Luigi Speranza, "Grice italo; ossia, un dizionario d'implicature" A-Z T TU
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Tuberone: la ragione
conversazionale degl’accademici a Roma – filosofia italiana – By Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords: Roma antica. Filosofo italiano.
Friend of CICERONE. Accademia. Enesidemo dedicates his discourses on Pirrone to
him. Nome compiuto: Lucio Elio
Tuberone. Keywords: Roma antica. Per H. P. Grice’s Play-Group, The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Tuberone: la ragione
conversazionale della repubblica romana e l’implicatura conversazionale della
storia romana— Roma -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords. Roma antica. Filosofo
italiano. Nipote di Lucio Emilio Paolo, tribuno della plebe, si oppone a
SCIPIANO (vedi) Africano Minore e a Caio Tiberio GRACCO (vedi). Pretore. Poco
lodato come oratore, si distinse per la cultura giuridica. La semplicità
della sua vita e la rigidezza di suo carattere lo portano verso il ortico, la
cui dottrina applica nella condotta. Conosce Panezio di Rodi e ne segue
l'insegnamento. Da T. e da ECATONE gli futtono i scritti. La cosa è dubbia per
l'influenza di Posidonio su T. Figlio di Emilia, sorella di SCIPIONE Emiliano.
Rigido seguace dello stoico Panezio, studioso di diritto e di astronomia. Uomo
rigoroso e severo oppositore di GRACCO, è bocciato all'elezione per la pretura.
Console, CICERONE lo considera giurista di vaglia con una solida scientia
iuris. Tutta la sua famiglia del resto gode fama di grande dottrina giuridica.
Nome d'una famiglia romana, alla quale appartengono varî giuristi. Il primo è console,
e di lui CICERONE loda la dottrina giuridica. Lucio Elio T. fu legato di Q. CICERONE,
proconsole d'Asia. Più noto è il figlio di lui, Quinto Elio T., che col padre
prende parte alla guerra fra GIULIO CESARE (vedi) e POMPEO (vedi), parteggiando
per quest'ultimo, ma fu perdonato dopo Farsalo. Console, propone un
senatoconsulto sul matrimonio confarreato. A parte un'opera ad Oppium, di cui
si ignora l'argomento, scrive alcuni libri de officio iudicis, destinati come
guida del giudice privato del processo formulare. Le sue opinioni sono citate
più volte con grande rispetto dalla dottrina posteriore. Scrive anche
Historiae, in XIV libri. Keywords: Cicero, iuris, portico, scessi, studied
under Panezio. Nome compiuto: Quinto Elio Tuberone. Keywords: Roma antica. Per
H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Tulelli: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dell’equilibrio conversazionale: per una metafisica dell’etica –
la scuola di Zagarise -- filosofia calabrese -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Zagarise). Abstract. H. P. Grice: T. published the work
Schema di una metafisica dell'etica. The book ends with the notation "end
of first part" (or "fine della prima parte" in the original
Italian), indicating the author's intention to write a second part. However, historical records and bibliographies
suggest that the second part was never published. The volume is the only
published portion of this work. T continued to write and publish on other
subjects, but the continuation of the Schema appears to have remained
unfinished or unpublished in his lifetime. The work is considered incomplete. Keywords:
equilibrio. Filosofo calabrese. Filosofo italiano. Zagarise, Catanzaro,
Calabria. A lui sono ad oggi intitolate una via a Zagarise e una a S.Elia, e una
sala della biblioteca di Catanzaro. Targa commemorativa in suo onore, inoltre,
posto davanti alla casa comunale di Zagarise un busto che lo raffigura, realizzato
da Calveri. Zagarise, busto creato da Calveri, installato davanti al comune
di Zagarise. Figlio dal marchese Gaetano T., studia presso il convento del ritiro
dei filippini a Zagarise e poi frequenta a Catanzaro il real liceo ginnasio e
il corso presso il pontificio seminario teologico regionale S. Pio X. Vive a
Napoli dove compì studi filosofici e apre una scuola dove insegna filosofia
morale ed estetica. La richiesta di poter istituire una scuola e inviata alle
autorità competenti, le quali, prima di concedere le relative autorizzazioni,
chiesero al vescovo di Catanzaro dettagliate notizie in merito alla condotta
morale e politica del richiedente, la risposta inviata loro fu. Elemento di
condotta soda, casta e onesta. Tra gl’allievi della sua scuola molti sono
appartenenti a famiglie di alto rango sociale, e tra questi, è possibile
annoverare i figli del re Borbone che, in segno di stima, gli fanno dono di un
orologio da camera di manifattura francese opera dei fratelli Japis. Molto
amico di SETTEMBRINI (vedi), il quale lo cita nelle sue "Lezioni di
letteratura italiana", gli trasmitte l’amore per la filosofia e gl’ideali
patriottici.Allievo di PUOTI e di GALLUPPI del quale studia e diffunde la
filosofia, evidenziando il parallelismo con Kant, così come divulga quello di
altri filosofi, tra cui CAPASSO, ROSSI, e MASCI. Insegna filosofia a Napoli
dietro l’impulso di SANCTIS, iniziando un periodo di vero splendore per
l’ateneo napoletano. Cadde il regno delle due Sicilie e, favorevole alla
formazione di uno stato unitario, porta avanti una battaglia a livello morale e
giuridico per l’abolizione della pena di morte che fino ad allora era in vigore
in tutti gli stati d’Europa tranne il gran ducato di Toscana. La stessa a abolita
con l'adozione del codice penale del regno d'Italia -- il cosiddetto Codice
ZANARDELLI. La fine della dominazione dei Borboni è colta come un’occasione di
rinnovamento sociale e morale ed egli instilla nei suoi insegnamenti la
consapevolezza che il rinnovamento politico dove essere accompagnato a quello
morale, egli riscontra nella popolazione un’evidente scarsità intellettuale e
un sentimento religioso che si manifesta mediante pratiche di culto sempre più
lontane dall’essere ricche di valori spirituali e una società sempre più
formalista, cerca di contrastare questa tendenza in affinità a GIOBERTI.
E un patriota e un liberale. La sua attività di filosofo fa si che la sua
notorietà e la sua reputazione cresceno, e inoltre un oppositore degli
hegeliani napoletani, e a capo degl’oppositori degli Spaventiani (SPAVENTA –
vedi) e rappresentante del movimento filosofico del quale fanno parte GALLUPI,
COLECCHI, CUSANI, e GRAZIA. Sul suo valore si sono pronunciati, fra gl’altri,
anche CROCE e RUSSO. Socio ordinario dell’accademia di scienze morali e politiche
di Napoli a l’accademia reale pontaniana. In relazione all'accademia di scienze
morali e politiche di Napoli, T. e PESSINA, in qualità di soci dell'accademia,
di collocare nell'atrio dell'Università degli Studi di Napoli un busto in marmo
raffigurante GALLUPPI, realizzato da Calì è inaugurato con una cerimonia a cui
prendeno parte il rettore Imbriani, dei rappresentanti e diversi studenti.
Della stessa accademia oltre ad esserne socio ne è anche tesoriere come si
evince dalla Gazzetta ufficiale del regno d'Italia n cui è contenuta la ri-elezione
alla suddetta carica (omissis) S.M., sulla proposta del ministro della pubblica
istruzione, ha, con RR. decreti fatte le nomine e disposizioni seguenti:
(omissis) T. Paolo Emilio, socio della società reale di Napoli, approvata
la sua ri-elezione a tesoriere dell'accademia di scienze morali e politiche
della predetta Società; (omissis), socio corrispondente dell’accademia cosentina
accademia di scienze, lettere e belle arti degli zelanti e dei dafnici. Vive a
Napoli. Nelle sue ultime volontà traspare chiaramente un radicato e forte
legame con la sua terra di origine, infatti i primi due punti del suo
testamento furono: volendo lasciare una prima testimonianza di affetto a Catanzaro,
col fine di promuovere e favorire nel mio nativo comune di Zagarise
l’educazione morale e l’istruzione letteraria e scientifica. Dispone inoltre
che è destinata una somma in dote ad una ragazza indigente di Zagarise e che il
resto del patrimonio del filosofo è suddiviso tra i suoi parenti. Il
documento, disponibile presso l’archivio notarile di Napoli, e depositato nel
capoluogo campano presso lo studio del notaio Mazzitelli sito in via S.
Giovanni numero 19. Dondazione di libri alla città di Catanzaro al fine di
fondare una biblioteca pubblica T. volle donare a Catanzaro alcuni libri
affinché potessero rappresentare una base di partenza per la costituzione di
una biblioteca auspicando che il suo gesto potesse rappresentare un’esortazione
a contribuire al suo ampliamento, una volta istituita, da parte di altr’uomini
generosi e amanti della filosofia. Catanzaro accetta il legato che, in caso
contrario, si sarebbe dovuto destinare ad ampliare il patrimonio della
biblioteca del real liceo di Catanzaro o ad un erede del de cuius nel caso in
cui il anche direttivo del liceo non avesse accettato la donazione. I libri
furono trasferiti da Napoli a Catanzaro a spese del comune, così come indicato
nelle ultime volontà del filosofo, e venne istituita la biblioteca comunale che
venne denominata Biblioteca Municipale di Catanzaro "Onestà e
lavoro", ma che oggi è conosciuta come Biblioteca comunale F. De
Nobili. Volendo lasciare una prima testimonianza di affetto a Catanzaro
ove ebbi i primi semi del mio sapere e le prime aspirazioni alla libertà della patria
italiana, lego al comune i miei pochi libri col fine espresso ed incondizionato
di formare il primo fondo ad una biblioteca pubblica da fondarsi in loco adatto
a vantaggio dei studiosi e dei cultori della filosfia. Istituzione di una
rendita per far studiare un uomo meritevole del comune di Zagarise Per quanto
concerne il comune natio, nell’intenzione di promuovere l’educazione morale,
l’istruzione filosofica nello stesso, istituì una rendita annuale, denominata
Monte o Istituto T. per far si che dei filosofi meritevoli del suddetto comune
potessero studiare. A perenne ricordo di ciò egli dispose nelle sue ultime
volontà che è realizzata una breve iscrizione su una lastra di marmo e che la
stessa fosse posta in un luogo pubblico del comune di Zagarise. Col fine
di promuovere e favorire nel mio nativo comune di Zagarise l'educazione morale
e l'istruzione letteraria e scientifica e così sospingere quei miei
concittadini sulla via della civiltà, istituisco un Monte o Istituto per
l'educazione ed istruzione dei studiosi di detto Comune da elevarsi dal real governo
in ente morale e giuridico con la dotazione di annue lire duemila di rendita al
5 per cento iscritto al gran libro dei regno d'Italia. All'uopo destino due
certificati di rendita a me intestati dell'annua rendita di L. millesettecento
con la data di Firenze e l'altro dell'annua rendita di L. trecento della stessa
data. Sì fatta annua rendita è unicamente ed esclusivamente impiegata per
l'educazione e istruzione nella filosofia di un filosofo fatto volta per volta
per modo che si dirà qui appresso nato a Zagarise da genitori ivi domiciliati
almeno da dieci anni compiti, dell'età non minore di anni sette, che sa almeno
leggere e scrivere e mostri in generale attitudine e buona disposizione agli
studi filosofici. Saggi: “I principi sostanziali ed informatori della scienza” (Napoli,
Regia Università); “Dei sistemi morali e della loro possibile riduzione” (Napoli,
Regia Università); “La moralità della scienza e della vita” (Napoli, Regia
Università); “Elogio di V. Buonsanto” (Napoli, Fibreno); “Filadelfos di G. Gemelli:
Accademia di scienze morali e politiche” (Napoli, Regia Università); “L’infallibilità
della ragione umana considerata nella triplice sfera della scienza, politica, e
della religione” (Napoli, Regia Università); “La morale indipendente” (Napoli,
Regia Università); “L’educazione popolare in Italia” (Napoli, Vaglio); La filosofia
morale (Napoli, Regia Università); “Metafisica dell’estetica” (Napoli, Regia
Università); “Una formula metafisica” (Napoli,
Regia Università); “GALLUPPI” (Napoli,
Regia Università); “Papasso e Rossi” (Napoli, Cutaneo); “Libero Stato” (Napoli,
Regia Università); “Estetica” (Napoli, Vaglio); “Capasso” (Napoli, Tramater); “La
rosa di Gerico” (Napoli, Poligama); “Metafisica dell'etica” (Napoli, Regia
Università); “Dei sistemi filosofici”; “L’equilibriio”; “La pena di morte” (Napoli,
Regia Università); “Baldacchini” (Regia Università, Napoli”, Elogio di Cilento.
Sulla Bella di Camarda, poema di Cappelli (Napoli); “Armonia della libertà
politica e della scienza morale”; “ Preso da immenso desiderio e ardente”; “Padre,
partisti, forse desolato”; “Aspirazione a Dio”. Il pensiero morale di T., C. Nardi.
Società Napoletana di Storia Patria, Lettere a Milli, F. Adamoli. Collana "Fondo
Milli" il Poeta.Via a Zagarise Via a
Catanzaro. La famiglia dona a Zagarise un'opera raffigurante il filosofo. Discorso
di Imbriani all'inaugurazione del busto di Galluppi posto nell'Accademia di
Scienze Morali e Politiche di Napoli
Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia, Zagarise e dintorni, Faragò. Lira italiana. SCHEMA UNA METAFISICA
DELL’ETICA PROF. DI FILOSOFIA MORALE NELLA UNIVERSITÀ E SOCIO ORDINARIO
dell’acc. di scienze morali e politiche di napoli EC. NAPOLI STAMPERIA DELLA R.
UNIVERSITÀ Estratto dal Voi. IX degli Atti dcirAccadcmìa di Scienze Morali e
Politiche. Digitized by Googl A1.I.A SANTA MEMORIA DEI SUOI GENITORI GAETANO ED
ANNA DE’ GALLELLI QUESTO SCHEMA DI ETICA I CUI PRIMI SEMI DA ESSI FIN DALLA
FANCIULLEZZA PIÙ CON L’ESEMPIO CHE CON LA PAROLA GLI VENNERO INSINUATI
NELL’ANIMO IN SEGNO DI RIVERENTE AFFETTO L’AUTORE DEDICA E CONSACRA Teorica
della personalità o del soggetto morate » 13 II. —Sfera della vita sensitiva »
18 III. —Sfera della vita psichica o dello spirito Sfera della vita etica o
dello .spirito pratico Della responsabilità e della potestA del diritto o . del
dovere, attribuiti della pcr.sonalità umana. . Polla so.stanzialiti'i dello
spirito . Dell' iniiaseimenln e doli* immnrtaliti'i dello spi - rito » 45
Vili.— Ctisologia E.scatologia.c Teleologia dello spirito Clii si fa a
discorrere, insegnare o scrivere di Etica pura nel suo stretto significato di
scienza dell’onesto e del retto, ai giorni che corrono si è certo di andare
incontro a non essere ascoltato nò letto, ovvero ad es- ser tenuto per uomo
ingenuo ed ipermistico. Non si ò ascoltato o letto, pcrchò la morale da molti è
creduta cosa ovvia e di senso comune, e per apprendersi essere più che
sufficiente la parola della balia o del Curato ; conciossiacchò per costoro la
morale non sia una scienza, che abbia aitameli te ardui e riposti i suoi prin-
cipi, richiedenti una sottile e diuturna speculazione. Non si è letto nè
ascoltato da parecchi altri, che nega- no alla morale uno obbietto suo proprio
e specifico, e quindi le negano l’essere di scienza a sè, confonden- dola al
postutto con le altre scienze sociali, pognamo per esempio, l’Economia, il
Diritto e la Politica, le quali intendono alle necessità ed alle comuni utilità
della umana vita. Per costoro la morale consiste solo nella prudenza, ossia nel
calcolo ragionato delle proprie uti- lità e nello accorto uso de’ mezzi
conducenti più sicu- ramente alla satisfazione de’propri interessi e fini loro
I particolari. Sicché si ha per uomo semplice ed inge- nuo, o\^ero per
visionario o mistico, chi per avventu- ra nella morale riconosca la legge
assoluta del dovere ed un principio superiore alle necessità fisiche della
natura ed alla libera volontà umana, e vi si proponga un fine che oltrepassa i
fini particolari e personali di ciascuno, un fine universale e necessario e
comune, a cui debbono convergere tutti gli esseri morali del mondo. Le quali
fiilse opinioni hanno screditato l’in- segnamento dell’ Etica e lo studio serio
della .scienza morale nell’animo de’ giovani, e quel ch’è peggio, an- che
neH’animo di parecchi di coloro, che presiedono agli ordinamenti della pubblica
istruzione. Tutte queste difficoltà noi vediamo e riconosciamo; ma non per
questo siamo rimo.ssi dal proposito di se- guire fidentemente la nostra via,
persuasi della conve- nienza, anzi del dovere, nostro di dichiarare e propu-
gnare quella dottrina, che da noi si tiene nella scienza che professiamo. La
quale ora intendiamo esporre pei- sommi capi c ne’suoi sostanziali principi,
rimettendo ad altro più ampio lavoro, se ci sarà dato di compirlo, di svolgerne
il ricco e quasi infinito contenuto. Con ciò crediamo di confutare
indirettamente e le vane opinioni e i pregiudizi correnti intorno alla
Filosofia Morale, e mostrare nello -stesso tempo in modo diretto qual sia la
natura e Tobbietto proprio e specifico di essa, donde a lei derivi quella
dignità altissima e quella sovrana eccellenza ed importanza, che le si
appartiene ta nto nel giro della speculazione nella scuola, quanto nel giro
dell’azione nella vita. Digilized by Google — 3 — II. Tutto quello che può
sapersi dall’uomo, anzi la so- stanza di ogni sapere, si può ridurre a queste
semplici domande: come ci sono io(iuì nel mondo? dondee per- chè io ci venni ?
dove debbo andai-e io e che cosa dovrò fare per raggiungere quello che è il mio
supremo fine? L’uomo che pensa e non solamente vegeta e sente, si propone di
necessità siffatte quistioni ed è sospinto in- vincibilmente dalla sua natura a
risolverle non solo in visti! del suo interesse, ma eziandio secondo l’esigenze
della ragione e della verità, e quindi conformarvi la sua azione e l’abito
della vita. Da questa necessità della natura umana di ricercare la soluzione di
questi eterni problemi, che Taffaticano perennemente, nasce 10 sparito
fdosoflco creatore della fllosofla, la quale per ciò risponde al più alto
bisogno dello spirito umano, 11 bisogno cioè di sapere le ragioni prime ed
ultime dell’esser suo e dell’universo. La filosofia adunque è riposta in questo
alto .sapere, in questa alta scienza delle ragioni prime ed ultime dell’es.sere
e di tutti gli esseri; ragioni prime ed ultime, che spiegano non solo la natura
e l’essenza, ma ancora il principio e la ca- gione, onde muovono, e lo scopo e
il fino ultimo, ove gli esseri tutti dovranno posarle. Essenza e natura del-
l’uomo, essenza e natura del mondo, principio e causa, scopo e fine del mondo e
dell’uomo, sono problemi cosi connessi e legati fra loro, che l’uno non può
risol- versi senza dell’altro, e tutti insieme l■azionalmente ed armonicamente
risoluti costitui.scono riinità superiore del sapere filosofico, costituiscono
la Filosofia. Ma non ostante l’unità superiore della Filosofìa ri- spondente
aH’unità dello universo reale, essa però senza scindersi e menomarsi di dignità
e d’importan- za, si distingue in sfere varie e diverse, a misura che
direttamente e più di propo.sito si occupa di questo o di quello altro
problema, di questo o di iiuell’ altro es- sere, quantunque questo problema o
questo essere si collegbi e faccia parte armonica dell’unità della scien- za
filosofica, 0 dell’unità dell’universo reale. Donde derivano le accettate
distinzioni della filosofia in Logica e xMetafisica, od in filosofia delia
Natura e dello Spirito, e quel che a noi occorre di notare segna- tamente, in
filosofia speculativa ed in filosofia Morale od Etica. Ma queste divisioni
della filosofia in sfere diverse o parti distinte non significano, che queste
parti o ([ue- ste sfere siano fra loro indipendenti e costituiscano scienze
affatto differenti ed aliene; ma invece denotano le varie membra deirorgiinismo
complesso ed unico della filosofia, le quali membra non avrebbero forma e vita
propria, se non venissero sostenute e vivificate dallo spirito animatore del
tutto. L’ tifica o la morale quindi ò filo.sofia bella e buona, ma non
comprende tutta la filosofia; vale a dire, che la morale non imprende a
trattare come a suo proprio argomento tutto il contenuto della filosofia, masi
bene uiia parte di (piesto contenuto ; non assume a risolvere tutti i problemi
della scienza, ma (pielli che costitui- Digitized by Coogte scono per così dire
la sua sfera propria e speciale, la- sciando alle altre parti della filosofia
di risolvere, quei problemi, che formano l’obbietto proprio di ciascuna parte
di essa. Ma la morale occupandosi a risolvere i* problemi ch’entrano nella
propria sua sfera, non deve nè può farlo in contradizione dello spirito
generale che informa fintiero sistema della scienza, nè in contradi- zione del
principio fondamentale di essa, dal quale tutte le veritA in essa scienza
contenute hanno ad es- sere logicamente derivate. Onde segue, che la filosofia
morale fa parte integrante della filosofia speculativa, e quale è la natura e
l’indole di questa, tale sarà la na- tura e la indole di quella. Così, pognamo
ad esempio, la concezione materialistica dell’ universo non può of- ferire che
una teorica etica materialista e sensuale ; ed una concezione spiritualista del
mondo ci darà una teoria morale di simile qualità e natura. La qual cosa prova
a nìaraviglia come la scienza etica e morale non sia cosa di senso comune, ma
che i suoi principi siano alti e riposti, quanto alti e riposti sono i principi
della filosofia, della quale la morale è parte integrante, anzi n’è la parte,
per così dire, finale ed il coronamento. E ciò sarà reso manifesto fino
all’evidenza da quel che dovremo dire intorno all’ abbietto proprio e specifico
dell’Etica, del quale, senza distrarci in altre preliminari considerazioni,
intendiamo occuparci primamente. L’Etica o la Filosofia morale propriamente
detta, se è una parte principale della Tdosofìa, deve avere in suo patrimonio
una parte principale del contenuto com- plessivo della filosofìa medesima; o in
altri termini, de’problemi massimi, di cui la filosofia in generale si occupa,
l’Etica deve assumerne uno per sò come a suo obbietto proprio e su di esso
rivolgere tntfi^ le sue in- vestigazioni. Ora si domanda, qual san\ mai questo
problema speciale, che l’Etica prescoglie a peculiare obbietto dc’suoi studi, a
materia propria delle sue ra- zionali disquisizioni? A questa dimanda, che a
prima vista sembra semplice e piana, non ò cosa facile ri- spondere, e
rispondere in modo da satisfare a tutti che s’interessano degli studi morali. E
questuò dimostrato dalla varieth discorde de’sistomi morali, e dal concetto
assai vario e ripugnante, che dell’ A'f/m.s si hanno for- mato le molteplici
scuole de’morali filosofi antichi e moderni. Noi per ora non teniamo conto
delle teoriche etiche di questa o quella scuola, di questo o quel filo- sofo
morale; invece diremo quel che a noi sembra il vero sopra un argomento, dalla
cui determinazione precisae chiara dipendono le sorti della inorai filosofia.
Ebbene, per noi la Filosofia morale ò la scienza della moralità ; l’Etica ò la
scienza dell' Ethos, e se ci sarà permesso d’usare questo vocabolo, è la
scienza del- l'eticità. Ma con questo è tutto detto e detto nulla. È tutto
detto, perchè nella idea di moralitii è compreso Digitized by Google — / tutto
il mondo morale, tanto il mondo morale intelli- gibile della scienza, quanto il
mondo morale concreto e della vita. Ed è nulla detto; perchè l’idea della mo-
ralità è così astratta ed indeterminata, che se com- prende in sò tutto il
mondo morale, lo comprende perù in germe e quasi in potenza; per guisa che
richiede molta forza d’ingegno a scoi'gervi inchiusa, e quindi dialetticamente
svolgerne e spiegarne con chiarezza ed ordine rinfìnita ricchezza del suo
contenuto. L’idea di moralità è idea di relazione, che involge in -sè e contiene
necessariamente ed essenzialmente due termini, e contenendoli In sè, l’informa
di sè stessa e di sè li colora e li qualifica, ciò è dire che li rende mora-
li. Questi due elementi o termini involti nel concetto della moralità, e senza
dei quali la moralità sarebbe inconcepibile, sono appunto il soggetto morale e
il mo- rale obbietto. Sicché la filosofia morale è la scienza del soggetto e
dell’ obbietto morale e della loro rela- zione. Ma questo esige un’ampia
spiegazione. La dualità delle nozioni del soggetto e dell’ obbietto è la
condizione necessaria sì del conoscere, che del- . l’operare; queste due
nozioni essendo per così direi due poli, intorno a’quali si aggirano le sfere
della scien- za e della azione. Nella sfeia del sapere non vi ha scienza possibile
.senza il soggetto che conosce e senza l’obbietto conoscibile ; e nella sfera
dell’azione non vi ha opera senza il soggetto operante e senza l’oggetto
dell’operare. li come la filosofia speculativa consiste nella scienza del
soggetto e dello obbietto della cono- scenza e della loro relazione; cosi la
filosofia morale consiste nella scienza del soggetto e dell’obbietto del-
l’azione morale e della loro relazione. Convengono in- sieme la filosofia
speculativa e la morale nell’avere per soggetto lo stesso spirito umano nella
pienezza della sua vita e della sua attività; ma variano in quanto la
primaloconsideraprincipalmen te come soggetto cono- scente e conoscibile e
sempre in ordine al semplice sa- pere; 0 la seconda lo considera segnatamente
come soggetto operante e sempre in ordine all’operazione. E convengono egualmente
rispetto al secondo termine eh’ è l’obbietto, il quale non può essere altro,
che un ente sia reale, sia possibile; ma variano in quanto la speculativa lo
ricerca come vero, cioè a dire come ob- bietto del conoscere, e la morale lo
ricerca come be- ne, cioè a dii-e come obbietto dell’operare e del volere. La
filosofia speculativa e la filosofia morale seguono amendue un istesso processo
; partono cioè dalla con- siderazione del fenomeno, che. per l’una è la cono-
scenza come pura conoscenza, e per l’altra è l’azione come pura azione. E
movendo la filosofia speculativa dal fenomeno della conoscenza, dalle forme di
questa e dalle sue leggi e da’suoi elementi e da suoi nessi col soggetto e
coll’obbietto, che in sè necessariamente in- chiude, sì solleva alla teorica
della essenza e natura tiuito della conoscenza stessa, (luanto de’ termini in
essa contenuti, e tenta co.sì di risolvere il problema spe- culativo
dell’universo. Egualmente la filosofia morale partendo dal fenomeno immediato
dell’umana azione e dalle forme e dagli elementi di questa c da’ nessi ne-
cessari, ch'essa ha col soggetto e coll’ obbietto morale, s’innalza alla
teorica dell’essenza c natura dell’azione morale e della moralità tanto del
soggetto quanto del morale obbietto, e tenta cosi di risolvere il problema
morale del mondo. Tutto il problema morale adunque, e quindi tutta la scienza
etica è rinchiusa entro alla nozione della mo- ralità, ma in germe e per cosi
dire potenzialmente, sic- ché da essa idea dialetticamente è da derivarne tutta
la etica filosofia. E come nella nozione della moralità sono inclusi
essenzialmente i due termini del soggetto e dell’obbietto morale; cosi il
problema unico e com- ^plessivo della scienza morale si scinde naturalmente in
due problemi, che integralmente ed. armonicamente posti e risoluti, presentano
Torganismo interodell’etica filosofia. E questi due problemi ne’quali si scinde
l’uni- co e generale problema della morale, eh’ è quello della moralità in
genere, sono il problema della moralità subbiettiva, ed il problema della
moralità obbiettiva, i quali'due problemi sono i cardini, su cui si aggira
tutta la metafisica della morale. Dalle quali considerazioni deriva la naturai
divisio- ne dell’Etica in due parti essenziali, che volendo indi- care co’
vocaboli usati nelle scuole, si chiamerebbe l’una morale subbiettiva, e morule
obbiettiva l’altra; o come altri usa, morale antropologica e morale ontolo-
gica. La prima imprende a svolgere la natura del sog- getto morale in generale
e gli attributi essenziali ri- chiesti, perchè un soggetto possa dirsi
rivestito del ca- rattere e della forma della moralità. E questo soggetto
morale astratto si ricerca, se realmente si concreti e si avveri neH’uoino;
onde questa parte deH’Etica si pro- fonda nello studio accurato della natura
umana, rile- vata dalle manifestazioni o da’fenomeni della sua vita una e
complessa insieme, e contradistinta da ogni al- tra natura creata da’ caratteri
della ragione e della li- bertà, che in essa risplendono e ne formano un essere
ed un soggetto personale e risponsabile de’ suoi atti e de’ suoi destini. La
seconda parte, ch’ò la morale ontologica ed ob- biettiva, si propone la
ricei-ca dell’obbietto morale, os- sia di ciò che il soggetto morale e
personale, l’uomo, ò obbligato di fare o di non fare per raggiungere il suo^
fine, ch’ò pure uno de’fini concorrenti al fine universale del mondo. Egli ò
chiaro, che la morale obbiettiva si travaglia sopra la nozione del bene, eh’ è
Tobbietto fi- nale deH’attivitàdi ogni essere, e. segnatamente dell’at- tività
razionale e libera degli enti personali. Questa parte della Etica si profonda
ne’ più alti recessi della metafisica, come quella che dovrà determinare la so-
vrana nozione del bene e mostrarne l’essenza, le forme e i diversi suoi momenti
e le sue specificazioni. E ciò non solo in generale e in astratto, ma eziandio
nella concretezza e nella realità degli esseri, non escluso l’Essere assoluto,
nel quale la idea del bene ritrova la sua concretezza e realità infinita. E
nella idea del bene consiste appunto l’obbicttivo di ogni attività umana; la
quale, apprendendo il bene come termine finale della sua azione, sente e
intende il dovere di accettarne l’i- dea come norma e legge della sua libertà e
come .scopo, il quale raggiunto, formeràda ultimo lasuabeatitudine. Doiìfie
possian)o conchiudoro, che tutta la filosofìa morale si contiene, almeno nella
sua parte metafisica e sostanziale, nella teorica della personalità, che ab-
braccia il problema subbiettivo, e nella teorica del bene che abbraccia il
problema obbiettivo, che sono i due termini inchiusi nel concetto della
moralità, argomen- to unico ed universale della scienza deir£'t/io.s. Noi
esponendo in questo scritto brevemente e per sommi capi la teorica della
personalità umana e la teorica del bene, ci sarà dato di offerire a’nostri
lettori quasi uno specimen della scienza Etica, quale noi la concepiamo. TEORICA
DELLA PERSONALITÀ o DEL SOGGETTO MORALE In sul confine de’ due mondi, il mondo
della natura e il mondo dello spirito, sintesi arcana deH’uno e del- l’altro,
siede ruomo; il quale, come l’enigma fatale di Edipo, o come la misteriosa
Sfinge in sul limitare del Tempio Egizio, richiede dalla scienza essere
spiegato e risoluto. Nò il conoscere l’uomo davvero, cioè; razio- nalmente e
scientificamente, è cosa facile ed ovvia, come potrebbe sembrare a prima vista.
Percliò non senza ragione si è detto essere Tuomo il piccolo mondo
(oiicrocosmo), nel quale il gran mondo (piasi tutto si contrae e vi si specchia
per intiero, .se non si vuol dire che, se non in quanto all’essere, certo in
quanto al co- noscere, sia di lui fattura e produzione. E il conoscere l’uomo
non solo importa il sapere del suo fisico orga- nismo, obbietto proprio delle
scienze naturali; ma co- noscerne la parte morale, la mente e la libertà; l’una
inchiudente le idee e le ragioni di tutte le cose; e l’una e l’altra producenti
la scienza e l’arle, prese nella loi’O più ampia significazione; e per dirlo in
una sola pa- rola, producenti la storia, ovvero il mondo civile delle nazioni.
Lo che vuol dire, che bassi a studiar 1’ uomo non solo in sù e nella sua
coscienza individuale, ma nelle sue opere e ne’ suoi prodotti, quali sono le
arti e le scienze, la religione, la filosofia, il costume, la po- litica, la
legislazione, l’economia, la letteratura e cosi via dicendo; nelle quali sue
opere si specchia tutta la potenza della ragione e della libertà umana. E tutto
questo a conoscer l’uomo non basta, perchè non s’ha a sapere soltanto quel che
l’uomo è stato e quel che ora egli è al presente per il solo studio de’fatti ed
em- piricamente; ma si dee eziandio conoscerlo nella sua idea, vale a dire,
conoscerlo non solo quale e come egli è, ma come egli dece essere; la qual cosa
vuol dire, che ad aver la conoscenza vera e scientifica deH’uomo, bisogna
investigarlo nella sua essenza, nella sua ori- gine e nel suo fine e nella
legge superiore, che dee go- vernare lo sviluppo compiuto della sua vita.
Questa conoscenza della natura umana, che se non tutte certo costituisce una
gran parte delle ricerche speculative della fllo.sofia, è presupposta
necessaria- menhi dalla scienza morale, se non vuol dirsi che ella sia obbictto
speciale e diretto di essa. lu fatti'sarebbe assurda ed irrazionale l’etica
scienza, se intendendo, come è suo ufficio, a dettar la legge alla libertà uma-
na, ignorasse la natura e l’essenza del subbietto suo ed il fine morale della
sua esistenza. Laonde a ragione Socrate, ristoratore, se non fondatore della
morale fra i Greci, ricliiamò la speculazione de’filosofi allo studio dell’uomo
e poso a principio della sapienza la cono- scenza di noi stessi.
Cerchiamoadunquedi conoscere l’uomo, questo sog- getto universale della scienza
e questo soggetto spe- ciale della Etica, la quale prima di tutto deve indagare
e saper trovare nel suo subbietto ciò che lo rende e lo determina propi-iamente
ed esclusivamente essei e o soggetto morale, non ostante la ricchezza del suo
na- ta lale contenuto. Già accennammo di sopra esser l’uomo la sintesi armonica
della natura e dello spirito, donde deriva che in lui è moltiplice e complessa
la vita. Nella sfera della semplice natura noi troviamo la pura vita vege-
tativa nella pianta, e la pura vita sensitiva neH’anima- le,;ma neH’iiomo,
oltre alle due precedenti forme di vita, che potremo chiamare vita naturale, si
ha la vita psi- chica e del pensiero, la quale ò tutta propria e speci- fica
dello spirito di lui e che non s’ha a confondere affatto con le forme anzi
dette della vita naturale. Nò queste tre forme di vita costituiscono tre vite
diverse e separate, ma una e sola vita complessa e piena, la vita deH’uoino
(.l«t;à/’o/)o.s-), sintesi armonica della natuia e dello spirito. Nè queste tre
forme della vita umana presuppongono tre diversi o distinti soggetti nell’uo-
mo; ma in fondo a questa triplice forma della sua vita stà l’unità del soggetto
umano, fa monade sostanziale, la cis vicida dell’ anima umana, che si svolge e
si al- tera e si trasforma ed irraggia quelle tre guise di vita, nelle quali si
assomma e si compie la vita una e com- plessa dell’ La vita una c complessa
dell’uomo adunque si ma- nifesta ne’ suoi fenomeni varii e moltiplici, i quali
per- ciò sono i dati immediati, da cui fa mestieri partire nella indagine
scientifica della natura umana. K questi fenomeni sono di tre ordini, rispondenti
alle tre sfere anzi dette della vita umana, a ciascuna delle quali è centro
dinamico una virtù specifica dcH’anima, che vi si spiega e vi si manifesti,
secondo i gradi e i momenti del suo sviluppo i)rogressivo. Del primo ordine
sono i fenomeni della vita vegetativa, di cui è centro dina- mico e fattivo la
piu plastico ed organatrico del corpo, forza che assembra, assimila e
compenetra i vari ele- menti fisici e compone il meraviglioso organismo, e le
cui funzioni chimico-fisiologiche servono all’ alimen- tazione ed allo sviluppo
normale di esso. De’fenomeni della vita sensitiva, od animale, la quale
presuppone la vita organica vegetativa e vi si erge sopra e la do- mina, è
centro dinamico e fattivo la virtù sensitiva, il senso; pel quale il principio animante
e senziente ri- duce nell’unità del sentimento suo fondamentale tutto
l’organismo vivente e lo penetra e lo pervade e l’agita e lo muove e ne
percepisce le mutazioni e le affezioni, e per esso comunica passivamente e
attivamente in- sieme col mondo esteriore, che da ogni lato lo circonda e lo
preme. Ma dopo jl doppio ordino de’fenomeni ac- cennati e sopra di e.ssi,
sorgono i fenomeni della vita psichica, de’quali ò centro dinamico e fattivo lo
stesso principio animante e senziente, ma svolto ed elevato alla potenza dello
spirito, le cui funzioni distintive e proprie sono il pensiero e la libertà. Uno
stesso principio sostanziale adunque, una stes- sa monade, sostanza e forza
insieme, si pone prima- mente nell’uomo come principio della vita organico-
vegetativa, per cui rumano organismo si svolge e si compie. Si pone
secondamente come principio della vita animale c sensitiva , come principio
animante (anima), la cui vita tutta si rficchiude c si compie nel senso. E da
ultimo la stessa monade sostanziale e at- tiva si pone e si esplica come
principio della vita psi- chica, si pone come spirito, la cui vita si esplica e
si assomma nel pensiero. Perciocché il pensiero, preso in tutta la sua
generalità, in tutte le sue forme e nel suo totale contenuto, costituisce
appunto la vita supe- riore dello spirito. Sicché uno stesso principio sostan-
ziale ed attivo, uno stesso e identico soggetto ò il cen- tro unico, onde
partono i raggi proiettori delle tre sfere, in cui si dirompe la vita complessa
dell’uomo; sfere fra loro concentriche e l’una subordinata all’altra, e tutto
armonizzate ed unificate nell’unità superiore del sog- getto, che le domina e
governa. A conseguire quindi la cognizione scientifica della natura umana, eh’
è tinta parte del problema della moralità, fa mestieri considerare ciascuna di
queste tre forme dell’umana vita, scorgervi dentro quel che vi si contiene, le
relazioni che hanno fra loro, la forza viva che ne genera i fenomeni
rispettivi, i termini di rapporto cui si riferiscono, le leggi alle quali sono
sot- tomesse e le ragioni del loro essere e del loro operare. E questo studio
non ò di sola e mera speculazione, ma serve direttamente allo scopo della
scienza etica, che 3 è quello di determinare in quale sfera della vita umana
hanno a rinvenirsi gli elementi fattori della moralità. Poniamoci adunque a
questo studio che noi, come al nostro solito, faremo rapidamente e per sommi
capi. 11 . Sfera della vita sensitiva. E noi sorvoleremo a’ fenomeni deliavita
vegetativa deH’uomo, argomento alquanto discosto dall’ esigenze dirette della
scienza moi-ale e pur .mppo alieno dalla nostra competenza, tanto più che a noi
basterà sa- perne quanto òdi ragion comune agli uomini colti, nello intento di
applicarvi sopra le regole morali mo- deratrici c provveditrici delle esigenze
e de’ bisogni della vita vegetativa dell’ umano organismo. Faccia- moci dunque
a considerare la sfera della vita sensi- tiva ed animale deH’uomo, la quale,
come si accennò di sopra, si chiude e si compie nel senso ed in e.s.so tutta si
specchia e manifesta. A ben conoscere la vita puramente sensitiva, biso-
gnerebbe coglierla nel puro e schietto animale e non nell’uomo, nel quale i
fenomeni sensitivi non vanno quasi mai scompagnati da quelli, che son
pertinenti alla vita superiore dello spirito. A ben distinguere adunque ciò che
spetta al senso animale da ciò che vi si unisce e non gli appartiene, fa
mestieri di una sottile analisi e d’una più che ordinaria astrazione. L’anima,
come principio animante, è tutto senso, ma senso sostanziale e immediato. Sente
sò, ma non divisamente dall’organismo corporeo, che informa e vivifica, nò da
esso si distingue; sente i corpi esteriori neH’impressione immediata o mediata
che ne riceve; li sente cioò nella sua sensazione, che al tempo stesso è
percezione o rappresentazione delle parvenze o fe- nomenalità materiali, ed è
affezione piacevole o dolo- rosa delle proprie modalità. Ma sentendo non sa di
sè, nè delle cose sentite; sente ma non intende e non co- nosce; ò senso e non
intelletto; è sensazione, ma non è idea. Onde ignora sò stessa e muto è per lei
lo spet- tacolo del mondo. Ma il senso non è sola percezione, sensazione o im-
maginazione sensata; esso ò pure attività operativa, ma incosciente e quindi
fatale e cieca; è istinto. L’ i- stintoè forza che non si possiede, perchè non
si cono- sce, nò si muove se non è mosso, e quel che lo muove o l’eccita non è
una idea, ma una sensazione; onde perchè non si connsct; nè si possiede, e
perchè sente e non conosce l’ol; ictto cui tende, l’istinto è una for- za cieca
e non cosciente, è una attività fatale e non li- bera. Sicché il soggetto
puramente sensitivo, l’ ani- male schietto, è un essere gittate nel mondo in
balla non di sò stesso ma di altrui. E di poco esso si solle- va di sopra agli
altri esseri naturali e solo se ne di- stingue pel senso della vita, che al
postutto si risolve per esso nel senso del bisogno e del dolore fisico, uni- *
. ca impellente legge della sua istintiva attività opera- trice. Se l’anima
umana si rimanesse chiusa e ristrotUi in questa sola sfera della vita
sensitiva; se non fosse al- tro che senso, immaginazione e istinto, ella
sarebbe eternamente implicata nel mondo della natura, vi- vrebbe solamente la
vita pura animale, vita di senso, d’impressioni e d’istinto, inconscia di sè e
di tutto e sottomessa alla sola legge del dolore, fatalità della schietta
natura animale. Considerino questo que’ filo- sofi , che fanno dell’anima umana
un puro senso, e vedano quale sarebbe la conseguenza morale della loro teoria!
Perocché, anche quando riconoscessero in essa una virtù intellettiva e fattiva,
ma che non avesse altro contenuto se non quello del senso; (percezione di
fenomeni sensibili e passione d’impressioni pia- cevoli o dolorose ed attività
istintiva incoscia e fata- le); questo teorico sensismo menerebbe seco inevi-
tabilmente il sennaalismo, il quale è il sistema mora- le, che ha per principio
subbiettivo il senso e l’istinto, per termine obbiettivo la corporea voluttà e
per unica legge la necessità della natura. Cavita animale e sensitiva adunque
si chiude nella parvenza delle cose sensibili e materiali, nelle .sole fi-
siche e corporali passioni, negl’ istinti e negli appetiti puramente organici
ed animali. Non v’ha per essa luce d’idea; e l’ò chiuso affatto il cielo delle
cose eterne e divine, la verità la bontà la bellezza, la virtù l’onestà, il
dovere il diritto. È sottoposta alla legge della sola necessità fisica; non
vive con sò e per sè, nò da sò si determina all’azione, ignorando sò stessa ed
il fine della propria esistenza. 11 soggetto schiettamente sen- sitivo adunque
ò fuoi'i del mondo della moralità. Sfera della vita psichica o dello spirito.
Si è detto che il senso sia l’intelletto implicito, e che l’intelletto sia il
senso esplicato. Questa affermazione non è esatta. Il senso sia implicito sia
esplicito è sem- pre senso, nè per estendersi ed esplicarsi cambia na- tura 0
travalica i confini della sua propria sfera. L’a- nimale, eh’ è puro senso,
sarà sempre animale, nò il suo senso per esplicarsi che faccia, addiviene mai
intelletto. Egli è vero che nell’uomo .s’incomincia col senso e con la sensazione
e si va poi all’intelletto ed alla conoscenza; e ciò accade non perchè il senso
si trasforma in intelletto, o la sensazione si tramuta in idea; ma perchè
l’anima umana è insiememente senso e intelletto, o per meglio dire, è unità
sostanziale su- periore all’uno ed all’altro, i quali invece non sono che
momenti o modi diversi della sua attività essen- ziale. In fatti l’anima umana
sente ed intende, po- gnamo sè stessa od un obbietto qualunque; ma sen- tendolo
non lo intende col senso, e intendendolo non lo sente con l’intelletto; ma col
senso lo sente e con r intelletto l’intende, sendo l’ intelletto di natura di-
versa dal senso, forme differenti fra loro, benché de- rivanti da uno stesso e
identico principio. Ma sia detto questo come una digressione, e si torni al
pro- posito argomento della vita psichica dell’ umano soggetto. Quello stesso
umano soggetto, che dapprima si po- ne e svolge come principio e forza vitale e
sensieute, come anima, e proietta i fenomeni della sfera della vita sensitiva
ed animale; (piesto stesso soggetto umano si pone e si svolge come principio
pensante, come spirito, la cui vita è non vita di senso e d’istin- to, ma ò
vita d’intelletto, di sentimento e di libertine per dirlo in una parola, è vita
di pensiero. Di fatti lo spirito è pensiero sostanziale e vivente, il quale
preso nella sua generalità e nella sua forma e nel suo contenuto, abbraccia
tutta la vita di lui, l’ in- telligenza, il sentimento e il volere co’ loro
rispettivi atti e prodotti. Onde .si hanno tre sfere, o per dir me- glio, tre
momenti nella esplicazione della vita dello spirito; la sfera o il momento del
conoscere, la sfera o il momento del sentimento, la sfera o il momento del
volere; nelle quali sfere o ne’ quali momenti egli assume il c.arattere e il
nome di spirilo teorico, di spi- rito estetico e di spirito etico o pratico, secondo
una denominazione accettata quasi da tutti i filosofi mo- derni. Primo a
mostrarsi è lo spirito teorico, i cui atti e fe- nomeni costituiscono la sfera
della vita cono.scitiva. E di questa, primo baleno di luce, che prorompe dalla
profondici dello spirito, è la coscienza, per la quale lo spirito
immediatamente vede sè ste.sso, distinguendosi da’ fenomeni e dagli atti e modi
suoi propri , non che da ogni altro essere, e si afferma come soggetto sostan-
ziale, come io. E l’intuizione di sè ò immanente nell’io od accompagna
indivisibilmente ogni altro attoo modo della sua vita; sicché la coscienza
dell’io è, per così di- re, il pernio e ripomoclio sul quale si appoggia la
leva potente del pensiero a muovere e sollevare il mondo della scienza. Ma
questa attività conoscitiva dello spirito teorico, che dapprincipio si pone
come coscienza immanente di sò ne’ suoi fenomeni, si esplica successivamente in
varie forme, di grado in grado più efficaci e potenti; diviene cioè intelletto
e ragione, che penetra addentro nel fondo degli esseri e ne concepisce
l’essenza, i prin- cipi, le relazioni ed i fini; intelletto e ragione, che per
processi analitici o sintetici, induttivi o deduttivi, co- struisce il sistema
della scienza universale, rispon- dente allo universale sistema della realità.
Sicché lo spirito pel senso ha l’intuizione empirica delle cose, per
rintelletto intende e concepisce le forme intrinse- che ed essenziali degli
esseri del mondo, e per la ra- gione si solleva all’assoluto principio, causa e
ragio- ne finale dell’ universo. La prima forma della vita dello spirito è
dunque il pensiero; e pel pensiero co- nosce ed afferma sè stesso, conosce ed
afferma la rea- lità del mondo e dell’Assoluto e le loro necessarie re-
lazioni; e per dirlo in una sola parola, conosce ed af- ferma la verità,
obbietto necessario e formale del suo intelletto e della sua ragione. Ora
questo pensiero conscicnte di sé medesimo e contenente le nozioni e le itlee di
sè stesso, del mondo e dell’ As.soluto; questo pensiero che scruta, ritrova e
s’impossessa della verità e la fa sua, traducendola in propria sostanza e vita;
questo pensiero appunto è la radice prima, da cui germoglia la personalità
dello spi- rito umano. L’ uomo non potrebbe essere persona senza coscienza di
sè, senza conoscenza della natura delle cose. Onde il primo carattere della
personalità, il primo elemento richiesto per un soggetto ad essere persona, è
di essere un ente dotato di coscienza, d’in- telletto e di ragione. Ma ciò non
basta; altri elementi si richiedono a co- stituire la pienezza della
per.sonalità umana, benché l’intelligenza ne sia il primo e fondamentale
caratte- re. E questi altri elementi li troveremo nelle altre sfe- re della
vita dello spirito. Di fatti lo spirito non solo è cosciente intelletto e ra-
gione, ma del pari è sentimento ed amore; ciò che co- stituisce la sfera della
sua vita patetica o estetica che voglia dirsi, lì pathos è un altra proprietà
dell’uma- na natura, un altro attributo dello spirito, il quale non è solamente
intelletto teoretico, ma è altresì intelletto d’amore, secondo la espressione
dantesca insieme- mente poetica e filosofica. È intelletto di amore il sen-
timento, in quanto che nella sua forma attiva ò ten- denza e moto spirituale
verso gli obbietti rivestiti delle forme divine della verità, della bontà e
della bellezza; sicché il sentimento erompe dallo spirito in quanto è
intelligente ed in quanto apprende amoroso quelle for- me divine, che sono le
idee sopradette. Onde segue non esservi pathos o sentimento in quel soggetto,
in cui non si rinviene la virtù intellettiva e a cui non ri- splende la luce
della idea. Perciocché il sentimento non é da confondersi con la sensazione od
affezione animale, la quale, oltre che è commozione fisica ed or- ganica, muove
dal principio senziente solo eccitato dalla impressione sensata delle cose
esteriori. Vero è che gli esseri naturali e fisici possono dive- nire obbietto
di sentimento o di amore; ma questo av- viene non in qnanto sono sentiti, ma sì
bene in quanto sono intesi e dall’intelletto concepiti nella loro idea; cioè in
quanto in essisi scorge impresso in' qualche modo la divina forma del vero, del
bello e del buono, unici termini obbiettivi degli amori dello spirito. E da
questa fonte medesima deriva il pathos o il sentimento estetico nella sua forma
passiva, quale è la gioia, la letizia, il gaudio deiranimo, commosso dalla
visione intellettiva o dalla rappresentazione fantastica di quel- le divine
entità, partecipate dagli oggetti della natura e dell’arte. Onde il sentimento,
il pathos, in tutta la ric- chezza del suo contenuto e in tutte le sue forme,
siano attive siano passive, che noi qui non ci facciamo ad enumerare e
determinare, è proprio attributo e natura dello spirito e non dell’anima
puramente sensitiva, nellaquale non vi ha, nè può esservi altro, che affezioni
organiche sensitive ed istinti. Giace adunque in fondo al sentimento l’ idea ed
in fondo allo spirito patetico lo spirito teorico; o per me- glio dire lo
spirito è teorico insieme e patetico; e me- glio ancora, dal seno dell’idea
rampolla il sentimento e l’amóre. E questo deriva per una ragione vera e pro-
fonda, la quale spiega ancora il processo necessario di questo sviluppo icofico-patetico
della vita dello spirito. In fatti lo spirito essenzialmente è coscienza di sè
stesso e intellezione del mondo e dell’Assoluto. Ap- prendendo s6 stesso ha il
sentimento deiresser suo e della sua vita, e fruisce e gode di questa immediata
rivelazione di sò a sè medesimo; fruizione e gaudio che è sentimento passivo,
ma che genera necessaria- mente il sentimento attivo dell’ amore immanente e
perenne del proprio essere. Gode di sè ed ama sè stes- so, perchè apprendesi
come un essere in sè sussi- stente, in cui riluce concreto un qualche raggio
della verità, della bontà e della bellezza, che sono le sole entità divine
capaci a destare nello spirito il senti- mento della letizia e deH’amore. Ma
questo sentimento immediato di sè stesso non è puro e schietto gaudio, non è
letizia affatto sincera; invece è commisto a tri- stezza e dolore, ad ansia ed
inquietezza. Perciocché per la coscienza intellettiva lo spirito avverte, che
se egli ha dell’essere non è tutto l’e.ssere; se ha in sèdel vero, del bene e
del bello, non è tutta la verità, tutta la bontà e tutta la bellezza. In somma
la coscienza della pro- pria limitazione, e la concezione necessaria di altri
esseri da lui diversi e di quelli ideali di ogni perfe- zione, rendono lo
spirito non pago interamente di sè stesso , inquieto e commosso e sempre
aspirante a trapassare i confini della propria limitazione e corre- re le vie
dell’infinito. Questa coscienza della propria limitazione di fronte all’
infinito ideale, che ha sempre in mira, è la radice profonda, dalla quale
germoglia il pathos o la vita estetica dello spirito, e ne spiega la natura, le
forme e la legge fatale del suo vario e progressivo svolgi- mento. Questo
vincolo o nesso necessario della idea e del sentimento, dello spirito teoretico
e dello spirito este- tico ci dà ragione di due altissime verità, che hanno una
grande importanza in tutte le discipline, che si occupano del destinato
dell’uomo. E la prima è, che il sentimento od il pathos in generale, sia nella
sua for- ma passivq di gioia o di stristezza, di piacere o di do- lore, che
nella forma attiva d’odio o d’amore, di desi- derio o di avversione, si estende
per quanto si esten- de e spazia l’intelletto nell’infinito campo della idea.
Donde segue l’altra verità, che la felicità e la beatitu- dine, la pace o la
tranquillità dello spirito abbiano il loro fondamento primo e la prima loro ragion
d’es- -sere nella cognizione e nella scienza, e che a misura che questa si
accresce, quelle s’aumentano. SI vedrà a suo luogo quali conseguenze discendono
da questi principi, sia per la appreziazione de’ diversi sistemi di morale, sia
per la detèrminazione de’ doveri umani. Non entra in questo specchio schematico
dell’Etica un più ampio sviluppo della teorica estetica dello spi- rito, nò la
determinazione specifica delle varie forme del sentimento, provenienti tanto
dalla natura com- plessa dello spirito, quanto da quella moltiplice e di- versa
de’ termini obbiettivi, cui il sentimento si riferi- sce. Sarà questo argomento
convenientemente svolto nella parte applicata della morale, ove s’ha a ricer-
care la legge governatrice degli affetti e delle passioni umane, ordinate allo
scopo supremo della vita. Ci basta ora avere scorto la natura intrinseca del
sentimen- to, la ragione di questa sfera della vita dello spirito, il principio
onde muove, il termine obbiettivo cui aspira a posare ; ci basta insomma di
aver dimostrato essere il pathos un elemento integrante della personalità umana
e che la scienza etica ha ragione di tenere in grande considerazione. Ma il
coronamento della umana personalità si rin- viene in una più alta sfera della
vita dello spirito, nella sfera superiore della libertà, nella sfera cioè del
libero spirito, o del libero volere. Sfera della vita etica o dello spirito
praticp. Chè cosa sarebbe mai lo spirito umano, se l’attività sua non
oltrepassasse la sfera deH’intelletto e del sen- timento? La conseguenza
sarebbe questa, che il pen- siero non sarebbe libero pensiero, nè il .sentimento
sarebbe capace d’essere temperato e diretto. Se lo spirito fosse solo
intelletto e sentimento, la sua atti- vità, mossa comecchessia, seguirebbe
sempre la data direzione e opererebbe sempre in un modo uniforme e fatale e non
potrebbe essere di sè signora e padrona giammai. Invece vediamo, che il
pensiero si muove a sua posta, inizia il suo movimento e lo arresta e lo volge
a destra ed a manca suo arbitrio, e quel che più monta, si trasporta fuori di
sè e si ripiega e rigira sopra di sè medesimo. Comincia dall’ intuizione empirica
o intellettiva che sia, ed ora vi si ferma sopra e vi attende e riflette, ed
ora sorvolando all’obbietto deH’intuito, ascende all’universale e all’idea e da
que- sta discende alla concretezza del reale. E nello stesso sentimento, che di
sua natura è fatale, lo spirito spie- ga la sua attività dominatrice,
temperandone l’impeto e governandone l’indirizzo e spegnendone la veemen- za e
l’ardore, ovvero lo riaccende, aumentandone la forza e il vigore. Ora questa
potenza dello spirito a possedersi, a do- minarsi, a disporre di .sè e degli
atti suoi è appunto il volere o la volontà. Lo spirito dunque non solo è in-
telletto e sentimento, ma eziandio è volontà; non so- lamente vive la vita
conoscitiva ed estetica, ma an- cora vive la vita del volere, o della libertà.
E noi di proposito ed a ragion veduta ci siamo espres- si dicendo, che lo
spirito vive ancora la vita del volere e della libertà. Perciocché la volontà
essenzialmente è libertà, e la libertà essenzialmente è volontà. Volontà e
libertà sono tutt’uno. Ma questo ha bisogno di più am- pia dilucidazione. Il
fondo dello spirito, e per dirlo a modo degli scola- stici, la quiddità di lui
è sostanziale attività, è forza o causa producente i fenomeni e gli atti della
sua vita complessa. Questa unica attività però si ésplica in tre momenti o
forme principali, ciascuna delle quali com- pie funzioni diverse e quindi
differenti effetti produce. L’attività razionale genera la scienza, l’attività
estetica il sentimento e l’amore, e l’attività volitiva genera l’as- senso,
l’elezione e in una parola la volizione. Sicché in queste tre forme d’essere
dello spirito v’è sempre in fondo l’attività, perchè in fondo a ciascuna delle
sue forme v’ò sempre lo spirito essenzialmente attivo; ma questa attività in
oiascmia di queste forme varia di modo, di qualità e di carattere. Di fatto
nella conoscen- za l’attività a rigore è di sua natura necessai’ia e fata- le,
egualme: che nel sentimento e peli’ amore. L’in- telletto, date le condizioni a
conoscere, non può non conoscere; e il sentimento, poste le condizioni sue, non
può non commuoversi e patire. Invece nel volere l’at- tività è donna di sè
stessa e non fatale; si determina da sè a porre o non porre l’atto suo, mossa o
meglio invitata dall’obbietto delle sue determinazioni, non for- zata o coatta.
In somma l’attività volitiva, la volontà è forza essenzialmente libera, è ’a
libertà concreta, è la stessa libertà. Dire volontà è lo stesso che dire
libertà, e dire libertà é lo stesso che dire volontà; e nel volere lo spirito
compire la sua evoluzione subbiettiva e di- venta libero essere, o Persona.
Questa dottrina non contraddice affatto a quel che di sopra ci venne fatto di
dire intorno al libero pensiero ed al libero sentimento. Perciocché, per la
intima com- penetrazione delle ue forme del conoscere, dell’amore e del volere
nell’unità superiore e trascendente dello spirito, avviene che aU’atto fatate
deU’intelletto puro ed all’atto necessario del sentimento schietto, si unisca e
vi si compenetri,. l’atto volitivo; sicché per Tefficacia maravigliosa della
essenziale libertà del volere, l’uno diventa .sentirilento libero e l’altro
libero pensiero. Di fatto per la libertii del volere l’intelletto da spontaneo diventa
riflesso, l’intuizione si trasforma in attenzione, e la ragione e l’idea si
esplica nel processo induttivo o deduttivo del ragionamento. Del pari il
sentimento da commozione o moto spontaneo e fatale dell’animo, per l’efflcacia
del libero volere si trasforma in sentimento libero e riflesso, in amore, in
desiderio e passione; e cosi rientrano entrambi, cioè l’intelletto e il
sentimento e gli atti loro, nella sfera della libera volontà, e quindi in
quella della piena e perfetta moralità. Ma se la volontà s’insinua e si
compenetra con l’ in- telletto e il sentimento e li rende liberi al pari di .sé
stessa, ella non sarebbe però forza autonoma e libera; se non contenes.se in s6
medesima e il sentimento e la ragione. Una forza ed un’attività, che non fosse
co- ' sciente di sò stessa e non sentisse l’interiore impulso della sua natura,
che la mena al suo fine, non potrebbe essere una causa libera delle proprie
determinazioni e de’proprt movimenti. La volontà quindi non solo sup- pone
l’intelletto e il sentimento, ma essenzialmente è cosciente e patetica di sua
natura, e perchè tale ella si determina liberamente nelle sue volizioni.
Insomma nella volontà lo spirito accoglie ed unifica tutti i mo- menti
anteriori di esplicazione della sua vita; e nella volontà, ricca di tanto
contenuto, lo spirito si ricono- sce c si afferma una libera persona. Da quel
che precede si rende manifesta e chiara qual sia la natura e la essenza della
personalità e quali e quanti elementi integranti la costituiscono. Riassu- mendo
il già detto, si scorge la personalità esser pro- pria dello spirito e del solo
spirito, e consistere nelle proprietà di lui e solamente di lui, di essere
intelligente amante e volente ; consistere cioè nella libertà sostan- ziale
dello spirito, la quale libertà incbiude essenzial- mente e in sè compendia e
l’intelletto e il sentimento e il volere. E per la personalitìi lo spirito
diventa soggetto ed ente morale; per essa egli entra nel mondo della moralità
universale; e per la personalità si rende l’uomo responsabile delle sue azioni
e diviene, quasi direi, causa sui e quasi libero creatore del suo destinato e del
suo fine. Ma il concetto della personalità ha tanta importanza in tutto il
dominio delle scienze razionali e morali, che merita una più ampia
esplicazione. * La persona intesa non nel significato etimologico della parola,
ma nella sua nozione e nella sua idea, è un ente che sussiste in sòe vive per
sò stesso; un ente che ha per fine sò medesimo e da sè opera e si gover- na.
Per dirsi che un essere sussista e viva in sò e per sè e da sè operi e si
governi, fa mestieri ch’egli non solo abbia una propria e individua sussistenza
esenta la propria vita (ch’ò il caso del puro animale) ; ma eziandio si
richiede che abbia coscienza delle ragioni del suo essere e del suo fine, e che
conosca le ragioni e i fini degli altri esseri che lo circondano; e quel che
più monta, si esige ch’egli operi e si determini da sò libera- mente negli atti
suoi, secondo la idealità eterna della ragione. Da questo concetto della
personalitàderiva, che solo lo spirito èe può esser persona, perchè solo
Fente-spi- rito sussiste e vive in sò ed è fine a sè stesso ed ha co- scienza
della sua idea e delle idee di tutte le cose, e da sè opera e liberamente si
determina nel suo pensiero c nelle sue volizioni. Per questa ragione, Dio
conce- pendosi come spirito assoluto, ò un’assoluta perso- nalità; e l’uomo ò
persona in quanto nella parte su- periore della sua complessa natura ò spirito
del pari. La eccellenza massima, e direi quasi il grado supre- mo ed ultimo
della dignità, dell’essere, consiste nella personalità, per la semplicissima
ragione, che la razio- nalità e la libertà sono gli attributi massimi,
eccellen- tissimi e divini deU’essere, e là razionalità e la libertà sono
tutt’uno con la personalità. Dato un essere, nel quale siano unificate ed in
atto la razionalità e la li- bertà infinita ed assoluta, e voi avrete l’ente
perfettissi- mo d’infinita dignità ed eccellenza; avrete Dio, lo spirito
assoluto, l’assoluta persona. Dato un essere, in cui la razionalità e la
libertà siano partecipate, limitate in atto, ma potenzialmente infinite, e voi
avrete, pognamo ad esempio, lo spirito umano, l’umana persona, l’uo- mo, che è
l’essere più eccellente e degno della crea- zione. E la sola personalità negli
esseri è inviolabile, e ri- spettabile e sacra. La sola personalità ha la
potestà di- vina del diritto; ed alla sola personalità è dovuto il ri- spetto e
l’ossequio e l’amore ; e per essa sola si hanno doveri. Si neghi al primo
Essere, all’Assoluto,laqualità di persona, e voi gli negherete di essere
spirito e quindi la ragione e la libertà assoluta, e diventerà per voi una
materia prima, un caput mortuum, od al più una na- tura naturans, cui competerà
la forza cieca ed irrazionale, non la potestà del diritto e della legge, e cui
non è dovuto dovere alcuno, nè adorazione, nò culto. Negate aH’uomo la
personalità e ne avrete negato lo spirito, c la ragione quindi e la libertà.
Sicché per voi l’uomo diviene cosa da appropriarsi, animale da usu- fruire,
servo e schiavo da dominare. Insomma negata la personalità, ch’è l’unità
sostanziale e concreta della ragione e della libertà, rimane distrutta e
annullata l’idea dello spiri to,c con essa il fondamento subbicttivo della
metafìsica, della morale, della religione, della politica, 'deirartc e della
storia. Ma per non allargarci oltre il confine della scienza di cui ci
occupiamo, si consideri che la teorica della personalità è fondamentale
principio delle scienze mo- rali e giuridiche. L’idea della giustizia e del
diritto, l’idea deU’oncsto e del dovere sarebbero inconcepibili ed inattuabili
nel mondo, senza l’ idea d’un soggetto personale, che le concepisca e le
traduca nella realtà della vita. Perciocché il diritto ò potestà, che compete
esclusivamente ad un ente personale; e la giustizia segna appunto la misura
eguale, di proporzione geo- metrica 0 aritmetica, nella distribuzione delle
utilità nascenti dal diritto fra le persone. E il dovere, ch’è la necessità
morale di compiere ciò che è retto ed onesto, sarebbe impossibile a praticarsi,
non che a concepirsi, senza il concetto d’una persona riconoscente e prati-
cante ed effettuante ciò, ch’è dovuto in ossequio ad un’altra personalità. E la
teorica della personalità cresce d’importanza a misura, che il concetto della
persona da singola e indi- , e cui ! culto, pto lo )cr voi 1 usu- della il lata
‘ttivo della iiiza Iella mo- tto, bili ‘Ito HA "te ■ia )- 1 vidua si
tramuta o si amplifica in persona collettiva e sociale. La persona singola e
individua ò la unità so- stanziale della ragione e della libertà in un soggetto
' singolo e reale; la persona collettiva e sociale è l’unità formale della
ragione e della libertà di due o più per- sone nella unità d’un fine comune.
Sorge cosi la per- sonalità sociale, 0 morale che voglia dirsi, del coniu- gio,
della famiglia e dello Stato ; la personalità sociale religiosa, scientifica,
artistica, industriale e di ogni al- tra maniera di personalità, nascente dalla
diversa na- tura del fine, per cui si stringono gli uomini insieme fra loro. E
queste personalità sociali e collettive hanno i medesimi attributi e le stesse
prerogative, che la per- sonalità singola e individuale; sono cioè egualmente
sacre e inviolabili. E come neH’uomo individuo la per- sonalità è la fonte
subbiettiva del suo diritto e la ra- gione de’ suoi doveri; così nella
personalità sociale è riposta la fonte subbiettiva e la ragione de’ diritti e
dei doveri interni ed esterni d’ogni umana associazione. Onde la teorica della
personalità è di gran momento nelle scienze razionali c nmrali, anzi n’ò il
primo e ra- dicai principio. Perciocché la personalità ò il corona- mento della
natura dello spirito, la cui attività con- sciente, estetica e volitiva, vai
quanto dire personale, é, se assoluta personalità, la causa e la ragione del
mon- do; se relativa e participata è la causa concreatrice della scienza c
dell’arte umana e di tutte le umane isti- tuzioni, morali, religiose e
politiche. Ma quello che soprattutto dee richiamar la nostra considerazione sul
valore della dottrina della perso- nnlitj'i, si ò che questa 6 la rapinne
subbiettiva del bene c del male morale, della virtù e del vizio, del merito e
del demerito, del premio e della pena, della imputabi- lità e della
responsabilità umana; e per dirlo in una sola parola, il principio della
personalità può solo spiegarci l'enigma della destinazione dell’ uomo e del
mondo. Si badi a questo; che senza il concetto della perso- nalità non vi
sarebbe ragione di distinguere il mondo della natura dal mondo dello spirito,
il mondo fisico dal mondo morale, il mondo della necessità dal mondo della
libertà. E soprattutto si badi, che il problema della moralità, obbietto
proprio e speciale della scien- za etica, trova il suo primo elemento, ch’è
l'elemento • subbiettivo, nel concetto della personalità umana. In fatti ruomo
in tanto ò soggetto morale e fa parte del mondo morale, in quanto ò un essere
personale. Ed ò soggetto etico, ovvero persona, in quanto ò pensiero consciente
ed ò libero volere; la moralità subbiettiva consistendo appunto nella unità dell’essere
razionale e libero, ossia nella unità della idealità e della libertà. Ora in su
la Terra l’uomo soltanto ò soggetto perso- nale e quindi morale, perchè in lui
solo si avvera la vita dello spirito, vita d’intelligenza, di sentimento e di
volontà; tre forme di vita, che da quindi innanzi de- signeremo col solo nome
di « Vita morale, ovvero etica ». La vita etica o morale ha due campi o sfere,
dove si esplica e si manifesta ne’ fatti o ne’ fenomeni, che per- ciò si
addimandano fatti o fenomeni etici o morali; il rampo o la sfera intima della
coscienza, e il campo o la sfera delle esterne e sensate operazioni umane. S\
l’uno, che l’altro ordine di fenomeni, perchò avessero la qualità e la natura
di fenomeni o fatti etici e morali, e quindi vestissero la forma della moralità
subbiettiva, debbono essere il prodotto della piena efficienza per- sonale
dello spirito; vale a dire debbono essere il pro- dotto armonico delle tre
potenze morali di lui, l’intel- ligenza, il sentimento e il libero volere. E
siccome nel volere libero, ultimo e superiore sviluppo dello spirito, si
contengono e il sentimento e la ragione ; così può dirsi, che la nota
caratteristica della moralità subbiet- tiva de’ fatti e de’ fenomeni, sì
interni, che esterni dello spirito, sia di essere volontarii ovvero liberi. La
oolon- tarietà, se è lecito così esprimermi, ò la ragione es- senziale della
eticità subbiettiva delle azioni morali; è la qualità determinatrice della
moralità subbiettiva dell’atto umano. La volontarietà o il volontario, Vin-
tenzionalità o l’intenzione, ò il carattere formale di ogni atto morale umano;
senza del quale l’azione uma- na può essere conforme o disforme dalla
prescrizione della legge etica e giuridica, e quindi materialmente e
obbiettivamente buona o mala; ma sarebbe al certo deficiente di quella moralità
subbiettiva, consistente nella volontà e nella intenzione di operare il bene o
il male, e che perciò rende buono o malo, virtuoso o vizioso l’uonio con le sue
corrispettive operazioni. La bontà e la malizia degli atti umani adunque son da
ripetersi, subbiettivamente parlando, dalla qualità morale della volontà, che
li produce secondo sua na- Digitized by Google — 38 — tura e simili a sò
stessa. Buona la volonU'i, buoni gli atti suoi; mala la volontà, mali gli atti
e le sue ele- zioni. Perciocché domina la volontà e penetra con la sua
efficacia in tutte le sfere dell’attività dello spi- rito; se pure non è più
esatto il dire, che essa sia lo spirito stesso, in quanto si determina da sé
libera- mente nelle funzioni del pensiero, del sentimento, del- l’elezione e
dell’operazione. In fatti nè il pensiero, nò il sentimento, nel loro momento
astratto e indipendente dall’efficacia del vo- lere, sono di per sé morali e
liberi. Entrano nella sfera della moralità, diventano cioè liberi e morali,
quando vi si insinua il volere e da spontanei si ren- dono riflessi. Così il
pensiero con gli atti suoi diviene pensiero volitivo, cioè libero pensiero; e
il sentimento con tutte le sue forme ed atti diventa sentimento ac- consentito
e voluto, cioè libero sentimento. Da questa intima e reciproca compenetrazione
della volontà col sentimento e con rintclletto sorge la libertà, questa unità
superiore dello spirito, per la quale lo spirito è persona e soggetto morale, e
gli atti suoi tanto in- terni, che esterni entrano nella sfera della moralità.
V. Della responsabilità e della potestà del diritto e del dovere, attribuiti
della personalità umana. Da questa teorica della volontà libera e personale
discendono alcuni postulati di grande importanza nel Digitized by Google ini di
e ele- •on la jpi- ■la lo »era- dol- Joro vo- ci la ■ali, cn- ino ito c~ ta 0/
•a 0 - 30 - dominio delle scienze morali, e che fa mestieri qui se- gnalare. Il
primo di questi postulati è il principio della re- sponsabilità umana. In fatti
dato che lo spirito, e quindi l’uomo, sia persona razionale e libera, egli è
per que- sto causa sui, cagione, cioè, se non dell’ essere suo sostanziale,
certo del suo essere finale, in quanto ò lasciato in sua balla ed al suo
arbitrio divenire in concreto ed in atto quello, che può e deve essere, se-
condo la potenzialità infinita della sua nozione 0 della sua idea. Per la
libertà l’uomo prende possesso di sè medesimo, del suo intelletto, del suo
sen-timento e della stessa sua volontà; insomma di tutte le sue forze c
potenze, e le indirizza e le governa a suo arbitrio ; e per essa domina le
forze naturali e le volge a’suoi fini ; e con la scienza e con l’ arte, libere
opere del suo spirito, si crea uno stato ed una condizione di esistenza nel mondo,
corrispondente alle esigenze della sua natura ed all’idealità della sua vita.
Insomma l’uo- mo per l’efflcacia della sua libera volontà può divenire quello,
ch’ei vuole divenire, attuando con la sua libertà in sè stesso e fuori di sè la
quasi infinita potenzialità inchiusa nella sua natura e nella sua idea. Ma
quello chejpiù monta e rendo più incontrastabile il principio della
responsabilità umana si è, che per la libertà lo spirito domina e governa sè
stesso, educa e corrobora l’ingegno, eccita od affrena il sentimento, afforza
l’efficacia e fermezza de’ propositi del volere, e da ultimo impera sopra le
affezioni e gli appetiti del senso. E per essa infine lo spirito può serbare
l’ordine e r armonia fra le diverse sfere della sua vita com- plessa,
sottoponendo il senso all’intelletto, il talento alla ragione e la sua stessa
volontà libera aH’ossequio ed all’autorità divina del vero e del bene. E per la
libertà lo spirito si rende capace di crearsi quegli abiti morali, cbe
addumandonsi virtù o vizii; le quali abitudini, l’una a l’altra predominando,
costitui- scono il carattere morale dell’ uomo. Senza la libertà sarebbe
impossibile la virtù, impossibile il vizio; per- ciocché la prima, considerata
nella sua origine sub- biettiva, non ò altro che la forza {cés) riflessa e
libera del volere, che costantemente e inflessibilmente si de- termina
all’azione per puro ossequio al dovere; e il se- condo é la stessa forza
riflessa e libera della volontà, che abitualmente si determina all’operazione
in con- traddizione della legge morale. Sicclié l’azione buona o mala, virtuosa
o viziosa, e ciò cbe da esse consegue di merito e di demerito, di premio e di
pena, sono liberi effetti della libera loro causa, il volere. E questo ap-
punto costituisce quella, che si potrebbe chiamare im- putabilità subbiettioa
dogli atti umani, consistente in un giudizio di riferimento degli atti morali e
liberi alla loro libera e personale cagione, la quale n’è perciò re- sponsabile.
E questa impuUxbilità subbiettiva ò sem- pre presupposta dall’altra forma d.'
imputabilità, che potrebbesi dire obbiettiva, della quale si tratterà al-
trove, consistente nel giudizio di riferimento c di ap- plicazione della
sanzione della legge morale-giuridica agli atti umani ed all’umana persona, la
quale n’è la li- bera ed efficiente cagione. Il secondo postulato derivante dal
principio della libei-a pcrsonalitri dello spirito, ò che l'uomo solo per essa
diviene soggetto capace di diritto c di dovei-i. Il dovere è necessità morale,
che non può essere concepito e compiuto, se non da una libera persona. 11
dovere è rispetto, ovvero riconoscimento pratico di ciò che por sò stesso ò
rispettabile e sacro ; quindi non può essere adempiuto, se non da una persona e
solo verso una persona; dappoiché la personalità soltanto ò rispettosa c
rispettabile. Onde segue, che ove non é personalità ivi non ò dovere; e segue
ancora, che il do- vere è dovuto alle sole personalità ed alle cose bensì, ma
in quanto alle persone appartengono o le riguar- dano. La stessa legge in tanto
ò rispettabile in quanto esprime c contiene la ragione e la volontà di una per-
sonalità impcriante. La legge concepita in astratto ed impersonale non ò
rispettabile per sò stessa; in que- sto caso è necessità logica, ovvero ò forza
fisica, cieca ed irrazionale, che non ispira rispetto e solo si cerca di
vincere o di evitare, potendo, o la si subisce per im- potenza di sorpassarla;
ma per essa non s’ ha dovere; il quale per parte del soggetto ò il rispetto e
il pratico riconoscimento di quella rispettabilità, che la legge concepita come
personale può soltanto ripetere. Donde segue ancora un altro postulato
irrepugnabile, che se .vi ha legge al mondo, e di certo ve ne ha tanto nell’or-
dine fisico quanto nell’ordine morale, essa ò di sua natui'a c nel suo
principio personale e divina; percioc- ché tanto é dire legge, quanto è dire
ragione e libero volere, ossia imperante personalità. Lo stesso è da affermarsi
del diritto. 11 diritto consi- derato nel soggetto, essendo la potestà di
disporre li- beramente di sè e delle cose proprie, secondo ragione; non può non
essere die appartenenza di un essere per- sonale. Gli esseri impersonali, pognamo
la pianta e l’animale, hanno certo potenza e forza, l’uno di vege- tare e
crescere, l’alti'o di muoversi c sentire ed opera- re; ma questa loro potenza e
forza, l’una 6 cieca affat- to, l’altra è istintiva; ed amcndue necessarie e
fatali nel loro inizio, nel loro progresso e nel loro fine. La sola forza c
potenza per.sonale, perchò conscia di sè c del suo obbietto, sì possiede e si
determina da sò libera- mente, e può disporre di sè e delle cose sue, secondo
un fine razionale. E considerato il diritto obbiettivamente, cioè a dire, come
idea del retto e del giusto, o come ragione c legge dell’opcrare; egli
presuppone eziandio la perso- nalità del principio, di cui è ragione e volere;
e presup- pone ancora la personalità del soggetto, al quale come norma del suo
operare s’impone. •Si andrebbe molto lontano, se si volessero trarre tutte li-
(conseguenze incliiuse nel principio della per- sonalità umana; la qual cosa ci
menerebbe oltre il fine, die si è avuto in mira in questo prospetto generico
della filosofìa morale. Tocchiamo invece di altri due quesiti, che interessano
sommamente la nostra scienza e che servono meglio a chiarire la natura della
perso- nalitìi umana, ed a risolvere razionalmente il problema della sua finale
destinazione. E di questi quesiti, l’uno ricerca la natura sosUuiziale dello
spirito; l’altro l’origine c il termine di perduranza della esistenza di lui. È
chiara cosa per chi riflette, (pianta importanza si abbia la soluzione di
rpiesti due problemi nell’econc.)- mia della morale filosofia, e nella
determinazione della legge della vita, Della sostanzialità dello spirito. .\
conoscer davvero la natura dello spirito non basta sapere, ch’egli sia
sensiente, intellettivo e volente, attri- buti ricavati da’fenomeni della sua
vita sensitiva e psi- chica; ma fa d’uopo ricercare il nou//(CAio deire.sscr
suo; cioè a dire, se la sua personalitA sia sostanzi:de e ferma e permanente,
ovvero fenomenale ed evane- scente. Tale disamina non ò, come potrebbe sembrare
a priiiia vista, indifferente od estranea alla scienza etica; la quale in fin
de’ conti ha il debito massimo di proporre e di risolvere il problema della
destinazione finale dell’uomo. Ciò che vi ha di piò immediato in questa ricerca
e donde si deve partire per poi giugnere alla soluzione del proposto quesito, è
il fatto indubitabile dell’uma- no pensiero. Ma se nell' uomo il pensiero ò un
fiotto immediato e indubitabile, che anche quando se ne vo- lesse dubitare lo
si afferma c lo si riconosce, scudo che dubitare ò lo stesso che pensare; non
avviene la stessa co.sa per la causa e per il soggetto del pensie- ro, la cui
essenza e natura, sfuggendo all’immediata appercezione della coscienza,
<leve essere ricercata e dimostrata coi processi mediati e discorsivi della
ragione. Dal fatto dunrpie del pensiero e dalle pro- prietà caratteristiche ed
essenziali di esso, la ragione ascende alla nozione del soggetto del pensiero
ed alla determinazione dell’essenza e natura del medesimo. In altri termini,
dalle proprietà essenziali e formali del pensiero si argomenta la natura
essenziale c reale del soggetto del pensiero, o dello spirito. Ora nel
pensiero, sia qualunque la sua forma, sen- sazione, percezione o
rappresentazione, concetto o idea, giudizio o raziocinio, scienza o sistema di
scien- ze; risplende come condizione necessaria della sua possibilità e della
sua formazione, la nota o la legge della unità, senza della quale il pensiero
non avrebbe coscienza di s6 stesso, nà potrebbe compenetrarsi col ricco
contenuto implicato nella sua forma ed averne coscienza. Ma l’unità formale del
pensiero e della .scienza (e si dica lo stesso dell’unità del sentimento e del
volere) importa l’unità reale e sostanziale del prin- cipio pensante, ch’è Io
spirito; il quale senza questa sua natura unitaria e semplice non potrebbe
affatto ingenerare l’ unità formale della scienza e del pensie- ro. Splende di
fatti in fondo ad ogni maniera di pen- siero, che di sua natura 6 fluente e
scorrevole in in- finite e varie forme e modi, l’unità immanente del sog- getto
pensante, sempre identico sostanzialmente a sè stesso ; a guisa di un centro
immutabile e fisso, dal (piale partano i raggi della sua cosciente attività
pen- sante, e dove ritornano riflessi dall’azione delle eflicicnze esterne, e
quindi generatori del mondo delle idee e della scienza. Que-sta reale unitìi e
identità im- manente fa dello spirito mia sostanzialità propria e sili generis,
essenzialmente diversa da ogni altra for- ma di esistenza, in cui, invece dell’unità
e identità so- stanziale, riluce la moltiplicità e la varietà sostanziale del
contenuto. Sicché lo spirito è sostanza o soggetto veramente uno e identico,
escludente essenzialmente ogni sorta di composizione di parti e di elementi
reali, e quindi di essenza diversa affatto da ogni altro essere della natura. E
questa dottrina appunto si vuole in- tendere e significare col nomo c\i
spirifnnlismo. Ora la dottrina spiritualistica ù fondamento insieme e
compimento della teorica della personalità umana. Imperocché lo spirito é
solamente persona; ed é tale perché egli soloé soggetto intelligente c libero;
ed egli ò tale perché soltanto lo spirito essenzialmente è so- stanza semplice
ed una e perfettamente identica a sé medesima. La personalità innegabile adunque
dello spirito umano conferma quindi invincibilmente launi- tà semplice e
l’identità sostanziale di lui, onde egli si distingue essenzialmente da ogni
forma di essere cor- poreo e materiale. VII. Oell'iunascimento e dell’
immortalità dello spirito. Da questa teorica incontrovertibile discendono a fil
di logica due verità di grandi.ssimo momento, si per la filosofla speculativa,
die per la filosofia morale, e sono: riiiiiascimento dello spirito c Tessere
per intrinseca sua essenza imperituro ed immortale. E primamente lo spirito non
può nascere, nò deriva- re dal composto, dal moltiplice e dal diverso, seiido
di sua natura uno, semplice e identico; nò può derivare in nessun modo da
sostanza presistentc per emana- zione, o sviluppo, o trasformazione di sorta.
Siccliò lo spirito o sussiste da sò, come lo Spirito assoluto; o sus- siste per
Timmodiata efficienza di Dio, come lo spirito umano. La seconda vei-ità
proveniente dalla essenza e natura intrinseca dello spirito, ò ch’egli sia
imperituro ed im- mortale in tutta la ricchezza della sua vita di pensiero, di
sentimento e di libertìi; o in altri termini, in tutto il contenuto della sua
personalità. A queste conclusioni contraddicono i sostenitori delTunitàe
delTidentità sostanziale di tutti gli esseri, ponendo unica e identica la
sostanza, onde poi deri- va, sia per combinazione meccanica di elementi, sia
per isviluppo dinamico interiore, la varietà infinita delle forme esistenziali
dell’ universo. Sicchò in fondo a tutte cose v’ha, secondo l’avviso di
cotestoro, l’uno e T identico della sostanza e il moltiplice e il vario delle
forme e de’fenorneni. Se non che questo uno e identi- co, questo priniitm, che
ò in fondo a tutte resistenze, 6 variamente concepito da’ sostenitori
dell’unità della sostanza universale. Quelli che partono dalla conce- zione
fisica o materialistica del mondo , o come og- gidì si appellano i filosofi
natui-alisti o positivisti , mettono a capo e in fondo di tutti gli esseri la
sostanza materiale, o la materia; dal cui movimento meccanico ed esteriore, o
dal movimento dinamico ed intrinseco, secondo certe leggi fatali, nascono le
varie e moltiplici forme degli esseri, i corpi inorganici, gli organismi ve-
getali ed animali, nasce ruomo ; e in tutti questi esseri diversi di specie e
generi per sola differenza di forme, di quantitù e di movimenti, opera
ciecamente la forza latente della unica sostanza materiale, che raduna gli elementi
fisici nei composti corporei inorganici, e fun- ziona negli organismi vegetali
ed animali, producendo i fenomeni della vita vegetativa nelle piante, della
vito sensitiva negli animali bruti, e della vita del pensiero nell’ uomo.
Sicché, secondo i dettati di questa scuola materialistica, è negata resistenza
reale dell’anima e dello spirito, come principio sussistente in sé; onde la
vita e il pensiero sono per essa fenomeni evanescenti dell’unica forza
sostanziale ed eterna della materia. Non vogliamo segnalare per ora le logiche
conse- guenze che nascono da questa dottrina materialistica, sì nella sfera
della metafisica, che in quella dell’Etica; ne terremo discorso nel prospetto
storico, che sarà dato in seguito de’ sistemi morali. Ci basta ora dire recisa-
mente, ch’essa ò la negazione pura e semplice della teorica della personalità
umana, nonché dell’ordine morale del mondo. Benché con altro processo e con più
alto ingegno speculativo, agli stessi risultamenti negativi conduce la
concezione idealistica deH’unicità sostanziale del- l’universo. Di fatti il
prinium dell’assolulo idealismo. Digitized by Google - 48 - ciò che costituisce
il fondo o la sostanza di tutto le for- me dell’csistenze, non ò la materia,
che ò qualche cosa di determinato, ma un quid simile alia materia, un certo non
so che d’astratto, d’informe, d’indeterminato, eh’ è l’essere e il non essere
insieme; vale a dire, ch’ò nulla di determinato, ma ch’è la i)Ossibilit:\ di
divenire tutte le cose, svolgendosi, esplicandosi, mutando for- me in infinito
e sempre in fondo identico a sè stesso. E ne’ tre momenti principali della sua
perenne esplica- zione, percui dall’astratto e indeterminato in sù della esce
fuori di sò e diventa inconscia e da questa ritornando in sò divenUi Spirilo
conscio c consapevole di sò medesimo; in questi tre inomeuti v’ha lo stesso e
identico principio. Io stesso e medesi- mo essere, la stessa e identica
sostanza; sicché la va- ria ed infinita fenomenìa deH’universo, effetto fatale
del perenne scorrimento dell’eterno divenire, chiude nel suo seno l’una c
identica sostanza universale. Secondo ipiesta teorica egli ò chiaro non esservi
dif- ferenza essenziale veruna tra il reale e il razionale, tra il particolare
e il generale, il sensibile e l’intelligibile, la materia e lo spirito. La
differenza cade solUinto nella varietà indefinita delle forme, nelle quali si
esplica r'unica sostanza, e nel grado dello esplicamento della sua infinita
attività ne’ momenti successivi del suo eterno divenire. Tralasciando da parte
l’apprezzamento critico del sistema, che non ò questo il luogo di farlo, ci
conten- tiamo ora di notare, come al paia della dottrina mate- rialistica,
questa dell’idealismo assoluto contraddice Digitized by Google - 40 — alla
teorica vera della natura dello spirito e dell’uma- na personalità. Già questo
sistema nega all’ Assoluto, ovvero a Dio, ogni sorta di personalità, negandogli
una su-ssistenza propria distinta essenzialmente dal mondo; e quindi gli nega
il pensiero e la libertà, che sono i due attributi della personalità. Ma i
seguaci di questo sistema non si avvedono, che il loro principio conduce a tll
di lo- gica alla negazione della personalità umana, ch’eglino juire ammettono e
pi’opugnano apertamente. Imperoccliò per l’idealismo assoluto lo sjnrito non ha
una sussistenza propria ed un’essenza distinta e diversa da quella della
materia od dia natura; ed il pensiero e l’idea per esso non son tali d’appartenere
in proprio ed esclusivamente allo spirito; stante che pel sistema, benchò inconsciamente,
e l’idea e il pensiero sono in fondo della natura e della materia. Dicasi lo
stesso della attività o della forza una e identica, tanto nella forma della
materia, che nella forma dello spirito, perchè attributo d’ima sola unica e
identica sostanza e differenziata soltanto nel grado e nel modo del suo
sviluppo, e sempre fatale per la legge invariabile dell’eternamente variabile
divenire. Sicché nulla di costante e di fìsso v’ha nell’ universo; nè la
nozione, nè la natura, nè lo spirito son cose salde, ferme e persistenti; ma
trascorrenti da una all’altra forma, da uno all’altro momento; e lo stesso assoluto,
ovvero dio, è per il sistema idealista la sintesi o l’unità di questo eterno discorrimento,
di queste infinite trasmutazioni. Donde deriva, che la stessa una e identica
sostanza, socondo il sistema, essa pure non ò cosa stallile e ferma, ma
mutabile e sempre diversa da sè stessa; sicché non vi sarebbe altro di
sussistente, di fisso ed immutabile nell’ universo , se non l’eterno divenire,
questo perenne flusso c riflusso dell’ essere univer- sale, questa
immutabilitìi assoluta delle infinite per- mutazioni. Come adunque può
l’idealismo assoluto discorrere di personalità dello spirito umano, e di quanto
nel- l’idea di personalità ò contenutó, cioè a dire, di ragio- ne e di libertà,
di responsabilità morale, di diritti e di doveri, e via dicendo ; se egli nega
allo spirito una pro- pria e permanente sussistenza, o al più gliene concede
una fenomenale ed evanescente nel flusso perenne dello eterno divenire? 0 io
m’inganno grossolanamen- f(‘, ovvero è da dire, che questo siste'ma è incompati-
l)ile con la dottrina indubitabile della personalità uma- na, alla quale
contradicendo, viene a contraddire, anzi a negare apertamente l’ordine dello
spirito e l’ordine morale del mondo. virr. Ctisologia Escatologia – H. P. GRICE
ESCHATOLOGY, e Teleologia dello spirito. Dalla dottrina di sopra stabilita
della sostanzialità dello spirito umano, il quale, per essere possibile il
pensiero e la libertà, deve essere di sostanza semplice ed immateriale, di sua
natura essenzialmente imperi- turo ed immortale, segue che la sua finalità
oltre})assi i confini brevi del tempo e s’infuturi nell’eterno. Sicchò i duo
concetti ESCATOLOGICO – H. P. Grice: ESCHATOLOGY -- e teleologico dello spirito
umano, non solo, come pretende Kant, sono postulati indubitabili della ragion
pratica, ma sono pronunziati della ragione teoretica e ricavati
irrepugnabilmente dalla stessa natura od essenza dello spirito. Questa
dottrina, ch’ò fondamentale nel sistema spiritualistico c che costituisce il
fondo sostanziale delle credenze e degl’istituti religiosi e morali di tutt’i
popoli civili, ò contraddetta e negata dal materialismo antico e moderno; e se
vuoisi ancora, benché con forme velate e con equivoci temperamenti,
dall’idealismo assoluto. Benché da quanto più sopra abbiamo avuto occa- sione
di notare intorno a questi due sistemi, si po- trebbe agevolmente argomentare
la falsità delle loro conclusioni negative, rispetto alladottrina escatologica
e teleologica dello spirito da noi professata; pure in grazia dell’ importanza
massima, eh’ ella gode nella pratica deliavita, crediamo utilissima cosa
l’insistervi maggiormente, ponendo a disamina il principio, onde gli avversari
deducono le loro negative conclusioni, la teorica cioè della natura dello
spirito e del pensiero. E dapprima il materialismo afferma, egli é vero, lo
spirito c il pensiero, ma ne sconosce la natura e l’es- senza, spiegandoli come
fenomeni ed effetti delle fun- zioni della materia organizzata. E non si
avvede, che egli sconosce cosi la natui’a e l’essenza della stessa materia e
delle sue forze; materia e forze, la cui azione si riduce a moti di attrazione
e di rei)ulsione, di coe- Digilized by Google sionc 0 di afflnitù
fisico-chiniiche, ad assimilazioni di elementi diversi e di composizioni
organiche più o meno complesse, supponenti sempre moltiplicitù. ed
etcrogeneitùdi parti, incapaci di loro natura a compc- nctrarsi insieme c
formare una perfetta unitù di sog- getto, assolutamente necessaria per la
possibilitù stes- sa del pensiero? Con siffatto fisico processo, come si può
rendere ragiono deH’unità formale del pensiero c della coscic'nza? E come
sarebbe possibile l’unità for- male del pensiei’o c della coscienza, se il
soggetto pen- sante, ovvero lo spirito, non fosse una perfetta c so- stanziale
unità? Non altriinento procede l’idealismo assoluto. Benché egli proclami
altamente la sovrana eccellenza del pen- siero e dello spirito, e la loro
incontrastabile superio- rità rispetto alla materia cd alla natura; tuttavia
chi guarda in fondo a! sistema, scorge che esso non pone differenza sostanziale
tra loro, ma solo differenza nella forma c nel grado, sondo che e la natura c
lo spirito sono momenti diversi della proteiforme unica sostanza. Nò la natura,
nè lo spirito sono, secondo il sistema, forme persistenti e salde pi’oduzioni
del proteiforme unico principio; ma transitorie cd evanescenti esisten- ze, le
quali sorgono e spariscono a misura, ch’osso principio con moto alterno, ora progressivo,
si trasfor- ma di nozione in natura e di natura in spirito, ora regressivo, di
spirito si tramuta in natura e di natura ri- diventa essere indeterminato ed
astratto. Onde nò la natura o la materia, nò lo spirito o il pensiero hanno
sussistenza propria e duratura; ma sono in un eterno divenire, solo rimanendo
immntnbile la mutabilit?i as- soluta, e fìsso il perenne flusso delle
esistenze. Non dee recar meraviglia adunque, se questi due sistemi pronunziano
la mortalità dell’anima umana; sicché nell’ uomo morente si spenga il lume del
pen- siero e l’efimera personalità di lui si dilegui, rima- nendo soltanto
({weW'oliquid indeterminato, o quegli atomi primi, che rientrano nel seno della
materia o del- l’essere universale. Egli ò vero che l’idealismo assoluto,
asserendo la mortalità dello spirito individuale, proclama l’immor- talità
dello spirito universale. Ma che cosa ò da inten- dersi per ispirilo
univer.sale, secondo que.sto sistema? Certo ch’esso non Tintende come un
soggetto sussi- stente in sé e indipendente dagli spiriti singolari; ma
piuttosto o come l’astratto e generico concetto delio spirito, che poi diviene
reale concretandosi negli spi- riti individuali; ovveio lo concepisce come la
sintesi collettiva di essi spiriti singoli, che sorgono c spari- scono
successivamente; nella quale doppia ipotesi la perennitào immortalità che
voglia dirsi, compete meno allo spirilo reale, ma .sì bene alla sua astratta e
gene- rica possibilità. In sostegno di questa opinione della vita transitoria
dello spirito umano, recentemente si è messa innanzi la teorica così detta
dell’organismo dello spirito. Se- condo questa dottrina, l’anima umana, ovvero,
lo spiri- to, è un organismo, che a guisa di ogni altra forma di organismi ò
soggetto alle leggi di nascimento, di svi- luppo e di disorganizzazione e di
morte. Lo spirito ò un organismo; ma dimandiamo noi, organismo di die? Certo
che la moltiplicità si organizza in unitii di azione e di fine; ma ò certo
altresì, che l’organismo è un com- posto di elementi o parti reali, pognamo
l’organismo della pianta o del corpo animale; ovvero di elementi o parti
ideali, pognamo l’organismo del pensiero e della scienza. Lo spirito adunque
.sarebbe forse un organi- smo della prima specie, o della .seconda? Scartata la
prima ipotesi non ammes.sa neppure da’ seguaci delle due scuole, resta la
seconda, la quale aflerma essere lo spirito un organismo di sensazioni, di
percezioni, d’idee, di sentimenti, di pensiei i, di volizioni e così via.
Secondo cotestoro adunque, lo spirito ò un orga- nismo di fenomeni; egli quindi
ò un fenomeno di feno- meni, .senza saper dire chi sia quegli, che questi feno-
meni organizza in unità di forma e di vita; senza sa- pere additare di questi
fenomeni chi sia e quale il nou- rnrno che li produce e sostiene nella sua
immanenza sostanziale c consapevole. La ragione profonda delle suddette
conclusioni ne- gative intorno al problema escatologico dello spirito si trova
nel principio, sul quale si fondano i due sistemi; nel principio cioè
dell’unità della sostanza, deH’identità sostanziale di tutti gli esseri e
quindi della conversio- ne ed equipollenza delle forze. Dal quale principio di-
scende Taltro, che dichiara impossibile ogni produ- zione, o meglio creazione,
la quale sia altro, che tra- sformazione 0 sviluppo deH’unica sostanza. Om
questi duo principi sono dommaticamentc posti c niente alfatto
ii-repugnabiluK'ute dimostrati come veri; anzi a noi pare, che si possono
dimostrare irre- pugnabilmente come falsi. E primamente l’unità, e l’ identità
della sostanza in astratto ò innegabile come idea e nella idea, ma ò as- surda
nella realità degli esseri concreti. L’unità vera sta nella idea e nello
spirito, che la concepisce; nella rea- lità e nella concretezza v’ ha la
molteplicità c la diver- sità indefinita. Dall’unità e identità adunciue
dell’idea di sostanza in astratto inferire l’unità e l’identità della sostanza
degli esseri in concreto, ò quindi un pretto sofisma. E dicasi lo stesso, tanto
delle specie rispetto al loro genere comune, quanto degl’ individui rispetto
alla loro specie rispettiva. Dall’ affermare sostanza lo spirito e sostanza la
materia, non se ne può quindi concludere l’unità e la identità lorosostenziale.
Allo stesso modo che, dicendo uomo Socrate ed uomo Platone, non si potrebbe
affermare Platone e Socrate essere lo stesso uomo. Ora questo ò l’eterno
paralogismo incluso implicitamente in tutti i ragionamenti de’sostenitori
deU’unità e identità della sostanza di tutti gli esseri dell’ universo. Questi
filosofi non si avvedono, che preso a rigore siffatto principio, sarebbe
impossibile ed assurda ogni moltiplicità e varietà anche fenome- nale e di pura
forma nell’esistenzc; sicché re.sscre uno ed immobile di Parmenide sarebbe più
razionale e vero del flusso eterno di Eraclito. Di fatti ammessa l’unità e
l’identità assoluta della sostanza, non si vede ragione alcuna della varietà
delle forme e della neces- sità dello stesso divenire. Tuttavia (piesti
filosofi, non potendo negare le pcr- Digitized by Google — 5G mutazioni
continue delle esistenze del mondo, fissi però nel domina dell’unità della
sostanza universale, le spiegano col principio dello sviluppo progressivo
deH’unica sostanza, negando recisamente la possibili- tà della produzione, o
meglio della creazione di sostan- ziale essere, che non sia svolgimento o
trasformazione di quella. In breve, alla nozione di creazione sostitui- scono
quella di trasformazione e di svolgimento, con la quale credono di l'endere
ragione della moltiplicità e della varietìi fenomenale ed infinita
deH’universo. Ora a noi pare, che questa sostituzione non ispiega nulla, anzi
confonde ogni cosa. Non spiega nulla; per,- ciocchò la trasformazione o lo
sviluppo non ingenera che differenze quantitative e formali, e non mai quali-
tative e di natura, quali mostrano evidentemente di essere quelle, che corrono
tra i generi e le specie delle diverse e varie esistenze del mondo. Oltre die
lo svol- gimento di una sostanza o forza sui generis, non aiu- tata dalla
eterogeneità di altra sostanza, che sommini- stri nuovi e diversi elementi da
venire attratti ed orga- nati dall’azione della prima, non riuscirebbe mai a
produrre un novello essere di qualitìi e di natura diffe- rente da sò stessa. E
confonderebbe ogni cosa; peroc- ché lo sviluppamento d’uiia identica ed
assoluta so- stanza, dato anche che si svolgesse in influito, non dà ragione
veruna della varietà, dell’opposizione, anzi della contradizione essenziale,
che corre tra gli esseri sì dell’ordine fìsico, che dell’ordine morale del
mondo. E la opposizione e la contradizione non solo fenome- nica, ma reale e
sostanziale degli esseri è non meno necessaria dell’accordo e deH’armonia alla
concezione della idea e della vita concreta del Cosmo. Ora la con- traddizione
reale e l’armonia ancor reale 5egli esseri del Cosmo, presuppongono e
dimostrano, almeno apo- gogicamente, la verità, anzi la necessità della nozione
e del principio ctisologico. Imperoccliò, rimossa Tipo- tesi delTunicitii
assoluta della sostanza, che nulla spie- ga e tutto confonde, rimane provato,
che la pluralità della sostanza degli enti cosmici e l’opposizione e la
contraddizione della loro naturano!! sarebbero riuscite alla composizione
armonica dell’ universo, senza un principio causante e trascendente, che le
avesse fatte o create e ad unità di fine condotte ed ordinate. Ora questo
principio, che per non incorrere nella ipotesi assurda della unicità della
sostanza, deve con- cepirsi ed essere da sè e di una sostanzialità propria e ad
altrui incomunicabile, non avrebbe potuto, nò potrebbe mai, condurre ed
ordinare ad unità di fine la moltiplicità degli esseri del mondo, se non li avesse
prima conosciuti; e non li avrebbe prima potuto cono- scere, se non li avesse
anteriormente pensati, e pen- sandoli, egli non li avesse fatti o creati,
secondo la sua eterna e divina Idea. Imporocchò la ragione o Tintelli- genza
assoluta non conosce il possibile, se non perchò è suo pensiero; e non conosce
il reale, se non perchò pensandolo lo crea secondo il suo pensiero. NelTAsso-
luto adunque il pensare è fare, e il fare ò pensare ; (luindi conoscendo crea,
e creando conosce. Cono- scendo sè stesso genera eternamente sò medesimo; e
pensando il diverso da sè, l'altro, il possibile, lo crea. ossia lo pone in
atto nella realità della esistenza. Sic- ché il mondo, invece di essere Io
sviluppo cieco e fatale deirunica sostanza, ò l’opera intelligente e libera
del- l’eterno pensiero o della Mente eterna; onde l’idea cti- sologica 6 la
sola, che risolve il mistero dell’universo. Che il pensiero sostanziale sia la
ragione e la cagione efficiente dell’ univer.so, pare che sia consentito ezian-
dio da parecchi filosofi moderni, seguaci più o meno devoti alla dottrina da
noi combattuta. E cotestoro af- fermano essere il pensiero in fondo a tutte le
cose e da esso provenire ogni forma di esseri ed ogni maniera di esistenza.
Così insegnano l’idea essere immanente nella natura, ed il pensiero latente
nella stessa materia; pensiero inconscio dapprima e cieco nella natura
inorganica ed organica vegetabile; senziente nell’orga- nismo animale;
consciente neH’uomo finché questi vive normalmente; inconsciente in certi stati
anormali o pa- tologici, ed inconsciente ancora quando morto e disso- luto
l’umano organismo, ei ritorna nel pristino seno dell’inconscia Natura. Ella é
questa la famosa teorica del pensiero inconscio o inconsciente, teorica nuova
per la novità della foimola che respi ime, ma vecchia ed antiquata pel contenuto.
Perciocché con la formola del pensiero inconsciente non si vuole intendere
altro, se non il concetto generalissimo ed astratto di foi’za cieca ed
irrazionale, principio indeterminato ed in sé stesso informe, ma capace di
divenire, svolgendosi, tutte le forme de'erminate della fenomenìa del mondo.
Ché cosa abbia a dirsi di questo pensiero incon-scicn- te, di questo pensici'»}
che non pensa o conosce, e che non pensando nò conoscendo diviene tutto e dà
ordine forma e bellezza all’universo, lo lasciamo volentieri alla discreta
considerazione degli uomini di buon sen- so, cui non piacerà di certo usar le
parole in signifi- cato equivoco ed allo opposto di quel che suonano nel
linguaggio comune; la qual cosa, se fatta con malizia, nella sfera etica si
chiama menzogna, nella sfera giu- ridica crimine di falsità e nella logica
sofisma di parole. Noi chiediamo licenzaa questi illustri fdosofldi chia- mar
le cose co’loro nomi, adottati e con.sacruti dall’uso comune degli scrittori e
del popolo, che adopera la lin- gua, nella quale si scrive; e quindi ricusiamo
di appel- lar pensiero la cis o forza latente ed insita alla mate- riaoadessa
identica, che con moto cieco e fatale si agi- ta e si espande, attrae o
repelle, compone o dissolve i corpi inorganici od organici del regno vegetale
ed ani- male e quindi si tramuta in spirito consciente nell’uo- mo. Per noi il
pensiero non è neppure il senso e l’istinto della vitix animale, sia pure
quella che si av- vera nell’ uomo indipendentemente dall’ attiviti! con-
sciente e libera della ragione. Per noi invece il pensie- ro involge
essenzialmente Inconsapevolezza di sè e dell’idea o concetto del termine
pensato, sia (piestii consapevolezza intuitiva o riflessa, sia spontanea o li-
bera. Un pensiero inconscio ed insciente ò per noi una contraddiziono
ne’termini; come del pari è affermare una contraddizione il dire, il pensiero e
l’idea es.sere nella natura o della natura. Invece e l’idea e il pen- siero
sono dello spirito e nello spirito, e .segnutame nte dello Spirito o nello
Spirito assoluto; il quale imma- nente in sè c trascendente, pone ed attua
fuori di la Natura da Lui pensala, suggellandola della forma dell’Idea eterna
che in sè contiene. Onde segue, che lo spi- rito non procede dalla natura, nò
il pensiero dalla ois o forza della materia, ma sì bene lo spirito e il pensie-
ro sono la ragione e la causa trascendente del mondo. Onde segue ancora, che lo
Spirito assoluto è da sè ed è quindi Tessere necessario, che pensando
necessaria- mente sè stesso afferma necessariamente la propria realità, e
pensando l’opposto di sè, l’altro, il possibile, liberamente lo afferma ossia
lo crea. Imperocché non vi ha altra via per la quale il possibile o il
contingente divenga all’atto dell’esistenza, posto che non possa de- rivare
dall’espansione della sostanza semplicissima dello Spirito assoluto, se non
quella di essere pensato c fatto dalla potenza infinita di Lui; per la
semplicis- sima ragione, che il possibile non è altro che il pensabile, e
questo non può altrimente divenire reale, se non per l’azione creatrice
delTassoluto pensiero. Questa teorica nell’atto che spiega Vaseità d’es- senza
dello Spirito assoluto e la ragione creativa del mondo, spiega altresì
l’essenza e la derivazione diretta dello spirito e del pensiero finito
dalTefilcienza crea- tiva dell’assoluto spirito. Perciocché lo spirito finito,
sendo di natura sua immateriale e semplice, non può concepirsi derivato dallo
svolgimento della natura ma- teriale e molteplice, nò da esplicamento emanativo
della sostanza delTassoluto Spirito essenzialmente im- partibile ed uno. Sicché
rimane definihi la divina oriRine (li lui d.nll’ efficienza immediata c diretta
dello Spirito assoluto e deH’assoluto pensiero, unico princi- pio, ragione e
causa dell’ universo. Ninno al certo vorrà credere estranee al nostro etico
argomento le disquisizioni antecedenti sopra la natura e ressenza e la genesi
dello spirito umano, quando si consideri, che dalla diversa soluzione di questi
ardui problemi, che sono i più alti della metafìsica, dipende in gran parte
l’indirizzo della scienza etica e la determi- nazione dello scopo finale dell’uomo,
non che la legge della sua vita e la sua ultima destinazione. E noi che in
questo lavoro , anzicchè scendere ne’ particolari, amiamo piuttosto segnare i
lineamenti generali e me- tafìsici dell’Etica, abbiamo creduto opportuno
insistere sopra i principi teoretici e speculativi, che sono l’unico fondamento
d’un’Etica razionale e indipendente. Ed à (piesto il vero bisogno dei tempi
nostri, quello cioò di richiamare la vita morale degli uomini a’suoi principi
razionali ed apodittici, e fondare l’Etica sopra i dati universali e necessari
della ragione e della scienza, sot- traendola così alle fluttuazioni delle
scuole empiriche ed alle opinioni intcn'ssale delle Sètte o parti sia reli-
giose che politiche. Ora fermata così la dottrina della natura del pensiero e
dello spirito in generale, e stabilito apoditticamente, che tutto nel mondo
procede dallaefflcienza immediata deH’as.soluto pensiero, segue che questo
mondo mate- riale e questo spirito finito, che vi fa la sua comparsa, ci siano
non per caso o per fatale c cieca necessità, ma per un fine determinato c
prestabilito dalla ragione eterna e trascendente deH’Assoluto. Il problema
teleologico, ovvero il problema della fi- nalità del mondo e massimamente della
personalità umana s’impone da sò all’ investigazione dello spirito filosofico,
come quello che interessa non solo la ricerca speculativa, ma eziandio la
ragione pratica della vita. In altre parole, il problema della destinazione
umana presuppone risoluto il problema della genesi dello spi- rito umano e
della sua essenza e natura e de’suoi fini, senza di che non potrebbesi
determinare qual debba essere e quale .sarà il termine della sua esistenza,' se
temporaneo od eterno. A noi, dopo quello che anterior- mente s’è detto intorno
al tema ctisologico ed escato- logico dello spirito umano, non rimane altro a
fare, che trarre le conseguenze di que’ principi, da’ quali verrà determinata
con rigore scientifico la finalità o la teleologia di lui. La finalità del
mondo in generale, c la finalità dello spirito umano in particolare, ò negata egualmente
dal materialismo e dallo idealismo assoluto. Sono essi conseguenti al loro
pinncipio. Ponendo la natura e lo spirito come puri momenti del processo
evolutivo e fa- tale dell’unica sostanza, essere indeterminato e incon- sciente
secondo l’uno, materia o forza cieca secondo l’altro sistema, per necessità
logica essi devono negare ogni finalità nel mondo, e quindi negare segnatamente
allo spirito umano ed all’ umana vita una finalità pro- pria ed uno scopo
preordinato e fisso. E tanto più da questi sistemi ò negato all’umana vita un
fine prede- terminato e razionale, per quanto essi tengono ferma- mente per
fenomenale ed evanescente non solo il pen- siero, ma lo stesso spirito umano, a
cui contrastano, anzi recisamente negano la sostanziale e permanente
personalità, e quindi l’immortalità del suo essere indi- viduale e personale e
la sua eterna destinazione. Quanto coteste teorie siano a nostro parere
insoste- nibili ed errate, l’abbiamo di sopra veduto, esaminan- do c
combattendo il principio dell’unicità della so- stanza, sul quale esse
riposano. Quali conseguenze da queste due teorie discendono e che a nostro
avviso sono in contraddizione con l’idea della moralità, lo ve- dremo a suo
luogo. Preesiste e presiede al mondo, ragione e cagione personale e
trascendente di esso, l’assoluto Spirito e il suo eterno pensiero. Onde il
mondo prima che fosse in se reale, era ideale nella ragione eterna; sicché il
mondo procede dall’Idea come suo principio razionale e causante, e termina
all’Idea come a sua ragione e fine. E segnatamente lo spirito umano ha nella
Idea eterna il principio causante della sua realità nel tempo, c nel- la stessa
Idea eterna la ragione teleologica della sua esistenza immortale e personale.
Onde la teleologia del mondo, e segnatamente la teleologia dello spirito uma-
no, trova il suo fondamento da una parte, ch’ò la prin- cipale, nella teorica
della personalità dell’Assoluto; e dall’altra in quella dello spirito umano,
legate insieme dal libero nesso o rapporto ctisologico; entro a’quali due
termini si spiegano le l'agioni c le leggi della vita morale ed etica, eh’ è
lavila della ragione e della li- bertà. Ma se lo spirito umano ha uno scopo
prestabilito, scopo che deve conseguire mediante l’esercizio della sua ragione
e della sua libertà, attributi essenziali della personalità sua sostanziale;
egli fa mestieri di determinare scientificamente la natura e le specificazioni
di questo scopo o fine da conseguire, nel quale consiste quel che tutti
addimandano il Bene. Questa ricerca sarà rargornento della seconda parte di
questo nostro lavoro schematico de’ principi primi e metafisici dell’ Etica. TULELLJ
PASQUALE GALLUPPI NAZIONALE < 0 B. Prov. < 3 ui h Miscellanea 0 X 0 J 0
ft 5 m 5 (C 164 NAPOLI BIBLIOTECA PROVINCIALE Digitized by Google ~ IÙ(
Digitized by Google Digitized by Google INTORNO ALLA DOTTRINA ED ALLA VITA
POLITICA DEL BARONE PASQUALE (tALLUPPI NOTIZIE RICAVATE DA ALCUNI SUOI SCRITTI
INEDITI E RARI MEMORIA LETTA NELL* ACCADEMIA DI SCIENZE MORALI E POLITICHE DI
NAPOLI DAL SOCIO ORDINARIO PROF. PAOLO EMILIO TILELLI NELLA TORNATA DEL 4
DICEMBRE 1864 NAPOLI STAUPBRIA DELLA R. UNIVERSITÀ 1865 Digitized by Google (
EitrtUe dal Val. II. degli Atti della Jt. Accademia di Sciente Morali e
Politiche di ftapt. Dìgitized by Google Signori Colleghi, Spero di far cosa
grata all’ Accademia comunicandole , come me- glio mi sarà dato, alcune notizie
intorno agli scritti inediti del B. Pasquale Galluppi, conservati gelosamente
dai figliuoli dell’ illustre filosofo e per loro squisita cortesia da me veduti
ed esaminali. lo non intratterrò l’Accademia su le opere pubblicate dal Gallup-
pi, notissime già a quanti cultori conta la filosofia ; nè del valore delle
dottrine in esse contenute, e delle quali n’ ha portato giusta estimazione la
storia della scienza. Oltre che, ciò facendo, io dovrei non fare altro, che
ripetere quel che un nostro egregio Collega, in un suo lavoro recentemente
messo a stampa (1), tanto giudiziosa- mente ha scritto intorno al posto o
momento, che la teorica del Gal- luppi occupa nella evoluzione storica della
idea filosofica in Italia. Dovrei invece, in questa occasione che mi si porge trattando
degli scritti inediti del Galluppi, compire quella biografia, che di Lui lìn
dal 1812 pubblicai per le stampe, sopra note comunicatemi dal- (1) Vedi
Prolusione e Introduzione alle Lezioni di Filosofia nella R. Università di
Napoli 23 Novembre e 23 Dicembre 186! per B. Spaventa — Napoli 1862. Digitized
by Googte i l’autore medesimo. Il qual lavoro mi riuscì imperreltissimo , parte
per colpa mia propria , essendo allora , più che noi sono al presen- te,
novizio nella scienza e nell’ arte del dire ; e parte per la mode- stia
dcH'autore , al quale ripugnava che si toccassero alcuni fatti della sua vita ;
c soprattutto riuscì incompiuto per la tristizia dei tempi, nei quali era
impossibile ritrarre e delineare la fìsonomia po- litica di qualsiasi scrittore.
La quale biografìa compiutamente io spero dare in altro mio lavoro, clic farà
seguito a quella serie di Studi storico-critici sopra i filosofi nostrani del
secolo passato e da me pubblicati negli alti dell’Accademia Pontaniana , c
dappoi inter- messi per la ragione dinanzi accennata. Perciocché c solo mio
dise- gno per ora tenere informata l’Accademia e tutti cultori delle scien- ze
filosofiche , degli scritti lasciali inediti dall’illustre autore. E sic- come
tra questi lavori inediti ve ne ha qualcuno di argomento poli- tico, mi farò
dapprima a dar conto di questi ultimi ; i quali e rivele- ranno le dottrine
politiche c liberali di Lui, e mi porgeranno l’occa- sione di far conoscere
alcune particolarità della sua vita rimaste ignote finora. Questa rivelazione
postuma della fìsonomia morale e politica dell'illustre filosofo di Tropea ,
servirà , come spero, a ren- derne presso i suoi concittadini più augusta e
veneranda la memo- ria ; c Tarà sì che il nome del Galluppi venisse eziandio
annoverato fra’ nomi di quegli uomini grandi , che sono stati fermi propugna-
tori della libertà dell’noino e delle nazioni. i. Due sono gli opuscoli di
argomento politico clic mi son capitali fra mani ; l’uno ha nel frontespizio l’
intitolazione : « Pensieri filoso- fici sulla libertà compatibile con qualunque
forma di Governo ». L’altro « Lo Sguardo della Europa sul llegno di Napoli)).
Comin- cerò dal primo. E questo un manoscritto compreso in dieci fogli grandi
di scril- Digitized by Google — 5 — tura, tutto di carattere dcH’autore. É
diviso in capitoli, e questi in paragrafi; ma il lavoro sventuratamente non è
intero, c solo se ne conservano i primi tre capi, mancando i seguenti per
dispersione. É senza data di luogo e di tempo ; ma la carta alquanto logora c
nel colore simile ad invecchiata pergamena , dimostra la vetustà dello scritto,
che io credo potersi rimandare ai primi anni dell’occupazione francese, o poco
dopo. Questa mia induzione trova la sua conferma nelle parole stesse, che
l’autore indirizza ai suoi lettori e che io voglio riportare, nelle quali egli
manifesta l'intendimento del suo lavoro ed i limiti di moderanza c di riserva
entro a cui egli vuole restringersi. » Il libretto che io presento al pubblico
non offre che una serie » di pensieri QlosoDci su di un oggetto interessante.
Non è esso una a opera estesa e dettagliata, ma potrà servire per questi. Pria
del » cambiamento della dinastia non poteva io certamente concepire il #
disegno di scrivere opere di questa natura. Il cambiamento ane- ti nulo, la tranquillità
di cui ho goduto ebbe corta durata. Il tempo » in cui scrivo appena mi permette
di dare al pubblico una serie di » pochi pensieri. L’opera che la contiene è di
piccola mole, ma le » verità che vi son racchiuse sono grandi ed interessanti.
Io non ho » avuto altro oggetto in mira, che di mostrare al governo la volontà
» che nutro di essere utile allo Stalo ed ai miei concittadini. Mi si » dirà
che le verità che annuncio non sono nuove. Lungi dal negarlo d io mostro in
ogni parte l’ uniformità dei miei sentimenti co’ grandi » uomini, che io cito
in questo opuscolo. Queste idee sono sparse » nelle opere profonde dei
Pubblicisti ; io le ho riunite e le ho fatto » servire per un oggetto solo. In
ciò per l’appunto consiste l’opera » mia. Graditela e vivete felice ». Venendo
ora a dire dell’opuscolo, ecconc il contenuto. Nel primo capitolo tratta della
libertà in generale , dei differenti significati che si possono dare al
vocabolo libertà; c quindi della libertà fisica o na- turale, della libertà
morale, e della libertà morale in rapporto al potere politico. 2 Digitized by
Google — 6 — Nel secondo capo si occupa della libertà di pensare; dei limiti
en- tro ai quali dee restringersi il potere politico rispetto alla libera ma-
nifestazione del pensiero; dei danni clic la persecuzione per errori religiosi
apporta alla stessa religione. Nel capo terzo discorre della libertà della
stampa, e del diritto della libera stampa competente ad ogni cittadino, e del
dritto dello Stato entro certi limiti a punirne gli abusi. Non è mia intenzione
di riferire lo sviluppamenlo, che l’autore dà alle tesi sopradette ; mi basta
il dire ebe egli le risolve, non ostante la riserva impostagli da’ tempi, nel
senso più ampio e favorevole ai principi della libertà, quali oggidì vengono proclamati
dalla scienza progredita e dal consenso universale dei popoli civili. Tuttavia
io mi penso di non far cosa disgradcvole all’ Accademia , se di questo
manoscritto non destinato forse a veder la luce della stampa , io mi fo a
riferire qualche tratto in conferma di quanto asserisco intorno alla dottrina
ed alle opinioni liberali dell* autore, senza aggiungervi chiose o cemento
veruno. Ecco alcuni passi sopra le varie forme della libertà c sopra il di-
ritto razionale individuale e politico: » Riflettendo sulla natura degli atti
della volontà dcU'uomo essere » intelligente, non possiamo non sentire, che
egli ha un fisico potere » di voler lutto, di determinarsi a suo grado , e
sotto le stesse sue » determinazioni ritiene un fondo per estinguerle e per
volere e per i determinarsi altrimenti. Questa è quella tisica libertà, che
risguar- » data in sè stessa, non riconosce limili che la costringono c per cui
» l’uomo è costituito signore ed arbitro di volere ciò che gli piace, 9 anzi di
volere ancora ciò che gli nuoce. Questo vocabolo libertà » può dunque prendersi
in un senso fìsico ed assoluto indipcndcnte- » mente da qualunque rapporto...
Ma T uomo eh’ è un essere intelli- » gente, ha dalla natura stessa una legge
che comanda e che vieta, 9 e clic circoscrive la sua libertà fisica. Cosi la
libertà può anche 9 riguardarsi in rapporto ad una legge qualunque siasi . . .
pugnatilo Digitized by Google — 7 — » quella legge naturale, che sorge dal
fondo di un essere ragionc- » volc c dalla quale ella rimane circoscritta ed a
cui deve sottomet- » tersi ed obbedire... Eccovi un’altra libertà, la vera
libertà mora- li le. . . Riguardata la libertà in questo secondo significato,
ella si « estende a tutto ciò che non è contrario alla legge sotto di cui l’uo-
» mo si trova. i> L’uomo non può sussistere ed essere felice senza convivere
coi » suoi simili. Egli è destinato dalla natura per la civil società ; ma »
non può esistere società senza una forma di governo c senza leggi a positive.
Tutto ciò produce una nuova restrizione alla liberti» Fisica » dell’uomo, c la
sua libertà morale deve riguardarsi sotto un altro » punto di vista,
considerato l’uomo nella civil società e per rapporto » all’autorità politica.
» 11 dritto delle genti non è clic la legge stessa di natura, che rissa » i
dritti ed i doveri reciproci fra tutt’ i differenti popoli della terra. »
Spesso i filosofi domandano se gli uomini hanno giammai esistito a nello stato
di natura... Questo stato di natura dee considerarsi co- li me anteriore allo
Stato sociale e politico, se non in ordine di tem- » po, almeno in ordine di
ragione... Tralasciando le altre quislioni » su di questo soggetto, osservo
solo che i differenti popoli che esi- li stono sulla terra , nei loro rapporti
devono considerarsi come vi- li venti nello stalo di natura. Questo è uno stato
di perfetta libertà » ed uguaglianza, in cui ciascuno, senza dipendere da un
altro, può » fare ciò che vuole, posto che non offenda i diritti degli altri :
ora » in tale stato sono le nazioni fra loro. Esse non sono soggette, per »
rapporto delle unc alle altre, che alla sola legge di natura e di » conseguenza
a quei patti, che esse fra di loro stabiliscono, volendo » la legge di natura
che si stia ai palli. Una nazione sta ad un’altra d nazione, come un uomo sta
ad un altro uomo , considerali gli uo- ii mini nello stato naturale. » Il
diritto politico è vario secondo le varie forme di governo. La » natura bensì
destina l'uomo alla società civile, ma ella non pre- Digitized by Google — 8 —
» scrive alcuna forma di governo : ella lascia alla libera scelta degli »
uomini, che si uniscono in società, lo stabilire quella forma di go- » verno,
che credono meglio convenire alle loro particolari condizio- » ni si fisiche
che morali ». Non pare che con queste ultime parole il Galluppi proclamasse la
dottrina del plebiscito?... » Malgrado però la varietà del diritto politico e
delle leggi civili » dei popoli, essi non possono giammai allontanarsi da
alcune regole » generali ed invariabili, che la stessa legge di natura prescrive
sopra » questi oggetti. La natura, per esempio, non prescrive alcuna forma » di
governo ; ma ella dice però , che i governi debbono essere de- » stimati per la
felicità dei cittadini. E perciò un governo, in cui questi » non hanno alcuna
sicurezza di godere della vita, delle proprietà, » della libertà individuale,
ed in cui tutti son destinali per la felicità » di un solo, non già un solo per
la felicità di tutti, questo governo è » contrario alia natura , ed un tale
diritto politico deve dirsi piutto- » sto una violenza che un dritto... » I
seguenti tratti riguardano la libertà del pensiero, e la libertà di coscienza e
della stampa, che ne sono le conseguenze. » L’uomo per rapporto alla potestà
politica , gode egli del dritto » della libertà di pensare ? Che vai quanto
dire, questa potestà ha » ella il diritto di punire gli errori intellettuali ?
Tutti i giuspubbli- » cisti dicono di no... 11 Wolfio nel suo imnalarac
stabilisce, che la » potestà politica non dee punire alcuno per i suoi errori,
ma che dee » bensì punire la propagazione degli errori contro alla pubblica fe-
» liti là... Per mettere nel suo vero punto di vista questa verità, de- »
terminiamo i limiti che circoscrivono i diritti della potestà politi- » ca...
Per fissare i dritti del pubblico potere , bisogna partire dal » considerare lo
stalo di natura come anteriore allo stato politico, » se non in ordine di
tempo, almeno in ordine di ragione... Tutti gli » uomini sono per natura in uno
stalo di libertà, in cui ciascuno può » fare ciò che gli piace, senza dipendere
da un altro, posto ch’egli Digitized by Google — 9 — » non offenda gli altrui
diritti. Ogni uomo non ha dunque altro dritto » per rapporto ad un altro, che
di non Tarsi molestare nell’esercizio d dei propri dritti. Or questo dritto,
che ciascuno ha per rapporto » agli altri, nella civil società, è confidato al
pubblico potere, il quale » è il custode ed il vindice dei dritti di ciascun
cittadino contro gli » attentati degli altri... Costituita la società, questa
dee riguardarsi » come una persona morale, ed ogni cittadino viene a contrarre
dei » doveri che direttamente la riguardano... La potestà politica ha » dunque
anche il dritto di punire la trasgressione dei doveri, che » direttamente
offendono l’ordine pubblico. Ecco i due limiti che cir- » coscrivono
l’esercizio del pubblico potere e che determinano la a libertà morale dell’uomo
in rapporto al medesimo : Ogni azione » che non è contraria ai drilli degli
altri cilladini , nè ai doveri » verso la società, è fuori della sfera di attività
del politico pole- » re e dee lasciarsi in libertà di ciascun individuo. Dietro
questo » principio è facile lo stabilire la libertà del pensare. L’uomo col »
solo pensiero, con gli atti interni del suo spirito, non può recare a offesa
reale ai dritti dei suoi concittadini, nè turbare in alcun mo- » do l’ordine
pubblico ; la potestà politica adunque, ancorché le sia » noto eh’ egli pensa
male, che ha un cuore depravato, se egli ri- » spetta le patrie leggi, se non
esterna con atti dalla legge vietati la » depravazione del suo intelletto e
della sua volontà , la potestà pn- » litica, io dico, non ha alcun dritto di
punirlo. Supponiamo che un » uomo internamente non riconosca resistenza della
divinità; que- ll st’uomo non turbando con ciò l’esercizio dei dritti dei suoi
concit- » ladini, non facendo niente di contrario alla felicità pubblica...
sarà » un empio come uomo , ma non sarà un empio come cittadino... » Quindi il
pubblico potere non ha ingerenza alcuna sopra i di lui » pensieri, nè può esercitarsi
su gli uomini, se non in quanto si ri- » guardano come cittadini » . Io benché
avessi riportato lunghi passi dell’autore intorno alle pro- poste quistioni ,
non temo di annoiare i mici colleglli , trascrivendo Digitized by Google — 10 —
quasi per intero un paragrafo di dello lavoro , che io credo impor- tantissimo
ed assai acconcio a significare le idee del Galluppi, circa l’ingerenza della
potestà politica nelle cose spettanti alla religione ed alla morale. Ecco le
sue parole : » La potestà politica, potrà dirsi, ha certamente il dritto di
pro- li muovere le virtù morali fra i membri del suo Stato c di opporsi a »
quella depravazione di costumi , eh’ è tanto funesta alla felicità sì »
degl’individui, che del corpo sociale; or la religione, avendo un’in- » fluenza
diretta su la virtù de’ cittadini, la potestà politica dee godc- » re
certamente del dritto di proteggerla c di opporsi agli errori che » le son
contrari; come dunque le si potrà niegare il dritto di punire » l’Ateo, il
Deista, il nemico del patrio culto? Questa obbiezione è » alquanto speciosa, ma
si dilegua tosto che si approfondisce la ma- li tcria. La potestà politica dee
curare che i cittadini sicno virtuosi. » Ella dee riguardare come un male la
depravazione del loro spiri- li lo ; dee mettere in opera quei mezzi che
promuovono la virtù ed » arrrcstarc i progressi del vizio ; ella dee dunque
chiamare in soc- » corso la religione, perchè le leggi sono insuflìcienli per
tale og- » getto. Le leggi, dice Portalis, non diriggono che alcune azioni de-
li terminate, la religione le abbraccia tutte. Le leggi arrestano il » braccio,
la religione regola il cuore ; le leggi sono relative al cit- » ladino, la
religione s’impadronisce di tutto l’uomo. Ma se le leggi » arrestano il braccio
c la religione regola il cuore, dico io dunque, » che la depravazione del cuore
non dee punirsi, che dalla sola rcli- » gionc, vai quanto dire, dal solo Dio
che n è l'autore; ella è dunque il estranea alla sanzione della legge. Se le
leggi non son relative che » al cittadino, e la religione s’impadronisce
dell’uomo, le leggi de- li vono dunque contentarsi della sola virtù civile c
lasciare alla reli- » gionc le virtù dell’uomo... Egli bisogna distinguere
l’uomo giusto » agli occhi dell’Eterno, che tutto vede, dall’uomo giusto
civilmcn- » te. Chi è giusto innanzi a Dio, lo è anche civilmente, perchè la
sua Digitized by Google — Il — » legge vuole che si obbedisca alle potestà
costituite ; ma si può » esser giusto civilmente, senza esserlo naturalmente, o
secondo la » religione. » Ma hanno a punirsi le opinioni irreligiose? A questo
proposito » facciamo rapidamente alcune riflessioni riguardanti il Cristiancsi-
» mo. Questa religione divina annuncia agli uomini una morale che » perfeziona
la natura. Lo spirito del Vangelo non è clic uno spirito » di fratellanza c di
amore. Esso è contrario allo spirilo di persecu- » zionc e di ferocia. Se non
siete ricevuti ed ascoltali, dice G. C. ai » suoi discepoli, scuotete la
polvere delle vostre scarpe e parlile. I » primi banditori del Vangelo non
impiegarono altre armi per la » sua propagazione, che la forza della parola. La
religione deve ave- » re la sua sede nello spirito, c lo spirito non rigetta
l’errore e non » abbraccia la verità, che a proporzione dei lumi che egli
riceve , e » trattandosi di religione, a proporzione della grazia celeste, che
il » Padre de’ Lumi gli dispensa. Le prigioni, le forche, le mannaie, i » roghi
non cambiano certamente lo spirito dell’uomo, e l’incredulo » non lascia di
esser tale, ancorché vada ad esalare il suo spirito fra » i tormenti più
crudeli... L’uomo abusa di tutto. La ministra della » pace e della pubblica
tranquillità, divenne col progresso del tem- » po in mano del superstizioso e
del fanatico, ristrumento del disor- » dine, della persecuzione e della strage.
Questo mutamento di con- » dotta , non nella religione, clic in sè stessa è
santa ed immutabile, » ma ne’ suoi ministri, fu sorgente d’incredulità ». Ed
altrove si esprime sul proposito nei seguenti termini, che sem- brano stali
scritti pei tempi che corrono : « Senza ricercare nella storia de’ tempi
lontani i fatti comprovanti » il nostro assunto, gli errori di cui siamo stati
testimoni nel 99 ed » in questa ultima catastrofe delle Calabrie, non ce ne
offrono forse » le pruove più luminose ? Se l’universalità del Clero c del
popolo di » questo bel regno avesse conosciuto il vero spirito del Cristianesi-
» mo e la purità delle massime del Vangelo, non si sarebbe visto un Digitized
by Google — 12 — » Cardinale comandare delle masse di ribaldi e di fanatici, ed
innal- » za re il venerando vessillo della Croce per segno dell’ assassinio e »
di ogni sorta d’iniquità ; nè si vedrebbero oggi con orrore tanti » frati c
preti alla testa delle masnade degli uomini i più infami e » più scellerati
!... » II. L'altro opuscolo politico, del quale bo promesso discorrere e clic
ha per titolo: Lo Sguardo dell' Europa sul regno di Napoli, benché fosse stato
stampato in Messina nel 1820 pe’tipi di Giuseppe Pappa- lardo, pure per la sua
rarità è rimaso affatto ignoto, sì clic può con- siderarsi come sefosse
inedito. Fu pubblicato dal Galluppi dopo es- sere stala proclamata la
costituzione c stabilitosi il governo parla- mentare, c prima che Ferdinando
Borbone, partito già per Vienna, avesse apertamente mostrato di non volere
tener fede al patto giu- ralo con la nazione. Il Galluppi, che vivea lungi da
Napoli, subì l’in- ganno di creder sincera la couversione politica del marito
di Caroli- na d’Austria c del loro degno figliuolo Francesco, inganno subito
dalla più parte di coloro , che sedevano nel consiglio del Re c nel- l’aula
stessa del parlamento. Laonde non è da far le meraviglie, se in detto opuscolo
si leggano parole di entusiastico encomio al Borbone, fattosi datore al suo
popolo di ordini costituzionali liberissimi. Scopo di questo lavoro è di
dimostrare la convenienza, anzi la ne- cessità degli ordini liberi nel regime
del Regno di Napoli e di Sici- lia, e di scongiurare il pericolo di una
invasione di eserciti stranieri contro alle nuove istituzioni del nostro paese.
Non dispiacerà certo all’Accademia, se di questo libretto rarissimo riferirò
l’ordito c qualche tratto più rilevante. Ciò servirà maggior- mente a mostrare
da quali principi liberali era informato l’animo del nostro illustre filosofo.
F.gli a rendere ragione dello avvenimento politico del 1820 fra noi, Digitized
by Google — 13 — si fa primamente a mostrar le cause che lo avevano preparato.
Ecco le sue parole : « Tutto cangia incessantemente nel mondo ; ma tutto cangia
gra- » datamente... É questo un principio luminoso , di massima impor- li tanza
in politica, il quale dee guidare i legislatori nelle riforme » politiche.
Questo principio ignorato o negletto ha fatto abortire i » migliori progetti di
riforma... I grandi avvenimenti che cambiano » interamente Io stalo dei popoli,
e che formano l’ epoche della loro i storia, non sono esenti da questa legge
invariabile. Essi rendono » spesso attonito il volgo ignorante, il quale crede
di vedere dei » grandi ciTetti prodotti da piccole cause ; ma il filosofo, che
nel si- li lenzio dei sensi e nella calma della immaginazione, esamina questi »
memorabili cambiamenti, gli vede nascere da un concorso di cau- li se, al quale
l’unione di una piccola cagione dà quella forza slupen- » da, onde hanno
origine gli avvenimenti, che l’epoche formano delle » nazioni. » Quale
spettacolo orroroso presenta Napoli nel 99 ! Quanti Tulli » immolati alla
vendetta di Antonio ! Ma qual' è mai in quella stessa » immensa città e sotto
lo stesso Ferdinando, lo spettacolo consolante » del 1820 ! Popoli delle
Sicilie, gioite. Voi avete formato un’epoca » memorabile. Appena fu tra voi
pronunciato il sacro nome di Li- » berlà, la vostra libertà fu con la rapidità
del fulmine proclamata » e giurata. Il nome augusto di Nazione si intese appena
fra voi ; la » rappresentanza nazionale ha già la sua esistenza ; la tribuna
legi- » slativa è già innalzata. Ferdinando Augusto, Francesco degno ere- » de
del trono di Ruggiero, rallegratevi ; i vostri nomi saranno im- » mortalati.
Voi avete creato una nazione libera, voi avete giurato » il sacro patto, voi
regnate su tutt’ i cuori. Principi magnanimi, la » vostra gloria è l’amore di
un popolo, che voi chiamate ad alti » destini. » Ma qual concorso di cause fece
passare la nostra nazione dallo » stato spaventevole del 99 alla rigenerazione
politica del 1820? Il 3 Digitized by Google — 14 — s generale movimento, clie
ha fra noi cambiato la forma di governo, x può forse riguardarsi come un
avvenimento straordinario e non x preparato da grandi cagioni ? Contempliamo
questo memorabile » avvenimento nelle sue cause, e vendichiamo l'onor nazionale
dagli x scrittori frivoli del settentrione. x Prima del 99 lo stato delle
scienze del Regno di Napoli era con- x trario al dispotismo e reclamava Io
stabilimento di un governo li- x berale. La vera filosofia politica era fra noi
conosciuta ed insegna- x ta pubblicamente. Ne cito in comprova le opere di
Genovesi, di x Palmieri e di Filangieri. 1 principi liberali sono insegnali,
special- » mente nell’opera di quest’ultimo, con solidità e profusione; l’egua-
» glianza de’ cittadini in faccia alla legge, la libertà del pensiero , x
quella della stampa, la libertà di coscienza, quella della persona , » quella
dei propri beni e della propria industria vi sono egregia- x mente stabilite.
L’insegnamento teologico avea fra noi la stessa x tendenza. Le opere di
Giannone, di Cavallari, di Conforti formava- x no sulle controversie
ecclesiastiche la pubblica Scuola ; la super- x stizionc era atterrata... Ma
quale era mai in quell’ epoca la via che x percorreva il Governo ? Gli amici
dei lumi e delle scienze erano x protetti ; al ministero delle finanze era
chiamato l’immortale Fi- x langieri; Conforti era Teologo di Corte ; l’avvocato
Galanti fu in- x caricalo di presentare progetti di riforme; tutto tendeva alla
nostra » politica rigenerazione ; e se la tirannia regnava ancor nelle leggi, u
l’umanità era stabilita nel trono. x Ma un nembo improvviso minaccia di fare
ricadere le cose no- x stre neU’antico caos, onde alzavano il capo. La
rivoluzione france- » se reca lo spavento sul trono : il ministero ignora il
mezzo di evi- x tare 1 disordini che ella poteva produrre. In vece di dirigere
l’esal- x tazione prodotta nelle auime libere, cerca annientarla ; adotta mi- x
sure violenti c gitta la nazione in un abisso di mali, che fa spaven- x to. La
proscrizione dei dotti, la guerra a tulle le dottrine liberali, x il
dispotismo, la divisione della nazione e rirrilamento della plebe Digitized by
Google — 15 — » contro la classe che si vuol distrutta, sono i soli argini, che
un in- » sensato ministro oppone al torrente della rivoluzione. » Ma se un
concorso di cause aveva preparato lo stabilimento delle » dottrine liberali; se
i dritti dell’oppressa umanità erano finalmente » conosciuti; se il secolo
18." era il secolo della filosofia; se la rivo- » lazione francese dava un
impulso , che accelerava il moto verso la » rigenerazione politica ; come il
ministero poteva lusingarsi di spc- » gnere il sacro fuoco della libertà ? Come
potè concepire la speran- » za di far ricadere la nazione nella barbarie?... Le
nazioni non pas- i sano che per gradi dallo stato di barbarie a quello di
civiltà, e non » ricadono di un tratto da questo secondo stato nel primo. Gli
er- » rori del ministero rovesciarono il trono » . Dopo questa rapida ed
eloquente dipintura dello stato del nostro ex Regno prima del 99, e del mal
governo dei ministri al sorgere e propagarsi in Italia il turbine della
rivoluzione di Francia ; si fa il nostro autore a narrare come, stabilitasi la
repubblica partenopea , i reggitori di questa credettero di aver trionfato
seguendo la massima della perfetta imitazione dei francesi, senza far la
disamina, se la no- stra nazione era apparecchiata alla democrazia. » 1
liberali nostri del 99, egli dice, furono fissione della favola ed » invece di
Giunone abbracciarono una nuvola fugace. Già il paeifi- » co vessillo della
Croce diviene il segno del furor popolare ; le ac- » que del Scbeto son torbide
di umano sangne. La tragedia dei 99 » è rappresentala ». Prosegue quindi il
nostro autore a discorrere della violenta con- dizione politica succeduta alla
catastrofe del 99 e del cieco , feroce e dispotico governo, che oppresse il
nostro paese, per modo da tener vivo il desiderio negli animi di prossimi
mutamenti ; i quali, per gli errori diplomatici del regime fraudolento di
Carolina, non tardarono a verificarsi prontamente con la seconda entrata dei
francesi in Na- poli nel 1806. Quindi si fa a mostrare come sotto al governo
de’ na- poleonidi, benché principi assoluti, si ricominciò il lento lavoro
della Digìtized by Google — 16 — nostra politica rigenerazione; la nazione
ch’era scissa e divisa tentò di riunirsi ; i liberali che detestavano il
dispotismo straniero , per non ricadere sotto alla odiata borbonica signoria,
lo sostennero ; gli altri sbigottiti da una parte dalla potenza di Napoleone, e
dall’ altra allettati dalla protezione c dagl’ impieghi luminosi, che loro
offriva il nuovo governo, si riunirono ai primi sotto l’impero dei nuovi prin-
cipi; e così fu tolto un grande ostacolo alla nostra politica riforma.
L’abolizione della feudalità, lo stabilimento dei giudizi pubblici nelle
materie criminali, i codici nella lingua italiana, l’eguaglianza fra la
capitale e le provincie furono istituzioni liberali introdotte dal nuo- vo
regime, le quali fecero progredire i cittadini nella coscienza dei propri
dritti. Ma al lato buono del nuovo governo contrappone il nostro autore il lato
debole e cattivo, che lo menò alla sua caduta. Dimostra come il dispotismo di
Napoleone in opposizione con le aspirazioni legittime dei popoli ; la
resistenza eroica della Spagna ; l’esito infelice della spedizione di Russia ;
le arti astute delle vecchie corti di Europa sollecite con la promessa di
liberali franchigie ad invocare il soc- corso delle forze popolari , furono
cagione a scuotere la potenza del Bonaparte e dei Principi creature di lui. La
Carboneria si stabilisce fra noi, si diffonde per tutte le provincie, si rende
potente c reclama il regime costituzionale ; Murat promette di darlo ; ma
infedele alle sue promesse, proscrive la società dei carbonari. Egli invoca il
soc- corso della nazione; ma questa l’abbandona ed egli cade, ed i Borbo- ni
rientrano in Napoli. E qui il Galluppi si fa ad inveire contro i ministri della
restaura- zione, i quali non istrutti dalia esperienza del passato, nè avvisati
del progresso delle idee e dei bisogni nuovi della napolitana nazio- ne, la
tengono ancora in catene, ed invece di farla progredire nello aperto cammino
della civiltà, la risospingono indietro, annullando la parte migliore dei
progressi fatti sotto ai principi francesi. Al qual proposito egli così si
esprime: Digitized by Google — n — » Il dispotismo francese aveva reso
insoffribile la somma dei tri- » buti. Sotto il nuovo ministero le spese dello
Stato diminuiscono , a ma i tributi rimangono gli stessi. Sotto i francesi
l’amministrazio- » ne della giustizia era rigorosa e piccolo il numero dei
delitti; sotto » il nuovo ministero la giustizia diviene venale ed il numero de’
mi- » sfatti a dismisura accresciuto. Sotto i francesi qualunque dubbio a del
dispotismo ecclesiastico era svanito ; sotto i nuovi ministri si a forma un
concordato ignominioso, che annulla tutte le riforme dal- a l’epoca di Tanucci
Ano alla restaurazione del 1815. Sotto i francesi » il nostro esercito fu
animato dalla passione della gloria, e sull’Ebro a e sulla Vistola divise gli
allori de’ più prodi soldati di Europa; sotto a i nuovi ministri l’esercito è
degradato ed avvilito. Uomini politici, a e fino a quando voi amerete le
tenebre ? E fino a quando crederete » stoltamente di potere arrestare il corso
irresistibile degli avveni- » menti ?... Ma non si arresta il corso naturale
delle nazioni... Si è a cercato di far retrocedere la nazione napolitano ; ma
ella ha inteso » la sua dignità, il voto nazionale si è manifestalo. Il re ha
conosciuto a finalmente le frodi dei suoi ministri, gl’interessi della sua
dinastia, » la sua gloria ; il voto nazionale è accolto ; la nostra politica
rige- » aerazione è operata ». Da ultimo il Galluppi, temendo che dal congresso
di Leibac non si prendessero determinazioni contrarie agli ordini-liberi
nuovamente stabiliti nel regno, si fa a scongiurare tanto pericolo, dimostrando
quanto sarebbe ingiusto ogni sorta di straniero intervento, eh’ è con- trario
al diritto, che ogni nazione ha di darsi quella forma di regi- mento, che più
si addice alla propria indole ed al proprio bisogno ; intervento che offende
l’indipendenza degli Stati, riconosciuta solen- nemente dallo stesso diritto
pubblico internazionale di Europa. Quin- di conchiude il suo discorso con le
seguenti parole : a Ma quale scopo potrebbe proporsi il Gabinetto di Vienna con
» questa invasione ? Di rovesciare forse il trono di Napoli c distrug- » gere
la nostra libertà ? Ma un tale avvenimento sarebbe contrario Digitized by
Google — 18 — » allo stalo della nazione , la quale vuole la dinastia regnante
c la » libertà acquistata. Uno stalo diverso sarebbe violento, e ciò eh' è #
violento non è durevole. Un tale progetto sarebbe contrario all’ e- » quilibrio
di Europa ed agli interessi della Spagna e della Francia » e potrebbe essere
funesto all’Austria medesima... Eppoi una inva- li sionc non è ella così facile
nelle condizioni presenti. 11 99 ed il » 1815 non sono per noi gli stessi tempi
del 1820; nel quale, ciò che » non fu visto allora, l’agricoltore, l’artigiano,
il letterato, il possi- li dente, il prete ed il monaco stesso domanda l'
iniziazione nelle so- li cictà patriottiche per emettere il giuramento di vincere
o morire » per la difesa della costituzione e del trono. Ministri della Europa,
» gittate uno sguardo sul Regno di Napoli ; rammentate, che gli av- » venimenti
non preparati non possono aver lunga durata, e nella ii calma delle passioni
deliberate. Noi attendiamo il risultamento » delle vostre deliberazioni s. III.
Non fa mestieri, onorevoli Collcghi, che io ricordi i risultamene di quelle
deliberazioni essere stati l’ invasione di queste provincic e la distruzione
delle patrie franchigie. Fu quindi necessità pel nostro Gailuppi di rientrare
nel silenzio della vita domestica , e di chiude- re nel suo pensiero e nel sno
cuore le idee c le aspirazioni alla li- bertà. Allora più che mai rivolse la
sua mente agli studi speculativi della iiiosofla, cercando di fare ai suoi
concittadini quel solo bene che gli riusciva possibile , quello cioè di
rilevarne lo spirito (ilosoOeo c l’indipendenza c la libertà del pensiero. Si
restrinse quindi entro ai brevi confini della nativa Tropea, donde non si
allontanò mai fino al 1830, attendendo solo agli alTari domestici ed alla
composizione delle sue opere filosofiche. Non ostante però questa sua prudente
riserva egli era tenuto in sospetto dal governo ; e se non fosse stato in fama
di uomo integerrimo ed alieno per natura da ogni briga ; e se non Digitized by
Google — (9 — fosse stato amato e tenuto in somma venerazione dalla
universalità de’ suoi compaesani, non si sarebbe di certo potuto sottrarre
all’o- nore delle borboniche persecuzioni. Egli c vero che nel 1831, nel tempo meno
tristo del governo di Ferdinando II, recatosi il Galluppi per interessi di
famiglia in Napoli, ebbe conferita la Cattedra di filosofia nell’Università. Ma
ciò si deve attribuire alle alquanto migliorate condizioni politiche del nostro
pae- se in su i primordi del Regno del secondo Ferdinando, ed alla efficace
azione di Domenico Cassini , uno dei più illustri giureconsulti del foro
napolitano ed avvocato del Galluppi. In fatti il Cassini, sendo amico e
familiare del ministro marchese di Pictracatella, ebbe modo di renderlo
persuaso del merito incontestabile del filosofo Calabrese e disporre l’animo
del ministro in favore del suo illustre cliente. A questo proposito non stimo
cosa inutile di raccontare un aneddoto singolare intervenuto nel primo incontrarsi
del Galluppi col ministro Pietracatella. Questi, desideroso di conoscere
personalmente il Gal- luppi, indusse l’avvocato Cassini a presentarglielo. Il
Galluppi, ignaro delle segrete pratiche del suo avvocato, si lasciò condurre in
casa il ministro per fargli semplice visita di cortesia. Durante la lunga e fa-
miliare conversazione, il Pietracatella introdusse il discorso intorno a cose
di pubblica istruzione ed al bisogno che si avea di provvedere di professore ,
mediante pubblico concorso , la vacante cattedra di filosofia nell’Università.
Al qual proposito il ministro disse al Gallap- pi: a Ebbene, Signor Barone, non
potrebbe ella essere ancor uno dei concorrenti a della Cattedra ?» E quegli
prontamente rispose: a E chi sarebbe in Napoli l'esaminatore di Pasquale
Galluppi ? Signor ministro, Fautore del Saggio sulla Critica decumana co-
noscenza è stalo giudicalo dall'intiera Europa ». Tornando ora al mio proposito
ho da fare osservare, che se il Gal- luppi nelle sue opere messe dipoi a stampa
enei suo ufficiale insegna- mento non dettò apertamente i principi liberali
della sua dottrina politica, non gli smenti però giammai nè con la parola
parlata o Digitized by Google — 20 scritta, nè cogli atti della sua vita ; anzi
ei li confermò, direi quasi negativamente, non avendo mai insegnato o scritto
cose contrarie alle sue intime politiche convinzioni, e ponendo tali principi
generali alle sue filosofiche dottrine, da doversene ricavare a Ul di logica ie
più ampie liberali conseguenze. La quale forma negativa mi pare essere l’unica
prova, che si possa dare della libertà in tempi e luoghi, ove regna il terrore
dei dispotismo, da colui, che pur volendo fare il bene possibile a’ suoi
concittadini , non però aspira alla gloria dello esilio o del patibolo. Dal quale
modo di comportarsi avvenne , che per quanto il Galluppi facesse proseliti
nuovi e numerosi alla santa causa della filosofia e crescesse in fama e
riverenza in Italia c fuori, altrettanto il suo credito si menomasse presso la
Corte, ove il sem- plice nome di filosofo cominciava a divenire sospetto. In
fatti egli non venne invitato mai, benché nobile e patrizio, alle feste di
Palaz- zo. Ed una volta che re Ferdinando li lo vide fra gl’invitati ad una
festa diplomatica del duca di Montcbcllo ambasciatore di Francia , maravigliato
di ciò, gli volse la parola dicendo : Ancora egli è qui, il filosofo Galluppi ?
Cui il Galluppi vivamente rispose : « Sire, la filosofia entra dappertutto n.
Ch’era ciò appunto, che Re Ferdinan- do non amava affatto. Ed ci non volle, se
direttamente o per traverso non so, che il Galluppi entrasse a far parte della
Società Reale delle Scienze, non ostante che l’ Istituto di Francia l’avesse
già annove- rato tra’ suoi Soci corrispondenti stranieri. Solo si ebbe dal
governo Borbonico la vana dimostrazione di onore coll’ insignirlo della croce
di cavaliere dell’ordine di Francesco 1, vergognando forse di non aver saputo
prima riconoscere il merito eminente d’un uomo, cui il mini- stro di Francia
signor Ghizot uvea voluto onorare con la Croce della Legion d’onore. Un’altra
particolarità io voglio riferire del Galluppi, perchè meglio sia manifesto qual
sia stata la sua fede politica. A tutti è nota la morte di un suo figliuolo
capitano di Gendarmeria, in quella che a capo della sua brigata, moveva
incontro ai rivoltosi di Cosenza nel 1844. Digitized by Google — 2t — Qual di
lui riconoscente e prediletto discepolo accorsi ancora io dal venerando vecchio
a condolermi seco dell’ infausto avvenimento. Fra le altre cose a me dette in
quella dolorosa occasione, mi ricor- do delle seguenti sue espressioni : « Caro
mio, il dolore che io sento per la morte del figlimi mio è tale, che di certo
mi abbre- vierà la vita: pur mi conforta il pensiero che egli sia morto com-
piendo il suo dovere; ma avrei sentilo minor dolore, s' egli fosse morto
servendo ad una causa più nobile e giusta ». Parole memo- rabili, che sono
bastevoli a porre in luce tutta la vita politica di un uomo. lo qui dò fine a
questa mia prima memoria intorno alla dottrina ed alla vita politica del
Galluppi , ricavate da alcuni scritti inediti e rari che ci rimangon di Lui. Ma
prima di dar termine al mio discorso mi permetto di manifestare un mio voto
pregando l’Accademia di farlo suo. Son circa venti anni che il Galluppi è morto
; nissun pubblico mo- numento è sorto ancora per onorarne la memoria. Eppure il
Galluppi ai tempi nostri è stato il più grande fllosofo di questo paese ; è
stato il primo ornamento della nostra Università ; è stato quegli, che, con le
sue opere e col suo insegnamento, dal 1831 al 1846, destò fra noi quell’operoso
amore agli studi della filosofia, che valse al rinnovamen- to dello spirito
filosofico del nostro paese ; per cui può affermarsi, ch’egli abbia molto
contribuito al presente risorgimento politico della nostra patria. Ed ora che
un nobile pensiero si sta effettuando fra noi; ora che nell’atrio della
napolitana Università degli Studi sorgo- no le statue di parecchi nostri grandi
uomini trapassati , io fo voti che fra quelle sorgesse ancora la statua di
rasquale Galluppi , la quale, senza alcun dubbio, figurerebbe bene in mezzo a
quella nobi- lissima compagnia. FINE. fi 80342 Digitized by Google Digitized by Google Digitized by
Google Digitized by Google Digitized by G TULELLi «
0 •> R A RDM .ir- Digitized by Goo^Ic Armadio*; FONDO PROVINCIA NAZIONALE
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m Miscellanea B 9 -1 0 X 6 m 3 m 58 NAPOLI BIBLIOTECA PROVINCIALE SS Digitized
by Google Digitized by Google Gl? <&> SOPRA UNA NUOVA FORMOLA
METAFISICA DEL PROFESSOR TARI BREVE MEMORIA DEL PROFESSORE . PAOLO EMILIO
TULELLI SOCIO ORDINARIO DELL’ACC. DI SCIENZE MORALI E POLITICHE. NAPOLI
STAMPERIA DELLA R. UNIVERSITÀ 1872 Digitized by Google Estratto (Itti Voi. IX
degli Atti dell’Accademia di Scienze Morali e Politiche. Digitized by Google AL
CAV. ANSELMO DE CARIA Catanzaro. Mio caro Anseimo, Ti mando questo breve mio
lavoretto consacrato alla memoria del tuo Pasqualino, che pochi mesi fa un’ a-
cerbo fato ci tolse in sul primo fiorire della sua giovi- nezza. Io amavo molto
quel tuo caro figliuolo ! Egli era ornato di tante belle qualità di mente e di
cuore , di tante virtù domestiche e cittadine , che davvero egli formava il
lustro della casa tua, e il decoro della Città natia , divenuto in sì breve
corso di vita il vero tipo del gentiluomo. Io 1* amavo ancora di più , perchè
il suo nome e il suo aspetto mi richiamavano alla memo- ria e l’aspetto e il
nome del Padre tuo, di quell’uomo venerando e per sapienza filosofica e civile
singolare a’ suoi tempi, dal quale io qui in Napoli, giovane al- lora, mi ebbi
i primi conforti e il primo indirizzo ai miei studi nella filosofia e da lui
venni commendato e introdotto all' amichevole familiari età dell’ immortale mio
maestro Galluppi. Associato questo mio scritto al dolce nome del tuo rimpianto
figliuolo, ti giungerà forse più gradito e più Dìgitized by Google caro. Esso
risponde in parte a quei filosofici quesiti , che tu mi proponevi sovente
passeggiando insieme , nel decorso inverno, per i colli di Posilipo e pe' viali
di Capodimonte. « Forsitan et haec olim memiuisse iuva- bit ». Potrò nutrire la
speranza di rivederti altra volta' in questi luoghi ? Addio, mio dolce amico.
Ricordami alla tua egregia signora ed alle tue dilettissime figliuole. Napoli
21 Luglio 1872. Tutto tuo P. E. Tulelli. Digitlzed by Google Con la riverenza
d’un discepolo verso il suo mae- stro, domando venia al mio illustree
dottissimo amico e collega Sig. Tari, se mi permetto di richiamare la sua attenzione
e quella dell’ Accademia sopra l’argomento da Lui trattato nella tornata
antecedente e farvi sopra alcune mie considerazioni. Certo che io non intendo,
con questa mia breve memoria, fare un discorso, nè presumo di far la critica
del lavoro dell’egregio profes- sore; molto meno intendo di esporre o di
riassumere tutta quella ricchezza di concetti, d’idee, d’immagini, d’argomenti
e di moltiplice svariatissima erudizione, di che forse pur troppo abbonda il
lavoro dell’egregio scrittore. È solò mio proponimento di cogliere, se mi è
dato, con nettezza e precisione il punto cardinale, su cui si aggira tutto il
suo discorso e sul quale poggia il suo sistema metafisico; e ponendolo di
fronte al punto cardinale del sistema opposto, cui egli contraddice, dare a Lui
ed agli oppositori l’occasione di meglio di- chiarare, e s’è possibile,
risolvere alla fine il fonda- mentale e forse l’unico problema della Filosofia.
Digitized by Google — 0 — « Hoc unum scio me nihil scine » fu la sentenza di
Socrate. Hoc unum scio ine aliquid riescine, è la nuova formola del Tari;
formolo che a me pare non esprimere altroché quello che è ammesso da quasi
tutti comune- mente , in opposizione all’ altra formola assoluta e dommatica
dell’ Idealismo « hoc unum scio me omnia scine. » L’apoftegma di Socrate non è
assolutamente nega- tivo e scettico, ma è una fine ironia della pretensiosa
burbanza de’ Sofisti di voler sentenziare di tutto e di tutti, senza criterii
fissi ed apodittici, anzi mutabili e per così dire fluenti, in contnania
cunnentes. . . Sicché in fondo quella di Socrate inchiude implicitamente, se
non formalmente, laformola del Tari,, . . Epperòlavera contradizionc si ritrova
tra le due for- inole dell’: Unum scio me nihil scine » di Socrate e l’altra
dell’: Unum scio me omnia scine ». Ora delle due senten- ze qual’ è più
prossima alla verità? Ma per procedere con ordine diciamo prima ciò che vi può
essere di comune e quindi implicitamente am- messo da’ seguitatoci delle due
sentenze, e ciò che vi ha di differente e che pone il dissidio fra loro. Io
credo che le due scuole convengano nell’ammet- tere un sapere assoluto, un
sapere cioè, che abbraccia tutta la profondità e l’estensione dell’essere; un
sapere cui nulla sfugge dell’esistente realità e della possibi- lità; un sapere
cui è nota la potenzialità e l’atto, la so- stanza ed i modi, l’essenza e
l’accidentalità, il noume- non e il fenomenon di tutte le cose. Convengono ,
cioè, che tutto ciò ch’ò, ovvero è possibile, è di sua natura Digitized by
Google I intelligibile e quindi conoscibile e pensabile; o più brevemente,
convengono nell’asserire che ogni reale è pure ideale, o idea ; ed ogni idea è
reale di realità attuale o possibile, o da divenire. Onde pare, che tutte e due
le scuole accettano un sapere assoluto, o se voglia dirsi, un’assoluta
intelligenza ed un’assoluta ragione. Ma ove le due scuole sono dissidenti e si
differen- ziano fra loro? Ecco la quistione. A me pare che discor- dino in
questo, che runa pone l'assoluto sapere im- manente nell’uomo, c l’ altra all’uomo
trascendente; l’una pone l’unità della ragione e questa ragione una ed
assoluta, che tutto sa e tutto vede, perchè sa e vede pienamente sè stessa, ed
in sè vede e sa tutte le cose, le quali sono identiche a sè medesima; l’altra
pone la dualità della ragione, una ragione assoluta che tutto sa e conosce, ed
una ragione relativa e finita che sa e conosce qualche cosa, anzi molte cose;
ma che sa di non saper qualche altra cosa, anzi moltissime cose; cioè sa di non
tutto sapere. Posta cosi in chiaro la quistione, resta a vedere da qual parte
stia la verità. E la verità sarà di quella parte, il cui principio resterà
vittorioso nelja pugna dialettica; sarà vero ed unicamente vero l 'Unum scio me
omnia scine (inteso però dell’uomo specie e non del- l’ individuo a o 6),
quante volte irrepugnabilmente si dimostri l'unità assoluta della ragione, la
quale es- sendo assoluta e perciò unica dovunque ella si trovi, dovrà essere
necessariamente assoluta e quindi uno assoluto sapere, un’illimitato conoscere.
Ed all’oppo- Digitized by Google - 8 — sto sarà vero cd unicamente vero Y Unum
scio me ni- hil scine , o meglio me aliquid nescire, quantevolte ir-
repugnabilmente si dimostri la dualità sostanziale della ragione, della ragione
assoluta trascendente al- l'uomo, e della ragione relativa nell’uomo
sussistente; la prima includente l’assoluto sapere negato all’uomo, la seconda
includente un sapere limitato, quantunque progressivo all’infinito. Ora come si
dimostrano irrepugnabilmente i due opposti principi, che l’ assoluto sapere
ammesso da amendue le scuole, appartenga all’uomo o non gli ap- partenga, e si
debba riconoscere in lui o riconoscere in altri a lui superiore? Comesi
dimostra che la ra- gione sia una ed assolutalo che sia duplice, l’una as-
soluta in sè, fuori e sopra dell’uomo, e l’altra relativa e finita nell’ uomo,
partecipazione ed irraggiamento dell’assoluta ragione ? Ecco in qual guisa
procedono le due scuole a dimo- strare la tesi loro rispettiva, che qui
accennerò per sommi capi. La scuola che pone la teoria della unicità della ra-
gione e la sua assolutezza ovunque ella si trovi, e che trovandosi nell’uomo
sia in lui anche una ed assoluta ragione ed assoluto sapere, parte dal
principio dei- fi unità assoluta dell’essere e dall’assoluta identità
dell’essere e del conoscere. In fatti, ammesso questo principio come assioma
indiscutibile, ne segue ne- cessariamente, che ove è l’essere ivi sia la
ragione ed ove è la ragione ivi sia l’essere. E come l’essere ò uno, c l’uno si
trova sempre identico in tutt’ i numeri, cosi Digitlzed by Google — 9 - la
ragione eh’ è identica all’essere, deve essere neces- sariamente una ed
identica a sè medesima in tutti i numeri delle esistenze, in cui si moltiplica
e s’identi- fica ed unizza. Unica è dunque nel sistema la ragione ed una ed
assoluta in sè, come Nozione; una ed asso- luta fuori di sò, nella Natura; una
ed assoluta nel ri- torno sopra di sè , nello Spirito ; ma sempre una e
identica a sè stessa ne’ tre momenti della sua evolu- zioneperenne ed infinita,
ciò è come Idea. Chiamate questa ragione sapere, conoscenza o pensiero, e così
avrete un sapere una conoscenza un pensiero asso- luto ed unico, come assoluta
ed unica è la ragione, loro equivalente. E come non si può dare ragione che non
sia ragione assoluta; così non si può ammettere saliere o pensiero, che non sia
assoluto pensiero ed assoluto sapere. La ragione umana dunque è Tasso- Iuta
ragione, che nell’uomo fa la sua apparita, e l’uma- no sapere è un sapere
assaluto involgente l’infinità dell’essere, che gli è identico; sicché questo
idealismo assoluto può concludere irrepugnabilmente dal suo principio, ammesso
e posto come indiscutibile, la for- inola anche ella assoluta : Hoc unum scio
me omnia scine. Ma a questa forinola dell’ assolutezza dell’ umana cognizione,
derivante dall’ammessa assolutezza della ragione umana, si oppone l’altra
formola dell’: Hoc unum scio me aliquid nescire; la quale discende da un
principio diverso ed opposto a quello, onde si fa derivare la prima formola
della onniscienza della u- mana ragione. In fatti la scuola, che propugna la
limi- 2 Digitized by Google — 10 — tatezza dell’umano sapere, ha per principio
della sua teoria la sostanziale differenza dell’essere e del cono- scere, e la
dualità sostanziale, per non dire pluralità, o moltiplicità sostanziale degli
esseri. Il quale principio porta inevitabilmente conseguenze opposte, anzi con-
tradittorie alle conseguenze ricavate dal principio, che è l’insegna dello
Idealismo assoluto. Se si pone per vero indubitato e indubitabile, che l’essere
non è affatto identico al conoscere, benché l’uno presup- ponga l’altro, e che
l’idea non sempre 6 l’ ideato, nò il pensiero il pensato; da questa dualità e
differenza so- stanziale dell’essere e del conoscere, e dalla non iden- tità
delle sostanze reali degli esseri, seguita irrepu- gnabilmente la possibilità
della limitatezza della co- gnizione in astratto, e la realtà della limitatezza
della cognizione in concreto in un dato soggetto ( pognamo l’uomo ), nel quale
l’essere, certo, non ò tutto l’essere, ed il suo essere non è affatto identico
sostanzialmente agli altri esseri. Donde segue per necessità, che la ra- gione
ed.il sapere di questo soggetto uomo, non è una ragione nè un sapere assoluto,
tanto per rispetto a sé stesso, quanto rispetto agli altri esseri, rimanendo,
perla non identità de’ due termini, possibile, se non sempre di fatto, che
parte della realità del termine od obbietto pensato, non si traduca nella luce
dell’idea o del pensiero. Perché dunque la ragione umana sia onnisciente ed il
sapere umano sia assoluto sapere, sarebbe d’ uopo eh’ ella fosse tutto
l’essere, o con tutti gli esseri identica perfettamente: bisognerebbe che il
pensiero fosse affatto identico all’essere, e che ciascu- Digitized by Google —
li- no essere fosse identico a tutti gli altri: come eziandio sarebbe
necessario, che ogni pensiero fosse tutto il pensiero, una idea tutte le idee,
una scienza tutte le scienze, ed ogni sapere il sapere assoluto. Vero si è che
questa scuola non niega un’assoluta ragione, nè un sapere assoluto. Anzi
sostiene con fermezza d’invincibile convinzione, che senza questa assoluta
ragione e senza questo assoluto sapere, nulla di razionale e di reale sarebbe
possibile; anzi sostiene, che questa assoluta ragione e questo assoluto sapere
sia la sola ragione e la sola causa efficiente e della realità e della scienza.
Quel eh’ ella niega si è, che questa ragione assoluta sia immanente nel mondo,
e' che questo assoluto sapere sia immanente nell’uomo; afferma invece essere
fuori e sopra dell’uomo e del mondo, essere cioè in sè e trascendente. Il
dissidio tra le due scuole sta dunque, per così dire, nel dove riporre e
riconoscere questa ragione assoluta e questo asso- luto sapere. I seguaci dell’
immanenza ripongono ed immedesimano l’assoluto nel mondo, e ciò sostengono in
virtù del loro principio dell’unità e identità dell’es- sere e del conoscere. E
riconoscendo l’assoluto nel mondo e segnatamente nello spirito umano, debbono
per necessità logica dedurne l’assolutezza della ra- gione umana e dell’umano
sapere. Per l’opposto principio, onde partono i seguaci della trascendenza,
ponendo l’assoluto in sè e fuori e sopra del mondo, non possono logicamente
concedere allo spirito umano nè la ragione nè il sapere assoluto. Per cotestoro
è cosa assurda e ineoncipibile un assoluto Digitized by Google - 12 - che non
sia in atto e in sè compiuto e perfetto; un as- soluto che sia sempre in fieri;
un assoluto che non sia assoluto, che pel divenire. Sostengono che l’assolu-
tezza e nell’essere e nel conoscere, esclude come a sè ripugnante il concetto
del divenire ; e che il divenire non dell’assoluto, che deve essere tutto in
atto, ma sia solo condizione c legge dell’essere relativo e finito. Perciò il
mondo e l’uomo non possono essere l’asso- luto, nò avere in sè la ragione e il
sapere assoluto; al- trimente sarebbero in atto, non sottoposti alla legge del
divenire; sarebbero immobili e quindi si neghe- rebbe loro ciò che gli stessi
seguaci dell’immanenza loro concedono , la legge del movimento e del pro-
gresso. Onde segue, che se l’assoluta ragione e l’asso- luta scienza non sono
immanenti nel mondo, ma tra- scendenti al mondo; devono avere necessariamente
in * sò la propria sussistenza e costituire da sò un essere assoluto, nel quale
solamente ed unicamente si avvera e l’identità perfetta dell’essere e del
conoscere, e l’infi- nità e l’assolutezza della ragione e del sapere. Sicché,
secondo la teoria di questa scuola della trascendenza, l’uomo non può asserire
la formola di tutto sapere, ma solo può affermarla l’assoluto Essere, il quale
essen- zialmente ed esclusivamente è la ragione e la scienza assoluta. È questo
il punto culminante del dissidio tra le due scuole, che veramente si dividono
il campo della filo- sofia e sono veramente degne di tal nome ed alle quali sono
subordinate tutte le altre scuole e tutti gli altri sistemi. La questione vera,
eh’ è in fondo a tutte le Digitized by Google - 13 - quistioni della scienza, e
tutte la presuppongono e tutte saranno risolute, risoluta quella; è appunto
questa: V’ ha identità assoluta e perfetta tra l’essere e il co- noscere, tra
l’idea e la realità ? A misura che la ri- sposta ragionata e scientifica sarà
affermativa o nega- tiva, sorgeranno due sistemi opposti da’ due opposti e
contradittori princìpi messi loro a capo, e da’ quali discendono oppostele
contradittorie conseguenze; le quali saranno vere o false, se vero o falso è il
principio onde derivano. Sicché a combatterle o ad accettarle, non si dee fare
altro, che ascendere al loro rispettivo principio, e vedere se questo sia vero
e razionale in sé, ovvero irrazionale ed assurdo, sendo che le inferenze
sieguano la natura de’ loro principi. Ora in fondo al lavoro dell’egregio
nostro collega signor Tari giace implicito e chiuso e non rilevato e discusso
il principio, onde egli trae e sostiene la dot- trina della limitatezza
dell’umano sapere, da Lui bel- lamente espressa nella nuova sua formola » Hoc
unum scio, me aliquid nascine ».Ed io con questo mio povero e breve lavoro non
ho inteso fare altro, che rilevarlo questo principio e porlo più schietto e
senza accessori distraenti la mente ed abbacinanti l’immaginazione, ac- ciocché
egli, il valente filosofo, volga dritto l’arme della sua dialettica proprio al
cuore del principio della scuola avversa, dal quale discende l’opinione
dell’as- solutezza dell’umana scienza, che egli nel suo lavoro combatte ad
oltranza. A questo modo l’egregio filosofo potrà meglio dichiarare e confermare
la sua formola, dando luogo ad una più profonda discussione, nella Dìgitized by
Google — 14 — quale egli ed i suoi nobili avversari faranno mostra di quel
valore filosofico, che gli ha reso meritamente illustri in Italia e fuori. Ed
io ascolterò con ansiosa at- tenzione di discepolo la profonda discussione de’
miei maestri; dalla quale spero ricavare maggiore forza di convinzione per la
drottrina eh’ io seguo e che non fa d’uopo dichiararla ora, posto che in altro
mio lavo- ro, letto già a questa Accademia e forse non dimenti- cato, fu a
sufficienza svolta e sostenuta. (578565 Digitized by Google Digitized by Google
Digitized by Google V PROLUSIONE AL CORSO DI FILOSOFIA MORALE RECITATA IL DÌ
20 NOVEMBRE 1864... Università degli studi di Napoli Federico II, Paolo Emilio
Tulelli 9 Digitized by Google PROLUSIONE AL CORSO DI FILOSOFIA MORALE RECITATA
IL DI 20 NOVEMBRE 1861 NELLA REGIA UNIVERSITÀ DEGLI STUDII DI NAPOLI DAL
PROFESSORE PAOLO EMILIO TULELLI NAPOLI STAMPERIA PEtXA B. UNIVERSITÀ 18G2 I
Quando sarai dinanzi al dolce raggio Di quella, il cui bell'occhio tutto Tede,
Da lei saprai di tua vita 11 viaggio. lxr. X. 130. I. Signori, In questo
maraviglioso tempo, nel quale gì compiono i destini augurati d'Italia; in
questo tempo, in cui vediamo tulli i popoli della bella Penisola sorgere come
un solo uomo e comporsi a nazione una e indipendente; ora che per il valore
de'saoi figliuoli si rialza gloriosa e potente la patria; chiuso nel silenzioso
raccoglimento del mio pensieroso do- mandato a me stesso le riposte cagioni di
tale fausto avveni- mento, il quale, per le condizioni interne ed esterne che
lo accompagnano , non ha riscontro nella storia del mondo. Certamente che una
eterna Idea presiede alla vita univer- sale degli esseri, ed all'espi icamento
progressivo della vita morale del genere umano; ma è indubitato altresì che
entro a certi limiti assegnati , cui non è concesso ad ente finito di
oltrepassare, l'uomo possa con l'opera sua libera arrestarsi o retrocedere,
ovvero affrettarsi nel cammino progressivo ed ascendente al fine supremo della
sua vita. Nella slessa guisa che l'uomo individuo, hanno le nazioni la loro
propria personalità, ed una personalità più ampia e Digitized by Google - 4 -
comprensiva il genere umano. Questa loro personalità ha ragione prima nell idea
eterna dell'uomo, quale risiede nella mente sovrana di Dio; idea ricca d'
infinita entità ed esem- plare perfettissimo, la quale per Tatto creativo
s'individua nella sua integrità potenziale in ciascun uomo, ma imperfet-
tamente in questo e in quello altro uomo reale; sicché nel complesso degli
umani individui, succedentisi nel tempo e nello spazio, sparpaglialamente e divisamente
si scorge at- tuato ciò che unitamente si contiene nell'unità infinita del-
l'Idea. L'individuo adunque, la nazione, l'uman genere sono i tre momenti reali
nei quali si attua l' ideale dell'uomo; corre quindi fra loro un'intima e
suslanziale comunione di vita, per cui ciascuna di queste personalità, divisa è
imperfetta e monca, innestata e connessa con le altre si compie e si per-
feziona. Donde la legge di quel moto incessante degli uma- ni individui a
costituirsi in società ed in nazioni, e il molo di queste a collegarsi nella
grande famiglia del genere umano. Ella è questa la ragione e la legge del
progresso da cui l'u- manità è governata. L'individuo progredisce e si
perfezio- na, esplicando la ricchezza della sua personalità, e ritraendo in se l'indole
le doti e la vita della nazione cui appartiene. Progredisce la nazione
svolgendo la vita della sua naziona- lità più complessa e svariala, ed
estendendola a quella più universale del genere umano. £ il genere umano da
ultimo progredisce e si perfeziona, accostandosi sempre più, ben- ché non possa
raggiungerlo mai, all'ideale eterno dell' uo- mo, quale risplende nella mente
di Dio. Ma questo moto ascendente dell'umana vita, questo progresso
dell'individuo, delle nazioni e dell'umanità verso l'ideale eterno delluomo,
non si compie ciecamente e fatalmente; è sottoposto invece alle condizioni
proprie ed essenziali della natura personale dell'uomo, che sono l'intelligenza
ed il libero volere. Per que- ste sue divine prerogative l'uomo, quantunque
sottoposto al- l'azione immanente e provvidente della Causa Prima, è Pau-
Digitized by Google tore del suo perfezionamento e del progresso ascendente
della sua vita. Ma non si dà intelligenza senza V intelligibile, che è il vero,
nò il volere senza il buono, eh' è il suo termi- ne obbiettivo; sicché
l'intelligenza venuta in possesso della verità, e il volere che aderisce e
pratica liberamente il bene, sono le condizioni assolute ed essenziali della
vita morale dell'uomo sulla terra. L'intelligenza e il volere però, perchè
raggiungano i loro termini rispettivi, hanno mestieri della libertà unica legge
del loro morale esplicamento. La intelli- genza nel suo moto è come la luce di
sua natura liberissima, irrefrenabile; solo suo limite è il vero; se altrimenti
si com- prime si spegne. La volontà parimente di sua natura è libe- rissima, e
solo suo legittimo freno è il dovere, ch e la voce imperiosa del buono; se
altrimenti si costringe si annulla. Nel libero svolgimento adunque della
ragione e del volere e di tutte le altre facoltà che ne conseguono, entro ai
limili certi ed immutabili del vero e del bene, è riposta la vita mo- rale
dell'uomo. Togliete all'uomo, o impedite lo svolgimento libero di queste sue
divine prerogative, voi lo ridurrete alla condizione del bruto; toglietele ad
una nazione, e voi ne avrete fatta una torma degradata di schiavi, e con questi
su- premi beni dello spirito l'avrete spogliata di ogni sorta di beni esteriori
e materiali, che da quelli come da loro ca- gione discendono. Tale si fu, o
signori, il fato d'Italia, da che la sua unità politica infranta , resa
dipendente dallo straniero e straziata all'interno da ogni maniera di
dispotismo, ebbe perduto la facoltà di esplicarsi liberamente nella duplice
sfera del pen- siero e dell'azione, e di ricostituire la sua personalità nazio-
nale con l'attuare in se l'ideale della vita cui aspira il gene- re umano. Io
non dovrò certamente ricercare le molte e mi- serevoli cagioni che produssero
la decadenza della gloriosa nostra patria ; tuttavolta una sì grande rovina non
è da ripe- tere dai soli casi della fortuna, o dall'azione delle forze ostili —
6 — degli eterni nemici d'Italia; i quali al certo avrebbero fatto mala prova ,
se gl'Italiani avessero serbato costantemente quella severilà di costumi,
quelle maschie ed eroiche virtù, quel cullo severo della sapienza, e quei
mirabili ordini ci- vili, onde un tempo l'Italia fu la maestra educatrice delle
nazioni e la signora del mondo. Tuttavia noi lunghi secoli della sua infelice
servitù, non ostante la prepotente forza dei suoi nemici, congiurati a
spegnerne finanche, se fosse stalo possibile, il nome, l'Italia nutriva in seno
i germi immortali della vita. Le tradizioni non mai interrotte della sua prima
grandezza ne sorreggevano la dignità; in difetto della vita politica viveva la
vita divina delle arti, per le quali si è man- tenuta sempre in onore ed ha
destalo la maraviglia del mon- do. Nelh) slesso ordine del pensiero ella ha
prodotto tali opere di sapienza speculativa e civile, che le altre nazioni da lei
hanno appreso i principi! , l'indirizzo e la forma del loro postero
incivilimento. Ed in ogni epoca della sua storia ed in ogni provincia delle sue
classiche regioni, uomini ge- nerosi hanno sempre col loro martirio e con le
loro virtù cittadine protestato contro la tirannide, e conservato sempre vivo
il sacro fuoco della libertà e l'augusta idea della patria. Al quale santo e
nobilissimo scopo han rivolto costantemente l'opera loro i cultori delle
lettere e delle scienze, per cui venne fatto che la luce della verità e l'amore
del bene si tra- gittassero nella mente e nel cuore delle italiche moltitudini.
Lavoro certamente lenlo e penoso, ma solo alto a produrre l'infallibile
risorgimento di un popolo. Effetto salutare di questo lavoro lento ma cfiìcacc
della scienza e della moralità pubblica si è la quasi unanime opinione degli
Italiani a vo- lere una e indipendente la loro patria. Per esso lavoro sono
sorti ai noslri giorni uomini egregi e valorosi, che han dalo il primo impulso
e l'indirizzo al gran movimento della risur- rezione d'Italia Per esso il mondo
attonito, dai tre ordini ci- vili dello Slato, cioè dal Principato, dal
Patriziato e dal Po- Digitized by Google - 7 polo, ha vislo sorgere quelle Ire
meraviglie di uomini, Vit- torio Emmamiele, Camillo di Cavour e Giuseppe
Garibaldi; i quali, fallo sacrilìzio di se sopra l'altare della pall ia, con-
giungendo insieme l'eroico italico valore della mente. del cuo- re e del
braccio, han poste le gloriose fondamenta all'unità ed alla indipendenza della
nazione. E per questo islcsso in- timo lavoro della scienza e della moralità
sociale, non larde- rà molto a sorgere dal seno eziandio dell'ordine ieratico
il gran Sacerdote, il quale, intendendo meglio ed armonizzan- do gl'interessi
della patria terrestre con quelli della patria sempiterna, invece di opporre
ostacolo, benedirà a nome del Cristo l'Italia una ed indipendenJe, e farà
conoscere in- fine che la vera Religione non è uemica della libertà e della
indipendenza delle nazioni. Laonde non è a maravigliarc.se all'occasione delle
mutale condizioni internazionali di Europa, per cui si è finalmente
riconosciuto l'eterno diritto che ogni popolo ha di disporre a suo senno delle
cose proprie e di se medesimo, non è a ma- ravigliare, se l'Italia, questa così
delta terra de' morti, sia ri- sorta a vita novella e siasi ricosliluila ad
unità politica di nazione. Ma questa unità politica, perchè sensata ed
esteriore, pre- suppone l'unità morale ed interiore dello spirito, che per così
dire n' è la forma e l'anima vivificatrice. Infatti la nazione è come un corpo
organico e vivente, che oltre alle sue mem- bra materiali, ha il suo spirilo,
il suo genio, la volontà, le proprie forze e il suo fine speciale. La
nazionalità è l'unità naturale di un popolo sotto al duplice aspetto della sua
costi- tuzione fisica e morale; sicché l'unità de'bisogni e delle ten- denze,
delle idee e delle operazioni è ciò che dona ad un popolo e forma e importanza
e dignità di nazione. Ora egli è cosa evidente che sillàtla unità morale, causa
e ragione intima dell'unità fisica e politica, da ninna altra cosa può es- sere
ingenerata e resa duratura, quanto dall'azione benefica Digitized by Google ed
illuminalrice della scienza del vero e del buono, ove le intelligenze e le
volontà degli uomini convenendo s'unizzano e s'immedesimano insieme nell'unità
superiore dello spirito e della morale personalità. Supremo compito adunque
del- l'Italia rigenerata è di dare opera assidua all'organamento e sviluppo
della scienza e massime della scienza morale, e dif- fonderla in lutti gli
ordini de' cittadini; imperocché senza la cognizione diffusa del vero e del
bene, del giusto e dell'one- sto, de' doveri e de'dritti, non vi ha virtù né
privata nò ci- vile, non vi ha uso possibile di libertà giuridica, non indi-
rizzo di forze e di volere al fine comune e sociale, non vi ha insomma unità
morale della patria ; dalla quale unità morale deriva l'unità politica, la
prosperità, la potenza, 1 eflicacia e la durata degl'istituti militari e civili
della nazione. II. L'uomo venendo al mondo ricco di virtù e di forze poten-
ziali, ma povero e debole in atto, egli diviene tutto quel che comporta la sua
essenza e l'alto fine cui è preordinato da Dio, secondo la misura della sua
intelligenza e del suo libero vo- lere. Il destinalo dell' uomo è nelle sue
mani, ed è stato af- fidato al suo proprio consiglio; imperocché l'uomo riesce
quel ch'ei vuol divenire, e vuole quel che la mente gli ad- dimostra di dovere
essere, ed opera ciò che sa e vuole ope- rare. Dicasi lo stesso della nazione,
ch'è 1' uomo compiuto e complessivo, sintesi armonica della indefinita varietà
e mol- titudine degl' individui che la compongono. Sicché la vita morale dell'
uomo è riposla nella graduata evoluzione delle sue facoltà del conoscere, del
volere e dell'operare, rispon- denti al loroobbietlo universale, che l'Ente,
con le sue pri- malità assolute o forme essenziali del vero, del buono e del
bello, cui quelle potenze naturalmente tendono di consegui- re. Ora egli
imporla sommamente, che di questo conoscere, Digitized by — 9 — volere ed
operare umano e de' loro termini obbiettivi 9Ì formi e si costruisca una
scienza assoluta e razionale, un sapere apodillicoe indubitabile, che sia
ragione e fondamento incon- cusso, principio e Gne ultimo della vita universa dell'uomo.
Questa scienza assoluta delFEssere,concepito e svolto in tutte le sue forme e
nelle sue ragioni supreme, è quella cui si è convenuto di dare il nome augusto
di Filosotìa; scienza prin- cipe ed universale, tronco unico dell'albero
enciclopedico del- l'umano sapere, donde si svolgono, e dal quale ricevono il
succo vitale i moltiplici rami delle scienze, delle arti e delle umane e divine
discipline. Ma se la filosofia in quanto al- l' obbietlo suo universale, eh' è
1* Essere, è una e indivisa, quantunque abbracciasse le ragioni di ogni cosa
reale o pos- sibile; tuttavia ella si parlisce in (re rami principali rispon-
denti alle (re forme intrinseche dell'Essere, e per le quali egli diversamente
alla ragione si manifesta. Il vero, il buono e il bello sono appunto queste tre
forme essenziali dell'Essere, il quale, benché le contenga compenetrale e
identificate nella unità dell' essenza , pure esteriormente le raggia distinte
a guisa della luce, che variamente si colora e si abbella, se- condo le qualità
delle cose ch'ella colpisce. Similmente l'Es- sere in quanto si rivela ed è
appreso dall' intelletto assume la forma del vero; in quanto è termine della
libera adesione del volere appellasi buono ; e veste da ultimo la forma del
bello, quando appreso e concepito dalla fantasia commove il sentimento e Y
amore. Donde segue che parti integranti dell'organismo della scienza filosofica
sono la Speculativa, la Morale e l'Estetica, ciascuna delle quali svolge un
as[>etto dell' unico ed universale obbietto loro comune, mutuandosi a
vicenda i principi, il metodo, le ragioni e la vita. Imperoc- ché la scienza
essendo il riflesso ideale della realità, è orga- nata in sè ormonicamente
nella stessa guisa che tutti gli es- seri sono organati nell' unità infinita
del Cosmo. E questa legge di connessione si avvera massimamente nella scienza 2
Digitized by Google — 10 — sovrana della filosofia, tanto in ragione dello
spirilo che n'è il soggetto, che in ragione dell'Essere che n'è l'obbiello uni-
versale. In fatti le tre fondamentali facoltà dello spirito, nel cui esercizio
è riposta la sua vita, l'intelletto, la volontà e l'amore, essendo la triplice
irradiazione di una stessa attività radicale, nella loro esplicazione si
suppongono e si aiutano a vicenda. Del pari le tre primalilà o forme essenziali
del- l'Essere scambievolmente s intrecciano e s' identificano nel- l'unità
dell'essenza; sicché la cognizione dell'una involge re- ciprocamente la
cognizioni 1 delle altre. Ammirabile armonia dell'Essere sì nell'ordine ideale
che nell'ordine reale dell' U- niverso! nel quale la moltiplicò ordinata e
connessa nelle esistenze innumerevoli, rende immagine e somiglianza del-
l'Unità infinita ed assoluta del Logo: Nel suo profondo vidi che s'interna
Legato con amore in un volume Quel che per l'universo si squaderna. ( Dantb )
Non senza un alto intendimento, o Signori, io ho voluto alquanto distesamente
toccare questi sommi principii della scienza, prima di entrare nell'argomento
speciale che forma l'obbietto del mio discorso. Imperocché l'Elica non è da te-
nersi come un'accolta di regole empiriche ordinate alla pra- tica usuale della
vita, e ricavate induttivamente dalla osser- vazione dei fatti morali e delle
costumanze degli uomini; nè trova il suo fondamento nelle istallili opinioni o
ne'mutevoli istituti de'popoli ; molto meno ha la sua ragion prima nello
arbitrio di qualunque siasi autorità costituita. Invece ella è una scienza
assoluta e razionale, in quanto che versando so- pra l'idea del buono, si
radica nella essenza dell'Essere, del quale il .buono è una dote intrinseca ed
assoluta. E imporla assai che ciò sia, se fa d'uopo che l'umana volontà abbia
una Digitized by Google 11 legge certa ed una norma assoluta ed invariabile,
cui con- formando gli atti suoi, questi diventino moralmente buoni ; nella
stessa guisa che l'umano intelletto trova nel vero asso- luto la legge
immutabile della verità dei suoi giudizi. Dalle quali considerazioni si rende
manifesta la necessità dell' in- segnameulo della morale in forma rigorosa e
scientifica, con metodo razionale ed apodittico, derivandola dulia ragione
eterna del Buono posto a riscontro della natura personale dell'uomo. In fatti
la legge dell'operar morale , vale a dire dell'-ope- rar con ragione e con
libertà , non può ricavarsi altrimenti che dalla nozione vera e compiuta della
essenza e natura del- l'uomo operante, e della essenza e natura dell'Essere,
termine obbiettivo dell'operazione medesima. Imperocché la qualità morale dell'
azione risulta dalla moralità subbiettiva ed ob- biettiva dei due termini, che
l'azione congiunge ed armoniz- za fra loro. La legge, norma regolatrice
dell'azione, è l'idea superiore che nel suo contenuto involge il rapporto
necessa- rio ed essenziale de' due termini medesimi, i quali nella leg- ge, per
così dire, adeguandosi si unizzano e s'identificano. Nella stessa guisa che
nell'ordine della cognizione, l'idea con- giungendoli soggetto intelligente con
l'obbietto intelligibile, nella sua unità superiore li contiene e ne
rappresenta l'essen- za e la verità assoluta. La qual cosa addimostra che la
scien- za morale non solo si fonda sopra la filosofia prima, ma che ne mutua
eziandio i principi, l'indirizzo e l'organamento for- male. In breve il buono
convertendosi col vero , la scienza del primo segue le vicende e la fortuna
della scienza del se- condo. E la storia della scienza viene a confermare col
fatto tal verità; perciocché la verità dei sistemi morali discende da quella
dei sistemi speculativi. Quale ò l'idea che uno si forma di Dio e
dell'universo, quale il concetto della natura dell'uo- mo e del suo fine, quale
la nozione del bene e del male mo- rale , tale indubitatamente sarà la idea
della norma assunta Digitized by Google - 12 - a principio regolatore delle
umane azioni. La base adunque della monile riposa sopra la scienza^delPAssoluto
(Ontologia) e sopra la scienza dell Uomo (Antropologa); e dall'una e dal-
l'altra ricava i principi! certi ed assoluti, dai qu;«li dialettica- mente
deduce la teorica universale dei doveri. Tuttavia l'Eli- ca è una scienza a
sè.e quantunque dipendente dalla filosofia prima, ha però la sua sfera propria
e il proprio contenuto, che vuole essere svolto in forma rigorosa e severa,
rispondente alla nobiltà e dignità del soggetto di cui tratta , ed alla im-
portanza suprema del fine cui mira, ed alla vastità e mollipli- cità degli alti
umani che a quell'altissimo fine regola ed in- dirizza. Duplice infatti è il
soggetto cui intende e per cui si trava- glia la moral filosofia, la
determinazione cioè della sovra- na idea del Buono, e dell'attività personale
dell'uomo, che a conseguire quel termine dev'essere condotta. Tulla la dottri-
na etica in questa breve forinola è compresa; è supremo uf- ficio della scienza
di esplicarla compiutamente. Che cosa è il Bene? Qual'è la natura morale e personale
dell'uomo? Il primo problema inchiudc la teorica obbiettiva ed ontologi- ca
della morale; il secondo la teorica psicologica e subiet- tiva ; dalle quali
due teoriche dipende la dottrina apodittica dei doveri particolari ed
universali dell uomo in tulle le con- dizioni della sua vita privata e civile.
Il problema ontolo- gico della morale convenientemente risoluto ci darà la
scien- za pura del bene e delle sue forme; ci offrirà la distinzio- ne profonda
del bene morale dal bene sensitivo, dell'onesto e del giusto dal piacevole e
dall'utile; ci fornirà le nozioni assolute del diritto e del dovere, del merito
e del premio, non che dei loro contrari; in una parola la scienza dell'ordine
mo- rale del mondo. Il problema subiettivo e psicologico ezian- dio svolto
compiutamente ci presenterà la teorica della natura morale e personale
dell'uomo, e quindi la dottrina della mo- ralità subiettiva delle umane azioni,
della libertà del volere, )igitized by Google - 13 - della ini] mobilila morale
degli alti umani ; in breve la teori- ca compiuta e razionale jlelTuomo, qual
ente personale e mo- rale. Dall' altezza di questi principi! della morale pura
e ra- zionalo, è poi facil cosa discendere alla morale applicala a tutti gli
atti della vita dell'uomo sì interni che esterni, sì pri- vati che pubblici, e
svolgere insiememenle la teorica univer- sale del dovere, e quella dei doveri
speciali che l'uomo ha verso Dio, verso sè medesimo, verso i saoi simili, verso
la patria e verso il genere umano. Le quali etiche dottrine, so da una banda
suppongono fermali stabilmente i dogmi spe- culativi della realtà di Dio, della
spiritualità ed immortalità dello spirito umano, della sua libertà e della vita
futura ed oltremondana, dall'altra parte esse li confermano e li avvalo- rano
mirabilmente. Certo che queste dottrine morali sono obbietto delle cre- denze
spontanee del genere umano, e sono di più sancite dall'autorità divina del
Vangelo. Tuttavia coloro i quali non volessero ammettere altri principi all
umano sapere ed all'u- mano operare, che i principii fondati sopra la
tradizione, deb- bono convenire che la dottrina tradizionale deve pur essere
organata in forma di scienza e ridotta ai principii della ra- gione. Or poiché
la scienza pone sua radice nella sola ra- gione, non può, siccome ho detto
innanzi, che da questa sol- tanto ritrarre il suo legittimo criterio ed un
principio primo ed evidente, dal quale coi soli mezzi speculativi deve dedur-
re le verità tutte che all'ordine morale si appartengono, ed ordinarle in sistema.
Tutti i sublimi veri che già sono patri- monio della coscienza umana ,
troveranno nella scienza la loro ripruova e la rigorosa e riflessiva loro
legittimazione; giovandosi d'altra parte della razionale certezza di lei per
potersi sottrarre dalle vicissitudini delle opinioni. dai sofismi delle sette e
dei partili, e sopratulto dalle fallacie delle pas- sioni e degli interessi
materiali della vita. Imperocché non solo presso gli uomini di mondo, ma czian-
Digitized by Google dio presso alcune scuole di filosofi si scambia spesso lo
sco- po morale con lo scopo materiale della vita; si confonde il giusto con
Tutile, l'onesto col piacevole, il diritto con la for- za, il dovere e
l'obbligazione morale ad esser buoni con la tendenza istintiva a divenire
felici. La quale confusione di cose tanto fra loro diverse turba non solo la
serena verità della scienza, ma eziandio l ordine morale e pratico della vita.
In fatti domandale alla più parte de 1 filosofi qual sia l'obbietlo proprio
delle investigazioni della scienza morale. Voi ne avrete in risposta esser la
ricerca del sommo bene, della propria felicità, l'arte in somma di vivere bene
e bea- to: Ars bene beateque vivendi. Proseguite a interrogarli in che cosa
consista la felicità e il sommo bene. E voi udirete rispondere: nella unione in
un soggetto della forza e della potenza, dei piaceri e degli onori, della
ricchezza e della dignità, della bellezza e della salute, dell'ingegno e della
scienza, e se vuoisi ancora della virtù, ma considerata come puro mezzo subordinalo,
e quindi da meno in valore del line a cui deve condurre. Egli è manifesto che
in siffatta teorica, la quale al certo non è la più turpe fra tante che
infestano il mondo dell Etica, il concetto vero della virtù, la idea pura ed
assoluta del bene morale è sparita. Tal concetto presso a poco si avean formalo
quasi tulli gli antichi sapienti intor- no alla natura dei sommo bene ed ali ob
biotto formale del- l'Elica, eccetto gli Stoici e prima di essi Platone; il
quale non dubitò di riporre nel Buono la stessa essenza dell'En- te, e nella
idea del buono la prima idea e la prima legge; sicché per il divino discepolo
di Socrate il Buono è il prin- cipio, onde muover debbano e il conoscere e il
volere degli enti ragionevoli, ed è il termine finale ove l'uno e l'altro do-
vranno quietarsi. Ciò che da Platone fu intraveduto, venue dal Cristianesimo
inesso a fondamento inconcusso della nuo- va dottrina che ha redento il mondo.
In fatti il Cristo richia- mò il principio eterno del Buono e la legge morale a
scopo - 15 - supremo della vita: rilevò lo spirilo sopra della materia, il bene
morale sopra i beni del senso; pose il dogma della eguaglianza fra gli uomini,
e la legge dell'amore, e così git- tò le fondamenta incrollabili della scienza
del dovere, della libertà e del dritto. Ma la divina morale del Vangelo,
espressione ideale del Buono concreto ed assoluto, ch'è Dio, non si è svolta in
tut- te le sue conseguenze, nè è stala applicata a tutti gli atti del- l'umano
operare privato e civile. Certamente che gl'incom- parabili Dottori e Padri del
Cristianesimo, e ifmagistero au- gusto e autorevole della Chiesa universale,
per opera d'insi- gni scrittori ci han dato lavori mirabili di scienza morale:
ma non si può negare che essi abbiano piuttosto guardato a quella parte della
dottrina che riguarda la vita interiore del- lo spirilo, e i doveri religiosi e
la santificazione delle anime in ordine alla vita eterna, che all'altra intesa
ai doveri so- ciali e civili de' cittadini e delle nazioni. Ora imporla assai
ai giorni nostri, oltre alla morale privata e religiosa, fonda- re e svolgere i
principii della morale pubblica e nazionale; importa inculcare la conoscenza e
l'adempimento de' dove- ri civili e politici; importa che lutti i cittadini
siano con- vinti e persuasi che non basta l'adempiere i doveri religiosi e
privati, ma è necessario concorrere obbligalo riamente al bene comune della
Patria e della Nazione, nella quale e per la quale gl'individui e le famiglie
sussistono, e loro si rende possibile il proseguimento de' fini supremi dello
spirito, che sono la verità, la virtù e la religione. Imperocché, se l'uomo per
la terra non deve dimenticare il cielo, non deve altresì per la patria celeste
porre in non cale la patria terrena, nel- la quale Dio pose l'uomo come in un campo
adatlo e condi- zionato all'esercizio di ogni sorta di virlù, per quindi meri-
tare di ascendere alla patria sempiterna. Egli è vero che gli antichi Greci e
Romani esaltarono di troppo il culto e l'idea della patria, sacrificandole
gl'interessi, i diritti, la libertà e Digitized by Google - 16 - perfino la
vila dell'individuo; e le virtù domeniche e priva- te eran presso di loro quasi
che un nulla estimate rispetto alle virtù pubbliche e cittadine; ma è vero
altresì che i popoli moderni sia per un falso ascetismo, sia per altre cagioni
che non occorre in questo momento di ricordare, peccano per l'eccesso
contrario. La verità sta nel mezzo dialettico di que- sti due estremi. Senza
moralità privata in tutti gli ordini dello Stalo, certo che non v'ha moralità
pubblica e politica; ma egli è certo ancora che senza moralità politica e
sociale non è possibile che vi sia o che possa a lungo perdurare la moralità
de' privati; conciossiachè la società sia, come a di- re, l'ambiente nel quale
gli uomini vivono, ed a seconda delle qualità buone o ree dell'aere che vi
respirano, essi prosperano ovvero intristiscono. Ora siccome la moralità
individuale si deduce dalla na- tura ed essenza dell'uomo ordinato al fine
morale, ch'ò il suo bene supremo e la sua lesge; così la moralità pubblica e
politica si deriva dalla essenza e dalla natura dello stato na- zionale, e dal
fine morale cui dalla Provvidenza è ordinato. Lo Stato o la nazione è una
persona morale; gode adunque delle prerogative dei diritti e dei doveri che
sono proprii di ogni ente personale; ha un fine complesso fisico e morale che
deve intendere e volere conseguire. Nella guisa che ogni umano individuo ha il
diritto innato alla propria sussi- stenza e. conservazione, alla sua
indipendenza e libertà giu- ridica, quali condizioni necessarie al
conseguimento del fi- ne supremo della sua vita, e ne ha quindi l'innato dovere
e l'obbligazione assoluta; egualmente la nazione avendo simili diritti ò
sottoposta eziandio allo stesso assoluto dovere inver- so di sè medesima. Ciò
non polrebbesi conseguire se i sin- goli cittadini, convinti ed -istruiti di
questo supremo inlen- to della patria, non sentissero profondamente il dovere
di concorrervi volenterosi con le loro opere, ed occorrendo, col sotloporsi ad
ogni maniera di sacrifizio. Ecco il fonda - Digitized by Google — 17 — » mento
razionale della morale politica e civile ; ecco donde scaturisce la necessità e
l'importanza per un popolo dell'in- segnamento della sovrana scienza dei
costumi. Quando in una società sono fermale e diffuse nella mente delle
moltitu- dini l'eterne idee dell'onesto e del giusto, e la notizia esatta di
tutti ì doveri privati e politici de' cittadini; e quando l'ope- rare di
ciascuno e di tutti vi si conforma adeguatamente; al- lora soltanto la nazione
raggiunge quel grado di eccellenza e di dignità morale, donde come effetti
necessari, proven- gono a lei tulli gli altri b?ni che la rendono potente, pro-
spera e felice. III. Ma la moral filosofia , o Signori, e nel suo intcriore
scien- tifico organismo, e nel suo esteriore insegnamento, ha me- stieri per
costituirsi della più ampia e larga politica libertà. Le scienze morali, più
che le speculative, non allignano nel terreno aduggiato dalla mala signoria e
dal dispotismo. Per- ciocché la teorica del dovere, spaziando per ovunque
l'uma- no operare si estende, deve applicarsi indistintamente, co- me regola
giudicatola assoluta, alle azioni di ogni condizio- ne di persona. Il filosofo
moralista infatti, proclamando al- tamente l'imperio della legge eterna del
Bene, si rende, per così dire, il censore universale degli uomini, ed innanzi
al suo tacito ma tremendo tribunale chiama indirettamente gli nomini privati e
pnbblici, e i ricchi e i poveri, i nobili e i plebei, i laici e i sacerdoti, i
sudditi e i Re, e per fino i po- poli e le nazioni; e degli atti loro giudica e
sentenzia inap- pellabilmente la giustizia o l'ingiustizia, il merito o il
deme- rito, la laude o il biasimo, il premio o la pena che loro ri- gorosamente
è dovuta. Di questo nobilissimo ufficio del mo- rale filosofo esempio stupendo
ne porge Dante Alighieri, il cui divino poema, se per opera d'arte e per merito
poetico, 3 Digitized by Google è annoverato Ira i pochissimi che siedono a capo
della lette- ratura comparala de' popoli culti, unico e solo è da riputare qual
monumento di morale e civile sapienza. Nel quale il sovrano poeta, assunto
l'ufficio di filosofo morale, pone a sindacato le azioni degli uomini di ogni
età, di ogni luogo, di ogni condizione religiosa, politica e civile; e dietro
il tipo ideale della giustizia ne giudica la bontà o la malizia, il me- rito o
il demerito; e loda o biasima, premia o punisce a se- conda del grado di loro
moralità. Nè fa mestieri il dire con (pianta indipendenza di giudizio e libertà
di parola egli com- pia il suo divino mandato questo gran figliuolo d'Italia,
que- gli che amava nomarsi il poeta e il filosofo della rettitudine. Non
altrimenti dee comportarsi il filosofo che assume il com- pito di professare la
scienza del Buono e del Dovere; sia che egli la consegni o l'aftidi nelle
carte, sia che con la voce la diffonda e la insinui nell'animo degli
ascoltatori. A lui adun- que, perchè possa compiere efficacemente il suo
uffìzio, fa mestieri di assoluta e piena libertà di giudizio, di discussio- ne
e di parola. Imperocché la scienza morale non deve ri- manere nel solo campo
della teoria, nè ristarsi nella sola di- scussione de' principii astratti su i
quali si fondano le ragio- ni del bene e del male, dell'onesto e del giusto; ma
inten- dendo ancora al fine pratico di rendere gli uomini di fatto buoni e
virtuosi, giusti ed onesti in lutti gli atti della loro vita, deve in
conseguenza trattare de' doveri di ciascun uo- mo secondo lo stato e la
condizione sua privata o pubbli- ca, religiosa o civile, non esclusi coloro
nelle cui mani sono affidati il governo e i destini dei popoli e delle nazioni.
Se il filosofo morale adunque deve tenere alta l'insegna dell'one- sto e del
giusto; se dee far sentire a tutti gli uomini la voce imperiosa della Legge
eterna del Bene; se non deve piegar l'anima a viltà verso i potenti della terra
o commoversi alle loro lusinghe; se dee colpire d' infamia il vizio ovunque *i
annida e glorificar la virtù ovunque risplende; egli è co?a Digitized by — 19 —
< manifesta non solo richiedersi necessariamente nel filosofo la libertà
personale, ma eziandio richiedersi la libertà politica e sociale nello Stalo
ove egli proclama le verità anguste e se- vere della scienza morale. Ma se
l'organismo interiore della scienza etologica e il suo esteriore insegnamento
richieggono la libertà e l'indipenden- za personale del filosofo e quella
ancora della nazione cui ap- partiene, reciprocamente la libertà del pensiero e
della pa- rola del filosofo e la libertà civile e politica della nazione han
mestieri che fossero contenute entro ai limili assoluti del do- vere. Io non
dirò cose nuove, o Signori, asserendo che la libertà dell'uomo privato senza il
salutare freno del dovere diviene licenza; la libertà politica non regolata dal
diritto si tramuta in anarchia; la potestà sovrana diventa dispotismo; e la
stessa religione ipocrisia e superstizione. Ne ho bisogno di dimostrare che
senza il rispetto assoluto alla giustizia ed ai diritti degli uomini e senza
l'amore razionale del buono, non vi ha buone leggi, e se vi sono, restano
lettera morta, ora deluse dall'astuzia e dalla frode, ora infrante dalla tra-
cotante prepotenza. Senza virtù morale resa connaturale abi- to dell'animo, il
magistrato àttera il senso della legge scritta e manomette i diritti de'
cittadini, il guerriero diserta dal campo di battaglia, il diplomatico vende la
patria allo stra- niero, il suddito sconosce l'autorità delle leggi, il
principe diventa tiranno; senza virtù morale la stessa scienza si tra- muta in
sofisma, l'eloquenza e le lettere in arti di seduzione, la ricchezza e la
potenza riescono mezzi che ingenerano la mollezza e lo infiaccamento degli
animi e la depravazione dei costumi. Onde non è da stupire se, manomesso
l'ordine mo- rale della vita, gli uomini si degradano e le società si sfa-
sciano e periscono. A rilevare adunque la dignità dell'Italia e ricostituirla
una, indipendente e rispettata in fra le altre nazioni, fa d'uopo di rilevare
la dignità morale degl'Italiani, richiamandoli al culto severo della sapienza,
ed alla eserci- Digitized by Google — 20 — (azione amorosa di ogni sorla di
virtù private e cittadine, onde i nostri avi divennero i signori del mondo. A
questo nobilissimo scopo dee mirare soprattutto ai no- stri giorni lo
insegnamento della morale filosofia. Nel mentre che gli uomini politici
intendono all'organamento di tutte le forze vive della nazione, nel duplice
scopo di fondare gli ordini civili e gli ordini militari dello Stato, gli uni
diretti alla esplicazione compiuta di tutte le giuridiche liberta, gli altri
alla difesa della propria indipendenza ed autonomia; gli uomini della scienza
debbono invece mirare a stringere e ri- costituire ad unità lo spirito della
nazione, informando l'ani- mo degl'Italiani, e segnatamente de' giovani, alla
luce sfol- gorante del vero e del santo amore del bene. Perciocché, giova
ripeterlo, la sapienza e la vtrtùt. inge- nerano la libertà, l'indipendenza e
la prosperità delle nazio- ni; e la sola sapienza e la sola virtù possono
renderle im- mortali. Ed a questo nobilissimo scopo ho diretto sempre il mio
scarso ingegno e i miei poveri studi; a questo santo fine ha mirato finora il
mio privato insegnamento. Ed ora che la fiducia del Governo, dalla modesta ed
oscura scuola dome- stica mi solleva allo splendore dell'universitario
insegnamen- to, io porrò tutto l'animo e tutte le forze mie per corrispon- dere
all'alto proposito cui intende questa cattedra della mo- rale filosofia. Oh me
felice, se la mia umile parola potrà essere seme fecondo di sapienza morale e
civile nell'animo generoso de' giovani, nella cui virtù e nel cui valore ripo-
sano segnatamente gli augurali destini d'Italia! PINE Digitized by Google TULELLi l’ IX MGIùm UMANA
Digitizecfby Gòogle NAZIONALE FONDO PROVINCIA > *"3 P Qé B. Prov.
Miscellanea B lo napoli BIBLIOTECA PROVINCIALE ryiAAsO /} y~ A D Num.° d’
ordinj)/^y^ s < v A o j3 CU Digitized by Google Digitized by Google L'
INFALLIBILITÀ DELLA RAGIONE UMANA CONSIDERATA NELLA TRIPLICE SFERA DELLA
SCIENZA, DELLA POLITICA E DELLA RELIGIONE STUDII CRITICI LETTI all’ Accademia
di Scienze Morali e Poliliche di Napoli nella Tornata del 19 Giugno 1870 DAL
SOCIO RESIDENTE Cav. PAOLO EMILIO TDLELLI PROFESSORE D’ETICA NELL’CNIVEUSITÀ.
1870 Digitized by Google (Estratto dal Rendiconto dell’Accademia di Scienze
Morali e Politiche) Digitized by Google A PAOLO EMILIO IMBRUNI SENATORE DEL
REGNO D’ITALIA. v«<Mvw«vwv>n. Signor Commendatore, A Voi illustre in
tutta Italia per altezza di concetti politici e per rara virtù cittadina io
dedico questi miei poveri Studi sul problema della Infallibilità della ra-
gione umana, considerata nella triplice sfera della scien- za, della politica e
della religione. E fo questo non tanto per acquistar favore al mio scritto
ponendolo sotto all’e- gida del vostro chiaro Nome, quanto per render pub-
blica testimonianza del mio grato animo all'efficace bene- volenza, che m’
avete finora mostrato. Della quale ho la ferma coscienza, confortata eziandio
dal giudizio de’ buo- ni, di non essere indegno. E confido che Voi, non ostante
alcune maligne ed invidiose insinuazioni già sparse da taluni sul mio conto e
che io altamente disprezzo, voglia- te, come per lo passato, conservarmela intera
per l'av- venire. Di Napoli 19 Giugno 1870. V.° Obbl Dei '. 0 Servo Paolo
Emilio Tulelli. Digitized by Google Digitized by Googli * Amiamo di credere non
essere cosa strana ed aliena dall' isti- tuto dell’Accademia di Scienze Morali
e Politiche richiamare per poco la nostra attenzione sopra di una quistione,
che presen- temente agita la coscienza de' popoli più civili della Terra ed
interessa sì vivamente le sorti della Cristianità intera. Nè vo- gliam
supporre, che in questo Consesso vi sia alcuno, ch’estimi di poca importanza un
problema, il quale avendo le sue radici nelle disquisizioni più alle della
scienza e della ragione, spazia di poi in tutte le sfere della vita ts
segnatamente in quelle della religione e della politica. E noi il problema
dell’ infallibilità, ch'è appunto quello di cui si tratta, verremo a
considerare sotto i tre suddetti punti di vista, cioè a dire, delta scienza,
della po- litica e della religione. E per intenderci bene fa mestieri prima di
tutto fissare netta- mente la nozione dell’ infallibilità e quindi vedere in
qual sub- bietto essa sia possibile o impossibile a rinvenirsi. L’infallibilità
non è da considerarsi altrove, che nell’ordine e nella sfera degli esseri
personali e liberi. Perciocché nell’ordine e nella sfera degli esseri naturali
regna, egli è vero, la legge della fatalità e della necessità, per la quale la
forza esplica in- variabilmente i suoi effetti e date tutte le condizioni
richieste dalla sua natura colpisce infallibilmente nel segno, nè può da questo
in maniera alcuna deviare. Ma non è di questa infallibi- Digitized by Google 4
lità naturale che qui vuoisi discorrere; invece di quell' infallibi- lità, la
cui nozione involge il concetto della personalità nel sog- getto, del quale
ella si afferma e si predica. In altri termini, la quistione si restringe nella
nozione della infallibilità razionale e morale, la quale non può essere
appartenenza, che de’ soli enti personali e liberi. Premessi questi principi,
noi domandiamo: che cosa debba intendersi per l'infallibilità razionale e
morale d'un ente perso- nale? Egli è chiaro, che l’infdllibililà d'un essere
personale sup- pone nell’ordine teoretico l’inenarranza, e nell'ordine pratico
l' impeccabilità. L'infallibilità teoretica esclude la possibilità del-
l'errore nell’intelletto, e l’infallibilità pratica rimuove da sè la
possibilità della colpa e del peccato nella volontà. Anzi è da dire, che l’una
di queste forme della infallibilità, quando è perfetta, include necessariamente
l’altra, si che l’ente personale, che ha perfetta la ragione in tutta la sua
potenza, non può non avere che perfetta eziandio la volontà in tutta la sua
libertà. Perfetta ed assoluta ragione è nello stesso tempo perfetto ed assoluto
vo- lere; e l’una e l’altro, come il vero ed il bene assoluti, s’identi- ficano
e formano insieme una sola e medesima entità. Onde se- gue, che un’intelligenza
perfetta include una volontà retta, nello stesso modo che la perfetta scienza
importa una virtù compiuta. In questo senso profonda e vera è la sentenza di
Socrate, esser la colpa sempre un errore ed il vizio derivare da torto
giudizio. Sicché l’infallibilità, secondo la sua nozione, importa scienza e
rettitudine assoluta e quindi inenarranza ed impeccabilità per- fetta; i quali
attributi e le quali prerogative sono appartenenze schiette e sole
dell'Infinito. Ora ci si dica; chi mai infra i figliuoli degli uomini ha osato
affermarsi infallibile e quindi non soggetto a colpa e ad errore? A prima
giunta pare, che non l'abbia osato nissuno; anzi da per tutto ed ogni dove s’è
udito e si ode affermare la fallibilità ra- zionale e morale degli uomini
tutti. E per restringerci alla sola infallibilità razionale (e di questa
soltanto intendiamo discorrere) ne sia prova lo spirito scettico, che ora in
senso assoluto, ora in senso relativo, ha invaso ed invade tuttora le menti
umane, per Digitized by Góogle 5 * cui si diffida in tutto o in parte della
ragione e della libertà. Ma se invece si guarda acutamente nelle latebre del
cuore umano, e ne’ processi intimi dello spirito; se attentamente si consultano
le pagine autografe di alcuni uomini di scienza e gli annali storici delle
umane istituzioni, si vedrà che, accanto allo spirito scetti- co, ha reguato e
regna tuttavia nel mondo lo spirito dogmatico, pel quale la ragione umana ora
in senso assoluto ora in senso rela- tivo, si afferma possedere rinfinita
potenza del vero e della libertà. Toccando di volo le ragioni dello spirito
scettico, il nostro ar- gomento ci porta a discorrere più distesamente delle
ragioni dello spirito dogmatico, ch’è quello che conduce o può condurre alla
pretensione dell’ infallibilità razionale sì nella sfera della pura scienza,
che in quella della politica e della religione. I. L'Infallibilità nella sfera
della Scienza. Nell'ordine della scienza vi sono per così dire, due mansioni:
Cuna preparatoria e di tentativi ora paurosi ora arditi ; l'altra definitiva e
di affermazione assoluta per l' umana ragione, di- chiarata ora affatto
impotente alla certa conoscenza del vero, ora perfettamente adequata all’
infinita potenza di esso. Lo spirito dapprima ignaro di sè e della natura delie
cose, si lascia trasportare al maraviglioso spettacolo del mondo, ne ac- coglie
ingenuo tutte le forme e le apparenze e vi aggiusta piena fede e credenza. È
questo il primo periodo della vita dello spi- rito, nel quale, come dice il
Poeta, l’anima semplicetta che sa nulla, mossa com’è da lieto fattore, alle
forme appariscenti delle cose si ferma, di esse si contenta e si pasce, con
esse si balocca e trastulla; e di poi raccogliendole e adornandole nella
plastica fantasia , crea quel mondo poetico, che se non corrisponde al mondo
della realità, è tale tuttavia da appagare questo primo momento del suo
infinito bisogno di conoscere e ri si profonda e vi si bea. Ed in tale prima condizione
del suo essere, lo spi- rito non dubita delle sue forze, nè si tiene in
sospetto delle fe- nomenali apparenze delle cose, e sè stesso e la natura crede
in- Digitized by Google 6 fallibile e sicura. Ingenua fede ed infallibilità
innocente, infan- tile e poetica ! Ma questa serenità e questa sicurezza dello
spirilo prestamente si turba, scossa dalla contraddizione che spesso s’incontra
tra le prime apparenze delle cose ed i movimenti e le passioni dell'a- nimo.
Egli non più fiduciosamente si abbandona alle apparenze sempre mutevoli della
natura; raffrena i suoi istinti, sospende i suoi giudizi, tentenna
uelfappreziazione delle qualità feno- menali; osserva, confronta, sperimenta,
induce ; ed ora affer- mando ora negando, ma non dubitando ancora della possibilità
del contrario, costituisce quella forma di scienza cui si appella empirismo.
Però l'empirismo non trascende la faccia esteriore del mondo, non si domanda
l'essenza e le prime ragioni dello cose ed i principi e i fini dell’universo;
pago di sè e de’ feno- meni quali appariscono al senso, si adagia e si acqueta
in que- sta prima mansione della scienza. Ma non tarda lo spirito a sve-
gliarsi da questo dogmatismo empirico e da questa acquiescenza alle forme
fenomenali del mondo; vuole di più sorpassare la sfera de’ fenomeni e ricercare
i principi e le cagioni de’ mede- simi. Tuttavia in questa sua prima
speculazione procede ani- moso senza prima esaminare le forze della ragione e
prima di porsi innanzi e di risolvere il problema della rispondenza del
pensiero e dell’essere, del subbielto e dell'obbietto dei cono- scere,
dell'idea e delia realtà. Ed in questo suo primo processo speculativo non
ricerca la ragione del metodo, nè il criterio si- curo del vero ; specula
invece proseguendo spontaneamente ii processo empirico ed induttivo,
assottigliando le forme corpu- lenti del senso in idoli ed immagini
fantastiche, e forma quella specie di metafisica, che noi chiameremmo
fantastica o poetica. Eziandio in questo primo stadio speculativo lo spirito si
acqueta securo nella forma dogmatica della scienza, modellata però sullo stampo
della realità sensibile ed esteriore. E così si videro sor- gere quelle
teoriche fisiche del mondo, nel quale per esse la vita universale è spiegata
col solo meccanismo o dinamismo della materia e delle forze nella materia
stessa insite o congiunte, o ad essa identiche interamente. Concezione è questa
del mondo, ove Digitized by Google 1 in nessun modo riluce l'idea d‘ una
ragione o d una mente crea- trice od ordinatrice del tutto, ed ove il pensiero
è prepostera fat- tura, o svolgimento tardivo e fuggevole dell’ incomposto c
cieco unico principio materiale. Ma questa concezione fisica del mondo non può
lungamente appagare Io spirito. La moltiplicitò de' fenomeni della natura, la mutabilità
ed il flusso perenne delle sue forme, le vicissitudini continue della vita e
della morte degli esseri individuali, la con- trarietà e la mutabilità delle
opinioni e de’ costumi degli uo- mini resero avvertito lo spirito, che non nel
mondo de' fenomeni, nè co' processi del senso, si può giugnere alla scoverla ed
all’af- fermazione dell'assoluta verità ed al certo possesso della mede- sima,
ch’è l'obbietto definitivo della scienza. Cosi scossa la fede e la credenza
nella fenomenia del mondo e ne' processi del senso c della induzione; sospinto
lo spirito dal bisogno del conoscere assoluto, senza prima proporsi però il
problema critico della sua potenza e delle sue forze, si slancia animoso
nell’infinito mare della razionale speculazione. Messo da banda io studio di
ciò ch’è particolaree finito e quindi variabile e successivo, ei ricerca
l’universale e l’infinito e quindi l'assoluto e l’eterno. In questo processo
speculativo il senso e l’induzione empirica han- no corte le ali, appena capaci
di affaticarsi nel greve e torbido aere delle apparenze esteriori e nella bassa
regione de’ sogni e della sempre mutevole opinione: la ragione, e la sola
ragione, può sollevarsi all'altezza serena della scienza, ch’è l'apprensione
diretta dell'essere essenziale ed assoluto delle cose. La scienza quindi e la
verità consiste nell’universale e nell’assoluto della ragione, e non nel
particolare c nel relativo del senso: quindi non dalla sensazione, atto del
senso, ma dall’idea, atto della ra- gione, la verità e la scienza possono
derivarsi. Questo dogmatismo della ragione, come è manifesto, si op- pone
direttamente a quel dogmatismo empirico, del quale più innanzi s’è discorso, e
sono in piena lotta fra loro. Ciò che l’uno pone e l'altro nega recisamente; sì
che non può tardare a sor- gere lo spirito scettico, che rifiuta ogni valore
tanto al senso che alla ragione, egualmente che al processo empirico cd ai pro-
Digitized by Google 8 cesso speculativo. La verità e la certezza assoluta sono
così sban- dite dallo spirito, dichiarato fallibile ed impotente alla cono-
scenza indubitata del vero. Ma lo spirito non può a lungo adagiarsi in questo
stato di ne- gazione o di dubbio assoluto, che per lui di natura immortale
sarebbe la negazione della sua vita, la sua morie. E trovati inef- ficaci ed
impotenti i processi spontanei del dogmatismo empirico e del dogmatismo
speculativo, si ripiega nella riflessione inte- riore di sò medesimo ; pone in
esame critico la sua stessa po- tenza di conoscere, le leggi necessarie del suo
svolgimento e il contenuto non meno necessario della sua ragione; e così deter-
mina il vero problema della scienza, che consiste nella soluzione razionale del
nodo, che stringe insieme l’ideale e il reale, lo spi- rito e la materia, il
noumeno ed il fenomeno, la sustanza ed il modo, la causa e l’effetto; e per
dirla brevemente, il finito e l'in- finito, il relativo e l'assoluto. Lo
spirito critico fu quel Fabio Massimo della scienza, che « cunclando restituii
rem ». Socrate e Renato Cartesio in epoche differenti, ma molto consimili per
la scienza, cunclando, ossia procedendo con metodo dubitativo e critico,
egualmente alieoi dal dogmatismo empirico e dal dogmatismo teoretico de’ loro
prede- cessori , richiamarono la speculazione filosofica allo studio della
coscienza e del pensiero, ove solo possono rinvenirsi le ragioni deil’essere e
del conoscere. Amendue fecero dell’anima il princi- pio ed il punto di partenza
di ogni filosofia, e della ragione non solo la potenza ed il criterio del vero,
ma eziandio la materia od il contenuto della scienza universale. Per cotestoro
le idee, in- site nello spirito ed indipendenti dall'esperienza esteriore, sono
la rivelazione permanente dell’essere assoluto ed essenziale delle cose e sono
il principio causante e sustanziale della conoscenza. Questo primo germe
dell’idealismo assoluto fu svolto di poi am- piamente e fino alle ultime
conseguenze da’ filosofi seguaci del- l’indirizzo segnato alla filosofia da
Socrate e da Cartesio. Per- ciocché dalla dottrina fondamentale di Socrate, che
il pensiero abbia creato il mondo, deriva la teorica platonica delle idee come
determinazioni dello Spirito divino; il quale uno assolutamente Digitized by
Google 9 nella sua essenza, per le idee, a modo di dire, si dilata e si molti-
plica nelle creature, le cui forme rivelano l'impronta o l'imma- gine
dell’eterno tipo od esemplare assoluto. E l’umana ragio- ne ha in sè improntate
queste forme divine e le scorge eziandio impresse nelle cose esteriori, e da
esse ascende immediatamente e necessariamente al loro eterno principio, che n'è
la causa esem- plare ed efficiente, E presso a poco nella stessa guisa
considerava Renato Cartesio l’origine e il valore delle idee, patrimonio in-
nato della umana ragione, alla quale, per esse idee e nelle idee, si rivela 1’esistenza
e la natura di Dio, non meno che l’esistenza propria e la realità del mondo. SI
fatta dottrina porta seco inclusa una invitta Gdanza su le forze naturali della
umana ragione a cogliere l’assoluta verità ed affermarvisi infallibilmente. E
data questa potenza allo spirito di sollevarsi su le ali delle idee alla
regione dell'assoluta verità; e dato che l’assoluta verità si comunica
direttamente allo spi- rito al lume diretto delle idee , sia in modo generale e
comune a tutte le umane intelligenze, sia in modo speciale e particolare a
qualche spirito eletto; ne segue che l'umana ragione o per In- nata virtù o per
virtù partecipatale dall’alto, entro a certi limiti e leggi, possa pretendere
al privilegio dell’inenarranza e dell’in- fallibilità, se non assoluta,
relativa almeno e condizionata. E que- sta possibilità relativa d'inenarranza
per lo spirito umano, è la ragion secreta di quella ferma convinzione alla
verità del proprio sistema, notata generalmente in tutti gli uomini d’ingegno
forte e superiore; senza della quale, tanto nella teorica quanto nella pratica
sfera della vita, non si può operare grandi cose, nè aver proseliti e far
scuola. E cosi s'ingenera quel dogmatismo razio- nale e sistematico, che
affermasi in possesso della verità assolu- ta, e quel misticismo eziandio
dogmatico, che pretende alla co- municazione diretta ed immediata con Dio. Ha
questo dogmatismo razionale e mistico doveva pur esso sottostare agli attacchi
dello spirito critico. Esso poggiava sovra la distinzione sostanziale dello
spirito e della materia, dell’i- deale e del reale, del soggetto e
deU’obbietto, del finito e dell'in- finito, di Dio e del mondo. Poneva sopra la
ragione umana la ra- q Digitized by Google 10 gione assoluta e personale, sopra
la natura il sovranaturale; e tra queste due sfere dell’essere un rapporto di
dipendenza effettiva o causale ed uiia somiglianza come tra l’esemplare e la
copia, e non il rapporto d’identità tra’ due termini e l’evoluzione neces-
saria dell’uno nell'altro. Ora rimaneva a ricercare Ta verità apodittica di
questi principi ammessi dal dogmatismo razionale e mistico, e farne una critica
rigorosa e severa; anzi facea mestieri di far la critica della stessa ragione
affermatrice di cotesti pronunziati dogmatici ed assoluti, e determinare il
vaioree la provenienza degli elementi della co- gnizione e (issare le leggi
necessario, che informano e regolano l’evoluzione dialettica -del pensiero.
Eramanuele Kant.il nuovo Socrate dell’età moderna, fu quegli che richiamò la
speculazione alla posizione evoluzione di questo preliminare, ma fondamentale
problema della scienza, nella cui sfera infinita egli pose a centro il sole
della intelligenza, donde emanano i raggi dell' intelligibilità ideale e dove
ritornano ri- flessi dalla realità del mondo. Per Kant 1 lo, lo spirito, vive
chiuso nel suo pensiero, vive nella sola cognizione, ed il pensiero e la co-
gnizione sono sua fattura. 11 duplice elemento della cognizione, l’elemento
formale ed invariabile, ch’è forma necessaria della spontaneità dell’io; e
l’elemento materiale e variabile, ch’è modo della passività dell’io stesso ; si
fondono in sintesi necessaria nell’unità trascendente della coscienza, onde
sorge l’obbietto della cognizione e della scienza. Dalla quale conclusione
teore- tica del Kant Amedeo Fidile trasse il postulato necessario, che
l'elemento empirico della cognizione ha pur esso un valore mo- dale e
subbieltivo; si che l'attività spontanea dell’io pone non solo sè stesso, ma
eziandio pone e crea il mondo. Affermazione ardita e superba, che ha
l’apparenza d’un dogmatismo assoluto, ma che in fondo rivela, sotto forma di
un’assoluto idealismo, la persuasione scettica dell’impotenza dell’umana
ragione ad uscire dalla cerchia ferrea delle sue rappresentazioni e ad
affermare e cogliere il noumeno o l’essere in sè dell’esislenza e della realtà.
. Eppure questi due filòsofi, l'uno nella sfera della scienza teo- retica,
l’altro nella sfera della scienza pratica, proclamavano Digitized by Google 11
l'autonomia assoluta della umana ragione! £ questa contradi- zióne sarebbe
rimasta insoluta, se nel fondo della loro dottrina non fosse rinchiuso, quasi
germe nascosto, il concetto della pos- sibile identità sostanziale de' due
termini delia cognizione c quindi' la possibile identità sostanziale del reale
c dell’ ideale, del finito e dello infinito, della Natura e dello Spirito. Di
fatto questo germe nascosto nella dottrina de" filosofi di Kdnisberga e di
Jena, fu svolto e messo nettamente in luce primamente dallo Schelling e di poi
più metodicamente e rigorosamente da Giorgio Hegel. ' . . Per Schelling
l’ideale e il reale sono le due sfere nelle quali si svolge parallelamente
l'assoluta identità dell’essere; e per Hegel la Natura e Io Spirito sono i
momenti successivi, per i quali si esplica e si concreta l'infinita
potenzialità dell’Idea. Donde deriva l'immanenza dell'assoluto nella natura e
nello spi- rito, i quali ne sono lo svolgimento e l’irradiazione necessaria e
sostanziale. Donde deriva ancora l'identità della sostanza del- 17oc delle
cose, l'identità dell’attività inconscia e spontanea della materia con
l’attività libera e consciente dello spirito. Sicché in . fondo a tutte
resistenze è immanente l'assoluto, o l'assoluta ra- gione e l’assoluto
pensiero; il quale inconscio di sé nella sfera della Natura, conscio di sé in
quella dello Spirito, si spiega in in- finite forme, ma sempre identico a sé
medesimo, nell’ infinita varietà dell’universo. Egli è chiaro come da questo
sistema dell'identità assoluta di- scenda a Gl di logica il dogma dell'unità
della ragione c quindi della sua intrinseca e necessaria infallibilità.
Perciocché, secon- do il sistema, la ragione de’ singoli uomini è un momento
della ragione universale, pctfui nella sua stessa limitazione e relati- vità ha
sempre dell'assoluto, sendo ella un momento vero benché transeunte di esso. Non
v'ha dunque per la ragione umana errore assoluto; l’errore è mera relatività
parziale, la quale pur va ad in- verarsi a misura che rientra nel sistema deile
infinite relatività, in cui si esplica ed in cui consiste l’assoluta ragione.
Noi esponiamo, come abbiamo dinanzi fatto degli altri, ma non intendiamo qui
far la critica di questo sistema. È mai esso Digitized by Google 12 l' ultima
parola della scienza? La risposta ha cominciato a darla il tempo che corre, ma
la darà definitivamente e più compiuta l'avvenire. A noi basta per l’assunto
impreso a trattare, d’avere esposto le leggi, onde lo spirito nella sfera della
scienza, con alterna vicenda ora oscilla tra la certezza ed il dubbio del vero,
cd ora securo di sè, afferma infallibile l'Infinita potenza della ragione
umana. il. L'Infallibilità nella sfera della Politica. Ma la Scienza, cli'è
vita intcriore c ideale, non è la sola vita dello spirito. Implicato egli nel
gioco delle vive c moltiplici forze della natura e costretto a subirne l'azione
fatale e le condizioni fisiche della sua esistenza ; ei se ne impossessa, le
domina c le governa, imprimendo loro la forma e Io stampo della sua ragione e
della sua libertà. L’arte, questa efficienza supcriore dello spi- rilo, cb’è
ragione e libertà insieme, si assoggetta la natura e la trasforma e se ne serve
come mezzo a’ suoi fini; e crea cosi quel mondo nuovo, che meritamente
appellasi mondo umano, ovvero mondo civile delle nazioni. £ questo mondo umano
o civile, ri- sultato armonico di tutte le forze vive dell'umanità di un
popolo, trova sua forma concreta e reale nell’unità complessa dello Sta- to,
nel quale la varietà infinita degli elementi fisici e morali, onde si compone
la perfetta civiltà, si assembrano in uno e costitui- scono l'organismo
perfetto della vita sociale. Ma nello Stato dove risiede la ragione
determinatrice del vero e del bene sociale? Dove la potestà assegnatrice del
diritto di ciascuno e di tutti, e la potenza effetlrice della vita ordinata e
prospera del sociale organismo? In altri termini dove ed in chi risiede la
Sovranità nello Stato? La Sovranità, che nella sua no- zione è la sintesi della
suprema ragione e del supremo diritto all’imperio ed al governo della vita
sociale de' popoli, è la vis intima, lo spirito che informa, agita e vivifica
l'organismo dello Stato. Ora questa Sovranità è trascendente od è immanente
nello Stato? L’è cosa che gli viene dal di fuori e gli s’impone dall’ al'
Digitized by Googl 13 to ; o invece è (a coscienza, spontanea o riflessa che
sia, delia propria personalità e lo sviluppo razionale e libero dell'intima sua
essenza e natura ? Lo spirito nella soluzione pratica di questo problema delia
formazione del mondo civile delle nazioni, ha seguito e siegue i medesimi
processi da lui adoperati nella soluzione del pro- blema teoretico della pura
scienza. Nè poteva altrimenti, sendo uno e identico il processo logico del
pensiero e della realtà. Avremo dunque ancora nella sfera politica , come nella
sfera della scienza, il dogmatismo empirico, e l'empirico scetticismo, e il
dogmatismo razionale e mistico e lo spirito critico ; i quali a loro modo
risolvono il problema della formazione e dello scopo del mondo umano c civile,
secondo il grado maggiore o minore di confidenza, che concedono al valore delle
forze della ragione e dell’umana libertà. Gli uomini , secondo l ' empirismo
politico , sono altrettanti atomi erranti nell’ infinito vuoto delia vita.
Produzioni cieche dell’azione cieca e necessaria della fisica natura, senza
propria intrinseca virtù di ragione e di libertà e senza scopo ideale e ra-
zionai legge della vita, eglino sono menati in giro e sospinti ad aggregarsi
insieme ed a caso dalle forze esteriori o dagl’impulsi irrazionali del senso.
Principio unico di formazione della so- ciale convivenza è la forza prevalente
e quasi meccanica della circostante natura; motivo unico obbiettivo la
satisfazione de’ bi- sogni della vita sensitiva ; si che , secondo questa
concezione materialista ed empirica del mondo umano, la forza ed essa sola
costituisce il diritto; l’utile e il solo utile è l’onesto; cd il bene tutto
quanto è riposto nel piacere. Quindi il legame unico delle particolari volontà,
ricche soltanto del contenuto egoistico del senso e cozzanti ed in guerra continua
fra loro, è la volontà su- periore dello Stato; il quale, come un mostro
terribile e strano ( Leviatani ) è una specie di Dio sopra la terra, che a sua
fantasia determina ciò ch'è diritto e ciò eh' è torto, ciò cb'è bene e ciò eh’
è male, e in ricambio protegge la vita e la proprietà de’ suoi adoratori.
Questa teoria politica e sociale, avente per base una concezione materialistica
dell’ universo, èia schietta dottrina Digitized by Google 14 del dispotismo e
della tirannia. La quale dottrina ha questo di proprio e di essenziale, che
nell’arbitrio incondizionato del vo- lere ripone la ragione unica del diritto e
della sovranità, sia che ella si manifesti e si attui in concreto nella forma
monarchica, sia che nella forma aristocratica o democratica, a misura che la
volontà dominatrice ed arbitra è la volontà d’ un solo uomo, o di parecchi o di
tutti* Perciocché l’essenziale del dispotismo, qua- lunque ne sia la forma, sta
bel concetto, che al di sopra della volontà, sia individuale che collettiva,
non v’ ha nulla di superiore e di più augusto, cui ella sottostia e da cui
debba ripetere la legge delle proprie determinazioni. « Stai prò ratione
voluntasn. Il quale concetto dello arbitrio assoluto ed irrazionale quando si
volesse pure applicato alla volontà stessa di Dio, farebbe di Dio un'assoluto
despota e della sovranità di' Dio su l’Universo un'as- soluto dispotismo. Egli
è chiaro, che in siffatta dottrina politica si presuppone negato agli uomini
ogni potére di ragione e di libertà e negala eziandio ogni nozione di diritto e
di giustizia, come altresi ogni idea superiore alla sfera della natura e del
senso, e capace a ran- nodare gii uomini insieme in uno scopo veramente elico e
ra- zionale della vita. Ma come nella sfera della scienza il dogmatismo empirico
non appaga tutte l’èsigenze dello spirito teoretico; così nella sfera della
politica esso non può satisfare a tutte l’esigenze delio spi- rito ètico e
pratico. Lo spirito ponendosi di fronte alla necessità della natura si afferma
dà essa essenzialmente' diverso e ad essa superiore; e benché implicato nelle
forze cieche e naturali e co- stretto a subirne l’azione fatale, pure sa
distrigarsene quando lo voglia ed affermarsi libero nell'esplicamenlo dèi suo
pensiero e della sua volontà. Se ritrova nel mondo della natura un conte- nuto
di forze, di leggi e di fini necessari e fatali;- egli nel proprio mondo, mondo
dello spirito, riconosce un più nobile contenuto, quello dèlia ragione e della
libertà e de’ fini razionali e morali della>ita. Sicché, secondo questo modo
di vedere, la umana so- cietà e lo Stato non sono il prodotto delle forze
cieche della na- tura o della volontà pur cieca ed arbitraria degli uomini; ma
il Digitized by Google 15 prodotto della ragione, e della libertà dello spirilo
dominatore della natura e creatore del mondo civile o dell'umanità. E questo
mondo dell'umanità, prima che venisse attuato nella realità, ri- siede come
ideale nella ragione eterna ed assoluta, dalla quale lo spirito finito atligne
l'idea e l'eflìcienza per tradurla nel con- creto della esistenza. . Questo
dogmatismo, spiritualista politico ripone quindi nella ragione e nella volontà
assoluta la fonte originale della sovranità, e dalla ragione e volontà assoluta
la fa discendere partecipata nella ragione e nella volontà dello spirito
finito. Ma questa teo- rica di partecipazione c di attuazione della sovranità
assoluta nello spirito finito va intesa diversamente a seconda del diverso modo
onde ella si manifesta, e de’ diversi soggetti ne’ quali ella si personifica..
Quindi Je differenti forme organiche della sovranità politica; dalla Teocrazia
pura alla dottrina dei Dio-Stato, dalla Monarchia assoluta fino alla pura e
schietta Democrazia. Quando in fatti alla ragione umana si niega recisamente la
natia virtù di sollevarsi da sè alla concezione ed affermazione del divino,
questo è. mestieri che le venga comunicato graziosa- mente dall’alto e che essa
passivamente lo riceva e ciecamente le si sottometta. E la persona umana, cui
questa rivelazione del divino si compie per ciòsolo diventa autorevole e sacra
fonte del vero. Questo illuminismo o misticismo teoretico, diventa nella sfera
sociale misticismo politico o Teocrazia, nella quale il teo- crala, sia singolo
uomo, sia collettivo e collegiale, si assume la potestà sovrana come venutagli
direttamente ed immediatamente da Dio. La quale Teocrazia pura, a principio
essenzialmente sa- cerdotale e ieratica, si trasforma in Teocrazia laicale;
della quale è derivazione degenere o postuma la teoria del così detto Diritto
Divino de’ principi. . .. .... Ma la ragione a lungo andare non si acqueta a
vedersi spo- gliata della sua iunata. virtù di concepire, ed affermare l’.asso-
luto della verità e del diritto. Crede, invece, che per sua intrin- seca natura
possa innalzarvisi ed affermarlo, appropriarselo ed applicarlo come forma
divina nell'ordinamento e nell’organismo dello Stato. E se questa prerogativa
essenziale delia ragione po- Digitized by Google 16 tenzialmente insita in
tutti gii uomini, la si riconosce dapprima attuata, per uu felice concorso di
circostanze, od in un solo od in pochi uomini eletti, donde il diritto
monarchico e l’aristocratico; finisce di poi a riconoscersi dove più dove meno
svolta e cou- sciente di sè medesima nella ragione di tutti i cittadini d’una
nazione; donde deriva la forma universale del Diritto democratico e la
Sovranità Nazionale e popolare. E queste diverse forme di sovranità e di
governo neU’organismo dello Stato discendono non solo dal concetto della
competenza del- la ragione umana a sollevarsi da sè (inolila ragione ed alla
vo- lontà assoluta, pur riconoscendosi essa ragione umana da lor di- pendente e
non idenlicaessenzialmentc ad esse; ma bensì, e forse più logicamente, il
dogmatismo speculativo ed assoluto le deduce dalla sua metafisica dottrina
dell’assoluta unità ed identità sustan- ziale della ragione umana e divina.
Nella quale ultima ipotesi, la ragione, unico principio e fonte della sovranità
e del diritto, è sempre una e identica a sè stessa, non ostante i tre diversi
mo- menti del suo fatale svolgimento nella sfera della logica, io quella della
natura e nella sfera dello spirito, il quale definitiva- mente si compie ed
assolutamente si afferma nell’organismo vi- vente e divino dello Stato. Nello
Stato quindi, secondo questo sistema, la ragione assoluta si concreta e diviene
il verbo infal- libile del vero politico, della Sovranità e del Diritto. Tutto
è nello Stato e per lo Stato, nel quale la ragione unica ed universale, e lo
Spirito unico del mondo si manifesta e progredisce e scrive cosi quella storia
eterna e fatale della sua vita immanente, di cui gli esseri finiti e diversi
sono i momenti successivi, e le loro eterne agitazioni e vicissitudini e
trasformazioni costituiscono il modo e la legge costante di conservazione della
sua unità infinita. Questo fatale andare della ragione unica ed universale, che
da sè esce e si manifesta inconscia nella vita delia natura e si or- ganizza e
prende conscienza di sè stessa nella Torma dello Stato, e il cui svolgimento
costituisce la storia progrediente ed eterna dell’umanità e dello Spirito del
mondo; questo dogmatismo asso- luto metafisico e politico insieme, che porta
chiùsa nelle pieghe della sua toga senatoria e dittatoriale la convinzione
invincibile Digitized by Google 17 alla propria Infallibilità, risponde esso
mai all’esigenze dello spi- rito etico e giuridico, anch'egli assoluto e
necessario, che vuole ammessa assolutamente la distinzione sostanziale tra il
bene e il male morale e la responsabilità indeclinabile, morale e giu- ridica
insieme, della libertà umana? Questo processo speculativo, infine, della
nozione dello Stato e della Sovranità politica, che nel concetto del sistema,
sono l’assoluto diventato realità con- creta oeH'organismo sociale
dell’umanità, assecura esso mai l’e- splicamento libero dell’attività umana in
tutte le sfere della vita e l’inviolabilità de’ diritti dell’umana persona? Ei
pare, che alla coscienza politica delle nazioni ripugni d’acquetarsi ai pronun-
ziati suddetti del dogmatismo speculativo, come quelli che rin- chiudono il
germe, onde rampolla di poi la dottrina sistematica dell'assoluta fatalità e
del dispotismo. Chiunque con acuto sguardo sa penetrare nel fondo della vita
sociale e politica, non che della singolare e privata di tutti gli uomini, di
leggieri si accorge, che di sotto al gioco delle pas- sioni e degl’interessi
privati e pubblici, di sotto alle agita- zioni deU’attività umana in tutte le
sfere della vita e segnata- mente di sotto al lavoro operoso e incessante di
costruzione dello edilizio sociale, vige dominante ed animatore nello spirito
que- sto o quell’altro principio metafisico, questa o quell’altra con- cezione
dell’universo; ed ora signoreggia il dogmatismo empirico, ora il dogmatismo
mistico e speculativo; qui lo spirito critico o scettico, là la fidanza cieca o
razionale alle forze della ragione e della libertà umana. E le stesse forme
storiche degli ordinamenti sociali e politici degli Stati e il vario concorso o
l’esclusione totale o parziale dei cittadini nelle funzioni e nella partecipazione
alla vita politica, e via dicendo, sono il risultamento dell’azione o aperta o
latente del diverso principio, che governa, più o meno efficacemente, lo
spirito teoretico e pratico degli uomini. Imperocché l’ordinamento dello Stato
in monarchia assoluta, autocratica o teocratica che sia, implica il concetto
che nel mo- narca solo, o per natura o per comunicazione, risegga la ragione
della potestà e del diritto, e il corpo sociale sia quasi un caput 3 Digitized
by Google 18 morluum, cui per grazia si voglia dall’alto iufondere la vita. E
nello Stato, ove prevale la forma aristocratica, vige il concetto, che la
ragione e il diritto sia il patrimonio esclusivo di una classe o casta di
persone privilegiate, le quali o per censo o per nobiltà di origine sono chiamate
al potere sociale. Invece nello Stato a for- ma di schietta democrazia la
ragione ed il diritto sovrano si esti- ma essere patrimonio innato di tutti e
singoli i cittadini non solo potenzialmente, ma in alto, qualunque sia il grado
e le condi- zioni fisiche e morali di ciascuno; i quali colla prevalenza del
numero direttamente ed immediatamente regnano e governano. Queste tre forme
principali di reggimento politico più o meno esclusivamente son prevalse negli
Stati antichi e dell'Evo medio; ma il pensiero moderno ha saputo formarsi dello
Stato un con- cetto più razionale e complessivo e più rispondente all’esigenze
della natura umana ed agli alti scopi della vita. Istrutto dall'e- sperienza
de’ secoli trascorsi e diretto da un principio critico e non sincretico, ha
còlto da quelle tre forme esclusive quanto c’era di meglio o di buono e
riducendolo 8d unità di sintesi or- ganica e superiore, ha creato lo Sialo
Rappresentativo, e segna- tamente il Principato Civile o la Monarchia
Costituzionale, eh’ è la creazione più nobile dell’età moderna, imperocché
dalla forma monarchica ha preso l'elemento dell'unità e della stabilità degli
ordini politici; dall'aristocratica il concetto, che l’ingegno e la scienza, la
moralità e la gentilezza sono il segno e l'indizio della ragione e del diritto;
e dalla democrazia finalmente ha imparato, che questi pregi dello spirito, cui
per libera ed intelligente ele- zione devesi conferire la potenza e l'imperio
nel reggimento de- gli Stati, si trovano indifferentemente non in questa o
quell’al- tra casta esclusiva, ma sì bene in tutte le condizioni e in tutti gli
ordini sociali. Sicché nello Stato moderno la forma rappre- sentativa della
Sovranità nazionale poggia sul principio, che non la ragione e la volontà di
questo o di quello altro singolo uomo, di questa o di quell'altra casta di
persone; ma la ragion comune e l'universale volontà della nazione possa
profferire l'infallibile parola del diritto ed abbia la potenza dell’imperio e
della domi- nazione politica. Digitized by Google 19 E questo concetto del
governo rappresentativo dello Stato è un postulato della teorica più generale
del progresso indefinito della natura e dell'umanità. Perciocché, come la ris
intima, che agita e regge la Natura, incessantemente si affatica a trasformare
c ad elevare gli elementi inorganici della materia alle forme su- periori della
vita vegetativa ed animale; cosi la tis intima dello spirito, la ragione e la
libertà, si affatica in tutti gli uomini a svolgersi e ad elevarsi alla chiara
coscienza di sè medesima, per quindi con forze riunite e con efficacia poter
concorrere, quasi ele- mento materiale e formale insieme, alla libera e
razionale ef- feltuaziouc, per mezzo dello Stato e nello Stato, dell’ideale
della vita della Umanità. Cotesta fede al progresso indefinito della ragione e
della li- bertà umana, sarebbe mai una utopia illusoria dello spirilo? Ai tardi
posteri la prova di fatto e l’ardua sentenza! IH. L’Infallibilità nella sfera
della Religione. Se la nozione della fallibilità o dell' infallibilità dello
spirito spazia nella sfera della scienza astratta ed in quella della politica,
regna e domina da regina nella sfera delle religione. E qui vuoisi edebbesi
intendere della religione positiva e storica, ossia della religione come istituzione
sociale, o Chiesa che voglia dirsi; per- ciocché considerata la religione come
sentimento interno dell’a- nimo e come concetto dello spirito, ella appartiene
alla libera sfera della speculazione e della scienza. Ora ogni religione
positiva e storica, nella sua origine prima, pressuppone a suo stabile
fondamento un Verbum rivelato diret- tamente o indirettamente da Dio, parola
infallibile d'infallibile rivelatore. Tutte le religioni storiche in fatti
confermano la ve- rità di questo principio. Ne siano pruova il Bramanismo e il
Buddismo, il Mosaismo e l'Islamismo, e l’Oracolo e l'Augurio del Paganesimo di
Grecia e di Roma. E non solo dalla credenza aU'infaliibilità del F«r6o rivelato
tutte le religioni positive pren- dono origine, ma durano e si perpetuano alla
sola condizione di Digitized by Google 20 non recedere d'un punto dalla fede
incrollabile alla medesima. Fate che Io spirito scettico o semplicemente
critico in questo fondamento della religione s'insinui e penetri, e vedrete
subito che l'edifizio della società religiosa si screpola e cade in rovina; o
almeno si risolve in una dottrina individuale e razionalistica che non fa
settatori, difettando in essa quella forza plastica ed unificatrice, ch’è il
principio informante ed animatore della so- cietà religiosa. II Cristianesimo,
nel cui seno noi siamo gloriosi d'esser nati e cresciuti e la cui dottrina e il
cui spirito forma la sostanza ed il vanto della civiltà moderna, è quella
religion positiva, che più d’ogni altra si fonda sopra l’assoluta infallibilità
dei Verbo rivelato. Perciocché l’essenza del Cristianesimo riposa in que- sto;
che nel Cristo, Dio non solo ha parlato, ma in Lui è dive- nuto uomo senza
cessare d’essere Dio. Quindi la Parola sostan- ziale ed eterna, sovrarazionale
e sovranaturale e perciò ineffa- bile e sopraintelligibile a mente creata,
vestita l’umana forma e figura in Gesù, si è renduta parola umana e quindi
intelligibile e naturale. Egli è questo il fondamento del Cristianesimo, la cui
dottrina dogmatica e morale, che noi qui non dobbiamo per av- ventura esporre
per disteso, è tutta rinchiusa nella formula sin- tetica e comprensiva del
rapito di Palmo Evangelista : Hate est enim Vita aeterna, ut cognoscant te
solum Deum verum et quem misisti Jcsum Christum. Il Cristo adunque e la sua
Parola parlata a tult’i suoi disce- poli e da questi successivamente predicata,
e da alcuni di questi -anco in parte scritta ed in gran parte tradita, ossia
affidata alla tradizione universale e concorde della Chiesa, costituisce quel
che noi volentieri chiameremo l’essenziale ed obbiettiva infallibilità del
Cristianesimo. Però questa infallibilità obbiettiva, incontra- stata ed
incontrastabile da chiunque si professa credente, osi pone a considerarla dal
punto di vista cristiano, senza di che la sua fede e la sua critica
mancherebbero di base e quindi rovinerebbe- ro; presuppone dall’altra parte
quella, che noi chiameremo infal- libilità subiettiva, per la quale i credenti,
cioè la Chiesa, hanno la certezza assoluta di possedere, intendere ed interpretare
infal- Dìgitized by Google 21 libilmente la verità del Cristo e delia sua
rivelazione. Ora questa infallibilità subbiettiva dello spirito, per cui s'è
certo e sicuro di non errare nell’accogliere, nell'intendere e
nell'interpretare il sen- so ora piano, ora riposto e sovente enigmatico e
misterioso della parola rivelata, a chi mai apparterrà in proprio, come a suo
intrin- seco e naturale attributo, o come privilegio concessogli dall’alto?
Egli è manifesto, che qui s’è giunto al nodo dell'alta quistione della quale ci
occupiamo e per la quale s’agita presentemente, più che in altri tempi, la
Società Cristiana e s’impensierisce la politica degli Stati europei ne’ suoi
rapporti con la Chiesa Cat- tolica e col Pontefice di Roma. Intendiamo dire
della quistione, se l'infallibilità subbiettiva sia propria della personalità
collet- tiva e morale della Chiesa universale, ovvero della personalità singola
del Pontefice e della Romana Curia. Esclusa e messa da banda l’opinione
scettica, che niega reci- samente ed a chicchessia questa subbiettiva
infallibilità e che per ciò rende impossibile ogni religione positiva e storica
; ri- mangono tre sole ipotesi ammissibili, per le quali questa infal- libilità
si concede: 1° al corpo intiero della Chiesa riunita in Concilio eucu- menico ;
2° alla ragione privata e singola di ciascun credente; 3° ad un solo uomo
eletto ed innalzato alla suprema pote- stà della Chiesa. Avremo così tre
sistemi ; il sistema della ragione o del senso comune della società religiosa;
il sistema della ragione o del senso privato di ciascun credente; e da ultimo
il sistema esclu- sivo della infallibilità personale del Pontefice primate e
capo del Cattolicismo. li primo sistema è stato ed è tuttavia la dottrina
comune ed universale della Chiesa Cattolica ; il secondo è il Protestantismo;
il terzo ed ultimo è il sistema adottato dalla romana Curia ed il coronamento
della Teocrazia pura, religiosa e politica di Roma papale. Discorriamo
brevemente le ragioni ed il processo logico di questi sistemi; la qual cosa
gitterà molta luce per intendere il valore e le conseguenze del grande proble-
ma, che ora si stà dibattendo. Digitized by Google 22 Gesù raccogliendo intorno
a sè un' eletta di discepoli , an- nunziò loro la Buona Novella e rivelò i
principi fondamentali della nuova religione, la religione del Cristianesimo,
deputata a divenire la religione unica ed universale del genere umano. Nè tutta
espose a' suoi incolli e semplici discepoli la dottrina novella, ma per così
dire i primi semi e i principali dogmi ; nè questi fissò in iscritto ad esempio
di Moisè, ma insegnò oral- mente e commise alla memoria tradizionale de’ suoi
fedeli. Sic- ché il fondamento originario del Cristianesimo è tutto di ragione
istorica e tradizionale. E di questa dottrina tradizionale parte fu di poi
fissata irrevocabilmente ne’ Libri del Nuovo Testa- mento, ch’è il Testo Sacro
della Cristiana rivelazione, e parte fu raccolta e gelosamente serbata dalla
tradizione orale di tutte le Chiese e quindi messa in rilievo e ridotta a
dottrina sistematica da’ Padri e maggiormente da’ successivi Dottori della
Chiesa, e da ultimo definita solennemente dal decreto de’ Con- cili eucumenici.
Questa origine storica e questo istorico pro- cesso della dottrina e dell'idea
cristiana dimostra incontestabil- mente, che il criterio infallibile e
subbiettivo dell’ obbiettiva ve- rità della rivelazione cristiana sia riposto
nel senso c nella ra- gione non privata ed individuale di chicchessia, ma nel
senso e nella ragione comune di tutta la Chiesa. Perciocché la Fede Cristiana
comprende essenzialmente due parti integrali, cioè la parte storica e di fatto
e la parte dottrinale e dogmatica. Ora egli è manifesto, che la parte storica e
di fatto si fonda unicamente sopra la testimonianza generale, concorde, unanime
e perenne de’ moltissimi o di tutti i testimoni; senza la quale condizione il
fatto storico, benché veramente accaduto, non si rende credibile c certo. Tanto
più che i documenti scritti e monumentali, nei quali è affidato il sacro
deposito delle primitive tradizionali cre- denze, diviene di più in più
enigmatico e oscuro per l'antichità della parola e dei simboli, i quali le
accennano appena piuttosto che le manifestino; sicché il lavoro critico ed
esegetico, filologico ed archeologico, richiesto a distrigarne e fissarne il
senso ripo- sto ed arcano, non può essere il frutto dell'ingegno e dello studio
d'uno odi pochi, ma sì bene dell’ingegno, della scienza e degli Dìgitized by
Google 23 studi sempre progredienti ed assidui di molte generazioni di sapienti.
E la parte dogmatica e dottrinale esige parimente il concor- rente lavoro di
moltissime intelligenze. Imperocché il tesoro della rivelazione, accolto
dapprima dallo spirito con la spontanea ingenuità dalla fede, ch’è il primo
momento della sua potenza conoscitiva, fa mestieri che venga di poi elaborato
dalla libera riflessione ed inteso ed accolto dalla intelligenza; in guisa che
spogliato da’ veli e dalle ombre delle figure e de’ simboli, si tra- duce e si
trasforma in concetto razionale, e da semplice fede e credenza, diviene cosi
schietta scienza ed idea — Fide» quaerent inlelleclum — A questo modo il
Cristianesimo, dapprima religio- ne de' semplici e pusilli di spirito, diventa
di poi religione dei dotti e de* sapienti; dapprima dottrina tradizionale e di
pura fede e credenza, di poi scienza teologica, dottrina sistematica, e se
vuoisi filosofia religiosa. Ora questo lento lavoro scientifico della cristiana
verità è il portato degli studi, delle ricerche, delle fatiche dell'ingegno di
moltissime generazioni d'uomini dotti; è il lavoro e l’opera di- rei di lutti i
membri della società religiosa, di ogni celo e con- dizione, d’ogni razza,
d’ogui tempo e d'ogni paese; è l'opera se- gnatamente de’ Padri della Chiesa,
de’ Dottori e de' Teologi e de’ cristiani Filosofi. I quali con l’indipendenza
delia libera ri- flessione, ossequenti sempre però a’ principi immutabili della
Rivelazione, dalla parola scritta e tradizionale han cercato di rimuovere il
velo de' simboli e delle figure, determinandone l’i- dea e il significato
preciso; il quale dalla definizione e sanzione unanime de’ Comizi della Chiesa
riceve la forma invariabile del dogma. Con questo processo la varietà quasi
infinita delle opi- nioni, delle interpretazioni e delle speculazioni de’
singoli Pa- dri, Dottori, Teologi ed Esegeti di ogni maniera, spesso conlra-
dicenli fra loro, viene accordata insieme dalla ragion comune della Chiesa e
de’ Concili; sicché, reiette le opinioni particolari, che non s’accordano con
lo spirito ed i principi fondamentali del Cristianesimo, l’unanime acconsentita
sentenza diviene dottrina certa ed inconcussa, e come tale, rivestendo la forma
immula- Digitized by Google 24 bile del dogma cattolico, è proposta alla
ragionevole fede dei credenti. In questo modo e non altrimente procede la
ragion formativa del dogma religioso, il quale partendo dalla parola rivelata
scritta e tradizionale, viene di poi lentamente inteso, svolto e fissato
immutabilmente dall'autorevole ed unanime decretazione de’ Concili eucumenici.
La ragion comune della Chiesa dunque, e non quella di chiunque siasi uomo o
ceto di persone, è depu- tata a profferire il verbum infallibile, che
dev’essere la regola e la legge della fede e de’ costumi della società
religiosa. E tale è stata ed è tuttavia la dottrina dominante universalmente
nella Chiesa Cattolica. Ma a lato a questa dottrina ha fatto capolino or qua or
là e sempre fin da’ primordi del Cristianesimo, la contraria opinione del senso
e della ragione individuale nella determinazione dog- matica de’ principi della
fede ; opinione, che ha dato origine a molteplici sette ed eresie, e che nel
decimo sesto secolo riceve una forma sistematica e si costituisce e si afferma
solennemente e politicamente nella Chiesa Riformata e Protestante. Noi non
dovremo certamente della Riforma e del Protestan- tismo e delle loro filiazioni
infinite occuparci punto a far cono- scere la dottrina ed il processo storico;
ma dobbiamo soltanto in questo nostro studio sopra Tinfallibilità toccarne il
principio, che si riferisce direttamente al tema da noi assunto a trattare. Ora
il principio intrinseco e sostanziale, che anima lo spirito della Riforma e del
Protestantismo, è la sostituzione del senso e della ragione individuale e
privata al senso ed alla ragione co- mune e ierarchica della Chiesa; è V
individualismo, che si surroga all’autorità generale e complessiva della
società religiosa. Il principio specioso, che regge e sostiene le pretese del
Pro- testantismo e della Riforma è l’ illimitata libertà della ragione, la
piena libertà della coscienza umana e la necessità del libero assentimento
dello spirito alla verità teoretica e pratica della vita religiosa. Principi
assolutamente veri ed incontestabili e che noi non saremo certo fra quelli che
intendono negarli; ma son prin- cipi, che vogliono essere applicati bene e a
proposito a scanso di Digitized by Google 25 equivoci e di errori. La libertà
della ragione e della coscienza, la sua autonomia e indipendenza da ogni
autorità o forza este- riore, non s’ha di certo a negarla nella sfera interiore
dello spi- rito e nel dominio della speculazione e del pensiero. Eppure que-
sta libertà dello spirito nella sfera della scienza trova il suo li- mite
nell’evidenza della verità obbiettiva, e lo trova di certo nella sfera pratica
della vita reale più potente ed incrollabile nel Dovere , e circondato da’
fulmini della sanzione penale nel Di- ruto sì privato che pubblico. E
maggiormente la libertà teore- tica e pratica dello spirito trova il suo limite
e la sua legge nel- l’organismo necessario della società religiosa, il quale
esige asso- lutamente, che il simbolo assentito delia fede comune riposi fer-
mo ed immutabile nell'autorità della ragione comune ed unanime della società
religiosa e della potestà gerarchica in essa e da essa costituita, e non
rimanga esposto alle subite e sempre rinascenti e spesso capricciose variazioni
dello spirito critico e battagliero de’ singoli credenti. Liberi questi
nell'entrare e nell’escire dalla società religiosa; fino a che vi perdurano
però, è mestieri che sot- tomettano la volontà e l’intelletto loro particolare
alla Legge ed al dogma fermato e sancito dalla ragione e dalla volontà
generale. Questa verità, che teoreticamente ci sembra evidente ed in-
contrastabile, trova il suo riscontro storico nello stesso organi- smo della
Chiesa Riformata e Protestante, le quali esiggono dai loro adepti quella
medesima osservanza e sottomissione, ch’elleno condannano ne' seguaci della
Chiesa Cattolica. E così nel fatto contraddicono al loro teoretico principio.
Scrollate di fatti que- sto'principio organico’e vitale d’ogni associazione
qualunque, e voi vedrete la società religiosa qualsiasi cadere in rovina. E
tale è stata la sorte della Chiesa Protestante e Riformata; essa pe- rennemente
si trasforma e si altera, passa di continuo di varia- zione in variazione fino
alla negazione dello stesso principio po- sitivo sul quale si fonda; per modo
che finisce in una religione direi quasi insociale, in una religione astratta,
che più non lega e non vincola nulla, impotente a stringere gli uomini in unità
organica di vita etica religiosa e civile. E veramente lo spirito della Riforma
e del Protestantismo dà la mano al Razionalismo 4 \ Digitized by Google 26
teologico, che considera come miti e simboli poetici e razionali i fatti e le
verità fondamentali del Cristianesimo e negando la Divinità del Cristo, ripudia
il dogma evangelico, che Dio si sia fatto uomo, anzi propugna Yindiamenlo
assoluto dell'uomo, la cosi detta religione del progresso e dell’avvenire, l
'Umanismo teo- logico e razionale. Questo secondo sistema adunque della ragione
individuale elevata a criterio subbiettivo ed unico della Fede, è di sua na-
tura un principio dissolvente l'organismo vitale di ogni religiosa associazione
o Chiesa. Siamo ora di fronte al terzo ed ultimo sistema, quello che pretende
all'infallibilità unica e personale d’un solo e singolo uomo, il Papa; il qual
sistema, per dirlo chiaramente, è nella sostanza la riduzione del principio
individualista del Protestan- tismo, fatta a beneficio del solo Romano
Pontefice. Ha meravigliato il mondo l’udire di presente cosi ricisamenle e
solennemente affermata tale sentenza e più il vederla prossima ad essere
proclamata verità e dogma di fede. Tuttavia ella è il portato naturale della
Teocrazia pura e dello spirito del Papato, quando questo s’ è avvisato di
costituirsi a sistema di assoluto principato religioso e politico. E come si
udì a dire, circa due secoli e mezzo fa « Lo Stalo sono lo » così non è strana
cosa, che al presente il Teocrata religioso e politico di Roma esclami alla sua
volta « La Chiesa sono lo » ed attribuisca quindi a sè solo gli essenziali e
propri caratteri della Chiesa Universale. A procedere con ordine nella disamina
di questa novella qui- slione, s’ha da porre da banda la dottrina, che accorda
al Ponte- fice sommo quella specie d' infallibilità direi così derivata. o di
ri- sultamento, che gli viene dall’essere egli il punto centrale a cui
convergono i raggi della sfera augusta della Chiesa Universale, la cui
autorevole ragione parla per l’ organo vocale di Lui, e che come capo visibile
e primate nella gerarchia, pone diciam così l’accento ed il punto su l’t de’
responsi dogmatici della Chiesa e de' Concili Eucumenici. Perciocché tale
dottrina è inclusa im- plicitamente nella teoria anzi esposta dell'
infallibilità comples- siva della Chiesa Cattolica. La quislionc adunque si
riduce all’o- Digitized by Google 27 pinione.chc attribuisce al Pontefice la
prerogativa personale dcl- l'infallibìlUà dogmatica « non audìla et contendente
Ecclesia ». Egli è manifesto, che l’organismo della società religiosa richie-
de, come ogni altra forma d'associazione, un punto centrale di giurisdizione e
di governo, che dia l'unità nell’indirizzo delle forze sociali allo scopo e
fine comune. Facea mestieri adunque, che nella gran Società Cristiana destinata
a spandersi in tutta la Terra ed abbracciare tutta l'Umana famiglia, vi fosse
una Chiesa centrale, alla quale convenissero tutte le Chiese particolari; fa-
cea mestieri che vi fosse un’Autorità centrale e suprema a cui si coordinassero
tutte le autorità gerarchiche speciali e secon- darie. A questa sola condizione
era possibile la formazione del- l'organismo vivente ed unico della Chiesa ed
il mantenimento perenne dell’unità della vita dogmatica e morale del Cristiane-
simo. Questa Chiesa centrale per consentimento unanime dei Cattolici è la
Chiesa di Roma; e questa Autorità centrale è per- sonificata nel Vescovo di
Roma, il quale perciò diviene il Pon- tefice Sommo ed il’ Primate della Chiesa
Cattolica. Questa idea del primato della Chiesa Romana e del suo pon- tefice si
fonda nel concetto stesso della istituzione primitiva del Cristianesimo e trova
le sue ragioni tanto nelle parole di Ge- sù, quanto nelle condizioni storiche
delia Città eterna. Son pa- role testuali del Vangelo « Tu es Petrus et super
hanc pelram edificato Ecclesiam meam ». Ed altrove « Pasce oves meas . . . Et
tu aliquando conversus, confirma fratres tuos... Pietro adunque fu elevato dal
Cristo a capo degli Apostoli, e la sua Chiesa parti- colare e la sua Sede e i
suoi successori quindi implicitamente fu- rono elevati a capo delle Chiese,
delle Sedi e de’ successori delle medesime. Il primato quindi della Chiesa di
Roma e del suo pontefice sopra le altre Chiese c loro Vescovi, consente l'opi- nione
cattolica esser di diritto divino. E le condizioni storiche e politiche della
Città eterna contribuirono potentemente a que- sto risultamento. Roma, sede del
governo de’ Cesari padroni del mondo , conferisce eziandio al capo della Chiesa
ivi stabilita una autorità incontrastabile sopra i Vescovi delle altre Chiese,
rafforzata dalle sue relazioni più dirette ed immediate con Digitized by Goo 28
l’Autorità politica dello impero. E quando l'Aquila latina vol- se
inconsultamente il suo fatale volo alle rive del Bosforo, Ro- ma disertata
della sede dell’impero, s’ affidò più volentieri al- l'autorità morale del suo
Pontefice ; il quale a lungo andare c dalle condizioni storiche de’ tempi
sospinto e dall’inconscio con- senso de’ popoli e maggiormente dalla sua
intrinseca natura, co- mune ad ogni potere costituito, dovea pure aspirare al
conqui- sto della Sovranità politica del principato teocratico. Ma questo
primato di giurisdizione e di governo esteriore nella Chiesa Cattolica,
consentito alla Chiesa di Roma ed al suo pontefice per la necessità della unità
della fede e della società cristiana, importa egli mai che al Pontefice romano
competa il privilegio della personale infallibilità in argomento di dogma e di
fede indipendentemente dalla Chiesa Cattolica? È la pretensione questa della
nuova opinione, la quale benché fosse stata soste- nuta privatamente da
parecchi, ora vuoisi affermare e definirsi solennemente come dogma di fede. Ma
egli pare manifesto, che i fautori della nuova dottrina con- fondano il primato
di giurisdizione e di governo esteriore nella Chiesa col privilegio e con
l’attributo dell’infallibilità personale. Gesù concedendo a Pietro il primato
di giurisdizione e di go- verno, non gli conferì la virtù dell’infallibilità
personale nè dog- matica nè morale. Non la morale, perchè vediamo che nella
prova di fatto Pietro lo negò per ben tre volte; non la dogmatica, per- chè la
sua tendenza giudaizzanle fu contraddetta e vinta da Paolo nel primo Concilio
di Gerusalemme. Ciò che non fu dato a Pietro primo pontefice del Cristianesimo,
non poteva essere conceduto a nissunode’suoi successori al romano pontificato,
a meno che per grazia singolare non fosse stato ad alcuno d’essi conceduto dal-
l'alto. Ma chi può offerire le prove storiche di tale alta e singo- lare
concessione? Invece la storia registra inesorabilmente i casi della personale
defettibili tà dottrinale e morale di parecchi pon- tefici. Cosa naturale e
comune a tutti i figliuoli degli uomini. Ma la Chiesa e il mondo cristiano non
hanno mestieri della in- fallibilità personale del Vescovo di Roma; l’una e
l’altro possie- dono l’infallibilità obbiettiva della parola rivelata scrìtta e
tradi- Digitized by Google 29 zionale e l'infallibilità subiettiva della
ragione universale e col- lettiva della Chiesa cattolica e de' suoi Comizi
eucumenici. In- vece è da temerai, che l'introduzione di questo nuovo principio
turbi la pace e l’armonia della Cristianità, confonda le cose di- vine ed
umane, persuada o confermi chi se ne crede investito nel dispotismo teocratico
ed assoluto e lo induca di leggieri alla credenza dell ’ indiamenlo di sè
medesimo. Una delle conseguenze del nuovo dogma sarebbe l'esautorizza- zione
della Chiesa universale e l’implicita idea, che i Concili eu- cumenici sieno
inutili o per lo meno superflui, anzi per alcun riguardo pericolosi. Ammessa in
fatti l'infallibilità personale del Papa, quale sarebbe più il bisogno di
consultare la ragio- ne, le credenze e le tradizioni della Chiesa intera e de'
Con- cili? Quale il bisogno di tener sempre vivi e progredienti gli studi
teologici e biblici, filologici ed archeologici ed esegetici? La scienza stessa
Patristica e de’ Dottori, e i decreti medesi- mi de’ Concili eucumenici
passati, diverrebbero un tesoro se- polto ed infecondo da trascurare ed un peso
gravoso ed inutile da rigettarsi, quando si avesse vivo e sempre presente e
sempre parlante in mezzo alla Chiesa ed al mondo l’Oracolo infallibile e divino
del Pontefice romano. Il quale, divenuto alla sua volta infallibile, avrebbe
per la convocazione de’ Concili eucumenici quella stessa ripugnanza, che i
Sovrani assoluti provano per quel- la de’ Parlamenti e delle Assemblee
nazionali. E bene a ragione; in quanto che il Papa e la sua Curia vedrebbero di
leggieri la contraddizione facile a sorgere tra la propria e l’ infallibilità
del Concilio eucumenico; la qual contradizione sarebbe fonte di scan- dali e
scismi nella Chiesa, massime quando per avventura si ri- petessero
nell’avvenire le storie lacrimevoli degli Antipapi, che nei mezzi tempi contristarono
tanto il mondo cristiano. Dall’introduzione del nuovo dogma nella Chiesa altre
conse- guenze non meno funeste deriverebbero per gl'interessi della Scienza e
della Politica. È la sfera della scienza una ed infinita, non ostante ch’ella
si suddivida in molteplici sfere secondarie. Ma elleno sono concentriche e
l'una a l'altra subordinate, e nessi indissolubili e necessari legano insieme
le verità, che vi son con- Digitized by Googte 30 tenute. Ora chi potrà con
precisione matematica tirare la linea di separazione tra la verità dell’ordine
puramente religioso rive- lato e positivo, e le verità dell'ordine
schiettamente filosofico e morale? E le verità religiose e teologiche non si
connettono con le verità fisiche e razionali e tutte con le verità morali e
politi- che? Il Pontefice quindi con la sua Curia dalla persuasione di es- sere
infallibile in un ordine di verità sarebbe indotto a reputarsi eziandio
infallibile nell’ordine universale della scienza e quindi ripetere infinite
volte il caso della condanna della mobilità della Terra asserita e dimostrata
da Galileo Galilei. Ma soprattutto nella sfera politica spiegherebbe la sua
funesta azione la novella teoria. Non sappiamo, ma incliniamo a credere, che il
Papato, se non avesse aspirato e non avesse in fine conseguito la Sovranità
temporale, non avrebbe mai preteso di elevare a sistema il più strano
individualismo, la propria infallibilità personale e sub- biettiva ed imporla
come Signoria teocratica ed assoluta all’at- tonito mondo. Di certo gli sarebbero
mancale le condizioni este- riori di potenza e di credito, per tentare di
conseguire scopo sì grande. Pure a conseguire la Sovranità politica conferì
molto la riverenza de’ popoli al senno sovente specchiatissimo de’ romani
pontefici e la deferenza all’autorità delle Somme Chiavi. Ma ot- tenuto e
posseduto per secoli il sommo potere politico in Roma; ora che la fortuna de’
tempi e più il risorgente diritto d’Italia glielo contrasta e vuole
spogliamelo; il Papato cerca di affermare ed elevare a dogma di fede quel che
prima era opinione solitaria e speculativa di pochi ed in esso e nella sua
Curia una tacita ed interessata ragione di aspirazione al potere sovrano;
sicché il nuovo dogma, nell’intenzione di Roma papale, dovrà servire quin- d’
innanzi come mezzo potente a conservarlo e difenderlo; e se per avventura sarà
per perderlo, conquistarlo novellamente e se. fia possibile estenderlo di tempo
e di spazio nell’avvenire. A noi pare, se non andiamo errati, che alla
proclamazione del novello dogma la Romana Curia sia stata sospinta meno dalla
idea dcgl’intercssi spirituali della Chiesa, che di quelli delia sua Sovranità
temporale. A’ primi era più che sufficiente l’incontra- Digitized by Google 31
stata infallibilità obbiettiva della verità rivelata e la subbiettiva
infallibilità della Chiesa universale: a’ secondi, cioè a dire agli interessi
della sua Sovranità temporale ora mai contrastata ecrol- lante, facea mestieri
al Papato d’un nuovo sussidio ed appoggio, ed ha creduto trovarlo nel farsi
dichiarare dotato della preroga- tiva della infallibilità personale.
Imperocché, sa la verità e la ra- gione bari sole il diritto al reggimento del
mondo, segue che l'uomo che sarà persuaso di possederle in guisa secura ed
infal- libile, penserà ch’egli solo abbia il diritto alla dominazione uni-
versale. Ma penserà egualmente ed allo stesso modula coscienza degl’ Italiani e
de’ Popoli più civili e liberi pel mondo? Invece è da aspettarsi , che ciò che
la Romana Curia ha supposto essere un mezzo potente di conservazione, sarà
forse il principio della fine del Poter Temporale de’ Papi. Quale sarà per
essere dunque neH’avvenire l’ingerenza del Pa- pato negli ordini politici degli
Stati, se nella coscienza de’ popoli s!insinuasse la convinzione della
personale infallibilità del Pon- tefice? Se nel passato e segnatamente nel
medio evo pretendeva il Papa disporre a suo senno della sovranità de’ Principi
e de’ di- ritti delle Nazioni; quali saranno le sue pretensioni ora mai che
aspira ad esser creduto infallibile, se per tale lo avessero a cre- dere
gl’ingenui Fedeli, fatto quasi simile a Dio? Ed egual turbamento seguirebbe
nella sfera interna della Chiesa l’introduzione del dogma novello. Oltre a
rendere più difficile e lontano lo sperato ritorno delle Chiese Scismatiche e Riformate
all’Unità Cattolica, esso può indurre divisione e scis- sure nel seno islesso
del Cattolicismo. Anzi renderebbe possi- bile un fatto nuovo nella Chiesa di
Cristo, che per quanto può parer strano. a prima vista, pure discende a (il di
logica dal me- desimo principio, onde si vuol ricavare l’infallibilità papale.
E sarebbe, che ciascun Vescovo e Metropolita e Patriarca della Cri- stianità,
nel giro della propria Diocesi, Metropolitania o Patriar- cato, potrebbe
pretendere al medesimo: privilegio della personale infallibilità; sendocchè
d’insliluzione divina ed intrinseca all’E- piscopato e non delegata da Roma è
la loro autorità e potestà Digitized by Googfe 32 di reggere e governare la
Chiesa loro affidata. Ed allora si ve- drebbe nel seno del Cristianesimo una
generazione infinita d'm- fctllibili, che sarebbe al certo uno strano e non mai
veduto mera- viglioso spettacolo ! 11 Papato chiude nel suo seno un'altissima e
divina Idea, ch’è quella che forma la sua grandezza e la sua maestà; l’idea
divina, di ricondurre cioè nell’ Unità del Cristo la dispersa e discorde Umana
Famiglia. Coltivi adunque questa idea divina, si affatichi assiduamente a
tradurla in atto, chè questa è solamente l’alta sua missione; ma perchè l’opera
sua sortisca il suo effetto e non ponga ostacolo all’avvenimento del Regno di
Dio su la Terra, smetta ciò che il mondo a torto od a ragione gli attribuisce a
libidine di potenza e di ricchezza e gli menoma la riverenza e l’affetto delle
Nazioni. E qui poniamo fine al nostro discorso sullo importante tema impreso a
trattare; il quale currente rota ci s’è ingrandito fra mani, tanto ch’ei pare
di estendersi per una sfera infinita d’idee, a svolger le quali compitamente si
richiederebbe l’opera di pa- recchi volumi. Tuttavia a scanso di ogni equivoco
sul delicato argomento e per salvare da ogni sinistra interpretazione le nostre
oneste in- tenzioni, vogliamo tenere avvertito chiunque ci ascolta o si com-
piacerà leggere le nostre parole, che noi non crediamo infalli- bili, benché
sinceramente e profondamente convinti della loro verità , le nostre opinioni e
le nostre affermazioni : noi che ci siam mostrati alquanto duri e difficili ad
ammettere concessa alla ragion privata e individuale quell’infallibilità
dogmatica, che fu dal Cristo, e nelle sole materie spettanti alla Fede,
promessa solennemente alla ragione collettiva della Chiesa Universale.
Perciocché all’universale ragione umana per le verità razionali, ed alla
ragioue collettiva di tutta la Chiesa Cristiana per le ve- rità rivelate fu solo
concesso di divenire uno specchio alquanto terso e adequato a riflettere i
raggi della verità infinita e lo splen- dore dell’essenziale infallibilità di
Dio. K78547 Digitized by Google Digitized by Google TULELLI PROLL’SIOXE ìD r>- CORSO DI lEZiO.M
DI ESTETIM Digitized by Google irmat FONDO PBOTIHCIi NAZIONALE < u B. Prov.
< H UJ H Miscellanea -1 0 0 0 J (D 80 m : m 531 NAPOLI BIBLIOTECA
PRC”’NCIÀLE A mcLd Num.” d' ordine 2 .^ ^ ^ V o Q> /A ■ y « •a ^ ^ ^ *•
Digilized by Coogle Digitized by Google PROLUSIONE AD PIV CORSO DI miÓlVI DI
ESTETICA DEL PROFESSORE . ■ PAOLO EMILIO TULELLI (rectUta nel avp stuJìo n dì i
dicembre f85a.) IN NAPOLI DALLA STAMPERIA DEL VAGLIO IJilJj) Digitized by
Google ( Estratto dalla RIVISTA SEBEZIA, Anno I, n° 2. ) Digitized by Google
l'gli « |x:r me mia singolare ed inviiliablle ronsolaiiono , nmatissimi Giovani
, il vedervi novellamente intorno a me in questa modestissi- ma sala al cullo
della Sapienza e della Virtù consacrata; vedervi, di('o, ni.ivellamente
raccolti a me d’ intorno, acciocché come per lo passato si è da noi con amoroso
studio ricercata la cognizione del Vero nella jK’ienza prima, e la natura e la
pratica del Bene nella moral filosofia ; cosi col medesimo amore e con la
diligenza medesima ci facessimo a l'icercare nella Estetica l’essenza e la
forma del Bello , proseguen- dola in tulle le sue manifestazioni nelle opere
della natura e dell’ Ar- te. liaperoccliè noi in qualche modo tentiamo di
seguire le orme del di- vino fiatone, il quale nell’ Accademia avea innalzato
un altare alle Gra- zie, con ciò significando, che la sua filosofia non era
nemica allatto d<;l (•ulto del bello, che anzi il bello era per Lui la forma
necessaria e il divino splendore del Vero. E noi, irresistibilmente persuasi e
convinti di questa verità, vogliamo, dopo d’ aver conosciuto il Vero ed il Bene
in loro medesimi, ricercare qual sia ed in che slia riposto il Bello, iiuu- sta
comune fonnh.e questo loro divino splendore, onde eglino si mani- festano
sensibilmente al cupido sguardo degli uomini. E noi faremo lauto volentieri
questo studio, per quanto ei ci pare non solo esser ne- cessario compimento
della universal filosofia; ma bensì esser mezzo se non unico, almeno
principalissimo della perfetta educazione di quei gìo \aiii, i quali vogliano
sollevarsi all’altezza ed alla vera dignità dell'u- Diaiia natura. I.
Imperocché la scienza filosofica dovendo contenere la cognizione perlétla e
compiuta dell’essere delle cose; essa non istà riposta sola- iiK'iilo nella
cognizione dell’essenza e de’ principi! int'mii che lo cosli- liii^cono, e
dell’ attività interiore per cui svolgendosi si compie; ma consiste ancora nel
saper cogliere le leggi del suo svolgimento este- riore, e le torme e l'abito
di che s’ adorna nelle sue esterne inanifesla- ziuiii. Dappoiché allo spirilo
umano nella materia involuto e congiunto non appare la verità pura ed assoluta,
se non a traverso del velo dello Digitized by Google A PROLCSIOXE AD UN CORSO
forme sensibili, le quali, temperandone l’immensa e vivida luce, la ren- dono
accomodala al debile sguardo de' mortali. E veramenle che cosa è il momlo se
non l’ espressione reale del pensiero di Dio? E die cosa è il mondo civile
delle nazioni, se non respressione artistica del pensie- ro degli uomini? Onde
a comprendere il magistero di qm^sli due mon- di, ed a coglierne non solo il
vero od il buono, ma eziandio quel dilet- to e quella quasi voluttà divina che
alla contemplazione della loro bel- lezza deriva; fa mestieri, ornatissimi
Giovani, che s’ investighi filoso- lìcamente in che sia riposta questa forma e
questa splendida veste del vero e del bene, c con quali condizioni c ragioni
eglino appiiriscano nella duplice sfora della natura e dell’arte. Che se la
scienza ed il pen- siero dell’ uomo non debba essere un principio morto ed
inerte, nè debba solamente nell’ intimo penetrale dell’animo risedere; ma un
prii>- cipio efficiente di vita, che dee fuori di sò prodursi e ricevere
sussi- stenza e reidità nel mondo esteriore; agevolmente allora si compreink;
la necessità dello studio delle forme ch’ei dee rivestire, quando egli dalla
regione della pura idealità vuole tragitlarsi nel mondo de’ feno- meni. E
certamente questo studio delle forme e dell’ abito della idea non è uno studio
di semplice convenzione, ovvero superfluo c per cosi dire di lusso, per guisa
che si possa senza discapito della scienza tra- lasciare; ma egli è tanto
necessario, per quanto necessario è nella pi e- scnte condizione dell’ umana
vita relenmnlo sensibile non solo a ma- nifestarsi, ma am^oiu a potersi
concepire l'idea, IVr questa ragiont; gli antichi sapientemente chiamavano il
pensiero la parola intcriore dcl- 1’ animo, j>er significare che l’idea non
può allo spirilo stesso intcriia- inente rivelarei, se non incarnandosi in un
segno dell' intimo senso, ti- ra egli non fa mestieri d’ un accordo e d’una
perfetta armonia tra que- sti due elementi, tra l’ idea ed il segno suo ? .Non
deesi dumpie porre !,onimo studio nell’eleziunu delle forme convenevoli alla
manirestazioim dciridea,a«'ciocchè ella potesse apparire in tutto il suo divino
splendo- re? E in ciò consiste appunto quel che noi chiamiamo magistero del-
l’arte creatrice del bello. Il quale potremmo definire per la rapprc-
genlazione d'um idea salto forma sensibile convenienie, E questo è r obbietto
della scienza estetica. La quale, come ognun vede da ciò che di sopra s’è
discorso, è parte integrante della filosofia , ed al pari di questa
universalissima. Imperò che, se la filosofia è scieuz;i u- niversale (ter
ragiou dell’ idea suo contenuto, il quale diventa obbietto speciale delle
singole scienze; )Kirimcnte l’ estetica è scienza univeisii- Ic, per la nigione
die la rappresentazione convenevole deH’idea, che è l’ obbietto suo, non può in
alcun modo dalla couccziouc e dalla mani- festazioDC dell’ idea niedcsiina
separai si. Digitized by Google DI LEZIONI DI ESTETICA 5 rhiH’iiUra bamla è da
considerare, o Giovani (^regi, die, se nella filo- 1 sofia, come parte sua
principalissinia,enlra la cognizione profonda dell’ii- inana natura, sieguc che
nello studio di ipiesta scienza non poss;i tras- curarsi la investigazione
deTeiioineni estetici , i quali rorinaiio certa- mente il lato più splendido e
piii l'aro deiruniana vita. In fatti come po- Iriì dirsi d’avere , acquistalo
la scienza dell'animo, se non sap|)ianio ren- derci conto delle sue giojc e de’
suoi dolori, delle sue tendenze e delle sue avversioni; se ignoriamo la fonte
segreta oiKl emergono l’ispirazio- ne e il sacro entusiasmo , ond’ egli è
agitato e compreso in presenza delle grandi opere della natura e dell’arte ? E
lutto ciò senza dubbio à patrimonio della scienza estetica, piirle integrale e
primàpalissima del- la scienza dell'anima. La quale dee pariim'iitcdare
l'agiune subbieltiva delle facoll:i destinate alla produzione del bello
iielfarte, e di quelle che sono acconce alla ixMc<“zione del bello nella
natura. Dalle quali co- se brevemente discoi'se, si rileva, o Giovani
ornatissimi , come l’Este- tica sia parte priinapalissima della universal Ulosofui,
anzi suo necessa- rio compimento ; donde pure siegue la sua grande importanza e
la sua altissima digniU'i ed eccellenza. II. Ma ipiello che soprattutto imporla
a noi di sapere si è , ch<‘ la scienz;i estelira sia il princi|Kil<;
mezzo pm- la |•crfelta (‘ducazione de’ giovani, che vogliono sollevarsi alla
vera dignità deiruomo. Infatti, o amatissimi che mi ascoltate, avete mai
rillelluto in che consiste la di- gnità dell’uiiiana natura? Certamente voi,
che avete già meililato sopr.i gli eterni principii della razionai filosofia,
avete appreso che la dignità dcH'iioino è ri|K)sla tutta quanta nell’anima, in
quanto cIh* |icr (?ssa i-gli sia caiwce di raggiugner la veriUi perchè
intelligenti;, di praticali* il tie- ne i>erchè dotato di libero arbitrio,di
coiioepire e rappivsenlarc il bello perchè dotato d’ingegno; per la quale
ultima sua dote, sintesi della in- telligenza e dell’ altivil:i lib«;ra
deliamente, egli diviene artista, ossia creatore di forme, ch’è una
similitudine della creazione suslanziale di Dio. Quindi fuomo pi'i-fclto è
quegli il quale, svolto clic abbia queste tre primarie altitudini o potenze
dell’anima, (>er esse consegue la ve- rità, pratica la virtù, produce il
liello; vero, bene, bello, entità divine, ficr cui I’ uomo diviene immagine del
suo fattore , e pi;r le (piali (‘gli può aspirare a congiungersi con fetiirno
Esemplare del Vero, del Ih;- nc e del Bello assoluto, suo ultimo termine e sua
infinita beatitudine. Se adunque in ciò consiste la dignità deH’uomo ; e se I’
educazione, non può avere altro fine che quello di far conseguire a’giovani
colesti digiiit:i; (piali sono i mezzi principali che a ipiel firn;
iiil'allibilm(‘iile gli condurranno ? Non dovendo ora discorrere de’ mezzi
soprannaturali della lleligione , di ogni altra sorta di mezzi iiiu ellicaci
perchè divini; Digìtized by Google G PIOLUSIUAE AU U.N COK.SO iii;i (lovoiKti)
limiliirci nel giro de’ mezzi naturali ; diriaiiio, senza esi- tazione airunn ,
esser lo studio protendo della lìlosolia (indio dm ci a ldilà e d fa raggi
ugmin^ quello scopo supremo dell’uomo. ImpoiXJC- chè |mr la niosofia si
nianiR^stano alla mente la natura eia csscn/adel vero, del bene e del bello-, e
dalla loro considerazione sorge nell’ ani- mo rainore e la volonià di
conseguirli, nel cui possesso trova 1’ uomo la sua perfezione e la sua
beatitudine. Tuttavia, benché nel vero e nel bene consista la sostanza delle
cose, e quindi nel loro possesso la vera dignità dell’ uomo-, nondimeno, perchè
il vero ed il bene per appren- dersi ed attuarsi hanno mestieri che fossero
convenevolmente ra(>prt^ sondati per forme sensibili ; siegiic die l’
estetica, scienza appunto di <|uesfa eonvem-vole rappresentazione del vero c
del bene, nel che con- sisle il b(*llo, sia il mezzo prineipulissiino per
insinuare alla mente de- gli uomini la luce della verità , e muovere 1’ animo
alla pratica della virtù, ,\ ciò si aggiunga la naturai tendenza degli uomini
verso tulle le cose che lianno la forma della bellezza , la quale movendoli ed
ni- traendoli iiTesistibilnicntc per via di quell’ ineffabile diletto die d.d'a
sua contemplazione deriva , li solleva alla sfima delle cose elei im. c di esse
gl’ innamora e rende lieali. Con profonda sa|>ienza dunque di' oa il divino
Sociale, che, se la verità e la virtù nude e senza velo ai pu- lissero allo
sguardo de'niorlali, sulla terra più non sarebbe nò l'enoie nè il vizio, tanta
è la loro divina bellezza, e tanto amore e diletto de- sterebbero nel cuore
degli uomini. Ora, se il bello non è che il v-roi tl il bene con forme
sensibili convenevolmente rappresentati ; e se f a- more del bello conduce all'
amore della verità e della virtù , in die consiste la dignità umana -, egli
sicgue che l’ eslelica sia il mezzo prin- cipalissimo per raggiungere questo
fino supremo dell’ uomo, jvm- via della bellezza educandolo al cullo del Vero c
ded Bene. E in qui ' > è riposto l’uffizio della scienza eslelica, o,come
altri dicono,dell’Arte, il cniobbicllo è il bello, cb’è la rappresentazione
sensibile deiridea(\c- ro e lieiic insienio), col fine immediato di dilettare,
c col fine iiidiicHo d’ innalzare lo spirilo alla sfera delle cose
intelligibili ed eterne. E qui vogliaino avvertire die noi jicr Arie non
intendiamo quella o questa arte particolare , uè quell’ abilità di maneggiar
facilmente la parte di- < lam cosi tecnica c materiale delle medesime,
figlia dell’ abito e della i; illazione-, ma inlendiam jiarlare dell’Aiie in
generale, o deiriiigegno, I II e qiieiraltivilà libera e crealrice dell’aninia,
la (luale, o sotto la for- ni.! della spontaneità c della sacra ispirazione , o
sotto la forma della lillessionc, in.i sempre viva, della ragione, è principio
crealore e fecon- do di tulle le produzioni ed opere umane , per le (piali ad
una forma sensibile c lèneuienale incaniandosi I’ elemento intelligibile ,
estcrior- Digitized by Google m I,K7.tONl DI ESTElIt;* liicnlc si manifesta l’
interna vita dello spirito. Donde siegne che l’Al t»’ abbraccia tutti gli alti
c tutte le ])rorlitzioni della libera clTicieiiza del- lo spirilo imiann, sla
cb'egli operi inlernnniènte o faccia de’ suoi pen- sieri intimo spettacolo a sè
medesimo, sia che o|ieri esteniameide, ma- nifestando agli altri, sotlo forme
sensibili, fugaci, o permanenti, la s»ia klea e la sita vita siistanr.iale.
Egregiamente r|uindi gli antichi Greci simboleggiarono l'Arte in generale , e
le .‘irli belle in partii'olare , col mito delle nove Sliisc, alme e divine
tiglinole di Giove, dalle (piali scen- dendo e derivando sopra gli uomini amali
da Giove la divina ispirazio- ne , (picsli si rendiHio cri'atori di opere
stupende e maravigliose, rive- latrici le arcane cose degl’ immortali. E noi
stessi usiamo chiamare figliuoli prediletti delle muse gli artisti cccel'enti ,
i poeti egregi , e qnalumpie sajipia p(T opere d’ ingegno sollevarsi sopra la
volgale sfe- ra degli uomini. Per lo che, umanissimi 'Giovani, concepiita in
siffatta guisa, si rende manifesto non potere lo studio dell’Arte rimanere
estra- neo ad uomo qualunquc,e soprattullo aJ-gtovani che aspininoalb per-
fetta educazione di sè nirslcsimi. Perocché ( gni uomo , secondo la re- laliva
sua capacità , dee consc'guire il vero e praticare il bene , deve l’uno e
Taltro amare, e cercare di comunicarlo ai suoi sìmili , infiam- mandoli dell’
amore della verità e della virili. Ad otlenei-e questo line santissinio ei deve
rivestire i concetti e le intenzioni della sua mente e i caldi adetli del suo
cuore di forme sensibili e convenevoli, (ler mo- do , che queste corrispomlano
alla natura di quelli, e ne rivelino lo splendore e la divina bellezza. E non (•
questo rullicio deirarte, di (piiv sta musa celeste che rivela agli iiouiini le
cose degl’ imiuortali ? Ei pare abbastanza provato , o Giovani egregi , che lo
studio dell’ Estetica, o didl’Artc, "Ma isirle principalissima
dell’universale liio- solià , e che sia il mezzo più ellìcace della perfetta
educazione de’ gio- vani. In falli agli occhi miei , e non temo di asserirlo ,
agli occhi di lutti gli uomini assennati , non pare dover dirsi perfetta P
istituzione d’un giovane, se allo studio del vero e del bene non accoppia lo
stu- dio del bello. Poiché per esser culto c gentile non basta esser dotto e
sapiente , non basta essere rigido osservatore della virtù 5 ma fa me- stieri
ancora che negli atti , nelle parole e nelle azioni , per le quali l’ anima si rivela
sensatamente, vi sia quel decoro e quella bellezza di l'orma e di espressione,
che rendono splendida e luminosa la veriU'i del pensiero , ed amabile e cara la
pratica della virtù. E poi che ogni uo- mo d’ingegno vuole e deve produrre
qualche opera che sia d' utililà o didiletlo a'suoi simili , qualunque possa
essere f elemento materiale ond' egli si serve ad esprimere l’ idea e P affetto
che P anima e lo iii- fiaiiimu \ deve egli al certo nicdilare sopra le ragioni
eterne dell' arte , Digitized by Google 8 PROI.tsIO.NK AD DN CDBgO Di LEZIONI
01 ESTETICA oh’ è quella clic stabilisce i principii secondo i quali il vero
assume 1.1 forma del bello, ed acquista tanto imperio sopra il cuore e
rimmagina- /.ione degli uomini. Nè si dica che i grandi artisti nascono e non
si fan- no; |)oi che questo detto comune è jicr metà vero c per mel.à falso.
Vero, in (pianto che, senz’ ingegno naturale, senza quella scintilla del fuoco
celeste e divino clic illumina la mente ed accende il cuore dell'uo- mo, non si
può per solo studio divenire creatore d’ open; stupende c maravigliosc. Ma per
metà è falsissimo*, in quanto che l'ingegno, sen- za studio , senza la
contemplazione delle grandi opere della natura c dell'arte, senza fatica c
iung*a esercitazione,Don sa produire opere per- fette di qualunque generazione
esse siano. A provare la quale verità , lasciando da parte moltissime ragioni
che avremmo in pronto, basta ac- cennare 1’ esempio de’ grandissimi uomini
divenuti (ter le loro opere d' arte immortali. Nc'qua|i non sappbmo se più è da
ammirare la spon- t;ineità istantanea della mente nel concepire, o il lungo e
penoso lavoro neiresecuzione; se la forza quasi divina dell'ingegno a creare, o
lo stu- dio e l’osservazione sopra i modelli della natura e dcirarle. Dalle
quali considerazioni sospinti, ci siamo d(deiTUÌnali, umanissi- mi tiiov.1ni,
ad aprire un corso di liczioni di Estetica, nelle (piali svol- geremo la
teorica del Bello, terza e principalissima parte della univcr- sal filosolia. E
procc*dercmo primamente dalla teorica del liello in ge- nerale, considerandolo,
secondo il nostro metodo , tanto dal lato del subbietlo, quanto dal lato
dcH'obbietto, nella guisa medesima con che abbiamo svolto la teorica del Vero e
del Bene. In seguito faremo l’ap- plicazione didia teorica del Bello all’ arte
propriamente detta , e con is|)ccial modo alla Letteratura, come quella che
all'indole ed al genio dc’nostri studi! è piii accomodata e proficua. . . .
Solamente in que- sUi impresa siamo sconfortati dalla grandezza e dall' importaiiza
del- l'argomeiito , supcriore di molto alla debolezza del nostro ingegno e
delle nostre forze. Pure ci aflkliamo da una parte nell’ ajuto che ci
porgeranno i grandi scrittori di estetica che a guida noi prenderemo *, e
dall’altra in quella benevolenza singolare di che finora mi siete sta- ti
larghissimi e generosi. Paolo Emilio TulEllI.'' I Digitizad by Google Digitized
by Googl Digitized by Google Jm A\llì / Digitized by Google Digitized by Google
SOPRA GLI SCRITTI INEDITI DEL BARONE PASQUALE GALLUPP1 MEMORIA SECONDA LETTA
NELL ACCADEMIA LI SCIENZE MORALI L POLITICHE DI NAPOLI DAL SOCIO ORDINARIO
PROFES. PAOLO EMILIO TILELLI NELLA TORNATA DEL tO DICEMBRE lb«A NAPOLI •TAMTEWA
LEI. LA R UNIVERSITÀ 18G6 Digitized by'Google H* (Estrailo dal Voi. 111. (Irgli
Alti della R. Accademia di Selenio Morali r Politiche di .Napoli p Digitized by
Google ocxX'>>xxxxxkxx>:x>>5000‘ > mooooooooooooc
•xxxx»<>C'0000000«> I. Nell’ antecedente mio lavoro intorno al
Galluppi , intesi dar conto a qucst’Accademia di alcuni suoi scritti inediti o
rari spellanti ad argomento politico, nella quale occasione mi venne fatto di
far cono- scere certe particolarità della vita dì lui lino a quel tempo rimaste
ignote, le quali servono a dar più compiuta la fisonomia morale e politica
dell'illustre filosofo. Ora è mio proponimento con questa mia seconda memoria
dar notizia de’ rimanenti manoscritti inediti del Gal- luppi e che si conservano
gelosamente da’ suoi figliuoli. Credo opportuno, prima di ogni altra
considerazione, riporlare l’elenco e la numerazione di questi lavori del
Galluppi, riferendone il subbietlo e la estensione. Segnerò prima i manoscritti
che versano sopra argomenti non OlosoQci, poi quelli clic spellano alla
filosofìa, cominciando da quelli riguardanti la filosofia moderna e da ultimo i
manoscritti, che contengono gli studi del Galluppi sopra la filosofia degli
antichi. t .* Elementi di Cronologia — Qualcrno di pagine 86. i.‘ Elementi di
Astronomia — Libro 1* di pagine 272. 3. “ Astronomia, del Moto Lunare —
Manoscritto senza numerazione di pa- gine, coi mancano vari fogli intermedi. 4.
° Geometria Analitica — Grosso manoscritto di pagine non numerate. 4 5.“
drammatica dreca — Lavoro incompiuto. f>.° drammatica Latina — Lavoro
incompiuto. 7. ’ Sopra gli Scritti del Nuoro Testamento — Quaterno di pagine
10. 8. ’ Dell' incominciamento delle prime monarchie dal Diluvio ad Al/rumo
spazio di 427 anni — Lavoro incompiuto. 9. ° Sul punto di partenza della
Filosofìa — Manoscritto di pag. 03 in folio. 10. “ Exposilion de i fiat de la
philosophie prfcédemment à l' appari tion de la phUosophie critique —
Manoscritto di pagine 174 in folio. 11.
’ Schelling — Scritto in idioma francese — Manoscritto di pagine 138 in folio.
18.’ Osservazioni sopra l’Opera di Damiron « Essai si* l'uistoirk he la riiao-
sopiiie ex F rasce ac siECLB eh » — Manoscritto in folio di pagine 88. 13.
" Alcune riflessioni sopra Bayle — Manoscritto in folio di pagine 31. 14.
° Sopra lo scetticismo di Bayle — Manoscritto in folio di pagine 7. 13.’ Sopra
la dirisiane delle Scienze — Manoscritto di pagine 104 in folio. 10.’ La
Filosofia delle Matematiche — Grosso manoscritto di 39 quoterei in folio non
numerati per pagine. 17. ’ Exposilion de l'Estheliquc trascendentale et de la
Logiquc trascendentale — Di pagine 188 in folio. 18. ’ Frammenti relativi al
Sistema di Fichte — Di pagioc 194 in folio. 19. ° Sopra la Definizione della
Filosofia — Di pagine 103 iu folio. 20. " Examen critique de la
philosophie de Robinet sur la nature dit Dica — In francese, di pagine 100 in
folio. 21. ° Schelling — Manoscritto di pagine 64 in folio. 22. ’ Dottrina di
Reid sul senso comune — Di pagine 85 in folio. 23. ° Esame erilico della
filosofìa tedesca ■ — Memoria di pagine 120 in folio. 24. ’ Del pensiero umano,
cioè del senso comune, del pensiero scientifico e del pensiero filosofico — Di
pagine 76 in folio. 25. ’ Esame dell'opera Sistema delia natura — Parte seconda
— Tre qualerni in folio di pagine non numerale. 26. ° Su l'oggetto della
Critica della Ragion Pura di Kant — Di pagine 63 in folio. 27. ° Sopra
l'adorabile Mistero della Trinità — Riflessioni filosofiche — Qua- tcrno di
pagine 13 in folio — Sembra mancarne. Digitized by Google 5 28. ”
Consideralions sur l'hisloir de la Théologie pliilosophiquc — Memoria in idioma
francese — Quaterno in folio di pagine non numerale. 29. ” Pensieri sul
Panteismo — Quaterno in folio di pagine 20. 30. " Mrmoir sur le systeme di
M.r Robinet rélalivument à /' origine de I uni- vers — In francese; di pagine
60 in folio. 31. ” Dottrina di Hegel sopra la Divinità — Di pagine 21 in folio.
32. ” Principi fondamentali della Dottrina della Scienza — Appendice — Di
pagine 11 in folio — Sembra mancante. 33. " Nozioni preliminari ju la
Logica — Di pagine 36 in folio. 34. " Della Classificazione de' diversi
sistemi su l’origine del mondo, conside- rala nella sua relazione con la
Divinità — In folio di pagine 24. 35. ” Alcuni pensieri sul Mistero della
SS." Trinità e sul preteso platonismo di S. Agostino — Di pagine 16 in
folio; mancante. 36. " Riassunto delle principali dottrine della filosofia
morale e della teologia na- turale — Manoscritto di pag. 26S in fol. seguito da
un indice di pag. IO. 37. " Memoria su la filosofia di Antonio Genovesi —
Di pagine 18 in folio. 38. " Sopra la semplice apprensione — Di pagine 50
in folio. 39. " Frammenti da servire alla Storia della Filosofia — Di pag.
208 in folio. 40. " Sul Paganesimo — Di pagine 64 in folio. 41. "
Memoria sul Platonismo di S. Agostino — Quaterno di pagine non nu- merate, con
aggiunzioni. 42. " Memoria sul Politeismo — Di pagine 324 in folio. 43.
" Altra memoria sul Politeismo — Di pagine 108 in folio. 44. " Sopra
la teologia del Paganesimo — Di pagine 54 in folio. 45. " Su l’opera di
Cicerone. Acadeiiicaifk vcabsiiosc». Osservazioni e. fram- menti notabili — Di
pagine 54 in folio. 40." Analisi critica della Prima Tuscolana di Cicerone
— Di pagine 120 in folio c con addizione di pagine 3. 47. " Analisi
dell'opera di Cicerone db satira drorcm — Di pag. 204 in folio. 48. " Su
la storia della filosofia Scettica — Di pagine 169 in folio. 49. "
Osservazioni e frammenti estratti dal Libro di Senofonte delle cose memo- rabili
di Socrate — Di pagine 277 in folio. 50. ” Delle ipotesi Pirroniane del
filosofo Sesto, Libri tre — Di pagine 260. Finisce col capo XI del 3"
libro in folio. Digitized by Google 6 — 51. “ Dottrina degli Scettici tulle
proposizioni condizionali e ipotetiche e sopra l'argomento — Di pagine 74 in
folio. 52. * Pensieri su la Dottrina Orfica — Di pagine 4 in folio; mancante.
53. * Su la storia della filosofia Jonica — Di pagine 410 in folio. 54. * Della
Scuola Italica — Di pagine 33 in folio. 55. “ Osservazioni sopra la Dottrina de
filosofi pagani relativamente alla Divi- nità — Di pagine 23 in folio;
mancante. 50.“ Osservazioni sul dialogo di Platone, il Fanoni , e su la
dottrina Platoni- ca — Di pagine 357 in folio, oltre nn indice delle materie di
pag. 18. 57. * Analisi del Dialogo di Platone il Mksose e della virtù — £ di
pagine 21 in folio; mancante del seguito per dispersione. 58. “ Dottrina di
Platone iu la Divinità ricavala da’ Dialoghi sopra le leggi — Di pagine 43 in
folio. 59. “ Fari estraili dal Dialogo il Timeo — Di pagine 27 in folio. 60. °
Osservazioni sul Dialogo di Platone L'iitimosk — Di pag. 92 in folio. 61. “
Analisi del Dialogo di Platone n T unto — Di pagine 96 in folio. 62. “ Sul
Dialogo di Platone il Cosmo — Di pagine 5; mancante del segnilo per
dispersione. 63. “ Ossenazioni su la Logica di Aristotile — Di pagine 90 in
folio. 64. “ Sul Libro XII de metafisici, capo 6* — Manoscritto di pagine 68,
seguito da un breve scritto sul Libro ottavo de' Fisici di Aristotile, di
pagine 13 in folio. 65. “ I Libri metafisici di Aristotile. Libro primo —
Grosso quaterno in folio di pagine non numerate. 66. “ I Libri metafisici di
Aristotile — Altro manoscritto di pagine 1 3 in fo- lio; mancante del seguito
per dispersione. 67. " Libro primo de' Fisici di Aristotile — Di pagine 3;
mauoantc del restante per dispersione. 68. “ Frammenti sopra Xenofanes e la
Scuola Eleatica — Di pag.133 in folio. 69. “ Idea che Cicerone dona della
Divinità nel trattato delle Leggi — Di pa- gine 16 in folio; mancante. Digitized
by Google Dalla semplice enumerazione de’ diversi c mollipliei lavori rimasti
inediti dal Galluppi, si può agevolmente scorgere la loro importanza. La
varietà degli argomenti da lui trattali dimostra, che oltre agli studi
lìlosolici, la sua mente avea abbracciato ancora gli studi lin- guistici e
storici ed in particolar modo la matematica e l'astronomia. Alcuni di questi
manoscritti darebbero materia a grossi volumi di stampa, massime quelli che
riguardano la lìlosofla. E tra questi me- ritano soprattutto l’ attenzione de’
dotti quelli che versano sopra le opere de' filosofi antichi e sopra l’antica
UIosofia,la quale è sembrato finora, per le opere pubblicate dal Galluppi per
le stampe, non essere stala obbielto cui avesse dapprima applicato la meditazione
della sua mente. Ma questi suoi studi inediti, segnatamente sopra Sesto Empiri-
co, sopra Platone e sopra Aristotile, dimostrano il contrario. Evidente- mente
questi studi del Galluppi sopra gli antichi filosofi servivano di apparecchio
allo grande Oliera della Storia della filosofia, che egli avea in animo di
comporre e che gli ultimi casi della sna vita e la morte, onde fu sorpreso anzi
tempo, gl’ impedirono di mandare a fine. Non mi è dato discorrere più
ampiamente di questi lavori inediti del Galluppi, nè di esporre la dottrina che
vè contenuta, per la sem- plice ragione che non mi è stato permesso di
studiarli attentamente nè di riassumerli. Però son lieto di offerire come
saggio di queste opere postume dell'illustre filosofo, l'Analisi del Dialogo di
Platone il Teeteto, che la gentilezza degli eredi del sommo scrittore mi ha
autorizzato di pubblicare in seguilo di questa memoria. È un voto ardentissimo
del redattore di queste notizie c di quanti si faranno a leggerle, che tanto
tesoro di scienza rinchiuso ne’ ma- noscritti di cui è parola, non rimanga
sepolto nella oscurità, o che vada perduto per sempre. Una gran parte di queste
opere, se non tutte, rivedute ed ordinate da uomo da ciò, potrebbe venir
pubblicata 8 per le stampe a lustro maggiore del nome del Galluppi e ad incre-
mento ulteriore della scienza. Si potrebbe almeno di esse fare una scelta
giudiziosa. Gli egregi figliuoli dell’illustre filosofo curino di provvedere al
decoro del loro nome e della patria loro, nella guisa migliore che sarà loro
concessa dal tempo e dalla fortuna. In ogni caso non dovrebbero mai permettere,
che per loro incuria o per ac- cidente qualunque, questi manoscritti preziosi
andassero misera- mente dispersi. Ed in line non sarebbe atto veramente nobile
e pa- triottico per la famiglia Galluppi, e di grande decoro ed utilità per il
loro paese, se questi preziosi manoscritti venissero offerti in sacro c
intangibile deposito nella Nazionale Biblioteca o nella Biblioteca della
Università di Napoli ?(l) ANALISI DEL DIALOGO DI PLATONE IL TEETETO § 1. Il
soggetto del Teeteto è la scienza ed il suo fondamento. E- si tratta di
determinarvi non già quali sono gli oggetti della scien- za, ne quali sono le
differenti scienze ; ma ciò che è la scienza con- siderata in se stessa, ciò chela
qualifica e la costituisce. Ecco i pezzi del dialogo, che ciò provano : Socrate
dice a Teeteto : « Apprendere non è forse divenire di più dotto su di ciò che
si ap- » prende? Ed i dotti non divengono forse, come io penso, tali per »
mezzo del sapere? Ma la scienza è forse altra cosa che il sapere? » Non si
fanno forse le cose, di cui si ha la scienza? 11 sapere e la » scienza son
dunque la stessa cosa. Ma su di dò mi rimangono dei (1) Non tari discaro al
Lettore l’apprendere, come l'Accademia di Scienze Mo- rali e Politiche, dietro
la proposta de’ Soc! E. Fessine e P. E. Tulelli, ha deli- berato ad unanimità
di onorare il nome del Galluppi, con lare scolpire a sue spese un Busto in
marmo dell’ illustre filosofo, da collocarsi nell'Atrio dell' Univer- sità di
Napoli. E già l'egregio Scrittore Cali sta eseguendo il lavoro, nella cui base
un'iscrizione dettata dal Socio P. E. Imbriani, ricorderà agli avvenire questo
nobile proponimento dell'Accademia. Digitized by Google » dubbi, od io non sono
sufficiente a conoscere profondamente ciò che » è la scienza. Tu dì dunque
sinceramente, o Teclclo, c senza timore » ciò clic tu pensi, chè sia la
scienza? Teeleto. Io penso clic tutto ciò » che si può apprendere da Teodoro su
la geometria e su le altre arti, » di cui tu bai parlato, sono altrettante
scienze; come ancora le arti, » sia del calzolaio, sia di tutti gli altri
artisti ciascuno nel suo genere. » Socrale. Per una cosa, clic io li domando,
mio amico, tu me ne » dai liberamente molle, c per un oggetto semplice degli
oggetti s mollo differenti... Quando tu purli dell’arte del calzolaio, vuoi tu
» forse designare con ciò altra cosa, se non clic la scienza di far le » scarpe
? E l’arte del falegname è forse altra cosa che la scienza di » fabbricare
delle opere in legno? Nell'uno c nell’altro caso tu spc- » dòcili quale è
l'oggetto, di cui ciascuna di queste arti è la scienza, s Ma io non ho
domandato quale è l’oggetto di ciascuna scienza, nè » quante scienze vi sono:
perché il nostro scopo non era di contarle, » ma di ben comprendere ciò che è
la scienza in se stessa. » Se al soggetto delle cose le più comuni, come per
esempio Par- » gilla, alcuno ci domandasse ebe cosa è; rispondendo clic vi è
Par* » gilla del vasaio, l'argilla del facitore de’ bambocci, l'argilla del »
fabbricante de’ mattoni, non temeremmo forse di dare ad alcuno » motivo di
burlarsi di noi? E ciò per la ragione, clic noi crcderem- » mo di avere
istruito colta nostra risposta colui clic Pintorrogn, per » aver ripetuto con
lui l’argilla, aggiungendo solamente del facitore » de’ bambocci o di tal altro
artista. # Egli è dunque ridicolo a questa quistionc: che cosa è la scienza? »
di rispondere pel mezzo del nome di un’ arte qualunque. Ciò è in- » dicarc
l’oggetto di una scienza, intanto die non è ciò quello che si » domanda. Ciò è
prendere un giro lungo, quando sarebbe facile di » rispondere in poche parole ;
perchè finalmente se si domanda che » che cosa è l’argilla, è facile c semplice
il dire; L’argilla è una terra » distemperala con dell’acqua, senza far
menzione delle cose all’uso » delle quali essa è fatta. — 10 — § 2. 11 dello
fin qui è esalto; Ma Socrate da ciò deduce una illazio- ne, clic non è
legittima. Egli parla cosi: <c Immagini tu, clic si possa » comprendere il
nome di una cosa prima di sapere ciò che esso si- li gniflca? » Teelelo. Ciò
non può avvenire. li Sacrale. Non ha dunque alcuna idea della scienza delle
scarpe » colui il quale non sa ciò che significa questo vocabolo, la scienza. »
Tectelo. No, senza dubbio. » Sacrale. Non sapere ciò che è la scienza, implica
necessaria » mente l'ignoranza di quella dell'arte del calzolaio o di qualun- »
que altra arte. » Tectelo. Sì. # Questa illazione non è legittima; si può fare
una cosa con un islru- menlo, senza conoscere il modo di formarlo. Il pensicrc
ci fa cono- scere degli oggetti diversi dal pensiero stesso ; c questi oggetti
pos- sono conoscersi senza che si sia esaminalo di proposito il pensiero, o che
si sieno conosciute le sue funzioni diverse, c le sue leggi. Così si possono sapere
molte cose, senza conoscere, che cosa sia in sé stesso il sapere; si possono
acquistare varie scienze , sapere in che cosa consiste in generale la scienza.
Si possono possedere delle varie scienze, senza possedere la scienza della
scienza. § 3. Tectelo finalmente incoraggialo da Socrate dà a questo filo- sofo
una risposta precisa su la natura della scienza, parlando nel modo seguente: »
Egli mi sembra, che colui il quale sa una cosa, sente ciò che egli » sa, c per
quanto io ne posso giudicare in questo momento, fa sct'en- » za non è altra
cosa che la sensazione. » Socrate. Questa definizione clic tu dai della scienza
non è da di- » sprezzarsi: essa è quella di Protagora, sebbene egli si sia
espresso » di un’altra maniera: l'uomo (dice egli) è fa misura di tulle le cose
a deli esistenza, e della non esistenza di quelle che non V hanno. » Tu hai
letto senza dubbio queste parole ? Il suo sentimento non è Digitized by Google
— Il — » torse, che le cose sono per me tali quali esse mi sembrano, c per » te
tali quali li sembrano ? Perchè noi siamo uomini tu ed io. » Teeleto. É questo
in effetto ciò che egli dice. » Socrate. É naturale di credere, che un uomo si
saggio non parli » in aria. Seguiamo dunque il (Ilo delle sue idee. » Non è
egli vero, che alcune volle, allora che lo stesso vento sof- fi fìa, uno di noi
ha freddo, e l’altro non ne ha, che questi ne ha po- lì co, e clic quegli ne ha
mollo ? » Teeleto. Sicuramente. » Socrate. Diremo noi allora, che il vento
preso in se stesso è fred- » do o non è freddo. 0 crederemo noi a Protagora, il
quale vuole, che u esso sia freddo, per colui che ha freddo, c che noi sia per
l’altro? # Teeleto. Ciò è verisimile. » Socrate. La sensazione si riferisce
dunque sempre a ciò che è » . Arrestiamoci un momento. Allora clic s’insegna,
che la sensazio- ne ò la scienza; questa dottrina può spiegarsi o intendersi in
due modi: I.” Si può riguardare la sensazione come una apprensione con cui si
percipisce realmente ciò che vi è nell’ oggetto sentito: in altri termini si
può dire: Ciò che sì sente esiste; ed esiste tale quale si sente. In questa
dollrina la sensazione è spogliala del suo carattere fenomenico c relativo :
non è lecito dire : le cose non sono come ci appariscono; ma si dee dire: le
cose sono tali quali ci appari- scono. 2.* Si può dire : noi non abbiamo che
sensazioni ; ma le sensa- zioni non ci manifestano ciò che le cose sono in se
stesse : le sen- sazioni non ci danno che apparenze, o fenomeni ; noi sappiamo
come le cose ci appariscono, non già come sono. Ora in qual senso la dollrina,
che la scienza non è che la sensa- zione, è insegnata da Protagora? Pel primo
senso, o pel secondo? Da quanto si rileva dal dialogo, di cui facciamo l’
analisi, c da ciò che ne dice Sesto Empirico, Protagora insegnava questa
dottrina nel pri- mo senso. Digitized by Google — 12 — Ma a questa dottrina
insegnata nel primo senso si possono fare ie seguenti obbiezioni: 1. ° Le
sensazioni sono varie ne’ differenti uomini ; ora uno stesso oggetto non può
essere di due modi contrari l’uno all’altro, e che sì escludono
scambievolmente; ora se a due uomini io stesso vento sem- bra ad uno caldo, ed
all’ altro freddo; se tulli e due sentono il vero, o ciò che ba esistenza ; lo
stesso vento sarà insieme caldo e freddo; ed è questa l' obbiezione, clic Socrate
fa contro di questa dottrina; e che noi abbiamo riferito di sopra. 2. ” Le
sensazioni cambiano nello stesso individuo, secondo i diversi periodi della sua
vita, e secondo le diverse circostanze in cui egli si trova; intanto gli
oggetti sono gli stessi, e dovendo avere qualità co- stanti, dalla dottrina, la
quale Li consistere la scienza nella sensazio- ne, segue, che lo stesso oggetto
è e non è insieme in un dato modo. Per rispondere a queste obbiezioni,
Protagora insegna con Gradi- to, che il moto è il padre del mondo, clic la
faccia intera della na- tura cambia e si rinnova incessantemente. Niente è,
dice Gradilo, lutto avviene ; ciò che si appella P ordine della natura è una
rivolu- zione costante, una decomposizione ed una ricomposizione perpetua. Il
fuoco è il principio elementare, l'islrumcnlo di quel molo interio- re, clic
crea, distrugge e riproduce tulle le cose. Ora se lutto è in un flusso ed in un
riflusso continuo, come vuole Gradilo, egli segue, che nulla esiste in sè, e di
una esistenza sostanziale; e che ogni co- sa, cioè ogni fenomeno non è o non
apparisce, clic nel suo rapporto con altri fenomeni. Da un altro Iato, come le
cose esteriori e gli oggetti della contem- plazione cambiano incessantemente,
similmente il soggetto che lo contempla cambia ugualmente ; e le variazioni
dell’ oggetto contem- plato si riflettono in quelle del contemplatore. Ma il
contemplatore come può egli percepire gli oggetti? Necessariamente dal suo
punto di veduta, cioè sotto l’ impressione die egli ne riceve. Ora se il
soggetto conoscitore cambia come cambia l’ oggetto co- Digitized by Google — 13
— nosciulo, tulle le apparenze debbono essere in una variazione perpe- tua e
nello stesso individuo e da individuo ad individuo; ed ecco, se- condo
Protagora, conciliata la realtà della scienza colla variazione delle apparenze,
o sia delle sensazioni. Da ciò viene questo principio psicologico di Protagora
, {’ uomo è la misura di tulle le cose, dell'esistenza di quelle che esistono,
e della non esistenza di quelle clic non esistono. Se la sensazione è tutta la
scienza , se la realtà della sensazione è tutta intera nell’apparenza, e ciò
clic sembra a ciascuno essendo per lui la misura del reale ; ciascuno dee
arrestarsi alle proprie appa- renze. » Quod auiem niliil seeundum scipsum unum
aliquid fil, sic » cxemplo indù cani, aspcclus est, ncque corporum molus, sed »
ex aspeclu moluque modicum quiddam resultai, id est talis cir- » ca oculos
passio. FA ex diversa aspicientis disposinone vario- » que intuendi modo,
colores v arii, et alias alii, et videnlur et » fiunt. Praelerearadiorum molus
varius corpor a pulsans, oculos- » que feriens, diversa, el omniformes imagines
offerì. Quin eliam » saepe diversis hominibus, animalibusquc circa idem
diversus » color apparet el est, saepe quoque eidem et circa idem, quan- » quam
non eodem sed alio tempore, oh nalurae ipsius mulalio- » nem. Opinantur igilur
quicquid est, esse molum, molus auiem » species duas, unam in agendo, in
paliendo alteram : lumini » motuum commixlione, omnia, ut ipsi aiunl,
confìciunlur. Even- ni lus specie gemini, numero infiniti sunl, sensibile
videlicet, al- » que sensus qui cum sensibili fil semper alque congredilur. Quo
- » lic8 enim scnsiendi vis aliqua, et aliquid illi consonum una » cohaerenl,
corum concursu duae quoedam proveniunl, circa id n quod obicelum est, species
senlienda, color, sapor, odor caelc- » raque hvjusmodi, circa vini animac,
sensus. Quibus disjunctis, n isla non fiunt. Quo fil ul ex iis quac quinque
sensibus offerun- » tur, niltil tale suaple natura rei tale sii , sed cum sensu
eongrc- Digitized by Google — a — » diens alios aliud fiat. Nihil enim agens
vel patiens aecundum » seipsum est, sed in alterno congressi! utrumque. (Juare
niltil » seipso unum aliquld est, sed ad aliud, et alicui scmper flt, nec » est
unquam, veruni flt, fluilque semper » (1). § 4.” Sesto Empirico nota le
differenze della dottrina di Protagora da quella degli Sceltici. Protagora,
egli dice, 1° ammette che tutta la materia è in moto ed in un flusso perenne —
2" secondo, che la ragione di tutte le cose apparenti sono nella materia.
Ora questi so- no donimi, e sono incerti; perciò gli scettici come incerti li
riguar- dano. » Est, secundum ipsum, homo criterium rerum quae sunl; » omnia
enim quae apparcnt hominibus, ctiam sunl: quae ali- ti tem nulli hominum
apparali, ne sunl quidem. Videmus ùjilur n ipsum dotjmalice pronunciare et
malerium fluxilem esse, et ra- ti lioncs omnium apparentium in ipsa positas
esse: quae incerta )> sunt et de quibus retincndus est assensus nobis » (2).
Ma Tediamo come Socrate combatte l’esposta dottrina. Egli oppo- ne che dalla
dottrina di Protagora segue, che non vi sia alcuna dif- ferenza fra lo stato
de’ sogni c quello della veglia, fra i pensieri degli ubbriachi e de’ folli, e
quelli degli uomini sani ; e che in qua- lunque di questi stati l’uomo possiede
indifferentemente la verità. » Socrate. Tu sai, clic tutto ciò è riguardato
come una pruova in- ti contrastabile della falsità del sistema di cui parliamo;
poiché le scn- ti sazioni che si provano in queste circostanze sono interamente
men- ti daci, c che ben lungi che le cose siano allora tali quali sembrano » a
ciascuno, avviene tutto al contrario, che ciò che sembra essere n non è in
effetto ». Ma Socrate stesso espone ciò clic può addursi, contro il proposto
argomento, da’ difensori di Protagora. Tecteto domanda che cosa rispondono al
proposto argomento i di- fensori di Protagora. (t) Marsiiii Ficini Epitome in Toaetetum. (?)
Hipotip. lib. xxn. Digitized by Google — 45 — » Sacrate. Ciò che lu hai, io penso, sovvcnlc inteso dalla parie
di b coloro, che domandano qual prova certa noi potremmo apportare, n nel caso
in cui si vorrebbe sapere da noi in questo momento sles- b so, se noi dormiamo,
c se i nostri pensieri sono tanti sogni, o se b noi siamo svegliati, e
conversiamo realmente insieme. b Tu vedi dunque non essere dillìcile di fare su
questo oggetto » delle difficoltà, poiché si contrasta eziandio su le realtà
dello stato b di veglia o di sogno, o clic il tempo in cui dormiamo essendo
uguale # a quello in cui vegliamo, l’anima nostra in ciascun di questi stati »
pensa, che i giudizj da essa formati allora, sono i soli veri ; in b modo che
noi diciamo durante un eguale spazio di tempo, ora che b questi sono veri, ora
che lo sono quelli, e che noi prendiamo ugual- « mente parlilo c per gli uni c
per gli altri. » Ascolta dunque ciò che direbbero coloro che pretendono, che le
» cose sono realmente tali quali sembrano a ciascuno. Non diceva- b mo noi
precedentemente, che l’universo si compone di un numero b infinito di cause,
che danno il moto o che Io ricevono? E che cia- b scuna di esse entrando in
rapporto ora con una cosa, ora con un’nl- b tra, non produrrà in questi due
casi gli stessi effetti, ma effetti b differenti? b Teelelo. Io ne convengo. b
Socrate. Non potremo noi dire la stessa cosa di le, di me, c di b tutto il
resto? Per esempio, diremo noi che Socrate sano, e Socrate b ammalato sono
simili o dissimili? b Teelelo. Quando tu parli di Socrate ammalalo, Io prendi
tu in b intero, e l’opponi lu a Socrate sano, preso ancora in intero? b
Socrate. Tu hai ben compreso il mio pensiero. b Non dirai tu la stessa cosa di
Socrate che dorme, c che si trova b ne’ diversi stati che abbiamo percorso? b
Teelelo. Senza dubbio. b Sacrale. Non è egli vero clic ciascuna delle cause
agenti di lor b natura, allora clic essa ritroverà Socrate sano, opererà su di
esso Digitized by Google — IG — » come su «li un uomo differente ila Socrale
ammalalo, e reciproca- li mente, allora che essa incontrerà Socrale ammalalo? E
che nell'uno » c nell'altro caso noi produrremo diversi clTclli, la causa
attiva, ed » io che sono passivo a suo riguardo? » Tectelo. Sì. » Socrale.
Quando io bevo del vino essendo sano, non mi sembra » esso piacevole e dolce? »
Teelelo. Sì. » Socrate. Perchè secondo ciò che è stalo convenuto preceden- ti
temente, la causa attiva c P essere passivo hanno prodotto la dol- » cezza , c
la sensazione , clic si pongono in molo 1’ una e l' al- » tra, e la sensazione
portandosi verso l’essere passivo, ha reso » la lingua sensitiva ; la dolcezza
al contrario portandosi verso il » vino, ha fallo che il vino fosse, e
sembrasse dolce alla lingua ben » disposta. » Teelelo. Ciò è in cfTello quello
su di cui siamo convenuti. » Socrale. Ma quando il vino opera su Socrale
ammalalo, non è » egli vero che esso non opera realmente sullo stesso uomo ,
poiché » esso mi colpisce in uno stato digerente? » Teelelo. Sì. » Socrale.
Così, Socrate in questo stalo, ed il vino che egli beve » produrranno altri
efTelli; dal lato della lingua una sensazione di » amarezza, e dal lato del
vino un’amarezza, che si porta verso il » vino: di maniera clic esso non sarà
amarezza, ma amaro, e che io a non sarò sensazione, ma sensitivo. » Teelelo.
Senza conlradizionc. Questa risposta di Protagora all'obhiczionc proposta circa
i sogni, la follia, l’ubbriachezza, c la malattia, si trova riassunta da Sesto
Empirico nel luogo citalo così : » Di cil raliones omnium scnsibus apparenlium
subjeclas esse » in materia : adco ut maleria, quantum in seipsa, omnia esse »
possil quac quibuscunquc apparent : fiornines autem alio lem- Digitized by
Google — 17 — » pore alia p erciperc, prout diverse se habent : Eum cnim qui »
secundum naluram se habeat ex iis quae in materia sunl, illa » percipere quae
secundum naluram se habentibus apparerò pos- » sunl : eos autem qui conira
naluram se abeant , ca percipere » quae cantra naturam se habentibus possunl
apparere. Aeque in » aelatibus et in somno aut vigilia, et in unaqueque specie
ha - » bituum eadem ratio ». Ma Socrate non potCTa forse dagli stessi fatti
dedurre un argo- mento invincibile contro la dottrina di Protagora? Se tulli i
giudizj degli nomini, poteva egli dire, son veri, saranno anche veri quelli
giudizj, clic gli uomini fanno vegliando, coi quali riguardano come non vero c
non reale ciò che ci apparisce ne’ sogni ; il che vale quanto dire, clic dalla
verità de’ giudizj, o delle apparenze della veglia segue necessariamente la
falsità de’ giudizj, o per dir meglio delle appa- renze de’ sogni. Io non trovo
altro espediente, con cui Protagora avrebbe potuto difendere la sua dottrina,
se non quello di sostenere, che due con - tradiltorj possono insieme esser
veri. § 5.* Socrate fa eziandio un altro argomento contro la dottrina di
Protagora, ed è il seguente: Se la sensazione è la scienza, bisogna non
solamente dire che l’uo- mo è la misura di tutte le cose, bisogna dirlo ancora
di ogni essere capace di sensazione, deU’ullimo degli animali. » Socrate. Io
sono stato sorpreso, che Protagora, al principio della » sua verità, non abbia
detto, che il porcello, il Cinocefalo o qual- » che altro essere ancora più
bizzarro, capace di sensazione, è la » misura di tutte le cose. Sarebbe stato
questo un principio magni- ti Ileo ed interamente insultante per la nostra
specie, per mezzo del » quale ci sarebbe stato dato ad intendere, che intanto
che noi i’am- » miriamo come un Dio per la sua sapienza, egli non supera in in-
» telligcnza, io non dico un altro uomo, ma nna ranocchia gyrino » (ranocchia
imperfetta della piccola spezie). Che dire in effetto, 3 Digitized by Google —
18 — » Teodoro? Se le opinioni, che si formano in noi per mezzo delle »
sensazioni, sono vere per ciascheduno , se persona non è più di 9 un’altra in
islalo su ciò che prova il suo simile, nò più abile a di- 9 scemerò In verità o
la falsità di una opinione ; se al contrario, co- » me sovente è stato dello,
ciascuno giudica unicamente ciò che av- d viene in lui, e se tutti i suoi
giudizj son retti e veri : perchè, mio » caro amico, Protagora sarebbe egli
saggio sino a credersi in drillo » d’istruire gli .diri e di mettere le sue
lezioni ad un si alto prezzo, » e noi saremmo degl’ignoranti condannali di
andare alla sua scuola, » ciascuno essendo a se stesso la misura della propria
sapienza? Si » può forse dire, che Protagora non ha parlalo di tal maniera,
clic » per burlare ? In mi taccio su ciò che riguarda me, e sul mio talento »
di far partorire gli spiriti: nel suo sistema questo talento è som- » inamente
ridicolo; come è ugualmente ridicola, per quel che mi » sembra, l'arte della
dialettica. Perchè non è forse una stravaganza » insigne P intraprendere di
esaminare e di rigettare reciprocamente » le sue idee e le sue opinioni,
intanto che esse sono tutte vere per a ciascuno, se la verità di Protagora è la
verità, e se egli non ci ha » forse scherzando dettato dal Santuario del suo
libro i suoi Ora- » coli? » Dimmi, Tccteto, relativamente a questo sistema, non
sei tu forse » sorpreso come son io, di Tcderli così lutto in un colpo non
cederla » in nulla per la sapienza a chicchesia uomo o Dio? 0 pensi tu che a la
misura di Protagora non è la stessa per gli Dei e per gli uomini ? d Teelelo.
No certamente, io noi penso, e per rispondere alla tua » quistionc, io li
assicuro, che in effcllo ne son sorpreso. Ed uden- s doti sviluppare la maniera
con cui eglino provano, che ciò che 9 sembra a ciascuno è tale quale gli sembra
; io giudicava, nulla cs- 9 ser meglio detto ; ora son io possalo tutto in un
colpo ad un giu- 9 dizio contrario. § 6.° Socrate risponde, che Protagora
potrebbe riguardare le ra- gioni addotte come semplici verosimiglianze, ma non
come una di- Digitized by Google — 19 — ‘ mostrazione o una prova concludente :
egli passa a proporre contro di Protagora un’altro argomento. » Socrate. Ammettemmo
noi che aver In sensazione di un oggetto, » sia per mezzo della vista, sia per
mezzo dell’ udito, ciò è averne la a scienza? Per esempio, avanti di avere
appreso la lingua de’ Barbari, a diremo noi, clic quando eglino parlano, noi
non l' intendiamo, o » che noi l'intendiamo c sappiamo ciò che dicono?
Similmente, se » non sapendo leggere, noi gettiamo gli occhi su delle lettere,
assi* » cureremo noi che non le vediamo c sappiamo ciò che significano? n
Teelelo. Noi diremo, Socrate, che sappiamo quello clic vediamo » ed intendiamo;
quanto alle lettere, che ne vediamo c ne sappiamo » la figura ed il colore;
quanto ai suoni, clic udiamo c sappiamo ciò » che essi hanno di acuto o di
grave : ma che lutto quello che a que- ll sto soggetto si apprende, per mezzo delle
lezioni de’ grammatici, a c degli inlerpetri, nè l’udito nè la vista ce ne
danno la sensazione » nè la scienza. Questa risposta di Tccleto suppone l’ uso
della memoria, poiché senza di questa noi vedendo le lettere non sapremmo il
loro suono ; ed udendo il suono delle parole, non sapremmo il significalo di
esse. Socrate, in cITello, fa questo argomento: Se la scienza non è che la
sensazione, la sensazione essendo limitata all’ istante presente, segue che non
può esservi alcuna scienza del passato ; che la memoria non ha alcuna certezza
e non fonda alcuna conoscenza : a Socrate. Colui che vede, diciamo noi, ha la
scienza di ciò che » egli vede. Ma colui che vede, e che ha acquistato la
scienza di ciò a che vede ; se egli chiude gli occhi si sovviene della cosa, c
non la » vede più. Dire che non la vede è dire che egli non sa, poiché ve- n
dere è la stessa cosa che sapere. Da ciò, per conseguenza risulta, » clic
quello che si è saputo non si sa più, eziandio nel tempo in cui » se ne
rammenta, per la ragione clic più non si vede. Egli sembra » dunque, che il
sistema, il quale confonde la scienza e la sensezio- » ne conduce ad una cosa
impossibile. Digitized by Google — 20 — § 1.' Socrate intanto vuoi continuare
ad esaminare ciò che Prota- gora potrebbe replicare in un lungo discorso : ma
limitandoci a ciò clic egli dice riguardo alla memoria, egli fa parlare
Protagora diretto a Socrate stesso nel seguente modo: « Pensi tu che ti si
accordi, che » si conservi la memoria delle cose che si sono sentite, e che questa
» memoria sia deli’ istcssa natura della sensazione, che si provava, » e che
non si prova più ? # Marsilio Ficino commenta questa risposta di Protagora nel
seguen- te inolio : « lìespondercl forte Protagoras, primo quidem de me- d
moria ex scienlia distinguendo. Nam ciati primum senticndo j) quia palilur
memoriler tenere incipit, deinde edam non palien- » do meminit, cum ilerum idem
sentii pulilurque reminiscitur, a in primo quidem scil actu non habilu, in
secando liabitu non » actu, in terlio et actu simul et habilu, quarc inlcrdum
et scit, » el nescil. Neque (amen haec contraria. Nani non codem modo d quo
scil ignorai. Ergo cum non videi, meminit tamen, scit ka- rt bilu, actu nescit.
Haec vero contraria non sunta. Ma questa risposta, clic il platonico filosofo
pone in bocca a Pro- tagora, non distrugge l’argomento, ebe contro di lui si
fa, preso dalla memoria ; si conviene di questo diverso modo di sapere , ma se
vi è un modo diverso di sapere, il modo di sapere non è dunque l’ unico della
sensazione, come pretende Protagora; il sapere, in conseguen- za, non può
concentrarsi nella sensazione. I sensualisti moderni pretendono, che ricordarsi
è la stessa cosa che sentire; ed Elvezio dice: la memoria è una sensazione
conti- nuala; ma indebolita. Ma tralasciando di esaminare se ciò sia vero, dico
che l'esistenza della riminiscenza prova evidentemente contro di Protagora, che
l’Io di oggi è identico con quello dello stato ante- cedente di cui io mi
ricordo; l’Io dunque sussiste ed egli non è un’avvenimento che cessa, come
Protagora pretende. Mi fa meravi- glia come Socrate non combatte la dottrina di
Protagora, per mezzo della testimonianza della coscienza. Digitized by Google —
21 — § 8.“ Socrate continua a far parlare Protagora come segue: « lo so- »
stengo che ciascun di noi è la misura di ciò che è e di ciò che non è: » clic
intanto vi è una dilTerenza infinita fra un uomo cd un altro uo- B mo, perchè
le cose sono e sembrano altre a questo uomo, ed altre a a quello; e ben lungi
di non riconoscere nè sapienza, nè uomo sag- » gio, io dico al contrario, che
alcuno è saggio, allora clic cambian- » do la faccia degli oggetti, si fanno
comparire ed essere buoni a co- » lui a cui sembravano ed erano prima mali...
Ricordati cièche è sta- » to detto precedentemente, che gli alimenti sembrano e
sono amari » all'ammalato e eh’ essi sono e sembrano piacevoli all’uomo sano. »
Egli non bisogna concluderne, che l’uno è più saggio dell’altro, per- » chè ciò
non può essere; nè attaccarsi a provare, che l’ammalato è un » ignorante,
perchè egli è in questa opinione ; e che l’uomo sano è » saggio, perchè egli è
in una opinione contraria; ma bisogna far pas- a sare l’ammalato aU’allro
stalo, che è preferibile al suo. Similmente a in ciò che concerne l’educazione
si dee far passare gli uomini dallo s stalo malo al buono. 11 medico impiega
perciò i rimedj, ed il solista » il discorso. Giammai in effetto persona non ha
fatto avere delle opi- 9 nioni vere od alcuno, che ne avesse prima delle false,
poiché non è » possibile di avere una opinione su ciò che non è, nè su di altri
ogget- 9 ti diversi di quelli, i quali ci modificano, e questi oggetti sono
seni- 9 pre veri, ma si fa in modo, come mi sembra, che colui che con un’a- »
nima inai disposta aveva delle opinioni relative alia sua disposizio- 9 ne,
passi ad uno stato migliore, c ad opinioni conformi a questo nuo- 9 vo stato.
Alcuni per ignoranza appellano queste opinioni immagini 9 vere; quanto a me io
convengo, che le unc sono migliori delle al- 9 tre, ma non già più vere. Ed io
sono molto lontano, mio caro So- 9 crate, dal chiamare i saggi ranocchie; al
contrario io tengo i mc- 9 dici per saggi in ciò che riguarda il corpo, c gli
agricoltori in ciò 9 che concerne le piante. Perchè secondo me, gli agricoltori
allora 9 che le piante sono ammalate, in vece di cattive sensazioni ne pro- 9
curano ad esse delle buone, delle salutari e delle vere, e gli ora- Digitized
by Google — iì — » tori saggi e virtuosi fanno che per le città le buone cose
sieno giu- » sic in luogo delle cattive. In effetto ciò che sembra giusto ed
onc- » sto n ciascuna città è per essa tale fintantoché essa ne forma que- »
sto giudizio, ed il saggio fa, die il bene sia c sembri tale a cia- » scun
cittadino in luogo dei male. I’cr la stessa ragione il solista » capace di
formar così i suoi allievi, è saggio e merita da parte loro » un gran salario.
Avviene così, che gli uni sono più saggi degli al- » tri ; c che alcuna persona
non di meno non ha opinioni false ». Ma tutto questo discorso nulla pruova, ed
è un insieme di conlra- dizioni. Se tulio avviene o si fa, e nulla è, come
vuole Protagora ; non vi è alcuna sostanza, non è possibile alcun cambiamento,
il me- dico non può far passare l'ammalato dallo stato di malattia allo sta- to
di sanità; nè il sofista può far passare persona da uno stato ad un altro
migliore. Inoltre, se ogni uomo possiede sempre la verità, co- me può egli
riguardar come bene ciò die prima riguardava come un male? § 9. Socrate segue a
ragionar contro la dottrina di Protagora, e la combatte con questo altro
argomento. » Socrate. Protagora riconoscendo, die quello die semiira tale a a
ciascuno è, accorda, die, l’opinione di coloro che conlradicono la » sua, c per
la quale eglino credono, che egli s’inganna, c vera. » Non conviene egli dunque
che la sua opinione 6 falsa, se riconosce » per vera l’opinione di coloro che
pensano esser egli nell’errore? » Per conseguenza è una cosa posta in dubbio da
tutti, comincian- » do da Protagora stesso, o piuttosto egli stesso approva,
che nè un a cane, nè il primo uomo venuto, è la misura di alcuna cosa, che egli
» non ha studiato. Poiché dunque è contrastata da tutto il mondo, » la verità
di Protagora non è vera nè per alcuna persona nè per » lui stesso ». Questo
argomento è senza replica. 11 sistema di Protagora ammette vere insieme tutte
le proposizioni contradiltorie. § 10. Dalla dottrina di Protagora segue, che il
giusto è ciò che Digitized by Google — 23 — sembra tale a ciascuno ; che la
morale pubblica o privata è tutta re- lativa, cbe una legge è giusta nel luogo
in cui è stabilita, ed intanto ch’è stabilita, ma non altrove. E nella
politica, nella scienza deU'uli- le, se la scienza è la sensazione, ogni
individuo intanto che è sensi- bile, è costituito giudice assoluto dell’ utile
in generale, e la legisla- zione intera è sommessa alle variazioni della
sensibilità individuale: » Socrate. Per lo giusto e per l’ingiusto, pel santo e
per l’empio, i a difensori di Protagora assicurano cbe nulla di tulio ciò non
ba per a sua natura un’essenza, che gli sia propria, e cbe l’opinione, la qua-
» le una città intera se ne forma, diviene vera per essa sola, c per tul- li to
il tempo cbe essa dura. Coloro eziandio cbe nel resto non sono » interamente
dell’avviso di Protagora, seguono qui la sua filosofia. » Diremo noi, Protagora,
cbe l’uomo ba in se stesso la regola pro- li pria per giudicare le cose future,
c cbe esse divengono per ciascu- ii no tali quali esso si figura, che esse
saranno ? In fallo di calore, » per esempio, quando un uomo pensa cbe la febbre
lo prenderà, e » che egli proverà questa spezie di calore , c cbe un medico
pensa il » contrario, secondo quale di queste due opinioni diremo noi cbe la »
cosa avverrà? 0 avverrà forse secondo tutte e due in maniera, cbe a pel medico
questo uomo non avrà nè calore nè febbre, e che per a se stesso egli avrà l'uno
c l’altra? a Teodoro. Ciò sarebbe una cosa troppo ridicola, a Socrate. A
riguardo della dolcezza, e dell’acidità futura del vi- a no bisogna, io penso,
starsene all’opiuione dei vignaiuolo e non a a quella del sonatore di lira, a
Teodoro. Senza conlradizionc. a Socrate. Il maestro di ginnastica non
giudicherà meglio del mu- a sico su i suoni, che saranno c sembreranno di
accordo al maestro a stesso di ginnastica, a Teodoro. No sicuramente. »
Socrate. Il giudizio di colui cbe vuol fare un gran pranzo, e non a s'intende
affatto di cucina, sul piacere che egli avrà, è meno sicu- Digitized by Google
— 21 — » po di quello del Cuoco. E tu, Protagora, non giudicherai forse anli- »
rigatamente meglio di un novizio di ciò, che sarà proprio a riusci- » re avanti
di un Tribunale ? » Teodoro. Mollo certamente, Socrate , ed in ciò egli
principal- » mente vanlavasi di essere superiore a tutto il mondo. » Socrate. 0
miserabile ! per Giove, persona non gli avrebbe sicu- » ramente dato tanto
argento, per le sue lezioni, se egli avesse per- x suaso a’ suoi allievi, che
niun uomo , niun indovino stesso era più » in istato di giudicare di quello,
che doveva essere, che ciascuno non » lo era per se stesso. » Teodoro. Egli vi
ha grande apparenza. x Socrate. Ora la legislazione o l’utile non riguardano
forse il » tempo avvenire? E tutto il mondo non approverà egli essere impos- x
sibile, che una Città, dandosi delle leggi, non ottenga sovvcnlc ciò » che le è
più vantaggioso? » Teodoro. Senza dubbio. » Socrate. Noi siamo dunque fondati a
dire al tuo Maestro, che » egli non può dispensarsi di riconoscere, che un uomo
è più dotto » di un altro ; che quegli è la vera misura ; e che per me, che
sono » un ignorante, niuna ragione mi obbliga ad esserlo. x Teodoro. Egli mi
sembra, Socrate, che il sentimento di Protago- x ra è convinto di falsità per
questo luogo, ed eziandio per quello in x cui egli assicura la certezza delle
opinioni degli altri, sebbene que- x stc opinioni, come noi l'abbiamo veduto,
rigettano precisamente ciò « che egli asserisce. $ii. Socrate combatte pure la
dottrina di Protagora, che tutto è in moto netta natura. Questa dottrina
consiste nel negar le sostan- ze delle cose, il che vale quanto dire, che tutto
avviene e che nien- te è. Egli distingue due specie di moto: un moto di
traslocazione ed un molo di alterazione: col moto di traslocazionc una cosa
passa da un luogo in un altro, o pure gira su di se stessa; col moto di altera-
zione le cose perdono la loro organizzazione e le loro forme, e si Digitized by
Google — 25 — fanno nuovi; cose. Ora ciascuna cosa deve moversi o con un solo
di questi moli o con tulli e due. Se si movesse col solo molo di traslo-
cazionc sarebbe falso, clic lutto è in moto ed in un flusso continuo ; poiché
se un corpo si movesse col solo molo di traslocazionc passan- do da un luogo A,
per esempio, in un luogo lì, allora esso sarebbe lo stesso corpo nel luogo A, c
nel luogo B; il che vale quanto dire che sussisterebbe; ciò è contro l’ipotesi
di Protagora; se poi si mo- vesse col solo molo di alterazione; siccome questo
consiste nell’ag- giunsione,o nella detrazione di alcune parti, seguirebbe che
le parli, le quali non si tolgono sussistono; più l’aggiunsionc e la detrazione
delie parti non è che un moto di traslocazionc; le cose tulle dunque si muovono
con i due moti di alterazione c di traslocazionc insieme. Ma se la cosa è così
la scienza non può aver esistenza, poiché noi non possiamo dire di alcuna cosa
è cosi, o non è cosi; Pé ed il non è suppone una cosa che sussiste. E per
Sviluppare distintamente questa dottrina osservo in primo luogo, che queste due
proposizioni: 1.* Niente è ma tutto si fa, 2.* Tutto é in molo ed in un flusso
con- tinualo: si distruggono l’una l'altra. Non vi è cambiamento se non vi é la
cosa, che si cambia; ed una cosa che si cambia è una cosa che sussiste; poiché
altrimenti la cosa cesserebbe di essere, c non si cambierebbe. Supponiamo, che
il corpo M si muova da A in B; è necessario supporre che esso esiste
successivamente in A, ed in B; vale a dire che sussiste; poiché se esso
cessasse di esistere in A, non potrebbe certamente dirsi che passa da A in B.
Da ciò segue, che i due moti di alterazione c di traslocazionc non possono
avere esistenza insieme; poiché il corpo Af, clic passa da A in B, o perde
tutte le parli che esso ha in A, esso non ha il moto di traslocazionc di A in
B; se poi non le perde tutte; queste parti che non perde sussistono, c non
hanno che il solo moto di traslocazione. Inoltre noi, supponendo clic tutto è in
un flusso continuo, c che nien- te sussiste, non possiamo fare alcun giudizio.
Per rendere chiara questa dottrina ricorriamo ad un esempio sensibile :
supponiamo un 4 Digitized by Google — 77 — » Teodoro. Sì. » Socrate. Ma come
non è una cosa fissa clic ciò che scorre scor- » ra bianco; ma clic al
contrario ri è cambiamento a questo rigunr- » do, in maniera che la bianchezza
stessa passa c diviene un altro # colore, per paura che non sia sorpresa in uno
stato fisso; è egli » giammai possibile di dare a qualche colore un nome
convenevole? » Teodoro. Qual mezzo abbiamo, Socrate, c pel colore, e per ogni »
altra qualità simile, poiché scorrendo ella sfugge incessantemente » alla
parola che vuol prenderla? » Socrole. E clic cosa diremo noi della sensazioni,
per esempio » di quelle della veduta, o dell’udito? Assicureremo noi che esse
di- » inorano nello stalo di visione, o di udito? » Teodoro. Non bisogna
affatto assicurarlo, se è vero che lutto si » muove. » Socrate. Per conseguenza
essendo tutto in un moto universale, » non si dee dire di alcuno, che egli vede
piuttosto che non vede, o » che egli ha una tale sensazione piuttosto che non
l’ha. s Teodoro. Non senza dubbio. » Socrate. Ora la sensazione è la scienza,
abbiamo dello Teelelo s ed io. » Teodoro. É vero. * Socrate. Allora dunque, che
si è a noi domandato che cosa è la s scienza, noi abbiamo risposto, che essa è
una cosa che non è piut- b tosto scienza, che lo è. Richiamando la quislione al
tribunal della coscienza, polevasi fa- cilmente con chiarezza provare, che se
nulla sussiste, la scienza non può avere esistenza. In effetto l'umana scienza
non può avere esisten- za senza la memoria; c la memoria non può esistere senza
l’ identità del me. § 1 1 . Finalmente Socrate combatte il sensualissimo con
argomen- to di cui fanno uso anche i moderni. Per la scienza umana non ba-
stano le sensazioni, ma si richiede la conoscenza dei rapporti delle Digitized
by Google — 28 — sensazioni, c dei rapporti degli oggetti sensibili. Ma questa
conoscen- za non La esistenza per mezzo degli organi sensorj; essa deriva dal-
la forza dell’anima, c suppone la coscienza delle sensazioni stesse, coscienza
clic Platone chiama senso comune; essa , in conseguenza, non è sensazione. La
scienza perciò non è sensazione. Marsilio Fi- rmo riassume questa dottrina
Platonica nel modo seguente. « Quod vitti, id senlit: vivit anima, cl anima
sentii. In carpa- ti re aulem nec vita, nec scnsus, sed vilae sensusque opera
deda- li ranlur. Ideo quos scnsus quinque alii vocanl, ipse organa quin- » qnc
scnsus appellati tuli, nihilque Itis inslnmcnlis sentire, » sed per hos, quasi
mcalus ab una anima vi sentiri singula pu- tì tal, quem sensum communem vocat,
in quem undique e singtt- » lis corporis organis, t il ad cenlrum circuii e
circumfer ernia li- ti neae, variae passiones inftuuni. Colores quidem per
oculos, per » aures soni, per nares odores, saporesque per linguam, denique »
per tolum corpus calor; frigus, kumidum, siccum, grave, leve, » molle, durum,
lene, asperum, rarum, densum, acutum simili- » ter cl oblusum. Quod anima isla
non mullis, sed una vi senliat, » palei : quia senliendo colores dicimus, non
esse voccm : et sa- ri porem senliendo, non esse odorem pronunciami. Aon potest
b aliud ab alio distinguere, qui non ulrumque cognoscit. Nullum s organum cadcm
quac cl aliud organum porrigil, el si eadem 3 non eodem modo. Id circo eorum
quae senliunlur distinctio , 3 non in organis est, sed in una quadam vi animae
percipienle 3 singula, el singula simul singulis distinguente. Quae cum ipsa »
lutee omnia sola possil, quod nec etiam Peripatetici negant, 3 quid mullis
sensibus opus est ? Hic semw quem communem » vocanl omnibus animalibus slatim
natis , inest. Praeter quem 3 est alia vis, quam phanlasiam, opinionem ,
cogitalionemque s nominai (Plato), cujus offlcium est, de li, quae communi s
sen- ti suo per organa quinque sentii, indicare non quale solum, sed b quid
sunt, quod eorum unumquodque idem est suum; ab alio Digitized by Google — 29 —
» alimi, unum seorsum, juncla vero simul duo vel tria, similia » lieta cl
dissimiliti, bona vel mala, pulclira, turpia, ulilia, noxia » in raliocinando
percurrere, aliud applicare cum alio, cl prue- » lerila et futura cum
praesenlibus comparare, llaquc hac vi es- » senliam, unitatela, numerata ,
idem, alternili, simililudinem , » dissimili tudinem, pulclirum, turpe, bonum,
malum, utile, inu- s lite, judicamus. Quod equidem judicium, cum non slalim
nalis » adsit, sed lonyopost tempore, nee omnibus animalibus,scd qui- » lirndam
vi pracler communem sensum haec percipimus. Hanc » phanlasiam perfeelam, cl
opinionem nuncupal. Ma ascoltiamo Platone. # Socrate. Vorrai tu concedermi ,
che ciò che tu senti per mezzo » di un organo, li è impossibile di sentirlo per
mezzo di un altro; » come per mezzo della vista ciò clic tu senti per mezzo
dell’ udito, » o per mezzo deH'udilo ciò che tu senti per mezzo della veduta? »
Teelelo. Come non vorrei io concedertelo? a Socralc. Se dunque hai qualche idea
su gli oggetti di questi due s sensi presi insieme, non può questa idea
collettiva venirli nè per » mezzo dell’uno, nè per mezzo dell’altro organo? »
Teeleto. Non senza dubbio. » Socrate. Ora la prima idea che tu hai a riguardo
del suono e » del colore presi insieme, si è che tutti e due sono ? 9 Teelelo.
Sì. 9 Socrate. Ed ancora che l’uno è differente dell’altro, ed identico 9 a se
stesso ? 9 Teelelo. Senza contradizione. 9 Socrate. Ed ancora che presi insieme
essi son due, e che cia- 9 scufio preso a parte è uno ? 9 Teetelo. Io lo credo.
9 Socrate. Non sei tu ancora in islalo di esaminare se son simili 9 o dissimili
Tra di essi? 9 Teetelo. Forse. Digitized by Google — 30 — » Socrale. Or tulle
queste idee per mezzo di quale organo le ne- ll quisti tu su questi due
oggetti? Perchè nè per mezzo dell’udito, nè » por mezzo della vista si può
prendere ciò che essi hanno di comune. a Per quale organo si esercita questa
facoltà, che ti fa conoscere a ciò che è comune a questi due oggetti, ed a
tutti gli altri, e ciò » che tu chiami in essi essere e non essere? Quali
organi destini tu » a queste percezioni, per li quali ciò che sente in noi
acquista il » sentimento di tutte queste cose? » Teeleto. Tu parli dell’essere
c del non essere, della rassomi- » glianza c della dissimiglianza, e
dell’identità c della differenza, » ed ancora dell’unità e degli altri numeri :
tu parli del pari, e dcl- » l’ impari e di lutto ciò che ne dipende; ed è
evidente, che mi do- » mandi : per quali organi del corpo l’anima sente tutto
ciò. » Socrate. Ammirabilmente bene. » Teeleto. Ciò è quello che io domando. »
Teeleto. In verità, Socrate, io non so che cosa dire, se non che a egli mi
sembra che noi non abbiamo alcun organo particolare per a queste sorte di cose,
come l’abbiamo per le altre; ma che l’anima » nostra esamina immediatamente per
se stessa ciò che tutti gli og- » getti hanno di comune. » Socrale. Ciò in
effetto era quello, che a me sembrava, ed io dc- » side l ava, che questo
stesso fosse ancora il tuo parere. » Fermati. L’anima non sente forse per mezzo
del tatto la durezza » di ciò che è duro, e per hi stessa via la mollezza di
ciò clic è molle? » Teeleto. Sì. » Socrate. Ma per la loro essenza, per la loro
opposizione, e per » la natura di questa opposizione, l’anima è quella che
esaminandole n per se stessa a molte riprese, c paragonandole insieme, tenta di
» giudicarle da se stessa. » Tectelo. Senza dubbio. » Socrate. Vi sono dunque
cose, clic è concesso agli uomini ed ai a bruii di sentire, tosto che essi sono
nati, e son quelle che giungono Digitized by Google — 31 — » sino all’anima per
l’organo del corpo, intanto che le riflessioni su i queste sensazioni, per
rapporto alla loro essenza ed alla loro uti- » li là, non vi si giunge che alia
lunga , quando vi si giunge, c con » molla pena, con molte cure, e con molto
studio. » Tee telo. Perfettamente. # Socrate. È egli possibile che chi non
sapesse giungere all’ es- » senza, prende la verità? » Teeteto. No. » Socrate.
Si avrà giammai la scienza quando s’ignora la verità? » Teeteto. Qual mezzo vi
sarebbe Socrate ? » Socrate. La scienza non risede dunque afflitto nelle
sensazioni, » ma nelle riflessioni su le sensazioni, poiché per mezzo della
rifles- » sionc si può prendere l’essenza e la verità, e che per altra via ciò
» è impossibile. » Teeteto. Vi ha tutta l’apparenza, che la cosa sia così. §
43. Dal (in qui detto sembra, che la conoscenza della verità, e perciò la
scienza non consiste nella sensazione, ma nel giudizio. Ma siccome vi sono de’
giudizi falsi, c de’ giudizj veri, e la scienza non può consistere ne’ giudizj
falsi ; questa dottrina mena a ricercare l’origine de’ giudizj falsi, il che
non è una cosa facile ; e dà luogo a varie difficoltà. 11 giudizio falso può
avvenire in uno di questi quat- tro modi : 1.* Allora che di due oggetti A e B
giudicando essi sono a voi noti tutti e due: 2.” Allora che sono ignoti a voi
lutti e due: 3.° Allora che vi è nolo A ed ignoto B : 4.* Allora che vi è noto
B ed ignoto A. Ora in niuno di questi quattro modi può avvenire un giudizio
falso ; poiché essendo noti i due A e B, niuno dirà che A è B, o negherà che A
non è B: qualora sono ignoti tulli c due il giudizio non è pos- sibile.
Similmente quando è ignoto B non si dirà certamente nè clic A è B, nè che A non
è B; c quando è ignoto A non si potrà dire nul- la di A. Ma ascoltiamo Socrate:
» Socrate. In generale ed io particolare non è forse per noi un’al- Digitized
by Google — 32 — » Icrnaliva di sapere o di non sapere una cosa? Perché
dcll’appren- » dere e dcll’obblinrc, clic tiene un luogo di mezzo fra sapere ed
» ignorare, io non ne parlo, perché ciò nulla fa alla discussione pre- » sente.
» Tcclelo. Sì Socrate, e non rimane riguardo a ciascuna cosa, clic » saperla o
ignorarla. » Socralc. Egli segue dunque essere una necessità, quando si giu- »
dica, di giudicare o su di ciò clic si sa, o su di ciò clic uon si sa. a l'cctelo.
Sì. a Socralc. E non sapere ciò che non si sa, o sapere ciò che non si » sa, è
impossibile. » Teetelo. Sicuramente. » Socralc. Quando si giudica falso su ciò
che si sa, s’immagina » forse che ciò clic si sa non è tal cosa, ma un’altra
che si sa ezian- » dio, in maniera che conoscendole tutte c due, s’ignorano
tutte e » due nello stesso tempo? » Teeleto. Ciò non è possibile. Socrate. »
Socrate. Si figura forse, che ciò che non si sa e un’altra cosa, » la quale non
si sa davvantaggio ; e può egli venire nello spirito di » un uomo clic non
conosce nè Tecteto, nè Socrate , che Socrate è s Teeleto, o clic Teetelo è
Socrate? » Tcclelo. Come ciò potrebbe essere? a Socralc. Molto meno s'immagina,
che ciò che si sa, sia lo stesso » di quello che s’ ignora, e quello clic
s’ignora lo stesso di quello » che si sa. » Teetelo. Ciò sarebbe un
pregiudizio. a Socrate. Come dunque giudicherassi falsamente, poiché il giu- »
dizio non può avere esistenza, fuori de’ casi che io ho percorso, a essendo
compreso in ciò che sappiamo ed in ciò clic non sappiamo, » sembrandoci in
tutti questi casi impossibile di giudicar falso? a Teetcto. Niente è più vero.
§ 15. Ma forse il giudizio falso sarà quello in cui si afferma di ciò Digitized
by Google che è ciò che non è? Un tal giudizio, rispode Socrate, è impossibile.
Poiché è impossibile, che ciò che si sente non sia ; come è impossi- bile di
sentire ciò clic non è. Già s’intende che qui si tratta del giu- dizio, che si
versa su gli oggetti sensibili. » Socrate. Allora che si vede una cosa, si vede
qualche cosa che » è; credi tu, che una cosa che si cede possa non essere? »
Teeleto. In niun modo. » Socrate. Colui dunque che vede una cosa, vede qualche
cosa » ch’ò. » Teeleto. Mi sembra. » Socrate. E colui che ode qualche cosa, ode
una cosa, e per con- » seguenza una cosa ch’è. » Teeleto. Sì. » Socrate. E
colui che tocca, tocca una cosa, ed una cosa che è, » poiché essa é una cosa. a
Teeleto. Senza alcun dubbio. » Socrate. Or colui che giudica, non giudica egli
una cosa? » Teeleto. Necessariamente. » Socrate. E colui che giudica una cosa,
non giudica egli una cosa » clic è ? » Teetelo. Io ne convengo. » Socrate.
Colui dunque che giudica ciò che non è , non giudica v niente. » Teeleto. Come
negarlo? 9 Socrate. Ma colui che non giudica niente, non giudica allatto. »
Teeleto. Ciò sembra evidente. 9 Socrate. Egli non è dunque possibile di
giudicare ciò che non » é, nè su gli oggetti reali, nè su gli esseri astratti.
» Teetelo. Sembra che no. » Socrate. Giudicare falso è dunque giudicare altra
cosa, che ciò » che non è. » Teetelo. Apparentemente. — 34 — Ma questi
ragionamenti non sono secondo una sana logica, e coe- renti colla dottrina
antecedente. La verità delle sensazioni ne’ diversi animali non solo, ma ne’
diversi uomini, c nello slesso uomo ne’ di- versi poriodi della sua vita, è un
fallo incontrastabile. Ora essendosi rigettala come falsa la dottrina di
Protagora, la quale nega la so- stanza delle cose, c la costanza dell'ordine
della natura; in conse- guenza doveva Platone riconoscere, che la sensazione
non ci mani- festa le proprietà assolute delle cose sensibili, e che non si dee
con- fondere il modo in cui queste ci appariscono, col modo in cui real- mente
sono; e che una tal confusione produce de’ giudizj falsi sugli oggetti sensibili.
Una torre quadrata mi apparisce in lontanza roton- da; se confondendo il modo
in cui mi apparisce col modo in cui essa è, formo de’ giudizj che saranno
falsi. Cadono in conseguenza, gli esposti ragionamenti di Socrate su i giudizj
falsi. § 13. Socrate parla di un altro modo, in cui sembra, che il giudi- zio
falso può aver luogo ; ma per quanto mi pare, si riduce ad uno de’ quattro modi
esaminali uel § 13. » Socrate. Noi diciamo clic un falso giudizio è un errore,
allora » clic, prendendo nel suo pensiere un oggetto reale per un altro og- »
getto reale, si alTerma clic il tale oggetto è un’altro. » Tcelelo. Ciò mi
sembra mollo ben dello. » Sacrale. Si può dunque, secondo te, rappresentarsi
nel pensiere » un oggetto come essendo altra cosa di ciò che egli è, c non
quella » clic egli è. » Teeteto. Si può. » Socralc. E quando il pensiere fa
ciò, non è forse una necessità, » che esso abbia presenti l’uno e l’altro
oggetto, o un de’ due? » Teclelo. Senza contradizione. » Socrate. 0 insieme, o
l’un dopo l’altro? » Teeteto. Molto bene. » Socrate. E per pensare intendi tu
la stessa cosa, che intendo io? » Teeteto. Che cosa nc intendi per ciò?
Digitized by Google — So- li Sacrate.. Un discorso che l’anima dirige a se
stessa su gli oggetti x che essa considera : egli mi sembra, che l’anima quando
pensa non » fa altra cosa, che trattenersi con se stessa interrogando e rispon-
» dendo, affermando e negando : c che quando ella si decide, sia che » questa
decisione si faccia più, sia che si faccia meno prontamente; » quando ella
sorte dal dubbio, c che pronuncia , allora avviene ciò » che noi appelliamo
giudicare. Cosi giudicare, secondo me , è par- li lare, ed il giudizio è un
discorso pronunciato, non ad un’altro, ne » di viva voce, ma in silenzio, ed a
se stesso. Che ne dici tu ? » Tectclo. Io sono interamente del tuo avviso. x
Socrate. Giudicare che una cosa è un’altra, è dunque dire a se » stesso, come
mi sembra, che la tal cosa è la tal altra. » Tcelclo. Eh bene? » Socrate.
Ricordali, se giammai tu hai dello a te stesso, che il » bello è brutto , o
l’ingiusto giusto; in breve , vedi se giammai hai x tu intrapreso di
persuaderti , che una cosa è un’ altra ; o se tutto t al contrario è vero che
non bai giammai pensato anche dormendo, » di dirli, che certamente l’impari è
pari, o opi altra cosa simile. » Teeleto. Non giammai. x Socrate. E pensi tu
che qualche altro uomo, il quale fosse nel x suo buon senso, o che avesse Io
spirito alienalo, abbia tentato di x dire seriamente c di provare a se stesso,
clic necessariamente un x cavallo è un bove, e che due son uno? s Teeleto.
Sicuramente no. x Socrate. Se dunque giudicare è parlare a se stesso, niun uomo
x parlando con se e giudicando su due oggetti , ed abbracciandoli x lutti e due
per mezzo del pensierc, non dirà, c non giudicherà che x l’uno sia l’altro. Io
confesso che non vedo l’esattezza di questo argomento. Certa- mente niun uomo
dirà parlando, sia interiormente, sia esteriormen- te: Questa azione giusta è
ingiusta ; ma non avviene forse che un azione giusta si qualifichi per
ingiusta? Niun uomo dirà il 100 non Digitized by Google » Il terzo è, che non
conoscendo e non sentendo nè l’uno, nè l’al- » Irò, io non penserò giammai,
clic l'uno il quale non mi è conosciuto » è l’altro, che io neppure conosco. »
Egli resta per conseguenza, per giudicar l’altro, in cui conosccn- » do te e
Teodoro, ed avendo i rostri ritratti impressi come con un » suggello su queste
tavolette di cera, osservandovi tutti c due da » lontano senza distinguervi
sufficientemente, io mi sforzo di appli- » care il ritratto dell’uno e
dell’altro alla visione che gli è propria, » adottando ed aggiustando questa
visione sulle traccie che essa ini » ha lascialo di se stessa, allinchè si
faccia la riconoscenza, ed allora » che in seguilo ingannandomi e prendendo
l’uno per T altro, come » coloro che mettono la scarpa di un piede all’altro
piede, io applico » la visione dell’uno e dell’altro al ritratto che le è
straniero, ore io » provo la stessa cosa di quando si guarda in uno specchio,
ove la » visione passa da dritta a sinistra, e cado così nell’errore; allora è
» che avviene di prendersi una cosa per un’altra, e farsi un giudizio a falso.
§ 17. Ma la disputa non ha ancora qui un termine, e Socrate trova nuove
diflicollà per {spiegare come avvengono i giudizj falsi. « Sacrale. Non
solamente io sono di cattivo umore, ma temo di » non sapere che cosa
rispondere, se alcuno mi domanda : Socrate, » tu hai dunque trovalo, che il
falso giudizio non s'incontra nè nelle » sensazioni comparate tra di esse, nè
nei pensieri, ma nel concorso » delia sensazione col pensiero ? ... Ma egli mi
rispouderà, da ciò ■» non segue forse, che non si prenderà giammai il numero
undici, » che non si conosce che per mezzo del pensierc, pel numero dodici, »
il quale similmente non è conosciuto, che col pensiere? Credi tu, » che alcuno
non si ha giammai proposto di esaminare in se stesso a cinque e sette? E credi
tu essere impossibile, che si giudichi falso » a loro riguardo? Non è forse
avvenuto, che riflettendo su questi a due numeri, c parlando con se stesso, e
domandando a se stesso a quanto essi fanno, l’uno ba risposto, ebe fanno
undici, e l’ha così — 38 — » credulo l’altro, clic fanno dodici? 0 pure lutto
il mondo dice, e » pensa, clic essi fanno dodici? » Tccteto. No certamente; molti
credono, clic essi fanno undici, e a maggiormente alcuno potrà ingannarsi
esaminando un numero più » considerabile: perché io m’immagino, clic tu parli
qui di ogni » specie di numero. » Socralc. Tu indovini giusto. Ma non
rientriamo noi in ciò che » noi dicevamo prima 0 Perché colui che è in questo
caso s’immagi- » na, che ciò clic egli conosce è un’altra cosa, clic egli
eziandio co- li nosco: il clic noi abbiamo giudicalo impossibile, e donde noi
ab- » hiamo concluso, come una cosa necessaria, che non vi ha alcun » giudizio
falso, per non essere ridotti ad accordare , che lo stesso » uomo sa e non sa
nello stesso tempo la stessa cosa. » Teelelo. In effetto. » Socrate. Così
bisogna dire, che il giudizio falso é altra cosa clic » un abbaglio nel
concorso del pensiere, e della sensazione. Perchè » se fosse questo, giammai
non si cadrebbe in errore, allora che non » tratterebbe che de’ soli pensieri.
Per tal ragione è necessario, o » che non vi sin giudizio falso, o che possa
accadere clic non si sap- » pia ciò che si sa. Di questi due partiti quale
scegli tu? » Teelelo. Tu mi proponi una scelta imbarazzante, Socrate. Per mezzo
dell’associazione delle idee, clic è la legge della nostra immaginazione, si
può spiegare come avviene l'errore tanto nel con- corso del pensiero e della
sensazione ; quanto nel concorso de' soli pensieri. § 18. Socrate non risolve
la diilìcollà proposta ; ma passa ad una nuova difficoltà, la quale tende a far
vedere l’impossibilità di risol- vere la quistione di cui si tratta e di determinare
: Che cosa è la scien- za: ciò vale quanto dire, d’ intendere cosa è la scienza
della scienza; ma ciò suppone, che noi possiamo saper qualche cosa, cioè aver
la scienza pria di sapere che cosa è la scienza, il che sembra un assurdo. »
Socrate. Non trovi tu, clic vi è dell’ imprudenza a spiegare clic Digitized by
Google — 39 — s cosa è sapere, allora che non si conosce aiTallo la scienza ?
Ma » Teeleto da lungo tempo la nostra discussione è tutta piena di di- » Tetti.
Noi abbiamo impiegato una intioità di volle queste espressio- » ni: noi
conosciamo, noi non conosciamo; noi sappiamo, noi non » sappiamo: come se ci
compredessimo da una parte, e dall’altra, s intanto clic noi ignoriamo ancora
che cosa è la scienza ; e per dar- li tene una nuova pruova, in questo momento
stesso noi ci serviamo a di questi vocaboli, innovare, comprendere, come se
essendo privi a della scienza, ci fosse permesso di servirsene. » Teetelo. Come
dunque converserai tu Socrate, se non impieghi a alcuna di queste espressioni?
a Socrate. Di alcuna maniera. Egli è vero, iintantocchè io sarò a ciò che io
sono. Egli è certo almeno, che se io fossi un disputatore, a o che si trovasse
qui un uomo di questo genere, egli ci ordinerei)* a he di astenercene, c ci
rampognerebbe vivamente su i vocaboli di a cui io mi servo; ma poiché noi siamo
de’ poveri ragionatori, vuoi a tu che io mi prenda Tardi mento di spiegarli che
cosa è sapere? Queste sottigliezze mostrano l.° Che non si può parlare di
alcuna cosa, se si pretende che non si deliba far uso di alcun vocabolo, che
non sia definito; 2.” Che non si può nè provare nè combattere l’esi- stenza
della conoscenza, senza una pelizion di principio; 3.° Che la conoscenza
semplice non può spiegarsi. § 19. Dopo di ciò Socrate distingue il posseder la
scienza, dal- l’aver la scienza. L’aver la scienza è secondo lui l’avere
attualmente presenti allo spirito le cognizioni che essa racchiude. Il posseder
la scienza significa averla nella propria memoria. Dopo ciò Socrate se- gue a
ragionare cosi: » Sacrale. Sii allento a ciò che segue. 11 perfetto aritmetico
non s sa egli lutti i numeri, poiché le scienze di lutti i numeri sono nel- si
l'anima sua? » Teeleto. Sicuramente. Ecco un miserabile equivoco. L’aritmetico
conosce i numeri scoi- Digitized by Google — 40 — plici , dalia cui
combinazione nascono tutti gli altri ; e conosce pure il modo di combinarli ;
ma non conosce , nè ha mai appreso tutte le combinazioni possibili, le quali
non sono da noi determinabili. Ma* lebranclie ha preso un equivoco simile a questo,
che qui prende Pla- tone. Seguiamo. » Socrate. Quest’uomo non calcola egli
alcune volte in se stesso i » numeri che sono nella sua testa, o certi oggetti
esteriori di natura » ad essere numerati ? » Tcelelo. Senza contradiziooe. »
Socrate. Calcolare è forse altra cosa, secondo noi , clic csarai- » mire quale
è la qualità di un numero? » Teeteto. È la stessa cosa. » Socrate. Costui
sembra dunque esaminare ciò che egli sa, come » se noi sapesse, ncU'allo che
noi abbiamo detto che egli sa tulli i » numeri ... Di quali termini noi ci
serviremo , quando un aritmc- » tico si dispone a calcolare, o un grammatico a
leggere. Dirassi » che sapendo l’arimenlicn, o la grammatica, egli va di nuovo
ad # apprendere ciocché egli sa? » Teeteto. Ciò sarebbe assurdo, Socrate. »
Socrate. Ma diremo noi, che egli va a leggere, o a contare ciò » che non sa ,
dopo di aver accordato all’ uno la scienza , all’ altro a quella di tutti i
numeri ? » Teeteto. Ciò non è meno assurdo. » Socrate. Vuoi tu, che noi
dicessimo, che egli c'importa poco di » quali nomi alcuno si servirà per
esprimere ciocché s’intende per » sapere, ed apprendere? Ma che avendo
stabilito , di essere altra » cosa il possedere una scienza, ed altra cosa
l’averla, noi sosteniamo n essere impossibile, clic non si possegga ciò che si
possiede, e che » per conseguenza non si sappia sempre ciò che si sa ; che
intanto » può avvenire, che si faccia sù di ciò un giudizio falso, perchè sa- »
rebbe possibile, che si avesse preso una falsa scienza in luogo della » vera ;
allora che facendo la caccia ad alcuna delle scienze , che si Digitized by
Google — il — » posseggono, esse si confondono, c si sbaglia prendendo a caso a
l’una per l'altra ; così per esempio, quando si crede che undici è a la stessa
cosa clic dodici, si prende la scienza ili undici per quella a di dodici, come
se si prendesse una torlorclla per un piccione? » Teetcto. Questa spiegazione
sembra verisimile. Quanti ragiouamenli prolissi ed inetti derivanti da un
miserabile equivoco! § 20. Contro di quest’ultima spiegazione Socrate propone
nuove didicoltà. » Socrate. Non è forse una grande assurdità, die l’anima
possag- li ga in se la scienza, c die intanto ella non conosca nulla, c confon-
» da tutto? In effetto, niente impedisce a questo riguardo, che l’igno- » ronza
non ci faccia conoscere, e clic l’ accecamento non ci faccia » vedere, se egli
è vero, che la scienza ci fa ignorare. » Teeleto. Forse, Socrate, abbiamo avuto
torlo di non supporre, » clic delle scienze in lungo degli uccelli ; noi
avremmo dovuto czian- » dio supporre delle ignoranze girando nell’anima con
esse : di modo » che il cacciatore, prendendo ora una scienza, ed ora una
ignoranza » su Io stesso oggetto, giudicherebbe falso per l’ ignoranza c vero a
per la scienza. » Socrate. Supponiamo, che la cosa sia così. Colui che prenderà
» una ignoranza, giudicherà falso, secondo le ; non è così ? » Teeleto. Sì. a
Socrate. Ma egli non s’ammaginerà senza dubbio , che giudica » falso. »
Teeleto. Ciò potrebbe forse essere? » Socrate. Al contrario egli crederà di
fare un giudizio vero, e » vorrà passare per ben sapere ciò che realmente egli
ignora. a Teeleto. Sicuramente. a Socrate. Egli s’immaginerà dunque di aver
preso alla caccia una a scienza, c non già una ignoranza. a Teeleto. lo non ne
dubito afTalto. 6 Digitized by Google — li — » Socrale. Cosi dopo un lungo
circuito, eccoci ricaduti nel nostro s primo imbarazzo. Perché questo stesso
critico non inanellerà di » dirci con un viso di burla: Spiegatemi dunque, miei
amici, come » può Tarsi clic conoscendo l'una e l’altra, e la scienza e
l’ignoranza, i> si può immaginare, die uua scienza che si sa, è un altra
clic an- » cora si sa ; o come non conoscendo nò l’una nè l’altra, si può cre-
» dorè, che una scienza clic non si sa è un’altra che neppure si sa? » 0 pure
si prenderà quella clic non si sa, per quella clic si sa? 0 » mi direte voi
ancora, che vi sono scienze di scienze e d’ignoranze, » c clic colui il quale
le possiede, tenendole racchiuse in altri ridi- li coli colombaj, o avendole
scolpite su di altre tavolette di cera, le » sa durante lutto il tempo in cui
egli ne è il possessore, quando :i ancora esse non sarebbero presenti al suo
spirilo? Di questa ma- li nieru, voi sarete costretti di percorrere mille volle
questo circolo » senza avanzar giammai. Ecco delle lunghe dicerie, per dire un
bel nulla. § 21. Socrate in vista di queste diflicoltà, propone di lasciar la
ricerca sul giudizio falso, e di tornare ad affrontar la quislione sul- la
natura della scienza. Egli propone un’altra opinione su la scien- za : questa
opinione consiste a distinguere il giudizio vero dalla scienza. » Socralc. Non
è egli vero, che quando i giudici hanno una per- ii suasione ben rondata, su di
alcuni fatti, che non si possono sapere » senza averli veduti, allora stimando
questi fatti sul rapporto altrui, » eglino ne formano un giudizio vero senza
scicuza, avendo avuto d molta ragione di essersi lasciali persuadere, poiché la
loro sco- li lenza è stala ciò che doveva essere? » Teeteto. Senza
conlradizione. » Socralc. Ma, mio amico, se il giudizio vero e la scienza
fossero ;•) la stessa cosa; il miglior Tribunale potrebbe forse pronunciare un
» giudizio giusto, essendo sprovveduto della scienza? Sembra dun- » que die vi
ha uua differenza fra la scienza ed il giudizio vero. Digitized by Google — 43
— § 22. Teelelo poi propone un’altra quistionc su la scienza. » Teelelo.
Ascolta una cosa, che io aveva udito dire ad alcuno, c » che aveva obbliato.
Egli pretendeva, che il giudizio vero accom- » pagnato dalla sua spiegazione è
la scienza; e clic il giudizio il quale » non può spiegarsi è al di fuori della
scienza : che gli oggetti, di » cui non può darsi alcuna spiegazione non
possono sapersi ; e che » quelli i quali sono spiegabili, sono i soli
scientifici : son questi i a suoi propri termini. « Socrate. Eli bene, sci tu
di avviso, che si definisca la scienza un » giudizio vero con ispiegazione? »
Teelelo. Perfettamente. » Socrate. Le sillabe possono esse spiegarsi, e gli
elementi delle » sillabe non possono spiegarsi? » Teelelo. Probabilmente. »
Socrate. Clic? Abbiamo noi ben dimostrato che l’elemento non » può essere
conosciuto, e che la sillaba può esserlo ? Dimmi : inleu- » diamo noi per
sillaba li due elementi che la compongono, o tulli, » se essi sono più di due?
0 pure una certa forma, la quale risulta » dal loro insieme? ». Tecteto. Mi
sembra, che noi intendiamo lutti gli clementi, di cui » una sillaba è composta.
» Socrate. S ed 0 fanno insieme la prima sillaba' del mio nome. » Non è egli
vero, che colui il quale conosce questa sillaba, cono- » sce questi due
elementi? » Teelelo. Senza dubbio. » Socrate. Egli dunque conosce la S e la 0 ?
» Teelelo. Sì. » Socrate. Che cosa dunque sarebbe, se non conoscendo nè l’uno,
» nè l'altro, egli lì conoscesse tutti è due? » Teelelo. Ciò sarebbe un
predigio ed un’assurdità, Socrate. » Socrate. Intanto se è indispensabile di
conoscere l’uno c l’altro » per conoscerli tutti e due, è necessario per
chiunque che vuol co- Digitized by Google — « — » noscere una sillaba, di
conoscere prima gli elementi: è ciò cs- » sendo, il nostro bel discorso
svanisce, c sfugge dalle nostre mani. » Teelcto. Sì veramente e tulio in un
colpo. Socrate propone ancora un’altra obbiezione, ed è che la sillaba non è
l’insieme degli clementi, ma è qualche cosa differente da quc- sto insieme, o
dall’aggregato degli clementi. Socrate stesso rispon- de a questa obbiezione
dicendo ; o la sillaba ha delle parti, o non ha delle parli: se ha delle parti,
essa è un lutto, un totale; ma ogni tutto e totale non è che l’aggregato di tutte
le parti, come si vede nei numeri, poiché tutto un numero non è altro, clic
tulle le parli che essa contiene, c perciò la sillaba, come ogni composto,
costerà di parti, c le parli tosto che saranno, saranno parti del tutto. Quindi
essendo noto il lutto debbono esser noti gli elementi. £ dunque im- possibile,
che essendo ignoti gli clementi, sia nolo il tutto. Se poi la sillaba è qualche
cosa di semplice, essa sarà ignota, come è ignoto Pelemcnlo, perchè semplice. »
Socrate. Forse bisognava supporre, che la sillaba non consiste » negli
elementi; ma in un non so clic, che ne risulta, e che ha la » sua forma
particolare differente dagli clementi. Ecco l'obbiczione. Ciò che segue
contiene la risposta. • » Socrate. Vi ha egli qualche differenza fra tutte le parli,
ed il » totale? Per esempio, allora che noi diciamo, uno, due, tre, quat- a
Irò, cinque, sei; o tre volte due; o quattro c due; o Ire, due ed » uno ; tutte
queste espressioni danno esse lo stesso numero, o pure » numeri differenti? »
Tccleto. Esse rendono lo stesso numero. » Socrate. Questo numero non disunito è
forse sei? b Tectclo. Sì. » Socrate. E sotto ciascuna espressione non mettiamo
noi forse » tutte le sci unità? » Teelelo. Sì. » Socrate. E dire tulle le sci
unità non è dire sci? Digitized by Google » Teeteto. Sì. » Socrate. Per
conseguenza per tulio ciò che risulta dai numeri v noi intendiamo il totale, e
tulle le parti. » Teeteto. La cosa sembra così. » Socrate. Così, per ritornare
a ciò che io voleva provare, non è » egli vero, che se la sillaba non è gli
elementi che la compongono, » è necessario, che questi elementi non sieno le
parli di essa, o che a se essa è la stessa cosa che gli elementi, essa non può
essere più » nota degli clementi stessi ? » Teeteto. Io ne convcugo. » Socrate.
Se al contrario la sillaba è una ed indivisibile, come » lo è l’elemento, essa
non cadrà maggiormente dell'elemento sotto a la spiegazione, nè sotto la
conoscenza. » Teeteto. Io non saprei non convenirne. Egli è certo che
conoscendo gli elementi di un tutto ed i diversi rapporti fra di essi, si
conosce il lutto; ma si può aver l’idea di un tutto, senza avere alcuna idea
delle sue parti elementari , e dal mo- do della combinazione di queste parli
elementari risulta il lutto. È questa una idea imperfetta del tutto, io ne
convengo; ma c un’idea, clic non può dirsi uguale a zero: tali sono le idee
clic noi abbiamo dei corpi naturali. § 23. Il vocabolo spiegazione, dice
Socrate, può aver tre sensi : il primo è d’intendere l’immagine del pensiere
espresso colla parola: il secondo la determinazione del tutto per mezzo de’
suoi elementi : il terzo di dire in che la cosa su la quale siamo interrogati
differisce da tutte le altre. S’intende, che la scienza non può consistere in
un giudizio che si esprime colle parole, poiché il giudizio falso anche può
esprimersi colle parole. » Socrate. Tutto il mondo non è forse capace di
esprimere più o » meno prontamente ciò che egli pensa di ciascuna cosa, a meno
che » non sia muto o sordo sin dalla nascita? Digitized by Google — 40 — Riguardo
a conoscere la cosa per i suoi clementi, Socrate fa que- sta obbiezione. »
Socrate. Allora che un ragazzo scrivendo il nome di Teeteto per » un th cd un e
crede dovere scriverlo, o lo scrive così; e che volen- » do scrivere quello di
Theodoro, egli crede dovere scriverlo, e lo » scrive per un l e per un e,
diremo noi clic egli fa la prima sillaba » de’ vostri nomi? Allora che egli
scriverà di seguito il nome di Thee- » telo, non fa egli un giudizio retto col
ragguaglio degli elementi, » clic lo compongono? Nello stesso tempo dunque, in
cui egli giudica » vero, non è forse ancora sfornito di scienza? Ma non si
potrebbe rispondere a Socrate, che colui clic sa scrivere bene il nome di
Tlieclelo lia la scienza di questo nome, e. che non sapendo scrivere il nome di
Theodoro non ha In scienza di questo nome? Pare che egli voglia, clic conoscere
una sillaba, imporla il conoscere tutti i nomi a cui questa sillaba può
riportarsi. Riguardo allo conoscenza per la differenza, Socrate fa questa ob-
biezione. Se voi chiamate scienza di una cosa la diflnizione di questa cosa;
siccome definendo una cosa pronunciate un gindizio vero su questa cosa ; in tal
caso non dovete definir la scienza per un giudi- zio vero, accompagnato da
spiegazione, ma solamente per un giu- dizio vero. Se poi definite la scienza
per un giudizio «ero accompa- gnalo dalla scienza della differenza ; voi
spiegate, lo stesso per l’islesso, il che è ridicolo. » Qui Socraiem vero et
Theaetelwn opinatur ut rum differentias » opinando Socratis, et Theaeleti
percipil, nec ne t Si non perci- » pii, nec vere opinatur; nunguam enim alterum
ab altero vere » distinguerem, nisi differentiam ulriusque dignoscercm. Ergo eo
» ipso i /nacque vere opinatur differentias callet. Quare nihil opus » est
proeter opinionem veram, addere rationem, idest differen- » line nolionem.
Verum dicel forte quispiam in ipsa opinione sen- * sum imaginalionemque
diffcrenliae includi, potius quam c er- ri tam diffcrenliae naturalis
inlelligentiam; ideoque addendum in Digitized by Google — 17 — » seimliae
definilione, diffcrenliae intelligentiam. Contra illa Sa- li crales
arr/umenlalur. Absurda profecto definitio est qua idem a per idem describilur.
Cu m vero dicimus scienliam esse opinio- h nem veram cum ralionc, ùl est cum
differentia intelliijenliae, » scienliam per scienliam deflnivimus. Nam
intelliyentia diffe- 3 renliae, differenliae scienlia est. Cade scicnlia crii
opinio vera » cum scienlia diffcrenliae, quod dictu ridiculum est (1). »
Socrale. Io non mi formerò, come sembra, l'immagine di Tliee- » telo, che
quando la sua figura schiacciata lascerà in me delle trac- a ce differenti di
tutte le specie di figure schiacciate, che io ho ve- 3 dute, e cosi di tutte le
altre parti, che si compongono : di modo » clic domani se io t’incontro, questa
figura schiacciata li richiama » nel mio spirito, e mi fu pronunciare su di te
un giudizio vero. Così « » il giudizio vero prende eziandio la differenza di
ciascun oggetto. » Theclelo. Sembra che la cosa sia così. Il fare dunque un
giudizio vero di un oggetto è dunque lo stesso che percepire ciò che esso ha di
comune; e ciò che Io rende diffe- rente dagli altri. Ma se oltre della semplice
percezione della diffe- renza si richiede la spiegazione della differenza, il
che secondo que- sta opinione, vale quanto dire la scienza della differenza, in
tal caso si asserisce una cosa assurda e ridicola. a Socrate. È dunque una
risposta stolta, quando noi domandiamo 3 che cosa è la scienza, il dirci essere
essa un giudizio retto unito 3 alla scienza, sia della differenza, sia di
qualunque altra cosa. § 21. Qui finisce il dialogo. Platone combatte le diverse
opinioni sulla natura della scienza ; ma egli in questo dialogo non dichiara la
sua: « Ex his omnibus jam false sophislarum definiliones redar- b gulae sunt. Prima, quae dicebat , scienliam
esse s ingulas quae s discunlur facullalcs. Secunda quae scienliam essesensum. Ter- ni tia,
scienliam esse opinionem veram. Quarta , scienliam esse (1) M arsii. Ficin.
Argumento del Theetelo. Digitized by Google — 48 — » opinionem veram cum
sermoni» prolalione. Quinta, opinionem » veram cum discurm per dementa. Sexta,
opinionem veram » cum differentiae imaginalione. Septima opinionem veram cum »
scicnlia differentiae. » Ilis denique redargulis, videndum est quid Plal.°
doceal, quip- » pc in scilo libro de Ilepublica, Dronlinum et Archylos Pylha- »
goricos imitatus, duo rerum genera ponit intelligibile scilicet » et sensibile.
Itlud stabile et incorporeum , hoc mobile corpo- d reumque. Viam ad itlud
noscendum ratio nem toc ut , rifinì ad » hoc, sensum: notionem communem i/lius
intelligenliam, hujus » opinionem. Sed ulrumque gcntts bifariam dividil.Vult
enim esse » intelligibile primum, et secundum in co ideas, idesl divinac »
mentis specie s, nolionesque, et mente s alias, et anima» conti- li neri, in
hoc numeros et figura». Numeri quippe et figurac, quam- s vis incorporano sint,
lamcn quia divisionem aliquam susci- » jiiunl, non pari dignilalc, qua
imparlibiles, subslanliae censcn- » da sunt. Illorum cognitioncm proprio nomine
intellectum, ho- » rum cognitioncm inlellectualem vocat. Sensibile quoque pari
s divisione parlilur, in primum scilicet et secundum. In primo » locai corpora
omnia corporeaque. In secundum umbras et ima- » gincs corporum sire in aqna,
sive in speculi s apparcanl. Et cas » ita se habere ad corpora, ti li
mathematica ad divina existimat. » Perceplionem corporum credulikilcm proprie
nominai, umbra- » rum immaginalioncm. Deinde circa umbras corporum, rei co r- »
pora, rei mathematica, scientiam esse negai, sed in solo intcl- » lectu
divinorum eam locai (1). Platone, dice il sig. Cousin ncU’argonicnlo di questo
dialogo, non manifesta qui la sua opinione ; ma egli la fa travedere : « Non
sem- » bra forse egli dice : La vera scienza, quella clic non danno, nè le »
sensazioni che passano, nè l’analisi, la definizione, ed il ragiona- li) Marsil.
Fio. ibid. Digitized by Google — 49 — » mento, istrumenli sterili, senza dati
primitivi, la vera scienza è » precisamente in quelle idee, che sfuggono alla
dialettica, ed ai » sensualismo, in quelli elementi integranti di ogni
pensiere, in quelli » priucipj indecomponibili, evidenti per se stessi,
universali e neccs- » sarj, che lo spirito lira dalle sue proprie profondità, e
dall’iinme- » diala contemplazione della sua essenza ? § 25. Merita di essere
esaminato il seguente pezzo. » Socrate. Se tu metti sci piccoli ossi dirimpetto
a quattro, noi » diremo, che essi sono un più gran numero, e sorpassano quattro
» della metà in su : se tu li metti dirimpetto a dodici, diremo che » sono un
più piccolo numero, c la metà solamente di dodici. Non » si soffrirebbe che si
parlasse altrimenti. Soffriresti tu ? » Teelelo. Non certamente. » Socrate. Ma
che se Protagora o qualunque altro ti domandasse: a Teeleto, può forse avvenire
che una cosa divenga più grande o più » numerosa altrimenti che per via di
accrescimento ? Che cosa ri* a sponderesti tu? » Tceteto. Se io rispondo,
Socrate, ciò che penso, non facendo at- » lenzione che alla quislionc presente,
io dirò che no; ma se ho ri- » guardo alla quistione precedente, per non
contradirmi dirò di sì. » Socrate. Per Giunone, ecco una risposta buona e
divina, mio » caro amico. Egli sembra pertanto, che se tu dici di sì, avverrà
qual- » che cosa di simile al mollo di Euripide : la lingua sarà al coperto a
di ogni rimprovero, ma non sarà così deU'anima. » Teelelo. Ciò è vero. »
Socrate. Poiché noi abbiamo tutto il commodo, non considcrc- » remo noi a
nostro bell’agio, c senza disgustarcene, ma per fare » esperimento delle nostre
forze, ciò che possono essere tutte que- » sic immagini che turbano il nostro
spirilo? Noi diremo, io penso, a in primo luogo, alcuna cosa non diviene nè più
piccola nè più gran* » de, sia per la massa, sia pel numero, fintantoché essa
resterà » uguale a se stessa. Non è egli vero? 7 Digitized by Google — so- li
Teeleto. Si. » Socrate. In secondo luogo, che una cosa, a cui nulla si aggiun-
x gc, nè si toglie, non potrebbe aumentare nè diminuire, e dovreb- » he sempre
restare uguale, x Teeleto. Ciò è incontrastabile. » Socrate. Non diremo noi
forse in terzo luogo, che ciò che pri- » ma non aveva esistenza, non può avere
esistenza in seguito , senza » essere stalo fatto, o senza esserlo attualmente
1 ? x Teeleto. Io lo penso. » Socrate. Or queste tre proposizioni si
combattono, come sembra, » nell'anima nostra, allora ebe noi parliamo de’
piccoli ossi, o quan- x do noi diciamo, che all’età in cui io sono, e non
avendo provato x nè aumento nè diminuzione, io sono nello spazio di un anno
dap- x prima più grande, in seguito più piccolo di te, che sei giovine, non v
perchè il volume del mio corpo è diminuito ; ma perchè quello del » tuo corpo è
aumentalo. Perchè io sono nel seguilo ciò che era pri- » ma senza esserlo
divenuto, essendo impossibile che io sia divenuto x tale, senza che lo
divenissi, c che nulla avendo perduto del volu- x me del mio corpo, io non
abbia potuto divenir più piccolo. x Teeleto. Per tutti li dei, Socrate, io sono
estremamente sorpre- x so, che tuttocciò può essere, ed alcune volte in verità,
allora che x io vi getto gli occhi, la mia vista si turba intieramente. § 26.
Tulio questo ragionamento tende a far vedere l’assurdità che seguirebbe
supponendo, che uno dei termini della relazione fosse im- mutabile, ciò che
Protagora negava; ponendo che tanto la cosa sen- sitiva, ebe l’oggetto sentito
erano in un (lusso continuo; c che l’uo- mo non è mai identico a se stesso. Ma
le assurdità, clic Protagora in questo pezzo fa rilevare, sono esse forse
insolubili, come Socrate sembra supporle? Qualunque pensa- tore moderno è
capace di distruggerle in poche parole. Le relazioni logiche non si debbono
confondere colie proprietà reali e positive delie cose. Una stessa quantità non
può avere due relazioni conlra- Digitized by Google — 51 — ' (littorie l'uoa
all’altra ad una stessa quantità ; ma può benissimo, ed ha in clTetto relazioni
contradittorie l’una all’altra, paragonata con due diverse quantità. Mi reca
veramente sorpresa, che un sì gran genio come Platone, possa attribuire qualche
peso a siffatte difficoltà : ma la filosofia, checché ne dicono alcuni
atrabilari, si perfeziona co’ secoli. Digitized by Google Digitized by Google
Digitized by Google Digitized by Google DEI SISTEMI MORALI E DELLA LORO POSSIBILE
RIDUZIONE MEMORIA DEL SOCIO PAOLO EMILIO TULELLI PROF. DI FILOSOFIA MORALE
NELLA UNIVERSITÀ E SOCIO ORDINARIO DELL’ACC. DI SCIENZE MORALI E POLITICHE DI
NAPOLI EC. I. Si è notato da parecchi, non senza maraviglia, che i filosofi
moralisti sono quasi sempre di accordo fra loro nella determinazione dei doveri
umani nella pra¬ tica della vita, e sono poi così discordi ed opposti nell’
assegnare il principio primo della morale e se¬ gnatamente la ragione suprema
ed ultima della mo¬ ralità. Questo fatto merita certamente di essere preso in
disamina nello interesse tanto della scienza quanto in quello della vita. E per
entrare senza preamboli nel proposto argo¬ mento, è da osservare che in ogni
ordine di conoscen¬ ze e rispetto ad ogni obbietto di ricerche, havvi una
duplice forma o specie di verità; la prima di verità immediate ed intuitive,
l'altra di verità mediate e ri¬ poste. E ciò accade tanto nella sfera delle
scienze spe¬ culative ed astratte, quanto nella sfera della scienza Digitized
by LjOOQle - 2 — empirica e concreta. Ora la scienza morale contiene essa pure,
come ogni altro ordine di sapere, questa duplice forma di verità, alcune delle
quali sono d'im¬ mediata evidenza per sè stesse e quindi immediata¬ mente si
apprendono quasi per intuizione, divenendo così il patrimonio incontestato ed
incontestabile della ragione comune degli uomini. Di tale ordine di verità
immediate ed intuitive sono per la più parte i pronun¬ ziati pratici della
morale, i doveri così detti di giustizia e di umanità, quali risultamenti
necessari ed invariabili delle relazioni etiche e nello stesso tempo naturali,
che legano glijuomini fra loro e con gli esseri circostanti. Ora per questa
sorte di pronunziati etici d’immediata intuizione e rispondenti alle esigenze
necessarie della natura umana ed a quelle non meno necessarie della natura
delle cose, non è possibile che vi sia contesta¬ zione alcuna, a meno che non
si voglia uscire dai ter¬ mini della ragione comune, onde da tutti gli uomini volgari
o filosofi che siano, sono egualmente consen¬ titi ed accettati. Ma quando
trattasi di queste verità immediate e da tutti consentite nella pratica
ricercare la ragione, e vuoisi formarne scienza dimostrata, allora fa mestieri
di sollevarsi a quell’ ordine di verità riposte ed uni¬ versali, che
oltrepassano la sfera del senso comune e richiedono forza d'ingegno e lungo
lavoro di medi¬ tazione e studio, e che solo ne costituiscono il fonda¬ mento
scientifico incrollabile e razionale. Ora in que¬ sto campo delle verità
astratte e generali, e nella ri¬ cerca dei principi, che nella loro
comprensione feconda Digitized by VjOOQle - 3 - inchiudono la ragione e la
legitimazione delle cosi dette verità immediate ed intuitive del senso comune,
sorgono primamente le divergenze del filosofi, 1* op¬ posizione delle loro
vedute e la varietà e la moltiplicità dei loro sistemi. Così ad esempio, sono
pronunziati della ragion comune e da tutti i moralisti filosofi ac¬ cettati, le
massime che ciascun uomo è tenuto a per¬ fezionare sè stesso e di essere giusto
e benevolo, leale e veritiero cogli altri, di amare la patria ed eseguirne
coscienziosamente le leggi, e così via. Ma quando si domanda la ragione di
questi doveri e si vuole asse¬ gnare il principio superiore, che gl’ informa e
li rende razionali, assoluti, inviolabili ed imperativi; allora sorgono le
quistioni e le divergenze, e chi propone un principio e chi un altro, come a
dire la teoria del giu¬ sto e dell’ onesto, o quella del piacere e dell' utile
; la dottrina della simpatia e della sociabilità, o quella del senso morale; il
principio dell’ autorità divina o del- P autorità dello Stato, e così di
seguito. Questa diver¬ sità e moltiplicità di principi, che si assumono come
ragioni, onde derivano i doveri pratici della vita, spie¬ gano il fatto storico
della diversità delle scuole e dei sistemi morali. Non è mio intendimento far
l’esposizione critica dei vari sistemi morali, o proporre e sostenere quel
sistema, che mi pare esser più conforme alla verità; la quale cosa ho già fatto
nell’altro mio lavoro che porta il titolo di « Schema duna Metafìsica
dell’Etica; ma sì bene è mio proponimento in questo scritto di ten¬ tare una
riduzione ad uno, se è possibile, ovvero a Digitized by Google - 4 - pochissimi
generali e comprensivi, lo sterminato nu¬ mero dei sistemi etici, e fare per
questi quel che fanno i geometri, inscrivendo in un cerchio massimo molti
circoli minori aventi lo stesso centro, ma meno estesa la proiezione dei raggi
loro. Chè sia possibile ridurre in uno, o almeno in pochi i sistemi morali, non
è diffìcile il dimostrare. E pri¬ mamente è da distinguere sistema da sistema;
per ciò che vi ha dei così detti sistemi, che non sono tali, ma in vece sono
opinioni particolari su di questo o quel- P altro argamento, ovvero esprimono
una teoria par¬ ziale sopra un dato obbietto determinato, o ne svolgono un solo
lato od aspetto, senza abbracciarne la com¬ prensione intera e le relazioni sue
con gli altri esseri dell’universo. Così fatte teorie parziali, queste speciali
opinioni non meritano di essere dette sistemi, e per¬ chè particolari e
parziali possono essere infinite; onde non è da stupire, se Marco Varrone
asserisca essere più centinaia i sistemi, o meglio, le opinioni dei filo¬ sofi
fino ai tempi suoi intorno alla natura del bene. Una teoria particolare e
parziale ha un principio an¬ cora particolare, il quale, perchè particolare, è
subor¬ dinato ad un altro principio, e questo ad un altro, e così di seguito ;
onde deriva che questa teoria o siste¬ ma parziale ha fuori di sè la sua
ragione di essere e deve ricercarla in una sfera più alta, e quindi ad un
principio superiore, che abbia un circuito più ampio, e così procedere oltre
fino a raggiungere il principio ultimo e supremo, che abbracci tutti i principi
subor¬ dinati e chiuda nel suo àmbito e nella sua sfera quasi Digitized by
VjOOQle — 5 — infinita tutte le sfere subordinate, e le incentri e le coordini
al suo unico centro massimo ed universale. Onde segue che il vero sistema è e
deve essere di sua natura universale, e se non è tale, è una teorica monca e
parziale, che non si regge da sè e ne presuppone un altra, dalla quale riceve
la sua ragione e la sua vitalità. Ciò che si è detto dei sistemi in generale
deve dirsi con più forte ragione dei sistemi morali. La maggior parte di questi
sono teoriche parziali e monche, ri¬ guardanti chi un aspetto e chi un altro
del subbietto morale, e chi una forma e chi un’ altra dell’ obbietto della
moralità, e quindi non abbracciano la sfera infi¬ nita, in cui si spiega l’attività
libera e razionale verso il termine suo parimente infinito della moralità uni¬
versale. Onde quei sistemi etici monchi e parziali hanno principi eziandio
parziali e monchi, i quali suppongono principi più alti e comprensivi, e questi
alla loro volta dipendono alla fine da un principio ul¬ timo e supremo, che
tutti in sè li comprende e dà loro valore, subordinandoli alla sua unità e al
suo valore assoluto. Quindi segue che una dottrina etica per dirsi a ragione
etico sistema, deve essere universale, deve contenere cioè un principio, che
inchiuda tutte le forme dell’attività del soggetto morale, e tutte le forme in
cui si attua l’infinita nozione del bene; deve determinare tutte le relazioni
etiche della vita; deve in somma ri¬ solvere interamente il problema complesso
ed infini¬ tamente comprensivo della moralità universale. Ma per essere
universale un sistema etico fa me¬ stieri che fosse insiememente teorico e
speculativo, Digitized by LjOOQle - 6 - nello stesso modo che un sistema
universale specula¬ tivo e teorico non può non essere nello stesso tempo
pratico e morale; e la ragione di questa medesimezza, o se vuoisi dire
connessione dell’ un sistema coll’al¬ tro, e viceversa, si è che nel concetto
dell’ universale s’includono e le ragioni dell'essere e quelle dell’ope¬ rare
degli enti. È ciò spiega la dipendenza mutua della morale dalla metafìsica, e
della metafìsica dalla mo¬ rale, o per meglio dire, dimostra, che la morale è
con¬ tenuta nella metafìsica e la metafìsica è contenuta eziandio nella morale;
onde un sistema veramente universale è un sistema teorico e pratico,
speculativo ed etico insiememente. Ma perchè un sistema teoretico ed etico
insieme sia veramente universale, è necessario eh’ egli risponda ad una
concezione della totalità degli esseri del mon¬ do; è mestieri che dipenda da
una concezione razio¬ nale e compiuta dell’universo. Ora quante sono o pos¬
sono essere le concezioni universali dell’ universo? A mio giudizio sono e non
possono essere che tre sole e sono : 1. La concezione naturalistica ; 2. La
concezione panteistica ; 3. La concezione dualistica dell’Universo. Onde
derivano tre sistemi veramente universali in¬ siememente speculativi e pratici,
vale a dire 1. il Na¬ turalismo; 2. il Panteismo; 3. il Dualismo , che per maggior
precisione possiamo dirlo Theismo. Ed a questi tre sistemi universali, ciascun
dei quali a modo suo raffigura e rappresenta e dà ragione ideale Digitized by
LjOOQle - 7 - della realtà dell'universo, si riducono e sono subor¬ dinate
tutte le dottrine, o tutti i così detti sistemi parti¬ colari, sì teoretici che
pratici, i quali rappresentano e danno spiegazione frazionariamente e quindi
incom¬ piutamente di questa o di quell’ altra parte, di questo o di quell'altro
lato della vita unitotale del mondo. Ma per dimostrare come questi sistemi
particolari,© parziali si riducano e si subordinano ai tre soprad¬ detti
sistemi universali, fa mestieri prima di tutto esporre sommariamente di questi
ultimi il rispettivo principio, l’estensione e la comprensione; e così a colpo
di occhio si renderà manifesto, come in essi si¬ stemi universali sono
contenuti, e da essi prendono i loro principi parziali, e da essi traggono dopo
lungo cammino le loro conseguenze estreme i sistemi par¬ ziali e frazionari.
II. Il Naturalismo. Il Naturalismo è l’espressione scientifica della con¬
cezione materialistica del mondo. Secondo questo si¬ stema, fattori dell'
universo sono unicamente la ma¬ teria e la forza, le quali sono o 1’ unico e
stesso prin¬ cipio sotto i due aspetti di sostanza e di attività, (dino-
mismo), ovvero sono due principi l'uno insito nell’al¬ tro, o meccanicamente
connessi (meccanismo). Tutti gli esseri del mondo sono qnindi della stessa
natura del loro unico principio, sono cioè sostanzialmente pura materia, hanno la
stessa forza, onde si muovono Digitized by VjOOQle - 8 — e si compongono
secondo 1* unica e sola legge della cieca ed irrazionale necessità. Il moto, la
vita, la sen¬ sazione e il pensiero sono fenomeni, che si manife¬ stano nei
vari ordini o sfere della natura, e derivano unicamente dallo stesso materiale
principio, e sono della stessa natura sua; sorgono e spariscono a mi¬ sura che
lo stesso principio, senza ragione e senza scopo, ma ciecamente e fatalmente
comincia, continua o cessa di operare. Concepito secondo questo sistema
naturalistico il soggetto umano, tutto ciò che in lui si contiene e che
chiamasi vita organica vegetativa, sensitiva e intellet¬ tiva; ciò che dicesi
pensiero, volontà, ragione e libertà, sono fenomeni delle funzioni del fisico
organismo, e questo è il prodotto della combinazione e dello svi¬ luppo
necessario e cieco delle forze elementari, che lo compongono, e quindi
sottoposto in tutte le sfere della sua vita complessa alla legge inflessibile e
sola della fisica necessità. Per il Naturalismo nulla vi ha di as¬ soluto, e
tutto è relativo al modo di sentire e di pen¬ sare sempre variabile dell’uomo,
onde Protagora ebbe a dire « esser V uomo misura di tutte le cose; si che e il
vero ed il bello ed il buono nulla hanno di asso¬ luto ed immutabile nella
natura delle cose, di maniera che la verità e la bellezza, con i loro contrari,
sono rela¬ tive al modo, variabile sempre, di vedere e di sentire, ed il bene
ed il male sono ciò che solo appaga o non sodisfa il sentimento dell’uomo. Ora
quale può essere il lato etico di questa conce¬ zione naturalistica del mondo?
Digitized by VjOOQle - 9 - Se, come vuole il naturalismo, non vi ha nel mondo
altro che materia e moto,e gli esseri sono risultamento delle varie maniere,
onde gli elementi di essa s'incon¬ trano, si aggregano insieme e si compongono
in infi¬ nite forme nello spazio; se la vita, il senso ed il pen¬ siero nel
vegetale, nelPanimale, e nell'uomo sono puri e semplici fenomeni delle forze
che in essi si svolgono per sola fisica e cieca necessità della natura loro;
quale potrà esser mai il principio etico inchiuso nel naturalismo ?
Rigorosamente parlando il naturalismo schietto importa la negazione recisa
della vita etica e , quindi della scienza morale. Perciocché tolta dal mondo l’idea
teleologica e la libera ragione, che regoli e governi il processo compositivo
od evolutivo della natura, rimane con ciò negata la stessa possibilità
dell’ordine morale nell’universo, e vengono negate nell’ uomo le nozioni del
bene, della legge morale e della libertà, senza delle quali nozioni non ci è
morale che tenga. Tuttavia il naturalismo per inconseguente che fosse, proclama
anche esso il suo principio etico nellamassimageneralissimadel « Sequere
Naturarti ». Ora questo principio etico universale del naturali¬ smo inchiude
in sè e compendia tutti i sistemi etici particolari, i quali avendo per
fondamento e ragione della loro dottrina il concetto esclusivamente natura¬
listico del mondo e dell’uomo, non sono altro che spe¬ cificazioni e
determinazioni particolari del principio che implicitamente li contiene. In
fatti, se si guarda in fondo alle dottrine etiche, che prendono il nome dalla
voluttà, dal piacere, dall’ utile, dallo interesse, dalla 2 Digitized by
VjOOQle — 10 — simpatia, dalla sociabilità e da tutte le così dette dot¬ trine
morali positive; si scorgerà facilmente essere tutte quante fondate sopra
principi subbiettivi ed egoi¬ stici della natura umana, quali sono le
proprietà, le affezioni e le tendenze istintive o riflesse che sieno, per cui
essa direttamente, o per indiretto, corre fatal¬ mente o rifugge da tutto ciò
che può sodisfarla o por¬ tarle dolore e nocumento. Ed in cotesti sistemi etici
particolari, come nel sistema generale naturalistico da cui discendono, non
entrano affatto logicamente i concetti assoluti del dovere, del giusto e del
bene, se non come entrusi a guisa di stranieri in casa non propria. III. Il
Panteismo Il panteismo è il naturalismo idealizzato e reso ra¬ zionale : e ciò
che nel naturalismo è sola materia e forza, nel panteismo è pure ragione e idea
concreta e reale; ciò che nell’ uno è combinazione fortuita irra¬ zionale e
meccanica, nell’ altro è necessario processo evolutivo, ma razionale. Il
panteismo quindi si diffe¬ renzia essenzialmente dal naturalismo intorno al
con¬ tenuto essenziale dell'unico principio, onde procede e si governa la gran
mole dell' Universo. Imperciocché nel panteismo concepito nella sua forma
realista, il suo unico principio considerato in atto, è insieme- mente sostanza
e modo, è spirito e materia, è intelli¬ genza e forza, è pensiero e moto ed è
tutt’ uno sotto i due diversi aspetti del pensiero e dell’ estensione,
Digitized by UjOOQle — 11 — egualmente identici ed infiniti. Onde come reale è
la sostanza, cosi reale è il modo; come reale è la materia cosi reale è lo
spirito; come reale è il pensiero e l’idea, cosi reale è la forza fisica e il
movimento, essendo gli uni egli altri termini un medesimo principio a due forme
od aspetti diversi. E questa duplice realità nel- T unità del principio si
verifica nel tutto (Dio) e si ve¬ rifica nelle parti, ciò è a dire, negli
esseri della natura e nell’ uomo. Sicché nell’ uomo reale e sustanziale è lo
spirito e il pensiero e l’idea, come reale n’è la ma¬ teria e l’estensione; al
pari che reali sono le loro forze e le loro leggi rispettive fisiche e
razionali, sendo in esso uomo quasi contratta e ristretta tutta l’infinita
realità dell’ universo. Ma ciò che nella forma del panteismo realista si
considera tutto realmente in atto, nel panteismo idea¬ lista si ha come reale
primamente in potenza e conse¬ guentemente nel fatto. Imperciocché questo
idealismo assoluto parte dal concetto o idea di una sussistente potenzialità
infinita, la quale è nulla ed è tutto insieme; è nulla in quanto non è questo o
quell’altro essere par¬ ticolare, ed è tutto in quanto svolgendosi diviene ogni
essere nella sfera della natura e dello spirito. E dive¬ nendo con necessaria e
razionale evoluzione e natura e spirito, pone in chiara manifestazione quel che
pri¬ ma era involuto nella sua infinita potenzialità, cioè, spiega e imprime e
nella natura e nello spirito la sua idea essenziale e la ragione, immanente ed
inconscia nella natura, immanente e conscia di sé nello spirito. Posta così la
dottrina del panteismo e dell’idealismo Digitized by t^oosLe - 12 assoluto,
quale principio etico vi è contenuto? Questo sistema, all’ opposto del
naturalismo, riconosce nel mondo una ragione eterna che presiede, anima e di¬
rige il processo evolutivo della natura e dello spirito. Spiritili intuì alit,
totosque infoia per arto» Meni agitai molerà, et magno se corpore miecet. Viro.
Ragione ch’è principio, legge e fine ultimo dell’ uni¬ verso; ragione, legge e
fine immanenti nella natura, che ne siegue benché inconsciamente le assolute
de¬ terminazioni, immanenti e conscie di sè nello spi¬ rito , il quale
liberamente ne informa gli atti suoi. Onde il mondo, secondo questo sistema, e
nel tutto e nelle sue parti procede dalla ragione come a suo principio, è
governato dalla ragione come sua legge e tende alla ragione come a suo fine
supremo. In con¬ conseguenza l’uomo, ultimo termine di questo pro¬ cesso
evolutivo del mondo, è un essere essenzial¬ mente razionale, per cui nella sua
ragione, che è iden¬ tica con la ragione universale, ritrova il principio del
suo essere, la legge della sua attività e il fine obbiet¬ tivo del suo operare.
Questo sistema adunque si differenzia'dal naturali¬ smo per i principi
essenzialmente diversi che lo infor¬ mano. Il naturalismo negando ogni ideale
dalla vita del mondo e dello spirito, e restringendosi tutto nell’unica cerchia
del sensibile, non riconosce nell’ uomo altro che la vita del senso, non altra
attività che la forza ini- Digitized by t^ooQle — 13 - pellente dell’jstinto
più o meno riflesso, non altra legge se non quella della necessità della sua
natura, non altro fine, nè altro bene, se non l'appagamento dei suoi naturali
bisogni. L’idealismo panteistico invece dalla sfera del subbiettivismo
sensitivo e dalle sue egoisti¬ che esigenze particolari, si solleva all’altezza
della ra¬ gione obbiettiva ed universale, e da essa deduce le no¬ zioni
assolute del giusto, del l'onesto,del diritto,del do¬ vere e del bene
obbiettivo ed universale. Tuttavia que¬ sti due sistemi così opposti fra loro
nel principio, onde muovono, e nel fine ove mirano, si accordano in un punto
solo, ed è che l’uno e l’altro sistema pongono come necessaria e fatale l’unica
forza, che inconscia¬ mente si svolge nel mondo della natura, e con consa¬
pevolezza nel mondo dello spirito; la qual cosa importa la negazione recisa
della libertà nell' uomo e nell’ uni¬ verso. A questo sistema del razionalismo
panteistico e del- l'assoluto idealismo si riducono tutti i sistemi teore¬ tici
e pratici insieme, che più o meno apertamente ri¬ petono i loro principi dalla
concezione panteistica ed idealistica dell’ universo; quali sarebbero, a modo
di esempio, lo stoicismo antico, la dottrina di Giordano Bruno, di Spinoza e
de’seguaci del moderno idealismo assoluto. IV. Theismo Ora rimane ad esporre
l’altro sistema universale,che parte dalla concezione dualistica del Theo e del
Cosmo. Digitized by VjOOQle - 14 — Questo sistema parte anche esso dal concetto
di un principio unico, eterno, sostanziale e infinito, il quale nella sua unità
piena e perfettissima comprende in atto reale e immanente tutte le forme e i
gradi possi¬ bili dell’essere; principio che ha in sè stesso la ra¬ gione e la
causa di sè medesimo, ed è la ragione e la causa libera del mondo. Ed essendo
ragione di sè, è ragione che ha conscienza di sè medesimo e che si comprende;
ed essendo ragione e causa del mondo, ne ha necessariamente ridea; la quale
idea come tale cioè a dire, come ideale, è in esso principio come l’al¬ tro di
sè stesso; e pensandolo come l’altro di sè stesso, lo pone e lo crea realmente,
perchè il pensare e il fare sono in lui la medesima cosa. Da ciò deriva la
conce¬ zione dualistica di Dio e del mondo sostanzialmente distinti, ma
intimamente connessi per l’identità, o me¬ glio contenenza ideale dell’uno
nell’altro, e per il nesso causale, onde l’uno dall’ altro da ideale è reso
reale. Secondo questa concezione adunque il mondo ha due maniere di esistenza,
l’una ideale e l’altra reale; come ideale esso sussiste in Dio, anzi come
pensiero di Lui è Dio medesimo; come reale e concreto sussiste in sè proiettato
nel tempo e nello spazio infinito. Da ciò se¬ gue che nel mondo riluce riflesso
il pensiero di Dio, e in tutti gli esseri, che ordinatamente e gerarchica¬
mente lo compongono,è attuata dove più involuta,do ve più esplicata l’idea sua eterna;
si che il mondo reale risponde al mondo ideale tal quale Dio l’ha pensato e
fatto, ed ogni essere creato ha quella propria essenza e natura, quella
attività e quella legge e quel fine pre- Digitized by VjOOQle - 15 - fisso
dalla ragione e dal valere di Dio, onde risulta la maravigliosa armonia dell’
Universo. Da quanto precede si rileva chiaramente quanto il Theismo si
differenzi dal panteismo. Questo predica Dio essere immanente nel mondo e con
esso immede¬ simato e confuso; quello riconosce la trascendenza di Dio, vale a
dire, la sussistenza di Dio in sè come ente personale e sostanzialmente
distinto dal mondo, ben¬ ché con la sua mente e con la sua potenza vi sia da
per tutto presente. Similmente nell’uomo questo si¬ stema riconosce due
principi egualmente sostanziali ma di diversa natura, lo spirito cioè e
l’organismo corporeo; i quali connessi insieme intimamente e l’uno all’altro
subordinato, costituiscono l’unità dell’ umana persona. Onde nell’uomo sorge
complessa la sua vita sensitiva, intellettiva e morale; delle quali ciascuna,
ha la sua propria attività, la propria legge, e il pro¬ prio fine, ma che l’una
all’altra coordinata, rispondono alla potenza, alla legge, alla finalità della
ragione eterna ed assoluta di Dio. A questo sistema theistico universale sono
subordi¬ nati e sono riducibili tutti quei sistemi particolari e frazionari, i
quali riconoscono, oltre all’ordine fisico della natura, l’ordine morale del
mondo; oltre alla legge della fisica necessità, la legge etica della liber¬ tà,
oltre la vita sensitiva dell’ uomo, quella superiore del suo spirito; oltre del
fine egoistico e subbiettivo, il fine obbiettivo ed assoluto; ed in una parola,
tutti quei sistemi, i quali pongono Dio come primo principio, ragione, legge e
fine ultimo dell’ universo. Digitized by VjOOQle Digitized by VjOOQle TULELLI abolizione DELLA
PE3\fA DI MDRTE Digìtized by Gooc^Ic' FONDO PROVINCU NAZIONALE < 0 B. Prov.
< j UJ h H 0 Z 0 B 5 -1 ID 57 ^ z CD 36Q- napoli BIBLIOTECA PROVINCIALE * T
3éo Digitized by Coogle Digitized by Google SI L’ ABOLIZIONE DELLA PENA DI
MORTE NOTA DI PAOLO EMILIO TLLELLI Prorcssore di Etica oeU’Vnifcnilà .Socio
Ordinario deirAccademia di bcic&ie Horali e Polltktic di Ra|»oli ( K^traMa
dal H^&dicùnto UoUa «leMa Accademia delle iieienie Morali e PoUIktie.
fatricolo d’Apfile) NAPOLI •STAMPERIA DKU^A R, UNIVERSITÀ 1863 Digitized by
Google Digitized by Google su L' ABOLIZIONE DELLA PENA DI MORTE Sopra questo
argomento importantissimo e sul qua- le la nostra Accademia dirige ora i suoi
studi e le sue profonde discussioni, cinedo anche io la facoltà di esprimere la
mia opinione e di sottometterla al giudi- zio sapiente de’miei onorevoli
colieghi. lo entrerò di un tratto nel fondo della quistione; ed userò un
linguaggio riciso e breve, ed uno stile non uccademieo, benché ad un’Accademia
sia volto il mio dire. Esporrò semplicemeiite le ragioni che mi consi- gliano a
seguire più l’una che l’ altra sentenza, e dirò quel che io ne penso senza che
dessi conto dei uamenli e delle opinioni altrui, sia per approvarle sia per
coinbalterle, non volendo io dare sopra qu<;sto te- ma che una brevissima
nota da far seguito od acconi- pagnamenlo a’dotti lavori de’miei colleghi. I La
quistione se si debba o no abolire la pena di mor- te da’ codici penali delie
nazioni civili è subordinata ad una quistione più alta e più generale, ch’è
quella di sapere, se lo Stato abbia il dritto di punire di mor- te i violatori
della legge giuridica e quindi de’ dritti sacri ed inviolabili dell’uomo e
della società. Percioc- ché se non si riconosce nello Stato questo diritto
d’iii* Digitized by Google 4 fligger la pena capitale, non vi ha dubbio al
mondo che la pena di morte' dev’esse'ie' abolita perchè anti- ^iiiridica ed
immorale, lu'lla stessa {juisa chi' si è fatto e si cerca di fare rijjuardo
alla schiavitù riconosciuta oramai dalla coscienza universale come rattenlato
più ing’iusto contro il drillo più sacro deirumanilà. Se in vece si afferma
questo diritto nel potere sommo dello Stato, allora la (juistione proposta si
potrebbe risol- ver»^ affermalivamente o ne{?ativamenle, in quanto che,
riconosciuta la j,nustizia assoluta della pe'iia di morte, il diritto d’inl 1
ig'^r(>iia essendo facoltativo cemie ojrni altro diritto, rimarrebbe solo a
vv'der»*, se convenj*a usarla j)iù o meno larj^anienle, ovvero abolirla a se-
conda delle raj,noni diverse della moralità e civiltà pro- j,*-ressiva de’
popoli. Ridotta (' messa in (piesli termini la quistione, esaminiamo se tra i
diritti del la Sovrani- tà sociale vi abbia quello d’inl1ig{;e>‘e la pena
capilab'. Il Coloro ( he ammettono il diritto di punire colla mor- te alcune
specie di crimini si distinj^uono fra loro in- torno all’orig ine di (jucsto
diritto; p('rci(»ccliè alcuni sostenjfono che questo diritto sia proprio di
ofjni uo- mo in quanto che tal diritto è incluso neiraltro d('lla propria
difesa; diritto che di poi viene trasmesso dai sinj,o}li individui alla
personalità giuridica d(;llo Stato. Altri invec(' negano (jueslo diritto
speciale ed in ge- nerale il diritto di punire all’ uomo individuo, e lo ri-
conoscono nella potestà sovrana dello Stato; nel (piale si attua il diritto
assoluto (h 1 illimitato non soggetto a legge v(n*una, perchè legge a sè stesso
('d assoluta- mente autonomo, tanto se (piesta sovranità sociah' esprima
l’unità della volontà degli associati, (jiianto s(' ('Ila è la manifestazione
concreta dell’assoluti». Vediamo prima s(' abbia valore Topinione che con- cede
all’uomo individuo il diritto di punire e segnata- Digitized by Google s mente
con la pena di morte. La rag'ione che move co- storo a riconoscere questo diritto
ne’ sing-oli uomini, è la confusione che essi fanno del diritto di punire col
diritlo della propria difesa, la quale in certi casi porta la necessità della
morte deH’avversario. Non vi ha dubbio che Tuomo abbia il diritlo di uc-
cid(‘re rajfsressore ingiusto, pognaino, della propria vita, (|uando non si
al)l)ìa altro scampo di metterla in salvo; ma del pari è manifeste» che (piesto
diritto di uccidere per la necessità della propria difesa non è lo stesso che
il diritto di punire, coim» il male che si pro- duce* per preepria difesa nelbi
persema die viola il no- stro eliritto, non è a rigeli* di te'rniini di) che
intendesi per pena. Perdeice bè il diritto alla propria difesa che include la
potestà eli usar la coazione anco violenta per repellere l’ingiuria o la
lesione, per prevenirla, e nel e*,asei che tosse* avvenuta per averne la
satisfazione ei il risarcimento, e'* infinitamente diverse» dalla puni- zieine.
La piinizieme nel senso giuridico accettato uni- versaline*nte\ e'; la funzione
autorevole d’imporre al de- linquente un male sensibile minacciate) dalla
sanzione della Le‘gge per una commessa ingiustizia, senza aver riguardo
immediato alia reintegrazione dei diritti al- trui lesi. Si che la pena è
qualche cosa di diverso dai mali che sono elTeUi della difesa, della
prevenzione e del risarcimento. E ciò è tante» vero, che la pena si impone al
delinepiente dope» di’ è avvenuto il delitto, per cui essa si distingue elalla
difesa; in see^onelo luo- go la pena si fa solfrire al deliiique*nte anche dopo
che la persona le*sa nel sue» eliritlo sia statii ristorala con
rinelennizzazieme e il risarcimento, ed anche quando il delinquente non possa e
non veiglia certamente più of- fendere. La qual cosa dimostra che la pena
differisca essenzialmente dalla prevenzione e dal risarcimento. Dalie quali
considerazioni si raccoglie che il diritto di punire non è da confondersi col
diritto della pro- pria difesa; s'i diè se Tuomo ha la potestà giuridica di
Digitized by Google difendersi dalle inaiaste aggressioni anche, se la ne-
cessità lo richiegga, con la morte dciraggressore, non per questo è da dire
ch’egli abbia il diritto di punire e molto meno di punire colla morte. Ma può
il diritto di punire anco con la pena di mor- te esser ammesso neH’uomo
individuo, se non fonda- to, come si è visto, sopra il diritto della propria
dife- sa, ma sì bene sopra qualche altro principio giuridico della sua natura?
V’ha chi lo crede, e sono coloro che nella nozione della pena trovano il line
non solo della difesa e reintegrazione del proprio diritto, ma ezian- dio
quelli deìVespmzione della colpa, per la quale si ristora l’ordine morale
turbato dalla ingiustizia; del- V emendazione e correzione del colpevole;
deH’e.sewi- pio 0 intimidazione altrui; i ({uali lini inclusi nel con- cetto
della pena possono, secondo costoro, esser presi di mira da ciascuno uomo
amante della giustizia e del bene de’ suoi simili, per modo chi; ognjuno può
assu- / x mersi ildrittodi punire e dichiararsi così vindice dell’or- dine
morale offeso e correttore universali* de’coslumi. Noi esaminando la seconda
quistione, se cioè com- peta allo Stato il diritto di punire, vedremo quanto
valga questa teoria dei fini della pena e fino a che li- mite questi fini
dehhonsi e si possono proseguire. Per ora diremo che all’iioino individuo non
competa in nes- sun modo il diritto di elevarsi rispetto agli altri uo- mini
suoi pari e nella relazione di semplice umanità, a vindice della giustizia lesa
e dell’ ordine giuridico conculcato (quando non si tratta del caso della difesa
dei propri diritti) coi fine di correggerli ed emendarli, ovvero con l’ esempio
della pena atterrire i malvagi perchè si distornassero dalla via del delitto.
Percioc- ché se ogni uomo ha il dovere etico di benevolenza e di carità a
concorrere con ogni suo potere all’emenda- zione e correzione morale del suo
simile, ciò devesi praticare con la persuasione, col consiglio e con altri
consimili mezzi, ma non mai colla violenza e molto Digitized by Google 7 meno
con la punizione; la quale supponendo in chi la Inflig-fre un rapporto di
superiorità anzi di sovranità rispetto aila persona cui ia punizione viene ad
essere inflitta, non può mai esser di competenza dell' uomo privato verso di un
altro uomo, tra’quali passa la rela- zione di perfetta egua$;lianza giuridica.
Questi pochi ragionamenti piuttosto accennati che svolti dimostrano abbastanza
mal fondata l’opinione di coloro che riconoscono nello Stato la potestà giuri-
dica di punire anco con la pena del capo in quanto gii viene trasmessa e ceduta
da’ cittadini col patto socia- le. Donde segue che se lo stato non avesse in
proprio questo diritto, non potreblie riceverlo da’ singoli uo- mini cui non
appartiene: nemo dot quod non habei. Ili Ma vediamo se questo diritto di punire
in generale ed in particolare colla pena del capo , sia un diritto proprio
della personalità giuridica dello Stato, sia un attributo intrinseco della
Sovranità sociale. E primieramente è da tutti ammesso che l’ autorità sociale
abbia il diritto di eseguire la sanzione della Legge, b] una verità che
scaturisce dal concetto stesso della sovranità sociale, la quale fallirebbe
certamente il suo scopo massimo, se non unico, cli’è di garentìre r ordine
giuridico dell’ umana convivenza, scopo che non potrebbe conseguirsi senza
mantenere inviolata la legge, e data la violazione, senza che fQSse applicata
ed eseguita la sanzione della legge medesima. Se adunque il diritto di punire
consiste nel potere di far valere e dì applicare la sanzione deila legge a
coloro che l’hanno violata, non vi ha dubbio al mondo che lo Stato abbia il
diritto di punire.Ciò è incontestabile (]uanto è incontestabile il principio
che non vi ha leg- ge senza sanzione, e che dell’ una e dell’altra è custo- de
ed esecutore l’autorità sociale. Digitized by Google 8 Ma se egli è chiaro che
il diritto di punire inteso nel senso ristretto e determinato di sopra quale
potestà di fare eseguire la sanzione della Legge giuridica, non può esser
negato aH’autorità sociale; non è egualmen- te manifesto convenire allo Stato
il diritto di punire quando questo diritto è preso nel significato di commi-
nare ed infliggere la punizione oltre e fuori il limite delia difesa, della
prevenzione e della revindicazione de’ diritti de’ cittadini o della società, e
col solo fine o di rendersi vindice dell’ordine giuridico ed elico con-
culcato, 0 di correggere ed emendare i colpevoli. Per- ciocché a riconoscere
nello Stato il diritto di punire inteso neH’ultimo modo di sopra espresso, fa
mestieri prima risolvere il quesito, se la legge giuridica so- ciale e quindi
la sua sanzione, possano avere in mira come loro line diretto ed immediato, e
non mediato e come conseguenza naturale della pena, la pura c sem- plice
vendetta della colpa e la correzione o emenda- mento del colpevole. Sul quale
quesito a noi pare in- dubitata la soluzione, che la legge sociale di sua na-
tura giuridica e quindi esteriore, non è destinata che a regolare le relazioni
esterne e giuridiche degli uo- mini; il suo potere non si estende che alla sola
tutela e guarentigia di diritti, non può comminar sanzione che olrepassi i
confini precisi della prevenzione, della difesa e della revindica de’ lesi
diritti de’ cittadini e della società. Non può dunque ella invadere la sfera
della interiore moralità , ove ha soltanto imperio la pura legge etica
obbligatoria, ma non coattiva della libertà dello spirito, c quindi non può
prendere di mira direttamente quei fini etici, i quali trascendono il cam- po
delle esterne relazioni giuridiche, ed esigere con la coazione penale ciò che è
costituito dalla sola ade- sione libera del volere a cui ripugna ogni esteriore
violenza, p] siccome da’ fini essenziali della legge so- ciale e della sua
sanzione si dee ripetere nello Stato la potestà punitrice, segue che allo Stato
non può Digitized by Google 9 competere altro diritto che di eseguire ed
applicare la sanzione penale della legge entro a’ ristretti limiti deirunico e
solo line proprio alla legge giuridica, ch’è il fine della dilesa, della
prevenzione e della rivindica 0 ristorazione delle lesioni giuridiche, nel che
consi- ste solamente la giustizia sociale. Questi principi cui noi abbiamo
toccati di volo e che non fa mestieri di svolgere, ma soltanto di richiamare
alla memoria de’ miei dottissimi colleglli, servono ma- ravigliosamente, se non
vado erralo, a risolvere il pro- posto quesito, se lo Stato abbia il diritto
d’imporre per alcuna sorta di crimini la pena di morte, o ciò che vale lo
stesso , se la Legge dello Stato per la tutela de’ diritti privati e pubblici
possa giuridicamente es- sere sanzionata con la pena di morte. Posto in sì
fatti termini il problema e determinato in che senso è da prendersi il diritto
di punire, noi ri- cisamente e francamenti^ ci dichiariamo per la negati- va;
cioè che la legge umana, intesa unicamente alla tutela delle relazioni
giuridiclu; private e sociali degli uomini e non ad altri fini che trascendono
la sfera del- la esteriorità, non può avere per sanzione la pena di morte,!!
quindi airautorità sociale non può competere il diritto di esercitare il
diritto corispettivo. Percioc- ché il diritto di punire con la morte, che noi
neghiamo allo Stato, non è da confondersi col diritto di usare anco
l’espediente della morte dell’avversario, (luando lo richiegga in certi casi
estremi la necessità della di- fesa, diritto che appartiene egualmente ed alla
perso- na umana individua ed alla personalità superiore e più compiuta dello
Stalo. Da (|uesto diritto della propria difesa deriva allo Stato il diritto
della guerra appor- tatrice di morte e di strage nelle fila del nemico ag- gressore,
come eziandio l’altro diritto di usar la forza, e se la necessità lo richiede,
uccidere il prevenuto di delitto che resiste con violenza alle intimazioni
legali di resa nelle mani degli agenti del potere esecutivo. Digitlzed by
Google IO Ma SI l’uno che l’altro diritto di colpire di morte gfli aggressori
ingiusti e violenti dello Stato, o chi resiste armata mano agli agenti del
potere l(‘gale, non sono al certo quelli ch(> costituiscono il diritto di
punire, ma sono una speciiìcazionc del diritto incontrastabile della propria
difesa. Fuori di questi due casi ne’quali si avvera la suprema necessità
ch<5 giiistifica ruccisio- iie del nemico per la salvezza del diritto, la
pena di morte del colpevole non è legìttima. E la ragione è questa, che la
morte del reo, fuori de’casi sopraccen- nati, non è un mezzo che fa conseguire
il line uni(‘,o e sostanziale della Legge e sanzione giuridica, quaFè la
prevenzione della certa aggressioni^ futura, della di- fesa dall’ aggressione
presente, e della satisfazione della lesione avvenuta. E ciò è chiaro perchè la
pena di morte si iidligge al deliniiueiite dopo ch’è commes- so il misfatto :
quando cioè non si può più prevenirlo nè difendersene; quando egli è nelle mani
del potere giuridico e reso impotente a più olTendere. Sicché non rimane altro
diritto sopra di lui che esigere la possi- bile riparazione e risarcimento
airolVese e lesioni del diritto altrui, e ia guarentigia dell’ avvenire. A
qiii'sto line sono suilicienti mezzi le altre pene minori, di cui fanno uso
tutte le legislazioni penali delle nazioni, pene, le quali possono eziandio
produrre una salutare intimidazione negli altri uomini, se pure vuoisi am-
mettere come immediato ipiesloaltro line, alla sanzione penale della legge.
Invece la pena di morte non pro- durrebbe nè risarcimento uè reintegrazione del
leso diritto altrui, se non fosse la voluttà del sentimento della vendetta, la
iiuale per quanto trova scusa se non giustificazione neiranimo appassionalo
deiroflcso, al- trettanto è riprovevole al cospetto della ragione elica e delia
stessa ragione giuridica ed impassibile dello Stato. Nè la pena di morte
potrebbe Invocarsi da ul- timo come espediente certo a distogliere i malvagi
dalla via del delitto, quando la sperieiiza dimostra, Digilìzed by Google 11 che
ivi sono più frequenti i misfatti dove più è adope- rata tal sorta di
punizione. IV Questa dottrina, ia quaic ai certo si riattacca aiia teorica
superiore che noi seguiamo intorno ail’ essen- za ed aiia prima fonte deii’
Ethos, può esser contrad- detta da coloro die fondano la ieggc e quindi ii
dirit- to nella ragione e nella volontà umana, sia pt'rchè non riconoscono
ragione c volontà superiore all’umana, sia percliè la considerano come identica
alia ragione ed alla volontà assoluta. Da questo deriva il concetto del- r
onnipotenza giuridica dello Stato, il quale, secondo (piesta dottrina, è la
personilicazione vivente e reah^ o della ragione c volontà suhbiettiva
dell’universalità de’ cittadini, 0 la pcrsoiiiflcazione della ragione e della
volontà obbiettiva ed assoluta, si che neiruna e neH’al- tra supposizione, lo
Stato è la fonte prima delI’Ethos, è la realtà vivente del diritto assoluto.
Noi invece siamo nella persuasione che fonte primi- tiva dell’Ethos sia un
principio superiore alla ragione ed alla volontà umana: riconosciamo cioè un
principio ch’è insieme ragione e volontà assoluta, il quale come ragione è
l’idealità del bene e del diritto e ([uindi del- le relazioni etiche e
giuridiche costituenti l’ ordine ideale ed eterno delia moralità; e come
volontà è la stessa legge e lo stesso diritto assoluto e quindi è la ragione e
la causa si dell’ordine etico e giuridico at- tuato nel mondo reale, come della
volontà libera del- Tuomo e dello Stato e del loro diritto corrispettivo. Donde
siegue che la libera volontà dcH’uomo nella sfera delle relazioni etiche
s’incontra con ia legge eti- ca che ne assegna il limite nel dovere etico, il
quale c determinato da’ fini puramente etici non conseguibili se non nella
cerchia interiore dello spirito dall’espli- camento non coatto della sua libera
volontà. Egual- Digitized by Google li mente che nella sfera esteriore delle
relazioni g^iiiri- diclie la libera volonlìi deiriionio s’incontra con la Ic}?-
ge giuridica, la (|iia!e le conrerisce al c(m Io una pote- stà autorevole e
sacra, le conlerisce cioè il diritto, ma liiiiilato e stretto entro a’ confini
della giustizia, cioè a dire limitato dal diritto altrui egualmente sacro ed
invi(dabile, e determinalo (‘ziandio da’ lini puranunde giuridici di ragione
esteriore e (piiinli capaci per es- sere conseguiti a ricevere aiuto dalia
coazione ester- na. La tpial cosa |>rova ad evid(*nza, che il diritto uma-
no sia dell’ individuo, sia (bdio Stato, non è il diritto assoluto;
percictccliè il diritto dell’ uomo individiut. oltre die trova una limitazione
inli'riore neH’etico do- vere, ne incontra un altra ('steriore md diritto
altrui: il diritto dello Stato è del pari limitalo non sido alla legge della
moralità assoluta, ma eziandio dai diritto de’cittadini e degli altri Stati,
che egli ha l’ohhligo giu- ridico di risp(‘ttare. Sicché ravvicinando (|uesii
|)rin- cipii aH’argomento in discussioioi, se lo Stato possiede il diritto (li
juinire, (piesto suo diritto non è assoluto ed illìmifato, come non è
illimitata ed assoluta la sua potestà legislativa, per modo che dalla sua
vidontà dipenda la determinazione del hene e del male, del giusto e
deiringiiisto, egualmente che dal suo arhitrio non può dipendei i' una
sconfinata sanzione penale per le trasgressioni delh; sui; leggi. Non si può
dun(|ue attribuire allo Stato il diritto as- soluto ed illimitato sulla vita,
la morte e la proprietà de’cittadini. Se ciii si ammettesse, avremmo allora le-
gittimato il dispotismo assoluto, la personalità de’cit- tadini sarebbe
annullata, i loro diritti s(M>mparsi, e da per sone divenuh' cose, la
schiavitù degli uomini a pro- tìtlo in apparenza della idealità dello Stato, ma
in real- tà a profitto dii’gover nauti, rimarrebbe giustilìcata anzi
santilìcata. Il summurn Jas deirimperio, la sentenza « salus pub lica suproma
Icx est « intesa nel signifi- cato anzidetto, sono la forinola del dispotismo
assoln- Digitized by Google 13 lo, cioè a dire, sono la negazione assoluta del
diritto. Nè ci soinl)ra cosa seria l’ass(Tire, che nel modo che allo Slato concedesi
il diritto eminente sopra le pro- prietà de'cilladini, onde deriva in lui la
potestà d’im- porre i trihuti e il dirillo dell’ espropriazione forzata a
titolo di pubblica utilità, egualmente gli si debba altril)uire il diritto di
espropriazione forzala della vita dei suoi soggetti a vant:iggio della pubblica
salute. Perciocché oltre che (jiiesti due diritti d’imporre tri- tmti e di
forzata espropriazione possono essere fon- dati sopra altri principi; egli è
manifesto che ciò che da’ contribuenti si dà allo Stato con una mano, ritorna
loro e riprendono coll’alti'ij, tramutato in altra forma di utilità e
vantaggio; e ciò che gli espropriati forzati cedono da una banda lo ricevono
dall’altra col prezzo corrispondente. Se dunque il dominio eminente dello Stato
su la proprietà, esercitato ne’ tributi imposti e nella forzata espropriazione,
equivale ad una specie di cambio <* di mutui benefici tra la società ed i
partico- lari, e non imporla un diritto sconfinato sopra gliaveri de’
cittadini; come potrebbe sostenersi che lo Stato avesse il diritto eminente
sopra la vita del cittadino e potesse (iisponie a suo arbitrio per la pretesa
della pubblica salvezza? Espropriando la vita di un cittadino a vantaggio dello
Stato , quale scambio di utilità e (|uale couijiensazione potrebbe ricevere chi
non è più nel numero (le’viventi? Certamente che i cittadini han- no il dovere
giuridico e (jiiindi lo Stato ha il diritto di coslringerli alla milizia (»er
coiicomue nelle guerre contro de’iH'iuici alla difesa della patria comune. Ma
(lucsto non viud dire ch’egli possa disporre diretta- mente della vita de’ suoi
soggetti, o ch’egli li sacrifichi senz’altro all’idolo astratto della patria;
invece signi- fica che lo Stato li obbliga a compiere il dovere giuri- dico
della difesa de’dirilti comuni involgenti ancora i diritti propri a ciascuno;
benché nel compiere iiuesto dovere si corra il pericolo della morte. E ciò è
tanto Digitized by Coogle 14 vero che, ad evitare la guerra o la cessazione di
una guerra in atto, non può lo Stato giuridicamente conse- gnare un proprio
suddito innocente alle pretese evi- dentemente ingiuste d’ un altro SUilo
nemico per far- sene strazio e vendetta; anzi gli corre l’obbligo per la tutela
di quel suo suddito correre i rischi d’una guer- ra micidiale. Egualmente che
per la revindica di certe e gravi lesioni al diritto di un suo cittadino, lo
Stato, potendolo, ha il dovere giuridico di esigerne ripara- zione per mezzo
della guerra dallo straitiero oflenso- re ; tanto egli è vero che i maggiori
diritti che abbia lo Stato son quelli che hanno per oggetto la salvezza de’
diritti de’ cittadini, e che non gli competa alcun diritto ciré in
contradizione manifesta con i diritti di quelli. Finalmente non si può
concedere allo Stalo il diritto di punire con la morte, solo perchè la morte
entrando necessariamente nel sistema deiruniverso tìsico e mo- rule, ed
alternandosi con la vita, può al pari di questa essere un bene od un male e
divenire egualmente og- gidto di dovere e di diritto. Sol perchè la morte è ne-
cessaria aH’ordine tìsico della natura e che alle volte è da preferirsi alla
vita resa insopportabile per atroci ed invincìbili dolori, io ho il diritto di
togliermela o di toglierla altrui? Sol perchè la morte coronò la vita eroica di
Socrate e consacrò la dottrina ch’egli pro- fessò per tutta la vita, rendendola
cosi più splendida ed augusta, rimane perciò giustificata l’accusa di Cri- zia
e di Melilo e fu giurìdica la condanna del popolo ateniese? Se fu altamente
vera la sentenza di quel pon- tefice « expedii ut unm morialur prò populo » non
, è men vero che sommamente ingiusto fu colui che con- dannò (|ueir Innocente,
ed ingiusti coloro che lo cro- cifissero. Se liinto nell’ordine ideale quanto
neU’ordi- ne r<‘ale, la luce suppone la tenebra, il calorico il fred- d^^,
Tumido il secco, il piacere suppone il dolore, la verità Terrore, il beue il
male, ed il diritto suppone Digitized by Google 1 » il torto; perciò segue che
l’ uno sia l’ altro di questi termini opposti, e che^ per venire nel nostro proposi-
to , si abbia il diritto di commettere una ingiustizia solo perchè quesUi
produce indirettamente un bene o conferisce al trionfo dell’uomo virtuoso che
la soffre? Necesse est ut eveniant scandala; sed t?ae lumini illi per quem
scandala cveniunt. La morte è neces- saria neirordine fisico della natura, e la
stessa natura n’ è ministra inesorabile; la morte è necessaria nell’or- dine
etico e giuridico del mondo morale, ma ne sono ministri legittimi chi dee
subirla per necessità di do- vere assoluto, e chi per necessità suprema ed
immi- nente à da difendere il suo diritto. Così pognamo ad esempio, Socrate
preferisce alla vita la morte e bee la cicutii, perchè sente e vuole compiere
il dovere di non tradire la verità filosofica cui avea consacrato la sua vita; c
Mario Pagano e il Cirillo ascesero al pati- bolo per non tradire la loro fede
politica alla libertà santa della Patria. Egualmente Milone per la suprema e
presente necessità della difesa colpisce di morte Clo- dio suo ingiusto e
violento aggressore; nella guisa che la generosa Polonia, per la rivindica del
suo eterno di- ritto ad essere nazione libera ed indipendente, si sol- leva
come un solo uomo a disperdere la tirannica usur- pazione del tartaro
moscovita. V Conclusione finale di queste mie poche considera- zioni è : \ Che
la legge sociale non può essere sanzionata con la pena di morte, e che in
consegucsnza lo Stato non ha il diritto di punire i colpevoli con la pena del
capo. 2." Che la pena di morte deve abolirsi dal codice pe- nale de’ popoli
civili. Su la quale ultima conclusione però rimarrebbe ad Digitized by Google
16 esaminare la quistione di opportunità deirabolizione rispetto ad una data
nazione, pug^namo ad esempio ritaiia; dove la pena di morte, essendo radicata
ne’co- dici, ne’costnmi e neiropinioin* quasi {feiierale, la sua abolizione
immediata e fatta d’un tratto, potrel)be ar- recare ima perturbazione gn
andissima iu‘1 sistema giu- ridico penale, segnatamente ne’ tempi che corrono,
ne’quali le passioni polìticbe e sociali supereccitate in massimo grado,
richiedono forse die non fosse per ora almeno rallentalo il fl imo che loro
oppone il ter- rore della sanzione rigorosa della legge. Ma di tal qui- stione
di opportunità ci riserbiamo trattare in altra occasione. 678869 Prezzo — Cent. SO. /: y'
"'vi'- ! 'f ' \.‘ • /.;/ y T ; Digitized by Google Digitized by Google
Digitized by Google BIBLIOTECA Digitized by Google /)HS6/?^7
J^arbari College iibrars FROM THE FUND OF Mrs. harriet j. g. denny OF BOSTON
Gift of $5000, in 1875, ^'"O"^ ^^ children of Mrs. Denny, at her
request; "the income thereof to be applìed to the purchase of books for
the public library of the College." PPP Digitized by Google Digitized by
Google Digitized by Google IL FILADELFOS DI GIOVANNI GEMELLI RECENSIONE DEL
SOCIO P. EMILIO TULELL.I r=j^ NAPOLI TIP. E STERIOTIPrA DELLA R. UNIVERSITÀ 1882 Digitized by
Google ^ ^^'^'^-^-^ <^Lut<^ Estratto dal Voi. XVII degli Atti
delPAccademia di Scienze Morali e Politiche. Digitized by Google I. 1 .0
L'autore ha voluto fare per la Magna Grecia ciò che Barthelemy fece col suo A
nacarsi per la Gi^ecia antica. Egli fìnge un personaggio per nome FiladelfoSy
il quale, vago d^ apprendere, viaggia neir Italia antica, e propriamente nella
Magna Grecia, a fine di studiarne le dottrine politiche. Costui osserva, legge,
conversa, interroga; e come l'occasione detta, cosi prende nota, e va
significando. Frutto di queste sue osservazioni, e conversazioni, ed
interrogazioni, è il libro che l'autore intitola: Fi- ladelfos Sapienza
politica degV Italiani antichi ad Ammaestramento degV Italiani moderni (1),
perchè delle verità che contiene, più di una può essere utile a noi, oggi, d'
imparare. Il libro non è propriamente un trattato, non una Storia, non un
lavoro di Archeologia, ma una sem- plice esposizione di cose civili, dove s'impara
una (1) Napoli Francesco Furchheim — Editore 1882. Digitized by Google - 2 -
sapienza pratica, facile, utile, attinta a' dettati del- r esperienza, ed allo
studio de' popoli, non quali noi Nepoti ce F immaginiamo, con certe virtù
ideali, ma quali in realtà sono, co' loro vìzi, e con le loro passio- ni. Il
suo autore non si smarrisce in astratte specula- zioni, non in discorsi vani,
ma raccoglie puri, e schietti ricordi della buona arte di Stato. Non divaga in
di- squisizioni erudite^ ma istruisce per via di dialoghi, e di dotti
ragionamenti intorno a' migliori modi di go- vernare i regni e le repubbliche.
Leggendolo, si vede subito, ch'egli, sotto il velame delle dottrine antiche, ha
voluto dimostrare quanto sieno fallaci certe dottri- ne, che i moderni spacciano
intorno al viver libero. Alla quale fallacia^ se non si mette riparo, sarà
diffi- cile che le nostre politiche istituzioni, con si lungo amore da noi
tutti volute e desiderate, scampino da- gli assalti, e dalle insidie, con cui i
partiti estremi, le vengono quotidianamente combattendo. Tar è il concetto
fondamentale del libro. Ed ora vo- glio enunciarvene i particolari di maggior
rilievo. Filadelfos parte dalla sua terra nativa nell'anno 4 della CVII
olimpiade, e percorre le varie città della Magna Grecia, cioè Locri, Scillaceo,
Crotone, Sibari, Turio, Eraclea, Metaponto, Taranto. In ciascuna di queste
Città egli s'intrattiene in colloqui, e ragiona- menti cogli uomini più savi ed
insigni, che a quel tempo viveano, e così qua svolge un argomento, là un altro,
altrove un altro. In Ipponio, per esempio, prende cognizione degli
ammaestramenti politici di Megello e ne riepiloga in Digitized by Google - 3 —
ordinato modo i principali, cioè quelli che concernono le forme de' pubblici
reggimenti, ed i canoni più ge- nerali, in cui si assomma la buona politica. In
Locri, dopo aver fatto breve cenno del governo di quella repubblica, discorre
della boria de"* nobili che la signoreggiavano, e delle leggi di Zaleuco.
Poi entra in ragionamenti con Agelide ^ OstilOy ed Ar- chippo circa i fastidi
che adduce seco il travagliarsi nelle faccende politiche. Ed un altro
ragionamento con Valinio tocca della virtù considerata nelle sue attinenze con
la civile operosità, e degli ordini politici più adatti a svolgere i germi di
essa virtù. Conchiude con alcuni ammaestramenti politici attribuiti a Timeo di
Locri. Lungo il viaggio per Scillaceo s'imbatte in Polimerie di Terina, che gli
ragiona di agricoltura, e degli schiavi e delle pubbliche gravezze. Qui è degno
di nota so- pratutto ciò che il detto Polimerie gli, dice a proposito degli
indizi a' quali si riconosce una città mal go- vernata. In Crotone Filadelfos
si dà tutto a studiare le dot- trine pitagoriche, e stretta relazione con
Cliostene, con EgilOj e con PiteniOy è dal primo istruito intorno alla persona
di Pitagora; dal secondo intorno alle dottrine politiche del medesimo, e dal
terzo intorno al come ed al perchè i Crotoniati superbi, ed indocili, fossero
di- venuti al filosofo tanto devoti. Poi fatta breve narra- zione della
persecuzione de' pitagorici, riferisce alcuni avvedimenti de' aSo/! crotoniati
per bene indirizzarci Ministri, e' Consiglieri de^ regni, e delle repubbliche.
Digitized by Google — 4 — Proseguendo il cammino passa per Sibari, dove si
ferma a contemplarne le rovine. Poi va a Turio, una delle città, eh' ebbe leggi
da Caronda^ ed accenna alle principali prescrizioni di queste leggi. In Eraclea
assiste alle solenni onoranze fatte a Fi- lolao. Una bella, ed acconcia
orazione ritrae le virtù di queir illustre italiotay ed il grande animo con cui
seppe morire. In Metaponto fa conoscenza col filosofo Nicocley ed ha secolui
lunga conversazione sulla politica e sul metodo, onde dovrebbe esser studiata
per dare buoni frutti. Disutile scienza sarebbe la politica, gli dice esso
Nicocle, se non dovesse trattare di altro che delle sole forme de' governi; ma
compito suo è ancora di- sciplinare le passioni, gli appetiti, che della ruina
de' governi sono principalissima causa. Finalmente Filadelfos arriva a Taranto,
ultima tappa del suo viaggio. Qui, dopo descritta la Città ed il suo
reggimento, parla de' tumulti, che durante la sua di- mora, vi seguirono a
causa di elezioni a' magistrati. A proposito de' quali tumulti, Ipparchide gli
divisa i danni, e gli sconci della rettorica nel campo politico, ed Artistofllo
gli ragiona del male delle rivoluzioni, e delle false dottrine, che sogliono
mandare a rovina la libertà. Termina il tutto con due bei dialoghi intorno alla
democrazia, o governo a popolo, ed intorno a' falsi democratici, o adulatori
delle moltitudini. Digitized by Google - 5 II. Da questo breve riassunto, che
io vi ho fatto per sommi capi, potete intendere, che il libro non è senza
qualche importanza, massime pel riscontro che ci è de' tempi descritti dair
autore co' tempi nostri. Ma af- fine che possiate giudicarlo con miglior
cognizione di causa, giova mettervi sotto gli occhi alcuni luoghi del libro
medesimo scelti qua e là, come porta il caso. Così più che le parole mie, varrà
ad apprezzarlo il criterio vostro. Voi sapete per esempio, quante volte ed in
quanti modi è stato dibattuto Targomento delle forme de^ go- verni. Ebbene!
Udite come ne ragionavano que' no- stri vecchi (1). « U ottimo de^ governi non
è quello che molti si flin- « gono nella mente, ma quello eh' è possibile, date
« certe condizioni di luoghi, di tempi, di costumi. « Ogni specie di governo ha
il suo bene e il suo male. (c Nel governo regio è bene V unità del comandare, «
perchè molto meglio, e con più ordine, e più celerità, « e più segreto, e più
risoluzione, si governano le cose if pubbliche, quando dalla volontà di un solo
dipen- « dono, che non quando sono all'arbitrio di molti com- « messe. Ma vi è
di male, che, se il re è cattivo, avendo « egli potestà sciolta in ogni cosa,
tutta quella autorità « che gli è data per fare utili effetti, li fa pessimi;
s' è « buono, ma insufficiente, nascono per l' ignavia sua (1) Pag. 13 e seg.
Digitized by Google - 6 ~ « infiniti disordini. E ancorché il re si facesse per
ele- « zio ne, non vi sarà mai sicurtà intera contro ì detti « pericoli, perchè
gli elettori possono molte fiate in- « gannarsi, rìpatando savio, e prudente
chi sia di al- te tra sorte, e la grandezza della potestà e della licenza «
muta spesso la natura di chi è eletto, e massime se « ha figliuoli , sarà
difficile che non desideri aversi (( successori, né gli faranno ostacolo le
contrarie ec- ce stituzioni del regno^ perché chi ha potere sconfinato « ed
assoluto, trova sempre modi, ed arti, e ripieghi, « e forze a violarle. « Nel
governo degli ottimati è bene che, essendo più « quelli fra cui è distribuita V
autorità, non possono « così facilmente trascorrere ad una tirannide, come «
può un solo,ed avendo riputazione di essere i migliori « uomini della città, la
governano con più intelletto, e « con più prudenza, che non farebbe un principe
o una (( moltitudine, e vivendo onorati, hanno manco causa « di appetire
novità, e di travagliarsi in mutazioni pe- ce ricolose. Ma vi è di male che,
stando in essi solo ri- « stretto ogni imperio, e ogni consiglio, favoriscono «
quelle cose che sono utili al loro ordine, anzi che « agli altri ordini de'
cittadini, e gelosi di conservare « la potenza non si nutrono che di boria, e
di sospetti, « e quando si tramandano Tufflcio per successione, gli « è anche
peggio, perchè le cose presto vengono in (( mano de* figli, o nipoti degeneri.
« Nel governo popolare è bene che non vi sono pri- « vilegi^ e tutti vi
convivono liberi ed eguali, ed il fine (( d' ogni deliberazione è V utilità
generale, e nessuno Digitized by Google ' - 7 ~ « vi è escluso da' suffragi, e
dagli uffizi, e da' benefìzi. « Ma vi è di male, che il popolo per Y ignoranza
sua « non è cfi^pace di deliberare i negozi di rilievo , anzi « neppure i meno
importanti, e, volendo scegliere chi « li deUberi per lui, è raggirato dagli
astuti, ed è sem- <( pre instabile, e desideroso di cose nuove, e perciò «
facile ad essere mosso ed ingannato dagli uomini « turbolènti, ed ambiziosi, e
batte volentieri i cittadini <c dabbene e qualificati, ed inclina più a fare
concioni, (( e rannate, che a stare nelle officine. « Onde governo da celebrare
non è propriamente « alcuno delle tre specie, ma quello eh' è misto del me- «
glio di ciascuna di esse, cioè della forza ed unità di « comando eh' è nel
principato, del senno che hanno « gli ottimati , e della libertà ed egualità a
cui tende il « popolo. La quale mistione non è di certo facile a fare, « ma non
è impossibile quando si badi a condurla in « guisa che da ognuna delle tre
specie sia tratto il <( buono, e lasciato indietro il cattivo; eh' è quanto
di- ce re, non restringere tanto in pochi il reggimento ch^ei « non fosse
libero , e non allargare tanto la briglia « eh' ei venisse in mano de' molti o
ignari, o irrequieti. « Il che è il punto cui bisogna avvertire, e dove può «
consistere la fallacia di chi ordina tal foggia di go- « verno. « Che se anche
così non sarà dato^ per le passioni « degh uomini, partecipare tutto il bene, e
fuggire « tutto il male, giova contentarsi che più presto ab- « biasi manco del
bene, anzi che, per volerne troppo, « s' incespichi» nel male. Digitized by
Google - 8 - « Del resto a voler fare giudizio più sicuro tra go- « verno e
governo, il meglio è torse considerare non « tanto di che specie sia, quanto
gli effetti suoi, e dire « quello essere governo buono, o manco cattivo, che «
fa buoni, o manco cattivi effetti. Ed in vero, che ti « giova vivere in una
città libera, dove stai male, e sei « governato malissimo? E se un principato
governa « bene, e con utilità de'sudditi, non vorrai tu preferirlo <( ad una
repubblica, dove le leggi non si osservano, (( la giustizia non si fa, la roba
non è sicura, la libertà « non ha regola? Non è il nome di libertà, che fa li-
« bero un governo, né il nome di regno che lo fa ti- « rannico, né il nome di
ottimati che lo fa oligarchico, « né il nome di repubblica che lo fei popolare;
bensì è « la somma de' benefici, o malefici, che ciascuno di « essi a' sudditi
arreca. « Di certo naturai cosa è negli uomini la libertà, ma « naturale vi é
altresì il desiderio di stare bene; e « quando questo non si ottiene, quella
non si ama. « Come se tu volessi coltivare un tuo giardino, ti con- « siglierai
ottimamente di farvi porre delle piante, che « alla natura del terreno sieno
acconcie; ma se a « lungo andare non fruttano, il giardino non meriterà « di
sicuro le tue sollecitudini. Così è del governo,* il « quale, se tu ben
consideri le inclinazioni de^ popoli, « poco loro importa di che specie sia, ma
imports^ « loro moltissimo, che faccia buoni effetti, perciocché « per essi è
solo governo buono quello, in cui siano « bene amministrati, in cui ponderate
procedano le « leggi, in cui le gravezze siano comportabili, in cui ' Digitized
by Google . - 9 — « imperino la sicurtà, e la giustizia, in cui si abbia al ìi
grado di tutti rispetto, ed a tutti sia aperta la via del (< lavoro, e delle
professioni. E insomma, la disputa « sulla preminenza di una forma di governo a
rag- ie guaglio di una altra è più vana, che sòda. La forma « vale quanto vale
la sostanza. III. Un altro esempio. Per la contrarietà degP interessi che la
polìtica è chiamata a comporre e maneggiare, fu e sarà sempre difficile agli
nomini che intorno a essa si adoperano, tenersi fra gli stretti termini della
virtù, onde si è chiesto fin dove sia lecito loro trascor- rere. Ecco come
risponde uno di que' savi antichi (1). « Si è domandato se nel condurre il
governo di una « Città si abbia ad adoperare più la virtù o la scal- « trezza.
La risposta non può essere dubbia; la virtù è « sempre la virtù. Ma avverti che
nelle cose umane <( ha grandissima potestà anche la fortuna, perchè si «
vede da quotidiana esperienza, che non ci è alcuna « nostra operazione, la
quale non s' impatta in molti « accidenti fortuiti, che rion è in facoltà
nostra né di « prevedere, né di schivare. « Possiamo alcuni di questi accidenti
moderare con « r accorgimento e con la sollecitudine, ma vincerli « tutti non é
possibile. E quando anche noi credere- « mo potere la virtù vincere ogni
ostacolo, dobbiamo (1) Pag. 18. Digitized by Google - 10 - (( almeno
confessare, che importa assai nascere in « tempi, e vivere fra uomini, che la
pregino; essendo « disgraziatamente vero, che non in ogni età, non in « ogni
generazione, non in ogni luogo, abbia la virtù « culto ed altari. E dove l'ha
gli è effetto di fprtuna « anche esso. Cosicché la conclusione, a ben consi- «
derare, è questa: attienii alla virtù, ma ti sia propi- « zia la fortuna. (( Ed
invero, anche volendo tu il tutto attribuire alla « virtù ed alla prudenza, ed
escludere la-fortuna, non « puoi negare essere almeno di fortuna grandissimo
<( beneficio, che corrano al secolo tuo occasioni in cui « tu abbi modo di
far valere le opere tue virtuose; pe- (( rocche si veda per molti esempi, che
le medesime « virtù sono stimate più o meno in certi tempi che in « altri, e le
medesime cose fatte da uno nelle tali con- (( dizioni saranno gradite, fatte in
altre condizioni sa- « ranno poco accette. E un altro esempio. Tutti sappiamo
più o meno, a quali indizi si riconosce uno Stato mal governato. Ma non tutti
sappiamo forse riassumerli in conciso modo così (1): « Se vuoi conoscere a qual
norma attenersi nel giù- u dicare della fortuna di una Città, non ti lasciare
ab- (( bagliare dalla sua potenza, ma guarda s' essa è be- « ne, o male
governata. « Ora una Città mal governata si riconosce per pa- « recchi indizi,
cioè: . (1) Pag. 99 e seg. Digitizec^ by Google — 11 — « Quando v* imperano
molte leggi, e nessuna è os- i( servata. « Quando governanti, legislatori,
consiglieri, vi ante- « pongono il comodo proprio all'utile pubblico; o vi si «
eleggono a'più alti uffici gl'inetti e ragiratori; o si con- « cedono i primi
onori a quelli, che meno li meritano. « Quando la giustizia non si fa, e chi
delinque trova « occulti o palesi protettori, ed i più audaci colpevoli «vi
sono impuniti, o castigati leggermente, ed i « giudici assolvono o per favore,
o per timore. (( Quando coloro che siedono ne' Consessi pubblici, « sono più
scissi che uniti; e non deliberano, ma par- ie teggiano; e non provvedono, ma
il tempo sciupano « in discorsi vani. « Quando Ministri, Consiglieri, Ufficiali
d'ogni gra- « do, possono liberamente fare il male, e non vi ha chi <(
chieda punizione, o legge che vi ponga freno. <( Quando la cittadinanza,
indififerente alle colpe, ed «agli errori di quelli ch'essa elegge a' primi
gradi, « torna a rieleggerli, e non rinsavisce, e non si rav- « vede, e anzi
corre con ^li stendardi a rimetterli in « seggio. « Quando ogni ordine di
cittadini eccede la sua con- « dizione, e tutti vogliono salire, e nessuno scendere;
« e chi è cialtrone si stima essere pari a chi è potente « d' ingegno, o di
virtù. « Quando si lasciano sciolti, ed impuniti i concilia- « boli, o la
moltitudine prende il luogo della gente sa- « via, o que' che più schiamazzano,
più contano. « Quando le gravezze sono incomportabili, ed i go- Digitized by
Google — 12 — « vernanti non pensano né ad allegerirle, né a prò- « porzionarle
con gli averi. « Quando i giovani non attendono allo studio delle « buone
discipline, ma ad imparare le arti delle sette>, « o ciarlare di quello che
non sanno, o sbertare i vecn « chi che li consigliano. « Quando nessuno
sodalizio civico è libero da di- « scordio, e da partiti, ed ogni servizio
pubblico prò-? « cede disordinato, e sopravvenendo alla patria peri^ « colo^
non vi è chi la difenda. « Quando per la mollezza del vivere, e del costume, «
aumentano i vizi ed i bisogni, e scema la virtù e la « fatica. IV. E un altro
esempio ancora. Noi vediamo, noi leg-r giamo tuttodì, avere gli uomini sulle
labbra non al- tri nomi che quelli di libertà, di eguaglianza, di suf- fragio
universale, e simili, come se dal frequente ri- peterli, procedesse la comune
felicità, e non dal sa-t perii bene usare ed applicare. Or ecco che cosa dice
in proposito un altro di que'nostri savi italioti (1). « Tu odi per la città
suonare sulle bocche de' più le « parole libertà , eguaglianza , largo comizio
, am^ a piissimo suffragio e simili, ma sulla bocca di pochi « odi la parola
saggezza. Eppure la ragione de' savi è « la fonte d'ogni bene civile, é la
prima forza del « mondo in ogni genere di cose. Togli IMngegno, togli (1) Pag.
88 e seg. Digitized by Google - 13 - «la mente, non resta negli uomini, che T
animalità. . « D' onde nasce dunque, che quella virtù, eh' è più « rilevante e
capitale in ogni appartenenza della vita « politica, non solo è esclusa dal
primo luogo^ ma ta- « cinta quasi da tutti, e, se non disdetta in teoria, è di
« certO' rimossa nella pratica? Nasce per un lato dal « non esser ella una dote
comune; per V altro dalla « gelosia invidiosa di coloro, che trovandosi di
quella « difettivi, si stanno col maggior numero, e Io adulano. <( Ma il
maggior numero, ma la libertà, ma V egua-r « lìtà, ma il suffragio amplissimo,
non informati ed « individuati dalla ragione de' savi , sono essi altro, « che
sciolta moltitudine? E la moltitudine sciolta, e « disgregata può mai formare
ordine, ed unità, quan- « do è priva della sua guida, eh' è appunto codesta ra-
« gione de' savi? E dove non è ordine, dove non è uni- « tà, ma sempliceinente
somma, come può mai na- « scere, crescere^ e prosperare città vera? « Quindi se
legittimo è il predominio del maggior « numero, se legittimi il suffragio e la
libertà e l'eguaT « lità, ogni qualvolta sono avvivati, e governati dal- <c
r ingegno degli assennati; viceversa sono inlegitti- «missimi, quando datale
accompagnatura vanno i( deficienti. Anzi sono allora non propriamente dei (c
beni civili, ma de' mali, che ricordano il vivere bar- « baro; perchè il
soprammontare della turba, senza et il correttivo della saggezza^ non è
perfezione , ma « deterioramento degli ordini liberi. E coloro che, in-^ «
consci di ciò, gridano popolo^ popolo, vengono in « sostanza a gridare barbari,
barbari; e, tirando la Digitized by Google - 14 - « cittadinanza alla rozzezza
decoro primordi, sono « senza avvedersene retrogradi. <( Questi tali non
intendono, che al popolo non è « dato partecipare altrimenti alla politica
libertà, che <( accettando per duci, e moderatori i savi. Se no, « egli è
eslegge, sciolto, impotente a fare cosa che «approdi; perchè, volere o non
volere, la presenza « deir ingegno, la luce della mente, è la legge viva e «
perenne, a cui per natura eleva la folla a stare sog- « getta. <( La vita
civile non è possibile che a questo fatto, e « consiste nel far si che la plebe
de' mediocri salga, « e non mica che gli uomini sapienti discendano; né « il
salire de' mediocri può in altra guisa effettuarsi « che sulle ali della
ragione de' più provetti. « La quale ragione insegna che devesi fare la giù-
((Stizia eguale, e non T egualità giusta. Onde quelle <( egualità, quella
libertà, quella forma di comizii, che (( molti cercano nel livellamento delle
disparità natu- « rali, tion sono propriamente franchigie, ma grandi ((
ingiustizie ; perchè confondono l' ignorante con (( ristrutto, il corrotto con
l' incorruttibile, il treccone a col cittadino dabbene. (( E così per difetto
di saggezza, quelle cose che do- (( vrebbero servire più di presidio alle
Città, più le « disordinano, e il grosso della moltitudine, che do- <(
vrebbe essere la loro forza, è invece la loro debolez- <( za. D' onde viene
che dal nome del popolo tutti si <( credono lecito poter formare insegna a
tanti ingan- <( ni. Ed esso, ingenuo, o grida vìva la sua morte e Digitized
by Google - 15 — « muoia la sua vita; ovvero fa come le pecore, le quali « si
lanciano tutte giù da una ripa, se una vi si lancia, a e tutte saltano in un
pozzo, se una vi salta. « Non è imperizia peggiore in chi governa che « quella
di credere che le fazioni, e le conventicole, <( ben sorvegliate^ ben
guardate, non possono nuoce- « re. Ma le fazioni e le conventicole vanno
sterpate « subito; se no, ti sterpano. <( È nella loro natura di esser così
tenaci, che la loro « azione, benché abbia certe tregue apparenti, pure « non
intermette mai, non è mai realmente sospesa, <( ma passa come il calorico
dallo stato manifesto al « riposto e latente, e viceversa; per modo che mai non
« ozia, mai non languisce, operando anzi più allorché « si occulta, che non
allorché si appalesa. « Lasciandole crescere d'ampiezza, divengono ogni «
giorno più insolenti, e poderose, ed invitte; talché « se a fatica riesce di
torle via quando sono poche e <( come isolate, meno che mai riescirà quando
sono « aumentate di numero e fatte temibili. « Ciò che distingue V aderire ad
una fazione , ad « una conventicola, dallo stare con la cittadinnanza é «
questo: che accostandoti all'una perdi la tua libertà « e la individualità tua
propria, stando con T altra la « mantieni; quella ti rende partigiano ed
esclusivo, <( con questa ti assuefai alla tolleranza; la prima fa di « te un
settario, la seconda un franco e leale figliuolo « della patria. Digitized by
Google — 16 - • V. E intorno alla tanto strombazzata teoria della sovra- nità
democratica popolare, udite questo dialogo, che r autore riferisce di due
interlocutori, de' quali uno la difende, e V altro V oppugna. Dice il primo
(1): « Bene sta, che i sapienti e virtuosi debbano essere « in ogni ordinamento
politico duci e maestri; ma « dov'è democrazia, bisogna che gran parte vi abbia
« il popolo, che altrimenti egli non sarebbe principe. E r altro risponde. «E
non dev'esserlo. Un popolo principe nelJ'ele- « zioni, principe ne'giudizì,
principe nelle accuse con- <( tro i publici magistrati, principe nella
distribuzione « degli onori e degli uffizi, principe nel fare raunate « nel
foro a suo talento, principe nell' indurre alle sue « voglie i governanti con i
bociamenti e con portare « gli stendardi per le vie^ gli è un' altra dottrina
non « meno fallace di quelle, che io toccai in Casa Nearco. « E la ragione n' è
chiara. L' elezioni ed i giudizi sono « opera di discernimento, e frutto d'
incorruttibilità; (( ma il popolo non discerne, ed è corruttibile. Le ac- «
cuse contro i Magistrati ed i governanti sono ne- « gozi da dibattersi nelle
aule legislative; ma il popolo <( le dibatte fuori, per le piazze e per le
strade, e se- « mina il disordine. Gli onori e gli uffizi sono premi « dovuti
a' meritevoli ed a' difensori della patria; ma « il popolo li dona a'
faccendieri, ed a quelli che più (l) Pag. 236 e seg. Digitized by Google - 17 —
« lo cullano. Il foro, le piazze^ le vie sono destinate « alla libera
circolazione de' cittadini; ma il popolo le « converte in politeami chiassosi,
dove traffica il voto « e la coscienza. Tutte le quali cose^ credimi, oltre «
che non sono alla libertà essenziali , hanno poi il « massimo inconveniente di
alienare i più dall'amarla. « E dunque qual parte assegni al popolo nel con- «
gegno delle politiche insti tuzioni? « Il popolo è tutto, ma non deve guidare
il carro «della repubblica; perchè il guidare, l'eleggere, il « giudicare, il
sindacare, il discutere, essendo atti di « saggezza, non li possono fare se non
quelli che sono « saggi. Ogni cosa pel popolo, ma non ogni cosa col « popolo.
Insomma, deve il popolo (e per popolo io in- « tendo moltitudine, bada,) avere
tutf i benefìzi della (( libertà, ma difettando egli d' ogni qualità a maneg- «
giarla bene, bisogna che lasci questo compito a chi « ne sa più di lui. « Ma ti
pare egli possibile fare codesto, quando gli « uomini, a torto o a ragione,
considerano la libertà « come il sommo de' beni per sé e per la patria, e per-
« ciò la vogliano larghissima, e popolarissima? « Tutto sta neirintendere la
libertà sanamente. Del- « r aver preso gli uomini equivocazione intorno ad
«essa, sono nati appunto i loro mali. Si dica quel « che si vuole, ma di questo
eccelso e sacro nome di « libertà, gli uomini si sono sempre valsi, e si valgo-
« no, non tanto per utile e gloria della patria, quanto « per soddisfare alle
loro cupidità, ed ambizioni. Se « tu ben consideri , al maggior numero di essi
non Digitized by Google — 18 - « cale propriamente della libertà, che fino ad
un certo « segno^ ma più di tutto si muovono per desiderio di « dominare, e di
avere superiorità. Il quale desiderio è « cosififatto, che, eziandio fra coloro
che la libertà prò- « fessano sinceramente , è raro trovare chi , avendo «
occasione di farsi ad altrui superiore, non vi si la- « sci trarre volentieri.
Ed infatti, guarda un pò agli « andamenti di quelli che nelle città sono i capi
della «parte liberale, guarda alle cause deMoro dissidi; « che vedi? Vedi, che
per ultimo fine, tutti si propon- « gono più meno questo lacchezzo della
superiori- « tà, e non altro che la superiorità. « Sforzansi bene, mentre lo
possono fare, di coprire» « tal loro fine con quel piacevole titolo della
libertà, « ma non perciò T inganno è meno chiaro. « E quanto al popolo, ei
grida libertà, è vero; ma « non perchè ne intenda il pregio, bensì perchè, du-
« bitando di essere oppresso, e partecipando meno « agli onori , ed agli utili
della repubblica, gli pare « potere con quella aprirsi la via all'egualità, eh'
è (( propriamente la cosa principale a cui egli mira. Ma « anch' egli, non si
tosto è condotto all' egualità, non « ferma quivi T animo, ma comincia a
desiderare la « superiorità, o altro vantaggio purchessia; e se non «
l'ottiene, o si dà a favorire alla prima occasione la « servitù, o si gitta a'
tumulti, o si mette dietro un ca- « poparte, dal quale spera conseguire ciò che
dal- <c r egualità non ha potuto. « Questa è la verità vera, questo è ciò
che attesta « r esperienza, ciò eh' è provato dalla Storia. Digiti izedby
Google -^ 19 — « Specula pure, se cosi ti piace, le più sottili teori- « che
della libertà; ma la verità, ripeto, è questa. « Ma qual conclusione vorresti
tu dedurre da code- « sto fatto? Forse che sia impresa disperata gover- w nare
gli'uomini con la libertà? <( No; ma dico che gli uomini^ appetendo più la
su- n periorità, che la libertà, va fuori strada quel legi- <( slatore, il
quale crede che, allargando nel popolo il « governo libero, rimedi a tutto.
Onde la sapienza ci^ « vile sta, più che nelF estendere la libertà alle molti-
« tudini, neir ordinarla in guisa, come ho detto, che « i savi la maneggino, e
le moltitudini ne godano. « Cosi verrebbe però la democrazia a disnaturarsi. «
Sarebbe in sostanza i pochi savi a governare, e non « il popolo. « E questa è
appunto la vera e sana democrazia, « della quale non è littore solamente il
popolo, ma lo <( ingegno altresì, e anzi principalmente T ingegno. «Togli
alla democrazia l'opera dell'ingegno (eh' è « quanto dire de' savi), ed il
popolo è nulla, è corpo « senza vita, è massa inerte. L'uno è numero, ma <(
soltanto r altro è persona; 1' uno è braccio, musco- « lo, materia, ma soltanto
l'altro è nervo, spìrito, cer- « vello; r uno è parte infima e come la base, ma
sol- m tanto r altro n' è la parte squisita e la cima. <( Perciò, si voglia
o no, è ne' savi, è negli uomini « d' Ingegno, una naturale vocazione a
governare, co- « m' è nel popolo una naturale predestinazione ad es- «c sere
governato. Il che non dico già che importi pa- « tronanza negli uni, e
sudditanza nell' altro; ma im^- Digitized by Google - 20 ~ <i porta di certo
una diversità di compito, della. quale « non si può a meno tenere
considerazione , se si <( vuole porre bene i termini , fra cui ha ad essere
, « nella democrazia, contenuta Fazione del popolo, ed « esercitata V azione
de' sapienti e virtuosi! Il popolo «fa r ufficio di natura, i sapienti e
virtuosi di arte. « Quello porge la materia greggia, questi le danno la «
forma. Quello somministra i semi feraci, questi li « nutrono e svolgono e
rendono fruttevoli. Quello dà « il metallo, questi lo traggono fuori e lo
fondono e « lo colano e lo purgano e lo ripuliscono, ed a' vari (( usi lo
aggiustano. « Quando adunque i democratici gridano popolo, « popolo, e
vorrebbero sempreppiù ampliare il giure « elettorale, mettendo esclusivamente
in sua balìa le « sorti della libertà, senza darsi pensiero d' altro, non «
sanno quel che si fanno. Scambiano le parti, confe- <( rendo al numero ciò
ch'è proprio del senno. Con- « fondono il sentimento, che della libertà hanno
indi- « stinto le moltitudini, con la cognizione chiara e di- « stinta, che del
medesimo sentimento hanno quelli « che, in mezzo alle moltitudini, sono meglio
forniti « di virtù e di sapienza politica, ed a'quali appartiene « perciò
leggittimamente il potere. « E queste cose conferma a capello la Storia, la «
quale mostra che se, negli ordini politici e ne' mo- <( rali e ne'
religiosi, le prime mosse vengono dal pò- « polo, la ricomposizione e la
disciplina sono venute a sempre da' sapienti e capaci. Essi più che il popolo «
fanno propriamente le rivoluzioni , perchè . essi le Digitized by Google - 21 ~
« guidano, le ordinano, le rappresentano, ed i moti « repentini riducono a
stato fermo di vivere civile. « Cosicché r opera loro nel campo politico si
riscon- « tra perfettamente con quella di ogni appartenenza <f deir umano
pensiero nel campo ideale; dove se^ per « esempio, tu dicessi che la filosofìa
e le lettere e le « arti belle di un popolo, sono di lui V espressione, « ciò
non vorrebbe significare che il popolo le crea e <( le governa, ma che gli
scrittori e gli artefici le di- « chiarano e le indrizzano. «Insomma, il popolo
è tutto, ripeto, perchè tutti « siamo popolo; ma ìnterpetri suoi, così in
democra- « zia, come in ogni altra foggia dì Stato, non possono <( essere
che gli ottimi, cioè quelli in cui è virtù e sag- « gezza e perizia di governo.
« Ma questi ottimi non li deve eleggere pur sempre «il popolo? « No: Popolo
supna moltitudine, come ti ho detto; « e la moltitudine a tutt' altro è
esperta, che a fare « buone elezioni. Si porti pure contraria sentenza « quanto
si voglia, ma il popolo è il giudice meno sa- « gace delle qualità degli
uomini, e misura con minor « diligenza quanto pesi ciascuno, anzi va alla
grossa « e piglia regola più da certe opinioni, da certi gridi, « che non da
ragione, e da consapevolezza. Spesso « eleva à sommi gradi chi non sarebbe atto
a stare « ne' più bassi, e trovano appo lui più sèguito certe « persone che lo
lusingano con premesse, che poi non « mantengono , anzi che quelle che lo
correggono , « o promettono solo quel tanto che possono mante- Digitized by
Google - 22 - « nere. E sulla sua mente può più un discorso pienq c( d'
orpello, che non la parola del savio ; e vi resta « impresso più il consiglio
d' un faccendiere qualun- « que^ che non quello di un cittadino prudente, « Né
può essere altrimenti, perchè il popolo giudica « sempre per passione,
raramente per convinzione; « più raramente per discernimento del danno e del «
pericolo; e, quando venuto il pericolo, sebbene dia « talvolta di virtù e di
valore mirabili pruove, tuttavia <( non ci puoi fare fondamento fermo,
perchè indi a « poco ritorna a' medesimi errori, ed alla medesima «
spensieratezza. « Acclama e sceglie qualche volta i più degni, ma <( per
eccezione, per caso, non per regola e costante (( proposito; e più di sovente
dà reputazione di degni « non a quelli che veramente sappiano fare le leg- «
gi, bensì a quelli che le disfanno^ o le ingarbuglia r- « no. E se pure eleva
chi merita essere elevato; assai « spesso non fa distinzione; e uno, che,
verbigrazia « sarebbe ottimo archeologo o chimico o poeta, ei « non si perita
di mandarlo alle assemblee legislatir « ve, ovvero designarlo ad arconte, a
neofilatto o areor « pagita; imitando i medici poco pratici, i quali met- «
tono al capo queUi unguenti, che hanno piuttosto « proprietà per lo stomaco. «
Né si adduca esempi di comizi popolari da cui «siano uscite talvolta buone
elezioni; perocché ciò « voglia dire, che non vi sia stato in quella occasione
<( chi siasi messo attorno a* comizi per ingannarli e « guadagnarseli. Ma
siccome questo caso è assai ra- Digitized by Google — 23 - « ro, e dipende più
da fortuna di tempi e di luòghi, « che non da virtù di popolo; così niente
prova cóntro « le premesse cose. Una rondine non fa primavera. « Per tutte
queste ragioni, quando anche sia vero « che il popolo non s' inganni in su'ì
generali, non è (( meno vero ch''ei s'inganna sempre ne' particolari, e « non
distingue e non pesa sottilmente le cose, e con (( faciltà è raggirato. Onde il
commettere a lui, senza « molti temperamenti, la potestà di eleggere i più ca-
« paci a fare le leggi, è negozio che va ponderato bene. <( Non bisogna
mettere la salute dell' infermo in mano « di medico imperito. <( E dunque
chi dovrebbero essère gli elettori ? « Quelli soltanto che hanno probità riconosciuta,
« prudenza provata, maturo giudizio, e amor di pa- ce trìa vero e non mendace,
ossia quelli che sono no- « toriamèrite rispettati e rispettabili; quelli
insomma « di cui si possa esser certi, che hanno animo ad ógni « tentativo di
corruzione inaccessibile. « Con questa fatta elettori pochi e buoni^ credi si
può «fare a fidanza cento volte più, che non co^ molti e (^cattivK VI. Da
questi saggi potrete, onorevoli Colleghi, com- prendere le altre parti del
libro. Esso dal principio alla fine non ha altro in toito^ che di presentare
alla mente del lettore un repertorio di ammaestramenti per una politica saggia^
temperata, soda, ordinata, che sullo esempio de'nostri avi antichissimi, mentre
giovi Digitized by Google - 24 - ad affermare le nostre libere istituzìoni,rimuova
i molti errori, che oggi guastano la: dottrina de'' pubblicisti. E quello che
altresì lo raccomanda si è di essere scritto in buona lingua. La parola vi è
sempre propria ed eletta, il giro del periodo sempre efficace. L' au- tore ha
pensato che nella patria di Machiavelli e di Guicciardini non sia lecito
scrivere di scienza politica con quel gergo accattato di fuori, che pggi pur
troppa prevale fra noi, non che nelle gazzette, ma ne' volumi delle leggi. • E
dovrebbero studiarlo sopràtutto i giovani, che, per la loro età ed
inesperienza, sono più soggètti a cadere nelle reti degli arruffoni, e de'
parabolani. Verrebbero essi allora a queste conclusioni, nelle quali si assom-
ma tutta la dottrina contenuta nel Libro del Gemelli : 1.0 Che le leggi di libertà
non approdano senza i co- slumi della libertà, e che non tanto le franchigie
scritte negli statuti sono le condizioni, del vero vivere libero, quanto la
saggezza del saperle praticare. 2.0 Che di questa saggezza, molta se ne trova
ne'no- strì avi antichi, della quale non facciamo alcun conto, sebbene sempre
vera, sempre riconfermata dalla esperienza. 3.0 Che principale nota di questa
saggezza antica si è che, qualunque sia la forma del governo, deve esso tesser
forte e autorevole e riverito, anzi tanto più forte e autorevole per quanto più
libero; perchè dove mag- giore è lo sbrigliarsi degli appetiti, maggiore vuol'
es- sere il freno. 4.0 Che per conseguenza, il credere che in democra-
Digitized by Google - 85 - zia si abbia a governale meno severamente che in
principato^ non è favorire la libertà, bensì male inten- derla; perciocché con
leggi blande e con governo fiacco ed impotente^ la libertà non sì difende, ma
si lascia de' suoi naturali munimenti sprovveduta. Un governo libero, ma
debole, un governo non te- muto, un governo a cui manca la potestà di agire, e
prevenire, molto prevenire^ è come colui al quale si legassero mani e piedi, e
poi gli si dicesse: cammina. 5.0 Che per la stessa ragione, è falso ogni
ordina- mento politico, ogni ordinamento di poteri pubblici^ in cui la libertà
de' cittadini sì fa consistere neir avere ognuno briglia sciolta a fare e
sforzare e sproloquire a talento^ ed il governo nello stare a vedere e lasciar
correre^ e tollerare. I democratici, che più special- mente prediliggono tali
dottrine^ non si accorgono, che a codesto modo fin la medesima democrazia
periclita; perchè quando si fa d*ogni potere confusione^ e quando ogni suddito
è principe, ne viene di necessità che cia- scun parabolano si erige a pubblico
censore, ciascuno scolaro a maestro di politica, ciascun faccendiere a
salvatore della patria, ciascun sodalizio a fazione. Ed allora, creato uno
stato nello stato, una repubblica nella repubblica, è naturale che o prima o
poi ogni cosa vada a scompiglio. . 6.0 Che insomma tutta la sapienza politica,
vuoi an- tica vuoi moderna, vuoi vecchia vuoi nuova, si può riepilogare in
questa sentenza; essere la libertà un gran beneficio, ma non potersi mantenere,
se quelli Digitized by Google - 26- che sono i cittadini migliori, non hanno
tra lóro suffi- ciente concordia; quelli che governano, sufficiente autorità;
quelli che ubbidiscono, sufficiente freno; quelli che fanno le leggi,
sufficiente virtù, tutti, suf- ficiente amor di patria. E qui fo punto. Dovrei
però dire una parola so- pra le qualità dell'ingegno e dell' animo dell'
autore: di questo libro. Però me ne astengo^ temendo che l'amicizia antica e
tuttora costante, che mi lega con questo uomo egregio, possa colorire di
parzialità le mie parole e il mio giudizio. Ma non v' ha mestieri di ciò; il
libro del Gemelli parla da sé e dimostra quanta sapienza politica e civile orna
la sua mente, quanto amore di patria scalda il suo cuore. E ciò si rileva
ancora dalle altre sue pubblicazioni (1) e più dall' ope- rosità della sua
vita. Fautore delle patrie libertà. Egli prese parte attiva nella rivoluzione
di Calabria dopo il 15 maggio 1848, onde fu esule per dodici anni; e dopo il
1860 dal governo itaUano fu adoperato come Prefetto in Potenza, in Lecce, in
Salerno, in Teramo e in Arez- zo, e quindi per più anni come Direttore nel
Mini- stero dell' Intèrno. Dai quali pubbhci ed eminenti uf- (l) Oltre a molti
lavori ed articoli letterari e scientifici il ftemelli Jia pubblicato : %,
Napoli ed Austria— ¥ ir enzQ 1859. 2. La Chiesa d^ preti al Tribunale dellu
Bibbia e della Storiar— Na.- poli 1879. 3. Storia di Reggio di
Cakiòricit--Stampata nelP Archivio Storico- Italiano 41 Firenze 1858. Digitized
by Google - 27 - flzl, (per cui era salito in grande estimazione presso il
pubblico e presso il R. Governo, che per rimeritarlo r avea insignito del Grado
di Commendatore dell' or- dine de'SS. Maurizio e Lazzaro e del grado di Grande
Ufflziale della Corona d'Italia) egli volontariamente si è ritirato alla vita
privata per causa di salute e per ritornare a'suoi prediletti e non oziosi
studi; frutto dei quali e della sua lunga esperienza politica, è V ultimo suo
lavoro il Filadelfos, di cui ho voluto largiamente riferire a questa Accademia.
Digitized by
Google Digitized by Google Digitized by Google Digitized by Google Digitized by
Google Digitized by GoogleNome compiuto: Marchese Cavaliere Paolo Emilio
Tulelli. Paolo Emilio Tulelli. Tulelli.
Keywords: filosofia italiana, l’equilibrio, metafisica dell’etica. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Tulelli” – The Swimming-Pool Library. Tulelli.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Turco:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’agnella,
commedia nuova – la scuola di Mantova – filosofia lombarda -- filosofia
italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Asola).
Abstract. Keywords: commedia nuova, agnella. Flosofo lombardo. Filosofo italiano.
Asola, Mantova, Lombardia. Nasce da una anticha e nobile famiglie, allora
fiorente cittadina della Repubblica di Venezia, dove ricopre importanti cariche
politiche in qualità di deputato, oratore e avvocato della comunità. La sua prima opera, un dialogo, “Agnella”,
venne rappresentato ad Asola durante i festeggiamenti per la visita dei duchi
di Nemours e Beaulieu e altri illustri francesi al loro seguito. “Agnella”
venne in pubblicata in seguito prima a Treviso, poi a Venezia. Contemporaneo ed
amico di MANUZIO che in una lettera encomia la sua canzone in lode di Carlo V
scritta in occasione della morte di quest'ultimo. Scrive: Letta la vostra canzone
scritta in morte del Gran Carlo V, veramente Signor Carlo onorato, non troppo
benigna stella, essendo voi dotato di si pellegrino ingegno e di tante altre
lodevoli qualità, vi condanna a scrivere dove tra molte tenebre non può
risplendere la vostra virtù, con la quale potevate illustrare voi stesso ed il
secolo nostro eccitando in altri il desiderio di assomigliarvi. Laddove hora,
avendo voi il campo ristretto per esercitare le vostre più nobili parti, non
veggo come possano apparire effetti degni di voi ed alla vostra nobile
industria corrispondenti. Questa lettera è in seguito stampata in Venezia da
Gavardo che, sempre a Venezia, pubblica una tragedia in versi, intitolata “Calestri”.
Altre opere sono stampate anche in Il Sepolcro de la illustre signora Beatrice
di Dorimbergo, Brescia Fabbio, Mangini, Storie Asolane, Lettera di MANUZIO a
Turchi, Lett. Volg. Venezia. Carlo Turco. Turco. Keywords: commedia nuova,
agnella. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Turco” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Turoldo:
le XII fatiche della ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la
scuola di Coderno – filosofia friulana -- filosofia italiana – By Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library
(Coderno). Abstract.
Keywords. la ragione. The phrase ‘Grice italo’ is meant as provocative. An
Old-World philosopher such as Turoldo would never have imagined to be compared
to a tutor at a varsity in one of the British Isles, but there you are! It is
meant as a geo-political reminder, too. Many Italian philosophers have been
educated in a tradition that would make little sense of Turoldo as a ‘Grice
italo,’ but there you are. My note is meant as a tribute to both philosophers.
Grice has been deemed an extremely original philosopher, and by Oxford canons
he certainly was. He was the primus inter pares at the Play Group, the epitome
of ordinary-language philosophy throughout most of the twentieth century. His
heritage remains. Turoldo’s place in the history of philosophy is other. But
there are connections, and here they areFilosofo friulano -- Filosofo
italiano. Coderno, comune di
Sedegliano, Udine, Friuli-Venezia Giulia. Poeta, nato a Coderno del Friuli.
Sacerdote nella congregazione dei Servi di Maria, pubblicò le sue prime poesie
durante la Resistenza nella rivista clandestina L'uomo. Sin dalla sua prima
raccolta, Io non ho mani, non ancora scevra di forti reminiscenze letterarie,
si fa strada la sua più segreta e autentica vena di poeta che intende usare la
parola lirica come momento privilegiato di comunicazione e di dialogo con gli
altri uomini: parola nel senso più alto, liturgico del termine. Ammonizione
biblica e tragedie storiche dell'uomo moderno, profezia e realtà, tendono a
riconciliarsi nell'unità della lingua poetica. Questi caratteri della poesia
turoldiana si affermano e si estendono, superando iniziali motivi legati a
un'individuale condizione dello spirito, a partire soprattutto da Udii una voce
(con pref. di G. Ungaretti). Una fase ulteriore è costituita da Gli occhi miei
lo vedranno a cui segue Se tu non riappari (con un'intr. di Romanò). Vede la
luce, con una pref. di L. Santucci, il volume Poesie, dove si ritrovano anche
sette "poemetti" e la lunga lirica Per il ritorno del Signore. Dopo
Il sesto angelo. Poesie scelte - con un'introduzione di Romanò, T. ha pubblicato, sempre nello stesso
anno, la raccolta poetica Fine dell'uomo? e Alla porta del bene e del male,
raccolta di lettere e brani di un dialogo tenuto con i lettori della Domenica
del Corriere. Della vasta attività letteraria turoldiana, che si esplica in
varie forme, dalla poesia e dal teatro al saggio, alla meditazione religiosa,
alla traduzione di testi biblici, ad articoli e scritti vari, ricordiamo
inoltre: il dramma La passione di San Lorenzo e il volume di saggi Nell'anno
del Signore. Romanò, in Il popolo; C. Bo, in La fiera letteraria; M. Apollonio,
in Antologia della poesia religiosa italiana contemporanea, a cura di Volpini,
Firenze; C. Betocchi, in Giornale del mattino; G. Cantamessa, in L'Italia; A.
Bozzoli, Poesia e teatro di D. M. Turoldo, in Convivium; A. Frattini, in Poesia
nuova in Italia tra ermetismo e neoavanguardia, Roma Crifò, Dramma della parola
nella poesia di David Turoldo, in Labor; B. Cuminetti, Per una lettura del
teatro di D. M. Turoldo: drammaturgia come Apocalisse, in Vita e pensiero; C.
Bo, in Corriere della sera; Lollo, La poesia di David M. Turoldo, Vicenza; L.
Scorrano, in Critica letteraria. Figura profetica, resistente sostenitore delle
istanze di rinnovamento culturale, di ispirazione conciliare, tenuto da alcuni
uno dei più rappresentativi esponenti di un cambiamento spirituale, il che gli
ha valso il titolo di coscienza inquieta. Riceve con intensità le
caratteristiche della semplice cultura umana del suo ambiente nativo e
prevalentemente contadino. Colse e fece propria la dignità delle condizioni
povere della sua terra, che costituirono una solida radice informante tutto lo
sviluppo della sua sensibilità e della sua attività futura. Accolto tra i servi
di Maria nel convento di S. Maria al Cengio a Isola Vicentina, sede triveneta
della casa di formazione dell'ordine servita, dove trascorse l’anno di
noviziato. Emise la professione religiosa. Pronuncia i voti solenni a Vicenza.
Incomincia gli studi filosofici a Venezia.
Nel santuario della Madonna di Monte Berico di Vicenza e ordinato presbitero
da Rodolfi, arcivescovo di Vicenza. Assegnato
al convento di S. Maria dei servi in S. Carlo al Corso in Milano. Su invito di Schuster,
arcivescovo della città, tenne la predicazione domenicale nel duomo milanese.
Insieme con il suo confratello, compagno di studi durante tutto l’iter
formativo nell’ordine dei servi e amico Piaz, si iscrive al corso a Milano e
conseguì la laurea con una tesi dal titolo, “La fatica della ragione: Contributo
per un'ontologia dell'uomo”, redatta sotto la guida di BONTADINI. Sia BONTADINI
sia BO gl’offriranno il ruolo d’assistente universitario, a Milano, il secondo
a Urbino. Durante l'occupazione nazista di Milano collabora attivamente con la
resistenza creando e diffondendo dal suo convento il periodico clandestino
l'Uomo. Il titolo testimonia la sua scelta dell'umano contro il dis-umano,
perché la realizzazione della propria umanità. Questo è il solo scopo della
vita. La sua militanza dura tutta la vita, interpretando il comando evangelico
essere nel mondo senza essere del mondo come un essere nel sistema senza essere
del sistema. Rifiuta sempre di schierarsi con un partito. Il suo impegno
nel dialogo senza preconcetti e nel confronto di idee talvolta anche duro, si
tradusse in particolare nel far nascere, insieme con PIAZ, il centro culturale
la Corsia dei Servi -- il vecchio nome della strada che dal convento dei servi
conduceva al duomo. Uno dei principali sostenitori del progetto
Nomadelfia, il villaggio nato per accogliere gl’orfani di guerra con la
fraternità come unica legge, fondato da SALTINI nell'ex campo di concentramento
di Fossoli presso Carpi, raccogliendo fondi presso la ricca borghesia milanese. Si
rende noto al grande pubblico con due raccolte di liriche “Io non ho mani” -- che
gli valse il Premio letterario Saint Vincent -- e “Gl’occhi miei” lo vedranno,
presentato nella collana mondadoriana Lo Specchio d’Ungaretti. A seguito
di prese di posizione assunte da politici locali e da alcune autorità
ecclesiastiche, deve lasciare Milano e soggiornare in conventi dei servi
dell’Austria e della iera. Venne dai superiori dell’ordine assegnato al
convento della S. Annunziata di Firenze, e qui incontra personalità affini al
suo modo di sentire, quali fra VANNUCCI, BALDUCCI, PIRA, e molti altri che
nell’ambiente fiorentino animano un tempo in cui si accendono speranze di
rinnovamento a tutti i livelli. Ma anche da Firenze è costretto ad allontanarsi
e trascorre un periodo di peregrinazioni all’estero. Ri-entrato in
Italia, venne assegnato al convento di S. Maria delle Grazie, nella “sua”
Udine. Ma con il ri-entro in Italia porta con sé un progetto, nato a contatto
cogl’emigrati friuliani: realizzare un film che raccontasse la nobiltà della
povera vita rurale del suo Friuli. Il film con il titolo “Gl’ultimi” e ispirato
al racconto “Io non ero fanciullo” scritto da T. in precedenza, venne concluso con
la regia di Pandolfi. Presentato a Udine, “Gl’ultimi” tuttavia fu ben presto
rifiutato dall’opinione pubblica friulana, che lo ritenne addirittura
offensivo. Incomincia a cercare un sito dove dare avvio a una nuova
esperienza religiosa comunitaria, allargata alla partecipazione anche di laici.
Questo luogo, con le indicazioni ricevute d’amici, venne individuato
nell’antico Priorato cluniacense di S.Egidio in Fontanella. Ottenuto il
consenso del vescovo bergamasco GADDI, vi si insedia ufficialmente. Costruì
accanto allo storico edificio del Priorato una casa per l’ospitalità, la Casa
di Emmaus, titolo ispirato all’episodio in cui Gesù risorto si manifesta a
Emmaus alla cena nello spezzare il pane. La casa costituì un simbolico richiamo
alla semplice accoglienza, senza distinzioni di censo, di religione, o altro:
aspetti che caratterizzarono tutta la presenza e la sua multiforme opera.
Costituì inoltre un punto di riferimento per molti protagonisti della storia
culturale e civile italiana. Per molte personalità del mondo ecclesiale e d’altre
confessioni cristiane; un solido incentivo al rinnovamento di linguaggi e di
strutture; un laboratorio di creazioni liturgiche e celebrative, di cui
continuano a essere testimoni la versione metrica per il canto dei salmi e
migliaia di inni liturgici. Insieme con altri frati, impegnati particolarmente
in iniziative di rinnovamento spirituale e culturale, diede avvio alla
pubblicazione di una rivista, il cui titolo è ispirato all’ordine dei servi di
Maria, “Servitium”, e ad altre pubblicazioni che si ricollegavano
all’esperienza editoriale della Corsia dei Servi. La pubblicazione della
rivista continua tuttora con cadenza bimestrale, unitamente all’edizione di
altre proposte librarie edite sotto l’omonimo marchio Servitium. Molti
sono i suoi interventi sui media, dalla carta stampata alle trasmissioni radio
e televisive; molti i luoghi e le circostanze in cui è stato chiamato a
intervenire con la sua avvincente parola. Da ricordare in particolare i suoi
“viaggi della memoria” nei luoghi della Shoah, tra cui spicca quello a
Mauthausen. In quest’occasione compose una preghiera, poi recitata nella
cerimonia conclusiva, pubblicata successivamente nel saggio, “Ritorniamo ai
giorni del rischio”. Colpito da un tumore del pancreas, visse con lucida
consapevolezza e trasparente coraggio l’ultimo periodo della vita, dando una
incoraggiante testimonianza sul cammino verso “sorella morte”. Migliaia di
persone sfilarono accanto alla bara in cui era esposto il corpo di padre I
funerali a Milano videro la partecipazione di una numerosa folla nella chiesa
di S. Carlo al Corso, dove presiedette le esequie il cardinale MARTINI, che aveva
consegnato a T. il primo "Premio Lazzati", affermando la propria
opinione secondo la quale la chiesa riconosce la profezia troppo tardi. Un
secondo rito funebre venne celebrato nel pomeriggio a Fontanella di Sotto il
Monte, presente ancora una folla che copre tutta la collina circostante
l’antico priorato. Nel cimitero riposa ora sotto una semplice croce lignea, in
mezzo alla sua gente. Servitium dedica perciò alla sua figura un quaderno a
frate dei servi di S. Maria e ugualmente fa nel decennale. La grande passione. Saggi: Poesia e opere
letterarie «Lungo i fiumi..» I Salmi Milano, San Paolo, O sensi miei...: Poesie
(Milano, Rizzoli). Sul monte la morte, Servitium, La morte ha paura, Servitium,
poesie, Milano, Garzanti Teatro, Servitium,
I giorni del rischio con Salmodia della
speranza e rappresentazione in Duomo a Milano con Moni Ovadia, Servitium, Salmi
e cantici. Versione metrica per il canto di T., Servitium, La passione di S. Lorenzo, Servitium, La
terra non sarà distrutta, Servitium, Luminoso vuoto. Scritti, Servitium, David
M. T., Capovilla, Nel solco di Giovanni, lettere inedite, Servitium. Saggistica
e spiritualità. Lettere dalla Casa di Emmaus, Servitium, La parabola di Giobbe,
Servitium, Santa Maria. Servitium, Mia chiesa, una terra sola, Servitium, Il dramma è Dio: il divino la fede la poesia. Milano,
Rizzoli, Come i primi trovadori, Servitium, Colloqui con Giovanni, Servitium,
Profezia della povertà, Servitium, Chiamati ad essere, Servitium, È Natale,
Servitium, Mio amico don Milani, Servitium, Pregare, Servitium, Anche Dio è
infelice, S. Paolo, Amare Cinisello Balsamo, Edizioni S. Paolo, Padre del
mondo, Servitium, Povero sant’Antonio,
Il Messaggero, Padova. Narrativa Mia infanzia d’oro (con “Ritratto d’autore” Servitium,
e poi la morte dell'ultimo teologo Torino, Gribaudi. “Gli ultimi” Regia:
Pandolfi; soggetto: T.; sceneggiatura: Pandolfi e T.. Tra le tante, ci è un'iniziativa
che è tentata pochi giorni prima della morte di Moro e che è stata evocata da Craxi
nel corso della sua audizione nella prima Commissione d'inchiesta. In quella
circostanza, l'onorevole Craxi afferma che è chiamato da T., che gli chiedeva
sostanzialmente di domandare alla nunziatura apostolica di dichiararsi
disponibile come sede per far svolgere una trattativa. T. chiese II giorni di
silenzio stampa e insistette molto, con veemenza, affermando che era la sola
via possible. Legislatura, Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento
e sulla morte di Moro, Resoconto stenografico, “Tra i memoriali di Mauthausen”,
in “Ritorniamo ai giorni del rischio. Maledetto colui che non spera”, Milano,
Corriere "E T. nascose le armi dei partigiani" La vita, la testimonianza
Morcelliana. Piaz e la Corsia dei Servi di Milano, Morcelliana, T. e gl’organi
divini. Lettura concordanziale di “O sensi miei...”, Olschki, Una vita con gli
amici; Il mondo delle amicizie di T., documentario Salvi, Roma,
Rai-Educational, Elia, La peregrinatio poietica prefazione di Terza, Firenze, Olschki,
Cardinali, Il Dio Inseguito. Viaggio alla scoperta della poesia di T., Edizioni
Pro Sanctitate, Roma, Romero Balducci, Piaz, Fabbretti. Treccani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. David Maria Turolo. David M. Turoldo. David
Turoldo. Giuseppe Turoldo. Turoldo. Keywords: gl’ultimi, le XII fatiche della
ragione. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Turoldo” – The Swimming-Pool Library. Turoldo.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Tuveri:
FILOSOFIA SARDA, NON ITALIANA -- all’altra isola -- la ragione conversazionale
sarda e l’implicatura conversazionale sarda – Dulcamara -- l’elisir d’amor -- la
scuola di Collinas -- filosofia sarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Collinas). Abstract. Keywords: la lingua sarda -- The phrase ‘Grice
italo’ is meant as provocative. An Old-World philosopher such as Tuveri would
never have imagined to be compared to a tutor at a varsity in one of the
British Isles, but there you are! It is meant as a geo-political reminder, too.
Many Italian philosophers have been educated in a tradition that would make
little sense of Tuveri as a ‘Grice italo,’ but there you are. My note is meant
as a tribute to both philosophers. Grice has been deemed an extremely original philosopher,
and by Oxford canons he certainly was. He was the primus inter pares at the
Play Group, the epitome of ordinary-language philosophy throughout most of the
twentieth century. His heritage remains. Tuveri’s place in the history of
philosophy is other. But there are connections, and here they are.Filosofo
sardo. Filosofo italiano. Collinas,
Sardinia. O Forru. Grice: “Or should we say, ‘filosofo sardo’?” Sardinian
philosophers or intellectuals like T, do not stress the peculiarities of
the Sardinian language to make it conform to the norms of the Italian national
language. Instead, the historical record indicates that Sardinian
intellectuals who engage with the issue of language generally fall into one of
two main groups: Advocates for Sardinian Autonomy: Some, like T., GARIPA
(vedasi), and PORRU (vedasi), recognise Sardinian as a distinct, autonomous
language -- not a mere Italian dialect -- and argue for its dignity, sometimes
proposing its standardization and use as a national language for Sardinia's own
cultural and administrative system, placing it on par with other European
languages like Italian. Adoption of Italian for Progress: The prevailing
sentiment among the educated elite, especially following the unification of
Italy (Risorgimento) and the influence of the Savoy rulers, is to adopt Italian
as a means of social emancipation, modernization, and integration with the
mainland. They view Sardinian as a barrier to progress and associated it with a
condition of degradation and isolation. The idea of making the highly
distinct Sardinian language conform to Italian norms would have been a
non-starter, as linguistically it is an separate Romance language with its own
unique characteristics, quite different from mainland Italian dialects. The
pressure is for Sardinians to abandon their native tongue in formal settings in
favour of Italian, not to alter Sardinian itself to be more like Italian for
philosophical or other formal uses. Nasce a Forru, piccolo comune rurale del Campidano, non lontano da
Cagliari, figlio di Salvatore, avvocato, e di Maria Angela Licheri, di piccola
nobiltà di paese. Fu lui stesso, divenutone sindaco, a mutare il nome del paese
in Collinas. Orfano prestissimo del
padre, fu educato in modo molto severo presso la casa del nonno materno. Iniziò
gli studi di retorica e filosofia presso il seminario tridentino di Cagliari,
dove rimase per sei anni, sviluppando in modo sempre più acuto una forte
repulsione verso un sistema scolastico vuoto e formale. Si iscrisse
all’università, forse con l’intento di seguire la professione paterna: non
completò, tuttavia, gli studi abbandonando l’università – su cui avrebbe
scritto pagine molto critiche – prima della laurea e limitandosi al titolo di
baccelliere in leggi. Non cessò peraltro di studiare, e riuscì a costituire nel
paese natale una ricca biblioteca sia di testi filosofici e teologici, sia di
opere del giusnaturalismo, coltivando la lettura di autori come Grozio,
Voltaire, Montesquieu, Rousseau. Nel frattempo compiva le prime esperienze di
conoscenza delle istituzioni giuridiche della Sardegna. Dopo la ‘perfetta
fusione’ – che portò alla scomparsa delle vecchie istituzioni del Regnum
Sardiniae, da lui considerate una garanzia di autonomia – la concessione dello
Statuto determinò in Sardegna un nuovo clima culturale e politico, evidenziato
dalla nascita di numerosi giornali e dall’avvio di un dibattito politico molto
acceso, soprattutto durante le campagne elettorali susseguitesi numerose in
coincidenza con la prima guerra di indipendenza e con le vicende successive
alla sconfitta. In questo contesto si colloca una polemica pubblica con
Giovanni Siotto Pintor, personalità di spicco dei gruppi giobertiani e moderati
cagliaritani -- Saggio delle opinioni politiche del sig. deputato sardo Pintor,
Torino. T. accusa il suo avversario di essersi fatto sostenitore di posizioni
conservatrici e reazionarie, in particolare nel campo dell’istruzione. Nella
lotta elettorale per le elezioni alla prima legislatura del Parlamento, Tuveri
rappresentò le posizioni democratiche. Sebbene Siotto avesse conseguito un
risultato elettorale estremamente lusinghiero, Tuveri ne trasse una
straordinaria notorietà che lo portò a essere eletto alla Camera nelle elezioni
suppletive del 30 novembre 1848. Non volle, però, accettare l’elezione e si
dimise pochi giorni dopo, rivolgendo agli elettori una lettera che tradiva una
certa ingenuità personale e inesperienza politica. Essendo però state sciolte
le Camere, nelle successive elezioni del gennaio 1849 risultò nuovamente eletto
nel collegio di Cagliari e questa volta accettò. La sua comparsa in Parlamento avvenne nel
momento di un acceso scontro ideologico e politico tra Gioberti e Mazzini. Il
contesto spiega la sua decisione di presentare il 19 marzo 1849 una mozione
diretta a porre Gioberti in stato di accusa per calunnie e offese alla Camera.
La Camera, con voci e rumori, gli impedì di svolgere l’intervento, ritenendolo
presentato in forme irrituali. La sconfitta di Novara portò poi di nuovo allo
scioglimento della Camera. Rientrato a Cagliari, T. si impegna in uno scontro
molto aspro contro i gruppi conservatori e giobertiani rappresentati dal
giornale Indicatore sardo diretto dai fratelli Antonio, Michele e Pietro
Martini e per l’occasione pubblica una serie di articoli fortemente polemici
cui volle dare il titolo -- prendendo esplicitamente spunto dal personaggio di
Dulcamara dell’opera L’elisir d’amore, di Donizetti -- di Specifici contro il
codinismo -- The reference to "Dulcamara" by the Sardinian
philosopher Giovanni Battista Tuveri likely relates to the character of Dr.
Dulcamara in Gaetano Donizetti's opera
L'elisir d'amore. Dr. Dulcamara is a traveling
quack selling "love potions" and other purported remedies to naive
townspeople. It's plausible that Tuveri, a prominent philosopher and politician
from Sardinia in the 19th century, invoked the character of Dulcamara as a
metaphor or allegory in his writings, perhaps to criticize: Deception and
charlatanism: Tuveri might have used Dulcamara to symbolize those who
manipulate or mislead people with false promises, whether in politics, society,
or intellectual circles. Blind faith or credulity: The villagers' belief in
Dulcamara's "elixir" could represent the dangers of uncritical
acceptance of ideas or authority, according to the Internet Encyclopedia of
Philosophy. The misuse of power or influence: Tuveri, as a politician and
opponent of the fusion of Sardinia with Piedmontese territories, may have seen
parallels between Dulcamara's persuasive power and the rhetoric used to sway
public opinion or consolidate control.
Without the specific context of Tuveri's mention, it's impossible to
pinpoint the exact intention. However, it's highly probable that his reference
to Dulcamara served as a satirical or critical allusion to themes of trickery,
gullibility, and potentially the manipulation of the masses.. L’opera attacca anche Alberto Della Marmora,
nominato commissario straordinario della Sardegna, che in vista delle elezioni
indette nel luglio aveva diretto una lettera agli elettori sardi invitandoli a
combattere le posizioni democratiche e mazziniane. L’opuscolo di T. ebbe un
notevole successo di pubblico e dovette essere ristampato (Cagliari 1849).
Ciononostante, il 23 luglio non riuscì a essere rieletto, cosa che però fu
possibile due mesi dopo nelle elezioni suppletive. Tuveri intanto si impegnava in una intensa
attività pubblicistica e giornalistica, che ne consolida la popolarità e favorì
la sua affermazione, sempre nello stesso collegio di Cagliari, nelle elezioni
del 13 dicembre, successive al proclama di Moncalieri, nonostante l’opposizione
del clero e della burocrazia governativa. In Parlamento tra il 1850 e il 1851
ebbe occasione di collaborare con Cavour ministro dell’Agricoltura e fu
relatore della proposta di legge ministeriale sul Riordinamento dei Monti di
soccorso granatici e nummari della Sardegna. Pubblica a Cagliari quella che è
stata a lungo giudicata la sua opera più importante: Del dritto dell’uomo alla
distruzione dei cattivi governi. Trattato teologico-filosofico. La forte impronta teologica e filosofica e lo
stile farraginoso e pesante non favorirono il successo dell’opera, che pure
ebbe numerose recensioni sulla stampa della penisola. La parte conclusiva del
volume, dedicata ai temi dell’unitarismo e del federalismo, suscitò un certo
dibattito tra le file del partito democratico. T. vi sosteneva che non si
poteva subordinare il tema dell’indipendenza nazionale a quello della libertà
politica. Ne conseguiva una proposta di tipo federalista, dentro una concezione
politica fieramente repubblicana e antimonarchica. Il Trattato, dunque, si
collocava, sul terreno pratico, non solo contro il federalismo monarchico
giobertiano, ma anche contro l’unitarismo repubblicano mazziniano. Dopo la pubblicazione del Dritto dell’uomo,
Tuveri venne rieletto deputato nelle elezioni del 1853 per la V legislatura.
L’anno prima si era sposato con Francesca Diana, da cui ebbe otto figli, il
maggiore dei quali sarebbe caduto sull’Isonzo nel 1915. Si dimise da deputato
nell’aprile del 1857 e non si ripresentò alle elezioni per la VI legislatura. Venne
nominato sindaco del suo paese e mantenne l’incarico fino alla morte. Proprio
nel 1860, appena nominato sindaco, un suo violento pamphlet – Il Governo e i
Comuni (Cagliari) – criticava duramente la politica nazionale verso i Comuni.
In particolare in Sardegna, a suo dire il Catasto provvisorio rappresentava una
delle macchie più vergognose dell’amministrazione piemontese, consentendo una
continua vessazione dei piccoli proprietari. La protesta trovò una forte eco
nella stampa democratica italiana, suscitando l’attenzione e l’interesse anche
di Carlo Cattaneo e Mazzini. Quando nella primavera del 1860 iniziarono a
circolare voci di una cessione della Sardegna alla Francia, Tuveri fu uno dei
più determinati avversari di questa ipotesi, finendo con il prospettare anche
un’opposizione armata. In questo periodo si intensificò la sua attività
giornalistica presso giornali di ispirazione democratica e mazziniana. Nella
rivista cagliaritana La cronaca del 27 gennaio 1867 T. usa per la prima volta,
a indicare la specificità dei problemi dell’isola, l’espressione questione
sarda. Molti articoli vennero poi raccolti dall’autore in un volume, Della
libertà e delle caste -- Cagliari. Nel frattempo il suo prestigio si sviluppò
in tutta l’isola, come il più rappresentativo dei democratici sardi. Fu in
questi anni che iniziò a essere indicato come il ‘Nestore della sarda
democrazia’. Nel frattempo giungeva a maturazione la sua riflessione sui limiti
e sui difetti della battaglia politica condotta in Italia dagli stessi gruppi
democratici e repubblicani. È questo il tema della sua ultima opera, Sofismi
politici (Napoli 1883): egli coglieva come la vecchia generazione della
Sinistra, alla quale era rimasto legato anche sentimentalmente, dopo l’Unità
non solo si era ridotta di numero, ma di fatto aveva finito con il guardare con
maggiore simpatia le prospettive di potere legate al trasformismo, piuttosto
che le idee di radicalismo moralizzatore in cui il pensatore di Collinas
continuava a credere. Morì a Collinas.
Le opere di T. sono state ristampate in cinque volumi: I, Il veggente e Del
dritto dell’uomo alla distruzione dei cattivi governi, a cura di A. Accardo -
L. Carta - S. Mosso, con saggio introduttivo di Bobbio, Sassari; Della libertà
e delle caste e Sofismi politici, a cura di Corona - T. Orrù, Sassari; Opuscoli
politici, a cura di Sotgiu, Sassari; Il
Governo e i Comuni e La questione barracellare, a cura di L. Del Piano - G.
Contu, Sassari; V, Scritti giornalistici, a cura di L. Del Piano - G. Contu -
L. Carta, Sassari. Fonti e Bibl.: F.
Uda, G.B. T., Cagliari 1888; R. Manzini, Un filosofo dimenticato, Roma [1903];
T. Perassi, Un solitario pensatore di Sardegna. G.B. T., Milano 1908; G.
Solari, Il pensiero politico di G.B. T., in Annuario della Regia Università di
Cagliari, anno scolastico 1914-1915, Cagliari 1915, pp. 3-127; Id., Per la vita
e i tempi di G.B. T., in Archivio storico sardo, XI (1915), pp. 33-151; G.F.
Contu, G.B. T., vita e opere, Cagliari 1973; G.B. T., filosofo e politico,
Sassari 1986 (Quaderni sardi di filosofia e scienze umane, n. 13-14); A.
Accardo - L. Carta, I cattivi governi e la questione sarda. Alcune note introduttive
allo studio del pensiero politico e filosofico di G.B. T., in Archivio sardo
del movimento operaio, contadino e autonomistico, 1987, n. 23-25, pp. 57-81;
G.B. T., i tempi, le idee, le opere, i testi significativi di un pensatore
nella Sardegna dell’Ottocento, a cura di A. Accardo et al., Cagliari 1988. Nel
1987, in occasione del centenario della morte, si tenne un Convegno di studi
tra Cagliari e Collinas i cui atti sono stati pubblicati in Archivio sardo del
movimento operaio, contadino e autonomistico. Figlio un noto avvocato. Studia a
Cagliari. Di idee repubblicane comincia l'attività in polemica con molti
intellettuali monarchici e conservatori. Federalista, al parlamento sub-alpino si
oppose alla fusione della Sardegna col Piemonte, ed è in forte contrapposizione
con GIOBERTI per le posizioni anti-repubblicane e anti-mazziniane – vedi:
MAZZINI. Fonda La Gazzetta Popolare, collabora con numerosi giornali e assunse
la direzione del Corriere di Sardegna. Sindaco, propose il nome di Collinas. Lotta
contro il centralismo del regno di Sardegna chiedendo maggiore autonomia,
soprattutto fiscale, per i piccoli comuni. Amico di CATTANEO e MAZZINI, solleva
la questione sarda, promuovendo un riscatto della Sardegna e del popolo sardo
contro uno stato giudicato centralista e oppressivo. Scrive numerosi saggi
filosofici. Assessorato della pubblica istruzione della regione auto-noma della
Sardegna promouove la ristampa dei suoi saggi,
editore Delfino, con una introduzione di BOBBIO. Saggi: “Pintor” (Torino,
Cassone); “Specifici contro il codinismo, (Cagliari, Arcivescovile); “Del
diritto dell'uomo alla distruzione dei cattivi governi: trattato filosofico” (Cagliari,
Nazionale); “Il governo e i comuni” (Cagliari, Nazionale); “Esazione e
compulsione” (Cagliari, Timon); “La questione barracellare” (Cagliari, Timon);
“Della libertà e delle caste” (Cagliari, Corriere di Sardegna); “Sofismi
politici” (Napoli, Rinaldi); “Il veggente: Del dritto dell'uomo alla
distruzione dei cattivi governi”); Accardo, Carta, Mosso; introduzione di Bobbio;
Corrias e Orru, Opuscoli politici. Saggio delle opinioni politiche del signor
deputato sardo Pintor; Specifici contro il codinismo, Sotgiu, Piano e Contu, Scritti
giornalistici. Questione sarda, federalismo, politica internazionale, questione
religiosa, Piano, Contu e Carta, Per la vita e i tempi di T. e altre opere,
Delogu, Fonte: "Centro di studi
filologi sardi". Scheda sul sito della Camera Indipendentismo sardo. Google. Da T. all'intuizione
della concorrenza istituzionale, Bomboi. Venezia. lingua sarda
Disambiguazione – Se stai cercando la lingua prelatina, vedi Lingua protosarda.
Sardo Sardu Parlato in Italia Regioni Sardegna Parlanti Totale 1 000 000 (2010,
2016)[1][2] - 1 350 000 (2016)[3] Altre informazioni Tipo SVO[4][5][6]
Tassonomia Filogenesi Lingue indoeuropee Lingue italiche Lingue romanze Lingue
italo-occidentali Lingue romanze meridionali Sardo (Logudorese, Campidanese)
Statuto ufficiale Minoritaria riconosciuta in Italia (bandiera) Italia dalla
l.n. 482/1999[7] (in Sardegna (bandiera) Sardegna dalla l.r. n. 26/1997[8] e
l.r. n.22/2018[9]) Codici di classificazione ISO 639-1 sc ISO 639-2 srd ISO
639-3 srd (EN) Glottolog sard1257 (EN) Estratto in lingua Dichiarazione
universale dei diritti umani, art. 1 Totu sos èsseres umanos naschint lìberos e
eguales in dinnidade e in deretos. Issos tenent sa resone e sa cussèntzia e
depent operare s'unu cun s'àteru cun ispìritu de fraternidade.[10] Distribuzione
geografica della lingua sarda, coi suoi relativi dialetti in dettaglio, nonché
di quelle alloglotte in Sardegna Manuale Il sardo (nome nativo sardu /ˈsaɾdu/,
lìngua sarda /ˈliŋɡwa ˈzaɾda/ nelle varietà campidanesi o limba sarda /ˈlimba
ˈzaɾda/ nelle varietà logudoresi e in ortografia LSC[11]) è una lingua[12]
parlata in Sardegna e appartenente alle lingue romanze del ramo indoeuropeo.
Per differenziazione evidente sia ai parlanti nativi, sia ai non sardi, sia
agli studiosi, è considerata autonoma dagli altri sistemi dialettali di area
italica, gallica e iberica: viene pertanto classificata come idioma a sé stante
nel panorama neolatino.[13][14][15][16][17] Dal 1997 la legge regionale
riconosce alla lingua sarda pari dignità rispetto all'italiano.[8] Dal 1999,
con la legge nazionale sulle minoranze linguistiche,[7][18][19] la lingua
sarda, risultandovi inclusa assieme a undici altri gruppi, è de jure tutelata
con diversi progetti finora sostenuti, per quanto ancora non risulti integrata
in ambito scolastico per il suo apprendimento. Fra le dodici comunità di
minoranza, quella sarda è la più robusta in termini
assoluti[20][21][22][23][24][25] benché in continua diminuzione nel numero di
locutori[20][26] e lingua minoritaria in pericolo di estinzione. Situazione
attuale[modifica | modifica wikitesto] Per quanto la comunità di locutori possa
definirsi come avente una "elevata coscienza linguistica"[27], il
sardo è attualmente classificato dall'UNESCO nei suoi principali dialetti come
una lingua in serio pericolo di estinzione (definitely endangered), essendo
gravemente minacciato dal processo di deriva linguistica verso l'italiano, il
cui tasso di assimilazione, ingenerato dal diciannovesimo secolo in poi, presso
la popolazione sarda è ormai alquanto avanzato in via esclusiva e sottrattiva
verso gli idiomi storici dell'isola. Lo stato alquanto fragile e precario in
cui ormai versa la lingua, in forte regresso finanche nell'ambito familiare, è
illustrato dal rapporto Euromosaic, in cui, come riportato nel 2000 dal
linguista Roberto Bolognesi, il sardo «è al 43º posto nella graduatoria delle
50 lingue prese in considerazione e delle quali sono stati analizzati (a) l’uso
in famiglia, (b) la riproduzione culturale, (c) l’uso nella comunità, (d) il
prestigio, (e) l’uso nelle istituzioni, (f) l’uso nell’istruzione».[28] I
sociolinguisti hanno classificato il panorama linguistico della Sardegna come
diglossico a partire dall'unità d'Italia nel 1861 fino agli anni cinquanta del
Novecento, in accordo con la politica linguistica del paese che designava
l'italiano come la sola lingua ufficiale da promuovere in ambiti quali
l'amministrazione e istruzione, relegando di conseguenza il sardo e altre
minoranze linguistiche a domini non ufficiali,[29] quando non a un piano di disvalore.
A partire dalla seconda metà del ventesimo secolo, sarebbe subentrato un
predominio totale dell'italiano finanche nei domini informali, ingenerando
timori sull'estinzione della lingua sarda,[30] riconosciuta da tempo sotto il
profilo linguistico ma solo allo scadere del secolo come minoranza linguistica
della Repubblica italiana. Le ricerche effettuate negli ultimi anni sembrano
indicare un declino dello stigma associato alla sardofonia, anche per una
maggiore consapevolezza e grazie agli sforzi dei progetti istituzionali finora
approntati, i quali non hanno tuttavia significativamente inciso sulle pratiche
odierne dei parlanti nell'isola, ormai improntate sull'italofonia
regionale.[31] La popolazione sarda in età adulta non sarebbe a oggi più capace
di portare avanti una singola conversazione nella lingua etnica,[32] essendo
questa ormai impiegata in via esclusiva solo dallo 0,6% del totale,[33] e meno
del 15%, all'interno di quella giovanile, ne avrebbe ereditato competenze,
peraltro del tutto residuali[34][35] nella forma deteriore descritta da
Bolognesi come «un gergo sgrammaticato».[36] Per le generazioni più giovani e,
ad oggi, in predominanza monolingui in italiano, il sardo parrebbe essere
diventato un ricordo e «poco più che la lingua dei loro nonni»,[37] essendone
del tutto stata recisa la trasmissione intergenerazionale almeno dagli anni
Sessanta. Essendo il futuro prossimo della lingua sarda tutt'altro che
sicuro[38], Martin Harris asseriva già nel 2003 che, qualora non si fosse
riusciti a invertire la tendenza, essa si sarebbe del tutto estinta, lasciando
meramente le sue tracce nell'idioma ora prevalente in Sardegna, ovvero
l'italiano (specificamente nella sua giovane variante regionale), sotto forma
di sostrato.[39] La lingua sarda non è stata de facto ancora introdotta nella
scuola, benché sia riconosciuta dal 1999 come minoranza linguistica della
Repubblica, in contemporanea con le altre undici. Da qualche tempo sono
tuttavia in atto progetti di recupero volti a riguadagnare al sardo un ruolo di
lingua alta e riparare a detta interruzione di trasmissione intergenerazionale,
nell'esigenza, sentita anche e soprattutto presso le classi anagrafiche più
giovani e i ceti culturalmente più avveduti, di riappropriarsi di un patrimonio
che passate politiche linguistiche non avrebbero tutelato.[40] Quadro
generale[modifica | modifica wikitesto] (inglese) «Sardinian is an insular
language par excellence: it is at once the most archaic and the most individual
among the Romance group.» (italiano) «Il sardo è una lingua insulare per
eccellenza: è allo stesso tempo la più arcaica e la più distinta nel gruppo
delle lingue romanze.» (Rebecca Posner, John N. Green (1982). Language and Philology in
Romance. Mouton Publishers. L'Aja,
Parigi, New York. p. 171) Classificazione delle lingue neolatine (Koryakov
Y.B., 2001).[41] La lingua sarda è ascritta nel gruppo distinto del Romanzo
Insulare (Island Romance), assieme al còrso antico (quello moderno fa parte a
pieno titolo della compagine italoromanza, così come gli idiomi sardo-corsi).
Panorama linguistico dell'Europa sudoccidentale nei secoli fino a oggi. Il
sardo è classificato come lingua romanza, ovvero derivata dal latino volgare.
Celebre è il giudizio espresso dal Wagner nel 1950, per il quale il sardo costituiva
l'evidenza di un "parlare romanzo arcaico" non avente stretta
parentela con alcun dialetto italiano della terraferma, e solo per questioni
politiche, poi successivamente risolte col suo riconoscimento definitivo e
ufficiale a minoranza linguistica della Repubblica, "uno dei tanti
dialetti dell'Italia, come lo è anche il serbo-croato o l'albanese".[42]
Il sardo è considerato da molti studiosi come una delle lingue più conservative
derivanti dal latino, se non la più conservativa;[43][44][45][46] a titolo di
esempio, lo storico Manlio Brigaglia rileva che la frase in latino pronunciata
da un romano di stanza a Forum Traiani Pone mihi tres panes in bertula
("Mettimi tre pani nella bisaccia") corrisponderebbe alla sua
traduzione in sardo corrente Ponemi tres panes in sa bèrtula.[47] La relativa
prossimità fonologica della lingua sarda al latino volgare (in particolare per
quanto riguarda le vocali accentate) era stata analizzata anche dal linguista
italo-americano Mario Andrew Pei nel suo studio comparativo del 1949[48] e
ancor prima notata, nel 1941, dal geografo francese Maurice Le Lannou nel corso
del suo periodo di ricerca in Sardegna.[49] Sebbene la base lessicale sia
quindi in massima misura di origine latina, il sardo conserva tuttavia diverse
testimonianze del sostrato linguistico degli antichi Sardi prima della
conquista romana: si evidenziano etimi protosardi[50] e, in misura minore,
anche fenicio-punici[51] in diversi vocaboli e soprattutto toponimi, che in
Sardegna si sarebbero preservati in percentuale maggiore rispetto al resto
dell'Europa latina.[52] Tali etimi riportano a un sostrato paleomediterraneo
che rivelerebbe relazioni strette con il basco.[53][54][55] In età medievale,
moderna e contemporanea la lingua sarda ha ricevuto influenze di superstrato
dal greco-bizantino, ligure, volgare toscano, catalano, castigliano e infine
italiano. Caratterizzato da una spiccata fisionomia che risalta dalle più
antiche fonti disponibili,[56] il sardo è ritenuto da vari autori come parte di
un gruppo autonomo nell'ambito delle lingue romanze.[16][17][40][57][58][59] La
lingua sarda è stata rapportata da Max Leopold Wagner e Benvenuto Aronne
Terracini all'ormai estinto latino d'Africa, con le cui varietà condivide
diversi parallelismi e un qual certo arcaismo linguistico, nonché un precoce
distacco dal comune ceppo latino;[60] il Wagner ascrive gli stretti rapporti
tra l'ormai estinta latinità africana e quella sarda, inter alia, anche alla
comune esperienza storico-istituzionale nell'Esarcato d'Africa.[61] A
confortare tale teoria si menzionano le testimonianze di alcuni autori, quali
l'umanista Paolo Pompilio[62] e il geografo Muhammad al-Idrisi, che visse a
Palermo nella corte del re Ruggero II.[63][64][65][66][67] La comunanza sarda e
africana del vocalismo,[40] nonché di diverse parole alquanto rare se non
assenti nel resto del panorama romanzo, come acina (uva), pala (spalla), o
anche spanus nel latino africano e il sardo spanu ("rossiccio"),
costituirebbe la prova, per J. N. Adams, del fatto che una discreta quantità di
vocabolario fosse un tempo condivisa tra Africa e Sardegna.[68] Sempre con
riguardo al lessico, Wagner osserva come la denominazione sarda per la Via
Lattea (sa (b)ía de sa báza o (b)ía de sa bálla, letteralmente "la via o
il cammino della paglia") si discosti dall'intero panorama romanzo e si
ritrovi piuttosto nelle lingue berbere.[69] Ciononostante, un'altra
classificazione proposta da Giovan Battista Pellegrini associa, comunque, il
sardo al ramo italoromanzo sulla base non tipologica, ma di valutazioni
sociolinguistiche contemporanee a suo dire espresse dalla popolazione sarda,
pur rilevandone le peculiarità nell'intero panorama latino
(Romània).[70][71][72][73] Prima di lui, Bernardino Biondelli, nei suoi Studi
linguistici del 1856, pur ammettendo per la "famiglia sarda"
un'autonomia linguistica «in guisa da poter essere considerata come una lingua
distinta dall'italiana, del pari che la spagnuola», la aveva comunque accorpata
ai vari "dialetti italici" della penisola, stanti gli stretti
rapporti della lingua con il progenitore latino e la dipendenza politica
dell'isola dall'Italia.[74] Discussa è l'assegnazione tipologica delle varietà
linguistiche sardo-corse, ovvero il gallurese e il sassarese: per taluni andrebbero
ricomprese nel sardoromanzo, per altri sarebbero del tutto separate dal dominio
linguistico sardo e invece incluse nell'italoromanzo.[75] Il Wagner (1951[76])
annette il sardo alla Romània occidentale, mentre Matteo Bartoli (1903[77]) e
Pier Enea Guarnerio (1905[78]) lo ascrivono a una posizione autonoma tra la
Romània occidentale e quella orientale. Da altri autori ancora, il sardo è
classificato come l'unico esponente ancora in vita di una branca un tempo
comprensiva finanche della Corsica[79][80] e della summenzionata sponda
meridionale del Mediterraneo.[81][82] Thomas Krefeld descrive, in merito, la
Sardegna linguistica come «una Romània in nuce» contraddistinta dalla
«combinazione di tratti panromanzi, tratti macroregionali (iberoromanzi e
italoromanzi) e perfino tratti microregionali ed esclusivamente sardi», la cui
distribuzione spaziale varia in ragione della dialettica tra spinte innovatrici
e altre tendenti alla conservatività.[83] Secondo Brenda Man Qing Ong e
Francesco Perono Cacciafoco, la lingua sarda sarebbe un diasistema comprensivo
di varietà e sottovarietà che non hanno subìto l'unificazione linguistica o
nazionale, ma contengono comunque elementi linguistici, fonetici, grammaticali
e lessicali simili.[84] Varietà linguistiche di tipo sardo[modifica | modifica
wikitesto] Lo stesso argomento in dettaglio: Sardo logudorese e Sardo
campidanese. «Due dialetti principali si distinguono nella medesima lingua
sarda; ciò sono il campidanese, e ’l dialetto del capo di sopra.» (Francesco
Cetti. Storia naturale della Sardegna, I quadrupedi. G. Piattoli, 1774) I
dialetti della lingua sarda propriamente detta vengono convenzionalmente
ricondotti a due ortografie standardizzate e reciprocamente comprensibili,
l'una riferita ai dialetti centro-settentrionali (o "logudoresi") e
l'altra a quelli centro-meridionali (o "campidanesi").[85][86] Le
caratteristiche che vengono solitamente considerate dirimenti sono l'articolo
determinativo plurale (is ambigenere in campidanese, sos / sas in logudorese) e
il trattamento delle vocali etimologiche latine E e O, che rimangono tali nelle
varietà centro-settentrionali e sono mutate in I e U in quelle
centro-meridionali; esistono però numerosi dialetti detti di transizione, o
Mesanía (es. arborense, barbaricino meridionale, ogliastrino, ecc.), che
presentano i caratteri tipici ora dell'una, ora dell'altra varietà. Tale
percezione dualistica dei dialetti sardi, originariamente registrata in via
esogena per la prima volta dal naturalista Francesco Cetti (1774)[87][88] e
riproposta in seguito da Matteo Madao (1782), Vincenzo Raimondo Porru (1832),
Giovanni Spano (1840) e Vittorio Angius (1853),[89][90] piuttosto che segnalare
la presenza di effettive isoglosse, costituisce per Roberto Bolognesi la prova
di un'adesione psicologica dei Sardi alla suddivisione amministrativa
dell'isola effettuata nel 1355 da Pietro IV d'Aragona tra un Caput Logudori
(cabu de susu, "capo di sopra") e un Caput Calaris et Gallure (cabu
de jossu, "capo di sotto") ed estesa poi alla tradizione ortografica
in una varietà logudorese e campidanese illustre.[91][92] Il fatto che tali
varietà illustri astraggano dai dialetti effettivamente diffusi nel
territorio,[93] che invece si collocano lungo uno spettro interno o continuum
di parlate reciprocamente intellegibili,[94][95][96] fa sì che risulti
difficile tracciare un confine reale tra le varietà interne di tipo
"logudorese" e di tipo "campidanese", problematica comune
nella distinzione dei dialetti delle lingue romanze. Dal punto di vista
propriamente scientifico, tale classificazione binaria non è condivisa da
alcuni autori,[91][97] coesistendo proposte alternative di classificazione
tripartita[98][99][100] e quadripartita.[101] I vari dialetti sardi, pur
accomunati da morfologia, lessico e sintassi fondamentalmente omogenei,
presentano rilevanti differenze di carattere fonetico e talvolta anche
lessicale, che non ne ostacolano comunque la mutua comprensibilità.[85][97]
Distribuzione geografica[modifica | modifica wikitesto] Viene tuttora parlata
in quasi tutta l'isola di Sardegna da un numero di locutori variabile tra 1 000
000 e 1 350 000 unità, generalmente bilingue (sardo/italiano) in situazione di
diglossia (la lingua sarda è utilizzata prevalentemente nell'ambito familiare e
locale mentre quella italiana viene usata nelle occasioni pubbliche e per la
quasi totalità della scrittura). Più precisamente, da uno studio commissionato
dalla Regione Sardegna nel 2006[102] risulta che ci siano 1 495 000 persone
circa che capiscono la lingua sarda e 1 000 000 di persone circa in grado di
parlarla. In modo approssimativo i locutori attivi del campidanese sarebbero
670 000 circa (il 68,9% dei residenti a fronte di 942 000 persone in grado di
capirlo), mentre i parlanti delle varietà logudoresi-nuoresi sarebbero 330 000
circa (compresi i locutori residenti ad Alghero, nel Turritano e in Gallura) e
553 000 circa i sardi in grado di capirlo. Nel complesso solo meno del 3% dei
residenti delle zone sardofone non avrebbe alcuna competenza della lingua
sarda. Il sardo è la lingua tradizionale nella maggior parte delle comunità
sarde nelle quali complessivamente vive l'82% dei sardi (il 58% in comunità
tradizionalmente campidanesi, il 23% in quelle logudoresi). Aree non sardofone
In virtù delle emigrazioni dai centri sardofoni, principalmente logudoresi e
nuoresi, verso le zone costiere e le città del nord Sardegna il sardo è,
peraltro, parlato anche in aree non sardofone: Nella città di Alghero, dove la
lingua più diffusa, assieme all'italiano, è un dialetto del catalano (lingua
che, oltre all'algherese, comprende tra le altre anche le parlate della
Catalogna, del Rossiglione, delle Isole Baleari e di Valencia), il sardo è
capito dal 49,8% degli abitanti e parlato dal 23,2%. Il mantenimento
plurisecolare del catalano in questa zona è dato da un particolare episodio
storico: le rivolte anticatalane da parte degli algheresi, con particolare
riferimento a quella del 1353,[103] furono infruttuose poiché la città fu
alfine ceduta nel 1354 a Pietro IV il Cerimonioso. Questi, memore delle
sollevazioni popolari, espulse tutti gli abitanti originari della città,
ripopolandola dapprima con soli catalani di Tarragona, Valencia e delle Isole
Baleari e, successivamente, con indigeni sardi che avessero però dato prova di
piena fedeltà alla Corona di Aragona. A Isili il romaniska è invece in via
d'estinzione, parlato solo da un sempre più ristretto numero di individui. Tale
idioma fu importato anch'esso in Sardegna nel corso della dominazione
iberico-spagnola, a seguito di un massiccio afflusso di immigrati rom albanesi
che, insediatisi nel suddetto paese, diedero origine a una piccola colonia di
ramai ambulanti. Nell'isola di San Pietro e parte di quella di Sant'Antioco,
dove persiste il tabarchino, dialetto arcaizzante del ligure. Il tarbarchino fu
importato dai discendenti di quei liguri che, nel Cinquecento, si erano
trasferiti nell'isolotto tunisino di Tabarka e che, per via dell'esaurimento
dei banchi corallini e del deterioramento dei rapporti con le popolazioni
arabe, ebbero da Carlo Emanuele III di Savoia il permesso di colonizzare le due
piccole e inabitate isole sarde nel 1738: il nome del comune appena fondato,
Carloforte, sarebbe stato scelto dai coloni in onore del sovrano piemontese. La
permanenza compatta in una sola locazione, unita ai processi proiettivi di
auto-identificazione dati dalla percezione che i tabarchini avrebbero avuto di
sé stessi in rapporto agli indigeni sardi,[104] hanno comportato nella
popolazione locale un alto tasso di lealtà linguistica a tale dialetto ligure,
ritenuto un fattore necessario per l'integrazione sociale: difatti, la lingua
sarda è compresa da solo il 15,6% della popolazione e parlata da un ancor più
esiguo 12,2%. Nel centro di Arborea (Campidano di Oristano) il veneto,
trapiantato negli anni trenta del Novecento dagli immigrati veneti giunti a
colonizzare il territorio ivi concesso dalle politiche fasciste, è oggigiorno
in regresso, soppiantato sia dal sardo sia dall'italiano. Anche nella frazione
algherese di Fertilia sono predominanti, accanto all'italiano, dialetti di tale
famiglia (anch'essi in netto regresso) introdotti nell'immediato dopoguerra da
gruppi di profughi istriani su un preesistente sostrato ferrarese. Un discorso
a parte va fatto per i due idiomi parlati nell'estremo nord dell'isola,
linguisticamente gravitanti sulla Corsica e quindi la Toscana: l'uno a
nord-est, sviluppatosi da una varietà del toscano (il còrso meridionale) e
l'altro a nord-ovest, influenzato dal toscano/corso e genovese.[105] Francesco
Cetti, che per primo, come si è detto, operò la classificazione bipartita del
sardo, aveva reputato l'idioma sardo-corso «che si parla in Sassari,
Castelsardo e Tempio» come «straniero» e «non nazionale» (ovvero, "non
sardo") al pari del dialetto catalano di Alghero, giacché sarebbe a suo
dire «un dialetto italiano, assai più toscano, che non la maggior parte de’
medesimi dialetti d'Italia».[106] La maggior parte degli studiosi li considera
infatti come parlate geograficamente sarde ma tipologicamente facenti parte,
assieme al corso, del sistema linguistico italiano per sintassi, grammatica e
in buona parte anche lessico.[107] Secoli di contiguità hanno fatto sì che tra
gli idiomi sardo-corsi, afferenti all'area italiana, e la lingua sarda vi
fossero reciproche influenze sia fonetico-sintattiche sia lessicali,[108] senza
però comportarne l'annullamento delle differenze fondamentali tra i due sistemi
linguistici. Nello specifico, i cosiddetti idiomi sardo-corsi sono: il
gallurese, parlato nella parte nord-orientale dell'isola, è di fatto una
varietà del còrso meridionale. L'idioma sorse verosimilmente a seguito dei
notevoli flussi migratori che, procedenti dalla Corsica, investirono la Gallura
dalla seconda metà circa del XIV.[109] secolo o, secondo altri, invece, a
partire dal XVI secolo[110] La causa di tali flussi andrebbe ricercata nello
spopolamento della regione dovuto a pestilenze, incursioni e incendi. il
turritano o sassarese, parlato a Sassari, Porto Torres, Sorso, Castelsardo e
nei loro dintorni, ebbe invece origine più antica (XII-XIII secolo). Esso
conserva grammatica e struttura di base corso-toscana a riprova della sua
origine comunale e mercantile, ma presenta profonde influenze del sardo
logudorese in lessico e fonetica, oltre a quelle minori del ligure, del
catalano e dello spagnolo. Nelle zone di diffusione del gallurese e del
sassarese, la lingua sarda è capita dalla massima parte della popolazione (il
73,6% in Gallura e il 67,8% nel Turritano), anche se è parlata da una minoranza
di locutori: il 15,1% in Gallura (senza la città di Olbia, dove la sardofonia
ha un notevole rilievo, ma comprese le piccole enclavi linguistiche come Luras)
e il 40,5% nel Turritano, grazie alle numerose isole linguistiche in cui i due
idiomi convivono. Competenza del sardo all'interno delle diverse aree linguistiche[modifica
| modifica wikitesto] La presente tavola sinottica è contenuta nel già citato
rapporto di Anna Oppo (curatrice), Le Lingue dei Sardi. Una Ricerca
Sociolinguistica, commissionato dalla Regione Autonoma di Sardegna alle
Università di Cagliari e di Sassari.[111] Attiva Passiva Nessuna Totale Interv.
Area logudoresofona 76,0% 21,9% 2,1% 100% 425 Area campidanesofona 68,9% 27,7%
3,4% 100% 919 Città di Alghero 23,2% 26,2% 50,6% 100% 168 Area sassaresofona
27,3% 40,5% 32,2% 100% 575 Città di Olbia 44,6% 38,9% 16,6% 100% 193 Area
galluresofona 15,1% 58,5% 26,4% 100% 53 Carloforte e Calasetta 12,2% 35,6%
52,2% 100% 90 Storia[modifica | modifica wikitesto] Preistoria e storia
antica[modifica | modifica wikitesto] Lo stesso argomento in dettaglio: Lingua
protosarda. Le origini e la classificazione della lingua protosarda o
paleosarda non sono al momento note con certezza. Alcuni studiosi, tra cui il
linguista svizzero esperto degli elementi di sostrato Johannes Hubschmid, hanno
creduto di potere riconoscere diverse stratificazioni linguistiche nella
Sardegna preistorica.[51] Queste stratificazioni, cronologicamente collocabili
in un periodo molto ampio che va dall'età della pietra a quella dei metalli,
mostrerebbero, a seconda delle ricostruzioni proposte dai diversi autori,
similitudini con le lingue paleoispaniche (proto-basco, iberico), lingue
tirseniche e l'antico ligure.[112][113] Anche se la dominazione di Roma,
iniziata nel 238 a.C., importò fin da subito nell'amministrazione locale la
lingua latina attraverso il ruolo dei negotiatores di etnia strettamente
italica, la romanizzazione dell'isola non procedette in maniera affatto
spedita:[114] si stima che i contatti linguistici con la metropoli continentale
fossero probabilmente già cessati a partire dal I secolo a.C.,[115] e le lingue
sarde, fra cui il punico, permasero nell'uso ancora per diverso tempo. Si
reputa che il punico continuò a essere usato fino al IV secolo d.C.,[116]
mentre il nuragico resistette fino al VII secolo d.C. presso le popolazioni
dell'interno che, guidate dal capo tribale Ospitone, adottarono anch'esse il
latino con la loro conversione al cristianesimo.[117][Nota 1] La prossimità
culturale della popolazione locale rispetto a quella cartaginese risaltava nel
giudizio degli autori romani,[118] in particolare presso Cicerone le cui
invettive, nello schernire i sardi ribelli al potere romano, vertevano nel
denunciarne la inaffidabilità per via della loro supposta origine africana[Nota
2] avendone in odio i portamenti, la loro disposizione verso Cartagine
piuttosto che Roma, nonché una lingua incomprensibile.[119] Diverse radici
paleosarde rimasero invariate e in molti casi furono incamerate nel latino
locale (come Nur, che presumibilmente compare anche in Norace, e che si ritrova
in diversi toponimi quali Nurri, Nurra e molti altri); la regione dell'isola
che avrebbe derivato il suo nome dal latino Barbaria (in italiano "paese
dei Barbari",[120] lemma comune all'ormai desueto "Barberia") si
oppose all'assimilazione romana per un lungo periodo: vedasi, a titolo di
esempio, il caso di Olzai, in cui circa il 50% dei toponimi è derivabile dal
sostrato linguistico protosardo.[51] Oltre ai nomi di luogo, sull'isola sono
presenti diversi nomi di piante, animali e terminologia geomorfica direttamente
riconducibili agli antichi idiomi indigeni.[121] Anche nel suo fondo latino il
sardo presenta diverse peculiarità, dovute all'adozione di vocaboli sconosciuti
e/o da tempo caduti in disuso nel resto della Romània linguistica.[122][123]
Durata del dominio romano e nascita delle lingue romanze.[124] Per quanto
lentamente, il latino sarebbe alla fine comunque diventato la lingua madre
della maggior parte degli abitanti dell'isola.[125] Come risultato di questo
profondo processo di romanizzazione, l'odierna lingua sarda è oggi classificata
come lingua romanza o neolatina,[121] presentante caratteristiche fonetiche e
morfologiche simili al latino classico. Alcuni linguisti sostengono che la
lingua sarda moderna sia stata la prima lingua a dividersi dalle altre lingue
che si stavano evolvendo dal latino.[126] Dopo la caduta dell'Impero romano
d'Occidente e una parentesi vandalica di 80 anni, la Sardegna fu riconquistata
da Bisanzio e inclusa nell'Esarcato d'Africa.[127] Il Casula è convinto che la
dominazione vandalica procurò una «netta frattura con la tradizione redazionale
romano-latina o, quantomeno, una sensibile strozzatura» così che il successivo
governo bizantino poté impiantare «i propri istituti operativi» in un
«territorio conteso tra la "grecìa" e la "romània"».[128]
Luigi Pinelli ritiene che la presenza vandala avesse «estraniato la Sardegna
dall'Europa legando il suo destino al dominio africano» in un legame volto a
rafforzarsi ulteriormente «sotto la dominazione bizantina non solo per aver
l'impero romaico compreso l'isola all'Esarcato africano, ma per averne, sia
pure indirettamente, sviluppata la comunità etnica facendo ad essa acquistare
molte delle caratteristiche africane» che avrebbero permesso a etnologi e
storici di elaborare la teoria dell'origine africana dei paleosardi,[129] ormai
deprecata. Nonostante un periodo di quasi cinque secoli, la lingua greca dei
bizantini non diede in prestito al sardo che alcune espressioni rituali e
formali; significativo, d'altro canto, l'utilizzo dell'alfabeto greco per
redigere testi in primo volgare sardo, ovvero una lingua neolatina.[130][131]
Periodo giudicale[modifica | modifica wikitesto] Estratto del Privilegio
Logudorese (1080)[132] (sardo) «In nomine Domini amen. Ego iudice Mariano de
Lacon fazo ista carta ad onore de omnes homines de Pisas pro xu toloneu ci mi
pecterunt: e ego donolislu pro ca lis so ego amicu caru e itsos a mimi; ci
nullu imperatore ci lu aet potestare istu locu de non (n)apat comiatu de
leuarelis toloneu in placitu: de non occidere pisanu ingratis: e ccausa ipsoro
ci lis aem leuare ingratis, de facerlis iustitia inperatore ci nce aet exere
intu locu […]» (italiano) «In nome di Dio, amen. Io giudice Mariano de Lacon
faccio questa carta a onore di tutti gli uomini di Pisa, per il dazio che mi
chiesero; e io la dono loro perché sono a loro amico caro ed essi a me; che
nessun imperatore che abbia a potestare in questo luogo non possa togliere loro
questo dazio concesso con placito: di non uccidere arbitrariamente un pisano: e
per i beni che venissero arbitrariamente tolti, gli faccia giustizia
l'imperatore che ci sarà nel luogo […]» (Privilegio Logudorese 1080) Quando gli
omayyadi si impadronirono del Nordafrica, ai bizantini non rimasero dei
precedenti territori che le Baleari e la Sardegna; Luigi Pinelli ritiene che
tale evento abbia costituito uno spartiacque fondamentale nel percorso storico
della Sardegna, determinando la definitiva recisione di quei legami culturali
in precedenza assai stretti tra quest'ultima e la sponda meridionale del
Mediterraneo: «le comunanze con le terre d'Africa si dileguarono, come nebbia
al sole, per effetto della conquista islamita giacché questa, a causa
dell'accanita resistenza dei sardi, non riuscì, come avvenuto in Africa, ad
estendersi nell'isola».[129] Nonostante le numerose spedizioni intraprese verso
la Sardegna, infatti, gli arabi non sarebbero mai riusciti a conquistarla e a
stabilirvisi, a differenza della Sicilia.[133] Michele Amari, citato dal
Pinelli, scrive che «i tentativi dei musulmani di Africa di conquistare la
Sardegna e la Corsica furono frustrati per il valore inconcusso degli abitatori
di quelle isole poveri e valorosi che si salvarono per due secoli dal giogo
degli arabi».[134] Essendo Costantinopoli impegnata nella riconquista della Sicilia
e del Meridione italiano, caduti anch'essi nelle mani degli arabi, questa
distolse la propria attenzione dall'isola che, quindi, procedette a dotarsi di
competenze via via maggiori fino all'indipendenza.[135] Pinelli reputa che «la
conquista araba separò la Sardegna da quel continente senza che, però, si
verificasse una riunione all'Europa» e che detto evento «determina una svolta
capitale per la Sardegna dando vita al governo nazionale di fatto
indipendente»,[129] retto da una figura chiamata "giudice" (judike o
juighe in sardo), intesa come autentico sovrano a capo di una statualità (Logu)
sovrana, perfetta, non patrimoniale ma superindividuale (iudex sive rex, da cui
il sardo judicadu e la resa italiana in "giudicato"), piuttosto che
nel suo significato in italiano di comune "magistrato".[136] Il
Casula ritiene che, da un esame degli elementi diplomatistici e paleografici,
l'isola emerga dal «black-out documentario» anteriore al Mille con
un'assunzione di sovranità avvenuta, intorno al secolo IX, come «conseguenza
marginale dell'occupazione della Sicilia da parte degli Arabi e dalla
disgregazione dell'Impero carolingio»;[137] una lettera di Brancaleone Doria,
marito di Eleonora d'Arborea, recita che nell'ultimo decennio del secolo XIV il
giudicato arborense avrebbe avuto già "cinquecento anni di vita" e
fosse, perciò, nato verso la fine dell'800.[138] Il volgare sardo, sviluppando
nel tempo le due varianti ortografiche logudoresi e campidanesi, costituì
durante il periodo medioevale la lingua ufficiale e nazionale dei quattro
Giudicati isolani, anticipando in emancipazione le altre lingue
neolatine[139][140][141][142] tra cui il volgare toscano, come riportava in
guisa di esempio da seguire per gli italiani "sulla scorta dei vicini Sardi"
lo storico e diplomatista Ludovico Antonio Muratori.[Nota 3] L'eccezionalità
della situazione sarda, che costituisce in tal senso un caso unico nell'intero
panorama romanzo, consiste nel fatto che tali testi ufficiali furono redatti
fin dall'inizio in lingua sarda per comunicazioni interne ed escludessero del
tutto il latino, a differenza di quanto accadeva nel periodo coevo nelle
regioni geografico-culturali di Francia, Italia e Iberia; il latino in Sardegna
era infatti impiegato solo nei documenti concernenti rapporti esterni con il
continente europeo.[143] La coscienza linguistica sulla dignità del sardo era
tale da giungere, nelle parole di Livio Petrucci, a un suo impiego «in epoca
per la quale nulla di simile è verificabile nella penisola» non solo «in campo
giuridico» ma anche «in qualunque altro settore della scrittura».[144] Il
Casula riporta in merito che i «documenti "per l'interno", cioè
destinati ai Sardi» fossero già in volgare sardo, laddove quelli «per
l'esterno» fossero in «latino "quasi merovingico"».[145] La lingua
sarda presentava allora un numero ancor maggiore di arcaismi e latinismi
rispetto a quella attuale, l'utilizzo di caratteri oggi entrati in disuso
nonché in diversi documenti una grafia della lingua scritta che risentiva degli
influssi continentali degli scrivani, spesso toscani, genovesi o catalani.
Scarsa la presenza di lemmi germanici, giunti perlopiù attraverso lo stesso
latino, e degli arabismi, importati a loro volta dall'influsso iberico.[146]
Dante Alighieri nel suo De vulgari eloquentia (1303-1305) ne riferisce ed
espelle criticamente i sardi, a rigore "non italiani (Latii) per quanto a
questi superficialmente accomunabili",[147][148] in quanto agli occhi di
Dante parlerebbero non una lingua neolatina, bensì in latino schietto
imitandone la gramatica «come le scimmie imitano gli uomini: dicono infatti
domus nova e dominus meus».[147][148][149] Tale asserzione è in realtà prova di
quanto il sardo, ormai evolutosi autonomamente dal latino, fosse divenuto già
in quell'epoca, nelle parole del Wagner, un'autentica e impenetrabile
"sfinge"[146], ovvero una lingua pressoché incomprensibile a tutti
fuorché gli isolani. Famosi sono due versi del XII secolo attribuiti al
trovatore provenzale Rambaldo di Vaqueiras, che nel suo poema Domna, tant vos
ai preiada equipara il sardo per intelligibilità a due lingue del tutto escluse
dallo spazio romanzo, quali il tedesco (un idioma germanico) e il berbero (un
idioma afroasiatico): «No t'entend plui d'un Todesco / Sardesco o Barbarì»
(lett. "Non ti capisco più di un tedesco / o sardo o
berbero")[150][151][152][153][154][155] e quelli del fiorentino Fazio
degli Uberti (XIV secolo) il quale nel Dittamondo scrive dei sardi: «una gente
che niuno non la intende / né essi sanno quel ch'altri pispiglia » (lett.
"una gente che nessuno capisce / né essi capiscono quel che gli altri
bisbigliano").[149][156] Il condaghe di San Pietro di Silki (1065-1180),
scritto in sardo Il primo documento scritto in cui compaiono elementi della
lingua sarda risale al 1065 e si tratta dell'atto di donazione da parte di
Barisone I di Torres indirizzato all'abate Desiderio a favore dell'abbazia di
Montecassino,[157] noto anche come Carta di Nicita.[158] Prima pagina della
Carta de Logu arborense (Biblioteca universitaria di Cagliari). Altri documenti
di grande rilevanza sono i Condaghi, la Carta di Orzocco (1066/1073),[159] il
Privilegio Logudorese (1080-1085) conservato presso l'Archivio di Stato di
Pisa, la Prima Carta cagliaritana (1089 o 1103) proveniente dalla chiesa di San
Saturnino nella diocesi di Cagliari e, assieme alla Seconda Carta Marsigliese,
conservata negli Archivi Dipartimentali delle Bouches-du Rhone a Marsiglia,
oltre a un particolare atto (1173) tra il Vescovo di Civita Bernardo e
Benedetto, allor amministratore dell'Opera del Duomo di Pisa. Statuti Sassaresi
Gli Statuti Sassaresi (1316)[160] e quelli di Castelgenovese (c. 1334), scritti
in logudorese, sono un altro importante esempio di documentazione linguistica
della Sardegna settentrionale e della Sassari comunale; è infine d'uopo
menzionare la Carta de Logu[161] del Regno di Arborea (1355-1376), che sarebbe
rimasta in vigore fino al 1827. Per quanto i testi a noi rimasti provenissero
da zone alquanto lontane l'una dall'altra, quali il nord e il sud dell'isola,
il sardo si presentava allora piuttosto omogeneo:[162] benché le differenze
ortografiche tra il logudorese e il campidanese cominciassero a intravedersi,
il Wagner rinveniva in tale periodo «l'originaria unità della lingua
sarda».[163] Paolo Merci vi riscontra una «larga uniformità», così come Antonio
Sanna e Ignazio Delogu, per il quale sarebbe stata la vita comunitaria a
sottrarre l'ortografia sarda ai localismi.[162] A detta di Carlo Tagliavini,
nell'isola si andava formando una koinè illustre basata piuttosto sul modello
ortografico logudorese.[164] In seguito alla scomparsa del giudicato di
Cagliari e di quello di Gallura nella seconda metà del XIII secolo, sarebbe
stato il dominio dei Gherardesca e della Repubblica di Pisa sugli ex-territori
giudicali a provocare, secondo Eduardo Blasco Ferrer, una prima frammentazione
del sardo, con un considerevole processo di toscanizzazione della lingua
locale.[165] Nel settentrione della Sardegna, invece, furono i genovesi a
imporre la propria sfera di influenza, sia mediante la nobiltà sardo-genovese
di Sassari, sia attraverso i membri della famiglia Doria che, anche dopo
l'annessione dell'isola da parte dei catalano-aragonesi, conservarono i propri
feudi di Castelsardo e Monteleone in qualità di vassalli dei sovrani della
Corona d'Aragona.[166] Alla seconda metà del XIII secolo risale la prima
cronaca redatta in lingua sive ydiomate sardo,[167] seguendo gli stilemi tipici
del periodo. Il manoscritto, redatto da un anonimo e oggi conservato presso
l'Archivio di Stato di Torino, reca il titolo di Condagues de Sardina e traccia
le vicende dei Giudici succedutisi nel Giudicato di Torres; l'ultima edizione
critica della cronaca sarebbe stata ripubblicata nel 1957 da Antonio Sanna. La
politica estera del giudicato di Arborea, indirizzata a unificare il resto
dell'isola sotto il suo regno[168][169] e a preservare la propria indipendenza
da ingerenze straniere, oscillò tra una posizione di alleanza con gli aragonesi
in funzione antipisana a una, di senso contrario, antiaragonese, instaurando
alcuni legami culturali con la tradizione italiana.[169][170][171] La
contrapposizione politica fra il giudicato di Arborea e i sovrani aragonesi si
manifestò anche con l'adozione di certe matrici culturali toscane, quali alcuni
moduli linguistici nell'Oristanese.[172] Ciononostante, in linea con la propria
politica estera, il giudicato arborense si contraddistinse per diverse
innovazioni, quali un proprio tipo di scrittura cancelleresca (la gotica
cancelleresca arborense, derivata dalla triangolare italiana) e per una qual
certa riluttanza a sottoporsi eccessivamente all'influsso di culture
forestiere, maturata sulla consapevolezza di una propria identità autoctona,
etnica, antropologica, culturale e linguistica.[173] In merito a detta cancelleresca,
sulla cui costituzione il Casula non ha dubbi, egli dice che «non parrà
arbitrario, quindi, se cercheremo di spiegare il modello attraverso i campioni
offertici dai documenti originali della curia giudicale dell'Arborea, la quale
ci sembra facesse qualcosa di più che abbandonarsi all'esecuzione passiva e
sciatta della grafia gotica appresa in Italia o importata dagli italiani,
verosimilmente dai Pisani: i Sardi oristanesi, infatti, calligrafarono,
caratterizzarono, collettivizzarono e conservarono questa scrittura fino alla
fine del giudicato. In poche parole: con essa crearono la propria
cancelleresca, che dopo il 1323 può essere contrapposta alla cancelleresca
catalana delle scrivanie regie dell'isola.[174]» In ogni caso, una qual certa
influenza italiana poté essere mantenuta nel giudicato arborense grazie alla
presenza in loco di alcuni notai, giuristi e medici provenienti dalla suddetta
penisola, nonché di alcuni uomini d'arme toscani a capo di milizie locali, fra
cui Cicarello di Montepulciano e Giuliano di Massa: Mariano IV d'Arborea, che
aveva trascorso parte della propria giovinezza in Catalogna, avrebbe impartito
ordini ai propri comandanti in italiano o in sardo «secondo la loro nazionalità
d'origine».[175] Periodo aragonese e spagnolo[modifica | modifica wikitesto]
L'infeudamento della Sardegna da parte di papa Bonifacio VIII nel 1297, senza
che questi avesse tenuto conto delle realtà statuali già presenti al suo
interno, portò alla fondazione nominale del Regno di Sardegna: ovvero, di uno stato
che, per quanto privo di summa potestas, entrò di diritto quale membro in
unione personale entro la compagine mediterranea della Corona di Aragona. Ebbe
così inizio, nel 1353, una lunga guerra tra quest'ultima e, al grido di «Helis,
Helis», il precedente alleato Giudicato di Arborea, in cui la lingua sarda
avrebbe rivestito un ruolo di codice di contrassegno etnico.[176] La guerra
aveva tra i suoi motivi un mai sopito e antico disegno arborense di instaurare
«un grande Stato-Nazione isolano, tutto indigeno» assistito dalla
partecipazione stavolta massiccia, per la prima e ultima volta nella loro
storia, finanche del resto dei Sardi, ovvero non giudicali (Sardus de foras) e
residenti nei possedimenti signorili o regnicoli,[177] nonché una diffusa
insofferenza per l'imposizione di un regime feudale che minacciava la
sopravvivenza di radicate istituzioni autoctone e, lungi dall'assicurare la
riconduzione dell'isola a un regime unitario, vi aveva solo introdotto, a detta
di Ugone d'Arborea in una lettera inviata al cardinale Napoleone Orsini,
"tot reges quot sunt ville" ("tanti re-padroni quanti sono i
paesi"),[178] laddove "Sardi unum regem se habuisse credebant"
("i sardi credevano di avere un solo re"). Il conflitto tra le due
entità sovrane si concluse dopo sessantasette anni con la definitiva vittoria
della "confederazione" aragonese nella storica battaglia di Sanluri
nel 30 giugno 1409 e, infine, la rinuncia dei diritti di successione arborensi
da parte di Guglielmo III di Narbona nel 1420. Tale evento, accompagnato alla
scomparsa del re di Sicilia Martino il Giovane nel 1409, segnò per Francesco
Cesare Casula l'uccisione reciproca delle due "nazioni", sarda e
catalana, e per l'isola "l'inizio del vero medioevo feudale",[179]
terminato solo nel 1836: per il Casula, il predetto avvenimento, paragonato per
rilevanza storica alla «fine del Messico azteco», dovrebbe ritenersi «né
trionfo né sconfitta, ma la dolorosa nascita della Sardegna di oggi».[180]
Durante e dopo questo conflitto, sarebbe stato sistematicamente neutralizzato
ogni focolaio di ribellione antiaragonese, quali la rivolta di Alghero nel
1353, quella di Uras del 1470 e infine quella di Macomer nel 1478, richiamata
nel De bello et interitu marchionis Oristanei;[181] da quel momento, «quedó de
todo punto Sardeña por el rey».[182] Il Casula reputa che i vincitori emersi
dal conflitto avessero poi proceduto a distruggere la preesistente produzione
documentaria dell'età giudicale, redatta perlopiù in lingua sarda ma anche in
altri idiomi che meglio si confacevano alle relazioni della sofisticata
cancelleria arborense, non lasciando dietro di sé che «poche pietre» e, nel
complesso, un «esiguo gruppo di documenti»,[183] molti dei quali sono infatti
tuttora conservati e/o rimandano ad archivi fuori dell'isola.[184] Nello
specifico, la documentazione giudicale e il suo palazzo sarebbe stata data
completamente alle fiamme il 21 maggio 1478, mentre il viceré faceva
trionfalmente il proprio ingresso ad Oristano dopo aver domato la summenzionata
ribellione marchionale, che minacciava la ripresa di una soggettività arborense
de jure abolita nel 1420 ma ancora ben viva nella memoria popolare.[185] Il
catalano, lingua della corte della Corona d'Aragona, assunse anche nell'isola
l'egemonia, in una condizione diglossica in cui il sardo venne relegato a una
posizione alternativa, quando non secondaria: emblematica era la situazione
delle città soggette al ripopolamento aragonese, quali Cagliari[186] e in cui,
nella testimonianze di Giovanni Francesco Fara,[187] per un tempo il catalano
subentrò interamente al sardo come ad Alghero, tanto da generare espressioni
idiomatiche quali no scit su catalanu ("non sa il catalano") per
indicare una persona che non sapeva esprimersi
"correttamente".[188][189] Il Fara, nella medesima prima monografia
di età moderna dedicata ai Sardi e la Sardegna, riporta anche il vivace
plurilinguismo presso «un medesimo popolo», per via dei movimenti migratori «di
spagnoli (tarragonesi o catalani) e di italiani» nell'isola, ivi giunti per
praticarvi il commercio.[187] Ciononostante, la lingua sarda non scomparve
affatto dall'uso ufficiale: la tradizione giuridica nazionale dei catalani
nelle città convisse con quella preesistente dei sardi, contrassegnata nel 1421
dalla conferma della stessa Carta de Logu arborense da parte del Parlamento del
sovrano di Aragona Alfonso il Magnanimo,[190][191] quale intelaiatura
fondamentale di una rete di rapporti localmente stratificata nei vari capitoli
di grazia. In ambito amministrativo ed ecclesiastico, si seguitò a impiegare il
sardo per usi normati dalla scrittura fino al Seicento inoltrato.[192][193] Le
corporazioni religiose fecero anch'esse uso della lingua. Il regolamento del
seminario di Alghero, emanato dal vescovo Andreas Baccallar il 12 luglio 1586,
era in sardo;[194] essendo diretti all'intera diocesi di Alghero e Unioni, i
provvedimenti destinati alla diretta conoscenza del popolo erano redatti in
sardo, oltre che in catalano.[195] Il primo catechismo ad oggi rinvenuto in
"lingua sardisca" di matrice posttridentina è del 1695, in calce alle
costituzioni sinodali dell'arcivescovato di Cagliari.[196] L'avvocato
Sigismondo Arquer, autore della Sardiniae brevis historia et descriptio (il cui
paragrafo relativo alla lingua sarebbe stato grossomodo estrapolato anche da
Conrad Gessner nel suo "Sulle differenti lingue in uso presso le varie
nazioni del globo"[197]), riferisce che in Sardegna fossero parlate due
lingue, ovvero lo "spagnolo, tarragonese o catalano" appreso dagli
elementi iberici nelle città, e il sardo nel resto del Regno:[189] per quanto
quest'ultimo fosse ormai frazionato a causa delle dominazioni straniere (ovvero
"latini, pisani, genovesi, spagnoli e africani"), l'Arquer riporta
come i sardi nondimeno "fra loro si comprendessero perfettamente".[198]
Il gesuita portoghese Francisco Antonio, nel 1561, riportava che «la lingua
ordinaria di Sardegna è il sardo, come l'italiano lo è d'Italia. [...] Nelle
città di Cagliari e di Alghero la lingua ordinaria è il catalano, sebbene vi sia
molta gente che usa anche il sardo».[189][199] I Gesuiti, che fondarono dei
collegi a Sassari (1559), Cagliari (1564), Iglesias (1578) e Alghero (1588),
inizialmente promossero una politica linguistica a favore del sardo, usandolo
nell'esercizio del loro ministero con grande favore delle popolazioni che, per
la prima volta, si sentivano rivolgere nella loro lingua, piuttosto che in
quella catalana, spagnola o italiana; tuttavia, tale pratica fu ritenuta
inopportuna dal nuovo generale dell'Ordine, Francesco Borgia, che nel 1567
impose per tutte le attività l'utilizzo esclusivo del castigliano.[200]
L'influenza del toscano, fra il XIV e il XV secolo, si manifestò nel Logudoro,
sia in alcuni documenti ufficiali, sia come lingua letteraria:
l'internazionalizzazione del Rinascimento italiano, a partire dal XVI secolo,
avrebbe infatti ravvivato in Europa l'interesse per la cultura italiana,
manifestandosi anche in Sardegna soprattutto nell'impiego aggiuntivo di
suddetta lingua presso alcuni autori, parallelamente al sardo e a quelle iberiche
che, comunque, conservarono la loro preminenza. In questi stessi secoli o in
epoca immediatamente successiva, anche a causa della progressiva diffusione del
corso in Gallura nonché in ampie zone della Sardegna nord-occidentale, cui si è
fatto accenno in precedenza, il logudorese settentrionale assunse talune
caratteristiche fonetiche (palatalizzazione e suoni fricativi-palatalizzati)
dovute al contatto con l'area linguistica toscana (sic)[201]. Come rileva Bruno
Migliorini, la Sardegna ebbe con la penisola italiana complessivamente «scarsi
rapporti».[202] Nel Parlamento del 1565, lo stamento militare richiese, nella
forma di una petizione da parte di Álvaro de Madrigal, che gli statuti di
Iglesias, Bosa e Sassari, fino ad allora redatti "in lingua genovese,
pisana o italiana", fossero tradotti "in lingua sarda o in quella
catalana", giacché «non è opportuno né è giusto che delle leggi del Regno
siano in lingua straniera».[203][204] In questo primo periodo iberico abbiamo
una qual certa documentazione scritta della lingua sarda tanto in letteratura
quanto in atti notarili, essendo l'idioma maggiormente diffuso e parlato, che
però ben esplica l'influenza iberica. Antonio Cano (1400-1476) compose, nel XV
secolo, il poema di carattere agiografico Sa Vitta et sa Morte, et Passione de
sanctu Gavinu, Prothu et Januariu (pubbl. 1557);[205] è una delle opere
letterarie più antiche in lingua sarda, nonché più rilevanti sotto l'aspetto
filologico del periodo. Estratto de sa Vitta et sa Morte, et Passione de sanctu
Gavinu, Prothu et Januariu (A. Cano, ~1400)[205] O Deu eternu, sempre
omnipotente, In s’aiudu meu ti piacat attender, Et dami gratia de poder acabare
Su sanctu martiriu, in rima vulgare, 5. De sos sanctos martires tantu gloriosos Et
cavaleris de Cristus victoriosos, Sanctu Gavinu, Prothu e Januariu, Contra su
demoniu, nostru adversariu, Fortes defensores et bonos advocados, 10. Qui in su Paradisu sunt glorificados De sa
corona de sanctu martiriu. Cussos sempre siant in nostru adiutoriu. Amen. Nel
1479 si ebbe l'unificazione fra il regno di Castiglia con quello di Aragona.
Tale unificazione, di carattere esclusivamente dinastico, non comportò, sotto
il profilo linguistico, cambiamenti di sorta. Il castigliano o spagnolo tardò
infatti a imporsi come lingua ufficiale dell'isola e non oltrepassò i domini
della letteratura e dell'istruzione:[2] fino al 1600 i pregones si pubblicarono
perlopiù in catalano e solo a partire dal 1602 si iniziò a utilizzare anche il
castigliano, che per Giovanni Siotto Pintor sarebbe stato usato nelle leggi e
decreti a partire dal 1643.[206][207][208] Nel XVI secolo, il sardo conobbe una
prima rinascita letteraria. L'opera Rimas Spirituales del letterato sassarese
Gerolamo Araolla, che scrisse in sardo, castigliano e italiano, si prefisse il
compito di "magnificare et arrichire sa limba nostra sarda", allo
stesso modo in cui i poeti spagnoli, francesi e italiani lo avevano fatto per
la loro rispettiva lingua,[209][Nota 4] seguendo schemi già collaudati (es. la
Deffense et illustration de la langue françoyse, il Dialogo delle lingue): per
la prima volta fu così posta la cosiddetta "questione della lingua
sarda", poi approfondita da vari altri autori. L'Araolla è anche il primo
autore sardo a stringere in nesso la parola "lingua" con
"nazione", il cui riconoscimento non è direttamente espresso a chiare
lettere ma dato per scontato, data la "naturalezza" con la quale gli
autori di diverse nazioni si cimentano in una propria letteratura nazionale.[210]
Antonio Lo Frasso, poeta nativo di Alghero (città che ricorda con affetto in
vari versi[Nota 5]) e vissuto a Barcellona, fu probabilmente il primo
intellettuale di cui abbiamo testimonianza a comporre in sardo liriche amorose,
benché abbia scritto maggiormente in un castigliano pregno di catalanismi; si
tratta in particolare di due sonetti (Cando si det finire custu ardente fogu e
Supremu gloriosu exelsadu) e di un poema in ottave reali, facenti parte della
sua opera principale Los diez libros de Fortuna de Amor (1573).[Nota 6] Nel
XVII secolo vi fu una produzione letteraria anche in italiano, per quanto
limitata (nel complesso, secondo le stime della scuola di Bruno Anatra, circa
l'87% dei libri stampati a Cagliari era in spagnolo[211]); nello specifico si
trattava di alcuni scrittori plurilingui, come Salvatore Vitale, nato a
Maracalagonis nel 1581, che accanto all'italiano utilizzò anche lo spagnolo, il
latino e il sardo, Efisio Soto-Real (il cui vero nome fu Giuseppe Siotto),
Eusebio Soggia, Prospero Merlo e Carlo Buragna, il quale aveva vissuto
lungamente nel Regno di Napoli[212]. Nel complesso, gli istruiti e la classe
dirigente sarda dell'epoca conoscevano assai bene lo spagnolo e avrebbero
scritto tanto in spagnolo quanto in sardo fino al XIX secolo; Vicente Bacallar
Sanna, per esempio, fu uno dei fondatori della Real Academia Española.[213] Lo
spagnolo si affermò, pertanto, tardivamente ma riuscì a ritagliarsi, comunque,
una posizione di eminente prestigio nei campi elitari della letteratura e
dell'erudizione, rispetto al catalano, la cui forza di propagazione fu tale da
entrare nella massima parte delle contrade della Sardegna centrale e
meridionale e in alcune aree di quella settentrionale (ma non certamente nel
capitolo di Sassari, dove i contratti d'appalto iniziarono a privilegiare lo spagnolo
dal 1610,[214] gli atti ufficiali vennero scritti in sardo logudorese fino al
1649[215] e gli statuti di alcune prestigiose confraternite sassaresi in
italiano[216]; in aree quali Macomer, gli archivi parrocchiali impiegarono il
sardo fino al 1623[214]), resistendo tenacemente negli atti pubblici e nei
libri di battesimo. Il sardo resistette, inoltre, nella drammatica religiosa,
nella redazione di atti notarili nelle aree interne[217] e negli atti e statuti
delle confraternite, come quello dei disciplinanti di Torralba[218]. Il sardo
restò comunque l'unico e spontaneo codice della popolazione sarda, rispettato e
anche appreso dai conquistatori.[219] Il sardo era, a pari merito rispetto al
castigliano, catalano e portoghese, una delle lingue la cui conoscenza era
richiesta per potere essere ufficiali dei tercios, nei cui ranghi i sardi erano
considerati "spanyols", come richiesto dagli Stamenti nel 1553;[220]
dal momento che potevano fare carriera e arrivare in posizione di comando solo
coloro che parlassero almeno una di queste quattro lingue, Vicente G. Olaya
sostiene che «gli italiani che parlavano male lo spagnolo cercavano di farsi
passare per valenciani per provare a essere promossi».[221] La situazione
sociolinguistica era caratterizzata da una competenza, sia attiva sia passiva,
nelle città delle due lingue iberiche e del sardo nel resto dell'isola, come
riportato da varie testimonianze coeve: Cristòfor Despuig, ne Los Colloquis de
la Insigne Ciutat de Tortosa, sosteneva nel 1557 che, per quanto la lingua
catalana si fosse ritagliata un posto di «cortesana», "non tutti la
parlano, dal momento che in molte parti dell'isola si conserva ancora l'antica
lingua del Regno" («llengua antigua del Regne»),[204] tributando a
quest'ultima un insigne riconoscimento; l'ambasciatore e visitador reial Martin
Carillo (supposto autore dell'ironico giudizio sulla nobiltà sarda: pocos,
locos y mal unidos[211]) notò nel 1611 che le principali città parlavano il
catalano e lo spagnolo, ma al di fuori di queste non si capiva altra lingua che
il sardo, compresa da tutti nell'intero Regno;[204] Joan Gaspar Roig i Jalpí,
autore del Llibre dels feyts d'armes de Catalunya, riportava a metà del
Seicento che in Sardegna «parlen la llengua catalana molt polidament, axì com
fos a Catalunya»;[204] Anselm Adorno, originario di Genova ma residente a
Bruges, notò nei suoi pellegrinaggi come, nonostante una cospicua presenza di
stranieri residenti nell'isola, i nativi di questa parlassero comunque la loro
lingua («linguam propriam sardiniscam loquentes»[222]); un'altra testimonianza
è offerta dal rettore del collegio gesuita sassarese Baldassarre Pinyes che, a
Roma, registrava la partizione etnica e linguistica del Regno, scrivendo: «per
ciò che concerne la lingua sarda, sappia vostra paternità che essa non è
parlata in questa città, né in Alghero, né a Cagliari: la parlano solo nelle
ville».[223] La consistente presenza, nel capo di sopra, di feudatari valenzani
e aragonesi, oltre che di soldati mercenari lì stanziati di guardia, rese i
dialetti logudoresi più esposti alle influenze castigliane; inoltre, altri
vettori di ingresso furono, per quanto concerne i prestiti linguistici, la
poesia orale, le opere teatrali e i già menzionati gocius o gosos (vocabolo
derivante da gozos, stante per "inni sacri"). La poesia popolare si
arricchì di altri generi, quali le anninnias (ninne nanne), gli attitos
(lamenti funebri), le batorinas (quartine narrative), i berbos e paraulas
(malefici e scongiuri) e i mutos e mutetos. Si annoti che diverse testimonianze
scritte del sardo permasero anche negli atti notarili, i quali pur subirono
crudi castiglianismi e italianismi nel lessico e nella forma, e
nell'allestimento di opere religiose a scopo di catechesi, quali Sa Dottrina et
Declarassione pius abundante e Sa Breve Suma de sa Doctrina in duas maneras.
Frattanto il parroco orgolese Ioan Mattheu Garipa, nell'opera Legendariu de
Santas Virgines, et Martires de Iesu Christu che provvedette a tradurre
dall'italiano (il Leggendario delle Sante Vergini e Martiri di Gesù Cristo),
pose in evidenza la nobiltà del sardo rapportandola al latino classico e
attribuendole nel Prologo, come Araolla prima di lui,[209] un'importante
valenza etnico-nazionale.[Nota 7][224] Secondo il filologo Paolo Maninchedda,
tali autori, a partire dall'Araolla, «non scrivono di Sardegna o in sardo
inserirsi in un sistema isolano, ma per iscrivere la Sardegna e la sua lingua –
e con esse, se stessi – in un sistema europeo. Elevare la Sardegna ad una
dignità culturale pari a quella di altri paesi europei significava anche
promuovere i sardi, e in particolare i sardi colti, che si sentivano privi di
radici e di appartenenza nel sistema culturale continentale».[225] Nei primi
anni del Settecento, nell'isola si impiantò l'Arcadia e si assistette a una
grande varietà di generi poetici, che variavano dalla poesia epica di Raimondo
Congiu a quella satirica di Gian Pietro Cubeddu e quella sacra di Giovanni
Delogu Ibba.[226] Periodo sabaudo e italiano[modifica | modifica wikitesto]
L'esito della guerra di successione spagnola determinò la sovranità austriaca
dell'isola, confermata poi dai trattati di Utrecht e Rastadt (1713-1714); pur
tuttavia durò appena quattro anni giacché, nel 1717, una flotta spagnola
rioccupò Cagliari e nell'anno successivo, per mezzo di un trattato poi
ratificato all'Aia nel 1720, la Sardegna venne assegnata a Vittorio Amedeo II
di Savoia in cambio della Sicilia; il rappresentante di quest'ultimo, il conte
di Lucerna di Campiglione, ricevette infine, da parte del delegato austriaco
don Giuseppe dei Medici, l'atto definitivo di cessione, a condizione che i
"diritti, statuti, privilegi della nazione" oggetto della trattativa
diplomatica fossero conservati.[227] L'isola entrò così nell'orbita italiana
dopo quella iberica,[228] benché tale trasferimento di autorità, in un primo
tempo, non implicasse per i sudditi isolani alcun cambiamento in fatto di
lingua e costumi: i sardi seguitarono a usare il sardo e le lingue iberiche e
persino i simboli dinastici aragonesi e castigliani sarebbero stati sostituiti
dalla croce sabauda solo nel 1767.[229] Fino al 1848, la Sardegna sarebbe
infatti rimasta uno stato con le proprie tradizioni e istituzioni, per quanto
senza summa potestas e in unione personale entro i domini perlopiù alpini di
Casa Savoia.[227] La lingua sarda, benché praticata in condizione di diglossia,
non era mai stata ridotta al rango sociolinguistico di "dialetto",
essendone comunque universalmente percepita la indipendenza linguistica e
parlata da tutte le classi sociali;[230] lo spagnolo era invece il codice
linguistico di prestigio conosciuto e adoperato dagli strati sociali di almeno
media cultura, talché Joaquín Arce ne riferisce nei termini di un paradosso
storico: il castigliano era ormai diventato lingua comune degli isolani nel
secolo stesso in cui cessarono ufficialmente di essere spagnoli.[231][232]
Constatata la situazione corrente, la classe dirigente piemontese, in questo
primo periodo, si limitò a mantenere le istituzioni politico-sociali locali,
avendo però cura di svuotarle allo stesso tempo di significato,[233] nonché di
trattare «egualmente li seguaci dell'uno e dell'altro partito, con lasciarli
però divisi, ad evitare che si possino unire per ricavarne nell'occasione quel
buon uso che la Rivalità può produrre».[234] Tale approccio, improntato al
pragmatismo, era dovuto a tre motivi di ordine eminentemente politico: in primo
luogo la necessità, nei primi tempi, di rispettare alla lettera le disposizioni
del Trattato di Londra, firmato il 2 agosto 1718, il quale imponeva il rispetto
delle leggi fondamentali e dei privilegi del Regno appena ceduto; in secondo
luogo, l'esigenza di non generare attriti sul fronte interno dell'isola, in
larga parte filospagnolo; in terzo e ultimo luogo la speranza, covata dai
regnanti sabaudi per qualche tempo ancora, di potersi disfare della Sardegna e
riacquisire la Sicilia.[235] Dal momento che l'imposizione di una nuova lingua,
quale l'italiano, in Sardegna avrebbe infranto una delle leggi fondamentali del
Regno, Vittorio Amedeo II sottolineò nel 1721 come tale operazione dovesse
essere portata a termine "insensibilmente", ovvero in modo
relativamente furtivo.[236] Tale prudenza si riscontra ancora nel giugno del
1726 e nel gennaio del 1728, allorquando il Re espresse l'intenzione non già di
abolire il sardo e lo spagnolo, ma solo di diffondere maggiormente la
conoscenza dell'italiano.[237] Lo smarrimento iniziale dei nuovi dominatori,
subentrati ai precedenti, rispetto all'alterità culturale che riconoscevano al
possedimento isolano[238] è evinto da un apposito studio, da loro commissionato
e pubblicato nel 1726 dal gesuita barolese Antonio Falletti, dal nome
"Memoria dei mezzi che si propongono per introdurre l'uso della lingua
italiana in questo Regno" in cui si raccomandava all'amministrazione
sabauda di applicare il metodo di apprendimento "ignotam linguam per notam
expōnĕre" ("presentare una lingua sconosciuta [l'italiano] attraverso
una conosciuta [lo spagnolo]").[239] Nello stesso anno, Vittorio Amedeo II
aveva manifestato la volontà di non poter più tollerare la mancata conoscenza
dell'italiano presso gli isolani, dati i disagi che ciò stava comportando per i
funzionari giunti in Sardegna dalla terraferma.[240] Le restrizioni sui
matrimoni misti tra donne sarde e ufficiali piemontesi, fino ad allora proibiti
per legge,[241] sarebbero state revocate e questi anzi incoraggiati allo scopo
di meglio diffondere la lingua tra i nativi.[242] La relazione tra il nuovo
idioma e quello nativo, inserendosi entro un contesto storicamente contrassegnato
da una marcata percezione di alterità linguistica,[40][243] si pose fin da
subito nei termini di un rapporto (ancorché ineguale) tra lingue fortemente
distinte, piuttosto che tra una lingua e un suo dialetto come invece avvenne
poi in altre regioni italiane; gli stessi spagnoli, costituenti la classe
dirigente aragonese e castigliana, solevano inquadrare il sardo come una lingua
distinta sia rispetto alle proprie sia all'italiano.[244] La percezione
dell'alterità del sardo era, però, pienamente avvertita anche dagli italiani
che si recavano nell'isola e ne riportavano la loro esperienza con i
nativi.[245][246][247] L'italiano, nonostante venisse da taluni anche in
Sardegna settentrionale ritenuto "non nativo" o
"forestiero"[248], aveva svolto in quell'angolo di Sardegna fino ad
allora un proprio ruolo, provocando nelle parlate e nella tradizione scritta un
processo di toscanizzazione iniziato nel XII secolo e consolidatosi
successivamente;[249] nelle zone sardofone, corrispondenti all'area centro-settentrionale
e meridionale dell'isola, era invece pressoché sconosciuto alla grande
maggioranza della popolazione, dotta e no. Purtuttavia, la politica del governo
sabaudo in Sardegna, allora diretta da Bogino, di alienare l'isola dalla sfera
culturale e politica spagnola in modo da assimilarla a quella più italiana del
Piemonte,[250][251] ebbe quale riflesso l'introduzione diretta dell'italiano
per legge nel 1760[252][253] sulla scorta degli Stati di terraferma e in
particolare del Piemonte,[254] nei quali l'impiego dell'italiano era
ufficialmente consolidato da secoli, nonché ulteriormente rinforzato
dall'editto di Rivoli[255]. Difatti, nel provvedimento in questione venne, tra
le altre cose, «vietato senza riserve nello scrivere e nel dire l'uso della favella
castigliana; il quale, a quarant'anni d'un dominio italiano, era siffattamente
abbarbicato nel cuore degli anziani maestri di lettere».[256] Nel 1764
l'imposizione esclusiva della lingua italiana fu infine estesa a tutti i
settori della vita pubblica,[257][258] quali anche l'istruzione[259][260]
parallelamente alla riorganizzazione delle Università di Cagliari e Sassari, le
quali videro l'arrivo di personale continentale, e a quella dell'istruzione
inferiore, in cui si stabiliva l'invio di insegnanti provenienti dal Piemonte
per supplire all'assenza di insegnanti sardi italofoni[261]: nello specifico,
già nel 1763 si previde l'invio in Sardegna di «alcuni abili professori
italiani» per «stenebrare i maestri sardi dai loro errori» e indirizzare
«pel buon sentiero maestri e discepoli».[256] Tale manovra ineriva soprattutto
a un progetto di allacciamento della cultura sarda a quella della penisola
italiana[262] e di rafforzamento geopolitico del dominio savoiardo sulla classe
colta isolana, ancora molto legata alla penisola iberica; il proposito non
sfuggì alla classe dirigente sarda, la quale deplorava il fatto che «i Vescovi
piemontesi hanno introdotto el predicar in italiano» e, in un documento anonimo
attribuito agli Stamenti ed eloquentemente chiamato Lamento del Regno, denunciò
come «sonosi tolte le arme, i privilegi, le leggi, la lingua, l'Università, e
la moneta d'Aragona, con disonore de la Spagna, con detrimento di tutti i
particolari».[204][263] Ciò nonostante, Milà i Fontanals scriveva nel 1863 che,
ancora nel 1780, si continuava a impiegare il catalano negli strumenti
notarili,[204] così come in sardo, mentre in spagnolo furono redatti, fino al
1828, i registri parrocchiali e atti ufficiali;[264] nel 2017 è stato rinvenuto
un libro di gosos, originario di Ozieri, redatto in castigliano in onore di
Sant'Efisio del 1850.[265] L'effetto più immediato fu, così, l'emarginazione
del sardo piuttosto che delle lingue iberiche, dal momento che per la prima
volta anche i ceti abbienti della Sardegna rurale (i printzipales) cominciarono
a percepire la sardofonia come un concreto svantaggio.[257] Girolamo Sotgiu
asserisce in merito che «la classe dirigente sarda, così come si era
spagnolizzata, ora si italianizzava senza mai essere riuscita a sardizzarsi, a
riuscire a trarre, cioè, dall'esperienza e dalla cultura del popolo dal quale
proveniva quegli elementi di concretezza senza i quali una cultura e una classe
dirigente sembrano sempre stranieri anche nella loro patria. Questo d'altra
parte era l'obiettivo che il governo sabaudo si era proposto e che, nella
sostanza, riusciva anche a perseguire».[256] Il sistema amministrativo e penale
di matrice francese introdotto dal governo sabaudo, capace di estendersi in
maniera quanto mai articolata presso ogni villaggio della Sardegna, rappresentò
per i sardi il principale canale di contatto diretto con la nuova lingua
egemone;[266] per le classi più elevate, la soppressione dell'ordine dei
Gesuiti nel 1774 e la loro sostituzione con i filoitaliani Scolopi,[267] nonché
le opere di matrice illuministica, stampate nella terraferma in italiano,
ricoprirono un ruolo considerevole nella loro italianizzazione primaria. Nello
stesso periodo di tempo, vari cartografi piemontesi italianizzarono i toponimi
dell'isola: benché qualcuno fosse rimasto inalterato, la maggior parte subì un
processo di adattamento alla pronuncia italiana, se non di sostituzione con
designazioni in italiano, che perdura tutt'oggi, spesso artificioso e figlio di
un'erronea interpretazione del significato nell'idioma locale.[258] Francesco
Gemelli, ne Il Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento di sua
agricoltura, così ritrae il pluralismo linguistico dell'isola nel 1776,
rinviando a I quadrupedi di Sardegna un migliore esame «dell'indole della lingua
sarda, e delle precipue differenze tra 'l sassarese e 'l toscano»: «cinque
linguaggi parlansi in Sardegna, lo spagnuolo, l'italiano, il sardo, l'algarese,
e 'l sassarese. I primi due per ragione del passato e del presente dominio, e
delle passate, e presenti scuole intendonsi e parlansi da tutte le pulite
persone nelle città, e ancor ne' villaggi. Il sardo è comune a tutto il Regno,
e dividesi in due precipui dialetti, sardo campidanese e sardo del capo di
sopra. L'algarese è un dialetto del catalano, perché colonia di catalani è
Algheri; e finalmente il sassarese che si parla in Sassari, in Tempio e in
Castel sardo, è un dialetto del toscano, reliquia del dominio de' Pisani. Lo
spagnuolo va perdendo terreno a misura che prende piede l'italiano, il quale ha
dispossessato il primo delle scuole, e de' tribunali».[268] Il primo studio
sistematico sulla lingua sarda fu redatto nel 1782 dal filologo Matteo Madao,
con il titolo de Il ripulimento della lingua sarda lavorato sopra la sua
antologia colle due matrici lingue, la greca e la latina. Lamentando egli in
premessa il generale declino della lingua («La lingua della Sarda nostra
nazione, comecchè venerabile per la sua antichità, pregevole per l'ottimo fondo
de’ suoi dialetti, elegante per le bellezze, che aduna delle altre più nobili,
eccellente per la sua analogia colla Greca, e colla Latina, e non solo
giovevole, ma eziandio necessaria alla privata, e pubblica società de’ nostri
compatrioti, e concittadini, giacque in somma dimenticanza in fino al dì d'oggi,
dagli stessi abbandonata come incolta, e dagli stranieri negletta come
inutile»[269]), l'intenzione patriottica che animava Madau era quella di
accreditare il sardo come lingua nazionale dell'isola,[270][271][272] seguendo
l'esempio di autori quali il già citato Araolla in periodo iberico;
purtuttavia, il clima di repressione del governo sabaudo sulla cultura sarda
avrebbe indotto il Madau a velare i suoi proponimenti con intenti letterari,
rivelandosi alla fine incapace di tradurli in realtà.[273] Il primo volume di
dialettologia comparata fu realizzato nel 1786 dal gesuita catalano Andres
Febres, noto in Italia con il falso nome di Bonifacio d'Olmi, di ritorno da
Lima in cui aveva pubblicato un libro di grammatica mapuche nel 1764.[274]
Trasferitosi a Cagliari, si appassionò al sardo e condusse un lavoro di ricerca
su tre specifici dialetti; scopo dell'opera, intitolata Prima grammatica de'
tre dialetti sardi,[275] era «dare le regole della lingua sarda» e spronare i
sardi a «cultivare ed avantaggiare l'idioma loro patrio, con l'italiano
insieme». Il governo di Torino, esaminata l'opera, decise di non permetterne la
pubblicazione: Vittorio Amedeo III considerò un affronto il fatto che il libro
contenesse una dedica bilingue rivoltagli in italiano e sardo, un errore che i
suoi successori, pur richiamandosi a una "patria sarda", avrebbero
poi evitato, premurandosi di fare uso del solo italiano.[273] Sul finire del
Settecento, sulla scia della rivoluzione francese, si formò un gruppo di
piccolo-borghesi, chiamato "Partito Patriottico", che meditava
l'instaurazione di una Repubblica Sarda svincolata dal giogo feudale e sotto la
protezione francese; si diffusero così nell'isola numerosi pamphlet, stampati
prevalentemente in Corsica e scritti in lingua sarda, il cui contenuto,
ispirato ai valori dei Lumi e apostrofato dai vescovi sardi come
"giacobino-massonico", incitava il popolo alla ribellione contro il
dominio piemontese e i soprusi baronali nelle campagne. Il prodotto letterario
più famoso di tale periodo di tensioni, scoppiate il 28 aprile 1794, fu il
poema antifeudale de Su patriotu sardu a sos feudatarios di Francesco Ignazio
Mannu, quale testamento morale e civile nutrito degli ideali democratici
francesi e contrassegnato da un rinnovato sentimento patriottico.[276][277] Nel
clima di restaurazione monarchica seguito alla rivoluzione angioiana, il cui
sostanziale fallimento segnò per la Sardegna uno storico spartiacque sul suo
futuro,[278] l'intellettualità sarda, caratterizzata tanto da un atteggiamento di
devozione nei confronti della propria isola quanto di comprovata fedeltà verso
la Casa Savoia, pose in maniera ancora più esplicita la "questione della
lingua sarda", usando però generalmente l'italiano quale lingua veicolare
dei testi. Nel diciannovesimo secolo, in particolare, all'interno
dell'intellettualità sarda si registrò una frattura tra l'aderenza a un
sentimento "nazionale" sardo e la dimostrazione di lealtà nei
confronti della loro nuova "nazionalità" italiana,[279] per la quale
infine la classe dirigente propendette come reazione alla minaccia
rappresentata dalle forze sociali rivoluzionarie[280]. Il richiamo alla
"nazione sarda" di medievale memoria, con le sue istituzioni, la sua
propria storia e patrimonio culturale è, anzi, in questo periodo più frequente
che in quelli successivi, scomparendo poi del tutto con l'affermazione dello
stato unitario;[281] per Pasquale Tola in un suo saggio, la lingua sarda, come
lingua dei sardi, ne rappresenta il segno inconfondibile del «carattere
nazionale» e anch'essa è riscoperta nel primo venticinquennio
dell'Ottocento,[282] con strumenti approntati alla sua conoscenza scientifica.
A breve distanza dalla rivolta antifeudale, nel 1811, si rileva la
pubblicazione del sacerdote Vissentu Porru, la quale era però riferita alla
sola variante meridionale (da cui il titolo di Saggio di grammatica del
dialetto sardo meridionale) e, per prudenza nei confronti dei regnanti,
espressa soltanto in funzione dell'apprendimento dell'italiano, anziché di
tutela del sardo;[283] nel 1832-34 Porru pubblicò il Nou dizionariu universali
sardu-italianu[284]. Degno di nota è il lavoro del canonico, professore e
senatore Giovanni Spano, la Ortographia sarda nationale ("Ortografia
nazionale sarda") del 1840;[285] benché ufficialmente seguisse l'esempio
del Porru[Nota 8], cui pure rinviava, per Massimo Pittau egli elevò un dialetto
del sardo su base logudorese a koinè illustre in virtù dei suoi stretti
rapporti con il latino, in maniera analoga al modo in cui il dialetto
fiorentino si era culturalmente imposto a suo tempo in Italia quale
"lingua illustre".[286][287] Ciononostante, Giovanni Spano teneva in
considerazione nelle sue opere anche le altre varietà della lingua.[288] A
detta del giurista Carlo Baudi di Vesme, la proscrizione e lo sradicamento
della lingua sarda da ogni profilo privato e sociale dell'isola sarebbe stato
auspicabile nonché necessario, quale opera di "incivilimento"
dell'isola, perché fosse così integrata nell'orbita ormai spiccatamente
italiana del Regno;[289][290] dato che la Sardegna «non è Spagnuola, ma non è
Italiana: è e fu da secoli pretta Sarda»,[291] occorreva, a cavallo delle
circostanze che «l'accesero dell'ambizione, del desiderio, dell'amore delle
cose italiane»,[291] promuovere maggiormente tali tendenze per «trarne profitto
nel comune interesse»,[291] in ragione del quale si dimostrava «quasi
necessario[292]» diffondere in Sardegna la lingua italiana "presentemente
nell'interno sì poco conosciuta"[291] in prospettiva della Fusione
Perfetta: «la Sardegna sarà Piemonte, sarà Italia; ne riceverà e ci darà
lustro, ricchezza e potenza!».[293][294] L'istruzione primaria, offerta solo in
italiano, contribuì dunque a una pur lenta diffusione di tale lingua tra i
nativi, innescando per la prima volta un processo di erosione ed estinzione
linguistica; il sardo venne infatti presentato dal sistema educativo come la
lingua dei socialmente emarginati, nonché come sa limba de su famine o sa
lingua de su famini ("la lingua della fame"), corresponsabile endogeno
dell'isolamento e miseria secolare dell'isola, e per converso l'italiano quale
agente di emancipazione sociale attraverso l'integrazione socioculturale con la
terraferma continentale. Nel 1827 venne infine abrogata per sempre la Carta de
Logu, lo storico corpus giuridico tradizionalmente noto come «consuetud de la
nació sardesca», in favore delle più moderne "Leggi civili e criminali del
Regno di Sardegna", pubblicate in italiano per espresso ordine del re
Carlo Felice di Savoia.[295][296] Cimitero storico di Ploaghe, nel quale si
sono conservati 39 epitaffi scolpiti in sardo e 3 in italiano.[297] Si noti, a
sinistra, la presenza di una lapide in lingua sarda con riferimento a prenomi
storici del tutto assenti in quelle, più a destra, scritte invece in lingua
italiana. La fusione perfetta del 1847 con la terraferma sabauda, auspicata da
Baudi di Vesme come l'inizio della «gloriosa rigenerazione della Sardegna»[298]
e nata sotto gli auspici, espressi da Pietro Martini, di un «trapiantamento in
Sardegna, senza riserve e ostacoli, della civiltà e cultura continentale»,[299]
avrebbe determinato la perdita della residuale autonomia politica
sarda[58][295][300] nonché il definitivo declassamento del sardo rispetto
all'italiano, marcando così il momento storico in cui, convenzionalmente, nelle
parole di Antonietta Dettori «la 'lingua della sarda nazione' perse il valore
di strumento di identificazione etnica di un popolo e della sua cultura, da
codificare e valorizzare, per diventare uno dei tanti dialetti regionali
subordinati alla lingua nazionale».[301] Nonostante queste politiche di
acculturazione, l'inno del Regno di Sardegna sabaudo e del Regno d'Italia
(composto da Vittorio Angius e musicato da Giovanni Gonella nel 1843) sarebbe
stato S'hymnu sardu nationale ("l'inno nazionale sardo") finché nel
1861, anno della proclamazione del Regno d'Italia, non venne anch'esso del
tutto sostituito dalla Marcia reale.[302] Tra il 1848 e il 1861, l'isola
sarebbe piombata in una crisi sociale ed economica destinata a durare fino al
primo dopoguerra.[58] Il canonico Salvatore Carboni pubblicò a Bologna, nel
1881, un'opera polemica intitolata Sos discursos sacros in limba sarda, nel
quale egli lamentava che la Sardegna «hoe provinzia italiana non podet tenner
sas lezzes e sos attos pubblicos in sa propia limba» ("oggi, da provincia
italiana qual è, non può disporre di leggi e atti pubblici nella propria
lingua") e, sostenendo che «sa limba sarda, totu chi non uffiziale, durat
in su Populu Sardu cantu durat sa Sardigna» ("la lingua sarda, benché non
ufficiale, durerà nel popolo sardo quanto la Sardegna"), si domandava
alfine «Proite mai nos hamus a dispreziare cun d'unu totale abbandonu sa limba
sarda, antiga et nobile cantu s'italiana, sa franzesa et s'ispagnola?» ("Perché
mai dovremmo disprezzare con un totale abbandono la lingua sarda, antica e
nobile quanto l'italiana, la francese e la spagnola?").[303] L'età
contemporanea[modifica | modifica wikitesto] (sardo) «A sos tempos de sa
pitzinnìa, in bidda, totus chistionaiamus in limba sarda. In domos nostras no
si faeddaiat atera limba. E deo, in sa limba nadìa, comintzei a connoscher totu
sas cosas de su mundu. A sos ses annos, intrei in prima elementare e su mastru
de iscola proibeit, a mie e a sos fedales mios, de faeddare in s'unica limba chi
connoschiamus: depiamus chistionare in limba italiana, «la lingua della
Patria», nos nareit, seriu seriu, su mastru de iscola. Gai, totus sos pitzinnos
de 'idda, intraian in iscola abbistos e allirgos e nde bessian tontos e
cari-tristos.» (italiano) «Quando ero bambino in paese parlavamo tutti in
lingua sarda. Nelle nostre case non si parlava nessun'altra lingua. E io
cominciai a conoscere tutte le cose del mondo nella lingua nativa. A sei anni
andai in prima elementare e il maestro di scuola proibì, a me e ai miei
coetanei, di parlare nell'unica lingua che conoscevamo: dovevamo parlare in
lingua italiana, "la lingua della Patria", ci diceva serio. Fu così
che tutti i bambini del paese entravano a scuola svegli e allegri e ne uscivano
intontiti e tristi.» (Francesco Masala, Sa limba est s'istoria de su mundu,
Condaghes, p.4) All'alba del Novecento, il sardo era rimasto oggetto di ricerca
pressoché solo tra gli eruditi isolani, faticando a entrare nel circuito
d'interesse internazionale e ancor di più risentendo di una qual certa
marginalizzazione in ambito strettamente nazionale: si osserva infatti «la
prevalenza degli studiosi stranieri su quelli italiani e/o l'esistenza di
fondamentali e tuttora insostituiti contributi ad opera di linguisti non
italiani».[304] In precedenza, il sardo aveva trovato menzione in un libro di
August Fuchs sui verbi irregolari nelle lingue romanze (Über die sogennannten
unregelmässigen Zeitwörter in den romanischen Sprachen, Berlin, 1840) e, in
seguito, nella seconda edizione della Grammatik der romanischen Sprachen
(1856-1860) redatta da Friedrich Christian Diez, accreditato come uno dei
fondatori della filologia romanza;[304] alle pioneristiche ricerche degli
autori tedeschi seguì, nei confronti della lingua sarda, un qual certo
interesse anche da parte di alcuni italiani, quali Graziadio Isaia Ascoli e,
soprattutto, il suo discepolo Pier Enea Guarnerio, che per primo in Italia
classificò il sardo come un membro a sé della famiglia linguistica romanza
senza più, come si soleva in ambito nazionale, subordinarlo al gruppo dei
dialetti italiani.[305] Wilhelm Meyer-Lübke, autorità indiscussa in linguistica
romanza, pubblicò nel 1902 un saggio sul sardo logudorese dall'indagine del
condaghe di San Pietro di Silki (Zur Kenntnis des Altlogudoresischen, in
"Sitzungsberichte der kaiserliche Akademie der Wissenschaft Wien",
Phil. Hist. Kl., 145) dal cui studio avvenne la iniziazione alla linguistica
sarda dell'allora studente universitario Max Leopold Wagner: all'attività di quest'ultimo
si deve gran parte delle conoscenze novecentesche sul sardo in campo fonetico,
morfologico e in parte anche sintattico.[305] Durante la mobilitazione per la
prima guerra mondiale, l'esercito italiano arruolò la popolazione «di stirpe
sarda[306]» istituendo la Brigata di fanteria Sassari il 1º marzo 1915 a Tempio
Pausania e a Sinnai. A differenza delle altre brigate di fanteria italiane, i
coscritti della Sassari erano solo sardi (compresi molti ufficiali).
Attualmente è l'unica unità in Italia avente un inno in una lingua diversa
dall'italiano, che sarebbe stato scritto quasi alla fine del secolo, nel 1994,
da Luciano Sechi: Dimonios ("diavoli"), derivando il suo titolo dal
soprannome Rote Teufel (in tedesco "diavoli rossi"). Il servizio militare
obbligatorio intorno a questo periodo ricoprì una qual certa rilevanza nel
processo di deriva linguistica all'italiano ed è indicato dallo storico Manlio
Brigaglia come «la prima grande "nazionalizzazione" di massa» dei
sardi, «più che per altri popoli regionali».[307] Tuttavia, analogamente ai
membri del servizio di leva che parlavano Navajo negli Stati Uniti durante la
seconda guerra mondiale, così come ai parlanti Quechua durante la guerra delle
Falkland,[308] ai nativi sardi madrelingua fu offerta la possibilità di essere
reclutati come code talker per trasmettere, attraverso le comunicazioni radio,
informazioni tattiche in sardo che altrimenti sarebbero state intercettate
dall'esercito austro-ungarico, dal momento che alcune delle sue truppe
provenivano da regioni di lingua italiana alle quali, perciò, quella sarda era
del tutto estranea:[309] Alfredo Graziani scrive nel suo diario di guerra che
«avendo saputo che molti nostri fonogrammi venivano intercettati, si era
adottato il sistema di comunicare al telefono soltanto in sardo, certi che a
quel modo non avrebbero potuto mai capire quanto si diceva».[310] Per evitare
tentativi di infiltrazione da parte di dette truppe italofone, nelle postazioni
presidiate da reclute sarde della Brigata Sassari si imponeva a chiunque si
presentasse da loro di identificarsi dimostrando di parlare sardo: «si ses
italianu, faedda in sardu!».[309][311][312] In coincidenza con l'anno
dell'indipendenza irlandese, l'autonomismo sardo riemerse come espressione del
movimento dei combattenti, coagulandosi nel Partito Sardo d'Azione (PsdAz) che,
entro breve tempo, sarebbe assurto ad attore fra i più rilevanti nella vita
politica isolana; ai primordi, il partito non avrebbe tuttavia avuto caratteri
di rivendicazione strettamente etnica, essendo la lingua e cultura sarda
ampiamente percepiti, nelle parole di Toso, come «simboli del sottosviluppo
della regione».[58] La politica di assimilazione forzosa culminò nel ventennio
del regime fascista[2], che avviò una campagna di compressione violenta delle
istanze autonomistiche e determinò, infine, il decisivo ingresso dell'isola nel
sistema culturale nazionale attraverso l'operato congiunto del sistema
educativo e di quello monopartitico,[313] in un crescendo di multe e divieti
che condussero a un ulteriore decadimento sociolinguistico del sardo;[314] fra
le varie espressioni culturali sottoposte a censura, il regime era anche
riuscito a bandire, dal 1932 al 1937 (1945 in alcuni casi[315]), il sardo dalla
chiesa e dalle manifestazioni del folklore isolano,[316] quali le gare poetiche
tenute nella suddetta lingua.[317][318][319] Paradigmatico fu l'alterco tra il
poeta sardo Antioco Casula (noto come Montanaru) e l'allora giornalista
fascista dell'Unione Sarda Gino Anchisi, durante il quale quest'ultimo, riuscendo
a fare bandire la presenza del sardo dai giornali isolani, affermò che «morta o
moribonda la regione», come d'altronde proclamava il regime,[Nota 9] «morto o
moribondo il dialetto (sic)»[320] che della regione era d'altronde «l'elemento
spirituale rivelatore»;[321] le argomentazioni del Casula si prestavano, in
effetti, a possibili temi eversivi, dal momento che questi pose, per la prima
volta nel XX secolo, la questione della lingua come una pratica di resistenza
culturale endogena,[322] il cui repertorio linguistico nelle scuole sarebbe
stato necessario per mantenere una "personalità sarda" e allo stesso
tempo riconquistare una "dignità" percepita come perduta.[323] Un
altro poeta, Salvatore Poddighe, si sarebbe suicidato per depressione in
seguito al sequestro del suo magnum opus, Sa Mundana Cummedia.[324] Nel
complesso, a fronte di una parziale resistenza nelle zone interne, entro la
fine del ventennio il regime era riuscito con successo a sradicare nell'isola i
modelli culturali locali con altri impiantati per via esogena, provocando,
nelle parole di Guido Melis, «la compressione della cultura regionale, la
frattura sempre più netta tra il passato dei sardi e il loro futuro
"italiano", la riduzione di modi di vita e di pensiero molto radicati
a puro fatto di folclore», nonché uno strappo «non più rimarginabile tra le
generazioni».[325] Nel 1945, in seguito all'avvenuto ripristino delle libertà
politiche, il Partito Sardo d'Azione avrebbe richiesto per l'isola l'autonomia
come stato federale in seno alla nuova Italia sorta dalla Resistenza[58]: fu
nel contesto del secondo dopoguerra che, al crescere della sensibilità
autonomista, il partito principiò a contrassegnarsi per desiderata impostati
sulla specificità linguistica e culturale della Sardegna.[58] Manlio Brigaglia
parla del ventennio come di una seconda fase di "nazionalizzazione di
massa" dei sardi e della Sardegna, in quanto caratterizzata da «una
politica deliberatamente puntata alla sua "italianizzazione"» e da
una «guerra dichiarata» dal regime e dalla Chiesa all'uso della lingua
sarda.[326] Nel complesso, la consapevolezza del tema concernente l'erosione
linguistica entrò più tardi, nell'agenda politica sarda, rispetto a quanto
avvenuto in altre periferie europee contrassegnate da minoranze
etnolinguistiche:[327] al contrario, tale periodo fu contrassegnato dal rifiuto
del sardo da parte dei ceti medi,[314] essendo la lingua e cultura sarda ancora
largamente inquadrate come "simboli del sottosviluppo
regionale".[300] Buona parte della classe dirigente e intellettuale sarda,
particolarmente sensibile ai richiami egemonici di quelle continentali,
reputava infatti che la "modernizzazione" dell'isola fosse attuabile
solo in alternativa ai suoi contesti socioculturali di tipo "tradizionale",
quando non attraverso il loro «seppellimento totale».[328][329] Si è osservato,
a livello istituzionale, un forte osteggiamento del sardo e nel circuito
intellettuale italiano, concezione poi interiorizzata nell'immaginario comune
nazionale, esso era (il più delle volte per ragioni ideologiche o come residuo,
adottato per inerzia, di vecchie[Nota 10] consuetudini date dalle prime) spesso
ritenuto come una variante degenerata dell'italiano,[330] contrariamente
all'opinione degli studiosi e persino di alcuni nazionalisti italiani come
Carlo Salvioni,[331][Nota 11] subendo tutte le discriminazioni e i pregiudizi
legati a una tale associazione, soprattutto l'essere ritenuto una forma bassa
di espressione[332][333][334] ed essere ricondotta a un certo "tradizionalismo".[335][336]
I sardi furono così indotti, come del resto avvenuto presso altre comunità di
minoranza, a sbarazzarsi di quanto percepivano recasse il timbro di un'identità
stigmatizzata.[337] Al momento della stesura dello statuto autonomistico, il
legislatore decise di eludere a fondamento della "specialità" sarda
riferimenti alla sua identità geografica e culturale[338][339][340][341] che,
pur facendo da colonna portante delle originarie argomentazioni giustificative
a fondamento dell'autonomia, erano considerati pericolosi prodromi a
rivendicazioni più estreme quando non di ordine indipendentista; Antonello
Mattone sostiene al riguardo che in tale progetto erano rimasti
«inspiegabilmente in ombra i problemi legati agli aspetti etnici e culturali
della questione autonomistica, per i quali i consultori non mostrano alcuna
sensibilità, a differenza di tutti quei teorici (da Angioy a Tuveri, da Asproni
a Bellieni) che invece proprio in questo patrimonio avevano individuato il
titolo primario per un reggimento autonomo».[342] Il disegno dello Statuto,
emerso in un quadro nazionale ormai mutato dalla rottura dell'unità
antifascista, nonché in un contesto contrassegnato dalle croniche debolezze
della classe dirigente sarda e dalla radicalizzazione tra le istanze federalistiche
locali e quelle, per converso, più apertamente ostili all'idea di autonomia per
l'isola,[343] emerse infine come il risultato di un compromesso, limitandosi
piuttosto al riconoscimento di alcune istanze socioeconomiche nei confronti
della terraferma,[344][345] quali la sollecitazione allo sviluppo industriale
della Sardegna con uno specifico "piano di rinascita" approntato dal
centro.[Nota 12][346][347] Lo statuto, infine redatto dalla Commissione dei 75
a Roma, trovava così per il legislatore una ragione giustificativa non tanto in
circostanze geografiche e culturali, quanto nella cosiddetta
"arretratezza" economica della regione, alla cui luce si auspicava il
suddetto piano di industrializzazione per l'isola in tempi brevi: diversamente
da altri statuti speciali, quello sardo non vi richiama la effettiva comunità
destinataria nei suoi ambiti sociali e culturali, i quali erano piuttosto
inquadrati, dall'anzidetta Commissione dei 75, all'interno di una sola
collettività, ovvero quella nazionale italiana.[348][Nota 13] Lungi
dall'affermazione di un'autonomia sarda fondata sul riconoscimento di una
specifica identità culturale, come avvenuto in Valle d'Aosta o Alto Adige, il
risultato di tale stagione fu quindi «un autonomismo nettamente economicistico,
perché non si volle o non si poté disegnare un’autonomia forte, culturalmente
motivata, una specificità sarda che non si esaurisse nell’arretratezza e nella
povertà economica»[349] Emilio Lussu, che a Pietro Mastino confidò di aver
votato a favore della bozza finale solamente «per evitare che per un solo voto
lo Statuto non venisse approvato neppure così ridotto», fu l'unico esponente,
nella seduta del 30 dicembre 1946, a rivendicare invano l'obbligo
dell'insegnamento della lingua sarda, sostenendo che essa fosse «un patrimonio
millenario che occorre conservare».[350] Nel mentre, ulteriori politiche di
stampo assimilatore sarebbero state applicate anche nel secondo dopoguerra,[2]
con un'italianizzazione progressiva di siti storici e oggetti appartenenti alla
vita quotidiana e un'istruzione obbligatoria che ha insegnato l'uso della
lingua italiana, non prevedendo un parallelo insegnamento di quella sarda e,
anzi, attivamente scoraggiandolo attraverso divieti e sorveglianza diffusa di
chi lo promuovesse:[351] i maestri disprezzavano infatti la lingua, ritenendola
un rude dialetto e contribuendo a un ulteriore abbassamento del suo prestigio
presso la comunità sardofona stessa. Secondo alcuni studiosi, i metodi adottati
per promuovere l'uso dell'italiano, improntati a un'italofonia esclusiva e
sottrattiva,[352] avrebbero inciso negativamente sulle performance scolastiche
degli studenti sardi.[353][354][355] Fenomeni riscontrabili in maggiore
concentrazione in Sardegna, quali i tassi di abbandono scolastico e delle
ripetenze, analoghi a quelli di altre minoranze linguistiche,[353] avrebbero
solo negli anni Novanta messo in discussione la effettiva efficacia di
un'istruzione strettamente monolingue, con nuove proposte volte a un approccio
comparativo.[356] Le norme statutarie così delineate si rivelarono, nel
complesso, uno strumento inadeguato per rispondere ai problemi
dell'isola;[300][357] a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, inoltre, prese
avvio il vero processo di sostituzione radicale e definitiva della lingua sarda
con quella italiana,[358] a causa della diffusione, sia sul territorio isolano
sia nel resto del territorio italiano, dei mezzi di comunicazione di massa che
trasmettevano nella sola lingua italiana.[359] Soprattutto la televisione ha
diffuso l'uso dell'italiano e ne ha facilitato la comprensione e l'utilizzo
anche tra le persone che, fino a quel momento, si esprimevano esclusivamente in
sardo. A partire dalla fine degli anni Sessanta,[300][357][360] in coincidenza
con la rinascita di un sardismo declinato sotto il segno di un
"revivalismo linguistico e culturale",[361] cominciarono a essere
avviate numerose campagne a favore di un bilinguismo effettivamente paritario
quale elemento di salvaguardia dell'identità isolana: per quanto già nel 1955
fossero state stabilite cinque cattedre di linguistica sarda[362], una prima
richiesta effettiva venne sporta per mezzo di una delibera adottata
all'unanimità dall'Università di Cagliari nel 1971, in cui si richiedeva
all'autorità politica regionale e nazionale il riconoscimento dei sardi come
minoranza etnica e linguistica e del sardo come idioma coufficiale
dell'isola.[363][364][Nota 14] Una prima bozza di legge sul bilinguismo fu
redatta dal Partito Sardo d'Azione nel 1975[365]. Famoso il richiamo patriottico
espresso qualche mese prima di morire, nel 1977, da parte del poeta Raimondo
Piras, che in No sias isciau[Nota 15] invitava al recupero della lingua per
opporsi alla dissardizzazione culturale delle generazioni successive[315]. Nel
1978 una legge di iniziativa popolare per il bilinguismo raccolse migliaia di
firme, ma non fu mai implementata in quanto incontrò la ferma opposizione della
sinistra e in particolare del Partito Comunista Italiano,[366] che a sua volta
procedette a proporre un proprio progetto di legge "per la tutela della
lingua e della cultura del popolo sardo" due anni più tardi[367]. Un
rapporto della commissione parlamentare d'inchiesta sul banditismo avrebbe
messo in guardia da «tendenze isolazioniste particolarmente dannose per lo sviluppo
della società sarda, che di recente si sono manifestate con la proposta di
considerare il sardo come una lingua di una minoranza etnica».[368] Negli anni
Ottanta, all'attenzione del Consiglio regionale furono presentati così tre
progetti di legge aventi contenuto simile alla delibera adottata
dall'Università di Cagliari.[358] Nel corso degli anni Settanta, si registrò
nelle aree rurali un significativo processo di deriva linguistica verso
l'italiano non solo nel Campidano, ma anche in aree geografiche un tempo
reputate linguisticamente conservatrici, quali Macomer nella provincia di Nuoro
(1979), ove si era costituita una classe operaia e una imprenditoriale di
origine prevalentemente esogena;[369] alla ridefinizione della struttura
economico-sociale ancora in atto corrispose, infatti, un'accentuata mutazione
del repertorio linguistico, che determinò a sua volta uno slittamento dei
valori su cui si basavano l'identità etnica e culturale delle comunità
sarde.[370][Nota 16] Tale questione è stata oggetto di analisi sociologiche sui
mutamenti occorsi nell'identità della comunità sarda, i cui atteggiamenti
sfavorevoli nei confronti della sardofonia sarebbero significativamente
influenzati da uno stigma di presunta "primitività" e "arretratezza"
a lungo impressole dalle istituzioni, di ordine politico e sociale, favorevoli
all'italianità linguistica.[371] Il sardo avrebbe subito un arretramento senza
sosta rispetto all'italiano, per via di un "complesso della
minoranza" che spinse la comunità sarda a un atteggiamento fortemente
svalutavivo nei confronti della propria lingua e cultura.[372][373] Negli anni
successivi, tuttavia, si sarebbe registrato un parziale cambio di
atteggiamento: non solo la lingua sarebbe stata inquadrata come un positivo
marcatore etnico/identitario,[374] sarebbe anche stata il canale attraverso il
quale avrebbe trovato espressione l'insoddisfazione sociale a fronte delle
misure approntate a livello centrale, reputate incapaci di provvedere alla
soddisfazione dei bisogni sociali ed economici dell'isola.[375] Allo stesso
tempo, però, si osservò come tale sentimento positivo nei confronti della
lingua contrastasse con il suo uso effettivo, che procedette a calare
sensibilmente.[376] Nel gennaio del 1981 il giornale bilingue "Nazione
Sarda" pubblicò un'inchiesta la quale riportava che, nel 1976, il
Ministero dell'Istruzione aveva pubblicato una nota per richiedere informazioni
sugli insegnanti che utilizzavano la lingua sarda nelle scuole, e che il
Provveditorato di Sassari aveva pubblicato una circolare con oggetto
"Scuole della Sardegna - Introduzione della lingua sarda" nella quale
chiedeva ai presidi e ai direttori scolastici di astenersi da iniziative di
quel tipo e di informare il provveditorato a riguardo di qualunque attività
legata all'introduzione del sardo nei loro istituti.[377][378][379] Nel 1981 il
Consiglio Regionale dibatté e votò per l'introduzione del bilinguismo per la
prima volta.[380][381] In risposta alle pressioni esercitate da una risoluzione
del Consiglio d'Europa sulla tutela delle minoranze nazionali, nel 1982 fu
creata dal governo italiano un'apposita commissione per meglio indagare la
questione;[382] l'anno successivo fu presentato un disegno di legge al
Parlamento, ma senza successo. Una delle prime leggi definitivamente approvate
dal legislatore regionale, la "Legge Quadro per la Tutela e Valorizzazione
della Lingua e della Cultura della Sardegna" del 3 agosto 1993, fu subito
bocciata dalla Corte costituzionale a seguito di un ricorso del governo centrale,
che la riteneva "esorbitante per molteplici aspetti dalla competenza
integrativa e attuativa posseduta dalla Regione in materia di
istruzione".[383][384] Come è noto, si sarebbero dovuti aspettare altri
quattro anni perché la normativa regionale non fosse sottoposta a giudizio di
costituzionalità, e altri due perché il sardo potesse trovare riconoscimento in
Italia contemporaneamente ad altre undici minoranze etnolinguistiche. Infatti,
la legge nazionale n.482/1999 sulle minoranze linguistiche storiche fu
approvata solo in seguito alla ratifica, da parte italiana, della
Convenzione-quadro per la protezione delle minoranze nazionali del Consiglio
d'Europa nel 1998.[382] Una ricerca promossa da MAKNO nel 1984 rivelò che tre
quarti dei sardi erano a favore tanto dell'educazione bilingue nelle scuole (il
22% del campione auspicava un'introduzione obbligatoria e il 54,7% una
facoltativa) quanto di uno status di bilinguismo ufficiale come la Valle
d'Aosta e l'Alto Adige (62,7% del campione a favore, 25,9% contrario e 11,4%
incerto).[385] Tali dati sono stati parzialmente corroborati da un'altra
indagine demoscopica svolta nel 2008, in cui il 57,3% mostrava un atteggiamento
favorevole verso la presenza del sardo in orario scolastico assieme
all'italiano.[386] Un'altra ricerca, condotta nel 2010, segnala un parere
decisamente favorevole da parte della stragrande maggioranza dei genitori verso
l'insegnamento della lingua a scuola, ma non il suo impiego come idioma
veicolare.[387] Chiesa del Pater Noster, Gerusalemme. Iscrizione del Padre
Nostro (Babbu Nostru) in sardo Alcune personalità ritengono che il processo di
assimilazione possa portare alla morte del popolo sardo[388][389][390]
diversamente da quanto avvenuto, per esempio, in Irlanda (isola in gran parte
linguisticamente anglicizzata). Benché risultino in ordine alla lingua e
cultura sarda profondi fermenti di matrice identitaria,[358][391] ciò che si
riscontra attraverso analisi pare sia una lenta ma costante regressione nella
competenza sia attiva sia passiva di tale lingua, per motivi di natura
principalmente politica e socioeconomica (l'uso dell'italiano presentato come
una chiave di avanzamento e promozione sociale,[392] stigma associato
all'impiego del sardo, il progressivo spopolamento delle zone interne verso
quelle costiere, l'afflusso di genti dalla penisola e i potenziali problemi di
mutua comprensibilità fra le varie lingue parlate,[Nota 17] ecc.): il numero di
bambini che userebbe attivamente il sardo crolla a un dato inferiore al 13%,
peraltro concentrato nelle zone interne[393] quali il Goceano, l'alta Barbagia
e le Baronie.[34][394][395] Prendendo in esame la situazione di taluni centri
logudoresi a economia tradizionale (come Laerru, Chiaramonti e Ploaghe) in cui
il tasso di sardofonia dei bambini è comunque pari allo 0%, Mauro Maxia parla
in merito di un autentico caso di "suicidio linguistico" in capo a
ormai poche decine di anni.[396] Purtuttavia, secondo le suddette analisi
sociolinguistiche, tale processo non risulta affatto omogeneo,[397][398]
presentandosi in maniera ben più evidente nelle città che non nei paesi. Al
giorno d'oggi, il sardo è una lingua la cui vitalità è riconoscibile in
un'instabile[358] condizione di diglossia e commutazione di codice, e che non
entra, o non vi ha ampia diffusione, nell'amministrazione, nel commercio, nella
Chiesa (in cui si registra una qual certa attività per introdurvi la
lingua[399][400]), nella scuola,[396] nelle università locali di
Sassari[401][402] e di Cagliari e nei mass media.[403][404][405][406] Seguendo
la scala di vitalità linguistica proposta da un apposito pannello dell'UNESCO
nel 2003,[407] il sardo fluttuerebbe tra una condizione di "sicuramente in
pericolo di estinzione" (definitely endangered: i bambini non apprendono
più la lingua), attribuitogli anche nel Libro Rosso, e una di "serio
pericolo di estinzione" (severely endangered: la lingua è perlopiù usata
dalla generazione dei nonni in su); secondo il criterio EGIDS (Expanded Graded
Intergenerational Disruption Scale) proposto da Lewis e Simons, il sardo
sarebbe in bilico tra il livello 7 (Instabile: la lingua non è più trasmessa
alla generazione successiva[408]) e il livello 8 (Moribonda: gli unici parlanti
attivi della lingua appartengono alla generazione dei nonni[408]),
corrispondenti rispettivamente ai due gradi della scala UNESCO sopramenzionati.
Il grado di progressiva assimilazione e penetrazione dell'italiano tra i
sardofoni è confermato dalle ricerche dell'ISTAT,[409] secondo le quali il
52,1% della popolazione sarda impiega ormai esclusivamente l'italiano in ambito
familiare, mentre il 31,5% pratica alternanza linguistica e solo il 15,6%
riporta di usare il sardo o altre lingue non italiane; al di fuori
dell'ambiente privato e amicale, le percentuali sanciscono in maniera ancora
più schiacciante l'esclusiva predominanza raggiunta dall'italiano nell'isola
(87,2%) alle spese del sardo e altre lingue, tutte ferme al 2,8%. Gli anni '90
hanno conosciuto un rinnovamento delle forme espressive nel panorama musicale
sardo: molti artisti, spaziando dai generi più tradizionali quali il canto
(cantu a tenore, cantu a chiterra, gosos, ecc.) e il teatro (Mario Deiana) a
quelli più moderni quale il rock (Kenze Neke, Askra e KNA, Tzoku, Tazenda,
ecc.) e addirittura rap e hip hop (Dr. Drer & CRC posse, Quilo, Sa Razza,
etc.) utilizzano infatti la lingua per promuovere l'isola e riconoscere i suoi
vecchi problemi e le nuove sfide.[410][411][412][413] Vi sono anche dei film
(come Su Re, parzialmente Bellas mariposas, Treulababbu, Sonetàula, etc.)
realizzati in sardo con i sottotitoli in italiano,[414] e altri ancora con i
sottotitoli in sardo.[415] A partire dalle sessioni d'esame tenute nel 2013,
hanno suscitato sorpresa, data la mancata istituzionalizzazione de facto della
lingua, dei tentativi da parte di alcuni allievi di presentare l'esame o parte
di esso in lingua
sarda.[416][417][418][419][420][421][422][423][424][425][426][427] Sono inoltre
sempre più frequenti anche le dichiarazioni di matrimonio in tale lingua su
richiesta dei coniugi[428][429][430][431][432] Ha suscitato particolare
scalpore l'iniziativa virtuale di alcuni sardi su Google Maps, in risposta a
un'ordinanza del Ministero delle Infrastrutture che ordinava a tutti i sindaci
della regione di eliminare i cartelli in sardo piazzati all'ingresso dei centri
abitati: tutti i comuni avevano infatti ripreso il loro nome originario per
circa un mese, finché lo staff di Google non decise di riportare la
toponomastica nel solo italiano.[433][434][435] Di rilevanza è l'impiego, da
parte di alcune società sportive quali la Dinamo Basket Sassari[436] e il
Cagliari Calcio, della lingua nelle sue campagne promozionali.[437][438] In
seguito a una campagna di adesioni,[439] è stata resa possibile l'inclusione
del sardo fra le lingue selezionabili su Facebook. L'opzione di scelta è ora a
tutti gli effetti attiva ed è possibile avere la pagina in lingua
sarda.[440][441][442]; è anche possibile selezionare la lingua sarda su
Telegram[443][444] Il sardo è presente quale lingua configurabile anche in
altre applicazioni, quali F-Droid, Diaspora, OsmAnd, Notepad++, QGIS,
Stellarium,[445] Skype,[446] ecc. Nel 2016 è stato inaugurato il primo
traduttore automatico dall'italiano al sardo,[447] VLC media player per
Android, Linux Mint Debina Edition 2 "Betsy", Firefox,[448][449] ecc.
Anche il motore di ricerca DuckDuckGo è stato interamente tradotto in lingua
sarda. La comunità sardofona costituirebbe ancora, con circa 1,7 milioni di
parlanti autodichiaratisi nativi (di cui 1.291.000 presenti in Sardegna), la
più consistente minoranza linguistica riconosciuta in Italia[23] benché sia
paradossalmente, allo stesso tempo, quella cui è garantita meno tutela. Al di
fuori dell'Italia, in cui al momento non è prevista pressoché alcuna
possibilità di insegnamento strutturato della suddetta lingua minoritaria
(l'Università di Cagliari si distingue per avere aperto per la prima volta un
corso specifico nel 2017;[450] quella di Sassari, di rimando, nel 2021 ha
annunciato l'apertura di un curriculum parzialmente dedicato alla lingua sarda
in filologia moderna[451]), si tengono talvolta corsi specifici in paesi quali
Germania (università di Stoccarda, Monaco, Tubinga, Mannheim,[452] ecc.),
Spagna (università di Gerona),[453] Islanda[454] e Repubblica Ceca (università
di Brno)[455][456]; per un qual certo periodo di tempo, il prof. Sugeta ne
teneva alcuni anche in Giappone all'università di Waseda
(Tokyo).[457][458][459] La estrema fragilità sociolinguistica del sardo è stata
valutata dal gruppo di ricerca Euromosaic, commissionato dalla Commissione
europea con l'intenzione di tracciare un quadro delle minoranze
etnolinguistiche nei territori europei; questi, posizionando il sardo al
quarantunesimo posto su un totale di quarantotto lingue di minoranza europee,
rilevando un punteggio pari al greco del sud Italia,[460] conclude così il suo
rapporto: (inglese) «This would appear to be yet another minority language
group under threat. The
agencies of production and reproduction are not serving the role they did a
generation ago. The education system plays no role whatsoever in supporting the
language and its production and reproduction. The language has no prestige and
is used in work only as a natural as opposed to a systematic process. It seems
to be a language relegated to a highly localised function of interaction
between friends and relatives. Its institutional base is extremely weak and
declining. Yet there is concern among its speakers who have an emotive link to
the language and its relationship to Sardinian identity.» (italiano) «Sembra si tratti di ancora un'altra lingua
di minoranza in pericolo. Le agenzie deputate alla produzione e riproduzione
della lingua non adempiono più al ruolo che svolgevano la scorsa generazione.
Il sistema educativo non sostiene in alcun modo la lingua e la sua produzione e
riproduzione. La lingua non gode di alcun prestigio e in contesti lavorativi il
suo impiego non promana da alcun processo sistematico, ma è meramente
spontaneo. Pare sia una lingua relegata a interazioni tra amici e parenti
altamente localizzate. La sua base istituzionale è estremamente debole e in
continuo declino. Ciononostante, si riscontra una qual certa preoccupazione
presso i suoi locutori, i quali hanno un legame emotivo con la lingua e la sua
relazione con l'identità sarda.» ( Relazione Euromosaic "Sardinian
language use survey". URL consultato l'11 giugno 2019 (archiviato dall'url
originale il 18 maggio 2018)., Euromosaic, 1995) Frequenza d'uso delle lingue
regionali in Italia (ISTAT, 2015) Come spiega Matteo Valdes, «la popolazione
dell’isola constata, giorno dopo giorno, il declino delle proprie parlate
originarie, si fa complice di questo declino trasmettendo ai figli la lingua
del prestigio e del potere ma, contemporaneamente, sente che la perdita delle
lingue locali è anche perdita di se stessi, della propria storia, della propria
specifica identità o diversità».[461] Roberto Bolognesi ritiene che la
perdurante stigmatizzazione del sardo come la lingua dei ceti "socialmente
e culturalmente svantaggiati" comporti l'alimentazione di un circolo
vizioso che ulteriormente promuove il regresso della lingua, irrobustendone il
giudizio negativo presso quelli che più si percepiscono come competitivi:
difatti, «è chiaro come questa identificazione sia da sempre una
self-fulfilling prophecy, una profezia che si conferma da sé: un meccanismo
perverso che ha condannato e ancora condanna alla marginalità sociale i
sardoparlanti, escludendoli sistematicamente da quelle interazioni linguistiche
e culturali in cui si sviluppano i registri prestigiosi e lo stile alto della
lingua, innanzitutto nella scuola».[462] Essendo il processo di assimilazione
ormai giunto a compimento,[463] il bilinguismo in gran parte sulla carta[464] e
mancando ancora misure concrete per un uso ufficiale anche solo all'interno della
Sardegna, la lingua sarda continua dunque la sua agonia, seppur con minore
velocità rispetto a qualche tempo fa, soprattutto grazie all'impegno di coloro
che nei vari contesti ne promuovono la rivalutazione in un processo che, da
alcuni studiosi, è stato definito come "risardizzazione
linguistica".[465] Nel mentre, l'italiano continua a erodere,[461] nel
tempo, sempre più spazi associati al sardo, ormai in stato di generale
deperimento con la già menzionata eccezione di alcune "sacche linguistiche".
In merito alla predominanza ormai completamente raggiunta dall'italiano, Telmon
registra «l'atteggiamento fortemente utilitaristico che i sardi hanno assunto
nei suoi confronti. Pur essendo sentito infatti come fondamentalmente estraneo
alle tradizioni più autenticamente popolari, il suo possesso viene considerato
necessario e, in ogni caso, simbolo potente di avanzamento sociale, anche nel
caso di diglossia senza bilinguismo».[466] Laddove la pratica linguistica del
sardo è ora per tutta l'isola in netto declino, è invece comune nelle nuove
generazioni di qualunque estrazione sociale,[467] ormai monolingui e
monoculturali italiane, quella dell'italiano regionale di Sardegna o IrS
(spesso chiamato dai sardofoni, in segno di ironico spregio, italiànu
porcheddìnu,[468] letteralmente "italiano maialesco"): si tratta di
una parlata dialettale dell'italiano che, nelle sue espressioni
diastratiche,[469] risente grandemente degli influssi fonologici, morfologici e
sintattici del sardo anche in quei parlanti che non hanno alcuna conoscenza di
tale lingua.[470] Roberto Bolognesi sostiene che, a fronte della persistente
negazione e rifiuto della lingua sarda, è come se questa si sia vendicata
sull'originaria comunità di parlanti «e continui a vendicarsi "inquinando"
il sistema linguistico egemone»,[36] rievocando l'avvertimento gramsciano
profferito all'alba del secolo precedente. Infatti, a fronte di un italiano
regionale ormai prevalente che, per Bolognesi, «si tratta in effetti di una
lingua ibrida sorta dal contatto fra due sistemi linguistici diversi»,[471] «il
(poco) sardo usato dai giovani costituisce spesso un gergo sgrammaticato
infarcito di oscenità e di costruzioni appartenenti all'italiano»:[36] la
popolazione padroneggerebbe dunque solo "due lingue zoppe" le cui manifestazioni
non scaturirebbero da una norma riconoscibile, né costituirebbero una fonte di
sicurezza linguistica chiara:[36] Bolognesi ritiene che «per i parlanti sardi,
quindi, il rifiuto della propria identità linguistica originaria non ha
comportato la sperata e automatica omologazione ad un’identità socialmente più
prestigiosa, ma l’acquisizione di un’identità di serie B (né veramente sarda,
né veramente italiana), non più autocentrata ma bensì periferica rispetto alle
fonti di norma linguistica e culturale, le quali rimangono ancora al di fuori
della loro portata: sull’altra riva del Tirreno».[471] D'altra parte, Eduardo
Blasco Ferrer riscontra una propensione dei sardofoni esclusivamente per la
pratica di commutazione di codice, piuttosto che per quella di commistione o
commutazione intrafrasale (code-mixing) tra le due diverse lingue.[472] Nel
complesso, dinamiche quali il tardivo riconoscimento come minoranza
linguistica, accompagnato da un'opera di graduale ma plurisecolare e pervasiva
italianizzazione promossa dal sistema educativo e da quello amministrativo, cui
seguì la recisione della trasmissione intergenerazionale, hanno fatto sì che la
vitalità odierna del sardo possa definirsi come gravemente compromessa.[473] Vi
è una sostanziale divisione tra chi crede che l'attuale normativa in tutela
della lingua sia ormai giunta troppo tardi,[474][475] ritenendo che il suo
impiego sia stato oramai interamente sostituito dall'italiano, e chi invece
asserisce che sia fondamentale per rafforzare l'uso corrente, per quanto
debole, di questa lingua. Le considerazioni sulla frammentazione dialettale
della lingua sono portate da alcuni come argomento contrario a un intervento
istituzionale per il suo mantenimento e valorizzazione: altri rilevano che
questo problema sia già stato affrontato in diversi altri casi, come per
esempio il catalano, la cui piena introduzione nella vita pubblica dopo la
repressione franchista è stata possibile solo grazie a un processo di
standardizzazione dei suoi eterogenei dialetti. In generale, la
standardizzazione della lingua sarda è argomento controverso.[476][477]
Fiorenzo Toso rileva, a paragone con l'attuale forza del catalano garantita
dalla elaborazione di uno standard scritto a fronte di «sottovarietà dialettali
anche molto differenziate tra loro», che «la debolezza del sardo risiede
invece, tra gli altri elementi, nell'assenza di un tale standard, poiché i
parlanti logudorese o campidanese non si riconoscono in una varietà
sopradialettale comune».[478] A oggi si ritiene improbabile il rinvenimento di
una soluzione normativa alla questione linguistica sarda.[358] In conclusione,
fattori fondamentali per la riproduzione nel tempo del gruppo etnolinguistico,
quali la trasmissione intergenerazionale della lingua, rimangono ad oggi
estremamente compromessi senza che se ne possa apparentemente frenare la
progressiva perdita,[479] in stadio ormai avanzato. Al di là dello strato
sociale già interessato dal suddetto processo e che risulta quindi italofono
monolingue, persino tra molti sardofoni si riscontra ora una "limitata
padronanza attiva o anche solo esclusivamente passiva della loro lingua":
l'attuale competenza comunicativa tra le coorti anagrafiche più giovani non
andrebbe oltre la conoscenza di qualche formula stereotipata e neanche gli
adulti sarebbero più in grado di portare avanti una conversazione nella lingua
etnica,[32][480]. Le indagini demoscopiche finora effettuate sembrano indicare
che il sardo venga ormai considerato dalla comunità come uno strumento di riappropriazione
del proprio passato, piuttosto che di effettiva comunicazione per il presente e
il futuro[481] Il sardo tra le comunità linguistiche di minoranza riconosciute
ufficialmente in Italia[482][483] Riconoscimento istituzionale[modifica |
modifica wikitesto] Lo stesso argomento in dettaglio: Legislazione italiana a
tutela delle minoranze linguistiche e Toponimi della Sardegna. Segnaletica
locale bilingue italiano/sardo Segnale di inizio centro abitato in sardo a
Siniscola/Thiniscole Il sardo è riconosciuto come lingua dalla norma ISO 639
che le attribuisce i codici sc (ISO 639-1: Alpha-2 code) e srd (ISO 639-2:
Alpha-3 code). I codici previsti per la norma ISO 639-3 ricalcano quelli
utilizzati dal SIL per il progetto Ethnologue e sono: sardo campidanese:
"sro" sardo logudorese: "src" gallurese: "sdn"
sassarese: "sdc" La lingua sarda è stata riconosciuta con legge
regionale n. 26 del 15 ottobre 1997 "Promozione e valorizzazione della
cultura e della lingua della Sardegna" come lingua della Regione autonoma
della Sardegna dopo l'italiano (la legge regionale prevede la tutela e
valorizzazione della lingua e della cultura, pari dignità rispetto alla lingua
italiana con riferimento anche al catalano di Alghero, al tabarchino dell'isola
di San Pietro, al sassarese e gallurese, la conservazione del patrimonio
culturale/bibliotecario/museale, la creazione di Consulte Locali sulla lingua e
la cultura, la catalogazione e il censimento del patrimonio culturale,
concessione di contributi regionali ad attività culturali, programmazioni
radiotelevisive e testate giornalistiche in lingua, uso della lingua sarda in
fase di discussione negli organi degli enti locali e regionali con
verbalizzazione degli interventi accompagnata dalla traduzione in italiano, uso
nella corrispondenza e nelle comunicazioni orali, ripristino dei toponimi in
lingua sarda e installazione di cartelli segnaletici stradali e urbani con la
denominazione bilingue). La legge regionale applica e regolamenta alcune norme
dello Stato a tutela delle minoranze linguistiche. Nessun riconoscimento è
stato invece attribuito, nel 1948, alla lingua sarda dallo Statuto della
Regione Autonoma, che è legge costituzionale: l'assenza di norme statutarie di
tutela, a differenza degli storici Statuti della Valle d'Aosta e del Trentino-Alto
Adige, fa sì che per la comunità sarda, nonostante rappresenti ex lege n.
482/1999 la più robusta minoranza linguistica in Italia, non si applichino le
leggi elettorali per la rappresentanza politica delle liste in Parlamento, che
pur tengono conto della specificità delle suddette minoranze.[484][485] Si
applicano invece al sardo (come al catalano di Alghero) l'art. 6 della
Costituzione (La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze
linguistiche) e la legge n. 482 del 15 dicembre 1999 "Norme in materia di
tutela delle minoranze linguistiche storiche"[486] che prevede misure di
tutela e valorizzazione (uso della lingua minoritaria nelle scuole materne,
primarie e secondarie accanto alla lingua italiana,[487] uso da parte degli
organi di Comuni, Comunità Montane, Province e Regione, pubblicazione di atti
nella lingua minoritaria fermo restando l'esclusivo valore legale della
versione italiana, uso orale e scritto nelle pubbliche amministrazioni escluse
forze armate e di polizia, adozione di toponimi aggiuntivi nella lingua
minoritaria, ripristino su richiesta di nomi e cognomi nella forma originaria,
convenzioni per il servizio pubblico radiotelevisivo) in ambiti definiti dai
Consigli Provinciali su richiesta del 15% dei cittadini dei comuni interessati
o di un terzo dei consiglieri comunali. Ai fini applicativi tale
riconoscimento, che si applica alle "…popolazioni…parlanti…sardo", il
che escluderebbe a rigore gallurese e sassarese in quanto geograficamente sardi
ma linguisticamente di tipo còrso, e sicuramente il ligure-tabarchino
dell'isola di San Pietro. Cartello bilingue nel municipio di Villasor Il
relativo Regolamento attuativo D.P.R. n. 345 del 2 maggio 2001 (Regolamento di
attuazione della legge 15 dicembre 1999, n. 482, recante norme di tutela delle
minoranze linguistiche storiche) detta regole sulla delimitazione degli ambiti
territoriali delle minoranze linguistiche, sull'uso nelle scuole e nelle
università, sull'uso nella pubblica amministrazione (da parte della Regione,
delle Province, delle Comunità Montane e dei membri dei Consigli Comunali,
sulla pubblicazione di atti ufficiali dello Stato, sull'uso orale e scritto
delle lingue minoritarie negli uffici delle pubbliche amministrazioni con
istituzione di uno sportello apposito e sull'utilizzo di indicazioni scritte
bilingui …con pari dignità grafica, e sulla facoltà di pubblicazione bilingue
degli atti previsti dalle leggi, ferma restando l'efficacia giuridica del solo
testo in lingua italiana), sul ripristino dei nomi e dei cognomi originari,
sulla toponomastica (… disciplinata dagli statuti e dai regolamenti degli enti
locali interessati) e la segnaletica stradale (nel caso siano previsti segnali
indicatori di località anche nella lingua ammessa a tutela, si applicano le
normative del Codice della Strada, con pari dignità grafica delle due lingue),
nonché sul servizio radiotelevisivo. La bozza di atto di ratifica della Carta
europea delle lingue regionali o minoritarie del Consiglio d'Europa[488] del 5
novembre 1992 (già sottoscritta, ma mai ratificata,[489][490] dalla Repubblica
Italiana il 27 giugno 2000) all'esame del Senato prevede, senza escludere l'uso
della lingua italiana, misure aggiuntive per la tutela della lingua sarda e per
il catalano (istruzione prescolare in sardo, educazione primaria e secondaria
agli allievi che lo richiedano, insegnamento della storia e della cultura,
formazione degli insegnanti, diritto di esprimersi in lingua nelle procedure
penali e civili senza spese aggiuntive, consentire l'esibizione di documenti e
prove in lingua nelle procedure civili, uso negli uffici statali da parte dei
funzionari in contatto con il pubblico e possibilità di presentare domande in
lingua, uso nell'amministrazione locale e regionale con possibilità di
presentare domande orali e scritte in lingua, pubblicazione di documenti
ufficiali in lingua, formazione dei funzionari pubblici, uso congiunto della
toponomastica nella lingua minoritaria e adozione dei cognomi in lingua,
programmazioni radiotelevisive regolari nella lingua minoritaria, segnalazioni
di sicurezza anche in lingua, promozione della cooperazione transfrontaliera
tra amministrazioni in cui si parli la stessa lingua). Si noti che l'Italia,
assieme alla Francia e a Malta,[491] non ha ratificato il suddetto trattato
internazionale.[492][493] In un caso presentato alla Commissione europea dal
deputato Renato Soru in sede di parlamento europeo nel 2017, nel quale si
denunciava la negligenza nazionale con riguardo alla sua stessa normativa
rispetto alle altre minoranze linguistiche, la risposta della Commissione
faceva presente all'Onorevole che le questioni di politica linguistica
perseguita dai singoli stati membri non rientrano nelle sue competenze.[494] Le
forme di tutela previste per la lingua sarda sono pressoché assimilabili a
quelle riconosciute per quasi tutte le altre storiche minoranze
etnico-linguistiche d'Italia (friulani, albanesi, catalane, greche, croate,
franco-provenzali e occitane, etc.), ma di gran lunga inferiori a quelle
assicurate, mediante specifici trattati internazionali, per le comunità
francofone in Valle d'Aosta, a quelle slovene in Friuli-Venezia Giulia e,
infine, a quelle ladine e germanofone in Alto-Adige. Segnaletica locale
bilingue a Pula Inoltre, le poche disposizioni legislative a tutela del bilinguismo
sin qui menzionate non sono de facto ancora applicate o lo sono state solo
parzialmente. In tal senso il Consiglio d'Europa nel 2015 aveva aperto
un'indagine sull'Italia per la situazione delle sue minoranze
etnico-linguistiche, considerate nell'ambito della Convenzione-quadro come
"minoranze nazionali".[495][496][497] Il sardo non è stato, infatti,
ancora oggi introdotto nei programmi ufficiali, rientrando perlopiù in alcuni
progetti scolastici (moduli di ventiquattr'ore) senza garanzie di continuità.[498]
La revisione della spesa pubblica del governo Monti avrebbe abbassato
ulteriormente il livello di tutela della lingua, attuando una distinzione fra
le lingue soggette a tutela in base ad accordi internazionali e considerate
minoranze nazionali perché "di lingua madre straniera" (tedesco,
sloveno e francese[Nota 18]) e quelle afferenti a comunità che non hanno una
struttura statale straniera alle spalle, riconosciute semplicemente come
"minoranze linguistiche". Tale disegno di legge, nonostante abbia
destato una certa reazione da più parti del mondo politico e intellettuale
isolano,[499][500][501] è stato impugnato dal Friuli-Venezia Giulia, ma non
dalla Sardegna, una volta tradotto in legge, la quale non riconosceva alle
minoranze linguistiche "senza Stato" i benefici previsti in tema di
assegnazione degli organici per le scuole:[502] con la sentenza numero 215,
depositata il 18 luglio 2013, la Corte costituzionale ha però successivamente
dichiarato incostituzionale tale trattamento differenziato.[503] La delibera
della Giunta regionale del 26 giugno 2012[504] ha introdotto l'uso delle
diciture ufficiali bilingui nello stemma della Regione Autonoma della Sardegna
e in tutte le produzioni grafiche che contraddistinguono le sue attività di
comunicazione istituzionale. Quindi, con la stessa evidenza grafica
dell'italiano, viene riportata l'iscrizione equivalente a Regione Autonoma
della Sardegna in sardo ovvero «Regione Autònoma de Sardigna».[505] Il 5 agosto
2015 la Commissione Paritetica Stato-Regione ha approvato una proposta,
inoltrata dall'Assessorato della Pubblica Istruzione, che trasferirebbe alla
Regione Sarda alcune competenze amministrative in materia di tutela delle
minoranze linguistiche storiche, quali sardo e catalano algherese.[506] Il 27
giugno 2018, il Consiglio Regionale ha infine varato il TU sulla disciplina
della politica linguistica regionale. La Sardegna si sarebbe, in teoria, così
dotata per la prima volta nella sua storia regionale di uno strumento
regolatore in materia linguistica, con l'intento di sopperire all'originale
lacuna del testo statutario:[9][507][508] tuttavia, il fatto che la giunta
regionale non abbia tuttora provveduto a emanare i necessari decreti attuativi
fa sì che quanto è contenuto nella legge approvata non abbia ancora trovato
alcuna applicazione reale.[509][510][511] Il 2021 vede l'apertura di uno
sportello in lingua sarda per la Procura di Oristano, qualificandosi come la
prima volta in Italia in cui tale servizio sia offerto a una lingua
minoritaria.[512] Per l'elenco dei comuni riconosciuti ufficialmente minoritari
ai sensi dell'art. 3 della legge n. 482/1999 e per i relativi toponimi
ufficiali in lingua sarda ai sensi dell'art. 10 vedi Toponimi della Sardegna.
Fonetica, morfologia e sintassi[modifica | modifica wikitesto]
Fonetica[modifica | modifica wikitesto] Vocali: /ĭ/ e /ŭ/ (brevi) latine hanno
conservato i loro timbri originali [i] e [u]; per esempio il latino siccus
diventa siccu (e non come italiano secco, francese sec). Un'altra
caratteristica è l'assenza della dittongazione delle vocali medie (/e/ e /o/).
Per esempio il latino potest diventa podet (pron. [ˈpoðete]), senza dittongo a
differenza dell'italiano può, spagnolo puede, francese peut. Le vocali Sarde
sono soggette al processo di metafonesi dove [ɛ ɔ] sono alzate a [e o] se la
sillaba seguente contiene vocali /i/ o /u/. Inoltre /fɛˈnɔmɛnu/, ad esempio, è
realizzato come [feˈnoːmenu]. Nel gruppo di dialetti solitamente ricondotti
alla grafia campidanese /ɛ ɔ/ sono state alzate a /i u/ nelle sillabe finali.
Le nuove /i u/ non producono la metafonesi. In questi dialetti quindi [e o]
possono contrastare con [ɛ ɔ]. Per esempio i vecchi [ˈbɛːnɛ] 'bene' e [ˈbeːni]
'vieni' diventano [ˈbɛːni] e [ˈbeːni] come coppie minime distinte solo dalla
vocale tonica. Il campidanese contiene quindi sette diverse vocali. Esclusivi —
per l'area romanza attuale — dei dialetti centro-settentrionali del sardo sono
inoltre il mantenimento della [k] e della [g] velari davanti alle vocali
palatali /e/ e /i/ (es.: [kentu] per l'italiano cento e il francese cent). Una
delle caratteristiche del sardo è l'evoluzione di [ll] nel fonema cacuminale
[ɖ] (es. cuaddu o caddu per cavallo, anche se questo non avviene nel caso dei
prestiti successivi alla latinizzazione dell'isola - cfr. bellu per bello - ).
Questo fenomeno è presente anche nella Corsica del sud, in Sicilia, in
Calabria, nella penisola Salentina e in alcune zone delle Alpi Apuane.
Fonosintassi[modifica | modifica wikitesto] Lo stesso argomento in dettaglio:
Sardo logudorese § Alcune regole di fonosintassi e Sardo campidanese § Alcune
regole di fonosintassi. Una delle principali complicanze, sia per chi si
approcci alla lingua sia per chi, pur sapendola parlare, non la sa scrivere, è
la differenza fra scritto (qualora si voglia seguire un'unica forma grafica) e
parlato data da specifiche regole, fra le quali è importante menzionare almeno
qualcuna nei due diasistemi e in questa voce nella generalità dei casi. Sistema
vocalico[modifica | modifica wikitesto] Vocale paragogica[modifica | modifica
wikitesto] Nel parlato generalmente non è tollerata la consonante finale di un
vocabolo, quando però lasciata isolata in pausa o in chiusura di frase,
altrimenti sì può essere presente anche nella pronuncia. La lingua sarda si
caratterizza pertanto per la cosiddetta vocale paragogica o epitetica, cui si
appoggia la suddetta consonante; questa vocale è generalmente la stessa che
precede la consonante finale, ma in campidanese non mancano esempi discostanti
da questa norma, dove la vocale paragogica è la "i" pur non essendo
quella che precede l'ultima consonante, come il caso di cras (crasi, domani),
tres (tresi, tre), ecc. In questi casi la vocale finale può anche essere
riportata nella lingua scritta, essendo appunto diversa dall'ultima della
parola. Quando invece è uguale a quella precedente di norma non va mai scritta;
eccezioni possono essere rappresentate da alcuni termini di origine latina
rimasti inalterati rispetto all'originale, eccettuando appunto la vocale
paragogica, che però si sono diffusi nell'uso popolare anche nella loro
variante sardizzata (sèmper o sèmpere, lùmen o lùmene) e, nel diasistema
logudorese, dalle terminazioni dell'infinito presente della 2ª coniugazione
(tènner o tènnere, pònner o pònnere). Per quanto riguarda i latinismi, nell'uso
attuale si preferisce non scrivere la vocale paragogica, quindi sèmper, mentre
nei verbi della seconda coniugazione è forse maggioritaria la grafia con la
"e", seppur molto diffusa anche quella senza, perciò iscrìere piuttosto
che iscrìer (scrivere), che peraltro è altresì corretto. I termini campidanesi
vengono generalmente scritti con la "i" dai parlanti di questa
variante, dunque crasi, mentre in logudorese avremo sempre e comunque cras,
anche qualora nella pronuncia dovesse risultare crasa. Così per esempio: Si
scrive semper ma si pronuncia generalmente sempere (LSC/log./nuo., in italiano
"sempre") Si scrive lùmen ma si pronuncia generalmente lumene (nuo.,
in LSC nùmene o nòmene, in italiano "nome") Si scrive però e si
pronuncia generalmente però o peroe (LSC/log./nug. /camp., in italiano
"però") Si scrive istèrrere (LSC e log.) o istèrrer (log.) e si
pronuncia generalmente isterrere (in italiano "stendere") Si scrive
funt ma si pronuncia generalmente funti (LSC e camp., in italiano "essi
sono") Si scrive andant ma si pronuncia generalmente andanta (LSC, camp. e
log. meridionale, in italiano "vanno"). In nuores/baroniese la
consonante finale della terza plurale solitamente cade e si pronuncia la vocale
paragogica: andan(t)a, cheren(t)e e ischin(t)i. Vocale pretonica[modifica |
modifica wikitesto] Le vocali e e o stanti in posizione pretonica rispetto alla
vocale i, diventano mobili potendosi trasformare in quest'ultima. Così, per
esempio, sarà corretto scrivere e dire: erìtu o irìtu (log., in italiano
"riccio"; in LSC, log. meridionale e camp. eritzu) essìre (LSC),
issìre (log. ), bessire (log. meridionale) o bessiri (camp.) (in italiano
"uscire") drumìre o dromìre (log., in italiano "dormire";
in LSC dormire; camp. dromìri) godìre (LSC) o gudìre (log., in LSC e log. anche
gosare, camp. gosai, in italiano "godere") Vi sono delle rare
eccezioni a questa regola, come dimostra l'esempio seguente: buddìre vuol dire
"bollire", mentre boddìre vuol dire "raccogliere (frutti e
fiori)". Sistema consonantico[modifica | modifica wikitesto] Posizione
mediana intervocalica[modifica | modifica wikitesto] Quando si trovano in
posizione mediana intervocalica, o per effetto di particolari combinazioni
sintattiche, le consonanti b, d, g diventano fricative; sono tali anche se si
presenta, fra vocale e consonante, un'interposizione della r. In questo caso,
la pronuncia della b è perfettamente uguale a quella della b/v spagnola in
cabo, la d è uguale alla d spagnola in codo. Fra vocali, il dileguo della g è la
norma. Così per esempio: baba si pronuncia ba[β]a (in italiano
"bava") sa baba si pronuncia sa [β]a[β]a (in italiano "la
bava") lardu si pronuncia lar[ð]u (in italiano "lardo") gatu: in
singolare la g cade (su gatu diventa su atu), mentre in plurale quando precede
/s/, si mantiene come fricativa (sos gatos = so'/sor/sol [ɣ]àtoso)
Lenizione[modifica | modifica wikitesto] Comune ai due diasistemi, cui fa
eccezione la sottovarietà nuorese, è il fenomeno di sonorizzazione delle
consonanti sorde c, p, t, f, qualora precedute da vocale o seguite da r; le
prime tre diventano anche fricative. /k/ → [ɣ] /p/ → [β] /t/ → [ð] /f/ → [v]
Così per esempio: Si scrive su cane (LSC e log.) o su cani (camp.) ma si
pronuncia su [ɣ]ane / su [ɣ]ani (in italiano, "il cane"). Si scrive
su frade (LSC e log.) o su fradi (camp.) ma si pronuncia su[v]rade/su [v]rari
(in italiano, "il fratello"). Si scrive sa terra, ma si pronuncia sa
[ð]erra (LSC/log./camp., in italiano, "la terra"). Si scrive su pane
(LSC e log.) o su pani (camp.) ma si pronuncia su [β]ane / su [β]ani (in
italiano, "il pane"). Incontro di consonanti fra due parole
(sandhi)[modifica | modifica wikitesto] Reindirizziamo alle voci cui pertengono
le differenti ortografie. Pronuncia rafforzata di consonanti iniziali[modifica
| modifica wikitesto] Sette particelle, aventi vario valore, provocano un
rafforzamento della consonante che a esse segue: ciò accade per effetto di una
sparizione, solamente virtuale, delle consonanti che tali monosillabi avevano
per finale nel latino (una di esse è italianismo di recente acquisizione). NE ←
(lat.) NEC = né (congiunzione) CHE ← (lat.) QUO+ET = come (comparativo) TRA ←
(it.) TRA = tra (preposizione) A ← (lat.) AC = (comparativo) A ← (lat.) AD = a
(preposizione) A ← (lat.) AUT = (interrogativo) E ← (lat.) ET = e
(congiunzione) Perciò per esempio: Nos ch'andamus a Nùgoro / nosi ch'andaus a
Nùoro (pron. "noch'andammus a Nnugoro / nosi ch'andaus a Nnuoro") =
Ce ne andiamo a Nuoro Che a cussu maccu (pron. "che mmaccu") = Come
quel matto Intra Nugoro e S'Alighera (pron. "intra Nnugoro e
Ss'Alighera") = Tra Nuoro e Alghero A ti nde pesas? (pron. "a tti nde
pesasa?") = Ti alzi? (esortativo) Morfologia e sintassi[modifica |
modifica wikitesto] Nel suo insieme la morfosintassi del sardo si discosta dal
sistema sintetico del latino classico e mostra un uso maggiore delle
costruzioni analitiche rispetto ad altre lingue neolatine.[513] L'articolo
determinativo caratteristico della lingua sarda è derivato dal latino ipse /
ipsu(m) (mentre nelle altre lingue neolatine l'articolo è originato da ille /
illu(m)) e si presenta nella forma su/sa al singolare e sos/sas al plurale (is
nel campidanese e sia sos / sas sia is nella LSC). Forme di articolo con la
medesima etimologia si ritrovano nel balearico (dialetto catalano delle Isole
Baleari) e nel dialetto provenzale dell'occitano delle Alpi Marittime francesi
(eccettuando il dialetto di Nizza): es/so/sa e es/sos/ses. Il plurale è
caratterizzato dal finale in -s, come in tutta la Romània occidentale ((FR, OC,
CA, ES, PT) ). Es.: sardu{sing.}-sardos/sardus{pl.}(sardo-sardi),
puddu{sing.}/puddos/puddus{pl.}, pudda{sing.}/puddas{pl.} (pollo/polli,
gallina/galline). Il futuro viene costruito con la forma latina habeo ad. Es:
apo a istàre, apu a abarrai o apu a atturai (io resterò). Il condizionale si
forma in modo analogo: nei dialetti centro-meridionali usando il passato del
verbo avere (ai) o una forma alternativa sempre di tale verbo (apia); nei
dialetti centro-settentrionali usando il passato del verbo dovere (dia). Il
"perché" interrogativo è diverso dal "perché" responsivo:
poita? o proite/poite? ca…, così come avviene in altre lingue romanze
(francese: pourquoi? parce que…, portoghese: por quê/porquê? porque…; spagnolo
¿por qué? porque…; catalano per què? perquè… Ma anche in Italiano
perché/poiché). Il pronome personale tonico di prima e seconda persona
singolare, se preceduto dalla preposizione cun/chin (con), assume le forme cun
megus (LSC, log.)/chin mecus (nug.) e cun tegus (LSC, log.)/chin tecus (nug.)
(cfr. lo spagnolo conmigo e contigo e anche il portoghese comigo e contigo e il
napoletano cu mmico e cu ttico), e questi dal latino cum e mecum/tecum.
Ortografia e pronuncia[modifica | modifica wikitesto] Lo stesso argomento in
dettaglio: Limba Sarda Unificada e Limba Sarda Comuna. Fino al 2001 non si
disponeva di una standardizzazione ufficiale né scritta, né orale (quest'ultima
non esiste ancor oggi) della lingua sarda. Dopo l'epoca medievale, nei
documenti della quale si può osservare una certa uniformità nella scrittura,
l'unica standardizzazione grafica, dovuta agli esperimenti dei letterati e dei
poeti, era stata quella del cosiddetto "sardo illustre", sviluppato
ispirandosi ai documenti protocollari medievali sardi, alle opere di Gerolamo
Araolla, Giovanni Matteo Garipa e Matteo Madau e a quelle di una ricca serie di
poeti.[514][515] I tentativi di ufficializzare e diffondere tale norma erano
però stati ostacolati dalle autorità iberiche e in seguito sabaude.[516] Da
questi trascorsi deriva l'attuale adesione di una parte della popolazione
all'idea che, per ragioni eminentemente storiche e
politiche[517][518][519][520] ma non
linguistiche,[518][521][522][523][524][525] la lingua sarda sia divisa in due
gruppi dialettali distinti ("logudorese" e "campidanese" o
"logudorese", "campidanese" e "nuorese", con chi
cerca pure di includere nella categorizzazione lingue legate a quella sarda ma
differenti, quali il gallurese o il sassarese), per scrivere le quali sono
state sviluppate una serie di grafie tradizionali, anche se con molti
cambiamenti lungo il passare del tempo. Oltre a quelle comunemente definite
"logudorese" e "campidanese", come già detto, sono state
sviluppate anche la grafia nuorese, la grafia arborense e quelle dei singoli
paesi, a volte normata con regole generali e comuni a tutti, quali quelle
richieste dal Premio Ozieri.[526] Spesso, però, il sardo viene scritto dai
parlanti cercando di trascriverne la pronuncia e seguendo le abitudini legate
alla lingua italiana.[518] Per risolvere tale problema, e ai fini di consentire
una effettiva applicazione di quanto previsto dalla Legge Regionale n. 26/1997
e dalla Legge n. 482/1999, nel 2001 la Regione Sardegna ha incaricato una
commissione di esperti di elaborare una ipotesi di Norma di unificazione linguistica
sovradialettale (la LSU: Limba Sarda Unificada, pubblicata il 28 febbraio
2001), che identificasse una lingua-modello di riferimento (basata sulla
analisi delle varietà locali del sardo e sulla selezione dei modelli più
rappresentativi e compatibili) al fine di garantire all'uso ufficiale del sardo
le necessarie caratteristiche di certezza, coerenza, univocità, e diffusione
sovralocale. Questo studio, pur scientificamente valido, non è mai stato
adottato a livello istituzionale per vari contrasti locali (accusata di essere
una lingua "imposta" e "artificiale" e di non avere risolto
il problema del rapporto tra le varietà trattandosi di una mediazione tra le
varietà scritte comunemente con una grafia logudorese, pertanto privilegiate, e
non avendo proposto una valida grafia per le varietà solitamente scritte con la
grafia campidanese) ma ha comunque, a distanza di anni, costituito la base di
partenza per la redazione della proposta della LSC: Limba Sarda Comuna,
pubblicata nel 2006, che partendo da una base di mesania, accoglie elementi
propri delle parlate (e quindi "naturali" e non
"artificiali") di quella zona, ovvero l'area grigia di transizione
della Sardegna centrale tra le varietà scritte solitamente con la grafia
logudorese e quelle scritte con la grafia campidanese, al fine di assicurare
alla grafia comune il carattere di sovradialettalità e sovramunicipalità, pur
lasciando la possibilità di rappresentare le particolarità di pronuncia delle
varietà locali.[527] Purtuttavia, anche a questo standard non sono mancate
critiche, sia da chi ha proposto degli emendamenti per migliorarlo,[528][529]
sia da chi ha preferito insistere con l'idea di suddividere il sardo in
macrovarianti da regolare con norme separate.[530] La Regione Sardegna, con
delibera di Giunta regionale n. 16/14 del 18 aprile 2006 Limba Sarda Comuna.
Adozione delle norme di riferimento a carattere sperimentale per la lingua
scritta in uscita dell'Amministrazione regionale[531] ha adottato
sperimentalmente la LSC come lingua ufficiale per gli atti e i documenti emessi
dalla Regione Sardegna (fermo restando che ai sensi dell'art. 8 della Legge n.
482/99 ha valore legale il solo testo redatto in lingua italiana), dando
facoltà ai cittadini di scrivere all'Ente nella propria varietà e istituendo lo
sportello linguistico regionale Ufitziu de sa limba sarda. Successivamente ha
seguito la norma LSC nella traduzione di diversi documenti e delibere, dei nomi
dei propri uffici ed assessorati, oltre al proprio stesso nome "Regione
Autònoma de Sardigna", che figura oggi nello stemma ufficiale insieme alla
dicitura in italiano. Oltre a tale ente, lo standard sperimentale LSC è stato
utilizzato come scelta volontaria da diversi altri, dalle scuole e da organi di
stampa nella comunicazione scritta, spesso in maniera complementare con grafie
più vicine alla pronuncia locale. Per quanto riguarda tale utilizzo è stata
fatta una stima percentuale, legata ai soli progetti finanziati o cofinanziati
dalla Regione per l'utilizzo della lingua sarda negli sportelli linguistici
comunali e sovracomunali, nella didattica nelle scuole e nei media dal 2007 al
2013. Il Monitoraggio sull'utilizzo sperimentale della Limba Sarda Comuna
2007-2013 è stato pubblicato sul sito della Regione Sardegna nell'aprile 2014 a
cura del Servizio Lingua e Cultura Sarda dell'Assessorato della Pubblica
Istruzione.[532] Da tale ricerca risulta ad esempio, riguardo ai progetti
scolastici finanziati nell'anno 2013, una netta preferenza delle scuole
nell'utilizzo della ortografia LSC insieme ad una grafia locale (51%) rispetto
all'utilizzo esclusivo della LSC (11%) o all'utilizzo esclusivo di una grafia
locale (33%) Riguardo invece ai progetti finanziati nel 2012 dalla Regione, per
la realizzazione di progetti editoriali in lingua sarda nei media regionali, si
riscontra una presenza più ampia dell'utilizzo della LSC (probabilmente dovuto
anche ad una premialità di 2 punti nella formazione delle graduatorie per
accedere ai finanziamenti, assente invece dal bando per le scuole). Secondo
tali dati risulta che la produzione testuale nei progetti dei media è stata per
il 35% in LSC, per il 35% in LSC e in una grafia locale e per il 25%
esclusivamente in una grafia locale. Infine gli sportelli linguistici
cofinanziati dalla Regione nel 2012 hanno utilizzato nella scrittura per il 50%
la LSC, per il 9% la LSC insieme ad una grafia locale e per il 41%
esclusivamente una grafia locale.[532] Una ricerca recente sull'utilizzo della
LSC in ambito scolastico, svolta nel comune di Orosei, ha mostrato come gli studenti
della scuola media locale non avessero alcun problema a utilizzare quella norma
nonostante il fatto che il sardo da loro parlato fosse in parte differente.
Nessun alunno ha rifiutato la norma o l'ha ritenuta "artificiale", il
che ha dimostrato la sua validità come strumento didattico. I risultati sono
stati presentati nel 2016 e pubblicati integralmente nel 2021.[533][534] Si
indicano di seguito alcune delle differenze più rilevanti per la lingua scritta
rispetto all'italiano: [a], [ɛ/e], [i], [ɔ/o], [u], come -a-, -e-, -i-, -o-,
-u-, come in italiano e spagnolo, senza segnare la differenza tra vocali aperte
e chiuse; le vocali paragogiche o epitetica (che in pausa chiudono un vocabolo
terminante in consonante e corrispondono alla vocale che precede la consonante
finale) non si scrivono mai (feminasa>feminas, animasa>animas,
bolede>bolet, cantanta>cantant, vrorese>frores) [j] semiconsonante
come -j- all'interno di parola (maju, raju, ruju) o di un nome geografico
(Jugoslavia); nella sola variante nuorese come -j- (corju, frearju)
corrispondente al logudorese/LSU -z- (corzu, frearzu) e all'LSC -gi- (corgiu,
freargiu); nelle varianti logudorese e nuorese in posizione iniziale (jughere,
jana, janna) che nella LSC viene sostituita dal gruppo [ʤ] (giughere, giana,
gianna) [r], come -r- (caru, carru) [p], come -p- (apo, troppu, pane, petza)
[β], come -b- in posizione iniziale (bentu, binu, boe) e intervocalica (abile);
quando p>b si trascrive come p- a inizio parola (pane, petza) e -b-
all'interno (abe, cabu, saba) [b], come -bb- in posizione intervocalica (abba,
ebba) [t], come -t- (gattu, fattu, narat, tempus); quando th>t nella sola
variante logudorese come -t- o -tt- (tiu, petta, puttu); Nella LSC e nella LSU
viene sostituita dal gruppo [ʦ] (tziu, petza, putzu) [d], come -d- in posizione
iniziale (dente, die, domo) e intervocalica (ladu, meda, seda); quando t>d
si trascrive come t- a inizio parola (tempus) e -d- all'interno (roda, bidru,
pedra, pradu); la finale t della flessione del verbo può, a seconda della
varietà, essere pronunciata d ma si trascrive t (narada>narat) [ɖɖ]
cacuminale, come -dd- (sedda); La d può avere suono cacuminale anche nel gruppo
[nɖ] (cando) [k] velare, come -ca- (cane), -co- (coa), -cu- (coddu, cuadru),
-che- (chessa), -chi- (chida), -c- (cresia); non si usa mai la -q-, sostituita
dalla -c- (cuadru, camp.acua) [g] velare, come -ga- (gana), -go- (gosu), -gu-
(agu, largu, longu, angulu, argumentu), -ghe- (lughe, aghedu, arghentu,
pranghende), -ghi- (àghina, inghiriare), -g- (gloria, ingresu) [f], come -f-
(femina, unfrare) [v], come -f- in posizione iniziale (femina) e come -v-
intervocalica (avvisu) e nei cultismi (violentzia, violinu) [ʦ] sorda o aspra
(ital. pezzo), come -tz- (tziu, petza, putzu). Nella LSC e nella LSU
sostituisce il gruppo nuorese [θ] e il corrispondente logudorese [t]
(thiu/tiu>tziu, petha/petta>petza, puthu/puttu>putzu); nella scrittura
tradizionale il digramma tz- non compariva mai a inizio parola. Compare inoltre
nei termini di influenza e derivazione italiana (per esempio tzitade da
cittade) di cui sostituisce la c /ʧ/ sonora (suono non presente nel sardo
originario, ma già da tempo proprio di alcune varietà centrali e campidanesi)
al posto del suono velare nativo /k/ ormai scomparso (ant.kitade). Anche il
suono tz è proprio delle varietà centrali e campidanesi. [ʣ], come -z- (zeru,
ordiminzare). Nella variante logudorese/nuorese e nella LSU come -z- (fizu,
azu, zogu, binza, frearzu); nella LSC viene sostituita dal gruppo [ʤ] (figiu,
agiu, giogu, bingia, freargiu), come nelle varietà centro-meridionali. [θ],
nella sola variante nuorese come -th- (thiu, petha, puthu). Nella LSC e nella
LSU viene sostituita dal gruppo [ʦ] (tziu, petza, putzu) [s] e [ss], come -s- e
-ss- (essire) [z], come -s- (rosa, pesare) [ʧ], nella sola varietà campidanese
come -ce- (celu, centu), -ci- (becciu, aici) [ʤ], come -gia-, -gio-, -giu-.
Nella LSC sostituisce il gruppo logudorese-nuorese [ʣ] della LSU e il [ɣ] del
nuorese (fizu>figiu, azu>agiu, zogu/jogu>giogu, zaganu/jaganu>giaganu,
binza>bingia, anzone>angione, còrzu/còrju>còrgiu,
frearzu/frearju>freargiu). Il suono [ʤ] come in bingia è proprio delle
varietà centrali e campidanesi. [ʒ] (franc. jour), nella sola variante
campidanese, sempre come c- a inizio parola (celu, centu, cidru) e come -x-
all'interno (luxi, nuraxi, Biddexidru). LSC LSU Lugodorese Nuorese Campidanese
LSC LSU Lugodorese Nuorese Campidanese Simbolo AFI Sempre ch / c ch / c ch / c
ch / c c k k k k tʃ/k t t t t t t t t t t th θ f f f f p p p p p p p p p p gh /
g gh / g gh / g g ɣ / g g g dʒ/g g / gi g / gi dʒ dʒ gi z z j ? dʒ dz dz j ? r
r r r r ɾ ɾ ɾ ɾ ɾ v v v v Ad inizio di parola gh / g g c / ci ʒ, tʃ d d t (d) t
(d) t (d) d ? d d d f f f v v v b b p (b) p (b) p (b) β / b b β β β s s s s s s
s s s s Intervocalica gh / g ɣ j j j j j j j j j j x ʒ s s s s s z z z / s z /
s z / s d d d d d ð ð ð ð ð v v v v v v b b b b b β b β β β c / ci tʃ Doppie o
combinazioni ll ll ll ll ll l l l l l rr rr rr rr rr r r r r r dd dd dd dd dd ɖ
ɖ ɖɖ ɖɖ ɖɖ nn nn nn nn nn n n n n n bb bb bb bb bb b b b b b mm mm mm mm mm m m
m m m nd ɳɖ ss ss ss ss ss s s ss ss ss tt t Finale t t t t t d d d d
Grammatica[modifica | modifica wikitesto] Lo stesso argomento in dettaglio:
Grammatica sarda. La grammatica della lingua sarda si differenzia notevolmente
da quella italiana e delle altre lingue neolatine, particolarmente nelle forme
verbali. Plurale[modifica | modifica wikitesto] ll plurale viene ottenuto, come
nelle lingue romanze occidentali, aggiungendo -s alla forma singolare Nel caso
di parole terminanti in -u, il plurale viene formato nel logudorese in -os e
nel camp. in -us. Articoli[modifica | modifica wikitesto]
Determinativi[modifica | modifica wikitesto] LSC Log. Camp. Sing. su / sa su /
sa su / sa Plur. sos / sas / is sos / sas is Indeterminativi[modifica |
modifica wikitesto] Masch. Femm. sing. unu una pl. unos unas Pronomi[modifica |
modifica wikitesto] Pronomi personali soggetto (nominativo)[modifica | modifica
wikitesto] Singolare Plurale (d)eo/jeo/deu LSC deo nuor. (d)ego = io nois/nos/nosu
= noi tue/tui = tu vosté/fostei o fusteti (uso formale, richiede la 3ª persona
sing., derivato dal vosté catalano, cfr. usted spagnolo, da vuestra merced) =
lei bois/bosàteros/bosatrus - bosàteras/bosatras = voi (nelle varianti centrali
e meridionali si hanno in sardo due forme, maschile e femminile, per il voi
plurale, come nello spagnolo peninsulare vosotros / vosotras) bos (uso formale,
persona grammaticale singolare ma da coniugare con un verbo nella 2ª persona
plurale, come il vous francese; cfr. antico vos spagnolo, ancora in uso in
Sudamerica per tú) = voi (come tuttora in uso nell'italiano meridionale) issu
(isse) - issa = lui/lei issos/issus - issas = loro (essi/esse) dopo le
preposizioni pro/po, dae/de, intra/tra, segundu, ecc. dopo la preposizione a
dopo la preposizione con/chin (la variante chin è propria del nuorese) mene (a
mie)/mei mie/mimi (nuor. mime) cunmegus (nuor. chinmecus) tene (a tie)/tei
tie/tui (nuor. tibe) cuntegus (nuor. chintecus) issu (isse) - issa
nois/nos/nosu bois/bosàteros/bosatrus - bosàteras/bosatras issos/issus - issas
Relativi (forma valida in LSC in grassetto corsivo)[modifica | modifica
wikitesto] chi (che) chie/chini (chi, colui che) Interrogativi[modifica |
modifica wikitesto] cale?/cali? (quale?) cantu? (quanto?) ite?/ita? (che?, che
cosa?) chie?/chini? (chi?) Pronomi e aggettivi possessivi[modifica | modifica
wikitesto] meu/miu - mea o mia/mia tuo o tou/tuu - tua suo o sou/suu - sua; de
vosté/fostei; bostru/bostu (de bos) nostru/nostu bostru (nuor. brostu)/de boisàteros/bosàteros/bosatrus
- de boisàteras/bosàteras/bosatras, issoro/insoru Pronomi e aggettivi
dimostrativi[modifica | modifica wikitesto] custu,custos/custus - custa,custas
(questo, questi - questa, queste) cussu, cussos/cussus - cussa, cussas
(codesto, codesti - codesta, codeste) cuddu, cuddos/cuddus - cudda, cuddas
(quello, quelli - quella,quelle) Avverbi interrogativi[modifica | modifica
wikitesto] cando/candu? (quando?) comente/comenti? (come?) ue? o ube? in ue? o
in ube?; a in ue o a in ube? (direzione)/aundi?, innui? (dove?; la forma sarda
varia se si tratta di una direzione, cfr. lo spagnolo ¿adónde?)
Preposizioni[modifica | modifica wikitesto] Semplici[modifica | modifica
wikitesto] a (a,in; direzione) cun o chin (con) dae/de (da) de (di) in (in,a; situazione)
pro/po (per) intra o tra (tra) segundu (secondo) de in antis/denanti (de)
(davanti (a)) dae segus/de fatu (de) (dietro (a)) in antis (de) (prima (di)) a
pustis (de), a coa (dopo (di)) Il sardo, come lo spagnolo e il portoghese,
distingue tra moto a luogo e stato in luogo: so'andande a Casteddu / a Ispagna;
soe in Bartzelona / in Sardigna Articolate[modifica | modifica wikitesto] Sing.
Plur. a su (al) - a sa (alla) a sos/a is (ai) - a sas/a is (alle) cun o chin su
(con il) - cun o chin sa (con la) cun o chin sos/cun is (con i) - cun o chin
sas/cun is (con le) de su (del) - de sa (della) de sos/de is (dei) - de sas/de
is (delle) in su (nel) - in sa (nella) in sos/in is (nei) - in sas/in is
(nelle) pro/po su (per il) - pro/po sa (per la) pro sos/pro is/po is (per i) -
pro sas/pro is/ po is (per le) Verbi[modifica | modifica wikitesto] I verbi
hanno tre coniugazioni (-are, -ere / -i(ri), -ire / -i(ri)). La morfologia
verbale differisce notevolmente da quella italiana e conserva caratteristiche
del tardo latino o delle lingue neolatine occidentali. I verbi sardi nel
presente indicativo hanno le seguenti peculiarità: la prima persona singolare
termina in -o nel logudorese (terminazione comune nell'italiano, nello spagnolo
e nel portoghese; entrambe queste ultime due lingue hanno ciascuna quattro soli
verbi con un'altra terminazione alla 1ª persona sing.) e in -u nel campidanese;
la seconda persona sing. termina sempre in -s, come in spagnolo, catalano e
portoghese, terminazione derivata dal latino; la terza persona singolare e
plurale ha le caratteristiche terminazioni in -t, proprie del sardo tra le
lingue romanze e provenienti direttamente dal latino; la prima persona plurale
ha nel logudorese le terminazioni -amus, -imus, -imus, simili a quelle dello spagnolo
e del portoghese -amos, -emos, -imos, che a loro volta sono uguali a quelle del
latino; per quanto riguarda la seconda persona plurale, la variante logudorese
ha nella seconda e terza declinazione la terminazione -ides (latino -itis),
mentre le varianti centrali e meridionali hanno nelle tre declinazioni
rispettivamente -àis, -èis, -is, terminazioni del tutto uguali a quelle
spagnole -áis, -éis, -ís e a quelle portoghesi, lingua in cui la 2ª persona pl.
è però ormai in disuso. L'interrogativa si forma generalmente in due modi: con
l'inversione dell'ausiliare: Juanni tzucadu/tucau est? (è partito Giovanni?),
papadu/papau as? (hai mangiato?) con l'inversione del verbo: un'arantzu/ aranzu
lu cheres o un'arangiu ddu bolis? oppure con la particella interrogativa a: per
esempio a lu cheres un'aranzu? (un arancio, lo vuoi?). La forma con la
particella interrogativa è tipica dei dialetti centro-settentrionali. Prendendo
in considerazione i diversi tempi e modi, l'indicativo passato remoto è quasi
del tutto scomparso dall'uso comune (come nelle lingue romanze settentrionali
della Gallia e del Nord Italia) sostituito dal passato prossimo, ma risulta
attestato nei documenti medioevali e ancor'oggi nelle forme colte e letterarie
in alternanza con l'imperfetto. Parimenti scomparso è l'indicativo
piuccheperfetto, attestato in sardo antico (sc. derat dal lat. dederat, fekerat
da fecerat, furarat dal lat. volgare *furaverat, etc.).[535] L'indicativo
futuro semplice si forma mediante il verbo àere/ài(ri) (avere) al presente più
la preposizione a e l'infinito del verbo in questione: es. deo apo a
nàrrere/deu apu a na(rr)i(ri) (io dirò), tui as a na(rr)i(ri) (tu dirai) (cfr.
tardo latino habere ad + infinito), ecc. Nella lingua parlata la prima persona
apo/apu può essere apostrofata: "ap'a nàrrere". L'imperativo negativo
si forma usando la negazione no/non e il congiuntivo: per esempio no andes/no
andis (non andare), non còmpores (non comprare), analogamente alle lingue
romanze iberiche. Verbo èssere/èssi(ri) (essere)[modifica | modifica wikitesto]
Indicativo presente: deo/deu so(e)/seo/seu ; tue/tui ses/sesi; issu/isse
est/esti ; nos/nois/nosu semus/seus ; bois o bosàteros/bosàtrus sezis/seis ;
issos/issus sunt o funt . Verbo àere/ài(ri) (avere).[modifica | modifica
wikitesto] Il verbo àere/ài(ri) viene usato da solo unicamente nelle varianti
centro-settentrionali; nelle varianti centro-meridionali è usato esclusivamente
come ausiliare per formare i tempi composti, mentre con il significato
dell'italiano avere viene sempre sostituito dal verbo tènnere/tènni(ri),
esattamente come accade in spagnolo, catalano, portoghese (dove il verbo haver
è quasi del tutto scomparso) e napoletano. Per questo motivo in questo schema
vengono indicate unicamente le forme del presente e dell'imperfetto dei
dialetti centro-meridionali, che sono le sole dove nei tempi composti appare il
verbo àere/ài(ri). Indicativo presente: deo/deu apo/apu ; tue/tui as ;
issu/isse at ; nos/nois/nosu a(m)us/eus ; bois o bosàteros/bosàtrus a(z)is ;
issos/issus ant ; In LSC: deo apo; tue as; issu/isse at; nois amus; bois ais;
issos ant. Coniugazione in -are/-a(r)i : Verbo cantare/canta(r)i
(cantare)[modifica | modifica wikitesto] Indicativo presente: deo/deu
canto/cantu; tue/tui cantas; issu/isse cantat; nos/nois/nosu canta(m)us; bois o
bosàteros/bosàtrus canta(z)is; issos/issus cantant ; In LSC: deo canto; tue
cantas; issu/isse cantat; nois cantamus; bois cantades; issos cantant.
Coniugazione in -ere/-i(ri) : Verbo tìmere/tìmi(ri) (temere)[modifica |
modifica wikitesto] Indicativo presente: deo/deu timo/timu ; tue/tui
times/timis ; issu/isse timet/timit ; nos/nois/nosu timimus o timèus ; bois o
bosàteros/bosàtrus timideso timèis ; issos/issus timent/timint ; In LSC: deo
timo; tue times; issu/isse timet; nois timimus; bois timides; issos timent.
Coniugazione in -ire/-i(ri) : Verbo finire/fini(ri) (finire)[modifica |
modifica wikitesto] Indicativo presente: deo/deu fino/finu ; tue/tui finis ;
issu/isse finit ; nos/nois/nosu fini(m)us ; bois o bosàteros/bosàtrus finides o
fineis ; issos/issus finint ; In LSC: deo fino; tue finis; issu/isse finit;
nois finimus; bois finides; issos finint. Lessico[modifica | modifica
wikitesto] Tabella di comparazione delle lingue neolatine[modifica | modifica
wikitesto] Latino Francese Italiano Spagnolo Occitano Catalano Aragonese
Portoghese Romeno Sardo Sassarese Gallurese Còrso Friulano clave(m) clé chiave
llave clau clau clau chave cheie crae/-i ciabi chiaj/ciai chjave/chjavi clâf
nocte(m) nuit notte noche nuèit/nuèch nit nueit noite noapte note/-i notti
notti notte/notti gnot cantare chanter cantare cantar cantar cantar cantar
cantar cânta cantare/-ai cantà cantà cantà cjantâ capra(m) chèvre capra cabra
cabra cabra craba cabra capră càbra/craba crabba capra/crabba(castellanese)
capra cjavre lingua(m) langue lingua lengua lenga llengua luenga língua limbă
limba/lìngua linga linga lingua lenghe platea(m) place piazza plaza plaça plaça
plaza praça piață pratza piazza piazza piazza place ponte(m) pont ponte puente
pònt pont puent ponte punte (pod) ponte/-i ponti ponti ponte/ponti puint
ecclesia(m) église chiesa iglesia glèisa església ilesia igreja biserică
crèsia/eccresia gesgia ghjesgia ghjesgia glesie hospitale(m) hôpital ospedale
hospital espital hospital hespital hospital spital ispidale/spidali ippidari
spidali/uspidali spedale/uspidali ospedâl caseu(m) lat.volg.formaticu(m)
fromage formaggio/cacio queso formatge formatge formache/queso queijo
brânză/caș casu casgiu casgiu casgiu formadi Alcuni vocaboli nella lingua sarda
e in quelle alloglotte di Sardegna[modifica | modifica wikitesto] Italiano
Sardo[536] Gallurese Sassarese Algherese Tabarchino la terra sa terra la tarra
la terra la terra a têra il cielo su chelu/célu lu celu lu tzelu lu zeru lo cel
l'acqua s'abba/àcua l'ea l'eba l'aigua l'aegua il fuoco su fogu lu focu lu
foggu lo foc u fogu l'uomo s'òmine/ómini l'omu l'ommu l'home l'omu la donna sa
fèmina la fèmina la fémmina la dona a dona mangiare mandigare o papare/papai
manghjà magnà menjar mangiâ bere bufare/bufai o bìbere bì bì beure beive grande
mannu mannu/grandi mannu gran grande piccolo minore o piticu minori/picculu
minori petit piccin il burro su botirru lu butirru lu butirru la mantega buru
il mare su mare/mari lu mari lu mari lo mar u mô il giorno sa die/dii la dì la
dì lo dia u giurnu la notte su note/noti la notti la notti la nit a néùtte la
scimmia sa moninca/martinica la scìmia la muninca N.D a scimia il cavallo su
caddu/càdhu/cuàdhu lu cabaddu lu cabaddu lo cavall u cavallu la pecora sa
berbeghe/brebèi la pècura la péggura l'ovella a pëgua il fiore su frore/frori
lu fiori lu fiori la flor a sciùa la macchia sa màcula o sa mantza/mancia la
tacca la mancia/maccia la taca a maccia la testa sa conca lu capu lu cabbu lo
cap a tésta la finestra sa bentana o su balcone lu balconi lu balchoni/vintana
la finestra u barcùn la porta sa janna/ghenna/genna la ghjanna/gianna la gianna
(pron. janna) la porta a porta il tavolo sa mesa o tàula la banca la banca/mesa
la mesa/taula a tòa il piatto su pratu lu piattu lu piattu lo plat u tundu lo
stagno s'istànniu/stàngiu o staini lu stagnu l'isthagnu l'estany u stagnu il
lago su lagu lu lagu lu lagu lo llac u lagu/lògu un arancio un'arantzu/aràngiu
un aranciu un aranzu, cast. aranciu una taronja un çetrùn la scarpa sa bota o
su botinu o sa crapita la botta la botta la bota a scarpa/scòrpa la zanzara sa
t(h)íntula/tzìntzula la zinzula la zinzura la tíntula a sinsòa la mosca sa
musca la musca la moscha, cast. muscha la mosca a musca la luce sa lughe/luxi
la luci la luzi, cast. lugi la llumera a lüxe il buio s'iscuridade/iscuridadi o
su buju o s'iscurigore lu bughju lu buggiu, cast. lu bughju la obscuritat scuur
un'unghia un'ungra/unga un'ugna un'ugna una ungla un'ùngia la lepre su
lèpere/lèpori lu lèparu lu lèpparu la llebre a léve la volpe su matzone o su
mariane/margiàni o su grodde/gròdhe/gròdhi lu maccioni lu mazzoni, cast.
maccioni lo guineot/matxoni a vurpe il ghiaccio s'astragu o sa titia o su
ghiàciu lu ghjacciu lu ghiacciu lo gel u ghiacciu il cioccolato su
tziculate/ciculati lu cioccolatu lu ciucculaddu la xocolata a ciculata la valle
sa badde/badhe/badhi la vaddi la baddi la vall a valle il monte su monte/monti
lu monti lu monti lo mont u munte il fiume su riu o frùmene/frùmini lu riu lu
riu lo riu u riu il bambino su pitzinnu/picínnu o piseddu/pisedhu o pipíu lu
steddu la criaddura/lu pizzinnu lo minyó u figgeu il neonato sa criadura la
criatura/stiducciu la criaddura/lu piccinneddu la criatura u piccin il sindaco
su sìndigu[537] lu sindacu lu sindagu lo síndic u scindegu l'auto sa màchina o
sa vetura la vittura/la macchina la macchina/la vettura la màquina/l'automòbil
a vétüa/a machina la nave sa nae o navi/su vapore la nai lu vapori/la nabi la
nau a nòve/vapùre la casa sa domo/domu la casa la casa la casa a câ il palazzo
su palàt(h)u/palatzu lu palazzu lu parazzu lo palau u palàssiu lo spavento
s'assustu o assùconu o atzìchidu l'assustu/scalmentu
l'assusthu/assucconu/ippasimu, cast. assucunadda l'assusto u resôtu il lamento
sa mìmula o sa chèscia lu lamentu/tunchju lu lamentu/mimmura, cast. mimula la
llamenta u lamentu ragionare arresonare/arrexonai rasghjunà rasgiunà arraonar
rajiunò parlare faeddare/fa(v)edhare/fuedhai faiddà fabiddà parlar parlà
correre cùrrere/curri currì currì corrir caminò a gambe il cinghiale su
sirbone/sirboni o su porcrabu lu polcarvu lu purchabru lo porc-crabo u
cinghiole il serpente sa terpe/terpente o sa colovra/colora/su coloru su
tzerpenti/colovru la salpi lu saipenti lo serpent adesso/ora como o imoe/imoi
abà abà ara aùa io deo/(d)e(g)o/deu eu eu/eiu jo mì camminare ambulare o
caminare/caminai caminà caminà caminar camminò la nostalgia sa
nostalghía/nostalgia o sa saudade/saudadi la nostalghja la nostalgia la
nostàlgia a nustalgia I numeri - Sos nùmeros / Is nùmerus[modifica | modifica
wikitesto] Tra i numeri sardi troviamo due forme, maschile e femminile, per
tutti i numeri che terminano con il numero uno, escludendo l'undici, il
centoundici e così via, per il numero due e per tutte le centinaia escludendo i
numeri cento, millecento, ecc. Questa caratteristica è presente tale quale sia
nello spagnolo sia nel portoghese. Abbiamo quindi in sardo per esempio (gli
esempi sono nel sardo centrale o di mesania) unu pipiu / una pipia (un
bambino/una bambina), duos pitzinnos / duas pitzinnas (due bambini,
ragazzini/due bambine, ragazzine), bintunu caddos/cuaddos (ventuno cavalli) /
bintuna crabas (ventuno capre), barantunu libros (quarantuno libri) / barantuna
cadiras (quarantuno sedie), chentu e unu rios (centouno fiumi), chentu e una
biddas (centouno paesi), dughentos òmines (duecento uomini) / dughentas domos
(duecento case). In sardo abbiamo, come in italiano, due diverse forme per
mille, milli, e duemila, duamiza/duamìgia/duamilla. Tabella dei numeri basata
sulle varianti logudoresi del Marghine e del Guilcer e del nuorese, su quelle
di transizione del Barigadu e su quelle campidanesi della Marmilla I numeri
duecento, trecento e, unicamente in campidanese, seicento hanno una forma
propria, dughentos e treghentos in LSC e in grafia logudorese, duxentus,
trexentus e sexentus in campidanese, dove il due, il tre e il numero cento sono
modificati; questo fenomeno è presente anche in portoghese (duzentos,
trezentos); le altre centinaia invece vengono scritte senza modificare né il
numero di base né chentu/centu, perciò bator(o) chentos/cuatrucentus,
otochentos/otucentus, ecc. Il fonema "ch" di chentos in logudorese
viene comunque sempre pronunciato g, a eccezione del numero seschentos, e la
"c" del campidanese centus sempre come x (j francese di journal). In
nuorese "ch" viene invece pronunciato sempre k, perciò tutti i numeri
sono scritti con "ch" in questa variante. I numeri 101, 102, così
come 1001, 1002, ecc., vanno scritti separatamente chentu e unu, chentu e duos,
milli e unu, milli e duos, ecc. Anche in questo caso, questa caratteristica è
condivisa con il portoghese. Chentu viene spesso apostrofato, chent'e unu,
chent'e duos, più raramente anche milli, mill'e unu, mill'e duos, ecc. I numeri
che terminano con uno, a eccezione di undici, centoundici, ecc., vengono spesso
anch'essi apostrofati, sia nella loro forma maschile sia in quella femminile,
se la parola seguente inizia per vocale o per h: bintun'òmines (ventuno
uomini), bintun'amigas (ventuno amiche), ecc. Grafia LSC Grafia logudorese
Grafia campidanese 1 unu, -a unu, -a unu, -a 2 duos/duas duos/duas duus/duas 3
tres tres tres 4 bator bàtor(o) cuatru 5 chimbe chimbe cincu 6 ses ses ses 7
sete sete seti 8 oto oto otu 9 noe noe/nuor. nobe noi 10 deghe deghe/nuor.
deche dexi 11 ùndighi ùndighi/nuor.ùndichi ùndixi 12 dòighi doighi/nuor. doichi
doixi 13 trèighi treighi/nuor. treichi treixi 14 batòrdighi batòrdighi/nuor.
batòrdichi catòrdixi 15 bìndighi bìndighi/nuor. bìndichi cuìndixi 16 sèighi
seighi/nuor. seichi seixi 17 deghessete deghessete/nuor. dechessete dexasseti
18 degheoto degheoto/nuor. decheoto dexiotu 19 deghenoe deghenoe/nuor.
dechenobe dexanoi 20 binti binti/vinti binti 21 bintunu bintunu, -a bintunu, -a
30 trinta trinta trinta 40 baranta baranta coranta 50 chimbanta chimbanta
cincuanta 60 sessanta sessanta sessanta 70 setanta setanta setanta 80 otanta
otanta otanta 90 noranta noranta/nuor. nobanta noranta 100 chentu chentu centu
101 chentu e unu, -a chentu e unu, -a centu e unu, -a 200 dughentos, -as
dughentos, -as/nuor. duchentos, -as duxentus, -as 300 treghentos, -as
treghentos, -as/nuor. trechentos, -as trexentus, -as 400 batorghentos, -as
bator(o)chentos, -as/nuor. batochentos, -as cuatruxentus, -as 500
chimbighentos, -as chimbichentos, -as, chimbechentos, -as/ cincuxentus, -as 600
seschentos, -as seschentos, -as sescentus, -as 700 setighentos, -as
setichentos, -as, setechentos, -as setixentus, -as 800 otighentos, -as
otichentos, -as, otochentos, -as otuxentus, -as 900 noighentos, -as noichentos,
-as, noechentos, -as/nuor. nobichentos, -as noixentus, -as 1000 milli milli
milli 1001 milli e unu, -a milli e unu, -a milli e unu, -a 2000 duamìgia
duamiza duamilla 3000 tremìgia tremiza tremilla 4000 batormìgia
bator(o)miza/nuor. batomiza cuatrumilla 5000 chimbemìgia chimbemiza cincumilla
6000 semìgia semiza semilla 7000 setemìgia setemiza setemilla 8000 otomìgia
otomiza otumilla 9000 noemìgia noemiza/nuor. nobemiza noimilla 10000 deghemìgia
deghemiza/nuor. dechemiza deximilla 100000 chentumìgia chentumiza centumilla
1000000 unu millione unu milione unu milioni Le stagioni - Sas istajones / Is
istajonis[modifica | modifica wikitesto] Grafia LSC Grafia logudorese Grafia
campidanese la primavera su beranu su beranu su beranu l'estate s'istiu
s'istiu/ nuor. s'estiu, s'istadiale (s.m.) s'istadiali (s.m.), s'istadi (s.f.)
l'autunno s'atòngiu s'atunzu/s'atonzu s'atongiu l'inverno s'ierru s'ierru/nuor.
s'iberru s'ierru I mesi - Sos meses / Is mesis[modifica | modifica wikitesto]
Italiano Grafia LSC Grafia logudorese Grafia campidanese Gallurese Sassarese
Algherese Tabarchino Gennaio Ghennàrgiu Bennarzu/Bennalzu/Jannarzu/Jannarju
Ghennarzu/Ghennargiu Gennaxu/Gennargiu Ghjnnagghju Ginnaggiu Gener
("giané") Zenò Febbraio Freàrgiu Frearzu/Frealzu/Frearju
Friarxu/Freargiu Friagghju Fribaggiu Febrer ("frabé") Frevò Marzo
Martzu Marthu/Malthu/Martzu Martzu/Mratzu Malzu Mazzu Març ("malts")
Mòrsu/Marsu Aprile Abrile Abrile/Aprile Abrili Abrili Abriri Abril Arvì Maggio
Maju Màju Màju Magghju Maggiu Maig ("mač") Mazu Giugno Làmpadas
Làmpadas Làmpadas Làmpata/Ghjugnu Lampada Juny ("jun") Zugnu Luglio
Trìulas/Argiolas Trìulas/Trìbulas Argiolas Agliola/Trìula/Luddu Triura Juliol
("juriòl") Luggiu Agosto Austu Austu/Agustu Austu Austu Aosthu Agost
Austu Settembre Cabudanni Cabidanni/Cabidanne/Capidanne Cabudanni
Capidannu/Sittembri Cabidannu Cavidani ("cavirani)/ Setembre
("setembra") Settembre Ottobre Santugaine/Ladàmene Santu 'Aìne/Santu
Gabine/Santu Gabinu Ledàmini Santu Aìni/Uttobri Santu Aìni Santuaìni/ Octubre
("utobra") Ottobri Novembre Santandria/Onniasantu Sant'Andria
Donniasantu Sant'Andrìa/Nùembri Sant'Andrìa Santandria/ Novembre
("nuvembra") Nuvembre Dicembre Nadale/Mese de Idas (Mese de) Nadale
(Mesi de) Idas/(Mesi de) Paschixedda Natali/Dicembri Naddari Nadal
("naràl")/ Desembre ("desémbra") Dejèmbre I giorni - Sas
dies / Is diis[modifica | modifica wikitesto] Grafia logudorese Grafia
campidanese Sassarese Gallurese lunedì lunis lunis luni luni martedì martis
martis marthi malti mercoledì mércuris/mérculis mércuris/mrécuris marchuri
malculi giovedì jòbia/zòbia jòbia giobi ghjovi venerdì chenàbara/chenàpura
cenàbara/cenàpura vennari vennari sabato sàbadu/sàpadu sàbudu sabaddu sabatu
domenica dumìniga/domìniga/domìnica domìniga/domìnigu dumenigga dumenica I
colori - Sos colores / Is coloris[modifica | modifica wikitesto] biancu/ant.
arbu [bianco], nieddu [nero], ruju/arrùbiu [rosso], grogu [giallo],
biaitu/asulu [blu], birde/birdi/bildi [verde], arantzu/aranzu/colori de aranju
[arancione], tanadu/viola/biola [Viola], castàngiu/castanzu/baju [marrone].
Etimologia[modifica | modifica wikitesto] Nel presente paragrafo si elenca,
senza alcuna pretesa di esaustività in merito, parte di quella mèsse lessicale
facente parte sia del substrato, che dei vari superstrati. Nei nomi con due o
più varianti viene prima riportato il logudorese, quindi il campidanese. Varie
ricerche hanno messo in luce il fatto che la competenza dei parlanti adulti del
sardo non ammette un numero di prestiti, provenienti dalle varie lingue
dominanti nei secoli, superiore al 15,5% del lessico posseduto.[539] Substrato
paleosardo o nuragico[modifica | modifica wikitesto] CUC → cùcuru, cucurinu
(cima di un monte, cocuzzolo; punta sporgente, come Cùcuru 'e Portu a Oristano;
cfr. basco kukurr, cresta del gallo)[540] GON- → Gonone, Gologone, Goni,
Gonnesa, Gonnosnò (altura, collina, montagna, cfr. greco eolico gonnos, colle)
NUR-/'UR- → ant. nurake → nuraghe/nuraxi, Nurra, Nora (mucchio cavo, ammasso),
Noragugume NUG: Nug-or; Nug-ulvi (cfr. slavo noga, piede o gamba; sia Nuoro sia
Nulvi sono località ai piedi di un monte) ASU-, BON-, GAL → Gallura ant.
Gallula, Garteddì (Galtellì), Galilenses, Galile GEN-, GES- → Gesturi GOL-/'OL
→ Gollei, Ollollai, Parti Olla (Parteolla), golostri/golostru/golóstiche/
golóstise/golóstiu/golosti/'olosti (agrifoglio, si confronti lo slavo ostrь, "spinoso";
il basco gorosti, a cui si associa, è d'origine oscura e probabilmente
paleoeuropea, cfr. infatti greco kélastros, agrifoglio) EKA-, KI-, KUR-,
KAL/KAR- → Karalis → ant. Calaris (Cagliari), Carale, Calallai ENI → ogl. eni
(albero del tasso, cfr. albanese enjë, albero del tasso); MAS-, TUR-, MERRE
(luogo sacro) → Macumere (Macomer); GUS → Gusana, Guspini (cfr. serbo guša,
gola); ALTRI TERMINI → toneri (tacco, torrione), garroppu (canyon), chessa
(lentischio) THA-/THE-/THI-/TZI- (articolo) → thilipirche (cavalletta),
thilicugu (geco), thiligherta (lucertola), tzinibiri (ginepro), Tamara (monte
nel territorio del comune di Nuxis) thinniga/tzinniga[541](stipa tenacissima),
thirulia (nibbio); Origine punica[modifica | modifica wikitesto] CHOURMÁ →
kurma ‘ruta di Aleppo’[542] CUSMIN → guspinu, óspinu ‘nasturzio’[542] MS' →
mitza/mintza ‘sorgente’[543] SIKKÍRIA → camp. tsikkirìa ‘aneto’[543] YAʿAR
‘bosca’ → camp. giara ‘altopiano’[542] ZERAʿ ‘seme’ → *zerula → camp. tseúrra
‘germoglio, piumetta embrionale del seme del grano’[542] ZIBBIR → camp.
tsíppiri ‘rosmarino’[543] ZUNZUR ‘corregiola’ → camp. síntsiri ‘coda
cavallina’[542] MAQOM-HADAS → Magomadas ‘luogo nuovo’ MAQOM-EL? ("luogo di
dio")/MERRE? → Macumere (Macomer) TAM-EL → Tumoele, Tamuli (luogo sacro);
Origine latina[modifica | modifica wikitesto] ACCITUS → ant.kita → chida/cida
(settimana, derivata dai turni settimanali delle guardie giudicali) ACETU(M) →
ant. aketu>aghedu/achetu/axedu (aceto) ACIARIU(M) →
atharzu/atzarzu/atzargiu/atzarju (acciaio) ACINA → ant. àkina, àghina/àxina
(uva) ACRU(M) → agru, argu (aspro, acido) ACUS → agu (ago) AERA → aèra/àiri
AGNONE → anzone/angioni (agnello) AGRESTIS → areste/aresti (selvatico) ALBU(M)
→ ant. albu>arbu (bianco) ALGA → arga/àliga (spazzatura; alga) ALTU(M) → artu
(alto) AMICU(M) → ant.amicu → amigu (amico) ANGELU(M) → anghelu/ànjulu (angelo)
AQUA(M) → abba/àcua (acqua) AQUILA(M) → ave/àbbile/àchili (aquila) ARBORE(M) →
arbore/arvore/àrburi (albero) ASINUS → àinu (asino) ASPARAGUS → camp. sparau
(asparago) AUGUSTUS → austu (agosto) BABBUS → babbu (padre, babbo) BASIUM →
basu, bàsidu (bacio) BERBECE → berbeke/berbeghe/prebeghe/brebei (pecora) BONUS
→ bonu (buono) BOVE(M) → boe/boi (bue) BUCCA → buca (bocca) BURRICUS → burricu
(asino) CABALLUS → ant. cavallu/caballu → caddu/cuaddu/nuor. cabaddu (cavallo)
CANE(M) → cane/cani (cane) CAPPELLUS → cappeddu, capeddu (cappello) CAPRA(M) →
cabra/craba (capra) CARNE → carre/carri (carne umana, viva) CARNEM SECARE →
carrasegare/ nuor. carrasecare (carnevale; "tagliare la carne" nel
senso di buttarla via, in quanto ormai prossimo l'inizio della Quaresima;
l'etimologia del termine italiano carnevale ha lo stesso significato di
origine, seppur una forma differente (da carnem levare); la forma latina è a
sua volta un calco del greco apokreos)[544][545] CARRU(M) → carru (carro)
CASEUS → casu (formaggio) CASTANEA → castanza/castanja (castagna) CATTU(M) →
gattu (gatto) CENA PURA → chenàbura/chenàbara/cenàbara/nuor. chenàpura
(venerdì; questo nome era originariamente una definizione diffusa tra gli ebrei
dell'Africa settentrionale per indicare il venerdì sera, momento in cui veniva
preparato il cibo per il sabato. Numerosi giudei nordafricani si insediarono in
Sardegna dopo essere stati espulsi dalle loro terre da parte dei Romani. A loro
si deve probabilmente la parola sarda per venerdì)[546] CENTUM → chentu/centu
(cento) CIBARIUS → civràxiu, civraxu (tipico pane sardo) CINQUE → chimbe/cincu
(cinque) CIPULLA → chibudda/cibudda (cipolla) CIRCARE → chircare/circai
(cercare) CLARU(M) → craru (chiaro) COCINA → ant.cokina → coghina/coxina
(cucina) COELU(M) → chelu/celu (cielo) COLUBER → colovra/colora/coloru (biscia)
CONCHA → conca (testa) CONIUGARE → cojuare/coyai (sposare) CONSILIU(M) →
ant.consiliu → cunsizzucunsigiu/cunsillu (consiglio) COOPERCULU(M) →
cropettore/cobercu (coperchio) CORIU(M) → corzu/corju/corgiu (cuoio) CORTEX →
ant. gortike/borticlu → ortighe/ortiju/ortigu (corteccia del sughero) COXA(M) →
cossa/cosça (coscia) CRAS → cras/crasi (domani) CREATIONE(M) →
criatura/criathone/criadura (creatura) CRUCE(M) → ant. cruke/ruke →
rughe/(g)ruxi (croce) CULPA(M) → curpa (colpa) DECE → ant.deke → deghe/dexi
(dieci) DEORSUM → josso/jossu (giù) DIANA → jana (fata) DIE → die/dii (giorno)
DOMO/DOMUS → domo/domu (casa) ECCLESIA → ant. clesia → cheja/crèsia (chiesa)
ECCU MODO/QUOMO(DO) → còmo/imoi (adesso) ECCU MENTE/QUOMO(DO) MENTE →
comente/comenti (come) EGO → ant.ego → deo/eo/jeo/deu (io) EPISCOPUS → ant.
piscopu → pìscamu (vescovo) EQUA(M) → ebba/ègua (giumenta) ERICIUS → eritu
(riccio) ETIAM → eja (sì) EX-CITARE → ischidare/scidai (svegliare) FABA(M) →
ava/faa (fava) FABULARI → faeddare/foeddare/fueddai (parlare) FACERE → ant.
fakere → fàghere/fai (fare) FALCE(M) → ant.falke → farche/farci (falce)
FEBRUARIU(M) → ant. frearju → frearzu/frearju/friarju (febbraio) FEMINA →
fèmina (donna) FILIU(M) → ant. filiu/fiju/figiu → fizu/figiu/fillu (figlio)
FLORE(M) → frore/frori (fiore) FLUMEN → ant.flume → frùmene/frùmini (fiume)
FOCU(M) → ant. focu → fogu (fuoco) FOENICULU(M) → ant.fenuclu → fenugru/fenugu
(finocchio) FOLIA → fozza/folla (foglia) FRATER → frade/fradi (fratello)
FUNE(M) → fune/funi GELICIDIU(M) → ghilighia/chilighia/cilixia (gelo, brina)
GENERU(M)→ ghèneru/ènneru/gèneru (genero) GENUCULUM → inucru/benugu/genugu
(ginocchio) GLAREA → giarra (ghiaia) GRAVIS → grae/grai (pesante) GUADU →
ant.badu/vadu → badu/bau (guado) HABERE → àere/ai (avere) HOC ANNO → ocannu
(quest'anno) HODIE → oe/oje/oi (oggi) HOMINE(M) → òmine/òmini (uomo) HORTU(M) →
ortu (orto) IANUARIUS, IENARIU(M) → ant. jannarju>
bennarzu/ghennarzu/jennarju/ghennargiu/gennarju (gennaio) IANUA → janna/genna
(porta) ILEX → ant.elike → elighe/ìlixi (leccio) IMMO → emmo (sì) IN HOC → ant.
inòke → inoghe/innoi (qui) INFERNU(M) → inferru/ifferru (inferno) I(N)SULA →
ìsula/iscra (isola) INIBI → inie/innia (là) IOHANNES → Juanne/Zuanne/Juanni
(Giovanni) IOVIA → jòvia/jòbia (giovedì) IPSU(M) → su (il) IUDICE(M) → ant.
iudike → juighe/zuighe (giudice) IUNCU(M) → ant. juncu → zuncu/juncu (giunco)
IUNIPERUS → ghinìperu/inìbaru/tzinnìbiri (ginepro) IUSTITIA → ant.
justithia/justizia → justìtzia/zustìssia (giustizia) LABRA → lavra/lara
(labbra) LACERTA → thiligherta/calixerta/caluxèrtula (lucertola) LARGU(M) →
largu (largo) LATER → camp. làdiri (mattone crudo) LIGNA → linna (legna)
LINGERE → lìnghere/lingi (leccare) LINGUA(M) → limba/lìngua (lingua) LOCU(M) →
ant. locu → logu (luogo) LUTU(M) → ludu (fango) LUX → lughe/luxi (luce) MACCUS
→ macu (matto) MAGISTRU(M) → maìstu (maestro) MAGNUS → mannu (grande) MALUS →
malu (cattivo) MANUS → manu (mano) MARTELLUS → martheddu/mateddu/martzeddu
(martello) MERIDIES → merie/merì (pomeriggio) META → meda (molto) MULIER →
muzere/cmulleri (moglie) NARRARE → nàrrere/nai (dire) NEMO → nemos (nessuno)
NIX → nie/nii/nuor. nibe (neve) NUBE(M) → nue/nui (nuvola) NUCE → ant. nuke →
nughe/nuxi (noce) OCCIDERE → ochidere, occhire, bochire/bociri (uccidere)
OC(U)LU(M) → ogru/oju/ogu/nuor. ocru (occhio) OLEASTER →
ozzastru/ogiastru/ollastu (olivastro) OLEUM → oliu → ozu/ogiu/ollu (olio) OLIVA
→ olia (oliva) ORIC(U)LA(M) → ant.oricla → origra/orija/origa/nuor. oricra
(orecchio) OVU(M) → ou(uovo) PACE → ant.pake →paghe/paxi/nuor. pake (pace)
PALATIUM → palathu/palàtziu/palatzu (palazzo) PALEA → paza/pagia/palla (paglia)
PANE(M) → pane/pani PAPPARE → log. papare, camp. papai (mangiare) PARABOLA →
paraula, nuor. paragula (parola) PAUCUS → pagu (poco) PECUS → pegus (capo di
bestiame) PEDIS → pe/pei/nuor. pede (piede) PEIUS → pejus/peus (peggio)
PELLE(M) → pedde/peddi (pelle) PERSICUS → pèrsighe/pèssighe (pesca) PETRA(M) →
pedra/perda/nuor. preda (pietra) PETTIA(M) → petha/petza (carne) PILUS → pilu
(pelo), pilos/pius (capelli) PIPER → pìbere/pìbiri (pepe) PISCARE →
piscare/piscai (pescare) PISCE(M) → pische/pisci (pesce) PISINNUS → pitzinnu
(bambino, giovane, ragazzo) PISUS → pisu (seme) PLATEA → pratha/pratza (piazza)
PLACERE → piàghere/pràghere/praxi (piacere) PLANGERE → prànghere/prangi
(piangere) PLENU(M) → prenu (pieno) PLUS → prus (più) POLYPUS → purpu/prupu
(polpo) POPULUS → pòpulu/pòbulu (popolo) PORCU(M) → porcu/procu (maiale) POST →
pustis (dopo) PULLUS → puddu (pollo) PUPILLA → pobidda/pubidda (moglie) PUTEUS
→ puthu/putzu (pozzo) QUANDO → cando/candu (quando) QUATTUOR → battor(o)/cuatru
(quattro) QUERCUS → chercu (quercia) QUID DEUS? → ite/ita? (che/che cosa?)
RADIUS → raju (raggio) RAMU(M) → ramu/arramu (ramo) REGNU → rennu/urrennu
(regno) RIVUS → ant. ribu → riu/erriu/arriu (fiume) ROSMARINUS →
ramasinu/arromasinu (rosmarino) RUBEU(M) → ant. rubiu → ruju/arrùbiu (rosso)
SALIX → salighe/sàlixi (salice) SANGUEN → sàmbene/sànguni (sangue) SAPA(M) →
saba (sapa, vino cotto) SCALA → iscala/scala (scala) SCHOLA(M) → iscola/scola
(scuola) SCIRE → ischire/sciri (sapere) SCRIBERE → iscrìere/scriri (scrivere)
SECARE → segare/segai (tagliare) SECUS → dae segus/a-i segus (dopo) SERO →
sero/ant.camp. seru (sera) SINE CUM → kene/kena/kentza/sena/setza (senza)
SOLE(M) → sole/soli (sole) SOROR → sorre/sorri (sorella) SPICA(M) →
ispiga/spiga (spiga) STARE → istare/stai (stare) STRINCTU(M) → strintu
(stretto) SUBERU → suerzu/suerju (quercia da sughero) SULPHUR →
tùrfuru/tzùrfuru/tzrùfuru (zolfo) SURDU(M) → surdu (sordo) TEGULA → teula
(tegola) TEMPUS → tempus (tempo) THIUS → thiu/tziu (zio) TRITICUM → trigu/nuor.
trìdicu (grano) UMBRA → umbra (ombra) UNDA → unda (onda) UNG(U)LA(M) → unja/ungra/unga
(unghia) VACCA → baca (vacca) VALLIS → badde/baddi (valle) VENTU(M) → bentu
(vento) VERBU(M) → berbu (verbo, parola) VESPA(M) → ghespe/bespe/ghespu/espi
(vespa) VECLUS(AGG.) → betzu/becciu (vecchio) VECLUS(S) → ant. veclu →
begru/begu (legno vecchio) VIA → bia (via) VICINUS → ant. ikinu →
bighinu/bixinu (vicino) VIDERE → bìdere/bìere/biri (vedere) VILLA → ant. villa
→ billa → bidda (paese) VINEA(M) → binza/bingia (vigna) VINU(M) → binu (vino)
VOCE → ant. voke/boke → boghe/boxi (voce) ZINZALA → thìnthula/tzìntzula/sìntzulu
(zanzara); Origine greca bizantina[modifica | modifica wikitesto] AGROIKÓS →
gr. biz. agrikó → gregori ‘terreno incolto’[547] FLASTIMAO →
frastimare/frastimai ‘bestemmiare’ KAVURAS ‘granchio’ → camp. kavuru KASKO →
cascare ‘sbadigliare’ *KEROPÓLIDA → kera/cera óbida ‘cera che sigilla il
favo’[547] KHÓNDROS ‘fiocchi d’avena; cartilagine’ → gr. biz. kontra → log.
iskontryare[547] KLEISOÛRA ‘chiusa’ → krisura (krisayu, krisayone) ‘chiusa di
un podere’[547] KONTAKION → ant. condake → condaghe/cundaxi ‘raccolta di atti’
KYÁNE(OS) ‘blu scuro’ → camp. ghyani ‘manto morello di cavallo (o di bue)’[547]
LEPÍDA ‘lama di coltello’ → leppa ‘coltello’[547] Λουχὶα → ant. Lukìa →
Lughìa/Luxia (Lucia) MERDOUKOÚS, MERDEKOÚSE ‘maggiorana’ → centr. mathrikúsya,
camp. martsigusa ‘ginestra’[547] NAKE → annaccare (cullare) PSARÓS ‘grigio’ →
*zaru → log. medioevale arzu[547] σαραχηνός → theraccu/tzeracu ‘servo’ Στέφανε
→ Istevane/Stèvini ‘Stefano’ Origine catalana[modifica | modifica wikitesto]
ACABAR → acabare/acabai (finire, smettere; cf. spa. acabar)[548] AIXÌ →
camp.aici (così) AIXETA → log. isceta (cannella della botte; rubinetto)[548]
ALÈ → alenu (alito)[548] ARRACADA → arrecada (orecchino) ARREU → arreu (di
continuo) AVALOT → avollotu (trambusto; cf. spa. alboroto (ant. alborote))[548]
BANDA → banda (lato)[548] BANDOLER → banduleri (vagabondo; originariamente
bandito; cf. spa. bandolero) BARBER → barberi (barbiere; cf. spa. barbero)
BARRA → barra (mandibola; insolenza, testardaggine) BARRAR → abbarrare (nell'odierno
catalano significa però sbarrare, in sardo camp. rimanere) BELLESA → bellesa
(bellezza) (AL)BERCOC → luog. barracoca (albicocca; da una termine balearico
passato poi anche all'algherese barracoc)[548] BLAU → camp.brau (blu) BRUT, -A
→ brutu, -a (sporco) BURRO → burricu (asino; cf, spa. burro e borrico)[548]
BURUMBALLA → burrumballa (segatura, truciolame, per est. cianfrusaglia) BUTXACA
→ busciaca/buciaca (tasca, borsa)[548] CADIRA / CARIA (vocabolo ancor presente
in algherese) → camp. cadira (sedia); Caría (cognome sardo) CALAIX → camp.
calaxu/calasciu (cassetto) CALENT → caente/callenti (caldo; cf. spa.
caliente)[548] CARRER → carrera/carrela (via)[548] CULLERA → cullera
(cucchiaio) CUITAR → coitare/coitai (sbrigarsi) DESCLAVAMENT → iscravamentu
(deposizione di Cristo dalla croce) DESITJAR → disigiare/disigiai
(desiderare)[548] ESTIU → istiu (estate; cf. spa. estío, lat. aestivum
(tempus)) FALDILLA → faldeta (gonna)[548] FERRER → ferreri (fabbro) GARRÓ →
garrone, -i (garretto) GOIGS → camp. gocius (composizioni poetiche sacre; cf.
gosos) GRIFÓ → grifone, -i (rubinetto) GROC → grogo, -u (giallo)[548]
ENHORABONA! → innorabona! (in buon'ora!; cf. spa. enhorabuena) ENHORAMALA! →
innoramala! (in mal'ora!) ESMORZAR → ismurzare/ismurgiare/irmugiare/imrugiare
(fare colazione) ESTIMAR → istimare/stimai (amare, stimare) FEINA → faina
(lavoro, occupazione, daffare; già da una forma catalana medievale, da cui si è
poi anche originato lo spagnolo faena)[548] FLASSADA → frassada (coperta; cf.
spa. frazada)[548] GÍNJOL → gínjalu (giuggiola, giuggiolo) IAIO, -A → jaju, -a
(nonno, -a; cf. spa. yayo, -a) JUTGE → camp. jugi/log. zuzze (giudice) LLEIG →
camp. léggiu/log. lezzu (brutto) MANDRÓ → mandrone, -i (pigro, nullafacente)
MATEIX → matessi (stesso) MITJA → mìgia, log. miza (calza) MOCADOR → mucadore,
-i (fazzoletto) ORELLETA → orilletas (dolci fritti) PAPER → paperi (carta)[548]
PARAULA → paraula (parola) PLANXA → prància (ferro da stiro; prestito di
origine francese, anteriore allo spagnolo plancha)[548] PREMSA → prentza
(torchio)[549] PRESÓ → presone, -i (prigione) PRESSA → presse, -i (fretta)[548]
PRÉSSEC → prèssiu (pesca)[548] PUNXA → camp. punça/log. puntza (chiodo) QUIN,
-A → camp. chini (in catalano significa "quale", in sardo
"chi") QUEIXAL → sardo centrale e camp. caxale/casciale, -i (dente
molare) RATAPINYADA → camp. ratapignata (pipistrello) RETAULE → arretàulu
(retablo, tavola dipinta) ROMÀS → nuor. arrumasu (magro; originariamente in
catalano "rimasto" → rimasto a letto → indebolito→ dimagrito,
magro)[548] SABATA → camp.sabata (scarpa) SABATER → sabateri (calzolaio) SAFATA
→ safata (vassoio)[165] SEU → camp. seu (cattedrale, "sede del
vescovo") SÍNDIC → sìndigu (sindaco)[548] SíNDRIA → sìndria (anguria)
TANCAR → tancare/tancai (chiudere) TINTER → tinteri (calamaio) ULLERES → camp.
ulleras (occhiali) VOSTÈ → log. bostè/camp .fostei o fustei (lei, pronome di
cortesia; da vostra merced, vostra mercede; cf. spa. usted)[550] Origine
spagnola[modifica | modifica wikitesto] Le voci di cui non viene indicata
l'etimologia sono voci di origine latina di cui lo spagnolo ha modificato il
significato originario che avevano in latino e il sardo ha preso il loro
significato spagnolo; per le voci che lo spagnolo ha preso da altre lingue
viene indicata la loro etimologia come riportata dalla Real Academia Española.
ADIÓS → adiosu (addio, arrivederci)[548] ANCHOA → ancioa (alice) APOSENTO →
aposentu (camera da letto) APRETAR, APRIETO → apretare, apretu (mettere in
difficoltà, costringere, opprimere; difficoltà, problema) ARENA → arena
(sabbia; cf. cat. arena)[548] ARRIENDO → arrendu (affitto)[548] ASCO → ascu
(schifo)[548] ASUSTAR → assustare/assustai (spaventare; in camp. è più diffuso
atziccai, che a sua volta viene dallo spagnolo ACHICAR) ATOLONDRADO, TOLONDRO →
istolondrau (stordito, confuso, sconcertato) AZUL → camp. asulu (azzurro;
parola arrivata allo spagnolo dall'arabo)[551] BARATO → baratu (economico)
BARRACHEL → barratzellu/barracellu (guardia campestre; parola questa che anche
passata all'italiano regionale della Sardegna, dove la parola barracello indica
appunto una guardia campestre facente parte della compagnia barracellare)
BÓVEDA → bòveda, bòvida (volta (nell'ambito della costruzione) )[552] BRAGUETA
→ bragheta (cerniera dei pantaloni; il termine "braghetta" o
"brachetta" è presente anche in italiano, ma con altri significati;
con questo significato è diffuso anche nell'italiano regionale della Sardegna:
cf. cat. bragueta) BRINCAR, BRINCO → brincare, brincu (saltare, salto; termine
arrivato in spagnolo dal latino vinculum,[553] legame, parola che è poi stata
modificata e ha assunto un significato completamente differente in castigliano
e che poi con questo è passata al sardo, fenomeno condiviso da molti altri
spagnolismi) BUSCAR → buscare/buscai (cercare, prendere; cf. cat. buscar)
CACHORRO → caciorru (cucciolo) CALENTURA → calentura, callentura (febbre)
CALLAR → cagliare/chelare (tacere; cf. cat. callar)[548] CARA → cara (faccia;
cf. cat. cara)[548] CARIÑO → carignu (manifestazione di affetto, carezza;
affetto)[548] CERRAR → serrare/serrai (chiudere) CHASCO → ciascu (burla)[548]
CHE (esclamazione di sorpresa di origine onomatopeica usata in Argentina,
Uruguay, Paraguay, Bolivia e in Spagna nella zona di Valencia)[554] → cé
(esclamazione di sorpresa usata in tutta la Sardegna) CONTAR → contare/contai
(raccontare; cf. cat. contar)[548] CUCHARA → log. cocciari (cucchiaio) / camp.
coccerinu (cucchiaino), cocciaroni (cucchiaio grande)[548] DE BALDE → de badas
(inutilmente; cf. cat. debades) DÉBIL → dèbile, -i (debole; cf. cat. dèbil)
DENGOSO, -A, DENGUE → dengosu, -a, dengu (persona che si lamenta eccessivamente
senza necessità, lamento esagerato e fittizio; voce di origine
onomatopeica)[555] DESCANSAR, DESCANSO → discansare/discantzare,
discansu/discantzu (riposare, riposo; cf. cat. descansar)[548] DESDICHA →
disdìcia (sfortuna)[548] DESPEDIR → dispidire/dispidì (accomiatare,
congedare)[548] DICHOSO, -A → diciosu, -a (felice, beato)[548] HERMOSO, -A →
ermosu, -a / elmosu, -a (bello)[548] EMPLEO → impleu (carica, impiego)[548]
ENFADAR, ENFADO → infadare/irfadare/iffadare, infadu/irfadu/iffadu (molestia,
fastidio, rabbia; cf. cat. enfadar)[556] ENTERRAR, ENTIERRO → interrare,
interru (seppellire, seppellimento; cf. cat. enterrar)[548] ESCARMENTAR →
iscalmentare/iscrammentare/scramentai (apprendere dall'esperienza propria o
altrui per evitare di commettere gli stessi errori; parola di etimologia
originaria sconosciuta)[557] ESPANTAR → ispantare/spantai (spaventare; in
campidanese, e in algherese, significa meravigliare; cf. cat. espantar) FEO →
log. feu (brutto)[548] GANA → gana (voglia; cf. cat. gana; parola di etimologia
originaria incerta) GARAPIÑA → carapigna (bibita rinfrescante)[559] GASTO →
gastu (spesa, consumo)[548] GOZOS → log. gosos/gotzos (composizioni poetiche
sacre; cf. gocius) GREMIO → grèmiu (corporazione di diversi mestieri; anche
questa parola fa parte dell'italiano parlato in Sardegna, dove i gremi sono per
esempio le corporazioni di mestieri dei Candelieri di Sassari o della Sartiglia
di Oristano; oltre che in Sardegna e in spagnolo, la parola si usa anche in
portoghese, gremio, catalano, gremi, tedesco, Gremium, e nell'italiano parlato
in Svizzera, nel Canton Ticino) GUISAR → ghisare (cucinare; cf.cat.
guisar)[548] HACIENDA → sienda (proprietà)[544] HÓRREO → òrreu (granaio) JÍCARA
→ cìchera, cìcara (tazza; parola originariamente proveniente dal náhuatl)
LÁSTIMA → làstima (peccato, danno, pena; qué lástima → ite làstima (che
peccato), me da lástima → mi faet làstima (mi fa pena) )[548] LUEGO → luegus
(subito, fra poco) MANCHA → log. e camp. mància, nuor. mantza (macchia) MANTA →
manta (coperta; cf. cat. manta) MARIPOSA → mariposa (farfalla)[548] MESA → mesa
(tavolo) MIENTRAS → camp. mentras (cf. cat. mentres) MONTÓN → muntone (mucchio;
cf. cat. munt)[561] OLVIDAR → olvidare (dimenticare)[548] PEDIR → pedire
(chiedere, richiedere) PELEA → pelea (lotta, lite)[548] PLATA → prata (argento)
PORFÍA → porfia (ostinazione, caparbietà, insistenza)[562] POSADA → posada
(locanda, luogo di ristoro) PREGUNTAR, PREGUNTA → preguntare/pregontare,
pregunta/pregonta (domandare, domanda; cf. cat. preguntar, pregunta) PUNTAPIÉ
(s.m.) → puntepé/puntepei (s.f.) (calcio, colpo dato con la punta del piede)
PUNTERA → puntera (parte della calza o della scarpa che copre la punta del
piede; colpo dato con la punta del piede) QUERER → chèrrer(e) (volere) RECREO →
recreu (pausa, ricreazione; divertimento)[548] RESFRIARSE, RESFRÍO →
s'arrefriare, arrefriu (raffreddarsi, raffreddore)[548] SEGUIR → sighire
(continuare; seguire; cf. cat. seguir)[544] TAJA → tacca (pezzo) TIRRIA,
TIRRIOSO → tirria, tirriosu (cattivo sentimento; cf. cat. tírria)[563] TOMATE
(s.m.) → nuor. e centrale tamata/camp. e gall. tumata (s.f.) (pomodoro; parola
originariamente proveniente dal náhuatl)[564] TOPAR → atopare/atopai
(incontrare, anche per caso, qualcuno; imbattersi in qualcosa; voce
onomatopeica; cf. cat. topar)[565] VENTANA → log. e camp. ventana/log. bentana
(finestra) VERANO → log. beranu (sp. estate, srd. primavera) Origine
toscana/italiana[modifica | modifica wikitesto] ARANCIO → aranzu/arangiu
AUTUNNO → atonzu/atongiu BELLO/-A → bellu/-a BIANCO → biancu CERTO/-A →
tzertu/-a CINTA → tzinta CITTADE → ant. kittade → tzitade/citade/tzitadi/citadi
(città) GENTE → zente/genti INVECE → imbètzes/imbecis MILLE → milli OCCHIALI →
otzales SBAGLIO → irballu/isbàlliu/sbàlliu VERUNO/-A → perunu/-a (alcuno/-a)
ZUCCHERO → thùccaru/tzùccaru/tzùcuru Prenomi, cognomi e toponimi[modifica |
modifica wikitesto] Lo stesso argomento in dettaglio: Prenomi sardi e Cognomi
sardi. Dalla lingua sarda derivano tanto i nomi storici di persona (nùmene /
nomen / nomini-e / lumene o lomini) e i soprannomi (nomìngiu / nominzu / o
paranùmene / paralumene / paranomen / paranomine-i), che i sardi avrebbero
conferito l'un l'altro fino all'epoca contemporanea per poi cadere nell'attuale
disuso,[566] quanto buona parte dei cognomi tradizionali (sambenadu /
sangunau), tuttora i più diffusi nell'isola. I toponimi della Sardegna possono
vantare una storia antica,[567] sorgendo in alcuni casi un significativo
dibattito inerente alle loro origini.[568] Note[modifica | modifica wikitesto]
Esplicative[modifica | modifica wikitesto] ^ Con riguardo alla
cristianizzazione dell'isola, Papa Simmaco fu battezzato a Roma e si diceva
fosse «ex paganitate veniens»; la conversione degli ultimi pagani sardi,
guidati da Ospitone, fu descritta da Tertulliano come il seguente evento:
«Sardorum inaccessa Romanis loca, Christo vero subdita». Max Leopold Wagner, La
lingua sarda, Nuoro, Ilisso, 1951–1997, p. 73. ^ «Fallacissimum genus esse
Phoenicum omnia monumenta vetustatis atque omnes historiae nobis prodiderunt.
ab his orti Poeni multis Carthaginiensium rebellionibus, multis violatis
fractisque foederibus nihil se degenerasse docuerunt. A Poenis admixto Afrorum
genere Sardi non deducti in Sardiniam atque ibi constituti, sed amandati et
repudiati coloni. [...] Africa ipsa parens illa Sardiniae, quae plurima et
acerbissima cum maioribus nostris bella gessit.» Cicero: Pro Scauro, su
thelatinlibrary.com. URL consultato il 28 novembre 2015. ^ «Potissimum vero ad
usurpandum in scriptis Italicum idioma gentem nostram fuisse adductam puto
finitimarum exemplo, Provincialium, Corsorum atque Sardorum» ("In verità
ritengo anzitutto che la nostra gente [italiana] sia stata indotta a usare
nello scritto l'idioma italico, seguendo l'esempio dei vicini Provenzali, Corsi
e Sardi") e, più in là, «Sardorum quoque et Corsorum exemplum memoravi
Vulgari sua Lingua utentium, utpote qui Italis preivisse in hoc eodem studio
videntur» ("Ho ricordato, fra l'altro, l'esempio dei Sardi e dei Corsi,
che hanno impiegato la propria lingua volgare, come quelli che in ciò hanno
preceduto gli Italiani"). Antonio, Ludovico Antonio (1739). Antiquitates
Italicae Moedii Evi, Mediolani, t. 2, col. 1049 ^ Incipit di Ines Loi Corvetto,
La Sardegna e la Corsica, Torino, UTET, 1993. Hieronimu Araolla, edited by Max
Leopold Wagner, Die Rimas Spirituales Von Girolamo Araolla. Nach Dem Einzigen
Erhaltenen Exemplar Der Universitätsbibliothek in Cagliari, Princeton
University, 1915, p. 76. Semper happisi desiggiu, Illustrissimu Segnore, de
magnificare, & arrichire sa limba nostra Sarda; dessa matessi manera qui sa
naturale insoro tottu sas naciones dessu mundu hant magnificadu &
arrichidu; comente est de vider per isos curiosos de cuddas. ("Sempre
abbia il desiderio, Illustrissimo Signore, di magnificare e arricchire la nostra
lingua sarda; nel medesimo modo in cui tutte le nazioni del mondo hanno
magnificato e arricchito [la propria]; come si può vedere per coloro che ne
sono incuriositi.") ^ …L'Alguer castillo fuerte bien murado / con frutales
por tierra muy divinos / y por la mar coral fino eltremado / es ciudad de mas
de mil vezinos… Joaquín Arce, España en Cerdeña, 1960, p. 359. ^ E.g.: «…Non
podende sufrire su tormentu / de su fogu ardente innamorosu. / Videndemi foras
de sentimentu / et sensa una hora de riposu, / pensende istare liberu e
contentu / m'agato pius aflitu e congoixosu, / in essermi de te senora
apartadu, / mudende ateru quelu, ateru istadu…» Antonio de Lo Frasso, Los Cinco
Ultimos Libros de Fortuna de Amor, vol. 2, Londra, Henrique Chapel, 1573-1740,
pp. 141-144. ^ «Sendemi vennidu à manos in custa Corte Romana unu Libru in
limba Italiana, nouamente istampadu, […] lu voltao in limba Sarda pro dare
noticia de cuddas assos deuotos dessa patria mia disijosos de tales legendas. Las apo voltadas in sardu menjus qui non in
atera limba pro amore de su vulgu […] qui non tenjan bisonju de interprete pro
bi-las decrarare, & tambene pro esser sa limba sarda tantu bona, quanta
participat de sa latina, qui nexuna de quantas limbas si plàtican est tantu
parente assa latina formale quantu sa sarda. […] Pro su quale si sa limba
Italiana si preciat tantu de bona, & tenet su primu logu inter totas sas
limbas vulgares pro esser meda imitadore dessa Latina, non si diat preciare
minus sa limba Sarda pusti non solu est parente dessa Latina, pero ancora sa
majore parte est latina vera. […] Et quando cussu non esseret, est suficiente
motiuu pro iscrier in Sardu, vider, qui totas sas nationes iscriven, &
istampan libros in sas proprias limbas naturales in soro, preciandosi de tenner
istoria, & materias morales iscritas in limba vulgare, pro qui totus si
potan de cuddas aprofetare. Et pusti sa limba latina Sarda est clara &
intelligibile (iscrita, & pronunciada comente conuenit) tantu & plus
qui non quale si querjat dessas vulgares, pusti sos Italianos, &
Ispagnolos, & totu cuddos qui tenen platica de latinu la intenden
medianamente.» ("Essendo entrato in possesso, presso questa Corte Romana,
di un libro in lingua italiana di nuova ristampa, […] l'ho tradotto in lingua
sarda per darne notizia ai devoti della mia patria desiderosi di tali leggende.
Le ho tradotte in sardo, anziché in un'altra lingua, per amore del popolo […] i
quali [popolani] non necessitavano di alcun interprete per potergliele
enunciare, anche per via del fatto che la lingua sarda è nobile in virtù della
sua partecipazione alla latinità, giacché nessuna lingua parlata è tanto
prossima al latino classico quanto quella sarda. […] Giacché, se la lingua
italiana si apprezza molto, e se tra tutte le lingue volgari si trova al primo
posto per aver molto replicato quella latina, non meno si dovrebbe apprezzare
la lingua sarda dal momento che non solo è parente di quella latina, ma è in
gran parte latino schietto. […] E quandanche non fosse così, è un motivo
sufficiente per scrivere in sardo vedere che tutte le nazioni scrivono e
stampano libri nella loro lingua naturale, fregiandosi di avere storia e
materie morali scritte in lingua volgare, affinché tutti possano recare
giovamento da esse. E dal momento che la lingua latina sarda è, quando scritta
e pronunciata come si conviene, chiara e comprensibile in misura uguale, se non
superiore rispetto a quelle volgari, dal momento che gli Italiani, e gli
Spagnoli, e tutti coloro che praticano il latino in generale la
capiscono"). Ioan Matheu Garipa, Legendariu de santas virgines, et martires de Iesu
Crhistu, Per Lodouicu Grignanu, Roma, 1627. ^ Nella Dedica alla moglie di Carlo Alberto si possono
scorgere diversi passaggi in cui egli omaggiava le politiche culturali
perseguite in Sardegna, quali "Era destino che la dolcissima Italiana
favella, sebbene nata sulle amene sponde dell'Arno, divenuta sarebbe un dì
anche ricco patrimonio degli Abitanti del Tirso" (p. 5) e, formulando un
voto di fedeltà alla nuova dinastia di reggenti in luogo della spagnola,
"Di tanto bene la Sardegna è debitrice alla Augustissima CASA SABAUDA, la
quale, cessata l'ispanica dominazione, con tante savie istituzioni promosse in
ogni tempo le scienze, statuendo fin dalla metà del secolo trascorso, che nei
Dicasteri e nel pubblico insegnamento delle Scuole Inferiori si facesse uso di
quel Toscano che fu poscia la lingua di quante persone ebbero voce di bennate e
di colte." (p. 6). Nella Prefazione, più specificamente intitolata Al
giovanetto alunno, si dichiara l'intenzione, comune al Porru, di pubblicare un
lavoro dedicato alla didattica dell'italiano, partendo dalle differenze e
similitudini fornite dalla grammatica di un'altra lingua più familiare, il
sardo. ^ Al fine di meglio comprendere tale dichiarazione, occorre infatti
osservare che, secondo le disposizioni del governo, «in nessun modo e per
nessun motivo esiste la regione» (Casula, Francesco. Sa chistione de sa limba
in Montanaru e oe (PDF)., p. 66). ^ In realtà, databili intorno alla seconda
metà dell'Ottocento, in seguito alla già menzionata Perfetta Fusione (cfr.
Dettori 2001); difatti, neanche nella trattazione settecentesca di autori quali
il Cetti si rinvengono giudizi di valore circa la dignità del sardo, sulla cui
indipendenza linguistica convenivano generalmente anche gli autori italiani
(cfr. Ferrer 2017). ^ Il Wagner cita al riguardo Giacomo Tauro che, a dispetto
della vulgata fascista sull'assimilazione del sardo al sistema linguistico
italiano, già osservava in una conferenza tenuta a Nuoro nel 1937 che «[La
Sardegna] ha una sua propria lingua, che è qualcosa di più e di diverso dai
dialetti delle altre regioni d’Italia… Se i diversi dialetti d’Italia hanno
tutti qualcosa d’interferente, per cui non è difficile a chi attentamente ne
ascolti qualcuno e di essi abbia una certa pratica, d’intuirne e comprenderne,
almeno superficialmente, il significato, i dialetti sardi invece non solo
riescono quasi del tutto incomprensibili a chi non è dell’isola, ma anche con
la pratica difficilmente possono essere acquisiti.» ( Max Leopold Wagner, La
lingua sarda, Nuoro, Ilisso, 1951-1997, p. 82.) ^ Tali istanze eminentemente
industrialistiche e produttivistiche sono finanche attestate nelle norme di cui
all'art. 13 del progetto finale, che recita «lo Stato con il concorso della
Regione dispone un piano organico per favorire la rinascita economica e sociale
dell'Isola.» Cfr. Testo storico dello Statuto (PDF). ^ Alla base del cosiddetto
"autonomismo abortivo", secondo i primi critici dello statuto quali
Eliseo Spiga, vi era la mancata assunzione di un'identità sarda dotata di
soggettività distinta, nelle sue specificità etnonazionali, linguistiche e
culturali rispetto alla comunità statale nel suo insieme; in mancanza della
quale, a loro avviso si sarebbe approdati a un modello amministrativo che
omologava l'isola a "una qualsiasi provincia dello Stivale".
Francesco Casula, Gianfranco Contu, Storia dell'autonomia in Sardegna,
dall'Ottocento allo Statuto Sardo (PDF), Dolianova, Stampa Grafica del
Parteolla, 2008, p. 116. URL consultato il 25 agosto 2019 (archiviato dall'url
originale il 20 ottobre 2020). ^ Istanza del Prof. A. Sanna sulla pronuncia
della Facoltà di Lettere in relazione alla difesa del patrimonio
etnico-linguistico sardo. Il prof. Antonio Sanna fa a questo proposito una
dichiarazione: «Gli indifferenti problemi della scuola, sempre affrontati in
Sardegna in torma empirica, appaiono oggi assai particolari e non risolvibili
in un generico quadro nazionale; il tatto stesso che la scuola sia diventata
scuola di massa comporta il rifiuto di una didattica inadeguata, in quanto
basata sull'apprendimento concettuale attraverso una lingua, per molti aspetti
estranea al tessuto culturale sardo. Poiché esiste un popolo sardo con una
propria lingua dai caratteri diversi e distinti dall'italiano, ne discende che
la lingua ufficiale dello Stato, risulta in effetti una lingua straniera, per
di più insegnata con metodi didatticamente errati, che non tengono in alcun
conto la lingua materna dei Sardi: e ciò con grave pregiudizio per un'efficace
trasmissione della cultura sarda, considerata come sub-cultura. Va dunque
respinto il tentativo di considerare come unica soluzione valida per questi
problemi una forzata e artificiale forma di acculturazione dall'esterno, la
quale ha dimostrato (e continua a dimostrare tutti) suoi gravi limiti, in
quanto incapace di risolvere i problemi dell'isola. È perciò necessario
promuovere dall'interno i valori autentici della cultura isolana, primo fra
tutti quello dell'autonomia, e "provocare un salto di qualità senza
un'acculturazione di tipo colonialistico, e il superamento cosciente del
dislivello di cultura" (Lilliu). La Facoltà di Lettere e Filosofia
dell'Università di Cagliari, coerentemente con queste premesse con
l'istituzione di una Scuola Superiore di Studi Sardi, è pertanto invitata ad
assumere l'iniziativa di proporre alle autorità politiche della Regione
Autonoma e dello Stato il riconoscimento della condizione di minoranza
etnico-linguistica per la Sardegna e della lingua sarda come lingua «nazionale»
della minoranza. È di conseguenza opportuno che si predispongano tutti i
provvedimenti a livello scolastico per la difesa e conservazione dei valori
tradizionali della lingua e della cultura sarda e, in questo contesto, di tutti
i dialetti e le tradizioni culturali presenti in Sardegna (ci si intende
riferire al Gallurese, al Sassarese, all'Algherese e al Ligure-Carlofortino).
In ogni caso tali provvedimenti dovranno comprendere necessariamente, ai
livelli minimi dell'istruzione, la partenza dell'insegnamento del sardo e dei
vari dialetti parlati in Sardegna, l'insegnamento nella scuola dell'obbligo
riservato ai Sardi o coloro che dimostrino un'adeguata conoscenza del sardo, o
tutti quegli altri provvedimenti atti a garantire la conservazione dei valori
tradizionali della cultura sarda. È bene osservare come, nel quadro della
diffusa tendenza a livello internazionale per la difesa delle lingue delle
minoranze minacciate, provvedimenti simili a quelli proposti sono presi in
Svizzera per la minoranza ladina fin dal 1938 (48 000 persone), in Inghilterra
per il Galles, in Italia per le minoranze valdostana, slovena e ultimamente
ladina (15 000 persone), oltre che per quella tedesca; a proposito di queste
ultime e specificamente in relazione al nuovo ordinamento scolastico
alto-atesino. Il presidente del Consiglio on. Colombo, nel raccomandare ala
Camera le modifiche da apportare allo Statuto della Regione Trentino-Alto Adige
(il cosiddetto "pacchetto"), «modifiche che non escono dal concetto
di autonomia indicato dalla Costituzione», ha ritenuto di dovere sottolineare
l'opportunità "che i giovani siano istruiti nella propria lingua materna
da insegnanti appartenenti allo stesso gruppo linguistico"; egli inoltre
aggiungeva che "solo eliminando ogni motivo di rivendicazione si crea il
necessario presupposto per consentire alla scuola di svolgere la sua funzione
fondamentale in un clima propizio per la migliore formazione degli
allievi". Queste chiare parole del presidente del Consiglio ci consentono
di credere che non si voglia compiere una discriminazione nei confronti della
minoranza sarda, ma anche per essa valga il principio enunciato
dall'opportunità dell'insegnamento della lingua materna a opera di insegnanti
appartenenti allo stesso gruppo linguistico, onde consentire alla scuola di
svolgere anche in Sardegna la sua funzione fondamentale in un clima propizio
alla migliore formazione per gli allievi. Si chiarisce che tutto ciò non è
sciovinismo né rinuncia a una cultura irrinunciabile, ma una civile e motivata
iniziativa per realizzare in Sardegna una vera scuola, una vera rinascita,
"in un rapporto di competizione culturale con lo stato (…) che arricchisce
la Nazione" (Lilliu)». Il Consiglio unanime approva le istanze proposte
dal prof. Sanna e invita le competenti autorità politiche a promuovere tutte le
iniziative necessarie, sul piano sia scolastico che politico-economico, a
sviluppare coerentemente tali principi, nel contempo acquisendo dati atti a
mettere in luce il suesposto stato. Cagliari, 19 febbraio 1971. [Farris, Priamo
(2016). Problemas e aficàntzias de sa pianificatzioni linguistica in Sardigna.
Limba, Istòria, Sotziedadi / Problemi e prospettive della pianificazione
linguistica in Sardegna. Lingua, Storia, Società, Youcanprint] ^ "O sardu,
si ses sardu e si ses bonu, / Semper sa limba tua apas presente: / No sias che
isciau ubbidiente / Faeddende sa limba 'e su padronu. / Sa nassione chi peldet
su donu / De sa limba iscumparit lentamente, / Massimu si che l'essit dae mente
/ In iscritura che in arrejonu. / Sa limba 'e babbos e de jajos nostros / No
l'usades pius nemmancu in domo / Prite pobera e ruza la creides. / Si a iscola
no che la jughides / Po la difunder menzus, dae como / Sezis dissardizende a
fizos bostros." ("O sardo, se sei sardo e sei bravo / abbi sempre
presente la tua lingua: / non essere come uno schiavo ubbidiente / che parla la
lingua del padrone. / La nazione che perde il dono / della lingua scompare
lentamente, / soprattutto se le esce dalla mente / scrivendo e discorrendo. /
La lingua dei nostri padri e dei nostri nonni / non la usate più neanche a casa
/ dal momento che la ritenete povera e rozza. / Se non la portate a scuola /
ora, per diffonderla meglio, / starete de-sardizzando i vostri figli.") in
Piras, Raimondo. No sias isciau (RTF), su poesias.it. ^ L'italianizzazione
culturale della popolazione sarda aveva allora assunto proporzioni tanto
considerevoli da indurre il Pellegrini, nella Introduzione all'Atlante
storico-linguistico-etnografico friulano, a tessere le lodi dei sardi giacché
questi ultimi si dicevano disposti ad accettare che il loro idioma, pur
costituendo «un mezzo espressivo assai meno subordinato all'italiano» fosse
considerato un semplice "dialetto" dell'italiano, in netto contrasto
all'orgoglio e lealtà linguistica dei friulani (Salvi, Sergio (1974). Le lingue
tagliate, Rizzoli, p. 195 ; Pellegrini, Giovan Battista (1972). Introduzione
all'Atlante storico-linguistico-etnografico friulano (ASLEF), Vol. I, p. 17).
Considerazioni analoghe a quelle del Pellegrini erano state avanzate qualche
anno prima, nel 1967, dal linguista tedesco Heinz Kloss in riferimento al
concetto da lui coniato di Dachsprache ("lingua tetto"); nel suo
studio pioneristico, egli osservava come idiomi di comunità quali i sardi,
occitani e haitiani, fossero da esse stesse ora percepiti meramente come
«dialetti di lingue vittoriose piuttosto che sistemi linguistici autonomi»,
diversamente dalla profonda lealtà linguistica dei catalani che, nonostante il
proibizionismo franchista, non avrebbero mai accettato una siffatta
degradazione del loro idioma rispetto all'unica lingua allora ufficiale, lo
spagnolo (Kloss, Heinz (1967). "Abstand Languages" and "Ausbau
Languages". Anthropological Linguistics, 9 (7), p. 36). ^ È interessante
notare come nella questione linguistica sarda possa, per certi versi,
sussistere un parallelismo con l'Irlanda, in cui un similare fenomeno ha
assunto il nome di circolo vizioso dell'Irish Gaeltacht (Cfr. Edwards 1985).
Difatti in Irlanda, all'abbassamento di prestigio del gaelico verificatosi
quando esso risultò parlato in aree socialmente ed economicamente depresse, si
aggiunse l'emigrazione da tali aree verso quelle urbane e ritenute
economicamente più avanzate, nelle quali l'idioma maggioritario (l'inglese) sarebbe
stato destinato a sopraffare e prevalere su quello minoritario degli emigranti.
^ Non è un caso che queste tre lingue, protette da accordi internazionali,
siano le uniche minoranze linguistiche ritenute da Gaetano Berruto (Lingue
minoritarie, in XXI Secolo. Comunicare e rappresentare, Roma, Istituto della
Enciclopedia Italiana, pp. 335-346, 2009) come non minacciate. Bibliografiche e
sitografiche[modifica | modifica wikitesto] ^ Ti Alkire; Carol Rosen, Romance
languages : a Historical Introduction, New York, Cambridge University Press,
2010, p. 3. ^ Salta a:a b c d Lubello, Sergio (2016). Manuale Di Linguistica
Italiana, De Gruyter, Manuals of Romance linguistics, p.499 ^ AA. VV.
Calendario Atlante De Agostini 2017, Novara, Istituto Geografico De Agostini,
2016, p. 230 ^ The World Atlas of Language Structures Online, Sardinian. ^ La
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482, su camera.it. URL consultato il 25 novembre 2015 (archiviato dall'url
originale il 12 maggio 2015). ^ Salta a:a b Legge Regionale 15 ottobre 1997, n.
26-Regione Autonoma della Sardegna – Regione Autònoma de Sardigna, su
regione.sardegna.it. URL consultato il 25 novembre 2015 (archiviato dall'url
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22-Regione autonoma della Sardegna – Regione Autònoma de Sardigna, su
regione.sardegna.it. URL consultato il 25 novembre 2015. ^ United Nations Human Rights.
Universal Declaration of Human Rights in Sardinian language.. ^ Regione Autonoma della Sardegna, LIMBA SARDA
COMUNA - Norme linguistiche di riferimento a carattere sperimentale per la
lingua scritta dell’Amministrazione regionale (PDF), pp. 6, 7, 55. «in altri
casi, per salvaguardare la distintività del sardo, si è preferita la soluzione
centro-settentrionale, come nel caso di limba, chena, iscola, ecc..» ^
Riconoscendo l'arbitrarietà delle definizioni, nella nomenclatura delle voci
viene usato il termine "lingua" in accordo alle norme ISO 639-1,
639-2 o 639-3. Negli altri casi, viene usato il termine "dialetto". ^
«Da G. I. Ascoli in poi, tutti i linguisti sono concordi nell'assegnare al
sardo un posto particolare fra gl'idiomi neolatini per i varî caratteri che lo
distinguono non solo dai dialetti italiani, ma anche dalle altre lingue della
famiglia romanza, e che appaiono tanto nella fonetica, quanto nella morfologia
e nel lessico.» R. Almagia et al., Sardegna in "Enciclopedia
Italiana" (1936)., Treccani, "Parlari". ^ Leopold Wagner, Max.
La lingua sarda, a cura di Giulio Paulis (archiviato dall'url originale il 26
gennaio 2016). - Ilisso ^ Manuale di linguistica sarda., 2017, A cura di
Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo. Manuals of Romance
Linguistics, De Gruyter Mouton, p. 209. ^ Salta a:a b «Il sardo rappresenta un
insieme dialettale fortemente originale nel contesto delle varietà neolatine e
nettamente differenziato rispetto alla tipologia italoromanza, e la sua
originalità come gruppo a sé stante nell’ambito romanzo è fuori discussione.»
Toso, Fiorenzo. Lingue sotto il tetto d'Italia. Le minoranze alloglotte da
Bolzano a Carloforte - 8. Il sardo, su treccani.it. ^ Salta a:a b «La nozione
di alloglossia viene comunemente estesa in Italia anche al sistema dei dialetti
sardi, che si considerano come un gruppo romanzo autonomo rispetto a quello dei
dialetti italiani.» Fiorenzo Toso, Minoranze linguistiche, su treccani.it,
Treccani, 2011. ^ L. 15 dicembre 1999, n. 482 - Norme in materia di tutela
delle minoranze linguistiche storiche ^ L'UNESCO e la diversità linguistica. Il caso dell'Italia ^ Salta a:a
b «With some 1,6 million speakers, Sardinia is the largest minority language in
Italy. Sardinians form an ethnic minority since they show a strong awareness of
being an indigenous group with a language and a culture of their own. Although
Sardinian appears to be recessive in use, it is still spoken and understood by
a majority of the population on the island». Kurt Braunmüller, Gisella
Ferraresi (2003). Aspects of multilingualism in European language history. Amsterdam/Philadelphia: University of Hamburg.
John Benjamins Publishing Company. p. 238 ^ «Nel 1948 la Sardegna diventa,
anche per le sue peculiarità linguistiche, Regione Autonoma a statuto speciale.
Tuttavia a livello politico, ufficiale, non cambia molto per la minoranza
linguistica sarda, che, con circa 1,2 milioni di parlanti, è la più numerosa
tra tutte le comunità alloglotte esistenti sul territorio italiano». De
Concini, Wolftraud (2003). Gli altri d'Italia : minoranze linguistiche allo
specchio, Pergine Valsugana: Comune, p. 196. ^ Lingue di Minoranza e Scuola,
Sardo, su minoranze-linguistiche-scuola.it. URL consultato il 15 aprile 2019
(archiviato dall'url originale il 16 ottobre 2018). ^ Salta a:a b Inchiesta
ISTAT 2000 (PDF), su portal-lem.com, pp. 105-107. ^ What Languages are Spoken
in Italy?, su worldatlas.com. ^ Andrea Corsale e Giovanni Sistu, Sardegna:
geografie di un'isola, Milano, Franco Angeli, 2019, p. 188. ^ «Sebbene in
continua diminuzione, i sardi costituiscono tuttora la più grossa minoranza
linguistica dello stato italiano con ca. 1 000 000 di parlanti stimati (erano 1
269 000 secondo le stime basate sul censimento del 2001)». Lubello, Sergio
(2016). Manuale Di Linguistica Italiana, De Gruyter, Manuals of Romance linguistics,
p. 499 ^ Durk Gorter et al., Minority Languages in the Linguistic Landscape,
Palgrave Macmillan, 2012, p. 112. ^ Roberto Bolognesi, Un programma
sperimentale di educazione linguistica in Sardegna (PDF), su comune.lode.nu.it,
2000, p. 120. URL consultato il 19 giugno 2022 (archiviato dall'url originale
il 26 marzo 2023). ^ Cfr. Leonardo Sole, Lingua e cultura in Sardegna. La
situazione sociolinguistica, 1988 ^ Stefania Tufi, Language Ideology and
Language Maintenance: The Case of Sardinia. International Journal of the
Sociology of Language 2013, pp. 145–60 ^ cfr. Atteggiamenti linguistici degli
studenti sardi nei confronti della lingua sarda e della lingua italiana,
Piergiorgio Mura, Università Ca' Foscari Venezia ^ Salta a:a b Andrea Costale,
Giovanni Sistu, Surrounded by Water: Landscapes, Seascapes and Cityscapes of
Sardinia, Cambridge Scholars Publishing, 2016, p. 123. ^ ISTAT, lingue e
dialetti, tavole (XLSX). ^ Salta a:a b La Nuova Sardegna, 04/11/10, Per salvare
i segni dell'identità - di Paolo Coretti ^ Giuseppe Corongiu, La politica
linguistica per la lingua sarda, in Maccani, Lucia; Viola, Marco. Il valore
delle minoranze. La leva ordinamentale per la promozione delle comunità di
lingua minoritaria, Trento, Provincia Autonoma di Trento, 2010, p. 122. ^ Salta
a:a b c d Roberto Bolognesi, Un programma sperimentale di educazione
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consultato il 19 giugno 2022 (archiviato dall'url originale il 26 marzo 2023).
^ Lai, Rosangela. 2018.
"Language Planning and Language Policy in Sardinia". Language
Problems & Language Planning. Harris, Nigel Vincent, The Romance languages,
London, New York, 2003, p. 21. ^ «If present trends continue, it is possible
that within a few generations the regional variety of Italian will supplant
Sardinian as the popular idiom and that linguists of the future will be obliged
to refer to Sardinian only as a substratal influence which has shaped a
regional dialect of Italian rather than as a living language descended directly
from Latin.» Martin Harris, Nigel Vincent, The Romance languages, London, New
York, 2003, p. 349. ^ Salta a:a b
c d Il sardo, così vicino, così lontano. Treccani ^ Koryakov Y.B. Atlas of
Romance languages. Mosca, 2001 ^ «Sorge ora la questione se il sardo si deve
considerare come un dialetto o come una lingua. È evidente che esso è,
politicamente, uno dei tanti dialetti dell'Italia, come lo è anche, p. es., il
serbo-croato o l'albanese parlato in vari paesi della Calabria e della Sicilia.
Ma dal punto di vista linguistico la questione assume un altro aspetto. Non si
può dire che il sardo abbia una stretta parentela con alcun dialetto
dell'italiano continentale; è un parlare romanzo arcaico e con proprie spiccate
caratteristiche, che si rivelano in un vocabolario molto originale e in una
morfologia e sintassi assai differenti da quelle dei dialetti italiani». Max
Leopold Wagner (1950-1997). La lingua sarda. Storia, spirito e forma. Ilisso.
Nuoro, pp. 90-91. ^ Carlo Tagliavini (1982). Le origini delle lingue neolatine.
Bologna: Patron.
p. 122. ^ Rebecca Posner, John N. Green (1982). Language and Philology in
Romance. Mouton Publishers. L'Aja, Parigi, New York. pp. 171 ss. ^ cfr. Ti
Alkire, Carol Rosen, Romance Languages: A Historical Introduction, Cambridge
University Press, 2010. ^
«L'aspetto che più risulta evidente è la grande conservatività, il mantenimento
di suoni che altrove hanno subito notevoli modificazioni, per cui si può dire
che anche foneticamente il sardo è fra tutti i parlari romanzi quello che è
rimasto più vicino al latino, ne è il continuatore più genuino.» Francesco
Mameli, Il logudorese e il gallurese, Soter, 1998, p. 11. ^ Sardegna, isola del
silenzio, Manlio Brigaglia, su mclink.it. URL consultato il 24 maggio 2016
(archiviato dall'url originale il 10 maggio 2017). ^ Mario Pei, A New
Methodology for Romance Classification, in WORD, Il fondo della lingua sarda di
oggi è il latino. La Sardegna è il solo paese del mondo in cui la lingua dei
Romani si sia conservata come lingua viva. Questa circostanza ha molto
facilitato le mie ricerche nell’isola, perché almeno la metà dei pastori e dei
contadini non conoscono l’italiano.» Maurice Le Lannou, a cura di Manlio
Brigaglia, Pastori e contadini in Sardegna, Cagliari, Edizioni della Torre,
1941-1979, p. 279. ^ «Prima di tutto, la neonata lingua sarda ingloba un
consistente numero di termini e di cadenze provenienti da una lingua originaria
preromana, che potremmo chiamare "nuragica".» Salvatore Tola, La
Letteratura in Lingua sarda. Testi, autori, vicende, Cagliari, CUEC, 2006, p.
9. ^ Salta a:a b c Heinz Jürgen Wolf, p. 20. ^ Archivio glottologico italiano,
vol. 53-54, 1968, p. 209. ^ A.A., Atti del VI [i.e. Sesto] Congresso
internazionale di studi sardi, 1962, p. 5 ^ Giovanni Lilliu, La civiltà dei
Sardi. Dal Paleolitico all'età dei nuraghi, Nuova ERI, 1988, p. 269. ^ Yakov
Malkiel (1947). Romance Philology, v.1, p. 199 ^ «Il Sardo ha una sua speciale
fisionomia ed individualità che lo rende, in certo qual modo, il più
caratteristico degli idiomi neolatini; e questa speciale individualità del
Sardo, come lingua di tipo arcaico e con una fisionomia inconfondibile,
traspare già fin dai più antichi testi.» Carlo Tagliavini (1982). Le origini
delle lingue neolatine. Bologna: Patron. p. 388. ^ «Fortemente isolati rispetto
ai tre gruppi maggiori stanno il sardo e, nel settentrione, il ladino, entrambi
considerati come formazioni autonome rispetto al complesso dei dialetti
italoromanzi.» Tullio de Mauro, Storia linguistica dell'Italia unita, Editori
Laterza, 1991, p. 21. ^ Salta a:a b c d e f Fiorenzo Toso, 2.3, in Le minoranze
linguistiche in Italia, Bologna, Società editrice Il Mulino, Moseley, Atlas of
the World's languages in Danger, 3rd edition, Paris, UNESCO Publishing, p. 39 ^
Max Leopold Wagner (1952). Il Nome Sardo del Mese di Giugno (Lámpadas) e i
Rapporti del Latino d'Africa con quello della Sardegna. Italica, 29 (3),
151-157. doi:10.2307/477388 ^ «Non vi è dubbio che vi erano rapporti più
stretti tra la latinità dell'Africa settentrionale e quella della Sardegna.
Senza parlare della affinità della razza e degli elementi libici che possano
ancora esistere in sardo, non bisogna dimenticare che la Sardegna rimase,
durante vari secoli, alle dipendenze dell'esarcato africano». Wagner, M.
(1952). Il Nome Sardo del Mese di Giugno (Lámpadas) e i Rapporti del Latino
d'Africa con quello della Sardegna. Italica, 29 (3), 152. doi:10.2307/477388 ^
Paolo Pompilio (1455-91): «ubi pagani integra pene latinitate loquuntur et, ubi
uoces latinae franguntur, tum in sonum tractusque transeunt sardinensis
sermonis, qui, ut ipse noui, etiam ex latino est» ("ove gli abitanti
parlano un latino quasi intatto e, quando le parole latine si corrompono,
passano allora ai suoni e tratti della lingua sarda, che, da quanto ne so,
deriva anch'essa dal latino")». Citato in Michele Loporcaro, Vowel Length from Latin
to Romance, Oxford University Press, 2015, p. 48. ^ Traduzione offerta da Michele Amari: «I sardi sono di
schiatta RUM AFARIQAH (latina d'Africa), berberizzanti. Rifuggono (dal
consorzio) di ogni altra nazione di RUM: sono gente di proposito e valorosa,
che non lascia mai l'arme.» Nota di Mohamed Mustafa Bazama: «Questo passo, nel
testo arabo, è un poco differente, traduco qui testualmente: "gli abitanti
della Sardegna, in origine sono dei Rum Afariqah, berberizzanti, indomabili.
Sono una (razza a sé) delle razze dei Rum. [...] Sono pronti al richiamo
d'aiuto, combattenti, decisivi e mai si separano dalle loro armi (intende
guerrieri nati).» Mohamed Mustafa Bazama, Arabi e sardi nel Medioevo, Cagliari,
Editrice democratica sarda, 1988, pp. 17, 162. ^ «Wa ahl Ğazīrat Sardāniya fī
aṣl Rūm Afāriqa mutabarbirūn mutawaḥḥišūn min ağnās ar-Rūm wa hum ahl nağida wa
hazm lā yufariqūn as-silāḥ». Contu, Giuseppe. Sardinia in Arabic sources (PDF),
su eprints.uniss.it. URL consultato il 23 aprile 2022 (archiviato dall'url
originale il 25 febbraio 2021). Annali della Facoltà di Lingue e Letterature
Straniere dell'Università di Sassari, Vol. 3 (2003 pubbl. 2005), p. 287-297.
ISSN 1828-5384 ^ Attilio Mastino, Storia della Sardegna antica, Edizioni Il
Maestrale, 2005, p. 83. ^ «I sardi, popolo di razza latina africana piuttosto
barbaro, che vive appartato dal consorzio delle altre genti latine, sono
intrepidi e risoluti; essi non abbandonano mai le armi.» Al Idrisi, traduzione
e note di Umberto Rizzitano, Il Libro di Ruggero. Il diletto di chi è
appassionato per le peregrinazioni attraverso il mondo, Palermo, Flaccovio
Editore, 2008. ^ Luigi Pinelli, Gli Arabi e la Sardegna : le invasioni arabe in
Sardegna dal 704 al 1016, Cagliari, Edizioni della Torre, 1977, p. 30, 42. ^ J.N. Adams, The Regional
Diversification of Latin 200 BC - AD 600, Cambridge University Press, 2007, p.
576, ISBN 978-1-139-46881-7. ^
«Wagner prospetta l’ipotesi che la denominazione sarda, identica a quella
berbera, sia una reminiscenza atavica di lontane tradizioni comuni e così
commenta (p. 277): "Parlando delle sopravvivenze celtiche, dice il
Bertoldi: «Come nell’Irlanda odierna, anche nella Gallia antica una maggiore cedevolezza
della “materia” linguistica, suoni e forme, rispetto allo “spirito” che resiste
più tenace». Questo vale forse anche per la Sardegna; antichissime usanze,
superstizioni, leggende si mantengono più saldamente che non i fugaci fenomeni
linguistici".» Max Leopold Wagner, La lingua sarda, Nuoro, Ilisso,
1951–1997, p. 10. ^ Giovanni Battista Pellegrini, Carta dei dialetti d'Italia,
Pisa, Pacini, 1977, p. 17, 34. ^ Pellegrini, Giovanni Battista (1970). La
classificazione delle lingue romanze e i dialetti italiani, in Forum Italicum,
IV, pp.211-237 ^ Pellegrini, Giovanni Battista (1972). Saggi sul ladino
dolomitico e sul friulano, Bari, pp.239-268 ^ Pellegrini, Giovanni Battista
(1975). I cinque sistemi dell'italo-romanzo, in Saggi di linguistica italiana.
Storia, struttura, società, Torino, Boringhieri. ^ Bernardino Biondelli, Studi
linguistici, Milano, Giuseppe Bernardoni, 1856, p. 189.) ^ Antonietta Dettori,
Dialetti sardi, Treccani ^ Max Leopold Wagner (1951). La lingua sarda, Bem,
Francke, pp. 59-61 ^ Matteo Bartoli (1903). Un po' di sardo, in Archeografo
triestino XXIX, pp. 129-151 ^ Pier Enea Guarnerio (1905). Il sardo e il corso
in una nuova classificazione delle lingue romanze, in Archivio Glottologico
Italiano, 16, pp. 491-516 ^ «In earlier times Sardinian probably was spoken in
Corsica, where Corsican (Corsu), a Tuscan dialect of Italian, is now used
(although French has been Corsica’s official language for two centuries).» Sardinian language,
Encyclopedia Britannica. ^ «Evidence from early manuscripts suggests that the
language spoken throughout Sardinia, and indeed Corsica, at the end of the Dark
Ages was fairly uniform and not very different from the dialects spoken today
in the central (Nuorese) areas.» Martin Harris, Nigel Vincent (2000). The
Romance languages. London and New York: Routledge. p. 315. ^ «Sardinian is the
only surviving Southern Romance language which was also spoken in former times
on the island of Corsica and the Roman province of North Africa.» Georgina Ashworth, World
Minorities, vol. 2, Quartermaine House, 1977, p. 109.. ^ Jean-Marie Arrighi,
Histoire de la langue corse, Paris, Gisserot, 2002, p. 39. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela
Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter Mouton, 2017,
p. 321. ^ Brenda Man Qing Ong, Francesco Perono Cacciafoco, Unveiling the
Enigmatic Origins of Sardinian Toponyms, Languages, 2021-2022. ^ Salta a:a b
Sardinian intonational phonology: Logudorese and Campidanese varieties, Maria
Del Mar Vanrell, Francesc Ballone, Carlo Schirru, Pilar Prieto (PDF). ^ Massimo Pittau, Sardo, Grafia, su pittau.it.
^ «Nel caso del sardo, essa ha prodotto la esistenza non di una, ma di due
lingue sarde, il "logudorese" e il "campidanese". La sua
costruzione storica ha origini ben precise e ricostruibili. Nel periodo di
esistenza del Regno di Sardegna, l'Isola era suddivisa in due Governatorati, il
Capo di Sopra e il Capo di Sotto. Nel XVIII secolo, il naturalista Francesco
Cetti, mandato da Torino a studiare la fauna e la natura della Sardegna, e
quindi a mappare anche i Sardi, riprese la partizione amministrativa da un
celebre commentario cinquecentesco della Carta de Logu utilizzato in ambienti
governativi, e la traslò in ambito linguistico. Se esisteva il Capo di Su e il
Capo di Sotto, doveva pur esistere un sardo di Su e un sardo di Sotto. Il primo
lo denominò logudorese, e il secondo campidanese.» Paolo Caretti et al.,
Regioni a statuto speciale e tutela della lingua, G. Giappichelli Editore,
2017, p. 79. ^ Marinella Lőrinczi, Confini e confini. Il valore delle isoglosse
(a proposito del sardo) (PDF), su people.unica.it, p. 9. ^ Eduardo Blasco
Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of
Romance linguistics, De Gruyter Mouton, 2017, p. 16. ^ Roberto Bolognesi, Le
identità linguistiche dei sardi, Cagliari, Condaghes, 2013, p. 137. ^ Salta a:a
b «In altre parole, queste divisioni del sardo in logudorese e campidanese sono
basate unicamente sulla necessità - chiarissima nel Cetti - di arrivare comunque
a una divisione della Sardegna in due "capi". […] La grande
omogeneità grammaticale del sardo viene ignorata, per quanto riguarda gli
autori tradizionali, in parte per mancanza di cultura linguistica, ma
soprattutto per la volontà, riscontrata esplicitamente in Spano e Wagner, di
dividere il sardo e i sardi in varietà "pure" e "spurie".
In altri termini, la divisione del sardo in due varietà nettamente distinte è
frutto di un approccio ideologico alla variazione dialettale in Sardegna».
Roberto Bolognesi, Le identità linguistiche dei sardi, Cagliari, Condaghes,
2013, p. 141. ^ Roberto Bolognesi, Le identità linguistiche dei sardi,
Cagliari, Condaghes, 2013, p. 138. ^ Roberto Bolognesi, Le identità
linguistiche dei sardi, Cagliari, Condaghes, 2013, p. 93. ^ Una lingua unitaria
che non ha bisogno di standardizzazioni, Roberto Bolognesi. ^ Contini, Michel
(1987). Ètude de géographie phonétique et de phonétique instrumentale du sarde,
Edizioni dell'Orso, Cagliari ^ Bolognesi R. & Heeringa W., 2005, Sardegna
fra tante lingue. Il contatto linguistico in Sardegna dal Medioevo a oggi,
Condaghes, Cagliari ^ Salta a:a b «Queste pretese barriere sono costituite da
una manciata di fenomeni lessicali e fonetico-morfologici che, comunque, non
impediscono la mutua comprensibilità tra parlanti di diverse varietà del sardo.
Detto questo, bisogna ripetere che le varie operazioni di divisione del sardo
in due varietà sono tutte basate quasi esclusivamente sull'esistenza di
pronunce diverse di lessemi (parole e morfemi) per il resto uguali. […] Come si
è visto, non solo la sintassi di tutte le varietà del sardo è praticamente
identica, ma la quasi totalità delle differenze morfologiche è costituita da
differenze, in effetti, lessicali e la percentuale di parole realmente differenti
si aggira intorno al 10% del totale.» Roberto Bolognesi, Le identità
linguistiche dei sardi, Cagliari, Condaghes, 2013, p. 141. ^ Cf. Karl Jaberg,
Jakob Jud, Sprach- und Sachatlas Italiens und der Südschweiz, vol. 8, Zofingen,
Ringier, 1928. ^ «Noi ci atterremo alla partizione ormai classica che divide il
Sardo in tre principali dialetti: il Campidanese, il Nuorese, il Logudorese».
Maurizio Virdis, Fonetica del dialetto sardo campidanese, Cagliari, Edizioni
Della Torre, 1978, p. 9. ^ Cf. Maria Teresa Atzori, Sardegna, Pisa, Pacini,
1982. ^ Günter Holtus, Michael Metzeltin, Christian Scmitt, Lexicon der
romanistischen Linguistik, vol. 4, Tübingen, Niemeyer, pp. 897-913. ^ Stima su
un campione di 2715 interviste: Anna Oppo, Le lingue dei sardi (PDF). URL
consultato il 15 ottobre 2009 (archiviato dall'url originale il 7 gennaio
2018). ^ Perché si parla catalano ad Alghero? - Corpus Oral de l'Alguerès. ^ La
minoranza negata: i Tabarchini, Fiorenzo Toso - Treccani. ^ Meyer Lübke,
Grammatica storica della lingua italiana e dei dialetti toscani, 1927,
riduzione e traduzione di M. Bartoli, Torino, Loesher, 1972, p. 216. Sta in
Francesco Bruni, op. cit., 1992 e 1996, p. 562. ^ «Le lingue che si parlano in
Sardegna si possono dividere in istraniere, e nazionali. Straniera totalmente è
la lingua d'Algher, la quale è la catalana, a motivo che Algher medesimo è una
colonia di Catalani. Straniera pure si deve avere la lingua che si parla in
Sassari, Castelsardo e Tempio; è un dialetto italiano, assai più toscano, che non
la maggior parte de’ medesimi dialetti d'Italia.» Francesco Cetti, Storia
naturale della Sardegna. I quadrupedi, Sassari, 1774. ^ Giovanni Floris, L'uomo
in Sardegna: aspetti di antropobiologia ed ecologia umana, Sestu, Zonza, 1998,
p. 207. ^ Cfr. Francesco Mameli, Il logudorese e il gallurese, Villanova
Monteleone, Soter editrice, 1998. ^ Mauro Maxia, Studi sardo-corsi, 2010, p.69
^ Francesco Bruni, op. cit., 1992 e 1996. p. 562. ^ Le lingue dei Sardi (PDF).,
Sito della Regione Autonoma della Sardegna, Anna Oppo (curatrice del rapporto
finale) e AA. Vari (Giovanni Lupinu, Alessandro Mongili, Anna Oppo, Riccardo
Spiga, Sabrina Perra, Matteo Valdes), Cagliari, 2007, p. 69. ^ Eduardo Blasco Ferrer
(2010), pp. 137-152. ^ Mary Carmen Iribarren Argaiz, Los vocablos en -rr- de la
lengua sarda, su dialnet.unirioja.es, 16 aprile 2017. ^ «Sardinia was under the
control of Carthage from around 500BC. It was conquered by Rome in 238/7 BC,
but was isolated and apparently despised by the Romans, and Romanisation was not
rapid.» James Noel Adams (9 January 2003). Bilingualism and the Latin Language.
Cambridge University Press. p. 209. ISBN 9780521817714 ^ «Although it is an
established historical fact that Roman dominion over Sardinia lasted until the
fifth century, it has been argued, on purely linguistic grounds, that
linguistic contact with Rome ceased much earlier than this, possibly as early
as the first century BC.» Martin Harris, Nigel Vincent (2000). The Romance
languages. London and New York: Routledge. p. 315 ^ Ignazio Putzu, "La
posizione linguistica del sardo nel contesto mediterraneo", in Neues aus
der Bremer Linguistikwerkstatt: aktuelle Themen und Projekte, ed. Cornelia
Stroh (Bochum: Universitätsverlag Dr. N. Brockmeyer, 2012), 183. ^ «The last to
use that idiom, the inhabitants of the Barbagia, renounced it in the 7th
century together with paganism in favor of Latin, still an archaic substratum
in the Sardinian language.» Proceedings, VII Congress, Boulder-Denver,
Colorado, August 14-September 19, 1965, International Association for
Quaternary Research, Indiana University Press, p. 28. ^ «E viceversa gli scrittori romani giudicavano la
Sardegna una terra malsana, dove dominava la pestilentia (la malaria), abitata
da popoli di origine africana ribelli e resistenti, impegnati in latrocinia ed
in azioni di pirateria che si spingevano fino al litorale etrusco; un luogo
terribile, scarsamente urbanizzato, destinato a diventare nei secoli la terra
d’esilio per i condannati ad metalla». Attilio Mastino, Storia della Sardegna
antica, 2ª ed., Il Maestrale, 2009, pp. 15-16. ^ «Cicerone in particolare
odiava i Sardi per il loro colorito terreo, per la loro lingua incomprensibile,
per l’antiestetica mastruca, per le loro origini africane e per l’estesa
condizione servile, per l’assenza di città alleate dei Romani, per il rapporto
privilegiato dei Sardi con l’antica Cartagine e per la resistenza contro il
dominio di Roma.» Attilio Mastino, Storia della Sardegna antica, 2ª ed., Il
Maestrale, 2009, p. 16. ^ Heinz Jürgen Wolf, pp. 19-20. ^ Salta a:a b Giovanni
Lupinu, Storia della lingua sarda (PDF), su vatrarberesh.it, 19 aprile 2017. ^
Michele Loporcaro, Profilo linguistico dei dialetti italiani, Editori Laterza,
2009, p. 170. ^ Per una lista di vocaboli considerati ormai già desueti
all'epoca di Varrone, cf. Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo,
Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter
Mouton, 2017, pp. 89-90. ^ (HU) András Bereznay, Erdély történetének atlasza,
Méry Ratio, Casùla (1994), p. 110. ^ Huiying Zhang, From Latin to the Romance languages:
A normal evolution to what extent? (PDF), in Quarterly Journal of Chinese
Studies, vol. 3, n. 4, 2015, pp. 105-111. URL consultato il 1º febbraio 2019 (archiviato dall'url
originale il 19 gennaio 2018). ^ «Dopo la dominazione vandalica, durata ottanta
anni, la Sardegna ritornava di nuovo all’impero, questa volta a quello
d’Oriente. Anche sotto i Bizantini la Sardegna rimase alle dipendenze
dell’esarcato africano, ma l’amministrazione civile fu separata da quella
militare; alla prima fu preposto un praeses, alla seconda un dux; tutti e due
erano alle dipendenze del praefectus praetorii e del magister militum
africani.» Max Leopold Wagner, La lingua sarda, Nuoro, Ilisso, 1951–1997, p.
64. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La
"documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice Democratica Sarda,
1978, p. 46, 48. ^ Salta a:a b c Luigi Pinelli, Gli Arabi e la Sardegna : le
invasioni arabe in Sardegna dal 704 al 1016, Cagliari, Edizioni della Torre,
1977, p. 16. ^ M. Wescher e M. Blancard, Charte sarde de l’abbaye de Saint-Victor de
Marseille écrite en caractères grecs, in "Bibliothèque de l’ École des
chartes", 35 (1874), pp. 255–265. ^ Alessandro Soddu, Paola Crasta, Giovanni Strinna, Un’inedita carta
sardo-greca del XII secolo nell’Archivio Capitolare di Pisa (PDF). ^ Privilegio
Logudorese, su it.wikisource.org. URL consultato il 1º ottobre 2017. ^ Max
Leopold Wagner, La lingua sarda, Nuoro, Ilisso, 1951–1997, p. 180. ^ Luigi
Pinelli, Gli Arabi e la Sardegna : le invasioni arabe in Sardegna dal 704 al
1016, Cagliari, Edizioni della Torre, 1977, p. 30. ^ Max Leopold Wagner, La
lingua sarda, Nuoro, Ilisso, 1951–1997, p. 65. ^ Cfr. Francesco Cesare Casula,
Glossario di autonomia Sardo-Italiana. Presentazione del 2007 di Francesco
Cossiga, Logus, Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La
"documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice Democratica Sarda,
1978, p. 49. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in
Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice
Democratica Sarda, 1978, p. 49, 64. ^ «La lingua sarda acquisì dignità di
lingua nazionale già dall'ultimo scorcio del secolo XI quando, grazie a
favorevoli circostanze storico-politiche e sociali, sfuggì alla limitazione
dell'uso orale per giungere alla forma scritta, trasformandosi in volgare
sardo». Cecilia Tasca, Manoscritti e lingua sarda, Cagliari, La memoria
storica, 2003, p. 15. ^ «I Sardi inoltre sono i primi fra tutti i popoli di
lingua romanza a fare della lingua comune della gente, la lingua ufficiale
dello Stato, del Governo…» Mario Puddu, Istoria de sa limba sarda, Selargius,
Ed. Domus de Janas, 2002, p. 14. ^ Gian Giacomo Ortu, La Sardegna dei Giudici,
Il Maestrale, 2005, p. 264. ^ Maurizio Virdis, Le prime manifestazioni della
scrittura nel cagliaritano, in Judicalia, Atti del Seminario di Studi Cagliari
14 dicembre 2003, a cura di B. Fois, Cagliari, Cuec, 2004, pp. 45-54. ^ «Un
caso unico - e a parte - nel dominio romanzo è costituito dalla Sardegna, in
cui i documenti giuridici incominciano ad essere redatti interamente in volgare
già alla fine dell'XI secolo e si fanno più frequenti nei secoli successivi.
[...] L'eccezionalità della situazione sarda nel panorama romanzo consiste -
come si diceva - nel fatto che tali testi sono stati scritti sin dall'inizio
interamente in volgare. Diversamente da quanto succede a questa altezza
cronologica (e anche dopo) in Francia, in Provenza, in Italia e nella Penisola
iberica, il documento sardo esclude del tutto la compresenza di volgare e
latino. (...) il sardo era usato prevalentemente in documenti a circolazione
interna, il latino in documenti che concernevano il rapporto con il
continente.» Lorenzo Renzi, Alvise Andreose, Manuale di linguistica e filologia
romanza, Il Mulino, 2009, pp. 256-257. ^ Livio Petrucci, Il problema delle
Origini e i più antichi testi italiani, in Storia della lingua italiana, vol.
3, Torino, Einaudi, p. 58. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della
scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese,
Editrice Democratica Sarda, 1978, p. 50. ^ Salta a:a b Salvatore Tola, La
Letteratura in Lingua sarda. Testi, autori, vicende, Cagliari, CUEC, 2006, p.
11. ^ Salta a:a b «Sardos etiam, qui non Latii sunt sed Latiis associandi
videntur, eiciamus, quoniam soli sine proprio vulgari esse videntur, gramaticam
tanquam simie homines imitantes: nam domus nova et dominus meus locuntur.»
Dantis Alagherii De Vulgari Eloquentia., Liber Primus, The Latin Library (Lib.
I, XI, 7) ^ Salta a:a b «Eliminiamo anche i Sardi (che non sono Italiani, ma
sembrano accomunabili agli Italiani) perché essi soli appaiono privi di un
volgare loro proprio e imitano la "gramatica" come le scimmie imitano
gli uomini: dicono infatti "domus nova" e "dominus meus".»
De Vulgari Eloquentia. URL consultato il 9 giugno 2019 (archiviato dall'url
originale l'11 aprile 2018)., parafrasi e note a cura di Sergio Cecchin.
Edizione di riferimento: Opere minori di Dante Alighieri, vol. II, UTET, Torino
1986 ^ Salta a:a b Marinella Lőrinczi, La casa del signore. La lingua sarda nel
De vulgari eloquentia (PDF). ^ Domna, tant vos ai preiada (BdT 392.7), vv.
74-75. ^ Leopold Wagner, Max. La lingua sarda, a cura di Giulio Paulis
(archiviato dall'url originale il 26 gennaio 2016). - Ilisso, pp.78 ^ Salvi,
Sergio. Le lingue tagliate: storia delle minoranze linguistiche in Italia,
Rizzoli, 1975, p. 195 ^ Rebecca Posner, John N. Green (1982). Language and
Philology in Romance. Mouton Publishers. p. 178 ^ Alberto Varvaro, Identità
linguistiche e letterarie nell'Europa romanza, Roma, Salerno Editrice, p. 231,
ISBN 8884024463. ^ Le sarde, una langue normale - Jean-Pierre Cavaillé. ^
Dittamondo III XII 56 ss. ^ Archivio Cassinense Perg. Caps. XI, n. 11 " e
"TOLA P., Codice Diplomatico della Sardegna, I, Sassari, 1984, p. 153 ^ Giovanni
Strinna, La carta di Nicita e la clausula defensionis (PDF). ^ Corrado Zedda,
Raimondo Pinna, (2009) La Carta del giudice cagliaritano Orzocco Torchitorio,
prova dell'attuazione del progetto gregoriano di riorganizzazione della
giurisdizione ecclesiastica della Sardegna. Collana dell'Archivio storico e
giuridico sardo di Sassari. Nuova serie, 10 Todini, Sassari. (PDF), su
archiviogiuridico.it. URL consultato il 2 ottobre 2017 (archiviato dall'url
originale il 4 marzo 2016). ^ Il primo testo legislativo in lingua sarda ^
Testo completo, su nuraghe.eu. ^ Salta a:a b Salvatore Tola, La Letteratura in
Lingua sarda. Testi, autori, vicende, Cagliari, CUEC, 2006, p. 17. ^ «Ma,
prescindendo dalle divergenze stilistiche e da altri particolari minori, si può
dire che la lingua dei documenti antichi è assai omogenea e che, ad ogni modo,
l’originaria unità della lingua sarda vi si intravede facilmente.» Max Leopold
Wagner, La lingua sarda, Nuoro, Ilisso, 1951-1997, p. 84. ^ Carlo Tagliavini,
Le origini delle lingue neolatine, Bologna, Patron, 1964, p. 450. ^ Salta a:a b
Eduardo Blasco Ferrer, Storia linguistica della Sardegna, Walter de Gruyter, 1º
gennaio 1984, p. 133, ISBN 978-3-11-132911-6. URL consultato il 6 marzo 2016. ^
Francesco Bruni, Storia della lingua italiana, Dall'Umbria alle Isole, vol. 2,
Torino, Utet, p. 582, ISBN 88-11-20472-0.. ^ Antonietta Orunesu, Valentino
Pusceddu (a cura di). Cronaca medioevale sarda: i sovrani di Torres, 1993,
Astra, Quartu S. Elena, p. 11. ^ Tale indirizzo politico, poi palesatosi con la
lunga guerra sardo-catalana, era già manifesto nel 1164 sotto la reggenza di
Barisone I de Lacon-Serra, il cui sigillo recava le iscrizioni, di tipo
decisamente "sardista" (Casula, Francesco Cesare. La scrittura in
Sardegna dal nuragico ad oggi, Carlo Delfino Editore, p.91) Baresonus Dei
Gratia Rei Sardiniee ("Barisone, per grazia di Dio Re di Sardegna") e
Est vis Sardorum pariter regnum Populorum ("È la forza dei Sardi pari al
regno dei Popoli"). ^ Salta a:a b «I sardi di Arborea si allearono ai
catalani per cacciare gli italiani. I pisani, battuti, lasciarono l'isola nel
1326. I genovesi seguirono la stessa sorte nel 1348. La nuova dominazione
innesca però una sorta di rudimentale sentimento nazionale isolano. I sardi,
cacciati finalmente i vecchi dominatori (gli italiani) intendono cacciare anche
i catalani. Mariano IV di Arborea vuole infatti unificare l'isola sotto il suo
scettro e impegna a tal punto le forze catalane che Pietro IV di Aragona è
costretto a venire di persona nell'isola al comando di un nuovo esercito per
consolidare la sua conquista.» Sergio Salvi, Le lingue tagliate, Rizzoli, 1974,
p. 179. ^ «È evidente», scrive Francesco Cesare Casula, «che la diversità di
lingua e forse un atteggiamento di superiorità nei confronti dei Sardi da parte
degli Aragonesi mal accetto in generale e in particolare in un Paese che si
considerava sovrano fece sì che l'Arborea si mantenesse fedele alla tradizione
italiana ormai recepita da secoli e adattata alle esigenze locali.» Francesco
Cesare Casula, Cultura e scrittura nell'Arborea al tempo della Carta de Logu,
sta in Il mondo della Carta de Logu, Cagliari, 1979, 3 tomi, p. 71-109. La
citazione si trova in: Francesco Bruni (direttore), AA.VV. Storia della lingua
italiana, vol. II, Dall'Umbria alle Isole, Utet, Torino, 1992 e 1996, Garzanti,
Milano, 1996, p. 581, ISBN 88-11-20472-0. ^ Lo studio delle fonti documentarie
di Arborea effettuato da Francesco Cesare Casula rileverebbe, a detta
dell'autore, non solo una qual certa influenza toscana, ma persino «un'affermazione
di italianità». Francesco Cesare Casula, op. cit., 1979, p. 87; sta in
Francesco Bruni (direttore), op. cit., vol II 1992 e 1996, p. 584. ^ Francesco
Bruni (direttore), op. cit., vol. II, 1992 e 1996, p. 584-585. ^ Eduardo Blasco
Ferrer, Storia linguistica della Sardegna, Tübingen, Niemeyer, 1984, p. 132. ^
Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La
"documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice Democratica Sarda,
1978, p. 83. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in
Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice
Democratica Sarda, 1978, p. 57. ^ Francesco Cesare Casula sostiene che «chi non
parlava o non capiva il sardo, per timore che fosse aragonese, veniva ucciso»,
riportando il caso di due giocolieri siciliani che, trovandosi a Bosa in quel
periodo, furono aggrediti perché «creduti iberici per la loro lingua
incomprensibile». Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in
Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice
Democratica Sarda, 1978, pp. 56-57. ^ Cfr. Francesco Cesare Casula, Le rivolte
antiaragonesi nella Sardegna regnicola, 5, in Il Regno di Sardegna, vol. 1,
Logus, ISBN 9788898062102. ^ Ibidem ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia
della scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese,
Editrice Democratica Sarda, 1978, pp. 38-39. ^ Francesco Cesare Casula, Profilo
storico della Sardegna catalano-aragonese, Cagliari, Edizioni della Torre,
1982, p. 128. ^ Proto Arca Sardo; Maria Teresa Laneri, De bello et interitu
marchionis Oristanei, Cagliari, CUEC, 2003. URL consultato il 17 marzo 2022
(archiviato dall'url originale il 4 agosto 2020). ^ Max Leopold Wagner, La
lingua sarda. Storia, spirito e forma, Nuoro, Ilisso, 1997, pp. 68-69. ^
Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La
"documentaria" nell'epoca aragonese, Cagliari, Editrice Democratica
Sarda, 1978, p. 29. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in
Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Cagliari, Editrice
Democratica Sarda, 1978, p. 28. ^ Francesco Cesare Casula, La Sardegna
catalano-aragonese, 6, in Il Regno di Sardegna, vol. 2, Logus, Casula, La
storia di Sardegna, 1994, p. 424. ^ Salta a:a b «[I Sardi] parlano una loro
lingua peculiare, il sardo, sia in versi che in prosa, e questo in particolare
nel Capo del Logudoro ove è più pura, più ricca ed elegante. E giacché sono
immigrati qui, e ogni giorno ve ne giungono altri per praticarvi il commercio,
molti spagnoli (tarragonesi o catalani) e italiani, si parlano anche le lingue
spagnola (tarragonese o catalana) e quella italiana, sicché in un medesimo
popolo si dialoga in tutti questi idiomi. I Cagliaritani e gli Algheresi si
esprimono però, in genere, nella lingua dei loro maggiori, cioè il catalano,
mentre gli altri conservano quella autentica dei Sardi.» Testo originale:
«[Sardi] Loquuntur lingua propria sardoa, tum ritmice, tum soluta oratione,
praesertim in Capite Logudorii, ubi purior copiosior, et splendidior est. Et
quia Hispani plures Aragonenses et Cathalani et Itali migrarunt in eam, et
commerciorum caussa quotidie adventant, loquuntur etiam lingua hispanica et
cathalana et italica; hisque omnibus linguis concionatur in uno eodemque
populo. Caralitani tamen et Algharenses utuntur suorum maiorum lingua
cathalana; alii vero genuinam retinent Sardorum linguam.» Ioannes Franciscus
Fara, De Chorographia Sardiniæ Libri duo. De Rebus Sardois Libri quatuor,
Torino, Typographia regia, 1835-1580, p. 51. Traduzione di Giovanni Lupinu, da
Ioannis Francisci Farae (1992-1580), In Sardiniae Chorographiam, v.1,
"Sulla natura e usi dei Sardi", Gallizzi, Sassari. ^ Max Leopold
Wagner, La lingua sarda. Storia, spirito e forma, Nuoro, Ilisso, 1997, p. 185.
^ Salta a:a b c Francesco Manconi, La Sardegna al tempo degli Asburgo (secoli
XVI-XVII), Il Maestrale, 2010, p. 24. ^ Cfr. J. Dexart, Capitula sive acta
curiarum Regni Sardiniae, Calari, 1645. lib. I, tit. 4, cap. 1 ^ «Tutta la
popolazione sarda che non abitava le città e che era vassalla nei feudi era
retta dalla Carta de Logu, promulgata da Eleonora d’Arborea verso il 1395 e
dichiarata legge nazionale dei Sardi da Alfonso V nel parlamento tenuto in Cagliari
nel 1421.» Max Leopold Wagner, La lingua sarda. Storia, spirito e forma, Nuoro,
Ilisso, 1997, p. 69. ^ Max Leopold Wagner, La lingua sarda: storia, spirito e
forma, Bern, Francke, 1951, p. 186. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch,
Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De
Gruyter Mouton, 2017, p. 33. ^ Antonio Nughes, Alghero. Chiesa e società nel
XVI secolo, Edizioni del Sole, 1990, pp. 417-423 ^ Antonio Nughes, Alghero.
Chiesa e società nel XVI secolo, Edizioni del Sole, 1990, p. 236 ^ Paolo
Maninchedda, Il più antico catechismo in sardo. Bollettino di studi sardi, anno
XV n. 15/2022. ^ Gessner, Conrad (1555). De differentiis linguarum tum veterum
tum quae hodie apud diversas nationes in toto orbe terraru in usu sunt.,
Sardorum lingua: pp. 66-67. ^ Sigismondo Arquer; Maria Teresa Laneri, Sardiniae
brevis historia et descriptio (PDF), CUEC, 2008, pp. 30-31. URL consultato il
19 marzo 2022 (archiviato dall'url originale il 29 dicembre 2020)...
«certamente i sardi ebbero un tempo una lingua propria, ma poiché diversi
popoli immigrarono nell'isola e il suo governo fu assunto da sovrani stranieri
(vale a dire da Latini, Pisani, Genovesi, Spagnoli e Africani), la loro lingua
fu pesantemente corrotta, pur rimanendo un gran numero di vocaboli che non si
ritrovano in alcun idioma. Ancor oggi essa conserva molti vocaboli della
parlata latina. […] È per questo che i sardi, a seconda delle zone, parlano in
maniera tanto diversa: appunto perché ebbero una dominazione così varia; ciò
nonostante, fra loro si comprendono perfettamente. In questa isola vi sono
comunque due lingue principali, una che si usa nelle città e un'altra che si
usa al di fuori delle città: i cittadini parlano comunemente la lingua
spagnola, tarragonese o catalana, che appresero dagli ispanici, i quali
ricoprono in quelle città la gran parte delle magistrature; gli altri, invece,
conservano la lingua genuina dei sardi.» Testo originale: «Habuerunt quidem
Sardi linguam propriam, sed quum diversi populi immigraverint in eam atque ab
exteris principibus eius imperium usurpatum fuerit, nempe Latinis, Pisanis,
Genuensibus, Hispanis et Afris, corrupta fuit multum lingua eorum, relictis
tamen plurimis vocabulis, quae in nullo inveniuntur idiomate. […] Hinc est quod
Sardi in diversis locis tam diverse loquuntur, iuxta quod tam varium habuerunt
imperium, etiamsi ipsi mutuo sese recte intelligant. Sunt autem duae praecipuae
in ea insula linguae, una qua utuntur in civitatibus, et altera qua extra
civitates. Oppidani loquuntur fere lingua Hispanica, Tarraconensi seu Catalana,
quam didicerunt ab Hispanis, qui plerumque magistratum in eisdem gerunt
civitatibus: alii vero genuinam retinent Sardorum Linguam.» Sigismondo Arquer;
Maria Teresa Laneri, Sardiniae brevis historia et descriptio (PDF), CUEC, Turtas,
Raimondo (1981). La questione linguistica nei collegi gesuitici in Sardegna
nella seconda metà del Cinquecento, in "Quaderni sardi di storia" 2,
p. 60. ^ Giancarlo Sorgia, Storia della Sardegna spagnola, Sassari, Chiarella,
1987, p. 37. ^ Max Leopold Wagner, op. cit., 1951, p. 391 e Antonio Sanna, Il
dialetto di Sassari, Cagliari, Trois, 1975, p. 18 e seg. Entrambi sono in
Francesco Bruni, op. cit., 1992 e 1996, p. 562 ^ Bruno Migliorini, Breve storia
della lingua italiana, Firenze, Sansoni, 1969, p. 138. ^ «Per quant en lo present regne
hi ha algunes citats, com es la vila de Iglesias y Bosa, que tenen capitol de
breu, ab lo qual se regexen, y son en llengua pisana o italiana; y por lo
semblant la ciutat de Sasser té alguns capitols en llengua genovese o italiana;
y per quant se veu no convé ni es just que lleys del regne stiguen en llengua
strana, que sia provehit y decretat que dits capitols sien traduhits en llengua
sardesca o catalana, y que los de llengua italiana sien abolits, talment que no
reste memoria de aquells». E.
Bottini-Massa, La Sardegna sotto il dominio spagnolo, Torino, 1902, p. 51. ^
Salta a:a b c d e f Jordi Carbonell i de Ballester, 5.2, in Elements d'història
de la llengua catalana, Publicacions de la Universitat de València, 2018. ^
Salta a:a b Sa Vitta et sa Morte, et Passione de sanctu Gavinu, Prothu et
Januariu (PDF), su filologiasarda.eu. URL consultato il 30 giugno 2018. ^ G.
Siotto-Pintor, Storia letteraria di Sardegna, I, Torino, 1843, p. 108. ^ Max
Leopold Wagner, La lingua sarda. Storia, spirito e forma, Berna, Francke,
Verlag, 1951, p. 185 ^ Francesco Bruni, op. cit.. 1992 e 1996. p. 584. ^ Salta
a:a b «First attempts at national self-assertion through language date back to
the 16th century, when G. Araolla, a speaker of Sassarese, wrote a poem
intended to enrich and honour the Sardinian language.» Rebecca Posner, John N.
Green, Bilingualism and Linguistic Conflict in Romance, De Gruyter Mouton,
1993, p. 286. ^ «Intendendo
esservi una "naturalità" della lingua propria delle diverse
"nazioni", così come v'è la lingua naturale della "nazione
sarda", espressione, quest'ultima, non usata ma ben sottintesa.» Ignazio
Putzu, Gabriella Mazzon, Lingue, letterature, nazioni. Centri e periferie tra
Europa e Mediterraneo, Franco Angeli Edizioni, 2013, p. 597. ^ Salta a:a b
Eduardo Blasco Ferrer, Giorgia Ingrassia (a cura di). Storia della lingua
sarda: dal paleosardo alla musica rap, evoluzione storico-culturale,
letteraria, linguistica. Scelta di brani esemplari commentati e tradotti, 2009,
Cuec, Cagliari, p. 92. ^ Francesco Bruni, op. cit., 1992 e 1996, p. 591 ^ Vicenç Bacallar, el sard
botifler als orígens de la Real Academia Española - VilaWeb. ^ Salta a:a b Michele Loporcaro, Profilo
linguistico dei dialetti italiani, Editori Laterza, 2009, p. 9. ^ Francesco
Bruni, op. cit., 1992 e 1996, p. 584. ^ Ci si riferisce allo statuto della
Confraternita del SS. Sacramento, fondata nel 1639 e della costituzione di
quella dei Servi di Maria. Francesco Bruni, op. cit., 1882 e 1996, p. 591. ^ Giancarlo
Sorgia, Storia della Sardegna spagnola, Sassari, Chiarella, 1987, p. 168. ^
Antonio Virdis, Sos battudos. Movimenti religiosi penitenziali in Logudoro,
L'Asfodelo Editore, 1987 ^ «Il brano qui riportato non è soltanto illustrativo
di una chiara evoluzione di diglossia con bilinguismo dei ceti medio-alti (il
cavaliere sa lo spagnolo e il sardo), ma anche di un rapporto gerarchico, tra
lingua dominante (o "egèmone", come direbbe Gramsci) e subordinata,
che tuttavia concede spazio al codice etnico, rispettato e persino appreso dai
conquistatori.» Eduardo Blasco Ferrer, Giorgia Ingrassia (a cura di). Storia
della lingua sarda : dal paleosardo alla musica rap, evoluzione
storico-culturale, letteraria, linguistica. Scelta di brani esemplari
commentati e tradotti, 2009, Cuec, Cagliari, p. 99. ^ Francesco Manconi, La
Sardegna al tempo degli Asburgo, Il Maestrale, 2010, p. 35. ^ «Los tercios españoles
solo podían ser comandados por soldados que hablasen castellano, catalán,
portugués o sardo. Cualquier otro tenía vedado su ascenso, por eso los
italianos que chapurreaban español se hacían pasar por valencianos para
intentar su promoción.» (ES) Vicente G. Olaya, La segunda vida de los tercios,
in El País, 6 gennaio 2019. URL
consultato il 4 giugno 2019. ^ Michelle Hobart, A Companion to Sardinian
History, 500–1500, Leiden, Boston, Brill, 2017, pp. 111-112. ^ Raimondo Turtas,
Studiare, istruire, governare. La formazione dei letrados nella Sardegna
spagnola, EDES, 2001, p. 236. ^ «Totu sas naziones iscrient e imprentant sos
libros in sas propias limbas nadias e duncas peri sa Sardigna – sigomente est
una natzione – depet iscriere e imprentare sos libros in limba sarda. Una limba
chi de seguru bisongiat de irrichimentos e de afinicamentos, ma non est de
contu prus pagu de sas ateras limbas neolatinas.» ("Tutte le nazioni
scrivono e stampano libri nella propria lingua natale, e dunque anche la
Sardegna - dal momento che è una nazione - deve scrivere e stampare libri in
lingua sarda. Una lingua - segue il Garipa - che senza dubbio necessita di
arricchimenti e limature, ma non è meno importante rispetto alle altre lingue
neolatine."). Casula, Francesco. Sa chistione de sa limba in Montanaru e
oe (PDF). ^ Paolo Maninchedda (2000): Nazionalismo, cosmopolitismo e
provincialismo nella tradizione letteraria della Sardegna (secc. XV–XVIII), in:
Revista de filología Románica, 17, p. 178. ^ Salvi, Sergio (1974). Le lingue
tagliate, Rizzoli, pg. 180. ^ Salta a:a b Manlio Brigaglia, La Sardegna, 1. La
geografia, la storia, l'arte e la letteratura, Cagliari, Edizioni Della Torre,
1982, p. 65. ^ «I territori della casa di Savoia si allargano fino al Ticino;
importante è l'annessione della Sardegna (1718), perché la vita amministrativa
e culturale dell'isola, che prima si svolgeva in spagnolo, si viene orientando,
seppur molto lentamente, verso la lingua italiana». Bruno Migliorini, Breve
storia della lingua italiana, Firenze, Sansoni, 1969, p. 214. ^ M. Lepori,
Dalla Spagna ai Savoia. Ceti e corona della Sardegna del Settecento (Roma,
2003) ^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di
linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter Mouton, 2017, p. 169. ^ Joaquín
Arce (1960), España en Cerdeña. Aportación cultural y testimonios de su
influjo, Madrid, Consejo Superior de Investigaciones Científicas, Instituto
«Jerónimo Zurita», p. 128. ^
Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda.
Manuals of Romance linguistics, De Gruyter Mouton, Ferrer, Peter Koch, Daniela
Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter
Mouton, 2017, p. 201. ^ Manlio Brigaglia, La Sardegna, 1. La geografia, la
storia, l'arte e la letteratura, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, p. 64. ^
Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant
impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra,
Ghilarza, pp. 86-87. ^ Roberto Palmarocchi (1936). Sardegna sabauda. Il regime
di Vittorio Amedeo II. Cagliari: Tip. Mercantile G. Doglio. p. 95. ^
Palmarocchi, Roberto (1936). Sardegna sabauda, v. I, Tip. Mercantile G. Doglio,
Cagliari, p. 87. ^ Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti
e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi
spanniola, Iskra, Ghilarza, p. 86 ^ Eduardo Blasco Ferrer, Giorgia Ingrassia (a
cura di). Storia della lingua sarda : dal paleosardo alla musica rap,
evoluzione storico-culturale, letteraria, linguistica. Scelta di brani esemplari
commentati e tradotti, 2009, Cuec, Cagliari, p. 110 ^ Rossana Poddine Rattu.
Biografia dei viceré sabaudi del Regno di Sardegna (1720-1848). Cagliari: Della
Torre. p. 31. ^ Luigi La Rocca, La cessione del Regno di Sardegna alla Casa
Sabauda. Gli atti diplomatici e di possesso con documenti inediti, in
"Miscellanea di Storia Italiana. Terza Serie", v.10, Torino, Fratelli
Bocca, 1905, pp. 180-188. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo
(2017). Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics. De
Gruyter Mouton. p. 210. ^ «… La più diffusa, e storicamente precocissima,
consapevolezza dell'isola circa lo statuto di "lingua a sé" del
sardo, ragion per cui il rapporto tra il sardo e l'italiano ha teso a porsi fin
dall'inizio nei termini di quello tra due lingue diverse (benché con potere e
prestigio evidentemente diversi), a differenza di quanto normalmente avvenuto
in altre regioni italiane, dove, tranne forse nel caso di altre minoranze
storiche, la percezione dei propri "dialetti" come "lingue"
diverse dall'italiano sembrerebbe essere un fatto relativamente più recente e,
almeno apparentemente, meno profondamente e drammaticamente avvertito.» Eduardo
Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals
of Romance linguistics, De Gruyter Mouton, 2017, p. 209. ^ «La consapevolezza
di alterità rispetto all'italiano si spiega facilmente non solo per i quasi 400
anni di fila sotto il dominio ispanico, che hanno agevolato nei sardi, rispetto
a quanto avvenuto in altre regioni italiane, una prospettiva globalmente più
distaccata nei confronti della lingua italiana, ma anche per il fatto
tutt'altro che banale che già i catalani e i castigliani consideravano il sardo
una lingua a sé stante, non solo rispetto alla propria ma anche rispetto
all'italiano.» Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di
linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter Mouton, 2017, p.
210. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica
sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter Mouton, 2017, p. 209. ^
L'ufficiale Giulio Bechi ebbe a dire dei sardi che parlavano «un terribile
idioma, intricato come il saraceno, sonante come lo spagnolo. [...] immagina
del latino pestato nel mortaio con del greco e dello spagnolo, con un pizzico
di saraceno, masticato fitto fitto in una barba con delle finali in os e as;
sbatti tutto questo in faccia a un mortale e poi dimmi se non val lo stesso
esser sordomuti!» Giulio Bechi, Caccia grossa. Scene e figure del banditismo
sardo, Nuoro, Ilisso, 1997, 1900, p. 43, 64. ^ «Lingue fuori dell'Italiano e
del Sardo nessuno ne impara, e pochi uomini capiscono il francese; piuttosto lo
spagnuolo. La lingua spagnuola s'accosta molto anche alla Sarda, e poi con
altri paesi poco sono in relazione. [...] La popolazione della Sardegna pare
dalli suoi costumi, indole, etc., un misto di popoli di Spagna, e del Levante
conservano vari usi, che hanno molta analogia con quelli dei Turchi, e dei
popoli del Levante; e poi vi è mescolato molto dello Spagnuolo, e dirò così,
che pare una originaria popolazione del Levante civilizzata alla Spagnuola, che
poi coll'andare del tempo divenne più originale, e formò la Nazione Sarda, che
ora distinguesi non solo dai popoli del Levante, ma anche da quelli della
Spagna.» Francesco D'Austria-Este, Descrizione della Sardegna (1812), ed.
Giorgio Bardanzellu, Cagliari, Della Torre, 1993, 1812, p. 43, 64. ^ […]«È
tanto nativa per me la lingua italiana, come la latina, francese o altre
forestiere che solo s'imparano in parte colla grammatica, uso e frequente
lezione de' libri, ma non si possiede appieno» diceva infatti Andrea Manca
Dell'Arca, agronomo sassarese della fine del Settecento ('Ricordi di Santu
Lussurgiu di Francesco Maria Porcu In Santu Lussurgiu dalle Origini alla
"Grande Guerra" - Grafiche editoriali Solinas - Nuoro, 2005) ^
Francesco Sabatini, Minoranze e culture regionali nella storiografia
linguistica italiana, in I dialetti e le lingue delle minoranze di fronte
all'italiano (Atti dell'XI Congresso internazionale di studi della SLI, Società
di linguistica italiana, a cura di Federico Albano Leoni, Cagliari, 27-30
maggio 1977 e pubblicati da Bulzoni, Roma, 1979, p. 14.) ^ «L'italianizzazione
dell'isola fu un obiettivo fondamentale della politica sabauda, strumentale a
un più ampio progetto di assimilazione della Sardegna al Piemonte.» Cardia,
Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu:
1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, p.
92 ^ «En aquest sentit, la italianització definitiva de l'illa representava per
a ell l'objectiu més urgent, i va decidir de contribuir-hi tot reformant les
Universitats de Càller i de Sàsser, bandejant-ne alhora els jesuïtes de la
direcció per tal com mantenien encara una relació massa estreta amb la cultura
espanyola. El
ministre Bogino havia entès que només dins d'una Universitat reformada podia
crear-se una nova generació de joves que contribuïssin a homogeneïtzar de
manera absoluta Sardenya amb el Piemont.» Joan Armangué i Herrero (2006).
Represa i exercici de la consciència lingüística a l'Alguer (ss. XVIII-XX),
Arxiu de Tradicions de l'Alguer, Cagliari, I.1 ^ The phonology of Campidanian
Sardinian : a unitary account of a self-organizing structure, Roberto
Bolognesi, The Hague: Holland Academic Graphics, p. 3 ^ Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita
d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola,
Iskra, Ghilarza, pp. 88, 91. ^ «Ai funzionari sabaudi, inseriti negli
ingranaggi dell'assolutismo burocratico ed educati al culto della regolarità e
della precisione, l'isola appariva come qualcosa di estraneo e di bizzarro,
come un Paese in preda alla barbarie e all'anarchia, popolato di selvaggi
tutt'altro che buoni. Era difficile che quei funzionari potessero considerare
il diverso altrimenti che come puro negativo. E infatti essi presero ad
applicare alla Sardegna le stesse ricette applicate al Piemonte. Dirigeva la
politica per la Sardegna il ministro Bogino, ruvido e inflessibile.». Guerci,
Luciano (2006). L'Europa del Settecento : permanenze e mutamenti , UTET, p. 576
^ Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant
impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra,
Ghilarza, p.80 ^ Salta a:a b c Manlio Brigaglia, La Sardegna, 1. La geografia,
la storia, l'arte e la letteratura, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, p.
77. ^ Salta a:a b Bolognesi, Roberto; Heeringa, Wilbert. Sardegna fra tante lingue,
pp.25, 2005, Condaghes ^ Salta a:a b Salvi, Sergio (1974). Le lingue tagliate,
Rizzoli, pg. 181 ^ «In Sardegna, dopo il passaggio alla casa di Savoia, lo
spagnolo perde terreno, ma lentissimamente: solo nel 1764 l'italiano diventa
lingua ufficiale nei tribunali e nell'insegnamento». Bruno Migliorini, La
Rassegna della letteratura italiana, vol. 61, Firenze, Le Lettere, 1957, p.
398. ^ «Anche la sostituzione dell'italiano allo spagnolo non avvenne
istantaneamente: quest'ultimo restò lingua ufficiale nelle scuole e nei
tribunali fino al 1764, anno in cui da Torino fu disposta una riforma delle
università di Cagliari e Sassari e si stabilì che l'insegnamento scolastico
dovesse essere solamente in italiano.» Michele Loporcaro, Profilo linguistico
dei dialetti italiani, Editori Laterza, 2009, p. 9. ^ Cardia, Amos (2006).
S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi
e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, p. 89 ^ «L'attività
riformatrice si allargò anche ad altri campi: scuole in lingua italiana per
riallacciare la cultura isolana a quella del continente, lotta contro il
banditismo, ripopolamento di terre e ville deserte con Liguri, Piemontesi,
Còrsi.» Roberto Almagia et al., Sardegna, Enciclopedia Italiana (1936).,
Treccani, "Storia". ^ Rivista storica italiana, vol. 104, Edizioni
scientifiche italiane, 1992, p. 55. ^ Clemente Caria, Canto sacro-popolare in
Sardegna, Oristano, S'Alvure, 1981, p. 45. ^ Sant'Efisio cantato in
castigliano: rinvenuti gosos dell'800, su unionesarda.it, 2017. ^ «Il sistema
di controllo capillare, in ambito amministrativo e penale, che introduce il
Governo sabaudo, rappresenterà, fino all'Unità, uno dei canali più diretti di
contatto con la nuova lingua "egemone" (o lingua-tetto) per la
stragrande maggioranza della popolazione sarda.» Eduardo Blasco Ferrer, Giorgia
Ingrassia (a cura di). Storia della lingua sarda : dal paleosardo alla musica
rap, evoluzione storico-culturale, letteraria, linguistica. Scelta di brani esemplari
commentati e tradotti, 2009, Cuec, Cagliari, p. 111. ^ Cardia, Amos (2006).
S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi
e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, pp. 89, 92. ^
Francesco Gemelli, Luigi Valenti Gonzaga, Rifiorimento della Sardegna proposto
nel miglioramento di sua agricoltura, vol. 2, Torino, Giammichele Briolo, 1776.
^ Matteo Madao, Saggio d'un'opera intitolata Il ripulimento della lingua sarda
lavorato sopra la sua analogia colle due matrici lingue, la greca e la latina,
Cagliari, Bernardo Titard, 1782. ^ Matteo Madau, Dizionario Biografico
Treccani, su treccani.it. ^ Marcel Farinelli, Un arxipèlag invisible: la
relació impossible de Sardenya i Còrsega sota nacionalismes, segles XVIII-XX,
su tdx.cat, Universitat Pompeu Fabra. Institut Universitari d'Història Jaume Vicens i
Vives, p. 285. ^ Matteo Madau, Ichnussa. ^ Salta a:a b Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia candu,
cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi
spanniola, Iskra, Ghilarza, pp. 111-112. ^ Febrés, la prima grammatica sul
sardo. A lezione di limba dal gesuita catalano, su sardiniapost.it. ^ Febres,
Andres (1786). Prima grammatica de' tre dialetti sardi , Cagliari [consultabile
nella Biblioteca Universitaria di Cagliari, Collezione Baille, ms. 11.2.K.,
n.18] ^ Eduardo Blasco Ferrer, Giorgia Ingrassia (a cura di). Storia della
lingua sarda : dal paleosardo alla musica rap, evoluzione storico-culturale,
letteraria, linguistica. Scelta di brani esemplari commentati e tradotti, 2009,
Cuec, Cagliari, p. 127. ^ Salvi, Sergio (1974). Le lingue tagliate, Rizzoli,
pg. 182-183. ^ Manlio Brigaglia, La Sardegna, 1. La geografia, la storia,
l'arte e la letteratura, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, p. 95. ^
«Costoro erano spartiti fra il desiderio di un nazionalismo sardo quale eredità
recente degli eventi di fine Settecento, da un lato, e la costruzione della
nuova nazione italiana di cui volevano essere parte attiva, dall’altro, pur
senza che nulla venisse loro sottratto delle idealità del nazionalismo sardo
del secolo precedente.» Maurizio Virdis, Geostorica sarda. Produzione
letteraria nella e nelle lingue di Sardegna, Rhesis UniCa, p. 21. ^ «Nel caso
della Sardegna, la scelta della patria italiana è avvenuta da parte delle élite
legate al dominio sabaudo sin dal 1799, in modo esplicito, più che altro come
strategia di un ceto che andava formandosi attraverso la fusione fra
aristocrazia, nobiltà di funzione e borghesia, in reazione al progetto antifeudale,
democratico e repubblicano della Sarda rivoluzione.» Alessandro Mongili (2015).
"1". Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in
Sardegna. Condaghes. ^ Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Giangiacomo Ortu,
2006. Storia della Sardegna dal Settecento a oggi, v. 2, Editori Laterza, p.
84. ^ Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Giangiacomo Ortu, 2006. Storia della
Sardegna dal Settecento a oggi, v. 2, Editori Laterza, p. 92. ^ «[Il Porru] In
generale considera la lingua un patrimonio che deve essere tutelato e
migliorato con sollecitudine. In definitiva, per il Porru possiamo ipotizzare
una probabilmente sincera volontà di salvaguardia della lingua sarda che però,
dato il clima di severa censura e repressione creato dal dominio sabaudo, dovette
esprimersi tutta in funzione di un miglior apprendimento dell'italiano. Siamo
nel 1811, ancora a breve distanza dalla stagione calda della rivolta
antifeudale e repubblicana, dentro il periodo delle congiure e della
repressione.» Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e
poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi
spanniola, Iskra, Ghilarza, pp. 112-113. ^ Manlio Brigaglia, Attilio Mastino,
Giangiacomo Ortu, 2006. Storia della Sardegna dal Settecento a oggi, v. 2,
Editori Laterza, p. 93 ^ Johanne Ispanu, Ortographia Sarda Nationale o siat
Grammatica de sa limba logudoresa cumparada cum s'italiana (PDF), su
sardegnadigitallibrary.it, Kalaris, Reale Stamperia, 1840. URL consultato il 26
giugno 2019 (archiviato dall'url originale il 26 giugno 2019). ^
[…]Ciononostante le due opere dello Spano sono di straordinaria importanza, in
quanto aprirono in Sardegna la discussione sul "problema della lingua
sarda", quella che sarebbe dovuta essere la lingua unificata e unificante,
che si sarebbe dovuta imporre in tutta l'isola sulle particolarità dei singoli
dialetti e suddialetti, la lingua della nazione sarda, con la quale la Sardegna
intendeva inserirsi tra le altre nazioni europee, quelle che nell'Ottocento
avevano già raggiunto o stavano per raggiungere la loro attuazione politica e
culturale, compresa la nazione italiana. E proprio sulla falsariga di quanto
era stato teorizzato e anche attuato a favore della nazione italiana, che
nell'Ottocento stava per portare a termine il processo di unificazione
linguistica, elevando il dialetto fiorentino e toscano al ruolo di "lingua
nazionale", chiamandolo "italiano illustre", anche in Sardegna
l'auspicata "lingua nazionale sarda" fu denominata "sardo
illustre". Massimo Pittau, Grammatica del sardo illustre, Nuoro, pp.
11-12, Premessa. ^ «Il presente lavoro però restringesi propriamente al solo
Logudorese ossia Centrale, che questo forma la vera lingua nazionale, la più
antica e armoniosa e che soffrì alterazioni meno delle altre». Ispanu, Johanne
(1840). Ortographia sarda nationale o siat grammatica de sa limba logudoresa
cumparada cum s'italiana, pg. 12 ^ Manlio Brigaglia, Attilio Mastino,
Giangiacomo Ortu, 2006. Storia della Sardegna dal Settecento a oggi, v. 2,
Editori Laterza, p. 94. ^ "Una innovazione in materia di incivilimento
della Sardegna e d'istruzione pubblica, che sotto vari aspetti sarebbe
importantissima, si è quella di proibire severamente in ogni atto pubblico
civile non meno che nelle funzioni ecclesiastiche, tranne le prediche, l'uso
dei dialetti sardi, prescrivendo l'esclusivo impiego della lingua italiana. In
sardo si gettano i cosiddetti pregoni o bandi; in sardo si cantano gl'inni dei
Santi (Goccius), alcuni dei quali privi di dignità… È necessario inoltre scemare
l'uso del dialetto sardo [sic] e introdurre quello della lingua italiana anche
per altri non men forti motivi; ossia per incivilire alquanto quella nazione,
sì affinché vi siano più universalmente comprese le istruzioni e gli ordini del
Governo… sì finalmente per togliere una delle maggiori divisioni, che sono fra
la Sardegna e i Regi stati di terraferma." Carlo Baudi di Vesme,
Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, Dalla Stamperia Reale,
1848, pp. 49-51. ^ «In una sua opera del 1848 egli mostra di considerare la
situazione isolana come carica di pericoli e di minacce per il Piemonte e
propone di procedere colpendo innanzitutto con decisione la lingua sarda,
proibendola cioè "severamente in ogni atto pubblico civile non meno che nelle
funzioni ecclesiastiche, tranne le prediche". Baudi di Vesme non si fa
illusioni: l'antipiemontesismo non è mai venuto meno nonostante le proteste e
le riaffermazioni di fratellanza con i popoli di terraferma; si è vissuti anzi
fino a quel momento - aggiunge - non in attesa di una completa unificazione
della Sardegna al resto dello Stato ma addirittura di un "rinnovamento del
novantaquattro", cioè della storica "emozione popolare" che
aveva portato alla cacciata dei Piemontesi. Ma, rimossi gli ostacoli che sul
piano politico-istituzionale e soprattutto su quello etnico e linguistico
differenziano la Sardegna dal Piemonte, nulla potrà più impedire che l'isola
diventi un tutt'uno con gli altri Stati del re e si italianizzi davvero».
Federico Francioni, Storia dell'idea di "nazione sarda", in Manlio
Brigaglia, La Sardegna, 2. La cultura popolare, l'economia, l'autonomia,
Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, pp. 173-174. ^ Salta a:a b c d Carlo
Baudi di Vesme, Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, Dalla
Stamperia Reale, 1848, p. 306. ^ Carlo Baudi di Vesme, Considerazioni politiche
ed economiche sulla Sardegna, Dalla Stamperia Reale, 1848, p. 305. ^ Carlo
Baudi di Vesme, Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, Dalla
Stamperia Reale, 1848, p. 313. ^ Sebastiano Ghisu, 3, 8, in Filosofia de logu,
Milano, Meltemi, 2021. ^ Salta a:a b Salvi, Sergio (1974). Le lingue tagliate,
Rizzoli, pg.184 ^ «Des del seu càrrec de capità general, Carles Fèlix havia
lluitat amb mà rígida contra les darreres actituds antipiemonteses que encara
dificultaven l'activitat del govern. Ara promulgava el Codi felicià (1827), amb el qual
totes les lleis sardes eren recollides i, sovint, modificades. Pel que ara ens
interessa, cal assenyalar que el nou codi abolia la Carta de Logu – la
«consuetud de la nació sardesca», vigent des de l'any 1421 – i allò que restava
de l'antic dret municipalista basat en el privilegi.» Joan Armangué i Herrero (2006). Represa i exercici de
la consciència lingüística a l'Alguer (ss. XVIII-XX), Arxiu de Tradicions de
l'Alguer, Cagliari, I.1 ^ Cimitero antico, su Sito ufficiale del comune di
Ploaghe. ^ Carlo Baudi di Vesme, Considerazioni politiche ed economiche sulla
Sardegna, Dalla Stamperia Reale, 1848, p. 167. ^ Pietro Martini, Sull’unione
civile della Sardegna colla Liguria, con il Piemonte e colla Savoia, Cagliari,
Timon, 1847, p. 4. ^ Salta a:a b c d Toso, Fiorenzo. Lingue sotto il tetto
d'Italia. Le minoranze alloglotte da Bolzano a Carloforte - 8. Il sardo, su
treccani.it. ^ Dettori, Antonietta, 2001. Sardo e italiano: tappe fondamentali
di un complesso rapporto, in Argiolas, Mario; Serra, Roberto. Limba lingua
language: lingue locali, standardizzazione e identità in Sardegna nell’era
della globalizzazione, Cagliari, CUEC, p. 88. ^ Gian Nicola Spanu, Il primo
inno d'Italia è sardo (PDF). URL consultato il 23 dicembre 2018 (archiviato
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discursos sacros in limba sarda, Bologna, cit. in Salvi, Sergio (1974). Le
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Sardegna. La cultura popolare, l'economia, l'autonomia, vol. 2, Cagliari,
Edizioni Della Torre, 1982, p. 114. ^ Salta a:a b Manlio Brigaglia, La
Sardegna. La cultura popolare, l'economia, l'autonomia, vol. 2, Cagliari,
Edizioni Della Torre, 1982, p. 115. ^ Manlio Brigaglia, La Sardegna, 2. La
cultura popolare, l'economia, l'autonomia, Cagliari, Edizioni Della Torre,
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all'ombra del Tricolore, Sassari, La Nuova Sardegna, 2003, p. 257. ^ Storia
della Brigata Sassari, Sassari, Gallizzi, 1981, p. 10. ^ L'amarezza leggiadra
della lingua. Atti del Convegno "Tonino Ledda e il movimento felibristico
del Premio di letteratura 'Città di Ozieri'. Percorsi e prospettive della
lingua materna nella poesia contemporanea di Sardegna" : giornate di
studio, Ozieri, 4-5-6 maggio 1995, Centro di documentazione e studio della
letteratura regionale, 1997, p. 346. ^ «Il ventennio fascista segnò per la
Sardegna l'ingresso nel sistema nazionale. Il centralismo esasperato del
governo fascista riuscì, seppure - come si dirà - con qualche contraddizione, a
tacitare le istanze regionalistiche, comprimendole violentemente. La Sardegna
fu colonialisticamente integrata nella cultura nazionale: modi di vita,
costumi, visioni generali, parole d'ordine politiche furono imposte sia
attraverso la scuola (dalla quale partì un'azione repressiva nei confronti
della lingua sarda), sia attraverso l'organizzazione del partito (che
accompagnò, come in ogni altra regione d'Italia, i sardi dalla prima infanzia
alla maturità, oltre tutto coinvolgendo per la prima volta - almeno nelle città
- anche le donne). La trasformazione che ne seguì fu vasta e profonda.» Guido
Melis, La Sardegna contemporanea, in Manlio Brigaglia, La Sardegna. La
geografia, la storia, l'arte e la letteratura, vol. 1, Cagliari, Edizioni Della
Torre, 1982, p. 132. ^ Salta a:a b Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela
Marzo, Manuale di linguistica sarda, De Gruyter Mouton, 2017, p. 36. ^ Salta
a:a b Remundu Piras, su sardegnacultura.it. URL consultato il 17 febbraio 2018
(archiviato dall'url originale il 30 ottobre 2020). Sardegna Cultura. ^ «Dopo
pisani e genovesi si erano susseguiti aragonesi di lingua catalana, spagnoli di
lingua castigliana, austriaci, piemontesi ed, infine, italiani […] Nonostante
questi impatti linguistici, la "limba sarda" si mantiene
relativamente intatta attraverso i secoli. […] Fino al fascismo: che vietò
l'uso del sardo non solo in chiesa, ma anche in tutte le manifestazioni
folkloristiche». Wolftraud De Concini, Gli altri d'Italia : minoranze
linguistiche allo specchio, Pergine Valsugana, Comune, 2003, pp. 195-196. ^ Marcel A. Farinelli, ‘The
invisible motherland? The Catalan-speaking minority in Sardinia and Catalan
nationalism’, in: Studies on National Movements, 2 (2014), p. 15. ^ Massimo Pittau, Grammatica del sardo
illustre, Nuoro, Premessa. ^ Sergio Salvi, Le lingue tagliate, Rizzoli, 1974,
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consultato il 17 giugno 2019 (archiviato dall'url originale il 14 aprile 2021).
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rivista fascista, Cagliari, AM & D, 2005, p. 106. ^ Montanaru e la lingua
sarda, su Il Manifesto Sardo, 2019. ^ «Il diffondere l’uso della lingua sarda
in tutte le scuole di ogni ordine e grado non è per gli educatori sardi
soltanto una necessità psicologica alla quale nessuno può sottrarsi, ma è il
solo modo di essere Sardi, di essere cioè quello che veramente siamo per
conservare e difendere la personalità del nostro popolo. E se tutti fossimo in
questa disposizione di idee e di propositi ci faremmo rispettare più di quanto
non ci rispettino.» Antioco Casula, Poesie scelte, Cagliari, Edizioni 3T, 1982,
p. 35. ^ Poddighe, Salvatore. Sa Mundana Cummédia, Editore Domus de Janas,
2009, ISBN 88-88569-89-8, p. 32. ^ «Il prezzo che si pagò fu altissimo: la
compressione della cultura regionale, la frattura sempre più netta tra il
passato dei sardi e il loro futuro italiano, la riduzione di modi di vita e di
pensiero molto radicati a puro fatto di folclore. I codici di comportamento
tradizionali delle zone interne resistettero, seppure insidiati e spesso posti
in crisi dalla invasione di nuovi valori estranei alla tradizione della
comunità; in altre zone della Sardegna, invece, i modelli culturali nazionali
prevalsero facilmente sull'eredità del passato e ciò, oltre a provocare una
crisi d'identità con preoccupanti riflessi sociali, segnò una frattura non più
rimarginabile tra le generazioni.» Guido Melis, La Sardegna contemporanea, in
Manlio Brigaglia, La Sardegna. La geografia, la storia, l'arte e la letteratura,
vol. 1, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, p. 132. ^ Manlio Brigaglia et
al., Un'idea della Sardegna, in Storia della Sardegna, Cagliari, Edizioni della
Torre, 2017. ^ Carlo Pala, Idee di Sardegna, Carocci Editore, 2016, p. 121. ^
Cit. Manlio Brigaglia, in Fiorenzo Caterini, La mano destra della storia. La
demolizione della memoria e il problema storiografico in Sardegna, Carlo
Delfino Editore, p. 99. ^ «Le argomentazioni sono sempre le stesse, e
sostanzialmente possono essere riassunte con il legame a loro avviso naturale
tra la lingua sarda, intesa come la lingua delle società tradizionali, e la
lingua italiana, connessa ai cosiddetti processi di modernizzazione. Essi hanno
interiorizzato l'idea, molto rozza e intellettualmente grossolana, che essere
italofoni è essere "moderni". La differenza tra modernità e
tradizione è ai loro occhi di sostanza, si tratta di due tipi di società
opposti per natura, in cui non esiste continuità di pratiche, di attori, né
esistono forme miste.» Alessandro Mongili (2015). "9". Topologie
postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna. Condaghes. ^ Martin Harris, Nigel Vincent,
The Romance languages, London, New York, 2001, p. 349. ^ Sergio Salvi, Le lingue tagliate, Rizzoli, 1974, p.
195. ^ Sa limba sarda - Giovanna Tonzanu, su midesa.it. URL consultato l'8
giugno 2009 (archiviato dall'url originale il 27 febbraio 2017). ^ The Sardinian professor
fighting to save Gaelic – and all Europe's minority tongues, The Guardian. ^ Conferenza di Francesco Casula sulla Lingua
sarda: sfatare i più diffusi pregiudizi sulla lingua sarda. ^ La lingua sarda
oggi: bilinguismo, problemi di identità culturale e realtà scolastica, Maurizio
Virdis (Università di Cagliari), su francopiga.it. ^ Quando muore una lingua si
oscura il cielo: da "Lettera a un giovane sardo" dell'antropologo
Bachisio Bandinu. URL consultato il 9 febbraio 2014 (archiviato dall'url
originale il 24 ottobre 2021). ^ «La tendenza che caratterizza invece molti
gruppi dominati è quella di gettare a mare i segni che indicano la propria
appartenenza a un'identità stigmatizzata. È quello che accade in Sardegna con
la sua lingua (capp. 8-9, in questo volume).» Alessandro Mongili (2015).
"1". Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in
Sardegna. Condaghes. ^ Strumenti giuridici per la promozione della lingua
sarda, su sardegnacultura.it, Sardegna Cultura. URL consultato il 30 aprile
2019 (archiviato dall'url originale il 30 ottobre 2020). ^ Relazione di
accompagnamento al disegno di legge “Norme per la tutela, valorizzazione e
promozione della lingua sarda e delle altre varietà linguistiche della
Sardegna”, pp.7 (PDF). ^ Salvi, Sergio, Le lingue tagliate, Rizzoli, 1974, p.
193. ^ Francesco Casula, Gianfranco Contu, Storia dell'autonomia in Sardegna, dall'Ottocento
allo Statuto Sardo (PDF), Dolianova, Stampa Grafica del Parteolla, 2008, p.
116, 134. URL consultato il 25 agosto 2019 (archiviato dall'url originale il 20
ottobre 2020). ^ Antonello Mattone, Le radici dell'autonomia. Civiltà locali e
istituzioni giuridiche dal Medioevo allo Statuto speciale, in Manlio Brigaglia,
La Sardegna. La cultura popolare, l'economia, l'autonomia, vol. 2, Cagliari,
Edizioni Della Torre, 1982, p. 33. ^ «Come dimostra l'iter dell'approvazione
dello Statuto sardo, il braccio di ferro tra le classi dirigenti nazionali,
rappresentate dal potere centrale, e la classe dirigente locale si risolse a
tutto svantaggio di quest'ultima. Paradossalmente, come nel 1668, nel 1793-96,
nel 1847 le classi dirigenti locali venivano sconfitte proprio per lo scarso
peso contrattuale che avevano a livello nazionale quando si trattava di far
valere le proprie rivendicazioni. La vicenda dello Statuto regionale pone
quindi in piena luce le radici profonde del fallimento della borghesia sarda,
la sua organica debolezza, le preoccupazioni e la riserva che hanno sempre
accompagnato le sue aspirazioni liberiste e sardistiche. Ma bisogna anche
ricordare che lo Statuto sardo è stato approvato nel contesto di un clima
politico nazionale completamente mutato.» Manlio Brigaglia, La Sardegna. La
cultura popolare, l'economia, l'autonomia, vol. 2, Cagliari, Edizioni Della
Torre, 1982, p. 34. ^ Carlo Pala, Idee di Sardegna, Carocci Editore, 2016, p.
118. ^ Pintore, Gianfranco (1996). La sovrana e la cameriera: La Sardegna tra
sovranità e dipendenza. Nuoro: Insula, p. 13. ^ Francesco Casula, Gianfranco
Contu, Storia dell'autonomia in Sardegna, dall'Ottocento allo Statuto Sardo
(PDF), Dolianova, Stampa Grafica del Parteolla, 2008, p. 118. URL consultato il
25 agosto 2019 (archiviato dall'url originale il 20 ottobre 2020). ^ «Nel 1948
servì per il Piano di rinascita, oggi bisogna puntare sulle vere peculiarità»,
in La Nuova Sardegna, 20 novembre 2022. ^ «se i poteri della Carta sarda
apparivano estesi sul piano economico (pur con limiti in sede di applicazione
concreta), lo statuto lasciava scoperto totalmente l’ambito sociale e
culturale. L'art. 1 dello statuto, infatti, non fa alcun riferimento né alla
nozione di “popolo sardo” né di “lingua sarda” […]. Manca il fondamento della
soggettività di popolo che invece è previsto in altri statuti speciali. Per
esempio, mancano i riconoscimenti di tipo etnolinguistico e culturale.» Pala,
Carlo. La Sardegna. Dalla “vertenza entrate” al federalismo fiscale?, in
Istituzioni del Federalismo. Rivista di studi giuridici e politici, 2012, 1, p.
215. ^ Cardia, Mariarosa (1998). La conquista dell’autonomia (1943-49), in
Luigi Berlinguer, Luigi e Mattone, Antonello. La Sardegna, Torino, Einaudi, p.
749. ^ Manlio Brigaglia, La Sardegna. La cultura popolare, l'economia,
l'autonomia, vol. 2, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, p. 34-35, 177. ^
Lingua sarda: dall'interramento alla resurrezione? - Il Manifesto Sardo. ^
Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda,
De Gruyter Mouton, 2017, p. 208. ^ Salta a:a b «Anche qui, per quanto riguarda
le percentuali di posticipatari [ripetenti] presenti nel campione, viene
rilevata una loro maggiore presenza nelle regioni settentrionali e una
diminuzione costante nel passaggio dal Centro al Sud. In Val d'Aosta sono il
31% e nelle scuole italiane della Provincia di Bolzano il 38%. Scendendo al
sud, la tendenza alla diminuzione è la stessa della scuola media, fino ad
arrivare al 13% in Calabria. Unica eccezione la Sardegna che arriva al 30%. Le
cause ipotizzate sono sempre le stesse. La Sardegna, in controtendenza con le
regioni dell'Italia meridionale, a cui quest'autore vorrebbe associarla, mostra
percentuali di ripetenze del tutto analoghe a quelle di regioni abitate da
altre minoranze linguistiche.» Roberto Bolognesi, Le identità linguistiche dei
Sardi, Condaghes, 2013, p. 66. ^ Mongili, Alessandro, in Corongiu, Giuseppe, Il
sardo: una lingua normale, Condaghes, 2013, Introduzione ^ «Ancora oggi,
nonostante l'eradicazione e la stigmatizzazione della sardofonia nelle
generazioni più giovani, il "parlare sbagliato" dei sardi
contribuisce con molta probabilità all'espulsione dalla scuola del 23% degli
studenti sardi (contro il 13% del Lazio e il 16% della Toscana), e lo
giustifica in larga misura anche di fronte alle sue stesse vittime (ISTAT
2010).» Alessandro Mongili (2015). "9". Topologie postcoloniali.
Innovazione e modernizzazione in Sardegna. Condaghes. ^ Eduardo Blasco Ferrer,
Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda, De Gruyter Mouton,
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Sardegnamondo, su sardegnamondo.blog.tiscali.it. URL consultato il 5 agosto
2012 (archiviato dall'url originale il 3 settembre 2014). ^ Eduardo Blasco
Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda, De Gruyter
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cultura sarde nella scuola, Giovanni Lilliu, pp. 128-131. ^ Paolo Coluzzi (2007).
Minority Language Planning and Micronationalism in Italy: An Analysis of the
Situation of Friulian, Cimbrian and Western Lombard with Reference to Spanish
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dibattiti in Consiglio Regionale (PDF), Rende, Edizioni Fondazione Sardinia,
2020, pp. 12-13. ^
«The University of Cagliari passed a resolution demanding from regional and
state authorities the recognition of the Sardinians as an ethnic and linguistic
minority and of Sardinian as their national language.» Rebecca Posner, John N.
Green (1993). Bilingualism and Linguistic Conflict in Romance. De Gruyter
Mouton. p. 272. ^ Rebecca Posner, John N. Green (1993). Bilingualism and
Linguistic Conflict in Romance. De
Gruyter Mouton. p. 272. ^ Paolo Caretti et al., Regioni a statuto speciale e
tutela della lingua, G. Giappichelli Editore, 2017, p. 67. ^ Rebecca Posner, John N. Green
(1993). Bilingualism and Linguistic Conflict in Romance. De Gruyter Mouton. p. 273. ^ Pier Sandro Pillonca, La
lingua sarda nelle istituzioni. Quarant'anni di dibattiti in Consiglio
Regionale (PDF), Rende, Edizioni Fondazione Sardinia, 2020, p. 12. ^ Andrea
Corsale e Giovanni Sistu, Sardegna: geografie di un'isola, Milano, Franco
Angeli, 2019, p. 193. ^ Nel Mura, tali trasformazioni socioeconomiche sono
state considerate come generative di un cambiamento pari a «una vera e propria
mutazione antropologica della realtà isolana». Mura, Giovanni (1999). Fuéddus e
chistiònis in sárdu e italiánu, Istituto Superiore Regionale Etnografico,
Nuoro, p. 3 ^ «Nella coscienza dei sardi, in analogia con i processi che
caratterizzano la subalternità ovunque, si è costituita un'identità fondata su
alcune regole che distinguono il dicibile (autonomia in politica, italianità
linguistica, criteri di gusto musicali convenzionali non sardi, mode,
gastronomie, uso del tempo libero, orientamenti politici) come campo che può
comprendere quasi tutto ma non l'indicibile, cioè ciò che viene stigmatizzato
come "arretrato", "barbaro", "primitivo", cioè
sardo de souche, "autentico". Questa esclusione del sardo de souche,
originario, si è costituita lentamente attraverso una serie di atti repressivi
(Butler 2006, 89), dalle punizioni scolastiche alla repressione fascista del
sardismo, ma anche grazie alla pratica quotidiana del passing e al diffondersi
della cultura di massa in epoca recente (in realtà molto più porosa della
cultura promossa dall'istruzione centralizzata).» Alessandro Mongili (2015).
"1". Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in
Sardegna. Condaghes. ^ Mura, Giovanni (1999). Fuéddus e chistiònis in sárdu e
italiánu, Istituto Superiore Regionale Etnografico, Nuoro, p. 3. ^ «It also triggered a negative
attitude on the part of the Sardinians, if not a pervasive sense of inferiority
of the Sardinian ethnic and cultural identity.» Andrea Costale, Giovanni Sistu
(2016). Surrounded by Water: Landscapes, Seascapes and Cityscapes of Sardinia.
Cambridge Scholars Publishing. p. 123. ^ «It also became obvious that the
polarization of the language controversy had brought about a change in the
attitude towards Sardinian and its use. Sardinian had become a symbol of ethnic
identity: one could be proud of it and it served as a marker to distance
oneself from the 'continentali' [Italians on the continent].» Rebecca Posner,
John N. Green, Bilingualism and Linguistic Conflict in Romance, De Gruyter
Mouton, 1993, p. 279. ^ «It also turned out that this segregation from Italian
became proportionately stronger as speakers felt that they had been let down by
the 'continentali' in their aspirations towards better socio-economic
integration and greater social mobility.» Rebecca Posner, John N. Green,
Bilingualism and Linguistic Conflict in Romance, De Gruyter Mouton, 1993, p.
279. ^ «The data in Sole 1988 point to the existence of two opposing
tendencies: Sardophone speakers hold their language in higher esteem these days
than before but they still use it less and less.» Rebecca Posner, John N.
Green, Bilingualism and Linguistic Conflict in Romance, De Gruyter Mouton,
1993, p. 288. ^ Schedati tutti gli
insegnanti che vogliono portare la lingua sarda nelle scuole, in Nazione Sarda,
20 gennaio 1981. ^ (SC) Sarvadore Serra, Cando ischedaiant sos maistros de
sardu, in Limba Sarda 2.0, 28 gennaio 2021. URL consultato il 1º febbraio 2021.
^ Francesco Casula, Lingua sarda: dall’interramento alla resurrezione?, in Il
Manifesto Sardo, 1º settembre 2014. URL consultato il 1º febbraio 2021. ^
Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda.
Manuals of Romance Linguistics, De Gruyter Mouton, 2017, p. 37. ^ Pier Sandro
Pillonca, La lingua sarda nelle istituzioni. Quarant'anni di dibattiti in
Consiglio Regionale (PDF), Rende, Edizioni Fondazione Sardinia, 2020, pp.
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Deplano, Andrea (1996). Etnia e
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URL consultato il 15 ottobre 2009 (archiviato dall'url originale il 7 gennaio
2018). ^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di
linguistica sarda. Manuals of Romance Linguistics, De Gruyter Mouton, 2017, p.
40. ^ Pier Sandro Pillonca, La lingua sarda nelle istituzioni. Quarant'anni di
dibattiti in Consiglio Regionale (PDF), Rende, Edizioni Fondazione Sardinia,
2020, p. 9. ^ Gavino Pau, in un suo intervento ne La Nuova Sardegna (18 aprile
1978, Una lingua defunta da studiare a scuola), sosteneva che "per tutti
l'italiano era un'altra lingua nella quale traducevamo i nostri pensieri che,
irrefrenabili, sgorgavano in sardo" e ancora, per la lingua sarda
"abbiamo vissuto, per essa abbiamo sofferto, per essa viviamo e vivremo.
Il giorno che essa morrà, moriremo anche noi come sardi." (cit. in Melis
Onnis, Giovanni (2014). Fueddariu sardu campidanesu-italianu, Domus de Janas,
Presentazione) ^ Marco Oggianu, Paradiso turistico o la lenta morte di un
popolo?, su gfbv.it, 21 dicembre 2006. URL consultato il 24 febbraio 2008. ^
«Se dunque il quadro delle competenze e degli usi linguistici è contraddittorio
ed estremamente eterogeneo per le ragioni che abbiamo citato prima, non
altrimenti si può dire per l'opinione. Questa è generalmente favorevole a un
mutamento dello status pubblico della lingua sarda e delle altre lingue della
Sardegna, le vuole tutelare e vuole diffonderne l'uso, anche ufficiale.» Paolo
Caretti et al., Regioni a statuto speciale e tutela della lingua, G.
Giappichelli Editore, 2017, p. 72. ^ Il ruolo della lingua sarda nelle scuole e
nelle università sarde (Institut für Linguistik/Romanistik). ^ Damien Simonis,
Sardinia, Lonely Planet Publications, 2003, pp. 240.-241, ISBN
978-1-74059-033-4. ^ Ai docenti di sardo lezioni in italiano, Sardegna 24 -
Cultura, su sardegna24.net. ^ Silanus diventa la capitale dei vocabolari
dialettali, La Nuova Sardegna. URL consultato il 5 febbraio 2019 (archiviato
dall'url originale il 5 dicembre 2020). ^ Salta a:a b La situazione
sociolinguistica della Sardegna settentrionale, Mauro Maxia. ^ Da un'isola
all'altra: Corsica e Sardegna - Jean-Pierre Cavaillé. ^ Sardinian language use
survey, su uoc.edu. ^ Niente messa in limba, lettera al vescovo: “Perché in
chiesa è vietato parlare in sardo?” - SardiniaPost. ^ Nuovo appello dei fedeli
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l'evidenza: per te il sardo è una lingua morta. Che l'Università di Sassari
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l'italiano più di quanto accada per altre minoranze linguistiche d'Italia»
(Paulis, Giulio (2001). Il sardo unificato e la teoria della panificazione
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solo un miraggio, in La Nuova Sardegna, 2021. ^ «La situazione del sardo in
questi ultimi decenni risente da un lato degli esiti del processo di
italianizzazione linguistica, profondo e pervasivo, e dall'altro di un processo
che si può definire come risardizzazione linguistica, intendendo con questo una
serie di passaggi che incidono sulla modifica dello status del sardo come lingua,
sulla determinazione di una regola scritta, sulla diffusione del suo uso nei
media e nella comunicazione pubblica e, infine, sullo sviluppo del suo uso come
lingua di comunicazione privata e d'uso in set d'interazione interpersonale dai
quali era stato precedentemente bandito o considerato sconveniente». Paolo
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resulted in the gradual degeneration of the Sardinian language into an Italian
patois under the label of regional Italian. This new linguistic code that is
emerging from the interference between Italian and Sardinian is very common
among the less privileged cultural and social classes.» ("La subordinazione sociolinguistica del sardo
all'italiano ha ingenerato un processo di degenerazione graduale della lingua
sarda in un patois italiano etichettato come "italiano regionale".
Questo nuovo codice linguistico, che emerge dall'interferenza tra italiano e
sardo, è particolarmente comune presso i meno privilegiati ceti
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linguistica sarda, De Gruyter, 2017, p. 37. ^ «Si […] sos Sardos an a sighire a
faeddare in italianu a sos fizos che a como, tando est malu a creer chi sa
limba amministrativa, s’instandardizatzione e finas su sardu in iscola an a
poder cambiare abberu sas cosas.» ("Se i sardi continueranno a parlare in
italiano ai loro figli, come avviene ora, sarà difficile credere che la lingua
amministrativa, la standardizzazione e finanche l'introduzione del sardo nelle
scuole potranno davvero cambiare le cose"). Paulis, Giulio (2010). Varietà
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nonostante non si è potuto né frenare l'italianizzazione progredente attraverso
la scuola e gli ambiti ufficiali, né restituire vitalità al sardo in famiglia.
La trasmissione intergenerazionale, fattore essenziale per la riproduzione
etnolinguistica, resta seriamente compromessa.» Eduardo Blasco Ferrer, Peter
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elettorale italiana del 2015. ^ «Tra gli aspetti che necessitano una immediata
rivisitazione - aggiunge il governatore - vi è il fatto che nel nostro Statuto
Speciale di Autonomia non è ancora contemplata una norma che in qualche modo
richiami e contenga la lingua e la cultura isolana. Mentre, per contro, negli
Statuti della Valle d'Aosta e del Trentino Alto Adige, per quanto emananti nello
stesso periodo, tali norme son ben presenti. Il che ha consentito il
riconoscimento di un pacchetto di misure e agevolazioni da parte della
Repubblica proprio in ragione del fatto di essere territori aventi lo status di
minoranza etnolinguistica.» Giornata mondiale della lingua madre, Solinas:
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certa unitarietà del modo di scrivere il sardo, ma non si ha notizia di alcuna
regolazione: la sua ufficialità era implicita e data per scontata. Nel XVI e,
poi, nel XVIII secolo, nei circoli umanisti e in quelli gesuitici,
rispettivamente, si è osservato un tentativo di fornire una regolazione, ma
tali tentativi furono non solo ostacolati ma anche repressi dalle autorità
coloniali ispaniche e soprattutto sabaude.» Paolo Caretti et al., Regioni a
statuto speciale e tutela della lingua, G. Giappichelli Editore, 2017, pp.
75-76. ^ «L'esistenza di una striscia di "terra di nessuno" (fatta
eccezione, comunque, per i dialetti di Laconi e Seneghe) tra dialetti
meridionali e settentrionali, come anche della tradizionale suddivisione della
Sardegna in due "capi" politico-amministrativi oltre che, ma fino a
un certo punto, sociali e antropologici (Cabu de Susu e Cabu de Jossu), ma
soprattutto della popolarizzazione, condotta dai mass media negli ultimi trent'anni,
di teorie pseudo-scientifiche sulla suddivisione del sardo in due varietà
nettamente distinte tra di loro, hanno contribuito a creare presso una parte
del pubblico l'idea che il sardo sia diviso tra le due varietà del
"campidanese" e del "logudorese". In effetti, si deve più
correttamente parlare di due tradizioni ortografiche, che rispondono a queste
denominazioni, mettendo bene in chiaro però che esse non corrispondono a
nessuna varietà reale parlata in Sardegna.» Bolognesi, Roberto (2013). Le identità
linguistiche dei sardi, Condaghes, p. 93 ^ Salta a:a b c Giuseppe Corongiu, Il
sardo: una lingua normale: manuale per chi non ne sa nulla, non conosce la
linguistica e vuole saperne di più o cambiare idea, Cagliari, Condaghes, Bolognesi,
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identità linguistiche dei sardi, Cagliari, Condaghes In altre parole, queste
divisioni del sardo in logudorese e campidanese sono basate unicamente sulla
necessità - chiarissima nel Cetti - di arrivare comunque a una divisione della
Sardegna in due "capi". [...] La grande omogeneità grammaticale del
sardo viene ignorata, per quanto riguarda gli autori tradizionali, in parte per
mancanza di cultura linguistica, ma soprattutto per la volontà, riscontrata
esplicitamente in Spano e Wagner, di dividere il sardo e i sardi in varietà
"pure" e "spurie". In altri termini, la divisione del sardo in due
varietà nettamente distinte è frutto di un approccio ideologico alla variazione
dialettale in Sardegna» ^ «The phonetic differences between the dialects
occasionally lead to communicative difficulties, particularly in those cases
where a dialect is believed to be 'strange' and 'unintelligible' owing to the
presence of phonetic peculiarities such as laryngeal or pharyngeal consonants
or nazalized vowels in Campidanese and in the dialects of central Sardinia. In
his comprehensive experimental-phonetic study, however, Contini (1987)
concludes that interdialectal intelligibility exists and, on the whole, works
satisfactorily.» Rebecca Posner, John N. Green, Bilingualism and Linguistic
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Condaghes, 2020, ISBN 978-88-7356-374-7. Voci correlate[modifica | modifica
wikitesto] Sardegna Grammatica sarda Lingua protosarda Prenomi sardi Cognomi
sardi Limba Sarda Comuna Italiano regionale della Sardegna Nuova letteratura
sarda Varianti della lingua sarda[modifica | modifica wikitesto] Sardo
logudorese Sardo campidanese Lingue alloglotte della Sardegna[modifica |
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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto] Sardu.wiki, Atlante dei
lemmi della lingua sarda, su sardu.wiki. Apertium. Traduttore automatico
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Sarda Comuna: Norme linguistiche di riferimento a carattere sperimentale per la
lingua scritta dell'Amministrazione regionale (pdf) (PDF), su
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dell'Amministrazione regionale" (pdf) (PDF), su regione.sardegna.it. (SC)
Deliberatzione n. 16/14 de su 18.04.2006 "Limba Sarda Comuna: Adotzione de
sas normas de referèntzia de caràtere isperimentale pro sa limba sarda iscrita
in essida de s'Amministratzione regionale" (pdf) (PDF) [collegamento
interrotto], su regione.sardegna.it. nascondi V · D · M Lingue romanze Lingue
d'origine Latino classico† · Latino volgare† · Latino medievale† Lingua sarda
Sardo campidanese · Sardo logudorese Lingue romanze italo-occidentali Lingue
gallo-iberiche Lingue galloromanze Arpitano Faetano-cellese · Francoprovenzale
Lingue gallo-italiche Emiliano · Ligure · Lombardo · Piemontese · Romagnolo
Lingue d'oïl Francese (Francese antico† · Francese medio†) · Normanno
(Anglo-normanno†) · Piccardo · Vallone Lingue retoromanze Friulano · Ladino ·
Romancio Lingue occitano-romanze Catalano · Occitano Lingue ibero-romanze Lingue
iberiche occidentali Lingue asturiano-leonesi Asturiano · Cantabrico ·
Estremegno · Leonese · Mirandese Lingue castigliane Spagnolo (Spagnolo
medievale†) · Spagnolo amazzonico Lingue galiziano-portoghesi Galiziano ·
Minderico · Portoghese · Xálimego Lingue pirenaico-mozarabiche Aragonese ·
Mozarabico† · Navarro-aragonese† Lingue italo-dalmate Lingue italo-romanze
Corso · Gallurese Italiano Napoletano Sassarese Siciliano Lingue
dalmato-romanze Dalmatico† Istrioto Veneto Cipilegno Talian · Veneto Lingue
romanze orientali Arumeno · Rumeno · Meglenorumeno · Istrorumeno Lingue franche
Lingua franca mediterranea/Sabir† Lingue giudeo-romanze Giudeo-aragonese† ·
Giudeo-catalano† · Giudeo-francese† · Giudeo-italiano · Giudeo-latino† · Giudeo-portoghese†
· Giudeo-provenzale† · Giudeo-spagnolo Classificazione incerta Romanzo
africano† · Romanzo britannico† · Romanzo mosellano† · Romanzo pannonico† †
lingua estinta (nessun sopravvissuto tra i parlanti nativi e nessuno tra i
discendenti) mostra V · D · M Minoranze in Italia mostra V · D · M Italia
(bandiera) Lingue e dialetti d'Italia Portale Linguistica Portale Sardegna
Categorie: Lingua sardaLingue SVO Lingue SOV Lingue VOS [altre]. Nome compiuto:
Giovanni Battista Tuveri. Tuveri. Keywords: la lingua sarda -- Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Tuveri: implicature sarda” – The Swimming-Poo Library. Tuveri.
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