Luigi Speranza, "Grice italo; ossia, un dizionario d'implicature" A-Z T TU

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Tuberone: la ragione conversazionale degl’accademici a Roma – filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords: Roma antica. Filosofo italiano. Friend of CICERONE. Accademia. Enesidemo dedicates his discourses on Pirrone to him. Nome compiuto: Lucio Elio Tuberone. Keywords: Roma antica. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Tuberone: la ragione conversazionale della repubblica romana e l’implicatura conversazionale della storia romana— Roma -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords. Roma antica. Filosofo italiano. Nipote di Lucio Emilio Paolo, tribuno della plebe, si oppone a SCIPIANO (vedi) Africano Minore e a Caio Tiberio GRACCO (vedi). Pretore. Poco lodato come oratore, si distinse per la cultura giuridica. La semplicità della sua vita e la rigidezza di suo carattere lo portano verso il ortico, la cui dottrina applica nella condotta. Conosce Panezio di Rodi e ne segue l'insegnamento. Da T. e da ECATONE gli futtono i scritti. La cosa è dubbia per l'influenza di Posidonio su T. Figlio di Emilia, sorella di SCIPIONE Emiliano. Rigido seguace dello stoico Panezio, studioso di diritto e di astronomia. Uomo rigoroso e severo oppositore di GRACCO, è bocciato all'elezione per la pretura. Console, CICERONE lo considera giurista di vaglia con una solida scientia iuris. Tutta la sua famiglia del resto gode fama di grande dottrina giuridica. Nome d'una famiglia romana, alla quale appartengono varî giuristi. Il primo è console, e di lui CICERONE loda la dottrina giuridica. Lucio Elio T. fu legato di Q. CICERONE, proconsole d'Asia. Più noto è il figlio di lui, Quinto Elio T., che col padre prende parte alla guerra fra GIULIO CESARE (vedi) e POMPEO (vedi), parteggiando per quest'ultimo, ma fu perdonato dopo Farsalo. Console, propone un senatoconsulto sul matrimonio confarreato. A parte un'opera ad Oppium, di cui si ignora l'argomento, scrive alcuni libri de officio iudicis, destinati come guida del giudice privato del processo formulare. Le sue opinioni sono citate più volte con grande rispetto dalla dottrina posteriore. Scrive anche Historiae, in XIV libri. Keywords: Cicero, iuris, portico, scessi, studied under Panezio. Nome compiuto: Quinto Elio Tuberone. Keywords: Roma antica. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Tulelli: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’equilibrio conversazionale: per una metafisica dell’etica – la scuola di Zagarise -- filosofia calabrese --  filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Zagarise). Abstract. H. P. Grice: T. published the work Schema di una metafisica dell'etica. The book ends with the notation "end of first part" (or "fine della prima parte" in the original Italian), indicating the author's intention to write a second part.  However, historical records and bibliographies suggest that the second part was never published. The volume is the only published portion of this work. T continued to write and publish on other subjects, but the continuation of the Schema appears to have remained unfinished or unpublished in his lifetime. The work is considered incomplete. Keywords: equilibrio. Filosofo calabrese. Filosofo italiano. Zagarise, Catanzaro, Calabria. A lui sono ad oggi intitolate una via a Zagarise e una a S.Elia, e una sala della biblioteca di Catanzaro. Targa commemorativa in suo onore, inoltre, posto davanti alla casa comunale di Zagarise un busto che lo raffigura, realizzato da Calveri. Zagarise, busto creato da Calveri, installato davanti al comune di Zagarise. Figlio dal marchese Gaetano T., studia presso il convento del ritiro dei filippini a Zagarise e poi frequenta a Catanzaro il real liceo ginnasio e il corso presso il pontificio seminario teologico regionale S. Pio X. Vive a Napoli dove compì studi filosofici e apre una scuola dove insegna filosofia morale ed estetica. La richiesta di poter istituire una scuola e inviata alle autorità competenti, le quali, prima di concedere le relative autorizzazioni, chiesero al vescovo di Catanzaro dettagliate notizie in merito alla condotta morale e politica del richiedente, la risposta inviata loro fu. Elemento di condotta soda, casta e onesta. Tra gl’allievi della sua scuola molti sono appartenenti a famiglie di alto rango sociale, e tra questi, è possibile annoverare i figli del re Borbone che, in segno di stima, gli fanno dono di un orologio da camera di manifattura francese opera dei fratelli Japis. Molto amico di SETTEMBRINI (vedi), il quale lo cita nelle sue "Lezioni di letteratura italiana", gli trasmitte l’amore per la filosofia e gl’ideali patriottici.Allievo di PUOTI e di GALLUPPI del quale studia e diffunde la filosofia, evidenziando il parallelismo con Kant, così come divulga quello di altri filosofi, tra cui CAPASSO, ROSSI, e MASCI. Insegna filosofia a Napoli dietro l’impulso di SANCTIS, iniziando un periodo di vero splendore per l’ateneo napoletano. Cadde il regno delle due Sicilie e, favorevole alla formazione di uno stato unitario, porta avanti una battaglia a livello morale e giuridico per l’abolizione della pena di morte che fino ad allora era in vigore in tutti gli stati d’Europa tranne il gran ducato di Toscana. La stessa a abolita con l'adozione del codice penale del regno d'Italia -- il cosiddetto Codice ZANARDELLI. La fine della dominazione dei Borboni è colta come un’occasione di rinnovamento sociale e morale ed egli instilla nei suoi insegnamenti la consapevolezza che il rinnovamento politico dove essere accompagnato a quello morale, egli riscontra nella popolazione un’evidente scarsità intellettuale e un sentimento religioso che si manifesta mediante pratiche di culto sempre più lontane dall’essere ricche di valori spirituali e una società sempre più formalista, cerca di contrastare questa tendenza in affinità a GIOBERTI.  E un patriota e un liberale. La sua attività di filosofo fa si che la sua notorietà e la sua reputazione cresceno, e inoltre un oppositore degli hegeliani napoletani, e a capo degl’oppositori degli Spaventiani (SPAVENTA – vedi) e rappresentante del movimento filosofico del quale fanno parte GALLUPI, COLECCHI, CUSANI, e GRAZIA. Sul suo valore si sono pronunciati, fra gl’altri, anche CROCE e RUSSO. Socio ordinario dell’accademia di scienze morali e politiche di Napoli a l’accademia reale pontaniana. In relazione all'accademia di scienze morali e politiche di Napoli, T. e PESSINA, in qualità di soci dell'accademia, di collocare nell'atrio dell'Università degli Studi di Napoli un busto in marmo raffigurante GALLUPPI, realizzato da Calì è inaugurato con una cerimonia a cui prendeno parte il rettore Imbriani, dei rappresentanti e diversi studenti. Della stessa accademia oltre ad esserne socio ne è anche tesoriere come si evince dalla Gazzetta ufficiale del regno d'Italia n cui è contenuta la ri-elezione alla suddetta carica (omissis) S.M., sulla proposta del ministro della pubblica istruzione, ha, con RR. decreti fatte le nomine e disposizioni seguenti: (omissis) T. Paolo Emilio, socio della società reale di Napoli, approvata la sua ri-elezione a tesoriere dell'accademia di scienze morali e politiche della predetta Società; (omissis), socio corrispondente dell’accademia cosentina accademia di scienze, lettere e belle arti degli zelanti e dei dafnici. Vive a Napoli. Nelle sue ultime volontà traspare chiaramente un radicato e forte legame con la sua terra di origine, infatti i primi due punti del suo testamento furono: volendo lasciare una prima testimonianza di affetto a Catanzaro, col fine di promuovere e favorire nel mio nativo comune di Zagarise l’educazione morale e l’istruzione letteraria e scientifica. Dispone inoltre che è destinata una somma in dote ad una ragazza indigente di Zagarise e che il resto del patrimonio del filosofo è suddiviso tra i suoi parenti.  Il documento, disponibile presso l’archivio notarile di Napoli, e depositato nel capoluogo campano presso lo studio del notaio Mazzitelli sito in via S. Giovanni numero 19. Dondazione di libri alla città di Catanzaro al fine di fondare una biblioteca pubblica T. volle donare a Catanzaro alcuni libri affinché potessero rappresentare una base di partenza per la costituzione di una biblioteca auspicando che il suo gesto potesse rappresentare un’esortazione a contribuire al suo ampliamento, una volta istituita, da parte di altr’uomini generosi e amanti della filosofia. Catanzaro accetta il legato che, in caso contrario, si sarebbe dovuto destinare ad ampliare il patrimonio della biblioteca del real liceo di Catanzaro o ad un erede del de cuius nel caso in cui il anche direttivo del liceo non avesse accettato la donazione. I libri furono trasferiti da Napoli a Catanzaro a spese del comune, così come indicato nelle ultime volontà del filosofo, e venne istituita la biblioteca comunale che venne denominata Biblioteca Municipale di Catanzaro "Onestà e lavoro", ma che oggi è conosciuta come Biblioteca comunale F. De Nobili. Volendo lasciare una prima testimonianza di affetto a Catanzaro ove ebbi i primi semi del mio sapere e le prime aspirazioni alla libertà della patria italiana, lego al comune i miei pochi libri col fine espresso ed incondizionato di formare il primo fondo ad una biblioteca pubblica da fondarsi in loco adatto a vantaggio dei studiosi e dei cultori della filosfia. Istituzione di una rendita per far studiare un uomo meritevole del comune di Zagarise Per quanto concerne il comune natio, nell’intenzione di promuovere l’educazione morale, l’istruzione filosofica nello stesso, istituì una rendita annuale, denominata Monte o Istituto T. per far si che dei filosofi meritevoli del suddetto comune potessero studiare. A perenne ricordo di ciò egli dispose nelle sue ultime volontà che è realizzata una breve iscrizione su una lastra di marmo e che la stessa fosse posta in un luogo pubblico del comune di Zagarise. Col fine di promuovere e favorire nel mio nativo comune di Zagarise l'educazione morale e l'istruzione letteraria e scientifica e così sospingere quei miei concittadini sulla via della civiltà, istituisco un Monte o Istituto per l'educazione ed istruzione dei studiosi di detto Comune da elevarsi dal real governo in ente morale e giuridico con la dotazione di annue lire duemila di rendita al 5 per cento iscritto al gran libro dei regno d'Italia. All'uopo destino due certificati di rendita a me intestati dell'annua rendita di L. millesettecento con la data di Firenze e l'altro dell'annua rendita di L. trecento della stessa data. Sì fatta annua rendita è unicamente ed esclusivamente impiegata per l'educazione e istruzione nella filosofia di un filosofo fatto volta per volta per modo che si dirà qui appresso nato a Zagarise da genitori ivi domiciliati almeno da dieci anni compiti, dell'età non minore di anni sette, che sa almeno leggere e scrivere e mostri in generale attitudine e buona disposizione agli studi filosofici. Saggi: “I principi sostanziali ed informatori della scienza” (Napoli, Regia Università); “Dei sistemi morali e della loro possibile riduzione” (Napoli, Regia Università); “La moralità della scienza e della vita” (Napoli, Regia Università); “Elogio di V. Buonsanto” (Napoli, Fibreno); “Filadelfos di G. Gemelli: Accademia di scienze morali e politiche” (Napoli, Regia Università); “L’infallibilità della ragione umana considerata nella triplice sfera della scienza, politica, e della religione” (Napoli, Regia Università); “La morale indipendente” (Napoli, Regia Università); “L’educazione popolare in Italia” (Napoli, Vaglio); La filosofia morale (Napoli, Regia Università); “Metafisica dell’estetica” (Napoli, Regia Università); “Una formula metafisica” (Napoli,  Regia Università);  “GALLUPPI” (Napoli, Regia Università); “Papasso e Rossi” (Napoli, Cutaneo); “Libero Stato” (Napoli, Regia Università); “Estetica” (Napoli, Vaglio); “Capasso” (Napoli, Tramater); “La rosa di Gerico” (Napoli, Poligama); “Metafisica dell'etica” (Napoli, Regia Università); “Dei sistemi filosofici”; “L’equilibriio”; “La pena di morte” (Napoli, Regia Università); “Baldacchini” (Regia Università, Napoli”, Elogio di Cilento. Sulla Bella di Camarda, poema di Cappelli (Napoli); “Armonia della libertà politica e della scienza morale”; “ Preso da immenso desiderio e ardente”; “Padre, partisti, forse desolato”; “Aspirazione a Dio”. Il pensiero morale di T., C. Nardi. Società Napoletana di Storia Patria,  Lettere a Milli, F. Adamoli. Collana "Fondo Milli" il Poeta.Via a Zagarise  Via a Catanzaro. La famiglia dona a Zagarise un'opera raffigurante il filosofo. Discorso di Imbriani all'inaugurazione del busto di Galluppi posto nell'Accademia di Scienze Morali e Politiche di Napoli  Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia, Zagarise e dintorni, Faragò.  Lira italiana.  SCHEMA UNA METAFISICA DELL’ETICA PROF. DI FILOSOFIA MORALE NELLA UNIVERSITÀ E SOCIO ORDINARIO dell’acc. di scienze morali e politiche di napoli EC. NAPOLI STAMPERIA DELLA R. UNIVERSITÀ Estratto dal Voi. IX degli Atti dcirAccadcmìa di Scienze Morali e Politiche. Digitized by Googl A1.I.A SANTA MEMORIA DEI SUOI GENITORI GAETANO ED ANNA DE’ GALLELLI QUESTO SCHEMA DI ETICA I CUI PRIMI SEMI DA ESSI FIN DALLA FANCIULLEZZA PIÙ CON L’ESEMPIO CHE CON LA PAROLA GLI VENNERO INSINUATI NELL’ANIMO IN SEGNO DI RIVERENTE AFFETTO L’AUTORE DEDICA E CONSACRA Teorica della personalità o del soggetto morate » 13 II. —Sfera della vita sensitiva » 18 III. —Sfera della vita psichica o dello spirito Sfera della vita etica o dello .spirito pratico Della responsabilità e della potestA del diritto o . del dovere, attribuiti della pcr.sonalità umana. . Polla so.stanzialiti'i dello spirito . Dell' iniiaseimenln e doli* immnrtaliti'i dello spi - rito » 45 Vili.— Ctisologia E.scatologia.c Teleologia dello spirito Clii si fa a discorrere, insegnare o scrivere di Etica pura nel suo stretto significato di scienza dell’onesto e del retto, ai giorni che corrono si è certo di andare incontro a non essere ascoltato nò letto, ovvero ad es- ser tenuto per uomo ingenuo ed ipermistico. Non si ò ascoltato o letto, pcrchò la morale da molti è creduta cosa ovvia e di senso comune, e per apprendersi essere più che sufficiente la parola della balia o del Curato ; conciossiacchò per costoro la morale non sia una scienza, che abbia aitameli te ardui e riposti i suoi prin- cipi, richiedenti una sottile e diuturna speculazione. Non si è letto nè ascoltato da parecchi altri, che nega- no alla morale uno obbietto suo proprio e specifico, e quindi le negano l’essere di scienza a sè, confonden- dola al postutto con le altre scienze sociali, pognamo per esempio, l’Economia, il Diritto e la Politica, le quali intendono alle necessità ed alle comuni utilità della umana vita. Per costoro la morale consiste solo nella prudenza, ossia nel calcolo ragionato delle proprie uti- lità e nello accorto uso de’ mezzi conducenti più sicu- ramente alla satisfazione de’propri interessi e fini loro I particolari. Sicché si ha per uomo semplice ed inge- nuo, o\^ero per visionario o mistico, chi per avventu- ra nella morale riconosca la legge assoluta del dovere ed un principio superiore alle necessità fisiche della natura ed alla libera volontà umana, e vi si proponga un fine che oltrepassa i fini particolari e personali di ciascuno, un fine universale e necessario e comune, a cui debbono convergere tutti gli esseri morali del mondo. Le quali fiilse opinioni hanno screditato l’in- segnamento dell’ Etica e lo studio serio della .scienza morale nell’animo de’ giovani, e quel ch’è peggio, an- che neH’animo di parecchi di coloro, che presiedono agli ordinamenti della pubblica istruzione. Tutte queste difficoltà noi vediamo e riconosciamo; ma non per questo siamo rimo.ssi dal proposito di se- guire fidentemente la nostra via, persuasi della conve- nienza, anzi del dovere, nostro di dichiarare e propu- gnare quella dottrina, che da noi si tiene nella scienza che professiamo. La quale ora intendiamo esporre pei- sommi capi c ne’suoi sostanziali principi, rimettendo ad altro più ampio lavoro, se ci sarà dato di compirlo, di svolgerne il ricco e quasi infinito contenuto. Con ciò crediamo di confutare indirettamente e le vane opinioni e i pregiudizi correnti intorno alla Filosofia Morale, e mostrare nello -stesso tempo in modo diretto qual sia la natura e Tobbietto proprio e specifico di essa, donde a lei derivi quella dignità altissima e quella sovrana eccellenza ed importanza, che le si appartiene ta nto nel giro della speculazione nella scuola, quanto nel giro dell’azione nella vita. Digilized by Google — 3 — II. Tutto quello che può sapersi dall’uomo, anzi la so- stanza di ogni sapere, si può ridurre a queste semplici domande: come ci sono io(iuì nel mondo? dondee per- chè io ci venni ? dove debbo andai-e io e che cosa dovrò fare per raggiungere quello che è il mio supremo fine? L’uomo che pensa e non solamente vegeta e sente, si propone di necessità siffatte quistioni ed è sospinto in- vincibilmente dalla sua natura a risolverle non solo in visti! del suo interesse, ma eziandio secondo l’esigenze della ragione e della verità, e quindi conformarvi la sua azione e l’abito della vita. Da questa necessità della natura umana di ricercare la soluzione di questi eterni problemi, che Taffaticano perennemente, nasce 10 sparito fdosoflco creatore della fllosofla, la quale per ciò risponde al più alto bisogno dello spirito umano, 11 bisogno cioè di sapere le ragioni prime ed ultime dell’esser suo e dell’universo. La filosofia adunque è riposta in questo alto .sapere, in questa alta scienza delle ragioni prime ed ultime dell’es.sere e di tutti gli esseri; ragioni prime ed ultime, che spiegano non solo la natura e l’essenza, ma ancora il principio e la ca- gione, onde muovono, e lo scopo e il fino ultimo, ove gli esseri tutti dovranno posarle. Essenza e natura del- l’uomo, essenza e natura del mondo, principio e causa, scopo e fine del mondo e dell’uomo, sono problemi cosi connessi e legati fra loro, che l’uno non può risol- versi senza dell’altro, e tutti insieme l■azionalmente ed armonicamente risoluti costitui.scono riinità superiore del sapere filosofico, costituiscono la Filosofia. Ma non ostante l’unità superiore della Filosofìa ri- spondente aH’unità dello universo reale, essa però senza scindersi e menomarsi di dignità e d’importan- za, si distingue in sfere varie e diverse, a misura che direttamente e più di propo.sito si occupa di questo o di quello altro problema, di questo o di iiuell’ altro es- sere, quantunque questo problema o questo essere si collegbi e faccia parte armonica dell’unità della scien- za filosofica, 0 dell’unità dell’universo reale. Donde derivano le accettate distinzioni della filosofia in Logica e xMetafisica, od in filosofia delia Natura e dello Spirito, e quel che a noi occorre di notare segna- tamente, in filosofia speculativa ed in filosofia Morale od Etica. Ma queste divisioni della filosofia in sfere diverse o parti distinte non significano, che queste parti o ([ue- ste sfere siano fra loro indipendenti e costituiscano scienze affatto differenti ed aliene; ma invece denotano le varie membra deirorgiinismo complesso ed unico della filosofia, le quali membra non avrebbero forma e vita propria, se non venissero sostenute e vivificate dallo spirito animatore del tutto. L’ tifica o la morale quindi ò filo.sofia bella e buona, ma non comprende tutta la filosofia; vale a dire, che la morale non imprende a trattare come a suo proprio argomento tutto il contenuto della filosofia, masi bene uiia parte di (piesto contenuto ; non assume a risolvere tutti i problemi della scienza, ma (pielli che costitui- Digitized by Coogte scono per così dire la sua sfera propria e speciale, la- sciando alle altre parti della filosofia di risolvere, quei problemi, che formano l’obbietto proprio di ciascuna parte di essa. Ma la morale occupandosi a risolvere i* problemi ch’entrano nella propria sua sfera, non deve nè può farlo in contradizione dello spirito generale che informa fintiero sistema della scienza, nè in contradi- zione del principio fondamentale di essa, dal quale tutte le veritA in essa scienza contenute hanno ad es- sere logicamente derivate. Onde segue, che la filosofia morale fa parte integrante della filosofia speculativa, e quale è la natura e l’indole di questa, tale sarà la na- tura e la indole di quella. Così, pognamo ad esempio, la concezione materialistica dell’ universo non può of- ferire che una teorica etica materialista e sensuale ; ed una concezione spiritualista del mondo ci darà una teoria morale di simile qualità e natura. La qual cosa prova a nìaraviglia come la scienza etica e morale non sia cosa di senso comune, ma che i suoi principi siano alti e riposti, quanto alti e riposti sono i principi della filosofia, della quale la morale è parte integrante, anzi n’è la parte, per così dire, finale ed il coronamento. E ciò sarà reso manifesto fino all’evidenza da quel che dovremo dire intorno all’ abbietto proprio e specifico dell’Etica, del quale, senza distrarci in altre preliminari considerazioni, intendiamo occuparci primamente. L’Etica o la Filosofia morale propriamente detta, se è una parte principale della Tdosofìa, deve avere in suo patrimonio una parte principale del contenuto com- plessivo della filosofìa medesima; o in altri termini, de’problemi massimi, di cui la filosofia in generale si occupa, l’Etica deve assumerne uno per sò come a suo obbietto proprio e su di esso rivolgere tntfi^ le sue in- vestigazioni. Ora si domanda, qual san\ mai questo problema speciale, che l’Etica prescoglie a peculiare obbietto dc’suoi studi, a materia propria delle sue ra- zionali disquisizioni? A questa dimanda, che a prima vista sembra semplice e piana, non ò cosa facile ri- spondere, e rispondere in modo da satisfare a tutti che s’interessano degli studi morali. E questuò dimostrato dalla varieth discorde de’sistomi morali, e dal concetto assai vario e ripugnante, che dell’ A'f/m.s si hanno for- mato le molteplici scuole de’morali filosofi antichi e moderni. Noi per ora non teniamo conto delle teoriche etiche di questa o quella scuola, di questo o quel filo- sofo morale; invece diremo quel che a noi sembra il vero sopra un argomento, dalla cui determinazione precisae chiara dipendono le sorti della inorai filosofia. Ebbene, per noi la Filosofia morale ò la scienza della moralità ; l’Etica ò la scienza dell' Ethos, e se ci sarà permesso d’usare questo vocabolo, è la scienza del- l'eticità. Ma con questo è tutto detto e detto nulla. È tutto detto, perchè nella idea di moralitii è compreso Digitized by Google — / tutto il mondo morale, tanto il mondo morale intelli- gibile della scienza, quanto il mondo morale concreto e della vita. Ed è nulla detto; perchè l’idea della mo- ralità è così astratta ed indeterminata, che se com- prende in sò tutto il mondo morale, lo comprende perù in germe e quasi in potenza; per guisa che richiede molta forza d’ingegno a scoi'gervi inchiusa, e quindi dialetticamente svolgerne e spiegarne con chiarezza ed ordine rinfìnita ricchezza del suo contenuto. L’idea di moralità è idea di relazione, che involge in -sè e contiene necessariamente ed essenzialmente due termini, e contenendoli In sè, l’informa di sè stessa e di sè li colora e li qualifica, ciò è dire che li rende mora- li. Questi due elementi o termini involti nel concetto della moralità, e senza dei quali la moralità sarebbe inconcepibile, sono appunto il soggetto morale e il mo- rale obbietto. Sicché la filosofia morale è la scienza del soggetto e dell’ obbietto morale e della loro rela- zione. Ma questo esige un’ampia spiegazione. La dualità delle nozioni del soggetto e dell’ obbietto è la condizione necessaria sì del conoscere, che del- . l’operare; queste due nozioni essendo per così direi due poli, intorno a’quali si aggirano le sfere della scien- za e della azione. Nella sfeia del sapere non vi ha scienza possibile .senza il soggetto che conosce e senza l’obbietto conoscibile ; e nella sfera dell’azione non vi ha opera senza il soggetto operante e senza l’oggetto dell’operare. li come la filosofia speculativa consiste nella scienza del soggetto e dello obbietto della cono- scenza e della loro relazione; cosi la filosofia morale consiste nella scienza del soggetto e dell’obbietto del- l’azione morale e della loro relazione. Convengono in- sieme la filosofia speculativa e la morale nell’avere per soggetto lo stesso spirito umano nella pienezza della sua vita e della sua attività; ma variano in quanto la primaloconsideraprincipalmen te come soggetto cono- scente e conoscibile e sempre in ordine al semplice sa- pere; 0 la seconda lo considera segnatamente come soggetto operante e sempre in ordine all’operazione. E convengono egualmente rispetto al secondo termine eh’ è l’obbietto, il quale non può essere altro, che un ente sia reale, sia possibile; ma variano in quanto la speculativa lo ricerca come vero, cioè a dire come ob- bietto del conoscere, e la morale lo ricerca come be- ne, cioè a dii-e come obbietto dell’operare e del volere. La filosofia speculativa e la filosofia morale seguono amendue un istesso processo ; partono cioè dalla con- siderazione del fenomeno, che. per l’una è la cono- scenza come pura conoscenza, e per l’altra è l’azione come pura azione. E movendo la filosofia speculativa dal fenomeno della conoscenza, dalle forme di questa e dalle sue leggi e da’suoi elementi e da suoi nessi col soggetto e coll’obbietto, che in sè necessariamente in- chiude, sì solleva alla teorica della essenza e natura tiuito della conoscenza stessa, (luanto de’ termini in essa contenuti, e tenta co.sì di risolvere il problema spe- culativo dell’universo. Egualmente la filosofia morale partendo dal fenomeno immediato dell’umana azione e dalle forme e dagli elementi di questa c da’ nessi ne- cessari, ch'essa ha col soggetto e coll’ obbietto morale, s’innalza alla teorica dell’essenza c natura dell’azione morale e della moralità tanto del soggetto quanto del morale obbietto, e tenta cosi di risolvere il problema morale del mondo. Tutto il problema morale adunque, e quindi tutta la scienza etica è rinchiusa entro alla nozione della mo- ralità, ma in germe e per cosi dire potenzialmente, sic- ché da essa idea dialetticamente è da derivarne tutta la etica filosofia. E come nella nozione della moralità sono inclusi essenzialmente i due termini del soggetto e dell’obbietto morale; cosi il problema unico e com- ^plessivo della scienza morale si scinde naturalmente in due problemi, che integralmente ed. armonicamente posti e risoluti, presentano Torganismo interodell’etica filosofia. E questi due problemi ne’quali si scinde l’uni- co e generale problema della morale, eh’ è quello della moralità in genere, sono il problema della moralità subbiettiva, ed il problema della moralità obbiettiva, i quali'due problemi sono i cardini, su cui si aggira tutta la metafisica della morale. Dalle quali considerazioni deriva la naturai divisio- ne dell’Etica in due parti essenziali, che volendo indi- care co’ vocaboli usati nelle scuole, si chiamerebbe l’una morale subbiettiva, e morule obbiettiva l’altra; o come altri usa, morale antropologica e morale ontolo- gica. La prima imprende a svolgere la natura del sog- getto morale in generale e gli attributi essenziali ri- chiesti, perchè un soggetto possa dirsi rivestito del ca- rattere e della forma della moralità. E questo soggetto morale astratto si ricerca, se realmente si concreti e si avveri neH’uoino; onde questa parte deH’Etica si pro- fonda nello studio accurato della natura umana, rile- vata dalle manifestazioni o da’fenomeni della sua vita una e complessa insieme, e contradistinta da ogni al- tra natura creata da’ caratteri della ragione e della li- bertà, che in essa risplendono e ne formano un essere ed un soggetto personale e risponsabile de’ suoi atti e de’ suoi destini. La seconda parte, ch’ò la morale ontologica ed ob- biettiva, si propone la ricei-ca dell’obbietto morale, os- sia di ciò che il soggetto morale e personale, l’uomo, ò obbligato di fare o di non fare per raggiungere il suo^ fine, ch’ò pure uno de’fini concorrenti al fine universale del mondo. Egli ò chiaro, che la morale obbiettiva si travaglia sopra la nozione del bene, eh’ è Tobbietto fi- nale deH’attivitàdi ogni essere, e. segnatamente dell’at- tività razionale e libera degli enti personali. Questa parte della Etica si profonda ne’ più alti recessi della metafisica, come quella che dovrà determinare la so- vrana nozione del bene e mostrarne l’essenza, le forme e i diversi suoi momenti e le sue specificazioni. E ciò non solo in generale e in astratto, ma eziandio nella concretezza e nella realità degli esseri, non escluso l’Essere assoluto, nel quale la idea del bene ritrova la sua concretezza e realità infinita. E nella idea del bene consiste appunto l’obbicttivo di ogni attività umana; la quale, apprendendo il bene come termine finale della sua azione, sente e intende il dovere di accettarne l’i- dea come norma e legge della sua libertà e come .scopo, il quale raggiunto, formeràda ultimo lasuabeatitudine. Doiìfie possian)o conchiudoro, che tutta la filosofìa morale si contiene, almeno nella sua parte metafisica e sostanziale, nella teorica della personalità, che ab- braccia il problema subbiettivo, e nella teorica del bene che abbraccia il problema obbiettivo, che sono i due termini inchiusi nel concetto della moralità, argomen- to unico ed universale della scienza deir£'t/io.s. Noi esponendo in questo scritto brevemente e per sommi capi la teorica della personalità umana e la teorica del bene, ci sarà dato di offerire a’nostri lettori quasi uno specimen della scienza Etica, quale noi la concepiamo. TEORICA DELLA PERSONALITÀ o DEL SOGGETTO MORALE In sul confine de’ due mondi, il mondo della natura e il mondo dello spirito, sintesi arcana deH’uno e del- l’altro, siede ruomo; il quale, come l’enigma fatale di Edipo, o come la misteriosa Sfinge in sul limitare del Tempio Egizio, richiede dalla scienza essere spiegato e risoluto. Nò il conoscere l’uomo davvero, cioè; razio- nalmente e scientificamente, è cosa facile ed ovvia, come potrebbe sembrare a prima vista. Percliò non senza ragione si è detto essere Tuomo il piccolo mondo (oiicrocosmo), nel quale il gran mondo (piasi tutto si contrae e vi si specchia per intiero, .se non si vuol dire che, se non in quanto all’essere, certo in quanto al co- noscere, sia di lui fattura e produzione. E il conoscere l’uomo non solo importa il sapere del suo fisico orga- nismo, obbietto proprio delle scienze naturali; ma co- noscerne la parte morale, la mente e la libertà; l’una inchiudente le idee e le ragioni di tutte le cose; e l’una e l’altra producenti la scienza e l’arle, prese nella loi’O più ampia significazione; e per dirlo in una sola pa- rola, producenti la storia, ovvero il mondo civile delle nazioni. Lo che vuol dire, che bassi a studiar 1’ uomo non solo in sù e nella sua coscienza individuale, ma nelle sue opere e ne’ suoi prodotti, quali sono le arti e le scienze, la religione, la filosofia, il costume, la po- litica, la legislazione, l’economia, la letteratura e cosi via dicendo; nelle quali sue opere si specchia tutta la potenza della ragione e della libertà umana. E tutto questo a conoscer l’uomo non basta, perchè non s’ha a sapere soltanto quel che l’uomo è stato e quel che ora egli è al presente per il solo studio de’fatti ed em- piricamente; ma si dee eziandio conoscerlo nella sua idea, vale a dire, conoscerlo non solo quale e come egli è, ma come egli dece essere; la qual cosa vuol dire, che ad aver la conoscenza vera e scientifica deH’uomo, bisogna investigarlo nella sua essenza, nella sua ori- gine e nel suo fine e nella legge superiore, che dee go- vernare lo sviluppo compiuto della sua vita. Questa conoscenza della natura umana, che se non tutte certo costituisce una gran parte delle ricerche speculative della fllo.sofia, è presupposta necessaria- menhi dalla scienza morale, se non vuol dirsi che ella sia obbictto speciale e diretto di essa. lu fatti'sarebbe assurda ed irrazionale l’etica scienza, se intendendo, come è suo ufficio, a dettar la legge alla libertà uma- na, ignorasse la natura e l’essenza del subbietto suo ed il fine morale della sua esistenza. Laonde a ragione Socrate, ristoratore, se non fondatore della morale fra i Greci, ricliiamò la speculazione de’filosofi allo studio dell’uomo e poso a principio della sapienza la cono- scenza di noi stessi. Cerchiamoadunquedi conoscere l’uomo, questo sog- getto universale della scienza e questo soggetto spe- ciale della Etica, la quale prima di tutto deve indagare e saper trovare nel suo subbietto ciò che lo rende e lo determina propi-iamente ed esclusivamente essei e o soggetto morale, non ostante la ricchezza del suo na- ta lale contenuto. Già accennammo di sopra esser l’uomo la sintesi armonica della natura e dello spirito, donde deriva che in lui è moltiplice e complessa la vita. Nella sfera della semplice natura noi troviamo la pura vita vege- tativa nella pianta, e la pura vita sensitiva neH’anima- le,;ma neH’iiomo, oltre alle due precedenti forme di vita, che potremo chiamare vita naturale, si ha la vita psi- chica e del pensiero, la quale ò tutta propria e speci- fica dello spirito di lui e che non s’ha a confondere affatto con le forme anzi dette della vita naturale. Nò queste tre forme di vita costituiscono tre vite diverse e separate, ma una e sola vita complessa e piena, la vita deH’uoino (.l«t;à/’o/)o.s-), sintesi armonica della natuia e dello spirito. Nè queste tre forme della vita umana presuppongono tre diversi o distinti soggetti nell’uo- mo; ma in fondo a questa triplice forma della sua vita stà l’unità del soggetto umano, fa monade sostanziale, la cis vicida dell’ anima umana, che si svolge e si al- tera e si trasforma ed irraggia quelle tre guise di vita, nelle quali si assomma e si compie la vita una e com- plessa dell’ La vita una c complessa dell’uomo adunque si ma- nifesta ne’ suoi fenomeni varii e moltiplici, i quali per- ciò sono i dati immediati, da cui fa mestieri partire nella indagine scientifica della natura umana. K questi fenomeni sono di tre ordini, rispondenti alle tre sfere anzi dette della vita umana, a ciascuna delle quali è centro dinamico una virtù specifica dcH’anima, che vi si spiega e vi si manifesti, secondo i gradi e i momenti del suo sviluppo i)rogressivo. Del primo ordine sono i fenomeni della vita vegetativa, di cui è centro dina- mico e fattivo la piu plastico ed organatrico del corpo, forza che assembra, assimila e compenetra i vari ele- menti fisici e compone il meraviglioso organismo, e le cui funzioni chimico-fisiologiche servono all’ alimen- tazione ed allo sviluppo normale di esso. De’fenomeni della vita sensitiva, od animale, la quale presuppone la vita organica vegetativa e vi si erge sopra e la do- mina, è centro dinamico e fattivo la virtù sensitiva, il senso; pel quale il principio animante e senziente ri- duce nell’unità del sentimento suo fondamentale tutto l’organismo vivente e lo penetra e lo pervade e l’agita e lo muove e ne percepisce le mutazioni e le affezioni, e per esso comunica passivamente e attivamente in- sieme col mondo esteriore, che da ogni lato lo circonda e lo preme. Ma dopo jl doppio ordino de’fenomeni ac- cennati e sopra di e.ssi, sorgono i fenomeni della vita psichica, de’quali ò centro dinamico e fattivo lo stesso principio animante e senziente, ma svolto ed elevato alla potenza dello spirito, le cui funzioni distintive e proprie sono il pensiero e la libertà. Uno stesso principio sostanziale adunque, una stes- sa monade, sostanza e forza insieme, si pone prima- mente nell’uomo come principio della vita organico- vegetativa, per cui rumano organismo si svolge e si compie. Si pone secondamente come principio della vita animale c sensitiva , come principio animante (anima), la cui vita tutta si rficchiude c si compie nel senso. E da ultimo la stessa monade sostanziale e at- tiva si pone e si esplica come principio della vita psi- chica, si pone come spirito, la cui vita si esplica e si assomma nel pensiero. Perciocché il pensiero, preso in tutta la sua generalità, in tutte le sue forme e nel suo totale contenuto, costituisce appunto la vita supe- riore dello spirito. Sicché uno stesso principio sostan- ziale ed attivo, uno stesso e identico soggetto ò il cen- tro unico, onde partono i raggi proiettori delle tre sfere, in cui si dirompe la vita complessa dell’uomo; sfere fra loro concentriche e l’una subordinata all’altra, e tutto armonizzate ed unificate nell’unità superiore del sog- getto, che le domina e governa. A conseguire quindi la cognizione scientifica della natura umana, eh’ è tinta parte del problema della moralità, fa mestieri considerare ciascuna di queste tre forme dell’umana vita, scorgervi dentro quel che vi si contiene, le relazioni che hanno fra loro, la forza viva che ne genera i fenomeni rispettivi, i termini di rapporto cui si riferiscono, le leggi alle quali sono sot- tomesse e le ragioni del loro essere e del loro operare. E questo studio non ò di sola e mera speculazione, ma serve direttamente allo scopo della scienza etica, che 3 è quello di determinare in quale sfera della vita umana hanno a rinvenirsi gli elementi fattori della moralità. Poniamoci adunque a questo studio che noi, come al nostro solito, faremo rapidamente e per sommi capi. 11 . Sfera della vita sensitiva. E noi sorvoleremo a’ fenomeni deliavita vegetativa deH’uomo, argomento alquanto discosto dall’ esigenze dirette della scienza moi-ale e pur .mppo alieno dalla nostra competenza, tanto più che a noi basterà sa- perne quanto òdi ragion comune agli uomini colti, nello intento di applicarvi sopra le regole morali mo- deratrici c provveditrici delle esigenze e de’ bisogni della vita vegetativa dell’ umano organismo. Faccia- moci dunque a considerare la sfera della vita sensi- tiva ed animale deH’uomo, la quale, come si accennò di sopra, si chiude e si compie nel senso ed in e.s.so tutta si specchia e manifesta. A ben conoscere la vita puramente sensitiva, biso- gnerebbe coglierla nel puro e schietto animale e non nell’uomo, nel quale i fenomeni sensitivi non vanno quasi mai scompagnati da quelli, che son pertinenti alla vita superiore dello spirito. A ben distinguere adunque ciò che spetta al senso animale da ciò che vi si unisce e non gli appartiene, fa mestieri di una sottile analisi e d’una più che ordinaria astrazione. L’anima, come principio animante, è tutto senso, ma senso sostanziale e immediato. Sente sò, ma non divisamente dall’organismo corporeo, che informa e vivifica, nò da esso si distingue; sente i corpi esteriori neH’impressione immediata o mediata che ne riceve; li sente cioò nella sua sensazione, che al tempo stesso è percezione o rappresentazione delle parvenze o fe- nomenalità materiali, ed è affezione piacevole o dolo- rosa delle proprie modalità. Ma sentendo non sa di sè, nè delle cose sentite; sente ma non intende e non co- nosce; ò senso e non intelletto; è sensazione, ma non è idea. Onde ignora sò stessa e muto è per lei lo spet- tacolo del mondo. Ma il senso non è sola percezione, sensazione o im- maginazione sensata; esso ò pure attività operativa, ma incosciente e quindi fatale e cieca; è istinto. L’ i- stintoè forza che non si possiede, perchè non si cono- sce, nò si muove se non è mosso, e quel che lo muove o l’eccita non è una idea, ma una sensazione; onde perchè non si connsct; nè si possiede, e perchè sente e non conosce l’ol; ictto cui tende, l’istinto è una for- za cieca e non cosciente, è una attività fatale e non li- bera. Sicché il soggetto puramente sensitivo, l’ ani- male schietto, è un essere gittate nel mondo in balla non di sò stesso ma di altrui. E di poco esso si solle- va di sopra agli altri esseri naturali e solo se ne di- stingue pel senso della vita, che al postutto si risolve per esso nel senso del bisogno e del dolore fisico, uni- * . ca impellente legge della sua istintiva attività opera- trice. Se l’anima umana si rimanesse chiusa e ristrotUi in questa sola sfera della vita sensitiva; se non fosse al- tro che senso, immaginazione e istinto, ella sarebbe eternamente implicata nel mondo della natura, vi- vrebbe solamente la vita pura animale, vita di senso, d’impressioni e d’istinto, inconscia di sè e di tutto e sottomessa alla sola legge del dolore, fatalità della schietta natura animale. Considerino questo que’ filo- sofi , che fanno dell’anima umana un puro senso, e vedano quale sarebbe la conseguenza morale della loro teoria! Perocché, anche quando riconoscessero in essa una virtù intellettiva e fattiva, ma che non avesse altro contenuto se non quello del senso; (percezione di fenomeni sensibili e passione d’impressioni pia- cevoli o dolorose ed attività istintiva incoscia e fata- le); questo teorico sensismo menerebbe seco inevi- tabilmente il sennaalismo, il quale è il sistema mora- le, che ha per principio subbiettivo il senso e l’istinto, per termine obbiettivo la corporea voluttà e per unica legge la necessità della natura. Cavita animale e sensitiva adunque si chiude nella parvenza delle cose sensibili e materiali, nelle .sole fi- siche e corporali passioni, negl’ istinti e negli appetiti puramente organici ed animali. Non v’ha per essa luce d’idea; e l’ò chiuso affatto il cielo delle cose eterne e divine, la verità la bontà la bellezza, la virtù l’onestà, il dovere il diritto. È sottoposta alla legge della sola necessità fisica; non vive con sò e per sè, nò da sò si determina all’azione, ignorando sò stessa ed il fine della propria esistenza. 11 soggetto schiettamente sen- sitivo adunque ò fuoi'i del mondo della moralità. Sfera della vita psichica o dello spirito. Si è detto che il senso sia l’intelletto implicito, e che l’intelletto sia il senso esplicato. Questa affermazione non è esatta. Il senso sia implicito sia esplicito è sem- pre senso, nè per estendersi ed esplicarsi cambia na- tura 0 travalica i confini della sua propria sfera. L’a- nimale, eh’ è puro senso, sarà sempre animale, nò il suo senso per esplicarsi che faccia, addiviene mai intelletto. Egli è vero che nell’uomo .s’incomincia col senso e con la sensazione e si va poi all’intelletto ed alla conoscenza; e ciò accade non perchè il senso si trasforma in intelletto, o la sensazione si tramuta in idea; ma perchè l’anima umana è insiememente senso e intelletto, o per meglio dire, è unità sostanziale su- periore all’uno ed all’altro, i quali invece non sono che momenti o modi diversi della sua attività essen- ziale. In fatti l’anima umana sente ed intende, po- gnamo sè stessa od un obbietto qualunque; ma sen- tendolo non lo intende col senso, e intendendolo non lo sente con l’intelletto; ma col senso lo sente e con r intelletto l’intende, sendo l’ intelletto di natura di- versa dal senso, forme differenti fra loro, benché de- rivanti da uno stesso e identico principio. Ma sia detto questo come una digressione, e si torni al pro- posito argomento della vita psichica dell’ umano soggetto. Quello stesso umano soggetto, che dapprima si po- ne e svolge come principio e forza vitale e sensieute, come anima, e proietta i fenomeni della sfera della vita sensitiva ed animale; (piesto stesso soggetto umano si pone e si svolge come principio pensante, come spirito, la cui vita è non vita di senso e d’istin- to, ma ò vita d’intelletto, di sentimento e di libertine per dirlo in una parola, è vita di pensiero. Di fatti lo spirito è pensiero sostanziale e vivente, il quale preso nella sua generalità e nella sua forma e nel suo contenuto, abbraccia tutta la vita di lui, l’ in- telligenza, il sentimento e il volere co’ loro rispettivi atti e prodotti. Onde .si hanno tre sfere, o per dir me- glio, tre momenti nella esplicazione della vita dello spirito; la sfera o il momento del conoscere, la sfera o il momento del sentimento, la sfera o il momento del volere; nelle quali sfere o ne’ quali momenti egli assume il c.arattere e il nome di spirilo teorico, di spi- rito estetico e di spirito etico o pratico, secondo una denominazione accettata quasi da tutti i filosofi mo- derni. Primo a mostrarsi è lo spirito teorico, i cui atti e fe- nomeni costituiscono la sfera della vita cono.scitiva. E di questa, primo baleno di luce, che prorompe dalla profondici dello spirito, è la coscienza, per la quale lo spirito immediatamente vede sè ste.sso, distinguendosi da’ fenomeni e dagli atti e modi suoi propri , non che da ogni altro essere, e si afferma come soggetto sostan- ziale, come io. E l’intuizione di sè ò immanente nell’io od accompagna indivisibilmente ogni altro attoo modo della sua vita; sicché la coscienza dell’io è, per così di- re, il pernio e ripomoclio sul quale si appoggia la leva potente del pensiero a muovere e sollevare il mondo della scienza. Ma questa attività conoscitiva dello spirito teorico, che dapprincipio si pone come coscienza immanente di sò ne’ suoi fenomeni, si esplica successivamente in varie forme, di grado in grado più efficaci e potenti; diviene cioè intelletto e ragione, che penetra addentro nel fondo degli esseri e ne concepisce l’essenza, i prin- cipi, le relazioni ed i fini; intelletto e ragione, che per processi analitici o sintetici, induttivi o deduttivi, co- struisce il sistema della scienza universale, rispon- dente allo universale sistema della realità. Sicché lo spirito pel senso ha l’intuizione empirica delle cose, per rintelletto intende e concepisce le forme intrinse- che ed essenziali degli esseri del mondo, e per la ra- gione si solleva all’assoluto principio, causa e ragio- ne finale dell’ universo. La prima forma della vita dello spirito è dunque il pensiero; e pel pensiero co- nosce ed afferma sè stesso, conosce ed afferma la rea- lità del mondo e dell’Assoluto e le loro necessarie re- lazioni; e per dirlo in una sola parola, conosce ed af- ferma la verità, obbietto necessario e formale del suo intelletto e della sua ragione. Ora questo pensiero conscicnte di sé medesimo e contenente le nozioni e le itlee di sè stesso, del mondo e dell’ As.soluto; questo pensiero che scruta, ritrova e s’impossessa della verità e la fa sua, traducendola in propria sostanza e vita; questo pensiero appunto è la radice prima, da cui germoglia la personalità dello spi- rito umano. L’ uomo non potrebbe essere persona senza coscienza di sè, senza conoscenza della natura delle cose. Onde il primo carattere della personalità, il primo elemento richiesto per un soggetto ad essere persona, è di essere un ente dotato di coscienza, d’in- telletto e di ragione. Ma ciò non basta; altri elementi si richiedono a co- stituire la pienezza della per.sonalità umana, benché l’intelligenza ne sia il primo e fondamentale caratte- re. E questi altri elementi li troveremo nelle altre sfe- re della vita dello spirito. Di fatti lo spirito non solo è cosciente intelletto e ra- gione, ma del pari è sentimento ed amore; ciò che co- stituisce la sfera della sua vita patetica o estetica che voglia dirsi, lì pathos è un altra proprietà dell’uma- na natura, un altro attributo dello spirito, il quale non è solamente intelletto teoretico, ma è altresì intelletto d’amore, secondo la espressione dantesca insieme- mente poetica e filosofica. È intelletto di amore il sen- timento, in quanto che nella sua forma attiva ò ten- denza e moto spirituale verso gli obbietti rivestiti delle forme divine della verità, della bontà e della bellezza; sicché il sentimento erompe dallo spirito in quanto è intelligente ed in quanto apprende amoroso quelle for- me divine, che sono le idee sopradette. Onde segue non esservi pathos o sentimento in quel soggetto, in cui non si rinviene la virtù intellettiva e a cui non ri- splende la luce della idea. Perciocché il sentimento non é da confondersi con la sensazione od affezione animale, la quale, oltre che è commozione fisica ed or- ganica, muove dal principio senziente solo eccitato dalla impressione sensata delle cose esteriori. Vero è che gli esseri naturali e fisici possono dive- nire obbietto di sentimento o di amore; ma questo av- viene non in qnanto sono sentiti, ma sì bene in quanto sono intesi e dall’intelletto concepiti nella loro idea; cioè in quanto in essisi scorge impresso in' qualche modo la divina forma del vero, del bello e del buono, unici termini obbiettivi degli amori dello spirito. E da questa fonte medesima deriva il pathos o il sentimento estetico nella sua forma passiva, quale è la gioia, la letizia, il gaudio deiranimo, commosso dalla visione intellettiva o dalla rappresentazione fantastica di quel- le divine entità, partecipate dagli oggetti della natura e dell’arte. Onde il sentimento, il pathos, in tutta la ric- chezza del suo contenuto e in tutte le sue forme, siano attive siano passive, che noi qui non ci facciamo ad enumerare e determinare, è proprio attributo e natura dello spirito e non dell’anima puramente sensitiva, nellaquale non vi ha, nè può esservi altro, che affezioni organiche sensitive ed istinti. Giace adunque in fondo al sentimento l’ idea ed in fondo allo spirito patetico lo spirito teorico; o per me- glio dire lo spirito è teorico insieme e patetico; e me- glio ancora, dal seno dell’idea rampolla il sentimento e l’amóre. E questo deriva per una ragione vera e pro- fonda, la quale spiega ancora il processo necessario di questo sviluppo icofico-patetico della vita dello spirito. In fatti lo spirito essenzialmente è coscienza di sè stesso e intellezione del mondo e dell’Assoluto. Ap- prendendo s6 stesso ha il sentimento deiresser suo e della sua vita, e fruisce e gode di questa immediata rivelazione di sò a sè medesimo; fruizione e gaudio che è sentimento passivo, ma che genera necessaria- mente il sentimento attivo dell’ amore immanente e perenne del proprio essere. Gode di sè ed ama sè stes- so, perchè apprendesi come un essere in sè sussi- stente, in cui riluce concreto un qualche raggio della verità, della bontà e della bellezza, che sono le sole entità divine capaci a destare nello spirito il senti- mento della letizia e deH’amore. Ma questo sentimento immediato di sè stesso non è puro e schietto gaudio, non è letizia affatto sincera; invece è commisto a tri- stezza e dolore, ad ansia ed inquietezza. Perciocché per la coscienza intellettiva lo spirito avverte, che se egli ha dell’essere non è tutto l’e.ssere; se ha in sèdel vero, del bene e del bello, non è tutta la verità, tutta la bontà e tutta la bellezza. In somma la coscienza della pro- pria limitazione, e la concezione necessaria di altri esseri da lui diversi e di quelli ideali di ogni perfe- zione, rendono lo spirito non pago interamente di sè stesso , inquieto e commosso e sempre aspirante a trapassare i confini della propria limitazione e corre- re le vie dell’infinito. Questa coscienza della propria limitazione di fronte all’ infinito ideale, che ha sempre in mira, è la radice profonda, dalla quale germoglia il pathos o la vita estetica dello spirito, e ne spiega la natura, le forme e la legge fatale del suo vario e progressivo svolgi- mento. Questo vincolo o nesso necessario della idea e del sentimento, dello spirito teoretico e dello spirito este- tico ci dà ragione di due altissime verità, che hanno una grande importanza in tutte le discipline, che si occupano del destinato dell’uomo. E la prima è, che il sentimento od il pathos in generale, sia nella sua for- ma passivq di gioia o di stristezza, di piacere o di do- lore, che nella forma attiva d’odio o d’amore, di desi- derio o di avversione, si estende per quanto si esten- de e spazia l’intelletto nell’infinito campo della idea. Donde segue l’altra verità, che la felicità e la beatitu- dine, la pace o la tranquillità dello spirito abbiano il loro fondamento primo e la prima loro ragion d’es- -sere nella cognizione e nella scienza, e che a misura che questa si accresce, quelle s’aumentano. SI vedrà a suo luogo quali conseguenze discendono da questi principi, sia per la appreziazione de’ diversi sistemi di morale, sia per la detèrminazione de’ doveri umani. Non entra in questo specchio schematico dell’Etica un più ampio sviluppo della teorica estetica dello spi- rito, nò la determinazione specifica delle varie forme del sentimento, provenienti tanto dalla natura com- plessa dello spirito, quanto da quella moltiplice e di- versa de’ termini obbiettivi, cui il sentimento si riferi- sce. Sarà questo argomento convenientemente svolto nella parte applicata della morale, ove s’ha a ricer- care la legge governatrice degli affetti e delle passioni umane, ordinate allo scopo supremo della vita. Ci basta ora avere scorto la natura intrinseca del sentimen- to, la ragione di questa sfera della vita dello spirito, il principio onde muove, il termine obbiettivo cui aspira a posare ; ci basta insomma di aver dimostrato essere il pathos un elemento integrante della personalità umana e che la scienza etica ha ragione di tenere in grande considerazione. Ma il coronamento della umana personalità si rin- viene in una più alta sfera della vita dello spirito, nella sfera superiore della libertà, nella sfera cioè del libero spirito, o del libero volere. Sfera della vita etica o dello spirito praticp. Chè cosa sarebbe mai lo spirito umano, se l’attività sua non oltrepassasse la sfera deH’intelletto e del sen- timento? La conseguenza sarebbe questa, che il pen- siero non sarebbe libero pensiero, nè il .sentimento sarebbe capace d’essere temperato e diretto. Se lo spirito fosse solo intelletto e sentimento, la sua atti- vità, mossa comecchessia, seguirebbe sempre la data direzione e opererebbe sempre in un modo uniforme e fatale e non potrebbe essere di sè signora e padrona giammai. Invece vediamo, che il pensiero si muove a sua posta, inizia il suo movimento e lo arresta e lo volge a destra ed a manca suo arbitrio, e quel che più monta, si trasporta fuori di sè e si ripiega e rigira sopra di sè medesimo. Comincia dall’ intuizione empirica o intellettiva che sia, ed ora vi si ferma sopra e vi attende e riflette, ed ora sorvolando all’obbietto deH’intuito, ascende all’universale e all’idea e da que- sta discende alla concretezza del reale. E nello stesso sentimento, che di sua natura è fatale, lo spirito spie- ga la sua attività dominatrice, temperandone l’impeto e governandone l’indirizzo e spegnendone la veemen- za e l’ardore, ovvero lo riaccende, aumentandone la forza e il vigore. Ora questa potenza dello spirito a possedersi, a do- minarsi, a disporre di .sè e degli atti suoi è appunto il volere o la volontà. Lo spirito dunque non solo è in- telletto e sentimento, ma eziandio è volontà; non so- lamente vive la vita conoscitiva ed estetica, ma an- cora vive la vita del volere, o della libertà. E noi di proposito ed a ragion veduta ci siamo espres- si dicendo, che lo spirito vive ancora la vita del volere e della libertà. Perciocché la volontà essenzialmente è libertà, e la libertà essenzialmente è volontà. Volontà e libertà sono tutt’uno. Ma questo ha bisogno di più am- pia dilucidazione. Il fondo dello spirito, e per dirlo a modo degli scola- stici, la quiddità di lui è sostanziale attività, è forza o causa producente i fenomeni e gli atti della sua vita complessa. Questa unica attività però si ésplica in tre momenti o forme principali, ciascuna delle quali com- pie funzioni diverse e quindi differenti effetti produce. L’attività razionale genera la scienza, l’attività estetica il sentimento e l’amore, e l’attività volitiva genera l’as- senso, l’elezione e in una parola la volizione. Sicché in queste tre forme d’essere dello spirito v’è sempre in fondo l’attività, perchè in fondo a ciascuna delle sue forme v’ò sempre lo spirito essenzialmente attivo; ma questa attività in oiascmia di queste forme varia di modo, di qualità e di carattere. Di fatto nella conoscen- za l’attività a rigore è di sua natura necessai’ia e fata- le, egualme: che nel sentimento e peli’ amore. L’in- telletto, date le condizioni a conoscere, non può non conoscere; e il sentimento, poste le condizioni sue, non può non commuoversi e patire. Invece nel volere l’at- tività è donna di sè stessa e non fatale; si determina da sè a porre o non porre l’atto suo, mossa o meglio invitata dall’obbietto delle sue determinazioni, non for- zata o coatta. In somma l’attività volitiva, la volontà è forza essenzialmente libera, è ’a libertà concreta, è la stessa libertà. Dire volontà è lo stesso che dire libertà, e dire libertà é lo stesso che dire volontà; e nel volere lo spirito compire la sua evoluzione subbiettiva e di- venta libero essere, o Persona. Questa dottrina non contraddice affatto a quel che di sopra ci venne fatto di dire intorno al libero pensiero ed al libero sentimento. Perciocché, per la intima com- penetrazione delle ue forme del conoscere, dell’amore e del volere nell’unità superiore e trascendente dello spirito, avviene che aU’atto fatate deU’intelletto puro ed all’atto necessario del sentimento schietto, si unisca e vi si compenetri,. l’atto volitivo; sicché per Tefficacia maravigliosa della essenziale libertà del volere, l’uno diventa .sentirilento libero e l’altro libero pensiero. Di fatto per la libertii del volere l’intelletto da spontaneo diventa riflesso, l’intuizione si trasforma in attenzione, e la ragione e l’idea si esplica nel processo induttivo o deduttivo del ragionamento. Del pari il sentimento da commozione o moto spontaneo e fatale dell’animo, per l’efflcacia del libero volere si trasforma in sentimento libero e riflesso, in amore, in desiderio e passione; e cosi rientrano entrambi, cioè l’intelletto e il sentimento e gli atti loro, nella sfera della libera volontà, e quindi in quella della piena e perfetta moralità. Ma se la volontà s’insinua e si compenetra con l’ in- telletto e il sentimento e li rende liberi al pari di .sé stessa, ella non sarebbe però forza autonoma e libera; se non contenes.se in s6 medesima e il sentimento e la ragione. Una forza ed un’attività, che non fosse co- ' sciente di sò stessa e non sentisse l’interiore impulso della sua natura, che la mena al suo fine, non potrebbe essere una causa libera delle proprie determinazioni e de’proprt movimenti. La volontà quindi non solo sup- pone l’intelletto e il sentimento, ma essenzialmente è cosciente e patetica di sua natura, e perchè tale ella si determina liberamente nelle sue volizioni. Insomma nella volontà lo spirito accoglie ed unifica tutti i mo- menti anteriori di esplicazione della sua vita; e nella volontà, ricca di tanto contenuto, lo spirito si ricono- sce c si afferma una libera persona. Da quel che precede si rende manifesta e chiara qual sia la natura e la essenza della personalità e quali e quanti elementi integranti la costituiscono. Riassu- mendo il già detto, si scorge la personalità esser pro- pria dello spirito e del solo spirito, e consistere nelle proprietà di lui e solamente di lui, di essere intelligente amante e volente ; consistere cioè nella libertà sostan- ziale dello spirito, la quale libertà incbiude essenzial- mente e in sè compendia e l’intelletto e il sentimento e il volere. E per la personalitìi lo spirito diventa soggetto ed ente morale; per essa egli entra nel mondo della moralità universale; e per la personalità si rende l’uomo responsabile delle sue azioni e diviene, quasi direi, causa sui e quasi libero creatore del suo destinato e del suo fine. Ma il concetto della personalità ha tanta importanza in tutto il dominio delle scienze razionali e morali, che merita una più ampia esplicazione. * La persona intesa non nel significato etimologico della parola, ma nella sua nozione e nella sua idea, è un ente che sussiste in sòe vive per sò stesso; un ente che ha per fine sò medesimo e da sè opera e si gover- na. Per dirsi che un essere sussista e viva in sò e per sè e da sè operi e si governi, fa mestieri ch’egli non solo abbia una propria e individua sussistenza esenta la propria vita (ch’ò il caso del puro animale) ; ma eziandio si richiede che abbia coscienza delle ragioni del suo essere e del suo fine, e che conosca le ragioni e i fini degli altri esseri che lo circondano; e quel che più monta, si esige ch’egli operi e si determini da sò libera- mente negli atti suoi, secondo la idealità eterna della ragione. Da questo concetto della personalitàderiva, che solo lo spirito èe può esser persona, perchè solo Fente-spi- rito sussiste e vive in sò ed è fine a sè stesso ed ha co- scienza della sua idea e delle idee di tutte le cose, e da sè opera e liberamente si determina nel suo pensiero c nelle sue volizioni. Per questa ragione, Dio conce- pendosi come spirito assoluto, ò un’assoluta perso- nalità; e l’uomo ò persona in quanto nella parte su- periore della sua complessa natura ò spirito del pari. La eccellenza massima, e direi quasi il grado supre- mo ed ultimo della dignità, dell’essere, consiste nella personalità, per la semplicissima ragione, che la razio- nalità e la libertà sono gli attributi massimi, eccellen- tissimi e divini deU’essere, e là razionalità e la libertà sono tutt’uno con la personalità. Dato un essere, nel quale siano unificate ed in atto la razionalità e la li- bertà infinita ed assoluta, e voi avrete l’ente perfettissi- mo d’infinita dignità ed eccellenza; avrete Dio, lo spirito assoluto, l’assoluta persona. Dato un essere, in cui la razionalità e la libertà siano partecipate, limitate in atto, ma potenzialmente infinite, e voi avrete, pognamo ad esempio, lo spirito umano, l’umana persona, l’uo- mo, che è l’essere più eccellente e degno della crea- zione. E la sola personalità negli esseri è inviolabile, e ri- spettabile e sacra. La sola personalità ha la potestà di- vina del diritto; ed alla sola personalità è dovuto il ri- spetto e l’ossequio e l’amore ; e per essa sola si hanno doveri. Si neghi al primo Essere, all’Assoluto,laqualità di persona, e voi gli negherete di essere spirito e quindi la ragione e la libertà assoluta, e diventerà per voi una materia prima, un caput mortuum, od al più una na- tura naturans, cui competerà la forza cieca ed irrazionale, non la potestà del diritto e della legge, e cui non è dovuto dovere alcuno, nè adorazione, nò culto. Negate aH’uomo la personalità e ne avrete negato lo spirito, c la ragione quindi e la libertà. Sicché per voi l’uomo diviene cosa da appropriarsi, animale da usu- fruire, servo e schiavo da dominare. Insomma negata la personalità, ch’è l’unità sostanziale e concreta della ragione e della libertà, rimane distrutta e annullata l’idea dello spiri to,c con essa il fondamento subbicttivo della metafìsica, della morale, della religione, della politica, 'deirartc e della storia. Ma per non allargarci oltre il confine della scienza di cui ci occupiamo, si consideri che la teorica della personalità è fondamentale principio delle scienze mo- rali e giuridiche. L’idea della giustizia e del diritto, l’idea deU’oncsto e del dovere sarebbero inconcepibili ed inattuabili nel mondo, senza l’ idea d’un soggetto personale, che le concepisca e le traduca nella realtà della vita. Perciocché il diritto ò potestà, che compete esclusivamente ad un ente personale; e la giustizia segna appunto la misura eguale, di proporzione geo- metrica 0 aritmetica, nella distribuzione delle utilità nascenti dal diritto fra le persone. E il dovere, ch’è la necessità morale di compiere ciò che è retto ed onesto, sarebbe impossibile a praticarsi, non che a concepirsi, senza il concetto d’una persona riconoscente e prati- cante ed effettuante ciò, ch’è dovuto in ossequio ad un’altra personalità. E la teorica della personalità cresce d’importanza a misura, che il concetto della persona da singola e indi- , e cui ! culto, pto lo )cr voi 1 usu- della il lata ‘ttivo della iiiza Iella mo- tto, bili ‘Ito HA "te ■ia )- 1 vidua si tramuta o si amplifica in persona collettiva e sociale. La persona singola e individua ò la unità so- stanziale della ragione e della libertà in un soggetto ' singolo e reale; la persona collettiva e sociale è l’unità formale della ragione e della libertà di due o più per- sone nella unità d’un fine comune. Sorge cosi la per- sonalità sociale, 0 morale che voglia dirsi, del coniu- gio, della famiglia e dello Stato ; la personalità sociale religiosa, scientifica, artistica, industriale e di ogni al- tra maniera di personalità, nascente dalla diversa na- tura del fine, per cui si stringono gli uomini insieme fra loro. E queste personalità sociali e collettive hanno i medesimi attributi e le stesse prerogative, che la per- sonalità singola e individuale; sono cioè egualmente sacre e inviolabili. E come neH’uomo individuo la per- sonalità è la fonte subbiettiva del suo diritto e la ra- gione de’ suoi doveri; così nella personalità sociale è riposta la fonte subbiettiva e la ragione de’ diritti e dei doveri interni ed esterni d’ogni umana associazione. Onde la teorica della personalità è di gran momento nelle scienze razionali c nmrali, anzi n’ò il primo e ra- dicai principio. Perciocché la personalità ò il corona- mento della natura dello spirito, la cui attività con- sciente, estetica e volitiva, vai quanto dire personale, é, se assoluta personalità, la causa e la ragione del mon- do; se relativa e participata è la causa concreatrice della scienza c dell’arte umana e di tutte le umane isti- tuzioni, morali, religiose e politiche. Ma quello che soprattutto dee richiamar la nostra considerazione sul valore della dottrina della perso- nnlitj'i, si ò che questa 6 la rapinne subbiettiva del bene c del male morale, della virtù e del vizio, del merito e del demerito, del premio e della pena, della imputabi- lità e della responsabilità umana; e per dirlo in una sola parola, il principio della personalità può solo spiegarci l'enigma della destinazione dell’ uomo e del mondo. Si badi a questo; che senza il concetto della perso- nalità non vi sarebbe ragione di distinguere il mondo della natura dal mondo dello spirito, il mondo fisico dal mondo morale, il mondo della necessità dal mondo della libertà. E soprattutto si badi, che il problema della moralità, obbietto proprio e speciale della scien- za etica, trova il suo primo elemento, ch’è l'elemento • subbiettivo, nel concetto della personalità umana. In fatti ruomo in tanto ò soggetto morale e fa parte del mondo morale, in quanto ò un essere personale. Ed ò soggetto etico, ovvero persona, in quanto ò pensiero consciente ed ò libero volere; la moralità subbiettiva consistendo appunto nella unità dell’essere razionale e libero, ossia nella unità della idealità e della libertà. Ora in su la Terra l’uomo soltanto ò soggetto perso- nale e quindi morale, perchè in lui solo si avvera la vita dello spirito, vita d’intelligenza, di sentimento e di volontà; tre forme di vita, che da quindi innanzi de- signeremo col solo nome di « Vita morale, ovvero etica ». La vita etica o morale ha due campi o sfere, dove si esplica e si manifesta ne’ fatti o ne’ fenomeni, che per- ciò si addimandano fatti o fenomeni etici o morali; il rampo o la sfera intima della coscienza, e il campo o la sfera delle esterne e sensate operazioni umane. S\ l’uno, che l’altro ordine di fenomeni, perchò avessero la qualità e la natura di fenomeni o fatti etici e morali, e quindi vestissero la forma della moralità subbiettiva, debbono essere il prodotto della piena efficienza per- sonale dello spirito; vale a dire debbono essere il pro- dotto armonico delle tre potenze morali di lui, l’intel- ligenza, il sentimento e il libero volere. E siccome nel volere libero, ultimo e superiore sviluppo dello spirito, si contengono e il sentimento e la ragione ; così può dirsi, che la nota caratteristica della moralità subbiet- tiva de’ fatti e de’ fenomeni, sì interni, che esterni dello spirito, sia di essere volontarii ovvero liberi. La oolon- tarietà, se è lecito così esprimermi, ò la ragione es- senziale della eticità subbiettiva delle azioni morali; è la qualità determinatrice della moralità subbiettiva dell’atto umano. La volontarietà o il volontario, Vin- tenzionalità o l’intenzione, ò il carattere formale di ogni atto morale umano; senza del quale l’azione uma- na può essere conforme o disforme dalla prescrizione della legge etica e giuridica, e quindi materialmente e obbiettivamente buona o mala; ma sarebbe al certo deficiente di quella moralità subbiettiva, consistente nella volontà e nella intenzione di operare il bene o il male, e che perciò rende buono o malo, virtuoso o vizioso l’uonio con le sue corrispettive operazioni. La bontà e la malizia degli atti umani adunque son da ripetersi, subbiettivamente parlando, dalla qualità morale della volontà, che li produce secondo sua na- Digitized by Google — 38 — tura e simili a sò stessa. Buona la volonU'i, buoni gli atti suoi; mala la volontà, mali gli atti e le sue ele- zioni. Perciocché domina la volontà e penetra con la sua efficacia in tutte le sfere dell’attività dello spi- rito; se pure non è più esatto il dire, che essa sia lo spirito stesso, in quanto si determina da sé libera- mente nelle funzioni del pensiero, del sentimento, del- l’elezione e dell’operazione. In fatti nè il pensiero, nò il sentimento, nel loro momento astratto e indipendente dall’efficacia del vo- lere, sono di per sé morali e liberi. Entrano nella sfera della moralità, diventano cioè liberi e morali, quando vi si insinua il volere e da spontanei si ren- dono riflessi. Così il pensiero con gli atti suoi diviene pensiero volitivo, cioè libero pensiero; e il sentimento con tutte le sue forme ed atti diventa sentimento ac- consentito e voluto, cioè libero sentimento. Da questa intima e reciproca compenetrazione della volontà col sentimento e con rintclletto sorge la libertà, questa unità superiore dello spirito, per la quale lo spirito è persona e soggetto morale, e gli atti suoi tanto in- terni, che esterni entrano nella sfera della moralità. V. Della responsabilità e della potestà del diritto e del dovere, attribuiti della personalità umana. Da questa teorica della volontà libera e personale discendono alcuni postulati di grande importanza nel Digitized by Google ini di e ele- •on la jpi- ■la lo »era- dol- Joro vo- ci la ■ali, cn- ino ito c~ ta 0/ •a 0 - 30 - dominio delle scienze morali, e che fa mestieri qui se- gnalare. Il primo di questi postulati è il principio della re- sponsabilità umana. In fatti dato che lo spirito, e quindi l’uomo, sia persona razionale e libera, egli è per que- sto causa sui, cagione, cioè, se non dell’ essere suo sostanziale, certo del suo essere finale, in quanto ò lasciato in sua balla ed al suo arbitrio divenire in concreto ed in atto quello, che può e deve essere, se- condo la potenzialità infinita della sua nozione 0 della sua idea. Per la libertà l’uomo prende possesso di sè medesimo, del suo intelletto, del suo sen-timento e della stessa sua volontà; insomma di tutte le sue forze c potenze, e le indirizza e le governa a suo arbitrio ; e per essa domina le forze naturali e le volge a’suoi fini ; e con la scienza e con l’ arte, libere opere del suo spirito, si crea uno stato ed una condizione di esistenza nel mondo, corrispondente alle esigenze della sua natura ed all’idealità della sua vita. Insomma l’uo- mo per l’efflcacia della sua libera volontà può divenire quello, ch’ei vuole divenire, attuando con la sua libertà in sè stesso e fuori di sè la quasi infinita potenzialità inchiusa nella sua natura e nella sua idea. Ma quello chejpiù monta e rendo più incontrastabile il principio della responsabilità umana si è, che per la libertà lo spirito domina e governa sè stesso, educa e corrobora l’ingegno, eccita od affrena il sentimento, afforza l’efficacia e fermezza de’ propositi del volere, e da ultimo impera sopra le affezioni e gli appetiti del senso. E per essa infine lo spirito può serbare l’ordine e r armonia fra le diverse sfere della sua vita com- plessa, sottoponendo il senso all’intelletto, il talento alla ragione e la sua stessa volontà libera aH’ossequio ed all’autorità divina del vero e del bene. E per la libertà lo spirito si rende capace di crearsi quegli abiti morali, cbe addumandonsi virtù o vizii; le quali abitudini, l’una a l’altra predominando, costitui- scono il carattere morale dell’ uomo. Senza la libertà sarebbe impossibile la virtù, impossibile il vizio; per- ciocché la prima, considerata nella sua origine sub- biettiva, non ò altro che la forza {cés) riflessa e libera del volere, che costantemente e inflessibilmente si de- termina all’azione per puro ossequio al dovere; e il se- condo é la stessa forza riflessa e libera della volontà, che abitualmente si determina all’operazione in con- traddizione della legge morale. Sicclié l’azione buona o mala, virtuosa o viziosa, e ciò cbe da esse consegue di merito e di demerito, di premio e di pena, sono liberi effetti della libera loro causa, il volere. E questo ap- punto costituisce quella, che si potrebbe chiamare im- putabilità subbiettioa dogli atti umani, consistente in un giudizio di riferimento degli atti morali e liberi alla loro libera e personale cagione, la quale n’è perciò re- sponsabile. E questa impuUxbilità subbiettiva ò sem- pre presupposta dall’altra forma d.' imputabilità, che potrebbesi dire obbiettiva, della quale si tratterà al- trove, consistente nel giudizio di riferimento c di ap- plicazione della sanzione della legge morale-giuridica agli atti umani ed all’umana persona, la quale n’è la li- bera ed efficiente cagione. Il secondo postulato derivante dal principio della libei-a pcrsonalitri dello spirito, ò che l'uomo solo per essa diviene soggetto capace di diritto c di dovei-i. Il dovere è necessità morale, che non può essere concepito e compiuto, se non da una libera persona. 11 dovere è rispetto, ovvero riconoscimento pratico di ciò che por sò stesso ò rispettabile e sacro ; quindi non può essere adempiuto, se non da una persona e solo verso una persona; dappoiché la personalità soltanto ò rispettosa c rispettabile. Onde segue, che ove non é personalità ivi non ò dovere; e segue ancora, che il do- vere è dovuto alle sole personalità ed alle cose bensì, ma in quanto alle persone appartengono o le riguar- dano. La stessa legge in tanto ò rispettabile in quanto esprime c contiene la ragione e la volontà di una per- sonalità impcriante. La legge concepita in astratto ed impersonale non ò rispettabile per sò stessa; in que- sto caso è necessità logica, ovvero ò forza fisica, cieca ed irrazionale, che non ispira rispetto e solo si cerca di vincere o di evitare, potendo, o la si subisce per im- potenza di sorpassarla; ma per essa non s’ ha dovere; il quale per parte del soggetto ò il rispetto e il pratico riconoscimento di quella rispettabilità, che la legge concepita come personale può soltanto ripetere. Donde segue ancora un altro postulato irrepugnabile, che se .vi ha legge al mondo, e di certo ve ne ha tanto nell’or- dine fisico quanto nell’ordine morale, essa ò di sua natui'a c nel suo principio personale e divina; percioc- ché tanto é dire legge, quanto è dire ragione e libero volere, ossia imperante personalità. Lo stesso è da affermarsi del diritto. 11 diritto consi- derato nel soggetto, essendo la potestà di disporre li- beramente di sè e delle cose proprie, secondo ragione; non può non essere die appartenenza di un essere per- sonale. Gli esseri impersonali, pognamo la pianta e l’animale, hanno certo potenza e forza, l’uno di vege- tare e crescere, l’alti'o di muoversi c sentire ed opera- re; ma questa loro potenza e forza, l’una 6 cieca affat- to, l’altra è istintiva; ed amcndue necessarie e fatali nel loro inizio, nel loro progresso e nel loro fine. La sola forza c potenza per.sonale, perchò conscia di sè c del suo obbietto, sì possiede e si determina da sò libera- mente, e può disporre di sè e delle cose sue, secondo un fine razionale. E considerato il diritto obbiettivamente, cioè a dire, come idea del retto e del giusto, o come ragione c legge dell’opcrare; egli presuppone eziandio la perso- nalità del principio, di cui è ragione e volere; e presup- pone ancora la personalità del soggetto, al quale come norma del suo operare s’impone. •Si andrebbe molto lontano, se si volessero trarre tutte li- (conseguenze incliiuse nel principio della per- sonalità umana; la qual cosa ci menerebbe oltre il fine, die si è avuto in mira in questo prospetto generico della filosofìa morale. Tocchiamo invece di altri due quesiti, che interessano sommamente la nostra scienza e che servono meglio a chiarire la natura della perso- nalitìi umana, ed a risolvere razionalmente il problema della sua finale destinazione. E di questi quesiti, l’uno ricerca la natura sosUuiziale dello spirito; l’altro l’origine c il termine di perduranza della esistenza di lui. È chiara cosa per chi riflette, (pianta importanza si abbia la soluzione di rpiesti due problemi nell’econc.)- mia della morale filosofia, e nella determinazione della legge della vita, Della sostanzialità dello spirito. .\ conoscer davvero la natura dello spirito non basta sapere, ch’egli sia sensiente, intellettivo e volente, attri- buti ricavati da’fenomeni della sua vita sensitiva e psi- chica; ma fa d’uopo ricercare il nou//(CAio deire.sscr suo; cioè a dire, se la sua personalitA sia sostanzi:de e ferma e permanente, ovvero fenomenale ed evane- scente. Tale disamina non ò, come potrebbe sembrare a priiiia vista, indifferente od estranea alla scienza etica; la quale in fin de’ conti ha il debito massimo di proporre e di risolvere il problema della destinazione finale dell’uomo. Ciò che vi ha di piò immediato in questa ricerca e donde si deve partire per poi giugnere alla soluzione del proposto quesito, è il fatto indubitabile dell’uma- no pensiero. Ma se nell' uomo il pensiero ò un fiotto immediato e indubitabile, che anche quando se ne vo- lesse dubitare lo si afferma c lo si riconosce, scudo che dubitare ò lo stesso che pensare; non avviene la stessa co.sa per la causa e per il soggetto del pensie- ro, la cui essenza e natura, sfuggendo all’immediata appercezione della coscienza, <leve essere ricercata e dimostrata coi processi mediati e discorsivi della ragione. Dal fatto dunrpie del pensiero e dalle pro- prietà caratteristiche ed essenziali di esso, la ragione ascende alla nozione del soggetto del pensiero ed alla determinazione dell’essenza e natura del medesimo. In altri termini, dalle proprietà essenziali e formali del pensiero si argomenta la natura essenziale c reale del soggetto del pensiero, o dello spirito. Ora nel pensiero, sia qualunque la sua forma, sen- sazione, percezione o rappresentazione, concetto o idea, giudizio o raziocinio, scienza o sistema di scien- ze; risplende come condizione necessaria della sua possibilità e della sua formazione, la nota o la legge della unità, senza della quale il pensiero non avrebbe coscienza di s6 stesso, nà potrebbe compenetrarsi col ricco contenuto implicato nella sua forma ed averne coscienza. Ma l’unità formale del pensiero e della .scienza (e si dica lo stesso dell’unità del sentimento e del volere) importa l’unità reale e sostanziale del prin- cipio pensante, ch’è Io spirito; il quale senza questa sua natura unitaria e semplice non potrebbe affatto ingenerare l’ unità formale della scienza e del pensie- ro. Splende di fatti in fondo ad ogni maniera di pen- siero, che di sua natura 6 fluente e scorrevole in in- finite e varie forme e modi, l’unità immanente del sog- getto pensante, sempre identico sostanzialmente a sè stesso ; a guisa di un centro immutabile e fisso, dal (piale partano i raggi della sua cosciente attività pen- sante, e dove ritornano riflessi dall’azione delle eflicicnze esterne, e quindi generatori del mondo delle idee e della scienza. Que-sta reale unitìi e identità im- manente fa dello spirito mia sostanzialità propria e sili generis, essenzialmente diversa da ogni altra for- ma di esistenza, in cui, invece dell’unità e identità so- stanziale, riluce la moltiplicità e la varietà sostanziale del contenuto. Sicché lo spirito è sostanza o soggetto veramente uno e identico, escludente essenzialmente ogni sorta di composizione di parti e di elementi reali, e quindi di essenza diversa affatto da ogni altro essere della natura. E questa dottrina appunto si vuole in- tendere e significare col nomo c\i spirifnnlismo. Ora la dottrina spiritualistica ù fondamento insieme e compimento della teorica della personalità umana. Imperocché lo spirito é solamente persona; ed é tale perché egli soloé soggetto intelligente c libero; ed egli ò tale perché soltanto lo spirito essenzialmente è so- stanza semplice ed una e perfettamente identica a sé medesima. La personalità innegabile adunque dello spirito umano conferma quindi invincibilmente launi- tà semplice e l’identità sostanziale di lui, onde egli si distingue essenzialmente da ogni forma di essere cor- poreo e materiale. VII. Oell'iunascimento e dell’ immortalità dello spirito. Da questa teorica incontrovertibile discendono a fil di logica due verità di grandi.ssimo momento, si per la filosofla speculativa, die per la filosofia morale, e sono: riiiiiascimento dello spirito c Tessere per intrinseca sua essenza imperituro ed immortale. E primamente lo spirito non può nascere, nò deriva- re dal composto, dal moltiplice e dal diverso, seiido di sua natura uno, semplice e identico; nò può derivare in nessun modo da sostanza presistentc per emana- zione, o sviluppo, o trasformazione di sorta. Siccliò lo spirito o sussiste da sò, come lo Spirito assoluto; o sus- siste per Timmodiata efficienza di Dio, come lo spirito umano. La seconda vei-ità proveniente dalla essenza e natura intrinseca dello spirito, ò ch’egli sia imperituro ed im- mortale in tutta la ricchezza della sua vita di pensiero, di sentimento e di libertìi; o in altri termini, in tutto il contenuto della sua personalità. A queste conclusioni contraddicono i sostenitori delTunitàe delTidentità sostanziale di tutti gli esseri, ponendo unica e identica la sostanza, onde poi deri- va, sia per combinazione meccanica di elementi, sia per isviluppo dinamico interiore, la varietà infinita delle forme esistenziali dell’ universo. Sicchò in fondo a tutte cose v’ha, secondo l’avviso di cotestoro, l’uno e T identico della sostanza e il moltiplice e il vario delle forme e de’fenorneni. Se non che questo uno e identi- co, questo priniitm, che ò in fondo a tutte resistenze, 6 variamente concepito da’ sostenitori dell’unità della sostanza universale. Quelli che partono dalla conce- zione fisica o materialistica del mondo , o come og- gidì si appellano i filosofi natui-alisti o positivisti , mettono a capo e in fondo di tutti gli esseri la sostanza materiale, o la materia; dal cui movimento meccanico ed esteriore, o dal movimento dinamico ed intrinseco, secondo certe leggi fatali, nascono le varie e moltiplici forme degli esseri, i corpi inorganici, gli organismi ve- getali ed animali, nasce ruomo ; e in tutti questi esseri diversi di specie e generi per sola differenza di forme, di quantitù e di movimenti, opera ciecamente la forza latente della unica sostanza materiale, che raduna gli elementi fisici nei composti corporei inorganici, e fun- ziona negli organismi vegetali ed animali, producendo i fenomeni della vita vegetativa nelle piante, della vito sensitiva negli animali bruti, e della vita del pensiero nell’ uomo. Sicché, secondo i dettati di questa scuola materialistica, è negata resistenza reale dell’anima e dello spirito, come principio sussistente in sé; onde la vita e il pensiero sono per essa fenomeni evanescenti dell’unica forza sostanziale ed eterna della materia. Non vogliamo segnalare per ora le logiche conse- guenze che nascono da questa dottrina materialistica, sì nella sfera della metafisica, che in quella dell’Etica; ne terremo discorso nel prospetto storico, che sarà dato in seguito de’ sistemi morali. Ci basta ora dire recisa- mente, ch’essa ò la negazione pura e semplice della teorica della personalità umana, nonché dell’ordine morale del mondo. Benché con altro processo e con più alto ingegno speculativo, agli stessi risultamenti negativi conduce la concezione idealistica deH’unicità sostanziale del- l’universo. Di fatti il prinium dell’assolulo idealismo. Digitized by Google - 48 - ciò che costituisce il fondo o la sostanza di tutto le for- me dell’csistenze, non ò la materia, che ò qualche cosa di determinato, ma un quid simile alia materia, un certo non so che d’astratto, d’informe, d’indeterminato, eh’ è l’essere e il non essere insieme; vale a dire, ch’ò nulla di determinato, ma ch’è la i)Ossibilit:\ di divenire tutte le cose, svolgendosi, esplicandosi, mutando for- me in infinito e sempre in fondo identico a sè stesso. E ne’ tre momenti principali della sua perenne esplica- zione, percui dall’astratto e indeterminato in sù della esce fuori di sò e diventa inconscia e da questa ritornando in sò divenUi Spirilo conscio c consapevole di sò medesimo; in questi tre inomeuti v’ha lo stesso e identico principio. Io stesso e medesi- mo essere, la stessa e identica sostanza; sicché la va- ria ed infinita fenomenìa deH’universo, effetto fatale del perenne scorrimento dell’eterno divenire, chiude nel suo seno l’una c identica sostanza universale. Secondo ipiesta teorica egli ò chiaro non esservi dif- ferenza essenziale veruna tra il reale e il razionale, tra il particolare e il generale, il sensibile e l’intelligibile, la materia e lo spirito. La differenza cade solUinto nella varietà indefinita delle forme, nelle quali si esplica r'unica sostanza, e nel grado dello esplicamento della sua infinita attività ne’ momenti successivi del suo eterno divenire. Tralasciando da parte l’apprezzamento critico del sistema, che non ò questo il luogo di farlo, ci conten- tiamo ora di notare, come al paia della dottrina mate- rialistica, questa dell’idealismo assoluto contraddice Digitized by Google - 40 — alla teorica vera della natura dello spirito e dell’uma- na personalità. Già questo sistema nega all’ Assoluto, ovvero a Dio, ogni sorta di personalità, negandogli una su-ssistenza propria distinta essenzialmente dal mondo; e quindi gli nega il pensiero e la libertà, che sono i due attributi della personalità. Ma i seguaci di questo sistema non si avvedono, che il loro principio conduce a tll di lo- gica alla negazione della personalità umana, ch’eglino juire ammettono e pi’opugnano apertamente. Imperoccliò per l’idealismo assoluto lo sjnrito non ha una sussistenza propria ed un’essenza distinta e diversa da quella della materia od dia natura; ed il pensiero e l’idea per esso non son tali d’appartenere in proprio ed esclusivamente allo spirito; stante che pel sistema, benchò inconsciamente, e l’idea e il pensiero sono in fondo della natura e della materia. Dicasi lo stesso della attività o della forza una e identica, tanto nella forma della materia, che nella forma dello spirito, perchè attributo d’ima sola unica e identica sostanza e differenziata soltanto nel grado e nel modo del suo sviluppo, e sempre fatale per la legge invariabile dell’eternamente variabile divenire. Sicché nulla di costante e di fìsso v’ha nell’ universo; nè la nozione, nè la natura, nè lo spirito son cose salde, ferme e persistenti; ma trascorrenti da una all’altra forma, da uno all’altro momento; e lo stesso assoluto, ovvero dio, è per il sistema idealista la sintesi o l’unità di questo eterno discorrimento, di queste infinite trasmutazioni. Donde deriva, che la stessa una e identica sostanza, socondo il sistema, essa pure non ò cosa stallile e ferma, ma mutabile e sempre diversa da sè stessa; sicché non vi sarebbe altro di sussistente, di fisso ed immutabile nell’ universo , se non l’eterno divenire, questo perenne flusso c riflusso dell’ essere univer- sale, questa immutabilitìi assoluta delle infinite per- mutazioni. Come adunque può l’idealismo assoluto discorrere di personalità dello spirito umano, e di quanto nel- l’idea di personalità ò contenutó, cioè a dire, di ragio- ne e di libertà, di responsabilità morale, di diritti e di doveri, e via dicendo ; se egli nega allo spirito una pro- pria e permanente sussistenza, o al più gliene concede una fenomenale ed evanescente nel flusso perenne dello eterno divenire? 0 io m’inganno grossolanamen- f(‘, ovvero è da dire, che questo siste'ma è incompati- l)ile con la dottrina indubitabile della personalità uma- na, alla quale contradicendo, viene a contraddire, anzi a negare apertamente l’ordine dello spirito e l’ordine morale del mondo. virr. Ctisologia Escatologia – H. P. GRICE ESCHATOLOGY, e Teleologia dello spirito. Dalla dottrina di sopra stabilita della sostanzialità dello spirito umano, il quale, per essere possibile il pensiero e la libertà, deve essere di sostanza semplice ed immateriale, di sua natura essenzialmente imperi- turo ed immortale, segue che la sua finalità oltre})assi i confini brevi del tempo e s’infuturi nell’eterno. Sicchò i duo concetti ESCATOLOGICO – H. P. Grice: ESCHATOLOGY -- e teleologico dello spirito umano, non solo, come pretende Kant, sono postulati indubitabili della ragion pratica, ma sono pronunziati della ragione teoretica e ricavati irrepugnabilmente dalla stessa natura od essenza dello spirito. Questa dottrina, ch’ò fondamentale nel sistema spiritualistico c che costituisce il fondo sostanziale delle credenze e degl’istituti religiosi e morali di tutt’i popoli civili, ò contraddetta e negata dal materialismo antico e moderno; e se vuoisi ancora, benché con forme velate e con equivoci temperamenti, dall’idealismo assoluto. Benché da quanto più sopra abbiamo avuto occa- sione di notare intorno a questi due sistemi, si po- trebbe agevolmente argomentare la falsità delle loro conclusioni negative, rispetto alladottrina escatologica e teleologica dello spirito da noi professata; pure in grazia dell’ importanza massima, eh’ ella gode nella pratica deliavita, crediamo utilissima cosa l’insistervi maggiormente, ponendo a disamina il principio, onde gli avversari deducono le loro negative conclusioni, la teorica cioè della natura dello spirito e del pensiero. E dapprima il materialismo afferma, egli é vero, lo spirito c il pensiero, ma ne sconosce la natura e l’es- senza, spiegandoli come fenomeni ed effetti delle fun- zioni della materia organizzata. E non si avvede, che egli sconosce cosi la natui’a e l’essenza della stessa materia e delle sue forze; materia e forze, la cui azione si riduce a moti di attrazione e di rei)ulsione, di coe- Digilized by Google sionc 0 di afflnitù fisico-chiniiche, ad assimilazioni di elementi diversi e di composizioni organiche più o meno complesse, supponenti sempre moltiplicitù. ed etcrogeneitùdi parti, incapaci di loro natura a compc- nctrarsi insieme c formare una perfetta unitù di sog- getto, assolutamente necessaria per la possibilitù stes- sa del pensiero? Con siffatto fisico processo, come si può rendere ragiono deH’unità formale del pensiero c della coscic'nza? E come sarebbe possibile l’unità for- male del pensiei’o c della coscienza, se il soggetto pen- sante, ovvero lo spirito, non fosse una perfetta c so- stanziale unità? Non altriinento procede l’idealismo assoluto. Benché egli proclami altamente la sovrana eccellenza del pen- siero e dello spirito, e la loro incontrastabile superio- rità rispetto alla materia cd alla natura; tuttavia chi guarda in fondo a! sistema, scorge che esso non pone differenza sostanziale tra loro, ma solo differenza nella forma c nel grado, sondo che e la natura c lo spirito sono momenti diversi della proteiforme unica sostanza. Nò la natura, nè lo spirito sono, secondo il sistema, forme persistenti e salde pi’oduzioni del proteiforme unico principio; ma transitorie cd evanescenti esisten- ze, le quali sorgono e spariscono a misura, ch’osso principio con moto alterno, ora progressivo, si trasfor- ma di nozione in natura e di natura in spirito, ora regressivo, di spirito si tramuta in natura e di natura ri- diventa essere indeterminato ed astratto. Onde nò la natura o la materia, nò lo spirito o il pensiero hanno sussistenza propria e duratura; ma sono in un eterno divenire, solo rimanendo immntnbile la mutabilit?i as- soluta, e fìsso il perenne flusso delle esistenze. Non dee recar meraviglia adunque, se questi due sistemi pronunziano la mortalità dell’anima umana; sicché nell’ uomo morente si spenga il lume del pen- siero e l’efimera personalità di lui si dilegui, rima- nendo soltanto ({weW'oliquid indeterminato, o quegli atomi primi, che rientrano nel seno della materia o del- l’essere universale. Egli ò vero che l’idealismo assoluto, asserendo la mortalità dello spirito individuale, proclama l’immor- talità dello spirito universale. Ma che cosa ò da inten- dersi per ispirilo univer.sale, secondo que.sto sistema? Certo ch’esso non Tintende come un soggetto sussi- stente in sé e indipendente dagli spiriti singolari; ma piuttosto o come l’astratto e generico concetto delio spirito, che poi diviene reale concretandosi negli spi- riti individuali; ovveio lo concepisce come la sintesi collettiva di essi spiriti singoli, che sorgono c spari- scono successivamente; nella quale doppia ipotesi la perennitào immortalità che voglia dirsi, compete meno allo spirilo reale, ma .sì bene alla sua astratta e gene- rica possibilità. In sostegno di questa opinione della vita transitoria dello spirito umano, recentemente si è messa innanzi la teorica così detta dell’organismo dello spirito. Se- condo questa dottrina, l’anima umana, ovvero, lo spiri- to, è un organismo, che a guisa di ogni altra forma di organismi ò soggetto alle leggi di nascimento, di svi- luppo e di disorganizzazione e di morte. Lo spirito ò un organismo; ma dimandiamo noi, organismo di die? Certo che la moltiplicità si organizza in unitii di azione e di fine; ma ò certo altresì, che l’organismo è un com- posto di elementi o parti reali, pognamo l’organismo della pianta o del corpo animale; ovvero di elementi o parti ideali, pognamo l’organismo del pensiero e della scienza. Lo spirito adunque .sarebbe forse un organi- smo della prima specie, o della .seconda? Scartata la prima ipotesi non ammes.sa neppure da’ seguaci delle due scuole, resta la seconda, la quale aflerma essere lo spirito un organismo di sensazioni, di percezioni, d’idee, di sentimenti, di pensiei i, di volizioni e così via. Secondo cotestoro adunque, lo spirito ò un orga- nismo di fenomeni; egli quindi ò un fenomeno di feno- meni, .senza saper dire chi sia quegli, che questi feno- meni organizza in unità di forma e di vita; senza sa- pere additare di questi fenomeni chi sia e quale il nou- rnrno che li produce e sostiene nella sua immanenza sostanziale c consapevole. La ragione profonda delle suddette conclusioni ne- gative intorno al problema escatologico dello spirito si trova nel principio, sul quale si fondano i due sistemi; nel principio cioè dell’unità della sostanza, deH’identità sostanziale di tutti gli esseri e quindi della conversio- ne ed equipollenza delle forze. Dal quale principio di- scende Taltro, che dichiara impossibile ogni produ- zione, o meglio creazione, la quale sia altro, che tra- sformazione 0 sviluppo deH’unica sostanza. Om questi duo principi sono dommaticamentc posti c niente alfatto ii-repugnabiluK'ute dimostrati come veri; anzi a noi pare, che si possono dimostrare irre- pugnabilmente come falsi. E primamente l’unità, e l’ identità della sostanza in astratto ò innegabile come idea e nella idea, ma ò as- surda nella realità degli esseri concreti. L’unità vera sta nella idea e nello spirito, che la concepisce; nella rea- lità e nella concretezza v’ ha la molteplicità c la diver- sità indefinita. Dall’unità e identità adunciue dell’idea di sostanza in astratto inferire l’unità e l’identità della sostanza degli esseri in concreto, ò quindi un pretto sofisma. E dicasi lo stesso, tanto delle specie rispetto al loro genere comune, quanto degl’ individui rispetto alla loro specie rispettiva. Dall’ affermare sostanza lo spirito e sostanza la materia, non se ne può quindi concludere l’unità e la identità lorosostenziale. Allo stesso modo che, dicendo uomo Socrate ed uomo Platone, non si potrebbe affermare Platone e Socrate essere lo stesso uomo. Ora questo ò l’eterno paralogismo incluso implicitamente in tutti i ragionamenti de’sostenitori deU’unità e identità della sostanza di tutti gli esseri dell’ universo. Questi filosofi non si avvedono, che preso a rigore siffatto principio, sarebbe impossibile ed assurda ogni moltiplicità e varietà anche fenome- nale e di pura forma nell’esistenzc; sicché re.sscre uno ed immobile di Parmenide sarebbe più razionale e vero del flusso eterno di Eraclito. Di fatti ammessa l’unità e l’identità assoluta della sostanza, non si vede ragione alcuna della varietà delle forme e della neces- sità dello stesso divenire. Tuttavia (piesti filosofi, non potendo negare le pcr- Digitized by Google — 5G mutazioni continue delle esistenze del mondo, fissi però nel domina dell’unità della sostanza universale, le spiegano col principio dello sviluppo progressivo deH’unica sostanza, negando recisamente la possibili- tà della produzione, o meglio della creazione di sostan- ziale essere, che non sia svolgimento o trasformazione di quella. In breve, alla nozione di creazione sostitui- scono quella di trasformazione e di svolgimento, con la quale credono di l'endere ragione della moltiplicità e della varietìi fenomenale ed infinita deH’universo. Ora a noi pare, che questa sostituzione non ispiega nulla, anzi confonde ogni cosa. Non spiega nulla; per,- ciocchò la trasformazione o lo sviluppo non ingenera che differenze quantitative e formali, e non mai quali- tative e di natura, quali mostrano evidentemente di essere quelle, che corrono tra i generi e le specie delle diverse e varie esistenze del mondo. Oltre die lo svol- gimento di una sostanza o forza sui generis, non aiu- tata dalla eterogeneità di altra sostanza, che sommini- stri nuovi e diversi elementi da venire attratti ed orga- nati dall’azione della prima, non riuscirebbe mai a produrre un novello essere di qualitìi e di natura diffe- rente da sò stessa. E confonderebbe ogni cosa; peroc- ché lo sviluppamento d’uiia identica ed assoluta so- stanza, dato anche che si svolgesse in influito, non dà ragione veruna della varietà, dell’opposizione, anzi della contradizione essenziale, che corre tra gli esseri sì dell’ordine fìsico, che dell’ordine morale del mondo. E la opposizione e la contradizione non solo fenome- nica, ma reale e sostanziale degli esseri è non meno necessaria dell’accordo e deH’armonia alla concezione della idea e della vita concreta del Cosmo. Ora la con- traddizione reale e l’armonia ancor reale 5egli esseri del Cosmo, presuppongono e dimostrano, almeno apo- gogicamente, la verità, anzi la necessità della nozione e del principio ctisologico. Imperoccliò, rimossa Tipo- tesi delTunicitii assoluta della sostanza, che nulla spie- ga e tutto confonde, rimane provato, che la pluralità della sostanza degli enti cosmici e l’opposizione e la contraddizione della loro naturano!! sarebbero riuscite alla composizione armonica dell’ universo, senza un principio causante e trascendente, che le avesse fatte o create e ad unità di fine condotte ed ordinate. Ora questo principio, che per non incorrere nella ipotesi assurda della unicità della sostanza, deve con- cepirsi ed essere da sè e di una sostanzialità propria e ad altrui incomunicabile, non avrebbe potuto, nò potrebbe mai, condurre ed ordinare ad unità di fine la moltiplicità degli esseri del mondo, se non li avesse prima conosciuti; e non li avrebbe prima potuto cono- scere, se non li avesse anteriormente pensati, e pen- sandoli, egli non li avesse fatti o creati, secondo la sua eterna e divina Idea. Imporocchò la ragione o Tintelli- genza assoluta non conosce il possibile, se non perchò è suo pensiero; e non conosce il reale, se non perchò pensandolo lo crea secondo il suo pensiero. NelTAsso- luto adunque il pensare è fare, e il fare ò pensare ; (luindi conoscendo crea, e creando conosce. Cono- scendo sè stesso genera eternamente sò medesimo; e pensando il diverso da sè, l'altro, il possibile, lo crea. ossia lo pone in atto nella realità della esistenza. Sic- ché il mondo, invece di essere Io sviluppo cieco e fatale deirunica sostanza, ò l’opera intelligente e libera del- l’eterno pensiero o della Mente eterna; onde l’idea cti- sologica 6 la sola, che risolve il mistero dell’universo. Che il pensiero sostanziale sia la ragione e la cagione efficiente dell’ univer.so, pare che sia consentito ezian- dio da parecchi filosofi moderni, seguaci più o meno devoti alla dottrina da noi combattuta. E cotestoro af- fermano essere il pensiero in fondo a tutte le cose e da esso provenire ogni forma di esseri ed ogni maniera di esistenza. Così insegnano l’idea essere immanente nella natura, ed il pensiero latente nella stessa materia; pensiero inconscio dapprima e cieco nella natura inorganica ed organica vegetabile; senziente nell’orga- nismo animale; consciente neH’uomo finché questi vive normalmente; inconsciente in certi stati anormali o pa- tologici, ed inconsciente ancora quando morto e disso- luto l’umano organismo, ei ritorna nel pristino seno dell’inconscia Natura. Ella é questa la famosa teorica del pensiero inconscio o inconsciente, teorica nuova per la novità della foimola che respi ime, ma vecchia ed antiquata pel contenuto. Perciocché con la formola del pensiero inconsciente non si vuole intendere altro, se non il concetto generalissimo ed astratto di foi’za cieca ed irrazionale, principio indeterminato ed in sé stesso informe, ma capace di divenire, svolgendosi, tutte le forme de'erminate della fenomenìa del mondo. Ché cosa abbia a dirsi di questo pensiero incon-scicn- te, di questo pensici'»} che non pensa o conosce, e che non pensando nò conoscendo diviene tutto e dà ordine forma e bellezza all’universo, lo lasciamo volentieri alla discreta considerazione degli uomini di buon sen- so, cui non piacerà di certo usar le parole in signifi- cato equivoco ed allo opposto di quel che suonano nel linguaggio comune; la qual cosa, se fatta con malizia, nella sfera etica si chiama menzogna, nella sfera giu- ridica crimine di falsità e nella logica sofisma di parole. Noi chiediamo licenzaa questi illustri fdosofldi chia- mar le cose co’loro nomi, adottati e con.sacruti dall’uso comune degli scrittori e del popolo, che adopera la lin- gua, nella quale si scrive; e quindi ricusiamo di appel- lar pensiero la cis o forza latente ed insita alla mate- riaoadessa identica, che con moto cieco e fatale si agi- ta e si espande, attrae o repelle, compone o dissolve i corpi inorganici od organici del regno vegetale ed ani- male e quindi si tramuta in spirito consciente nell’uo- mo. Per noi il pensiero non è neppure il senso e l’istinto della vitix animale, sia pure quella che si av- vera nell’ uomo indipendentemente dall’ attiviti! con- sciente e libera della ragione. Per noi invece il pensie- ro involge essenzialmente Inconsapevolezza di sè e dell’idea o concetto del termine pensato, sia (piestii consapevolezza intuitiva o riflessa, sia spontanea o li- bera. Un pensiero inconscio ed insciente ò per noi una contraddiziono ne’termini; come del pari è affermare una contraddizione il dire, il pensiero e l’idea es.sere nella natura o della natura. Invece e l’idea e il pen- siero sono dello spirito e nello spirito, e .segnutame nte dello Spirito o nello Spirito assoluto; il quale imma- nente in sè c trascendente, pone ed attua fuori di la Natura da Lui pensala, suggellandola della forma dell’Idea eterna che in sè contiene. Onde segue, che lo spi- rito non procede dalla natura, nò il pensiero dalla ois o forza della materia, ma sì bene lo spirito e il pensie- ro sono la ragione e la causa trascendente del mondo. Onde segue ancora, che lo Spirito assoluto è da sè ed è quindi Tessere necessario, che pensando necessaria- mente sè stesso afferma necessariamente la propria realità, e pensando l’opposto di sè, l’altro, il possibile, liberamente lo afferma ossia lo crea. Imperocché non vi ha altra via per la quale il possibile o il contingente divenga all’atto dell’esistenza, posto che non possa de- rivare dall’espansione della sostanza semplicissima dello Spirito assoluto, se non quella di essere pensato c fatto dalla potenza infinita di Lui; per la semplicis- sima ragione, che il possibile non è altro che il pensabile, e questo non può altrimente divenire reale, se non per l’azione creatrice delTassoluto pensiero. Questa teorica nell’atto che spiega Vaseità d’es- senza dello Spirito assoluto e la ragione creativa del mondo, spiega altresì l’essenza e la derivazione diretta dello spirito e del pensiero finito dalTefilcienza crea- tiva dell’assoluto spirito. Perciocché lo spirito finito, sendo di natura sua immateriale e semplice, non può concepirsi derivato dallo svolgimento della natura ma- teriale e molteplice, nò da esplicamento emanativo della sostanza delTassoluto Spirito essenzialmente im- partibile ed uno. Sicché rimane definihi la divina oriRine (li lui d.nll’ efficienza immediata c diretta dello Spirito assoluto e deH’assoluto pensiero, unico princi- pio, ragione e causa dell’ universo. Ninno al certo vorrà credere estranee al nostro etico argomento le disquisizioni antecedenti sopra la natura e ressenza e la genesi dello spirito umano, quando si consideri, che dalla diversa soluzione di questi ardui problemi, che sono i più alti della metafìsica, dipende in gran parte l’indirizzo della scienza etica e la determi- nazione dello scopo finale dell’uomo, non che la legge della sua vita e la sua ultima destinazione. E noi che in questo lavoro , anzicchè scendere ne’ particolari, amiamo piuttosto segnare i lineamenti generali e me- tafìsici dell’Etica, abbiamo creduto opportuno insistere sopra i principi teoretici e speculativi, che sono l’unico fondamento d’un’Etica razionale e indipendente. Ed à (piesto il vero bisogno dei tempi nostri, quello cioò di richiamare la vita morale degli uomini a’suoi principi razionali ed apodittici, e fondare l’Etica sopra i dati universali e necessari della ragione e della scienza, sot- traendola così alle fluttuazioni delle scuole empiriche ed alle opinioni intcn'ssale delle Sètte o parti sia reli- giose che politiche. Ora fermata così la dottrina della natura del pensiero e dello spirito in generale, e stabilito apoditticamente, che tutto nel mondo procede dallaefflcienza immediata deH’as.soluto pensiero, segue che questo mondo mate- riale e questo spirito finito, che vi fa la sua comparsa, ci siano non per caso o per fatale c cieca necessità, ma per un fine determinato c prestabilito dalla ragione eterna e trascendente deH’Assoluto. Il problema teleologico, ovvero il problema della fi- nalità del mondo e massimamente della personalità umana s’impone da sò all’ investigazione dello spirito filosofico, come quello che interessa non solo la ricerca speculativa, ma eziandio la ragione pratica della vita. In altre parole, il problema della destinazione umana presuppone risoluto il problema della genesi dello spi- rito umano e della sua essenza e natura e de’suoi fini, senza di che non potrebbesi determinare qual debba essere e quale .sarà il termine della sua esistenza,' se temporaneo od eterno. A noi, dopo quello che anterior- mente s’è detto intorno al tema ctisologico ed escato- logico dello spirito umano, non rimane altro a fare, che trarre le conseguenze di que’ principi, da’ quali verrà determinata con rigore scientifico la finalità o la teleologia di lui. La finalità del mondo in generale, c la finalità dello spirito umano in particolare, ò negata egualmente dal materialismo e dallo idealismo assoluto. Sono essi conseguenti al loro pinncipio. Ponendo la natura e lo spirito come puri momenti del processo evolutivo e fa- tale dell’unica sostanza, essere indeterminato e incon- sciente secondo l’uno, materia o forza cieca secondo l’altro sistema, per necessità logica essi devono negare ogni finalità nel mondo, e quindi negare segnatamente allo spirito umano ed all’ umana vita una finalità pro- pria ed uno scopo preordinato e fisso. E tanto più da questi sistemi ò negato all’umana vita un fine prede- terminato e razionale, per quanto essi tengono ferma- mente per fenomenale ed evanescente non solo il pen- siero, ma lo stesso spirito umano, a cui contrastano, anzi recisamente negano la sostanziale e permanente personalità, e quindi l’immortalità del suo essere indi- viduale e personale e la sua eterna destinazione. Quanto coteste teorie siano a nostro parere insoste- nibili ed errate, l’abbiamo di sopra veduto, esaminan- do c combattendo il principio dell’unicità della so- stanza, sul quale esse riposano. Quali conseguenze da queste due teorie discendono e che a nostro avviso sono in contraddizione con l’idea della moralità, lo ve- dremo a suo luogo. Preesiste e presiede al mondo, ragione e cagione personale e trascendente di esso, l’assoluto Spirito e il suo eterno pensiero. Onde il mondo prima che fosse in se reale, era ideale nella ragione eterna; sicché il mondo procede dall’Idea come suo principio razionale e causante, e termina all’Idea come a sua ragione e fine. E segnatamente lo spirito umano ha nella Idea eterna il principio causante della sua realità nel tempo, c nel- la stessa Idea eterna la ragione teleologica della sua esistenza immortale e personale. Onde la teleologia del mondo, e segnatamente la teleologia dello spirito uma- no, trova il suo fondamento da una parte, ch’ò la prin- cipale, nella teorica della personalità dell’Assoluto; e dall’altra in quella dello spirito umano, legate insieme dal libero nesso o rapporto ctisologico; entro a’quali due termini si spiegano le l'agioni c le leggi della vita morale ed etica, eh’ è lavila della ragione e della li- bertà. Ma se lo spirito umano ha uno scopo prestabilito, scopo che deve conseguire mediante l’esercizio della sua ragione e della sua libertà, attributi essenziali della personalità sua sostanziale; egli fa mestieri di determinare scientificamente la natura e le specificazioni di questo scopo o fine da conseguire, nel quale consiste quel che tutti addimandano il Bene. Questa ricerca sarà rargornento della seconda parte di questo nostro lavoro schematico de’ principi primi e metafisici dell’ Etica. TULELLJ PASQUALE GALLUPPI NAZIONALE < 0 B. Prov. < 3 ui h Miscellanea 0 X 0 J 0 ft 5 m 5 (C 164 NAPOLI BIBLIOTECA PROVINCIALE Digitized by Google ~ IÙ( Digitized by Google Digitized by Google INTORNO ALLA DOTTRINA ED ALLA VITA POLITICA DEL BARONE PASQUALE (tALLUPPI NOTIZIE RICAVATE DA ALCUNI SUOI SCRITTI INEDITI E RARI MEMORIA LETTA NELL* ACCADEMIA DI SCIENZE MORALI E POLITICHE DI NAPOLI DAL SOCIO ORDINARIO PROF. PAOLO EMILIO TILELLI NELLA TORNATA DEL 4 DICEMBRE 1864 NAPOLI STAUPBRIA DELLA R. UNIVERSITÀ 1865 Digitized by Google ( EitrtUe dal Val. II. degli Atti della Jt. Accademia di Sciente Morali e Politiche di ftapt. Dìgitized by Google Signori Colleghi, Spero di far cosa grata all’ Accademia comunicandole , come me- glio mi sarà dato, alcune notizie intorno agli scritti inediti del B. Pasquale Galluppi, conservati gelosamente dai figliuoli dell’ illustre filosofo e per loro squisita cortesia da me veduti ed esaminali. lo non intratterrò l’Accademia su le opere pubblicate dal Gallup- pi, notissime già a quanti cultori conta la filosofia ; nè del valore delle dottrine in esse contenute, e delle quali n’ ha portato giusta estimazione la storia della scienza. Oltre che, ciò facendo, io dovrei non fare altro, che ripetere quel che un nostro egregio Collega, in un suo lavoro recentemente messo a stampa (1), tanto giudiziosa- mente ha scritto intorno al posto o momento, che la teorica del Gal- luppi occupa nella evoluzione storica della idea filosofica in Italia. Dovrei invece, in questa occasione che mi si porge trattando degli scritti inediti del Galluppi, compire quella biografia, che di Lui lìn dal 1812 pubblicai per le stampe, sopra note comunicatemi dal- (1) Vedi Prolusione e Introduzione alle Lezioni di Filosofia nella R. Università di Napoli 23 Novembre e 23 Dicembre 186! per B. Spaventa — Napoli 1862. Digitized by Googte i l’autore medesimo. Il qual lavoro mi riuscì imperreltissimo , parte per colpa mia propria , essendo allora , più che noi sono al presen- te, novizio nella scienza e nell’ arte del dire ; e parte per la mode- stia dcH'autore , al quale ripugnava che si toccassero alcuni fatti della sua vita ; c soprattutto riuscì incompiuto per la tristizia dei tempi, nei quali era impossibile ritrarre e delineare la fìsonomia po- litica di qualsiasi scrittore. La quale biografìa compiutamente io spero dare in altro mio lavoro, clic farà seguito a quella serie di Studi storico-critici sopra i filosofi nostrani del secolo passato e da me pubblicati negli alti dell’Accademia Pontaniana , c dappoi inter- messi per la ragione dinanzi accennata. Perciocché c solo mio dise- gno per ora tenere informata l’Accademia e tutti cultori delle scien- ze filosofiche , degli scritti lasciali inediti dall’illustre autore. E sic- come tra questi lavori inediti ve ne ha qualcuno di argomento poli- tico, mi farò dapprima a dar conto di questi ultimi ; i quali e rivele- ranno le dottrine politiche c liberali di Lui, e mi porgeranno l’occa- sione di far conoscere alcune particolarità della sua vita rimaste ignote finora. Questa rivelazione postuma della fìsonomia morale e politica dell'illustre filosofo di Tropea , servirà , come spero, a ren- derne presso i suoi concittadini più augusta e veneranda la memo- ria ; c Tarà sì che il nome del Galluppi venisse eziandio annoverato fra’ nomi di quegli uomini grandi , che sono stati fermi propugna- tori della libertà dell’noino e delle nazioni. i. Due sono gli opuscoli di argomento politico clic mi son capitali fra mani ; l’uno ha nel frontespizio l’ intitolazione : « Pensieri filoso- fici sulla libertà compatibile con qualunque forma di Governo ». L’altro « Lo Sguardo della Europa sul llegno di Napoli)). Comin- cerò dal primo. E questo un manoscritto compreso in dieci fogli grandi di scril- Digitized by Google — 5 — tura, tutto di carattere dcH’autore. É diviso in capitoli, e questi in paragrafi; ma il lavoro sventuratamente non è intero, c solo se ne conservano i primi tre capi, mancando i seguenti per dispersione. É senza data di luogo e di tempo ; ma la carta alquanto logora c nel colore simile ad invecchiata pergamena , dimostra la vetustà dello scritto, che io credo potersi rimandare ai primi anni dell’occupazione francese, o poco dopo. Questa mia induzione trova la sua conferma nelle parole stesse, che l’autore indirizza ai suoi lettori e che io voglio riportare, nelle quali egli manifesta l'intendimento del suo lavoro ed i limiti di moderanza c di riserva entro a cui egli vuole restringersi. » Il libretto che io presento al pubblico non offre che una serie » di pensieri QlosoDci su di un oggetto interessante. Non è esso una a opera estesa e dettagliata, ma potrà servire per questi. Pria del » cambiamento della dinastia non poteva io certamente concepire il # disegno di scrivere opere di questa natura. Il cambiamento ane- ti nulo, la tranquillità di cui ho goduto ebbe corta durata. Il tempo » in cui scrivo appena mi permette di dare al pubblico una serie di » pochi pensieri. L’opera che la contiene è di piccola mole, ma le » verità che vi son racchiuse sono grandi ed interessanti. Io non ho » avuto altro oggetto in mira, che di mostrare al governo la volontà » che nutro di essere utile allo Stalo ed ai miei concittadini. Mi si » dirà che le verità che annuncio non sono nuove. Lungi dal negarlo d io mostro in ogni parte l’ uniformità dei miei sentimenti co’ grandi » uomini, che io cito in questo opuscolo. Queste idee sono sparse » nelle opere profonde dei Pubblicisti ; io le ho riunite e le ho fatto » servire per un oggetto solo. In ciò per l’appunto consiste l’opera » mia. Graditela e vivete felice ». Venendo ora a dire dell’opuscolo, ecconc il contenuto. Nel primo capitolo tratta della libertà in generale , dei differenti significati che si possono dare al vocabolo libertà; c quindi della libertà fisica o na- turale, della libertà morale, e della libertà morale in rapporto al potere politico. 2 Digitized by Google — 6 — Nel secondo capo si occupa della libertà di pensare; dei limiti en- tro ai quali dee restringersi il potere politico rispetto alla libera ma- nifestazione del pensiero; dei danni clic la persecuzione per errori religiosi apporta alla stessa religione. Nel capo terzo discorre della libertà della stampa, e del diritto della libera stampa competente ad ogni cittadino, e del dritto dello Stato entro certi limiti a punirne gli abusi. Non è mia intenzione di riferire lo sviluppamenlo, che l’autore dà alle tesi sopradette ; mi basta il dire ebe egli le risolve, non ostante la riserva impostagli da’ tempi, nel senso più ampio e favorevole ai principi della libertà, quali oggidì vengono proclamati dalla scienza progredita e dal consenso universale dei popoli civili. Tuttavia io mi penso di non far cosa disgradcvole all’ Accademia , se di questo manoscritto non destinato forse a veder la luce della stampa , io mi fo a riferire qualche tratto in conferma di quanto asserisco intorno alla dottrina ed alle opinioni liberali dell* autore, senza aggiungervi chiose o cemento veruno. Ecco alcuni passi sopra le varie forme della libertà c sopra il di- ritto razionale individuale e politico: » Riflettendo sulla natura degli atti della volontà dcU'uomo essere » intelligente, non possiamo non sentire, che egli ha un fisico potere » di voler lutto, di determinarsi a suo grado , e sotto le stesse sue » determinazioni ritiene un fondo per estinguerle e per volere e per i determinarsi altrimenti. Questa è quella tisica libertà, che risguar- » data in sè stessa, non riconosce limili che la costringono c per cui » l’uomo è costituito signore ed arbitro di volere ciò che gli piace, 9 anzi di volere ancora ciò che gli nuoce. Questo vocabolo libertà » può dunque prendersi in un senso fìsico ed assoluto indipcndcnte- » mente da qualunque rapporto... Ma T uomo eh’ è un essere intelli- » gente, ha dalla natura stessa una legge che comanda e che vieta, 9 e clic circoscrive la sua libertà fisica. Cosi la libertà può anche 9 riguardarsi in rapporto ad una legge qualunque siasi . . . pugnatilo Digitized by Google — 7 — » quella legge naturale, che sorge dal fondo di un essere ragionc- » volc c dalla quale ella rimane circoscritta ed a cui deve sottomet- » tersi ed obbedire... Eccovi un’altra libertà, la vera libertà mora- li le. . . Riguardata la libertà in questo secondo significato, ella si « estende a tutto ciò che non è contrario alla legge sotto di cui l’uo- » mo si trova. i> L’uomo non può sussistere ed essere felice senza convivere coi » suoi simili. Egli è destinato dalla natura per la civil società ; ma » non può esistere società senza una forma di governo c senza leggi a positive. Tutto ciò produce una nuova restrizione alla liberti» Fisica » dell’uomo, c la sua libertà morale deve riguardarsi sotto un altro » punto di vista, considerato l’uomo nella civil società e per rapporto » all’autorità politica. » 11 dritto delle genti non è clic la legge stessa di natura, che rissa » i dritti ed i doveri reciproci fra tutt’ i differenti popoli della terra. » Spesso i filosofi domandano se gli uomini hanno giammai esistito a nello stato di natura... Questo stato di natura dee considerarsi co- li me anteriore allo Stato sociale e politico, se non in ordine di tem- » po, almeno in ordine di ragione... Tralasciando le altre quislioni » su di questo soggetto, osservo solo che i differenti popoli che esi- li stono sulla terra , nei loro rapporti devono considerarsi come vi- li venti nello stalo di natura. Questo è uno stato di perfetta libertà » ed uguaglianza, in cui ciascuno, senza dipendere da un altro, può » fare ciò che vuole, posto che non offenda i diritti degli altri : ora » in tale stato sono le nazioni fra loro. Esse non sono soggette, per » rapporto delle unc alle altre, che alla sola legge di natura e di » conseguenza a quei patti, che esse fra di loro stabiliscono, volendo » la legge di natura che si stia ai palli. Una nazione sta ad un’altra d nazione, come un uomo sta ad un altro uomo , considerali gli uo- ii mini nello stato naturale. » Il diritto politico è vario secondo le varie forme di governo. La » natura bensì destina l'uomo alla società civile, ma ella non pre- Digitized by Google — 8 — » scrive alcuna forma di governo : ella lascia alla libera scelta degli » uomini, che si uniscono in società, lo stabilire quella forma di go- » verno, che credono meglio convenire alle loro particolari condizio- » ni si fisiche che morali ». Non pare che con queste ultime parole il Galluppi proclamasse la dottrina del plebiscito?... » Malgrado però la varietà del diritto politico e delle leggi civili » dei popoli, essi non possono giammai allontanarsi da alcune regole » generali ed invariabili, che la stessa legge di natura prescrive sopra » questi oggetti. La natura, per esempio, non prescrive alcuna forma » di governo ; ma ella dice però , che i governi debbono essere de- » stimati per la felicità dei cittadini. E perciò un governo, in cui questi » non hanno alcuna sicurezza di godere della vita, delle proprietà, » della libertà individuale, ed in cui tutti son destinali per la felicità » di un solo, non già un solo per la felicità di tutti, questo governo è » contrario alia natura , ed un tale diritto politico deve dirsi piutto- » sto una violenza che un dritto... » I seguenti tratti riguardano la libertà del pensiero, e la libertà di coscienza e della stampa, che ne sono le conseguenze. » L’uomo per rapporto alla potestà politica , gode egli del dritto » della libertà di pensare ? Che vai quanto dire, questa potestà ha » ella il diritto di punire gli errori intellettuali ? Tutti i giuspubbli- » cisti dicono di no... 11 Wolfio nel suo imnalarac stabilisce, che la » potestà politica non dee punire alcuno per i suoi errori, ma che dee » bensì punire la propagazione degli errori contro alla pubblica fe- » liti là... Per mettere nel suo vero punto di vista questa verità, de- » terminiamo i limiti che circoscrivono i diritti della potestà politi- » ca... Per fissare i dritti del pubblico potere , bisogna partire dal » considerare lo stalo di natura come anteriore allo stato politico, » se non in ordine di tempo, almeno in ordine di ragione... Tutti gli » uomini sono per natura in uno stalo di libertà, in cui ciascuno può » fare ciò che gli piace, senza dipendere da un altro, posto ch’egli Digitized by Google — 9 — » non offenda gli altrui diritti. Ogni uomo non ha dunque altro dritto » per rapporto ad un altro, che di non Tarsi molestare nell’esercizio d dei propri dritti. Or questo dritto, che ciascuno ha per rapporto » agli altri, nella civil società, è confidato al pubblico potere, il quale » è il custode ed il vindice dei dritti di ciascun cittadino contro gli » attentati degli altri... Costituita la società, questa dee riguardarsi » come una persona morale, ed ogni cittadino viene a contrarre dei » doveri che direttamente la riguardano... La potestà politica ha » dunque anche il dritto di punire la trasgressione dei doveri, che » direttamente offendono l’ordine pubblico. Ecco i due limiti che cir- » coscrivono l’esercizio del pubblico potere e che determinano la a libertà morale dell’uomo in rapporto al medesimo : Ogni azione » che non è contraria ai drilli degli altri cilladini , nè ai doveri » verso la società, è fuori della sfera di attività del politico pole- » re e dee lasciarsi in libertà di ciascun individuo. Dietro questo » principio è facile lo stabilire la libertà del pensare. L’uomo col » solo pensiero, con gli atti interni del suo spirito, non può recare a offesa reale ai dritti dei suoi concittadini, nè turbare in alcun mo- » do l’ordine pubblico ; la potestà politica adunque, ancorché le sia » noto eh’ egli pensa male, che ha un cuore depravato, se egli ri- » spetta le patrie leggi, se non esterna con atti dalla legge vietati la » depravazione del suo intelletto e della sua volontà , la potestà pn- » litica, io dico, non ha alcun dritto di punirlo. Supponiamo che un » uomo internamente non riconosca resistenza della divinità; que- ll st’uomo non turbando con ciò l’esercizio dei dritti dei suoi concit- » ladini, non facendo niente di contrario alla felicità pubblica... sarà » un empio come uomo , ma non sarà un empio come cittadino... » Quindi il pubblico potere non ha ingerenza alcuna sopra i di lui » pensieri, nè può esercitarsi su gli uomini, se non in quanto si ri- » guardano come cittadini » . Io benché avessi riportato lunghi passi dell’autore intorno alle pro- poste quistioni , non temo di annoiare i mici colleglli , trascrivendo Digitized by Google — 10 — quasi per intero un paragrafo di dello lavoro , che io credo impor- tantissimo ed assai acconcio a significare le idee del Galluppi, circa l’ingerenza della potestà politica nelle cose spettanti alla religione ed alla morale. Ecco le sue parole : » La potestà politica, potrà dirsi, ha certamente il dritto di pro- li muovere le virtù morali fra i membri del suo Stato c di opporsi a » quella depravazione di costumi , eh’ è tanto funesta alla felicità sì » degl’individui, che del corpo sociale; or la religione, avendo un’in- » fluenza diretta su la virtù de’ cittadini, la potestà politica dee godc- » re certamente del dritto di proteggerla c di opporsi agli errori che » le son contrari; come dunque le si potrà niegare il dritto di punire » l’Ateo, il Deista, il nemico del patrio culto? Questa obbiezione è » alquanto speciosa, ma si dilegua tosto che si approfondisce la ma- li tcria. La potestà politica dee curare che i cittadini sicno virtuosi. » Ella dee riguardare come un male la depravazione del loro spiri- li lo ; dee mettere in opera quei mezzi che promuovono la virtù ed » arrrcstarc i progressi del vizio ; ella dee dunque chiamare in soc- » corso la religione, perchè le leggi sono insuflìcienli per tale og- » getto. Le leggi, dice Portalis, non diriggono che alcune azioni de- li terminate, la religione le abbraccia tutte. Le leggi arrestano il » braccio, la religione regola il cuore ; le leggi sono relative al cit- » ladino, la religione s’impadronisce di tutto l’uomo. Ma se le leggi » arrestano il braccio c la religione regola il cuore, dico io dunque, » che la depravazione del cuore non dee punirsi, che dalla sola rcli- » gionc, vai quanto dire, dal solo Dio che n è l'autore; ella è dunque il estranea alla sanzione della legge. Se le leggi non son relative che » al cittadino, e la religione s’impadronisce dell’uomo, le leggi de- li vono dunque contentarsi della sola virtù civile c lasciare alla reli- » gionc le virtù dell’uomo... Egli bisogna distinguere l’uomo giusto » agli occhi dell’Eterno, che tutto vede, dall’uomo giusto civilmcn- » te. Chi è giusto innanzi a Dio, lo è anche civilmente, perchè la sua Digitized by Google — Il — » legge vuole che si obbedisca alle potestà costituite ; ma si può » esser giusto civilmente, senza esserlo naturalmente, o secondo la » religione. » Ma hanno a punirsi le opinioni irreligiose? A questo proposito » facciamo rapidamente alcune riflessioni riguardanti il Cristiancsi- » mo. Questa religione divina annuncia agli uomini una morale che » perfeziona la natura. Lo spirito del Vangelo non è clic uno spirito » di fratellanza c di amore. Esso è contrario allo spirilo di persecu- » zionc e di ferocia. Se non siete ricevuti ed ascoltali, dice G. C. ai » suoi discepoli, scuotete la polvere delle vostre scarpe e parlile. I » primi banditori del Vangelo non impiegarono altre armi per la » sua propagazione, che la forza della parola. La religione deve ave- » re la sua sede nello spirito, c lo spirito non rigetta l’errore e non » abbraccia la verità, che a proporzione dei lumi che egli riceve , e » trattandosi di religione, a proporzione della grazia celeste, che il » Padre de’ Lumi gli dispensa. Le prigioni, le forche, le mannaie, i » roghi non cambiano certamente lo spirito dell’uomo, e l’incredulo » non lascia di esser tale, ancorché vada ad esalare il suo spirito fra » i tormenti più crudeli... L’uomo abusa di tutto. La ministra della » pace e della pubblica tranquillità, divenne col progresso del tem- » po in mano del superstizioso e del fanatico, ristrumento del disor- » dine, della persecuzione e della strage. Questo mutamento di con- » dotta , non nella religione, clic in sè stessa è santa ed immutabile, » ma ne’ suoi ministri, fu sorgente d’incredulità ». Ed altrove si esprime sul proposito nei seguenti termini, che sem- brano stali scritti pei tempi che corrono : « Senza ricercare nella storia de’ tempi lontani i fatti comprovanti » il nostro assunto, gli errori di cui siamo stati testimoni nel 99 ed » in questa ultima catastrofe delle Calabrie, non ce ne offrono forse » le pruove più luminose ? Se l’universalità del Clero c del popolo di » questo bel regno avesse conosciuto il vero spirito del Cristianesi- » mo e la purità delle massime del Vangelo, non si sarebbe visto un Digitized by Google — 12 — » Cardinale comandare delle masse di ribaldi e di fanatici, ed innal- » za re il venerando vessillo della Croce per segno dell’ assassinio e » di ogni sorta d’iniquità ; nè si vedrebbero oggi con orrore tanti » frati c preti alla testa delle masnade degli uomini i più infami e » più scellerati !... » II. L'altro opuscolo politico, del quale bo promesso discorrere e clic ha per titolo: Lo Sguardo dell' Europa sul regno di Napoli, benché fosse stato stampato in Messina nel 1820 pe’tipi di Giuseppe Pappa- lardo, pure per la sua rarità è rimaso affatto ignoto, sì clic può con- siderarsi come sefosse inedito. Fu pubblicato dal Galluppi dopo es- sere stala proclamata la costituzione c stabilitosi il governo parla- mentare, c prima che Ferdinando Borbone, partito già per Vienna, avesse apertamente mostrato di non volere tener fede al patto giu- ralo con la nazione. Il Galluppi, che vivea lungi da Napoli, subì l’in- ganno di creder sincera la couversione politica del marito di Caroli- na d’Austria c del loro degno figliuolo Francesco, inganno subito dalla più parte di coloro , che sedevano nel consiglio del Re c nel- l’aula stessa del parlamento. Laonde non è da far le meraviglie, se in detto opuscolo si leggano parole di entusiastico encomio al Borbone, fattosi datore al suo popolo di ordini costituzionali liberissimi. Scopo di questo lavoro è di dimostrare la convenienza, anzi la ne- cessità degli ordini liberi nel regime del Regno di Napoli e di Sici- lia, e di scongiurare il pericolo di una invasione di eserciti stranieri contro alle nuove istituzioni del nostro paese. Non dispiacerà certo all’Accademia, se di questo libretto rarissimo riferirò l’ordito c qualche tratto più rilevante. Ciò servirà maggior- mente a mostrare da quali principi liberali era informato l’animo del nostro illustre filosofo. F.gli a rendere ragione dello avvenimento politico del 1820 fra noi, Digitized by Google — 13 — si fa primamente a mostrar le cause che lo avevano preparato. Ecco le sue parole : « Tutto cangia incessantemente nel mondo ; ma tutto cangia gra- » datamente... É questo un principio luminoso , di massima impor- li tanza in politica, il quale dee guidare i legislatori nelle riforme » politiche. Questo principio ignorato o negletto ha fatto abortire i » migliori progetti di riforma... I grandi avvenimenti che cambiano » interamente Io stalo dei popoli, e che formano l’ epoche della loro i storia, non sono esenti da questa legge invariabile. Essi rendono » spesso attonito il volgo ignorante, il quale crede di vedere dei » grandi ciTetti prodotti da piccole cause ; ma il filosofo, che nel si- li lenzio dei sensi e nella calma della immaginazione, esamina questi » memorabili cambiamenti, gli vede nascere da un concorso di cau- li se, al quale l’unione di una piccola cagione dà quella forza slupen- » da, onde hanno origine gli avvenimenti, che l’epoche formano delle » nazioni. » Quale spettacolo orroroso presenta Napoli nel 99 ! Quanti Tulli » immolati alla vendetta di Antonio ! Ma qual' è mai in quella stessa » immensa città e sotto lo stesso Ferdinando, lo spettacolo consolante » del 1820 ! Popoli delle Sicilie, gioite. Voi avete formato un’epoca » memorabile. Appena fu tra voi pronunciato il sacro nome di Li- » berlà, la vostra libertà fu con la rapidità del fulmine proclamata » e giurata. Il nome augusto di Nazione si intese appena fra voi ; la » rappresentanza nazionale ha già la sua esistenza ; la tribuna legi- » slativa è già innalzata. Ferdinando Augusto, Francesco degno ere- » de del trono di Ruggiero, rallegratevi ; i vostri nomi saranno im- » mortalati. Voi avete creato una nazione libera, voi avete giurato » il sacro patto, voi regnate su tutt’ i cuori. Principi magnanimi, la » vostra gloria è l’amore di un popolo, che voi chiamate ad alti » destini. » Ma qual concorso di cause fece passare la nostra nazione dallo » stato spaventevole del 99 alla rigenerazione politica del 1820? Il 3 Digitized by Google — 14 — s generale movimento, clie ha fra noi cambiato la forma di governo, x può forse riguardarsi come un avvenimento straordinario e non x preparato da grandi cagioni ? Contempliamo questo memorabile » avvenimento nelle sue cause, e vendichiamo l'onor nazionale dagli x scrittori frivoli del settentrione. x Prima del 99 lo stato delle scienze del Regno di Napoli era con- x trario al dispotismo e reclamava Io stabilimento di un governo li- x berale. La vera filosofia politica era fra noi conosciuta ed insegna- x ta pubblicamente. Ne cito in comprova le opere di Genovesi, di x Palmieri e di Filangieri. 1 principi liberali sono insegnali, special- » mente nell’opera di quest’ultimo, con solidità e profusione; l’egua- » glianza de’ cittadini in faccia alla legge, la libertà del pensiero , x quella della stampa, la libertà di coscienza, quella della persona , » quella dei propri beni e della propria industria vi sono egregia- x mente stabilite. L’insegnamento teologico avea fra noi la stessa x tendenza. Le opere di Giannone, di Cavallari, di Conforti formava- x no sulle controversie ecclesiastiche la pubblica Scuola ; la super- x stizionc era atterrata... Ma quale era mai in quell’ epoca la via che x percorreva il Governo ? Gli amici dei lumi e delle scienze erano x protetti ; al ministero delle finanze era chiamato l’immortale Fi- x langieri; Conforti era Teologo di Corte ; l’avvocato Galanti fu in- x caricalo di presentare progetti di riforme; tutto tendeva alla nostra » politica rigenerazione ; e se la tirannia regnava ancor nelle leggi, u l’umanità era stabilita nel trono. x Ma un nembo improvviso minaccia di fare ricadere le cose no- x stre neU’antico caos, onde alzavano il capo. La rivoluzione france- » se reca lo spavento sul trono : il ministero ignora il mezzo di evi- x tare 1 disordini che ella poteva produrre. In vece di dirigere l’esal- x tazione prodotta nelle auime libere, cerca annientarla ; adotta mi- x sure violenti c gitta la nazione in un abisso di mali, che fa spaven- x to. La proscrizione dei dotti, la guerra a tulle le dottrine liberali, x il dispotismo, la divisione della nazione e rirrilamento della plebe Digitized by Google — 15 — » contro la classe che si vuol distrutta, sono i soli argini, che un in- » sensato ministro oppone al torrente della rivoluzione. » Ma se un concorso di cause aveva preparato lo stabilimento delle » dottrine liberali; se i dritti dell’oppressa umanità erano finalmente » conosciuti; se il secolo 18." era il secolo della filosofia; se la rivo- » lazione francese dava un impulso , che accelerava il moto verso la » rigenerazione politica ; come il ministero poteva lusingarsi di spc- » gnere il sacro fuoco della libertà ? Come potè concepire la speran- » za di far ricadere la nazione nella barbarie?... Le nazioni non pas- i sano che per gradi dallo stato di barbarie a quello di civiltà, e non » ricadono di un tratto da questo secondo stato nel primo. Gli er- » rori del ministero rovesciarono il trono » . Dopo questa rapida ed eloquente dipintura dello stato del nostro ex Regno prima del 99, e del mal governo dei ministri al sorgere e propagarsi in Italia il turbine della rivoluzione di Francia ; si fa il nostro autore a narrare come, stabilitasi la repubblica partenopea , i reggitori di questa credettero di aver trionfato seguendo la massima della perfetta imitazione dei francesi, senza far la disamina, se la no- stra nazione era apparecchiata alla democrazia. » 1 liberali nostri del 99, egli dice, furono fissione della favola ed » invece di Giunone abbracciarono una nuvola fugace. Già il paeifi- » co vessillo della Croce diviene il segno del furor popolare ; le ac- » que del Scbeto son torbide di umano sangne. La tragedia dei 99 » è rappresentala ». Prosegue quindi il nostro autore a discorrere della violenta con- dizione politica succeduta alla catastrofe del 99 e del cieco , feroce e dispotico governo, che oppresse il nostro paese, per modo da tener vivo il desiderio negli animi di prossimi mutamenti ; i quali, per gli errori diplomatici del regime fraudolento di Carolina, non tardarono a verificarsi prontamente con la seconda entrata dei francesi in Na- poli nel 1806. Quindi si fa a mostrare come sotto al governo de’ na- poleonidi, benché principi assoluti, si ricominciò il lento lavoro della Digìtized by Google — 16 — nostra politica rigenerazione; la nazione ch’era scissa e divisa tentò di riunirsi ; i liberali che detestavano il dispotismo straniero , per non ricadere sotto alla odiata borbonica signoria, lo sostennero ; gli altri sbigottiti da una parte dalla potenza di Napoleone, e dall’ altra allettati dalla protezione c dagl’ impieghi luminosi, che loro offriva il nuovo governo, si riunirono ai primi sotto l’impero dei nuovi prin- cipi; e così fu tolto un grande ostacolo alla nostra politica riforma. L’abolizione della feudalità, lo stabilimento dei giudizi pubblici nelle materie criminali, i codici nella lingua italiana, l’eguaglianza fra la capitale e le provincie furono istituzioni liberali introdotte dal nuo- vo regime, le quali fecero progredire i cittadini nella coscienza dei propri dritti. Ma al lato buono del nuovo governo contrappone il nostro autore il lato debole e cattivo, che lo menò alla sua caduta. Dimostra come il dispotismo di Napoleone in opposizione con le aspirazioni legittime dei popoli ; la resistenza eroica della Spagna ; l’esito infelice della spedizione di Russia ; le arti astute delle vecchie corti di Europa sollecite con la promessa di liberali franchigie ad invocare il soc- corso delle forze popolari , furono cagione a scuotere la potenza del Bonaparte e dei Principi creature di lui. La Carboneria si stabilisce fra noi, si diffonde per tutte le provincie, si rende potente c reclama il regime costituzionale ; Murat promette di darlo ; ma infedele alle sue promesse, proscrive la società dei carbonari. Egli invoca il soc- corso della nazione; ma questa l’abbandona ed egli cade, ed i Borbo- ni rientrano in Napoli. E qui il Galluppi si fa ad inveire contro i ministri della restaura- zione, i quali non istrutti dalia esperienza del passato, nè avvisati del progresso delle idee e dei bisogni nuovi della napolitana nazio- ne, la tengono ancora in catene, ed invece di farla progredire nello aperto cammino della civiltà, la risospingono indietro, annullando la parte migliore dei progressi fatti sotto ai principi francesi. Al qual proposito egli così si esprime: Digitized by Google — n — » Il dispotismo francese aveva reso insoffribile la somma dei tri- » buti. Sotto il nuovo ministero le spese dello Stato diminuiscono , a ma i tributi rimangono gli stessi. Sotto i francesi l’amministrazio- » ne della giustizia era rigorosa e piccolo il numero dei delitti; sotto » il nuovo ministero la giustizia diviene venale ed il numero de’ mi- » sfatti a dismisura accresciuto. Sotto i francesi qualunque dubbio a del dispotismo ecclesiastico era svanito ; sotto i nuovi ministri si a forma un concordato ignominioso, che annulla tutte le riforme dal- a l’epoca di Tanucci Ano alla restaurazione del 1815. Sotto i francesi » il nostro esercito fu animato dalla passione della gloria, e sull’Ebro a e sulla Vistola divise gli allori de’ più prodi soldati di Europa; sotto a i nuovi ministri l’esercito è degradato ed avvilito. Uomini politici, a e fino a quando voi amerete le tenebre ? E fino a quando crederete » stoltamente di potere arrestare il corso irresistibile degli avveni- » menti ?... Ma non si arresta il corso naturale delle nazioni... Si è a cercato di far retrocedere la nazione napolitano ; ma ella ha inteso » la sua dignità, il voto nazionale si è manifestalo. Il re ha conosciuto a finalmente le frodi dei suoi ministri, gl’interessi della sua dinastia, » la sua gloria ; il voto nazionale è accolto ; la nostra politica rige- » aerazione è operata ». Da ultimo il Galluppi, temendo che dal congresso di Leibac non si prendessero determinazioni contrarie agli ordini-liberi nuovamente stabiliti nel regno, si fa a scongiurare tanto pericolo, dimostrando quanto sarebbe ingiusto ogni sorta di straniero intervento, eh’ è con- trario al diritto, che ogni nazione ha di darsi quella forma di regi- mento, che più si addice alla propria indole ed al proprio bisogno ; intervento che offende l’indipendenza degli Stati, riconosciuta solen- nemente dallo stesso diritto pubblico internazionale di Europa. Quin- di conchiude il suo discorso con le seguenti parole : a Ma quale scopo potrebbe proporsi il Gabinetto di Vienna con » questa invasione ? Di rovesciare forse il trono di Napoli c distrug- » gere la nostra libertà ? Ma un tale avvenimento sarebbe contrario Digitized by Google — 18 — » allo stalo della nazione , la quale vuole la dinastia regnante c la » libertà acquistata. Uno stalo diverso sarebbe violento, e ciò eh' è # violento non è durevole. Un tale progetto sarebbe contrario all’ e- » quilibrio di Europa ed agli interessi della Spagna e della Francia » e potrebbe essere funesto all’Austria medesima... Eppoi una inva- li sionc non è ella così facile nelle condizioni presenti. 11 99 ed il » 1815 non sono per noi gli stessi tempi del 1820; nel quale, ciò che » non fu visto allora, l’agricoltore, l’artigiano, il letterato, il possi- li dente, il prete ed il monaco stesso domanda l' iniziazione nelle so- li cictà patriottiche per emettere il giuramento di vincere o morire » per la difesa della costituzione e del trono. Ministri della Europa, » gittate uno sguardo sul Regno di Napoli ; rammentate, che gli av- » venimenti non preparati non possono aver lunga durata, e nella ii calma delle passioni deliberate. Noi attendiamo il risultamento » delle vostre deliberazioni s. III. Non fa mestieri, onorevoli Collcghi, che io ricordi i risultamene di quelle deliberazioni essere stati l’ invasione di queste provincic e la distruzione delle patrie franchigie. Fu quindi necessità pel nostro Gailuppi di rientrare nel silenzio della vita domestica , e di chiude- re nel suo pensiero e nel sno cuore le idee c le aspirazioni alla li- bertà. Allora più che mai rivolse la sua mente agli studi speculativi della iiiosofla, cercando di fare ai suoi concittadini quel solo bene che gli riusciva possibile , quello cioè di rilevarne lo spirito (ilosoOeo c l’indipendenza c la libertà del pensiero. Si restrinse quindi entro ai brevi confini della nativa Tropea, donde non si allontanò mai fino al 1830, attendendo solo agli alTari domestici ed alla composizione delle sue opere filosofiche. Non ostante però questa sua prudente riserva egli era tenuto in sospetto dal governo ; e se non fosse stato in fama di uomo integerrimo ed alieno per natura da ogni briga ; e se non Digitized by Google — (9 — fosse stato amato e tenuto in somma venerazione dalla universalità de’ suoi compaesani, non si sarebbe di certo potuto sottrarre all’o- nore delle borboniche persecuzioni. Egli c vero che nel 1831, nel tempo meno tristo del governo di Ferdinando II, recatosi il Galluppi per interessi di famiglia in Napoli, ebbe conferita la Cattedra di filosofia nell’Università. Ma ciò si deve attribuire alle alquanto migliorate condizioni politiche del nostro pae- se in su i primordi del Regno del secondo Ferdinando, ed alla efficace azione di Domenico Cassini , uno dei più illustri giureconsulti del foro napolitano ed avvocato del Galluppi. In fatti il Cassini, sendo amico e familiare del ministro marchese di Pictracatella, ebbe modo di renderlo persuaso del merito incontestabile del filosofo Calabrese e disporre l’animo del ministro in favore del suo illustre cliente. A questo proposito non stimo cosa inutile di raccontare un aneddoto singolare intervenuto nel primo incontrarsi del Galluppi col ministro Pietracatella. Questi, desideroso di conoscere personalmente il Gal- luppi, indusse l’avvocato Cassini a presentarglielo. Il Galluppi, ignaro delle segrete pratiche del suo avvocato, si lasciò condurre in casa il ministro per fargli semplice visita di cortesia. Durante la lunga e fa- miliare conversazione, il Pietracatella introdusse il discorso intorno a cose di pubblica istruzione ed al bisogno che si avea di provvedere di professore , mediante pubblico concorso , la vacante cattedra di filosofia nell’Università. Al qual proposito il ministro disse al Gallap- pi: a Ebbene, Signor Barone, non potrebbe ella essere ancor uno dei concorrenti a della Cattedra ?» E quegli prontamente rispose: a E chi sarebbe in Napoli l'esaminatore di Pasquale Galluppi ? Signor ministro, Fautore del Saggio sulla Critica decumana co- noscenza è stalo giudicalo dall'intiera Europa ». Tornando ora al mio proposito ho da fare osservare, che se il Gal- luppi nelle sue opere messe dipoi a stampa enei suo ufficiale insegna- mento non dettò apertamente i principi liberali della sua dottrina politica, non gli smenti però giammai nè con la parola parlata o Digitized by Google — 20 scritta, nè cogli atti della sua vita ; anzi ei li confermò, direi quasi negativamente, non avendo mai insegnato o scritto cose contrarie alle sue intime politiche convinzioni, e ponendo tali principi generali alle sue filosofiche dottrine, da doversene ricavare a Ul di logica ie più ampie liberali conseguenze. La quale forma negativa mi pare essere l’unica prova, che si possa dare della libertà in tempi e luoghi, ove regna il terrore dei dispotismo, da colui, che pur volendo fare il bene possibile a’ suoi concittadini , non però aspira alla gloria dello esilio o del patibolo. Dal quale modo di comportarsi avvenne , che per quanto il Galluppi facesse proseliti nuovi e numerosi alla santa causa della filosofia e crescesse in fama e riverenza in Italia c fuori, altrettanto il suo credito si menomasse presso la Corte, ove il sem- plice nome di filosofo cominciava a divenire sospetto. In fatti egli non venne invitato mai, benché nobile e patrizio, alle feste di Palaz- zo. Ed una volta che re Ferdinando li lo vide fra gl’invitati ad una festa diplomatica del duca di Montcbcllo ambasciatore di Francia , maravigliato di ciò, gli volse la parola dicendo : Ancora egli è qui, il filosofo Galluppi ? Cui il Galluppi vivamente rispose : « Sire, la filosofia entra dappertutto n. Ch’era ciò appunto, che Re Ferdinan- do non amava affatto. Ed ci non volle, se direttamente o per traverso non so, che il Galluppi entrasse a far parte della Società Reale delle Scienze, non ostante che l’ Istituto di Francia l’avesse già annove- rato tra’ suoi Soci corrispondenti stranieri. Solo si ebbe dal governo Borbonico la vana dimostrazione di onore coll’ insignirlo della croce di cavaliere dell’ordine di Francesco 1, vergognando forse di non aver saputo prima riconoscere il merito eminente d’un uomo, cui il mini- stro di Francia signor Ghizot uvea voluto onorare con la Croce della Legion d’onore. Un’altra particolarità io voglio riferire del Galluppi, perchè meglio sia manifesto qual sia stata la sua fede politica. A tutti è nota la morte di un suo figliuolo capitano di Gendarmeria, in quella che a capo della sua brigata, moveva incontro ai rivoltosi di Cosenza nel 1844. Digitized by Google — 2t — Qual di lui riconoscente e prediletto discepolo accorsi ancora io dal venerando vecchio a condolermi seco dell’ infausto avvenimento. Fra le altre cose a me dette in quella dolorosa occasione, mi ricor- do delle seguenti sue espressioni : « Caro mio, il dolore che io sento per la morte del figlimi mio è tale, che di certo mi abbre- vierà la vita: pur mi conforta il pensiero che egli sia morto com- piendo il suo dovere; ma avrei sentilo minor dolore, s' egli fosse morto servendo ad una causa più nobile e giusta ». Parole memo- rabili, che sono bastevoli a porre in luce tutta la vita politica di un uomo. lo qui dò fine a questa mia prima memoria intorno alla dottrina ed alla vita politica del Galluppi , ricavate da alcuni scritti inediti e rari che ci rimangon di Lui. Ma prima di dar termine al mio discorso mi permetto di manifestare un mio voto pregando l’Accademia di farlo suo. Son circa venti anni che il Galluppi è morto ; nissun pubblico mo- numento è sorto ancora per onorarne la memoria. Eppure il Galluppi ai tempi nostri è stato il più grande fllosofo di questo paese ; è stato il primo ornamento della nostra Università ; è stato quegli, che, con le sue opere e col suo insegnamento, dal 1831 al 1846, destò fra noi quell’operoso amore agli studi della filosofia, che valse al rinnovamen- to dello spirito filosofico del nostro paese ; per cui può affermarsi, ch’egli abbia molto contribuito al presente risorgimento politico della nostra patria. Ed ora che un nobile pensiero si sta effettuando fra noi; ora che nell’atrio della napolitana Università degli Studi sorgo- no le statue di parecchi nostri grandi uomini trapassati , io fo voti che fra quelle sorgesse ancora la statua di rasquale Galluppi , la quale, senza alcun dubbio, figurerebbe bene in mezzo a quella nobi- lissima compagnia. FINE. fi 80342 Digitized by Google Digitized by Google Digitized by Google Digitized by Google Digitized by G TULELLi « 0 •> R A RDM .ir- Digitized by Goo^Ic Armadio*; FONDO PROVINCIA NAZIONALE < 0 B. Prov. < H Li) 1- 0 : m Miscellanea B 9 -1 0 X 6 m 3 m 58 NAPOLI BIBLIOTECA PROVINCIALE SS Digitized by Google Digitized by Google Gl? <&> SOPRA UNA NUOVA FORMOLA METAFISICA DEL PROFESSOR TARI BREVE MEMORIA DEL PROFESSORE . PAOLO EMILIO TULELLI SOCIO ORDINARIO DELL’ACC. DI SCIENZE MORALI E POLITICHE. NAPOLI STAMPERIA DELLA R. UNIVERSITÀ 1872 Digitized by Google Estratto (Itti Voi. IX degli Atti dell’Accademia di Scienze Morali e Politiche. Digitized by Google AL CAV. ANSELMO DE CARIA Catanzaro. Mio caro Anseimo, Ti mando questo breve mio lavoretto consacrato alla memoria del tuo Pasqualino, che pochi mesi fa un’ a- cerbo fato ci tolse in sul primo fiorire della sua giovi- nezza. Io amavo molto quel tuo caro figliuolo ! Egli era ornato di tante belle qualità di mente e di cuore , di tante virtù domestiche e cittadine , che davvero egli formava il lustro della casa tua, e il decoro della Città natia , divenuto in sì breve corso di vita il vero tipo del gentiluomo. Io 1* amavo ancora di più , perchè il suo nome e il suo aspetto mi richiamavano alla memo- ria e l’aspetto e il nome del Padre tuo, di quell’uomo venerando e per sapienza filosofica e civile singolare a’ suoi tempi, dal quale io qui in Napoli, giovane al- lora, mi ebbi i primi conforti e il primo indirizzo ai miei studi nella filosofia e da lui venni commendato e introdotto all' amichevole familiari età dell’ immortale mio maestro Galluppi. Associato questo mio scritto al dolce nome del tuo rimpianto figliuolo, ti giungerà forse più gradito e più Dìgitized by Google caro. Esso risponde in parte a quei filosofici quesiti , che tu mi proponevi sovente passeggiando insieme , nel decorso inverno, per i colli di Posilipo e pe' viali di Capodimonte. « Forsitan et haec olim memiuisse iuva- bit ». Potrò nutrire la speranza di rivederti altra volta' in questi luoghi ? Addio, mio dolce amico. Ricordami alla tua egregia signora ed alle tue dilettissime figliuole. Napoli 21 Luglio 1872. Tutto tuo P. E. Tulelli. Digitlzed by Google Con la riverenza d’un discepolo verso il suo mae- stro, domando venia al mio illustree dottissimo amico e collega Sig. Tari, se mi permetto di richiamare la sua attenzione e quella dell’ Accademia sopra l’argomento da Lui trattato nella tornata antecedente e farvi sopra alcune mie considerazioni. Certo che io non intendo, con questa mia breve memoria, fare un discorso, nè presumo di far la critica del lavoro dell’egregio profes- sore; molto meno intendo di esporre o di riassumere tutta quella ricchezza di concetti, d’idee, d’immagini, d’argomenti e di moltiplice svariatissima erudizione, di che forse pur troppo abbonda il lavoro dell’egregio scrittore. È solò mio proponimento di cogliere, se mi è dato, con nettezza e precisione il punto cardinale, su cui si aggira tutto il suo discorso e sul quale poggia il suo sistema metafisico; e ponendolo di fronte al punto cardinale del sistema opposto, cui egli contraddice, dare a Lui ed agli oppositori l’occasione di meglio di- chiarare, e s’è possibile, risolvere alla fine il fonda- mentale e forse l’unico problema della Filosofia. Digitized by Google — 0 — « Hoc unum scio me nihil scine » fu la sentenza di Socrate. Hoc unum scio ine aliquid riescine, è la nuova formola del Tari; formolo che a me pare non esprimere altroché quello che è ammesso da quasi tutti comune- mente , in opposizione all’ altra formola assoluta e dommatica dell’ Idealismo « hoc unum scio me omnia scine. » L’apoftegma di Socrate non è assolutamente nega- tivo e scettico, ma è una fine ironia della pretensiosa burbanza de’ Sofisti di voler sentenziare di tutto e di tutti, senza criterii fissi ed apodittici, anzi mutabili e per così dire fluenti, in contnania cunnentes. . . Sicché in fondo quella di Socrate inchiude implicitamente, se non formalmente, laformola del Tari,, . . Epperòlavera contradizionc si ritrova tra le due for- inole dell’: Unum scio me nihil scine » di Socrate e l’altra dell’: Unum scio me omnia scine ». Ora delle due senten- ze qual’ è più prossima alla verità? Ma per procedere con ordine diciamo prima ciò che vi può essere di comune e quindi implicitamente am- messo da’ seguitatoci delle due sentenze, e ciò che vi ha di differente e che pone il dissidio fra loro. Io credo che le due scuole convengano nell’ammet- tere un sapere assoluto, un sapere cioè, che abbraccia tutta la profondità e l’estensione dell’essere; un sapere cui nulla sfugge dell’esistente realità e della possibi- lità; un sapere cui è nota la potenzialità e l’atto, la so- stanza ed i modi, l’essenza e l’accidentalità, il noume- non e il fenomenon di tutte le cose. Convengono , cioè, che tutto ciò ch’ò, ovvero è possibile, è di sua natura Digitized by Google I intelligibile e quindi conoscibile e pensabile; o più brevemente, convengono nell’asserire che ogni reale è pure ideale, o idea ; ed ogni idea è reale di realità attuale o possibile, o da divenire. Onde pare, che tutte e due le scuole accettano un sapere assoluto, o se voglia dirsi, un’assoluta intelligenza ed un’assoluta ragione. Ma ove le due scuole sono dissidenti e si differen- ziano fra loro? Ecco la quistione. A me pare che discor- dino in questo, che runa pone l'assoluto sapere im- manente nell’uomo, c l’ altra all’uomo trascendente; l’una pone l’unità della ragione e questa ragione una ed assoluta, che tutto sa e tutto vede, perchè sa e vede pienamente sè stessa, ed in sè vede e sa tutte le cose, le quali sono identiche a sè medesima; l’altra pone la dualità della ragione, una ragione assoluta che tutto sa e conosce, ed una ragione relativa e finita che sa e conosce qualche cosa, anzi molte cose; ma che sa di non saper qualche altra cosa, anzi moltissime cose; cioè sa di non tutto sapere. Posta cosi in chiaro la quistione, resta a vedere da qual parte stia la verità. E la verità sarà di quella parte, il cui principio resterà vittorioso nelja pugna dialettica; sarà vero ed unicamente vero l 'Unum scio me omnia scine (inteso però dell’uomo specie e non del- l’ individuo a o 6), quante volte irrepugnabilmente si dimostri l'unità assoluta della ragione, la quale es- sendo assoluta e perciò unica dovunque ella si trovi, dovrà essere necessariamente assoluta e quindi uno assoluto sapere, un’illimitato conoscere. Ed all’oppo- Digitized by Google - 8 — sto sarà vero cd unicamente vero Y Unum scio me ni- hil scine , o meglio me aliquid nescire, quantevolte ir- repugnabilmente si dimostri la dualità sostanziale della ragione, della ragione assoluta trascendente al- l'uomo, e della ragione relativa nell’uomo sussistente; la prima includente l’assoluto sapere negato all’uomo, la seconda includente un sapere limitato, quantunque progressivo all’infinito. Ora come si dimostrano irrepugnabilmente i due opposti principi, che l’ assoluto sapere ammesso da amendue le scuole, appartenga all’uomo o non gli ap- partenga, e si debba riconoscere in lui o riconoscere in altri a lui superiore? Comesi dimostra che la ra- gione sia una ed assolutalo che sia duplice, l’una as- soluta in sè, fuori e sopra dell’uomo, e l’altra relativa e finita nell’ uomo, partecipazione ed irraggiamento dell’assoluta ragione ? Ecco in qual guisa procedono le due scuole a dimo- strare la tesi loro rispettiva, che qui accennerò per sommi capi. La scuola che pone la teoria della unicità della ra- gione e la sua assolutezza ovunque ella si trovi, e che trovandosi nell’uomo sia in lui anche una ed assoluta ragione ed assoluto sapere, parte dal principio dei- fi unità assoluta dell’essere e dall’assoluta identità dell’essere e del conoscere. In fatti, ammesso questo principio come assioma indiscutibile, ne segue ne- cessariamente, che ove è l’essere ivi sia la ragione ed ove è la ragione ivi sia l’essere. E come l’essere ò uno, c l’uno si trova sempre identico in tutt’ i numeri, cosi Digitlzed by Google — 9 - la ragione eh’ è identica all’essere, deve essere neces- sariamente una ed identica a sè medesima in tutti i numeri delle esistenze, in cui si moltiplica e s’identi- fica ed unizza. Unica è dunque nel sistema la ragione ed una ed assoluta in sè, come Nozione; una ed asso- luta fuori di sò, nella Natura; una ed assoluta nel ri- torno sopra di sè , nello Spirito ; ma sempre una e identica a sè stessa ne’ tre momenti della sua evolu- zioneperenne ed infinita, ciò è come Idea. Chiamate questa ragione sapere, conoscenza o pensiero, e così avrete un sapere una conoscenza un pensiero asso- luto ed unico, come assoluta ed unica è la ragione, loro equivalente. E come non si può dare ragione che non sia ragione assoluta; così non si può ammettere saliere o pensiero, che non sia assoluto pensiero ed assoluto sapere. La ragione umana dunque è Tasso- Iuta ragione, che nell’uomo fa la sua apparita, e l’uma- no sapere è un sapere assaluto involgente l’infinità dell’essere, che gli è identico; sicché questo idealismo assoluto può concludere irrepugnabilmente dal suo principio, ammesso e posto come indiscutibile, la for- inola anche ella assoluta : Hoc unum scio me omnia scine. Ma a questa forinola dell’ assolutezza dell’ umana cognizione, derivante dall’ammessa assolutezza della ragione umana, si oppone l’altra formola dell’: Hoc unum scio me aliquid nescire; la quale discende da un principio diverso ed opposto a quello, onde si fa derivare la prima formola della onniscienza della u- mana ragione. In fatti la scuola, che propugna la limi- 2 Digitized by Google — 10 — tatezza dell’umano sapere, ha per principio della sua teoria la sostanziale differenza dell’essere e del cono- scere, e la dualità sostanziale, per non dire pluralità, o moltiplicità sostanziale degli esseri. Il quale principio porta inevitabilmente conseguenze opposte, anzi con- tradittorie alle conseguenze ricavate dal principio, che è l’insegna dello Idealismo assoluto. Se si pone per vero indubitato e indubitabile, che l’essere non è affatto identico al conoscere, benché l’uno presup- ponga l’altro, e che l’idea non sempre 6 l’ ideato, nò il pensiero il pensato; da questa dualità e differenza so- stanziale dell’essere e del conoscere, e dalla non iden- tità delle sostanze reali degli esseri, seguita irrepu- gnabilmente la possibilità della limitatezza della co- gnizione in astratto, e la realtà della limitatezza della cognizione in concreto in un dato soggetto ( pognamo l’uomo ), nel quale l’essere, certo, non ò tutto l’essere, ed il suo essere non è affatto identico sostanzialmente agli altri esseri. Donde segue per necessità, che la ra- gione ed.il sapere di questo soggetto uomo, non è una ragione nè un sapere assoluto, tanto per rispetto a sé stesso, quanto rispetto agli altri esseri, rimanendo, perla non identità de’ due termini, possibile, se non sempre di fatto, che parte della realità del termine od obbietto pensato, non si traduca nella luce dell’idea o del pensiero. Perché dunque la ragione umana sia onnisciente ed il sapere umano sia assoluto sapere, sarebbe d’ uopo eh’ ella fosse tutto l’essere, o con tutti gli esseri identica perfettamente: bisognerebbe che il pensiero fosse affatto identico all’essere, e che ciascu- Digitized by Google — li- no essere fosse identico a tutti gli altri: come eziandio sarebbe necessario, che ogni pensiero fosse tutto il pensiero, una idea tutte le idee, una scienza tutte le scienze, ed ogni sapere il sapere assoluto. Vero si è che questa scuola non niega un’assoluta ragione, nè un sapere assoluto. Anzi sostiene con fermezza d’invincibile convinzione, che senza questa assoluta ragione e senza questo assoluto sapere, nulla di razionale e di reale sarebbe possibile; anzi sostiene, che questa assoluta ragione e questo assoluto sapere sia la sola ragione e la sola causa efficiente e della realità e della scienza. Quel eh’ ella niega si è, che questa ragione assoluta sia immanente nel mondo, e' che questo assoluto sapere sia immanente nell’uomo; afferma invece essere fuori e sopra dell’uomo e del mondo, essere cioè in sè e trascendente. Il dissidio tra le due scuole sta dunque, per così dire, nel dove riporre e riconoscere questa ragione assoluta e questo asso- luto sapere. I seguaci dell’ immanenza ripongono ed immedesimano l’assoluto nel mondo, e ciò sostengono in virtù del loro principio dell’unità e identità dell’es- sere e del conoscere. E riconoscendo l’assoluto nel mondo e segnatamente nello spirito umano, debbono per necessità logica dedurne l’assolutezza della ra- gione umana e dell’umano sapere. Per l’opposto principio, onde partono i seguaci della trascendenza, ponendo l’assoluto in sè e fuori e sopra del mondo, non possono logicamente concedere allo spirito umano nè la ragione nè il sapere assoluto. Per cotestoro è cosa assurda e ineoncipibile un assoluto Digitized by Google - 12 - che non sia in atto e in sè compiuto e perfetto; un as- soluto che sia sempre in fieri; un assoluto che non sia assoluto, che pel divenire. Sostengono che l’assolu- tezza e nell’essere e nel conoscere, esclude come a sè ripugnante il concetto del divenire ; e che il divenire non dell’assoluto, che deve essere tutto in atto, ma sia solo condizione c legge dell’essere relativo e finito. Perciò il mondo e l’uomo non possono essere l’asso- luto, nò avere in sè la ragione e il sapere assoluto; al- trimente sarebbero in atto, non sottoposti alla legge del divenire; sarebbero immobili e quindi si neghe- rebbe loro ciò che gli stessi seguaci dell’immanenza loro concedono , la legge del movimento e del pro- gresso. Onde segue, che se l’assoluta ragione e l’asso- luta scienza non sono immanenti nel mondo, ma tra- scendenti al mondo; devono avere necessariamente in * sò la propria sussistenza e costituire da sò un essere assoluto, nel quale solamente ed unicamente si avvera e l’identità perfetta dell’essere e del conoscere, e l’infi- nità e l’assolutezza della ragione e del sapere. Sicché, secondo la teoria di questa scuola della trascendenza, l’uomo non può asserire la formola di tutto sapere, ma solo può affermarla l’assoluto Essere, il quale essen- zialmente ed esclusivamente è la ragione e la scienza assoluta. È questo il punto culminante del dissidio tra le due scuole, che veramente si dividono il campo della filo- sofia e sono veramente degne di tal nome ed alle quali sono subordinate tutte le altre scuole e tutti gli altri sistemi. La questione vera, eh’ è in fondo a tutte le Digitized by Google - 13 - quistioni della scienza, e tutte la presuppongono e tutte saranno risolute, risoluta quella; è appunto questa: V’ ha identità assoluta e perfetta tra l’essere e il co- noscere, tra l’idea e la realità ? A misura che la ri- sposta ragionata e scientifica sarà affermativa o nega- tiva, sorgeranno due sistemi opposti da’ due opposti e contradittori princìpi messi loro a capo, e da’ quali discendono oppostele contradittorie conseguenze; le quali saranno vere o false, se vero o falso è il principio onde derivano. Sicché a combatterle o ad accettarle, non si dee fare altro, che ascendere al loro rispettivo principio, e vedere se questo sia vero e razionale in sé, ovvero irrazionale ed assurdo, sendo che le inferenze sieguano la natura de’ loro principi. Ora in fondo al lavoro dell’egregio nostro collega signor Tari giace implicito e chiuso e non rilevato e discusso il principio, onde egli trae e sostiene la dot- trina della limitatezza dell’umano sapere, da Lui bel- lamente espressa nella nuova sua formola » Hoc unum scio, me aliquid nascine ».Ed io con questo mio povero e breve lavoro non ho inteso fare altro, che rilevarlo questo principio e porlo più schietto e senza accessori distraenti la mente ed abbacinanti l’immaginazione, ac- ciocché egli, il valente filosofo, volga dritto l’arme della sua dialettica proprio al cuore del principio della scuola avversa, dal quale discende l’opinione dell’as- solutezza dell’umana scienza, che egli nel suo lavoro combatte ad oltranza. A questo modo l’egregio filosofo potrà meglio dichiarare e confermare la sua formola, dando luogo ad una più profonda discussione, nella Dìgitized by Google — 14 — quale egli ed i suoi nobili avversari faranno mostra di quel valore filosofico, che gli ha reso meritamente illustri in Italia e fuori. Ed io ascolterò con ansiosa at- tenzione di discepolo la profonda discussione de’ miei maestri; dalla quale spero ricavare maggiore forza di convinzione per la drottrina eh’ io seguo e che non fa d’uopo dichiararla ora, posto che in altro mio lavo- ro, letto già a questa Accademia e forse non dimenti- cato, fu a sufficienza svolta e sostenuta. (578565 Digitized by Google Digitized by Google Digitized by Google V PROLUSIONE AL CORSO DI FILOSOFIA MORALE RECITATA IL DÌ 20 NOVEMBRE 1864... Università degli studi di Napoli Federico II, Paolo Emilio Tulelli 9 Digitized by Google PROLUSIONE AL CORSO DI FILOSOFIA MORALE RECITATA IL DI 20 NOVEMBRE 1861 NELLA REGIA UNIVERSITÀ DEGLI STUDII DI NAPOLI DAL PROFESSORE PAOLO EMILIO TULELLI NAPOLI STAMPERIA PEtXA B. UNIVERSITÀ 18G2 I Quando sarai dinanzi al dolce raggio Di quella, il cui bell'occhio tutto Tede, Da lei saprai di tua vita 11 viaggio. lxr. X. 130. I. Signori, In questo maraviglioso tempo, nel quale gì compiono i destini augurati d'Italia; in questo tempo, in cui vediamo tulli i popoli della bella Penisola sorgere come un solo uomo e comporsi a nazione una e indipendente; ora che per il valore de'saoi figliuoli si rialza gloriosa e potente la patria; chiuso nel silenzioso raccoglimento del mio pensieroso do- mandato a me stesso le riposte cagioni di tale fausto avveni- mento, il quale, per le condizioni interne ed esterne che lo accompagnano , non ha riscontro nella storia del mondo. Certamente che una eterna Idea presiede alla vita univer- sale degli esseri, ed all'espi icamento progressivo della vita morale del genere umano; ma è indubitato altresì che entro a certi limiti assegnati , cui non è concesso ad ente finito di oltrepassare, l'uomo possa con l'opera sua libera arrestarsi o retrocedere, ovvero affrettarsi nel cammino progressivo ed ascendente al fine supremo della sua vita. Nella slessa guisa che l'uomo individuo, hanno le nazioni la loro propria personalità, ed una personalità più ampia e Digitized by Google - 4 - comprensiva il genere umano. Questa loro personalità ha ragione prima nell idea eterna dell'uomo, quale risiede nella mente sovrana di Dio; idea ricca d' infinita entità ed esem- plare perfettissimo, la quale per Tatto creativo s'individua nella sua integrità potenziale in ciascun uomo, ma imperfet- tamente in questo e in quello altro uomo reale; sicché nel complesso degli umani individui, succedentisi nel tempo e nello spazio, sparpaglialamente e divisamente si scorge at- tuato ciò che unitamente si contiene nell'unità infinita del- l'Idea. L'individuo adunque, la nazione, l'uman genere sono i tre momenti reali nei quali si attua l' ideale dell'uomo; corre quindi fra loro un'intima e suslanziale comunione di vita, per cui ciascuna di queste personalità, divisa è imperfetta e monca, innestata e connessa con le altre si compie e si per- feziona. Donde la legge di quel moto incessante degli uma- ni individui a costituirsi in società ed in nazioni, e il molo di queste a collegarsi nella grande famiglia del genere umano. Ella è questa la ragione e la legge del progresso da cui l'u- manità è governata. L'individuo progredisce e si perfezio- na, esplicando la ricchezza della sua personalità, e ritraendo in se l'indole le doti e la vita della nazione cui appartiene. Progredisce la nazione svolgendo la vita della sua naziona- lità più complessa e svariala, ed estendendola a quella più universale del genere umano. £ il genere umano da ultimo progredisce e si perfeziona, accostandosi sempre più, ben- ché non possa raggiungerlo mai, all'ideale eterno dell' uo- mo, quale risplende nella mente di Dio. Ma questo moto ascendente dell'umana vita, questo progresso dell'individuo, delle nazioni e dell'umanità verso l'ideale eterno delluomo, non si compie ciecamente e fatalmente; è sottoposto invece alle condizioni proprie ed essenziali della natura personale dell'uomo, che sono l'intelligenza ed il libero volere. Per que- ste sue divine prerogative l'uomo, quantunque sottoposto al- l'azione immanente e provvidente della Causa Prima, è Pau- Digitized by Google tore del suo perfezionamento e del progresso ascendente della sua vita. Ma non si dà intelligenza senza V intelligibile, che è il vero, nò il volere senza il buono, eh' è il suo termi- ne obbiettivo; sicché l'intelligenza venuta in possesso della verità, e il volere che aderisce e pratica liberamente il bene, sono le condizioni assolute ed essenziali della vita morale dell'uomo sulla terra. L'intelligenza e il volere però, perchè raggiungano i loro termini rispettivi, hanno mestieri della libertà unica legge del loro morale esplicamento. La intelli- genza nel suo moto è come la luce di sua natura liberissima, irrefrenabile; solo suo limite è il vero; se altrimenti si com- prime si spegne. La volontà parimente di sua natura è libe- rissima, e solo suo legittimo freno è il dovere, ch e la voce imperiosa del buono; se altrimenti si costringe si annulla. Nel libero svolgimento adunque della ragione e del volere e di tutte le altre facoltà che ne conseguono, entro ai limili certi ed immutabili del vero e del bene, è riposta la vita mo- rale dell'uomo. Togliete all'uomo, o impedite lo svolgimento libero di queste sue divine prerogative, voi lo ridurrete alla condizione del bruto; toglietele ad una nazione, e voi ne avrete fatta una torma degradata di schiavi, e con questi su- premi beni dello spirito l'avrete spogliata di ogni sorta di beni esteriori e materiali, che da quelli come da loro ca- gione discendono. Tale si fu, o signori, il fato d'Italia, da che la sua unità politica infranta , resa dipendente dallo straniero e straziata all'interno da ogni maniera di dispotismo, ebbe perduto la facoltà di esplicarsi liberamente nella duplice sfera del pen- siero e dell'azione, e di ricostituire la sua personalità nazio- nale con l'attuare in se l'ideale della vita cui aspira il gene- re umano. Io non dovrò certamente ricercare le molte e mi- serevoli cagioni che produssero la decadenza della gloriosa nostra patria ; tuttavolta una sì grande rovina non è da ripe- tere dai soli casi della fortuna, o dall'azione delle forze ostili — 6 — degli eterni nemici d'Italia; i quali al certo avrebbero fatto mala prova , se gl'Italiani avessero serbato costantemente quella severilà di costumi, quelle maschie ed eroiche virtù, quel cullo severo della sapienza, e quei mirabili ordini ci- vili, onde un tempo l'Italia fu la maestra educatrice delle nazioni e la signora del mondo. Tuttavia noi lunghi secoli della sua infelice servitù, non ostante la prepotente forza dei suoi nemici, congiurati a spegnerne finanche, se fosse stalo possibile, il nome, l'Italia nutriva in seno i germi immortali della vita. Le tradizioni non mai interrotte della sua prima grandezza ne sorreggevano la dignità; in difetto della vita politica viveva la vita divina delle arti, per le quali si è man- tenuta sempre in onore ed ha destalo la maraviglia del mon- do. Nelh) slesso ordine del pensiero ella ha prodotto tali opere di sapienza speculativa e civile, che le altre nazioni da lei hanno appreso i principi! , l'indirizzo e la forma del loro postero incivilimento. Ed in ogni epoca della sua storia ed in ogni provincia delle sue classiche regioni, uomini ge- nerosi hanno sempre col loro martirio e con le loro virtù cittadine protestato contro la tirannide, e conservato sempre vivo il sacro fuoco della libertà e l'augusta idea della patria. Al quale santo e nobilissimo scopo han rivolto costantemente l'opera loro i cultori delle lettere e delle scienze, per cui venne fatto che la luce della verità e l'amore del bene si tra- gittassero nella mente e nel cuore delle italiche moltitudini. Lavoro certamente lenlo e penoso, ma solo alto a produrre l'infallibile risorgimento di un popolo. Effetto salutare di questo lavoro lento ma cfiìcacc della scienza e della moralità pubblica si è la quasi unanime opinione degli Italiani a vo- lere una e indipendente la loro patria. Per esso lavoro sono sorti ai noslri giorni uomini egregi e valorosi, che han dalo il primo impulso e l'indirizzo al gran movimento della risur- rezione d'Italia Per esso il mondo attonito, dai tre ordini ci- vili dello Slato, cioè dal Principato, dal Patriziato e dal Po- Digitized by Google - 7 polo, ha vislo sorgere quelle Ire meraviglie di uomini, Vit- torio Emmamiele, Camillo di Cavour e Giuseppe Garibaldi; i quali, fallo sacrilìzio di se sopra l'altare della pall ia, con- giungendo insieme l'eroico italico valore della mente. del cuo- re e del braccio, han poste le gloriose fondamenta all'unità ed alla indipendenza della nazione. E per questo islcsso in- timo lavoro della scienza e della moralità sociale, non larde- rà molto a sorgere dal seno eziandio dell'ordine ieratico il gran Sacerdote, il quale, intendendo meglio ed armonizzan- do gl'interessi della patria terrestre con quelli della patria sempiterna, invece di opporre ostacolo, benedirà a nome del Cristo l'Italia una ed indipendenJe, e farà conoscere in- fine che la vera Religione non è uemica della libertà e della indipendenza delle nazioni. Laonde non è a maravigliarc.se all'occasione delle mutale condizioni internazionali di Europa, per cui si è finalmente riconosciuto l'eterno diritto che ogni popolo ha di disporre a suo senno delle cose proprie e di se medesimo, non è a ma- ravigliare, se l'Italia, questa così delta terra de' morti, sia ri- sorta a vita novella e siasi ricosliluila ad unità politica di nazione. Ma questa unità politica, perchè sensata ed esteriore, pre- suppone l'unità morale ed interiore dello spirito, che per così dire n' è la forma e l'anima vivificatrice. Infatti la nazione è come un corpo organico e vivente, che oltre alle sue mem- bra materiali, ha il suo spirilo, il suo genio, la volontà, le proprie forze e il suo fine speciale. La nazionalità è l'unità naturale di un popolo sotto al duplice aspetto della sua costi- tuzione fisica e morale; sicché l'unità de'bisogni e delle ten- denze, delle idee e delle operazioni è ciò che dona ad un popolo e forma e importanza e dignità di nazione. Ora egli è cosa evidente che sillàtla unità morale, causa e ragione intima dell'unità fisica e politica, da ninna altra cosa può es- sere ingenerata e resa duratura, quanto dall'azione benefica Digitized by Google ed illuminalrice della scienza del vero e del buono, ove le intelligenze e le volontà degli uomini convenendo s'unizzano e s'immedesimano insieme nell'unità superiore dello spirito e della morale personalità. Supremo compito adunque del- l'Italia rigenerata è di dare opera assidua all'organamento e sviluppo della scienza e massime della scienza morale, e dif- fonderla in lutti gli ordini de' cittadini; imperocché senza la cognizione diffusa del vero e del bene, del giusto e dell'one- sto, de' doveri e de'dritti, non vi ha virtù né privata nò ci- vile, non vi ha uso possibile di libertà giuridica, non indi- rizzo di forze e di volere al fine comune e sociale, non vi ha insomma unità morale della patria ; dalla quale unità morale deriva l'unità politica, la prosperità, la potenza, 1 eflicacia e la durata degl'istituti militari e civili della nazione. II. L'uomo venendo al mondo ricco di virtù e di forze poten- ziali, ma povero e debole in atto, egli diviene tutto quel che comporta la sua essenza e l'alto fine cui è preordinato da Dio, secondo la misura della sua intelligenza e del suo libero vo- lere. Il destinalo dell' uomo è nelle sue mani, ed è stato af- fidato al suo proprio consiglio; imperocché l'uomo riesce quel ch'ei vuol divenire, e vuole quel che la mente gli ad- dimostra di dovere essere, ed opera ciò che sa e vuole ope- rare. Dicasi lo stesso della nazione, ch'è 1' uomo compiuto e complessivo, sintesi armonica della indefinita varietà e mol- titudine degl' individui che la compongono. Sicché la vita morale dell' uomo è riposla nella graduata evoluzione delle sue facoltà del conoscere, del volere e dell'operare, rispon- denti al loroobbietlo universale, che l'Ente, con le sue pri- malità assolute o forme essenziali del vero, del buono e del bello, cui quelle potenze naturalmente tendono di consegui- re. Ora egli imporla sommamente, che di questo conoscere, Digitized by — 9 — volere ed operare umano e de' loro termini obbiettivi 9Ì formi e si costruisca una scienza assoluta e razionale, un sapere apodillicoe indubitabile, che sia ragione e fondamento incon- cusso, principio e Gne ultimo della vita universa dell'uomo. Questa scienza assoluta delFEssere,concepito e svolto in tutte le sue forme e nelle sue ragioni supreme, è quella cui si è convenuto di dare il nome augusto di Filosotìa; scienza prin- cipe ed universale, tronco unico dell'albero enciclopedico del- l'umano sapere, donde si svolgono, e dal quale ricevono il succo vitale i moltiplici rami delle scienze, delle arti e delle umane e divine discipline. Ma se la filosofia in quanto al- l' obbietlo suo universale, eh' è 1* Essere, è una e indivisa, quantunque abbracciasse le ragioni di ogni cosa reale o pos- sibile; tuttavia ella si parlisce in (re rami principali rispon- denti alle (re forme intrinseche dell'Essere, e per le quali egli diversamente alla ragione si manifesta. Il vero, il buono e il bello sono appunto queste tre forme essenziali dell'Essere, il quale, benché le contenga compenetrale e identificate nella unità dell' essenza , pure esteriormente le raggia distinte a guisa della luce, che variamente si colora e si abbella, se- condo le qualità delle cose ch'ella colpisce. Similmente l'Es- sere in quanto si rivela ed è appreso dall' intelletto assume la forma del vero; in quanto è termine della libera adesione del volere appellasi buono ; e veste da ultimo la forma del bello, quando appreso e concepito dalla fantasia commove il sentimento e Y amore. Donde segue che parti integranti dell'organismo della scienza filosofica sono la Speculativa, la Morale e l'Estetica, ciascuna delle quali svolge un as[>etto dell' unico ed universale obbietto loro comune, mutuandosi a vicenda i principi, il metodo, le ragioni e la vita. Imperoc- ché la scienza essendo il riflesso ideale della realità, è orga- nata in sè ormonicamente nella stessa guisa che tutti gli es- seri sono organati nell' unità infinita del Cosmo. E questa legge di connessione si avvera massimamente nella scienza 2 Digitized by Google — 10 — sovrana della filosofia, tanto in ragione dello spirilo che n'è il soggetto, che in ragione dell'Essere che n'è l'obbiello uni- versale. In fatti le tre fondamentali facoltà dello spirito, nel cui esercizio è riposta la sua vita, l'intelletto, la volontà e l'amore, essendo la triplice irradiazione di una stessa attività radicale, nella loro esplicazione si suppongono e si aiutano a vicenda. Del pari le tre primalilà o forme essenziali del- l'Essere scambievolmente s intrecciano e s' identificano nel- l'unità dell'essenza; sicché la cognizione dell'una involge re- ciprocamente la cognizioni 1 delle altre. Ammirabile armonia dell'Essere sì nell'ordine ideale che nell'ordine reale dell' U- niverso! nel quale la moltiplicò ordinata e connessa nelle esistenze innumerevoli, rende immagine e somiglianza del- l'Unità infinita ed assoluta del Logo: Nel suo profondo vidi che s'interna Legato con amore in un volume Quel che per l'universo si squaderna. ( Dantb ) Non senza un alto intendimento, o Signori, io ho voluto alquanto distesamente toccare questi sommi principii della scienza, prima di entrare nell'argomento speciale che forma l'obbietto del mio discorso. Imperocché l'Elica non è da te- nersi come un'accolta di regole empiriche ordinate alla pra- tica usuale della vita, e ricavate induttivamente dalla osser- vazione dei fatti morali e delle costumanze degli uomini; nè trova il suo fondamento nelle istallili opinioni o ne'mutevoli istituti de'popoli ; molto meno ha la sua ragion prima nello arbitrio di qualunque siasi autorità costituita. Invece ella è una scienza assoluta e razionale, in quanto che versando so- pra l'idea del buono, si radica nella essenza dell'Essere, del quale il .buono è una dote intrinseca ed assoluta. E imporla assai che ciò sia, se fa d'uopo che l'umana volontà abbia una Digitized by Google 11 legge certa ed una norma assoluta ed invariabile, cui con- formando gli atti suoi, questi diventino moralmente buoni ; nella stessa guisa che l'umano intelletto trova nel vero asso- luto la legge immutabile della verità dei suoi giudizi. Dalle quali considerazioni si rende manifesta la necessità dell' in- segnameulo della morale in forma rigorosa e scientifica, con metodo razionale ed apodittico, derivandola dulia ragione eterna del Buono posto a riscontro della natura personale dell'uomo. In fatti la legge dell'operar morale , vale a dire dell'-ope- rar con ragione e con libertà , non può ricavarsi altrimenti che dalla nozione vera e compiuta della essenza e natura del- l'uomo operante, e della essenza e natura dell'Essere, termine obbiettivo dell'operazione medesima. Imperocché la qualità morale dell' azione risulta dalla moralità subbiettiva ed ob- biettiva dei due termini, che l'azione congiunge ed armoniz- za fra loro. La legge, norma regolatrice dell'azione, è l'idea superiore che nel suo contenuto involge il rapporto necessa- rio ed essenziale de' due termini medesimi, i quali nella leg- ge, per così dire, adeguandosi si unizzano e s'identificano. Nella stessa guisa che nell'ordine della cognizione, l'idea con- giungendoli soggetto intelligente con l'obbietto intelligibile, nella sua unità superiore li contiene e ne rappresenta l'essen- za e la verità assoluta. La qual cosa addimostra che la scien- za morale non solo si fonda sopra la filosofia prima, ma che ne mutua eziandio i principi, l'indirizzo e l'organamento for- male. In breve il buono convertendosi col vero , la scienza del primo segue le vicende e la fortuna della scienza del se- condo. E la storia della scienza viene a confermare col fatto tal verità; perciocché la verità dei sistemi morali discende da quella dei sistemi speculativi. Quale ò l'idea che uno si forma di Dio e dell'universo, quale il concetto della natura dell'uo- mo e del suo fine, quale la nozione del bene e del male mo- rale , tale indubitatamente sarà la idea della norma assunta Digitized by Google - 12 - a principio regolatore delle umane azioni. La base adunque della monile riposa sopra la scienza^delPAssoluto (Ontologia) e sopra la scienza dell Uomo (Antropologa); e dall'una e dal- l'altra ricava i principi! certi ed assoluti, dai qu;«li dialettica- mente deduce la teorica universale dei doveri. Tuttavia l'Eli- ca è una scienza a sè.e quantunque dipendente dalla filosofia prima, ha però la sua sfera propria e il proprio contenuto, che vuole essere svolto in forma rigorosa e severa, rispondente alla nobiltà e dignità del soggetto di cui tratta , ed alla im- portanza suprema del fine cui mira, ed alla vastità e mollipli- cità degli alti umani che a quell'altissimo fine regola ed in- dirizza. Duplice infatti è il soggetto cui intende e per cui si trava- glia la moral filosofia, la determinazione cioè della sovra- na idea del Buono, e dell'attività personale dell'uomo, che a conseguire quel termine dev'essere condotta. Tulla la dottri- na etica in questa breve forinola è compresa; è supremo uf- ficio della scienza di esplicarla compiutamente. Che cosa è il Bene? Qual'è la natura morale e personale dell'uomo? Il primo problema inchiudc la teorica obbiettiva ed ontologi- ca della morale; il secondo la teorica psicologica e subiet- tiva ; dalle quali due teoriche dipende la dottrina apodittica dei doveri particolari ed universali dell uomo in tulle le con- dizioni della sua vita privata e civile. Il problema ontolo- gico della morale convenientemente risoluto ci darà la scien- za pura del bene e delle sue forme; ci offrirà la distinzio- ne profonda del bene morale dal bene sensitivo, dell'onesto e del giusto dal piacevole e dall'utile; ci fornirà le nozioni assolute del diritto e del dovere, del merito e del premio, non che dei loro contrari; in una parola la scienza dell'ordine mo- rale del mondo. Il problema subiettivo e psicologico ezian- dio svolto compiutamente ci presenterà la teorica della natura morale e personale dell'uomo, e quindi la dottrina della mo- ralità subiettiva delle umane azioni, della libertà del volere, )igitized by Google - 13 - della ini] mobilila morale degli alti umani ; in breve la teori- ca compiuta e razionale jlelTuomo, qual ente personale e mo- rale. Dall' altezza di questi principi! della morale pura e ra- zionalo, è poi facil cosa discendere alla morale applicala a tutti gli atti della vita dell'uomo sì interni che esterni, sì pri- vati che pubblici, e svolgere insiememenle la teorica univer- sale del dovere, e quella dei doveri speciali che l'uomo ha verso Dio, verso sè medesimo, verso i saoi simili, verso la patria e verso il genere umano. Le quali etiche dottrine, so da una banda suppongono fermali stabilmente i dogmi spe- culativi della realtà di Dio, della spiritualità ed immortalità dello spirito umano, della sua libertà e della vita futura ed oltremondana, dall'altra parte esse li confermano e li avvalo- rano mirabilmente. Certo che queste dottrine morali sono obbietto delle cre- denze spontanee del genere umano, e sono di più sancite dall'autorità divina del Vangelo. Tuttavia coloro i quali non volessero ammettere altri principi all umano sapere ed all'u- mano operare, che i principii fondati sopra la tradizione, deb- bono convenire che la dottrina tradizionale deve pur essere organata in forma di scienza e ridotta ai principii della ra- gione. Or poiché la scienza pone sua radice nella sola ra- gione, non può, siccome ho detto innanzi, che da questa sol- tanto ritrarre il suo legittimo criterio ed un principio primo ed evidente, dal quale coi soli mezzi speculativi deve dedur- re le verità tutte che all'ordine morale si appartengono, ed ordinarle in sistema. Tutti i sublimi veri che già sono patri- monio della coscienza umana , troveranno nella scienza la loro ripruova e la rigorosa e riflessiva loro legittimazione; giovandosi d'altra parte della razionale certezza di lei per potersi sottrarre dalle vicissitudini delle opinioni. dai sofismi delle sette e dei partili, e sopratulto dalle fallacie delle pas- sioni e degli interessi materiali della vita. Imperocché non solo presso gli uomini di mondo, ma czian- Digitized by Google dio presso alcune scuole di filosofi si scambia spesso lo sco- po morale con lo scopo materiale della vita; si confonde il giusto con Tutile, l'onesto col piacevole, il diritto con la for- za, il dovere e l'obbligazione morale ad esser buoni con la tendenza istintiva a divenire felici. La quale confusione di cose tanto fra loro diverse turba non solo la serena verità della scienza, ma eziandio l ordine morale e pratico della vita. In fatti domandale alla più parte de 1 filosofi qual sia l'obbietlo proprio delle investigazioni della scienza morale. Voi ne avrete in risposta esser la ricerca del sommo bene, della propria felicità, l'arte in somma di vivere bene e bea- to: Ars bene beateque vivendi. Proseguite a interrogarli in che cosa consista la felicità e il sommo bene. E voi udirete rispondere: nella unione in un soggetto della forza e della potenza, dei piaceri e degli onori, della ricchezza e della dignità, della bellezza e della salute, dell'ingegno e della scienza, e se vuoisi ancora della virtù, ma considerata come puro mezzo subordinalo, e quindi da meno in valore del line a cui deve condurre. Egli è manifesto che in siffatta teorica, la quale al certo non è la più turpe fra tante che infestano il mondo dell Etica, il concetto vero della virtù, la idea pura ed assoluta del bene morale è sparita. Tal concetto presso a poco si avean formalo quasi tulli gli antichi sapienti intor- no alla natura dei sommo bene ed ali ob biotto formale del- l'Elica, eccetto gli Stoici e prima di essi Platone; il quale non dubitò di riporre nel Buono la stessa essenza dell'En- te, e nella idea del buono la prima idea e la prima legge; sicché per il divino discepolo di Socrate il Buono è il prin- cipio, onde muover debbano e il conoscere e il volere degli enti ragionevoli, ed è il termine finale ove l'uno e l'altro do- vranno quietarsi. Ciò che da Platone fu intraveduto, venue dal Cristianesimo inesso a fondamento inconcusso della nuo- va dottrina che ha redento il mondo. In fatti il Cristo richia- mò il principio eterno del Buono e la legge morale a scopo - 15 - supremo della vita: rilevò lo spirilo sopra della materia, il bene morale sopra i beni del senso; pose il dogma della eguaglianza fra gli uomini, e la legge dell'amore, e così git- tò le fondamenta incrollabili della scienza del dovere, della libertà e del dritto. Ma la divina morale del Vangelo, espressione ideale del Buono concreto ed assoluto, ch'è Dio, non si è svolta in tut- te le sue conseguenze, nè è stala applicata a tutti gli atti del- l'umano operare privato e civile. Certamente che gl'incom- parabili Dottori e Padri del Cristianesimo, e ifmagistero au- gusto e autorevole della Chiesa universale, per opera d'insi- gni scrittori ci han dato lavori mirabili di scienza morale: ma non si può negare che essi abbiano piuttosto guardato a quella parte della dottrina che riguarda la vita interiore del- lo spirilo, e i doveri religiosi e la santificazione delle anime in ordine alla vita eterna, che all'altra intesa ai doveri so- ciali e civili de' cittadini e delle nazioni. Ora imporla assai ai giorni nostri, oltre alla morale privata e religiosa, fonda- re e svolgere i principii della morale pubblica e nazionale; importa inculcare la conoscenza e l'adempimento de' dove- ri civili e politici; importa che lutti i cittadini siano con- vinti e persuasi che non basta l'adempiere i doveri religiosi e privati, ma è necessario concorrere obbligalo riamente al bene comune della Patria e della Nazione, nella quale e per la quale gl'individui e le famiglie sussistono, e loro si rende possibile il proseguimento de' fini supremi dello spirito, che sono la verità, la virtù e la religione. Imperocché, se l'uomo per la terra non deve dimenticare il cielo, non deve altresì per la patria celeste porre in non cale la patria terrena, nel- la quale Dio pose l'uomo come in un campo adatlo e condi- zionato all'esercizio di ogni sorta di virlù, per quindi meri- tare di ascendere alla patria sempiterna. Egli è vero che gli antichi Greci e Romani esaltarono di troppo il culto e l'idea della patria, sacrificandole gl'interessi, i diritti, la libertà e Digitized by Google - 16 - perfino la vila dell'individuo; e le virtù domeniche e priva- te eran presso di loro quasi che un nulla estimate rispetto alle virtù pubbliche e cittadine; ma è vero altresì che i popoli moderni sia per un falso ascetismo, sia per altre cagioni che non occorre in questo momento di ricordare, peccano per l'eccesso contrario. La verità sta nel mezzo dialettico di que- sti due estremi. Senza moralità privata in tutti gli ordini dello Stalo, certo che non v'ha moralità pubblica e politica; ma egli è certo ancora che senza moralità politica e sociale non è possibile che vi sia o che possa a lungo perdurare la moralità de' privati; conciossiachè la società sia, come a di- re, l'ambiente nel quale gli uomini vivono, ed a seconda delle qualità buone o ree dell'aere che vi respirano, essi prosperano ovvero intristiscono. Ora siccome la moralità individuale si deduce dalla na- tura ed essenza dell'uomo ordinato al fine morale, ch'ò il suo bene supremo e la sua lesge; così la moralità pubblica e politica si deriva dalla essenza e dalla natura dello stato na- zionale, e dal fine morale cui dalla Provvidenza è ordinato. Lo Stato o la nazione è una persona morale; gode adunque delle prerogative dei diritti e dei doveri che sono proprii di ogni ente personale; ha un fine complesso fisico e morale che deve intendere e volere conseguire. Nella guisa che ogni umano individuo ha il diritto innato alla propria sussi- stenza e. conservazione, alla sua indipendenza e libertà giu- ridica, quali condizioni necessarie al conseguimento del fi- ne supremo della sua vita, e ne ha quindi l'innato dovere e l'obbligazione assoluta; egualmente la nazione avendo simili diritti ò sottoposta eziandio allo stesso assoluto dovere inver- so di sè medesima. Ciò non polrebbesi conseguire se i sin- goli cittadini, convinti ed -istruiti di questo supremo inlen- to della patria, non sentissero profondamente il dovere di concorrervi volenterosi con le loro opere, ed occorrendo, col sotloporsi ad ogni maniera di sacrifizio. Ecco il fonda - Digitized by Google — 17 — » mento razionale della morale politica e civile ; ecco donde scaturisce la necessità e l'importanza per un popolo dell'in- segnamento della sovrana scienza dei costumi. Quando in una società sono fermale e diffuse nella mente delle moltitu- dini l'eterne idee dell'onesto e del giusto, e la notizia esatta di tutti ì doveri privati e politici de' cittadini; e quando l'ope- rare di ciascuno e di tutti vi si conforma adeguatamente; al- lora soltanto la nazione raggiunge quel grado di eccellenza e di dignità morale, donde come effetti necessari, proven- gono a lei tulli gli altri b?ni che la rendono potente, pro- spera e felice. III. Ma la moral filosofia , o Signori, e nel suo intcriore scien- tifico organismo, e nel suo esteriore insegnamento, ha me- stieri per costituirsi della più ampia e larga politica libertà. Le scienze morali, più che le speculative, non allignano nel terreno aduggiato dalla mala signoria e dal dispotismo. Per- ciocché la teorica del dovere, spaziando per ovunque l'uma- no operare si estende, deve applicarsi indistintamente, co- me regola giudicatola assoluta, alle azioni di ogni condizio- ne di persona. Il filosofo moralista infatti, proclamando al- tamente l'imperio della legge eterna del Bene, si rende, per così dire, il censore universale degli uomini, ed innanzi al suo tacito ma tremendo tribunale chiama indirettamente gli nomini privati e pnbblici, e i ricchi e i poveri, i nobili e i plebei, i laici e i sacerdoti, i sudditi e i Re, e per fino i po- poli e le nazioni; e degli atti loro giudica e sentenzia inap- pellabilmente la giustizia o l'ingiustizia, il merito o il deme- rito, la laude o il biasimo, il premio o la pena che loro ri- gorosamente è dovuta. Di questo nobilissimo ufficio del mo- rale filosofo esempio stupendo ne porge Dante Alighieri, il cui divino poema, se per opera d'arte e per merito poetico, 3 Digitized by Google è annoverato Ira i pochissimi che siedono a capo della lette- ratura comparala de' popoli culti, unico e solo è da riputare qual monumento di morale e civile sapienza. Nel quale il sovrano poeta, assunto l'ufficio di filosofo morale, pone a sindacato le azioni degli uomini di ogni età, di ogni luogo, di ogni condizione religiosa, politica e civile; e dietro il tipo ideale della giustizia ne giudica la bontà o la malizia, il me- rito o il demerito; e loda o biasima, premia o punisce a se- conda del grado di loro moralità. Nè fa mestieri il dire con (pianta indipendenza di giudizio e libertà di parola egli com- pia il suo divino mandato questo gran figliuolo d'Italia, que- gli che amava nomarsi il poeta e il filosofo della rettitudine. Non altrimenti dee comportarsi il filosofo che assume il com- pito di professare la scienza del Buono e del Dovere; sia che egli la consegni o l'aftidi nelle carte, sia che con la voce la diffonda e la insinui nell'animo degli ascoltatori. A lui adun- que, perchè possa compiere efficacemente il suo uffìzio, fa mestieri di assoluta e piena libertà di giudizio, di discussio- ne e di parola. Imperocché la scienza morale non deve ri- manere nel solo campo della teoria, nè ristarsi nella sola di- scussione de' principii astratti su i quali si fondano le ragio- ni del bene e del male, dell'onesto e del giusto; ma inten- dendo ancora al fine pratico di rendere gli uomini di fatto buoni e virtuosi, giusti ed onesti in lutti gli atti della loro vita, deve in conseguenza trattare de' doveri di ciascun uo- mo secondo lo stato e la condizione sua privata o pubbli- ca, religiosa o civile, non esclusi coloro nelle cui mani sono affidati il governo e i destini dei popoli e delle nazioni. Se il filosofo morale adunque deve tenere alta l'insegna dell'one- sto e del giusto; se dee far sentire a tutti gli uomini la voce imperiosa della Legge eterna del Bene; se non deve piegar l'anima a viltà verso i potenti della terra o commoversi alle loro lusinghe; se dee colpire d' infamia il vizio ovunque *i annida e glorificar la virtù ovunque risplende; egli è co?a Digitized by — 19 — < manifesta non solo richiedersi necessariamente nel filosofo la libertà personale, ma eziandio richiedersi la libertà politica e sociale nello Stalo ove egli proclama le verità anguste e se- vere della scienza morale. Ma se l'organismo interiore della scienza etologica e il suo esteriore insegnamento richieggono la libertà e l'indipenden- za personale del filosofo e quella ancora della nazione cui ap- partiene, reciprocamente la libertà del pensiero e della pa- rola del filosofo e la libertà civile e politica della nazione han mestieri che fossero contenute entro ai limili assoluti del do- vere. Io non dirò cose nuove, o Signori, asserendo che la libertà dell'uomo privato senza il salutare freno del dovere diviene licenza; la libertà politica non regolata dal diritto si tramuta in anarchia; la potestà sovrana diventa dispotismo; e la stessa religione ipocrisia e superstizione. Ne ho bisogno di dimostrare che senza il rispetto assoluto alla giustizia ed ai diritti degli uomini e senza l'amore razionale del buono, non vi ha buone leggi, e se vi sono, restano lettera morta, ora deluse dall'astuzia e dalla frode, ora infrante dalla tra- cotante prepotenza. Senza virtù morale resa connaturale abi- to dell'animo, il magistrato àttera il senso della legge scritta e manomette i diritti de' cittadini, il guerriero diserta dal campo di battaglia, il diplomatico vende la patria allo stra- niero, il suddito sconosce l'autorità delle leggi, il principe diventa tiranno; senza virtù morale la stessa scienza si tra- muta in sofisma, l'eloquenza e le lettere in arti di seduzione, la ricchezza e la potenza riescono mezzi che ingenerano la mollezza e lo infiaccamento degli animi e la depravazione dei costumi. Onde non è da stupire se, manomesso l'ordine mo- rale della vita, gli uomini si degradano e le società si sfa- sciano e periscono. A rilevare adunque la dignità dell'Italia e ricostituirla una, indipendente e rispettata in fra le altre nazioni, fa d'uopo di rilevare la dignità morale degl'Italiani, richiamandoli al culto severo della sapienza, ed alla eserci- Digitized by Google — 20 — (azione amorosa di ogni sorla di virtù private e cittadine, onde i nostri avi divennero i signori del mondo. A questo nobilissimo scopo dee mirare soprattutto ai no- stri giorni lo insegnamento della morale filosofia. Nel mentre che gli uomini politici intendono all'organamento di tutte le forze vive della nazione, nel duplice scopo di fondare gli ordini civili e gli ordini militari dello Stato, gli uni diretti alla esplicazione compiuta di tutte le giuridiche liberta, gli altri alla difesa della propria indipendenza ed autonomia; gli uomini della scienza debbono invece mirare a stringere e ri- costituire ad unità lo spirito della nazione, informando l'ani- mo degl'Italiani, e segnatamente de' giovani, alla luce sfol- gorante del vero e del santo amore del bene. Perciocché, giova ripeterlo, la sapienza e la vtrtùt. inge- nerano la libertà, l'indipendenza e la prosperità delle nazio- ni; e la sola sapienza e la sola virtù possono renderle im- mortali. Ed a questo nobilissimo scopo ho diretto sempre il mio scarso ingegno e i miei poveri studi; a questo santo fine ha mirato finora il mio privato insegnamento. Ed ora che la fiducia del Governo, dalla modesta ed oscura scuola dome- stica mi solleva allo splendore dell'universitario insegnamen- to, io porrò tutto l'animo e tutte le forze mie per corrispon- dere all'alto proposito cui intende questa cattedra della mo- rale filosofia. Oh me felice, se la mia umile parola potrà essere seme fecondo di sapienza morale e civile nell'animo generoso de' giovani, nella cui virtù e nel cui valore ripo- sano segnatamente gli augurali destini d'Italia! PINE Digitized by Google TULELLi l’ IX MGIùm UMANA Digitizecfby Gòogle NAZIONALE FONDO PROVINCIA > *"3 P Qé B. Prov. Miscellanea B lo napoli BIBLIOTECA PROVINCIALE ryiAAsO /} y~ A D Num.° d’ ordinj)/^y^ s < v A o j3 CU Digitized by Google Digitized by Google L' INFALLIBILITÀ DELLA RAGIONE UMANA CONSIDERATA NELLA TRIPLICE SFERA DELLA SCIENZA, DELLA POLITICA E DELLA RELIGIONE STUDII CRITICI LETTI all’ Accademia di Scienze Morali e Poliliche di Napoli nella Tornata del 19 Giugno 1870 DAL SOCIO RESIDENTE Cav. PAOLO EMILIO TDLELLI PROFESSORE D’ETICA NELL’CNIVEUSITÀ. 1870 Digitized by Google (Estratto dal Rendiconto dell’Accademia di Scienze Morali e Politiche) Digitized by Google A PAOLO EMILIO IMBRUNI SENATORE DEL REGNO D’ITALIA. v«<Mvw«vwv>n. Signor Commendatore, A Voi illustre in tutta Italia per altezza di concetti politici e per rara virtù cittadina io dedico questi miei poveri Studi sul problema della Infallibilità della ra- gione umana, considerata nella triplice sfera della scien- za, della politica e della religione. E fo questo non tanto per acquistar favore al mio scritto ponendolo sotto all’e- gida del vostro chiaro Nome, quanto per render pub- blica testimonianza del mio grato animo all'efficace bene- volenza, che m’ avete finora mostrato. Della quale ho la ferma coscienza, confortata eziandio dal giudizio de’ buo- ni, di non essere indegno. E confido che Voi, non ostante alcune maligne ed invidiose insinuazioni già sparse da taluni sul mio conto e che io altamente disprezzo, voglia- te, come per lo passato, conservarmela intera per l'av- venire. Di Napoli 19 Giugno 1870. V.° Obbl Dei '. 0 Servo Paolo Emilio Tulelli. Digitized by Google Digitized by Googli * Amiamo di credere non essere cosa strana ed aliena dall' isti- tuto dell’Accademia di Scienze Morali e Politiche richiamare per poco la nostra attenzione sopra di una quistione, che presen- temente agita la coscienza de' popoli più civili della Terra ed interessa sì vivamente le sorti della Cristianità intera. Nè vo- gliam supporre, che in questo Consesso vi sia alcuno, ch’estimi di poca importanza un problema, il quale avendo le sue radici nelle disquisizioni più alle della scienza e della ragione, spazia di poi in tutte le sfere della vita ts segnatamente in quelle della religione e della politica. E noi il problema dell’ infallibilità, ch'è appunto quello di cui si tratta, verremo a considerare sotto i tre suddetti punti di vista, cioè a dire, delta scienza, della po- litica e della religione. E per intenderci bene fa mestieri prima di tutto fissare netta- mente la nozione dell’ infallibilità e quindi vedere in qual sub- bietto essa sia possibile o impossibile a rinvenirsi. L’infallibilità non è da considerarsi altrove, che nell’ordine e nella sfera degli esseri personali e liberi. Perciocché nell’ordine e nella sfera degli esseri naturali regna, egli è vero, la legge della fatalità e della necessità, per la quale la forza esplica in- variabilmente i suoi effetti e date tutte le condizioni richieste dalla sua natura colpisce infallibilmente nel segno, nè può da questo in maniera alcuna deviare. Ma non è di questa infallibi- Digitized by Google 4 lità naturale che qui vuoisi discorrere; invece di quell' infallibi- lità, la cui nozione involge il concetto della personalità nel sog- getto, del quale ella si afferma e si predica. In altri termini, la quistione si restringe nella nozione della infallibilità razionale e morale, la quale non può essere appartenenza, che de’ soli enti personali e liberi. Premessi questi principi, noi domandiamo: che cosa debba intendersi per l'infallibilità razionale e morale d'un ente perso- nale? Egli è chiaro, che l’infdllibililà d'un essere personale sup- pone nell’ordine teoretico l’inenarranza, e nell'ordine pratico l' impeccabilità. L'infallibilità teoretica esclude la possibilità del- l'errore nell’intelletto, e l’infallibilità pratica rimuove da sè la possibilità della colpa e del peccato nella volontà. Anzi è da dire, che l’una di queste forme della infallibilità, quando è perfetta, include necessariamente l’altra, si che l’ente personale, che ha perfetta la ragione in tutta la sua potenza, non può non avere che perfetta eziandio la volontà in tutta la sua libertà. Perfetta ed assoluta ragione è nello stesso tempo perfetto ed assoluto vo- lere; e l’una e l’altro, come il vero ed il bene assoluti, s’identi- ficano e formano insieme una sola e medesima entità. Onde se- gue, che un’intelligenza perfetta include una volontà retta, nello stesso modo che la perfetta scienza importa una virtù compiuta. In questo senso profonda e vera è la sentenza di Socrate, esser la colpa sempre un errore ed il vizio derivare da torto giudizio. Sicché l’infallibilità, secondo la sua nozione, importa scienza e rettitudine assoluta e quindi inenarranza ed impeccabilità per- fetta; i quali attributi e le quali prerogative sono appartenenze schiette e sole dell'Infinito. Ora ci si dica; chi mai infra i figliuoli degli uomini ha osato affermarsi infallibile e quindi non soggetto a colpa e ad errore? A prima giunta pare, che non l'abbia osato nissuno; anzi da per tutto ed ogni dove s’è udito e si ode affermare la fallibilità ra- zionale e morale degli uomini tutti. E per restringerci alla sola infallibilità razionale (e di questa soltanto intendiamo discorrere) ne sia prova lo spirito scettico, che ora in senso assoluto, ora in senso relativo, ha invaso ed invade tuttora le menti umane, per Digitized by Góogle 5 * cui si diffida in tutto o in parte della ragione e della libertà. Ma se invece si guarda acutamente nelle latebre del cuore umano, e ne’ processi intimi dello spirito; se attentamente si consultano le pagine autografe di alcuni uomini di scienza e gli annali storici delle umane istituzioni, si vedrà che, accanto allo spirito scetti- co, ha reguato e regna tuttavia nel mondo lo spirito dogmatico, pel quale la ragione umana ora in senso assoluto ora in senso rela- tivo, si afferma possedere rinfinita potenza del vero e della libertà. Toccando di volo le ragioni dello spirito scettico, il nostro ar- gomento ci porta a discorrere più distesamente delle ragioni dello spirito dogmatico, ch’è quello che conduce o può condurre alla pretensione dell’ infallibilità razionale sì nella sfera della pura scienza, che in quella della politica e della religione. I. L'Infallibilità nella sfera della Scienza. Nell'ordine della scienza vi sono per così dire, due mansioni: Cuna preparatoria e di tentativi ora paurosi ora arditi ; l'altra definitiva e di affermazione assoluta per l' umana ragione, di- chiarata ora affatto impotente alla certa conoscenza del vero, ora perfettamente adequata all’ infinita potenza di esso. Lo spirito dapprima ignaro di sè e della natura delie cose, si lascia trasportare al maraviglioso spettacolo del mondo, ne ac- coglie ingenuo tutte le forme e le apparenze e vi aggiusta piena fede e credenza. È questo il primo periodo della vita dello spi- rito, nel quale, come dice il Poeta, l’anima semplicetta che sa nulla, mossa com’è da lieto fattore, alle forme appariscenti delle cose si ferma, di esse si contenta e si pasce, con esse si balocca e trastulla; e di poi raccogliendole e adornandole nella plastica fantasia , crea quel mondo poetico, che se non corrisponde al mondo della realità, è tale tuttavia da appagare questo primo momento del suo infinito bisogno di conoscere e ri si profonda e vi si bea. Ed in tale prima condizione del suo essere, lo spi- rito non dubita delle sue forze, nè si tiene in sospetto delle fe- nomenali apparenze delle cose, e sè stesso e la natura crede in- Digitized by Google 6 fallibile e sicura. Ingenua fede ed infallibilità innocente, infan- tile e poetica ! Ma questa serenità e questa sicurezza dello spirilo prestamente si turba, scossa dalla contraddizione che spesso s’incontra tra le prime apparenze delle cose ed i movimenti e le passioni dell'a- nimo. Egli non più fiduciosamente si abbandona alle apparenze sempre mutevoli della natura; raffrena i suoi istinti, sospende i suoi giudizi, tentenna uelfappreziazione delle qualità feno- menali; osserva, confronta, sperimenta, induce ; ed ora affer- mando ora negando, ma non dubitando ancora della possibilità del contrario, costituisce quella forma di scienza cui si appella empirismo. Però l'empirismo non trascende la faccia esteriore del mondo, non si domanda l'essenza e le prime ragioni dello cose ed i principi e i fini dell’universo; pago di sè e de’ feno- meni quali appariscono al senso, si adagia e si acqueta in que- sta prima mansione della scienza. Ma non tarda lo spirito a sve- gliarsi da questo dogmatismo empirico e da questa acquiescenza alle forme fenomenali del mondo; vuole di più sorpassare la sfera de’ fenomeni e ricercare i principi e le cagioni de’ mede- simi. Tuttavia in questa sua prima speculazione procede ani- moso senza prima esaminare le forze della ragione e prima di porsi innanzi e di risolvere il problema della rispondenza del pensiero e dell’essere, del subbielto e dell'obbietto dei cono- scere, dell'idea e delia realtà. Ed in questo suo primo processo speculativo non ricerca la ragione del metodo, nè il criterio si- curo del vero ; specula invece proseguendo spontaneamente ii processo empirico ed induttivo, assottigliando le forme corpu- lenti del senso in idoli ed immagini fantastiche, e forma quella specie di metafisica, che noi chiameremmo fantastica o poetica. Eziandio in questo primo stadio speculativo lo spirito si acqueta securo nella forma dogmatica della scienza, modellata però sullo stampo della realità sensibile ed esteriore. E così si videro sor- gere quelle teoriche fisiche del mondo, nel quale per esse la vita universale è spiegata col solo meccanismo o dinamismo della materia e delle forze nella materia stessa insite o congiunte, o ad essa identiche interamente. Concezione è questa del mondo, ove Digitized by Google 1 in nessun modo riluce l'idea d‘ una ragione o d una mente crea- trice od ordinatrice del tutto, ed ove il pensiero è prepostera fat- tura, o svolgimento tardivo e fuggevole dell’ incomposto c cieco unico principio materiale. Ma questa concezione fisica del mondo non può lungamente appagare Io spirito. La moltiplicitò de' fenomeni della natura, la mutabilità ed il flusso perenne delle sue forme, le vicissitudini continue della vita e della morte degli esseri individuali, la con- trarietà e la mutabilità delle opinioni e de’ costumi degli uo- mini resero avvertito lo spirito, che non nel mondo de' fenomeni, nè co' processi del senso, si può giugnere alla scoverla ed all’af- fermazione dell'assoluta verità ed al certo possesso della mede- sima, ch’è l'obbietto definitivo della scienza. Cosi scossa la fede e la credenza nella fenomenia del mondo e ne' processi del senso c della induzione; sospinto lo spirito dal bisogno del conoscere assoluto, senza prima proporsi però il problema critico della sua potenza e delle sue forze, si slancia animoso nell’infinito mare della razionale speculazione. Messo da banda io studio di ciò ch’è particolaree finito e quindi variabile e successivo, ei ricerca l’universale e l’infinito e quindi l'assoluto e l’eterno. In questo processo speculativo il senso e l’induzione empirica han- no corte le ali, appena capaci di affaticarsi nel greve e torbido aere delle apparenze esteriori e nella bassa regione de’ sogni e della sempre mutevole opinione: la ragione, e la sola ragione, può sollevarsi all'altezza serena della scienza, ch’è l'apprensione diretta dell'essere essenziale ed assoluto delle cose. La scienza quindi e la verità consiste nell’universale e nell’assoluto della ragione, e non nel particolare c nel relativo del senso: quindi non dalla sensazione, atto del senso, ma dall’idea, atto della ra- gione, la verità e la scienza possono derivarsi. Questo dogmatismo della ragione, come è manifesto, si op- pone direttamente a quel dogmatismo empirico, del quale più innanzi s’è discorso, e sono in piena lotta fra loro. Ciò che l’uno pone e l'altro nega recisamente; sì che non può tardare a sor- gere lo spirito scettico, che rifiuta ogni valore tanto al senso che alla ragione, egualmente che al processo empirico cd ai pro- Digitized by Google 8 cesso speculativo. La verità e la certezza assoluta sono così sban- dite dallo spirito, dichiarato fallibile ed impotente alla cono- scenza indubitata del vero. Ma lo spirito non può a lungo adagiarsi in questo stato di ne- gazione o di dubbio assoluto, che per lui di natura immortale sarebbe la negazione della sua vita, la sua morie. E trovati inef- ficaci ed impotenti i processi spontanei del dogmatismo empirico e del dogmatismo speculativo, si ripiega nella riflessione inte- riore di sò medesimo ; pone in esame critico la sua stessa po- tenza di conoscere, le leggi necessarie del suo svolgimento e il contenuto non meno necessario della sua ragione; e così deter- mina il vero problema della scienza, che consiste nella soluzione razionale del nodo, che stringe insieme l’ideale e il reale, lo spi- rito e la materia, il noumeno ed il fenomeno, la sustanza ed il modo, la causa e l’effetto; e per dirla brevemente, il finito e l'in- finito, il relativo e l'assoluto. Lo spirito critico fu quel Fabio Massimo della scienza, che « cunclando restituii rem ». Socrate e Renato Cartesio in epoche differenti, ma molto consimili per la scienza, cunclando, ossia procedendo con metodo dubitativo e critico, egualmente alieoi dal dogmatismo empirico e dal dogmatismo teoretico de’ loro prede- cessori , richiamarono la speculazione filosofica allo studio della coscienza e del pensiero, ove solo possono rinvenirsi le ragioni deil’essere e del conoscere. Amendue fecero dell’anima il princi- pio ed il punto di partenza di ogni filosofia, e della ragione non solo la potenza ed il criterio del vero, ma eziandio la materia od il contenuto della scienza universale. Per cotestoro le idee, in- site nello spirito ed indipendenti dall'esperienza esteriore, sono la rivelazione permanente dell’essere assoluto ed essenziale delle cose e sono il principio causante e sustanziale della conoscenza. Questo primo germe dell’idealismo assoluto fu svolto di poi am- piamente e fino alle ultime conseguenze da’ filosofi seguaci del- l’indirizzo segnato alla filosofia da Socrate e da Cartesio. Per- ciocché dalla dottrina fondamentale di Socrate, che il pensiero abbia creato il mondo, deriva la teorica platonica delle idee come determinazioni dello Spirito divino; il quale uno assolutamente Digitized by Google 9 nella sua essenza, per le idee, a modo di dire, si dilata e si molti- plica nelle creature, le cui forme rivelano l'impronta o l'imma- gine dell’eterno tipo od esemplare assoluto. E l’umana ragio- ne ha in sè improntate queste forme divine e le scorge eziandio impresse nelle cose esteriori, e da esse ascende immediatamente e necessariamente al loro eterno principio, che n'è la causa esem- plare ed efficiente, E presso a poco nella stessa guisa considerava Renato Cartesio l’origine e il valore delle idee, patrimonio in- nato della umana ragione, alla quale, per esse idee e nelle idee, si rivela 1’esistenza e la natura di Dio, non meno che l’esistenza propria e la realità del mondo. SI fatta dottrina porta seco inclusa una invitta Gdanza su le forze naturali della umana ragione a cogliere l’assoluta verità ed affermarvisi infallibilmente. E data questa potenza allo spirito di sollevarsi su le ali delle idee alla regione dell'assoluta verità; e dato che l’assoluta verità si comunica direttamente allo spi- rito al lume diretto delle idee , sia in modo generale e comune a tutte le umane intelligenze, sia in modo speciale e particolare a qualche spirito eletto; ne segue che l'umana ragione o per In- nata virtù o per virtù partecipatale dall’alto, entro a certi limiti e leggi, possa pretendere al privilegio dell’inenarranza e dell’in- fallibilità, se non assoluta, relativa almeno e condizionata. E que- sta possibilità relativa d'inenarranza per lo spirito umano, è la ragion secreta di quella ferma convinzione alla verità del proprio sistema, notata generalmente in tutti gli uomini d’ingegno forte e superiore; senza della quale, tanto nella teorica quanto nella pratica sfera della vita, non si può operare grandi cose, nè aver proseliti e far scuola. E cosi s'ingenera quel dogmatismo razio- nale e sistematico, che affermasi in possesso della verità assolu- ta, e quel misticismo eziandio dogmatico, che pretende alla co- municazione diretta ed immediata con Dio. Ha questo dogmatismo razionale e mistico doveva pur esso sottostare agli attacchi dello spirito critico. Esso poggiava sovra la distinzione sostanziale dello spirito e della materia, dell’i- deale e del reale, del soggetto e deU’obbietto, del finito e dell'in- finito, di Dio e del mondo. Poneva sopra la ragione umana la ra- q Digitized by Google 10 gione assoluta e personale, sopra la natura il sovranaturale; e tra queste due sfere dell’essere un rapporto di dipendenza effettiva o causale ed uiia somiglianza come tra l’esemplare e la copia, e non il rapporto d’identità tra’ due termini e l’evoluzione neces- saria dell’uno nell'altro. Ora rimaneva a ricercare Ta verità apodittica di questi principi ammessi dal dogmatismo razionale e mistico, e farne una critica rigorosa e severa; anzi facea mestieri di far la critica della stessa ragione affermatrice di cotesti pronunziati dogmatici ed assoluti, e determinare il vaioree la provenienza degli elementi della co- gnizione e (issare le leggi necessario, che informano e regolano l’evoluzione dialettica -del pensiero. Eramanuele Kant.il nuovo Socrate dell’età moderna, fu quegli che richiamò la speculazione alla posizione evoluzione di questo preliminare, ma fondamentale problema della scienza, nella cui sfera infinita egli pose a centro il sole della intelligenza, donde emanano i raggi dell' intelligibilità ideale e dove ritornano ri- flessi dalla realità del mondo. Per Kant 1 lo, lo spirito, vive chiuso nel suo pensiero, vive nella sola cognizione, ed il pensiero e la co- gnizione sono sua fattura. 11 duplice elemento della cognizione, l’elemento formale ed invariabile, ch’è forma necessaria della spontaneità dell’io; e l’elemento materiale e variabile, ch’è modo della passività dell’io stesso ; si fondono in sintesi necessaria nell’unità trascendente della coscienza, onde sorge l’obbietto della cognizione e della scienza. Dalla quale conclusione teore- tica del Kant Amedeo Fidile trasse il postulato necessario, che l'elemento empirico della cognizione ha pur esso un valore mo- dale e subbieltivo; si che l'attività spontanea dell’io pone non solo sè stesso, ma eziandio pone e crea il mondo. Affermazione ardita e superba, che ha l’apparenza d’un dogmatismo assoluto, ma che in fondo rivela, sotto forma di un’assoluto idealismo, la persuasione scettica dell’impotenza dell’umana ragione ad uscire dalla cerchia ferrea delle sue rappresentazioni e ad affermare e cogliere il noumeno o l’essere in sè dell’esislenza e della realtà. . Eppure questi due filòsofi, l'uno nella sfera della scienza teo- retica, l’altro nella sfera della scienza pratica, proclamavano Digitized by Google 11 l'autonomia assoluta della umana ragione! £ questa contradi- zióne sarebbe rimasta insoluta, se nel fondo della loro dottrina non fosse rinchiuso, quasi germe nascosto, il concetto della pos- sibile identità sostanziale de' due termini delia cognizione c quindi' la possibile identità sostanziale del reale c dell’ ideale, del finito e dello infinito, della Natura e dello Spirito. Di fatto questo germe nascosto nella dottrina de" filosofi di Kdnisberga e di Jena, fu svolto e messo nettamente in luce primamente dallo Schelling e di poi più metodicamente e rigorosamente da Giorgio Hegel. ' . . Per Schelling l’ideale e il reale sono le due sfere nelle quali si svolge parallelamente l'assoluta identità dell’essere; e per Hegel la Natura e Io Spirito sono i momenti successivi, per i quali si esplica e si concreta l'infinita potenzialità dell’Idea. Donde deriva l'immanenza dell'assoluto nella natura e nello spi- rito, i quali ne sono lo svolgimento e l’irradiazione necessaria e sostanziale. Donde deriva ancora l'identità della sostanza del- 17oc delle cose, l'identità dell’attività inconscia e spontanea della materia con l’attività libera e consciente dello spirito. Sicché in . fondo a tutte resistenze è immanente l'assoluto, o l'assoluta ra- gione e l’assoluto pensiero; il quale inconscio di sé nella sfera della Natura, conscio di sé in quella dello Spirito, si spiega in in- finite forme, ma sempre identico a sé medesimo, nell’ infinita varietà dell’universo. Egli è chiaro come da questo sistema dell'identità assoluta di- scenda a Gl di logica il dogma dell'unità della ragione c quindi della sua intrinseca e necessaria infallibilità. Perciocché, secon- do il sistema, la ragione de’ singoli uomini è un momento della ragione universale, pctfui nella sua stessa limitazione e relati- vità ha sempre dell'assoluto, sendo ella un momento vero benché transeunte di esso. Non v'ha dunque per la ragione umana errore assoluto; l’errore è mera relatività parziale, la quale pur va ad in- verarsi a misura che rientra nel sistema deile infinite relatività, in cui si esplica ed in cui consiste l’assoluta ragione. Noi esponiamo, come abbiamo dinanzi fatto degli altri, ma non intendiamo qui far la critica di questo sistema. È mai esso Digitized by Google 12 l' ultima parola della scienza? La risposta ha cominciato a darla il tempo che corre, ma la darà definitivamente e più compiuta l'avvenire. A noi basta per l’assunto impreso a trattare, d’avere esposto le leggi, onde lo spirito nella sfera della scienza, con alterna vicenda ora oscilla tra la certezza ed il dubbio del vero, cd ora securo di sè, afferma infallibile l'Infinita potenza della ragione umana. il. L'Infallibilità nella sfera della Politica. Ma la Scienza, cli'è vita intcriore c ideale, non è la sola vita dello spirito. Implicato egli nel gioco delle vive c moltiplici forze della natura e costretto a subirne l'azione fatale e le condizioni fisiche della sua esistenza ; ei se ne impossessa, le domina c le governa, imprimendo loro la forma e Io stampo della sua ragione e della sua libertà. L’arte, questa efficienza supcriore dello spi- rilo, cb’è ragione e libertà insieme, si assoggetta la natura e la trasforma e se ne serve come mezzo a’ suoi fini; e crea cosi quel mondo nuovo, che meritamente appellasi mondo umano, ovvero mondo civile delle nazioni. £ questo mondo umano o civile, ri- sultato armonico di tutte le forze vive dell'umanità di un popolo, trova sua forma concreta e reale nell’unità complessa dello Sta- to, nel quale la varietà infinita degli elementi fisici e morali, onde si compone la perfetta civiltà, si assembrano in uno e costitui- scono l'organismo perfetto della vita sociale. Ma nello Stato dove risiede la ragione determinatrice del vero e del bene sociale? Dove la potestà assegnatrice del diritto di ciascuno e di tutti, e la potenza effetlrice della vita ordinata e prospera del sociale organismo? In altri termini dove ed in chi risiede la Sovranità nello Stato? La Sovranità, che nella sua no- zione è la sintesi della suprema ragione e del supremo diritto all’imperio ed al governo della vita sociale de' popoli, è la vis intima, lo spirito che informa, agita e vivifica l'organismo dello Stato. Ora questa Sovranità è trascendente od è immanente nello Stato? L’è cosa che gli viene dal di fuori e gli s’impone dall’ al' Digitized by Googl 13 to ; o invece è (a coscienza, spontanea o riflessa che sia, delia propria personalità e lo sviluppo razionale e libero dell'intima sua essenza e natura ? Lo spirito nella soluzione pratica di questo problema delia formazione del mondo civile delle nazioni, ha seguito e siegue i medesimi processi da lui adoperati nella soluzione del pro- blema teoretico della pura scienza. Nè poteva altrimenti, sendo uno e identico il processo logico del pensiero e della realtà. Avremo dunque ancora nella sfera politica , come nella sfera della scienza, il dogmatismo empirico, e l'empirico scetticismo, e il dogmatismo razionale e mistico e lo spirito critico ; i quali a loro modo risolvono il problema della formazione e dello scopo del mondo umano c civile, secondo il grado maggiore o minore di confidenza, che concedono al valore delle forze della ragione e dell’umana libertà. Gli uomini , secondo l ' empirismo politico , sono altrettanti atomi erranti nell’ infinito vuoto delia vita. Produzioni cieche dell’azione cieca e necessaria della fisica natura, senza propria intrinseca virtù di ragione e di libertà e senza scopo ideale e ra- zionai legge della vita, eglino sono menati in giro e sospinti ad aggregarsi insieme ed a caso dalle forze esteriori o dagl’impulsi irrazionali del senso. Principio unico di formazione della so- ciale convivenza è la forza prevalente e quasi meccanica della circostante natura; motivo unico obbiettivo la satisfazione de’ bi- sogni della vita sensitiva ; si che , secondo questa concezione materialista ed empirica del mondo umano, la forza ed essa sola costituisce il diritto; l’utile e il solo utile è l’onesto; cd il bene tutto quanto è riposto nel piacere. Quindi il legame unico delle particolari volontà, ricche soltanto del contenuto egoistico del senso e cozzanti ed in guerra continua fra loro, è la volontà su- periore dello Stato; il quale, come un mostro terribile e strano ( Leviatani ) è una specie di Dio sopra la terra, che a sua fantasia determina ciò ch'è diritto e ciò eh' è torto, ciò cb'è bene e ciò eh’ è male, e in ricambio protegge la vita e la proprietà de’ suoi adoratori. Questa teoria politica e sociale, avente per base una concezione materialistica dell’ universo, èia schietta dottrina Digitized by Google 14 del dispotismo e della tirannia. La quale dottrina ha questo di proprio e di essenziale, che nell’arbitrio incondizionato del vo- lere ripone la ragione unica del diritto e della sovranità, sia che ella si manifesti e si attui in concreto nella forma monarchica, sia che nella forma aristocratica o democratica, a misura che la volontà dominatrice ed arbitra è la volontà d’ un solo uomo, o di parecchi o di tutti* Perciocché l’essenziale del dispotismo, qua- lunque ne sia la forma, sta bel concetto, che al di sopra della volontà, sia individuale che collettiva, non v’ ha nulla di superiore e di più augusto, cui ella sottostia e da cui debba ripetere la legge delle proprie determinazioni. « Stai prò ratione voluntasn. Il quale concetto dello arbitrio assoluto ed irrazionale quando si volesse pure applicato alla volontà stessa di Dio, farebbe di Dio un'assoluto despota e della sovranità di' Dio su l’Universo un'as- soluto dispotismo. Egli è chiaro, che in siffatta dottrina politica si presuppone negato agli uomini ogni potére di ragione e di libertà e negala eziandio ogni nozione di diritto e di giustizia, come altresi ogni idea superiore alla sfera della natura e del senso, e capace a ran- nodare gii uomini insieme in uno scopo veramente elico e ra- zionale della vita. Ma come nella sfera della scienza il dogmatismo empirico non appaga tutte l’èsigenze dello spirito teoretico; così nella sfera della politica esso non può satisfare a tutte l’esigenze delio spi- rito ètico e pratico. Lo spirito ponendosi di fronte alla necessità della natura si afferma dà essa essenzialmente' diverso e ad essa superiore; e benché implicato nelle forze cieche e naturali e co- stretto a subirne l’azione fatale, pure sa distrigarsene quando lo voglia ed affermarsi libero nell'esplicamenlo dèi suo pensiero e della sua volontà. Se ritrova nel mondo della natura un conte- nuto di forze, di leggi e di fini necessari e fatali;- egli nel proprio mondo, mondo dello spirito, riconosce un più nobile contenuto, quello dèlia ragione e della libertà e de’ fini razionali e morali della>ita. Sicché, secondo questo modo di vedere, la umana so- cietà e lo Stato non sono il prodotto delle forze cieche della na- tura o della volontà pur cieca ed arbitraria degli uomini; ma il Digitized by Google 15 prodotto della ragione, e della libertà dello spirilo dominatore della natura e creatore del mondo civile o dell'umanità. E questo mondo dell'umanità, prima che venisse attuato nella realità, ri- siede come ideale nella ragione eterna ed assoluta, dalla quale lo spirito finito atligne l'idea e l'eflìcienza per tradurla nel con- creto della esistenza. . Questo dogmatismo, spiritualista politico ripone quindi nella ragione e nella volontà assoluta la fonte originale della sovranità, e dalla ragione e volontà assoluta la fa discendere partecipata nella ragione e nella volontà dello spirito finito. Ma questa teo- rica di partecipazione c di attuazione della sovranità assoluta nello spirito finito va intesa diversamente a seconda del diverso modo onde ella si manifesta, e de’ diversi soggetti ne’ quali ella si personifica.. Quindi Je differenti forme organiche della sovranità politica; dalla Teocrazia pura alla dottrina dei Dio-Stato, dalla Monarchia assoluta fino alla pura e schietta Democrazia. Quando in fatti alla ragione umana si niega recisamente la natia virtù di sollevarsi da sè alla concezione ed affermazione del divino, questo è. mestieri che le venga comunicato graziosa- mente dall’alto e che essa passivamente lo riceva e ciecamente le si sottometta. E la persona umana, cui questa rivelazione del divino si compie per ciòsolo diventa autorevole e sacra fonte del vero. Questo illuminismo o misticismo teoretico, diventa nella sfera sociale misticismo politico o Teocrazia, nella quale il teo- crala, sia singolo uomo, sia collettivo e collegiale, si assume la potestà sovrana come venutagli direttamente ed immediatamente da Dio. La quale Teocrazia pura, a principio essenzialmente sa- cerdotale e ieratica, si trasforma in Teocrazia laicale; della quale è derivazione degenere o postuma la teoria del così detto Diritto Divino de’ principi. . .. .... Ma la ragione a lungo andare non si acqueta a vedersi spo- gliata della sua iunata. virtù di concepire, ed affermare l’.asso- luto della verità e del diritto. Crede, invece, che per sua intrin- seca natura possa innalzarvisi ed affermarlo, appropriarselo ed applicarlo come forma divina nell'ordinamento e nell’organismo dello Stato. E se questa prerogativa essenziale delia ragione po- Digitized by Google 16 tenzialmente insita in tutti gii uomini, la si riconosce dapprima attuata, per uu felice concorso di circostanze, od in un solo od in pochi uomini eletti, donde il diritto monarchico e l’aristocratico; finisce di poi a riconoscersi dove più dove meno svolta e cou- sciente di sè medesima nella ragione di tutti i cittadini d’una nazione; donde deriva la forma universale del Diritto democratico e la Sovranità Nazionale e popolare. E queste diverse forme di sovranità e di governo neU’organismo dello Stato discendono non solo dal concetto della competenza del- la ragione umana a sollevarsi da sè (inolila ragione ed alla vo- lontà assoluta, pur riconoscendosi essa ragione umana da lor di- pendente e non idenlicaessenzialmentc ad esse; ma bensì, e forse più logicamente, il dogmatismo speculativo ed assoluto le deduce dalla sua metafisica dottrina dell’assoluta unità ed identità sustan- ziale della ragione umana e divina. Nella quale ultima ipotesi, la ragione, unico principio e fonte della sovranità e del diritto, è sempre una e identica a sè stessa, non ostante i tre diversi mo- menti del suo fatale svolgimento nella sfera della logica, io quella della natura e nella sfera dello spirito, il quale definitiva- mente si compie ed assolutamente si afferma nell’organismo vi- vente e divino dello Stato. Nello Stato quindi, secondo questo sistema, la ragione assoluta si concreta e diviene il verbo infal- libile del vero politico, della Sovranità e del Diritto. Tutto è nello Stato e per lo Stato, nel quale la ragione unica ed universale, e lo Spirito unico del mondo si manifesta e progredisce e scrive cosi quella storia eterna e fatale della sua vita immanente, di cui gli esseri finiti e diversi sono i momenti successivi, e le loro eterne agitazioni e vicissitudini e trasformazioni costituiscono il modo e la legge costante di conservazione della sua unità infinita. Questo fatale andare della ragione unica ed universale, che da sè esce e si manifesta inconscia nella vita delia natura e si or- ganizza e prende conscienza di sè stessa nella Torma dello Stato, e il cui svolgimento costituisce la storia progrediente ed eterna dell’umanità e dello Spirito del mondo; questo dogmatismo asso- luto metafisico e politico insieme, che porta chiùsa nelle pieghe della sua toga senatoria e dittatoriale la convinzione invincibile Digitized by Google 17 alla propria Infallibilità, risponde esso mai all’esigenze dello spi- rito etico e giuridico, anch'egli assoluto e necessario, che vuole ammessa assolutamente la distinzione sostanziale tra il bene e il male morale e la responsabilità indeclinabile, morale e giu- ridica insieme, della libertà umana? Questo processo speculativo, infine, della nozione dello Stato e della Sovranità politica, che nel concetto del sistema, sono l’assoluto diventato realità con- creta oeH'organismo sociale dell’umanità, assecura esso mai l’e- splicamento libero dell’attività umana in tutte le sfere della vita e l’inviolabilità de’ diritti dell’umana persona? Ei pare, che alla coscienza politica delle nazioni ripugni d’acquetarsi ai pronun- ziati suddetti del dogmatismo speculativo, come quelli che rin- chiudono il germe, onde rampolla di poi la dottrina sistematica dell'assoluta fatalità e del dispotismo. Chiunque con acuto sguardo sa penetrare nel fondo della vita sociale e politica, non che della singolare e privata di tutti gli uomini, di leggieri si accorge, che di sotto al gioco delle pas- sioni e degl’interessi privati e pubblici, di sotto alle agita- zioni deU’attività umana in tutte le sfere della vita e segnata- mente di sotto al lavoro operoso e incessante di costruzione dello edilizio sociale, vige dominante ed animatore nello spirito que- sto o quell’altro principio metafisico, questa o quell’altra con- cezione dell’universo; ed ora signoreggia il dogmatismo empirico, ora il dogmatismo mistico e speculativo; qui lo spirito critico o scettico, là la fidanza cieca o razionale alle forze della ragione e della libertà umana. E le stesse forme storiche degli ordinamenti sociali e politici degli Stati e il vario concorso o l’esclusione totale o parziale dei cittadini nelle funzioni e nella partecipazione alla vita politica, e via dicendo, sono il risultamento dell’azione o aperta o latente del diverso principio, che governa, più o meno efficacemente, lo spirito teoretico e pratico degli uomini. Imperocché l’ordinamento dello Stato in monarchia assoluta, autocratica o teocratica che sia, implica il concetto che nel mo- narca solo, o per natura o per comunicazione, risegga la ragione della potestà e del diritto, e il corpo sociale sia quasi un caput 3 Digitized by Google 18 morluum, cui per grazia si voglia dall’alto iufondere la vita. E nello Stato, ove prevale la forma aristocratica, vige il concetto, che la ragione e il diritto sia il patrimonio esclusivo di una classe o casta di persone privilegiate, le quali o per censo o per nobiltà di origine sono chiamate al potere sociale. Invece nello Stato a for- ma di schietta democrazia la ragione ed il diritto sovrano si esti- ma essere patrimonio innato di tutti e singoli i cittadini non solo potenzialmente, ma in alto, qualunque sia il grado e le condi- zioni fisiche e morali di ciascuno; i quali colla prevalenza del numero direttamente ed immediatamente regnano e governano. Queste tre forme principali di reggimento politico più o meno esclusivamente son prevalse negli Stati antichi e dell'Evo medio; ma il pensiero moderno ha saputo formarsi dello Stato un con- cetto più razionale e complessivo e più rispondente all’esigenze della natura umana ed agli alti scopi della vita. Istrutto dall'e- sperienza de’ secoli trascorsi e diretto da un principio critico e non sincretico, ha còlto da quelle tre forme esclusive quanto c’era di meglio o di buono e riducendolo 8d unità di sintesi or- ganica e superiore, ha creato lo Sialo Rappresentativo, e segna- tamente il Principato Civile o la Monarchia Costituzionale, eh’ è la creazione più nobile dell’età moderna, imperocché dalla forma monarchica ha preso l'elemento dell'unità e della stabilità degli ordini politici; dall'aristocratica il concetto, che l’ingegno e la scienza, la moralità e la gentilezza sono il segno e l'indizio della ragione e del diritto; e dalla democrazia finalmente ha imparato, che questi pregi dello spirito, cui per libera ed intelligente ele- zione devesi conferire la potenza e l'imperio nel reggimento de- gli Stati, si trovano indifferentemente non in questa o quell’al- tra casta esclusiva, ma sì bene in tutte le condizioni e in tutti gli ordini sociali. Sicché nello Stato moderno la forma rappre- sentativa della Sovranità nazionale poggia sul principio, che non la ragione e la volontà di questo o di quello altro singolo uomo, di questa o di quell'altra casta di persone; ma la ragion comune e l'universale volontà della nazione possa profferire l'infallibile parola del diritto ed abbia la potenza dell’imperio e della domi- nazione politica. Digitized by Google 19 E questo concetto del governo rappresentativo dello Stato è un postulato della teorica più generale del progresso indefinito della natura e dell'umanità. Perciocché, come la ris intima, che agita e regge la Natura, incessantemente si affatica a trasformare c ad elevare gli elementi inorganici della materia alle forme su- periori della vita vegetativa ed animale; cosi la tis intima dello spirito, la ragione e la libertà, si affatica in tutti gli uomini a svolgersi e ad elevarsi alla chiara coscienza di sè medesima, per quindi con forze riunite e con efficacia poter concorrere, quasi ele- mento materiale e formale insieme, alla libera e razionale ef- feltuaziouc, per mezzo dello Stato e nello Stato, dell’ideale della vita della Umanità. Cotesta fede al progresso indefinito della ragione e della li- bertà umana, sarebbe mai una utopia illusoria dello spirilo? Ai tardi posteri la prova di fatto e l’ardua sentenza! IH. L’Infallibilità nella sfera della Religione. Se la nozione della fallibilità o dell' infallibilità dello spirito spazia nella sfera della scienza astratta ed in quella della politica, regna e domina da regina nella sfera delle religione. E qui vuoisi edebbesi intendere della religione positiva e storica, ossia della religione come istituzione sociale, o Chiesa che voglia dirsi; per- ciocché considerata la religione come sentimento interno dell’a- nimo e come concetto dello spirito, ella appartiene alla libera sfera della speculazione e della scienza. Ora ogni religione positiva e storica, nella sua origine prima, pressuppone a suo stabile fondamento un Verbum rivelato diret- tamente o indirettamente da Dio, parola infallibile d'infallibile rivelatore. Tutte le religioni storiche in fatti confermano la ve- rità di questo principio. Ne siano pruova il Bramanismo e il Buddismo, il Mosaismo e l'Islamismo, e l’Oracolo e l'Augurio del Paganesimo di Grecia e di Roma. E non solo dalla credenza aU'infaliibilità del F«r6o rivelato tutte le religioni positive pren- dono origine, ma durano e si perpetuano alla sola condizione di Digitized by Google 20 non recedere d'un punto dalla fede incrollabile alla medesima. Fate che Io spirito scettico o semplicemente critico in questo fondamento della religione s'insinui e penetri, e vedrete subito che l'edifizio della società religiosa si screpola e cade in rovina; o almeno si risolve in una dottrina individuale e razionalistica che non fa settatori, difettando in essa quella forza plastica ed unificatrice, ch’è il principio informante ed animatore della so- cietà religiosa. II Cristianesimo, nel cui seno noi siamo gloriosi d'esser nati e cresciuti e la cui dottrina e il cui spirito forma la sostanza ed il vanto della civiltà moderna, è quella religion positiva, che più d’ogni altra si fonda sopra l’assoluta infallibilità dei Verbo rivelato. Perciocché l’essenza del Cristianesimo riposa in que- sto; che nel Cristo, Dio non solo ha parlato, ma in Lui è dive- nuto uomo senza cessare d’essere Dio. Quindi la Parola sostan- ziale ed eterna, sovrarazionale e sovranaturale e perciò ineffa- bile e sopraintelligibile a mente creata, vestita l’umana forma e figura in Gesù, si è renduta parola umana e quindi intelligibile e naturale. Egli è questo il fondamento del Cristianesimo, la cui dottrina dogmatica e morale, che noi qui non dobbiamo per av- ventura esporre per disteso, è tutta rinchiusa nella formula sin- tetica e comprensiva del rapito di Palmo Evangelista : Hate est enim Vita aeterna, ut cognoscant te solum Deum verum et quem misisti Jcsum Christum. Il Cristo adunque e la sua Parola parlata a tult’i suoi disce- poli e da questi successivamente predicata, e da alcuni di questi -anco in parte scritta ed in gran parte tradita, ossia affidata alla tradizione universale e concorde della Chiesa, costituisce quel che noi volentieri chiameremo l’essenziale ed obbiettiva infallibilità del Cristianesimo. Però questa infallibilità obbiettiva, incontra- stata ed incontrastabile da chiunque si professa credente, osi pone a considerarla dal punto di vista cristiano, senza di che la sua fede e la sua critica mancherebbero di base e quindi rovinerebbe- ro; presuppone dall’altra parte quella, che noi chiameremo infal- libilità subiettiva, per la quale i credenti, cioè la Chiesa, hanno la certezza assoluta di possedere, intendere ed interpretare infal- Dìgitized by Google 21 libilmente la verità del Cristo e delia sua rivelazione. Ora questa infallibilità subbiettiva dello spirito, per cui s'è certo e sicuro di non errare nell’accogliere, nell'intendere e nell'interpretare il sen- so ora piano, ora riposto e sovente enigmatico e misterioso della parola rivelata, a chi mai apparterrà in proprio, come a suo intrin- seco e naturale attributo, o come privilegio concessogli dall’alto? Egli è manifesto, che qui s’è giunto al nodo dell'alta quistione della quale ci occupiamo e per la quale s’agita presentemente, più che in altri tempi, la Società Cristiana e s’impensierisce la politica degli Stati europei ne’ suoi rapporti con la Chiesa Cat- tolica e col Pontefice di Roma. Intendiamo dire della quistione, se l'infallibilità subbiettiva sia propria della personalità collet- tiva e morale della Chiesa universale, ovvero della personalità singola del Pontefice e della Romana Curia. Esclusa e messa da banda l’opinione scettica, che niega reci- samente ed a chicchessia questa subbiettiva infallibilità e che per ciò rende impossibile ogni religione positiva e storica ; ri- mangono tre sole ipotesi ammissibili, per le quali questa infal- libilità si concede: 1° al corpo intiero della Chiesa riunita in Concilio eucu- menico ; 2° alla ragione privata e singola di ciascun credente; 3° ad un solo uomo eletto ed innalzato alla suprema pote- stà della Chiesa. Avremo così tre sistemi ; il sistema della ragione o del senso comune della società religiosa; il sistema della ragione o del senso privato di ciascun credente; e da ultimo il sistema esclu- sivo della infallibilità personale del Pontefice primate e capo del Cattolicismo. li primo sistema è stato ed è tuttavia la dottrina comune ed universale della Chiesa Cattolica ; il secondo è il Protestantismo; il terzo ed ultimo è il sistema adottato dalla romana Curia ed il coronamento della Teocrazia pura, religiosa e politica di Roma papale. Discorriamo brevemente le ragioni ed il processo logico di questi sistemi; la qual cosa gitterà molta luce per intendere il valore e le conseguenze del grande proble- ma, che ora si stà dibattendo. Digitized by Google 22 Gesù raccogliendo intorno a sè un' eletta di discepoli , an- nunziò loro la Buona Novella e rivelò i principi fondamentali della nuova religione, la religione del Cristianesimo, deputata a divenire la religione unica ed universale del genere umano. Nè tutta espose a' suoi incolli e semplici discepoli la dottrina novella, ma per così dire i primi semi e i principali dogmi ; nè questi fissò in iscritto ad esempio di Moisè, ma insegnò oral- mente e commise alla memoria tradizionale de’ suoi fedeli. Sic- ché il fondamento originario del Cristianesimo è tutto di ragione istorica e tradizionale. E di questa dottrina tradizionale parte fu di poi fissata irrevocabilmente ne’ Libri del Nuovo Testa- mento, ch’è il Testo Sacro della Cristiana rivelazione, e parte fu raccolta e gelosamente serbata dalla tradizione orale di tutte le Chiese e quindi messa in rilievo e ridotta a dottrina sistematica da’ Padri e maggiormente da’ successivi Dottori della Chiesa, e da ultimo definita solennemente dal decreto de’ Con- cili eucumenici. Questa origine storica e questo istorico pro- cesso della dottrina e dell'idea cristiana dimostra incontestabil- mente, che il criterio infallibile e subbiettivo dell’ obbiettiva ve- rità della rivelazione cristiana sia riposto nel senso c nella ra- gione non privata ed individuale di chicchessia, ma nel senso e nella ragione comune di tutta la Chiesa. Perciocché la Fede Cristiana comprende essenzialmente due parti integrali, cioè la parte storica e di fatto e la parte dottrinale e dogmatica. Ora egli è manifesto, che la parte storica e di fatto si fonda unicamente sopra la testimonianza generale, concorde, unanime e perenne de’ moltissimi o di tutti i testimoni; senza la quale condizione il fatto storico, benché veramente accaduto, non si rende credibile c certo. Tanto più che i documenti scritti e monumentali, nei quali è affidato il sacro deposito delle primitive tradizionali cre- denze, diviene di più in più enigmatico e oscuro per l'antichità della parola e dei simboli, i quali le accennano appena piuttosto che le manifestino; sicché il lavoro critico ed esegetico, filologico ed archeologico, richiesto a distrigarne e fissarne il senso ripo- sto ed arcano, non può essere il frutto dell'ingegno e dello studio d'uno odi pochi, ma sì bene dell’ingegno, della scienza e degli Dìgitized by Google 23 studi sempre progredienti ed assidui di molte generazioni di sapienti. E la parte dogmatica e dottrinale esige parimente il concor- rente lavoro di moltissime intelligenze. Imperocché il tesoro della rivelazione, accolto dapprima dallo spirito con la spontanea ingenuità dalla fede, ch’è il primo momento della sua potenza conoscitiva, fa mestieri che venga di poi elaborato dalla libera riflessione ed inteso ed accolto dalla intelligenza; in guisa che spogliato da’ veli e dalle ombre delle figure e de’ simboli, si tra- duce e si trasforma in concetto razionale, e da semplice fede e credenza, diviene cosi schietta scienza ed idea — Fide» quaerent inlelleclum — A questo modo il Cristianesimo, dapprima religio- ne de' semplici e pusilli di spirito, diventa di poi religione dei dotti e de* sapienti; dapprima dottrina tradizionale e di pura fede e credenza, di poi scienza teologica, dottrina sistematica, e se vuoisi filosofia religiosa. Ora questo lento lavoro scientifico della cristiana verità è il portato degli studi, delle ricerche, delle fatiche dell'ingegno di moltissime generazioni d'uomini dotti; è il lavoro e l’opera di- rei di lutti i membri della società religiosa, di ogni celo e con- dizione, d’ogni razza, d’ogui tempo e d'ogni paese; è l'opera se- gnatamente de’ Padri della Chiesa, de’ Dottori e de' Teologi e de’ cristiani Filosofi. I quali con l’indipendenza delia libera ri- flessione, ossequenti sempre però a’ principi immutabili della Rivelazione, dalla parola scritta e tradizionale han cercato di rimuovere il velo de' simboli e delle figure, determinandone l’i- dea e il significato preciso; il quale dalla definizione e sanzione unanime de’ Comizi della Chiesa riceve la forma invariabile del dogma. Con questo processo la varietà quasi infinita delle opi- nioni, delle interpretazioni e delle speculazioni de’ singoli Pa- dri, Dottori, Teologi ed Esegeti di ogni maniera, spesso conlra- dicenli fra loro, viene accordata insieme dalla ragion comune della Chiesa e de’ Concili; sicché, reiette le opinioni particolari, che non s’accordano con lo spirito ed i principi fondamentali del Cristianesimo, l’unanime acconsentita sentenza diviene dottrina certa ed inconcussa, e come tale, rivestendo la forma immula- Digitized by Google 24 bile del dogma cattolico, è proposta alla ragionevole fede dei credenti. In questo modo e non altrimente procede la ragion formativa del dogma religioso, il quale partendo dalla parola rivelata scritta e tradizionale, viene di poi lentamente inteso, svolto e fissato immutabilmente dall'autorevole ed unanime decretazione de’ Concili eucumenici. La ragion comune della Chiesa dunque, e non quella di chiunque siasi uomo o ceto di persone, è depu- tata a profferire il verbum infallibile, che dev’essere la regola e la legge della fede e de’ costumi della società religiosa. E tale è stata ed è tuttavia la dottrina dominante universalmente nella Chiesa Cattolica. Ma a lato a questa dottrina ha fatto capolino or qua or là e sempre fin da’ primordi del Cristianesimo, la contraria opinione del senso e della ragione individuale nella determinazione dog- matica de’ principi della fede ; opinione, che ha dato origine a molteplici sette ed eresie, e che nel decimo sesto secolo riceve una forma sistematica e si costituisce e si afferma solennemente e politicamente nella Chiesa Riformata e Protestante. Noi non dovremo certamente della Riforma e del Protestan- tismo e delle loro filiazioni infinite occuparci punto a far cono- scere la dottrina ed il processo storico; ma dobbiamo soltanto in questo nostro studio sopra Tinfallibilità toccarne il principio, che si riferisce direttamente al tema da noi assunto a trattare. Ora il principio intrinseco e sostanziale, che anima lo spirito della Riforma e del Protestantismo, è la sostituzione del senso e della ragione individuale e privata al senso ed alla ragione co- mune e ierarchica della Chiesa; è V individualismo, che si surroga all’autorità generale e complessiva della società religiosa. Il principio specioso, che regge e sostiene le pretese del Pro- testantismo e della Riforma è l’ illimitata libertà della ragione, la piena libertà della coscienza umana e la necessità del libero assentimento dello spirito alla verità teoretica e pratica della vita religiosa. Principi assolutamente veri ed incontestabili e che noi non saremo certo fra quelli che intendono negarli; ma son prin- cipi, che vogliono essere applicati bene e a proposito a scanso di Digitized by Google 25 equivoci e di errori. La libertà della ragione e della coscienza, la sua autonomia e indipendenza da ogni autorità o forza este- riore, non s’ha di certo a negarla nella sfera interiore dello spi- rito e nel dominio della speculazione e del pensiero. Eppure que- sta libertà dello spirito nella sfera della scienza trova il suo li- mite nell’evidenza della verità obbiettiva, e lo trova di certo nella sfera pratica della vita reale più potente ed incrollabile nel Dovere , e circondato da’ fulmini della sanzione penale nel Di- ruto sì privato che pubblico. E maggiormente la libertà teore- tica e pratica dello spirito trova il suo limite e la sua legge nel- l’organismo necessario della società religiosa, il quale esige asso- lutamente, che il simbolo assentito delia fede comune riposi fer- mo ed immutabile nell'autorità della ragione comune ed unanime della società religiosa e della potestà gerarchica in essa e da essa costituita, e non rimanga esposto alle subite e sempre rinascenti e spesso capricciose variazioni dello spirito critico e battagliero de’ singoli credenti. Liberi questi nell'entrare e nell’escire dalla società religiosa; fino a che vi perdurano però, è mestieri che sot- tomettano la volontà e l’intelletto loro particolare alla Legge ed al dogma fermato e sancito dalla ragione e dalla volontà generale. Questa verità, che teoreticamente ci sembra evidente ed in- contrastabile, trova il suo riscontro storico nello stesso organi- smo della Chiesa Riformata e Protestante, le quali esiggono dai loro adepti quella medesima osservanza e sottomissione, ch’elleno condannano ne' seguaci della Chiesa Cattolica. E così nel fatto contraddicono al loro teoretico principio. Scrollate di fatti que- sto'principio organico’e vitale d’ogni associazione qualunque, e voi vedrete la società religiosa qualsiasi cadere in rovina. E tale è stata la sorte della Chiesa Protestante e Riformata; essa pe- rennemente si trasforma e si altera, passa di continuo di varia- zione in variazione fino alla negazione dello stesso principio po- sitivo sul quale si fonda; per modo che finisce in una religione direi quasi insociale, in una religione astratta, che più non lega e non vincola nulla, impotente a stringere gli uomini in unità organica di vita etica religiosa e civile. E veramente lo spirito della Riforma e del Protestantismo dà la mano al Razionalismo 4 \ Digitized by Google 26 teologico, che considera come miti e simboli poetici e razionali i fatti e le verità fondamentali del Cristianesimo e negando la Divinità del Cristo, ripudia il dogma evangelico, che Dio si sia fatto uomo, anzi propugna Yindiamenlo assoluto dell'uomo, la cosi detta religione del progresso e dell’avvenire, l 'Umanismo teo- logico e razionale. Questo secondo sistema adunque della ragione individuale elevata a criterio subbiettivo ed unico della Fede, è di sua na- tura un principio dissolvente l'organismo vitale di ogni religiosa associazione o Chiesa. Siamo ora di fronte al terzo ed ultimo sistema, quello che pretende all'infallibilità unica e personale d’un solo e singolo uomo, il Papa; il qual sistema, per dirlo chiaramente, è nella sostanza la riduzione del principio individualista del Protestan- tismo, fatta a beneficio del solo Romano Pontefice. Ha meravigliato il mondo l’udire di presente cosi ricisamenle e solennemente affermata tale sentenza e più il vederla prossima ad essere proclamata verità e dogma di fede. Tuttavia ella è il portato naturale della Teocrazia pura e dello spirito del Papato, quando questo s’ è avvisato di costituirsi a sistema di assoluto principato religioso e politico. E come si udì a dire, circa due secoli e mezzo fa « Lo Stalo sono lo » così non è strana cosa, che al presente il Teocrata religioso e politico di Roma esclami alla sua volta « La Chiesa sono lo » ed attribuisca quindi a sè solo gli essenziali e propri caratteri della Chiesa Universale. A procedere con ordine nella disamina di questa novella qui- slione, s’ha da porre da banda la dottrina, che accorda al Ponte- fice sommo quella specie d' infallibilità direi così derivata. o di ri- sultamento, che gli viene dall’essere egli il punto centrale a cui convergono i raggi della sfera augusta della Chiesa Universale, la cui autorevole ragione parla per l’ organo vocale di Lui, e che come capo visibile e primate nella gerarchia, pone diciam così l’accento ed il punto su l’t de’ responsi dogmatici della Chiesa e de' Concili Eucumenici. Perciocché tale dottrina è inclusa im- plicitamente nella teoria anzi esposta dell' infallibilità comples- siva della Chiesa Cattolica. La quislionc adunque si riduce all’o- Digitized by Google 27 pinione.chc attribuisce al Pontefice la prerogativa personale dcl- l'infallibìlUà dogmatica « non audìla et contendente Ecclesia ». Egli è manifesto, che l’organismo della società religiosa richie- de, come ogni altra forma d'associazione, un punto centrale di giurisdizione e di governo, che dia l'unità nell’indirizzo delle forze sociali allo scopo e fine comune. Facea mestieri adunque, che nella gran Società Cristiana destinata a spandersi in tutta la Terra ed abbracciare tutta l'Umana famiglia, vi fosse una Chiesa centrale, alla quale convenissero tutte le Chiese particolari; fa- cea mestieri che vi fosse un’Autorità centrale e suprema a cui si coordinassero tutte le autorità gerarchiche speciali e secon- darie. A questa sola condizione era possibile la formazione del- l'organismo vivente ed unico della Chiesa ed il mantenimento perenne dell’unità della vita dogmatica e morale del Cristiane- simo. Questa Chiesa centrale per consentimento unanime dei Cattolici è la Chiesa di Roma; e questa Autorità centrale è per- sonificata nel Vescovo di Roma, il quale perciò diviene il Pon- tefice Sommo ed il’ Primate della Chiesa Cattolica. Questa idea del primato della Chiesa Romana e del suo pon- tefice si fonda nel concetto stesso della istituzione primitiva del Cristianesimo e trova le sue ragioni tanto nelle parole di Ge- sù, quanto nelle condizioni storiche delia Città eterna. Son pa- role testuali del Vangelo « Tu es Petrus et super hanc pelram edificato Ecclesiam meam ». Ed altrove « Pasce oves meas . . . Et tu aliquando conversus, confirma fratres tuos... Pietro adunque fu elevato dal Cristo a capo degli Apostoli, e la sua Chiesa parti- colare e la sua Sede e i suoi successori quindi implicitamente fu- rono elevati a capo delle Chiese, delle Sedi e de’ successori delle medesime. Il primato quindi della Chiesa di Roma e del suo pontefice sopra le altre Chiese c loro Vescovi, consente l'opi- nione cattolica esser di diritto divino. E le condizioni storiche e politiche della Città eterna contribuirono potentemente a que- sto risultamento. Roma, sede del governo de’ Cesari padroni del mondo , conferisce eziandio al capo della Chiesa ivi stabilita una autorità incontrastabile sopra i Vescovi delle altre Chiese, rafforzata dalle sue relazioni più dirette ed immediate con Digitized by Goo 28 l’Autorità politica dello impero. E quando l'Aquila latina vol- se inconsultamente il suo fatale volo alle rive del Bosforo, Ro- ma disertata della sede dell’impero, s’ affidò più volentieri al- l'autorità morale del suo Pontefice ; il quale a lungo andare c dalle condizioni storiche de’ tempi sospinto e dall’inconscio con- senso de’ popoli e maggiormente dalla sua intrinseca natura, co- mune ad ogni potere costituito, dovea pure aspirare al conqui- sto della Sovranità politica del principato teocratico. Ma questo primato di giurisdizione e di governo esteriore nella Chiesa Cattolica, consentito alla Chiesa di Roma ed al suo pontefice per la necessità della unità della fede e della società cristiana, importa egli mai che al Pontefice romano competa il privilegio della personale infallibilità in argomento di dogma e di fede indipendentemente dalla Chiesa Cattolica? È la pretensione questa della nuova opinione, la quale benché fosse stata soste- nuta privatamente da parecchi, ora vuoisi affermare e definirsi solennemente come dogma di fede. Ma egli pare manifesto, che i fautori della nuova dottrina con- fondano il primato di giurisdizione e di governo esteriore nella Chiesa col privilegio e con l’attributo dell’infallibilità personale. Gesù concedendo a Pietro il primato di giurisdizione e di go- verno, non gli conferì la virtù dell’infallibilità personale nè dog- matica nè morale. Non la morale, perchè vediamo che nella prova di fatto Pietro lo negò per ben tre volte; non la dogmatica, per- chè la sua tendenza giudaizzanle fu contraddetta e vinta da Paolo nel primo Concilio di Gerusalemme. Ciò che non fu dato a Pietro primo pontefice del Cristianesimo, non poteva essere conceduto a nissunode’suoi successori al romano pontificato, a meno che per grazia singolare non fosse stato ad alcuno d’essi conceduto dal- l'alto. Ma chi può offerire le prove storiche di tale alta e singo- lare concessione? Invece la storia registra inesorabilmente i casi della personale defettibili tà dottrinale e morale di parecchi pon- tefici. Cosa naturale e comune a tutti i figliuoli degli uomini. Ma la Chiesa e il mondo cristiano non hanno mestieri della in- fallibilità personale del Vescovo di Roma; l’una e l’altro possie- dono l’infallibilità obbiettiva della parola rivelata scrìtta e tradi- Digitized by Google 29 zionale e l'infallibilità subiettiva della ragione universale e col- lettiva della Chiesa cattolica e de' suoi Comizi eucumenici. In- vece è da temerai, che l'introduzione di questo nuovo principio turbi la pace e l’armonia della Cristianità, confonda le cose di- vine ed umane, persuada o confermi chi se ne crede investito nel dispotismo teocratico ed assoluto e lo induca di leggieri alla credenza dell ’ indiamenlo di sè medesimo. Una delle conseguenze del nuovo dogma sarebbe l'esautorizza- zione della Chiesa universale e l’implicita idea, che i Concili eu- cumenici sieno inutili o per lo meno superflui, anzi per alcun riguardo pericolosi. Ammessa in fatti l'infallibilità personale del Papa, quale sarebbe più il bisogno di consultare la ragio- ne, le credenze e le tradizioni della Chiesa intera e de' Con- cili? Quale il bisogno di tener sempre vivi e progredienti gli studi teologici e biblici, filologici ed archeologici ed esegetici? La scienza stessa Patristica e de’ Dottori, e i decreti medesi- mi de’ Concili eucumenici passati, diverrebbero un tesoro se- polto ed infecondo da trascurare ed un peso gravoso ed inutile da rigettarsi, quando si avesse vivo e sempre presente e sempre parlante in mezzo alla Chiesa ed al mondo l’Oracolo infallibile e divino del Pontefice romano. Il quale, divenuto alla sua volta infallibile, avrebbe per la convocazione de’ Concili eucumenici quella stessa ripugnanza, che i Sovrani assoluti provano per quel- la de’ Parlamenti e delle Assemblee nazionali. E bene a ragione; in quanto che il Papa e la sua Curia vedrebbero di leggieri la contraddizione facile a sorgere tra la propria e l’ infallibilità del Concilio eucumenico; la qual contradizione sarebbe fonte di scan- dali e scismi nella Chiesa, massime quando per avventura si ri- petessero nell’avvenire le storie lacrimevoli degli Antipapi, che nei mezzi tempi contristarono tanto il mondo cristiano. Dall’introduzione del nuovo dogma nella Chiesa altre conse- guenze non meno funeste deriverebbero per gl'interessi della Scienza e della Politica. È la sfera della scienza una ed infinita, non ostante ch’ella si suddivida in molteplici sfere secondarie. Ma elleno sono concentriche e l'una a l'altra subordinate, e nessi indissolubili e necessari legano insieme le verità, che vi son con- Digitized by Googte 30 tenute. Ora chi potrà con precisione matematica tirare la linea di separazione tra la verità dell’ordine puramente religioso rive- lato e positivo, e le verità dell'ordine schiettamente filosofico e morale? E le verità religiose e teologiche non si connettono con le verità fisiche e razionali e tutte con le verità morali e politi- che? Il Pontefice quindi con la sua Curia dalla persuasione di es- sere infallibile in un ordine di verità sarebbe indotto a reputarsi eziandio infallibile nell’ordine universale della scienza e quindi ripetere infinite volte il caso della condanna della mobilità della Terra asserita e dimostrata da Galileo Galilei. Ma soprattutto nella sfera politica spiegherebbe la sua funesta azione la novella teoria. Non sappiamo, ma incliniamo a credere, che il Papato, se non avesse aspirato e non avesse in fine conseguito la Sovranità temporale, non avrebbe mai preteso di elevare a sistema il più strano individualismo, la propria infallibilità personale e sub- biettiva ed imporla come Signoria teocratica ed assoluta all’at- tonito mondo. Di certo gli sarebbero mancale le condizioni este- riori di potenza e di credito, per tentare di conseguire scopo sì grande. Pure a conseguire la Sovranità politica conferì molto la riverenza de’ popoli al senno sovente specchiatissimo de’ romani pontefici e la deferenza all’autorità delle Somme Chiavi. Ma ot- tenuto e posseduto per secoli il sommo potere politico in Roma; ora che la fortuna de’ tempi e più il risorgente diritto d’Italia glielo contrasta e vuole spogliamelo; il Papato cerca di affermare ed elevare a dogma di fede quel che prima era opinione solitaria e speculativa di pochi ed in esso e nella sua Curia una tacita ed interessata ragione di aspirazione al potere sovrano; sicché il nuovo dogma, nell’intenzione di Roma papale, dovrà servire quin- d’ innanzi come mezzo potente a conservarlo e difenderlo; e se per avventura sarà per perderlo, conquistarlo novellamente e se. fia possibile estenderlo di tempo e di spazio nell’avvenire. A noi pare, se non andiamo errati, che alla proclamazione del novello dogma la Romana Curia sia stata sospinta meno dalla idea dcgl’intercssi spirituali della Chiesa, che di quelli delia sua Sovranità temporale. A’ primi era più che sufficiente l’incontra- Digitized by Google 31 stata infallibilità obbiettiva della verità rivelata e la subbiettiva infallibilità della Chiesa universale: a’ secondi, cioè a dire agli interessi della sua Sovranità temporale ora mai contrastata ecrol- lante, facea mestieri al Papato d’un nuovo sussidio ed appoggio, ed ha creduto trovarlo nel farsi dichiarare dotato della preroga- tiva della infallibilità personale. Imperocché, sa la verità e la ra- gione bari sole il diritto al reggimento del mondo, segue che l'uomo che sarà persuaso di possederle in guisa secura ed infal- libile, penserà ch’egli solo abbia il diritto alla dominazione uni- versale. Ma penserà egualmente ed allo stesso modula coscienza degl’ Italiani e de’ Popoli più civili e liberi pel mondo? Invece è da aspettarsi , che ciò che la Romana Curia ha supposto essere un mezzo potente di conservazione, sarà forse il principio della fine del Poter Temporale de’ Papi. Quale sarà per essere dunque neH’avvenire l’ingerenza del Pa- pato negli ordini politici degli Stati, se nella coscienza de’ popoli s!insinuasse la convinzione della personale infallibilità del Pon- tefice? Se nel passato e segnatamente nel medio evo pretendeva il Papa disporre a suo senno della sovranità de’ Principi e de’ di- ritti delle Nazioni; quali saranno le sue pretensioni ora mai che aspira ad esser creduto infallibile, se per tale lo avessero a cre- dere gl’ingenui Fedeli, fatto quasi simile a Dio? Ed egual turbamento seguirebbe nella sfera interna della Chiesa l’introduzione del dogma novello. Oltre a rendere più difficile e lontano lo sperato ritorno delle Chiese Scismatiche e Riformate all’Unità Cattolica, esso può indurre divisione e scis- sure nel seno islesso del Cattolicismo. Anzi renderebbe possi- bile un fatto nuovo nella Chiesa di Cristo, che per quanto può parer strano. a prima vista, pure discende a (il di logica dal me- desimo principio, onde si vuol ricavare l’infallibilità papale. E sarebbe, che ciascun Vescovo e Metropolita e Patriarca della Cri- stianità, nel giro della propria Diocesi, Metropolitania o Patriar- cato, potrebbe pretendere al medesimo: privilegio della personale infallibilità; sendocchè d’insliluzione divina ed intrinseca all’E- piscopato e non delegata da Roma è la loro autorità e potestà Digitized by Googfe 32 di reggere e governare la Chiesa loro affidata. Ed allora si ve- drebbe nel seno del Cristianesimo una generazione infinita d'm- fctllibili, che sarebbe al certo uno strano e non mai veduto mera- viglioso spettacolo ! 11 Papato chiude nel suo seno un'altissima e divina Idea, ch’è quella che forma la sua grandezza e la sua maestà; l’idea divina, di ricondurre cioè nell’ Unità del Cristo la dispersa e discorde Umana Famiglia. Coltivi adunque questa idea divina, si affatichi assiduamente a tradurla in atto, chè questa è solamente l’alta sua missione; ma perchè l’opera sua sortisca il suo effetto e non ponga ostacolo all’avvenimento del Regno di Dio su la Terra, smetta ciò che il mondo a torto od a ragione gli attribuisce a libidine di potenza e di ricchezza e gli menoma la riverenza e l’affetto delle Nazioni. E qui poniamo fine al nostro discorso sullo importante tema impreso a trattare; il quale currente rota ci s’è ingrandito fra mani, tanto ch’ei pare di estendersi per una sfera infinita d’idee, a svolger le quali compitamente si richiederebbe l’opera di pa- recchi volumi. Tuttavia a scanso di ogni equivoco sul delicato argomento e per salvare da ogni sinistra interpretazione le nostre oneste in- tenzioni, vogliamo tenere avvertito chiunque ci ascolta o si com- piacerà leggere le nostre parole, che noi non crediamo infalli- bili, benché sinceramente e profondamente convinti della loro verità , le nostre opinioni e le nostre affermazioni : noi che ci siam mostrati alquanto duri e difficili ad ammettere concessa alla ragion privata e individuale quell’infallibilità dogmatica, che fu dal Cristo, e nelle sole materie spettanti alla Fede, promessa solennemente alla ragione collettiva della Chiesa Universale. Perciocché all’universale ragione umana per le verità razionali, ed alla ragioue collettiva di tutta la Chiesa Cristiana per le ve- rità rivelate fu solo concesso di divenire uno specchio alquanto terso e adequato a riflettere i raggi della verità infinita e lo splen- dore dell’essenziale infallibilità di Dio. K78547 Digitized by Google Digitized by Google TULELLI PROLL’SIOXE ìD r>- CORSO DI lEZiO.M DI ESTETIM Digitized by Google irmat FONDO PBOTIHCIi NAZIONALE < u B. Prov. < H UJ H Miscellanea -1 0 0 0 J (D 80 m : m 531 NAPOLI BIBLIOTECA PRC”’NCIÀLE A mcLd Num.” d' ordine 2 .^ ^ ^ V o Q> /A ■ y « •a ^ ^ ^ *• Digilized by Coogle Digitized by Google PROLUSIONE AD PIV CORSO DI miÓlVI DI ESTETICA DEL PROFESSORE . ■ PAOLO EMILIO TULELLI (rectUta nel avp stuJìo n dì i dicembre f85a.) IN NAPOLI DALLA STAMPERIA DEL VAGLIO IJilJj) Digitized by Google ( Estratto dalla RIVISTA SEBEZIA, Anno I, n° 2. ) Digitized by Google l'gli « |x:r me mia singolare ed inviiliablle ronsolaiiono , nmatissimi Giovani , il vedervi novellamente intorno a me in questa modestissi- ma sala al cullo della Sapienza e della Virtù consacrata; vedervi, di('o, ni.ivellamente raccolti a me d’ intorno, acciocché come per lo passato si è da noi con amoroso studio ricercata la cognizione del Vero nella jK’ienza prima, e la natura e la pratica del Bene nella moral filosofia ; cosi col medesimo amore e con la diligenza medesima ci facessimo a l'icercare nella Estetica l’essenza e la forma del Bello , proseguen- dola in tulle le sue manifestazioni nelle opere della natura e dell’ Ar- te. liaperoccliè noi in qualche modo tentiamo di seguire le orme del di- vino fiatone, il quale nell’ Accademia avea innalzato un altare alle Gra- zie, con ciò significando, che la sua filosofia non era nemica allatto d<;l (•ulto del bello, che anzi il bello era per Lui la forma necessaria e il divino splendore del Vero. E noi, irresistibilmente persuasi e convinti di questa verità, vogliamo, dopo d’ aver conosciuto il Vero ed il Bene in loro medesimi, ricercare qual sia ed in che slia riposto il Bello, iiuu- sta comune fonnh.e questo loro divino splendore, onde eglino si mani- festano sensibilmente al cupido sguardo degli uomini. E noi faremo lauto volentieri questo studio, per quanto ei ci pare non solo esser ne- cessario compimento della universal filosofia; ma bensì esser mezzo se non unico, almeno principalissimo della perfetta educazione di quei gìo \aiii, i quali vogliano sollevarsi all’altezza ed alla vera dignità dell'u- Diaiia natura. I. Imperocché la scienza filosofica dovendo contenere la cognizione perlétla e compiuta dell’essere delle cose; essa non istà riposta sola- iiK'iilo nella cognizione dell’essenza e de’ principi! int'mii che lo cosli- liii^cono, e dell’ attività interiore per cui svolgendosi si compie; ma consiste ancora nel saper cogliere le leggi del suo svolgimento este- riore, e le torme e l'abito di che s’ adorna nelle sue esterne inanifesla- ziuiii. Dappoiché allo spirilo umano nella materia involuto e congiunto non appare la verità pura ed assoluta, se non a traverso del velo dello Digitized by Google A PROLCSIOXE AD UN CORSO forme sensibili, le quali, temperandone l’immensa e vivida luce, la ren- dono accomodala al debile sguardo de' mortali. E veramenle che cosa è il momlo se non l’ espressione reale del pensiero di Dio? E die cosa è il mondo civile delle nazioni, se non respressione artistica del pensie- ro degli uomini? Onde a comprendere il magistero di qm^sli due mon- di, ed a coglierne non solo il vero od il buono, ma eziandio quel dilet- to e quella quasi voluttà divina che alla contemplazione della loro bel- lezza deriva; fa mestieri, ornatissimi Giovani, che s’ investighi filoso- lìcamente in che sia riposta questa forma e questa splendida veste del vero e del bene, c con quali condizioni c ragioni eglino appiiriscano nella duplice sfora della natura e dell’arte. Che se la scienza ed il pen- siero dell’ uomo non debba essere un principio morto ed inerte, nè debba solamente nell’ intimo penetrale dell’animo risedere; ma un prii>- cipio efficiente di vita, che dee fuori di sò prodursi e ricevere sussi- stenza e reidità nel mondo esteriore; agevolmente allora si compreink; la necessità dello studio delle forme ch’ei dee rivestire, quando egli dalla regione della pura idealità vuole tragitlarsi nel mondo de’ feno- meni. E certamente questo studio delle forme e dell’ abito della idea non è uno studio di semplice convenzione, ovvero superfluo c per cosi dire di lusso, per guisa che si possa senza discapito della scienza tra- lasciare; ma egli è tanto necessario, per quanto necessario è nella pi e- scnte condizione dell’ umana vita relenmnlo sensibile non solo a ma- nifestarsi, ma am^oiu a potersi concepire l'idea, IVr questa ragiont; gli antichi sapientemente chiamavano il pensiero la parola intcriore dcl- 1’ animo, j>er significare che l’idea non può allo spirilo stesso intcriia- inente rivelarei, se non incarnandosi in un segno dell' intimo senso, ti- ra egli non fa mestieri d’ un accordo e d’una perfetta armonia tra que- sti due elementi, tra l’ idea ed il segno suo ? .Non deesi dumpie porre !,onimo studio nell’eleziunu delle forme convenevoli alla manirestazioim dciridea,a«'ciocchè ella potesse apparire in tutto il suo divino splendo- re? E in ciò consiste appunto quel che noi chiamiamo magistero del- l’arte creatrice del bello. Il quale potremmo definire per la rapprc- genlazione d'um idea salto forma sensibile convenienie, E questo è r obbietto della scienza estetica. La quale, come ognun vede da ciò che di sopra s’è discorso, è parte integrante della filosofia , ed al pari di questa universalissima. Imperò che, se la filosofia è scieuz;i u- niversale (ter ragiou dell’ idea suo contenuto, il quale diventa obbietto speciale delle singole scienze; )Kirimcnte l’ estetica è scienza univeisii- Ic, per la nigione die la rappresentazione convenevole deH’idea, che è l’ obbietto suo, non può in alcun modo dalla couccziouc e dalla mani- festazioDC dell’ idea niedcsiina separai si. Digitized by Google DI LEZIONI DI ESTETICA 5 rhiH’iiUra bamla è da considerare, o Giovani (^regi, die, se nella filo- 1 sofia, come parte sua principalissinia,enlra la cognizione profonda dell’ii- inana natura, sieguc che nello studio di ipiesta scienza non poss;i tras- curarsi la investigazione deTeiioineni estetici , i quali rorinaiio certa- mente il lato più splendido e piii l'aro deiruniana vita. In fatti come po- Iriì dirsi d’avere , acquistalo la scienza dell'animo, se non sap|)ianio ren- derci conto delle sue giojc e de’ suoi dolori, delle sue tendenze e delle sue avversioni; se ignoriamo la fonte segreta oiKl emergono l’ispirazio- ne e il sacro entusiasmo , ond’ egli è agitato e compreso in presenza delle grandi opere della natura e dell’arte ? E lutto ciò senza dubbio à patrimonio della scienza estetica, piirle integrale e primàpalissima del- la scienza dell'anima. La quale dee pariim'iitcdare l'agiune subbieltiva delle facoll:i destinate alla produzione del bello iielfarte, e di quelle che sono acconce alla ixMc<“zione del bello nella natura. Dalle quali co- se brevemente discoi'se, si rileva, o Giovani ornatissimi , come l’Este- tica sia parte priinapalissima della universal Ulosofui, anzi suo necessa- rio compimento ; donde pure siegue la sua grande importanza e la sua altissima digniU'i ed eccellenza. II. Ma ipiello che soprattutto imporla a noi di sapere si è , ch<‘ la scienz;i estelira sia il princi|Kil<; mezzo pm- la |•crfelta (‘ducazione de’ giovani, che vogliono sollevarsi alla vera dignità deiruomo. Infatti, o amatissimi che mi ascoltate, avete mai rillelluto in che consiste la di- gnità dell’uiiiana natura? Certamente voi, che avete già meililato sopr.i gli eterni principii della razionai filosofia, avete appreso che la dignità dcH'iioino è ri|K)sla tutta quanta nell’anima, in quanto cIh* |icr (?ssa i-gli sia caiwce di raggiugner la veriUi perchè intelligenti;, di praticali* il tie- ne i>erchè dotato di libero arbitrio,di coiioepire e rappivsenlarc il bello perchè dotato d’ingegno; per la quale ultima sua dote, sintesi della in- telligenza e dell’ altivil:i lib«;ra deliamente, egli diviene artista, ossia creatore di forme, ch’è una similitudine della creazione suslanziale di Dio. Quindi fuomo pi'i-fclto è quegli il quale, svolto clic abbia queste tre primarie altitudini o potenze dell’anima, (>er esse consegue la ve- rità, pratica la virtù, produce il liello; vero, bene, bello, entità divine, ficr cui I’ uomo diviene immagine del suo fattore , e pi;r le (piali (‘gli può aspirare a congiungersi con fetiirno Esemplare del Vero, del Ih;- nc e del Bello assoluto, suo ultimo termine e sua infinita beatitudine. Se adunque in ciò consiste la dignità deH’uomo ; e se I’ educazione, non può avere altro fine che quello di far conseguire a’giovani colesti digiiit:i; (piali sono i mezzi principali che a ipiel firn; iiil'allibilm(‘iile gli condurranno ? Non dovendo ora discorrere de’ mezzi soprannaturali della lleligione , di ogni altra sorta di mezzi iiiu ellicaci perchè divini; Digìtized by Google G PIOLUSIUAE AU U.N COK.SO iii;i (lovoiKti) limiliirci nel giro de’ mezzi naturali ; diriaiiio, senza esi- tazione airunn , esser lo studio protendo della lìlosolia (indio dm ci a ldilà e d fa raggi ugmin^ quello scopo supremo dell’uomo. ImpoiXJC- chè |mr la niosofia si nianiR^stano alla mente la natura eia csscn/adel vero, del bene e del bello-, e dalla loro considerazione sorge nell’ ani- mo rainore e la volonià di conseguirli, nel cui possesso trova 1’ uomo la sua perfezione e la sua beatitudine. Tuttavia, benché nel vero e nel bene consista la sostanza delle cose, e quindi nel loro possesso la vera dignità dell’ uomo-, nondimeno, perchè il vero ed il bene per appren- dersi ed attuarsi hanno mestieri che fossero convenevolmente ra(>prt^ sondati per forme sensibili ; siegiic die l’ estetica, scienza appunto di <|uesfa eonvem-vole rappresentazione del vero c del bene, nel che con- sisle il b(*llo, sia il mezzo prineipulissiino per insinuare alla mente de- gli uomini la luce della verità , e muovere 1’ animo alla pratica della virtù, ,\ ciò si aggiunga la naturai tendenza degli uomini verso tulle le cose che lianno la forma della bellezza , la quale movendoli ed ni- traendoli iiTesistibilnicntc per via di quell’ ineffabile diletto die d.d'a sua contemplazione deriva , li solleva alla sfima delle cose elei im. c di esse gl’ innamora e rende lieali. Con profonda sa|>ienza dunque di' oa il divino Sociale, che, se la verità e la virtù nude e senza velo ai pu- lissero allo sguardo de'niorlali, sulla terra più non sarebbe nò l'enoie nè il vizio, tanta è la loro divina bellezza, e tanto amore e diletto de- sterebbero nel cuore degli uomini. Ora, se il bello non è che il v-roi tl il bene con forme sensibili convenevolmente rappresentati ; e se f a- more del bello conduce all' amore della verità e della virtù , in die consiste la dignità umana -, egli sicgue che l’ eslelica sia il mezzo prin- cipalissimo per raggiungere questo fino supremo dell’ uomo, jvm- via della bellezza educandolo al cullo del Vero c ded Bene. E in qui ' > è riposto l’uffizio della scienza eslelica, o,come altri dicono,dell’Arte, il cniobbicllo è il bello, cb’è la rappresentazione sensibile deiridea(\c- ro e lieiic insienio), col fine immediato di dilettare, c col fine iiidiicHo d’ innalzare lo spirilo alla sfera delle cose intelligibili ed eterne. E qui vogliaino avvertire die noi jicr Arie non intendiamo quella o questa arte particolare , uè quell’ abilità di maneggiar facilmente la parte di- < lam cosi tecnica c materiale delle medesime, figlia dell’ abito e della i; illazione-, ma inlendiam jiarlare dell’Aiie in generale, o deiriiigegno, I II e qiieiraltivilà libera e crealrice dell’aninia, la (luale, o sotto la for- ni.! della spontaneità c della sacra ispirazione , o sotto la forma della lillessionc, in.i sempre viva, della ragione, è principio crealore e fecon- do di tulle le produzioni ed opere umane , per le (piali ad una forma sensibile c lèneuienale incaniandosi I’ elemento intelligibile , estcrior- Digitized by Google m I,K7.tONl DI ESTElIt;* liicnlc si manifesta l’ interna vita dello spirito. Donde siegne che l’Al t»’ abbraccia tutti gli alti c tutte le ])rorlitzioni della libera clTicieiiza del- lo spirilo imiann, sla cb'egli operi inlernnniènte o faccia de’ suoi pen- sieri intimo spettacolo a sè medesimo, sia che o|ieri esteniameide, ma- nifestando agli altri, sotlo forme sensibili, fugaci, o permanenti, la s»ia klea e la sita vita siistanr.iale. Egregiamente r|uindi gli antichi Greci simboleggiarono l'Arte in generale , e le .‘irli belle in partii'olare , col mito delle nove Sliisc, alme e divine tiglinole di Giove, dalle (piali scen- dendo e derivando sopra gli uomini amali da Giove la divina ispirazio- ne , (picsli si rendiHio cri'atori di opere stupende e maravigliose, rive- latrici le arcane cose degl’ immortali. E noi stessi usiamo chiamare figliuoli prediletti delle muse gli artisti cccel'enti , i poeti egregi , e qnalumpie sajipia p(T opere d’ ingegno sollevarsi sopra la volgale sfe- ra degli uomini. Per lo che, umanissimi 'Giovani, concepiita in siffatta guisa, si rende manifesto non potere lo studio dell’Arte rimanere estra- neo ad uomo qualunquc,e soprattullo aJ-gtovani che aspininoalb per- fetta educazione di sè nirslcsimi. Perocché ( gni uomo , secondo la re- laliva sua capacità , dee consc'guire il vero e praticare il bene , deve l’uno e Taltro amare, e cercare di comunicarlo ai suoi sìmili , infiam- mandoli dell’ amore della verità e della virili. Ad otlenei-e questo line santissinio ei deve rivestire i concetti e le intenzioni della sua mente e i caldi adetli del suo cuore di forme sensibili e convenevoli, (ler mo- do , che queste corrispomlano alla natura di quelli, e ne rivelino lo splendore e la divina bellezza. E non (• questo rullicio deirarte, di (piiv sta musa celeste che rivela agli iiouiini le cose degl’ imiuortali ? Ei pare abbastanza provato , o Giovani egregi , che lo studio dell’ Estetica, o didl’Artc, "Ma isirle principalissima dell’universale liio- solià , e che sia il mezzo più ellìcace della perfetta educazione de’ gio- vani. In falli agli occhi miei , e non temo di asserirlo , agli occhi di lutti gli uomini assennati , non pare dover dirsi perfetta P istituzione d’un giovane, se allo studio del vero e del bene non accoppia lo stu- dio del bello. Poiché per esser culto c gentile non basta esser dotto e sapiente , non basta essere rigido osservatore della virtù 5 ma fa me- stieri ancora che negli atti , nelle parole e nelle azioni , per le quali l’ anima si rivela sensatamente, vi sia quel decoro e quella bellezza di l'orma e di espressione, che rendono splendida e luminosa la veriU'i del pensiero , ed amabile e cara la pratica della virtù. E poi che ogni uo- mo d’ingegno vuole e deve produrre qualche opera che sia d' utililà o didiletlo a'suoi simili , qualunque possa essere f elemento materiale ond' egli si serve ad esprimere l’ idea e P affetto che P anima e lo iii- fiaiiimu \ deve egli al certo nicdilare sopra le ragioni eterne dell' arte , Digitized by Google 8 PROI.tsIO.NK AD DN CDBgO Di LEZIONI 01 ESTETICA oh’ è quella clic stabilisce i principii secondo i quali il vero assume 1.1 forma del bello, ed acquista tanto imperio sopra il cuore e rimmagina- /.ione degli uomini. Nè si dica che i grandi artisti nascono e non si fan- no; |)oi che questo detto comune è jicr metà vero c per mel.à falso. Vero, in (pianto che, senz’ ingegno naturale, senza quella scintilla del fuoco celeste e divino clic illumina la mente ed accende il cuore dell'uo- mo, non si può per solo studio divenire creatore d’ open; stupende c maravigliosc. Ma per metà è falsissimo*, in quanto che l'ingegno, sen- za studio , senza la contemplazione delle grandi opere della natura c dell'arte, senza fatica c iung*a esercitazione,Don sa produire opere per- fette di qualunque generazione esse siano. A provare la quale verità , lasciando da parte moltissime ragioni che avremmo in pronto, basta ac- cennare 1’ esempio de’ grandissimi uomini divenuti (ter le loro opere d' arte immortali. Nc'qua|i non sappbmo se più è da ammirare la spon- t;ineità istantanea della mente nel concepire, o il lungo e penoso lavoro neiresecuzione; se la forza quasi divina dell'ingegno a creare, o lo stu- dio e l’osservazione sopra i modelli della natura e dcirarle. Dalle quali considerazioni sospinti, ci siamo d(deiTUÌnali, umanissi- mi tiiov.1ni, ad aprire un corso di liczioni di Estetica, nelle (piali svol- geremo la teorica del Bello, terza e principalissima parte della univcr- sal filosolia. E procc*dercmo primamente dalla teorica del liello in ge- nerale, considerandolo, secondo il nostro metodo , tanto dal lato del subbietlo, quanto dal lato dcH'obbietto, nella guisa medesima con che abbiamo svolto la teorica del Vero e del Bene. In seguito faremo l’ap- plicazione didia teorica del Bello all’ arte propriamente detta , e con is|)ccial modo alla Letteratura, come quella che all'indole ed al genio dc’nostri studi! è piii accomodata e proficua. . . . Solamente in que- sUi impresa siamo sconfortati dalla grandezza e dall' importaiiza del- l'argomeiito , supcriore di molto alla debolezza del nostro ingegno e delle nostre forze. Pure ci aflkliamo da una parte nell’ ajuto che ci porgeranno i grandi scrittori di estetica che a guida noi prenderemo *, e dall’altra in quella benevolenza singolare di che finora mi siete sta- ti larghissimi e generosi. Paolo Emilio TulEllI.'' I Digitizad by Google Digitized by Googl Digitized by Google Jm A\llì / Digitized by Google Digitized by Google SOPRA GLI SCRITTI INEDITI DEL BARONE PASQUALE GALLUPP1 MEMORIA SECONDA LETTA NELL ACCADEMIA LI SCIENZE MORALI L POLITICHE DI NAPOLI DAL SOCIO ORDINARIO PROFES. PAOLO EMILIO TILELLI NELLA TORNATA DEL tO DICEMBRE lb«A NAPOLI •TAMTEWA LEI. LA R UNIVERSITÀ 18G6 Digitized by'Google H* (Estrailo dal Voi. 111. (Irgli Alti della R. Accademia di Selenio Morali r Politiche di .Napoli p Digitized by Google ocxX'>>xxxxxkxx>:x>>5000‘ > mooooooooooooc •xxxx»<>C'0000000«> I. Nell’ antecedente mio lavoro intorno al Galluppi , intesi dar conto a qucst’Accademia di alcuni suoi scritti inediti o rari spellanti ad argomento politico, nella quale occasione mi venne fatto di far cono- scere certe particolarità della vita dì lui lino a quel tempo rimaste ignote, le quali servono a dar più compiuta la fisonomia morale e politica dell'illustre filosofo. Ora è mio proponimento con questa mia seconda memoria dar notizia de’ rimanenti manoscritti inediti del Gal- luppi e che si conservano gelosamente da’ suoi figliuoli. Credo opportuno, prima di ogni altra considerazione, riporlare l’elenco e la numerazione di questi lavori del Galluppi, riferendone il subbietlo e la estensione. Segnerò prima i manoscritti che versano sopra argomenti non OlosoQci, poi quelli clic spellano alla filosofìa, cominciando da quelli riguardanti la filosofia moderna e da ultimo i manoscritti, che contengono gli studi del Galluppi sopra la filosofia degli antichi. t .* Elementi di Cronologia — Qualcrno di pagine 86. i.‘ Elementi di Astronomia — Libro 1* di pagine 272. 3. “ Astronomia, del Moto Lunare — Manoscritto senza numerazione di pa- gine, coi mancano vari fogli intermedi. 4. ° Geometria Analitica — Grosso manoscritto di pagine non numerate. 4 5.“ drammatica dreca — Lavoro incompiuto. f>.° drammatica Latina — Lavoro incompiuto. 7. ’ Sopra gli Scritti del Nuoro Testamento — Quaterno di pagine 10. 8. ’ Dell' incominciamento delle prime monarchie dal Diluvio ad Al/rumo spazio di 427 anni — Lavoro incompiuto. 9. ° Sul punto di partenza della Filosofìa — Manoscritto di pag. 03 in folio. 10. “ Exposilion de i fiat de la philosophie prfcédemment à l' appari tion de la phUosophie critique — Manoscritto di pagine 174 in folio. 11. ’ Schelling — Scritto in idioma francese — Manoscritto di pagine 138 in folio. 18.’ Osservazioni sopra l’Opera di Damiron « Essai si* l'uistoirk he la riiao- sopiiie ex F rasce ac siECLB eh » — Manoscritto in folio di pagine 88. 13. " Alcune riflessioni sopra Bayle — Manoscritto in folio di pagine 31. 14. ° Sopra lo scetticismo di Bayle — Manoscritto in folio di pagine 7. 13.’ Sopra la dirisiane delle Scienze — Manoscritto di pagine 104 in folio. 10.’ La Filosofia delle Matematiche — Grosso manoscritto di 39 quoterei in folio non numerati per pagine. 17. ’ Exposilion de l'Estheliquc trascendentale et de la Logiquc trascendentale — Di pagine 188 in folio. 18. ’ Frammenti relativi al Sistema di Fichte — Di pagioc 194 in folio. 19. ° Sopra la Definizione della Filosofia — Di pagine 103 iu folio. 20. " Examen critique de la philosophie de Robinet sur la nature dit Dica — In francese, di pagine 100 in folio. 21. ° Schelling — Manoscritto di pagine 64 in folio. 22. ’ Dottrina di Reid sul senso comune — Di pagine 85 in folio. 23. ° Esame erilico della filosofìa tedesca ■ — Memoria di pagine 120 in folio. 24. ’ Del pensiero umano, cioè del senso comune, del pensiero scientifico e del pensiero filosofico — Di pagine 76 in folio. 25. ’ Esame dell'opera Sistema delia natura — Parte seconda — Tre qualerni in folio di pagine non numerale. 26. ° Su l'oggetto della Critica della Ragion Pura di Kant — Di pagine 63 in folio. 27. ° Sopra l'adorabile Mistero della Trinità — Riflessioni filosofiche — Qua- tcrno di pagine 13 in folio — Sembra mancarne. Digitized by Google 5 28. ” Consideralions sur l'hisloir de la Théologie pliilosophiquc — Memoria in idioma francese — Quaterno in folio di pagine non numerale. 29. ” Pensieri sul Panteismo — Quaterno in folio di pagine 20. 30. " Mrmoir sur le systeme di M.r Robinet rélalivument à /' origine de I uni- vers — In francese; di pagine 60 in folio. 31. ” Dottrina di Hegel sopra la Divinità — Di pagine 21 in folio. 32. ” Principi fondamentali della Dottrina della Scienza — Appendice — Di pagine 11 in folio — Sembra mancante. 33. " Nozioni preliminari ju la Logica — Di pagine 36 in folio. 34. " Della Classificazione de' diversi sistemi su l’origine del mondo, conside- rala nella sua relazione con la Divinità — In folio di pagine 24. 35. ” Alcuni pensieri sul Mistero della SS." Trinità e sul preteso platonismo di S. Agostino — Di pagine 16 in folio; mancante. 36. " Riassunto delle principali dottrine della filosofia morale e della teologia na- turale — Manoscritto di pag. 26S in fol. seguito da un indice di pag. IO. 37. " Memoria su la filosofia di Antonio Genovesi — Di pagine 18 in folio. 38. " Sopra la semplice apprensione — Di pagine 50 in folio. 39. " Frammenti da servire alla Storia della Filosofia — Di pag. 208 in folio. 40. " Sul Paganesimo — Di pagine 64 in folio. 41. " Memoria sul Platonismo di S. Agostino — Quaterno di pagine non nu- merate, con aggiunzioni. 42. " Memoria sul Politeismo — Di pagine 324 in folio. 43. " Altra memoria sul Politeismo — Di pagine 108 in folio. 44. " Sopra la teologia del Paganesimo — Di pagine 54 in folio. 45. " Su l’opera di Cicerone. Acadeiiicaifk vcabsiiosc». Osservazioni e. fram- menti notabili — Di pagine 54 in folio. 40." Analisi critica della Prima Tuscolana di Cicerone — Di pagine 120 in folio c con addizione di pagine 3. 47. " Analisi dell'opera di Cicerone db satira drorcm — Di pag. 204 in folio. 48. " Su la storia della filosofia Scettica — Di pagine 169 in folio. 49. " Osservazioni e frammenti estratti dal Libro di Senofonte delle cose memo- rabili di Socrate — Di pagine 277 in folio. 50. ” Delle ipotesi Pirroniane del filosofo Sesto, Libri tre — Di pagine 260. Finisce col capo XI del 3" libro in folio. Digitized by Google 6 — 51. “ Dottrina degli Scettici tulle proposizioni condizionali e ipotetiche e sopra l'argomento — Di pagine 74 in folio. 52. * Pensieri su la Dottrina Orfica — Di pagine 4 in folio; mancante. 53. * Su la storia della filosofia Jonica — Di pagine 410 in folio. 54. * Della Scuola Italica — Di pagine 33 in folio. 55. “ Osservazioni sopra la Dottrina de filosofi pagani relativamente alla Divi- nità — Di pagine 23 in folio; mancante. 50.“ Osservazioni sul dialogo di Platone, il Fanoni , e su la dottrina Platoni- ca — Di pagine 357 in folio, oltre nn indice delle materie di pag. 18. 57. * Analisi del Dialogo di Platone il Mksose e della virtù — £ di pagine 21 in folio; mancante del seguito per dispersione. 58. “ Dottrina di Platone iu la Divinità ricavala da’ Dialoghi sopra le leggi — Di pagine 43 in folio. 59. “ Fari estraili dal Dialogo il Timeo — Di pagine 27 in folio. 60. ° Osservazioni sul Dialogo di Platone L'iitimosk — Di pag. 92 in folio. 61. “ Analisi del Dialogo di Platone n T unto — Di pagine 96 in folio. 62. “ Sul Dialogo di Platone il Cosmo — Di pagine 5; mancante del segnilo per dispersione. 63. “ Ossenazioni su la Logica di Aristotile — Di pagine 90 in folio. 64. “ Sul Libro XII de metafisici, capo 6* — Manoscritto di pagine 68, seguito da un breve scritto sul Libro ottavo de' Fisici di Aristotile, di pagine 13 in folio. 65. “ I Libri metafisici di Aristotile. Libro primo — Grosso quaterno in folio di pagine non numerate. 66. “ I Libri metafisici di Aristotile — Altro manoscritto di pagine 1 3 in fo- lio; mancante del seguito per dispersione. 67. " Libro primo de' Fisici di Aristotile — Di pagine 3; mauoantc del restante per dispersione. 68. “ Frammenti sopra Xenofanes e la Scuola Eleatica — Di pag.133 in folio. 69. “ Idea che Cicerone dona della Divinità nel trattato delle Leggi — Di pa- gine 16 in folio; mancante. Digitized by Google Dalla semplice enumerazione de’ diversi c mollipliei lavori rimasti inediti dal Galluppi, si può agevolmente scorgere la loro importanza. La varietà degli argomenti da lui trattali dimostra, che oltre agli studi lìlosolici, la sua mente avea abbracciato ancora gli studi lin- guistici e storici ed in particolar modo la matematica e l'astronomia. Alcuni di questi manoscritti darebbero materia a grossi volumi di stampa, massime quelli che riguardano la lìlosofla. E tra questi me- ritano soprattutto l’ attenzione de’ dotti quelli che versano sopra le opere de' filosofi antichi e sopra l’antica UIosofia,la quale è sembrato finora, per le opere pubblicate dal Galluppi per le stampe, non essere stala obbielto cui avesse dapprima applicato la meditazione della sua mente. Ma questi suoi studi inediti, segnatamente sopra Sesto Empiri- co, sopra Platone e sopra Aristotile, dimostrano il contrario. Evidente- mente questi studi del Galluppi sopra gli antichi filosofi servivano di apparecchio allo grande Oliera della Storia della filosofia, che egli avea in animo di comporre e che gli ultimi casi della sna vita e la morte, onde fu sorpreso anzi tempo, gl’ impedirono di mandare a fine. Non mi è dato discorrere più ampiamente di questi lavori inediti del Galluppi, nè di esporre la dottrina che vè contenuta, per la sem- plice ragione che non mi è stato permesso di studiarli attentamente nè di riassumerli. Però son lieto di offerire come saggio di queste opere postume dell'illustre filosofo, l'Analisi del Dialogo di Platone il Teeteto, che la gentilezza degli eredi del sommo scrittore mi ha autorizzato di pubblicare in seguilo di questa memoria. È un voto ardentissimo del redattore di queste notizie c di quanti si faranno a leggerle, che tanto tesoro di scienza rinchiuso ne’ ma- noscritti di cui è parola, non rimanga sepolto nella oscurità, o che vada perduto per sempre. Una gran parte di queste opere, se non tutte, rivedute ed ordinate da uomo da ciò, potrebbe venir pubblicata 8 per le stampe a lustro maggiore del nome del Galluppi e ad incre- mento ulteriore della scienza. Si potrebbe almeno di esse fare una scelta giudiziosa. Gli egregi figliuoli dell’illustre filosofo curino di provvedere al decoro del loro nome e della patria loro, nella guisa migliore che sarà loro concessa dal tempo e dalla fortuna. In ogni caso non dovrebbero mai permettere, che per loro incuria o per ac- cidente qualunque, questi manoscritti preziosi andassero misera- mente dispersi. Ed in line non sarebbe atto veramente nobile e pa- triottico per la famiglia Galluppi, e di grande decoro ed utilità per il loro paese, se questi preziosi manoscritti venissero offerti in sacro c intangibile deposito nella Nazionale Biblioteca o nella Biblioteca della Università di Napoli ?(l) ANALISI DEL DIALOGO DI PLATONE IL TEETETO § 1. Il soggetto del Teeteto è la scienza ed il suo fondamento. E- si tratta di determinarvi non già quali sono gli oggetti della scien- za, ne quali sono le differenti scienze ; ma ciò che è la scienza con- siderata in se stessa, ciò chela qualifica e la costituisce. Ecco i pezzi del dialogo, che ciò provano : Socrate dice a Teeteto : « Apprendere non è forse divenire di più dotto su di ciò che si ap- » prende? Ed i dotti non divengono forse, come io penso, tali per » mezzo del sapere? Ma la scienza è forse altra cosa che il sapere? » Non si fanno forse le cose, di cui si ha la scienza? 11 sapere e la » scienza son dunque la stessa cosa. Ma su di dò mi rimangono dei (1) Non tari discaro al Lettore l’apprendere, come l'Accademia di Scienze Mo- rali e Politiche, dietro la proposta de’ Soc! E. Fessine e P. E. Tulelli, ha deli- berato ad unanimità di onorare il nome del Galluppi, con lare scolpire a sue spese un Busto in marmo dell’ illustre filosofo, da collocarsi nell'Atrio dell' Univer- sità di Napoli. E già l'egregio Scrittore Cali sta eseguendo il lavoro, nella cui base un'iscrizione dettata dal Socio P. E. Imbriani, ricorderà agli avvenire questo nobile proponimento dell'Accademia. Digitized by Google » dubbi, od io non sono sufficiente a conoscere profondamente ciò che » è la scienza. Tu dì dunque sinceramente, o Teclclo, c senza timore » ciò clic tu pensi, chè sia la scienza? Teeleto. Io penso clic tutto ciò » che si può apprendere da Teodoro su la geometria e su le altre arti, » di cui tu bai parlato, sono altrettante scienze; come ancora le arti, » sia del calzolaio, sia di tutti gli altri artisti ciascuno nel suo genere. » Socrale. Per una cosa, clic io li domando, mio amico, tu me ne » dai liberamente molle, c per un oggetto semplice degli oggetti s mollo differenti... Quando tu purli dell’arte del calzolaio, vuoi tu » forse designare con ciò altra cosa, se non clic la scienza di far le » scarpe ? E l’arte del falegname è forse altra cosa che la scienza di » fabbricare delle opere in legno? Nell'uno c nell’altro caso tu spc- » dòcili quale è l'oggetto, di cui ciascuna di queste arti è la scienza, s Ma io non ho domandato quale è l’oggetto di ciascuna scienza, nè » quante scienze vi sono: perché il nostro scopo non era di contarle, » ma di ben comprendere ciò che è la scienza in se stessa. » Se al soggetto delle cose le più comuni, come per esempio Par- » gilla, alcuno ci domandasse ebe cosa è; rispondendo clic vi è Par* » gilla del vasaio, l'argilla del facitore de’ bambocci, l'argilla del » fabbricante de’ mattoni, non temeremmo forse di dare ad alcuno » motivo di burlarsi di noi? E ciò per la ragione, clic noi crcderem- » mo di avere istruito colta nostra risposta colui clic Pintorrogn, per » aver ripetuto con lui l’argilla, aggiungendo solamente del facitore » de’ bambocci o di tal altro artista. # Egli è dunque ridicolo a questa quistionc: che cosa è la scienza? » di rispondere pel mezzo del nome di un’ arte qualunque. Ciò è in- » dicarc l’oggetto di una scienza, intanto die non è ciò quello che si » domanda. Ciò è prendere un giro lungo, quando sarebbe facile di » rispondere in poche parole ; perchè finalmente se si domanda che » che cosa è l’argilla, è facile c semplice il dire; L’argilla è una terra » distemperala con dell’acqua, senza far menzione delle cose all’uso » delle quali essa è fatta. — 10 — § 2. 11 dello fin qui è esalto; Ma Socrate da ciò deduce una illazio- ne, clic non è legittima. Egli parla cosi: <c Immagini tu, clic si possa » comprendere il nome di una cosa prima di sapere ciò che esso si- li gniflca? » Teelelo. Ciò non può avvenire. li Sacrale. Non ha dunque alcuna idea della scienza delle scarpe » colui il quale non sa ciò che significa questo vocabolo, la scienza. » Tectelo. No, senza dubbio. » Sacrale. Non sapere ciò che è la scienza, implica necessaria » mente l'ignoranza di quella dell'arte del calzolaio o di qualun- » que altra arte. » Tectelo. Sì. # Questa illazione non è legittima; si può fare una cosa con un islru- menlo, senza conoscere il modo di formarlo. Il pensicrc ci fa cono- scere degli oggetti diversi dal pensiero stesso ; c questi oggetti pos- sono conoscersi senza che si sia esaminalo di proposito il pensiero, o che si sieno conosciute le sue funzioni diverse, c le sue leggi. Così si possono sapere molte cose, senza conoscere, che cosa sia in sé stesso il sapere; si possono acquistare varie scienze , sapere in che cosa consiste in generale la scienza. Si possono possedere delle varie scienze, senza possedere la scienza della scienza. § 3. Tectelo finalmente incoraggialo da Socrate dà a questo filo- sofo una risposta precisa su la natura della scienza, parlando nel modo seguente: » Egli mi sembra, che colui il quale sa una cosa, sente ciò che egli » sa, c per quanto io ne posso giudicare in questo momento, fa sct'en- » za non è altra cosa che la sensazione. » Socrate. Questa definizione clic tu dai della scienza non è da di- » sprezzarsi: essa è quella di Protagora, sebbene egli si sia espresso » di un’altra maniera: l'uomo (dice egli) è fa misura di tulle le cose a deli esistenza, e della non esistenza di quelle che non V hanno. » Tu hai letto senza dubbio queste parole ? Il suo sentimento non è Digitized by Google — Il — » torse, che le cose sono per me tali quali esse mi sembrano, c per » te tali quali li sembrano ? Perchè noi siamo uomini tu ed io. » Teeleto. É questo in effetto ciò che egli dice. » Socrate. É naturale di credere, che un uomo si saggio non parli » in aria. Seguiamo dunque il (Ilo delle sue idee. » Non è egli vero, che alcune volle, allora che lo stesso vento sof- fi fìa, uno di noi ha freddo, e l’altro non ne ha, che questi ne ha po- lì co, e clic quegli ne ha mollo ? » Teeleto. Sicuramente. » Socrate. Diremo noi allora, che il vento preso in se stesso è fred- » do o non è freddo. 0 crederemo noi a Protagora, il quale vuole, che u esso sia freddo, per colui che ha freddo, c che noi sia per l’altro? # Teeleto. Ciò è verisimile. » Socrate. La sensazione si riferisce dunque sempre a ciò che è » . Arrestiamoci un momento. Allora clic s’insegna, che la sensazio- ne ò la scienza; questa dottrina può spiegarsi o intendersi in due modi: I.” Si può riguardare la sensazione come una apprensione con cui si percipisce realmente ciò che vi è nell’ oggetto sentito: in altri termini si può dire: Ciò che sì sente esiste; ed esiste tale quale si sente. In questa dollrina la sensazione è spogliala del suo carattere fenomenico c relativo : non è lecito dire : le cose non sono come ci appariscono; ma si dee dire: le cose sono tali quali ci appari- scono. 2.* Si può dire : noi non abbiamo che sensazioni ; ma le sensa- zioni non ci manifestano ciò che le cose sono in se stesse : le sen- sazioni non ci danno che apparenze, o fenomeni ; noi sappiamo come le cose ci appariscono, non già come sono. Ora in qual senso la dollrina, che la scienza non è che la sensa- zione, è insegnata da Protagora? Pel primo senso, o pel secondo? Da quanto si rileva dal dialogo, di cui facciamo l’ analisi, c da ciò che ne dice Sesto Empirico, Protagora insegnava questa dottrina nel pri- mo senso. Digitized by Google — 12 — Ma a questa dottrina insegnata nel primo senso si possono fare ie seguenti obbiezioni: 1. ° Le sensazioni sono varie ne’ differenti uomini ; ora uno stesso oggetto non può essere di due modi contrari l’uno all’altro, e che sì escludono scambievolmente; ora se a due uomini io stesso vento sem- bra ad uno caldo, ed all’ altro freddo; se tulli e due sentono il vero, o ciò che ba esistenza ; lo stesso vento sarà insieme caldo e freddo; ed è questa l' obbiezione, clic Socrate fa contro di questa dottrina; e che noi abbiamo riferito di sopra. 2. ” Le sensazioni cambiano nello stesso individuo, secondo i diversi periodi della sua vita, e secondo le diverse circostanze in cui egli si trova; intanto gli oggetti sono gli stessi, e dovendo avere qualità co- stanti, dalla dottrina, la quale Li consistere la scienza nella sensazio- ne, segue, che lo stesso oggetto è e non è insieme in un dato modo. Per rispondere a queste obbiezioni, Protagora insegna con Gradi- to, che il moto è il padre del mondo, clic la faccia intera della na- tura cambia e si rinnova incessantemente. Niente è, dice Gradilo, lutto avviene ; ciò che si appella P ordine della natura è una rivolu- zione costante, una decomposizione ed una ricomposizione perpetua. Il fuoco è il principio elementare, l'islrumcnlo di quel molo interio- re, clic crea, distrugge e riproduce tulle le cose. Ora se lutto è in un flusso ed in un riflusso continuo, come vuole Gradilo, egli segue, che nulla esiste in sè, e di una esistenza sostanziale; e che ogni co- sa, cioè ogni fenomeno non è o non apparisce, clic nel suo rapporto con altri fenomeni. Da un altro Iato, come le cose esteriori e gli oggetti della contem- plazione cambiano incessantemente, similmente il soggetto che lo contempla cambia ugualmente ; e le variazioni dell’ oggetto contem- plato si riflettono in quelle del contemplatore. Ma il contemplatore come può egli percepire gli oggetti? Necessariamente dal suo punto di veduta, cioè sotto l’ impressione die egli ne riceve. Ora se il soggetto conoscitore cambia come cambia l’ oggetto co- Digitized by Google — 13 — nosciulo, tulle le apparenze debbono essere in una variazione perpe- tua e nello stesso individuo e da individuo ad individuo; ed ecco, se- condo Protagora, conciliata la realtà della scienza colla variazione delle apparenze, o sia delle sensazioni. Da ciò viene questo principio psicologico di Protagora , {’ uomo è la misura di tulle le cose, dell'esistenza di quelle che esistono, e della non esistenza di quelle clic non esistono. Se la sensazione è tutta la scienza , se la realtà della sensazione è tutta intera nell’apparenza, e ciò clic sembra a ciascuno essendo per lui la misura del reale ; ciascuno dee arrestarsi alle proprie appa- renze. » Quod auiem niliil seeundum scipsum unum aliquid fil, sic » cxemplo indù cani, aspcclus est, ncque corporum molus, sed » ex aspeclu moluque modicum quiddam resultai, id est talis cir- » ca oculos passio. FA ex diversa aspicientis disposinone vario- » que intuendi modo, colores v arii, et alias alii, et videnlur et » fiunt. Praelerearadiorum molus varius corpor a pulsans, oculos- » que feriens, diversa, el omniformes imagines offerì. Quin eliam » saepe diversis hominibus, animalibusquc circa idem diversus » color apparet el est, saepe quoque eidem et circa idem, quan- » quam non eodem sed alio tempore, oh nalurae ipsius mulalio- » nem. Opinantur igilur quicquid est, esse molum, molus auiem » species duas, unam in agendo, in paliendo alteram : lumini » motuum commixlione, omnia, ut ipsi aiunl, confìciunlur. Even- ni lus specie gemini, numero infiniti sunl, sensibile videlicet, al- » que sensus qui cum sensibili fil semper alque congredilur. Quo - » lic8 enim scnsiendi vis aliqua, et aliquid illi consonum una » cohaerenl, corum concursu duae quoedam proveniunl, circa id n quod obicelum est, species senlienda, color, sapor, odor caelc- » raque hvjusmodi, circa vini animac, sensus. Quibus disjunctis, n isla non fiunt. Quo fil ul ex iis quac quinque sensibus offerun- » tur, niltil tale suaple natura rei tale sii , sed cum sensu eongrc- Digitized by Google — a — » diens alios aliud fiat. Nihil enim agens vel patiens aecundum » seipsum est, sed in alterno congressi! utrumque. (Juare niltil » seipso unum aliquld est, sed ad aliud, et alicui scmper flt, nec » est unquam, veruni flt, fluilque semper » (1). § 4.” Sesto Empirico nota le differenze della dottrina di Protagora da quella degli Sceltici. Protagora, egli dice, 1° ammette che tutta la materia è in moto ed in un flusso perenne — 2" secondo, che la ragione di tutte le cose apparenti sono nella materia. Ora questi so- no donimi, e sono incerti; perciò gli scettici come incerti li riguar- dano. » Est, secundum ipsum, homo criterium rerum quae sunl; » omnia enim quae apparcnt hominibus, ctiam sunl: quae ali- ti tem nulli hominum apparali, ne sunl quidem. Videmus ùjilur n ipsum dotjmalice pronunciare et malerium fluxilem esse, et ra- ti lioncs omnium apparentium in ipsa positas esse: quae incerta )> sunt et de quibus retincndus est assensus nobis » (2). Ma Tediamo come Socrate combatte l’esposta dottrina. Egli oppo- ne che dalla dottrina di Protagora segue, che non vi sia alcuna dif- ferenza fra lo stato de’ sogni c quello della veglia, fra i pensieri degli ubbriachi e de’ folli, e quelli degli uomini sani ; e che in qua- lunque di questi stati l’uomo possiede indifferentemente la verità. » Socrate. Tu sai, clic tutto ciò è riguardato come una pruova in- ti contrastabile della falsità del sistema di cui parliamo; poiché le scn- ti sazioni che si provano in queste circostanze sono interamente men- ti daci, c che ben lungi che le cose siano allora tali quali sembrano » a ciascuno, avviene tutto al contrario, che ciò che sembra essere n non è in effetto ». Ma Socrate stesso espone ciò clic può addursi, contro il proposto argomento, da’ difensori di Protagora. Tecteto domanda che cosa rispondono al proposto argomento i di- fensori di Protagora. (t) Marsiiii Ficini Epitome in Toaetetum. (?) Hipotip. lib. xxn. Digitized by Google — 45 — » Sacrate. Ciò che lu hai, io penso, sovvcnlc inteso dalla parie di b coloro, che domandano qual prova certa noi potremmo apportare, n nel caso in cui si vorrebbe sapere da noi in questo momento sles- b so, se noi dormiamo, c se i nostri pensieri sono tanti sogni, o se b noi siamo svegliati, e conversiamo realmente insieme. b Tu vedi dunque non essere dillìcile di fare su questo oggetto » delle difficoltà, poiché si contrasta eziandio su le realtà dello stato b di veglia o di sogno, o clic il tempo in cui dormiamo essendo uguale # a quello in cui vegliamo, l’anima nostra in ciascun di questi stati » pensa, che i giudizj da essa formati allora, sono i soli veri ; in b modo che noi diciamo durante un eguale spazio di tempo, ora che b questi sono veri, ora che lo sono quelli, e che noi prendiamo ugual- « mente parlilo c per gli uni c per gli altri. » Ascolta dunque ciò che direbbero coloro che pretendono, che le » cose sono realmente tali quali sembrano a ciascuno. Non diceva- b mo noi precedentemente, che l’universo si compone di un numero b infinito di cause, che danno il moto o che Io ricevono? E che cia- b scuna di esse entrando in rapporto ora con una cosa, ora con un’nl- b tra, non produrrà in questi due casi gli stessi effetti, ma effetti b differenti? b Teelelo. Io ne convengo. b Socrate. Non potremo noi dire la stessa cosa di le, di me, c di b tutto il resto? Per esempio, diremo noi che Socrate sano, e Socrate b ammalato sono simili o dissimili? b Teelelo. Quando tu parli di Socrate ammalalo, Io prendi tu in b intero, e l’opponi lu a Socrate sano, preso ancora in intero? b Socrate. Tu hai ben compreso il mio pensiero. b Non dirai tu la stessa cosa di Socrate che dorme, c che si trova b ne’ diversi stati che abbiamo percorso? b Teelelo. Senza dubbio. b Sacrale. Non è egli vero clic ciascuna delle cause agenti di lor b natura, allora clic essa ritroverà Socrate sano, opererà su di esso Digitized by Google — IG — » come su «li un uomo differente ila Socrale ammalalo, e reciproca- li mente, allora che essa incontrerà Socrale ammalalo? E che nell'uno » c nell'altro caso noi produrremo diversi clTclli, la causa attiva, ed » io che sono passivo a suo riguardo? » Tectelo. Sì. » Socrale. Quando io bevo del vino essendo sano, non mi sembra » esso piacevole e dolce? » Teelelo. Sì. » Socrate. Perchè secondo ciò che è stalo convenuto preceden- ti temente, la causa attiva c P essere passivo hanno prodotto la dol- » cezza , c la sensazione , clic si pongono in molo 1’ una e l' al- » tra, e la sensazione portandosi verso l’essere passivo, ha reso » la lingua sensitiva ; la dolcezza al contrario portandosi verso il » vino, ha fallo che il vino fosse, e sembrasse dolce alla lingua ben » disposta. » Teelelo. Ciò è in cfTello quello su di cui siamo convenuti. » Socrale. Ma quando il vino opera su Socrale ammalalo, non è » egli vero che esso non opera realmente sullo stesso uomo , poiché » esso mi colpisce in uno stato digerente? » Teelelo. Sì. » Socrale. Così, Socrate in questo stalo, ed il vino che egli beve » produrranno altri efTelli; dal lato della lingua una sensazione di » amarezza, e dal lato del vino un’amarezza, che si porta verso il » vino: di maniera clic esso non sarà amarezza, ma amaro, e che io a non sarò sensazione, ma sensitivo. » Teelelo. Senza conlradizionc. Questa risposta di Protagora all'obhiczionc proposta circa i sogni, la follia, l’ubbriachezza, c la malattia, si trova riassunta da Sesto Empirico nel luogo citalo così : » Di cil raliones omnium scnsibus apparenlium subjeclas esse » in materia : adco ut maleria, quantum in seipsa, omnia esse » possil quac quibuscunquc apparent : fiornines autem alio lem- Digitized by Google — 17 — » pore alia p erciperc, prout diverse se habent : Eum cnim qui » secundum naluram se habeat ex iis quae in materia sunl, illa » percipere quae secundum naluram se habentibus apparerò pos- » sunl : eos autem qui conira naluram se abeant , ca percipere » quae cantra naturam se habentibus possunl apparere. Aeque in » aelatibus et in somno aut vigilia, et in unaqueque specie ha - » bituum eadem ratio ». Ma Socrate non potCTa forse dagli stessi fatti dedurre un argo- mento invincibile contro la dottrina di Protagora? Se tulli i giudizj degli nomini, poteva egli dire, son veri, saranno anche veri quelli giudizj, clic gli uomini fanno vegliando, coi quali riguardano come non vero c non reale ciò che ci apparisce ne’ sogni ; il che vale quanto dire, clic dalla verità de’ giudizj, o delle apparenze della veglia segue necessariamente la falsità de’ giudizj, o per dir meglio delle appa- renze de’ sogni. Io non trovo altro espediente, con cui Protagora avrebbe potuto difendere la sua dottrina, se non quello di sostenere, che due con - tradiltorj possono insieme esser veri. § 5.* Socrate fa eziandio un altro argomento contro la dottrina di Protagora, ed è il seguente: Se la sensazione è la scienza, bisogna non solamente dire che l’uo- mo è la misura di tutte le cose, bisogna dirlo ancora di ogni essere capace di sensazione, deU’ullimo degli animali. » Socrate. Io sono stato sorpreso, che Protagora, al principio della » sua verità, non abbia detto, che il porcello, il Cinocefalo o qual- » che altro essere ancora più bizzarro, capace di sensazione, è la » misura di tutte le cose. Sarebbe stato questo un principio magni- ti Ileo ed interamente insultante per la nostra specie, per mezzo del » quale ci sarebbe stato dato ad intendere, che intanto che noi i’am- » miriamo come un Dio per la sua sapienza, egli non supera in in- » telligcnza, io non dico un altro uomo, ma nna ranocchia gyrino » (ranocchia imperfetta della piccola spezie). Che dire in effetto, 3 Digitized by Google — 18 — » Teodoro? Se le opinioni, che si formano in noi per mezzo delle » sensazioni, sono vere per ciascheduno , se persona non è più di 9 un’altra in islalo su ciò che prova il suo simile, nò più abile a di- 9 scemerò In verità o la falsità di una opinione ; se al contrario, co- » me sovente è stato dello, ciascuno giudica unicamente ciò che av- d viene in lui, e se tutti i suoi giudizj son retti e veri : perchè, mio » caro amico, Protagora sarebbe egli saggio sino a credersi in drillo » d’istruire gli .diri e di mettere le sue lezioni ad un si alto prezzo, » e noi saremmo degl’ignoranti condannali di andare alla sua scuola, » ciascuno essendo a se stesso la misura della propria sapienza? Si » può forse dire, che Protagora non ha parlalo di tal maniera, clic » per burlare ? In mi taccio su ciò che riguarda me, e sul mio talento » di far partorire gli spiriti: nel suo sistema questo talento è som- » inamente ridicolo; come è ugualmente ridicola, per quel che mi » sembra, l'arte della dialettica. Perchè non è forse una stravaganza » insigne P intraprendere di esaminare e di rigettare reciprocamente » le sue idee e le sue opinioni, intanto che esse sono tutte vere per a ciascuno, se la verità di Protagora è la verità, e se egli non ci ha » forse scherzando dettato dal Santuario del suo libro i suoi Ora- » coli? » Dimmi, Tccteto, relativamente a questo sistema, non sei tu forse » sorpreso come son io, di Tcderli così lutto in un colpo non cederla » in nulla per la sapienza a chicchesia uomo o Dio? 0 pensi tu che a la misura di Protagora non è la stessa per gli Dei e per gli uomini ? d Teelelo. No certamente, io noi penso, e per rispondere alla tua » quistionc, io li assicuro, che in effcllo ne son sorpreso. Ed uden- s doti sviluppare la maniera con cui eglino provano, che ciò che 9 sembra a ciascuno è tale quale gli sembra ; io giudicava, nulla cs- 9 ser meglio detto ; ora son io possalo tutto in un colpo ad un giu- 9 dizio contrario. § 6.° Socrate risponde, che Protagora potrebbe riguardare le ra- gioni addotte come semplici verosimiglianze, ma non come una di- Digitized by Google — 19 — ‘ mostrazione o una prova concludente : egli passa a proporre contro di Protagora un’altro argomento. » Socrate. Ammettemmo noi che aver In sensazione di un oggetto, » sia per mezzo della vista, sia per mezzo dell’ udito, ciò è averne la a scienza? Per esempio, avanti di avere appreso la lingua de’ Barbari, a diremo noi, clic quando eglino parlano, noi non l' intendiamo, o » che noi l'intendiamo c sappiamo ciò che dicono? Similmente, se » non sapendo leggere, noi gettiamo gli occhi su delle lettere, assi* » cureremo noi che non le vediamo c sappiamo ciò che significano? n Teelelo. Noi diremo, Socrate, che sappiamo quello clic vediamo » ed intendiamo; quanto alle lettere, che ne vediamo c ne sappiamo » la figura ed il colore; quanto ai suoni, clic udiamo c sappiamo ciò » che essi hanno di acuto o di grave : ma che lutto quello che a que- ll sto soggetto si apprende, per mezzo delle lezioni de’ grammatici, a c degli inlerpetri, nè l’udito nè la vista ce ne danno la sensazione » nè la scienza. Questa risposta di Tccleto suppone l’ uso della memoria, poiché senza di questa noi vedendo le lettere non sapremmo il loro suono ; ed udendo il suono delle parole, non sapremmo il significalo di esse. Socrate, in cITello, fa questo argomento: Se la scienza non è che la sensazione, la sensazione essendo limitata all’ istante presente, segue che non può esservi alcuna scienza del passato ; che la memoria non ha alcuna certezza e non fonda alcuna conoscenza : a Socrate. Colui che vede, diciamo noi, ha la scienza di ciò che » egli vede. Ma colui che vede, e che ha acquistato la scienza di ciò a che vede ; se egli chiude gli occhi si sovviene della cosa, c non la » vede più. Dire che non la vede è dire che egli non sa, poiché ve- n dere è la stessa cosa che sapere. Da ciò, per conseguenza risulta, » clic quello che si è saputo non si sa più, eziandio nel tempo in cui » se ne rammenta, per la ragione clic più non si vede. Egli sembra » dunque, che il sistema, il quale confonde la scienza e la sensezio- » ne conduce ad una cosa impossibile. Digitized by Google — 20 — § 1.' Socrate intanto vuoi continuare ad esaminare ciò che Prota- gora potrebbe replicare in un lungo discorso : ma limitandoci a ciò clic egli dice riguardo alla memoria, egli fa parlare Protagora diretto a Socrate stesso nel seguente modo: « Pensi tu che ti si accordi, che » si conservi la memoria delle cose che si sono sentite, e che questa » memoria sia deli’ istcssa natura della sensazione, che si provava, » e che non si prova più ? # Marsilio Ficino commenta questa risposta di Protagora nel seguen- te inolio : « lìespondercl forte Protagoras, primo quidem de me- d moria ex scienlia distinguendo. Nam ciati primum senticndo j) quia palilur memoriler tenere incipit, deinde edam non palien- » do meminit, cum ilerum idem sentii pulilurque reminiscitur, a in primo quidem scil actu non habilu, in secando liabitu non » actu, in terlio et actu simul et habilu, quarc inlcrdum et scit, » el nescil. Neque (amen haec contraria. Nani non codem modo d quo scil ignorai. Ergo cum non videi, meminit tamen, scit ka- rt bilu, actu nescit. Haec vero contraria non sunta. Ma questa risposta, clic il platonico filosofo pone in bocca a Pro- tagora, non distrugge l’argomento, ebe contro di lui si fa, preso dalla memoria ; si conviene di questo diverso modo di sapere , ma se vi è un modo diverso di sapere, il modo di sapere non è dunque l’ unico della sensazione, come pretende Protagora; il sapere, in conseguen- za, non può concentrarsi nella sensazione. I sensualisti moderni pretendono, che ricordarsi è la stessa cosa che sentire; ed Elvezio dice: la memoria è una sensazione conti- nuala; ma indebolita. Ma tralasciando di esaminare se ciò sia vero, dico che l'esistenza della riminiscenza prova evidentemente contro di Protagora, che l’Io di oggi è identico con quello dello stato ante- cedente di cui io mi ricordo; l’Io dunque sussiste ed egli non è un’avvenimento che cessa, come Protagora pretende. Mi fa meravi- glia come Socrate non combatte la dottrina di Protagora, per mezzo della testimonianza della coscienza. Digitized by Google — 21 — § 8.“ Socrate continua a far parlare Protagora come segue: « lo so- » stengo che ciascun di noi è la misura di ciò che è e di ciò che non è: » clic intanto vi è una dilTerenza infinita fra un uomo cd un altro uo- B mo, perchè le cose sono e sembrano altre a questo uomo, ed altre a a quello; e ben lungi di non riconoscere nè sapienza, nè uomo sag- » gio, io dico al contrario, che alcuno è saggio, allora clic cambian- » do la faccia degli oggetti, si fanno comparire ed essere buoni a co- » lui a cui sembravano ed erano prima mali... Ricordati cièche è sta- » to detto precedentemente, che gli alimenti sembrano e sono amari » all'ammalato e eh’ essi sono e sembrano piacevoli all’uomo sano. » Egli non bisogna concluderne, che l’uno è più saggio dell’altro, per- » chè ciò non può essere; nè attaccarsi a provare, che l’ammalato è un » ignorante, perchè egli è in questa opinione ; e che l’uomo sano è » saggio, perchè egli è in una opinione contraria; ma bisogna far pas- a sare l’ammalato aU’allro stalo, che è preferibile al suo. Similmente a in ciò che concerne l’educazione si dee far passare gli uomini dallo s stalo malo al buono. 11 medico impiega perciò i rimedj, ed il solista » il discorso. Giammai in effetto persona non ha fatto avere delle opi- 9 nioni vere od alcuno, che ne avesse prima delle false, poiché non è » possibile di avere una opinione su ciò che non è, nè su di altri ogget- 9 ti diversi di quelli, i quali ci modificano, e questi oggetti sono seni- 9 pre veri, ma si fa in modo, come mi sembra, che colui che con un’a- » nima inai disposta aveva delle opinioni relative alia sua disposizio- 9 ne, passi ad uno stato migliore, c ad opinioni conformi a questo nuo- 9 vo stato. Alcuni per ignoranza appellano queste opinioni immagini 9 vere; quanto a me io convengo, che le unc sono migliori delle al- 9 tre, ma non già più vere. Ed io sono molto lontano, mio caro So- 9 crate, dal chiamare i saggi ranocchie; al contrario io tengo i mc- 9 dici per saggi in ciò che riguarda il corpo, c gli agricoltori in ciò 9 che concerne le piante. Perchè secondo me, gli agricoltori allora 9 che le piante sono ammalate, in vece di cattive sensazioni ne pro- 9 curano ad esse delle buone, delle salutari e delle vere, e gli ora- Digitized by Google — iì — » tori saggi e virtuosi fanno che per le città le buone cose sieno giu- » sic in luogo delle cattive. In effetto ciò che sembra giusto ed onc- » sto n ciascuna città è per essa tale fintantoché essa ne forma que- » sto giudizio, ed il saggio fa, die il bene sia c sembri tale a cia- » scun cittadino in luogo dei male. I’cr la stessa ragione il solista » capace di formar così i suoi allievi, è saggio e merita da parte loro » un gran salario. Avviene così, che gli uni sono più saggi degli al- » tri ; c che alcuna persona non di meno non ha opinioni false ». Ma tutto questo discorso nulla pruova, ed è un insieme di conlra- dizioni. Se tulio avviene o si fa, e nulla è, come vuole Protagora ; non vi è alcuna sostanza, non è possibile alcun cambiamento, il me- dico non può far passare l'ammalato dallo stato di malattia allo sta- to di sanità; nè il sofista può far passare persona da uno stato ad un altro migliore. Inoltre, se ogni uomo possiede sempre la verità, co- me può egli riguardar come bene ciò die prima riguardava come un male? § 9. Socrate segue a ragionar contro la dottrina di Protagora, e la combatte con questo altro argomento. » Socrate. Protagora riconoscendo, die quello die semiira tale a a ciascuno è, accorda, die, l’opinione di coloro che conlradicono la » sua, c per la quale eglino credono, che egli s’inganna, c vera. » Non conviene egli dunque che la sua opinione 6 falsa, se riconosce » per vera l’opinione di coloro che pensano esser egli nell’errore? » Per conseguenza è una cosa posta in dubbio da tutti, comincian- » do da Protagora stesso, o piuttosto egli stesso approva, che nè un a cane, nè il primo uomo venuto, è la misura di alcuna cosa, che egli » non ha studiato. Poiché dunque è contrastata da tutto il mondo, » la verità di Protagora non è vera nè per alcuna persona nè per » lui stesso ». Questo argomento è senza replica. 11 sistema di Protagora ammette vere insieme tutte le proposizioni contradiltorie. § 10. Dalla dottrina di Protagora segue, che il giusto è ciò che Digitized by Google — 23 — sembra tale a ciascuno ; che la morale pubblica o privata è tutta re- lativa, cbe una legge è giusta nel luogo in cui è stabilita, ed intanto ch’è stabilita, ma non altrove. E nella politica, nella scienza deU'uli- le, se la scienza è la sensazione, ogni individuo intanto che è sensi- bile, è costituito giudice assoluto dell’ utile in generale, e la legisla- zione intera è sommessa alle variazioni della sensibilità individuale: » Socrate. Per lo giusto e per l’ingiusto, pel santo e per l’empio, i a difensori di Protagora assicurano cbe nulla di tulio ciò non ba per a sua natura un’essenza, che gli sia propria, e cbe l’opinione, la qua- » le una città intera se ne forma, diviene vera per essa sola, c per tul- li to il tempo cbe essa dura. Coloro eziandio cbe nel resto non sono » interamente dell’avviso di Protagora, seguono qui la sua filosofia. » Diremo noi, Protagora, cbe l’uomo ba in se stesso la regola pro- li pria per giudicare le cose future, c cbe esse divengono per ciascu- ii no tali quali esso si figura, che esse saranno ? In fallo di calore, » per esempio, quando un uomo pensa cbe la febbre lo prenderà, e » che egli proverà questa spezie di calore , c cbe un medico pensa il » contrario, secondo quale di queste due opinioni diremo noi cbe la » cosa avverrà? 0 avverrà forse secondo tutte e due in maniera, cbe a pel medico questo uomo non avrà nè calore nè febbre, e che per a se stesso egli avrà l'uno c l’altra? a Teodoro. Ciò sarebbe una cosa troppo ridicola, a Socrate. A riguardo della dolcezza, e dell’acidità futura del vi- a no bisogna, io penso, starsene all’opiuione dei vignaiuolo e non a a quella del sonatore di lira, a Teodoro. Senza conlradizionc. a Socrate. Il maestro di ginnastica non giudicherà meglio del mu- a sico su i suoni, che saranno c sembreranno di accordo al maestro a stesso di ginnastica, a Teodoro. No sicuramente. » Socrate. Il giudizio di colui cbe vuol fare un gran pranzo, e non a s'intende affatto di cucina, sul piacere che egli avrà, è meno sicu- Digitized by Google — 21 — » po di quello del Cuoco. E tu, Protagora, non giudicherai forse anli- » rigatamente meglio di un novizio di ciò, che sarà proprio a riusci- » re avanti di un Tribunale ? » Teodoro. Mollo certamente, Socrate , ed in ciò egli principal- » mente vanlavasi di essere superiore a tutto il mondo. » Socrate. 0 miserabile ! per Giove, persona non gli avrebbe sicu- » ramente dato tanto argento, per le sue lezioni, se egli avesse per- x suaso a’ suoi allievi, che niun uomo , niun indovino stesso era più » in istato di giudicare di quello, che doveva essere, che ciascuno non » lo era per se stesso. » Teodoro. Egli vi ha grande apparenza. x Socrate. Ora la legislazione o l’utile non riguardano forse il » tempo avvenire? E tutto il mondo non approverà egli essere impos- x sibile, che una Città, dandosi delle leggi, non ottenga sovvcnlc ciò » che le è più vantaggioso? » Teodoro. Senza dubbio. » Socrate. Noi siamo dunque fondati a dire al tuo Maestro, che » egli non può dispensarsi di riconoscere, che un uomo è più dotto » di un altro ; che quegli è la vera misura ; e che per me, che sono » un ignorante, niuna ragione mi obbliga ad esserlo. x Teodoro. Egli mi sembra, Socrate, che il sentimento di Protago- x ra è convinto di falsità per questo luogo, ed eziandio per quello in x cui egli assicura la certezza delle opinioni degli altri, sebbene que- x stc opinioni, come noi l'abbiamo veduto, rigettano precisamente ciò « che egli asserisce. $ii. Socrate combatte pure la dottrina di Protagora, che tutto è in moto netta natura. Questa dottrina consiste nel negar le sostan- ze delle cose, il che vale quanto dire, che tutto avviene e che nien- te è. Egli distingue due specie di moto: un moto di traslocazione ed un molo di alterazione: col moto di traslocazionc una cosa passa da un luogo in un altro, o pure gira su di se stessa; col moto di altera- zione le cose perdono la loro organizzazione e le loro forme, e si Digitized by Google — 25 — fanno nuovi; cose. Ora ciascuna cosa deve moversi o con un solo di questi moli o con tulli e due. Se si movesse col solo molo di traslo- cazionc sarebbe falso, clic lutto è in moto ed in un flusso continuo ; poiché se un corpo si movesse col solo molo di traslocazionc passan- do da un luogo A, per esempio, in un luogo lì, allora esso sarebbe lo stesso corpo nel luogo A, c nel luogo B; il che vale quanto dire che sussisterebbe; ciò è contro l’ipotesi di Protagora; se poi si mo- vesse col solo molo di alterazione; siccome questo consiste nell’ag- giunsione,o nella detrazione di alcune parti, seguirebbe che le parli, le quali non si tolgono sussistono; più l’aggiunsionc e la detrazione delie parti non è che un moto di traslocazionc; le cose tulle dunque si muovono con i due moti di alterazione c di traslocazionc insieme. Ma se la cosa è così la scienza non può aver esistenza, poiché noi non possiamo dire di alcuna cosa è cosi, o non è cosi; Pé ed il non è suppone una cosa che sussiste. E per Sviluppare distintamente questa dottrina osservo in primo luogo, che queste due proposizioni: 1.* Niente è ma tutto si fa, 2.* Tutto é in molo ed in un flusso con- tinualo: si distruggono l’una l'altra. Non vi è cambiamento se non vi é la cosa, che si cambia; ed una cosa che si cambia è una cosa che sussiste; poiché altrimenti la cosa cesserebbe di essere, c non si cambierebbe. Supponiamo, che il corpo M si muova da A in B; è necessario supporre che esso esiste successivamente in A, ed in B; vale a dire che sussiste; poiché se esso cessasse di esistere in A, non potrebbe certamente dirsi che passa da A in B. Da ciò segue, che i due moti di alterazione c di traslocazionc non possono avere esistenza insieme; poiché il corpo Af, clic passa da A in B, o perde tutte le parli che esso ha in A, esso non ha il moto di traslocazionc di A in B; se poi non le perde tutte; queste parti che non perde sussistono, c non hanno che il solo moto di traslocazione. Inoltre noi, supponendo clic tutto è in un flusso continuo, c che nien- te sussiste, non possiamo fare alcun giudizio. Per rendere chiara questa dottrina ricorriamo ad un esempio sensibile : supponiamo un 4 Digitized by Google — 77 — » Teodoro. Sì. » Socrate. Ma come non è una cosa fissa clic ciò che scorre scor- » ra bianco; ma clic al contrario ri è cambiamento a questo rigunr- » do, in maniera che la bianchezza stessa passa c diviene un altro # colore, per paura che non sia sorpresa in uno stato fisso; è egli » giammai possibile di dare a qualche colore un nome convenevole? » Teodoro. Qual mezzo abbiamo, Socrate, c pel colore, e per ogni » altra qualità simile, poiché scorrendo ella sfugge incessantemente » alla parola che vuol prenderla? » Socrole. E clic cosa diremo noi della sensazioni, per esempio » di quelle della veduta, o dell’udito? Assicureremo noi che esse di- » inorano nello stalo di visione, o di udito? » Teodoro. Non bisogna affatto assicurarlo, se è vero che lutto si » muove. » Socrate. Per conseguenza essendo tutto in un moto universale, » non si dee dire di alcuno, che egli vede piuttosto che non vede, o » che egli ha una tale sensazione piuttosto che non l’ha. s Teodoro. Non senza dubbio. » Socrate. Ora la sensazione è la scienza, abbiamo dello Teelelo s ed io. » Teodoro. É vero. * Socrate. Allora dunque, che si è a noi domandato che cosa è la s scienza, noi abbiamo risposto, che essa è una cosa che non è piut- b tosto scienza, che lo è. Richiamando la quislione al tribunal della coscienza, polevasi fa- cilmente con chiarezza provare, che se nulla sussiste, la scienza non può avere esistenza. In effetto l'umana scienza non può avere esisten- za senza la memoria; c la memoria non può esistere senza l’ identità del me. § 1 1 . Finalmente Socrate combatte il sensualissimo con argomen- to di cui fanno uso anche i moderni. Per la scienza umana non ba- stano le sensazioni, ma si richiede la conoscenza dei rapporti delle Digitized by Google — 28 — sensazioni, c dei rapporti degli oggetti sensibili. Ma questa conoscen- za non La esistenza per mezzo degli organi sensorj; essa deriva dal- la forza dell’anima, c suppone la coscienza delle sensazioni stesse, coscienza clic Platone chiama senso comune; essa , in conseguenza, non è sensazione. La scienza perciò non è sensazione. Marsilio Fi- rmo riassume questa dottrina Platonica nel modo seguente. « Quod vitti, id senlit: vivit anima, cl anima sentii. In carpa- ti re aulem nec vita, nec scnsus, sed vilae sensusque opera deda- li ranlur. Ideo quos scnsus quinque alii vocanl, ipse organa quin- » qnc scnsus appellati tuli, nihilque Itis inslnmcnlis sentire, » sed per hos, quasi mcalus ab una anima vi sentiri singula pu- tì tal, quem sensum communem vocat, in quem undique e singtt- » lis corporis organis, t il ad cenlrum circuii e circumfer ernia li- ti neae, variae passiones inftuuni. Colores quidem per oculos, per » aures soni, per nares odores, saporesque per linguam, denique » per tolum corpus calor; frigus, kumidum, siccum, grave, leve, » molle, durum, lene, asperum, rarum, densum, acutum simili- » ter cl oblusum. Quod anima isla non mullis, sed una vi senliat, » palei : quia senliendo colores dicimus, non esse voccm : et sa- ri porem senliendo, non esse odorem pronunciami. Aon potest b aliud ab alio distinguere, qui non ulrumque cognoscit. Nullum s organum cadcm quac cl aliud organum porrigil, el si eadem 3 non eodem modo. Id circo eorum quae senliunlur distinctio , 3 non in organis est, sed in una quadam vi animae percipienle 3 singula, el singula simul singulis distinguente. Quae cum ipsa » lutee omnia sola possil, quod nec etiam Peripatetici negant, 3 quid mullis sensibus opus est ? Hic semw quem communem » vocanl omnibus animalibus slatim natis , inest. Praeter quem 3 est alia vis, quam phanlasiam, opinionem , cogitalionemque s nominai (Plato), cujus offlcium est, de li, quae communi s sen- ti suo per organa quinque sentii, indicare non quale solum, sed b quid sunt, quod eorum unumquodque idem est suum; ab alio Digitized by Google — 29 — » alimi, unum seorsum, juncla vero simul duo vel tria, similia » lieta cl dissimiliti, bona vel mala, pulclira, turpia, ulilia, noxia » in raliocinando percurrere, aliud applicare cum alio, cl prue- » lerila et futura cum praesenlibus comparare, llaquc hac vi es- » senliam, unitatela, numerata , idem, alternili, simililudinem , » dissimili tudinem, pulclirum, turpe, bonum, malum, utile, inu- s lite, judicamus. Quod equidem judicium, cum non slalim nalis » adsit, sed lonyopost tempore, nee omnibus animalibus,scd qui- » lirndam vi pracler communem sensum haec percipimus. Hanc » phanlasiam perfeelam, cl opinionem nuncupal. Ma ascoltiamo Platone. # Socrate. Vorrai tu concedermi , che ciò che tu senti per mezzo » di un organo, li è impossibile di sentirlo per mezzo di un altro; » come per mezzo della vista ciò clic tu senti per mezzo dell’ udito, » o per mezzo deH'udilo ciò che tu senti per mezzo della veduta? » Teelelo. Come non vorrei io concedertelo? a Socralc. Se dunque hai qualche idea su gli oggetti di questi due s sensi presi insieme, non può questa idea collettiva venirli nè per » mezzo dell’uno, nè per mezzo dell’altro organo? » Teeleto. Non senza dubbio. » Socrate. Ora la prima idea che tu hai a riguardo del suono e » del colore presi insieme, si è che tutti e due sono ? 9 Teelelo. Sì. 9 Socrate. Ed ancora che l’uno è differente dell’altro, ed identico 9 a se stesso ? 9 Teelelo. Senza contradizione. 9 Socrate. Ed ancora che presi insieme essi son due, e che cia- 9 scufio preso a parte è uno ? 9 Teetelo. Io lo credo. 9 Socrate. Non sei tu ancora in islalo di esaminare se son simili 9 o dissimili Tra di essi? 9 Teetelo. Forse. Digitized by Google — 30 — » Socrale. Or tulle queste idee per mezzo di quale organo le ne- ll quisti tu su questi due oggetti? Perchè nè per mezzo dell’udito, nè » por mezzo della vista si può prendere ciò che essi hanno di comune. a Per quale organo si esercita questa facoltà, che ti fa conoscere a ciò che è comune a questi due oggetti, ed a tutti gli altri, e ciò » che tu chiami in essi essere e non essere? Quali organi destini tu » a queste percezioni, per li quali ciò che sente in noi acquista il » sentimento di tutte queste cose? » Teeleto. Tu parli dell’essere c del non essere, della rassomi- » glianza c della dissimiglianza, e dell’identità c della differenza, » ed ancora dell’unità e degli altri numeri : tu parli del pari, e dcl- » l’ impari e di lutto ciò che ne dipende; ed è evidente, che mi do- » mandi : per quali organi del corpo l’anima sente tutto ciò. » Socrate. Ammirabilmente bene. » Teeleto. Ciò è quello che io domando. » Teeleto. In verità, Socrate, io non so che cosa dire, se non che a egli mi sembra che noi non abbiamo alcun organo particolare per a queste sorte di cose, come l’abbiamo per le altre; ma che l’anima » nostra esamina immediatamente per se stessa ciò che tutti gli og- » getti hanno di comune. » Socrale. Ciò in effetto era quello, che a me sembrava, ed io dc- » side l ava, che questo stesso fosse ancora il tuo parere. » Fermati. L’anima non sente forse per mezzo del tatto la durezza » di ciò che è duro, e per hi stessa via la mollezza di ciò clic è molle? » Teeleto. Sì. » Socrate. Ma per la loro essenza, per la loro opposizione, e per » la natura di questa opposizione, l’anima è quella che esaminandole n per se stessa a molte riprese, c paragonandole insieme, tenta di » giudicarle da se stessa. » Tectelo. Senza dubbio. » Socrate. Vi sono dunque cose, clic è concesso agli uomini ed ai a bruii di sentire, tosto che essi sono nati, e son quelle che giungono Digitized by Google — 31 — » sino all’anima per l’organo del corpo, intanto che le riflessioni su i queste sensazioni, per rapporto alla loro essenza ed alla loro uti- » li là, non vi si giunge che alia lunga , quando vi si giunge, c con » molla pena, con molte cure, e con molto studio. » Tee telo. Perfettamente. # Socrate. È egli possibile che chi non sapesse giungere all’ es- » senza, prende la verità? » Teeteto. No. » Socrate. Si avrà giammai la scienza quando s’ignora la verità? » Teeteto. Qual mezzo vi sarebbe Socrate ? » Socrate. La scienza non risede dunque afflitto nelle sensazioni, » ma nelle riflessioni su le sensazioni, poiché per mezzo della rifles- » sionc si può prendere l’essenza e la verità, e che per altra via ciò » è impossibile. » Teeteto. Vi ha tutta l’apparenza, che la cosa sia così. § 43. Dal (in qui detto sembra, che la conoscenza della verità, e perciò la scienza non consiste nella sensazione, ma nel giudizio. Ma siccome vi sono de’ giudizi falsi, c de’ giudizj veri, e la scienza non può consistere ne’ giudizj falsi ; questa dottrina mena a ricercare l’origine de’ giudizj falsi, il che non è una cosa facile ; e dà luogo a varie difficoltà. 11 giudizio falso può avvenire in uno di questi quat- tro modi : 1.* Allora che di due oggetti A e B giudicando essi sono a voi noti tutti e due: 2.” Allora che sono ignoti a voi lutti e due: 3.° Allora che vi è nolo A ed ignoto B : 4.* Allora che vi è noto B ed ignoto A. Ora in niuno di questi quattro modi può avvenire un giudizio falso ; poiché essendo noti i due A e B, niuno dirà che A è B, o negherà che A non è B: qualora sono ignoti tulli c due il giudizio non è pos- sibile. Similmente quando è ignoto B non si dirà certamente nè clic A è B, nè che A non è B; c quando è ignoto A non si potrà dire nul- la di A. Ma ascoltiamo Socrate: » Socrate. In generale ed io particolare non è forse per noi un’al- Digitized by Google — 32 — » Icrnaliva di sapere o di non sapere una cosa? Perché dcll’appren- » dere e dcll’obblinrc, clic tiene un luogo di mezzo fra sapere ed » ignorare, io non ne parlo, perché ciò nulla fa alla discussione pre- » sente. » Tcclelo. Sì Socrate, e non rimane riguardo a ciascuna cosa, clic » saperla o ignorarla. » Socralc. Egli segue dunque essere una necessità, quando si giu- » dica, di giudicare o su di ciò clic si sa, o su di ciò clic uon si sa. a l'cctelo. Sì. a Socralc. E non sapere ciò che non si sa, o sapere ciò che non si » sa, è impossibile. » Teetelo. Sicuramente. » Socralc. Quando si giudica falso su ciò che si sa, s’immagina » forse che ciò clic si sa non è tal cosa, ma un’altra che si sa ezian- » dio, in maniera che conoscendole tutte c due, s’ignorano tutte e » due nello stesso tempo? » Teeleto. Ciò non è possibile. Socrate. » Socrate. Si figura forse, che ciò che non si sa e un’altra cosa, » la quale non si sa davvantaggio ; e può egli venire nello spirito di » un uomo clic non conosce nè Tecteto, nè Socrate , che Socrate è s Teeleto, o clic Teetelo è Socrate? » Tcclelo. Come ciò potrebbe essere? a Socralc. Molto meno s'immagina, che ciò che si sa, sia lo stesso » di quello che s’ ignora, e quello clic s’ignora lo stesso di quello » che si sa. » Teetelo. Ciò sarebbe un pregiudizio. a Socrate. Come dunque giudicherassi falsamente, poiché il giu- » dizio non può avere esistenza, fuori de’ casi che io ho percorso, a essendo compreso in ciò che sappiamo ed in ciò clic non sappiamo, » sembrandoci in tutti questi casi impossibile di giudicar falso? a Teetcto. Niente è più vero. § 15. Ma forse il giudizio falso sarà quello in cui si afferma di ciò Digitized by Google che è ciò che non è? Un tal giudizio, rispode Socrate, è impossibile. Poiché è impossibile, che ciò che si sente non sia ; come è impossi- bile di sentire ciò clic non è. Già s’intende che qui si tratta del giu- dizio, che si versa su gli oggetti sensibili. » Socrate. Allora che si vede una cosa, si vede qualche cosa che » è; credi tu, che una cosa che si cede possa non essere? » Teeleto. In niun modo. » Socrate. Colui dunque che vede una cosa, vede qualche cosa » ch’ò. » Teeleto. Mi sembra. » Socrate. E colui che ode qualche cosa, ode una cosa, e per con- » seguenza una cosa ch’è. » Teeleto. Sì. » Socrate. E colui che tocca, tocca una cosa, ed una cosa che è, » poiché essa é una cosa. a Teeleto. Senza alcun dubbio. » Socrate. Or colui che giudica, non giudica egli una cosa? » Teeleto. Necessariamente. » Socrate. E colui che giudica una cosa, non giudica egli una cosa » clic è ? » Teetelo. Io ne convengo. » Socrate. Colui dunque che giudica ciò che non è , non giudica v niente. » Teeleto. Come negarlo? 9 Socrate. Ma colui che non giudica niente, non giudica allatto. » Teeleto. Ciò sembra evidente. 9 Socrate. Egli non è dunque possibile di giudicare ciò che non » é, nè su gli oggetti reali, nè su gli esseri astratti. » Teetelo. Sembra che no. » Socrate. Giudicare falso è dunque giudicare altra cosa, che ciò » che non è. » Teetelo. Apparentemente. — 34 — Ma questi ragionamenti non sono secondo una sana logica, e coe- renti colla dottrina antecedente. La verità delle sensazioni ne’ diversi animali non solo, ma ne’ diversi uomini, c nello slesso uomo ne’ di- versi poriodi della sua vita, è un fallo incontrastabile. Ora essendosi rigettala come falsa la dottrina di Protagora, la quale nega la so- stanza delle cose, c la costanza dell'ordine della natura; in conse- guenza doveva Platone riconoscere, che la sensazione non ci mani- festa le proprietà assolute delle cose sensibili, e che non si dee con- fondere il modo in cui queste ci appariscono, col modo in cui real- mente sono; e che una tal confusione produce de’ giudizj falsi sugli oggetti sensibili. Una torre quadrata mi apparisce in lontanza roton- da; se confondendo il modo in cui mi apparisce col modo in cui essa è, formo de’ giudizj che saranno falsi. Cadono in conseguenza, gli esposti ragionamenti di Socrate su i giudizj falsi. § 13. Socrate parla di un altro modo, in cui sembra, che il giudi- zio falso può aver luogo ; ma per quanto mi pare, si riduce ad uno de’ quattro modi esaminali uel § 13. » Socrate. Noi diciamo clic un falso giudizio è un errore, allora » clic, prendendo nel suo pensiere un oggetto reale per un altro og- » getto reale, si alTerma clic il tale oggetto è un’altro. » Tcelelo. Ciò mi sembra mollo ben dello. » Sacrale. Si può dunque, secondo te, rappresentarsi nel pensiere » un oggetto come essendo altra cosa di ciò che egli è, c non quella » clic egli è. » Teeteto. Si può. » Socralc. E quando il pensiere fa ciò, non è forse una necessità, » che esso abbia presenti l’uno e l’altro oggetto, o un de’ due? » Teclelo. Senza contradizione. » Socrate. 0 insieme, o l’un dopo l’altro? » Teeteto. Molto bene. » Socrate. E per pensare intendi tu la stessa cosa, che intendo io? » Teeteto. Che cosa nc intendi per ciò? Digitized by Google — So- li Sacrate.. Un discorso che l’anima dirige a se stessa su gli oggetti x che essa considera : egli mi sembra, che l’anima quando pensa non » fa altra cosa, che trattenersi con se stessa interrogando e rispon- » dendo, affermando e negando : c che quando ella si decide, sia che » questa decisione si faccia più, sia che si faccia meno prontamente; » quando ella sorte dal dubbio, c che pronuncia , allora avviene ciò » che noi appelliamo giudicare. Cosi giudicare, secondo me , è par- li lare, ed il giudizio è un discorso pronunciato, non ad un’altro, ne » di viva voce, ma in silenzio, ed a se stesso. Che ne dici tu ? » Tectclo. Io sono interamente del tuo avviso. x Socrate. Giudicare che una cosa è un’altra, è dunque dire a se » stesso, come mi sembra, che la tal cosa è la tal altra. » Tcelclo. Eh bene? » Socrate. Ricordali, se giammai tu hai dello a te stesso, che il » bello è brutto , o l’ingiusto giusto; in breve , vedi se giammai hai x tu intrapreso di persuaderti , che una cosa è un’ altra ; o se tutto t al contrario è vero che non bai giammai pensato anche dormendo, » di dirli, che certamente l’impari è pari, o opi altra cosa simile. » Teeleto. Non giammai. x Socrate. E pensi tu che qualche altro uomo, il quale fosse nel x suo buon senso, o che avesse Io spirito alienalo, abbia tentato di x dire seriamente c di provare a se stesso, clic necessariamente un x cavallo è un bove, e che due son uno? s Teeleto. Sicuramente no. x Socrate. Se dunque giudicare è parlare a se stesso, niun uomo x parlando con se e giudicando su due oggetti , ed abbracciandoli x lutti e due per mezzo del pensierc, non dirà, c non giudicherà che x l’uno sia l’altro. Io confesso che non vedo l’esattezza di questo argomento. Certa- mente niun uomo dirà parlando, sia interiormente, sia esteriormen- te: Questa azione giusta è ingiusta ; ma non avviene forse che un azione giusta si qualifichi per ingiusta? Niun uomo dirà il 100 non Digitized by Google » Il terzo è, che non conoscendo e non sentendo nè l’uno, nè l’al- » Irò, io non penserò giammai, clic l'uno il quale non mi è conosciuto » è l’altro, che io neppure conosco. » Egli resta per conseguenza, per giudicar l’altro, in cui conosccn- » do te e Teodoro, ed avendo i rostri ritratti impressi come con un » suggello su queste tavolette di cera, osservandovi tutti c due da » lontano senza distinguervi sufficientemente, io mi sforzo di appli- » care il ritratto dell’uno e dell’altro alla visione che gli è propria, » adottando ed aggiustando questa visione sulle traccie che essa ini » ha lascialo di se stessa, allinchè si faccia la riconoscenza, ed allora » che in seguilo ingannandomi e prendendo l’uno per T altro, come » coloro che mettono la scarpa di un piede all’altro piede, io applico » la visione dell’uno e dell’altro al ritratto che le è straniero, ore io » provo la stessa cosa di quando si guarda in uno specchio, ove la » visione passa da dritta a sinistra, e cado così nell’errore; allora è » che avviene di prendersi una cosa per un’altra, e farsi un giudizio a falso. § 17. Ma la disputa non ha ancora qui un termine, e Socrate trova nuove diflicollà per {spiegare come avvengono i giudizj falsi. « Sacrale. Non solamente io sono di cattivo umore, ma temo di » non sapere che cosa rispondere, se alcuno mi domanda : Socrate, » tu hai dunque trovalo, che il falso giudizio non s'incontra nè nelle » sensazioni comparate tra di esse, nè nei pensieri, ma nel concorso » delia sensazione col pensiero ? ... Ma egli mi rispouderà, da ciò ■» non segue forse, che non si prenderà giammai il numero undici, » che non si conosce che per mezzo del pensierc, pel numero dodici, » il quale similmente non è conosciuto, che col pensiere? Credi tu, » che alcuno non si ha giammai proposto di esaminare in se stesso a cinque e sette? E credi tu essere impossibile, che si giudichi falso » a loro riguardo? Non è forse avvenuto, che riflettendo su questi a due numeri, c parlando con se stesso, e domandando a se stesso a quanto essi fanno, l’uno ba risposto, ebe fanno undici, e l’ha così — 38 — » credulo l’altro, clic fanno dodici? 0 pure lutto il mondo dice, e » pensa, clic essi fanno dodici? » Tccteto. No certamente; molti credono, clic essi fanno undici, e a maggiormente alcuno potrà ingannarsi esaminando un numero più » considerabile: perché io m’immagino, clic tu parli qui di ogni » specie di numero. » Socralc. Tu indovini giusto. Ma non rientriamo noi in ciò che » noi dicevamo prima 0 Perché colui che è in questo caso s’immagi- » na, che ciò clic egli conosce è un’altra cosa, clic egli eziandio co- li nosco: il clic noi abbiamo giudicalo impossibile, e donde noi ab- » hiamo concluso, come una cosa necessaria, che non vi ha alcun » giudizio falso, per non essere ridotti ad accordare , che lo stesso » uomo sa e non sa nello stesso tempo la stessa cosa. » Teelelo. In effetto. » Socrate. Così bisogna dire, che il giudizio falso é altra cosa clic » un abbaglio nel concorso del pensiere, e della sensazione. Perchè » se fosse questo, giammai non si cadrebbe in errore, allora che non » tratterebbe che de’ soli pensieri. Per tal ragione è necessario, o » che non vi sin giudizio falso, o che possa accadere clic non si sap- » pia ciò che si sa. Di questi due partiti quale scegli tu? » Teelelo. Tu mi proponi una scelta imbarazzante, Socrate. Per mezzo dell’associazione delle idee, clic è la legge della nostra immaginazione, si può spiegare come avviene l'errore tanto nel con- corso del pensiero e della sensazione ; quanto nel concorso de' soli pensieri. § 18. Socrate non risolve la diilìcollà proposta ; ma passa ad una nuova difficoltà, la quale tende a far vedere l’impossibilità di risol- vere la quistione di cui si tratta e di determinare : Che cosa è la scien- za: ciò vale quanto dire, d’ intendere cosa è la scienza della scienza; ma ciò suppone, che noi possiamo saper qualche cosa, cioè aver la scienza pria di sapere che cosa è la scienza, il che sembra un assurdo. » Socrate. Non trovi tu, clic vi è dell’ imprudenza a spiegare clic Digitized by Google — 39 — s cosa è sapere, allora che non si conosce aiTallo la scienza ? Ma » Teeleto da lungo tempo la nostra discussione è tutta piena di di- » Tetti. Noi abbiamo impiegato una intioità di volle queste espressio- » ni: noi conosciamo, noi non conosciamo; noi sappiamo, noi non » sappiamo: come se ci compredessimo da una parte, e dall’altra, s intanto clic noi ignoriamo ancora che cosa è la scienza ; e per dar- li tene una nuova pruova, in questo momento stesso noi ci serviamo a di questi vocaboli, innovare, comprendere, come se essendo privi a della scienza, ci fosse permesso di servirsene. » Teetelo. Come dunque converserai tu Socrate, se non impieghi a alcuna di queste espressioni? a Socrate. Di alcuna maniera. Egli è vero, iintantocchè io sarò a ciò che io sono. Egli è certo almeno, che se io fossi un disputatore, a o che si trovasse qui un uomo di questo genere, egli ci ordinerei)* a he di astenercene, c ci rampognerebbe vivamente su i vocaboli di a cui io mi servo; ma poiché noi siamo de’ poveri ragionatori, vuoi a tu che io mi prenda Tardi mento di spiegarli che cosa è sapere? Queste sottigliezze mostrano l.° Che non si può parlare di alcuna cosa, se si pretende che non si deliba far uso di alcun vocabolo, che non sia definito; 2.” Che non si può nè provare nè combattere l’esi- stenza della conoscenza, senza una pelizion di principio; 3.° Che la conoscenza semplice non può spiegarsi. § 19. Dopo di ciò Socrate distingue il posseder la scienza, dal- l’aver la scienza. L’aver la scienza è secondo lui l’avere attualmente presenti allo spirito le cognizioni che essa racchiude. Il posseder la scienza significa averla nella propria memoria. Dopo ciò Socrate se- gue a ragionare cosi: » Sacrale. Sii allento a ciò che segue. 11 perfetto aritmetico non s sa egli lutti i numeri, poiché le scienze di lutti i numeri sono nel- si l'anima sua? » Teeleto. Sicuramente. Ecco un miserabile equivoco. L’aritmetico conosce i numeri scoi- Digitized by Google — 40 — plici , dalia cui combinazione nascono tutti gli altri ; e conosce pure il modo di combinarli ; ma non conosce , nè ha mai appreso tutte le combinazioni possibili, le quali non sono da noi determinabili. Ma* lebranclie ha preso un equivoco simile a questo, che qui prende Pla- tone. Seguiamo. » Socrate. Quest’uomo non calcola egli alcune volte in se stesso i » numeri che sono nella sua testa, o certi oggetti esteriori di natura » ad essere numerati ? » Tcelelo. Senza contradiziooe. » Socrate. Calcolare è forse altra cosa, secondo noi , clic csarai- » mire quale è la qualità di un numero? » Teeteto. È la stessa cosa. » Socrate. Costui sembra dunque esaminare ciò che egli sa, come » se noi sapesse, ncU'allo che noi abbiamo detto che egli sa tulli i » numeri ... Di quali termini noi ci serviremo , quando un aritmc- » tico si dispone a calcolare, o un grammatico a leggere. Dirassi » che sapendo l’arimenlicn, o la grammatica, egli va di nuovo ad # apprendere ciocché egli sa? » Teeteto. Ciò sarebbe assurdo, Socrate. » Socrate. Ma diremo noi, che egli va a leggere, o a contare ciò » che non sa , dopo di aver accordato all’ uno la scienza , all’ altro a quella di tutti i numeri ? » Teeteto. Ciò non è meno assurdo. » Socrate. Vuoi tu, che noi dicessimo, che egli c'importa poco di » quali nomi alcuno si servirà per esprimere ciocché s’intende per » sapere, ed apprendere? Ma che avendo stabilito , di essere altra » cosa il possedere una scienza, ed altra cosa l’averla, noi sosteniamo n essere impossibile, clic non si possegga ciò che si possiede, e che » per conseguenza non si sappia sempre ciò che si sa ; che intanto » può avvenire, che si faccia sù di ciò un giudizio falso, perchè sa- » rebbe possibile, che si avesse preso una falsa scienza in luogo della » vera ; allora che facendo la caccia ad alcuna delle scienze , che si Digitized by Google — il — » posseggono, esse si confondono, c si sbaglia prendendo a caso a l’una per l'altra ; così per esempio, quando si crede che undici è a la stessa cosa clic dodici, si prende la scienza ili undici per quella a di dodici, come se si prendesse una torlorclla per un piccione? » Teetcto. Questa spiegazione sembra verisimile. Quanti ragiouamenli prolissi ed inetti derivanti da un miserabile equivoco! § 20. Contro di quest’ultima spiegazione Socrate propone nuove didicoltà. » Socrate. Non è forse una grande assurdità, die l’anima possag- li ga in se la scienza, c die intanto ella non conosca nulla, c confon- » da tutto? In effetto, niente impedisce a questo riguardo, che l’igno- » ronza non ci faccia conoscere, e clic l’ accecamento non ci faccia » vedere, se egli è vero, che la scienza ci fa ignorare. » Teeleto. Forse, Socrate, abbiamo avuto torlo di non supporre, » clic delle scienze in lungo degli uccelli ; noi avremmo dovuto czian- » dio supporre delle ignoranze girando nell’anima con esse : di modo » che il cacciatore, prendendo ora una scienza, ed ora una ignoranza » su Io stesso oggetto, giudicherebbe falso per l’ ignoranza c vero a per la scienza. » Socrate. Supponiamo, che la cosa sia così. Colui che prenderà » una ignoranza, giudicherà falso, secondo le ; non è così ? » Teeleto. Sì. a Socrate. Ma egli non s’ammaginerà senza dubbio , che giudica » falso. » Teeleto. Ciò potrebbe forse essere? » Socrate. Al contrario egli crederà di fare un giudizio vero, e » vorrà passare per ben sapere ciò che realmente egli ignora. a Teeleto. Sicuramente. a Socrate. Egli s’immaginerà dunque di aver preso alla caccia una a scienza, c non già una ignoranza. a Teeleto. lo non ne dubito afTalto. 6 Digitized by Google — li — » Socrale. Cosi dopo un lungo circuito, eccoci ricaduti nel nostro s primo imbarazzo. Perché questo stesso critico non inanellerà di » dirci con un viso di burla: Spiegatemi dunque, miei amici, come » può Tarsi clic conoscendo l'una e l’altra, e la scienza e l’ignoranza, i> si può immaginare, die uua scienza che si sa, è un altra clic an- » cora si sa ; o come non conoscendo nò l’una nè l’altra, si può cre- » dorè, che una scienza clic non si sa è un’altra che neppure si sa? » 0 pure si prenderà quella clic non si sa, per quella clic si sa? 0 » mi direte voi ancora, che vi sono scienze di scienze e d’ignoranze, » c clic colui il quale le possiede, tenendole racchiuse in altri ridi- li coli colombaj, o avendole scolpite su di altre tavolette di cera, le » sa durante lutto il tempo in cui egli ne è il possessore, quando :i ancora esse non sarebbero presenti al suo spirilo? Di questa ma- li nieru, voi sarete costretti di percorrere mille volle questo circolo » senza avanzar giammai. Ecco delle lunghe dicerie, per dire un bel nulla. § 21. Socrate in vista di queste diflicoltà, propone di lasciar la ricerca sul giudizio falso, e di tornare ad affrontar la quislione sul- la natura della scienza. Egli propone un’altra opinione su la scien- za : questa opinione consiste a distinguere il giudizio vero dalla scienza. » Socralc. Non è egli vero, che quando i giudici hanno una per- ii suasione ben rondata, su di alcuni fatti, che non si possono sapere » senza averli veduti, allora stimando questi fatti sul rapporto altrui, » eglino ne formano un giudizio vero senza scicuza, avendo avuto d molta ragione di essersi lasciali persuadere, poiché la loro sco- li lenza è stala ciò che doveva essere? » Teeteto. Senza conlradizione. » Socralc. Ma, mio amico, se il giudizio vero e la scienza fossero ;•) la stessa cosa; il miglior Tribunale potrebbe forse pronunciare un » giudizio giusto, essendo sprovveduto della scienza? Sembra dun- » que die vi ha uua differenza fra la scienza ed il giudizio vero. Digitized by Google — 43 — § 22. Teelelo poi propone un’altra quistionc su la scienza. » Teelelo. Ascolta una cosa, che io aveva udito dire ad alcuno, c » che aveva obbliato. Egli pretendeva, che il giudizio vero accom- » pagnato dalla sua spiegazione è la scienza; e clic il giudizio il quale » non può spiegarsi è al di fuori della scienza : che gli oggetti, di » cui non può darsi alcuna spiegazione non possono sapersi ; e che » quelli i quali sono spiegabili, sono i soli scientifici : son questi i a suoi propri termini. « Socrate. Eli bene, sci tu di avviso, che si definisca la scienza un » giudizio vero con ispiegazione? » Teelelo. Perfettamente. » Socrate. Le sillabe possono esse spiegarsi, e gli elementi delle » sillabe non possono spiegarsi? » Teelelo. Probabilmente. » Socrate. Clic? Abbiamo noi ben dimostrato che l’elemento non » può essere conosciuto, e che la sillaba può esserlo ? Dimmi : inleu- » diamo noi per sillaba li due elementi che la compongono, o tulli, » se essi sono più di due? 0 pure una certa forma, la quale risulta » dal loro insieme? ». Tecteto. Mi sembra, che noi intendiamo lutti gli clementi, di cui » una sillaba è composta. » Socrate. S ed 0 fanno insieme la prima sillaba' del mio nome. » Non è egli vero, che colui il quale conosce questa sillaba, cono- » sce questi due elementi? » Teelelo. Senza dubbio. » Socrate. Egli dunque conosce la S e la 0 ? » Teelelo. Sì. » Socrate. Che cosa dunque sarebbe, se non conoscendo nè l’uno, » nè l'altro, egli lì conoscesse tutti è due? » Teelelo. Ciò sarebbe un predigio ed un’assurdità, Socrate. » Socrate. Intanto se è indispensabile di conoscere l’uno c l’altro » per conoscerli tutti e due, è necessario per chiunque che vuol co- Digitized by Google — « — » noscere una sillaba, di conoscere prima gli elementi: è ciò cs- » sendo, il nostro bel discorso svanisce, c sfugge dalle nostre mani. » Teelcto. Sì veramente e tulio in un colpo. Socrate propone ancora un’altra obbiezione, ed è che la sillaba non è l’insieme degli clementi, ma è qualche cosa differente da quc- sto insieme, o dall’aggregato degli clementi. Socrate stesso rispon- de a questa obbiezione dicendo ; o la sillaba ha delle parti, o non ha delle parli: se ha delle parti, essa è un lutto, un totale; ma ogni tutto e totale non è che l’aggregato di tutte le parti, come si vede nei numeri, poiché tutto un numero non è altro, clic tulle le parli che essa contiene, c perciò la sillaba, come ogni composto, costerà di parti, c le parli tosto che saranno, saranno parti del tutto. Quindi essendo noto il lutto debbono esser noti gli elementi. £ dunque im- possibile, che essendo ignoti gli clementi, sia nolo il tutto. Se poi la sillaba è qualche cosa di semplice, essa sarà ignota, come è ignoto Pelemcnlo, perchè semplice. » Socrate. Forse bisognava supporre, che la sillaba non consiste » negli elementi; ma in un non so clic, che ne risulta, e che ha la » sua forma particolare differente dagli clementi. Ecco l'obbiczione. Ciò che segue contiene la risposta. • » Socrate. Vi ha egli qualche differenza fra tutte le parli, ed il » totale? Per esempio, allora che noi diciamo, uno, due, tre, quat- a Irò, cinque, sei; o tre volte due; o quattro c due; o Ire, due ed » uno ; tutte queste espressioni danno esse lo stesso numero, o pure » numeri differenti? » Tccleto. Esse rendono lo stesso numero. » Socrate. Questo numero non disunito è forse sei? b Tectclo. Sì. » Socrate. E sotto ciascuna espressione non mettiamo noi forse » tutte le sci unità? » Teelelo. Sì. » Socrate. E dire tulle le sci unità non è dire sci? Digitized by Google » Teeteto. Sì. » Socrate. Per conseguenza per tulio ciò che risulta dai numeri v noi intendiamo il totale, e tulle le parti. » Teeteto. La cosa sembra così. » Socrate. Così, per ritornare a ciò che io voleva provare, non è » egli vero, che se la sillaba non è gli elementi che la compongono, » è necessario, che questi elementi non sieno le parli di essa, o che a se essa è la stessa cosa che gli elementi, essa non può essere più » nota degli clementi stessi ? » Teeteto. Io ne convcugo. » Socrate. Se al contrario la sillaba è una ed indivisibile, come » lo è l’elemento, essa non cadrà maggiormente dell'elemento sotto a la spiegazione, nè sotto la conoscenza. » Teeteto. Io non saprei non convenirne. Egli è certo che conoscendo gli elementi di un tutto ed i diversi rapporti fra di essi, si conosce il lutto; ma si può aver l’idea di un tutto, senza avere alcuna idea delle sue parti elementari , e dal mo- do della combinazione di queste parli elementari risulta il lutto. È questa una idea imperfetta del tutto, io ne convengo; ma c un’idea, clic non può dirsi uguale a zero: tali sono le idee clic noi abbiamo dei corpi naturali. § 23. Il vocabolo spiegazione, dice Socrate, può aver tre sensi : il primo è d’intendere l’immagine del pensiere espresso colla parola: il secondo la determinazione del tutto per mezzo de’ suoi elementi : il terzo di dire in che la cosa su la quale siamo interrogati differisce da tutte le altre. S’intende, che la scienza non può consistere in un giudizio che si esprime colle parole, poiché il giudizio falso anche può esprimersi colle parole. » Socrate. Tutto il mondo non è forse capace di esprimere più o » meno prontamente ciò che egli pensa di ciascuna cosa, a meno che » non sia muto o sordo sin dalla nascita? Digitized by Google — 40 — Riguardo a conoscere la cosa per i suoi clementi, Socrate fa que- sta obbiezione. » Socrate. Allora che un ragazzo scrivendo il nome di Teeteto per » un th cd un e crede dovere scriverlo, o lo scrive così; e che volen- » do scrivere quello di Theodoro, egli crede dovere scriverlo, e lo » scrive per un l e per un e, diremo noi clic egli fa la prima sillaba » de’ vostri nomi? Allora che egli scriverà di seguito il nome di Thee- » telo, non fa egli un giudizio retto col ragguaglio degli elementi, » clic lo compongono? Nello stesso tempo dunque, in cui egli giudica » vero, non è forse ancora sfornito di scienza? Ma non si potrebbe rispondere a Socrate, che colui clic sa scrivere bene il nome di Tlieclelo lia la scienza di questo nome, e. che non sapendo scrivere il nome di Theodoro non ha In scienza di questo nome? Pare che egli voglia, clic conoscere una sillaba, imporla il conoscere tutti i nomi a cui questa sillaba può riportarsi. Riguardo allo conoscenza per la differenza, Socrate fa questa ob- biezione. Se voi chiamate scienza di una cosa la diflnizione di questa cosa; siccome definendo una cosa pronunciate un gindizio vero su questa cosa ; in tal caso non dovete definir la scienza per un giudi- zio vero, accompagnato da spiegazione, ma solamente per un giu- dizio vero. Se poi definite la scienza per un giudizio «ero accompa- gnalo dalla scienza della differenza ; voi spiegate, lo stesso per l’islesso, il che è ridicolo. » Qui Socraiem vero et Theaetelwn opinatur ut rum differentias » opinando Socratis, et Theaeleti percipil, nec ne t Si non perci- » pii, nec vere opinatur; nunguam enim alterum ab altero vere » distinguerem, nisi differentiam ulriusque dignoscercm. Ergo eo » ipso i /nacque vere opinatur differentias callet. Quare nihil opus » est proeter opinionem veram, addere rationem, idest differen- » line nolionem. Verum dicel forte quispiam in ipsa opinione sen- * sum imaginalionemque diffcrenliae includi, potius quam c er- ri tam diffcrenliae naturalis inlelligentiam; ideoque addendum in Digitized by Google — 17 — » seimliae definilione, diffcrenliae intelligentiam. Contra illa Sa- li crales arr/umenlalur. Absurda profecto definitio est qua idem a per idem describilur. Cu m vero dicimus scienliam esse opinio- h nem veram cum ralionc, ùl est cum differentia intelliijenliae, » scienliam per scienliam deflnivimus. Nam intelliyentia diffe- 3 renliae, differenliae scienlia est. Cade scicnlia crii opinio vera » cum scienlia diffcrenliae, quod dictu ridiculum est (1). » Socrale. Io non mi formerò, come sembra, l'immagine di Tliee- » telo, che quando la sua figura schiacciata lascerà in me delle trac- a ce differenti di tutte le specie di figure schiacciate, che io ho ve- 3 dute, e cosi di tutte le altre parti, che si compongono : di modo » clic domani se io t’incontro, questa figura schiacciata li richiama » nel mio spirito, e mi fu pronunciare su di te un giudizio vero. Così « » il giudizio vero prende eziandio la differenza di ciascun oggetto. » Theclelo. Sembra che la cosa sia così. Il fare dunque un giudizio vero di un oggetto è dunque lo stesso che percepire ciò che esso ha di comune; e ciò che Io rende diffe- rente dagli altri. Ma se oltre della semplice percezione della diffe- renza si richiede la spiegazione della differenza, il che secondo que- sta opinione, vale quanto dire la scienza della differenza, in tal caso si asserisce una cosa assurda e ridicola. a Socrate. È dunque una risposta stolta, quando noi domandiamo 3 che cosa è la scienza, il dirci essere essa un giudizio retto unito 3 alla scienza, sia della differenza, sia di qualunque altra cosa. § 21. Qui finisce il dialogo. Platone combatte le diverse opinioni sulla natura della scienza ; ma egli in questo dialogo non dichiara la sua: « Ex his omnibus jam false sophislarum definiliones redar- b gulae sunt. Prima, quae dicebat , scienliam esse s ingulas quae s discunlur facullalcs. Secunda quae scienliam essesensum. Ter- ni tia, scienliam esse opinionem veram. Quarta , scienliam esse (1) M arsii. Ficin. Argumento del Theetelo. Digitized by Google — 48 — » opinionem veram cum sermoni» prolalione. Quinta, opinionem » veram cum discurm per dementa. Sexta, opinionem veram » cum differentiae imaginalione. Septima opinionem veram cum » scicnlia differentiae. » Ilis denique redargulis, videndum est quid Plal.° doceal, quip- » pc in scilo libro de Ilepublica, Dronlinum et Archylos Pylha- » goricos imitatus, duo rerum genera ponit intelligibile scilicet » et sensibile. Itlud stabile et incorporeum , hoc mobile corpo- d reumque. Viam ad itlud noscendum ratio nem toc ut , rifinì ad » hoc, sensum: notionem communem i/lius intelligenliam, hujus » opinionem. Sed ulrumque gcntts bifariam dividil.Vult enim esse » intelligibile primum, et secundum in co ideas, idesl divinac » mentis specie s, nolionesque, et mente s alias, et anima» conti- li neri, in hoc numeros et figura». Numeri quippe et figurac, quam- s vis incorporano sint, lamcn quia divisionem aliquam susci- » jiiunl, non pari dignilalc, qua imparlibiles, subslanliae censcn- » da sunt. Illorum cognitioncm proprio nomine intellectum, ho- » rum cognitioncm inlellectualem vocat. Sensibile quoque pari s divisione parlilur, in primum scilicet et secundum. In primo » locai corpora omnia corporeaque. In secundum umbras et ima- » gincs corporum sire in aqna, sive in speculi s apparcanl. Et cas » ita se habere ad corpora, ti li mathematica ad divina existimat. » Perceplionem corporum credulikilcm proprie nominai, umbra- » rum immaginalioncm. Deinde circa umbras corporum, rei co r- » pora, rei mathematica, scientiam esse negai, sed in solo intcl- » lectu divinorum eam locai (1). Platone, dice il sig. Cousin ncU’argonicnlo di questo dialogo, non manifesta qui la sua opinione ; ma egli la fa travedere : « Non sem- » bra forse egli dice : La vera scienza, quella clic non danno, nè le » sensazioni che passano, nè l’analisi, la definizione, ed il ragiona- li) Marsil. Fio. ibid. Digitized by Google — 49 — » mento, istrumenli sterili, senza dati primitivi, la vera scienza è » precisamente in quelle idee, che sfuggono alla dialettica, ed ai » sensualismo, in quelli elementi integranti di ogni pensiere, in quelli » priucipj indecomponibili, evidenti per se stessi, universali e neccs- » sarj, che lo spirito lira dalle sue proprie profondità, e dall’iinme- » diala contemplazione della sua essenza ? § 25. Merita di essere esaminato il seguente pezzo. » Socrate. Se tu metti sci piccoli ossi dirimpetto a quattro, noi » diremo, che essi sono un più gran numero, e sorpassano quattro » della metà in su : se tu li metti dirimpetto a dodici, diremo che » sono un più piccolo numero, c la metà solamente di dodici. Non » si soffrirebbe che si parlasse altrimenti. Soffriresti tu ? » Teelelo. Non certamente. » Socrate. Ma che se Protagora o qualunque altro ti domandasse: a Teeleto, può forse avvenire che una cosa divenga più grande o più » numerosa altrimenti che per via di accrescimento ? Che cosa ri* a sponderesti tu? » Tceteto. Se io rispondo, Socrate, ciò che penso, non facendo at- » lenzione che alla quislionc presente, io dirò che no; ma se ho ri- » guardo alla quistione precedente, per non contradirmi dirò di sì. » Socrate. Per Giunone, ecco una risposta buona e divina, mio » caro amico. Egli sembra pertanto, che se tu dici di sì, avverrà qual- » che cosa di simile al mollo di Euripide : la lingua sarà al coperto a di ogni rimprovero, ma non sarà così deU'anima. » Teelelo. Ciò è vero. » Socrate. Poiché noi abbiamo tutto il commodo, non considcrc- » remo noi a nostro bell’agio, c senza disgustarcene, ma per fare » esperimento delle nostre forze, ciò che possono essere tutte que- » sic immagini che turbano il nostro spirilo? Noi diremo, io penso, a in primo luogo, alcuna cosa non diviene nè più piccola nè più gran* » de, sia per la massa, sia pel numero, fintantoché essa resterà » uguale a se stessa. Non è egli vero? 7 Digitized by Google — so- li Teeleto. Si. » Socrate. In secondo luogo, che una cosa, a cui nulla si aggiun- x gc, nè si toglie, non potrebbe aumentare nè diminuire, e dovreb- » he sempre restare uguale, x Teeleto. Ciò è incontrastabile. » Socrate. Non diremo noi forse in terzo luogo, che ciò che pri- » ma non aveva esistenza, non può avere esistenza in seguito , senza » essere stalo fatto, o senza esserlo attualmente 1 ? x Teeleto. Io lo penso. » Socrate. Or queste tre proposizioni si combattono, come sembra, » nell'anima nostra, allora ebe noi parliamo de’ piccoli ossi, o quan- x do noi diciamo, che all’età in cui io sono, e non avendo provato x nè aumento nè diminuzione, io sono nello spazio di un anno dap- x prima più grande, in seguito più piccolo di te, che sei giovine, non v perchè il volume del mio corpo è diminuito ; ma perchè quello del » tuo corpo è aumentalo. Perchè io sono nel seguilo ciò che era pri- » ma senza esserlo divenuto, essendo impossibile che io sia divenuto x tale, senza che lo divenissi, c che nulla avendo perduto del volu- x me del mio corpo, io non abbia potuto divenir più piccolo. x Teeleto. Per tutti li dei, Socrate, io sono estremamente sorpre- x so, che tuttocciò può essere, ed alcune volte in verità, allora che x io vi getto gli occhi, la mia vista si turba intieramente. § 26. Tulio questo ragionamento tende a far vedere l’assurdità che seguirebbe supponendo, che uno dei termini della relazione fosse im- mutabile, ciò che Protagora negava; ponendo che tanto la cosa sen- sitiva, ebe l’oggetto sentito erano in un (lusso continuo; c che l’uo- mo non è mai identico a se stesso. Ma le assurdità, clic Protagora in questo pezzo fa rilevare, sono esse forse insolubili, come Socrate sembra supporle? Qualunque pensa- tore moderno è capace di distruggerle in poche parole. Le relazioni logiche non si debbono confondere colie proprietà reali e positive delie cose. Una stessa quantità non può avere due relazioni conlra- Digitized by Google — 51 — ' (littorie l'uoa all’altra ad una stessa quantità ; ma può benissimo, ed ha in clTetto relazioni contradittorie l’una all’altra, paragonata con due diverse quantità. Mi reca veramente sorpresa, che un sì gran genio come Platone, possa attribuire qualche peso a siffatte difficoltà : ma la filosofia, checché ne dicono alcuni atrabilari, si perfeziona co’ secoli. Digitized by Google Digitized by Google Digitized by Google Digitized by Google DEI SISTEMI MORALI E DELLA LORO POSSIBILE RIDUZIONE MEMORIA DEL SOCIO PAOLO EMILIO TULELLI PROF. DI FILOSOFIA MORALE NELLA UNIVERSITÀ E SOCIO ORDINARIO DELL’ACC. DI SCIENZE MORALI E POLITICHE DI NAPOLI EC. I. Si è notato da parecchi, non senza maraviglia, che i filosofi moralisti sono quasi sempre di accordo fra loro nella determinazione dei doveri umani nella pra¬ tica della vita, e sono poi così discordi ed opposti nell’ assegnare il principio primo della morale e se¬ gnatamente la ragione suprema ed ultima della mo¬ ralità. Questo fatto merita certamente di essere preso in disamina nello interesse tanto della scienza quanto in quello della vita. E per entrare senza preamboli nel proposto argo¬ mento, è da osservare che in ogni ordine di conoscen¬ ze e rispetto ad ogni obbietto di ricerche, havvi una duplice forma o specie di verità; la prima di verità immediate ed intuitive, l'altra di verità mediate e ri¬ poste. E ciò accade tanto nella sfera delle scienze spe¬ culative ed astratte, quanto nella sfera della scienza Digitized by LjOOQle - 2 — empirica e concreta. Ora la scienza morale contiene essa pure, come ogni altro ordine di sapere, questa duplice forma di verità, alcune delle quali sono d'im¬ mediata evidenza per sè stesse e quindi immediata¬ mente si apprendono quasi per intuizione, divenendo così il patrimonio incontestato ed incontestabile della ragione comune degli uomini. Di tale ordine di verità immediate ed intuitive sono per la più parte i pronun¬ ziati pratici della morale, i doveri così detti di giustizia e di umanità, quali risultamenti necessari ed invariabili delle relazioni etiche e nello stesso tempo naturali, che legano glijuomini fra loro e con gli esseri circostanti. Ora per questa sorte di pronunziati etici d’immediata intuizione e rispondenti alle esigenze necessarie della natura umana ed a quelle non meno necessarie della natura delle cose, non è possibile che vi sia contesta¬ zione alcuna, a meno che non si voglia uscire dai ter¬ mini della ragione comune, onde da tutti gli uomini volgari o filosofi che siano, sono egualmente consen¬ titi ed accettati. Ma quando trattasi di queste verità immediate e da tutti consentite nella pratica ricercare la ragione, e vuoisi formarne scienza dimostrata, allora fa mestieri di sollevarsi a quell’ ordine di verità riposte ed uni¬ versali, che oltrepassano la sfera del senso comune e richiedono forza d'ingegno e lungo lavoro di medi¬ tazione e studio, e che solo ne costituiscono il fonda¬ mento scientifico incrollabile e razionale. Ora in que¬ sto campo delle verità astratte e generali, e nella ri¬ cerca dei principi, che nella loro comprensione feconda Digitized by VjOOQle - 3 - inchiudono la ragione e la legitimazione delle cosi dette verità immediate ed intuitive del senso comune, sorgono primamente le divergenze del filosofi, 1* op¬ posizione delle loro vedute e la varietà e la moltiplicità dei loro sistemi. Così ad esempio, sono pronunziati della ragion comune e da tutti i moralisti filosofi ac¬ cettati, le massime che ciascun uomo è tenuto a per¬ fezionare sè stesso e di essere giusto e benevolo, leale e veritiero cogli altri, di amare la patria ed eseguirne coscienziosamente le leggi, e così via. Ma quando si domanda la ragione di questi doveri e si vuole asse¬ gnare il principio superiore, che gl’ informa e li rende razionali, assoluti, inviolabili ed imperativi; allora sorgono le quistioni e le divergenze, e chi propone un principio e chi un altro, come a dire la teoria del giu¬ sto e dell’ onesto, o quella del piacere e dell' utile ; la dottrina della simpatia e della sociabilità, o quella del senso morale; il principio dell’ autorità divina o del- P autorità dello Stato, e così di seguito. Questa diver¬ sità e moltiplicità di principi, che si assumono come ragioni, onde derivano i doveri pratici della vita, spie¬ gano il fatto storico della diversità delle scuole e dei sistemi morali. Non è mio intendimento far l’esposizione critica dei vari sistemi morali, o proporre e sostenere quel sistema, che mi pare esser più conforme alla verità; la quale cosa ho già fatto nell’altro mio lavoro che porta il titolo di « Schema duna Metafìsica dell’Etica; ma sì bene è mio proponimento in questo scritto di ten¬ tare una riduzione ad uno, se è possibile, ovvero a Digitized by Google - 4 - pochissimi generali e comprensivi, lo sterminato nu¬ mero dei sistemi etici, e fare per questi quel che fanno i geometri, inscrivendo in un cerchio massimo molti circoli minori aventi lo stesso centro, ma meno estesa la proiezione dei raggi loro. Chè sia possibile ridurre in uno, o almeno in pochi i sistemi morali, non è diffìcile il dimostrare. E pri¬ mamente è da distinguere sistema da sistema; per ciò che vi ha dei così detti sistemi, che non sono tali, ma in vece sono opinioni particolari su di questo o quel- P altro argamento, ovvero esprimono una teoria par¬ ziale sopra un dato obbietto determinato, o ne svolgono un solo lato od aspetto, senza abbracciarne la com¬ prensione intera e le relazioni sue con gli altri esseri dell’universo. Così fatte teorie parziali, queste speciali opinioni non meritano di essere dette sistemi, e per¬ chè particolari e parziali possono essere infinite; onde non è da stupire, se Marco Varrone asserisca essere più centinaia i sistemi, o meglio, le opinioni dei filo¬ sofi fino ai tempi suoi intorno alla natura del bene. Una teoria particolare e parziale ha un principio an¬ cora particolare, il quale, perchè particolare, è subor¬ dinato ad un altro principio, e questo ad un altro, e così di seguito ; onde deriva che questa teoria o siste¬ ma parziale ha fuori di sè la sua ragione di essere e deve ricercarla in una sfera più alta, e quindi ad un principio superiore, che abbia un circuito più ampio, e così procedere oltre fino a raggiungere il principio ultimo e supremo, che abbracci tutti i principi subor¬ dinati e chiuda nel suo àmbito e nella sua sfera quasi Digitized by VjOOQle — 5 — infinita tutte le sfere subordinate, e le incentri e le coordini al suo unico centro massimo ed universale. Onde segue che il vero sistema è e deve essere di sua natura universale, e se non è tale, è una teorica monca e parziale, che non si regge da sè e ne presuppone un altra, dalla quale riceve la sua ragione e la sua vitalità. Ciò che si è detto dei sistemi in generale deve dirsi con più forte ragione dei sistemi morali. La maggior parte di questi sono teoriche parziali e monche, ri¬ guardanti chi un aspetto e chi un altro del subbietto morale, e chi una forma e chi un’ altra dell’ obbietto della moralità, e quindi non abbracciano la sfera infi¬ nita, in cui si spiega l’attività libera e razionale verso il termine suo parimente infinito della moralità uni¬ versale. Onde quei sistemi etici monchi e parziali hanno principi eziandio parziali e monchi, i quali suppongono principi più alti e comprensivi, e questi alla loro volta dipendono alla fine da un principio ul¬ timo e supremo, che tutti in sè li comprende e dà loro valore, subordinandoli alla sua unità e al suo valore assoluto. Quindi segue che una dottrina etica per dirsi a ragione etico sistema, deve essere universale, deve contenere cioè un principio, che inchiuda tutte le forme dell’attività del soggetto morale, e tutte le forme in cui si attua l’infinita nozione del bene; deve determinare tutte le relazioni etiche della vita; deve in somma ri¬ solvere interamente il problema complesso ed infini¬ tamente comprensivo della moralità universale. Ma per essere universale un sistema etico fa me¬ stieri che fosse insiememente teorico e speculativo, Digitized by LjOOQle - 6 - nello stesso modo che un sistema universale specula¬ tivo e teorico non può non essere nello stesso tempo pratico e morale; e la ragione di questa medesimezza, o se vuoisi dire connessione dell’ un sistema coll’al¬ tro, e viceversa, si è che nel concetto dell’ universale s’includono e le ragioni dell'essere e quelle dell’ope¬ rare degli enti. È ciò spiega la dipendenza mutua della morale dalla metafìsica, e della metafìsica dalla mo¬ rale, o per meglio dire, dimostra, che la morale è con¬ tenuta nella metafìsica e la metafìsica è contenuta eziandio nella morale; onde un sistema veramente universale è un sistema teorico e pratico, speculativo ed etico insiememente. Ma perchè un sistema teoretico ed etico insieme sia veramente universale, è necessario eh’ egli risponda ad una concezione della totalità degli esseri del mon¬ do; è mestieri che dipenda da una concezione razio¬ nale e compiuta dell’universo. Ora quante sono o pos¬ sono essere le concezioni universali dell’ universo? A mio giudizio sono e non possono essere che tre sole e sono : 1. La concezione naturalistica ; 2. La concezione panteistica ; 3. La concezione dualistica dell’Universo. Onde derivano tre sistemi veramente universali in¬ siememente speculativi e pratici, vale a dire 1. il Na¬ turalismo; 2. il Panteismo; 3. il Dualismo , che per maggior precisione possiamo dirlo Theismo. Ed a questi tre sistemi universali, ciascun dei quali a modo suo raffigura e rappresenta e dà ragione ideale Digitized by LjOOQle - 7 - della realtà dell'universo, si riducono e sono subor¬ dinate tutte le dottrine, o tutti i così detti sistemi parti¬ colari, sì teoretici che pratici, i quali rappresentano e danno spiegazione frazionariamente e quindi incom¬ piutamente di questa o di quell’ altra parte, di questo o di quell'altro lato della vita unitotale del mondo. Ma per dimostrare come questi sistemi particolari,© parziali si riducano e si subordinano ai tre soprad¬ detti sistemi universali, fa mestieri prima di tutto esporre sommariamente di questi ultimi il rispettivo principio, l’estensione e la comprensione; e così a colpo di occhio si renderà manifesto, come in essi si¬ stemi universali sono contenuti, e da essi prendono i loro principi parziali, e da essi traggono dopo lungo cammino le loro conseguenze estreme i sistemi par¬ ziali e frazionari. II. Il Naturalismo. Il Naturalismo è l’espressione scientifica della con¬ cezione materialistica del mondo. Secondo questo si¬ stema, fattori dell' universo sono unicamente la ma¬ teria e la forza, le quali sono o 1’ unico e stesso prin¬ cipio sotto i due aspetti di sostanza e di attività, (dino- mismo), ovvero sono due principi l'uno insito nell’al¬ tro, o meccanicamente connessi (meccanismo). Tutti gli esseri del mondo sono qnindi della stessa natura del loro unico principio, sono cioè sostanzialmente pura materia, hanno la stessa forza, onde si muovono Digitized by VjOOQle - 8 — e si compongono secondo 1* unica e sola legge della cieca ed irrazionale necessità. Il moto, la vita, la sen¬ sazione e il pensiero sono fenomeni, che si manife¬ stano nei vari ordini o sfere della natura, e derivano unicamente dallo stesso materiale principio, e sono della stessa natura sua; sorgono e spariscono a mi¬ sura che lo stesso principio, senza ragione e senza scopo, ma ciecamente e fatalmente comincia, continua o cessa di operare. Concepito secondo questo sistema naturalistico il soggetto umano, tutto ciò che in lui si contiene e che chiamasi vita organica vegetativa, sensitiva e intellet¬ tiva; ciò che dicesi pensiero, volontà, ragione e libertà, sono fenomeni delle funzioni del fisico organismo, e questo è il prodotto della combinazione e dello svi¬ luppo necessario e cieco delle forze elementari, che lo compongono, e quindi sottoposto in tutte le sfere della sua vita complessa alla legge inflessibile e sola della fisica necessità. Per il Naturalismo nulla vi ha di as¬ soluto, e tutto è relativo al modo di sentire e di pen¬ sare sempre variabile dell’uomo, onde Protagora ebbe a dire « esser V uomo misura di tutte le cose; si che e il vero ed il bello ed il buono nulla hanno di asso¬ luto ed immutabile nella natura delle cose, di maniera che la verità e la bellezza, con i loro contrari, sono rela¬ tive al modo, variabile sempre, di vedere e di sentire, ed il bene ed il male sono ciò che solo appaga o non sodisfa il sentimento dell’uomo. Ora quale può essere il lato etico di questa conce¬ zione naturalistica del mondo? Digitized by VjOOQle - 9 - Se, come vuole il naturalismo, non vi ha nel mondo altro che materia e moto,e gli esseri sono risultamento delle varie maniere, onde gli elementi di essa s'incon¬ trano, si aggregano insieme e si compongono in infi¬ nite forme nello spazio; se la vita, il senso ed il pen¬ siero nel vegetale, nelPanimale, e nell'uomo sono puri e semplici fenomeni delle forze che in essi si svolgono per sola fisica e cieca necessità della natura loro; quale potrà esser mai il principio etico inchiuso nel naturalismo ? Rigorosamente parlando il naturalismo schietto importa la negazione recisa della vita etica e , quindi della scienza morale. Perciocché tolta dal mondo l’idea teleologica e la libera ragione, che regoli e governi il processo compositivo od evolutivo della natura, rimane con ciò negata la stessa possibilità dell’ordine morale nell’universo, e vengono negate nell’ uomo le nozioni del bene, della legge morale e della libertà, senza delle quali nozioni non ci è morale che tenga. Tuttavia il naturalismo per inconseguente che fosse, proclama anche esso il suo principio etico nellamassimageneralissimadel « Sequere Naturarti ». Ora questo principio etico universale del naturali¬ smo inchiude in sè e compendia tutti i sistemi etici particolari, i quali avendo per fondamento e ragione della loro dottrina il concetto esclusivamente natura¬ listico del mondo e dell’uomo, non sono altro che spe¬ cificazioni e determinazioni particolari del principio che implicitamente li contiene. In fatti, se si guarda in fondo alle dottrine etiche, che prendono il nome dalla voluttà, dal piacere, dall’ utile, dallo interesse, dalla 2 Digitized by VjOOQle — 10 — simpatia, dalla sociabilità e da tutte le così dette dot¬ trine morali positive; si scorgerà facilmente essere tutte quante fondate sopra principi subbiettivi ed egoi¬ stici della natura umana, quali sono le proprietà, le affezioni e le tendenze istintive o riflesse che sieno, per cui essa direttamente, o per indiretto, corre fatal¬ mente o rifugge da tutto ciò che può sodisfarla o por¬ tarle dolore e nocumento. Ed in cotesti sistemi etici particolari, come nel sistema generale naturalistico da cui discendono, non entrano affatto logicamente i concetti assoluti del dovere, del giusto e del bene, se non come entrusi a guisa di stranieri in casa non propria. III. Il Panteismo Il panteismo è il naturalismo idealizzato e reso ra¬ zionale : e ciò che nel naturalismo è sola materia e forza, nel panteismo è pure ragione e idea concreta e reale; ciò che nell’ uno è combinazione fortuita irra¬ zionale e meccanica, nell’ altro è necessario processo evolutivo, ma razionale. Il panteismo quindi si diffe¬ renzia essenzialmente dal naturalismo intorno al con¬ tenuto essenziale dell'unico principio, onde procede e si governa la gran mole dell' Universo. Imperciocché nel panteismo concepito nella sua forma realista, il suo unico principio considerato in atto, è insieme- mente sostanza e modo, è spirito e materia, è intelli¬ genza e forza, è pensiero e moto ed è tutt’ uno sotto i due diversi aspetti del pensiero e dell’ estensione, Digitized by UjOOQle — 11 — egualmente identici ed infiniti. Onde come reale è la sostanza, cosi reale è il modo; come reale è la materia cosi reale è lo spirito; come reale è il pensiero e l’idea, cosi reale è la forza fisica e il movimento, essendo gli uni egli altri termini un medesimo principio a due forme od aspetti diversi. E questa duplice realità nel- T unità del principio si verifica nel tutto (Dio) e si ve¬ rifica nelle parti, ciò è a dire, negli esseri della natura e nell’ uomo. Sicché nell’ uomo reale e sustanziale è lo spirito e il pensiero e l’idea, come reale n’è la ma¬ teria e l’estensione; al pari che reali sono le loro forze e le loro leggi rispettive fisiche e razionali, sendo in esso uomo quasi contratta e ristretta tutta l’infinita realità dell’ universo. Ma ciò che nella forma del panteismo realista si considera tutto realmente in atto, nel panteismo idea¬ lista si ha come reale primamente in potenza e conse¬ guentemente nel fatto. Imperciocché questo idealismo assoluto parte dal concetto o idea di una sussistente potenzialità infinita, la quale è nulla ed è tutto insieme; è nulla in quanto non è questo o quell’altro essere par¬ ticolare, ed è tutto in quanto svolgendosi diviene ogni essere nella sfera della natura e dello spirito. E dive¬ nendo con necessaria e razionale evoluzione e natura e spirito, pone in chiara manifestazione quel che pri¬ ma era involuto nella sua infinita potenzialità, cioè, spiega e imprime e nella natura e nello spirito la sua idea essenziale e la ragione, immanente ed inconscia nella natura, immanente e conscia di sé nello spirito. Posta così la dottrina del panteismo e dell’idealismo Digitized by t^oosLe - 12 assoluto, quale principio etico vi è contenuto? Questo sistema, all’ opposto del naturalismo, riconosce nel mondo una ragione eterna che presiede, anima e di¬ rige il processo evolutivo della natura e dello spirito. Spiritili intuì alit, totosque infoia per arto» Meni agitai molerà, et magno se corpore miecet. Viro. Ragione ch’è principio, legge e fine ultimo dell’ uni¬ verso; ragione, legge e fine immanenti nella natura, che ne siegue benché inconsciamente le assolute de¬ terminazioni, immanenti e conscie di sè nello spi¬ rito , il quale liberamente ne informa gli atti suoi. Onde il mondo, secondo questo sistema, e nel tutto e nelle sue parti procede dalla ragione come a suo principio, è governato dalla ragione come sua legge e tende alla ragione come a suo fine supremo. In con¬ conseguenza l’uomo, ultimo termine di questo pro¬ cesso evolutivo del mondo, è un essere essenzial¬ mente razionale, per cui nella sua ragione, che è iden¬ tica con la ragione universale, ritrova il principio del suo essere, la legge della sua attività e il fine obbiet¬ tivo del suo operare. Questo sistema adunque si differenzia'dal naturali¬ smo per i principi essenzialmente diversi che lo infor¬ mano. Il naturalismo negando ogni ideale dalla vita del mondo e dello spirito, e restringendosi tutto nell’unica cerchia del sensibile, non riconosce nell’ uomo altro che la vita del senso, non altra attività che la forza ini- Digitized by t^ooQle — 13 - pellente dell’jstinto più o meno riflesso, non altra legge se non quella della necessità della sua natura, non altro fine, nè altro bene, se non l'appagamento dei suoi naturali bisogni. L’idealismo panteistico invece dalla sfera del subbiettivismo sensitivo e dalle sue egoisti¬ che esigenze particolari, si solleva all’altezza della ra¬ gione obbiettiva ed universale, e da essa deduce le no¬ zioni assolute del giusto, del l'onesto,del diritto,del do¬ vere e del bene obbiettivo ed universale. Tuttavia que¬ sti due sistemi così opposti fra loro nel principio, onde muovono, e nel fine ove mirano, si accordano in un punto solo, ed è che l’uno e l’altro sistema pongono come necessaria e fatale l’unica forza, che inconscia¬ mente si svolge nel mondo della natura, e con consa¬ pevolezza nel mondo dello spirito; la qual cosa importa la negazione recisa della libertà nell' uomo e nell’ uni¬ verso. A questo sistema del razionalismo panteistico e del- l'assoluto idealismo si riducono tutti i sistemi teore¬ tici e pratici insieme, che più o meno apertamente ri¬ petono i loro principi dalla concezione panteistica ed idealistica dell’ universo; quali sarebbero, a modo di esempio, lo stoicismo antico, la dottrina di Giordano Bruno, di Spinoza e de’seguaci del moderno idealismo assoluto. IV. Theismo Ora rimane ad esporre l’altro sistema universale,che parte dalla concezione dualistica del Theo e del Cosmo. Digitized by VjOOQle - 14 — Questo sistema parte anche esso dal concetto di un principio unico, eterno, sostanziale e infinito, il quale nella sua unità piena e perfettissima comprende in atto reale e immanente tutte le forme e i gradi possi¬ bili dell’essere; principio che ha in sè stesso la ra¬ gione e la causa di sè medesimo, ed è la ragione e la causa libera del mondo. Ed essendo ragione di sè, è ragione che ha conscienza di sè medesimo e che si comprende; ed essendo ragione e causa del mondo, ne ha necessariamente ridea; la quale idea come tale cioè a dire, come ideale, è in esso principio come l’al¬ tro di sè stesso; e pensandolo come l’altro di sè stesso, lo pone e lo crea realmente, perchè il pensare e il fare sono in lui la medesima cosa. Da ciò deriva la conce¬ zione dualistica di Dio e del mondo sostanzialmente distinti, ma intimamente connessi per l’identità, o me¬ glio contenenza ideale dell’uno nell’altro, e per il nesso causale, onde l’uno dall’ altro da ideale è reso reale. Secondo questa concezione adunque il mondo ha due maniere di esistenza, l’una ideale e l’altra reale; come ideale esso sussiste in Dio, anzi come pensiero di Lui è Dio medesimo; come reale e concreto sussiste in sè proiettato nel tempo e nello spazio infinito. Da ciò se¬ gue che nel mondo riluce riflesso il pensiero di Dio, e in tutti gli esseri, che ordinatamente e gerarchica¬ mente lo compongono,è attuata dove più involuta,do ve più esplicata l’idea sua eterna; si che il mondo reale risponde al mondo ideale tal quale Dio l’ha pensato e fatto, ed ogni essere creato ha quella propria essenza e natura, quella attività e quella legge e quel fine pre- Digitized by VjOOQle - 15 - fisso dalla ragione e dal valere di Dio, onde risulta la maravigliosa armonia dell’ Universo. Da quanto precede si rileva chiaramente quanto il Theismo si differenzi dal panteismo. Questo predica Dio essere immanente nel mondo e con esso immede¬ simato e confuso; quello riconosce la trascendenza di Dio, vale a dire, la sussistenza di Dio in sè come ente personale e sostanzialmente distinto dal mondo, ben¬ ché con la sua mente e con la sua potenza vi sia da per tutto presente. Similmente nell’uomo questo si¬ stema riconosce due principi egualmente sostanziali ma di diversa natura, lo spirito cioè e l’organismo corporeo; i quali connessi insieme intimamente e l’uno all’altro subordinato, costituiscono l’unità dell’ umana persona. Onde nell’uomo sorge complessa la sua vita sensitiva, intellettiva e morale; delle quali ciascuna, ha la sua propria attività, la propria legge, e il pro¬ prio fine, ma che l’una all’altra coordinata, rispondono alla potenza, alla legge, alla finalità della ragione eterna ed assoluta di Dio. A questo sistema theistico universale sono subordi¬ nati e sono riducibili tutti quei sistemi particolari e frazionari, i quali riconoscono, oltre all’ordine fisico della natura, l’ordine morale del mondo; oltre alla legge della fisica necessità, la legge etica della liber¬ tà, oltre la vita sensitiva dell’ uomo, quella superiore del suo spirito; oltre del fine egoistico e subbiettivo, il fine obbiettivo ed assoluto; ed in una parola, tutti quei sistemi, i quali pongono Dio come primo principio, ragione, legge e fine ultimo dell’ universo. Digitized by VjOOQle Digitized by VjOOQle TULELLI abolizione DELLA PE3\fA DI MDRTE Digìtized by Gooc^Ic' FONDO PROVINCU NAZIONALE < 0 B. Prov. < j UJ h H 0 Z 0 B 5 -1 ID 57 ^ z CD 36Q- napoli BIBLIOTECA PROVINCIALE * T 3éo Digitized by Coogle Digitized by Google SI L’ ABOLIZIONE DELLA PENA DI MORTE NOTA DI PAOLO EMILIO TLLELLI Prorcssore di Etica oeU’Vnifcnilà .Socio Ordinario deirAccademia di bcic&ie Horali e Polltktic di Ra|»oli ( K^traMa dal H^&dicùnto UoUa «leMa Accademia delle iieienie Morali e PoUIktie. fatricolo d’Apfile) NAPOLI •STAMPERIA DKU^A R, UNIVERSITÀ 1863 Digitized by Google Digitized by Google su L' ABOLIZIONE DELLA PENA DI MORTE Sopra questo argomento importantissimo e sul qua- le la nostra Accademia dirige ora i suoi studi e le sue profonde discussioni, cinedo anche io la facoltà di esprimere la mia opinione e di sottometterla al giudi- zio sapiente de’miei onorevoli colieghi. lo entrerò di un tratto nel fondo della quistione; ed userò un linguaggio riciso e breve, ed uno stile non uccademieo, benché ad un’Accademia sia volto il mio dire. Esporrò semplicemeiite le ragioni che mi consi- gliano a seguire più l’una che l’ altra sentenza, e dirò quel che io ne penso senza che dessi conto dei uamenli e delle opinioni altrui, sia per approvarle sia per coinbalterle, non volendo io dare sopra qu<;sto te- ma che una brevissima nota da far seguito od acconi- pagnamenlo a’dotti lavori de’miei colleghi. I La quistione se si debba o no abolire la pena di mor- te da’ codici penali delie nazioni civili è subordinata ad una quistione più alta e più generale, ch’è quella di sapere, se lo Stato abbia il dritto di punire di mor- te i violatori della legge giuridica e quindi de’ dritti sacri ed inviolabili dell’uomo e della società. Percioc- ché se non si riconosce nello Stato questo diritto d’iii* Digitized by Google 4 fligger la pena capitale, non vi ha dubbio al mondo che la pena di morte' dev’esse'ie' abolita perchè anti- ^iiiridica ed immorale, lu'lla stessa {juisa chi' si è fatto e si cerca di fare rijjuardo alla schiavitù riconosciuta oramai dalla coscienza universale come rattenlato più ing’iusto contro il drillo più sacro deirumanilà. Se in vece si afferma questo diritto nel potere sommo dello Stato, allora la (juistione proposta si potrebbe risol- ver»^ affermalivamente o ne{?ativamenle, in quanto che, riconosciuta la j,nustizia assoluta della pe'iia di morte, il diritto d’inl 1 ig'^r(>iia essendo facoltativo cemie ojrni altro diritto, rimarrebbe solo a vv'der»*, se convenj*a usarla j)iù o meno larj^anienle, ovvero abolirla a se- conda delle raj,noni diverse della moralità e civiltà pro- j,*-ressiva de’ popoli. Ridotta (' messa in (piesli termini la quistione, esaminiamo se tra i diritti del la Sovrani- tà sociale vi abbia quello d’inl1ig{;e>‘e la pena capilab'. Il Coloro ( he ammettono il diritto di punire colla mor- te alcune specie di crimini si distinj^uono fra loro in- torno all’orig ine di (jucsto diritto; p('rci(»ccliè alcuni sostenjfono che questo diritto sia proprio di ofjni uo- mo in quanto che tal diritto è incluso neiraltro d('lla propria difesa; diritto che di poi viene trasmesso dai sinj,o}li individui alla personalità giuridica d(;llo Stato. Altri invec(' negano (jueslo diritto speciale ed in ge- nerale il diritto di punire all’ uomo individuo, e lo ri- conoscono nella potestà sovrana dello Stato; nel (piale si attua il diritto assoluto (h 1 illimitato non soggetto a legge v(n*una, perchè legge a sè stesso ('d assoluta- mente autonomo, tanto se (piesta sovranità sociah' esprima l’unità della volontà degli associati, (jiianto s(' ('Ila è la manifestazione concreta dell’assoluti». Vediamo prima s(' abbia valore Topinione che con- cede all’uomo individuo il diritto di punire e segnata- Digitized by Google s mente con la pena di morte. La rag'ione che move co- storo a riconoscere questo diritto ne’ sing-oli uomini, è la confusione che essi fanno del diritto di punire col diritlo della propria difesa, la quale in certi casi porta la necessità della morte deH’avversario. Non vi ha dubbio che Tuomo abbia il diritlo di uc- cid(‘re rajfsressore ingiusto, pognaino, della propria vita, (|uando non si al)l)ìa altro scampo di metterla in salvo; ma del pari è manifeste» che (piesto diritto di uccidere per la necessità della propria difesa non è lo stesso che il diritto di punire, coim» il male che si pro- duce* per preepria difesa nelbi persema die viola il no- stro eliritto, non è a rigeli* di te'rniini di) che intendesi per pena. Perdeice bè il diritto alla propria difesa che include la potestà eli usar la coazione anco violenta per repellere l’ingiuria o la lesione, per prevenirla, e nel e*,asei che tosse* avvenuta per averne la satisfazione ei il risarcimento, e'* infinitamente diverse» dalla puni- zieine. La piinizieme nel senso giuridico accettato uni- versaline*nte\ e'; la funzione autorevole d’imporre al de- linquente un male sensibile minacciate) dalla sanzione della Le‘gge per una commessa ingiustizia, senza aver riguardo immediato alia reintegrazione dei diritti al- trui lesi. Si che la pena è qualche cosa di diverso dai mali che sono elTeUi della difesa, della prevenzione e del risarcimento. E ciò è tante» vero, che la pena si impone al delinepiente dope» di’ è avvenuto il delitto, per cui essa si distingue elalla difesa; in see^onelo luo- go la pena si fa solfrire al deliiique*nte anche dopo che la persona le*sa nel sue» eliritlo sia statii ristorala con rinelennizzazieme e il risarcimento, ed anche quando il delinquente non possa e non veiglia certamente più of- fendere. La qual cosa dimostra che la pena differisca essenzialmente dalla prevenzione e dal risarcimento. Dalie quali considerazioni si raccoglie che il diritto di punire non è da confondersi col diritto della pro- pria difesa; s'i diè se Tuomo ha la potestà giuridica di Digitized by Google difendersi dalle inaiaste aggressioni anche, se la ne- cessità lo richiegga, con la morte dciraggressore, non per questo è da dire ch’egli abbia il diritto di punire e molto meno di punire colla morte. Ma può il diritto di punire anco con la pena di mor- te esser ammesso neH’uomo individuo, se non fonda- to, come si è visto, sopra il diritto della propria dife- sa, ma sì bene sopra qualche altro principio giuridico della sua natura? V’ha chi lo crede, e sono coloro che nella nozione della pena trovano il line non solo della difesa e reintegrazione del proprio diritto, ma ezian- dio quelli deìVespmzione della colpa, per la quale si ristora l’ordine morale turbato dalla ingiustizia; del- V emendazione e correzione del colpevole; deH’e.sewi- pio 0 intimidazione altrui; i ({uali lini inclusi nel con- cetto della pena possono, secondo costoro, esser presi di mira da ciascuno uomo amante della giustizia e del bene de’ suoi simili, per modo chi; ognjuno può assu- / x mersi ildrittodi punire e dichiararsi così vindice dell’or- dine morale offeso e correttore universali* de’coslumi. Noi esaminando la seconda quistione, se cioè com- peta allo Stato il diritto di punire, vedremo quanto valga questa teoria dei fini della pena e fino a che li- mite questi fini dehhonsi e si possono proseguire. Per ora diremo che all’iioino individuo non competa in nes- sun modo il diritto di elevarsi rispetto agli altri uo- mini suoi pari e nella relazione di semplice umanità, a vindice della giustizia lesa e dell’ ordine giuridico conculcato (quando non si tratta del caso della difesa dei propri diritti) coi fine di correggerli ed emendarli, ovvero con l’ esempio della pena atterrire i malvagi perchè si distornassero dalla via del delitto. Percioc- ché se ogni uomo ha il dovere etico di benevolenza e di carità a concorrere con ogni suo potere all’emenda- zione e correzione morale del suo simile, ciò devesi praticare con la persuasione, col consiglio e con altri consimili mezzi, ma non mai colla violenza e molto Digitized by Google 7 meno con la punizione; la quale supponendo in chi la Inflig-fre un rapporto di superiorità anzi di sovranità rispetto aila persona cui ia punizione viene ad essere inflitta, non può mai esser di competenza dell' uomo privato verso di un altro uomo, tra’quali passa la rela- zione di perfetta egua$;lianza giuridica. Questi pochi ragionamenti piuttosto accennati che svolti dimostrano abbastanza mal fondata l’opinione di coloro che riconoscono nello Stato la potestà giuri- dica di punire anco con la pena del capo in quanto gii viene trasmessa e ceduta da’ cittadini col patto socia- le. Donde segue che se lo stato non avesse in proprio questo diritto, non potreblie riceverlo da’ singoli uo- mini cui non appartiene: nemo dot quod non habei. Ili Ma vediamo se questo diritto di punire in generale ed in particolare colla pena del capo , sia un diritto proprio della personalità giuridica dello Stato, sia un attributo intrinseco della Sovranità sociale. E primieramente è da tutti ammesso che l’ autorità sociale abbia il diritto di eseguire la sanzione della Legge, b] una verità che scaturisce dal concetto stesso della sovranità sociale, la quale fallirebbe certamente il suo scopo massimo, se non unico, cli’è di garentìre r ordine giuridico dell’ umana convivenza, scopo che non potrebbe conseguirsi senza mantenere inviolata la legge, e data la violazione, senza che fQSse applicata ed eseguita la sanzione della legge medesima. Se adunque il diritto di punire consiste nel potere di far valere e dì applicare la sanzione deila legge a coloro che l’hanno violata, non vi ha dubbio al mondo che lo Stato abbia il diritto di punire.Ciò è incontestabile (]uanto è incontestabile il principio che non vi ha leg- ge senza sanzione, e che dell’ una e dell’altra è custo- de ed esecutore l’autorità sociale. Digitized by Google 8 Ma se egli è chiaro che il diritto di punire inteso nel senso ristretto e determinato di sopra quale potestà di fare eseguire la sanzione della Legge giuridica, non può esser negato aH’autorità sociale; non è egualmen- te manifesto convenire allo Stato il diritto di punire quando questo diritto è preso nel significato di commi- nare ed infliggere la punizione oltre e fuori il limite delia difesa, della prevenzione e della revindicazione de’ diritti de’ cittadini o della società, e col solo fine o di rendersi vindice dell’ordine giuridico ed elico con- culcato, 0 di correggere ed emendare i colpevoli. Per- ciocché a riconoscere nello Stato il diritto di punire inteso neH’ultimo modo di sopra espresso, fa mestieri prima risolvere il quesito, se la legge giuridica so- ciale e quindi la sua sanzione, possano avere in mira come loro line diretto ed immediato, e non mediato e come conseguenza naturale della pena, la pura c sem- plice vendetta della colpa e la correzione o emenda- mento del colpevole. Sul quale quesito a noi pare in- dubitata la soluzione, che la legge sociale di sua na- tura giuridica e quindi esteriore, non è destinata che a regolare le relazioni esterne e giuridiche degli uo- mini; il suo potere non si estende che alla sola tutela e guarentigia di diritti, non può comminar sanzione che olrepassi i confini precisi della prevenzione, della difesa e della revindica de’ lesi diritti de’ cittadini e della società. Non può dunque ella invadere la sfera della interiore moralità , ove ha soltanto imperio la pura legge etica obbligatoria, ma non coattiva della libertà dello spirito, c quindi non può prendere di mira direttamente quei fini etici, i quali trascendono il cam- po delle esterne relazioni giuridiche, ed esigere con la coazione penale ciò che è costituito dalla sola ade- sione libera del volere a cui ripugna ogni esteriore violenza, p] siccome da’ fini essenziali della legge so- ciale e della sua sanzione si dee ripetere nello Stato la potestà punitrice, segue che allo Stato non può Digitized by Google 9 competere altro diritto che di eseguire ed applicare la sanzione penale della legge entro a’ ristretti limiti deirunico e solo line proprio alla legge giuridica, ch’è il fine della dilesa, della prevenzione e della rivindica 0 ristorazione delle lesioni giuridiche, nel che consi- ste solamente la giustizia sociale. Questi principi cui noi abbiamo toccati di volo e che non fa mestieri di svolgere, ma soltanto di richiamare alla memoria de’ miei dottissimi colleglli, servono ma- ravigliosamente, se non vado erralo, a risolvere il pro- posto quesito, se lo Stato abbia il diritto d’imporre per alcuna sorta di crimini la pena di morte, o ciò che vale lo stesso , se la Legge dello Stato per la tutela de’ diritti privati e pubblici possa giuridicamente es- sere sanzionata con la pena di morte. Posto in sì fatti termini il problema e determinato in che senso è da prendersi il diritto di punire, noi ri- cisamente e francamenti^ ci dichiariamo per la negati- va; cioè che la legge umana, intesa unicamente alla tutela delle relazioni giuridiclu; private e sociali degli uomini e non ad altri fini che trascendono la sfera del- la esteriorità, non può avere per sanzione la pena di morte,!! quindi airautorità sociale non può competere il diritto di esercitare il diritto corispettivo. Percioc- ché il diritto di punire con la morte, che noi neghiamo allo Stato, non è da confondersi col diritto di usare anco l’espediente della morte dell’avversario, (luando lo richiegga in certi casi estremi la necessità della di- fesa, diritto che appartiene egualmente ed alla perso- na umana individua ed alla personalità superiore e più compiuta dello Stalo. Da (|uesto diritto della propria difesa deriva allo Stato il diritto della guerra appor- tatrice di morte e di strage nelle fila del nemico ag- gressore, come eziandio l’altro diritto di usar la forza, e se la necessità lo richiede, uccidere il prevenuto di delitto che resiste con violenza alle intimazioni legali di resa nelle mani degli agenti del potere esecutivo. Digitlzed by Google IO Ma SI l’uno che l’altro diritto di colpire di morte gfli aggressori ingiusti e violenti dello Stato, o chi resiste armata mano agli agenti del potere l(‘gale, non sono al certo quelli ch(> costituiscono il diritto di punire, ma sono una speciiìcazionc del diritto incontrastabile della propria difesa. Fuori di questi due casi ne’quali si avvera la suprema necessità ch<5 giiistifica ruccisio- iie del nemico per la salvezza del diritto, la pena di morte del colpevole non è legìttima. E la ragione è questa, che la morte del reo, fuori de’casi sopraccen- nati, non è un mezzo che fa conseguire il line uni(‘,o e sostanziale della Legge e sanzione giuridica, quaFè la prevenzione della certa aggressioni^ futura, della di- fesa dall’ aggressione presente, e della satisfazione della lesione avvenuta. E ciò è chiaro perchè la pena di morte si iidligge al deliniiueiite dopo ch’è commes- so il misfatto : quando cioè non si può più prevenirlo nè difendersene; quando egli è nelle mani del potere giuridico e reso impotente a più olTendere. Sicché non rimane altro diritto sopra di lui che esigere la possi- bile riparazione e risarcimento airolVese e lesioni del diritto altrui, e ia guarentigia dell’ avvenire. A qiii'sto line sono suilicienti mezzi le altre pene minori, di cui fanno uso tutte le legislazioni penali delle nazioni, pene, le quali possono eziandio produrre una salutare intimidazione negli altri uomini, se pure vuoisi am- mettere come immediato ipiesloaltro line, alla sanzione penale della legge. Invece la pena di morte non pro- durrebbe nè risarcimento uè reintegrazione del leso diritto altrui, se non fosse la voluttà del sentimento della vendetta, la iiuale per quanto trova scusa se non giustificazione neiranimo appassionalo deiroflcso, al- trettanto è riprovevole al cospetto della ragione elica e delia stessa ragione giuridica ed impassibile dello Stato. Nè la pena di morte potrebbe Invocarsi da ul- timo come espediente certo a distogliere i malvagi dalla via del delitto, quando la sperieiiza dimostra, Digilìzed by Google 11 che ivi sono più frequenti i misfatti dove più è adope- rata tal sorta di punizione. IV Questa dottrina, ia quaic ai certo si riattacca aiia teorica superiore che noi seguiamo intorno ail’ essen- za ed aiia prima fonte deii’ Ethos, può esser contrad- detta da coloro die fondano la ieggc e quindi ii dirit- to nella ragione e nella volontà umana, sia pt'rchè non riconoscono ragione c volontà superiore all’umana, sia percliè la considerano come identica alia ragione ed alla volontà assoluta. Da questo deriva il concetto del- r onnipotenza giuridica dello Stato, il quale, secondo (piesta dottrina, è la personilicazione vivente e reah^ o della ragione c volontà suhbiettiva dell’universalità de’ cittadini, 0 la pcrsoiiiflcazione della ragione e della volontà obbiettiva ed assoluta, si che neiruna e neH’al- tra supposizione, lo Stato è la fonte prima delI’Ethos, è la realtà vivente del diritto assoluto. Noi invece siamo nella persuasione che fonte primi- tiva dell’Ethos sia un principio superiore alla ragione ed alla volontà umana: riconosciamo cioè un principio ch’è insieme ragione e volontà assoluta, il quale come ragione è l’idealità del bene e del diritto e ([uindi del- le relazioni etiche e giuridiche costituenti l’ ordine ideale ed eterno delia moralità; e come volontà è la stessa legge e lo stesso diritto assoluto e quindi è la ragione e la causa si dell’ordine etico e giuridico at- tuato nel mondo reale, come della volontà libera del- Tuomo e dello Stato e del loro diritto corrispettivo. Donde siegue che la libera volontà dcH’uomo nella sfera delle relazioni etiche s’incontra con ia legge eti- ca che ne assegna il limite nel dovere etico, il quale c determinato da’ fini puramente etici non conseguibili se non nella cerchia interiore dello spirito dall’espli- camento non coatto della sua libera volontà. Egual- Digitized by Google li mente che nella sfera esteriore delle relazioni g^iiiri- diclie la libera volonlìi deiriionio s’incontra con la Ic}?- ge giuridica, la (|iia!e le conrerisce al c(m Io una pote- stà autorevole e sacra, le conlerisce cioè il diritto, ma liiiiilato e stretto entro a’ confini della giustizia, cioè a dire limitato dal diritto altrui egualmente sacro ed invi(dabile, e determinalo (‘ziandio da’ lini puranunde giuridici di ragione esteriore e (piiinli capaci per es- sere conseguiti a ricevere aiuto dalia coazione ester- na. La tpial cosa |>rova ad evid(*nza, che il diritto uma- no sia dell’ individuo, sia (bdio Stato, non è il diritto assoluto; percictccliè il diritto dell’ uomo individiut. oltre die trova una limitazione inli'riore neH’etico do- vere, ne incontra un altra ('steriore md diritto altrui: il diritto dello Stato è del pari limitalo non sido alla legge della moralità assoluta, ma eziandio dai diritto de’cittadini e degli altri Stati, che egli ha l’ohhligo giu- ridico di risp(‘ttare. Sicché ravvicinando (|uesii |)rin- cipii aH’argomento in discussioioi, se lo Stato possiede il diritto (li juinire, (piesto suo diritto non è assoluto ed illìmifato, come non è illimitata ed assoluta la sua potestà legislativa, per modo che dalla sua vidontà dipenda la determinazione del hene e del male, del giusto e deiringiiisto, egualmente che dal suo arhitrio non può dipendei i' una sconfinata sanzione penale per le trasgressioni delh; sui; leggi. Non si può dun(|ue attribuire allo Stato il diritto as- soluto ed illimitato sulla vita, la morte e la proprietà de’cittadini. Se ciii si ammettesse, avremmo allora le- gittimato il dispotismo assoluto, la personalità de’cit- tadini sarebbe annullata, i loro diritti s(M>mparsi, e da per sone divenuh' cose, la schiavitù degli uomini a pro- tìtlo in apparenza della idealità dello Stato, ma in real- tà a profitto dii’gover nauti, rimarrebbe giustilìcata anzi santilìcata. Il summurn Jas deirimperio, la sentenza « salus pub lica suproma Icx est « intesa nel signifi- cato anzidetto, sono la forinola del dispotismo assoln- Digitized by Google 13 lo, cioè a dire, sono la negazione assoluta del diritto. Nè ci soinl)ra cosa seria l’ass(Tire, che nel modo che allo Slato concedesi il diritto eminente sopra le pro- prietà de'cilladini, onde deriva in lui la potestà d’im- porre i trihuti e il dirillo dell’ espropriazione forzata a titolo di pubblica utilità, egualmente gli si debba altril)uire il diritto di espropriazione forzala della vita dei suoi soggetti a vant:iggio della pubblica salute. Perciocché oltre che (jiiesti due diritti d’imporre tri- tmti e di forzata espropriazione possono essere fon- dati sopra altri principi; egli è manifesto che ciò che da’ contribuenti si dà allo Stato con una mano, ritorna loro e riprendono coll’alti'ij, tramutato in altra forma di utilità e vantaggio; e ciò che gli espropriati forzati cedono da una banda lo ricevono dall’altra col prezzo corrispondente. Se dunque il dominio eminente dello Stato su la proprietà, esercitato ne’ tributi imposti e nella forzata espropriazione, equivale ad una specie di cambio <* di mutui benefici tra la società ed i partico- lari, e non imporla un diritto sconfinato sopra gliaveri de’ cittadini; come potrebbe sostenersi che lo Stato avesse il diritto eminente sopra la vita del cittadino e potesse (iisponie a suo arbitrio per la pretesa della pubblica salvezza? Espropriando la vita di un cittadino a vantaggio dello Stato , quale scambio di utilità e (|uale couijiensazione potrebbe ricevere chi non è più nel numero (le’viventi? Certamente che i cittadini han- no il dovere giuridico e (jiiindi lo Stato ha il diritto di coslringerli alla milizia (»er coiicomue nelle guerre contro de’iH'iuici alla difesa della patria comune. Ma (lucsto non viud dire ch’egli possa disporre diretta- mente della vita de’ suoi soggetti, o ch’egli li sacrifichi senz’altro all’idolo astratto della patria; invece signi- fica che lo Stato li obbliga a compiere il dovere giuri- dico della difesa de’dirilti comuni involgenti ancora i diritti propri a ciascuno; benché nel compiere iiuesto dovere si corra il pericolo della morte. E ciò è tanto Digitized by Coogle 14 vero che, ad evitare la guerra o la cessazione di una guerra in atto, non può lo Stato giuridicamente conse- gnare un proprio suddito innocente alle pretese evi- dentemente ingiuste d’ un altro SUilo nemico per far- sene strazio e vendetta; anzi gli corre l’obbligo per la tutela di quel suo suddito correre i rischi d’una guer- ra micidiale. Egualmente che per la revindica di certe e gravi lesioni al diritto di un suo cittadino, lo Stato, potendolo, ha il dovere giuridico di esigerne ripara- zione per mezzo della guerra dallo straitiero oflenso- re ; tanto egli è vero che i maggiori diritti che abbia lo Stato son quelli che hanno per oggetto la salvezza de’ diritti de’ cittadini, e che non gli competa alcun diritto ciré in contradizione manifesta con i diritti di quelli. Finalmente non si può concedere allo Stalo il diritto di punire con la morte, solo perchè la morte entrando necessariamente nel sistema deiruniverso tìsico e mo- rule, ed alternandosi con la vita, può al pari di questa essere un bene od un male e divenire egualmente og- gidto di dovere e di diritto. Sol perchè la morte è ne- cessaria aH’ordine tìsico della natura e che alle volte è da preferirsi alla vita resa insopportabile per atroci ed invincìbili dolori, io ho il diritto di togliermela o di toglierla altrui? Sol perchè la morte coronò la vita eroica di Socrate e consacrò la dottrina ch’egli pro- fessò per tutta la vita, rendendola cosi più splendida ed augusta, rimane perciò giustificata l’accusa di Cri- zia e di Melilo e fu giurìdica la condanna del popolo ateniese? Se fu altamente vera la sentenza di quel pon- tefice « expedii ut unm morialur prò populo » non , è men vero che sommamente ingiusto fu colui che con- dannò (|ueir Innocente, ed ingiusti coloro che lo cro- cifissero. Se liinto nell’ordine ideale quanto neU’ordi- ne r<‘ale, la luce suppone la tenebra, il calorico il fred- d^^, Tumido il secco, il piacere suppone il dolore, la verità Terrore, il beue il male, ed il diritto suppone Digitized by Google 1 » il torto; perciò segue che l’ uno sia l’ altro di questi termini opposti, e che^ per venire nel nostro proposi- to , si abbia il diritto di commettere una ingiustizia solo perchè quesUi produce indirettamente un bene o conferisce al trionfo dell’uomo virtuoso che la soffre? Necesse est ut eveniant scandala; sed t?ae lumini illi per quem scandala cveniunt. La morte è neces- saria neirordine fisico della natura, e la stessa natura n’ è ministra inesorabile; la morte è necessaria nell’or- dine etico e giuridico del mondo morale, ma ne sono ministri legittimi chi dee subirla per necessità di do- vere assoluto, e chi per necessità suprema ed immi- nente à da difendere il suo diritto. Così pognamo ad esempio, Socrate preferisce alla vita la morte e bee la cicutii, perchè sente e vuole compiere il dovere di non tradire la verità filosofica cui avea consacrato la sua vita; c Mario Pagano e il Cirillo ascesero al pati- bolo per non tradire la loro fede politica alla libertà santa della Patria. Egualmente Milone per la suprema e presente necessità della difesa colpisce di morte Clo- dio suo ingiusto e violento aggressore; nella guisa che la generosa Polonia, per la rivindica del suo eterno di- ritto ad essere nazione libera ed indipendente, si sol- leva come un solo uomo a disperdere la tirannica usur- pazione del tartaro moscovita. V Conclusione finale di queste mie poche considera- zioni è : \ Che la legge sociale non può essere sanzionata con la pena di morte, e che in consegucsnza lo Stato non ha il diritto di punire i colpevoli con la pena del capo. 2." Che la pena di morte deve abolirsi dal codice pe- nale de’ popoli civili. Su la quale ultima conclusione però rimarrebbe ad Digitized by Google 16 esaminare la quistione di opportunità deirabolizione rispetto ad una data nazione, pug^namo ad esempio ritaiia; dove la pena di morte, essendo radicata ne’co- dici, ne’costnmi e neiropinioin* quasi {feiierale, la sua abolizione immediata e fatta d’un tratto, potrel)be ar- recare ima perturbazione gn andissima iu‘1 sistema giu- ridico penale, segnatamente ne’ tempi che corrono, ne’quali le passioni polìticbe e sociali supereccitate in massimo grado, richiedono forse die non fosse per ora almeno rallentalo il fl imo che loro oppone il ter- rore della sanzione rigorosa della legge. Ma di tal qui- stione di opportunità ci riserbiamo trattare in altra occasione. 678869 Prezzo — Cent. SO. /: y' "'vi'- ! 'f ' \.‘ • /.;/ y T ; Digitized by Google Digitized by Google Digitized by Google BIBLIOTECA Digitized by Google /)HS6/?^7 J^arbari College iibrars FROM THE FUND OF Mrs. harriet j. g. denny OF BOSTON Gift of $5000, in 1875, ^'"O"^ ^^ children of Mrs. Denny, at her request; "the income thereof to be applìed to the purchase of books for the public library of the College." PPP Digitized by Google Digitized by Google Digitized by Google IL FILADELFOS DI GIOVANNI GEMELLI RECENSIONE DEL SOCIO P. EMILIO TULELL.I r=j^ NAPOLI TIP. E STERIOTIPrA DELLA R. UNIVERSITÀ 1882 Digitized by Google ^ ^^'^'^-^-^ <^Lut<^ Estratto dal Voi. XVII degli Atti delPAccademia di Scienze Morali e Politiche. Digitized by Google I. 1 .0 L'autore ha voluto fare per la Magna Grecia ciò che Barthelemy fece col suo A nacarsi per la Gi^ecia antica. Egli fìnge un personaggio per nome FiladelfoSy il quale, vago d^ apprendere, viaggia neir Italia antica, e propriamente nella Magna Grecia, a fine di studiarne le dottrine politiche. Costui osserva, legge, conversa, interroga; e come l'occasione detta, cosi prende nota, e va significando. Frutto di queste sue osservazioni, e conversazioni, ed interrogazioni, è il libro che l'autore intitola: Fi- ladelfos Sapienza politica degV Italiani antichi ad Ammaestramento degV Italiani moderni (1), perchè delle verità che contiene, più di una può essere utile a noi, oggi, d' imparare. Il libro non è propriamente un trattato, non una Storia, non un lavoro di Archeologia, ma una sem- plice esposizione di cose civili, dove s'impara una (1) Napoli Francesco Furchheim — Editore 1882. Digitized by Google - 2 - sapienza pratica, facile, utile, attinta a' dettati del- r esperienza, ed allo studio de' popoli, non quali noi Nepoti ce F immaginiamo, con certe virtù ideali, ma quali in realtà sono, co' loro vìzi, e con le loro passio- ni. Il suo autore non si smarrisce in astratte specula- zioni, non in discorsi vani, ma raccoglie puri, e schietti ricordi della buona arte di Stato. Non divaga in di- squisizioni erudite^ ma istruisce per via di dialoghi, e di dotti ragionamenti intorno a' migliori modi di go- vernare i regni e le repubbliche. Leggendolo, si vede subito, ch'egli, sotto il velame delle dottrine antiche, ha voluto dimostrare quanto sieno fallaci certe dottri- ne, che i moderni spacciano intorno al viver libero. Alla quale fallacia^ se non si mette riparo, sarà diffi- cile che le nostre politiche istituzioni, con si lungo amore da noi tutti volute e desiderate, scampino da- gli assalti, e dalle insidie, con cui i partiti estremi, le vengono quotidianamente combattendo. Tar è il concetto fondamentale del libro. Ed ora vo- glio enunciarvene i particolari di maggior rilievo. Filadelfos parte dalla sua terra nativa nell'anno 4 della CVII olimpiade, e percorre le varie città della Magna Grecia, cioè Locri, Scillaceo, Crotone, Sibari, Turio, Eraclea, Metaponto, Taranto. In ciascuna di queste Città egli s'intrattiene in colloqui, e ragiona- menti cogli uomini più savi ed insigni, che a quel tempo viveano, e così qua svolge un argomento, là un altro, altrove un altro. In Ipponio, per esempio, prende cognizione degli ammaestramenti politici di Megello e ne riepiloga in Digitized by Google - 3 — ordinato modo i principali, cioè quelli che concernono le forme de' pubblici reggimenti, ed i canoni più ge- nerali, in cui si assomma la buona politica. In Locri, dopo aver fatto breve cenno del governo di quella repubblica, discorre della boria de"* nobili che la signoreggiavano, e delle leggi di Zaleuco. Poi entra in ragionamenti con Agelide ^ OstilOy ed Ar- chippo circa i fastidi che adduce seco il travagliarsi nelle faccende politiche. Ed un altro ragionamento con Valinio tocca della virtù considerata nelle sue attinenze con la civile operosità, e degli ordini politici più adatti a svolgere i germi di essa virtù. Conchiude con alcuni ammaestramenti politici attribuiti a Timeo di Locri. Lungo il viaggio per Scillaceo s'imbatte in Polimerie di Terina, che gli ragiona di agricoltura, e degli schiavi e delle pubbliche gravezze. Qui è degno di nota so- pratutto ciò che il detto Polimerie gli, dice a proposito degli indizi a' quali si riconosce una città mal go- vernata. In Crotone Filadelfos si dà tutto a studiare le dot- trine pitagoriche, e stretta relazione con Cliostene, con EgilOj e con PiteniOy è dal primo istruito intorno alla persona di Pitagora; dal secondo intorno alle dottrine politiche del medesimo, e dal terzo intorno al come ed al perchè i Crotoniati superbi, ed indocili, fossero di- venuti al filosofo tanto devoti. Poi fatta breve narra- zione della persecuzione de' pitagorici, riferisce alcuni avvedimenti de' aSo/! crotoniati per bene indirizzarci Ministri, e' Consiglieri de^ regni, e delle repubbliche. Digitized by Google — 4 — Proseguendo il cammino passa per Sibari, dove si ferma a contemplarne le rovine. Poi va a Turio, una delle città, eh' ebbe leggi da Caronda^ ed accenna alle principali prescrizioni di queste leggi. In Eraclea assiste alle solenni onoranze fatte a Fi- lolao. Una bella, ed acconcia orazione ritrae le virtù di queir illustre italiotay ed il grande animo con cui seppe morire. In Metaponto fa conoscenza col filosofo Nicocley ed ha secolui lunga conversazione sulla politica e sul metodo, onde dovrebbe esser studiata per dare buoni frutti. Disutile scienza sarebbe la politica, gli dice esso Nicocle, se non dovesse trattare di altro che delle sole forme de' governi; ma compito suo è ancora di- sciplinare le passioni, gli appetiti, che della ruina de' governi sono principalissima causa. Finalmente Filadelfos arriva a Taranto, ultima tappa del suo viaggio. Qui, dopo descritta la Città ed il suo reggimento, parla de' tumulti, che durante la sua di- mora, vi seguirono a causa di elezioni a' magistrati. A proposito de' quali tumulti, Ipparchide gli divisa i danni, e gli sconci della rettorica nel campo politico, ed Artistofllo gli ragiona del male delle rivoluzioni, e delle false dottrine, che sogliono mandare a rovina la libertà. Termina il tutto con due bei dialoghi intorno alla democrazia, o governo a popolo, ed intorno a' falsi democratici, o adulatori delle moltitudini. Digitized by Google - 5 II. Da questo breve riassunto, che io vi ho fatto per sommi capi, potete intendere, che il libro non è senza qualche importanza, massime pel riscontro che ci è de' tempi descritti dair autore co' tempi nostri. Ma af- fine che possiate giudicarlo con miglior cognizione di causa, giova mettervi sotto gli occhi alcuni luoghi del libro medesimo scelti qua e là, come porta il caso. Così più che le parole mie, varrà ad apprezzarlo il criterio vostro. Voi sapete per esempio, quante volte ed in quanti modi è stato dibattuto Targomento delle forme de^ go- verni. Ebbene! Udite come ne ragionavano que' no- stri vecchi (1). « U ottimo de^ governi non è quello che molti si flin- « gono nella mente, ma quello eh' è possibile, date « certe condizioni di luoghi, di tempi, di costumi. « Ogni specie di governo ha il suo bene e il suo male. (c Nel governo regio è bene V unità del comandare, « perchè molto meglio, e con più ordine, e più celerità, « e più segreto, e più risoluzione, si governano le cose if pubbliche, quando dalla volontà di un solo dipen- « dono, che non quando sono all'arbitrio di molti com- « messe. Ma vi è di male, che, se il re è cattivo, avendo « egli potestà sciolta in ogni cosa, tutta quella autorità « che gli è data per fare utili effetti, li fa pessimi; s' è « buono, ma insufficiente, nascono per l' ignavia sua (1) Pag. 13 e seg. Digitized by Google - 6 ~ « infiniti disordini. E ancorché il re si facesse per ele- « zio ne, non vi sarà mai sicurtà intera contro ì detti « pericoli, perchè gli elettori possono molte fiate in- « gannarsi, rìpatando savio, e prudente chi sia di al- te tra sorte, e la grandezza della potestà e della licenza « muta spesso la natura di chi è eletto, e massime se « ha figliuoli , sarà difficile che non desideri aversi (( successori, né gli faranno ostacolo le contrarie ec- ce stituzioni del regno^ perché chi ha potere sconfinato « ed assoluto, trova sempre modi, ed arti, e ripieghi, « e forze a violarle. « Nel governo degli ottimati è bene che, essendo più « quelli fra cui è distribuita V autorità, non possono « così facilmente trascorrere ad una tirannide, come « può un solo,ed avendo riputazione di essere i migliori « uomini della città, la governano con più intelletto, e « con più prudenza, che non farebbe un principe o una (( moltitudine, e vivendo onorati, hanno manco causa « di appetire novità, e di travagliarsi in mutazioni pe- ce ricolose. Ma vi è di male che, stando in essi solo ri- « stretto ogni imperio, e ogni consiglio, favoriscono « quelle cose che sono utili al loro ordine, anzi che « agli altri ordini de' cittadini, e gelosi di conservare « la potenza non si nutrono che di boria, e di sospetti, « e quando si tramandano Tufflcio per successione, gli « è anche peggio, perchè le cose presto vengono in (( mano de* figli, o nipoti degeneri. « Nel governo popolare è bene che non vi sono pri- « vilegi^ e tutti vi convivono liberi ed eguali, ed il fine (( d' ogni deliberazione è V utilità generale, e nessuno Digitized by Google ' - 7 ~ « vi è escluso da' suffragi, e dagli uffizi, e da' benefìzi. « Ma vi è di male, che il popolo per Y ignoranza sua « non è cfi^pace di deliberare i negozi di rilievo , anzi « neppure i meno importanti, e, volendo scegliere chi « li deUberi per lui, è raggirato dagli astuti, ed è sem- <( pre instabile, e desideroso di cose nuove, e perciò « facile ad essere mosso ed ingannato dagli uomini « turbolènti, ed ambiziosi, e batte volentieri i cittadini <c dabbene e qualificati, ed inclina più a fare concioni, (( e rannate, che a stare nelle officine. « Onde governo da celebrare non è propriamente « alcuno delle tre specie, ma quello eh' è misto del me- « glio di ciascuna di esse, cioè della forza ed unità di « comando eh' è nel principato, del senno che hanno « gli ottimati , e della libertà ed egualità a cui tende il « popolo. La quale mistione non è di certo facile a fare, « ma non è impossibile quando si badi a condurla in « guisa che da ognuna delle tre specie sia tratto il <( buono, e lasciato indietro il cattivo; eh' è quanto di- ce re, non restringere tanto in pochi il reggimento ch^ei « non fosse libero , e non allargare tanto la briglia « eh' ei venisse in mano de' molti o ignari, o irrequieti. « Il che è il punto cui bisogna avvertire, e dove può « consistere la fallacia di chi ordina tal foggia di go- « verno. « Che se anche così non sarà dato^ per le passioni « degh uomini, partecipare tutto il bene, e fuggire « tutto il male, giova contentarsi che più presto ab- « biasi manco del bene, anzi che, per volerne troppo, « s' incespichi» nel male. Digitized by Google - 8 - « Del resto a voler fare giudizio più sicuro tra go- « verno e governo, il meglio è torse considerare non « tanto di che specie sia, quanto gli effetti suoi, e dire « quello essere governo buono, o manco cattivo, che « fa buoni, o manco cattivi effetti. Ed in vero, che ti « giova vivere in una città libera, dove stai male, e sei « governato malissimo? E se un principato governa « bene, e con utilità de'sudditi, non vorrai tu preferirlo <( ad una repubblica, dove le leggi non si osservano, (( la giustizia non si fa, la roba non è sicura, la libertà « non ha regola? Non è il nome di libertà, che fa li- « bero un governo, né il nome di regno che lo fa ti- « rannico, né il nome di ottimati che lo fa oligarchico, « né il nome di repubblica che lo fei popolare; bensì è « la somma de' benefici, o malefici, che ciascuno di « essi a' sudditi arreca. « Di certo naturai cosa è negli uomini la libertà, ma « naturale vi é altresì il desiderio di stare bene; e « quando questo non si ottiene, quella non si ama. « Come se tu volessi coltivare un tuo giardino, ti con- « siglierai ottimamente di farvi porre delle piante, che « alla natura del terreno sieno acconcie; ma se a « lungo andare non fruttano, il giardino non meriterà « di sicuro le tue sollecitudini. Così è del governo,* il « quale, se tu ben consideri le inclinazioni de^ popoli, « poco loro importa di che specie sia, ma imports^ « loro moltissimo, che faccia buoni effetti, perciocché « per essi è solo governo buono quello, in cui siano « bene amministrati, in cui ponderate procedano le « leggi, in cui le gravezze siano comportabili, in cui ' Digitized by Google . - 9 — « imperino la sicurtà, e la giustizia, in cui si abbia al ìi grado di tutti rispetto, ed a tutti sia aperta la via del (< lavoro, e delle professioni. E insomma, la disputa « sulla preminenza di una forma di governo a rag- ie guaglio di una altra è più vana, che sòda. La forma « vale quanto vale la sostanza. III. Un altro esempio. Per la contrarietà degP interessi che la polìtica è chiamata a comporre e maneggiare, fu e sarà sempre difficile agli nomini che intorno a essa si adoperano, tenersi fra gli stretti termini della virtù, onde si è chiesto fin dove sia lecito loro trascor- rere. Ecco come risponde uno di que' savi antichi (1). « Si è domandato se nel condurre il governo di una « Città si abbia ad adoperare più la virtù o la scal- « trezza. La risposta non può essere dubbia; la virtù è « sempre la virtù. Ma avverti che nelle cose umane <( ha grandissima potestà anche la fortuna, perchè si « vede da quotidiana esperienza, che non ci è alcuna « nostra operazione, la quale non s' impatta in molti « accidenti fortuiti, che rion è in facoltà nostra né di « prevedere, né di schivare. « Possiamo alcuni di questi accidenti moderare con « r accorgimento e con la sollecitudine, ma vincerli « tutti non é possibile. E quando anche noi credere- « mo potere la virtù vincere ogni ostacolo, dobbiamo (1) Pag. 18. Digitized by Google - 10 - (( almeno confessare, che importa assai nascere in « tempi, e vivere fra uomini, che la pregino; essendo « disgraziatamente vero, che non in ogni età, non in « ogni generazione, non in ogni luogo, abbia la virtù « culto ed altari. E dove l'ha gli è effetto di fprtuna « anche esso. Cosicché la conclusione, a ben consi- « derare, è questa: attienii alla virtù, ma ti sia propi- « zia la fortuna. (( Ed invero, anche volendo tu il tutto attribuire alla « virtù ed alla prudenza, ed escludere la-fortuna, non « puoi negare essere almeno di fortuna grandissimo <( beneficio, che corrano al secolo tuo occasioni in cui « tu abbi modo di far valere le opere tue virtuose; pe- (( rocche si veda per molti esempi, che le medesime « virtù sono stimate più o meno in certi tempi che in « altri, e le medesime cose fatte da uno nelle tali con- (( dizioni saranno gradite, fatte in altre condizioni sa- « ranno poco accette. E un altro esempio. Tutti sappiamo più o meno, a quali indizi si riconosce uno Stato mal governato. Ma non tutti sappiamo forse riassumerli in conciso modo così (1): « Se vuoi conoscere a qual norma attenersi nel giù- u dicare della fortuna di una Città, non ti lasciare ab- (( bagliare dalla sua potenza, ma guarda s' essa è be- « ne, o male governata. « Ora una Città mal governata si riconosce per pa- « recchi indizi, cioè: . (1) Pag. 99 e seg. Digitizec^ by Google — 11 — « Quando v* imperano molte leggi, e nessuna è os- i( servata. « Quando governanti, legislatori, consiglieri, vi ante- « pongono il comodo proprio all'utile pubblico; o vi si « eleggono a'più alti uffici gl'inetti e ragiratori; o si con- « cedono i primi onori a quelli, che meno li meritano. « Quando la giustizia non si fa, e chi delinque trova « occulti o palesi protettori, ed i più audaci colpevoli «vi sono impuniti, o castigati leggermente, ed i « giudici assolvono o per favore, o per timore. (( Quando coloro che siedono ne' Consessi pubblici, « sono più scissi che uniti; e non deliberano, ma par- ie teggiano; e non provvedono, ma il tempo sciupano « in discorsi vani. « Quando Ministri, Consiglieri, Ufficiali d'ogni gra- « do, possono liberamente fare il male, e non vi ha chi <( chieda punizione, o legge che vi ponga freno. <( Quando la cittadinanza, indififerente alle colpe, ed «agli errori di quelli ch'essa elegge a' primi gradi, « torna a rieleggerli, e non rinsavisce, e non si rav- « vede, e anzi corre con ^li stendardi a rimetterli in « seggio. « Quando ogni ordine di cittadini eccede la sua con- « dizione, e tutti vogliono salire, e nessuno scendere; « e chi è cialtrone si stima essere pari a chi è potente « d' ingegno, o di virtù. « Quando si lasciano sciolti, ed impuniti i concilia- « boli, o la moltitudine prende il luogo della gente sa- « via, o que' che più schiamazzano, più contano. « Quando le gravezze sono incomportabili, ed i go- Digitized by Google — 12 — « vernanti non pensano né ad allegerirle, né a prò- « porzionarle con gli averi. « Quando i giovani non attendono allo studio delle « buone discipline, ma ad imparare le arti delle sette>, « o ciarlare di quello che non sanno, o sbertare i vecn « chi che li consigliano. « Quando nessuno sodalizio civico è libero da di- « scordio, e da partiti, ed ogni servizio pubblico prò-? « cede disordinato, e sopravvenendo alla patria peri^ « colo^ non vi è chi la difenda. « Quando per la mollezza del vivere, e del costume, « aumentano i vizi ed i bisogni, e scema la virtù e la « fatica. IV. E un altro esempio ancora. Noi vediamo, noi leg-r giamo tuttodì, avere gli uomini sulle labbra non al- tri nomi che quelli di libertà, di eguaglianza, di suf- fragio universale, e simili, come se dal frequente ri- peterli, procedesse la comune felicità, e non dal sa-t perii bene usare ed applicare. Or ecco che cosa dice in proposito un altro di que'nostri savi italioti (1). « Tu odi per la città suonare sulle bocche de' più le « parole libertà , eguaglianza , largo comizio , am^ a piissimo suffragio e simili, ma sulla bocca di pochi « odi la parola saggezza. Eppure la ragione de' savi è « la fonte d'ogni bene civile, é la prima forza del « mondo in ogni genere di cose. Togli IMngegno, togli (1) Pag. 88 e seg. Digitized by Google - 13 - «la mente, non resta negli uomini, che T animalità. . « D' onde nasce dunque, che quella virtù, eh' è più « rilevante e capitale in ogni appartenenza della vita « politica, non solo è esclusa dal primo luogo^ ma ta- « cinta quasi da tutti, e, se non disdetta in teoria, è di « certO' rimossa nella pratica? Nasce per un lato dal « non esser ella una dote comune; per V altro dalla « gelosia invidiosa di coloro, che trovandosi di quella « difettivi, si stanno col maggior numero, e Io adulano. <( Ma il maggior numero, ma la libertà, ma V egua-r « lìtà, ma il suffragio amplissimo, non informati ed « individuati dalla ragione de' savi , sono essi altro, « che sciolta moltitudine? E la moltitudine sciolta, e « disgregata può mai formare ordine, ed unità, quan- « do è priva della sua guida, eh' è appunto codesta ra- « gione de' savi? E dove non è ordine, dove non è uni- « tà, ma sempliceinente somma, come può mai na- « scere, crescere^ e prosperare città vera? « Quindi se legittimo è il predominio del maggior « numero, se legittimi il suffragio e la libertà e l'eguaT « lità, ogni qualvolta sono avvivati, e governati dal- <c r ingegno degli assennati; viceversa sono inlegitti- «missimi, quando datale accompagnatura vanno i( deficienti. Anzi sono allora non propriamente dei (c beni civili, ma de' mali, che ricordano il vivere bar- « baro; perchè il soprammontare della turba, senza et il correttivo della saggezza^ non è perfezione , ma « deterioramento degli ordini liberi. E coloro che, in-^ « consci di ciò, gridano popolo^ popolo, vengono in « sostanza a gridare barbari, barbari; e, tirando la Digitized by Google - 14 - « cittadinanza alla rozzezza decoro primordi, sono « senza avvedersene retrogradi. <( Questi tali non intendono, che al popolo non è « dato partecipare altrimenti alla politica libertà, che <( accettando per duci, e moderatori i savi. Se no, « egli è eslegge, sciolto, impotente a fare cosa che «approdi; perchè, volere o non volere, la presenza « deir ingegno, la luce della mente, è la legge viva e « perenne, a cui per natura eleva la folla a stare sog- « getta. <( La vita civile non è possibile che a questo fatto, e « consiste nel far si che la plebe de' mediocri salga, « e non mica che gli uomini sapienti discendano; né « il salire de' mediocri può in altra guisa effettuarsi « che sulle ali della ragione de' più provetti. « La quale ragione insegna che devesi fare la giù- ((Stizia eguale, e non T egualità giusta. Onde quelle <( egualità, quella libertà, quella forma di comizii, che (( molti cercano nel livellamento delle disparità natu- « rali, tion sono propriamente franchigie, ma grandi (( ingiustizie ; perchè confondono l' ignorante con (( ristrutto, il corrotto con l' incorruttibile, il treccone a col cittadino dabbene. (( E così per difetto di saggezza, quelle cose che do- (( vrebbero servire più di presidio alle Città, più le « disordinano, e il grosso della moltitudine, che do- <( vrebbe essere la loro forza, è invece la loro debolez- <( za. D' onde viene che dal nome del popolo tutti si <( credono lecito poter formare insegna a tanti ingan- <( ni. Ed esso, ingenuo, o grida vìva la sua morte e Digitized by Google - 15 — « muoia la sua vita; ovvero fa come le pecore, le quali « si lanciano tutte giù da una ripa, se una vi si lancia, a e tutte saltano in un pozzo, se una vi salta. « Non è imperizia peggiore in chi governa che « quella di credere che le fazioni, e le conventicole, <( ben sorvegliate^ ben guardate, non possono nuoce- « re. Ma le fazioni e le conventicole vanno sterpate « subito; se no, ti sterpano. <( È nella loro natura di esser così tenaci, che la loro « azione, benché abbia certe tregue apparenti, pure « non intermette mai, non è mai realmente sospesa, <( ma passa come il calorico dallo stato manifesto al « riposto e latente, e viceversa; per modo che mai non « ozia, mai non languisce, operando anzi più allorché « si occulta, che non allorché si appalesa. « Lasciandole crescere d'ampiezza, divengono ogni « giorno più insolenti, e poderose, ed invitte; talché « se a fatica riesce di torle via quando sono poche e <( come isolate, meno che mai riescirà quando sono « aumentate di numero e fatte temibili. « Ciò che distingue V aderire ad una fazione , ad « una conventicola, dallo stare con la cittadinnanza é « questo: che accostandoti all'una perdi la tua libertà « e la individualità tua propria, stando con T altra la « mantieni; quella ti rende partigiano ed esclusivo, <( con questa ti assuefai alla tolleranza; la prima fa di « te un settario, la seconda un franco e leale figliuolo « della patria. Digitized by Google — 16 - • V. E intorno alla tanto strombazzata teoria della sovra- nità democratica popolare, udite questo dialogo, che r autore riferisce di due interlocutori, de' quali uno la difende, e V altro V oppugna. Dice il primo (1): « Bene sta, che i sapienti e virtuosi debbano essere « in ogni ordinamento politico duci e maestri; ma « dov'è democrazia, bisogna che gran parte vi abbia « il popolo, che altrimenti egli non sarebbe principe. E r altro risponde. «E non dev'esserlo. Un popolo principe nelJ'ele- « zioni, principe ne'giudizì, principe nelle accuse con- <( tro i publici magistrati, principe nella distribuzione « degli onori e degli uffizi, principe nel fare raunate « nel foro a suo talento, principe nell' indurre alle sue « voglie i governanti con i bociamenti e con portare « gli stendardi per le vie^ gli è un' altra dottrina non « meno fallace di quelle, che io toccai in Casa Nearco. « E la ragione n' è chiara. L' elezioni ed i giudizi sono « opera di discernimento, e frutto d' incorruttibilità; (( ma il popolo non discerne, ed è corruttibile. Le ac- « cuse contro i Magistrati ed i governanti sono ne- « gozi da dibattersi nelle aule legislative; ma il popolo <( le dibatte fuori, per le piazze e per le strade, e se- « mina il disordine. Gli onori e gli uffizi sono premi « dovuti a' meritevoli ed a' difensori della patria; ma « il popolo li dona a' faccendieri, ed a quelli che più (l) Pag. 236 e seg. Digitized by Google - 17 — « lo cullano. Il foro, le piazze^ le vie sono destinate « alla libera circolazione de' cittadini; ma il popolo le « converte in politeami chiassosi, dove traffica il voto « e la coscienza. Tutte le quali cose^ credimi, oltre « che non sono alla libertà essenziali , hanno poi il « massimo inconveniente di alienare i più dall'amarla. « E dunque qual parte assegni al popolo nel con- « gegno delle politiche insti tuzioni? « Il popolo è tutto, ma non deve guidare il carro «della repubblica; perchè il guidare, l'eleggere, il « giudicare, il sindacare, il discutere, essendo atti di « saggezza, non li possono fare se non quelli che sono « saggi. Ogni cosa pel popolo, ma non ogni cosa col « popolo. Insomma, deve il popolo (e per popolo io in- « tendo moltitudine, bada,) avere tutf i benefìzi della (( libertà, ma difettando egli d' ogni qualità a maneg- « giarla bene, bisogna che lasci questo compito a chi « ne sa più di lui. « Ma ti pare egli possibile fare codesto, quando gli « uomini, a torto o a ragione, considerano la libertà « come il sommo de' beni per sé e per la patria, e per- « ciò la vogliano larghissima, e popolarissima? « Tutto sta neirintendere la libertà sanamente. Del- « r aver preso gli uomini equivocazione intorno ad «essa, sono nati appunto i loro mali. Si dica quel « che si vuole, ma di questo eccelso e sacro nome di « libertà, gli uomini si sono sempre valsi, e si valgo- « no, non tanto per utile e gloria della patria, quanto « per soddisfare alle loro cupidità, ed ambizioni. Se « tu ben consideri , al maggior numero di essi non Digitized by Google — 18 - « cale propriamente della libertà, che fino ad un certo « segno^ ma più di tutto si muovono per desiderio di « dominare, e di avere superiorità. Il quale desiderio è « cosififatto, che, eziandio fra coloro che la libertà prò- « fessano sinceramente , è raro trovare chi , avendo « occasione di farsi ad altrui superiore, non vi si la- « sci trarre volentieri. Ed infatti, guarda un pò agli « andamenti di quelli che nelle città sono i capi della «parte liberale, guarda alle cause deMoro dissidi; « che vedi? Vedi, che per ultimo fine, tutti si propon- « gono più meno questo lacchezzo della superiori- « tà, e non altro che la superiorità. « Sforzansi bene, mentre lo possono fare, di coprire» « tal loro fine con quel piacevole titolo della libertà, « ma non perciò T inganno è meno chiaro. « E quanto al popolo, ei grida libertà, è vero; ma « non perchè ne intenda il pregio, bensì perchè, du- « bitando di essere oppresso, e partecipando meno « agli onori , ed agli utili della repubblica, gli pare « potere con quella aprirsi la via all'egualità, eh' è (( propriamente la cosa principale a cui egli mira. Ma « anch' egli, non si tosto è condotto all' egualità, non « ferma quivi T animo, ma comincia a desiderare la « superiorità, o altro vantaggio purchessia; e se non « l'ottiene, o si dà a favorire alla prima occasione la « servitù, o si gitta a' tumulti, o si mette dietro un ca- « poparte, dal quale spera conseguire ciò che dal- <c r egualità non ha potuto. « Questa è la verità vera, questo è ciò che attesta « r esperienza, ciò eh' è provato dalla Storia. Digiti izedby Google -^ 19 — « Specula pure, se cosi ti piace, le più sottili teori- « che della libertà; ma la verità, ripeto, è questa. « Ma qual conclusione vorresti tu dedurre da code- « sto fatto? Forse che sia impresa disperata gover- w nare gli'uomini con la libertà? <( No; ma dico che gli uomini^ appetendo più la su- n periorità, che la libertà, va fuori strada quel legi- <( slatore, il quale crede che, allargando nel popolo il « governo libero, rimedi a tutto. Onde la sapienza ci^ « vile sta, più che nelF estendere la libertà alle molti- « tudini, neir ordinarla in guisa, come ho detto, che « i savi la maneggino, e le moltitudini ne godano. « Cosi verrebbe però la democrazia a disnaturarsi. « Sarebbe in sostanza i pochi savi a governare, e non « il popolo. « E questa è appunto la vera e sana democrazia, « della quale non è littore solamente il popolo, ma lo <( ingegno altresì, e anzi principalmente T ingegno. «Togli alla democrazia l'opera dell'ingegno (eh' è « quanto dire de' savi), ed il popolo è nulla, è corpo « senza vita, è massa inerte. L'uno è numero, ma <( soltanto r altro è persona; 1' uno è braccio, musco- « lo, materia, ma soltanto l'altro è nervo, spìrito, cer- « vello; r uno è parte infima e come la base, ma sol- m tanto r altro n' è la parte squisita e la cima. <( Perciò, si voglia o no, è ne' savi, è negli uomini « d' Ingegno, una naturale vocazione a governare, co- « m' è nel popolo una naturale predestinazione ad es- «c sere governato. Il che non dico già che importi pa- « tronanza negli uni, e sudditanza nell' altro; ma im^- Digitized by Google - 20 ~ <i porta di certo una diversità di compito, della. quale « non si può a meno tenere considerazione , se si <( vuole porre bene i termini , fra cui ha ad essere , « nella democrazia, contenuta Fazione del popolo, ed « esercitata V azione de' sapienti e virtuosi! Il popolo «fa r ufficio di natura, i sapienti e virtuosi di arte. « Quello porge la materia greggia, questi le danno la « forma. Quello somministra i semi feraci, questi li « nutrono e svolgono e rendono fruttevoli. Quello dà « il metallo, questi lo traggono fuori e lo fondono e « lo colano e lo purgano e lo ripuliscono, ed a' vari (( usi lo aggiustano. « Quando adunque i democratici gridano popolo, « popolo, e vorrebbero sempreppiù ampliare il giure « elettorale, mettendo esclusivamente in sua balìa le « sorti della libertà, senza darsi pensiero d' altro, non « sanno quel che si fanno. Scambiano le parti, confe- <( rendo al numero ciò ch'è proprio del senno. Con- « fondono il sentimento, che della libertà hanno indi- « stinto le moltitudini, con la cognizione chiara e di- « stinta, che del medesimo sentimento hanno quelli « che, in mezzo alle moltitudini, sono meglio forniti « di virtù e di sapienza politica, ed a'quali appartiene « perciò leggittimamente il potere. « E queste cose conferma a capello la Storia, la « quale mostra che se, negli ordini politici e ne' mo- <( rali e ne' religiosi, le prime mosse vengono dal pò- « polo, la ricomposizione e la disciplina sono venute a sempre da' sapienti e capaci. Essi più che il popolo « fanno propriamente le rivoluzioni , perchè . essi le Digitized by Google - 21 ~ « guidano, le ordinano, le rappresentano, ed i moti « repentini riducono a stato fermo di vivere civile. « Cosicché r opera loro nel campo politico si riscon- « tra perfettamente con quella di ogni appartenenza <f deir umano pensiero nel campo ideale; dove se^ per « esempio, tu dicessi che la filosofìa e le lettere e le « arti belle di un popolo, sono di lui V espressione, « ciò non vorrebbe significare che il popolo le crea e <( le governa, ma che gli scrittori e gli artefici le di- « chiarano e le indrizzano. «Insomma, il popolo è tutto, ripeto, perchè tutti « siamo popolo; ma ìnterpetri suoi, così in democra- « zia, come in ogni altra foggia dì Stato, non possono <( essere che gli ottimi, cioè quelli in cui è virtù e sag- « gezza e perizia di governo. « Ma questi ottimi non li deve eleggere pur sempre «il popolo? « No: Popolo supna moltitudine, come ti ho detto; « e la moltitudine a tutt' altro è esperta, che a fare « buone elezioni. Si porti pure contraria sentenza « quanto si voglia, ma il popolo è il giudice meno sa- « gace delle qualità degli uomini, e misura con minor « diligenza quanto pesi ciascuno, anzi va alla grossa « e piglia regola più da certe opinioni, da certi gridi, « che non da ragione, e da consapevolezza. Spesso « eleva à sommi gradi chi non sarebbe atto a stare « ne' più bassi, e trovano appo lui più sèguito certe « persone che lo lusingano con premesse, che poi non « mantengono , anzi che quelle che lo correggono , « o promettono solo quel tanto che possono mante- Digitized by Google - 22 - « nere. E sulla sua mente può più un discorso pienq c( d' orpello, che non la parola del savio ; e vi resta « impresso più il consiglio d' un faccendiere qualun- « que^ che non quello di un cittadino prudente, « Né può essere altrimenti, perchè il popolo giudica « sempre per passione, raramente per convinzione; « più raramente per discernimento del danno e del « pericolo; e, quando venuto il pericolo, sebbene dia « talvolta di virtù e di valore mirabili pruove, tuttavia <( non ci puoi fare fondamento fermo, perchè indi a « poco ritorna a' medesimi errori, ed alla medesima « spensieratezza. « Acclama e sceglie qualche volta i più degni, ma <( per eccezione, per caso, non per regola e costante (( proposito; e più di sovente dà reputazione di degni « non a quelli che veramente sappiano fare le leg- « gi, bensì a quelli che le disfanno^ o le ingarbuglia r- « no. E se pure eleva chi merita essere elevato; assai « spesso non fa distinzione; e uno, che, verbigrazia « sarebbe ottimo archeologo o chimico o poeta, ei « non si perita di mandarlo alle assemblee legislatir « ve, ovvero designarlo ad arconte, a neofilatto o areor « pagita; imitando i medici poco pratici, i quali met- « tono al capo queUi unguenti, che hanno piuttosto « proprietà per lo stomaco. « Né si adduca esempi di comizi popolari da cui «siano uscite talvolta buone elezioni; perocché ciò « voglia dire, che non vi sia stato in quella occasione <( chi siasi messo attorno a* comizi per ingannarli e « guadagnarseli. Ma siccome questo caso è assai ra- Digitized by Google — 23 - « ro, e dipende più da fortuna di tempi e di luòghi, « che non da virtù di popolo; così niente prova cóntro « le premesse cose. Una rondine non fa primavera. « Per tutte queste ragioni, quando anche sia vero « che il popolo non s' inganni in su'ì generali, non è (( meno vero ch''ei s'inganna sempre ne' particolari, e « non distingue e non pesa sottilmente le cose, e con (( faciltà è raggirato. Onde il commettere a lui, senza « molti temperamenti, la potestà di eleggere i più ca- « paci a fare le leggi, è negozio che va ponderato bene. <( Non bisogna mettere la salute dell' infermo in mano « di medico imperito. <( E dunque chi dovrebbero essère gli elettori ? « Quelli soltanto che hanno probità riconosciuta, « prudenza provata, maturo giudizio, e amor di pa- ce trìa vero e non mendace, ossia quelli che sono no- « toriamèrite rispettati e rispettabili; quelli insomma « di cui si possa esser certi, che hanno animo ad ógni « tentativo di corruzione inaccessibile. « Con questa fatta elettori pochi e buoni^ credi si può «fare a fidanza cento volte più, che non co^ molti e (^cattivK VI. Da questi saggi potrete, onorevoli Colleghi, com- prendere le altre parti del libro. Esso dal principio alla fine non ha altro in toito^ che di presentare alla mente del lettore un repertorio di ammaestramenti per una politica saggia^ temperata, soda, ordinata, che sullo esempio de'nostri avi antichissimi, mentre giovi Digitized by Google - 24 - ad affermare le nostre libere istituzìoni,rimuova i molti errori, che oggi guastano la: dottrina de'' pubblicisti. E quello che altresì lo raccomanda si è di essere scritto in buona lingua. La parola vi è sempre propria ed eletta, il giro del periodo sempre efficace. L' au- tore ha pensato che nella patria di Machiavelli e di Guicciardini non sia lecito scrivere di scienza politica con quel gergo accattato di fuori, che pggi pur troppa prevale fra noi, non che nelle gazzette, ma ne' volumi delle leggi. • E dovrebbero studiarlo sopràtutto i giovani, che, per la loro età ed inesperienza, sono più soggètti a cadere nelle reti degli arruffoni, e de' parabolani. Verrebbero essi allora a queste conclusioni, nelle quali si assom- ma tutta la dottrina contenuta nel Libro del Gemelli : 1.0 Che le leggi di libertà non approdano senza i co- slumi della libertà, e che non tanto le franchigie scritte negli statuti sono le condizioni, del vero vivere libero, quanto la saggezza del saperle praticare. 2.0 Che di questa saggezza, molta se ne trova ne'no- strì avi antichi, della quale non facciamo alcun conto, sebbene sempre vera, sempre riconfermata dalla esperienza. 3.0 Che principale nota di questa saggezza antica si è che, qualunque sia la forma del governo, deve esso tesser forte e autorevole e riverito, anzi tanto più forte e autorevole per quanto più libero; perchè dove mag- giore è lo sbrigliarsi degli appetiti, maggiore vuol' es- sere il freno. 4.0 Che per conseguenza, il credere che in democra- Digitized by Google - 85 - zia si abbia a governale meno severamente che in principato^ non è favorire la libertà, bensì male inten- derla; perciocché con leggi blande e con governo fiacco ed impotente^ la libertà non sì difende, ma si lascia de' suoi naturali munimenti sprovveduta. Un governo libero, ma debole, un governo non te- muto, un governo a cui manca la potestà di agire, e prevenire, molto prevenire^ è come colui al quale si legassero mani e piedi, e poi gli si dicesse: cammina. 5.0 Che per la stessa ragione, è falso ogni ordina- mento politico, ogni ordinamento di poteri pubblici^ in cui la libertà de' cittadini sì fa consistere neir avere ognuno briglia sciolta a fare e sforzare e sproloquire a talento^ ed il governo nello stare a vedere e lasciar correre^ e tollerare. I democratici, che più special- mente prediliggono tali dottrine^ non si accorgono, che a codesto modo fin la medesima democrazia periclita; perchè quando si fa d*ogni potere confusione^ e quando ogni suddito è principe, ne viene di necessità che cia- scun parabolano si erige a pubblico censore, ciascuno scolaro a maestro di politica, ciascun faccendiere a salvatore della patria, ciascun sodalizio a fazione. Ed allora, creato uno stato nello stato, una repubblica nella repubblica, è naturale che o prima o poi ogni cosa vada a scompiglio. . 6.0 Che insomma tutta la sapienza politica, vuoi an- tica vuoi moderna, vuoi vecchia vuoi nuova, si può riepilogare in questa sentenza; essere la libertà un gran beneficio, ma non potersi mantenere, se quelli Digitized by Google - 26- che sono i cittadini migliori, non hanno tra lóro suffi- ciente concordia; quelli che governano, sufficiente autorità; quelli che ubbidiscono, sufficiente freno; quelli che fanno le leggi, sufficiente virtù, tutti, suf- ficiente amor di patria. E qui fo punto. Dovrei però dire una parola so- pra le qualità dell'ingegno e dell' animo dell' autore: di questo libro. Però me ne astengo^ temendo che l'amicizia antica e tuttora costante, che mi lega con questo uomo egregio, possa colorire di parzialità le mie parole e il mio giudizio. Ma non v' ha mestieri di ciò; il libro del Gemelli parla da sé e dimostra quanta sapienza politica e civile orna la sua mente, quanto amore di patria scalda il suo cuore. E ciò si rileva ancora dalle altre sue pubblicazioni (1) e più dall' ope- rosità della sua vita. Fautore delle patrie libertà. Egli prese parte attiva nella rivoluzione di Calabria dopo il 15 maggio 1848, onde fu esule per dodici anni; e dopo il 1860 dal governo itaUano fu adoperato come Prefetto in Potenza, in Lecce, in Salerno, in Teramo e in Arez- zo, e quindi per più anni come Direttore nel Mini- stero dell' Intèrno. Dai quali pubbhci ed eminenti uf- (l) Oltre a molti lavori ed articoli letterari e scientifici il ftemelli Jia pubblicato : %, Napoli ed Austria— ¥ ir enzQ 1859. 2. La Chiesa d^ preti al Tribunale dellu Bibbia e della Storiar— Na.- poli 1879. 3. Storia di Reggio di Cakiòricit--Stampata nelP Archivio Storico- Italiano 41 Firenze 1858. Digitized by Google - 27 - flzl, (per cui era salito in grande estimazione presso il pubblico e presso il R. Governo, che per rimeritarlo r avea insignito del Grado di Commendatore dell' or- dine de'SS. Maurizio e Lazzaro e del grado di Grande Ufflziale della Corona d'Italia) egli volontariamente si è ritirato alla vita privata per causa di salute e per ritornare a'suoi prediletti e non oziosi studi; frutto dei quali e della sua lunga esperienza politica, è V ultimo suo lavoro il Filadelfos, di cui ho voluto largiamente riferire a questa Accademia. Digitized by Google Digitized by Google Digitized by Google Digitized by Google Digitized by Google Digitized by GoogleNome compiuto: Marchese Cavaliere Paolo Emilio Tulelli. Paolo Emilio Tulelli. Tulelli. Keywords: filosofia italiana, l’equilibrio, metafisica dell’etica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Tulelli” – The Swimming-Pool Library. Tulelli.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Turco: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’agnella, commedia nuova – la scuola di Mantova – filosofia lombarda -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Asola). Abstract. Keywords: commedia nuova, agnella. Flosofo lombardo. Filosofo italiano. Asola, Mantova, Lombardia. Nasce da una anticha e nobile famiglie, allora fiorente cittadina della Repubblica di Venezia, dove ricopre importanti cariche politiche in qualità di deputato, oratore e avvocato della comunità.  La sua prima opera, un dialogo, “Agnella”, venne rappresentato ad Asola durante i festeggiamenti per la visita dei duchi di Nemours e Beaulieu e altri illustri francesi al loro seguito. “Agnella” venne in pubblicata in seguito prima a Treviso, poi a Venezia. Contemporaneo ed amico di MANUZIO che in una lettera encomia la sua canzone in lode di Carlo V scritta in occasione della morte di quest'ultimo. Scrive: Letta la vostra canzone scritta in morte del Gran Carlo V, veramente Signor Carlo onorato, non troppo benigna stella, essendo voi dotato di si pellegrino ingegno e di tante altre lodevoli qualità, vi condanna a scrivere dove tra molte tenebre non può risplendere la vostra virtù, con la quale potevate illustrare voi stesso ed il secolo nostro eccitando in altri il desiderio di assomigliarvi. Laddove hora, avendo voi il campo ristretto per esercitare le vostre più nobili parti, non veggo come possano apparire effetti degni di voi ed alla vostra nobile industria corrispondenti. Questa lettera è in seguito stampata in Venezia da Gavardo che, sempre a Venezia, pubblica una tragedia in versi, intitolata “Calestri”. Altre opere sono stampate anche in Il Sepolcro de la illustre signora Beatrice di Dorimbergo, Brescia Fabbio, Mangini, Storie Asolane, Lettera di MANUZIO a Turchi, Lett. Volg. Venezia. Carlo Turco. Turco. Keywords: commedia nuova, agnella. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Turco” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Turoldo: le XII fatiche della ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di Coderno – filosofia friulana -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco  di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Coderno). Abstract. Keywords. la ragione. The phrase ‘Grice italo’ is meant as provocative. An Old-World philosopher such as Turoldo would never have imagined to be compared to a tutor at a varsity in one of the British Isles, but there you are! It is meant as a geo-political reminder, too. Many Italian philosophers have been educated in a tradition that would make little sense of Turoldo as a ‘Grice italo,’ but there you are. My note is meant as a tribute to both philosophers. Grice has been deemed an extremely original philosopher, and by Oxford canons he certainly was. He was the primus inter pares at the Play Group, the epitome of ordinary-language philosophy throughout most of the twentieth century. His heritage remains. Turoldo’s place in the history of philosophy is other. But there are connections, and here they areFilosofo friulano -- Filosofo italiano. Coderno, comune di Sedegliano, Udine, Friuli-Venezia Giulia. Poeta, nato a Coderno del Friuli. Sacerdote nella congregazione dei Servi di Maria, pubblicò le sue prime poesie durante la Resistenza nella rivista clandestina L'uomo. Sin dalla sua prima raccolta, Io non ho mani, non ancora scevra di forti reminiscenze letterarie, si fa strada la sua più segreta e autentica vena di poeta che intende usare la parola lirica come momento privilegiato di comunicazione e di dialogo con gli altri uomini: parola nel senso più alto, liturgico del termine. Ammonizione biblica e tragedie storiche dell'uomo moderno, profezia e realtà, tendono a riconciliarsi nell'unità della lingua poetica. Questi caratteri della poesia turoldiana si affermano e si estendono, superando iniziali motivi legati a un'individuale condizione dello spirito, a partire soprattutto da Udii una voce (con pref. di G. Ungaretti). Una fase ulteriore è costituita da Gli occhi miei lo vedranno a cui segue Se tu non riappari (con un'intr. di Romanò). Vede la luce, con una pref. di L. Santucci, il volume Poesie, dove si ritrovano anche sette "poemetti" e la lunga lirica Per il ritorno del Signore. Dopo Il sesto angelo. Poesie scelte - con un'introduzione di  Romanò, T. ha pubblicato, sempre nello stesso anno, la raccolta poetica Fine dell'uomo? e Alla porta del bene e del male, raccolta di lettere e brani di un dialogo tenuto con i lettori della Domenica del Corriere. Della vasta attività letteraria turoldiana, che si esplica in varie forme, dalla poesia e dal teatro al saggio, alla meditazione religiosa, alla traduzione di testi biblici, ad articoli e scritti vari, ricordiamo inoltre: il dramma La passione di San Lorenzo e il volume di saggi Nell'anno del Signore. Romanò, in Il popolo; C. Bo, in La fiera letteraria; M. Apollonio, in Antologia della poesia religiosa italiana contemporanea, a cura di Volpini, Firenze; C. Betocchi, in Giornale del mattino; G. Cantamessa, in L'Italia; A. Bozzoli, Poesia e teatro di D. M. Turoldo, in Convivium; A. Frattini, in Poesia nuova in Italia tra ermetismo e neoavanguardia, Roma Crifò, Dramma della parola nella poesia di David Turoldo, in Labor; B. Cuminetti, Per una lettura del teatro di D. M. Turoldo: drammaturgia come Apocalisse, in Vita e pensiero; C. Bo, in Corriere della sera; Lollo, La poesia di David M. Turoldo, Vicenza; L. Scorrano, in Critica letteraria. Figura profetica, resistente sostenitore delle istanze di rinnovamento culturale, di ispirazione conciliare, tenuto da alcuni uno dei più rappresentativi esponenti di un cambiamento spirituale, il che gli ha valso il titolo di coscienza inquieta. Riceve con intensità le caratteristiche della semplice cultura umana del suo ambiente nativo e prevalentemente contadino. Colse e fece propria la dignità delle condizioni povere della sua terra, che costituirono una solida radice informante tutto lo sviluppo della sua sensibilità e della sua attività futura. Accolto tra i servi di Maria nel convento di S. Maria al Cengio a Isola Vicentina, sede triveneta della casa di formazione dell'ordine servita, dove trascorse l’anno di noviziato. Emise la professione religiosa. Pronuncia i voti solenni a Vicenza. Incomincia gli studi filosofici a Venezia.  Nel santuario della Madonna di Monte Berico di Vicenza e ordinato presbitero da  Rodolfi, arcivescovo di Vicenza. Assegnato al convento di S. Maria dei servi in S. Carlo al Corso in Milano. Su invito di Schuster, arcivescovo della città, tenne la predicazione domenicale nel duomo milanese. Insieme con il suo confratello, compagno di studi durante tutto l’iter formativo nell’ordine dei servi e amico Piaz, si iscrive al corso a Milano e conseguì la laurea con una tesi dal titolo, “La fatica della ragione: Contributo per un'ontologia dell'uomo”, redatta sotto la guida di BONTADINI. Sia BONTADINI sia BO gl’offriranno il ruolo d’assistente universitario, a Milano, il secondo a Urbino. Durante l'occupazione nazista di Milano collabora attivamente con la resistenza creando e diffondendo dal suo convento il periodico clandestino l'Uomo. Il titolo testimonia la sua scelta dell'umano contro il dis-umano, perché la realizzazione della propria umanità. Questo è il solo scopo della vita. La sua militanza dura tutta la vita, interpretando il comando evangelico essere nel mondo senza essere del mondo come un essere nel sistema senza essere del sistema. Rifiuta sempre di schierarsi con un partito. Il suo impegno nel dialogo senza preconcetti e nel confronto di idee talvolta anche duro, si tradusse in particolare nel far nascere, insieme con PIAZ, il centro culturale la Corsia dei Servi -- il vecchio nome della strada che dal convento dei servi conduceva al duomo. Uno dei principali sostenitori del progetto Nomadelfia, il villaggio nato per accogliere gl’orfani di guerra con la fraternità come unica legge, fondato da SALTINI nell'ex campo di concentramento di Fossoli presso Carpi, raccogliendo fondi presso la ricca borghesia milanese. Si rende noto al grande pubblico con due raccolte di liriche “Io non ho mani” -- che gli valse il Premio letterario Saint Vincent -- e “Gl’occhi miei” lo vedranno, presentato nella collana mondadoriana Lo Specchio d’Ungaretti.  A seguito di prese di posizione assunte da politici locali e da alcune autorità ecclesiastiche, deve lasciare Milano e soggiornare in conventi dei servi dell’Austria e della iera. Venne dai superiori dell’ordine assegnato al convento della S. Annunziata di Firenze, e qui incontra personalità affini al suo modo di sentire, quali fra VANNUCCI, BALDUCCI, PIRA, e molti altri che nell’ambiente fiorentino animano un tempo in cui si accendono speranze di rinnovamento a tutti i livelli. Ma anche da Firenze è costretto ad allontanarsi e trascorre un periodo di peregrinazioni all’estero.  Ri-entrato in Italia, venne assegnato al convento di S. Maria delle Grazie, nella “sua” Udine. Ma con il ri-entro in Italia porta con sé un progetto, nato a contatto cogl’emigrati friuliani: realizzare un film che raccontasse la nobiltà della povera vita rurale del suo Friuli. Il film con il titolo “Gl’ultimi” e ispirato al racconto “Io non ero fanciullo” scritto da T. in precedenza, venne concluso con la regia di Pandolfi. Presentato a Udine, “Gl’ultimi” tuttavia fu ben presto rifiutato dall’opinione pubblica friulana, che lo ritenne addirittura offensivo. Incomincia a cercare un sito dove dare avvio a una nuova esperienza religiosa comunitaria, allargata alla partecipazione anche di laici. Questo luogo, con le indicazioni ricevute d’amici, venne individuato nell’antico Priorato cluniacense di S.Egidio in Fontanella. Ottenuto il consenso del vescovo bergamasco GADDI, vi si insedia ufficialmente. Costruì accanto allo storico edificio del Priorato una casa per l’ospitalità, la Casa di Emmaus, titolo ispirato all’episodio in cui Gesù risorto si manifesta a Emmaus alla cena nello spezzare il pane. La casa costituì un simbolico richiamo alla semplice accoglienza, senza distinzioni di censo, di religione, o altro: aspetti che caratterizzarono tutta la presenza e la sua multiforme opera. Costituì inoltre un punto di riferimento per molti protagonisti della storia culturale e civile italiana. Per molte personalità del mondo ecclesiale e d’altre confessioni cristiane; un solido incentivo al rinnovamento di linguaggi e di strutture; un laboratorio di creazioni liturgiche e celebrative, di cui continuano a essere testimoni la versione metrica per il canto dei salmi e migliaia di inni liturgici. Insieme con altri frati, impegnati particolarmente in iniziative di rinnovamento spirituale e culturale, diede avvio alla pubblicazione di una rivista, il cui titolo è ispirato all’ordine dei servi di Maria, “Servitium”, e ad altre pubblicazioni che si ricollegavano all’esperienza editoriale della Corsia dei Servi. La pubblicazione della rivista continua tuttora con cadenza bimestrale, unitamente all’edizione di altre proposte librarie edite sotto l’omonimo marchio Servitium.  Molti sono i suoi interventi sui media, dalla carta stampata alle trasmissioni radio e televisive; molti i luoghi e le circostanze in cui è stato chiamato a intervenire con la sua avvincente parola. Da ricordare in particolare i suoi “viaggi della memoria” nei luoghi della Shoah, tra cui spicca quello a Mauthausen. In quest’occasione compose una preghiera, poi recitata nella cerimonia conclusiva, pubblicata successivamente nel saggio, “Ritorniamo ai giorni del rischio”. Colpito da un tumore del pancreas, visse con lucida consapevolezza e trasparente coraggio l’ultimo periodo della vita, dando una incoraggiante testimonianza sul cammino verso “sorella morte”. Migliaia di persone sfilarono accanto alla bara in cui era esposto il corpo di padre I funerali a Milano videro la partecipazione di una numerosa folla nella chiesa di S. Carlo al Corso, dove presiedette le esequie il cardinale MARTINI, che aveva consegnato a T. il primo "Premio Lazzati", affermando la propria opinione secondo la quale la chiesa riconosce la profezia troppo tardi. Un secondo rito funebre venne celebrato nel pomeriggio a Fontanella di Sotto il Monte, presente ancora una folla che copre tutta la collina circostante l’antico priorato. Nel cimitero riposa ora sotto una semplice croce lignea, in mezzo alla sua gente. Servitium dedica perciò alla sua figura un quaderno a frate dei servi di S. Maria e ugualmente fa nel decennale.  La grande passione. Saggi: Poesia e opere letterarie «Lungo i fiumi..» I Salmi Milano, San Paolo, O sensi miei...: Poesie (Milano, Rizzoli). Sul monte la morte, Servitium, La morte ha paura, Servitium,  poesie, Milano, Garzanti Teatro, Servitium,  I giorni del rischio con Salmodia della speranza e rappresentazione in Duomo a Milano con Moni Ovadia, Servitium,   Salmi e cantici. Versione metrica per il canto di T., Servitium,  La passione di S. Lorenzo, Servitium, La terra non sarà distrutta, Servitium, Luminoso vuoto. Scritti, Servitium, David M. T., Capovilla, Nel solco di Giovanni, lettere inedite, Servitium. Saggistica e spiritualità. Lettere dalla Casa di Emmaus, Servitium, La parabola di Giobbe, Servitium, Santa Maria. Servitium, Mia chiesa, una terra sola, Servitium,  Il dramma è Dio: il divino la fede la poesia. Milano, Rizzoli, Come i primi trovadori, Servitium, Colloqui con Giovanni, Servitium, Profezia della povertà, Servitium, Chiamati ad essere, Servitium, È Natale, Servitium, Mio amico don Milani, Servitium, Pregare, Servitium, Anche Dio è infelice, S. Paolo, Amare Cinisello Balsamo, Edizioni S. Paolo, Padre del mondo, Servitium,  Povero sant’Antonio, Il Messaggero, Padova. Narrativa Mia infanzia d’oro (con “Ritratto d’autore” Servitium, e poi la morte dell'ultimo teologo Torino, Gribaudi. “Gli ultimi” Regia: Pandolfi; soggetto: T.; sceneggiatura: Pandolfi e T.. Tra le tante, ci è un'iniziativa che è tentata pochi giorni prima della morte di Moro e che è stata evocata da Craxi nel corso della sua audizione nella prima Commissione d'inchiesta. In quella circostanza, l'onorevole Craxi afferma che è chiamato da T., che gli chiedeva sostanzialmente di domandare alla nunziatura apostolica di dichiararsi disponibile come sede per far svolgere una trattativa. T. chiese II giorni di silenzio stampa e insistette molto, con veemenza, affermando che era la sola via possible. Legislatura, Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Moro, Resoconto stenografico, “Tra i memoriali di Mauthausen”, in “Ritorniamo ai giorni del rischio. Maledetto colui che non spera”, Milano, Corriere "E T. nascose le armi dei partigiani" La vita, la testimonianza Morcelliana. Piaz e la Corsia dei Servi di Milano, Morcelliana, T. e gl’organi divini. Lettura concordanziale di “O sensi miei...”, Olschki, Una vita con gli amici; Il mondo delle amicizie di T., documentario Salvi, Roma, Rai-Educational, Elia, La peregrinatio poietica prefazione di Terza, Firenze, Olschki, Cardinali, Il Dio Inseguito. Viaggio alla scoperta della poesia di T., Edizioni Pro Sanctitate, Roma, Romero Balducci, Piaz, Fabbretti. Treccani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. David Maria Turolo. David M. Turoldo. David Turoldo. Giuseppe Turoldo. Turoldo. Keywords: gl’ultimi, le XII fatiche della ragione. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Turoldo” – The Swimming-Pool Library. Turoldo.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Tuveri: FILOSOFIA SARDA, NON ITALIANA -- all’altra isola -- la ragione conversazionale sarda e l’implicatura conversazionale sarda – Dulcamara -- l’elisir d’amor -- la scuola di Collinas -- filosofia sarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Collinas). Abstract. Keywords: la lingua sarda -- The phrase ‘Grice italo’ is meant as provocative. An Old-World philosopher such as Tuveri would never have imagined to be compared to a tutor at a varsity in one of the British Isles, but there you are! It is meant as a geo-political reminder, too. Many Italian philosophers have been educated in a tradition that would make little sense of Tuveri as a ‘Grice italo,’ but there you are. My note is meant as a tribute to both philosophers. Grice has been deemed an extremely original philosopher, and by Oxford canons he certainly was. He was the primus inter pares at the Play Group, the epitome of ordinary-language philosophy throughout most of the twentieth century. His heritage remains. Tuveri’s place in the history of philosophy is other. But there are connections, and here they are.Filosofo sardo. Filosofo italiano.  Collinas, Sardinia. O Forru. Grice: “Or should we say, ‘filosofo sardo’?” Sardinian philosophers or intellectuals like T, do not stress the peculiarities of the Sardinian language to make it conform to the norms of the Italian national language. Instead, the historical record indicates that Sardinian intellectuals who engage with the issue of language generally fall into one of two main groups: Advocates for Sardinian Autonomy: Some, like T., GARIPA (vedasi), and PORRU (vedasi), recognise Sardinian as a distinct, autonomous language -- not a mere Italian dialect -- and argue for its dignity, sometimes proposing its standardization and use as a national language for Sardinia's own cultural and administrative system, placing it on par with other European languages like Italian. Adoption of Italian for Progress: The prevailing sentiment among the educated elite, especially following the unification of Italy (Risorgimento) and the influence of the Savoy rulers, is to adopt Italian as a means of social emancipation, modernization, and integration with the mainland. They view Sardinian as a barrier to progress and associated it with a condition of degradation and isolation. The idea of making the highly distinct Sardinian language conform to Italian norms would have been a non-starter, as linguistically it is an separate Romance language with its own unique characteristics, quite different from mainland Italian dialects. The pressure is for Sardinians to abandon their native tongue in formal settings in favour of Italian, not to alter Sardinian itself to be more like Italian for philosophical or other formal uses. Nasce a Forru, piccolo comune rurale del Campidano, non lontano da Cagliari, figlio di Salvatore, avvocato, e di Maria Angela Licheri, di piccola nobiltà di paese. Fu lui stesso, divenutone sindaco, a mutare il nome del paese in Collinas.  Orfano prestissimo del padre, fu educato in modo molto severo presso la casa del nonno materno. Iniziò gli studi di retorica e filosofia presso il seminario tridentino di Cagliari, dove rimase per sei anni, sviluppando in modo sempre più acuto una forte repulsione verso un sistema scolastico vuoto e formale. Si iscrisse all’università, forse con l’intento di seguire la professione paterna: non completò, tuttavia, gli studi abbandonando l’università – su cui avrebbe scritto pagine molto critiche – prima della laurea e limitandosi al titolo di baccelliere in leggi. Non cessò peraltro di studiare, e riuscì a costituire nel paese natale una ricca biblioteca sia di testi filosofici e teologici, sia di opere del giusnaturalismo, coltivando la lettura di autori come Grozio, Voltaire, Montesquieu, Rousseau. Nel frattempo compiva le prime esperienze di conoscenza delle istituzioni giuridiche della Sardegna. Dopo la ‘perfetta fusione’ – che portò alla scomparsa delle vecchie istituzioni del Regnum Sardiniae, da lui considerate una garanzia di autonomia – la concessione dello Statuto determinò in Sardegna un nuovo clima culturale e politico, evidenziato dalla nascita di numerosi giornali e dall’avvio di un dibattito politico molto acceso, soprattutto durante le campagne elettorali susseguitesi numerose in coincidenza con la prima guerra di indipendenza e con le vicende successive alla sconfitta. In questo contesto si colloca una polemica pubblica con Giovanni Siotto Pintor, personalità di spicco dei gruppi giobertiani e moderati cagliaritani -- Saggio delle opinioni politiche del sig. deputato sardo Pintor, Torino. T. accusa il suo avversario di essersi fatto sostenitore di posizioni conservatrici e reazionarie, in particolare nel campo dell’istruzione. Nella lotta elettorale per le elezioni alla prima legislatura del Parlamento, Tuveri rappresentò le posizioni democratiche. Sebbene Siotto avesse conseguito un risultato elettorale estremamente lusinghiero, Tuveri ne trasse una straordinaria notorietà che lo portò a essere eletto alla Camera nelle elezioni suppletive del 30 novembre 1848. Non volle, però, accettare l’elezione e si dimise pochi giorni dopo, rivolgendo agli elettori una lettera che tradiva una certa ingenuità personale e inesperienza politica. Essendo però state sciolte le Camere, nelle successive elezioni del gennaio 1849 risultò nuovamente eletto nel collegio di Cagliari e questa volta accettò.  La sua comparsa in Parlamento avvenne nel momento di un acceso scontro ideologico e politico tra Gioberti e Mazzini. Il contesto spiega la sua decisione di presentare il 19 marzo 1849 una mozione diretta a porre Gioberti in stato di accusa per calunnie e offese alla Camera. La Camera, con voci e rumori, gli impedì di svolgere l’intervento, ritenendolo presentato in forme irrituali. La sconfitta di Novara portò poi di nuovo allo scioglimento della Camera. Rientrato a Cagliari, T. si impegna in uno scontro molto aspro contro i gruppi conservatori e giobertiani rappresentati dal giornale Indicatore sardo diretto dai fratelli Antonio, Michele e Pietro Martini e per l’occasione pubblica una serie di articoli fortemente polemici cui volle dare il titolo -- prendendo esplicitamente spunto dal personaggio di Dulcamara dell’opera L’elisir d’amore, di Donizetti -- di Specifici contro il codinismo -- The reference to "Dulcamara" by the Sardinian philosopher Giovanni Battista Tuveri likely relates to the character of Dr. Dulcamara in Gaetano Donizetti's opera  L'elisir d'amore.  Dr. Dulcamara is a traveling quack selling "love potions" and other purported remedies to naive townspeople. It's plausible that Tuveri, a prominent philosopher and politician from Sardinia in the 19th century, invoked the character of Dulcamara as a metaphor or allegory in his writings, perhaps to criticize: Deception and charlatanism: Tuveri might have used Dulcamara to symbolize those who manipulate or mislead people with false promises, whether in politics, society, or intellectual circles. Blind faith or credulity: The villagers' belief in Dulcamara's "elixir" could represent the dangers of uncritical acceptance of ideas or authority, according to the Internet Encyclopedia of Philosophy. The misuse of power or influence: Tuveri, as a politician and opponent of the fusion of Sardinia with Piedmontese territories, may have seen parallels between Dulcamara's persuasive power and the rhetoric used to sway public opinion or consolidate control.  Without the specific context of Tuveri's mention, it's impossible to pinpoint the exact intention. However, it's highly probable that his reference to Dulcamara served as a satirical or critical allusion to themes of trickery, gullibility, and potentially the manipulation of the masses.. L’opera attacca anche Alberto Della Marmora, nominato commissario straordinario della Sardegna, che in vista delle elezioni indette nel luglio aveva diretto una lettera agli elettori sardi invitandoli a combattere le posizioni democratiche e mazziniane. L’opuscolo di T. ebbe un notevole successo di pubblico e dovette essere ristampato (Cagliari 1849). Ciononostante, il 23 luglio non riuscì a essere rieletto, cosa che però fu possibile due mesi dopo nelle elezioni suppletive.  Tuveri intanto si impegnava in una intensa attività pubblicistica e giornalistica, che ne consolida la popolarità e favorì la sua affermazione, sempre nello stesso collegio di Cagliari, nelle elezioni del 13 dicembre, successive al proclama di Moncalieri, nonostante l’opposizione del clero e della burocrazia governativa. In Parlamento tra il 1850 e il 1851 ebbe occasione di collaborare con Cavour ministro dell’Agricoltura e fu relatore della proposta di legge ministeriale sul Riordinamento dei Monti di soccorso granatici e nummari della Sardegna. Pubblica a Cagliari quella che è stata a lungo giudicata la sua opera più importante: Del dritto dell’uomo alla distruzione dei cattivi governi. Trattato teologico-filosofico.  La forte impronta teologica e filosofica e lo stile farraginoso e pesante non favorirono il successo dell’opera, che pure ebbe numerose recensioni sulla stampa della penisola. La parte conclusiva del volume, dedicata ai temi dell’unitarismo e del federalismo, suscitò un certo dibattito tra le file del partito democratico. T. vi sosteneva che non si poteva subordinare il tema dell’indipendenza nazionale a quello della libertà politica. Ne conseguiva una proposta di tipo federalista, dentro una concezione politica fieramente repubblicana e antimonarchica. Il Trattato, dunque, si collocava, sul terreno pratico, non solo contro il federalismo monarchico giobertiano, ma anche contro l’unitarismo repubblicano mazziniano.  Dopo la pubblicazione del Dritto dell’uomo, Tuveri venne rieletto deputato nelle elezioni del 1853 per la V legislatura. L’anno prima si era sposato con Francesca Diana, da cui ebbe otto figli, il maggiore dei quali sarebbe caduto sull’Isonzo nel 1915. Si dimise da deputato nell’aprile del 1857 e non si ripresentò alle elezioni per la VI legislatura. Venne nominato sindaco del suo paese e mantenne l’incarico fino alla morte. Proprio nel 1860, appena nominato sindaco, un suo violento pamphlet – Il Governo e i Comuni (Cagliari) – criticava duramente la politica nazionale verso i Comuni. In particolare in Sardegna, a suo dire il Catasto provvisorio rappresentava una delle macchie più vergognose dell’amministrazione piemontese, consentendo una continua vessazione dei piccoli proprietari. La protesta trovò una forte eco nella stampa democratica italiana, suscitando l’attenzione e l’interesse anche di Carlo Cattaneo e Mazzini. Quando nella primavera del 1860 iniziarono a circolare voci di una cessione della Sardegna alla Francia, Tuveri fu uno dei più determinati avversari di questa ipotesi, finendo con il prospettare anche un’opposizione armata. In questo periodo si intensificò la sua attività giornalistica presso giornali di ispirazione democratica e mazziniana. Nella rivista cagliaritana La cronaca del 27 gennaio 1867 T. usa per la prima volta, a indicare la specificità dei problemi dell’isola, l’espressione questione sarda. Molti articoli vennero poi raccolti dall’autore in un volume, Della libertà e delle caste -- Cagliari. Nel frattempo il suo prestigio si sviluppò in tutta l’isola, come il più rappresentativo dei democratici sardi. Fu in questi anni che iniziò a essere indicato come il ‘Nestore della sarda democrazia’. Nel frattempo giungeva a maturazione la sua riflessione sui limiti e sui difetti della battaglia politica condotta in Italia dagli stessi gruppi democratici e repubblicani. È questo il tema della sua ultima opera, Sofismi politici (Napoli 1883): egli coglieva come la vecchia generazione della Sinistra, alla quale era rimasto legato anche sentimentalmente, dopo l’Unità non solo si era ridotta di numero, ma di fatto aveva finito con il guardare con maggiore simpatia le prospettive di potere legate al trasformismo, piuttosto che le idee di radicalismo moralizzatore in cui il pensatore di Collinas continuava a credere.  Morì a Collinas. Le opere di T. sono state ristampate in cinque volumi: I, Il veggente e Del dritto dell’uomo alla distruzione dei cattivi governi, a cura di A. Accardo - L. Carta - S. Mosso, con saggio introduttivo di Bobbio, Sassari; Della libertà e delle caste e Sofismi politici, a cura di Corona - T. Orrù, Sassari; Opuscoli politici, a cura di Sotgiu, Sassari;  Il Governo e i Comuni e La questione barracellare, a cura di L. Del Piano - G. Contu, Sassari; V, Scritti giornalistici, a cura di L. Del Piano - G. Contu - L. Carta, Sassari.  Fonti e Bibl.: F. Uda, G.B. T., Cagliari 1888; R. Manzini, Un filosofo dimenticato, Roma [1903]; T. Perassi, Un solitario pensatore di Sardegna. G.B. T., Milano 1908; G. Solari, Il pensiero politico di G.B. T., in Annuario della Regia Università di Cagliari, anno scolastico 1914-1915, Cagliari 1915, pp. 3-127; Id., Per la vita e i tempi di G.B. T., in Archivio storico sardo, XI (1915), pp. 33-151; G.F. Contu, G.B. T., vita e opere, Cagliari 1973; G.B. T., filosofo e politico, Sassari 1986 (Quaderni sardi di filosofia e scienze umane, n. 13-14); A. Accardo - L. Carta, I cattivi governi e la questione sarda. Alcune note introduttive allo studio del pensiero politico e filosofico di G.B. T., in Archivio sardo del movimento operaio, contadino e autonomistico, 1987, n. 23-25, pp. 57-81; G.B. T., i tempi, le idee, le opere, i testi significativi di un pensatore nella Sardegna dell’Ottocento, a cura di A. Accardo et al., Cagliari 1988. Nel 1987, in occasione del centenario della morte, si tenne un Convegno di studi tra Cagliari e Collinas i cui atti sono stati pubblicati in Archivio sardo del movimento operaio, contadino e autonomistico. Figlio un noto avvocato. Studia a Cagliari. Di idee repubblicane comincia l'attività in polemica con molti intellettuali monarchici e conservatori. Federalista, al parlamento sub-alpino si oppose alla fusione della Sardegna col Piemonte, ed è in forte contrapposizione con GIOBERTI per le posizioni anti-repubblicane e anti-mazziniane – vedi: MAZZINI. Fonda La Gazzetta Popolare, collabora con numerosi giornali e assunse la direzione del Corriere di Sardegna. Sindaco, propose il nome di Collinas. Lotta contro il centralismo del regno di Sardegna chiedendo maggiore autonomia, soprattutto fiscale, per i piccoli comuni. Amico di CATTANEO e MAZZINI, solleva la questione sarda, promuovendo un riscatto della Sardegna e del popolo sardo contro uno stato giudicato centralista e oppressivo. Scrive numerosi saggi filosofici. Assessorato della pubblica istruzione della regione auto-noma della Sardegna  promouove la ristampa dei suoi saggi, editore Delfino, con una introduzione di BOBBIO. Saggi: “Pintor” (Torino, Cassone); “Specifici contro il codinismo, (Cagliari, Arcivescovile); “Del diritto dell'uomo alla distruzione dei cattivi governi: trattato filosofico” (Cagliari, Nazionale); “Il governo e i comuni” (Cagliari, Nazionale); “Esazione e compulsione” (Cagliari, Timon); “La questione barracellare” (Cagliari, Timon); “Della libertà e delle caste” (Cagliari, Corriere di Sardegna); “Sofismi politici” (Napoli, Rinaldi); “Il veggente: Del dritto dell'uomo alla distruzione dei cattivi governi”); Accardo, Carta, Mosso; introduzione di Bobbio; Corrias e Orru, Opuscoli politici. Saggio delle opinioni politiche del signor deputato sardo Pintor; Specifici contro il codinismo, Sotgiu, Piano e Contu, Scritti giornalistici. Questione sarda, federalismo, politica internazionale, questione religiosa, Piano, Contu e Carta, Per la vita e i tempi di T. e altre opere, Delogu,  Fonte: "Centro di studi filologi sardi". Scheda sul sito della Camera  Indipendentismo sardo. Google. Da T. all'intuizione della concorrenza istituzionale, Bomboi. Venezia.    lingua sarda Disambiguazione – Se stai cercando la lingua prelatina, vedi Lingua protosarda. Sardo Sardu Parlato in Italia Regioni Sardegna Parlanti Totale 1 000 000 (2010, 2016)[1][2] - 1 350 000 (2016)[3] Altre informazioni Tipo SVO[4][5][6] Tassonomia Filogenesi Lingue indoeuropee Lingue italiche Lingue romanze Lingue italo-occidentali Lingue romanze meridionali Sardo (Logudorese, Campidanese) Statuto ufficiale Minoritaria riconosciuta in Italia (bandiera) Italia dalla l.n. 482/1999[7] (in Sardegna (bandiera) Sardegna dalla l.r. n. 26/1997[8] e l.r. n.22/2018[9]) Codici di classificazione ISO 639-1 sc ISO 639-2 srd ISO 639-3 srd (EN) Glottolog sard1257 (EN) Estratto in lingua Dichiarazione universale dei diritti umani, art. 1 Totu sos èsseres umanos naschint lìberos e eguales in dinnidade e in deretos. Issos tenent sa resone e sa cussèntzia e depent operare s'unu cun s'àteru cun ispìritu de fraternidade.[10] Distribuzione geografica della lingua sarda, coi suoi relativi dialetti in dettaglio, nonché di quelle alloglotte in Sardegna Manuale Il sardo (nome nativo sardu /ˈsaɾdu/, lìngua sarda /ˈliŋɡwa ˈzaɾda/ nelle varietà campidanesi o limba sarda /ˈlimba ˈzaɾda/ nelle varietà logudoresi e in ortografia LSC[11]) è una lingua[12] parlata in Sardegna e appartenente alle lingue romanze del ramo indoeuropeo. Per differenziazione evidente sia ai parlanti nativi, sia ai non sardi, sia agli studiosi, è considerata autonoma dagli altri sistemi dialettali di area italica, gallica e iberica: viene pertanto classificata come idioma a sé stante nel panorama neolatino.[13][14][15][16][17] Dal 1997 la legge regionale riconosce alla lingua sarda pari dignità rispetto all'italiano.[8] Dal 1999, con la legge nazionale sulle minoranze linguistiche,[7][18][19] la lingua sarda, risultandovi inclusa assieme a undici altri gruppi, è de jure tutelata con diversi progetti finora sostenuti, per quanto ancora non risulti integrata in ambito scolastico per il suo apprendimento. Fra le dodici comunità di minoranza, quella sarda è la più robusta in termini assoluti[20][21][22][23][24][25] benché in continua diminuzione nel numero di locutori[20][26] e lingua minoritaria in pericolo di estinzione. Situazione attuale[modifica | modifica wikitesto] Per quanto la comunità di locutori possa definirsi come avente una "elevata coscienza linguistica"[27], il sardo è attualmente classificato dall'UNESCO nei suoi principali dialetti come una lingua in serio pericolo di estinzione (definitely endangered), essendo gravemente minacciato dal processo di deriva linguistica verso l'italiano, il cui tasso di assimilazione, ingenerato dal diciannovesimo secolo in poi, presso la popolazione sarda è ormai alquanto avanzato in via esclusiva e sottrattiva verso gli idiomi storici dell'isola. Lo stato alquanto fragile e precario in cui ormai versa la lingua, in forte regresso finanche nell'ambito familiare, è illustrato dal rapporto Euromosaic, in cui, come riportato nel 2000 dal linguista Roberto Bolognesi, il sardo «è al 43º posto nella graduatoria delle 50 lingue prese in considerazione e delle quali sono stati analizzati (a) l’uso in famiglia, (b) la riproduzione culturale, (c) l’uso nella comunità, (d) il prestigio, (e) l’uso nelle istituzioni, (f) l’uso nell’istruzione».[28] I sociolinguisti hanno classificato il panorama linguistico della Sardegna come diglossico a partire dall'unità d'Italia nel 1861 fino agli anni cinquanta del Novecento, in accordo con la politica linguistica del paese che designava l'italiano come la sola lingua ufficiale da promuovere in ambiti quali l'amministrazione e istruzione, relegando di conseguenza il sardo e altre minoranze linguistiche a domini non ufficiali,[29] quando non a un piano di disvalore. A partire dalla seconda metà del ventesimo secolo, sarebbe subentrato un predominio totale dell'italiano finanche nei domini informali, ingenerando timori sull'estinzione della lingua sarda,[30] riconosciuta da tempo sotto il profilo linguistico ma solo allo scadere del secolo come minoranza linguistica della Repubblica italiana. Le ricerche effettuate negli ultimi anni sembrano indicare un declino dello stigma associato alla sardofonia, anche per una maggiore consapevolezza e grazie agli sforzi dei progetti istituzionali finora approntati, i quali non hanno tuttavia significativamente inciso sulle pratiche odierne dei parlanti nell'isola, ormai improntate sull'italofonia regionale.[31] La popolazione sarda in età adulta non sarebbe a oggi più capace di portare avanti una singola conversazione nella lingua etnica,[32] essendo questa ormai impiegata in via esclusiva solo dallo 0,6% del totale,[33] e meno del 15%, all'interno di quella giovanile, ne avrebbe ereditato competenze, peraltro del tutto residuali[34][35] nella forma deteriore descritta da Bolognesi come «un gergo sgrammaticato».[36] Per le generazioni più giovani e, ad oggi, in predominanza monolingui in italiano, il sardo parrebbe essere diventato un ricordo e «poco più che la lingua dei loro nonni»,[37] essendone del tutto stata recisa la trasmissione intergenerazionale almeno dagli anni Sessanta. Essendo il futuro prossimo della lingua sarda tutt'altro che sicuro[38], Martin Harris asseriva già nel 2003 che, qualora non si fosse riusciti a invertire la tendenza, essa si sarebbe del tutto estinta, lasciando meramente le sue tracce nell'idioma ora prevalente in Sardegna, ovvero l'italiano (specificamente nella sua giovane variante regionale), sotto forma di sostrato.[39] La lingua sarda non è stata de facto ancora introdotta nella scuola, benché sia riconosciuta dal 1999 come minoranza linguistica della Repubblica, in contemporanea con le altre undici. Da qualche tempo sono tuttavia in atto progetti di recupero volti a riguadagnare al sardo un ruolo di lingua alta e riparare a detta interruzione di trasmissione intergenerazionale, nell'esigenza, sentita anche e soprattutto presso le classi anagrafiche più giovani e i ceti culturalmente più avveduti, di riappropriarsi di un patrimonio che passate politiche linguistiche non avrebbero tutelato.[40] Quadro generale[modifica | modifica wikitesto] (inglese) «Sardinian is an insular language par excellence: it is at once the most archaic and the most individual among the Romance group.» (italiano) «Il sardo è una lingua insulare per eccellenza: è allo stesso tempo la più arcaica e la più distinta nel gruppo delle lingue romanze.» (Rebecca Posner, John N. Green (1982). Language and Philology in Romance. Mouton Publishers. L'Aja, Parigi, New York. p. 171) Classificazione delle lingue neolatine (Koryakov Y.B., 2001).[41] La lingua sarda è ascritta nel gruppo distinto del Romanzo Insulare (Island Romance), assieme al còrso antico (quello moderno fa parte a pieno titolo della compagine italoromanza, così come gli idiomi sardo-corsi). Panorama linguistico dell'Europa sudoccidentale nei secoli fino a oggi. Il sardo è classificato come lingua romanza, ovvero derivata dal latino volgare. Celebre è il giudizio espresso dal Wagner nel 1950, per il quale il sardo costituiva l'evidenza di un "parlare romanzo arcaico" non avente stretta parentela con alcun dialetto italiano della terraferma, e solo per questioni politiche, poi successivamente risolte col suo riconoscimento definitivo e ufficiale a minoranza linguistica della Repubblica, "uno dei tanti dialetti dell'Italia, come lo è anche il serbo-croato o l'albanese".[42] Il sardo è considerato da molti studiosi come una delle lingue più conservative derivanti dal latino, se non la più conservativa;[43][44][45][46] a titolo di esempio, lo storico Manlio Brigaglia rileva che la frase in latino pronunciata da un romano di stanza a Forum Traiani Pone mihi tres panes in bertula ("Mettimi tre pani nella bisaccia") corrisponderebbe alla sua traduzione in sardo corrente Ponemi tres panes in sa bèrtula.[47] La relativa prossimità fonologica della lingua sarda al latino volgare (in particolare per quanto riguarda le vocali accentate) era stata analizzata anche dal linguista italo-americano Mario Andrew Pei nel suo studio comparativo del 1949[48] e ancor prima notata, nel 1941, dal geografo francese Maurice Le Lannou nel corso del suo periodo di ricerca in Sardegna.[49] Sebbene la base lessicale sia quindi in massima misura di origine latina, il sardo conserva tuttavia diverse testimonianze del sostrato linguistico degli antichi Sardi prima della conquista romana: si evidenziano etimi protosardi[50] e, in misura minore, anche fenicio-punici[51] in diversi vocaboli e soprattutto toponimi, che in Sardegna si sarebbero preservati in percentuale maggiore rispetto al resto dell'Europa latina.[52] Tali etimi riportano a un sostrato paleomediterraneo che rivelerebbe relazioni strette con il basco.[53][54][55] In età medievale, moderna e contemporanea la lingua sarda ha ricevuto influenze di superstrato dal greco-bizantino, ligure, volgare toscano, catalano, castigliano e infine italiano. Caratterizzato da una spiccata fisionomia che risalta dalle più antiche fonti disponibili,[56] il sardo è ritenuto da vari autori come parte di un gruppo autonomo nell'ambito delle lingue romanze.[16][17][40][57][58][59] La lingua sarda è stata rapportata da Max Leopold Wagner e Benvenuto Aronne Terracini all'ormai estinto latino d'Africa, con le cui varietà condivide diversi parallelismi e un qual certo arcaismo linguistico, nonché un precoce distacco dal comune ceppo latino;[60] il Wagner ascrive gli stretti rapporti tra l'ormai estinta latinità africana e quella sarda, inter alia, anche alla comune esperienza storico-istituzionale nell'Esarcato d'Africa.[61] A confortare tale teoria si menzionano le testimonianze di alcuni autori, quali l'umanista Paolo Pompilio[62] e il geografo Muhammad al-Idrisi, che visse a Palermo nella corte del re Ruggero II.[63][64][65][66][67] La comunanza sarda e africana del vocalismo,[40] nonché di diverse parole alquanto rare se non assenti nel resto del panorama romanzo, come acina (uva), pala (spalla), o anche spanus nel latino africano e il sardo spanu ("rossiccio"), costituirebbe la prova, per J. N. Adams, del fatto che una discreta quantità di vocabolario fosse un tempo condivisa tra Africa e Sardegna.[68] Sempre con riguardo al lessico, Wagner osserva come la denominazione sarda per la Via Lattea (sa (b)ía de sa báza o (b)ía de sa bálla, letteralmente "la via o il cammino della paglia") si discosti dall'intero panorama romanzo e si ritrovi piuttosto nelle lingue berbere.[69] Ciononostante, un'altra classificazione proposta da Giovan Battista Pellegrini associa, comunque, il sardo al ramo italoromanzo sulla base non tipologica, ma di valutazioni sociolinguistiche contemporanee a suo dire espresse dalla popolazione sarda, pur rilevandone le peculiarità nell'intero panorama latino (Romània).[70][71][72][73] Prima di lui, Bernardino Biondelli, nei suoi Studi linguistici del 1856, pur ammettendo per la "famiglia sarda" un'autonomia linguistica «in guisa da poter essere considerata come una lingua distinta dall'italiana, del pari che la spagnuola», la aveva comunque accorpata ai vari "dialetti italici" della penisola, stanti gli stretti rapporti della lingua con il progenitore latino e la dipendenza politica dell'isola dall'Italia.[74] Discussa è l'assegnazione tipologica delle varietà linguistiche sardo-corse, ovvero il gallurese e il sassarese: per taluni andrebbero ricomprese nel sardoromanzo, per altri sarebbero del tutto separate dal dominio linguistico sardo e invece incluse nell'italoromanzo.[75] Il Wagner (1951[76]) annette il sardo alla Romània occidentale, mentre Matteo Bartoli (1903[77]) e Pier Enea Guarnerio (1905[78]) lo ascrivono a una posizione autonoma tra la Romània occidentale e quella orientale. Da altri autori ancora, il sardo è classificato come l'unico esponente ancora in vita di una branca un tempo comprensiva finanche della Corsica[79][80] e della summenzionata sponda meridionale del Mediterraneo.[81][82] Thomas Krefeld descrive, in merito, la Sardegna linguistica come «una Romània in nuce» contraddistinta dalla «combinazione di tratti panromanzi, tratti macroregionali (iberoromanzi e italoromanzi) e perfino tratti microregionali ed esclusivamente sardi», la cui distribuzione spaziale varia in ragione della dialettica tra spinte innovatrici e altre tendenti alla conservatività.[83] Secondo Brenda Man Qing Ong e Francesco Perono Cacciafoco, la lingua sarda sarebbe un diasistema comprensivo di varietà e sottovarietà che non hanno subìto l'unificazione linguistica o nazionale, ma contengono comunque elementi linguistici, fonetici, grammaticali e lessicali simili.[84] Varietà linguistiche di tipo sardo[modifica | modifica wikitesto] Lo stesso argomento in dettaglio: Sardo logudorese e Sardo campidanese. «Due dialetti principali si distinguono nella medesima lingua sarda; ciò sono il campidanese, e ’l dialetto del capo di sopra.» (Francesco Cetti. Storia naturale della Sardegna, I quadrupedi. G. Piattoli, 1774) I dialetti della lingua sarda propriamente detta vengono convenzionalmente ricondotti a due ortografie standardizzate e reciprocamente comprensibili, l'una riferita ai dialetti centro-settentrionali (o "logudoresi") e l'altra a quelli centro-meridionali (o "campidanesi").[85][86] Le caratteristiche che vengono solitamente considerate dirimenti sono l'articolo determinativo plurale (is ambigenere in campidanese, sos / sas in logudorese) e il trattamento delle vocali etimologiche latine E e O, che rimangono tali nelle varietà centro-settentrionali e sono mutate in I e U in quelle centro-meridionali; esistono però numerosi dialetti detti di transizione, o Mesanía (es. arborense, barbaricino meridionale, ogliastrino, ecc.), che presentano i caratteri tipici ora dell'una, ora dell'altra varietà. Tale percezione dualistica dei dialetti sardi, originariamente registrata in via esogena per la prima volta dal naturalista Francesco Cetti (1774)[87][88] e riproposta in seguito da Matteo Madao (1782), Vincenzo Raimondo Porru (1832), Giovanni Spano (1840) e Vittorio Angius (1853),[89][90] piuttosto che segnalare la presenza di effettive isoglosse, costituisce per Roberto Bolognesi la prova di un'adesione psicologica dei Sardi alla suddivisione amministrativa dell'isola effettuata nel 1355 da Pietro IV d'Aragona tra un Caput Logudori (cabu de susu, "capo di sopra") e un Caput Calaris et Gallure (cabu de jossu, "capo di sotto") ed estesa poi alla tradizione ortografica in una varietà logudorese e campidanese illustre.[91][92] Il fatto che tali varietà illustri astraggano dai dialetti effettivamente diffusi nel territorio,[93] che invece si collocano lungo uno spettro interno o continuum di parlate reciprocamente intellegibili,[94][95][96] fa sì che risulti difficile tracciare un confine reale tra le varietà interne di tipo "logudorese" e di tipo "campidanese", problematica comune nella distinzione dei dialetti delle lingue romanze. Dal punto di vista propriamente scientifico, tale classificazione binaria non è condivisa da alcuni autori,[91][97] coesistendo proposte alternative di classificazione tripartita[98][99][100] e quadripartita.[101] I vari dialetti sardi, pur accomunati da morfologia, lessico e sintassi fondamentalmente omogenei, presentano rilevanti differenze di carattere fonetico e talvolta anche lessicale, che non ne ostacolano comunque la mutua comprensibilità.[85][97] Distribuzione geografica[modifica | modifica wikitesto] Viene tuttora parlata in quasi tutta l'isola di Sardegna da un numero di locutori variabile tra 1 000 000 e 1 350 000 unità, generalmente bilingue (sardo/italiano) in situazione di diglossia (la lingua sarda è utilizzata prevalentemente nell'ambito familiare e locale mentre quella italiana viene usata nelle occasioni pubbliche e per la quasi totalità della scrittura). Più precisamente, da uno studio commissionato dalla Regione Sardegna nel 2006[102] risulta che ci siano 1 495 000 persone circa che capiscono la lingua sarda e 1 000 000 di persone circa in grado di parlarla. In modo approssimativo i locutori attivi del campidanese sarebbero 670 000 circa (il 68,9% dei residenti a fronte di 942 000 persone in grado di capirlo), mentre i parlanti delle varietà logudoresi-nuoresi sarebbero 330 000 circa (compresi i locutori residenti ad Alghero, nel Turritano e in Gallura) e 553 000 circa i sardi in grado di capirlo. Nel complesso solo meno del 3% dei residenti delle zone sardofone non avrebbe alcuna competenza della lingua sarda. Il sardo è la lingua tradizionale nella maggior parte delle comunità sarde nelle quali complessivamente vive l'82% dei sardi (il 58% in comunità tradizionalmente campidanesi, il 23% in quelle logudoresi). Aree non sardofone In virtù delle emigrazioni dai centri sardofoni, principalmente logudoresi e nuoresi, verso le zone costiere e le città del nord Sardegna il sardo è, peraltro, parlato anche in aree non sardofone: Nella città di Alghero, dove la lingua più diffusa, assieme all'italiano, è un dialetto del catalano (lingua che, oltre all'algherese, comprende tra le altre anche le parlate della Catalogna, del Rossiglione, delle Isole Baleari e di Valencia), il sardo è capito dal 49,8% degli abitanti e parlato dal 23,2%. Il mantenimento plurisecolare del catalano in questa zona è dato da un particolare episodio storico: le rivolte anticatalane da parte degli algheresi, con particolare riferimento a quella del 1353,[103] furono infruttuose poiché la città fu alfine ceduta nel 1354 a Pietro IV il Cerimonioso. Questi, memore delle sollevazioni popolari, espulse tutti gli abitanti originari della città, ripopolandola dapprima con soli catalani di Tarragona, Valencia e delle Isole Baleari e, successivamente, con indigeni sardi che avessero però dato prova di piena fedeltà alla Corona di Aragona. A Isili il romaniska è invece in via d'estinzione, parlato solo da un sempre più ristretto numero di individui. Tale idioma fu importato anch'esso in Sardegna nel corso della dominazione iberico-spagnola, a seguito di un massiccio afflusso di immigrati rom albanesi che, insediatisi nel suddetto paese, diedero origine a una piccola colonia di ramai ambulanti. Nell'isola di San Pietro e parte di quella di Sant'Antioco, dove persiste il tabarchino, dialetto arcaizzante del ligure. Il tarbarchino fu importato dai discendenti di quei liguri che, nel Cinquecento, si erano trasferiti nell'isolotto tunisino di Tabarka e che, per via dell'esaurimento dei banchi corallini e del deterioramento dei rapporti con le popolazioni arabe, ebbero da Carlo Emanuele III di Savoia il permesso di colonizzare le due piccole e inabitate isole sarde nel 1738: il nome del comune appena fondato, Carloforte, sarebbe stato scelto dai coloni in onore del sovrano piemontese. La permanenza compatta in una sola locazione, unita ai processi proiettivi di auto-identificazione dati dalla percezione che i tabarchini avrebbero avuto di sé stessi in rapporto agli indigeni sardi,[104] hanno comportato nella popolazione locale un alto tasso di lealtà linguistica a tale dialetto ligure, ritenuto un fattore necessario per l'integrazione sociale: difatti, la lingua sarda è compresa da solo il 15,6% della popolazione e parlata da un ancor più esiguo 12,2%. Nel centro di Arborea (Campidano di Oristano) il veneto, trapiantato negli anni trenta del Novecento dagli immigrati veneti giunti a colonizzare il territorio ivi concesso dalle politiche fasciste, è oggigiorno in regresso, soppiantato sia dal sardo sia dall'italiano. Anche nella frazione algherese di Fertilia sono predominanti, accanto all'italiano, dialetti di tale famiglia (anch'essi in netto regresso) introdotti nell'immediato dopoguerra da gruppi di profughi istriani su un preesistente sostrato ferrarese. Un discorso a parte va fatto per i due idiomi parlati nell'estremo nord dell'isola, linguisticamente gravitanti sulla Corsica e quindi la Toscana: l'uno a nord-est, sviluppatosi da una varietà del toscano (il còrso meridionale) e l'altro a nord-ovest, influenzato dal toscano/corso e genovese.[105] Francesco Cetti, che per primo, come si è detto, operò la classificazione bipartita del sardo, aveva reputato l'idioma sardo-corso «che si parla in Sassari, Castelsardo e Tempio» come «straniero» e «non nazionale» (ovvero, "non sardo") al pari del dialetto catalano di Alghero, giacché sarebbe a suo dire «un dialetto italiano, assai più toscano, che non la maggior parte de’ medesimi dialetti d'Italia».[106] La maggior parte degli studiosi li considera infatti come parlate geograficamente sarde ma tipologicamente facenti parte, assieme al corso, del sistema linguistico italiano per sintassi, grammatica e in buona parte anche lessico.[107] Secoli di contiguità hanno fatto sì che tra gli idiomi sardo-corsi, afferenti all'area italiana, e la lingua sarda vi fossero reciproche influenze sia fonetico-sintattiche sia lessicali,[108] senza però comportarne l'annullamento delle differenze fondamentali tra i due sistemi linguistici. Nello specifico, i cosiddetti idiomi sardo-corsi sono: il gallurese, parlato nella parte nord-orientale dell'isola, è di fatto una varietà del còrso meridionale. L'idioma sorse verosimilmente a seguito dei notevoli flussi migratori che, procedenti dalla Corsica, investirono la Gallura dalla seconda metà circa del XIV.[109] secolo o, secondo altri, invece, a partire dal XVI secolo[110] La causa di tali flussi andrebbe ricercata nello spopolamento della regione dovuto a pestilenze, incursioni e incendi. il turritano o sassarese, parlato a Sassari, Porto Torres, Sorso, Castelsardo e nei loro dintorni, ebbe invece origine più antica (XII-XIII secolo). Esso conserva grammatica e struttura di base corso-toscana a riprova della sua origine comunale e mercantile, ma presenta profonde influenze del sardo logudorese in lessico e fonetica, oltre a quelle minori del ligure, del catalano e dello spagnolo. Nelle zone di diffusione del gallurese e del sassarese, la lingua sarda è capita dalla massima parte della popolazione (il 73,6% in Gallura e il 67,8% nel Turritano), anche se è parlata da una minoranza di locutori: il 15,1% in Gallura (senza la città di Olbia, dove la sardofonia ha un notevole rilievo, ma comprese le piccole enclavi linguistiche come Luras) e il 40,5% nel Turritano, grazie alle numerose isole linguistiche in cui i due idiomi convivono. Competenza del sardo all'interno delle diverse aree linguistiche[modifica | modifica wikitesto] La presente tavola sinottica è contenuta nel già citato rapporto di Anna Oppo (curatrice), Le Lingue dei Sardi. Una Ricerca Sociolinguistica, commissionato dalla Regione Autonoma di Sardegna alle Università di Cagliari e di Sassari.[111] Attiva Passiva Nessuna Totale Interv. Area logudoresofona 76,0% 21,9% 2,1% 100% 425 Area campidanesofona 68,9% 27,7% 3,4% 100% 919 Città di Alghero 23,2% 26,2% 50,6% 100% 168 Area sassaresofona 27,3% 40,5% 32,2% 100% 575 Città di Olbia 44,6% 38,9% 16,6% 100% 193 Area galluresofona 15,1% 58,5% 26,4% 100% 53 Carloforte e Calasetta 12,2% 35,6% 52,2% 100% 90 Storia[modifica | modifica wikitesto] Preistoria e storia antica[modifica | modifica wikitesto] Lo stesso argomento in dettaglio: Lingua protosarda. Le origini e la classificazione della lingua protosarda o paleosarda non sono al momento note con certezza. Alcuni studiosi, tra cui il linguista svizzero esperto degli elementi di sostrato Johannes Hubschmid, hanno creduto di potere riconoscere diverse stratificazioni linguistiche nella Sardegna preistorica.[51] Queste stratificazioni, cronologicamente collocabili in un periodo molto ampio che va dall'età della pietra a quella dei metalli, mostrerebbero, a seconda delle ricostruzioni proposte dai diversi autori, similitudini con le lingue paleoispaniche (proto-basco, iberico), lingue tirseniche e l'antico ligure.[112][113] Anche se la dominazione di Roma, iniziata nel 238 a.C., importò fin da subito nell'amministrazione locale la lingua latina attraverso il ruolo dei negotiatores di etnia strettamente italica, la romanizzazione dell'isola non procedette in maniera affatto spedita:[114] si stima che i contatti linguistici con la metropoli continentale fossero probabilmente già cessati a partire dal I secolo a.C.,[115] e le lingue sarde, fra cui il punico, permasero nell'uso ancora per diverso tempo. Si reputa che il punico continuò a essere usato fino al IV secolo d.C.,[116] mentre il nuragico resistette fino al VII secolo d.C. presso le popolazioni dell'interno che, guidate dal capo tribale Ospitone, adottarono anch'esse il latino con la loro conversione al cristianesimo.[117][Nota 1] La prossimità culturale della popolazione locale rispetto a quella cartaginese risaltava nel giudizio degli autori romani,[118] in particolare presso Cicerone le cui invettive, nello schernire i sardi ribelli al potere romano, vertevano nel denunciarne la inaffidabilità per via della loro supposta origine africana[Nota 2] avendone in odio i portamenti, la loro disposizione verso Cartagine piuttosto che Roma, nonché una lingua incomprensibile.[119] Diverse radici paleosarde rimasero invariate e in molti casi furono incamerate nel latino locale (come Nur, che presumibilmente compare anche in Norace, e che si ritrova in diversi toponimi quali Nurri, Nurra e molti altri); la regione dell'isola che avrebbe derivato il suo nome dal latino Barbaria (in italiano "paese dei Barbari",[120] lemma comune all'ormai desueto "Barberia") si oppose all'assimilazione romana per un lungo periodo: vedasi, a titolo di esempio, il caso di Olzai, in cui circa il 50% dei toponimi è derivabile dal sostrato linguistico protosardo.[51] Oltre ai nomi di luogo, sull'isola sono presenti diversi nomi di piante, animali e terminologia geomorfica direttamente riconducibili agli antichi idiomi indigeni.[121] Anche nel suo fondo latino il sardo presenta diverse peculiarità, dovute all'adozione di vocaboli sconosciuti e/o da tempo caduti in disuso nel resto della Romània linguistica.[122][123] Durata del dominio romano e nascita delle lingue romanze.[124] Per quanto lentamente, il latino sarebbe alla fine comunque diventato la lingua madre della maggior parte degli abitanti dell'isola.[125] Come risultato di questo profondo processo di romanizzazione, l'odierna lingua sarda è oggi classificata come lingua romanza o neolatina,[121] presentante caratteristiche fonetiche e morfologiche simili al latino classico. Alcuni linguisti sostengono che la lingua sarda moderna sia stata la prima lingua a dividersi dalle altre lingue che si stavano evolvendo dal latino.[126] Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente e una parentesi vandalica di 80 anni, la Sardegna fu riconquistata da Bisanzio e inclusa nell'Esarcato d'Africa.[127] Il Casula è convinto che la dominazione vandalica procurò una «netta frattura con la tradizione redazionale romano-latina o, quantomeno, una sensibile strozzatura» così che il successivo governo bizantino poté impiantare «i propri istituti operativi» in un «territorio conteso tra la "grecìa" e la "romània"».[128] Luigi Pinelli ritiene che la presenza vandala avesse «estraniato la Sardegna dall'Europa legando il suo destino al dominio africano» in un legame volto a rafforzarsi ulteriormente «sotto la dominazione bizantina non solo per aver l'impero romaico compreso l'isola all'Esarcato africano, ma per averne, sia pure indirettamente, sviluppata la comunità etnica facendo ad essa acquistare molte delle caratteristiche africane» che avrebbero permesso a etnologi e storici di elaborare la teoria dell'origine africana dei paleosardi,[129] ormai deprecata. Nonostante un periodo di quasi cinque secoli, la lingua greca dei bizantini non diede in prestito al sardo che alcune espressioni rituali e formali; significativo, d'altro canto, l'utilizzo dell'alfabeto greco per redigere testi in primo volgare sardo, ovvero una lingua neolatina.[130][131] Periodo giudicale[modifica | modifica wikitesto] Estratto del Privilegio Logudorese (1080)[132] (sardo) «In nomine Domini amen. Ego iudice Mariano de Lacon fazo ista carta ad onore de omnes homines de Pisas pro xu toloneu ci mi pecterunt: e ego donolislu pro ca lis so ego amicu caru e itsos a mimi; ci nullu imperatore ci lu aet potestare istu locu de non (n)apat comiatu de leuarelis toloneu in placitu: de non occidere pisanu ingratis: e ccausa ipsoro ci lis aem leuare ingratis, de facerlis iustitia inperatore ci nce aet exere intu locu […]» (italiano) «In nome di Dio, amen. Io giudice Mariano de Lacon faccio questa carta a onore di tutti gli uomini di Pisa, per il dazio che mi chiesero; e io la dono loro perché sono a loro amico caro ed essi a me; che nessun imperatore che abbia a potestare in questo luogo non possa togliere loro questo dazio concesso con placito: di non uccidere arbitrariamente un pisano: e per i beni che venissero arbitrariamente tolti, gli faccia giustizia l'imperatore che ci sarà nel luogo […]» (Privilegio Logudorese 1080) Quando gli omayyadi si impadronirono del Nordafrica, ai bizantini non rimasero dei precedenti territori che le Baleari e la Sardegna; Luigi Pinelli ritiene che tale evento abbia costituito uno spartiacque fondamentale nel percorso storico della Sardegna, determinando la definitiva recisione di quei legami culturali in precedenza assai stretti tra quest'ultima e la sponda meridionale del Mediterraneo: «le comunanze con le terre d'Africa si dileguarono, come nebbia al sole, per effetto della conquista islamita giacché questa, a causa dell'accanita resistenza dei sardi, non riuscì, come avvenuto in Africa, ad estendersi nell'isola».[129] Nonostante le numerose spedizioni intraprese verso la Sardegna, infatti, gli arabi non sarebbero mai riusciti a conquistarla e a stabilirvisi, a differenza della Sicilia.[133] Michele Amari, citato dal Pinelli, scrive che «i tentativi dei musulmani di Africa di conquistare la Sardegna e la Corsica furono frustrati per il valore inconcusso degli abitatori di quelle isole poveri e valorosi che si salvarono per due secoli dal giogo degli arabi».[134] Essendo Costantinopoli impegnata nella riconquista della Sicilia e del Meridione italiano, caduti anch'essi nelle mani degli arabi, questa distolse la propria attenzione dall'isola che, quindi, procedette a dotarsi di competenze via via maggiori fino all'indipendenza.[135] Pinelli reputa che «la conquista araba separò la Sardegna da quel continente senza che, però, si verificasse una riunione all'Europa» e che detto evento «determina una svolta capitale per la Sardegna dando vita al governo nazionale di fatto indipendente»,[129] retto da una figura chiamata "giudice" (judike o juighe in sardo), intesa come autentico sovrano a capo di una statualità (Logu) sovrana, perfetta, non patrimoniale ma superindividuale (iudex sive rex, da cui il sardo judicadu e la resa italiana in "giudicato"), piuttosto che nel suo significato in italiano di comune "magistrato".[136] Il Casula ritiene che, da un esame degli elementi diplomatistici e paleografici, l'isola emerga dal «black-out documentario» anteriore al Mille con un'assunzione di sovranità avvenuta, intorno al secolo IX, come «conseguenza marginale dell'occupazione della Sicilia da parte degli Arabi e dalla disgregazione dell'Impero carolingio»;[137] una lettera di Brancaleone Doria, marito di Eleonora d'Arborea, recita che nell'ultimo decennio del secolo XIV il giudicato arborense avrebbe avuto già "cinquecento anni di vita" e fosse, perciò, nato verso la fine dell'800.[138] Il volgare sardo, sviluppando nel tempo le due varianti ortografiche logudoresi e campidanesi, costituì durante il periodo medioevale la lingua ufficiale e nazionale dei quattro Giudicati isolani, anticipando in emancipazione le altre lingue neolatine[139][140][141][142] tra cui il volgare toscano, come riportava in guisa di esempio da seguire per gli italiani "sulla scorta dei vicini Sardi" lo storico e diplomatista Ludovico Antonio Muratori.[Nota 3] L'eccezionalità della situazione sarda, che costituisce in tal senso un caso unico nell'intero panorama romanzo, consiste nel fatto che tali testi ufficiali furono redatti fin dall'inizio in lingua sarda per comunicazioni interne ed escludessero del tutto il latino, a differenza di quanto accadeva nel periodo coevo nelle regioni geografico-culturali di Francia, Italia e Iberia; il latino in Sardegna era infatti impiegato solo nei documenti concernenti rapporti esterni con il continente europeo.[143] La coscienza linguistica sulla dignità del sardo era tale da giungere, nelle parole di Livio Petrucci, a un suo impiego «in epoca per la quale nulla di simile è verificabile nella penisola» non solo «in campo giuridico» ma anche «in qualunque altro settore della scrittura».[144] Il Casula riporta in merito che i «documenti "per l'interno", cioè destinati ai Sardi» fossero già in volgare sardo, laddove quelli «per l'esterno» fossero in «latino "quasi merovingico"».[145] La lingua sarda presentava allora un numero ancor maggiore di arcaismi e latinismi rispetto a quella attuale, l'utilizzo di caratteri oggi entrati in disuso nonché in diversi documenti una grafia della lingua scritta che risentiva degli influssi continentali degli scrivani, spesso toscani, genovesi o catalani. Scarsa la presenza di lemmi germanici, giunti perlopiù attraverso lo stesso latino, e degli arabismi, importati a loro volta dall'influsso iberico.[146] Dante Alighieri nel suo De vulgari eloquentia (1303-1305) ne riferisce ed espelle criticamente i sardi, a rigore "non italiani (Latii) per quanto a questi superficialmente accomunabili",[147][148] in quanto agli occhi di Dante parlerebbero non una lingua neolatina, bensì in latino schietto imitandone la gramatica «come le scimmie imitano gli uomini: dicono infatti domus nova e dominus meus».[147][148][149] Tale asserzione è in realtà prova di quanto il sardo, ormai evolutosi autonomamente dal latino, fosse divenuto già in quell'epoca, nelle parole del Wagner, un'autentica e impenetrabile "sfinge"[146], ovvero una lingua pressoché incomprensibile a tutti fuorché gli isolani. Famosi sono due versi del XII secolo attribuiti al trovatore provenzale Rambaldo di Vaqueiras, che nel suo poema Domna, tant vos ai preiada equipara il sardo per intelligibilità a due lingue del tutto escluse dallo spazio romanzo, quali il tedesco (un idioma germanico) e il berbero (un idioma afroasiatico): «No t'entend plui d'un Todesco / Sardesco o Barbarì» (lett. "Non ti capisco più di un tedesco / o sardo o berbero")[150][151][152][153][154][155] e quelli del fiorentino Fazio degli Uberti (XIV secolo) il quale nel Dittamondo scrive dei sardi: «una gente che niuno non la intende / né essi sanno quel ch'altri pispiglia » (lett. "una gente che nessuno capisce / né essi capiscono quel che gli altri bisbigliano").[149][156] Il condaghe di San Pietro di Silki (1065-1180), scritto in sardo Il primo documento scritto in cui compaiono elementi della lingua sarda risale al 1065 e si tratta dell'atto di donazione da parte di Barisone I di Torres indirizzato all'abate Desiderio a favore dell'abbazia di Montecassino,[157] noto anche come Carta di Nicita.[158] Prima pagina della Carta de Logu arborense (Biblioteca universitaria di Cagliari). Altri documenti di grande rilevanza sono i Condaghi, la Carta di Orzocco (1066/1073),[159] il Privilegio Logudorese (1080-1085) conservato presso l'Archivio di Stato di Pisa, la Prima Carta cagliaritana (1089 o 1103) proveniente dalla chiesa di San Saturnino nella diocesi di Cagliari e, assieme alla Seconda Carta Marsigliese, conservata negli Archivi Dipartimentali delle Bouches-du Rhone a Marsiglia, oltre a un particolare atto (1173) tra il Vescovo di Civita Bernardo e Benedetto, allor amministratore dell'Opera del Duomo di Pisa. Statuti Sassaresi Gli Statuti Sassaresi (1316)[160] e quelli di Castelgenovese (c. 1334), scritti in logudorese, sono un altro importante esempio di documentazione linguistica della Sardegna settentrionale e della Sassari comunale; è infine d'uopo menzionare la Carta de Logu[161] del Regno di Arborea (1355-1376), che sarebbe rimasta in vigore fino al 1827. Per quanto i testi a noi rimasti provenissero da zone alquanto lontane l'una dall'altra, quali il nord e il sud dell'isola, il sardo si presentava allora piuttosto omogeneo:[162] benché le differenze ortografiche tra il logudorese e il campidanese cominciassero a intravedersi, il Wagner rinveniva in tale periodo «l'originaria unità della lingua sarda».[163] Paolo Merci vi riscontra una «larga uniformità», così come Antonio Sanna e Ignazio Delogu, per il quale sarebbe stata la vita comunitaria a sottrarre l'ortografia sarda ai localismi.[162] A detta di Carlo Tagliavini, nell'isola si andava formando una koinè illustre basata piuttosto sul modello ortografico logudorese.[164] In seguito alla scomparsa del giudicato di Cagliari e di quello di Gallura nella seconda metà del XIII secolo, sarebbe stato il dominio dei Gherardesca e della Repubblica di Pisa sugli ex-territori giudicali a provocare, secondo Eduardo Blasco Ferrer, una prima frammentazione del sardo, con un considerevole processo di toscanizzazione della lingua locale.[165] Nel settentrione della Sardegna, invece, furono i genovesi a imporre la propria sfera di influenza, sia mediante la nobiltà sardo-genovese di Sassari, sia attraverso i membri della famiglia Doria che, anche dopo l'annessione dell'isola da parte dei catalano-aragonesi, conservarono i propri feudi di Castelsardo e Monteleone in qualità di vassalli dei sovrani della Corona d'Aragona.[166] Alla seconda metà del XIII secolo risale la prima cronaca redatta in lingua sive ydiomate sardo,[167] seguendo gli stilemi tipici del periodo. Il manoscritto, redatto da un anonimo e oggi conservato presso l'Archivio di Stato di Torino, reca il titolo di Condagues de Sardina e traccia le vicende dei Giudici succedutisi nel Giudicato di Torres; l'ultima edizione critica della cronaca sarebbe stata ripubblicata nel 1957 da Antonio Sanna. La politica estera del giudicato di Arborea, indirizzata a unificare il resto dell'isola sotto il suo regno[168][169] e a preservare la propria indipendenza da ingerenze straniere, oscillò tra una posizione di alleanza con gli aragonesi in funzione antipisana a una, di senso contrario, antiaragonese, instaurando alcuni legami culturali con la tradizione italiana.[169][170][171] La contrapposizione politica fra il giudicato di Arborea e i sovrani aragonesi si manifestò anche con l'adozione di certe matrici culturali toscane, quali alcuni moduli linguistici nell'Oristanese.[172] Ciononostante, in linea con la propria politica estera, il giudicato arborense si contraddistinse per diverse innovazioni, quali un proprio tipo di scrittura cancelleresca (la gotica cancelleresca arborense, derivata dalla triangolare italiana) e per una qual certa riluttanza a sottoporsi eccessivamente all'influsso di culture forestiere, maturata sulla consapevolezza di una propria identità autoctona, etnica, antropologica, culturale e linguistica.[173] In merito a detta cancelleresca, sulla cui costituzione il Casula non ha dubbi, egli dice che «non parrà arbitrario, quindi, se cercheremo di spiegare il modello attraverso i campioni offertici dai documenti originali della curia giudicale dell'Arborea, la quale ci sembra facesse qualcosa di più che abbandonarsi all'esecuzione passiva e sciatta della grafia gotica appresa in Italia o importata dagli italiani, verosimilmente dai Pisani: i Sardi oristanesi, infatti, calligrafarono, caratterizzarono, collettivizzarono e conservarono questa scrittura fino alla fine del giudicato. In poche parole: con essa crearono la propria cancelleresca, che dopo il 1323 può essere contrapposta alla cancelleresca catalana delle scrivanie regie dell'isola.[174]» In ogni caso, una qual certa influenza italiana poté essere mantenuta nel giudicato arborense grazie alla presenza in loco di alcuni notai, giuristi e medici provenienti dalla suddetta penisola, nonché di alcuni uomini d'arme toscani a capo di milizie locali, fra cui Cicarello di Montepulciano e Giuliano di Massa: Mariano IV d'Arborea, che aveva trascorso parte della propria giovinezza in Catalogna, avrebbe impartito ordini ai propri comandanti in italiano o in sardo «secondo la loro nazionalità d'origine».[175] Periodo aragonese e spagnolo[modifica | modifica wikitesto] L'infeudamento della Sardegna da parte di papa Bonifacio VIII nel 1297, senza che questi avesse tenuto conto delle realtà statuali già presenti al suo interno, portò alla fondazione nominale del Regno di Sardegna: ovvero, di uno stato che, per quanto privo di summa potestas, entrò di diritto quale membro in unione personale entro la compagine mediterranea della Corona di Aragona. Ebbe così inizio, nel 1353, una lunga guerra tra quest'ultima e, al grido di «Helis, Helis», il precedente alleato Giudicato di Arborea, in cui la lingua sarda avrebbe rivestito un ruolo di codice di contrassegno etnico.[176] La guerra aveva tra i suoi motivi un mai sopito e antico disegno arborense di instaurare «un grande Stato-Nazione isolano, tutto indigeno» assistito dalla partecipazione stavolta massiccia, per la prima e ultima volta nella loro storia, finanche del resto dei Sardi, ovvero non giudicali (Sardus de foras) e residenti nei possedimenti signorili o regnicoli,[177] nonché una diffusa insofferenza per l'imposizione di un regime feudale che minacciava la sopravvivenza di radicate istituzioni autoctone e, lungi dall'assicurare la riconduzione dell'isola a un regime unitario, vi aveva solo introdotto, a detta di Ugone d'Arborea in una lettera inviata al cardinale Napoleone Orsini, "tot reges quot sunt ville" ("tanti re-padroni quanti sono i paesi"),[178] laddove "Sardi unum regem se habuisse credebant" ("i sardi credevano di avere un solo re"). Il conflitto tra le due entità sovrane si concluse dopo sessantasette anni con la definitiva vittoria della "confederazione" aragonese nella storica battaglia di Sanluri nel 30 giugno 1409 e, infine, la rinuncia dei diritti di successione arborensi da parte di Guglielmo III di Narbona nel 1420. Tale evento, accompagnato alla scomparsa del re di Sicilia Martino il Giovane nel 1409, segnò per Francesco Cesare Casula l'uccisione reciproca delle due "nazioni", sarda e catalana, e per l'isola "l'inizio del vero medioevo feudale",[179] terminato solo nel 1836: per il Casula, il predetto avvenimento, paragonato per rilevanza storica alla «fine del Messico azteco», dovrebbe ritenersi «né trionfo né sconfitta, ma la dolorosa nascita della Sardegna di oggi».[180] Durante e dopo questo conflitto, sarebbe stato sistematicamente neutralizzato ogni focolaio di ribellione antiaragonese, quali la rivolta di Alghero nel 1353, quella di Uras del 1470 e infine quella di Macomer nel 1478, richiamata nel De bello et interitu marchionis Oristanei;[181] da quel momento, «quedó de todo punto Sardeña por el rey».[182] Il Casula reputa che i vincitori emersi dal conflitto avessero poi proceduto a distruggere la preesistente produzione documentaria dell'età giudicale, redatta perlopiù in lingua sarda ma anche in altri idiomi che meglio si confacevano alle relazioni della sofisticata cancelleria arborense, non lasciando dietro di sé che «poche pietre» e, nel complesso, un «esiguo gruppo di documenti»,[183] molti dei quali sono infatti tuttora conservati e/o rimandano ad archivi fuori dell'isola.[184] Nello specifico, la documentazione giudicale e il suo palazzo sarebbe stata data completamente alle fiamme il 21 maggio 1478, mentre il viceré faceva trionfalmente il proprio ingresso ad Oristano dopo aver domato la summenzionata ribellione marchionale, che minacciava la ripresa di una soggettività arborense de jure abolita nel 1420 ma ancora ben viva nella memoria popolare.[185] Il catalano, lingua della corte della Corona d'Aragona, assunse anche nell'isola l'egemonia, in una condizione diglossica in cui il sardo venne relegato a una posizione alternativa, quando non secondaria: emblematica era la situazione delle città soggette al ripopolamento aragonese, quali Cagliari[186] e in cui, nella testimonianze di Giovanni Francesco Fara,[187] per un tempo il catalano subentrò interamente al sardo come ad Alghero, tanto da generare espressioni idiomatiche quali no scit su catalanu ("non sa il catalano") per indicare una persona che non sapeva esprimersi "correttamente".[188][189] Il Fara, nella medesima prima monografia di età moderna dedicata ai Sardi e la Sardegna, riporta anche il vivace plurilinguismo presso «un medesimo popolo», per via dei movimenti migratori «di spagnoli (tarragonesi o catalani) e di italiani» nell'isola, ivi giunti per praticarvi il commercio.[187] Ciononostante, la lingua sarda non scomparve affatto dall'uso ufficiale: la tradizione giuridica nazionale dei catalani nelle città convisse con quella preesistente dei sardi, contrassegnata nel 1421 dalla conferma della stessa Carta de Logu arborense da parte del Parlamento del sovrano di Aragona Alfonso il Magnanimo,[190][191] quale intelaiatura fondamentale di una rete di rapporti localmente stratificata nei vari capitoli di grazia. In ambito amministrativo ed ecclesiastico, si seguitò a impiegare il sardo per usi normati dalla scrittura fino al Seicento inoltrato.[192][193] Le corporazioni religiose fecero anch'esse uso della lingua. Il regolamento del seminario di Alghero, emanato dal vescovo Andreas Baccallar il 12 luglio 1586, era in sardo;[194] essendo diretti all'intera diocesi di Alghero e Unioni, i provvedimenti destinati alla diretta conoscenza del popolo erano redatti in sardo, oltre che in catalano.[195] Il primo catechismo ad oggi rinvenuto in "lingua sardisca" di matrice posttridentina è del 1695, in calce alle costituzioni sinodali dell'arcivescovato di Cagliari.[196] L'avvocato Sigismondo Arquer, autore della Sardiniae brevis historia et descriptio (il cui paragrafo relativo alla lingua sarebbe stato grossomodo estrapolato anche da Conrad Gessner nel suo "Sulle differenti lingue in uso presso le varie nazioni del globo"[197]), riferisce che in Sardegna fossero parlate due lingue, ovvero lo "spagnolo, tarragonese o catalano" appreso dagli elementi iberici nelle città, e il sardo nel resto del Regno:[189] per quanto quest'ultimo fosse ormai frazionato a causa delle dominazioni straniere (ovvero "latini, pisani, genovesi, spagnoli e africani"), l'Arquer riporta come i sardi nondimeno "fra loro si comprendessero perfettamente".[198] Il gesuita portoghese Francisco Antonio, nel 1561, riportava che «la lingua ordinaria di Sardegna è il sardo, come l'italiano lo è d'Italia. [...] Nelle città di Cagliari e di Alghero la lingua ordinaria è il catalano, sebbene vi sia molta gente che usa anche il sardo».[189][199] I Gesuiti, che fondarono dei collegi a Sassari (1559), Cagliari (1564), Iglesias (1578) e Alghero (1588), inizialmente promossero una politica linguistica a favore del sardo, usandolo nell'esercizio del loro ministero con grande favore delle popolazioni che, per la prima volta, si sentivano rivolgere nella loro lingua, piuttosto che in quella catalana, spagnola o italiana; tuttavia, tale pratica fu ritenuta inopportuna dal nuovo generale dell'Ordine, Francesco Borgia, che nel 1567 impose per tutte le attività l'utilizzo esclusivo del castigliano.[200] L'influenza del toscano, fra il XIV e il XV secolo, si manifestò nel Logudoro, sia in alcuni documenti ufficiali, sia come lingua letteraria: l'internazionalizzazione del Rinascimento italiano, a partire dal XVI secolo, avrebbe infatti ravvivato in Europa l'interesse per la cultura italiana, manifestandosi anche in Sardegna soprattutto nell'impiego aggiuntivo di suddetta lingua presso alcuni autori, parallelamente al sardo e a quelle iberiche che, comunque, conservarono la loro preminenza. In questi stessi secoli o in epoca immediatamente successiva, anche a causa della progressiva diffusione del corso in Gallura nonché in ampie zone della Sardegna nord-occidentale, cui si è fatto accenno in precedenza, il logudorese settentrionale assunse talune caratteristiche fonetiche (palatalizzazione e suoni fricativi-palatalizzati) dovute al contatto con l'area linguistica toscana (sic)[201]. Come rileva Bruno Migliorini, la Sardegna ebbe con la penisola italiana complessivamente «scarsi rapporti».[202] Nel Parlamento del 1565, lo stamento militare richiese, nella forma di una petizione da parte di Álvaro de Madrigal, che gli statuti di Iglesias, Bosa e Sassari, fino ad allora redatti "in lingua genovese, pisana o italiana", fossero tradotti "in lingua sarda o in quella catalana", giacché «non è opportuno né è giusto che delle leggi del Regno siano in lingua straniera».[203][204] In questo primo periodo iberico abbiamo una qual certa documentazione scritta della lingua sarda tanto in letteratura quanto in atti notarili, essendo l'idioma maggiormente diffuso e parlato, che però ben esplica l'influenza iberica. Antonio Cano (1400-1476) compose, nel XV secolo, il poema di carattere agiografico Sa Vitta et sa Morte, et Passione de sanctu Gavinu, Prothu et Januariu (pubbl. 1557);[205] è una delle opere letterarie più antiche in lingua sarda, nonché più rilevanti sotto l'aspetto filologico del periodo. Estratto de sa Vitta et sa Morte, et Passione de sanctu Gavinu, Prothu et Januariu (A. Cano, ~1400)[205] O Deu eternu, sempre omnipotente, In s’aiudu meu ti piacat attender, Et dami gratia de poder acabare Su sanctu martiriu, in rima vulgare, 5. De sos sanctos martires tantu gloriosos Et cavaleris de Cristus victoriosos, Sanctu Gavinu, Prothu e Januariu, Contra su demoniu, nostru adversariu, Fortes defensores et bonos advocados, 10. Qui in su Paradisu sunt glorificados De sa corona de sanctu martiriu. Cussos sempre siant in nostru adiutoriu. Amen. Nel 1479 si ebbe l'unificazione fra il regno di Castiglia con quello di Aragona. Tale unificazione, di carattere esclusivamente dinastico, non comportò, sotto il profilo linguistico, cambiamenti di sorta. Il castigliano o spagnolo tardò infatti a imporsi come lingua ufficiale dell'isola e non oltrepassò i domini della letteratura e dell'istruzione:[2] fino al 1600 i pregones si pubblicarono perlopiù in catalano e solo a partire dal 1602 si iniziò a utilizzare anche il castigliano, che per Giovanni Siotto Pintor sarebbe stato usato nelle leggi e decreti a partire dal 1643.[206][207][208] Nel XVI secolo, il sardo conobbe una prima rinascita letteraria. L'opera Rimas Spirituales del letterato sassarese Gerolamo Araolla, che scrisse in sardo, castigliano e italiano, si prefisse il compito di "magnificare et arrichire sa limba nostra sarda", allo stesso modo in cui i poeti spagnoli, francesi e italiani lo avevano fatto per la loro rispettiva lingua,[209][Nota 4] seguendo schemi già collaudati (es. la Deffense et illustration de la langue françoyse, il Dialogo delle lingue): per la prima volta fu così posta la cosiddetta "questione della lingua sarda", poi approfondita da vari altri autori. L'Araolla è anche il primo autore sardo a stringere in nesso la parola "lingua" con "nazione", il cui riconoscimento non è direttamente espresso a chiare lettere ma dato per scontato, data la "naturalezza" con la quale gli autori di diverse nazioni si cimentano in una propria letteratura nazionale.[210] Antonio Lo Frasso, poeta nativo di Alghero (città che ricorda con affetto in vari versi[Nota 5]) e vissuto a Barcellona, fu probabilmente il primo intellettuale di cui abbiamo testimonianza a comporre in sardo liriche amorose, benché abbia scritto maggiormente in un castigliano pregno di catalanismi; si tratta in particolare di due sonetti (Cando si det finire custu ardente fogu e Supremu gloriosu exelsadu) e di un poema in ottave reali, facenti parte della sua opera principale Los diez libros de Fortuna de Amor (1573).[Nota 6] Nel XVII secolo vi fu una produzione letteraria anche in italiano, per quanto limitata (nel complesso, secondo le stime della scuola di Bruno Anatra, circa l'87% dei libri stampati a Cagliari era in spagnolo[211]); nello specifico si trattava di alcuni scrittori plurilingui, come Salvatore Vitale, nato a Maracalagonis nel 1581, che accanto all'italiano utilizzò anche lo spagnolo, il latino e il sardo, Efisio Soto-Real (il cui vero nome fu Giuseppe Siotto), Eusebio Soggia, Prospero Merlo e Carlo Buragna, il quale aveva vissuto lungamente nel Regno di Napoli[212]. Nel complesso, gli istruiti e la classe dirigente sarda dell'epoca conoscevano assai bene lo spagnolo e avrebbero scritto tanto in spagnolo quanto in sardo fino al XIX secolo; Vicente Bacallar Sanna, per esempio, fu uno dei fondatori della Real Academia Española.[213] Lo spagnolo si affermò, pertanto, tardivamente ma riuscì a ritagliarsi, comunque, una posizione di eminente prestigio nei campi elitari della letteratura e dell'erudizione, rispetto al catalano, la cui forza di propagazione fu tale da entrare nella massima parte delle contrade della Sardegna centrale e meridionale e in alcune aree di quella settentrionale (ma non certamente nel capitolo di Sassari, dove i contratti d'appalto iniziarono a privilegiare lo spagnolo dal 1610,[214] gli atti ufficiali vennero scritti in sardo logudorese fino al 1649[215] e gli statuti di alcune prestigiose confraternite sassaresi in italiano[216]; in aree quali Macomer, gli archivi parrocchiali impiegarono il sardo fino al 1623[214]), resistendo tenacemente negli atti pubblici e nei libri di battesimo. Il sardo resistette, inoltre, nella drammatica religiosa, nella redazione di atti notarili nelle aree interne[217] e negli atti e statuti delle confraternite, come quello dei disciplinanti di Torralba[218]. Il sardo restò comunque l'unico e spontaneo codice della popolazione sarda, rispettato e anche appreso dai conquistatori.[219] Il sardo era, a pari merito rispetto al castigliano, catalano e portoghese, una delle lingue la cui conoscenza era richiesta per potere essere ufficiali dei tercios, nei cui ranghi i sardi erano considerati "spanyols", come richiesto dagli Stamenti nel 1553;[220] dal momento che potevano fare carriera e arrivare in posizione di comando solo coloro che parlassero almeno una di queste quattro lingue, Vicente G. Olaya sostiene che «gli italiani che parlavano male lo spagnolo cercavano di farsi passare per valenciani per provare a essere promossi».[221] La situazione sociolinguistica era caratterizzata da una competenza, sia attiva sia passiva, nelle città delle due lingue iberiche e del sardo nel resto dell'isola, come riportato da varie testimonianze coeve: Cristòfor Despuig, ne Los Colloquis de la Insigne Ciutat de Tortosa, sosteneva nel 1557 che, per quanto la lingua catalana si fosse ritagliata un posto di «cortesana», "non tutti la parlano, dal momento che in molte parti dell'isola si conserva ancora l'antica lingua del Regno" («llengua antigua del Regne»),[204] tributando a quest'ultima un insigne riconoscimento; l'ambasciatore e visitador reial Martin Carillo (supposto autore dell'ironico giudizio sulla nobiltà sarda: pocos, locos y mal unidos[211]) notò nel 1611 che le principali città parlavano il catalano e lo spagnolo, ma al di fuori di queste non si capiva altra lingua che il sardo, compresa da tutti nell'intero Regno;[204] Joan Gaspar Roig i Jalpí, autore del Llibre dels feyts d'armes de Catalunya, riportava a metà del Seicento che in Sardegna «parlen la llengua catalana molt polidament, axì com fos a Catalunya»;[204] Anselm Adorno, originario di Genova ma residente a Bruges, notò nei suoi pellegrinaggi come, nonostante una cospicua presenza di stranieri residenti nell'isola, i nativi di questa parlassero comunque la loro lingua («linguam propriam sardiniscam loquentes»[222]); un'altra testimonianza è offerta dal rettore del collegio gesuita sassarese Baldassarre Pinyes che, a Roma, registrava la partizione etnica e linguistica del Regno, scrivendo: «per ciò che concerne la lingua sarda, sappia vostra paternità che essa non è parlata in questa città, né in Alghero, né a Cagliari: la parlano solo nelle ville».[223] La consistente presenza, nel capo di sopra, di feudatari valenzani e aragonesi, oltre che di soldati mercenari lì stanziati di guardia, rese i dialetti logudoresi più esposti alle influenze castigliane; inoltre, altri vettori di ingresso furono, per quanto concerne i prestiti linguistici, la poesia orale, le opere teatrali e i già menzionati gocius o gosos (vocabolo derivante da gozos, stante per "inni sacri"). La poesia popolare si arricchì di altri generi, quali le anninnias (ninne nanne), gli attitos (lamenti funebri), le batorinas (quartine narrative), i berbos e paraulas (malefici e scongiuri) e i mutos e mutetos. Si annoti che diverse testimonianze scritte del sardo permasero anche negli atti notarili, i quali pur subirono crudi castiglianismi e italianismi nel lessico e nella forma, e nell'allestimento di opere religiose a scopo di catechesi, quali Sa Dottrina et Declarassione pius abundante e Sa Breve Suma de sa Doctrina in duas maneras. Frattanto il parroco orgolese Ioan Mattheu Garipa, nell'opera Legendariu de Santas Virgines, et Martires de Iesu Christu che provvedette a tradurre dall'italiano (il Leggendario delle Sante Vergini e Martiri di Gesù Cristo), pose in evidenza la nobiltà del sardo rapportandola al latino classico e attribuendole nel Prologo, come Araolla prima di lui,[209] un'importante valenza etnico-nazionale.[Nota 7][224] Secondo il filologo Paolo Maninchedda, tali autori, a partire dall'Araolla, «non scrivono di Sardegna o in sardo inserirsi in un sistema isolano, ma per iscrivere la Sardegna e la sua lingua – e con esse, se stessi – in un sistema europeo. Elevare la Sardegna ad una dignità culturale pari a quella di altri paesi europei significava anche promuovere i sardi, e in particolare i sardi colti, che si sentivano privi di radici e di appartenenza nel sistema culturale continentale».[225] Nei primi anni del Settecento, nell'isola si impiantò l'Arcadia e si assistette a una grande varietà di generi poetici, che variavano dalla poesia epica di Raimondo Congiu a quella satirica di Gian Pietro Cubeddu e quella sacra di Giovanni Delogu Ibba.[226] Periodo sabaudo e italiano[modifica | modifica wikitesto] L'esito della guerra di successione spagnola determinò la sovranità austriaca dell'isola, confermata poi dai trattati di Utrecht e Rastadt (1713-1714); pur tuttavia durò appena quattro anni giacché, nel 1717, una flotta spagnola rioccupò Cagliari e nell'anno successivo, per mezzo di un trattato poi ratificato all'Aia nel 1720, la Sardegna venne assegnata a Vittorio Amedeo II di Savoia in cambio della Sicilia; il rappresentante di quest'ultimo, il conte di Lucerna di Campiglione, ricevette infine, da parte del delegato austriaco don Giuseppe dei Medici, l'atto definitivo di cessione, a condizione che i "diritti, statuti, privilegi della nazione" oggetto della trattativa diplomatica fossero conservati.[227] L'isola entrò così nell'orbita italiana dopo quella iberica,[228] benché tale trasferimento di autorità, in un primo tempo, non implicasse per i sudditi isolani alcun cambiamento in fatto di lingua e costumi: i sardi seguitarono a usare il sardo e le lingue iberiche e persino i simboli dinastici aragonesi e castigliani sarebbero stati sostituiti dalla croce sabauda solo nel 1767.[229] Fino al 1848, la Sardegna sarebbe infatti rimasta uno stato con le proprie tradizioni e istituzioni, per quanto senza summa potestas e in unione personale entro i domini perlopiù alpini di Casa Savoia.[227] La lingua sarda, benché praticata in condizione di diglossia, non era mai stata ridotta al rango sociolinguistico di "dialetto", essendone comunque universalmente percepita la indipendenza linguistica e parlata da tutte le classi sociali;[230] lo spagnolo era invece il codice linguistico di prestigio conosciuto e adoperato dagli strati sociali di almeno media cultura, talché Joaquín Arce ne riferisce nei termini di un paradosso storico: il castigliano era ormai diventato lingua comune degli isolani nel secolo stesso in cui cessarono ufficialmente di essere spagnoli.[231][232] Constatata la situazione corrente, la classe dirigente piemontese, in questo primo periodo, si limitò a mantenere le istituzioni politico-sociali locali, avendo però cura di svuotarle allo stesso tempo di significato,[233] nonché di trattare «egualmente li seguaci dell'uno e dell'altro partito, con lasciarli però divisi, ad evitare che si possino unire per ricavarne nell'occasione quel buon uso che la Rivalità può produrre».[234] Tale approccio, improntato al pragmatismo, era dovuto a tre motivi di ordine eminentemente politico: in primo luogo la necessità, nei primi tempi, di rispettare alla lettera le disposizioni del Trattato di Londra, firmato il 2 agosto 1718, il quale imponeva il rispetto delle leggi fondamentali e dei privilegi del Regno appena ceduto; in secondo luogo, l'esigenza di non generare attriti sul fronte interno dell'isola, in larga parte filospagnolo; in terzo e ultimo luogo la speranza, covata dai regnanti sabaudi per qualche tempo ancora, di potersi disfare della Sardegna e riacquisire la Sicilia.[235] Dal momento che l'imposizione di una nuova lingua, quale l'italiano, in Sardegna avrebbe infranto una delle leggi fondamentali del Regno, Vittorio Amedeo II sottolineò nel 1721 come tale operazione dovesse essere portata a termine "insensibilmente", ovvero in modo relativamente furtivo.[236] Tale prudenza si riscontra ancora nel giugno del 1726 e nel gennaio del 1728, allorquando il Re espresse l'intenzione non già di abolire il sardo e lo spagnolo, ma solo di diffondere maggiormente la conoscenza dell'italiano.[237] Lo smarrimento iniziale dei nuovi dominatori, subentrati ai precedenti, rispetto all'alterità culturale che riconoscevano al possedimento isolano[238] è evinto da un apposito studio, da loro commissionato e pubblicato nel 1726 dal gesuita barolese Antonio Falletti, dal nome "Memoria dei mezzi che si propongono per introdurre l'uso della lingua italiana in questo Regno" in cui si raccomandava all'amministrazione sabauda di applicare il metodo di apprendimento "ignotam linguam per notam expōnĕre" ("presentare una lingua sconosciuta [l'italiano] attraverso una conosciuta [lo spagnolo]").[239] Nello stesso anno, Vittorio Amedeo II aveva manifestato la volontà di non poter più tollerare la mancata conoscenza dell'italiano presso gli isolani, dati i disagi che ciò stava comportando per i funzionari giunti in Sardegna dalla terraferma.[240] Le restrizioni sui matrimoni misti tra donne sarde e ufficiali piemontesi, fino ad allora proibiti per legge,[241] sarebbero state revocate e questi anzi incoraggiati allo scopo di meglio diffondere la lingua tra i nativi.[242] La relazione tra il nuovo idioma e quello nativo, inserendosi entro un contesto storicamente contrassegnato da una marcata percezione di alterità linguistica,[40][243] si pose fin da subito nei termini di un rapporto (ancorché ineguale) tra lingue fortemente distinte, piuttosto che tra una lingua e un suo dialetto come invece avvenne poi in altre regioni italiane; gli stessi spagnoli, costituenti la classe dirigente aragonese e castigliana, solevano inquadrare il sardo come una lingua distinta sia rispetto alle proprie sia all'italiano.[244] La percezione dell'alterità del sardo era, però, pienamente avvertita anche dagli italiani che si recavano nell'isola e ne riportavano la loro esperienza con i nativi.[245][246][247] L'italiano, nonostante venisse da taluni anche in Sardegna settentrionale ritenuto "non nativo" o "forestiero"[248], aveva svolto in quell'angolo di Sardegna fino ad allora un proprio ruolo, provocando nelle parlate e nella tradizione scritta un processo di toscanizzazione iniziato nel XII secolo e consolidatosi successivamente;[249] nelle zone sardofone, corrispondenti all'area centro-settentrionale e meridionale dell'isola, era invece pressoché sconosciuto alla grande maggioranza della popolazione, dotta e no. Purtuttavia, la politica del governo sabaudo in Sardegna, allora diretta da Bogino, di alienare l'isola dalla sfera culturale e politica spagnola in modo da assimilarla a quella più italiana del Piemonte,[250][251] ebbe quale riflesso l'introduzione diretta dell'italiano per legge nel 1760[252][253] sulla scorta degli Stati di terraferma e in particolare del Piemonte,[254] nei quali l'impiego dell'italiano era ufficialmente consolidato da secoli, nonché ulteriormente rinforzato dall'editto di Rivoli[255]. Difatti, nel provvedimento in questione venne, tra le altre cose, «vietato senza riserve nello scrivere e nel dire l'uso della favella castigliana; il quale, a quarant'anni d'un dominio italiano, era siffattamente abbarbicato nel cuore degli anziani maestri di lettere».[256] Nel 1764 l'imposizione esclusiva della lingua italiana fu infine estesa a tutti i settori della vita pubblica,[257][258] quali anche l'istruzione[259][260] parallelamente alla riorganizzazione delle Università di Cagliari e Sassari, le quali videro l'arrivo di personale continentale, e a quella dell'istruzione inferiore, in cui si stabiliva l'invio di insegnanti provenienti dal Piemonte per supplire all'assenza di insegnanti sardi italofoni[261]: nello specifico, già nel 1763 si previde l'invio in Sardegna di «alcuni abili professori italiani» per «stenebrare i maestri sardi dai loro errori» e indirizzare «pel buon sentiero maestri e discepoli».[256] Tale manovra ineriva soprattutto a un progetto di allacciamento della cultura sarda a quella della penisola italiana[262] e di rafforzamento geopolitico del dominio savoiardo sulla classe colta isolana, ancora molto legata alla penisola iberica; il proposito non sfuggì alla classe dirigente sarda, la quale deplorava il fatto che «i Vescovi piemontesi hanno introdotto el predicar in italiano» e, in un documento anonimo attribuito agli Stamenti ed eloquentemente chiamato Lamento del Regno, denunciò come «sonosi tolte le arme, i privilegi, le leggi, la lingua, l'Università, e la moneta d'Aragona, con disonore de la Spagna, con detrimento di tutti i particolari».[204][263] Ciò nonostante, Milà i Fontanals scriveva nel 1863 che, ancora nel 1780, si continuava a impiegare il catalano negli strumenti notarili,[204] così come in sardo, mentre in spagnolo furono redatti, fino al 1828, i registri parrocchiali e atti ufficiali;[264] nel 2017 è stato rinvenuto un libro di gosos, originario di Ozieri, redatto in castigliano in onore di Sant'Efisio del 1850.[265] L'effetto più immediato fu, così, l'emarginazione del sardo piuttosto che delle lingue iberiche, dal momento che per la prima volta anche i ceti abbienti della Sardegna rurale (i printzipales) cominciarono a percepire la sardofonia come un concreto svantaggio.[257] Girolamo Sotgiu asserisce in merito che «la classe dirigente sarda, così come si era spagnolizzata, ora si italianizzava senza mai essere riuscita a sardizzarsi, a riuscire a trarre, cioè, dall'esperienza e dalla cultura del popolo dal quale proveniva quegli elementi di concretezza senza i quali una cultura e una classe dirigente sembrano sempre stranieri anche nella loro patria. Questo d'altra parte era l'obiettivo che il governo sabaudo si era proposto e che, nella sostanza, riusciva anche a perseguire».[256] Il sistema amministrativo e penale di matrice francese introdotto dal governo sabaudo, capace di estendersi in maniera quanto mai articolata presso ogni villaggio della Sardegna, rappresentò per i sardi il principale canale di contatto diretto con la nuova lingua egemone;[266] per le classi più elevate, la soppressione dell'ordine dei Gesuiti nel 1774 e la loro sostituzione con i filoitaliani Scolopi,[267] nonché le opere di matrice illuministica, stampate nella terraferma in italiano, ricoprirono un ruolo considerevole nella loro italianizzazione primaria. Nello stesso periodo di tempo, vari cartografi piemontesi italianizzarono i toponimi dell'isola: benché qualcuno fosse rimasto inalterato, la maggior parte subì un processo di adattamento alla pronuncia italiana, se non di sostituzione con designazioni in italiano, che perdura tutt'oggi, spesso artificioso e figlio di un'erronea interpretazione del significato nell'idioma locale.[258] Francesco Gemelli, ne Il Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento di sua agricoltura, così ritrae il pluralismo linguistico dell'isola nel 1776, rinviando a I quadrupedi di Sardegna un migliore esame «dell'indole della lingua sarda, e delle precipue differenze tra 'l sassarese e 'l toscano»: «cinque linguaggi parlansi in Sardegna, lo spagnuolo, l'italiano, il sardo, l'algarese, e 'l sassarese. I primi due per ragione del passato e del presente dominio, e delle passate, e presenti scuole intendonsi e parlansi da tutte le pulite persone nelle città, e ancor ne' villaggi. Il sardo è comune a tutto il Regno, e dividesi in due precipui dialetti, sardo campidanese e sardo del capo di sopra. L'algarese è un dialetto del catalano, perché colonia di catalani è Algheri; e finalmente il sassarese che si parla in Sassari, in Tempio e in Castel sardo, è un dialetto del toscano, reliquia del dominio de' Pisani. Lo spagnuolo va perdendo terreno a misura che prende piede l'italiano, il quale ha dispossessato il primo delle scuole, e de' tribunali».[268] Il primo studio sistematico sulla lingua sarda fu redatto nel 1782 dal filologo Matteo Madao, con il titolo de Il ripulimento della lingua sarda lavorato sopra la sua antologia colle due matrici lingue, la greca e la latina. Lamentando egli in premessa il generale declino della lingua («La lingua della Sarda nostra nazione, comecchè venerabile per la sua antichità, pregevole per l'ottimo fondo de’ suoi dialetti, elegante per le bellezze, che aduna delle altre più nobili, eccellente per la sua analogia colla Greca, e colla Latina, e non solo giovevole, ma eziandio necessaria alla privata, e pubblica società de’ nostri compatrioti, e concittadini, giacque in somma dimenticanza in fino al dì d'oggi, dagli stessi abbandonata come incolta, e dagli stranieri negletta come inutile»[269]), l'intenzione patriottica che animava Madau era quella di accreditare il sardo come lingua nazionale dell'isola,[270][271][272] seguendo l'esempio di autori quali il già citato Araolla in periodo iberico; purtuttavia, il clima di repressione del governo sabaudo sulla cultura sarda avrebbe indotto il Madau a velare i suoi proponimenti con intenti letterari, rivelandosi alla fine incapace di tradurli in realtà.[273] Il primo volume di dialettologia comparata fu realizzato nel 1786 dal gesuita catalano Andres Febres, noto in Italia con il falso nome di Bonifacio d'Olmi, di ritorno da Lima in cui aveva pubblicato un libro di grammatica mapuche nel 1764.[274] Trasferitosi a Cagliari, si appassionò al sardo e condusse un lavoro di ricerca su tre specifici dialetti; scopo dell'opera, intitolata Prima grammatica de' tre dialetti sardi,[275] era «dare le regole della lingua sarda» e spronare i sardi a «cultivare ed avantaggiare l'idioma loro patrio, con l'italiano insieme». Il governo di Torino, esaminata l'opera, decise di non permetterne la pubblicazione: Vittorio Amedeo III considerò un affronto il fatto che il libro contenesse una dedica bilingue rivoltagli in italiano e sardo, un errore che i suoi successori, pur richiamandosi a una "patria sarda", avrebbero poi evitato, premurandosi di fare uso del solo italiano.[273] Sul finire del Settecento, sulla scia della rivoluzione francese, si formò un gruppo di piccolo-borghesi, chiamato "Partito Patriottico", che meditava l'instaurazione di una Repubblica Sarda svincolata dal giogo feudale e sotto la protezione francese; si diffusero così nell'isola numerosi pamphlet, stampati prevalentemente in Corsica e scritti in lingua sarda, il cui contenuto, ispirato ai valori dei Lumi e apostrofato dai vescovi sardi come "giacobino-massonico", incitava il popolo alla ribellione contro il dominio piemontese e i soprusi baronali nelle campagne. Il prodotto letterario più famoso di tale periodo di tensioni, scoppiate il 28 aprile 1794, fu il poema antifeudale de Su patriotu sardu a sos feudatarios di Francesco Ignazio Mannu, quale testamento morale e civile nutrito degli ideali democratici francesi e contrassegnato da un rinnovato sentimento patriottico.[276][277] Nel clima di restaurazione monarchica seguito alla rivoluzione angioiana, il cui sostanziale fallimento segnò per la Sardegna uno storico spartiacque sul suo futuro,[278] l'intellettualità sarda, caratterizzata tanto da un atteggiamento di devozione nei confronti della propria isola quanto di comprovata fedeltà verso la Casa Savoia, pose in maniera ancora più esplicita la "questione della lingua sarda", usando però generalmente l'italiano quale lingua veicolare dei testi. Nel diciannovesimo secolo, in particolare, all'interno dell'intellettualità sarda si registrò una frattura tra l'aderenza a un sentimento "nazionale" sardo e la dimostrazione di lealtà nei confronti della loro nuova "nazionalità" italiana,[279] per la quale infine la classe dirigente propendette come reazione alla minaccia rappresentata dalle forze sociali rivoluzionarie[280]. Il richiamo alla "nazione sarda" di medievale memoria, con le sue istituzioni, la sua propria storia e patrimonio culturale è, anzi, in questo periodo più frequente che in quelli successivi, scomparendo poi del tutto con l'affermazione dello stato unitario;[281] per Pasquale Tola in un suo saggio, la lingua sarda, come lingua dei sardi, ne rappresenta il segno inconfondibile del «carattere nazionale» e anch'essa è riscoperta nel primo venticinquennio dell'Ottocento,[282] con strumenti approntati alla sua conoscenza scientifica. A breve distanza dalla rivolta antifeudale, nel 1811, si rileva la pubblicazione del sacerdote Vissentu Porru, la quale era però riferita alla sola variante meridionale (da cui il titolo di Saggio di grammatica del dialetto sardo meridionale) e, per prudenza nei confronti dei regnanti, espressa soltanto in funzione dell'apprendimento dell'italiano, anziché di tutela del sardo;[283] nel 1832-34 Porru pubblicò il Nou dizionariu universali sardu-italianu[284]. Degno di nota è il lavoro del canonico, professore e senatore Giovanni Spano, la Ortographia sarda nationale ("Ortografia nazionale sarda") del 1840;[285] benché ufficialmente seguisse l'esempio del Porru[Nota 8], cui pure rinviava, per Massimo Pittau egli elevò un dialetto del sardo su base logudorese a koinè illustre in virtù dei suoi stretti rapporti con il latino, in maniera analoga al modo in cui il dialetto fiorentino si era culturalmente imposto a suo tempo in Italia quale "lingua illustre".[286][287] Ciononostante, Giovanni Spano teneva in considerazione nelle sue opere anche le altre varietà della lingua.[288] A detta del giurista Carlo Baudi di Vesme, la proscrizione e lo sradicamento della lingua sarda da ogni profilo privato e sociale dell'isola sarebbe stato auspicabile nonché necessario, quale opera di "incivilimento" dell'isola, perché fosse così integrata nell'orbita ormai spiccatamente italiana del Regno;[289][290] dato che la Sardegna «non è Spagnuola, ma non è Italiana: è e fu da secoli pretta Sarda»,[291] occorreva, a cavallo delle circostanze che «l'accesero dell'ambizione, del desiderio, dell'amore delle cose italiane»,[291] promuovere maggiormente tali tendenze per «trarne profitto nel comune interesse»,[291] in ragione del quale si dimostrava «quasi necessario[292]» diffondere in Sardegna la lingua italiana "presentemente nell'interno sì poco conosciuta"[291] in prospettiva della Fusione Perfetta: «la Sardegna sarà Piemonte, sarà Italia; ne riceverà e ci darà lustro, ricchezza e potenza!».[293][294] L'istruzione primaria, offerta solo in italiano, contribuì dunque a una pur lenta diffusione di tale lingua tra i nativi, innescando per la prima volta un processo di erosione ed estinzione linguistica; il sardo venne infatti presentato dal sistema educativo come la lingua dei socialmente emarginati, nonché come sa limba de su famine o sa lingua de su famini ("la lingua della fame"), corresponsabile endogeno dell'isolamento e miseria secolare dell'isola, e per converso l'italiano quale agente di emancipazione sociale attraverso l'integrazione socioculturale con la terraferma continentale. Nel 1827 venne infine abrogata per sempre la Carta de Logu, lo storico corpus giuridico tradizionalmente noto come «consuetud de la nació sardesca», in favore delle più moderne "Leggi civili e criminali del Regno di Sardegna", pubblicate in italiano per espresso ordine del re Carlo Felice di Savoia.[295][296] Cimitero storico di Ploaghe, nel quale si sono conservati 39 epitaffi scolpiti in sardo e 3 in italiano.[297] Si noti, a sinistra, la presenza di una lapide in lingua sarda con riferimento a prenomi storici del tutto assenti in quelle, più a destra, scritte invece in lingua italiana. La fusione perfetta del 1847 con la terraferma sabauda, auspicata da Baudi di Vesme come l'inizio della «gloriosa rigenerazione della Sardegna»[298] e nata sotto gli auspici, espressi da Pietro Martini, di un «trapiantamento in Sardegna, senza riserve e ostacoli, della civiltà e cultura continentale»,[299] avrebbe determinato la perdita della residuale autonomia politica sarda[58][295][300] nonché il definitivo declassamento del sardo rispetto all'italiano, marcando così il momento storico in cui, convenzionalmente, nelle parole di Antonietta Dettori «la 'lingua della sarda nazione' perse il valore di strumento di identificazione etnica di un popolo e della sua cultura, da codificare e valorizzare, per diventare uno dei tanti dialetti regionali subordinati alla lingua nazionale».[301] Nonostante queste politiche di acculturazione, l'inno del Regno di Sardegna sabaudo e del Regno d'Italia (composto da Vittorio Angius e musicato da Giovanni Gonella nel 1843) sarebbe stato S'hymnu sardu nationale ("l'inno nazionale sardo") finché nel 1861, anno della proclamazione del Regno d'Italia, non venne anch'esso del tutto sostituito dalla Marcia reale.[302] Tra il 1848 e il 1861, l'isola sarebbe piombata in una crisi sociale ed economica destinata a durare fino al primo dopoguerra.[58] Il canonico Salvatore Carboni pubblicò a Bologna, nel 1881, un'opera polemica intitolata Sos discursos sacros in limba sarda, nel quale egli lamentava che la Sardegna «hoe provinzia italiana non podet tenner sas lezzes e sos attos pubblicos in sa propia limba» ("oggi, da provincia italiana qual è, non può disporre di leggi e atti pubblici nella propria lingua") e, sostenendo che «sa limba sarda, totu chi non uffiziale, durat in su Populu Sardu cantu durat sa Sardigna» ("la lingua sarda, benché non ufficiale, durerà nel popolo sardo quanto la Sardegna"), si domandava alfine «Proite mai nos hamus a dispreziare cun d'unu totale abbandonu sa limba sarda, antiga et nobile cantu s'italiana, sa franzesa et s'ispagnola?» ("Perché mai dovremmo disprezzare con un totale abbandono la lingua sarda, antica e nobile quanto l'italiana, la francese e la spagnola?").[303] L'età contemporanea[modifica | modifica wikitesto] (sardo) «A sos tempos de sa pitzinnìa, in bidda, totus chistionaiamus in limba sarda. In domos nostras no si faeddaiat atera limba. E deo, in sa limba nadìa, comintzei a connoscher totu sas cosas de su mundu. A sos ses annos, intrei in prima elementare e su mastru de iscola proibeit, a mie e a sos fedales mios, de faeddare in s'unica limba chi connoschiamus: depiamus chistionare in limba italiana, «la lingua della Patria», nos nareit, seriu seriu, su mastru de iscola. Gai, totus sos pitzinnos de 'idda, intraian in iscola abbistos e allirgos e nde bessian tontos e cari-tristos.» (italiano) «Quando ero bambino in paese parlavamo tutti in lingua sarda. Nelle nostre case non si parlava nessun'altra lingua. E io cominciai a conoscere tutte le cose del mondo nella lingua nativa. A sei anni andai in prima elementare e il maestro di scuola proibì, a me e ai miei coetanei, di parlare nell'unica lingua che conoscevamo: dovevamo parlare in lingua italiana, "la lingua della Patria", ci diceva serio. Fu così che tutti i bambini del paese entravano a scuola svegli e allegri e ne uscivano intontiti e tristi.» (Francesco Masala, Sa limba est s'istoria de su mundu, Condaghes, p.4) All'alba del Novecento, il sardo era rimasto oggetto di ricerca pressoché solo tra gli eruditi isolani, faticando a entrare nel circuito d'interesse internazionale e ancor di più risentendo di una qual certa marginalizzazione in ambito strettamente nazionale: si osserva infatti «la prevalenza degli studiosi stranieri su quelli italiani e/o l'esistenza di fondamentali e tuttora insostituiti contributi ad opera di linguisti non italiani».[304] In precedenza, il sardo aveva trovato menzione in un libro di August Fuchs sui verbi irregolari nelle lingue romanze (Über die sogennannten unregelmässigen Zeitwörter in den romanischen Sprachen, Berlin, 1840) e, in seguito, nella seconda edizione della Grammatik der romanischen Sprachen (1856-1860) redatta da Friedrich Christian Diez, accreditato come uno dei fondatori della filologia romanza;[304] alle pioneristiche ricerche degli autori tedeschi seguì, nei confronti della lingua sarda, un qual certo interesse anche da parte di alcuni italiani, quali Graziadio Isaia Ascoli e, soprattutto, il suo discepolo Pier Enea Guarnerio, che per primo in Italia classificò il sardo come un membro a sé della famiglia linguistica romanza senza più, come si soleva in ambito nazionale, subordinarlo al gruppo dei dialetti italiani.[305] Wilhelm Meyer-Lübke, autorità indiscussa in linguistica romanza, pubblicò nel 1902 un saggio sul sardo logudorese dall'indagine del condaghe di San Pietro di Silki (Zur Kenntnis des Altlogudoresischen, in "Sitzungsberichte der kaiserliche Akademie der Wissenschaft Wien", Phil. Hist. Kl., 145) dal cui studio avvenne la iniziazione alla linguistica sarda dell'allora studente universitario Max Leopold Wagner: all'attività di quest'ultimo si deve gran parte delle conoscenze novecentesche sul sardo in campo fonetico, morfologico e in parte anche sintattico.[305] Durante la mobilitazione per la prima guerra mondiale, l'esercito italiano arruolò la popolazione «di stirpe sarda[306]» istituendo la Brigata di fanteria Sassari il 1º marzo 1915 a Tempio Pausania e a Sinnai. A differenza delle altre brigate di fanteria italiane, i coscritti della Sassari erano solo sardi (compresi molti ufficiali). Attualmente è l'unica unità in Italia avente un inno in una lingua diversa dall'italiano, che sarebbe stato scritto quasi alla fine del secolo, nel 1994, da Luciano Sechi: Dimonios ("diavoli"), derivando il suo titolo dal soprannome Rote Teufel (in tedesco "diavoli rossi"). Il servizio militare obbligatorio intorno a questo periodo ricoprì una qual certa rilevanza nel processo di deriva linguistica all'italiano ed è indicato dallo storico Manlio Brigaglia come «la prima grande "nazionalizzazione" di massa» dei sardi, «più che per altri popoli regionali».[307] Tuttavia, analogamente ai membri del servizio di leva che parlavano Navajo negli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale, così come ai parlanti Quechua durante la guerra delle Falkland,[308] ai nativi sardi madrelingua fu offerta la possibilità di essere reclutati come code talker per trasmettere, attraverso le comunicazioni radio, informazioni tattiche in sardo che altrimenti sarebbero state intercettate dall'esercito austro-ungarico, dal momento che alcune delle sue truppe provenivano da regioni di lingua italiana alle quali, perciò, quella sarda era del tutto estranea:[309] Alfredo Graziani scrive nel suo diario di guerra che «avendo saputo che molti nostri fonogrammi venivano intercettati, si era adottato il sistema di comunicare al telefono soltanto in sardo, certi che a quel modo non avrebbero potuto mai capire quanto si diceva».[310] Per evitare tentativi di infiltrazione da parte di dette truppe italofone, nelle postazioni presidiate da reclute sarde della Brigata Sassari si imponeva a chiunque si presentasse da loro di identificarsi dimostrando di parlare sardo: «si ses italianu, faedda in sardu!».[309][311][312] In coincidenza con l'anno dell'indipendenza irlandese, l'autonomismo sardo riemerse come espressione del movimento dei combattenti, coagulandosi nel Partito Sardo d'Azione (PsdAz) che, entro breve tempo, sarebbe assurto ad attore fra i più rilevanti nella vita politica isolana; ai primordi, il partito non avrebbe tuttavia avuto caratteri di rivendicazione strettamente etnica, essendo la lingua e cultura sarda ampiamente percepiti, nelle parole di Toso, come «simboli del sottosviluppo della regione».[58] La politica di assimilazione forzosa culminò nel ventennio del regime fascista[2], che avviò una campagna di compressione violenta delle istanze autonomistiche e determinò, infine, il decisivo ingresso dell'isola nel sistema culturale nazionale attraverso l'operato congiunto del sistema educativo e di quello monopartitico,[313] in un crescendo di multe e divieti che condussero a un ulteriore decadimento sociolinguistico del sardo;[314] fra le varie espressioni culturali sottoposte a censura, il regime era anche riuscito a bandire, dal 1932 al 1937 (1945 in alcuni casi[315]), il sardo dalla chiesa e dalle manifestazioni del folklore isolano,[316] quali le gare poetiche tenute nella suddetta lingua.[317][318][319] Paradigmatico fu l'alterco tra il poeta sardo Antioco Casula (noto come Montanaru) e l'allora giornalista fascista dell'Unione Sarda Gino Anchisi, durante il quale quest'ultimo, riuscendo a fare bandire la presenza del sardo dai giornali isolani, affermò che «morta o moribonda la regione», come d'altronde proclamava il regime,[Nota 9] «morto o moribondo il dialetto (sic)»[320] che della regione era d'altronde «l'elemento spirituale rivelatore»;[321] le argomentazioni del Casula si prestavano, in effetti, a possibili temi eversivi, dal momento che questi pose, per la prima volta nel XX secolo, la questione della lingua come una pratica di resistenza culturale endogena,[322] il cui repertorio linguistico nelle scuole sarebbe stato necessario per mantenere una "personalità sarda" e allo stesso tempo riconquistare una "dignità" percepita come perduta.[323] Un altro poeta, Salvatore Poddighe, si sarebbe suicidato per depressione in seguito al sequestro del suo magnum opus, Sa Mundana Cummedia.[324] Nel complesso, a fronte di una parziale resistenza nelle zone interne, entro la fine del ventennio il regime era riuscito con successo a sradicare nell'isola i modelli culturali locali con altri impiantati per via esogena, provocando, nelle parole di Guido Melis, «la compressione della cultura regionale, la frattura sempre più netta tra il passato dei sardi e il loro futuro "italiano", la riduzione di modi di vita e di pensiero molto radicati a puro fatto di folclore», nonché uno strappo «non più rimarginabile tra le generazioni».[325] Nel 1945, in seguito all'avvenuto ripristino delle libertà politiche, il Partito Sardo d'Azione avrebbe richiesto per l'isola l'autonomia come stato federale in seno alla nuova Italia sorta dalla Resistenza[58]: fu nel contesto del secondo dopoguerra che, al crescere della sensibilità autonomista, il partito principiò a contrassegnarsi per desiderata impostati sulla specificità linguistica e culturale della Sardegna.[58] Manlio Brigaglia parla del ventennio come di una seconda fase di "nazionalizzazione di massa" dei sardi e della Sardegna, in quanto caratterizzata da «una politica deliberatamente puntata alla sua "italianizzazione"» e da una «guerra dichiarata» dal regime e dalla Chiesa all'uso della lingua sarda.[326] Nel complesso, la consapevolezza del tema concernente l'erosione linguistica entrò più tardi, nell'agenda politica sarda, rispetto a quanto avvenuto in altre periferie europee contrassegnate da minoranze etnolinguistiche:[327] al contrario, tale periodo fu contrassegnato dal rifiuto del sardo da parte dei ceti medi,[314] essendo la lingua e cultura sarda ancora largamente inquadrate come "simboli del sottosviluppo regionale".[300] Buona parte della classe dirigente e intellettuale sarda, particolarmente sensibile ai richiami egemonici di quelle continentali, reputava infatti che la "modernizzazione" dell'isola fosse attuabile solo in alternativa ai suoi contesti socioculturali di tipo "tradizionale", quando non attraverso il loro «seppellimento totale».[328][329] Si è osservato, a livello istituzionale, un forte osteggiamento del sardo e nel circuito intellettuale italiano, concezione poi interiorizzata nell'immaginario comune nazionale, esso era (il più delle volte per ragioni ideologiche o come residuo, adottato per inerzia, di vecchie[Nota 10] consuetudini date dalle prime) spesso ritenuto come una variante degenerata dell'italiano,[330] contrariamente all'opinione degli studiosi e persino di alcuni nazionalisti italiani come Carlo Salvioni,[331][Nota 11] subendo tutte le discriminazioni e i pregiudizi legati a una tale associazione, soprattutto l'essere ritenuto una forma bassa di espressione[332][333][334] ed essere ricondotta a un certo "tradizionalismo".[335][336] I sardi furono così indotti, come del resto avvenuto presso altre comunità di minoranza, a sbarazzarsi di quanto percepivano recasse il timbro di un'identità stigmatizzata.[337] Al momento della stesura dello statuto autonomistico, il legislatore decise di eludere a fondamento della "specialità" sarda riferimenti alla sua identità geografica e culturale[338][339][340][341] che, pur facendo da colonna portante delle originarie argomentazioni giustificative a fondamento dell'autonomia, erano considerati pericolosi prodromi a rivendicazioni più estreme quando non di ordine indipendentista; Antonello Mattone sostiene al riguardo che in tale progetto erano rimasti «inspiegabilmente in ombra i problemi legati agli aspetti etnici e culturali della questione autonomistica, per i quali i consultori non mostrano alcuna sensibilità, a differenza di tutti quei teorici (da Angioy a Tuveri, da Asproni a Bellieni) che invece proprio in questo patrimonio avevano individuato il titolo primario per un reggimento autonomo».[342] Il disegno dello Statuto, emerso in un quadro nazionale ormai mutato dalla rottura dell'unità antifascista, nonché in un contesto contrassegnato dalle croniche debolezze della classe dirigente sarda e dalla radicalizzazione tra le istanze federalistiche locali e quelle, per converso, più apertamente ostili all'idea di autonomia per l'isola,[343] emerse infine come il risultato di un compromesso, limitandosi piuttosto al riconoscimento di alcune istanze socioeconomiche nei confronti della terraferma,[344][345] quali la sollecitazione allo sviluppo industriale della Sardegna con uno specifico "piano di rinascita" approntato dal centro.[Nota 12][346][347] Lo statuto, infine redatto dalla Commissione dei 75 a Roma, trovava così per il legislatore una ragione giustificativa non tanto in circostanze geografiche e culturali, quanto nella cosiddetta "arretratezza" economica della regione, alla cui luce si auspicava il suddetto piano di industrializzazione per l'isola in tempi brevi: diversamente da altri statuti speciali, quello sardo non vi richiama la effettiva comunità destinataria nei suoi ambiti sociali e culturali, i quali erano piuttosto inquadrati, dall'anzidetta Commissione dei 75, all'interno di una sola collettività, ovvero quella nazionale italiana.[348][Nota 13] Lungi dall'affermazione di un'autonomia sarda fondata sul riconoscimento di una specifica identità culturale, come avvenuto in Valle d'Aosta o Alto Adige, il risultato di tale stagione fu quindi «un autonomismo nettamente economicistico, perché non si volle o non si poté disegnare un’autonomia forte, culturalmente motivata, una specificità sarda che non si esaurisse nell’arretratezza e nella povertà economica»[349] Emilio Lussu, che a Pietro Mastino confidò di aver votato a favore della bozza finale solamente «per evitare che per un solo voto lo Statuto non venisse approvato neppure così ridotto», fu l'unico esponente, nella seduta del 30 dicembre 1946, a rivendicare invano l'obbligo dell'insegnamento della lingua sarda, sostenendo che essa fosse «un patrimonio millenario che occorre conservare».[350] Nel mentre, ulteriori politiche di stampo assimilatore sarebbero state applicate anche nel secondo dopoguerra,[2] con un'italianizzazione progressiva di siti storici e oggetti appartenenti alla vita quotidiana e un'istruzione obbligatoria che ha insegnato l'uso della lingua italiana, non prevedendo un parallelo insegnamento di quella sarda e, anzi, attivamente scoraggiandolo attraverso divieti e sorveglianza diffusa di chi lo promuovesse:[351] i maestri disprezzavano infatti la lingua, ritenendola un rude dialetto e contribuendo a un ulteriore abbassamento del suo prestigio presso la comunità sardofona stessa. Secondo alcuni studiosi, i metodi adottati per promuovere l'uso dell'italiano, improntati a un'italofonia esclusiva e sottrattiva,[352] avrebbero inciso negativamente sulle performance scolastiche degli studenti sardi.[353][354][355] Fenomeni riscontrabili in maggiore concentrazione in Sardegna, quali i tassi di abbandono scolastico e delle ripetenze, analoghi a quelli di altre minoranze linguistiche,[353] avrebbero solo negli anni Novanta messo in discussione la effettiva efficacia di un'istruzione strettamente monolingue, con nuove proposte volte a un approccio comparativo.[356] Le norme statutarie così delineate si rivelarono, nel complesso, uno strumento inadeguato per rispondere ai problemi dell'isola;[300][357] a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, inoltre, prese avvio il vero processo di sostituzione radicale e definitiva della lingua sarda con quella italiana,[358] a causa della diffusione, sia sul territorio isolano sia nel resto del territorio italiano, dei mezzi di comunicazione di massa che trasmettevano nella sola lingua italiana.[359] Soprattutto la televisione ha diffuso l'uso dell'italiano e ne ha facilitato la comprensione e l'utilizzo anche tra le persone che, fino a quel momento, si esprimevano esclusivamente in sardo. A partire dalla fine degli anni Sessanta,[300][357][360] in coincidenza con la rinascita di un sardismo declinato sotto il segno di un "revivalismo linguistico e culturale",[361] cominciarono a essere avviate numerose campagne a favore di un bilinguismo effettivamente paritario quale elemento di salvaguardia dell'identità isolana: per quanto già nel 1955 fossero state stabilite cinque cattedre di linguistica sarda[362], una prima richiesta effettiva venne sporta per mezzo di una delibera adottata all'unanimità dall'Università di Cagliari nel 1971, in cui si richiedeva all'autorità politica regionale e nazionale il riconoscimento dei sardi come minoranza etnica e linguistica e del sardo come idioma coufficiale dell'isola.[363][364][Nota 14] Una prima bozza di legge sul bilinguismo fu redatta dal Partito Sardo d'Azione nel 1975[365]. Famoso il richiamo patriottico espresso qualche mese prima di morire, nel 1977, da parte del poeta Raimondo Piras, che in No sias isciau[Nota 15] invitava al recupero della lingua per opporsi alla dissardizzazione culturale delle generazioni successive[315]. Nel 1978 una legge di iniziativa popolare per il bilinguismo raccolse migliaia di firme, ma non fu mai implementata in quanto incontrò la ferma opposizione della sinistra e in particolare del Partito Comunista Italiano,[366] che a sua volta procedette a proporre un proprio progetto di legge "per la tutela della lingua e della cultura del popolo sardo" due anni più tardi[367]. Un rapporto della commissione parlamentare d'inchiesta sul banditismo avrebbe messo in guardia da «tendenze isolazioniste particolarmente dannose per lo sviluppo della società sarda, che di recente si sono manifestate con la proposta di considerare il sardo come una lingua di una minoranza etnica».[368] Negli anni Ottanta, all'attenzione del Consiglio regionale furono presentati così tre progetti di legge aventi contenuto simile alla delibera adottata dall'Università di Cagliari.[358] Nel corso degli anni Settanta, si registrò nelle aree rurali un significativo processo di deriva linguistica verso l'italiano non solo nel Campidano, ma anche in aree geografiche un tempo reputate linguisticamente conservatrici, quali Macomer nella provincia di Nuoro (1979), ove si era costituita una classe operaia e una imprenditoriale di origine prevalentemente esogena;[369] alla ridefinizione della struttura economico-sociale ancora in atto corrispose, infatti, un'accentuata mutazione del repertorio linguistico, che determinò a sua volta uno slittamento dei valori su cui si basavano l'identità etnica e culturale delle comunità sarde.[370][Nota 16] Tale questione è stata oggetto di analisi sociologiche sui mutamenti occorsi nell'identità della comunità sarda, i cui atteggiamenti sfavorevoli nei confronti della sardofonia sarebbero significativamente influenzati da uno stigma di presunta "primitività" e "arretratezza" a lungo impressole dalle istituzioni, di ordine politico e sociale, favorevoli all'italianità linguistica.[371] Il sardo avrebbe subito un arretramento senza sosta rispetto all'italiano, per via di un "complesso della minoranza" che spinse la comunità sarda a un atteggiamento fortemente svalutavivo nei confronti della propria lingua e cultura.[372][373] Negli anni successivi, tuttavia, si sarebbe registrato un parziale cambio di atteggiamento: non solo la lingua sarebbe stata inquadrata come un positivo marcatore etnico/identitario,[374] sarebbe anche stata il canale attraverso il quale avrebbe trovato espressione l'insoddisfazione sociale a fronte delle misure approntate a livello centrale, reputate incapaci di provvedere alla soddisfazione dei bisogni sociali ed economici dell'isola.[375] Allo stesso tempo, però, si osservò come tale sentimento positivo nei confronti della lingua contrastasse con il suo uso effettivo, che procedette a calare sensibilmente.[376] Nel gennaio del 1981 il giornale bilingue "Nazione Sarda" pubblicò un'inchiesta la quale riportava che, nel 1976, il Ministero dell'Istruzione aveva pubblicato una nota per richiedere informazioni sugli insegnanti che utilizzavano la lingua sarda nelle scuole, e che il Provveditorato di Sassari aveva pubblicato una circolare con oggetto "Scuole della Sardegna - Introduzione della lingua sarda" nella quale chiedeva ai presidi e ai direttori scolastici di astenersi da iniziative di quel tipo e di informare il provveditorato a riguardo di qualunque attività legata all'introduzione del sardo nei loro istituti.[377][378][379] Nel 1981 il Consiglio Regionale dibatté e votò per l'introduzione del bilinguismo per la prima volta.[380][381] In risposta alle pressioni esercitate da una risoluzione del Consiglio d'Europa sulla tutela delle minoranze nazionali, nel 1982 fu creata dal governo italiano un'apposita commissione per meglio indagare la questione;[382] l'anno successivo fu presentato un disegno di legge al Parlamento, ma senza successo. Una delle prime leggi definitivamente approvate dal legislatore regionale, la "Legge Quadro per la Tutela e Valorizzazione della Lingua e della Cultura della Sardegna" del 3 agosto 1993, fu subito bocciata dalla Corte costituzionale a seguito di un ricorso del governo centrale, che la riteneva "esorbitante per molteplici aspetti dalla competenza integrativa e attuativa posseduta dalla Regione in materia di istruzione".[383][384] Come è noto, si sarebbero dovuti aspettare altri quattro anni perché la normativa regionale non fosse sottoposta a giudizio di costituzionalità, e altri due perché il sardo potesse trovare riconoscimento in Italia contemporaneamente ad altre undici minoranze etnolinguistiche. Infatti, la legge nazionale n.482/1999 sulle minoranze linguistiche storiche fu approvata solo in seguito alla ratifica, da parte italiana, della Convenzione-quadro per la protezione delle minoranze nazionali del Consiglio d'Europa nel 1998.[382] Una ricerca promossa da MAKNO nel 1984 rivelò che tre quarti dei sardi erano a favore tanto dell'educazione bilingue nelle scuole (il 22% del campione auspicava un'introduzione obbligatoria e il 54,7% una facoltativa) quanto di uno status di bilinguismo ufficiale come la Valle d'Aosta e l'Alto Adige (62,7% del campione a favore, 25,9% contrario e 11,4% incerto).[385] Tali dati sono stati parzialmente corroborati da un'altra indagine demoscopica svolta nel 2008, in cui il 57,3% mostrava un atteggiamento favorevole verso la presenza del sardo in orario scolastico assieme all'italiano.[386] Un'altra ricerca, condotta nel 2010, segnala un parere decisamente favorevole da parte della stragrande maggioranza dei genitori verso l'insegnamento della lingua a scuola, ma non il suo impiego come idioma veicolare.[387] Chiesa del Pater Noster, Gerusalemme. Iscrizione del Padre Nostro (Babbu Nostru) in sardo Alcune personalità ritengono che il processo di assimilazione possa portare alla morte del popolo sardo[388][389][390] diversamente da quanto avvenuto, per esempio, in Irlanda (isola in gran parte linguisticamente anglicizzata). Benché risultino in ordine alla lingua e cultura sarda profondi fermenti di matrice identitaria,[358][391] ciò che si riscontra attraverso analisi pare sia una lenta ma costante regressione nella competenza sia attiva sia passiva di tale lingua, per motivi di natura principalmente politica e socioeconomica (l'uso dell'italiano presentato come una chiave di avanzamento e promozione sociale,[392] stigma associato all'impiego del sardo, il progressivo spopolamento delle zone interne verso quelle costiere, l'afflusso di genti dalla penisola e i potenziali problemi di mutua comprensibilità fra le varie lingue parlate,[Nota 17] ecc.): il numero di bambini che userebbe attivamente il sardo crolla a un dato inferiore al 13%, peraltro concentrato nelle zone interne[393] quali il Goceano, l'alta Barbagia e le Baronie.[34][394][395] Prendendo in esame la situazione di taluni centri logudoresi a economia tradizionale (come Laerru, Chiaramonti e Ploaghe) in cui il tasso di sardofonia dei bambini è comunque pari allo 0%, Mauro Maxia parla in merito di un autentico caso di "suicidio linguistico" in capo a ormai poche decine di anni.[396] Purtuttavia, secondo le suddette analisi sociolinguistiche, tale processo non risulta affatto omogeneo,[397][398] presentandosi in maniera ben più evidente nelle città che non nei paesi. Al giorno d'oggi, il sardo è una lingua la cui vitalità è riconoscibile in un'instabile[358] condizione di diglossia e commutazione di codice, e che non entra, o non vi ha ampia diffusione, nell'amministrazione, nel commercio, nella Chiesa (in cui si registra una qual certa attività per introdurvi la lingua[399][400]), nella scuola,[396] nelle università locali di Sassari[401][402] e di Cagliari e nei mass media.[403][404][405][406] Seguendo la scala di vitalità linguistica proposta da un apposito pannello dell'UNESCO nel 2003,[407] il sardo fluttuerebbe tra una condizione di "sicuramente in pericolo di estinzione" (definitely endangered: i bambini non apprendono più la lingua), attribuitogli anche nel Libro Rosso, e una di "serio pericolo di estinzione" (severely endangered: la lingua è perlopiù usata dalla generazione dei nonni in su); secondo il criterio EGIDS (Expanded Graded Intergenerational Disruption Scale) proposto da Lewis e Simons, il sardo sarebbe in bilico tra il livello 7 (Instabile: la lingua non è più trasmessa alla generazione successiva[408]) e il livello 8 (Moribonda: gli unici parlanti attivi della lingua appartengono alla generazione dei nonni[408]), corrispondenti rispettivamente ai due gradi della scala UNESCO sopramenzionati. Il grado di progressiva assimilazione e penetrazione dell'italiano tra i sardofoni è confermato dalle ricerche dell'ISTAT,[409] secondo le quali il 52,1% della popolazione sarda impiega ormai esclusivamente l'italiano in ambito familiare, mentre il 31,5% pratica alternanza linguistica e solo il 15,6% riporta di usare il sardo o altre lingue non italiane; al di fuori dell'ambiente privato e amicale, le percentuali sanciscono in maniera ancora più schiacciante l'esclusiva predominanza raggiunta dall'italiano nell'isola (87,2%) alle spese del sardo e altre lingue, tutte ferme al 2,8%. Gli anni '90 hanno conosciuto un rinnovamento delle forme espressive nel panorama musicale sardo: molti artisti, spaziando dai generi più tradizionali quali il canto (cantu a tenore, cantu a chiterra, gosos, ecc.) e il teatro (Mario Deiana) a quelli più moderni quale il rock (Kenze Neke, Askra e KNA, Tzoku, Tazenda, ecc.) e addirittura rap e hip hop (Dr. Drer & CRC posse, Quilo, Sa Razza, etc.) utilizzano infatti la lingua per promuovere l'isola e riconoscere i suoi vecchi problemi e le nuove sfide.[410][411][412][413] Vi sono anche dei film (come Su Re, parzialmente Bellas mariposas, Treulababbu, Sonetàula, etc.) realizzati in sardo con i sottotitoli in italiano,[414] e altri ancora con i sottotitoli in sardo.[415] A partire dalle sessioni d'esame tenute nel 2013, hanno suscitato sorpresa, data la mancata istituzionalizzazione de facto della lingua, dei tentativi da parte di alcuni allievi di presentare l'esame o parte di esso in lingua sarda.[416][417][418][419][420][421][422][423][424][425][426][427] Sono inoltre sempre più frequenti anche le dichiarazioni di matrimonio in tale lingua su richiesta dei coniugi[428][429][430][431][432] Ha suscitato particolare scalpore l'iniziativa virtuale di alcuni sardi su Google Maps, in risposta a un'ordinanza del Ministero delle Infrastrutture che ordinava a tutti i sindaci della regione di eliminare i cartelli in sardo piazzati all'ingresso dei centri abitati: tutti i comuni avevano infatti ripreso il loro nome originario per circa un mese, finché lo staff di Google non decise di riportare la toponomastica nel solo italiano.[433][434][435] Di rilevanza è l'impiego, da parte di alcune società sportive quali la Dinamo Basket Sassari[436] e il Cagliari Calcio, della lingua nelle sue campagne promozionali.[437][438] In seguito a una campagna di adesioni,[439] è stata resa possibile l'inclusione del sardo fra le lingue selezionabili su Facebook. L'opzione di scelta è ora a tutti gli effetti attiva ed è possibile avere la pagina in lingua sarda.[440][441][442]; è anche possibile selezionare la lingua sarda su Telegram[443][444] Il sardo è presente quale lingua configurabile anche in altre applicazioni, quali F-Droid, Diaspora, OsmAnd, Notepad++, QGIS, Stellarium,[445] Skype,[446] ecc. Nel 2016 è stato inaugurato il primo traduttore automatico dall'italiano al sardo,[447] VLC media player per Android, Linux Mint Debina Edition 2 "Betsy", Firefox,[448][449] ecc. Anche il motore di ricerca DuckDuckGo è stato interamente tradotto in lingua sarda. La comunità sardofona costituirebbe ancora, con circa 1,7 milioni di parlanti autodichiaratisi nativi (di cui 1.291.000 presenti in Sardegna), la più consistente minoranza linguistica riconosciuta in Italia[23] benché sia paradossalmente, allo stesso tempo, quella cui è garantita meno tutela. Al di fuori dell'Italia, in cui al momento non è prevista pressoché alcuna possibilità di insegnamento strutturato della suddetta lingua minoritaria (l'Università di Cagliari si distingue per avere aperto per la prima volta un corso specifico nel 2017;[450] quella di Sassari, di rimando, nel 2021 ha annunciato l'apertura di un curriculum parzialmente dedicato alla lingua sarda in filologia moderna[451]), si tengono talvolta corsi specifici in paesi quali Germania (università di Stoccarda, Monaco, Tubinga, Mannheim,[452] ecc.), Spagna (università di Gerona),[453] Islanda[454] e Repubblica Ceca (università di Brno)[455][456]; per un qual certo periodo di tempo, il prof. Sugeta ne teneva alcuni anche in Giappone all'università di Waseda (Tokyo).[457][458][459] La estrema fragilità sociolinguistica del sardo è stata valutata dal gruppo di ricerca Euromosaic, commissionato dalla Commissione europea con l'intenzione di tracciare un quadro delle minoranze etnolinguistiche nei territori europei; questi, posizionando il sardo al quarantunesimo posto su un totale di quarantotto lingue di minoranza europee, rilevando un punteggio pari al greco del sud Italia,[460] conclude così il suo rapporto: (inglese) «This would appear to be yet another minority language group under threat. The agencies of production and reproduction are not serving the role they did a generation ago. The education system plays no role whatsoever in supporting the language and its production and reproduction. The language has no prestige and is used in work only as a natural as opposed to a systematic process. It seems to be a language relegated to a highly localised function of interaction between friends and relatives. Its institutional base is extremely weak and declining. Yet there is concern among its speakers who have an emotive link to the language and its relationship to Sardinian identity.» (italiano) «Sembra si tratti di ancora un'altra lingua di minoranza in pericolo. Le agenzie deputate alla produzione e riproduzione della lingua non adempiono più al ruolo che svolgevano la scorsa generazione. Il sistema educativo non sostiene in alcun modo la lingua e la sua produzione e riproduzione. La lingua non gode di alcun prestigio e in contesti lavorativi il suo impiego non promana da alcun processo sistematico, ma è meramente spontaneo. Pare sia una lingua relegata a interazioni tra amici e parenti altamente localizzate. La sua base istituzionale è estremamente debole e in continuo declino. Ciononostante, si riscontra una qual certa preoccupazione presso i suoi locutori, i quali hanno un legame emotivo con la lingua e la sua relazione con l'identità sarda.» ( Relazione Euromosaic "Sardinian language use survey". URL consultato l'11 giugno 2019 (archiviato dall'url originale il 18 maggio 2018)., Euromosaic, 1995) Frequenza d'uso delle lingue regionali in Italia (ISTAT, 2015) Come spiega Matteo Valdes, «la popolazione dell’isola constata, giorno dopo giorno, il declino delle proprie parlate originarie, si fa complice di questo declino trasmettendo ai figli la lingua del prestigio e del potere ma, contemporaneamente, sente che la perdita delle lingue locali è anche perdita di se stessi, della propria storia, della propria specifica identità o diversità».[461] Roberto Bolognesi ritiene che la perdurante stigmatizzazione del sardo come la lingua dei ceti "socialmente e culturalmente svantaggiati" comporti l'alimentazione di un circolo vizioso che ulteriormente promuove il regresso della lingua, irrobustendone il giudizio negativo presso quelli che più si percepiscono come competitivi: difatti, «è chiaro come questa identificazione sia da sempre una self-fulfilling prophecy, una profezia che si conferma da sé: un meccanismo perverso che ha condannato e ancora condanna alla marginalità sociale i sardoparlanti, escludendoli sistematicamente da quelle interazioni linguistiche e culturali in cui si sviluppano i registri prestigiosi e lo stile alto della lingua, innanzitutto nella scuola».[462] Essendo il processo di assimilazione ormai giunto a compimento,[463] il bilinguismo in gran parte sulla carta[464] e mancando ancora misure concrete per un uso ufficiale anche solo all'interno della Sardegna, la lingua sarda continua dunque la sua agonia, seppur con minore velocità rispetto a qualche tempo fa, soprattutto grazie all'impegno di coloro che nei vari contesti ne promuovono la rivalutazione in un processo che, da alcuni studiosi, è stato definito come "risardizzazione linguistica".[465] Nel mentre, l'italiano continua a erodere,[461] nel tempo, sempre più spazi associati al sardo, ormai in stato di generale deperimento con la già menzionata eccezione di alcune "sacche linguistiche". In merito alla predominanza ormai completamente raggiunta dall'italiano, Telmon registra «l'atteggiamento fortemente utilitaristico che i sardi hanno assunto nei suoi confronti. Pur essendo sentito infatti come fondamentalmente estraneo alle tradizioni più autenticamente popolari, il suo possesso viene considerato necessario e, in ogni caso, simbolo potente di avanzamento sociale, anche nel caso di diglossia senza bilinguismo».[466] Laddove la pratica linguistica del sardo è ora per tutta l'isola in netto declino, è invece comune nelle nuove generazioni di qualunque estrazione sociale,[467] ormai monolingui e monoculturali italiane, quella dell'italiano regionale di Sardegna o IrS (spesso chiamato dai sardofoni, in segno di ironico spregio, italiànu porcheddìnu,[468] letteralmente "italiano maialesco"): si tratta di una parlata dialettale dell'italiano che, nelle sue espressioni diastratiche,[469] risente grandemente degli influssi fonologici, morfologici e sintattici del sardo anche in quei parlanti che non hanno alcuna conoscenza di tale lingua.[470] Roberto Bolognesi sostiene che, a fronte della persistente negazione e rifiuto della lingua sarda, è come se questa si sia vendicata sull'originaria comunità di parlanti «e continui a vendicarsi "inquinando" il sistema linguistico egemone»,[36] rievocando l'avvertimento gramsciano profferito all'alba del secolo precedente. Infatti, a fronte di un italiano regionale ormai prevalente che, per Bolognesi, «si tratta in effetti di una lingua ibrida sorta dal contatto fra due sistemi linguistici diversi»,[471] «il (poco) sardo usato dai giovani costituisce spesso un gergo sgrammaticato infarcito di oscenità e di costruzioni appartenenti all'italiano»:[36] la popolazione padroneggerebbe dunque solo "due lingue zoppe" le cui manifestazioni non scaturirebbero da una norma riconoscibile, né costituirebbero una fonte di sicurezza linguistica chiara:[36] Bolognesi ritiene che «per i parlanti sardi, quindi, il rifiuto della propria identità linguistica originaria non ha comportato la sperata e automatica omologazione ad un’identità socialmente più prestigiosa, ma l’acquisizione di un’identità di serie B (né veramente sarda, né veramente italiana), non più autocentrata ma bensì periferica rispetto alle fonti di norma linguistica e culturale, le quali rimangono ancora al di fuori della loro portata: sull’altra riva del Tirreno».[471] D'altra parte, Eduardo Blasco Ferrer riscontra una propensione dei sardofoni esclusivamente per la pratica di commutazione di codice, piuttosto che per quella di commistione o commutazione intrafrasale (code-mixing) tra le due diverse lingue.[472] Nel complesso, dinamiche quali il tardivo riconoscimento come minoranza linguistica, accompagnato da un'opera di graduale ma plurisecolare e pervasiva italianizzazione promossa dal sistema educativo e da quello amministrativo, cui seguì la recisione della trasmissione intergenerazionale, hanno fatto sì che la vitalità odierna del sardo possa definirsi come gravemente compromessa.[473] Vi è una sostanziale divisione tra chi crede che l'attuale normativa in tutela della lingua sia ormai giunta troppo tardi,[474][475] ritenendo che il suo impiego sia stato oramai interamente sostituito dall'italiano, e chi invece asserisce che sia fondamentale per rafforzare l'uso corrente, per quanto debole, di questa lingua. Le considerazioni sulla frammentazione dialettale della lingua sono portate da alcuni come argomento contrario a un intervento istituzionale per il suo mantenimento e valorizzazione: altri rilevano che questo problema sia già stato affrontato in diversi altri casi, come per esempio il catalano, la cui piena introduzione nella vita pubblica dopo la repressione franchista è stata possibile solo grazie a un processo di standardizzazione dei suoi eterogenei dialetti. In generale, la standardizzazione della lingua sarda è argomento controverso.[476][477] Fiorenzo Toso rileva, a paragone con l'attuale forza del catalano garantita dalla elaborazione di uno standard scritto a fronte di «sottovarietà dialettali anche molto differenziate tra loro», che «la debolezza del sardo risiede invece, tra gli altri elementi, nell'assenza di un tale standard, poiché i parlanti logudorese o campidanese non si riconoscono in una varietà sopradialettale comune».[478] A oggi si ritiene improbabile il rinvenimento di una soluzione normativa alla questione linguistica sarda.[358] In conclusione, fattori fondamentali per la riproduzione nel tempo del gruppo etnolinguistico, quali la trasmissione intergenerazionale della lingua, rimangono ad oggi estremamente compromessi senza che se ne possa apparentemente frenare la progressiva perdita,[479] in stadio ormai avanzato. Al di là dello strato sociale già interessato dal suddetto processo e che risulta quindi italofono monolingue, persino tra molti sardofoni si riscontra ora una "limitata padronanza attiva o anche solo esclusivamente passiva della loro lingua": l'attuale competenza comunicativa tra le coorti anagrafiche più giovani non andrebbe oltre la conoscenza di qualche formula stereotipata e neanche gli adulti sarebbero più in grado di portare avanti una conversazione nella lingua etnica,[32][480]. Le indagini demoscopiche finora effettuate sembrano indicare che il sardo venga ormai considerato dalla comunità come uno strumento di riappropriazione del proprio passato, piuttosto che di effettiva comunicazione per il presente e il futuro[481] Il sardo tra le comunità linguistiche di minoranza riconosciute ufficialmente in Italia[482][483] Riconoscimento istituzionale[modifica | modifica wikitesto] Lo stesso argomento in dettaglio: Legislazione italiana a tutela delle minoranze linguistiche e Toponimi della Sardegna. Segnaletica locale bilingue italiano/sardo Segnale di inizio centro abitato in sardo a Siniscola/Thiniscole Il sardo è riconosciuto come lingua dalla norma ISO 639 che le attribuisce i codici sc (ISO 639-1: Alpha-2 code) e srd (ISO 639-2: Alpha-3 code). I codici previsti per la norma ISO 639-3 ricalcano quelli utilizzati dal SIL per il progetto Ethnologue e sono: sardo campidanese: "sro" sardo logudorese: "src" gallurese: "sdn" sassarese: "sdc" La lingua sarda è stata riconosciuta con legge regionale n. 26 del 15 ottobre 1997 "Promozione e valorizzazione della cultura e della lingua della Sardegna" come lingua della Regione autonoma della Sardegna dopo l'italiano (la legge regionale prevede la tutela e valorizzazione della lingua e della cultura, pari dignità rispetto alla lingua italiana con riferimento anche al catalano di Alghero, al tabarchino dell'isola di San Pietro, al sassarese e gallurese, la conservazione del patrimonio culturale/bibliotecario/museale, la creazione di Consulte Locali sulla lingua e la cultura, la catalogazione e il censimento del patrimonio culturale, concessione di contributi regionali ad attività culturali, programmazioni radiotelevisive e testate giornalistiche in lingua, uso della lingua sarda in fase di discussione negli organi degli enti locali e regionali con verbalizzazione degli interventi accompagnata dalla traduzione in italiano, uso nella corrispondenza e nelle comunicazioni orali, ripristino dei toponimi in lingua sarda e installazione di cartelli segnaletici stradali e urbani con la denominazione bilingue). La legge regionale applica e regolamenta alcune norme dello Stato a tutela delle minoranze linguistiche. Nessun riconoscimento è stato invece attribuito, nel 1948, alla lingua sarda dallo Statuto della Regione Autonoma, che è legge costituzionale: l'assenza di norme statutarie di tutela, a differenza degli storici Statuti della Valle d'Aosta e del Trentino-Alto Adige, fa sì che per la comunità sarda, nonostante rappresenti ex lege n. 482/1999 la più robusta minoranza linguistica in Italia, non si applichino le leggi elettorali per la rappresentanza politica delle liste in Parlamento, che pur tengono conto della specificità delle suddette minoranze.[484][485] Si applicano invece al sardo (come al catalano di Alghero) l'art. 6 della Costituzione (La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche) e la legge n. 482 del 15 dicembre 1999 "Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche"[486] che prevede misure di tutela e valorizzazione (uso della lingua minoritaria nelle scuole materne, primarie e secondarie accanto alla lingua italiana,[487] uso da parte degli organi di Comuni, Comunità Montane, Province e Regione, pubblicazione di atti nella lingua minoritaria fermo restando l'esclusivo valore legale della versione italiana, uso orale e scritto nelle pubbliche amministrazioni escluse forze armate e di polizia, adozione di toponimi aggiuntivi nella lingua minoritaria, ripristino su richiesta di nomi e cognomi nella forma originaria, convenzioni per il servizio pubblico radiotelevisivo) in ambiti definiti dai Consigli Provinciali su richiesta del 15% dei cittadini dei comuni interessati o di un terzo dei consiglieri comunali. Ai fini applicativi tale riconoscimento, che si applica alle "…popolazioni…parlanti…sardo", il che escluderebbe a rigore gallurese e sassarese in quanto geograficamente sardi ma linguisticamente di tipo còrso, e sicuramente il ligure-tabarchino dell'isola di San Pietro. Cartello bilingue nel municipio di Villasor Il relativo Regolamento attuativo D.P.R. n. 345 del 2 maggio 2001 (Regolamento di attuazione della legge 15 dicembre 1999, n. 482, recante norme di tutela delle minoranze linguistiche storiche) detta regole sulla delimitazione degli ambiti territoriali delle minoranze linguistiche, sull'uso nelle scuole e nelle università, sull'uso nella pubblica amministrazione (da parte della Regione, delle Province, delle Comunità Montane e dei membri dei Consigli Comunali, sulla pubblicazione di atti ufficiali dello Stato, sull'uso orale e scritto delle lingue minoritarie negli uffici delle pubbliche amministrazioni con istituzione di uno sportello apposito e sull'utilizzo di indicazioni scritte bilingui …con pari dignità grafica, e sulla facoltà di pubblicazione bilingue degli atti previsti dalle leggi, ferma restando l'efficacia giuridica del solo testo in lingua italiana), sul ripristino dei nomi e dei cognomi originari, sulla toponomastica (… disciplinata dagli statuti e dai regolamenti degli enti locali interessati) e la segnaletica stradale (nel caso siano previsti segnali indicatori di località anche nella lingua ammessa a tutela, si applicano le normative del Codice della Strada, con pari dignità grafica delle due lingue), nonché sul servizio radiotelevisivo. La bozza di atto di ratifica della Carta europea delle lingue regionali o minoritarie del Consiglio d'Europa[488] del 5 novembre 1992 (già sottoscritta, ma mai ratificata,[489][490] dalla Repubblica Italiana il 27 giugno 2000) all'esame del Senato prevede, senza escludere l'uso della lingua italiana, misure aggiuntive per la tutela della lingua sarda e per il catalano (istruzione prescolare in sardo, educazione primaria e secondaria agli allievi che lo richiedano, insegnamento della storia e della cultura, formazione degli insegnanti, diritto di esprimersi in lingua nelle procedure penali e civili senza spese aggiuntive, consentire l'esibizione di documenti e prove in lingua nelle procedure civili, uso negli uffici statali da parte dei funzionari in contatto con il pubblico e possibilità di presentare domande in lingua, uso nell'amministrazione locale e regionale con possibilità di presentare domande orali e scritte in lingua, pubblicazione di documenti ufficiali in lingua, formazione dei funzionari pubblici, uso congiunto della toponomastica nella lingua minoritaria e adozione dei cognomi in lingua, programmazioni radiotelevisive regolari nella lingua minoritaria, segnalazioni di sicurezza anche in lingua, promozione della cooperazione transfrontaliera tra amministrazioni in cui si parli la stessa lingua). Si noti che l'Italia, assieme alla Francia e a Malta,[491] non ha ratificato il suddetto trattato internazionale.[492][493] In un caso presentato alla Commissione europea dal deputato Renato Soru in sede di parlamento europeo nel 2017, nel quale si denunciava la negligenza nazionale con riguardo alla sua stessa normativa rispetto alle altre minoranze linguistiche, la risposta della Commissione faceva presente all'Onorevole che le questioni di politica linguistica perseguita dai singoli stati membri non rientrano nelle sue competenze.[494] Le forme di tutela previste per la lingua sarda sono pressoché assimilabili a quelle riconosciute per quasi tutte le altre storiche minoranze etnico-linguistiche d'Italia (friulani, albanesi, catalane, greche, croate, franco-provenzali e occitane, etc.), ma di gran lunga inferiori a quelle assicurate, mediante specifici trattati internazionali, per le comunità francofone in Valle d'Aosta, a quelle slovene in Friuli-Venezia Giulia e, infine, a quelle ladine e germanofone in Alto-Adige. Segnaletica locale bilingue a Pula Inoltre, le poche disposizioni legislative a tutela del bilinguismo sin qui menzionate non sono de facto ancora applicate o lo sono state solo parzialmente. In tal senso il Consiglio d'Europa nel 2015 aveva aperto un'indagine sull'Italia per la situazione delle sue minoranze etnico-linguistiche, considerate nell'ambito della Convenzione-quadro come "minoranze nazionali".[495][496][497] Il sardo non è stato, infatti, ancora oggi introdotto nei programmi ufficiali, rientrando perlopiù in alcuni progetti scolastici (moduli di ventiquattr'ore) senza garanzie di continuità.[498] La revisione della spesa pubblica del governo Monti avrebbe abbassato ulteriormente il livello di tutela della lingua, attuando una distinzione fra le lingue soggette a tutela in base ad accordi internazionali e considerate minoranze nazionali perché "di lingua madre straniera" (tedesco, sloveno e francese[Nota 18]) e quelle afferenti a comunità che non hanno una struttura statale straniera alle spalle, riconosciute semplicemente come "minoranze linguistiche". Tale disegno di legge, nonostante abbia destato una certa reazione da più parti del mondo politico e intellettuale isolano,[499][500][501] è stato impugnato dal Friuli-Venezia Giulia, ma non dalla Sardegna, una volta tradotto in legge, la quale non riconosceva alle minoranze linguistiche "senza Stato" i benefici previsti in tema di assegnazione degli organici per le scuole:[502] con la sentenza numero 215, depositata il 18 luglio 2013, la Corte costituzionale ha però successivamente dichiarato incostituzionale tale trattamento differenziato.[503] La delibera della Giunta regionale del 26 giugno 2012[504] ha introdotto l'uso delle diciture ufficiali bilingui nello stemma della Regione Autonoma della Sardegna e in tutte le produzioni grafiche che contraddistinguono le sue attività di comunicazione istituzionale. Quindi, con la stessa evidenza grafica dell'italiano, viene riportata l'iscrizione equivalente a Regione Autonoma della Sardegna in sardo ovvero «Regione Autònoma de Sardigna».[505] Il 5 agosto 2015 la Commissione Paritetica Stato-Regione ha approvato una proposta, inoltrata dall'Assessorato della Pubblica Istruzione, che trasferirebbe alla Regione Sarda alcune competenze amministrative in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche, quali sardo e catalano algherese.[506] Il 27 giugno 2018, il Consiglio Regionale ha infine varato il TU sulla disciplina della politica linguistica regionale. La Sardegna si sarebbe, in teoria, così dotata per la prima volta nella sua storia regionale di uno strumento regolatore in materia linguistica, con l'intento di sopperire all'originale lacuna del testo statutario:[9][507][508] tuttavia, il fatto che la giunta regionale non abbia tuttora provveduto a emanare i necessari decreti attuativi fa sì che quanto è contenuto nella legge approvata non abbia ancora trovato alcuna applicazione reale.[509][510][511] Il 2021 vede l'apertura di uno sportello in lingua sarda per la Procura di Oristano, qualificandosi come la prima volta in Italia in cui tale servizio sia offerto a una lingua minoritaria.[512] Per l'elenco dei comuni riconosciuti ufficialmente minoritari ai sensi dell'art. 3 della legge n. 482/1999 e per i relativi toponimi ufficiali in lingua sarda ai sensi dell'art. 10 vedi Toponimi della Sardegna. Fonetica, morfologia e sintassi[modifica | modifica wikitesto] Fonetica[modifica | modifica wikitesto] Vocali: /ĭ/ e /ŭ/ (brevi) latine hanno conservato i loro timbri originali [i] e [u]; per esempio il latino siccus diventa siccu (e non come italiano secco, francese sec). Un'altra caratteristica è l'assenza della dittongazione delle vocali medie (/e/ e /o/). Per esempio il latino potest diventa podet (pron. [ˈpoðete]), senza dittongo a differenza dell'italiano può, spagnolo puede, francese peut. Le vocali Sarde sono soggette al processo di metafonesi dove [ɛ ɔ] sono alzate a [e o] se la sillaba seguente contiene vocali /i/ o /u/. Inoltre /fɛˈnɔmɛnu/, ad esempio, è realizzato come [feˈnoːmenu]. Nel gruppo di dialetti solitamente ricondotti alla grafia campidanese /ɛ ɔ/ sono state alzate a /i u/ nelle sillabe finali. Le nuove /i u/ non producono la metafonesi. In questi dialetti quindi [e o] possono contrastare con [ɛ ɔ]. Per esempio i vecchi [ˈbɛːnɛ] 'bene' e [ˈbeːni] 'vieni' diventano [ˈbɛːni] e [ˈbeːni] come coppie minime distinte solo dalla vocale tonica. Il campidanese contiene quindi sette diverse vocali. Esclusivi — per l'area romanza attuale — dei dialetti centro-settentrionali del sardo sono inoltre il mantenimento della [k] e della [g] velari davanti alle vocali palatali /e/ e /i/ (es.: [kentu] per l'italiano cento e il francese cent). Una delle caratteristiche del sardo è l'evoluzione di [ll] nel fonema cacuminale [ɖ] (es. cuaddu o caddu per cavallo, anche se questo non avviene nel caso dei prestiti successivi alla latinizzazione dell'isola - cfr. bellu per bello - ). Questo fenomeno è presente anche nella Corsica del sud, in Sicilia, in Calabria, nella penisola Salentina e in alcune zone delle Alpi Apuane. Fonosintassi[modifica | modifica wikitesto] Lo stesso argomento in dettaglio: Sardo logudorese § Alcune regole di fonosintassi e Sardo campidanese § Alcune regole di fonosintassi. Una delle principali complicanze, sia per chi si approcci alla lingua sia per chi, pur sapendola parlare, non la sa scrivere, è la differenza fra scritto (qualora si voglia seguire un'unica forma grafica) e parlato data da specifiche regole, fra le quali è importante menzionare almeno qualcuna nei due diasistemi e in questa voce nella generalità dei casi. Sistema vocalico[modifica | modifica wikitesto] Vocale paragogica[modifica | modifica wikitesto] Nel parlato generalmente non è tollerata la consonante finale di un vocabolo, quando però lasciata isolata in pausa o in chiusura di frase, altrimenti sì può essere presente anche nella pronuncia. La lingua sarda si caratterizza pertanto per la cosiddetta vocale paragogica o epitetica, cui si appoggia la suddetta consonante; questa vocale è generalmente la stessa che precede la consonante finale, ma in campidanese non mancano esempi discostanti da questa norma, dove la vocale paragogica è la "i" pur non essendo quella che precede l'ultima consonante, come il caso di cras (crasi, domani), tres (tresi, tre), ecc. In questi casi la vocale finale può anche essere riportata nella lingua scritta, essendo appunto diversa dall'ultima della parola. Quando invece è uguale a quella precedente di norma non va mai scritta; eccezioni possono essere rappresentate da alcuni termini di origine latina rimasti inalterati rispetto all'originale, eccettuando appunto la vocale paragogica, che però si sono diffusi nell'uso popolare anche nella loro variante sardizzata (sèmper o sèmpere, lùmen o lùmene) e, nel diasistema logudorese, dalle terminazioni dell'infinito presente della 2ª coniugazione (tènner o tènnere, pònner o pònnere). Per quanto riguarda i latinismi, nell'uso attuale si preferisce non scrivere la vocale paragogica, quindi sèmper, mentre nei verbi della seconda coniugazione è forse maggioritaria la grafia con la "e", seppur molto diffusa anche quella senza, perciò iscrìere piuttosto che iscrìer (scrivere), che peraltro è altresì corretto. I termini campidanesi vengono generalmente scritti con la "i" dai parlanti di questa variante, dunque crasi, mentre in logudorese avremo sempre e comunque cras, anche qualora nella pronuncia dovesse risultare crasa. Così per esempio: Si scrive semper ma si pronuncia generalmente sempere (LSC/log./nuo., in italiano "sempre") Si scrive lùmen ma si pronuncia generalmente lumene (nuo., in LSC nùmene o nòmene, in italiano "nome") Si scrive però e si pronuncia generalmente però o peroe (LSC/log./nug. /camp., in italiano "però") Si scrive istèrrere (LSC e log.) o istèrrer (log.) e si pronuncia generalmente isterrere (in italiano "stendere") Si scrive funt ma si pronuncia generalmente funti (LSC e camp., in italiano "essi sono") Si scrive andant ma si pronuncia generalmente andanta (LSC, camp. e log. meridionale, in italiano "vanno"). In nuores/baroniese la consonante finale della terza plurale solitamente cade e si pronuncia la vocale paragogica: andan(t)a, cheren(t)e e ischin(t)i. Vocale pretonica[modifica | modifica wikitesto] Le vocali e e o stanti in posizione pretonica rispetto alla vocale i, diventano mobili potendosi trasformare in quest'ultima. Così, per esempio, sarà corretto scrivere e dire: erìtu o irìtu (log., in italiano "riccio"; in LSC, log. meridionale e camp. eritzu) essìre (LSC), issìre (log. ), bessire (log. meridionale) o bessiri (camp.) (in italiano "uscire") drumìre o dromìre (log., in italiano "dormire"; in LSC dormire; camp. dromìri) godìre (LSC) o gudìre (log., in LSC e log. anche gosare, camp. gosai, in italiano "godere") Vi sono delle rare eccezioni a questa regola, come dimostra l'esempio seguente: buddìre vuol dire "bollire", mentre boddìre vuol dire "raccogliere (frutti e fiori)". Sistema consonantico[modifica | modifica wikitesto] Posizione mediana intervocalica[modifica | modifica wikitesto] Quando si trovano in posizione mediana intervocalica, o per effetto di particolari combinazioni sintattiche, le consonanti b, d, g diventano fricative; sono tali anche se si presenta, fra vocale e consonante, un'interposizione della r. In questo caso, la pronuncia della b è perfettamente uguale a quella della b/v spagnola in cabo, la d è uguale alla d spagnola in codo. Fra vocali, il dileguo della g è la norma. Così per esempio: baba si pronuncia ba[β]a (in italiano "bava") sa baba si pronuncia sa [β]a[β]a (in italiano "la bava") lardu si pronuncia lar[ð]u (in italiano "lardo") gatu: in singolare la g cade (su gatu diventa su atu), mentre in plurale quando precede /s/, si mantiene come fricativa (sos gatos = so'/sor/sol [ɣ]àtoso) Lenizione[modifica | modifica wikitesto] Comune ai due diasistemi, cui fa eccezione la sottovarietà nuorese, è il fenomeno di sonorizzazione delle consonanti sorde c, p, t, f, qualora precedute da vocale o seguite da r; le prime tre diventano anche fricative. /k/ → [ɣ] /p/ → [β] /t/ → [ð] /f/ → [v] Così per esempio: Si scrive su cane (LSC e log.) o su cani (camp.) ma si pronuncia su [ɣ]ane / su [ɣ]ani (in italiano, "il cane"). Si scrive su frade (LSC e log.) o su fradi (camp.) ma si pronuncia su[v]rade/su [v]rari (in italiano, "il fratello"). Si scrive sa terra, ma si pronuncia sa [ð]erra (LSC/log./camp., in italiano, "la terra"). Si scrive su pane (LSC e log.) o su pani (camp.) ma si pronuncia su [β]ane / su [β]ani (in italiano, "il pane"). Incontro di consonanti fra due parole (sandhi)[modifica | modifica wikitesto] Reindirizziamo alle voci cui pertengono le differenti ortografie. Pronuncia rafforzata di consonanti iniziali[modifica | modifica wikitesto] Sette particelle, aventi vario valore, provocano un rafforzamento della consonante che a esse segue: ciò accade per effetto di una sparizione, solamente virtuale, delle consonanti che tali monosillabi avevano per finale nel latino (una di esse è italianismo di recente acquisizione). NE ← (lat.) NEC = né (congiunzione) CHE ← (lat.) QUO+ET = come (comparativo) TRA ← (it.) TRA = tra (preposizione) A ← (lat.) AC = (comparativo) A ← (lat.) AD = a (preposizione) A ← (lat.) AUT = (interrogativo) E ← (lat.) ET = e (congiunzione) Perciò per esempio: Nos ch'andamus a Nùgoro / nosi ch'andaus a Nùoro (pron. "noch'andammus a Nnugoro / nosi ch'andaus a Nnuoro") = Ce ne andiamo a Nuoro Che a cussu maccu (pron. "che mmaccu") = Come quel matto Intra Nugoro e S'Alighera (pron. "intra Nnugoro e Ss'Alighera") = Tra Nuoro e Alghero A ti nde pesas? (pron. "a tti nde pesasa?") = Ti alzi? (esortativo) Morfologia e sintassi[modifica | modifica wikitesto] Nel suo insieme la morfosintassi del sardo si discosta dal sistema sintetico del latino classico e mostra un uso maggiore delle costruzioni analitiche rispetto ad altre lingue neolatine.[513] L'articolo determinativo caratteristico della lingua sarda è derivato dal latino ipse / ipsu(m) (mentre nelle altre lingue neolatine l'articolo è originato da ille / illu(m)) e si presenta nella forma su/sa al singolare e sos/sas al plurale (is nel campidanese e sia sos / sas sia is nella LSC). Forme di articolo con la medesima etimologia si ritrovano nel balearico (dialetto catalano delle Isole Baleari) e nel dialetto provenzale dell'occitano delle Alpi Marittime francesi (eccettuando il dialetto di Nizza): es/so/sa e es/sos/ses. Il plurale è caratterizzato dal finale in -s, come in tutta la Romània occidentale ((FR, OC, CA, ES, PT) ). Es.: sardu{sing.}-sardos/sardus{pl.}(sardo-sardi), puddu{sing.}/puddos/puddus{pl.}, pudda{sing.}/puddas{pl.} (pollo/polli, gallina/galline). Il futuro viene costruito con la forma latina habeo ad. Es: apo a istàre, apu a abarrai o apu a atturai (io resterò). Il condizionale si forma in modo analogo: nei dialetti centro-meridionali usando il passato del verbo avere (ai) o una forma alternativa sempre di tale verbo (apia); nei dialetti centro-settentrionali usando il passato del verbo dovere (dia). Il "perché" interrogativo è diverso dal "perché" responsivo: poita? o proite/poite? ca…, così come avviene in altre lingue romanze (francese: pourquoi? parce que…, portoghese: por quê/porquê? porque…; spagnolo ¿por qué? porque…; catalano per què? perquè… Ma anche in Italiano perché/poiché). Il pronome personale tonico di prima e seconda persona singolare, se preceduto dalla preposizione cun/chin (con), assume le forme cun megus (LSC, log.)/chin mecus (nug.) e cun tegus (LSC, log.)/chin tecus (nug.) (cfr. lo spagnolo conmigo e contigo e anche il portoghese comigo e contigo e il napoletano cu mmico e cu ttico), e questi dal latino cum e mecum/tecum. Ortografia e pronuncia[modifica | modifica wikitesto] Lo stesso argomento in dettaglio: Limba Sarda Unificada e Limba Sarda Comuna. Fino al 2001 non si disponeva di una standardizzazione ufficiale né scritta, né orale (quest'ultima non esiste ancor oggi) della lingua sarda. Dopo l'epoca medievale, nei documenti della quale si può osservare una certa uniformità nella scrittura, l'unica standardizzazione grafica, dovuta agli esperimenti dei letterati e dei poeti, era stata quella del cosiddetto "sardo illustre", sviluppato ispirandosi ai documenti protocollari medievali sardi, alle opere di Gerolamo Araolla, Giovanni Matteo Garipa e Matteo Madau e a quelle di una ricca serie di poeti.[514][515] I tentativi di ufficializzare e diffondere tale norma erano però stati ostacolati dalle autorità iberiche e in seguito sabaude.[516] Da questi trascorsi deriva l'attuale adesione di una parte della popolazione all'idea che, per ragioni eminentemente storiche e politiche[517][518][519][520] ma non linguistiche,[518][521][522][523][524][525] la lingua sarda sia divisa in due gruppi dialettali distinti ("logudorese" e "campidanese" o "logudorese", "campidanese" e "nuorese", con chi cerca pure di includere nella categorizzazione lingue legate a quella sarda ma differenti, quali il gallurese o il sassarese), per scrivere le quali sono state sviluppate una serie di grafie tradizionali, anche se con molti cambiamenti lungo il passare del tempo. Oltre a quelle comunemente definite "logudorese" e "campidanese", come già detto, sono state sviluppate anche la grafia nuorese, la grafia arborense e quelle dei singoli paesi, a volte normata con regole generali e comuni a tutti, quali quelle richieste dal Premio Ozieri.[526] Spesso, però, il sardo viene scritto dai parlanti cercando di trascriverne la pronuncia e seguendo le abitudini legate alla lingua italiana.[518] Per risolvere tale problema, e ai fini di consentire una effettiva applicazione di quanto previsto dalla Legge Regionale n. 26/1997 e dalla Legge n. 482/1999, nel 2001 la Regione Sardegna ha incaricato una commissione di esperti di elaborare una ipotesi di Norma di unificazione linguistica sovradialettale (la LSU: Limba Sarda Unificada, pubblicata il 28 febbraio 2001), che identificasse una lingua-modello di riferimento (basata sulla analisi delle varietà locali del sardo e sulla selezione dei modelli più rappresentativi e compatibili) al fine di garantire all'uso ufficiale del sardo le necessarie caratteristiche di certezza, coerenza, univocità, e diffusione sovralocale. Questo studio, pur scientificamente valido, non è mai stato adottato a livello istituzionale per vari contrasti locali (accusata di essere una lingua "imposta" e "artificiale" e di non avere risolto il problema del rapporto tra le varietà trattandosi di una mediazione tra le varietà scritte comunemente con una grafia logudorese, pertanto privilegiate, e non avendo proposto una valida grafia per le varietà solitamente scritte con la grafia campidanese) ma ha comunque, a distanza di anni, costituito la base di partenza per la redazione della proposta della LSC: Limba Sarda Comuna, pubblicata nel 2006, che partendo da una base di mesania, accoglie elementi propri delle parlate (e quindi "naturali" e non "artificiali") di quella zona, ovvero l'area grigia di transizione della Sardegna centrale tra le varietà scritte solitamente con la grafia logudorese e quelle scritte con la grafia campidanese, al fine di assicurare alla grafia comune il carattere di sovradialettalità e sovramunicipalità, pur lasciando la possibilità di rappresentare le particolarità di pronuncia delle varietà locali.[527] Purtuttavia, anche a questo standard non sono mancate critiche, sia da chi ha proposto degli emendamenti per migliorarlo,[528][529] sia da chi ha preferito insistere con l'idea di suddividere il sardo in macrovarianti da regolare con norme separate.[530] La Regione Sardegna, con delibera di Giunta regionale n. 16/14 del 18 aprile 2006 Limba Sarda Comuna. Adozione delle norme di riferimento a carattere sperimentale per la lingua scritta in uscita dell'Amministrazione regionale[531] ha adottato sperimentalmente la LSC come lingua ufficiale per gli atti e i documenti emessi dalla Regione Sardegna (fermo restando che ai sensi dell'art. 8 della Legge n. 482/99 ha valore legale il solo testo redatto in lingua italiana), dando facoltà ai cittadini di scrivere all'Ente nella propria varietà e istituendo lo sportello linguistico regionale Ufitziu de sa limba sarda. Successivamente ha seguito la norma LSC nella traduzione di diversi documenti e delibere, dei nomi dei propri uffici ed assessorati, oltre al proprio stesso nome "Regione Autònoma de Sardigna", che figura oggi nello stemma ufficiale insieme alla dicitura in italiano. Oltre a tale ente, lo standard sperimentale LSC è stato utilizzato come scelta volontaria da diversi altri, dalle scuole e da organi di stampa nella comunicazione scritta, spesso in maniera complementare con grafie più vicine alla pronuncia locale. Per quanto riguarda tale utilizzo è stata fatta una stima percentuale, legata ai soli progetti finanziati o cofinanziati dalla Regione per l'utilizzo della lingua sarda negli sportelli linguistici comunali e sovracomunali, nella didattica nelle scuole e nei media dal 2007 al 2013. Il Monitoraggio sull'utilizzo sperimentale della Limba Sarda Comuna 2007-2013 è stato pubblicato sul sito della Regione Sardegna nell'aprile 2014 a cura del Servizio Lingua e Cultura Sarda dell'Assessorato della Pubblica Istruzione.[532] Da tale ricerca risulta ad esempio, riguardo ai progetti scolastici finanziati nell'anno 2013, una netta preferenza delle scuole nell'utilizzo della ortografia LSC insieme ad una grafia locale (51%) rispetto all'utilizzo esclusivo della LSC (11%) o all'utilizzo esclusivo di una grafia locale (33%) Riguardo invece ai progetti finanziati nel 2012 dalla Regione, per la realizzazione di progetti editoriali in lingua sarda nei media regionali, si riscontra una presenza più ampia dell'utilizzo della LSC (probabilmente dovuto anche ad una premialità di 2 punti nella formazione delle graduatorie per accedere ai finanziamenti, assente invece dal bando per le scuole). Secondo tali dati risulta che la produzione testuale nei progetti dei media è stata per il 35% in LSC, per il 35% in LSC e in una grafia locale e per il 25% esclusivamente in una grafia locale. Infine gli sportelli linguistici cofinanziati dalla Regione nel 2012 hanno utilizzato nella scrittura per il 50% la LSC, per il 9% la LSC insieme ad una grafia locale e per il 41% esclusivamente una grafia locale.[532] Una ricerca recente sull'utilizzo della LSC in ambito scolastico, svolta nel comune di Orosei, ha mostrato come gli studenti della scuola media locale non avessero alcun problema a utilizzare quella norma nonostante il fatto che il sardo da loro parlato fosse in parte differente. Nessun alunno ha rifiutato la norma o l'ha ritenuta "artificiale", il che ha dimostrato la sua validità come strumento didattico. I risultati sono stati presentati nel 2016 e pubblicati integralmente nel 2021.[533][534] Si indicano di seguito alcune delle differenze più rilevanti per la lingua scritta rispetto all'italiano: [a], [ɛ/e], [i], [ɔ/o], [u], come -a-, -e-, -i-, -o-, -u-, come in italiano e spagnolo, senza segnare la differenza tra vocali aperte e chiuse; le vocali paragogiche o epitetica (che in pausa chiudono un vocabolo terminante in consonante e corrispondono alla vocale che precede la consonante finale) non si scrivono mai (feminasa>feminas, animasa>animas, bolede>bolet, cantanta>cantant, vrorese>frores) [j] semiconsonante come -j- all'interno di parola (maju, raju, ruju) o di un nome geografico (Jugoslavia); nella sola variante nuorese come -j- (corju, frearju) corrispondente al logudorese/LSU -z- (corzu, frearzu) e all'LSC -gi- (corgiu, freargiu); nelle varianti logudorese e nuorese in posizione iniziale (jughere, jana, janna) che nella LSC viene sostituita dal gruppo [ʤ] (giughere, giana, gianna) [r], come -r- (caru, carru) [p], come -p- (apo, troppu, pane, petza) [β], come -b- in posizione iniziale (bentu, binu, boe) e intervocalica (abile); quando p>b si trascrive come p- a inizio parola (pane, petza) e -b- all'interno (abe, cabu, saba) [b], come -bb- in posizione intervocalica (abba, ebba) [t], come -t- (gattu, fattu, narat, tempus); quando th>t nella sola variante logudorese come -t- o -tt- (tiu, petta, puttu); Nella LSC e nella LSU viene sostituita dal gruppo [ʦ] (tziu, petza, putzu) [d], come -d- in posizione iniziale (dente, die, domo) e intervocalica (ladu, meda, seda); quando t>d si trascrive come t- a inizio parola (tempus) e -d- all'interno (roda, bidru, pedra, pradu); la finale t della flessione del verbo può, a seconda della varietà, essere pronunciata d ma si trascrive t (narada>narat) [ɖɖ] cacuminale, come -dd- (sedda); La d può avere suono cacuminale anche nel gruppo [nɖ] (cando) [k] velare, come -ca- (cane), -co- (coa), -cu- (coddu, cuadru), -che- (chessa), -chi- (chida), -c- (cresia); non si usa mai la -q-, sostituita dalla -c- (cuadru, camp.acua) [g] velare, come -ga- (gana), -go- (gosu), -gu- (agu, largu, longu, angulu, argumentu), -ghe- (lughe, aghedu, arghentu, pranghende), -ghi- (àghina, inghiriare), -g- (gloria, ingresu) [f], come -f- (femina, unfrare) [v], come -f- in posizione iniziale (femina) e come -v- intervocalica (avvisu) e nei cultismi (violentzia, violinu) [ʦ] sorda o aspra (ital. pezzo), come -tz- (tziu, petza, putzu). Nella LSC e nella LSU sostituisce il gruppo nuorese [θ] e il corrispondente logudorese [t] (thiu/tiu>tziu, petha/petta>petza, puthu/puttu>putzu); nella scrittura tradizionale il digramma tz- non compariva mai a inizio parola. Compare inoltre nei termini di influenza e derivazione italiana (per esempio tzitade da cittade) di cui sostituisce la c /ʧ/ sonora (suono non presente nel sardo originario, ma già da tempo proprio di alcune varietà centrali e campidanesi) al posto del suono velare nativo /k/ ormai scomparso (ant.kitade). Anche il suono tz è proprio delle varietà centrali e campidanesi. [ʣ], come -z- (zeru, ordiminzare). Nella variante logudorese/nuorese e nella LSU come -z- (fizu, azu, zogu, binza, frearzu); nella LSC viene sostituita dal gruppo [ʤ] (figiu, agiu, giogu, bingia, freargiu), come nelle varietà centro-meridionali. [θ], nella sola variante nuorese come -th- (thiu, petha, puthu). Nella LSC e nella LSU viene sostituita dal gruppo [ʦ] (tziu, petza, putzu) [s] e [ss], come -s- e -ss- (essire) [z], come -s- (rosa, pesare) [ʧ], nella sola varietà campidanese come -ce- (celu, centu), -ci- (becciu, aici) [ʤ], come -gia-, -gio-, -giu-. Nella LSC sostituisce il gruppo logudorese-nuorese [ʣ] della LSU e il [ɣ] del nuorese (fizu>figiu, azu>agiu, zogu/jogu>giogu, zaganu/jaganu>giaganu, binza>bingia, anzone>angione, còrzu/còrju>còrgiu, frearzu/frearju>freargiu). Il suono [ʤ] come in bingia è proprio delle varietà centrali e campidanesi. [ʒ] (franc. jour), nella sola variante campidanese, sempre come c- a inizio parola (celu, centu, cidru) e come -x- all'interno (luxi, nuraxi, Biddexidru). LSC LSU Lugodorese Nuorese Campidanese LSC LSU Lugodorese Nuorese Campidanese Simbolo AFI Sempre ch / c ch / c ch / c ch / c c k k k k tʃ/k t t t t t t t t t t th θ f f f f p p p p p p p p p p gh / g gh / g gh / g g ɣ / g g g dʒ/g g / gi g / gi dʒ dʒ gi z z j ? dʒ dz dz j ? r r r r r ɾ ɾ ɾ ɾ ɾ v v v v Ad inizio di parola gh / g g c / ci ʒ, tʃ d d t (d) t (d) t (d) d ? d d d f f f v v v b b p (b) p (b) p (b) β / b b β β β s s s s s s s s s s Intervocalica gh / g ɣ j j j j j j j j j j x ʒ s s s s s z z z / s z / s z / s d d d d d ð ð ð ð ð v v v v v v b b b b b β b β β β c / ci tʃ Doppie o combinazioni ll ll ll ll ll l l l l l rr rr rr rr rr r r r r r dd dd dd dd dd ɖ ɖ ɖɖ ɖɖ ɖɖ nn nn nn nn nn n n n n n bb bb bb bb bb b b b b b mm mm mm mm mm m m m m m nd ɳɖ ss ss ss ss ss s s ss ss ss tt t Finale t t t t t d d d d Grammatica[modifica | modifica wikitesto] Lo stesso argomento in dettaglio: Grammatica sarda. La grammatica della lingua sarda si differenzia notevolmente da quella italiana e delle altre lingue neolatine, particolarmente nelle forme verbali. Plurale[modifica | modifica wikitesto] ll plurale viene ottenuto, come nelle lingue romanze occidentali, aggiungendo -s alla forma singolare Nel caso di parole terminanti in -u, il plurale viene formato nel logudorese in -os e nel camp. in -us. Articoli[modifica | modifica wikitesto] Determinativi[modifica | modifica wikitesto] LSC Log. Camp. Sing. su / sa su / sa su / sa Plur. sos / sas / is sos / sas is Indeterminativi[modifica | modifica wikitesto] Masch. Femm. sing. unu una pl. unos unas Pronomi[modifica | modifica wikitesto] Pronomi personali soggetto (nominativo)[modifica | modifica wikitesto] Singolare Plurale (d)eo/jeo/deu LSC deo nuor. (d)ego = io nois/nos/nosu = noi tue/tui = tu vosté/fostei o fusteti (uso formale, richiede la 3ª persona sing., derivato dal vosté catalano, cfr. usted spagnolo, da vuestra merced) = lei bois/bosàteros/bosatrus - bosàteras/bosatras = voi (nelle varianti centrali e meridionali si hanno in sardo due forme, maschile e femminile, per il voi plurale, come nello spagnolo peninsulare vosotros / vosotras) bos (uso formale, persona grammaticale singolare ma da coniugare con un verbo nella 2ª persona plurale, come il vous francese; cfr. antico vos spagnolo, ancora in uso in Sudamerica per tú) = voi (come tuttora in uso nell'italiano meridionale) issu (isse) - issa = lui/lei issos/issus - issas = loro (essi/esse) dopo le preposizioni pro/po, dae/de, intra/tra, segundu, ecc. dopo la preposizione a dopo la preposizione con/chin (la variante chin è propria del nuorese) mene (a mie)/mei mie/mimi (nuor. mime) cunmegus (nuor. chinmecus) tene (a tie)/tei tie/tui (nuor. tibe) cuntegus (nuor. chintecus) issu (isse) - issa nois/nos/nosu bois/bosàteros/bosatrus - bosàteras/bosatras issos/issus - issas Relativi (forma valida in LSC in grassetto corsivo)[modifica | modifica wikitesto] chi (che) chie/chini (chi, colui che) Interrogativi[modifica | modifica wikitesto] cale?/cali? (quale?) cantu? (quanto?) ite?/ita? (che?, che cosa?) chie?/chini? (chi?) Pronomi e aggettivi possessivi[modifica | modifica wikitesto] meu/miu - mea o mia/mia tuo o tou/tuu - tua suo o sou/suu - sua; de vosté/fostei; bostru/bostu (de bos) nostru/nostu bostru (nuor. brostu)/de boisàteros/bosàteros/bosatrus - de boisàteras/bosàteras/bosatras, issoro/insoru Pronomi e aggettivi dimostrativi[modifica | modifica wikitesto] custu,custos/custus - custa,custas (questo, questi - questa, queste) cussu, cussos/cussus - cussa, cussas (codesto, codesti - codesta, codeste) cuddu, cuddos/cuddus - cudda, cuddas (quello, quelli - quella,quelle) Avverbi interrogativi[modifica | modifica wikitesto] cando/candu? (quando?) comente/comenti? (come?) ue? o ube? in ue? o in ube?; a in ue o a in ube? (direzione)/aundi?, innui? (dove?; la forma sarda varia se si tratta di una direzione, cfr. lo spagnolo ¿adónde?) Preposizioni[modifica | modifica wikitesto] Semplici[modifica | modifica wikitesto] a (a,in; direzione) cun o chin (con) dae/de (da) de (di) in (in,a; situazione) pro/po (per) intra o tra (tra) segundu (secondo) de in antis/denanti (de) (davanti (a)) dae segus/de fatu (de) (dietro (a)) in antis (de) (prima (di)) a pustis (de), a coa (dopo (di)) Il sardo, come lo spagnolo e il portoghese, distingue tra moto a luogo e stato in luogo: so'andande a Casteddu / a Ispagna; soe in Bartzelona / in Sardigna Articolate[modifica | modifica wikitesto] Sing. Plur. a su (al) - a sa (alla) a sos/a is (ai) - a sas/a is (alle) cun o chin su (con il) - cun o chin sa (con la) cun o chin sos/cun is (con i) - cun o chin sas/cun is (con le) de su (del) - de sa (della) de sos/de is (dei) - de sas/de is (delle) in su (nel) - in sa (nella) in sos/in is (nei) - in sas/in is (nelle) pro/po su (per il) - pro/po sa (per la) pro sos/pro is/po is (per i) - pro sas/pro is/ po is (per le) Verbi[modifica | modifica wikitesto] I verbi hanno tre coniugazioni (-are, -ere / -i(ri), -ire / -i(ri)). La morfologia verbale differisce notevolmente da quella italiana e conserva caratteristiche del tardo latino o delle lingue neolatine occidentali. I verbi sardi nel presente indicativo hanno le seguenti peculiarità: la prima persona singolare termina in -o nel logudorese (terminazione comune nell'italiano, nello spagnolo e nel portoghese; entrambe queste ultime due lingue hanno ciascuna quattro soli verbi con un'altra terminazione alla 1ª persona sing.) e in -u nel campidanese; la seconda persona sing. termina sempre in -s, come in spagnolo, catalano e portoghese, terminazione derivata dal latino; la terza persona singolare e plurale ha le caratteristiche terminazioni in -t, proprie del sardo tra le lingue romanze e provenienti direttamente dal latino; la prima persona plurale ha nel logudorese le terminazioni -amus, -imus, -imus, simili a quelle dello spagnolo e del portoghese -amos, -emos, -imos, che a loro volta sono uguali a quelle del latino; per quanto riguarda la seconda persona plurale, la variante logudorese ha nella seconda e terza declinazione la terminazione -ides (latino -itis), mentre le varianti centrali e meridionali hanno nelle tre declinazioni rispettivamente -àis, -èis, -is, terminazioni del tutto uguali a quelle spagnole -áis, -éis, -ís e a quelle portoghesi, lingua in cui la 2ª persona pl. è però ormai in disuso. L'interrogativa si forma generalmente in due modi: con l'inversione dell'ausiliare: Juanni tzucadu/tucau est? (è partito Giovanni?), papadu/papau as? (hai mangiato?) con l'inversione del verbo: un'arantzu/ aranzu lu cheres o un'arangiu ddu bolis? oppure con la particella interrogativa a: per esempio a lu cheres un'aranzu? (un arancio, lo vuoi?). La forma con la particella interrogativa è tipica dei dialetti centro-settentrionali. Prendendo in considerazione i diversi tempi e modi, l'indicativo passato remoto è quasi del tutto scomparso dall'uso comune (come nelle lingue romanze settentrionali della Gallia e del Nord Italia) sostituito dal passato prossimo, ma risulta attestato nei documenti medioevali e ancor'oggi nelle forme colte e letterarie in alternanza con l'imperfetto. Parimenti scomparso è l'indicativo piuccheperfetto, attestato in sardo antico (sc. derat dal lat. dederat, fekerat da fecerat, furarat dal lat. volgare *furaverat, etc.).[535] L'indicativo futuro semplice si forma mediante il verbo àere/ài(ri) (avere) al presente più la preposizione a e l'infinito del verbo in questione: es. deo apo a nàrrere/deu apu a na(rr)i(ri) (io dirò), tui as a na(rr)i(ri) (tu dirai) (cfr. tardo latino habere ad + infinito), ecc. Nella lingua parlata la prima persona apo/apu può essere apostrofata: "ap'a nàrrere". L'imperativo negativo si forma usando la negazione no/non e il congiuntivo: per esempio no andes/no andis (non andare), non còmpores (non comprare), analogamente alle lingue romanze iberiche. Verbo èssere/èssi(ri) (essere)[modifica | modifica wikitesto] Indicativo presente: deo/deu so(e)/seo/seu ; tue/tui ses/sesi; issu/isse est/esti ; nos/nois/nosu semus/seus ; bois o bosàteros/bosàtrus sezis/seis ; issos/issus sunt o funt . Verbo àere/ài(ri) (avere).[modifica | modifica wikitesto] Il verbo àere/ài(ri) viene usato da solo unicamente nelle varianti centro-settentrionali; nelle varianti centro-meridionali è usato esclusivamente come ausiliare per formare i tempi composti, mentre con il significato dell'italiano avere viene sempre sostituito dal verbo tènnere/tènni(ri), esattamente come accade in spagnolo, catalano, portoghese (dove il verbo haver è quasi del tutto scomparso) e napoletano. Per questo motivo in questo schema vengono indicate unicamente le forme del presente e dell'imperfetto dei dialetti centro-meridionali, che sono le sole dove nei tempi composti appare il verbo àere/ài(ri). Indicativo presente: deo/deu apo/apu ; tue/tui as ; issu/isse at ; nos/nois/nosu a(m)us/eus ; bois o bosàteros/bosàtrus a(z)is ; issos/issus ant ; In LSC: deo apo; tue as; issu/isse at; nois amus; bois ais; issos ant. Coniugazione in -are/-a(r)i : Verbo cantare/canta(r)i (cantare)[modifica | modifica wikitesto] Indicativo presente: deo/deu canto/cantu; tue/tui cantas; issu/isse cantat; nos/nois/nosu canta(m)us; bois o bosàteros/bosàtrus canta(z)is; issos/issus cantant ; In LSC: deo canto; tue cantas; issu/isse cantat; nois cantamus; bois cantades; issos cantant. Coniugazione in -ere/-i(ri) : Verbo tìmere/tìmi(ri) (temere)[modifica | modifica wikitesto] Indicativo presente: deo/deu timo/timu ; tue/tui times/timis ; issu/isse timet/timit ; nos/nois/nosu timimus o timèus ; bois o bosàteros/bosàtrus timideso timèis ; issos/issus timent/timint ; In LSC: deo timo; tue times; issu/isse timet; nois timimus; bois timides; issos timent. Coniugazione in -ire/-i(ri) : Verbo finire/fini(ri) (finire)[modifica | modifica wikitesto] Indicativo presente: deo/deu fino/finu ; tue/tui finis ; issu/isse finit ; nos/nois/nosu fini(m)us ; bois o bosàteros/bosàtrus finides o fineis ; issos/issus finint ; In LSC: deo fino; tue finis; issu/isse finit; nois finimus; bois finides; issos finint. Lessico[modifica | modifica wikitesto] Tabella di comparazione delle lingue neolatine[modifica | modifica wikitesto] Latino Francese Italiano Spagnolo Occitano Catalano Aragonese Portoghese Romeno Sardo Sassarese Gallurese Còrso Friulano clave(m) clé chiave llave clau clau clau chave cheie crae/-i ciabi chiaj/ciai chjave/chjavi clâf nocte(m) nuit notte noche nuèit/nuèch nit nueit noite noapte note/-i notti notti notte/notti gnot cantare chanter cantare cantar cantar cantar cantar cantar cânta cantare/-ai cantà cantà cantà cjantâ capra(m) chèvre capra cabra cabra cabra craba cabra capră càbra/craba crabba capra/crabba(castellanese) capra cjavre lingua(m) langue lingua lengua lenga llengua luenga língua limbă limba/lìngua linga linga lingua lenghe platea(m) place piazza plaza plaça plaça plaza praça piață pratza piazza piazza piazza place ponte(m) pont ponte puente pònt pont puent ponte punte (pod) ponte/-i ponti ponti ponte/ponti puint ecclesia(m) église chiesa iglesia glèisa església ilesia igreja biserică crèsia/eccresia gesgia ghjesgia ghjesgia glesie hospitale(m) hôpital ospedale hospital espital hospital hespital hospital spital ispidale/spidali ippidari spidali/uspidali spedale/uspidali ospedâl caseu(m) lat.volg.formaticu(m) fromage formaggio/cacio queso formatge formatge formache/queso queijo brânză/caș casu casgiu casgiu casgiu formadi Alcuni vocaboli nella lingua sarda e in quelle alloglotte di Sardegna[modifica | modifica wikitesto] Italiano Sardo[536] Gallurese Sassarese Algherese Tabarchino la terra sa terra la tarra la terra la terra a têra il cielo su chelu/célu lu celu lu tzelu lu zeru lo cel l'acqua s'abba/àcua l'ea l'eba l'aigua l'aegua il fuoco su fogu lu focu lu foggu lo foc u fogu l'uomo s'òmine/ómini l'omu l'ommu l'home l'omu la donna sa fèmina la fèmina la fémmina la dona a dona mangiare mandigare o papare/papai manghjà magnà menjar mangiâ bere bufare/bufai o bìbere bì bì beure beive grande mannu mannu/grandi mannu gran grande piccolo minore o piticu minori/picculu minori petit piccin il burro su botirru lu butirru lu butirru la mantega buru il mare su mare/mari lu mari lu mari lo mar u mô il giorno sa die/dii la dì la dì lo dia u giurnu la notte su note/noti la notti la notti la nit a néùtte la scimmia sa moninca/martinica la scìmia la muninca N.D a scimia il cavallo su caddu/càdhu/cuàdhu lu cabaddu lu cabaddu lo cavall u cavallu la pecora sa berbeghe/brebèi la pècura la péggura l'ovella a pëgua il fiore su frore/frori lu fiori lu fiori la flor a sciùa la macchia sa màcula o sa mantza/mancia la tacca la mancia/maccia la taca a maccia la testa sa conca lu capu lu cabbu lo cap a tésta la finestra sa bentana o su balcone lu balconi lu balchoni/vintana la finestra u barcùn la porta sa janna/ghenna/genna la ghjanna/gianna la gianna (pron. janna) la porta a porta il tavolo sa mesa o tàula la banca la banca/mesa la mesa/taula a tòa il piatto su pratu lu piattu lu piattu lo plat u tundu lo stagno s'istànniu/stàngiu o staini lu stagnu l'isthagnu l'estany u stagnu il lago su lagu lu lagu lu lagu lo llac u lagu/lògu un arancio un'arantzu/aràngiu un aranciu un aranzu, cast. aranciu una taronja un çetrùn la scarpa sa bota o su botinu o sa crapita la botta la botta la bota a scarpa/scòrpa la zanzara sa t(h)íntula/tzìntzula la zinzula la zinzura la tíntula a sinsòa la mosca sa musca la musca la moscha, cast. muscha la mosca a musca la luce sa lughe/luxi la luci la luzi, cast. lugi la llumera a lüxe il buio s'iscuridade/iscuridadi o su buju o s'iscurigore lu bughju lu buggiu, cast. lu bughju la obscuritat scuur un'unghia un'ungra/unga un'ugna un'ugna una ungla un'ùngia la lepre su lèpere/lèpori lu lèparu lu lèpparu la llebre a léve la volpe su matzone o su mariane/margiàni o su grodde/gròdhe/gròdhi lu maccioni lu mazzoni, cast. maccioni lo guineot/matxoni a vurpe il ghiaccio s'astragu o sa titia o su ghiàciu lu ghjacciu lu ghiacciu lo gel u ghiacciu il cioccolato su tziculate/ciculati lu cioccolatu lu ciucculaddu la xocolata a ciculata la valle sa badde/badhe/badhi la vaddi la baddi la vall a valle il monte su monte/monti lu monti lu monti lo mont u munte il fiume su riu o frùmene/frùmini lu riu lu riu lo riu u riu il bambino su pitzinnu/picínnu o piseddu/pisedhu o pipíu lu steddu la criaddura/lu pizzinnu lo minyó u figgeu il neonato sa criadura la criatura/stiducciu la criaddura/lu piccinneddu la criatura u piccin il sindaco su sìndigu[537] lu sindacu lu sindagu lo síndic u scindegu l'auto sa màchina o sa vetura la vittura/la macchina la macchina/la vettura la màquina/l'automòbil a vétüa/a machina la nave sa nae o navi/su vapore la nai lu vapori/la nabi la nau a nòve/vapùre la casa sa domo/domu la casa la casa la casa a câ il palazzo su palàt(h)u/palatzu lu palazzu lu parazzu lo palau u palàssiu lo spavento s'assustu o assùconu o atzìchidu l'assustu/scalmentu l'assusthu/assucconu/ippasimu, cast. assucunadda l'assusto u resôtu il lamento sa mìmula o sa chèscia lu lamentu/tunchju lu lamentu/mimmura, cast. mimula la llamenta u lamentu ragionare arresonare/arrexonai rasghjunà rasgiunà arraonar rajiunò parlare faeddare/fa(v)edhare/fuedhai faiddà fabiddà parlar parlà correre cùrrere/curri currì currì corrir caminò a gambe il cinghiale su sirbone/sirboni o su porcrabu lu polcarvu lu purchabru lo porc-crabo u cinghiole il serpente sa terpe/terpente o sa colovra/colora/su coloru su tzerpenti/colovru la salpi lu saipenti lo serpent adesso/ora como o imoe/imoi abà abà ara aùa io deo/(d)e(g)o/deu eu eu/eiu jo mì camminare ambulare o caminare/caminai caminà caminà caminar camminò la nostalgia sa nostalghía/nostalgia o sa saudade/saudadi la nostalghja la nostalgia la nostàlgia a nustalgia I numeri - Sos nùmeros / Is nùmerus[modifica | modifica wikitesto] Tra i numeri sardi troviamo due forme, maschile e femminile, per tutti i numeri che terminano con il numero uno, escludendo l'undici, il centoundici e così via, per il numero due e per tutte le centinaia escludendo i numeri cento, millecento, ecc. Questa caratteristica è presente tale quale sia nello spagnolo sia nel portoghese. Abbiamo quindi in sardo per esempio (gli esempi sono nel sardo centrale o di mesania) unu pipiu / una pipia (un bambino/una bambina), duos pitzinnos / duas pitzinnas (due bambini, ragazzini/due bambine, ragazzine), bintunu caddos/cuaddos (ventuno cavalli) / bintuna crabas (ventuno capre), barantunu libros (quarantuno libri) / barantuna cadiras (quarantuno sedie), chentu e unu rios (centouno fiumi), chentu e una biddas (centouno paesi), dughentos òmines (duecento uomini) / dughentas domos (duecento case). In sardo abbiamo, come in italiano, due diverse forme per mille, milli, e duemila, duamiza/duamìgia/duamilla. Tabella dei numeri basata sulle varianti logudoresi del Marghine e del Guilcer e del nuorese, su quelle di transizione del Barigadu e su quelle campidanesi della Marmilla I numeri duecento, trecento e, unicamente in campidanese, seicento hanno una forma propria, dughentos e treghentos in LSC e in grafia logudorese, duxentus, trexentus e sexentus in campidanese, dove il due, il tre e il numero cento sono modificati; questo fenomeno è presente anche in portoghese (duzentos, trezentos); le altre centinaia invece vengono scritte senza modificare né il numero di base né chentu/centu, perciò bator(o) chentos/cuatrucentus, otochentos/otucentus, ecc. Il fonema "ch" di chentos in logudorese viene comunque sempre pronunciato g, a eccezione del numero seschentos, e la "c" del campidanese centus sempre come x (j francese di journal). In nuorese "ch" viene invece pronunciato sempre k, perciò tutti i numeri sono scritti con "ch" in questa variante. I numeri 101, 102, così come 1001, 1002, ecc., vanno scritti separatamente chentu e unu, chentu e duos, milli e unu, milli e duos, ecc. Anche in questo caso, questa caratteristica è condivisa con il portoghese. Chentu viene spesso apostrofato, chent'e unu, chent'e duos, più raramente anche milli, mill'e unu, mill'e duos, ecc. I numeri che terminano con uno, a eccezione di undici, centoundici, ecc., vengono spesso anch'essi apostrofati, sia nella loro forma maschile sia in quella femminile, se la parola seguente inizia per vocale o per h: bintun'òmines (ventuno uomini), bintun'amigas (ventuno amiche), ecc. Grafia LSC Grafia logudorese Grafia campidanese 1 unu, -a unu, -a unu, -a 2 duos/duas duos/duas duus/duas 3 tres tres tres 4 bator bàtor(o) cuatru 5 chimbe chimbe cincu 6 ses ses ses 7 sete sete seti 8 oto oto otu 9 noe noe/nuor. nobe noi 10 deghe deghe/nuor. deche dexi 11 ùndighi ùndighi/nuor.ùndichi ùndixi 12 dòighi doighi/nuor. doichi doixi 13 trèighi treighi/nuor. treichi treixi 14 batòrdighi batòrdighi/nuor. batòrdichi catòrdixi 15 bìndighi bìndighi/nuor. bìndichi cuìndixi 16 sèighi seighi/nuor. seichi seixi 17 deghessete deghessete/nuor. dechessete dexasseti 18 degheoto degheoto/nuor. decheoto dexiotu 19 deghenoe deghenoe/nuor. dechenobe dexanoi 20 binti binti/vinti binti 21 bintunu bintunu, -a bintunu, -a 30 trinta trinta trinta 40 baranta baranta coranta 50 chimbanta chimbanta cincuanta 60 sessanta sessanta sessanta 70 setanta setanta setanta 80 otanta otanta otanta 90 noranta noranta/nuor. nobanta noranta 100 chentu chentu centu 101 chentu e unu, -a chentu e unu, -a centu e unu, -a 200 dughentos, -as dughentos, -as/nuor. duchentos, -as duxentus, -as 300 treghentos, -as treghentos, -as/nuor. trechentos, -as trexentus, -as 400 batorghentos, -as bator(o)chentos, -as/nuor. batochentos, -as cuatruxentus, -as 500 chimbighentos, -as chimbichentos, -as, chimbechentos, -as/ cincuxentus, -as 600 seschentos, -as seschentos, -as sescentus, -as 700 setighentos, -as setichentos, -as, setechentos, -as setixentus, -as 800 otighentos, -as otichentos, -as, otochentos, -as otuxentus, -as 900 noighentos, -as noichentos, -as, noechentos, -as/nuor. nobichentos, -as noixentus, -as 1000 milli milli milli 1001 milli e unu, -a milli e unu, -a milli e unu, -a 2000 duamìgia duamiza duamilla 3000 tremìgia tremiza tremilla 4000 batormìgia bator(o)miza/nuor. batomiza cuatrumilla 5000 chimbemìgia chimbemiza cincumilla 6000 semìgia semiza semilla 7000 setemìgia setemiza setemilla 8000 otomìgia otomiza otumilla 9000 noemìgia noemiza/nuor. nobemiza noimilla 10000 deghemìgia deghemiza/nuor. dechemiza deximilla 100000 chentumìgia chentumiza centumilla 1000000 unu millione unu milione unu milioni Le stagioni - Sas istajones / Is istajonis[modifica | modifica wikitesto] Grafia LSC Grafia logudorese Grafia campidanese la primavera su beranu su beranu su beranu l'estate s'istiu s'istiu/ nuor. s'estiu, s'istadiale (s.m.) s'istadiali (s.m.), s'istadi (s.f.) l'autunno s'atòngiu s'atunzu/s'atonzu s'atongiu l'inverno s'ierru s'ierru/nuor. s'iberru s'ierru I mesi - Sos meses / Is mesis[modifica | modifica wikitesto] Italiano Grafia LSC Grafia logudorese Grafia campidanese Gallurese Sassarese Algherese Tabarchino Gennaio Ghennàrgiu Bennarzu/Bennalzu/Jannarzu/Jannarju Ghennarzu/Ghennargiu Gennaxu/Gennargiu Ghjnnagghju Ginnaggiu Gener ("giané") Zenò Febbraio Freàrgiu Frearzu/Frealzu/Frearju Friarxu/Freargiu Friagghju Fribaggiu Febrer ("frabé") Frevò Marzo Martzu Marthu/Malthu/Martzu Martzu/Mratzu Malzu Mazzu Març ("malts") Mòrsu/Marsu Aprile Abrile Abrile/Aprile Abrili Abrili Abriri Abril Arvì Maggio Maju Màju Màju Magghju Maggiu Maig ("mač") Mazu Giugno Làmpadas Làmpadas Làmpadas Làmpata/Ghjugnu Lampada Juny ("jun") Zugnu Luglio Trìulas/Argiolas Trìulas/Trìbulas Argiolas Agliola/Trìula/Luddu Triura Juliol ("juriòl") Luggiu Agosto Austu Austu/Agustu Austu Austu Aosthu Agost Austu Settembre Cabudanni Cabidanni/Cabidanne/Capidanne Cabudanni Capidannu/Sittembri Cabidannu Cavidani ("cavirani)/ Setembre ("setembra") Settembre Ottobre Santugaine/Ladàmene Santu 'Aìne/Santu Gabine/Santu Gabinu Ledàmini Santu Aìni/Uttobri Santu Aìni Santuaìni/ Octubre ("utobra") Ottobri Novembre Santandria/Onniasantu Sant'Andria Donniasantu Sant'Andrìa/Nùembri Sant'Andrìa Santandria/ Novembre ("nuvembra") Nuvembre Dicembre Nadale/Mese de Idas (Mese de) Nadale (Mesi de) Idas/(Mesi de) Paschixedda Natali/Dicembri Naddari Nadal ("naràl")/ Desembre ("desémbra") Dejèmbre I giorni - Sas dies / Is diis[modifica | modifica wikitesto] Grafia logudorese Grafia campidanese Sassarese Gallurese lunedì lunis lunis luni luni martedì martis martis marthi malti mercoledì mércuris/mérculis mércuris/mrécuris marchuri malculi giovedì jòbia/zòbia jòbia giobi ghjovi venerdì chenàbara/chenàpura cenàbara/cenàpura vennari vennari sabato sàbadu/sàpadu sàbudu sabaddu sabatu domenica dumìniga/domìniga/domìnica domìniga/domìnigu dumenigga dumenica I colori - Sos colores / Is coloris[modifica | modifica wikitesto] biancu/ant. arbu [bianco], nieddu [nero], ruju/arrùbiu [rosso], grogu [giallo], biaitu/asulu [blu], birde/birdi/bildi [verde], arantzu/aranzu/colori de aranju [arancione], tanadu/viola/biola [Viola], castàngiu/castanzu/baju [marrone]. Etimologia[modifica | modifica wikitesto] Nel presente paragrafo si elenca, senza alcuna pretesa di esaustività in merito, parte di quella mèsse lessicale facente parte sia del substrato, che dei vari superstrati. Nei nomi con due o più varianti viene prima riportato il logudorese, quindi il campidanese. Varie ricerche hanno messo in luce il fatto che la competenza dei parlanti adulti del sardo non ammette un numero di prestiti, provenienti dalle varie lingue dominanti nei secoli, superiore al 15,5% del lessico posseduto.[539] Substrato paleosardo o nuragico[modifica | modifica wikitesto] CUC → cùcuru, cucurinu (cima di un monte, cocuzzolo; punta sporgente, come Cùcuru 'e Portu a Oristano; cfr. basco kukurr, cresta del gallo)[540] GON- → Gonone, Gologone, Goni, Gonnesa, Gonnosnò (altura, collina, montagna, cfr. greco eolico gonnos, colle) NUR-/'UR- → ant. nurake → nuraghe/nuraxi, Nurra, Nora (mucchio cavo, ammasso), Noragugume NUG: Nug-or; Nug-ulvi (cfr. slavo noga, piede o gamba; sia Nuoro sia Nulvi sono località ai piedi di un monte) ASU-, BON-, GAL → Gallura ant. Gallula, Garteddì (Galtellì), Galilenses, Galile GEN-, GES- → Gesturi GOL-/'OL → Gollei, Ollollai, Parti Olla (Parteolla), golostri/golostru/golóstiche/ golóstise/golóstiu/golosti/'olosti (agrifoglio, si confronti lo slavo ostrь, "spinoso"; il basco gorosti, a cui si associa, è d'origine oscura e probabilmente paleoeuropea, cfr. infatti greco kélastros, agrifoglio) EKA-, KI-, KUR-, KAL/KAR- → Karalis → ant. Calaris (Cagliari), Carale, Calallai ENI → ogl. eni (albero del tasso, cfr. albanese enjë, albero del tasso); MAS-, TUR-, MERRE (luogo sacro) → Macumere (Macomer); GUS → Gusana, Guspini (cfr. serbo guša, gola); ALTRI TERMINI → toneri (tacco, torrione), garroppu (canyon), chessa (lentischio) THA-/THE-/THI-/TZI- (articolo) → thilipirche (cavalletta), thilicugu (geco), thiligherta (lucertola), tzinibiri (ginepro), Tamara (monte nel territorio del comune di Nuxis) thinniga/tzinniga[541](stipa tenacissima), thirulia (nibbio); Origine punica[modifica | modifica wikitesto] CHOURMÁ → kurma ‘ruta di Aleppo’[542] CUSMIN → guspinu, óspinu ‘nasturzio’[542] MS' → mitza/mintza ‘sorgente’[543] SIKKÍRIA → camp. tsikkirìa ‘aneto’[543] YAʿAR ‘bosca’ → camp. giara ‘altopiano’[542] ZERAʿ ‘seme’ → *zerula → camp. tseúrra ‘germoglio, piumetta embrionale del seme del grano’[542] ZIBBIR → camp. tsíppiri ‘rosmarino’[543] ZUNZUR ‘corregiola’ → camp. síntsiri ‘coda cavallina’[542] MAQOM-HADAS → Magomadas ‘luogo nuovo’ MAQOM-EL? ("luogo di dio")/MERRE? → Macumere (Macomer) TAM-EL → Tumoele, Tamuli (luogo sacro); Origine latina[modifica | modifica wikitesto] ACCITUS → ant.kita → chida/cida (settimana, derivata dai turni settimanali delle guardie giudicali) ACETU(M) → ant. aketu>aghedu/achetu/axedu (aceto) ACIARIU(M) → atharzu/atzarzu/atzargiu/atzarju (acciaio) ACINA → ant. àkina, àghina/àxina (uva) ACRU(M) → agru, argu (aspro, acido) ACUS → agu (ago) AERA → aèra/àiri AGNONE → anzone/angioni (agnello) AGRESTIS → areste/aresti (selvatico) ALBU(M) → ant. albu>arbu (bianco) ALGA → arga/àliga (spazzatura; alga) ALTU(M) → artu (alto) AMICU(M) → ant.amicu → amigu (amico) ANGELU(M) → anghelu/ànjulu (angelo) AQUA(M) → abba/àcua (acqua) AQUILA(M) → ave/àbbile/àchili (aquila) ARBORE(M) → arbore/arvore/àrburi (albero) ASINUS → àinu (asino) ASPARAGUS → camp. sparau (asparago) AUGUSTUS → austu (agosto) BABBUS → babbu (padre, babbo) BASIUM → basu, bàsidu (bacio) BERBECE → berbeke/berbeghe/prebeghe/brebei (pecora) BONUS → bonu (buono) BOVE(M) → boe/boi (bue) BUCCA → buca (bocca) BURRICUS → burricu (asino) CABALLUS → ant. cavallu/caballu → caddu/cuaddu/nuor. cabaddu (cavallo) CANE(M) → cane/cani (cane) CAPPELLUS → cappeddu, capeddu (cappello) CAPRA(M) → cabra/craba (capra) CARNE → carre/carri (carne umana, viva) CARNEM SECARE → carrasegare/ nuor. carrasecare (carnevale; "tagliare la carne" nel senso di buttarla via, in quanto ormai prossimo l'inizio della Quaresima; l'etimologia del termine italiano carnevale ha lo stesso significato di origine, seppur una forma differente (da carnem levare); la forma latina è a sua volta un calco del greco apokreos)[544][545] CARRU(M) → carru (carro) CASEUS → casu (formaggio) CASTANEA → castanza/castanja (castagna) CATTU(M) → gattu (gatto) CENA PURA → chenàbura/chenàbara/cenàbara/nuor. chenàpura (venerdì; questo nome era originariamente una definizione diffusa tra gli ebrei dell'Africa settentrionale per indicare il venerdì sera, momento in cui veniva preparato il cibo per il sabato. Numerosi giudei nordafricani si insediarono in Sardegna dopo essere stati espulsi dalle loro terre da parte dei Romani. A loro si deve probabilmente la parola sarda per venerdì)[546] CENTUM → chentu/centu (cento) CIBARIUS → civràxiu, civraxu (tipico pane sardo) CINQUE → chimbe/cincu (cinque) CIPULLA → chibudda/cibudda (cipolla) CIRCARE → chircare/circai (cercare) CLARU(M) → craru (chiaro) COCINA → ant.cokina → coghina/coxina (cucina) COELU(M) → chelu/celu (cielo) COLUBER → colovra/colora/coloru (biscia) CONCHA → conca (testa) CONIUGARE → cojuare/coyai (sposare) CONSILIU(M) → ant.consiliu → cunsizzucunsigiu/cunsillu (consiglio) COOPERCULU(M) → cropettore/cobercu (coperchio) CORIU(M) → corzu/corju/corgiu (cuoio) CORTEX → ant. gortike/borticlu → ortighe/ortiju/ortigu (corteccia del sughero) COXA(M) → cossa/cosça (coscia) CRAS → cras/crasi (domani) CREATIONE(M) → criatura/criathone/criadura (creatura) CRUCE(M) → ant. cruke/ruke → rughe/(g)ruxi (croce) CULPA(M) → curpa (colpa) DECE → ant.deke → deghe/dexi (dieci) DEORSUM → josso/jossu (giù) DIANA → jana (fata) DIE → die/dii (giorno) DOMO/DOMUS → domo/domu (casa) ECCLESIA → ant. clesia → cheja/crèsia (chiesa) ECCU MODO/QUOMO(DO) → còmo/imoi (adesso) ECCU MENTE/QUOMO(DO) MENTE → comente/comenti (come) EGO → ant.ego → deo/eo/jeo/deu (io) EPISCOPUS → ant. piscopu → pìscamu (vescovo) EQUA(M) → ebba/ègua (giumenta) ERICIUS → eritu (riccio) ETIAM → eja (sì) EX-CITARE → ischidare/scidai (svegliare) FABA(M) → ava/faa (fava) FABULARI → faeddare/foeddare/fueddai (parlare) FACERE → ant. fakere → fàghere/fai (fare) FALCE(M) → ant.falke → farche/farci (falce) FEBRUARIU(M) → ant. frearju → frearzu/frearju/friarju (febbraio) FEMINA → fèmina (donna) FILIU(M) → ant. filiu/fiju/figiu → fizu/figiu/fillu (figlio) FLORE(M) → frore/frori (fiore) FLUMEN → ant.flume → frùmene/frùmini (fiume) FOCU(M) → ant. focu → fogu (fuoco) FOENICULU(M) → ant.fenuclu → fenugru/fenugu (finocchio) FOLIA → fozza/folla (foglia) FRATER → frade/fradi (fratello) FUNE(M) → fune/funi GELICIDIU(M) → ghilighia/chilighia/cilixia (gelo, brina) GENERU(M)→ ghèneru/ènneru/gèneru (genero) GENUCULUM → inucru/benugu/genugu (ginocchio) GLAREA → giarra (ghiaia) GRAVIS → grae/grai (pesante) GUADU → ant.badu/vadu → badu/bau (guado) HABERE → àere/ai (avere) HOC ANNO → ocannu (quest'anno) HODIE → oe/oje/oi (oggi) HOMINE(M) → òmine/òmini (uomo) HORTU(M) → ortu (orto) IANUARIUS, IENARIU(M) → ant. jannarju> bennarzu/ghennarzu/jennarju/ghennargiu/gennarju (gennaio) IANUA → janna/genna (porta) ILEX → ant.elike → elighe/ìlixi (leccio) IMMO → emmo (sì) IN HOC → ant. inòke → inoghe/innoi (qui) INFERNU(M) → inferru/ifferru (inferno) I(N)SULA → ìsula/iscra (isola) INIBI → inie/innia (là) IOHANNES → Juanne/Zuanne/Juanni (Giovanni) IOVIA → jòvia/jòbia (giovedì) IPSU(M) → su (il) IUDICE(M) → ant. iudike → juighe/zuighe (giudice) IUNCU(M) → ant. juncu → zuncu/juncu (giunco) IUNIPERUS → ghinìperu/inìbaru/tzinnìbiri (ginepro) IUSTITIA → ant. justithia/justizia → justìtzia/zustìssia (giustizia) LABRA → lavra/lara (labbra) LACERTA → thiligherta/calixerta/caluxèrtula (lucertola) LARGU(M) → largu (largo) LATER → camp. làdiri (mattone crudo) LIGNA → linna (legna) LINGERE → lìnghere/lingi (leccare) LINGUA(M) → limba/lìngua (lingua) LOCU(M) → ant. locu → logu (luogo) LUTU(M) → ludu (fango) LUX → lughe/luxi (luce) MACCUS → macu (matto) MAGISTRU(M) → maìstu (maestro) MAGNUS → mannu (grande) MALUS → malu (cattivo) MANUS → manu (mano) MARTELLUS → martheddu/mateddu/martzeddu (martello) MERIDIES → merie/merì (pomeriggio) META → meda (molto) MULIER → muzere/cmulleri (moglie) NARRARE → nàrrere/nai (dire) NEMO → nemos (nessuno) NIX → nie/nii/nuor. nibe (neve) NUBE(M) → nue/nui (nuvola) NUCE → ant. nuke → nughe/nuxi (noce) OCCIDERE → ochidere, occhire, bochire/bociri (uccidere) OC(U)LU(M) → ogru/oju/ogu/nuor. ocru (occhio) OLEASTER → ozzastru/ogiastru/ollastu (olivastro) OLEUM → oliu → ozu/ogiu/ollu (olio) OLIVA → olia (oliva) ORIC(U)LA(M) → ant.oricla → origra/orija/origa/nuor. oricra (orecchio) OVU(M) → ou(uovo) PACE → ant.pake →paghe/paxi/nuor. pake (pace) PALATIUM → palathu/palàtziu/palatzu (palazzo) PALEA → paza/pagia/palla (paglia) PANE(M) → pane/pani PAPPARE → log. papare, camp. papai (mangiare) PARABOLA → paraula, nuor. paragula (parola) PAUCUS → pagu (poco) PECUS → pegus (capo di bestiame) PEDIS → pe/pei/nuor. pede (piede) PEIUS → pejus/peus (peggio) PELLE(M) → pedde/peddi (pelle) PERSICUS → pèrsighe/pèssighe (pesca) PETRA(M) → pedra/perda/nuor. preda (pietra) PETTIA(M) → petha/petza (carne) PILUS → pilu (pelo), pilos/pius (capelli) PIPER → pìbere/pìbiri (pepe) PISCARE → piscare/piscai (pescare) PISCE(M) → pische/pisci (pesce) PISINNUS → pitzinnu (bambino, giovane, ragazzo) PISUS → pisu (seme) PLATEA → pratha/pratza (piazza) PLACERE → piàghere/pràghere/praxi (piacere) PLANGERE → prànghere/prangi (piangere) PLENU(M) → prenu (pieno) PLUS → prus (più) POLYPUS → purpu/prupu (polpo) POPULUS → pòpulu/pòbulu (popolo) PORCU(M) → porcu/procu (maiale) POST → pustis (dopo) PULLUS → puddu (pollo) PUPILLA → pobidda/pubidda (moglie) PUTEUS → puthu/putzu (pozzo) QUANDO → cando/candu (quando) QUATTUOR → battor(o)/cuatru (quattro) QUERCUS → chercu (quercia) QUID DEUS? → ite/ita? (che/che cosa?) RADIUS → raju (raggio) RAMU(M) → ramu/arramu (ramo) REGNU → rennu/urrennu (regno) RIVUS → ant. ribu → riu/erriu/arriu (fiume) ROSMARINUS → ramasinu/arromasinu (rosmarino) RUBEU(M) → ant. rubiu → ruju/arrùbiu (rosso) SALIX → salighe/sàlixi (salice) SANGUEN → sàmbene/sànguni (sangue) SAPA(M) → saba (sapa, vino cotto) SCALA → iscala/scala (scala) SCHOLA(M) → iscola/scola (scuola) SCIRE → ischire/sciri (sapere) SCRIBERE → iscrìere/scriri (scrivere) SECARE → segare/segai (tagliare) SECUS → dae segus/a-i segus (dopo) SERO → sero/ant.camp. seru (sera) SINE CUM → kene/kena/kentza/sena/setza (senza) SOLE(M) → sole/soli (sole) SOROR → sorre/sorri (sorella) SPICA(M) → ispiga/spiga (spiga) STARE → istare/stai (stare) STRINCTU(M) → strintu (stretto) SUBERU → suerzu/suerju (quercia da sughero) SULPHUR → tùrfuru/tzùrfuru/tzrùfuru (zolfo) SURDU(M) → surdu (sordo) TEGULA → teula (tegola) TEMPUS → tempus (tempo) THIUS → thiu/tziu (zio) TRITICUM → trigu/nuor. trìdicu (grano) UMBRA → umbra (ombra) UNDA → unda (onda) UNG(U)LA(M) → unja/ungra/unga (unghia) VACCA → baca (vacca) VALLIS → badde/baddi (valle) VENTU(M) → bentu (vento) VERBU(M) → berbu (verbo, parola) VESPA(M) → ghespe/bespe/ghespu/espi (vespa) VECLUS(AGG.) → betzu/becciu (vecchio) VECLUS(S) → ant. veclu → begru/begu (legno vecchio) VIA → bia (via) VICINUS → ant. ikinu → bighinu/bixinu (vicino) VIDERE → bìdere/bìere/biri (vedere) VILLA → ant. villa → billa → bidda (paese) VINEA(M) → binza/bingia (vigna) VINU(M) → binu (vino) VOCE → ant. voke/boke → boghe/boxi (voce) ZINZALA → thìnthula/tzìntzula/sìntzulu (zanzara); Origine greca bizantina[modifica | modifica wikitesto] AGROIKÓS → gr. biz. agrikó → gregori ‘terreno incolto’[547] FLASTIMAO → frastimare/frastimai ‘bestemmiare’ KAVURAS ‘granchio’ → camp. kavuru KASKO → cascare ‘sbadigliare’ *KEROPÓLIDA → kera/cera óbida ‘cera che sigilla il favo’[547] KHÓNDROS ‘fiocchi d’avena; cartilagine’ → gr. biz. kontra → log. iskontryare[547] KLEISOÛRA ‘chiusa’ → krisura (krisayu, krisayone) ‘chiusa di un podere’[547] KONTAKION → ant. condake → condaghe/cundaxi ‘raccolta di atti’ KYÁNE(OS) ‘blu scuro’ → camp. ghyani ‘manto morello di cavallo (o di bue)’[547] LEPÍDA ‘lama di coltello’ → leppa ‘coltello’[547] Λουχὶα → ant. Lukìa → Lughìa/Luxia (Lucia) MERDOUKOÚS, MERDEKOÚSE ‘maggiorana’ → centr. mathrikúsya, camp. martsigusa ‘ginestra’[547] NAKE → annaccare (cullare) PSARÓS ‘grigio’ → *zaru → log. medioevale arzu[547] σαραχηνός → theraccu/tzeracu ‘servo’ Στέφανε → Istevane/Stèvini ‘Stefano’ Origine catalana[modifica | modifica wikitesto] ACABAR → acabare/acabai (finire, smettere; cf. spa. acabar)[548] AIXÌ → camp.aici (così) AIXETA → log. isceta (cannella della botte; rubinetto)[548] ALÈ → alenu (alito)[548] ARRACADA → arrecada (orecchino) ARREU → arreu (di continuo) AVALOT → avollotu (trambusto; cf. spa. alboroto (ant. alborote))[548] BANDA → banda (lato)[548] BANDOLER → banduleri (vagabondo; originariamente bandito; cf. spa. bandolero) BARBER → barberi (barbiere; cf. spa. barbero) BARRA → barra (mandibola; insolenza, testardaggine) BARRAR → abbarrare (nell'odierno catalano significa però sbarrare, in sardo camp. rimanere) BELLESA → bellesa (bellezza) (AL)BERCOC → luog. barracoca (albicocca; da una termine balearico passato poi anche all'algherese barracoc)[548] BLAU → camp.brau (blu) BRUT, -A → brutu, -a (sporco) BURRO → burricu (asino; cf, spa. burro e borrico)[548] BURUMBALLA → burrumballa (segatura, truciolame, per est. cianfrusaglia) BUTXACA → busciaca/buciaca (tasca, borsa)[548] CADIRA / CARIA (vocabolo ancor presente in algherese) → camp. cadira (sedia); Caría (cognome sardo) CALAIX → camp. calaxu/calasciu (cassetto) CALENT → caente/callenti (caldo; cf. spa. caliente)[548] CARRER → carrera/carrela (via)[548] CULLERA → cullera (cucchiaio) CUITAR → coitare/coitai (sbrigarsi) DESCLAVAMENT → iscravamentu (deposizione di Cristo dalla croce) DESITJAR → disigiare/disigiai (desiderare)[548] ESTIU → istiu (estate; cf. spa. estío, lat. aestivum (tempus)) FALDILLA → faldeta (gonna)[548] FERRER → ferreri (fabbro) GARRÓ → garrone, -i (garretto) GOIGS → camp. gocius (composizioni poetiche sacre; cf. gosos) GRIFÓ → grifone, -i (rubinetto) GROC → grogo, -u (giallo)[548] ENHORABONA! → innorabona! (in buon'ora!; cf. spa. enhorabuena) ENHORAMALA! → innoramala! (in mal'ora!) ESMORZAR → ismurzare/ismurgiare/irmugiare/imrugiare (fare colazione) ESTIMAR → istimare/stimai (amare, stimare) FEINA → faina (lavoro, occupazione, daffare; già da una forma catalana medievale, da cui si è poi anche originato lo spagnolo faena)[548] FLASSADA → frassada (coperta; cf. spa. frazada)[548] GÍNJOL → gínjalu (giuggiola, giuggiolo) IAIO, -A → jaju, -a (nonno, -a; cf. spa. yayo, -a) JUTGE → camp. jugi/log. zuzze (giudice) LLEIG → camp. léggiu/log. lezzu (brutto) MANDRÓ → mandrone, -i (pigro, nullafacente) MATEIX → matessi (stesso) MITJA → mìgia, log. miza (calza) MOCADOR → mucadore, -i (fazzoletto) ORELLETA → orilletas (dolci fritti) PAPER → paperi (carta)[548] PARAULA → paraula (parola) PLANXA → prància (ferro da stiro; prestito di origine francese, anteriore allo spagnolo plancha)[548] PREMSA → prentza (torchio)[549] PRESÓ → presone, -i (prigione) PRESSA → presse, -i (fretta)[548] PRÉSSEC → prèssiu (pesca)[548] PUNXA → camp. punça/log. puntza (chiodo) QUIN, -A → camp. chini (in catalano significa "quale", in sardo "chi") QUEIXAL → sardo centrale e camp. caxale/casciale, -i (dente molare) RATAPINYADA → camp. ratapignata (pipistrello) RETAULE → arretàulu (retablo, tavola dipinta) ROMÀS → nuor. arrumasu (magro; originariamente in catalano "rimasto" → rimasto a letto → indebolito→ dimagrito, magro)[548] SABATA → camp.sabata (scarpa) SABATER → sabateri (calzolaio) SAFATA → safata (vassoio)[165] SEU → camp. seu (cattedrale, "sede del vescovo") SÍNDIC → sìndigu (sindaco)[548] SíNDRIA → sìndria (anguria) TANCAR → tancare/tancai (chiudere) TINTER → tinteri (calamaio) ULLERES → camp. ulleras (occhiali) VOSTÈ → log. bostè/camp .fostei o fustei (lei, pronome di cortesia; da vostra merced, vostra mercede; cf. spa. usted)[550] Origine spagnola[modifica | modifica wikitesto] Le voci di cui non viene indicata l'etimologia sono voci di origine latina di cui lo spagnolo ha modificato il significato originario che avevano in latino e il sardo ha preso il loro significato spagnolo; per le voci che lo spagnolo ha preso da altre lingue viene indicata la loro etimologia come riportata dalla Real Academia Española. ADIÓS → adiosu (addio, arrivederci)[548] ANCHOA → ancioa (alice) APOSENTO → aposentu (camera da letto) APRETAR, APRIETO → apretare, apretu (mettere in difficoltà, costringere, opprimere; difficoltà, problema) ARENA → arena (sabbia; cf. cat. arena)[548] ARRIENDO → arrendu (affitto)[548] ASCO → ascu (schifo)[548] ASUSTAR → assustare/assustai (spaventare; in camp. è più diffuso atziccai, che a sua volta viene dallo spagnolo ACHICAR) ATOLONDRADO, TOLONDRO → istolondrau (stordito, confuso, sconcertato) AZUL → camp. asulu (azzurro; parola arrivata allo spagnolo dall'arabo)[551] BARATO → baratu (economico) BARRACHEL → barratzellu/barracellu (guardia campestre; parola questa che anche passata all'italiano regionale della Sardegna, dove la parola barracello indica appunto una guardia campestre facente parte della compagnia barracellare) BÓVEDA → bòveda, bòvida (volta (nell'ambito della costruzione) )[552] BRAGUETA → bragheta (cerniera dei pantaloni; il termine "braghetta" o "brachetta" è presente anche in italiano, ma con altri significati; con questo significato è diffuso anche nell'italiano regionale della Sardegna: cf. cat. bragueta) BRINCAR, BRINCO → brincare, brincu (saltare, salto; termine arrivato in spagnolo dal latino vinculum,[553] legame, parola che è poi stata modificata e ha assunto un significato completamente differente in castigliano e che poi con questo è passata al sardo, fenomeno condiviso da molti altri spagnolismi) BUSCAR → buscare/buscai (cercare, prendere; cf. cat. buscar) CACHORRO → caciorru (cucciolo) CALENTURA → calentura, callentura (febbre) CALLAR → cagliare/chelare (tacere; cf. cat. callar)[548] CARA → cara (faccia; cf. cat. cara)[548] CARIÑO → carignu (manifestazione di affetto, carezza; affetto)[548] CERRAR → serrare/serrai (chiudere) CHASCO → ciascu (burla)[548] CHE (esclamazione di sorpresa di origine onomatopeica usata in Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia e in Spagna nella zona di Valencia)[554] → cé (esclamazione di sorpresa usata in tutta la Sardegna) CONTAR → contare/contai (raccontare; cf. cat. contar)[548] CUCHARA → log. cocciari (cucchiaio) / camp. coccerinu (cucchiaino), cocciaroni (cucchiaio grande)[548] DE BALDE → de badas (inutilmente; cf. cat. debades) DÉBIL → dèbile, -i (debole; cf. cat. dèbil) DENGOSO, -A, DENGUE → dengosu, -a, dengu (persona che si lamenta eccessivamente senza necessità, lamento esagerato e fittizio; voce di origine onomatopeica)[555] DESCANSAR, DESCANSO → discansare/discantzare, discansu/discantzu (riposare, riposo; cf. cat. descansar)[548] DESDICHA → disdìcia (sfortuna)[548] DESPEDIR → dispidire/dispidì (accomiatare, congedare)[548] DICHOSO, -A → diciosu, -a (felice, beato)[548] HERMOSO, -A → ermosu, -a / elmosu, -a (bello)[548] EMPLEO → impleu (carica, impiego)[548] ENFADAR, ENFADO → infadare/irfadare/iffadare, infadu/irfadu/iffadu (molestia, fastidio, rabbia; cf. cat. enfadar)[556] ENTERRAR, ENTIERRO → interrare, interru (seppellire, seppellimento; cf. cat. enterrar)[548] ESCARMENTAR → iscalmentare/iscrammentare/scramentai (apprendere dall'esperienza propria o altrui per evitare di commettere gli stessi errori; parola di etimologia originaria sconosciuta)[557] ESPANTAR → ispantare/spantai (spaventare; in campidanese, e in algherese, significa meravigliare; cf. cat. espantar) FEO → log. feu (brutto)[548] GANA → gana (voglia; cf. cat. gana; parola di etimologia originaria incerta) GARAPIÑA → carapigna (bibita rinfrescante)[559] GASTO → gastu (spesa, consumo)[548] GOZOS → log. gosos/gotzos (composizioni poetiche sacre; cf. gocius) GREMIO → grèmiu (corporazione di diversi mestieri; anche questa parola fa parte dell'italiano parlato in Sardegna, dove i gremi sono per esempio le corporazioni di mestieri dei Candelieri di Sassari o della Sartiglia di Oristano; oltre che in Sardegna e in spagnolo, la parola si usa anche in portoghese, gremio, catalano, gremi, tedesco, Gremium, e nell'italiano parlato in Svizzera, nel Canton Ticino) GUISAR → ghisare (cucinare; cf.cat. guisar)[548] HACIENDA → sienda (proprietà)[544] HÓRREO → òrreu (granaio) JÍCARA → cìchera, cìcara (tazza; parola originariamente proveniente dal náhuatl) LÁSTIMA → làstima (peccato, danno, pena; qué lástima → ite làstima (che peccato), me da lástima → mi faet làstima (mi fa pena) )[548] LUEGO → luegus (subito, fra poco) MANCHA → log. e camp. mància, nuor. mantza (macchia) MANTA → manta (coperta; cf. cat. manta) MARIPOSA → mariposa (farfalla)[548] MESA → mesa (tavolo) MIENTRAS → camp. mentras (cf. cat. mentres) MONTÓN → muntone (mucchio; cf. cat. munt)[561] OLVIDAR → olvidare (dimenticare)[548] PEDIR → pedire (chiedere, richiedere) PELEA → pelea (lotta, lite)[548] PLATA → prata (argento) PORFÍA → porfia (ostinazione, caparbietà, insistenza)[562] POSADA → posada (locanda, luogo di ristoro) PREGUNTAR, PREGUNTA → preguntare/pregontare, pregunta/pregonta (domandare, domanda; cf. cat. preguntar, pregunta) PUNTAPIÉ (s.m.) → puntepé/puntepei (s.f.) (calcio, colpo dato con la punta del piede) PUNTERA → puntera (parte della calza o della scarpa che copre la punta del piede; colpo dato con la punta del piede) QUERER → chèrrer(e) (volere) RECREO → recreu (pausa, ricreazione; divertimento)[548] RESFRIARSE, RESFRÍO → s'arrefriare, arrefriu (raffreddarsi, raffreddore)[548] SEGUIR → sighire (continuare; seguire; cf. cat. seguir)[544] TAJA → tacca (pezzo) TIRRIA, TIRRIOSO → tirria, tirriosu (cattivo sentimento; cf. cat. tírria)[563] TOMATE (s.m.) → nuor. e centrale tamata/camp. e gall. tumata (s.f.) (pomodoro; parola originariamente proveniente dal náhuatl)[564] TOPAR → atopare/atopai (incontrare, anche per caso, qualcuno; imbattersi in qualcosa; voce onomatopeica; cf. cat. topar)[565] VENTANA → log. e camp. ventana/log. bentana (finestra) VERANO → log. beranu (sp. estate, srd. primavera) Origine toscana/italiana[modifica | modifica wikitesto] ARANCIO → aranzu/arangiu AUTUNNO → atonzu/atongiu BELLO/-A → bellu/-a BIANCO → biancu CERTO/-A → tzertu/-a CINTA → tzinta CITTADE → ant. kittade → tzitade/citade/tzitadi/citadi (città) GENTE → zente/genti INVECE → imbètzes/imbecis MILLE → milli OCCHIALI → otzales SBAGLIO → irballu/isbàlliu/sbàlliu VERUNO/-A → perunu/-a (alcuno/-a) ZUCCHERO → thùccaru/tzùccaru/tzùcuru Prenomi, cognomi e toponimi[modifica | modifica wikitesto] Lo stesso argomento in dettaglio: Prenomi sardi e Cognomi sardi. Dalla lingua sarda derivano tanto i nomi storici di persona (nùmene / nomen / nomini-e / lumene o lomini) e i soprannomi (nomìngiu / nominzu / o paranùmene / paralumene / paranomen / paranomine-i), che i sardi avrebbero conferito l'un l'altro fino all'epoca contemporanea per poi cadere nell'attuale disuso,[566] quanto buona parte dei cognomi tradizionali (sambenadu / sangunau), tuttora i più diffusi nell'isola. I toponimi della Sardegna possono vantare una storia antica,[567] sorgendo in alcuni casi un significativo dibattito inerente alle loro origini.[568] Note[modifica | modifica wikitesto] Esplicative[modifica | modifica wikitesto] ^ Con riguardo alla cristianizzazione dell'isola, Papa Simmaco fu battezzato a Roma e si diceva fosse «ex paganitate veniens»; la conversione degli ultimi pagani sardi, guidati da Ospitone, fu descritta da Tertulliano come il seguente evento: «Sardorum inaccessa Romanis loca, Christo vero subdita». Max Leopold Wagner, La lingua sarda, Nuoro, Ilisso, 1951–1997, p. 73. ^ «Fallacissimum genus esse Phoenicum omnia monumenta vetustatis atque omnes historiae nobis prodiderunt. ab his orti Poeni multis Carthaginiensium rebellionibus, multis violatis fractisque foederibus nihil se degenerasse docuerunt. A Poenis admixto Afrorum genere Sardi non deducti in Sardiniam atque ibi constituti, sed amandati et repudiati coloni. [...] Africa ipsa parens illa Sardiniae, quae plurima et acerbissima cum maioribus nostris bella gessit.» Cicero: Pro Scauro, su thelatinlibrary.com. URL consultato il 28 novembre 2015. ^ «Potissimum vero ad usurpandum in scriptis Italicum idioma gentem nostram fuisse adductam puto finitimarum exemplo, Provincialium, Corsorum atque Sardorum» ("In verità ritengo anzitutto che la nostra gente [italiana] sia stata indotta a usare nello scritto l'idioma italico, seguendo l'esempio dei vicini Provenzali, Corsi e Sardi") e, più in là, «Sardorum quoque et Corsorum exemplum memoravi Vulgari sua Lingua utentium, utpote qui Italis preivisse in hoc eodem studio videntur» ("Ho ricordato, fra l'altro, l'esempio dei Sardi e dei Corsi, che hanno impiegato la propria lingua volgare, come quelli che in ciò hanno preceduto gli Italiani"). Antonio, Ludovico Antonio (1739). Antiquitates Italicae Moedii Evi, Mediolani, t. 2, col. 1049 ^ Incipit di Ines Loi Corvetto, La Sardegna e la Corsica, Torino, UTET, 1993. Hieronimu Araolla, edited by Max Leopold Wagner, Die Rimas Spirituales Von Girolamo Araolla. Nach Dem Einzigen Erhaltenen Exemplar Der Universitätsbibliothek in Cagliari, Princeton University, 1915, p. 76. Semper happisi desiggiu, Illustrissimu Segnore, de magnificare, & arrichire sa limba nostra Sarda; dessa matessi manera qui sa naturale insoro tottu sas naciones dessu mundu hant magnificadu & arrichidu; comente est de vider per isos curiosos de cuddas. ("Sempre abbia il desiderio, Illustrissimo Signore, di magnificare e arricchire la nostra lingua sarda; nel medesimo modo in cui tutte le nazioni del mondo hanno magnificato e arricchito [la propria]; come si può vedere per coloro che ne sono incuriositi.") ^ …L'Alguer castillo fuerte bien murado / con frutales por tierra muy divinos / y por la mar coral fino eltremado / es ciudad de mas de mil vezinos… Joaquín Arce, España en Cerdeña, 1960, p. 359. ^ E.g.: «…Non podende sufrire su tormentu / de su fogu ardente innamorosu. / Videndemi foras de sentimentu / et sensa una hora de riposu, / pensende istare liberu e contentu / m'agato pius aflitu e congoixosu, / in essermi de te senora apartadu, / mudende ateru quelu, ateru istadu…» Antonio de Lo Frasso, Los Cinco Ultimos Libros de Fortuna de Amor, vol. 2, Londra, Henrique Chapel, 1573-1740, pp. 141-144. ^ «Sendemi vennidu à manos in custa Corte Romana unu Libru in limba Italiana, nouamente istampadu, […] lu voltao in limba Sarda pro dare noticia de cuddas assos deuotos dessa patria mia disijosos de tales legendas. Las apo voltadas in sardu menjus qui non in atera limba pro amore de su vulgu […] qui non tenjan bisonju de interprete pro bi-las decrarare, & tambene pro esser sa limba sarda tantu bona, quanta participat de sa latina, qui nexuna de quantas limbas si plàtican est tantu parente assa latina formale quantu sa sarda. […] Pro su quale si sa limba Italiana si preciat tantu de bona, & tenet su primu logu inter totas sas limbas vulgares pro esser meda imitadore dessa Latina, non si diat preciare minus sa limba Sarda pusti non solu est parente dessa Latina, pero ancora sa majore parte est latina vera. […] Et quando cussu non esseret, est suficiente motiuu pro iscrier in Sardu, vider, qui totas sas nationes iscriven, & istampan libros in sas proprias limbas naturales in soro, preciandosi de tenner istoria, & materias morales iscritas in limba vulgare, pro qui totus si potan de cuddas aprofetare. Et pusti sa limba latina Sarda est clara & intelligibile (iscrita, & pronunciada comente conuenit) tantu & plus qui non quale si querjat dessas vulgares, pusti sos Italianos, & Ispagnolos, & totu cuddos qui tenen platica de latinu la intenden medianamente.» ("Essendo entrato in possesso, presso questa Corte Romana, di un libro in lingua italiana di nuova ristampa, […] l'ho tradotto in lingua sarda per darne notizia ai devoti della mia patria desiderosi di tali leggende. Le ho tradotte in sardo, anziché in un'altra lingua, per amore del popolo […] i quali [popolani] non necessitavano di alcun interprete per potergliele enunciare, anche per via del fatto che la lingua sarda è nobile in virtù della sua partecipazione alla latinità, giacché nessuna lingua parlata è tanto prossima al latino classico quanto quella sarda. […] Giacché, se la lingua italiana si apprezza molto, e se tra tutte le lingue volgari si trova al primo posto per aver molto replicato quella latina, non meno si dovrebbe apprezzare la lingua sarda dal momento che non solo è parente di quella latina, ma è in gran parte latino schietto. […] E quandanche non fosse così, è un motivo sufficiente per scrivere in sardo vedere che tutte le nazioni scrivono e stampano libri nella loro lingua naturale, fregiandosi di avere storia e materie morali scritte in lingua volgare, affinché tutti possano recare giovamento da esse. E dal momento che la lingua latina sarda è, quando scritta e pronunciata come si conviene, chiara e comprensibile in misura uguale, se non superiore rispetto a quelle volgari, dal momento che gli Italiani, e gli Spagnoli, e tutti coloro che praticano il latino in generale la capiscono"). Ioan Matheu Garipa, Legendariu de santas virgines, et martires de Iesu Crhistu, Per Lodouicu Grignanu, Roma, 1627. ^ Nella Dedica alla moglie di Carlo Alberto si possono scorgere diversi passaggi in cui egli omaggiava le politiche culturali perseguite in Sardegna, quali "Era destino che la dolcissima Italiana favella, sebbene nata sulle amene sponde dell'Arno, divenuta sarebbe un dì anche ricco patrimonio degli Abitanti del Tirso" (p. 5) e, formulando un voto di fedeltà alla nuova dinastia di reggenti in luogo della spagnola, "Di tanto bene la Sardegna è debitrice alla Augustissima CASA SABAUDA, la quale, cessata l'ispanica dominazione, con tante savie istituzioni promosse in ogni tempo le scienze, statuendo fin dalla metà del secolo trascorso, che nei Dicasteri e nel pubblico insegnamento delle Scuole Inferiori si facesse uso di quel Toscano che fu poscia la lingua di quante persone ebbero voce di bennate e di colte." (p. 6). Nella Prefazione, più specificamente intitolata Al giovanetto alunno, si dichiara l'intenzione, comune al Porru, di pubblicare un lavoro dedicato alla didattica dell'italiano, partendo dalle differenze e similitudini fornite dalla grammatica di un'altra lingua più familiare, il sardo. ^ Al fine di meglio comprendere tale dichiarazione, occorre infatti osservare che, secondo le disposizioni del governo, «in nessun modo e per nessun motivo esiste la regione» (Casula, Francesco. Sa chistione de sa limba in Montanaru e oe (PDF)., p. 66). ^ In realtà, databili intorno alla seconda metà dell'Ottocento, in seguito alla già menzionata Perfetta Fusione (cfr. Dettori 2001); difatti, neanche nella trattazione settecentesca di autori quali il Cetti si rinvengono giudizi di valore circa la dignità del sardo, sulla cui indipendenza linguistica convenivano generalmente anche gli autori italiani (cfr. Ferrer 2017). ^ Il Wagner cita al riguardo Giacomo Tauro che, a dispetto della vulgata fascista sull'assimilazione del sardo al sistema linguistico italiano, già osservava in una conferenza tenuta a Nuoro nel 1937 che «[La Sardegna] ha una sua propria lingua, che è qualcosa di più e di diverso dai dialetti delle altre regioni d’Italia… Se i diversi dialetti d’Italia hanno tutti qualcosa d’interferente, per cui non è difficile a chi attentamente ne ascolti qualcuno e di essi abbia una certa pratica, d’intuirne e comprenderne, almeno superficialmente, il significato, i dialetti sardi invece non solo riescono quasi del tutto incomprensibili a chi non è dell’isola, ma anche con la pratica difficilmente possono essere acquisiti.» ( Max Leopold Wagner, La lingua sarda, Nuoro, Ilisso, 1951-1997, p. 82.) ^ Tali istanze eminentemente industrialistiche e produttivistiche sono finanche attestate nelle norme di cui all'art. 13 del progetto finale, che recita «lo Stato con il concorso della Regione dispone un piano organico per favorire la rinascita economica e sociale dell'Isola.» Cfr. Testo storico dello Statuto (PDF). ^ Alla base del cosiddetto "autonomismo abortivo", secondo i primi critici dello statuto quali Eliseo Spiga, vi era la mancata assunzione di un'identità sarda dotata di soggettività distinta, nelle sue specificità etnonazionali, linguistiche e culturali rispetto alla comunità statale nel suo insieme; in mancanza della quale, a loro avviso si sarebbe approdati a un modello amministrativo che omologava l'isola a "una qualsiasi provincia dello Stivale". Francesco Casula, Gianfranco Contu, Storia dell'autonomia in Sardegna, dall'Ottocento allo Statuto Sardo (PDF), Dolianova, Stampa Grafica del Parteolla, 2008, p. 116. URL consultato il 25 agosto 2019 (archiviato dall'url originale il 20 ottobre 2020). ^ Istanza del Prof. A. Sanna sulla pronuncia della Facoltà di Lettere in relazione alla difesa del patrimonio etnico-linguistico sardo. Il prof. Antonio Sanna fa a questo proposito una dichiarazione: «Gli indifferenti problemi della scuola, sempre affrontati in Sardegna in torma empirica, appaiono oggi assai particolari e non risolvibili in un generico quadro nazionale; il tatto stesso che la scuola sia diventata scuola di massa comporta il rifiuto di una didattica inadeguata, in quanto basata sull'apprendimento concettuale attraverso una lingua, per molti aspetti estranea al tessuto culturale sardo. Poiché esiste un popolo sardo con una propria lingua dai caratteri diversi e distinti dall'italiano, ne discende che la lingua ufficiale dello Stato, risulta in effetti una lingua straniera, per di più insegnata con metodi didatticamente errati, che non tengono in alcun conto la lingua materna dei Sardi: e ciò con grave pregiudizio per un'efficace trasmissione della cultura sarda, considerata come sub-cultura. Va dunque respinto il tentativo di considerare come unica soluzione valida per questi problemi una forzata e artificiale forma di acculturazione dall'esterno, la quale ha dimostrato (e continua a dimostrare tutti) suoi gravi limiti, in quanto incapace di risolvere i problemi dell'isola. È perciò necessario promuovere dall'interno i valori autentici della cultura isolana, primo fra tutti quello dell'autonomia, e "provocare un salto di qualità senza un'acculturazione di tipo colonialistico, e il superamento cosciente del dislivello di cultura" (Lilliu). La Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Cagliari, coerentemente con queste premesse con l'istituzione di una Scuola Superiore di Studi Sardi, è pertanto invitata ad assumere l'iniziativa di proporre alle autorità politiche della Regione Autonoma e dello Stato il riconoscimento della condizione di minoranza etnico-linguistica per la Sardegna e della lingua sarda come lingua «nazionale» della minoranza. È di conseguenza opportuno che si predispongano tutti i provvedimenti a livello scolastico per la difesa e conservazione dei valori tradizionali della lingua e della cultura sarda e, in questo contesto, di tutti i dialetti e le tradizioni culturali presenti in Sardegna (ci si intende riferire al Gallurese, al Sassarese, all'Algherese e al Ligure-Carlofortino). In ogni caso tali provvedimenti dovranno comprendere necessariamente, ai livelli minimi dell'istruzione, la partenza dell'insegnamento del sardo e dei vari dialetti parlati in Sardegna, l'insegnamento nella scuola dell'obbligo riservato ai Sardi o coloro che dimostrino un'adeguata conoscenza del sardo, o tutti quegli altri provvedimenti atti a garantire la conservazione dei valori tradizionali della cultura sarda. È bene osservare come, nel quadro della diffusa tendenza a livello internazionale per la difesa delle lingue delle minoranze minacciate, provvedimenti simili a quelli proposti sono presi in Svizzera per la minoranza ladina fin dal 1938 (48 000 persone), in Inghilterra per il Galles, in Italia per le minoranze valdostana, slovena e ultimamente ladina (15 000 persone), oltre che per quella tedesca; a proposito di queste ultime e specificamente in relazione al nuovo ordinamento scolastico alto-atesino. Il presidente del Consiglio on. Colombo, nel raccomandare ala Camera le modifiche da apportare allo Statuto della Regione Trentino-Alto Adige (il cosiddetto "pacchetto"), «modifiche che non escono dal concetto di autonomia indicato dalla Costituzione», ha ritenuto di dovere sottolineare l'opportunità "che i giovani siano istruiti nella propria lingua materna da insegnanti appartenenti allo stesso gruppo linguistico"; egli inoltre aggiungeva che "solo eliminando ogni motivo di rivendicazione si crea il necessario presupposto per consentire alla scuola di svolgere la sua funzione fondamentale in un clima propizio per la migliore formazione degli allievi". Queste chiare parole del presidente del Consiglio ci consentono di credere che non si voglia compiere una discriminazione nei confronti della minoranza sarda, ma anche per essa valga il principio enunciato dall'opportunità dell'insegnamento della lingua materna a opera di insegnanti appartenenti allo stesso gruppo linguistico, onde consentire alla scuola di svolgere anche in Sardegna la sua funzione fondamentale in un clima propizio alla migliore formazione per gli allievi. Si chiarisce che tutto ciò non è sciovinismo né rinuncia a una cultura irrinunciabile, ma una civile e motivata iniziativa per realizzare in Sardegna una vera scuola, una vera rinascita, "in un rapporto di competizione culturale con lo stato (…) che arricchisce la Nazione" (Lilliu)». Il Consiglio unanime approva le istanze proposte dal prof. Sanna e invita le competenti autorità politiche a promuovere tutte le iniziative necessarie, sul piano sia scolastico che politico-economico, a sviluppare coerentemente tali principi, nel contempo acquisendo dati atti a mettere in luce il suesposto stato. Cagliari, 19 febbraio 1971. [Farris, Priamo (2016). Problemas e aficàntzias de sa pianificatzioni linguistica in Sardigna. Limba, Istòria, Sotziedadi / Problemi e prospettive della pianificazione linguistica in Sardegna. Lingua, Storia, Società, Youcanprint] ^ "O sardu, si ses sardu e si ses bonu, / Semper sa limba tua apas presente: / No sias che isciau ubbidiente / Faeddende sa limba 'e su padronu. / Sa nassione chi peldet su donu / De sa limba iscumparit lentamente, / Massimu si che l'essit dae mente / In iscritura che in arrejonu. / Sa limba 'e babbos e de jajos nostros / No l'usades pius nemmancu in domo / Prite pobera e ruza la creides. / Si a iscola no che la jughides / Po la difunder menzus, dae como / Sezis dissardizende a fizos bostros." ("O sardo, se sei sardo e sei bravo / abbi sempre presente la tua lingua: / non essere come uno schiavo ubbidiente / che parla la lingua del padrone. / La nazione che perde il dono / della lingua scompare lentamente, / soprattutto se le esce dalla mente / scrivendo e discorrendo. / La lingua dei nostri padri e dei nostri nonni / non la usate più neanche a casa / dal momento che la ritenete povera e rozza. / Se non la portate a scuola / ora, per diffonderla meglio, / starete de-sardizzando i vostri figli.") in Piras, Raimondo. No sias isciau (RTF), su poesias.it. ^ L'italianizzazione culturale della popolazione sarda aveva allora assunto proporzioni tanto considerevoli da indurre il Pellegrini, nella Introduzione all'Atlante storico-linguistico-etnografico friulano, a tessere le lodi dei sardi giacché questi ultimi si dicevano disposti ad accettare che il loro idioma, pur costituendo «un mezzo espressivo assai meno subordinato all'italiano» fosse considerato un semplice "dialetto" dell'italiano, in netto contrasto all'orgoglio e lealtà linguistica dei friulani (Salvi, Sergio (1974). Le lingue tagliate, Rizzoli, p. 195 ; Pellegrini, Giovan Battista (1972). Introduzione all'Atlante storico-linguistico-etnografico friulano (ASLEF), Vol. I, p. 17). Considerazioni analoghe a quelle del Pellegrini erano state avanzate qualche anno prima, nel 1967, dal linguista tedesco Heinz Kloss in riferimento al concetto da lui coniato di Dachsprache ("lingua tetto"); nel suo studio pioneristico, egli osservava come idiomi di comunità quali i sardi, occitani e haitiani, fossero da esse stesse ora percepiti meramente come «dialetti di lingue vittoriose piuttosto che sistemi linguistici autonomi», diversamente dalla profonda lealtà linguistica dei catalani che, nonostante il proibizionismo franchista, non avrebbero mai accettato una siffatta degradazione del loro idioma rispetto all'unica lingua allora ufficiale, lo spagnolo (Kloss, Heinz (1967). "Abstand Languages" and "Ausbau Languages". Anthropological Linguistics, 9 (7), p. 36). ^ È interessante notare come nella questione linguistica sarda possa, per certi versi, sussistere un parallelismo con l'Irlanda, in cui un similare fenomeno ha assunto il nome di circolo vizioso dell'Irish Gaeltacht (Cfr. Edwards 1985). Difatti in Irlanda, all'abbassamento di prestigio del gaelico verificatosi quando esso risultò parlato in aree socialmente ed economicamente depresse, si aggiunse l'emigrazione da tali aree verso quelle urbane e ritenute economicamente più avanzate, nelle quali l'idioma maggioritario (l'inglese) sarebbe stato destinato a sopraffare e prevalere su quello minoritario degli emigranti. ^ Non è un caso che queste tre lingue, protette da accordi internazionali, siano le uniche minoranze linguistiche ritenute da Gaetano Berruto (Lingue minoritarie, in XXI Secolo. Comunicare e rappresentare, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, pp. 335-346, 2009) come non minacciate. Bibliografiche e sitografiche[modifica | modifica wikitesto] ^ Ti Alkire; Carol Rosen, Romance languages : a Historical Introduction, New York, Cambridge University Press, 2010, p. 3. ^ Salta a:a b c d Lubello, Sergio (2016). Manuale Di Linguistica Italiana, De Gruyter, Manuals of Romance linguistics, p.499 ^ AA. VV. Calendario Atlante De Agostini 2017, Novara, Istituto Geografico De Agostini, 2016, p. 230 ^ The World Atlas of Language Structures Online, Sardinian. ^ La tipologia linguistica del sardo, Eduardo Blasco Ferrer revistas.ucm.es Virdis, Plasticità costruttiva della frase sarda (e la posizione del Soggetto), su Academia, Rivista de filologia romanica, 2000. URL consultato il 4 maggio 2024. ^ Salta a:a b Legge 482, su camera.it. URL consultato il 25 novembre 2015 (archiviato dall'url originale il 12 maggio 2015). ^ Salta a:a b Legge Regionale 15 ottobre 1997, n. 26-Regione Autonoma della Sardegna – Regione Autònoma de Sardigna, su regione.sardegna.it. 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Ascoli in poi, tutti i linguisti sono concordi nell'assegnare al sardo un posto particolare fra gl'idiomi neolatini per i varî caratteri che lo distinguono non solo dai dialetti italiani, ma anche dalle altre lingue della famiglia romanza, e che appaiono tanto nella fonetica, quanto nella morfologia e nel lessico.» R. Almagia et al., Sardegna in "Enciclopedia Italiana" (1936)., Treccani, "Parlari". ^ Leopold Wagner, Max. La lingua sarda, a cura di Giulio Paulis (archiviato dall'url originale il 26 gennaio 2016). - Ilisso ^ Manuale di linguistica sarda., 2017, A cura di Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo. Manuals of Romance Linguistics, De Gruyter Mouton, p. 209. ^ Salta a:a b «Il sardo rappresenta un insieme dialettale fortemente originale nel contesto delle varietà neolatine e nettamente differenziato rispetto alla tipologia italoromanza, e la sua originalità come gruppo a sé stante nell’ambito romanzo è fuori discussione.» Toso, Fiorenzo. Lingue sotto il tetto d'Italia. Le minoranze alloglotte da Bolzano a Carloforte - 8. Il sardo, su treccani.it. ^ Salta a:a b «La nozione di alloglossia viene comunemente estesa in Italia anche al sistema dei dialetti sardi, che si considerano come un gruppo romanzo autonomo rispetto a quello dei dialetti italiani.» Fiorenzo Toso, Minoranze linguistiche, su treccani.it, Treccani, 2011. ^ L. 15 dicembre 1999, n. 482 - Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche ^ L'UNESCO e la diversità linguistica. Il caso dell'Italia ^ Salta a:a b «With some 1,6 million speakers, Sardinia is the largest minority language in Italy. Sardinians form an ethnic minority since they show a strong awareness of being an indigenous group with a language and a culture of their own. Although Sardinian appears to be recessive in use, it is still spoken and understood by a majority of the population on the island». Kurt Braunmüller, Gisella Ferraresi (2003). Aspects of multilingualism in European language history. Amsterdam/Philadelphia: University of Hamburg. John Benjamins Publishing Company. p. 238 ^ «Nel 1948 la Sardegna diventa, anche per le sue peculiarità linguistiche, Regione Autonoma a statuto speciale. Tuttavia a livello politico, ufficiale, non cambia molto per la minoranza linguistica sarda, che, con circa 1,2 milioni di parlanti, è la più numerosa tra tutte le comunità alloglotte esistenti sul territorio italiano». De Concini, Wolftraud (2003). Gli altri d'Italia : minoranze linguistiche allo specchio, Pergine Valsugana: Comune, p. 196. ^ Lingue di Minoranza e Scuola, Sardo, su minoranze-linguistiche-scuola.it. URL consultato il 15 aprile 2019 (archiviato dall'url originale il 16 ottobre 2018). ^ Salta a:a b Inchiesta ISTAT 2000 (PDF), su portal-lem.com, pp. 105-107. ^ What Languages are Spoken in Italy?, su worldatlas.com. ^ Andrea Corsale e Giovanni Sistu, Sardegna: geografie di un'isola, Milano, Franco Angeli, 2019, p. 188. ^ «Sebbene in continua diminuzione, i sardi costituiscono tuttora la più grossa minoranza linguistica dello stato italiano con ca. 1 000 000 di parlanti stimati (erano 1 269 000 secondo le stime basate sul censimento del 2001)». Lubello, Sergio (2016). Manuale Di Linguistica Italiana, De Gruyter, Manuals of Romance linguistics, p. 499 ^ Durk Gorter et al., Minority Languages in the Linguistic Landscape, Palgrave Macmillan, 2012, p. 112. ^ Roberto Bolognesi, Un programma sperimentale di educazione linguistica in Sardegna (PDF), su comune.lode.nu.it, 2000, p. 120. URL consultato il 19 giugno 2022 (archiviato dall'url originale il 26 marzo 2023). ^ Cfr. 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Harris, Nigel Vincent, The Romance languages, London, New York, 2003, p. 21. ^ «If present trends continue, it is possible that within a few generations the regional variety of Italian will supplant Sardinian as the popular idiom and that linguists of the future will be obliged to refer to Sardinian only as a substratal influence which has shaped a regional dialect of Italian rather than as a living language descended directly from Latin.» Martin Harris, Nigel Vincent, The Romance languages, London, New York, 2003, p. 349. ^ Salta a:a b c d Il sardo, così vicino, così lontano. Treccani ^ Koryakov Y.B. Atlas of Romance languages. Mosca, 2001 ^ «Sorge ora la questione se il sardo si deve considerare come un dialetto o come una lingua. È evidente che esso è, politicamente, uno dei tanti dialetti dell'Italia, come lo è anche, p. es., il serbo-croato o l'albanese parlato in vari paesi della Calabria e della Sicilia. Ma dal punto di vista linguistico la questione assume un altro aspetto. Non si può dire che il sardo abbia una stretta parentela con alcun dialetto dell'italiano continentale; è un parlare romanzo arcaico e con proprie spiccate caratteristiche, che si rivelano in un vocabolario molto originale e in una morfologia e sintassi assai differenti da quelle dei dialetti italiani». Max Leopold Wagner (1950-1997). La lingua sarda. Storia, spirito e forma. Ilisso. Nuoro, pp. 90-91. ^ Carlo Tagliavini (1982). Le origini delle lingue neolatine. Bologna: Patron. p. 122. ^ Rebecca Posner, John N. Green (1982). Language and Philology in Romance. Mouton Publishers. L'Aja, Parigi, New York. pp. 171 ss. ^ cfr. Ti Alkire, Carol Rosen, Romance Languages: A Historical Introduction, Cambridge University Press, 2010. ^ «L'aspetto che più risulta evidente è la grande conservatività, il mantenimento di suoni che altrove hanno subito notevoli modificazioni, per cui si può dire che anche foneticamente il sardo è fra tutti i parlari romanzi quello che è rimasto più vicino al latino, ne è il continuatore più genuino.» Francesco Mameli, Il logudorese e il gallurese, Soter, 1998, p. 11. ^ Sardegna, isola del silenzio, Manlio Brigaglia, su mclink.it. URL consultato il 24 maggio 2016 (archiviato dall'url originale il 10 maggio 2017). ^ Mario Pei, A New Methodology for Romance Classification, in WORD, Il fondo della lingua sarda di oggi è il latino. La Sardegna è il solo paese del mondo in cui la lingua dei Romani si sia conservata come lingua viva. Questa circostanza ha molto facilitato le mie ricerche nell’isola, perché almeno la metà dei pastori e dei contadini non conoscono l’italiano.» Maurice Le Lannou, a cura di Manlio Brigaglia, Pastori e contadini in Sardegna, Cagliari, Edizioni della Torre, 1941-1979, p. 279. ^ «Prima di tutto, la neonata lingua sarda ingloba un consistente numero di termini e di cadenze provenienti da una lingua originaria preromana, che potremmo chiamare "nuragica".» Salvatore Tola, La Letteratura in Lingua sarda. Testi, autori, vicende, Cagliari, CUEC, 2006, p. 9. ^ Salta a:a b c Heinz Jürgen Wolf, p. 20. ^ Archivio glottologico italiano, vol. 53-54, 1968, p. 209. ^ A.A., Atti del VI [i.e. Sesto] Congresso internazionale di studi sardi, 1962, p. 5 ^ Giovanni Lilliu, La civiltà dei Sardi. Dal Paleolitico all'età dei nuraghi, Nuova ERI, 1988, p. 269. ^ Yakov Malkiel (1947). Romance Philology, v.1, p. 199 ^ «Il Sardo ha una sua speciale fisionomia ed individualità che lo rende, in certo qual modo, il più caratteristico degli idiomi neolatini; e questa speciale individualità del Sardo, come lingua di tipo arcaico e con una fisionomia inconfondibile, traspare già fin dai più antichi testi.» Carlo Tagliavini (1982). Le origini delle lingue neolatine. Bologna: Patron. p. 388. ^ «Fortemente isolati rispetto ai tre gruppi maggiori stanno il sardo e, nel settentrione, il ladino, entrambi considerati come formazioni autonome rispetto al complesso dei dialetti italoromanzi.» Tullio de Mauro, Storia linguistica dell'Italia unita, Editori Laterza, 1991, p. 21. ^ Salta a:a b c d e f Fiorenzo Toso, 2.3, in Le minoranze linguistiche in Italia, Bologna, Società editrice Il Mulino, Moseley, Atlas of the World's languages in Danger, 3rd edition, Paris, UNESCO Publishing, p. 39 ^ Max Leopold Wagner (1952). Il Nome Sardo del Mese di Giugno (Lámpadas) e i Rapporti del Latino d'Africa con quello della Sardegna. Italica, 29 (3), 151-157. doi:10.2307/477388 ^ «Non vi è dubbio che vi erano rapporti più stretti tra la latinità dell'Africa settentrionale e quella della Sardegna. Senza parlare della affinità della razza e degli elementi libici che possano ancora esistere in sardo, non bisogna dimenticare che la Sardegna rimase, durante vari secoli, alle dipendenze dell'esarcato africano». Wagner, M. (1952). Il Nome Sardo del Mese di Giugno (Lámpadas) e i Rapporti del Latino d'Africa con quello della Sardegna. Italica, 29 (3), 152. doi:10.2307/477388 ^ Paolo Pompilio (1455-91): «ubi pagani integra pene latinitate loquuntur et, ubi uoces latinae franguntur, tum in sonum tractusque transeunt sardinensis sermonis, qui, ut ipse noui, etiam ex latino est» ("ove gli abitanti parlano un latino quasi intatto e, quando le parole latine si corrompono, passano allora ai suoni e tratti della lingua sarda, che, da quanto ne so, deriva anch'essa dal latino")». Citato in Michele Loporcaro, Vowel Length from Latin to Romance, Oxford University Press, 2015, p. 48. ^ Traduzione offerta da Michele Amari: «I sardi sono di schiatta RUM AFARIQAH (latina d'Africa), berberizzanti. Rifuggono (dal consorzio) di ogni altra nazione di RUM: sono gente di proposito e valorosa, che non lascia mai l'arme.» Nota di Mohamed Mustafa Bazama: «Questo passo, nel testo arabo, è un poco differente, traduco qui testualmente: "gli abitanti della Sardegna, in origine sono dei Rum Afariqah, berberizzanti, indomabili. Sono una (razza a sé) delle razze dei Rum. [...] Sono pronti al richiamo d'aiuto, combattenti, decisivi e mai si separano dalle loro armi (intende guerrieri nati).» Mohamed Mustafa Bazama, Arabi e sardi nel Medioevo, Cagliari, Editrice democratica sarda, 1988, pp. 17, 162. ^ «Wa ahl Ğazīrat Sardāniya fī aṣl Rūm Afāriqa mutabarbirūn mutawaḥḥišūn min ağnās ar-Rūm wa hum ahl nağida wa hazm lā yufariqūn as-silāḥ‎». Contu, Giuseppe. Sardinia in Arabic sources (PDF), su eprints.uniss.it. URL consultato il 23 aprile 2022 (archiviato dall'url originale il 25 febbraio 2021). Annali della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell'Università di Sassari, Vol. 3 (2003 pubbl. 2005), p. 287-297. ISSN 1828-5384 ^ Attilio Mastino, Storia della Sardegna antica, Edizioni Il Maestrale, 2005, p. 83. ^ «I sardi, popolo di razza latina africana piuttosto barbaro, che vive appartato dal consorzio delle altre genti latine, sono intrepidi e risoluti; essi non abbandonano mai le armi.» Al Idrisi, traduzione e note di Umberto Rizzitano, Il Libro di Ruggero. Il diletto di chi è appassionato per le peregrinazioni attraverso il mondo, Palermo, Flaccovio Editore, 2008. ^ Luigi Pinelli, Gli Arabi e la Sardegna : le invasioni arabe in Sardegna dal 704 al 1016, Cagliari, Edizioni della Torre, 1977, p. 30, 42. ^ J.N. Adams, The Regional Diversification of Latin 200 BC - AD 600, Cambridge University Press, 2007, p. 576, ISBN 978-1-139-46881-7. ^ «Wagner prospetta l’ipotesi che la denominazione sarda, identica a quella berbera, sia una reminiscenza atavica di lontane tradizioni comuni e così commenta (p. 277): "Parlando delle sopravvivenze celtiche, dice il Bertoldi: «Come nell’Irlanda odierna, anche nella Gallia antica una maggiore cedevolezza della “materia” linguistica, suoni e forme, rispetto allo “spirito” che resiste più tenace». Questo vale forse anche per la Sardegna; antichissime usanze, superstizioni, leggende si mantengono più saldamente che non i fugaci fenomeni linguistici".» Max Leopold Wagner, La lingua sarda, Nuoro, Ilisso, 1951–1997, p. 10. ^ Giovanni Battista Pellegrini, Carta dei dialetti d'Italia, Pisa, Pacini, 1977, p. 17, 34. ^ Pellegrini, Giovanni Battista (1970). 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Il sardo e il corso in una nuova classificazione delle lingue romanze, in Archivio Glottologico Italiano, 16, pp. 491-516 ^ «In earlier times Sardinian probably was spoken in Corsica, where Corsican (Corsu), a Tuscan dialect of Italian, is now used (although French has been Corsica’s official language for two centuries).» Sardinian language, Encyclopedia Britannica. ^ «Evidence from early manuscripts suggests that the language spoken throughout Sardinia, and indeed Corsica, at the end of the Dark Ages was fairly uniform and not very different from the dialects spoken today in the central (Nuorese) areas.» Martin Harris, Nigel Vincent (2000). The Romance languages. 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La sua costruzione storica ha origini ben precise e ricostruibili. Nel periodo di esistenza del Regno di Sardegna, l'Isola era suddivisa in due Governatorati, il Capo di Sopra e il Capo di Sotto. Nel XVIII secolo, il naturalista Francesco Cetti, mandato da Torino a studiare la fauna e la natura della Sardegna, e quindi a mappare anche i Sardi, riprese la partizione amministrativa da un celebre commentario cinquecentesco della Carta de Logu utilizzato in ambienti governativi, e la traslò in ambito linguistico. Se esisteva il Capo di Su e il Capo di Sotto, doveva pur esistere un sardo di Su e un sardo di Sotto. Il primo lo denominò logudorese, e il secondo campidanese.» Paolo Caretti et al., Regioni a statuto speciale e tutela della lingua, G. Giappichelli Editore, 2017, p. 79. ^ Marinella Lőrinczi, Confini e confini. Il valore delle isoglosse (a proposito del sardo) (PDF), su people.unica.it, p. 9. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. 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Roberto Bolognesi, Le identità linguistiche dei sardi, Cagliari, Condaghes, 2013, p. 141. ^ Roberto Bolognesi, Le identità linguistiche dei sardi, Cagliari, Condaghes, 2013, p. 138. ^ Roberto Bolognesi, Le identità linguistiche dei sardi, Cagliari, Condaghes, 2013, p. 93. ^ Una lingua unitaria che non ha bisogno di standardizzazioni, Roberto Bolognesi. ^ Contini, Michel (1987). Ètude de géographie phonétique et de phonétique instrumentale du sarde, Edizioni dell'Orso, Cagliari ^ Bolognesi R. & Heeringa W., 2005, Sardegna fra tante lingue. Il contatto linguistico in Sardegna dal Medioevo a oggi, Condaghes, Cagliari ^ Salta a:a b «Queste pretese barriere sono costituite da una manciata di fenomeni lessicali e fonetico-morfologici che, comunque, non impediscono la mutua comprensibilità tra parlanti di diverse varietà del sardo. Detto questo, bisogna ripetere che le varie operazioni di divisione del sardo in due varietà sono tutte basate quasi esclusivamente sull'esistenza di pronunce diverse di lessemi (parole e morfemi) per il resto uguali. […] Come si è visto, non solo la sintassi di tutte le varietà del sardo è praticamente identica, ma la quasi totalità delle differenze morfologiche è costituita da differenze, in effetti, lessicali e la percentuale di parole realmente differenti si aggira intorno al 10% del totale.» Roberto Bolognesi, Le identità linguistiche dei sardi, Cagliari, Condaghes, 2013, p. 141. ^ Cf. Karl Jaberg, Jakob Jud, Sprach- und Sachatlas Italiens und der Südschweiz, vol. 8, Zofingen, Ringier, 1928. ^ «Noi ci atterremo alla partizione ormai classica che divide il Sardo in tre principali dialetti: il Campidanese, il Nuorese, il Logudorese». Maurizio Virdis, Fonetica del dialetto sardo campidanese, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1978, p. 9. ^ Cf. Maria Teresa Atzori, Sardegna, Pisa, Pacini, 1982. ^ Günter Holtus, Michael Metzeltin, Christian Scmitt, Lexicon der romanistischen Linguistik, vol. 4, Tübingen, Niemeyer, pp. 897-913. ^ Stima su un campione di 2715 interviste: Anna Oppo, Le lingue dei sardi (PDF). URL consultato il 15 ottobre 2009 (archiviato dall'url originale il 7 gennaio 2018). ^ Perché si parla catalano ad Alghero? - Corpus Oral de l'Alguerès. ^ La minoranza negata: i Tabarchini, Fiorenzo Toso - Treccani. ^ Meyer Lübke, Grammatica storica della lingua italiana e dei dialetti toscani, 1927, riduzione e traduzione di M. Bartoli, Torino, Loesher, 1972, p. 216. Sta in Francesco Bruni, op. cit., 1992 e 1996, p. 562. ^ «Le lingue che si parlano in Sardegna si possono dividere in istraniere, e nazionali. Straniera totalmente è la lingua d'Algher, la quale è la catalana, a motivo che Algher medesimo è una colonia di Catalani. Straniera pure si deve avere la lingua che si parla in Sassari, Castelsardo e Tempio; è un dialetto italiano, assai più toscano, che non la maggior parte de’ medesimi dialetti d'Italia.» Francesco Cetti, Storia naturale della Sardegna. I quadrupedi, Sassari, 1774. ^ Giovanni Floris, L'uomo in Sardegna: aspetti di antropobiologia ed ecologia umana, Sestu, Zonza, 1998, p. 207. ^ Cfr. Francesco Mameli, Il logudorese e il gallurese, Villanova Monteleone, Soter editrice, 1998. ^ Mauro Maxia, Studi sardo-corsi, 2010, p.69 ^ Francesco Bruni, op. cit., 1992 e 1996. p. 562. ^ Le lingue dei Sardi (PDF)., Sito della Regione Autonoma della Sardegna, Anna Oppo (curatrice del rapporto finale) e AA. Vari (Giovanni Lupinu, Alessandro Mongili, Anna Oppo, Riccardo Spiga, Sabrina Perra, Matteo Valdes), Cagliari, 2007, p. 69. ^ Eduardo Blasco Ferrer (2010), pp. 137-152. ^ Mary Carmen Iribarren Argaiz, Los vocablos en -rr- de la lengua sarda, su dialnet.unirioja.es, 16 aprile 2017. ^ «Sardinia was under the control of Carthage from around 500BC. It was conquered by Rome in 238/7 BC, but was isolated and apparently despised by the Romans, and Romanisation was not rapid.» James Noel Adams (9 January 2003). Bilingualism and the Latin Language. Cambridge University Press. p. 209. ISBN 9780521817714 ^ «Although it is an established historical fact that Roman dominion over Sardinia lasted until the fifth century, it has been argued, on purely linguistic grounds, that linguistic contact with Rome ceased much earlier than this, possibly as early as the first century BC.» Martin Harris, Nigel Vincent (2000). The Romance languages. London and New York: Routledge. p. 315 ^ Ignazio Putzu, "La posizione linguistica del sardo nel contesto mediterraneo", in Neues aus der Bremer Linguistikwerkstatt: aktuelle Themen und Projekte, ed. Cornelia Stroh (Bochum: Universitätsverlag Dr. N. Brockmeyer, 2012), 183. ^ «The last to use that idiom, the inhabitants of the Barbagia, renounced it in the 7th century together with paganism in favor of Latin, still an archaic substratum in the Sardinian language.» Proceedings, VII Congress, Boulder-Denver, Colorado, August 14-September 19, 1965, International Association for Quaternary Research, Indiana University Press, p. 28. ^ «E viceversa gli scrittori romani giudicavano la Sardegna una terra malsana, dove dominava la pestilentia (la malaria), abitata da popoli di origine africana ribelli e resistenti, impegnati in latrocinia ed in azioni di pirateria che si spingevano fino al litorale etrusco; un luogo terribile, scarsamente urbanizzato, destinato a diventare nei secoli la terra d’esilio per i condannati ad metalla». Attilio Mastino, Storia della Sardegna antica, 2ª ed., Il Maestrale, 2009, pp. 15-16. ^ «Cicerone in particolare odiava i Sardi per il loro colorito terreo, per la loro lingua incomprensibile, per l’antiestetica mastruca, per le loro origini africane e per l’estesa condizione servile, per l’assenza di città alleate dei Romani, per il rapporto privilegiato dei Sardi con l’antica Cartagine e per la resistenza contro il dominio di Roma.» Attilio Mastino, Storia della Sardegna antica, 2ª ed., Il Maestrale, 2009, p. 16. ^ Heinz Jürgen Wolf, pp. 19-20. ^ Salta a:a b Giovanni Lupinu, Storia della lingua sarda (PDF), su vatrarberesh.it, 19 aprile 2017. ^ Michele Loporcaro, Profilo linguistico dei dialetti italiani, Editori Laterza, 2009, p. 170. ^ Per una lista di vocaboli considerati ormai già desueti all'epoca di Varrone, cf. Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. 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Presentazione del 2007 di Francesco Cossiga, Logus, Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice Democratica Sarda, 1978, p. 49. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice Democratica Sarda, 1978, p. 49, 64. ^ «La lingua sarda acquisì dignità di lingua nazionale già dall'ultimo scorcio del secolo XI quando, grazie a favorevoli circostanze storico-politiche e sociali, sfuggì alla limitazione dell'uso orale per giungere alla forma scritta, trasformandosi in volgare sardo». Cecilia Tasca, Manoscritti e lingua sarda, Cagliari, La memoria storica, 2003, p. 15. ^ «I Sardi inoltre sono i primi fra tutti i popoli di lingua romanza a fare della lingua comune della gente, la lingua ufficiale dello Stato, del Governo…» Mario Puddu, Istoria de sa limba sarda, Selargius, Ed. 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(...) il sardo era usato prevalentemente in documenti a circolazione interna, il latino in documenti che concernevano il rapporto con il continente.» Lorenzo Renzi, Alvise Andreose, Manuale di linguistica e filologia romanza, Il Mulino, 2009, pp. 256-257. ^ Livio Petrucci, Il problema delle Origini e i più antichi testi italiani, in Storia della lingua italiana, vol. 3, Torino, Einaudi, p. 58. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice Democratica Sarda, 1978, p. 50. ^ Salta a:a b Salvatore Tola, La Letteratura in Lingua sarda. Testi, autori, vicende, Cagliari, CUEC, 2006, p. 11. ^ Salta a:a b «Sardos etiam, qui non Latii sunt sed Latiis associandi videntur, eiciamus, quoniam soli sine proprio vulgari esse videntur, gramaticam tanquam simie homines imitantes: nam domus nova et dominus meus locuntur.» Dantis Alagherii De Vulgari Eloquentia., Liber Primus, The Latin Library (Lib. I, XI, 7) ^ Salta a:a b «Eliminiamo anche i Sardi (che non sono Italiani, ma sembrano accomunabili agli Italiani) perché essi soli appaiono privi di un volgare loro proprio e imitano la "gramatica" come le scimmie imitano gli uomini: dicono infatti "domus nova" e "dominus meus".» De Vulgari Eloquentia. URL consultato il 9 giugno 2019 (archiviato dall'url originale l'11 aprile 2018)., parafrasi e note a cura di Sergio Cecchin. Edizione di riferimento: Opere minori di Dante Alighieri, vol. II, UTET, Torino 1986 ^ Salta a:a b Marinella Lőrinczi, La casa del signore. La lingua sarda nel De vulgari eloquentia (PDF). ^ Domna, tant vos ai preiada (BdT 392.7), vv. 74-75. ^ Leopold Wagner, Max. La lingua sarda, a cura di Giulio Paulis (archiviato dall'url originale il 26 gennaio 2016). - Ilisso, pp.78 ^ Salvi, Sergio. Le lingue tagliate: storia delle minoranze linguistiche in Italia, Rizzoli, 1975, p. 195 ^ Rebecca Posner, John N. Green (1982). Language and Philology in Romance. 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Elena, p. 11. ^ Tale indirizzo politico, poi palesatosi con la lunga guerra sardo-catalana, era già manifesto nel 1164 sotto la reggenza di Barisone I de Lacon-Serra, il cui sigillo recava le iscrizioni, di tipo decisamente "sardista" (Casula, Francesco Cesare. La scrittura in Sardegna dal nuragico ad oggi, Carlo Delfino Editore, p.91) Baresonus Dei Gratia Rei Sardiniee ("Barisone, per grazia di Dio Re di Sardegna") e Est vis Sardorum pariter regnum Populorum ("È la forza dei Sardi pari al regno dei Popoli"). ^ Salta a:a b «I sardi di Arborea si allearono ai catalani per cacciare gli italiani. I pisani, battuti, lasciarono l'isola nel 1326. I genovesi seguirono la stessa sorte nel 1348. La nuova dominazione innesca però una sorta di rudimentale sentimento nazionale isolano. I sardi, cacciati finalmente i vecchi dominatori (gli italiani) intendono cacciare anche i catalani. Mariano IV di Arborea vuole infatti unificare l'isola sotto il suo scettro e impegna a tal punto le forze catalane che Pietro IV di Aragona è costretto a venire di persona nell'isola al comando di un nuovo esercito per consolidare la sua conquista.» Sergio Salvi, Le lingue tagliate, Rizzoli, 1974, p. 179. ^ «È evidente», scrive Francesco Cesare Casula, «che la diversità di lingua e forse un atteggiamento di superiorità nei confronti dei Sardi da parte degli Aragonesi mal accetto in generale e in particolare in un Paese che si considerava sovrano fece sì che l'Arborea si mantenesse fedele alla tradizione italiana ormai recepita da secoli e adattata alle esigenze locali.» Francesco Cesare Casula, Cultura e scrittura nell'Arborea al tempo della Carta de Logu, sta in Il mondo della Carta de Logu, Cagliari, 1979, 3 tomi, p. 71-109. La citazione si trova in: Francesco Bruni (direttore), AA.VV. Storia della lingua italiana, vol. II, Dall'Umbria alle Isole, Utet, Torino, 1992 e 1996, Garzanti, Milano, 1996, p. 581, ISBN 88-11-20472-0. ^ Lo studio delle fonti documentarie di Arborea effettuato da Francesco Cesare Casula rileverebbe, a detta dell'autore, non solo una qual certa influenza toscana, ma persino «un'affermazione di italianità». Francesco Cesare Casula, op. cit., 1979, p. 87; sta in Francesco Bruni (direttore), op. cit., vol II 1992 e 1996, p. 584. ^ Francesco Bruni (direttore), op. cit., vol. II, 1992 e 1996, p. 584-585. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Storia linguistica della Sardegna, Tübingen, Niemeyer, 1984, p. 132. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice Democratica Sarda, 1978, p. 83. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice Democratica Sarda, 1978, p. 57. ^ Francesco Cesare Casula sostiene che «chi non parlava o non capiva il sardo, per timore che fosse aragonese, veniva ucciso», riportando il caso di due giocolieri siciliani che, trovandosi a Bosa in quel periodo, furono aggrediti perché «creduti iberici per la loro lingua incomprensibile». Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice Democratica Sarda, 1978, pp. 56-57. ^ Cfr. Francesco Cesare Casula, Le rivolte antiaragonesi nella Sardegna regnicola, 5, in Il Regno di Sardegna, vol. 1, Logus, ISBN 9788898062102. ^ Ibidem ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice Democratica Sarda, 1978, pp. 38-39. ^ Francesco Cesare Casula, Profilo storico della Sardegna catalano-aragonese, Cagliari, Edizioni della Torre, 1982, p. 128. ^ Proto Arca Sardo; Maria Teresa Laneri, De bello et interitu marchionis Oristanei, Cagliari, CUEC, 2003. URL consultato il 17 marzo 2022 (archiviato dall'url originale il 4 agosto 2020). ^ Max Leopold Wagner, La lingua sarda. Storia, spirito e forma, Nuoro, Ilisso, 1997, pp. 68-69. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Cagliari, Editrice Democratica Sarda, 1978, p. 29. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Cagliari, Editrice Democratica Sarda, 1978, p. 28. ^ Francesco Cesare Casula, La Sardegna catalano-aragonese, 6, in Il Regno di Sardegna, vol. 2, Logus, Casula, La storia di Sardegna, 1994, p. 424. ^ Salta a:a b «[I Sardi] parlano una loro lingua peculiare, il sardo, sia in versi che in prosa, e questo in particolare nel Capo del Logudoro ove è più pura, più ricca ed elegante. E giacché sono immigrati qui, e ogni giorno ve ne giungono altri per praticarvi il commercio, molti spagnoli (tarragonesi o catalani) e italiani, si parlano anche le lingue spagnola (tarragonese o catalana) e quella italiana, sicché in un medesimo popolo si dialoga in tutti questi idiomi. I Cagliaritani e gli Algheresi si esprimono però, in genere, nella lingua dei loro maggiori, cioè il catalano, mentre gli altri conservano quella autentica dei Sardi.» Testo originale: «[Sardi] Loquuntur lingua propria sardoa, tum ritmice, tum soluta oratione, praesertim in Capite Logudorii, ubi purior copiosior, et splendidior est. Et quia Hispani plures Aragonenses et Cathalani et Itali migrarunt in eam, et commerciorum caussa quotidie adventant, loquuntur etiam lingua hispanica et cathalana et italica; hisque omnibus linguis concionatur in uno eodemque populo. Caralitani tamen et Algharenses utuntur suorum maiorum lingua cathalana; alii vero genuinam retinent Sardorum linguam.» Ioannes Franciscus Fara, De Chorographia Sardiniæ Libri duo. De Rebus Sardois Libri quatuor, Torino, Typographia regia, 1835-1580, p. 51. Traduzione di Giovanni Lupinu, da Ioannis Francisci Farae (1992-1580), In Sardiniae Chorographiam, v.1, "Sulla natura e usi dei Sardi", Gallizzi, Sassari. ^ Max Leopold Wagner, La lingua sarda. Storia, spirito e forma, Nuoro, Ilisso, 1997, p. 185. ^ Salta a:a b c Francesco Manconi, La Sardegna al tempo degli Asburgo (secoli XVI-XVII), Il Maestrale, 2010, p. 24. ^ Cfr. J. Dexart, Capitula sive acta curiarum Regni Sardiniae, Calari, 1645. lib. I, tit. 4, cap. 1 ^ «Tutta la popolazione sarda che non abitava le città e che era vassalla nei feudi era retta dalla Carta de Logu, promulgata da Eleonora d’Arborea verso il 1395 e dichiarata legge nazionale dei Sardi da Alfonso V nel parlamento tenuto in Cagliari nel 1421.» Max Leopold Wagner, La lingua sarda. Storia, spirito e forma, Nuoro, Ilisso, 1997, p. 69. ^ Max Leopold Wagner, La lingua sarda: storia, spirito e forma, Bern, Francke, 1951, p. 186. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. 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URL consultato il 19 marzo 2022 (archiviato dall'url originale il 29 dicembre 2020)... «certamente i sardi ebbero un tempo una lingua propria, ma poiché diversi popoli immigrarono nell'isola e il suo governo fu assunto da sovrani stranieri (vale a dire da Latini, Pisani, Genovesi, Spagnoli e Africani), la loro lingua fu pesantemente corrotta, pur rimanendo un gran numero di vocaboli che non si ritrovano in alcun idioma. Ancor oggi essa conserva molti vocaboli della parlata latina. […] È per questo che i sardi, a seconda delle zone, parlano in maniera tanto diversa: appunto perché ebbero una dominazione così varia; ciò nonostante, fra loro si comprendono perfettamente. In questa isola vi sono comunque due lingue principali, una che si usa nelle città e un'altra che si usa al di fuori delle città: i cittadini parlano comunemente la lingua spagnola, tarragonese o catalana, che appresero dagli ispanici, i quali ricoprono in quelle città la gran parte delle magistrature; gli altri, invece, conservano la lingua genuina dei sardi.» Testo originale: «Habuerunt quidem Sardi linguam propriam, sed quum diversi populi immigraverint in eam atque ab exteris principibus eius imperium usurpatum fuerit, nempe Latinis, Pisanis, Genuensibus, Hispanis et Afris, corrupta fuit multum lingua eorum, relictis tamen plurimis vocabulis, quae in nullo inveniuntur idiomate. […] Hinc est quod Sardi in diversis locis tam diverse loquuntur, iuxta quod tam varium habuerunt imperium, etiamsi ipsi mutuo sese recte intelligant. Sunt autem duae praecipuae in ea insula linguae, una qua utuntur in civitatibus, et altera qua extra civitates. Oppidani loquuntur fere lingua Hispanica, Tarraconensi seu Catalana, quam didicerunt ab Hispanis, qui plerumque magistratum in eisdem gerunt civitatibus: alii vero genuinam retinent Sardorum Linguam.» Sigismondo Arquer; Maria Teresa Laneri, Sardiniae brevis historia et descriptio (PDF), CUEC, Turtas, Raimondo (1981). La questione linguistica nei collegi gesuitici in Sardegna nella seconda metà del Cinquecento, in "Quaderni sardi di storia" 2, p. 60. ^ Giancarlo Sorgia, Storia della Sardegna spagnola, Sassari, Chiarella, 1987, p. 37. ^ Max Leopold Wagner, op. cit., 1951, p. 391 e Antonio Sanna, Il dialetto di Sassari, Cagliari, Trois, 1975, p. 18 e seg. Entrambi sono in Francesco Bruni, op. cit., 1992 e 1996, p. 562 ^ Bruno Migliorini, Breve storia della lingua italiana, Firenze, Sansoni, 1969, p. 138. ^ «Per quant en lo present regne hi ha algunes citats, com es la vila de Iglesias y Bosa, que tenen capitol de breu, ab lo qual se regexen, y son en llengua pisana o italiana; y por lo semblant la ciutat de Sasser té alguns capitols en llengua genovese o italiana; y per quant se veu no convé ni es just que lleys del regne stiguen en llengua strana, que sia provehit y decretat que dits capitols sien traduhits en llengua sardesca o catalana, y que los de llengua italiana sien abolits, talment que no reste memoria de aquells». E. 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Movimenti religiosi penitenziali in Logudoro, L'Asfodelo Editore, 1987 ^ «Il brano qui riportato non è soltanto illustrativo di una chiara evoluzione di diglossia con bilinguismo dei ceti medio-alti (il cavaliere sa lo spagnolo e il sardo), ma anche di un rapporto gerarchico, tra lingua dominante (o "egèmone", come direbbe Gramsci) e subordinata, che tuttavia concede spazio al codice etnico, rispettato e persino appreso dai conquistatori.» Eduardo Blasco Ferrer, Giorgia Ingrassia (a cura di). Storia della lingua sarda : dal paleosardo alla musica rap, evoluzione storico-culturale, letteraria, linguistica. Scelta di brani esemplari commentati e tradotti, 2009, Cuec, Cagliari, p. 99. ^ Francesco Manconi, La Sardegna al tempo degli Asburgo, Il Maestrale, 2010, p. 35. ^ «Los tercios españoles solo podían ser comandados por soldados que hablasen castellano, catalán, portugués o sardo. 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Una limba chi de seguru bisongiat de irrichimentos e de afinicamentos, ma non est de contu prus pagu de sas ateras limbas neolatinas.» ("Tutte le nazioni scrivono e stampano libri nella propria lingua natale, e dunque anche la Sardegna - dal momento che è una nazione - deve scrivere e stampare libri in lingua sarda. Una lingua - segue il Garipa - che senza dubbio necessita di arricchimenti e limature, ma non è meno importante rispetto alle altre lingue neolatine."). Casula, Francesco. Sa chistione de sa limba in Montanaru e oe (PDF). ^ Paolo Maninchedda (2000): Nazionalismo, cosmopolitismo e provincialismo nella tradizione letteraria della Sardegna (secc. XV–XVIII), in: Revista de filología Románica, 17, p. 178. ^ Salvi, Sergio (1974). Le lingue tagliate, Rizzoli, pg. 180. ^ Salta a:a b Manlio Brigaglia, La Sardegna, 1. 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Storia della lingua sarda : dal paleosardo alla musica rap, evoluzione storico-culturale, letteraria, linguistica. Scelta di brani esemplari commentati e tradotti, 2009, Cuec, Cagliari, p. 110 ^ Rossana Poddine Rattu. Biografia dei viceré sabaudi del Regno di Sardegna (1720-1848). Cagliari: Della Torre. p. 31. ^ Luigi La Rocca, La cessione del Regno di Sardegna alla Casa Sabauda. Gli atti diplomatici e di possesso con documenti inediti, in "Miscellanea di Storia Italiana. Terza Serie", v.10, Torino, Fratelli Bocca, 1905, pp. 180-188. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo (2017). Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics. De Gruyter Mouton. p. 210. ^ «… La più diffusa, e storicamente precocissima, consapevolezza dell'isola circa lo statuto di "lingua a sé" del sardo, ragion per cui il rapporto tra il sardo e l'italiano ha teso a porsi fin dall'inizio nei termini di quello tra due lingue diverse (benché con potere e prestigio evidentemente diversi), a differenza di quanto normalmente avvenuto in altre regioni italiane, dove, tranne forse nel caso di altre minoranze storiche, la percezione dei propri "dialetti" come "lingue" diverse dall'italiano sembrerebbe essere un fatto relativamente più recente e, almeno apparentemente, meno profondamente e drammaticamente avvertito.» Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter Mouton, 2017, p. 209. ^ «La consapevolezza di alterità rispetto all'italiano si spiega facilmente non solo per i quasi 400 anni di fila sotto il dominio ispanico, che hanno agevolato nei sardi, rispetto a quanto avvenuto in altre regioni italiane, una prospettiva globalmente più distaccata nei confronti della lingua italiana, ma anche per il fatto tutt'altro che banale che già i catalani e i castigliani consideravano il sardo una lingua a sé stante, non solo rispetto alla propria ma anche rispetto all'italiano.» Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter Mouton, 2017, p. 210. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter Mouton, 2017, p. 209. ^ L'ufficiale Giulio Bechi ebbe a dire dei sardi che parlavano «un terribile idioma, intricato come il saraceno, sonante come lo spagnolo. [...] immagina del latino pestato nel mortaio con del greco e dello spagnolo, con un pizzico di saraceno, masticato fitto fitto in una barba con delle finali in os e as; sbatti tutto questo in faccia a un mortale e poi dimmi se non val lo stesso esser sordomuti!» Giulio Bechi, Caccia grossa. Scene e figure del banditismo sardo, Nuoro, Ilisso, 1997, 1900, p. 43, 64. ^ «Lingue fuori dell'Italiano e del Sardo nessuno ne impara, e pochi uomini capiscono il francese; piuttosto lo spagnuolo. La lingua spagnuola s'accosta molto anche alla Sarda, e poi con altri paesi poco sono in relazione. [...] La popolazione della Sardegna pare dalli suoi costumi, indole, etc., un misto di popoli di Spagna, e del Levante conservano vari usi, che hanno molta analogia con quelli dei Turchi, e dei popoli del Levante; e poi vi è mescolato molto dello Spagnuolo, e dirò così, che pare una originaria popolazione del Levante civilizzata alla Spagnuola, che poi coll'andare del tempo divenne più originale, e formò la Nazione Sarda, che ora distinguesi non solo dai popoli del Levante, ma anche da quelli della Spagna.» Francesco D'Austria-Este, Descrizione della Sardegna (1812), ed. Giorgio Bardanzellu, Cagliari, Della Torre, 1993, 1812, p. 43, 64. ^ […]«È tanto nativa per me la lingua italiana, come la latina, francese o altre forestiere che solo s'imparano in parte colla grammatica, uso e frequente lezione de' libri, ma non si possiede appieno» diceva infatti Andrea Manca Dell'Arca, agronomo sassarese della fine del Settecento ('Ricordi di Santu Lussurgiu di Francesco Maria Porcu In Santu Lussurgiu dalle Origini alla "Grande Guerra" - Grafiche editoriali Solinas - Nuoro, 2005) ^ Francesco Sabatini, Minoranze e culture regionali nella storiografia linguistica italiana, in I dialetti e le lingue delle minoranze di fronte all'italiano (Atti dell'XI Congresso internazionale di studi della SLI, Società di linguistica italiana, a cura di Federico Albano Leoni, Cagliari, 27-30 maggio 1977 e pubblicati da Bulzoni, Roma, 1979, p. 14.) ^ «L'italianizzazione dell'isola fu un obiettivo fondamentale della politica sabauda, strumentale a un più ampio progetto di assimilazione della Sardegna al Piemonte.» Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, p. 92 ^ «En aquest sentit, la italianització definitiva de l'illa representava per a ell l'objectiu més urgent, i va decidir de contribuir-hi tot reformant les Universitats de Càller i de Sàsser, bandejant-ne alhora els jesuïtes de la direcció per tal com mantenien encara una relació massa estreta amb la cultura espanyola. El ministre Bogino havia entès que només dins d'una Universitat reformada podia crear-se una nova generació de joves que contribuïssin a homogeneïtzar de manera absoluta Sardenya amb el Piemont.» Joan Armangué i Herrero (2006). Represa i exercici de la consciència lingüística a l'Alguer (ss. XVIII-XX), Arxiu de Tradicions de l'Alguer, Cagliari, I.1 ^ The phonology of Campidanian Sardinian : a unitary account of a self-organizing structure, Roberto Bolognesi, The Hague: Holland Academic Graphics, p. 3 ^ Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, pp. 88, 91. ^ «Ai funzionari sabaudi, inseriti negli ingranaggi dell'assolutismo burocratico ed educati al culto della regolarità e della precisione, l'isola appariva come qualcosa di estraneo e di bizzarro, come un Paese in preda alla barbarie e all'anarchia, popolato di selvaggi tutt'altro che buoni. Era difficile che quei funzionari potessero considerare il diverso altrimenti che come puro negativo. E infatti essi presero ad applicare alla Sardegna le stesse ricette applicate al Piemonte. Dirigeva la politica per la Sardegna il ministro Bogino, ruvido e inflessibile.». Guerci, Luciano (2006). L'Europa del Settecento : permanenze e mutamenti , UTET, p. 576 ^ Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, p.80 ^ Salta a:a b c Manlio Brigaglia, La Sardegna, 1. La geografia, la storia, l'arte e la letteratura, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, p. 77. ^ Salta a:a b Bolognesi, Roberto; Heeringa, Wilbert. Sardegna fra tante lingue, pp.25, 2005, Condaghes ^ Salta a:a b Salvi, Sergio (1974). Le lingue tagliate, Rizzoli, pg. 181 ^ «In Sardegna, dopo il passaggio alla casa di Savoia, lo spagnolo perde terreno, ma lentissimamente: solo nel 1764 l'italiano diventa lingua ufficiale nei tribunali e nell'insegnamento». Bruno Migliorini, La Rassegna della letteratura italiana, vol. 61, Firenze, Le Lettere, 1957, p. 398. ^ «Anche la sostituzione dell'italiano allo spagnolo non avvenne istantaneamente: quest'ultimo restò lingua ufficiale nelle scuole e nei tribunali fino al 1764, anno in cui da Torino fu disposta una riforma delle università di Cagliari e Sassari e si stabilì che l'insegnamento scolastico dovesse essere solamente in italiano.» Michele Loporcaro, Profilo linguistico dei dialetti italiani, Editori Laterza, 2009, p. 9. ^ Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, p. 89 ^ «L'attività riformatrice si allargò anche ad altri campi: scuole in lingua italiana per riallacciare la cultura isolana a quella del continente, lotta contro il banditismo, ripopolamento di terre e ville deserte con Liguri, Piemontesi, Còrsi.» Roberto Almagia et al., Sardegna, Enciclopedia Italiana (1936)., Treccani, "Storia". ^ Rivista storica italiana, vol. 104, Edizioni scientifiche italiane, 1992, p. 55. ^ Clemente Caria, Canto sacro-popolare in Sardegna, Oristano, S'Alvure, 1981, p. 45. ^ Sant'Efisio cantato in castigliano: rinvenuti gosos dell'800, su unionesarda.it, 2017. ^ «Il sistema di controllo capillare, in ambito amministrativo e penale, che introduce il Governo sabaudo, rappresenterà, fino all'Unità, uno dei canali più diretti di contatto con la nuova lingua "egemone" (o lingua-tetto) per la stragrande maggioranza della popolazione sarda.» Eduardo Blasco Ferrer, Giorgia Ingrassia (a cura di). Storia della lingua sarda : dal paleosardo alla musica rap, evoluzione storico-culturale, letteraria, linguistica. Scelta di brani esemplari commentati e tradotti, 2009, Cuec, Cagliari, p. 111. ^ Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, pp. 89, 92. ^ Francesco Gemelli, Luigi Valenti Gonzaga, Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento di sua agricoltura, vol. 2, Torino, Giammichele Briolo, 1776. ^ Matteo Madao, Saggio d'un'opera intitolata Il ripulimento della lingua sarda lavorato sopra la sua analogia colle due matrici lingue, la greca e la latina, Cagliari, Bernardo Titard, 1782. ^ Matteo Madau, Dizionario Biografico Treccani, su treccani.it. ^ Marcel Farinelli, Un arxipèlag invisible: la relació impossible de Sardenya i Còrsega sota nacionalismes, segles XVIII-XX, su tdx.cat, Universitat Pompeu Fabra. 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Innovazione e modernizzazione in Sardegna. Condaghes. ^ Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Giangiacomo Ortu, 2006. Storia della Sardegna dal Settecento a oggi, v. 2, Editori Laterza, p. 84. ^ Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Giangiacomo Ortu, 2006. Storia della Sardegna dal Settecento a oggi, v. 2, Editori Laterza, p. 92. ^ «[Il Porru] In generale considera la lingua un patrimonio che deve essere tutelato e migliorato con sollecitudine. In definitiva, per il Porru possiamo ipotizzare una probabilmente sincera volontà di salvaguardia della lingua sarda che però, dato il clima di severa censura e repressione creato dal dominio sabaudo, dovette esprimersi tutta in funzione di un miglior apprendimento dell'italiano. Siamo nel 1811, ancora a breve distanza dalla stagione calda della rivolta antifeudale e repubblicana, dentro il periodo delle congiure e della repressione.» Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, pp. 112-113. ^ Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Giangiacomo Ortu, 2006. Storia della Sardegna dal Settecento a oggi, v. 2, Editori Laterza, p. 93 ^ Johanne Ispanu, Ortographia Sarda Nationale o siat Grammatica de sa limba logudoresa cumparada cum s'italiana (PDF), su sardegnadigitallibrary.it, Kalaris, Reale Stamperia, 1840. URL consultato il 26 giugno 2019 (archiviato dall'url originale il 26 giugno 2019). ^ […]Ciononostante le due opere dello Spano sono di straordinaria importanza, in quanto aprirono in Sardegna la discussione sul "problema della lingua sarda", quella che sarebbe dovuta essere la lingua unificata e unificante, che si sarebbe dovuta imporre in tutta l'isola sulle particolarità dei singoli dialetti e suddialetti, la lingua della nazione sarda, con la quale la Sardegna intendeva inserirsi tra le altre nazioni europee, quelle che nell'Ottocento avevano già raggiunto o stavano per raggiungere la loro attuazione politica e culturale, compresa la nazione italiana. E proprio sulla falsariga di quanto era stato teorizzato e anche attuato a favore della nazione italiana, che nell'Ottocento stava per portare a termine il processo di unificazione linguistica, elevando il dialetto fiorentino e toscano al ruolo di "lingua nazionale", chiamandolo "italiano illustre", anche in Sardegna l'auspicata "lingua nazionale sarda" fu denominata "sardo illustre". Massimo Pittau, Grammatica del sardo illustre, Nuoro, pp. 11-12, Premessa. ^ «Il presente lavoro però restringesi propriamente al solo Logudorese ossia Centrale, che questo forma la vera lingua nazionale, la più antica e armoniosa e che soffrì alterazioni meno delle altre». Ispanu, Johanne (1840). Ortographia sarda nationale o siat grammatica de sa limba logudoresa cumparada cum s'italiana, pg. 12 ^ Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Giangiacomo Ortu, 2006. Storia della Sardegna dal Settecento a oggi, v. 2, Editori Laterza, p. 94. ^ "Una innovazione in materia di incivilimento della Sardegna e d'istruzione pubblica, che sotto vari aspetti sarebbe importantissima, si è quella di proibire severamente in ogni atto pubblico civile non meno che nelle funzioni ecclesiastiche, tranne le prediche, l'uso dei dialetti sardi, prescrivendo l'esclusivo impiego della lingua italiana. In sardo si gettano i cosiddetti pregoni o bandi; in sardo si cantano gl'inni dei Santi (Goccius), alcuni dei quali privi di dignità… È necessario inoltre scemare l'uso del dialetto sardo [sic] e introdurre quello della lingua italiana anche per altri non men forti motivi; ossia per incivilire alquanto quella nazione, sì affinché vi siano più universalmente comprese le istruzioni e gli ordini del Governo… sì finalmente per togliere una delle maggiori divisioni, che sono fra la Sardegna e i Regi stati di terraferma." Carlo Baudi di Vesme, Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, Dalla Stamperia Reale, 1848, pp. 49-51. ^ «In una sua opera del 1848 egli mostra di considerare la situazione isolana come carica di pericoli e di minacce per il Piemonte e propone di procedere colpendo innanzitutto con decisione la lingua sarda, proibendola cioè "severamente in ogni atto pubblico civile non meno che nelle funzioni ecclesiastiche, tranne le prediche". Baudi di Vesme non si fa illusioni: l'antipiemontesismo non è mai venuto meno nonostante le proteste e le riaffermazioni di fratellanza con i popoli di terraferma; si è vissuti anzi fino a quel momento - aggiunge - non in attesa di una completa unificazione della Sardegna al resto dello Stato ma addirittura di un "rinnovamento del novantaquattro", cioè della storica "emozione popolare" che aveva portato alla cacciata dei Piemontesi. Ma, rimossi gli ostacoli che sul piano politico-istituzionale e soprattutto su quello etnico e linguistico differenziano la Sardegna dal Piemonte, nulla potrà più impedire che l'isola diventi un tutt'uno con gli altri Stati del re e si italianizzi davvero». Federico Francioni, Storia dell'idea di "nazione sarda", in Manlio Brigaglia, La Sardegna, 2. La cultura popolare, l'economia, l'autonomia, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, pp. 173-174. ^ Salta a:a b c d Carlo Baudi di Vesme, Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, Dalla Stamperia Reale, 1848, p. 306. ^ Carlo Baudi di Vesme, Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, Dalla Stamperia Reale, 1848, p. 305. ^ Carlo Baudi di Vesme, Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, Dalla Stamperia Reale, 1848, p. 313. ^ Sebastiano Ghisu, 3, 8, in Filosofia de logu, Milano, Meltemi, 2021. ^ Salta a:a b Salvi, Sergio (1974). Le lingue tagliate, Rizzoli, pg.184 ^ «Des del seu càrrec de capità general, Carles Fèlix havia lluitat amb mà rígida contra les darreres actituds antipiemonteses que encara dificultaven l'activitat del govern. Ara promulgava el Codi felicià (1827), amb el qual totes les lleis sardes eren recollides i, sovint, modificades. Pel que ara ens interessa, cal assenyalar que el nou codi abolia la Carta de Logu – la «consuetud de la nació sardesca», vigent des de l'any 1421 – i allò que restava de l'antic dret municipalista basat en el privilegi.» Joan Armangué i Herrero (2006). Represa i exercici de la consciència lingüística a l'Alguer (ss. XVIII-XX), Arxiu de Tradicions de l'Alguer, Cagliari, I.1 ^ Cimitero antico, su Sito ufficiale del comune di Ploaghe. ^ Carlo Baudi di Vesme, Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, Dalla Stamperia Reale, 1848, p. 167. ^ Pietro Martini, Sull’unione civile della Sardegna colla Liguria, con il Piemonte e colla Savoia, Cagliari, Timon, 1847, p. 4. ^ Salta a:a b c d Toso, Fiorenzo. Lingue sotto il tetto d'Italia. Le minoranze alloglotte da Bolzano a Carloforte - 8. Il sardo, su treccani.it. ^ Dettori, Antonietta, 2001. Sardo e italiano: tappe fondamentali di un complesso rapporto, in Argiolas, Mario; Serra, Roberto. Limba lingua language: lingue locali, standardizzazione e identità in Sardegna nell’era della globalizzazione, Cagliari, CUEC, p. 88. ^ Gian Nicola Spanu, Il primo inno d'Italia è sardo (PDF). URL consultato il 23 dicembre 2018 (archiviato dall'url originale l'11 ottobre 2017). ^ Carboni, Salvatore (1881). 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Percorsi e prospettive della lingua materna nella poesia contemporanea di Sardegna" : giornate di studio, Ozieri, 4-5-6 maggio 1995, Centro di documentazione e studio della letteratura regionale, 1997, p. 346. ^ «Il ventennio fascista segnò per la Sardegna l'ingresso nel sistema nazionale. Il centralismo esasperato del governo fascista riuscì, seppure - come si dirà - con qualche contraddizione, a tacitare le istanze regionalistiche, comprimendole violentemente. La Sardegna fu colonialisticamente integrata nella cultura nazionale: modi di vita, costumi, visioni generali, parole d'ordine politiche furono imposte sia attraverso la scuola (dalla quale partì un'azione repressiva nei confronti della lingua sarda), sia attraverso l'organizzazione del partito (che accompagnò, come in ogni altra regione d'Italia, i sardi dalla prima infanzia alla maturità, oltre tutto coinvolgendo per la prima volta - almeno nelle città - anche le donne). La trasformazione che ne seguì fu vasta e profonda.» Guido Melis, La Sardegna contemporanea, in Manlio Brigaglia, La Sardegna. La geografia, la storia, l'arte e la letteratura, vol. 1, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, p. 132. ^ Salta a:a b Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda, De Gruyter Mouton, 2017, p. 36. ^ Salta a:a b Remundu Piras, su sardegnacultura.it. URL consultato il 17 febbraio 2018 (archiviato dall'url originale il 30 ottobre 2020). Sardegna Cultura. ^ «Dopo pisani e genovesi si erano susseguiti aragonesi di lingua catalana, spagnoli di lingua castigliana, austriaci, piemontesi ed, infine, italiani […] Nonostante questi impatti linguistici, la "limba sarda" si mantiene relativamente intatta attraverso i secoli. […] Fino al fascismo: che vietò l'uso del sardo non solo in chiesa, ma anche in tutte le manifestazioni folkloristiche». Wolftraud De Concini, Gli altri d'Italia : minoranze linguistiche allo specchio, Pergine Valsugana, Comune, 2003, pp. 195-196. ^ Marcel A. Farinelli, ‘The invisible motherland? The Catalan-speaking minority in Sardinia and Catalan nationalism’, in: Studies on National Movements, 2 (2014), p. 15. ^ Massimo Pittau, Grammatica del sardo illustre, Nuoro, Premessa. ^ Sergio Salvi, Le lingue tagliate, Rizzoli, 1974, p. 191. ^ Est torradu Montanaru, Francesco Masala, Messaggero, 1982 (PDF). 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La differenza tra modernità e tradizione è ai loro occhi di sostanza, si tratta di due tipi di società opposti per natura, in cui non esiste continuità di pratiche, di attori, né esistono forme miste.» Alessandro Mongili (2015). "9". Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna. Condaghes. ^ Martin Harris, Nigel Vincent, The Romance languages, London, New York, 2001, p. 349. ^ Sergio Salvi, Le lingue tagliate, Rizzoli, 1974, p. 195. ^ Sa limba sarda - Giovanna Tonzanu, su midesa.it. 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Manca il fondamento della soggettività di popolo che invece è previsto in altri statuti speciali. Per esempio, mancano i riconoscimenti di tipo etnolinguistico e culturale.» Pala, Carlo. La Sardegna. Dalla “vertenza entrate” al federalismo fiscale?, in Istituzioni del Federalismo. Rivista di studi giuridici e politici, 2012, 1, p. 215. ^ Cardia, Mariarosa (1998). La conquista dell’autonomia (1943-49), in Luigi Berlinguer, Luigi e Mattone, Antonello. La Sardegna, Torino, Einaudi, p. 749. ^ Manlio Brigaglia, La Sardegna. 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La Sardegna, in controtendenza con le regioni dell'Italia meridionale, a cui quest'autore vorrebbe associarla, mostra percentuali di ripetenze del tutto analoghe a quelle di regioni abitate da altre minoranze linguistiche.» Roberto Bolognesi, Le identità linguistiche dei Sardi, Condaghes, 2013, p. 66. ^ Mongili, Alessandro, in Corongiu, Giuseppe, Il sardo: una lingua normale, Condaghes, 2013, Introduzione ^ «Ancora oggi, nonostante l'eradicazione e la stigmatizzazione della sardofonia nelle generazioni più giovani, il "parlare sbagliato" dei sardi contribuisce con molta probabilità all'espulsione dalla scuola del 23% degli studenti sardi (contro il 13% del Lazio e il 16% della Toscana), e lo giustifica in larga misura anche di fronte alle sue stesse vittime (ISTAT 2010).» Alessandro Mongili (2015). "9". Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna. 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Fuéddus e chistiònis in sárdu e italiánu, Istituto Superiore Regionale Etnografico, Nuoro, p. 3 ^ «Nella coscienza dei sardi, in analogia con i processi che caratterizzano la subalternità ovunque, si è costituita un'identità fondata su alcune regole che distinguono il dicibile (autonomia in politica, italianità linguistica, criteri di gusto musicali convenzionali non sardi, mode, gastronomie, uso del tempo libero, orientamenti politici) come campo che può comprendere quasi tutto ma non l'indicibile, cioè ciò che viene stigmatizzato come "arretrato", "barbaro", "primitivo", cioè sardo de souche, "autentico". Questa esclusione del sardo de souche, originario, si è costituita lentamente attraverso una serie di atti repressivi (Butler 2006, 89), dalle punizioni scolastiche alla repressione fascista del sardismo, ma anche grazie alla pratica quotidiana del passing e al diffondersi della cultura di massa in epoca recente (in realtà molto più porosa della cultura promossa dall'istruzione centralizzata).» Alessandro Mongili (2015). "1". Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna. Condaghes. ^ Mura, Giovanni (1999). Fuéddus e chistiònis in sárdu e italiánu, Istituto Superiore Regionale Etnografico, Nuoro, p. 3. ^ «It also triggered a negative attitude on the part of the Sardinians, if not a pervasive sense of inferiority of the Sardinian ethnic and cultural identity.» Andrea Costale, Giovanni Sistu (2016). Surrounded by Water: Landscapes, Seascapes and Cityscapes of Sardinia. 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Questo nuovo codice linguistico, che emerge dall'interferenza tra italiano e sardo, è particolarmente comune presso i meno privilegiati ceti socio-culturali."). Relazione Euromosaic "Sardinian in Italy". URL consultato l'11 giugno 2019 (archiviato dall'url originale il 18 maggio 2018)., Euromosaic, 1995 ^ Andrea Corsale e Giovanni Sistu, Sardegna: geografie di un'isola, Milano, Franco Angeli, 2019, p. 191, 199. ^ Salta a:a b Roberto Bolognesi, Un programma sperimentale di educazione linguistica in Sardegna (PDF), su comune.lode.nu.it, 2000, p. 127. 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Il che ha consentito il riconoscimento di un pacchetto di misure e agevolazioni da parte della Repubblica proprio in ragione del fatto di essere territori aventi lo status di minoranza etnolinguistica.» Giornata mondiale della lingua madre, Solinas: "Il sardo deve avere la stessa dignità dell'italiano", in L'Unione Sarda, 2021. ^ La Cassazione: "Il sardo è una lingua, non può essere considerato un dialetto" - Unione Sarda Lingue di minoranza e scuola. A dieci anni dalla Legge 482/99 Quaderni della Direzione Generale per gli Ordinamenti Scolasticie per l’Autonomia Scolastica (PDF). ^ Lingua sarda, Legislazione Internazionale, Sardegna Cultura, su sardegnacultura.it. URL consultato il 20 dicembre 2018 (archiviato dall'url originale il 13 agosto 2020). ^ Italia, sulle lingue minoritarie passi ancora da fare, su affarinternazionali.it. 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Le identità linguistiche dei sardi, Condaghes, p. 93 ^ Salta a:a b c Giuseppe Corongiu, Il sardo: una lingua normale: manuale per chi non ne sa nulla, non conosce la linguistica e vuole saperne di più o cambiare idea, Cagliari, Condaghes, Bolognesi, Il dimezzamento del sardo fra scienza e politica, su Bolognesu: in sardu, 25 novembre 2013. URL consultato il 14 novembre 2020. ^ (SC) Roberto Bolognesi, S’imbentu de su campidanesu e de su logudoresu, su Bolognesu: in sardu, 4 aprile 2010. URL consultato il 14 novembre 2020. ^ Roberto Bolognesi, Le identità linguistiche dei sardi, Cagliari, Condaghes In altre parole, queste divisioni del sardo in logudorese e campidanese sono basate unicamente sulla necessità - chiarissima nel Cetti - di arrivare comunque a una divisione della Sardegna in due "capi". [...] La grande omogeneità grammaticale del sardo viene ignorata, per quanto riguarda gli autori tradizionali, in parte per mancanza di cultura linguistica, ma soprattutto per la volontà, riscontrata esplicitamente in Spano e Wagner, di dividere il sardo e i sardi in varietà "pure" e "spurie". In altri termini, la divisione del sardo in due varietà nettamente distinte è frutto di un approccio ideologico alla variazione dialettale in Sardegna» ^ «The phonetic differences between the dialects occasionally lead to communicative difficulties, particularly in those cases where a dialect is believed to be 'strange' and 'unintelligible' owing to the presence of phonetic peculiarities such as laryngeal or pharyngeal consonants or nazalized vowels in Campidanese and in the dialects of central Sardinia. In his comprehensive experimental-phonetic study, however, Contini (1987) concludes that interdialectal intelligibility exists and, on the whole, works satisfactorily.» Rebecca Posner, John N. 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Voci correlate[modifica | modifica wikitesto] Sardegna Grammatica sarda Lingua protosarda Prenomi sardi Cognomi sardi Limba Sarda Comuna Italiano regionale della Sardegna Nuova letteratura sarda Varianti della lingua sarda[modifica | modifica wikitesto] Sardo logudorese Sardo campidanese Lingue alloglotte della Sardegna[modifica | modifica wikitesto] Lingua sassarese Lingua gallurese Dialetto algherese Dialetto tabarchino Bilinguismo[modifica | modifica wikitesto] Segnaletica bilingue in Sardegna Toponimi della Sardegna Altri progetti[modifica | modifica wikitesto] Collabora a Wikipedia Wikipedia dispone di un'edizione in sardo (sc.wikipedia.org) Collabora a Wikisource Wikisource contiene alcuni canti in sardo Collabora a Wikiquote Wikiquote contiene alcuni proverbi in sardo Collabora a Wikibooks Wikibooks contiene testi o manuali su sardo Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri file sul sardo Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto] Sardu.wiki, Atlante dei lemmi della lingua sarda, su sardu.wiki. 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Nome compiuto: Giovanni Battista Tuveri. Tuveri. Keywords: la lingua sarda -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Tuveri: implicature sarda” – The Swimming-Poo Library. Tuveri.

 

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