ espressioni onde, pertanto, quindi, adunque, il perchè ec. non sono proprie dello storU co, il quale espone idee e non giudizi, narra o descri- ve c non deduce. E, se voi trovate l’uso in contrario, riflettete che la storia assume allora il tuono della di- scussione , o della dimostrazione, e non del semplice procedere narrativo a descrittivo. § Poche mie osservazioni intorno a certe opinioni degli antichi in fatto di stile storico. Qual idea gli antichi si avessero della storia , si può rilevare dalle loro opinioni intorno alla locuzio- ne storica. E primamente il principe de’ latini oratori ( nel suo Onaore ) opina che nella maniera del dire il sofista e lo sioiico di pari passo cainininano ; huic generi ^sophistù-o) hisluria finitima est. Ora la ma- niera sofistica è identica alla maniera poetica , per- chè Aristotile -ci alTerma che Gorgia rinomato sofista fti in prosa artefice ingegnoso del dire poetico, e Fi- lostrato c Dionigj d’ Alicarnasso lo posero per primo autore di quella guisa di favellare : di tuli' i sofisti leggiamo in Socrate » sermonis genus habent magis pocticiiìn , et inaiorem rerum varietalem continente Era dunXfue opinione presso gli antichi che la storica locuzione accostar si dovesse alla poetica, e che per- ciò lo storico coniar potesse traslati a guisa di poeta, e dare all' orazione il riuinero poco dilYerente dal mer Irò. E per quest' opinione generalmente invalsa a giu- dizio di Dionigi d' Alicarnasso Tucidide si permise fi- gure rozze e lontane dalla naturalezza , quae vix in ipsa arte poetica ullum reperiunt locum : Candido e Dainascio a giudizio di Fozio abusano di frasi poe- tiche ; Ammiano Marcellino nelle storie, che ci sopra- vanzano, è insopportabile all' orecchio di un giudizioso Lettore : Sidonio , Eniiodio c Tertulliano si lasciano trasportare dalla dolcezza del dir poetico, ed Apulejo fa parlare si poeticamente il suo asino che ti sembra nudrito dalla biada del cavallo pegastx). 11 P. Famiano Strada raccolse le guise di poetico favellare negli an- nali di Cornelio Tacito. Infatti, a produrne un esem- pio , parlando egli nei Lib. 15 di Sceva complice di Pisone nella congiura contro Nerone, che vanamente preparava il pugnale , rubato prima dal tempio della Salute in Toscana o da quello della Fortuna Fereiita- na, dice ; promptum vagina pugionem, de quo snpra rctuli , vetustate óbtusum increpans, aspcrqìi saxo et mucronem ardescere iussit, modo di dire al certo più ardito del poetico di Stazio, il quale, descrivendo gli apparati per V imminente guerra Tebana , dice : Horrentesque situ gladio^ in saeva recurvant Vvìr nera et attrito cogunt iuvenescere saxo. E, sebbene Tacito era; vago più di arditezza che di metro , par- lando di una selva, proruppe in un esanaelro: Religio- ne Patrum et prisca formidine sacrarti. Livio si la- ciò uscir versi in mezzo alla prosa, e, come osserva Quintiliano, il principio di tutto il libro è preso dal ^erso esametro Facturus ne operae pretium ec. e altrove Inde equilum certamen erat. Haec Ubi dieta dedit stringit gladium, cuneoque Additur et Perusina cohors. Cura Poenis beUum prò nobis susdpiatis legati ab Cartagine paueis ante diebus. Sallustio dà principio alla sua Giugurtina con un verso intero, come avverte Diomede : Bellum scripturus swm quod popxdus roma- nus, e altrove Jamque dies consnmptus erat. ec.ee. Alcuni vorrebbero scusare questi difetti con la necessaria negligenza degli scrittori, che in un lavoro di lunga lena sono involontariamente presi da sonno, ma io ho delle ragioni in contrario per attenermi al- r opinione che, se non a bella posta ricercati, a bella posta non furono corretti , quando lodata da' maestri tornava " nella storia la poetica locuzione. Da questo pregiudizio allettati gli scrittori, non è meraviglia, se poco solleciti di ricercare la verità e di elaborare la forma della storia, andavano a caccia di frasi tornite, di favellari poetici, c di lambiccate armonie.  liVrOIlNO ALLA SCIENZA DELLA STORIA IDEALE 0 POETICA. Nesso ddla prima e seconda Parte — Partizione generale del presente Trattato. Nella storia reale abbiamo osservato l’uomo qnal è , non quale potrebbe e dovrebbe essere : I’ uomo co’ suoi difetti , co’ suoi delitti, co’ suoi traviamenti , con le sue caduto, co’ suoi errori , con le sue mali- zie : quivi s’ebbe un ritratto della specia umana, per lo quale Io storico stretto dal rigore della verità è stato meno libero nella scelta : ci ha rattristato con la viva dipintura del vizio in trionfo , de’ pugnalatori di Ce- sare, del parricidio di Scrvia, con l’assassinio di AIcssandro , con le scellcrag^ni di Tiberio, cogl’ intrighi di Sciano , colla malvagità di Appio , colla superbia di Tarquinio , coll* infamia di Messalina ec; qualche volta ci ha esilarato lo spirito, descrivendoci la giu- stizia di Aristide , la lealtà di Fabrizio, il coraggio di Clelia, il disinteresse c 1’ amor di patria di Camillo , la fermezza di Regolo , la virtù di Colone , ma que- sti ritratti di virtù non furono mai compiuti e perfetti, in guisachè qualche macchia non adombrasse il volto scrono del giusto ateniese, la pudicizia di Lucrezia , la inano regicida di Scevola cc. perchè 1’ uomo, qual è, è difettoso per la caduta del primo uomo, da cui de- riva r umana specie tutta quanta. 1^ Storia reale adun- que degli avvenimenti umani t insufficiente a presen- tare i tipi perfetti di virtù, ne’ quali si contenga il vero e il buono assolutamente. Ho detto la storia' reale degli avvenimenti umani, per fare una eccezione della storia reale degli avvenimenti operati col concorso della gra- zia divina da’ santi, nella quale si truovano i tipi perfet- tissimi non mai raggiunti daH’arte eterodossa. A questo bisogno altamente sentito venne in soccorso la Poesia, la quale, sprigionando lo spirito da’vincoli della realtà, ader- ge altissimo il volo pel campo delle idee, dove conforma elaborati su’ tipi ideali uomini possibili, dove supplisce quello che manca e presenta ruomo quale dev’essere. La Poesia, narrandoci e descrivendoci fatti possibili, desta nel nostro cuore i nobili sentimenti deirimitazione, su- scita r ammirazione per quegli esseri ideffli possibili , de’quali c’innammora, e ci fa piangere alle loro sven- ture , e ci allieta ne’loro trionfi , e ci trasforma senza avvedercene in quelli. Ecco lo scopo della Poesia , nella quale l’arte eminentemente rifulge in tutta la sua pompa, perchè si fa maestra di civiltà, direttrice dell’ eroiche imprese , istigafricc delle grandi azioni , conduttì'icc dciruiqanità alla futura beatitudine. Se il poeta aberra dal suo sacerdozio , non è scusat» dalla ragione de’ tempi ., abusa del dono di Dio cd ò de- gno d’infamia. Sarebbe il caso, in cui menasse il vi- zio in trionfo , ribellasse gli spirili colla seduzione dell’ armonia dal collo di Dio, corrompesse i cuori de- pravati coll’esaltazione de’malvaggi, che adula per la spe- ranza di esserne compensalo. La Poesia non è per di- letto ne per passatempo : essa è arte e la più nobile fra tutte , perchè più libera, più estesa, immensa nei suo dominio, abbonda di tipi a prescegliere per Io perfezionamento progressivo dell’ umanità. Chiamerete ùnpostprc (fuel sedicente poeta , che fabbrica versi per vanità di esser salutato poeta : chiamerete fanciulli ({uegli altri che scrivono senza scopo morale, senza fi- ne di giovare, sol porche §i sentono agitati internamen- to a manifestare un’ idea , che attrae e che fa vio- lenza di essere' espressa. Una storia ideale o poelica_ in -questo senso non solo è possibile, ma è un fatto, se è vero che esi- ste , come letteraria produzione , 1’ Epopea e il Ro- manzo ; perocché è storia , dovunque si narra c si descrive , e narrando e descrivendo si esplicano la Epopea e il Romanzo, la Novella, la Favola, gli Apo- loghi , le Allegorie , le Odi, gl’ Idilli ec. oc. Se vi è dunque una seleni per la Storia reale , ve ne può essere un’ altra per Lt Storia ideale, perchè, esistendo le produzioni ideali storiche, si può elevare una disci- plina della disamina sopra le stesse (§3). Anzi per questa fin da’ tempi di Aristotile nella eos’i detta Arte poetica sul modello di Omero se ne prescrissero le re- gole 0 i precetti, i quali differiscono dalla Scienza, co- me la fede dall’evidenza, la certezza dalla deduzione. Le cose quindi esposte nella Prima Parte di questa Scienza ^no fondamentali all’una ed all’altra Sto- ria, cioè alla Stòria reale ed airideale o poetica, per- chè, essendo stòrie, debbono essenzialmente essere nar- rative e descrittive, e come tali debbono avere di comune la stessa facoltà , cioè l’ immaginazione , per architetta del componimento. Le loro differenze saranno specifiche dal lato delle particolarità , onde I’ una non è l’altra , la storia prosaica non è la storia poetica. Ciò che è' comune a qualsivoglia componimento è la forma, ossia l’unione individua del multiplo all’ uno, de’pensicri secondari al Concetto : ciò che differenzia ogni spezie di componimento deriva dalla materia, che sono i pensieri. Ma la Storia, se è specie rispetto al genere Comjmnimento , è genere rispetto alle due spe- zie di storia reale e storia ideale. Non potendo per lo principio generale essere differenti dal lato della forma, debbono differenziarsi necessariamente dal lato de’ pensieri, i quali, dolendo essere identici come idee^ perchè obbjetti di una stessa facoltà che è l’ immagi- nazione, saranno diversi in quanto alla provvenienza od origine. La facoltà, da cui derivano, è produttrice , come abbiamo vediitò che sìa la sensività nella storia reale ( § 25 ). Nella storia ideale è la Fantasia, che nel 1.® Voi. di questo Corso Compiuto di Estetica ad- domandammo facoltà creatrice, e per eccellenza facoltà produttrice. Ha di comune colla sensività, come ve- dremo, che produce idee e non giudizi o sentimenti, capaci di essere depositate e riprodotte dalla immagi- nazione. Esaminando adunque la fantasia , dovremo considerarla sotto il rispetto de’ suoi prodotti , ccune abbiamo fatto parlando della sensività. Sotto il ri- spetto dell’ Integrità de’ pensieri secondari tuli’ i com- ponimenti poetici di genere storico sono lunghi o bre- vi, epici 0 Ima, anzi nelle scuole questa distinzione fu fatta unicamente sotto il solo riflesso della poesia. La seconda Parte di questa' Scienza non può trasandare le concernenti quistioni in ciò che é proprio alle pro- duzioni poetiche. E, siccome grandi quistioni , finora indecise, o almeno per tali tenute dalla moltitudine, si sono agitate intorno all’ unità di azione nell’Epopea e nel Romanzo, come pure intorno al nodo ed alla sua soluzione, al meraviglioso ec. noi dovremo di queste cose trattare diffusamente e razionalmente solto il ri- spetto dcH’unione' individua e dell’ordine ec.ec. Sotto il rispetto deir Idea-Concetto il componimento può es- sere Bello e Siihlimc; di qui la distinzione formale e sostanziale dclPEpopea e del Romanzo nel genere epi- co , dell’ anacreontica e pindarica forma nel genere lirico. La distinzione poi tra Epopea e Romanzo verrà piò determinata sotto il rispetto dell’ Espressione , la quale è col metro in quella, senza metro in questa ordinariamente. Dico ordinariamente, pcrcliè qualche voltasi è avverato il contrario. Di tutte queste cose do- vremo trattare partitamente secondo che le quistioni si rannodano a’capi principali, in cui questa seconda Par- te sarà divisa. E, siccome due sistemi Letterari o^di bisogna riconoscere, cioè il Classicismo ed il Romanticismo, e quindi la Epopea Classica eia Romantica, varie quistioni importantissime a quelle prime subordinate dovremo proporre, come sarebbero a modo di esempio: se oggi un’Epopea sia possibile , e quale la causa, onde si crede che non sia possibile cc. ec. INTORNO AL CONCETTO DELLA STORIA IDEALE O WJETICA  Il concetto della storia poetica è ideale, come IDEA GENERE O SPECIE. 11 lèoreina proposlo vuol essere consiiUiralo da due lati egualmente impurlaiiti, |>erchè due cose dislinle si propone 1." die il concetto della storia poetica sia ideale 2." che sia idea genere o spezie, lo mi faccio- a provare le due cose proposte disti ntanxmte. E i» quanto alla prima non può cadervi dubbio, se per poco vorrem richiamare in questo luogo la nozione del con- cetto ideale esposta nel l.“ Volume di questo Corso compiuto di Estetica § 18. p. 155. Ivi dicemmo che il concetto e ideale ogni volta, che non sarà il pro- dotto della semplice astrazione, ma un effetto della comparazione , per la quale dal particolare lo spirito passa al generale. Ora la storia poetica, come la Epo- pea , la Novella , e qualunque componimento poetico di genere narrativo e descrittivo, non si propone mai r individuo rpalmente esistito o esistente in na- tura, ma un individuo possibile, ossia un individuo che può esistere, le cui parti a diventare individuo in con- creto sono prodotte dalla fantasia, facoltà storica crea- trice, come vedremo in appresso. Ma, affinchè la fan- tasia sia libera nella creazione de’ luoghi , de’ tempi , delle circostanze, degli ostacoli, de’ trionfi, de’ contra- sti, delle vittorie, ec. è necessario che 1' intelligibile, cioè il concetto, sia indeterminato, ossia tale, che alle fìnzioni possa incarnarsi per la sua individuazione. Ora un concetto così definito non è che un ideale, ossia un genere o una specie. Supponete che sia un’ idea astratta semplicemente, come il concetto reale, quale è stato da noi descritto (Voi. I. § 15. ,pag. 145) la fan- tasia tace, perchè la particolarità de' pensieri secondari riprodotti dall’ immaginazione intimamente associati al concetto impedirebbero 1’ accesso ad ogni ' finzione, la quale parrebbe insopportevole e nemica del vero. — Oltracciò il concetto della storia poetica è un intelli- gibile, che vuol concretarsi neU’elemento sensibile della fantasia, cioè della finzione , il quale elemento è an- cora ideale (voi. 1. p. 207). Ora i pensieri secondari debbono essere omogenei al concetto e viceversa. (Voi. I. § 69.p.4l5). Se dunque il concetto fosse reale, non sarebbe omogeneo all’ elemento fantastico, che è ideale.- Ne giova il dire che la storia poetica ha il suo fondamento sulla storia reale, in quanto che si pro- pone per esempio o Ulisse, o Enea, o Goffredo , Or- lando, Buffalmacco, cc. che sono nomi d’individui sto- rici, ossia di persone realmente esistite. Imperocché ognuno sa la differenza, che passa tra quest’ individui narrati o descritti dalla storia, e tra 1 medesimi as- sunti a protagonisti di una favola. La storia ce li [M'e- senta quali furono, cioè in tempo, luogo, circostanze, avvenimenti, ostacoli, contrasti, vittoric.e trionfi reali: la favola in tutte le nominate situazioni, ma finte o fantasticate. In questa non vi è di storico, ossia di reale, se non alcune circostauze generali dell’ epoca e della patria, per esempio, in cui nacque, ma vi manca tutto 1’ uomo interiore che non si è manifestato, e che po- teva manifestarsi nel modo che il poeta lo finge. A- dunque, se Omero ad Ulisse fa dire e pensare tante cose, che dalla storia non si raccoglie di aver detto o  2U pensato , c tutte le cose che gli fa dire o pensare sono conf(H*mi all’ epoca della civiltà, in cui visse, cioè possibili all’ Ulisse delia storia, perchè altramente pec- cherebbe di anacronismo, bisognerà convenire che il concetto dell' Ulisse omerico non è lo stesso concetto deir Ulisse storico. Dicasi lo stesso di Enea , di Gof- fredo, di Orlando ec. Se dunque la storia poetica di Ulisse è differente dalla storia r^le del medesimo, il concetto della prima sarà differente dal concetto della seconda, perchè il concetto 6 responsabile di ogni ri- sultato del componimento di qualsiasi genere. E posto che il concetto della storia reale deve essere reale, ne- cessariamente sarà ideale il concetto della storia poe- tica. Ma r idealità del concetto è dal lato della intel- ligenza, che procede per comparazione, il cui risultato è il rapporto d’ identità per 1’ idea specifica o gene- rica, converrà conchiudero die il concetto della storia poetica è ideale genere o spezie. Il che si conferma con la dollrina comunemente ri- cevuta nelle scuole che la storia poetica non può fon- darsi sopra un elemento storico di data recente, per- chè, ricorrendo alla memoria de' con temporanei i fatti noti del protiigonista, non si lasccrebbe alcuna libertà alla finzione di produrre ciò che sì sa che non con- venga alla realtà degli avvenimenti, lo non intendo di far mia questa dottrina, che presume dì riconoscere la sola epopea storica, perchè, come vedremo, va sog- getta a molte eccezioni sostanziali in rapporto a’ com- ponimenti storici della poesia. Ma, sia qualunque il me- rito della stessa, a noi giova citarla dal iato che fa per la presente quistione, cioè che dovendo essere 1’ ele- mento storico, ossia reale, trasformato in elemento poe- tico , non si può se non a condizione che si possa spo- gliare delle sue reali determinazioni, e rimanerlo così indefinito e indeterminato, come Tidea di an uomo specie , o di un albero genere , a’ quali noi possiamo fingendo apporre le migliori determinazioni fantastiche, pure, ideali, onde ne risulta un individuo, che più per- fetto di quei della natura non è mai esìstito, nè esiste di presente. Egli è T individuo dell' arte e non della na- tura. E tale fu r Enea di Virgilio , l’ Ulisse di Omero, il Goffredo di Torquato, 1’ Orlando di Ariosto. Spigliati delle loro determinazioni storiche o reali rimasero tipi indeterminati , a cui la fantasìa del poeta acconciò tem- pi, luoghi, circostanze, ostacoli, contrasti, vittorie, trion- fi tutt’ ideali, in guisaccbè risultonne un essere artistico differentissimo dall’individuo imperfetto e prosaico della natura , la quale inferma e scaduta non produce più un bello perfetto per sé sola. Sotto quali condizioni si debba fare questo misto di reale e di fantastico, affin- chè la storia poetica raggiunga il suo scopo, sarà ob- bjetto delle ricerche posteriori nd presente trattato. La seconda parte del teorema, cioè che il concet- to della storia poetica debba essere un’ Idea^ vuol es- sere dimostrata in rapporto alle altre specie di com- ponimenti , i quali sono scierUifici od eloquenti, tanto in prosa quanto in poesia. E posto che la storia o pro- saica u poetica è sempre storia, cioè specie di compo- nimento in cui si narra o descrive , e narrare e de- scrivere importano seguire le leggi della riproduzione c dell’ associazione delle nostre idee secondo le condi- zioni assegnate alla facoltà comune detta immaginazione, è facile a dedurre che il concetto della storia poetica deve es- sere Idea nel senso determinato a pag. 57 §. 17 del presente Voi. Con ciò intendiamo accennare alla dif- ferenza specifica rispetto agli altri componimenti, im- perocché nella scienza, per esempio, il Concetto è un giudizio differente dall%a, che è una forma di péii- siero proprio della sloria. Si riscontri sul proposito tutta la teoria del concetto storico esposto nella prima parte di questo Voi. ' ' Io in questo luo^ non guardo a questa o a quella specie di componimento storico poetico , sia Novella , sia Romanzo, sia Jpologo, s>m Epopea. La teoria è ge- nerale e comune ad ogni specie di siffatte produzioni, le quali differiscono sotto il rapporto deir integrità, e non della natura delle idee, che ne formano la materia. . U idea spezie o genere , concetto del componi- mento storico poetico, è racchi iKsa nel suo titolo per lo più, come Eneide, Odissea, Orlando: e in questo caso si nomina il 'pfOtagònista, come causa dinaniica di tutti gli avvenimenti narrati o descritti in quella sto- ria. Alle volte si fa intendere nel titolo, che esprime r effetto operato, ossia prodotto da quella causa, come Iliade, Gerusalemme liberata ec. Esaminerò a proprio luogo quale de’ due titoli meglio si addica. Quello che è legge per tultCj il titolo di queste storie destinato a segno di concetto deve esprimere un’ idea , che domi- na in tutto il componimento, é se piacerà nominarlo per un traslato di metonimia o di sineddoche , badisi che non si dica nè più nè meno di quel che si deve, affinchè dalla poca perizia filologica non si tragga ar- gonaento di pratica inestetica. INTOUiVO ALLA SCIENZA DELLA STORIA REALE  Il concetto dèlta Storia ideale, perchè è idea genere 0 spezie, ha un fondamento sulla realtà di natura. Sita elaborazionei Si accenna alle qui'^tioni intorno alla possibiliià di un’ Epopea moderna. Richiamando in questo luogo le cose accennate nel primo Voi. di questo Corso Compiuto §. 30 e 68. , è agevole a comprendere la quistioue proposta nel pre- sente paragrafo. Nel primo de’ citati §§. ho dimostrato che la creazione del poeta è possibile con 1’ imitazione nel senso che l’arte deve ritenere dalla natpra ciò che è essenziale e costitutivo di un essere, perchè la crea- zione si versa a supplire, ciò clic manca, intorno ad un concetto, che è reale e ideale nel medesimo tempo. La poesia adunque non prescinde dalla realtà di natura, perchè natura ed esistenza non sono la stessa cosa. Nel §. 68 ho provato che ogni componimento poetico é un romanzo , ossia un misto di reale e d’ ideale , di natura e di finzione. Se tutto fosse di finzione ( co- sa impossibile all’ uomo), il poeta sarebbe creatore di sostanza, ed ecco un panteismo formulato. Sotto questo punto di vedyta chiaro apparisce che il concetto, co- munque sia un intelligibile, pcroliè idea genere o spe- zie, ne’ componimenti storici poetici è sempre un l'ca- le di natura, spogliato della parte accidentale e fe- nomenica, perchè il concetto è 1’ anima del componi- mento. La sua idealità è in quanto alla sua esisten- za nell’ intelligenza , che lo ha concepito , e in quanto che in natura non esiste nudo dello involucro sensibile, che lo circonda necessariamente per farlo e- sistere. 1/ uomo, spezio , ossia 1’ uomo sfornito della concretezza indir ideale, non esìste in natura , perché ogni esìstente è un determinato di tutte le particola- rità differenziali rispetto ad ogni altro, esistente — Dun- que diremo che 1’ arte, la poesia, non abbia alcun do- mìnio sulla perfezione del concetto? 11 concetto, come realtà, è un obbjetto, che lo spirito può intuire e non creare. Ma, come l’ occhio corporeo può per suo difet- to subbjettivo non vedere l'obbjetto visibile qual è, l'oc- chio dell' anima, che intuisce quella rraltà intelligìbile, può non intuirla, per sua limitazione,' qual è. E in que- sto ci può essere progresso artistico per parte del sub- bjetto e non dell’ obbjetto, che è sempre lo stesso, po- sto che sia reale e ideale nel medesimo tempo — Dico progresso in quanto che, perfezionando gli organi della conoscenza, si dispone a vedere le cose quali sono. Non è forse F uomo stato sempre lo stesso ! Eppure qual diverso concetto non se ne fermarono le nazioni, che riconobbero la schiavitù, c gli antropofaghi? Qual con- cetto dell’ uomo più nobile e vero , diverso da quello di tutte le nazioni, non ne ha dato il Cristianesimo, prin- €5Ìpio e causa di ogni progresso civile ed artistico? Premesse queste dichiarazioni, si può di leggieri dedurre che il concetto di (^i storia poetica è un’i- dea genere o spezie , che corrisponde alla realtà pura di un obbjetto, sp<^1iato delle sue individuali o speci- fiche determinazioni , e che perciò ogni storia poetica si propone un fatto, Ulisse, Enea, Goffredo, Orlando ec. Per la stessa ragione ogni storia poetica è un mi- sto di reale iiitolligìbile e di ideale fantastico. Dalla quale conseguenza sorgono due quistioni di non lieve importanza la l.“ Como può essere specifica o generica l’ idea di un fatto individuo ? 2.* Come può essere e- laboralo artisticamente un concetto simile ? Che il concetto della storia poetica debba essere •'un'idea genere o spezie è- stato ad evidenza dimostra^ to nel § antecedente : che debba essere l’ idea di un fatto spogliato delle sue particolari determinazioni è un vero stabilito nel presente §: imporla dunque con- ciliare r apparente contraddizione , la quale secondo quello, ohe a me pare , deriva dal credere che i nomi propri, clic esprimono certe persone e certe cose, che entrano in questa storia, sieno sogni d’ individui. Ma infatti non è cosi j perchè altrimenti non potrebbe aver Im^ la finzione (§ ant.). Ricordiamo qui quel che dicemmo (§ '44), parlando della storia universale, che dessa va raccogliendo 1’ elemento comune e non mica le particolarità degl' individui , i cui nomi esprimono uomini in ispecie e non in particolare. Enea, per e- sempio, non è un uomo individuo nell’ Eneido , ma uno sventurato trojano , pietoso o guerriero. Così U- lisse nell’ Odissea , Geffredo nella Gerusalemme. Essi rappresentano lo . spirito nazionale o greco o latino o francese ec. ec. Ora uomo tale non è individuo, mn spezie, e sotto un rispetto è anche genere. E per me- glio intendere un tale divisamente stimo opportuno no- tare in questo luogo che i generi e le spezie hanno de’ gradi ascendenti e discendenti. Partendo dall’in- dividuo Pietro, avremo, immediatamente sopra, la specie turno, ma, se si guarda da uomo in basso, troveremo che turno diviene genere rispetto ai bianchi, a’ neri, a’ gialli, perchè tutti questi sono uomini, mentre non sono individui , ma specie. Ora sopra le spezie sta il genere, adunque uomo, che è spezie rispetto a Pietro, Paolo, Antonio, è genere rispetto a’ bianchi , a’ neri , a’ gialli. E, considerando le diverse specie de'bianehi, de’ neri, de’ gialli, uomo diverrà un genere superiore in terzo grado rispetto a queste spezie più discenden- ti. La qual cosa mena a conchiudere che vi possono essere individui, i quali rispetto ad altri più in Jafnào diventino spezie , come apparisce da’ nomi dew pro- pri o particolari, che in seguito divennero comuni ed appellativi. Applicando questa teoria alla presente qui- stione, il nome di Enea neirEpopea non suona l’indivi- duo della storia particolare, ma un trojano specie, ossia guerriero sventurato e pietoso: il Goffredo un capitano informato da spirito religioso nel medio evo. E il nome è piuttosto un simbolo che un segno , è il simbolo di quella spezie, che vuol incarnarsi a particolarità fan- tastiche, per formarne un individuo possibile. Venendo alla seconda quistione,cioè come il concetto storico poetico si ]>ossa elaborare artisticamente, dirò che a riuscire in questo intento è uopo che il poeta abbia compresa tutta la civiltà dell’epoca, a cui appartiene il fatto corrispondente al concetto, affinchè le determi- nazioni fantastiche del medesimo riescano più perfette di tutte le reali che vi furono. L’ arte invero si pro- pone di perfezionare in meglio il bello della natura. Ora, se il poeta poco versato nella conoscenza de’ tem- pi rivestissé fantasticando il suo concetto di partico- larità esistite, non sarebbe dissimile dallo storico, an- corché que’ fatti non avesse letti o raccolti da alcuna storia. Oltracciò le particolarità fantasticate debbono essere conformi all’ ipotesi assunta nel concetto , il quale corrisponde ad un fatto in luogo e tempo sta- bilito, 0 la conformità mancherebbe, se il poeta poco pratico nella civiltà di quel tempo apponesse circo- stanze e determinazioni di fantasia. Tutf i maestri di arte convennero che il poeta debba avere molto os- servato e veduto, e luoghi, e costumi, e città molte, e di molti per riuscire in un lavoro, che non lasciasse alcu- na cosa a desiderare. Elaborare adunque il concetto im- porta studiare e meditare assai, e allora, Cui>lecta po-  tetUer erit res, facmdia deseret hunc nec luci- dus orda. In somma il concetto della, storia poetica deve riuscire in un. tipo, che risponda di un risultato tanto perfetto, che tutti gli uomini esistenti a queire- poca non somiglino ad esso , ma lascino un desiderio che lo divenissero, onde sorge il sentimento. delV am- mirazione,' e una tendenza ad imitarlo. Fuori di que- sta supposizione non vi è poesia in senso vero e pro- prio , ossia in senso di arte, che intende a migliorare la specie umana. Dalla insufficienza del poeta a comprendere tutta la civiltà del suo sei;olo deriva la inattuabilità di una storia ideale o poetica, atta a soddisfare i desideri (kl- l’arte e dell! umanità. La insufficienza poi o deriva dall’ ingegno poetico , o dalla civiltà medesima. Dal la- to deir ingegno si può ben supporre che 1’ umanità tutta quanta non presenti un genio, come Omero c co- me Dante, e che perciò per tutta quella distesa man- chi di una specie di produzione, rara per sua natura, come rarissimi sono gli epici eguali a’ nominati. Il che mi si concederà senza ostacolo , se si voira dar . luo- go alla riflessione che, quantunque V' umanità intera di un secolo accogliesse uomini di privilegiato ingegno, atti in potenza a sòstonere le piò grandi e meravigliose imprese ; pure ' per causa di circostanze indefinite e varie manchi loro un’ eduoazioqe sufficiente per dive- nire quali potrebbero. Dal lato poi della civiltà si può supporre chei questa sia tanta e per rapidità e per esten- sione che gV’ ingegni venuti da un secolo rimasto ad- dietro nel corso della vita non possono tutta ci^prcn- derla. Quando tutto il mondo si riduceva alla Grecia,. poteva/Omero scrivere un capolavoro pari all’ Iliade , e quando luUo il mondo conosciuto si riduceva all' im- pero romano poteva Virgilio scrivere V Eneide, ma ora  che tulle le nazioni si sono tnlmenlo compcnctrate tra lóro che la civiltà di ciascuna è partccipiUa da tutto quante, e quella di tutte è partecipata da ognuna, non t? tanto facile ad un ingegno pari all’ omerico scrivere un’ Epopea. Il concetto dì una storia sìmile supera la capacità degl’ ingegni', specialmente educati alla scuola del clas- sicismo. Per questo avvicinamento delle nazioni la ci- viltà progredisce con tanta e tale rapidità che 1’ eru- dizione storica di tutta quanta diviene incomprensibìle, perchè suppone una sintesi infinita in uno spirito, che non ha potuto ancora farne l’ analisi , e senza analisi non si dà sintesi.! metodi dell’ insegnamento, che for- mano r educazione letteraria, sono il più grande osta- colo a raggiungere questo gran fine , perchè propon- gono Omero o Virgilio all’epico moderno, che, simile a Dante, genio ispirato dal cristianesimo, nella sua storia ideale deve comprendere Cielo e Terra , perchè 1’ u- inanità non è terrestre unicamente, ma terrestre co’cor^ pi, celeste con gli spiriti. Allorché dunque il poeta si sente spinto da un’ idea, che gli ferve in mente, e fa premura di essere manifestata, la fantasìa è arida, per- chè r immaginazione, benché in modo vago e indeter- minato, ripresenta tanta realtà, oltre la fede ad infinite scoperte, che è uopo ignorare, da non rimanere spe- ranza di accrescere con la finzione ciò che è sicuro di non avere compreso, come fatto ed avvenimento, dalla Storia. Quando adunque, mi direte, 'sarà attuala un’E- popea ne’ tempi moderni ? Quando 1’ educazione lette- raria sarà basala sopra nitri principi : quando sbandito dalle scuole rempirismo de’ pedanti, la boria de’ pre- cettori, la miseria della erudizione, la servitù melensa all’ autorità, c gl’ingegni si saranno abituati ad una vasta comprensione, onde possono fantasticare una civiltà più perfetta , atta a destare il desiderio di at- tuarla in fatto. Di qui si deduce quanto storti sieno i ragionari di coloro , che vedono impossibile ne’ tem- pi moderni questa specie di produzione letteraria , e concliiudono che non avverrà , se non quando 1’ u- manità sarà ritornata alla barbarie, nella quale gia- ciuta per qualche tempo, aspetta che sorga un genio, che squilli l’epica tromba per isvegliare i dormenti, immersi nel letargo dell’ ignoranza. Essi per. di mostrare il loro assunto citano Omero paragonato a’ tempi di Pericle, citano Dante paragonato a’ tempi moderni. 11 fatto è vero in parte, ma è falsa la cagione che ne assegnano: scoraggiante e irragionevole è il vaticinio, con cui si vuol dannare l’umanità di degradazione, men- tre procede a gran passi al suo miglioramento. Finché gli uomini hanno fantasia, laddio mercè vive c vivrà la poesia , che è 1’ afte delle finzioni. Se vi è una realtà di civiltà progressiva, vi sarà una creazione pro- gressiva egualmente, se non in atto, in potenza. Per tanto tempo non vi fu storia universale, ma croniche, diari , effemeridi, stagioni, annali, e dopo tanto tempo si venne all’cpoche di una storia di tutta quanta l’uma- nità in un sol corpo, di un solo concetto, a cui si ran- nodassero i pensieri secondari di tutt’ i popoli, di tulle le nazioni, di tutte le lingue per sessanta secoli. Para- gonato alla storia reale la storia poetica, e fate le stesse applicazioni. Prima novellette, favole, apologhi, allego- rie, idilli, inni, canti pastorali e poi la storia poetica di una piccola nazione, come la Grecia, ed ecco l’ Iliade e r Odissea. Fu idea del cristianesimo 1’ unità della specie umana : fu questa idea che rese possibile la storia universale , attuò la Epopea di Dante. L’ uma- nità è progredita, tendendo incessantemenle all’ attua- zione deir idea evangelica, che avvicinò le nazioni e i popoli tra loro in unità di fctlc c di evidenza , u- niUà di dritti e di speranze, unità di destini e di= av- ^nire nella patria celeste. La nuova Epopea dovrà attuarsi come là storia universale , e 1’ umanità non può accontentarsi più dell’ Epopee particolari o dei Greci, o de’ Crociati, o di Napoleone, perchè oggidì la civiltà non è 1’ opera di una sola nazione , ma di tutte in complesso, lo quali contribuiscono in comune le scoperto, le scienze, le arti, i mestieri , e aspirano' ad una lingua comune , ad una letteratura , ad uno scopo. Dante, dicemmo, è più grande di Omero; perchè la sua Epopea abbraccia tutta 1’ umanità dal suo prin- cipio alla fine, e la Divina CA)mmedia fu sufficiente n’ bisogni dcH’iimanità del secolo XIll. Fu eminentemente religiosa por le ragioni allegate nel § 62 voi. 1. L’e- popea moderna, più civile, or che è raffermato nella prima il principio religioso, dovrà allargarsi e spaziare per tutto il globo , comprendere tutta Tumanità, che si adopera al fine comune. Che voi mi cantate le glorie c le sventure di Napoleone il grande , io ammirerò una storia particolare, ma il mio spirilo non è soddi- sfatto: io desidero qualche cosa di più, non dicci di fin- zione, ma di realtà, perchè egli rappresenta' un secolo che non fu certo sua unica fattura, ma del progresso dello spirilo umano di tutte le nazioni, o tutt’al più non ne sono soddisfatto, perchè la realtà d^li avve- nimenti umani è più grande del Napoleone del poeta. Ritornando al punto, da cui sono partito, dirò: se è vero che Omero è al principio di una civiltà, che va innanzi, in un’ epoca die è barbara rispetto a’tempi di Pericle, e Dante Di al prindpio della civiltà moderna in un’epoca che può dirsi barbara rispetto a’tempi nostri, non se ne può, fiè se ne deve dedurre che l’E- popea supponga la barbarie, o che poesia non vi pòssa. INTORNO ALLA SCIENZA DELLA STORIA REALE essere ne’ tempi umani e colti, sibfacne che, se nell fatto è cosi, ciò dipende da tutte altre cagioni, che ho accennate testé, e eonchiudo che la poesia de’ tempi barbari è barbara, se non in tutto, in parte: che la poesia de’ tempi culti è poesia civile tanto più per- fetta della prima , quanto la civiltà è da più che la barbarie. Smettiamo le false opinioni, benché professate da celebrità secoferi, perché potrebbero contribuire a ritardare 1’ attuazione di un desiderio comune col ti- more e con la pigrizia. Incoraggiamo il poeta e la poe- sia con far vedere che non solo é possibile oggidì o più in là un’epopea moderna, ma é desiderio comune che si attuasse, non per vanità, per bisi^no, che sentono gli umani, di avere premostrata la via del gran dram- ma, che debbono compiere su questa terra. §. 82. Secondo che it reafe, su cui ha fondamento il-Cotìr cetto della storia poetica , è antico o moderno , ortodosso 0 eterodosso , classico o romantico, sor- gono tante distinzioni di storie ideali. Desideri di preferenza per la Epopea moderna, ortodossa, ro- mantica. Le nomenclature di antico e moderno , di orto- dosso ed eterodosso , di classico c romantico non han- no bisogno di essere definite per chi viene informalo' delle nostre teorie esposte nel 1.® Volume del presente Corso di Estetica. E non ci vuol molto per intendere che un componimento storico fatto anche oggidì si dica antico, onde storia antica, se si versa sopra materia antica, come la storia degli Egiziani, de’ Fenici, de' Per- siani , de’ Greci : e che sia moderno quell’ altro che si versa sopra materia de’ tempi, che corrono, o dc’tcm]>i a noi più prossimi. Sotto un rispetto 1’ antico ò ete- rodosso c classico , ma non generalmente in quanto a materia, perchè vi fu un popolo eletto che cblie fede, e letteratura ortodossa in quanto a materia, ispirato da Dio, il popolo. Kbreo, che rifulse in mezzo all’idolatria delle nazioni , come la fiaccola tra le tenebre. È an- tica , cteroilossa , c classica nel medesimo tempo la storia reale e ideale di tutte lo nazioni, che si versa in materia di avvenimenti e di fatti operati da uomini sviati dal retto sentiero per falso principio religioso di politeismo o panteismo. Quindi T Epopea greca e ro- mana , r indiana ec, è di questa specie , per la quale i tre titoli di antica, classica ed eterodossa, rispetto a noi valgono per sinonimi o correlativi : antica per la distanza di tempo ; eterodossa pel falso principio re- ligioso o razionale che la informa, classica per la so- vranità di esemplare esercitata ne’ tempi antichi fino a noi in quanto alla foriiMi, e per certuni m todossi di principi, ma eterodossi in arto, anche in quanto alla materia, come pe’ nostri arcadi, che in tempo di divul- gala luce Evangelica cantarono le Driadi e le Najad'^ Marte e Mercurio , Giove , Giunone , e Venere. Moderna ortodossa e romantica sarebbero titoli sinonimi e correlativi di quella storia ideale, che si ver- sasse sopra materia della civiltà della nazione, cui ap- partiene il poeta di presente. Ma il moderno può avere una latitudine ed un’ estensione di senso grandissimo rispetto ad un’ antichità molto rimota. Cos'i la civiltà cristiana di 19 secoli è moderna rispetto alla civiltà pagana preceduta per. due o tremila anni. L’ Eiwpca di Virgilio era moderna a’ tempi di Dante, rispetto al- r Epopea omerica. Ma rispetto a noi in senso limitato rigoroso è modwno ciò, che a noi più si avvicina. Quindi la storia , che si propone la civiltà cristiana de’ primi secoFi della Chiesa, come i Martiri di Cha- teaubriand, è antica ortodossa romantica : è moderna quella di Dante: antica quella di Tasso rispetto a'snoi tempi, perchè si versa sopra fatti avvenuti più secoli anteriori a Lui, e sotto un rispetto Dante è più mo- derno del Tasso. Fatte queste distinzioni credo opportuno di richia- mare in questo luogo in forma di applicazioni le teo- rie generali esposte nel primo volume per risolvere la quistione di preferenza nella scelta della materia nella storia poetica o ideale. E, considerando che F arte non è fine a sè stessa, ma si propone un fine umanilario col massimo disinteresse, quale si è il perfezionamento della specie umana per via di modelli perfetti, sù cui conformandosi per imi- tazione, Fumana famiglia progredisce a guisa di ristau- ro , è uopo conchiudere che il poeta non si puù né si deve proporre fatti rimoti di una civiltà eterodos- sa per semplice diletto de’ lettori, da cui riscuota sen- timenti di vana ammirazione con F incanto defia pa- rda prostituita c serva de’ capricci o dell’ ambizione personale o delle mire private. Per lo stesso principio che l’arte non è fine a sò stessa, e che perciò non è libera in senso di non avere un fine a cui si pieghi , dopo che abbiamo dimostrato che il Vero e il Buono sono i limiti del -Bello , perché ciò che è falso od em- pio non è bello , non può il poeta delle civiltà orto- dossa scegliere avvenimenti di una civiltà pagana per farne oggetto di canto in mezzo alla Luce del cristia- nesimo. Imperocché da sacerdote dell’ umanità divcr- reblie demonio di corruzione , padre di menzogna , e scandalo de’ deboli , cbé i suoi tipi scduccndo sviereb- bero la speculazione c la pratica de’ credenti e invece di glorificare il nome di Dio e degli erw dd crisi»- nesimo errerebbero ed pensiero per le selve a im- maginare numi fantastici e ninfe, e satiri,, c fauni, o pei mari Nettuno , o nell’ inforno Plutone , o nd pa- radiso gli disi — Per queste sommarie eonstderazìoni it concetto del poeta storico deve rifuggire da fatti di un antica civiltà, die non contribuisce nè può contribuire con la immoralità e con la menzogna d fine dell arte, che è di iuimegliare l' umana specie , adescandola col diletto del Bello al Tcro ed al Buono, a cui lendouo irrc8Ìslil)iliiK;ntc i’in(dh(/cTiaa e ’l volere «U>gli uomini. Su questo oggidì non calle oramai più qnislione, perdiò, se sonvi ancora taluni, dio vagheggia'^o la vecchia ini- toli^ia, e ne piangono la imirtc e fanno voli che ri- susciti, non vi è poeta che pensi da senno a rimaneggiai quest’ argomoiilo in un’ Epopea. La quistione cadrebbe in quanto alla scelta delta materia sopra uiia civdlà ortodossa , la quale è esistila in una grande estensione di tempo , come il cristianesimo da diciannove secoli, imperocché ogni civiltà non è mai compiuta di un trailo: dove cominciare, progredire e toccare il suo termine, ma tutta questa estensione non è che una, onde pare Che si potesse sosteneré per leggilima c saggia recon^ mia del poeta, che si situasse mai sempre bene m qualsi- ■w^lia punto di quella distesa. Nel clic abbiamo esempi di grandi podi. Cosi il Milton situò la scena nd pa- radiso terrestre, Torquato all’ epoca delle Crociale, ^a- leaubriaiid ne’ primi secoli della Chiesa, c va dicevo. La quislioue è più di dritto che di fatto , perche i fatto è stabilito, come è detto, sulla maggiore latitudine possibile. Ma, richiamando in questo luogo alla memoria i prestabiliti principi, noi perverremo ad una conseguenza assai divcrsa.Posto in vero, come incontrastabile fRinto di partenza, che l’arle non è fine a sè stesala, ma si prepone , e sci devo , di essere utile ossia di giovare, per essere razionale o conscguente dovrà necessariamente adattare i mezzi più acconci al fine che si propone. E, supponendo che, se ricorre a materia antica, gioverà come uno, mentre gioverebbe come dieci, se ricorresse a materia fresca e di data recente , ognuno vede che dovrebbesi appigliare in preferenza all’.ultimo partito. Ora ciò, che io supponeva, è un fatto, perocché i fat- ti di un tempo molto lontano da noi hanno pochissi- ma o nessuna relazione co' falli presenti , perchè, se dopo dicci secoli di progresso si deve sapere , pensa- re , parlare ed operare diversamente, i tipi della prima età non spingono così gagliardamente gli animi de’ tem- pi ultimi. Avete un bel gridare : ritorniamo a' princi- pi , rifacciamoci da capo , che 1' umanità è sorda , e cammina per la sua via irrevocabilmente. Sono i pazzi desideri di certuni , che vorrebbero fare ritornare il Papa alla povertà di S. Pietro , spogliandolo de’ suoi dritti, senza cui, per, un modo di dire, crollerebbe la gerarchia ecclesiastica. Dell'antico è uopo tenere la so- stanza, non mica gli accidenti , i quali ci conformano ad una vita, per cui gli uomini del secolo XIX non sono nè possono essere gli uomini del IV secolo , o del III. e va dicendo. L’ arte si propone di giovare per vi* di tipi da i- mitare , e tanto più agevolmente riesce nel suo fine, quanto più imitabili sono i modelli suoi presso le mol- titudini. Ora una storia ideale, che si versa sopra fatti di data antica, quantunque lavorasse esemplari perfetti, deve riuscire meno effettiva per le ragioni accennate innanzi, che tutte si riducono a quest’ una, cioè è me- no imitabile praticamente tutto quello che ha meno re- lazione con la pratica presente. Io da questo momento cliiaino Epopea o Romanzo storico quello che si versa s(»pra falli storici aniìdii, ossia sconnessi per distanza di tempo dalla civiltà presente : chiamo Epopea o Ro- manzo civile, quello che si versa sopra fatti recenti, connessi con la civiltà presente. La ragionevolezza di preferenza dell’ Epopea o del Romanzo civUe allo sto- rico è oramai evidente e incontrastabile, posto che la missione dell’ arte e d(^li artisti, è di spingere l’uma- nità a nuovi andari per la via della perfezione. A questa leggitima e spontanea deduzione da’ pre- stabiliti principi non giova opporre la pratica contraria, perchè si può dimostrare che una pratica simile sia er- ronea , come ripugnante al fine dell’ arto. E, se finora si è giustificaia in qualche maniera col fatto, e da cer- tuni si è ancora levata a ciclo, è derivato dalle seguenti ragioni : ' 1.® L’arte poetica compilata da Aristotile, e poi copiata nelle scuole sotto diverse forme, ma in sostanza sempre la stessa, fu scritta sopra un modello, sull' Epo- pea storica di Omero. Quello che fu da principio un commento di lavoro poetico, acquistò forza di legge, on- de fu detta precetto o comando , e l’ arte poetica un complesso di precetti avvalorati o dedotti dalla pratica di quel primo poeta sommo in questo genere di scrit- tura. La celebrità di Omero destò il genio delle altro nazioni, cui mancando il merito di originalità, rimase inferiore a quel primo, è non senza giusta censura di troppo servile imitazione, contento soltanto della gloria di dare alla sua nazione una storia ideale, come Omero r avea già data alla sua Grecia. Le scuole continuaro- no a far cementi e ad incoraggiare simili -tentativi , perchè credettero che lo spirilo umano non potesse ol- trepassare quei Ihniti : che Omero fosse insuperabile : che Aristotile infallibile. Da qualche tempo a «juesta parte è succeduto a’ conforti lo scoramento , o attri- buendo a tutt’ altra cagione la deficienza , ìianno di- chiarato che è impossibile un’Epopea storica oggidì, che si tende al positivismo. 2.* L’ Epopea e il Romanzo storico incontra meno ostacoli dell’Epopea e del Romanzo civile, imperocché, la favola ad un punto di storia meno svi- luppata, si lascia libero il campo alla fantasia nel creare tempi, luoghi , circostanze , avvenimenti, ostacoli, cc. Non cosi nell’Epopea e nel Romanzo civile, in cui, par- tendo da fatti recenti e conosciuti da’con temporanei, non è conceduta tanta libertà di fìngere , cui ripugna la realtà degli avvenimenti noti. Quello che è certo 'però molti tentarono l’ Epopea civile ; e vi fu chi scrisse la Napolconeide , e la Grecia moderna emancipata per o- pera de’ Rugsi nel 1828. ec. tentativi al certo imper- fetti , come apparisce dal fatto stesso di simili produ- zioni e dalla dimenticanza, in cui sono cadute non ap- pena pubblicate. Ma siane qualunque il risultalo, se i loro autori non avessero creduta possibile 1’ Epopea ci- vile, non l’avrebbero certamente tentata. E, se si potesse provare che non riuscirono a lavoro perfetto p(>r causa di troppa servilità all’Epopea classica storica di Omero e Virgilio , e di troppa idolatria a’ precetti della vec- chia arte poetica , si potrebbero i loro tentativi citare ad argomento di attu:izinne di un bisogno sentito nel- l’arte. In fatti, se questi tentativi non furono ricono- sciuti perfetti, non incontrarono la pubblica riprovazione in quanto all’ intenzione: non vi fu scandalo, ma indul- genza e questo basta al nostro proposito. E , siccome prima del Parini non vi fu una satira civile, che per lui divenne una produzione importante, prima che un sovrano ingegno non tenti 1’ Epopea civile , non sarà in alto , ma rimarrà in potenza, come un desàlerioche  s’ incarni. E già pel Romanzo, che è un' epopea pede- stre, i tentativi sono riusciti meravigliosi, i quali non solo si sono accostati di molto per materia a' tèmpi moderni, ma alcuni, comunque non radano esenti da difetti , si versano intorno a’ fatti contemporanei. Nè si concbiuda perciò cbe o^idì sia l’epoca de’ Romanzi c non dell’ Epopea, impcroccbè epopea e romanzo sono egualmente lavori di finzione e però poetici : la loro differenza, come vedremo in appresso, deriva da ragioni che non disturbano il pacifico dominio di una stessa arte, cioè della poesia, cui appartengono. Anzi dal Ro- manzo civile brieve è il passo all’ epopea civile, omlc traggo argomento al vaticinio, che non tarderà gran fatto a sorgere un genio epico desiderato da’ nostri tempi. A conforto de’ pusillanimi, cbe credono impossibile ogni fatto, di cui non truovano esempio nel passato, mi faccio ad osservare ette la diffic(dtà, per taluni ai- noniina ad impossibilità, deriva dal credere che l’ Epo- pea civile moderna debba seguire rigorosamente le re- gole di Aristotile dedotte dall’ Epopea storica di Omero. Ora io ragiono cosi. Se la storia universale è una pro- duzione senza esempio de’ tempi moderni, creduta im- possibile ne’ tempi antichi per difetto di condizioni in- dispensabili a costituirla , 1’ Epopea civile senza esem- pio sarà una produzione del prossimo avvenire, appe- na che si saranno avverate le condizioni non preve- dute in un tempo, in cui non era. Queste condizioni non prevedute saranno appunto le novità, cbe non vanno soggette a regolo , perchè quelle regole non potevano essere fatte senza filosofia di storia, prima che esistesse un tal componimento. Mutate le condizioni sarà possi- bile ciò che ora pare impossibile , senza che però si possa, dire che in tale supposizione si abbia un componìmenfo diverso dall’ Epopea. diversità è Acciden- tale e non sostanziale, perchè TEpopea civile, come la Epopea storica, • è una storia ideale o poetica, ossia un componiménto che si esplica narrando e descrivendo un fatto reale spogliato delle sue reali determinazioni e ri- vestito di fantasie, L’una e l’altra convengono iir quan- to a concetto, a forma estetica, ad ordine, ad espres- sione*. Ciò che sembra difficoltà insuperabile per la poca libertà di fingére, quando un fatto è recente, non apparirà tale a chi raigiona per prìncipi, e riconosce che dtre la parte esteriore dell’ uomo, èvvi una vita inti- ma, la vita spirituale, nel teatro della coscienza, teatro ignoto agli antichi, trascurato da’inoderni , che vanno sulle peste de’ poetici classici. Or questa vita occulta dà alla fantasia illimitata libertà dì creare, c, quantun- que il fatto sia avvenuto jeri , voi potete presentarlo tanto ricco di finzioni , che non avrete a desiderare materia. Cambiate direzione e v’imbatterete in un cam- * vergine : il Romanticismo v’ è guida: la‘ civiltà mo- derna più spirituale che materiale dev’essere il vostro ncolto^Nel che vi ha preceduto il Romanzo italiano sotto 9 rapporto deU’lnvenzione: vi ha preceduto il Milton nel Paradiso perduto, e principe fra tutti v’ ha preceduto Dante nella sua Divina Commedia. Smettete i becchi pregiudìzi : . sbandite le abituali simpatie pel classicismo dimostrato falso ed insufficiente , e allora si aprirà al vòstro sguardo una via regia sgombra di ostacoli , per ia quale potrete correre spedito e sollecito allo scopo prefisso. Badate che l’ Epopea è 1’ opera più perfetta dello spirito umano in questo genere di comporre, la più efficace a spingere T umanità per le vie dellà per- fezionò e della virtù , purché sia quale dév’ essere , cioè Ej^pea civile, ma moderna, ma ortodossa, ma romantica. Non è più tempo di solleticare T oreccLio con isvenevoli armonie: si vuole educare gli uomini a pen- sare e ad operar grandi e, forti e nobili imprese per farne eroi in un’ epoca di degradazione morale. §. 83. Il Concetto della storia poetica è dinamico , di oh- bjetto finito pd romanzo e per le anacreontiche, di obbjetto infinito per V epopea e per le pro- duzioni PINDARICHE — Definizione deW Epopea e del Romanzo. Ogni concetto storico è un’ idea (^. 17 voi. IL), la quale corrisponde ad un obbietto, onde spesso idea ed obbietto sì confondono. Ogni obbjetto "possibile nel teatro della natura a noi non si presenta , se non come Sostanza o Causa , ossia nelle due posizioni 1.® di cosa in quiete circoscritta e limi- tata dalle sue qualità ^.® di cosa in azione producente effetti. La prima è sostanza , la seconda è causa. A- dunque il concetto della storia poetica dovrà corri- spondere necessariamente ad un obbjetto-sostanza , o ad un obbjetto-causa. Nel primo caso sarà concetto Matematico, nel secondo Dinamico, perchè il matematico corrisponde al Sostanziale, il dinamico al Causale (luòg. cit.). Quando il concetto è dinamico, la Storia si esplica narrando , come si e- splica descrivendo , quando il concetto è matematico (voi. II. §. 18 pag. 61). Se si domanda adun.qué in- torno al concetto della storia poetica , se mai debba essere Dinamico o Matematico, sarà agevole a risolvere la quistione col solo riflettere che, se in essa si nar- ra , il concetto è Dinamico, se si descrive , è MateGnatico. Ora potrebbesi allegare che in qualsivoglia Ro* manzo od Epopea, Favola, o Novella, alle volte si nar- ri alle volte si descriva , dalla qual cosa doversi conchiudere che il concetto della storia poetica parte- cipi deir uno e dell’ altro, cioè del Matematico e del Dinamico. Ma, considerando che lo stesso concetto nel medesimo tempo dev’ essere 0 1’ uno o 1’ altro, perchè l’idea di sostanza esclude l’idea di causa (voi. 111. Pqr. 1 .*), ammettendo il fàtto che in ogni storia ora si narra èd ora si descrive, vuoisi conciliare 1’ apparente con- traddizione riguardo al concetto. Ed io dirè che la parte descrittiva, è accidentale nel primo intuito della mente, che riflette sul concetto, il ■ quale in quel momento è di un obbjetto causa produttrice di tutti gli avveni- menti. Il poeta, allorché incarna all’uno il multiplo dei pensieri secondari, percorre rapidamente tutt’ i fatti, che la prima causa debbe produrre, e non si ferma ad al- cuna parte degli accidenti per descriverli : questo è un lavoro di riflessione e di riposo, posteriore al primo in- tuito, che apprende la forza e 1 dinamismo in succes- sione dì un’ infinità di avvenimenti. Il concetto adun- que di o^i otoria', e specialmente dell’ ideale o poe- tica, è eminenteinénte Dinamico: è il concetto dì una causa, idea connessa all’.<^ztone ed àOi Effetto, ossia a- gli avvenimenti: onde Azione fu detta la favola sto- rica, come l’Epopea, il Romanzo, la Novella cc. Se il concetto è l’tdea di un obbictto, la cui astone èlimitata e finita, atta a produrre de’ piccoli avvenimenti, si dirà concetto del finito, che nel 1.° Voi. §. 21 pag. 171 e s^., dicemmo concetto del Bello: se poi è idea di un obbjetto, la cui azione è magnifica , illimitata, in- definita 0 infinita, si dirà concetto dell’tn/¥mto, che nel luog. cit. addomandammo concetto del sublime asso- Kito 0 relatÌTO, Secondo che un componimento ha l’ uno ik o r atiro concetto, si dirà o Belk> o Sublime. Cosi il Romanzo do' t«npi nostri nel genere epico è un coni* poniraento hello o del finito , nel genere lirico sono coroponimenii belli tutte le Novelle , le Favole , gl’ I* dilli , le Odi storiche, come gl’inni introdotti ultima- mente , che io comprendo tutti sotto il titolo di ^no- ereotuici ; perchè Anacreonte fu il più celebre can- tore lirico delle cose piccole limitate e finite. Al con- trario VEpopea, come è intm comunemente, è un cmn- ponùnento sublime storico, perchè il suo concetto è di un Eroe, ossìa del più grande nomo , o della stessa divinità , come net Paradiso perduto , nella Messiade, e nella Divina commèdia : in breve è deU’ infinito assoluto o relativo. Nel genere lirico sono componimenti sublimi gl’ Inni agli Eroi del Cristianesimo , il Cinque Maggio di Alessandro Manzoni , e tutte le odi, i canti c gl’ idilli di azioni munifiche. Io li comprendo tutti sotto fl titolo di Produzioni pindariche, perchè Pin- daro fu il lirico cantore ddte ncdiili e illustri azioni specialmente ne’giuochi olimpici. Da questi rapidi carni ognuno ' vede come razionalmente a rigore scientifico si vanno classificando tutte le produzioni poetiche, finora nomadi, a così dire, ne’ Trattati di arte poetica. Ed è agevole a dedurre che il Exmanzo storico o civile non è una produzione nuova , nè eterogenea , nè succe- duta , ■ come taluni vorrebbero, all’ Epopea: desso è una poesia come l’ Epopea, in questo solo differente che non si propone un’ azione di forza infinita, ma una di quelle più comuni , dì poca forza , di limitato e di finito nel- l’ intensità felle produzioni. Convengo anch’ io che og- gidì occupa desso solo il campo della {Xtesia storica , perchè l’epopea moderna è ancora un. problema, la evi soluzione dipende da condizioni non ancora avverate, ma gaardiamoci di crederò che la < cosa rimarrà cosi o debba così rimanere. Le prime storie, abbiamo detto nella prima parte, (§ 58pag. 113), formio biografìe, racconti, diari, cro- niche ec. di cose popolari e tradizionali in una città, in una repubblica , in una nazione. Dopo moltissimo tempo si scrisse la storia universale di una sola na- zione , quindi di più nazioni , in ultimo della specie umana. Un corpo di stmia universale è un componi- mento per eccellenza sublinic , perchè il concetto è - r uomo che scende da Dio , primo fattore di tutti gH avvenimenti operati in tanti secoli — 11 Romanzo storico sta alPcpopca, come la storia particolare all’ universale. Desso quindi dovea precedere, e la sua comparsa, la sua vita, il suo dominio, è un argomento non dubbio del prossimo avvenire ddF epopea civile moderna. Hanno ^ un bel dire gli estetici, che inclinano all’opinione con- traria in quanto che il SuhKme è più agevole a com- prendersi del Bello, onde i primi poeti venuti dalla bar- barie furono più sublimi che Belli nelle loro pro- duzioni. Una tal ragione è senza fondamento, peroc- ché ninno può ammettere che i primi tentativi di pro- duzioni subliniì deir epoche barbare sieno cosi perfette dal lato estetico, come le altre de’ tempi umani. È senza fondamento, perchè suppone quel che cade in quisfione, cioè che Omero, per esempio, sia stato il primo poeta che squillò l’ epica tromba in modo perfettissimo — Ma ciò chè è sublime per un’ epoca barbara divenne tenue e basso in epoca più culta , e se concediamo ad 0- mero il primato rispetto a’tempi ed alla civiltà greca di quell’ epoca, non lo terremo certamente più sublime di Dante — Nel giudicare delle produzioni di arte non dob- biamo farci vincere da’ pregiudizi volgari c pedanto- schi : non dobbiamo contare le nostre simpatie per Digitized by Google i^artìì: seconda 278 merita agli autori, che, acquistando un dritto alla rie»* noscenza de’ posteri , d<hi intesero imporre la cieca fede e la idolatria de’ loro ^rori. Premesso queste nozioni fondamentali, ci è conce- duto per via di deduzione da’ prestabiliti principi di definire l’Epopea, il Romanzo, le produzioni anacreon- tiche e pindariche sotto il rapporto del concetto. La Epopea è una stOTia ideale, il cui concetto è idea specifica dinamica di obbjctto infinito: il Romanzo è una storia ideale, il cui concetto è un’ idea dinamica, di obbjetto finito. E, siccome la storia è un. componi- mento definito per l’unione individua de’ pensieri pro- dotti. della sensività e riprodotti dall’ immaginazione , , coordinati ad un’ idea concetto ed espressi con parole , r Epopea e il Romanzo avranno la giusta definizione , prendendo da quella della storia , ciocché può convenir loro come a spe- zie. Epperò l’Epopea è l’ unione individua delle ide9^ prodotte dalla fantasia e riprodotte dalla immagina- zione coordinate ad un concetto ideale dinamico su- blime ed espresse con parole. 11 Romanzo è l’ unione individua delle idee prodotte dalla fantasia e ripro- dotte dalla immaginazione coordinate ad un’idea con- cetto ideale dinamico tenue ed espresse con parole. Io prescindo in questo luogo dalle quistioni secondarie, intmmo all’ elemento storico o reale , che si intreccia all’ elemento fantastico o di finzione , perchè cadrà a proposito parlarne nel capo dell’ unione individua de’ pensieri secondar']. La definizione delle produzioni li- riche differiscono da queste ùal lato deU’intcgrità, corno \cdrerao, .fin, • ,, .. k. ! ! 'li-- '  ^  K ' i<: •- ■ .v ». • yv-*' -•§: Sd. - ■• ‘ '• fijiofliò che debbono cmcorirerè nói • cónoettò ééUd j^VM poètica^TScppo morale del poep ly Viobétà del éohcettól‘ * ' *n ' • -  ^ /. .Ne^ tfatkti'-d^ ,fii^ jwetica s^iììscgna. chela favola fiitréQeiaìa'^Rom^z^ ò, ad Èpojpea dev’essere mpràlè'e-^ nahìlé. Uti làr )yrecotto. è ragjoecvote ,.’pefctó ri^tilla daMa «afurà infiHia della ve^^ la qualfe- coinè Aftè BéWa ài proj^pne gjei* sàp iih^ il Verò e il jptwi^ya cui come a' t(k*]®ihi *te'n^^ por istigò rii^ ' (Ètì^gfr umani! Dià ilèonceifó- ^ il primo' piroj^nim "pródu^iòne ai'tìsHea, il quàìé* pitò' àye^.più, q' meiro estensione* sé^èu^ ièsf ehè si assuì^, é ipiotési! ‘è .fl^.cVn^ §0 19 p^. 158).: Allorché, dun^ùe il poèta si a.CGÌnge a cofrij^re,* dew èssere sòll^^o àrscègllérjé.tfn^^x^ il. .qualè mearpatò pénèièri secondari pòssIÉìli^ possa prèseplare .esèmpi, Tfrfù ,' .‘e. servWe" di ’ «iasióne , a* còrreggere gU' errori* cho ififestano ià-socfetal Éa (jtral cosà ^ye. multare suè^ corpjopinwÀ riflesso di .uno spcccK^ è ,npn 'mica ^'r tòrìftiyè pr^ì: GÒitrèe, perchè egli una Storia è nòti. ùiaàScjéiiz«à/ \ ^eà^nzp* inij^òralè ‘sàreli^ àdun^e ^eltó; dje' • sj proponesse^ di corroinpere! i (mpri 'adéseàjtl>èoì- yizi$^ * in. trionfo, descritte, co’piu' Vivi. Ò'^prì; della poesia, còiw’ sonò Ja piu^ jèrte -.di che ci ‘'sòno pqrvèn'ufi!(Pàl- treipoali, dritti' d<^ rpmpiò ^né' di sovvertire là so^; ciè^ con' le 'niassfme scèjéràfc e co’ princij^^alsi^-if- ieligiosi , 0 . ' irri verenti*. . L’ iimanìtà èò^còtla :fece. plàuso.^ a queste,: infamie divenute cclébpi pòr T avidità* dcHa' lettura e pél nuiiioró deflettori ^ ma non tardò gràn 4 ?!»* ‘‘V' ‘ fallo e caddero in disprezzo, perchè ancpra gli Safnii guasti e depravati sentòno interaamente il T4naproye>o della propria coscìenM — La gioventù pù .incairia ha pagato col tardo pcaitimealo le .tristi e fuoMtiaèiiM conseguenze dellé giovimili letture', te n^ eft,più- f- dulla si avvide ehe fu tratta in ingapno ji»a fit -dd- cezza' dell’ incante. ■ _ . , li fic^nzg. oggidì pòtj:e^}»« ;9^Rcre I» P'* gratide missióne di un apostolato civile ppr fjtt jisop- gere r ùmani'là degradata in fattq di mpr^de^ Mentre si è fetta e si fa da mezzo secolo , a questipàrte tanto ^(jgre^. nelle .soienre naturali, nella mècoanica,J»effe arti eeie’m«tiepi\ la vita pra^h è m rCgrtóso. Vn egàisint) grello e meschini Invade ttttti.gli spirilij.in- eapaci -di unà *g.wW)M azione i tìmidi di sprecar la vita per W rrobUe sacrifejio.alla rcligi«Be_ed. aHà po- friaf *t*drdi facèti Bensuali ^teiiza Uno glanc» altóv- ve^»^e...^• r> • ‘ V"' ‘ ‘ ■ 1m indifferentisHio in fatto dì religione, prodotto dallo' ScètticMàno -taosofiÉo,'!^ barin vaso Jiltte le ban- che dello scibile’ nmano, ha CTcryati gli .animi' inetti . idi Ogni slraoidinMÌaimpre^, perchè dóve mancala !^ ressa il .dinamismo mDrale.'.,E qual yi^ può ispirare il "coraggio ; sagrificiò' in uemitiì phe giacerti della lo- ro destinazione futura, .si dònno poca o nessuna soHer .crtndine di rimanére i loro-^nomi immortaK, racco^n- •datr alla posterità-^ L’ ho ^tjo^àkròve ,' lo ripeto apeara -qnl'J senza .fede a* principi _i^ligiQsl non qi jè arte produttrice, di cap^avori ,' /pCTcfaè- manca l ispi- razione causa sùfBciente di.bpwe -.òriginSjf e durati^ »tr.. La lniriàtiya del béohq per conseguenza deve partirò d'^li' tH^islii di^bWno essi, e, .ne hanno pbb^go rigorW; = studiarsi 'di . protó favori isp^^i "dalla fede orjodossa intorno a inaferìe della vera ctnltà ^e- 2S1 sente, per «vezzare gli animi corrotti dall’idolatria dé* tipi eterodòssi, formare il nuovo gusto a poco a' poco per coarorrere alla grand’opera della conversione de- gli nomini .alla fede viva ed operatrice del cristiane- simo. E, ^come il Rwnanzo civile ha per iscopo di penetrare 'nelle moltitùdini,’ ad essò è affidata special- m^te la missione didifigere in modo efficace gli ani-' mi- al vero éd al bnono, proponendo tii» virtuosi, e disponendo i fotti e gli avvertimenri m guisa che trion- fi mài sempre la giustizia e1 vizio resti pupifo. Nella qualcosa^ rtuacifo mirabilmente il Ufanzoni ne’ Pro- messi Sp<«i,'dove tutto è armonizzato àirunlco fine di menare l.suoi lettori aUa leggitim» conséguenza che vi è toijDio protettore degli (^pressi, punitore de^ on* pressori prepotenti , e gH avVenlmeutì sono ìàlinonto intcecdati che ad ogni ostacolo tiert ^pronto un rimè- dio della vìgHé provvidenza di Cohri, che iòggÒ i d££' ni degH uòmini. Coa quénta iaggeiza fl poeta seppe confemimrare relèm^to. Religioso- al crvUe di «n’^ poca, in eòi l’^bàlia |ireséntava quadri' di’ mi a d ' ria e di bmbili ^miàfatti l Che betìa. móstra’ della^ carità cristiana 'Jq^quel Bofromeo of» con la" ma- gia.della parola èvaiigelfcà abbatte la rovine indniih' fa dd deserto , l’ mnom.kiato essere itìisterioso , 1 ^' d’iirfamia, vìnto dàlia grazia e da U^^/nipàce divéh^' to agnello raanauetq 1 t2he ‘ròatav'iglia di convjBTBionè quel Fra Cristofaro, dà omiéida’ nd sèctdo’, divenuto’ apostolo di carità, sia quando rimprovera ùel superbo' Rodrigo 1 Nabdcchi dd secolo^ sia quando con coora pietoso pTe^ jfer hi horénte^di pMte-ne| Uzzaret^^ to, confuso con la plebe acc^fa^a vista tfefl’in- folice oppresso, citi heite scio^iefe il iaMro alla prèrt ghiera l^Cbi ha letto qùd rómànzo, è non è rimasto k compreso da' brivido all’ idea del déHtfoiÌHrtùnafo uba ty G.iu^k ■ ■ - volta , da conforto in ip^zzo ^lìlè trìbularfcmi delitKUH Mo scntipie^t? 4i sjcijftnzA id inei^- #tt’ fli avvcnime^ai reali vanno introo^iati -a* inU con tele omogeneità. ? naturalezza, civ; ta. ^ m di^ scernere ^ualc è »Uff40ò eleqionto e qualer laoUatìco., e quel maravi^liosp glie gl’ Wgni; aup?É^iaÌi ai sfar, ZMo di. derivare da ^udiaJte, l» WtTO rcuit^> ziere lo £a scen^re naturà!inent<? da’ aeaUrnertti rélK giosi , e dalla Me.vixa cfee infonpanoja iua, «euto G gb r^^np. il j»tto. Gli spiriti deboli' truovano scon,. venevoli m una favola storica prtoido^ quel dt swrb é pfofa^, CDn^’esg# dicono» è per è còsi ^rchè^lion .av^dp. fede ^ unnoìpi reHgipsi,.cb6 X50n^; fess^ cen la bocca e rinnegano, eoVpuot^, la civiltà. ' per I^ ò coajr^a alla rel igioni e questa o quella, Ma, , se fèncssore Feici^ntorel.igii^ come priooipio c fpr-* m* di ogni vec^ciyiltA, aj^njiiQ coffie Onderò e Virgili?, e ,lulfi grandi w^i deOo jwziònl' tennero, la £a^ re- ligióne, co^^rorma, dèUa loro, ciyiilà pagana,, non ' solo noH'si flcand^fzzer^bew deÙ’ esempio ‘dato, dat nòstro JlalMpo i jHd si. accòiH.nde^bBcro, gj, suo fftre, chè là ragionf ? la sch^a ipl obbligano a rlconoacel, ré come la vera formj del loò^^o modproo,. Cessino, Ma vòlta lo g^re , e Incldnkijno >1 genio eòe sf désta ih quàlsivòglia ponto di quella terra , qò? Ip, str^nìòrO cbiama^terra de’ morti. -Mostriamo con or-: goglio aHe n^ooi ebe c’ ingultano^ che l’Italia f^; sem-: pre ^ prinm^.fu maestra «S ogni nuovo Qswnmiòù, di. <^i principiò di, óiyile>progresso, : ohe il genio, ita- liano fa e npn ■ dice »• chò sui noàtri fatti sufso dappoi la speculazfenc dògli esfraneij^v quali si vollero super- bamente chiamare nostri maestri. Mi si dirà che glS- t^iani di oggidì sono più savi degfitalin' di un altro,  Icmpo , peroccliè dal Gsiiisio al Faro fecer plauso al Poeta lAimbardo. Ma non di lodi è ambizioso il ^nù>, perchè la sua missione non è per suo conto persona- le, ma umanitaria: vuole seguaci che operano e non adulatori o semplici ammiratori. Ora, benché alcuni tra’ nostri ne abbiano imitato l’esempio , scarso è il loro numero , e la più parte invidiando la tanta avidilù de’ lettori di robaccia straniera, non trasfondono d’italiano no’Ioro romanzi che le sole parole: eterodossi ne'loro con- cetti, 0 nemici delia religione a pugna in campo aporlo, o tementi l’opinione pubblica nemici occulti, dissimulan- do di sapere che una religione vi sia , onde il corso degli avvenimenti, che narrano, è regolato dal caso , dalla fortuna cieca , o dal fato, e amori svenevoli e profani, e morti tragiche proccurate dal vile e perso- nale interesse , e fine ingloriosa di un protagonista che muore lutto su questa terra, o trionfo disonesto di donna prostituita come Lucrezia Borgia, e via dicen- do. Se gl’ italiani di oggidì avessero senno, gridereb- bero contro questo’ contagio speculativo e pratico , alzerebbero la voce contro lauta corruzione o sperpe- ro di buoni principi. Allora non vedremmo tanti scan- dali operati da uomini inetti, che fanno de’romanzi una vile specolazione di meleriale guadagno , profittando del gusto depravato di una stolta moltitudine, che ozio- sa e pigra ama di leggere per carezzare le sue trivia- li passioni , giustificare le sue sozzure col vizio cele- brato , imparare le arti della corruzione con le vive dipinture di un menestrello parassito : vuole dolciumi piacevoli al gusto o rifuggo dagli amaricanti ; c dol- cezze svenevoli e indigeribili preparano i perdigiorno c gli alfainati poetastri, che si dicono romanzieri italia- ni. La matta scuola dell’ imitazione , ossia quella cho riduce il maggior pregio dell’artista nel sapere iiuita-  imitare i classici , ha difeso questa razza maledetta di corrompitori della morale pubblica dalla condanna al- la pubblica esecrazione, benché gravissimi danni ab- biano prodotti nella civil comunanza, istigando i popo- li a ribellione, mettendo a soqquwlro l'ordine socisde, ineendendo gii animi alle più tarpi passioni. L’ Arte » di Dio nipote, secondo la frase di liante, ia ispeciela poesia, è troppo nobile nella sua missicme per non ab- bassarsi a servire a’ personali interessi degl’ingegni trk viali; e basta ad aigranento, che non si lascia posscs- dere da tali uomini, il vederla scompagnata dalla mo- rale nelle loro produzioni e il lum essere diretta dal- lo scopo di rendersi utile al miglioramento dell’ uma- na famiglia. Ritornando al mio proposito , dirò che sia qualun- que il proponimento esteriore di un poema storico, sia epopea, sia romanzo, deve precedere in mente del poe- ta un proponimento interiore ed occulto, il quale, sen- za che si manifesti in una formula di studiato perio- do, rilevi dal complesso di tutto il componimento, in cosi fatta guisa che il lettore dopo di averlo percor- so, e domandandosi : perchè il poeta scrisse, e quale fu il suo fine speciale? possa intenderlo o afferrarlo, co- me un risultato della riflessione sulla lettura di tutto il componimento. Questo fine o proponimento interio- re , che precede il proponimento esteriwe , ossia il concetto apparente, è un vizio a correggere, una virtù da mettere in pratica, li primo si rileva dalla così detta proposizione del Poema, come: Cantami, o Diva, del Pe- lide Achille, o Canto l’armi pietose, e'I Capitano, o lUe ego qui quondam... Arma virumque cano ec. ec. Ma è malagevole a indovinar sempre il fine ultimo, per cui il poeta scrisse , ed a cui subordinò questo proponimento apparente. So questo fine non è morale , ossia un vizio à correggorc, od una virtù da pro- porre per farla imitare nella pratica della società pre- sente , il poema è un trastullo da oziosi , una let- tura-di passatempo. Si è detto che Virgilio scrisse TE- neide per adulare la casa Giulia, come Ariosto la casa, di Este. Se fu realmente cosi, mentre ammiriamo due maravigliose produzioni di due grandi ingioi, non ab- biamo a lodarci in alcuna guisa di loro sotto il rispetto dell’ utile, e infatti, toltone il diletto che ispira l’ori- ginalità dell’ invenzbne di quei due sommi poeti, né Vii^lio produsse alcun vantarlo al perfezionamento morale nel secolo di Augusto, nè il Ferrarese, che anzi Bocque alla morale pubblica con la oscenità de’ suoi canti. Non cosi Omero ne’due Poemi, nè Dante, i quali intesi al gran fino di correggere e di proporre o vizi o virtù secondo i diversi tempi, ciascuno si attenne ad un concetto apparente subordinato al fine ultimo del- l’utilità sociale. Di qui chiaro apparisce che il proponimento inte- riore ed occulto è norma e regola della scelta del- l’argomento a trattare, di guisacchè un gran fatto che si prestasse ad epico canto, ma non si piegasse ad uno scopo sociale , non interesserebbe un poeta onorato e di coscienza, Nisi est utile quod faciìims , stxdta est gloria. E, poiché fine ultimo dell’arte è l’interesse uma- nitario, ossia l’utilità pubblica , il concetto interiore , a cui è subbordinato l’apparente esteriore, è ancor es- so subbordinato al bisogno presente della società, che si agita in tntt’i iati per sottrarsi del penoso letto di Procuste, e non sa trovar modo di uscirne. Il poeta, bene informato de’ bisogni presenti , ne sceglierà tra questi uno principalmente, il quale soddisfatto inge- neri l’attitudine di satisfare da sé stessi i rimanenti per la buona direzione degli animi ad uno scopo prefisSO. Nel tèmpo, che la civiltà inseguita dalla barbarie ricoverossi in un angolo dell’ Asia, minacciata da tutt^ i punti, era. pressante il bisogno di difenderla e custo- dirla col valor militare e con la potenza delle armi.^ Era indispensabile creare un popolo guerriero, una nazione bellicosa, che -con un pugno di uomini sapesse resistere alle miriadi di Serse: che Leonida con trecento valor Osi immolasse il sacrificio di 800 vittime preziose sulFaltare- della patria; Per quanto i principi eterodos- si permettevano, una gran virtù da proporre, un gran delitto a punire avrebbe dovuto informare un poeta pari ad Omero. tradita fedeltà conjugale di Elena sedotta dal figliuolo di Priamo accese Tira , d'Achille , e tutta la Grecia, informata da una idea, idea di ono- re altamente sentita , incitala alla vendetta, si arma contro il rapitore, e per dieci anni di assedio intende a lavare la macchia del talamo di Menelao per dare ad una piccola nazione un tipo di eroismo e di sacri- ficio nel dover custodire il palladio della civiltà contro de’ Persiani potentissimi, con ostinazione, finché la Gre- cia divenisse autonoma e legislatrice di tutte le na- zioni. Era l’idea delPindipendenza minacciata da’poten- tati vieini, da'barbari, che col peso de’ loro corpi schiac- ciavano que’ pochi uomini ricoverati in un angolo del mondo, da’ l>arbari che punivano di verghe i monti e di catene i mari , che invadendo la Grecia rapivano le mogli belle di greca bellezza com’Elena; rovesciavano gli altari de’ patri numi,, trascinavano in catene i vin- ti. E questa idea incarnata nell’ Iliade educò quella nazione di Eroi, quella Grecia che conta ne’ secoli po-' sleriori Leonida, Milziade, Temistocle, Aristide , Epa- minonda, Annibaie, Alessandro, e nelle scienze specu- lative Socrate^ Platone, Aristotile e quella schiera di sa- pienti, di politici, e di filosofi, che iiluattaarono iliin^n- do di allora, e fino a noi sono letti e studiati' ed ammi- rati dopo circa ventiquattro secoli. Senza Omero la Grecia militare non avrebbe contato tanti trionfi. La Grecia senza V indipendenza non avrebbe coltivato le scienze, le arti, e i mestieri! Ecco i prodigi delFarte, e specialmente della Poesia! , ,, < > - Non così il poema di Virgilio, il quale canta senza scopo morale la pietà di un Enea , che Roma corrotta ammira e non imita^ perchè non le ispira alcun interesse ne' bisogni presenti. E dopo T assassinio di Cesare in Senato, la tragica fine di Catone, la barbara morte di Cicerone, e tanti scandali di guerra civile, Roma non intendeva più il canto armonioso del cigno di Manto- va. Risultonne per conseguenza una storia atta a di- vertire gli oziosi, a lusingare Tamor proprio de'Roiha- ni, a piaggiare Torgoglio di Augusto, che vantava tanto uomo e tanto poeta per suo adulatore nel creare una Epopea per dimostrare la di lui origine divina. Roma cadde con tutta la Epopea di Virgilio, mentre la Gre- cia surse per Omero. Se Virgilio avesse capito il bi- sogno della sua nazione , come Omero , non avrebbe cantata T Eneide , ma messosi sul punto, in cui una vecchia civiltà dovea cadere , avrebbe intonato un canto patetico di luttuosa elegia : avrebbe dipinto r orrore dell' assassinio di Cesare , onde non- si sa- rebbe arrotato il, coltello per iscannare tanti Impera- tori nei secoli seguenti , nè . gl' imperatori sarebbero stati ^ tanti, assassini della povera umanità atterrita — Perciò^il suo poema non divenne popolare, come l'Ilia- de, e se visse e ^vive| finora noi, fu ed è, perchè Vir- gilio era sommo poeta , in cui l' arte superò e vinse gli ostacoli deir argomento. Egli produsse una statua di Fidia, che perfetta in tutto è senza, vita o, senza pa- rola, perchè air artista non è dato concederla-^ È un 288 PARTE SECONDA monumento meraviglioso, che ricco di preziosi marmi è viìoto al di dentro e appena vi' truovi un pugno di cenere. Noi T ammiriamo e F ammireranno i pòste- ri per lo incanto dell’ armonia , per la dolcezza del verso , per la simpatia che ispira quel suo pa- tetico descrivere , quel suo fare da maestro in un argomento spinoso , dove , mentre si sente agitato dal bisogno di compiere la missione di un gran poe- ta, è stretto dalla necessità di limitarsi a poche cose per l’umanilà, poiché deve tutto alla casa Giulia. Vede ne’ suoi quadri immagini morte , vuole spingersi , ma è rattenuto , onde in fine di vita medita sul fatto suo e , trovatolo indegno di lui , lo destina alle fiamme. Augusto, che avea interesse di farsi immortale , con- servò quel monumento , il quale ci attesta che i più grandi ingegni sotto l’influenza degli astri troppo lu- minosi possono anch’essi rimanere. abbagliati. Il nome di Augusto venne raccomandato alla posterità per- l’o- pera di un gran poeta, che non va esente dalla taccia di adulatore. Da questi principi deve partire là critica ràzionalé nella disamina delle produzioni storiche ideali della poesia di tutt’ i tempi e di tutte le nazioni. Un’ epo- pea* 0 un romanzo, una novella o una favola, comun- que meravigliosa per artificio di parola , per origina- lità d’ invenzione o di finzione, se non è* informata da un’ idea, da un fine di utilità presente all’ umana fa- miglia, è un balocco, un trastullo atto a soddisfare la curiosità di vecchi fanciulli , che con la stessa fa- cilità , con cui ne divorano la lettura , se ne disfan- no, perchè, dopo che l’avranno letta, nessuna impres- sione ne risente 1’ affetto , nè alcuna risoluzione si desta nell’animo, o di virtù da praticare, o di vizio da correggere. A simili produzioni manca la opportunità e non destano altro interesse che di una stolta atn-> mirazione pel poeta che scrisse. Aldini vorrebbero giustificarle dal verso della Utilità del ristaui’D delia storia di un tempo in quanto che, mettendo in veduta i fatti trascurati dagli storici, richiamano T attenzione del pubblico sugli avvenimenti di queir epoca. Così, leggendo il Romanzo storico del Manzoni , apprendiamo gli usi , i costumi , i vizi e le virtù speciali degli uomini di allora , che indarno cerchiamo nella storia d’ Italia , perchè , essendo fatti troppo minuti, o furono trascurati dagli scrittori o ri- masero ignoti. Ora chi non vede che dalla lettura di quel romanzo si trae un’ istruzione , ossia una cono- scenza di fatti, che prima ignoravamo ed eravamo con- dannati ad ignorare? E non è questo un utile po- sitivo? A queste obbjezioni rispondo primamente che troppo infelice rimedio è per la storia il romanzo sto- rico , dove le cose finte sono talmente incarnale agli avvenimenti reali che il solo poeta può saperle disccr- nere nella Supposizione che i fatti di un’epoca oscu-' ra sieno ignorati gencralmontc. Anzi il poeta si stu- dia a tutt’ uomo di nascondere a’ suoi lettori quale la parte vera, quale la parte finta , e ricorre alla destra mentita, con la quale ci dice di aver tutto ricavato da un antico manoscritto. Se poi il poeta si proponesse di richiamare 1' attenzione de’ suoi contemporanei sui fatti di queir epoca , farebbe servire la poesia ad un fine troppo limitato, mentre potrebbe e dovrebbe rag- giungerlo per la via più propria e più spedita, di pre- sentare cioè un lavoro storico e positivo di vero ri- stauro , come molti insigni e dotti ^ingegni hanno praticato. In quanto all’ istituzione che vuoisi discenda da simili produzioni, c che si tiene in confo di utile, non neghiamo ancora noi essere meglio conoscere gli av- venimenti. di un tempo che ignorarli , ma ben può darsi che sia mutile , come inulilè è per molti il co- noscere una lingua antica, che non ha alcuna impor- tanza rispetto alle cose della vita sociale presente. La parola* istruzione non ebbe un senso determinato nelle quistioni estetiche concernenti Je produzioni letterarie. Si è detto che la storia sì proponeva d’ istruire, che il poeta vuol istruire e dilettare ^ e l’oratore secondo Cicerone ha tre uffici a compiere ', conciliare^ istruì-^ re e commuovere. Forse che la storia istruisce come là Epopea , come la Scienza , e 1’ Eloquenza ? Nella determinazione del signìfìcato di questo vocabolo sì può dare una soluzione soddisfacente alla proposta quistio- ne. Lo spirito umano è sempre istruito , quando ac- quista una qualche conoscenza, e siccome conoscenze presenta ogni componimento letterario, si può dire che ogni componimento sia istruttivo, Ma r istruzione diversifica, come diversificano le varie specie di conoscenze , e nelle produzioni di ge- nere storico è istruzione di memoriaf nelle scientifiche è istruzione d’ intelletto , nelle oratorie è istruzione di seTUimento, Pretendere nella Storia Y istruzione scientifica od oratoria e viceversa sarebbe irragione- vole, perchè niuna facoltà può dare ciò che non ha , o più di quello che ha. E, siccome in ciascuna specie di •componimento vi è una facoltà specifica, ognuno vede che in ciascuna dì esse vi è un’ istruzione speciale. ' Da un altro lato, posto che le produzioni poetiche debbono essere dirette dal Vero e dal Buono determinato in una specialità di utile umanitario, la istruzione che debbono effettuare non può essere una qualsiesi Cono- scenza di vero e di buono , ma questa o quella che è conforme alla natura speciale del componimento. Mi è piaciuto di mettere in ultimo luogo questa os-, servazione di risposta alla obbjezione , che si poteva fare alla teoria stabilita nel presente paragrafo. INTORNO ALLA FANTASIA PACOLTA’ PRODUTTRICE db’ pensieri secondari nella STORIA IDEALE.  Introduzione al capo presente — Sua partizione de- rivata dulia fantasia considerata in sè stèssa e ne' suoi prodotti. Trattando di una specie di componimento lette- rario, non si può fare ammeno di parlare della facoltà psicologica sua propria , perocché abbiamo detto nei preliminari di questo volume che ogni componimento non differisce da qualsivoglia altro componimento in quanto alla forma la quale è una e la stessa per tutti , cioè r unione individua de’ pensieri secondari col Concetto (§ 1 voi. I." pag. 98). Se noi abbiamo rico- nosciuto, e non se ne poteva fare il dimeno, più spe- cie di componimenti ; fu perchè, realmente più specie se ne danno dal lato della materia, che sono i pen- sieri , i quali perciò sono diversi , perchè, se fossero identici in ogni componimento, non avrebbe luogo la distinzione delle diverse specie di comporre. Ora il pensiero è un prodotto dello spirito umano ; so dun- que un pensiero può differire da un altro , la loro differenza è come quella di un prodotto, cioè effetto, da un altro prodotto ancora effetto. / Digilized by Google 892 i>AnTE seconda Ma la causa produUrice di questi effetti. diversi è lo stesso spirito umano , la loro differenza adunque non può essere che in quanto alla diversa manièra di operare di un agente medesimo. Le diverse maniere di operare sì dicono facoltà , attitudini e capacità dello spirito umano.' Egli è dunque chiaro anzi evi- dente che, sia nella disamina di un componimento fatto, sia nella direzione di un componimento a fare , non si può nè si deve tralasciare la particolare disamina della facoltà produttrice de’ pensieri secondari, dalla natura specifica de’ quali derivano le differenze spe- ciali del componimento. Nel presente capo adunque esporremo partilaraente la teoria della fantasia umana come facoltà della storia ideale , produttrice de’ pen- sieri secondari, considerata l.° in sè stessa 2.® nei suoi prodotti 8.® ne’ suoi prodotti considerati sotto il rispetto dell’unione individua. Dividerò quindi il pre- sente capo in tre articoli. Intoro alla fantasia considerata in se stessa* La fantasia è una facoltà dello spirito uinano, che ogni uomo possiede) benché in gradi diversi. - Ne’ trattati di Estetica la parola Fantasia non ebbe mai un valore determinato , perchè spesso la incontri scambiata con la immaginazione) alle volte confusa con V ispirazione , non mai distinta da altra facoltà psi- cologica anche creatrice. .Importa quindi connotarla pei propri caratteri, ora che parliamo di una specie di produzioni poetiche, nelle quali le differenze specifiche (li questa facoltà sostanzialmente derivano. La funtania adunque per noi è quella facoltà del nostro spìrito , la quale in occasione di alcuni dati sensibili produce alcune idee dal. proprio fondo , che non corrispondono ad obhjetto fuori di noi. Del qua- le fenomeno può rendersi conto ogni uomo, che con- sulta fedelmente la propria coscienza, perchè ad ognu- no è venuto fatto qualche volta di osservare ohe pre- so da timore esagerò il pericolo : parvegli vedere e sentire parlare esseri non mai esistiti, e molti nel de- lirio indicano i demoni che li spaventano , e vedono spalancate le bocche d’inferno, e pronte le catene per esservi trascinati. Chi non sa quel fatto sorprendente del Genio di Socrate, o di Bruto? Torquato nella sua vita ci fornisce un esempio meraviglioso dì alterata fantasìa in quel Genio che gli appariva ad un filo di l«ce, con coi discorreva lunga pezza dì altissime cose, (somponendosi nel corpo, come sè stesse presente ad un personaggio ‘di superiore natura secondo quel che no riferisce il suo bii^afo , il quale si trovò presenterà questo meraviglioso spettacolo. Ma, lasciando lo straor- dinario, esamino ciò che è fatto costantissimo in tutti gli uomini, i quali, quando odono raccontare un fatto quahiesi , rendendosene conto per riferirlo agli altri , sono portati naturalmente a circostanziarlo , abbellir- lo , ad esagerarlo, immutarlo, di guisacchè lo stesso avvenimento riferito da cento si centuplica, a cosi di- re: tanto, sono diverse le aggiunzioni che ciascuno vi appose, cavate dal proprio fondo per quella facoltà, che si dice fantasia! Quanto più un popolo è barbaro, tan- to più è fantastico, onde creando numi di fantasia, po- pola le selve di ninfe, sitiri e faiini , e personifica i fonti, i fiori c le piante, e dà senso agli elementi, che Digilized by Googlc PAltTl^ SECONDA 294 poi divinizza c chiama Dei. Tutta la mitologia pagana ebbe origine dalla fantasia de’ primi popoli abberratì dalia tradizione primitiva, che quantunque fosse di- venuta ridicola ne'tempi umani, fu conservata da’poeti eterodossi per piaggiare le moltitudini di natura do- minate da fantasia per manco di coltura civile e di educazione intellettuale. Quando io dunque vi parlo di fantasia, non dovete voi ricercarla ne’ libri o dedur- la per via di ragionamenti da’ fa^i analt^hi , ma la trovate in voi stesso e specialmente ne’ piccoli avve- nimenti della vostra prima età, quando dominato più dai senso che dalla ragione in ogni cosa fantastica- vate , e secondo le impressioni più o meno favore- voli prodottevi da’ racconti della balia conversaste in mente vostra con alcuni esseri anomali, o v’impalli- diste ad un -piccolo rumore neHa stanza in cui era- vate solo all’oscuro-, o lieto nel viso soffuso di vita novella contemplaste un obbjetto carissimo , un amico lontano che vi sorrise in mente , vi parlò e vi disse moltissime cose piacevoli, e voi come rapito in esta- si, ignoravate di esistere in questo mondo. E, se guar- date un poco a’ vostri sogni, quante strane combina- zioni ? Quante bizzarre mostruosità, di cui siete certo che non mai in vita vostra avete pensato nè a queste nè alle simili ! Siamo così fatti per natura, il che impor- ta in altri .termini che la fantasia è una facoltà psi- cologica , una facoltà dello spirito umano , cioè che tutti gli uomini la posseggono, perchè tutti gli uomi- ni non volendo sono soggetti al suo dominio più o meno ne’ diversi stadi della vita. Dal discorso fin qua chiaro apparisce che la Fan- tasia, benehè sia posseduta come facoltà psicologica da ogni uomo, non è da dire che tutti la posseggano nel medesimo grado , imperocché , fondandosi , come vc- Dìgitized by Googte INTORNO ALLA SCIENZA DELLA STORIA POETICA 29S dremo, sulla scnsìvità, diversìBca conio questa, che ne 0 il fondaincnio. Noi vediamo tullodi che alcuni uo- mini' abbondano di memoria fino ad averla prodigiosa rispetto agli altri, mentre difettano d'inlolligenza; alcuni altri sono dotali di acume d'ingegno, ma relativamente difettano di prodigiosa memoria; altri prevalgono per gli studi storici, chi per le Matematiche, c per gli studi speculativi in genere , chi per le lettere umane ed amene, chi per l'ascetismo e per la contemplazione , chi per F eloquenza ec. Gli stessi poeti, che debbono senza dubbio essere dotati di fantasia, si differenziano tra loro pe’gradi di finzione, che, come vedremo, è ope- ra di fantasia nelle produzioni di genere storico. Di- rete ancora che questa facoltà produttrice delle nostre delizie è posseduta per gradi, «hi ne ha più , chi ne ha meno, ma tutti in qualsivoglia grado anche mini- mo F hanno. ' §■ 87. In che la Fantasia differisce dalla I mia agjs azione 0 come altri dicono Immagis atifa ? Nella Prima parte di questo volume dicemmo che la Immaginazione è facoltà comune alla storia reale ed alla storia poetica (§ !)2 pag. 163), onde dedussi che la differenza delle due storie non si debba deri- vare dalla Immaginazione, che è facoltà riproduttrice, sibbene dalle rispettive facoltà produttrici , che nella prima è la Sensività, nella seconda è la Fantasia. La Immaginazione adunque non si può scambiare con la Fantasifl, perchè i loro uffici sono diversissimi, come è diversa la produzione dalla riproduzione. Se quindi da taluni è stata confusa Luna per l'altra, si può scutare 1’ abuso de’ vocaboli con la libertà che si conce» de di assegnare, ad arbìtrio , qualsivoglia definito ad un’idea.' ICd arac pare che questi estetici chiamassero Immaginazione la facoltà, che noi diciamo Fantasia, in quanto che i suoi prodotti sono idee immagini, os- sia idee di cose estese e ngiirabìli. Ma oggidì gli stes- si psicologi, che chiamano la fantasia immaginativa poe- tica , assegnarono la parola immaginazione a signifi- care la facoltà riproduttrice delle nostre idee , come si può vedere nelle opere filosofiche del Galliippi. Determinata in tal guisa la quislionc filologica , vengo alla differenza delle due facoltà, percJiè sovven- te si possono confondere i prodotti dell’una con quel- li dell’ altra , onde reputo necessario differenziarli ac- curatamente pei loro rispettivi caratteri. La fantasia, come facoltà produttrice, cava dal fon- do dell’anima alcune idee, i cui obbjctti non hanno mai operato sulla sensività , onde non corrispondono ad obbjetto esistente ma possibile: le idee al contrario riprodotte dalla immaginazione sono, a così dire, una ripetizione delle idee, ohe furono da noi percepite io occasiono che gli oggetti esterni operarono ' sulla no- stra sensività, e , benché ora non sieno presenti gli ob» bjetti medesimi, lo furono quando che sia stato nel tempo preterito. La Fantasia adunque non si può ap-. propriare, come suoi prodotti, quelle idee, che si richia» mano ad una combinazione diversa, perchè la sola op- portunità della nuova situazione è una novella pro- duzione dello spirilo. La fantasia ci rende originali in quanto che produce idee nuove non prese a mu- tuo da UJi altro componimento. Cosi non è originale Vir- gilio nella discesa di Enea neU’lnferno, copiata da Ome-. ro: nè Tasso, che finse Rinaldo allaccialo dagli amori di Armida copiati da tanti altri poeti. La vera originalità è produttrice d’idee nuove novissime, delle quali è fa- coltà la fantasìa: Tlmmaginazione è depositaria di questi prodotti custoditi per essere ripresentati a tempo op- portuno. La Fantasia è rispetto alla Immaginazione ciò che è la Sensività rispetto alla medesima: differisce dalla Sensività in quanto che produce idee senza oggetto agente, mentre questa non si attua se non alla pre- senza dello oggetto medesimo ; l’immaginazione aduu- que è l’architetta di ogni componimento storico pro- saico o poetico, e, se la prosa differisce dalla poesia, avviene per la diversità de’ prodotti delle due facoltà produttrici. §. 88. Intorno al modo come opera la fantasia per meglio determinarne la particolare natura. Estro poetico. La quistione proposta non è tanto facile a risol- vere per quanto sembra a prima vista, perocché non ci è dato di sorprendere la fantasìa nell’atto che opera per soffermarla all’ intuito della nostra riflessione , la quale appena ohe vuoisi costituire per afferrarla, allora è ohe la fantasia ha cessato di operare. K una spon- taneità meravigliosa della nostra natura interiore , la quale si fà innanzi in un baleno e sparisce: opera in modo improvviso senza che si possa contare a dati cer- ti su i suoi risultati, onde i poeti, che ne sono a do- vizia forniti, furono delti improvvisato ri, ossia ingegni dolati della fantasia, ohe è la facoltà dell’ improvviso aperare. La direzione , ohe può dare la riflessione a questa facoltà portentosa , è in quanto ad un oggetto ' piuttosto che ad uu altro, ma per sé stessa è indocile, e insobbordioata ad ogni legge, di guìsachè non si può rendere più o meno intensa a piacere nostro. In somma è una facoltà passiva secondo il linguaggio dc'psicologi , che si attua nostro malgrado secondo la sua. natura. Gli antichi credevano, o facevano vista di credere, che i poeti, cioè gF ingegni forniti di fantasia, fossero ispira- ti da un Nume, il quale, in modo misterioso agitando int^iormente lo spirito umano , in certa maniera ri- velava le idee d^li oggetti possibili. A chi non è no* to r Est Deus in noòis agitaiUe cal^cimus iUo ? Que- sto numé si ebbe il nome di ifusa., spesso invocata sotto diversi nomi secondo la diversa natura della ma- teria del componimento, onde il Die mihi musa virum e Cantami o Diva. ec. £ vati fur<mo detti i poeti , perchè le cose, che cantavano, erano in certa maniera profetate, non per virtù propria, ma per Hntervento della creduta ispirazione» La quale credenza, comunque alterata, adombrava il primo vero tradizionale delFispi- razione divina al primo uomo, che ebbe la scienza in- fusa da Dio, per la quale nominava le cose co’ nomi loro propri senza che da altri avesse prima, come noi, appresa alcuna favella. Ho detto che adombra il pri- mo vero tradizionale, perocché Tidea de’gentili intor- no aìVispirazione era alterata dfd politeisnao, e la ispi- razione nel senso ortodosso> nem entrava in mente di quei ciechi idqlatrL Per la stessa ragione là fantasia fu somigliata alla mna , la quale, presenta un corso perenne e spontaneo del Suidos perchè, una ricca fan- tasia porge un corso perenne, di pensieri nuovi com^ binali in forme novissime ui modo improvviso e affat- to spontaneo. . volete da me un modo di dire per far inten- dere la maniera misteriosa delT attuazione della fanta- sia ,. io dirò che dessa si attua per suggerimento o r  suggestione' in quanto die in occasione di un pen- si ero eoi-rispomlOnfe ad un obbjeUo - Leale la. fanrasin annerisce uh àllro pensiero dal fondo deiraniiua , il. quale pensièro è eurrgroo ed addicevote » e.» a cosi dire, opporliinoVin guisaccJiè dall’ unioRe- di esso .e degli. aUri intorno ad un oggetto -ne risulta. un tutto, armonìeb , il qu»le , so non esiste., swcbbe deside- rabile che esialesse, «• diletta lo spirito, che si com- piace dì m» sua fRttura. tìuesto suggerimento, fat- to a. mòdo naturale cioè dalla Ibiitasia . midra , forr ma i poeti. 'Questa Scotta fu ancor essa /vixiata dalla colpa primitira , onde l’ arie produsse tipi difformi dall’ ortodossia : ma , se T-uomo fosse rimasto nell’in- tegrità prunilìva , avrebbe conservato nella sua inte- gra natura, una forma di .naturale ispirazione subbpr- dinala alla divina ,.e atta, a dunostraro la- uniformili de’due ordini intelligibile e sopra inteUigìbllc, Hanno • i poeti riflettuto abbastanza la dignità della loro mis- sione? Non traggono gli umani il più', forte .sgomen- to della loro futura destìnazione da questa njerayiiT gliosa natura delle facoltà psicològiche ? s ■< Ritornando al mio proposito , v«igo a dir breve- j mente'deH’fisiró poetico , il quale in sostajua non è che la fantasia non in potenza ma in atto , di" . cesi che il poeta è invaso dklPcstro, quando la vena è. fluida, ©quando la fan jasia si cosliluiace.nell’opcrAr,c còntimia. 1 prodotti sotto l’iiHluOTaa defl^estro poetico sj, distinguono dalla frescbezzA, spònla^ttà, delicatezza, di ■- tinte, squisiteza di pensieri,doti le quali si ammiranó dal- lo stesso poeta ne’freddi momenti della riflessione, quan- do, a COSI diré, nonsembratmpiù snoi„poreiiè paragonan-, dosèstcsso, comesilruova di presente, à quel poeta, elie ’ 1 -  . = = V ^ . . . r. . t . . J . J 1 w- «2  • •• •!'., ' scrèse; kivasó daH’etóm,. si sente -incapace a produci^ alli^llapj»- Gid-diMOftt’f» ^he u^p» no» è.setttjp’e.. lo steten-ne’dFveisi monvenii deHa vita. Vi son^ Uiomeifili, D^qUfdi.nonsftanp buoni per JuiMà; non sapmanw 90A- <*»fró un pensiero, cómbiiiare p<^he parole. 1 moinep^i, . che si drecUo /'cltd per Ìo-scritto«e,8ono.cor4iej:^i, e,se. l'abHo ci a^dla-in dHena,-i prodpUi majiifes4uo> la ftiffcrerwa deriverei Slafi deltataimo. Jinpatianw adun- ane a diMiiipoere-k^apte«% in allo dalla fantasia in. po- tenza, cd a ^er cUglÌep« i'moiwali feUci ^ a aopya^ji: ddfC’né’tfWHrejitPpoou-fe'^h "■ ' . i ‘ ' • V  ' Si' «necftfta wtd alcùni •rtMvzi, che 4$j\aana4’aUn^kà della FùnTtdsùi-^ MveAyl^siosji-^Màg^Br ■ ‘tchifHnaiioiio'^tila eua'occyltìi liatwa.- ■; . ii F: Un fatto che i momenti feUci tlella fantasia 0 del- Tcstro poetteo non vanno sconipagiiati da .un’esaltazione., del comune sensorio,.. perohè il poeto nel momenla di riflos^ue si riconosce assai diversòdal poeta invaso.d^- rèslroysi peFcWi non ricorda quel che. allora petKÒ e,, sefissc, sf-t^chè’di-preseijtc don si sente capace di fapc . anrctffthto. Adunque una falche novità avvenne nel sdo sensorio, che non si trovò «erto nello stato nornuilc, perchè in questo ^ è vèihito die sarebbe incapace di f^6 altrettaìitò. Questa rautamenlo'io to chiamo esViUaaipneo altéraifone del sensòrio j ski»ae axjuella del «oUe o di, cJu delira. Nè vi-scandaliszalc di questa mia espre^ono, che furóre póeticoiù dottala fantasia in atto o l’estro ^eUco. Ed io Be provato in UtóS;te8so.,(luranle«na'ÌDfermità,il fe- nomeno racràviglioso ed anormale di questa alterazione, poiché osservava costantemanle al declinare della fcb-.  - /:• ' -V-- • •- brc'iutèrii^iitt^te lyia tanta ^ facilità versi cha 10 li v’ed^ bem e RPjfèlti schiefar§ii\^nanz^.alla mì{| ^nenle^ non f^veapai|«f^ si cèlere cKò li pte*^,e scriyc7,,. rè, e ^e ne co.inpisuie^à a segno, di degidera^ò ^liesiprò- lunga^sero quei nwn^pÀti felici^ pj^e iiu avrebber^àssicu- , rata Una èórona pietica. V : , . ; . NWintènj^. dirb con cip cbe ja fantasia risulti r dal* ineccani^mq det'Cérvello/j. carne >p i mate? riali^ti, .'iptia nph sj ^pq dpi tq.tto, •- n^are\ che^'iT qefr, yeUq,, du?fl»te TèStro^ Sra ib • uno $jqtq diver^ dairopt diparip/ f.'poeti, del §enso, i;^§sonug|iandpjl cqlore déj-, ' l.a- fantasia attuala- ^l-.è^)o^e . qérpqreo., .^utayaiio^'. cp'liquori spirita^/ ónde disse Oinèrò, d'altro - nòn ]>arla chie di Vigne 'FinetQ, crep(U JI(^ te poeta leggiadro ^ non piarla ohe.r di- Bacco. Dio del* vino , ed. Oraàio sqlle peste del greco ^atp . celebra " 11 Merno. dagli anni nurnpratì - cònso^^ riinediq per essere' ppela 1 iniperocbhè>, quanta il' nno .moderatamente. bevuto esilarando b) smrilb’ec-^ citi il Gom.une. «"sen^riq ad una^'passa^iera ^tcr^'qr.^ ne, ia ^a .^azione • puranje'nte meccanica- non'^pùò'’ s.u^-^ gerire alcuna idea ^poetica, degni sopròvU vere nel; leinpo. della i^iflessione. C' * v V.» ' / ^ .X”. *.> .Più n^oder^ti e più^ s^i. i poetr moàònily s^-- gnande ridqlqtrià ad un nume mtèmpértHitc, innal^q^ no altari; ad una ^ passione, che, iinpadronitasi^abituàl- menlé delji’^nimo; lo spinge ^agliardameB^te ad o^^ Ma il cambiare di padrone no^ è sèmpre, un eambia^ dì ' sebiay itù, perchè akum poeti pi ù • s^ensùaH .^de'dÌT òli 'Sf^ Baccò^ scélsero, a loro ììui^ la ‘più Jàùlà passione^ rd- morq. Il.principé de’nostri Uj^ici italiani diede. H eatr; tivù esemplo, e i .auoi s^ua0i,* credendo che a-dfycn;?.^ tar Pctrarclii bastasse, una L^ufa, si scelscrq^^ad ainare^ q celebrare una donnetta, ed ecco Farcadia ribóccanle  ■ • di pastori* ccT»eggiar -^-R«rcnH ■anióposi , dì 'pariti e di sospiri resfescò le popolate di nftfé, e Venere celebrata ì)e’ suoi spggiorni di Pàfb , &n1do, e. Cippo. EgH è- vero, ebe PetrarCà fu pàn pbela , ma noe ne deducete che Tamwe di Laura il fórmè tale, peroc- ché gli arcadi cantarono amori, seguendo il 'suo esem- pio, soura che potessero diventar Petràrchi. Amé Dan- te , ma non fu Tamore tì'sno-Noiue^'amè ,Tor(ju»lò Ida, non fii ramore-il tèiirR del Suo canto. Un’aniny» ohe ‘sénle è la più disposta alla poesia, ma don é la più tmiale delle passioni che pòssa’' ispiJ‘are grandi peQsieri. Qual poeta più ingegnoso deirAriofUe? Kbbe- ne che cosa ù il 8Uo0rlandb, se 'nori‘ una congerie di laidezze, da cui abborre ogni anima oneata? P pKi gran- di .poeti -non furono certo ■ HHiamoràti da 'trivio: non guardarono la dònna,- come un ìstnimento di sensuale dilettò, .ma "oome una cara metà* dell’ uomo destinata alla più sublime nriseione della nòstra specie su 'que- sta terra : àmarto^la. donna, più 'bella nella sua - inno- cenza, cotne Danlò la ' sua Beatrice ’e in qualche modo Petrarca la sua Laura: Vadòrano nel virgineó pudore e nel casto.'connubio, per cui' si dividono in egual par- te i piaceri e i dolori nel viaggio di- questa vita naor- tale. Ma il poeta sehsuale, clic invóoa per Musa TA- mor^, ripone nella donnàl*nltirao'fine. dell’umana feli- cità é in questo fjnè gH riposa la mente, ehè è Inabili- tata a slanciarsi più in là. E, skco'me quest’aaiore è esclusi 'o' di ogni altro amante peroh^ gelo^ e per- sonale, (^qno vede che il poeta, 'che. .canta per amo- rè, è un egoista. per eccellcnea riducente tuttavia uma- nità al suo solo individuò , a cui fa servire ogni al- tro B&e cofne ìnez?o. E^cco perchè i poemi eroiici eb- bero uria celebrità^ ed una vita, quando le nazioni 'èhi- rio serrate a indi' idni, non ancora slacrrite dal imi- INTORNO ALLA SGIEINZA DELLA STORIA POETICA 808 nicipalismo. Ma, rotte le barriere dal cristianesimo, Tin- dividuabsmo cedette alla specie , e l’amore del senso atta carità diffusiva. Cosi la passione, che era fine de’ p^ti erotici, divenne mezzo pei poeti ortodossi diretta ad un fine più nobile , al bene di tutta la specie Uu ^eta senza passioni è una statua senza vita: imperocché, essendo la sua missione un apostolato ci- yUe a beneficio dellumano consorzio, col massimo disin- teresse personale, non può sostenerla senza un amore forte , paziente , perseverante , e I’ amore di questa natura è la più grande e la più nobile delle passioni!' Quando lo spinto è dominato da questo amore, la fan- tasia è nella massima attuazione, onde l’ ispirazione è sostenuta , e perenne , perocché il maggiore stimolo sul sensorio é lo stimolo morale, ossia l’anima istessa, che SI vuol sprigionare dal carcere, che la circonda, per diffondersi nella specie. Le più grandi poesie, come que le di Omero e di Dante, ne fanno pruova incon- trastabile , perché la lunga vita loro é un argomento che in esse vi é uno spirito animatore di tutte l’età appunto perché vivono sempre, e ciocché é permanente è della specie e non dell’individuo che é mutabile. Ec- co la Musa, o poeti, che deve ispirarvi 1 Ecco la Mu- sa che VI rende immortali ! Smettete que’canti vena- li, che VI attirano 1 ammirazione de’ vili adulati, e fate un inno verpne di servo encomio , se volete che la posterità VI legga e vi rammenti. L’egoismo o il per- sonale inter^se è una passione che vi rinchiude Ll- e dopo tanto fracasso non resta di voi una memoria Transnt memoria ciiis cum sonitu. Alcuni si fanno dominare dall’opinione die il noe- ta può prendere a sua guida la più nobile delle ms- sioni, la gloria, per la quale a suo nome va ceìeZ. Digilized by Googl 30i PARTE seconda fo tra contemporanei , raccomandato alla posterità . Certamente quest’amore è più nobile del aermude , ó di Bacco 0 di VcMierc : è una passione tutta spiritua- le, che rassomiglia lo spirito umano allo spirito ange- lico, il quale per quest’amore disordinato traviò e fece guerra aH'Altissimo. Ma la gloria è estrinseca alla poesia perchè dessa è un risultato dellopera riuscita secondo le ragioni dell’ arte. Supponiamo che il poeta si pro- ponga un tema immorale, a modo di esempio, la Gran- dezza di Nerone, TOneslà di Messalina, l’Eroismo de- gli assassini di Cesare , ed animato dalla nobile pas- sione, che si dice gloria, mettesse in opera ogni sforzo d’ingegno per riuscire ammirabile nel suo argomento, credete voi che questo matto poeta conseguirebbe la gloria piuttosto che la pubblica infamia che il danna all’ obblio ? La gloria invero è un attestato pubblico degli uomini, che giudicano l’opera del poeta fatta con arte, onde vien dopo, come cosa estrinseca al lavoro già formalo secondo i veri principi. Questo pungolo dello spirilo umano può contribuire alla scelta del buon ar- gomento, ma, essendo una causa troppo rimola, ve ne dev'essere un’ altra più prossima e più efficace , che vuol interessare i nostri simili e non noi. Allora è che gli uomini ci tributano quest’attestato, perchè nel nostro lavoro Iruovano la nostra annegazione, il nostro disinteresse, mentre siamo tult’intcsi al loro vantaggio. Quando il poeta lavora per conto proprio , si segrega dalla società, e si aggrinsa nel suo guscio come la lumaca, e tutti lo fuggono per istinto, come uomo da cui non bassi a sperare alcun che di bene, onde cade in dimenti- canza ben presto , perchè l’essere ricordato è un vi- vere nella memoria altrui , ma un tale poeta egoista non vive nella memoria di alcuno , menochè nella propria. • . i ' Digitized by Google 'intorno alla scicnza della storia poetica SOS - Badate quindi, o giovani, cbe sentite riscaldarvi il petto dalla sacra scintilla della poesìa, che non v'illuda l’a- mor proprio- nei dirigervi per questo arduo cammino. Non vi fate ingannare dalL’esempio di coloro, che, ani- mati da triviali passioni, cantando, usurparono una cele- brità menzogniera, perocché, se ancora han fama, non tarderà gran fatto che la perdano , quando 1’ umanità più rinsavita , senza seduzione de’ secolari pregiudizi, pronunzierà sa di loro una sentenza più giusta. Non abbiate fiducia nella vostra squisita finezza, di un sen- tire profano, per credervi già poeti. 1 vostri singulti e piagnistei amorosi potranno tmrre una lagrima od un sospiro dai cuore debole o dalla pupilla di una don- nicciuola da romanzo, ma non varranno a produrre alcun interesse in coloro, cbe hanno dritto a giudicar- vi, e il loro giudizio è troppo spaventevole per- un anima che sente, perocché vi ■ condanna o al pubblico disprezzo o ad un eterno obblio. §.90. - ■ Intorno alla direzione della fantasia per formarne una facoltà estetica. Educazione della medesima. . Negli antecedenti paragrafi abbiamo dimostrato che la fantasia è una facoltà psicologica, che tutti gli uomi- ni hanno, chi in maggiore, e ,chi in minor grado, svi- luppata. Ma avere la fantasia ed esse- re poeta non sono la medesima cosa, perchè non. tut- ti gli uomini sono poeti, benché tutti abbiano fantasia. Parrebbe che ad essere poeta richiedasi questa facol- ..tà più sviluppata rispetto agli .altri uomini ordinari, e così opinano tutti coloro, che addomandano poeti alcu- ni ingegni privilegiati, che senza éducazione lettecaiia ■  spontaneamente verseggiano, come i così delti estem- poranei o improwisatori. Ma, se ninno può rivocft» re in dubbio la differenza tra un cerretano ed un poe- ta colto, tra il fabbro di versi eì poeta del cuore, è da coiicbi udore che il dono delia sola fantasia non basta a formare il poeta. Già è antica l’opinione che poetae nascuntur e ’l detto di Sofocle : Eschilo fa bene ma non lo sa. Ma simili maniere di dire, se sono vere in parte , sono falsissime' assolutamente. Senza fantasia, o estro, o furore, o vena poetica, non vi è poeta , ma supporre che dessa sola basti a costituir- lo è dare in una falsità palpabile , appunto come è falso il credere che l’uomo sia solamente spirito, per- chè è uomo principalmente per la sostanza spirituale. La fantasia senza direzione straripa c riesce in fanta- smagorie stomachevoli , come ne fanno argomento i s(^ii stravaganti, lo strane combinazioni di chi deli- ra, e le più bizzarre utopie de’visionari. Se per poco percorriamo la storia delle teonie pagane , quante as- surdità non ci presenta, come prodotti di una fantasia senza regola? La mitologia greca e romana, che ci de- scrive tante incredibili trasformazioni , e tanti ripu- gnanti numi e semidei, n’ è pruova lampante. A for- mare adunque il poeta non basta la fantasia, se que- sta non sarà educata ne’principi dell’arte, se non avrà una direzione, per la quale diventi una facoltà estetica. Questa educazione o direzione della fantasia si è affidata per lo innanzi alla disciplina dell’ arte poeti- ca di Aristotile ed alla lettura de’ capilavori classi- ci. Ma i precetti dell’arte poetica delle scuole non so- no in ultima analisi che formule generali, dedotte dal- l’epopea classica di Omero e de’suoi imitatori, di gui- sacchè la direzione provveniente da’precetti e dalla let- tura , tan to raccomandata da Orazio col Nocturna versale nami versate diurna exemplaria graeca , si ri- duce ad una sola, cioè airimìtazione di alcune produ- zioni, la quale co'precetli si compie e si ottiene più facilmente e quindi in minor tempo. Ma, provato una volta che la poesia classica, in quanto a materia, lavo- ra sul falso (Voi. 1. § 55 pag. 835), che la mitoli^ia’è morta e che la letteratura moderna dev’essere roman- tica (Voi. I § 56 pag. 843), è agevole a dedurre che a dirigere la fantasia dell’ artista ortodosso non si deb- bono priqwrre per norma le regole o i precetti di Ari- stotile in complesso, nè i greci è i latini esemplari. Ho detto in complesso, perchè ve ne sono alcuni concer- nenti la forma, i quali sono comuni all’arte antica e moderna. In quanto agli esemplari è uopo preporre ^i ortodossi, e invece di Omero e Virgilio, Dante, Mil- ton , Tasso ec. ec. ' Ma più di ogni altro per questa educazione arti- stica si raccomanda lo studio della civiltà della nazio- ne, a cui il poeta appartiene, poiché, se la poesia con- siste nel trasformare il reale in ideale , ma il reale della civiltà propria , non potrebbe la fantasia sugge- rire il possibìlè, se il poeta ignorasse resistente. ' Quando lo spirito del poeta è nudrito alle sva- riate conoscenze, è versato nella storia , è arricchito di erudizione svariata de’ costumi, delle arti, delle scien- ze e de’mesticri , e in fondo a tutto avrà scandaglia- to nella sua purezza il principio religioso, la fantasia si educa a creare un ideale corrispondente e confor- me, e nella sna attuazione diviene vena feconda, sor- gente inesauribile, e quel che è più, produttrice di un ideale , che si confonde col reale per la omogeneità de’ suoi prodotti; A che straziare la fantasia di uno spirito incolto c digiuno di conoscenze? Come osafe senz’ali un volo sublime senza pericolo di precipitose ♦ Digitized by Googl 808 PARTE SBCOHDA ' ; ,e frequenti cadute? Non sono adunque troppo esi- genti coloro, che vt^liono del poeta un filos<ko, uno scienziatOj un erudito e dottissimo uomo, non chè di filosofiche quistioni o teologiche controrersie debba oc- cuparsi nella sua produzione, ma perché, essendo egli 10 storico ideale dell’umanità, deve presentare nel suo 'poema un rendiconto storico del reale idealizzato del- l’umanità de* suoi tempi. Non sono i vocaboli tecnici della Filosofia, o di altra scienza,^ che fanno il poeta, ma il significato de’ vocaboli,, che il poeta trasforma. Olire a questo oggidì è surta la scienza del Bello, che si dice Estetica , sostituita a’ precetti aridi e sterili,, ragionatrice é indagatrice de’]sincipi ultimi del Bello. 11 poeta dev’ essere in questa scienza profondamente versato. E, siccome questa dividesi in generale e par- ticolare , e la < particolare sì suddivide in due specie corrispondenti a’ due rami delle arti rappresentative e significative, egli a riuscire nel suo scopo deve ver- sarsi e in quella e in queste per lo rapporto intinio .che le Arti sorelle hanno tra loro , onde l’una porge alle altre e le altre all’una le nomenclature, l’ordine e l’espressione. Quando l’umanità toccava più addentro il dominio della barbarie, il poeta nacque spontaneo, e fidandosi al s<do genio produsse un lavoro ammirevo- le non per intrinseca perfezione , perchè ogni primo tentativo umano è sempre imperfetto , ma perchè ri- guardo a’tempi Q genio superò i più grandi ostacoli e fece più di quello che si aspettasse: oggidì Mediocri- bu8 esse poetia non homines non dì non concessero columTiae. Ma, quantunque si fosse gridato cosi da’tem- pi di Orazio, gl’ingegni mediocri si fecero mai sempre in- nanzi fino a’ nostri tempi, e senza temere l’obblio, a cui li danna l’opinione pubblica, ci assordano eterna- mente con canti miserabili, de’quali hanno pure la sfacciataggine di compiangere la sventura , accusando la tristizia de’tcmpi, che non sanno apprezzare il merito di questi novelli inviati di Apollo. INTORNO AH.A FANTASIA CONSIDERATA Nb’sDOI PRODOTTI.  ÌM fantasia frodme pmsieriidee, conte la sensmtà Natura di questi prodotti. Le facoltà, dello spirito' umano non sono tanti agenti ' diversi, ma diverse maniere di agire di una medesima causa, che è lo spirita istesso. Se dunque distinguia- mo in esso diverse focoltà, il fondamento' dì queste distinzione è la diversità di siffatte maniere. Quindi è che, quantunque la sensività produca idee (Prim. Par. §. 25 pag. 7& ) e la fantasia faccia Io stesso , nessuno ha detto mai che Sensività e Fantasia sieno una mede- sima facoltà: bisognerà convenire die differiscano tra loro per la diversità de’ prodotti dal differente modo di operare delle due facdtà. Ora la sensività produce idee, come vedute di obbjetti presenti quale sarebbe la idea del pappagallo, che ci formiamo per l’organo della vista alla {iresenza del pappagallo obbjetto fuori di noi, o quella del suono ehe ci formiamo per l’organo del- l’udito alla presenza della campana sonora obbjetto fuori di noi ec. ec. La fantasia produce ancor essa idee, ma dal fondo dciranimo in modo incognito, non come vedute di ob- bjetti esistenti o esistiti, bensì di soli obbjetti possi- bili. Ma r obbjetto possibile corrispondente all’ idea 310 . , PAKTE si;coin>A fentaslica non si deve intendere nel senso di un o6- bjetto sostanza^ o di uo obbjeUo causa, ben^ di una maniera di essere di quest'obbietti percepiti pel senso o riprodotti per rimmaginazione, perocché, se si suppo- ne il contrario , cioè che la fantasia potesse produr- re idee corrispondenti ad obbjetti possibili come so- stanze 0 cause, si urterd)be ndridealismo o nel pan- teismo , che suppone la fantasia umana creatrice di sostanze. L'opera della fantasia principalmente si compie nella modificazione delle idee riprodotte dalla immagi- nazione, dando loro una freschezza simile a quella delle idee sensazioni, e rivestendole di facce nuove, per le quali si rendono capaci di entrare in nuove cmnbinazioni, quali non furono mai nel nostro spirito. Cosi, alteran- do la idea di un piccolo serpentdlo, nel sogno ci sem- bra vedere un grandissimo serpente, quale non abbia- mo mai pensato. Per questa ragione alcuni filosofi fan- no consistere la fantasia, che essi chiamano immagina- tiva, nella sintesi, ossia in una facoltà combinatrice di elementi, che preesistono nello spirito’ umano. Ma, se si guarda al complesso di un componimento, il qua- le risulta da idee riprodotte dall’ immaginazione, e da elemento fantastico , che non corrisponde- nella sua totalità ad obbjetto esistente, e vi piaccia di addoraan- dare l’ obbjetto possìbile ad esistere corrispondente a quel complesso, obbjetto di fantasia, in questo -'senso rìdea fantastica è obbjettiva, ma, come è chiaro, quel- 1’ obbjetto non è un prodotto della fantasia assoluta- mente , perchè dessa non vi ha posto che la combi- nazione opportuna e la novità dell’aspetto. Nè crede- te che ciò sia tanto poca cosa da non tenerne conto, imperocché la fantasia ci fa comparire le cose in luo- ghi e tempi diversi , in relazione ad obbjetti, coi qua- li non ebbero mai che fare in natura, e siffiattamcntc molate da quelle che erano realmente, che non più si ravvisano per quelle. Volendo pertanto dare una qual- che spiegazione intorno alla natura de’ prodotti fanla- alici,. a me pare che la fantasia operi per analisi e per stntest, per la prima dislacca dalle idee dell'imma- ginazione alcune attenenze , onde 1’ elemento astratto rimane indeterminato senza alcuna ragione di appar- tenere più allo particolarità y da coi fu distaccato , e però rapace di aggregarsi in una qualsiasi combinazione possibile: per la seconda si combina in cento serie, do- ve figura la prima volta, ingnisacchè il risultato è nuo- vo, appunto come un edifizio, che si forma di vecchio materiale. E Tesempio è molto calzante, perchè in qiianto all'architetto, che ne fa il disegno, prima di dar ma- no alla fabbrica, esiste nella sua mente, come un lavo- ro di fantasia. Ora nell’edifizio tutt’i materiali non so- no prodotti da una forza creativa ddl’arcbitetto , ma risoluti da uno o più edifizi demoliti , il quale lavoro è analitico. Dando principio alla fabbrica, quc’materia- li separati e divisi, ciascuno nella propria serie, sono indeterminati, e però atti a servire ad un disegno pos- sibile, e il fabbro faccettandoli, riquadrandoli, o dan- do loro quella figura o quella forma, che più confà al disegno di ciascuna parte e del tutto, ne produce ma- teriali nuovi, non in quanto alla sostanza, ma in quan- to alla forma, o agli accidenti, come è dire, al silo, che occupano, alla parte, che rappresentano ec. Ed è agevole a intendere che la novità subita da quei vec- chi materiali non è di si lieve importanza, come po- trebbe sembrare a prima vista, perocché, se voi pre- sentate quel materiale non ancora ornato a chi lo vi- de nella vecchia fabbrica, non lo sa più riconoscerc. Quanto è cambialo da quello per la fantasia dell’ ar- chitetto ! Applicale qiicslo processo architctlonico al processo fantastico del poeta storico, e lo troverete, n<Hi dico conforme, ma perfettamente lo stesso, perchè, oo« me ho detto innanzi, il primo è on lavoro di fanta^' sia architettonica, manifestato col mezzo sensibile ddl» Tedifizio . esteriore, - Ora il pregio massimo della fantasia estetica, che forma fl poeta storico, consiste nella prcmtézza, con cui si eseguono queste -due operazioni 4) analisi e sintesi, per le quali il materiale si tra^orma , e da reale di- viene ideale. Tutti gli uomini sono dotati di fantasia, ma non tutti gli uomini sono poeti , come non tutti sono architetti o fabbri. La fantasia estetica adunque è quella che rapidamente e spontaneamente a guisa d’ ffipirazione in modo a noi incognito e misteriose suggerisce l’elemento sensibile elaborato. Ma più che la novità degli elementi forma il poeta 1’ opportunità de’ medesimi. In una storia poetica, come vedremo, il maggior pregio consiste nell’ avvicinare tra loro avve» nimenli sparatissimi per luogo e per tempo non solo, ma per le cause che gli hanno prodelti. U poeta si propone di far fare al suo protagonista ciò ohe real" mente non ha fatto , ma che un altro da lui moL to diverso per condizione e per naturali abita-* dini in qualsivoglia tempo ha operalo. Per esempio, una giovane contessa , riccamente nata , educata e cresciuta , non è mai discesa , per quanto la storia ci narri, olla vile condizione di serva di un porti* najo per compiere 1’ eroico disegno dì soccorrere, da sconosciuta, l’ infelice genitore tratto dalla prepotenza in oscura prigione. Ma, se un tal fatto non è stato mai operalo da una giovanetta della sua condizione, ben la storia ci narra fatti consimili operati da gio* vanette e giovanetti per si nobil cagione. La fantasia del poeta seppe farlo servire al suo lavoro, prima s|Kk gliandolo delle reali particolarità dcscri tre dàlia storia^ e>poi allogandolo in tempo,' luogo, situazione diversa, come prodotto di udr' causa efficiente, in quanto agli accidenti diversa dalla causa' storica , ma in quanto a sostanza identica e simile. 'E questo fatto attribuito alla giovane contessa fù trasformato, perchè là diver- sità della condizione sua , del genitóre, de’ pericoli^' a cui; si espose una bella e nobile- fanciulla, delle diffi- coltà di superare gli ostacoli della diffidenza , pro- dotte dalla gentile educazione ohe- traspiare ne’ suoi atti difformi! dalle abitudini di donnicciuola! da mestie- re, rendono il cmicetto si nuovo che il poeta' ne tor-^ jia lodatissimo, comesa^io artista, creatore di un’idea originalissima. INTORNO ALLA FANTASIA CONSIDERATA ' Nb' SUOI PRODOTTI RISPETTO ALl’ UNIONE INDIVIDUA. ' '> t . . i- - , l' . ; jTUroduaiom ed presente articolo — Partizione del medesimo relativa (die qrUstioni da traitarvisi. Il i-ii . • r. I , Se la fantasia non avesse una norma nel sugge- rire gli elementi alla composizione storica, riuscirebbe in un complesso di assurdità e di contraddizioni ridi- cole. Del che ne fan pruova i sogni, ne’ quali le pià bizzarre combinazioni, le più strane figure, i più stra- vaganti avvenimenti si presentano al nostro spirito da farci meravigliare, durante la veglia , come avessimo potuto pensare a coso simiglianti. La fantasia -senza regola è un cavallo senza freno , che , preso da’ capricci deir ct&'giovan ilei, corre, .c.baka j e pi*ecipilft; Ne’ §§. antecedenti abbiamo, veduto !die la fan- tasia non opera indivisa daU’immaginasione. Una fanta- sia senza r^ola è come la immaginazione lasciata libera nel ano corso. Oltracciò la. fantasia è ima’ specie ; di sensività , soggetta a tutte le alterazioni del comune sensorio : affinchè dunque . diventi facoltà estetica , dev’ essere informata ndr. suo operare a produrre secondo che il bisogno ‘ richiede ; ragione-' di mèto- do vuote che noi parlassimo, di questa nomia e rè- gola della fantasia. E, 'siccome ogni prodotto fantastico è . nn elemento di composizione , ed ogni componi^ mento per essere artistico deve avere la forma j la quale consiste nell’ unione individua de’ pensieri se- condari in ordine al concetto , diremo che la forma o regola della fantasia èWa unione individua de’ suoi prodotti paragonati al concetto del componimento. Ne’ seguenti paragrafi adunque, esponendo questa norma, risolveremo alcune quistioni relative alTunione individua e poi alcune altre subordinate. La principale fra tutte è quella, che riguarda VUnità di azione nella storia poetica, l’unità di tempo e di luogo, gli Epi- sodi, i caratteri ed Salire di simil natura.' IL presente articolo adunque' c(Hnpenserà la noja della sna lun- ghezza con la importanza delle materie. * ♦ Jfjinchèla fantasia, open esteticamente^ è me*^tieri che si educhi a produrre subbordinatamente ,al con- . petto del componimento , — Sforzi dcW Educazione ,, artistica. Osservazioni. . ) ' I . •  Nel 1.® Volume §.19. e seg., abbiamo stabilito, che il Concetto, in qualsiesi .componimento è personaJc c ri- sponsabile„,< in quanto che, avendo ragione di forma e , dì tutto dirìge lo spirito ad aggregare intorno ad esso quei , soli pensieri secondari, die si. riferiscono d medesimo, come parti, con tale nesso che non, so ne possono distaccare senza offendere la individualità del componimento medesimo. .11 princìpio., è generdissimo e non ammette alcuna eccezione. La norma o la re^ gola adunque della fantasia nel suo operare è ritro- vata. Abituatevi a teuere.presente drintuito dello spir rito il Concetto, che è rintelligibile : in dtri termini contemplatelo jtósiduamcnte .c perennemente, affinchè r immaginazione, per sua legge riproduca /quelle sole idee, che hanno - relazione ad essa per. ragione di si- militudine o di nesso causde c sostanzide. In questa guisa la fantasia,, che è la facoltà delle - modificazioni de’ vecchi materiali, si rende subbordinata e docile fanr .tesca deH’arte, occupandosi unicamente e particolarr mente a lavorare quelle sole idee, che hanno ragione di parti alla totalità deli’ intelligibile, trasformandole. Io ripeterò fino dia noja il Cui lecta potenter . crit res, nec-Facundia deseret hunc , nec lucidus ordo , ma la meditazione continua più che l’ordine e la. fa- condia produce neUanimo l’abito perfezionatore delia contemplazione, per la quale si ottiene il semplice ed , nno, desiderato in quell’ aureo precetto Denique sit quod vis simplex dumtaxat et urvum. Infermi come slamo per natura , deboli e guasti da una perversa educazione , abituati a far correre il nostro pensiero a briglia sciolta nella prima età, venendo all’arte dob- biamo smettere le passate abitudini, informarci ad un ordine razionale differente anzi contrario al disordine della prima età, a forza di vincere noi stessi, resisten- do al corso impetuoso delle nostre idee, arrestandolo con violenza, dirigendolo pacatamente. E quali e quan- ti sacrifici costar debba un tale rinnovamento della nostra natura non è facile a immaginare per chi non è iniziato ne’misteri dell’arte, il' quale, mentre ammi- ra le prodigiose produzioni i crede che a formarle costi tanto piccolo sacrificio, quanto breve è il tem- po di una lettura, che diffonde nell’anima tanta delizia. Egli è vero che sonvi taluni, che dotati di una fan- tasia pronta, spedita, ed energica, in nn momento si dispongono a canto detto fanprov viso, che alletta e in- canta le stupide mohitudini, le quali in questo solo privilegio fanno il' poeta consistere, ma voi vi guar- derete bene di credere anche cosi. Imperocché, se non furono educati all arte, ossia non ebbero subordinata la fantasia al Concetto, non produssero mai lavori per- fetti nè lunghi, perchè, se voi sottoporrete quelle pro- duzioni alla critica imparziale , avrete a compiangere la scempiaggine,' con la quale forse in buona fede si esposero al pubblico per essere ammirati. E poi quai lavori può produrre il momento senza precedente me- ditazione? Qual accordo fra le parti, che, quando fu- rono suggerite, non si ebbe tempo a compararle? Qua- le perfezione di lima in un canto , che usci come il caso volle? Si’ è parlato tanto a favore di Pindwo, che ne’ suoi ‘ lirici voli saltò spesso di palo in frasca, e Digitized by Google INTORNO ALLA SC1BN2A DELLA STORIA POETICA 817 si volle non dieo scusare ma lodare , attribuendo alla poca perizia dc'lettori in -quelle allusioni a fatti trop- po rimoti, Toscurità di quelle scappate precipitosissi- me. Ma il difetto è sempre difetto , nè basta a giu- stificarlo l’autorità di tanti secoli e la celebrità di un Pindaro. Era anch’egli uomo come noi altri, onde che, quando gli saltava il grillo di cantare all’ improviso, eccitato al suono della lira , senz’avcr prima medita- to, dovea spesso rimanere deluso nell’ aspettativa sul- la fiducia dell’estro , che non sempre risponde all’in- tenzione del poeta. Quel che fa pena, non è la sola giustificazione de’ difetti di un sì grand’uomo, ma di pretendere che si metta a modello, e per modello sei propose quel Fiacco , che nel suo Libro deU'artc scri- vea Denique sit qnod vis simplex dumtaxat et vnum. Tanfo può l’esempio de’ grandi uomini sull’ animo de* grandi uomini ancora ! Quell’ empirismo cieco, che la- mentammo in filologia , avea invaso tutte le branche dello scibile umano , c il pregiudizio di autorità sot- topose al suo dominio i più accanili nemici di un’ au- Jorità contraria. , Oltracciò, se può fidare della fantasia un poeta liri- co, che qualche volta in brieve canto riesce a buon componimento , non può fidarne al certo un , poeta epico, che si propone di scrivere una lunga storia ideale, perchè questa non può essere esaurita di un fiato, ma a lunghe riprese e per molti anni. Anzi a costui niun’ altra cosa più nuoce quanto l’impeto del- la fantasia, che il trasporta, dove dovrebbe procedere a lenti passi. Imperocché una storia è il complesso di pensieri infiniti , ciascuno de’quali debbo occupare un luogo proprio, fuori del quale è mal allogalo, an- corché attraente per la vivacità dtdl’ estro , e per la freschezza dell'ispirazione. L’Epico adunque deve faticar ‘ molto' e stentare- assai in quésta penosa educazione della fantasia , se aspira alla gloria di vivere ' nella posterità /letto ed ammirato da tutte le nazióni. Nè si faccia imporre dalle volgari e i^icole distinzio^ ni, che fanno taluni per certi componimenti, chcj men- tre appartengono' al genere storico poetico epico, per- chè il poeta non seppe sostenere la dignità di epico cantore, si vorrebbero fare appartenere ad una spècie mista di lirico ed epico nel medesimo tempo. E questa stolta opinione avea un fondamento sull'apparente iden- tità della forma esteriore secondo Tautorità degli em- pirici, che facevano consistere la poesia nel verso , o per meglio dire, che confondevano il verso con la poe- sia. Ma il componimento lirico ■ differisce dall’ epico sotto il rapporto dell’integrità de’pensieri secondari, in quanto che nel primo l’argomento è ’ soltanto saggia- to e non mai esaurito, nel secondo al' contrario. Sia qualunque la forma estèriorei sia che canti in vèrsi eroici, o in versi' spezzati , sia in ottave, sia in ‘se- stine, sia ili quartine, o terzine , siamo sempre là a domandare: Si propose il poeta di saggiare o di esau- rire l’argomento? ‘ ’ Nel primo proposito vuol essere lirico j nel secon- do un epico. Se 'dunque riusci epico, mentre dovèa essere lirico e viceversa, pronunziate la sentenza: egli fù ed è un cattivo poeta. Che se pure vi attrae in alcuni pezzi meravigliosi V e toccandovi' yivaniente vi strappa le lagrime per compassione o per letizia, voi non confonderete un pregio estrinseco con la essenza del poèma, perchè j’ ritornandovi sopra per ^udicarlo nella sua totalità, quelle pmrti, 'che vi dilettavano, vi senibrano lì messe a pigione è non potete contenervi dal ]^òff(n*irè : ’ che, sé il’ poeta ^avesse saputo armo- nizzare il' tutto, avrebbe meritato un’intera approvazio- I DO. Io qui non , ho a fare le mie partite con uomini leggieri, che ad ogni tratto ti scaricano una grandine di citazioni per farti arrossirei a non rispondere per osser- vare contro celebriti secolari, che ancor io rispetto e venero dopo la ragione, ma parlo e scrivo con quella libertà che mi concede la scienza e*più di tutto il convincimento del vero, a cui ogni uomo deve servire fcdehneutc e prestare un omaggio superiore a quello che si tributa a tutti gli uomini, perchè il vero è ob- bjettivo, è il desiderio perenne della creatura ragio- nevole , e perciò estrinseca a tutti gli umani rispetti. Conchiudo da tutto questo che, dovendosi educare la fantasia a star subbordinata al Concetto per la via della Contemplazione e con la pratica esercitazione di lettura sui lavori de’ Classici , il novizio artista non si l^i imporre da pr^udizi delle scuole, ma corra spe- -dito la sua via, e scelga il buono, e rigetti il falso dovunque lo incontra.’ ■ V M §. 94. Intorno aW Unità di astone del poema storico ^ > in rapporto all'unione individvM. L’ unione individua ;de’ pensieri secondari é la forma estetica di qualsivoglia componimento, e senza di essa non si dà componimento, che si possa chiamar hello , perchè la bellezza è una forma^ e questa for- ma in quella unione individua consiste ( voi. I. § 7 e pag. 116). Ora si è ins^neto nelle scuole ohe un poe- ma di. genere storico, sia epopea^ sia romonao, debba avere, à .suo requisito essenziale VUmtà di aatoae.: Im- porta quindi. vedere come l’unità di'aiionè si riduca all’unione individua per dedurne che gli antichi sotto qiiella ' forinola inteodev&no presso A poeo qneOo stesso ^ che noi intendiamo con la nostra. > £ primamente osservo che la frase di unità di a* ' zione si fonda sulla natura del poema epico storico, nel quale il poeta si propone di narrare gli avvenimenti prodotti dall’azione di un Eroe, il che è conforme alla teoria da noi stabilita nel § 83, dove dicemmo che il Concetto di siffatte produzioni è eminentemente dina> micò , 0 in altri termini è il Concetto di una causa in azione producente effetti , ossìa avvenimenti. Ivi ancora notai che per questa ragione la Epopea fà detta azione. Noi dunque non prenderemo qui il voca> bolo azione in senso di rappresentazione , che ri> gorosamente significa rendere presente al senso 1’ as< sente per mezzi sensibili simili. Imperocché le- cose, che si contengono nell’ Epo- pea storica 0 - nel Romanzo, come sono esposte in com- ponimento, non sono rappresentabili in teatro, ./^siona adunque qui ha il significato metafisico , cioè l’ idea connessa a’ termini di Causa e di Effetto. Spesso per traslalo la parola azione significa l’ effetto ( vedi Nuo- va Teoria de’ Giudìzi Introd. ): E in. questo duplice senso interpetrandolo, allor- ché diccsi Unità di azione rispetto all’ Epopea', par- rebbe che si volesse dire, o che rastone in senso vero e proprio sia utuz, o che l’effetto sia uno, come unico avvenimento. Or, affinchè l’aztone sia una in diversi momenti di tempo, è necessario che la causa sia iden- tica e permanente , perchè 1’ azione è indivisa dalla causa. Fuori di questa supposizione non si può con- i cepire 1’ unità dell’ azione per avvenimenti compiuti in più giorni, più mesi c più anni. L’unità di azione in senso di effetto operato e di avvenimento è nel senso che sia una. in quanto che a produrla molte cause concorsero , come le mille braccia di cinque- cento uomini insieme concorrono a produrre il mede- simo effetto coin’ e' dire, relegazione del medesimo corpo pesante, a cui non basterebbe la forza di un sol uomo, fosse pure un Ercole. Le singole forze di ciascun uomo non produrrebbero alcun effetto risibile , per- chè sarebbero vinte da una resistenza infinita ; tutte insieme, cospirando, producono Tclevazionc, alla quale tulli gli uomini hanno parte, benché ogni parte sia in- di visibile. Nel poema storico ravvenimento è prodotto da molti agenti, ma non con la stessa fòrza e nel me- desimo tempo, perocché tra loro ve n’ è uno , che crea, a cosi diro, tutte le forze subbordinate, in quanto che queste non si metlerebbevo in azione, se non fos- sero attuate ed iiAirmate da quella prima, che é pia- ciuta chiamare pretagonista^ come T Enea e 1’ Achilia nell' Eneide c nell’ Iliade. In secondo luogo gli a- genti subbordinati operano successivamente , c tut- te le loro azioni od effetti parziali sono ordinati un ad effetto, che è proposito c -fine : proposito, in quanto che il protagonista si propone di raggiungere quello effetto : fine, in quanto che è 1’ ultimo ad ot- tenersi, come risultato delle diverse e successive a- zioni, che cospirano insieme al medesimo scopo. E, benché l’azione non sia perenne, perchè ad esempio vi sono dello piccole interruzioni per necessità di e- lezione o di natura , è perenne l’ intenzione o l’ azio- ne morale dd protagonista e degli agenti subordih nati. Gli agenti subordinati poi, o sono cooperatori, od oppositori. 1 primi spiegano un’ azione diretta, i se- condi un’ azione indiretta, in quanto che la loro op- posizione 0 i loro ostacoli accasionano una resistenza vigorosa da parte degli agenti diretti, e quindi una reazione potentissima, che conduce alla vittoria ed al trionfo, ossìa alla sdiuione od al crnnpimcnto. Tutte » queste azioni debbon essere ordinate in maniera che I la prudenza umana non desideri un miglior andamen- to da preferirsi: che sia secondo la verità del possibi- le , ossia secondo la corrispondenza dell' ideale ad un obbjetto possibile, ma nuovo, originale, e meravi- glioso. Questo misto di diverse azioni ha il suo fondamen- to nella natura ed essenza dell’ uomo , il quale non è un essere, che bisti da sè solo a produrre un gran- de avvenimento senza 1' ajuto di altri uomini. In se> condo luogo r uomo è un essere sociale destinato dal- la provvidenza a compiere una missione civile sidla faccia delia terra. E, siccome il pnMagonista per sup- posizione è un Eroe, ossia un uomo straordinario, che vuole intingere 1’ umanità a nuovi andari , non può agire senza incontrare ostacoli nelle diverse passio^ ni, ne’ diversi interessi e svariati bisogni degli altri f uomini. ( Quindi è chiaro che l’azione epica è multìplice ed una: è multìplice dal lato degli agenti diversi, che ne- cessariamente vi debbono concorrere: é una, perché tutti i cooperatori e gli oppositori sono informati od occasionati dall’efficieuza del protagonista. In quanto air eiTetto del pari è uno e mnltipliee. È uno l’effet- to proposito e fine, in quanto che tutti gli sforzi ten- dono a quel risultato : è mnltipliee in quanto che tutt’i piccoli avvenimenti, che precedono, sono ordina-^ ti a queir ultimo, come gradini di una scala in ordi- ne ascendente, fino a che sì arrivi all’ultimo in capo a tutti. Or chi non vede che i gradini sono molti e la scala è una, come uno è l’ ultimo, a cui ci proponiaino di salire ? e cbe tulli i gradini inferiori spari- scono nell' intenzione prima di proposito e di fine? Riepilogando le sparse cose, sia che l’azione si prenda ^ nel senso metafisico di una idea, che I(^a la causa e V effetto come termini, siacchè si prenda nel senso metonimico di effetto e evvenitnetUo, essa è una alle seguenti condizioni. 1. Che vi sia una causa prima, prima efficienza cbe attoi ed informi i cooperatori, a sia di occasione agli oppositori, perchè, se quella pri- ma causa manca, non si può avere unità di mezzi e di fine, e eiascuno degli agenti secondari opererebbe per conto proprio , Onde si avrebbero tante azioni,' guanti sar^bero gli agenti diretti c indiretti. 2. Po* stocbè r azione è proposito c fine , come effetto da operare, ognun ve^ cbe il protagonista o il primo agente deve durare tanto tempo, quanto durano le a- zioni secondarie dirette a raggiungere il fine. Se Enea fosse morto in Cartagine, ancorché i Trojani fossero vraotl in Italia a fondare nuove città, un’azione sa- rebbe finita, e un'altra diversa incominciata per opera dei trojanù 8w E, siccome gli ostacoli non mancano ad una grande azione da otunpiore, vi vuol tempo per arrivare al termine. t ^ è dunque evidente che un’ Epopea dèv’ abbrac- ciare una quidsiesi' distesa, in cui vadano orinati gli avveniiaenti secondari. Ma, sia quanto si voglia una tate distesa, dev’ eascre perenne 1’ azione morale o d’intenzione senza interruzione , per la quale si po- tesse costituire un' epoca diversa, come vedremo , parlando deil’ unità di tempo. Dalle quali cose chiaro apparisce che T unità'' di' azione è identica all’ unità individua de’ pensieri secondari col concetto , imperocché il' concetto in ogni Epopea è di una causa. Or, se ♦  quost^ causa agisce e informa della sua azione mille altre cause a produrre un medesimo effetto, o a ripeter in continuazione la stessa efficienza per rimuovere tutti gli ostacoli, o produrre altri effetti immediati co- me condizioni al fine, che è l'effetto ultimo e me- diato , tutte le diverse azioni si riducono all’ uniti di quella causa. Traducendo queste azioni in pensie- ri Secondari, e quella causa in concetto, avremo {’ u- nità di azione ridotta all’ untone individua de’ “pen- sieri secondari col concetto. Ma la nostra formolo è più precìsa di quella dei maestri di arte poetica , poiché 1’ unione individua esige unità di azione rigorosa, cioè tale che escluda ogni azione secondaria, che non ha alcun’interesse al fine, a cui la storia poetica si affretta di pervenire. Laddove 1’ unità di azione pare che giustifichi alcu- ne disgressioni, che vanno dette episodi^ alquanto ri- mote dal proposito. L’ unione individua ha per legge di non ammettere pensieri secondari, senza de’ quali regge l’ individualità del componimento, di richiamar tutti quelli che si desiderano, affinché il racconto sia individuo. 1 fatti strepitosi e maravigliosi, come vedremo , ma slegati e sconnessi , cioè tali che tolti non derogano all’ interesse ddl’azione principale, appagano le moltitudini, ma non soddisfano le ragio- ni dell’arte. Il poeta, che rinunzia a quest’unità rigorosa si priva del più gran privil^io, che gii vien conce- duto dalla li^rtà del fingere , ed accusa la propria debolezza o la propria insufficienza. Privil^io non conceduto alla prosa , nella quale i fatti non sempre si presentano legati tra loro, nè lo storico può met- tere que’ nessi, che gli piacciono, perchè offendereb- be la verità del racconto, principalissimo pregio di una buona storia. Se dunque la fantasia del poeta per le attrattive del piò dilettevole si lascia trascinare alla finzione di alcuni punti di scena, come suol dirsi , e introduce nel suo racconto azioni secondarie, che noa hanno importanza di concorso aircfìlicicnza del pro- posito e fine , r unità dell’ azione è divisa , perchè abbiamo provato che 1’ unità di azione ò identica al- r unione individua de’ pensieri secondari col con: cotto, §. 95 . Intorno agli Episodi considerali sotto il rapporto dell’ unù« di azione. Posto che r unità di azione è identica all' unio- ne individua de’ pensieri secondari' col concetto , ognuno vede che è contro lultc le ragioni di arte r introdurre nel poema storico alcune azioni secon- darie, le quali non hanno alcun nesso con 1’ azione principale, o sia quelle azioni secondarie, elle non con- corrono in alcuna maniera a produrre, come fine, l’ef- to principale proposto. Un’ azione incominciata si vuo- le assolvere nel tempo più breve possibile , ed ogni- indugio al compimento non può essere giustificato che con r opposizione e la resistenza, che può derivare dagli ostacoli e dagl’ impedimenti necessari possibili. Un uomo che premuroso di giungere ai più presto, che si può, in casa sua per l’urgenza di un incendio o di qualsivoglia sventura, che gli possa accadere, sareb- be al certo deriso, se invece di correre c sbarazzarsi dagli ostacoli si fermasse ad ogni piè sospinto per cu- riosare o per vedere chi passa, imperocché è contro la credibilità umana che chi è inteso a grandi affari possa essere trattenuto da cose lievi e di picciolissi- mo interesso. Da un altro verso il lettore di un poema cpic» vuol essere interessato dalla principale azione, nè si suppone tante pigro che abbia bisogno^ di distra- zione c ripose, percfiè, quando gli avvenimenti sona intrecciati in mode che uno produce F altro^ ogni dU gTcssionc estranea F annnja e già vuole vedere F esito finale per l’ interesse che ispira il protagonU sta con il suo eroismo ingiustamente attraversate e con la sua ingenuità e prudenza nelF operare^ Intanto i maestri di Arte poetica per giustifica-- re r Epopea classica, nella quale s’^incontrano delle digressioni del lutto estranee alF azione principale,, hanno insegnato che 1’ unità di azione non si debba intcrjKJtrare tante, strettamente, che escluda qualun- que ejnsodio o azione subordinata. Per Episodio A-. ristotilc pare che intendesse una espansione della favola in tutte le circostanze , ossia la creazione di alcune azioni secondarie, che contribuiscono, mirabil-. mente alla integrità e pienezza del componiincnUK Ma, dichiarandosi per F unità di azione, non poteva in buona logica ammettere quegli episodi o azioni incidenti, che non avessero un nesso tanto strin- gente coll’ azione principale, che questa non venisso- a soffrirne, se quelle si tralasciassero, come insegna- no i retori, tra’ quali il Blair. Un tal modo di vedere concede troppa latitudine aJl'abuso , e converte il fine in mezzo c il mezzo infine, o l’ accessorio in princi-. pale. A che invero introdurre tali disgressioni od, episodi? In un’opera cosi lunga, qual è un poemui epico, vi diranno, gli episodi vengono a diversificare il soggetto ed a sollevare il leggitore col cambiamento) di scena. Aneli’ io voglio la varietà, che è pregio mas- simo di ogni componimento, ma la varietà senza 1’ u- aità è senza interesse unico , perchè ogni parte di multiplo attira debolineoto T attenzione senz» «ti grande effetto, che può essere unicamente {h-o- dotto, dalla cospirazione delle singole parti; IL sdlievo del l^gitore col pr^iudizio' dcU'unìtà può' essere con- sigliato da> chi professa il sensismo estetico*,, sistemai soPTensivo di ogni ragione di arte e contraddittorio come q^uello che assunte per massima, ciò che piace. i beUo. ' Infatti Tepisodio', essi dicono, 6 introdotto appo- sitamente per aòheWire^ c però deve essere lavorato eon finissima eleganza,, e di ^to ne' pezzi di questo genere è dove i poeti per ordinario- spiegano tutta la* lorO' arte — » Conseguenza, più larga, defic premessej «entradett& dal. principio generale : Jhnùpie ait quod' vis simplex dumtaxat et uirum. £gfi è vero che in un hingo coaiponimenlo non sonO' lsnte> apparenti le difforinilà de' pender! secondare, ma ad uno spirito- colto- e- ingentilito nell’ arte non passano inosservate. E, se no uemo roszo- c- poco pratico ne' lavori artir alici hai bisogno- di vedere in nn sol quadro riunite le parti del mostro ideato da Orazio per ^udicaro di on- tratto della deformità del tutto , chi ha ommoria e comprensiva nel rendersi conto di .ciò. ehe ha letto, acuopre lo stesso difetto nelle parti- difFormi ed allo- gale a molta distanza nello stesso componimento. Or, se il acdlievo del leggitore fosse ragione siufficientc a giastìficane tah mostmesità, sarebbe troppo ingiusto quel rimproveno* che il. vonosino poeta voUc fare allo «ciocco pittore. Ma, se quella sentenza- è approvata dal senso comune- del genere umano,hisogna conchiudere «he sia ridicola, assorda, insussistente la dottrina dei^ istori e de’ maestri di arte poetica, che a sollièvo di «fai legge consigliano al poeta di elaborare digressioni ed episodi, i quidi non hanno- nesso coni’ azione principale, stringente a segno che, se si trakisciano, qnell^ii’ non ne soffra. * Quel che sorprende è la censura, <;he tali csteti ci hanno fatto al Tasso lieirepisodio di Olindo e Sofro- nia nel secondo libro della GerusalepiiDC Liberata , de' quali più non si parla nel resto del poema. Ra^ ' gione frivola invero; perché non è necessario che sr parli di un' ^ione secondaria più volte , affinché un episodio possa aver luogo in un poema epico. La T^a ragione si è che queir episodio non contribuisco in alcuna guisa al risultato della Liberazione di Ge^. rusalemme, nè direttamente, nè indirettamente. È ua canto lirico bellissimo distaccato e sconnesso , messo lì per intrattenere il lettore e distrarlo dall’ aziono principale. Nè più commendevoli per questa ragione si possono ritenere o la visita c le conferenze di Et^ tore con Andromaca nell’ Iliade, a la Stòria di Caco nell’ Eneide ec. ec. • * Una storia poetica specialmente del genere epico 8Ì vuole intera^ svariata e compiìUa ^ in guisa che non si abbia in essa alcun che di meglio a desidera^ re, ma ad un poeta educato ne’ princìpi dell’ Estetn ca non mancano risorse per allargare il suo. racconto, creando con la sua fantasia* accidenti e circostanze interessanti e dilettevoli, che si connettano all’azione principale, come parti al tutto, che, mentre dilettano non occupino' quel posticino, in tCui il poeta le alloga per semplice imbottitura. Quel ohe ha sedotto anche i più grandi epici a violare l’unità rigorosa deli’ azior 1 ^, per far luogo agli episodi, si fu la falsa opinione che un poema senza intreccio amoroso non potesse riuscire interessante. Egli è vero che 1’ amore tante volte può essere causa dì grandi avvenimenti, c con- ) ^ibuire in modo, energico da causa secpndaria ad una azione eroica, ebbene si studii il poclache Usuo episodio amoroso riesca tale che faccia parte del gran tutto, e non dimentichi che il troppo raffinare gli accessori non é addicovolo ad un poeta epico che maneggia il subli- me, come in una piramide la troppa finitezza di al- cune parti, che si addicono ad un capitello d'ordine co- rintio, o un volto raffinato di una fanciulla sul busto di un Ercole, farebbe ridere gli spettatori per difetto di convenevole. E di opportunità e di convenevolez- za non mancano esempi nella Eucari, che intrattiene Telemaco, o neU’Armida che seduce Rinaldo. Ia: attrat- tive di un incidente non debbono sedurre il poeta a dar luogo ad un episodio, e, se s’incontrano esempi di poca severità presso i grandi epici, non se ne trag- ga norma o ragione di arte , perchè ciò che offende la essenza intima del bello , cioè I’ anione individua, è un sofisma in poesia, in cui la conseguenza è più larga delle premesse, ossia 1’ accessorio s’ inverte in principale. E grave danno no deriva all’ interesse del- r azione principale, perchè il leggitore non riporta dalla lunga lettura , che l’impressione di un fatto se- condario, mentre intenzione del poeta e dell' arte si pra d’imprimere principalmente quell’ idea, che è pro- posito e fine oltracciò ammaliato da una parte legge senza attendere, o annojato, un poema di tanta lun- ghezza, c infine non ricorda che gli amori svcnc- i(oli, le seduzioni amorose ec. ec.  . Htmrno. a* vodi sotto il rapporto tkU’ unità ài azione.. Un*^ azione fortunata, die raggiungesse jf fine- senz* ostacoK e senza resistenze, non desterebbe aicum interesse. Cbe interesse a modo di esempio» avrebbe potuto ispirare il matrimenio df un tessitene con l'or sesta fanciulla di Lecco, se la pusilibnimilà di IX Abbon- dio non avesse creato, tanti ostaedi e tante peripezie?’ Qual interesse avrd>be destato>AcbiMc,se giunto col suo esercito sotto le mura si fessero spalancate at -vincitore le porte delia famosa Troja ? 0 Enea, se a vele gonfie vcniUo in Italia fosse stato accolt» da' La>- tini per fondarvi nuove Città e regia disceadeiiza?'L’in- teressc delle grandi azioni nasce dallb: opposizione, e (falla resistenza, fa quale crea gli ostaedi, per cui- s'in- genera nelKanimo de' lettori il linoorc di un esito- in- felkx^, la speranza di vederli superali , il desiderio di Visiere la virtù in trionfo, c '1 vizio, punito. Quindi la- (briosità di sapere^ die anima la brama di leggere fi- no alla fine, ^tata dalla sospensione, in cui si resta» al vediM-c suscitato un nuovo inciampo. Quando ropposizioiic c gli ostacoli son tali e tanti ehc il lettore non può vedere da. se quale la via di. superare c di usdrne, Im luogo quel die dicesì nodo ddl^azionc , il quale vud essere scidlu e non taglia- la IjU similitudine è pressa da'tessitori, quando un no- db si fa nel filo, che non lascia passarlo' pel pettine senza pericolò di rompersi. Quando i inacsti-i dell'arte insegnavano che l’ azio- ne dev'essere interessante, non guardarono al vero pun-  1o>,da cui deriva un interesse reale, che ha fondan>ea- to sulla natura detto sfurito umano , il quale ha pre- BMira per l’infelice innocente, ingiustamente persegui- tato», onde vorrebbe col proprio sacrificio coadjuvarlo, e piange per hit e si attrista. Ed in quelle Is^rime e ia quel pianto è un s^eto piacere, fi piaca’e di sen- tirsi ueoK^ che ha cuore e se&timentot. Ed ecco qual vasto campo di episodi artistici sì apre td poeta di genio, che in questo deve fttr pompa di virtù, creatrice eoo una fantasia estetica. E , se ha tetto e studiato f uonm , ed accidenti e circostanze non mancano fii sussidio det poeta. Ma non è lavoro di uomim de- Wi T q^rtunità dei mezzi oet creare i nodi. Im- perocché, se gh ostacoli non sono ttaturah, per ser- virmi ddP espressione de’ retori, hanno delT incredi- hite, e Tincf edibile è un impossibile, morate^ o fisico, » metafisico. La naturatezza consiste nefia possibi- m in un lavoro ideale, e naturali non sono episodi estranei all’azione, come abbiamo osservato» nel ^ ante- eedente. ' «>\f- rn » Ed io ho per estranei tutti ^i epÌ8odi,dbe non hanno un interesse di necessaria opposizioac> dalla quale si possa destare la reazione, e quindi la vittoria. Ogni quaKolta il leggitore può dire che , il poeta poteva porre il suo eroe in una più felice situazimie, il nodo é niente naturale. Quando Enea fugge da'Troja e va- lica i| mare infido, é naturale che si susciti una tem- pesta, specialmente sotto la persecuzione di Giunone, che è nemica dì lui. Ma non è cosi naturale l’ op- posizione di Didooe in Cartagine, perchè uno sventu- rato avanzo della casa di Priamo, che ha ricevuto hi missione da compiere dì fondare nuove Città in Ita- lia, non può essere trattenuto dalie lusinghe di una infelice vedova, a cni promette con labbro mendace un casto cannubio. Tutto quel lempo è perduto inu- tilmente a Cartagine, mentre il poeta avrebbe potuto fingere altri pericoli, altre situazioni piu addicevoli al pio Enea, che non può venire compatito nelle sue po- steriori sventure, lordo del suicidio di Didona , e di abusata ospitalità. Per Telemaco pare più naturale l’ac- cidente amoroso nella grotta di Calipso, perchè giova- ne, perchè sedotto, e la ricerca del padre, che poteva supporre naufragato, non era certo di tanto interesse, quanto per Enea è sconvenevole farla da avventurie- re, mentre è un mandato da’numi a scopo certo. 1 nodi deir azione adunque sono tanti, quanti so- no gli ostacoli, che la fantasia del poeta ha saputo fingere ed allogare, dove la prudenza ha suggerito do- ver esser più opportuni. Ma, se un’ azione senza no- di non interessa, per quel che abbiamo detto innanzi, non si creda poi che l’interesse si accresca in ragione che si mulliplicano i nodi. Sit modus in rebus sunt certi denique fìnes. In un’azione, in cui a nodo seguisse nodo ed a questo un terzo, un quarto ec. senza far respirare il povero lettore, che dopo un j^lpito spe- rava di vedere l’eroe escilo fuori dd pelago tempe- stoso alla riva sano e salvo, anzicchè dilettarsene si annoja, e gitta il libro con rabbia, perchè si avvede che il poeta non ha studiato le vicissUudini del cuore umano. E infatti, quando il secondo nodo è incidente del primo, e il terzo del secondo , il quarto del ter- zo ec. r aniiuo di chi legge è disviato dall' azione prin- cipale, che è proposito e fine e del poeta e del let- tore. Un tal procedere si può rassomigliare a quel pe- riodo, in cui lo scrittore passa da proposizione inci- cidente ad incidente per mezzo di cinque, sei, sette, che ripetuti, senza venire mai a fine, e senza ricordar- si più della proposizione principale, j>nde^< chi legge i Digilized by Google ìntorno Alla scibKka della sroitfA poetica S33 deve rifìirsi più volto da capo per ihdendere. Se vi piace meglio, nn fai procedere si può rassoinigliaré al nodo sopra nodo di tino stesso filo o di una stessa matassa , a sbl-ogliar la quale non trovasi modo, Oifr* de chi intende a sciogliere, disperando di riuscirvi, o lo tronca con la forbice, o lo bolla per inSertibileé 1 nodi di un'aSione adunque debbono e^rè im-i, cioè allogati a giusta distanza, e si abbia la seguente nor- ma. Quando un ostacolo si è frapposto, non se ne accresca la difficoltà di superarlo con Un Oltre , ma si sciolga il primo nodo, affinché lo spirito di chi leg- ge s'allieti con la compiacenza di veder trionfare la buona causa. E, se l’ ostacolo é preparato dal prodi- torio di un spergiuro o di nn empio , secondo il mo- do più naturale si faccia vedere punito del suo delitto. Mentre poi si sperava di vedere a vele gonfie toc- carsi il porto scapitato, susciti una nuova tempesta, che disperda il naviglio tra lo infuriar delle onde, 3 guizzar de' lampi, lo scrosciar de’ tuoni ec. In que- sta guisa cresce' F interesse ddl' azione: alla gìoja se- gue il » palpito alla speranza il timore, alla calma lo scompiglio deir affetto, e il desiderio di veder la fine di tal attraente e penosa alternativa tiene l’animo de- sto fino alla fine, e l’ impre^tone si fa sempre più profonda e gagliarda, come se la propose il poeta. Sia il nodo difficile, e tale che dapprima faccia disperare di una buona soluzione. E in questo si di- stingue di poeta di genio dal poeta vuli^re; peroc- ché la novità e la diffiailtà de' nodi deve essere mai sempre presentata, come mezzo acconcio a suscitare una reazioue, (mde si avvera quel che diceva Ora- , zìo che il buon poeta sà trarre luce fulgida dal fumo, e fumo è il nodo per l’occhio, che non vede più V t»o0 per la via, ma nell' ombra della selva oscura e piena di pericoli.  Ma non sia tanto difficile e insuperabile nn OBlà* colo, che a vincerlo non basti la forza umana , ab- naeno la forza dell’ eroe, per cui si debba creare la necessità di far intervenire un nume per superarlo, se l'azione è puramente umana, perchè il poeta ci tra-^ sportereM»e fuori di questo mondo in modo inaspet* tato, non naturale e incredibUe. La quale sorpresa, non giover^be affàtto ad accrescere l’ interesse del* : razione, perchè lo intervento visibile del nome, essere più perfetto, farebbe perdere ogni simpatia per l’eroe. umano, il quale paragonato a quello è meno nobde > ; e attirati da nn essere di ordine saperure dimenìi* cheremmo la fragile argilla di un uomo debolcv Qui va quell’ aureo precetto di Orazio: nee Deus interait, la quale sentenza, benché detta per la tragedia, vuol, essere intesa per ogni componimento poetico, U cui concetto è una ipotesi di azione puramente umana.. Ma non cosi, quando il poema si propone Foorao mea* so in relazione co’ Numi, perchè nìuim ha detto che abbia difettato Omero nell’ Iliade, e Virgilio neir ^cè- de , dove i Numi prendono tanta parte ad annodare e sciogliere in modo visibile. L’ intervento de’ numi o di altri esseri soprana- turali si disse da’ maestri dell’ arte moechtina del poe> ma , la quale da alcuni si reputa essenziale, fondan- dosi sull’ autorità dell’ Epopea classica di Virgilio e di Omero. Altri la vorrebbero esclusa djdl’ept^ea, perchè incompatibile con la probabilità ed apparenza- di realità, che essi credono dover regnare in questo genere di scrittura. Una tale discrepanza di opinioni ^riva dal non essersi precisata ne’veri termini la qui- stione. La macchina non deve aver luogo in alcuni componimenti epici: deve aver luogo indi^tensabil- mente in altri. Nella Gerusalemme liberata, epopea. Digitized by Google ìntorno alla scienza della stòria poetica SS5 Mera per saa natura, perchè ispirata daf principio re^ ddia fede vera de’ cristiani, che vanno al ^nquisto della terra santa conculcata dal piede prò- fono de seguaci di Maometto, Tintervento degli esseri soprannaturali è indispensabile. Si forebbe osservare^ al contrwio che il poeta sedotto » dalP esempio di Vir- gilio e di Omero crebbe le difficoltà di farvi inter- venire degnamente , gli Angeli , ed i Santi , per-' chè con le dipinture di Erminia e di Armida, con Io sgomento amoroso di Rinaldo e Tancredi non fonno nell armonia le intelligenze pure celesti. B sotto que- sto rapporto la magìa sembra mal allogata in quel ne’ drammi dello; Ma<in Omero e Virgilio la macchina è naturale e necessaria. E naturale, perchè vi si vede adombrata' mirabdii^te la tradizione primiriva , per la quale 1 umanità è convinta che noi non siamo terrestri asso-’ utammite, ma dotati di uno spirito semplice ed im-’ niortale ci rannodiamo ad un ordine superiore iTin-' tdhgenze pure , le quali, sapendo che dovremo uri* giorno far parte di loro, non ci abbandonano, ma si curano di noi con sollecitudine. U Cristianesimo poi ‘ che ha fedo alla parola ‘rivelala di Dio ottimo m^' «mo, Im dissipate le ombre ed àjierlamcnfe professa' che noi siamo figliuoli adottivi di Dio, reden fi da Gesù Cristo uomo D» suo figliuolo , che i comprensori di pregano per noi, che gli angioli custodi sono de-^ stillati ad ogni indivìduo, comunità, città, regni, na- zioni , «he tra il cielo e la terra vi è un commer- cio spirituale continuo, che lassù abbiamo avvocati e patrocinatori, e la prima fra tutti per dignità potcn- M ed onore la Madre di Dio, rifugio e protettrice Oe peccatori, de’ quali vuole ed ottiene salute. ' Con questa fede potrebbe un poeta cristiano dispensarsi di fare intervenire in un' eroica impresa, dove si ba pià bisogno di ajulo e di soccorso, quegli esseri che cre-^ diamo nostri amici, compagni, e un giorno com^r- tecipi della stessa gloria é della stessa felicità ? Tanto più che è generalmente riconosciuto che un' azione epica dev’ essere grande , interessante, é meravigliosa^ E donde si può trarre più copia di meraviglioso, se ne togliete questa sorgente inesausta* dd soprannaturale ? £ , siccome oltre i celesti noi abbiamo fede all’ esistenza degli spiriti malvagi, qual fonte di naturale derivazione di nodi e di ostacoli non ha il poeta cristiano nei demoni, nemici giurati degli uomini, che ebbero la fortuna della divina re- denzione? £ la magìa messa al proprio luogo non è una fonte di meravi^ioso credibile? ‘ > Ma la macchina riuscirrebbe ridicola , se invece di essere accessoria nell' epopea divenisse principale, o se i numi intervenissero a prepar«u*e o sciogliere nodi, che preparare e sciogliere si p(»sono umanamen- te, o che invece di affrettare lo scic^limento lo dif- ferissero senza necessità, come pare che abbki fatto il Tasso con quel Romito, che conduce per una ca- verna al centro della terra i messaggieri spediti in traccia dì , Rinaldo, e nel portentoso viaggio, che essi fiua'no {ter le Isole fortunate, dove il meraviglioso è {terlato alla stravaganza. Più stravagante che mera- vigliosa è la magia nel Morgante del Pulci , nell' Or- lando innamorato del Bojardo e del Berni , nell’ Or- lando furioso dell'Ariosto, nell'Adamigi di Bernardo Tasso ec. ec. Ritornando alla quistione intorno al merito del- le due contrarie opinioni, diciamo che vi sono poemi storici, nc' quali non può e non deve aver luogo il ,  soprannaturale, e coloro che tentarono questo miscu- glio di umane e divine cose, dove non v'era luogo op^ .portano, diedero appoggio alla sentenza di quelli, che .vorrebbero vederlo proscritto da i^nì poema storico. Se mi demandate adunque in quali spezie deter- minate di poemi storici possa e debba aver luo- go la macchina ? Risponderò: in tutti quelli, in cui il concetto è intimamente connesso con le cose divine. Tale sarebbe nel Paradiso perduto del Milton , nel- la Messiade del Rlopstoc , nella Gerusalemme , nella Divina Commedia ec. Ma nelFErriade, per esem- pio, e nell’Orlando riuscirebbe ridicolo e stravagante, perché in quelli e non in questi le cose divine ed umane sono tra loro intimamente congiunte. Quell’ epopea è veramente sublime , in cui ha ^uogo condegno ed opportuno il soprannaturale , per- chè da questo solo si può derivare il vero sublime, il sublime assoluto, essendo le opere umane, per quanto grandiose, magnifiche, e àon sublimi, in senso d’ infini- to assoluto ( voi. 1. § 21 pag. 171 ). Fra tanti nodi, che legano le minori parti del poe- ma, ve ne dev'essere uno che leghi le parti massime, e si renda risponsabile della maggiore o minor lun- ghezza di un’ epopea, in quanto che ^i ostacoli mino- Bori non sembrino j^odolti dal caso; ma da una ne- cessità, a cosi dire: io chiamo questo il nodo massimo di tutta l'azione, che equilibra il principio o la fine rispetto al medio. Nell’ Eneide' (pei^ esempio) il nodo massimo è la collera di Giunone contro de’trojani, per la quale, mentre Enea cerca l’Italia, si vede ora smarrito pei mari, ora implicato in amori , ora in pericolo di perdersi tra 1’ onde agitate. Nel Telemaco del Fcnelon è l'odio di Venere. Questo nòdo, come è agevole a com- prendere, essendola ragione sufficiente della lunghe^-  M di un poema storico, ossia contenendo il perchè di tutti gli avvenimenti subordinati, dev’ essere natu- rate, in quanto che si possa credere cbe tutt'ì fatti avvengono per quella causa. Così è credibilissimo che Telemaco per aver disprezzalo i favori di Venere non raggiunga, come vorebbe, la sospirata Itaca, o non sap- pia nuove di suo padre, di cui va in cerca fra tanti pericoli. Lo scioglimento del pari di questo nodo massimo deve essere naturalissimo. Nell’ Odissea, per esempio, Ulisse arriva tra i Fenici, a cui racconta le sue av- venture : gl’ isolani amanti del meraviglioso, presi da simpatia pe’suoi racconti, lo forniscono di un vascello per ritornarsene a casa sua. Nell’ Eneide solo Turno à r ostacolo allo stabilimento di Enea. — Un duello tra’ due campioni, nel quale Turno soccombe, scioglie il nodo deU’azione. § é7. I Marno u’carjttbri considerati sotto U rapporto dell’ unità di azione. - Dalla stessa idea dell’unità di azione, che si con- fonde con r unione individua, deriva la necessità di quel che dìcesi sostenutezza di caratteri. Avere un carattere importa avere una natura modificala in una determinala maniera, secondo la quale operiamo co- stantemente. Quindi si distinguono tanti caratteri, quan- te sono le diverse nature cosi modificate , come il carattere di un guerriero, di un capitano, di un tra- ditore, di un avaro ec. Un nomo, che non serba co- stanza nel suo operare, o buono, o cattivo, si dice uo- mo senza carattere, come quel soldato, che ora affronta ì pericoli, ora trema come un coniglio, o quel tale altro, che ora si mostra stoico severo, ora seguace di Epicuro. 11 carattere quindi è buono o catlivOi 11 buon carattere si argomenta dalla costanza di operare Tirtuosamente, ed è deir uomo , di cui fu detto , si fraetus illabatur orÌHSy impavidmn ferieM ruinae^ Il cattivo carattere al contrario si argomenta dalla co* stanza di operare viziosamente. È vero che fu detto volubile al carattere di un uomo, che ora al bene, ora al male si appiglia, ora secondo la virtù , ora secondo il vizio opera, ma nella, stessa' volubità discerniamo una certa costanza o tenore di vivere, che dà V idea costitutiva del carattere. Si è detto che i caralten nell’ Epopea, e in ge* nerale nel poema storico, debbano essere' sosWmtu Questa frase ha un senso estetico; e se è, véro che in natura non s’incontra un uomo tanto buono che qual* che volta rientrando in sé stesso pon senta di essere uomo, "in poesia che è ideale, e che perciò può con la creazione formarsi tipi positivi e negativi assoluti e perfetti ( voi, 1 § 20 pag, 163 ), i caratteri debbono essere sostenuti nel senso che Achille, per esempio, sia iuesorabile, Medea feroce, Ino flebile, perfido Issionne , e tutti tali costantemente. Ma a giudicare della sostenutezza de’ caratteri non è cosi facile, come sembra' a prima vista: difflci-' lissìmo è poi serbarla anche ad un poeta più eser- citalo. Si è detto che Omero si è distinto fra gli al- tri per la sostenutezza de’ caratteri di Achille, di A- gameunone, di Menelao , di Nestore, Ulisse , Ajace , Diomede, Antiloche, Patroclo dalla parte de’Greci , e di Ettore, Sarpedonte, Enea, Paride, Priamo , Anteno- re, Ecuba, Andromaca, Elena dalla parte de’ Trojan i nell’ Iliade. Ma, sq si vuol giudicare a rigore de’ principì, non é goneralmentc cosi per alcuni di essi; inii* perocché non basta alla sostcnutezia di un carattere ohe l'agente operi costantemente in una maniera de- terminata di particolare natura , e portare le cose all' estremo , che ha dell' incredibile e dell’ impos- sibile. Il carattere fiero di Achille è sostenuto nella battaglia, e merita lode il poeta che ce lo descrive ne’ suoi odi implacabile, ma se Achille è uomo, la so- stenutezza del suo carattere non deve essere portata al termine, che faccia cambiare, a così dire, la natura umana. Il carattere è un abito o una modificazione di una particolare natura, che, comunque sia abnorme, non può distruggere il fondo della natura specifica comune a tutti gli uomini. Che Achille dopo aver vendicalo la morte di Patroclo non senta pietà alle la- grime del vecchio Priamo, che implora il cadavere dell’ estinto Ettorre , non è natura da uomo pari ad Achille. La sostenutezza de’ caratteri è il lavoro piu difficile pel poeta, perché non sempre si può mi- surare il giusto mezzo per cons^uirla nel descrive- re i falli multiplici della vita di un uomo. Allorché si dice che i caratteri debbono essere sostenuti, non si vuole intendere che il poeta debba presentare nel suo poema caratteri tutti buoni, ossia di uomini virtuosi , perchè la società umana, i cui 'fatti idealizzati il poeta narra o descrive, non è un complesso di uomini scelti, cioè buoni e virtuosi, ma un misto di mille colori. E per la stessa ragione che il poema è un ideale, il poeta dovrà scegliere tra i buoni i migliori caratteri ; tra i cattivi i più oppor- tuni c propriamente quelli che si confanno allo scopo del poema , e che come le ombre in pittura contri- buiscono al maggior risalto de’ chiari, ossia de’ buoni caratteri. E, siccome lo sc(q>o morale di ogni poesia è di perfozioaar la specie umana, i caratteri de’ mal- vafgi saranno sparsi con parsimonia , affinchè notr interessi il vizio, troppo frequentemente , con vivi colori descritto con pregiudizio della virtù. Nel qua- le difetto sono caduti i romanzieri moderni,, che ci hanno regalato i misteii della società corrotta, da cui scaturisce il putrido lezzo del vizio in trionfo. Affinchè dunque il poeta raggiunga il suo fine, deve profondamente studiare i caratteri inolio tempo prima che prenda la penna a scrivere. Queste natu- re determinate dovranno essere studiate non solo in astratto, ma comparate più vcHte tra loro e nel con- creto de’ fatti , che il poeta im[vende a narrare o> descrivere. Desse saranno tanti concetti subordina- ti al concetto del primo carattere , ma ciascuno informante i pensieri secondari, che gli appartengono, quantunque sparsi e sparpagliati qua c là per le diver- se parti del poema, inguisachè ogni volta che dovrà parlare di loro facciasi ritornare al pensiero quel par- ticolare concetto, e lo incarni in pensieri, che hanno ad esso ragioni' di parti. 11 lettore del poema, racc(q|;Iiendo in sintesi quel- le parti, le truovi omogenei di forma che, separati dal' poema , formino un tutto, che si possa dire storia di Achille 0 di Agamennone. Chè il poema epico invero è come la Storia Universale, che risulta da tante stc-- rie particolari, ognuna delle quali ha la propria idea una 0 il concetto. Quando il poeta avrà cosi meditato, scriva e distribuisca le diverse parti di questo pic- colo tutto, dove r opportunità richiede, e allora può' essere sicuro che il suo componimento sarà quale dev’ essere, ossia come è voluto dell'arte. Si fanno ta- luni maraviglia di Omero, che abbia potuto scrivere due Epopee l’ Iliade e 1’ Odissea , e voi potete da ciò Digitized by Google PARTE SECONDA 342 argomcutarc quanto insulso sia stalo il metodo degli empirici, che pretendevano formar poeti con regole e con precetti. Se i caratteri sono delle particolari nature cor- rispondenti a tanti concetti di storie particolari, che si debbono fondere in una storia più ampia, affìnchjè questa sia una ed unificante, è necessario che abbia un carattere principale che predomini, e a cui vadano subbordinati tutti i caratteri secondari. Questo è il carattere del protagonista^ come sarebbe per dire di Enea e di Goffredo nell’ Eneide o nella Gerusalemme* Questo carattere dev’ essere perfetto sotto tutt’ i ri- porti, cioè perfetto per eccellente natura , per eccel- lente operare, e per eccellenti attitudini. 11 fine mo- rale di un gran poema è d’ imprimere nella società uh tipo da imitare con una forte e gagliarda impres- sione come mezzo : questo tipo o modello è princi- palmente incarnato nel protagonista , il quale perciò dev’ essere positivo e non negativo, ossia tipo di virtù e non di vizio. Ogni macchia, che ne adombri il volto, è ributtante. Allorché dunque diciamo che i. caratte- ri possono essere misti, è uopo fare eccezione del ca- rattere, che io chiamo primo carattere, ed estenderà r eccezione a tutti i caratteri de’, cooperatori almeno, più vicini al primo, affinchè, si apprenda che chi è vicina air astro maggiore risplenda presso a poco dello stesso chiarore di luce. 11 carattere del protagonista vuoisi splendidamen- te perfetto , perchè desso è il perno dell’ azione prin- cipale, intorno a cui si aggirano gli attori delle azioni secondarie. 11 protagonista adunque secondo la simi- litudine accennata innanzi è come il Sole, centro di . luce, da cui emana la chiarezza degli astri minori suoi satelliti. Egli è risponsabile dell’ effetto morale  SuU'anitno de’ leggitori, i quali, ritofnando col pensiero dall’ ultimo al primo verso di tutto il poema, vigono in capo a tutti soprastare queir idea prima, come ef- ficienza degli avvenimenti, e degno di essere tenuto a modello, "che ecciti il desiderio della imitazione fra i multiplici sentimenti dell’ amore, dell’ emulazione e dell’ammirazione. E questo carattere in conseguenza si vu(de il piu sostenuto, perchè i suoi difetti riuscireb- bero più rilevanti, essendo a lui rivolte principalmen- te gli sguardi. Ecco perchè i più grandi poeti noo vanno esenti da’ rigori della critica per difetto di que- sto genere. Per esempio, l’Enea di Vii^ilio non è un tipo di uomo senza rimprovero , perocché, come ac- cennammo innanzi, alia sua pietà non si addice nè r inganno fatto a Didone, nè la guerra con Turno, a cui contrasta i casti amori di Lavinia, cui non conosceva prima, e la quale non avrebbe cousentito alle sue nozze con la perdita dolorosa di una madre infelice. E poi che rappresenta egli questo straniero, che ammacca come i- strumento del fato gli eroi latini, e fa vista di un n- surpatore impudente ? Qual affetto alla patria sua in un poeta, che si comjàace della dibatta di Turno e canta un epitalamio in occasione di nozze lorde di san- gue tra un vedovo ingannatore di donne e una ver- gine infelice, che si accosta ai talamo nuziale con sen- timenti di orrore per la morte del primo amore, con gli occhi ancora bagnati di lagrime per la perdita di colei, che antrice de’ suoi giorni odiava un genero fa- tale? Qnde brillante figura può fare Enea chiamalo> pio tra tanti sentimenti di empietà incredibile ? I maestri dell’arte saggiamente osservarono che i caratteri altri sono generali, altri particolari , con la quale distinzione accennarono a ciò, che merita di essere particolarmente notato. 11 carattere di bontà, di vir-  tii, di difetto ec. è troppo indeterminato., e gli attori messi in azione debbono apparire rivestiti di una na- tura loro propria, come individui. E, siccome (^ni in- dividuo appropriandosi 1’ elemento specifico si riveste di alcuni modi suoi pro]»*'!', cosi il carattere generale incarnandosi ad Enea , a Goffredo ec. partecipa del- le particolarità di ciascuno. Queste particolarità poi debbono essere determinate dal tempo , ossia dalla ci- viltà delFepoca storica, in cui si suppone ebe l’azione avvenga. La pietà attribuita ad Enea dev’ essere pro- porzionata alla civiltà dell’ Enee storico. E, se taluno à giustamente notato a difetto l’Enea che romaneggia, più degno di rimprovero sarebbe quel poeta, che lo dipingesse pio come un cristiano. Non meno vizioso è il carattere particolare di un protagonista cristiano, modellato sugli eroi greci o romani. Nel quale difetto souo caduti l’ Ariosto e il Tasso, che poetando alla ma- niera di Virgilio e di Omero ne’loro Eroi non presentano ir tipo della civiltà cristiana. Allorché dunque ci fac-‘ oiama a giudicare da critici imparziali le produzioni dì questo genere, è uopo specialmente in quanto a’ ca- ratteri tenere presenti le distinzioni fatte , che molti giudizìi in astratto sembrano veri o prò o centra, ma- nella loro concretezza in ordine a’ fatti possono e deb- bono subire una necessaria modificazione. Avverto in ultimo che la sostenutezza de’ caratteri non si deve argomentare da uno o due fatti isolati narrati e de- scritti in questa o in quella parte del poema, ma da tutt’ i fatti operati dall’ attore, a cui appartengono, e sparsi in tutto il poema. Intorno aU’ unità di tempo considerato setto il rispetto ddl’ unità di astone. Dalle cose dette innanzi rileva elio un poema storico è un' azione diretta a conseguire un effetto proposito e fine col concorso di molti agenti nel me- desimo tempo o successivamente. Si vuol quindi sapere quanto tempo si richiede per compierla, e come qué- sto tempo possa essere uno? Intorno alla durata di un’azione non vanno di accordo i maestri ddl’arle, i quali deducendo le regole o i precetti dall’ epopee classiche di Omero e di Virgilio, chi la restringe ad un’anno, chi a cinquanta giorni, chi a più, chi ameno. Secondo il calcolo del Batteux 1’ azione dell’ Iliade non oltrepassa i quarantasette giorni : nella Odissea, computando dalla distruzione di Troja alla pace d’ Ita- ca, vi è la distesa di otto anni e mezzo, ma, comincian- do dalla prima comparsa dell’Eroe, cioè dalla dipartita di Ulisse dall’isola di Calipso, non oltrepassa i cinquan- totto giorni. Similmente nell’ Eneide computando dal- la distruzione di Troja fino alla morte di Turno, pas- sarono circa sei anni, ma, cominciando dalla tempesta che gittò Enea sulle coste di Affrica, non ne scorre che un anno e qualche mese. , Stando adunque a’ fatti dell’Epopea classica, il tempo non è determinato, perchè, se ciò fosse, per tutt’ i poemi storici dovrebbe essere uno stesso tempo. E non so perchè i maestri dell’ arte abbiano voluto nel poema epico distinguere due tempi, uno di nar- razione, e l’altro di azione. 11 primo tempo è un pas- sato, in cui avvennero certi fatti narrati per dichia-,  rare alcuni punti dellazionc principale, come per esem- pio, la distruzione di Troja narrata da Enea alla regina Didone. Or , come è chiaro questo, tempo non entra nel calcolo rispetto al tempo dell’ azione, il quale co- mincia da quei punto, in cui Enea parte da Troja per venire in Italia. In quanto al tempo dell’azione non si può dire ehe debba essere di cinquanta giorni, di due mesi, di un anno, p.^rchè alcune epopee tanto ne impie- gano, potendosi ben dire che le azioni di sì fotte epopee ne richiedevano tanto, e che ve ne possono essere delle altre, che ne possono richiedere, o più, o meno. La lunghezza della durata di un’azione epica in conse- guenza non può essere determinata dall’ esempio dei- r epopee Bistenti, ma si vuole dedurre dalla natura delle cose e delle nozioni distintissime del t 0 m>'po. U unità di tempo non è stata, a quel che io sap- pia, definita, perchè non n’ è stata compresa la vera natura costituita dall’ unità detrazione medesima. i Richiamando in questo lu<^o le nozioni di tempo, esposte nella 1.*^ Parte di questo volume e nel 1." vd. del Nuovo Cor. , troveremo la vera soluzione del proble- ma. Il tempo è uno spazio contenente un mobile, simile al quadrante deli’ orol(^o, che contiene l’ indice mo- bile. Il tempo è divisibile in parti, come il quadrante é diviso in ore pe’ diversi segni de’ numeri. A misura che cresce la sfera di azione del mobile, si allarga lo spazio del tempo , e ventiquattro ore formano un giorno, trenta giorni un mese, dodici mesi un anno, due anni un biennio, cento anni un secolo. Un’ora, un giorno, un mese, un anno, un secolo , sono tutte unità, ed unità di tempo. Affinchè in un’ azicme si abbia l’umtd di tempo,' si richiede che razione me- desima abbia continuità, la quale cessando, ricomincia un altro tempo, appunto come un giorno succede ad un altro giorno, perchè fra 1’ uno o l’ altro vi è la notte intermedia, ossia la cessazione del corso appa- rente del sole nel nostro meridiano visibile. L’ unità di tempo del pari in un poema epico è serbala, se il protagonista è perenne nella sua azione, di guisa che si costituisca un epoca, la quale è un tulio, che ri- sulta da avvenimenti prodotti dalla medesima causa. On(T è chiaro che 1’ unità di tempo è costituita dal- r unità di azione. Supponiamo che Enea ,fosse morto a Girtagine, e i Trojani fos^o venuti alla conquista del Lazio; una prima azione fluita con Enea avrebbe un* suo tempo, e T altra incominciata e finita da’ Tro- jani senza di lui avrebbe un altro tempo. A chi domanda in cons^enza quanto tempo deve durare nn' azione epica ? La risposta non può essere ricisa per un' tempo determinato di tanti giorni, di tanti me- si e non più, perchè, se l’epopee, che aldiiamo, hanno questi tempi determinati, non se ne può fare una regola per ogni epopea possibile, postochè quelle azioni tanto durarono e non più, e quel tempo era richiesto dal-, 1’ unità delle medesime. Un’ epopea, che si propone un’ azione unica, la quale non può esplicarsi che in tempo maggiore per raggiungere il fine in modo na- turale, prenderà 1’ estensione della sua durata da que- sta necessità e convenienza. Si potrebbe opporre che in tale supposizione un’epopea potrebbe durare cinquanta anni, perchè si potrebbe dire che un’azione ha biso- gno di tanto per esplicarsi e conseguire un grandis- simo effetto 0 avvenimento. Ora un’ epopea simile perderebbe molto d’ interesse, perchè per essere una vi dovrebbero essere tante azioni secondarie e tanti subordinati avvenimenti, che annojerebbero la pazien- za de’ più buoni intenzionati leggitori , dovendo ogni  «nno essere tento pieno ebe n<» lasciasse alcun vuoto capace d‘ interrompere 1* unite deU’azione. Alla quale ebbjeziooo rispondo che un tal timore non può aver luogo, perchè l'unite di azione su^ne per sua prin- cipale condizione la durata di uno stesso protagonista, fl qude quanto forte e r(d)UstQ si voglia tra gli uo- mini, a sostenere un'azimie eroica non può resistere tanto terapOv E, dovendo la finzione essere vecosimile, in quanto che quell’ azione, se non é avvenute, sia possibile, ognun vede che il poeta non può prudente- mente protrarle per un tempo lunghissimo» La natOr ra istessa dell’ azione una è il limite del tempo. Le quistioni estetiche intorno al poema storico non si de- vono riscdvere isolatanaente, ma comparatamente, c te- nendo' presente l’ essenza dell’ azione : ogni quistione secondaria o versantesi intorno agli accessori da quel- la prende lume ed evidenza. Io truwo, che i precetti degli estetici empirici sono formulati sopra fatti iso- lati, ed è questa la ragione, perchè riescono Mutrad- ^ttori, e reodono impossibile una produyione di queste geberc. Intorno al poema epico descrittivo. Se gli antichi n’ ebbero alcuno. Divina Commedia di Dante. • ' % Le quistioni proposte e risolute finora intorno al poema storico concernono 1' epopea o il romanzo, che si propone un’ azione umana comune alla poesia classica e romantica, al j^ganesimo ed al cristianesi- mo. Il concetto di un tal poema è sublime relativo, ossia è grandioso e magnifico, ma non sublime assolutamente , perchè, quantunque l’infinito assoluto possa essere accennato in essa, non è suo proponimento diretto. E per l’ arte antica l’ infinito assoluto, non essendo colto per l’ abberrazione della ragione dal primo vero tradizionale, perciò desso non poteva essere proposto a concetto di componi- mento, onde l’artista dovea contentarsi di suscitarlo in modo oscuro e confuso, lasciando al lettore di dar- gli un valore a sè relativo. Per la divina rivelazio- ne l’ uomo, per quanto consentiva la sua natura venne a conoscere 1’ assoluto , 1’ infinito senza ter- mini diverso dall’ indefinito , che è stragrande ma sempre limitato, quantunque i suoi finì o termini per la loro rarità e distanza non fossero comprensibili all’ intuito relativo dell’ umana fantasia. L’ infinito as- soluto è tale quale si rivela, non quale 1’ umano in- telletto può concepirlo senza la divina rivelazione : 1’ azione di questo essere è ancora azione infinita e perciò incomprensibile, che l’uomo crede o conosce per fede senza potervi aggiungere della sua fantasia alcuno limite, perchè verrebbe ad immutare l’ infinito in indefinito, 1’ assoluto in relativo. Tutto ciò cbe rivela l’ assoluto è vero puro, e come tale è un idea- le perfetto e nel medesimo tempo un reale esisten- te. La poesia molte cose umane cerca di supplire al difetto della natura scaduta colla creazione fantastica: nelle verità rivelate non vi è da supplire , perchè tutto è perfetto e infinitamente perfetto. In quanto a^concetti sovrintelligibili per conseguenza non è conce- duto ai poeta di aggiungere o togliere col fine di per- fezionarli. In un’ epopea ortodossa per conseguenza, in cui il concetto dinamico fosse di quest’essere, il poeta non potrebbe proporsi Vaaione di lui, come azione, che è un’ incognita, ossia un infinito incomprensibile, ammes- so con fede riverente, ma non paragonato per ana- logia alle azioni finite, perchè un tal paragone mene- rebbe al materialismo o al panteismo. Il poeta allora, non potendo seguire l’ azione di quest' essere, può se- condo la rivelazione contemplarla n^li effetti o- perati, ossia nell’ esistenze create. Ora gli effetti esi- stenti, ossia usciti c prodotti dalla causa , astrazione fotta dall’ azione producente, hanno ragione di sostan- ze astratte o concrete. Quando lo spirito intuisce le sostanze in quiete circoscritte e limitate dalie loro qualità, può aver luc^o la descriziom, e non mica la narrazione, la quale è un numerare gli effetti suc- cessivi prodotti sotto r intuito dello spirito contemplante perchè , ab- biamo ivi stabilito ciie gli effetti si narrano, e le qua- lità si descrivono. Or gli effetti sono prodotti dalle cause c le qualità sono inerenti nelle costanze, e gli effetti già prodotti divenuti esistenze si rivestono del- la ragione di modalità, che è una specie di qualità. Adunque un poema epico, che si propone per con* celio r assoluto infinito, può essere descritUto e non narrativo per le ragioni allegale innanzi. La poesia eterodossa, che mise i numi in attualità con gli uomini, fece di Giove un altro uomo , ossia cadde in un gret- to antropomorfismo, puerile e ridìcolo, perchè contrad- ditorio. Ed a rigore parlando, il classicismo si ebbe l’epopea dinamica e non la matematica, ossia I’ epo- pea umana o di azione puramente umana , in cui il concetto è causa producente effetti intuiti e contem* piati. L’ epopea descrittiva era riserbata al cristiane- simo, che ha fede aU’antico e nuovo testamento, do- ve iddio, l’assoluto, si è rivelato qual è nella sua na- tura, infinito e perfettissimo. La possibibilità di un epopea descrittiva si de- sume dalla natura istessa della storia, la quale, come abbiamo provato e stabilito nella prima parte del pre- sente volume, si esplica in due modi, cioè narrando e descrivendo. 1 Re- tori e i maestri di poetica, die non videro le diffe- renze sostanziali di queste due maniere di esplicazio- ne storica, ritenevano che il poema epico alle volte descrive, come se queste due maniere dovessero in- trecciarsi indivisamente , in quanto che vale a dire in ogni componimento di genere storico indispensa- bilmente si dovesse, qualche volta narrare, qualche volta descrivere. Tuttavolta, riconoscendo la narrazio- ne come modo esplicativo predominante, riguardavano la descrizione come accidentale , ossia come un ornato per la Ipoiiposi, ossia per la vivacissima de- scrizione. lo ho provato che vi è una storia, in cui non ha luogo la nozione di tempo , tale è la storia Digitized by Google 852 ' par^e sbcoI^dA degli animali, la storia delle piante^ la storia del cor^ po umano, ossia l’ anatomia descrittiva iec. ec. In esse infatti noli si procede per epoche^ e per periodi, per-^ cfaè le cose descritte sono fatti permanenti, e non successive. Intanto simili produziobi non si può rivo* care in dubbio che sieno di genere storico , perchè nel senso comune per mtoricbe vanno tenute. La no- zione di tempo fa parte di quella storia, in cui ba luogo la successione e la mutabililà de' modi prodot* ti dalla causa in anione. Dove non ha luogo la no* zione di tempo, sparisce il concetto di causalità, e sub* entra 1’ altro di sostanzialità^ Le sostanze sono per* manenti nello spazio, e conie tali si possono descrt* vere e non numerare o narrare, perdiè il numero o la narr anione è relativo alla successione ed al con* cetlo di causa e di moto. Ora la prosa non differisce dalla poesia in quanto al modo di esplicarsi,! perché tutt' i componimenti o prosaici o poetici sotto questo rispetto sono i storici, 'scientifici ed oratori. Bn:iò si fonda sul pi'incipio ge* nerale stabilito nel 1. volume, cioè che le differenze della prosa e della poesia dipendono dalla natura dei pensieri, reali in quella, ideali io questa, ma l’idea* lità versa sul possibile, ed è possibile ciocché è con- forme all’esistente. Dalle qnali cose deducesi dhe, se vi è una storia reale deserùtiva, oltre la narrativa , ve ne può essere un’ altra poetica ancora descrittiva oltre la narrativa , non perchè la descrittiva qualche volta non narri, ma, siccome la descrizione è acciden- tale netta storia narrativa , cosi la narrazione è ac- cidentale nella storia descrittiva. — Tale sarebbe la numerazione delle parti, di cui parlano i retori, come fonte di àì^metilo nel genere dcscrilliTO , e cor* risponde airtpotiposi nel genere narrativo. Dà que- ste nozióni vere e fondamentali nella scienza della Storia deriva non solò la possibilità di questa specie di componhncnfo storico, ma ancora la necessità della sua attuazione. Ma negli argomenti umani dell’ uomo esteriore non poteva aver luogo, perché l’ uomo con- siderato, Come tale, è un fenomeno successivo , ppr* manente nella spezie. Variabile negl’indivìdui. L’uomo Come Spirito é perhianente , ma neppure in questo mondo, nelF altro bensì , dove pervenuto è eterno , cioè tele quale Wdio lo vuole, dove e come gli destina. L’ arte cristiana, l’mte nuova, ha fornito la letterata* ra di questa specie di poema storico , ed è Dante il fondatore dèi medesimo-, che e^i stesso non sa- pendolo paragonare all’ Epopee di Virgilio e di Omero, che sono dinamiche e quindi narrative, diiamollo commedia. Tutti gli èstetici Convengono Che le tre Can- tiche formano un’Epqiea grandiosa o sublime, ma, se 1’ Epopea ha un protagonista, cooperatori, oppositori , Un tempo determinàto, unità di azione , caràtteri , e- phodl, ec. come abbiamo divisato finora , vorrei sapere •come te dantesca produzione può dirsi Epopea. Il buon senso suggerisce alcune espressioni, che non si accordano con le regde di convenzione, di cui parla il 'chiarissimo Manzoni, ma non basta asserire o, di- chiararsi oontro alle regole senza farne vedere la oppo* Azione e stabilire. II protagonista ddl’ Epopea Dantesca è la Divina 'Giustìzia nell’ Inferno : la Giustizia e la jjMisericordia nel Purgatorio ; la Divina Munificenza nel Paradiso. È, siccome i divini attributi r’immedesimano con la di- vina essenza, diremo che il protagonista della Divina Commedia è Dio infinito , assoluto, perfettissimo, il ìli  quale è invisibile nella sua azione infinita per le ra* gioni allegate innanzi, ma visibilissimo negli effetti, o di quei che gemono tra' cruciati di una pena in- tensa tra le bolge spaventevoli, o di quei che piangono e sperano, o di quei che godono , nel P urgatorio o nel Paradiso. La fantasia del poeta non tenta di fin- gere o di creare le pene e i godimenti, ma le incar- na in simboli c figure o credute nella tradizione u- màna, o rivelate ne’ due testamenti. Il poeta spetta- tore di queste maraviglie non narra ma descrive , e giunto alla porta d’ Inferno si sofferma e legge quel- le parole terribili: Per me si va nella città dolen- te ec. Egli è vero che Beatrice scende dal cielo per confortarlo di coraggio e di luce , e Virgilio se gli accompagna fino a un certo segno , ma questi due personaggi non sono attori diretti o indiretti , ma guide e lumi rischiaranti nel tenebroso cammino , ingombro di ostacoli e pieno di pericoli. E, sebbene i dannati piangano, urlino, gridino da disperati, la loro pena non è un azione che meni ad un effetto ultimo, perchè la stessa pena è fine, come la gloria dei celesti è fine. Egli è vero che la Francesca ti strappa le lagrime con quel suo disperalo lamento e 1’ Ugo- lino li fa rizzar in capo i capelli , ma non credere che queste parti drammatiche del poema tendano da episodi a produrre un fatto ultimo , come scopo del poeta. Egli dice quel che vede , cioè falli compiuti, come simboli di un concetto di seve- ra giustizia. L’ azione umana è finita appena che l’uo- mo parte di questo mondo, che è via , onde viatore c pellegrino si addomanda finché vive. Nel mondo con la vita il dramma è compiuto, e la fine o pene o gioja, o punizione o compenso, o vitupero o gloria, o guer- ra o pace interminabile, ma guerra di disfatta, gemiti  ♦li dolore eterno, di rimorso, di disperazione. Ecco per- chè Dante è pittore e scultore senza pari. sue immagini sono rilievi di tanta forza , che ' terribi- li straziano lanima , liete la inondano di una gioja indescrivibile. Questa originalità , che lo mette sopra ad Omero, il quale fu detto primo pittore delle memorie antiche, gli deriva dalla natura delle cose che canta, e quindi dalla natura propria, poiché non si sarebbe -dato a questo genere di poetare, se non si sentiva fatto a sostenervisi. In questo poema non vi è tempo: se ne volete uno, è un'egea di cinquemila anni e più, da Adamo fino a’ suoi tempi, perocché tutta V umanità è raccol- ta ne’ tre regni e di tutti gli uomini di qualsiesi re- ligione, patria, nazione, o favella, egli parla e descrive. Anzi valica le dighe del tempo e va più oltre, alEE- ternità e agli Angeli, che furono creati primù deH’uo- nio, perchè tutto ci truova nell’ altro mondo. E, seb- bene incominci, Nel mezzo del cammin di nostra •cita , non credere che il poeta intenda precisare uno spazio di tempo alla sua Epopea : è quella una cir- costanza che concerne il solo poeta. Ma, siccome l’ c- popea dinàmica è nel tempo , 1’ epopea matematica o descrittiva è nello spazio di luogo ^ intorno a cui sf* debbono fare le stesse considerazioni già fatte intorno - aH’unità di tempo. E, se truovi che Dante càmbia sce=* ne nell’ Inferno , nel Purgatorio e nel Paradiso, sap- pi che il luogo è uno, se il contenuto continuando è in ugni luogo descritto , come abbiamo detto della causa ^rispetto al tempo. Se Dante qualche fiata si fa a narrare, ricorda che la narrazione ha luogo nell’ epopea descrittiva , come’ la descrizione neir epopea narrativa , Cioè acci-, dentalmente. Guardati di confondere 1’ essenza corj • gli accidenti. INTORNO ALLE QUALITa’ Db’ PENSIERI SECONDAR} NBL POESIA STORICO Nel capo precedente abbiamo accennato in parte a’ pensieri secondari, come prodotti della fantasia, ma la loro disamina non può essere compiuta senza guar- darli direttamente sotto i seguenti rispetti 1.® della loro integrità 2.® della loro scelta 8.® della loro ve- rità, 4.® della loro omogeneità, 5.® della loro unione indhìdua nella commistione del reale e dell’ ideale. Ecco perchè nel presente capo diviso in cinque arti- coli tratteremo separatamente di siffatte cose. INTORNO all’ integrità’ De’ PENSIERI SECONDARI NEL POEMA STORICO.  V integrità de’ pensieri secondari si ripete dalla totalità del concetto. L’Epopea, disse Aristotile, deve avere una distesa, nella quale si possa distinguere il principio, il mesi- 2 e e la fine. Con le quali parole accennava all’ inte- grità e pienezza del componimento, ma, come è facile a intendere, Tintegrilà c pienezza del componimento,  S51 rÌHiane un* incognita , perchè troppo indfeferminata. Una novelt», una favola, una lettera hanno e debbo- no avere principio, mezzo e finey dovendosi in ogni fatto umano cominciare, ccmtinuare e finire : nozioni comuni ad ogni movimento, ossia al passaggio sncees- sivo di un mobihi, che parte da, passa per, e tende a. (Vedi vrf. t. cap. V. del Nuovo Corso Parte 1, ). 11 principio il mezzo e la fine è comune alle cose gran- di ed alle cose piccole, alle magnìfiche ed alle tenui ; era dunipie necessario, parlando di Epopea, determina- re la distesa di una grande azione con una differenza specifica per non lasciare una scusa all’ arbitrio> dd poeta, che allunga o accorcia troppo la sua storia , dove dovrebbe rimanere nel giusto medio. Nè giova ricorrere al ritrovato dello stesso Aristotile , ossia alz- isi nozione, che egli diede dell’ epigea ritenuta per un’ imitazione, imperocché imitar si possono egual- mente le grandi e le piccole azioni, e, sebbene l’epo- pea per lui sia un’ imitazione di azione eroica, ognu- no comprende che 1’ eroismo ha pure i suoi gradi , perchè ni uno darebbe ad Enea l’eroismo di Achille , o ad Achille l’eroismo di Ercole, o ad Ulisse l’eroi- smo di un esercito greco, che assedia Troja. Dippià un’azione eroica può essere condotta al suo termine in maggiore o minor tempo rispetto ad un’ altra, ed Omero istesso nella Iliade e nell’ Odissea non impiegò lo stesso tempo , e Virgilio impiegò più tempo che Omero nelle due Epopee. Or chi non vede che una Epopea, in cui s’ impiega maggior tempo, debba con- tenere maggior numero di pensieri secondari? Resta sempre a sapere qual è la regola per la quale pos- siamo essere eerti che un poema storico abbia la sua pienezza ed integrità ? Da questa regola possiamo avere Digitized by Google 358 PiinTK SECONDA un criterio della giusta proporziono delle tre parti , che Aristotile distinse con i definiti di principio, di mezzo e di fine, a cui alluse Orazio quando disse ; primum ne medio, medio ne discrepet mum.,. Richiamando in questo luogo le nozioni del con- cetto esposte nel 1.” voi. di questa Estetica §. 19 pag. 158, e scg. potremo allegare una soluzione soddisfacen- te del proposto problema. Noi dicemmo che il con- cetto tanto reale quanto ideale è risponsabile del buo- no o cattivo risultato di tutto il componimento : è personale e quindi responsabile della stessa integrità de’ pensieri secondari, perchè il concetto ha ragione di tutto o di totalità, in quanto che per esso sappia- mo che nell’uomo individuo vi vogliono due occhi e non uno, cinque dita per ogni mano^ e non quattro, c che il volto di gentil donzella debba corrispondere ad un corpo tutt'umano ec. Se mi domandate, ora quan- ti pensieri secondari debbono entrare nel componi- mento epico ? io vi rispondo quanti ne richiede la sup- posizione, ossia il concetto, il quale è un’ipotesi co- me dicemmo ( Voi. 1. §. 34 ). Se questo numero è maggiore o minore, dite che il componimento pecca per eccesso o per difetto. Peccò per difetto il Tasso, da quanto vado a dire. 11 concetto della Gerusalemme è di un poema sacro, perchè si propone un’azione religiosa, il con- quisto di una terra santificata dal sangue preziosissi- mo del figliuolo di Dio umanato , per una spedizione di uomini informati dalla fede, protetti da Dio, il cui capo ha un carattere eminentemente religioso. Ecco il concetto di quell’ Epopea. Se dunque il poeta non introduce pensieri religiosi confacenti all’ idea prima, egli ha mancato per difetto all’ integrità de’ pensieri secondari, onde noi li supponiamo, perchè il concetto e tale che qualche altra cosa richiedeva. NuU’idea prima, comunque astratta,, vi si contengono gli accenni al da fare, gli addentellati, come in uno schizzo di disegno in cui tutte le parti sono sfumate, a cosi dire, suffi- eienti a farci giudicare se il ritratto corrisponde al- r originale neir integrità accennata da quello schizzo. (Voi. 1. §. 19 pag. 160 >. Quello che i maestri di arte poetica addomanda- vano scofo, parola vaga e indeterminata , per noi è eoncetto, die è regola, canone e norma; criterio, ret- to, certo e costante per giudicare di tutt’i pregi di qualsiasi componimento, di tutt’ i difetti per negligen- za del poeta o poca sollecitudine a questo studio. Bi- sogna dire che gli antichi, come difettavano d’ integri- tà nella storia reale, peccavano per lo stesso difetto nella storia poetica, come vedremo qui appresso. Al eontrario i moderni, trovando allargata la sfera della storia reale, impinguano molto gli scheletri delle sto- rie poetiche ed epiche. Paragonate il Romanzo moder- no, che è una stmia poetica pedestre, con i racconti favolosi degli antichi, e verrete a conchiudere meco intorno a questa deduzione di fatto. Allorché il Man- zoni combatteva il classicismo, c perorava a favore del romanticismo ben inteso, non tenne presente que- sta differenza sostanziale delle produzioni dellarto antica e deH’arte nuova. E tal differenza la dico sostanziale, perchè riflette al concetto, il quale, come abbiamo detto nel primo voi. §. 18 pag. 155, è progressivo e dal lato degli oggetti che per la leva delle rivelazio- ne si possono vedere quali .sono , tolto 1’ arbi- trio alle supposizioni di chi fida alle proprie for« Digitized by Google 860 PARTE, SECONDA ze, dalla esperienza e dalla storia dimostrate iosuf-^ ficieoti. Dal lato del subjctlo o della intelligenza, che avranno acquistato maggiore virtù sintetica e com- prensiva, per la quale 1’ uomo è veduto nella specie diffusa su tutto il globo e non rinserrata nel greco 0 rojnano territorio. Se è cosi, le produzioni stori- che prosaiche e poetiche dell’ ar te nuova debbono riu- scire differenti, direi, sostanzialmente da quello dell'ar- te antica. Ed è tanto vero quel che io dico che alcu- ni considerano il romanzo^ come una produzione de- gli ultimi tempi, perchè non si riscontra ad alcun model- lo appo gli antichi, non per l’idealità, a cui partecipa- no le favole , gli apologhi e gl’ idilli antichissimi , ma per la sua estensione, che presenta un corpo di storia. Ma noi abbiamo altrove accennato §. 82, voi. II. pag. 257, che ogni poema storico è romanzo ed ogni romanzo è poema storico, e la differenza tra epopea e romanzo è in quanto al concetto finito o infinito , tenue o sublime. La ragione della tarda attuazione del romanzo deve ripetersi dal difetto di sinte» o com- prensione ne’ tempi antichi. Stabilite queste nozioni preliminari intorno all’ integrità de’ poemi storici, ve- gniamo alla disamina di altre quistioni di non lievQ importanza. L’ integrùà si deve intendere rispetto oU'ipotesi che limila il concetto^ Allorché dico integrità de’pensieri secondari, non si deve intendere un' integrità assoluta, in guisa che il poema debba tutto dire, quanto si potrebbe, intor- no al protagonista, per esempio, come la sua nascila , i suoi genitori, la patria, i suoi abiti individuali come di uomo privato, perchè tali cose, quantunque ad esso appartengano, non lo riguardano in quel punto, in cui 10 mette il poeta. Egli è vero che non mancano cir- costanze opportune, in cui possa con un epiteto, con un accenno, alludere a siffatte cose, ma ciò non signi- fica narrarle di proposito. La ragione di questa limi- tazione si è che il concetto è circoscritto da una suppo- sizione. Nè giova opporre l’esempio dell’Epopea classica, per esempio , dell’ Eneide , nella quale quantunque l’azione incominci dopo la distruzione di Troja, pure 11 poeta fa raccontare ad Enea, premurato da Didonc, fatti avvenuti, molto tempo prima, che il protagonista comparisse in iscena, come è dire la guerra di Tro- ja , gl’inganni de’ Greci, la morte di Ettore, il caval- lo famoso, ed altre cose di simil fatta. Imperocché il poeta, se non avesse ciò fatto, avrebbe mancato di ef- fetto, essendo Enea un personaggio ignoto a’ romani , i quali non ne potevano sapere che pochissime cose rilevate dairtliadc, opera di non comune intelligenza, perchè scritta in altra favella. Intanto il poeta vuol farne un protagonista, e in conseguenza farla da sto- rico, e da poeta. Da storico, in quanto che deve nar-  rare, iutt' i fatti di questo personaggio, che non si truovano registrati in alcuna stOTia: da poeta in quanto che fa servire un fai personaggio ad un’ Epopea. Sup- ponete che in vece di Enea il poeta si fosse proposto a protagonista, o Romolo, o Numa , od Ostilio , tut- ti personali storici , noti a’ romani per tradizione, in tal caso ognun vede che il narrare i fatti noti di questi Eroi sarebbe riuscito frustraneo e sazievole. Sup- ponete ancora che Virgilio fosse stato un poeta gre- co surto qualche secolo dopo di Omerq , e che pro- posto si fosse di cantare l’Eueide, come il poeta romano ha fatto, in greca favella, è agevole a comprendere che quel racconto di EInea fatto a Didone della sventura di Troja ec. non avrd>be potuto aver luogo, perchè quei fatti erano noti a’ greci per tradizione e pe’monumen- U storici nazionali. Chi volesse in conseguenza dat- r esempio di Virgilio trarre una regola per la storia epica, cioè di dovere informare i lettwi di tutte le particolari circostanze del protagonista, pecclicrebbe del sofisma, che ha la conseguenza piu larga delle premesse. Ciò che può aver luogo in un caso ecce- zionale, in una specie di poema storico, non può aver luogo in ogni epopea, perchè abbiamo veduto che Virgilio messo in situazione alquanto diversa da quella in cui si pose, non avrebbe potuto convenevolmente introdur- re la narrazione di avvenimenti lutti anteriori al pun- to, da cui comincia la sua azione. In tale dura ne- cessità si truova ogni poeta storico, che fonda il suo poema sopra fatti non noti dalla tradizione e dalla sto- ria, il che porta due svantaggi al lavoro: il primo che disvia molto dal proposito e fine principale , doven- dosi il poeta intrattenere in ricerche spinose per ren- dere probabile c verosimile la sua azione: il secondo che accresce troppo di mole la storia per una biografìa poco interessante, percJiò non iia altro scopo che individuare un personaggio non esistilo. L’epopea in tal caso ha un interesse limitato : il lettore deve prestar fede al poeta come narratore di fatti storici , mentre sono finti, e il vero e il possibile spesso si confondono con pregiudizio della storia c della poe- sia. Quando il protagonista , e in generale l’ azione è nota dalia storia reale o dalla tradizione, tutto quel- lo, che precede all’ azione proposta, si vuol supporre dal poeta, e di quando in quando un’allusione, un accenno basta per far pensare al lettwe il resto sen- za mai discendere a’ particolari di un’epoca anteriore, perchè dal momento che principia 1’ azione incomin- cia una nuova epoca pel protagonista. E, siccome sa- rebbe vizioso per una storia parlare in un’ epoca dei fatti, che appartengono ad un’ epoca anteriore o po- steriore; vizioso è del pari, anzi più, neH’epopea, che è storia più perfettibile, perchè di finzione, un simile a- nacronismo. Non senza fondamento di razionali prin- cipi diceva quel gran maestro di arte Orazio Fiacco : Nec gemino bellum trojanum orditur ab ovo,con lo quali parole concisamente accennava a questa teoria, che noi abbiamo derivala dalla natura limitante del concetto, il quale è una supposizione tale e tanta qua- le e quanta a noi piace di proporne. 11 che si fonda sulla naturale nostra limitazione , per la quale non possiamo comprendere una lunga distesa senza stan- carci e quindi senza annojarci , mentre lo scopo di siffatti lavori è d’ interessare con forte e sostenuta impressione senza interruzione. La integrità de’ pensieri secondari si argomenta dai-- la forza, dal vigore e da una certa aria di no-- vità ne’ componimenti ben fatti. Occulta magistero dell’ arte nel conseguire questi pregi.. Se paragoniamo fra loro tutti gl’ individui urna» ni esistenti» in ciascuno troviamo integrità di parti come è dire, a modo dì esempio , due occhi , due ò- recchi, due braccia ec. Ma ninno de’ tanti è simile air altro perfettissimamente , perché in alcuni incon- triamo il tutto e le parti dchoH , sottili , delicate, e difettive di qualche cosa: in altri vigoria, forza, ro- bustezza, vivacità e pienezza, che niente lascia desi- derare. La integrità per conseguenza può avere ua senso largo e un senso stretto. In senso largo tutti gli uomini sono interi, sdoro non manca alcuna par- te appariscente, come le sopradette : in senso stretto l’integrità risulta dal concorso di certi elementi occulti, alia moltitudine inesprimibili, ma chiari agl’ intelligen- ti, e definibili. Chi potrebbe rìvocare in dubbio, per esempio, che il vigore, la vitalità, la robustezza siene parli o elementi integranti del corpo umano nel suo stalo perfetto? Ma, se domandate, donde risultano que- sti elementi? non tutti vi potranno ripondere in mo- do adequato, allegando ragioni soddisfacenti , perchè non lutti sanno 1’ occulto magistero della nutrizione animale , da cui risulta la pienezza dell’ individuo. 1 componimenti sono tanti individui prodotti dallo spirilo umano : lutti per avventura avranno le parti grosse più apjwriscenli, e, se, a modo di esempio, sa- ranno orazioni, tulle avranno esordio , proposizione, dimostrazione, confutazione, epilogo , ma non tutte lianno quella pienezza, che si argomenta dalla forza, dai vigore, dalla robustezza , ma alcune deboli, sfini- te, languide: altro un pò meglio nutrito, ma infermic- ce e convalescenti: pochissime sono le perfette di pie- no vigore, che arrecando diletto, non lasciano alcun che a desiderare. Dovendole giudicare tutte quante in comparazione, non è malagevole a dedurre che stono intere rigorosamente, ossia in senso stretto, qucst'ulti- mc, e che non sieno intera le prime, che in qualche cosa compariscono difettive. I giovani, che cominciano a comporre , standosi alle regole o ai precetti delle scuole, credono di con- seguire la fama di Tullio o di Pindaro, se ne' loro componimenti prosaici o poetici concorrono le parti mas- sime rilevate fin dall'occhio inesperto degli empirici pe- danti, ma eglino stessi dopo di aver scritto rimangono sconfortati sol che si facciano a paragonare le mise- rie delle loro produzioni col lusso degli artisti, e, quan- do l’espongono al giudizio del pubblico, invece di lode raccolgono biasimo , se pure non passano del tutto di- menticati. Il loro sconforto è disperato, ossia è senza speranza, perchè non è stata loro indicata la via da percorrere per raggiungere 1’ occulto magistero del- l’arte, che dà forza e vigore al componimento. Quante poesie non escono ogni giorno alla luce, le quali in quanto a forma e verseggiatura gareggiano anzi su- perano quelle di Dante e di Omero, ma il pubblico non le degna, non dico di lodi, ma di generosa in- dulgenza ? Quante epopee non si sono scritte in Italia dal risorgimento delle lettere fino a noi, ma quante ne sopravvissero a’ioro autori ? E, se si paragona l'Italia Liberata all’ Orlando, dal lato della unità e della for- ma il Trissino gareggia con Omero, c supera l’Ariosto. Dìgitized by Google 366 P-MlTR seconda Ma il Trissino ò dimenticalo, e l’Arioslo, quanìonqaé avesse difetti sostanziali, è per gl’ italiani il più gran- de poeta, perchè le sue produzioni sono rigogliose , vivaci, forti, robuste di un vigore insuperabile, inquan- to chenii'lrite di un alimento sostenuto. Egli è dunque della massima importanza il ricercare questo occulto magistero del poeta , per Io quale una produzione raggiungo la integrità de’ pensieri secondari nel senso stretto da noi divisato. E in questo luogo giova ricor- flare quanto ho scritto nel l.” volume, parlando del- l’educazione della sensività c di tutte le facoltà pro^ duttrici al discernimento, il quale si acquista con lo studio e con la pratica intorno alle materie di un componimento. In questa studio si rivelano pensieri, che passano inosservati alla moltitudine, la quale, se non è capace a rifletterli, e a disccrnerli,dove si truova* no, nel componimento, ne sente il difetto, che non sapendo esprimere o definire, desidera qualche altra cosa, un non so che. È bello il componimento, vi dirà, sono bolli i versi, bella la frase, tutto è poetico', ma ci vorrebbe qualche altra cosa, che non saprei dire. Adunque l’in- tegrità di questa natura risulta dalla diligenza in ri- cercare ciò che si sente dal volgo, ma non si sa espri* mere, e che un artista non solo sente ma discerne se riflette a’ fatti propri, lo m’ ii^egnerò mettere in pie* na evidenza qnesto fallo, da cui dipende il migliore de’ pregi in un lavoro di arte. 11 senso comune ha sempre riconosciuto nel poe- ta una proprietà, per la quale unicamente gli uomini del volgo opinano che si possa poetare. Una tale pro- prietà Ki detta con diversi npmì, ora ispirazione, ora fantasia, ora estro poetico, ora vena, poetica ec. co- me abbiamo diffusamente dichiarato nel Capo Il.^'di que- sta seconda parte. Per essa il sensòrio del poetasi esalta, e per questa esaltazione lo spirito si ravviva e veda - le cose diversamente dagli altri, scoprendo negli og- getti alcuni elementi, che nello stalo ordinario passano inosscrvali. Di questo fenomeno troviamo una specie di analogìa in certi momenti della nostra vita, ne’ quali siamo felici a concepire ed a ragionare intorno a cer- • ti fatti, mentre in altri momenti, che altrove ho ad-, dimandati momenti infelici (§. 88 pag .300 ), siamo in- capaci di fare altrettanto intorno a’ medesimi fatti. Un uomo di lettere, che sia valente ad architettare un poema, ma sfornito di questa facoltà meravigliosa, aspira invano alla gloria delle muse, imperocché egli è un pretto prosatore, mentre già crede di fingere , non essendo i suoi pensieri nè originali, nè nuovi , quali si aspettano. Che appunto nella felice espressio-, ne di certe tinte delicate e squisite, che i lettori sen- tono ma non sanno esprimere, il pregio massimo delta poesia come arte consiste. In questo saper fare ciò che al resto degli uomini non è conceduto di conse- guire risiede la poesia, e per questo il poeta si ha per ispirato da’ Numi, perchè non si può credere u- mana cosa il privilegio di pochissimi eletti ingegni., Gl’ ingegni mediocri avvedutisi dell’ importanza di questa proprietà, non potendo raggiungere colle pro- prie forze un effetto tanto meraviglioso, cercarono di supplire con i cosi delti conceltuzzi, che hanno una^ * specie di novità o di originalità nell’ arguzia e nella sottigliezza,' ma le loro produzioni degnate di una ge- nerosa indulgenza una volta per un sentimento di ammirazione a’ loro sforzi , rimasero dimenticali per sempre. La proprietà, di cui io parlo, è natura e non arte, è quel fondo che si presuppone ad ogni arti- ficio , e indarno si cerca di sopperirla con io sforzo. Nè tutti i poeti l'hanno posseduto io eguale grà- rfo. Se paragoniamo per poco Virgilio cd Omero oellà Descrizione dello Scudo di finca e di Achille, quanta differenza 1 11 greco poeta impiega cento magnifici Tersi per descrivere la materia , la forma e tutte le figure die ne coprono l’ immensa superficie con tale minutezza c precisione che non Sarebbe difficile ad un moderno artefice di presentarne un disegno per> fetlamenle conforme a quella descrizione. Nè puoi di- re che v'è di soverchio, perchè il poeta lì mette in tale situazione che, se alcuna delle descritte cir- costanze mancasse, tu già sentiresti un difetto , e quindi il desiderio di un non so che non espresso. Ma non cosi Virgilio nella descrizione dello scudo di Enca> perchè egli non fu felice, come Omero, a crearsi una situazione cosi opportuna. Non senza r agionc Omero fu detto primo pittore delle memorie antiche. Paragonia- mo Dante col Tasso, ed il Tasso con TÀriosto, quante e quali differenze per questo verso dell’ in tegrità e pie- nezza de’pensicri secondari 1! Mettete in mano ad un poeta, e sia lo stesso Tasso, il trìplice regno dante- sco; sarete sicuro che il cantore della Gerusalemme naufragherebbe in quell’ oceano sterminato, ma Dante con un far da maestro ti riempie T anima di pensie- ri e dì sentimenti inaspettati; perchè ei vede nei tre rqgnì quanto niun altro poeta avrebbe potuto vedere o sentire, e le sue vedute sono nuove anche oggidì, perchè ninno dopo la tradizione di più secoli è ca- pace di itddcnlrarsi tanto per iscandagliare le cose intime od invisìbili. Allorché dunque i mediocri si affaticano a conse- guire la corona poetica, e bestemmiano Omero, Dante, Arioslo ec. perchè giunsero a tant’ altezza, a cui disperano di pervenire, farebbero meglio se si ritirasse- ro dalla difBcile intrapresa , perchè qui è natura c non arte, e tal natura non ebbero i mediocri , dei quali fu detto: Mediocribus esse poetis non homines, nón Dì, non còncessere columiiae. Vorrei che que- sta verità si comprendesse da’ giovani avidi di gloria poelicà, i quali, nón avendo sortilo tale natura, si svia- no dagli studi pili severi e più utili. Non sono j versi torniti, non le frasi scoile poetiche, non i con- cettuzzi meravigliosi e nuovi, che fanno gli Omeri: c la originalità, restensione, la novità delle vedute, che formano il poeta. La poesia dà produzióni rigogliose, vivaci ed im- mortali, perchè inesauste sorgenti, a’ lettori di tutt’ i secoli, di nuovi pensieri , di originalità pell^rinc, c Sempre, e per tutto, non in una parte, 6 in un momen- to poetico. Nelle quistioni, che insorgono, allorché si vuole portar giudizio sópra certe produzioni volute poetiche, non truovo che alcuno abbiale considerate da questo punto di vedutà irttcressàntissimo, donde si può trar- re la vera ed unica soluzióne del problema, proposto da Vinócnzo Gioberti intorno all’ idealità e cima del bello, che si sente, ma non si può esprimere. Richia- mo in questo luogo la difficoltà del medesimo filosofo, da me proposta c in parte risoluta hel l.° voi. §. 11. pag. 126 ó seguenti. La celeste leggiadria delle injidonne del Sanzio c delle figure del Canova non dipende dalle proporzioni quantitative, le quali accen- nano all’ integrità delle parti massime apparenti, che formano lo scheletro o l’ossàtura senza polpa. Le mag- giori attrattive dipendono dalPintegrità, in senso stretto, de’ pensieri secondari, che vi debbono essere, ma che solo r artista pari a quei due sommi può creare con la sua fanfask), i quali, se non vi sono, si fanno deside- rare dalla moltiludine, senza che questa sappia determi- nare quali sieno, e possano, e debbano essere. L’ ar- monia del multiplo all’uno forma la essenza del bello» se a quell’ uno daremo tutte le ragioni di risponsa- bile, di personale, di tutto, di forma, d’ informante ec. come abbiamo stabilito nel l.“ capo della Prima Parte generale di quest’ Estetica , c nel multiplo i cioè nei pensieri secondari, concorrano tutte le condizioni e- sposte nel capo 2.* sotto il rapporto dell’ invenzione e creazione, deli’ integrità , scelta , chiarezza , preci- sione, verità, omogeneità ec. In breve il bello risulta dalla forma e dalla materia: la forma è regola dell’ag- gregato : 1’ aggregato contiene le ragioni ultime del- r attrattive, che fan dire celeste e leggiadra alla pro- duzione, in cui è intervenuto il magistero occulto del- l’artista nel sapervi introdurre pensieri, che la mol- titudine non saprebbe indovinare e quali sono e don- de derivano. £ badisi che la più seducente delle at- «trattive risulta dalla meraviglia e dalla sorpresa , da un sentimento di venerazione per l'artista, il quale ha sa- puto superare le difficoltà, che pajono insuperabili alio spettatore o al contemplante per una comparazione spon- tanea di quello e di questo, immaginati nella medesi- ma situazione. regola quindi della perfezione di un lavoro é contenuta in questa espressione : vi è tutto , e non potevasi far meglio. E nel vi è tutto s’intende l’in- tegrità, di cui è parola, lavoro difficile, e proprio di certe nature privilegiate per una originalità di crea- zione fantastica. Questa proprietà costituisce il poeta sommo, pari ad Omero, a Pindaro, ed Anacreonte. Di qui si può trarre argomento intorno alla qui- slione, che, spesso agitata, non fu mai risoluta, perchè  tilt verseggialore leggiadro, quantunque si proponga io stesso tenia di Anacreonte e lussureggia più di lui in eleganza di frasi c di verso, non raggiunga la glo- ria del grecò poeta ? Pcrclic in Anacreonte vi è un far da poeta per 1’ Occulto magistero non capito dai mediocri, e l’identilà delle belle forme è apparente e non reale. E delle due cose T una , o i pensieri sa- ranno di Anacreonte e il nostro poeta non ha fatto che una copia, la quale, non essendo originale, non può acquistargli una corona poetica. 0 sarà una pro- duzione Originale e pecca d'integrità in senso stretto, perchò, se ciò non fosse, ei sarebbe uirAnacreonte, vai quanto dire, un poeta. Nè si dica i tempi che corrono essere ingiusti, invidiosi, maligni, che non accordano al merito ir compenso dovuto, imperocché l’ho detto altrove, é qui giova ripeterlo , il vero poeta impone la legge di essere Onorato alla moltitudine : la sua fama nOn è raggiunta por intrighi o per favori, per- chè, ha tal merito, che disdegna le raccomandazioni, da Cui crede di essere umiliato. Egli ha la coscienza del- l’arte sua , e prima che gli altri lo giudichino , egli ha giudicato sè stesso, e pieno del proprio convinci- mento si annunzia poeta col dire; Carmina noti prius nudità musarmi sacerdos virginibus puerisque canto. È vero che taluni vissero inororati poeti ne’ tempi loro, ma questi casi sono rarissimi , e fu proprio di alcuni geni, che, dando all’arte una nuova direzione, noli furono capiti da’ loro contemporanei. Tale è stato lo Shakespeare, il quale per quasi due secoli, a cosi dire, rimase dimenticato. Ma non è poi assolutamen- te vero che per poeta non sia stato tenuto da suoi contemporanei, benché per quello che fu, grande tì originalissimo non sia stato estimato. Dalle quali cose conchiudo che l’ inlegrità dei pensieri secondari, come è stala fin qui definita , è tal cosa che il volgo de’ lettori e dei maestri deU’artc poetica ha finora considerata eoine T csenza della poesia, atta a costituire gli originali poeti. §. 103. Come dall’ integrità de’ pensieri secondari assoluld o relativa dipenda la partizione de' cèmponimenti storici poetici in Epici e JÀrici. Si crede generalmente nelle scuole che la poesia lirica differisca dalla poesia epica, in quanto che la prima sia un prodotto dell’ ispirazione. E cosi dicen- do par chè se ne voglia concludere non essere ne- cessaria la ispirazione nell’ epica poesia. Ma, se ispi- razione è fantasia , e la fantasia è facoltà creatrice dell’ ideale, senza cui non si ha poesia alcuna , per- chè in questo differisce dalla prosa, questa opinione, anziché dottrina, è assurda, e contradditoria , e secondo i prestabiliti principi bi- sognerà conchiudere che ispirata dev’ essere la lirica egualmente che 1’ epica poesia, ed ogni poesia in ge- nere senz’ alcuna eccezione. Io non insisto davvan- taggio a confutare siffatta opinione, e passo a conside- rarne altre consimili, per dare a’ giovanetti un argo- mento di fatto dell’ empirismo estetico professato da valenti ingegni. Incontrandosi in qualche passo di epopea, dove un episodio presenta una freschezza di originale crea- zióne, i nostri estetici, non potendo sconoscere in esso un prodotto dell’ ispirazione o della creatrice fantasia, si fecero a dire per essere cooscgitenti a’ loro princi- pi, se principi si possono dire i più storti giudizi, chC' l’epopea ù un gran componimento misto, in cui entra- no tutte le specie di poesia , T epica , la lirica , la comica , la tragica , la drammatica ec. Che 1’ epopea sia un componimento misto io noi niego , ma non nel senso degli estetici, che io combatto. È misto in quanto che, quantunque sia di genere stori- co, il quale predomina, alle volte convince e persuade: allo volte tocca commuove, per le quali cose il gene- re scientifico ed oratorio s’ intrecciano {dio storico. Or la Lirica non può essere diversa dall’£;)tca, come componimento, ossia sotto il rispetto deU’aggregalo dei pensieri secondari al concetto , perchè questo non è che di tre maniere, a cui corrispondono tre maniere di pensieri secondari omogenei. Si è veduto che non differiscono tra loro sotto il rispetto dell’ i- 8pira%ione , la quale è facoltà poetica in ogni ge- nere di poesia ; resta a conchindere ebo la lirica non entra nell* epopea, come un genere di componi- mento diverso. Sarebbe a faro un’ eccezione per cer- ti episodi introdotti nella narrazione o descrizione del- r azione principale senza nesso con«quella, perchè tali episodi sarebbero canti lirici nel senso che noi dichia- reremo qui appresso. Ma una tale eccezione non ha luo- go, perchè è contro lo ragioni dell’ arte, la quale e- sclude ogni cosa, comunque altracnic , non riciiicsta. dall’unione individua. Fin dove può aver luogo la commistione de’ tre generi di compor- re nell’ Epopea, verrà disaminato nel IV volume , se- condo la promessa fattane ne’ Preliminari al 1.” voi. 5 li pag. 88 e seg. Nell’ incertezza in cui erano gli estetici per la troppa iudcttìrininatezza ilotlc nozioni intorno alla li- rica, riuscivano in espressioni equivoche, apparcnleincn- te vere, sostanzialmente false. Onde taluni asserirono ed anche di presente asseriscono che la lirica è tutta svbbjeuiva, o per dir meglio si versa ad esprimere in forme poetiche le impressioni, che taluno pruova dagli avvenimenti reali. E con questa falsissima opi- nione in testa loro giudicarono per capilavori lirici , le odi, le canzoni, i sonetti, gridilli versantisi in materie di fatti, come è dire, sul tramonto, sull’ a.u- rora, sulla morte di un amico, sulle nozze, sulla mo- nacazione di una vergine ec. ec. Una poesia cosi de- finita non ha regole, ma varia come gl’ individui, che, sono i subbjetti; varia come le impressioni ricevute, come le circostanze infinito e diverse della vita, della civiltà, dello cose. Allora ogni componimento, lirico è eccellente nel suo genere, c, se fu truovi a ridire qualche cosa sull’ ode o sul sonetto di alcuno , que- sti ragionevolmente ti mette avanti il principio del; subbjcttivo, e ti dirà: è questa la mia natura, nè po- teva io far meglio, nè più che tanto. Che se tu gli, risponderai, che vi sono nature più perfette deHa sua, che la lirica è una subbjettività di quelle soltanto, egli Im ragione di farti osservare che la natura individua- le, ancorché piaccia a te, a dieci, a mille, ed a tutto, un secolo, non ù ragione per cui piaccia sempre, perchè, r individuo di un secolo non è più, come l’ individuo, di un altro, in quanto alla maniera di sentire. In que- lla falsissima supposizione Anacreonte e Pindaro som- mi e primi lirici fra greci avrebbero dovuto cessarè di piacere ne’ secoli posteriori : non dovrebbero piu piacere a noi, che apparteniamo ad una civiltà orto- dossa, nuova, c diversissima dalla civiltà greca. Questa dottrina intorno alla lirica è puerile, empirica, assur- da, contradittoria. Resta quindi a ricercaro che cosa sia per conciliare le discordanti opinioni. Se i componimenti lirici sono e non possono non essere agfgregati di pensieri , e i pensieri sono pro- dotti dalle facoltà dello spirito umano , ognuno vede che le loro distinzioni si debbono desumere dalle stes- se ragioni delle facoltà produttrici e de’ pensieri pro- dotti, seconda il divisamento generale esposto nel 1.®' volume §, 9 pag. 59 e seg. Ora le facoltà dello spirito^ umano sono immaginazione e fantasia , intelletto e ragione, sentimento ed entusiasmo. I pensieri sono tali quali possono essere pro- dotti dalle facoltà corrispondenti. I componimenti per conseguenza di qualunque genere a forma non posso- no essere che storici , scientifici ed oratori. I primi hanno per facoltà T immaginazione a la fantasia, e si esplicano narrando e descrivendo : i secondi hanno per facoltà l’intelletto o la ragione, e si esplicano con- vincendo e persuadendo: i terzi hanno per facoltà il sentimento o lo entusiasmo , e si esplicano toc- cando e commovendo. La ispirazione è facoltà co- mune ad ogni poesia. La forma , che è 1’ unione individua, dev’essere in ogni componimento. Ogni coni, ponimento lirico non può prescindere da queste leg- gi o condizioni , e se guardiamo al fatto , cioè a tutte le produzioni liriche esistenti , non troviamo che o narrazioni e descrizioni di fatti, o riflessioni del' genere scientifico e dimosirativo , o delle pateti- che esposizioni dirette a toccare e commuovere. 0 tutto al più i tre generi storico c scientico ed orato- rio s’ intrecciano con più ò meno predominio dell’uno sopra gli altri. Sia pure un sonetto, sia un epigram- ma, sia un epigrafe, non possono prescindere da que- sic leggi necessarie , che risultano dall’ essenza dcUa spirilo umano, il quale, pensando od operando non pen- sa o non produce che pensieri c sentimenti, che, ag.- gregandosi in componimenti, debbono necessariamente prendere queste forme od ordini, che volete dire. Che. se domina il genere oratorio, il che ha fatto dire a taluni che la lirica vive d’ ispirazione prendendo que- sta facoltiV in senso di facoltà commotiva , non se ne può conchiudcrc che sia parto lirico, dovunque si toc- ca o commuove, perchè vi può essere una specie di componimento diverso, ancora commovente, che a giu- <iizio de’ miei avversari non è di genere lirico : tale sarel)be la perorazione nell’ orazione al pubblico , d^ cui incontriamo esempi ammirabili nelle orazioni di, Cicerone. Premesse tali dichiarazioni , e posto che la, lirica non differisce dall’epica per le ragioni allegato «lugli estetici empirici, resta a vedere, donde derivino l«! loro differenze. Io ho accennato a questo bel vero, ma qui giova meglio dichiarare le cose rispetto alla quistione che ci occupa. I componimenti lirici sono, un saggia «li poesia, occasionato da alcuno circostanze , nello «juali il poeta canta all’ improvviso sopra qualche fot-, tu già nolo, ajutando il suo estro poetico col suono della lira, dalla quale queste produzioni presero il no- me di liriche. Ma gnio componimento dev’ essere , o storico, o scientifico, od oratorio, per le cose delle in- nanzi, comunque breve deve dunque necessariamente serbare le forme corrispondenti a ciascun genere (li comporre. Segue da ciò che i componimenti Ib l'ici differiscono dagli epici ( pei quali intendo I cojnponiincnti che hanno integrità assoluta c pienezza pufetta) come un ritratto in miniatura da un ritratto al naturalo, ossia di grandezza oftualc aH’ocigi naie. Noi due ritraili, come ognuno vede, ruriginale è con per- fetta siniilitudiue rappresentalo, in q.iianlu die tutte lo parti vi sono contenute, o dii vedo o questo o quello si riduco presente al pensiero l’ubbj^elUx rappcosenlato. Ma nel primo nutneano le giuste dimensioni, le quidi per un ellissi artistica si lasciano inteudere o supplire dagli spcllatori: nel seconda vi è tutto nella sua perfetta integrità, in guisaciiè, se vi piaccia con una comune misura paragonare il rili;atlo e i' originale , le parli di entrambi -ad essa combaciano, e io spettatore nien- te vi deve supplire o intendere, perchè ogni parte è espressa o dipinta. La similitudine regge a mcravig^ nè si può avere, up’ idea più nella e più precisa deUa lirica per le ragiopi addotte innanzi. Ne' componiincnti lirici di genere storico adunque vi ù un’ integrità relativa, ossia un’ integrità voluta dallo circostanze, ma si richiede tal magistero che lo poche cose acoonnalc richiaiiuno al pensiero de’ leg- gitori quanto non si può esprimere, appunto come il pittore nella strettissima dimensione di un pollice rac- chiudo in piccolo 'tutte le parti di un grande origi- nale di otto palmi lungo e di due palmi di diametro. Gl’ inesperti, che ignorano questo magistero, quanto piu si affaticano, ■ tanto più i loro sforzi riescono di- sperati, o qui va quel celebre detto di Grazio : Dum brevis esse labaro, obscurus fio: sectanlem levia ner- vi deficiunt anitnique. Se mi domandate adunque, perchè Anacreonte è tuttora citalo, come un gran poeta lirico anche dove canta un insetto o celebra il favo- rito suo nume , mentre le stesse cose, anzi migliori, non acquistano più quella celebrità fainpsu'? la risposta è fatta: Auacreoule era gran pittore , che eoa un toeco di pennello apriva scene opportune e svariate: i mo- derni, ehe ne ignorano il magistero, producono bolle di sapone, lucide al di fuori, vuote al di dentro. Mentre dunque che la lirica saggia rargonicnto. e ntm r esaurisce, ossia che serba integrità relativa e, non assoluta , malagevolissimo ne è il magistero in quanto che deve accennare a quel recondito, che pas- sa inosservato alla moltitudine. Nè si creda punto che quei recondito, sia reale o esìstente , cioè tale che il senso educalo con la lunga pratica e diligenza possa giungere a sct^rire, come sarebbe la descrizione ac- curata delle conchiglie o di altro oggetto simile, poi- cliè in tale supposizione non si uscirebbe dalla prosa, la quale ha per solo oggetto l’esistente o intorno ad esso si versa. Il lirico deve possedere ispirazione squisita, vena felice, ma della fecondità sua non può giovarsi che con giudizio , cioè prelibando come ape a goccioletla a goccioletta il miele nel calicetto di tanti fiori, che con la varietà delle miste fragranze spargono ima voluttà inesprimibile la quale lascia nmi sempre il desiderio di gustarla mille fiate ripetute senza mai an- nojàrc. Quest*^ olezzo meravigliosa tramandano le gre- che poesie di Anacreonte e di Pindaro , non sentite da certi spiriti grossolani, che in esse non sanno discer- nerc, se non l’armonia delle parole e la sceltezza delle frasi. La lirica in conseguenza, mentre seduce moltissimi con la speranza di diventare poeti per la brevità de’ suoi componimenti, rende vani gli sforzi e le ambizioni de’ più audaci , perocché, da quanto ab- biamo detto, la brevità del componimento dev’ essere compensata dall'occulto magistero, che fa intendere in poche parole Tintegrità degl’ideali, come un originale di selle palmi in un ritratto di mezzo pollice. Di qui ancora comprendesi che la lirica deve versarsi sopra soggetti noli a'^lcttori, perchè, dove fos- sero ignoti, riuscirebbe impossibile il supplire coi loro peosiere quelle parli che la rislreltezza del coropo- nimcnto non potrebbe racchiudere , o , se il poe- ta volesse esprimerle , uscirebbe da’ liniiti prescritti ^lia lirica. 1 canti lirici di Anacreonte e di pindarot si versano sopra cose note a’ greci di quel tempo.* a chi non erano conti i giuochi Olimpici , o B«mco, o Venere ec. ? E , se qualche volta il canto versavasi siqira un individuo, un Eroe , T ignoto a molti n^era solo il nonie> perchè l’individuo, era incaruato a’ fatti pubblici, ossia noti a tuttu la Grecia. Oa questa no- ioriotà, che legavasi all’ interesse pubblico, deriva la celebrità de’ loro cauti. E.d invero quale interesse può egli mai ispirare la tua elegia per I infermità e per la morte della tua Filli ? o il suo ^rgiqro e la sua incostanza ? o la sua infedeltà? Farà eco forse nei cuore d’ innamorati, che hanno sofferto, come il tuo, tali picoole sventure, ma faranno ridere i più sennati, che o non soffrirono simili infortuni, o son giunti in U;tà, in cui possono far da maestri deH’lncauta gioven- lù. E che tu non sii poeta, apprendilo dalla faciltà di cantare tali avventure, luentre ti senti incapace di sollevarti dal fango di una passione si bassa o comu ne. Egli è vero che i greci e latini poeti ancora di questi soggetti cantarono, ma la loro celebrità non da queste cose deriva , e appo i greci e latini . era 1’ a- raore tutt’altra cosa che per noi: era un nume che avea forza di cougiungere di animi informati di ete- rodossi principi tra popoli racchiusi nelle cerchia del- r individualismo. L’amore sollevò la Grecia tutta con- tro il rapitore della bella Cretese, ed era Venere au- trice di tanta infamia. Ma oggidì che F amore ha ce- duto il luogo alla carità, genere di amore sn])lime, che  lega Ira loro con un vìncolo indìftsolubifb tutte le na- aioni redente dal figtìuolo di Dio, che è padre del genere umano, i cauli erotici son troppo bassi e triviali , in- degni delia lirica ortodossa. Il lettore mi perdonerà questo insistere ripetuto in- più luogiii delia presente opera, per la ragione che troppo oggidì dal retto disviano gl’ incauti giovani, che illusi- dalia celebrità de’ lirici classici greci c latini, e della più parte de’modertii, che poetarono sugli antichi mo- delli, tra i temi di comporro trascelgono i più confor- mi alia loro capacità in un età, in cui à più senso che ragione. Aggiungete a questo cattivo esempio le mas- simo di certi precettm'i, ohe non sanno quel che sì dicono, allorché insegnano che la prima età sia poetica, anzi poesia, in quanto che allora sentiamo le passioni nel pieno vigore, anzi boUoro. Ma quali passioni? l’ a- more. £ conforme a questa massima è 1’ altra : per esaere poeta si vuole sentimento, ossia attitudine a forte sentire , ma che ? T amore. Povero Dante ! A questa stregua tu sei il più infelice poetonzolo , pe- rocché i tuoi canti non sono certo da innamorato. £ sebbene tu per alcuni sensuali non iscrivesti la Divina Commedia, che per isfogare la piena del dolore dopo la morte di Beatrice, pure il tuo amore all’ età di tren- tacinque anni , dopo più anni che la Portinari era partita da questo mondo, non era del certo svenevole, come quello de’ cantori di Nice o di Fille! Ed oh! vo- Icss3 il Cielo che i nostri poeti sentissero come Dante, amassero come Lui, se da'loro amori sperar potessimo un’ Epopea tanto sublime, come la Divina Commedia I Sarebbe allora un argomento di squisito sentire e non fine Tainore, che solo diretto a scopo si nobile è pro- prio dell’ uomo : fuori di questa direzione é coniuno anche alle bestie !  Molte COSO SODO stato dette arbitrariamente da- gli estetici intorno alle produzioni liriche, perchè, non partendo eglino da principi certi, dovevano per neces- sità riuscire in sentenze vaghe e contraddittorie. Per quel che concerne i componimenti lirici storici, nei quali cioè domina la narrazione e la descrizione, si sono fatte tante distinzioni, e Ira le altre quella del- l’Inno epico, in cui si espongono i fotti gloriosi di un eroe, come l’ Inni de’ Martiri del Cristianesimo, de’Pa- triarchi, de’ Santi, della Beala Vergine, di Dio mede- simo. In diversi luoghi della presente opera abbiamo accennalo a queste nozioni, c qui giova ripetere che la distinzione de’ componimenti si debba derivare dalla natura del concetto, il quale secondo che è tenue^ cioè di cosa finita, o sublime, cioè di cosa infinita assoluta d relativa, dà luogo al titolo di un componimento o li- rico o epico. La stessa applicazione vuol farsi alla no- vella, la quale sta al romanzo, come l’inno epico sta all’ Epopea. Onde si deduce che tra gli stessi com- ponimenti lirici, ve ne possono essere alcuni più luo- ghi, altri più brevi, appunto come il ritratto di uno stesso originale può essere eseguilo a diverse dimensioni senza toccar mai la perfetta similitudine rispetto alla grandezza o estensione. Tutto sta che il poeta sap- pia scegliersi 1’ opportunità della situazione , appun- to come il pittore sa scegliere la dimensione de’ suoi ritratti secondo le diverse destinazioni de’ medesimi^ Chè invero sarebbe cosa ridevole, se restringesse al- la dimensione di un mezzo pollice il ritratto, che deve essere allogalo in una galleria, o facesse un ritratto di quattro palmi se destinato ad un almanacco , sin- gvla quaeque locum teneant sortita decentcr. Gl'inni epici introdotti ultimamente non sono destinati al can- to , come quelli di Anacrconle c di Pindaro , che si  oanlavRno accompagnali dalla lira , porcliè, essendo troppo lunghi, non vi sarebbe voce, che potesse soste* nervisi dal principio alla fine. ' lo qui non faccio menzione de’ tanti metri, che si sono introdotti nella lirica, nè de’ diversi nomi, che furono dati alle tante e diverse produzioni di questo genere, poiché le regole ntetriche sono di pertinenza di quella parte della infima grammatica, che io chiamo metrologia: i diversi nomi à quel trattatine, che si addo- manda verseggiatura. Per me non fa importanza al- cuna, se un componimento si dica Sonetto piuttosto che Ode, ó Canzone, o Inno, o Madrigale, o Ballala, o Idillio, o Epigramma, perchè tali nomenclature so- no state introdotte dagli empirici, ed è in libertà del poeta di dare al suo componimento questo o quel nome, questa 0 quella forma di verso e di metro, que- sta 0 quella foggia di rima. Che se poi col Sonetto , ad esempio si volesse accennare alla brevità richiesta dalle circostanze, le quali rifiutano un’ Ode , 0 una Canzona, che sarebbe troppo lunga, in tal caso vorreb- besi che si determinasse la opportunità di ciascuna specie, distinta cOn apposite nomenclature. Ebbene, de- terminate r uso di ciascuna spezie, dirò io a maestri di arte poetica', stabilite, quando debba aver luogn^il sonetto, quando la canzone , quando 1’ ode e va di- cendo, ed io allora riterrò per scientifiche le vostre nomenclature. Ma fino a quando rimane una piena libertà, o dico m^lio illimitata licenza, di schiccherare sonetti in ogni genere di materia, ed in ogni circo- stanza, permettete che io non tenga alcun conto de’vo- stri capricci, che meritano di essere contraddistinti col titolo onorevole di poetiche corbellerie. Dalla latitu- dine di questo arbitrio deriva la nullità poetica di t: Qti rimatori, a’ quali è facile salire in Parnasso con soma tanto leggiera di quattordici versi torniti, lima-' ti e raffinati: a' quali non costa un gran che accoz- zare dicci strofe per aspirare alla gloria di Pindaro e di Anacreonte. La conseguenza è nota a tutti: tra mi- gliaja di cantori iii ogni genere di metro noi deside- riamo ancora un poeta, e leggiamo con ammirazione un componimentuccio di quattro versi , un epigram- ma uscito dalla penna di un greco , o di un latino^ Smettiamo una volta gli antichi pregiudizi : lasciamo a' superficiali oppositori della storia di letteratura la cicca venerazione per gli inventori di tali nomi e pei perfezionatori de* sonetti o delle rime : pensiamo che la poesia è tutta interiore. 11 verso le^iadro, le rime armoniose, P intreccio del metro sono simili agli a- biti preziosi, di cui si cuopre il corpo umano: spicca^ no sul corpo vivo: impallidiscono sul cadavere, e ca- daveri sono tutte le produzioni poetiche, nelle quali manca l’ànima, cioè l’idea poetica, l’ ispirazione, Tin- tegrità, r opportunità c tutte le l^gi che ripullulano dalla essenza del bello. Che direte ora, se v’ im- batterete in qualche libro di poetica, dove il verso è dichiarato estetico? Quale speranza di rinsavire per un insegnamento, che il pregio emincnlc di una produ- zione per principio fa consistere nel gretto e misera- bile artificio delle parole intrecciate? Converrete meco che in mezzo ad una folla di rimatori . andiamo in cerca con la lanterna di un poeta. Digilized by Google 384 ^AntE sbco.àtdà ÀIITIGOLO li. ÌNtOBKO ALLA SCELTA Db’ PENSÌBIU SECONDÀhì DELLA STOMA POETICA; §. Ì04. ÌAi. buona Scelta ha per norma le precedenti teorie. Avverto in primo luogo quel, che altrove ho an^ còra avvertito ^ , che la parola Scelta potrebbe induri‘e coti la latitudine del suo si^ gnificato una latitudine all’ arbitrio, perchè pare che^ quando si dà a taluno là fàcoltà di scegliere, se gli eonccdà l’arbitrio del video bona prohoque deteriora sequoì'. Gli estetici del gusto àssegnàvànò per norma alla scelta il dilettevole , c il più dilettevole al gustò era per consogiiciizà il più estetico, e quindi il più hello. Massima sovversiva e contraria àd ogni buona ragione di artCi Por noi la scelta è l’ esercizio del (Uscemmento^ o del buon giudizio, sulla materia già pronta per entrare nell’ edifizio del componimento^ e si compie per atto di analisi e di sintesi, cioè, scar- dando e raccogliendo. La regola di queste operazioni è il concetto, che I>a ragione di personalità e di tota- lità, di forma e d’ informante. Oltre a questo a bene scegliere è uopo essere informato di quanto, abbiamo esposto finora nel e nel presente volume intorno alle facoltà produttrici de’ pensieri secondari, alla loro unione individua, all’ idealità poetica, alTintcgrità, ve- rità, omogeneità ec. , perocché la scelta è diretta al miglior risili (a(o del componimento, il. quale è bello a i^ft -x;ondizione cho abbia tulle le qualità descritte soltO ,tult’i rispetti del concettò, de’ pensieri, dell’unbne, dell’ ordine^ e dell’ espressione. Sicché la scelfà esten- de la sua giarisdizione su tutto il componimento con- side'rato dal verso della mòterià e della forma. Io dunque mm posSe ass^nm'e ddlè regole, Come fanno , gli empirici, e regole determinate e particolari per la liceità:; perchè verrei a limitare fl suo ufficio ad una paiate , mentre si deve versare in tutto e per tutto. — Ciò òhe ho detto intorno agli Episodi 95 pagi 825) tnerita ùnà particolàr cònsideràziòne sótto questo ri- spetto, cóme pure ciò che bò àccenbàtb intórno al ma- gistèro Occultò del poeta, per Oni rile^nò demènti, che passano inosservati alla mòìtitudine. In quanto a quel- li non si faccia il poeta illudere dall’ attrattive di un raccónto estraneo all’ azióne principale , te, se non e- Straneo, sconnesso in guisa che si possa dire senza di tesso 1’ azione principale sussistere. In quanto al magistero occultò è colpa irremisì- bile fl trascurare quelle tinte , che cospiraho mi- rabiimenle al risaltò del quadro , e da cui lò spet- tatóre apprende la fòrza , là vigoria e là robustezza di ah individuo possibile 0 rappresentato. Ondecchè la scelta può difettare per eccesso o per difetto. Per ec- tecsso) quando introduce 0 raccoglie pensieri secondari estranei ih grazia delle lOrO attrattive : per difettò quando nOn procede còli paziènza e diligenza j e si la- scia sfuggire d(%lr elementi, che si affitccianO allo spi- rilo in un Meno te spariscono. Dà Ciò deriva che il poeta stesso non è contento del suo lavoro. Ma inva- no poi cerca di rattenere Ciò che in un momento fe^ lice d’ ispirazione Si aflàccid e dispàrvte. La scelta in tal caso non è risponsàbile del difetto, perchè non è ii  RTvenato per colpa sua, ma il suo giudizio, se Hon è capace a corrodere, è sufficiente ad arvertire fl poe- ta della sua naturale imperfezione, per la quale non gli vìen conceduto di afferrare con la riflessione quel bello, cbe risplende nello stato spontaneo, e là per là si nasconde. Questo fatto nell' anime sensibili forma una specie di disperazione, che gli estetici spiegavano con la invincibile resistenza della materia, la' quale non si presta a tradurre in forma sensibile la idea , che è di origine celeste.  ìnToAnO àiàjA vkRiTa* De’ pénsiem secondari NEIAjA storia poetica. §. 105 . « ^ art significali deUa parola Verità rispetto ai pensieri secondari nella Storia poetica. Nel l.“ volume §. 29 pag. §01 e seg., pariandd del vero e del verosimile , dicemmo che a vero si può prendere nel senso di conformità, a modo di e- serapio, delle parole e del pensiero, o dell’ idea e del- r obbjetta: oppure nel senso di realtà e di fatto, co- me quando 1 enim de’ latini noi traduciamo invero o in fatto, perchè verum e factum, come avverte a Vico, da’ latini si confondevano. In qualunque senso si prenda il vero, la poesia non si propone nè la cor- rispondenza de’ pensieri a’ fatti esistenti, che è propria della prosa, nè direttamente il vero in senso di fatto. La verità poetica è sotto due rispetti , cioè l.“ alla natura 2.“ d possibile. In due distinti paragrafi espor- remo questi due sensi per trarne importanti deduzio^ ni ad una perfetta poesia. ( . . In che senso la verità poetica è natura? . Nel l.“ vói. §. 30 pag. 20S, csafóinando la qui- stionc, come possa aver luogo la creazione nell’ ipotesi ' che pregio eminente deirarte sia la imitazione della natu- ra, perchè pare impossibile imitare e creare nel me- desimo tempo, io feci osservare che per natura non bisogna intendere T esistente , ma la realtà nell’ esi- stente circon voluta del fenomeno, ossia 1’. essenza del- le cose, ohe è permanente nella varietà successiva dei fenomeni. E, siccóme la realtà considerata a questa ma- niera è ideale, perchè astratta e intelligibile, identica al concetto ; la parola imitazione non può avere altro significato, se non quello di norma o regola alla scelta de’ pensieri secondari liberamente prodotti dalla facoltà creatrice, nel caso nostro dalla fantasia. Questo reale e ideale nel medesimo tempo non è sempre colto qual è nella sua purità e integrità , onde avviene che il prodotto riesce difforme da natura , ossia da ciò ch^ è permanente ed assoluto nella intelligenza di tutti gli uomini , i quali se non ti saprannp definire dove risiede il difetto, la luce di quell’ intelUgibìle basta a rischiarare il discernimento per un rotto giudizio, lo ho pure dimostrato altrove ( voi. l.° §. 18 pag. 155), essere il concetto ideale , che è poetico , progressivo , dal lato della capacità intellettiva , e il suo perfezio- namento compiersi per 1’ esercizio e per la pratica con gli oggetti, che si ha l’occasione di paragonare di frequente in mille svariale situazioni de’ medesimi , ap- punto come avviene de’ generi e delle spezie, le quali ‘ per gradi sempre ascendenti diventano piò sempliai e “ f iù astratte, perchè il ooncetto è un’ idea astratta ge- nerica o specifica. Allorché dunque dicesi ohe la \e-, rilà poetica è natura , Fespressione è significantissima di questo senso, accano , perchè nolo a’ pochi ma veri artisti, cui è svelalo, il più difficile magistero , cioè la realtà, F ideale, l’ inleljigibilc assoluto, che non si al? tera col’ variar del tempo. Ma t’ inganneresti a partito Se credessi che imitar la natura importa copiare ap- puntino le cose cóme esistono nella loro, concretezza individuale, perchè il copiar» non è imitare, da. quan- to abbiamo detto finora., E qui giova, ricordare la dif- ferenza tra reale ed esistente : questo ha la parte sua, variabile, quello è la parte assoluta, la essenza, la so- stanza. I due ocelli,’ un naso, due braccia, due gam- be ec. entrano tutte nella realtà dell’ uomo- ma que- sto o- quel grado, di colorito, di dimensione, di vigore> di forza, e va dicendo, è accidentale, come vi è, può non esservi. se tu per avventura sentirai una ten- denza, anche il-resistibile , per un obbjetto attraente, li.on credere che per tutti sia e debba essere cosi , perchè un tal diletto è relativo al tuo gusto partico- lare, e non necessario, come ciò che è natura. Qual diletto non arrecarono ad un età le Frine descritto, o dipinte, le Taidi, le Veneri ec. Ebbene? qual giu- dizio ne dà l’ arte redenta dalla scienza ortodossa? 11 bello perfetto è assoluto e invariabile, come la natura è costante in ciò che è essenza delle cose. Parlando de’ caratteri, osservam- mo che un carattere sostenuto è T opera più mala- gevole per un poeta, anche più esercitato e di genio pari ad Omero ; perchè un carattere sostenuto è un carattere vero o naturale, quale sarebbe, se la natura non fosse scaduta dalla sua perfezione primitiva. Che se ora natura noi dà , sonvi in essenza tali argomenti . , , <jla farne pensare a quel che vi può. e vi deve essere^ Da questo lato considerando la verità de’ pensieri se- condari, è facile a dedurre che dessa è riposta in que- sta artistica riflessione. Rivestire 'queU’essenza astratta di pensieri secondari, corrispondenti a’^ sensibili futuri e non esistenti eoa tale conforinità che a quell’ es' senza convengano , costituisce la verità de’ medesimi. E voi vi accorgete che lo studio del multiplice noni può disgiungersi da quello deU’ unoj che è personale, è forma, risponsahilc del risultalo dello intero compor uimento (voi. l.° § 19 pag. 158). „ Ma, se è malagevole a serbare la verità de’ pensieri secondari relativi alla natura fisica delle cose esistenti fuori di noi, ognuno vede che è malagevolissimo ser- barla ne’ pensieri relativi all’uomo interiore , il quale non è collo nella sua integrità , non dico , ma nel- If essenza , che da^una matura: riflessione sorretta dai principi della divina rivelazione. Che se invero per la, ptùfle speculativa vanta l’ antichità illustri e grandi filosofi, come Aristotile , Platone , Pitagora ec. la de- stinazione dell’uomo, la sua origine, la sua dignità per essi era un’incognita. Se dunque l’arte antica versavasi sull’ esteriore, e, a così dire, era fisica e non psicolo- gica, non fu certo per elezione, ma per necessità ri- sultante dalla limitazione della capacità di conoscere, e dalla falsità de’ principi speculativr e pratici. 11 Cristia- nesimo, che ha squarcialo il velo impenetrabile all’u-. mana ragione, rischiarandola c<m la luce ineffabile della parola rivelata, ha richiamato l’arte dallo spettacolo della natura nel teatro della coscienza, onde la storia reale poetica è divenuta psicologica per eccellenza con gli aju- ti della Filosofia della storia, la quale, come dicemma (nella Prima parte del presente Volume § 9 pag. 34),^ è la scienza della natura dell’ uomo obbjetto precipuo U I?TT 0 ni«O AU.A SC1BN2A OBLLA STORIA POETICA S91 delle storie umane. Allorché il buon senso suggeriva agli empirici la massima che il poeta debba essere fi- losofo, rivelava la necessità di questo studio malagevo- le , che Fiacco consigliava a’ poeti del suo tempo cot qui mores hominum mulìorum vidi’t ut urbes. Oggi- dì non basta vedere, vuoisi a^ofondire, ed un poeta che canta, fingendo gli uomini su i tipi greci e roma- ni, non puòt tornar gradito, perchè quegli uomini non sono natura , non sono veri , ma uomini sformati dm pr^iudizi oda principi falsi. Per questo verso il Ro- manzo italiano, iniziato dal Manzmii,- occupa il primo luogo tra tutt' i Romanzi nunlerni , come la Epopea Dantesca priinc^ia fra tutta }’ epopee classiche ed e- terodosse. E noi dobbiamo andare superbi di tanta gloria non solo , ma imitarne 1’ esempio , continuan- do questa scuola, e, se è possibile, perfezionarla. Ma per riuscirvi conviene che fossimo devoti alla Bibbia come Dante , alla morale cattolica come il Manzoni. Eccella filosofia della nostra storia reale e ideale uma- na,; non la filosofia nebulosa degli Alenumni, che ma- donabra e ci strappa quel vero, dalla cui luce sfolgo- rante possiamo rischiarati vedere ciò che siamo di pre- sente e dovremo essere in avvenire. 11 sopraintclligibi- Ic è un supplemento aH’intelligibile, ma un supplemen- to sostanziale, che sorregge la povera e inferma uma- na natura— Coloro, che in quello veggendo l'ombra del mistero, lo dichiarano contrario airumaua ri^ione, tra i cui limiti si vc^Iiuno incarcerare, e bestenuuiano la rivelazione che forma dottori volgari , capaci a capo- volgere i loro famosi sistemi , non sanno che il seu'i. so comune del genere umano, che^ in queste cose non si lascia ingannare , non permetterà che trionfi l’ er- rore. Intortw (Ma verità rispetto al possibile. Dalla verità rispetto alla natura risulta la verità ri- spetto al possibile , ossia qucUa verità, per cui Fiodi- viduo psicologico può essere, quando che sia, prodotto, da natura ad esistere, perocché, quando vi è la rear: Htà, come idea, vi è già la natura , e non manca che il solo modo, potenzialmente > a cosi dire , contenuto, nella natura medesima. Prima del cristianesimo F uor. mo perfetto del vangelo non era , eravi F uomo. scar. duto , in cui trovavasi la realtà umana priva delle perfezioni primitive, delle quali fu spogliata in pena della colpa adamitica. Ma in quella natura eravi; la potenza della perfettibilità , c per mezzo della grazia, ajuto soprannaturale , si attuò nell’ uomo il desiderio, deH’arte antica , ossia il possibile si realizzò , e di- venne un fatto il desiderio, onde Cristo fu appdlato, da’ profeti desiderato dalle genti e padre del secolo av- venire. Il figliuolo di Dio, venne ed apparve si per- fetto che con le attrattive del suo. divino sembiante e delle sue opere meravigliose strappò i pescatori dalla rete per farne pescatori d<^li uomini , e que’ pesca- tori diventarono i primi sapienti di tutte le nazioni , gli Apostoli della divina rivelazione , i convertitori, del genere umano. Se r arte eterodossa avesse studiata la natura uma- na , avrebbe preparato gli animi all' aspettazione del Messia , ma informata da eterodossi principi teneva per impossibile un regno di pace , F (^uaglianza de- gli uomini , la destinazione al principato futuro, nel; regno de' Cieli , e quindi 1’ umano pellegrinaggio in : questa valle di lagrime, la carità per la spezie inv^ ce dellf amore dell'’ individuo^ 1<^ spirito. di povertà so^ stituiloi alto spirito di Lucullo, la verginità all’ impu- dicizia , l.a oaatilà alle hoscnie. e va dicendo. Da que- sta falsa idea della naJ ura umana, per la quale pare- va impossibilic la perfettibilità sul primo modello, che si disse csenqdare, derivarono le persecuzioni contro di Cristo e i suoi discepoli , ma nelle persecuzioni , oel sangue, ne’ cruciati, ne’ tormenti, geenH^iarono i gigli più puri del cristianesimo. L’ arte antica eterodossa si versava sul falso per esagerazione o per dtfedtcK Per esagerazione in quei tipi stranissimi di fauni e di salici mezzo uomini e mezzo imstio, di Nettuno e dello niulc. delmace ,, mostri impossibili ad attoarsi, di Giove istessoi padro degli Dei e degli uomini , governatore dell’ universo , al cui cenno trema 1’ olirapo , ma soggetto alle più triviali passioni animalcscho. U nostro Ariosto, pecca dello stesso difetto in quello sue stranissime combinazioni di avvenimeati ioetcdibili , perebè impossibili , come la forza straor- dinaria di Orlando, che svelle querce eil abeti, come se fossero aneti, ili viaggio di Astolfo alla Luna per pren- derne la boccetta del scnuo, la virtù magica: dell’ a- nello ec. ec, lo. so che laLuni per giusti6care tali stranezze o. dcH’ antica mitologia o. de’ poeti romanzieri dell- arte nuova sostengono, che il poeta non sempre si deve proporre finzioni, di cose attuabili , perchè altra é la sintesi immaginativa civile , altra è la sintesi imma- ginativa poetica « La prima , dice il Barone G^lluppl V (" £lem. Psic. Cap. 5 ) ha per termine delle sue » operazioni gli. oggetti reali, ma fattizi : la seconda si » riferisce ad oggetti chimerici , cioè ad oggetti, che -i a nò la natura , T arte produce , ma che i) poeta » finge elle vi sieno. » oggetto principale della poesia è di <»'ear » de' piaceri per la immaginazione. Essa non perde 9 di aura questo scopo anche afiora che si versa sul- 9 le cose reali. Tra i prodotti della sintesi immaginativa poetica annovera i mostri , come a no corpo colla testa dì 9 uomo , ma il cui colore nel volto sia verde e nei 9 capelfi rosso , coi piedi di cavalo , 'con la coda di 9 cane, con tre occhi nella fronte ec. e poi con- 9 chiude r aggettò principale della poesia è di m'ear 9 piaceri per la immaginazione 9. 11 filosofo da Tro- pea er^ formala una falsissima idea della poesia. Fi- no a quando, come psicologo, avesse volato esaminare UH fallo psicologico, come le descritte stranezze del- r immaffmaliva , che io chiamo fantasia , le sue os- servazioni puramente storiche sarebbero state impor- tune. Ria dire cite lu poesia non ha altro scopo* che creare piacei'i , e ciò per le più bizzarre combi- nazioni di una sregolata fantasia produttrice de’ mo- stri, che a tempo di Orazio, anziché piacere, facevano rabbia c movcaiio a riso , non è degno di un filoso- fo eguale al Galluppi. lina tale teorìa è conforme al- reslclica empirica dc'sensisti che il bello nel piacevole facevano consistere : consuona con le massime de’ mo- derni estetici, che vogliono l’arte fine a sé stessa, le- cui conseguenze furono da noi accennate ( Voi. 1.. Prel. § 11). Massime sovversive, dalle quali il Barone Galluppi rifugge spaventato in ogni pagina delle sue opere. Ma che volete? anche i più grandi uomini in certi momenti si sottoscrivono atte opinioni, che combattono, per di- fetto di attenzione al contenuto delle formule U Certe proposizioni sono vere in particolare , sono falsissime in generale. Che noi ci dilettiamo di certi strani trastulli di fantasia» non si può rivocare in dub- bio ; che b poesia si serve del diletto , come di un mezzo al fine che si propone, non si niega: che l’arte debba sciogliere i mezzi più, acconci a conseguirlo è indubitato. La verità di queste proposizioni isolate, rq?- ge in particolare , cade net generale , perchè desse son vere a condizione che l’ùna non distrugga Taltra , a eui si annoda. Ma non si può rivocarc in dubbio che alcuni pro- dotti della sintesi immaginativa non possono mai esse- re realizzali, per esprimermi con una frase del filoso- fo calabrese. Tutti, gli esistenti, die’ egli, sono reali , ma altri sono i reali nfllurali , altri i reali fatlizi. Gli uomini, gli animali vìvi, i monti, i fiumi, gli al- beri cc. sono, lutti obbjctii del primo genere , ma le statue , gli edifici , i giardini artificiali , l’ agricoltura ec. sono obbj,ellii del secondo genere. Ora questi ul- timi esistono. q>rimn> in di^no nella mente dell’ ar- tista , e dopo quel disegno possono realizzarsi al di fuori. Ma sonovi altri disunì lavorati dalla immagi- nazione , che non si possono realizzare » ancorché fat- ti con regola , cioè con verità, rispetto al possibile. Il nostro autore ncm. poteva uscire dal labcrinlo della proposta qnislione» ma ebbe il nmrito ed il coraggio di proporla. Gli altri Estetici, anche moderni, o la dissi- naularono , o b sciolsero pel. lato più debole, ritenen- do che T arte possa e debba occuparsi di simili tra- stulli per diletto e non altro. Imporla dunque richia- mare la quìstione a’ suoi principi , e dire elio molte produzioni fantastiche non si possono realizzare dalle arti rappresentative per mezzi sensibili, che si perce- piscono esteticamente per la vista c per 1’ udito , ma si possono nianìfcsbro per la parola , die è m^-  »gn}ftcativo. E questa manifestazione è una realiz- zazione più compiuta ; perchè la parola ha l’ estensione del pensiero. Non credo che il filosofo e gli estetici che io combatto vogliano avere per reali gli oggetti fat- • tizi per la parte della forma unicamente, che lartevi ha prodotto, nello stesso senso che dic iamo reale ad una pera ctdta dair albero, ad un aniu^uilc vivènte , perchè ognune vede, anche le talpe, che la pera e l*a- aimale dipinto non sono che cmnhiBazioni di c<dori atte a far pensare alla pera ed alf rniimale reale, ma senza sa^re effettivo e senza vita. L*arte non si pror pone di produrre, come la natura, ma di accomodare per via di combinazioni i sensibili in modo che il no- stro disegno si traduca nello spirito de' contem^anti^ ' E ih qaesto artificio bist^na guardarsi dì manifestare mostruosità concepite senza regola da una inferma fan- tasia , simile a quella del' pittore di QrBziò, o. deHo ' scrittore, che pose il delfino tra le selve e il cinghiale fra le onde. Che hi fantasia umana possa concepi- re tale stranezza non è quistionc a proporre ',, perchè sono fatti , che ogni uomo prova nel delirio e ne’ so- gni , ma è qnisfione se quelle stranezze si debbano e si possano introdurre in un lavoro artistico. Noi di- ciamo di no senza, restrizione , e questo nò rigoroso è conseguenza immediata da’ veri principi éstetiei, U Galluppi le giustifica , ed a lui consuonano i moder- ni estetici , che sostengono essere 1 ’ a.rte fine a sè stessa. Quando la fantasia del poeta non avea legge dal Vero e dal Buono, era libero il fingere ad Esiodo un Gio- ve diverso dal Giove di Omero , e tanto più passava per ispirato, quanto più portava la stravaganza oltre ì termini del credibile, all’ impossibile. Allora fù che dalla fabbrica de’ verseggiatori sbucò una greggia di numi innumerevoti , i quali tumi erano che uomini esagerati > un misto di rero e di falso iperbolico. Que*- ste stranezze piacquero ad uomiqi guasti di mente di cuore , furono celebrate e inserite nelle opere clas^ siche della poesia e della storia. Noi per isventura sviati fin dalla prima nostra educazbne letteraria , ci abituammo ad ammirarle > a venerarle , e direi qua- si a crederle. Associandole alla celebrità d^li autoH^che divennero cari alle nostre prime simpatie , ancqrchò ora convinti che sieno St^ni da infermi, andiamo cer-> oando pretesti e scuse ed argomenti per giustificarle. 0 non avendo coraggio di confutarle, ci facciamo come il Galluppì a trattar leggiermente una quistione di tan»' te importanza nella teoria dell’arte'. E trovandole, co- me fatti, nd teatro delia coscienza, si eleva a legge e- stetica ciò che non è che una imperfezione di sei- vagia natura. Ciò che non è natura e non ' ripullula dalla es- senza delle cose, è falso, esagerato in piò e m me- no , e perciò è impossibile. Digitized by Google 398 ' ^AUTE SECONDA J INTORNO ALI,’ OJIOGENEltA’ 6 e’ PENSISRI SECONDARH Nella storia poetica. . t pensieri saraìilio ómdgenei^ .« «rf rdncetto di tosa finita corrispondono pensieri di cose finite , ed al concetto dell’infinito corrispondono pensieri di cose indefinite. Se alla tedia di un uòmo adulto , dupponiàoid di treni’ anni, si adatlasde un corpo da fanciullo di due anni, o al busto di un uomo fatto la testolina di fan-’ ciullo , ognuno direbbe Sciocco e inatto al pittore « che accoppiò in tal quadro parti discordanti , perchè la testa dell’ adulto è omogenea al corpo corrispon- dente, come la testolina al corpicciuolo di un fanciul- lo. Se il concetto del componimento è Sublime , ossia di cosa infinita, per esempio, di una piramide, come quella di Clicopc e di Colula , ognuno vede che i pen- sieri secondari dovrebbero essere di parti grandi, come di grossi .massi e travertini, i quali con la loro esten- sione c grossezza accennassero alla magnificenza del tutto. E, siccome il tutto è infinito nel senso d’ indefini- to, in quanto che i fini 0 limiti o termini del me- desimo per l’estensione sembrano più rari, perchè non sono percepiti ad un intuito dallo spettatore ( Voi. 1 §. 21 pag. 171 ), così le parti debbono essere indefi- nite, ossia non debbono avere fini prossimi , ma per quanto si può rimoli per concorrere unisonamente al- r indeterminatezza del tutto. Se in ogni pezzo ster- minato di questo gran tutto 1’ architetto avesse ordinato di scolpirvi figure gentili e di piccoli ometti , o d*incidervi scanalature e cornici delicate^ quali siad> dicono a* capitelli delle colonne corintie, ognuno ac» corgerebbe la sconvenevolezza e la inutilità di simili raffinatezze , perocché alla contemplazione del gran tutto sfuggono i fini e le minutezze, anzi dal mcdesi» mo discordanti producono una spiacevole impressione. Quel che dicevano- i refori e gli estetici che il subfime rifugge dall'eleganza e richiede semplicità, vuole essere inteso in questo senso , perchè l' el^nza è una raf» finatezza e la semplicità una negligenza necessaria prò- pria de' grandi obbietti , che la natura presenta cosi formati costantemente. Ne’ fiori « ne’ gigli, nelle far- falle e negli uccelletti quale varietà di colori e di fi- gure I ma quanto 'maestosa e sollenne ruvidezza nelle montagne , negli elefanti , nel bue ec. In un Epo- pea che si pr<qM>ne il concetto sublime dinamico di un Eroe, la cui forza è infinita, tutto dev'essere magnifi- co : <^DÌ parte deve corrispondere al tutto , come f grossi pezzi di marmo alla totalità di una ' Piramide. Quando i critici appuntavano per difetto ad Omero que’ luoghi deH’lliade, in cui descrive gli Eroi tutt’ in- tesi ad uffici vili, ben si apponevano, e tu giudicherai per difetto imperdonabile quella troppa raffinatezza de’ nostri epici, che perdendo di vista il proposito e il fine, cioè r azione principale, discorrono con mintile descrizioni il giardino di Armida c le fattezze di Er- minia in alcuni episodi elaborali con arte finitissinia. Essi fanno come i pittori in miniatura , scrupolosi a rilevare le parte minutissime, mentre si proposero di fare un ritratto al naturale , dove le grandi parti vo- gliono essere indicate a grandi tratti. Dite perciò che questi poeti peccano di arie sotto il rispetto dell’ omo- geneità, la quale vnole indispensabilmente assimilazione',  ionde ai vedere una parie s(i possa ^iùditeare à corpo apparfenga , eome T immorsale Cuvier thgH «cheletrt argomenfava i moslri an^idiiuvfanf e dail’o^ di una parte ie grandi dimensioni del tutto. Questa teoria è sfata espresM dà’ moderni estetict con ia seguente forunda ': il Sublime d in ópp<»iz}on6 al Belio , e à misutà cb'è domina l’ uhO cessa i’fdtro ^ perebè il sublftwe À il CwiCelfo dell’ fnfinitò , còmé il Bello à il Concetto del ifinito. Ma là formula 'degli estetici non è precisa > petchè pare che yiténga m uno stesso codiponimento àver luogo il Bello e il Su*- blime. Se il fiiiito è in épposìziOti’e ^tll’ iH/fih.ùo àssO^’ luto e relativo , ognuno Vede chè iid componimenló sublime va escluso il Bello iii Senso di finito (Voi. §. 21 p^. 171 ) e tìel coinponimentó Bèllo, ossia che ba Un concetto finito, va escluso il subBme per ragion ne di contrario. Nè mi si opponga il fatto, sì perchè là ci'ilicà ragionata trovò difóttOso «u siiùife abuso , non risparmiandola aHo ste^ Omero , Come puVe per- chè non bisi^spiè confondere un’ allusióne ihcìdenfalé ad un’ idea > cOlàe tron si dirà sublime un quadro pit- torico, il quale rappresenta principalmente un fiinciuì- lo dormente a piè di una piramide , peìrchè l’ occhio dello spettatore è limitato aH^ ometto finito e solo per incidente seneà interesse percorre rapidamente l’ in- finito. Non confondiamo del pari il sublime con l’im- pressione relativa al contemplante ^ il quale per la sua particolare natura può sentire la meraviglia e la sorpresa non per la magnificenza delle cose ^ mà per r inaspettato apparire delle medesimo. Chi non serba questa economia , che è una legge dell’ omogeneità de’ piDsieri secondari , pecca contro le ragioni dell’ af- te ; che , giudicando con questo principio, non si la» scia imporre dalla celebrità dello scrittore. INTORNO all’ unione INDIVIDUA De’ PENSIERI SECON- DARI REALI E IDEALI NELLA STORIA POETICA^ . . fondamento >d% questa unione^, che vuoisi individua^ % La creazione del poeta , come abbiamo detto in mille, occasioni) è di modi e non di sostanze; nel so- lo sistema di panteisti la creazione mnana è sostanzia- le. An(5ie nel §. 30 voi. 1,° pag. 205 dicemmo che la creazione si versa intorno airelemcnto sensibile, e non si estende, al concetto , il q^uale è inteUigibile, e come tale è resle e ideale , perchè il Concetto è na- tura , ossia essenza circonvoluta di fcuoineno tra gli esistenti. Il prodotto poetico per conseguenza è ua misto di reale e d'ideale, ossìa è una realtà rivestita • di elemento fantastico, prendendo l’ideale nel secon- do senso da noi spiegato nel §.31 voi. l.° pag.21K Egli è vero che il concetto astrattissimo, come un ge- nere di ordine superiore, può essere, rivestito di for- ma sensibile , in guisa che non abbia riscontro nella storia rispetto a luogo e tempo determinato storica- mente , ma un tal prodotto tìon avrebbe interesse poetico., il quale è appunto quello di dirigere a per- fezionamento gli umani per via di tipi elaborati dal- r arte , perocché mancherebbe a così dire t assenti- mento de’ lettori alla, possibilità della loro imitazione. Ogni poema adunque deve avere il suo fondamènto sulla storia, affinchè. la parte vera in senso di real^ avvenimento accresca la fede al possibile. Per la stessa ragione ogni epopea è un romanzo , cd ogni ro^ manzo è un’ epopea pedesire , pe^bè, dovunque entra la finzione, come polpa del carcame storico, è poesia, posto cbe la creazione poetica è di modi e non di sostanze. Ciò posto, il reale c l’ ideale, 1’ elemento storico ed il poetico, debbono ess»e talmente omogenei tra loro cbe il tutto sembri tutto reale o tutto finto , in quanto che 1’ elemento fantastico rivesta il reale coti tanta naturalezza da far giudicare avvenuto realmente ciò che non fu mai, se non in mente del poeta. Alla quale umone abbiamo in parte accennato, parlando dei caratteri e della loro sostenutezza ( § 97 pres. voi. ). n poeta in cons^uenza deve situarsi in quel punto dello spazio e del tempo reale , ne’ quali p<^ono ac- cedere naturalmente le sue fantasie , evitando con ogni industria lo sforzo, per lo quale gli avvenimenti accedono costretti dall’ ambizione della varietà. Ed, affinchè questo fine raggiungasi , è mestieri cbe il poeta abbia bene studiata la civiltà dell’epoca, in cui finge la sua azione essere avvenuta, perocché r ideale, che deve rivestire Felemente storico, è sem- pre relativo al medesimo. n che, quanto sia malagevole, il vide quel gran maestro del Tasso nell'arte Poetica, quando consiglia- va « il soggetto del poema epico si prenda da storia di secolo non molto rimolo » perchè dice egli « l’Isto- ria di secolo lontanissimo porta al poeta gran commo- dità di fingere, perocché, essendo quelle cose in guisa sepolte nel seno dell’ antichità, che appena alcuna de- bole e oscura memoria ce ne rimane , può il poeta a sua voglia mutarle e rimiitarlc, e senza rispetto al- enilo del vero , come a lui piace , narrarle. Ma con questo conimodo viene un incommodo per avventura non piccolo, perocché, insieme con l'anticbità de’tera- pi è necessario che s’ introduca 1’ anlichità de’ cost-u*- mi ». E r antichità de’ costumi idealmente considerati è la cosa più malagevole. Nel § 84 del presente voi. ho arrecata un’altra ragione della necessità di fissare 1’ epoca dell’ epopea non fatta ma da fare, che in qnel luogo ho chiamato epopea civile , a differenziarla dall’ epopea storica , ossia di un tempo molto lontano.' E qui giova ricor- darla, ed è che l’Epopea non è un lavoro senza fine. Ossia un lavoro che si propone il solo 'diletto degli oziosi , che annojati del mondo vogliono un trastullo di simil genere. L’ Epopea, come Ogni altro componi- mento poetico vuol produrre con una forte e gagliar- da impressione una simpatia ed un amore ad una vir- tù che manca nella società , e che il poeta sacerdote della civiltà, incarnandolo con l’ ideale del suo poema,' vuol attuare in pratica. Ora un tipo di uomo, anche ideale , troppo lontauo da nói , é troppo inimitabile ( § 84. voi. II >. • Da questo interesse , che il pubblico ha pel sdò meglio, deriva le generosità del medesimo verso il poe- ta, a cui tributa in compenso la gloria, che risiede nel-’ r opinione. I poemi, fatti con 1’ unico scopo di dilet- tare, vissero poco, o appena sopravvissero a’ loro au- tori , aj^unto come non serbiamo lunga memoria di una sinfonia fatta a posta per distrarci in un momento di noja penosa. Quando si è giudicato della difficoltà di un’ epopea moderna, e si tóse che oggidì è quasi impossibile , non si guardò alla cagione vera, che la ronde tale nell’ opinione de’ più dotti. Si addussero' ragioni inconcludenti, ma tali, che bastarono a sfiduciare gl’ ingegni più forti. Io ne accennerò qualche altrà' è. così) nc' paragrafi seguenti oltre a quelio , ehe ne lio detto nel §. 82 e seguente. , ■ Alcune dichiarazioni intorno alle difficoltà proposté dal Manzoni circa il Romanzo storico e V Epopea. Questo nostro chiarissimo scrittore^ che ha dato al< l’ Italia il vero modello del Romanzo de’.tempi modera ni , ed ai romanticismo una teorica razionale ed un argomento luminoso di fatto nelle sue poetiche produzio* ni , dopo la Lettera sul Romanticismo in Italia pubbli^ cò un Discorso intitolato : Del Romanzo storico , e in genere de' componimenti misti di storia e di inten- sione , preceduto dall’Epigrafe tolta da Cicerone: /n- telligo te , frater , alias in historia leges óbservan- das putare, alias in poemate. Divide il suo ragiona- mento iu due parti. Nella prima propone alcune dif- ficoltà intorno al Romanzo storico : nella seconda e- spone storicamente il principio , il progresso e la fi- ne deir Epopea con poche parole intorno alla tragedia, 41 motivo generale di questo discorso, quanto a me pa- re, furono le difficoltà surte in mente al grand’uomo dal conserto della Storia e dell’ Invenzione , del vero e del falso , ossia del finto, e , trovando insolubile il nodo della difficoltà da una parte, dichiara il romanzo una produzione di natin'a ibrido, e direi mostruoso, al- lorché dice.: « Volevamo dimostrare e crediamo di aver dimostrato che il Romanzo storico è un componimmi- to , nel quale riesce impossibile ciò che è necessario, nel quale non si possono conciliare due condizioni es- senziali , e non si può nemmeno adempirne una , es- sendo inevitabile in esso , e una confusione ripugnanto alla materia , e una distinzione ripugnante alla for- ma ; un componimento nel quale deve entrare e la Storia c la Favola , senza- che si possa nè stabilire nè indicare in qual proporzione , in quali relazioni ci devono entrare , un componimento- in somma che non- oi è il verso giusto di farlo> perchè il suo assunto è, intrinsecamente contraddittorio. Gli chiedoiL troppo , ma- troppo in- ragione di che ? della sua- possibilità varissimo , ma ciè appunto- dimostra- il vizio radicale del suo assunto , perchè in ragione delle cose chie-- dm'e al vero di fatto- che sia riconoscibile, e chiede- re ad un- racconto che produca assentimenti omogenei, è chiedere quello che si vuide per lo appunto^ Sono, due cose- incompatibili , ma dove ?^ nel romanzo. stori-- 00 ?' verissimo, ancora , ma peggio pel romanzo, stori- co , perchè in sè sono due cose fatte a posta per an-.. dare iusieme ». Dopo di essersi proposto ^i stes^ al- tre obbjezioui, e di averlo- risolute, verso- la fine deb*, la prima parte tiene a conchiudere per ogni compo- nimento misto di storia e- d’ invenzione, ciè: che avea ooncbiuso del solo romanzo storico , cioè che , es-. sendo- il vizio di siffatte produzioni radicale , per lo quale uno d^li elementi cerea- di assorbire- l’altro cioè-il. vwo- il falso, nel che fa consistere il miglio-, ramento , asserisce che un tal miglioramento-nelle co- se di elementi incompatibili , finisce con la distruzio*. ne, e, come egli dice, conduce alla distruzione. Se- condo il chiaro- Scrittore Lombardo-, siccome passa-, con di moda , e finirono- i romanzi storico-eroico-ero-. tici di- Mad.* Simderi , e di alcuni suoi antecessori e successori femosi all’ epoca di Luigi XIV , finiranno i Komanzi storici sul modello del WaHer Scott , e del Manzoni , finirà 1 ’ epopea storica , anzi è morta dal Tasso, in qua , finirà la 'l!ragcdia storica. Ed io. soggiungo, finirà la poesia di genere storico , e che vL sarà ? La storia assorbirà la favola , e la prosa sue-, cederà alla poesia. Se l' illustre Scrittore intese di esporre da storico il fatto di un età prosaica , ei beo, si appose , ma poteva ben egli fare un’ eccezione in, persona sua per aver dato, un si nobile esempio, dij poetico ingegno, nelle incomparabili sue produzioni. L’ autorità di tanto uomo è pericolosa nella presente, discussione , perchè il pubblico, è prevenuto, in favor, suo per la opinione invalsa che ninno può meglio, ra- gionare di romanzi c di poesia che un romanziere ed un poeta, pari al Manzoni. Importa quindi esaminare, la quistione da capo per trarne conseguenze opposte, alle sue, ragionando per principi professati dallo stesso, illustre avversario, ma sconosciuti nel momento della, discussione. 11 citato discorso parte da un’ obbjezione fetta al- l^utore de’ promessi sposi, o. da lui stesso, o da altrij da un’ obbjezione fondamentale di tutto il ragionameur io , cioè che « nel romanzo, storico il vero positivo, non è ben distinto, dalle cose inventate, e che viene, per conseguenza a m*ancare uno degli ^etti princi- palissimi di un con)ponimento , come è quello di da-, re una rappresentazione vera, della storia ». Spiega, questo concetto a nome degli oppositori nel seguente, modo. » L’ intento del vostro lavoro è di mettermi; » davanti gli occhi in una forma nuova e speciale , » una storia più ricca , più varia , più compila di, » quella che si truova nelle opere, a. cui si dà que- » sto nome più comunemente, e come per antonoma- » sia. La storia, che aspettiamo da voi, non è un rac- » conto cronologico di soli fatti politici e militari, e » per eccezione di qualche avvenimento straordinario di altro- genere ma una rappresentazione più ge~ » ncralc dello stato dell’ umanità di un tempo in un » luogo naturalmente più circoscritto di quello , in » cui si distendono m’dinariamente i lavori di storia- » nel senso più usuale del vocabolo. Corre tra que- » eli e ’l: vostro- la stessa differenza, in. certo modo, » che tea una cèrta geografica, dove sono segnate le » catene de’ monti , i fiumi , le città , i borghi , le » strade maestre di una vasta regione e una carta, » topografica, nella quale e tutto questo è più par- » licolarizzato , ( dico quel tanto che ne può entra- » re in uno spazio molto più ristretto di paese ) e » ci sono di più segnate anche le altezze minori c » le disuguaglianze ancor meno sensibili del terreno, » e i borri , le gore , i villaggi , le case isolate , le » Trottole. Costumi, opinioni, sia generali , sia parli- » coiari, a questa ó a quella classe di uomini., affet- » ti ‘privati degli avvenimenti pubblici, che si chiama- » no- più propriamente storici , e delle leggi o delle » volontà de’ potenti in qualunque maniera sieno ma-, » nifesiflte , in somma tutto ciò che ha avuto di più » càratterisfieo in tatte- le condizioni della vita e nel- y' le relazioni delle une con le altre , una data so- »' cielà iiii un dato- tempo , ecco ciò che vi siete pror » posto di far conoscere , per quanto siete arrivato » con diligente ricerca a conoscerlo voi medesimo. » E il' diletto , che vi siete proposto- di produrre, è ì) quelle che nasce naturalmente dall’ acquistaré una » tale cognizione , e dall’ acquistarla per mezzo di » una rappreseoitazione , dirò cosi , animata e in at- » to. Posto dò-, quando mai U confondere è stato un » mezzo di far conoscere ? Conoscere è credere e per » poter credere, quando ciò che mi viene rappresentato SO che non è tutto egualmente vero bisognai, » appunto che io possa distinguere. 9 E che ? volete farmi conoscere delle realità ^ » e non mi date il mezzo di. riconoscerle per reali-. » tà ? Perchè mai avete veduto che queste realtà )) avessero una parte estesa e principale nel vostro^ » componimento ? Perchè quel titolo di storico at-. » laccatoci per distintivo e insieme per allettamento ?• » Perchè sapevate benissimo che nel conoscere ciò. » che è stato davvero e come è stato davvero^ , c’ è- » un interesse tanto vivo c potente èome speciale. E )) dopo di avere eccitata e diretta la mia curiosità » verso di un oggetto , credereste di poterla soddi- » sfare col presentarmene uno, che possa wser quel- » lo , ma potrà ancora essere un parto della vostra )) inventiva . . . Istruzione e diletto erano i vostri » due intenti, ma sono appunto cosi legati che, quan- » do non ‘arrivate Tuno, vi sfugge anche l’altro, e il » vostro lettore non si sento dilettalo, appunto perchè. » non si trova istruito ». Ho prodotto tutto questo ragionamento, perchè, quantunque l’ illustre autore se ne faccia proporre a difficoltà il contenuto, nella risposta dissimula la verà, soluzione, lasciando per conceduti i principi, da’quali, muove tutta la diceria , e venendo alle conseguenze, di sopra accennate dichiara suoi i punti cardinali della, difficoltà medesima. L’ oppositore, chiunque siasi, parte da falsissime, supposizioni, e la prima che il romanzo storico si prò-, ponga di dare una rappresentazione vera deUa sto~. irta. Questa frase contiene una contraddizione , per- chè rappresentazione vera significa integrità de’ fatti tralasciati dalla storia comune , e dicendo di storia;, intende di fatti avvenuti. pigiiiznd Or SO il roinonzo. storico è un misto di storia e finzione, non p.uò essere senza contraddjzione una rappresentazione vera delia storia. Non Io è come scopo dell' arte. Povera storia, se spera il restauro per opera di un romanziere t ritorneremmo ad Erodono 0 ad Esiodo , o allo, stesso Omero , le cui finzioni, a giudizio dolio stesso Manzoni, tennero il luogo di una storia, come pure tutte le corbellerie- de' trovatori, e de’ poeti romanzieri del medio evo. In questa opposi>r zione sì ha un falso concetto, della poesia , suggerito dallo sviamento dcirarte, che invece di scegliere s(^- getti di tempo non rimoto all* epoca del poeta, rifug- gi a tempi rimotissimi, e il componimento non poteva avere alcuno interesse per presenti , e per gli avve-. nire : onde a giustificarsi produsse P utile dell’ istru- zione col diletto. Se il romanzo storico e in generale ogni poema storico non avesse altro fine che di istruire nel senso di rappresentare la storia di un tempo nella sua in.tegrità e compitezza, l’obbjezione proposta mene- rebbe alla disperazione gli sfòrzi più gagliardi del più profondo ingegno , perchè si tratterebbe di far par- lare un morto, anzi più di far pio-vece e Q,on pio- vere nel medesimo tempo, di attuare una conlraddr- zione. L’ istruzione del romanziece non è quella dello storico , perchè questi parla a’ presenti d.el passato , quegli agli avvenire del passato, e del ^esente, CM-. tracciò l’ errore è nella stessa parola istruzione , per la quale ■ s’ intende un conoscere , e questo cono- scere si confonde c<d credere come esistente ciò che il romanziere si fa a narrare o descrivere. L’ istru- zione della storia prosaica o poetica non è per giu- dizi ma per idee , perchè facoltà storica non è l’ in- telletto e la ragione,- ma l’ immaginazione e la fania- Ha, facoltà che producono o riproducono idee, come immagini, che si schierano e passano, sacccssivamentc all'inluilO: dell», spìrito- senza comparazione. 11 giudizio, la conoscenza , 1’ assentimento , la fede , la. certezza, sono nel momento di verificazione , e- quindi di r-k flessione , nel momento in cui la ragione vuol pren- dere parte anch’ essa per vedere. Il giudizio, intorno, alla conformità de'' pensieri, secondari a’ Ipro- obbjctti nella narrazione e descrizio-. ne è sopito, a così dire, è secondario , e per megli» dire v’ è fede e non giudizio, , la quale fede è buona, e semplice, non mica sospettosa, e solo quando s'nr- ta nell’ incredibile , nell’ esagerato e palpabilment» impossibile , sorge il; dubbio. Il Manzoni confonde il giudizio o la conoscenza con la fede - o- con la creden- za , ma ancora ip questo falso supposto, la risposta è adegnata. Se dunque il poeta all' elemento storico, o come egli dice , al carcame della, storia appone pol- pa tati' ideale , ma che gli stia come cosa naturale e possibile, il lettore non ha mptivo dì dubbio, e la fede accompagna per tutta la narrazione senza sospet- to. di sorta che lo storico il voglia ingannare. Della quale differenza pare che siesi avveduto Io- stesso Manzoni , il quale nella seconda parte di quél- discorso, parlando dell’ Epopea, in ima nota si esprime così c Ho- detto giudicare , perchè tale è l’operazione che fa la mente in, quel caso ,' e 1’ essere accompa- gnala da emozioni, anche vivissime, non ne cambia la natara. Sono di que’ giudizi facili, pronti, istantanei, che si formano e si succedono con indicibile rapidità nella mente, senza che l' attenzione ne trattenga un stdo , nè la riflessione ci torni sopra : quei giudizi che servono , direi così , alla mente senza occuparla, e possano nel far 1’ effetto correndo, a perdersi nella dimenticanza, o a nascondersi nel fondo della memo i^ia , dove giacciono inavvertiti , finché non venga a suscitarli o a suscitarne qualcuno, una qualche occa- sioae che può non venir mai ». Ritornando, all’equivoco, che porta la parola istrur. storse nella presente quistione ; io noto che la dedur. 'zione dellj’ avversario muova daUa falsa iio/ìone, che gli empirici si fòrin^vano della Storia. Nei preliminari ^el presente volume Gap. IV. §. 11. pag. 41, e se^. vedemmo quale idea si ebba Cicerone della ’ storia , quale Tconc e ’l Mascardi ; notammo, per inesatta la «iefiflizione datane dal Napiope , che nei Saggio del- If arte storica la definì per. una esposizione del vero, q in questo senso ^ tenuta per maestra della vita, la parola istruzione quindi, parlandosi di storia, im- portava conoscenza del vero. , ossia di ciò che 'è sta- io realmente. Che la storia debba cmnporsi di pemie-. ri reali T abbiamo ancora noi detto , ma che essa deb- ba istruire per giudizi o conoscenze è falso , perchè, non può dare ciò che non ha , posto che ha per fa- coltà T' immaginazione c la fantasia, le quali dànno, idee e non giudizi. La sua istruzione quindi è per no- zioni semplicemente, appunto come la sensibilità istrui- sce per apprensioni o percezioni, e non per giudizi. Se corrispondano o no le idee agli obbjetti^ nou è ri- cerca di questa facoltà, ma della critica, ossia del giu- dizio posteriore a| processo immaginativo e fantastico. È istruttiva del pari la immaginazione, e la fantasia a modo proprio, e per lo scopo morale, che si propon-. gono lo 'storico e il poeta , le produzioni di questo, genere sono ancora istruttive , e più le poetiche dd- le prosaiolie, in quanto che quelle e non queste dàn- no tipi perfetti di virtù. Ala la quistbne può essere risoluta in una manie- ra più semplice per alcune ragioni, che mi deve concedere il mio iilastre avversario. Una tale difficollà è proposta pel romanzo storico , non naica per la poe- sia, come è intesa comunemente, perchè nè egli nè altri ha imputalo alVEpopea questo vizio radicale, che rende itnpossibibe it necessario ^ perchè il poeta deve per sua professione favoleggiare, fantasticare, tingere o inventare , e tanto è più poeta quanto più e me- glio sa fingere. Ora sia quahivoglia la finzione , non può essere tutta finzione senza sostrato reale , perchè il poeta sarebbe creatore di concetti e però di sostanze , cosa assurda, menocchè nel panteismo. Se voi volete dare un nome a questa parte reale, non disconverrete che le si addica il titolo di storica , come storica fu la guerra di Troja per Omero , e storico. Enea per Vir- gilio , storica la Gerusalemme Liberata ecc. Adunque Epopea e Romanzo storico sono la medesima cosa io quanto die sono un misto di realtà e di> finzione, di reali e d’ ideali. La loro differenza sarebbe secondo gli empirici dalla maniera diversa di esprimere, quella i» verso eroico , questo in prosa : secondo mo dal con- cetto sublime in quella , tenue in questo. La conse- guenza la tiri chi vuole. Ora ciò che va detto per la Epopea va ancora detto pel Romanzo, il quale, se si dice storica, non accenna che differisca dall’Epopea che non è stoica i è un pleonasmo che dice niente, simile all’ emorragia di sangiie per chi ignora il va- lore del greco vocabolo. U quale abuso non è raro , perchè introdotto dall’ imperizia o dal capriccio si so- stenne .per lungo tempo da’ sommi ingegni per segui- re r esempio de’ molti. Non dicesi ancora con tanta improprietà nelle scuole Metafora per ogni traslata, mentre si assegna in primo luogo al traslato di si- militudine ? Non . SÌ è introdotto il Dram/rfia diverso dalla Commedia e dalla Tragedia ? E vi fa meraviglia che si dicà romanzo sforiqo ad una favola, che sì poggia sulla. storia, mentre si dice Epopea alla stessa favola senza raggiunto di storica? SimUe abuso ripeto non è nuovo nè raro , e fa meraviglia come se ne vuole trarre argomento in favore di una storia assurda e contraddittoria. Confesso anch' io che in un Romanzo ^ difficile a determinare la quantità delP elemento storico, che. deve immischiarsi alC-elemento fantastico , perchè la teoria del Romanzo storico non è stabilita. lo non entro giudice dirimente in tal quistione, ma asrìschio una mia opinione. Essendo il Romanzo stòrico un complesso di azioni operate da molti agenti e nel medesimo tempo o successivamente, ma tutte subbor- dinate ad un’ azione principale diretta al risultato di un fine ultimo , tutti gli attori secondari sono blu* eh’ essi reali, come concetti di una piccola azione, e per ciò stesso saranno anch’ essi storici. Tutta la tela del Romanzo, a così dire, sarà storica, ancorché i nomi degli attori sieno finti atti a rappresentare i caratteri reali dì un’ epoca , e di finzione non vi sarà che la polpa delle particolarità e delle circostanze fantastiche. • Era questa fin dal suo apparire la natura del poema storico, e tale fu. per Omero, posto che le cose nar- rale nell’ Iliade e nell’ Odissea, benché non registrate in alcuna opera storica, erano credute nella popolare tradizione, conservatrice dell’elemento storico alterato dalla scorretta fantasia delle moltitudini. La mitologia istessa era storica, perchè era teologia, a cui si pre- stava fede. Cessato il dominio dell’Eterodossia religio- sa , e venuta la storia scritta , la fantasìa del poeta ebbe una. legge, che pose freno alla licenza. 1 poetisi ili IVaUTH àf,CO!v0A credettero perduti, e i critici, giudicando su i primi modelli , gridarono la croce addossa al povera Torqua- fo , allegando che là Gerusalemme Liberala è mera istoria senza favola, c Bastiano dè’ Rossi suo principa- le avversario in quella guerra degna pur troppo del- rilalia di quel ìeiupo gli oppose che « il poeta non è poeta senza T invenzióne , però scrivendo istoria o sopra storia scritta da altri , perde T essere intera- mente » L’ affetto pei classici e la niiinà fedo de’cri- tìci a’ numi bugiardi della poesia classica faceva cre- dere che Omero, ad esempio, fosse vero poeta, comé colui che avesse càvalo dal suò cervello tutti quei fatti e qiie’ numi, che entrano- ih azione nell’ Iliade. Che se fosse stato veramente cosi, ninno sarebbe stalo poeta, non dico eguale, ma mediocre, a petto di lui, perchè mono ha potuto e niuno potrà in avvenire creare dii fiondo una favola, éhc non si appòggi alla realtà sto- rica. La storia scritta -limita k licenza poetica, md hon toghe la libertà alla fantasia creatrice in ogni tempo, perchè è proprio dell’ uomo, fatto cOm’ è, di rivestire il reale d’ideale. A questa falsa opinióne in- fornò al poema stòrico si accostò lo stesso Vico , il quale non vide altro poeta all’ infuori di Omero , e- pronunziò che la poesia appartiene all’ epoca barbara' delle nazioni , perché allora soltanto è possibile quel- la creazione mal concepita , che mette in essere tipi òaovi per materia e ferma , per sostanza ed accideu- If, senza riflettere che storico è sempre il poeta,- an- che quando rwn prende dalla storia scritta o dalla tradizioiie, perchè in tal caso prende dalla natura, ossia dall’esistente spettabile , il quale è pure nel domìnio eforico, posto che la storia non narra o descrive sola- mente le cose passate, ma ancora le presenti, alle qua- li soltanto la forza etimologica del vocabolo restringe la storia cóme attesta Gellio (voi. li. Gap; IV. §*11. pa^. 41). Premesse tali cose, «e il romanzo storico è poe^ sia, ed ogni poesia è romanzo storico, salvò le diffe- rènze die derivano dal concetto e dalla maniera di esprimere ne’ diversi componimenti cosi denominati , bisognerà concludere per ogni componimento poetico di genere stòrico quello che il Manzoni ha concluso pel ro* manzo storico ; cioè che Omero non è poeta , ne poe- ti furono VirgHio, Dante, Ariosto e Tasso , o lutt’a! più furono poeti quei che potevano essere poeti in un’ epocà^ secondo Vico nella barbarie delle nazioni. Ma Virgilio fu nell’ apogeo della civiltà romana, e per Manzoni il Mantovano fu gran poeta , e poeta sto- rico , perchè la sua Eneide si fohda sulla Storia della guerra di Trqja: non diremo che i’iliustre Lombardo si versa in una. perpetua con tradizione? Le ragioni che vorrebbe addurre dall’ infelice succe$sò di Lucano ^ di Silvio Italico, del Voltaire ec* non pruovano nulla, per* chè il difetto fu de’ poeti e nòli della poesia* E, prò* vaio che Dante sia poeta in un^ Epopea dì genere de* scritlivo, fondata sulla storia della rivelazione , e que- sto titolo non gticl contrasta lo stesso Manzoni , è provato ancora che , se alcuni poeti come Lucano , Silvio Italico ec* naufragarono ; non fù colpa della poesia ma de’ poeti* 1 tristi auguri che 1’ Illustre Lombardo ha fatto al Romanzo storico , e quindi al* ì’ epopea storica , il suo piagnisteo sulla bara di questo componimento morto con Tasso, diremo che furono suggeriti da’ pregiudizi delle scuole , contro de’ quali egli fu il primo a ribellarsi da uomo il più ragionevole in quella sua celebre Lettera sul Roman- ticismo in Italia, ed egli, presentendo lo scandalo d e avrebbe suscitato questo ■ discorso intorno al Ro- manzo storico, previene i Lettori nell’ Avvertimento 4i6 SFXONOA cbe p^éccàe « L’anlore sarebbe In un bell’ ìmpeto, se dovesse sostenere che le doUritie esposte nel Di* scorso che segue vadano di accordo con la lettera che precede. Può dir solamente che, se ha mutalo opinio* ne V non fu per tornare indietro. Se poi questo an* dare avanti non sia stato un progresso per la verità, o un precipizio nell’ errore > ne giud icherà il lettore di- screto, quando gH paja che la materia e il lavoro possano meritare un giudìzio qualunque ». Compendiando le cose sparse nel presente para- grafo, diremo in conchiusione che il Romanzo sto- rìeo non morrà, come i romanzi croico-erotici di Ma- damigella Scuderi , e de’ poeti romanzieri del mediò evo, ma, essendosi messo per la buona via, vivrà e ren- dalo perfetto per quanto ad uomo è conceduto pre- sterà un gran sussidio all’ arte per diffondere la ci- vfltà nella moltitudine. Desso é l’ epopea pedestre, che sì propone il Bello f e con la sua attuazione spiana la via all’ Epopea storica civile , quale dev’ essere in tempi di progredita civiltà , e quale fu tentata dal Tasso, ma non attuata. I difetti de’ primi tentativi fa- cevano disperare della sua futura attuazione , ma i difetti erano de’ poeti e non suoi , de’ poeti che in una civiltà ortodossa tenevano a modello l’ epopea classica. ■ •> Ti^pi INTORNO all’ ORDINE Db’ PENSIERI NELLA STORIA POETICA. i ui. Pochè parole intorno alla quistione , se nella àoria poetica si debba seguire V ordine naturale o it pertuburtol Un tempo cke regnava il filosofo di Stagira , e propriamente tra il cinquecento c seicento , quando surse la scuola cosi della d^’ critici, in Italia, varie e di- scordanti opinioni dominavano gl’ ingegni intorno al- l’ordine da seguire nella disposizione de’ pensieri del- l’Epopea. Alcuni, e principalmente il Castelvetro, com- battevano a favore dell’ ordine naturale , il quale si serba, quando i pensieri si dispongono secondo natura. Ossia secondo il tempo , in cui i fatti corrispondenti sono avvenuti, 0 si fingo che sieno avvenuti. Ma il Castelvetro ricorreva a pessimi argomenti, perchè, so- stenendo che la Poesia è prima della storia, deduceva che l’ordine della storia doveva essere identico all’or- dine dell’ Epopea, per conchiuderne che non Vera bi- sogno di arte storica, quando si fosse stabilita l’arte poetica. Ed era pessimo argomento al certo, perchè, se r ordine storico dovea essere come l’epico, non se ne poteva dedurre che essere dovesse ordine naturale o perturbato, il quale non è secondo natura, in quanto che per esso i fatti non si dispongono secondo le ragio- ni del tempo, ma secondo il giudizio o il capriccio del poeta, mettendo prima quel che dovrebbe andar dopo 27 Digitized by Google 4-18 PARTE SECONDA e viceversa. Questa opinione ebbe celebri favoreggia- tori e sostenitori , antichi e moderni, e Greci c Lati- ni e Italiani , fra’ quali lo stesso Torqnato Tasso. La ragione poi della medesima non fù che T autorità di Aristotile e di Orazio nell’ arte poetica, le cui parole, come valenti uomini han fatto vedere, possono subire una interpetrazione molto sfavorevole a’ fautori di que- st’ ordine perturbato. Ma Orazio segui Aristotile , e questi rilevò più da storico che da filosofo 1’ ordine serbato da Omero nell’ Iliade e nell’ Odissea. Virgilio segai r esempio di Omero. Per vedere adunque il fon- damento di questa opinione in modo diretto è mestie- ri di rifarci alla fonte, ad Omero stesso ed a Virgilio, perocché, se a noi venisse fatto di scoprire che que- sti due poeti seguirono 1’ ordine naturale e non mica il perturbato , le parole di Aristotile e di Orazio tfvreb- l>ero la più naturale interpetrazione , conforme al ve- ro inteso da que’ due sommi critici e comentatori. Udiamo come espongono Omero e Virgilio i sostenito- ri deir ordine perturbato « Volendo Omero cantare la guerra Irojana, comincia da quella parte, che era più vicina alla fine , perchè lo sdegno di Achille contro i principi deir esercito per occasione di una femmina si risvegliò l’anno nono di quell’assedio : indi con di- verse /occasioni gli altri avvenimenti riferisce , che molto prima per ordine di natura e di tempo nella favola introdursi dovevano. Nell’Odissea parimente, es- sendosi proposto per argomento le pellegrinazioni di U1 isse dopo lo sterminio di Troja, non accompagna con l'ordine del poema i viaggi di quell’ Eroe, ma stacca- tolo dalla conversazione di Calìpso , cioè a dire fa- cendolo muovere , quand’ ormai era vicino alla fine del movimento, ad Alcinoo suo ospite racconta gli ac- «identi de’suoi passati errori con ordine perturbato » Coogic intorno alla sciknza della storia poetica il9 Cosi pensano di Omero fra’ Greci Euslazio antico sCo* liaste di quel poeta, Dione Grisostomo, Plutarco, Teo»- ne: fra i latini Cicerone che avea a proverbio l’ordi- ne perturbato di Omero, Donato, Maciobio , e la mag- gior parte de’ comenlatori di Orazio : ft-a gP italiani Torquato Tasso. Di Virgilio cosi ragionano Donato, Ser- vio , Macijabìo, Scaligero il vecchio, e la maggior par- te degli espositori di Orazio « Intendendo quel sovra- no poeta di condurre in Italia dall'Asia il fondatore dell’ imperb romano e della casa di Augusto , non lo toglie nel cominciameli to da 'lYoja , ma dopo sette anni di pericoloso e travagliato viaggio ce lo propone olla vista di Sicilia, donde sbattuto da un fierissimo temperie alle coste dell’ Affrica e ivi raccolto dalla regina Didonè narra tutte le sue sciagure anteceden- ti cosi della patria come le proprie, e dopo il tragi- co racconto, che dié principio agli amori infelici del- ia regina , lo ripone in viaggio alla volta d’ Italia » E, perchè Lucano , Stazio e Silvio Italico non se- guirono r esempio di quei due sommi , esponendo i fatti con ordine naturale, proprio della storia, a giudi- zio di critici gravissimi non furono tenuti in conto di epici. Per giudicare dell’ ordine di un componimento fa mestieri primieramente determinarlo , ossia com- prendere chiaramente il proposito e fine del poeta. Io ho ripetuto in mille occasioni che il Concetto può essere limitato dalla supposizione dello scrittore, il qua- le si può proporre, di un soggetto, quella parte, che gli aggrada e che gli viene consigliata dalla prudenza e dalle circostanze. La guerra di Troja durò per dieci anni , ma il suo principio non è dal primo anno della guerra , perchè non si può supporre che tanti eserciti sieno  di ])ol(o accampali senza che gli alleali si fossero pri- ma ii.tesi e quindi determinali alla vendetta della fede conjugale tradita. Il poeta secondo il ragionamento de’ critici a se- guir r ordine naturale avrebbe dovuto incominciare dalla fuga di Elena e forse più prima, contro il pre- cetto di Orazio: Nec gemino beUum trojanum ordì- tur ab oro. Or che cosa significa il non dover co- minciare dal gemino uovo, onde nacque la bella fata- le ? Che il poeta propostosi di cantare la distruzione di Troja avca limitato il suo concetto a qbel punto di storia e non più in là, ed avrebbe difettato in arte per manco di unità di azione , la quale dev' essere una c non molle per produrre quella gagliarda im- pressione, Che r epico si propone. La quistione adun- que dell’ ordine dipende dalla soluzione dell’ altra più difficile , cioè quale è stato il concetto , il proponi- mento determinato di Omero nell’ Iliade e nell’ Odis- sea? Perchè, se verrà fatto di stabilire che nell’ Iliade si propone, a modo di esempio, 1’ Ira di Achille , da questa deve incominciare e non da un fatto anteriore. Sarebbe stalo un bell’ impegno per Omero, se nell’ 0- dissca avesse dovuto raccontare per filo c per segno tutte le avventure con ordine naturale, cioè cronolo- gicamente, quante ne avvennero ad Ulisse nel suo smar- rimento pe’ lunghi errori del mare I Ogni fatto sareb- be stato un’ azione, e ’l componimento sarebbe riuscito un complesso di mille sloriette scucite e sconnesse , come una cronica del medio evo. Nè giova allegare che Omero e Virgilio fanno raccontare a’ loro Eroi gli avvenimenti anteriori , co- me notoriamente fece Virgilio con Enea premuralo a parlare fino a notte avanzala dalla Regina Didona , imperocché il racconto di quei fatti non è azione , Digitized by Google INTORNO ALLA SCIENZA DELLA STORIA POETICA perchè non hanno alcuna forza di eooperazione o di op* posizione, che conduca al proposito e al fìne. Sono re- miniscenze di pensieri, che gli eroi hanno con k>re sempre presenti , e dicono ciò che pensano', non ciò che fanno, iO certi momenti di tr^ua senza iiUer- rainpere 1’ azione principale , il che sarebbe difètto-, dal qua'e riraprovero non vanno esenti qualche volta i più grandi poeti. Lo sbaglio- de’ critici sta appunto in questo cioè nel credere che il racconto de’ fatti passali faccia, parte della narrazione dell’ azione. Chi direbbe, a modo di esempio, die, mentre io attendo a- passeggiare in villa, io incominci il mio passeggio dal mio paese distante un cento sessanta miglia e più , sol perchè ad un amico racconti, passeggiando, quel primo viaggio da quindici anni già fatto ? Le parole quindi di Orazio Nec gemino hellam trojanum ardi- tur. oh ovo contengono una l^e in quanto all’ azione-, che deve cominciare da un punto più in qua , ma non toglie che si parli di quel gemino uovo r guisa di reminiscenza, come ha fatto Omero e Virgilio. Io non truovo che alcuno abbia badato a questa maniera di intendere le cose, quali sono, che Im tutta la im- portanza nella proposta quistione. Io dunque distinguo la narrazione de’ fatti del- l’ azione , dalla narrazione de’ fatti anteriori come re- miniscenze. Rassomiglio 1’ epopea allo stato dello spi- rito umano , che ricorda per l’ immaginazione alcune idee riprodotte in occasione delle sensazioni, quelle relative ad obbjetti assenti , queste ad obbjetli pre- senti.. Con ciò, non intewlo approvare interamente la pratica di alcuni poeti ancora soiniui , i quali si la- sciano trasportare dalla nnnnoria, mentre sono intesi air attuazione presente di un’ affare di grande iiuportanza. Eglino fanno vista di distrattoni in cose rile- vanti contro ogni credibilità umana , perchè non è supponibile che chi assiste ad uno. spettacelo di ter-^ rorCj si addormenti. Ma si dirà che quelle narrazioni di reminiscenze sieno la parte del poeta e non deli’ eroe. A meravi- glia, rispondo io, appunto, per questo, io le truovo di- fettose , perchè un poeta spettatore di un' eccidio pari a quello di Troja sarebbe il più insensibile, se non te- nesse gli occhi sgangherati, e non accompi^asse con palpito continuo gli eroi intesi a compiere l’azione prin- cipale. Un tal procedere ha dell’ incredibile , perchè è natura ed essenza da uomo il non prendere inte- resse a piccoli avvenimenti, quando si è occupato di un gran fatto, che assorbisce tutta l’ attività dello spirito. Fatte queste dichiarazioni risulta che nè Aristotile nè Orazio potevano intendere che 1’ ordine dell’ epopea dovesse essere perturbato , nè l’ intesero cosi , se stiamo alle loro parole interpetrate senza passione. L© parole di Orazio, sopra cui gli avversari fondano la loro opinione, sono le seguenti. Ordivia haec virtus en’t , et venus aut ego falior , Ut iam twnc dicat iam Rune debentia dici ; Pkraque differat et praesens in tempus omittat.. Hoc amet hoc spernat promissi earmims auctor. 11 secondo luogo di Orazio è quest’ altro. JVee reditum Diomedis ab interitu MeJfiagri. Vec gemino beltum trojanum ordxtur ab ovo. Ora nel primo luogo Orazio tutt’ altro insegna ehe V OTdine perturbato , perchè suo diyisamento è di, raccomaudare al poeta di non esporre i pensieri » co- me si pre^^ntano^ arulo riguardo air imperfezione deC- r umana natura y ma dopo di aver approntata la ma- teria ponderare e riflettere seriamente secondo i prin- ei^ della Scienza, quale sia U lui^o opportuno di cia- scuna parte , e dicat mine dica ora debentia dici le cose che si debbono dire r Pteraque differat dica poi molte altre cose, che vogliono seguire, et in prae- sens tempus omittat e le riserbi a tempo opportuno, lo credo che l’ errore de' critici sia nato dalla parti- cella jom ripetuta innanzi a debemia dici, per la qua- le si è creduto che quest’ ultime parole si dovessero riferire a jderaque differat ^ ma la ripetizione di un vocabolo, specialmente un avverbio, è argomento d’in- sistenza e di forza: di nesso e non di dlsgiunzione. E poi chi non vede che la congiunzione contenuta in Pteraque- accenna ad una proposizione diversa daN r antecedente ? Molto meno si può trarre argomento in favore deir ordine perturbato dall' altro luogo citato di Ora- zio, dove è prescritto di non esordire il ritorno di Dio- mede dalla morte di Meleagro, o la guerra trojana dal gemino uovo, imperocché ivi , come è eviden- te , il poeta intende limitare l'azione ad unità, secon- dò ciò che abbiamo diffusamente ragionato nel Capo antecedente. In quanto ad Aristotile non v’ è luogo della sua poetica, dal quale si possa raccogliere, che egli abbia inteso evoluto nell'Epopea l'ordine perturbato esplici- tamente. I sostenitori di quest' opinione, che vogliono giovarsi dell' autorità di questo filosofo, producono in mezzo due luoghi , che io riporto testualmente con la versione latina riferita dal P. Galluzzi , il primo è nel cap. li. e 15 . della poetica ne’ seguenti termini : Quare , quemadmodum diximus iam , est in hoc re divivm utique Homervs praeter caeteros, quia ncque hellurn quamvis habens prinoipium et finem, aggressus est caTiere'totum. Falde mim ma~ gnum , et quod non facile undique per spici posset futurum f^iit , vel magnitudine modice se habens tnr ter textuum varietatem:. nunc auxem cvm wnam par- tem inde dempsisset- , episodiis usus est. Dalle quali parole chiaro apparisce die Aristotile chiama divino Omero a preferenza degli altri in quanto che tra tan- ta vastità di materie , che offriva la guerra trojana„ seppe limitarsi a un puntò , affinchè del suo com- ponimento non ne risultasse un animale mostr-uoso , che ad un intuito non si potesse comprendere. 11 secondo luogo è il Bruente « De narrativa imitalione iUud constat oportere in ea fabuktm ex una tantum perfeota anione sic constituere , qw- madmodum constiluitur in Tragoedia, ^tae nimirunt principio , medio et fine componatur , unumque veluti corpus , aul ammal suis absolutum partd>un efficiat. Nel quale luogo, come è chiaro, non ai raccoglie che Aristotile abbia inteso raccomandare T ordine per- turbato, ma al contrario, prescrivendo che la favola, debba costairc di una azione perfetta soltanto , la qua- le come nella tragedia deve avere principio , mezzo e fine, chi non vede che inculca l’ ordine naturale? Che certo la parola' principio qui suona da capo, e si ha mettendo prima quel che secondo natura deve prece- dere ; dicasi lo stesso del mezzo e fine. Conchiudo dalle cose sparse nel presente §. che r opinione favorevole all’ ordine perturbato non ha alcun. fondamento nè di ragione nè di autorità, per- che esaminando l’ epopea di Omero e di Virgilio, da cui i Macsiri di arte poetica trassero le regole dell' or- dine, non vi abbiamo trovato disordine; ìnterpetrando la mente di Aristotile e di Orazio , di tntt’ altro essi parlano clic di ordine perturbato, che è un vero di- sordine. Resta ora a provarlo razionalmente, come fa- remo nel s^uente paragrafo. §. 112 . Si pruova con la r agirne che V ordine neW Epopea e nel Romanzo deve essere il naturale. L' ordine perturbato è nn vero disordine , il qua- le per sua natura è inestetico , e per vederne la difformità non si vuol considerare in astratto , ma in coi;icrcto. Ebbene date corpo all’epico componimento, paragonatelo ad un’ animate tutto intero nelle sue par- ti e nella sua totalità , nè temete che alcuno vi ap- ponga l’improprietà del paragone, perchè la similitu- dine è di un gran filosofo , di Aristotile. Fate ora che per rendere il vostro prodotto più ammirevole e spettacoloso subisca un disordine nelle sue parli , o l’ ordine perturbato , e dove è capo sia coda , e deve è coda sia capo , le orecchie a’ piedi , gli oc- chi al ventre , le gambe c i piedi al dorso , che ve ne' pare? non è quest’animale una meriviglia ? Ma voi ridete di tanta stranezza , certo che rideranno più di voi gli amici invitati allo spettacolo. La poe- sia non è creatrice di concetti, ma di fantasie, ossia di elementi sensibili che sono modi o accidenti del reale , che è natura .ed essenza delie cose. Ora in questa natura ed essenza, comunque astratta, vi è to- talità , [o ragione di lutto , vi sono gli addentella- ti o gli accenni al da fare e io conseguenza la ragionc dell' ordine o della disposizione delle parti. E, siccome questa natura è comune alla prosa ed alla poesia , alla storia ed all’ Epopea , perchè le loro dif- ferenze sono unicamente dal verso de’fenomeni, rea- li in quella, ideali in questa, ognuno comprende age- volmente che uno è l’ ordine nella prosa e nella poe- sia. Ogni alterazione di qnest’ ordine è nn disordine, ed ogni disordine è inestetico , cioè , ributtante e spiacevole. Coloro adunque, che ammettendo in epica 1’ ordi- ne perturbato, adducevano per ragione la novità e 1 diletto per la sospensione dell’ animo e per lo appa- rire inaspettato di certi fatti, non capirono la forza del- la parola disordine. Di questa opinione fu Eustazio ce- Idttre scoliaste di Omero , seguito da molti critici in successo per lo pregiudizio che la sua opinione fosse fondata, come d’ uomo che tanto studio avesse fatto sul greco poeta. Ma U suo ragionamento è uno di quei sofismi, che nelle scuole si disse per ignoranza di elen- co » 11 poeta , die’ egli , usò di questo metodo , cioè dell’ordine perturbato si per la novità convenévole , e inattesa a chi meno 1’ aspetta , poiché principiar da capo, come pare che natura richie^, niente di nuovo ha : sì per la dignità maggiore , ossia per la più ac- concia disposizione dell’economia poetica. Altrimenti il poeta non avrebbe avuto materia di scrivere assai lodevole e d^na di commemorazione )> Il Critico par- te dalla falsa supposizione che il poeta, propostosi di cantare la guerra di Troja, seguendo 1’ ordine na- turale , avrebbe dovuto incominciare da principio, cioè dal gemino novo, di cui parla Orazio : or, avendo in- cominciato da una parte, cioè dal racconto dell’ asse- dio di Troja, quando comincia l’ira di Achille, ha sie- guilo r ordine perturbato. Nel quale ragionamento, come è facile a intendere, il critico e comcniatore con- fonde Ire quislioni, che vogliono essere distinte , la quistione del concetto limitalo , dell’ ordine e dell’ in- tegrità. Se il poeta si fosse proposto di narrare tutta la storia di quel grande avvenimento , dal primo in- cominciare , non sarebbe stato degno di lode incomin- ciando dalla fine, ma egli se ne propose una parte, <o- me uno storico scrivendo la storia di Napoli, che è una parte d’ Italia , non si può dire che ha incominciato dalla fine o da una parte di questa punta d’Italia, per- chè egli si è proposto di scrivere la storia di una par- to e non del tutto. Ma Omero negli episodi informa il Lettore degli avvenimenti anteriori , ed io ho detto innanzi pag. 421 che non bisogna confondere le re- miniscenze con le sensazioni, le rimembranze coi fatti. Sarebbe disordine, se Omero, incominciando dall’ira di Achille, ci trasportasse in casa di Menelao a farci spet- tatori della seduzione di Paride ^ ma ciò è impossibi- le al poeta , ancorché lo volesse, perchè, messosi al nono anno dell’ assedio, non può farsi presenti gli al- tri anni già passali. Onde è chiaro che l’ ordine per- turbato. riferito all’ azione , e dicendo azione intendo gli avvenimenti in atto , è ioconcepibile e quindi im- possibile ad attuarsi.. L’ ordine, conchiudo, in qualsiasi genere di sto- ria , prosaica o poetica, è, e dev’essere il naturale, os- sia secondo i tempi , per lo quale si vogliono mette- re prima i pensieri de’ fatti prima avvenuti a conta- re dal punto, in cui il poeta o lo storico si è volon- tariamente situato , dopo quel che dopo, e va dicen- do. Se voi incominciate da una parte , e questa nar- rata , vi farete poi a ciò che è preceduto , T unità del componimento nella storia reale , e quella di azio- ne nell’ epopea o nella storia poetica in generale, è già rolla c invece di un componimcnlo in realtà ne fate due o tre o quattro, quanti sono i concetti di ciascuna parte narrala con tanto disordine. La teoria adunque dell’ordine da noi esposta nella prima parte è la stessa in poetica. §. 113 . Ala vi è un’ ordina artificiale nel poema- storico' senza che sia perturbato. Quando i critici e comentatori delle arti poeti- che intravidero H diletto e la novità per cagione del r ordine perturbato , come mezzo al fine d’ imprime- re gagliardamente nell’animo de’ lettori un’ amore cd una simpatia , s’ accorsero che la poesia ha dei mezzi che mancano alla prosa , la quale non può creare o disporre gli avvenimenti in modo diverso da quello che viene da’ fatti della natura. 11 loro torlo fu di assegnare a causa di questo effetto ciò che non può essere nè si può concepire , cioè creare un di- sordine, che è inestetico, per produrre il bello che ri- siede nell’ ordine. Ma quest’ordine in poesia, mentre è naturale nel senso che fa precedere quel che devepre- cedere, come causa ad effetto, antecedente a conse- guente , è artificiale in quanto alla creazione degli accidenti , i quali riempiono i vuoti della storia reale e disposti con saggezza riescono nuovi e ina- spettati , onde sorprendono il lettore , e destano la 'sua attenzione con la curiosità di sapere, dove vanno a finire le cose, che tanta sospensione inducono nel- r animo. La quistione adunque dell’ ordine poetico non 'fu nè compresa nè risoluta. Il Castelvetro , che pre- tendeva uno stesso ordine doversi serbare nella sioria c nell’ Epopea ben si appose in quanto all’ ordine (li tempo, ma errò formalmente, supponendo che l'or* dine poetico in nulla differisca dal prosaico storico. L’ artificio dell’ ordine storico , naturale in quanto al tempo, consiste adunque nel disporre i fatti in modo che il racconto non resti assoluto alla fine di ogni capo 0 di ogni canto, ma riponga tali circostanze, che, interessando, creino un bisogno irresistibile di sapere. Interrompe con giudizio il racconto e differisce in altro luogo ciò che narrato in prima rimarrebbe ap- pagala la curiosità ; seuza la quale ogni diletto annoja inrece di piacere. La qual cosa si può senza offen- dere le ragioni del tempo pel sincronismo di più azio-, ni, che meritano di essere narrate, ma che tutte ad una volta non si possono per la indispensabile e ne-, cessarla successione della lettura. A questo artifìcio. Eludeva Orazio , con quell’ Ordinis haec virtus erit et venus , virtù e venere dell’ordine si è di narrare, in prima quelle cose, che si debbono dire, debentia dici, e si debbono dire quelle cose che cospirano alla for- za ed alla grazia virtus et venus ; molte altre diffe* risce e le omette a luogo c tempo opportuno , dove, e quando, mentre assolvono il racconto, sono state in- nanzi aspettate e desiderate. Un tal procedere non è certo disordini to , ma giudizioso e prudente , perchè diretto allo scopo d’ interessare e mantener viva la curiosità. Chi ha letto delle Novelle ben fatte , de’ Ro- manzi e dell’ Epopee artisticiie, ha potuto ravvisare, quest’ artificio e sentire questo interesse, per lo qua- le ha divorato i volumi, non sapendo sospenderne la lettura senza una pena lacerante nell’ incertezza, in. cui rimase, dell’esito degli avvenimenti: nel non sapere come avrebbe trionfato l’ innocenza perseguitata Ira tanti ostacoli insuperabili, come sarebbero stati puniti i malvagi autori di tante infamie. Quando il Manzoni mise Rodrigo in iscena , che era il più potente , c direi , insuperabile ostacolo al matrimonio di Renzo e Lucia, la dabbenaggine di D." Abondio faceva disperare di più del buon risultalo. Crebbe a dismisura l’ interesse per quei due infelici innocenti, allorché aH’infamia di quel prepotente si aggiunse la persecuzione di Fra Cristofaro , e la co- opcrazione deir Innominato. Un palpito continuo ac- compagna il lettore curioso di sapere come quei due usciranno d' impaccio : ad una leggiera speranza suc- cede un più grave pericolo , ad un pericolo superato ne succede un altro maggiore, e tu non puoi lasciar quel libro, se non quando lo avrai tutto Ietto per re- spirare in fine alla giusta punizione di Rodrigo ago- nizzante e poi mòrto nel Lazzaretto , all’ Innominato convertito , e da persecutore cambiato in protettore di queir infelice, che, come colomba innocente, era sta- ta rapita dal falco per mezzo di quell’ iniqua monaca di Monza. Chi non vede che infatti sono ivi narrati secondo T ordine del tempo ? Ora supponete che il Ro- manziere avesse narrato di un tratto la storia di Ro- drigo e deir Innominato , ogn’ interesse sarebbe finito . Ma sospendere il racconto e riprenderlo dove l’ oppor- tunità richiedeva , seguendo sempre 1’ ordine crono- logico, formò l’artificio, che rende tanto interessante quel Romanzo. Lo stesso artificio in Omero, ed in Vir- gilio , artificio d’ intreccio, il quale risulta dal propo- nimento di far servire le azioni secondarie alla prin- cipale. Intorno a’ cosi detti Anacronismi. Essendo il poema storico un complesso di azioni secondarie coordinate ad un'azione principale (§.109), il quale complesso è fondato sulla storia reale , in quanto che il fondo de’ singoli fatti è stato o è rea- le esistente, è agevole a comprendere che, se alcuno di quei fatti avvenne in un tempo anteriore o poste- riore al tempo dell’ azione principale, induce una dif- formità d’ inverisimiglìanza , che nelle scuole fù det- ta anacronismo. Se, a modo di esempio, il Tasso nel- la sua Gerusalemme Liberata avesse introdotto a col- loquio con Goffredo nella Cattedra di s. Pietro Grego- rio magno vivente , sarebbe incorso in questo difet- to, perocché, essendo noto dalla storia che quel gran Pontefice visse -più secoli prima delle Crociate, sareb- be saltata agli occhi la impossibUità di un tale collo- quio , e quindi la manifesta mentita o falsità del poe- ta.' Nè giova il dire che il poeta può fingere che e- sista in un tempo chi è esistilo in un’altro, purché tal circostanza non sii nota al Lettore dalla storia reale, perocché la finzione è rispetto alle circostanze e a’ mo- di degli esseri, e non mica rispetto agli esseri mede- simi. Oltracciò il reale e l’ ideale fantastico debbono talmente conglutinarsi che sembri tutto reale o tutto finto, in guisa che i lettori non si avvedano, quale la parte storica, qualela fantastica, peravere un assentimen- to unico, lungi ogni sospetto o dubbio che il poeta voglia mentire. E il sospetto e il dubbio è immancabile, quando un elemento storico di un tempo si trasporta ad un altro tempo anteriore o posteriore. Quindi è che non Digitized by Googl 4S2 parte: seconda Fìi immeri(ato nè troppo il giusto rimprovero che i Critici hanno fatto all’ Epico latino , in quale finse Di- done aver accolto con ospitalità generosa T avventu- riere Irojano , quando la storia ci dice che quella Donna nou fù OA»ntcmporanea ad Enea , e taluni sto- rici ce la dànno per casta anziché impudica. Ciò che scusa Virgilio, era 1’ <»curilà de’ tempi antichi nom il“- lustrala di^li studi Storici , onde alcuni critici non solo vorrebbero scagionarlo di questo difetto, ma far-* gliene anche lode invece di biasimo- Ma a giudicar della cosa a rigore di principi , un- poeta, che aspira all’ immortalità, non deve contentarsi dell’ ignoranza de’ suoi contemporanei per mentire impunemente, quan- do può e deve presentire che il progresso umanitario, quando che sia, può svelare i misteri del passato e scoprire gli errori degli antichi. Non va esente dallo stesso rimprovero il Tel&> maco. Alcuni critici francesi per iscusare il Fenelon allegarono -che anche Omero ha mentito , e sul suo esempio Virgilio , perchè il primo finge casta Penelo- pe impudica , ed Elena in Troja, dove non fu mai sta- ta, ed il secondo, per impudica la casta Didone ed Enea in Italia, ohe non vide mai in vita sua. Ma ad- durre un difetto per giustificarne un’altro, non è un procedere da uomo che ragiona. Oltrecchè altro è il fingere buono il cattivo , o pervenuto in un luogo do- ve non è mai stato un eroe , purché sia stato possi- bile r una e 1’ altra finzione : altro è supporre esi- stente nel medesimo tempo due eroi, che vissero con qualche secolo d’ intervallo. E se l’ignoranza de’ fatti per r oscurità de’ tempi andati rende accettevole la fin- . . zioiie di un’ impossibile a’ contemporanei del poeta , mal si avvisa chi procede così in quanto agli avveni- re. Da tutto ciò conchiudo che gli anacronimù sono difetti da evitarsi nel poema storico. Alcunò mi potreblnj obbjetlare che la legge rigo- rosa del tempo rende impossibile un' epopea , perché mancherebbero i dati storici atti a rendere illustre un’azione epica, e per trovarli bisognerebbe spigolare e raccoglierli dóve si truovanó. Un tal bisógno non giu- stifica una violazione, che infrange tutte le leggi del- l’Àrte, c la prudenza allora consiglia o di astenersi di scriveTé , o di produrre de’nomi finti, che rappresen- tinó que’caratteri nobili, che si richiedono per un’ il- lustre azione , purché ciò si possa fare senza offen- dere la verità storica. Eccó perchè a’giorni nostri unà Epopea è difficile , e da taluni credula impossibile. Ma, quando la storia presenta un gran fatto umano , non róancano de’fatti secondari, al primo fatto conformi, dome a Napoleone il grande non mancarono uòmini ancora grandi , suscitati da lui.  intorno atta cosi detta Proposizione ed Invocazióne detta Musa — Intròduzione c Dedica. La Proposizione' della storia poetica è la formula, che contiene il Concetto dell’ intero poema, e, sicco- me il Concetto è il primo pensiere sotto tutt’ i rap- porti , per questa sua dignità vuole essere manifestato in primo luogo. Proposizione , Proponimento e Con- cetto si prendono nói medesimo senso. Gli Epici espo- sero la Proposizione ne’ primi versi , onde Omero co- mincia i’ Iliade; Cantami, o Diva, del Fetide JchiUe, e Tasso nella Gerusalemme : Canto V armi pietos e e'I Capitano , e Virgilio : lUe ego qui quondam. Arma virumque cano, ed Ariosto : Canto i Cavalier le armi e òli amori.  La Proposizione vuoi essere dcfermiinala a lanlo e non piu, quanto è il concetto che si propone il poe- ta , perchè abbiamo veduto che un poema epico, il quale si versa intorno a un gran fatto , può essere limitalo dalla supposizione ad una sola parte. Quanta materia storica non offriva ad Omero il grande avve- nimento della guerra trojana dal principio alla fi- ne? Ma egli volle situarsi in un punto di questa ini- mensa distesa e cantare l’ira di Achille, onde mal si sarebbe apposto, proponendo il suo concetto con l’e- roico verso di Orazio : Forlunam PrUitni cant«h«, et nobile bellum , perchè avrebbe promesso troppo ed as- seguito pochissimo. Similmente Virgilio limita la sua proposizione alle Armi ed all’ Eroe, che dalle spiagge di Troja venne agli ausoni lidi. Vuoisi determinata la proposizione , affinchè si possa il suo contenuto verificare in tutto il componimento , e per essa giu- dicare, se il poeta siesi fedele mantenuto alla sua pro- messa , o piuttosto abbia abberrato dal proposito per fatti estranei intromessi. Si è quistionato da’ critici empirici, se sia neces- sària nell’ introduzione dell’ Epopea , cioè prima di cominciare la narrazione , la Invocazione della Musa. Alcuni troppo devoti al classicismo truovano difetto imperdonabile in un’ epopea una tale omissione , pcr- ciiè vi diranno che Omero incominciò da questa in- vocazione con la stessa proposizione, dove disse ' Can- tami, o Diva, del Pelide Achille , che corrisponde al Die mihi Musa virum , ec. Considerando che a chi si accinge a grande e difficile impresa, nella sfiducia delle proprie forze sor- go spontaneo il desio di un ajuto da’ Numi , F invo- cazione , come argomento di una fede all’ intelligenza suprema, acquista un’importanza di non poco rilievo. E grande e diffìcile è la impresa di scrivere un’ epo- ) j)ca, per la sua estensione e pel magistero ; per la su- blimità dell’argomento e per l’intreccio delle parti, per la ispirazione prolungata e sostenuta, che vi si ri- clùede. Ma il solo torto pet un poeta ortodosso sa- rebbe d’ invocare la Musa nel senso di Omero e di Virgilio, pei quali era un nume senz’altari, un idea confusa e indeterminata. La Musa ortodossa è Dio, che con la sua grazia soccorre I’ ingegno, nel quale senso disse Dante: 0 Musa od alto ingegno or m’aju“ tale. Noi non consiglieremmo d’ invocare la Musa del Casti che canta: , Musa, che non di Pindo abiti i poggi, Nè di Cirra passeggi i boschi e' prati , Ma nelle menti creatrici alloggi E nel fecondo immaginar de’ vati: Non da Moemosine nata , nè da Giove, Ma dall’urto d’idee vecchie e nuove ec. Perocché l’ invocazione è argomento di miseria per chi prega, di potenza per l’ invocato. Or, sèl’itì-» gegno fosse la Musa, r invocante invocherebbe sè stes- so , il misero la propria miseria. Un tal modo di ve^^ dere i'ii Arte è sospetto d’ eterodossia , e di ateismo, perchè pare disgiunto dalla fede all’ esistenza degli esseri soprannaturali , che hanno spiritualmente com- mercio con gli uomini. In quanto alle protezioni invocate nella scelta di un Mecenate, dico francamente che ricordano i tem- pi di una strisciante adulazione nella Corte di Augu- sto. Simili dediche non raccoihandano un poeta, che sconfidato del proprio merito chiede un appoggio sul favore de’ grandi. Virgilio, Ariosto e Tasso non vanno esenti da questo rimprovero , ma Omero e Dante de- dicarono air umanità i loro immortali poemi. . I * /rUorno alla Narrazione^ se a nome del Poeta o dè^ gli Attori^ ed altre piccole quistioni. Pf emessa la Proposizióne deÌF intero poema, suc- cede immediatamente la Narrazione , la quale secon- do Tinsegnamento delle scuole si può fare, o a nome del poeta > o a nome degli attori. Importa determina- re il significato di siffatte foni\ule per vedere il fon- damento di tale dottrina. 11 Poeta narra a nome proprio, quando, formatosi idea de’ fatti, di cui si dichiara testimonio , come te- stimonio ne informa i suoi lettori , secondo il modo suo di concepire con parole e con pensieri propri. Se le cose udite saranno ancora parole, egli le riduce a senso, e invece di dire: Achille disse > e fhr segui- re le parole proprie di Achille, a mòdo di esempio, n’espone il succo , senza far intravedere. la maniera propria di Achille: in questa guisa noi sapremo tutto il fatto senza che stiamo presenti a chi parla per u- dire dalla sua bocca le parole che n’ escono. La narrazione fatta a questa guisa è un riferire^ o una relazione di senso e non di parole* La perso- na, le cui parole noi riferiamo ridotte a modo nostro, è assente , ossia lontana da chi ascolta la nostra re- lazione : il discorso procede per formule, in cui il ver- bo è alla terza persona , e non mai alla prima , me- nochè quando vogliamo aggiungere a’ fatti altrui an- che i nostri, come è dire le impressioni ricevute, pre- senziando a qualche avvenimento. * Ma, trattandosi di riferire i fatti di un uomo, che agisce e paria naturalmente, siamo portati a conside-  mio pniseste., e invece diriEerire il senso deUe sue parole facciamo parlare hii stesso. , . come quando, di-, oiamo t ho. veduto Antonio, il; quala lutto mesto mi disse: Amico., io sono travagliato. da. una gravissima sventura: sai ? ho perduto, il più caro.de’ miei figliuo- li. La nostra fantasia in simili casi toglìq. di mezzo le distanze dei tempo, e si figura presente Antonio, che parla ed agisce , e i lettori trasportati con noi assit stono ad una scena , a cui umanamente non pò-, Irebbero per la distanza di tempo, o. di luogo.. Questa specie di narrazione si è detta la parte drammatica del poema storico, ma impropriamente, perchè il dram-t matizzarc è rappresentare per mezzi sensibili figurati-, vi e non per parole , proprio dello Tragedia e della Commedia, come vedremo qjii appresso. 11 poeta sù questo fondamento di naturale pro- cedere può introdurre gli attori, quando si tratta di narrare le loro parlale, ad- esprimere a nome proprio le loro sentenze : io chiamo questo procedere narrato per asions. Quando, si quìstiona se la narrazione debba esse^ re fatta a nome del poeta o degli attori, non si deve^ mica intendere nel senso, che il secondo modo posst^ aver luogo in Jutto il poema,, e vi debba necessaria- mente essere, imperocché gli attori non possono di- ce che le loro parole. Or, se 1’ economia, del poema portasse che gli attori non parlassero mai, non potreb^. he aver luogo pm’chè. 1’ attore non è narratore. Là narrazione del primo modo è tutto, nel poema stori- co, il quale, facoltà rimmaginazione, uou può essere espncalo che narrando a. quel modq e qualche volta descrivendo. Se dunque avverrà che un attore s’ introduca a parlare , come Enea pressa la Regina Didqnc, appena che sarà fiqita la qarrazione di ^ionc incomincia subilo (quella di reiasione , O' si ritornerà alla prima ogni Yolla che Foccasione si pre- senta, in cui un attore può e deve parlare -r- La nar- razione di azione è più effettiva delF altra , appunto^ perchè maggiore impressione fanno sulF animo nostro, le cose presenti che le assenti , e noi abbiamo vedu-i to che la fantasia ci fa figurare presenti gli attori, che. parlano a nome proprio. Vuoisi però badare che Fattore parlando; serbi la, dignità del suo. carattere. , perchè, se- da questo è la, parola difforme, sorge nelFanimo del lettore il dubbio, che impedisce F assentimento storico ,* ossia la quiete delF animo intorno alle verità delle cose narrate. Oltre il vantaggio del maggiore effettoi che prò-, duce la narrazione di azióne, vi èil massimo che èFop-. portunità d’introdurre più attori non solO; a narrare, ma a discutere ed a commuovere l’affetto, come quando, il protagonista invita gli eroi a consiglio per delibera- re sul partito da scegliere. Per questa via la storia^ poetica s’ intreccia al genere scientifico, o dimpstràli-, vo, ed all’oratorio o, commotiva, per cui da compo-, nimcnlo semplice, ne risulta un componimento misto. ^ » * • In questa supposizioné impropriamenté si direbbe nar- razione di azione quella parte, in cui gli Attori discu- tono^ o perorano , è non mica narrano. ' Quel Che fa Enea con Didbna è narrazióne di fatti anteriori, ma non sempre occorre che gli attori narrino , se più. òpportùnamente lor toccherà di ragionare e discutere. La narrazione' di azione domina nella divina Com-, mèdia, e forse più del convenevole, ma vi è una ra-, gione che non solo scusa il poeta, ma dichiara quel- F economia necessaria. Si tratta di descrivere fatti in- visibili delFaltro mondo, dove non lice di accedere ad un poeta di questo mondo, ed ancorché ivi trasportato, Iiper un miracolo non può comprendere da sè quei veri sopraintcHigibili senza il magistero di un’anima abila- Irice ne’diversi regni. Ed ecco Virgilio e Beatrice, che accompagnano il divino poeta , ed ecco quello spesso dialogo^ consigliato daUa necessità di produrre un as- sentimento alle incredibili assertive di un viaggiatore,, che ne’ luoghi descritti non è mai stato. Ciò che è comune a Dante ed a Virgilio , in quanto a narrazio- ne di azione, è la Francesca da Rimini c 1' Ugolino, perchè pazienti- naccontano le loro sventure , come Enea racconta le sue a Didona. In quanto al dialogo tra il poeta e Virgilio è una particolarità della divina Commedia, e forse per questo frequente dialogismo surse a Dante la idea di chiamare Commedia la sua Epopea descrittiva. Non così tornerebbe lodato il dialogo nell’ Epopea, narrativa, per la quale esiste la Storia reale, da cui at- tinge il poeta , e non ha bisogno di guida per intcr- petrare i fatti, e, se volesse, non troverebbe testimo- ni oculari di fatti da gran tempo avvenuti. In essa Imi luogo la narrazione di azione ne’ soli casi, che gli attori possono e debbono parlare , ossia, dove l’ op-. IMirtunità lo richiède. Non cosi nel Romanzo, ossia nell’Epopea storica, pedestre, cioè scrìtta in dire sciolto, perchè in essa la narrazione di relazione de’piccoli fatti della società che si descrive, de'costumi e de’-caralteri, riuscirebbe lunga monotona e nojosa. Mettere in iscena gli attori e far loro dire con parole addicevoli al loro carattere, ciò, che il poeta dovrebbe nojosamente narrare o descri- vere è consigliato piò dalla necessità che dalla pruden-. za. E questa è la parte più difficile del poeta , per* chè il dialogo si vuole opportuno , naturale e Sponla- mio. Opportuno in quanto che gli attori non debbo- seconda no introdursi senza necessità , e non debbono parlare, senza uno scopo : naturale in quanto che ogni attore, deve sostenere il suo carattere , ed è difficile serba- re la convenienza del parlare addicevole ad ogni ca- rattere, perchè il poeta, educato alle lettere, non sa, facilmente situarsi nella condizione di tutti gli altori|, che rappresentano tutti gli stati diversi di una socie^ tà descritta. Da qui nasce lo sforzo, contrario alla, spontaneità., che è pregio massimo in quésto lavoro squi- sito e difficile. Si è detto che Walter Scott è stato gran maestro in quest’ arte : a me pare che il Manzoni lo, abbia superalo nella parte più diffipile, che io. altrove, ho chiamato dialogo interiore ( Nuovo Corso di Leti. Hem. Parte 1.* Voi. Ili ), e che nelle scuole va detto, Monologo , ossia quel parlare a solo, che fanno gli at- tori , per quale mezzo il romanzo manifesta le pliche, più occulte dell! uomo, interiore. Lo scozzese rappre- senta la vita esteriore di una società, che parla molto, e pensa pòco.: l’ italiano procede per. un’altra via, per. la via psicologica, la quale, per quanto è scabrosa, per, altrettanto è ricca di tesori inesauribili alla, creazióne, utili a’iettori, che si abituano più a pensare che a ciar- lare , più a perfezionarsi che a divertirsi, più. a fare, buon uso del tempo che ad ingannarlo. 11, Cooper mi- sembra mollo simiglian te, sebbene di gran lunga infe- riore, allo Scott. Questa maniera propria d^li inglesi ed americani deriva dalle attitudini speciali della so- cietà, à cui i poeti appartennero, Gl’ italiani educati alla vita intima per 1! in&uenza del cattolicismo., sono^ sempre più positivi nella stessa poesia, Se mi chiede- te- adunque di un modello a proporvi , io vi propon- go il Manzoni , che vuol essere imitato in quel ma- gistero meraviglioso, per lo quale vi mette a nudo la^ parte più recondita con un monologo e con un diaIjOgo opportuno naturale e spontaneo, da non forti al» 9 un ché a desiderare , anzi ti sorprende H -vederti; trasportato, come, per incanto, a scene opportune, ma inaspettate. Ma, se nel romanzo può accedere il monologo ed il dialogo più di frequente, guardisi il poeta d’irope- gnarq i s.uoi attori ih ardue e difficili discussioni del genere scientifico o dimostrativo , e sia pur parco di perorazione del genere oratorio , che , troppo iute-, Tessano T affetto, , perocché l’effetto in questa specie di componimento è più duraturo per via di rifl^ior, ne placida che per tempesta di affetti , i quali ti fa- ranno piangere in un momento, ma non ti attraggono la seconda volta. Oltracciò contribuiscono in modo in- credibile ad ammollire gli spiriti deboli , i quali non gustano più le utili produzioni di genere pacato; che. ^no più conformi alle opere della natura, che proce- de mai sempre per gradi e non per salti. Si è detto che 1' Epopea è il complesso di tutt’i generi di poesia lÀnca , Comica , Tragica , Seria , Festevole , ec. Dessa è rispetto a tutti gli altri com- ponimenti ; come la Cattedrale rispetto a tutti gli al- tri edifiz'i , il tn.tto. alle partì , il mare a’ fiumi , il fiume a’ rivi ec. Con queste coniparazioni e similitu- dini alcuni si son fatti a credere, che l’Epopea è una congerie di coniponimenti diversi , e por provare che vi sia il genere lirico produssero gli Episodi, ne’quali riconobbero l’ ispirazione, e produzioni liriche riten- nero i soli canti ispirati : che v’ intervenga la parte drammatica produssero, ad esempio, la narrazione di Azione : che vi sia la parte comica citarono alcuni luoghi di Omero troppo scurrili , e I’ epopea roman- zesca deir Ariosto ec. lo qui mi fermo a confutare questa stranissima, opinione sotto il solo rispetto dran.- Digitized by Google ii2' P^ARTE SECONDA matico , perchè degli episodi e dclP ispirazione ho par- lalo abbastanza in quanto concerne T Epopea. Sog- giungerò qualche altra utile avvertenza. La Dramjiiatica è un’ arte mista , come vedremo nel I\".“ volume , perchè si compie col concorso di più arti , cioè della Miiìiica , della Letteratura , e d(,‘lla Declamazione o Canto , qualche volta delia Mu- sica , e del Ballo , oltre la Scenografia , e la Per- sonificazione, che è r arte del vestire , o di accomo- dare il vestiario all’ uso de’ tempi, in cui si suppone l’azione essere avvenuta. La Letteratura dà le paro- le, le altre arti danno ciascuna le parti rispettive. Dram- matizzare in conseguenza importa rappresentare con lutto q^ueslo apparato , e cessa di essere Drammatica un’ azione, appena che si riduce alle sole parole, ob- bjelto di Letteratura. Adunque I’ Epopea scritta con r intenzione di essere letta, non può essere, come non è, drammaticai. E, se è cosi, perchè da taluni si è prete- che l’Epopea abbia la sua parte Drammatica? Nel dramma rappresentato ha luogo il dialogo e il mono- logo sostenuto da attori che rappresentano in tutto con parole ed azioni i veri attori della storia: per la lontana similitudine del dialogo e monologo, che 1’ e- pico introduce nella sua Epopea, si è detto. che perciò, sia dram.matico, ma impropriamente, come ho avver- tilo innanzi, perchè se nel solo dialogizzare il dramma non consiste. È il solito abuso de’ vocaboli per uno dei fraelalì detto nelle scuole Metonimia, per la quale si nomina una parte , o la spezie per far intendere il tutto o il genere. Essendo, l’ epopea un componimen- to di suo genere, non può comprendere ciò che ripu- gna alla sua essenza. E, se, come abbiamo detto in- nanzi, può aver luogo in essa la discussione, il pa'e- tico , non si creda che ne sicno parli integranti , quantunque abbiano delle attrattive molto seducenti. Quel discutere o, quel eonmiuovcre è appunto in gra- zia di quel narrare di astone , di cui abbiamo in- nanzi ragionato. Ora, se Omero è più parco di Virgi- lio in questo , niuno ha detto che Virgilio sia più di Omero, il che in altri termini imporla dire che que- ste parli non sono essenziali. I poeti, che fanno con- sistere la poesia nel senliiopnlo, si ajulano col pate- tico , e per loro è necessaria una tale economia, per- chè, non avendo forza di ispirazione, debbono ajutarsi alla meglio con la scelta di fatti, che interessano il cuore , come i mediocri drammatici vanno a caccia de’ cosi detti colpi di scena sorprendenti. Ma, mentre abbagliano i loro lettori o spettatori, non lasciano durature impressioni : i loro assalti si rassomigliano alle percosse delle grandine e della piog- gia grossa; fanno rumore ma non rompono, nè bagna- no. 11 poeta, che procede con calma e placidezza, pe- netra nelle parti più intime del cuore : crea delle simpatie profonde, che non si cancellano mai : sono, amori indelebili per tutta la vita. È perciò che io cre- do necessario di ricordare in questo luogo quel che altrove ho pure avvertito di non cominciare dal pri- mo canto ad impegnare gagliardamente le pass'oni , perchè il poeta si troverebbe molto imbarazzalo verso la fine , la quale dev’ essere come il finale .di uno sparlilo in Musica, forte c sorprendente. Or, se avrà fin da principio portato T affetto ad un grado troppo allo , dovrà discendere nel mezzo , cadere in fine. Il poeta giudizioso, che ha studiato il cuore umano, si governerà con prudenza, disponendo, le parli patetiche a gradi sempre crescenti , dopo che avrà scandagliato il culmine della par.diola, che deve descrivi re. 11 Te- lemaco non va esente da rimprovero pel troppo intenesse, che ispira la geotta di Calipso fin da principio, e r Eneide per r incontro di Enea con Didonc dalle, prim;^ mosse del poema. % 117 -. Imtprno al finale deW Epopea e del Romc^n^y se tristo 0 lieto. n^a le molte azioni subordinate alla principale. „ questa una deve indispensabilm,ente toccare il suo ter-, mine, che è TefFelto proposito e fine. Il, fine dell’Enei-. de è lo stabilimento, de'trojani in Italia, il fine delle cro- ciate è la Liberazione di Gerusalemme. Or quando questo, fine proposto si raggiunge, l’Epopea è ancora finita , la storia poetica è compiuta, ed ognuno vede che può finire trista o, lieta , secondo la impressione piacevo- le o dolorosa, che il poeta si è proposto di produrre. I Promessi sposi hanno una fine, lietissima : il; Marco Visconti ha una fine dolorosa per la morte di Marco e di Bice. Ma la quistione non è considerata gene- ralmente dallo stesso punto, di vista, perchè, siccome il protagonista o i protagonisti richiamano. sopra di lo- ro tutta r attenzione , e quindi tutte le simpatie o 1’ orrore de’ lettori , spesso la fine trista o lieta si de- duce dalla fine de’ principali attori , e non deli’ azio- ne. Così la distruzione di Troja dopò l’ assedio di die- ci anni è una fine lietissima pe’ Greci , ma la morte di Achille è tristissima, e i lettori per l’afFetto a que- st’ Eroe potranno dichiarare trista la fine di una feli- cissima azione. E in questo senso si potrebbe qui- stionare, se il finale di un Epopea, o di un Romanzo, debba essere tristo o lieto. Se il protagonista è un Digitized by Google Intorno alla scienza della storia poetica Eroe virtuoso, che compie una grànde azione attraver* so ‘di mille ostacoli e di mille pericoli , vorrei che so- pravvivesse non solo, ma cogliesse il frutto delle durate fàtiche per incóraggiare i lettori alla virtù, chè ancorà in questa vita è premiata da Dio. onesta fan- òiulla non si sente incoraggiata a sopportare ed à vincere tutt’ i pericoli della seduzione, quando avrà letto il romanzo del Manzoni, che rappresenta Lucia congiunlà in onesto connubio col suo Renzo alla fine di tante sventure e di tante peripezie? Ma qual vuo- to non ti resta nell’animo la tragica fine di Marco e di Bice , di quella Bice , che non ebbe altrò delitto che le innocenti àltrattive? Alcuni poeti dispettosi, ho inteso dire che fànnó a postò Oost , per lasciare nei loro lettori una peuà straziante, ma parmi che eglino confidano troppo nella pazienza de^ loro lettori , ì quali, se sono troppo sensibili, difficilmente ritornano la seconda volto a lecere iln libro tòlto apposta per tormentare in un epoca trista, in Oui si sente più il bisogno di essere confortato che di piangere. E dirò francamente che la fine tragica è più in-^ teressante per sé Stéssa che per l’Arte, del quale mez- zo si giovano più i mediocri che i grandi poeti, per- chè, dove mancano le risorse del geniO) si supplisce co'colpi di scena. E, se incontriamo che anche i gran- di hanno serbalo quest’economia, fu per necessità in- dispensabile rilevata dalla natura intrinseca dell’azio- ne. Chiudo questo paragrafo Con avvertire che il pro- tagonista non deve essere accompagnato dal poeta fi- lio agli ultimi giorni di sua vita, se finita quell’azic- he gli è toccato di sopravvivere, perchè tutto ciò che avrà fatto posteriormente potrà non avere interesse di parte all’ azione proposta , che già si suppone di essere finita. E, sebbene per 1’ interesse che ha ispi* Digitized by Google 'p ahtk si;r.o\uA ‘ ia!o (lunanlo I' azione , suscila il prolagonisla im de- siderio e una curiosità di sapere che ne sia sialo po- steriormente di Lui^ come abb^ Continuato, come fi- nito, non perciò il poeta si farà a narrare tali cose; Kè io truovo lodevole là pratica di alcuni che per via di note aggiungono come sopra lavoro delle brevi no- tizie storiche intorno a siffatte cose, perchè è pregio anzi di arte che l’animo de’ Lettori rimanga sospe- so, affinchè ricerchino altrove tali notizie, specialmen- te nell’ Epopea. Nel romanzo tal pratica sembra av- valorata dall’ esempio di autorevoli Scrittori , .sebbene il Manzoni accenna sommariamente nell’ ultima pagi- na del Romanzo all’ avvenire di Renzo e di Lucia, ma a me pare che quella soggiunta è fatta ad arte, come un epilogo, che racchiude le deduzioni morali dalla storia del suo passalo, come maestra del suo av- venire. I.NTORNO all’espressione DEL POEMA STORICO Brieve Introduzione al presente Capo. lo non ho a ripetere in Estetica ciò che riguar- da la Purità, la Proprietà, la Varietà , la C/u'ares» so , r Jrmonia , la Precisione della Locuzione , di cui ho trattalo ampiamente nella Filologia ( Voi. HI. del Nuovo Corso ). In questo luogo mi fermo di pro- posito a dire qualche cosa intorno all’ espressione del poema storico, sia Epopea, sia romanzo, sia novella, sia racconto ec. ec. intorno all’ Espressione detta storta poetica , epica o lirica. Se in prosa e in verso , e se in verso, che cosa è verso eroico e verso lirico? Essendo le parole segui convenzionali , che ogni qualità e valore prendono dal loro significalo , ossia dalle idee, parrebbe facile a dedurre che dalla natura di quest’ ultime ogni qualsiasi ragione alle parole de- rivi. E però in un componimento sublime , ossia che ha il concetto di una cosa infinita, come nell’ Epopea e nelle Pindariche Tespressione dovrà essere magni- fica , maestosa , grave , sollenne, dignitosa e nobile- in un componimento, al contrario, il cui concetto è di cosa finita, come nel Romanzo e nelle Anacreontiche 1’ espressione dovrà essere mediocre , tenue , andan- te , graziosa, piana e gentile , affinchè dallo stesso tuono della protfereuza si possa apprendere la natura de’pensieri, che si vogliono esprimere. Or questa pro- prietà non può venire alle parole isolate, le quali, se si avrà avuto la diligenza di sceglierle scartando le ignobili o allusive a cose bass(' c triviali , non sono anche scelte capaci isolatamente a dare un carattere grave o leggiero , magnifico o piano, sollenne o gra- zioso all’ espressione, perocché le stesse parole si deb- bono adoperare pei sublimi e pei tenui componimenti per gli epici e pe’ lirici. Se questa differenza richie- sta dalla natura istessa de’ pensieri non si può rag- raggiungere dalle parole isolate, si cerca di conseguir- la dalle parole congiunte, combinandole in modo che, profferendosi con nesso di tuono e di sintassi, desse- ro il grave o il tenue , il maestoso o 1’ andante , il Digitized by Googte ■448 I^ARTR SPmivRX soK'mic o il grazioso secondo il diverso concetto dei componimenti. Con ciò non intendo dire che l’espres- sione poetica mp^jresPTifi , perchè fòssi con parole ì che comunque combinate possono far intendere come segni non mica rappresentare: ma una tale economia non è per elezione quanto per necessità, perchè, ogni volta che parliamo di lina còsa qualsiesì, ci atteggia- mo secondo la magnificenza o la tenuità de’ pensieri che ci occupano , e la nostra profferénza prende questo o quel tuono, che più corrisponde all’ uno de- gli atte^iamenti ^ntanei. Ecco perchè néi ^avi componimenti le parole si combinano a periodi in- tralciati e lunghi ed in dire sciolto, a verso eroico se in metro, lo qui non propongo la quistióne, se il Verso sia essenziale alla poesia perchè l’ ho già risolu- I ta nel 1.® volume .§ 16 pag. 14? , stando al fatto vi sono poemi storici epici e lirici, Sublimi e tenui in prosa e in versi. Il Telémaco del Fenelon,i Martiri del Chateu- briand, la morte di Abele dei Gesner , sono scritti iil prosa: in verso eroico l’ Iliade , 1’ Odissea , l’ Eneide, la Divina Commedia , la Gerusalemme ec. E, risoluta la quistióne nel modo che ho accennato , cioè che l’Epica e la Lirica jiossono esprimersi in dire sciolte ed in versi, non saprei preferire la prosa al metro, se dovessi consigliare a scrivere un’ Epopea o una Pindarica ed Anacreontica , in argomento nobile é grave. Posto che il verso è da preferire al dire sciolto, si domanda in che differisce il verso epico dal verso lirico? Il verso epico si è detto eroico, ossia Un ver- so grave e maestoso per la sua lunghe^a e pel suo in- treccio, secondo il principio enunciato innanzi, onde i latini e i greci adoperavano 1’ esametro , e gl’ila^ liani r endecasillalM) , il quale, non potendo raggiuii-: gcrc la lunghezza di quelli, si è supplito con Tintrcc- cio delle rime in istrofe di più versi, come in terzine, sestine , ed ottave. Il verso sciolto sarebbe ancora a proposito , come nella traduzione dciniiade e dell’E- neide pel Monti e pel Caro. E, benché non abbiamo esempi di Epopee originali in versi sciolti Italiani, non arrossirei di consigliare a scrivere un’Epopea senza Time, dappoiché l’Inno eroico di genere storico è sta- to approvato in questo metro. La lirica ne’componimenti ebbe per Io più il ver**' so corto, ma intrecciato a strofe: e, se cbiie il verso Dodecasillabo italiano o esametro latino , non fù mai solo ma misto, spezzando la troppa gravità del verso eroico con la speditezza de' versi brevi. Ma hon ap- proverei anche nelle anacreontiche più gentili e leg- giadre quei versi tanto corti come i quinari , i qua- li con la troppa frequenza delle rime fanno perde- re di vista il concetto. Sembrammi giuochi e trastul- lo di parole più che versi , e il fare del Chiabrera ammirato un tempo non è cosi sonito a giorni uostru Ne’ componimenti lirici vuoisi principalmente ba- dare alla sintesi de’ costrutti , ed al non comune ar- tificio de’ iraslati , perchè, dovendo esprimere un gran tutto per pochi accenni , il dire per analisi allunga troppo e sbiava il pensiero , e invece di uii quadro in miniatura riesce un ritratto al naturale contro il proposito e la supposizione. Un epiteto alle volte ado- perato da un poeta a tempo e luogo opportuno apre una scena meravigliosa, riempie 1’ anima de’ lettori di sentimenti infiniti, che, se si vuole, non si possono e- sprimere con una diceria. La forza « la verità di quel pensiero è affidata ad un vocabolo , e solo il poeta sa trovarlo e adoperarlo. Senza quest’ arte il verso è un inutile e noioso sussidio , è un pezzo di musica per chi non nc intende il significato, atto a dileticare l’orecchio senza interessare lo spirito. Al contrario quel vocabolo adoperato per esprimere Io stesso pen> siero in dire sciolto vi farà esclamare: che Poesia ! il che pruova sempre più che il verso è accidentale , e non essenziale alla poesia. 1 traslati poi non sono o- pera di calcolo e di riflessione , perchè come ho di- mostrato nel 111. Voi. della Grammatica italiana Gap. I. pag. 15. differiscono dalla comparazione : quelli spontanei , c questa lavoro di riflessione. II traslato poetico, e specialmente lirico, è l’espressione di un’idea - nuova suggerita dalla ispirazione , e quindi il traslatp stesso è nuovo, freschissimo, originale, attraente. Des- so risulta da una combinazione meravigliosa di voca- doli comuni, e la sua attuazione è un’immagine fe- dele dell’ispirazione, cioè per suggestione, spontanei- tà , vivacità, forza, energia. Giova ripeterlo ad istru- zione de’ verseggiatori : i traslati non sono per lusso u per ornato, come volevano gli empirici, per la facile ragione che, se vi fossero i vocaboli propri per espri- mere alcune idee, sentirebbe di poco giudizio la pra- tica di esprimerò per approssimazione, esagerando o di- minuendo, un pensiero che co’ vocaboli propri si po- trebbe esprimere per intero. 1 traslati adunque sono mezzi di puro bisogno dal lato della lingua, che è po- vera , o de’ parlanti che non hanno pronti tutt’ i vo- caboli ( Vedi Voi. 111. del Nuovo Corso e della Nuo- va Gram. ital ). 11 traslato per conseguenza dev' es- sere del poeta, che scrive, e non copiato da un altro poeta , perchè non è idea nuova l’ idea di un altro già conosciuta , già passata nel patrimonio della patria letteratura. Un poeta in conseguenza, che scrivesse con le migliori frasi e co’ più scelti traslati poetici raccolti con pazienza c diligenza dagli altri poeti an-icriori, non è poeta, ma accozzalore di parole , rac- coglitore 0 rapsodo non di versi ma di vocaboli : è un ritrattista che copia i quadri de’ sommi pittori con meno fatica rispetto a chi fa un ritratto dall’ ori- ginale. È vero che dovrà serbare il convenevole nel formare i traslati in una lingua costituita, ma 1’ ana- it^ia delle forme non è còpia. 11 migliore tra i Litici moderni per originalità di fraslati , per freschezza d’ immagini , per varietà di scene mirabfli , per istrettezza di frasi , è il Manzo- ni : io m’ nebbriò ad un sol verso , il mio spirito è sufFusò di una luce ineffabile ad un epilo con tanta arte aggiustato per opportunità e per significato. Leg- gete : Chinati i rai fvlmimi Le braccia al sen con- serte ò H ‘cergin di servo encomio , ec. Quante sce- ne inaspettate iion si aprono al vostro pensiero, se sa- pete chi è Colui che ha i raggi , cioè gli occhi scin- tillanti di luce, ma terribile, come la luce del fulmine , ed ei fii fulmine in guerra, ed ora le braccia che do- marono i più potenti conserte al seno come d’ uomo avvilito , di un grande che medita sul passato e si umilia di presente? Ma spiegate, come volete , la for- za è in un vocabolo, la luce è in quelle due parole con tanta bell’ arte combinate. I traslati adunque, con- sistendo nella felice combinazione di vocaboli comuni per far intendere le idee nuove innominate, non han- no alcuna dignità da’ vocaboli, come vocaboli, ma dal- la loro combinazione. Non usiamo ancora noi e i rag- gi , e chinati , e fulminei ? Ebbene, cosi separati o altrimenti combinati produrranno forse lo stesso ef- fetto? certamente che no. Trasporterò questi traslati nella mia produzione su lo stesso soggetto, oltrecchò manca 1’ opportunità , io non esprimo più idee mi* ma di un’ allro : se è originale il Manzoni, io sarei un copista , un plagiario. Queste avvertenze sono applicabili per ogni poe- sia , ma si vogliono tenere presenti specialmente por la lirica , dove si dipinge per tocchi leggieri , per i- sfumi e non a grandi tratti. Qui è la maggiore delle difficoltà per chi non è nato poeta , perchè il tra- slato non è opera di calcolo , ma d’ ispirazione, non di studio ma di natura. Quando gli empirici facevano consistere la poesia nella frase e nel traslato poetico, accennavano a que- sto bel vero , ma non avvertirono che il traslato spe- cialmente, argomento d’ ispirazione , anzi espressione de’ prodotti ispirati, nè si assegue con lo studio, nè si copia. 1 verseggiatori illusi diedero il sacco alle poe- sie classiche e come la cornacchia della favola, ador- nandosi delle vaghe penne di vari colori, si dissero pavoni. Intorno alla natura di certe produzioni di soggetti tenui espressi con versi eroici. In questi ultimi tempi è andata in voga una spe- cie di poetare sotto il nome di Novelle del genere storico , che sono racconti di piecoli avvenimenti ri- vestiti di ÌSozioni , espressi in versi eroici , siolti o intrecciati a rime. Gli empirici, che classificano i com- ponimenti dalla forma esteriore dell’espressione, sono molto impacciati a risolvere la quistione, se tra gli epici componimenti si dovessero annoverare oppure tra i Lirici. Alcuni risposero che fossero epici per la for- ma del verso , ma, non trovando in essi la lunghez- za di un’ Epopea , li tennero per novelle epiche^ cred^endo cosi di salvare^ como suol dirsi, la capra ed il eavot», percliè Ila parola novellia metteva una diffe- renza specifica y e la parola epica acceonava al verso> eroiciK Seconda nm clte ogni ragione di chissificazi»- ne desumiamo dalla natura d'ai concetto e la differen- za deH’ Epica d^la Lirica facciamo derivare dalla in- tegrità assoluta o relativa de^ pensieri secondari ^ la Novella sarà epica, se serba la {H'iina integrità ; sarà lirica se la seconda, sia (qualunque la forma esteriore deir espressione la quale è accidentale e non essen- ziale , variabile secondo i tempi , come è avvenuto per la novella — Ma per noi la parola epiUa nmi è nel senso degli empirici , perchè secmido essi epica è un’ m;i(me eroica , il cui concetto è sublime dinami- co : te Novelle swio di piccole azioni prodotte da po- chi e deboli attori ,. esse dunque non sono epiche’ nel sensoloro, menocchè pel solo verso. Coloro miun- que, che pretendevano fossero liriche, si trovavano più impacciati de’ primi , perchè secondo la loro scuola la lirica vive d’ ispirasione io senso di patetico , e tutte le novelle non sono tali : pià, come ^giustare la benedetta faccenda del verso che si volle lungo e magnifico da’ moderni ? Dicasi lo stesso dell’ In- no epico , dell’ Idillio ec. Un componimento bre- vissimo può essere epico, se assolve F argomento , ta- le sarebbe la biografia di un Eroe , o la descrizione di una cmichiglia ; ma non sarebbe un’ Epopea , la quale è di un’azione principale, a cui si subordinano molte azioni secondarie , tutte dirette al medesimo fi- ne. Volendo però dare la definizione delF Epopea con un carattere di speciale differenza rispetto alla novel- la epica , o all’ Inno epico , si potrebbe aggiungere al concetto della prima coUettivo , cd al concetto del- iii seconda singdare: allora l’Epopea è un componi- mento storico, il cui Concetto è ideale sublime diaa- mico collettivo, cui si ordinano individuabnente pensier secondari prodotti dalla fantasia , e la Novella un componimento storico, il cui concetto è ideale dinami- co singolare o tenue o sublime ec. In quanto agl’in- ni , alle odi, a' sonetti di genere storico , saranno epi- ci 0 lirici secondo che F integrità de’ pensieri è asso- luta o relativa , ma in siffatti brevi componimenti non domina un solo genere, ma spesso le riflessioni e il sentimento s’ intrecciano alla fantasia per produrre un misto 0 di due o dei tre generi storico scientifi- co ed oratorio. Richiamando i prestabiliti principi nel primo Volume e nella seconda parte del presente, si possono razionalmente classificare tutt’ i componimen- ti possibili. Ma non lascio di avvertire che in quan- to alla espressione vi è stato finora dell’ arbitrio ne’ componimenti brevi per le false nozioni di Epica e Lirica. Infatti, come altrove ho pure avvertilo in niuna poetica troviamo determinata la materia o F opportunità alle tante speci« di com- ponimenti lirici italiani , perchè , seguendo le tracce de’ greci e latini, credevano di essere originali crean- do nuovi titoli alle loro produzioni per far vedere che la loro gentile favella soprabbondava di mezzi e in pro- sa e in poesia, potendo in tante diverse e moltiplici maniero trattare poeticamente di un medesimo cret- to. Quando i princìpi razionali subentreranno alle re- gole empiriche, avremo più poeti e meno versi, e sot- to un’ altro rispetto meno produzioni e più poesie, seb- bene oggidì mollissime di quelle che tanto rumore facevano in Arcadia, nel 500, e più in quà, sono pas- sate di moda , nè pare che vogliano più tornare in onoro. I moderni non hanno simpatia co’ madrigali , <;on le ballate, con le sestine, veri giochi di parole, ma T intreccio della rima è più naturate e più semplice: quel rabesco di tanti versi di vario numero è fuor di uso, e pare che il verso sciolto voglia esso solo impa- dronirsi del campo , come se i poeti nostri avessero compreso già che la poesia' in tempi di civiltà pro- gredita vuol essere più intelligibile che sensìbile , ed anziché piaggiar 1' orecchio con isvenevolc armonia tende a ispirare un ideale più puro con la semplici- tà de* mezzi sensibiN — Io richiamo 1’ attenzione de’ maestri dell’arte su questo fatto che merita di esse- re considerato.Intorno all’ espressione de’ Romanzi storici e detto novelle in dire sciolto — o in prosa. Una delle ragioni , per le quali il Romanzo stori- co e le Novelle o fàvole non sì vorrebbero per poe- sie, è la pratica di scriverle in prosa o sia in dire sciolto. Inoltre i sostenitori di questa opinione si fan- no a dire: queste produzioni non solo sono espresse a questa maniera, ma, se alcuno volesse ridurle a ver- si, proverebbe un sentimento di ripugnanza in sé stes- so, perchè sarebbe certo che il suo lavoro non torne- rebbe gradito al pubblico che lo vuole in prosa. Ora, se concediamo per un momento che il verso non è essen- ziale alla poesia , pare incontrastabile che non sia poetico un componimento, che rifugge dal verso, per- ché è naturale 1’ armonia nello poetiche ispirazioni. Questo ragionamento parte da un falso supposto, pe- rocché vi fu un tempo chi i Romanzi furono scritti in verso, e valga per tutti l’Orlando furioso, che per h invenzione c leggiadria di verso fù tenuto pari al-  r Illiade , e ricordiamo tutte le produzioni di un* e<- poca che in mezzo a tanti socisdi malanni i poeti si trastullavano con racconti ridevtdi. Oggidì chi non ve- de che è tornalo in moda lo scriver in versi e favo- le e Novelle ? Se a taluno pare che vi sia una spe- cie di Romanzi e di fav(^e e di novelle, che rifuggo- no dal verso , io, faccio, osservare che R gusto, di un epoca non è legge di arte, nè argomento di bello as-. soluto. Quando, i seguaci dell’ Achillint , del Cìampo- li e del Marini facevano sudare i fuochi , e ilhisfra-. vano la porpora con l’ inchiostro , e rassomigliavano il Cielo al banco di Dio , c le Stelle a’ Zecchini ardcu- ti , credete voi che ciò facessero senzA 1’ esigenza del gusto di quel tempo? Se le loro scritture erano. Ielle, ricercate , ammirate a seguo di far dimenticare Dan- te , Petrarca, Ariosto, Tasso, il gusto del secolo era quello, cioè infermo, che avea bisogno di piccanti e pic- cante era il trasiato, duro ed esagerato. Successe a qnell’ epoca di follia nn’epoca dì ravvedimento, e quel gusto non solo cessò.,, ma fu maledetto , dannato e dimenticato. U gusto è come la moda , che varia per ogni stagione, anzi che dico? in quest’epoca di vapo- ri, la moda cambia <^ni ora, e se non fosse che l’ecor. nomia figlia del bisogno consigliasse il' risparmio , ogni mezz’ora una nuova mpda. Ecco l’immagine del gusto , il quale è scuso, e’I senso si altera, come va- riano, le influenze atmosferiche, e quindi noi stessi in mezzo, aU’attrito degli elementi c al dinamismo degl’im- ponderabili. Convengo anch’io che alcuni romanzi ed alcune Novelle o racconti debbauo scriversi in prosa c non in versi, ma questa legge non è dal lato del componinmnto, bensì dcU’utile che si propone il poeta. Il verso ama costruiti sintetici e traslati poetici di non facile intendimento per la moltitudine, alla quale quelle produzioni vanno dirette. Cosi le favolo di E- sopo in prosa furono ridotto in versi da Fedro, e in versi furono poi tradotte in varie lingue , secondo elle i traduttori si proposero diverse classi di leggito- ri. Pei fanciulli e per gF idioti in arte la prosa è più accomodata per trasmettere i tipi elaborali dall’ arte. Ecco perchè il roinanzo moderno, che è civile per ec-* eoUenza , è scritto in prosa , e solamente alcune no- velle o racconti morati , ne' quali vuoisi servire più alia celebrità del poeta che alF utile della società, van- no scritti; in metro. E poi, quando un libro è fatto ed è piaciuto , pare brutto trasformarlo in un espressio- ne diversa , perchè il lettore fa consistere in quella maniera la sua perfezione , e non sa giudicare y per- chè noi può , se meglio riuscisse in altra guisa. 01- trecchè, quantunque nelle scuole empiriche non sia stalo ancora fwmulato il principio che l'arte è fine a sè stessa^ d£dl' approvazione generate de' buoni ro- manzi scritti in prosa deduc> implicitamente che l'u- tile è qualche cosa di più che il piaggiamento dell’o- recchio con i&venevole armonia. Mettendo in bilancia tutte queste considerazioni non si precipiteranno i giudizi intorno alla proposta quistione. E, postochè il verso non è essenziale alla poesia y non si dirà che d Romanzo e le novelle scritte in prosa non sieno poesia, se in essi concorre Fideale che è poetico. E, siccome r Epopea in prosa fù riconosciula Epopea , benché il gusto dapprima gU contrastasse questo tilo- lo , il Romanzo in prosa dev’essere riconosciuto per epopea pedestre per le allegate ragioni..  Jttìorno all’ espressione de’ Romanzi e deUe novelte rispeito a’ caratteri. Nd Ron»nzo, alibiaino detto ( §. 116 ), più per necessità che per eiezione ha luogo più convenevole e frequente la Narrazione di azione, che gli empirici appellavano parte drammatica del poema storico. E , siccome il Romanzo sì propone azione finita e non eroica, si versa ne'fatti della bassa società, tra’ qua- li s’ incontrano attori ignobili e plebei misti a nobiH e culti , ognuno de’ quali ha un modo di esprimere suo proprio addicevole alla sua condizione. Per questa ragione e per serbare la sostenutez- za del carattere alcuni romanzieri introdussero gli at- tori plebei a parlare con parole plebee c di dialetto. E, siccome in Italia, specialmente, i dialetti sono quan- te le città, non dico le provincie, e dicendo dialetto s’ intende un linguaggio noto ad -una città o provincia c ignoto a tutte le altre , ne avveniva che tutti quei tratti dialettici rimanevano ignoti a’ lettori di ogni altra città italiana , i quali invece di comprendere il rwnanzo nella sua integrità, ne intendevano un ter- zo, un quarto, un quinto di meno, a così dire. Ora un componimento per essere bello deve essere tutto, intero nella sua pienezza percepito dalla mente de’ Lettori : ed ogni vuoto nuoce all’ integrità e totalità del medesimo, il quale cosi risulta monco e storpio. Questa pratica adunque, se ha il vantaggio di presen- tare un carattere sostenuto nella stessa maniera di par- lare, ha il massimo svantaggio di offendere l’unione indivi- dua do’pensieri secondari, ossia l’essenza del compouimento , che F arte si deve proporre principalmente. Ne giova allegare il vantaggio del pieno intendimene tq del romanzo pei lettori della città o provìncia in cui si parta quel dialetto , perchè allora il romanzo avrebbe uno speciale intento, in quanto che sarebbe scritto per una classe di lettori volgari , e in questa supposizione mal si regola il poeta che scrive tutto in lingua comune e pochi tratti in dialetto , perchè verrebbe a tradire il suo intento speciale , privando quei poveri lettori plebei dell’ intendimento di quat- tro quinti a cosi dire. In ogni modo considerata la quistione è mal regolala la pratica d’ introdurre ple- bei , che parlano nella loro lingua. E sta contro la pratica costante dell’arte, che fa parlare in versi nd- r Epopea , nella Tragedia ec. uomini , che parla- rono sempre in prosa , e oltracciò fa parlare in lati- no i greci , e in italiano i greci e latini , secondo- chè il poeta è italiano o greco o latino. Chi direbbe che un epico introducendo a parlare un attore si met- tesse a narrare in prosa , come per esempio Enea , che racconta le sue avventure a Didona? Ora quella stessa differenza passa tra il dire prosaico ed il poe- tico , che tra il dialetto e la lingua comune , perchè profano volgo egualmente rispetto a’ietterati i plebei, a’ poeti 1 prosatori. Le parole sono mezzi significativi e non rappresentativi, ecco perchè il lettore non guar- da le qualità delle parole, quando l^e un romanzo, sibbene il contenuto. Offenderebbe la sostenutezza dd carattere il porre in bocca di uu plebeo una senten- za di accademico , o una perorazione di Demostene , ma che dica con parole italiane ciò che nel suo stato di- rebbe con parole lombarde non toglie al decoro, an- zi mirabilmente vi contribuisce. Se un pillole mi mettesse in un quadro un lom- Digitìzed by Google 460 partii: sECOitoA tardo vestito alta napolitaDa oieotirebbe , perché ìa pittura è arto rappresentativa , e ’( vestire fa parte di rappresentazione , rappresenta un costunote. Ma la pa^ rola non è conceduta al lombardo dipinto, tl lettore percorrendo il romanzo, trasportate dal nesso de’ pen-^ sieri, non guarda alta qualità delle parole, anzi , pas-^ sando dalle parole comuni a quelle del dialetto, inter- rompe il corso delle idee per pensare ehe il parlan- te è Lombardo. Sotto, un rispetto la pratica, di eui è parola, nuoce aucm’a in eerto modo all’ unità dell’ a- zìone. Di questo difetto non imnmritamente è slata rimproverato il Manzoni , il quale per troppa carità al natio loco spesso lombardeggia, quando parla Renzo o Tonio , o Agnese. Ciò die è detto pel Romanzo va ancora detto per le Novelle o pei racconti , ancorché diretti ad una classe meno culla di lettori , perché la lingua in si- mili lavori è dello scr ittore e non de’ lettori , e per lettori debbono intendersi coloro, che sanno leggere e intendere. Nelle favole o negli Apologhi si fanno par- lare animati ed esseri iuaninrati , ma qudie parole sono a nome degli uomini simbd^giati. Se sì voles- se serbare la sostenutezza dd carattere, quale sarebbe la parola del Ijcone o del Lupo , che non hanno il dono della favella ? Ma perchè niuno ha detto che abbiano mancato di arte Esopo e gli scrittaci di apo- loghi, che introdussero a parlare in verso , o in dir accademico tali esseri? perchè la parola, ripeto, è se- guo per sua natura inestetico perché significativo e non rap{H%seutalivo , intelligibile e non sensibile , e ’l lettore, guardando al senso, dimentica i segni, me- no per cdoro che fanno consistere lo stile nella ma- niera di espriumi e , e la poesia nel verso. Ciò che disse Orazio in quanto al decoro degl’iii- terlocutori vuoi essere inteso in quanto al contenuto delle loro parole , che Davo esprima pensieri degni di un servo astuto , e Cremete pensieri addicevoli ad un padrone , ma Davo e Cremete parlarono latino puro e in metro scelto senza che il poeta ne sia sta- lo rimproverato. Conchiudo dal finora discorso che chiunque s’ introduca a parlare nel Romanzo , nella novella ec. usi paròle della lingua comune, e si guar- di il poeta d’ introdurre parlari plebei pel falso sup- posto che si debba sostenere un carattere. Pnt:LlMlNARL ALLA SCIEiSZA DELLA STORIA. IMZIO B PROGRESSO Dt QI^ESTA SCIENZA. Si allegano delle ragioni di metodo , che dànno il primo luogo alla Scienza dell’ Ar- te Storica Che s’ intende per specie storica nel sen- so più generale ? Se si dia un’ Arte Storica ed in che con- siste precisamente ? » Primi tentativi degli antichi intorno alla disciplina dell’ Arte Storica Progresso di questa Disciplina ne’ tempi moderni — Filosofia della Storia INTORNO ALL* EMPIRISMO DELL'ARTE STORICA. § 6. Che si debba intendere per Empirismo nel- la Disciplina dell’ Arte Storica? Confutazione. 26 Digitized by Google tndrpp 4fii . &AZIOMAL1SUO DI QUESTA DISCIPLINA. . /ft che senso si può intendere il Raziona* lismo netta Disciplina dell’Arte Storica ? Bacone da Ferulamio intravide il fondamen- to della Disciplina Razionale Storica . Esame della Scienza delle Cose e delle Sto- rie di Cataldo J annetti Fondamento detta ìu>stra Disciplina ra- zionale dell’ Arte Storica . iutobno alla definizione della storia b bua PARTIZIONE. Falsa nozione, che gli antichi si ebbero della Storia Esame detta definizione de- gli Empirici . » 41 § 12. Si tenta di dare una vera ed esatta de- finizione detta Storia secondo i canoni di una sana Logica Dalle esposte teorie si può dedurre V e- stensione del dominio della Storia — Distin- zione di diverse Storie » Partizione del presente Volume , e Meto- do che seguiremo. INTORNO ALLA SCIENZA DELLA STORIA REALE. Introduzione  ìndice 4CS INTORNO all' IDEA ( CONCETTO STORICO ) CONSIDERATA IN SÉ STESSA. Partizione generale del presente Capo intorno all' Idea considerata in sè stessa. $ n. F alare E limologico ddlà parola Ideù, , e natura del pensiero , che si dice Idea Concetto Storico U Idea come ohhjetto veduto si divide in Sostanziale e Causale , o in Matematica e Dinamica. Fondamento sostanziale della narrazione e della descrizione Il Concetto , tanto sostanziale , quanto ' causale, altro è Fisico, altro é Morale , altro è Misto . Intorno ali’ Idea considérata sotto il rispetto dei caratteri generali del Concetto. Il Concetto Storico , Fisico , e Morale può essere Individuale , Specifico e Generico. Quindi ulteriore partizione della Storia Quale delle Storie fu la prima ad attuar- si ^ la Singolare , la Particolare o la Generale ?  ìndice § f2. U Concetto Storico, come Ioka, è Sisoo- LARE e CoLLETTirO , SEMPLICE C COMPLESSO , Assoluto e Relatifo . U Idea, Concetto Storico, può avere una restrizione od una estensione di proponimen- to. Da qui deriva che la Storia p%LÒ esse- re più 0 meno estesa rispetto al luogo ed al tempo INTORNO a' FTNSlBai SECONDARI DELLA STORIA Caratteri generali de’ Pensieri secondari de' Componimenti Storici e Partizione del presente De’ Pensieri Stprici secondari considerali sotto il rapporto della loro Provvenienza. Prinut specie dì pensieri secondari stori- ci sotto il rispetto della loro provvenienza. Affinchè V idea sia un pensiero storico. suppone un grado di attenzione. Si ri- sponde alle obbjezioni Educazione della duplice sensivilà al Di- scERNlMENToedallacoMPRENSioNEStnrira. Seconda specie d’idee e di pensieri stori- ci secondari , ossia differenza delle Idee Storiche Dirette dalle Indirette . Prima risposta. Evvi una Storia, nella quale si narrano o si descrivono fatti pas- Digitized by Google Indice 467 sedi, che si possono verificare di prediente. Seconda risposta. L’educazione della dupli- ce sensività'é U fondamento analogico per formarci le idee storiche indirette, ossia IDEE formate per analogia svUe idee della duplice sensività Delle idee indirette considerate in rappor- [ to a' loro ohbjetti. Degit obbjetti creduti per analogia , e quin~ di principi generali , che regolano questa credenza o fede storica ] i ^Intorno aUe idee indirette, tieni obhjetio i creduto sttU' attestate degli altri uomini. latorno alla Scienza de’ Pensieri secondari storici. In che senso possiamo sceglie re i pen- sten secondari storici ? Partizione del Pre- sente Articob Se lo storico nel narrare o descrivere gli ùvvenimenti morali possa e debba scegliere te virtuose azioni, e tralasciare le malvage» Vi può essere una scelta di pensieri se- condart storici richiesta dalla limitazione del Concetto storico Intorno all’ integrità de’ Pensieri Storici secondari. Partizione del presente Articolo Qwdi storie appartengono al genere Lirico 1  4CS Indice folto il rispetto (lelVhUeyrità dt’peiuden se* condari . Si risponde ad altre ohhjezioni contro i compendi storici De’ Componimenti Storici del genere Epi- co sotto il rapporto della integrità . Intorno alV Integrità dei pensieri seconda- rì nelle Storie Filosofia della Storia La Storia umana classica paragonata al- la romantica sotto il rispetto della Filoso- fia della Storia La storia classica non fu scritta col di- segno di dover servire, come un elemento di Storia Universale La storia universale considerata sotto il rapporto delle integrità dei pensieri secon- dari é il più perfetto lavoro di genere e- pico prosaico Se sia lecito introdurre nella Storia le così dette Riflessjo?ii , come parti inte- granti, senza offendere l’unione individua del multiplo all’ uno Che bisogna dire delle Dicerie introdotte nella Storia rispetto all’ integrità dei pen- sieri secondari? Inlorno alla Verificazione dei pensieri secondari storici. Importanza di questa ricerca e quanto sia oggidì inescusabile la negligenza degli Storici bìdùe Che' s’ intendono per mezzi estrinseci di verificare i pensieri secondari nella Sto- ria'? » U4  Intorno a’ mezzi intrinseci per la veri- ptazione de’pensieri secondari storici. Er- rori di Analogia. Piii difficile è la verificazione dei pensie- ri secondari crediUi alU attestato de<fii uo- mini. Tradizioni Intorno aìT abuso delle Citazioni nella Storia )) ifift INTORNO ALL’ IHMÀGINAZIONB FACOLTA STORICA. Introduzione al presente Capo. In che senso l’ irnmaginazione è facoltà storica. Partizione Primo fenomeno generale della Immaginazione. In che differisce dalla sensivitàl 2," fenomeno generale della Immaginazio- TIC. La riproduzione segue fe leggi della produzione delle idee Condizioni suhjettive dell' associazione delle nostre idee sensazioni 3.° fenomeno della immaginazione col con- corso della sensività 4.° fenomeno deli immaginazione sotto il rispetto della riproduzione delle nostre idee immagini La legge della riproduzione è la Simili- TVDisE. Applicazione alla Storia. Obhjezio- nc risoluta i> indite Intorno alle leggi costitutive deW associa- zione delle nostre idee immagini Bisogna distinguere un’ associazione di connessione, e un’ altra di congiuraions Distinzioni generali intorno alla nozione della successione psicologica ed ohhjettiva Deduzione intorno alla necessità di rtco^ noscere la N^rrìzione e la Descrizione ^ come due mezzi esplicativi della Storia UlTOHNO all’ ordine STORICO Introduzione al Presente Capo e sua par- tizione generale Intorno all’ordine Storico rispetto al ConcettiK § 64. Badisi che il Titolo della Storia espri- ma adeguatamente il Concetto di qvalsiesi Storia » 20% . Jl titolo segue L’Introduzione, o U Proe- mio, 0 i così detti Preliminari Intorno all* ordine dei pensieri secondari storici.. Fondamento generale dell’ ordine dei pen- sieri secondari storici Intorno alle diverse nomenclature dell'Or-  huPtce 47t Une storico, detto Cronologico, Topogra- rico , DELLE COSE Bc Se i due ordini in qualche storia posso- no andare isolati esclusivamente Perchè la storia delle umane cose vuoisi rannodare alle ragioni dei tempo astro'tio- mico? » , Come il tempo Astronomico ( eronos ) ncl- r Epoca è limitato o esteso dalla durata o permanenza di una causa produttrice de- gU_ avvenimenti. Vero senso deM,’ ordine del- le cose Fondamento razionale e a priori dell'or- dine Storico Poche parole intorno all’ ordirle topogra- fico o delie cose nelle descrizioni . Intorno al Sincronismo della Storia universale , 0 come altri dicono. Ordine Sm- ~ CROpitSTlCO 22^ $ li. Avvertenza per la pratica diretta a con- seguire V ordine e la partizione della ma- teria storica Intorno alla Espressiono della Storia. Breve introduzione al Capo presente» e partizione del medesimo » Indice Intorno alla purità delle parole nella Storia. S 76. La storia , essendo la Coscienza deU’wna-^ no sapere, può leggitimamente fare uso dei vocaboli tecnici di ogni Sciensa , Arte e Mestiere Intorno ai traslati storici Intorno alla forma del periodo storico ed ailc TRANSIZIONI da periodo a periodo. Poche mie osservazioni i/ntorno a certe opinioni degli antichi in fatto di stile storico . INTORNO iVLLA SCIENZA DELLA STORIA IDEALE. O POETICA. INTRODUZIONE Nesso della prima e seconda parte^ Par-- tizione generale del presente trattato INTORNO AL COMCRTTO DELLA STORIA IDEALE O POETICA Il concetto della storia poetica è ideale , come idea genere o specie U concetto della storia ideale , perchè è idea specie a genere , ha ttn fondamento sulla realtà di natura , sua elaborazione. Si accenna alle quistioni intorno alla pos- sibilità di una Epopea moderna Secondo che il reale, da cui ha fondamen- io il concetto della Storia poetica , è anti-^ co e moderno , ortodosso ed eterodosso , eUissico e romantico , sorgono tante distin- zioni di storie ideali : Desideri di preferen- renza per la Epopea moderna, ortodossa, romantica . Il concetto della Storia poetica è Dinami- €0 , di ohbjetto finito pel Romanzo e per le AsAeRAosTiGHE'.di abbietto infinito per l’ Epopea e per te produzioni pindariche. Definizione dell’ Epopea e del Romanzo Intorno ai requisiti estetici , che debbono . concorrere nel concetto detta Storia poeti- ca. Scopo morule del poeta , nobiltà del concetto WTOKNO ALLA fANTASLA FACOLTA’ PHODDTTRICB DEI PEN- SIERI secondari' nplla storia ideale. § 85. Introduzione al Capo presente. Sua par- tizione derivata dalla Fantasia considerata in sè stessa e ne’ suoi prodotti loloroo alla fantasìa coosìderala ia sè stessa. La fantasia è una facoltà dello spirilo I VJi Iwtiee umano , che ogni uomo possiede , benché in gradi diversi In che ta Fasta^ia differisce dada In- MMtNAZtoNB , 0 como altri dieona Imma~ ginjtifa?^ Intorno al modo, come opera ta fantasia per meglio determinarne la particolare na- tura. Estro voETtca 2OT Si accenna ad alcuni mezzi , che aju- tono V attualità deità fantasia. MvsAy Pas- sione. Maggiore determinazione della sua occvlla natura . Intorno alla direzione delta fantasia per formarne una facoltà estetica. Educazione della medesima Intoreo alta fautasia coaaiderala ne' suoi prodotti. La fantasia produce pensieri idee , conte la sensivilà. Natura di questi prodotti . Intorno alla fantasia considerata nei suoi prodotti ri- spetto air unione individua Introduzione al presente artiedo. Parti- zione del medesimo relativa alle quistioni da trattarvisi » 81S § 93. Affnchè la fantasia operi esteticamente, è mestieri che si educhi a produrre subbor- dinatamente al concetto del componimento. indice 475» Sforzi dell' educazione artistica. Osserva- zioni Intorno all' unità di azione del 'poema storico in rapporto alt’ unione individuai Intorno agli Episodi considerati sotto U rapporto della unità di azwne Intorno ai Nodi stato U rapporto del- V unità di azione . Intorno ai gjoatteki considerati sotto H rapporto della unità tU. azione . intorno all’unità di tempo considerata sotto il rispetto della unità di azione Intorno al poema opioo descrittivo. Se gli antichi n’ ebbero alcuno. Divina Com~ inedia dt Dante INTORNO ALL* QOALITa' OKI PENSIBRI SBCOHDARÌ RBI. POEMA STORICO. ARTICOLO K lotorao alla iotegriià dei peosieri secondari nel poesia storico. V integrità dei pensieri secondari si ri~ ^le dalla totalità del concetto L’ integrità si deve intendere rispcttn n lf/j. ipotesi, che limita il concetto La integrità dei pensieri secondari si ar~ gomenta dalla forza , dal vigore e da una certa aria di novità nei componimenti ben fatti. Occulto magistero dell’Arte nel con- aeguire questi pregi ^ ; Come dalla integrità dei pensieri secon- duri assoluta o relativa dipenda la parti' zione dei componimenti storici poetici in Epici e Lirici 37Z latorno alla scelta dei pensieri secoodait nella Storia poetica. La buona scelta ha per norma te prece- denti teoriche Intorno alla veri là dei pensieri secondari nella storia poetica. § lOj. rari significati della parola Verità ri-spetto ai pensieri secondari nella storia poetica In che senso la verità poetica è natura? ’ntorno alla verità rispetto al possibile, a Intorno all’ Omogeneità dei Pensieri secondari nella Storia Poetica. § 108. f pensieri saranno omogenei , se al con- cotto di cosa finita corrispondono pensieri di cose finite , ed al concetto dell' infinite corrispondono pensieri di cose indefinite,  Ini! ice  articolo V. InlorDO a’ pensieri secondai! e ideali nella Storia Poetica. Fondamento di questa unione ; che vuol- si individua Alcune dichiarazioni intorno alle diffì- colta proposte dal Manzont circa il Ro- manzo Storico e V Epopea ! TT! ] *" INTOBNO all’ordine DBl PEWSlEttl NELLA STOHIA POBTICA. § IIL Poche parole intorno alla quistione se " nella storia poetica si debba seguire l’or- dine naturale o il perturbato ? Si pruova con la ragione che l’ Ordine wcM' Epopea e nel Romanzo deve essere il naturale Non vi è un ordine artificiale nei poe- ma storico senza che sia perturbato Intorno a’ cosi detti Anacronismi Intorno alla cosi detta Proposizione cd della Musa — Introduzione e ^etiica a Intorno alla Narrazione se a nome del poeta 0 degli Attori ed altre quistioni op- „ poriune a Intorno al finale dell' Epopea e del Ilo- manzo , se tristo 0 lieto . i | ! ! » indite INTORNO RLL* ESPRKSSIONE DEL POEIÙ STORICO. Brieve introduzione al presente Capo intorno aUa natura di certe produzioni di soggetti tenui espressi con versi cron'ct» A52 Intorno aìl’ espressioné dei Tomanzi sto- rici, e delie i%ov 2 lle in dire sciolto o in pfosaìì Intorno aW espressione dei romanzi e delle novelle rispetto a’ caratteri . CONSIGLIO GENERALE DI PUBBLICA ISTRUZIONE ìiapoli 26 Maggio t8SS Vista la domanda del Tipografo Nicola Mencia , con la quale ha chiesto di porre a stampa I’ opera : Nuovo corso di letteratura elementare ec. , con un Corso di Estetica applicata alle lettere , di Lorenzo Zaccaro. Visio il parere del R. Revisore signor D, Garzilli. Si permette che l'opera indicala si stampi ; però non si pubblichi senza un secondo permesso, che non si darà, se prima lo stesso Regio Revisore non avrà attestalo di aver riconosciuto, nel confronto, esser l’ impressione uniforme all originale approvalo. Il Segretario Generale Giuseppe Pietroeola. Il Consultore distato Presidente Provvisorio Capouxzza. r r  li?»  1 iO INTRODUZIONE ALLO STUDIO DELLA FILOSOFIA IL «tr sauafcasstjiHAiiui INTORNO ALL’OBIUETTO DETERMINATO CD AL METODO DELLA FILOSOFIA SOTTO IL RAPPORTO drl PSICOLOGISMO ED ONTOLOGISMO DEFINIZIONE E PARTIZIONE DELLA MEDESIMA PER OPERA DI Z. 4 V . NAPOLI STAMPERIA STRADA SALVATORE ®*S8S8S8S8S8 S82?S8S8S8S8§ 8S8S8S8S8S8* ssxBiaa ©iUK^iLa DI PREFAZIONE Alcuni si sono fortemente meravigliati in leggere annun- ziata da un filologo la promessa di pubblicare un' Introdu- zione allo studio della Filosofìa, e non mancarono di quei , che in leggere la mia Nuova Teoria de’ giudizi, pubblicata or sono due anni , giudicarono che il mio ragionare fosse da grammatico e non da filosofo. Contro questi pregiudizi , sfavorevoli all'interesse della scienza più che alla mia opi- nione , io colgo V opportunità di questa prefazioncella per opporre alcune brevi ma succose considerazioni. Fino a che la Letteratura fu tenuta per una Disciplina dell’Arte di ben dire senza alcun dominio nella regione del pensiero , e la Scienza per un sublime esercizio rMf intel- letto senza alcuna parlicipazione alle ragioni deli Arte, un tal modo di giudicare aveva un fondamento. Ma noi nel- r intero Corso filologico e nel pr diminare al Corso compiu- to di Estetica abbiamo provato fino aW evidenza tutto il contrario , e stabilito che la Letteratura e la Scienza hanno tra loro le stesse ragioni che la materia e la forma : che la Scienza è una produzione dello spirito umano , un com- ponimento di parole , le quali sono nel dominio della Lette- ratura: che perciò vi è un bello scientifico, come ve ne è uno storico, ed oratorio — Le quali cose fennute una volta, de- ducesi che la Scienza va soggetta alla Letteratura , come la produzione artistica va sottoposta a' principi della di- sciplina dell'arte — Per questo nesso tra la Scienza e la Letteratura io mi credo nel dritto di giudicare de' sistemi Digitized by Google * filosofici , guardandoli da un punto di rista vero e nuovo , da cui si possono scoprire le piaghe , che logorano questa Scienza da tanti secoli senza speranza di poterle, quando che sia, rimarginare. Io dunque come Estetico ho il drit- to d’ informare questa Scienza, e dicendo informare inten- do dire , scandagliarne la forma, il concetto, V obhjelto, definirla, limitarla, assegnarle un metodo, vero, uniforme , e costante , stabilirne » canoni, le leggi , e'I processo scien- tifico. ec. Se dunque fui grammatico o fdologo nella Prima Parte del mio Muovo Corso di Letteratura elementare : se fui e- stelico nel mio Corso compiuto di Estetica applicala alle Lettere, sarò filosofo in questa Introduzione, perché ragio- no e discuto sopra materia filosofica. Se alcuno crede che per essere filosofo si debba parlare con parole ignorale dai grammatici , fa vista di troppo semplice ; poiché le parole sono segni convenzionali delle nostre idee, e delle stesse parole usano grammatici e filosofi. La materia ossia l' obbjelto di- verso differenzia le scienze tutte tra loro — . Voi dunque , cortese lettore, se imprendete a leggere queste pagine , non credete che abbiate a farla con un grammatico. Della Scienza in generale considerata sotto il rapporto deil'OBBiSTTO e del scbbietio. Una Scienza per essere specifica deve avere necessaria- mente un obbietta determinato , intorno a cui unicamente versandosi possa dirsi che sia quella scienza c non altra. Tulle le scienze in vero , come produzioni dello spirito umano che procede conoscendo e ragionando, convengono in quanto che tutte sono scienza. Se dunque facciamo dif- ferenza tra la l’astronomia, la fisiologia, la nautica, la ma- tematica , la filosofia ec. sarà uopo concbiudere che diffe- riscono tra loro in quanto all’ obbietta diverso , intorno a cui ciascuna di esse si aggira — Se domandate invero: che cosa è 1’ Astronomia ? che la Fisica? che la Nautica ? VI si risponde : l’ Astronomia è la Scienza delle Leggi degli astri: la Fisica è la Scienza della Natura: la Nautica è la Scienza della Navigazione. Dalle quali espressioni chia- ramente rileva che tutte convengono in quanto che sono una Scienza , ma differiscono in quanto che la prima è Scienza delle Leggi degli astri , la seconda è Scienza della natura , ec. Di qui risulta che la Scienza è in intimo rapporto con un obbjelto qualsicsi, perocché Scienza importa uti sapere o Digitized by Google c un conoscere. Ora « hi «lire di sapere o di conoscere , dove necessariamente diro ancora elio sappia o conosca qualche cosa , perchè è inconcepibile all’umana ragione il sapore o il conoscere il nulla. E quella cosa, che si sa o cono- sce, è appunto Yobbielto, come termine di una scienza, e dicesi abbietto, parola composta da oh ( avanti ) e jectum in vece di jactum ( gittalo o posto ) che significa posto avanti, c in una parola esposto alla Scienza , la quale si concepisce come una visione dell’ intelletto,- che è parago- nato all’occhio , e va detto ancora occhio dell'anima. E, siccome la visione dell’ occhio corporeo non si com- pie se non a condizione che gli stia presente Vobbjetto vi- sibile, la Scienza del pari, che è una visione o intuizione intellettuale, non si attua senza la condizione che sia pre- sente l’obbjelto scibile o cognoscibile. Allorché dunque si entra nello studio di qualsiesi scienza, la prima e princi- pal cosa da domandare e sapere 6 1’ obbietta determinalo intorno a cui si versa, perchè 1’ obbjetto, come vedremo , entra nella definizione della medesima, per la quale si li- mita il campo della trattazione, eliminandone le quistioni che non le appartengono, e richiamandovi tutte le altre, che ne’ segnati limiti si contengono. Queste ragioni sono evi- denti , e non vi è bisogno di ulteriori pruove. Ma, se ogni Scienza deve avere un obbietto determinato, dovrà egualmente appartenere ad un essere sciente o sa- piente, in una parola ad un’ intelligente, perchè , come ve- dremo, la Scienza è un complesso di giudizi o di conoscenze intorno ad un obbjetto qualsiesi, e il giudicare e conoscere sono operazioni proprie dello spirito intelligente. Conside- rando la Scienza come un acquisto dello spirito, in cui pri- ma non era, si viene a concepire come una modificazione o qualità sopraggiunta. Ora ogni qualità è un limile o ter- mine di sostanza o di subbietto, ossia di ciò che è sottoposto ¥ Digitized by Google 7 come sostegno di quell’arirtòufo. Adunque è chiaro che lo spirilo intelligente è il subbjetlo della Scienza , c però i facile a comprendere che ogni Scienza vuol essere consi- derata dal lato delYObbjetto e dal lato del Subbjclto , ossia dal iato del cognito e del conoscente. E queste due considerazioni non sono di cosi poca im- portanza, quali potrebbero sembrare a prima vista; impe- rocché , come vedremo , la Scienza sotto un rispetto ha qualche cosa di assoluto , di permanente , e d ’ invariabile : sotto l’ altro ha qualche cosa di relativo , di mutabile , e di variabile. L’obbjetto invero è indipendente ed assoluto , di tutl’i luoghi e di tuli’ i tempi, e come tale preesiste al sub- bjelto, il quale, quando vi si applica per conoscerlo, quello non si altera, perchè, se si lascia intuire, non si lascia posse- dere come proprietà esclusivamente propria di alcuno , e do- po intuito rimane quello che era. E, se il subbjetlo per una individuale imperfezione di conoscere lo apprende diver- samente da quello che è, 1’ obbjetlo tuttavia continua ad essere quello che è, c, a così dire, aspetta che un altro intelligente più perfetto comparisca per conoscerlo qual’ è realmente, li sole, per esempio, esistette prima che l’ uo- mo esistesse, ed esistette come centro immobile di un si- stema planetario, intorno a cui la nostra Terra come sa- tellite si aggira. Intanto si è credulo per circa 60 secoli che non la terra intorno al sole , ma il sole giri intorno alla terra. Oltracciò mollissimi ciechi di nascita non eb- bero mai il bene di vederlo. Ala con tutte queste limita- zioni e negazioni puramente subiettive, ossia dal lato de’ hubbjctti intelligenti, il sole, come obbjetto visibile, conti- nuò a starsene immobile, ed aspettò, per così dire, che il Copernico ed il Galilei lo scoprissero qual è realmente, con- tro gli antichissimi pregiudizi de’ secoli anteriori, e la fer- ma credenza de’ loro contemporanei.  l)i qui si può agevolmente dedurre clic la Scienza dal Iato del subbjelto è r uriabile, relativa , e contingente , per- chè r intelligenza umana è imperfetta per la limitazione de' suoi mezzi di conoscere, onde o vede nelVobbjetlo quel- lo che non v’ è, o non vi vede quello che v è, appunto co- me si è accennato innanzi che gli uomini di 60 secoli han- no veduto nel sole quel moto che non v’è, e non vi han- no veduto il centro di un sistema planetario che vi è. Il che si rende chiaro anzi evidente dalla storia dell' umano iacivilimcnlo , per la quale sappiamo che come le arti e i mestieri, così le scienze tutte ebbero un tardo principio e un lentissimo progresso , in guisa che niuno illuminato e dotto che si voglia supporre dopo l’elasso di tanti se- coli può dire coscienziosamente che nella Scienza che ci professa nulla più ci resti a scoprire, nient’ altro ad aggiun- gere « Non più in là delle colonne di Ercole ». Or come si compie il progresso? A condizione di ve- dere nell’ obbjetto tutto quello che vi è ., ossia' integran- do ed allargando la sfera della conoscenza intorno ad es- so obbjetto, e questo è vero progresso, o, vuoi meglio, è progresso positivo. Oppure a condizione di vedere robbjclto qual è , ossia diversamente da quello che fu veduto da- gli altri, che videro in esso quello che non v’era. E que- sto è un progresso negativo, ossia è un rifare i conti sita- gliati e un ritornare da capo , perchè invece di andare innanzi si correggono i vecchi errori, sostituendo il vero al falso. Quantunque il secondo modo di progredire sia un vero regresso , luttavolta, considerando che lo spirito umano si slancia al vero e abbonisce dal falso per un istinto irresistibile d’intelligenza-, anche quando scuopre un antichissimo errore, c quindi un vero contrario, può dire di essere ilo innanzi agli antichi in fatto di conoscenza. Oti- dechè il progresso del secondo modo è giustificato in rap- Digitized by Google a porto al, possesso di una verità ignota agli antichi — c può dar ragione del quesito: come una scienza, versandosi in materia antichissima, possa avere de’ prodotti nuovi od ori- ginali ? Ma mentre il progresso segna la variabilità , e quindi la mutabilità di una Scienza dal lato de’ subbjetti, tutlavolla racchiude nella sua nozione l’ idea della permanenza , e dell invariabilità di qualche cosa dal lato dcW’obbjelto. Po- sto invero che il subbjclto s’ inganna e clic però i poste- riori sistemi sono diversi da’ precedenti, affinchè si potesse dire che i sistemi sieno diversi , mentre la scienza è la stessa, vi deve necessariamente essere una qualche cosa comune a tutti i sistemi. La quale non essendo dal lato de’ subbjetti, perchè i posteriori pensano in modo diverso dal modo de’ precedenti, dovrà essere necessariamente dal lato dell’ obbjelto, il quale, rimanendo sempre lo stesso , si lascia intuire secondo la capacità de’conosccnli. Supponiamo che I* vbbjetto non fosse permanente , niun sistema si potrebbe dire quella Scienza determinata c non altra, ma ognuno sarebbe una Scienza a parte, contro la supposizio- ne del progresso scientifico, lo l'ho detto altrove, e lo ri- peterò ancora in questo luogo : la nozione del progresso racchiude due nozioni più semplici, cioè la nozione del mo- vimento e quella della permanenza dello stesso mobile nei diversi punti di uno stesso spazio. Nel caso nostro il mo- vimento è del subbjelto intorno all’ obbjetto permanente. Se dunque nelle Scienze vi è qualche cosa di assoluto c d’immutabile, è sempre del lato dell’obbjctto, onde è in- valso nelle scuole l’uso di confondere Vobbjettivo con l'as- soluto e coll’ invariabile: al contrario il subiettivo col rela- tivo e col variabile. Distinzione delle Scienze scali o katckau dalle Scienze Issali 0 IPOTETICHE. Diremo adunque che non vi sia scienza umana dal lato del soggetto clic possa essere assoluta e invariabile ? E non sono forse le Matematiche pure le sole che meritano, rigo- rosamente parlando, il titolo di Scienza per la loro immu- tabilità e invariabilità ? Chi finora ha trovalo a ridire sul- la verità de’ teoremi di Euclide ? 1 quali per avventura si saranno meglio dichiarali a fine di renderli più acces- sibili a' mediocri ingegni : se ne saranno ampliate le de- duzioni ei corollari: si saranno applicali all’astronomia, alla fisica e alla meccanica: se ne sarà perfezionato l’or- dine o il Metodo, ma la loro verità è assoluta e necessa- ria, di tulli i secoli passali e de’ secoli che verranno — Tutto questo conceduto per vero nulla toglie alla verità per noi stabilita, perditi in primo luogo possiamo rispon- dere che la loro necessità e immutabilità derivà dall’ob- bjetto che si propongono. Ma una risposta più adeguala è da ripetersi dalla distinzione delle Scienze in radi e ipo- tetiche, perchè il mio ragionamento è sotto il rispetto del- la Filosofia, che io tengo per una scienza reale , e tulio quello che ho esposto nel § antecederne è sotto questo ri- spetto. E per coniprerdere la distinzione , che mi propon- go di fare , dirò primamente che le Scienze ipotetiche la- vorano sulle supposizioni , non sui fatti o sull’ esistenza : sulle idee e non su i loro obbjelti, come esistono iu na- tura. Allorché per esempio il Matematico enuncia il se- guente teorema : Se due triangoli hanno due lati eguali e l' angolo compresovi ancora eguale , avranno la base e- guale alla base , e il rimanente ancora eguale ì ognuno ve- Digitized by Google 11 de che egli non si dà briga al mondo se in natura esi- stano due triangoli così perfetti , come e’ li ha supposti : nella supposizione tutti ideale enuncia che necessariamen- te debbono essere eguali tra loro. Ma nelle scienze reati, o, se vi piace meglio addumandarle, naturali , la raccenda non procede allo stesso modo, perocché in queste non si parte dalle idee o dalle supposizioni , ma da ciò che esi- ste realmente , ii quale è qual è , e non quale si suppo- ne. 11 triangolo della natura, per esempio, è rivestilo di circostanze reali , individualo in sé stesso e nel suo con- creto, e non comparato a qualsiasi altro triangolo: e pre- cisamente qual è vuol essere consideralo, e non già quale si vorrebbe che fosse e realmente non è: quindi è chiaro a comprendere la necessità di ammetter due ordini di Scienze, che non si possono confondere, l’ordine reale col1’ordine ideale, come non si è confusa la Storia con YE- popea , la Biografia con la Nocella , la Prosa con la Poesia , il Racconto con la Favola ec. Nè alcuno si meravigli di queste similitudini ; perocché nel Preliminare al mio Corso Compiuto di Estetica applicata alle Lettere ho dimo- strato che anche la scienza baia sua poesia o la sua crea- zione, come la sua prosa governata dall’ invenzione o dal metodo induttivo o analitico — lo verrò a notare i carat- teri differenziali di questi due ordini di Scienze per meglio dichiarare il mio divisamento e per produrre delle applica- zioni di non lieve importanza. Le scienze ipotetiche , che si possono ancora dire ideali , mirano ad un obbjelto che non esiste nè mai è esistilo, ma è possibile: le reali o naturali mirano ad un obbjelto esistente nel teatro della natura: quelle tendono a scoprire relazioni logiche , queste relazioni ontologiche. In amendue vi è necessità e quindi invariabilità e per- manenza , ma la necessità della prima è tutta logica in iì quanto che lo spirito vi si pone liberamente e non vi si truova: la necessità delle seconde è ontologica in quanto che lo spirito vi si truova e non vi si pone , come in quella che deriva dall’ente o dall’ obbjelto e non dal subhjclto. In- fatti prima di paragonare i due triangoli il matematico è libero a giudicare, e solo quando si è determinato a com- pararli, entra nella necessità di ammettere la loro egua- glianza: non cosi per la connessione tra causa ed effetto, soggetto e qualità, perchè questa necessità deriva dall'ob- bjello, che si mostra così da’ primi momenti, in cui si at- tua la nostra intelligenza, e non ci è momento in cui pos- siamo pensare in modo diverso. Le Scienze ipotetiche procedono per comparazione delle ideo, le reati per discernimento di quanto è nell’obbjetto: in altri termini le ipotetiche sono per natura sintetiche , le reali analitiche: quelle lavorano sul principio di iden- tità e di contraddizione , queste sui principi necessari di fatto: ogni effetto suppone la causa , e ogni qualità suppone il soggetto. Nò vi starete alle decisioni di quei filosofi, che al principio di contraddizione riducono i due principi e- nunciati , perocché, da quanto ho dello nella Nuova Teo- ria de'Giudizt , e da quello che dirò diffusamente nel mio Corso di filosofia, un tal modo di vedere è contraddittorio ad ogni principio di sana logica, e conduce per diretta al- Yidcal sino, ossia distrugge la realtà della scienza umana. In termini più chiari, ripetendo la similitudine, la Scienza reale sta alla Scienza ipotetica, come la Storia sta all’i?- popea , come la Biografia alla Novella. Ora due quistioni mi si potrebbero muover contro l. Si è mai attuata una Scienza ipotetica intorno ad un ob- bjetto reale? Quale delle due Scienze, come produzioni dello spirito umano , si può dire più nobile? La prima quistione sembra inutile dopo aver supposto che le Malemaliche pure , sono una Scienza ipotetica o idea- le, ma essa ha tutta l’ importanza rispetto alla filosofìa, la quale, proponendosi per obbjelto lo spirito umano e per- ciò la realità del medesimo, è nondimeno riuscita in tarili - sistemi opposti e contrari , perchè è sempre partila dalle supposizioni e non dall’ obbjelto esistente. Spinoza , per esempio, senza darsi carico di esaminare se la dormizione della sostanza data dal Cartesio Tosse con forme alla sostanza reale, partì da una supposizione, la quale, tingendo del suo colore tutto il sistema, riuscì nel panteismo assoluto, che assume l'unità della sostanza. 11 Conditine suppose la metamorfosi della sensazione, e invece di una reale filosofia ci ha fornito del sistema ipotetico del sensismo o materialismo. Il Kant suppose le forme pure a priori, e riuscì nello scet- ticismo. SERBATI (vedasi) suppose innaia l'idea dcU'Eule possibile, e non fu risparmialo delia taccia di panteista. Un tal mudo di filosofare è il più chiaro argomento deiruiiuazione di una Scienza ipotetica intorno ad un obbjelto reale. La qual co- sa non è nostro intendimento di proscrivere o proibire , ma lasciando tutti nella piena libertà di fare quello che si vogliono, vorremmo che non ci si desse ad intendere per sistema di scienza reale. un sistema di supposizioni , c più particolarmente che non ci si desse ad intendere che sia una Scienza reale quella filosofia, clic lavora sulle ipotesi, perdendo di vista la realtà, l' esistente, lo spirito umano. Ma i filosofi hanno protestalo che per amore della verità si sono diparlili da’ sistemi precedenti, e che per dare una vera filosofia ossia la vera Scienza dello spirilo umauo sono andati speculando un sistema nuovo da sostituire a tulli gli altri, scoperti per erronei e insufficienti. Il quale procede- re, se fu di buona fede, è degno di scusa, ma non di lode, perocché, dove i filosofi fossero stati più solleciti a ricercare la vera cagione degli sbagli de vecchi sistemi , avrebbero Digitized by Google u diffidalo di loro slessi, e rivederdo le supposizioni, invece di un sistema ipolclico, ci avrebbero data la vera Filosofia. Allorché dunque si domanda se sia lecito di far sistemi ipotetici su di un obbjclto reale ? Rispondiamo che è le- cito ad ognuno di fare a suo modo, ma è vietato da ogni legge divina e umana il mentire. Come è lecito al Romanziere di tessere una favola incarnala a’ falli reali, è lecito ancora al filosofo di fare un romanzo della Scienza che si propone. Ma, siccome niuno perdonerebbe al Romanziere la mentita, che vorrebbe spacciare, con far credere che la sua favola sia una storia , niuno parimente perdonerà ad un Filosofo la sua più solenne c più perniciosa mentita, con la quale si sforza di persuadere che il suo Romanzo filo- sofico sia la fedele pittura della realtà dello spirilo umano. Vengo ora alla seconda quistione, e dico che dal lato del- l’ingegno creatore tanto è più nobile un sistema di scien- za ipotetica di un sistema di scienza reale , quanto un’ E- popea è più nobile di una Storia. Imperocché la nobil- tà delle umane opere si misura sempre dal lato personale del produttore, ond' avviene che non tanto è pregialo un ri- tratto dall’originale di natura bellissimo, quanto un’originale creazione di bello artistico. Questa soluzione concilia ri- spetto e gratitudine a’ grandi uomini , clic archi iettarono tanti sistemi scientifici, quantunque ipotetici, e rende giu- sta la lode, che loro tributa la grata posterità, salvo il ca- so in cui , propostisi di nuocere alla religione cd alla mo- rale, fantasticarono alla guisa de’ moderni romanzieri di ol- trementi , i quali prima di scrivere un romanzo aveano concepito in animo l’infame disegno di sovvertire la società. Dirò in ultimo che vi sono de’casi, ne'quali il ricorre- re a delle supposizioni nella Scienza è non solo utile ma necessario. Un primo caso sarebbe, se per la limitazione de’ mezzi di conoscere non si potesse da vicino raggiuagere l’obbjetto, come i pianeti prima della scoperta de’ Te* lotcopi. In questa situazione era lecito andar per ipotesi, a cui si potevano rannodare i fenomeni astronomici, e tan- te volte la supposizione divenne realità per un istinto, di- rei profetico, dello spirito umano, come avvenne a Copernico, senza cui forse non sarebbe venuto fatto al Galilei il gran disegno di riformare il sistema planetario. Un se- condo caso di utili supposizioni sarebbe per un riguardo puramente didattico o insegnativo, ma in questa posizione l’ipotesi dev’essere una realità, la quale, essendo ignota al discente, si assume rispetto a Lui come un presupposto. Ma dove l’obbjetto fosse conseguibile , sarebbe puerile e - ridevolc il dire: Supponiamo c/re esista il Sole, mentre si te- de: supponete che io esisto , mentre esisto. La filosofia è una Scienza beale , posto clic sia la Scienza del me in rapporto col fuori di he. Che la Filosofia sia una Scienza non v’è chi ne dubiti, anzi vorrebbesi che dessa sola meriti il titolo di Scienza nella supposizione che ella potesse essere una Scienza. Or, se la Filosofia è una Scienza , deve necessariamente ave- re, come ogni altra Scienza, un 'olhjctto determinato, per Io quale si possa distinguere specificamente da tutte le al- tre. lo qui non entro a rigorosa disamina per vedere quale sia e possa essere il suo obbjctto pro- prio e determinato, ma, ritenendo colla comune de’ Filosofi che dessa è la Scienza del me in rapporto col fuori di me, o dello spirito umano limitato dal di fuori , verrò a pro- vare che dessa sia una Scienza reale 1 . purché abbia un obbjctto reale ed esistente, cioè Io spirito umano.  purché dcssa sì proponga quest’oWj/'rtfo e non una idea o supposizione. Che lo spirilo umano sia reale, non vi cade dubliio pel filosofo , il quale si limila alla cognizione di questo suo obbjetto, come la fìsica alla natura sensibile, 1 astronomia alle leggi degli astri , perchè lo spirilo è cosi reale pel filosofo, come la natura pel fìsico, e gli astri per l’ astronomo. E, se vi fu filosofo che negò lo spirito, fu per un’illazione da’ falsi principi, che menano per di- retta al materialismo, perchè, se fosse stato di proposito, egli non sarebbe stalo un filosofo, ma un fisiologo, contro la supposizione. Verificata la prima condizione, è uopo ve- dere se in questa Scienza concorra ancora la seconda , cioè se si proponga lo spirilo umano qual' è realmente, e non come un’ idea o supposizione. La qual cosa non è mala- gevole a scoprire, se per poco vorremo aver la pazienza di svolgere le prime pagine di ogni sistema filosofico, do- ve troviamo annunzialo un sistema nuovo, che impromelle di redimere la Scienza dalle abberrazioni , derivale dalle supposizioni de’ sistemi precedenti. 11 Cartesio, antesignano del protestantismo filosofico moderno, lo ha dichiaralo col suo dubbio melodico , il quale è un argomento che i vec- chi sistemi partivano da supposizioni, e che per ritrovar il vero ed il reale bisogna, dubitando di lutto, rifare l’ in- tendimento. In altri termini richiamava gli spirili alla os- servazione socratica, svezzandoli dalla cicca credenza all’au- torità di Aristotile. Nel § antecedente ho pure osserva- to che gli stessi filosofi sistematici pretesero di dare una Scienza reale in opposizione alla Scienza artificiale de’ si- stemi precedenti. Da tulli concordemente la Filosofia è sta- ta considerata come una Scienza reale , e , se il fatto di molti filosofi non corrispose alle intenzioni, è uopo incol- parne ia umana imperfezione , anziché il proponimento. Della Filosofia sperimentale , razionale, eclettica. Del psicologismo ed ontologismo. In quanto a metodo di filosofare non trovate in accordo tutti i filosofi. Chi vi dirà che la Filosofia dev’essere Spe- rimentale : chi la vuole Razionale , e non mancano taluni che la vogliono un pò dell’ una e un pò dell' altra. E, per- chè i fautori di ciascun metodo sono esclusivi, si rimpro- verano scambievolmente, egli sperimentali accusano i ra- zionali di idealis)no ì di tecnicismo c in generale di razio- nalismo : i secondi accusano i primi di empirismo , di sen- sismo p materialismo: gli uni e gli altri accusano i fauto- ri del terzo metodo, delti Ecletici , di sincretismo , ossia di un accozzaglia , cui manca unitamente al capo il piè. Simili accuse sono in parte vere e in parte false, perchè gli sperimentali, stando per l’esperienza, pare clic voglia- no escludere il ragionare ; mentre Scienza non si dà che non sia ragionatrice , e per troppo pretendere a favore dell’esperienza spesso furono empirici, cioè semplici espo- sitori de’fcnomcni in forma storica, invece di essere accurati ricercatori della essenza occulta de 'fatti. Similmente i razio- nali, stando troppo per la ragione, dimenticavano i falli, e invece di esporre ragionando la realtà, andarono in traccia di chimere e d’utopie, producendo le loro fantasie come fatti osservati, le loro supposizioni come esistenze. Intanto gli S(>crimcniuli ragionano alla loro volta, come i razionali in compruova delle loro opinioni citano i falli attestati dalla coscienza, eppure e questi e quelli toccarono gli estremi. Gl’ecletici parteciparono di tutt’i difetti de’due metodi esclusivi e produssero un composto di parti discordanti tra loro, lo truovo che tanta discordia si dove ripetere dalle false nomenclature, le quali , insinuandosi nn' ragionari, danno appicco apparentemente ragionevole agl’avversari. Imperocché la parola “esperienza” e la parola “ragione” non hanno nelle scuole un valore determinato, quando si volle suddistinguere tra sperimentale ed empirico, come tra razionalismo e idealismo o scetticismo. Proponendosi la quistione in altra forma, si sarebbero evitare le dissensioni non solo, ma se ne sarebbe ritrovata la vera soluzione. La filosofia, come scienza, deve ragionare: come scienza reale, deve ragionare sull’esistente e non sulle supposizioni. Ragionando è razionale: ragionando sul1’esistente è sperimentale. Invece dunque di quistionare se la filosofia debba essere sperimentale o razionale, dovennsi proporre li seguenti quesiti. La filosofia è scienza? È scienza reale o ipotetica? Se reale quale n è l'obbjetto determinato? Può partire d’una supposizione? E rispondendo che è una scienza, se ne sarebbe conchiuso che sia ragionatrice come reale non doversi appartare dal suo obbjetto, il che importa che debba starsi a’fatti, intorno a cui ragiona. In questa guisa si ha raccordo tra i due estremi, e la concordia tra’quistionanti senza essere eclctici, i quali aggirandosi nello stesso equivoco, non possono imi produrre un sistema dialettico. La parola “metodo” appo gli scienziati neppure si ha un valore determinato, imperocché spesso v’intendono – H. P. GRICE: IO SIGNIFICO, IO INTENDO -- la direzione dello spirito nella ricerca della verità senza dire specificatamente la norma o il canone o la regola, a cui lo spirito, conformandosi, si dice che procede diretto. Or ù a sapere che questo emione è un giudizio, che informa la pratica, giudizio il quale comanda che nel filosofare, per esempio, bisogna procedere osservando, ed ecco l'empirismo, o ragionando ed ecco il razionalismo, o prescrive doversi cominciare dal me ed ecco il psicologismo, o dall’ente o d;il fuori di me, ed ecco l’ontologismo. L’ontologismo opposto allo psicologismo non può avere altra importanza che di semplice metodo, perchè, se si restringe il senso delle tante parole falle in questi ultimi tempi intorno a queste nomenclature, non ci resta più di quanto si è detto. Che se poi l’ontologismo presuma di organare e d informare tutto lo scibile, o in altri termini voglia dare l’albero genealogico di tutte le scienze, non appartiene alla filosofia, la quale è una scienza specifica, il cui obbjetto è determinato. È in questo senso l'enciclopedia di tutte le scienze, non mica una filosofia, e in questo senso pare che è inteso – H. P. GRICE: IO SIGNIFICO, IO INTENDO -- da GIOBERTI (vedasi), che fa tanta guerra al Cartesio, fondatore e instauratore del psicologismo socratico. Se 1’ontologismo e’l psicologismo rispetto alla filosofia non possono avere altra ragione che di semplici metodi, de'quali uno prescrive che in filosofare bisogna partire dall’ente fuori di noi, e l’altro dal me – H. P. Grice, “Negation and Privation” – Someone is NOT hearing a noise” -- ossia dallo spirito umano, le quistioni, che si fanno intorno alla preferenza dell’uno de'due metodi, riescono veramente puerili e ridicole. Supposto per vero -che la filosofia èia scienza dello spirito umano, o in altri termini, posto che lo spirito umano o il me – H. P. Grice, “Personal identity” --è l’obbjetto precipuo di questa scienza, ognuno vede che non cada quistione che debba necessariamente partire dall’ obbjetto che si propone. E, siccome l’obbjetto è la *psiche* -- H. P. Grice: “the soul o living thing as a developing series, alla Joachim and Mure” --, la scienza dovrà necessariamente essere psico-logica, e lo psicologismo lungi di essere un metodo è sostanziale a questa scienza, la quale a rigore dovrebbe dirsi tutta quanta psico-logia, o la scienza dell'anima umana – H. P. Grice, “I may have NOT used ‘soul’ much – except in witticisms like ‘The power structure of the soul’ – bu surely I relied on DE ANIMA!”. L'ontologismo poi, pretendendo di sviare la scienza dal suo obbjetto immediato, si potrebbe dire un metodo o nna direzione, piuttosto che un ab!òrrazione o uno smarrimento? Il metodo invero richiama lo spirito alla via più corta, più agevole, più sgombra di ostacoli: ma l’ontologismo ci distacca da noi per condurci nella regio. io dell’ente, di cui vuoici descrivere e dichiarare i caratteri e gli attributi: ci trasporta fuori di noi, dove non siamo, nò possiamo essere, finché viviamo, e dopo tanto difficile e lungo viaggio ci riconduce a noi, e noi entriamo nella sua disamina, come accessori e non come principali, come accidenti e non come sostanza. Chi non riderebbe in udire un fisico che si propone a quistione: se debba trattar della natura? o un astronomo di astronomia? o un medico di medicina? o un fisiologo del corpo umano? E perchè? perchè ninno ha mai domandato se debba trattare di quel T le cose, di cui si propone trattare, o se debba fare quello che già si è proposto di fare. Ora la filosofia si propone il me – H. P. Grice, “Personal identity”--, e i filosofi quistionano se debbano partire dal me: ossia quistionano intorno a ciò che hanno decisivamente proposto di trattare. È lo stesso che dire, si propongono una gentil donzella e per troppo sofisticare riescono in un mostro che finisce in coda di pesce. Special um admissi risum tcneatis amici? L’ontologismo adunque, come metodo in filosofia, è una vera utopia, una chimera, un impossibile, e chi noi vede o è cieco o è matto. Or come un errore si madornale può vantare per fautori lauti celebri ingegni? io ne produrrò una mia ragione, me ne riserbo delle altre ne’seguenti paragrafi. La teoria del metodo è obbjetto di letteratura e n< n di filosofia, perchè metodo importa direzione – H. P. Grice: “From Genesis to Reveltations: a new discourse on metaphysical method” --, ordine , disposisi onc de'pensieri secondari, armonizzati ad un concetto in qualsiasi componimento, non esclusa la scienza – H. P. Grice, “Theory Theory” -- , la quale è pur essa una produzione dello spirito umano espressa in parole della lingua italiana, mezzi sensibili ili manifestazione di quest’arte, die dicesi letteratura. Or in estetica ho dimostrato che il concaio è risponsabile non solo dell’armonia, ma dello stesso metodo ossia della buona disposizione: ivi ho provato che vi è un bello scientifico, come ve n’è uno storico ed un altro oratorio, tutti e tre soggetti alle stesse leggi sotto il rispetto della forma interiore. Quindi ho conchiuso che la letteratura – H. P. Grice: “Grammar that Austin idolised more than he did Logic!” -- ha un dominio tanto esteso, quanto esteso è il dominio dell’umano pensiero, e che dessa è la informatrice di tutte le produzioni dello spirito umano, comunque differenti sotto il rispetto della natura de’pensieri o delle facoltà cooperatrici. La scienza perciò è un arte, come un’arte ò la storia, un’arte l’eloquenza. Lo scienziato quindi per bene riuscire nella sua produzione deve partire informato dalla scuola delle lettere – H. P. Grice: “My BELOVED Sub-Faculty of Literae Humaniores!” --, che sono informatrici di ogni produzione. Ora le scienze si emanciparono dalle lettere per certe ridicole pretenzioni, allora che si dice che la scienza si prepone il vero e la letteratura il bello: allorché alcuni filosofi espressamente dichiararono che le scienze e l’eloquenza sono sublimi esercizi cf intelletto e non arti, sono parole di Cousin e di Ficker. Quindi il filosofo senza studio di concetto, senza sollecitudine d’armonizzare i pensieri secondari, e perciò senza distinguere il concetto reale dallo ideale, s’è messo a scrivere un corso di filosofia, in cui la supposizione va confusa colla realità, e l’ideale di Platone – H. P. Grice, “Meaning revisited” – s’accoppia al reale, come in un romanzo storico. Il metodo è di nozione tanto oscura che spesso i filosofi vedono l’analisi dov’è la sintesi e viceversa – H. P. Grice and P. F. Strawson, “In defence of a dogma”.Condillac vuole proscrivere il metodo sintetico, perchè, stando alle definizioni delle scuole, le quali pretendevano clic la sintesi parte dall’ignoto al noto, lo truova il più irragionevole del uiondo, E così dovea accadere necessariamenu’, perché il filosofo non è mai educato alla disciplina dell’arie, ma è filosofo perchè lo volle, e credette divenirlo esponendo a suo modo materie filosofiche. In qual parte di retorica invero si è finora insegnato a scrivere una scienza? In nessuna, perchè invalse il pregiudizio che la scienza, e specialmente la filosofia, non è arte: che le lettere non han che fare col filosofo, cui è lecito di violare ogni legge di bello, di esser barbaro quando parla, di trattare di quistioni che non gl’appartengono e di omnieiiere le necessarie, di sconvolgere l'ordine – H. P. Grice, “be orderly” as conversational rhetoric -- e l’armonia, di supporre dove dovrebbe osservare, perchè il filosofo è autonomo e indipendente: può dettar leggi senza riceverne, ed altre pretenzioni di siffatta natura. Anzi s’è arrivato a tale che, se dalle sue premesse derivano conseguenze funeste alla morale, se n’è scusata 1’intenzione, quando non si potè sfacciatamente lodare lo spirito forte di un miscredente, o si produsse un dubbio irriverente all’ intelligenza suprema per far l’apoteosi all’orgoglio dell'umana ragione – H. P. Grice: “cio che speranza chiama ‘the feast of conversational reason’ – the feast of reason, and the bowl of soul” – the motto at St. John’s:. Se non è questa la storia della filosofia, o per dir meglio de’filosofici sistemi, mel nieghi chi se ne intende. E, mentre i buoni filosofi si studiano di riparare tanto disordine, trovano insufficienti le loro forze, perchè manca loro quell’arte, il cui difetto è causa, onde gl’altri disviarono. Ritornate, io grido finché vivo, ritornate la filosofia al casto connubio delle lettere: istituitevi nella disciplina che informa tutto lo scibile, e le contraddizioni cesseranno, i sistemi non si moltiplicheranno, quando uno solo ben fatto basta per tutti. Nel suo corso compiuto d’estetica applicata alle lettere Z. prova che il vero e il buono limitano il bello, qui dico che il bello e il buono limitano il vero. Queste tre idee sono indissociabili – H. P. Grice, “Although, excusing Carlyle, I’ll underestimate the Beautiful – blame it on Bosanquet!”. Finora si sono volute disunire, e che ne avvenne ?&«- sismo estetico e panteismo filosofico. Si riscontri la citala opera nel Preliminare. Intorno alta definizione della filosofia attribuita agl’antichi, e intorno a quella di alcuni moderni — Confutazione e di questa e di quella. La definizione di ud» scienza è la limitazione della sua distesa, ossia della sua imitazione, la quale non deve rimanersi più in qua, nè oltrepassare i limiti assegnati. In altro modo più scientifico la definizione determina il concetto, intorno a cui si aggregano tutti'i pensieri secondari d’un componimento scientifico. Per essa possiamo sapere l’obbjetto determinato della scienza, per essa il punto di partenza e 1’ultimo termine del nostro processo logico, per essa infine possiamo giudicare se lo scienziato scrittore serba l'integrità necessaria e l’armonia dell’uno nel multiplo. Una scienza senza definizione – H. P. Grice: “How I hated Feyerabend!” -- è un vascello senza bussola, il quale, errando incerto pell’oceano a discrezione de' fluiti e de’venti , non sa spingersi a lido o porto sconosciuto. Ora tanto è il non avere definizione, quanto è l’averne una pessima, perchè nell'uno e nell’altro caso l'obbjetto o sfugge tutto o in parte, e la trattazione riesce imperfetta. Ma per dare una buona definizione di qualsiesi scienza uopo è che lo scrittore scienziato abbia anteriormente acquistato egli stesso una piena conoscenza dell'obbjetto: che abbia egli prima percorsa palmo per palmo quella via, che vuole agl’altri additare — Ora che cosa è la filosofia? Quale definizione ne danno gl’antichi? Quale i moderni? È possibile una vera e buona definizione di questa scienza? Ecco quante quìsioni si presentano di un tratto. Ma primamente io noto clic la parola “filosofìa” è il più improprio definito di questa scienza – H. P. Grice: Pope – or the Poet, as I call him, would agree! WoW” --, che si propone la disamina dello spirito umano. Imperocché, secondo la forza etimologica della parola, “filo-sofia” suona “amore” ch'ila “sapienza” – “Or, as Heidegger prefers, the wisdom of love?” – H. P. Grice -- senza determinato obbjetto – “love?” H. P. Grice --, intorno a cui la sapienza si versi, ed a rigore, se l'amore del sapere in genere è la filosofia, questa è la scienza enciclopedica, o l’enciclopedia di tutto lo scibile. In fatti CICERONE (vedasi) define la sapienza pella scienza delle cose dinne ed umane, delle ragioni, de'rapporti, de'fini, e usi di queste stesse cose per quanto è dato ad uomo di conoscere. Un moderilo poi ritenne per definizione della filosofia quella della sapienza di CICERONE (vedasi), un pò ampliata, quando la defini pella scienza di dio, dell’uomo – “My poet!” H. P. Grice --, e della natura – H. P. Grice: “Not at Oxford: the Waynflete professor of META-physical philosophy!”. Or, se questa è la vera definizione della filosofia, ognuno vede che non sarebbe più una scienza sola, ma un complesso di tre scienze, perchè triplice sarebbe l’olibjetto, cioè dio, l’uomo e la natura. E, siccome ciascuno di questi obbjelti è ancora complesso, perchè l’uomo per esempio è anima e corpo, e il corpo è obbjetto delle seguenti scienze, cioè la fisiologia filosofica, l’anatomia, la patologia filosofica ec. o la natura è multiplice sotto il rapporto scienlifico di Astronomin, Geologia, Chimica, Botanica, Zoologia filosofica, Mineralogia. Metereologia, Geografia, Cosmografia ec. ognuno vede che per essere ilosofo bisognerebbe possedere tutte queste scienze e infinite altre non nominate e possibili secondo il progresso dell’umano sapere. Nè basterebbe a meritare giustamente il titolo di filosofo il possedere una conoscenza storica, come per semplice erudizione, di tutte queste scienze, perchè per supposizione la filosofia come enciclopedia dello scibile è una scienza e non un erudizione. Or, se la vita d’un uomo non è sufficiente ad acquistare in tutta la sua distesa una sola scienza, quando Ippocrate pella sola arte della medicina giudica assai breve la vita, chi potrebbe avere l'orgoglio di credersi filosofo in senso di uno scienziato enciclopedico, che comprende tutto lo scibile? Bisogna dunque conchiudere che il definito filosofìa primitivamente è adoperato nel suo valore proprio ed etimologico a ‘significare’ l'amore del sapere indeterminato in un'epoca – H. P. Grice: “I disagree: philosopher means ‘someone engaged in philosophical studies” or “someone prone to general reflections about life” --, nella quale non s’è costituita la riflessione, nell’infanzia dell’umanità che sente lo slancio delle facoltà conoscitive all’universo spettabile senza determinazione alcuna di obbjetto particolare. Succeduta l'epoca di riflessione, lo spirito umano dovè procedere per analisi, e d’ogni gran parte dell’universo surge una scienza a parte, e dell’uomo stesso avvenne partizione, considerandolo in quanto ad anima e corpo. Anzi, procedendo sempre più coll’analisi, ciascuna di queste grandi parti è suddivisa in parti minori, ciascuna obbjetto d’una nuova scienza particolare. Ma una scienza ardua, diffìcile, e quindi nobilissima, qual è quella dello spirito umano, merita un definito onomastico, cioè quello di filosofia, non già nel senso indeterminato primitivo, ma determinato e particolare di scienza dello spirito umano. Infatti appo gli stessi antichi la parola “filosofia” – “a term of abuse at Rome” – H. P. Grice -- non si tenno mai in senso largo di un’enciclopedia di tutte le scienze – H. P. Grice: “We have Renaissance man for that!” --, perché sappiamo che Tucidide, Pericle e Demostene, quantunque il primo è tenuto per grande storico, il secondo per gran politico e’1 terzo per grand’oratore, nessuno mai dice che avessero partecipato all’onorevole titolo di filosofi, come Aristotile, Platone, Socrate , Wollaston o Bosanquet – per citare H. P. Grice -- i quali difettavano di tante altre scienze ed arti, che fiorivano allora. E questi ultimi – Wollaston, Bosanquet, Socrates, etc. -- sono estimati filosofi e non sapienti, come i sette di Grecia, appunto perchè trattarono dello spirito umano, e non già di tutto lo scibile. Z. vuole in questo luogo produrre un’altra sua ragione per scusare tanti celebri ingegni, i quali si sono lasciati illudere dal definito filosofia nel definire questa scienza per renciclopedia dello scibile. Z. osserva – alla H. P. Grice -- dunque in ultimo che fondamento di questo pregiudizio è stato un altro pregiudizio – Prejudices ad prediletions, H. P. Grice --, cioè quello di credere che filosofare e ragionare sono la medesima cosa – “in our better moments”. In effetti dovunque si è ragionato, si è apposto il titolo di filosofico, come quando si dice “grammatica” non ‘razionale’ ma “filosofica,” – o Wilkins, lingua ‘filosofica’ – pirotese --, filosofia delle lettere, filosofia della giurisprudenza, filosofia dell’arte ecc. – H. P. Grice: “With the attending implicature: “Our man in the philosophy of history +> he sucks in his field!” -- invece di grammatica ragionata, ragionamento delle lettere, della giurisprudenza, dell’arte cc. E, siccome in ogni scienza si ragiona, perchè scienza non si dà che non è ragionatrice, posto che ragionare e filosofare si confondevano, la filosofia dove invadere tutto lo scibile, e si tenne come enciclopedia – da Hegel! -- di tutto l’umano sapere. Che la filosofia in una sua parte, cioè nella logica filosofica, esaminando il raziocinio e la ragione – H. P. Grice, “The Immanuel Kant Memorial Lectures on Aspects of Reason and Reasoning” --, come mezzo di conoscere, presti un gran servigio a tutte le scienze, è un fallo incontrastabile. Ma è la più assurda cosa il supporre che per questo titolo essa divenne proprietaria dello scibile, e legislatrice suprema ed arbitra di tutte le scienze – la regina della scienze – ‘regina consorte’? H. P. Grice. Ogni scienza ragiona, ma non ogni scienza è filosofia. Quale tra le scienze fa uso del ragionare più delle matematiche di Hardy – citato da H. P. Grice? Ma chi finora dice che il matematico – come Hardy – è filosofo? Chi chiama mai filosofo Archimede, o Euclide? La filosofia, come scienza, ragiona anche essa, ma è diversa da tutte le altre, come tutte da ciascuna, pell’obbjetto differente intorno a cui si versano. La filosofia ragiona intorno allo spirito, come la fisica intorno alla natura , l’astronomia intorno a'pianeti. Adunque il definito scienza è il genere, a cui si rannodano tulle le scienze specifiche e la stessa filosofia, e non già la filosofia, che è una specie di scienza e non ogni scienza. Definizione della Filosofia. Da quanto abbiamo discorso negli antecedenti paragrafi si rileva che in qualunque tempo dalla definizione della filosofia non si è mai escluso l’uomo, inguisacchè, se le definizioni date di questa scienza difettano per troppa estensione, possiamo ritenere che tutt’i filosofi concordemente opinarono esser l’uomo il principale obbjetto di questa scienza – “My poet! Pope! H. P. Grice --. Se inratti consultiamo per poco tutt i trattati filosofici, principalmente in essi non si parla che dell’uomo interiore considerato in sè stesso, ne’suoi prodotti e nella sua limitazione. Sicché, restringendo la definizione col ritenere ciò che fii concordemente consentito, potremmo dire che la filosofia è m\ antropologia – Philosopherkind – Mankind -- , ossia è ia scienza dell'uomo. Ma l’uomo è un essere misto di anima e di corpo, e del corpo si occupano alcune scienze dette fisiologia, anatomia ec. mancherebbe ad un’antropologia compiuta la parte più interessante, cioè la scienza dell’anima umana, qual nome daremo a questa scienza? Quello di filosofia in senso limitato, come negl’antecedenti paragrafi. Ma l'anima umana è tale in quanto che informa il corpo umano, per lo quale è diversa dal bruto, dal demonio o dall’angelo. Egli è dunque evidente che ad avere un trattato compiuto dell’anima UMANA e definirla nel suo essere, fa mestieri considerarla come limitata da ciò che è fuori di lei, e con cui è nella stessa relazione, che passa tra limite e limitato. Ma, trattando del limite, non se ne occupa come di obbjetto proprio, bensì sotto il rispetto e in grazia sempre del limitato. È quindi agevole a dedurre che la filosofia è la scienza dello spirito umano in rapporto col fuori di sè: nella quale definizione le parole dello spirito umano indicano l’obbjetto principale di questa scienza: le altre in rapporto al fuori di sé indicano l’obbjetto secondario, o a meglio dire l’accessorio o l’incidente in grazia sempre del principale. I fdosoO, confondendo il principale coll’accessorio, il determinabile con la determinazione, considerarono il fuori di noi come obbjetto della filosofìa, allorché la definirono per la scienza di dio, dell’uomo, e della natura. Noi esporremo l'ente e il cosmo nell ontologia e cosmologia, come si espone una proposizione incidente dichiarativa della principale in un periodo. In altri termini, il proponimento della filosofìa è lo spirito umano, l'ontologia e la cosmo-logia sono accessorj sotto il rapporto che dio e l’universo baimo cobo spirito umano. Dalle (piali cose risulta che la filosofia è la scienza dello spirito umano in rapporto col fuori di sé: o in altri termini è la scienza del me in rapporto col fuori di me. rartizione della Filosofia Messo che l’obbjetto determinato della filosofia è lo spirito umano, è agevole a comprendere che la partizione di questa scienza si deve desumere dall’obbjetto medesimo. Ora lo spirito umano è sostanza ed alla sua volta è causa intelligente e volente. Considerato come sostanza intelligente e volente è obbjetto di una parte di questa scienza, che nelle scuole va detta psicologia, ossia trattato della psiche che ‘significa’ anima. Considerato come causa intelligente e volente in allo, ossia operante e produttrice di alcuni effetti, i (piali sono idee, giudizi e raziocini e sistemi scientifici, è obbietto di due parti di questa scienza, che si chiamano ideologia e logica. Considerato come sostanza e causa libera solio l’impero del dovere e quindi in rapporto al diritto ed alla morale, è obbjelto di una parte di questa scienza che dicesi etica, diritto di natura, diritto pubblico cc. L’ontologia che tratta dell’ente, e la Cosmologia che tratta dell’universo sono appendici alla filosofia, onde alcuni filosofi più ragionali hanno incorporato queste pani accessorie all’Ideologia. Ecco la distesa e la limitazione di questa scienza, che dicesi filosofia. Intorno alla migliore disposizione della materia filosofica. Quando i filosofi trattarono del metodo, generalmente parlando, confusero mollissime quistioni, che dovevano essere trattale distintamente, il perchè non si ebbero mai nozioni precise e del metodo stesso e de’caconi della scienza. Quando per esempio diceno metodo sperimentai, o metodo razionale, e poi metodo psicologico e metodo ontologico, metodo analitico e sintetico, non avvertirono che la parola metodo non ha lo stesso valore, perchè, se si avesse lo stesso ‘significato’, non potremmo conciliare le deduzioni metodiche in quanto a’principj e in quanto all’obbietto. Z. si spiega con quali he esempio. Allorché diciamo metodo sperimentale o razionale, la parola metodo non ha altro valore, se non di una direzione dello spailo informato dal seguente canone: Non perdete di vista l'esperienza o i fatti, oppure non riconoscete alcuna sperienza ma ragionate. In altri termini il metodo si riduce alla regola direttrice delle facoltà e de’mezzi di conoscere. Ma, quando d damo metodo psicologico, ed ontologico, ha valore di direzione in quanto all’obbietto in sé o nelle sue parti da precedere o da seguire, perchè il primo pretende che si cominci o si parta dal me, ed il secondo dal1’ente. Or ognuno vede il gran divario che passa tra il metodo relativo a’mezzi di conoscere e l’altro relativo all’obbietto da conoscere: le quali nozioni essendo state confuse, ne doveva derivare necessariamente una confusione inestricabile nelle nozioni fondamentali, e quindi un disordine nella distribuzione delle materie, come potrei provare giudicando le opere filosofiche pubblicate finora. Venendo adunque al suo proposito, Z. dice che il metodo relativo nU’obbietto riguarda la buona distribuzione delle materie d’insegnare, per decidere Inquisitone: da qual parte deve incominciare la scienza delio spirito umano, dalla logica, dalla psicologia, o dalla ideologia? In generale, dico io, dovrà incominciare da quella parte, che possa essere la più intelligibile per chi imprende a studiare una scienza nuova, affinchè comprenda chiaramente le cose fin da principio, e comprendendo non si annoi, come suol avvenire, quando il principio è troppo duro. I filosofi che cominciarono dalla logica, se non ebbero altra ragione salvo quella che comunemente s’allega, cioè che, essendo la filosofia una scienza ragionatrice, è uopo far precedere quella sua parte dove s' insegna a ragionare, s’ingannano a partito, perchè l’arte di ragionare dev’essere già prima costituita nella scuola di letteratura. E poi, se questa ragione valesse, dovremmo conchiudere che la logica stessa è incomprensibile prima di averla studiata, perchè in essa, come parte di scienza, ancora si ragiona. Per decidere intorno alla precedenza della logica bisogna prima provare che dessa sia la parte più facile della filosofia. Ma questo supposto non regge in fatto, perocché, in essa ragionandosi di giudizi, di raziocini, e di sistemi scientifici secondo la pratica delle scuole, vi cadono delle qui&t ioni difficili ed ardue a risolversi da'novizi. Nome compiuto: Lorenzo Zaccaro. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Zaccaro,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Zaleuco: la ragione conversazionale e la sapienza di Locri a Roma-- dura lex sed lex – la scuola di Locri – la scuola di Reggio Calabria – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Locri). Keywords: dura lex sed lex. Filosofo calabrese. Filosofo italiano. Locri, Reggio Calabria, Calabria. He achieves great respute and respect as a law-giver in Locri, and has a reputation for being both humane and severe. He establishes fixed penalties for each offence, and two stories are told about the consequences of this. According to one, the punishment for adultery is the loss of both eyes. When his own son is found guilty of it, he orders that the punishment should be divided between them, so that they lose one eye each. The second story tells how the penalty for entering a particular public building carrying an arm is death. When he inadvertently violates the law, he executes himself. Both Diogene Laerzio and Giamblico call him a direct pupil of Pythagora – but his laws are usually dated to a much later period, making that impossible. In any case, Z., whose name improperly starts with a “Z” making him very UN-ROMAN (CATONE infamously banned the letter Z from the Roma alphabet, describing it as the ‘sound corpses make as they become’ – is a good proof that Cuoco is right, and that there is an Italic wisdom that pre-dates Pythagoras -- who had been born in Florence, anyway! There is no way to defend the view that Z. owes everything to the Hellenistic philosophy, even if those where the letters Pythagoras never wrote down! Locri is a fascinating philosophical city – or ‘village,’ as the Romans prefer. Cicero would say: “It is much easier to give good laws to Locri than it is to give bad laws to Rome!” – Zaleuco. Keywords: dura lex sed lex – Luigi Speranza. For Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library. Zaleuco.

 

Luigi Speranza –GRICE ITALO!; ossia, Grice e Zamboni: la ragione conversazionale e la dialettica del lizio – la scuola di Cento – filosofia ferrarese – filosofia emiliana -- filosofia italiana –Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Cento). Keywords: de interpretatione, significatum ad placitum. Filosofo ferrarese. Filosofo emiliano. Filosofo italiano. Cento, Ferrara, Emilia-Romagna. “Famous for his dialettica e cosmologia and implicature!” – Grice.  Figlio di Matteo Z., un  pittore originario di Cremona, di cui si conservano affreschi negl’oratori delle chiese della Pietà e di San Rocco. “Unlike his father” (Grice), Z. prende la strada degli studi filosofici. Studia a Ferrara sotto PENDASIO (si veda). Insegna a Ferrara. Tenne rapporti con la corte estense. Di fronte al duca d'Este recita il suo poemetto, “Le pompe funebri” – “which the duke didn’t like” (Grice) -- e quando si trova a essere oggetto di non chiarite gelosie e maldicenze da parte dei suoi colleghi a Ferrara, scrive al duca per richiedere un suo intervento. Non risulta il duca risolve i conflitti denunciati da Z., che, perciò, decide di trasferirsi altrove. Chiamato a Padova per insegnare in sostituzione di Zabarella – “whose surname also started with a Z” – Grice. Z. inizia il suo corso leggendo la prolusione Exordium habitum Patavii. Contro il tentativo di fondare a Padova uno studio rivale dell'università, Z. si espressa con l’oratione contro i gesuiti a favore di Padova, tenuta di fronte alla signoria di Venezia, nella quale sostenne che Padova, per insegnare, non ha bisogno dell'aiuto dei giesuiti e paventa i rischi di dividere gli studenti in fazioni come i guelfi e gibellini. L'autorizzazione all'apertura dello studio non a rilasciata e i gesuiti sono espulsi dalla repubblica veneziana a causa dell'interdetto scagliato da Paolo V, cui segue la cosiddetta guerra dell'interdetto. Ha una famosa controversia con RAGUSEO R sul numero essatto dei quattro elementi, ma anche sul valore della storia delle interpretazioni della filosofia del liceo, e su questioni didattiche in torno dei pupili con calligrafia bella. Sostenitore dell’esistenza della sua anima – “ma mortale” -- legata indissolubilmente a suo corpo, e sospettato d’eresia e e denunciato all'inquisizione. Con l'amico GALILEI (si veda), Z., ad opera di Belloni, condivideno accuse diverse, una denuncia al tribunale dell'inquisizione che non ha conseguenza. GALILEI e accusato di praticare l'astrologia giudiziaria e Z. di sostenere (i) che la sua anima e mortale e (ii) che Aristotele separa la filosofia del papato. Z. affronta altri due processi dai quali usce indenne grazie alla protezione della repubblica di San Marco. Molte fonti riportano che muore durante l'epidemia di peste che colpe l'Italia. Risulta che muore, invece, a causa di catarro accompagnato da febbre. Secondo alcuni, GALILEI si ispira a Z. nella scelta di un “Simplicio” come rappresentante dell'avversario liceale dell’elio-centrismo. Z. pubblica pochi saggi della sua dottrina, mentre sono a noi giunte numerose trascrizioni delle sue lezioni che prefere tenere solo oralmente. Le trascrizioni delle lezioni tenute a Padova presentano gravi problemi interpretativi che hanno impedito alla storiografia di poter avanzare una sintesi sicura di sua filosofia. Unica eccezione a questa difficoltà interpretativa sono le Lecturae exordium. Nella prima parte della lezione, si rammarica che il continuo rinascere della natura, come la successione delle quattro stagioni, dalle sue forme ormai trascorse, non susciti la meraviglia dell'uomo e lo sgomento per il continuo morire del mondo. Il mondo non è mai. Il mondo nasce e muore continuamente. La lezione si conclude con l’affermazione del dovere dell’uomo di conoscere se stesso. L’uomo, filosofa Z., si scopre in mezzo alle tribolazioni dell’incostanza. Ebbene, la conoscenza di sé è, per Z., l’unico strumento capace di dare a Z. serenità. La strada per conoscere se stessi e raggiungere la serenità è data dalla filosofia su cui si basa la morale e la scienza. L'uomo – “o al meno, io” -- ha un intelletto onnipotente che dalla conoscenza di se stesso e della natura giunge a congiungersi con la beatitudine del divino. Secondo una diffusa narrazione Z. e uno di quei filosofi del LIZIO che non solo rifiutano pervicacemente la scoperta eliocentrica di GALILEI in nome della filosofia del Liceo ma si rifiutano, invitati da Galilei di osservare direttamente nel telescopio l'esistenza delle montagne della luna, delle fasi di Venere, dei satelliti di Giove. Questo avvenimento, tramandato come simbolo della miopia di coloro che si ritengono custodi del vero sapere, è ritenuto falso. Nella lettera Galilei racconta a Keplero il comportamento dei filosofi di Padova ma non fa nomi. Che dire dei più celebri filosofi di Padova, i quali, colmi dell’ostinazione dell’aspide, nonostante più di mille volte io offro loro la mia disponibilità, non hanno voluto vedere né i pianeti, né la luna, né il cannocchiale? Questo genere di uomini ritiene infatti che la filosofia naturale e un libro come l’ENEIDE e che le verità e da ricercare non nel mondo o nella natura, bensì, per usare le loro parole, nel confronto dei testi. Ad un esame superficiale una lettera a Galilei, Gualdo conferma che tra coloro che rifiutarono l'osservazione con il telescopio vi e anche Z.. Abbiamo qui Morosini, il quale non può patire che Z. mentre V.S. è stata qui, non procura né voluto vedere queste sue osservationi, avendole io detto ch’ella se gli e offerta di andare sino alla sua propria casa per fargliele vedere; onde le pare che ha torto contrariarle senza averne fatto qualche ESPERIENZA. Nella successiva lettera di GUALDO a Galilei si riferisce di un colloquio con Z. che al rimprovero di essersi rifiutato dell'ESPERIENZA col telescopio risponde che lo fa perché, non volendo approvare cose di che io non ho cognizione alcuna né l’ho vedute. Questo è quello, dico, ch’ha dispiacciuto a GALILEI ch’ella non ha voluto vederle. Rispose: Credo che altri che lui non l’ha veduto. E poi quel MIRARE PER QUEGL’OCCHIALI M’IMBALORDISCON LA TESTA. Basta, non ne voglio sapere altro. Z. afferma in questo testo che gli causa DISAGIO mirare nel telescopio e che dunque non si rifiuta di guardare ma non accetta di vedere cioè di accogliere l'interpretazione di GALILEI di quella OSSERVAZIONE. Più in generale, Forlivesi sostiene che la posizione di Z. e sempre coerente nel ritenere che l'interpretazione dei dati osservativi non puo andare disgiunta dall'esistenza di una dottrina filosofico-naturale complessiva. Forlivesi rileva altresì che lo stesso Galilei, a volte, propone un’ipotesi circa la natura del cielo non meno problematica di quelle proposte dal Lizio. D'altra parte, come conferma Bellone il cannocchiale e uno strumento di fattura artigianale. Non c’e una teoria dell'ottica - si deve attendere Newton e la immagine e alquanto deformata. Saggi: “Le pompe funebri; ovvero, Aminta e Clori” Ferrara; Lecturae exordium habitum Patavii, Ferrara, Mammarelli; Explanatio proœmii librorum LIZIO de physico auditu cum introductione ad naturalem philosophiam, continente tractatum de pædia, descriptionemque universæ naturalis philosophiæ quibus adjuncta est præfatio in libros De physico auditu, Padova, Novellum; Oratio habita Ferrariae ad Clementem VIII pro S. Q. Centensi, Ferrariae; Disputatio de formis IV corporum simplicium quæ vocantur elementa, Venezia, Oratio habita in creatione serenissimi venetiarum principis DONATI, Venezia, Disputatio de cœlo -- de natura cœli, de motu cœli, de motoribus cœli abstractis; Adjecta est Apologia dictorum del LIZIO, de via lactea, et de facie in orbe lunæ, Venezia, Balionum, Oratione al serenissimo principe BEMPO nella sua essaltatione al principato; Apologia dictorum LIZIO de V cœli substantia adversus Xenarcum, Venezia, Meiettum; Il nascimento di Venezia, Venezia; Oratione al serenissimo principe Priuli nella sua essaltatione al principato; Il ritorno di Damone, Venezia, Oratione in nome di Padova, Chiorindo, Venezia; Apologia dictorum LIZIO de calido innato adversus Galenum, Venezia, Deuchiniana; Apologia dictorum LIZIO de origine et principatu membrorum adversus Galenum, Venezia, Piutum; Expositio in digressionem Averrhois de semine contra Galenum pro LIZIO; Tractatus de sensibus externis, de sensibus internis et de facultate appetitive, Venezia, DIALETTICA Venezia, Le nubi, Venezia, Biblioteca Marciana; Z. Testamento. Fonte: G. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana. Favaro, Lo Studio di Padova; Preti, Ragusa, Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Z. in occasione del trasferimento di Galilei da Padova a Firenze si rammaricava scrivendo. O quanto harrebbe fatto bene anco GALILEI, non entrare in queste girandole, e non lasciar la libertà patavine. Portale Galilei. Forlivesi, Z. Il contributo italiano alla storia del pensiero – Filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Per esempio, Pinotti, autore dell'introduzione al “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, Milano. Z. Lecturae exordium; Forlivesi, Il contributo italiano alla storia del pensiero, filosofia; Enciclopedia Italiana Treccani, Galilei, Epistola ad Keplerum, Padova, Le opere, A. FAVARO, lettera, GUALDO, Lettera a GALILEI, Padova,, in Galilei, Opere; Gualdo, lettera a Galilei, Padova; in Galilei, Le opere; Forlivesi. Galilei, Opere, ediz. naz.; Tassoni, Lettere, Puliatti, Bari; Imperiale, Musaeum historicum et physicum, Venezia; Arisi, Cremona literata, Parma-Cremona; Naudaeana et Patiniana, Amstelodami; Crescimbeni, Dell'istoria della volgar poesia, Venezia; Borsetti, Historia alini Ferrariae gymnasii, Ferrara, Guarino, Ad Ferrariensis gymnasii historiam supplementum et animadversiones, Bologna; Borsetti, Adversus supplementum et animadversiones, Venezia; Facciolati, Fasti Gymnasii Patavini, Padova; Erri, Dell'origine di Cento, Bologna, Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, Venezia);  Fiorentino, Pomponazzi, Firenze, Favaro, Lo Studio di Padova, Atti del Reale Istituto veneto di scienze, lettere ed arti; Berti, Di Z. e della sua controversia con l'Inquisizione di Padova e di Roma, Memorie della Reale Accademia dei Lincei, classe di scienze morali, storiche e filologiche; Mabilleau, Étude historique sur la philosophie de la renaissance en Italie: Z., Paris; Favaro, Galilei e lo studio di Padova, Firenze; ad Indicem; Favaro, in Archivio Veneto, rec. di Mabilleau); Sighinolfi, Il posseso di Cento e della pieve e la legazione di Z. a Clemente VIII in Ferrara, Atti e memorie della Regia Deputazione di storia patria per le province di Romagna; Atti della nazione germanica artista nello Studio di Padova; Favaro, Venezia; ad Indicem; Atti della nazione germanica dei legisti nello Studio di Padova, cur. Brugi, Venezia; Charbonnel, La pensée italienne et le courant libertin, Paris; Spampanato, Documenti intorno a negozi e processi dell'Inquisizione, in Giornale critico della filosofia italiana; Spini, Ricerca dei libertini, Roma; Firpo, Filosofia  e contro-riforma, Torino; Savio, Il nunzio a Venezia dopo l'Interdetto, in Archivio Veneto; SAITTA, Il pensiero italiano, Firenze; Torre, Un processo: l'inquisizione contro Z., Verità e libertà, Congresso della Società filosofica italiana, Palermo; Rotondò, Documenti per la storia dell'Indice dei libri prohibiti; Garin, Storia della filosofia italiana, Torino; Pupi, Una riflessione a proposito delle critiche di Galilei al LIZIO, in Nel centenario della nascita di Galilei, Milano; Acta nationis Germanicae artistarum a cura di L. Rossetti, Padova; ad Indicem; Schiavone, ENCICLOPEDIA FILOSOFICA, Firenze; Torre, Studi su Z., Padova; Favaro, Galilei a Padova (Padova); Franceschini, Nuovi documenti relativi ai docenti dello Studio di Ferrara, Ferrara; ad Indicem; Puliatti, Tassoni, Firenze, ad Indicem; Rossetti, Manoscritti di Z., Cambridge, in Quaderni per la storia dell'Università di Padova; Schmitt, Z., un aristotelico al tempo di Galilei, Venezia; Corazzol, Portenari maestro di grammatica a Feltre ed una lettera di Z., in Quaderni per la storia dell'Università di Padova, Torre, Logica ed ESPERIENZA nel De Paedia di Z. in Aristotelismo veneto e scienza moderna, Olivieri, Padova; A. Favaro, Lo Studio di Padova e la Compagnia di Gesù sul finire del secolo decimosesto, in «Atti del regio Istituto veneto di scienze, lettere e arti, Forlivesi, Z., Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Treccani, Carlini, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Schmitt, Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Grice: “There’s something primitive about the way Italians speak. We would never call Austin the Lancastrian, as the Greeks called Aristotle the Stagirite, or the Italians call Zamboni ‘Cremonini’ just because he had a connection with Cremona. As Wellington said when he was referred to as an Irishman: ‘being born in a stable does make you not a horse’!” Grice: “Cremonini is of course underrated in Italy because Galilei is OVER-rated. But Galilei was HARDLY a philosopher – what’s philosophical about sticking your eyes on a muddy micro or macroscope? Instead, Zamboni could lecture on Aristotle to no end!” He was a lizio! Voniam autem omnia oportet de TERMINI – NOMINE et verbo dicere, vt fuit PROPOSITVM, nomen autem,et verbum sunt VOX SIGNIFICATIVA et propter hoc diftinguuntur à quibusliber VOCIBVS SIGNIFICATIONE carentibus, ideo oportet declarare modum omnis SIGNIFICATIONIS, vt habeamus quenam proximè ab ipsis vocibus, que sunt nomen, et verbum SIGNIFICENTVR, d preterea, vt habeamus quot modis ipsa, que a vocibus significantur, le habeant, inde enim habebimus originem ENVNCIATIVE orationis; quatuor igitur in ordine ad SIGNIFICATIONEM se habeät: Vnum fignificatur et lunt ipse RES, aliud signiticat, et sunt que scribuntur, ideft litters ipfei duo alia significant, et SIGNIFICANTVR CONCEPTVS SIGNIFICANT IPSAM REM, et signitcantur per voces,et per litteras; similiter VOX SIGNIFICAT CONCEPTVS  ET MEDIANTIBVS CONCEPTIVS IPSAM REM, significantur aut per litteras, unde VOX IMMEDIATE SIGNIFICAT CONCEPTVS, quocirca qualis erit conditio conceptuum, ralis etiam erit conditio vocum, et ita paret, quod primò res elt, vt “homo”, deinde guid aliquis intelligit hominem, formatur conceptus euldem hommis; tercio ilte conceptus homo exprimitur, quarto litteris defignatur: aduertendum autem etts quod inter licteras, et voces noo eft neceffarius ordo, potell refcribi id, quod non eft voce perlatum, et fic etiam littere poflunt immediatè conceptum explicare, verumtamen ordo naturalis est, vt conceptus per vocem explicetur, iita vero quatuor ita te habent, vi duo ex illis tint ea-dem apud omnes, duo vero ad placitumlint; cadem apud omnes funt prima duo, conceptus icilicet, o res, “HOMO” enim vorque idem elt, et 11 militer conceptus, qui tt de homine: Dicetis, ti conceptus funt idem apud omnes, quomodo vnus haber diueríam opinionem ab alio? veluti de Deo vari) varia opinantur; Respondetur, quod conceptus dupliciter poteft confiderari, vel simpliciter vt elt PASSIO IPSIUS ANIMI, et fic idem elt APVD OMNES, vel vi elt paffio talis in ordine ad objectum, de quo fic conceptus, et hic poteft elle varietas apud varios; alia verò duo, voces Icilicer et littere funt AD BENEPLACITVM – ET NON AD NATURAM -- et apud varios variè le habent, apud Grecos enim alia voce homo fignificatur rideft, antropos e et alia feribitur, et SIGNIFICATVR APVD LATINOS. Dicetis etiam SONVS BRUTORVM, est vox, tamen NON EST AD PLACITVM illorum, sed eodem modo voi que fe habent; Relpondetur, quod voces funt duplices, alig que SIGNIFICAT AFFECTVS, alie que SIGNIFICAT CONCEPTVS, fi loquamur de vocibus, que fignificant conceptus, tales autem funt voces, que lequuntur intellectum, dideo VOX ARTICVLATA proprie lunt ipiorum HOMINVM, cum itaque dictum fit voces imediaté fignificare conceptus, veluti fe habe--- Cesare Zamboni di Cremona (Cremonini). Zamboni. Keywords: i galileiani, la dialettica di Zamboni, de interpretatione, nomen, significatio, ad placitum. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e Cremonini," per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Zamboni: la ragione conversazionale e il volere – la scuola di Verona – filosofia veronese –filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Verona). Keywords: psicologia del volere, volere, l’io, sopra-sensibile, volere, volizione, volitum – the will – Grice e Zamboni on WILLING THAT – volere che. Filosofo veronese. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Verona, Veneto. Grice: “Not everybody knows his zamboni.” There’s Giorgio Zamboni, but this entry is about Giovanni Zamboni. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. Saggi: Spencer:  commemorazione e polemica, Garagnani, Bologna; La filosofia scolastica secondo un positivista, Marchiori,Verona; Il valore scientifico del positivismo d’ARDIGO (si veda) e della sua conversion, Verona; La dottrina morale e la psicologia del VOLERE in un saggio di etica di un discepolo d’ARDIGO, Società Veronese, Verona; La gnoseologia dell’atto come fondamento della filosofia dell’essere: saggio d'interpretazione sistematica della dottrina gnoseologica d’AQUINO, Milano; Gnoseologia, Vita e Pensiero, Giuseppe, Milano; L’origine delle idee: saggio analitico INTROSPETTIVO, proposto alla riflessione personale, Società Veronese, Verona; Sistema di gnoseologia e di morale: base teoretica per esegesi e critica della filosofia, Studium, Roma; Studi esegetici, critici, comparativi sulla CRITICA DELLA RAGIONE PURA, Veronese, Verona; Metafisica e gnoseologia, Veronese, Verona; Il realismo critico della gnoseologia pura: risposta al caso Zamboni, Gemelli, Olgiati e Rossi, Verona; Realismo, metafisica, personalità: rilievi, note, discussioni, Veronese, Verona; La persona umana: soggetto auto-cosciente nell’esperienza integrale: termine della gnoseologia, base della metafisica, Verona, Giulietti., Vita e pensiero, Milano; Precisazioni e complementi ai testi scolastici: religione naturale e l’essenza della religione cristiana, Veronese, Verona; La filosofia dell’ESPERIENZA IMMEDIATA, elementare, ed integrale: per la completa auto-consapevolezza dello spirito umano, Veronese, Verona; Itinerario filosofico dalla propria coscienza all’esistenza di Dio, Veronese, Verona; Teodicea, Rodella, Vita veronese, Verona; La dottrina della COSCIENZA immediata: struttura funzionale della psiche umana è la scienza positiva fondamentale, Veronese, Verona; Dizionario filosofico, Vita e Pensiero, Milano; Idee e giudizi, Marcolungo F.L., IPL, Milano; L’IO e le nozioni sopra-sensibili, (IPL, Milano; Corso di gnoseologia pura elementare: spazio, tempo, percezione intellettiva, IPL, Milano; Corso di gnoseologia pura elementare: idee e giudizi, IPL, Milano; Corso di gnoseologia pura elementare; Autobiografia di una personalità integrale, Guidi). Archivio storico, Curia diocesana, Verona, Studi sulla Critica della ragione pura; Qui Edit,Verona, Sistema di gnoseologia e di morale; Qui Edit, Verona. Volontà. La Volontà, statua di Janson per l'Opéra di Parigi. La volontà è la determinazione fattiva e intenzionale di una persona ad intraprendere una o più azioni volte al raggiungimento di uno scopo preciso.  La volontà consiste quindi nella forza di spirito diretta dall'essere umano verso il fine, o i fini, che egli si propone di realizzare nella sua vita, o anche solamente nel potere impiegato nelle sue azioni semplici e quotidiane. Esempi di volontà possono essere il desiderio di lasciare un'eredità ai figli e/o ai parenti, o il proposito di comprare una casa. Generalmente la volontà rappresenta la facoltà di una persona di scegliere e raggiungere con sufficiente convinzione un dato obiettivo. Da un punto di vista esclusivo, la volontà di una persona è la sua capacità di non farsi condizionare dalle altre persone. In questo senso, la volontà si può accomunare alla parola assertività. Quello di volontà è un concetto fondamentale e a lungo dibattuto nell'ambito della filosofia, in quanto inestricabilmente legato all'interpretazione dei concetti di libertà e virtù. Particolarmente problematico è poi il suo rapporto con le interpretazioni meccanicistiche del mondo. Se l'uomo sia capace di atti volitivi – H. P. GRICE: WILLING AND VOLITING -- che, in quanto tali, rompono il meccanicismo della realtà, o se invece la sua volontà sia determinata da una legge che regola l'universo, e sia quindi snaturata e priva di ogni valore morale. Sono qui evidenti i rapporti col concetto di libertà.  La concezione intellettualistica dei Greci  Socrate, testa in marmo al Museo del Louvre – Parigi. Una visione intellettualistica della volontà, condizionata dal sapere, era nelle tesi di Socrate basate sul principio della naturale attrazione verso il bene e dell'involontarietà del male. L’uomo per sua natura è orientato a scegliere ciò che è bene per lui. La virtù è scienza, e consiste nel dominio di sé e nella capacità di dare ascolto alle esigenze dell'anima. Se non si fa il bene, è perché non lo si conosce. Il male quindi non dipende da una libera volontà, ma è la conseguenza dell'ignoranza umana che scambia il male per bene, proiettando quest'ultimo sui piaceri o su qualità esteriori.  L’accademia approfondì quest'aspetto dell'etica socratica, in particolare nel Gorgia e nel Filebo.  Anche per il Lizio un'azione volontaria e libera è quella che nasce dall'individuo e non da condizionanti fattori esterni, purché sia predisposta dal soggetto con un'adeguata conoscenza di tutte le circostanze particolari che contornano la scelta. Tanto più accurata sarà questa indagine tanto più libera sarà la scelta corrispondente. Nel PORTICO è centrale il tema della volontà di che aderisce perfettamente al suo dovere – kathèkon --, obbedendo a una forza che non agisce esteriormente su di lui, bensì dall'interno. Siccome tutto avviene secondo necessità, la volontà consiste nell'accettare con favore il destino, qualunque esso sia, altrimenti si è comunque destinati a farsi trascinare da esso contro voglia. Il dovere del PORTICO non è quindi da intendersi come un esercizio forzato di vita, ma sempre come il risultato di una libera scelta, effettuata in conformità con la legge del lògos. E poiché il bene consiste appunto nel vivere secondo RAGIONE, il male è solo ciò che in apparenza vi si oppone.  Plotino, rifacendosi all’accademia, sostenne analogamente che il male non ha consistenza, essendo soltanto una privazione del bene che è l'uno assoluto. La volontà consiste quindi nella capacità di ritornare all'origine indifferenziata del tutto attraverso l'estasi, la quale però non può essere mai il risultato di un'azione pianificata o deliberata. Si ha infatti in Plotino la rivalutazione del procedere inconscio, dato che il pensiero cosciente e puramente logico non è sufficiente. Lo stesso uno genera da sé i livelli spirituali a lui inferiori non in vista di uno scopo finale, ma in una maniera non razionalizzabile, poiché l'attività giustificatrice della ragione prende ad agire solo ad un certo punto della discesa in poi. Il concetto di volontà divenne centrale nella filosofia per la sua stretta relazione con i concetti di peccato e virtù. Si pensi alla difficoltà di definire o concepire una colpa in assenza della possibilità di determinare le proprie azioni. La filosofia accentua l'aspetto volontaristico del neoplatonismo, a scapito di quello intellettualistico, riprendendo ad esempio da Plotino il concetto dell'origine imperscrutabile della volontà divina, ma attribuendovi decisamente il connotato di persona, come soggetto che agisce intenzionalmente in vista di un fine.  La BUONA VOLONTA [cf. H. P. GRICE, “Ill-WILL”], e e non più LA RAZIONALITA, è quella che consente di volgersi alla realizzazione del bene. Ma non è possibile raggiungere quest'ultimo senza l'intervento divino elargitore della grazia – ‘Grice’s grace’ --, mezzo essenziale di liberazione dell'uomo. La volontà non potrebbe indirizzarsi al bene, corrotta com'è dalla schiavitù delle passioni corporee, se non ci fosse la rinascita dell'uomo operata da Cristo. Agostino, dipinto di Antonello da Messina- Palazzo Abatellis – Palermo. Permase tuttavia l'aspetto conoscitivo della volontà, che si verifica attraverso un'illuminazione dell'intelletto per opera dello Spirito Santo. Volontà e conoscenza rimasero così per Agostino indissolubilmente legati. Non si può credere senza capire, e non si può capire senza credere. La virtù che ne scaturisce divenne così la volontà di aderire al disegno divino. In polemica contro Pelagio, Agostino aggiunse che la volontà umana è stata irrimediabilmente corrotta dal peccato originale, che ha inficiato la nostra capacità di compiere delle scelte, e quindi la nostra stessa libertà. A causa del peccato originale nessun uomo sarebbe degno della salvezza, ma Dio può scegliere in anticipo chi salvare, illuminandolo su cosa è bene, e infondendogli anche la volontà effettiva di perseguirlo, volontà che altrimenti sarebbe facile preda delle tentazioni malvagie Ciò non toglie che l'uomo possegga un libero arbitrio, ossia la capacità razionale di scegliere tra il bene e il male, ma senza l'intervento divino una tale scelta non avrebbe alcuna efficacia realizzativa, sarebbe cioè preda di inerzia o arrendevolezza.  Il conflitto tra la scelta operata dal libero arbitrio e l'impossibilità di attuarla secondo libertà denota una condizione di duplicità della volontà: non si tratta di un disaccordo tra la volontà e l'intelletto, né tra due principi contrapposti in forma manichea, bensì di un conflitto tutto interno alla volontà, che è come dilaniata: sente di volere, ma non completamente, e quindi in un certo senso vorrebbe volere. Il comando della volontà riguarda se stessa, non altro da sé. Quindi non è tutta la volontà che comanda; per questo il suo comando non si realizza. Se fosse tutta, infatti, non comanderebbe di essere, poiché già sarebbe. Allora le volontà sono due, poiché nessuna è intera e nell'una è presente ciò che è assente nell'altra. Agostino, Confessioni; Opera Omnia d’Agostino, cur. della Nuova Biblioteca Agostiniana Roma, Città Nuova. Intelletto e volontà nella Scolastica  Tommaso d'Aquino, dipinto di Fra Angelico - Museo Nazionale di San Marco - Firenze Il connubio tra intelletto e volontà permase nelle opere di Scoto Eriugena, e soprattutto d’Aquino, secondo cui il libero arbitrio non è in contraddizione con la predestinazione alla salvezza, poiché la libertà umana e l'azione divina della grazia tendono ad unico fine, ed hanno una medesima causa, cioè Dio. AQUINO, come FIDANZA (si veda), sostenne inoltre che l'uomo ha sinderesi, ovvero la naturale disposizione e tendenza al bene e alla conoscenza di tale bene. Per Bonaventura tuttavia la volontà ha il primato sull'intelletto.  All'interno della scuola francescana di cui Bonaventura era stato il capostipite, Duns Scoto si spinse più in là, diventando assertore della dottrina del volontarismo, secondo cui Dio sarebbe animato da una volontà incomprensibile e arbitraria, in gran parte slegata da criteri razionali che altrimenti ne limiterebbero la libertà d'azione. Questa posizione ebbe come conseguenza un crescente fideismo, ossia una fiducia cieca in Dio, non motivata da argomenti. Al fideismo adere OCCAM, esponente della corrente nominalista, il quale radicalizzò la teologia di Scoto, affermando che Dio non ha creato il mondo per «intelletto e volontà» come sostene Aquino, ma per sola volontà, e dunque in modo arbitrario, senza né regole né leggi. Come Dio, anche l'essere umano è del tutto libero, e solo questa libertà può fondare la moralità dell'uomo, la cui salvezza però non è frutto della predestinazione, né delle sue opere. È soltanto la volontà di Dio che determina, in modo del tutto inconoscibile, il destino del singolo essere umano.  Le dispute tra Lutero, Erasmo, Calvino  Lutero - dipinto di Cranach il Vecchio - chiesa di Sant'Anna, Augusta (Germania) Con l'avvento della Riforma, Lutero fa propria la teoria della predestinazione negando alla radice l'esistenza del libero arbitrio. Non è LA BUONA VOLONTA [cf. H. P. GRICE, “ILL-WILL”] che consente all'uomo di salvarsi, ma solo la fede, infusa dalla grazia divina. È solo Dio, quello absconditus della tradizione occamista, a spingerlo in direzione della dannazione o della salvezza. La volontà umana è posta tra i due, Dio e Satana, come un giumento, il quale, se sul dorso abbia Dio, vuole andare e va dove vuole Dio,se invece sul suo dorso si sia assiso Satana, allora vuole andare e va dove vuole Satana, e non è sua facoltà di correre e cercare l'uno o l'altro cavalcatore, ma i due cavalcatori contendono fra loro per averlo e possederlo -- Lutero, De servo arbitrio. Alla dottrina del servo arbitrio invano Erasmo replica che il libero arbitrio è stato sì viziato ma non distrutto completamente dal peccato originale, e che senza un minimo di libertà da parte dell'uomo la giustizia e la misericordia divina diventano prive di significato. Alla concezione volontaristica di Dio aderì tra gli altri Calvino, che radicalizzò il concetto di predestinazione fino a interpretarlo in un senso rigorosamente determinista. È la Provvidenza a guidare gli uomini, indipendentemente dai loro meriti, sulla base della prescienza e onnipotenza divina. L'uomo tuttavia può ricevere alcuni "segni" del proprio destino ultraterreno in base al successo o meno ottenuto nella propria vita politica ed economica.  La dottrina molinista e giansenista  Giansenio - Incisione di Jean Morin Anche all'interno della chiesa cattolica, che pure si era schierata contro le tesi di Lutero e Calvino, iniziarono una serie di dispute sul concetto di volontà. Secondo Molina la salvezza era sempre possibile per l'uomo dotato di buona volontà. Egli sostenne che:  la prescienza di Dio e la libera volontà umana sono compatibili, poiché Dio può ben prevedere nella sua onnipotenza la futura adesione dell'uomo alla grazia da lui elargita; questo piano di salvezza si attua per una valenza positiva attribuita alla volontà umana, in quanto neppure il peccato originale ha spento l'aspirazione dell'uomo alla salvezza. A lui si contrappose Giansenio, fautore di un ritorno ad Agostino: secondo Giansenio l'uomo è corrotto dalla concupiscenza, per cui senza la grazia è destinato a peccare e compiere il male; questa corruzione viene trasmessa ereditariamente. Il punto centrale del sistema di Agostino risiedeva per i giansenisti nella differenza essenziale tra il governo divino della grazia prima e dopo la caduta di Adamo. All'atto della creazione Dio avrebbe dotato l'uomo di piena libertà e della «grazia sufficiente», ma questi l'aveva persa con il peccato originale. Allora Dio avrebbe deciso di donare, attraverso la morte e resurrezione di Cristo, una «grazia efficace» agli uomini da lui predestinati, resi giusti dalla fede e dalle opere.  Le divergenze tra le due posizioni, che diedero vita a una disputa tra i religiosi di Port-Royal e i gesuiti molinisti, saranno risolte con il formulario Regiminis apostolicis del 1665.  La concezione del pensiero moderno Nell'ambito della concezione religiosa della libertà il pensiero moderno ha assunto una visione razionalista con Cartesio che, identificando la volontà con la libertà, concepiva quest'ultima in senso intellettuale come scelta impegnativa di cercare la verità tramite il dubbio. Una cattiva volontà è ciò che può essere di ostacolo in questa ricerca e causa l'insorgere degli errori.  Mentre però Cartesio si arenò nella duplice accezione di res cogitans e res extensa, attribuendo assoluta volontà alla prima e passività meccanica alla seconda, Spinoza si propose di conciliarle in un'unica sostanza, riprendendo il tema stoico di un Dio immanente alla Natura, dove tutto avviene secondo necessità. La libera volontà dell'uomo dunque non è altro che la capacità di accettare la legge universale ineluttabile che domina l'universo. Leibniz - dipinto di Christoph Bernhard Francke - Herzog Anton Ulrich-Museum - Braunschweig Leibniz Leibniz accetta l'idea della volontà come semplice autonomia dell'uomo, ossia accettazione di una legge che egli stesso riconosce come tale, ma cercando di conciliarla con la concezione cristiana della libertà individuale e della conseguente responsabilità. Egli ricorse pertanto al concetto di monade, ossia "centro di forza" dotato di una propria volontà, che sussiste insieme ad altre infinite monadi, tutte inserite in un quadro di armonia prestabilita, la quale però non è dominata da una razionalità rigidamente meccanica. Si tratta di una razionalità superiore, voluta da Dio per un'esigenza di moralità, da comprendere in un'ottica finalistica, nella quale anche il male trova la sua giustificazione: come elemento che nonostante tutto concorre al bene e che all'infinito si risolve in quest'ultimo.  Da Kant a Hegel  Kant - Herzog Anton Ulrich-Museum. Per Kant la volontà è lo strumento che ci permette di agire, obbedendo sia agli imperativi ipotetici (in vista di un obiettivo), sia a quelli categorici, dettati unicamente dalla legge morale. Solo nel caso dell’IMPERATIVO CATEGORICO la volontà è pura, perché in tal caso non comanda alcunché di particolare: essa è formale, cioè prescrive solo come la volontà debba atteggiarsi, non quali singoli atti deve compiere.  In un mondo dominato dalle leggi deterministiche della natura (fenomeni), la volontà morale è ciò che rende possibile la libertà, perché obbedisce ad un comando che essa stessa si è liberamente dato, non certo in maniera arbitraria, bensì conformemente alla sua natura razionale (noumeno). Essa però non comanda il bene. Per Kant l'unica cosa buona è la volontà intrinsecamente buona.  Riprendendo il Kant della Critica del Giudizio, Fichte e Schelling esaltano la volontà come assoluta attività dell'Io, o dello Spirito, in contrapposizione alla passività del non-io, o della Natura, nell'ottica però di un rapporto dialettico che si risolve nella supremazia dell'etica per il primo, o dell'arte per il secondo. Per Hegel invece un tale rapporto si risolve nella supremazia della Ragione dialettica stessa, dando adito alle critiche di chi, come Schelling, sostenne l'impossibilità di ricondurre un libero atto di volontà entro il rigido schema razionale della dialettica. Schopenhauer e Nietzsche  Schopenhauer - dipinto di Jules Lunteschütz  Lo stesso argomento in dettaglio: Pensiero di Schopenhauer § Il mondo come volontà e Volontà di potenza. Il tema della volontà è centrale nel pensiero di Schopenhauer, il quale, riprendendo Kant, sostenne che l'essenza del noumeno è proprio la volontà. In polemica contro Hegel, secondo Schopenhauer la natura e il mondo non hanno un'origine razionale, ma nascono da un istinto irrazionale di vita, da una pulsione informe e incontrollata che è appunto volontà. Non c'è dunque spazio per l'ottimismo della ragione, dal momento che questa volontà di vivere sfrenata e arbitraria è causa di sofferenza. Da questa se ne esce attraverso la sublimazione e la presa di coscienza che il mondo è l'oggettivazione della volontà, cioè è una mia stessa rappresentazione, fenomenica e illusoria (velo di Maya): concetto di origine orientale e in parte neoplatonica, che si traduce nel desiderio della vita stessa (eros) di diventare finalmente consapevole di sé; questa consapevolezza coincide con l'auto-negazione della volontà e permette così di uscire dal ciclo insensato dei desideri, morti e rinascite.  A differenza di Schopenhauer, Nietzsche esaltava questa volontà di vivere sfrenata e irrazionale, ponendo in primo piano il valore dell'aspetto vitale e "dionisiaco" dell'essere umano, in contrapposizione a quello riflessivo e "apollineo". Solo dalla volontà di potenza, cioè dalla volontà che vuole se stessa e il proprio accrescimento senza sosta, nasce la possibilità infinita del rinnovamento e della vita. La rigidità della ragione, viceversa, che costringe la realtà dentro uno schema, è una non-volontà, alleata della morte perché nega la possibilità del cambiamento che è l'essenza del vivere. La volontà di potenza pertanto non si afferma come desiderio concreto di uno o più oggetti specifici, ma come il meccanismo stesso del desiderio nel suo funzionamento incessante: soffermarsi sulle forme che essa produce sarebbe morire, e quindi deve ogni volta paradossalmente negarle per potersi riaffermare di nuovo, in una continua oscillazione.  Questioni sociologiche Nel campo della sociologia, Tönnies ha proposto una «teoria della volontà» che distingue due diverse forme di volontà: una basata sulla natura, cioè sul sentimento di appartenenza e sulla partecipazione spontanea alla comunità -- Wesenwillen; l'altra costruita artificialmente, fondata essenzialmente sulla convenienza e sullo scambio economico, da cui deriva la moderna società post-industriale – Kürwillen. Questa concezione sociologica influenzò anche i filosofi Barth, Gusti e  Jacoby.  Lessico e modi di dire Frasi fatte e combinazioni di parole di uso frequente della parola volontà sono: «le ultime volontà», riferita in genere alle decisioni prese in punto di morte; «volontà di ferro», a indicarne l'energica fermezza e costanza. Tipica di Vittorio ALFIERI (si veda) è il motto «volli, sempre volli, fortissimamente volli», con la quale il drammaturgo settecentesco spronava se stesso a studiare ininterrottamente facendosi legare alla sedia per poter acquisire una valida cultura classica a partire dai ventisette anni. Socrate ha espressamente identificato la libertà con l'enkràteia. Prima di lui la libertà aveva un significato quasi esclusivamente giuridico e politico; con lui assume il significato morale di dominio della razionalità sull'animalità. Reale, Il pensiero antico, Vita e Pensiero, Milano. Tutta la mia attività, lo sapete, è questa: vado in giro cercando di persuadere giovani e vecchi a non pensare al fisico, al denaro con tanto appassionato interesse. Oh! pensate piuttosto all'anima: cercate che l'anima possa divenir buona, perfetta» (cit. da Apologia di Socrate, trad. di  Turolla, Milano-Roma. Aristotele, Etica Nicomachea. IL PORTICO in proposito paragona la relazione uomo-Universo a quella di un cane legato ad un carro. Il cane ha due possibilità: seguire armoniosamente la marcia del carro o resisterle. La strada da percorrere sarà la stessa in entrambi i casi. L'idea centrale di questa metafora è espressa in modo sintetico e preciso da Seneca, quando sostiene: «Il destino guida chi lo accetta, e trascina chi è riluttante -- Seneca, Epist. Mathieu, Come leggere Plotino, Bompiani, Milano. Questo è il senso della celebre affermazione agostiniana credo ut intelligam, e intelligo ut credam. Agostino si rifaceva in proposito alle parole di Paolo di Tarso. C'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; io infatti non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Lettera ai Romani, su laparola. Perone, Ferretti, Ciancio, Storia del pensiero filosofico, Torino, SEI. Trad. in Donatella Pagliacci, Volere e amare: Agostino e la conversione del desiderio.  Città Nuova. Lutero, De servo arbitrio -- cit. in Memorie di religione, di morale e di letteratura, Modena. Erasmo da Rotterdam, De libero arbitrio. In esso, particolarmente incisivo è l'esempio che Erasmo presenta per supportare la sua soluzione, di un padre e il suo figliolo che vuole cogliere un frutto. Il padre alza nelle sue braccia il figlio che ancora non sa camminare, che cade e che fa degli sforzi disordinati; gli mostra un frutto posato davanti a lui; il bambino vuole correre a prenderlo, ma la sua debolezza è tale che cadrebbe se il padre non lo sostenesse e guidasse. È quindi solo grazie alla conduzione del padre (la Grazia di Dio) che il bambino arriva al frutto che sempre suo padre gli offre; ma il bambino non sarebbe riuscito ad alzarsi se il padre non l'avesse sostenuto, non avrebbe visto il frutto se il padre non glielo avesse mostrato, non sarebbe potuto avanzare senza la guida del padre, non avrebbe potuto prendere il frutto se il padre non glielo avesse concesso. Cosa potrà arrogarsi il bambino come sua autonoma azione? Malgrado nulla avrebbe potuto compiere con le sue forze senza la Grazia, ciò nonostante ha pur fatto qualcosa. Cartesio, Principia. Spinoza, Ethica. Egli sostenne infatti che «quando si discute intorno alla libertà del volere o del libero arbitrio, non si domanda se l'uomo possa far ciò che vuole, bensì se nella sua volontà vi sia sufficiente indipendenza -- Leibniz, Nuovi saggi.  Schelling, Filosofia della rivelazione. Tönnies, Gemeinschaft und Gesellschaft. Abhandlung des Communismus und des Socialismus als empirischer Culturformen; Gemeinschaft und Gesellschaft. Grundbegriffe der reinen Soziologie, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, Darmstadt, Dizionario dei modi di dire, Hoepli editore.Espressione tratta dalla Lettera responsiva a Ranieri de' Calsabigi, scritta da Alfieri. Alfieri, cur. Bartolucci. Brianese, La volontà di potenza di Nietzsche e il problema filosofico del superuomo, Paravia, Costa, La paideia della volontà. Una lettura della dottrina filosofica di Epitteto, Anicia, Dorschel, The Authority of Will, in "The Philosophical Forum", Horn, L'arte della vita nell'antichità. Felicità e morale da Socrate ai neoplatonici, a cura di E. Spinelli, Carocci, Manca, Il primato della volontà in Agostino e Massimo il Confessore, Armando, Müller, Volontà di potenza e nichilismo. Nietzsche e Heidegger, a cura di C. La Rocca, Parnaso; Nietzsche, La volontà di potenza. Scritti postumi per un progetto, a cura di G. Raio, Newton et Compton, Pagliacci, Volere e amare: Agostino e la conversione del desiderio, Città Nuova; Ricoeur, Filosofia della volontà, a cura di M. Bonato, Marietti; Schopenhauer, Il primato della volontà, a cura di G. Gurisatti, Adelphi; Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, a cura di A. Vigliani, Mondadori; Schopenhauer, Sulla volontà nella natura, BUR Rizzoli; SEVERINO (si veda), Verità, volontà, destino, Mimesis; Severino, La buona fede. Sui fondamenti della morale, BUR Rizzoli; Vecchio, Volontà e essere. Saggio di filosofia prima, Gangemi, Voci correlate Desiderio (filosofia) Elicito Etica Libero arbitrio Volontà di potenza -- lemma di dizionario «volontà» -- volontà, in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, will, su Enciclopedia Britannica. Filosofia Psicologia Sociologia Categorie: Etica Concetti e principi filosofici. Nome compiuto: Giuseppe Zamboni. Keywords: psicologia del volere, volere, l’io, sopra-sensibile, volere, volizione, volitum – the will -- Refs.: H. P. Grice, “Gnoseologia,” The Grice Papers, BANC MSS 90/135c, Bancroft, University of California, Berkeley. Luigi Speranza, “Grice e Zamboni, L’io,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Zanini: la ragione conversazionale e la simpatia conversazionale – la scuola di Legnano – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Legnano). Keywords: simpatia, empatia, impassibile, impatetico, impassionato, compassionato. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Legnano, Lombardia. Essential Italian philosopher. Grice: “If Z. likes Smith for his ‘etica della simpatia,’ I happen to prefer Englishman Butler, for his sermons on self-love and benevolence!” -- Grice: “There are some resemblances between what Zanini intelligently calls “the rhetorics, sic in plural, of truth, and my idea of theoretical argument as a sort of deep-down practical argument.” Filosofo italiano. Si laurea in filosofia a Padova con CURI -- si veda: Luigi Speranza, “GRICE E CURI”.  Borsista presso la Fondazione Einaudi di Torino, ove studia con LOMBARDINI. Insegna filosofia a Le Marche. I suoi saggi sono indirizzati, in particolare, al rapporto tra filosofia politica e filosofia dell’economia. È tra i principali interpreti di Smith e di Schumpeter. Saggi principali: Filosofie del soggetto: soggettività e costituzione, Palma, Palermo; Keynes: una provocazione metodologica, Bertani, Verona; Schumpeter impolitico, Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, Roma; Il moderno come residuo: lemmi, Pellicani, Roma; Genesi imperfetta: il governo delle passioni in Smith, Giappichelli, Torino; Modernità e nomadismo, Calusca, Padova; Smith: economia, morale, diritto, Mondadori, Milano; Liberilibri, Macerata; Macchine di pensiero: Schumpeter, Keynes, Marx, Ombre corte, Verona; Schumpeter, Mondadori, Milano; Lessico postfordista, Feltrinelli, Milano; Retoriche della verità. Stupore ed evento, Mimesis, Milano; Filosofia economica. Fondamenti economici e categorie politiche, Bollati, Torino; L'ordine del DISCORSO economico. LINGUAGGIO delle ricchezze e pratiche di governo, Ombre corte, Verona; Schumpeter: principi e forme delle scienze sociali, Mulino, Bologna; Negri, Una traccia; Belfagor”, Garin, L'etica della simpatia; L'indice; Salanti, L'economia politica come critica della società, note sparse; Filosofia economia. Fondamenti economici e categorie politiche, Quaderni del Dipartimento di Ingegneria gestionale, Bergamo. Caruso, Alla ricerca della filosofia economica, Storia del pensiero economico, Fumagalli, Sfera politica e sfera economica: un difficile rapporto. A proposito di "Filosofia economica"  “Economia politica.” MLOL, Horizons Radio Radicale, univpm. Sito italiano per la filosofia, su swif.  Intervista su Schumpeter. Video Mediaset, Legnago. Sympathy, di Brown. La simpatia, nell’uso comune, indica un'inclinazione positiva verso un'ALTRA PERSONA, o più in generale rispetto a un concetto o un'idea -- συν-πάσχω, letteralmente, patire insieme, provare emozioni con.. Nel suo significato etimologico il termine indica quindi un sentimento di partecipazione alle emozioni altrui, siano esse positive o negative. Lo stato psicologico della simpatia ha tratti in comune con quello dell'empatia, ma anche divergenti. Empatia e l’abilità di percepire e sentire direttamente ed in modo esperienziale le emozioni di un'altra persona così come lei le sente, indipendentemente dalla condivisione della sua visione della realtà. Simpatia e la percezione di situazioni in maniera simile ad un'altra persona. Questo quindi implica preoccupazione, partecipazione, o desiderio di alleviare i sentimenti negativi che l'altro sta provando. Per questo è possibile provare SIMPATIA, MA NON EMPATIA, quando si sente internamente la voglia di AIUTARLO, ma non proviamo in modo diretto ed interiore il suo sentimento di dolore (empatia). C’e empatia e simpatia quando si percepiscono i sentimenti dell'altra persona (empatia) e si sente la voglia di AIUTARLA.  Costellazioni dell'emisfero celeste settentrionale raffigurate come esseri senzienti in un gigantesco zodiaco, ovvero giro degli animali (da Harmonia Macrocosmica di Cellarius. Magia simpatica. Nella filosofia antica, la simpatia, «sentire assieme», venne intesa non solo come un sentimento umano di natura psichica o emotiva, ma come una forza cosmica, capace di pervadere ogni creatura e persino gl’elementi fisici. Alla base di questa forza vi era secondo IL PORTICO una concordanza occulta fra i vari aspetti della realtà, dovuta alla penetrazione universale dello stesso Logos-Fuoco, principio di coesione, di movimento, e di vita. Come in un gigantesco organismo vivente, abitato da una sola grande anima, le varie parti dell'universo comunicavano tra loro vibrando all'unisono, attraversati dal medesimo respiro o soffio spirituale, pneuma, che crea quella interdipendenza in virtù della quale ogni singolo accadimento si ripercuoteva su ogni altra regione del mondo.  Simpatia e quindi il riverbero o l'influenza che un punto colpito da un evento esercita su un altro situato anche a distanza.  L'uomo zodiacale in un manoscritto medico che illustra le relazioni di simpatia dei vari organi con le corrispondenti entità del macrocosmo. Supponendo che la natura formi un tutto ben collegato e coerente che l'intero universo sia uno IL PORTICO ha raccolto più di un esempio a sostegno di questa tesi. Se si toccano le corde di una lira, le altre corde risuonano. Le ostriche e tutte le conchiglie crescono e si restringono di volume insieme alle fasi della Luna. Il flusso e il riflusso delle maree sono controllati dai moti lunari-- CICERONE, De divinatione. Secondo Plotino la simpatia è come una singola corda tesa che, toccata a un'estremità, trasmette il movimento all'altra estremità. Il termine puo estendersi all'animismo come nell'occultista Bolo di Mende, il quale parla di consonanze astrologiche, misteriosofiche e alchimistiche tra oggetti inanimati ed esseri viventi.  Nel Rinascimento l'argomento e affrontato da diversi filosofi, tra cui FICINO (si veda), Paracelso, CARDANO (si veda), CAMPANELLA (si veda), e PORTA (si veda), che concepivano un universo animato da reciproche simpatie e antipatie. Essi traduceno operativamente questa teoria nella pratica della magia naturale, basata in gran parte sui fenomeni simpatetici. I  maggiori teorici del fenomeno della simpatia, sebbene limitata all'ambito sentimentale dell'essere umano, sono Hume, Smith, e Scheler. Un ritorno alla concezione cosmica della simpatia si è avuto in seguito in Schopenhauer, che parla di Mitleid ossia di compassione morale per la sofferenza altrui, e nella filosofia antroposofica, per la quale la simpatia compenetra la vita soggettiva dell'anima con sentimenti di attrazione, anti-tetici a quelli di repulsione che invece rendono possibile il distacco proprio della conoscenza oggettiva. Simpatia, su treccani; Zapelli, Simpatia, antipatia, empatia: la regia del pathos, su else-where.it. Empatia, simpatia, contagio emotivo: le differenze, su tesionline. Festugière, La Révélation d'Hermès Trismégiste. Plotino, Enneadi; Compagni, La magia naturale: il contributo italiano alla storia del Pensiero, treccani; Ernst, Il Rinascimento: magia e astrologia, su treccani, Enciclopedia Treccani - Storia della Scienza; Calogero, Simpatia, su treccani,  Enciclopedia Italiana. Le forze della simpatia sono poste così in relazione con quelle del volere, e dell'antipatia con quelle del pensare, cfr. Simpatia-volere; antipatia-pensare, su anthropos conosci te stesso. Hume, Trattato sulla natura umana, Bompiani, Milano; Scheler, Essenza e forme della simpatia, Angeli, Milano. Antipatia Compassione (filosofia) Empatia Intelligenza emotiva Magia simpatica Polvere di simpatia Similia similibus curantur Sincronicità Sistema simpatico -- il lemma di dizionario «simpatia» Antropologia Filosofia Psicologia Categorie: Concetti e principi filosofici Emozioni e sentimenti Magia. libri di Zanini in ordine cronologico + Indice contenuto Esplora la cronologia avvincente degli straordinari libri di Adelino Zanini, ordinati con cura nella nostra biblioteca. Dai bestseller in brossura ai più consigliati ebook, la lettura delle opere di Z. inizia qui.  Migliori libri di Z. Ricerca il prossimo titolo da aggiungere alla tua libreria, sfogliando la nostra classifica dei libri di Adelino Zanini in ordine cronologico di uscita con mese e anno, in formato ebook, brossura o copertina flessibile.  1. Postfordismo e oltre Postfordismo e oltre Scritto da Adelino Zanini Argomento: Sistemi e strutture economiche Casa editrice: Clinamen Capitalismo, socialismo e democrazia Capitalismo, socialismo e democrazia Scritto da Adelino Zanini Argomento: capitalismo Casa editrice: Meltemi Ordoliberalismo. Costituzione e critica dei concetti Ordoliberalismo. Costituzione e critica dei concetti Scritto da Zanini Argomento: Filosofia e teoria dell'economia Casa editrice: Il Mulino Vai all'offerta  4. Saggio sull'uomo. Testo inglese a fronte Saggio sull'uomo. Testo inglese a fronte Scritto da Z. Argomento: Poesia antica, classica e medievale Casa editrice: Liberi libri Saggio sull'uomo'', il poema più ambizioso di Pope, è costituito da quattro epistole in versi, nelle quali sono racchiusi lo spirito filosofico del Settecento e il sentimento di un'epoca: la consapevole accettazione di un ordine universale in cui odio e benevolenza, ferocia e mansuetudine, piacere e dolore trovano un loro senso imperscrutabile e in cui l'uomo - elemento intermedio ma non centrale della Grande Catena dell'Essere - deve deporre la velleitaria pretesa di comprendere il tutto. Elogiato da Voltaire e da Kant, ''An essay on man'' fece di Pope una celebrità europea.' Vai all'offerta  5. Salario, prezzo e profitto Salario, prezzo e profitto Scritto da Adelino Zanini Argomento: Economia politica Casa editrice: Ombre Corte Salario, prezzo e profitto'' è il testo di due conferenze che Marx tenne nel giugno del 1865 presso l'Associazione internazionale degli operai. Scritto in inglese e pubblicato postumo, il testo conobbe una grande fortuna e diffusione. In esso, vengono presentati, in forma sintetica e divulgativa, i principali risultati scientifici che Marx andava acquisendo nel corso della stesura del primo libro del Capitale. Nell'opera, composta per confutare le tesi dell'oweniano Weston, secondo il quale ogni lotta operaia in vista dell'aumento salariale sarebbe stata vanificata dall'aumento dei prezzi, Marx insiste sul carattere politico della lotta operaia sul salario, contro i meccanismi e le compatibilità economiche capitalistiche. A più di un secolo e mezzo di distanza, le analisi di Marx possono sembrare molto lontane. In realtà, conservano molta della loro originaria radicalità pur in un sistema capitalistico profondamente mutato. Anche in un panorama in cui la finanziarizzazione del capitale è centrale nella determinazione dei processi di produzione del valore e dei salari, la questione della redistribuzione della ricchezza prodotta e del rapporto relativo tra salari e profitti rimane assolutamente centrale.' Vai all'offerta  6. Adam Smith. Morale, jurisprudence, economia poltica Smith. Morale, jurisprudence, economia poltica Scritto da Adelino Zanini Argomento: Filosofia e teoria dell'economia Casa editrice: Liberi libri Principi e forme delle scienze sociali. Cinque studi su Schumpeter Principi e forme delle scienze sociali. Cinque studi su Schumpeter Scritto da Z. Argomento: Filosofia e teoria dell'economia Casa editrice: Il Mulino Vai all'offerta  8. L'ordine del discorso economico. Linguaggio delle ricchezze e pratiche di governo in Michel Foucault L'ordine del discorso economico. Linguaggio delle ricchezze e pratiche di governo in Michel Foucault Scritto da Zanini Argomento: Storia della filosofia e scuole di pensiero Casa editrice: Ombre Corte Vai all'offerta  9. Resoconto della vita e delle opere di Adam Smith Resoconto della vita e delle opere di Adam Smith Scritto Zanini Argomento: Biografie e autobiografie Casa editrice: Liberi libri Filosofia economica. Fondamenti economici e categorie politiche Filosofia economica. Fondamenti economici e categorie politiche Scritto da Adelino Zanini Argomento: filosofia economica Casa editrice: Bollati Boringhieri Retoriche della verità. Stupore ed evento Retoriche della verità. Stupore ed evento Scritto da Adelino Zanini Argomento: Filosofia Casa editrice: Mimesis Macchine di pensiero. Schumpeter, Keynes, Marx Macchine di pensiero. Schumpeter, Keynes, Marx Scritto da Z. Argomento: Ideologie politiche Casa editrice: Ombre Corte Schumpeter. Teoria dello sviluppo e capitalismo Joseph A. Schumpeter. Teoria dello sviluppo e capitalismo Scritto da Z. Argomento: Biografie e autobiografie Casa editrice: Mondadori Bruno Smith. Economia, morale, diritto Adam Smith. Economia, morale, diritto Scritto da Adelino Zanini Argomento: Economia Casa editrice: Mondadori Bruno Biografia di Z. Z. è un rinomato intellettuale che guida il prestigioso Seminario di Pensiero Moderno a Padova. La sua profonda conoscenza della filosofia contemporanea e la sua passione per l'analisi critica lo distinguono come un autorevole punto di riferimento nel campo. La sua capacità di trasmettere concetti complessi in modo accessibile e coinvolgente è ammirata da studenti e colleghi. La sua ricerca innovativa e la sua prospettiva unica lo rendono un pensatore originale e influente nel panorama filosofico contemporaneo.  libri di Z. in ordine cronologico di uscita Nella bibliografia di Z. trovi i seguenti libri ordinati per data di pubblicazione. Scegli un bestseller o inizia a leggere i libri più belli consigliati dal seguente elenco aggiornato.  Nome Editore PagineData Postfordismo e oltreClinamen Capitalismo, socialismo e democraziaMeltemi Ordoliberalismo. Costituzione e critica dei concetti Il Mulino Saggio sull'uomo. Testo inglese a fronteLiberilibri Salario, prezzo e profitto Ombre Corte  Adam Smith. Morale, jurisprudence, economia poltica Liberilibri  Principi e forme delle scienze sociali. Cinque studi su Schumpeter Il Mulino  L'ordine del discorso economico. Linguaggio delle ricchezze e pratiche di governo in Michel Foucault Ombre Corte Resoconto della vita e delle opere di Smith Liberi libri Filosofia economica. Fondamenti economici e categorie politicheBollati Boringhieri Retoriche della verità. Stupore ed evento Mimesis Macchine di pensiero. Schumpeter, Keynes, Marx Ombre Corte  Schumpeter. Teoria dello sviluppo e capitalismo Mondadori Bruno mith. Economia, morale, diritto Mondadori Bruno Domande sui libri di Z. Qual è l'ultimo libro di Z.? L'ultimo libro pubblicato da Z. si intitola Postfordismo e oltre ed è in vendita con l'editore Clinamen in Italia.  Qual è il primo libro di Adelino Z.? Il primo libro di Z. risale con il titolo Smith. Economia, morale, diritto, ed è stato pubblicato dalla casa editrice Mondadori Bruno.  Quanti libri ha pubblicato Z.? Secondo le nostre ricerche, Z. ha pubblicato almeno 14 libri in tutta la sua carriera, senza contare i titoli introvabili e le edizioni speciali.  Che libri scrive Adelino Zanini? Ci sembra chiaro che Adelino Zanini abbia scritto libri di Sistemi e strutture economiche in tutto l'arco della sua carriera. Nome compiuto: Adelino Zanini. Keyword: etica della simpatia, simpatia, empatia, impassibile, non passibile, impatetico, impassionato, compassione --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice and Zanini: the rhetorics of truth,” The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia; H. P. Grice, “Zanini,” The Grice Papers, BANC MSS 90/135c, University of California, Berkeley – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

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