GRICE E SVETONIO
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Svetonio: la ragione
conversazionale del commentario alla
repubblica, più vasto dalla repubblica – la scuola d’Ostia – filosofia lazia --
Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Ostia). Filosofo lazio. Filosofo italiano. Ostia, Lazio. Abstract:
H. P. Grice: “Suetonius did not ascribe
a single, overarching philosophy to the emperors, but rather evaluated each
based on a moral framework of Roman aristocratic values, emphasizing the
balance of an emperor's public virtues and private vices. His biographies in Lives of the Twelve
Caesars are structured to highlight the emperors' personal conduct and
character, using a "rubric system" of virtues (justice, self-control,
generosity) and vices (cruelty, sexual excess, greed) to determine if they were
a good or bad ruler. Key aspects of his
approach include: Moral Judgment: Suetonius provided a moral assessment of each
emperor, illustrating for Roman elites what was considered acceptable and
unacceptable behavior for their leaders. A good emperor, like Augustus or
Vespasian, generally displayed traditional Roman virtues, while a bad emperor,
like Caligula or Nero, was characterized by moral corruption and tyranny.
Humanizing the Emperors: Suetonius "cuts the emperors down to size,"
portraying them as men with human flaws and eccentricities, rather than as
divine or larger-than-life figures. This approach offered a way for the Roman
aristocracy to cope with the absolute power of the emperor, by revealing the
rulers as ultimately mortal and fallible. Anecdotal Style: He was less
interested in developing the grand political causes of events than in
collecting engaging, often salacious, anecdotes and gossip that shed light on
an emperor's true character. He believed personal habits, such as eating
preferences or physical appearance, could reveal an emperor's temperament and
fitness to rule. Bias and Contemporary Views: Writing during the Flavian and
Hadrianic dynasties, S.'s portrayal sometimes reflected the prevailing
senatorial and elite opinions of his day, including biases (e.g., against
Domitian, who had been subject to damnatio memoriae). Ultimately, Suetonius's "philosophy"
was a pragmatic one that judged emperors by their adherence to traditional
Roman morality and their ability to maintain stability and a good working
relationship with the Senate and aristocracy.” Keywords: moral philosophy. Best
known for his account of the lives of the first XII emperors, his output amounts
to much more than that. He writes a lengthy commentary on Cicerone’s
“Republic,” which Cicerone liked ‘even if it is longer than my ‘Republic’!” Disambiguazione
– "Svetonio" rimanda qui. Se stai cercando il militare, vedi Gaio S.
Paolino. Incisione ottocentesca di
Svetonio. Gaio S. Tranquillo (pron. latina classica o restituita: [ˈɡaːɪ.ʊs
sweːˈtoːnɪ.ʊs traŋˈkᶣɪllʊs]), noto semplicemente come Svetonio[1] o, più
raramente, come Suetoni o[1][2] (in latino Gaius Suetonius Tranquillus; 69
circa[1][3] – post 122) è stato uno storico e biografo romano dell'età
imperiale. Biografia Svetonio nacque attorno al 70 d.C. in un luogo imprecisato
del Latium vetus, forse a Ostia, dove ebbe la carica religiosa locale di
pontefice di Vulcano (solitamente conferita a vita). Altre ipotesi fissano il
suo luogo di nascita a Roma oppure a Ippona in Africa (dove è menzionato in
un'iscrizione), o ancora a Pesaro nelle attuali Marche (tesi di Syme). Non si
conosce, tuttavia, con precisione l'anno di nascita: alcuni, facendo
riferimento ad una lettera inviata da Plinio il Giovane a Svetonio nel 101,
anno in cui avrebbe potuto ricevere un tribunato militare se avesse intrapreso
la carriera militare, collocano la data al 77. Altri anticipano la data al 69,
altri ancora, esaminando altre lettere indirizzate all'autore del De vita
Caesarum, la collocano al 71 o al 75. Ugualmente incerta è l'origine sociale di
Svetonio: non si può stabilire con precisione se la sua famiglia appartenesse
al ceto equestre o fosse plebea, anche se l'autore stesso riferisce che il
padre, Svetonio Leto, era tribuno angusticlavio della XIII legione, che servì
Otone nella prima battaglia di Bedriaco contro Vitellio.[5] Nonostante le
origini non patrizie, Svetonio studiò non solo grammatica e letteratura, ma
anche retorica e giurisprudenza, divenendo avvocato e corrispondente di Plinio
il Giovane, che lo considerava un suo protetto e che diede un impulso alla
carriera di Svetonio. Prima di morire, nel 113 d.C., infatti, lo affidò alla
protezione di Setticio Claro, che, divenuto prefetto del pretorio
dell'imperatore Adriano, ottenne per lui la carica di segretario
dell'imperatore (procurator a studiis e ab epistulis, ovvero sovrintendente
degli archivi e curatore della corrispondenza imperiale), ed in tale qualità
aveva accesso ai documenti più importanti degli archivi imperiali. Svetonio
ricoprì, dunque, cariche importanti sotto l'imperatore Adriano e forse già
sotto Traiano, entrando a far parte del personale a più stretto contatto con
l'imperatore: tuttavia, il suo allontanamento da parte dell'imperatore Adriano
nel 122 (assieme al prefetto del pretorio Setticio Claro, con la motivazione
ufficiale di aver trattato con eccessiva vicinanza l'imperatrice Sabina),[6]
per motivi non chiari (nel contesto di una epurazione dei quadri dirigenti
voluta forse dall'imperatrice stessa per conferire gli incarichi ai suoi
protetti) segnò la fine della sua carriera. Anche la data di morte non è del
tutto sicura, ed è posta da alcuni attorno al 126, da altri una quindicina di
anni dopo, intorno al 140 o addirittura al 161, anno della morte dell'imperatore
Antonino Pio. Opere Miniatura che raffigura Svetonio intento nella lettura,
tratta dal Liber Chronicarum (foglio CXI), trattato di Hartmann Schedel. De
viris illustribus Lo stesso argomento in dettaglio: De viris illustribus
(Svetonio). Il De viris illustribus ("I personaggi famosi"), che
trova un suo chiaro precedente in Cornelio Nepote, analizza le figure di
personalità illustri nel campo culturale, suddividendole in cinque categorie:
poeti (De poetis), grammatici e retori (De grammaticis et rhetoribus), oratori
(De oratoribus), storici (De historicis) e filosofi (De philosophis).
Dell'opera si conserva pressoché intatta soltanto la sezione riservata ai
grammatici e ai retori (21 grammatici e 5 retori), anche se mancante della
parte finale: dopo una diffusa introduzione sull'arrivo della scienza
grammaticale a Roma, Svetonio offre dei brevi ritratti (alcuni brevissimi) di
coloro che hanno contribuito allo sviluppo dello studio della grammatica a
Roma, ponendo l'attenzione, oltre che sulle novità che ciascun grammatico ha
apportato, spesso anche su particolari aneddotici. Delle altre sezioni del De
viris illustribus rimangono soltanto alcune vite, sulla cui reale attribuzione
a Svetonio, peraltro, non c'è accordo fra gli studiosi. Si ricordano la Vita
Terentii (che costituisce la premessa al commento di Elio Donato alle commedie
terenziane), la vita di Orazio e quella di Lucano; deriva dal De poetis anche
la vita di Virgilio, premessa al commento delle opere del poeta sempre da Elio
Donato. De vita Caesarum Lo stesso argomento in dettaglio: Vite dei Cesari. Le
Vite dei dodici Cesari in otto libri, sono ben più ampie e sono a noi giunte
pressoché complete (manca solo una breve parte iniziale). Comprendono, in
ordine cronologico, i ritratti dei "dodici Cesari": Giulio Cesare e i
primi undici imperatori romani, Augusto, Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone,
Galba, Otone, Vitellio, Vespasiano, Tito, Domiziano. A parte una genealogia
introduttiva e un breve riassunto della vita e della morte del personaggio,
queste biografie non seguono un modello cronologico, bensì uno schema non
rigido, modificabile a seconda delle esigenze dell'autore. Questo schema era
composto da moduli biografici di tipo alessandrino: si partiva dalla nascita e
dalle origini familiari, per poi passare all'educazione, alla giovinezza, alla
carriera politica prima dell'assunzione al potere; qui iniziava la seconda
parte (organizzata per species, ovvero per categorie) della narrazione: i
principali atti di governo, un ritratto fisico e morale, la descrizione della
morte e del funerale, infine il testamento. Tutto ciò a discapito dell'organicità
del racconto, con un interesse spesso dispersivo verso il particolare o
l'aneddoto.[8] La differenza con il contemporaneo Plutarco è che, mentre
quest'ultimo partecipava più emotivamente al racconto, Svetonio dimostra una
attenzione più documentaria che appassionata. S. appare più distaccato,
astenendosi da un giudizio personale. Emerge anche una caratterizzazione
negativa degli imperatori del I secolo, forse incoraggiato dallo stesso
Adriano, al fine di contrapporre il suo buon governo a quello dei suoi
predecessori, caratterizzato spesso da eccessi (vedi su tutti Caligola, Nerone
e Domiziano).[10] Svetonio sembra concentrarsi soprattutto attorno alla figura
del princeps, quasi incurante del mondo imperiale che lo circonda. La forma,
che appare in alcuni casi sciatta, risulta semplice, lineare, con una struttura
schematica, anche frammentaria, che non fornisce un discorso articolato da un
punto di vista stilistico. In alcuni casi, Svetonio riesce invece ad
"ottenere notevoli effetti drammatici ed a mostrare una caratterizzazione
psicologica coerente". Come membro della corte imperiale (del consilium
principis) e procurator a studiis e a bibliothecis (sovrintendete degli archivi
e delle biblioteche imperiali), Svetonio aveva a disposizione documenti di
prima mano (decreti, senatus consulta, verbali del Senato), tutti utili fonti
per il suo lavoro, e materiale utile agli storici moderni per la ricostruzione
del periodo. Tuttavia egli si servì anche di fonti non ufficiali, quali scritti
propagandistici e diffamatori e anche testimonianze orali, al fine di
alimentare quel gusto per l'aneddoto e il curioso cui egli dedica ampio spazio
e che alcuni gli ascrivono come difetto ed altri come pregio. Opere minori
Sotto il nome di Svetonio sono pervenuti anche alcuni titoli e frammenti di
argomento storico-antiquario, grammaticale e scientifico. Di carattere erudito,
ad esempio, sono Peri ton par' Hellesi paidion ("Sui giochi in
Grecia") e Peri blasphemion ("Sugli insulti"), scritti in greco
e che sopravvivono in estratti in tardi glossari greci. Di altre opere ci
informano in parte il lessico Suda e grammatici latini tardi: si va, così,
dalle Vite dei sovrani alle più piccanti Vite di famose cortigiane, per
continuare con opere che erano, forse, sezioni di un trattato spesso citato
come Roma e che doveva comprendere, in una sorta di miscellanea, vari aspetti
della vita romana. Lo attesterebbero titoli come Su usi e costumi dei Romani,
Sull'anno romano, Sulle feste romane, Sui vestiti, Sul De re publica di
Cicerone, Sulle magistrature. Di carattere ancor più vario e meno compatto
doveva essere il Pratum, che forse comprendeva titoli come Sui metodi di
misurazione del tempo, Problemi grammaticali, Sui difetti fisici, Sulla Natura,
Sui segni diacritici usati nei libri. L'insieme dei frammenti, in parte latini
e in parte greci, è tuttavia troppo esiguo per consentire un'analisi di tali
opere e verificarne la paternità. Una valutazione di Svetonio Svetonio svolse
le funzioni di segretario (ab epistulis), di responsabile delle biblioteche
pubbliche di Roma (a bibliothecis) e di direttore dell'archivio imperiale (a
studiis) durante l'impero di Adriano. Grazie a questi compiti ebbe accesso a
informazioni riservate, grazie a cui ci sono giunte notizie di prima mano sui
Cesari, altrimenti irrimediabilmente perdute. Tuttavia suo grande difetto è
quello di prestare credito, riguardo alle vite di alcuni imperatori, alla
presenza di fonti storiche del tempo di per sé corrotte e parziali. Eppure,
nonostante i limiti stilistici e strutturali delle sue biografie, ottenne
un'enorme fama durante tutta l'età antica e il Medioevo. Svetonio fu, comunque,
essenzialmente un erudito, vista la grande mole di opere composte negli ambiti
più svariati (in parte scritte in greco), amante della vita ritirata, onde
potersi dedicare agli studi che più amò. Fu figura di antiquario, studioso
enciclopedico, con grande interesse per le antichità e la cultura romana,
accostabile a Marco Terenzio Varrone per le caratteristiche della produzione. Note
Svetònio Tranquillo, Gaio, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 12 maggio 2018. ^ Manca
- Vio, Introduzione alla storiografia romana S. Tranquillo, Gaio, in Dizionario
di storia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, .De Vita Caesarum. Elio
Sparziano, Adriano S., De viris illustribus (testo latino). Luciano Perelli,
Storia della letteratura latina, Milano, Paravia. ^ Svetonio, De vita Caesarum
libri VIII (testo latino). Luciano Perelli, Storia della letteratura latina Foreword,
in Suetonius: The Twelve Caesars, traduzione di Graves Hamondsworth, Penguin . Svetonio, in Sapere. Hadrill, Suetonius: The Scholar and his
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Noseda, Milano, Garzanti. Galand-Hallyn, Bibliographie suétonienne (Les Vies des
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MLOL, Horizons Unlimited. Opere di Gaio Svetonio Tranquillo, su Open Library,
Internet Archive. Opere di Gaio S.Tranquillo, su Progetto Gutenberg. Audiolibri
di Gaio S. Tranquillo, su LibriVox. Modifica su Wikidata (EN) Gaio Svetonio
Tranquillo, su IMDb, IMDb.com. Modifica su Wikidata De vita Caesarum — testo
latino, traduzione inglese su LacusCurtius C. Svetoni Tranquilli preater
Caesarum libros reliquiae edidit, August Reifferscheid (a cura di), Lipsiae,
sumptibus et formis B. G. Teubneri. V · D · M Storici romani Portale Antica
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STORIA LE VITE DEI v.*V'' ir" 1 • DODICI CESMI DI GAIO SVETONIO TRANQUILLO
LE VITE DEI DODICI CESARI Di GAIO SVETONIO TRANQUILLO TRADOTTE IN VOLGAR
TIORENTINO DÀ C«««I,ICKB «BKOaOLnilTAIIO TORINO CWIKI POUrBA E COMP; SDITORl
TORmO TIPOGRAFIA £ STEREOTIPIA DEL PROGRESSO diretta d» babera e AMBROSIO' Via
della Mjdotuia degli AotP^, rimpetto alla Chiesa. GLI EDITORI Si leggono
avidamente perchè vestiti di fiUroK leggiadre alcoDi romanzi moderni dei Dumas
e dei SuE^n, i i^^'i ci dipingono i costumi strani e gli avreAimeBÙ
specialissimi di Roma imperiale. Ma per fiei libri, e per^tri di simile fatta,
l'immaginazione degli Autori era ampiamente soccorsa dagli scritti degli Autori
di quei tempi. In fatti, per non parlare qui di altri, le Vite dei Dodici
Cesari a Svetonio ne sono tale dipintura da disgradarne qualunque libro moderno
che dei medesimi discorra. Scrittore terso e lindo, fu da mano maestra vólto in
italiano. La traduzione di Paolo del Rosso è classica e citata fra i testi dì
lingua dal Gamba. Crediamo per conseguenza ben fatto il rendere questo libro
popolare. Torino. Cugini POMBA e C. Actéy Isaach Lacquedem del primo, e Les
Mystères du Peaple del secondo. KtMO IMPERATORE posto che egli fu in terra,
senza metter tempo in mezzo, fece venire prestamente l'armata da MUesio, e si.
messe a persegui- targli mentre che se ne, andavano, ed avendogli ridotti ia
suo potere, dette loro subito quella punizione, della qu«le cianciando spesse
volte gli aveva ininacciati. Dando il guasto Mitridate ai paesi allo intorno, e
perciò ritrovandosi i confederati ed amici del popolo rontóno in pericolo e
travaglio, egli per non parer di starsi a vedere in così fatta necessità,
lasciò stare TandaraRodi, dove egli s'era addirizzato, e prese la volta
dell'Asia : e quivi soldato gente discacciò il prefetto e capitano di Mitridate
di quella provincia, e ritenne in fede le città, le quali stavano tuttavia per
ribellarsi. Il Tribunato de’ soldati, e altre cose da lui intraprese. Essendo
fatto tribuno de' militi (il che subito che tornò a Roma ottenne, mediante il
favore del popolo) con ogni sforzo, e molto gagliardamente aiutò e favorì
quegli, che cercavano di far rendere l'autorità a* tribuni, la quale da Siila
era stata diminuita. A Lucio Cinna fratello della moglie ed a quegli che
insieme con lui nelle discordie civili avevano seguitato la parte di Lepido, e
dopo la morte di esso Lepido s'erano rifuggiti . in Spagna « Sertorio, fece
abilità di poter tornare in Roma, mediante una petizione messa in senato da
Plocio, e parlò ancora egli sopra tale cosa. La Questura, e ì suoi fatti.
Essendo questore secondo l'usanza antica fece una orazione in laude di Giulia
sua zia, sorella del padre, edi ComeUa sua donna; le quali erano morte; e
raccontando le lodidella zia, parlò della origine di quella e del padre in
questo modo. Là stirpe materna dì Giulia mia zia ha origine dai re, e la
paterna à congiunta €on gli dii immortali. Conciossiacosaché da Anco Marzio
derivino i re Martii, del cui nome fu mia madre, da Venere i Giulii, della cui
gente è la nostra famiglia. Trovasi adunque nel ceppo antico della casa nostra
la santità dei re, la quale appresso degli uomini è di grandissima autorità, e
la religione degli iddii, nella podestà, de* quali sono essi re. Tolse appresso
per moglie, in luogo di Cornelia, Pompea, tìgli uola di Qu-into Pompeo, e.
nipote di Siila, con la quale dipoi fece divorzio^ e la licenziò, come quello
che ebbe opinione che la fusse Btata adulterata da Publio Clodio, il quale si
diceva tanto manifestamente esser penetrato ad essa vestito come dònna, mentre
si celebravano le pubbliche e sacre cerimonie, che il senato ordinò, che si
facesse inquisizione contro a chi avesse contaminato \e cose sacre. Lamento di
Cesare alla statua di Alessandro Magno, . fr il suo sogno del giacimento colla
madfe. Essendo questore gli toccò per tratta la Spagna ulteriore, dove facendo
le visite, e tenendo ragione, secondo la commissione del popolo romano,
pervenne a Calis ; ed avendo nel tempio di Ercole considerato la immagine di
Alessandro Magno, sospirò, e pianse ; e quasi vergognandosi di se medesimo, che
niuna cosa memorabile da lui fusse ancora stata fatta in quella età, nella
quale Alessandro Magno di già il mondo aveva soggiogato, con gr3nde instanza
domandò licenza, per cacciare, come più presto poteva, occasione di maggior
cose. Stando ancora in Roma tutto confuso per un sogno fatto da lui la notte
passata ( conciossiachè gli fusso paruto di usare con la madre) gli fu dato
dalli indovini grandissima speranza, interpretando che ciò significava Taver
lui a soggiogare il mondo ; conciofusse cosa che la madre, quale egli sognando
s'aveva veduta in cotal guisa sottoposta, non significava altro, clie^a terra,
la quale è tenuta madre di tutte le cose. Le cose da lui fatte nella città.
Partendosi adunque innanzi attempo, andò a ritrovare i popoH di JLazio mandati
ad abitare in diversi luoghi, i quali trattavano insieme di addimandare di
essere fatti cittadini romani ; e gli avrebbe commossi a tentare qualche
novità, se i consoli non avessino solo per questa cagione intrattenulo alquanto
le genti fatte per mandare in Cilicia. Né mancò per questo di tentare poc«
dipoi dentro nella città cose di maggior momento. Venuto in sospezione di aver
congiurato con. Crasso, Siila, e Antooio. Conciossiachè pochi. giorni avanti
ch'egli pigliasse T uffizio delhi edilità cadesse in sospetto di aver fatto una
congiura insieme codi Marco Crasso uonfio consolare, e e similmente, con Publio
Sili* e Antonio ; i quali poi che gli erano àtati designati consoli, fa* reno
condannati per uomini ambiziosi : la quale congiura er% né principio dell'anno
assaltare il senato, e tagliato a pezzi chiunque fosse lor piaciuto, che Crasso
occupasse la dittatura, ed egli da lui fusse fatto capitano de' cavalli, «d
ordinata che era la Repubblica a modo loro, che a Siila e ad Antonio fusse
restituito il consolato. Famio menzione di questa congiura Tanusio Gemino nella
istoria. Marco iBibulo negli editti. Gaio Curione, cioè il padre, nelle
orazioni : di questa congiura par che voglia inferire anco Cicerone in una
certa sua epistola ad Attico, scrivendo. Cesare nel consolato aver confermato
il regno, il quale essendo edife egli aveva pensato di con firmare. Tanusio a'ggìugne,
che Crasso, o perchè egli si fussé pentito, ovvero per paura non si era
rappresentato al giorno stabilito sopra tale incisione, e che Cesare per questo
non aveva ancora egli dato il segi)0, ch'egli erano 4'àccordò, ch'e' dovess^
dare. Scrive Curione, che si erano convenuti, ch'egli si lasciasse cascar la
toga dalle spalle; ed il medesimo Curione e Marco Attorie Nasone dicono, lui
^vere ancora congiurata) con Gneo Pisene giovanetto, al quale per il sospetto
di questa congiura civile fu dato spontaneamente per lo strasordinario la
provincia della Spagnaagoverno, eche si erano convenuti, che in un tempo
medesimo egli di fuora, ed esso in Roma, dessino dentro a far qualche novità e
garbuglio^ mediante i Lambrani e Traspadani; ma che il disegno dell'uno e dell'altro
non fu colorito per essere steto iworto Pisene. L'Edilità, e le cose da luì
fatlei Essendo creato edile, oltre alla sala del consiglio, e la piazza
pubblica, e le loggie, adorno ancora il Campidoglio con certi portici posticci
: perciò che avendo fatto provedimento grandissimo, ed abbondantissimo d'ogni
sorte d'ornamenti, e paramenti, volle che i detti portici gli servissero per
far la mostra di quelle cose, che in colale apparato gli avanzavano. Fece far
cacciOj feisle, e giuochi in compagnia del suo collega, ed ancora da per sé
separatamente, e ne nacque che egli solo ne riportò la grazia, ed il buon grado
di quello ancora, che s'era fatto alle spese dell'uno e dell'altro: perchè il
suo compagno Marco Bibulo usava di dire liberamente, che a sé era intervenuto
il medesimo, che a Polluce; perciocché sì come il tempio che era in piazza
essendo stato edificato in onor dell'uno e dell'altro fratello, era sol
chiamato il tempio di Castore, così la magnificenza, e liberalità sna, e di
Cesare, era solo attribuita a Cesare. Aggiunse alle predette feste Cesare
àncora il giuoco de' gladiatori, il numero de' quali fu alquanto minore, che
egli non aveva disegnato, perciocché con lo aver da ogni banda procacciato di
molta gente di mai affare, venne a spaventare i cittadini della fazione
contraria. Onde ei fu provveduto per legge, che u ninno fosse lecito di
condurre in Roma gladiatori, se non per insino ad una certa qùaniità\ Le cose
da Itti opcirate nella città. ., Come e' s'ebbe in^cotal guisa guadagnato il
favor del popolo, tentò mediante una parte de' tribuni, che per via della plebe
gii fusse concesso la amministrazione dell'Egitto, pigliando occasione di
ottener il predetto governo per lo str^sordinario, con dire, che gli
Alessandrini avevano scacciato il iorore^ il quale dal senato era stato
accettato nel numero degli amici, e confederati, e tanto più che nel popolo
universalmente per lai caso si mormorava ; ma non 16 ottenne, avendo avuto
contro la fazione degli ottimati : onde "all'incontro per diminuire
l'autorità di quegli, in tutti quei modi che poteva, restituì ne' luoghi loro i
trofei di Gaio Mario, che egli s'aveva acquistati per la vittoria avuta contro
a Jugurla, contro a' Cimbri, e, contro ai Teutoni, che per l'addietro erano
stati gittatì a terra da Siila, e nel far la inquisizione degli spadaccini, e
malfattori, messe ancora in quel numero coloro, ai quali, per avere
rappresentato le testé de' cittadini romani, che da loro erano stati uccisi,
secondo la proscrizione e bando mandato d^ Siila, era stato pagato dallo erario
i danari per la taglia, non ostante che e' ne fossero stati eccettuati, per una
legge fatta da esso Cornelio Siila. Altre di lui. operazioni.' Indusse ancora
una certa persona, che accusasse Gaio Habirio di aver fatto contro allo Stato,
del quale il senato s'era servita più che di alcuno altro pochi anni a diottro,
per raffrenare Lucio Saturnino molto sedizioso cittadino, nel tempo che egli
era tribuno. Ed essendo tratto a sorte giudice contro al predetto Ra-^ birio,
lo condannò tanto rigidamente, che appellandosi quello al popolo, non trovò
cosa che più gli giovasse, e movesse di lui la gente a corppassione, che
l'asprezza e la rigidezza, che Cesare aveva usato jn verso di quello nel
condannarlo. Il Ponteficato Massimo. Perduta ogni speranza di aver a ottenere
il governo della sopradetta provincia, addijnàndò di esser creato pontefice
niassimo, non senza gran corruzione tìi cittadini, e sua grandissima spesa. E
considerando alla grandezza del debito che egli aveva fatto, si dice, che la
mattiria'nello andare al consiglio ei disse a sua ma^ dre, che lo baciò, o che
e' non tornerebbe a casa, o e' tornerebbe pontefice: e superò due potentissimi
competitori, i quali per età, e per riputazione di gran lunga lo avanzavano, di
maniera che nelle tribù di quegli ebbe più favore, che l'uno e l'altro di lóro
non ebbero in tutte l'altre. ' La di lui Pretura, ed altre azioni. Creato che
e- fu pretore, essetidosi scoperta la congiura di Catilina, e ordinando il
senato unitamente, che tutti i compagni di tale scelleratezza fussero morti,
e^so solo giudicò che si dovessero distribuire per le qittà confederate, e
quivi tenerli in prigione, e chei loro beni si dovessero confiscare. Messe
oltre a ciò tanta paura in coloro, che persuadevano che si procedesse
severamente, e aspramente coiitro a' predetti congiurati, dimostrando a ogni
passò della sua orazione, quanta il carico, e l'odio della plebe, che essi
concitavano contro, fusse per esser grande, che Decio Sillano, il quale era
disegnato consolo, non si vergognò di addolcire con migliore interpretazione il
suo parere: conciofusse cosa che il mutarlo sarebbe stato cosa al tutto brutta,
e vituperosa, mostrando le sue parole essere st ate interpretate più
rigidamente, che non era sua intenzione^ E sarebbe andato innanzi- il suo
parere, tanti già ne aveva tirati nella sua opinione, tra i quali era il
fratello di Marco Cicerone allora consolo, se la orazione di Marco Catone non
avesse confermato gli ànimi dei senatori, che già si piegavano. Né per questo
ancora restò di non impedire la cosa, in sino a che una squadra di cavalieri
romani, la quale stava per guardia intorno al senato, perseverando lui senza
rispetto alcuno, minacciò di ammazzarlo : i quali già avendo tratte fuori le
spade, gli erano corsi addossa di maniera j ctie quelli cho gli erano più
vicini a sedere, lo abbandonarono, ed a pena che alcuni con abbracciarlo, e
pararsègli davanti con la toga, lo potesser difendere; Allora spaventato da
vero, non solo si ritrasse, ma ancora in tutto, quell'anno non comparì mai in
senato. Aìt/i di lui portamenti nell'uffìzio della Pretura. Il primo giorno
ch-e' prese l'uffizio della pretura chiamò Quieto Catulo a stare a giudìzio del
popolo sopra la cura di tifare il Campidoglio, avendo pubblicata una petizione,
per la quale egli trasferiva quella cura ad un altro; pia conoscendosi
inferiore alla fazione degli ottimati, i quali e' vedeva, che lasciato stare di
intrattenere, ed accompagnare i consoli, erano subito corsi molte ostinatamente
à fargli resistenza, abbandonò l'impresa. Deposto e rimesso alla Pretura. Ma
pubblicando^ Cecilie Me.tello alcune leggi molto aspre e scandalose, contro
alla volontà degli altri tribuni suoi compagni, i quali se ^li contraponevano,
si messe con rautoritè sua a difenderlo ed aiutarlo, senza rispetto alcuno,
tanto che il senato tolse l'uffizio a l'uno e l'altro. E nondimeno ebbe ardire
di perseverare nel magistrato, e rendere ragione; ma subito ch'e' s'ac-. corse
come s'erano apparecchiati a mandamelo per forza, e con l'armi, licenziò i
littori, e lasciato andare in terra la veste, occultamente si fuggi in. casa,
disegnando di starsi quietamente per fino che la condizione de' tempi lo
ricercava. Raffrenò ancorala moltitudine, la quale due giorni dipoi
spontaneamente gli era corsa a casa, e promettendogli tumultuosamente di fare
ogni cosa, perchè e' racquistasse l'ipnor suo, e gli fusse renduto il
magistrato. Ed avendo Cesare^ usato questo atto contro alla opinione de'
senatori, rx)me ch'eglino si fossero ragunati in fretta per il medesimo
garbuglio, lo mandarono a ringraziare per i principali della cittàj e
richiamatolo in senato e lodatolo con parole molto onorevoli, gli renderono il
magistrato, annullando la deliberazione, che s'era fatta poco innanzi contra di
lui. Nominato tra i compagni di Catilina, e sua giustificazione. Cascò di nuovo
in un altro pericolo, essendo stato nominato tra i compagni di Catilina davanti
al tribunale di Novio Nìgro que^ore da Lucio Vezio^ uno di quelli, che aveva
scoperto ì congiurali, e nel senato da Quinto Curìone ; al quale per essere
stato il ISHmq a scoprire i disegni de' congiurati, erano stali ordinati alcum'
premii dal pubblicò. Curione diceva di averlo ioteso da Catilina ; Vezio oltre
a ciò prometteva di mostrare una scrìtta di sua mano, eh* i aveva data a
Catilina ; e parendo a Cesare questa esser cosa da non se la passare di
leggieri, né da sopportarla per modo alcuno, chiamando Cicerone in testimònio,
mostrò come egli per sé medesimo gli avea. riferito alcune coée della
rx)ngiura, e fece che a Gurione non furono dati i «opradetti premii. E Vezio,
poi che gli fu tolta la roba, e i figliuoli, e mandatogli la casa a'
saccomanno, fu da lui molto mal trattato. £ mentre che Cesare parlava in
ringhiera, fu dal popolo rabbaruffatlo, e messo in prigione,^ ed in sua
compagpnk fu ancora incarcerato Nonio questore^ per avere acconsepwfe, che un
cittadino, che si ritrovava in magistrato di maggiore autorità, che il suo non
era, fu^se avanti di luì infamato, ed accusato. Gli tocca in sorte la Pretura
dell» Spagna Ulteriore. Sendo4iscito dell'uffizia della pretura, fu tratto per
sorte al governo della Spagna Ulterióre ', e si Uberò dai creditori,,i quali
non lo lasciavano partire, con dar loro mallevadori : e senza osservare né
l'usanza, né l'ordine antico, andò via avanti che le Provincie fusero ordinate
e provvedute secondo il consueto di quello che bisognava. Né si sa certo,
s'egli lo fece o per paura di non avere a dar conto di sé, conoscendo ch'e'
sarebbe stato chiamato in giudìzio, sondo allora cittadino privato, e
senza.magistrato; ovvero per anticipare dì andare a soccorrere i confederati, i
quali con grande instanza, e con molte preghiere lo sollecitavano. Pacificata
ch'egli ebbe quella provìncia, con la medesima prestezza, non aspettando
altramente lo scambio, se ne ritornò per ottenere il trionfo, è per essere
ancora, cieato consolo. Ma essendo di già pubblicata la creazione de' nuovi
consoli; né sì potendo far menzione di luì, seegliprivalamejite non entrava in
Roma, veduto che nello andare attorno a pregare questo e quello dicessero
assoluto dalle leggi, che ciò gli proibi\ano, molti gli contraddicevano ; fu
costretto di lasciare andare il trionfo per non si trovar fuori del consolato.
Il di lui Consolato con Bibulo. • Dì due che competevano nel consolato, cioè
lancio Lueeio, e Msrco Bibulo, si guadagnò Luccio, e convenne seco, ehe per ciò
chti egli era di manco favore, ed aveva più danari, e^ dijliiribuìsse del suo ì
danari al popolo in nome dì amendue. Lai' ()ua| cosa essendo conosciuta, gli
ottimati, i quali avevano cominciato a dubitare^ che e' non si mettesse a
tentare qualche novità in quel magistrato, che era il supremo, e più
importante, massimamente avendo un compagno, che dipendesse da lui, fecero che
Bibulo promesse altrettanti dgnàri al popolo, e la maggior parte dilpro
contribuirono aHa spesa. E ciò fecero non senza consenti merito di Catone, il
quale affermava, che tale corruzione di danari faceva a i>roposito per la
Repubblica. Fu adunque creato consolo insieme con Bibulo, e per la medesima cagione
operarono gli ottimali, che e^|aiBe dato a' predetti consoli certe cure
leggieri, e quasi di niunSntnportanza; come tagliar selve, e racconciare i
passi e le strade., Ónde Ges&re per tale ingiuria commosso e stimolato, con
tutti que^ «iodi che egli seppe migliori, cercò di guadagnarsi Gneo Pompeo
allora sdegnato col senato: perciocché avendo vinto il re Mitridate, -i
genatòri andavamo a rilento a ratificare e confermare lo cose, che da lui in
quella guerra erano state amministrate. Riconcjlìò ancora col detto Pompeo
Marco Crasso, col quale aveva antica nemicizia, per cagione del consolato, il
quale con grandissima discordia avevano insieme amministrato; e così entrò in
lor compagnia, acciocché tutto quello, che dipòi si aveva a trattare nplia
Repubblica fusse secondo il voler di tutti tre., - Suoi andamenti nel
Consolalo. Avendo preso il magistrato, fu imprimo, che "diede ordine che
le cose fatto giornalmente tanto dal popolo, quanto dal senato, fussero
scritte, e notate, e ne fusse fatto memoria in certi libri pubblici. Rinnovò
ancóra il costume anfeico, che in quel niese, che non gli toccavano i fasci, un
ministro gli andasse innanzi, ed i littori dietro. Ed avendo pubblicato la
legge agraria, e contraddicendogli il suo compagno, lo cacciò armata mano fuori
di piazza : ed essendosi quello il giorno seguente di ciò rammaricato in
senato, né trovandosi alcuno, che in così subito accidetite, © perturbazione
ardisse di parlarvi sopra, o deliberarvi cosa alcuna. come spesse volte in cose
di manco importanza s'era fatto ; b condusse a tanta disperazione, che per
insino a che durò il magistrato, standosi nascoso in casa, non fece altro che
contrapporsegliper via di protesti. Esso solo adunque in quel teiupO governò la
Repubblica come a lui parve, tale che alcune persane facete, quando si
soscrivevano per testimoni! a qualche sertta contratto, dicevano per burl£^;
tal cosa esser fatta non al tempo di Cesare, e di Bibulo, ma. di Giulio, è di
Cesare, ponendo il nome e il cognome di Cesare ih cambio del nottìe de'duoi eon
soli : e volgarmente si recitavano (questi versi yi questa sentenza. Questi di
passa ti, non s'è fatto cosa alcuna al tempo di Bibulo, ma al tempo di Cesare,
perchè al tempo di Bibuk) consolo nùtìa s'è fatto, che io mi ricordi. Divise
per \o strasordinario a venti^. mila cittadini di quelli, ctie avevano tre
figliuoli o piìi, il campò Stellate, consagrato dagli antichi, ed il contado di
Capu^, il quale s'affittava per sovvenire alla Repubblica. Domandando gli
arrendatori delle entrate pubbjiche, che e' fusafiJ||fcto loro qualche grazia,
gli sgravò della terza parte di quello cto^' dovevano pagare, dicendo loro
palesemente, chp nel pigliare a fitto le nuove entrate, si guardassero di non
le incantare a prezzi troppo alti. Similmente ogni, altra cosa, che ciascun
sapea chiedere, e domandare, la donò, e concesse largamente, non avendo alcuno
che gli contraddicesse; e se pure alcuno aveva ardire di contrapporseli, gli
faceva tale spavento, che,si ritirava indietro: centra pponendpglisi Marco
Catone, comandò per un littore che ei fusse ti*atto fuori di sonalo, e.messo in
carcere. A Lucio Lucullo, che troppo alla liberà gli faceva resistenza, -messe
siffatta paura, minacciando di calunniarlo, che spontaneamente l'andò a trovare
e gittossigli ai piedi. Dolendosi Cicerone in un certo giudizio della
condizione de' tempi, ordinò cìie Pubho Clodio nimicò di quello, il dì
medesimo, a ore vent'una, dov'agii era dell'ordine patrizio, entrasse
nell'ordine plebeo, di ohe un pezzo avanti il detto Clodio si era affaticato in
vano per ottenerlo. Finalmente si crede che egli avesse ordinato a una certa
persona, che si rappresentasse dinanzi al popolo, e dicesse epnae egli era
stato sollecitato di ammazzare Pompeo: nominando tutti quegli della fazione
contraria, secondo che insieme erano convenut/i,o perciò che nel nominare
questo e quello in vano, veniva a dar sospetto che la non fusse cosa fatta a
mano, non gli parendo che il suo disegno così bestiale e furioso fusse per
riuscirgli, si crede che egli lo avvelenasse. Prende per moglie Galfurnia, e
marita sua figlia Giulia a Pompeo. Quasi nel medesimo tem|K) tolse per,inoglie
Calfurnia, figliuola di Lucio Pisone, che gli doveva succedere nel consolato, e
detto Giulia ^ua figliuola a Gneo Pompeo, avendoli fatto licenziare SeryiHo Cepione
suo primo marito,, del. quale egli si era servito più che di alcuno altro poco
innanzi contro al suo collega Bibulo. (1) Arrendato ri lo stesso che
Oabellieri. E dopo* di questo nuovo parentado, sempre che si avea à parlar
sopra qualche deliberazione, cominciò a domandare Pompeo del ^uo parere innanzi
a tutti gli altri, sendo solito a domandarne prima. Grasso ; ed essendo àncora
usanza, che il consolo nel domandare dei pareri seguitasse quell'ordine tutto
l'anno, ch'egli^ nel principio del suo consolato il primo di. di gennaio aveva
incominciato. Dopo il Consoiato gli vìea concesso il governo della Francia.
Favorito adunque ed aiutato dal suocero, e dal genero, tra tutte l'altro
provincie elesse per «è il governo della Gallia, pa-rendoglj per le prede, e
guadagni, e pei" la opportunità del luogo, che quella fussc occasione,
onde egli avesse agevolmente a conseguitarne il trionfo: e primieramente prese
la Lombardia, e la Schiavonia per una legge fatta da Yatinio; appresso per
decreto del senato ottenne àncora la Francia; perciocché^ i senatori
dubitavano, che negandogliene loro,jl popolo non fusse ad ogni modo per
concedergliene, insuperbito adunque per sì fatta allegrezza,^ non sì potè
contenere dopo alquanti giorni, che essendo piena la curia di senatori, egli
non si lasciasse uscir di bocca, che a dispetto de' suoi avversari aveva
ottenuto tutto quello che egli .aveva desiderato^ e che da quivi innanzi la
volea con tutti senza^aver rispetto a nessun diJoro: ó dicendogh un certo per
incaricarlo, che ciò non poteva riuscire ad una donna, scherzando intorno a
quel vocabolo, rispose, che ancora. Semiramis avea regnato in Assiria, e che le
Àtnazoni per l'addietro aveano tenuto una ^ran, parte dell'Asia. > Accuse
delle cose da lui fatte nel Consolato. Uscito chy fu del consolato, trattando
Gaio Memmio, e Lucio Domizio pretori col senato, ch'egli rendesse conto
dell'amministrazione di quell'anno ch'egli era ètato consolo, chiese d'avere ad
essere giudicato dal senato; e non volendo il senato accettare la causa, e
avendo consumato tre di in vani litigamenti, se ne andò in Francia alla sua
amministrazione, e subito il suo que«4tore (1 ) fu colto in frode, e trovato
ch'egli aveva errato, ed era Il sentimento di Svetonio è, cb'' '^ Questore fu
strascinato n giudìzio per alcuni delitti, de'qr**^ ^vasi fosse condannato,
PRIMO IMPRRATOBE cascato in pregiudizio. E poco appresso egli ancora fu citalo
da Lucio Antistio tribuno della plebe ; e finalmente, avendo appellato al
collegio de' tribuni, ottenne di non essere condarruatò (per esser fuora per
faccende della Repubblica). Ciò fu cagione, che per sicurezza del lenvpo
a-venire, egli non attese ad altro, che ad obbligarsi sempre i magistrati anno
per anno, e di quegli, ch'erano competitoii nel -chiederei magistrati, ninno ne
aiutava, permetteva che gli ottenesse, ^e prima con patto non se lo obbligava,
e gli projnètteva di essergli difensore, e protettore, mei^tre che egli stava
assente : né Sh vergognò di ricercare alcuni di lóro del giuramento, e ancora
farsene fare una fède per iscritta di lor mano. Delle minaccie di Domizio, e
delle còse da lui fatte nelle Gaflie., Ma minacciandolo Lucio Dòmizio
palesemente, il quale era nel numero di quegli che domandavano il consolato^
con dire, òhe se egli lo otteneva, era per fare quello, che essendo pretore non
aveva potuto mandare ad effetto, e che per ogni modo gli voleva levar di mano
l'esercito ; fece che Crasso, .e Pompeo lo andorno a trovare a Lucca, città
della sua provincia, e gli richiese, che addomandassero d'esser fatti consoli
le seconda volta, solo per isbattere- Domizio: ed ottenne non solamente questo,
ma ancora d'esser raffermo Tìell'imperio per cinque anni. Per il che preso
ardire, aggiunse alle legioni, le quali egli aveva ricevute, dalla Repubblica,
alcune altre a sue Spése ed alcune altre ve ne aggiunse a spese del pubblico;
tra le quali ve ne era una di Francesi (che in quella lingua si addomandaya
Alàuda), la quale egli ammaestrò, e ordinò secondo la disciplina, ed ordine
roniàno : e tutti i soldati deUe predette legioni furono dipoi fatti cittadini
romani. Né lasciò appresso occasione alcuna di guerra, che egli non la
pigliasse,*ancora cheieHa fusse ingiusta e pericolósa: oltraggiando, senza
cagione alcuna così i confederati, come le genti nemiche e barbare; di maniera
che il senato deliberò, che si dovesse mandare -alcuni commissarii in Gallia, i
quali diligentemente ricercassino, in che termine^ le cose si trovavano in quel
luogo; e tra essi senatori ve né furono alcuni che giudicorno, che e' fosse da
darlo in preda ai nimici: ma succedendo le cose prosperamente, ottènne che in Roma
sì ringraziassero gli Iddii, e si facessero le solite supplicazioni più volte,
e più giorni per volta, che altri per Taddietro non aveva ottenuto giammai.
Altri di lui fatti nelle Gallie. In nove anni che egli stette capitano generale
della Repubblica in Galìia, fece queste cose. Tutta la Gallia che è contenuta
dai monti Pirenei, dall'Alpi, e dal monte Geb^niia, e dal fiume Reno, e dar
Rodano, la quale si distende in giro circa di settecento miglia, dalle città
confederate, e che si erano ben portate in fuora, ridusse in forma di
provincia, obbligandole a pagare ogni anno il tributo. Fu il primo dei Romani
che' assaltasse i Tedeschi, che abitano di là dal Reno; avendo fabbricato un
ponte, diede loro grandissime rottp. Assaltò ancora gli Inglési, per TiE^dietrp
non conosciuti : ed avendoli superati, e vinti, ^si fece dare. e danari, e
statichi. Fra così fatte prosperità^ solo tre volte, e non più, ebbìB la
fortuna contraria; la prima, quando per la gran tempesta "perde in
Inghilterra quasi tutta l'armata ; là seconda, quando in Francia intorno a
Gergonia fu rotta una delle sue legioni; la terza, nei confini dei Tedeschi,
quando gli furono ammazzati a tradimento Titurio ed Arunculeiò suoi commiscri.
Morte della madre, della figlia e della nipote, e altre di lai opere. Nel
medesimo spazio di tempo gli morì prima la madre, di poi la figliuola, tiè
molto di poi la nipote. Ed essendo h Repubblica altercata perla uccisione di
Publio Clodio, avendo giudicato il senato che e'-fusse beiìe creare un solo
consolo, e che nominatamente fusse eletto Gneo Pompeo,' trattò con i tribuni
della plebe, che lo volevano dare in. ogni modo per compagno a Pompeo, che
procurassero più presto col popolo, che ogni volta che s'appressasse la fine
del suo imperio, quantunque e' fusse assente, gli fusse concesso il poter
domandare il. consolato la seconda volta, avendo caro di non si avere a partire
per la predetta, cagione, né lasciare lo esercito più presto che non bisognava,
e senza avere terminata quella guerra. Il che subito che Bgli ebbe ottenuto,
cominciando a rivolgersigli per la fantasia cose più alte, e ripieno di molta
speranza, attese per ogni verso a donar largamente, e far servigio a qualunque
persona, così pubblica, come privata, senza esserne richiesto, dove il bisogno
vedesse. Cominciò a fabbricare una piazza de' danari cavati delle prede
guadagnate nella guerra, il pavimento della quale costò più di due milioni e
cinquecento migliaia di scudi. PubbHcò al popolo,, come e' voleva far celebrare
il giuoco de'gladiatori, ed un convito ancora in memoria della figliuola; il
che innanzi a lui ni uno aveva fatto giammai. Le quali cose, acciocché le f
ussero in grandissima espettazione, quanto a quello che apparteneva al convito,
benché egli' ne avesse dato la cura ai becqai, faceva ancor farne provediméhto
dai suoi domestici, e famigliari. E quanto al -giuoco dei gladiatori, se in
alcun luogo si ritrovavano gladiatori^ eper^ sone famose in maneggiare armi,^i
quali avessero avuto a combattere insieme, e diffinire qualche lite, gli mandava
a pigliare per forza, efacevagli conservare: faceva ancora ammaesti^ar gli
scolari non per le scuole da'' maestri di scherma, ma per le case da*cavalieri
romani, ed ancora dai senatori pratici nell'armi, pregando stret.tamente i
giovani (il che appare per su« lettere) che imparassero bene, ed i maestri, che
diligentemente gli ammaestrassero. Alle sue legioni raddoppiò il sòldo in
perpetuo. Ogni volta che in Roma fu abbondanza. di grano, lo distribuì senza,
regola, e misura: e donò alcuna volta schiavi, e possessioni a persone private,
e suoi amici particolari. RiiHiova la parentela con Pompeo, dandogli sua nipote
Ottavia - /in moglie, Per mantenersi il parentado e l'amicizia di Pompeo, gli
dette per moglie Ottavia, sua nipote nata dalla sor.eira,la qual era maritata a
Gaio Marcello/ con patto clie egli a lui desse 4a figliuola, la quale aveva
proméssa a Fausto Siila . Avendosi obbligato ognuno, ed ancora una gran parte
del Senato solamente con la sua buona maniera, o con piccola somma di danari, a
tutti gli altri d'ogni sorte, e di qualunque ordine eglino si fossero, che o
invitati, o spontaneamente andavano a lui, faceva grandissimi donativi, per
insino ai servi, ed ai libèrti di ciascuno dei suoi famigliari, secondo che
ciascuno di loro era più grato al suo padrone. Era, oltre a ciò, unico e
prontissimo soccorso, o-refugio di tutti i condannati, indebitati, o giovani
spenditòri, da quegli in fupra, ch'erano gravemente oppressi dalle smisurate
spese, dalle accuse, e dal fa estrema necessità, e dalle sfrenate voglie; ma
non li potendo aiutare, né sovvenire,. diceva loro alla scoperta liberamente,
che essi aveano bisogno d'una guerra civile. Procura ramicizia dei re, e delle
provincie; e del decreto del Senato contro di hii. Né con miiior sollecitudine
e diligenza si andava facendo amici, e tirando i re e le provincie di
(Qualunque parte del mondò nella sua amicizia, ad alcuni offerendo in dono le
migliàra di prigione ad alcimi, senza yobntà o saputa del senato e del popolo,
mandando in soccorso^ gente nascosamente, qualunque volta e dove e' volevano;
adornando ime I inai'* «^ffli ^ guadagnò con buona somma di danari. Ma veggendo
che ogni cosa si trattava ostinatamente, e come' i consoli disegnati erano
della parte avversa, pregò per lèttere il senato, che o'non gli fusse tolto il
benefìzio e la abilità fattagli dal popolo, o veramente che e*fu8sero costretti
ancora gli altri imperatori e ^capitani a lasciare gli eserciti ; coi^fìdatosì^
come si stima, d'aver a poter più- agevolmente, subito che gli fusse tornato
bene, rimettere insieme i suoi soldati vecchi, che Pompeo far nuovo esercito.
Convenne (\) con gli a^versarij, che licenziate otto legioni e4asciata la
Gallia Cornata, gli fussero concesse due legioni, e la Lombardia, al manco una
sola legione con la Schiavonia, insino a tanto, che e' fosse fatto consolo. Si
narrano le cause della gtìerra civile di Cesare. Ma non se ne volendo
travagliare il senato, e dicendo gli avversarii suoi che non intendeano per
modo alcuno di far contratto della Repubblica, passò nella GaHia Citeriore, e
fatte le visite, si fermò a Ravenna, pensando di vendicare con l'armi i tribuni
della plebe, quando il senato avesse in cosa alcuna proceduto troppo aspramente
contra di loro ; essendosi i predelti tribuni scoperti in suo favore. E sotto
questo colore prese Cesare l'armi contro alla patria : ma stimasi che altre
fussero le cagioni che lo movessero. Gneo Pompeo andava dicendo in questo modo^
che non potendo egli inandare a perfeziono quellenmprese e quegli edìfhii, che
da lui erano stati incominciati, «è corrispondere con le facultà private alla
espettazione, nella quale era il popolo per là sua venuta, -aveva voluto
ingarbugliare, e mandar sottosopra ogni cosa . Altri dicono lui aver temuto di
non esser costretto a render conto di quelle cose, che egli. aveva fatte nel
primo consolato contro alle leggi, e contro agli auspicii, e contro alla
volontà ed ai protesti dei compagno; conciossiacosaché IVfarco Catone ad ogni
poco gli facesse intendere, che lo voleva accusare, e che l'aveva giurato,
subito che egli avesse licenziato l'esercito: dicendosi ancora nel volgo, che
tornando privatamente in Roma, gli era per intervenire, come a Milone, e che e'
sarebbe esaminato dinanzi ai giudici ancor lui con le squadre degli armati
intorno ; il che fa più verisimile Asinio Pollione, il quale scrive, che Cesare
nella battaglia Farsalica ris (1) Le paròle di Svetonio hanno questo
sentimento. Voleva ancora pattuire con gli avversarli. guardando gli avversarii
suoi uccisi e sbattuti in terra, usò di dire queste parole : Così hanno
voluto'. Questo a Cesare, che ha fatto sì gran cose per la Repubblica? Che
Cesare si fusse condotto ad esser condannalo? Se io non avessi domandato-
soccorso al mio esercito. Altri sono die stimano, che essendo egli assuefatto a
comandare ed a signoreggiare, e considerate le forze sue e quelle de' nemici,
si servisse della occasione, che se gli appresentava di potere usurparsi il
principato, del qual fino da giovanetto era stato vago e desideroso. Ciò pare
ancora che voglia inferire^Cicerone^ scrivendo nel terzo hbro degli {//'^ztt,
Cesare sempre avere avuto in bocca que' versi greci di Euripide, la cui
sentenza è questa : « Se si ha a violare la giustizia, ciò si debbe far per
cagione di signoreggiare. Nell'altre cose si debbe ayer rispetto alla pietà
inverso la patria. » • Il di lui cammino da Ravenna al fiume Rubicone. Essendo
adunque avvisato, come l'autorità, che avevano i tribuni di potersi
contrapporre- alle deliberazioni del senato, era stata levata loro^ e come e'
s'erano fuggiti : mandò subito innanzi secretamente alcune delle sue compagnie,
per non movere di ciò sospezione alcuna. E si ritrovò ancora esso sconosciuto
in Roma a veder celebrare le feste, che si facevano in pubblico, ed andò
considerando in che forma e maniera egli voleva accomodare il luogo, dove si
aveva a celebrare il giuoco do' gladiatori : e secondo il costume, sconosciuto
ancora comparì al convito pubblico, dove era gran numero di. gente. Appresso,
dopo.il tramontar del sole, tolti dal più. presso mulino, ch'era quivi, due
muli, che tiravano una carretta, prese a camminare, con pochi in compagnia, per
un sentiero molto occulto, ed avendo smarrito la strada, per essersi spenti i
lumi, aggirandosi un pezzo in qua e in là, finalmente in su '1 far del giorno, trovata
una guida^ per tragetli strettissimi se n'andò via a piede ; e raggiunte le sue
genti vicino al fiume Rubicone, il quale era ai confini di quella provincia,
stette alquanto sopra di sé, e considerando che gran cosa egli si metteva a
fare, voltosi indietro, disse a quegli, che gli erano d'intorno : « Ancora
siamo noi a tempo a tornare addiètro: ma passato che noi avremo questo
ponticello, ci converrà spedire ogni cosa con l'acmi. » Apjpafizion prodigiosa,
mentre stava sulle rive del fiume, dubitando di passarlo. Stando così sospeso,
gli apparve un naosiro così fatto.. Un certo di grandezza e forma smisurata,
clie in un subito gli compari davanti, poncndoglisi a sedere vicino e a cantare
con una (!annaj dove essendo concorsi, oltre ai pastori, molti angora dei
soldati, che erano di guàrdia, e tra loro alcuni trombetti per udirlo, egli,
tolta la tromba di mano ad uno di loro, saltò nel fiume, e con grandissimo
fiatò cominciando a sonare a battaglia, s'addirizzò all'altra . ripa. . Allora
Cesare disse: « Ora andiamo dove ci chiamano gli ostenti degli Iddìi, e la
iniquità diBgli avversarli, tratto è il dado.» Tragitta il fiume, e suo
parlamento a* soldati. Così avendo fatto passar l'esercito, e chiamare i
tribuni della plebe, che'scacciati di Roma erano sopraggiunti, fece parlamenta;
nel quale piangendo, e stracciatasi la veste dinanzi di petto, pregòi suoi
soldati, che gli f ussero fedeli, e non lo abbandonassero in così fatto caso.
Fu ancora giudicato, che egli avesse promesso a tutti di fargli cavalierini che
fu falso, perciocché nel parlare, e nel confortare, avendo spesse volte alzato
il dito della mano si^ nistra, affermava, che per soddisfare a tutti coloro,.
mediante i quali egli-avesse difeso l'onor. suo, era per cavarsi in lor
servigio molto voloutiori per sino airanello di dito: e quegli, che erano più
lontani, ed. ai quali era più facile il vederlo, che l'udirlo, si dettero a
credere quello, che nel vedere s'erano immaginato. E così si sparse una voce,
come Cesare aveva promesso loro, che e' goderebbono il privilegio degli anelli,
cioè di quelli che eran dell'ordino de' cavalieri, con dar loro di valsente
dieci mila scudi. Sua gita a Roma, e altr^ sue operazioni. L'ordino, e la somma
delle cose fatte da lui è quella, che ap^ presso racconteremo. Egli
primieramente s'insignorì della Marca, dell'Umbria e della Toscana ; od avendo
ridotto in suo potere Lucio Comizio, il quale inx^iel tumulto e gapbuglio, gli
era stato nominalo per successore, e stava alla guardia di Corfinio, lo liberò
: ed api)resso pel mare Adriatico se ne andò alla volta di Brindisi, dove erano
rifuggiti i consoli insitme con Pompeo, per passare, come prima potevano, quel
mare; ed ingegoatosi in qualunque modo di proibire a costorp il passo ^ e non
sendògli riuscito, se ne tornò alla volta di Roma : e fatto ragunare i senatori
e patrizii, parlò, e consultò con loro sopra i casi. della Repubblica. Dipoi
passato in Ispagna, s'appiccò con quegli di Pompeo, che ivi erano potentissimi
sotto tre capitani e governatoli Marco Petreio, Lucio Afranio e Marco Varroiie
: avendo, prima tra' suoi usato di dire^ che andava a trovare unoesercito senza
capitano, e clie appresso tornerebbe a trovare un capitano senza esercito. E
quantunque egli fusse ritardato nello assedio di Marsiglia, la quale nel passare
gli aveva chiuso le porte, ed ancora per la carestia grande delle vettovagliìB,
nondimeno in poco tempo superò ogni difficoltà, e soggiogò ogni cosa. Vince
Pompeo, Tolomeo e alcuni altri. Quinci ritornato in Roma, e passato in
Macedònia, avendo assediato Pompeo a Durazzo con grandissimi steccati, ed altri
edifizii, e ripari maravigliosi, e tenutolo c^sì assediato circa quattro mesi,
all'ultimo nella battaglia Farsalica lo ruppe e vinse; e perseguitatolo dipoi
per sino in Alessandria, dove e' si era fuggito, come egli trovò, ch'egli era
stato là ammazzato, ed accortosi che Tolomeo ancora a lui andava preparando
insidie, fece guerra con lui, grandissin^a certamente, e molto difficile:
perciocché egli non si ritrovò né in luogo, né in tempo buono per guerreggiare,
ma nel cuore della invernata, e ;deBtro alle mura del nimico, il quale era
molto desto e sollecito, e d*ogni cosa abbondevole, come che egli fusse del
tutto sprovveduto, e gli mancassero tutte le cose necessarie per la guerra. Ma
restato alla fine vincitore di quel paese, e reame d'Egitto, lo lasciò a
Cleopatra ed al fratello minore di lei, come quello che hon si assicurò di
ridurlo a provincia sotto lo Impero romano; acciocché abbattendosi alcuna volta
ad avere un governatore troppo violente, non gli fusse dato occasione e materia
di fare qualche novità, di ribellarsi. Da Alessandria passò in Soria e quindi
in Ponto, stimolato dagli avvisi e dallo nuove, che gli intendeva di Farnace
figliuolo del gran Mitridate, il quale allora, essendo venuta la occasione, si
era mosso a far guerra a' Romani, e per aver avuto più volte la fortuna
prospera, era divenuto molto insolente ; ma Cesare il quinto giorno poi ch'e'
fu arrivato, od in quattro ore, dq)0 che e' si rappresentò sul- campo, con una
sola battaglia lo sbaragliò e mandò in rotta. Onde molto spesso usava PRIMO
IMPERATORE 29 di chiamare Pompeo feiicej al qnale fusse accaduto d'aversi
acquistato sì gran nome, per avere vilito in battaglia così vii gente. Dopo la
predetta vittoria superò e vinse Scipione, e ìuba, che in Africa avevano
rimesse insieme alcune reliquie delle parti avverse; ed in Ispagna vìnse i
figliuòli di. Pompeo. Scohfitt« ricevute
da' suoi legati. Non ricevè danno alcuno, ne ebbe mai la fortuna, contraria
intutte le predette guerre civili, se non dove egli si goyernò/per le mani 'de'
suoi cómmissarii : tra i quali Gaio Gurione andò in, rovina, e capitò male in
Africa; Gaio Antonio fu fatto prigione dai nemici nella SchiavoDÌa ; Piiblio
Dokbella pur neHa medesima provincia perde l'armata* Gr\eo Domizio e Calvino
perderono lo esercito in Ponto. Ma egli sempre combattè con molta prosperiti!,
né mài se gli mostrò turbata là fortuna, se non due voile; la prima a Durazzo,
dove essendo ributtato con 16 esèrcito, e non seguitando Pompeo la vittoria,
ebbe a dire, ch'egli non sapeva vincere; la sfecoiìdà in Ispagna nell'ultima
battaglia, dove sendosi disperato d'ogni cosa pensò insino di ammazzarsi.
Trionfi di Cesare. Terminato ch'egli ebbe tutte le predette guerre, trionfò
cinque volte ; quattjco in un mese medesimo, poi che egli ebbe vinto Scipione,
mg wt-tBiettere alcuni giorni in mezzo tra l' uh trionfo e l'altro; l^ qij^
vòlta trionfò, poi che egli ebbe superato i figliuoli di Pòmp^.. Il primo è più
glorioso trionfo fu quello della Gallia; seguitò appresso lo Alessandro; di poi
quello di Ponto; dopo questo venne lo Africano; rultimo trionfo fu quello della
Spagna: e ciascun de' predetti trionfi fa^elebrato con istromentit \ ed
apparati diversi l' un dall'altro. Il giorno del trioiifa gallico passando per
il velabro, essendosi rotto il timone del carro, fu quasi per cascare a terra.
Venne, in Campidoglio con quaranta lumiere, avendo dalla destra e dalla
sinistra sopra gli elefanti coloro, che portavano le torce. Nel trionfa di
Ponto, tra le cose che si portavano appiccate in su un'asta nella pompa ed
ordinanza trionfale, fece portare avanti a. sé dentro ad una tavoletta notate
tre parole venni, ¥ld1 e vinsi. Il che significava, che quella guerra non era
stata come l'altre, ma ch'ella s'era terminata agevolmente e con prestezza
Ctinw ririM^rili'iHsc i soldati veterani, e della sua liberante col popolo.
AIIm l pretoria ed Aulo (!alpeno senatore, il quale era già stato avvocato. La
moresca degli uomini arinati, chiamata Pirrica fel'ono i principali giovanetti
d'Asia e di Bitìnìa. Nelle feste e rappn*senta7.ioni sopraddette Decimo
Laberìo, cavaliere romano, n«cilò una sua rappresentazione e [\) farsa, e gli
fu donato cìn(pieciMitu sesterzii ; ed allora ebbe l'anello d'oro, e fu fatto
cavalieri», e pasAÒ l'on'hostra (luogo dove stavano a vedere i senatori), (mI
andò a sedere tra i cavalieri. Celebrandosi i giuochi circensi uccreblu^ da
ogni banda lo spazio del cerchio, ed attorno attorno lo circondò di canaletti e
zampilli d'acqua. Le carrette, che erano tirate da ipiattm cavalli, e quelle
che erano tirate dà due, le ■ Farsa ‘significa’
– H. P. Grice: IO INTENDO CHE, IO SIGNIFICO CHE -- una commedia mozza e imperfetta. PRIMO
IMPERATORE guidarono giovani nobilissimi, i quali maneggiarono ancora i cavalli
da saltare dell'uno in su l'allro. Il giuoco chiamato Troia, lo fecero due
squadre di fanciulli di maggioro e di minore età. Cinque dì intieri non si fece
altro ciré caccio, ed ultimamente si fece un tomiamento, ovvero battaglia .UIE
d'ugni altr^ legge mes^e più liiiigenza in quella dello spender troppo, e
disordinato, avendo posto intorno alla beccheria, ed altri luoghi, dove si
vendeano le cose da mangiare, le guardie, le quali togliessero i camangiari.
che fossero stati comperati contro all'ordine della \ezze. e ì;Iì portassero a
lui : mandando alcuna volta di nascosto i littori, e soldati, i quali, quando
le guardie avessero fatto frauvle in cosa alcuna, entrassero per le case, e
levassero via le vivande fìn poste in tavola. Sua fretta nell'abbellir la
città, e neU'aggraDdire Timpero. E circa all'ornare ed ordinare la città, e
similmente quanto al fortificare, ed ampliare il domìnio, di giorno in giorno
andava ordinando più cose, e maggiori luna che l'altra; pensando primieramente
di edificare il tempio a Marte, maggiore che non era mai stato fatto in Inoso
alcuno, avendo fatto riempiere e rappianare il lago, nel quale aveva fatto fare
la battaglia navale ; e cosi ordinava di edificare un teatro di grandezza
smisurata, sotto il Monte Tarpeio, e di ridurre la ragion civile in una certa
regola e moderanza; e la grande e smisurata copia delle leggi, ridurla in
pochissimi libri, scegliendo quelle che erano migliori, e più necessarie. Ancora
pensava di fai; fare librerie pubbliche greche, e latine, quanto egli potesse
maggiori, e più copiose ; avendo dato la cura a Marco Varrone di procacciare i
libri, ed i volumi, e di mettergli per ordine. Volea seccare le paludi Pontine
; dar l'uscita al lago Fucino ; lastricare, e far fare una via dal mare
Adriatico, per insìno al Tevere, attra- versando il dorso dell'Apennino. Voleva
far tagliare Tlstmo (cioè . lo stretto della Morea). Ridurre dentro aMorconfmi
i popoli della t Dacia, che s'erano spanti pel Ponto, e per la Tracia; di poi
muover guerra a' Parti per l'Armenia minore : e disegnava di non venir con loro
né a giornata, né a fatto d'arme senza averli prima sperimentati con qualche
scaramuccia. Nel trattare, e pensare a queste cose gli sopragginnse la morte,
della quale avanti che io parli, non sarù fuor di proposito di narrar
sommariamente quelle cose, che appartengono alla sua forma, e statara,
all'abito, od ai costumi, ed ancora ai suoi studi quanto ade cose civili, e
quanto a quello della guerra. PRIMO hlftiBATORE 35 Sua statura, e coltura det
còrpo. . -^ Dicofioche ei fu di grande statura, di color bianco; aveva le
membra che ritraevan(J af lungo, ejt'ondo^ la bocca uh poco grossetta, gli
occhi negri, vivi, é sfavillanti; della persona fii sano, e prosperoso, se non
che nel!' ultimo della sua età soleva alcuna volta in un subito venirglr una
fiacchezza d'animo^ e di corpo, per la quale tutto s'abbandonava ; ed alcuna
volta tra: il sonno si spaventava. Fu preso ancor due volte nel far faccende dal
mal maestro. Circa Ja cura, ed ornamento del corpo fu alquanto esquisito, e
fastidioso, tal che non solamente con graii diligenza si tosava, ma ancora si
faceva radere, e pelare pef tutto: itche gli fu da alcuni rimproverato;
Sopportava molto. :ìnM Volentieri la bruttezza, chaera in Ini dell'esser calvo,
pareipigh che gìi uomini faceti e di mala lingua avesfsero uno appicco di
beffarlo, e schernirlo; ond'egli U9«^ di tirarsi giù i capegli della sommità
del capo per. ricoprire cotale calvezza:, e perciò ancora tra tutti gli onoH
concessigli dal senato e dal popolo, niuno ve ne fu che egli più
volentieri«accettàsse, ed usasse, che il portare in perpetuo la corona
deiralloro in testa. Dicono ancora, che e' fu molto notabile nel vestirsi, ed
ornarsi la persona; perciocché egli usava la veste senatoria, chiamata il Lato
Ctevo, frappata da mano, né mai usò di cingersi se non sopra la predetta Vesta,
e cingersi largo: onde dicono esser derivato quel detto usato da Siila con ^li
alnici della fazione degli ottimati; ricordando loro spesso, che e' si avessero
cura dal fanciullo mal cinto. Luogo della sua abitazione, e strutturarcene sue
ville. Abitò da principio nella Suburra, in una casa piccola: ma dopo il
pontificato massimo nella Via sacra, in una casa pubblica. Molti hanno scritto,
ch'egli era fortemente studioso, ed accurato intorno alla dilicatura e
splendidezza del vivere, e dello abitare; e ch'egli fece gitt^re a terra, è
disfare intéramente un casamento di una sua villa "nel contado Némorense,
il quale aveva • principiato dai fondamenti con grandissima spesa, perciò eh'
e' non gli eracO^ì riuscito secondo l'animo suo. E quantunque egli fusse ancor
povero ed indebitato, portava attorno nelle espedizioni i solari e pavimenti
intarsiati, e che si scommettevano. GItTI.10 CESARE Suo diletto nelle gioie,
perle, e statue antiche. Dicono ch'egli andò insino in Inghilterra, perchè
diletiandosi delle gioie, aveva inleso esservene gran quantità ; e nel
paraganare della loro grandezza, alcuna volta tastava il peso dirquelle, e
bilanciavale così colle mani ; e che e' fu sempre molto animose nel comperare
gemmo, figure ed opere di basso rilievo, e statue di marmo, e di bronzo, e
pitture antiche: oche egli similmente comperava gli schiavi, quando egli erano
garjiati, e non ancora adoperati ne' servigi, a-prezzi smisurati, talché egli
stesso se ne vergognava, uè voleva che tali spese si scrivessero, b se ne
tenesse conto alcuno. '*«» nome per significare in tutto il contrario. Sua
risoluzione neH'attàccar le battagfie presenlandosegU le occasioni.- . Veniva
alle mani co" nemici, non -ta^to secondo Te detefmitiazioni, che egli
faceva, quanto secondo lé-qc^^sióni phe se gli ofr ferivano. Il più delle volfe
camminando, e qualche vplta nei tt^nipi crudelissimi, usava simil tratti, di
ventre alle mani fuori (lolla opinione di ciascuno, e quando manco si pensava
che e* si dovesse muovere. Solamente neiruttimp della sua età andava alquanto
più rattenutoal combattere, grudicando che quanto era majjgioro il numero delle
volte, che egli era, restato iittonoso, tanto era mono da tentare ed
esperimentare lar fortuna, e che la vittoria non gli poteva tanto dare, quanto
la mala fortuna gli poteva tórre. Non messe mai in rotta i nemici, che non gli
spo{i;! lasse degli alloggiamenti, e così voltato che^li avevano le spalle» non
diede mai lor facoltà di poter riaversi e rifar teKta. Nelle battaglio dubbio
faceva levar via i cavalli, ed il suo avanti agli. aItri,jacciocchò la
necessità gli stringesse a combattere per forza, sondo levata via ogni comodità
di fuggire. Di un suo cavallo, che aveva li piedi quasi d*un -uomo.' f \\
cavallo cho egli cavalcava era molto notabile, per avere i piedi quasi dHiomo,
con l'unghie fesse a modo di dita; il quale essendogli nato in casa, e
pronosticando gl'indovini, che ciò al suo padrone prometteva lo impero del
mondo, lo allevò con gran diligenza; e fu il primo a cavalcarlo, non
sopportando il cavallo, ohe altri vi montasse sopra : la cui immagine egli di
poi consagrò, e pose dinanzi al tempio di Venere genitrice. Suo valere nel
rimettere le squadre piegate. Spesse volte visto il suo esercito involta, gli
fece rifar testa col pararsi dinanzi a color che fuggivano, e ritenendogli ad
iino ad uno, ed alcuna volta storcendo loro il collo, gli volgeva vèrso il
nemico; e gli ritrovò tanto inviliti, che uno che portava Tin*sogna deirAquila,
non volendo andare innanzi, minacciò di ammazzarlo, e d'un altro che e' volle
ritenere, gli rimase in mano l'insegna cho o' portava. PBiHO imperatori: 45 ,-
Sua animosità con Cassio. ", - Grandi indizii furono i sopraddetti della
costanza, e fermezza, deirauimo 3U0, ma non minori anzi maggiori furono quelli,
che si videro dopo il fatto d'arme di Farsaglià: conciossiacogaobò avendo
mandato innanzi le genti ih Asia, dopo la vittoria^ épassando come
vincitore^per lo stretto di Costantinopoli sopra d'una navicella, riscontratosi
con Lucio Cassio, uomo della parte' avversa^ con dieci galee, non lo sfuggì, ma
appres^tosegli lo confortò a rimettersi in lui, etiarsegli in potere, e
domandandogli Cassio perdono, fu da liii ricevuto per amicò. Sua mirabile fuga
ntiotando. / Nel combattere un ponte in Alessandria, costretto da subito
assalto de' nemici, saltò dentro ad una scafa, e saltandovi sopra molta altra
gente si gettò in mare; e nuotando circa a dugentó . passi si condusse salvo
^lla nave che gli èra più ricina, tion la. sinistra fuori dell'acqua, è sempre
alzata, acciocché i suoi Commentarii, che in quella teneva, non si bagnassero;
avendo ancora preso la veste con i denti, acciocché i nemicf noii si onorassero
delle sue spòglie. ., Come facesse prova dei soldati e della disciplina
militare.-^ l^on gli piacevano i soldati, perchè e' fussero nobili o ricchi, ma
quegli che erano poderosi e gagliardi ; e con tutti parimente era severo e
piacevole, perchè non sejmpre, ed in ogni luogo gliteneva a freno, ma. quando
l'esercito inimico era vicino non la perdonava loro in conto alcuno ; né mai
diceva loro quando ei voleva camminare o combattere, ma gU voleva
appatrecchiati e spediti a qualunque occasione e momento, per potergli subito
condurre dove a lui piaceva. E molte vòlte ancora senza cagione alcuna usava i
sopraddetti' termini,'^ massimamente ne' giorni delle feste, o quando pioveva,
ricordando loro ad ogni passò, ch^ l'osservassero e gH tenesseromente ; ed in
un subito, e di giórno e di notte spariva loro dinanzi, ed -affrettava il
cammino per affaticare coloro, che erano più tardi a seguitarlo^ Della cosa
stessa. Quando e' conosceva, ch*egli erano spaventati, per avere inteso che il'
numero dèi nemici era grande, dava lof o animoj^non con negarlo o diminuirlo,
ma con accrescerlo ed amplìficarìo, onde essendo la espettazione della venuta*
di Juba spaventevole, chiamati i soldati a parlamento, disse : Sappiate che
infra pochi giorni sarà qui il re con trenta legioni di cavalieri, e cento mila
armati alla leggiera, e perciò alcuni che sono^ tra voi facciano ormai line di
cercare più oltre, e di andarsi immaginando più una cosa, che un'altra, e
credano a me, che lo so del certo; altrimenti io gli metterò dentro ad una nave
vecchia, dandogli in preda ai venti ed alla fortuna. • Suoi trattamenti co'
soldati e come li lasciasse andar -pomposamente vestiti.' Non* poneva così
mente ad ogni tJelitto de' suoi soldati, riè aveva regola in punirgli; ma come
che egli fosse acerbissimo inquisitore e punitore de' fuggitivi e scandalosi,
-quanto agli altri difetti Q mancamenti, mostriava di non se ne accorgere. É
alcuna volta dopo qualche gran battaglia e vittoria dava loro la briglia in sul
collo, e gli lasciava pigliare ogni piacere, e cavarsi ogni lor voglia ; usando
di dire, che i suoi soldati, ancora ch'e' fossero ben profumati, sapevaiio
combatter valorosamente : e quando ei parlava loro in pùbblico non gli chiamava
militi, ma con nomi più piacevoli e graziosi, gli chiamava compagni e
commilitoni, e gli teneva tanto, bene a ordine,, che e' guarniva loro le armi
d'oro e d'argento si per bellezza ed ornamento, sì ancora perchè p la paura di
non le perdere e' fussino più ostinati nel. comI ere; e tanto gli amava tutti,
che poiché egli ebb e inteso coinè iiiurio era stato morto, si lasciò crescere*
la barba ed i capelli, uè prima se la levò eh' e' n'ebbe fattp le véndette. In
questa maniera gli fece divenire valorosi, e se gli rendè ubbidienti e fedeli.
Fedeltà e svisceratezza de' soldati di lui. Gride quando egli entrò nella
guerrìa civile, i centurioni di ciascuna legione -gli offersero un uomo a
cavallo per uno a loro spese. I soldati tutti si offersero di servirlo 4n dono
senza sòldo, 6 senza vettovaglie, pigliando quelli che erano più ricchi la cura
(Ji mantener quegli che erano più poveri, né in così lungo tempo che durò la
guerra, non se ne ribeltò giammai alcuno. E una e subito, partitasi dalle
esequie, corse alle case di Bruto e di (^.assio col fuoco; ed essendo con
vergogna ributtata, riscontrandosi in Elio Cinna, ed avendolo preso in cambio
lo ammazzò, portando la sua testa' fìtta in su un'asta per tutta la città,
credendo ch'egli fosse Cornelio; il quale, per aver lui il giorno avanti
j)arlato di Cesare disonorevolmente, era stato da quella minacciato, e cercato
per fargli villania. Dipoi pose in piazza una colonna di porfido, tutta d'un
[)ezzo, alta circa venti piedi, e scrissevi dentro : AL PADRE DELLA PATRIA. E
perseverò lungo tempo di sacrifìcare appiè di quella, e quivi si botavano, e
giurando ancora sotto il nomo di Cesare, si terminarono alcune liti e
controversie. Sospetto che lasciò di sé ai suoi. Ebbero opinione alcuni amici
di Cesare, che il vivere gli fusse venuto in fastidio, e che non molto si fosse
curato di vivere o di morire, per essere mal sano; e per questo non aver tenuto
conto di quelle cose, che dai cieli, e dagli indovini gli erano [ state
pronosticate, e dagli amici avvisate. Sono alcuni che pen- y sano che sendosi
confìdato in quel partito fatto ultimamente dal senato, e nel giuramento preso
dal popolo, rimovesse da sé ancora gli Spagnuoli, ch'e' teneva a guardia della
persona sua. Altri sono di contraria opinione, cio^, che egli avesse giudicato,
che considerando nel grado ch'e' si tmvava, rispetto a' nemici, che da ogni
banda gli tendevano insidie, fusse meglio morire una volta che mirto. Altri
dicono, che egli era sòlito di dire; che^non meno alla Repubblica che a se
stesso importava il suo bene essere e la sua saluto; perciocché oramai, qOanto
a sé, si aveva acquistato assai di gloria e di. riputazione; ma la Repubblica
d'ogni Suo travaglio era per patirne, e per ritornare nelle guerre civili con
maggiore pericolo e danno dello universale. Che gli avvenne quella morte,
ch'egli aveva desiderata. È manifesto quasi a ciascuno, ch'e' morì in quella
maniera ch'ei desiderava ; perciocché avendo letto in Xenofonte, che Grro
nell'ultimo della sua malattia aveva ordinato, che e' si facie^sero alcune cose
circa il suo mortorio, biasimando il morire così a stento, desiderava piuttosto
di morir presto ed all'improvviso. E il dì dinanzi che e' fusse ucciso, cenando
in casa di Marco Lepido, e disputandosi a tavola, che sorte di morte fusse
manco dispiacevole, aveva preferito a tutte l'altre la repentina, p non
aspettata. Sua età ; d'una stella comeia; e il luogo e giorno della sua morte.
Morì Cesare di cinquantasei aniìi, e fu messo nel. numero degl'Iddii, non
solamente per bocca di coloro, che sopra ciò erano deputati, ma ancora secondo
che il volgo si persuase : con ciò sia cosa che in que' giorni che Augusto .suo
erede faceva celebrare le feste in suo onore, per sette dì continui apparse una
cometa, cha nasceva intorno alle ventitré ore, e si credette, ch'ella fusse
l'anima di Cesare, che fusse stata ricevuta inxìelo. E per questa cagione in
testa della sua immagine si {>ose una stella. Deler^ minarono che la curia,
nella quale egli fu ucciso, fusse rimarata, e che il quintodecimo dì di marzo
fusse chiamato patricidio, e che il penato in quel giorno non si dovesse mai
ragunare. Molle degli ucciditori di Cesare. r Nessuno di quelli che lo
ammazzarono, visse quasi più che tre anni, e ninno mori di morte ordinaria,
tutti furono condannati, e capitarono male, chi in un modo, e chi in un altro;
alcuni perirono in mare, alcuni in guerra, alcuni altri con quel medesimo
pugnale, col quale ei avevano ucciso Cesare, s'ammazzarono. TRADCZIOXE DELLA
GIINTA FATTA ALLA VITA DI GIULIO CESARE SA G. I» VIVES Giovanni Ludovifo Tives
al sno Ruffaldo. Adua segni possiamo principalmente raccogliere, che Svetonio
sia imperfetto e tronco^ cosi come è mancante Curzio, alcune orazioni di
Cicerone, e le opere di Tacito, Il primo, per non esser egli solito di mai
pretermetter l'origine della gente ^ e famiglia di quel Cesare, la di cui vita
abbia impreso a scrivere; ne della fondacion della Julia ei ce ne fa alcun
motto, e pure al pari d'ogni altra ess'era chiara, e ^ìominatissima : l'altro;
perchè ne' testi vecchi leggesi questo certamente monco principio, Essendo in
età di anni sedici, tralasciato ii nome di Cesare, da che può vedersi, che di
quello si era prima messo a parlare. Io adunque ciò, cheh^nno gli autori
antichi scritto accuratamente leggendo, e alla vita di Cesare annestandolo, ho
riempiuto questo vuoto; quandoché vana sarebbe la speranza che possa rinvenirsi
mai ciò che Svetonio egli medesimo ha scritto: che se avverrà che ritrovisi, a
me non rincrescerà già di aver fatto getto di una non grande fatica. Procurai
per tanto di rassomigliarmi alla di lui dettatura e modo di scrivere, e alla
sua esattezza eziandio ne'racconti. Se ad alcuno non averò soddisfatto, di poco
danno, gli sarà l'aversi imbrattata poca carta, e di poca noia il poco tempo,
che avrà concesso alla lettura de* nostri scartabegli; ove all'incontro, se ad
alcuno avrà piaciuto, me ne terrò bastevolmente rimunerato. Qualunque ella
siaquestamia opericciuola, io la dono a te, Geronimo Ruffaldo ^ U migliore de'
miei scolari, e a me il più caro. Sta sano. Da Loven deiranno I52i. OniiNTA
ALLA VITA DI GIULIO CESARE Della Gente Giulia .' Affermasi di certo, che la
gente Julia provenga da Jiilo figlio d*Eflea, quegli Che abbandonato LaviniOj
edificò Albalonga, nella quale anche regnò. Dopo la costui morte essendo
ritornato Tim* perio de' popoli latini ad Àscanio figliuolo medesimamente
d'Enea, e di Lavinia, la cura delle cose sacre, e dèlie cerimonie della gente
latina, e troiana risiedè appresso la discendenza, e lignaggio di Julo, dà cui
sono originati i Jiilii. Questi con parecchie altre nobilissime famiglie del
Lazio furono indi traspiantati a Roma, e fattivi patrizi! da Tulio Ostilio re
de' Romàni, da poi aver egli messo Alba a fuoco e fiamma. Passarono molti anni,
e molti, anzi che i Julii potessero spuntare di esser eletti di alcun
maestrale; perciocché ascritti quasi gli ultinii al (1) patriziato delle genti
maggiori, sólamente dell'anno dalla fondazione di Roma 301 trovasi deputato al
scriver delle leggi un Gneo Julio decemviro, e questa fu la prima loro
entratura. ai magistrati. Quindi innanzi occuparono tutti gli onori, rimanendo
tuttavia nel patriziato, e nell'ordine senatorio. Possedevano mezzane
ricchezze, né fin a quest'ora avevano operato cosa, che potesse accrescer loro
la riputazione, e metterli -al di sópra degli altri cittadini. La famiglia de*
Cesari. Nella gente Julia vi è la famiglia de* Cesari; qual di così
soprannominarla fosse la causa, non ci è manifesto; come pure non si sa, chi
fosse il primo a portare questo cognome. CoUciofosseché avanti Cesare
dittatore^ avanti il padre, e l'avo, i Julii furono chiamati Cesari; come
qnello, che nella guerra, seconda cartaginese fu mandato a Crispino consolo per
la nomina del dittatore. La romana favella chiama Cesari quelli^ che sono
tratti dal ventre tagliato della madre, e quelli che nascono capelluti^ o che abbfano
gli occhi glauchi. Aggiungono certuni d'un elefante uccìso nell'Africa, quali
dagli abitatori essendo detti Cesari, d'indi primamente esser sorvenuto cotal
soprannome all'avo del dittatore. Ma quelli che ciò scrivono sono uomini d'un
menomissimo credito, cioè Sparziano, e Servio. E credonla una fola, quei che
(1) Quelli ohe furono creati Patrizii dai Re romani, si chiamavano Patrizii
delle genti maggiori, e quelH creati da Lucio Bruto, delle genti minori. GIUNTA
FATTA ALLA VITA DI GIULIO CJ^ABE sanno, che lion il dì luì solo ramo fra i
Julii portò questo cognóme, ma gli altri ancora ; e anni anni innanzi del
dittatore furonvi dei Cesari d'una stessa gente con esso, e alcuno di quelli
ancora console, come Sesto Julio Cesare con Lucio Marzio Filippo sul principio
della guerra sociale, e nel seguente anno Lucio Cesare con Rutilio Lupo, né
avanti di questi due vi fu alcuno do'Cesa ri, che fusse memorabile, o che
siedosse nel primo magistrato di Roma. Di là ben a molti anni dalla stessa
famiglia venne, un altro Lucio Cesare figlio di Sesto, che fu console, e questo
era fratello cugino di Lucio Julio Cesare padre del dittatore, quale non passò
più in là della pretura, ed essendo a Pisa, una mattina mentre calzavasi
improvvisamente, cadde morto non si sa di qual male. it* V Nascimento ed
educazione di Cesare. Nacque Cesare a Roma, essendo consoli Caio Mario, e Lucio
Valerio Fiacco a dì 13 del mese anticamente chiamato quintile, il quale per una
legge posta da Antonio dopo la morte di Cesare fu denominato Julio, che
appresso. noi con vortesi Luglio. Fu allevato da Aurelia sua madre figliuola di
Caio Cotta, e da Giulia sua zia moglie dì Mario. Quindi comunque fosse patrizio
se l'insinuò l'inclinazione alla plebe, e l'odio verso di Siila. Introdusselo
nello lettere grt^he^ e latine, e dielli i primi inviamenti del dire un Certo
Marco Antonio Gnifone francese, uomo d'ingegno sollevato, d'una memoria non
comune, condiscendente, e di mansuetissimi costumi. Costui insegnò la
grammatica greca, e latina e la retorica primieramente nelle case di Lucio
Cesare padre, e poi ih casa sua propria, essendosi avanzato in fortune per la
molta liberalità de' suoi discepoli, non essendo egli per altro solito di
pattuire con alcuno della ricompensa. Fu Cesare d'unUncredibile docilità, e
pareva nato e fatto al perorare. Il di lui discorso fu colto, e. pulito dalla
domestica conversazione della> madre Aurelia, la qual con proprietà^
eleganza, e purità parlava, romanamente così come le Muzio, le Lelio, le
Cornelie, e 9Ure primarie matrone, dalle cui famiglie sonò usciti gli ora^ tori
più splendidi. LA VITA ED I FATTI DI CESARE AUGUSTO SECONDO IMPERATOR ROMANO
OTTAVIO CESARE AUGUSTO Che la famiglia degli Ottavii fusse già la principale in
Belletri, ce ne sono molti riscontri : perciocché il borgo principale di quella
terra un tempo addietro si chiamava Ottavio, dove era un altare c^nsagrato ad uno
degli Ottavii ; il quale essendo fatto capitano in una guerra contro a'
convicini, avuto in un subito .avviso d'una scorreria fatta da essi, mentre che
egli per avventura sacrificava a Marte, tolte le viscere dèlio animale così
mezze crude del fuoco, e con prestezza tagliatele pel mezzo, e presone una
parte, andò a trovare i nemici, è fatto il fatto d'arma ritornò in Belletri
vincitore. Era oltre a ciò nella predetta città un decreto pubblico, per il
quale si determinava, che per lo avvenire ogni anno in cotal guisa si
sacrificasse a Marte, e che la maggior parte delle interiora fusse portata a
quelli della casa degli Ottavii. " Origine del casato di Ottavio., Questa
famiglia fu da Tarquinio Prisco re accettata in Roma nel numero de' cento
senatori fatti da lui, i quali furono dipoi chiamati i minori; e poco dipoi da
Servio Tullio fu eletta nel immero de' patrizii : e in processo di tempo
^diventò plebea, e di nuovo, non senza gran contradizione, per opera di Decio
Giulio, si ridusse un'altra volta tra i patrizii. Il primo di loro, che avesse
magistrato in Roma, Vòttenne per favore del popolo, Gaio Ruffo; il quale era
stato questore e fu padre di Gneò, e di Gaio, da' quali la famii^lia dei^li
Otlavii ebbe origine, e si divise in due rami, la cui condizione anco fu
diversa, perciò che Oneo, ed i suoi discendenti ottennero tutti i primi
magistrati. Ma Gaio, e quegli che di lui discesero, a caso, ovveiro
industriosamente s'intratlennoro sempre nell'ordine dei cavalieri insino al
tempo del padre di Augusto. 11 bisavolo di Augusto nella seconda guerra
cartaginese, fece il mestiere del soldo in Cicilia, dove egli fu tribuno
de'militi, sendo Emilio Pappo capitan generale. L'avolo 1 contentandosi delle
digniU), ed otiìzii della patria sua di Belletri, ! essendo ricco di
patrimonio, visse lungo tempo con grandissima tranquillità, e quieto d'animo.
Ma di queste cose ne è stato fatto menzione da altri. Augusto medesimo scrive
d'esser nato solo di famiglia equestre antica e ricca, e che il suo padre fu il
primo tra loro, che fosse fatto senatore : Marco Antonio gli rimprovera, che il
bisavolo suo nacque di schiavo, e fece l'arte del funaiuolo nel casale di
Turino, e che l'avolo fu banchiere. Nò altro mi ricordo aver letto degli
antichi d'Augusto, quanto è al padre. Del padre d'Ottavio. Il padre d'Ottavio
fu sempre facuitoso, e di grandissimo credito insino da piccolo : tal che io mi
maraviglio alconi averp scritto, lui essere stato banchiere, e nel numero di
quegli che servivamo a coloro, che addomandavano il consolato in campo Marzio,
e che distribuivano i danari per comperare i favori del popolo nella creazione
de'magistrati ; perciò ch'essendo nutrito ingrandissime ricchezze, venne
agevolmente ad ottenere qualunque magistrato, ed in quelli si portò sempre
valorosamente, e da uomo da bene. Fu dopo l'uffizio della pretura tratto
governatore della Macedonia, e nell'andare in detto luogo per commissione
datagli dal senato, per lo sliaordinario, spense interamente i fuggitivi, che
erano restati delle genti di Spartaco, capo della ribellione degli schiavi, e
spense ancora una squadra di Gatilina, i quali avevano occupato il contado di
Turino, e governò quella provincia con molta giustizia, e severità: perciocché
avendo in una gran battaglia rotto i Bessi, e quelli di Tracia, si portò tanto
bene con gli amici, e confederati del popolo romano, che Marco Tullio Cicerone
scrivendo a Quinto suo fratello, il quale in quel tempo era proconsolo
dell'Asia, ed i suoi portamenti erano^ anzi che no, biasi* mevoli, lo esorta ed
ammonisce, che pigli esempio da Ottavio suo vicino in farsi ben volere, e
mantenersi amici queV popoli. La morte del padre d'Ottavio, e de' figliuoli
ch'egli ebbe. Partendosi di Macedonia, prima che egli si potesse dichiarare
abile a potere addomandare il consolato, morì di morte repentina, e lasciò due
figliuole femmine ed uno maschio, cioè Ottavia maggiore natagli di Ancharia, ed
Ottavia minóre, ed Angusto, che gli nacquero di Accia figliuola di Marco Accio
Balbo, e di Giulia sirocchia di Gaio Cesare. Balbo per istirpe paterna fu di
Arizia; nella cui casata erano stati molti senatori, siccome appariva per le
immagini, che di quelli si vedevano: e dal lato di madre èra parente
stréttissimo di Pompeo. Costui fu pretore, e dopo tal magistrato fu fatto de'
XX uomini a dividere il contado di Capua alla plebe romana, secondo una legge
fatta da Giulio Cesare. Ma il sopraddetto Marco Antonio, per avvilire ancora la
malorna origine di Augusto, usa di dire, che il suo bisavolo fu africano, e gli
rinfaccia ora, che fu profumiere, ed ora che' fu mugnaio in Arizia ; e Cassio
parmigiano in una certa epistola tassa Augusto, non solo come nipote di un
mugnaio, ma ancora d'un bancliiere, scriv-endo in questo modo: il banchiere di
Ne-Fulano, con le mani tinte dal sudiciume del rame, ti manda, questa epistola
formata, scritta con la farina materna dell'aspro e ruvido molino d' Arizia.
¥". " • Il tempo ed il luogo del nascimento d'Ottavio Nacque Augusto,
sendo consoli Marco Tullio Cicerone, ed Antonio, a' 23 di settembre poco
innanzi il levar del sole, nella regione Palatina, in un luogo chiamato ad
Capita Bubula [cioè ai ca|)i de' buoi) dove ora è una cappella, che vi fu posta
in suo onore poco avanti ch'ei morisse : perciocché come è scritto nel libro,
dove giornalmente si notavano le azioni del senato. Gaio Letterio giovanetto di
stirpe patrizia, nel pregare e raccomandarsi d'essere liberato ed assoluto
dalla pena, nella quale era incorso per l'adulterio commesso, oltre allo avere
ricordato a' padri conscrittì, che gli avessero rispetto come a giovanetto e
nobile; allegò ancora di possedere, e tenere in guardia, come una cosa sacra
quella parte del terreno, che ad Augusto toccò, subito ch'e' fu nato ; e
pregando che facessero un presente di lui ad Augusto, coitie ad uno Iddìo, del
quale egli era particolarmente divoto, determinarono per pubblico decreto, che
quella parte della casa per tal cagione fusse consagrata. li luogo dove fu
allevato. È ancora in piedi il luogo dove es^li fu allevato, ii>quale è una
stanzetta piccola presso a Belletri in una villa del suo avolo, fatta a
somiglianza di lin magazzino di villa : ed i vicini di quella villa tengono por
fermo, che quello sia il luogo dove egli nacque. Lo entrare in questo luogo non
ò permesso se non in certe occorrenze necessarie, e bisogna andarvi con gran
riverenza e religione ; perciò che egli è stata opinione antichissima de'
paesani, che coloro che vi entravano a caso ed inconsideratamente, f ussero
soprapprosì da un certo orrore e spavento maravigUoso : in confermazione della
quale,accadde, che uno, che nuovamente era divenuto padrone di quel luogo, o
che e' lo facesse a caso, o pure jìor voler fare la esperienza^ vi entrò una
notte a dormire, e in termine di poche ore che ò' vi fu soprastato, sospinto e
ributtato fuora con grandissima e subita forza, fu trovato mezzo morto, con la
coperta del letto attorno fuora dinanzi alla porta. I suoi nomi o cognomi con
le cause d e' medesimi. Mentre che ancora si allattava, fu cognominato Turino
iu memoria deirorigine de' suoi antichi ; ovvero perchè e' nacque poco di poi,
che suo padre Ottavio nel contado di Turino aveva dato quella rotta alle genti,
ohe erano avanzate di Spartaco e di Catilina. Che egli fusse cognominato
Turino, io ne posso dare un riscontro assai manifesto, sendomi venuto alle mani
una pìcciola immagine del suo ritratto, quando èra fanciullo, vecchia e di
rame, con certe lettere rose dalla ruggine per antichità e quasi consumate,
intitolata del predetto cognome; la quale, avendola io donata al principe, se
la.tiene incamera tra le cose più care. Marco Antonio ancora spesse volte
scrivendogli per dispregio lo chiama Turino; ed egli non ris|)onde altro, sé
non maravigliarsi che ei si dia ad intendere di vituperarlo, chiamandolo pel
nome suo. Prese appresso il cognome di Gaio Cesare, ) di poi quello di Augusto.
11 primo per testamento di esso Ce"^are fratello della madre di sua madre;
l'altro per consiglio e •etermioazione- di Numacio Plance ; e non ostante che
alcuni ;,iudiGassoro, che più tosto e' fusse da chiamarlo Romolo^ come A anco.
egli fusse stato edificatore di Roma,' andò innanzi nonlimeiio il cognome di
Augusto, non tanto per esser nuovo, quanto jdr avere D"ì- del magT'fi'^'
'*"»*'*i'^«eii>'»'*ci>^h^ «»n/»/\-i * l'^c^i^i oliqrioaì,'V ir ili
tv . ij. cuna cosa, siano detti augusti, cibilo augumento, ovvero da' gesti e
dal. gusto degli uccelli; siccome ancóra ci signiGca Ennio ih quel verso, dove
egli dice: Poi clic rinclita Roma ccwi Augusto augurio fu cditicatar. Breve
descrizione di tutta la vita, e fatti dello stesso. Restò senza padre di
quattro anni; e no' dodici anni fece unB orazione in laudo di Giulia sua avola,
che era morta quattro anni innanzi. Avendo preso la toga virile, gli fu donato
da' Cesare ' nel trionfo della guerra africana alcuni ornanoenti militari
quantunque per la poca età non fusse ancora esercitato nella guerra: dipoi
andato Cesare iu Ispagnà contro a' figliuoli di Gneo Pomjieo; Augusto gli andò
dietro ; e con tutto che per una grave infermità avuta, non avesse ancora
racquistato interamente le forze, camminando con pochissimi compagni per strade
non secure erotte da' nemici, e travagliato ancora dalla fortuna in mare, a luj
salvò nondimeno sicondusse: onde Cesare, considerato la industria e prestezza
del giovinetto in quel viaggio, ed il presagio della sua virtù, sommamente lo
commendò e gli pose grandissima affezione. E deliberand^i Cesare, poi che egli
si fu insignorito dell^ Spagna, di andare contro a quegli di Dacia, e dipoi
contro ai Parti, lo inviò ad Apollonia» dove egli diede opera agli studi. E
subito che egli intese, Cesare essere stato morto frlui esser fatto suo erede,
stette lungamente sopra di sé, pensando se ei doveva ricercare lo esercito, il
qualf. egli aveva vicino in Macedonia, che lo favorisse e pigliasse la sua.
protezione ; finalmente si risolvè di por da parte tal disegnò come pericoloso
e fuor di tempo. Ma ritornato a Roma prese la eredità contro alla voglia della
madre^ sconfortandonelo ancora assai Marzio Filippo suo pairigno, uomo
Gongolare. Da quel tempo innanzi, tirate tutte le genti, ch'erano a soldo della
Repubblica, a sua divozione, tenne, nel principio là Repubblica insieme con
Marco Antonio e Marco Lepido ; appresso in compagnia di Marco Antonio circa a
dodici anni ; ultimamente la resse e governò solo anni quarantaquattro. Cinque
guerre civili da lui intraprese. Avendo descritto la sua vita cosi
sommariamente, seguiterò le parti di quella ad una ad una, non servando
l'ordine de' tempi, ' ma narrando cosa per cosa ; acciò che più dìstiatamente
si possa dimostrare e intendere, quale ella fusse. Bgti adunque fece cinque
guerre civili, la prima fu quella di Modena; la seconda quella de' Campi
Filippici ; la terza quella di Perugia; appresso quella di Sicilia; e dipoi
l'Aziaca: delle quali la prima, e Tultima furono contro a M. Antonio, la
seconda contro a Bruto e Cassio, la terza contro a Lucio Antonio fratello di
Marco Antonio,- la quarta contro a Sesto Pompeo figliuolo di Gneo Pompeo. Mosse
e fondò le sopraddette guerre sopra il dire, che a lui s'apparteneva, sopra ad
ogni altra cosa, vendicare la morte di Cesare e difendere lo cose fatte da lui.
La guerra di Modena e altri di lui fatti. Subito che ei tornò di Apollonia in
Roma, deliberò con l'armi di assaltare Bruto e Cassio alla sprovveduta; ma
perciò che loro si erano levati dinanzi alla furia, prese partito di mover loro
guerra con le leggi, e così deliberò d'accusarli come manifesti ucciditori di
Cesare. Non avendo ardire coloro, a chi si apparteneva di celebrare le feste
della vittoria di Cesare, egli medesimo prese tale assunto, e per potere
mandare ad effetto e facilità meglio ogni suo disegno, domandò d'esser fatto
tribuno della plebe, in luogo di quello che in quel tempo era morto, ancora che
egli fusse patrizio, ma nondimeno non ora stato ancora senatore: ma
contrapponendosi a' suoi disegni Marco Antonio consolo, del cui aiuto e favore,
più che di quello che di tutti gli altri, s'era promesso, e mostrando di tener
poco conto di lui, sì nelle cose pubbliche, come nelle. private, né gli
conferendo o coniunicando cosa alcuna, se non per premio e con promesse
grandissime, determinò di gettarsi dalla parte degli Ottimati, alla quale egli
s'accorgeva che Marco Antonio era in odio : massime che il detto Marco Antonio
faceva ogni slbrzo di oppriitiere Decio Bruto, avendolo assediato in Modena,
città della provincia, che da Cesare gli era stata data in governo e
confermatagli dal senato. Pertanto persuadendolo alcuni, cercò per le mani di
certi suoi fidati di farlo ammazzare ; ma sondo scoperto il tradimento,
dubitando che Marco Antonio non fkcesse a lui il medesimo,' fece amici a sé ed
alla Repubblica i soldati vecchi con la liberalità grandissima, che egli usò
inverso di loro : ed essendogli ordinato dal senato, che in luogo di pretore,
insieme con Ircio e Pansa consoli, porgesse aiuto a Decio Bruto, recò a fine
quella guerra in tre mesi con due battaglie. Nella prima, scrive Antonio, che
e' si fuggi, e in capo A due giorni fu ritrovato spogliato e senza cavallo ;
nella seconda è manifesto, che non sdlo fece l'uffizio del capitano, ma ancora
del soldato privalo: e nel mezzo della zufifa, sondo ferito gravemente quello
che portava l'insegna djell'aqiiila del suo colonnello, la prese,; et
ponendosela in su le spalle, la portò gran pezzo. Dello stesso e della morte
dei Consoli. Come che nel predetto fatto d'arme^ Ircio nel combattere e Pansa
poco di poi sendo feriti morissero, andò fuori una voce, che amendue erano
morti per opera di Augusto ; acciò che discacciato Marco Antonio e la
repubblica privata de' consoli, egli solo s'insignorisse degli eserciti
vincitori. Fu ancora di maniera sospetta la morte di Pansa, che Glicone medico
fu incarcerato, dubitandosi' che e' non gli avesse avvelenata la ferita.
Aggiugne alle predette cose Aquilio Nigro, che Ircio l'altro consolo nel mezzo
della baruffa fu da esso Augusto ammazzato. Abbandono della fazione de' Nobili.
Ma come egli inteserche Antonio, dopo l'essersi fuggito, era stato ricevuto da
Marco Lepido, e che gli altri capitani ed eserciti si venivano con loro, senza
metter tempo in mezzo, abbandonò la parto degli Ottimati. E ricoprendo e
onestando questo suo mutamento di proposito, con dolersi d'alcuni di loro, che
si erano lasciati uscir di bocca, ch'egli era un fanciullo, ed alcuni altri
avevano detto ch'egli era da ornarlo ed (1) allevarlo (parole ohe si poteano
pigliare in mal significato, come è a dire, che e' bisognava aggirarlo e
levarselo dinanzi ) per non avere ad avere obbligo, né rimeritare lui, né i
soldati veterani ; e a tale che più eviJentemente apparisse lui essersi
spiccato dalla parte degli Ottimati, pose a' Norcini grandissime gravezze, da
non poterle in modo alcupo pagare, e gli sbandì della terra; perciò che in un
sepolcro pubblicamente fatto ai suoi cittadini, che erano stati morti nelle
battaglie di Modena, avevano scritto, quegli esser morti per la libertà. La
parola latina è questa tollendum; che tanto significa avanzar in onori, quanto
tordi mezzo ed uccidere.Guerra Filippica e come dividesse Thnperio con Antonio.
I Sendosì coAvenuto ed accordato insieme cori Antonio e con Lepido, benché
efusse mal disposto dell'anima e dei 'corpo, terminò la guerra con Bruto e con
Cassio con due battaglie : nella prima delle quali avendo perduto gli
alloggiamenti, a pena col fuggirsi ebbe tempo di ritirarsi a salvamento dalla
banda dello esercito, dov'era )^. Antonio ; dipoi ottenuta la vittoria, non
seppe por freno all'insolenza dell'animo suo: uria avendo | mandato la testa di
Bruto a Roma, perchè la fusse appiccata sptto la statua di Cesare, fece morire
crudelmente' dclli prigioni, I che egli aveva fatti, i più onorati e riputati^
usando versoci loro parole ingiuriose e. villane; di maniera che ad una cha i6
pregava, che, poi eh' e' fnsse morto, lo facesse seppeìtùrtf^JT'Si dice avergli
risposto: « Ormai noi lasceremo cotesta briga agjiì uccelli ; » od un padre
insieme col figliuolo pregandolo cbB^Wesse perdonar loro la vita, comandò eh'
e' traessero per sorte, ovvero combattessero insieme chi di loro dovea essere
liberato ;,edAvendogli fatti combattere, stette a veder morire l'uno e l'altro,
come che il padre nel primo affronto restasse morto, fattosi ammazzare in
pruova, ed il figliuolo, veduto il padre morto, ammazzasse se medesimo. Per
laqual cosa tutti gli altri, tra' quali era Marco Favonio discepolo ed
imitatore di Catone, condotti alla presenza sua e di Marco Antonio, incatenati,
salutando onorevolmente Marco Antonio come imperatore, a lui dissono in faccia
molte parole vituperose ed infami. Essendosi dopo la vittòria compartiti tra
loro gli uffizii, avendo preso Antonio la cura dell'Oriente, ed egli a ridurre
i soldati vecchi in Italia e a distribuir loro i contadi di quelle città, che
godevano il benefìzio di Roma, non n'ebbe grado nò dai soldati, né dai padroni
di quelle possessioni : j)ercjò che questi si dolevano d'esserne stati discacciati,
quest'altri di non essere rimunerali delle fatiche loro, secondo che
giustamente pareva lor meritare. Guerra di Perugia, Nel qnal tempo egli
costrinse Lucio. Antonio a rifuggirsi in Perugia (perciò che Antonio,
confidatosi nello essere consolo e nella autorità e grandezza del fratello,
andava macchina^ndo cose nuove) e quivi assediatolo finalmente, lo costrinse ad
arrendersi ; ma non senza suoi grandissimi pericoli innanzi la guerra ed ancora
nello assedio. Avendo comandato (stando a veder celebrare le feste che si
facevano) a uno di quei ihinistri, che mandasse via un soldatello^ che s' era
posto a sedere dove stavano i cavalieri, ed essendo cavato fuori una voce vana
è falsa da quegli, che gli volevano male, che egli aveva fatto tormentare ed uccidere
quei tale, sarebbe capitato male per la moltitudine dei soldati, che quivi
concorsero sdegnati e adirati, se collii, per cui si tumultuava, non fusse
comparso in un subito salvo e senza aver ricevuta alcuna ingiuria. Sacrig^ìdo
ancora intorno alle mura di Perugia, fu quasi per essei^morto da una squadra di
soldati, che ih un tratto, usciti dalla terra, lo^sopraggiunsero. Goa^ali péne
incrudelisse contro ai prigioni nella guerra di Perugia. ÀV4»n4o«preso Perugia,
punì la maggior parte di coloro, che gli venttl^ro nelle mani ; ed a quegli che
addoni andavano perdono, s'mgegnjavano di scusarsi, a tutti serrava la bocca
dicendo, che gli ^ra necessario che e' morissero. Scrivono alcuni, che di
coloro, cfie se gii erano dati a discrezione, sceltine trecento, tra
dell'ordine senatorio e de' cavalieri, ai quindici di marzo gli uccise e
sacrificò dinanzi all'altare da lui edificato in onore di Cesare. Sono stati
alcuni che hanno scritto che in prova lasciò pigliar l'armi a costoro,
acciocché gli occulti avversarii, e che più per paura che per volontà non si
scoprivano^ con aver dato loro facoltà di avere- per capitano Lucio Antonio, si
palesassero ; e con tale occasione avendogli sbattuti e state assai tempo senza
rimondare, erano ripiene dal fango e dalla rtiota. E perchè la memoria della
vittoria ricevuta in quelle bande ;fusse nel futuro pili celebrata, edificò
vicino ad Azio una città e gli pose nome NicopoH, ed ordinò, che ogni cinque
anni vi si facessero alcuni giuochi in onor d'Apollo ; ed avendo rinnovato ed
accresciuto l'antico tempio di esso Iddìo,- consecrò a Marte ed à Nettuno il
luogo, dove erano stati gli alloggiamenti del suo esercito; adornandolo delle
spoglie delle navi, con le quali contro a M.Antonio aveva combattuto. ^
Congiure e cospiraziorli fatte contro di lui. Oppresse dopo queste cose in
diversi tempi alcuni tuwiuHi e principii d'innovazioni, e più congiure stategli
rivelate, prima che elle p^tpssero acquistar forza : la prima fu quella di
Lepido giovane; appresso quella di Varrone Murena e di Fannie Cepione; dipoi
quella di Marco Renato; dopo questa quella di Plauto Ruffo, e di Lucio Paolo,
suo secondo, genero ; appresso quella di Lucio Andasio, stato accusato per
falsificatore di testamenti, vecchio e di mala complessione; e qtìella di Temasino
Epicardo, il quale o per padre, o per madre era di nazione persica ;
ultimamente quella di Telefo, che serviva tid una gentildonna, per ridurle*a
memoria i nomi de^Mttadini (come in quei tempo per salutare l'un l'altro e
chiamarsi per nome, si costumava). Ed ancora che e'fo^se in tanta grandezza,
pur si trovò anco tra uom' »' ^'''' e di hi mano, chi ebbe animo di vo Giulia,
sua figliuola ed Agrippa suo nipote dell'isola, dove da esso erano stati
confinati o menarnegli con esso loro. Telefo, persuadendosi di aver per destino
dei cieli a succedere nello imperio, aveva disegnato di ammazzar lui e sforzar
il senato. Oltre a ciò fu preso ancora vicino alla camera,' dove addormiva, c^n
un coltello da cacciatore a canto, un saccomanno di quegli che portano l'acqua,
tenuto dello esercito, che e' teneva in Ischìavonia ; il quale avendo di notte
ingannato le guardie della porta del palazzo, era entrato dentro, che ninno se
n'era accorto. È cosa incerta, se costui era scemo di cervello, o se pure e'
fingeva di essere matto: perciocché essendo esaminato con tormenti, non si potè
mai ritrar da lui cosa alcuna. e Guerre esterne da lui fatte. Delle guerre
esterne ch'e'fece, solo a due si ritrovò in persona, come capitan generale; a
quella della Schiavonia, essendo ancor giovanetto, ed a quelja de'Cantabri, poi
che egli ebbe vinto M. Antonio. In Ischiavonia ricevette due percosse in due
zuffe, in una fu percosso d'una pietra tiel ginocchio destro, nell'altra
s'infranse una coscia ed améndue le braccia, per la rovina d'un ponte.
Nell'altre guerre si governò per le mani dei suoi commissarii. Ritrovossi
nondimeno in alcuni fatti d'arme che si ferono in Pannonia ed in Germania, e
dove egli non si ritrovò presente, non fu molto lontano; perciocché e' si
aindusse, quando insino a Ravenna, quaiìdo insino a Milano e quando insino ad
Aquileià, Provincie da lui debellate, e con quali altre stringesse
confederazione. Soggiogò parte in persona e parte per mano dei suoi capitani, e
sotto suo nome, la Cantabria, l'Aquitania, ia^t'annonia eia Dalmazia con Mia la
Schiavonia. Soggiogò ancora i Rezii e i Vindelici ed i Salassi ; gente che
abitano nelle Alpi. Raffrenò le scorrerie di quegli di Dazia, con avere uccisi
tre loro capitani con gran numero di gente. Costrinse i Germani a ritraici
indietro ed abitare di là dal fiume Albi; ed i Svevi ed i Sicarioibri, che se
gli dierono, fece venire ad abitare in Gailia ed assegnò loro il paese vicino
al Reno.- Oltre a ciò ridusse a sua obbedienza alcune altre nazioni inquiete e
che non sapevano vivere in pace. Né mai mosse guerra ad alcuno senza giusta e
necessaria cagione; e tanto fu alieno dalla cupidità d'accrescere lo imperio, o
d'acquistar gloria per virtù d'armi, che per fuggire tale occasione, costrinse
alcuni capi delle genfì bartxare a giù-, rare nel tempio di Marte Vendicatore,
di mantenere- la fede e la pace, che eglino addomandavano. Da alcuni altri
ricercò le femmine per sicurtà, il che a'Romani era còsa nuova; ed egli lo fece
per avere inteso ch'e' non tenevano conto dei maschi, e con tutto questo fé'
sempre abilità ad ognuno> che ogni volta che a loro piacesse potessero
ripigliarsi i loro statichi : e contro a que' popoli, che o troppo spesso, o
troppo ingiustamente si ribellavano, non usò mai più grave punizione, che
vendere i prigioni, che di loro si pigliavano, con patto che e' non potessero
stare a servigii d'alcuno nei luoghi vicini a' paesi loro, e che infra trenta
anni non potessero essere fatti liberi. Divulgatasi adunque la fama della sua
modestia e virtù, gl'Indi e gli Sciti, poco addietro solo per nome conosciuti,
-si mossero spontaneamente a mandar loro ambascìadori a Roma, a dimandare
famicizia sua e del popolo romano. I Parti ancora, mentre che egli andava
ripigliando l'Armenia, senza molta repugnanza, si ridossono alla ubbidienza di
quello, e renderono le insegno militari, che a Marco Crasso ed a Marco Antonio
tolte aveano; oltre a ciò gli offersono statichi. Insomma gli accadde spesse
volte, che essendo disparere e differenza tra i principi del regnare „ non
vollero altro arbitro, che lui: e quello era approvato per re, che da lui era
eletto. • Le porte del tempio di Giano chiuse al suo tempo, e de' suoi trionfi
ed orazioni. Il tempio di Giano Quirino, stato chiuso da che Roma fu edificata
solo due volte innanzi a' tempi suoi, fu da lui serrato -tre volte, in molto
manco spazio di tempo; avendo posto in pace tutto il mondo, per mare e per
terra. Due volte entrò in Róma vittorioso e senza trionfare; l'una poi che egli
ebbe vinto Bhito e Cassio ne' campi fìlippici; L'altra avendo vinto Sesto
Pompeo in Cicilia. Trionfò tre volte in tre dì, l'un clietro all'altro ; Tuna
per la vittoria ricevuta in Dalmazia, l'altra per quella ricevuta lungo n
Promontorio Aziaco, la terza per la vittoria avuta in Alessandria. SECONDO
IMPEBATORB 77 Delle due sconfitte da lui ricévute. I suoi soldati solo due
volte, ed amendue in Germania, furono rotti vituperosamente, una volta sotto il
governo di Lollio, l'altra sotto di Varo : nella rotta di Lollio, fu maggior la
vergogna che 1 danno ; quella di Varo fu di danno grandissimo, perciocché vi
furono uccise tre legioni di Romani insieme con esso Varo, e con i commissarii
e tutte le genti de' tnendabili, alcuni ne condannò e punì; alcuni solamente fu
contento di svergognarli e vituperargli in pubblico, ma in varii modi : e la
più leggiera riprensione, che egli usasse centra di loro, er« il dar loro in
mano in presenza di ciascuna un libretto, dove avanti che ei si partissero di
quivi erano costretti, cesi piano dà sé a sé, a leggere i loro difetti, che da
lui in detti Hbri erano stati notati. Notò e vituperò alcuni, che avendo presi
certi danari a cambio con poco interesse, gli avevan prestati ad altri con
maggiore u^ura. Alcune di lui costituzioni intorno al. governo della
Repubblica. Nella creazióne de^ tribuni, se tra i senatori non era chi
comparisse in pubblico a domandare tal magistrato, gli creava delTordine de'
cavalieri; di maniera che fornito il detto magistrato rimaneva in loro arbitrio
il potere essere di quale ordine e''volevano, de' cavalieri, o de' senatori.- E
avendosi una gran parte de' cavalieri consumato i loro beni nelle guerre e
discordie civili, né avendo ardh'e, quando si celebravano le feste pubbliche,
d> sedere nel luogo de' cavaheri, per paura della pena che n*an dava loro,
per non aver più i dieci mila scudi di valsente, come si conveniva a tale
ordine; fece intendere pubblicamente, cjie se i padri, avoli avevano avuto
cotale valsente, se beh si trovavano aver consumato fé lor facoltà, non eran
tenuti né obbligati a detta pena, e che -e' potevano seder nel teatro, dove gli
altri lor pari. Fece la rassegna del popolo romano, borgo per boi^o. Ed acciò
che la* plebe romana, per conto della distribuzione del grano, non avesse tanto
spesso a scioperarsi e levarsi da lavorare, ordinò che quel grano, che si
distribuiva al popolo ogni smanio nvoumc ^ anno mese per mese, si
à4^oiiiifdrUS9f in tre nolbe f asse*. éaBé» loro ogni quattro mesi la tana
farle. Ma mnÈaAawÈeist b {Mk più tosto dell'usanza di prona, eàsrji ancora se
iiecoiitcfitA. Kenót al (1) consiglio la sua prìma autorità, dke e^ arerà
innanzi al tempo di Cesare, frenando l'ambizione con varie pene. E qoando sì
ragunava il popolo per creare i magistrati. di3tril>uÌTa nelle tribù Fabiana
e Scaziense, nell'una delle quali era nato, e nelTaltra adottato, venticinque
scudi per ciascuno: perche non voleva, che quelli delle sue tribù fussero
corrotti con danari da coloro, domandavano il consolato. Oltre a ciò parendc^i
che ei fusse da stimare assai, che il popolo romano si coiiservasse puro e sincero,
e non si mescolasse e imbastardisse col sangue d'uomini forestieri, vili e
schia%i; che giornalmente concorrevano nella città, osò molto di rado di far
nuovi cittadini : e ordinò, che ninno potesse far liberi schiavi^ più che
insino a un certo numero. Scrivendogli Tiberio, e pregandolo che volesse far
cittadino romano un suo clientelo, gli rispose, che non era per compiacergli in
modo alcuno, se egU non veniva ih persona a fargli capace, per qual giusta
cagione si movesse cosi a ricercarlo di cotal cosa. Pregandolo Livia del simile
per un Francese, ch'era tributario della città, non gli volle concedere tal
grazia, ma bene lo fece esente dal tributo; affermando, che più tosto voleva
che il fisco patisse qualche cosa, che avvilire la dignità e maestà del popolo
romano. Avendo oltre a ciò provvisto diligentemente, e con molte esenzioni e
cautele alla liberazione de' servi, mediante la quale diventavano subito
cittadini romani, con aver posto e specificato indetta provvisione insino a
quanto numero ne poteva liberare ciascun padrone, e di che qualità e condizione
dovevano esser quelli, che'eran fatti liberi e acquistavano il sopraddetto
benefìzio; non gli bastando questo aggiunse ancora, che niun servo, che fosse
stato incatenato per fuggitivo, o per qualche delitto tormentato, potesse
diventare cittadino romano in qualunijuemodo e' divenisse libero. Oltre a ciò
usò ogni diligenza di fare, che le portature e vestimenti si riducessero al
modo antico. E parlando una volta al popolo; visto una gran parte di quelli,
che erano presenti, in abito forestiero ed alla soldatesca, turbato grandemente
recitò con alta voce quel verso di Virgilio, la cui sentenza è questa : Ecco i
Romani signori del mondo, (*cro la gente togata. E commosse agli edili, che
avessin cura, che da quivi innanzi ninno comparisse, né si fermasse in piazza,
nò (1) Consiglio intende i Comizii 92 CEs«AftE ArcrsTO dove si celebraTano le
feste pubbliche, se, diposte le frappe e portatura forestiera, nou rìtoma\ano
al solito abito e ci\ile, con rimettersi la to^. Della sua liberalità. Fu
libéralissimo verso di ciascuno di qualunque grado, o condizione si fusse .
sempre che se gli offerse Toccasione : e infra laltre, avendo fatto condurre in
Roma il tesoro e le ricchezze cavate d'Alessandria, per la vittoria acquistata
contro a Marco Antonio e Cleopatra, messe tanta abbondanza di danari in Roo^a,
che lusura e gli interessi scemarono e le possessioni vennono in assai maggior
condizione. Ed ogni volta che 'I fisco si ritrovava danari assai de' beni venduti
de' ribelli e condannati, usava di accomodare chi d'una somma e chi d'un' altra
senza alcuno interesse > pur che que' tali che gli pigliavano, gli avessero
dato sicurtà del doppio, di restituirgli £i un certo tempo. E dove prima
bastava, a chi voleva esser senatore, avere di valsente ventimila scudi, volle
che e' ne avessino ad avere sino alla somma di trenta mila. Ed a quelli, le
facoltà de' quali non ascendevano a quella stima, supplì del suo: Usava molto
spesso di far donativi,.e dare mance al popolo, variando quasi sempre nella
somma : alcuna volta toccava per ciascuno dieci scudi, altra volta sette è
mezzo, ed alcuna volta cinque e dodici, o più ancora.. Diedela ancx)ra ai
fanciulli piccoli, benché e' non aggiugnessero a undici anni : nella quale età
eran consueti di avérla. Spesso volte ancora nel tempo della carestia distribuì
il grano al popolo, dandolo per vilissimo prezzo, ed alcuna volta in dono ; e
addoppiò ancora i danari, che egli era solilo di dare a ciascuno per comperare
il grano. * Sua severità nel reprimer le folli ricerche del popolo. Ma
acciocché si conoscesse, che egli "era principe, ch& andava più presto
dietro alla salute universale della città che alla propria gloria, ripreso con
una severissima orazione il popolo, il quale si rammaricava della carestia del
vino; dicendo che il suo genero Agrippa aveva fatto di sorto, che e' si potevan
cavar la sete a lor modo, avendo fatto per via di condotti che la città era
abbondante di acque. E ricercandolo ancora il popolo, che gli attenesse la mancia,
che da lui gli era stala promessa, rispòse,^ che non era uomo per mancare della
sua parola ; ma importunandolo poi, che gli donasse quello, che e' non aveva
loro pròmesso, riprendendo la presanzione^, e poco rispeto, fece lóro
intendere, che quantunque egli avesse disegnato di icompiacer loro, s'era
mutato di proposito per la lor presunzione. Dipoi nel distribuirla ritrovando,
che tra gli altri s'eran mescolati molti schiavi fatti liberi, e messisi nel
numero de' cittadini romani, senza punto alterai-si, disse, che non era. per
darla a chi egli non l'aveva promessa : e agli altri fece minor parte che non
aspettavano, acciò che la quantità disegnata bastasse per ognuno. Ed essendo
pna. volta in Roma i>na grandissima carestia provenuta dalla sterilità de'
terreni non lavorati,. alla quale malagevolmente si poteva rimediare, cacciò di
Roma le famìglie degli schiavi e tutti i forestieri, eccetto i medici e
precettori, e così ima parte degli schiavi: onde le grasce finalmente vennero a
rinvilire. Scrive esso Augusto, che gli venne in un subito una voglia
grandissima, visto tale inconveniente, di levar via per lo avvenicala
distribuzione del grano al popolo; perciò che standosi a ijada di quella, non
si lavoravano, nò coltivavano i terreni; ma che poi s'era mutato di proposito,
tenendo per certo, che nel tempo avvenire qualcuno, per guadagnarsi il favore
del popolo,, era per rimettere in campo tal consuetudine; e da indi innanzi
s'ingegnò con ogni industria di fare, che quegli, che attendevano a coltivare i
terréni, e quelli che si travagliavano in coudur grani e altre vettovaglie,
fusséro tanti che supplissero al bisogno del popolo. Spettacoli e giuochi di
varie sorti da lui fatti rappresentare. Superò ogtìi altro in far bellisshne
feste e varie e spesso. Egli medesimo scrive, aver fatto celebrare quattro
vqlte le feste pubbliche" in suo nome, e ventitre volte in nome di coloro
che erano assenti y ovvero non potevano sopportare ia «pesa. Fece ancora
celebrare le predette feste alcuna volta^alla plebe, borgo per borgo, con far
varii e diversi «ippara ti; ed aveva istrioni e recitatori di varii linguaggi.
E non solamente he fece fare in piazza, ma ancora nell'anfiteatro e nel Circo
Massimo, ed in Ganopo Marzio, in quella parte dove si ragunava il popolo a
creare i^ magistrati ; $d alcune volta fece solo fare altune caccio ed il
giuoco della lotta, del saltare e del correre, avendo fatto fare in detto Campo
Marzio panche e -luoghi da sedere di legname. Similmente fece fare una
battaglia navale, avendo fatto cavar la terra dove è al presente il bosco de*
Cesari; ed in quelli dì, che la detta battaglia fu fatta, fece fare le guardie
per tutta la città,; acciò che concorso quasi tutto il popolo a tal festa e
restando la città quasi vota di gente, ella non fosse venuta a rìmaner preda
de' ladroni e degli assassini. Fece alcuna volta comparire nel cerchio Massimo
uomini, che correvano in sulle carrette tirate dai cavalli, e correndo
ammazzavano le fìere : il che fece fare alcuna volta ancora a' gióvani nobili e
de' primi della città. Fece ancor fare il giuoco chiamato Troia spessissimo
vx)lte; facendo [)er tal giuoco fare ujia scelta de' fanciulli piccoli e di
qqelli un poco maggiori, nobili, bene allevati e drbuoni costumi, giudicando
che quivi si poteva far congettura della loro virtù. Sendo in cotal giuoco
Nònio Asprenate venutosi meno, per esser sdrucciolato e cascato da cavallo,
gli, donò una collana d'oix), e gli concesse, ch'esso e i suoi discéndenti dà
indi innanzi fossero cognominati Torquati. Pose (ine dipoi al celebrare dette
feste, sendosi Asinio Pollione oratore grandemente rammaricato nel senato e non
senza carico d'Augusto, che Asermino suo nipote nel correre, come gli altri,
cascando s'era ancora esso rotta una gamba. Nelle rappresentazioni e feste e
nel giuoco de' gladiatori si servì alcuna volta ancora de' cavalieri romani, ma
usò di far questo, prima che e* fosse proibito per partito 'del senato ; dopo
la qual deliberazione non ne fece mai entrar nessuno in campo, salvo che-un
Lucio giovanetto nato di buone gentil e lo fece solo per mostrarlo al popolo ;
perciocché egli d'altezza non aggiugneva a due piedi e solamente pesava
diciassette libbre, ed aveva una voce grandissima. Celebrandosi una volta il
giuoco de' gladiatori, fece venire gli statichi de' Parti, che allora la prima
volta gli erano stati mandati, a vedere; e vpUe che passassero per mezzo dello
anfiteatro e si ponessero a seder di sopra lui, e nel secondo ordine de' gradi
e luoghi da sedere. Usava ancora ne' giorni, che erano fuori di dette feste,
che se per ventura gli era portata di fuori alcuna cosa nuova e degna di esser
veduta, la mostrava per lo straordinario in qualunque luogo notabile della
città. E infra l'altre mostrò una volta a tutto il popolo un rinoceronte, una
tigre, in Campo Marzio, dovè si recitavan le commedie e rappresentazioni ; un
serpente .di cinquanta cubiti nel Comizio. Ed una volta facendo celebrare li
giuochi circensi, e trovandosi mal^, si fece portare in lettiga, per
accompagnar le carrette^ dove portavano le cose sacre in dette fe^te. Un'altra
volta gli accadde, che nel far celebrare le feste, per dedicare e censagrare il
teatro dì Marcello, s^^^^asì scommessa la «ede trionfale, dove€igl^ '^Hatoa
'^'^(^.r rocu»ir^ ^©1 fare ed essendo il popolo, impaurito e spaventato, per
paura di una parte del teatro, che stava per rovinare, né potendo A irgusto per
medo alcuno riassicurarli^ né ifermargli, si levò del suo luogo e si pose a
sedere, dove il pericolo era maggiore. ^ (jerchè pei luoghi, dove si facevano
le feste e giuochi, era una grande confusione tra colpro, che stavano ^ vedere
e non si aveva rispetto, o riverenza a grado, o dignità di alcuno, raffrenò tal
licenza del popolo ; ordinando non solamente '\ luoghi da sedére secondo il
grado delle persone, ma che e' fusse portato riverenza e rispetto a quelli che
lo meritavano : e la cagione chejp mosse ^ far questo, fu il poco onore, che
era stato fatto a un senatore; U quale ritrovandosi a Pozzuolo, e andando a
vedere cèrte feste solenni, che ivi si facevano, tra tanti, che vi erano a
sedere, non trovò alcuno, che gli facesse iuogo. Assegnazione de' luoghi, dove
avessero a sedere i Seaatori NI e gli altri. di altro ordine. Essendosi adunque
ordinato per deliberazione dèi senatorche ogni volta che in luogo alcuno si
celebrassero feste e spettacoli pubblici, i primi luoghi da sedere sì
lasciassero vàcui per li senatori, non volle Augusto che gli ambasciadori
mandati a Roma dalle terre libere e confederate sedessero nel luogo de'
senatori, per aver inteso ch'egli usavano qualche volta di mandarne alcuni nati
di sangue servile. Ordinò il luogo a' Soldati, separato d^l popolo; ai plebei
che avevano moglie assegnò i luoghi' propri!, a' gif)vanetti nobili diede ri
luogo loro separato dagli altri e vicino a quello de'.pedagoghi. E ordinò che
niun fanciullo piccolo sedesse nel nìézzo dello spa:(io, tra la moltitudine del
popolo. Non volle che le femmine stessine a vedere^ se non dalla parte più
alta, che^veniya ad esser più remota, né pur il giuoco degU accoltellatori (1),
il quale per l'addietro era usanza di stare a vederlo alla mescolata. Solo
alle, vergini vestali diede, un luogo nel teatro separato da tutti gli altri,
dirimpetto alla residenza del pretore. Proibì interamente, che al giuoco e
spettacolo di coloro che ignudi facevano alle braccia, saltavano e correvano,
vi si trovasse alcuna donna ; di maniera che sendogli ne' giuochi e feste che
si facevano per i pontificali, quando entravano nel pontificato, addomandato un
paio di giuocatori di pugna, fece i;idugiar la festa al giorno seguente; e
ordinò che la mattina a (I) Accoltellatori lo stesso che gladiatori, CESARE
AUGUSTO buou'ora si facesse colai giuoco della pugna ; e per bando fece
intendere, che ninna donna venisse nel teatro a veder la fesU avanti le
diciassette ore, acciò che non si tfovassero pnnenti a tale spettacolo. In qual
maniera e da qual luogo stesse egli a mirare gli spettacoli. Quando si
celebravano i giuochi circensi, stava a vederli il più delle volte in casa de'
suoi amici e liberti, alcuna volta nei tempii degli Iddii, e così standosi a
sedere,, come persona privata, con la moglie e con i figliuoli, consumava una
gran parte del giorno, e qualche volta parecchi giorni alla fila, in vedere
tali spettacoli. E perchè a lui s'apparteneva rappresentarsi in pubblico, come
principale e giudicatore di tali giuochi è spettacoli, mandava alcuni altri in
suo scambio, scusandosi prima col popolo e pregandolo, che si contentasse di
quelli che farebbero ruffizio per lui, ed a lui lasciassero goder la sua
quiete. Mentre che si celebravano dette feste, stava a vederle con somtna
attenzione e non voleva che gli fusse dato impaccio alcano : credo per fuggir
quel carico, che si ricordava essere stato dato a Cesare suo padre, il quale
universalmente da ognuno era biasimato, che mentre che tali giuochi si
facevano, non attendeva ad altro che a scrivere e leggere lettere e memoriali :
o sì veramente lo faceva, per il gran piacere e diletto che e' ne pigliava ;
siccome spesse volte lìberamente e senza simulazione usò di dire. B che e' si
dilettasse' grandemente e pigliasse gran piacere di cotali feste, lo dimostra
l'aver lui molte volte ne' giuochi de' gladiatori e feste fatte da altri, e non
in suo nome, aggiunto, oltre a* premii ordinarli che si davano a' vincitori,
alcuni doni e presenti del suo. E a niuiio spettacolo di quelli, che si
celebravano in Grecia, si trovò, che e' non facesse qualche dono a quelli che
giuocavano, secondo' i meriti di ciascuno. Stette a vedere con grandissima
attenzione il giuoco delle pugna, e massime quando giuncavano i paesani ; e non
solamente quelli, che eran pratid wJ esercitati, e che ordinariamente eran
d'et)utatf per gìiiocare, ed alcuna volta messi alle mani con quelli di Grecia,
ma anoon le schiere de' terrazzani, che ne* borghi e per le strade tra loro e
senza alcun arte o ordine combattevano. E finalmente tolse a favorire e prose
la protezione di tutti coloro, di qualunque sorte fuasero, che con l'opera loro
interveniN-ano ne* pubblici spettacoli. Ai giuocatori di braccia mantenne ed
acrebbe ì pnviloga: volle che il premio de* gladiatori che si portavano bene,
fusse l'esser disobblighi in tutto da tal esercizio, altrimenti non sene
potesse forzar nessuno a comparire in campo. Levò ai pretori e agli edili e
magistrati, Tautorità, la quale prima per un'antica legge avevano, di potere
sforzare e comandare agfist rioni, elio si rappresentassero alle feste in
qualunque luogo e tem|)o paresse . loro. E circa a' giucca tori di braccia, dì
pugna, d'armi, di saltare e correre, avendo fatto loro le sopraddette abilità,
volle che poi, quando e' comparivano in campo, facessino il debito loro: né gli
risparmiò in conto alcuno. Con gì istrioni e recitatori di commedie si portò
rigidamente; e intra Taltrc, avendo ritrovato, che un ceito Stefanione, maestro
di commedie, secondo il costume romano aveva fatto vestire una gentildonna e
tagliatogli i capelli a guisa di fanciullo, e menatosela dietro a uso di
servidore, fattooelò esaminare dal pretore preposto a tali s}M;ttacoli, nel
portrco del suo palazzo, in presenza d'ognuno lo fece dipoi scopare, e andare
attorno ))er la città e per li tre teatri principali, -con grandissima sua
vergogna e viluiierio, e conlinollo. Oltre di questo avendo un altro simil
maestro, chiamalo Pilade, conti o alla legge, mostro a dito e fatto vedere a
tutti i circostanti uno, il quale, mentre che e' recitava una commedia, gli
aveva fischiato dietro, fece che detto Pilade non pot(fsse star né in Roma, ne
in Italia. Riordinaziuno delle cose dltalia. Avendo Augusto in cotal guisa
ordinato la città e riformate le cose di dentro, condusse in Italia ventotto
colonie per riempirla di gente ed adomarla in molti luoghi con muraglie ed
cdìfìzii bellissimi, assegnando alle città di quello rendite ed entrate
pubbliche; e diede loro tanta autorità e dignità, che gli abitatori di quelle
in molte cose potevan dire d'esser pari ai cittadini romani. Ed intra le altre
trovò modo, che anco cileno potessero intervenire alla creazione de'
magistrati, che si facevano in Roma ; ordinando che i principali di quelle
colonie^ chiamati decurioni, ciascuno nella sua terra, S(]uittinassero quelli,
che a loro parevano, e notati e suggellati i partiti, gli mandassero in Roma,
in tenripo che e'comparìssino il giorno, che detti magistrati in Roma (1) Il
sentimento è questo. Che non potessero esser costretti i Gladiatori a pugnare
quando non fosse proposta a* Vincitori per premio la li^rta. &i creavano.
Ed acciocché in ogni luogo fusse eòpìa d'uomini valorosi, ordinò per tutto, una
milizia a cavallo, discemc^do in tal ordine tutti quelli che l'addimandav^no, e
che Ordinazioni intorno ai Regni conquistati. . I regni de' quali egli
s'insignorì per forza e per ragion di guerra, da alcuni infuora^ o esso gli
rendè ai medesimi, ài quali aveva tplti* oegli ne rivestì nuovi re. Fece
ancoràjnolti parentadi (i) tra i re suoi confederati^ e s'intfattenne sempre
molto (1) La vera versione delle parole di Svetonio è quésta. Procurò ancora,
che i Re suoi confederati s'apparentassero scambievolmente, intento sempre a
favorire i loro parentadi, e inframmettersi ancora a rappacificarli insieme, e
tenne parimente, ecc. umanamente con parenti ed amjci di qualunque sorte, e
tenne parimente cura di ciascuno, comedi membra e parti del l'imperio romano.
Usò ancora di dare tutori a' pupillP, per fino che ei pervenissino in età di
discrezione; e sirpilmente a quegli, che erano impazziti, fino a che e'
ritornassero in cervello ; ed allevò ed, ammaestrò insieme co'. suoi figliuoli,
molti di quegli d'altri.. Riforma delle legioni e della soldatesca ed altri
ordinamenti. Distribuì i soldati prpprii e gli ausiliarii : ordinò che
un'armata stesse aMiseno ed un'altra a Ravenna', per (I) guardia dell'uno e
dell'altro mare; e de' predetti soldati ne scelse untrerto numero parte de'
quali servivano per guardia della persona sua, e parte per guardia della città.
E licenziò, la guardia de' Calaguritani, ch'egli aveva tenuto insino ch'egli
ebbe vinto Marco Antonio; e similmente la guardia de' Germani, tenuti insino
dacHe.Varo fu rotto e sconfitto in quo' paesi, per guardia della persona sua..
E nondimeno non voile mai, che in Roma stessero più che tre compagnie di que'
soldati é senza alloggiamenti; le altre compagnie era. solito di verno e di
state mandarle alle stanze per le terre vicine. Ed in qualunque parte
dell'imperio romano si ritrovavano^ soldati, a tutti fece ima provvisione
perpetua, secondo il grado di ciascuno, e dichiarò toro ancora,. insino a
quanto tempo dovevano essere obbligati alla milizia: eia provvisione, la quale
dopo ch'egli erano disobblighi e licenziati, voleva lordare durante la vita
loro, acciocché nell'esser disobblighi troppo per tempo, ed ancora robusti e
gagliardi di corpo, o sì veramente, cacciati dalla necessità, non fussero
sollevati a pigliar l'arme contro allo imperio romano, ed acciocché la spesa
nel mantenergli e pagargli in perpetuo e senza difficoltà si potesse Sostenere,
ordinò uno erario particolare per i lor pagamenti col porre nuove gravezze e
dazii sopra alle mercanzie. Ed- acciocché con più prestezza ed in un momento si
potesse dare e ricevere gli avvisi, come le jcòse passavano nelle provincie,
nel principio mise alle poste certi spediti e bene in gambe per tutte le strade
maestre, che portassero le lettere innanzi ed in dietro, consegnandole - l'uno
all'altro. Ed avendo dipoi trovato migliòre spediente, ordinò in luogo de'
predetti giovani le carrette, in su le qualiv quello che portava gli avvisi,
montando po|ta per posta, in persona si conti) SvetOflio dice : Distribuì per
le provincie i soldati proprii. ducesse ; acciocché oltre alle lettere, piotessef
accadendo, anco di bocca riferire quel ch'era di bisogna. Del suo suggello e
come costumasse di scriver le date alle lèttere. Nel suggellare le bollo, i
memoriali e le lettere, net principio usava la impronta di sfinge; appresso
cominciò ad usare quella (li Alessandro Magno ; ultimamente la sua intagliata
di mano di Dioscoride, con la quale dipoi i principi, che gli succedevano, di
mano in mano continuarono di suggellare le loro: poneva non solamente il dì, ma
l'ora ed^l punto, nel quale erano^ date le sue lettere. Della sua clemenza.
Molti e grandi esempli ci sono della sua clemenza, e come egli era umano e
civile. E per non andare raccontando quanti e quali sieno stati quelli della
fazione contraria, a' quali non solo perdonò e salvò la vita, ma permette anco
dipoi, che e' tenessero i principali luoghi nelle città, dirò solaniente di due
uomini plebei, i quali, rispetto a quello ch'eglino a vrebbera meritato, furono
da lui leggermente puniti ; Tuno ^u Giunio Novatò, il quale avendo mandato
fuora, sotto nomadi Agrippa 'giovaite suo nipote, una epistola contro di lui,
"piena di parole ingiuriose e villane, fu solo da lui condannato in una
piccola somma di danari ; l'altro fu Cassio Padovano, il quale ritrovandosi in
un convito, dove era- gran numero di persone, usò di dire molto audacemente,
come e' non gli mancava,, né la voglia, né Tanimo d'ammazzare Augusto; di che
egli non ricevè altra puYiizione che un leggiero esilio. Essendo davanti al suo
tribunale, per conto- d'una sua lite, Emilio Eliano cordovese, ed essendogli
intra l'altre cose apposto dairaccusatore,"per renderlo più odioso,
ch'egli aveva sempre avuto niale animo verso di Augusto ed andavano sparlando.
Augusto rivoltosi allo accusatore, e mostrando d'essere alterato grandemente,
disse; io avrei carOj che tu me ne certificassi, che io farei conoscere a
Eliano, che io ho la lingua anch'io e saprei dire di lui più, ch'egli non ha
detto di me; poi non volle ricercar più oltre, né allora, né mai.. Dolendosi
ancor Tiberio di cotal cosa per lettere troppo caldamente con Angusto, gli
rispose in questo modO': Non voler, Tiberio mio, in questa cosa lasciarti così
trasportare dalla giovinezza e dalla volontà ; e non ti paia strano che òi jsia
chi abbia ardire di dir mà^le di. noi, che non è poco che la fortuna abbia
levato 9 questi tali di potercene fare. Gli onori che gU furono conferiti e che
dir lui sono stati sprezzati. Quantunque egli sapesse, che ordinariamente si
costumava nelle provincie di edificar tempii in onore de' proconsoli, che ne
erano stati governatori, non volle mai accettarne alcuno in nessuna provincia ^
se non in nome suo e della città; ma in Roma non volle mai per conto alcuno
ricevere tale onore; e certe statue d'argento, che gh erano state poste in
pubblico, tutte le disfece e fondutele, fece certe tavole e deschi d'oro, e le
pose nel tempio di Apollo Palatino. Facendogli il popolo grandissima
instanza," che e' fosse contento di accettare la dittatura,
inginocchiatosi e lasciatosi andar giù la toga, e mostrando ìì petto ignudo
'con grandissima sommissione, gli pregò che piacesse loro non lo incaricare.
Della cosa stessa e di alcuni suoi modi civili. Ebbe sempre in odio
e^grandemente l'esser chiamato signore, riputandoselo a vergogna e vituperio, e
tra l'altre, stando mia voita a veder recitare certe favole in pubblico,
accadde che da uno de' recilatori fu de,tto, ad un certo proposito, in un^verso
di detta fa:vola: signore giusto e buono: onde tutto il popolo^ quasiché eTusse
detto per amor di Augusto, mostrandone grande allegrezza, si voltò verso lui,
di che egli colle mani e col volto fece segno, chp e' non gli -piacessero
colali sciocche adulazioni,: e nel giorno seguente mandò un bando, dove
gravissimamente riprese il popolo di simili leggerezze; e da allora innanzi non
volle mai da niùno eàser chiamato signore, né dai nipoti suoi da vero, daf
beffe : e proibì ancora, che tra loro per conto alcuno non ^i chiamassero
signori. Non entrò miai, né si partì d'alcuna città e. tèrra-, se non da sera,
di nòtte; acciò che niung della terra venisse ad incontràrio, oa fargli
compagnia per onorarlo. Quando era consolò andava sempre appiè per la città; e
fuori del consolato si faceva portar coperto sopra un seggiola. Era molto
facile e universale nel dare udienza, facendo metter dentro inaino agli uomini
vili e di bassa mano, che^ venivano a salutarlo alla confusa; e con tanta
benignità e piacevolezza stava ad ascoltare tutte quelle persone, che per loro,
bisogno gli andavano a parlare ; che po^rgendogli una volta uno un memoriale, e
tremandogli la mano, come a percona timida e di poco animo, Augusto gli disse
burlando: e' pare che tu abbia a porger da- . nari all'elefante. Il giorno che
si aveva a ragunare il senato, per non tener modi straordinarii dagli altri
senatori, non salutava mai, né faceva motto ad alcuno di loro se non in senato
: e quando si erano posti tutti a sedere, salutandogli tutti a uno a uno,
nominatamente, senza che niuno gli avesse a ricordare i nomi loro: e similmente
nel partirsi, avanti che e' si levassero da sedere, a ciascuno di loro diceva :
state sano. Rade volte si lasciò vincere di umanità e cortesia. Non mancò mai
di ritrovarsi alle celebrazioni del nascimento o delle nozze dì ciascuno^ per
onorargli, se non poi che e^li era già vecchio ed in alcuni dì, per essere
statò un giorno, che si celebravano certe nózze sbattuto dalia, calca delle
genti, che vi erano concòrse. Gallo Terriniò senatore, il quale non gli era
molto amico, sendo in un subito accecato, e avendo perciò deliberato non voler
mangiar per morirsi, lo andò a visitare; e di maniera lo confortò e consolò,
che levandolo da tal proposito, lo mantenne in vita. La sua tolleranza co*
presontuosi e temerarii. Parlando una volta in senjato gli fu detto da uno: io
non t*ho inteso; e da un altro: ioti risponderei, se mi fosse concesso di
parlare. Ed alcuna volta ()artendosi esso dal senato tutto adirato, per la
confusione che v'era e per il grande strèpito, che facevano i senatori nel
disputare e contraddirsi l'uno all'altro, vi furono alcuni che sputarono queste
parole : che e' bisogna va trovar modo, che a* senatori fusse lecito di parlare
delle occorrenze della repubblica. Àntistió Labeone, essendoli tòcco nel senato
a" chiamare uno de' tre, che erano sopra allo eleggere e squittinare i
senatori, chiamò Marco Lepido, nimico di esso Augusto e che allora: èra
sbandito ; e dicendogli Auguste, che ben gli era mancato chi eleggere, rispose,
che ognuno avev^ la sua opinione: e così il parlare liberamente e usare parole
sinistre, non fu mai da Augusto ripreso a malignità. Libelli fatti conjtro di
lui. Quantunque e' fossero molte volte appiccata nel luogo, dove si ragunava il
senato, alcuni scritti in suo dispregio e disonore, non perciò ne fé' mai
caso*; ma s'ingegnò per ogiii verso- di mostrare, che tali cose contro di lui
eran mal fatte, senza- rìcercare altrimenti chf he f ussero stati gì*
inventori. Ordinò bena, che per lo avvenire fusse gastigata e punita qualunque
persona, che avesse avuto ardire di mandar fuori sótto nome d'altri, o scritti,
o Versi in vituperio e disonor di alcuno., Sua moderazione e umanità
nell'operare. Sendo provocato e incitato da alcuni maligni e prosontuosi, con
certe loro facezie e motti mordaci, che gli davan carico, chiuse loro \s^ bocca
per via di bandtt. E volendo pròvedervi il senato con tórre a tali uomini la
facoltà di poter fare testamento, Tion lasciò seguir tal deliberazione.. Nel
giorno della creazione de* magistrati andava attorno sempre insieme con quelli,
che, secondo l'instituto di Cesare, a lui toccavano a proporre e met-, tere
innanzi, a domandare i magistrati, a supplicando con quelle cerimonie e
Sommissioni, che si costumavano, esso rendeva ancora nelle sue tribù j partiti
cóme privato cittadino. Non aveva punto per male d'essere ne' giudizii
esaminato per testimonio, né da' giudici riprovalo. Fece una piazza : ma per
non avere a guastare e. rovinar le case che gli erano propinque, molto ininor
di quello che si conveniva. Non raccomanciò mai i suoi fi- gliuoli al popolo,
che egli non aggiugnesse sempre, in caso che lo meditino. Ed entrando nel
teatro i detti figliuoli ahcora fa^n- ciuUetti, tutto U .popolo si rizzòj
per'Tar loro sonore con gran festa e plauso: il che ebbe molte per male, e
gravissimamente se ne dolse, come di cosa non e senza insegne regie, a guisa di
clientoli l'accompagnavano. Quel ch'egli fosse raternamente e nelle cose
domestiehe. Avendo di sopra trattato della vita di Augusto, circa le cose
pertinenti al governo universale della Repubblica e di tutto lo imperio romano,
in tempo di pace e di guerra; andremo ora de- scrivendo la sua vita particolare
-e domestica, e in che maniera e con che fortuna visse in casa tra i suoi dalla
gioventù insino air ultima vecchiezza. Nel primo suo consolato restò senza ma-
dre: essendo di cinquantaquattro anni, morì Ottavia sua siroc- chia; all'una
ed. all'altra delle quali, avendole in vita grande- mente onorate e riverite^
fece ancora loro in morte grandissimi onori. Delle sue spose e mogli. Sendo
giovanetto, gli fu sposata la Agli noia di PubiioServilio Tsaurico; ma dipoi
riconciliato con Marco Antonio, dopo la prima discordia nata tra loro, a
richiesta e preghiera dei soldati, dal- l'una e dall'altra parte, che
desideravano, per istabilirla^ si con- giugnesse la loro amicizia insieme per
parentado, tolse per mo- glie Claudia, figliastra di detto Marco Antonio, nata
dì Fulvia e Publio Clodio, appena da marito. Ed essendo nato tra lui e la detta
Fulvia sua suocera certo sdegno ed odio intrinseco, la li- x^nziò senza aver
consumato il matrimonio. Dopo questa, prese per moglie Scribonia, che aveva
avuto iniianzi due mariti, amen- dui stati consoli ; e dell'uno aveva avuti
figUuoli. Licenziò ancora questa fra poco tempo, non potendo più (^siccome egli
scrive) sopportare la perversità dei suoi costumi ; e subito si fece con-
cedere a Tiberio Nerone la sua moglie Livia Pusilla, che era pregna, la quale
sommamente gU piacque e perseverò di amarla sempre, insino all'ultimo della sua
vita. - Della figlia e dei matrimonii di quella. Di Scribonia ebbe una
figliuola chiamata Giulia f di Livia non ebbe figli uoli, il che sopra ad ogni
cosa desiderava; avendola pregna, si scouciò'in un figliuolo maschio. Giulia
pdmieramenté maritò a Marcello figliuolo di Ottavia sua sirocchia assai
giovinetto; appresso morto il detto Marcello, la maritò a Marco Agrippa, il
quale avea per moglie Marcella figliuola di Ottavia sua sirocchia. .Ma-Angusto
fece tanto con Ottavia, che Àgr'ippa licenziò Marcellsi e divenne genero di
Augusto. Essendo morto, ancora questo, poiché ebbe lungo tèmpo esaminato le
condizioni e qualità di molti, insino dell'ordine equestre, finalmente la diedó
a Tiberio suo figliastro, costrettolo a licenziar la moglie che "era
pregna è di cui aveva figliuoli. Scrive Marco Antonio, che Aligusto.la prima
volta (i) sposò Giulia al suo figliuolo Antonio, dipoi a Gotisone re dei Geti ;
e nel medesimo tempo avere ancora addomandato a rin- contro per moglie la
figliuola de;l detto re. De*^ suoi nipoti per via.di Giulia. ' Ebbe di Agrìppa
e di Giulia tre nipoti. Gaio, Lucio^ Agrìppa, e due nipoti, Giulia ed Agrippina.
Maritò Giulia a Lucio Paulo, figliuolo di Paulo censore : • Agrippina a
Germanico nipote di Livia Drusilla sua moglie. Adottò Gaio e Lucio, comperati
per assem et lihram dal padre Agrippa (modo antióo di comperare) molto
giovanetti, gli cominciò ad introdurre nelle azioni della Repubblica, e
disegnati consoli acciocché s'addestrassero e di- ventassero esperti nelle cose
importanti e ne' inaneggi delia Re- pubblica, gli mandò ne' governi delle
provincie, fecegli capitani negli eserciti. Allevò la sua figliuola e le nipoti
di tal maniétra, che ancora le avvezzò à filare la lana ; né le lasciava
parlare o far cosa alcuna se non in palese, ordinando che di per dìiasse notato
e scritto In su uno libro ciò ch'eJle facevano e dicevano a uso di giornale.
Sópra ad ogni altra cosa proibMoro il parlai^ o conversare- con forestieri; di
maniera che sendo andato Tu- cinio, giovane nobile e molto leggiadro, a Baia a
vi&itar Giidia sua figliuola, A-ugusto gli scrisse, che egli s'era portato
pocoala sorte, che egli solamente fusse costretto col suo sdegno nuocere agli
amici più che non deside- rava. Il rimanente de'supi amici e per autorità e per
facùltà, insino che e' visse, furono de' principali di ciascuno ordine della
città, non ostante che alcuna volta l'offendessero; imperocché qualche volta
(per non parlar di più) avrebbe avuto caro, che Marco Agrippa fusse statò un
poco più paziente e Mecenate più segreto : conciossiacosaché quegli per leggier
cosa insospettita della rigidezza di Augusto verso di sé, e perct\^ Marcello
gli era anteposto, lasciato ogni cosa in abbandoiia se ne andasse a M^ tilene;
questi rivelasse a Terenzia sua moglie in segreto, comv s'era scoperta la
congiura di Murena. Volle anco^a esso scan bievolmente dagli amici esser amato
e che ne facessero, segnc tanto in vita, quanto in morte; perché qv^^'^tunqu'^
'*s:l ^ curasse poco de' lasciti, che gli erano fatti r^ npn»to quello, che non
ne volle mai aòcettare alcuno da coloro^ che ei non conosceva ; nondimeno molto
solennemente e curiosamente andava ricercando, se gli amici suoi alla lor morte
avessero fatto ne'lor testamenti alcnna menzione, o segno di ri(5ordarsi di
lui; e trovando o intendendo, che se ne f ussero passati di leggieri e
freddamenteMn nominarlo nella prefazione del testamento, e non con quelle
onorevoli e cerimoniose parole,, che si conve- niva, tanto per l'amicizia
ch'era tra loro, quanto per ogiii altro rispetto, se ne dolca sconciatamente, e
pel contrario grande- mente si rallegrava, se con grate ed amorevoli parole di
lui avevano fatto menzione. L'eredità o lasciti, che gli pervenivano per i
testamenti degli amici, che avevan figliuoli, usava o di su- bito restituirli
a' lor figliuoli, o sveglino erano pupilli, jl giorno che e'pigliavano la toga
virile, o quando e' celebravano le lor nozze, gli restituiva loro ; con
aggiungervi qualche cosa di suo, così a' maschi, come alle femmine, quando si
maritavano. Suo rigore e clemenza verso i. liberti, ' Fu Augusto non manco
severo, che clemente e grazioso verso i suoi servi e liberti. Tenne appresso di
sé niolti liberti, dei quali onorò grandemente. Licinio, Encelado e inolti
altri. Ac- corgendosi, che un suo servo chiamato Gosinio teneva nwle animo
versQ di lui, non gli fece altro, che tenerlo co' pie nei ceppi. Ed qn giorno
andando a sollazzo insieme con Diomede suo dispensiere, scoprendosi loro
all'improvviso un porco salva- tico, il quale correndo ne andava difilato alla
volta loro, il detto Diomede per la paura aiferratosi ad Augusto, se lo parò
davanti, perchè gli fu da Augusto più presto a timidità che a malignità
imputato. E quantiinque la cosa passasse con non poco suo pe- ricolp,
conoscendo ch'ella non fu fatta da colui maliziosamente, la convertì in burla.
Fece morire Proculo suo liberto,, uno dei suoi favoriti, avendo ritrovato
ch'egli andava adulterando certe gentildonne. Ad Attualo suo cancelfiere, per
aver mostro e /rive- lato una sua lettera ad uno per cinquanta scudi, fece
spezzar le gambe. E perchè subito che Gaio suo figliuolo governatóre della
Licia ammalò, e poi che fu morto, i ministri ed il pedagogo di quello
cominciarono superbamente ed avaramente a trattar que' popoH, attaccato loro un
gran peso al collo, gli fece gittare in fiume. Vituperìi della sua prìina
gioventù. Nella sua prima ^giovinezza fu infamato in varii modi^ por i suoi
disonesti' portamenti. Sesto Pompeo lo tassa come uomo efferofifìato e
libidinoso. Marco Antonio dice, che Cesare lo adottò per aver praticato seco
disonestamente. Similmente Lucio fra- tello di Marco Antonio dimostra nel suo
scrivere. Cesare aver còlto il fior della sua pudicizia. E che ancora per
settemila cin- quecento scudi si sottomesse impudicamente ad Aulo Ircio; e come
Bgli usava di abbronzarsi le gambe e le coscie con il gu- scio deHa noce
affocato, perchè i peli venissero fuori più deli- cati e morbidi. Un giorno
ancora^ che infra Taltre favole e com- medie si recitava la favola di Cibele
madre degli Iddii, nella Ciò che operasse dopo il cibo. Dopo desinare cosi
vestito e calzato (4) impedùli, e con pie raccolti dormiva un poco, tenendosi una
mano cosi dinanzi agli occhi. Dopo céna se n'andava- in una sua lettiga, dove
egli, era solito di vegliare, e quivi si stava un gran pezzo di notte per ìn-
sino ch'egh avesse dato compimento a tutto, o alla maggior parte di quello che
gli era restato a fare il giorno. Dipoi andatosene a letto dormiva il più sette
ore. Ma in detto spazio di tempo, tre quattro volte si risvegliava, e se non
poteva, come accadde alcuna volta, rappiecare il sonno, mandato a chiamare chi
gli leggesse qualche cosa, o chi gli contasse qualche favola^ in questa maniera
si addormentava, non si svegliando il più delle volte, se non passata Talba. Né
mai di notte vegliava, che noft si fa- cesse sedere a canto qualcuno. Bavagli
assai fastidio ed offen- devalo il levarsi la mattina a buon'ora, e quando o
per Compiacere a qualcuno, a cui non poteva mancare, o per qualche altra fa-
conda debita, era forzato a levarci a buon'ora per non guastare l'usanza solita
del suo dormire^ se n'andava' la séra dinanzi ji Impeduli significa con quella
parte della calza j che calza il pie. dormire con qualche suo amico e
famigliare, che stessa vicino al luogo, dove egli aveva a ritrovarsi: nondimeno
spésse volte non avendo dormito abbastanza, mentre che. jegti era portato,
fatto porre in terra le lettiga, -alquanto si riposava. .1 Statura del corpo e
de' suoi membri. Fu di aspetto bellissimo e molto grazioso, e cosi s'andò
sempre mantenendo secondo Tetà insino in vecchiezza ; ancora che egli fusse
circa il vestirsi e rassettarsi molto trascurato. Nello accon- ciarsi il capo e
pettinarsi la barba era molto a caso e poco dili- gente, e faceva venire in un.
subito due o tre barbierir. e quando si tondava solamente la barba^ e quando
se' la radeva, ed in quel mezzo sempre leggevamo scriveva qualche cosa. Era
sempre nel volto, parlasse, o tacesse, tanto lieto ed allegro,- che un certo
de' principali della Gallia, U quale aveva disegnato nel passar dell'Alpi
accostarsegli, sotto ombra di volergli parlare e gittarlo giù da que' monti,
usò dire tra i suoi, che non per altra cagione s'era di ciò astenuto, chef per
averlo visto di aspetto tanto gra- zioso. Aveva gli occhi chiari e
risplendenti, ^d aveva caro ch'ei fusse ci^eduto essere in quegli un certo che
di vigore div4no, e rallegravasi quando alcuno nel guardarlo fiso, come offeso
dai raggi del Sole, abbassava gli occhi j ma in vecchiezza perde al- quanto più
di vista dal sinistro occhio che dal destro. Aveva i denti radi, piccoli e
pieni di roccia: i capelli alquanto piegati e di color castagnino, le ciglia congiunte;
gli orecchi di ragio- ne voi grandezza ; il naso dalla parte di sopra e da
basso affilato. Era di colore ulivigno, di statura piccola ; nondimeno Giulio
Marrato suo liberto, facendo menzione di lui, scrive che egli era alto cinque
piedi e tre quarti, ma aveva le membra tanto ben propepzionate e corrispondenti
l'un coU'altro, che se alcuna non se gli appressava, maggior di lui non gli
pareva. Tacche che aveva su per il corpo e di alcuni suoi membri. non troppo
gagliardi. ^ • Scrivono, ch'egli aveva certe macchie naturali per la persona
sino al numero di sette, sparse e distinte per il petto e pel ventre, simili
alle stelle dell'Orsa celeste; ed aveva ancora alcuni calti come volatiche,
causati dai troppo grattarsi, per certo pizzicore, che egli aveva per le carni,
e per l'assidua e continovà usanza di farsi stropicciar la persona. Non era
molto sano, né si valeva molto della coscia, del fianco e della gamba sinistra:
di maniera che spesse volte da quella banda zoppicava^ ma s'andava facendo
certi rimedi con la rena calda e con le canne verdi a dò ap- propriate.
Sentivasi alcune volte jl secondo dito della' man destra tanto (Jebole ed
intormentito, che pel- freddo aggranchiiftidosi e rannicchiandosi, appena
pote\'a scriver^ con un ditale di cor- niolo. Rammaricàvasi ancora diella
vescica il cui dolore-si alleg- leggerrva analmente col mandar fùora per;via di
orina alcuna pietruzza. ' Delie sue malattie. V ^bbe, mentre visse, alcune
gravi e pericolose infermità, e . iuassiipamente dipoi ch'egli ebbe domato i
Cantabri. Avendo ' maculato il fegato per la scesa continova, che gli cad^va
dal^La testa, e disperato quasi della sua salute], fu. costretto usare ri- medi
contrari: perciocché avendo bisogno di cose- calde a ciò appropriate, né gli
giovando niente, fu medicata con rimedi / freddi da Antonio Musa suo medico.
Aveva oltre a ciò alcune infermità, che ogni anno nel medesimo tempo gli ritor
havano," perciocché approssimandosi il giorno delsup natale, gli veniva
una certa debolezza e fiacchezza di corpo: e nel principio biella primavera gli
gonfiavano le interiora ; e nella trista stagione dello autunno soffiando
Austro era offeso dal catarro ed intasamento del naso; onde avendo il corpo
tutto rovinato, non poteva molto agevolmente sopportare né il freddo, né il
caldo! Governo del suo corpo. Mettevasi in dosso di verno §otto la toga di
panno grosso quattro tonache ed un giubbon di lana sopra là~camiscia; co-
privasi ancora con certi panni gli stinchi e le cosce dalla parte di dentro.
Dormiva la state con l'uscio della camera aperto, e spesse volte^otto un
colonnato al mormorio di certi zampilli di acqua, con uno d'attorno, che sempre
gli faceva vento. Non po- teva pure la invernata sopportare il sole : e quando
passeggiava in casa allo scoperto, portava sempre il cappello. Ne' viaggi aai-
dava in lettiga, e quasi sempre di notte a bell'agio ; e facendo piccole
gTornate,. talché in due giorni andava da Roma a Pale- strina, o a'Tigoh; e
quando, avendo a far viaggi poteva andar per mare, lo faceva più volentieri;
che andar per terra. Ma usava in difendersi da cotale inférniità' grandissima
diligenza^ é principalmente si lavava di rado o piuttosto s'ugnèva spesso, o
su- dava alla fiamma del fuoco ; apprèsso si faceva bagnare cbll'acqua tepida,
riscaldata al sole; ma quando per mollificare i nervi gli bisognava usare
Tacqua marina, o Tacque albule e calde, mette- vasi a sedere dentro a un vaso
di legname a ciò accomodato, che in lingua spagnuola chiamava Durete, tuffava
solo le mani ed i piedi, quando nell'una e quando nell'altra acqua. Suoi
esercizii. Fornito le guerre civili, dismesse interamente resercitarsi, secondo
il costume romano, nel campo Marzio a cavallo e con l'armi, e si diede per suo
esercizio al giuoco della palla piccola e grossa: dipoi il suo esercizio era
passeggiare a cavallo, e tal Volta quando era alla fine dello spazio, dove egli
passeggiava^ spingendolo lo faceva andar di trotto ed- a saltelloni^ rinvolto
cosi alla leggiera in un gabanetto, ovvero mantelletto da caval- care, chiamato
l'uno sesterzio, l'altro lodicola. Alcuna volta per ricrearsi e pigliare un
poco di esalamento, or pescava alTamo, ora giuocava ai dadi, or si trastullava
cori fanciuHi.piccoli, giuo- cando con loro alle capannello, o con simili
gìocolinì, i ()uaH an- dava ricercando che f ussero graziati, vivi e
lingnacciufi, e spe- zialmente gli piacevano i Mori e Soriani ; avendo in odio
i nani e i bistorti, e tutti gli altri simili, come mostri di natura e-cose di
male augurio. Sua eloquenza ed arte nel dire. Attese con somma diligenza
grandissimo desiderio, insino da puerizia, a dar opera all'arte oratoria ed
agli studi liberali. Scrivono, che nella guèrra di ÌVIodonà in così Tatti
travagli s'eser- citava ogni giorno nel leggere e nello scrivere e declamare;
onde da quivi avanti non si trovò mai a. parlare in senato, né al popolo, nò
a'soldati, se non con l'orazione composta e molto ben pensata avanti : benché
quando gli bisognava parlare alTimprov- viso, non gli mancava materia, e molto
ben la sapeva accomodare. E per non s'avere a fidare della memoria, ovvero per
non con- sumare il tempo nello imparare a mente, prese un ordine di re- citare
ordinariamente ogni cosa, che gli occorreva. E quando aveva a ragionare con
particolari persone e con tivia sua di 'i|ualche cosa importante, distendeva e
scriveva prima il tagio- namento tutto per. ordine : acciocché nel parlare
airimprowiso ' W non gli venisse parlato più o manco di quello, che era
necessario. Pronunziava con un suono _dolce é sonoro. Teneva cohtihova- mente
appresso di sé un maestro, che gli insegnava pronun'Aiare od accomodare la voce
secondo la materia: ma qualche volta ch*era affibcalo, parlamenta.va al popolo
per bocca del banditore. I lì^ri ed altre operette, da lui pubblicate. Compose
mohe cose in prosa sopra varie materie, delle quali alcuna ne recitò nel
cospetto de' suoi amici e famfiliari, non al- trimenti che se e' fusse stato in
un luogo pubblico, come sono i rescritti di Catone e Bruto; la quale opera,
sondo già vecchio, ed avendola in gran parte'letta, stracco finalmente la diede
a Tiberio, che la finisse di leggere. Compose certe esorta2ioni a gli studii
della filosofia, ed alcune cose della sua vita, avendone fatti tredici libri, e
distesosi insino alla guerra de' Cantabri. Quanto alle cose di poesia se la
passò così leggermente. Ecci un suo libro scritto in versi esametri di sua
mano, il cui argomento- e titolo è Cicilia, dove tratta della guerra fatta
inXicilia contro a Sesto Pompeo. Eocene un altro di e()igrammi piccolo, come il
predetto ; i quali epigrammi usava di comporre, quando eirli si stufava e
bagnava. Vero è, ch'egli aveva cominciato una tragedia con grande spirito e
veemenza, ma non gli riuscendo lo stile, vi dette sopra colla spugna e la
scancellò ; e domandato dagli amici quello che faceva il suo Aiace, rispose,
che il suo Aiace si era dittato e morto sopra alla spugna.; Del suo stile e
maniera dì fiacre. . Andò sempre seguitando uno stile e mqdq di parlare
elegante e dolce, schifando i concetti e le sentej^ze inetto, e male acco-
modate, e, come egli usava di dire^ i fetori e puzze delle parole e, de'
vocaboli antichi e disusali; ed attese più che ad altro a dichiarare e bene
esprin\ere i concetti e pensieri del suo animo. Il che acciocché più
agevolmente ^li riuscisse, e per non coi- fondere, o tener sospeso in alcun
passo delle opere suo eh leggeva, chi l'udiva, aggiugneva a' verbi le
proposizioni e bene spesso replicava le copule e le congiunzioni, le quali
levate vi? arrecano un certo che di oscurità, sebbene accrescono assai grazie e
leggiadria al parfate. Avea a noia cosi i troppo esquisiti ed a fetta ti, come
quelli ch'andavano dietro a' vocaboli antichi, ecB^ oiù nr^n erano ih uso :
aues*» pe^ 'v^ior j)j»«innf)n er poter di nuovo sacrificare, usqì in un subito
fuor di Perugia una biuida di nimici, i quali rubarono e portarono via tutte le
cose apparecchiate pel sacrifizio ; onde si accordarono gli aruspici, elle la
mala fortuna, che in cotal sacrifizio s'èra dimostra, tutta tornerebbe sopra di
coloro., che se ne avevano portate via. le interiora: nò altrimenti avvenne
loro. Il giorno avanti ch*ei ve- nisse alle mani c^n Sesto Pompeo in Cicilia,
andando a spasso lungo la marina, saltò un pesce fuor dell'acqua e se gli fermò
a' piedi. E vicino ad Azio promontorio di Albania, andando per appiccare il fatto
di arme con Marco Antonio, riscontrò un uomo con un asino, il cui nome era
Eutico (che vuol dire fortunato) e l'asino si chiamava Nicon (che vuol dire
vittoria). Onde dipoi sendo vincitore, fece porro nel tempio edificato da lui
nel luogo, dove aveva posti gli alloggiamenti, un uomo ed un asino di rame.
Pronostici della di lui morte. La sua morte, della quale appresso diremo, e
come dopo quella doveva esser connumerato tra gli Iddii, si previde per molti
segni evidentissimi. Facendo la cerimonia, che ogni cinque anni era so- lita di
farsi net Campo Marzio, di rassegnare, purgare e benedire il popolo, dove si
ritrovava un gran numero di gente, un'aquila gli andò più volte svolazzando
d'intorno; e pigUando poi un volo nel tempio ivi vicino, si pose sopra la prima
lettera del nomo di Agrippa, cioè sopra la lettera A; il che considerato.
Augusto non volle permettere, nò obbligarsi a quelli voti, che in tal cerimonia
per gli anni cinque avvenire si usava di far per salute del po- polo romano,
quantunque avesse apparecchiate e ordinate le tavole, dove detti voti promessi
si notavano alla presenza di molti a maggior chiarezza e testimonianza ; ma gli
fece fare e promettere a Tiberio suo compagno nello uffizio censorio, a cui ciò
s'apparteneva ; dicendo che non voleva promettere agli Iddii quello, che
pensava non poter presenzialmente attenere al tempo debito. Nel medesimo tempo
in circa, una saetta portò via la prima lettera del nome di Cesare scritto
appiè della sua stàtua; onde gli fu predetto dagli indovini ciò significare,
che ei non doveva viver più che cento dì, denotandosi tal numero per la lettera
del^ (7, portata via dalla saetta ; e che egli sarebbe collO' rato nel numero
degli Iddii, perchè Esar, cioè il rimanente del nome di Cesar in lingua toscana
significava Iddio. Avendo dun- que a mandar Tiberio nella Schiavonia, e
volendolo accompagnare insino a Benevento, ritenendolo molti che ne avevano
bisogno, per espedii^ chi una causa e chi un'altra; disse ad alta voce, che da
quivi innanzi per qual si volesse cagione non era per di- morar più in Roma :
il che fu dipoi conn'umerato tra gli augurii della sua- morte. E messosi a
cammino pervenne ad Astiira. . Le cause del suo male, e curae se la passasse
nel tempo della sua malattia. * E quindi partitosi di notte, fuor del suo
costume, essendosi levato un venticello, il che fu cagione o principio della
sua malattia, per essersigU mosso il ventre, andò costeggiando tutte le regioni
marittime di Terra di Lavoro. E dato una ricerca alle isole circonvicine, si
stette quattro giorni a diporto nell'isola di Gapri, ed ivi posto da canto ogni
pensiero, solo attese a godersi quel tempo piacevolmente e famlgliarmente con
ciascuno. E pas- sando il golfo di Pozzuolo, era per ventura appunto allora
arri- vata in porto un nave alessandrina ; i marinari e i passaggieri della
quale veggendo Augusto, ornatisi di veste bianche, e con cèrte corone in testa,
spargendo incenso, gli dierono grandissime lodi ; pregando gli Iddii che gli
concedessero lunga vita e felicità, dicendo che per lui si godevano la loro
libertà e le loro ricchezze. Per la qual cosa Augusto oltre modo rallegratosi,
distribuì a quelli che erano in sua compagnia quattro cento scudi; e volle, che
ciascuno giurasse e di sua propria mano si obbligasse a non ispendere in altro
quelli danari, che in comperare di quelle mer- canzie, che erano in sulla detta
nave. Ancora ne' giorni seguenti, intra varii doni che dava loro, ogni giorno
distribuì alcune vesti alla romana, ed alcune alla greca ; con patto che i
Romani usas- sero l'abito' greco, e i Greci l'abito ed il parlare romano.
Mentre che egli stetto a Capri,' si pigliava del continovo piacere di stare a
veder esercitare certi giovanetti al giuoco delle braccia ; i quali osservavano
ancora il costume antico de* Romani nello eserci- tarsi; e fece loro un
convito, al quale si volle trovar presente. dando loro licenza e quasi
costrignqndoli, che alla tavola sì pi- gliasser piacere, o si togliessero l'uno
a l'altro i pomi é le altre cose da mangiare, e sitnilmentó molte altre cose,
eh* e'gittava loro : in cotale modo ed in simili altre maniere ricreanda e pas-
sandosi tempo allegramente. Chiamava la isola vicina a Capri Apragopoli, dalla
j>igrizia e vita oziosa di coloro, che per viyerei oziosamente da lui si
dipartivano ed andavano a stare in detta isola. -Uno molto amato da lui, detto
Masgaba-, era solito chia- mare in greco Ctisi (che vuol dire edificatore),
volendo significare, ch'ei fusse edificator di detta isoha ; avendo yisto dal
luogo, dove e' mangiava, al sepolcro del detto Masgaba, che un anno innanzi era
morto, concorrere una gran quantità di persone, e con molti lumi, disse un
verso in greco, fatto da lui all'improvviso, in i|ucsla sentenza : Io veggio
dal conditore arder la tomba ; e ri- voltosi a Trasillo compagno di Tiberio,
che gli sedeva a tavola a dirimpetto, il quale non sapeva a che proposito T
avesse detto, gli domandò di qual poeta ei pensava che e' fusse : non sapendo
Trasiilo, che rispondere, ne soggiunse un altro: Vedi Masgaba co' lumi onorato?
e domandandogli ancora di^ questo, né gli ri- spondendo altro, so non. ch'egli
erano mollo biioni versi, di qua- lunque e' fossero, levò un gran riso, e tutto
si diede al burlare ed a cianciare. Partendosi di poi da Capri passò a Napoli ;
e benché per la mala disposizione, ch'egU aveva dentro, o poco, assai il flusso
l'andasse tuttavia molestando, stette nondimeno a vedere il giuoco Ginnico
delle braccia, che ogni cinque anni si faceva in onor suo. Accompagnò Tiberio
insino al luogo de- stinato ; ma nel tornare sondo peggiorato 'assai della
malattia, finalmente si mori a Nola: e fatto tornare indietro Tiberio, a- vanti
che e' morisse, lo tenne lungamente in segreto a parlar seco, né dipoi applicò
più l'animo ad alcuna faccenda d'im- portanza. La sua morte, e sua presenza di
spirito. Poco avanti ch'ei morisse, domandava ad ogni poco se fupra ancora per
lui si faceva garbuglio. Fattosi dare uno specchfo si fece acconciare i capelli
e rassettare le mascelle, che gli casca- vano; e domandò gli amici, ch'erano
entrati dentro a vederlo, se pareva loro, che nella favola di questo mondo
avesse fatto bene gli atti suoi ; soggiunse dipoi queste parole in greco : Fate
ancora voi. allegramente gii atti vostri.' Dipoi licenziato ognilno, mentre
ch'egli domandava coloro, che venivano da Roma, come stava SECONDO IMPERATORE Lucilla
figliuola di Druso, in un subito cascò in braccio di Livia, e dicendole queste
ultime parole : LIVIA VIVI E STA SA^A., E RICOBDATI DELLA NOSTBA DOLCE
COMPAGNIA, passò di questa vita; la cui morte fu agevole, secondo che sempre
aveva desiderata^ perchè ogni vòlta ch'egli intendeva, alcuno essere morto
presto e senza torménto o stento alcuno, pregava gli Iddìi, che concedessero
tantg alni, quantp a tutti i suoi sinuli. Eutanasia, che così era sohto
chiamarla (che yuol dire buona morte). Innanzi die egli mandasse fuori lo
spirito, solo in una cosa fece ségno d'essere uscito fuor di sé : questo è',
che séndosi in un subito spaventato, si rammaricò, parendoli che cinquanta
giovani lo- portassero'via ;. e questo ancora voglion dire, che fusse più tosto
unio indovinamentò, che allenamento di mente; conciossiachè morto che fu,
altrettanti soldati pretoriani, sua guardia del palazzo, cioè de' primi della
guàrdia, lo portarono fuora, in pubblico. n giorno della di lui morte, l'età, i
funerali. Morì nel Iettò medesimo, dove era morto Ottavio suo padre, sendo
consoli Sesto. Pompeo e Sesto Apuleio* a' diciannove dì ^ d'agósto a ^re
ventuna: ed aveva sessantasei anni, manco tren- taginque dì. Il corpo suo fu
portato dai senatori delle città parti- cipanti de'benefizii de'Romani, e di
quelli, i cui abitatori v'erano stali mandati da Roma, da (i)Nola insino a
Boville di notte, per la stagione calda ch'era allora, ed il giorno si
riposavano e tig- navano il corpo morto nelle loggie regie, ovvero nel maggiore
è più onorato tempio di qualunque terra egli entravano. Da Boville sino dentro
alla città lo portarono i cavalieri romani, e posaronlonell'antiportodella sua
casa. 1 senatori nell'arnamentp e pompg delle sue esequie, e nel celebrare la
sua memoria, talmente fecero a gara, che, tra molte altre cose, vi furono al-
cuni che giudicarono, che e' si dovesse fare entrare il corpo in Roma per la
porta trionfale, portando innanzi la statua della vittoria^ ch'era nel senato,
e che figliuoU de' più nobili, così maschi come fenfiminè, cantassero quel
canto flebile, che si chiama nenia. Alcuni volevano, che nel giorno
dell'esequie i se- natori, deposti gli anelli d'oro, che e' portavano,
sì-mettessero quelli di ferro (il che non si era mai usato, se non in segno di
(1) Intendesi, che Nola era di quelle Città, i di cui abitatori vi erano 3tati
mandati da Roma. grandissima mestizia ed afflizione). Alcuni furono di parere,
che le sue ossa fussero raccolte dai più degni sacerdoti ^ che erano in Roma; e
fuvvi alcuno, che persuadeva, che il cognome del mese di agosto si trasferisse
nel mese di settembre, perchè in questo Augusto era nato, od in quello morto.
Altri volevano, che tutto quello spazio di tempo, che era corso dal primo di
del suo nascimento insino al dì della sua morte, fusse chiamato il secolo
Augusto : e così fusse scritto ne' libri, dove si notavano le feste e cerimonie
sacre, chiamati, fasti. Ma poi che si furono risoluti, in che modo volevano
onorarlo, fu laudato in due luo- ghi con orazion funebre : la prima dinanzi al
tempio di Giulio Cesare da Tiberio, la seconda nella ringhiera vecchia di Druse
figliuolo di Tiberio, e dai senatori fu portato in Campo Marzio e quivi fu arso
: dove fu uno, che era stato pretore, il quale af- fermò insino con giuramento,
che, poi che e' fu arso, avea vista la effigie di quello andarsene in cielo.
Baccolsono le,sue ceneri i principali dell'ordine de'cavalieri, scinti, in
camiscia e scalzi, e le riposono nel mausoleo, il quale sepolcro era stato
fette edificare da lui tra la via Flaminia e la riva del Tevere, la sesta volta
che ci fu consolo : ed insino allora volle che fussero del pubblico le strade e
selve, ch'erano intorno a detto sepolcro. Il suo testamento ed" ultima
volontà. Fece testamento un anno e quattro- mesi avanti ch'ei si rtio- risse,
alli tre d'aprile, essendo consoli Lucio Plance e Gaio Silio; e scrissclo in
due volumi, parte di sua mano e parte dì mano di Polibio ed llarione suoi
liberti ; e lo diede in serbanza alle sei velini vestali, insieme con tre altri
volumi segnati col segno medesimo che il testamento, i quali cavati fuora,
furono tutti aperti e recitati in senato. Lasciò suoi principali eredi' Tiberio
per due terzi, e Livia per la terza parte : a'guali ordinò che si chiamassero
pel suo nome. I secondi eredi furono Druse figliuolo di Tiberio per il quarto,
e per quello che restava, Germanico e tre suoi figliuoli maschi. Xel terzo
luogo sostituì molti suoiamici e parenti. Lasciò al popolo romano un milione
d'oro; ed alle tribù ottantasette mila e cinquecento scudi ; ed ai soldati
preto- riani venticinque scudi per uno ; ed allo compagnie de' soldati ch'erano
a guardia della città, dodici scudi e mezzo per ciascuno: ed ordinò che subito
fussero pagati a ciascun di contanti, che insino a quel dì gli aveva tenuti
riposti e serbati per tali'effeUi. Fece molti altri lasciti a varie persone^ e
ad alcuni lasciò iDfìno alla somma di cinquecento scudi di entrata i' anno :
dicendo che l'avessero per iscusato, che le facoltà non si distendevano più
oltre e che a' suoi eredi non veniva a toccarne più che tre mi- lioni e
settecento cinquanfa mila: non ostante che ne' venti anni prossimi gli f ussero
venuti in mano, per testamento de' suoi amici,, la somtna di cento milioni
d'oro ; perciocché quasi ogni cosa, con due eredità paterne insieme con le
altre «redità lasciategli, aveva consumato nelle occorrenze della Repubblica.
Ordinò che Giulia sua figliuola e Giulia sua nipote, venendo a morte, non f
ussero messe nel suo sepolcro. Delli v'oUihii lasciati insieme col testamento,
in uno scrisse tutto quello ch'ei voleva che si fa- cesse nelle sue esequie;
nell'altro era una breve annotazione di tutte le cose fatte da lui ; le quali
ordinò che fussero intagliate in tavole di rame e poste dinanzi al mausoleo;
nel lerzo era no- tato brevemente in che termine si trovavano allora le cose
dello imperio romano e quanti soldati vi erano, e dove e sotto quali insegne, e
quanti danari si ritrovavano nello erario pubblico, e quanti nel fisco privato,
e tutti i residui che restavano a riscuo- tersi delle entrate pubbliche.
Lasciovvi ancor notato i nomi- dèi suoi servi e de' suoi fiberti, acciocché ei
potessino dopo la sua morte riveder loro il conto di tutto quello che del
pubblico ave- vano maneggiato. LA VITA ED I FATTI DI TIBERIO CESARE NERONE
TERZO IMPERATOR ROMANO La famiglia de' Claudii, patrizia (perciocché e' ne fu
anco On'al- tra plebea, non minore né di potenza, nè,di riputazione) ebbe
origine in Regillo, terra de'Shbini. Quindi sendo Roma nuova- mente edificata,
venne ad abharvi con gran numero-di suoi amici e partigiani, per mezzo ed opera
di TitoTazio, compagno di Rp- mulo nello imperio; ovvero (il che era più
manifesto) sei anni incirca dopo la cacciata dei re sotto Appio Claudio, capo
di quella famiglia, e fu dai padri accettata nel numero de!patrizii, e le fu
assegnato dal pubblico po' suoi clienti quella parte del contado eh' è di là
dal Teverone, e per la sua sepoltura le fu dato appiè del Campidoglio. Furono
in pro(:esso di tempo nella detta fami- glia venlotto consoli, cinque
dittatori, sette censori. Ottenne sei volte il trionfo e due volte l'onore
della vittoria senza il triónfo. Ed avendo di molti e varii prenomi e cognomi,
s'accordarono tutti insieme a rifiutare il prenome di Lucio; perciocché due di'
loro, che erano cognominati Lucii, l'uno fu condannato per ladro, l'altro per
omicida. Tra gli altri cognomi prèse ancor quello di Nerone, che in lingua
sabina significa forte o valoroso. Della gente de' Claudii, con alcune memorre
di quella casa. Appariscono molte belle ed egregie opere fatte da molti della
famiglia de' Claudii in servigio della Repubbhca, per le quali hanno meritato
assai ; e molte ancora in danno di quella e poco onorevoli. Ma per raccontar
quelle che sono più notabili, Appio Cieco dissuase il popolo romano a
'eohfederapsi con PiirO) come cosa poco salutifera alla Repubblica. Claudio
Caudice, essendo stato il primo de' Romani a entrare m mare con armata e pas-
sare lo stretto di Messina, discacciò di Cicilia i Cartaginesi. Claudio Nerone,
venendo Asdrufoale di Spagna con gran gente, prima che e' si congiugnesse col
suo fratello Annibale, lo ruppe. Dall'altra banda Claudio Appio Regillano, uno
de' dieci uomini preposti alle leggi delle dodici tavole, acceso dello amore di
Vir- ginia figliuola di Lucio Virginio cittadino romano, ancora pal- mella,
ingegnatosi con produrre falsi testimonii, di farla divenire serva, e condurla
in poter d'u« amico suo, per isfogare per tal via la sua libidine, fu cagione
che la plebe la seconda volta si divise da' nobili. Claudio Druse avendo fatto
fare una statua in suo onore, e collocatola con la diadema (insegna regale)
intesta, lungo la piazza d'Appio, tentò col favore ed aiuto de' suoi parti-
giani e clientoli, di occupare T Italia. Claudio Fulcro essendo con l'armata in
Cicilia, e per antivedere il successo della guerra^ dando beccare a' polli, né
volendo- essi beccare, facendosi beffe della religione, gli buttò in mare
dicendo che bevessero, poiché non volevano mangiare ; ed appiccata la zuffa,
rimase con tutta l'armata perdente. Ed avendo per ordine' del senato a nominare
il dittatore, per riparare a tale inconveniente, mostrando pure di farsi beffe
e tener poco conto del pencolo che soprastava alla città, nominò dittatore
Iliciasuo ministro. Simigliantemente delle femmine dì cotal famiglia ci sono esempii
in prò ed in contro : perciocché di due Claudie che furono in detta casa, l'una
fu quella vergine vestale, la quale se n'andò al guado del Tevere dove era
rimase in secco la nave che portava la immagine di Cibele madre degli Iddii,
con tutti i suoi sagramenti, e la trasse di quel luogo, avendola pregata che
s'ella aveva conservata insino a quel di la sua pudicizia, ne venisse con lei.
L*altra fu la figliuola di Appio Cieco, la quale, come cosa insolita alle
donne, meritò d'esser condannata per aver usato parole prosontuose contro alla
maestà dei popolo romano : perciocché, tornando da veder la festa, e per la
gran calca delle genti non potendo passare oltre colla carretta che la portava,
disse ad alta voce ; che desiderava che il suo fratello Fulcro resuscitasse e
perdesse un'altra ar- mata come quella di prima, acciocché la calca e
confusione della gente di Roma fusse minore. Oltre a ciò é cosa notissima che
tutti i Claudii, eccetto solamente Fublio Clodio, il quale per po- ter ottenere
il tribunato, e mediante quello cacciare Cicerone di Roma, si fece adottare da
un uomo plebeo e di mancx) età di lui, IO SvKTONio. Vite dei Cesari. furono
sempre degli ottimati ed unici fautori della dignità ed autorità de*patrizii, e
tanto crudeli nimici d«lla plebe, che es- sendone uno condannato a morte, non
si potè mai indurre a di- chinarsL e raccomandarsi al popolo in abito mesto a
macilento (secondo il costume) per essere assoluto ; e tra loro ve ne furono
alcuni, i quali nel disputare e litigare ebbero ardire di battere i tribuni
della plebe. Fuvvi ancx)ra un'altra vergine vestale, la quale, trionfando il
fratello contro alla volontà del popolo, montò sopra il carro trionfale di
quello o lo accompagnò insino in Cam- pidoglio; acciocché i tribuni non
avessero ardire contro .alle sacre constituzioni impedirlo o contrapporsegli. .
Da quale stirpe traesse Tiberio la spa origine. Di questa stirpe è disceso
Tiberio Cesare per padre e per ma- dre ; per padre ebbe origine da Tiberio
Nerone, per madtre da Appio Fulcro, i quali amendui furono fìghuoli di Appio
Cieco. Fu ancora introdotto nella famiglia de'Livii, essendo stato adot- tato
in quella il ^suo avolo materno. Questa famigha, sebbene era plebea, tuttavia
ella fu di gran riputazione ed. autorità nella Repubblica romana. Ebbe otto
consoli, due censori, trionfò tre volte, ed ebbe un dittatore ed un maestro de'
cavalieri. Fu an- cora illustre per gli uomini valorosi che in quella si
ritrovarono, e massimamente per la virtù di Livio Salinatore, e dall'uno e
dell'altro Druse. Livio Salinatore essendo censore, condannò tutti quelli delle
tribù come uomini leggieri, perciocché avendolo tutti insieme, dopo il primo
consolato, condannato e punito in da- nari, di nuovo lo crearono consolo e
dipoi censore. Dr^iso am- mazzò a corpo a corpo il capitano de' nimici chiamato
Dfuso ; o dipoi fu cosi cognominato con tutti i suoi discendenti. Dicesi an-
cora, che essendo vice-pretore in Francia, ricuperò dai Senoni l'oro che eglino
avevano già ricevuto nell'assedio del Campido- glio; e che non fu loro ritolto
da Camillo, siccome è scrìtto. 11 figliuolo del suo bisnipote, per essersi
portato valorosamente contro a' Gracchi, fu chiamato padrone e difensore del
senato; e lasciò un figliuolo, il quale pel medesimo conto della legge agra-
ria, travagliandosi assai, hi morto a tradimento dalla fazione con- traria. Del
padre di Tiberio. Il padre di Tiberio, essondo questore di (iaio Cesare
proposto all'armata nella guerra alessandrina, fu in gran parte cagione di
quella vittoria : perchè sostituito pontefice in luogo dì Publio Scipione, fu
mandato in Francia a coodurvi Romani abitatori, de' quali ne collocò, infra
Tàltre terre, una parte in Narbona e>d. un'altra in Àrli. Nondimeno,
ammazzato che fu Cesare, seudo ognuno di parere^ e deliberando, per ovviare a'
tumulti, che di tal fatto non si parlasse più, esso, oltre all'essere di
opinione •contraria, aggiunse ancora che egli era bene che f ussero pre- miati
quegli che avevano morto il tiranno. Appresso^ uscito che •egli fu dell'uffizio
della pretura, essendo nata discordia nella fine dell'anno tra Ottavio,. Marco
Antonio e Lepido, ritenutesi le m- segne del predetto magistrato oltre al tempo
consueto e debito, se n'andò con Lucio Antonio consolo, fratello di Marc'
Antonio, a Perugia. Essendosi tutti gli altri arrenduti ad Ottaviano, egli
solamente non si volle arrendere, né mutare di opinione ; e prima &\ fuggì
a Palestrìna, dipoi a Napoli. E tentando di commovere e «sollevare i servi, con
prometter loro la libertà, né gli riuscendo il disegno, rifuggì in Cicilia a
Sesto Pompeo ; né essendogli stata data audienza così prestamente, anzi
proibitogli lo usare le in- segne del pretore, passò in Acaia a Marco Antonio,
col quale sendo in breve fatta la pace universale ira tutti, ritornò in Roma ;
€ domandandogli Augusto la sua moglie Livia Drusilla, che era gravida, o della
quale gli era' prima nato Tiberio, gliela concesse^ ' -e poco dipoi si mori,
lasciando due figliuoli,^ Tiberio Nerone e Druso Nerone. Il luogo e tempo della
nascita di Tiberio. Hanno stimato alcuni Tiberio esser nato a Fondi, mossi da '
tina leggier congettura, che la sua avola materna fu di Fondi ; e che poco
dipoi per deliberazione del senato iu posto in Fondi in pubblico una statua in
onore della Felicità. Ma i più e più- veri autori scrivono che nacque in Roma
nella regione del pa- lazzo, a' sedici di novembre, sendo consoli Marco Emilio
Lepido la seconda volta e Munazio Planco, dopo la battaglia fatta a Du- razzo
contro a Bruto e Cassio : e così é scritto ne' libri delle azioni del senato e
delle cose sacre. Sono alcuni nondimeno che scrivono, lui esser nato Tanno
innanzi che fussero consoli Irzio' e Pansé ; ed alcuni altri l'anno seguente,
sondo consoli Servilio Isaurico ed Antonio. Infanzia e puerizia di Tiberio. •
Essendo ancora in fasce, e poi che egli fa alquanto più gran- dicello, ebbe di
molti travagli ed anche fu molto accarezzato ed onorato : conciossiachè il
padre e la madre, dovunque e* fuggirono, sempre lo menarono con loro, e
trovandosi vicino a Napoli fu due volte per manifestarsi col pianto, mentre che
e' cercavano ascosamente di un naviglio per fuggir dinanzi a' lor nimici, che
in un subito s'erano scoperti lor sopra; primieramente quando e' lo tolseno con
molta furia e prestezza di collo alla nutrice che lo -allattava ; appresso di
grembo alla madre; come quelli che per avanzar tempo cercavano dì alleggerir di
peso le donne, onde elle fussero più spedite a montare hi nave. Avendo ap-
presso cerco la Cicilia e TAcaia fu dai Lacedemoni, che erano sotto la tutela
de' Glaudiì^ ricevuto in pubblico e da persone pubbliche nello andarsene
accompagnato ; e partendosi di notte fu per capitar male, perciò che nella sei
va^.dov' egli erano en- trati, si levò subito una fiamma di fuoco intomo
intórno, e gli circondò in modo, che a Livia sua madre si abbruciò una parte
della veste e de'càpegH. Sono ancora in essere le cose, che gli furono donate
da Pompea sirecchia di Sesto Pompeo in Cicilia: ' cioè una veste militare, ed
un grembiulino ed un pendente a guisa di cuore, e si dimostrano a Baia. Poi che
egli fu tornato in Roma, essendo adottato da Marco Gallio senatore pen testa-
mento, prese la eredità, ma non volle pigliar il nome di quello: perciò che
questo tale era stato delle parti contrarie ad Augusto. Aveva nove anni, quando
in lode del padre, che era morto, fece una orazione in pubblico. Appresso
avendo già mutatala voce, accompagnò il carro trionfale di Augusto nella
vittoria che egli ebbe contro a Marco Antonio e Cleopatra, lungo il promontorio
di Azio, essendo il primo a cavallo vicino al carro dalla man sì* - nistra :
conciossiachè Marcello figliuolo di Ottavia ca valcasse il primo dalla man
destra. Fu ancora capo ne' giuochi e feste che si facevano in memoria della
sopraddetta vittòria: e sìniilmente no' giuochi circensi fu capo di una squadra
di giovanetti nobili della sua età. f Deiradolescienza e delle di lui mogli. f
Preso che egli ebbe la toga virile, dalla sua giovanezza per insìno che e' fu
fatto principe, fece le infrascritte cose : primie- ramente fé' celebrare il
giuoco de' gladiatori in memoria del padre e ancora in menaoria di Druso suo
avolo: non già nel mede- simo luogo, né in un tempo medesimo; perciò che in
onore del padre lo fé' celebrare in piazza, ed in onore delFavolo nello an-
fiteatro: dove ancora fece entrare in campo a combattere alcuni gladiatori
vecchi, e che già erano licenziati, e fatti esenti^ cor. accrescere loro di
premio due mila cinquecento scudi. Fece an- presso di me : ricordandomi di quei
versi d'Omero : Avendo costui in comps^nia ritorneremo Tuno e 1 altro dal fuoco
ardente; perciocché gli òdi .grandissimo an- tivedere. Quando io o per lettere
o a bocca ho nuoVe di te, et che io intendo che tu sei per le assidue fatiche e
travagli cqA estenuato^ non abbia io mai bene, se io non mi sento tutto alte- rare,
e ti prego grandemente che tu ti abbi riguardo; acciocché lo intendere io e tua
madre che tu sia indisposto e non ti senta bene, non sia cagione di farci
terminare la vita nostra, e che il popolo romano non venga in pericolo di
perdere lo Stato, perchè il mio star sano o di mala voglia poco importa, purché
stia sano tu. Io prego gli Iddii che a noi ti conservino e ci concch dano
grazia che tu stii sano ora e sempre; se già il popolo romano non è venuto loro
in odio. Uccisione del giovane Agrìppa ed altre di lui operazioni. - Egli non
prima palesò la morte dì Augusto, ch'ei fece ammaz- zare il giovane Agrìppa da
un tribuno de' militi il quale lo aveva in guardia. Costui lette alcune lettere
che ciò gli comandavano, messe tutto in esecuzione. Non si sa bene se
Augustarlasciò le predette lettere con quella commissione al suo moriréy per
tor vìa ogni occasione di scandolo e di garbuglio; o se p^n;^.Ìe fu- rono
dettate da Livia con saputa di Tiberio; ovvero cbe^Tiberio non ne sapesse cosa
alcuna. Tiberio una volta scrivendogli il tribuno che aveva fatto quello che
gli era stato comandato, ri- spose, che non gli aveva comandato cosa alcuna : e
che di tutto ciò che gli aveva fatto ne avrebbe a render conto al senato : o
vedesi manifestamente che rispose allora in questo modp per fuggire il biaisimo
ed evitare quel carico, pprciò che egfi dipoi lasciò passar la còsa senza farne
parola alcuna. Suoi gemiti sulla lettura fatta in Senato del testamento
d'Augusto. Avendo appresso, per Fautorità ch'egli aveva come tribuno, fatto
ragunare il senato, cominciò a parlare sopra a' casi della Repubblica; e quasi
che egli non potesse resistere al dolore, messe un gran sospiro mostrando di
aver desiderio, che non so- lamente la voce, ma ancora lo spirito gli mancasse
e porse a Druse suo figliuolo l'orazione ch'egU aveva scritta, acciò che egli
finisse di leggerla. Appresso fatto venire il testamento d'Au- gusto non messe
dentro alcuno di quelli che s'erano soscritti, se non chi era dell'ordine
senatorio ; agH altri fece ricx)noscere la mano fuori della corte ; facendolo
recitare e leggere a un suo lìberfo. Cominciava il testamento in questo modo :
Poi che Tavr versa fortuna mi ha tolti ì miei figliuoli Gaio e Lucio, voglio
che . sia mio erede per i due terzi Tiberio Cesare : e da queste parole si
confermarono neiropinione loro quelle persone che afferma- vano che Augusto lo
avesse eletto per suo successore, più per non aver potuto fare altro, ohe
perchè egli lo avesse giudicato a' proposito, non avendo potuto astenersi di
usare parole così fatte. ', Quanto si facesse pregare prima di acconsentire di
ricever Tlmperio. Àncora che senza rispetto alcuno egli avesse preso il governo
(li Roma e cominciato a trattare quelle cose che occorrevano, con aversi fatto
una guardia attorno di soldati, il che dimostrava, che violentemente e per
forza voleva signoreggiare ; nondimeno stette un gran pezzo alla dura,
ricusando molto audacemente, e mostrando di non volere accettare un tal carico
: ora confortando i suoi amici, ora riprendendogli con dire dhe ei non sapevano
" quanto. gran bestia fusse lo imperio: ora dando certe risposte
irrisolule e che si potevano interpretare in più modi; stando astùtaiAénte in
su l'onorevole, e tenendo sospesi i senatori i quali se gli erano gittati a'
piedi e caldamente lo pregavano che volesse accettarlo. Di maniera che alcuni
di loro cominciarono it non potere aver più pazienza; é tra gli altri ve ne ^u
uno che in quella confusione e tumulto disse ad alta voce^ talché fu sen- tito
da ognuno : Se ei lo vuol pigliare, piglilo ; e se non lo vuole, lasci^ stare.
Un altro fu che gli disse, che gli altri eran soìiti attenere tardi quello che
e' promettevano, ma che egli promet-r leva tardi quello che di già aveva
ottenuto. Finalmente, quasi necessitato e sforzato, con dolersi che il carico,
ché^li era posto ' sopra alle spalle, era una misera e gravosa servitù, accettò
l'im- perio ; tuttavia con dare speranza di aversene qualche volta a liberare e
di porre quel peso ; lo cui parole furono I9 infrascritte : Pure che io arrivi
a quel tempo, quando e' vi parrà cosa giusta (li dare qualche riposo alla mia
vecchiezza. L«» ragioni por le quali si era mostrato difficile ad assumere
Tlmperio, ed altri di lui fatti. La cagione perchè egli «lava così alla dura,
era il timore dei jx^ricoli che da ogni banda gli soprastavano ; tale che
diceva spesse volte che ei teneva il lupo per gli orecchi. E percip che un
servo di Agrippa^ chianmto Clemente, aveva ragunato buon numero di gente e da
non se ne far beffe, per vendicar la morte del suo padrone, e Lucio Scribonio
Libone uomo nobile nascò- mente andava roachinando cose nuove centra a Tibeho,
s'erano abbottinati i soldati che erano nella Schiavonia, e quelli che erano in
Germania; e Tuno e Taltro di questi eserciti addoman- davano cose strasordinarie
e non solite di concedersi. E primie- ramente volevano che i soldati pretoriani
e che erano a guardia deirimperadore, fussero pagati a ragguaglio de' soldati
romani che si ritrovavano in Germania. Altri di' loro erano che dicevano che lo
imperadore che si era eletto non piaceva .loro, e che non s'erano trovati a
crearlo; e facevano gran forza a Grermanico ni- pote d'esso Tiberio e da lui
adottato, il quale era loro capitano, e lo stimolavano che egli occupasse la
Repubblica : non ostante ch'ei s' ingegnasse in tutti i modi di raffrenarli e
far loro resi- stenza. Tiberio adunque temendo grandenfientedi questi tumulti,
pregò i senatori che dividessero lo imperio e gli dessero a go- verno quella
parte della Repubblica che a loro pareva cotweniente ; perciò che un solo senza
compagnia non era sufficiente a gover- narla e che aveva più tosto bisogno di
parecchi che.di lin solo, i quali gli aiutassero a reggere tal peso. Finse
ancora di essere ammalato, acciò che Germanico quietasse l'animo con pensare di
avergli presto a succedere o almeno di avere a esserli com- pagno nel
principato. Avendo in cotal guisa fermo gli animi dei soldati, astutamente e
con inganni a Clemente fé' por le mani addosso. Con Libone non fece altro, se
non che ivi a due anni in presenza del senato lo riprese, mostrandogh ch'ei
non^yeva ben fatto a macchinare contro al principe ; né volle precedere seco
più avanti e per non inasprire la cosa, acciò che non n'a- vesse a solver
qualche maggiore scandolo : bastandogli in quel mezzo di starsi a buona
guardia. Onde sacrifìcando esso Libone tra i pontefici, ordinò che in vece del
coltello chiamato secespita, col quale essi pontefici sacrificavano, gliene
fusse dato uno di piombo per assicurarsi di lui ; e quando ei veniva a
parlargli in segreto, faceva sempre venire alla presenza Druse suo figliuolo :
i né altrimenti gli dotte mai udienza. E quando alcuna volta pas- seggiava con
lui, usava sempre tii tenerlo per la man destra, insin a tanto che e' fusse
fornito il ragionamento : mostrando così di appoggiarsi sopra di quello. Ottimo
suo introito al principato. Assicurato che ei si fu dal sopraddetto. sospetto e
timore, da principio si portò molta civilmente nel conversiare, trattando le
cose non altrimenti che se fusse stato una persona privata. E tra' molti e
grandi onori che gÙ furono oiffertì, non ne accettò alcuno, se non alquanti e
di poca importanza; tal che appena concesse che il suo natale, il quale era nel
dì che i giuochi circensi si celebravano, per dare spasso al popolo, fussei onorato
in cosa alcuna . fuori deirordinario. Solo acconsentì che sì ag- giugnesse in
onore suo una carretta di quelle che son tirate da due cavalli ; né mai volle
che in suo onore fussero edificati tempii, né ordinatoli sacerdoti, né. poste
statue ovvero immagini: e se pure lo permesse alcuna voita^ lo fece con patto
che la sua statua non fusse posta tra quelle degli Iddii, ma per ornamento dei
tempii. Non volle ancora che si giurasse in suo nome, nò che il mese di
settembre fusse chiamato Tiberio e quello di ottobre Livio. Ricusò il titolo
d*imperadore e il cognome del padre della patria e la corona civica
heirantiporlo delle case Palatine: né mai si fece chiamare Augusto (con tutto
che ciò gli fusse eredi- tario) nelle lettere che da lui erano scritte, da quelle
in fuori che egli scriveva ai re e potentati. Fu solamente tre volte con- solo;
e la prima volta stette pochi giorni nel detto magistrato, la seconda tre mesi,
e la terza, non essendoin Roma, la tenne dal primo di gennaio insino a quindici
di maggio. Sprezzò e vietò le adulazioni; Fu intanto nimico delle cerimonie e
adulazioni, che er non volle mai d'intorno alla sua lettiga alcuno de'
senatori, o per accompagnarlo o per altri affari. Oltre a ciò gittandosegli una
volta a' piedi, per fare il debito suo, un cittadino che era stato consolo, si
tirò indietro con sì fatta prestezza e-furia,.che el venne •a cadere rovescio.
E quando alcuno parlando secofamigliarménte, o veratnente parlando in pubblico,
diceva di lui cosa che avesse dello adulatore, senza riguardo alcuno gli
rompeva le parole in fiocca e lo riprendeva e mutava il vocabolo che quella tal
per- sona aveva usato ; talché essendo ima volta stato chiamato si- gnore, fece
intendere a quel tale che altra volta non volesse in- giuriarlo, chiamandolo per
nome così odioso ; e dicendo un altro te tue sacre occupazioni, gli fece mutare
quel sacre e volle che e' dicesse laboriose. Un altro dicendo, che per sua
autorità era venuto in senato, volle che e' mutasse quel per sua autorità e che
dicesse per sua persuasione. Sua tolleranza) nel comportare le ingiurìe e
maliUcenze. ' Sopportava ancora molto pazientemente quelli che dicevano mal di
lui e quelli ancora che lo diffamavano e componevamo versi vituperosi in
dispregio di lui o de'supi amici e parenti; usando di dire che in una città
libera gli anioii e lingue dovevano ancora, esser libere. E pregandolo il
senato con grande istanza che si andasse ricercando chi fussero quelle male
Knguee che e' fussero gastigati e fattone dimostrazione, i^spose:. Noi abbiamo
da fare davanzo, e troppa briga sarebbe la nostra a volere atten- dere ancora a
cotesto. Se voi aprite una tal finestra, non ci sarà mai altro che fare ;
perciò che sotto questo colore ciascuno cer- cherà di sfogarsi e vendicarsi co'
suoi nimici, accusandogli per male lingue. Dicesi ancora oggidì che egli usò di
dire nel senato le infrascritte parole, le quali furono molto umane e benigne,
cioè : Se alcuno ci vorrà dire in contrario, io m'ingegnerò in tutto quello che
io avrò detto e fatto di dar buon conto di me ; e se ei seguiterà di volere
esser nimico a me, io sarò nimico a lui. Suo rispetto e stima del Senato. Ma
più notabile è, qhe nel chiamare e riverir ciascuno in par- ticolare e
similmente in universale, egli aveva in un certo modo trapassato il segno della
umanità; talché essendo in senato il suo parer contrario a quello di Quinto
Aterio, gli disse : Io ti prego che tu mi perdoni, se parlando come senatore un
poco alla libera, io sarò di contraria opinione. E parlando in univer- sale,
disse non solamente al presente, ma molte volte ancora per Taddietro: Affermo,
padri conscritti, che al buon principe, a cui voi date così piena e libera
autorità, s'appartiene non sola- mente di servire al senato ed a tutto il
popolo insieme, ma an- cora di riconoscere per suo maggiore e superiore óiascun
citta- dino in particolare. Né mi pento d'aver questa opinione, né d'aver
parlato in questo modo; perèiocchè io vi ho trovati seiS- pro giusti e
favorevoli inverso di me, come miei signori e padroni che io vi tengo. . TKRzo
iMsmk'sqn» Restituito i*antÌGO potere alSénato. Oltre a ciò iiitrodusse in Roma
una certa apparenza di libertà, conservando al senato ed a tutti. i magistrati
T^utorità che prima aveano ; riferendosi in qualunque cosa piccola o grande die
ella si fusse, così pubblica come privata, a' padri conscritti, come delie
entrate e gabelle; degli arrendatori ed appaltatori ; dello edificare o rifar
di nuovo alcuno edifìzio : oltre a ciò dello eleg- gere e licenziar soldati,
del far nuove genti de' romani, ovver de' soldati ausiliarii: e finalmente si
riferiva ancora al senato. di coloro acquali si dovevano prorogare i governi
degli eserciti e l'amministrazione delle provincie; ed a cui si doveano com-
mettere le guerre, se alcuna ne sopravveniva per lo strasordi- nario; e come.
ed in che modo piacesse loro di rispondere alle lettere che i re scrivevano.
Oltre a ciò costrinse un capitano di cavalli, il quale era stalo accusato per
uomo rapace e violento, a esaminarsi dinanzi al conspétto de' senatori. Sempre
entrò solo in senato, salvo che una volta che egli si fece portare in lettiga,
per essere infermo : e non volle che nessuno lo accompagnasse, se non quelli
che lo portavano. Sua pazienza eoa quelli che combattevano le sue opinioni. Non
fece mai pure una minima parola di cosa che fosse deli- berata contro al suo
parere; onde una volta essendo di parere che e' non fusse bene che coloro, a*
quali era dato thagistrato alcuno, si trovassino assenti, acciocché ei
potessino esercitar l'uffizio e contentarsi del carico che era dato loro,
ritrovandosi presenti ; nondimeno contro al suo parere, uno cVera stato di-
segnato pretore, ottenne dì potere essere presente ed assente, come a lui
pareva. Un'altra volta parendo a lui che certi da- nari che erano stati
lasciati a quegli di Trebbia per edificare un teatro, si dovessero convertire
in rifare e lastricare ima strada, non potette ottenerlo, e bisognò che ifiisse
eseguita la volojatà del testatore. Oltre a ciò mandandosi a partito in senato
una certa deliberazione, dove quelli ch'erano d'una opinione s'ave- vano a
ritirare da una banda e quelli ch'erano d'opinione con^ traria s'avevano a
ritirare dall'altra; Tiberio accostandosi a queUi ch'erano manco di numero, non
ebbe alcuno cbe lo se- guitasse : e cosi ogni altra cosa si governava in Roma
per Tor- dinario e per via de' magistrati. E tanta era l'autorità de' con-
soli, che gli ambascìadorì delF Africa ebbero ardire d'andar a trovarli e
dolersi che Tiberio, al quale da' suoi superiori eran stati mandati, non voleva
spedirli e gli mandava per la lunga. Né ciò è cosa da maravigliarsene, essendo
manifesto, ch'egli ancora, quando i consoli comparivano, si rizzava in pie, e
ne) passare per la via dava loro luogo. Alcuni suoi modi civili e
cittadineschi. Riprendeva oltre a La lussuria e libidine. ^ Dimorandosi a Capri
fece accomodare un luogo ed una stanza con certe seggiole attorno attorno a
guisa di un bordello, dove egli potesse sfogare segretaoiento la sua libidine :
e vi fece con- durre, di qualunque luogo ei potette averne un gran numero di
femmine e di fanciulli e di garzonotti assai ben grandi : oltre -a ciò fé'
venire alcuni maestri, che insegnavano i modi di usare l'un con l'altro
disonestamente, ì quali da lui erano chiamati spintrie. Faceva adunque che i
predetti giovani s'abbracciavano insieme a tre a. tre, l'un dietro all'altro,
ed in sua presenza usa- vano carnalmente insieme ; e ciò faceva^ìer riavere il
gusto « le forze della perduta libidine. Ed avendo fatto apparecchiare camere e
letti da dormire in diversi luoghi, in ciascuna camera aveva fatto appicare
certe tavolette, dove eran dipinti molti stravaganti modi di venire all'atto
della libidine, facendo loro studiare certi libri lascivi e disonesti che erano
stati composti da uno chia- mato Elefantide: acciocché ciascuno di loro
sapesse, in che modo egli si aveva a maneggiare ed atteggiare, secondo da che
banda e' sidri trovava. Aveva oltre a ciò in certi boschetti e luo- ghi ameni e
dilettevoli, fatto fare alcune stanzette vicine l'una all'altra molto lascive e
libidinose ; dove i maschi e le femmineper antri, spìlonche, grotte e tane,
s'andavano a guisa di satirettf e (ii ninfe arrovesciando l'un l'altro : e già
tutti quelli che di Capri tornavano in Roma, volgarmente e senza rispetto
alcuno lo chia- ^ inavano Caprineo. infami sue oscenità. Le cose che appresso
si diranno e che di lui sono stale scritte sono ancora molto più vituperose e
da vergognarsi, non che al- tro a crederle, non che dirle o starle ad udire.
Procacciava i fanciullini ancor tenerelli, i quali da lui erano chiamati i suoi
piscicoli ; mentre che e' si bagnava, voleva ehe essi gli sguiz- zassero tra le
gambe e gli scherzassei-ó intorno cosi dolcemente mordendolo e leccandolo.
Oltre a ciò, si accostava i bambini un pochette grandicelli, ma non perciò ancora
spoppati^ alla testa del membro come a un capezzolo di poppa ; e nel vero la
na- tura e l'età, nella quale egli allora si ritrovava, lo inclinava più a
questa che ad alcuna altra sorte di libidine. Perchè essendogli stato mandato
una tavola, dov'era dipinta Atalanta, la qual pi- gliava in bocca il membro di
Meleagro ed avendogli quel tale mandato a dire che se quella istoria non gli
piaceva, gli man- derebbe in quel cambio venticinquemila scudi, egli non sola-
mente per cosa bella l'accettò, ma ancora la fece appiccaiÌB nella camera dove
egli dormiva. Dicesi ancora che una volta sacrifi- cando ^'accese tanto
sfrenatamente di quel fanciullo che gli te- i neva innanzi il turribile
deirincenso che appena compiuto inte- | ramente il sacrifizio, egli lo tirò da
banda e quivi nel medesimo ; luogo sfogò la sua libidinosa voglia ; e allóra in
quel punto an- ^ cera usò con un fratello del predetto ch'era sonator di
piffero; . ed ivi a pochi giorni fece spezzarle gambe ad amendui, percioc- ché
e' si rimproveravano l'uno all'altro tale scelleratezza. Disonestà vituperosa
colle donne nobili. Non risparmiava ancora le'nobili e gentil donne, Volendo
che ancora esse con bocca sfogassino la sua focosa e spòrca libidine; e che ciò
sia vero, ne fa fède una certa Mallonia, la quale egli j fece venire a sé per
tale effetto e perciocché ella non volle più, soffrire un sì fatto vituperio^
ordinò ch'ella fosse accusata per adultera. £ dipoi essendo condannata e
sentenziata, non si vergognò a dimandarla, s'ella ancora si pentiva; talché
levatasi di- j nanzi a' giudici se n'andò prestamente in casa e col ferro te^ !
minò la vita sua : palesemente rimproverando a Tiberio il \ vituperio ch'ella
con bocca aveva sopportato, chiamandolo vec- | chio setoluto e puzzolente. Onde
in certe feste ch'ivi a pochi | giorni si celebrarono, prese il popolo
grandissimo piacere e di- j mostrò d'aver molto caro e d'ascoltare con
grandissima atten- zione certi versi che pareano fatti in suo dispregio e
disonore, i quah appresso s'andarono divulgando: la- cui sentenza è che il
becco vecchio si leccava ed ingoiava la natura delle capre.Sua avarizia e
Sordidezza- Fu molto avaro e meschino nello st>endere. A' suoi cofCigiani
che andavano seco in compagnia ó in viaggio o in qualche spedizione, faceva solamente
le spese senza dar loro salario alcuno. Solo una volta usò liberalità con i
danari di Augusto suo patrigno: e questa fu, che avendo fatto in mare tre
armate, donò alla prima, per essere più onorevol dell'altre, quindici mila
scudi, alla seconda dieci]j|||a j alla terza cinquemila : di- cendo che gli
uomini di questa ultima la quale era di manco dignità, erano Greci, né jsi
dovevano propriamente cennumeraure tra gli amici. Ch'egli non fece alcun
ediftzio pubblico, né rappresentò mai spettacoli, e sua scarsezza mei dar
altrui provvisioni. Poi che égli fu prihcipe, non fece in pubblico edifizio
alcuno che fusse bello o magni6co: perciocché avendo Cominciato a fare
edificare il tempio di Augusto e fare rinnovare e f istaurare il teatro di
Pompeo^ dopo molti anni lasciò Tuna e l'altra di queste opere imperfette. Non
fece anco celebrar feste di sorte alcuna: rare volte si ritrovò ^ quelle che da
altri erano cele- brate; e tutto ciò faceva, perché non l'avessero a
richiedere, o a domandargli qualche, grazia, per essere stato costretto a li-
berar Azio componitore di commedie ch'era prima scjliavo*. Avendo ancora
sovvenuto a' bisogni di certi senatori che furono pochi, per non avere più a
soccorrere alcuno di loro, disse che non era per sovvenire più alcuno di danari,
Sje^ non provavano o facevano fede in senato d'essere in necessità; e che le
cagioni, per le quali eglino addomandavano d'essere sovvenuti, fussero giuste e
legittime. Onde \^ maggior parte di loro, per esser persone nobili e costumate,
vergognandosi, non si rappresen- tarono altrimenti in senato ; tra' quali fu
Ortafò nipote di Quinto Ortensio oratore, il quale a persuasione di Augusto
aveva preso moglie e ne aveva quattro fìgliuoli a nutricare. Sua tenacità e
miseria ed altre sue azioni. Due volte solamente apparve^ in lui, quanto
all'universale, qualche liberalità : l'una fu, ch'egli servi in pubblico per
tre anni senza interesse alcuno, di due milioni e cinquecentomila scudi ; e
l'altra fu che essendo arsi, nel Monte Celio alcuni casamenti posti in Isola,
fece stimare quello che valevano, e gli pagò a coloro di chi erano. Quanto alla
prìma liberalità fu for- zato ad usarla, perciocché essendo grande strettezza
di danari (j romoreggiando il popolo, ed addomandando che si trovasse qualche
rimedio alla necessità nella quale allora si ritrovava, ordinò per un decreto
del senato, che gli usurai spendesaero i due terzi de' danari che sì trovavano
ne' terreni del pubblico, e che quelli che erano debitori del comune fussero
costretti a sborsare allora i due terzi dellf^to. L'altra liberalità l'usò per
quietare gli animi, essendo allora i temporali molto tristi ; ma egli si
compiacque tanto di un tale benefizio, e gli parve^che ei Tasse sì grande, che
mutando il nonie di Monte Celio, volle die e' fusse chiamato Augusto. A'
soldati, poi che fu aperto e pub- blicato il testamento di Augusto, nel ^uale
egli aveva Ifisciato loro i danari, che di sopra abbiam ^etto, non diede cosa a
solo dette cento scudi per ciascuno a' soldati pretotwni^'' e* non avevano
voluto acconsentire à Sciano nella C(K^p6 ('.ontro di lui. Fece ancora certi
donativi alle legioni di Boria : perciocché sole tra le loro insegne non
ritenevano ne^una im- magine di Seiano. Usò ancora molto di rado di fare esenti
-della milìzia ì soldati vecchi, come quelli, che dipoi che gli erano vecchi,
stava aspettando che e' morissero e dopo la morte di usurparsi quello che sì
avevano acquistato. Quanto alle Pro- vincie non diede mai lóro sovvenimento, nò
soccorso alcuno, eccetto r Asia ; dove i tremùoti avevano fatto danno a^sai e
ro- vinato alcuna città. Rapine ed estorsioni dello stesso. Non passò molto
tempo che egli si diede ancora alle rapine e ruberie manifeste. Ciascuno
afferma per cosa certa, che ei condusse Gneo Lentolo augure, il quale era mblto
ricco .e le cui entrate erano grandissime, con minacciarlo a uccidersi da se
medesimo, solo perchè e' morisse senza fìgliiloli e rimanere suo erede.
Condannò ancora a morte Lepida donna nobilissima, por compiacere a Quirino uomo
consolare ricchissimo, e senza figliuoli, il quale l'accusava con dire ch'essa
l'aveva voluto av- velenare, che erano già passati venti anni, ch'egli l'aveva
presa per moglie e dipoi l'aveva licenziata. Confiscò oltre a mò i beni de'
principali di Spagna, della Gallia e dì Seria e di Grecia, per cose minime e di
pochissima importanza; e tanto iugiarìosa- mente, che tra gli altri vi furono
alcuni acquali non fu apposto altro, se non che eglino avevano parte della lor
roba in danari. Tolse ancora a molte città ed a molte persóne private i loro
antichi privilegii eia giurisdizione ch'eg4i avevano sopra 'alle gabelle ed
entrate pnbblicho. Oltre, a ciò fece ammazzare a tradimento Vonone re de' Parti
e torgli ciò ch'egli aveva; il quale era stata discacciato del suo regno, e con
grandissima ricchezza s'era ritirato in AntÌQc|4ajt come quello che avea fede
ne' Romani e s'era promesso ][Jjj^- l'avessero a difendere ed aiutare.
DeH'odìó, che portava ai suoi congiunti e pe^renti. L'odio che e' portava a*
suoi. parenti, cominciò primieramente a dilnos|trarlo contro a Druse suo
fratello : perciocché egli ma- nifesta una lettera, che il detto Druse gli
scriveva, conforts^ndolo che sì.an^i^^ con seco a costringere Augusto a
restituire la libertà ^ popolo romano. Appresso scoperse il suo mal animo
contro a tutti gli altri. Non si piegò mai, pure a usare un mi^ nimo atto di
umanità inverso Giulia sua ni)oglie, come era suo > debito, la quale era
stata confinata da Augusto; talché non so- lamente le fece intendere
ch&ella non. uscisse di quella terra ^ ove ella era confinata, ma ancora le
proibì lo uscir di casa :. né volle acconsentire ch'ella parlasse o praticasse
con pei'sona alcuna. Oltre a ci.ò-ordinò che e' non le fussero pagati i danari
che da Aligusto pel suo vitto gli erano stati assegnali ; mostrando di non
voler fare cosa alcuna contro al dovere e contro a quello che le leggi
comandavano, . e che non avendo Augusto . fatpD menzione alcuna della
sopraddetta prpvisiene, non era ragione- vole ch'ella le fusse pacata.
Parendogli che Livia sua madre si volesse anch'ellà travagliare del governo
della Repubblica, se l'aveva recato a noia e fuggiva di trovarsi a ragionar con
1«^^ talché di rado le parlava, nò voleva che i ragionamenti fussero niolto
lunghi è segreti, acciocché le brigate non si dessero ad intendere ch'egli si
governasse secondo il papere e consiglio di quella: ancora che molte volte se
ne servisse e n'avesse di bisogno. Ebbe similmente niolto per male cheli
senato,. oltre agli altri titoli, lo chiamasse figliuolo di Augusto e di Livia;
onde non volle acconsentire ch'ella fussé chiamata madre della pa- tria, né che
in suo onore fusse fatta alcun'altra dimostrazione dal pubblico; anzi la
riprose molte volte, con dirle, che a lei non istava bene di travagliarsi ne'
casi importanti della Repub- blica ed in quelle faccende che a donna non si
convenivano: li SvETONio. Vite dei Cesari. ed allora massimamente la riprese,
quando èi vide che in quella arsione che seguì vicino al tempio della Bea
Ve^ta, ella s'era mossa in persona a confortare il popolo ed i soldatf che
pronta- mente soccorressino la città in quel bisogno, siccome a tempo dei
marito era solita di fare. Suo odio colla madre. " ?•• Cominciarono
appresso a tenersi favella l'uno -airaltro; e di- cono che la cagione fu quella
che appresso si dirà. Aveva più volte pregatolo Livia chefusse contento^i fare
abile uno ìlquale era stato fatto cittadino romano, a potere essere nel numero
dei giudici che di sopra abbiamo detto ; e fihalmente le fa risposto da Tiberio
che voleva che nella tavola dove si notavanó4 nomi do' giudici fusse scritto
ancor questo, cioè che la madre lo aveva forzato a fare quell'abilità a quel
tale e che altrimenti | non era per farne nulla. Onde ella ne prese sdegno e
gli mostrò 1 corte lettere da lei conservate di Augusto, nelle quali, venendo,
a un certo passo, si dimostrava quanto Tiberio fusse intollera- bile e di
perversi costumi. Dicono adunque che Tiberio ebbe tanto per male ch'olla avesse
conservato tanto^tempò le predette lotterò con si fatta rabbia rinfacciatogli
le parole di Augusto, che alcuni pensano che tra le cagioni che lo mossonò a .
pairtirs di Roma ed andarsene ad abitare a Cdpri, qtiésta fosse la prin-
cipale; he mentre che egli si dimorò nella predetta . isola . vide mai la
madre, se non una volti in tempo di tre ani^i che ella visse; e quella volta
ancora non istette :n)olto seco, a ragiona- mento, né l'andò mai a visitare
nella sua infermità. E poi ch'ella fu morta, tenne più giorni lo gènti sospese
eoo dare speranza di voler ritrovarsi alle sue esequie, tanto che finalmente
essendo già il corpo corrotto e guasto, la seppellirono senza lui; 'Non volle
ancora ch'ella fusse consagrata e deificata, mostrando che ciò gli fusso stato
imposto da lei. Non. tenne conto alcuno dH testamento ch'ella aveva fatto.
Perseguitò In breve tem^k) tutti i suoi amici e familiari, per insino a quelli
ai quali^nel suo mo- rire aveva lasciato- la cura di far celebrare le sue
esequie ; nno de' quali, ch'era dell'ordine de' cavalieri, fu da lui condannato
e confinato nell' isola di Anticira. ',. " Sua crudeltà ed odio Verso i
figiryoUv .. Quanto a' figliuoli, nò 01*1180 cirera legittimo' e naturale, né
Germanico ch'era adottivo fu da lui amato con paterno affetto. Dispiacevangli i
difètti di Druéo, parendogli che e' fosse ttna per- sona molto rimessa e fredda
e troppo facile di natura, onde egli non mostrò plinto dr contristarsi della
§ua' morte ; e quanto se- ^ guo di dolore e' fece, fu che celelyrate l'esequie,
non cbsì subito' tornò alle sue faccende ordinarie e consuete. Non volle che le
. botteghe stessine serrate molto, nò che si facesse altra xlimostra- zione :
oltre a ciò sehdo venuti gli ambasci atori.d' Ilio alcjuanto tardi a condolersi
cori es^osecq e confortarlo a pazienza, come se il dolore fusse in tutto
passato via, rispose loro ridendo, che ancora egli si doleva della loro mala
sòrte, poi ch'egli avevano perduto un cittadijio tanto egregio -come fu Ettore.
-Quanto a Germanico, fu sempre nimico dall'opere va lo rose di. quel lo ^ mo-
strando che le non fussero tanto quanto si slimava ;.e die molle cose ch'egli
avea fatte erano state senza, proposito ; eie sue glo- riose vittorie biasimava
come dannose «l poptjlo romano. Ma ^ sopra a ogni altra cosa. gli dispiacque
tJhe per fa gran carestia che in subito era venuta in Alessandria egli vi fusse
andato senza sua saputa, e si querelò dì lui grandemente in senato. Credesi
ancpra che Gneo Pisone legato della Siria lo" facesse morire per ordine di
Tiberio. Costui esse;ido.iyi a poco tempo accusato per, tale omicidio, pensano
alcuni ch^egli avrebbe manifestatole com- missioni avute da Tiberio, ma che non
lo fece, perciocché elle eran segrete e non si potevano provare per tesiimonii.
Egli adun-. que n'acquistò gran biasimo e m fu incaricato assai ; e molle volte
si senti a gridare di notte : « Rendici. Germanico. » Con- fermò appresso
questa mala opinione che si aveva di lui, avendo trattato mollò crudelmente la
moglie ed i figliuoli di GermaliiccK Sua crudeltà ed odio verso. la nuora.
Èssendosi Agrippina sua nuora per la morte del suo' marita . Germanico
rammaricata un poco troppo hbepam&nte ; la grese per jnano con dirgli
questo verso in gr^co: « A tè pare, figliuola . mia, die li sia fatta ingiuria
perche tu non sjbì l'impei^atrice ; » né ella da quel terhpo innanzi ebbe mai
grazia dì potergli parr' lare, perciocché una sera a tavola non volle guMare
certi,poiì[ìi che da lui gli furon dati, e d'allora in poi non la convitò mai
più, mostrando ch'ella avesse fatto quello per darù a credere alle persone
ch'egìi Tcivesscì voluta avvelenare; ma vero era ch'egli ji;li porse i delti
pomi per vedere s'ella si fidava di lui e dipoi av- velenarla ; e ch'ella si
guardò di notagli assaggiare, comef quella ! che indubitatamente credeva che
fussero avvelenati. Ultima- mente dandole carico ch'ella voleva rifuggire alla
statua d'Au- gusto, come facevano i servi, j^er muovere di so a compassione il
popolo e concitarlo contro a Tiberio, ora dicendo ch'ella vo- . leva rifuggire
all'esercito, la confinò nell' isola Panclatana ; e non restando lei di
biasimarlo e dirne malo, la fece battere da un cen- turione, il quale con un^
battitura le cavò un occhio ; ed avendo deliberato per morire di non mangiare,
lo fjpce aprir la bocca per forza e comandò che i bocconi le fussero impinzati
giù per la gola. £ poiché ei non vi fu ordine a farla mangiare e ch'ella fu
morta, l'andò diffamando e vituperando in tutti que'modi che : ei potette,
dicendo esser bene che il giorno nei quale era nata ^ fusse cqnnumerato tra i
giorni di male augurio e ne' quali non e ■ ben- far cosa alcuna. Parvegli
ancora di essere stato molto pie- toso inverso di lei e meritare d'esser lodato
assai ; perciocché ei non gli aveva attaccato un capestro alla gola e
strangolatola e . gittatola giù dalle scale Gemonie (onde si gettavano gli
.uomini scellerati ) e per sì fatta cortesia e clemenza usata verso di lei
acconsentì che il senato per un decreto unitamente lo rihgra- ziasse, e che a
Gioye Capitolino, per memoria di cosi buona opera, fusse dedicata e consagrata
una cosa d'oro Sua crudelt.^ ed odio contrn i nipoti. « Rimasergli di Germanico
tre nipoti, Nerone, Druso e Gaio; e di Druso solamente Tiberio; onde non avendo
fìgliqoli, racco- mandò Nerone e Druso, ch'erano i maggiori di Germanico, ai,
padri conscritti ; ed il giorno che l'uno e l'altro si rappresentò ( la prima
volta in piazza, ed avendo presa la toga virilo,- voi le che i fusse celebrato
ed onorato, e dette la mancia al popolo. Ma ve- j duto l'anno seguente che per
salute loro s'erano fatti .pubblica- ' mente i voli, parlò in senato, con dire
che una tal cerimonia inverso di que' due fanciulli era superflua e che e' non
si doveva usarla, se non inverso di coloro che fussero già oltre di età e che
avessero fatto qualche cosa per la Repubblica e data buon sà^o di loro; e così
venne a discoprire qiial fusse l'aniino suo verso i due giovanetti ed a dargli
in preda alle male lingue, cercando (1) Svetonio dice, fosse consagrato un dono
d'oro. astutametìte ch'egli avessero a dir male di lui;, per aver cag;ione di
fargli capitar male. All'ultimo scrìsse al senato, accusaiklogli e mostrando
come loro avevano fatto molte cose -vituperose e ti iste; tanto che e' furono
sentenziati per nimici del- popolo ro- mano, e così gli fece morir di fame,
Nerone neir isola di Ponzo- e Druso appiè del monte Palatino. Pensano alcuni
che Nerone fosse costretto a morire volontariamente ; e dicono ohe il carne-
fice andò a trovarlo, mostrando di esser mandato dai senato, e gli mostrò il
capestro per affogarlo e Tuncino per istrascinarlò ; e che Druso fu tenuto'
sènza mangiare, in modo ctìp ó'dettiaài morso in un pezzo di coltrice: e poi
ch'e' furono morti, fece get- tare le lor ossa in diversi luoghi, talché con
gran fatica furono ritrovate e raccozzate insieme. Sua crudeltà con gli amici. Quanto
a' suoi antichi amici è familiari, di venti ch'egli ne aveva eletti tra'
principaH e più nobili della città, co' quali si consigliava ne' casi della
Repubblica, da tre in fuora,'gli fece tutti ammazjÉare ehi per una cosa e ehi
per un'altra ; e tr? questi fu Elio.Seiano, il quale fu ucciso còh un gran
nuniero di suoi seguaci. Aveva Tiberio fatto grande costui non per bene che ei
gli •volesse, ma solo per avere uno per la. cui fraudo egli facesse capitar
male i figliuoli di Germanico, acciocché Tiberio suo nr- pote e figliuolo
naturale di Druso venisse dopo ki a succedere nell'imperio. Sua crudeltà e
durezza con i grammatici e maestri. Fu parimente rigido e crudele contro a
certi Greci che teneva appresso di 3é, de' quali prendeva grandissima
Consolazione e sollazzo ; tra' quali un certo i^nojie, ragionando con seco e
par- landp così esquisitamente, fu da lui domandalo iqual delle cinque lingue
greche era quella nella quale egli' allora cosi fastidiosa-^ mente parlava ; é
rispondendo il Greco ch'^U' ei*a la Jingua do- rica, lo confinò nèir isola di
Ginara, stimando che costui gli avesse voluto rimproverare il tempo anjico,
quand'egli partitosi di Roma se ne andò a Rodi ad abitare, perciocché i
Rodtotti parlano in lingua dorica. Oltre a ciò avendo per usanza'di proporre
sempre a tavola ìqualche disputa e quistione, ed avendo inteso come Seleuco
granin^tico cercava d'informarsi da' 'suoi ministri e^r- vidori quali fossero
gli autori ch'egli era sehto di studiare, per venire preparato alle dìspate,
primieramenéte gli comandò che non gli capitasse a casa ; od appresso, non gli-
bastando questo, lo fece morire. Sua crudeltà dimostrata ancora nella sua
gioventù. Dimostrò d'esser crudole, malignò e tardo di natura insinoda
fanciulletto ; o Teodoro Cadareo che fu suo precettore neirarte della rettorica
parvo che fusso il primo che come. persona sa- gace e di giudiìsio se ne
accorgesse ed in poche parole avesse saputo bone esprimere la sua natura,
chiamandolo a ogni poco, nel riprenderlo^ con parole greche, loto macerato, nel
sangue. Ma molto più si scoprì di così perversa natura poiché egli fu prin- cipe
; ingegnandosi nel principio per acquistarsi, come uomo mo- derato e benigno,
il favore e la benevolenza del popolo^ di na- sconderla e di simulìarla. Un
certo buffone, nel passare uno che era portato a sotterrare, glj disso forte
che ognuno lo .sentì, che facesse intendere ad Augusto che i lasciti ch'egli
aveva fatti al popolo ancora non erano stati consegnati. Onde Tiberio, fattolo
venire a sé, gli diede quella parte che se gli appettava ; e di poi faCtolo
giustiziare, gli disse che rapportasse il vero ad Augusto. E non miolto di poi
negandogli un certo Pompeo cnvàlier ro- mano non so che pertinacemente,
minacciando di farlo ipetteroin prigione, gli disse che di Pompeo lo farebbe
diventar pompeiano; mordendolo in cotal guisa e quanto al nome,_ e quanto alla
fa- zione anticamente nimica della casa de' Cesari e ohe era capitata male. I
delitti di lesa maestà atrocemente. vendicati. In questo medesimo tempo
domandandogli il pretore se ei voleva che si raunassero i giudici sopra a
quelli che avesifero offesa la maestà dell'imperatope, rispose, che e'
bisognava met- tere in esecuzione quello che comandavano le leggi ; e le fece
osservare atrocissimamente. Levò un certo il Capò da una statai di Augusto per
porvene un altro;, venne la cosa in senato, e perchè si stava in dubbio se gli
era vero d no, fu con tormenti ' esaminato e condannato il reo': a "poco a
poco questa soHé di calunnie venne a quello, che ancora queste cose
jdivontarono capitali, l'aver battuto un servidore vicino alla immagine di An-
gusto; l'aversi dinanzi a quella scambiata la veste; Tavere pM^ tato la sua
effigie scolpita in anello o in moneta neV lardello pisciatoio pubblico ; Favér
tenuto contraria opinione da queUo che Augusto avesse detto o fatlo. Capitò
finalmente male ancora uno il quale nella sua città acconsentì che^glì fosse
dato lin magistrato in quel dì medesimo ch'egli erano "già stati dati ad
Augusto. \ .: ' \ ' Aìcune cose dà lui barbai-amente fatte sotto apparenza di
gravità. Fece oltre a ciò molle altre cose sotto spèzie di Severità e di
gravità, mostrando di voler ridurre la città a vivere, civilmente, e tor via le
male usanze; dove egli, sefcondo che la natura gli porgeva, si portò tanto
crudelmente, che furono alcuni, i qiiali Ì3Ìasimandolo del presente ed
avvisandolo del fi^turo e del male ch'era per intervenirgli, composono questi
versi, la cui sentenza è questa: . Aspro e crudele, vuoi tu che io brevemente
diea.ogni cosa? Poss'io capitar male, s'egli è possibile che tua madre t'ami.
Tu non se] Cavaliere, perchè ? perchè tu non hai i centomila. . £ se. tu andrai
ben ricercando il tutto, ìlodi ti fu dato per contino. Tu hai. Cesare,
scambiato i secoli d'oro ; Perchè mentre che tu sarai al mondo, saranno sempre
di ferro. ' Ha costui in fastidio il vino, peirchè^ comincia ad aver sete del
sangue ; _J1 quale or bee tanto avidamente, quanto prima il vino j)retto.
Risgnarda Roma il tuo Siila felice per sé, non per te. " E Mario ancora
puoi, volendo, in lui considerare, ma quando tpi-uò di esilio: Oltre a ciò le
mani di Marcantonio suscitanti le guerre civili,. Non pure una sol volta di
sangue imbrodolate. E di' : Roma è spianata, molto sangue spargerà. Qualunque
di esule sarà fatto impcradore. . I quaH prima voleva, che e' fussero ripresi,
come composti da uomini che in Roma non potevano sopportare il dominio e come
dettati più dalla collera e dalla rabbia che ragione alcuna che egli avessero
centra di lui, ed aveva in bocca a ogni poco: Ab-, bianmi in odio e facciano a
mio modo. Appresso fece fede che ell'erapo cose al tutto vere quelle che in
cotal guisa dicevano. Come per leggieri peccati condannasse a pene severissime.
Fra pochi giorni, poi che e'^fu arrivato a Capri, avendogli portato un
pescatore, mentre ch'egli trattava alcune cose in segreto, un gr^n barbio, ed
essjBndoglì sopraggiunto addosso posi allalm- provvista, comanda che gli fusse
stropicciata la f^icòia coft e^só, come quello'che venne tutto a rìmescolarsi,
vistosela comparir sopra dalla banda df dietro decisola che per certi luoghi
aspri e beiiza via era venuto su carponi airovarlo: e parendo a quel poveio
uomo di averne avuto buon mercato, e l'allegrandosi, menln; (.!!fiRATOIie 183
Scienze ed arti possedute" da lui. Fu molto studioso e letterato in tutte
1^ scienze ed arti libe- rali; quantoallo stile latino imitava Messala Corvino,
alxjuale, essendo già vecchio, egli insino da giovanetto aveva sempre por- tato
grandissima riverenza : jna per essere nello scrivere troppo(l) fìsicoso ed
aifeltàto, lo rendeva alquanto oscuro, talché riusciva meglio parlando .all'improvviso
che stando a pensare quelle 'Che egli avesse a dire. Compose ancora un'opera in
versi lirici, la quale è intitolata: Lamentò della morte di Giulio Cesare. Com-
pose aiìcora alcuni poemi in greco imitando Eufurione, Ariano e Partenio ; e
perciocché i predetti poeti gli piacevano oltre modo, aveva nella sua libreria
le loro, immagini e tutti i libri ' che da loro erano stati composti ; e gli
teneva tra i libri degli scrittori antichi e più riputati. Onde una gran parte
de* Jetterati '' ch'erano in quel tempo, composono a gara molle opere io loae
di questi tre. Dilettossi sopra a ogni altra cosa di storie- favolose ; in
tanto che insino alle sciocchezze e cose ridicole sommafinente gli
soddisfacevano: e perciò i grammatici, de' quali si difettava sopra a x)gni
altra sorte di -letterati, erano dk liii di molte voke addirtìandati per vedepe
come e' se la sapevano qual fussé stata la madre d'Ecuba: che nome avesse avuto
Achille e quando a ^isa di donzella stette nascoso tra quelle vergini, quello
ohe le sirene ^rano soKledi cantare. Il primo di ch'egli entrò in- senato dopo
la inorte d'Augusto, per mostrarsi pietoso e religioso sa- crificò àgli Iddii
col vino e con lo inceilso ma. senza trombetta ; imitando m questo Mings re di
Candià, il quale nella* morte del figliuolo in quella guisa aveva sacrificato.
Cognizione della lingua greca, sebbene ei mai l'usava. . ^ Ed ancora che il
parlare in greco gli fusse pronto e facile, nondimeno si riguardava in alcuni
luoghi di non parlare altri- menti che latino, e massimamente nel senato ; di
maniera ohe avendo a nominare monopolio, che è vocabolo greco, chiese per-
dono, sendo necessitato a usare quel vocabolo forestiero. Simil- mente in una
certa deliberazione del senato, recitandosi emblema,, che pure è vocabolo
greco, disse che a lui" jftireva bene di levar via quel vocabolo e vedere
di trovarne un latino che significasse il medesimo: e non si ritrpvando,
jesprimerlo con piìj parolei (1) Fisicosó lo stesso, che scrupolóso. 'Comandò
ancora a un soldato, cìi'era slato interrogato in greco pfT Ipstimonio, che
rispondosso in latino. Sua inylalli.i e »lie (s^^endosi duo volte, dui'ante il
tempo del suo ritiro, avvicinalo a Hoina por enlran'i, tutte due le vrtlte
ritornò addietro. Mentre ch'egli si dimorò noirisola di Capri, solo due volte
mostrò di voler tornarsene in Roma; la prima si condusse per mare sopra una
galea rnsino all'orto che è-vicino al luogo dove si fanno le battaglie navali,
e lungo la via del Tevere da ogni banda foca stare i suoi soldati che facessero
tornare addietro quegli che venivano per incontrarlo. Un'altra volta sì
condusse per la strada Appia, vicino a sette miglia a Róma ; ma seDza entrar
dentro, avendo solamente (lato una occhiala alle mura della città, dette
medesimamente la volta addietro tornandosene a Capri. La prima volta che
essendo venuto per la via di mare, so ne tornò indietro, egli medesimo non
seppe la cagione: la se- conda ch(^ fu questa per la strada Appia, se ne t(Jrnò
indietro per un caso maraviglioso che gl'intcrvenne : e questo fu che avendosi
domesticato un dragone, e cibandolo di sua mano, andò per dargli mangiare e
trovò che le formiche se Tavevano man- giato. Fu pertanto avvertito che si
guardasse dalla furia del popolo. Tornandosene Jidunque a Napoli e trovandosi
ad Astnra, cominciò a sentirsi un poco di mala voglia, appresso parendogli
essere assai bene alleggerito, camminò alla volta di Cercelli. E per non dare
sospezione alcuna della sua infermità, *i'on solo si ritrovò presento a'
giuochi che i suoi soldati celebravano, ma ancora, sendo cacciato fuora un
pòrco salvatico, gli trasse alcune saette cosi da alto : e per essersi
scontorto alquanto il fianco e nello ansare ripieno di ventp, venne a
riaggravarci nella malat- ; tia : nondimeno alcuni giorni se n'andò comportando
assai bene. : E come ch'egli si fosse fatto portare insino a Miseno, non per- ■
ciò lasciò indietro alcuna cosa del suo vivere ordinariq, ban- ! chettando al
solito e pigliandosi i medesimi piaceri a diletti) i parte per non saper
astenersi e parte per mostrare di non aver male. Onde Caricle medico partendosi
dal convito per andarsele a casa e volendo chiedergli licenza, gli prese la
mano per baciar- ' gliene : ma Tiberio ^credendo che il medico gli volesse
toccare il ! )ol30, lo pregò piacevolmente che non si partisse e che si pò- i
nesse un-poco a sed'^'-e e soprattenne il co^"'*'^ r»iii del solito e f
'^li bastarono le fo'"' ' « ' ^ siccome eg vumato quivi i convitati se
D'andavano e gli domandavano licenza, gK diceva, ad uno ad uno chi e* fussero. Luogo
e tempo ftlla di lui morte. In questo mezzo avendo tiiovàto nel libro, dove si
notavamo giornalmente le azioni: del senato che certi erano stati liberatr,
anzi non pure uditi, de' quali egli aveva scritto al senato, perchè e' fussero
esaminati e condennati, con aver detto brevemenfe non altro, se non che uno
gliene aveva accusati,. mugghiando e dolendosi e parendogli d'esser
disfurezzato, aveva deliberato ìix ogni modo di tornarsene a Capri per non
tentare di far cosa at- cuna se non al sicuro ; ma ritenuto dal temporale e
dalla ma- lattia che tuttavia andava aggravando, non passò molti giorni ch'egli
si mori in villa a un luogo di Lucullo, avendo settantotto anni e ventitre anni
essendo stato nell'imperio, a' sedici di marzo, essendo consoli Gneo Acerronio
Proculo e Gàio Ponzio Nigra. Sono alcuni che pensano essergli stato dato il
veléno da Gaio a tempo e che a poco a pòco lo consumasse. Altri che nello
allen- tare della febbre presagli fortuitamente, desiderando di rnsingiare, non
gliene fu dato. Altri dicono che e' fu affogato, sendogli stato rinvolto il
capo (\) nel primaccio; perchè essendo ritornato al- quanto in sé, aveva
ridomandato l'anello che gli era stato cavato di dito. Seneca scrive che avendo
conosciuto di mancare, si eavò l'anello di dito, facendo segno di volere darlo
a qualcuno e dipoi di nuovo se lo rimesse e che tenendo stretto il pugno della
mano sinistra, stette un pezzo senza muoversi ; appresso chiamati in uh subito
quegli che lo servivano, né gli essendo risposto da alcuno,, che e' s'era levato
e cascato non molto lontano dal letto per es-. sergli mancato le forze. I segni
che pronosticarono la di lui morte. ^ • L'ultimo di che fu da jui celebrato del
suo nasciméunto, essen- dogli stato portato da Siracusa un Apollo, cognominato
Tejmenite, ìi quale era molto grande e ben fatto, e volendolo pqrre nella
libreria del Tempio, ch'egli nuovamente aveva edificjito e con- sagrato, glie
le parve vedere in sogno affermante che da lui non poteva essere dedicato. E
pochi giorni avanti che ei morisse, la torre del Faro a Capri fu rovinata
da'tremuoti. Oltre a ciò nel (1) Primaccio, lo stesso che piumaccio. monte
Misono la cenere, le faville ed i carboni ch*6rakìo stati posti nella stanza
dove egli mangiava per riscaldarla, essendo stati spenti una gran parte del dì,
in un subito nel farsi sera si ridccesono ed arsono una gran parte della notte;
né mai vi fu ordine a poterli spegnere. Festa del popolo romano per la di lui
morte. Tanta fu l'allegrezza ch'ebbe il popolo romano della sua morte, che al
primo avviso cominciarono le genti a discorrere per le strade ; e chi gridava
che e* fusse gittate in Tevere ; e chi pre- gava gli Iddii infernali che non
gli dessero luogo alcuno nello inferno, se non tra gli empi e scellerati. Altri
minacciavano il corpo così morto di attaccargli un uncino alla gola e gittarlo
giù dalle scale Gremonie ; come quelh ch'erano accesi contro di lui,
ricordandosi della suaantica crudeltà. E perchò nuovamente era intervenuto per
sua cagione un caso molto atroce, e questo è, che avendo il senato fatto un
partito che i sentenziati a morte ave ssero tempo dieci di a essere
giustiziati, accadde per ventura che il decimo giorno di certi ch'erano stati
condannati, venne appunto ad esser quello, nel quale venne l'avviso della morte
di Tiberio ; costoro adunque raccomandandosi a tutte quelle per- sone che e'
vedevano e pregando per la fede che in loro avevano gli volessero aiutare,
perciocché non si ritrovando Gaio in Roma, non potevano andare a raccomandafsi
a luì; quelli pertanto che erano alla guardia della prigione, acciocché e' non
sieguisse cosa alcuna contro a quello ch'era ordinato; gli strangolarono e gli
gittarono giù dalle predette scale, chiamate Gemonie. Ciò fu cagione di
accrescere carioo al morto Tiberio appresso del popolo; come quello a cui
pareva che un tale tiranno, ancora poi ch'egli era morto, perseverasse nella
sua crudeltà. Né prima si mossero quelli che conducevano il corpo dal monte
Miseno, che la mag- gior parte di quelli ch'erano presenti levarono le grida
con dire che fusse portato ad Aversa ed abbronzato nello Anfiteatro : non-
dimeno i ìsuoi soldati lo condussero a Roma e fu- arso e seppel- lito
pubblicamente. Suo testamento ed ultima disposizione. Aveva fatto testamento
due anni innanzi e scrittoio di man propria e fattane fare una copia a un suo
liberto ; e così l'ori- ginale come la copia aveva fatto soscriver e suggellare
da persone vili e di molto bassa condizione. Lasciò eredi Gaio fi- gliuolo di
Germanico e Tiberio figli uol di Diruso suoi nipoti, cia- scuno per metà ; e
voile cbOéie' redassero Tun Taltro. Fece ancora di molti lasciti a diverse
persone, come alle vergini vestali, ai suoi soldati tutti insieme ed
alla'*plebe romana : lasciando a cia- scuno un tanto e spezialmente ai maestri
de' vichi, cioè capi de' borghi e delle strade maestre. LA VITA EJ) l FATTI DI
GAIO CALIGOLA QUARTO IIPERATOR ROMANO Di Germanico padre di Caligola. Germanico
padre di Cesare, figliuolo di Druso e di Antonia giuniore, adottato da suo zio
Tiberio^ fu questore cinque anni innanzi) che per legge gli fusse lecito; e
dopo tal magistrato immediate fu fatto consolo. È mandato a governo per
capitano generale dello esercito che sì ritrovava in Germania,. dove intesa la
morte d'Augusto, raffrenò quelle genti che pertinacemente ricusavano Tiberio e
volevano lui per loro imperadore; nella qual cosa egli si dimostrò non solamealiB
costante e forte, ma ancora pietoso ed amorevole. Ed avendo ivi a poco tempo
supe- rato e vinto i nimìci, trionfò in Roma. Appresso fatto la seconda volta
consolo, prima ch'egli entrasse in magistrato; fu mandato a comporre lo Stato
dell'Oriente ; dove avendo vinto il re d* Ar- menia, ridotto la Cappadocia in
forma di provincia (cioè fattola distretto de' Romani), morì di trentaquattro
anni in Antiochia, avendo avuto una lunga infermità, non senza sospezione di
ve- leno : perciocché oltre a' lividi che per tutto il corpo si gli vede- vano
e la schiuma che per bocca mandava fuord, nello essere abbruciato il corpo, fu
ritrovato tra le ossa e cenere di quello il cuore intidgro e senza macula
alcuna ; la natura del quale si stima esseii^j che avendolo tocco il veleno,
non possa dal fuòco esse offeso nò consumato. Morte di Gennanico. Fu opinione
che Tiberio per opera di Gnoo Pisone lo facesse avvelenare. Questo Pisone,
essendo governatore della Soria^ diceva apertamente che a lei bìsognayà,
offendere o il padre o il figliuolo. E come se la necessità lo strignesse a-
farlo, usò inverso di Germanico, quando egli era infermo, di molte stranezze,
in- giuriandolo di fatti e di parole molto villanamente ; onde ritor- nato a
Roma, fu poco meno che sbranato dal popolò edilse- nato lo condannò a morte.
Virtù sì del corpo che deiranimo di GermaDico. È assai manifesto che e' non fu
mai uomo alcuno, nel quale tanto eccellentemente fussero accolte tutte le virtù
deH^an^mo del corpo, quanto in -Germanico. Egli quanto al corpo fu ben fatto e
gagliardo e benissimo di aspetto, rarissimo d'ingegno, eloquente così in greco
come in latino, amorevole e benigno inverso di ciascuno e nel farsi ben volere
e guadagnarsi gli uo- mini maraviglioso. Quanto alla proporzióne delle membra
aveva un poco le cosce sottili ; ma usando di cavalcare, poi ch'egli aveva
mangiato, del continovo le aveva assai bene ripiene. Nei fatti di arme si trovò
molte volte alle mani- col nimico a oolo^a solo e ne riportò onore. Avvocò ed
orò, non solamente essendo ancora cittadino privato, ma ancora dipoi avendo
trionfato ; e tra' suoi scritti si trovano alcune commedie composte da lui in
greco. In Roma e fuori nello esercito fu sempre umano e cor- tese e di animo
civile ; andava a trovare le tèrre libere e confe- derate senza littori e come
privato cittadino; ovunque egli in- tendeva ch'erano sepolcri d'uomini
valorosi, gli.andaydi a vedere e celebrava onorevolmente le loro esequie. Egli
fu il primo che di man propria si messe a ragunare l'ossa di quelle genti, che
sotto il governo di Varo erano state uccise, per ridurle tutte in un luogo e
fattone un monte, edificarvi sopra, un sepolcro. Fu tanto dolce e placabile
inverso di coloro, che^ne dicevano male e che lo biasimavano, everso ancora di
quelli GheBaiese mente erano suoi nimici, qualunque egH si fiiésero e per
miafun- que cagione, che avendo il sopraddetto Pisene ahnuUftta le sue
deliberazioni ed angariando i suoi amici e partigianiyrwoàprinja si sdegnò
condro di lui ch'egli ebbe scoperto di essere ancora in persona propria con
incanti e veleni da lui perseguitato. Né con tutto ciò fece altra dimostrazione
centra di lui, salvo che, se- condo il costume degli antichi, ricusò P amicizia
di quello; e commesse a suoi domestici e familiari che facessero le sue ven-
dette, se per opera di Pisene gli avveniva più un male che un altro. L'amore e
propensione di tutti verso di lui. Egli di cosi fatte virtù fu largamente
rioompeusato e ne sentì neilanimo grandissima consolazione; perciò che tutti i
suoi lo stimarono tanto e tanto lo amarono, che Augusto (per lasciare andare
gli altri suoi parenti) stette lungamente in proposito di lasciarlo suo erede e
successore, e finalmente comandò a Tiberio che lo adottasse per suo figliuolo.
Fu oltre a ciò tanto amato e riverito dalVuniversale, che molti scrivono che
ogni volta che egli andava o veniva in alcun luogo, era tanto grande il numero
delle genti, che venivano ad incontrarlo o che Taccompagnavano, che per calca
e' portò alcuna volta pericolo della vita : e che tornando di Germania, poi
ch'egli ebbe quietato gli animi dei suoi soldati (che volevano, come di sopra è
detto, elegger lui per loro imperadore), gli uscirono incontro tutte le
compagnie de' soldati pretoriani^ non ostante che e' fosse stato comandato loro
che due solamente gli andassino incontro: e che tutto il popolo romano, uomini e
donne, giovani e vecchi, nobili ed ignobili se gli sparsono d'intorno e gli
andarono incontro fuor della città venti miglia. Presagii che annunziarono la
morte di Germanico e come fu pianto ancora dai barbari. Vidersi nondimeno molti
maggiori e più certi segni della be- nevolenza de' popoli inverso di lui in
morte e dopo morte che in vita. Quel giorno ch'egli morì, i tempii furono
rubati e gli altari degli Iddìi mandati sottosopra, ed alcuni vi furono; che
gittarono i loro Iddii domestici e familiari nel mezzo della strada; e
similmente i bambini, che pure allora erano nati^ furono da loro posti fuor di
casa ed abbandonati. Oltre a' ciò dicono che i barbari nimici capitali e che
tuttavia guerreggiavano con esso noi, come se il danno di una tal morte fosse
comune ancora a loro, acconsentirono di far triegua, dolendosene acerbamente.
Alcuni re si levarono la barba e tosarono i capelli alle mc^li, [)er dimostrare
in cotal guisa grandissimo dolore. Dicono ancora che il re de' Parti si astenne
dello andare a caccia e di ritro- varsi in convito co' nobili e grandi del suo
regno, il che ap- presso di loro è segno di pubblica mestizia. Mestizia e
pianto fatto In Roma per là di lui morte. In Bomà avendo avuto le nuove della
sua malattia, stava la città mesta ed attonita aspettando i secondi avvisi ed
in un su- bito in sul fare della sera sì sparse, una voce^ senza sapere onde
ellasiTusse uscita, ch'egli era migliorato ; onde d'ogni banda corsero le genti
con molta fretta in Campidoglio coi lumi e colle vittime per sacrificarle, e
parendo loro esser tenuti a bada, fu- rono per isgangberare le porte del
temjpio : tanto erano deside- rosi di soddisfare i voti che per la salute ili
Germanico fatti avevano. Fu svegliato Kial sonno-Tiberio per le grida di coloro
che facevano festa e si rallegravano, e per tutte le strade anda- vano cantando
: Salva è Roma, salva è la patria^ ch'egli è salvo Germanico. Ma Drusilla e
Livilla^ nate l'una dietro all'altra,, ed. altr^tiiai)iti' maschi, Nerone,
Druse e Gaio Cesare: de^ quali Nerone e Druse furono accusati da Tiberio in
senato e giudicati ribeUi e ne- mici del popolo romano. Luogo e tempo della
natività di Gaio' Cesare. Gaio Cesare nacque a' trentuno d'^agosto, eseendo
consoli suo padre e Gaio Fonteio Capitone ; non si sa dove «egli nascesse, per
la diversità degli scrittori. Gnep Lentulo Getulico scrive che e' nacque in
Tigoti ; Plinio secondo scrìve che e' nacque a Trevirì nel borgo Ambiatine
sopra ai confluenti; e in fede di questo dice che nel predetto luogo è ancora
uno altare dove è scrìtto : per il parto di Àgrìppina. l versi che furono
divulgati, poi eh' e' fu fatto principe, dimostrano ch'e' nacque nello
esercito, quando i soldati erano alle stanze^ la cui sentenza è questa: L'esser
nato nell'esercito, ed allevato tra ranni paterne, Era presagio,, costui esser
disegnato imperadore. Io rìtruovo nel libro, dove son notate le azioni del
senato^ lui esser nato in Anzio. Plinio scrive che Getulico per adularlo ha
scrìtto il falso; perchè essendo il giovane borìoso e volendo ren- derlo glorìoso,
volle mostrare che e' partecipasse ancora in qual- che parte di quella città
ch'era consagrata ad ercole e tanto più venne a dar colore a questa sua
menzogna, quanto che uno anno innanzi era nato in Tigoli un figliuolo a
Grermanico, chia- mato ancora egli Gaio Cesare, della cui piacevolezza e come
ei morisse in fasce, di sopra abbiamo detto. Contro a quello che scrive Plinio,
e' è il numero degli anni, per ciò che coloro, i quali hanno scritto le cose
d'Augusto, convengono che Grerma- nìco, finito il consolato, fusse mandato in
Gallia^ essendhr l'onplin gri? fiicoA ì*^v^{jo (Ji dito.: e perche e' faceva:
segno di non se lo voler lasciar tórre, lo fece af- fogare con avvolgergli il
prìmàccio intorno alla bocca, ed ancora con le sue mani gli strinse la gola. E
perchè un servidore, ve- duta si fatta crudeltà, avea cominciato a levare il
rumore, lo fece porre in croce spacciàtamente. E tutto questo che s'è detto,
par verisimile, perciocché alcuni scrivono, che se :bene e' non confessò mai
d'averlo fatto morire, tuttavianon lasciò di dire che aveva avuto ih animo di
farlo; massimamente ch'egli usò^. molte volte di gloriarsi d'essere stato
pietoso^ amorevolein vetso- di Tiberio ; con dire, che essendo una volta
entrato in camera dì quello, mentre che e' dormiva, con un pugnale per vendicar
la morte della. madre e dei fratelli, s'era dipoi pentito, mosso » compassione
di lui, e che partendosi aveva gittate via il pu- gnale : dicendo ancora, che
Tiberio, benché e' se ne fusse accorto, . nondimeno non aveva avuto ardire
d'andar altriménti ricercando- la cosa. Imperio di Gaio Cesare Caligola.
Successe adunque nell'imperio con grandissima soddisfazione del popolo romano,,
anzi, per dir così, di tutto il mondo ; perciò- che da ognuno era desiderato
grandemente per principe e mas^ simamente dai sudditi e da soldati, i quali,
per la maggior parte, ^- Piccolino l'avevano conosciuto. Fu ancora -sommamente
grato all'universale della plebe, per la buona memoria del suo padr&
Germanico, come quelli che avevano compassione di quella casa; parendo loro
ch'ella fusse quasi spenta. E però subito che ó' si mosse da Miseno,
accompagnando il t^orpo di Tiberio, quantunque e' fu^se vestito a brun o,
nondimeno tra le fiaccole ardenti e nel rappresentarsi all'altare e nel
sacrificare e in tutte quelle cerimonie fu sempre accompagnato da grandissima
mol- titudine di gente ch'erano verniti a incontrarlo ; i quali ripieni
d'allegrezza, oltre a'nomi felici e fausti per i quali lo chiaiVia- vano,
dicevano ancora, come egli era la loro stella ed il loro bambolino che s'erano
allevato. Le cose da lui fatte neiringresso al principato. Così entrato in Roma
per consentimento del senato e del p^ polo, che per forza si mescolava tra'
senatori^ fu annullata l^ irolontà di Tiberio, il quale nel suo testamento
aveva fatto ere^gli dierono piena autorità e balìa di governare ogni cosa a suo
arbìtrio, e si fece grandissima festa ed allegrezza : talché in tre mesi e non
anco interi, si scrive essere stato ucciso e dacrì6cato più di cento quaranta
mila bestie. Ed ivi a pochi giorni andando a vedere risole che sono intorno a
Napoli, furono fatti pubblici voti perchè e' tornasse salvo ; e ninno era che
lasciasse indietro a far nulla dov'egli potesse dimostrare di averlo
grandemente a cuore e di tenere conto della sua salute e del suo bene essere;
tal che essendo cascato in un poco d'infermità, subitamente gli furono
d'intorno a casa, standovi tutta la notte, e vi furono an- cora alcuni che
votarono di combattere a corpo a corpo s'egli riaveva la sanità : ed alcuni
altri appiccarono pubblicamente le scritte, come e' sì votavano d'ammazzarsi.
Allo smisurato amore che gli portavano i cittadini romani s'aggiunse ancora
quello dei forestieri, che fu cosa notabile e meravigliosa quanta grazia egli
ebbe appresso di loro. E tra gli altri Artabano re de' Parti, che sempre aveva
dimostro di aver in odio Tiberio e di stimarlo poco, sp^jntanoamentc venne a
chieder grazia di essergli amico e venne a parlamento con lo ambasciatore de'
Romani, e passato l' Eufrate adorò^ l'aquila e le insegne romane e te immagini
dei Cesari. Suoi costumi civili ed umani nel principio del suo governo. . Era
ancora tanto umano e popolare, che egli accendeva gli unimi di ciascuno ad
amarlo e riverirlo ; onde avendo fatto una orazione in laudo di Tiberio con
influite lagrime e magnifica- mente sotterratolo, subitamente se n'andò alla
volta dell'isola Pandataria e dì Ponzo, per trasferire le ceneri della «madre e
del fratello in Roma : né si curò per dimostrarsi maggiormente pie- toso, che
il tempo fusse turbato. Ed arrivato che e'Iù, le andò a trovare con molta
riverenza e di propria mano le acconciò e pose nelle urne ; e con le medesime
cerimonie posta una inse- gna in poppa dr un brigantino, se ne venne a Ostia.
Dipoi pel levcn*. entrò in Roma, facendo tirare il brigantino contro al-
l'acqua a' primi dell'ordine de' cavalieri di mezzo giorno, in pnj- sonza quasi
di tutto il popolo. E così avendole messe in due ar- chetto, le pose dentro al
mausoleo : e ordinò che ogni anno si celebrassero in pubblico le loro esequie.
Oltre a ciò volle, che in onore della madre si celebrassero ancora i giuochi
circensi: e che quando e' s'andava processione, vi fusse ancora un carro
r,hiamato Carpento in onor dì quella. E per memoria del padre volle che il mese
dì settembre fusse chiamato germanico. Ap- presso feoe fare un decreto al
senato nel quale furono attribuiti ad Antonia sua avola tutti quelli onori e
titoli ch'erano stati concessi in divèrsi tempi a Livia Augusta. Elesse ancora
Clau> dio suo zio (in quel tempo cavalier romano) per compagno nel
consolato. Adottò il suo fratello Tiberio il di ch^ e' prese la toga virile e
lo chianiò prìncipe della gioventù. E perchè le sue so- relle fossero di
maggior riputazione e più onorate, volle ch'elle fussero consagrate solennemente
in tutti i modi soliti ; talché i cittadini romani usavano di parlare e di
scrivere in questo modo : Io non tengo più caro me stesso ed i miei figliuoli,
che io mi faccia Gaio Cesare e le sue sorelle. Cosi avendo i consoli a rìfo-
rire cosa alcuna in senato, nel principio del parlar sempre di- cevano : con
felicità e buon prò di Gaio Cesare e delle sorelle. Dimostrossi ancora umano e
compassionevole inverso di quelli ch'erano condennati o confinati : rendendo
loro i confini e libe- randogli. Oltre a ciò, tutte le accuse, atti ed esamine
ch'erano state fatte al tempo di Tiberio contro alla madre, contro a' fra-
telli e contro alle sorelle, acciò che tutti quelli che v'erano in- tervenuti,
come accusatori, o come testimoni, o come giudici non avessero per lo avvenire
a dubitare di cosa alcuna, furono da lui fatte portare in piazza; e
primieramente avendo ad alta voce chiamato gli Iddii in testimonio che non
aveva né letto né tocco cosa alcuna, le fece abbruciare. Ed essendogli porto
una scritta che gli dava notizia di una congiura che gli era fatta con- tro,
non la volle pigliare nò vedere chi fossero i congiurati ; con dire, che non
aveva commesso cosa alcuna onde persona gli avAsse a voler male : usando ancor
dire, che per le spie e che per quelli che rapportavano non aveva orecchi.
Alcuni di lui modi civili e della sua moderazione . Cacciò di Roma i maestri di
quella disonestà, che da Tiberio erano chiamati spintrie : e vi fu che fare
assai a temperarlo che e' non gli gittasse in mare. Fé' cercare delle opere che
avevano composto Tito Labieno e Cordo Cremuzio e Cassio Se- vero, che dal
senato erano state fatte levar via ^ e dette licenza che ognuno che voleva le
potesse leggere e. tenere in casa, con dire, che per lui si faceva assai, che
dei fatti di ciascuno ne restasse memoria a quelli che avevano a venire. Dette
conto in pubblico dell'amministrazione dell'imperio ; il che era solito di fare
Au- piena e lìbera autq|rità ; né voile che a lui si potesse appellare alcuno.
Fu molto rigido e severo in rassegnare cavalieri e rive- der loro il conto ; ed
a tutti quelli che avevano fatto qualche ribalderia, ovvero poltroneria,
toglieva pubblicamente il cavallo, « di quelli che manco avevano errato, nel
rassegnare faceva trapassare il nome senza leggerlo. Per tor briga a' giudici,
ag- giunse la quinta alle quattro prime decurie de' giudici. Tentò ancora che
il popolo al costume antico potesse raunarsi e ren- dere i partiti. Soddisfece
e pagò fedelmente e senza pregiudicare a persona, tutti i lasciti che Tiberio
aveva lasciati per testa- mento, benché ei fussero stati annullati : e quelli
ancora del te- •stamento di Livia che da Tiberio era stato nascoso. (4 ) Licen-
ziò il mezzo per cento a coloro che compravano alcuna cosa all'incanto: i quali
danari erano soliti di pagarsi agli arrenda- tori deirentrate pubbliche. Rifece
a molti i danni ricévuti' per le arsioni. Ed a que' re, i quali furono da lui
rimessi in istato, rifece loro tutte l'entrate di gabelle e d'altro, del tempo
che era corso di mezzo ; come ad Antioco Comageno due milioni e cin- quecento
mila scudi, che tanti delle sue entrate s'erano riposti nel fìsco. E per
mostrare che tutte le buone usanze gli piace- vano e di voler dare agli altri
buon esempio, donò a una donna libertina due mila scudi; perciocché essendo
tormentata con gravissime torture, non però aveva manifestate cosa alcuna delle
scelleratezze del suo padrone. Per le quali buone opere tra gli onori gli fu
per deliberazione del senato concessa uno scudo d'oro, il quale ogni anno in un
di determinato i collegi de' sa- cerdoti avessero a portare in Campidoglio,
accompagnati dal se- nato e da' fanciulli nobili cosi maschi come femmine: i
quali cantavano certi versi della sua lode e virtù, messi in musica. Fece
ancora il senato un decreto che il di nel quale egli aveva preso l'imperio
fusse chiamato Palilia : come se in quel giorno Roma fusse stata riedificata di
nuovo. Dei suoi Consolati e della liberalità usata col popob. Fu quattro volte
consolo. Nel primo consolato stette due mesi, nel secondo trenta giorni, nel
terzo tredici e nel quarto undici. Questi due ultimi seguirono l'uno'dietro
airaltro*: nel terzo ch'egli prese, trovandosi in Lione, non ebbe compagno
alcuno : né ciò fece per superbia o negligenza, come alcuni si (1) Licenziò qui
sta per rimise. Stimano, anzi perchè il suo compaio era appunto morto in quei
di ch'egli aveva a pigliar l'uffizio e Caligola non si trovando in Roma, non
aveva potuto avere avviso della morte di quello in tempo. Diede due volte la
mancia al popolo, sette scudi e mezzo per uomo. Fece ancora due bellissimi
conviti a' senatori ed a' ca- valieri: e convitò ancora le lor mogli ed i
figliuoli insieme.- Nel secondo convito donò per ciascuno uomo una veste molto
ono- revole da andare fuori con essa : ed alle donne ed a' fanciulli donò per
ciascuno certi grembiuli di porpora. E per accrescere, ancora in perpetuo la
letizia pubblica, aggiunse un dì a' Satur- nali e lo chiamò Giuvenale.
Spettacoli da lui fatti rappresentare: Fece fare il giuoco de' gladiatori una
volta neiranfìteatro di Tauro Statilio e -l'altra in Campo Marzio : e vi fece
ancora fare il giuoco delle pugna, avendo mandato per gente in Africa e nel
regno di Napoli e fatto scorre i migliori e i più atti a-quell-eser- cizio.
Stava come giudice sopra una residenza a vedere i detti giuochi, ma non (\)
tuttavia: usandoci dare alcuna volta tale uffizio a certi magistrati ed: ^
qualche suo amico. Usò ancora molto spesso di fare recitare commedie e
rappresentazioni di varie sorti : e molte ne fé' recitar di notte e tenere i
lumi accesi per tutta la città. Gettò ancora dalle finestre molte cose al po-
polo, come veli di lino, odori ed altre cose simili. Dette oltre a ciò a tutto
il popolo un panier per uno di cose da mangiare : e perchè un cavaliere che gli
stava dirimpetto a tavola mangiava molto allegramente e di buona voglia, gti
mandò' a presentare la sua parte : simigliantemente a un senatore per la
medesima ca- gione scrisse una polizza con dirgli che lo aveva fatto pretore
per lo strasordinario. I giuochi ch'e' fé' celebrare nel Circo Mas-. Simo,
furono di varie sorti e durarono dalla mattina insino alla sera : perciò
ch'egli vi fece far caccio di pantere di quelle che vengono di Barbeì*ia.
Fecevi ancor far il giuoco chiamato Troia. Ed in alcuni de' predetti giuochi,
ch'erano i principali, tinse di minio il pavimento del Circo Massimo e lo fece
i^verniciare di vernice gialla; e volle che quelli che correvano sopra alle
car- rette, fossero tutti dell'ordine de' senatori. Mossesi ancora in un subito
a fare celebrare alcuni de' predetti giuochi a richiesta di certe persone
ch'erano sopra a' palchetti- vicini a lui : mentre (1) Tuttavia qui significa
continuamente. eh egli andava veggendo se lo apparato era secondo la legge so*
pra a ciò fatta. Nuova maniera di spettacolo da lui inventato. Fece ancora
celebrare certe feste non mai più udite né re- dute ; perciò ch'egli gettò un
ponte sopra il mare di tre mila se- cento passi circa, che teneva da Pozzuolo
insino a Baia, dove egli aveva messo alla fila di qua e di là di molte navi e
ferma- tole in su le àncore e fattovi sopra una bàstia di terra ; ed ac-
conciollo in modo ch'e' veniva appunto a dirittura della via Ap- pia ed egli
passò in persona sopra il predetto ponte andando e tornando : il primo giorno
sopra a un bellissimo cavallo con la sua testiera ed altri abbigliamenti,
avendo in testa una corona di quercia, una targa di cuoio e la spada ed una
clamide indosso ; l'altro giorno appresso vi passò sopra a una carretta tirata
da (lue superbi corsieri in abito di uno di quelli che guidano le carrette che
sono tirate da quattro cavalli, rappresentando un fanciullo chiamato Dario,
ch'era uno degli statichi de' Parti, avendo intomo a sé una squadra di soldati
pretoriani e dentro certe carrette un gran numero di suoi amici. So che molti
hanno stimiate tal ponte essere stato edifìcato da Caligola ad imitazione (li
Serse ; il quale ne gittò ancora egli uno alquanto più stretto sopra
l'Ellesponto che fu tenuto cosa maravigliosa. Altri dicono che lo fece per
ispaventare i Germani e gl'Inglesi con qualche opera maravigliosa; a' quali
popoli egli aveva disegnato di muo- ver guerra. Ma io essendo ancor fanciullo
sentii dire al mio avolo che i cortigiani più intrinsechi di Caligola gli
dissono che la cagione fu, che Trasiilo matematico aveva affermato a Tibe- rio,
il quale desiderava di sapere chi gli avesse, a succedere, come che egli con
l'animo fusse più inclinato al suo vero nipote, **he Gaio a quell'ora sarebbe
imperadore, ch'egli correrebbe a avallo pel golfo di Baia. Spettacoli da lui
fatti ne' suoi viaggi in paesi stranieri. Fé' celebrare ancora alcune feste in
paesi forestieri, come in Cicilia nella città di Siracusa i giuochi aziaci ; ed
in Francia nella Mik di Lione alcuni giuochi chiamati Miscelli (per essere una
"nescolanza di varie cose) ed ancor messe in campo uomini elo- luentissimi
in greco ed in latino, i quali feciono a chi faceva Aiì bella orazione : e
dicono che i vinti premiarono i vincitori e furono ancora costretti a comporre
la lode di quelli. Ma a quelli le.cui orazioni erano assai dispiaciute, fu
connandato che con la spugna o con la lingua le scancellassero se e' non vo*
levano toccare delle sferzate o essere gettali nel fiume. EdifiziT pubblici da
lui stabiliti e terminati. Finì di edificare il teatro di Pompeo ed il tempio
di Augusto che da Tiberio erano stati lasciati imperfetti; e cominciò gli
acquedotti che vengono di versa Tigoli e l'anfiteatro che è vi- cino al Campo
Marzio- Ma gli acquidotti furono finiti di edificare da Claudio suo successore,
ed il tempio di Augusto rimase im- perfetto. Rifece le mura di Siracusa
rovinate per l'anlichilà, e vi fece ancora riedificare il tempio degli Iddii.
Aveva in oltre disegnato di ristaurare la loggia regale di Polieràte neHa città
di Samo e di fornire nella città di Mileto il tempio di Apollo chiamato Didimeo
e di edificare una città nel giogo dell'Alpi. Ma sopra ognialtra cosa aveva
nell'animo di tagliare lo stretto della Morea; e di già aveva mandato Gaio suo
centurione che vedesse quello che faceva di mestiero per la detta impresa. Sua
hurbanza ed alterigia. Le cose narrate insino a qui sono state di principe ;
quelle che si hanno a narrare saranno come d'un mostro. F^cevasi adunque
chiamare in più modi; come Pio figliuolo e padre degli eserciti e Cesare Ottimo
Massimo. E sentendo a caso alcuni re ch'erano venuti a Roma per far il loro
debito e rèndergli onore, i quali cenando in casa sua disputavano insieme della
nobi'Uà de' loro antichi, disse ad alta voce in grecò : Un solo signore, un
solo re deve esser riverito dagli uomini ; e poco mancò che egli non prese la
diadema, riduceudo il governo della Repubblica a guisa di regno. Ma perciò che
gli fu detto che la sua grandezza avan- zava quella de' j»e e de' princìpi,
cominciò da quivi innanzi at- tribuirsi quelli onori che si convengono alla
maestà divina ; e dato commessione che tutte le statue degli Iddii ch'erano
pre- clare per arte e per religione insieme con. queUa di Giova Olim- pio gli
fussero portate, e che levato loro il, capo vi fusse posto il suo. Accrebbe il
palazzo, e venne con la muraglia insino alla piazza ; talché il tempio di
Castore è Polluce venne a essere l'an- tiporto del detto palazzo. Usava adunque
spesse volte di porsi nel mezzo delle statue di que' due fratèlli Castore e
Polluce, Vite dei Cesari. GAIO CALIGOLA acciocché 'le genti che passavano
l'adorassero ; e furono alcuni che lo salutavano chiamandolo Giove Laziale.
Ordinò ancóra un tempio particolare m onore della sua divinità; e cosi volle i
suoi particolari sacerdoti e certi modi di sacrificare le vittime molto
esquisite. Stava nel tempio la sua statua d'oro, la quale corri- spondeva con
tutte le membt*a alla sua persona ; e la vestiva ogni giorno dei medesimi panni
ch'egli vestiva se niede^mo. Ciascuno de' più ricchi ambiziosissimamente e con
grandissime offerte comperava l'uffizio defl detto sacerdozio; il qiiàlé rioni
da Fondi. È roSa manifesta che volendo la sua avola Antonia parlare
secretamente con Aufìdio Lingòne che in Roma era stato di magistrato, egli
disse che non voleva ch'ella gli parlasse, se non aila presenza di Macrono
capitano de' soldati pretoriani ; Hche fu cagióne della sua morte, parendogli
esser maltrattata da lui, benché alconi dicono ch'egli la avvelenò; né poi
ch'ella fu morta gli fece al- cuno onore e stette a vedere ardere il suo corpo
dalle finestre delia sala dove egli mangiava. Kece amfViazzare il suo fratello
Tiberio in un subito da un tribuno de' militi all' improvviso, e quando egli
manco se lo pensava. Costrinse allora Sillano suo suocero a morire e scannarsi con
un rasoio, dicendo che la ca- gione perchè ei l'aveva indotto ad uccidersi ora
perchè o'non aveva voluto andare in sua compagnia per mare, avendolo visto al-
- quanto turbato; e ch'egli ciò aveva fatto con disegno d'insigno- rirsi di
Roma, so per disgrazia avveniva ch'egli per fortuna di mare fusse annegato. La
cagiorìedi aver fatto ammazzar Tiberio- diceva essere stata, perciocché egli
usava di fiutar certe cose contro al veleno, mostrando di aver sospetto di lui:
ma Sillano non era andato seco perchè il mare- gli dava noia e per ischi- fare
quek disagio; e Tiberio usava di tener ih bocca certe cose appropriate alla
tossa, la quale gli da\a -grandissimo fastidio. E se egli non incrudelì contro
a Claudio suo zio, e lo conser\'T) in vita come suo successore nell'imperio,
ciò fu da lui fatto più per burla e dispregio che per altro. Sua lussuria con
tutte le sorelle. Ebbe che fare carnalmente con tutte le sue sorelle, ed allora
che la tavola sua èra piena di persone^ se ne poneva quando Una e quando
un'altra a sedere a canto da man sinistra ^ avendo sempre la moglie da man
destra. E credesi che e' togliesse la virginità a Drusilla essendo ancor
fanciulletla. E dicono che Ab- Ionia sua avola, in casa della quale si
allevavano insieme, lo trovò una volta a giacer con lei.. Tolscla ancora a
Lucio Cassio Longino, ugmo consolare, al quale era maritata, e pstlesemente se
la tenne come sua legittima sposa. Ed essendo infermo, la fece ancora erede
de'suoi beni e dell' imperio: e poi che ella fa morta, comandò per tutta la
citt^chesi serrassero le botteghe e si facesse segno di pubblica mestizia e
dolore : nel qual tempo fu peccato capitale' llavere riso, l'essersi lavato,
l'aver cenato col padre o colla madre o colla moglie o con i figliuoli. E non
potendo resistere al dolore^ né trovar luogo in modo alcuno, ^ì parti di notte
in un subito di Roma, e facendo la via di Napoli prestamente se n'andò ii
Siracusa: e senza dimorarvi punto, su- bitamente se ne ritornò a Roma con la
barba e con i capelli lunglii ; né mai dipoi in presenza del popolo o de'
soldati parlò sopra cosa di grande importanza, ch'egli non giurasse pel nome di
Drusilla. Le altre sorelle non furono da lui amate con si sfre- nato ardore e
ne tenne manco conto assai : perciocphè egli molte volte le dette In preda
a'suoi cinedi. Onde nell'accusa di Emilio Lepido che aveva congiurato contro di
lui, egli le condannò con manco rispetto come adultere e còn^apevpli della
predetta con- giura ; e non solamente mostrò le scritte di mano di ciascuno de'
congiurati, che per via d'inganni ed adulterii gli erano per- venute nelle
mani, ma mostrò ancora tre spade apparecchiate per ucciderlo, e le consagrò a
Marte Vendicatore con appiecarvi le scritte. De* suoi matrimonii e delle mogli.
• . Non si può agevolmente discernere se egli fu più vituperoso in quella
moglie che e' prese, o in quelle che ei ^ic^ziò, o in quelle che e' tenne per
sue senza licenziare. Essendo Livia Ore- stiHa maritata a Gaio Pisone, e Gaio
Pisene essendo venuto in compagnia degli altri per onorarlo e /are il debito
suo, comandò che la gli fusse menata a casa, e fra pochi giorni repudiatola, in
capo di due anni la confinò; perciò ch'ella in quel tenapo aveva ripreso la
pratica del primo marito. Altri sprivonoche es- sendo stato invitato alle
nozze, comandò a Pisone che gli sedeva al dirimpetto, che non si aggravasse
sopra alla sua moglie, e subito la fece levar da tavola : usando di dire il
giorno appresso che aveva di nuovo introdotto in Roma il costume antico di Ro-
molo e d'Augusto in guadagnarsi la moglie. Lollia Paolina era maritata a Gaio
Memmio, uomo consolare e capitano dell'eser- cito ; e sentendo far menzione
dell'avola sua, come di quella ebe era stata già bellissima, subito la fé'
tornare in Roma insieme col marito, e toltola per sua moglie ed ivi a poco^
licenziatala, gli comandò che in perpetuo non usasse più con persona. Amò molto
ardentemente Cesonia, e perseverò assai nello amor di quella, la quale non era
di viso molto bella, né per età molto giovane, e deiraltro marito aveva
partorito tre fn^liuoie, ma èra donna molto lussuriosa e lasciva oltre misura.
Egli usò molte volte di vestirla alla soldatesca con la clanìide in dosso, lo
scudo in braccio e la celata in testa ; e cavalcandole così alla seconda, . ne
fece la mostra a' suoi soldati: ma agli amici la mostrò egli ignuda, e subito
ch'ella ebbe partorito la prese per moglie; ed il di medesimo confessò d'essere
suo marito e padre di quella bambina che di lei era nata, alla quale egli pose
nome Drusilla : e la menò attor-no per lutti i tempii delle Dee e posola in
grembo a Minerva, raccomandandogliele ch'ella l'allevasse ed ammae- strasse. Ne
per alcuno più fermo indizio credeva ch'ella fusse del -suo seme, che per la
sua fìerezza ; perciocché ella ora tanto stiz- zosa e fiera, che con le dita distese
percoteva la bocca e gli occhi de' fanciulli che scherzavano con lei. Sua
crudeltà verso i suoi congiunti ed altri. Sarà cosa leggieri e fredda
aggiognere a quel che di sopra è detto, in che modo egli trattò i suoi parenti
ed amici, e tra i primi Tolomeo re, figliuolo di Juba suo cugino; perciocché
egli ancora era nipote di Marco Antonio, cioè figliuolo di Elena sua figlia. E
cosi c^me egli, trattò Macrone ed Ennio che lo favori- rono in farlo
imperadore, i quali tutti gli erano parenti ; e per grado de' benefiziì che
alni gli avevano fatti ricevettono in pa- gamento la morte. Fu parimente
crudele contro al senato, nò gli ebbe piò rispetto che a' sopraddetti. Non si
vergognò che al- cuni cittadini che s'erano ritrovati ne' primi magistrati in
toga gli avessino a -correr dietro e d' irttorno alla carretta parecchie
miglia; e che cenando gli stessero ritti davanti, ora a' piedi suoi, ora intomo
alla credenza col grembiule bianco innanzi. Oltre a ciò ne fece ammazzare
alcuni di loro ascosamente, e di poi gli fQ'citare^ dando voce' ivi a pochi
giorni che e' s'erano morti da per loro. Privò del consolato alcuni cittadini
perchè s'orano di- menticati di far bandire il giórno del suo nascimento; e la
Re- pubblica per tre 'giorni stette senza il primo e più importante magistrato.
Fece battere il suo questore nominato nella con- giura, con fargli cavare i
panni di dosso e porre sotto a' piedi d*' quelli che lo battevano : perchè
senza sdrucciolape meglio lo po- tessero battere. Usò la medesima superbia e
crudeltà contro ai cavalieri e contro a' popolani; perciò ch'essendo inquietato
pe> gran romore che facevano coloro che pigliavano i luoghi a mezzi notte
nel circo per non avere a spendere^ tutti a suon di bastr nate gli lece cacciar
via ; e venti oava^^eri o più f^^^nà i" sando^i per esser malato, mandò la
lettiga: un altro, poi Che egli fu stato a vedere, lo fece andar secò a
mangiare, e cori ogni piacevolezza e intrattenimento Tandò accarezzando perchè
egli stesse allegro e si flettesse a burlare e cianciare. Quello ch'era sopra
alle cacce e ^opra 'alle feste, fattolo ^tare per alquanti di incatenato con
farlo battere, non prima fece ammazzar^ che e' si senti offeso dall'odore del
cervello putrefatto. Fece abbruciare nel mezzo doU'anfiteatro. un conoponitore
di farse, per un verso- lino ch'era un poco ambiguo. Fé' gettare un cavalier
romano alle fiere; e perche ei gridò ch'era inijocente, lo fece ritirare in-
dietro e tagliargli la lingua; ed appresso lo rimandò a farlo di- vorare. . -
Sua crudeltà verso i relegati e òon un senatore. Domandato uno ch'egli aveva
fatto tornare d'esilio, dov'era invecchiato, quello^ ch'egli faceva in detto
luogo, e rispondendo colui per adularlo: -Io pregai sempre Iddio che (come
accadde) Tiberio morisse e tu fossi fatto inaperatore ; immaginandosi che
quelli ch'erano stati conBnati da lui, contro di lui pregassero il medesimo,
mandò intorno a quell'isole dove égli eraiìt) a farli tutti ammazzare e
tagliare a pezzi. Ed essendogli venuto capriccio di fare ammazzare un senatore,
messe eerti alle poste, i quali^ mentre ch'egli entrava in senato, chiamandolo
nimico pubblico, subito io assalirono, e sforacchiatolo coi^ gli stiletti. di
ferro lo dettone in preda al pòpolo che ne facesse brani ; nò prima .fu sazio
ch'ei vide tutto il suo corpo tagliato a membro a pembro e strascinato per le
strade ; e dipoi si vide dinan.zi agli occhi tutti i pezzi di quel corpo,
raccolti insieme con le interiora in un monte., Alcuni di lui detti pieni di
ferocità e violenza. Le parole crudèli ch'egli usava facevano parer più crudeM
i suoi crudelissimi fatti ; dicendo di se stesso .che d^lle buone parti che
egli in so avQSse, l'era (per usare il suq proprio .vocabolò)'la AàriO' tepsia
(cioè l'èssere sfacciato e sen^a vergogna alcuna). Bijprendendolo Antonia sua
avola, gli rispose (come quello che sUmaTa poco l'esserne ubbidiente e
riverirla): Ricordati che a me è lecito di fare ciò ch'io voglio contro a
qualunque .persona. Quando ei fece ammazzare, il fratello, dubitando che per
paura d'essere av- velenato e' non si fusso provveduto di qualche rimediò
contro al veleno, disse: Rimedio contro a Cesare? Minacciava le aorelle che dà
lui erano state confinate, con dire che, non bastando di averle confinate
nell'isole, aveva ancor modo di farle ammazzare con le spade. Un cittadino il
quale era stato pretore, essendo tor- nato dell'isola di Anticira, dove egli
ei^ andato per essere mal sano, e addimandando, per guarire affatto, nuovamente
licenza, comandò Caligola che e' fusso ammazzato : dicendo che_bisognava trar
sangue a chi in tanto tempo non aveva giovato lo elleboro. Ogni dieci dì era
splito di rivedere le carceri e scrivere quelli che fussero ammazzati, usando
di dire che recava i conti al netto. Avendo in un medesimo tempo sentenziato
alla morte alcuni Greci ed alcuni della Gallia, si gloriava di aver soggio-
gata la Gallogrecia, la quale è una provincia nell'Asia. • Peggiori e più
atroci di lui fatti. Voleva che a coloro che e' faceva ammazzare fussero
solamente date certe punture minute e spesse : avendp- sempre in bocca quel suo
precetto divulgato : Feriscilo in modo che ei s'accorga di morire. Avendo pei*
errore fatto ammazzare uno in cambio di un altro, disse che ancora egli aveva
meritato il medesimo. A ogni poco usava di dire quel detto tragico: Stiano pure
in timore e voglianmi male a lor modo. Incrudelì ancora contro a tutti i
senatori, come partigiani di Sciano, e come queHi che, per avere accusato sua
madre ed i suoi fratelli, erano stati cagione che Tiberio gli avesse fatti
morire ; producendo gli scritti i quali egli "aveva fatto vista di avere
arsi: e scusando Tiberio di averli fatti ammazzare, con dire che, essendo tanti
gli accusatori e di sì grande riputazione, egli era stato necessitato di
prestar loro fede. Continovamente diceva villania e con parole ingiuriava i'
cava- lieri romani ; dicendo che eglino, erano uomii)! da servirsene a commedio
e feste, perciò che non sapevano fare altro. Adiratosi contro ai-popolo perchè
mostrava di favorire nel fare le carrette a correre la parte coritraria a quella
che esso desiderava che vincesse, gridò ad alta voce : Iddio volesse ^che il
popolo romano avesse un sol collo. Essendogli addimandato che un certo ladrone
chiamato Tetrinio fusse punito, disse che quelli che lo Addimandavano tutti
erano Tetrinii. Combattendo cinque Féziarii (cioè gladiatori che combattevaiio
con una réte da pigliar pesci, con la quale avevano a scoprire il nimico', e
con una pettineMa per uno in mano che aveva un pesce per insegna in testa), e
senza fere difesa alcuna essendosi lasciati vincere avendo ceduto agli av-
versari!, comandò Caligola a' predetti avversarii che gli ammaz- zassino : .
onde uno de* reziarii presa la pettinella in mano am- mazzò tutti i predetti
avversarii. Pianse allora Caligola questa uccisione come cosa atrocissima e
crudele ; e pubblicamente per via del banditore maledisse tutte quelle persone
alle quali era bastato l'animo di stare a vedere. Suoi lamenti per la felicità
dei suoi tempi. Era ancor solito di rammaricarsi palesemente della condizione
de' tempi ne* quali egli viveva, perchè e' non seguiva qualche rovina
universale e grande da fare che e' fussino ricordati appresso di quelli che
avevano a venire: dicendo che a' tempi di Augusto era seguitata la occisione
Variana ; aiiempi di Tiberio la rovina dello anfiteatro nella-città Sei Fidenati,
doVe erano morti quei ventimila ; le quali rovine amendue erano state notabili
; e che de' tempi suoi andando le cose tanto prosperamente non era per esserne
fatta menzione alcuna. E ad ogni poco diceva che desi- derava che qualche uno
di quelH eserciti che erano fuora fusse rotto e mandato à fil di spada ;,o
veramente sì che e* seguisse qualche fame o qualche pestilenza o arsione, o ch^
la terra si aprisse in qualche luogo. Sua crudeltà nelle cene, nei giuochi, ne'
spettacoli e ne' sagrifizìi. Giuocando, diportandosi e ne' conviti ancora in
fatati ed in parole sempre usava la medesima crudeltà. Spesse volte dinanzi al
suo cospetto mentre e' mangiava era esaminato qualcuno per via di torture. Ed
un soldato il quale aveva buona maniera in quell'arte tagliava quivi loro la
testa in sua presenza. Quando egli ebbe edificato il ponte di Pezzuole, che di
sópra abbiam detto, ed es- sendovi sopra, fece venire a sé un gran numero di
gente di quelli che stavano a vedere in sul lite del mare, e subito che e' furono
arrivati gli fece, gittare in mare ; e appiccandosi alcunidi loro ai timoni ed
alle navi gir faceva ricacciar sotto co' pali con le stanghe e con rèmi.
Facendo in Roma un convito al popolo in pubblico, vi fu un servo cb^ levò da
uno dì quei lettucci dove si Rta a sedere a tavola una bandella di argento;
onde égli fé' \^nire spac- ciatamcntejl carnefice e gli fece tagliar le mani e
appiccargliele al collo, acciò eh' elle gli pendessero ^ù del petlo: e fattogli
[)ortare una tavoletta nella quale era sciitto il furto che egli aveva fatto,
lo fo' menare attorno alle t3:vole di tutti coloro che erano convitatii
Scherzava con un gladiatore, ed avevano una bacchetta in man per uno con la
quale schermivano ; distesesi in terra il gladiatore in pruova mostrando d'essere
da lui supe- rato^ di che eg)ì prese il pugnale e raramazzò, o secondo il
costume de' vincitori scorso il campo eoa la palma- in mano. Una volta
sacrificando, vestita solennemente secondo il costume, e fatto accostare la
vittima allo aitarci,. al^ò il "mazzo e dette con esso in su la testa al
ministro ch'era quivi per iscànnare quello animale. Trovandosi a un bellissimo
convitò, cominciò in un subito senza proposito alcuno a sgangasciare delie risa
: e domandato dai consoli che appresso Risedevano piacevolmente perchè egli
cosi ridesse, rispose : perchè credete, se notì perchè io posso con un sol
cenno farvi 'scannare amendue òr ora? Àpelle fatto da lui staffilare, e altri
suoi detti. Trovandosi accanto alla statua di Giove in varii ragionamenti e molto
piacevoli, si rizzò in piedi e domandò un certo Apelle istrione e
rapprèsentatore di tragedie, accostandosi così alla pre- detta statua, chi gli
pareva maggiore, o lui o Giove, e penando quello a rispondere lo fece
scoreggiare ; e raccomandandosi e do- lendosi Apelle, lodava la sua voce,
dicendo ch'ella nel sospirare- e rammaricarsi era: àncora molto soave e chiara.
Ogni volta che e' baciava il collo della moglie o della amica sua usava di
dire: io posso pur fare spiccare a mia posta quésto mio colUcino così buonjD.
Oltre a ciò usava di di/e a ogni poco che Voleva un dì a ogni modo tormentare
la sua Cesonia^ e colle cordelle esaminarla e farle confessare qual fusse la
cagione, ch'egli cosi fortemente l'amaVa. !^ Sua malignità e. superbia verso
tutti. Era non manco invidioso e matignq che superbo e crudèle; nò fu quasi
sorte alcutìa di uomini di qualunque età ch'egli non perseguitasse. Le statue
degli uomini illustri,^ che per la stret- tezza del luogo erano stateievate da
Augusto di su la piazza del Campidoglio e poste nei. campo Marzio, furono da
lui rovinale e gua^; in modo, che chi -le avesse volute rifare non avrebbe non
che altro potuto-ritrovarne i titoli . E da quivi innanzi comandò che nìuho
ardisse di porre statue o immagini di persona in luogo alcuno senza sua
espressa licenza. Ebbe ancora in animo di faro ardere tutte le opere di Omero
dicendo : perchè non è lecito a me il medesimo che a Platone il qnale gli dette
bando della sua ^ Repubblica? E poco mancò ancora che d«3lle librerie ch'erano
in Roma egli non facesse levar via tutte l'opere di Virgilio e quelle di tito
Livio insieine con le loro immagini ; biasimando Virgilio come persona senza
lettere e di nessuno ingegno, e di Tito Livio dicendo ch'egli era un ciarlatore
ed uno scrittore a caso. Mo- strava ancora di ypler levar via tutti i li|3ri
delte leggi ; dicendo che un di aveva a fare in iiiodo cht^ i dottori non
potrebbpno al- legare altri Che lui., '. Sua invidia verso lutti. Tolse a tutti
i più nobili le insegne do' loro antichi, come a Torquato il Torqae (cioè
quella collana che e' portavano al collo), a Cincinnato il Cincinno (cioè il
capello ricciuto), a Gneo Pompeo tolse ancora il cognome di Magno. Fece
ammazzar Tolomeo (il quale io dissi di sopra), che fatto venire in Roma, da lui
era stato molto onorevolmente ricevuto, non per altra cagione, «e non perchè
facendosi il giuoco, de' gladiatori, vide che nell'entrar il detto Tolomeo nel
teatro, per la veste di porpora la. quale egli, aveva indosso molto ricca e
bella, aveva fatto che tutti quelli che erano presenti si erano vòlti a
guardarlo. Tutti i belli e che avevano bella zazzera, ogni vòlta che evenivano
davanti a lui, . gli faceva tosare nella collottola e gli 'rerideva brutti. Era
un certo Esio Procolo figliuolo di un centurióne, il quale per essere molto
compariscente e bello e_ di grande statura era chiamato Colosso, egli lo fece.
levar da vedere il giuoco de' gladiatori e lo fece mettere in campo è provarsi
con uno di* quelli gjadiatgri che sono chiamati Traci ; ed appresso con un altro
di quelli che combattevano con lo scudo; e perciò ch'egli era rimasto vinci-
tore amendue le volte, comandò subito che &' fusse legato e rivolto . in
certi stracci di pannp e alenato a mostra per tutta Roma che le donne lo
vedessero; e di poi lo fece scannare. E finalmente ninno fu di sì abbietta
condizione nò di sì basso stato ' a' comodi del quale egli non fusse nimico e
cercasse di guastarli per tutte le vie che poteva. Il sacerdote che abitava nel
boschetto cònsagrato a Diana, e perciò era chiamato il re Nemorense, aveva GAIO
CALIGOLA molti anni godutosi quel nome e quel sacérdoziì) : onde Caligola mosso
ad invidia gli messe addosso un fuggitivo molto valente e gagliardo, acciocché
e' venisse contjuello alfe mani e lo spogliasse insieme della vita e del
sacei«dozio. Avendo il popolo romano fatto grandissima festa ed allegrezza por
cagiono di un certo chiamato Porlo, e mostro di esser molto ben vólto inverso
di hii perciò ch'egli aveva liberato un suo schiavo il quale combattendo era
restato vittorioso, si levò con tanta furia da vedere le feste che allora
celebravano ; che postosi in piedi sopra a un lembo della toga cascò giù a
terra de' gradi a scavezzacollo ; e tutto ripieno di sdegno andava gridando e
dicendo che Un popolò, romano il (juale è signor del mondo, per sì leggier cosa
renda più onore a un gladiatore e ne faccia più stima che de* principi i quali
sono socrosanli, e massimamente di me ed in mia presenza. I Della sua lussuria
e libidina. Fu |)ari mente disonesto con altri come altri fu disonesto con lui
; e dfcesi che Aon per altro volle bene a Marco Lepido e a Marco Nestore-
Pantomimo e ad alcuni altri datigli per istatìchi, se non perchè disonestamente
avevano usato Tun con l'altro. Valerio Catullo giovanetto nobile e consolare
disse palesemente che aveva dormito con lui e che lo aveva tante volte
stuprato, ch'egli era indebolito per modo che e' non si potè va, reggere in su
fianchi. Oltre ar portamenti disonesti ch'e' tenne con le sorelle, è notissimo
quello ch'e' fece con Piralìidfe vile meretrice. Non si astenne ancora dalle
donne nobili ed illustri ; anzi usava molto spesso di convitarle insieme co'
mariti> a cena, e dipoi a suo bell'agio le andava considerando ponendo mente
come se egli n'avesse avuto a far mercanzia, alzando il viso a quelle (iheper
vergogna lo abbassavano. Appresso ogni volta che gliene veniva voglia,
partitosi di sala, chiamava quella che gli andava'più a gusto ed ivi a poco,
rosso ancora in viso e mostrando palese- mente in cera ciò ch'egli aveva faito,
tornato in sala palesamento le lodava vituperava secondo 1^ buone lo triste
parti ch'elle avevano; così quanto all'esser buona roba, come al sapervisi
arre- care, contandole ad una ad una. Licenzionne alcuna per non gli essere
riuscite, in nome de' mariti che allora non si ritrovavano in Roma ; e volle
che se ne facesse ricordo in su' libri dovè si notavano le azioni del senato.
Suo lusso nelle cene, bagni, fabbriche ed altre opere. Nelle delicatezze e
superfluità del vivere fu grandissimo spen- ditele e superò in questo ogni
altro prodigo. Egli ritrovò un nuovo modo di stufarsi e bagnarsi. Trovò ancora
maniera di vi- vande ed ordini di cene molto stravaganti e fuori di natura. La-
vavasi adunque ed ugnevasi con unguenti freddi e caldi. Beevasi le pietre
preziose di grandissimo valore, struggendole con lo' aceto, e faceva porre in
tavola il pane e le altre vivande indorate : dicendo che a lui bisognava o
essere Cesare o un da poco e {\) massaio nello spendere. Oltre a ciò geltò al
popolo certe monete che valevano assai, e durò parecchi giorni stando a
gettarle. so- pra alla loggia edificata da Giulio Cesare. Fece fare alcune
libur- niche (cioè navi così chiamate) di cedro; le cui* poppe erano piene di
gemme e le vele erano di colori-cangianti, -nelle quali erano stufe, loggie e
sale assai ben grandi ; eranvi ancora viti ed altri ^.Iberi fratlifert dentro :
nelle quali tra mugiche e canti e balli, standosi a banchettare tutto il
giorno, se ne andava co- steggiando la riviera di Napoli. Edificò pel contado
casamenti e palazzi bellissimi, non avendo né regola nò misura alcuna nello
spendere. E quanto le cose erano più impossibili a fare,. tanto più si
accendeva di farle. Edificò adunque nel profondo del mare allora ch'egli era
turbato. Tagliò hjilze di durissima pietra. Alzò le pianure al pari de' monti,
e spianò i monti con prestezza in- credibile: perciocché indugiando coi9rb a
chi e' commetteva simili cose a metterle in esecuzione, (àceva tor loro la
vita: e per non^ndare raccontando queste cose ad una ad 'una, in mancò di un
anno consumò ^un tesoro infinito e tutti que' danari che aveva ragunati
Tiberio, clie erano sossantasei milioni e cinque- cento mila scudi. Rapine ed
estorsioni dello stesso. Venuto adunque in necessità di danari, si volse con
l'animo alle rapine, tenendo modi molto sofistici in valersi contro a' pò
>oli così nel vendere allo incanto, come por gabelle e gravezza' j mandare a
terra privilegii. Primieramente diceva che color- .lon erano cittadini romani
giuridicamente, i quali avevano im vetrato quel privilegio per sé e per i suoi
posteri, se già noi uss*»ro i figliuoli: perciocché questo vocabolo posteri noi
- distendeva più óltre di quel gradò. E producendo alcuno privilegii e decreti
impetrati da Cesare e da Augusto, se ne faceva beffe comedi cose che fussero
indietro parecchie usanze. Diceva ancora che coloro avevano dato male e
falsamente la nota dei l'or beni per censuarli, l'entrate de* quali per
q4ialun(iuo cagione fussero accresciute. Arunullò i testamenti de'con turioni
/come di persone ingrate, fatti dal principato di Tiberio insino a quel tempo,
i quali non avessero lasciato eredo Tiberio o lui. E se alcuno diceva che aveva
inteso che'l tal cittadino aveva disegnato, morendo,, di la- sciar suo erede
Cesare e dipoi non l'avesse fatto, annullava quel testamento come vano e dì
nessun valore : ónde nriolte persone basse che non 'erano così ben conosciute,
avendolo fatto suo erede in compagnia de' loro amici e familiari, e così molli
padri in compagnia de' loro figliuoli erano da liti -chiamati cianciatori,
perchè e' non si morivano poi che e' l'avevano eletto per suo erede; e molti di
lóro ne avvelenò, con mandar Igro certe vi- vande preziose e ghiotte a
presentare. Nel giudicare e dar sen- tenza sopra alle predette cause, usava di
tassare gli accitàati in danari, ponendo a ciascuno quella somma che e' pensava
di po- ter riscuotere, né Bipartiva della sua residenza s'egli non l'aveva
riscossa; e perchè l'indugio gli dava grande affanno, ne condannò una volta
quaranta che per diverse cause ^rano accusati con una sola sentenza. E svegliato
la sua Cesonia che dormiva, si gloriò con seco di quanto egli aveva fatto
mentre ch'ella si stava a dormire di. mezzo giórno. Vendè ancora all'incanto
lutti t ri- masugli de' panni d'arazzi e d'aìtrc cose simili ch'erano avanzati
delle feste che si erano celebrate ; ed egli in persona le vendeva ed
incantava, facendole alzare tanto di pregio, che alcuni, costretti di comperare
certe cose ad un prezzo smisuralo, e bisognando lor vendere i loro beni per
pagarle, si segarono le vene. É cosa ma- nifesta che dormendo Aponio Saturnino
tra le panche e inchi- nando così la testa, Caligola aver detto al trombetta
che non la- sciasse passar di contentar quell'uomo da bene che tante vplte gli
aveva accennato con la testa; e tanto disse che gli fé' coni- perare senza sua
saputa tredici gladiatori la valuta di ducénto venticinque mila scudi. Suoi
infami guadagni. Avendo ancora venduto in Francia le masserizie e gli orna-
menti delle sue sorelle che da lui erano state condannate, ed oltre a ciò
alcuni schiavi, e cerli ancora .che di già erano, fatti liberi a prezzi
smisurati, parerid^xgli chele CQse vi si tèndessero bene e che e' fusse da
guadagnarvi assai, vi fe*condurre tutte le inasserizie e robe che avevano
servito per la corte di Tiberio ; e perciò che per farle portare e' fo* tórre
tutte le carrette vettu- rine e le giumente da' mugnai, mancò in Roma molte
volte il il pane ; ed una gran parte di quelli che litigavano per non aver
carrette, e bisognando loro, venire a piede, non potevano essere ^ a tempo a
comparire e dar mallevadori/ onde e' perdevano laiito. Nel vendere adunque le
sopraddette robe non mancò di usare ogni inganno, astuzia e ribalderia;òra
riprendendo i compera tori ad uno ad uno come persone avare e che non si
vei'gognavano d'esser più ricchi di luì ; ^ra facendo sembiante di pentirsi di
aver messo innanzi a uomini privati coso si nobili e di sì gran valore. Intese
che un paesano aveva dato a uno de' suoi ministri, che invitavano le g^nti 3\
suo convito, cinque mila scudi per esser ancor lui de' convitati; né egli punto
ebbe por male che gli uomini stimassero tanta quel favore di ritrovarsi alle
sue cene. H giorno appresso essendo questo tale a sedere ed a veder vendere
all'incanto, gli mandò uno che da parte sua gh fe'com- perare un non so che di
poco prezzo cinque mila scudi ; e gli disse che Cesare in persona lo
diiamerebbe a cena con esso seco. Nuove gabelle e sordidi civanzi. Aveva da
principio dato la cura di riscuotere queste gabelle da lui nuovamente poste* e
gravezze non mai più U(Hte agii arrendatori delle entrate pubbliche; dipoi
multiplicando le fac- cende, dette loro in compagnia i centurioni ed i tribuni
pretoriani, avendo poste le gravezze sopra a qualunque sorte d'uomini : né era
cosa alcuna di si |)oco pregio della quale e' non facesse pa- gare la gabella ;
e delle grasce e cose da mangiare che in Roma si vendevano faceva ancora pagare
un tanto. Voleva che tutti quelli che litigavano gfì avessero a pagare la
quarantesima parte della somma che si litigava; e quelli che erano accusati
d'essersi accordati e d'aver com|)osto la lite erano da lui condannati. Vo-
leva l'ottava parte del guadagno che facevano i bastagi giorno per giorno : e
dalle meretrici quanto ciascuna guadagnava in' una volta. E fece fare una
giunta al capitolo della detta legge ove questo si conteneva, che
s'intendessero obbligate a pagare non solamente quelle che erano meretrici, ma
quelle ancora chefus- sero state o meretrici onruflìane: e cosi le gentildonne
fossero' obbligale alla medesima pena essendo trovate in adulterio. nel fare la
rassegna de' soldati, privò dell'uffizio una gran parte di quelli centi/rioni
ch'erano già oltre di età ^ ed alcuni ve n'e- rano che furono daini privati
dall'uffizio, i quali fra pochi giorni, se- condo gli ordini della milizia, venivano
ad esser liberi ed esenti dalla milizia ; dicendo che gli privava dell'uffizio,
perciocché egli erano oramai vecchi e deboli. Dipoi avendogli ripresi come
troppo avari, scemò loro la provvisione ed insino alla somma di quindici mila
scudi. 'Sé avendo fatto altro in tale impresa^ se non preso., prigione Minocino
Bellino figliuolo del rode' Batàvi, il quale era stato scacciato dàLpadre e
s'era fuggito con pochissimi compagni, non tìltrimenti che se. egli si fusse
insignorito di tu tta^ l'isola, mandò a Roma lettere molto magnifiche :
comandando a coloro J5 SvETOKiO. Vite dBt CpsarL che le portavano che se ne
andassero a dirittura in. piazza e si rappresentassero nel tempio di Marte,
dov« si raguiiava il senato, e non presentassero le lettere a' consoli, se
prima non erano rau- nati tutti i sonatori. Selva da lui fatta rìcidere, premii
dispensati a* soldati, e altre cose da esso operate. Dipoi mancandogli
occasione di guerreggiare, fé' partir^ certi germani ch'egli aveva in prigione
e gli fece nascondere di là dal Reno. Appresso ordinò che, mangiato che egli
aveva, venissero alcuni con gran fretta a fargli intendere che i nemici si
accosta- vano ; il che essendo fatto, come da lui era stato ordinato, si levò
su in compagnia de' suoi amici e eoa parte de' cavalieri pretoriani, e' tirò
via alla volta d'una ^elva ch'era vicina allo esercitò ; e fatto tagliare gli
alberi di quella ed acconciare a guisa di trofei, tornò in campo di notte e co'
lumi: e -quelli che non l'avevano s^ùitato, riprese come timidi e poltroni. Ed
a' suoi compagni partecipi della vittoria donò certe corone da lui nuo- vamente
trovate, dove era il sole e la luna e l'altre stelie, bene accomodate e
distinte, e le chiamò esploratorio. Appresso fatto levare dalle scuole certi
statichi ch'egli aveva seco in campo, comandò loro che ascosamente si
fuggissero; né priiha si furono parti ti> ch'egli abbandonato il convito con
la cavalleria si mise a seguitarli, ed. avendogli presi come fuggitivi, li
messe alla ca- tena: e parendogli la invenzione bella oltre modo, non capiva in
se medesimo, talché tornato a cena ed essendo avvisato come e' venivano gente
in suo soccorso, confortò i suoi soldati che co$ì armati come egli erano, si
ponessero a tavola ; allegando lorò^quel verso di Virgilio che è tanto divulgato,
cioè che stes- sero forti e si riserbassero alle cose prospere. In quesjto
mezzo ordinò che in Roma fusse mandato un bando, nel quale- e' rì- T)rendeva il
popolo ed il senato, che combattendo Cesare ed es* sendo esposto a cosi fatti
pericoli, si stessero pe' teatri e pe'giar- Jini in conviti e feste. Suoi
preparamenti contro TOceano, ed altre sue imprese. I ' Finalmente come se e'
volesse fare qualche gran fatto d*arme, fé' metter l'esercito in ordinanza ; e
si addirizzò con esso alla volta deirOceano. Appresso fatto mettere in ordine
le baliste e l'altre artiglierie da combattere, stando ognuno a vedere; .nò
potendosi immaginare quello ch'egli avesse in animo di fare,, in ^ un subito
comandò lóro che andassero raccogliendo nicchi e se ne riempiessèro le celate
ed i grembi, chiamandogli spoglie -del- l'Oceano debite al Campidoglio ed ai
palazzo. Ed in segno della vittoria edificò una torre altissima in sul lito del
mare, dove stessero di notte i lumi accesi per insegnar la strada a' naviganti.
£ fatto intendere che si desse cento giulii per ciascHft soldato, parendogli
aver trapassato ogni termine di liberalità, disse: or oltre andatevene allegri,
andatevene, ricchi. Sua cura del. trionfo ed altre sue opere. Quindi rivoltosi
a procurare il trionfo, scelse e pose da pacte, perchè e* fosse magnifico,
oltre a- barbari ch'egli aveva prigioni G fuggitivi, certi Francesi di
smisurata grandezza, ch'erano (come egli diceva per una parola greca) degni che
di loro si trionfasse^; tra' quali ve ne furono alcuni de' principali e più
nobili, e gli co- strinse a biondirsii capelli e lasciarseli crescere ; ed
oltre a ciò volle che egli imparassero la lingua germanica e che e' si ponesr
sere certi nomi barbari. Comandò ancoraché una gran parte delle galee, con le
quali era entrato nell'Oceano, f ussero con-- dotte a Rpma per terra; e scrisse
a' procuratori suoi che gli ap- parecchiassero un trionifo con
pochissima^spe^a, ma- si fattp che non mai per l'addietro ne fosse stato un
altro, poiché si potevano servire e valere de* beni de' cittadini'.Romani come
a- loro pareva. . Scellerato pensiero di trucidar e mettere a (il di spada le
leeoni. Prima che e' si partisse di quel paese, aveva- fatto un disegno molto
scellerato, cioè di Ì9gliare a pezzi que' soldati i quali dopo la morte di
Augusto si erano abbottinati ; perciocché lui, il quale era ancora molto
piccolo, ed ilsuo padre Germanico lor capitalo avevano assediato : e fu gran
fatica a faHo mutare di proposito e levargli della fantasia un cosi strano
capriccio. Non restò per questo che e' non volesse ammazzarne di dgni dieci
uno; e cosi- fa ttigU chiamare senza armi a parlamento e tolto ancor loro le
spade, gli attorniò con la cavalleria armata. Ma accorgendosi che e'
sospettavano e che la maggior parte alla spicciolata andavano ripigliando
l'armi, per non si lasciar far villania si fuggi loro Unanzi e prestamente se
n'andò alla volta di Roma^ con animo ii sfogare tutto il suo veleno contro al
senato : minacciandola lalesomonte /^h'o»**» «^»' ^olAre rinvenire '» cagione
di si fatt' GÀIO GAUGOLA- multi e romori che seguivano con tanto suo disonore.
E dòme che poco innanzi egli avesse fatto loro intendere che a pena della Tita
non trattassero per conto alcuno di apparecchiargli il trionfo, tuttavia, oltre
alle altre querele, egli si dolse clie e'^non glielo avevano apparecchiato
secondo che e' meritava. • Suo ritorno alla città, pessimo di lui proponimento,
e veleni ritrovatigli in casa dòpo la morte. Andandolo adunque a incontrare pel
cammino gli ambasciatori del senato e pregandolo che e' sollecitasse la sua
venuta, disse con grandissima voce : Io verrò, io verrò e costui con esso «leco
; percuotendo parecchie volte ccfn la mano sopra il pomo della spada. E fece
intendere pubblicamente .che tornava solamente per trovarsi in compagnia de*
cavalieri e del pòpolo^ da* quali egli era desiderato; perchè né come
cittadino, uè come principe, non intendeva di avere a far più cosa alcuna col
senato. Non volle ancora che alcuno de' senatori venisse ad incontrarlo: e
pretermesso il trionfo, solo vittorioso entrò il giorno del suo na- tale in
Roma, ed indi a quattro mesi fu ammazzato: conoe che egli avesse avuto ardire
di commettere grandissime scelleratezze e di andarne tuttavia macchinando delle
maggiori. Perciocché egli s'era proposto di andarsene ad Anzio e quindi in
Alessan- dria, con aver fatto prima ammazzare così dei senatori come dei
cavalieri i principali* ed L più nobili. E perché nessuno dubiti ciò esser
vero, furono trovati tra le sue cose segrete due libretti, uno de^quali era
intitolato spada, l'altro pugnate : ed amendue contenevano i nomi di coloro
ch'erano destinati alla morte. Fu ritrovata ancóra un'i^rca -grande piena di-
varii veleni; i quali essendo dipoi da Claudio gettati ^n mare, si dice che
tutto lo infettarono^ jion senza grande mortalità di pesci., i quali dall'onde
erano gettati morti alla riva. . Natura del corpo e sue indisposizioni. Fu di
statura alto, di color pallido, di corpo brutto e sgarbato, aveva il collo e le
gambe sottili oltre modo, gU occhi e le tempie in dentro, la fronte arcigna e
larga, i capelli radi^ era calvo sul cocuzzolo, e peloso in tutte le altre
parti. del corpo. E perciò quando e' passava, era cosa pericolosa e mortifera
il guardarlo alto, per alcuna c^*« nominar la^ ca«^-^ ^v^^va naturalmente
.dcconcìandoselo allo specchio per farlo avere deb terribile e del crudele. Non
falsano né di mente liè di corpo; da fanciullo si gli dette il mal maestro. Fu
in giovanezza soppoii;atore de^disagi; tuttavia gli venivano alcuna volta certe
fiacchezze in un subito che appena che e' potesse andare 9 star in piedi d
riaversi aiutarsi in modo alcuno. Erasi accorto per se medesimo dello essere
mal sano della mente, e pensò molte volte di andarsene in qualche luogo a
purgarsi. Credesi che da Cesohia gli fusse dato bere qualche cosa per farlo
innamorare, la quale lo aveva^ fatto diventar scemo di cervello. Spaventavaai
la" notte e massima- mente iti sogno. Non si riposava più che tre ore
della notte, né anche in quelle «i riposava interamente, parendogli spesse
vòlte vedere figure molto' strane e maravigliose ; e tra le altre gli pa- reva
vedere la presenza del mare parlar con esso seco*: ef còsi una gran parte della
noète, per istar tanto desto, gli veniva in tedio lo stare a giacere, ed ora si
rizzava a seder in sul letto, ed ora si andava a spasso per certe loggie
lunghissime, chiamando a ogni poco il. dì che sì affrettasse di venire. Sua
debolezza di mente, disprezzo degli Dei,' ed altre sue t>perazioni.
Potrebbesi ragionevolmente attribuire a questa sua infermità di ménte alcune
estremila di vizi molto contrarie, cioè una spmniB audacia ed una gratidissima
paura' che in lui si ritrovavano. Quan- tunque egli dispregiasse né tenesse
conto alcuno iiegli Iddii, non- dimeno per ogni poco che e' balenasse tonasse,
si chiudeva gli occhi e si ravvolgeva il capo cò'paimii, e quando tonava balcr
nava punto forte, si levava da giacere e nasòondévasi sotto il letto. Quando
egli andò in Cecilia, ed essendosi fatto beffe delle maraviglie che in molti
luoghi vedute aveva, nondimeno si fuggi una notte di Messina ripieno df
spavento pel fumo e remore cbe si sentiva su la cima del monte Etna. Oltre a
ciò, come che. egli facesse moHo del bravo contro a i barbari, nondimeno
ritrovan- dosi sopra un carro di là dal fiume Reno, in certi luòghi stretti e
tra le sue genti, le quali erano ancora molto ristrette insieme -ì dicendo uno
che se i nemici fussero comparsi da banda alcuna, )ra da dubitare che e' non
seguisse qualche gran disòrdine nelfo 3sercito, egli incontinente montò a cavallo,
e datola a dietro, s nise a correre verso il ponte ; e trovando che i carriaggi
er ^ccomanni lo avevano occupato di modo che e'.non si po.te^ e' si
allargassero e gli dessero la yia, passò loro sopra a i capi, facendosi porgere
le mani di mano in mano. E quindi a pochi giorni, inteso come i Germani s'erano
ribellati, sì messe non solamente in ordine per fuggire, ma andò ancora
pensando in che parte del mondo egli si potesse ritirare al sicuro ; ed altra
speranza non gli era restata che la Barberia, ogni volta che, già come ferono i
Cimbri al tempo di Mario o come feron i Senoni al tempo di Camillo, i nimici,
come egli dubitava, avessero oc- cupati i gioghi deirÀtpi^ adi Roma si fossero
insignoriti. Perciò credo io che quelli che fo ammazzarono avessero disegnato
di faro credere a' soldati, quando eglino avessero cominciato a tu- multuare
per vendicarlo, ch'egli per se medesimo si fosse morto^ come quello die s'era
sbigottito avendo inteso la battaglia essere andatamele. Delle vesti e degli
abiti ch'ei portava. Noi vestire e nel calzare ed ogni altro portamento non
andò mai come romano nò come cittadino; nò mai portò àbito da uomo dà bene e
valoroso, anzi non pure da uomo : percipchè molte volto con le cappe, ovvero
mantelli da acqua, dipinti e ripioni di gomme compariva in pubblico, avendo
contro al co- stume la tonaca con le maniche lunghe e con certe collane larghe
al collo che gli pigliavano tutte le spaile. Alcuna volta sr vestiva tutto di
seta con la bornia sopra a guisa di donna. Alcuna yolta se ne andava in
pianelle ed altra volta coni que' calzari che nelle tragedie s'usano. Ora
portava le calze che usano i soldati quando e* vanno a fare le sentinelle, ora
le portava da donna. Andava la maggior parte del tempo con la barba indorata, e
portava in mano o là saetta a guisa di Giove^ o il tridente a ^isa di Net- tuno
la bacchetta avvolta co'serpenti a guisa di Mercurio^ Fu veduto ancora alcuna
volta acconcio e vestito a. guisaìli Venere. Andò ancora spesso vestito alla trionfale,
ancora innanzi alla impresa che e' fece contro a' Germani ; e qualche volta
portò indosso la corazza di Alessandro Magno, avendola fatto cavare del luogo
dov'egli era sotterrato. Della sua eloquenza ed arte di dire. Quanto alle
scienze ed arti liberali, studiò solamente ine^sere eloquente, copioso e pronto
nel parlare. Ed avendo a parlare contro di alcuno quando egli era adirato^ non
gU mancavano né le paròle né i concetti. Ne'gesti e nella voce era tale che
perjo ardor del dire lion potevd fermarsi ; e quelli ch'erano lontani assai
udiyanobenissimo scolpite le sue parole. Quando egli aveva, in animo di parlare
t^ontro di alcuno', usava di dire : 40 caccierò nano alla spada delje mie
fatiche e vigilie. Dispiacevagli tanto lo stil delicato e molto esqoisito, che
e' diceva, di Seneca, del cai stile si faceva in quel tempo assai conto, che il
suo scrWere pareva una muraglia di pietre commesse insieme senza rena e senza
calcina. Era ancora solito di comporre orazióni contro agli oratori che,
difendendo altri, erano restati superiori. Fingevano ancora in difensione,.
ovvero in^accusiazìone. di quelli che per- quakhe cosa grave e d'importanza f
ussero stati accusati into- nato; e secondo che la fo^ Io ' trasportava nel difendere nell'accusare,
veniva con la sua autorità a sollevare i delinquenti ovvero ad aggravarli.
Mandava ancora il banditore a chiamare pubblicamente i cavalieri che andassero
ad udirlo. Sua Brt« di cantare, saltare e guidare le carrette. • Fu nondimeno
molto studioso ih apprendere certe altre arti e scienze molta diverse tra di
loro; come il giiiocare ^'arme a guisa de' giuocatori chiaoiati traci, ed il
guidar le carrette e appresso cantare e ballare. Schermiva con le spade di filo
; ed avendo a correre con la^carretta, feceva accomodare la piazza, ora in un
modo, ora in un altro. Pigliavasi tanto piacere e s'ac- cendeva in guisa del
canto e del ballo, che quando si celebravano le feste, egli, in presenza di
ognuno, non poteva contenersi di non cantacchiare insieme con gli istrioni,
contrafacendo pale- semente i lor gesti, ora mostrando dì lodargli, ora di
corregèrgli. n di che e* fu ammazzato, aveva fatto intendere che voleva che in
Roma si vegliasse tutta la notte seguente; solo (secondo che par verisimile)
per potere più licenziosamente a quella ora com- parire in su' palchetti come
gli altri istrioni e recitatóri. Usav^ ancora di ballare alcuna volta la notte.
Una volta a mezza notte mandò in fretta a chiamare tre cittadini consolari che
venissero a palazzo ; e come che e' temessero assai, e che andasse loro pel
capo di molte e strane fantasie, tuttavia si rappresentarono je furono fatti
sedere sopra un palchetto : ed eccoli in un stibito con gran remore di piferi e
di predelle (2) venir fuora Caligala con Foga, lo stesso, che impeto. Arnese di legname, sul qual sedendo si tengono
i piedi. una tonaca- insino a* piedi e sopra con un mantello da donna, il
quale, ballato ch'egli ebbe sopra una certa canzone messa in musica, senza
altro dire spari loro dinanzi. Ora essend' egli molto facile a imparare tutte
le sopraddotte cose, nondimeno egli non potette mai imparare a notare. Quanto
fosse irasportatiò nel favoreggiar alcuni, e perverso nelPodiar alcuni altri.
Le persone che gli andavano a gusto erano da lui favorite pazzamente e senza
ritegno alcuno. Marco Nestore,^ il quale era uno di quelli che sono destri di
persona e sanno contrafare ognuno, rappresenta toro di farse, mentre che e'.si
celebravano le feste, era da lui baciato in presenza del popolo ; e se aictino,
ballando Nestore, avesse pur fatto un minimo remore, diceva subito: mandatelo
via; e lo batteva dì sua mano. A uno cava- lier romano, che faceva tumulto,
fece intendere per un centu- rione che allora allora senza altro intervallo si
méttesse la via tra le gambe e se n'andasse ad Ostia, e quindi imbarcatosi,
pas- sasse in Mauritania a portare certe sue lettere a Tolomeo re : contenevano
le- predette lettere questo : Al preseate apportatore non gli fare né bene né
male. Favorì intanto alcuni dèi gladia- tori chiamati Traci, che gli fece
capitani dei Grermani ch^erano a guardia della sua persona. £ tanto ebbe in
odio certi altri gla- diatori chiamati Mirmilloni che e' fé' lor guastare tutte
quante le armi : ed a Colombo, che era uno di loro, restato vincitore, ma
leggermente ferito, pose il veleno nella piaga : e dipoi chiamò il detto,
veleno colombino : come tra le annotazioni degli altri suoi veleni si ritrova
scritto. Favorì tanto, svisceratamente quella banda de' guidatori delle
carrette che dal colore de' vestimenti era chiamata Prasina (cioè, la banda
verde), che egli del conti- novo si ritrovava a cenare ed a dormire nella
stalla in \ot com- pagnia ; ed a uno de' predetti, chiamato Cìtioo,
ritrovandosi a bere con lui dopo cena, nel presentarsi l'un l'altro, (secondo
il solito) alcune cose dì poco pregio, esso gli donò cinquantamila scudi.
Similmente a un altro di loro chiamato Incitato^ perciò che non gli fusse rotto
il sonno la notte dinanzi al giorno nel quale egli aveva a correre ne' giuochi
circensi, faceva coman- dare pe' suoi soldati^ alla vicinanza che la notte
facessero silen- zio. Donò a costui, oltre a una stalla di marmo con le mangia-
toie di avorio pel suo cavallo, ed oltre a una coperta di porpora ed una catena
di pietre preziose, a una casa con tutte le sue appartenenze^ per in§ino a'
servidoiu^ acciocché i convitati 4n nome suo fusseix) da lui più splendidamente
ricevuti : e si dice ancora che e' lo fece consolo. Congiura ordinata contro di
lui.. Mentre ch'egli così pazzamente si governava, si ritrovarono molti a'
quali bastò l'animò di congiurare contro di lui ; ma delle predétte congiure
alcune si scopersero ; ed alcuni alu-i, per non avere occasione, si stettono a
vedere ; solamente due conferirono Tuno a l'altro i lor disegni e gli mandarono
ad ef- fetto, non senza saputa ed intendimento di alcuni liberti e ser- vidori
di esso Caligola, i quali allora potevano assai in Roma: accon^ntironvi ancora
i prefètti dei soldati pretoriani, i quali, quantunque che falsamente fussero
stati accusati, come c«nsa> pevoli di un'altra congiura,' nondimeno
s'accorgevano che'Cali- gola gli teneva a sospetto ed aveva loro male ànimo
addosso; perciocché scoperta la predetta congiura, Caligola dubito gli tirò da
parte e gli fece loro un gran carico, affermando, con. aver tratto fuori la
spada^ che parendo loro che e' fusse degno della morte, si ammazzerebbe per se
medesimo. Né da quivi innanzi restò di dolersi ora. con questo ed ora coit
quello di loro, ed ac- cusargli l'uno all'altro e di. mettergli in discordia.
Parve adun- que a costoro di assaltarlo di mezzo giorno, quando égli usciva da
vedere le feste che allora in palazzo si celebravano. E Cassio Chérea, ch'era
tribuno di una compagnia de' soldati pretoriani, chiese di grazia d'essere il-
primo a manometterlo; perciocché Caligola, essendo egli' già vecchio, usava
molto di dispregiarlo e disonorarlo, chidinandolo poltrone ed effeminato ; e
quando da lai gli era addimandato che gli desse il nome per mettere le sen- .
tinello, gli dava pei- nome Venere o Priapo ; e quando ^gli an- dava per
ringraziarlo di qualche cosa e baciargli le mani^ gli porgeva la mano, e
volendola esso baciare, gli faceva una fica altre simili^ sporchine. Segni che
si mostrarono a,vanti la di lui morte. Molte-cose maravigliose apparirono, le
quali significavano la sua morte vioJenta. In Olimpia volendo scommettere la
statua di Giove e portarla a Roma, ella cominciò in un subito sì fortemente a
ridere, òhe gl'ingegneri, abbandonato le macchine e lasciatole andare indovina,
si diedero a fuggire chi qua, chi là: ed in quel punto sopravvenne un certo
ch'era ancora egli chiamato Cassio^ affermando che in sogno gli era pairuto di
sacrìficfire un.toro a Giove. li Campidoglio di Capua a' quindici di marzo fu
percosso dalla saetta ; e così in Roma fu percosso dalla saetta la cella che
era nel cortile del palazzo. E trovaronsi alcuni interpreti che affermavano che
per la saetta di Capua il principe portava pe- ricolo d'esser ucciso dai
soldati della sua guardia; e .che per quella di Roma manifestamente si
comprendeva ch'egli aveVa a seguire una notabile uccisione, come altra volta
era intervenuto nel medesimo dì. Fugli ancor detto da Siila matematico, al
quale e' fece fare la sua natività, che senza dubbio alcuno egli aveva a esser
ucciso di corto. La dea Fortuna ch'era in Anzio gli disse ancora che sì avesse
cura da Cassio ; onde egli aveva ordinato area in sogno d'essere in cielo,
vicino alla sedia di Giove, e che Giòve col dito grosso del piò destro gli
avesse dato un calcio e preci- pitatolo dì cielo in terra. Furono ancora
notati, per segni della sua futura morte e per cose notabili che pochi anni
innanzi nel medesimo dì orano accaduto ; tra le quali fu che un pappagallo,
nell'essere da lui sacrificato, lo bagnò di sangue. £ Marco Ne- store in quel
dì rappresentò una tragedia la quale già era stata rai)presentata da Neoptolemo
il dì della festa nella quale fu am- mazzato Filippo rodi Macedonia; e
recitandosi una favola com- posta da Lauroolo, uno di quelli ch'era la più
importante voce della commedia, nel levarsi dinanzi a una rovina, mandò fuori
sangue per bocca, onde gli altri recitatori volendo fare il me- desimo e
gareggiando insieme a chi più ne sputava, si riempie tutta la scena di sangue.
Erasi ancora per la notte apparecchiato di fare una rappresentazione dove gli
tjgizii e gli Etiopi avevano a rappresentare gli abitatori dell'inferno. Della
di lui morte ed ammazzamento. A ventitré di gennaio circa a ore dicianove,
stando appunto su l'andarsene a mangiare, né si risolvendo ancora, per sentirsi
lo stomaco gravato dal cibo del giorno dinanzi, finalmente per- suaso dagli
amici, uscì fuori per andare verso palazzo, ed avendo a passare per una certa
grotta, s'erano apparecchiati certi gio- vanetti nobili dell'Asia per fare
certi giuochi sopra la scena dove le commedie si rappresentavano, onde égli si
fermò per vedergli e dar loro animo ^ e se non che il capo e maestro di que'
fanciulletti disse ch'era agghiadato, voleva tornare indietro e che tutta
quella festa da capo sì rifacessie. Dicési là cosa in due modi. Alcuni scrivono
che mentre ch*egli stava a parlare con que' fancfuUi, Cherea venendogli di
dietro gli dette un gran mandirixto attraverso al collo, avendogli prima detto:
volgiti a me : appresso che Cornelio Sabino, l'-altro de' (Congiurati, gli
passò il petto con una punta da banda a banda. Altri dicono che Sa- bino,
avendo per opera de' centurioni, i quali erano consapevoli della congiura,
sollevato gli^ animi de' soldati, gli dimandò,- se- condo il costume, che gli
desso il nome che il dì le guardie avevano a usare ; e dandogli Gaio per
contrassegno il nome .di Giove, Cherea allora gridò: piglialo che gli è ben
dato, e rivol- tandosi Gaio indietro, egli in quel, medesimo tempo con un colpo
gli mandò giù una mascella e che allora gli altri, essendo Cali- gola a giacere
in terra e colle membra rannicchiate, e gridando che era vivo^ con trenta
ferite lo finirono di ammazzare. £ che il segno che fra loro si erano dati era
questa parola,^repe^e, che vuol dire, ridagli. Furonvi alcuni che gli
cacciarono i ferri da basso per le parti vergognose, ed al primo romorecòrsono
quelli Qhe portavano la lettiga, e con que' bordoni èoprà i quali e' si
appoggiavano portando la lettiga cercarono di soccorrerlo; e quindi a poco
comparsone i Germani ch'erano a guardia della persona sua, od ammazzarono alami
dei percussori insieme con alquanti senatori che non vi avevano colpa. Mortorio
di Gaio, e morte della moglie e. figlia. Aveva, quando e' fu morto, trentanove
anni ; era stato neirini- perio tre anni, dieci mesi ed otto dì. Il corpo suo
fu portato ascosamente negli orti chiamati Lamiani, e posto così a caso sopra
un monte di legne^ e mezzo arso fu ricoperto con un poco di terra. Appresso
essendo ritornate le sorelle di esilio, lo cava- rono fuora e l'arsone affatto
e dipoi lo seppellirono. È cosa ma- jìifes(a che i guardiani dell'orto, mentre
che 'l corpo suo vi stette sotterrato in quel modo, erano inquietati dall'ombre
di quello ; ed ancora nella casa dovè egli morì non passava mai notte al- cuna
che e' non vi si sentisse qualche remore, tanto che final- mente
l'abbruciarono. Fu morta insieme con lui Cesonia sua moglie d'unaxoltellata che
gli dette un centurione ; e la figliuola fu battuta ed infranta nel muro. Ciò
che fece il Senato dopo la di lui morte. Puossi considerare in che termine si
rifrovavano allóra le cose della Repubblica ; cònciossiachè essendosi divalgatò
come Cali- gola era stato ucciso, tutto il Spopolo stette sopra di sé; nò vi
fii alcuno che in quel subito si movesse, non dando fede a cosa che sì dicesse,
ma dubitando ch'ella non fusse una voce mandata fuora da Caligola per conoscere
qual fiisse la disposizione degli animi inverso di sé: né i congiurati ardirono
di creare alcuno imperadore. Il senato fu intanto unito e d'accordo per ria^sur
mere la sua libertà che i consoli al primo lo raunarono : né si raunò nella
curia solita, perciocché ella sì chiamava Giulia, ma in Campidoglio : ed alcuni
di loro, in cambio di dirQ il loro pa- rere sopra il creare il nuovo
imperadore, giudicarono ch'e'si dovesse in tutto spegnere la memoria de' Cesari
e rovinare i tempii da loro ed in lor nome edificati. Osservarono ancora per
cosa notabiljB che tutti i Cesari cognominati Gali erano morti vio- lentemente,
cominciandosi a contare insino al tempo di Cinna. LA VITA ED I FATTI DI CLAUDIO
CESARE QUIllf IHPERATOR ROMANO Del padre di Claudio e de' di lui fatti. Dr usQ
cognominato Decimo e poco appresso Nerone, padre di Claudio Cesare, naque di
Livia, tre mesi dipoi che Augusto pre- gnante la tolse altrui. Credetesi per
alcuni che e' fusse figliuolo di Augusto, stimandosi ch'egli avesse avuto a
fare con lei prima che ella fusse sua moglie. Una volta subito che e' l'ebbe
presa, furono mandate f uora queste parole in greco r Agli uomini .for- tunati
nascono ancorai figliuoli di tre mesi. Questo Druse, prima fatto questore,
dipoi pretore, ed appresso capitano contro a' Reti e contro a Germani, fu il
primo de' Romani che navigasse l'Oceano settentrionale. Egli ancora fece
Tarerà' suoi soldati di là dal fiume Reno certe fosse profondissime, e dove duravano
molta fatica, le quali oggi son chianiate Drusine. Ed avendo rotto i nemici e
fat-. Igne grandissima uccisione e perseguitatogli addentro nelle più ascoste e
deserte parti .della Germania, non mai fece fine per insino a tanto che e' non
gli apparse una donna che pareva bar- bara alla vista, di apparenza più grande
che ordinaria, la quale gli parlò in lingua latina e gli disse, che, poi
ch'egli era vinci- tore, e' non volesse procedere più avanti. Per queste cose
adun- que fatte da lui in guerra, entrò in Roma,J;riònfante e vittorioso, ma
non sopra il carro trionfale. Questi, dopo l'essere stato pre- tore, fu creato
consolo; e tornato alla medesima impresa, « mori d'una infermità ch'egfi ebbe
di state,, riposandosi alle stu..^i co' suoi soldati ; le quali abitazioni per
la sua morte furono d\r^ chiamaf'^ scellerate. U '"""po sun fu
co"^o"o a Roma daip» pali di quello città cho godevano i privilegi
de' cittadini romani e di coloro che di Roma erano stati mandati ad abitare in
qiiei paesi. A costoro si fecero incontro gli ordini dogli scrivani, e presono
il corpo e portarono a seppellire in campo Marzio. Ma i suoi soldati, là
dov'egli erano, gli edìcarono un bellissimo sepol- cro, avendo ordinato cho
ogni anno i soldati avessero a corpere intorno a guisa di venire a un fatto
d'arme, e che in Gàliia per tutti i tempii facessero supplicazioni e sacrìficii
solenni in onore (li quello. Oltre a ciò il senato, tra molte altre cose,
ordinò che nel mezzo della via Appia sì edificasse di marmò un arco trion- fale
in suo onore, nel quale fussero scolpiti i suoi trofei e lo sue vittorie; e
volle che i suoi discendenti fussero cognominati Crer- manici. Credesi che,
oltre all'essere stato d'animò civile, egli avesse ancora del borioso; perchè,
oltre all'onore della vittoria ricevuta, e' cercò di riportarne le ricche
spogliò. E molte volte' ne' maggiori pericoli a briglia sciolta si messe
baldanzosamente con tutta la squadra a perseguitare i capitani de' Germani;
usando ancora di diro che voleva un dì a ogni modo rendere a Roma la sua
libertà. Onde io stimo alcuni avere avuto ardire di scrivere ch'egli era
sospetto ad Augusto ; e che avendogli fatto intendere che tornasse a Roma e
lasciasse l'esercito, perciò che egli non aveva ubbidito, l'aveva fatto
avvelenare: il che da me è stalo riferito [)iù per non lasciare indietro cosa
alcuna di quelle che sono state scritte di lui, che perchè io giudichi che e'
sia vero oppure abbia del verisimile ; perciocché e' si conobbe che Augusto
l'amò grandemente non solo in vita, ma ancora in morte, e lo institiii suo
eredo in compagnia de' figliuoli, siccome egli disse pubbli- camente in senato.
E nella orazione ch'e' fece in suo onore poi ch'egli era morto, venne a lodarlo
in tanto che pregò gli Iddii che a lui concedessero grazia che i suoi Cesari
fussero a quello simiglianti ; e che il fine ch'egli aveva a fare fusse onorato
come quello di Druse. E non contento di avergli fatto un epitafìo e fattolo
intagliare nella sua sepoltura, scrisse ancor la vita di quello. Ebbe Druse più
figliuoli di Antonia minore, ma tre sola- mente ne lasciò vivi, Germanico,
Livilla e Claudio. Nascimento di Claudio e sua infanzia. Nacque Claudio al
tempo che Giulio Antonio e Fabio Africano orano consoli nella città di Lione il
primo di d'agosto; nel me- desimo giorno che nel predetto luogo fu
primieramente consa- grato l'altare di Augusto e fu chiamato Tiberio Cfaudio
Druso. Appresso fu adottato dal fratello maggiore: nella famiglia Giulia.
Lasciollo il padre in Roma ancora in fasce. Da fanciullo e da gio- vane ebbe dì
molt^e infermità e molto difficili a curarle; tanto che indebolito di animo e
di corpo non solamente da giovane,*• ma poi che egli era già in età
conveniente, lo giudicarono ina- bile ad alcuno governo o magistrato pubblico o
privato.' Ebbe ancora il tutore ed il pedagogo poi che era molto ben'griàtide.^
^ da sapere governarsi e reggersi per se medesimo'. Duolsi egli .. stesso di
questo suo pedagogo ili una certa operetta da lui com- posta, come di persona
barbara o rozza in verso di lui, e datogli in pruova per precettore solo perchè
e' nste festp li M'»»'te: '^onvoornr-p'» simendue che e' sìa benf risolversi
una volta sopra a fatti suoi e vedere quello che e* sia da fame ; perciocché
essendo sano e, per dir così, in tutta per- fezione, a me non pare per conto
alcuno che noi dobbiamo man- eare di aiutarlo e dargli riputazione, tirandolo
su per quefl gradi che noi abbiamo tirato il suo fratello. Ma parendoci che e'
vada tuttavia perdendo ed ingrossando più Tun di che Tal tre, e che e* sia non
solamente infermo del corpo ma ancor deiranimo, io non voglio che noi diamo
occasione alle persone di ridersi di lui e di noi, che siamo soliti in simil
cose d'uccellare altri. Perchè se noi una volta non ci risolvessimo e non
venissimo a qualche conclusione sopra i casi suoi, staremmo sempre con questa
an- sietà d'animo. Farci però che e' sia uomo dei governi? non mi dispiace già,
come tu di', ch'egli in queste feste di Marte pro- vegga al convito dei
sacerdoti e che a lui sia commessa celesta cura, pur ch'e' faccia a senno del
figliuolo di Silvano e da lui si lasci governare, acciocché e' non gli venga
fatto qualche scioc- chezza onde e' n'abbia ad essere uccellato. Ch'egli abbia
a stare a vedere i giuochi circensi tra gli altari degli Iddii a noi non piace;
perché \errebbe appunto a sedere in testa della piazza dove ognuno lo vedrebbe.
Né a me ancor piace che e* vada nel monte Albano, né ch'egli stia in Roma in
queste ferie latine ; perché, se ci pare che e' sia sufficiente di far
celebrare le feste latine in compagnia del fratello nel monte Albano, noi
possiamo sicuramente dargli ancora il governo della città. Io t'ho scritto,
Livia mia, il parer nostro; il quale è di risolverci una volta sopra i casi di
costui per non andar sempre ondeggiando tra il timore la speranza. Tu potrai,
volendo, mostrare ad Antonia questa parte di questa nostra epistola. Scrive
ancora in certe altre sue lettere : Mentre che tu starai lontana, ogni giorno
farò che Ti- berio verrà a cena meco ; acciocché essendo a quel modo giova-
netto, e' non ceni solo col suo Sulpizio e col suo Antenodoro. Quanto mi
sarebbe caro ch'egli fusse un poco più diligente, nò avesse tanto
dell'intronato, e che nel muoversi, nel vestire e nell'andare e' ponesse mente
a qualche persona garbata e s*in- gegnasse d'imitarla. Poverello a lui, come ha
egU poca grazia.nel conversare con lo persone virtuose. Bene é vero che quando
egU sta in corvello si riconosce in lui assai prontezza e virtù d'animo. Ed in
un'altra lettera scrive: E potrebbe essere che'l tuo nipote Tiberio, quanto al
declamare non riuscisse male e che in questo e' non mi dispiacesse. Possa io
morire, Livia mia, se io non me ne fo le maraviglie: come può egli essere, che
uno che è tanto sciocco nel parlar familiare possa in pubblico dire
acconciamente cosa che buona sia? la non so che mi ti dirne. Yedesì appresso
manifestamente qual fusse la risoluzione di Augu3to sopra i fatti suoi ;
perciocché da lui non ebbe niai né magistrato, nò governo alcuno, $alvo che
sacerdote degli auguri : e lo m^se nel suo testamento tra i terzi eredi e quasi
tra gli strani, e per Ia dìcp^r*» cb'*»*?' Vite dei Cesari. Ì:U ili'UiIo mal
sano, e clie era per ristorarlo in qualche altra cosa l' lii mostranti la sua
liberalità; il quale nondinoeno venendo a morto (h1 avendolo lasciato ne' terzi
eredi solamente per la terza (Kirto e fattogli un lascito di scudi circa
cinquanta mila, non fece altro se non raccomandarlo ai soldati ed al senato e
al popolo dì Roma, nominatamente tra gli altri suoi parenti e familiari. Del
suo consolato, ed altre cose da lui fatte. Finulmonte al tempo di Caligola suo
nipote, il quale nel princi- pio del suo imperio s'ingegnò con ogni segno
d'umanità o beni- volenza d'acquistarsi buon nome e buona riputazione, cominciò
i\ ritrovarsi nei magistrati e nei governi della Repubblica e fu creato consolo
\)ev due mesi in compagnia di esso Caligola. Ed il primo dì che e' comparì in
piazza accompagnato come consolo con i littori^ un aquila venne volando e se
gli pose da man de- stra. Fu ancora ivi a quattro anni creato consolo tratte
per sorte. Tmvossi ancora, quando le feste si celebravano, alcuna volta a
sedei-e come giudice di (piclli in luogo di Caligola; di che il po- polo mostrò
di rallegrarsi assai, chiamandolo unitamente ed a viva voce zio dell'imperadoro
o fratello di Germanico. Srhemi fattigli come per burla. Con tutto questo non
si potè difendere dal noQ essere scher- nito e beffalo ; perciocché quando e'
tornava la -sera a cena un poco pili tardi dell'ora ordinaria, con fatica gli-
era permesso che si ponesse a tavola con gli altri e* gli facevano dar prima
una volta intorno alla sala. Ed ogni volta che e' dopmiva còme egli era quasi
sempre solilo dojK) cena, così a tavola gli traevano i i nocciuoli delle ulive
e de' datteri ed alcuna volta con la sferza ovvero con lo (4) scudiscio gli
ronzavano intorno agli orecchi a similitudino (j|ifiai^li vento. Usavano
ancora, mentre che ei rus- sava, di mettergli i calzari alle mani: acciocché
svegliandosi in un subito venisse a stropicciarsi gli occhi con essi. Pericoli
da lui fuggiti. Porto ancora qualche pericolo e primieramente quando egli era
consolo fu per esser privo del magistrato, perchè non cosi (1) Scudiscio, lo
stesso che presto aveva fatto fare le statue di Druso e di Nerone fratelli di
Cesare e porle dove elle avevano a stare. Fu ancora accusato molte volte e da
persone forestiere ed ancora' dai suoi domestici ed amici ; e del conti novo
travagliato ora fu un modo ed ora in un altro. Quando e' fu scoperta la
congiura di Lepido .e Getu- lico, mandato in Germania con gli ambasciadorì a
rallegrarsene, portò pericolo di non vi lasciar la vita ; perciocché Caligola
si sdegnò grandemente con dire che e' lo avevano stimato per un fanciullo,
avendogli mandato per sopracapo il zìo che lo gover- nasse : e scrivono alcuni
che lo fece gittare in fìume cosi veatito come egli era venuto. E da quel tempo
innanzi sempre che ei si aveva a parlare in senato, era Tultimo a dire il suo
parere; perciocché sempre per dispregiò dopo tutti gli altri ne era ad-
domandato. Fu ancora accusato d'essersi trovato a sottoscrivere un testamento
falso ; e fu da chi lo aveva a giudicare accettata la predetta accusa.
Ultimamente, costretto a pagare ventimila scudi, per essere stato messo nel
numero de' sacerdoti di Augu- sto, venne a tanta povertà che essendo obbligato
allo erario, né avendo il modo a soddisfare, i prefetti dello erario, secondo
che disponeva la legge sopra a ciò fatta, lo ferono stare appic- cato per un
piede. in pubblico,. come so egli ;jji avesse avuto a vendere. Principio deirimperio
di Claudio. Trattato in cotal guisa la maggior parte del tempo che egli visse,
fu fatto di cinquanta anni imperatore hiolto a caso e ma- ravigUosamente quanto
dir si può ; perciocché essendo in com- pagnia degli altri ributtato nò voluto
metter dentro dagli ucci- ditori di Caligola, i quali stando in su la porta
licenziavano ognuno, mostrando che esso Gaio parlasse in segreto con qual- che
persona, s'era ritirato in una certa stanza dgve'Bi mangiava chiamata Ermeo. £
poi che e' fu seguito il cago>it|gpB$ così il pie fuor della soglia
dell'uscio e dipoi si nascose ùìottìù [Vj all' usciale e stando in cotal guisa
passò a sorte un soldatello che andava discorrendo per la casa e gli venne
veduto i piedi di Claudio ; e nel voler domandare chi egli fosse lo riconobbe,
e presolo pei tirarlo fuora, Claudio tutto pauroso se gli inginocchiò a' piedi,
ma il soldato gli fece riverenza e lo salutò chiamandolo impera dorè. Quindi lo
condusse dove erftio gli altri soldati ; ' o"*»! CLAUDIO CESARE
attendevano a gridare e correre in qua ed in là. Posonlo adun- ((ue dentro a
una lettiga ; e ^ìerciò che i suoi servidori orano fuggiti, lor medosìmi lo
portarono scambiandosi Tiin Taltro di mano in mano. E tutto maninconioso e
ripieno di paura lo con- d «isserò all'esercito ; le genti elio lo
riscontravano erodendo che e' fusse condotto senza sua colpa alla morte ne
avevano compas sione. Fu adunque ricevuto dentro a* bastioni tra quelli cho fa-
cevano la guardia; più presto rifìdandosi in quei soldati, ch'egli avesse molta
speranza che le cose fussero por succedergli bene. Perciocché i consoli col
senato e colle genti ch'erano a guardia della città avevano occupato la piazza
ed il Campidoglio per ri- cuperare la libertà ; i (]uali mandarono ancóra un
tribuno della plebe a chiamar Claudio che venisse ancora egli a cpnsuUare e
dire il suo parere; ma egli rispose che non poteva andare e che i soldati a
forza lo ritenevano. Il giorno seguente essendosi raf- freddala la caldezza de'
senatori, nò venendo a conclusione di cosa alcuna, per non ossero d'accordo e
volerla chi in un modo e chi un altro, si levò su il popolo e cominciò a
gridare che vo- leva un governatore, nominando particolarmente Claudio. Ondo
egli acconsenU che i soldati gli rendessero ubbidienza e gli giu- rassero fedeltà
; promettendo a ciascun di loro in premio tre- cento sottantacinque scudi. E
così fu il primo imperadore che facendosi impegnare la fede s'obbligò a'
soldati con danari. Suoi portamenti nel suo ingresso al principato. Poi che
egli si fu assicurato e che egli ebbe stabilito il go- verno, cercò
primieramente come- cosa di maggior importanza, di far che gli uomini, quanto
era possibile, venissero a dimenti- carsi di que' due giorni ne' quali ^ra
stato per mutarsi lo Stato. Ordinò adunque che e' fusse a ciascuno perdonato e
si dimenti- casse in perpetaO tutto quello che si era detto e fatto in quel
giorno, e coél attenne a ciascuno. Solamente fece ammazzare al- cuni (li que'
tribuni e centurioni che s'erano trovati nella con- giura fatta contro a
Caligola ; il che egli fece, è per dare esem- pio agli altri e per avere inteso
come essi avevano cerco di ammazzare ancora lui. Quindi voltossi con animo alle
opere sante e pietose. E quando egli aveva a confermare alcuna cosa con
giuramento, usava più il nome di Augusto, che di alcuno degli altri imperadori,
equeUo più degli altri osservava. Ordinò che Livia sua avola fusse, come gli
altri ch'erano fatti divi, rive- rita e adorata ; e che nella processione e
pompa, che si faceva il di che si celebravano i giuochi circensi, vi fusse
ancora an carpo tirato dagli elefanti in onor di lei, simigliante a quel di
Augusto. Al padre ed alla madre ordinò, jhir 6i facessero l'ese- quie
pubbliche; e di più in onore dd^pàdJN^^'iCusserp ogni anno nel giorno che egli
era nato celebrati i gittbcki circensi, ed in onore della madre ordinò una
carretta che avesse a dare la volta intorno alla piazza del Circo Massimo e la
fece ancora cogno- minare Augusta: il che dall'avola era stato ricusato. In
onore del fratello, il cui nome, sempre ch'egli n'ebbe occasione, fu da lui
celebrato e fattone memoria, ordinò ancora che a Napoli fusse recitato una
commedia in greco, nel dì che i Napoletani celebravano l6 lor feste ; e coronò
il componitore della predetta commedia, secondo, che dagli uomini ordinati
sopra^ ciò fu giu- dicato che egli meritasse. Celebrò ancora il nome di Marco
An- tonio e mostrò di esser grato alla memoria di quello ; percioc- ché avendo
fatto intendere pubblicamente al popolo come ei volea che il giorno, nel qual
era nato il suo padre Druse, fusse celebrato, disse che lo domandava ancora con
più istanza per esser nato in quel dì Marco Antonio suo avolo. Fornì di far
edi- ficare un arco trionfale di marmo, vicino al teatro di Pompeo, in onor di
Tiberio; il quale già s'era inó;]y^ciato a edificare per deliberazione del
senato, né dipoi si cra^inandato a perfe- zione. E benché da lui fussero
annullata mte le, cose che da Caligola erano state fatte e deliberate,
nondimeno ancora che il giorno della morte di quello fusse stato principio del
suo impe- rio, egli non volle ch'e' fusse connumerato tra i festivi. Onori da
lui sprezzati, ed altri suoi modi civili. Quanto al dare riputazione a se
medesimo ed al farsi onorare e riverire, andò molto destramente e si dimos^Ò
molto umano e d'animo civile. Egli primieramente non Yjf W™ 8Sit chiamato
imperadore ; degli onori e -magistrati ne ricqfJSBBflK j^on volle che in
pubblico si facesse festa o dimostp^MHSKuna nelle nozze della figliuola, né
ancora quando gli jgtdSfBHM Non fece grazia mai ad alcuno bandito di tornare 16
Sjìina, se non con licenza e volontà del senato. Non volle entrare in Senato
accompagnato dal prefetto de' soldati pretoriani e dai tribuni dei militi,
senza prima impetrarne lioeBilEa dei senatori ; e similmente non tenne per ben
fatta alcuna ^^QB^. che da' suoi procuratori fusse stata giudicata o
mandàt^'lV^ esecuzione per suo ordine, se i senatori prima non la approvavano.
Pregò i consóli che gli dessero autorità di poter fare la fiera del vendere e
comperare nelle sue private possessioni. Molte volte si rappregeniò dentro a'
magistrati, non comeJmperadoi*e ma come persona privata ; per consigliare e non
per comandare. E quando alcuno di loro celebrava alcuna festa, egli jnsieme con
l'altra moltitudine si levava in piedi e con la voce e con le mani mostrava di
ralle- grarsene. Fece scusa co' tribuni della plebe, i quali erano ve- nuti à
trovarlo dinanzi alla sua residenza, dicendo sapergli male d'avere a dar loro
udienza stando ritti per esser in luogo stretto. Per queste coso adunque in
breve spazio di tempo venne a farsi tanto ben volere dall'universale,
ch'essendo venuto lo avviso come egli era stato morto a tradimento nell'essere
cavalcato ad Ostia, il popolo non restò mai con grandissima afflizione d'animo
di bestemmiare crudelmente i soldati ed il senato e sparlare contro di loro,
chiamando i soldati traditori ed il senato parri- cida, insino a tanto che e'
cominciò a comparire quando uno e quando un altro, ed appresso una gran
quantità di gente con- dotta dinanzi al popolo dai consoli, i quali dettone
nuove come egli era salvo e vicino a Roma che tornava. Insidio tesegli, e
con^'iure contro di lui fatte. Con tutto questo si trovarono alcuni che
cercarono di am- mazzarlo; ma furono persone particolari e gente che cercavano di
mutar lo Stato per le discordie ch'eran nate tra' cittadini. Fu adunque trovato
a mezza notte un plebeo vicino alla camera dove egli dormiva con un pugnale in
mano. Furono ancora tro- vati in pubblico due cavalieri che avevano dentro a
una mazza da cacciatori un coltello e l'aspettavano per ammazzarlo ; uno de'
quali lo voleva assaltare uscito ch*egli era del teatro, l'altro mentre che
dinanzi all'altare di Marte sacrificava. Congiurarono contro di lui per mutare
il governo. Gallo Asinio e Statilio Cor- vino ed i nipoti dì Pollioue e di
Messala, amendue oratori, avendo un gran seguite di loro liberti e schiavi.
Furio Cammillo Scri- boniano fu queHo che tentò di muovere la guerra civile, il
quale era legato nella Dalmazia, ma fra cinque dì fu oppresso ; per- ciocché i
soldati non gli tennono il fermo e si pentirono per ti- more degli Iddii :
perciocché essendo loro detto la via ch'egli avevano a tenere per
rappresentarsi al nuovo imperadore, mira- colosamente accadde ch'e' non
poterono né accomodare l'aquila, né smuovono l'insegne ch'erano fiatate in
terra. Suoi consolati e delle cose da lui fatte in «ssi. Fu cinque volte
consolo: i primi due consolati furono l'uno dopo Taltro ; quelli che appresso
seguirono, vi fu quattro anni dall'uno all'altro; l'ultimo fu di sei mesi e gli
altri di due sola- mente : nel terzo fu sostituito in luogo di un de' consoli
ch'«ra morto : il che non era per addietro mai intervenuto ad alcuno
imperadore. Fu molto dilìgente e durò grandissima fatica nello amministrare
giustizia e tener ragione quando egli era con- solo e fuori ancora del
consolato, non risparmiando li dì festivi e solenni, e che per antica usanza
erano religiosi, né quelli che particolarmente per^conto d'alcuno de' suoi
parenti si guarda- vano. Né sempre andò dietro appunto a quello che dicevano le
leggi, ma andava moderando la dolcezza e l'asprezza di quelle secondo che gli
dettava il suo giudizio naturale e che a lui pa- reva che fusse giusto e.
ragionevole : perciò ch'e' fece abilità di potere riassuniere la causa a quelli
che dinanzi a'giudici privati,, per addomandar più che e' non dovevano, avevano
perdute le lor ragioni ', e quelli che fussero stati ritrovati in frodo in cose
di maggiore, importanza, gli condannò a esser divorati dalle be* stie,
trapassando in questo gU ordini delle leggi. Sua instabilità e variabilità nel
render ragione. Nel dare sentenza e nel risolversi sopra alle liti, clic gli
capi- tavano innanzi, faceva di grandi svarioni : perchè ora mostrava d'essere
molto considerato giudice e di sottile intendimento; ora si dimostrava, pel
contrario, senza considerazione alcuna avven- tato e furioso ; altra volta
appariva una persona debole e sciocca. Egli primieramente nel far grazia ad
alcuni giudici di non es- ser obbligati a. rappresentarsi in compagnia degli
altri a giudi- care per giusti. impedimenti, ed cssendovene uno disobbligato,
per avere tre SgUfiióD^ il quale nondimeno, ohittjvfo, aveva ri- sposto come
dó:^*^^ non fusse stato disobbligo, ^«9 che e' fusse disobbligo a ogni modo e
lo priyò di quello uffiz^ieme persona ambiziosa e troppo desiderosa di
ritrovarsi a Òkr sentenze. Un altro de' predetti giudici fu chiamato da uno che
litigava seco dinanzi alla medesima residenza in giudizio, onde egli rispon-
dendo disse ch'ella era una causa che se n'andava per l'ordinà- rio^ nò
bisognava ch'ella fusse messa loro innanzi in quel* luogo ; ma Claudio comandò
che subito in sua presenza egli decidesse la dotta lite e vi desse sc^ra
sentenza: acciocché dal giudicare le coso proprie egli desso saggio di sé e
mostrasse quanto nel giudicare lo altrui e' fusse por dovere e^ere giusto e
ragione- vole. Litigavano dinanzi a lui la madre ed il figliuolo, negando ella
quello essere il suo figliuolo, e per le ragioni e conietture che dairuiia e
l'altra parte si allegavano era cosa molto difficile a conoscer chi dicesse il
vero di loro due. Ma Claudio comandò alla donna, che poi che quel tale non era
suo figliuolo, ella se lo prendesse per marito, il che dà lei fu ricusato; e in
cotal guisa si venne a comprendere come egli era veramente suo fi- gliuolo.
Dava le sentenze in favor di quelli che erano presenti^ senza considerare, se
coloro che per qualche impedimento o necessità non si erano rappresentati in
giudizio, avevano o più meno errato ; *o se lo impedimento ch'essi allegavano
per es- ser giusto, meritava d'essere ammesso. Avendo dinanzi un falsi-
ficatore, e nel st^ntire a caso uno che gridò e disse : e' merita che gli sia
tagliato le mani, subitamente e con grande istanza comandò che e si facesse
venire il carnefice col ceppo e con la mannaia. Un'altra volta avendo dinanzi
un forestiero che s'era voluto spacciare per cittadino romano^ e contendendo
insieme l'accusatore e quello che lo difendeva in che guisa egli avesse ad
essere \estito o da forestiero o da romano, mentre che la sua causa sì agitava,
Claudio gli fece mutare i vestimenti più volte secondo che egli era accusato o
difeso ; quasi ch'egli vo- lesse dimostrare d'essere un giudice spogliato
d'ogni passione e che non piegava più d'una parte che da un'altra, se non tanto
quanto le ragioni comportavano. Avendosi oltre a ciò a scrivere il suo parere
sopra una certa faccenda, si crede che il suo voto fusse che la intendeva come
coloro che avevano detto il vero ; per le quali coso venne in tanto dispregio^
che ognuno palese- mente se ne faceva beffe. Egli aveva fatto citare un
testimonio, e scusandolo il suo procuratore con diro che e' non poteva com-
parire in tempo, gli domandò la cagione; il procuratore poiché e' fu stato un
pezzo a rispondere, disse ch'egli era morto ^ al- lora Claudio soggiunse : la
scusa è lecita. Un altro ringrazian- dolo come per burla, che egli
acconsentisse cke uno il . quale era stato accusato fusse difeso e avesse chi
dicesse le sue ra- gioni, soggiunse ancora, ch'ella nondimeno era cosa solita.
Ri- cordomi ancora aver sentito dire da' nostri vecchi che i causi- dici e gli
avvocati, per esser lui persona tanto paziente, gli avevano in modo preso
rigoglio addosso, che quando e' volevano scendere giù della residenza, non
solamente lo chiamavano di- cendo che e' tornasse indietro, ma lo pigliavano
per un lembo %ih della toga o per un piede e lo fermavano. E acciò che e' non
paia ad alcuno le predette cose essere da maravigliarsene^ un Greco, persona
vile e di poco affare, nello questioneggiare seco con parole, si lasciò uscir
di bocca in greco: ed ancora tu sei vecchio e matto. Fu accusato un cavalier
romano d'usare con le femmine a mal modo, il che era falso ; ma perciocché i
suoi avversarii potevano assai, era in diibbio il fatto suo. Egli adun- que
vedendosi esaminare contro i testimonii e le pubbliche me- retrici^ si volse a
Claudio con dirgli ch'egli era un crudele ed uno stolto; e venne in tanta
rabbia che e' prese le scritture e ||ii stiletto del ferro e gli trasse ogni
cosa nella faccia e gli fece un poco di male in una guancia. Uffizio della
censura da lui amministrato e altre cose da esso fatte. Amministrò il
magistrato della censura, il quale uiì gran tempo addietro, aopo che Paulo e
Fianco furono censori, non s'era eser- citato; ma nel predetto magistrato fece
ancora di molti svarioni. Ebbe dinanzi un giovane cavalier romano il qUale era
stato ac- cusato per le sue disonestà ; e perchè e' sapeva che il suo padre era
uomo dabbene e sempre era stato di buoni costumi, lo li- cenziò senza alcuna
punizione, dicendo che egli aveva in casa il suo censore. Un altro gli fu
accusato per molto vituperoso e che avesse commesso di molti adulterii, il
quale egli non condannò altrimenti, ma solo gli ricordò che essendo ancor
giovane e di tenera età, avesse cura di non si affaticar troppo e di non so-
praffare la natura, o almeno di essere più cauto e segreto nel farlo,
soggiugnendo : « Parti egli che e' sia ragionevole che ab- bia a sapere ancora
io qual sia la tua amica? » Avendo oltre a ciò a preghiere di certi suoi amici
acconsentito che e' si scan- cellassero alcune parole ch'erano in disonore
d'uno che gli era stato accusato, disse : « Io son contento, ma io voglio
nondimeno che e' sì riveggià la scanceUatura. » Era un Greco (Je' principali del
suo paese, pejrsona molto splendida, il quale ^nel numero de' giudici ; ed ^ì,
perchè e' non sapeva parlare in latino, non solamente lo privò di quel
magistrato, ma ancora lo ridusse t vivere come forestiero. Volle sempre che
quelli che avevano ? render conto della vita loro^ lo facessero da per loro
senza a\ vocati, con dir loro che facessero il meglio che potevano. Con>
dannò molte persone, ed alcune ve ne furono che non se lo poL savano, perchè
non mai per l'addietro era stato cop'^a»^^»*^ al^iii^n x)er simili ^^/siioni,
rWme tw^r Assers' Dartk ^^i- sua licenza : e tra gli altri condannò uno |)or
avere accompagnato un re nel suo paese, dicendo che anticaoiente Rabirìo
Postumo, per aver seguitato Tolomeo in Alessandria, desiderando di va- lersi
d'un suo credito, era stato accusato dinanzi a' giudici d'aver fatto contro
allo Stato. Era nondimeno molto maggiore il numero di coloro ch'egli avrebbe
voluto condannare, ma per la negli- genza di coloro che gli esaminarono, gli
trovò quasi tutti senza colpa, il che seguì con suo grandissimo disonoire; perciocché
quelli che furono accusati di non aver moglie, di non aver fi- gliuoli
d'essersi lasciati sopraffare dalla povertà, provarono di aver moglie, d'aver
figliuoli e d'esser ficchi : e così ancora al- cuni i quali erano stati
accusati d'aversi date delle ferite per loro modesimi, spogliandosi ignudi,
dimostrarono il corpo e la per- sona loro senza offesa alcuna. Fu ancora in
questo suo uffizio della censura notabile ch'egli comandò che una carretta
d'ar- gento sontuosamente fabbricata, la quale si vendeva^^ntf borgo
(WSigillari, fusso ricomperata e sminuzzata e disfatta là^iia pre- senza. Mandò
ancora in un giorno venti bandi, tra' quali ve ne fu uno che ricordava al
popolo che per essere buona ricolta di vino, avessero cura che le botti fussero
ristuccale bene ; nelFal- tro ricordava che al morso della vipera non era il
miglior rimedio che il sugo di quell'albero eh' è chiamato tasso. Sua
spedizione neir Inghilterra e del trionfo. Fece a' suoi di solamente una
impresa, o quella di poca im- portanza : perciò che avendo ordinato il senato
che per suo onore gli fussero concessigli ornamenti trionfali, e giudicando un
simil titolo scemare più tosto che accrescere il grado il quale egli te- neva,
e desiderando di trionfare interamente e come si doveva, elesse, per mandare ad
effetto questo suo desiderio, tra tutte le altre l'impresa d'Inghilterra: la
quale impresa, dal divo' Giulio in poi, da ninno era stata tentata. Eransi in
quel tempo levati su i popoli di queir isola; perchè i fuggitivi, secondo .Ig
conven- zioni, non erano stati renduti loro. Partendosi adunqiìè Claudio
d'Ostia e andandosene alla volta di quésta isola per mare, fu due volte per
affondare intorno alla riviera di Genova vicino all'isola di Jori, per un vento
provenzale che s'era levato molto gagliardo Onde andatosene da Marsiglia infmo
a Gessoriaco per terra quindi se ne rientrò in mare e passò nella detta isola.
Ed aveii' dola senza alcuna battaglia e senza sangue tra pochissimi giorni
ridotta in suo potere, tornò a Roma il sesto mese dipoi ch?egl s'era partito e
trionfò con grandissimo apparato. E permesse che non solo venissero a vedere in
Roma quelli ch'erano al governo delle Provincie, ma alcuni sbanditi. E tra le
spoglie ostili ap- piccò una corona navale, vicino alla corona civica, la quale
come imperatore aveva ricevuta nella sommità del palazzo; volendo che per
quelle si comprendesse come egli era passato insino nell'oceano, e lo aveva
quasi domato. Andò dietro al suo carro trionfale in carretta Messalina sua
moglie; accompagnaronlo ah- cora quelli che nella medesima guerra avevano
conseguitato gli ornamenti trionfali, ma tutti a piede e con la pretesta, da
Crasso Frugo in fuora ; il quale andò sopra a un cavallo bene abbigliato e con
una veste trionfale ornata a palme, perciocché altra volta aveva ricevuto tale
onore. Cura che ebbe della città e delle vittuarie. Usò grah diligenza in far
che la città, quanto agli edifìzii ed altre appartenenze si mantenesse e che
ella stesse abbondante. Onde ardendo gli edifizii chitimati Emiliani, ed essendo
il fuoco appiccato in mala maniera, stette due notti alla fila in un luogo a
quelli vicino, chiamato Dilib^torio ; e perchè i soldati e fami- liari suoi non
potevano supplire, ordinò che i magistrati chia- massero il popolo, mandando le
grida per tutta la città: ed egli facendosi loro incontro mostrava loro le
borse piene di danari, confortandogli ài dar soccorso in quella necessità,
promettendo di pagar ciascuno secondo che egli si portava. Quanto alla ab-
bondanza, per essere stato parecchi anni un gran secco, era grandissima
carestia di tutte le grasce ; di maniera che trovan- dosi egli in piazza, il
popolo se gli messe' d'attorno, e con dirgli grandissima villania lo
ricopersono quasi co' pezzi del pane; ed egli bisognò, per uscir loro delle
mani, fuggirsi per l'uscio di die- tro e ritirarsi nel palazzo. Onde da quel
tempo innanzi, per tutti que' modi che fu possibile, cercò sempre di provvedere
la città nel tempQ della invernata di vettovaglie ; convenfitosi co' merca-
tanti di dar. loro uo tanto per cento di guadagno, e che i gran» venissero a
suo risctuo, dando grandissimi privilegi a tutti quell' che per condurre robe
in Roma fabbricavano navi. Privilegiì da lui concessi. Ordinò che ciascuno
secondo il grado suo potesse pigni' -yììQ d*)]l1a aI^ '^h'c' "*"^l^va
a non fimpA obbliiQ'atr *n (jt-te*^ ., log^o Pappia Poppea, che vietava ch*e
non potesse ter moglie clii passava i sessanta anni. Oixlinò cbe i Latini
godessero tutti i privile;;!! come cittadini romani, che le donne tutte godes- sero
quel privilci^io che si dava a (piclleche avevan fatto quattro figliuoli, i
({uali ordini ancora oggi si osservano. Kdifìzii pubblici da lui costruiti.
Fece di molli grandi ediGzii, ma non già molto necessarii ; e tra i principali
fu l'acquidotto che era st-ato cominciato da Cali- gola. Fece seccare il lago
Fucino. Edificò il porto d'Ostia, an- cora che egli sapesse che Augusto a'
prieglii de' Marsi non mai aveva voluto seccare il predetto lago : e che il
divo Giulio s'era messo più volte por edificare il porto d'Ostia, e dipoi
essendogli paruta la impresa ditTicile, l'aveva abbandonata. Fece fare due
fonti abbondantissimi d'ac((ua fresca, che derivano dall' acqua (Claudia, l'uno
do^iuali è chiamato Ceruleo, l'altro Curzio ed Ai- budino. (Condusse oltre a
ciò in Roma un ramo d'acqua di quella del Teverone ; e murando i condotti di
pietra, la divise per Roma in molti bellissimi laghi. Entrò nella impresa del
lago Fucino, non tanto por acipiistarsi quel nome e quella gloria; quanto per-
chè gli fu dato intenzione di avere a spender poco : e vi furono alcuni che gli
promìsono di riseccarlo a spese loro, oche e'fus- sero concessi loro i terreni
che rimanevano secchi. Fece, per isgorgare l'acqua del predetto lago, un canale
di tre mila passi, attraversando una parte del monte ed una parte tagliandone;
la quale impresa con gran fatica si condusse in capo a undici anni: e vi tenne
contino vamente a lavorare trenta mila uomini, senza mettere in mezzo punto di
tempo. Quanto al porto d'Ostia, tirò un'ala di muro dalla destra e uno dalla
sinistra ; ed allo entrare, dove il mare era ancor profondo, tirò un molo
attraverso. £ per giltare i fondamenti più gagliardi e stabili, aflbndò nel
detto luogo la nave che aveva portato faguglia grande d' Egitto ; ed accozzati
insieme molti pilastri, vi edificò sopra una torre altis- sima come quella del
Faro Alessandrino, per tenervi il lume ac- ceso la notte, acciocché i naviganti
conoscessino il cammino. Diede oltre a ciò più volte la mancia al popolo.
Alcuni spettacoli da lui rappresentati. Fece ancora molto belle feste
magnifiche, e non solo quelle che si costumavano ne' luoghi soliti, ma ancora
alcune altre. Qvi>rTo nii»BMflroi(fi ^45 parte ritrovate da lui e parte
tratte dagli antichi. E perchè il teatro di Pompeo era arso, egli lo fece
rifare, e nel dedicarlo e consagrarlo fece celebrare le feste che ai
costumavano ; avendo fatto porre la sua residenza nel luogo dove sedeano i
senatori, e supplicato in quel tempio ch'era dalla parte di sopra del teatro,
passò per mezzo di quello, stando ciascuno a sedere, né si fa- cendo strepito
alcuno. Celebrò ancora i giuochi secolari, come se Augusto gli avesse celebrati
innanzi al tempo ; ancora che egli medesimo scriva nelle sue storie che essendo
stati tralasciati i predetti giuochi, Augusto gli aveva riordinati, avendo con
gran- dissima diUgenza fatto il conto degli anni : onde il popolo si rise del
banditore, il quale secondo il costume invitava ciascuno a vedere celebrargli
con dire che ninno gli aveva mai veduti, né era per vedere in temjK) di sua vita
; avvenga che molti ch'erano presenti si fussero ritrovati a vedergli celebrare
al tempo di Au- gusto, ed ancora v'erano di quelli che s'erano trovati a
rappre- sentargli, che allora gli rappresentarono un'altra volta. Fece oltre a
ciò celebrar i giuochi circensi più volte nel Vaticano; ed ogni volta che le
carrette avevano corso cinque volte, interpo- neva una caccia ; e dove i
cavalli stavano alle mosse, fece coprir di marmo e le mete fece indorare, come
che prima le mosse fussero di legno e le mete di tufo* Ordinò ancora che i
senatori avessero un luogo appartato nello stare a vedere celebrare i detti
giuochi, dove prima solevano stare alla mescolata. Ed oltre al correre delle
carrette fé' celebrare ancora il giuoco chiamato Troia. Messe ancora in campo
le pantere d'Africa, e le fece am- mazzare da una squadra di cavalieri
pretoriani, de' quali erano capi i tribuni e capitan generale il prefetto loro
stesso. Fece an- cora comparire in campo i cavalieri di Tessaglia, i quali si
ag- girano per la piazza menando attorno tori ferocissimi ; e dipoi quando e'
conosc-ono che sono stracchi, vi saltano sopra e per le corna gli tirano a
terra. Fece ancor celebrare il giuoco dei gladiatori più volte in diversi modi.
Fece ancor celebrare le fe- ste solite di farsi ogni anno negli alloggiamenti
pretoriani ; la prima volta senza la caccia, e senza alcun altro apparato ap-
presso ; la seconda volta le fé' celebrare nel Campo Marzio con la caccia e con
tutte quelle appartenenze che si rìtercavano. CelebròancQra le medesime feste
un'altra volta in Campo Marzio, per lo strasordinario, e durarono pochi giorni
e chiamolle Spor- tule, perciò ch'egli aveva fatto convitar il popolo così
all'im- provvisa per dargli cena e fargli alcuni donativi. Fu la predetta festa
assai fredda e comunale ; onde il popolo nel premiare i vincitori, ponendo egli
la sinistra innanzi, gli aiutava a contare i danari ; e pregandogli ad ogni
poco che stessero allegri, gli chia- mava i suoi signori, mescolandovi certe
sue facezie fredde e sfor- zate, quale fu questa : che domandando il popolo che
meitesBe in campo Colombo ch'era un gladiatore, egli rispose ch'era per farlo
volentieri quando e' fusse preso. -Solo una cosa fece ch'ebbe del buono e fti
utile esempio all'universale ; e questa fu che, pregandolo quattro fratelli che
fusse contento di far esente ior padre e disobbligarlo dal giuoco de'
gladiatori, egli subitamente si fece portare la verga ch'era solita darsi a
quelli che si face- vano esenti, e gliene dette, e sopra una tavoletta fece
notare come e' l'aveva disobbligo, per dimostrare al popolo quanto ei dovevano
ingegnarsi di generare e far figliuoli, veduto quanto e' fossero utili e come
egli erano bastanti di favorire inaino a ub gladiatore. Fece oltre a ciò
combattere un castello in Campo Marzio, dove e' rappresentò il fatto d'arme
d'Inghilterra e come i re di quella provincia se gli dettone ; ed egli medesimo
nei pre- detto spettacolo sedette come giudice, vestito alla soldatesca ed a
guisa di capitano. E nel seccare e dar la via al lago Furino, fece prima fare
una battaglia navale. Ma gridando quelli che avevano a combattere : « tu sia il
ben trovato, imperatore, sia sano da parte di coloro che hanno a morire : » ed
avendo egli ri- sposto : « state sani voi; » eglino parendo loro che tal parola
gli avesse licenziati e liberati di mettersi a quel pericolo di morire, non
volevano combattere ; di che egli stette gran pezzo sopra di sé pensando se e'
faceva appiccar fuoco alle navi e tagliargli tntti a pezzi. Finalmente levatosi
da sedere e disceso a basso, co- minciò a correre intorno al lago, tuttavia
balenando e stando per cadere ; tanto ch'esso gli costrinse a combattere parte
conte mi- nacce e parte con preghi. AflFrontaronsi insieme nel predetto itacelo
Tarmata siciliana e quella di Rodi, dodici galere per la ; e nel mezzo del lago
surse per via di c^rti ingegni un ne d'argento, il quale sonava la trombetta.
Instituzione, riforina e riordìnazione di alcune costumanze. Quanto a'
sacrifizii ed alle cerimonie degli Iddìi corresse alcune jose ; ed ancora
quanto alle cose civili ed a quelle della milizia. Riordinò oltre a ciò alcune
cose quanto a' senatorré^pavalìérì, così dentro nella città come di fuori ;
rinnovando gli ordini an- tichi e che si erano tralasciati ed ordinandone de*
nuovi. Aven- dosi a eleggere i sacerdoti, egli prima che ne nominasse alcuno
sempre giurava di nominare quello che a lui fusse paruto il mi- gliore di
tutti. Osservò ancora con diligenza che ogni volta che in Roma fusse venufò
alcun tremuoto, il pretore ragunasse il popolo a parlamento e comandasse le
ferie, cioè che in que' dì . non si stesse a bottega ; e cosi quand'egli
appariva cosa alcuna prodigiosa o di male augurio, ordinò che per la città si
facessino processioni solenni e che gli Iddii con preghi si placassino : nelle
quali processioni egli come pontefice massimo precedeva a tutti ed in piazza
faceva un'orazione al popolo sopra a tal cosa, ricor- dandogli quello che e'
doveva fare. Ordinò ancora che le cause le quali si trovavano in diversi tempi
dell'anno, cioè una in alcuni mesi del verno ed una parte in quelli
dell'estate, si tenessero insieme congiunte senza intervallo di tempo ; e tolse
via un gran numero di servi e d'altra simile generazione che servivano in .
quell'affare. - Statuti e regole da lui messe. Il decidere e seutenziare sopra
a' fidecommissi, come che per lo addietro fusse solito di crearsi il magistrato
ogni anno sopra a questo solamente in Roma, egli ordinò che il magistrato fusse
a vita; e che ancora quelli ch'erano a governo delle provincie avessero la
medesima autorità. Mandò ancora un bando nel quale egli annullò quel capitolo
che Tiberio Cesare aveva aggiunto alla legge Pappia Poppea;f i che e' non
potessero stare in Roma né discostarsi da quella pifr'?"'*" " di
tre miglia; il che per lo addietro non s'era mai costumato,.*;' Avendosi a
trattare cosa alcuna d'importanza faceva porre laT--. residenza del tribuno tra
quelle de' consoli, ed egli vi sedevi» * / ^^ sopra in mezzo di loro. Volle
oltre ciò che quelli che solevano dimandare licenza al senato di andar fuor di
Roma per loro affar si facessino a lui e da lui riconoscessino tal grazia. Sua
facilita o compiacenza e liberalità. Concesse a' procuratori chiamati
Ducenarìi, che da Augusto erano stati ap:i2;iiinti allo tre decurie degli altri
procuratori, ch'ei potessero usare gli ornamenti consolari. Privò dell'ordine
def^ cavalieri quelli che ricusavano d'esser fatti senatori. E benché nel
principio avesse affermato che non era per eleggere alcuno senatore se non
nipote in terzo grado d'un cittadino -romano, nondimeno dette la veste
senatoria a un figliuolo d*un libertino, cioè d'uno, il padre del quale era
stato fìglitiQ||||^ di servo; ma gliene la dette con cx)ndizione ch'egli avesse
jj^iìma ad esaere adottato da-un cavalier romano. K dubitando tuttavia- di non
essere ripreso e biasimato, disse, che ancora Àppio Cieco, il quale aveva
accresciuto la sua stirpe essendo censore, aveva eletto per senatori i
figliuoli de'libortini, e che da lui aveva imparato: come quello' che non
sapeva che a' tempi di Appio e di poi per alcun tempo, libertini erano chiamati
non quelli ch'erano fatti liberi, ma ancora i cittadini che da loro erano
discesi. Al collegio de'questori, in cambio di far lastricare'le strade, dette
la cura di far celebrare il giuoco de'gladiatori e tolse loro il governo della
provincia Gallia e Ostiense ; e rendo loro la cura e guardia dello erario di
Saturno, che in quel mezzo tempo avevano avuto i pretori quelli ch'erano stati
pretori. Concessegli ornamenti trionfali t Sillano marito di sua figlia, il
quale ancora era sbarbato ; ed a quelli ch'erano di più età gli concesse con
tanta agevolezza ed a si gran numero, ch'e' si ritrovava una epistola
scrittagli in comune da' suoi soldati, per la quale gli addomandavano che ai
legati consolari insieme con lo esercito fussero concessi gli or- namenti
trionfali, per non dar loro causa d'avere, a tunfiultuare e cercare occasione
di guerra. Volle che Aulo Plance entrale in Roma ovante, cioè vittorioso: e si
gli fece incontro nello an- ^are in Campidoglio e nel tornare gli andò sempre
accanto. A abinio Secondo, il quale aveva superati i Cauci, popoli di Ger-
nania, permesse d'essere cognominato Caucio. Alcuni modi civili e ordini da lui
pubblicati. Ordinò la mihzia de' cavalieri in questo modo : che il primo grado
che dava a uno de' predetti uomini a cavallo era il pro- porlo a una coorte,
cioè compagnia de' cavalh ; appresso gli dava il governo d'un'ala e dopo questo
lo faceva tribuno d'una legione. Ordinò ancora una milizia nuova di soldati
solamente in nome, 9 a' quali dava un certo soldo e chiamava la detta milizia
il sopra numero : né importava che quelli che ne erano fussero presentì^ ma
potevano essere assenti servendosi solo del nome. Proibì ai soldati di entrare
in casa de' senatori per salutargli- e vi fece far sopra ancora al senato un
decreto. Vendè come schiavi ì libertini che s'erano usurpato il nome e
l'autorità di cavalìer romano ; e quelli ancora de' quali i padroni si
querelavano, come d'ingrati é che non riconoscevano ibenefìcii ricevuti, gli
ridusse di nuovo in servitù facendo intendere agli avvocati loro che non era
per tener ragione né dar sentenza in favor di quelli. Furono esposti alcuni de'
predetti schiavi nell'isola di Esculapk) ch'è nel Tevere, perciocché a' padroni
era venuto a fastidio il fargli medicare : onde egli comandò che tutti quelli
che fussero stati in tal modo esposti, s'intendessero d'esser fatti liberi e
eh' e' non fussero più obbligati di tornare in servitù de' padroni, riavendo la
sanità. E trovandosi alcuno che più tosto gli volesse ammazzare che espor- gli,
ordinò ch'e' fusse accusato per omicida. Mandò un bando che i viandanti non
potessino andare attorno per le città d'Italia, se non a piede ò in seggiola o
in lettiga. Ordinò che n Pozzuolo ed a Ostia stessero alcune compagnie di
soldati per tnr via la occasione degli incendii ed arsioni. Non volle che i
forestieri po- tessino usare i nomi de' cittadini romani, cibò di quelli
ch'erano di casato e nobili. Fece percuotere con la scure nel campo E- squilino
-quelli che si attribuivano il nome di cittadini romani. Rendè
l'amministrazione della provincia della Acaia e della Ma- cedonia al senato ;
la quale Tiberio si aveva tolta per sé. Tolse, la libertà al Licii per le
discordie mortifere che tra loro erano nate. Volle che i Rodiotti gli
domandassero perdono de' loro vecchi delitti. Liberò gl'Iliensi in perpetuo dal
pagare i tributi, perciocché i Romanf erano discesi da loro; recitando una
epistola antica del senato e popolo romano scritta in greco a Seleuco re, dove
si promette al predetto re l'amicizfà e confederazione del senato e del popolo
romano, ogni volta che egli avesse liberato gl'Iliensi lor consanguinei e
parenti da' tributi e gravezze che a lui pagavano. Cacciò i Giudei di Roma, i
quali mossi e persuasi da Cristo ogni giorno mettevano Roma sottosopra.
Concesse agli ambasciatori de' Germani che sedessino nella orchestra, luogo
dove sedevano i senatori, mosso dalla semplicità e fiducia di quelli ; perciò
che essendo stati posti a sedere dove sedeva il popolo, e veggendo che i- Parti
e gli Armeni sedevano in senato, spontaneamente trapassarono ancor loro a
sedere in quel luogo, con dire palesemente che non si tenevano in conto alcuno
nò per valore né per nobiltà da meno de' Parti e degli Armeni. Spense la religione
dei Druidi appresso de* Galli, la quale era di somma crudeltà e bestialità ; ed
al tempo di Augusto solo dii ciltadìni era stata interdetta. E per contrario
s'ingegnò di tras- ferire a Roma i sacrifizi di Eleusina della regione Attica.
Fece oltre a ciò rifare in Sicilia il tempio di Venere Erìcina, il quale per
antichità era ruinato^ a spese del popolo romano. Fece le confederazioni co' re
in ])iazza pubblicamente col far uccidere la porca ed aggiugnere quella
prefazione che anticamente costuma- vano i sacerdoti Feciali. Ma queste cose e
tutte l'altre ed in gran parte ancora tutto il suo principato amministrò, non
tanto per suo arbitrio quanto della moglie e de' suoi liberti, governandosi il
più delle volte secondo che a loro piaceva e veniva comodo. Le spose e mogli di
esso. Sendo ancora molto giovanetto, ebbe due mogli, Emilia Le- pida, bisnipote
d'Augusto e Livia Medulina, cognominata Cam- mina, della casa antica di
Gammillo dittatore. Ripudiò la prima ancora vergine, per avere i parenti suoi
offeso Augusto; la se- conda essendo malata si mori il giorno che le nozze si
avevano a celebrare. Appresso tolse per moglie.Plauzia Erculanilla, il cui
padre aveva trionfato ; dipoi Elia Petìna, il padre deHa quale (ira stato
consolo, e con amendue fece divorzio : ma con Petìna per offese pìcciole ; con
Erculanilla, perchè ella era molto vitu- perosa e disonesta, e perchè ancora si
sospettava ch'ella non avesse tenuto mano a qualche omicidio. Dopo le predette
tolse per moglie Valeria Messalina fìgliuola di Barbato Messala suo cugino, e
trovato, oltre alle altre cose vituperose e disoneste che da lei erano state
commesse, ch'ella s'era maritata ancora a Gaio Silio, gli consegnò la dote in
presenza degli aruspici e la fece ammazzare. E parlando a' suoi soldati .pretoriani^
affermò che poi ch'egli aveva sì mala sorte con le mk)gli, non ne voleva più
tórre alcuna : e che se e' faceva altrimenti, dava loro libera commessione che
e' lo ammazzassino. Nondimeno non potè con- tenersi ch'egli non trattasse
tuttavia qualche parentado e ma- trimonio, emassime di Petina da lui repudiata
e di Lollia Pau- lina ch'era stata moglie di Caligola. Ma allettato dalle
piacevolezze di Agrippina figliuola del suo fratello Germanico, nel baciarla,
accarezzarla e trastullarsi con essa, se ne innamorò; e convenne con certi suoi
famig^'^n che la prima volta che il senato si ra- fifiinnva r»ronr»nf»c gua,
aveva ordinariamente il parletico nel capo, ma più quando egli era in cptal
guisa aidirato in ogni suo minimo movimento. Sua complessione. Come che per lo
addietro fusse sempre stato mal sano, cosi, poi ch'e' fu fatto principe fu
sanissimo, eccetto che alcuna volta aveva certe doglie di stomaco ; di maniera
ch'egli usò di dire una volta ch'elle lo orep'^no f^^t^ T»treva pensato insino
ad am- mazzarsi. Conviti ed altri suoi fatti. Usò molto spesso di far conviti i
quali erano sempre abbonde- voli e sontuosi, ed eleggervi luoghi spaziosissimi
; onde il più delle volte si ritrovarono seicento, a tavola. Quando e' deitte
la via al lago Fucino^ fece un convito dov'egli fu per affogare : per- ciocché
nello sboccare impetuosamente Tacqua, traboccò e ri- coperse quasi tutto il
luogo dove egli erano. Sempre che ei faceva tali conviti, voleva che i
figliuoli stessero a tavola .in compagnia d'altri fanciulletti e fanciulle
nobili : ì quali, secondo il costume antico, sedevano cosi a canto agli
appoggiatoi dei lettucci e quivi cenavano. A uno de' convitati che'^ il di
dinanzi si credeva ch'egli a vesso -rubata una coppa d'oro, fé' porre in- nanzi
il di seguente un calice di terra. Dicesi ancora ch'egli aveva pensato di
mandare un bando e dar licenza che a tavola si potesse sfiatare da basso ; per
avere inteso che un povero uomo e vergognoso, sendosene rattenuto, se n'era
morto. Del suo mangiare e bere, del sonno, sua lussuria, e libro da lui
composto del giuoco dei dadi. Ad ogni ora ed in qualunque luogo sempre fu
avidissimo di bere e di mangiare. Tenendo una volta ragione nella piazza di
Augusto, gli venne al naso l'odore d'un convito che nel tempio di Marte ch'era
qui vicino, si faceva a' sacerdoti del predetto Iddio, chiamati Salii ; onde
levatosi da sedere, subitamente andò a trovare i detti sacerdoti e si pose con
loro a tavola, e man- giò e bebbe tanto che- sopraffatto dal cibo e dal vino,
gli venne una sonnolenza si fatta che e' si pose a giacere a rovescig a bocca
aperta, e gli fu cacciato una pernia in bocca per isgravargli lo sto- maco. Era
di pochissimo sonno, perciò che le più volte vegliava insino ^ mezzanotte; pure
alcuna volta tra '1 di, nel tenere ragione, sonnifera va, e appena che gli
avvocati, alzando la voce in pruova, lo potessino destare. Quanto alle donne fu
molto lussurioso, né punto gli andavano a gusto i maschi. Fu molto dedito al
giuoco de' dadi, e ne compose un'operetta e la mandò fuori. Giuocava insino
quando in carretta andava attorno per Roma, acconciando il tavoliere in modo
che il giuoco non vemsse a confondersi. QUUfTO IMPSEATOBB Sua crudeltà. Che per
natura e' fusse crudele e sitibondo del sangue, si conobbe nelle cose minime
come nelle grandi. Faceva esaminare e tormentare e punire gli omicidi in sua
presenza; e desiderando di vedere punire uno in Tigoli, secondo il costume antico,
già erano legati i colpevoli ad un palo, siccome in quei tempi si usava ; ma
non ci essendo il carnefice, lo mandò a chiamare insino a Roma, e tutto il dì
stette ad aspettarlo per fino alla sera. Ogni volta che egli o altre persone
facevano celebrare il giuoco de' gladiatori, volle che quelli, che a caso, e
non per virtù del nimico sdrucciolassino, fossero scannati, e massimamente i
re- zia rii : facendogli volgere col viso verso lui per vedergli, mentre che e'
mandavano fuori lo spirito. Sendone una volta cascati in terra un paio per lo
ferite date e ricevute. Tuno all'altro, ne prese tanto piacere che e' comandò
che subitamente gli fusse fatto un paio di coltelli piccoli del ferro di quelle
spade. Tanto era il piacere che si pigliava di vedere gli uomini esser divorati
dalle fiere, che facendosi il detto giuoco a mezzo giorno, si rap- presentava a
vedere come prima si faceva d); e venuto Fora del mangiare^ licenziava il
popolo, ma egli non si partiva. Ed oltre a quelli che a tal morte erano
sentenziati per ogni piccola ca- gione, sempre ve ne metteva qualcuno degli
altri, come fabbri, legnaiuoli ed altri simili ministri ; i quali nello
acconciare qual- cuno di quegli ingegni che da per loro si giravano o che a
poco a poco surgevano in alto o altre cose simili, non si fussero così bene
apposti. Messevi ancora un dì coloro che gli nominavano i cittadini romani,
còsi togato come egli era. Sua timidezza e viltà d*animo. Niuno si ritrovò già
mai che fbsse più timido e sospettoso di lui. Ne' primi giorni del suo
principato con tutto che egli, come di sopra abbiamo detto, facesse grandemente
del civile, nondi- meno non ebbe mai ardire d'andare a convito alcuno, se non
con lo avere d'attorno a guardia della sua persona alcuni soldati con le
partigianette da lanciare ; e questi tali lo servivano alla mensa ed in tutto
quello che faceva mestiere. Né mai andò a visitare niuno infermo ch'egli prima
non facesse molto bene cer- care la camera e por le mani sopra alla coperta del
letto e sotto la coltrice e scuotere molto bene ogni cosa per vedere se v'era
arme. E inentre ch'egli stette nell'imperio, senza rìsparmivre alcuno, faceva
cercare molto bene tulli quelli che lo venivano a salutare se e' portavano arme
: avendo per tal uffizio scelto i più rigidi soldati e senza manco rispetto. E
cominciò ivi a molti anni quasi a non la perdonare ancora alle donne, né
a'fanciuUetti, nò alle pulzelle; facendole molto bene brancicare e cercare per
tutto, se per ventura si fusse loro ritrovato arme addosso. £ con fatica
concesse a' suoi scrivani ed a quelli che gli tenevano com- pagnia di portare a
cdnto i pennaiuoli. Ebbe ardire Cammillo Scriboniano, in sollevamento di
-popolo, di mandargli una epi- stola piena d'ingiurie e di minaccio e
comandargli che lasciasse l'imperio e si desse al vivere privatamente ed iù
ozio ; e fu tanta la «uà timidezza ch'egli- stette in dubbio, fatto chiamare a
con- sigli i primi dottori di legge, se egli in quel caso era tenuto ad
ubbidirgli. Sua paura delle congiure. Essendogli fatto credere che alcuni cercavano
di ammazzarlo a tradimento^. se ne spaventò in modo che e' tentò privarsi del-
l'imperio. E ritrovandosi, come di sopra ho riferito, mentre che egli
sacrificava uno con l'arme sotto, fé' prestamente raiiuare il senato per i
trombetti, e lagrimaudo e lamentandosi, si dolse della sua disgrazia e dello
stato nel quale egli si ritrovava ; e che per lui non fusse sicuro luogo
alcuno. E la durò gran tèmpo ch'egli non si rappresentò in pubblico. La cagione
ancora ch'egli raffrenò l'ardentissimo amore che e' portava a Messalina fu non
tanto Tes- ser da quella beffato ed ingiuriato quanto la paura di non in-
correre per lei in qualche pericolo ; perciocché gli era stato dato a credere
ch'ella andava cercando di fare imperadore Silio suo adultero : e fu tanto allora
il suo timore che vituperosamente si rifuggì allo esercito; niun'altra cosa per
tutta la via ricercando, se non se l'imperio per lui si conservava. Pene severe
colle quali furono' castigate persone innocenti per lievissime sospezioni. Per
ogni pìccolo sospetto, per qualunque persona, ancora che leggerissima^ per ogni
poco di scrupolo che gli fusse messo, si metteva in guardia ed al sicuro e
cercava di vendicarsi. Uno di coloro che litigavano nel salutarlo lo tirò così
da banda egli disse ohe in sogno gli èra paruto di averlo visto ammazzare da
una ' ta persona ; e quindi a poco come se egli avesse rìoonosciuto quella tal
persona che a lui era paruto che Tammazzasse, gli mostrò il suo avversario che
gli porgeva \in memoriale; onde subito gli fece por le mani addosso, e fu
menato via per essere giustiziato, parendo a Claudio d'averlo còlto in sul
fatto. Nel medesimo modo dicono essere stato oppresso Appio Sillano; per-»
ciocché avendo deliberato Messalina e Narciso di farlo capitar' male, si
eonvennono insieme del modo nel quale si avevano a governare, e così Narciso
una mattina innanzi giorno tutto at- tonito e smarrito, entrò furiosamente in
camera del suo padrone Claudio, dicendo che ih sogno chiaramente aveva
conosciuto che Appio era per fargli villania. Allora Messalina ancora ella
accon- ciatasi in atto di maraviglia, disse che anco a lei parecchie notti alla
fila era paruto in sogno il simigliante. E quindi a un poco, come da loro era
stato ordinato, entrò uno in camera e dette avviso come Appio tutto infuriato
veniva a Ila volta della camera, come che 'l giorno davanti gli fusse stato
comandato. che nel detto luogo si rappresentasse : perchè egli stimando vero il
so- gno, comandò che Appio subitamente fusse citato e fatto mprire : né
s'infinse il giorno appresso il prefato Claudio di raccontare in senato ogni
cosa per ordine e ringraziare il suo liberto Narciso, il quale per la sua
salute ancora dormendo vegliava. Quanto fosse stizzoso e stolto. Come quello,
il quale si conosceva collerico e stizzoso, ne fece scusa al popolo per via
d'un bando e distinse l'un difetto dal- l'altro con fare intendere che la sua
stizza era cosa che passava vi^ prestò e ch'ella a veruno non era per nuocere,
e la collera che non era per tenerla a torto e senza cagione. Egli riprese
gravemente quelli che abitavano ad Ostia, perciocché entrando nel Tevere non
avevano mandato le scafe ad incontrarlo e molto gh biasimò e dette loro carico
d'averlo in quella guisa mandato alla stregua degli altri, né mai volle loro
perdonare s'eglino incontanente non gli ebbero soddisfatto e ricorretto il loro
er- rore. Oltre a ciò egli stesso, e con le proprie mani scacciò da sé e mandò
via alcuni, i quali non così in tempo lo andarono a tro- vare in pubblico.
Confinò ancora uno scrìvano, il quale era stato questore ed uno senatore, il
quale era stato pretore, senza volere intendere scusa o ragione alcuna che da
quelli fusse allegata com'^ eh' e' fussero senza colpa. Lo scrivano fu da lui in
tal modo col dannato, perchè quando egli era ancora privato cittadino gli aveva
fatto contro molto apertamente e senza alcun rispetto. Il sèna- natore, perchè
essendo edile, aveva condannato certi suoi fit- taiuoli che contro il bando
avevano venduto cose cotte ; e perchè il suo fattore della villa vi si era
voluto intromettere, lo aveva battuto. Per la medesima cagione ancora tolse
agli edili Fauto- ri là che avevano di porre freno alle taverne quanto
aLcucinare. Fece oltre a ciò menzione della sua stoltizia, mostrando in certe
orazionette che aveva fatto in prova del goffo e dello stinto sotto riro[)erio
di Caligola; avendo conosciuto di non avere altra via da scampare delle sue
mani, e di pervenire al grado.al quale egli »?ra pervenuto: né prima ad alcuno
Dece credere questa sua astuzia che intra pochi giorni egli uscì fuori un
libretto, il cui titolo in greco era Insolenza, o si veramente Resurrezione
degli stolti, e lo argomento e sostanza di quello che è' conteneva era che
ninno fìngeva la stoltizia. Della sua smemoraggine ed altre sue azioni. Tra gli
altri suoi difetti, de' quali gli uomini si maravigliavano, fu la dimenticanza
è lo essere inconsiderato. Egli avendo fatto ammazzare Messalina, quindi a poco
postosi a tavola domandò della signora ; e perchè ella non veniva a cena. Molti
di quelli, ai quali egli aveva fatto tagliare la testa, furono il giorno
seguente mandati da lui a chiamare in gran fretta, perchè e* venissino o a
consigliarlo o a giuocare con seco ai dadi; e parendogli che troppo stessero a
comparire, gli mandò per un servidore a ri- [)rendere come persone sonnolenti.
Oltre a ciò avendo deliberato (li pigliare Agrippina per moglie, il che por (1)
attenérgli ella (luello ch'ella gli atteneva, era cosa fuori di ragione e
contro al dovere ; nondimeno ad ogni poco si lasciava uscire di bocca nella
orazione ch'egli faceva per persuaderlo ch'ella era sua fi- gliuola, ch'egli se
l'aveva allevata e creata e che nel suo grembo ora cresciuta. Quando e' volle
ancora adottare Nerone nella fa- miglia de'Claudii, non gli parendo errore
abbastanza lo adottare il fìgliastro e non tenere conto del figliuolo, ilquale
già era di ragionevole età, usò di dire che niun per il tempo addietro era mai
stato adottato nella famiglia de'Claudii. Per attenergli ella quello, che gli
atteneva, significa per essergli ella parente in quel grado, nel quale gli era
parente. Suoi discorsi ed ora^iòQi. Egli nel parlare e nell'altre cose ancora
si mostrò spesse volte' tanto niBgligente e trascurato, che er si stimava che
e'non sapesse sì veramente ch'egli non considerasse, né avesse cura alla per-
sona ch'egli rappresent|iva, nò appresso di cui o in che tempo o ' in che luogo
egli si parlava. Trattandosi de' beccai e de' vinattieri, egli a piena voce nel
senato gridò senza proposito : Ditomi per vostra fede chi è qnello che possa
vivere senza un pezzuole di carne? e quivi si distese assai sopra alle
taverjie, dalle quali egli era già solito di pigliare il vino, mostrando quanto
in quei tempi le fussero abbondevole Kel favorire uno che addimandava di essere
fatto questore, tra l'altre cagioni perchè egli lo favoriva, addusse che il
padre di quello una volta, quando egU era infermo,, lo soccorse di un poco di
acqua fresca molto a tempo. Ed avendo fatto comparire davanti al senato una
donna, perchè ella facesse testimonianza sppra un certo affare, disse per
acquistargli cre- dito ; costei fu liberta e {{) mazzocchiaia di mia madre, ma
me . ha ella sempre tenuto in luogo di padrone ; e ciò vi ho io voluto dire, perciocché
in casa mia vi ha di quelli che non mi hanno in luogo di padrone. Oltre a ciò
essendo venuti quelli di Ostia a pregarlo di non so che per la loro comunanza,
egli standp in residenza e grandemente acceso in collera, gridò ^d alta voce,
che non aveva cagione alcuna, onde egli avesse a fare loro ser- vizio e
rendersegli obbligati ; e che mollo bene egli ancora era libero dove si fusse
un altro: e còtali parole gli erano molto familiari e le usava ad ogni ora e ad
ogni punto, cioè : Non ti pare egli che io sia nato degli Dii? non ti paio io
eloquentissimo? e molte altre simili sciocchezze gli uscivano di bocca
disdicevoli ' ad una persona privata, non che ad un principe, massimaménte .
non essendo egli se non dotto ed eloquente, anzi dedito grande- mente agli
studi delle buone lèttere ed arti liberaH. Libri e operette da lui composte.
Cominciò da giovanetto, confortato da Tito Livio e Sulpizio Flavo, il quale
ancora lo aiutò a scriver la istoria; e la prim? volta ch'egli ne volle fare
esperienza per vedere come ella.riu selva, la recitò in pubblico essendo
ripiena l'audienza di p«c^. (1) Mazzc^-cb'^ìA chiamane' quelle, cHe ornano' ^^^
tft.«^r ™.*. donD« 'a'oi!. e dar ^r;jn fvica a t»*;;^erla i usino al frae;
spesse volle f->r r*^ m»^'ìeiLTi«'' ra^reiiiìtOTsi. f*?r::iocch^ nel
comineiare a re- 'i^are ^t f'i »in jra*=*> oh^. p. ejiU ricordandosi del
f'tUo ad o_'ni :ic-«"M. non LHjten lo a^teners^«n*». si metteva a ridere a
pi»:*^a h»*:ooa. Stts^ accora ài mMte i^-^se poiché egli fa fatto princifM?: e
teR»^v:i uno. al q^ial»? ezli le faceva le^iere e recitare. Ojm'mnh a
'ii.**en«iere la sia istoria dalla iiccision di Cesare f:itfa»ore: ma n^l
discorso dello scrivere si fece ancora più ad- i\*Mrf>. comin«"ian iosì
1 rlal'.a pace civile, come quello a cui non parexa iji potere Uh>eramente
scrivere la verità de' tempi a hii più vicini, massimaraente che la madre e
l'avola più volte ne lo sgridarono. D'.'Ila prima materia ne lasciò due libri,
della se- ronda qiiarantuno. (Compose ancora otto volumi della sua vita con
assai leirLMadro stile, ma. anzi che no. sconciamente trattato. Si-risse oltre
a -ciò la difensione di Cicerone contro ai libri di Asinio Gallo: dove edi ebbe
assai del buono e dell'erudito. E^li rincora rifrmò tre nuove lettere e le
aggiunse al numero delle altro, come non poco necessarie ; della ragione e
qualità delle quali avendone nel tempo che egli era ancora privato, mandato
Inora un trattalo, venne appresso, poi che e' fu fatto principe, molto
agevolmente ad ottenere che insieme con le altre mesco- latamente si usassero:
e nelle scritture e titoli delle opere an- tiche, molto spesso si ritrovano le
predette lettere. Quanto attendesse allo studio delle lettere greche Imi non
mono studioso delle lettere greche e sempre ch'egli no aveva occasione, faceva
apertissima professione dj essere {grande amatore della lingua greca,
predicando la eccellenza' di 'il6 qui intende dopo che Augusto ebbe quieta ogni
cosa. dogli un tribuno, al quale toccava la guardia secondo il costuma) che gli
desse il nome, gli dette per nome e contrassegno un verso greco, la sentenza
del quale, è: Vendicati Sempre mai monchi ti offende primiei'o. Scrisse ancora
alcune istorie in grecò, cioè venti, libri dell'istorie Cirenaiche ed otto
dell' istorie Cartaginesi: e per questa cagione fu aggiunto allo antico luogo
di Alessandria, consagrato alle muse e chiamato.Museo, un luogo chiamato Clan-
diano, dove. ogni anno, in certi di determinati, nell'uno si recita-^ vano
l'istorie Cirenaiche, nell'altro le Cartaginesi r non altriménti che in una
audienza pubblica ed a ciascun toccava la sua volta a recitarle. - Pentimento
d'essersr ammogliato ad Agrippina, e d'aver adottalo Nerone. v Vicino al
termine della sua vita mostrò per alcuni segni ma- nifestamente di pentirsi di
avere preso Agrippina per moglie e avere adottato Nerone, conciossiacosacliè
licordandogli i suoi li- berti, e lodandogli che il giorno davanti avesse
oondannaUji una certa donna per adulterio, gli disse, ancora a sé esser fatale
che tutte le sue mogli fussero disoneste, ma non già ch'elle restas- sero di
non essere punij,e. E poco appresso riscontrando Britan- nico, strettamente lo
abbracciò e confortò a crescere, acciocché da lui pigliasse il conto della
amministrazione dello Imperio, e nel partirsi da lui disse queste parole in
greco: Fate bene. Dipoi avendo deliberato ch'egli prendesse la toga virile come
che an- cora fosse in tenera età e senza barba, ma nondimeno di fattezze e
statura conveniente a quell'abito, usò di dire che lo faceva, acciocché il
popolo romano allora cominciasse ad avere un vero Cesare. Del di lui testamento
e morte. V Non mollo dipoi fece ancora testamento e vi fé' porre il segno loro
a tutti li magistrati ; ma fu impedito da Agrippina prima ch'egli potesse
procedere più avanti : la quale, oltre a ciò, gli era stata accusata per molte
altre cose. Ciascuno si accorda lui essere stato avvelenato; ma sono
discrepanti dove e chi*fusse quello che lo avvelenò. Alcuni scrivono nella
ròcca mangiando co' sacerdoti ; altri dicono, che Alollo Spadone suo credenziere
lo avvelenò ; altri dicono che Agrippina gli pose innanzi uno uo- volo
avvelenato ; essendo molto goloso di quella sorte di funghi. Sono ancora
discrepanti gli scrittori nelle cose che appresso se- guirono: perciocché molti
affermano che subito preso il veleno ammutolì; e che i dolori tutta notte il
tormentarono ; e che in sul fare del dì passò di questa vita. Altri scrivono
che nel prin- cipio si addormentò: dipoi che rigonfiandogli il cibo in su lo
stomaco, per bocca lo cacciò fuori e che di nuovo fu avvelenato. Ne si
risolvono se ciò fu nella poltiglia, che per ristorarlo gli dettone, o sì pure
gli avvelenarono il cristero, il quale gli fec- cionó per evacuarlo ancora da
basso; conciossiacosaché dallo essere ripieno si sentisse molto affaticato e travagliato.
Sua molle tenuta nascosta, tempo della morte e funerali. Celarono la sua morte
per fino a taiito che quanto al succes- sore fusse ordinato ogni cosa, onde e'
fecionò alcuni. voti per la sa- lute come se fusse ancora vivo, e c"he la
infermità durasse. Man- darono àncora per certi rappresentatori di còmniédie,
fingendo di volere ch'essi lo intrattenessino e gli déssino spasso e che ciò
fusse da lui desiderato. Mori àlli tredici di ottobre, essendo consoli Asinio
Marcello ed Acilio Àviola, avendo sessantaquattro anni ed essendo stato
quattordici anni nello Imperio. Fu ifìesso nel numero degli Iddii e sotterrato
con pompa solenne. Ed aven- dolo Nerone privato di quello onore di essere
ascritto tra gli Id- dii, gli fu appresso renduto da Vespasiano. ProiTostici
della di lui mòrte. Tra i principali segDin^he apparsone innanzi alla sua
morte, fu una cometa ed una saetta che percosse il monumento di Druso suo padre
; come che nel medesimo anno molti ancora ch'erano di magistrato fussino morti.
Pare ancora per manifesti argomenti che a lui non fusse ascosto il termine
della sua vita né dissimu- lato ; perciocché nel disegnare i consoli ninno ne
disegnò oltre il mese nel quale egli morì. E quando ultimamente si ritrovò in
senato, confortò molto i suoi figliuòli allo essere uniti e d'ac- cordo ; e
molto supplichevolmente pregò i padri conscritti che, avendo rispetto alla
tenera età dell' uno e dedl'altro, gli avessero per raccomandati. *E l'ultima
volta ancora ch'egli sopra alla re- sidenza rèndè ragione, disse una e due
volte, ch'era già per\'e- nuto al fine della mortalità: r''> f'he gli
ascoltane' ^«trassoro di aver &' ' •'u*^ malr •\arrklt r.'cf'' «ir ••n/ LA
VITA ED I FATTI DI NERONE CESARE HfEST^ IHPERATOB ftOUMd Due furono le famiglie
che derivarono dalla casata dei Domizii, runa de'Calvini l'altra degli
Enobarbi. Il primo, onde ebbonó origine gli Enobarbi e dal quale e* presdno
ilnome del easatg, fu Lucio Domizio^ al quale dicono, ohe tornandosi egli di
villa, apparvono due giovani di biella e magnìfica presenza, e d*un fatto .
d'arme, del quale ancóra non si sapeva la verità del successo, gli annunziarono
4a vittoria, comandandogli che lo facesse iriten- dere al senato; e per fargli
fede qual fusse la maestà fòro, gli stroppicciarono il mento e la barba, che
era nera, gli cambiarono rn rossa simigliante al colore del rame. Ed andò la
detta cosa per successione, perciocché una gran parte di tal casata ebbeno la
barba di quel colore ; e come che in detta famiglia fusserò stati sette
consoli, due censori e due che trionfarono, messa appresso' nel numero dei
patrizii, tutti mantennero per cognome della casa loro il predetto nome di
Enobarbo, né .mai altro prenome si^ usurparono salvo che -di Gneo e Lucio, e
questi (il che fu cosa notabile )^i andarono scambiando Tun l'altro; prima di
tre in tre l'un dietro all'altro si chiamarono Lucii ; ed i tre che ap- presso
seguitarono, intendiamo essere stati chiamati Gnei. E così scambfevolmente
aiidarono dipoi seguitando di mano in mano ora chiamandosi Lucifera Gnei.
Giudico che e' sarà a propositi dare notizia di alcuni nella predetta famiglia,
acciocché più agr volmente si conosca ^ Nerone dalla virtù dei suoi avere
degen^ rato in modo, ch'egli ancor ne rappresentò i-vizii come H«i o"**^»
ric^vu»» oe'- eredità. Gneo Domizio, utavo di Nerone. Per farmi adunque un poco
più da principio, il suo bisarcavolo flneo Dontizio sdegnato, quando era
tribuno, contro a* pontefici por aver in luogo del padre eletto un altro e non
lui, tolse loro l'autorità di potere sustituire e la dette al popolo. Questi
avendo, quando e' fu consolo, superato gli Allobrogi e gli An'erni, ac-
compagnato dai suoi soldati a guisa di trionfante, cavalcò per quel paese sopra
uno elefante. Di costui, disse Lucio Grasso ora- tore, che e' non era tla
maravigliarsi che colui, il quale aveva la bocca di ferro ed il cuore di
piombo, avesse ancora la barba di rame. Il suo figliuolo, essendo pretore,
chiamò Cesare in giudi- zio, dinanzi al senato a dare conto della
amministrazione del suo consolato; nel quale egli si era governato contro agli
auspizìi e contro le leggi. Dipoi fatto consolo tentò di levargli il governo
dello esercito ch'era in Gallia, e col favore della fazione pom- peiana gli
nominò il successore. Egli nel principio della guerra civile fu preso a
Gorfinio ; ondo licenziato e lasciato liberamente andare da Cesare, se ne andò
a Marsiglia. Ed avendo col suo arrivo confermato gli animi de' Marsigliani già
per lo assedio tra- vagliati assai, a un tratto si abbandonò. Finalmente o' fu
morto nella guerra farsalica, uomo per natura non molto stabile e cru- dele,
assai ; e trovandosi disperato ne' predetti garbugli, cercòdi ammazzarsi. Dipoi
se ne spaventò in modo che, pentitosi del veleno da lui proso, lo ributtò fuora
; e fece libero il medico, per- ciocché industriosamente lo aveva temperato e
fatto manco no- cevole. Costui, domandando Pompeo quello che aveva -a fare degli
uomini che si stavano di mezzo, nò si accostavano dalPuna dall'altra parte, fu
solo di parere che si dovessero tenere per neniici. Gneo Doraizio, proavo di
Nerone. Lasciò un figliuolo da essere senza dubbio preposto a tutti quelli
della sua casata, il quale essendo nel numero di quelli ch'erano consapevoli
della morte di Cesare, quantunque senza colpa condannato per la legge Pedia, se
ne andò a trovare Cassio e Bruto, i quali erano suoi parenti stretti ; e poi
che e' furono morti mantenne l'armata, alla quale egli era stato preposto, e la
accrebbe non senza danno e rovina, in '^'lalunque luogo egli si ritrovò, della
fazione contraria n:-..!*. . -^presso nelle mani di SESTO m^^ATOBB 2165
grandissimo favore e beuefizio. Onde egli solo tra tutti gli altri che per
legge parimente erano stati osito, lo fece comparire in pubblicò, -avendo,
intoniD ù tempii della piazza messo in ordine i suoi soldati e poatou iw- dere
sopra una sedia curule (cioè b-ianfale] vicino a' rostri e-ve- stito ancora in
abito di trionfante, con le insegne e veMHli raili: tari intorno ; e fattolo
satire da ((uella banda, onde il palcketto, dove egli era sopra, andava
piegando a terra tandosegli II re'alle ginocchia, e sollevatolo con la mano
destra, In baciò. Appresso preg trasse di capo la tiara (ornamenta sacerdotale
dema [insegna ed ornamenlo regio), e feCe dipi^ sii fece riverenza e lo salutò
come imperatore, ed in Gampiila^ fu posta in grembo di Giove Capitolino una
corona di allpro io Le porte di Giano Gemino diiuse al soo tempo. Egli nel
medesimo tempo chiuse il tempio di Giano Gemìoo (cioè che aveva due raccie],
perciocché allora non ero guerra in alcuho lui^o ; anzi tutt« erano terminale,
né alcuna reliquia se era rimasta. Amministrò qnaUro consolati, il primo di
due, il secondo e l'ultimo di sei, il terzo dì quattro mesi ; il aecoìdo ed il
ter^o furono l'uno dopo l'altro, negli altri interpose un ano. ' Sua costume
nel render giustizia. (Jiianto al tenere ragione, usò sempre di non rì^ieadeno
quelli, che si richiamavano, il di medesimo ch'alino ai richia- mavano, ma nel
giorno s^uente ed in iscrìtto : e ne) HftUn- 0BSTO mmiATéiis S73 zìare ed
esaminare le cause, non le spediva Tuna dopo Faltra, ma tutte insieme, con dare
audienza ora a questo ed ora a quello, e toccava a ciascuno la volta sua. E
sempre che egli si ritrovava in senato per deliberare e consultare sopra le
faccende dello imperio, egli non mai parlava, né palesemente ìa compagnia degli
altri diceva il suo parere, ma tacitamente e da per so leg- geva i pareri degli
altri, che da quelli erano stati scritti, e pi- gliava quello che a lui
piacevate dipoi, come se fusse stato il parere dei più, lo pubblicava. Seguitò
un tempo che e' non volle che i figliuoli de' libertini fusero intromessi nel
senato; ed a quelli che dagl'imperadori innanzi a lui vi erano stati intromessi
non permesse mai di ottenere alcuno magistrato. I competitori del consolato che
passavano il numero di due, per non mandar- gli scontenti dello avere a
indugiare a un'altra volta, gli prepo- neva al governo delle legioni. Usò il
più delle vojle di concedere il consolato solamente per sei mesi. EgH, essendo
morto uno de' consoli, intorno alle calende di gennaio (quando i nuovi si
avevano a creare) non volle in luogo di quello sostituire alcuno ; biasimando
assai che anticamente Caninio Rebulo era stato con- solo solamente un giorno. A
coloro ch'erano pervenuti alla di- gnità questoria (cioè che erano stati
questori o che avevano avuto in casa questori) concesse ancora gli ornamenti
trionfali; e fece i4 simjgliante ancora inverso di alcuni di quelli ch'erano
debordine dei cavalieri. E le orazioni ch'erano scritte e man- date al senato
che appartenevano alla milizia ovvero a qualche altra cosa," non le faceva
recitare, come era usanza, al questore, ma le faceva leggere e recitare al
consolo. Martorìi ritrovali per i Cristiani, ed altre sue ordinazioni. Fu sua
nuova invenzione che intorno a' casamenti posti in isola (cioè spiccati da ogni
banda dagli edifìzii) e cosi intorno alle case, fussero edificati portici, dai terrati
de' quali si veniva a riparare alle arsioni e gli fece edificare a sue spese.
Aveva an- cora disegnato di tirare le mura della città insino ad Ostia; e
quindi per un canale ovvero fossa condurre il maro infìno alle mura vecchie di
essa città. Sotto al suo imperio furono molt^ cose vietate e raffrenate
severamente ; e molte ancora di nuove ne furono ordinate. E primieramente si
moderarono le s^iese su perfine; e le cene che in piTbblicosi facevano furono
rido^*'» '^ "antica parsimonia. Ordinossi che alle taverne qiiT»»-^ m .
■•ipa Hr' 'ojyiim* ^ -x» '^'^grgr 'p fnnra ninna noaq /»/\H'' GLAOf^IO lYBRONB
CESARE avvenga che prima vi si vendesse ogni cosa da mangiare. Furono da lui
tormentati è morti i cristiani ch& nuovamente si erano scoperti. Vietò il
giuoco delle carrette tirate da quattro cavalli, i guidatori delle quali per
costume antico si avevano pre^Q tanta licenza, che nell'andare attorno per la
città, scherzando e buffo- neggiando, rubavano ed ingannavano ognuno. Furono
adunque sbanditi da lui questi tali insieme con i facitori e rappresentat-ori
di commedie e di altre favole simiglianti d'ogni sorte. Contro i -falgìfìcatorì
de' testamenti. Contro ai falsificatori di scritture e testamenti, si trovò
allora nuovamente, che i testamenti si suggellassero e segnassero, con fare
loro tre bachi e tre volte passargli con lo spago. Ordinossi ancora che le due
prime parti del testamento dov'erano scritti i primi e secondi eredi f ussero
mostre solamente a coloro che le avevano a suggellare e soscrivere col nome del
testatore. Oltre a ciò che i notai ovvero scrittori d'essi testamenti non
potessero scrivere sé medesimi eredi per alcuna porzione. Ordinossi oltre a ciò
salarii e premii convenienti agli avvocati di coloro che li- tigavano, da
pagarsi da essi litiga tori; ma che a' senatori non si avesse a dare cosa
alcuna, perciocché loro dal piibblico erano pagati. Ordinossi ancora che le
cause^ le quaH erano giudicate dai prelori dello erario, sì riducessero a
giudicarsi e decidersi alla corte davanti a' giudici, chiamati recupera tori ;
e che i sen- tenziati e condannati per qualunque cagione non si potessero
appellare, se non al senato. Imperio non ampliato sotto Nerone. E perciocché né
speranza di' acquisto, né voglia di accrescere e distendere i confini dello
imperio in lui si ritrovava, ebbe in animo di licenziare ancora l'esercito che
allora si ritrovava nel- l'isola d'Inghilterra ; né si ritenne di mandare ad
effetto questo suo disegno se rwn pei* vergogna e per non parere di contraffare
agli ordini del padre e di macchiare e diminuire la gloria di auello. Ridusse
in forma di provincia (cioè fece distretto dei Ro- «nani) per concessione di
Polemone, il regno di Ponto ; e simi- glianteme^tp np'^ii'x ^^\\p \\ry\ n^Q^A/
nnf\-\Q (jvr'*^ fQ (Jì quol >aese. •£STO IMf SHATORT S7K Le 'sue spedizÌQni
e viaggi in Alessandria e neirAcaia. * \ Fece solamente due imprese, cioè
quella di Alessandria e quella di Acaia; ma da quella, di Alessandria si tòlse
giù il giorno medesiriìo, ch'egli si era messo in ordine per andare via,
perturbato dalla religione e da paura di non avere a capitar male; perciocché
nel visitare i tempii, egli in quel di Vesta si pose a sedere, e volendosi
appresso levare in piedi, rimase pri- mieramente appiccato per un lembo deHa
veste, ed appresso so gli parò dinanzi agli occhi si fatta caligine ed-,
oscurità, ch'egli non vedeva cosa alcuna. Quanto all'Acaia^ facendo cavare
l'Istmo (cioè tagliare la gola e stretto df)l predetto paese, chiamato oggi la
Morea) egli fece un'orazione ai soldati pretoriani, confortan- dogli a
principiare detta opera ; dipoi dato il segno della trom- betta, fu il primo
che prese la zappa in mano e cominciò a ca- vare; e posto la terra dentro un
corbello, fu ancora il primo a porselo sopra le spalle e portarla via. Mettevasi
oltre a ciò in ordine per fare l'impresa contro alle porte Caspie, avendo fatto
una legione, ovvero colonnello dj soldati nuovi, cioè di . giovani alti sei
piedi, i quali non si erano altra volta trovati in guerra ; e chiamava il
predetto colonnello là falange di Alesr- Sandro Magno. Ora io ho ridotto le
sopraddette cose insieme, una parte delle quali non sono degne di riprensione,
e parte ve ne ha che meritano di essere sommamente lodate, per separarle dai
vituperi! e scelleratezze, delle quali è bisogno che io dica per lo innanzi.
Sua passione per il canto e per la musica. Avendo Nerone adunque, oltre alle
altre scienze da lui impa- rate appreso ancora a cantare di musica, come prima
ebbe con- seguito lo imperio, volle appresso di sé Terpno Citaredo, che allora
eccedeva ogni altro di quella arto, e lo faceva ogni giorno cantare dopo cena,
standogli a sedere a canto gran pezzo della notte, tale che egli ancora
cominciò a poco a poco esercitandosi a comporre. Né lasciava a fare alcuna cosa
che i maestri di quell'arte di fare usassero i)cr conservare la voce e renderla
chiara e sonora. Egli si teneva sopra il petto, stando così a gia- cere
rovescio una sottile piastra di piombo. Usava oltre a ciò di purgarsi,
vomitando e facendosi far eie' cristei. Astenevasi dai pomi e dai cibi
nocevoli, talmente che godendosi- tìentro al- l'animo di vedersi andare
profittando a poco a poco, come eh* egli ordinarìamento avesse piccola voce e
fuase roco, gli comm- ciò a venir voglia dì comparire sopra i palchetti e per
le scene dinanzi al popolo : usando ad ogni poco di dire tra i suoi dome- stici
e famigliari quel proverbio greco : Che niuno ò^ che ponga monte alla musica
segreta. Rappresentossi adunque primiera- mente a Napoli sopra la scena, né con
tutto che il teatro per un tremuoto che venne in un subito tutto quanto si
scuotesse, restò mai di cantare fìno a tanto che egli non ebbe compiuto la
canzone incominciata ; e durò parecchi giorni a rappresentarsi nel mede- simo
luogo a cantare riposandosi e tramettendone alquni per ri- pigliare lena e
ristorare la voce: e parendogli che la musica fusse aucora troppo segreta, dai
bagni- comparì nel teatro *in mezzo dove sedevano i senatori. Ed avendo intorno
un grandis- simo numero di gente, postosi a mangiare, disse parlando in greco :
Che bevendo un pochette vedrebbe, non senza sue lodi, di alzare alquanto la
voce. E quivi invaghito della musica di certi- Alessandrini, i quali novamente
per loro mercanzie erano arrivati a Napoli, fece venire di Alessandria gran
quantità di essi musici. E con la medesima prestezza scelsce . tra T ordine de'
cavalieri alcuni giovanetti e della plebe cinque migliaia o più di giovani
robustissimi, i quali, egli divise in livree ac- ciocché eglino imparassino
quella maniera del festeggiare Ales- sandrino. Chiamavano gli Alessandrini i
detti loro modi del cantare e del festeggiare, Bombi, Embrici e Testi (secondo
la diversità del suono). Volle oltre a ciò^ che al servigio di lui, mentre
ch'egli cantava, stessero fanciulletti bellissinii con belle chiome e odorate,
e molto riccamente ornati e vestiti con Io anello nella mano sinistra ; a'
maestri e capi de' quali, egli dava per ciascuno il valsente di dieci mila
scudi (facendoli in cotale guisa dell'ordine de' cavalieri). Canta tragedie.
Egli adunque acceso in grande maniera .della mùsica e del •anto, e stimando
assai di ritrovarsi a cantare ancora in Roma, ece innanzi al tempo celebrare il
gareggiamento che di sopra 'i è detto, cui lui faceva chiamare le feste
Neronee;'nel quale ^ridando tutta la moltitudine e con grande istanza
addomandando li udire la sua celeste voce, rispose, che nel suo giardino era
fer farne copia a tutti quelli che di udirlo desideravano. Ma crescendo le
preghiere del vulgo e quelle de' soldati insieoie, che allora facevano la
guardia, molto allegramente promise chs SESTO IMPERATOaE il77 di buona voglia
seuza indugio alcuno si rappresenterebbe in pubblico; e comandò che il. nome
suo subitamente fosse scritto insieme con quello degli altri tnusici e citaredi
che volevano ritrovarsi a cantare. £ cosi messo la polizza del suo nome in-
sieme con l'altre dentro ad un vasetto secondo che gli toccò per sorte entrò
nel suo luogo. I prefetti de' soldati pretoriani la ce- tra gli sostenevano.
Seguivano appresso i tribuni de'soldati, dopo i quali lo accompagnavano i suoi
amici più intrinsici e fami- liari. Comparso adunque e fermatosi in piedi, fece
prima uùa bella ricerca con le dita ; appresso fece intendere per Clivio Ruffo,
cittadino consolare,. come egli canterebbe Niobe ; e cosi durò-a cantaro insino
alla decima ora del dì : e per aver ooca- ca^ne di cantare più volte, non volle
accettare la corona per allora; né volle che il gareggiamento si terminasse, ma
indugiò all'anno seguente. £ parendogli che il tèmpo tardasse a veniro troppo,,
non potè contenersi ch'egli in quel mezzo molte volte non si rappresentasse in
pubblico. Non si vergognò . ancora di mettersi in opera alle feste de' privati
in compagnia degli altri ministri e festaiuoli ; avendogli uno de' pretori
offerto per sua mercede e premio il valsente di scudi venticinque mila. Cantò
oltre a ciò in maschera alcune tragedie, nelle quali baroni e'dii si
rappresentavano. Fece ancora fare certe maschere che lui rassimigliavano, o sì
veramente alcune delle sue donne, se- condo ch'egli amava più ciascuna di esse
; e Ira le altre cose, ch'egli rappresentò cantando, fu Canace, quando ella
partoriva; Oreste, quando egli ammazzò la madre ; Edipo accecato ; ed Er- cole
matto e ftirioso. Dicesi che nella predetta rappresentazione Vn giovanetto
soldato, il quale era posto a guardia della porta, veggendolo legare ed
incatenare, come in tale rappresentamento si conveniva, corse là per aiutarlo.
Suo diletto ael guidar i cavalli e sonar di cetera. Dalla sua prima età sopra
ad ogni altra cosa si dilettò gran- demente di maneggiare cavalli ; e sempre
aveva in bocca (benché egli molte volte ne fosse ripreso) i giuochi circensi :
e lamen- tandosi una volta che uno guidatore di carretta della fazione prasina
(cioè della livrea verde) era stato strascinato, e dicen- dogli villania il
podagogOs fìnse di parlare e lamentarsi (Ji Ettore. E come clic nel principio
del suo" imperio egli avesse in Perchè ancor Ettore fu strascinato da
Achille. i^stume di passarsi tempo ogni giorao con certe sue quadrighe
d'avorio, sopra la credenziera, non mancava mai ancora di tor- nare in Roma
dovunque egli si fosse, che si av^va a celebrare la festa de' Circensi,
quantunque piccola ; e da principio lo faceva ascosamente . ma dipoi cominciò
palesemente a comparire, di maniera che a niuno era dubbio che in quel giorno
Nerone si' aveva a rappresentare in Roma. E senza rispetto alcuno usava dire,
che voleva accrescere i premiì e le palme acciocché il giuoco durasse insino
alla sera e si avesse a correre più volte ; talmente che i capi delle fazioni e
livree avevano cominciato a non volere condurre compagni^ se non era promesso
loro, che il giuoco durerebbe tutto il giorno. Volle appresso essere ancora lui
uno de* guidatori di esse carrette, e più volte ih quella guisa si fece vedere
in pubblico. E per non dire ch'egli nel suo giar- dino si esercitò tra gli
schiavi ed uomini plebei e vili, è da sa- pere ch'egli si rappresentò ancora
nel Circo Massimo dinanzi al cospetto di tutto il popolo, e dove i magistrati
erano soliti di dare il segno, quando e' si aveva a correre se lo faceva dare a
qualcuno dei suoi liberti. Nò bastandogh d'aversi fatto cono- scere in Roma in
cotale esercizio, egli (come di sopra abbiamo detto) se n'andò in Acaia, cioè
nella iMorea, la cagione principale. fu por avere inteso, che le città di quel
paese dove cotaU feste e giuochi e gareggiamenti di musica erano soliti di
celebrarsi, avevano ordinato di mandare a lui tutte le corone d'essi musici e
citaredi, le quali da lui erano tanto gratamente rice- vute, che quelli
ambasciadori che l'avessero portate, non pure erano de' primi messi dentro per
avere udienza, ma ancora erano posti alla sua tavola a mangiare seco
familiarmente ed alla domestica. E dandogli un d'essi ambasciadori la quadra,
&pregan- iolo così a tavola che volesse cantare un poco, disse che sola-
'^ente i Greci s'intendevano dello stare a' udire il canto; e che /^'o soli
erano degni degli sludi, de' quali egli si dilettava. E prestamente si messe in
cammino per la volta dell' Acaia. Nò )rima fu arrivato alla città detta
Casiope, ch'egli dinanzi all'altare ii Giove cominciò a cantare. J) Col
mandargli le corone ìp^-^ndr '"o di giudicano il più '^ccellentt ^
"'>Uf Y^nair» > Sue gare coi commedianti e spa ansietà e timore ^ di
essere superato. Arrivato clie e' fu volle vedere tutte le juaniere e modi che
fn quel paese usavano circa ì gareggiamenti del cantare e della musica,
perciocché e' fece celebrargli tutti l'uno dopo l'altro in ; un medesimo tempo,
come che in diversissimi tenipi dell'anno fossero soliti dì celebrarsi; ed
alcuni ve ne furono ch'egli fece più di una- volta celebrare. Fece ancora in
Olimpia celebrare il predetto gareggiamento de' musici fuori del tempo consueto
; e perchè ninna cosa lo disturbasse, essendo avvisato dal suo li- berto Elio,
che le cose della città avevano bisogno della sua presenza, gli rispose in
questo tenore : Benché tu desideri e mi consigli eh* io debba prestamente tornare,
tqUavia a te si con- viene, innanzi ad ogni altra cosa persuadermi e
consigliarmi che io tomi degno di Nerone. Mentre che e' cantava, a niuno era
lecito, né per cosa necessaria ancora,, partirsi del teatro; onde e' si dice^
che alcune donne stando a vedere partorirono ; e che molti ancora per il tedio
dello udire, e per non avere a lodarlo,, veduto che le porte delle terre erano
chiuse, usarono, ò di par- tirsi nascosamente scalando le mura, o di fìngere
d'essere morti, e dì farsi portare a sotterrare fuori delle porle. Ma quanta
fusse l'ansietà, sollecitudine, timore è sospetto ch'egli aveva in cotali
gareggiaménti,^ quanta fessela invidia che portava a quelli che con lui
contrastavano, quanto fosse il timore e sospetto di co- loro che erano deputati
a giudicare, appena é possibile a crederlo. Egli andava d'attorno a' suoi emuli
ed avversari Come se proprio fosse stato uno di loro, e gli accarezzava,
ingegnandosi piace- volmente di farsegli amici e tirarsegli dal suo -fato ;
dall'altra banda non mancava ii\ segreto di lassargli e di:rne male, e ri-
scontrandogli disputare loro contro qualche motto o parola ingiuriosa.Oltre a
ciò s'ingegnava di corrompere con danari quelli che e' vedeva, che in tale arte
gli altri avanzavano'. E prima che cominciasse a cantare, usava con molta
riverenza e sommessione di parlare e di raccomandarsi a' giudici con dire che
dal canto suo non aveva mancato di usare ogni diligenza, e fare tutto quello
ch'era da faro, ma che il successo e l'eVénto delle cose era posto nello arbitrio
della fortuna ; ch'eglino, come persone saggio e discrete, non dovevano
imputare a suo difetto quelle cose, che fortuitamente fossero per dovere
accadere. E confortandolo essi che animosamente desse dentro e non dubi- tasse
di cosa alcuna, lo vedevi partire tutto racconsolato ; non perciò senza qualche
sospezione e sollecitudine d'animo : per- ciocché molti i quali erano per
natura persone taciturne, ver- gognose e costumate, come invidiosi e maligni
gli erano a sospetto. Quanto fosse ossenante delle leggi ed ordini dei giuochi.
Nel celebrarsi il predetto gareggiamento tra i musici e cantori osservava con
tanta ubbidienza i capitoli e leggi sopra ciò fatte, ch'egli non avrebbe
giammai avuto ardire né pure di spurgarsi (per non far remore) ed il sudore del
viso se lo asciugava col braccio. Accadde una volta, che in un certo atto
tràgico, il ba- stone gli usci di mano, di che egli con prestezza ripresolo
stava tutto tremante e pauroso, dubitando per tale errore di non esserne
rimandato ; nò mai vi fu ordine a rincorarlo, fino a tanto che un certo
adulatore gli disse, che per le grida, festeggiamenti e saltare del popolo, le
brigate non vi avevano posto mente e non se ne erano accorte. Usava di fare
intendere ai popolo per se medesimo, come egli era vincitore e per questa
cagionò ei gareggiò ancora co' trombetti. £ perjchò di ninno altro restasse
vestigio memoria alcuna, comandò che tutte le statue ed im- magini poste in
onor d'altri che di luf, per la vittoria ricevuta in tali contese, che in quel
tempo in piedi si ritrovavano, fos- sero gittate a terra^ e con Tuncino
strascinate nelle fogne e pi- sciatoi pubblici. Guidò ancora molte volte le
carrette, e nei giuochi olimpici ne guidò una tirata da dieci cavalli,
quantunque in una certa opera da lui composta egli di già avesse rìpfeso e
biasimato il re Mitridate d'avere fatto il medesimo ; ma gittato e scosso a
terra del carro, e di nuovo ripostovisi, non potendo per modo alcuno
attenervisi, finalmente prima d'essere perve- nuto alla fine del corso
abl)andonò l'impresa; nò per questo mancò che e' non fosse coronato. Onde e'
fece, partendosi, tutto quel paese libero, od i giudici, oltre a gran quantità
di danari, che dette loro, fece ancora cittadini romani ; ed egli in persona in
mezzo al luogo il dì che si celebravano ì giuochi ismici, a di bocca propria
pubblicò e fece intendere tutte le predette cose, de' privilegii, grazie e
donativi, ch'egli aveva fatti a' popoli di quel paese. ' SBSTO IMPEKATOIIB Suo
ritorno dalla Grecia e trionfi dello stesso. Tornato di Grecia, passò per la
città di Napoli, pcrciui'char- lare da. un altro, E sempre che egli o
scherzando o da vero aveva a parlare o fare cosa alcuna, gli era d'intorno il
maehtro dello acconciare la voce che gì' insegnava e ricordava che avesse rura
di non si affaticare troppo e. si ponesse alla bwca il fa/zolello. Egli oltre a
ciò spontaneamente si offerse a molti jH;r amico: «> dall'altra banda tenne
favella a molti, secondo che più o wnith lodato lo avevano. 19 SvEio^tìO. VUe
dei Cesari. Delle rapine ed altre sue ribalderìe. Fu ancora dei primi anni
prosontuoso, lussurioso, disonesto, avaro e crudt'lo, ma ascosamente, come se
ciò fusse difetto di giovanezza ; nondimeno ninno era che ance allora non
conoscesse che tali difetti erano in lui per natura, né dovevano alla età at-
tribuirsi. La vita che e' teneva era, subito che il sole andava sotto, di
mettersi un cappello in testa con la zazzera riposta, ed in cotale guisa se ne
entrava per le cucine e taverne di Roma, e si andava a spasso per le strade non
facendo altro che baie e bischenche (1) o mali scherzi alle genti che
passavano, e nou senza gravo offesa e danno di questo e di quello: perciocché
egli usava di battere quelli che tornavano da cena di casa qualche amico
parente; e se quo' tali si difendevano o facevano resi- stenza, faceva dare
loro delle ferite e gittàrgli per le fogne. SconGc- cava e rubava le botteghe,
ed aveva ordinato in casa sua un magaz- zino dove e' vendeva le robe guadagnalo
allo incanto ed a chi più ne dava. E fu molte volte, trovandosi in dette
mischie, per capitar male e perdere gli occhi e la vita ancora ; perchè un
senatore, in- tra l'altre, la moglie del quale era stata da lui malmenata e
branci- cata, cercò e fu per ammazzarlo, e lo lasciò per le battiture come
morto. Onde egli da quel tempo innanzi non andò mai fuora senza i tribuni, i
quali di lontano e dissimulatamente gli andavano die- tro. Oltre a ciò si fece
un giorno portare sopra una seggiola nel teatro, ed essendo nata discordia tra
i rappresentatoli e facitorì di commedie, e venuti alle mani, egli stando sul
palchetto dalla ' parte di sopra non solamente come spettatore, ma come uno di
quelli che in (al mischia portasse la insegna j combattendosi con le pietre e
co' pezzi delle panche e predelle quanto e' poteva si aiutava a gittare giù e
trarre sassi fra la moltitudine: obde ei ruppe ancora la testa a un pretore.
Sue gozzoviglie e banchetti. Ma come che tali vizii a poco a poco in luì si
andassero au- mentando e crescendo in gran maniera, cominciò a lasciare an-
dare i sopraddetti scherzi e lo ascondersi ed il fargli segreta- mente; e
palesemente senza dissimulazione alcuna, messe mano a coso di maggiore
importanza. Egli a mezzo giorno si poneva a tavola e non se no levava se non a
mezza notte ; rìconfortan' - (1) Bischenche, lo stesso che insolenze. SESTO
HIPBRATOIUI dosi spesso con. éerti bagni d'acqua cakia, e di 3tate bagnandosi
nella gelata e nella neve. Usavsi ancora di cenare in pubblico dove si facevano
le battaglie navali o si veramente in Campo Marzio nel Circo Massimo, facendo
chiudere e serrare intorno intorno; ed a tavola lo servivano quante meretrici,
pollasCriere e donne di male affare e vili in Roma si ritrovavano. E quando
egli pel Tevere andava insino ad Ostia, © se per ventura navigava insino a Baia
per il lito del mare e por la ripa del Tevere, gli eran ap* parecchiate le
osterie e le taverne fornite maravigliosamente di tutto ciò che faceva di
mestieri ; dove stavano le matrone e gen- tildonne ad ogni passo a guisa di
rivenditrici le quali quinci e quindi lo confortavano ed invitavano a smontare
in terra ed an- dare a posarsi ne' loro alloggiamenti. Età ancora solito di
dire ora a questo ed ora a quello de' suoi famigliari che.gli oixlinassìno da
cena: e vi fu uno di loro che nelle còse acconcie con mele solamente spese il
valor di centomila scudi; e ad un altro costarono alquanto più gli. unguenti,
profumi e composti di rose. Sua nefanda libìdine, e del giacimento colla madre!
Oltre a' vituperi verso i giovanetti da bene e gli adulterìi versò le maritate,
sforzò ancora di acconsentire alle sue disoneste vo- glie Rubea vergine vestale
; e poco mancò eh' e' non togliesse per sua legittima sposa Attea sua liberta ;
avendo segretamente or- dinato con certi suoi aoiici, uomini consolari, utti i
modi che e* poteva senza rispetto alcuno d'inquietarla e tribolarla, avendo
ordinato con certi suoi segretanr"'^»'^ die con patti e litigii la
molestas- sino. E quando eP""t ««'«i» -aggio per terra o per mare,
comanda'"^ "x '•o^o '. n -^r-vinaorp:?^, o\\Q iQotteg- giando e
romoreggiando non- gli dossino agio di dormire ne di riposarsi. Ma perciocché
ella con. minacele e per essere donna violenta e feroce, venne a spaventarlo,
egli al tutto deliberò scoperto..Usò, oltre alla |>i*cdettaj molte altre
crudellà più atroci,. ^ scritte da persone conosciute e degne di fede. Egli
corse a ve- derla così morta, e le andò toccando e brancicando tutte le mem-
bra, biasimandone una parte e parte ne lodò sommamente; e preso (Iella sete
beve mwi tre che egli ciò faceva: tuttavia an- cora che il senato e il popolo
romano con lui si rallegrassiuo e p^r ben fatto approvassino il seguito, égli
non potè mai rassi-curarsi da quel tempo innanzi, rimorso grandemente dalla co
scienzia per sì fatta scelleratezza. E confessò più volt-e che la madre gli era
apparita in compagnia delle furie infernali, le quali con fiaccole ardenti lo
avevano battuto-e torm.entato e travagliato grandemente. E fece, per via di
certi magi, fare alcuni incanti, tentando di chiamare ed invocare l'aiiima e lo
spirito di quella per impetrare da lei quiete e riposo. E quando egli andò in
Gre- cia, rappresentandosi ai sacrifizii della madre Eleusina, e sen- tendo la
voce del trombetto che, prima che e' cè^ypìi^aBsero, comandava agli empii e
scellerati che non entrasseii^u^^tentro e che si appartassero, egli non ebbe
ardire di appresBàrsi né di ritrovarvisi presente. Tson gli bastò avere morta
la madre, che egli ammazzò ancora la zia, sorella del padre, ch'era andato a
vi- sitarla, perciò che ella si giaceva non potendo andare del corpo. Costei
adunque, essendo già oltre di età e toccando là barba di Nerone che appunto
cominciava a spuntare fuora, disse così a caso per accarezzarlo: Rasa che sarà
questa barba, come ella mi sia presentata, io sono contenta ailora di non
vivere più. Ne- rone allora rivolgendosi a quelli che dattorno gli erano, preso
a scherno le parole di lei, disse, che in quel punto si voleva ra- dere, e
comandò a' medici che operassero in modo ch'ella se ne andasse largamente del
corpo; e così occupò i suoi beni, non sendo ella ancora morta, trafugando il
testamento per non per- derne parte alcuna. Ammazzamento delle mogli e de' suoi
più prossimi. Ebbe, oltre ad Ottavia, per moglie ancora Poppea Sabina, il cui
padre era stato questore, e prima che a Nerone, era stata maritata ad un
cavalier romano ; appresso Statilia Messalina ni- pote in quarto grado di
Tàuro, il quale due volte era slato con- solo ed aveva trionfato. E per aver
costei, fece tagliare a pezzi Àttico Vestine suo marito che allora era consolo.
Ottavia gli venne presto a fastidio, e ripreso dagli amici del tenerla appar-
^^ta da sé, disse, che a lèi doveva bastare dello essere ornata :> vestita
come sua moglie. Tentò dipoi più volte in vano di farla strangolare ; e
finalmente in tutto la licenziò come sterile. Ma )ia8Ìmando il p'^oolo tal
divorzio, né cessando ella di dime male, ^gli la con^^'"' >er ultimo
rimedio la fece ammazzare; con iverla fatv ijare come ad""era tanto
sfacciatamente e con si fatta falsuu ^'^ afFerma"" ti '
*'^a»''"onii da lui fatti esa- SUO pedagogo, il quale fraudolentemenle
confessò (Ji avere avuto a fare con lei disonestamente. Ivi a dodici giorni
ch^égli ebbe (come di sopra abbiamo detto) licenziato Ottavia, tolse per moglie
Pqppea, la quale fu da lui unicamente amata; e con tutto ciò, pure anco lei
ammaztó con un pàlcio, però che gravida ed in- ferma gli avevs^ detto villania
un dì, che soprastato ai giuochi dei guidatori di carrette. era tardi tornato a
casa. Di costei- gli . nacque Claudia Augusta ; la quale, essendo ancora in
fasce, si morì. laS^i' suoi più intrinseci e parenti di qdaluhque sorte, furono
d%Sòiioffesi con qualche scelleratezza. Antonia^ la figliuola di
Claudwy^cusando, dopo la morte di Póppea, di volerlo per marito, fu da lui fatta
uccidere sotto pretesto ch'ella macchinasse eontro allo imperio. Ibsimigliante
avvenne a tutti gli altri, che : per parentado o per affare gli erano
intrinseci e familiari, tra. i quali fu il giovane Aulo Plancio. E prima che
egli lo facesse ammazzare, per forza usò con lui disonestamente^ e fattolo
ucci- - dere disse; vada ora mia madre e si baci il mio successore; per-,
ciocché egli aveva tratto fuora una voce come il giovane era stato' amato da
sua madre e ch'ella loaveva confortato e sollecitato di ^ occupare lo itnperio.
Ordinò ancora a' servi di Rufo Crispino suo figliastro e nato^di Poppea, il
quale ancóra era sbarbato che, per- ciocché egli faceva del capitano e dello
impéradpre, un dì naen- . tré che e' pescava, lo gittassero inumare e lo affogassero.
Confinò Tusco figliuolo dèlia sua nutrice, perciocché, essendo procura- tore
dello Egitto, s'era lavato in certi bagni appareccbiati-per la venuta sua.
Costrinse a mprire Seneca suo precettore; con tutto che esso Seneca più volte
(di ciò temendo) gli. avesse ad- doìnandato licenza, e voluto lasciargli tutto
ciò che posse- deva ; e che Nerone a lui avesse, in tutti i modi che si poteva
migliori, con solenne giuramento affermato che a torto era avuto da lui a
sospetto; e che più presto era per morire che fargli nocumento alcuno. Promesse
a Burro prefetto di mandar- gli un rimedio per la canna della gola dove egli
aveva male ; ed in quel cambio gli mandò il veleno. Avvelenò, oltre a ciò,
parte cQn cibi e parte con bevande, alcuni suoi liberti di già vecchi e molto
ricchi ; i quali a tempo di Claudio per farlo adottare e dipoi per fargli
acquistare l'imperio, l'avevano aiutalo c-favorito assai. Sua crudeltà coi
strani e stragi fatte dei più nobili uomini romàni. Fu non meno crudèle contro
a' forestieri. Era Gomiaciala ad apparire parecchie notti alla (ila una cometa^
la quale univer- salmente sì ci-ede che sii^nifichi la morte di quahhe gran
prin- cipe; e^li adunque sollecito ed ansio di tal rx)sa intese da.Babilo
«astrologo, che i le erano soliti di soddisfare a quel tristo an- nunzio e
volgere altrove la malignità di quella influenza, con fare uccìdere qualche
i>ersona illustre. Onde egli si deliberò di faie ammazzare tutti i
principali e più nobili, massimaaiQl^te Aven- done giusta occasicme; per ciò
che si erano scoperte due con- giure, runa delle quali. chiamata Pisoniana, che
era là principale, si fece e fu scoperta in Roma, l'altra in Benevento^
chiamata Vinciniana. Furono i congiurati nello esaminarsi legati con ca- tene
in tre doppi, trai quali alcuni spontaneamente e senza tor menti confessarono ;
altri vi furono che audacemente dissero che egli stesso si era stato cagi,ono
di uiìa tal cpngiura fatta contro di lui oche la colpa era tutta sua, perciò
che eglino, atteso, le feue scelleratezze e quanto e' fusse vitu|)ecato e
disonorato, non avevano veduto migliore rimedio per aiutarlo e cavarlo di quel
vituperio che. cei-care d'ammazzarlo. I flgliuoli di costoro con- dannati e
confiiìati tutti, o \ìcr veleno o per fame furono fatti morire. Tra' quali è manifesto
che alcuni furono avvelenati a tavola insieme co' loro maestri e pedagoghi;
altri uccisi c^Uoro servitori; altri vi furono, a' quali fu vietato e proibito
lo andare accattando e mendicando il vivere., . Macello da lui fatto di molti è
altre sue ferità. Da quel tempo innanzi, senza fare differenza alcuna più da
uno che da un altro, posto da canto tutti i rispetti, per qualun- que cagione
cominciò a faro ammazzare tutti quelli che a lui piaceva di levarsi dinanzi ; e
por lasciarne una gran parte indie- tro, senza farne menzione, fece ammazzare
Salvidieno Orfido solo per essere stato accusato ch'egli sotto la sua casa
aveva fatto tre botteghe, le quaU appigionava a' forestieri che venivano . per
riposarvisi. E Cassio Longino Cieco e dottore di leggi, perciò che nel
descrivere il ramo de' suoi antecessori, vi aveva posto la immagine di Gaio
Cassio, uno de' percussori (li Cesare; e Peto Trasia, perchè egli a guisa di
pedagogo si mostrava nel viso se- vero. Ai sentenziati alla morte non dava
spazio più che un'ora, e per non metter punto di tempo in mezzo, sollecitava i
medici, vedendo che e' tardavano, con dire cha spacGiatamonte gli cu- rassino ;
perciorxhè egli por ammazzarli faceva tagliare loro Iq vene; e chiamava quel
modo di uccidere gli juornini unaci^ra. Credesì ancora ch'egli avesse in animo
di dare a mangiare e divorare gli uomini vivi a un certo Egizio chiamato
Polifago ; il quale era solito di cibarsi di carne cruda e di tutto ciò che gli
qra posto innanzi. Levatosi in superbia, parendogli che le cose gli
succedessino prosperamente, usò di dire che niunoprincipe innanzi a lui aveva
conosciuto le sue forze e, quanto e* poteva faro. E più volte dimostrò in
aioitimodi apertamente, come egli avfeva in animo di non lasciare vivo alcuno
de' senatori ch'e* rano rimàsti ; e di volere in tutto spegnere quoll'ordine e
torlo via della Repubblica, e di dare la cura e govenio degli eserciti ai
cavalieri romani e a' liberti. Egli una volta uisava palesemente nello andare o
tornare fqori di Roma di non risponderle ài saluti - di alcuno di loro, né
àlcoiio baciarne secóndo il costume, fi- quando e' messe mano a fare- tagliare
l'Istmo, dove era gran nu- mero di gente,, disse con chiara voce che desiderava
clie-quella, impresa riuscisse prospera mQpte a se ed al popolo romano, e - non
fece menzione alcuna del senato. . Arsione fatta da lui fare di Romsi. ^
Nondimeno egli noti- la perdonò nèal popolo rònwno, né an- cora alle mura della
patria. Trovandosi aduniqué a ragionamento con certi suoi familiari, e dicendo
uno di loro queste paròle in . greco: morto io, vada tutta la terra a fuoco e a
fiamma ; sog- giunse Nerone : anzi vivendo io ; e cosi appunto: mandò ad
effetto : [ìerciocchè mostrando che la difformità e la sproporzione degli
edifizii, e che i biscanti e la strettezza ^delle strade in Roma gli avessino
offeso l'animo, fece mettere ftioiJO per tutta la città; "e tanto
espressamente fu da sua pai te messo in esecuzione, che parecchi uomini
consolari, ch'erano suoi cubicularii, avendo tro- vati ne' poderi, che in Roma
avevano, alcuni dei ministri di Ne- rone con la stoppa « con fiaccole, in mano
pei* dare fuoco, non si ardirono a dir loro nulla, nò a manomettergli. Erano
intorno alla sua casa aurea certi magazzini e granai, de' quali egli oltre modo
aveva desiderato farne piazza; furono pertanto prinna ir deboliti e magagnati
con certe macchine da guerra, percioccht il muro era di pietra, e dipoi vi
attaccarono il fuocx). Durò quel' rryy^aW'r^ Koi gior"' ^ ro^'ìnaro
guastare Rom^. Fu la ploH • ceneri dei corpi morti porre i suoi allc^giamenti.
Arsono allora, (iltre a numero infìnito di casamenti posti in isola, le case di
quelli antichi capitani, arricchite e adorne di trofei e di spoglie ostili.
Arsono li' sairrate case degli Iddii, dai re per voto edilì- cate e consaiirale,
e quelle ancora che nelle guerre contro ai Carlaizinesi e contro a' dalli
edificate e consagratosi erano. Arse tinalmeiitc tutto ciò che degli antichi in
Roma era restato bello (* memorabile. Egli sopra la torre di Mecenate tutto
allegro e lieto si stava a riguardare sì fatto incendio, pigliandosi piacere
Iconio egli diceva) di si bella e lucente fiamma^ e vestito a guisa d'istrione
e rappresentatore di fa^x)le, . secondo il suo costume, cantò la presa e
l'incendio dllio; e per valersi in quella im- presa di più roba e danari
ch'egli poteva, non permesse ad al- cuno di entrare tra le rovine delle sue
case por ricercare i da- nari, ma promesse a sue spese di fare levare via i
calcinacci ed i corpi morti. E non solamente aspettò di riscuotere, ma con
grande importunità addomandò, che le collazioni (cioè danari da pagarsegli per
rata da ciascuno de* cittadini) gli fussero pagate. E cosi votò e riarse di
danari non solamente le provincie intere, ma ancor le facoltà degli uomini
privati. Polla morìa clie fu ai tempi suoi e delle contumelie colle quali
veniva lacerato. A' vitu)>erii ed alle scelleratezze di costui si aggiunsero
an- cora alcuni accidenti di fortuna, e questa fu una pestilenza, la (piale
durò tutto lo autunno; nel quale spazio di tempo si tenne conto che e' morirono
più di trenta mila ))ersone. La rotta an- cora ricevuta in Inghilterra, dove
furono mandate a sacco con grande occisione di Romani e di loro amici, due
terre delle prin- cipali. Il dispregio e la vergogna ricevuta in Oriente, dove
i sol- dati romani nella provincia di Armenia furono fatti passare sotto il
giogo; e dove la Soria con grande fatica si mantenne a divo- zione dello
imperio. Con tutti i suoi difetti fu cosa notabile in lui e da fai^scne
maraviglia ch'egli sopra ad ogni altra cosa sop- portò pazientemen»'^ 'e
villanie ed il male che di lui si diceva. E fu più dolce ^ '«''abile inverso di
quelli, da* quali o con -Trotti o con vers ^eso che inverso di alcuna altra
ivirte d'uomini. » . . • ^»»'^ "» *'♦'> - 'i— iJq:ate contro ■i lui in
latir^o e^ -,.- nf-^gerìtte lì Nerone Oreste ed Àlcmeone uccidftori delle
madri, Nerone la nupvr sposa ha ucciso, la qjiadre jfiro'pria. e cosi questi
versi in latino; Chi dirà che Nerone non sia della stirpe del grande Enea?
Questi ha tolto via la madre, e quegli portò via" il padre. • e questi
altri due ; Mentre che il nostro Nerone tempra la cetra, e '1 Parto l'arco
(1),. . II nostro sarà Peana, ed il Parto Heoatebdete, e questi altri apprèsso
; Roma diventerà uba casa ; Quiriti andatevene a Veju : Se già questa casa, non
oconpa ancora -fa città di Vejo-. de'. quali egli non andò ricercando giammai i
componitori. Ed avendone una spia accusati alcuni dinanzi a' senatori, non
volle Nerone che molto aspramente fussero puniti. Isidoro Cinico, pas^, sando
egli per la via, pubblicamente e con voce alta lo biasimò e riprese, dicendo
ch'egli cantava bene i mali di (2) Naùpio e disponeva male i suoi "beni. E
Dato, istrione di farse, di quelle che anticamente si facìevano ad A versa,
chiamate Atellane, disse in ^ua ipresehza : V*d sanò, padre mio, va sana, madre
mia; avendo rappresentato il padre, come se e' fu sse a tavola a'man- * giare e
bere, la madre, come se ella nuotasse : volendo signifi- care, in che modo Gaio
Claudio suo padre e la madre Agrippina avevano terminata la vita loro.
Soggiunse appressò nell'ultima -parte di questa sua canzone, volgendosi ed
accennando inverso il senato: L'orco ora verso voi addrizza il piede. Non fece
altro • Nerone né al cinico, né all'istrione, se non ohe e' dette loro ^ bando
di Roma e di tutta Italia. GrOvernavasi adunque inquesta maniera, perciocché
egli non stimava di essere infamato aqaèHa guisa, ovvero per non incitare. ed
aguzzare gl'ingegni cof mo- strare di. averlo per male. Significa che Nerone
sarà a guisa di Apollo Ceteratore, e il Parto d; AppUo lanciator di saette :
essendo questa la interpre- tazione della parola greca Hecatebelete. (2)
Nauplio padre di Palamede, che intervenne nella guerra di Tròia. / Ribellione
di'lla Francia contro di Ini. Avoii'lo il nionflo su|>i>ortalo un sì
fatto principe poco nneno di Ribellion dellu Spugna e di Galija. Poi eh egli
ebbe inteso che Galba ancora e l'ùna! e l'altra Spa- gna si erano ribellate,
abbandonatosi d'animo è mal disposto, lungamente si stette a giacere quasi
mezzo morto senza par- lare, e come o'fu ritornato in sé, stracciatosi la veste
e battutosi il capo, disse palesemente ch'era spacciato ; e confortandolo e
racconsolandolo la sua balia, con ricordargli che il simile era ancora accaduto
agli altri principi, rispose che la disgrazia stia- quella di tutti gli altri
avanzava, ed era cosa non mai più udita nò veduta, esser vivo e perdere si
grande imperio. Con tutto questo non usci punto del suo ordinario, dandosi a'
suoi piaceri libidinosi e vivendosi al solito nella sua infingardaggine e pol-
troneria; anzi avendo avuto appf||bo nuova che le coso erano andate un poco
prosperamente, fece una bellissima cena, e molto ab])ondevole e copiosa ; ed
oltre che egli vi recitò alcuni versi faceti da lui composti c-ontro a' capi
della ribellione ed ap- presso lascivamente gli sonò, e con molta delicatezza
(i quali versi si dettone fuora in pubblico) egli ancora a guisa d'istrione
fece gli atti suoi, e fattosi ascosamente condurre a vedere nel teatro, mandò
segretamente a dire a uno strione, il quale al po- polo piaceva assai ch'egli
si usurpava le sue -fatiche e le sue oc- cupazioni. Di un fiero suo
proponimento, limove i consoli, e si fa creare lui consolo. Credesi che a'
primi avvisi de' tumulti e delle ribellioni, egli avesse in animo di fare molte
cose bestiali e crudeli, ma non punto aliene nò contrarie alla sua natura ; e
quest'era di man- dare nuovi eserciti e successori a' governatori delle
provincie, con commissione che e' f ussero ammazzati, non altrimenti che se tutti
insieme si f ussero congiurati e la intendessiho in un medesimo modo. Voleva
ancora faretagUare a pezzi quanti sban- biti fuori si ritrovavano e tutti i
Francesi ch'erano in Roma : gli "^banditi, acciocché non si accostassint)
coi popoh che si ribella- 'ano; i Francesi, come consapevoli e fautori della
loro nazione. '^oleva dare in preda a' soldati l'una e l'altra OaHia; convitare
senatori ed in quei ^^'^do tutti avvelenargli; cacciare fuoco in ■mento e
dicevano che non erano per ubbidir a cosa alcuna: o,d unitamente addimandavano
ch'egli più tosto si facesse ren- lere quello che insino a quel tempo si era
pagato alle spie ec igli accusatori. Scritture infami contro di lui pubblicate.
Accadde ancora che essendo la carestia grande venne un a' (SO ■^cTìQ ima r\i .
.V|»i -r^T-Q -li AlocegpHrìn ili ramt^ÙJi^ V0> tovaglie portava polvere che
aveva a servire a' lottatori della corte di Nerone ; onde e' s'accrebbe la mala
grazia ed il mal nome ch'egli aveva nello universale, e contro a lui si concitò
lo sdegno e l'odio d^ ciascuno, talmente che ognuno lo svillaneg- giava e ne
diceva male. Al capo d'una delle sue statue fu ap>. piccato un carro con
certe lettere (1) greche, che dicevano -che oramai era venuta la festa de'
lottatori, che attendesse a trai- nare. £d al collo d' un'altra statua fu
legato una granata con un titolo che dicea : e che posso io farne ? tu una
volta hai me- ritato il capestro. Per le colonne fu scritto, che oramai i
galli, cantando, Tavevano desto. E molti la notte facendo vista d'essere alle
mani co' loro schiavi e servi e con eissi avere parole, do- mandavano ad ogni
poco: Dov'è il vindice? cioè, dov'era Tuffi- zfale sopra i servi, ma
intendevano, di Giulio Vindice, che si era (come di sopra si è detto)
ribellato. Spav;enlasi per cèrte orribili visióni. Spaventavano oltre a ciò
molti se^ni e predigli e sogni mani- festi che prima ed allora nuovamente erano
appariti.' Egli non essendo mai solito prima di sognare, poi ch'egli ebbe fatto
ucci- dere la madre, gli pareva in sogno, essere al timone di una nave e
comandarla e governarla, e che la sua moglie Ottavia gli so- praggiugneva
addosso, e per forza gli toglieva di m^iio il timone e lo strascinava in
tenebre oscuri^ime. Ora gli pareva essere coperto d'una grande quantità di (3)
formiche alate ed ora es- sere attorniato dalle statue, ch'erano dedicate nel
teatro di Pom- peo, e vietatogli il passo e lo andare più oltre ; e che (4) la
chi- nea, della quale egli grandemente si dilettava, dalle parti di dietro era
diventata bertuccia; e che solamente, avendo il capo di cavallo, molto
accesamente annitriva. Fu sentito una voce del mausoleo, le porte del quale da
loro si erano aperte, che io chiamava per nome. Nelle calende di gennaio gli
Iddii Lari (cioè L'interpretazione delle
parole greche aggiunte sotto il carro era^ che ormai s'avvicinava il tempo
delle feste, che attendesse a trainare. (2) Granata è un mazzo di scope ; e
significava, ch'ei meritasse d'essere scopato. (3) Il sogno delle formiche
awisavalo, che si guardasse dagli insulti della moltitudine. (4) Il cambiarsi
del cavallo in scimia significava, che Nerone muter«Mi)6 condizione. del
focolare) essendo stati ornati mentre jche il sacriGzio s'appa- recchiava,
cascarono in terra; e nel prendere gli auspizii Sporo gli presentò un anello,
nella gemma del qtìalé era scolpita Pro- sorpìna quando fu rapita da Plutone.
Volendo sacrificare in pub- blico e porgere secondo H costume nelle calende di
gennaio le solite preghiere agli Iddii e fare i voti accostumati essendosi di
già ragunato una gran quantità cosi de' patrizii, come de' cava- lieri, con
fatica grande si trovarono le chiavi del Campidoglio. Recitandosi nello epilogo
d'una orazione, ch'«gli aveva fatta in senato contro a Vindice, che prestamente
gli scellerati sareb- bono puniti e farebbero la fine che meritavano, fu
gridato uni- versalmente da tutti : Farai tu Augusto. Era ancora stato osàor- -
vato, che la favola ultima ch'egli pubblicamente aveva cantata, era Edipode
sbandito e che appunto era venuto a cadere e po- sarsi in quel verso che dice
in greco : Padre, madre fe moglie mi comandano ch'io muoia. Vien abbandonato da
tutti. Avuto avviso in questo mezzo, come ancora gli altri eserciti s'erano
ribellati ; stracciò le lettere che a tavola gli erano state presentate, mandò
la mensa sotto sopra, gittò in terra due bic- chieri, i quali e' teneva molto
cari, da lui chiamati Omerici, per esservi dentro intagliato alcuni versi di
Omero. £ fattosi dare il veleno alla locusta, e messolo dentro a un vasetto di
legno se ne ' andò nel giardino di Servilio ; là dove egli innanzi aveva man-
dato de' suoi liberti i più fedeli che apparecchiassino l'armata ad Ostia.
Tentò i tribuni e centurioni de' soldati pretoriani, che . nel fuggire gli
facessirio compagnia, ma una parte di loro scon- torcendosi, l'altra
palesemente dicendo che non voleva, e. tra gli altri gridando uno: è egli però
il morire così misera cosa? si andò ravvolgendo varie cosa per la fantasia :,
pensando, se supplichevolmente era bene che andasse a trovare i Parti o%ì
veramente Galba, o se pure vestito a negro si doveva rappre- sentare in
pubblico e ne' rostri (cioè in ringhiera) quanto e' p^ teva più umilmente e con
più dolore e contrizione del passav» addimandarc perdono, e non gli venendo fatto
di piegare ^^ animi loro, pregare che almeno gli fusse conceduto il goveniv
iell'Egitto. Fu di poi trovata nel suo scrittoio una orazione sopn a tal
materia, ma e'*>si crede eh' e' non mandasse a effetto ta )roposito per p?
ir« ''i non essere lacerato dal popolo prima ^ jgisopo; rop'^otf .ìaT'jrp
^nHu^nlla adunque *»l;!;giorn'* ' •^niente ; e la notte destossi a mezza
notte', e trovato che i' sol- ila ti che stavano a guardia della sua persona si
erano partiti, saltò fuori del letto e mandò fuora ì suoi amici che si
andassino spargendo per intendere quello che si diceva. E perchè niunoife
tornava a riferirgli cosa alcuna, con pochi gli andò a trovare a casa iid uno
ad uno; ma trovandone serrate le porte di ciascuno e t'ije ninno gli rispondeva
so ne tornò in camera. Onde già quelli (-.ho n'erano a guardia s'erano fuggiti
in qua e in là, e pòrtatene via le coperte del letto e quel vasetto dove era
dentro il, veleno. Onde egli spacciatamente si messe a cercare di Spettilio
Mir- millone o di alcun altro che lo ammazzasse, e non trovando cilcuno, disse:
Adunque io non ho né amico nò nemico? e corse a furia verso il Tevere e fu
quasi per gittarvisi dentro.' Abbandonasi e fugge dalla .città. Ma di nuovo
raffrenato questo suo impeto e furore domandò (li avere qualche luogo segreto
per tornare in sé e riavere Ta- ìiimo. Ed offerendogli Faonte liberto un podere
ch'egli aveva vicino a Roma circa quattro miglia, tra la via Salaria e la via
Nomentana, cosi come era scalzo ed in camicia, gittatosi addosso una cappa di un
coloraccio non usato, e copertosi il capo ed avvoltosi al viso il fazzoletto,
montò a cavallo sólo con quattro compagni, tra i quali era Sporo; e subitamente
spaventato da un tremuoto ed un baleno che gli diede in faccia, udì dal campo
che gli era vicino, il grido de' soldati che sparlavano contro di lui, e gli
annunziavano male, e di Galba parlavano onorevol- mente, predicendone bene. E
così, udì un certo di coloro, che e' riscontrò nel fuggire, il quale diceva :
Costoro perseguitano Nerone : ed un altro che dimandava se nella città era
seguito niente di nuovo di Nerone. E spaventato il cavallo per l'odore d'un
corpo morto ch'era gittate ivi attravèrso nella strada se gli venne a
discoprire il volto, onde fu conosciuto e salutato da un «certo Missizio pretoriano.
Come ei fa pervenuto alla svolta del canto, lasciato andare i cavalli tra certe
siepi e vetricioni (4) per un viottolo di un canneto male agevolmente,
facendosi disten- dere la veste sotto ai piedi, pervenne scampando al muro di
quella villa che gli era rincontro. Ivi confortandolo il medesinio Faonte, che
intanto si andasse ritirando dentro ad uno speco, dove la rena era stata
cavata, disse che non era per entrare vivo (1) Vetricioni, lo stesso che
arbusti. sotto terra. E fermatosi così un poco insino che procacciato gli fusse
lo entrare segretamente nella caga della predetta villa, ed . avendo sete,
prese dell'acqua con le mani da una pozzanghera che gli era tra i piedi, e
disse: e questa t l'acqua cotta di Ne- ' rene? Appresso appiccandosi la cappa a
pruni e stracciandosi, osso gli andava rimondaiido. E così camminando carponi
per - una caverna stretta e sfossata, se np andò in una cella che ivi era
vicina; e posesi a dormire sopra ad un letto dove. era una . coltrice molto
piccola e gli fu gittato sopra un mantello vecchio. E di nuovo assaltandolo la
sete e la fame, ributtò un poco di panaccio lordo che gli fu portato innanzi e
beve alquanto d'ac- qua tiepida. Sua morte e come l'incontrasse. Allora
attorniato e stretto da ogni banda, per torsi via spac- ciatamente agli
oltraggi che gli soprastavano, comandò, che alla sua presenza fosse cavata una
fossa alla misura e grandezza del suo corpo, che e' f ussero composti insieme
alcuni pezzi di marmo, ritrovandosene in alcun luogo ; e ch'e' si ragunasse
delle legne^ e conducessesi dell'acqua per curare e governare il suo corpo
morto. E piangendo a ciascuna delle predette cose, diceva ad ad ogni poco : Che
arte io mi son condotto a fare in morte? Mentre che si andava a questo modo
intrattenendo, venne un servidore di Faonte con lettere, al quale egli le tolse
e lesse " come il Senato l'aveva giudicato per nimico, e come e' lo anda-
vano cercando per punirlo, secondo il costume degli antichi: Domandò allora
Nerone, che sorte di punizione fosse quella che davano gli antichi ; ed avendo
inteso, come l'uomo ignudo s'im- piccava per il collo ad una forca, e con, le
verghe si batteva tanto che e' morisse, spaventato prese due pugnali che seco
aveva portati e tentata la punta di ciascuno, di nuovo gli ripose con dire, che
l'ora sua fatale non era ancora venuta. Ed ora confortava il suo Sporo, che
cominciasse a piangere e lamen- tarsi; ora andava pregando chi era d'attorno,
che qualcuno dì loro gli facesse la via innanzi, ed ammazzandosi gli agevolasse
la strada ; ora si biasimava e riprendeva come timido e poltrone, usando cotali
parole : Vituperosa e brutta cosa è che io viva in questo modo. E soggiungeva
in greco : a Nerone questo non si appartiene, non si appartiene questo a
Nerone. In tali casi fa di mestieri essere svegliato e sobrio, orsù svegliati
oramai. E' già i cavalieri si appressavano, ai quali era stato comandato che
noi inciiassino vivo ; del che come egli si accorse, tremando |)arlò in greco
in questo modo : Lo strepito de' veloci cavalli mi |)ercuote gli orecchi da
o^ni banda ; ed accostossi il ferro alla gola, e fu aiutato ferirsi da
Epafrodito scrivano de memoriali. Hntrò dentro un centurione, ch'egli era
ancora mezzo vivo, e postogli la cappa alla ferita fìnse di essergli venuto in
soccorso, al quale o' non rispose altro, se non : tardi, questa è la fede? ed
in tal voce mancò avendo gli occhi stralunati e burberi, tal che o' metteva
spavento e paura a chi gli vedeva. Pregò méntre che penò a ferirsi, sopra ad
ogni altra cosa i suoi compagni, che la sua testa non fosso lasciata venire
alle mani di alcuno, ma che in (lualunciuo modo ella fusso tutta arsa ; il che
gli fu promesso da Stn orino liberto di Galba, che di poco era stalo cavato
Hle, che la plebe co' cappelli in testa (a guisa di schiavi fatti li-,1) Il
dirizzatoio è uno strumento simile ad un fuso, ma acuto, del quale le donne si
servono per partire i capelli in due parti eguali. beri) andava discorrendo
per. tutta la cUtà. Trovaronsi nondi- meno alcuni, ì quali durarono gran tempo
di ornare ogni anno di primavera e di state il suo sepolcro di fiori ; ed Ora
ponevano in ringhiera alcune immagini con la pretesta indosso (che lui
rappresentavano) ed alle volte vi appiccavano comandaménti e bandi da parte
sua, come se fusse ancora vivo e fusse in brève per ritornare a Roma, malgrado
de' suoi nimici e con loro gran- dissimo danno. Oltre a ciò avendo Vologeso re
de' Parti man- dato ambasciatori al senato, per rinnovare la lega; lo pregò an-
cora grandemente che la memoria di Nerone fusse onorata e celebrata. Finalmente
venti anni appresso, essendo io giovanetto, . si trovò uno, il quale non
si-sapeva chi egli si. fusse, che an* dava dicendo che era Nerone ; e fu il suo
nome di tanto favore appresso de' Parti che grandemente fu aiutato, e quasi
rimesso in istato. LA VITA ED I FATTI SERGIO GALBA SETTim IHFERATdB BOHàM Del
lignaggio de/ Cesari finito in Nefone, e dei presagii che ciò dinotarono. La
stirpe de' Cesari mancò in Nerone; il che si conobbe in- nanzi dover seguire^
oltre a più segni, per due molti chiari ed evidenti, t, da sapere adunque che
Livia, come prima furono col(;brate le nozze tra lei ed Augusto, andando a
rivedere una sua possessione ch'ella aveva nel contado V.eientano, accadde che
un'aquila volandole sopra le lasciò cadere in grembo una gallina bianca, la
quale teneva in becco un ramicello di alloro, proprio in quel modo che quando
dall'aquila era stata rapita. Piacque a Livia di nutrire ed allevare quella gallina
e di pian- tare quella ciocca di alloro. Le galline, che di questa nacquero,
crebbero in sì gran quantità che ancora oggi il luogo,- dove è la predetta
possessione, si chiama alle galline. Gli allori ancora di maniera vi
moltiplicarono che i Cesari trionfando quindi pren- devano i lauri, per farsene
le ghirlande, avendo per costume di piantarne subito un altro nel medesimo
luogo. E fu osservato 'Che, sempre che uno dei predetti era vicino alla morte,
lo al- loro da lui piantato si appassiva. Ora neiraiino ultimo dello im|)erio
di Nerone, quando e' mori, tutti i lauri, ch'erano nel predetto luogo, si
seccarono insino allo radici ; e tutte le galline ancera si morirono che ninna
ve ne restò; e la casa de' Cesari fu immedìaie percossa dalla saetta ; ed i capi
delle statue loro cascarono in terra, ed a quella di Augusto cascò ancora lo
scettro di mano. Stirpe di Gaìba antichissima. A Nerone successe Galba, il
quale in niuua cosa alla casa dei Cesari apparteneva ; ma egli senza dubbio fu
di sangue nobilis- simo e di gran famiglia e molto antica ; conciossiacosaché
nei titoli delle statue sue sempre si faceva scrivere bisnipote ài Quinto
Catulo Capitolino. £ poi che égli fu fat1;o imperadore, pose nel cortile del
suo palazzo l'albero dei suoi antecessori, dove egli mostra di avere origine da
Giove quanto al padre e quanto alla madre da Pasifae moglie di Minos., Della
sua famiglia, cognome, e perchè fosse detto Galba. L'andare ora rinvenendo le
immagini ^ titoli e glorie di tutta la famiglia e parentado degli e^ntichi di
Galba sarebbe cosa troppo lunga. Ma io ne verrò raccontando alcuni brevemente
solo della istessa famiglia ; perciocché onde il primo della fa- miglia dei
Sulpizìi si trasse il soprannome di Galba non ce. n'è ^ certezza alcuna. Sono
alcuni che pensano che avendo lungamente c;ombattuto in vano una terra in
Ispagna, filialmente egli si risolvè a mettervi fuoco; e perciò unse con (4)
galbano le fiaccole. Altri scrivono che egli usava per rimedio di una lunga
infermità che egli aveva avuta certe fasce e rinvolti con la lana sudicia che
si chiama Galbeo. Dicono alcuni altri, che perciò che egli era pieno inviso e
mólto grasso, era così chiamato: conciossiacosaché i Galli così chiamino quelli
che sono grassi e di volto rigogliosi; o sì veramente per il contrario, perché
egli fu sparuto di viso, come sono gli animali che nascono nelle (2) civaie,
che sono chia- mati galbe. Il primo che illustrò e fece risplendere la predetta
famìglia fu Sergio Galba, uomo consolare a' suoi tempi eloquen- tissimo, del
quale si scrive che dopo essere stato pretore ottenne il governo della Spagna ;
dove avendo fatto tagliare a pezzi per via di trattato trenta mila Lusitani
(cioè Portogallesi)/fu cagione della guerra che appresso fu mossa ai Romani,
della (piale fu capo Viriate. Il nipote di costui avendo dimandato di
esBerfattO" - '' consolo, era state. ributtato da Giulio Cesare ; si
sdegnò contro a quello di cui egli in Gallia era stato rommessarioe gli
congìarò, contro in compagnia di Bruto e di Cassio ; per il che fu condan- nato
secondo la provvisione e legge fatta da Quinto Pedio. Da (1) Galbano, liquor di
una pianta. (2) Civaia, lo stesso che legumi. dio costui appresso discenderono
Tavolo ed il padre di Galfa ratore. L'avolo, per essere })ersona studiosa e
letterata, per altra dignità fu chiaro ed eccellente. Egli non avendo^ ottenuto
altro magistrato che quello della pretura, scrisi elegantemente e con assai
diligenza la storia che contene la notizia di molte cose. Il padre fu consolo e
quantii fusse piccolo di statura e gobbo o di non molta eloquen dimeno fece il
procuratore ; dove egli usò molta airte ed in Ebbe costui per moglie Mummia
Acaia, moglie prima d bisnipote di Lucio Mummie, il quale distrusse e spiaii ai
fondamenti la città di Corinto. Ebbe ancora per mogi Occllina molto ricca e
bella. Stimasi nondimeno ch'eli; \ esse spontaneamente a domandar lui, per
essere quel nobile ; e gliene facesse ancora forza, perchè egli imp^ da quella
si condusse con lei al segreto e trattosi la > fo' mostra dello scrigno,
acciocché ella non potesse dir lo aver saputo e d'essere stata ingannata. Ebbe
costui gliuolì di Mummia Acaia sopraddetta, Gaio e Sergio ; ( Gaio ch'era il
maggiore mandò male tutte le sue faci parti di Roma ; e perciocché Tiberio
nella età legittima il proconsolato, si mori di morte volontaria. Nascila di
Galba e delle rose che gli presagirono il princi] Sergio Galba imperadore
nacque nell'anno che in Ron consoli Marco Valerio Messala e Gneo Lentulo a' ven
dicembre, in quella villa ch'ò sotto il collo vicino a T da mano sinistra
andando inverso Fondi. Fu adottato d matrigna e da lei fu chiamato Livio
Ocellare. E per fln e' fu fatto imperatore si chiamò Livio in cambio di S( cosa
manifesta che Augusto essendo da lui salutato qua fanciullo in compagnia di
alcuni altri della sua età, lo p le gote e gli disse in greco: fatti innanzi
ancor tu, figli ed accostati al nostro imperio. Ma Tiberio, al quale era si
dotto Galba dover essere imperadore, ma in sua vecchiezz, Viva a suo piacere
poscia che questo a noi nulla riliev B ciò facondo il suo avolo alcuni
sacrifìzi per purgare € il male influsso di una saetta che era caduta, venne u
gli rapì di mano le interiora dell'animale che da lui ei ficaio e le pose sopra
una quercia carica di ghiande. Fi (Ì! Scrigno, lo stesso che gobba. det!lo che
ciò aigniBcava che uno della sua famìglia, ma ivi a gran tempo, aveva ad essere
imperatore^ perchè egli ridendosene rispose; Sì, quando una mula avrà
partorito; tal che ninna cosa più assicurò l'animo di Galba a tentaro'cose
nuove che una mula la quale partorì. E come che gU altri se ne contristassino
corno di cose di male augurio, egli solamente lieto lo ricevette per buono ;
ricordandosi del sacrifizio e delle parole del suo avolo. Preso che egli ebbe
la toga virile sognò che la fortuna gli stava dinanzi all'uscio, dicendo che.
era §tracca e che se egli presto non gli apriva e non la riceveva, era per
essere preda di chiunque la riscontrasse. B tostò come egli si fu levato,
aperto l'uscio del cortile, trovò vicino alla sòglia la immagine di
tiuell'Iddea ch'era di rame e più alta di un cQbito, e se la pose in grembo e
portolla a Tuscoli dove la state era solito di dimorarsi ; e consacratogli una
parte della sua casa, dipoi sempre la onorò e riverì, ed ogni mese a lei supplicando
si raccomandava. Celebrava ogni anno la sua festa vegghiando tutta la notte : e
non ostante che e' fusse ancora di tenera età, nondimeno mantenne molto
severamente quella usanza antica, che già in Roma si era tralasciata e solo si
osservava in casa sua, cioè che di tutta la sua famiglia, così gli schiavi come
i fatti liberi, due volte il giorno se gli rappre- sentassero davanti e la
mattina gli dicessero : Dio vi salvi ; e la sera : fatevi con Dio. Studioso
delle arti liberali, e particolarmente della ragion civile ; delle mogli e dei
figli. Quanto alle arti e discipline liberali studiò in legge e prese ancora
moglie in que' tempi. Ma essendogli dipoi morta Lepida due figliuoli che di lei
aveva, non volle appresso tórre altra donna ; né si potè mai persuaderlo nò
indurlo con alcuna 'con- dizione a pigliarne. Né ancora essa Agrippina che,
essendo JQOcto Domizio era rimasta vedova, potè fare sì ch'egli si dìspoo^f^e a
prenderla per moglie, di che ella, vivente ancor Lepida sua moglie,, l'aveva
importunato. Di maniera che trovandosi una volta trif un numero di altre
gentildonne, e fregandosegli intorno gli e^be insino ad essere detto villania;
e la madre di Lepida le diide nelle mani. Egli sopra ogni altra osservò ed ebbe
in riverenza Livia Augusta, e mentre che ella visse si valse assai del suo fa-r
vere, e poi che ella fu morJ^ ne divenne ricco; perciocché ella lo fece nel
testamento suo legatario principale ; e gli lasciò un milione e dugento
ciriquai\ta mila scudi. Ma perciocché la pre- delta somma era solamente notata
per abbaco e non distesa in scritto, Tiberio che era io erede racconciò lo
abbaco e ridusse i|uel lascito a dodici mila cinquecento scudi. Onde egli non
po- lendo avere quanto gli era Stato lasciato non volle ancora accettare la sopraddetta
somma. Onorì da lui conseguiti, e sua disciplina nelle cose militarì. Ottenne
alcuni magistrati innanzi al tempo, e quando e' fu pletore, nel fare celebrare
i giuochi e le feste della Dèa Flora, trattenne il popolo con una nuòva
invenzione, né mai più vista; e ciò furono elefanti che camminavano sopra il
canapo. Appresso ivi a imo anno fu mandato al governo della Àquitania (cioè
Gua- scogna), poi fu fatto consolo, e stette sei mesi nel detto magistrato, il
quale aveva ottenuto per lo ordinario. Volle appunto il caso olì" egli
venisse a succedere a Lucio Domizio, padre di Nerone, e che a lui succedesse
Silvio Ottone, padre di Ottone imporadore, con presagio ed indovinamente di
quello che avvenne, cioè, che egli fu imperadore nel mezzo tra amendue i
figliuoli dell'uno e deiraltro. Sustituito (1) da Gaio Cesare, quando egli in
Licia si rappresentò nello esercito; il dì appresso celebrandosi una solenne
festa^ volendo i soldati rallegrarsi con lui e fargli festa con le mani. egli
si oppose a questa loro voglia con dar loro per nome e con- trassegno che
ténessino le mani dentro alle cappe, onde per tutto Io esercito si sparse
questo detto : Imparate soldati a fare Tarte del soldo, Galba ò questo (2), non
G^tuhco; Usò ancora la me- desima severità quando i soldati gli domandavano
licenza, non la concedendo a nessuno. Faceva divenire robusti i soldati vecchi
e i nuovi col tenerli assiduamente in opera. Egli con prestezza raffrenò i
barbari, ch'erano trascorsi insino in Gallia, e diede di sé e del suo esercito
tal saggio a Gaio presenzialmente, che tra i soldati e gente senza numero ' che
da ogni banda e di tutte le Provincie s'erano fatte venire e ragunare in quel
luogo, non vi fjirono alcuni che ricevessino maggiori premii né più ampia te-
stimonianza della virtù loro. Avendosi egli acquistato nome e fattosi conoscere
sopra tutti gli altri per avere guidato la scorreria Le parole di Svetonio sono
: sostituito da Gaio Caligola a presieder a* spettacoli. ‘Significa’ che – H. P.
GRICE: SIGNIFICO CHE.... INTENDO CHE ... --- Galba è persona'seve-'^ non, come
Getulico, 'ondiscendente ; qual '^■^♦uIk'* p"^ ip^ppoo/^-:» nella che
facevano in campo i soldati ger esercizio, portando lo scudo e camminando
innanzi a tutti, corse ancora venti miglia accanto alla carretta dello,
imperadore. Della sua giustizia ed equità. Come e' fu venuto l'avviso che Caligola
era stato ucciso, molti lo confortavano e stimolavano che non volesse perdere
quella occasione: ma egli prepose la quiete ad ogni altra cosa. Per tali cose
adunque gli fu posto da Claudio grandissima affezione, e fu ricevuto da quQllo
nel numero de' suoi amici e familiari. E venne in tanto grado e riputazione,
che avendolo assalito una su- bita infermità e non molto grave, il dì -che si
avevano a movere le genti alla impresa d'Inghilterra, s'indugiò tale
espedraione. Fu eletto come proconsolo, e per lo strasordiriario al governo
del- l'Africa per due anni, solo per riordinare quella provincia, la quale
dalle discordie civili o dai tumulti de' barbari era'inquietata, dove egli si
governò con molta severità e giustizia così nelle cose grandi come nelle piccole:
onde ^d un soldato, il quale, per es^ sere allora la* carestia grande, aveva
venduto un mezzo staio di . grano dieci scudi, dette per punizione ^he ninno,
venendo in necessità, gli porgesse soccorso nò cosa alcuna da mangiai^,- onde
egli si morì di fame. Mentre che teneva raglonp gli capite- rono innanzi due
che litigavano una giumenta, né avendo alcdrfB^ delle parti testimonii né
argomenti sufficienti, onde nìale agevol- mente si poteva conietturare di chi
ella con verità e ragioifievol- mente fusse, dichiarò e sentenziò in questo
modo, che la bestia còl capo coperto e rinvolto fosse menata ad un lago dove
era solita di essere abbeverata, e in quel medesimo luogo gli fusse scoperto,
e,così che ella avesse ad essere di colui a casa del quale; dopo aver bevuto,
ella per se medesima se n'andava., Onori conferitigli e segni che gli
pronosticarono il principato. Per le cose, ed allora in Africa e prima fatte in
Germania, gli furono concedute le insegne e gli ornamenti trionfali ; e fu
creato in un medesimo tempo uno de' XV sacerdoti, chiamati Sodali, e similmente
uno di quelli chiamati Tizii, ed uno dei consagrati ad Augusto, chiamati
Augustali. E da quivi innanzi fino a mezzo il principato di Nerone tenne la
maggior parte del tempo vita so- litaria, standosi a suo piacere «diporto. E
sempre ch'e* faceva viaggio alcuno, se^jene si faceva portare in carretta, si
faceva 21 SvETONio. Vite dei Cesari. SERfilO GALBA condurre dietro in un altro
carro venticinque mila scudi in tanto oro. per insino che dimorandosi in Fondi,
gli fu dato a governo la Spagna Taragonese. Nella quale provincia arrivato e
sacrifi- cando nel tempio pubblico . accadde che uno de' ministri, cioè quel
fanciullo che teneva la cassetta dello incenso, in un subito diventò canuto
tutti i capelli del capo; e non mancò chi inter- pretasse ciò significare
mutazione di Stati, e che un vecchio suc- cederebbe a un giovane, cioè che esso
doveva succedere a Nerone. Né molto tempo appresso cascò in un lago, che è ih
Cantabria (cioè nella Biscaglia; una saetta, e vi furono ritrovate dodici
scuri, il che fu segno manifesto come e' dove\'a -succedere neirimperio. Sua
variabilità nel governo (iella pro\1nqia. Governò otto anni quella provincia
molto variamente, percioc- ché egli da principio fu molto rigido e severo in
punire e raf- frenare i delitti, e passò anzi che no i termini della modestia;
conciossiacosaché a un banchiere, il quale cambiava monete che non erano a
lega, gli tagliasse le mani e facesse conficcarle nel banco. Crocifisse ancora
un tutore, perchè egli aveva avvelenato un pupillo al quale esso era sostituito
erede. E ricorrendo esso alle leggi, e mostrando come egli era cittadjno
romano, Galba per fargli onore, ed acciocché la morte gli avesse a* parere più
leggiera, gli fece imbiancare la croce e porla più alta delle altre. Cominciò
appresso a poco a poco a lasciarsi andare nello strac- curato e nella
infingardaggine, per non dare occasione a Nerone di offenderlo ; e perciocché,
secondo ch'egli era solito di dire, ninno era costretto a rendere conto dello
starsi. Nel fare le visite ritrovandosi in Cartagine nuova, ed avendo inteso la
Francia es- sere in garbuglio, e domandandogli l'ambasciadore deirAquitania
{cioè Guascogna) soccorso, gli sopravvennero appunto le lettere di Vindice, por
le quali esso lo confortava a pigliare l' impresa, per salute e liberazione
dell'universo contro a Nerone: ai che egli si risolvè tosto, mosso dal timore e
dalla speranza. Avendo scoperto le commissioni che segretamente aveva mandate
a' suoi procuratori per farlo ammazzare, sperava ne' buoni augurii ed in quello
che gli era stato pronosticato e profetato da una vergine di vita molto santa e
religiosa ; e tanto più che un sacerdote di Giove nella città di Cluvia gli
aveva mostrato i medesimi versi 'iella sopraddetta vergin** i quali, esso
diceva, che avvertito da jriovo in sogno ci' ^vft^> rovatinei Penetrale
(cioè in un luogo *"ìtte*' Sflf»''^n»'"» unni 'nnoi^-r " in^
'i.t^iì ^30StÌ da una vergine profetessa, come la sopraddetta. La sentenza dei
quali versi era questa : Che un dì il principe e Signore def mondo aveva a
nascere in ìspagnà. Entratura al principato ed altri suoi fatti. Postosi
adunque a sedere nella sua residenzlf, mostrando d i volere attendere alla
liberazione degli schiavi e fattosi porre in- nanzi gran quantità d'immagini di
coloro ch'erano ^tati condan- nati ed uccisi da Nerone, e fattosi ancóra
comparire innanzi un fanciullo nobile, il quale apposta aveva fatto venire
dall' isola di Maiorica dove era stato confinato da esso Nerone., cominciò a
parlare piangendo e dolendoci dello stato e della condizione dei tempi ne'
quali allora si ritrovavano. E salutato dallo esercito come imperadore, disse
che era commissario del senato e del po- polo romano. Appresso fatto serrare le
botteghe e i traffichi e levare ognuno dalle faccende, dette l arme alla plebe
e fece uh, nuovo esercito di SpagnuoU e lo aggiunse all'esercito vecchio, ' il
quale esercito era una legione e tre compagnie displdati e due squadre di
cavalli. Scelse ancora quelli ch'erano più valorósi e saggi e di più età, i
quali avessero ad essere in luogo dì sena- tori ed ai quali s avessino a
riferire," ogni volta che fusse stato di bisogno, le cose di maggior
importanza. Pece ancora uria scelta di giovani tra l'ordine di cavalieri, e
volle che e' non la- sciassino di portare come prima l'anello d'oro, ma gli
odiamo. Evocati, tenendogli in cambio de' soldati a fare la guardia in- torno
alla sua camera. Mandò oltre a ciò per tutte le provincie - a fare intendere a
ciascuno in universale ed ancora in partico- lare, com'egli s'era fatto capo
per aiutare la causa comune e che volessino unirsi con esso lui, e ciascuno, in
quel modo eh' e' po- teva, porger soccorso. Quasi in quel medesimo tempo, tra
le mu- nizioni d'una terra la quale egli avendo a fare guerra s'aveva eletta
per seggio e luogo principale, fu trovato un anello antico, nella gemma del
quale era scolpita la vittoria con un trofeo ; ed ivi a poco surse una nave
alessandrina per fortuna di mare in quel luogo carica d'arme, sehza governatore
e senza nocchiero e senza passaggiere alcuno. Per i quali segni ciascuno
giudicò ^he assolutamente la guerra che si pigliava fusse giusta e pia. avendo
gli Iddii in favore. Ma in un subito tutte le cose anda lono sottosopra, ed una
delle ale dello esercito fece sforzo di ah bandonarlo appressandosi egli allo
esercito, parendo loro di avet • mal f3»to a Inficiare N«ron"•' - -TT-»
artenevano, potessino du- rare più che due anni ; e che e' non volesse da quivi
innanzi concedergli se non a quegli che gli ricusavano e che di mala voglia e
forzatamente gli accettavano. Ordinò che cinquanta ca- valieri avessero la cura
di farsi rendere indietro tutto ciò che Nerone aveva donato a diverse persone
con lasciarne lor sola- mente la decima parte; e che avendo questi tali venduto
o pa- ramenti di scena, o altre cose simili- di quelle che gli erano state
donate, i comperatori fussero tenuti a restituirle ogni volta che i venditori,
avendosi consumato i danari, non avessero avuto il modo a pagare. E dall'aUpa
banda pentiesse a' suoi compagni e liberti di vendere e donare per favore tutto
quello che a loro piaceva, come i tributi, l'esenzioni, punire i non colpevoli
e non punire quelli che avevano errato. Oltre a ciò addimandando il popiolo
romano che Àloto e Tigillino, due dei più tristi e sciagurati satelliti di
Nerone, fussero puniti, non solamente gli lasciò andare salvi, ma concedette ad
Àloto una bellissima procurazione,' e per conto di Tigillino mandò un bando,
nel quale egli riprese il popolo come rigido e crudele. Ribellion degli
eserciti deHa Germania contro di lui., • Per queste cose adunque venuto in odio
a tutti universal- mente dal minimo al grande; sopra ad ogni altra cosa si
concitò contro gli animi de' soldati ; perciocché .avendogli fatti giurar in
suo nome, non essendo egli presente ed avendo promesso di fare a loro un
donativo maggiore deX solito, non lo aveva loro atte- nuato, anzi si era
lasciato uspir di bocca ch'era uso ad eleggere i soldati e non comperargli: per
le quali parole inaspri gli animi di tutti gli eserciti che fuori si
ritrovavano e quelli de' soldati preterii. Mosse ancora a paura e sdegno
rimovendogli a poco a poco, ed avendone già licenziato la maggior part^ di
quelli che glLerano a sospetto ed erano amici di Nìnfìdio. Ma sopra tutti gli
altri, l'esercito ch'era nella Germania superiore, non poteva stare* alle mosse
gridando di esser defraudato de' premii che si conve- nivano alle fatiche loro
per essersi portati valorosamente cóntro ai Galli e contro a Vindice* Avendo
adunque cominciato a rom- pere l'ubbidienza nelle calènde di gennaio, dissono,
che non si volevano con sagramento obbligare se non in nóme del senato ; e
subitamente mandarono ambasciadori a' soldati pretorìami che esponessino, come
a loro non piaceva lo imperadore che era stato eletto in Ispagna, e vedessino
eh' e' se he eleggesse un al- tro il quale fusse approvato da tutti gli
eserciti. 'Adottazione di Pisone. il che subito che aGalba fu fatto intendere,
pensandosi che il senato non tanto lo avesse in odio per essere lui vecchio,
quanto per non avere figliuoli^ a un tempo tra quelli che lo salutavano chiamò
a sé Pisene Frugi, giovane nobile e valoroso; del quale egli per lo addietro
sempre aveva fatto grande stima e connu- morato tra i suoi eredi e fattolo
ancora partecipe del suo nome. Chiamandolo adunque figliuolo, lo condusse alla
presenza dei soldati, e fece loro una orazione e lo adottò per suo figliuolo ;
nella quale orazione egli non fece menzione alcuna del donativo : onde e' dette
più facile occasione di mandare ad effetto i suoi disegni a Marco Silvio Ottone
sei giorni dopo tale adozione. Presagii ehe deuunziaroDO la di lui iufelice
morte. Molti segni prodigiosi e grandi aveva sempre veduto, 1 quali
continuamente insino da principio gli pronosticarono quanto gli avvenne : e
primieramente quando e* veniva inverso Roma, es- sendogli in ciascuna terra
dalla destra e dalla sinistra uccisele vittime, un toro spav(;ntato dal colpo
della scure ruppe i legami ed assaltò il suo carro, e co' pie dinanzi alzatosi,
lo sparse tutto di sangue. E quando egli scese del carro, uno di quelli che
ave- vano lo spiedo, nel volere spingere indietro la moltitudine e fare iargo^
fu per ferire lui con quell'arme in aste. Neirentrare an- cora in Roma, vicino
al palazzo si senti un trcmuoto con un certo suono simile ad un mugghiare: ma i
segni che appresso racconteremo furono alquanto più manifesti. Aveva Galba tra
le cose sue più preziose elettosi una collana da tenere al collo tutta ripiena
di gemme e di pietre preziose, la quale voleva Dresen- tare alla sua Fortuna
che in Tuscoli aveva ; ma subiflroaente mutato di proposito, come se un tal
dono si convenisse a per- sona più degna e di maggiore qualità, ne fece un
presente alla Venere ch'era in Campidoglio. E la notte vegnente gli parve in
sogno che la Fortuna gli apparisse rammaricandosi di essere stata defraudata
del dono ch'egli per lei aveva disegnato, e lo minacciasse di torgh ancora ella
quelle cose ch'essa gli aveva date. Onde spaventato, subitamente nel farsi
giorno corse con fretta a Tuscoli, avendo mandato innanzi a dare ordine ch'e'
si apparecchiasse il sacrifizio per purgare e tórre via la malignità che nel
predotto sogno si conteneva; egli non vi ritrovò alcuna cosa salvo che alquante
faville quasi spente quivi in sull'altare, accanto alle quali era un vecchio
vestito a negro, che in un ca- tino di vetro teneva un poco d'incenso e dentro
ad un calice pur di vetro un poco di vino. Fu ancora osservalo che nello
calende di gennaio, mentre ch'egli sacrificava, gli era cascata la corona di
testa ; e nel prendere gli auspizii gli erano volati via i polli ; e nel giorno
ch'egli adottò Pisene, volendo parlare a' soldati, la seggiola che in campo si
usava secondo il costume, non gli era stata posta nel tribunale, avendoselo
dimenticato i ministri ; e nel senato la seggiola trionfale e curule gli era
stata acconcia al contrario. Della sua mprte e ammazzamento. Prima che fusse
ucciso gli fu detto fa matthia\, mentre ch'ei sacrificava^ dallo aruspice, che
s'avesse cura da un pericolo che gli soprastàva e che i suol percussori non
molto erano lontani ; e quindi a poco intese come Ottone aveva occupati gli
alloggia- menti, e confortandolo la maggior parte di coloro che gli erano
lattorno che verso quelli che si addirizzasse, perciocché e' po^ 9va ancora
colla sua autorità e presenza rimediare e giovare ssai ; egli nondimeno si
dispose di non fare altro se non fermarsi Dve egli era, e quivi fortificandosi
co' soldati delle legioni, i lali in gran numero e da diverse bande venivano a
trovarlo, are a vedere quello che seguiva. Messesi nondimeno indosso la camicia
di maglia, dicendo tuttavia, che poco era per gio- \rgli centra a tante punte.
Appresso essendosi cavati fuora certi vnì rumori dai congiurati, che in prova
gli avevano seminati tra li moltitudine per farlo comparire in pubblico, ed
affermandosi die la cosa era fermata, che i tumultqanti erano stati oppressi, e
che gli altri venivano per rallegrarsi con esso seco ed essere presti ed
apparecchiati a tutti i suoi comandi; per far^i loro.in- contro usci fuora con
tanta confidenza, che un certo' sodato^ il quale si vantava d'aver ucciso
Ottone, rispose: Chi te l'ha fatto fare? ed andò oltre insino in piazza. Quivi
i cavalieri che ave- vano commessione di ucciderlo, avendo fatto una scorreria
coi cavalli e fatto discostare i borghigiani e i contadini, che ivi erano in
gran numero, e fermatisi a rincontro di lui di lontano e stati alquanto sopra
di loro, di nuovo appresso si messonp a corsa, e da' suoi abbfandonato lo
tagliarono a pezzi. Cosa facesse al tempo delia sua morte, e del funerale. Sono
alcuni che scrivono che al primo tumulto e' gridò : Che \o- lete voi fané, compagni
e soldati miei? io sono vostro e voi siate miei. E dicono ancora che e'
promesse loro un donativo. La mag- gior parte degli scrittori affermano che e'
porse loro la gola per se medesimo, e gli confortò che attendessero a mandare
ad effetto quanto avevano disegnato, e lo ferissero poi che cosi a loro pa-
reva. Pare oltremodo mardviglioso, che niuno di coloro ch'erano ' presenti,
facesse segno alcuno di muoversi in sorxx>rso dell'im- peratore ; e tutti
quelli che furono mandati à chiamare, dispre- giarono il messo, eccetto che i
Germani. Costoro, per essere stati frescamente beneficati da Galba, perciocché
sendo infermi iti SBMIO VALBA f i1otcr [ligtiare po' rnpei^li, essendo calvo,
se lo naet l-rpmliu ; di po> cacciatigli il dito grosso in bocca lo poi Ottone,
il quala lo dette in preda a' saccomanni e farai] campo, ed (%li lo ficcarono
in un'asta. E non senza sche jjorlaroiio intorno agli aìlu;;giainenli, gridando
ad ogni poi tialba ingordo, (pditi della tua ctù, mossi a dirgli le pr |tarole,
percioccliè pochi giorni innanzi si era divulgatoci dandogli uno il suo bfl
viso come fresco aitcora o colorita in gnwo gli aveva rìsposlu : lo mi sento
sticora gagliardo K|H!r0' Fu comperato il suo cajw da un liberto di Patrobio
uiano CAttto ducali, il quale lo gittò in quel luogo do^ Himandamento di Ualba
ora stalo giustinaio il suo pai Finalmente Ai^io, suo disponsaiore, Beppelll
questa e tutb niHncnU! del tronco no' suoi orti particolari della via Aur Della
slaluia del corpo e de' suoi membri. Fu di statura ragionevole, calvo di t«ata,
con gli owlii ai col naso aquilino, con le mani e co' piedi, per cagione della
distortissimi ; tale che e' non poteva sopportare la scarpe! rivoltare o tenere
in mano libri per alcun modo. Eragli, da luì strettissimamente abbracciato e
ba- ciato^ né solamente gli bastò questo ch'egli ancora lo pregò che
spacciatam^nte si facesse una pelatura e si ritirasse con lùi^ in un luogo
appartato e segreto. Tempo che darò il di lui imperio, e della sua età. Fu
morto di settantatre anni : ed essendo stato sette mesi imperadore, il senato,
come prima gli fu lecito, ordinò che gU fusse fatto una statua e posta sopra a
una colonna rostrata Jn quella parte della piazza dove e' fu tagliato a pezzi :
ma Ve- spasiano annullò tal deliberazione, avendo opinione che Galba,- ìnsin di
Spagna, avesse ascosamente mandato in Giudea uomini per ammazzarlo. LA VITA ED
I FATTI 0' OTTONE SILVIO OTTàfO IlPBRàTOR ROMANO Degli antenati d'Ottone. Gli
antichi di Ottone nacquero in Ferentino, famiglia antica ed onorata, e delle
principali di Toscana. Il suo /avolo Marco Silvio Ottone fu per padre figliuolo
di un cavaliere romano, e la madre sua fu di bassa condizione; né era ben certo
se ella era nata di persona libera, cioè che non fusse schiava. Costui col
favore di Livia Augusta, in casa di cui si era allevato e cre- sciuto, fu fatto
senatore e non ascese se non al gradoni pretore. Il padre suo, chiamato Lucio
Ottone, fu nobile ancora per istirpe materna e per molte grandi ed onorate
parentele ; e fu tanto amato da Tiberio e tanto simile a lui di volto e di
fattezze^ che molti credevano che e' fusse suo figliuolo. Egli in Roma-ammi-,
nistrò con grandissima severità i magistrati di quella, e simiglianteraente il
proconsolato dell'Africa ed alcuni governi di eserciti che gli furono dati per
lo strasordinariò. Ebbe ancora ardire di far tagliare la testa ad alcuni
soldati dello esercito che i nella Schiavonia, i quali nel tumulto che aveva
eccitato Ca- lo, pentendosi di essersi abbottinati, avevano ammazzato i
governatori, e propostigli come capi e autori di essa ribel- ) contro a
Claudio. E ciò fece fare in presenza sua dinanzi cospetto di tutto lo esercito
; non ostante che égli sapesse che dio per tal fatto aveva alzati que' tali a
maggior grado o di- ta. Per la quale opera, siccome egli si accrebbe dì gloria,
'artecipe di tutti i disegni e secreti di Nerone; eil di, nel quale Nerone
aveva ordinato di ammazzare la madre, fece una bellissima cena all'uno ed
all'altro per tor via ogni sospe- zione che ne fusse potuta nascere. Tenne
oltre a ciò in casa come sua moglie Poppea Sabina, amica di Nerone la cpiaie
esso Nerone aveva levata al marito ed a lui datala in custodia ; né solamente
ebbe a far con quella disonestamente, ma se ne in- namorò di maniera che e* non
poteva sopportare che Nerone j^li fiisric rivale. K si credo che egli non
solamente ne riman- dasse coloro elio gli orano stati mandati a casa per
rimenamela, ma che o' serrasse ancora una volta T uscio in sul viso a Nerone;
il quale ritto dinanzi alla porta pregando e minacciando indarno si stava
aspettando che gli fusse aperto, e addimandava che esso gli rendesse coI(m che
da lui gli era stata data in serbo. Per que- sta (;agiono aduncfuo si disfece
quel matrimonio, e fu mandato Ottone in Lusìtania, sotto spezie di legazione ;
il che a Nerone parve abbastanza, per non divolgare col punirlo più aspramente
tutta rpiclla cantafavola, la quale nondimeno fu manifesta per il distico
infrascritto : Volete voi sapere perchè Ottone, sotto nome d'essere mandato
governatore, è sbaiiditadi Roma? perchè egli aveva cominciato a essere adultero
della sua moglie. Governò quella provincia, essendo stato questore per dieci
anni, con gran- dissima modestia e con singolare astinenza. Le sue speranze di
aver a regnare. Finalmente come egli vide il bello e l'occasione di vendicarsi,
fu de' primi a risentirsi, accostandosi a Galba. E nel medesimo istante entrò
ancora esso in speranza non piccola d'avere a ot- tenere il principato, si per
la condizione de' tempii sì ancora molto più per quello che gli affermava
Seleuco Matematico : il quale avendogli già promesso e predetto che e'
sopravviverebbe a Nerone, allora spontaneamente e fuori di opinione era ve-
nuto a trovarlo, con predirgli ch'egli ancora in breve tempo era per essere
fatto imperadore : onde e' non lasciava indietro a fare cosa alcuna, usando
ogni uffizio e sottomettendosi a ognuno con dichiararsi ed andar loro dattorno
: e sempre ch'egli andava a cena coir imperadore, dava pi^r ciascuno una corta
quantità di scudi a coloro che facevano la guardia. Nò per questo mancava di
non bì guadagnare gli altri soldati, chi por una via e chi per un'altra. Oltre
a ciò essendo un'altra volta chiamato per arbitro da. un certo che litigava co'
suoi vicini de' confini, egli comperò tutto quel campo de' confini del quale si
disputava e ne fece liberamente un presente a quel tale, che l'aveva chiamato
per arbitro : talmente che ni uno appena si ritrovava che non lo giu- dicasse e
non l'andasse predicando degno di succedere nel> l'imperio. Gli fallisce la
speranza di esser adottato da Gàlha. Aveva avuto speranza d'essere adottato da
Galba ; il che era stato aspettando di giorno in giorno. Ma poi ch'e' vide come
Pi- sene gli era stato anteposto, mancato di quella speranza, si voltò alla
forza, mosso non solamente dall'ambizione e passione dell'a- nimò, ma ancora
dalla grandezza del debito ch'egli aveva. E senza ascondersi, palesemente
diceva che non poteva reggere né mantenersi per modo alcuno se e' ilon era
fatto principe. E che stimava tanto ^ cadére in battagha superato da' nimici,
quanto il cadere in piazza oppresso dai creditori. Servissi per dar principio a
quella impresa di venticinque mila scudi ch'egli aveva cavati da un servidore
di Galba per avergli fatto ottenere la dispensa. E primieramente fu dato il
carico di uccìdere Galba a ginque spiculatori ; appresso a dieci altri,
avendone i cinque eletti due per ciascuno ;.a' quali fu dato per ciascuno alla
mano dugento cinquanta scudi, e cinquecento ne furono loro .pro- messi. Questi
appresso sollevarono gli animi degli altri, i quali non furono però molto gran
numero, perciocché e* stimavano as- solutamente che in sul fatto molti avessero
a concorrere in soc- corso di esso Ottone. Suo ascendimento al principato.
Aveva disegnato, subito dopo la adozione, di occupare gli al- loggiamenti e di
assaltare Galba nel palazzo mentre che egli cenava : ma non mandò ad effetto
questo suo proponimento, avendo avuto riguardo a quella compagnia di soldati
che allora faceva la guardia, per non le aggiugnere carico sopra carico :
conciofussecosachò i medesimi fussero stati in guardia, quando e' fu ucciso
Caligola e quando ancora Nerone era stato abbando- nato. Fu oltre a ciò cagione
di farlo indugiare qualche giprnp più Seleuco sopradetto; con dirgli, che
secondò il corso dei pianeti il tempo non era ancora accomodato a mettere mano
a quella impresa. Convenutosi adunque dèlia giornata con. quelli che erano
consapevoli d^' suoi disegni, disse loro, che lo aspet- tassi no in piazza dal
tempio di Saturno al miglio d'oro. E la mattina salutò Galba, e come ancora era
solito, lo abbracciò e baciò. Fu ancora presenta quando egli sacrifìcava, ed
udì tutto ciò che dallo aruspice gli fu predetto della sua morte. Appresso
fiicendogli un suo liberto, che gli architettori erano compariti, che così era
rimasto d'accordo per segno si dicesse, si partì da Galba mostrando d'andare a
vedere una casa per comperarla : e dalla banda di dietro del palazzo usci via,
e rappresentossi al luogo da lui e da' suoi determinato. Altri dicono, che
finse di aver la febbre e che e* fece intendere a quelU ch'erano più vi- cini,
che essendo malato, appresso degli altri lo scusassero, i quali di lui
cercavano. E cosi ascosamente in quel punto si fé* portare agli alloggiamenti
de' soldati, sopra una seggiola da ilonna. E non potendo quelli che lo
portavano reggere più al })eso, scese in terra e cominciò a correre
v;Si^ppresso si fermò a rimettersi una scarpetta che gli era uscitìrrhsino a
che e' fu ripreso di nuovo (1). E dalla compagnia che era con lui, ssonza
mettere tempo in mezzo^ fu salutato imperadore. E tra le grida che facevano lo
genti rallegrandosi, e tra le spade sfoderate per- venne alla testa
dell'esercito : e tutti quelli che riscontrava si accostavano a lui non
altrimenti che fussero stati partecipi e consapevoli di quella impresa. Quivi
dato la commessione a co- loro che e' voleva che ammazzassino Galba e Pisene,
gli mandò via, e per conciHarsi gU animi de' soldati col far loro grandi of-
ferte e promesse, disse nel parlamento, che e' fece loro permolte riprese, che
quel solo era per riserbarsi per sé che da loro gli fusse per essere concesso.
Comi da lui fatte nel principio del suo imperio. Appresso essendo già consumato
una gran parte del giorno, entrato in senato, fece una breve orazione ; e quasi
come rapito tlal popolo e costretto pei* forza a pigliare il governo, e come
s'egli lo dovesse amministare, di comune consenso di ciascuno e al loro
arbitrio. Ed oltre agli altri accarezzamenti di coloro che seco si rallegravano
e lo adulavano, fu ancora dalla infima plebe chiamato Nerone; nò fece segno
alcuno di non volere essere chia- (1) Ripreso di nuovo deve intendersi, che i
suoi partigiani se io posero in collo per condurlo allo esercito. «iato in quel
modo; anzi, secondò che alcuni hanno scritto .tra le prime bolle che egli
spedi, ed episto le che egli scrisse ad al- cuni governatori delle provincié,
soscrivendosi aggiunse al nome -proprio'il cognome di Nerone. Certo è una vòlta
che e' permésse, che le immagini'e statue di quello fussero riposte ne' luoghi
loro, e rendè ai, procuratori e liberti suoi i medesimi uftìzii. E i primi
jdanàrì che egli per sua soscrizione, còme imperadore, ordinò che' ^ fussero
pagati, furono un milione e dugento cinquanta mila scudi, per fornire |a casa
aurea cominciata da esso Nerone. Dicesi che la notte medesima, che seguitò dopo
l'uccisione di Galba, spa- ventato in flc^no, messe grandissime strida e
sospiri e fii ritrovato da quelli àie là corsero, giacere in terra a pie del
letto ; e^ che e' tentò con molti sacrifizii e purgamenti di placare l'anima di
Galba e- rendersela propizia e favorevole, dalla quale gli era parso- d'essere
stato gittato a terra e discacciato dell'imperio ; e che jl giorno appresso
neV^rendere gli augurii, essendo venuta una gran tempesta, eg^Mfeìvemente
sdrucciolò ; e che a ogni poco ' usò di dirsi cosi fra i denti in greco : Che
ho io a fare con sì grandi (ly tafani? Ribellion deiresercito della Germania
centra di lui. Quasi liermedesimo tempo i soldati ch'erano in ;Germania,
giurarono feddtà a Vitèllio ; il che come egli ebbe inteso, ordinò, che il
senato- mandasse ambasciadori, i quali avvisassero lo im- peradore già essere
eletto e gli persuadessero alla quiete e con- cordia universale. E nondimeno
dall'altra banda per messi e per lettere, si offerse a Vi telilo per compagno
nello imperio e per suo genero. Ma di già essendo la guerra scoperta, appropin-
quandosi-i' capi e le genti che Vitellio* aveva mandate innanzi, XJonobbe per
isperienza l'animo e fede de'soldati pretoriani verso di s.è, quasi con la
rovina dell'ordine senatorio. Erano rimasti d'accordo di armare le galee e
metterle in ordine; e traendosi l^arme degli alloggianaenti di notte, vi furono
alcnni che inso- spettirono, e dubitando di qualche tradimento contro all'impe-
radore, levarono il remore e subitamente senza capo o guida alcuna corsero in
palazzo, con grande istanza addiniandando, i senatori per ammazzargli. E
ributtando i triBuni che cercavano di far loro resistènza, ed alcuni
ammazzatine, così sanguinosi Pare che
Ottone prendesse mal augurio dall'éssór dai tafani stati sturbati i sacrifizii.
come egli erano, ricercanido pure dello imperadore dove e* f usse, si si)insono
oltre per fino dentro alla sala, né mai si quietarono insino a tanto che e' non
l'ebbero veduto. Questa impresa contro a Vitellio, fu da lui cominciala molto
pigramente e con grande confusione ó senza cura alcuna di religione o di altto
: concios- siacliè essendo in quel tcmjK) tratti fuori gli scudi chiamati
Anelli, e portandogli attorno i sacerdoti di Marte, nò avendogli ancora
riposti, egli messo mano alla impresa : il che anticamente era tenuta cosa
infelice e di malo augurio. Era oltre a ciò il giorno che i sacerdoti della
madre degli Iddii cominciavano a piangere e lamentarsi : senza che, oltre lo
predette cose, nel sacrificare ancora si videro gli auspizii . totalmente
contrarli : ancora fra' suoi atnici e domestici tutti i danari e facoltà
ch*egli allora si trovava in essere. Sua morte e funerale. r Essendosi in cotal
guisa preparafo ed avendo Tanimó intento alla morte, tiacque per l'indugio, che
egli ancor faceva, tumulto e garbuglio tra i soldati; perciocché quelli, che
cominciavano a partirsi ed andarsene, erano ripresi, e sostenuti come fuggitivi
; di chQ come égli si accorse, disse ; aggiugniamo ancBe alla vita questa notte
; e con altrettante parole vietò il far violenza ad al- cuno, ed insino al
tardi tenendo Tuscio della camera aperto, fece copia ed abilità di sé a
chiunque lo volle anxiare a trovare. Dopo queste cose bebbe un poco di acqua
fresca, per ispegnere la sete ch'egli aveva ; e così prese due pugnali e
cercato dili- gentemente là punta dell'uno e dell'altro, e postosi l'uno sotto
il capezzale con gli usci aperti della camera, s'andò a riposare e fece un
grandissimo sonno: e finalmente svegliatosi sul far del giorno, si ferì sotto
la poppa manca. Ed a quelli che corsero al primo gemito, ora colando ora
scoprendg la piaga, passò di questa vita : e fu sotterrato incontanente, come
egli aveva co- mandato, vitine a Veliterno, di età di trent'otto anni, essendo
stato nello imperio novantacinque dì. Statura e governo del suo corpo.
All'animo grande d'Ottone non si confece punto la statura, né la foggia del
vestire: perciocché e' dicono, lui' essere stato di statura pìccola e male in
piedi, e calvo e delicato e pulito, quasi a guisa di donna, col corpo spelato,
con una zazzeretta riposta, per avere i capelli radi^ la quale egli aveva
adattata e commessa in modo che ninno se ne acporgeva. Era oltre a ciò consueto
di radersi ogni giorno la faccia e stropicciarsela col pane bagnato ; e ciò
aveva cominciato a fare, insino quando co- minciò a metter la barba, per non la
metter mai. Dicono an- cora, lui palesemente spesse volte aver celebrato i
sacrifizi della dea Iside in veste lina e religiosa. Onde io mi penso, esser
nato, che la morte sua, non punto dicevole alla vita, fu tenuta cosa assai
maravigUosa. Molti de' soldati, ch'erano presenti, con gran- dissimo pianto
baciando le mani ed i. piedi di lui che cosi gia- ceva, lo celebravano come
uomo fortissimo, ed unico e raro im- peradòre. E subito noi medésimo luogo, non
molto lontano dove, il corpo s'era abbruciaftò, ammezzarono se medesimo ;.molti
an- cora jdi quegli ch'erano assenti, ricevuto lo avviso, pel dolore vennero
all'armi l'uno con l'altro insino allò ammazzarsi; Final- mente una gran parte
degli uomini che in vita gVavissimamente lo avevano maledetto e biasimato,
morto grandissimamente lo lodarono; tanto che nel volgo si sparse ancora una
voce che ' Galba da lui era stato ucciso, non tanto per cagione di signo-
reggiare, quanto dì restituire la libertà alla romana Repubblica. LA VITA ED I
FATTI DI AULO VITELLIO lli^Rt llPEEATti leiAKf Dell^orìgìne della casata de'
Vitelli. La origine de' Vitellii alcuni hanno descritta in un modo, al- cuni
altri in' un altro; enei vero son molti discordanti intra loro: perciocché
questi dicono, quella essere stata antica e nobile, (fuegli oscura^ nuova, anzi
di persone vili e n)eccaniche ; il che io mi persuaderei che nascesse dagli
adulatori e malevoli dello imporadoro Vitellio, se gli scrittori alquanto
innanzi a Vitellio non fiissero slati, parlando di esso, contrarii l'uno a
Taltro. Tro- vasi un'operetta del divo Augusto, indirizzata a Quinto Vitellio
questóre, nella quale si contiene, i Vitelli esser discesi dà Fauno re d(;j^i
Aborigini e da Vitellia che in quei luoghi come cosa divina era adorata; e che
loro anticamente signoreggiarono tutto il j)aeso latino ; e che i discendenti
che di questi restarono, di Sabini diventarono Romani e furono accettati nel
numero de*pa- trizii ; e che per testimonianza della antichità di tal famiglia,
gran tempo era durata e durava ancora la via detta Vitellia; la qualo dal
ìnontc laniculo (cioè Montorio) si distendeva insino al mare. Jyl oltre a
questo, ancora essere in piedi una colonia del mede- simo nome, porcioccbò i
Vitellii già si orano offertiidi pigliare la protezione di quella e difenderla
con le lor genti proprio dagli Kcpiictdi; e che appresso in protesse di tempo,
quando e' si mandò il ^occorso in Puglia contro a'Sanniti, alcuni de' Vitellii
si fermarono a Nocera, e di quivi a gran tempo tornarono di nuovo'in Roma e
furono accettati nel numero de' senatori. Del padre ejnadre di Vitellio, e
della sua fanciullezza. Dall'altra banda sono alcuni, che hanna scritto, phe,
il primo che diede principio a cotal famiglia, fa libertino ; e Cassio Se- vero
é certi altri ancora scrivono, quel tale essere stato ciabat- tino, il cui
figliuolo mediante quell'arte di cucire e rattacconare, venuto in grande
abbondanza di danari, ebbe per mogrie una plebea figliuola di un certo Antioco,
il quale era fornaio ovvero prestava i fórni a prezzo; della quale ebbe un
figliuolo che di- venne cavalier romano. Ora noi abbiamo raccontatale opinioni
contrarie degli scrittori, acciocché ognuno si apprenda a quella che più gli
piace. Questo una volta è certo che Vitellio dèlia car sala di Nocera, o che
sia disceso di quella antica stirpo de' Vi- tellii oppure che i suoi antichi
fussero persone ignobili e vili, fu cavalier romano e procuratore delle cose di
Augusto. Costui la- sciò quattro figliuoli tutti chiamati Vitelli!, variando
solamente ne' soprannomi ; perciocché tino fu chiamato Aulo, TaltroQuintò,. il
terzo Publio ed il quarto Lucio. Aulo morì consolo, il quale magistrato gli fu
dato in compagnia di Domizio padre dì Nerone, e venne in crédito e riputazione
per la sua eloquenza ; e gli dette mal nome lo essere magnifico e splendido
negli apparec- chi delle cene. Qainto, il secondo, non fu né deirordine de' ca-
calieri, né di quello de' patrizii : perciocché Tiberio volle che ei fussero
ammoniti e cavati del numero de' senatori tutti quegli che non erano
sufficienti, né atti a quel governo, tra' quali egli vclme a essere uno.
Publio, il terzo, il quale andò in compa- gnia di Germanico in Asia, accusò e
fece condannare Gneo Pi- sene, nemico ed ucciditore di esso Germanico. Appresso
essendo pretore, fu pigliato come consapevole e compagno di Sciano^ e dato in
custodia al fratello, dove egli si tagliò le vene con unp scarpello da librai ;
e non tanto perchè egli si pentisse d'essersi voluto uccidere, quanto a
preghiera de' suoi con permissione dello imperadore si lasciò governare e
medicare, e finalmente morì nella medesima prigione di naturale infermità.
Lucio, il quarto, fu consolo; dipoi gli fu data in governo la Siria dopo tale
magistrato, dove egli con tanta astuzia eprudénza si governò che non solamente
condusse Artabano re de' Parti a venir seco a parlamento, ma lo inclusse ancora
a dichinarsi e fare riverènza alle insegne delle legioni romani^. Appresso in
compagnia di Claudio imperatore fu due volte consolo ordinariamente e"
cen- sore una volta. 'E ritrovandosi esso Claudio in Inghilterra, restò in suo
luogo ^1 governo dello imperio romano. Fu uomo dab- AULO vrmxio bene, e molto
industrioso e valente, ma s^acquistò gran biasimo, per essere stato innamorato
(i*una libertina^ con la cui scili va mescolata col mele egli era solilo non
rade volte o di nascojBO, ' ma ogni giorno e palesemente di stropicciarsi e
riconfortarsi i polsi e canne della gola. Il medesimo nello andare a verso -e
nello adulare fu di marayiglioso ingegno, e fu il primo che diede ordine che
Cesare fusse adorato come Iddio ; conciossiacosaché tornato dal governo della
Siria, mostrò di non avere ardire d'an- dare dinanzi allo imperatore, se non
col capo velato, e girandnmo volesse ancora cognominarlo Augusto, disse Uìnt
rlie ìndiii'ìa.^sino a un altro tempo : quello di Cesare ricuso e;rii in
iK,'r[>etuo. S'iiitnide nd prinripato. (>>mo e^rli el)he lo avviso
della uccisione di Galba, acconcie e arcoKiodate le cose della Germania, fé*
due parti del suo eser- c'ìU) e ne mandò una parte innanzi ad Ottone, l'altra
riserbò ap- presso di sé. A' soldati che furono mandati innanzi apparve un
Ifiiono e lieto augurio ; conciossiacosaché dalla parte destra di (pielli si
vide sopra in un subito volare un'aquila (I), la quale datd una giravolta
intorno allo insegne, a poco a poco fece la via ìnuair/i airesi^rcilo ])oi che
furono entrati in camnùno. Ma pel contrario nel muover luì l'esercito, tutte le
statue che in abito di cavaliere erano state poste in suo onoro, le quali erano
un gran niimoro, si troncarono le gambo e tutte a un tempo ro- vinarono; e la
corona dell'alloro la quale egli con molta religione 8 era avvolta intorno alla
testa, gli cascò in una corsia d'acqua K poco poi essendo a Vienna e rendendo
ragiono nel tribunale, un pollastro ('i) gli volò sopra alla spalla, e quindi
se gli fermò in capo; ai ([uali segni venne a corrispondere egualmente il fine
; perciò elio egli non i)otè perso medesimo mantenere quello imperio che da'
suoi commessarii gli ora stato acquistato e con- fermato. Sue intraprese dopo
la morte d'Ottone, e suo ritomo a Roma. Hitrovandosi ancora in Francia, ebbe
avviso della vittoria ri- c(ivuta a Bebriaco e della line che Ottone aveva
fatta ; e subita- mente mandò un bando pel quale privò de' privilegii della mi-
lizia tulli i soldati pretoriani, come quelli che avevano dato un pessimo
esempio agli altri, e comandò, loro che dessino Tarme a' tribuni, domandò
ancora che centoventi, de' quali si erano ri- trovati i memoriali presentati ad
Ottone, che atldimàndavano il premio por essersi adoperati nella occisione di
Galba, fussero Il prodigio dell'aquila significava, che i legati di Vitellio
sarebbero stati vittoriosi. (2) Il prodigio del pollastro, o sia gallo,
significava, che sa- rebbe ucciso da un Gallicano : come di fatto avTenne
cercati e puniti, la quale opera. certamenta fu molto egregia e ipagnifica ;
talmente che egli avrebbe dato speranza d'avere avuto a fare una ottima
riuscita, e di essere un vajorosb ed eccellente principe, se nelle altre cose
non si-fusse governato più secondo la sua natura e costumi .Sella vita di
prima, òhe secondo la maestà dell'imperio : conciossiacosaché subito che egli
si messe in cammino, cominciò a farsi portare pel mfez^o duella -città a guisa
di trionfante e passare i fiumi dentro a'navilii delicatissimi or- nati e.
circondati con yarie fogge di corone e con bellissimi ap- parecchi di vivande
abbonbànlissimi, senza^ disciplina o regola ' alcuna. Quanto alla sua famiglia
e quanto ai soldati, delle Loro rapine e presunzione egli si rideva e la
rivolgeva in fèsta e in giuoco ; onde non contenti di vivere a discrezione in
qualunque ' luogo essi arrivavano, si avevano ancora presa autorità di fare
liberi gli schiavi che a loro piaceva: ed a' padroni. che facevano loro
resistenza davano spesse volte in pagamento ferite e batti- ture, e talora la
morte. E come eglino entrarono nella pianura, ove si era fatta la giornata,
corno che alcuni di loro abbominas- sino la corruzione è mal odore de' cpri^i
morti, ebbe Vitellio ar- dire con voce detestabile e biasimevole di
persuadergli in modo che essi medesimi affermarono che l'avversario uccisa
rèndeva ottimo odore, e molto migliore il cittadino. Tuttavia per alleg- gerire
e addolcire la gravezza di quell'odore, bevve q^uivi alla presenza di ciascuno
di molto vino pretto, e coYi parli vanità ed insolenza ne fece bere a tutti. E
risguardando la pietra dóve erano scolpite alcune lettere in memoria d'Ottone,
disse che quella era degna di esser posta nel mausoleo. E mandò il pugnale, col
quale egli s'era ucciso, in Colonia^ gli abitatori della qiial città vi furono
condotti da Agrippa, perchè lo dedicas^mo a Marte ; ^ e ne' gioghi
dell'Apenninó fece ancora stare ciascuno tutta la notte desto e vigilante. Cose
da lui fatte nel principio del suo governo. Entrò finalmente in Roma col far
sonare a battaglia, vestito da soldato e con la spada a canto nel niezzo delle
insegne e ves- silli dell'esercito; essendo ancora i soldati ch'erano in sua
com- pagnia con saloni indosso alla soldatesca. Cominciò appresso più di giorno
in giorno a dispregiare ogni legge umana e divina^ E nel di che i ^lomani
riceverono la rotta ad A^ia, prese il pontifi-. cato massimo. Squittinò per
dieci anni tutti i magistrati, e sé fece consolo a vita. £ per manifestare a
ciascuno chi egli voleva imitare noi govornaro la Repubblica, nel mezzo del
campo Marzio con ji;ran numero di sacenloti pubblici celebrò Tesequie di Ne-
rone. E trovandosi in un solenne convito, comandò a un cita- redo r\\{) assai
^lì piaceva che palesemente cantasse qualche cosa in lode di Domizio, e
cominciando cpicllo a cantare le canzoni neroniane, fu il primo, fra quelli
ch'erano presenti, che per Tal- legrezza cominciò a battersi le roani a palme,
ed a' gridare e far festa. Di altre sue aziuni nel primo tempo del suo
principato. Colali furono i suoi portamenti nel principio del suo imperio, e
così andò seguitando, governandosi secondo il consiglio e arbi- trio di
ciascuno istrione e guidatore di carrette, quantunque vi- lissimo ; e
massimamente d'un suo liberto asiatico, col qoale, essendo ancora molto
giovanetto, aveva usato scambievolmente e disonestamente. Costui, essendogli
venuto a fastidio Vitellio, si fuggì da lui, ma egli lo riprese a Pozzuolo,
dove e' si stava a vendere una certa bevanda d'aceto inacquato, e di nuovo lo
cacciò ne' ferri ; appresso gli ripose amore e cominciò di nuovo a tenerlo'tra
le sue delicatezze. Dipoi un'altra vdlta non potendo sopportare la presunzione
e. ferocità di quello, lo vendè a un maestro di scherma che abitava vicino alla
piazza ; e un di che egli si rappresentò nel gioco de' gladiatori, subito lo
riprese, ed ottenuto il governo della Germania, lo fece libero il dì medesimo
che egli fu fatto imperadore. Cenando gli donò l'anello d'oro, cioè lo fece
dell'ordine de' cavalieri, non ostante che la mattina, pregando per lui
ciascuno di quelli che gli erano d'attorno, se- verissimamente avesse detosUito
e biasimato 11 segnare con tal macchia l'ordine de' cavalieri. Dcll»^ sue
gozzoviglie e banchetti. Ma perciocché sopra a ogni altra cosa era molto dedito
a ca- varsi le sue voglie e soddisfare alla sua gola, siccome ancora alla
crudeltà, usava di mangiare tre volte il giorno e quattro ancora alcuna volta ;
e compartiva questi suoi mangiari in asciolvere, in desinare, in cenare e
pusignare; oreggeva a tutti i predetti pasti, essendosi avvezzo a vomitare.
Comandava orsi a questo ora a quello la sua volta di convitarlo; nò ad ale uno
costarono manco ciascuno (1) Asciolvere, lo stosso che far colazione. NONO
IHPEKATORE apparecchio dì diecimila scudi. Fu sopra tutte le altre ffimosissima
una cena fattagli dal suo'fratello il dì che e' fece Tentrata in Roma; nella
quale si scrivo che in tavola furono poèti due migliaia di pesci elettissimi e
sette di uccelli. Rendè ancora ejgli questa cena più abbondevole e splendida,
dedicando in quella eoonsagrando'' un piattello, il quale per là smisurata
grandézza da lui era chia- mato lo scudo di Minerva, ed in greco l'egida, ài
padrone della città dove erano dentro mescolati fegati di scari, cervella di
fagiani e di pagoni, lingue di papp9galli, latte di [mufenó, avendòleTaXte
pescare dal mare Carpazio jnsino al mare dr Spagna. E come uomo non solo di
profonda gola ma ancora di disordinata e lordissima, non si potè temperare nel
-sacrifizio o in alcun viaggio, che tra gli altari in quello medesimo luogo
dove e' sa^ crificava non si mangiasse allora allora le viscere; e (2) le
panate subito cho ell'eraho levate dal fuoco, e così per il cammino, en- trando
per le cucine dell'osterie che erano su la strada, si man- giava le cose cotte
che vi erano che ancora fumavano, ed alcuna volta gli avanzaticci e l'ossa, e
reliquie del giorno dinanzi. Della sua crudeltà. Essendo, come di sopra abbiamo
detto, oltre all'esser goloso, crudele e vendicativo per ogni minima cosà,
usava di punire e d'uccidere senza avere rispetto ad alcuno. Fece ammazzare
alcuni nobili suoi condiscepoli p coetanei, ingannandogli chi in ìin'moda e chi
in un altro ; ed accarezzandogli in tutti quei modi che egli sapeva, insino a
farsegli compagni nello imperio, de' quali ne aramazzò uno col porgergli il
veleno di sua mano a bere in cambio di acqua fresca, la quale egli aggravato
dalla febbre aveva addimandata. E di quelli usurai o di coloro a' quali egli promettendo
per altri si era obbligato, o dogli arrendatori delle gabelle ed entrate
pubbliche, che in Roma lo avevano vohito ritenere [)er essere pagati, o fuori
di Roma, perchè e' pagasse i dazii e le gabelle consuete, pochi ve ne furono
che dalle :sue mani scampassero; tra' quali avendone dato uno, mentre che da
lui era salutato, nello mani della giustizia e subitamente Tattolo richiamare
indietro, lodando ognuno la sua cleniienza, comandò che e' fusse ammazzato
quivi alla presenza sua, dicendo, che voleva pascer l'occhio : ed avendone
sentenziato un altro, vi ag- Padrone della città, cioè a GiQve. Panate, lo
stesso che focaccie., giunse ancora due figliuoli di quello, per essersi
ingegnati con preghiere di scampare il padre loro. Oltre a ciò avendo condan-
nato un cavalier romano, e gridando quello mentre ch'egli an- dava alla morte :
Io t'ho .fatto mio erede ; lo costpinse a rappre- sentare le tavole del
testamento, e leggendo che costui gir aveva dato per compagno della eredità un
suo liberto, comandò .subi- tamente che lui il liberto fussoro scannati. Fece,
ancora ara- mazzare alcuni plebei perchè palesemente avevano avuto ardire di
biasimare i guidatori delle carrette, ch'erano della Kvrea e fazione azzurra ;
sospettando ch'eglino ciò avessino fatto in suo dispregio, avendo speranza di
cose nuove. Fu sopra a ogni -altra sorte di uomini capitale nimico de'
servidori allevati in casa e de' matematici ; e come vUno glie n'era accasato,
subito, s6nza udirlo altramente, gli faceva tagliare la testa: essendo
incrudelito centra i matematici, perciocché subito che egli ebbe mandato un
bando, nel quale e' comandava che per tutto il 1 ® dì di ottobre i matematici
avessino sgombro di Roma e di tutta Italia, fu ap- piccala una scritta che
diceva, che i Caldei affermavano che le cose andrebbono bone so Yitellio
Germanico in quel tempo, cioè per lutto il di primo di ottobre, non si
ritrovasse in alcun luogo. Credeltesi ancora lui avere ammazzato la madre e
proibito che essendo inferma non lo fusse dato da mangiare ; perchè una donna
chiamata Calta, alle cui parole prestava fede come alle parole d'un oracolo,
gli aveva predetto che egli allora regnerebbe lungo tempo, e che il suo imperio
sarebbe stabile quando ei sopravvivesse alla madre. Altri dicono, ch'ella
infastidita delle cose presenti e temendo delle future, con grandissihaa
difficoltà impetrò dal figliuolo d'avvelenarsi. Apparecchio dell' esercitò
contro Vespasiano.' Nel mese ottavo del suo imperio si ribellarono da ta in Roma;
nella quale si scrivo che in tavola furono poèti due migliaia di pesci
elettissimi e sette di uccelli. Rendè ancora ejgli questa cena più abbondevole
e splendida, dedicando in quella eoonsagrando'' un piattello, il quale per là
smisurata grandézza da lui era chia- mato lo scudo di Minerva, ed in greco
l'egida, (1) ài padrone della città dove erano dentro mescolati fegati di
scari, cervella di fagiani e di pagoni, lingue di papp9galli, latte di [mufenó,
avendòleTaXte pescare dal mare Carpazio jnsino al mare dr Spagna. E come uomo
non solo di profonda gola ma ancora di disordinata e lordissima, non si potè
temperare nel -sacrifizio o in alcun viaggio, che tra gli altari in quello
medesimo luogo dove e' sa^ crificava non si mangiasse allora allora le viscere;
e (2) le panate subito cho ell'eraho levate dal fuoco, e così per il cammino,
en- trando per le cucine dell'osterie che erano su la strada, si man- giava le
cose cotte che vi erano che ancora fumavano, ed alcuna volta gli avanzaticci e
l'ossa, e reliquie del giorno dinanzi. Della sua crudeltà. Essendo, come di
sopra abbiamo detto, oltre all'esser goloso, crudele e vendicativo per ogni
minima cosà, usava di punire e d'uccidere senza avere rispetto ad alcuno. Fece
ammazzare alcuni nobili suoi condiscepoli p coetanei, ingannandogli chi in
ìin'moda e chi in un altro ; ed accarezzandogli in tutti quei modi che egli
sapeva, insino a farsegli compagni nello imperio, de' quali ne aramazzò uno col
porgergli il veleno di sua mano a bere in cambio di acqua fresca, la quale egli
aggravato dalla febbre aveva addimandata. E di quelli usurai o di coloro a'
quali egli promettendo per altri si era obbligato, o dogli arrendatori delle
gabelle ed entrate pubbliche, che in Roma lo avevano vohito ritenere [)er
essere pagati, o fuori di Roma, perchè e' pagasse i dazii e le gabelle
consuete, pochi ve ne furono che dalle :sue mani scampassero; tra' quali
avendone dato uno, mentre che da lui era salutato, nello mani della giustizia e
subitamente Tattolo richiamare indietro, lodando ognuno la sua cleniienza,
comandò che e' fusse ammazzato quivi alla presenza sua, dicendo, che voleva
pascer l'occhio : ed avendone sentenziato un altro, vi ag- (1) Padrone della
città, cioè a GiQve. Panate, lo stesso che focaccie.,giunse ancora due
figliuoli di quello, per essersi ingegnati con preghiere di scampare il padre
loro. Oltre a ciò avendo condan- nato un cavalier romano, e gridando quello
mentre ch'egli an- dava alla morte : Io t'ho .fatto mio erede ; lo costpinse a
rappre- sentare le tavole del testamento, e leggendo che costui gir aveva dato
per compagno della eredità un suo liberto, comandò .subi- tamente che lui il
liberto fussoro scannati. Fece, ancora ara- mazzare alcuni plebei perchè palesemente
avevano avuto ardire di biasimare i guidatori delle carrette, ch'erano della
Kvrea e fazione azzurra ; sospettando ch'eglino ciò avessino fatto in suo
dispregio, avendo speranza di cose nuove. Fu sopra a ogni -altra sorte di
uomini capitale nimico de' servidori allevati in casa e de' matematici ; e come
vUno glie n'era accasato, subito, s6nza udirlo altramente, gli faceva tagliare
la testa: essendo incrudelito centra i matematici, perciocché subito che egli
ebbe mandato un bando, nel quale e' comandava che per tutto il 1 ® dì di
ottobre i matematici avessino sgombro di Roma e di tutta Italia, fu ap- piccala
una (\) scritta che diceva, che i Caldei affermavano che le cose andrebbono
bone so Yitellio Germanico in quel tempo, cioè per lutto il di primo di
ottobre, non si ritrovasse in alcun luogo. Credeltesi ancora lui avere
ammazzato la madre e proibito che essendo inferma non lo fusse dato da mangiare
; perchè una donna chiamata Calta, alle cui parole prestava fede come alle
parole d'un oracolo, gli aveva predetto che egli allora regnerebbe lungo tempo,
e che il suo imperio sarebbe stabile quando ei sopravvivesse alla madre. Altri
dicono, ch'ella infastidita delle cose presenti e temendo delle future, con
grandissihaa difficoltà impetrò dal figliuolo d'avvelenarsi. Apparecchio dell'
esercitò contro Vespasiano.' Nel mese ottavo del suo imperio si ribellarono da
lui l'esercito della Mesia e quel della Schiavonia, e similmente quelli
ch'erano di là dal mare, cioè il Giudaico e quello di Seria; uiii.a parte dei
quali s'obbligarono a Vespasiano giurando di rendere a lui ob- bedienza : il
quale Vespasiano era allora assente. Vitellio adunque per mantenersi gli altri
in fede, senza misura o regola alcilna (1) Il sentimento della scritta era
questo ; che le cose andreb- bono bene, perchè Vitellio per il primo di
ottobre,' qual era il giorno destinato alla cacciata de' matematici, non si
ritroverebbe in alcun luogo. NONO IMPERATÓRE dona pubblicamente e privatamente
con grandissima larghezza lutto quello ch'egli potette ; e fece dentro di Soma
h descrizione, ^ di ciascuno per fare uno esercito, promettendo a quegli che
ve? nivano volontaf ii ad obbligarsi e a farsi scrivere non solamente dopo la
vittoria di licenziargli e disobbiigàrgli, noia ancora di d^r loro tutte quelle
provvisioni e far loro tutte quelle abilità che si facevano a' soldati veterani
e che avevano militato il teoìpo or-, dinario. Strignendolo appressò il nimico
per terra e per mare, da una banda se gli oppose 11 fratello con una squadra di
gla- diatori e con que' soldati nuavamente descritti ; dairaltra banda i
capitani e le genti che coipbatterono a Bebriaco. Ma superato e vinto nell'uno
e nell'altro luogo o sì veramente tradito, s^ con- venne con Flavio Sabino
fratello di Vespasiano, et promesse, se egli lo salvava, di pagargli due
milioni e cinquecento mila scudi. E subito sópra alle scale del palazzo in
-presenza di tutti i -suoi soldati disse, che cedeva e riniinziava l'imperio il
quale' contro a sua voglia aveva ricevuto. E gridando tutti quegli ch'erano
dattorno, che non volevano acconsentirlo, indugiò tale delibera- zione e vi
interpose una notte. La mattina a buon'ora si rappre- ' sento in ringhiera mal
vestito, e con rholte lagrime testificò il medesimo, e per via di memoriale
replicò le medesime parole. E di nuovo pregandolo il popolo e i soldati che non
volesse per modo alcuno mancare a se niedesimo ; e promettendogli a gara questi
e quegli l'opera sua, riprese animo -e costrinse Sabino e gli altri Flaviani,
che di già si erano assicurati, né temevano di cosa alcuna, con subita violenza
a rappresentarsi in Campidoglio. E messo fuoco nel tempio di Giove Ottimo
Massimo, gli ammazzò, standosi in casa di Tiberio a rimirare quella battaglia è
quello incendio mentre ch'egli mangiava. E non molto appresso, pen- tondosi di
quello che fatto aveva e dandone la colpa ad altri> ragunato il parlamento,
giurò e costrinse gli altri a giurare, che niuna cosa sarebbe loro più a cuore
che la pace e quiete '.pubr blica ; e trattosi in quel punto un pugnale dal
fianco e porgen- dolo prima al consolo, dipoi, ricusandolo, agli altri
magistrati ed ^ appresso a ciascuno de' senatori, né lo ricevendo alcuno, si
parli come se volesse andare a porlo nel te.mpio della Concordia. E gridando
alcuni ch'esso era la Concordia, affermò clic nonrsolq riteneva il pugnale per
sé, ma che ancora accott«va il non>(3 della (^.onrordia. 'Cerca di
aggiustai'si con Vespasiano. Persuase a' senatori a mandare ambasciatori e lo
vergini ve- stali in compagnia di quelli per addimandare la pace, o ahneno
tempo a prender consiglio e risolversi. E così il giorno seguente aspettando la
risposta, gli fu dato avviso da una spia come il nemico si avvicinava.. Subito
adunque,- postosi sopra a una seg- giola di quelle che si portano, avendo in
compagnia solamente il cuocx) ed il fornaio, si diede ascosamente a fuggire nel
Monte Aventino a casa- del padre, per quindi fuggirsene in campagna. Dipoi
levatasi una voc^, né sapendosi onde ella si fu3se uscita, che la paco s'ora
impetrata, acconsenti d'esser ricondotto in pa- lazzo ; dove avendo trovato
abbandonata ogni cosa^ si cinse una cintola piena dì ducati e si fuggì in una
certa stanzetta piccola del portinaio, e quivi si aflbriìficò, legando il cane
fuora dell'uscio ed attraversandovi la coltrice e il letto. Ignominiosa di lui
morte. Erano di già entrati dentro rantiguàrdia-, né si facendo loro alcuno
incontro, andavano minutamente (come éi fa) ricercando ogni cosa : costoro adunque
trovatolo, gli addimandarono obi egli fusse, perciò che essi non lo
conoscevano, e se egli sapeva dove era Vitellio : egli adunque fingendo una
menzogna gli uccellò. Appresso, riconosciuto; non restò di raccomandarsi, é
mostrando di voler dire alcune cose a Vespasiano che importavano alla sa- lute
dì quello, pregava di esser dato in guardia a quàlciTno, o sì veramente messo
in prigione. Ma finalmente gli legarono le mani dì dietro e gli attaccarono una
cavezza alla gola, e così colla veste stracciata, mezzo ignudo, fu strascinato
in piazza tra mille ol- traggi e scherni di parole e dì fatti per tutta la via
Sacra ; aven- dogli mandati lì capelli addietro, come si suol fare a'
colpevoli, e postogli ancora la punta di un pugnale sotto il mento, acciocché
e' fusse forzato a tenere il capo alzato per esser veduto, né po- tesse
abbassarlo. Alcuni gli gittavano nella faccia lo sterco e la mota, altri a
piena voce lo chiamavano incendiario e patinano 'cioè appicca fuoco e lecca
piattelli), ed una parte del volgo gli improverava e rinfacciava ancora i
difetti del corpo ; perciocché 3gli era d'una grandezza sproporzionata, aveva
la. faccia il più Ielle volte rossa pel troppo bere, era corpacciuto e grasso,
debole su l'uno de' fianchi, per esser stato una volta urtato da una car retta
nel Tare ilmannerìno (\) à GaìoXaligola-, mentre, che egli aurìgava (cioè
guidava una carretta). Finalmente lancettato e punzecchiato minutamente e con
ferite molto piccole appiè delle scale Gemonie, e finito di ammazzai^lo^ quindi
con uno uncino lo strascinarono e gittarono in Tevere. Dichiarazione di un
portento . Morì msieme col fratello e col figliuolo avendo >anni cinquan*-
tasette : né quegli indovini s'ingannarono,- i quali gli predissero - ^ in
Vienna, per quello augurio ólie noi dicemmo essergli intervenuto in quel luogo,
ch'egli aveva a. venire in potere di qualche uomo gallicano : conciossiacosaché
il primo che gli pose le mani addosso \^ e che l'oppresse fusse uno chiamato
Antonio Primo^ capitano della. . parte avversa, il quale era nato in Tolosa e
in sua puerizia era chiamato Becco per soprannome, il qual vocabolo in quella
lingua - significa becco di gallina. (1) MannerinQ, qui significa lo stésso che
lacchè. L\ VITA ED I FATTi ' «Il VESPASIANO BECIM UPEIATOR RilAllO Della gente
Flavia e degli antenati di Vespasiano . > Avendo lo imperio romano, per la
ribellione ed uccisione dei tie principi sopraddetti, non avuto in un certo
modo luogo fermo, ma andatosi aggirando, fu ultimamente accolto dalla gente
Flavia e da quella istabilito. La quale famiglia fu certamente ignobile, né da
alcuno de' suoi antecessori fu illustrata : tuttavia la ro- mana Repubblica non
può se non lodarsene ^ quantunque tra i Flavii fusse Domiziano, il quale (come
è manifesto) pagò le de- bite pene delle sue sfrenate voglie e della sua
crudeltà. Tito Flavio Petronio, terrazzano di Rieti, fu nelle g.uérre e
discordie de' cittadini romani dalla banda di Pompeo e suo centurione, e dalla
battaglia Farsalica fuggendosi se. ne tornò al paese ; lìè è ben certo se egli
si partì volontariamente e senza addimàudar licenza, o se pure si partì con
licenza e permissione di Pompeo. Egli adunque impetrato perdono da Cesare e
fatlo esente .dalla milizia, fece appresso il venditore all'incanto, ovvero
riscotitore de' banchieri ed argentieri pubblichi : il figliuolo di costui fu
co- gnominato Sabino, il quale non fece mai il mestiero del soldo, ancora che
alcuni abbiano scritto lìii averlo fatto ed essére stato centurione ; alcuni
altri, che essendo egli pur capitano, fu sciolto e liberato dal sacramento e
obbligo della milizia, per esser ca- gionevole e mal sano. Fu in Asia
riscotitore della quarantesima, dove si vedevano le statue posto in suo onore y
dalle città di quella provincia con lettere in greco in questa sentenza : Al
suf- ficente riscotitore deirèntrate pubbliche. 0"»ndi se ne andò in -T
db;cimo imperatore 31^ Elvezia, dovo egli prestò a usura, é passò dì questa
vita. Lasciò' Yespasia Polla sua moglie con due figliuoli, il maggior de' quali
- chiamato Sabino venne a tanto grado in Roma, che egli fu fatta pretore; il
minore, cioè Vespasiano, pervenne al principato. Nacque Yespasia- Polla in
Norcia e fu di nobil famiglia, il cui padre Vespasiano Pollione fu prefetto e
provveditore dello eser- . cito, e tre volte tribuno de* militi. Ebbe costui un
fratello che ascese alla dignità pretoria e fu ancora senatore. Dimostrasi og-
gidì ancora il luogo chiamato Vespa§ia, che è vicino a Norcia a sei miglia,
suso alto nel monte, per la via che va a Spoleto, dove • sono molte ricordanze
de' Vespasii, e cose da. loro per memoria edificate; il che è. grande indizio
dello splendore e della antichità di quella famiglia . Non voglio lasciare
indietro, come alcuni hanno vanamente scritto, che il padre del sopraddétto
Petronio fiì lom- bardo, di quelli che abitano di là dal Po e capo ed
appaltatore di coloro che lavorano a prezzo i terreni e gli ortaggi, i quali
ogni anno sono soliti di passare dell'Umbria nella Marca, e così \m es-* sersi
fermo a Rieti, e quivi aver preso moglie. Io di tal cosa, benché molto
curiosamente ne abbia ricerco, non ho però tro- vato giammai vestigio alcuno. '
. ^ Nascita e nodritura di Vespasiano. Nacque Vespasiano nel paese de' Sanniti
di là da Rieti, in un pic- colo borgo chiamato Falacrine a' diciasette di
novembre altardi, essendo consoli Quinto Sulpizio Camerino e.Gneo Poppeo
Sabino, cinque anni avanti che Augusto morisse. Fu allevato da Tertulla sua
avola da lato di padre, a certe possessioni ch'essi avevano nel Cosano : tale
che poi ch'egli fu fotto principe, molto spesso se n'andava a stare alle dette
possessioni dove egli era stato nu- trito ed allevato : non toccando la casa
che prima v'era^ ma la- sciandola stare appunto in quel modo medesimo per
soddisfare agli occhi suoi, e ricordarsi con piacere della antica dimora e
pratica avuta nel detto paese. E tanto svisceratamente amò' la memoria della
sua avola, che ne' giorni solenni e festivi usò e perseverò sempre bere con un
bicchiere di argento che di lei . s'era risen^ato. Preso ch'egli ebbe la toga
virile, durò gran tempo a non voler acconsentir per alcun modo di mettersi la
veste se- natoria, ancora che il fratello se l'avesse acquistata, né mai ^
lasciò persuadere d'alcuno a prenderla ^e non finalmente dalla madre, la quale
ancora con gran fatica impetrò da lui -tal grazia più con morderlo quando con
un motto e quando con un altro, VESPASIANO, . che c(m pregarnelò o con autorità
ch'ella, seco avesse: perchè ella ad ogni- poco lo chiamava il famiglio del
fratello e quello che gli andava innanzi a fargli darla via. Meritò in Tracia
d'esser fatto tribuna de' miliU e questore ancora. Ottenne per tratta il go-
verno di Greta e quello di Cirene. Appresso candidato (cioè in vesta bianca)
chiese di esser fatto edile ed -ancora di esser fatto pretore, e fu le prime
vòlte dal popolo rifiutato e con fatica al- l'ultimo ottenne^^ tra' suoi
competitori a domandare d'esser fatti edili li toccò il sèsto luogo; e tra.i
competitori delia pretura il primo. Come egli ebbe ottenuto di esser creato
pretore, il se- nato se lo recò a tioia, onde per acquistarsi la grazia di
Caligola e farselo in qualunque mode e' poteva benigno e favorevole, lo ' pregò
di celebrare ( ancora bhe dò a lui non si appartenesse ) i giuochi e le feste
per la vittoria .oh'essò Calìgolipi in Germania aveva ottenuta. Fu ancora di
parere, che oltre alla pena di moi'te, alla quale erano sentenziati i
congiurati contro al detto -impera- dorè, si aggiuhgesse ancora che e' fussero
buttati alla' campagna • senza èssere seppelliti; e lo ringraziò in presenza del
senato che egli' si fusse degnato di accettarlo aVla sua cena '»ii'^»*r * '^^ e
ìainmin «^Tjà avesse (l^ 'j\iO fialiiiA^'* ''•\f cominciato a rirnbainbire. Ivi
a non molto tempo, essendosi adi- rato Caligola con Vespasiano, perciocché,
essendo egli edile, non aveva avuto avvertenza di far nettare le strade,
comandò che ei fusse ripieno di loto, onde i soldati gliene posono alqiianto
ilei lembo della pretesta. E furono alcuni che -allora interpretarono che ciò
significava che e' verrebbe ancor tempo, che la' Repubblica calpestata e
abbandonata per qualche garbuglio civile, si ' ridurrebbe sotto la sua
protezione, ed egli quasi ricevendola in grembo la difenderebbe. Oltre a ciò
desinando egli una volta, un (4) cane forestiero portò dentro alla sua casa"
in sala una. mano da uomo e la pose sotto la tavola; e così un bue che arava,
mentre che egli cenava, scosso il giogo in terra, entrò con fu- rore in sala; e
spaventati e discacciatine i ministri, quasi stracco in un subito gli cascò
quivi dove ei sedeva a' piedi e gli sotto- messe il collo. Oltre a ciò, uno
arcipreéso, che era in campo, il quale anticamente era stato di sua casa, $enzà
violenza alcuna di venti sbarbato dalle radici cascò in terra, e nel -^ giorno
.se- guente per se medesimo si rizzò e divenne più verde che mai e più
rigoglioso. Ritrovandosi néll'Acaia, sognò che -1 principio della sua felicità
comincierebbe allora, che a Nerone fusse cavato . un dente. E la mattina
appresso comparì un medico in corte e mostrò a Vespasiano, un dente che di fresco
aveva cavato a Ne- rone in Giudea. Consigliandosi con Toracolo' dell'Iddio del
mowte Carmelo e domandandogli del futuro, gli fu risposto in questa. ma- niera:
che gli IddiL gli promettevano dovergli succedere tutto quello che ei pensava e
si rivolgeva heiranimo, quantunque grande. Oltre a questo, uno de' nobili di
questa città,.suo pri- gione, chiamato Giuseppe, essendo da lui incarcerato,
gli affermò costantissimamente, che in breve tempo egli lo doveva trarre di
carcere, ma che a quel tempo sarebbe di già fatto imperadore. Fugli ancora dato
avviso di certi segni, che in Roma si erano intesi essere- accaduti, cioè che
Nerone negli ultimi giorni della sua vita fu ammonito in sogno, che facesse
trarre il tabernacolo di Giove Ottimo Massimo del sacrario e condurlo in casa e
nel cerchio di esso Vespasiano. E non molto dipoi che il popolo s'era ragunato
a squittinare, quando Gaiba la seconda vòlta fu fatto consolo, che la statua
del divo Giulio per se medesima . s-erà volta verso l'Oriente ;. e che avanti che
si appiccasse la zuffa a Bebriaco, due aquile nel cospetto di ogni uno si erano
appiccate Il portento del cane significava, che l'umana potertza e l'estere
nazioni sarebbero soggette a Vespasiano. VESPASIANO insieme, delle quali
essendone restata uha -superata,. era soprav- venuta la terza d'onde il sole
nasce ed. aveva, discacciata la vin- citrice. Sua 'assunzione ali* impèrio^ . x
- \ Con tutto questo'non volle mai Vespasiano tentar cosa alcuna, ancora che i
suoi amici e conoscenti si dimostrassino molto pronti, e gliene facessino
grande instanza; 30 prima e^li non ne' fu sollecitato e richiesto da alcuni da
lui non conosciuti, e che erano lontani e scopertisi' in suo favore da per
loro, e senza che egli Taspetlasse. E questo fu che essendo mandato daire-
serCito, che era in Mesìa di tre legioni, due mila fanti in soc- corso di
Ottone, mentre che essi erano in cammino, fu loro dato avvisò, come Ottone era
stato superato e che per se medesimo s'era .ucciso ; nondimeno loro seguitarono
di camminare avanti e si condussono insino ad Àquileia, quasi che e' non
prestassino fede a quello che sì diceva ; e quivi presa occasione, licenziosa-
mente mandarono a saccomanno ogni cosa^ usando ogni sorte di rapina; temendo
appresso ^ ritoiliati che e' f ussero, di non avere a. render conto dì quanto
avevano fatto, e dubitando di non esser puniti, si consigliarono fra loro e si
risolveremo a eleggere un capitano a ior modo, come quelli, a cui non pareva
esser da meno che l'esercito, il quale era in Ispagna che aveva eletto Galba ;
né ancor dell'esercito pretoriano, il quale aveva eleUo Ottone; né del,
Germanico che aveva, eletto Vitellio. Furono adunque messi innanzi, e proposti
tutti i commessarii e legati consolari ch'erano fuori di Roma in qualunque
paese; e biasi- mando ciascun di loro per qualche difetto, appónendo a chi una
cosa e a chi un'altra, alquanti della terza legione, la quale, nel passar che
Nerone fece in Siria, era stata mandiata in Mesìa^ sommamente lodarono
Viespasiano. Onde tutti insieme si accor- darono di eleggere lui ; e senza
indugio scrissono il nome di quello in tutte le loro insegne : ed allora
vennóno a quietarsi interamente, e ciascuno a pòco a poco tornò all'uffizio
-suo, Ès- sendosi pertanto divulgato, quanto costoro avevano deliberato^
Tiberio Alessandro prefetto xieirEgitto, il di primo di luglio, fece che le sue
genti giurarono fede a Vespasiano ; il qual giorno fu dipoi osservato essere
stato il medesimo del suo principato. Appresso lo esercito giudaico a nove di
di luglio prese il giurà- inento in sua presenza. Favorì assai le predette
iihprese la copia ^> una lettera vera falsa ch'elfa si fusse del. mòrto
Ottone; il DECIMÒ IMPERATORE quale per ultimo suo ricordò scongiurava e pregava
Vespasiano, che f usse contento di vendicarlo, pregandolo ancóra clie volesse
aiutare e soccorrere la Repubblica. Aiutò ancora assai la cosa la voce che si
era sparsa, cioè che Vitellio, restando vincitprp, aveva deliberato di
scambiare le stanze degli eserciti e far pas- sare l'esercito di Germania in
Oriente, per più loro sicurtà, ed acciò che potessino vivere corf più comodo e
più delicatamente. Oltre a ciò tra i governatori delle provincie Licinio Muziano,
de- posto l'occulto odio che insino a quel tempo aveva portato a Ve- spasiano,
volendo competere con lui, gli promesse Teserei to che era in Siria in suo
favore ; -e Vologeso re de' Parti gU promesse quaranta mila sagittaria Cose
prodigiose avvenute nei principio del suo" govèrno. . Preso adunque la
guerra civile, mandò innanzi li suoi capir tani con gli eserciti; ed egli, in
quel mezzo, passò in Alessandria per insignorirsi di quel paese ctìfe è la
chiave delVÌEgitto. Dove essendo entrato nel tèmpio di Serapide, e mandato via
ognuno per restar solo e conàigharsi con quello Iddio, come egli avesse a
stabilire il suo imperio, se lo venne a fare mólto favorevole; e volgendosi
attorno, gh parve vedere Basilide liberto porgergli le verbene', cioè l'erbe sagrate,
le corone ed i pani che ivi s'u- sano per sacrificare. Era manifesto, costui da
nessuno essere" stato messo dentro : e che per essere statò gran tempo
rattrap- pato de' nèrbi, non poteva appena àndar.e, e che egli, oltre a ciò,
quindi molto lontano si ritrovava. Maia quello istanle ven- nero lettere die
davano avviso, come le genti di Vitellio vieino- a Cremona erano state rotte ed
egli entro. alla città ammazzaU). Mancava solamente a Vespasiano, per essere
persona nuova e principe non aspettato, lo acquistarsi appresso de' popoli
auto- rità e maestà ; il che ancora gli venne a succedere in questo modo. Era
un certo plebeo cieco, e similmente un altro debole da una gainba; questi du^'
insieme lo andarono a trovare in- nanzi al tribunale dove egli sedeva, e lo
pregarono chesid^ gnasse di avere compassione alla loro infermiti^ e di polvere
loro soccorso, affermando il cieco che Serapide in sc^no gli aveva detto che
Vespasiano, sputandogli negli occhi, gli poteva rendere la vista; e'I zoppo
che, degnandosi di dargli un calcio, verrebbe a sanarlo della gamba. Non poteva
credere Vespasiano che tal cosa per modo alcuno gli avesse a succedere, e
perciòt non aveva ardire di farne esperienza. Finalmente pregato e confortato
dagli amici, in presenza di tutti fece i'una e Taltra cosa; e succedette quanto
i due avevano dettò. Nel medesimo tèmpo in Tegea città di Arcadia, a
persuasione di certi individui, fu- rono dissotterrati d'un luogo sagrato certi
vasi di lavoro antico, ne' quali era una testa, simile a quella di Vespasiano.
Risiabilimertto della Repubblica vacillante'. Tale con si gran fama essendo
ritofnato in Roma,, trionfò de' Giudei. Ed oltre alla prima volta che un tempo
addietro era stato consolo, fu ancor consolò otto altre volte. Frese ancor
l'uf- fizio della censura; ed in tutto '1 tempo che esso regnò, non- at- tese
quasi ad altro che a riordinare e stat)ilire quella afflitta Repubblica, e che
tuttavia stava per andare in rovina, è dopo questo di renderla ornata. E
primreramente quanto a' soldati, essendo una parte di loro insuperbiti per la
vittoria ricevuta, ed una parte di loro sdegnati ed offesi per essere stati
notati vitu- perosamente, erano trascorsi e *diyenutt licenziosi ed insolenti.
Oltre a questo le provincie apcora e le città libere, e con quelle insieme
alcuni reami erano tra loro in discordia e tumult'uosar mente si governavano.
Egli adunque, per riparare a' sopraddetti inconvenienti, a' soldati
Vitellianicl^'erànogli spdegnati, tolse ogni privilegio clL'essi- avevano, egli
privò della milizia e gran parte di loro furono puniti. A' suoi, cbe per la
vittoria erano insuper- biti, non volle mai concedere cosa alcuna altro che
ordinala ; anzi di quello, che debìtamento si aspettava Iqro, indugiò un t0mpo
ia soddisfargli. £ per corregger la disciplina militare in tutti tjue'modi, che
e' poteva e con tutte le occasioni che se gli i 'esentavano innanzi, essendogli
venuto davanti un giovà- tto, per. ringraziarlo d'avere impetrato d'esser fatto
prefetto, j pirofumato e ripieno di buoni odori, gli fé' cenno che si ap- ]
asse e levassé^ via, come se tali odori l'avessino offeso; e lo riprese an(;ora
gravissimamente, dicendo: più tosto avrei voluto che tu sapessi d'dgli; e si
fé' rendere it)dietrO le lettere di fa- Vere ch'esso gli aveva fatte. I soldati
delle galee, i quali ordi- nariamente da Ostia a Pozzuolo Vanno é vengono per
terra a piedi^ gli addiniandavano che e'fiisse concesso loro. qualche
provvisione, sotto nome delle scarpe che logoravano in andare innanzi e
indietro; ma egli, non gli parendo abbastanza non aver risposto loro cosa
alcuna, ordinò e comandò lóro che da quivi innanzi andassino scalzi, e così da
indi in qua sempre npre sono andati e vanno ancora oggidì. Quanto alle città e
Provincie, ridujsse in forma di provincia, qiòè fece distretto dei Romani
TAcaia, là Licia, Rodi, Costantinopofe e Samo., e tolse loro la libertà. \\
simile fec^ ancora alia Tracia, alla Cicilia ed a Comagene ch^erano reami
.stati insiiio a quel, tempo,, e da luL furono ridotte in forma di provincia.
Mandò nuove legioni^ di soldati in Cappadocia/ oltre a qaelli che
ordinariamente vi sla- vano, per esser quel paese infestato assiduamente dalle
scorrerie de' barbari . ^E per governatore vi mandò un cittadino consolare,
essendo solito di mandarvisene uno dell'ordine de'cavaHeri, Roma per l' antiche
arsioni e rovine era tutta disformata e guasta; onde per riempierla dì
casamenti. ed èdifizii, diede a ciascheduno licenza, a cui veniva bene di
edificare, che occupassero i luoghi e gli spazii che trovavano vóti,, quando i
padróni proprii aveS' sero indugiato loro a edificarvi. Egli prese à restituire
e rifare il Campidoglio, e fu il primo che messe le mani a purgarlo dai
calcinacci e portargli via; e sopra le sue spalle ne portò via al- quante
corbellate. Fece oltre a ciò rifar di nuovo tre mila tar vole di rame che tutte
erano arsicciate e guaste dal fuòco ; avenda con diligenza ricerco e ritrovato
i modelli e le scritture antiche di quelle. Fece oltre a ciò come uno
infetrùmento ed inventàrio delle cose pubbliche, insino dal tempo antico, molto
bello e bene accomodato ; nel quale si contenevano tutte le deliberazioni del
senato e tutte quelle delia-plebe, tutte le leghe e confederazioni, fatte,
tutti i privilegii conceduti a qualunque persona, insino quasi da che Roma fu edificata.
Edifizii pubblici da lui innalzati. Fece ancora alcuni èdifizii di nuovo, cioè
iHempio della Pace . vicino alla piazza; quello del divo Claudio cominciato da
Agri p* pina, ma da Nerone disfatto e rovinato quasi insino a' fonda* menti.
Edificò similmente lo anfiteatro nel mezzo di Roma se- condo il disegno e
modello che trovò, che Augusto ne aveva fatto fare. Ridusse l'ordine do'
cavalieri e de' senatori allo antico splendore e nobiltà, i qo'ali ^rano già
quasi ridotti a niente, per essere slati trascurati, e molti di loro uccisi e
ripienitli persone vili e i|znobili. Egli adunque gli ridusse. al solito
numero, e pri* mieramente fece una rassegna di quegli che allora ne' predetti
ordini si ritrovavancJ; enocavò tutti quegli che non .meritavano tal dignità, e
in lor cambio messe uomini dabbene e nobili di ogni sorto, Italiani e
forestieri. E \)er dare a conoscere che i se- natori e i cavalieri erano
solamente dilferenti quaàto dignità, ma che rautòntà e licenza aveva .'in vun
cèrto modo a esser del parf; eissendo oocof^o parole ingiuriose Ira un. sena-
tore ed un cavaliere romano, sentenziò in questo modo, che ei non era heueche
a' senatori fussero dette parole ingiuriose, ma cl\^ rispondere alle ingiurie
di qiiegli jngiuriosam^nte era ben cosa civile ^ lepita. . . *; Liti da lui
somm^rìamente dedse. Le liti che si avevano a decider erano cresciute in
grandissimo numero ; perchè non si essendo per gran teiripo addietro tenuto
ragione, molte dèlie antiche destavano ancora in pendente, e- per garbugli e
tumulti de* tempi che allora erano corsi, ne sur- 'gevano su delle nuove ogni
di. Egli adunque fece un magisti'ato diuomini, i quali trasse a sorte, che
avessino autorità sopra alle cose che nella guèrra, s'erano rubate di farle
restituir a di chi elle erano. Oltre a -ciò creò un magistrato che per lo
stra^or- -dinario sentenziasse e giudi ma Tito. sì, il. quale allora gli era
accanto. Erano tanto amici e familiari che si crede ancora Tito, dormendo
accanto a Britannico, aver gustato di quella be- vanda, della quale morì
Britannico, ed esserne stato lungainente V U VITA ED J FATTI DI TITO VESPASIANO
UNDECIHO INPERATOR ROMANO Dell'amore di tutti verso Tito. Tito, il cui cogiiome
fu quello del padre, cioè VespasianOj^fù tanto ingegnosoL, tanto industrioso e
favorito dalla fortunati^ !SuP6i ben volere e rendersi ciàscìino obbligato, che
meritamente fu chiamato l'amore e lexielizie dell'umana generazione, E quello
che sopra a ogni, altra cosa è difficile, fu che egli ciò fece nello imperio;
conciossiacosaché quando egli era privato e poi che -l padre pervenne al
principato, non mancò chi lo avesse in pdio, e fu ancora pubblicamente
vituperato e biasimato. ^ Nascita ed educazione di Tito., Nacque a' trenta di
dicembre, il quale anno fu ricordevole per la morte di Gaio Cahgola dentro a
una cksa povera e vile, vicina al Settizonio' ed in unacamera molto piccola ed
oscura, la quale ancora, oggi è in piede e si può vedere. Fu allevato in corte
in compagnia di Britannico e dette opera' a' medesimi studi e sotto i medesimi
precettori. Nel qual tempo dicono che Narciso.lib^rto di Claudio, avendo fatto
venire uno di questi che, a' |||^i. del viso predicono il futuro, perchè e*
guardasse il viao'éTBritan- nico, colui afferaiò per cosa cejrta ' che Bri
tàonico per modo alcuno non era per esser imperadore, ma Tito' sì, il. quale
allora gli era accanto. Erano tanto amici e familiari che si crede ancora Tito,
dormendo accanto a Britannicp, aver gustato di quella be- vanda, della quale
mòri Britannico, ed esserne stato hìngamente còlòno6Uo d'una legione in Giudea^
dove e' prese ed espugnò due città poteintissime, Tarichea e Gamala. Ed in un
certo fatto . d'arme avendo sentito mancarsi il cavallo sotto, saltò sopra un
altro il cui padrone e cavaliere, combattendo seco, era rimasto * mfortò.
~." - Espugnazione di Gerusalemme. Avendo poi ottenuto Galba il governo
della Repubblica, fu maiìdato dal padre a rallegrarsene con esso seco, e per
qualun- que luogo egli passava era guardato ed ammirato; credendosi - ognuno
cbe e' fusse.stato chiamato dall' iinperadore per adottarlo e farlo suo
successore. Ma come egli intese le cose di nuovo es- sere intorbidate ed
ingarbugliate, se ne tornò indietro. Ed essendo andato a visitare l'oracolo di
Venere Pafia, gli domandò del - viaggio che per raiare aveva a fare, quello che
gli doveva inter- veiiire ; dalla cui risposta fu ancora certificato di avere a
otte- nere rimperio, il che in breve tempo gli succedette, secondo il SUO:
desiderio. Ma lasciato in quel mezzo a ridurre la Giudea sotto l'ubbidienza de'
Romani, nell'ultimo assalto che si dette alla città di Gierosolima, con dodici
saette ch'egli tirò ammazzò dodici di quelli che la difendevano, e la prese nel
medesimo giorno che la sua figliuola nacque; in si fatta allegrezza e favore
de' suoi soldati, che facendone festa e con lui rallegrandosene, lo saluta- '
tono e c^iiamarono imperadore. Quindi volendosi partire lo ri- tennonò -con
preghiere^ e' coìi minaccio ancora, dicendo o che rimanesse insieme con esso
loro, o che essi parimente insieme con lui si partirebbono^ Di che nacque
sospezione che dal padre . non fusse voluto ribellare e dell'Oi^iente
insignorirsi. La quale . dipoi si accrebbe, quando egli andò in Alessandria,
perciocché trovandosi nella città di Melfi e sacrificando un bue ad Api, portò.
il diadema secondo il costume e usanza antica di Quella religione, né mancavano
persone che malignamente interpre- tassino le sue azioni. Per la qual cosa si
affrettò di tornarsene in Itaha, e montando sopra una nave prese porto a Reggio
; dipoi sopra alla medesima nave pose in terra a Pozzuolo, -e di quivi senza
iinpedimento o carriaggi per tèrra se ne venne a Roma. E rappresentatosi
dinanzi al padre, che non lo aspettava, come rispondendo alle false calunnie
che gli erano date, disse : io.son venuto, padre mio, io son venuto. (
opportunità, e ricevere mance e premii. Appresso palesemente ' era tenuto e da
ognuno chiamato un altro Nerone. Ma questa - mala fama e sinistra opinione che
di lui s'aveva gli tornò in ^ tiene e convertì in sue lodi grandissime ^ però
die in lui ninno de’predetti vizii si ritrovarono, anzi pel contrario
grandissime virtù. Primièramente i conviti che e' faceva avevano più del
'-piacevole e dello allegro, che f ussero di superchioabbondevoli. - Gli amici
che da lui furono eletti furono tali che i principi che . seguitarono dopo di
lui se ne contentarono, parendo loro d'iaverne necessità, e che fussino a
proposito per la Repubblica. Oltre a ciò, subito che egli ebbe ottenuto il
principato, contro a sua voglia • licenziò Berenice, e mal contenta la mandò fuori
di Róma, che per sua donna si aveva eletta : è non solamente lasciò d'intratte-
nere e favorir più alcuni di quei suoi giovauetti, più graziosi o belli come
prima soleva, quantunque e' fussero molto bene ac- costumati in danzare e
recitare ; tanto che nelle commedie e feste che si. facevano essi le
comandavano ed ordinavano, ma ancora là dov'era tutta Róma non si curò mai di
rappresentarsi in pub* blico per istare a vederli. Non tolse mai cosa alcuna a
ninno cittadino, e dalle cose altrui si astenne quanto per lo addietro ninno
avesse fatto giammai, tale che egli, non che altro, lasciò éS riscuotere le
solite collazioni e tributi. E con tutto questo qusinto a magnificenza e
liberalità non fu inferiore ad alcuno dei suoi antecessori, perciocché avendo
dedicato e consagrato lo ^ anfiteatro, ed in poco tempo vicino a quello
edificato le terptie, fé' con bellissimo apparecchio e gran pompa e
magnificenza fare il giuoco de' gladiatori. Fece ancor fare nel suo antico
luogo la batta^ià navale, e quivi ancora fé' rappresentarsi in campo i
gladiatori, e fece in un sol giorno comparire al cospetto del po- polo
cinquemila fiere di ogni generazione. ~ Dì una pietosissima natura. ' ' jFu per
natura molto amorevole e benigno, perciocché avendo Tiberio ordinato che tutti
i benefizi donati e concessi da^ prin- cipi passati non s'intendessino
altrimente rati è fermi da quegli che succedevano nello imperio, se da essi
medesimi non erano ^le persone che ricevute gU avevano confermati ; egli fu il
primo che per un sol baindo confermò tutte quelle cose che' per l'ad- dietro
erano state concesse da' suoi antecessori, senza aspettarti . d'esserne pregato
o ricerco. E in qualunque altra cosa che gli ^ra addomandata trattenne sempre
ognuno e se lo mantenne af- deirordine de' cavalieri, acciocché ad ogni cosa si
desse con più prestezza perfezione. Quanto alia pestilenza non lasciò indietro
rimedio alcuno né umano he divino per mitigarla e spegnerla, avendo fatta
provveder a tutti i rìmedi.cl^e trovare pongano, e così' . fatto celebrare tutte
le maniere de' sacrifizii, ch'in quel tempo s'usavano in alcun luogo. Era la
città ripièna, per sì fatta av- versità d'accusatori e di maligni, che per mal
fare mettevani> altri al punto, per aver durato assai il male, n'erano
divenuti gli uomini licenziosi. Egli adunque per rimediare a tali inconvenienti
comandò che que' tali fussero con flagelli e con pezzi di legno battuti in
piazza, ed ultimamente per vituperio gli fece passate per mezzo l'anfiteatro,
ed unu parte ne fé' vendere per ischiavi; e parte ve ne fé' condurre e
confinare ia isole asprissime e di- ' " serte. Ed acciocché in perpetuo non
avesse a seguir più simili disordini, ordinò che le cause e liti che si
trattavano s'avessero a decidere per una legge sola : né più leggi che una si
potesse addurre sopra una causa. E che dello stato e de' beni di coloro
ch'erano morti, non si potessino fare inquisizioni, né altriittlnU pretendervi
sopra cosa alcuna o molestargli, se non per insino a -. un certo numero d'anni
che da lui furono determinati. Sua clemenza e mansuetudine. - Quando fu creato
pontefice massimo, disse che accettava quo! sacerdozio per essere costretto a
conservare le sue mani pure ed innocenti ; il che da lui fu osservato e
mantenuto : perciocché da quel tempo innanzi ninno fece ammazzare giammai, né
mai della morte di alcuno fu consapevole, ancora che e' non gli man- casse cagione
di vendicarsi: ma egli con giuramento affermò che voleva più presto capitar
male ed esser morto, che imbrattarsi le mani del sangue d'alcuno. Onde essendo
accusati due patrizi! e fatti confessare, come e' cercavano di farsi capi di
Roma, so- lamente gli riprese e disse loro, che si togliessino da quella im*
presa, però che il principato si otteneva per fato e per destino: e che da
quello in fuora, avendo loro voglia o desiderio di più una cosa che un'altra,
liberamente l'addomandassero che era loro " per concederla. E prestamente
mandò uno alla madre d'uno di (1) Questa narrazione della tristizia de'
calunniatori non deve esser collegata con la cosa della pestilenza, e le parole
di Sve- . tonio semplicemente tradotte sono tali. In oltre frale altre avver-
sità regnandovi ancor quella degli accusatori e maligni avvezzai alle licenze
de' teonpi passati, egli per rimediare, ossi ; percìoccliè essendo assai
lontana di Roma ella fusge avvisata ron prestezza, come il suo figliuolo era
salvo. E non solo dette loro cena familiarmente, ma nel dì seguente Se gli fece
sedere a canto al giuoco de' gladiatori ; e dette loro in manca considerare e
por nK'n?e Tarme, con le quali Combattevano essi gladiatori, che a lui erano
state porte. Dicesi ancora che e' fece la natività tielTuno e doll'altro, e
disse ad amendue come e' portavano pe- ricolo: e che e* sarebbono morti ma da
altri che da lui. Domiziano suo fratello non restava di tendergli insidie, anzi
palesemente lercò di sollevare gli animi de' soldati centra a lui. Dipoi cer-
cando di fuggire non sofferse l'apimo a Tito' né di ucciderlo, né di
confìnarlo, nò ancora d'averlo in meno grado e riputazione; ma ancora atfermò
che dal primo giorno insino a quel tempo io aveva avuto per compagno e
successore nell'imperio, e cosi vo- lava ch'egli perseverasse. Ed alcuna volta
in segreto con preghiere lagnine gli chiese di grazia, che finalmente gli
piacesse una volta di avere il medesimo animo verso di sé che egli aveva verso
di hii. Come incontrasse la morte. McMitro che egli in cotal guisa si
governava, gli sopravvenne la morte con maggior danno dello universale che suo.
Essendosi adunque dato fino alle feste e giuochi sopraddetti, all'ultimo dei
quali egli in presenza del popolo molto dirottamente aveva pianto, se no andò
ne' Sabini alquanto maninconioso, perciocché nel sacrificare se gli era fuggita
la vittima. E perciocché essendo 1 aere sereno e chiaro si era sentito tonare;
ed alia prima posata che e' fece fu assalito dalla febbre. E fattosi levar di
quivi in lettiga, si dice che egli alzò la coperta e guardò verso il cielo, e
molto si dolse e rammaricò che la vita gli fosse tolta, non avendo lui meritato
; perciocché in tutta la vita sua ninna cosa si ritro- vava aver fatta della
quale si avesse a pentire, salvo che una 80la, e quale ella si fusse, nò esso
allora la manifestò, né alcuno fu mai che potesse immaginarsela. Pensano alcuni
che venne a ricordarsi d'aver tenuto pratica meno che onesta con la moglie del
suofralello. Ma Domizìa con giuramenti grandissimi affermava, che non aveva
avuto affare gianamai cosa alcuna con esso Tei ; o che quando e' fusse stato
non l'avrebbe negato giammai, anzi se lo avrebbe* *pu»*' • onore, e se ne
sarebbe vantata e glo- liata come e' 'nfarnen*** Ara pnii»!- ^i fjir^ ÌQ tutte
le Luogo e tempo della sua morte. m Morì di quarantadue anni, nell^a villa
medesipia che il. padre, essendo stato nello imperio due anni, due mesi e
venti, di. U che subito che fu appalesato, se ne fece in- pubblico querela e
pianti grandissimi, non altrimenti che se a ciascuno fosse morto qual- cuno de'
suoi più cari amici e parenti di casa. Il senato, non aspettando (Tesser
chiamato per bando, corse^ spacciatamente aHa., curia, trovandosi le ()orte
ancora serrate; e quelle avendo apecte> . entrarono dentro e ringraziarono,
e lodarono il morto più a^sai che in presenza sua, quando èra vivo, avessino
fatto giaminai.^ I i che o' fu morto, niun'altra dimostrazione fece in suo
onore, se non di consugrarlo ; anzi molte volte nelle orazioni -che esso UìCtì
e ne' bandi che e' mandava si ingegno malignamente di bia- sinìarlo e di
acquistargli carico. Cose da luì fatte nel principio del suo imperio. Nel
principio del suo imperio era solito ogni giohio di starsi un'ora appartato e
solo in un luogo segreto, né ad altro atten- deva che a pigliare mosche e dipoi
inGlzarle con uno stiletto bene aguzzo che egli aveva: talché domandando uno se
niuno era «Itaitio con Domiziano, gli fu acconciamente risposto da Yibio
C'.i'ispo: « Nò pure una mosca. » Appresso ripudiò e licenziò Do- nii/ia sua
moglie come guasta ed innamorata di Paride istrione, (iella quale nel secondo
suo consolato aveva avuto un figliuolo, e Tanno appresso l'aveva salutata come
Augusta. Ma dipoi in breve spazio di temiM) non potendo più sopportare di stare
da lei lon- tano, mostrando che il popolo con grande istanza ne lo pre- gasse,
se la riprese e ricondusse a casa. Quanto al governo della repubblica, andò
alcun tempo variando, mescolando i vizii cjon le virtù; tanto che in processo
di tempo converti ancora le virtù in vizii. E per quanto si può conietturare e
comprendere di lui, egli ne' bisogni e necessità fu rapace, e ne' sospetti e
nelle paure crudele, trapassando i termini della sua natura. Spettacoli da lui
fatti rappresentare e della sua liberalità. Usò molto spesso di far celebrare
giuochi e feste molto son- tuosamente e con gran magnificenza non solo
nell'anfiteatro, ma ancora nel circo Massimo, dove oltre a' bei corsi delle
carrette a due e ({uattro cavalli, vi fece ancora combattere a piedi ed a
cavallo, e nello anfiteatro fece ancor fare una battaglia navale. H fé' faro il
^uoco dò' gladiatori di notte a lume di fiaccole e di torce, né solamente fé'
combattere agli uomini, ma ancora allo donno. Oltre a questo rimesse in usanza
le feste che facevano celebrare anticamente i questori, cioè un giuoco di
gladiatori che si era tralasciato, e volle sempre esservi presente. E poi che
gladiatori de' questori avevano finito di combattere, conduceva al popolo un
paio de' suoi a scelta ed elezióne di ()uello, i quali ultiraamenlo comparivano
in campo Vestiti riccamente ed. al co- stume de' suoi cortigiani. É mentre che
e' duravano a stare alle mani, si teneva dinanzi a' piedi' un fanciullino
vestito 'di grana, con un capo piccolo a maraviglia, col quale egli ragionava
assai, favoleggiando, ed alcuna volta in sul sodo. Fu certamente ujia volta
udito che esso gli domandò se a lui pareva di darò a Mezio Rufo il governo
dell'Egitto, avendosi di prossimo a riordinare la. dettg provincia. Fece
ancora.fare b'attagh'e navali, quasi a modo di una grossa armata e bene
ordinata di mare, avendo fatto ca- vare un lago in cerchio vicino al Tèvere, e
piovendo un'acqua grossissima gli stette a vederexombattere. Fece ancor
celebrare ì giuochi secolari che ogni cento anni erano soliti celebrarsi, fe-
condo il conto degli anni non da quelli che Claudio aveva fatto celebrare, ma
da quelli che già anticamente erano stati cele- brati da Augusto. Tra le quali
feste nel giorno de' giuochi cir- censi, acciocché in quel' di si desse, come
e' si aveva a dare, cento volte le mosse alle carrette, ordinò che dove elle
avevano a girar sette volte intorno alla meta, solamente cinque volte in- torno
a quella si avvolgessino. Ordinò, in onore di Giove Capi- tolino, che ogni
cinque anni si celebrasse un gareggiamento di musici, uno di cavalli ed uno di
lottatori e corridori' a piedi ignudi ; dove si dava la corona ed il premio
alquanto a maggior numero che oggi non si fa. Gareggiavasi ancora a chi meglio
re- citava un'orazione in prosa, j:osì in greco come, in latino. Oltre a questo
vi erano introdotti non solamente quelli che sonavano e cantavano in su la
lira, ma ancor quelli che lasonavan a ballo tondo a danza. Sedè ancor come
giudice al corso degli uomini, ed ancor fece correre alle fanciulle non
maritate, avendo in quel dì lo pianelle alla foggia de' Greci ed una toga di
porpora indosso, ed in testa una corona d'oro con l'effigie di Giove, di
Giunone e di Minerva al costume de' Germani, essendogli a sedere a canto un
sacerdote di Giove, ed avendo ancora intorno i sacerdoti della gènte de'
Flavi!, vestiti come lui, salvo che nelle corone di quelli era la immagine
d'esso Domiziano. Celebrava ogni anno nel monte Albano la festività di
-Minerva, chiamata Quinquatria, alla quale festività aveva ordinato un collegio
di sacerdoti e traeva di loro a sorte un certo numero, i quali avevano a esser
procu- ratori di tale uffizio e sacerdozio, ed essi avevano cura di far caccio
magnifiche ed altre feste e giuochi, con rappresentazioni di commedie e di
tragedie. Ed oltre all'avere festeggijato il popolo co' sopraddetti
gareggiamenti degli oratori e de' poeti, gli diede nofa tn^ volte ia mancia,
con dar per ciascnno e per ciascuna ;.-.i :vjlorv ili scudi sette in circa. E
nel giuoco de* gladiatori :Vvv ÀDCvva uno splendidissimo convito. E nel di che
si celebrò .1 rV^^a Seuimonziale la qual si faceva per memoria del settimo
;v.*.^i:e che en stato aggiunto alla città di Roma) distribuì tra i >ecj;ori
e tra' cavalieri un paniere grande per ciascuno di pane c\i alsre cvx»e da
mangiare, e tra' plebei certe sportellelte pic- ^e : e^ o^ii fu il primo a
cominciare a mangiare. È nel giorno >uiK-het(a òeiromine de' cavalieri e de'
senatori cinquanta po- lirle, le quali es^ avevano a rappresentare ; ed era lor
pagato ivr ciascuna di dette (H)lizze una certa somma e quantità di da- Cdiùzii
pubblici da lui fabbricati. K)fev*e molti grandi e belli ediGzii ch'erano stati
guasti q con- sumati dal fuoco. tra\]uali fu il Campidoglio ch'era arso ; ma a
tutti (H>se il suo nome, senza fare menzione o ricordanza alcuna di quei
primi che gli avevano edificati. Edificò ancora di nuQvo nel iampidoglio un
tempio in onore di Giove Custode. Fece an- cora egli farla piazza la quale oggi
è chiamata la piazza di Nen^a, e cosi il tempio della gente Flavia. Ed oltre a
questo fece acco- modare un luogo dove si esercii assino i lottatori, saltatori
e cor- ridori, ed un'altro pe' cantori di musica. Fece accomodare un luogo per
le battaglie navali ; delle pietre del qual luogo è stato di poi riedificato e
racconcio il Circo Massimo ; i fianchi del quale da ogni banda erano
abbruciati. Spedizioni e guerre da lui intraprese. Fece alcune imprese, parte a
volontà e parto per necessità : a volontà contra a' Catti, per necessità centra
a' Sarmali, dove fu morta una legione di soldati insieme col capitano e due
contra a'Dacìi, nella prima delle quali restò moito Oppio Sabino uomo
consolare, e nella seconda Cornelio Fusco, prefetto e capitano de' soldati
pretoriani, il quale da lui ora stato fatto capitano ge- nerale di quella
impresa. De' Catti sopraddetti trionfò, ed ancora de'Dacii, dopo molte e
diverse battaglie: quanto a' Sarmati, solo per la vittoria ricevuta, presentò
una corona d'alloro a Giove j>troDficiiio dipisratorìk 384 Capitolino.
Terminò la guerra civile cha gli mosse conlra Lucio Antonio, il quale era al
governo della Germania superiore €on felicità maravigliosa ; nò egli si
ritrovò, in p^sona a tale espe- diziono ; e la cagione perchè egli spedì la
predetta guerra così felicemente, fu perchè il Reno traboccò ed allagò le
pianure in- torno, appunto nel venire al fatto d'arme, onde le genti che ve-
nivano in soccorso di Lucio Antonio, non poterono passare. Bella quale vittoria
fu prima avvisato da certi presagi e segni che dalli messi; perciocché nel
giorno medesimo che quella giornata si fece, volò un'aquila sopra alla sua
statua in Roma, ed abbrac- ciatola e sparnazzando l'ale fece grandissimo
strepito. E poco appresso uscì su un remore per tutto che Antonio era stalo uc-
ciso e tanto si affermava per cosa certa, che molti vi furono che dissono
d'aver veduto portarne la sua testa. Di alcune sue leggi ed ordinamenti. Rinovò
di molte usanze antiche ad utilità pubblica e tolse via il dare la parte nelle
sporte; è rimesse in consuetudine. i ti-
nelli. Aggiunse alle prime quattro livree de' guidatori e corridori delle
carrette, due altre, una vestita d'oro e l'altra di porpora. Vietò agli
istrioni esercitarsi nella scena, facendo loro abilità di potere esercitarsi in
casa. Proibì il castrare i maschi; e fece che i rivenditori di essi fanciulli
castrati non potèssino vendergli, se non un prezzo da lui determinato. Essendo
stato uìi anno gran- dissima abbondanza di vino e molta carestia di grano,
stimando ciò avvenire, perchè mettendosi troppo diligenza nelle vigne, si
venissero a straccurare le sementi, mandò un bando per tutta Italia che niun
ricoricasse o rinnovellasse vitr; e che le vigne per tutto il distretto de'
Romani fusscra tagliate e solo al più se ne lasciasse la metà : ma egli lasciò
questa impresa imperfetta". Diede alcuni uffizii de' più importanti a'
suoi libertini e soldati. Non volle che i. bastioni e ripari dove alloggiavano
gli eserciti romani, si facessero più doppii in alcun luogo. Vietò ancora, che
ninno soldato potesse dare in diposito e in serbanza a quello che portava la
insegna più di venticinque scudi, perchè avendo Lucio Antonio sopraddetto
(essendo alle stanze con due eserciti) vo- luto fare innovazione, mostrò di
fondarsi in parte sopra i danari ch'orano depositati appresso delle insegne.
Dette, oltre a tre I tinelli, cioè voleva che si dessero a' clienti le cene,
non le sportule. paghe ordinarie che avevano i soldati, ancora la quarCa di tre
Bcudi per ciascuno. « Sua diligenza ed attenzione nel render ragione. Fu molto
industrioso e diligente in tener ragione ; ed il più dello volte nel fòro sopra
alla residenza, annullò le. sentenze che avevano date i cento giudici, ch'erano
state date per ambizione. Fece intendere ai recuperatori ch'erano sopra al
rendere a cia- scuno il grado e la dignità che ragionevolmente se gli
aspettava, che non sempre dessino fede alle belle od accomodate parole di
quegli che andavano a raccomandarsi loro. I giudici, che per da- nari fussero
stati corrotti, furono da lui ignominiosamente notati, ciascuno secondo che e'
meritava, insieme con quegli che si erano ritrovati in quo' ricorsi e consigli. Ordinò a un tribuno
della plebe che accusasse uno edile per avere atteso a certi guadagni vili e
non leciti ; e che addimandasse al senato che ordinasse una mano di giudici per
esaminarlo e condannarlo. Pose ancora tanta cura in correggere e raffrenare
quegli ch'erano di magi- strato in Roma e quegli ancora die erano governatori
delle Pro- vincie, cl^ mai per alcuil tempo furono nò i più costumati né i più
giusti di quegli: la maggior parte de' quali, dopo la morte sua, abbiamo veduti
essere stati accusati e condannati per ogni aorte di scelleratezza. Tolse
ancora a correggere i costumi e primieramente standosi nel teatro a vedere le
feste i popolani e cavalieri mescolati insieme, senza fare distinzione di grado
o qualità, levò via quella usanza licenziosa. Fece spegnere e tor via quante
cose scritte si ritrovavano, mandate fuora nello uni- versale che biasimassero
dicesslnomale, essendovi notati dentro i principali uomini e donne di Roma; il
che egli fece con danno e disonore di coloro che ne erano stati gl'inventori.
Privò del- l'ordine de' senatori un cittadino ch'era stato questore, per di-
lettarsi de' balli e di recitare sopra ai palchetti.. Vietò alle donne di mala
fama lo andare in lettiga ; e tolse loro' l'autorità di po- tere accettare
lasciti o eredità di alcuna sorte. Fece levare del numero de' giudici e
cancellare il nome suo di su la tavoletta dove erano notati, un cavalier
romano, perchè avendo accusata la moglie per adultera e licenziatola, se
l'aveva dipoi ripresa. Condannò alcuni cavalieri e senatori per aver
contraffatto alla il) Ricordi, lo stesso
che giudizii d'appellazione. La legge Scatinia castiga i sodomiti. legge
Scatinia. Pani ancor molto severamente le vergini vestali cli'e' trovò in
adulterio; la qualcosa dai padre e dal fratello suo era stata negletta : e le
prime che e' trovò in peccato, le fece sen- tenziare a morte ; le seconde le
pimi secondo che costumavano di punirle gli antichi; perchè avendo conceduto a
due sorelle degli Occellati ed a Varonilla,-che si elegessino una mòrte a loro
arbitrio e confinato quegli cho le avevano corrotte, trovato ap- presso
Cornelia, che era la priora, in peccato, la assolvè. Ap- presso essendovi
ricaduta un'altra volta, la fece esaminare e confessare, e dipoi comandò che la
fusse sotterrata viva, come s'usa anticamente, e che quegli che avevano avuto/a
fare con lei, fussero battuti con le verghe ed uccisi nel Comizio (cioè dove si
raunava il popolo), salvo che un cittadino pretorio, per non essere ben certo
se egli aveva errato, avendo confessato per via di tormenti e non raffermando,
né dicendo nello esaminarsi l'una volfa quello che l'altra, fu nondimeiio da
lui confinato. Ed acciocché non si offendesse o contraffacesse allo religioni
di alcuno Iddio, senza punizione di quegli che erravano, avendo un liberto
fatta la sepoltura a un suo figliuolo delle pietre ch'erano dise- gnate pel
tempio di Giove Capitolino, h) fece rovinare a' soldati, e gittare in mare le
ossa e le reliquie che vi erano dentro. Sua clemenza e liberalità nel principio
del suo governo. Quando era ancora giovanetto, aveva tanto in odio ogni ma-
niera di uccisione, che ritrovandosi ancora il padre lontano di Roma,
ricordatosi di quel verso di Virgilio che dice.: Ittipia quam csBsis gens est
epulata juvenciSy cioè: Che Tempia gente costu- masse di mangiare carne di bu»,
disegnò di mandare un bando, che ne'sacrifìzii non si potessino uccidere buoi.
Mentre che ei visse privatamente, e gran tempo poi che e' fu principe-, non
dette mai un -miùimo sospetto di sé, né di avaro, né di troppo cupido e
voglioso ; anzi per contrario dette molte volte saggio di liberale e di essere
molto astinente : conciossiacosaché a tutti i suoi familiari ed ansici facesse
tutto il dì grandissimi doni. La principai cosa, e della quale egli più
strettamente gli ammoDiva, era che e' non facessino cosa alcuna vile o
vituperosa. Non volle accettare l'eredità, che gli erano lasciato da coloro, i quali
aves- sino avuti figliuoli. Annullò ancora un lascito fatto da Ruscio Cepione
nel suo testamento ; il quale era, che il suo erede ogni anno, quando i
senatori si raunavano nella curia, avesse a pagare a loro per ciascuno una
certa, somma di danari. Liberò dalla pena tutti gli accusati, i quali cinque
anni fusséro stati con le cause sospese, e agli accusatori vietò il potergli
richiamare in giudizio, se non in capo di un anno e con questa condizione, che
non ot- tenendo i detti accusatori di fargli condannare, s'intendessino essere
sbanditi. Perdonò e rimesse la pena agli scrivani de' que- stori, di quanto
avevano errato nel tempo addietro ; i quali contro alla disposizione e
comandamento della legge Clodia, s'erano dati al negoziare, per esser stata cosi
un tempo quella consuetudine. Certi resticciuoli di terreni, i quali nella
divisione fatta tra i soldati veterani erano rimasti, dove un pèzzo e dove un
altro, concedette a coloro che un tempo n'erano stati posseditori, come se per
uso se gli fussero appropriali e fatti loro. Punì asprissi- mamente i
calunniatori ed accusatori, le accuse e calunnie dei quali si convertivano in
utilità del fìsco ; e così venne a porre freno alla licenza e malignità di
questi tali. E dice vasi volgar- mente per ognuno questo suo detto, cioè : che
il principe che non castiga le spie e gli accusatori, dà loro animo e gl'incita
a far peggio. Sua crudeltà contro molti. Ma non molto tempo perseverò nello
essere dementa e nello astenersi ; bene è \'^ro che più per tempo cominciò a
efeér cru- dele che rapace. E primieramente quanto alla crudeltà fece am-
mazzare un discepolo di Paride pantomimo, il quale era ancora fanciulletto, ed
aveva in quel tempo una grande infermità, solo perchè in quell'arte del
contraffare persone e repitare e di fat- tezze ancora era molto simile al suo
maestro. Similmente fece ammazzare Ermogene Tarsense, perchè, scrivendo la
istoria, aveva in un certo luogo parlato per figura e doppiamente ; e fece
crocifìggere coloro che avevano copiata la predetta istoria. Un padre di
famiglia stando a vedere il giuoco de' gladiatori, per aver detto che il
gladiatore chiamato Trace, per aver l'arme alla foggia de' Traci, era pari al
suo avversario che si chiamava Mir-' milione, ma che egli non era già pari al
Munerario, cioè a Do- Tiiziano che faceva celebrare que' giuochi, lo fece trar
fuora di luel luogo e condurre nel teatro e quivi lo dette in preda ai ani che
lo mangiassino, con lettere sopra che dicevano un Par- iiulario (cioè un
gladiatore e persona vile), per aver parlato em- )iamente. Fece ammazzare
niolti senatori, tra' quah ve ne furono ^'cuni consolari, e Civi'**» '^Areale
tra gli altri, mentre era procon- esuli, quasi che gli andassero macchinando
cose nuove. Tutti gK ' altri fece ammazzare per leggerissime cagioni, come Elio
Lamia per certi suoi modi di parlare piacevoli che nel vero avevano del
sospetto, ma erano suoi motteggi familiari e da lui usati per ordinario^ né
offendevano alcuno; cioè che avendogli Domiziano tolto la moglie e lodando là
voce di esso Elio, gli aveva risposto . Elio: Oimè, io taccio. E perchè ancora
aveva risposto a Tito che lo confortava pigliarne un'altra, a questo modo in
greco: È tu ancora ne vorresti tórre una? Fece ammazzare Salvie Coceeano per
aver celebrato il giorno del nascimento di Ottone imperadore suo zio; e Mezio
Pompt)siano, perchè universalmente si dice che egli aveva natività dà essere
imperatore, e perchè egli aveva fatto descrivere in carta pecora il cir^^uito
della terrà ed i parlamenti de' re e de' capitani, secondo che da Livio. èrano
stati distesi ed andavali mostrando; e perchè a un suo servidore schiavo aveva
posto nome Magone ed all'altro Annibale. Fa ammazzare Salustio Lucullo legato
ih Inghilterra, per aver fatto fare certelancie a nuqva foggia e chiamatole
Lucullee: Giunio Rustico, perchè aveva composto e mandato fuora le laudi, di
Peto Trasea e di Elvidio Prisco, chiamandoli uomini santissimi. E sotto -guósta
occasione scacciò di Roma e d'ItaliartutU i filosofi. Elvidio il figliuolo,
perchè in un certo canto nell'ultimo di una fàlxpresentazione sotto la persona
di Paride e di Enone pareva che avesse tassato e biasimato il divorzio che esso
Domi- -ziano aveva fatto con la mog'ie ; e Flavio Sabino, uno de' suoi fratelli
cugini da lato di padre, perchè il trombetto nel giorno \ che si avevano a fare
i consoli, essendo disegnato consolo il detto Flavio, lo aveva nominato al
popolo imperatore e non con- solo per errore. Ma dopo la vittoria della guerra
civile si mostrò ancora più crudele. Ed una gran parte di quegli della parte
av- versa che, come quegli che avevano errato, si stavano ancora ascosti e
fuggiaschi, fece pigliare e tormentare con nuova maniera di tormenti, cacciando
loro il fuoco nelle parti oscene; e ad alcuni di loro tagliò lo mani. E
solamente (come è manifesto)- perdonò a due di loro de' più conosciuti, cioè a
un tribuno del: l'ordine de' senatori e a un centurione, i quali per mostrar
me- glio di non avere errato, provarono dinanzi a' giudici come loro erano persone
disoneste e vituperose, e che per tal cagione non Intendeva Elio con queste
parole di dire : E tu ancora me- ne vorresti torre una, come ha fatto
Domiziano? Vi si deve sottintendere ;
uccise Elvidio il figliuolo. )>oU'vano esser stali di alcuna slima, nò
appresso del capitano, n(» appresso de sf>l(iati. Ancora della di lui
crudeltà e fierezza. Krn la sua crudeltà non solamente $;raiKJe, ma ancora
astuU e non aspettala. Un computista e ragioniere, il giorno avanti che lo
facesse croci ri:j;>j:ore, lochiamo in camera e lo costrinse a seder- u;li
accanto in sul letto, tale che e' si partì da lui tutto allegro e senza
sospetto alcuno ; ed oltre a ciò gli mandò ancora a presen- tare alcune cose
della sua cena. Clemente Aretino, uomo conso- lare, uno de' suoi intrinseci e
mannerini da lui condannato e sentenziato a morte, lo tenne sempre in quel
medesimo grado e maggiore ancora appresso di sé che prima lo aveva tenuto; e
comparito, mentre che e' si andavano a spasso, quello che lo aveva accusato,
gli disse; Vuoi tu che noi udiamo domani ciò (•h(^ vuol diro questo sciagurato
di questo schiavo? E per tentare izli uomini nella pazienza con più dispregio
allora che e' voleva })iù crudelmente punire alcuno, usava sempre nel dare la
sen- tenza qualche preambolo di clemenza e di compassione ; tale che il più
certo segno che il fme del suo parla re. avesse a esser cru- dele, era la
dolcezza e mansuetudine che nel principio di quello usava. Avevasi fiitto
comparire davanti e dinanzi a' sanatori alcuni ch'erano stati accusati di aver
offeso la mpj»no jl' '''^pc»n in Panr>bÌO dl:)lla quinta ; onde tutto
allegro, come s'egli avesse passato il peri- colo, sollecitò di andare a curare
il corpo. Ma Partenio suo cu- biculario lo fece tornare indietro, con diro che
uno gli portava * un non so che di grande importanza, e da non mettere tempo in
mezzo; e cosi mandato via ognuno, si ridusse in camera solo e fu ammazzato.
Delle insidie tesegli e come venisse morto. Del modo, nel quale ei fu morto e
della maniera del tradi- mento si sono divulgate le cose infrascritte. Stando i
congiurati iù dubbio^ quando e dove e' dovessino assalirlo, se mentre che ^li
si lavava o mentre e*^ cenava, Stefano procuratore di Domicilia, e che allora
era stato accusato d'avere intercetto certi danari, dette jl segno ed offerse
l'opera sua cosi. Avendosi fa- sciato il braccio sinistro jeon certe lane e
pezzo, come se fusse siato infermo per alquanti giorni, acciocché di lui non si
avesse a sospettare, usò questa astuzia, che e' disse che voleva manifestare a
Domiziano la congiura che se gli era fatta contro ; e perciò messo dentro,
mentre che e' leggeva la scritta de' congiu- rati, che esso gli aveva data
nelle mani e stava così attonito, gli passò d'un colpo l'anguinaia. Domiziano
sentendoci ferito, cercò di fare resistenza ; in quel mentre lo assaltarono
Golodio Gorni- culario, e Massimo Liberto di Partenio, o Saturio Decurione dei
^cubicularii, ed alcuni altri de' suoi gladiatori, e con sette ferite lo
ammazzarono. Il suo paggio, il quale era sopra il fuoco della camera, secondo
la consuetudine, si ritrovò presente alla oc- casione, e raccontava questo di
più ; essergli stato comandato .da Domiziano subito alla prima ferita che gli
porgesse il pu- .gnalè, ch'egli aveva sotto '1 capezzale e che chiamasse i
mini- stri, e che cercando trovò sotto il capezzale solamente la manica
delpugnale, e di più serrato ogni cosa e chiuso; e che egli in quel mezzo si
era abbracciato con Stefano e lo aveva tratto in terra, e gran pezzo con lui
rivoltolatosi, ingegnandosi ora di ca- vargli il ferro per forza di mano, ora,
quantunque colle dita la- cerate, di cavargli gli occhi. Fu ucciso a'
diciassette di settem- bre, di quarantacinque anni, e nel quindicesimo anno del
suo imperio. Il suo cadavere fu portato dai becchini dentro a una bara
ordinaria e plebea, e Fillide sua nutrice celebrò le sue ese- quie a una sua
possessione che ella^eveva vicino alla città, lungo la via Latina. E portò
ascosamente le ossa e ceneri di quello nel tempio della gente Flavia, e le mescolò
con le ceneri di Giulia figliuola di Tito, che pur da lei era stata nutrita ed
allevata. Della sua facondia e di alcnni suol detti notabili. Poi che e' fu
fatto principe, non dette molto opera* agli stu- £1 né alle arti Kberali,
ancora che con somma diligenza procu- rirsse che e' fussero rifatte alcune
librerie che erano arse ; facendo ?enìr libri di ogni parte del mondo, ed
avendo mandato in Àles- làndria alcuni che gli copiassero ed emendassero. Non
dette mai )pera alla istoria né alla poesia né pure a far la stile in prosa
lecpssario per iscrivere; e dai comentariì e fatti di Tiberio Cesare in fuora,
niuna altra cosà leggeva. Le epistole^ orazioni e landi gli faceva dettare a
suoi ministri. Tuttavia fu egli nel par- are elegante e leggiadro; e gli usciva
alcuna volta di bocca cose >eUe e notabili. Disse una volta: Io vorrrei
esser bello come a Hezip par di essere; e di uno che aveva il «apo parte canuto
e [Mirte rosso disse, che era neve sparsa di vino. Diceva la con- iizióne e lo
stato de' principi esser cosa misera sopra ogni altra ; 1^ quali non si crede
mai delle congiure che se gli scuoprono ìk non poi che son morti. Suo diletto
nel giuoco, dei conviti e di altre sue opere. Avanzandogli tempo se lo passava
ghipcando. Usava ancora ii giuocare nei giorni di lavoro e la mattina di
buon'ora hinànzi 3^orno. Bagnavasi e lavavasi di giorno, faceva buon pasto a desinare,
e la sera a cena mangiava solo una mela maziana ed un [)Ochetto di bevanda in
una ampolla. Piaceva molto spesso con- citi e molto abbondanti ; ma era presto
e quasi furioso in le- varsi da tavola ; e sempre gli terminava avanti che il
sole anf- iasse sotto, né di poi mangiava altrimeDti. E nella ora delfo andare
a dormire non faceva altro se non che solo e secreta- mente si passeggiava.
Della sua libidine e lussuria. Fu molto libidinoso, e chiamava lo u^sare il
coito spesso Cle- lopale (che vuol dire esercizio e palestra di letto).
Dicevasi per voce e fama pubblica, che egli stesso con le sue mani la pelava
alle sue concubine e si bagnava tra le pubbliche meretrici. Né lyendo per modo
alcuno voluto accettare per moglie la figliuola ii Tito suo fratello,
quantunque ella fusse vergine, per essere innamorato di Domizia ed aver presa
lei per moghe, ivi a non inolto tempo, essendo maritata ad un altro,
spontaneamente la 26 SvETONio. ^iU àtyCwiiri Gu Editori Vita di Gaio Svetonio
TranquiUo GIULIO CESARE I IMPERATORE Cesare dittatore Della prima volta che
militò Va la seconda volta a militare, dd di lui ritorno a Roina . voi L'accusa
di Dokbella Vi fl Tribunato de' soldati, e altre. cose da lui intraprese . il La Questura, e i suoi fatti .. m Lamento di
Cesare alla statua di Alessandro Magno, e il suo- sogno . del giacimento colla
madre Le cose da lui fatte nella città .- m Venuto Hj sospezione di aver
congiurato con Crasso,. Siila, e An- tonio L'Edilità, e le .104 Onore
conferitogli dal Senato e dal Popolo Romano Onori fatti al suo medico per
averlo risanato, e di quelli a lui confe- ' riti spezialmente da alcun
cittaditao o città Altro onore conferitogli HOM111 CBSARB AUGUSTO Quel ch'egli
fosse internamente e fieR& còse- domestiche. Delle sue spose e mogli Della
figlia e dei matrimonii di quella De' suoi nipoti per via di Giulia
Malavventurato nella sua discendenza. Difficile nel far le amicizie e costante
nd conserv^arie Suo rigore e clemenza verso i liberti Vituperii della sua prima
gioventù Gli adulterìi e libidini dello stesso Della lautezza d'una cena, nella
quale i convitati sederono vestiti foggia di dei Taccia datagli di troppo
piacergli le ricche masserizia e di dilettarsi troppo del giuoco Sua continenza
ed i luoghi dove 'aveva case Della sua frugalità e della modestia neHe
suppellettili e nelle vesti I suoi conviti e cene Come celebrasse i giorni
festivi e solenni De' suoi cibi e dell'ora di prenderli Sua continenza e
sobrietà nel bere Ciò che operasse dopo il cibo . Statura del corpo e de' suoi
membri . Tacche che aveva su per il corpo e di alcuni gagliardi Delle sue
malattie . Governo del suo corpo Suoi esercizii Sua eloquenza ed arte nel dire
. I Kbri ed altre operette dà lui pubblicate Del suo stile e maniera di parlare
Alcuni detti da lui'più frequentati Ortografia, e di una sua maniera pròpria di
scrivere Sua cognizione delle lettere greche, e sua pazienza- nell'ascoltar le coftiposizioni
altrui Sua paura de' tuoni. Faceva molto caso de' sogni. Credenza che prestava
agli anspizii. Venera le cerimonie fincora peregrine Sedici portenti, dalli
quali potè pr suoi membri non troppo >AO "xf vrftì mA TIBBaiO CBSARB
HBhOHE 101 Prodigii, per i quali potè conoscere qual s«ret)be resito delle
gaerrt da lui intraprese Pronostici della di lui morte Le cause del suo male, e
come se la passasse nel tempo della sua malattia La sua morte, e sua presenza
di spirito Il giorno della di lui morte, Tetà, i fìmeralì II suo testamento ed
ultima volontà TIBERIO CESARE NERONE HI IMPERATORE Tiberio Cesare Della gente de*
Claudii, con alcune memorie di quella casa Da quale stirpe traesse Tiberio la
sua origine Del padre di Tiberio 11 luogo e tempo della nascita di Tiberio
Infanzia e puerizia di Tiberio . Dell*adolescenza e delle di lui mogli . VtOzu
civili da hii amministrati. La di lui milizia e le guerre da lui fatte, e gli
onori connegiiiti Suo ritiro e allontanamento dalla città, e le cause Il suo
soggiorno a Rodi e ciò che ivi facesse Altri di lui fatti a Rodi Della cosa
stessa e del suo ritorno . Predizioni, che gli annunziarono Tlmperìo.
Adottazione di lui fatta da Augusto La Dalmazia da lui soggiogata. Onori
decretatigli dal Senato Sue imprese nella Germania Sua disciplina nelle cose
militari Trionfò della Dalmazia vinta, ed altre cose da lui ftitte.Sue imprese
ed ii^ qual concetto fosse Tiberio appresso Angusto, e del di lui principato »
Uccisione del giovane Agrippa ed altre di lui operaàoni. . » Suoi gemiti sulla
lettura fatta in Senato del testamento d^Augusto » Quanto si facesse pregare
prima di accoasentire di ricever Tlmperìo » Le cagioni per le quaU si era
tnostrtto dUBcile ad assmnere Hm- perio, ed altri di lui (atti Ottimo suo
introito al prindpato Sprezzò e vietò le adulazioni TIBERIO GBSARB NBAOIfE Sua
tolleranza nel comportare le ingiurie e maldicenze Suo rispetto e stima del
Senato .- » tvt Restituito Tantico potere al Senato Sua pazienza con quelli che
combattevano le sue opinioni » ivi Alcuni suoi modi civili e cittadineschi
Della cosa stessa e di altre sue opere . . » ivi Moderate le spese, che si
facevano ne* giuochi e ne* donativi, ed altre sue operazioni Alcune cose
ottimamente da lui ordinate Proibisce le cerimonie ed i riti stranieri Alcune
cose ben fatte da lui tanto in Roma, che fuori . » ivi La sua continua dimora
nella città e perchè non abbia visitale le - provinole .- j La morte de' di lui figli ed il suo rìt»o
nella Campania iH^u^^étUàit/ Terra di Lavoro 'Il suo ritiro nell'isola di Capri
ed altri di lui portamenti . j - . ili Abbandona il pensiero della Repubblica fi I suoi vizii, ebbrezze e gozzoviglie . ^, v
"*»* Jrt La lussuria e libidine *^ l, ^ Infami sue oscenità. Disonestà
vituperosa colle donne nobUi, Sua avarìzia e sordidezza. Ch'egli non fece alcun
edifizio pubblico, né rappresentò mai spetta- coli, e sua scarsezza nel dar
altrui provvisioni . » tvt Sua tenacità e miseria ed altre sue azioni . m Rapine ed estorsioni dello stesso Deirodio,
che portava ai suoi congiunti e parenti Suo odio colla madre Sua crudeltà ed
odio verso i figliuoli Sua. crudeltà ed odio verso la nuora .% ivi Sua crudeltà
ed odio contra i nipoti Sua crudeltà con gli amici » Sua crudeltà e durezza con
i grammatici e maestri . » ivi Sua crudeltà dimostrata ancora nella sua
gioventù . I delitti di lesa maestà
atrocemente vendicati, .' ini Alcune cose da lui barbaramente fatte sotto
apparenza di graviti » Come per leggieri peccati condannasse a pene severissime
. i^ i»i Come infierisse con ogni genere di crudeltà coolro tutti. » Come
aumentassesi la sua crudeltà e furberia . fì sospetto col qual visse in mez2o
ai d^tti Le cose da lui fatte nell'ingresso al principato ^ im Suoi costumi
civili ed umani nel principio del suo governo Alcuni dì lui modi civili e della
sua moderazione. Dei suoi Consolati e della liberalità usata col popolo
Spettacoli da lui (atti r^ppcsesentare Nuova maniara di spettacolo da lui
inventato iOi GAIO CjUJGOLà Spetucdi da lui fotti oe' suoi viaggi io paesi
stnoieri Edifizìi pubblici da lui stabiliti e terminati . • tOl Sua burbanza ed
alterigia » in Sua crudeltà e fierezza coi parenti Sua lussuria con tutte le
sorelle » he suoi matrìmonii e delle mogli Sua crudeltà verso i suoi congiunti
ed altri Della sua crudezza Sua crudeltà verso i relegati e con un senatore . Alcuni
di lui detti pieni di ferocità e Wolenza . » im Peggiori e più atroci di lui
fatti Suoi lamenti per la felicità dei suoi tempi Sua crudeltà nelle cene, nei
giuochi, ne* spettacoli e ne* si^rifizii t tri Apellc fatto da lui staffilare,
e altri s^oi detti Sua malignità e superbia verso tutti » nn Sua invidia verso
tutti Della sua lussuria e libidine » Sno lusso nelle cene, bagni, fabbriche ed
altre opere Rapine ed estorsioni dello stesso * iti Suoi infami guadagni » tl4
Nuove gabelle e sordidi civanzi » ^HJr Della cosa medesima -% %i% Natagli una
figlia mendica, e riceve le contribuzioni e mande per costituirgli la dote Sua
mossa e spedizione nella Germania Le cose da lui fatte nel campo. Selva da lui
fatta ricidere, premii dispensati a' soldati, da esso operate Suoi preparamenti
contro TOceano, ed altre sue imprese Sua cura del trionfo ed altre sue opere
Scellerato pensiero di trucidar e mettere a fil di spada le legioni Suo ritorno
alla città, pessimo di lui proponimento, e veleni ritro- vatigli in casa dopo
la morte Natura del corpo e $m indisposizioni » tri •lua debolezza di mente, disprezzo
degli Dei, ed altre sue operazioni 221 i)elle vesti e degli abiti cb'ei portava
lAiia sua ^"HPnTa fiA ^te di dire . * » ivi e altre cose un ^us 'Smonti-
U' LlP"• «t. -o^M t CLAUDIO CESARE àlcimi altri. Gòni^ura ordinata contro
di lui. Segni che si mostrarono avanti la di lui morte DeHa di lui morte ed
ammazzamento. Mortorio di Gaio, e morte della moglie e figlia Ciò che fece il
Senato dopo la di lui morte CLAUDIO CESARE V IMPERATOftE. SSi N ivi Del padre
di Claudio e de* di lui fatti Nascimento di Claudio e sua infanzia Quanto si
affaticasse intorno alle discipline liberali Lettere di Augusto a Livia della
persona di Claudio Tl^rìo non volle mai crearlo console, e del suo ritiro
Quanto fosse accetto e caro a tutti . Del suo consolato, ed altre cose da lui
fatte Schemi fattigli come per burla Pericoli da lui fuggiti Principio
deirimperio di Claudio Suoi portamenti nel suo ingresso al principato .
5!f-»^0lM)ri da lui sprezzati, ed altri suoi modi civili . 15 ' «HMflie
tesegli, e congiure contro di lui fattedttoi consolati e delle cose da lui
fatte in essi Sua -instabilità e variabilità nel render ragióne. Uffizio della
censura da lui amministrato e altre cose da esso fktte Sua spedizione neir
Inghilterra e del trionfo Cura che ebbe della città e delle vittuarie.
Privilegii da lui concessi Edifizii pubblici da lui costruiti. Alcuni
spettacoli da lui rappresentati ^ Instituzione, riforma e rìordinazione di
alcune costuifranze Statuti e regole da lui messe Sua facilità e compiacenza e
liberalità Alcuni modi civili e ordini da lui pubblicati Le ^pose e mogli di
esso .... De* figliuoli e generi del medesimo Liberti a lui carissmii . .
Malefizii da lui commessi col mezzo dei liberti e delle mogU Figura del corpo e
sua statura. Sua complessione CLAUDIO 19BB0NB CESARE Imperie nen ampliato sotto
Nerone Le sue spedìzioiii e viaggi iu Alessandria e jiell'Àcata Sua passione
per il canto e per la musica. Canta tragedie Suo diletto nel guidar i cavalli e
sonar di cetera Sue gare coi commedianti e sua . ansietà e timóre di essere
superato Quanto fosse osservante delle leggi ed ordini dei giuochi Suo ritorno
dalla Grecia e trionfi dello stesso Delle rapine ed altre sue ribalderìe Sue
gozzoviglie e banchetti » im Sua nefanda libidine, e del giacimento colla madre
Delle sue prostituzioni » %Si Quanto fosse prodigo e spendereccio r^ ivi
Edifizii pubblici da lui eretti Sue ruberìe, estorsioni e sacrìlegii » 286
Parrìcidio di Claudio e Brìtannico Parrìcidio della madre e della zia
Ammazzamento delle mogli e de' suoi più prossimi » 290 Sua crudeltà coi strani
e stragi fatte dei più nobili uomini romani » Macello da lui fatto di molti e
altre sue ferìtà., ivi Arsione fatta da lui fare di Roma Della moria che fu ai
tempi suoi e delle contumelie colle quaH veniva lacerato Ribellione della
Francia contro di lui Suo rìtomo nella città e villanie che gli furono dette
contra.Ribellion della Spagna e di Galba Di un fiero suo proponimento, rimove i
consoli, e si fa creare lui consolo » .' ti;* Apparecchio d'una sua spedizione
contro la Francia Scritture infami contro di lui pubblicate . itti Spaventasi per certe orribili visioni . a
Vien abbandonato da tutti Abbandonasi e fugge dalla città Sua morte e come
rincontrasse Pmierali fattigli Statura e governo del suo corpo . v Un Studioso
delle arti liberali Suo diletto della pittura e scultura . . a 'ti^ Voto da lui
fatto «e fusse ritornato vittorioso . SERGIO GALBÀ Avido di fama e nome
Sprezzatore degli Dei . Della sua età, e cose successe dopo la sua mòi^ SERGIO
GAL*A VTI itaPEUAtOR*.Del lignaggio de* Cesari finito in Nerone, e dei presagii
che ciò dinotarono . Stirpe di Gaiba antichissima DeHa sua famiglia» cognome, e
perchè fòs^e détto Gaiba . » ivi Nascita di Gaiba e delle cose che gli
presagirohò il pilàcipato » Studioso delle arti liberali, e particolarmente
della irà'glón Wì\e ; delle mogli e dei figli .Onori da lui conseguiti, e sua
disciplina nelle cose ttilliiiarì Della sua giustizia ed equità Onori
conferitigli e segni che gli pronosticarono il principato » ivi Sua variabilità
nel governo della provincia Entratura al principato ed altri suoi fatti
Abbattimento del suo animò per la morte di Vindice Della sua crudeltà ed
avarìzia n ivi Venuta sua a Roma. Le cose da lui fatte nei primi tempi del suo
^ovei^o Perseguita i creati di Nerone Ribellion degli eserciti della Germania
contro di lui Adottazione di Pisone Presagii che denunziarono la di lui
infelice ìù^orte Della sua morte e ammazzamento Cosa facesse al tempo della sua
morte, e del fùiierale » w Della statura del corpo e de* suoi membri. Del suo
mangiare, bere e della sua lussuria .tvt Tempo che durò il di lui imperio, e
della sua età OTTONE SILVIO Vffl IMPERATORE Degli antenati d*Ottone Nascita di
Ottone e sua adolescenza. La sua amicizia con Nerone. Le sue speranze di aver a
regnare . ^ Oli fallisce la speranza di esser adottato dà Gaiba . duo
ascendùnento al principato A17L0 YITELLIO Cose da lui fatte nel principio del
suo imperio Ribellion dell'esercito della Germania cantra di lui Combattimento
e zuffa con i capitani di Vitellio Quanto avesse in odio le guerre civili Sua
morte e funerale Statura e governo del suo corpo. N ivi AULO VITELLIO IX
IMPERATORE, i Deirorigine della casata de* Vitellii Del padre e madre di
Vitellio, e della sua fanciuHezzs Della sua adolescenza » Infamie della sua
vita Onori da lui conseguiti . » ivi Delle mogli e de* figliuoli » ivi
Assegnatogli il governo della Germania ; sua povertà e sua piacevo- lezza con
tutti Sua prodigalità con tutti S'intrude nel principato Sue intraprese dopo la
morte d'Ottone, e suo ritomo a Roma » ivi Cose da lui fatte nel principio del
suo governo Di altre sue azioni nel primo tempo del suo principato » Delle sue
gozzovìglie e banchetti », ivi Della sua crudeltà Apparecchio dell'esercito
contro Vespasiano Cerca di aggiustarsi con Vespasiano Ignominiosa di lui morte
» ivi. Dichiarazione di un portento VESPASU.NO X IMPERATORE. Della gente Flavia
e degli antenati di Vespasiano Nascita e nodrìtura di Vespasiano Della moglie e
de* figli Delle sue spedizioni nella Germania e nella Giudea Segni che gli
pronosticarono l'imperio Sua assunzione all' imperio Cose prodigiose avvenute
nel prìncipip del suo Ristabilimento della Repubblica vacillante . Edifizii
pubblici da lui innalzati governo YESPAS1A?(0 Liti éa Ini sommariamente decise
Suo stanziamento contro gli nsnrai ed altre le^ » tvf Non dissimula la bassezza
de* suoi natali .... » ivi Sua tolleranza verso i maldicenti » 359 Dimenticanza
delle ingiurie rìc«Mite » 360 Sua clemenza co' re accusati n ivi Sua avarizia e
ingordigia Sua liberalità e magnificenza • iiH Come avesse in pregio gli uomini
dotti e della stima che faceva di tutti »Giuochi da lui fatti rappresentare e
dei conviti . . » ivi Statura del corpo, de' membri e della sua complessione
Distribuzione dell'ore al tempo del suo principato . n ivi Bei giuochi dopo
cena e di alcuni festevoli di lui detti » ivi Versi greci da lui pubblicati
Della sua malattia e morte Presagio che i fìglìuoU gli sarebbono per succedere
. » iri TITO VESPASIANO XI IMPERATORE, DelKamore di tutti verso Tito. Nascita
ed educazione di Tito . Della virtù e dottrina Delle di lui mogli, onori e
vittorie Espugnazione di Gerusalemme . Amministrazione dell'imperio . tlomc
cambiasse i suoi costumi di mali in Di una pietosissima natura Sua clemenza e
mansuetudine . Come incontrasse la morte Luogo e tempo della sua morte buoni
DOMIZIANO GERMANICO XIT IMPERATORE. Nascimento e adolescenza di Domiziano . Le
cose da hii fatte innanzi che fosse prmcipe . Cose da lui fatte nel principio
del suo imperio . Spettacoli da b" fotti rappresentar " ''"Ha.
sua liberala Edifizii pu^ 'ahhrJpat spedir im DOMIZIANO GmUiAFtlCO Di akiine
sue le^^ ed ordioamenii . Sua diligenza ed attenzione nel render ragione. Sua
clemenza e liberalità nel principio del sdo governo. Sua crudeltà contro molti.
Àncora della di lui crudeltà e fierezza Sue rapine ed estorsioni Sua^ superbia
ed alterigia Congiura contro dì lui fatta e come stasse in continuo sospetto Un
suo cugino da lui ucciso, e dei presagii della di lui morte Altri segni della
di lui morte Delle insidie tesegli e come venisse morto Statura e bellezza del
suo corpo Sua grande maestria nel saettare e intolleranza delle fatiche Della
sua facondia, e di alcuni suoi detti notabili . Suo diletto nel giuoco, dei
conviti, e di altre sue opere Della sua libidine, e lussuria Tristezza de'
soldati^ e gioia del senato per la di lui morte . 4H •» » » » » ivi n » n n ivi
M ivi n ivi' ÌSmu«?5''»»»Mi. Nome compiuto: Gaio Svetonio Tranquillo. Keywords:
Cicerone, repubblica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Svetonio.” Svetonio.
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