LUIGI SPERANZA, "GRICE ITALO: UN DIZIONARIO D'IMPLICATURE" A-Z T TER
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Terillo: all’isola – la
ragione conversazionale della scuola di Siracusa -- Roma – filosofia siciliana
-- filosofia italiana – Grice italo -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di
H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Siracusa). Filosofo italiano. Siracusa, Sicilia. Plato
mentions T. in his letter to Dionisio II di Siracusa. In it, T. is described as
someone who divides his time between Siracusa ‘and everywhere else’ – ‘a
philosopher, of much learning, too’, he adds as a joke. The authenticity of the
letter is highly doubted – “and therefore, of Terillo’s own existence!” – H. P.
Grice. Nome compiuto: Terillo.
Keywords: filosofia. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Terillo,” per H. P.
Grice’s gruppo di gioco, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!: ossia Grice e Tertulliano: la ragione
conversazionale -- nothing is so absurd that some philosopher has not thought
it – Roma – filosofia italiana – Grice italo -- Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Roma). Filosofo italiano. ‘Credo quia absurdum est’ is his
life-guiding motto, which he learns from his philosophy tutor at Rome. He
belongs to the Porch, and later becomes a ‘montano,’ an ascetic sect,
“although,” his brother reminsices, “my brother stays away from the more
extreme forms of the asceticism the sect officially promulgates.” Nome compiuto: Quinto Settimio Florente
Tertulliano.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Terzi: implicatura crittologica
– Gaskell’s pupil -- la scuola di Brescia – filosofia lombarda. filosofia
italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Brescia). Filosofo italiano. Brescia. Abstract. Keywords:
Peccavi. It was a pupil of Gaskell who submitted to PUNCH the Peccavi
conversational implicature pun. Francesco Lana de Terzi. Francesco Lana de Terzi. LANA TERZI,
Francesco Nasce da Ghirardo e da Bianca
Martinengo, entrambi di famiglia patrizia. È battezzato nella chiesa di S.
Giovanni Evangelista con i nomi di Deodato Francesco Giuseppe. Compiuti gli
studi primari e secondari, a quanto sembra sotto la guida di precettori
privati, decide d’entrare nella Compagnia di Gesù e venne accolto nel noviziato
romano di S. Andrea al Quirinale dove, oltre al biennio di probazione, frequenta
il primo anno del biennio di studi letterari. Passa nel Collegio romano, dove
completa gli studi letterari e compì il triennio di studi filosofici. Mentre
frequenta l'annualità filosofica di fisica, divenne assistente nel celebre
museo del padre Kircher, che lo introduce al metodo sperimentale -- come T stesso
scrive nel suo Magisterium naturae et artis, II, Brixiae. È inoltre allievo in
matematica di Casati. È a Terni, nel locale collegio gesuitico, come maestro
del corso letterario. A quanto sembra, il suo insegnamento è particolarmente
apprezzato, tanto da farlo insignire della cittadinanza onoraria dalle autorità
civili. Di certo si dedica anche alla direzione delle rappresentazioni teatrali
recitate dagl’alunni, scrivendo e pubblicando il dramma La rappresentazione di
s. Valentino, martire e protettore di Terni con la coronazione di Tacito e
Floriano, ternani, imperatori romani -- Terni. Torna a Roma, nel Collegio
romano, chiamatovi dai superiori per intraprendere il conclusivo corso di
teologia. Ma un qualche fatto nuovo fa cambiare i progetti su di lui: gli fu
infatti ordinato di accompagnare nel viaggio verso Venezia il confratello
Daniello Bartoli, e, una volta giunto a destinazione, di dirigersi a Parma e di
stabilirsi nel collegio di S. Rocco. Durante il viaggio soggiornò nel collegio
di Macerata, dove ebbe modo di assistere a esperimenti sulla meccanica dei
fluidi, eseguiti dal rettore, padre D. Brunacci (Magisterium naturae et artis,
II, p. 257). In S. Rocco completò gli
studi, frequentando tra il 1658 e il 1662 il quadriennio teologico. Per i primi
tre anni ebbe come guida il gesuita inglese A. Terill, allora interessato a
questioni riguardanti il magnetismo e il moto animale. Gli fu permesso inoltre,
nel periodo intorno al 1660, di incontrare più volte F. Simonetta, ingegnere e
matematico della corte ducale, e di discutere con lui di questioni ottiche
collegate alla costruzione dei telescopi. Alla fine della terza annualità, nel
1661, il L., come d'uso, ricevette l'ordinazione sacerdotale, per poi compiere,
subito dopo la conclusione degli studi teologici, tra l'autunno del 1662 e
l'estate del 1663, il cosiddetto terzo anno di probazione nella casa di
Busseto. Divenuto gesuita a tutti gli
effetti, il L. fu inviato dai superiori a Brescia, nel collegio di S. Antonio,
dove per un biennio tenne l'insegnamento di filosofia, dapprima (1663-64)
trattando la logica, e poi (1664-65) la fisica. Di questo periodo resta traccia
in un discorso (forse una conferenza letta durante la sospensione natalizia dei
corsi) intitolato L'occhio astronomico accecato da raggi della cometa apparsa
su 'l fine dell'anno 1664. Discorso dell'astronomo oculato…, Brescia s.d., che,
per quanto anonimo, data la prassi seguita in questi casi nella Compagnia, è da
attribuire al Lana Terzi. Nel decennio
seguente, dopo aver fatto la professione dei quattro voti il 15 ag. 1665,
assunse l'incarico di prefetto, ossia direttore, dell'accademia dei nobili, la
scuola per laici del collegio. La maggior libertà che il nuovo compito
assicurava fu sfruttata dal L. per compiere una serie di esperienze sul vuoto e
di osservazioni barometriche, tra le quali particolare significato rivestono
quelle condotte nei primi giorni dell'ottobre 1665, quando si recò su due
alture vicino Brescia, il colle detto la Torricella e il colle della Maddalena,
e utilizzando il barometro di Torricelli verificò i mutamenti della pressione
in funzione dell'altitudine (Magisterium naturae et artis, II, pp. 201, 284).
Si applicò, inoltre, a esperimenti sull'isocronia del pendolo e
all'elaborazione di un sistema crittografico, esposto dapprima in forma
riassuntiva in uno scritto apparso nella Schola steganographica di K. Schott (Norimbergae
1665, pp. 344-346) e poi estesamente riproposto nei primi tre capitoli del suo
Prodromo… (1670). Erano intanto apparsi,
a firma di L. Magalotti, i Saggi di naturali esperienze (Firenze 1667), con cui
venivano divulgati i risultati dell'attività sperimentale dell'Accademia del
Cimento. L'opera, nella quale il L. trovò conferma delle sue opinioni sulla
pesantezza atmosferica, lo spinse a scrivere, il 9 maggio 1668, una celebre
lettera di elogio agli accademici (Firenze, Biblioteca nazionale, Mss.
Galileiani, 284, c. 11r), giunta però a Firenze quando il sodalizio era ormai
sciolto. L'episodio, per quanto significativo, non è però indice di una
vicinanza ideologica del L. con il galileismo. È noto, d'altronde, che appena
alcuni mesi più tardi, il 27 e 28 ottobre, di passaggio per Bologna, egli compì
dalla torre degli Asinelli una serie di esperienze sulla caduta dei gravi, al
fine di confutare le leggi galileiane riguardanti il fenomeno. La sua attività
va piuttosto inquadrata nel disegno, proprio degli physicomathematici gesuiti e
condiviso dal L., di ridefinizione e sistemazione di un sapere
"fisico" che, pur abbandonando lo schema della fisica aristotelica,
conservasse le categorie di base dell'aristotelismo scolastico. Questo disegno,
che inseriva anche la magia naturale nella mappa del sapere scolastico,
comportava una rivalutazione dell'uso fisico di quelle che gli scolastici
chiamavano matematiche medie (la prospettiva, la musica, l'astronomia, la
meccanica ecc.); esse sarebbero dovute divenire strumenti di certificazione
locale del sapere, tali da assicurare la coesistenza della fisica scolastica
con un orientamento tecnico-sperimentale nella ricerca naturale, in grado di
dare risposte ai problemi fisici sollevati dai moderni. Un caposaldo di questa concezione fu il
Prodromo overo Saggio di alcune inventioni nuove premesso all'arte maestra… per
mostrare li più reconditi principi della naturale filosofia, dato alle stampe
dal L. a Brescia nel 1670. L'opera è
ricordata soprattutto per il progetto di "nave volante", descritto
nel sesto capitolo in tutti i suoi particolari costruttivi e illustrato da una
famosa tavola; questo progetto non trovò pratica attuazione, ma, essendo
fondato su validi principî fisico-matematici permise al L. di essere annoverato
tra i pionieri dell'aeronautica. Il trattato descrive anche il progetto del
cannocchiale distanziometrico, strumento alla cui ideazione il L. giunse
indipendentemente da G. Montanari e in una fase successiva. Il Prodromo trova
la sua cifra caratteristica in una precipua attenzione all'operare tecnico e
alla "magia naturale", inserita accanto alla fisica nella mappa di un
rinnovato sapere scolastico e intesa come arte sperimental-operativa. Segno di
tale attenzione è l'importanza a cui assurge, nell'opera, la categoria
dell'utile, che fa sì che accanto a una minuziosa rassegna dei maggiori
fenomeni della meccanica, dell'attrazione elettrica e magnetica, della fisica
dei solidi, dei fluidi e del suono - al tempo noti - compaiano le descrizioni
di una serie di invenzioni (termoscopi, igrometri, orologi, una macchina per la
semina ecc.), ideate dal L. per contribuire ad alleviare i molti bisogni
dell'umanità. Il principio dell'utile è anche ciò che spiega la presenza nel
volume delle due appendici: la prima riguardante la tecnica pittorica, intesa
come disciplina che assurge a sintesi del reale, e la seconda dedicata alla
costruzione dei telescopi. Il progetto
di "nave volante" suscitò curiosità in tutta Europa. Tra l'altro, una
sua analisi comparve, nel 1679, nelle Philosophical Transactions of the Royal
Society of London (accademia della quale il L. non fu mai socio), mentre G.W.
Leibniz lo espose dettagliatamente nella Hypothesis physica nova (Magonza 1671)
e poi lo trattò nella corrispondenza intrattenuta con il Lana Terzi. Quando nel Giornale veneto de' letterati del
1671 (X, pp. 126-131) fu pubblicato un saggio di M.A. Castagna, intitolato
Osservatione… come di un sottilissimo vapore si generino fuori dell'utero della
terra in momentaneo tempo le iridi specie di gemme delle più inferiori, il L.,
allora interessato alle questioni riguardanti la formazione dei cristalli di
quarzo, colse l'occasione per inviare al Giornale una nota, pubblicata con il
titolo di Censura alla osservatione del signor M. Antonio Castagna circa la
formatione dei cristallini (ibid., XI [1672], pp. 86 s., poi riprodotta in
traduzione nelle Philosophical Transactions of the Royal Society of London,
1672, n. 83, p. 4068), dove espose una congettura secondo la quale i cristalli
dovevano la loro configurazione a un principio salino, congettura nella quale è
stato visto il germe della teoria cristallogenetica di C. Linneo. Nell'autunno del 1675 il L. fu chiamato a
Ferrara per assumere la lettura di matematica presso il locale collegio della
Compagnia. Tale cattedra, istituita il 31 ott. 1675 per volere del cardinal
legato della città Sigismondo Chigi, era una lettura finanziata dalla
Municipalità, le cui lezioni, svolte in volgare, erano finalizzate a formare
competenze specifiche in campo idraulico. Il L. fu scelto per essa dal preposto
generale della Compagnia, P. Oliva, e la tenne fino al termine del suo
soggiorno nella città emiliana; la integrò, a partire dal 1676, con quella di
matematica dello Studio, tenuta in latino e con finalità teoriche. L'insegnamento del L. a Ferrara fu però
avversato. I motivi sono poco chiari e questo ha permesso di formulare svariate
congetture. Addirittura, è stato dato spazio alla nascita di quella che, allo
stato degli studi, può ritenersi solo una leggenda (per alcuni autori
posteriore), che vedrebbe il L. coinvolto in un processo per magismo. Di certo
- come si deduce da due lettere del generale Oliva, conservate nell'Archivum
Romanum Societatis Iesu e risalenti al febbraio e al giugno 1679, la prima destinata
al rettore del collegio ferrarese A. Leonardi, la seconda al provinciale veneto
O. Rossi - capofila degli avversari fu il marchese Giulio Tassoni, contro il
quale il L. tentò di mettere in atto un "biasimevole […] disegno",
forse la pubblicazione di un libello polemico, impeditogli dal provinciale.
Mancando altre notizie, è corretto ritenere che alla base dei problemi vi fu
una sorta di equivoco sulle competenze del L.: annunciato in città come un
tecnico con il compito di formare altri tecnici, egli operò invece come un
filosofo naturale, sia pure interessato agli aspetti quantitativi dei fenomeni,
che formò filosofi naturali. In effetti, le undici lettere del L., datate tra
il 10 marzo e il 28 ag. 1677 - che costituiscono il carteggio con il confratello
D. Bartoli (Lettere edite ed inedite del padre Daniello Bartoli e di uomini
illustri scritte al medesimo, Bologna 1865, pp. 85-109) e rappresentano l'unica
testimonianza diretta degli studi e degli interessi del L. in questi anni,
nonché delle attività sperimentali messe in atto con gli allievi - vertono
intorno ad argomenti di acustica (propagazione del suono) e, in misura minore,
di anatomia dell'orecchio, tematiche, queste, comunque lontane dalle esigenze
idrauliche della città. Le richieste di
rimuovere il L. dagli insegnamenti di matematica ferraresi, avanzate ai vertici
della Compagnia, ebbero il loro effetto. Durante l'estate del 1679 gli fu
ordinato di tornare a Brescia, nel collegio che dal 1670 i gesuiti avevano
istituito presso la chiesa delle Grazie, e non in funzione di insegnante ma di
confessore, ufficio che il L. tenne per otto anni, fino alla morte. Nella città natale si dedicò alla
realizzazione di alcuni progetti da più anni vagheggiati. Dapprima pubblicò
un'opera ascetica, La beltà svelata in cui si scoprono le bellezze dell'anima
(Brescia 1681), notevole anche per la lingua, ricchissima, e per le
sorprendenti figure retoriche utilizzate. Diede poi alle stampe il primo volume
(di dodici progettati) di una sorta di enciclopedia della fisica sperimentale
del tempo (Magisterium naturae et artis. Opus physico-mathematicum… in quo
occultiora naturalis philosophiae principia manifestantur et multiplici tum
experimentorum tum demostrationum serie comprobantur, ac demum tam antiqua pene
omnia artis inventa, Brixiae 1684), a cui fecero seguito un secondo volume,
stampato sempre a Brescia nel 1686, e un terzo, uscito postumo a Parma, nel
1692. Il tutto per un totale di quattro trattati, tre dei quali contenuti nel
primo volume e il quarto in quelli restanti.
Anche se usualmente l'opera è stata studiata nella parte tecnica, in
particolare per ciò che aggiunge al Prodromo sulla questione del volo
aerostatico, essa ha un significato ben più ampio, dato che rappresenta un
documento primario, e per certi versi insostituibile, dell'evoluzione
intellettuale della Compagnia di Gesù tra il 1670 e il 1690. Nel libro, il L.
tentò una sintesi tra l'esigenza di difesa del valore fondante dell'ontologia
aristotelica e delle sue principali categorie di base, anche in campo fisico, e
la necessità di sostituzioni di parti sempre più ampie della tradizionale
fisica con classificazioni, concezioni e risultati moderni. Più nel dettaglio,
lo sviluppo argomentativo è scandito in tre fasi, experimenta, doctrina, artificia,
che ribaltano il tradizionale schema argomentativo scolastico, escludendo
implicitamente la possibilità di definizioni in fisica e fornendo la teoria e
le applicazioni dopo l'esposizione di una scelta molto ampia di esperimenti e
osservazioni (suoi o di altri, incluso R. Boyle). In tal modo, il Magisterium
è, per metodo e contenuto, quasi interamente sperimentale e in esso è
totalmente sostituita la classificazione aristotelica del mondo naturale con
un'altra puramente empirica, che interpreta i fenomeni particolari (come quelli
magnetici ed elettrici) quali altrettanti tipi di movimento da cui dipendono
tutte le proprietà dei corpi, che esigono quei movimenti come condizioni. Ciò
rende il Magisterium l'espressione più ampia di una sorta di meccanicismo
gesuitico, secondo il quale le proprietà fisiche non sono movimento, ma non si
danno senza di esso. Attorno al 1685 il
L. intraprese la stesura di uno scritto di argomento mineralogico - forse una
lettera naturalistica da inviare, è stato ipotizzato, al confratello D.
Bartoli, morto proprio quell'anno, la Historia naturalis Brixiensis regionis -
lasciato allo stato di frammento manoscritto, oggi conservato, nella
trascrizione settecentesca di L. Arici, presso la Biblioteca civica Queriniana
di Brescia. Del frammento, che contiene anche resoconti di osservazioni
metereologiche e di declinazione magnetica, fu pubblicata una traduzione
italiana, inserita da C. Pilati alle pp. 13-32 di una crestomazia
naturalistica, intitolata Saggio di storia naturale bresciana (Brescia
1769). Nell'ultimo anno di vita il L.
fondò, insieme con altri, l'Accademia dei Filesotici della natura e dell'arte,
sodalizio scientifico che si proponeva di divulgare, con pubblicazioni
periodiche, i resoconti degli esperimenti effettuati e di segnalare ai curiosi
le maggiori novità librarie. L'Accademia
non sopravvisse alla morte del suo fondatore, ma per cura di E.F. Lantana venne
pubblicato un regesto delle sue attività, dal titolo di Acta Novae Academiae
Philexeticorum naturae et artis (Brixiae 1687), contenente tra l'altro le
descrizioni di uno studio sulla declinazione magnetica, di un altro sulla
costruzione di una pisside magnetica e di un terzo di un'esperienza sulla
solidificazione di due liquidi venuti a contatto, contributi questi forse
ascrivibili al Lana Terzi. Il L. morì a
Brescia. Il Prodromo all'arte maestra è
edito a cura di A. Battistini, Milano 1977; tre manoscritti del
Magisteriumnaturae et artis sono segnalati in mano privata in U. Vaglia,
Stampatori e editori bresciani e benacensi nei secoli XVII e XVIII, Brescia
1984, p. 193. Fonti e Bibl.: Archivum
Romanum Societatis Iesu, Franciscus Lana-Terzi, curriculum vitae, a cura di Gramatowski
(la scheda indica i documenti relativi al L. conservati nell'Archivum); F.
Borsetti, Historia Almi Ferrariae Gymnasii, Ferrariae 1735, p. 308; G.
Mazzuchelli, Notizie intorno alla vita ed agli scritti del padre F. T.L.
patrizio bresciano gesuita, a cura di G. Rodella, in Nuova Raccolta d'opuscoli
scientifici filologici, a cura di F. Mandelli, XL, Venezia; V. Peroni,
Biblioteca bresciana, Brescia; A. Guillon, F. L.T., in Biografia universale
antica e moderna, Venezia; C. Sommervogel, Bibliothèque de la Compagnie de
Jésus, IV, Bruxelles-Paris; B. Wilhelm, Die Anfänge der Luftfahrt: L., Gusmão,
Hamm i.W. ; A. Ferretti-Torricelli, Padre F. L.T. nel terzo centenario della
nascita, in Commentari dell'Ateneo di Brescia, IX (1931), pp. 331-390; M.H.
Nicolson, Voyages to the moon, New York, NY, Raimondi, Scienziati e
viaggiatori, in Storia della letteratura italiana, V, Milano 1967, pp. 270-275;
The correspondence of Henry Oldenburg, a cura di A. Rupert Hall - M. Boas Hall,
VII, London, Bellini, Alessandro Capra ingegnere cremonese del Seicento e
trattatista di architettura civile, in Annali della Biblioteca statale e
libreria civica di Cremona; Nota bio-bibliografica, in Prodromo all'arte
maestra, rassegna della bibliografia degli studi su T.); M. Torrini, Dopo
Galileo. Una polemica scientifica, Firenze 1979, pp. 103 s., 143; Vasoli,
Sperimentalismo e tradizione negli "schemi" enciclopedici di uno
scienziato gesuita del Seicento, in Critica storica, Baroncini, L'insegnamento
della filosofia naturale nei collegi italiani dei gesuiti: un esempio di nuovo
aristotelismo, in La "Ratio Studiorum". Modelli culturali e pratiche
educative dei gesuiti in Italia tra Cinque e Seicento, a cura di G.P. Brizzi,
Roma, Fiocca - L. Pepe, La lettura di matematica nell'Università di Ferrara, Annali
dell'Università di Ferrara, Riccardi, Bibliografia matematica italiana, I, sez.
2, Bologna 1985, col. 13; C. Pighetti, F. L.T. e la scienza barocca, in
Commentari dell'Ateneo di Brescia, Zanfredini, Un gesuita scienziato del
Seicento: p. F. L.T. precursore dell'aeronautica, in La Civiltà cattolica;
L'opera scientifica di T. S.I. Atti della Giornata di studio… , a cura di C.
Pighetti, Brescia 1989; U. Baldini, Saggi sulla cultura della Compagnia di Gesù,
Padova, Battistini, Galileo e i gesuiti. Miti letterari e retorica della
scienza, Milano; U. Baldini, S. Rocco e la scuola scientifica della provincia
veneta: il quadro storico, in Gesuiti e università in Europa. Atti del Convegno
di studi, Parma… 2001, a cura di G.P. Brizzi - R. Greci, Bologna. M. Brescia.
-- è stato un gesuita, matematico e naturalista italiano, considerato il
fondatore della scienza aeronautica. Il pioniere dell'aeronautica Gaston
Tissandier definì Lana «Le premier qui formula le principe de la navigation
aérienne.» Mangin riconosce nel Lana «il solo fisico del secolo XVII, le cui
vedute sull'aerostatica abbiano veramente avuto qualcosa di razionale».
All'aeronave di Lana de Terzi si ispirò Bernardo Zamagna per il suo celebre
poemetto latino Navis aeria. Frontespizio del terzo volume del Magisterium
naturae, et artis di Francesco Lana de Terzi (1692) Francesco Lana de Terzi,
figlio del conte Ghirardo e della contessa Bianca Martinengo, nacque a Brescia
il 10 dicembre 1631 dalla nobile famiglia Lana de Terzi. Dopo aver frequentato
il Collegio dei Nobili di Sant'Antonio, l'11 novembre 1647 entrò nella
Compagnia di Gesù. Dopo il biennio di noviziato passò nel Collegio
romano, dove studiò per due anni lettere e per tre anni filosofia. Iniziò a
collaborare con padre Athanasius Kircher, che aveva un laboratorio attrezzato
per le esperienze scientifiche e lo introdusse al metodo sperimentale; seguì
anche i corsi di matematica di Paolo Casati. Il p. Lana dimostrò fin da
giovane grande ingegno, unendo lo studio e la ricerca in svariati campi dello
scibile umano a viaggi, che lo portarono a visitare molte città d'Italia. A
Terni insegnò grammatica e retorica, scrivendo nel frattempo una piccola opera
dedicata al protettore della città. Dal 1675 al 1679 insegnò matematica e
fisica all'Università di Ferrara e in forma privata nel Collegio della
Compagnia.[9][10] Nel periodo ferrarese, il Lana intrattenne una ricca
corrispondenza epistolare con il confratello Daniello Bartoli, e «meditò a
lungo e profondamente le opere dei maggiori scienziati del primo Seicento
italiano ed europeo (Keplero, Galilei, Torricelli), nonché quelle degli
studiosi a lui più vicini nel tempo (come Hevelius, Huygens e Malpighi).»
La sua salute cagionevole lo costrinse a ritornare a Brescia, dove divenne
insegnante di filosofia nel convento di Santa Maria delle Grazie. Intraprese
lunghi viaggi verso i territori vicini, i laghi di Garda, Iseo e Idro, e le
valli, Camonica, Sabbia e Trompia, traendo dalle sue esplorazioni il trattato
Storia naturale Bresciana, che rimarrà in forma di manoscritto. Venne nominato
socio corrispondente della Royal Society di Londra ed entrò in relazione
epistolare con il giovane Leibniz. Studioso poliedrico, il Lana si
segnalò per le brillanti invenzioni: «dopo un geniale telaio «per rendere più
razionale la semina», riuscì a perfezionare un modello di cannocchiale
distanziometrico (attuato in perfetto parallelo con Geminiano Montanari), e
affrontò il progetto della “nave volante” che gli diede un posto ragguardevole
nella storia della scienza. Sull'esempio dell'Accademia dei Lincei, fondò a
Brescia l'Accademia dei Filesotici, con lo scopo di pubblicare ogni mese i
risultati degli esperimenti condotti dagli accademici e di recensire le nuove
pubblicazioni, sia italiane che estere. L'Accademia, tuttavia, non sopravvisse
alla morte del fondatore, e pubblicò un solo volume di Atti (Acta Novae
Academiae Philexoticorum Naturae, et Artis, Brixiae, apud Jo. Mariam
Ricciardum, 1687, in-12). Dedicati dal Segretario dell'Accademia, Ermete
Francesco Lantana, a Gianfrancesco Gonzaga, Duca di Sabioneta, gli Atti
riportano i resoconti degli esperimenti condotti dagli accademici dal marzo
1686 al febbraio 1687 e la recensione delle pubblicazioni scientifiche più
recenti («ragguaglio de' libri»), come i primi due volumi del Magisterium
naturae et artis del Lana e le opere di Filippo Bonanni, Marcello Malpighi e
Bernardino Bono, lui pure «academico filesotico». Vari esperimenti inclusi
negli Acta, come quelli sulla declinazione magnetica, sulla costruzione di una
pisside magnetica, sulla solidificazione di due liquidi venuti a contatto,
furono realizzati sotto la direzione del p. Lana. Tra le opere del Lana
notevole è anche il progetto del Magisterium naturæ et artis, opera
enciclopedica in nove volumi, di cui però solo i primi due furono
completati. Gli è stato dedicato un asteroide, 6892 T.
L'aeronave Disegno dell'aeronave di Lana de Terzi (c.1670) Francesco Lana
de Terzi propone il primo serio tentativo di realizzare un velivolo volante più
leggero dell'aria. Pubblica infatti il libro Prodromo, che contiene un capitolo
intitolato Saggio di alcune invenzioni nuove premesso all'arte maestra nel
quale è riportata la descrizione di una nave volante, un vascello più leggero
dell'aria da lui immaginato nel 1663 sviluppando un'idea suggerita dagli
esperimenti di Otto von Guericke con gli emisferi di Magdeburgo. Secondo
il progetto, che intendeva "fabricare una nave, che camini sostenuta sopra
l'aria a remi, & a veli", il velivolo doveva essere sollevato per
mezzo di quattro sfere di rame, dalle quali doveva essere estratta tutta
l'aria. La chiglia sarebbe stata appesa alle sfere di rame (di circa 7,5 metri
di diametro), con un albero a cui era attaccata una vela; secondo i suoi
calcoli, quando nelle sfere veniva fatto il vuoto, esse divenivano più leggere
dell'aria e offrivano una spinta ascensionale sufficiente a sollevare la barca
e sei passeggeri. Oggi sappiamo che la realizzazione del progetto non è
fisicamente possibile, perché la pressione dell'aria farebbe implodere le sfere
e perché sfere sufficientemente resistenti avrebbero un peso superiore alla
spinta fornita. Ma il grande merito dello scienziato è di aver per primo
applicato alla navigazione aerea il principio di Archimede, lo stesso che
consente alle navi di galleggiare sull'acqua e che nel 1783 porterà
all'aerostato dei fratelli Montgolfier. T. non giunse infine a realizzare la
sua "nave volante", non per i problemi che il progetto presentava (di
cui comunque era ignaro), ma per il timore che la sua invenzione potesse essere
usata per scopi militari, come egli stesso ebbe a scrivere nel Prodromo. Ma
intanto l'aeronave del Lana aveva fatto parlare molto di sé, in Italia e
all'estero, nei circoli colti, divenendo soggetto di discussioni erudite,
suscitando ammiratori e oppositori. Per accennare alla diffusione delle sue
idee nei primi anni dopo la pubblicazione del Prodromo, va ricordato che già
nel 1671 Henry Oldenburg ne pubblicò una recensione sulle Philosophical
Transactions. Robert Hooke, curatore degli esperimenti della Royal Society,
presentò una traduzione inglese di alcune sezioni del Prodromo, accompagnata da
una dettagliata discussione dei principi fisici su cui l'idea di Lana si basa. Nel
1673 le sue tesi sui presupposti scientifici dell'aeronave furono difese
all'Università Carolina di Praga per iniziativa del gesuita Kaspar Knittel,
professore di matematica. Simili atti accademici ebbero luogo all'Università di
Erfurt sotto la presidenza del professor Hiob Ludolf e all'Università di
Rinteln in una tesi di laurea sotto la presidenza del gesuita Philipp Lohmeier,
il quale però attribuì a se stesso il merito dell'invenzione. Lo stesso anno a
Norimberga Johann Christoph Sturm pubblicava una raccolta di esperimenti di fisica
in cui si sosteneva la validità scientifica dell'invenzione del Lana.[25]
L'alfabeto per ciechi L'aeronautica non esaurisce certo gli interessi del p.
Lana. Ad esempio nel capo primo del Prodromo («nuove inventioni di scrivere in
cifra») Lana elabora nuovi sistemi di crittografia, più tardi ripresi da Kaspar
Schott nella sua Schola Stenographica.[26] Ma uno dei meriti maggiori di Lana
consiste nell'avere elaborato, cent'anni prima dell'Abate de l'Épée, un metodo
pratico per l'istruzione dei sordomuti e dei ciechi nati. Nel capo
secondo del Prodromo, infatti, viene presentato un alfabeto per non vedenti di
concezione interamente nuova. A differenza dei metodi di lettura e scrittura
per ciechi inventati in precedenza, l'alfabeto creato da Lana si basava
sull'intuizione fondamentale che esso non dovesse imitare i caratteri
"classici" (come avevano proposto ad esempio Girolamo Cardano ed
Erasmo da Rotterdam), ma dovesse utilizzare un sistema di segni fatto da una
serie di linee percepibili al tatto. Vi fu un solo dettaglio che impedì
all'invenzione di T. di avere successo: il gesuita non comprese che i punti,
invece delle linee, sarebbero stati più facilmente riconoscibili con la
sensibilità delle dita. Ciò fu invece compreso da Louis Braille, il quale
apportò la miglioria definitiva all'alfabeto per ciechi che da lui ha preso il
nome. T., Prodromo ovvero saggio di alcune inventione nuove premesso all'arte
Maestra Opera che prepara il P. Francesco Lana, Bresciano della Compagnia di
Giesu. Per mostrare li più reconditi proncipij della Naturale Filosofia,
riconosciuti con accurata Teorica nelle più segnalate inventioni, ed isperienze
fin'hora ritrovate da gli scrittori di questa materia & altre nuove
dell'autore medesimo, Brescia, Rizzardi (Ristampa: Milano, Longanesi) T., Magisterium naturae, et artis. Opus
physico-mathematicum, vol. 1, Brescia, per Io. Mariam Ricciardum, Francesco
Lana de Terzi, Magisterium naturae, et artis. Opus physico-mathematicum, vol.
2, Brescia, per Io. Mariam Ricciardum. T., Magisterium naturae, et artis. Opus
physico-mathematicum, vol. 3, Parma, Typis Hyppoliti Rosati ac sumptibus
Iosephi ab Oleo. Edizioni moderne Francesco Lana Terzi, Prodromo all'Arte
maestra, a cura di Andrea Battistini, Brescia, Morcelliana. MacDonnell, Jesuit geometers: a
study of fifty-six prominent Jesuit geometers during the first two centuries of
Jesuit history, Institute of Jesuit Sources, . «Francesco Lana-Terzi is found
at the head of literature on Aviation because of the treatise in his book
Prodromo alla Arte Maestra on aerostatics. His work was translated by Robert
Hooke and presented to the Royal Society of London by Robert Boyle. Later it
was discussed by physicists for over a century before the first successful
aerostatics flight by the Montgolfier brothers in 1783. His work fascinated
scientists because it was the first time anyone worked out the geometry and
physics for such a device.» ^
Giuseppe Boffito, Il 'più leggero dell'aria' prima di Montgolfier, in L'ala
d'Italia rivista mensile di aeronautica, febbraio 1926 – nº 2, p. 51. ^ «Le seul physicien
d'alors dont les vues sur l'aérostation aient eu quelque chose de judicieux et
de rationnel»; Arthur Mangin, La navigation aérienne, Mame, Tours 1856, 10. ^ Giuseppe Boffito, Il 'più leggero dell'aria'
prima di Montgolfier, in L'ala d'Italia rivista mensile di aeronautica,
febbraio 1926 – nº 2, p. 52. «Al Lana s'ispirò Bernardo Zamagna nel cantare
latinamente la sua Aeronave (Navis Aerea).» Mario Zanfredini. DBI. Cfr.
Magisterium naturae et artis, II, Brixiae, Grendler, Enciclopedia bresciana. ^
Davide Arecco, Mongolfiere, scienze e lumi nel tardo Settecento: cultura
accademica e conoscenze tecniche dalla vigilia della Rivoluzione francese
all'età napoleonica, Bari, Cacucci, Biagi e Bruno Basile (a cura di), Galileo e
gli scienziati del Seicento, vol. 2, Milano-Napoli, Riccardo Ricciardi editore,
Chiaramonti, Dissertazione istorica delle Accademie Bresciane, Fappani (a cura
di), Accademia dei Filesotici, in Enciclopedia bresciana, vol. 1, Brescia, La
Voce del Popolo, Cfr. anche: Clelia Pighetti (a cura di). L'opera scientifica
di Francesco Lana Terzi S.I.: (Brescia:
Comune di Brescia). ^ Ugo Vaglia, Stampatori e editori bresciani e benacensi,
Brescia, Ateneo di Brescia, 1984, p. 281. Su Bernardino Bono medico e collaboratore del
Vallisneri cfr: Ivano Dal Prete, “Ingenuous Investigators": Antonio
Vallisneri's Regional Network and the Making of Natural Knowledge in
18th-century Italy, in Paula Findlen (a cura di), Empires of Knowledge:
Scientific Networks in the Early Modern World, Routledge. Negli Acta compaiono
diversi suoi interventi di pregio (Relatio de quodam aegroto singulis
paroxismis sanguinem loco urinae excernente; Epistola continens quaedam circa
visionem depravatam et vitae prolungationem per respirationem alterati aeris;
Intestini caeci usus; De scorbuto nostrarum regionum advena exotico; De
respiratione). ^ (EN) Lana - Dati riportati nel database dell'International
Astronomical Union, su minorplanetcenter.net. ^ Ronald S. Wilkinson, John F.
Buydos, William J. Sittig, Aeronautical and Astronautical Resources of the
Library of Congress: A Comprehensive Guide, Library of Congress, 2007. «This
author's work was based on the discovery of atmospheric pressure by Torricelli,
the barometrical researches of Pascal in France, and the experiments relating
to the vacuum pursued in Germany by Otto von Guericke, but Lana Terzi deserves
the sole credit for discovering the principles of aerostation.» ^ Gaston Tissandier, La
Navigation aérienne, BnF collection, Assurément le projet de Lana est
impraticable : le savant jésuite n'a pas prévu que ses ballons de cuivre vides
d'air seraient écrasés par la pression atmosphérique extérieure ; mais il n'en
a pas moins eu une idée très nette et très remarquable pour son époque du
principe de la navigation aérienne par les ballons plus légers que le volume
d'air qu'ils déplacent.» ^
Francesco Lana, su Gesuiti.it Dio non sia mai per permettere che una tale
macchina sia per riuscire nella pratica, per impedire molte conseguenze che
perturberebbero il governo civile e politico tra gli uomini. Imperciocché chi
non vede che niuna città sarebbe sicura dalle sorprese, potendosi [...] con
ferri che dalla nave si gettassero a basso sconvolgere i vascelli, uccidere gli
uomini ed incendiare le navi le case, i castelli, le città.» ^ An accompt of
two books. - I. Prodromo overo saggio di alcune inventioni nuove premesso
all'Arte Maestra di P. Francisco Lana della Campagnia di Jesu, in Brescia. Meibomii
de cerevisiis, potibùsque & ebriaminibus extra vinum aliis Commentarius,
annexo libello Turnebi de vino. Helmestadii 1668. in 4˚, in Philosophical
Transactions. ^ Hooke,
P. Fran. Lana's Way of Making a Flying Chariot; with an Examination of the
Grounds and Principles thereof, in Philosophical Collections, Tkaczyk, Ready
for Takeoff. Robert Hooke's flying
experiments, in Cabinet Magazine, Zanfredini. Le invenzioni e i criteri
scientifici del P. T., in La Civiltà cattolica. ^ Pellico, A Vincenzo Gioberti
Francesco Pellico della Compagnia di Gesù, Tip. Ferrando, 1845, p. 328. ^
Enrico Raggi, Francesco Lana, visionario tra velivoli e l'alfabeto dei ciechi,
in Giornale di Brescia. Parte di questo testo proviene dalla relativa voce del
progetto Mille anni di scienza in Italia, pubblicata sotto licenza Creative
Commons CC-BY-3.0, opera del Museo Galileo - Istituto e Museo di Storia della
Scienza (home page) Illustrazione del velivolo di Francesco Lana de Terzi
(JPG), su pilotundluftschiff.de. Giammaria Mazzuchelli, Notizie intorno alla
vita ed agli scritti del padre Francesco Terzi Lana patrizio bresciano gesuita,
a cura di G. Rodella, in Nuova Raccolta d'opuscoli scientifici filologici, a
cura di F. Mandelli, XL, Venezia, Peroni, Biblioteca bresciana, Brescia; A.
Guillon, Francesco Lana Terzi, in Biografia universale antica e moderna, XXXI,
Venezia 1826, pp. 156-159; (DE) Balthasar Wilhelm, Die Anfänge der Luftfahrt:
Lana-Gusmão; zur Erinnerung an den 200. Gedenktag des ersten Ballonaufstieges,
Hamm, Breer & Thiemann, 1909, OCLC 636891720. Angelo Ferretti-Torricelli,
Padre Francesco Lana Terzi nel terzo centenario della nascita, in Commentari
dell'Ateneo di Brescia, Rosa, Un grande fisico e precursore: il gesuità
bresciano P. Lana Terzi dopo il terzo centenario della sua nascita, in La
Civiltà Cattolica, Sommervogel, Bibliothèque de la Compagnie de Jésus, première
partie: Bibliographie par les pères Augustin et Aloys De Backer; seconde
partie: Histoire par le père Carayon, Bruxelles, Nicolson, Voyages to the moon,
New York, Macmillan, 1960, pp. 168-173. Ezio Raimondi, Scienziati e
viaggiatori, in Storia della letteratura italiana, V, Milano, Hall, Marie Boas
Hall (a cura di), The correspondence of Henry Oldenburg, VII, London, Bellini,
Alessandro Capra ingegnere cremonese del Seicento e trattatista di architettura
civile, in Annali della Biblioteca statale e libreria civica di Cremona, Torrini,
Dopo Galileo. Una polemica scientifica, Firenze., 143; Enciclopedia della
Scienza e della Tecnica, Vol XIII: Dizionario degli scienziati e dei tecnologi,
Mondadori, Vasoli, Sperimentalismo e tradizione negli "schemi"
enciclopedici di uno scienziato gesuita del Seicento, in Critica storica, Baroncini,
L'insegnamento della filosofia naturale nei collegi italiani dei gesuiti: un
esempio di nuovo aristotelismo, in La "Ratio Studiorum". Modelli
culturali e pratiche educative dei gesuiti in Italia tra Cinque e Seicento, a
cura di Gian Paolo Brizzi, Roma 1981, pp. 191, 199 s.; Alessandra Fiocca, Luigi
Pepe, La lettura di matematica nell'Università di Ferrara dal 1602 al 1771, in
Annali dell'Università di Ferrara; Pietro Riccardi, Bibliografia matematica
italiana, I, sez. 2, Bologna, Pighetti, Francesco Lana Terzi e la scienza
barocca, in Commentari dell'Ateneo di Brescia; Antonio Fappani (a cura di),
Francesco Lana De' Terzi, in Enciclopedia bresciana, vol. 7, Brescia, La Voce
del Popolo, 1987, pp. 47-48. Mario Zanfredini, Un gesuita scienziato del '600:
p. Francesco Lana Terzi, precursore dell'aeronautica, in La Civiltà cattolica, Roma,
Sciolla, Una fonte lombarda poco nota dell'età barocca: «L'arte della pittura»
di Francesco Lana, in Arte Lombarda, L'opera scientifica di T. S.I. . Atti
della Giornata di studio, a cura di C. Pighetti, Brescia, Baldini, Saggi sulla
cultura della Compagnia di Gesù, Padova, Battistini, Galileo e i gesuiti. Miti
letterari e retorica della scienza, Milano. Baldini, S. Rocco e la scuola
scientifica della provincia veneta: il quadro storico, in Gesuiti e università
in Europa. Atti del Convegno di studi, Parma, a cura di Gian Paolo Brizzi,
Roberto Greci, Bologna 2002, pp. 300, 312. Cesare Preti, Francesco Lana Terzi,
in Dizionario biografico degli italiani, vol. 63, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Magin, Luftschiffe im 17. Jahrhundert?, in JUFOF, Mucia,
La nave volante che ha fatto storia, in Giornale di Brescia, Grendler, Jesuit
Mathematicians in the Universities of Ferrara, Pavia, and Siena, in The Jesuits
and Italian Universities, Lana, Francesco, conte de' Terzi, su Treccani.it –
Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Giulio Costanzi,
LANA conte de' Terzi, Francesco, in Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, T., su sapere.it, De Agostini. Modifica su Wikidata
Opere di Francesco Lana de Terzi / Francesco Lana de Terzi (altra versione), su
MLOL, Horizons Unlimited. Opere di Francesco Lana de Terzi, su Open Library,
Internet Archive. Balthasar
Wilhelm, Francesco Lana de Terzi, in Catholic Encyclopedia, Robert Appleton
Company. Roland Lüthi, Francesco
Lana Terzi: La Nave volante (Brescia, 1748), su ETH Zürich V · D · M Compagnia
di Gesù Portale Biografie Portale Cattolicesimo Portale Scienza e tecnica
Categorie: Gesuiti italiani Matematici italiani Naturalisti italiani Nati a
BresciaMorti a BresciaIngegneri aerospazialiInventori italianiFisici italiani
del XVII secoloScrittori in lingua latinaScrittori in lingua italianaScienziati
del clero cattolico[altre]Filosofo lombardo. italiano. Brescia, Lombardia.
Sistemi crittografici di questo tipo hanno grande fortuna. Ma ovviamente in
ragione dello scopo contrario a quello qui perseguito d’A., il rendere
illeggibile un testo non possedendone la chiave di lettura. Più sistemi di
questo tipo sono ad esempio creati dal padre gesuita, e allievo di Kircher, T.
(si veda) nella suo saggio “Prodromo, overo saggio di alcune inventioni nuove
premesso all'arte maestra pubblicato a Brescia. Vedasi T., Prodromo, overo
saggio di alcune inventioni nuove premesso all'arte Maestra, opera che prepara
il P. Francesco Lana bresciano della Compagnia di Giesu per mostrare li piu
reconditi principij della naturale filosofia, riconosciuti con accurata teorica
nelle piu segnalate inventioni, ed isperienze fin'hora ritrovate dai filosofi
di questa materia e altre nuove del filosofo medesimo, Brescia, presso
Rizzardi. Lana nacque a Brescia e vi muore. Studia FILOSOFIA presso l'ordine
dei gesuiti a Roma, dove conosce anche Kircher che lo introduce alla fisica e
al poker. È insegnante di matematica e FILOSOFIA. •^J 'iMì\h TPi- 3M00 PRODROMO
ovvero saggio di alcune invenzioni nuove premesso ALL’ARTE MAESTRA, opera che
prepara T., BRESCIANO, DELLA COMPAGNIA DI GIESV. Per mostrare li più reconditi
principij della naturale filosofia, riconosciuti con accurata teorica nelle pio
segnalate invenzioni, ed isperienze fin'hora ritrovate dagli scrittori di
questa materia ed altre nuoue dell'autore medeiimo. DEDICATO ALLA SACRA MAESTÀ
CESAREA EL IMPERATO LEOPOLDO I IN BRESCIA. Per li RizLardi, Con Licenza de'
Superiori. V SACRA MAESTÀ CESAREA Ouca per ogni titolo ricorrere al patrocinio
dt Vojlra Sacra Maefià Cefarea, quejia prtr/io, e ro'j^iQ parto del mio dehhole
ingegno : ìmpcrcioche ejfendo egli ijn fag^ gio dell' opere, che fono per
dedicare k Fofira Sacra ^Maefià, fono le ali deli" aquila Imperiale,
tncominctera ad auuelJiarfi a fijfare lo f guardo ne' chiari ffimt fpiendori dt
quei SOLE terreno, che tiene il primo pofio nella ^Monarchi^ Colitica de"
Trencipi, come appunto ti Sole nella cele fle gerarchia delle felle. Non
doueano efporp alla luce dt vn Pianeta sì luminofo tutti li miei parti prima di
far prona, fé pano atti a contemplare i raggi del f no maejlofo fplendore-^
All'hora io gli ricono fcero per miei, quando potranno fìjfar gl'occhi in
Vofira Sacra t^AtaeJlà, (f all' hora folo potranno 'Volare per tutto il mondo,
quando faranno fofienutt dalle grand' ali di queìi' ej^qutU, che impera
nelì'Vniuerfo. Quejlo TRO D ROMO, che va innanzi all' ^ RT £ ìMaeSTRA, non
potea ritrouare alloggio più fortunato, che in cote fa Qorte, la quale da
leggi, ^ ammaejira tutti le nattoni : e benché fir amerò, fpera nulladtmeno fa
per ejferc ^ ejfere accolio be/jignamefUe d^ l^oflra Sacra lAaefla, che con
fauorue ì lelicralt jcrrihra haner conferito U csìtadt.nanl^a a tiitie l Arti
piti nobili . Pertanto fé queUe mandano per vn fuo mcjfao^gtcre alcune naoue
ìnuenìionì fi deggiono tributare al merito di Vofira Sacra Aiaefià, che con la
ma~ gntficen]^a della Jua mano {^efarea, e con la grandeZjZ^^ del petto
magnanimo i diva altro. Il nono è il moto predominante, che imp"difcc,o
rv^primc "l'altri moti meno potenti, Il decimo è quello di lìftole, e
dialtole, quai'è quello delle arterie. L'vndecimo è quello di fimpatia,&
antipatia. Alcuni aggiongono quello, che imprime alcuna virtù alle_^ cpfe,
fenza comunicarli alcuna foftanza; quale io nego potcrfifare, e refterà prouaro
a fuo luogo. Inoltre vi fono li moti propri] di ciafcun fenfo, della FantafiajC
dell'Appetito; ma quefti fi deuono fpicgare a luogo proprio,oue fi tratta delle
operationidelli animali ;folo a predetti moti fi deue aggiongerc la quiete, con
ciò che fa refiftenzs al moto. Dalli predetti moti naturali femplici prouengono
i moti naturali. compofti,che fono Talteratione, la niiftione,la feparationc,
la gcncr rationCjC corruttione, Taumentationce diminutionej poiché i moti
femplici j che nafcono da più intimi penetrali della Natura continuati,
mescolati, replicati, alternatÌ5rafrrenati, incitati, &: in molte maniere
variati sono cagione di tutti gl’effetti j e h.e amrairiaiBO r.cllc cpfe Efiche
0, La seconda parte della fisìca aftratta confiderà gl'accidenti, che fono
c6muni, o a tutte, o almeno a molte sostanze materiali, come sono il raro,^
iì,den/o ; il greue,e leggiere; il caldo, et il freddo ; l'huraido,8c il lecco
1 il volatile, et il fifso; ilfolido5& il £luidp;il crudo 6 fondare inai
alcun principio ("opra ilpeneniejche non fiano certe, e prouaiCj
proeurjndo di ibbilir? laveria non fopra vna fola, ma ibpra molte ilpericnic fé
fìa pofsibilei Ec oflemando fé il principioj e verità ftahilita fi confacela ad
altre limili efperienzc^ poiché all'ho-fa fi donerà itimarc infallibile vn
priacipio, quando coerentemente a quello caminano tutte le altre cofc della
medefima, o fimile.^ •nate ria. Manca dunque a qiicfta fcienza vna notitia
efatta, e ben ordi=T nata di tutte l'ifperienze, le quali Piano certe^e
prouatCjtanto naturali, quanto artiBciali, ò mirtea e quefte fi deuono ridurre
a capijcon-f forme l'ordinedeUe matcrieje quali ti trattano, premettendo le
dette ifpeticnze,e pofcia ftabilendo con quelle i principi;, e le verità
proprie di quella materia, e con cfsi rendendo ragione delle ifperienz,e
medefime, mollando la coerenza de principi; con tutte quelle ifpC'^ iienzc; il
che noi procuraremodi fare nella noftr'AtteMaeftrajqyaiv to comporterà il
noffro debole intendimento. Tutte Tifpericnze fi pofsono conliderare di tre
forti: la prima intorno alle gcnerationi saturali di tutte lecofe materiali, e
fenfibili, come delli mincralijdelli vegetabili, e delli animali, e anche delle
mur tationi,& accidenti ne corpi celefti, delli elementi, e de mifti
imperfetti j La feconda, intorno all€ generationi^che fono ftior dell'ordir ne
naturale, e fi chiamano pretergenerationi, e tutto ciò che fifcofta dalcorfo
ordinario della Naturalo fia per ragion del luogo particolare, o del concorfo
di caufe ftraordinarie j o per qualche altro infoiito cafo, o accidente; sì de
moftri nelli animali, e nelle piante 5 sì de portenti meteorologici, e
fotserran/^if sì d'alcun' Indiuiduo fingolare nella fua fpctie; sìdi altre
nafcofte proprietà ftraordinarie. La terza, intorno all'ifperienze artificiali,
le quali fono moltiflìmp da notarfi in ciafcun' aite, non trafcurando le
piuEriuialÌ5& vfitate, quando da quelle fi pofsano dedurre verità non.
ordi|iar̀,.e di moke confcguenzCo ., La prima forte d'jfperienze,per quanto
appartengono alla gcneratione delli animali,de vegetabili, e minerali, è fiata
afsai accuratamente ofseruata da Arìftotele,da Diofcoride, da Teofraflo, da
Giorgio Aericola,e da akri^ non cosi di quelle che appartengono alli elementi,
et alle cofe meteorologiche, fotterranee, e celefti. La fecondi forteèft.ata
afsai uafcnrata dalli antichi» e, Jbjp il mg-. derno derno Aldroando l'ha' in
buona parte illuftrata. La terza delle ifperienze artificiali, fi ritrouafparfa
in molti autori, fenza alcun buoji-, ordine,e molto imperfettamente. Tutte tré
poi fono, come diffi, ripiene di molti inganni, e fallacie, efsendo molte cofe
ofcure, altre incerte, et altre del tutto falfe ^ oltre che non fono
confiderate, et ordinate in modo, che feruano al fine, che pretendiamo, di
ftabilire con elìe_-> le più foftantiali verità della fcienza naturale.
Quanto poi a quella parte della Fifica,che tratta de principi] delle cofe
fenfibili,èftata maneggiata affai bene da molti, e particolarmente da alcuni
moderni, tra quali il noUro P, Cabco, e dopo lui il Caffendo j ma in elfi fi
può defiderare maggior metodo, et vn indutcione megliore di maggior numero di
efatte ifperienze. Quell'altra parte, che difcorre della fabricadelPVniuerfo
con l'ordine, e collegamento delle fue parti, non la ritrouo trattata con
quella., dignità, che merita vna materia fi nobile : Poiché fé bene molti hanno
fcritto opere degne dì Aftronomia, e di Cofmografia, particolarmente il noftro
P.Riccioli nel fuo impareggiabile Almagefto jquefti però fi fono fermati nella
confiderationede'moticclefli^ nelle mifure del!a_^ grandezza de cieli, e della
terra, nelle lorodiftanze, e nella defcrictione de'fiti, fenza confidcrare
Tordine, e connedìone delle cofe terrene jcon le celefti,* la virtù, et
efficacia dell'operare dell'vne nell'altre, e la dipendenza nelli effetti
squali fi debbano attribuire, a quef1:a,ò a quell'altra ftella^qualfia la vera,
e fifica foitanza de corpi celef^i ; quale fia la cagione del loro moto :
perche alcuni veloci, altri tardi s'aggirino ; perche altri intorno alla terra,
altri intorno al Sole, a Gioue, a Saturno; perche hora vicini, hora più lontani
dalla terra, e cofe fimili . Et ancorché delli effetti, et influenze de Cieli,
moke cofe fi leggano apprelfo gl'afiirologi giudiciarij, fono però tanto vane,
e fi mal fondate, che meritamente da huomini di giudicio fi hanno in conto di
pazze chimcre,e di vere bugie, ellendo quelli fimili a Prometeo, che ingannò
Gioue con vn bue, il quale haueua folo la pelle grande, bella, e ben difpofta,
ma fotto di efla altro non v*era,che paglia,e foglie. Moflrano coftoro vn cielo
fatto da Dio, qui e xiendit calumf cut pillem ^con bell'ordine di regolati
fiftemi difpoftojma vi mancano le vifcert»» 5 cioè le ragioni fific he, dalle
quali fi poffano ftabilire le verità intorno alla natura, foftanza, moto, et
influfidieffi. E benché io del tutto condanni quella parte di Aftrologiagiudiciaria,
la quale foggetta il libero arbitrio alle influenze del Cielo j non pretendo
però condannare, quella,che giudica de futuri auuenimenti nelle cofe fifiche, e
naturali; come fono le mutationi dell'aria, l'impreflìoni meteorologiche,&
altri D eflfecci ' effetti pccpnarijjchedcpendono dancccflaric cagioni: ma folo
dico che qucfta parte fia alcuni fondamenti fìlli, i quali fi deuono rigettare,
jilcuiii veri 5 che fi deuono ammettere, ma adoperare con maggior cautela
diquellojche fi faccia comunemente dalli aftrologi; e che molti filtri feli
deuono aggiongere,dopo che fi faranno ben conofeiutc le proprietà, e natura
delle ftcUe, e de loro infludì, conforme vedremo a |uo luo^Ojincui prccuraremo
di riformare quell'arte, accio in cai modo corretta, polla non folo con
diletto, ma vtilmente efcrcitarfi. Laterza parte, che difcorre delle nature
fparfe in varij generi, «^ fpecie, ritrouo edere molto più imperfetta delle due
precedenti j e ciò r.onfolo mentre tratta delle cofeaflratte, ma anche delle
concret^-^ } poiché quanto a quefte non fi ritroua alcuno, che abbracci tutcc
1^.^ parti,edi ciafcuna numeri Tjfperienze, deducendo da effe con buon ordine
le verità, e principi] di quefta (cienz,a.' e benché molti habbiano riattato di
vna parte, o fpecie di cofe particolare sciopero hanno fatto rn^^lto
imperfettamente, non penetrando a fondamenti, e ragioni più recondite dclli
effetti, e ciò per mancamento delfinduttione, l*aItrafcientifica,e fpeculatiua
j la prima contencrà gran numero d'ifperienze le più confiderabili, et vtili
appartenenti a quella materia, eoa l'inuentioni più rare tanto mie propri^.^
quanto di ciafcun altro autore, fi antiche come moderne. Nella feconda
partCjdalle predette ifperienze,& operationiprattiche, dedurrò tutti i
principi j vniuerfali,con le altre verità che s'afpettano a tai ma« teria,
procurando di confermarle con lunga induttione dell* ifperienze
medefime,emoftrando la coerenia di quelle con li Inabiliti principi], che
renderanno la ragione vera, e legitima di effe : doue infieme accennerò cornei
mcdefimi principi} fi poffano ftendere all'inuentione di cofe nuoue, e
ftraordinarie; particolarmente applicando i principi] di vna materia ftfica a
quelli di vn altra parimente fifica, et a quelh di ciafcuna materia fifica,
quelli di alcuna parte della Matematica. Nel principi® di ciafcuna di quefte
feconde parti riferirò grafiìomi,& il modo di filofofare di ciafcuna fetta
de filofofi i e nel fine aggiongerò vn catalogo de problemi, ò fiana cofe
dubbiofe, delle quali non fi hauerà potuto hauer perfetta cognitione
fpeculatiua, et vn altro dellt^ inuentioni prattiche,che reftaranno a
ritrouarfi j accio ogn* vno, dalle cofe antecedenti pigliando nuouo lume, poffa
animarfi a perfettionare maggiormente quefta fcienzaj mentre procurarò di far
vedere che l'Arte, e Tefperieza è quella, da cui ogn'vno più che da niuna cofa
reftì jneffa ammacftratOjond*è,chemi è piaciuto di dare all'opera, che in
quefto faggio prometto, nome d'Arte Maeftra j non arrogandomi il ti» tolodi
maeftro,ma attribuendolo air Arte, di cui con indefeffe ifpe^^ jienze mi fono
fempre profeffato fcolaro.. Ho voluto dare q^uefto faggio, e notitia dell*
opera j che fono pe^ man^ 17 mandare alle ftampe, non tanto per fodisfarc alla
curlofità di quelli, che defideraranno di vederla, quanto far fare intendere a
tutti quelli, che fi dilettano d'ifperienze, buone, e di curiofe inuentioni,che
mi faranno cofa grata fé degnaranfi di communicarmi alcuna cofa di nuouo
ritrouata in tal genere, e mi obligaranno a darne all'autore quell'honore, di
cui farà meriteuole. In tanto acciò tal vno non ftimi che io prometti cofe
vane, mentre prometto inuentioni nuoue in ogni forte di arti, con il modo di
perfettionarle 5 ho voluto inuiare auanti all'Arte Maeftra quefto mio Prodromo,
in cui oltre varij nuoui ritrouamenti in molte forti di arti,pongo per vltimole
regole prattiche, che feruiranno a perfettionare due arti appartenenti ad vna
fol parte della Fifica, cioè alla fcienza delfOpticajlVna è l'arte della
Pittura, l'altra de cannocchiali, e microfcopij; Doue per hora tralafcio di
rendere efattamente le ragioni di quefte operationijriferuandomi a farlo
ordinatamente in ciafcuna-. parte dell'opera già promefla, che oltre
l'ifperienze, et operationi prattiche in ogni materia, et in ogni arte,
comprenderà infierae ia_teorica, e fpeculatiua, con l'ordine, e forma accennata
di fopra_.. 2^uoud ìttuentione di fcriuere in "fifira, in modo tale, che
il fegreto nafcofto nella fcrittura fia del tutto tmper-eettihilei^ U fcrtttura
formi fenfi totalmente diuerp dal f egreto, siche non dia fa ff etto alcuno di
X^fra, Oltifsimi fono ì modi di fcriuere in Zifra,nafcondendo alcun feg^eto
fotto varie note, caratteri, numeri, e cofe (ìmili, ritrouati da
varijAutori,come fi può vedere nelle loro Opere date allaStampaj e particolarm.ente
in quelle di Tritemio, di Cardano,e nuouamente di Hercol^-ij. deSundc,e del
noftro Gafparo Scotto. Ninno però fin hora ha po-t tuto ritrouare ciò,che N(^
qui proponiamo di fare j con tutto che ciafcuno (ìHa in quefto affaticatOjC
particolarmente i Segretari] de Prencipi dcftinati a quefto laboriofo meftiere
di fcriuere, et interpretare le Zifrc . Tre fono le forti di Zifre ritrouate
fin hora da altri : La prima è tale, che venendo in mano d'alcuno viene tofto
riconofciuta per zifraj& il modo con cui è comporta fi può penetrare da chi
è prattico nel dizifrare; e quelle zifre fono le più imperfette di tutte le
altre; poiché hanno ambi li difetti,che fogliono efsere nelle zifre; rvno che
danno fofpetto di alcun fegreto nafcofto, e perciò vengono trattenute; Taltro
che facilmente fi può fcoprire, e cauare il fegrero con le regole del dizifrare
molto ben note a fegretarij di zifre, quali infegnaremo nella già promeffa
no^ra. Arte Maefìra,!.^ feconda iorte di zifre, è quella, che non da fofpetto
alcuno: ma eflendoui il fofpetto per altro, è tale, che con le medefime regole
fi può dizifrare. La terza è di quelle zifre,che in niunmodofipofìbno dizifrare
da chi non ha la contrazifra; ma però ritengono l'altro difetto, ch'è il dare
fofpettodizifra, e di fegreto; onde le lettere fcritte in tal forma vengono
trattenute, . Reda dunque da ritrouare il modo di togliere alla zifra ambidue
C|ueftidifettì,sichene dia fofpetto, ne poifa effer dizifrata da chi haucfle
per altro alcun fofpetto; ilche fin hora non è ftato ritrouato da alcuno,
benché cercato con ogni ftudio, per IVrilità grande che può recare nelli pia
importanti maneggi,& intereflì Politici : Onde fpero, che per quefto folo
fia per efler gradita quefta mia Operetta, mentre palefo vna nuoua mia inuencione
tanto gioueuole a tutti,emafi[ìmea grandi, li quali finhoraL l'hanna
anfiofamente defiderata. Pri 29 Frìma ^ifrA in intelligthile, e fen-^a
sospetto, si dividano le venti lettere dell'alfabeto italiano in cinque parti
come qui si vede, e sé le dia queir ordine confuso che ciascun vuole: il quale
i b o n a 1 e d hspnì I qgfz Alfabeto cofi diuifo seruirà dichiaueper chiudere,
e nascondere nella lettera qual si voglia segreto, e per cauarnelo, 8c
intenderlo, da chi farà partecipe della medesima chiave. Si scriva pofcia una
lettera di cerimonie, o di qualunque negotio meno importante –H. P. Grice
PECCAVI: an ingenious pun which few in South-Asian regions woul understand, but
which well-educated English people of the time would appreciate – submitted to
PUNCH by a pupil of GASKELL for which a cheque was received!. , ma ciò fi
faccia.» in modo tale, che fi fcielgano alcune lettere, le quali seguitaranno
dopo una virgola, e punti che foglionfi mettere sopra la vocale i: 1««* quali lettere doueranno pigliarfi, o
immediatamente dopo l’ultima i» oucroncl
principio della parola seguente, il che riuscirà più facilt^j Umilmente le
lettere che feguitano dopo un punto fermo, e Tiftefle vocali i, e nello stesso
modo le lettere, che seguitano dopo due punti, e le medesime vocali i. Quelle
parimente che seguono dopo vn punto interrogativoje vocale i, E
finalmente quelle lettere che seguitano dopo un accento, eie medesime vocali i.
Si che volendo indicare la lettera h del SEGRETO, faremo che detta
lettera si ritrovi immediatamétc dopo una virgola, e due vocali; per efleril h
la seconda lettera delle quattro notate colla virgola: ma volendo SIGNIFICARE la
lcrtera_. O, faremo che questa venga
immediatamente dopo una virgola, e tre vocali
j, per esser nel terzo luogo. Se poi voremo SIGNIFICARE 1. lettera » faremo che questa sia immediatamente
dopo una virgola le quattro vocali i, che sé voremo DENOTARE la lettera
/. faremo si, che venga-» dopo un punto, e due vocali ». fé
la lettera /?. dopo due punc!, e tré vocali ». fé
la lettera g dopo un punto
interrogatiuo, e due vocali i i, * fé la lettera e dopo un accento, e quattro
vocali /'. m Volendo dunque scrivere QUELLE PAROLE
SECRETE è mono Paolo ^ pet più facilità disponerai aparte ciascuna lettera, con
le note dc funti, i]irgole, ed accenti,
che li devono precedere conforme la chiavi
iopr*polla, le quali faranno queste.
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cmortopaolo Ciò fatto potremo stendere una lettera di cerimonie in questa
forma. jFÙ (ingoiare ilhenepcio, e grande ti favore fattomi da
V. S» : ne io mai mancaro di corrispondere^proteHandomi di rimanere à
lei obligato in ognhora, in ogni momento f' che mi rejìa digita cuunque farai
Porgami occasione di poter mostrare dottuto affetto. Poiché amo-, di impiegarmi ognora a prò di f^.S.
Aspetto Cuoi comandi lontano, ben fi di loco ma non di ohìtgatiom, ^affetto. PER INTENDERE IL SEGRETO NASCOSTO in quella
lettera – cf. Napier’s dispatch to Ellenborough: Peccavi – I’ve Oude., si osserveranno
tutti i accenti, virgole, e punti, con tutti li punti pofti sopra le vocali u e
vedremo primieramente che dopo il primo accento posto sopra la prima
parola/» seguitano quattro.. ..di quattro vocali «.prima di ritrovare altro accento, uirgola,
o punto j perciò vederemo nella chiave quale sia quella lettera, la quale è notata
con un accento, e tiene il quarto luogo tra le accentate, e ritrovaremo eiTere
la lettera e. Seguitando poi avanti
ritrovaremo due punti: e dopo questi
prima di ritrovare altra virgola, o interpuntione, vedremo che vi sono quattro
not«L^ di uocale
i. Dal che verrà SIGNIFICATA quella
lettera, nella chiave jche tiene il quarto loco tra le appuntate con due punti, cioè la Ietterai. Poi ritrovaremo
una virgola, e dopo questa tre note della vocale i. prima di ritrovare altro accento, onero
interpuntione, la qual virgola co tre vocali
i. DENOTANO nella chiave la
lettera o. segue poi l'accento con tre punti di vocali
prima di ritrovare altra interpuntione, che ci NOTANO la lettera r. fi che
pigliaremo la lettera r. e cosi caveremo lo»
altre lettere, che compongono LE
PAROLE SEGRETE: PECCAVI I HAVE SINNED -- e
morto Paolo. Avvertasi che per facilità maggiore nel comporre la lettera
si potrà tal'hora tralasciare alcuna NOTA, o punto, che per altrodourebbe collocarsi
sopra la vocale /'. come filiede nelle
parole il fattore fattomi, tL^
fimilmente si potrà tralasciare alcuna virgola, o punto; poiché quando
ciò si faccia con moderazione, non da
alcun sospetto, essendo consueto a molti l'aver poco riguardo nello scriuere
alle virgole, ed interpuntioni. Quefìo modo di scriuere come che paia al quanto
laborioso, nnlfa dimeno dopo qualche efercitio, colla prattica si rende facilcj
perche siamo sempre in libertà di scrivere que'sensi che noi vogliamo, e di usare,
e variare le parole a nostro capriccio – HUMPTY DUMPTY IMPENETRABILITY – H. P.
GRICE, DEUTERO-ESPERANTO --, il che fa che fi poflano fare cadere le lettere
del SEGRETO nel principio delle parole, che seguitano doporinterpuntioni, e
note richieste. Così resta manlfefìo, che non solo si toglie ogni sospetto, ma
anche si rende la zifra impercettibile, il che naice dalie coflibinationi quasi
infinite delle lettere dell'alfabetto,
colle quali si può variate la chiave in altre tante maniere, quante sono le
combinatieni possbilf. Resta parimente manifefto che con questa maniera di scriuereoC' eultamente
si può comporre la lettera in lingua latina, o greca, o in_. qual si
voglia altro idioma, ancor che IL SEGRETO NASCOSTO SIA IN LINGUA ITALIANA – cf.
H. P. GRICE: PECCAVI – I HAVE SINNED – I HAVE SCINDE --; ed all'incontro IL
SEGRETO POTRà eifere Latino – PECCAVI: I
have Scinde --, Greco, o Arabo, anchor che la lettera sia in lingua italiana si
che scrivendo in tutte le lingue, potrò esser intefoda chine sa una folade scriuendo
in vna sol linrzua, potrò esser inteso da tutti quelli, che profefiano altre
lingue diverse Si può anche render più facile la composizione della lettera, disponendo la
chiave nella forma seguente-» i b o n
\ a 1 e
d | h s p m j q, : :
* : ^
l i i i ? JJ
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J > 3 Conforme alla quale volendo noi SIGNIFICARE
la lettera i. faremo che questa seguiti immediatamente dopo un punto fermo, e
volendo SIGNIFICARE la lettera k faremo
ch'ella seguiti immediatamente dopo un punto, ed una virgola; la lettera
o. seguitarà dopo vn punto, e due virgole 5 la lettera ». dopo vn punto, e due
virgole j la lettera ^on inuiAruì nella
presente una fuìfc erata preghiera y e he ut *.
mgliate degnare di commandarmi
(^c. • Nel quale paragrafo fé noi voremo FARE
INTENDERE queste parole segrete: mi ritrem prigione scieglieremo li foli caratteri, v he f )rmano tali
parole, --the complex example of the
British General who captured the province of Sind and sent back the message
Peccavi. The
ambiguity involved ("I have Sind"/"I have sinned") is
phonemic, not morphemic; and the expression actually used is un-ambiguous, but
since it is in a language foreign to speaker and hearer, translation is called
for, and the ambiguity resides in the standard translation into native
English. Whether or not the
straightforward interpretant ("I have sinned") is being conveyed, it
seems that the nonstraightforward interpretant must be. There might be
stylistic reasons for conveying by a sentence merely its nonstraightforward
interpretant, but it would be pointless, and perhaps also stylistically
objectionable, to go to the trouble of finding an expression that
nonstraightforwardly conveys that p, thus imposing on an audience the effort
involved in finding this interpre-tant, if this interpretant were otiose so far
as communication was concerned. Whether the straightforward interpretant is
also being conveyed seems to depend on whether such a supposition would
conflict with other conversational requirements, for example, would it be
relevant, would it be something the speaker could be supposed to accept, and so
on. If such requirements are not satisfied, then the straightforward
interpretant is not being conveyed. If they are, it is. If the author of
Peccavi could naturally be supposed to think that he had committed some kind of
transgression, for example, had disobeyed his orders in capturing Sind, and if
reference to such a transgression would be relevant to the presumed interests
of the au-dience, then he would have been conveying both interpretants:
otherwise he would be conveying only the nonstraightforward one. Take the
complex example of Latin pupil, who, upon advice of his tutor – Gaskell, as it
happens – sent a note to PUNCH, receiving a cheque in return, about Napier,
who, having captured the province of Scinde, in South Asia, sent back the
secretive military dispatch to Ellenboroguh: “Peccavi.” The ‘ambiguity’ involved
(Peccavi -> I have Scinde”) – I know explaining jokes ruins them, but hey --
is phonemic, not morphemic. The expression actually used is of course unambiguous
in Latin. But, since this is supposed to be a military dispatch containing a
serecy, and where Latin was often used as the lingua non-franca --, i. e. the
expression it is in a language ‘foreign’ – in some way of understanding
‘foreign’ to both the utterer, Napier, and his intende, but only his intended,
addresses – Ellenborough – spontaneous on-line translation is called for. The ‘ambiguity’
resides in the standard translation into Napier’s and Ellenborough’s language.
Whether or not the straightforward interpretant -- "I have, literally, sinned"
-- is being conveyed by any intelligent reader of PUNCH, it seems that the NON-straightforward
interpretant must be. There may be stylistic reasons for conveying by a
sentence merely its NON-straightforward interpretant. The writer in PUNCH
assumes that it would be more or less pointless, and perhaps also stylistically
objectionable, to go to the trouble of finding an expression that NON-straightforwardly
conveys that the utterer has Scinde, thus imposing on Ellenborough the mental –
as Peirce calls it -- effort involved in finding this interpretant, only to
find out that this interpretant is wholly otiose so far as communication –
however secretive to a third party -- concerned. Whether the straightforward
interpretant is being conveyed seems to depend on whether such a supposition
would conflict with other conversational requirements, for example, would Napier
be being relevant, would it be something Napier could be supposed to accept,
and so on. If such requirements are not satisfied, the straightforward
interpretant is not being conveyed. But if these other conversational
requirements ARE met, it is. If Napier could naturally be supposed to think
that, by having Scinde – and this seems to be the PUNCH in PUNCH -- he had
committed some kind of transgression – cf. the repartee: More briefly, I’ve
Oude --, e g., Napier had disobeyed his orders in capturing Scinde, or more
generally, the command of Jesus Christ and Kant about eternal peace --, and if
reference to such a transgression would be relevant to the presumed interests Ellenboough,
Napier would have been conveying BOTH interpretants. Otherwise he would be
conveying only the NON-straightforward one. It is a common idea that the
most laconic military despatch ever issued was that sent by CesAr
to the Horse Guards at Rome, containing the three memorable words
" Veni, ridi, viei," and, perhaps, until our own day, no like
instance of brevity has been found. The despatch of Sin CHARLES
NorIER, after the capture of Seinde, to LORD ELLENBOROUGH, both for brevity and
truth, is, howeves, far beyond it. The despatch consisted of one emphatic
word--" Peccuri," " I have Seinde," (sinned). Grice
comments: “It has been a common idea that the most laconic military despatch that
was ever issued is that sent by GIULIO CESARE to the Horse Guards at Rome,
containing the three memorable words: Veni, ridi, vici -- and, perhaps,
until our own day, no like instance of brevity has been found. The
despatch of Sin CHARLES NAPIER, after the capture of Scinde, to LORD
ELLENBOROUGH, both for brevity and truth, is, however, far beyond it. The
despatch consists of only one emphatic word: Peccavi”. According to the
Encyclopedia of Britain by Bamber Gascoigne (1993),[12] it was Catherine
Winkworth who, learning of General Charles James Napier's ruthless and
unauthorised, but successful campaign to conquer the Indian province of Sindh,
"remarked to her teacher that Napier's despatch to the governor-general of
India, after capturing Sindh, should have been Peccavi" (Latin for "I
have sinned": a pun on "I have Sindh"). She sent her joke to the
new humorous magazine Punch, which printed it on 18 May 1844. She was then
sixteen years old. The Oxford Dictionary of Quotations attributes this to
Winkworth, noting that it was assigned to her in Notes and Queries in May
1954.[13] The pun has usually been credited to Napier himself.[14] The
rumour's persistence over the decades led to investigations in Calcutta
archives, as well as comments by William Lee-Warner in 1917 and Lord Zetland,
Secretary of State for India, in 1936.[15] Grice comments: “According to the
Encyclopedia of Britain by Gascoigne, it was one of Gaskell’s Latin pupils, who,
upon learning of Napier's RUTHLESS AND UNAUTHORISED, but successful campaign to
conquer the Indian province of Sindh, remarked to Gaskell that Napier's DESPATCH
to Ellenborough, then the governor-general of India, after capturing Sindh,
should have been Peccavi. Gaskell sent the joke to the humorous magazine Punch, which
printed it. The Oxford Dictionary of Quotations attributes this to Gaskell as
per Notes and Queries. The pun has usually been credited to Napier
himself. The rumour's persistence over the decades led to investigations in
Calcutta archives, as well as comments by Warner and Lord Zetland, Secretary of
State for India. Refs.: “Napier’s Sin” – “A good story killed” The Manchester
Guardian. [15] Michael John Barry was another
who at this time (1857) shed no little brilliancy on Punch; and to him is now
credited the admirable "Peccavi" despatch—perhaps the most finished
and pointed that ever appeared in Punch's pages, and certainly one of the most
highly appreciated and most loudly applauded:— "'Peccavi! I've
Scinde,' said Lord Ellen[44] so proud— Dalhousie, more modest, said 'Vovi, I've
Oude!'" This brilliant couplet, according to the "Times," is
said to have been contended for by "both Punch and Thomas Hood;" and
it never was finally decided which of the two great humorists followed the
other. Their claims, indeed, are not irreconcilable. Latterly, the credit has
been claimed, with some show of authority, for Barry, who was generally
regarded in his day as one of Jerrold's peers in wit. It is curious to observe
that in the House of Commons debate on the Candahar question, Mr. P. J. Smyth
was reported to have referred to "the unexampled brevity of the General's
despatch after he had won his great victory on the Indus," in the quaint
belief that the first half-line of the epigram was Lord Ellenborough's actual
report. Grice comments: “Barry was another who at this time shed no little
brilliancy on Punch. To Barry is credited the admirable "Peccavi"
dispatch — perhaps the most finished and pointed that ever appeared in Punch's
pages, and certainly one of the most highly appreciated and most loudly
applauded: Peccavi! I've Scinde,' said Lord Ellen so proud— Dalhousie, more
modest, said 'Vovi, I've Oude!'" This brilliant couplet, according to the
"Times," is said to have been contended for by both Punch and Thomas
Hood; and it never was finally decided which of the two great humorists
followed the other. Their claims, indeed, are not irreconcilable. Latterly, the
credit has been claimed, with some show of authority, for Barry, who was
generally regarded in his day as one of Jerrold's peers in wit. It is curious to observe that in the House of
Commons debate on the Candahar question, Smyth was reported to have referred to
“the unexampled brevity of the general's despatch after he had won his great
victory on the Indus,” in the quaint belief that the first half-line of the
epigram was Lord Ellenborough's actual report – when it was Napier’s confession
of his ruthless and unauthorised act in his despatch to the governor -- incominciando
dal terzo carattere w. e da queitoiì no all'altro carattere /.del secreto
numeraremo cinque caratteri, quindi
prima di ritrovare il terzo carattere r. numeraremo dicci carattcri, e così
delli altri, che per facilità abbiamo NOTATI con punti, ed in quefìo métte
collocheremo da parte li numeri delli caratteri, che s'interpongono tra l'vn
punto, c Taltroj cioè numerando dal primo carattere fmo all'/», aueremo il
numero 5. e dall' w. fino all'/, aueremo il numero s, da_, questo fino air r, averemo
il numero i o. e cosi facendo
delli altri raccoglieremo li numeri seguenti . 5, 5. 10.4. 22. 25. I. IO.
10.45. I(). 21. II. 2. IO. IO, 5. Oltre
di ciò aueremo un alfabeto, il quale sia dispofto non coll'ordine naturale, ma
con qualfivoglia altro ordine j e sopra il detto alfabeto si collocheranno i suoi
numeri corrispondenti alli caratteri, il quale alfabeto così disposto seruirà
di chiave. Supponiamo per tanto che sia
dispofto nel modo seguente, I. 2. 3. 4.
5. C, 7. 8. 5). lo. II. 12. 15, 14. 15. 16. 17. 18. Ip.20, a. r. n. d. b, d. f. e. i. h.
1. m. s. u. t. e. g. p. q,
z. Per nascondere dunque li predetti numeri, che mostrano il segreto nascosto
nel primo paragrafo della lettera, componeremo il secondo paragrafo in modo,
che la prima lettera fia». la quale INDICATA il primo numero 3. pofcia dopo la
prima virgola incominciaremo la parola con la lettera ^. che indiorà il secondo
numero 5. Similmente dopo la seconda virgola, incominciaremo la parola col
carattere/;. chft«» DENOTATA il terzo numero cioè i o. e così degl'altri
caratteri, z^ numeri. Si oflrerui che fe vi farà alcun numero maggiore, il
quale non si ritrou^neU'alfabettOjfi donerà aver riguardo solo alla seconda
nota numerale, incominciando la parola col carattere à tal nota corrisponaente,
guanti alla quale parola cfoiirannò '^recedòre due punti in_i luogo r'jeiJa
virgola, i quali due punti mostrcranno, che la prima nota_» nmiiP-vale farà 2.
e quando la prima nota numerale farà 5., dourà precedere vn punto, ed una
virgolasse vn punto fermo quando la nota numerale farà, Per tanto il fecondo
paragrafo della lettera potrà ei'er questo, ^cn ho potuto/:» hora, benché io la
desideri, avere occasione di parlare con Antonio yOYide mi dispiace: reH^wdo
defraudato dal deJJderto di femirui: non ho pero perfa U [piranha ^anzi credo
che prejìo, auero commodita, oggiforfi di abboccarmi con esso. u^el reHo
sempre, t^m ogni occorenza farò pronto 5 anzi prontissimo a seruirvi la vosra
wodejìia non'vi, ritenga di commandarmi auete un servo fedele y abbiate ogni
confidanzj^ con me^ ne ut f cordate di un mHra Ajfctionatifftmo &c. In
questo modo di scrinerefele interpuntioni per maggiore facilità non foflero del
tutto acconcie, e pofte a suoi luoghi, non perciò li darà sospetto alcuno, come
ho auiiertito di sfopra^e sempre il segreto starà nascosto, senza poterfi
intendere da chi non ha la chiavcj cioè la disposizione del sopraposto
alfabeto. Ma il corrispondente, o amico, il quale sia partecipe della chiaue
josseruerà il primo carattere ». al quale nella chiave corrisponde il numero ^.
e pofcia il carattere.^, che fc"U!ta dopo la prima virgola cioè ^. a cui
corrisponde nella chiave il numero 5. indi dopo l'altra virgola ritroverà il
carattere h, a cui corrisponde il numero io. più avanti ritroverà il
carattere^, a cui corrisponde il numero 4. Poco dopo ritrouerà il carattere r.
a cui corritiponde il numero 2. e perche al detto r. precedono due punti, che
SIGNIFICANO – nautrale o non-naturalemente? GRICE -- il numero 2. perciò noterà
il numero 22. e così ritroverà tutti li altri numeri; con i quali avcrà poi
facilmente nel primo paragrafo della kttera, tutti li caratteri che formano il
segreto nascosto, Ter^o f^oào ài fcrluere in zifra fatile ^che non da alcuu
sospetto 3 ne può intendersi da chi non ha la chiave» Q Vello, che ferine, e similmente
quello, a cui si ferine, auranno una serie, ed ordine di caratteri, com'è il
posto qui sotto, ed ambidue s’accorderanno aflìeme di scrivere in una tal
chiaue determinata, quale farà una parola, o molte, O SIGNFICIATIVA – come
PARROT --, O NON SIGNIFICATIVA – come PIROT -- come lorc pili piacerào A B M A
B C D E F G H 1 L M N O P Q R S T V Z A B C D E F G H I L M N O P Q R S T V Z A
B C D E F N O P C L R S G H I L T V Z M A B C D E F G H I L O P C L R S T V Z M
N A B C D E FG H I L P Q R S T V Z M N O A B C D E F G H I L Q R S T V Z M N O
P A B C D E F G H I L R S T V Z M N O P C L A B C D E F G H I L S T V Z M N O P
Q R A B C D E F G H I L T V Z M N O P Q R S A B C D E F G H I L V Z M N O P Q R
S T A B C D E F G H I L Z M N O P Q R S T V ;!pnj ••0'> Il ^'5 /> CU ore
cuorecuo r ecuor ecuorecuo :i Il tuo fratello è stato ammazzato,>> Di poi
nell’ordine de’caratteri posto di sopra si cercherà la prima^ lettera e, della
chiave rielli caratteri più grandi, la qual lettera e stà nella seconda riga, e
perche sotto il e della chiave v’è la prima lettera j. del segreto, cercheremo
nella seconda linea la lettera i, delli caratteri più piccoli, ed in vece di
essa fermeremo quella, che vi stà sotto cioè àferpendo{l!uoniptrò,/ono
gl'auuifi dell'armata yi>uoni[iìmi quellt dei nofìro CeneraliJl/tmOiÀcui. è
riyfcito yfcuidare dalli alloggiamenti n nemico ? Q ode fi per tanto Jpermdoxhe
il Turco si risolverà ad abbandonare l'intprefa^ Se altro accader a ^mandaro
auutjo iiJoiin tanto fiate [ano ^ godete dt fotefi\ ^ria.; non. fate,
dfordini^e ricordateui di onorartni de m^ri commandi f^c. U cQtrispondente
consapevole dell’artificio, aperta la lettera, noterà per ordine tutti li
caratteri, che seguitano immediatamente dopo le virgole,^: interpuntionì, quali
ritroverà essere li seguenti cuQ re cuore cuore zubba fgfafmugne., Sopra de
quali egli scriuerà la solita chiaue 5 poi cerchersi la. prima^! lettera IìR
fcrluercinxifrafi servono alcuni delli numeri corrispondenti alle lettere j ma
perche cosi facendo, rifte(ro numero vale sempr«-» ^erla medesima lettera j
perciò riefcc facile rintenderc, e cavare dalla 2Ìfra il segreto nascosto; Noi
dunque in vece di scriucre li numeri corrispondenti alle lettere, cioè /. per
a. 2. per L 5. per e scriuercmo vn altro numero ,che sìa moltiplice di eflb j
fi che poi quelli numeri divisi per vii altro numero si abbia il numero precifo
cornfpondence alli caratteri. Per efempio volendo lu scriuere quelle parole non
ti pdire di Pietro, scriuerai questi numeri in tal forma 5 9, 42, 3 9« 5 7, 27.
i 8, 27, f 2, 5, 5 1, 15. 12, 27.45,27, 15, 57> 5 i,42. dove i punti sono
quelli, che dividojio le parole vna dall'altra, eie virgole dividono le
lettere: quelli nujmeri dunque divisi per il numero 5, fil quale serve di
chiave) danno li aìumeri seguenti 15,14,15. I9,p.6,p,4, i, 17, 5. 4,9. MjP,
5)«9, 17,14. IL PRIMO NUMERO SIGNIFICA »«» jpoiehe il i ?.corrifp. Io. I7« iS.
ti?. 29. H. 12. 13. 14. 15» I. %, 3. 4. 5. 6. 7. S. . ICt li. tf. 10. II. 12.
13* 14. 15. i^. 17. t. 1. 3. 4. 5. 6. 7. •• P. IO» 19. 20. II. 12. 13. I4. 15.
16, 17. 18. '•= •* 2 I '• ^* 5* 4* 5. ^» ?• "• 9* i®» ^ I ipi II. 12^. I3«
14. ts. i^. 17. IS. 19 H ST 5^ Si determini una chiave, sopfa cui si auerà da
scriuere, ta quale consisterà in alcuni numeri, più, ò meno, conforme si vuole_^,
pur che niun numero ecceda il venti. Sia per essempio la chiave composta delli
quattro numeri seguenti, cioò 7. 12. ?. 8. Volendo metrtere in zifra queste
parole, ^on it firmare in l^oma, cercherai nelle lettere poste qui a lato la
lettera N. è nella riga corrirpondcnte iln^.y^ ma in luogo del 7. scriverai
quello, che vi è posto Tetto, cioè 12. Di poi prenderai la seconda lettera del
segreto, che è O, e nella riga corrifpondente cercherai il secondo numero della
chiave, che è 12. ina in luogo di 12. scriuerai il numero sopraposto, che è'(5.
similmente prenderaila terza N, e nella riga corrispondente cercherai il numero
3. della chiane, ma in luogo del j. metterai il numero pofto di fotto, cioè 1
8. cesi farai di tutte le altre lettere, ed averai li seguenti numeri 1 2. (?.
18. 15. 1 1. IO. 15. 15. 12.2.20. 20. 1 1.7.20.14. 12.2. quali fé manderai al
suo corrispondente, fingendo, che fiano numeri di altre cofej non cagionaranno
sospetrpje quando ben'anehe vi foflfe per altro alcun sospetto, la zifra è
tale, che non potrà mai esser inteso il segreto j perche la medesima lettera
muta sempre numero per cagione della chiave, come si può facilmente osservare
dell’esempip allegato.'' ^ ' t-^'-i >■•%. t'?. •:£ *o.!: .^?. .?? .A,1t r .-t
.^ i ki. D l l ''^, 8-. ■ • t : t .on,^l .1? " M «:i Ti * "» •? t£ oi i *T '^ t%t l^ :14
a? «Q? «^2 I ',3 y Settima Si §. VII, Settima x'tfra cen numeri, QVellOjche
scriue, è quello a cui si scri'ue, abbiano rvno, e l'altro alcune virgolette di
cartone, o di rame, o di legno con sopra notati i numeri e lettere, come si
vede nelle seguenti . * VI 2 B 4 5 6 7 8 ( .« 2 ■ b* ■d e S g il i T n o X 7 t
li t I 2 4 7i loi ili I2i .I>|, ^7 il 19 2Ó 1 b C e T g i T m n o P a r s t
u z a I 2 4 7 9 lo I I 12; 11 1(5 17. i5' !>> 20 e e ^— cr ?> h T T m
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8 i IO IC II IJ i7 '7 18 19 20 V Quelle verghettc si potranno proseguire fino
al numero di venti, che cosi ciafcuna sarà diversa dall’altra; ma balleranno
anche meno per il nostro intento: servendosi noi dunque delle sole otto qui
pofte, e volendo per esempio scriuere:,: “Pietro è morto,” per scriuere il p
prenderemo iU'n:-iih mo qualfivoglia delle dette vei ghette^ per esempio
quella, che ha ili fronte il 5. e troverernojclie in essa alla lettera;»
corrisponde il numero IO. onde noteremo questi due numeri 5.r o. coli in luogo
della lettera i, scriuerenio 8. 2. CHE SIGNIFICAnell'ottava verghetta il
secondo luogOj Oiiero 4, tf, CHE SIGNIFICA nella quarta verghetta il sesto
luogo &c. e per togliere il sospetto che potrebbero recare questi numeri,
li potremo scriuere come sé fossero tauole astronomiche, ponendoui avanti il C,
& M» quasi che IL NUMERO CHE SIGNIFICAle verghette SIGNIFICAsse i gradi 5 e
l’altro numero SIGNIFICAsse i piinuti di qualche fcgiio qelei^c; il che
refleropio potrà stare così, ^ C. 5 . G. 8. G. 7. G. ». G. 5 . G. a. G. ^. G. 1.
G. 2. G. 5. C.7. G. 9^ ~ M.IQ.M. 2» M,ip. M.i7.M.i2.M,i i.M.^o.M.^i.M. 1
2.M.14.M.1 ^.M.^, Quando dunque l’amico tuo vorrà leggere una tale scrittura,
prende-' là le verghette per ordine cioè la quinta, Tottauaj la settima &c.
e queste le ponerà l'vna dopo Taltra alzandole, ed abbacandole si, che
s'incontrino insieme li secondi numeri 10. 2.19. i7«&c. Poiché con tali
niji^ in?ri auerà gnqora \c predette parole, “Pietro e morto.” Un altro modo di
scrivere in ^ifrsJimUi 4I precedente SI abbia no le tavole posse qui sotto
segnate con LI DODICI SEGNI DEL ZODIACO, in quella forma che qui si vede, con
progressione di numeri, Hiuno de quali sia maggiore del 30. per esprimere i
gradi di tali segni. Volendo dunque scrivere “Paolo” in luogo del Pi scrierai
G.24. onero G. 25. ouero G.22.§ic.cosi in luogo di « scriaerai G. il. ouero G.
io. e cosi le altre lettere di mano in mano. Li collocarai poi seguitamente
rvno dopo l'altro in modo che ftmbri. vna tavola astronomica. ^9 Auercait Jr a
Illa bi2 C15 loia CI2 C15 e 14 {16 gì? hi8 i Jp I 20 raii n22 o 15 P»4 q25 r i6
( 27 C28 U29 biojb 5 e II e Io d 12 d II e 15 e 12 f i4f 15 gM fi5 gi6 hi7
hi^.h 15 i i8ji 17 i 16 I iPjl 18I 17 mzo^mip mi8 mi n2o n 19 022 021 02Q p25
;P22 p2I SS fi • a 8 (a 7 b 8 e 9 d lo ei I f 12 np sa a 5[a 5 b 7 b 6 e 8 e 7
d 9d 8 e Iole 9 f Ii'flo hi4'hij h II, i 15 ji 14 i 15 1 i5 1 !5 1 14 mi7|mi^
nn5 n lèin 17 n i5 o ipjo 18 o 17 p2o, pippi8 gU q 24 425 q22 q2I r 25 jr 24 r
23 r 22 f 26 f 15 f 24 f 25 ti? U28 Z19 t adi c 25,c 24 U27 ui^s m^ q2o q C9 r
21 r 20 r 22 f »i t 25 t 22 a b 1 .. iM6 3J 4'=l « Jb i«6 K ^la 2:a Ha 30 5|b
4'b i\k 2bi9 e ole 5 |c 4|c 5 C28 d 7 d ó'd 5id 4 d 27 e sic 7ie 5 e 5 e 2^ f
9f 8f 7f 6 f 25 giog ^g 8|g 7g24 hii b lo h s> h 8,h25 i 121 II ji loi pji
22 1 I? l 12 il ni «o l 21 0114 mi3 mi2^mn'ifn20 a 15 n 14'n ti n lin ip Q 160
1.5 |o 140 150 18 pi7:pi6!pi5 PI4'P»7 qi8qi7 r ipjr li r 2,o;f 19 e 21 |t 20 U
24 U2JU22 U 21 ^28'l27lZ %6*Z2$ Z 24li23'£ 22 q I5qi5jq ^^ r 17 r i6 r t5 fi8f
17 e ip't 18 U20ÌU IP r 14 t li U 12 £21 Z20Ì£ Ili Auuertafi, che in qucftc
tauole fi è fchiuato il cominciare dallVnrà tà » ma fi è cominciato dall'
vndici, per Icuare ogni fofpjstto,il che configiiamoa fare io ogni altra uuola.
.ty^'-..,imm 34 Volendo dunque scrivere GuarJati Ja Pittiò Tefcmpìt (iiaì n«I
modo che feguQ. V I uì, I V ♦H, I C, 17. I G. »?. \ G. 10. Q. 19 I cofì fbrme
esprimono di essere in diversi gradi delli segni del zodiaco; nel qual modo oga
uno potrà formarsi le tauo« k a suo piacere j potendofi queJftc disporre in
molte maniere, per esempio in luogo di cifticuna lettera, potrai usare qual si
voglia € nel medesimo modo egli potrà rispondere benché cieco. In oltre si
potrà trattare viccndeuolroentc in segreto co vn cieco per mezzo di un libro di
molti fogli: ponendo tra fogli medesimi vari segni, si che i'vnofia dittante
dall'altro tanti fogli quante il numero corrispondentc al carattere del
alfabeto, che vogliamo indicarejd: acciò il segreto retti maggiormente
nascotto, daremo alli caratteri dell’alfabeto vari numeri feni ordine naturale 5
come farebbero li seguenti. i 3. 2. I. 7. 8. 9* lo. 4. 5. 6, II, I). I J.I4.
15. 2o» fp. 18. I7.1tf« a b c d e f g h i l m n o p q r f c v z E volendo
indicare il carattere g* numeraremo dal principio del libro dieci carte, e dopo
la decima metteremo nel libro un segno di car13, 0 altro; ovvero piegaremo la
carta medesima j volendo indicare il d seguitaremo a numerare sette altre
carte, e dopo vi metteremo un altro segno, e cosi seguitando finoche sia
compito tutto il senso segreto. Questo modo si può variare in molte forme
facendo seruire diverse sorti di segni per diverse lettere, ovvero diverfe
piegature impiegature empiegature di carte, bora di sopra, hor di sotto, hor
alla dettra, hor alla siniftra del libro; si che il diuerso numero delle carte,
e la diversa sorte di segni combinati insieme denotino li diversi caratteri. Il
modo di dare minor sospetto, e difficilissimo ad esser ritrovato da chi non ha
la contra-zifra, può esser questo. Aabbiansi cinque segni diversi da mettere
tra una carta, e l'altra del libro j la diversità de’segni otrà essere, che vno
sia vna lifta fottile di carta, raltro vna lifta parimente di carta ma piegata
per lungo, il 3. vna lista simile piegata da capo; il quarto un’altra iifta
piegata da piedi, il 5. vna lista piegata da capo, e da piedi. Aciafcuno di
quefti segni si attribuiranno quattro carattc!ri, che saranno in tutto venti.
Volendo poi indicare il primo di quelli quattro caratteri, posto il segno in
qualfivoglia luogo cominciando dal principio del libro verso il fine, ò dal
fine verso il principio tra IVna-j» carta, e Taltra fi piegherà la carta, che
sta alla destra parte del segno, c6 vna piegatura, come fi fuole, nella parte
di sopra; e volendo indicare il 2**carattere si piegherà la medefima carta
nella parte di fono: per indicare il 4J il terzo carattere si piegherà la carta
siniftra nella parte superiore, o per indicare 4°. carattere si piegheri la
medesima carta nella parte inferiore j così faremo di tutti li altri caratteri
attribuiti a gl'altri segni si che la diverfità delli segni, colla diversità
della piegatura delle carte, indicfai la diversità delli 20. caratteri. Molti
altri modi si potrebbero INVENTARE – “I can invent a new language – call it
Deutero-Esperanto” – GRICE --, quali ognino potrà facilmente ritrovarea
similitudine delli precedenti – cfr. Myro’s SYSTEM G, based on Grice’s SYSTEM Q
– or Austin’s SYMBOLO and Whoof’n’Poof –a whole term writing dots on pieces of
paper; a quali voglio aggiongerne vn altro non meno ingegnoso, benché alquanto
laborioso. Si pigli una tavola di legno dolce, e molle, e con caratteri da
ftanv. pa, quali però vorebbero essere di ferro, o altro metallo fodo, più
tosto che piombo, ed alquanto grandi, s'imprimano nella tavola le parole del
segreto – LISTEN DO YOU WANT TO KNOW A SECRET --, facendo rientrare in dentro
il legno j di poi con vna pialla, si fpiani la tavola levandone tutto il legno,
che foprasta alli caratteri impressi, in modo, che resti tutta piana. Questa
tavola s'inui; al cieco il quale la metterà neiraqua: & in breve l’aqua
penetran ào per i pori fari rialzare i caratteri compressi, si che il cieco
TOCCANDOLI CONLLE MANI – alla BRAILE -- potrà leggere ed intendere il segreto.
In questi modo si pojfa parlare, o rnamfeUarc ì suoi fcnji 4 chi ^t^ lontano
fenza mandare ne letjtre ne mejfaggtere^ JTIft «^^'Arie inticntloni h sono
ritrovate per manifestare i suoi fl^nfi, ^\Éj4?^ e parlare a chi (la lontano
PER VIA D’ALCUNI SEGNI VISIBILI – Roman smoke signals – signify fire --,
p\\Jv^^ le quali deicriueremo nell'arte maestra, con molte altre ¥&i^^
cosejcheaqucfta materia s'afpettano.Maperrhe le fu dette inuentioni feruonofolo
per parlare : Ila diltanza di pochenilgliaje di più fono alquanto labonofea
pratticarfi: perciò ne defcriuerò qui due altre mie molto più facili delle
ritrouate fu/ bora_., con le quali pot^-emo parlare alla dilania di trenta, et
anche piu mi olia_Je Sedunque quello,con cui vogliamo parlare farà in Iuoctoj
ne! quale fionpofla penetrare la vifta, per eflerui di mezzo alcuna collina,
muraglia,© altro: potremo nulladimeno parlar facilmente con efib lui in_a
quefta forma. Spararemo vn mofchetto, e fé queflo.per la molu; diftanza, non
potefle vdirfi, vn grofìfo mortaro, onero vn pezzo di cannone | «quello farà il
primo fegno 5 che daremo a quello, con cui vogliamo parlare. Tanto egli 5
quanto noi hauremovna palla di qualfivoglia materia pendente da vn filo, o
catena, con il moto,&ondutioni della quale fi mifuri il tempo: ma è
neceflario chelVno, e l'altro (ìlo-da cui pendono fofpefe in aria le pallejfia
della medefima lunghezza, accio i moti, et ondationiiiano parimente vguaii.
L'amico dunque vdito il primo fparo fi accoderà al fuo filo, e pallajC noi
fimilmente alla no(ìra_i : All'hora faremo vn altro fparo, e nel medefimo tempo
daremo il moto alia palla pendente dal filo, acciò faccialelue ondationiiil che
farà anche l'amico lontano, tofto che ode quefto fecondo colpo: Volendo poi noi
fignificare la prima lettera del alfabeto afpettaremo,che la_# palla habbia
compito cinque ondationi,& all'hora faremo vn altro fparo jfimilmente
volendo dopo quello fignificarela feconda lettera_> dell'alfabeto,
afpettaremo chela medefima palla habbia terminato dieciondationi, e fubito
faremo vn altro fparo j per fignificare la terza lettera afpettaremo quindici
ondationi della palla; e così dell'altre j in tal maniera ancor e he fi vfafle
qualche negligenza in sparare vn poco k, piti 45 più pretto, o più tard© del
tempo «on fi potrà pigliar' errore dall'amico lontano; polche lo fuarionon farà
mai più di vna,odueondationi. Non potrà ne anche cagionai* errore il fentirfi
Io fparo lontano, molto tempo dopo che fi è dato fuoco aljmortaro, o cannone 5
poiché tanto tempo paflèrà di mezzo all'vno fparo, e l'altro, quato di mezzo al
vdnfi dellVno, et allVdirfi deiraltro. più facile farà il parlare quando
l'amico lontano fia in luogo non., impedito alla vifta; poiché in tal cafo, fé
farà di notte in luogo dello fparo, potremo moftrare vna torcia acccfa, e poi
nafconderla mentre-* che la palla falefucondationiie di nuouomoftrarla dopo cinque,
o dieci, o quindici > onero venti ondationi, conforme le lcttere,che vorremo
fignificarc ; et cflèndo di giorno,farcmo il medefimocon vna bandiera,© altra
cofa vifibile da lontano in luogo della torcia : ma queiU di notte fi vedrà
molto più lontano. Ofleruifianchora che con la torcia, o bandiera fi potrebbero
abbreuiare roperationi,feruendofidi più torc ie, o bandiere j in modo che, per
efempio, volendo denotare la prima lettera deiralfabeto,fi moftraflc vna torcia
dopo cinque moti, et ondationi della palla ; e volendo denotare la feconda
lettera fi moftraflero due torcie parimente dopo cinque ondationi ; volendo
fignificare la terza lettera fi moftraflero tre torcie dopo il medefimo tempo ;
volendo poi denotare la quarta lettera fi moftraife di nuouo vna torcia fola,
ma-» dopo dieci ondationi, e cofi dell'altre . Qyefta inuentionedidare
diuerfofignìficatoal medefimo fegno dal diuerfo tempo, in cui fi moftra, può
feruire alle perfoneinduftriofe per fondamento di molte altre inuentionij et a
me bafta per bora-, haucilo accennato. Vn altro modo propongo per parlar da
lontano, pur che fia in luogo vifibile,che può feruire alla diflanza di
vinticinque, trenta,e più miglia particolarmente di notte.Si facciano tante
tauole di legno quadre, t-* larghe vn braccio almeno, quante fono le lettere
dell'alfabeto j& iii^ ciafcunatauola sentagli vna lettera grande quanto è
la tauola,ficheiI taglio fiagroflbdue deti,'e palli dalfvna all'altra parte
della tauola-/, poi fi copra elfo taglio con carta rofla, fottilc, e trafparente:
facciati poi vna feneftrella della medefima grandezza delle tauole : alla
qualci» feneflra di notte fi applicheranno fucceflìuamente le lettere
intagliate nelle tauole, le quali trafpariranno da lontano, tenendoui dietro
vna torcia: onde fé l'amico lontano farà prouifto di vneccelente cannocchiale,
potrà diftingucre le predette lettere trenta, e più miglia lontane^. Si poffono
anchora fai riflettere, per mezzo della luce, e dell'ombra M i 5® I caratteri
sì,che comparìfconoropra !e muraglie di alcuna càfa Ioni ranaje ciò in moke
maniere j come diremo alcrouej in tanto io qui ac* far sì, che vn tal muto
fciolga la lingua, et impari a parlare ^ e qu-llo che è più mirabile intenda
benché fordo l'altrui parole . E ve ne fono alcuni efempi, quah mi piace di
riferire. Racconta Digbeo nel fuo trattato 4e natura corporum cap. 2 ^.num. 8.
che vn nobile Spagnolo, fratello minore del Conteltabile di Cailigiii»,, fordo,
e muto dalla fua nafcita in modo, che non vdiua ne pure vna bombarda fparata
vicino alle fue orecchie, dopo hauer tentato ognarte de Medici in vano,per
aquiftare rvdito,e per confequenz.a la loquela, che li mahcauafolopernò poter
imparare a parlare dall'vdire l'altrui parole j finalmente vn certo Sacerdote
fpagnolo, sì offerì ad '\n(Q-r gnargli non folo a parlare, ma anche ad
intendere le parole de gl'altri; i\ che fé bene cagionò da principio le rifa ne
circoftantiinulladimeno dopo qualche anno fi x'ìMq riufcito,con ftupore di
tutti j nel qual tempo con molta fatica, &: allìduaapplicatioue dello fcolare,e
del maeftro jnfienie,fi fece in tal modo, che intendeua beniflìmo ogni parola
proferita da altri, anche in linguaggio difficile, e di cui non intendeua il
fignificato, ma pero egli la ripcteua felicemente, e parlaua nella propria
lingua,e rifpondeua fenz* alcuna difficoltà >haucndone fatto più volte
rifperienza il Sereniamo Prencipe di Zambre, parlando nella propria Ìingua,di
cui è molto difficile l'articolar le parole j& ilCaua^ liere Digbeo
medefimo afferma di hauer più volte parlato con queftp nobile fpagnolo, et
hauere ammirato com'egli ripeteua le parola-* proferite da vn altro con voce
fommclfa, e lontano quanto era la lunghezza di vna gran fala. L'ifteflb è
riufcito al Prencipe di Sauoia fratello cugino del Duca prefence, come mi hanno
atteftato perfone,che hanno trattato con efla ., . lui. 5* li:i,huomo di
vìuaciflimo ingegno: e vi fono ftati due nofìri Padri, che dal folo veder
muouere le labra diquellijche parlauano, incendc uano le parole j come
riferifce il P. Carparo Schotci nella fua Fifica-i curiofa lib. 5,cap. 3J,
Niuno però, ch'io fappia, ha fcrittodel modo,che{ìdeuc tenera-» per apprendere
queft'artc veramente mirabile^ onde ho (limato, che jion fia per ifpiacere, fé
io qui ne dirò ciò, che fento. Deuefi dunque» confiderare 5 che nel proferire
ciafcuna lettera dell'alfabeto, tanto Italiano, quanto Latino, Greco, Hebreo,
odi altra lingua,neceflariamenle fi fa diuerfo moto, o nelle labra, o nella
lingua, o ne denti, o in tutti afiìeme 5 hor* aprendo più la bocca come
nell'Arhora meno come nell* E : hora prima ftringcndo le labra, e poi
aprendole, come nel B : bora aprendole, e ftringendo i denti come nel C : e
così dell' altre . Ciò che fuccede nelle lettere folitarie,fuccede parimente
nelle lettere accompagnate, cioè nelle fiIlabe,epoi nelle parole intiere . Se
dunque alcunofiauneLzeràa conofcerc tutte le differenze di queftimoti, potrà
pariméte intendere cio,che vien detto da vn altro,bcnche no oda la voce; e per
confeguenza imparare a proferire le medefime parole, procurando d'imitare tali
moti di labra, di denti, e di linguali che non fideueftimare tanto difficile,
come a prima vifta raffembra, percloche ogn'vnodinoietiandio prima, che haueffc
IVfo della ragione, imparò a proferire le parole con marauigliofa induftria
della natura, che (limolata dalla nece(Iìtà,fi affaticaua d'imitare l'altrui
parole,con dare alle labra vari modfm tanto, chp ritrouaflfe quello, che
articolaua )a ricercata parola. Ma molto più viene diminuita la difficoltà di
apprendere queft'arte in vnfordojdallaprouida, e cortefe natura, che al
diffetto di vn fenfo fuole fupplireconla perfettione de gl'altri j onde fi come
alcuni priui di vifta, con il tatto riconofcono tutte le diuerfìtà de colori:
come ho raccontato di fopra,compenfando(ì il mancamento delia vifta con la
perfettione delli altri fen(ì,edeirimaginationc non diftratta dalli oggetti
vifibili : così il difetto deHVdito fuole ricompenfarfi dalla pcrf^tttone della
vifta, e parimente deirimaginatione,e memoria,non diftratta dalli oggetti
ftrepitofi j ond'è che il (ìlentio fi chiama padre, e maeftro delle
concemplationi. Hor venendo alle regolc,chefi deuono pratticareda chi vuole
farfi tnaeftro inqueft*arte;dicochefi deue primieramenrc hauere auanti a
gl'occhi del fordo vn alfabeto, et incominciando ad accennare al fordola prima
lettera, nel medefimo tempo proferirla con moto gagliardo della bocca, e della
lingua, accennando al fordo^che anch'egU prò 4P procuri d'imitare l'ifteflb
motore ciò fi dcuc fare fin* tanto, che imitandolo perfettamente proferifclii
ciafcuna lettera, il che riufcirà in_. poche lettioni . Apprefo che haucrà il
fordo tutto J*aIfabcto,dourà aUuezzarfi a proferire ii monofillabi,comc fono
gl'articoli //, 4/, / aura fpiritus inclufxy atque occulia ccncitum. Dal qual
mQdodifauellarc raccogliefi p che moflb non era da vento eftrinfeco, ma più
tofto da vn fiato chiufo nelle parti interne della machina, che ftauafene
equilibrata nell'aria. Racconta parimente Adriano Romano, che il Regiomontano
famofo Aftronomo,e matematico fabricò vn aquila, la quale volò incontro a Carlo
V, mentre faceua la folcnne entrata in Norimberga, e con eflb Carlo ritornò
addietro accompagnandolo fin* dentro la Città. Boetio famentionedi certi
vccelletti formati di rame, che volauano non folo, ma cantauano ancora. Glica,
e Manafle raccontano, ch'altri fimilivccellihauefle apprefo di fé l'Imperatore
Leone. E più modernamente habbiamo dal noftroP.Famiano Strada che il Turriano
ingegnere valorofifiìmo, faceua volare certi vccelletti per le ftanzc di Carlo
quinto, mentre ftaua ritirato dopo la rinuntia del fuo gouerno fatta al fuo
figliuolo Filippo. Eflendo che dunque niuno ha tramandato a pofteri queft'arte
tanto ingegnofa^ e diletteuole, mi è paruto di doner fodisfare alla curiofità
de machinifti,eon accennare in qual modo fi poiTano imitare fimilivcceU 5ili ;
il che llimo fi pofla pratticare in più maniere. Primieramente ciò f: può fare
con inanticetti moflì da ruote dentate :Fabricata che iiaraiiuila, colomba, o
altro vccello di materia legoerequanto piufia podi bile 5 fé li faranno le Tue
ah di penne, odi altra materia atta per riceuere il vento, e fi connetteranno
al còrpo dellaJ colomba per modo tale, che fi pollano agitare, e muoucre
facilmente : pofcianel corpo della medcfima fi acconcieranno alcune ruote
dentate, le quali fi muouano p mezio di vna fufta nel modo mcdefimOjchVfafi ne
"li oriuoli j quelle ruote mouendofi faranno alzare, $^' abbaflaredue
piccoli mantici conncfii allMtjma ruota, che fi muoue più veloceméte, in modo,
che mentre l'vno fi alia, l'altro fi abballi, il che non è difficile a chi ben
intende il modo, con cui le medefime ruote de gli orinoli muouono il tempo, o
librile dell'orinolo mcdefimo; Il vento de manlicettifi farà vfcire per due
piccole cannette fotto l'ali ne fianchi della colomba, in modo tale,chevrtando
nell'ali medefime le muouino, eoaqualche incerottione si, che dibattendofije
per conieguenza rcfiften(toaU'^riajfi {blleuerannoinefia,e daranno il volo alla
machina, il quale durerà fin tanto, che perfeuererà il moto delle ruote,e de
mantici; e quefto modo fembra conforme a quello,che riferifce Aulo Celio
citato, i - ; 11 fecondo modo fimile al precedente farà, fare' le medefime
ruote dentate, che in vece di muouere i manticetti, o il tcpo dell'oriuolo muo»
uano immediatamente le ali con moto proportionato alla grauità della machina,
fi che fia fufficiente ad alzarla in aria, e farla volare. . Terzo fi potrebbe
ancora condcnfare violentemente l'aria in vna^ vefica, o vafo di vetro chiufo
nel corpo della colomba, fi che poi apredo il vafo co vna chiauetta, e
lafciando vfcire l'aria per due Gaoneìfini fotto Tali, quefiia con il fuo
impeto fofpingeffe l'ali medefime j ma poco durarebbe vn tal moto,&
andrebbe prefto mancando. Quarto finalmente fi potrebbe far folleuare in
arialVccclIo in quel modo,che fi foUeua vn vuouo pieno di ruggiada
fi:illata,pofto a raggi caldi del Soie, fé nel corpo dell'vccello medefimo
chiudèffìmo TvuouOjO vefica piena diliquorefottili{Iìmo,ehc facilmente
rarefatto dal colore del Sole fi folle uafle. E quefto, e quanto ho voluto accennare
in quefta materia, per aprir la via a gl'ingegni perfpicaci in ordine a
pcrfettionare quefta inuentionc, e ricrouarnc altre fimili j e per inftradarmi
ad vn altra mia inuemione più marauigliofa, cioè ' ri^ V,'! • ;iì 6*nGob
Féthricàrt 'vriA naut^ che camini fofientata fopra l* aria 4t remi, ^ h vele \
quale fi dimoerà poter riufcirs nella prattica» [ON fi è fermato nelle
precedenti inuentioni r.irdire, e.^ curipfità deirintelletto humano j ma in
oltre ha cercato comegl'huomini poflanoanch'eflìiguifadi vccelli vo» lare per
l'aria; e non è tbrfi fauolofo ciò, che di Dedalo^ e de' Iccaro fi racconta;
Imperciochc narrafi per cofa.» certa, che vn tale,di cui non fouuiemi il nome,
a tempi noftri con fimi. le artificio, pafsò volando dall'vna all'altra parte
del lago di Perugia-^: benché poi volendofi pofare in terra fi lafciò cadere
con troppo impeto, e precipitò a cofto della fua vita. Ninno però mai ha
ftimato podibile il fabricare vna naue, che fcorra per l'aria, come fc foffe
foftcnuta dalPaque j imperoche hanno giudicato non poterfi far machina più
leggiera dell* aria fteifa, il che è necelTario accio poffa feguire l'effetto
•dcfidcrato • j3.iio^nvm;f; JL Hor* io che fempre hebbi genio di ritrouare
inuentioni di cofe lc-> più difficili, dopolungoftudio fopradi ciò, ftimo
hauere ottenuto l'intentodi fare vna machina piu leggiera in fpecie dell'aria
fi, che honu -folo cffa con la propria leggierezza ftia folleuata in aria, ma
pofla por.tare fopradi fé huomfni, e qualfivoglia altropefojue credo d'ingan.narmi,
effendoche diraoftro il tutto con ifperienze certe, e con vna_# infallibile
dimoftratione del libro vndecimo di Euclide, riceuuta per tate da tutti li
matematici. Farò dunque prima alcune fuppofitioni,dalle quali pofcìa dedurrò il
modo prattico di fabricarc quefta naue, la-, quale fé non meriterà come quella
di Argo,d effer pofta tra le Stelle^» falirà alineno verfo di efle da fé
medcfima. Suppongo in primo luogo, che l'aria habbia il fuopcfo,a cagione dei
vapori,&efalationiche all'altezza di molte miglia fi folleua no dalla
terra, e dall'aque, e circondano tutto il noftro globo tcrraqueo 5 «.*» ciò non
mi farà negato da filofofi, che fono leggiermente verfati nelle ifperienzej
poiché è facile il fi mela prona, con cauare fé non tutta almeno parte dell'aria,
chefia in vn vafo di vetro: il quale pefato prima, e dopo che n*è ftata cauata
l'aria fi ritrouerà notabilmente dimi^ &*-..nuito 5^ nulto di pefo. Quanto
poi fia il p£fodeirariaiol*ho ritrouato inquc fta maniera. Ho prefo vn gran
vafo di vetro, il di cui collo fi poteua-# chiudere, et aprire con vna
chiauetta : e tenendolo aperto l'ho rifcaldato al fuoco tanto', che
rarefacendofi l'aria, ne vfcì la maggior parte: poifubitolo chiufi sì,chenon
poteflrerientrarui,e Io pelai j ciò fatto ibmmerfi il collo ncH'aqua, reftando
tutto il vafo fopra l' aqua iftelTa, et aprendolo fi alzò l'aqua nel vafo, e ne
riempì la maggior parte_j : l'apri) di nuouo,e ne feci vfcir Taqua quale
pefai,ene mifurai la mole, e quantità 5 Dal che inferifco che altre tanta
quantità d'aria era ufcita dal vafo 5 quanta era la quantità deiraqua,cheviera
entrata per riempire la parte abbandonata dall'aria 5 Pcfai di nuouo il vafo
prima ben rafciugato dall'aqua, e ritrouaiche pefauavn oncia più mentre era-,
pieno d'aria di quello pefafle, quando n'era vfcita gran parte. Si che quello
di più, che pcfauaera vna quantità di aria vgualc in mole all*aqua, che vi
entrò in fuo luogo : L'aqua pefaua 540. oncie, onde concludo che il pefo
dell'aria paragonato a quello dell' aqua, e come i.a (540. cioè a dire fé
l'aqua, che riempie vn vafo pefa 640. oncie, l'aria.» che riempie il medcfimo
vafo pefa vn oncia. Suppongo fecondo che vn piede cubico di aqua, cioè l'aqua
ch;_> può fìare in vn vafo quadro, largo vn piede, et altretanto lungo, et
alto, pefi 80. librecioè oncie p5o. conforme all'ifperienza del Villalpando,
che è quafi del tutto conforme alla mra : Imperciohe ritrouai che qucll' aqua
la quale pefaua 640. oncie era poco meno di due terzi di vn pie. de cubico .
Dal che viene in neceifaria confeguenza > che fé due terzi di vn piede di
aria pefa vn oncia, vn piede intiero pefarà vn oncia e hiezza. Terzo, fuppongo
che ogni gran vafo fi pofla notare da tutta, o alme no quafi tutta l'aria je
ciò dimoftrerò farfiinvarij modi nell'opera dell'arte maeftra, come fpiegaròa
fuoluogo^ Intanto accio tal uno non ftimi, che fia una uana promefla, ne
infegnarò qui uno de più facili. Piglifi qualfiuoglia gran uafojche fia tondo,
et habbia un collo, o al yr,coUofiaconnefla una canna di rame, odi latta lunga
almeno 47. V^^' Terzéi mi Romani moderni, conforme allamifura che èregiftrata
verfo il ' finediquefto libro, nel trattato decannochiali 5 et eflendopiù lunga
l'effetto farà più ficuro 5 uicino al uafo A. fia una chiauetta B.chechiuda per
tal modo il uafo, che nonni poffa entrare aria: fi riempia di 3qua tutto il
uafo con tutta la canna; poichiufaJa canna nella partt-» eflrema C. fi riuolti
il uafo si, che flia nella parte di fopra, e la parto «flrema C. della canoa,
fi fommerga dentro alfa qua; e mentre .è im^ i '.; O merfa ri 54 merfa
nell'aqua fi apra, accio cfcaraquadal vafo,!a quale ufcirà tutta, reftando
piena la canna fino all'alcezia di palmi 45. minuti 2^. e tutto il rimanente di
fiDpra farà voto, non potendo entrar aria per alcuna partcj airhora fi chiuda
il collo del uafi^conlachiauettaB. e fi haucrà il uafo uoto^ che fé alcuno non
lo crede lo pefi, e ritrouerà,che quanti piedi cubici d'aqua fonoufcitida
efi^o,altre,e tante oncie, e mezze.-» oncie di meno pefarà di quello pefaua
prima, quando era pieno di aria ; il che bafta per il mio intento, non uolendo
qui difputare, fé refti woto d'ogni forte di corpo 5 del che difcorrerò a fuo
luogo difendendo, che non può efler uacuo, et infieme moftrando, che non ui
refta-. corpo,il quale fia di alcun pefo, Qu^arto,fuppongoefleruere, ed
infallibili le dimoftrationidel libro I i . e £ 2. di Euclide, riceuute da
tutti i filofofi, e matematici,& euidenti per manifefta ifperienza ; nelle
quali fi proua, che la fuperficie delle palle, o sfere crefce in ragione
duplicata delli loro diametri, douc che Ja folidità crefce in ragione
triplicata delli medefimi diametri: Et ac-* cioqueftofi pofla intendere da
tutti; fi deue fapere che allora la ragione, o proportione è duplicata, quando
fi pigliano tre numeri in tal modojcheil terzo contenga il fecondo tante uolte,
quante il fecondo contiene il primo, come nell* efempio qui pofto I. 2. 4, I. 5
5>. l. 4' i^. doue il terzo numero 4, contiene, il 2.0 numero 2, tante uolte
quante il due contiene l'uno, cioè due uolte; e fimilmente, il terzo numero p.
contiene il fecondo 5, tante uolte,quante il tre contiene l'uno, cioè tre uolte
6cc, All'horapoila proportione è triplicata, quando fi pigliano quattro numeri
in modo tale,che il 4.*' cótenga tante uolte il 3 .° quante quefto contiene il
2.** &; il terzo contenga tante uolte il 2.0 quante quefto con» tiene il
primo, come ft uede in quefto altro efempio. I* 3. 9' 17» I, 4. i6^ 64.
Dimoftra dunque Badile che la fuperficie delle palle, o sfere crefce in
proportione dupUcau delli diametri 5 cioè fé pigliaremo due palle» una delle
quali fia di diametro groifa il doppio dell'altra, per efempia una 55 vnadl vn
palmo di diametro, l'altra di duella fuperficie della palla_^ di due palmi farà
quattro volte più grande della fupcrficie della palU di vnpalmoje che rutto il
corpo, o folidità della palla di due palmi crefcendo in pioportione triplicata
farà otto volte più grande, e per confeguenza otto volte più pefante della
palladi vn palmo di diametro; fi chela fuperficie della maggiore alla
fuperfìcie della minore»/ farà come4, a i.e lafoliditi faràcome 8. a i. La
quale verità oltre la dimoftrationefpcculatiuafi può vedere in prattica,pefando
Taqua-. che empie vna palladi vn palmo di diametro, e quella che empie vn_.
altra palladi due palmi: con il che haueremo la proportione triplicata della
folidità ; la proportione poi duplicata della fuperficie la ritrouaremo,
mifurandola fuperfìcie delle medefime palle, ovafirDoue di paflaggio auuerto
vna regola vtile all'economia, e fparamio nella fpefa de materiali, volendo
fare botti per tener vino,facchi,o altri vafi neceflfarij; cioè che facendo vna
fola botte con quei legnami con i quali fé ne farebbero due, quella botte fola
terrà in fé il doppio di vinodi quello, che farebbero tutte due le botti jcofi
anche, fé la medefima tela, che forma due facchi fi vniràinfieme facendone vn
Tacco folo, quefto folo facce terrà il doppio più grano di quello, che
teneuanolidue facchi. Quinto, fuppongo con tutti i filofofi, che quando vn
corpo è più leggiero in fpetie,com*e(lì parlano,di vn altro, il più leggiero
afcende-» nell'altro piugreue,fe il più greuefia corpo liquido; come vna palla
di legno, afcendefopra raqua,e galleggia percheè più leggiera in fpetie
dell*aqua ; cofi anche vna palla di vetro ripiena di aria galleggia fopra l'aqua,
perche fé bene il vetro è più greue dell' aqua, tutto il corpo pero della palla
pigliando il vetro inlìemeconTariaèpiu leggiero di quello, che fia akretanto
corpo di aqua: che quqfto è reflere più leggiero in fpetie, -ìm...
Prefuppoftequeftecofe,certoèchefc noi poteflìmofare vn vafodi vetro, o d'altra
materia, il quale pefafle meno dell'aria, che viftà dentro, e poi ne cauafifìmo
tutta l'aria, nel modo infcgnato di foprajquefto vaforeftarebbepiu leggiero in
fpetie dell'aria medefimajficheper il quinto fuppofto gaUeggiarebbe fopra
l'aria, 6 che fi deuemultiplicareefib diametro per la circonferenza;fiche mul-^
tjiplicheremo 14. per44. &haueremola fuperficiedi quefto vafo ton-ì do, che
faranno ó 16. piedi quadri di laftra di ramc,ciafcuno de quali hab 57 habblamopoftochepefi
tre oncie,riche muItiplìcando^K?. per 5. haueremo i 848. oncie j che è il pefo
di tutto iì rame con il quale è fabricatala palla, cioè libre 154. Vediamo
horafe l'aria che fi concieae in queftovafo pefipiudi i 54. libre poiché fé cofi
è, cauatanc raria_, refterà il yafo più leggiero di lei : e quanto farà più
leggiero d:lla rnedefima,altretanto pefo potrà alzare feco, efolleuarloin aria.
Per vedere il pefo dell'aria, che vi fta dentro, bifogna vedere quanti piedi
cubici di aria contenga, ciafcuno de quali habbiamo moftrato che pefi vn oncia,
e mezza. Perciò fare infegna di nuouo Archimede, che bifogna multiplicareil
femidiametro,chefarà piediy, per la terza parte della fuperficie che farà 20 5
.e vn terzo,il che £uto, h luremo la e :ip icitàdel yafo, che farà piedi 1457.6
vnterzo,e perche ogni piede di aria pefa yn oncia, e mezza, Airà il pefo di
tutta l'aria contenuta nel vafo oncic 2i5 5.edueterzi,cioèlibrc i79.oncie7. e
due terzi. Hauédo duridue veduto che il rame, di cui è formato il vafo pefa
folo 154. libre, reftail yafo più leggiero dell'aria 2 5. libre oncie 7.C
ducterzi,comehaueuo propofto didimoftrare; fi che canata fuori queft'aria, non
folo falirà fopra l'aria, ma potrà tirar feco in alto yn pefo di 2 5 . libre,
««# oncie 7. e due terzi. Ma accio che pofla alzar maggior
pefo,efolleuarehuominiinaria pigliaremoil doppio di rame,cioè piedi 1232. che
fono libre di rame 3o8.conilquaI rame duplicato potremo fabricare vn vafo, non
folo al doppio più capace, ma più capace quattro volte del primo, per la_^
ragione più volte replicata della quarta fuppofitione je per confeguéza
l*aria,che fi conterrà in detto vafo farà libre 7 1 8 oncie 4.e due terzi, fi
che cauata queft'aria dal vafo, quefto refterà 410. libre, et oncie 4. e due
terzi,piu leggiero di altretant'aria, e per confegucnza potrà folle-; uare tre
huomini, o due almeno 3 ancor che pefino più di otto pefi per yno. Si vede
dunque manifeftamenteyche quanto più grande fi firà li-* palla, o vafo fi potrà
anche adoperare laftra di rame, o di latta più groffa, e {oda ; Impercioche fé
bene crefcerà il pefo di eflb, crefcerà pero fempre più la capacità del
medefimo vafo, e per confegucnza il pefo dell'aria j onde potrà fempre alzare
in aria maggior pefo. Da ciò fi raccoglie facilmente, come fi pofla formare vna
machina, FigwA laqualeaguifa dinauc camini per aria jSi facciano quattro palle
ciaf IV. cuna delle quali fia atta ad alzare due, o tre huomini, come fi è
detto pocoauantijle quali fi votino dall'aria nel modo fopra moftrato, e fiano
le palle, 0 vafi A. B. C. D. Qucftc fi connetta no infieme con quattro legni,
come fi vede nella figura, fi formi poi vna machina di legno P ' E.F. 5» E.F.
fimilead vna barca, con il fuo albero, vele, e remi: e con quattro funi vgiiali
fi leghi alle quattro palle,dopo che fi farà cauata fuori l'aria, tenendole
legate a terra accio non sfuggano, e fi folleuino prima, che fiano entrati
gHiuomini nella machina j all' hora fi fciolgano le funi rallentandole tutte
nel medclìmo tempo : cofi la barca fi folleuerà fo pra l'aria, e porterà feco
molti huomini più, o meno conforme la gra pezza delle palle; i quali potranno
feruirfi delle vele, e de remi a fuo diaccreper andare velociffimamenre in ogni
luogho fino fopra allcj' iiìontagne più alte. Ma mentre rifcrifco quefta cofa
rido tra mefte0b parendomi che_-» ila vna fauola non m.eno incredibile, e
fìrana di quelle, che vfcirono dalla volontariamente paz.za fantafiadel
lepidiflìmo capo di Luciano; e pure dall'altro canto conofco chiaramente di non
hauere errato nelle mie prone, particolarmente haucndole conferire a molte
perfone_-» intendenti, e fauie j le quali non hanno faputoritrouare errore nel
mio difcorfo;& hanno folodefiderato di poter vederelaprouain vna palla, che
da fé ftefla falifìe in aria j quale hauerei fatta volontieri prima_. di
publicarequeftamiainuentione,fe]apouerta religiofache profcflo mi hauefie
permefìb Io fpenderevn centinaio di ducati, che farebbero d'auantagoio per
fodisfarea fidiletteuole curiofirà : onde prego i lettori di quefto mio libro a
quali veniife curiofità di fare quella ifperienza, che mi vogliano ragguagliare
del fucefìb,il quale fé per qualche-* difetto commefib nell'operare non
fortifle felicemente, potrò forfi ad-» ditarli il modo di correggere l'errore j
e per animare maggiormente_j ciafcuno alla proua voglio fciogliere alcune
difficoltàjche potrebbero opporfì in ordine alla prattica di quefta inuentione.
Primieramente può ritrouarfi difficoltà in voltare la predetta palla, ovafo nel
modo di fopra infcgn3ro,richiedendofi il riuoltare fopra la canna B. C. la
palla A. mettendo in alto la palla che prima pofaua_. in terra 5 il che certo
non fi potrebbe farefenza qualche machina, con difficoltà, filante la grandezza
del vafo,o palla tutta ripiena di aqua • A quefto fi può rimediare in modo,
chenonfianeceifario muouere la ì^igmA palla. Si collochi dunque la palla in
luogo alto almeno 47. palmi, e_^ V. nella parte di fottofiaconeflb al collo Ja
canna di 47. palmi,la quale fi chiuderà nella parte inferiore C. pofcia fi
empirà di aqua il vafo A. con tutta la canna per vn altro forame D. nella parte
fuperiore ; pieno che farà, fi chiuderà il detto forame con vna vite,
ochiauetta D. e volendolo votare bafterà aprire la parte efl:reraa C. della
canna immerfa in un uafo d'aqua, accio ufcendo Taqua dal uafo non ui pofia
fottentrar' aria ; ufcita che (ara rutta Taqua fi chiuderà la chiauetta B. del
collo del " uafoj 59 uafo, e fi leiiera via la canna, cofi haueremo il
uafo, il quale fé non farà del tutto voto di aria, del che non uoglio qui
difputare, certo è che almeno peferà tante uncieje mezza di menojquanti fono i
piedi d'aqua, che prima conteneua nella fua capacità, il che bafta per il mio
intento,et è già ftato prouato con rifperienza, come ho detto di fopra : deuefi
folo vfare diligenza in fare, che le chiaui, che chiudono il vafo, fiano f^t^e
efattamente in modo,che non vi pofla entrar aria perle commef furc->.
Secondo, fi può fare difficoltà in ordine alla fottigliezza del vafo ; poiché
facendo gran forza l'aria per entrar dentro ad impedire il vacuo, o almeno la
violenta rarefattione, pare che douerebbe comprimere eflb vafo, e fé non
romperlo, almeno fchiacciarlo, e guaftare la fua rotondità. A quefto rifpondo,
che ciò auuenirebbe quando il vafo non folle tondo i ma eflendo sferico l'aria lo
comprime vgualmentc da tutte le parti sì, che; più tofto lo raffodajche
romperlo? ciò fi è veduto per ifperienza in vafi di vetro, li quali anchor che
fatti di vetro grofiò, e-» gagliardo,fe non hanno figura rotonda,fi rompono in
mille pezzi^doue all'incontro ivafi tondi di vetro ancor che fottiIiffimi,non
fi rompono^ ne è necefiaria vna pcrfetciffima rotondità j ma bafta, che non fi
fcofti molto da vna tale figura sferica. Terzo,nel formare la palla di rame fi
potranno fiire due mezze palle,e poi connetterle infieme, e faldarle con ftagno
al modo folito ; ouero farne molte parti, e fimilmente vnirle j nel che non fi
può ritrouare difficultà. Quarto, può nafcere difficoltà circa l'altezza alla
quale falirà per aria la nauej poiché s'ella fi follcuafle fopra tutta l'aria
che comunementefi ftimaefferalta cinquanta miglia piu,o meno come vedremo dopo,
feguitarebbe che gl'hucmini nonpoteflero refpirare. Al che rifpondo, che quanto
più fi va in alto nell'aria, ella è fempre plufottile, e leggiera 3 onde
arriuata la nane ad vna certa altezza non potrebbe falire più alto, perche
l'aria fuperiore efiendo più leggiera-, nò farebbe atta a foftcnerla, fi che fi
fermerà doue ritrouerà l'aria tanto fottiie, che fia vguale nel pcfo a tutta la
machina -, con la gente, che vi fta fopra. Quindi accio non vada troppo alta,
conuerrà caricarla di pefopiu,o meno conforme all'altezza, alla quale voremo
falire; ma fé ella pure faliffe troppo alto ; fi può a ciò rimediare facilmente
coii_. aprire alquanto le chiauette delle palle lafciandoui entrare qualche
quantità di aria; imperoche perdendo in parte la loro kggierezza fi
abbaiferannocon tuttala nane; come airincontrofenon falifle alta_. quanto 6q
quanto defìderiamo, potremo farli falire con allegerirla di que'pefi, che vi
metteremo fopra. Cofi parimente volendo dcfcendere fino a Cerrafidoucrà aprire
le chiauette de vafijpercioche entrando in effi a poco a poco Taria perderanno
la fualeggierezza 5 e fi abbafleranno a poco a poco fino a deporre la nane in
terra. Quinto, alcuno potrebbe opporre, che quefta nane non pofla efler fpinta
pervia di remi, perche quefti in tanto fpingono le naui per 1*-^ 2 qua, in
quanto l'aqua fd refiftenza al remo, la doue l'aria non può fare tal
rellftenza. A quello rirpondo,cherarfabenche non faccia tanta refiftenza al
remo quanto fa Taqua per efser piufottile,e mobile; fa pero notabile
refiftenza, e tanta, quanta bafteràafpingere la nane; poiché quanto è minore la
refiftenza che fa l'aria al remo, altre tanto è minore la refiftenza che fa al
moto della nane: onde con poca refiftenza di remo potrà muouerfiageuolniente;
oltre che rare volte farà necefsario adoprarei remi, mentre nslfariafempre
haueremo qualche poco di vento, il quale ancorché debboliffimo farà (ufficiente
a muouerla velocemente j e quando anche fofse vento contrario alla noftra
nauigatione, infegnerò altroueilmodo di accomodare l'albero delle naui in modo,
che pofsano caminare con qualfi voglia vento non folo per aria_» ma anche per
aqua, Sefto, maggiore è la difficoltà di rimediare all'impeto troppo grandc,ccn
cui il vento gaoljardo potrebbe fpingere la naue sì, che corref^ fé pericolo di
vrtare nei monti,che fono i fcogli di quefto oceano dellV aria^ouero di
fconuolgerfijC ribakarfi: Ma quanto al fecondo dico che difficilmente potrà da
venti fconuolgerfi tutto il pefo della machina, con molti huomini,che ftandoui
fopra la premeranno in modo che fempre contrapcferannoalla leggierezza delle
palle; fi che quefte refteranno fempre in alto fopra la naue,ne mai la naue
potrà alzarfi fo« pra di loro ; oltre che non potendo mai la naue cadere a
terra, fé non_. entra aria nelle palle ; ne eflendoui pericolo d'affogare
nell'aria, come neiraqua,afferrandofi gl'huominialegni,o corde della machina
farebbero ficuri di non cadere. Quanto al primo confeflb che quefta noftra naue
potrebbe correre molto pericolo; ma non maggiore di quelli, a quali foggiaciono
le navi maritime ; percioche come quelle, cofì quefta potrebbe feruirfi
dell'ancore, le quali facilmente fi attaccherebbero a gl'alberi : oltre che
quell'oceano dell' aria, benché fia fenza_» lidi, ha pero qnefto
auuantaggio,che non abbifognano i porti oue ricouerarfi la naue, potendo ogni
qual volta vede il pericolo prender terra, e defcendere dall'aria, Altre 6i
Altre difficoltà non vedo cbe fi pofl'ano oppore a quefta inuentione toltane
vna,che a me fembra maggiore di tutte le altre, et è che Dio non fia per mai
permettere, che vna cale machina fia per riufcire nella prattica, per impedire
molte confeguenze,chepcrtiirbarebbcroiI gouerno ciuile, e politico tra
gl'huomini : Impercioche chi non vede, che niuna Città r:irebbe ficura dalle
forprefe, potendofi ad ogn'hora portar la nr uè a dirittura fopra la piazza di
erie,e lafciatala calare a terra., defcenderc la gente ? rifteflb accaderebbe
nelle corti delle cafe priuatcje nelle naui che fcorrono il mare, anzi con
folodefcenderelanaue dall'altezza dell'aria, fino alle vele della naue
maritima^ potrebbe troncarle le funi j& anche fenza defcendere, con ferri,
che dalla naue fi gcttaflero a baffo fconuolgere i vafcelli, vccider
gl'huomini, et incendiare le naui con fuochi artificiati, con palle, e bombe y
ne folo le naui, ma le cafe, i cartelli, e le città, con ficurezza di non poter
effer offefi quelli, che da vna fmifurata altezza le faceffero precipitare.
Nuoue jNfuoue intient'iom diTermofcopi per cono [cere U ^varietà del caldo, e
del freddo ., ne gl'elementi. primoinuentoredelTermofcopiojper mexz.ol'di cui
fi pofìa conofccre quando l'aria fia più, e meno calda, o frcda, fu Roberto
Fluddo, il quale prefe vn tubo di vetro com'è A.B. con vna palla, o altro vafo
C. connelTo al tubo nella fommità di lui, e facendo prima rifcaldare al fuoco
la palla, fi che Taria ne reftafle rarefatta, immerfe rcftremità A. del tubo in
vn vafo D. pieno di aqua; onde l'aria nel tubo 5 e nella palla-,
raffreddandofi, e ritornando al fuo ftato naturale di prima,ne potendo per la
bocca A. immerfa ncll'aqua entrare altr'aria, l'aqua del vafo D. ialiuaperil
tubo ad occupare il luogo abbandonato dall'aria, mentre quefta condenfandofi fi
ritiraua nella palla C. Quindi pofcia auueniua che reftandoqueftoinftrumento
immobile, ogni qualvolta l'aria efterna vcniua alterata dal freddo, o dal
caldo, fi alteraua ancor l'aria chiufe nel vetroi e condenfandofi perii freddo,
faceua che l'aqua faliff^L.,» più alta nel tubojfi come rarefacendofiperil
caldo rifcfpingeua a_. bado l'aqua medcfima -, et efiendo il tubo di vguale
groffezza in tutte le parti, e diuifo in molti gradi trafeileffi vguali, l'aqua
falendo, onero abbaflandofi moftraua nella lunghezza del tubo li diuerfi gradi
del freddo,© del caldo. Quefta inuentione fu meritamente ftimata ingeonofa,ma
nulladimenoera foggetta a tale inconuenientejcherinuernofpeiTo agghiacciandofi
Taqua, o rompeua l'inftrumcnto, o almeno lo rendeua inutile per quella ftagione.
La onde ringegnofiflTimo Gran Duca diTofcana hoggidi viuente, quanto amante de
peregrini intelÌetti,altretanto perI fpicace con il fuo alle nuoue inucntioni,
ouuiò al predetto incommodo, facendo lauorare a quelli, che fanno l'arte, con
la fiamma di vna lucerna, vna palletina di vetro con il fuo collo fottile,
quale appunto dimoftra la figura A. B. e riempiendo tutta la palla con parte
del collo figura ^jj quint' eflenza di vino, o aquauita retificatiflìma, il che
fi fa immerVII' gendo l'iftefìb vetro con il collo B. apcrto,mentre è tutto
caldo, nel liquore medefimo j pofcia fi chiude, e figilla con Tifteflo vetro la
bocca del collo,e fi coferua rinftrumcto,che fa Tvfo medefimo deiraltro,ma c6
^t;vt-i,. et effetto cótrariojpercioche h doue in quello l'aqua afcende per il
freddo, che condenfa l'aria della palla fuperiore, in qucftoil liquore afcende
per il caldo che Io rarefa nella pallina inferiore, e falendo per il collo
diuifone fuoi gradi, moftrahora il freddo bora il caldo,fenza verun pericolo, che
il Iiquorefiagghiacci,o fi confumi, o fi verH, come nel primo: hauendo di più
quefto maggior commodo,che potiamo facilmente portarlo con noi ouunque andiamo
; quefto medefimo feruc per regolare i gradi del caldo ne fornelli, de quali fi
feruono i chimici per le loro operationi ; per ritrouare, e mantenere il calore
neceffario a_. far nafcer i pulcini dalle vuoua fcnza opera di gallina, anche
di mezzo inuerno : per far cuocer l'voua medefime a quel fegno, che vn vuole»^
tenendo l'inftrumcntoimmerfo nelt*aqua,in cui fi cuociono, fin tanto che il
caldo arriui al grado prefifTo, e per molte altre cofe come fi dirà altroue.
Inuentione degna per certo di fi Gran Prencipe, il quale noa_. contento
d'hauerla ritrouata con ammiratione ài chi fha veduta, ha_» voluto pratticarla
non folo con far nafcer li pulcini ne forni, ponendo prima rinftrumentofofto la
gallina che coua, e notando il grado del caldo che fi ricerca per tale effetto
; ma anche dando la cura a moIte_-p perfonein diuerfipaefi,che ancor hoggi
notano ogni giorno la diuerfità del caldo, e del freddo, per potere pofcia
confrontare infieme tutte le mutationi dell'aria cagionate dalleftellein varie
parti del mondo,e quindi dedurre regole d'aftronomia fondate nell'induttione di
effetti efattamente fperimentati. Etohvi foiferopur molti ches'occupafleroin
efsercitij fi nobili ! quanto accrefcimento farebbero rarri,ele fcienze, fé
tanti Prencipi, e Caualieri dotati di eleuato ingegno, che confumano le
ricchezze in_« giuochi, e trattenimenti affatto inutili, Timpiegafìero
nell'ifperienzc-^ tìfiche, da cui trarebbsro non folo diletto maggiore, ma
gloria immortale al fuo nome, con le ingegnofe inuentioni, che riempirebbero i
libri de' letterati. Io pertanto aggiongendo in quefta materia alcuna cofa alle
già ritrouateslafcierò che altri vadino fpeculando cofe migliori 3 e per dir
ciò che fento, parmi che li due modi predetti di conofcere i gradi del caldo, e
freddo foggiaciano ancora a qualche difetto; e quanto al primo chiara cofa è,
che quanto piìì l'aqua afcende nel tubo di vetro,tanto più con il fuo maggior
peforefiftealla falitaj ondefe quattro gradi di freddo, per cagion d'efempio,
baftano per farla afcendere alla metà del tubo, quattro altri gradi di freddo,
non batteranno per farla afcendere tutta l'altra metà, efìendo che quanto più
faglie, tanto più forza fi richiede per alzarla ; aggioqgafi che parimente
l'aria, che fi condenfa-. oriuj quan 6^ quanto più fi rimuoue dalla Tua rarità
naturale, tanto maggior freddo richiedefi percondenfar]a,ond*èche non fi può alzarl'aquaapropor»tione
del freddo eftrinfeco. Si porrebbe rimediare a quefto con diuider il tubo in
parti ineguali, facendo che le parti fuperiori fodero più piccole delle
inferiori ; ouero formando vn tubo, che fofle più fottile nella fommita,che nel
fondo ; ma farebbe Tempre difficile il ritrouarc la proportione,con la
qualc-> le parti, o la grofczza dei tubo doueflcro andarfi diminuendo.
Quanto al tcrmofcopio piccolo del Gran Duca, egli incorre invn-* fimJle
inconueniente: poiché l'aria chiufa nel collo del vetro al falir del liquore fi
deue condenfare violentamente,6 quanto più alto faglie il liquore per ragion
del caldo, tanto maggiormente l'aria fa refiftenia; e ciononfolo perche fempre
più fi difcofta dalla fua rarità naturale.^, ma anche perche il caldo, che fa
rarefare, e falir il liquore,fa rarefare ancora l'aria, la quale perciò fi
sforxa di defcendere, e fa refiftenza alla falita del liquore
medefimojaggiongaficheficomeho detto dell'aria,cofidcli'aqua vita fipuo dire,
che fc dieci gradi di calore bafbno a far che falga fino alla metà del collo,
dieci altri gradi non balleranno a far che falga fino alla fommità, poiché
tanto più refifte alla rarefatione? quanto più fi rarefa, eflendo naturale ad
ogni patiente tanto più refiftere quanto più fi ritroua vicino alla fua
deftrutione,e più lontano dal fuo effere naturale. Si che queft'inflrumentino^e
ben fi ottimo per determinarci gradi del calore richicfto ne forni, o per altra
fimile opqratione chimica; ma nonèattoa diitinguere vgualmente i gradi del caldo,
e del freddo? Per ouuiare dunque a quefti difetti, ho ritrouato,e pratticato
vn_» altro modo più certo, e ficuro fjcendovntermofcopio,il quale ha anche
quefto auuantaggio fopra graltri,chc per ogni minima alteratione dell'aria,
egli fi altera notabilmente 5 fi che fi puoconofcere facilmente ogni picciola
differenza di caldo, e di freddo. Si pigli vnvafo di vetro diqualfivoglia
figura, e farà forfi migliore Figura]^ sferica 3 quefto habbia vna picciol
bocca, quale fi rapprefenta^ Vili* nella figura A. B. e nel lui fondo fi
pongano due dita incirca di aqua; fi pigli pofcia vn tubo fottile di vetro
aperto d'ambe le parti, e fi metta con vn eftremitànel vafo A.B.fi chela parte
eftrema A. refti immerfa neiraquaj&ilcollo B.fi chiuda diligentemente
sì,che non vi poffa entrar aria. Ciò fatto fi foffi con la bocca violentemente
per il tubo dalla parte C. peroche in tal modo l'aria, che fta chiufa nel vetro
fi condenferà, e facendo forza per rarefarfi di nuouo, fofpingerà l'aqua in
alto per il tubo ^5 tubo A. C. il quale douera efler lunga, non molto grofifo,
e diuifo nelle fue parti. Supponiamo dunque, che per forza della
condenfationc-» fatta con il foffio 5 Taqua fia falitafinoal fegnoD.
vedra(Iì,che ftando immobile l'inflrumento ogni minima alteratione d'aria farà
alzarti» notabilmente l'aqua, o abbacarla j poiché il caldo rarefacendo mag^
giormente l'ariajch'è condenfata violentemente nel vetro,farà alzac l'aqua : et
il freddo condenfando la medefima aria, faraila defcenderc«j. ' Quefto modo non
paté quell'inconueniente, a cui foggiaciono gl'aitri due modi mcntouati di
fopra; cioè della refiftenza dell'aria alla condenfatione, mentre faglie il
liquore ; poiché, com' è manifefto^ nel tubo l'aria, eh' è nella parte di fopra
entraj et efce dal tubo,il quale nmane aperto, ne l'aqua ritrouarelìflenza
nell'aria perfalire più alto, come fa il liquore nelli altri termometri. f In
oltre fé bene anche in quefto l'aqua con il caldo deue falirc contro alla fua
naturale inclinatione, onde pare che non debba falirs.^' •ugualmente 5 et a
proportionc del caldo, cóme fi è detto del primo termofcopiojcio pero è
rimediato fé non in tutto almeno in gran_» parte dalla violenta condenfatione
dell'aria fatta nel vetro j poiché fé bene Taqua con il fuo pefo refifte al
falire j pero raria che fta_. fopra Taquadel vafoelTendo condenfata
violentemente, preme l'aqua è lafofpinge in alto fi, che l'vna, e l'altra con
il fuo pefo ftanno in_, equilibrio :& ogni benché picciolaggionta di calore
bada per rarefar l'aria, che per fé ftelfa procura di rarefarfi,e cofi fa falir
Taqua-,: e pero vero,che anche in quefto termofcopio quanto più l'aria fi
rarefa, e ritorna al fuo ftato naturale, tanto maggior forza di calore ix
richiede, refiftendo anche vn maggior pefo di aqua che deueakarfi nel tubo: ma
quefta differenza non è fi notabile come ne gl'altri . Aggiongafi,che in
quefto,come fi proua per ifperienEa,ogni picciol calore fa alzare l'aqua
notabilmente anche quando è giontaquafi fino "i*"^ alla cima del
tubo, fi che fono più diftintamente notabili i gradi, particolarmente fé il va
fo A. B. fia grande, e fé pur vi è qualche iraproportione,fi può facilmente
correggere, con diuider la parte fuperiore del tubo ili gradi proportionalmente
fempre minori. Finalmentefi può rimediare anche a quefta piccola imperfettione
del pefo dell'aqua nel canelloche refifte al falire,con porre ilcanelloinfito
quafi hori^ig^r*. zontale, cioè con poca decliuità, come fi vede nella figura
nona. I^* Vn'altra forte di termofcopio ritrouo per ifperienza riufcire non
meno delli due primi, benché fia foggetto ad vno delli difetti accenP^g^'^x
nati. Piglio vnvafo,Q palla di vetro A. con vn colio B.C. non molto X« .:'-b '
R fbttile 66 iGiuk^Si. al collo C. attacco vn pefo conuènìénte F. poi Io
immergo] ncU'aciuajdicuicpicno il vafoD. E. fattoa modo di cojonnaj fi che.
refiftcndola leggierezza dell'aria chiufa nella palla, enei collo>quefta.
auuanzi fuori del vafo D. F. in gran parte, o la metà incirca j il colla è
diqifo nefuoi gradi 5 fi chcrifcaldandofi Tana fi rarefa nella palla, ricercando
maggior luogo, ne potendo vfcire per il collo immerfa neU*aqua fa alzar tutto
il vetro, e nell'orlo, o labro D.del va(oD.EJ nota i gradi diuerfi. Ma perche
Tacjua contiene in fearia,efacilmen-» te inaria fi rifoluc&efala in vapori,
riempiendo la palla di eflì vapori, quando l'aria di cfladouercbbe
condenfarfi.-equeftoèvn altra ìnconueniente, che patifce anche la prima forte
di termofcopio vfata comrrunementej perciò potremo rimediare ancheaqueftocon
empi-* re il vafo D, F. non di aqua? ma d'ai genso viuo j nel qual cafo accio
il pefofipo0a fommcrgerinclfodouerà eflere vna palla d*oro:ma chi non hauerà
commodità della palla d'oro, o vorrà ifparamiar queOa fpe* fa, potrà fabricare
il vafo A. in modo,che nella parte fuprema di elfo (ì pofla collocar qualche
pefo di piombo, o d'altra materia, che tenga_^ niiiììerfa parte del collo
nell'argento vino. Si può per maggior leggiadria delnoftro termometro
addattarlo in modo, che reftandoeglinafcofto fi vedano li ^radi delfrcddo-e del
caldo in vna moftrafimile a quella delli horiuoli: ilchefiottencrà facendo
galleggiare fopra l'aquachefialza nella canna vn cilindretto ft^m» di le|;nQC.
il quale ahandofi,o abbafìandofi con l'aqua medcfima_» XI. faccia girare vn
aife A. B. con la Tua frezza in B. mediante vn pefo E. attaccato ad vn filo,che
fi rauuolge intorno all'alfe in p. e dall'aitro ca* pofoftieneil cilindretto C«
Si può anche fare che il fi|o,a cui è annelfo il cilindro fia attaccata al capo
di vnaftafottile A.B. eleggiera,chcappoggiatainE. a modo /"/^«m di vna lena
fi alzi, e fi abbadi, notando con l'altro capo B. i gradi XII. del caldo, o del
freddo nell'arco CD, nelchefiolTcruische quanta maggiore farà la
proportione=delle due parti A. E. et E. B, della lcua,c quanto più lunga farà
ra(la,tanto più fenfibile farà ogni minima muta^ tione dell' aria. Finalmente
fi può fare vn termometro duplicato, in cui fi condenfcF'igmx rà l'aria
foffiando nella chiauetta A. e fubito di nuouo chiudendola, XIIU accio l'aria
condenfata faccia falirc alquanto l'aqua nei fifone B. dai quale ritirandofi
l'aria nell'altro vafo C. farà parimente falir l'aqua nel fifone D.e col
rifcaldarfi maggiormente dell'aria, falirà l*aqua fino alla fommità delli
fifoni, paflando vicendeuolmente dall' vno all'-, altro vafo, con effetti
curiofi, e diietteuoli, particolarmente fé li prcn detti re ietti vafi,o fifoni
farannodi grandezzadiucrfa. Molto più galan leggiadra riufcirà quefta
inuentionc,fe dentro a detti vafi, o alme no in vnodi effifi collocherà yna
piccola ruota, che fatta girare dairaqua,chevicaderi fopra mentre viene per il
fifone dell'altro yafo, faccia Tuonare va_i campanello, e nioftri con vna
frezza aggio nta, i gradi del caldo, e dèi freddo? Altre K« «/^/f;'^ ìnutnùonì
per fapere tutte le mt^tatlom dèlPana humiàa :, o fecc4>,oUU:?b;,
i'ii;-!g!jr: ^Ejl conofcere ogni giorno le varie mutationi intorno all'
hiimidità,oficcità dell'aria, fono varie inuentioni ritro^ uatc parte da altri,
e parte da mej delle quali ne accen^SMÌÉ narò alcune in quello capo,
riferuandomi il trattarne^ più longamente nell'Arte maeftra a fuo proprio
luogo. ìlP. Kirchero nell'arte magnetica lib.j.p. 2. capo j. dice che fi pigHj,
vn'arifta,o paglia di quelle che Iranno intorno alle fpighe dell'auena, et
vneftremità di efla fi fermi nella fommità di vno ftile, o fopra vn_, legno
perpendicolare alThorizonte^e fopra l'altra eftremùà fé li vnifca vn indice di
carta, o altra cofa che tì pofTa girare facilmente, e fia-, parallelo
all'horiz-ontc, intorno ài quale fi -defcriuavn circolo diltinto ingradij e
farà preparato rifinimento ^poiché eflendo quella paglia-, naturalmente ritorta
a modo di fune quando viene inhumidita fi va_» difnodando,&afciugandofi,o
fcccandofiiiiorna ad auuiticchiarCj'i-*' contorcere, fi che riuolgendofi in
giro muoiie l'indice che ha vniconeU la parte fuperiore, e nota i qradi
deirhun^idità, e ficcità dell'aria, con^ forme alla qualejfiauuiticchia,© fi
riuolgé piu,o meno. Il mcdefimo effetto fa§|iQ.tuttii furti di hQ/be,che
nafcono naturala mente in tal modo ritorte, 6^ aivùiticcfiiàtef come fono i
conuoluoli jTt^ura notturni, e fimili jde'quali io piglio vnfufto B. A. e lo
pongo chiufa XlVe in vn cilindro,0 colonnetta A. F. fi che non veda fermando
l'eftrema parte B.fichequefta non fi pofl'a girare 5 nell'altra parte cftrema
A. del detto fufto di herba, pongo vna figurina di carta che tiene innianovna
frezza D. fi cheauuiticchiandofijegirandofi ilfuflofi gira anche la_. figurina,
che gì e attaccata per vnpiedej&in vn circolo chefì:a intor-r no, e copre
il cilindro, accio non fi veda l'artificio, moftra i gradi dell'humidità, o
ficcità dell'aria per caufa delia quale fi va girando la figuraj e la frezza.
Vn'altromodouieneinfegnato dal Cardinale Cufano il quale prefcriue,che fi
prenda una bilancia, et in efla fi ponga della lana, o altra_» materia atta ad imbeuerei'humidicà
dell'aria ^collocando nella partc^ oppofla il fuo contrapefo alla bilancia,
poiché in tal modo inhumi^ dandofi 69^ dendoG la lana fi accrefcerà il fuo
pefojOnde dal pefooppofto che la tiene in equilibrio, fapremo la maggiore,e
minore humidità deiraria medefima . Io per pefarel'h umidità dell'aria
tengoappreflb di meuna piccola bilancina ^ e in unofcudellino dì efla pongo del
fale di alcun hcrba calida, poiché quefto attrae maggiormente l'humido, onero
del Talnicro calcinato che fi il medefimo effetto, anzi attrae tanto
efficacemente,^ che fi rifolue tutto in aqua,& alcune uolte pefa tre, e
quattro uoke più di quello che pefi quando di nuouofifecca j nell'altra parte,
cioè nell'altro fcud eli ino della bilancina pongo i pefi, con la uarictà de
quili uengoapefarel'humidità maggiore, e minore dell' aria: Douc fi noti che il
fale non fi liquefa femplicementc perche la fola materia di cflb fi rifolua in
aqua: ma perche fé li unifconoiuapori dell'aria humida, e lo' fanno più pefante
j altrimente non crefcerebbe di pcfo. Manonmenogratiofo è il modo fcguente. Si
prendano due grof-; fé corde di leuto, vna delle quali fia A. B. legata
iminabihneiite in^ A. da vna parte,e dall'altra riuoltata intorno ad vna
girchcta niol-. to piccola C. la quale girelctta fia immobilmente vniti
cox^^.l'alfe di vn altra girella maggiore M. F.E. laquile habbii vn con-^rr
trapefo moderato M. N. tanto,chebaftipertener tirata li corda B. A., la quale
inhumidendofi l'aria, anch'eia fentendo l'humidicà fi acor4 cierà,& acorciandofi
alzerà il contrapefo,e farà girare la girclla,que(ì:i girella hauerà vn dente,
in F. il quale entrerà in vn manico di martelletto L, H. fermato mobilmente in
G. e facendolo alzare ricaderà con il fuo pefo percuotendo il campanello H, L
siche dal fuono di quefto campanello faremo ammoniti dell'humidità dell'aria.
Vn altro campanello di diuerfo fuono R. ci auuertirà della ficcità in
quefì:omodo:advn anello F. farà legata l'altra corda F. O. e quefta medefima
corda in qualche diftanza notabile farà riuoltata con l'altro capo intorno ad
vna gircletta D. vnifa come l'altra immobilmente nell'alfe ad vna girella
maggiore con il fuo dente P. martello, e campanella vicini,econ il contrapefo
T. Rallentandofi dunque nell'feccarfi la corda E. O. il contrapefo T. defccnderà,e
ficendo girare la girella quefta vrterà con il dente P, nel martelletto, e farà
fonare il campanello R. Si pofTono ancora multiplicarei denti delle girelle si
che fonino più volte i campanelli,conformelamaggiore5e minore humidità, e
ficcità; e le corde, ò ruote fi potrebbero difporre in altri modi,come ognivho
nella prattica potrà facilmente prouarejbaftan* do che io habbia accennato il
fondamento di quefto artifìcio. Nel che fi habbia riguardo di fare chele
girelle, intorno alle quali firiuoltano S IcJ ie cordcjfiano molto
piccolcjacciò ogni piccolo fcorcfamcnto, o al^ lungamento di corda fia
fufficiente a farle girare j e le corde fiano a.% quanto lunghe, acciò lo
fcorcianiento fia notabile. Finalmente fi pofsono anche con l'orecchie mifurare
i gradi dell*humidità dell'aria : poiché fé noi prenderemo due corde di leuto,
o di chitarra j& vnadiefse fi ftenderàfopralifcannelli d'alcuno ftrumentQ
al modo ordinario ftirandola, e lafciandola fempre ad vn me^ demo pofto 5 ma
l'altra la ftenderemo fopra li medefimi fcannelli facendo che refti tefada vn
pefo attaccato ad vn capo di cffa,il quale fia tanto, che la renda vnifpna alla
prima, Quefta che vien tefa dal pefo mantenerà femore vn mcdefimo fuono,doue
che l'altra lo variarà facendolo hora più acuto hor più graucsconforme che fi
ftenderà,o raU icntarà dalla maggiore, o minore humidità dell'aria; onde dalle
loro confonanze, 0 difsonanze haueremo armonicamente i gradi dell'hufniditàjche
faranno tantijquanti fono i tonijO femitoni rauficalio Quero fi ftenda vna
corda per il maggior diametro di vn arjcllo di legno ouato e facile a concepir
l'humido nelle fue fibre ftefe per lo groffo,no^ per lo lungo del legno,che fia
porofo; poiché all'humido fi dilanerà ranello,e fi ftenderà la corda facendo il
fuono più acuto,che paragonato co vn altro fuono fempre (labile, haueremo il
medemo intento; l.e corde fiano di metallo, acciò anch'effe non fi alterino
facilmente^ Cap© 7' CAPO NONO Wdhrìcsre *vn horimUt ^he fi muou^ perpetHAmente
fenx^&c. fia fufficientea muouereil perpendicolo, ancorché molto più
pelante della palla, che vrta nell'afta; fi aggionge al facilitar quefto moto,
che il perpendicolo quando viene vrtato dall'afta è già in moto ; onde per fare
che il moto continui, baftavn impulfo minore aftai di quello, che fi
richiederebbe per darli il moto fé fofle totalmente in quiete 5 Di più eflb
perpendicolo douràeflere molto corto, il che ci giouerà a far falire più prefto
lacafletta con nmouere più velocemente le ruote; impercioche quanto è più
corto, tanto più frequenti firanno le fue ondationi ; Dalla quale breuità di
perpendicolo nafcerà, che fia moflb più facilmente dall'afta. Finalmente accio
la palla non difcenda troppo prefto per i canali inclinati ciafcunodi elfidourà
effere molto lungho; hor quanto è pia lungo il canale, per cuidifcendela palla,
ella nel fine aquifta maggior impeto, fi che venendo da h in b, quando arriua
in b ad vrtarenell* afta, ha giàaquiftato molto impeto dal moto decliue, per
tal modo,che Scorrendo per la palla da binl,e da l in e vrta di nuouo nell'afta
mentre dura ancora il moto del perpendicolo,e non fa altro che accrefcerlocon
vrtarìo di nuouo, accio pofsa durare, fin tantoché venga di nuouo ad vrtarlo in
d, poi in e>f &c. Secondariamente può nafcere difficoltà, che il perpendicolo
fia per hauere tanta forza, quanta fi richiede per alzare la palla
conlacafsettaN.douendola alzare mediante il moto di tre ruote, ciafcuna
dells»-» quali fa refiftenza al moto. A quefto rifpondo, che farebbe diffi_cile
alzare la cafsctta con la_, palla, quando l'altezza, a cui fi dcue alzare,
fofle molta, et il tempo breue j cioè quando il moto della cafsetta douefse
efser veloce; e con feguen 84 fcgucritemente veloce cfìcrdouefi'e anche il
iiìoto della ruota I k noce leraca dall'altre ruote più tarde j ma quando il
moto della caflccia debba efìer lento fi, che fi muoua più lentamente la ruota
Jk di quello, che fi muoua la prima ruota E F, tal moto lento riufcirà
piufacilejconforme fi dimofìra con i principi] della fcienza mccanica. Che poi
bafti vn moto lento della cadetta èmanifelloj Pcrcioche ella non deuearriuare
alla fua determinata altezza fé non quando la palla, che difccnde per il
canale, farà arriuata nel fondo X : per il qual moto della palla^ firichicderà
molto tempo, doucndo dii'cendeie per moki canili affai lunghi, come fi è detto
di foprajonde tiìttclecofe concorono a fjcililare queftomoto. Aggiongoche
lacafietia N dourà eflere IcggierifTìma ; poiché, ancorché tale, potrà femprc
difcendere a ripigliare la palla in X ogni volta che farà liberata la ruota LM
dal ritegno, o linguetta L. La palla fimilmente, ancor che fia moltiffìmc volte
più leggiera della palla del perpendicolo D, farà fufficientca farlo muoucre
ccil.. vrtare nell'afta YC, fi per l'impeto che prende nel difcendere per il
canale, fi anche molto più per la lunghezza dell'aftajche farà l'effetto di
Iena; e finalmente perlabreuità del perpendicolo, Auuerto anchora che la palla
S del braccio tampinato S gR dourà efiere più leggiera di quello che fia
lacafsetta N con la fua palla_, j accio quefta vrtando nell'afta piegata EZV
pofla alzare, e ripone la.;, detta palla S foprail fuofcanettoTQ^5& ancor
che quefta palla S fia afsai leggiera farà però fufficicntea far piegare il
rampino in R,e liberare la ruota LM ritirandola vcrfo T 3 pcrcioche la fpira,o
filo di ferroRTdcue premere leggicrifììmamcnce, e fol tanto, qu;into bafta
perrifofpingerela ruota LM verfo la ruota lK,il che fi farà con poca violenza
mentre l'afse della ruota IK entra mobilmente neli'afse della ruota L M in
fitohorizontale. Nctifi di più che potiamo facilmente accomodare vn altr'afta
dall' altra parte del canale, cioè in hlmno; nella quale vrti parimente la
palla, e dia più frequentemente il moto al perpendicolo, onde roaj pofsa mai
tal moto inlanguidirfi, nel qual cafo potremo fare minorcL-» quantità di
canali, ma più lunghi fi, che la palla fpenderà maggior tempo in difcendere, e
nel fine di ciafcun canale prenderà maggior impeto, poiché quanto più lungo è
il canale, tanto maggiore farà l'inv peto, che haurà aquiftato nel fi,nt-»o Vn
altro moto perpetuo Jlmile al precedente. femplice g^^^i^^N altro modo mi
fouuiene a fine di perpetuare il moto no molto diflìmile dal precedente, con
adoperare vna copelea, la quale riporti in alto la palla dopo che farà difce ^^
fa per il canale, come fi è moftrato di fopra j il che fi fura con minor
quantità di ruote, e con machina molto più fpedita . Sia come prima vn
perpendicolo A B, il quale muouendofi faccia girare con li due rocchetti H,I,
vnitial fuoafìejla ruota L nel modo fpiegatonel capo precedente jall'afleLM di
quefta ruota fia vnita va,, altra ruota N O, la quale girandofi morda la ruota
O P : e quefta ruota OP farà vnita all'afle di vna coclea RTQ^ intorno alla
quale farà il canale, che per eflere a modo di lumaca li da il nome di coclea.
Le due cftremitàdell'afsedi quefta coclea cioè Y, T faranno appoggiate fopra
due poli T,Y in modo che Tafse fi poffa girare liberamente con la coclea vnita,
mediante il girare della ruota O P. Difcenda dunque vn\ palla per li canali O
F,come di fopra j e quefta vrtando nell'afta DF ogni volta, che arriua al fine
di alcun canale dia nuouo moto,&impulfo al perpendicolo; il quale muoucndo
le ruote inferiori, e la coclea, quefta coclea porterà in alto un altra palla
pofta nel canale tortruofo T S V Z Q^, portandola dalla parte inferiore S alla
fuperiore Q^ ^^-' quale vfcendo dal canale della coclea, cadere nell'altro
canale nel medcfimo tempo, o almeno poco dopo che l'altra palla è gionta al
fìnc^ del canale, cioè in S : all'hora quefta palla farà prefa dalla coclea, e
farà portata in alto,mentre l'altra difcende, e cofi fucceflìiiamentcruna dopo
l'altra. Auertafi che acciò la palla, che è arriuata inS, fia riceuuta dalla.»
coclea nel medefimo tempo, che l'altra efce dal canale Qjdella coclea, fi potrà
fare, che la palla vfcendo dalla bocca Qjdel canale della», coclea, e cadendo
nell'altro canale faccia impeto in alcun afta la quale fia connefla con vn
ritegno, o molletta pofta nell'eftrema parte del canale S, dalla quale l'altra
palla vcniua ritenuta, accio non cadeflc-* nella coclea prima del tempo. UTA y
n altro moto perpetuo molto più facile deUi due precedenti per Via di trombe
che ahino l'aqua. figura, ^-'^^^P, lA il perpendicolo A B foilenuto con il Tuo
afse C Q^D ia KXiL ^^%>Sj1 duepoliCQ mobilmentej&al medefimoaflefiaimn.Q
bilmenre connefsavn afta leggiera, ma foda QJl, che penda all' in giù
neiriftefso modo che fa il perpend'colo A B 5 Al fine del medefimo afte in D
fia connefso vn_. braccio F E che faccia angoli retti con l'afse C D, et alle
parti cftremeE, &F fiano attaccati due piftoniI,&G i quali entrino in
dut«» trombe LkIjSiMHG, in modo che muouendofi il perpendicolo AB fi alzeranno,
et abbafserannoi detti piftoni G,I alzando laqua..-, ('incui rifuppongono
imerfele trombe ) peri canali HM,KL nel vafo foprapofto P F j nel qual vafo
farà vno fcifone N P O il lui braccio più corco NP arriui fino al fondo del
vafo, ma reftipero apertala bocca fua N, e l'altro braccio più lungo P O
penetri per il fondo del vafo, e ftia parimente aperto in O, e quefto fcifone
fia tanto alto in P dal fondodel vafo, che riempiendofi il vafo refti pieno
anch' efso, (1 che all'hora preponderando l'aqua del braccio O P incomJnci a
fcorrere fuori del vafo, e per confeguenza non cefserà di vfcireperla bocca Q
fin tanto,che il vafo non refti voto. Sotto la bocca O, per cui efse l'aqua
farà accomodata una ruota.», ST con le fue ale foftenuta in due poli XZ,&
equilibrata in modo che con facilità fi pofsa girare dall'impeto dell'aqua, che
cadcrà per lo fcifone fopraefsa ruota 3 la medefima ruota hauerà da vna parte
vn_* aletta S che fparga in fuori in tal modo, che girandofi la ruota vrti
nell* cftrema parte R dell'afta OR,laqual hafta cadendo nontrattenerà pero il
moto della ruota ; fi che fcguitera a girare fin tanto, che vi cade fopra
l'aqua : et anche dopo che l'aqua farà finita, la ruota per l'impeto già
concepito, girerà molte altre uolte prima di fermarfij e girandofi, urterà con
l'ala S nell'afta QR, e feguiterà a dare il moto al perpendicolo AB j e perche
il perpendicolo dopo che ha concepito l'impeto feguita a muouerfi molte uolte
da le ftefso, fi muouerà, e farà le fuc»* ondationi ancor dopo che farà fermata
la ruota j Si che dopo che farà yotatoiluafojC fcorfa tutta l'aqua per lo
fcifone fopra la ruota, fegui-^. terà terà ancor qualche tempo a muouerfi la
ruota, e finito anche il moto della ruota, feguiterà per qualche altro tempo il
moto del perpendicolo: ne quali due tempi s'alz.erà nuou'aqua nel vafo per
mezzo dcii«i^ trombe mofle dal perpendicolo : fi faccia dunque il vafo capace
folo di tant* aqua, quanta è quella, che fi alza in quelli due tempi ; dal chz^
feguiterà che, finito il moto del perpendicolo, refterà di nuouoil vafi>
pieno j e per confeguenza anche il Icifone N P O, onde incominciarà di nuouo a
fcorrereraqua perii fi:ifone,e darenuouo moto alla ruota, et al perpendicolo^ e
perche voglio che molto maggior copia di aqua_. efca dal vafo per il fcifonedi
quella che nel medefimo tempo, entra_, nel medefimo vafo per le trompe, finirà
ben fi di votarfi il vafo, ma non ce&rà pero fubito il moto della ruot:i,e
molto meno il moto del perpendicolo, onde in quello tv mpo di nuouo fi riempirà
il vafo^c tornerà a votarfi per di nuouo riempirfi, e cofi perpetuamente
cadendo l'aqu-i là,d'ondefi alzò. Che quefì:o moto fia per elTere perpetuo fé
io non m'inganno fi dimoftra facilmente : poiché eflendo molto maggiore la
quantità dclfaqua che difcende per lo fcifone,c cad^ fopra la ruota, di quella
ch^-* in vgual fpatio di tempo fi alza per le trombe j e cadendo dalla medenma
altezza, alla quale fi alza j farà fufficiente, ad alzare effa minore^*
quantità di aqua, mediante il moto della ruota, e del perpendicolo j al moto de
quali due, perche fi muouono liberamente fopra i fuoi poH,noa vien fatta altra
refiftenza, che quella del pefo deiraqua,chedeue falire perle trombe j eflendo
dunque queila molto meno pefante di quella, per confeguenza potrà cfler alzata
da lei : Di più ogni poca quantità di aqua, che afcenda per le trombe nel
vafo,dopo che farà rollato voto, farà ballante nellVfcirechefaràper
lofchifoneadarnuouo impeto al perpendicolo 5 in tal modo che pofla muouerfi, e
riempire di nuouo in breue tempo il vafo. Aggiongovn altro auuantaggio, che ci
nafce dalla forza della Icua; poiché fé noi faremo che Tafta QR fia molto più
lunga di quello, che ila il perpendicolo A Bjquefìi'afta urtata in R dalla
ruota hauerà forza dileuain ordine a muouere il perpendicolo,fi che con poca
refifl:enza della ruota farà mofso il perpendicolo . E fé bene eflendo il
perpendicolo più breue, più breui ancora faranno le ondationi,e per confeguéza
meno fi alzeranno i piftoni I, G, alzando minor quantità di aqua i;i ciafcuna
ondatione del perpendicolo: quefl:o difetto però fi rà ricompenfato dalla
maggior celerità, e frequenza delle medefimeondationi del perpendicolo : il
quale quanto è più breue tanto più predo compifceun ondatione 5 fi che
facendofiinciòla compenfatione,ci rimarrà anchora 88 anchora il primo
auiiantaggi'o del muouerfi più facilmente, e fare minor rcriilciìza al moto
della ruota . Aggiongafi anchora, che poca forza fi lichiedeper rimouere il
pefo B. dal Tuo centro, a cagione che non fi deuc alzare a perpendicolo, ma
obliquamente nel arco delle fueontiutiuni 5 quanto più dunque con l'aiuto della
leua, onde fi potrà fare il pendolo B molto pefante, e sì, che pofla aliare
molta più aqua. L'efìertofeguirà anche meglio, e s'intenderà maggiormente la
ragione di efib, fé in vece di fare vn fol vafo, in cui fi riceua l'aqua, che
fi lihs. dalle trombe, e da cui efce per muouerc la ruota, faremo due vali
ciiltinti AB,& EF IVno immediatamente fotto dall'altro, con due» icitoni
C,e D. Nel vafo di fopra entrerà l'aqua alzata dalle trombe, e quando farà
pieno incomincierà ad vfcire l'aqua per lo fcifone C, b:i'jbn!ì .7 À ...iiiv;?^
^., ^n )'uh'j. OHI Oim t:jirf 'yWXi' " 1 >i». ^Modo curio jo fatile, 0*
n)ù\ì[fimo di d'^fìilUre l'aria, e (onuertirU in aqua, con 'vn tnuentione di
fare fontane co pio fé in luoghi» ne quali non fi a alcuna forbente di aqua.
Auendomoftrato alcroueche l'aria particolarmente vicina alla terra è ripiena di
molti vaporijch^ altro non fono che aqua attenuata, e rarefatta dal calore
inminutifiìme particelle; non farà difficile il conuertirla di nuouoin_, aqua,
fé con l'arte fapremo imitare la natura, che fimilmente mediante la condenfationeconuertei
detti vapori in pioggia j fi come la natura con il calore del Sole, o
fotteraneo della terra rarefacendo i'aquala conuerte in aria, e di nuouocon il
freddo della feconda regione dell'aria,condenfando,i medefimi uapori,li muta
io., aqua; coli l'arte per mezzo di una fimilccondcnfatione,conuertirà in aqua
gl'ifte^ uapori prima attenuati naturalmente dal caldo. . Prendali vn gran
varfo di vetro ABC largo nella fommità, \i quale fi vada reftringendo nel
fondo.fmo a finire in vna punta, come di ^^'*'** vn cono jia parte fupcriore A
B fia aperta, fé no in tutto,almeno in parte nel mezzo, con vna bocca D; e la
parte inferiore (ìa tutta vetro fenr, alcuna apertura . Si riempia quello vafo
di neue,o d'\ giac-, ciò in tempo di Eftate, ò almeno in luogo oue l'aria fia
affai ca!da_:.; e meglio riufcirà tenendolo efpofto al Sole; poiqhe l'aria, che
iìi intorno fuori del vafo, feutendo il freddo della neueficondenferà, e
fiandra attaccando alla fuperficie eilerna del vetro, per il quale_^ fcorrendo
giùnella punta C fi diftillarà in gaccie frequenti si, ch^^ collocandoui fotto
vn vafo E, in poco tempo ne raccoglieremo buona quantità, ejtantopiù, quanto
faj-à maggiore, la grandezza del. vafo A B,C.^^^*»^bn? ! • onToinri"
-^l»'*^^^ • :- I'^l'OìD 'V Queft'aqua farà molto leggiera, limpida, e falubre
si, che TEf* tate ne potremo bere fenza pericolo di riceuere nocumento ; anzi
per cflere ripiena di fpiriti ignei folarif quando fia diftillata, mentre
l'aria èefpofta a raggi del Sole) conferua, et aumenta il calore naturale; onde
gì' EthicijO Tifici ne riccuono gran giouamento; et Io ho coiiofciuto vna
perfona, che già toccaua il terzo grado di tale infermità; e 91 e perciò era
difperata daMedicì,'c con bere per molti giorni buo-i na quantità]di queft*aqua
rifanòperfettsmente.Quefto mcdefimo artificio può eflere molto vtilcjà quelli,
che fi ricrouaflero in penuria di aqua dolce per bere, 3c in molte altre
occarioni,come ogn'vn vede. Et acciòche alcuno non ilimaffcche queft'aqua foffe
la neue liquefatta che penetrafle per ilJvetrOjpelì riftcffa neueauanti èdopo,e
ritrouerj, che non farà fccmata di pcfo, fé 'non forfi alquanto per eflère
ftata-» efpofta al Solejmà non mai tanto,che compcnfi il pefo dell'aqua d'aria
raccolta. per conuertire maggiore quantità di aria in aqua,c fare vna Fontana
copiofa in luogo benché aridiffimo,e nelquale non fia alcuna vena di aqua,
particolarmente di Eftate,quando il bifogno di efla fuol
effermaggiorcjfcieglieremo vn fito efporto verfo il mczzodi,e fé folle alquato
eleuatoin vna collina,© monte,farebbe migliorc,c quini fca» ueremo fotto terra
vna grsn camera, la quale habbia vna fola bocca, e quella non molto grande, e
riuoltata verfo il mezodìj ma lo fcauamento della camera non douràefler fatto
immediatamente vicino all'aria j anzi fi dourà prima incominciare vna caua
larga cinque, o F/^«r^ {ci bracci, la quale fi vada reftringendo fino alla
bocca della camera; XX\\ equeftaboccanonfia piùlargadivn braccio,e mei2o,o duej
pofcia nella parte più a dentro fcauercmo vn gran vafo a modo di vna camera,
come dimoftra la figura^ poiché in tal modo l'aria, che entri^ calda, e
rarefatta dal mezzo dì per la bocca AB nel fito grande fcauatoC fi condenferà
dal freddo fotterraneo, et aitaccandofi d*. ognV intorno i vapori
condenfati,goccicranno dalla fommità nel fondo D copiofamente si, che ogni
giorno fi potranno cauar fuori molti fecchij d'aqua per il canale D E, o in
altro modo 5 e tanto maggior copia d*aqua haueremo, quanto laflagione farà piQ
calda, e l'aria maggiormente percofsa dal Sole, a proportione della grandezza
della camera C 5 poiché quanto più grande ella farà, tanto maggior quantità di
vapori conuertirà in aqua j et acciò il freddo, che deue condenfare Taria fia
maggiore, fi donerà, come dilli, fare molto profonda, et inoltrata» nella collina,cioè
lontana dalla prima apertura più larga B. i Giouerà anchoraveftirla d'intorno
di pietre fredde ed* vmidé, Ì qualiper natura fua fiancarti ad
attraerel'vmidità, come quelle che fono imbeuute di fpiriti minerali, e
particolarmente falnitrarli ; onde fi potrà ancora artificiofamentc dare vna
tal qualità a dette pietre, ac» ciò più facilmente facciano l'eHetto, di
condenfare i vapori io aqua_. f^ incroftando la parte inferiore D che deue
riceuer l'aqua come fi fuole nelle cifterne, acciò non penetri per la terra, e
fi perda. 1 £nv o3ub; .:4 Qucfì' 93 Queft'aqua farà purgata, e falubre poco
meno della già detta di fo pra, onde fc ne potrà bere a fatictà : e farà
baftante per l'vfo quotidiano almeno di vna famiglia, et anche di più quando fi
faccia m luogo, e fito opportuno con le diligerne accennate. E di ciò io ne ho
veduta-. rifpericnza,e di fimil aqua hobeuuto più volte: il cheogn*vn vede
quanto fia per cfl'er gioueuolea molti in luoghi penuriofide aque;
oarticolarmcnte perche quando s' inaridifcono i powi . E fi votano le ci^
fterne a cagione della ftagione caIda,&afciutta,airhorapiu che mai copiofa
farà quella fontana jpercioche in tal tempo maggiore è la copia de vapori, che
il calor del fole folleua nell'aria ^ fi che quell'aqua, checifù rubbata dal
fole conuertcndola in aria, faremo che fia forzato a reftituircela molto più
purgata, e falu^ tcuole. C^cfìia inucntione parimente può liberare tal' hora
vna città dall'afledio; nel quale tagliati, come fuol farfi, i condotti
dell'aqua, farebbe forzata ad arrenderfi,fe fi feruiràdi qucfto noftro rimedio.
5riDD: •yj^qd zup: \h:: ~r ■A ih 03 A a L'érU maej^r^ d' agricoltura infegna a
moUi^licare il raccolto delle femen'^e. L raccogliere dalle femenze frutto
copiofo, non depende in tal maniera della natura, che le produce, che non
dcpenda anche molto dall'arte, che con applicare le caufc a greffètti
proportionati, auualora le forze della natura medefima, di cui è ferua, e
miniftra, Ne parlo io qui fole dell'arte dcll'agricokurajdi cui hanno fcritto,
Varrone,Colutnelia, Palladio, Crelcentio, Herrera, il Gallo, et altri, la quale
è già fatta triuiale, e ripratticacommunemente^maparlodi qu,eUa>che con modi
più reconditi emulando la natura la necedìta a produrre frutti non ordinari], e
molto più copiofidi quelli, che ad ogn'hora fi fogliono raccogliere. Di quefta,
che chiamo arte maeftra d'agricoltura,difcorrerò lungamente a fuo luogo : in
tanto per darne alcun faggio voglio accennare il modo di fare che ilgrano,e
l'altre femenze ordinarie multiplichino copiofamentejC diano frutto fé non
centuplicato, almeno molto abbondante, Deuefi dunque fapere che, come moftrerò
altroue, tutta la virtù gcneratiua particolarmente de vegetabili confifte nel
fale di e(lì, dal quale depende l'organizatione delle parti, et è formatrice dell'embrione:
il quale pofcia viene nutrito,& allattato da gl'elementi, ma principalmente
dalia ruggiada, che cade la notte, 6C. é il latte più falutteuolc,cho
auidamente fi fucchia dalle biade afletate," per il calore del giorno •
Eforfihebbe iiguardo a ciò quella benedittionc di Giacobbe Det tihi Deus de
rore c^i/, Cp'»\ '•''^-'-^'j^ ^^ Quefto è quanto mi è paruto di douere
accennare in quefta materia, riferuandomi molte cofevtiliècuriofe appartenenti
or. all'Agricoltura e ircà^gl*irvefti,leviti,fiori, e frutti,quaU -i: paleferò
nell'Arte Maeftra al fuo luogo proprioj doue anche moftrerò in qual modo fi
pofla ♦ >in pochehore far nafccre ogni vege tabile, e raccoglierne il frutto
poche hore dopo che fi 3 farà feminato. ^ Jf, lil jcsA ì ni lìoq ib '• oi?fn ?/>?oi
ib 2rr; • Ci'. nicoun-ignoiggte Ji iiJiiiJt)! óiyq ^zn-Sì. :uqof; Ol' ìbùn'r
t-^k US uì TlktV^S^ fi 'f I ir; :>aoi§ci ^fSS^^^A •'^•'"i"^^-'
*"' ''J^f-^ ^ -» or, .,; ♦.jj'j'aficlv fi « -inrsii, p4r ndfcere quéil fi
'vp^lia fiore, e frutto in vn 'V^fo di vetro fenz^a ftmenz^a. ^^^it/.èi vJ -fti
C c Capo taoB .siriD ilbb ifnte*ibb 5lf:i5n:>D -iin^nsT iioH'tis iinor>
oirnsDOOnC aì [: i^r-«i /'^''«'«I^I^Sp^^I^ iàccia vna lucerna, di cui la
part&rcibtrriceue in fc l'oglio XXl^li ^\%^SI' ^*^ ^^ farma d'vna colonnetta,:come
fi vede nella figura !'p;;..efrexeU colonna, ocilindifo A Ji chiufo nella parte
di i. r:fopr^,eper ogni luogo fìijche non.vipolTa entrar den.i ! tro ana,
tettando aperto folo nelfondo con vna particella C per Ia.,q,ualeefica. l'oglio
neJi*anneflbvafoCL incuiftàlolloppinojche arde in Li«j€0«^uniaTidoi'oglio fa
chevadi difcendendo nel cilindro a pocoapoco vniforniemeBce nella parte
anteriore CE della lucerna fia vn altEO-piccolo cilindretto, o^-fimile
ricetracoloj nella parte fuperiore del quale fia vna girella IK-con ilfuo afìe
EF chi-» habbiaanncfib vna freccia, o iindi^lc per moftrarl'horefegnate intorno
alla ruota GHjciò fatto fi ponga nella colonna AB Toglio con vn-. pe7.zo di
fuuaro, o altro corpo leggiero D che nuoti fopra l'oglio, a cui fia legata vna
funicella fottilc D CI k M, la quale fune pafli fopra la girella IK,e
neireftremo habbiaconnellb vn pefoM,ma non tanto greue che pofla far difcendere
il fuuaro D, il quale galleggierà fempre fopra l'oglio, e quefto difcendendo
con il confumarfi difcenderà anche il pefo Ni, che con la funicella farà girare
la girella IKjCol* indice E F, che moftrerà l'hore. Deuefi dunque auucrtiredi
fare la grandezza della girella Ik,proportionataal difcendere dell'oglio, e del
fuuaro D. oiferuando quan* to difcendein vnhora, accio la girellai K, col*
indice fi muoua ordinatamente. Si deue auuertire ancora di mettere la ftbppino
fempre della medefimagrolTc'zzaje deiriikfso numero defili, acciò fempre
l'oglio fi confumi vniformemente nella fommità della lucerna fi potrà metter
vna_# vite A, che chiuda perfettamente il buco, per il quale fi mette l'oglio;
benché quefto fi può anche mettere per la portella C riuoltando fottofopra la
lucerna. Notifi anche, che fé fi poteffe accomodare in modo l'afse della
girella I k dentro la colonnetta A B, che pcnetrafse fuori per vn forame
tanto,addattato,che riempiuto totalmente dall'afsenon dafse adito all' aria 103
aria per penetrare nella colonna, fi potrebbe accomodare il tutto fen za
l'altra colonnetta,© ricettacolo IMC; ma tuttofi potrebbe mette; e nella
colonna A B^ e ciò in moki modi facendola moftra dell'horead vn latOjOueroin
cima alla colonna nel piano fuperiore di efsa, ma perche Te vi entrafse aria
Toglio caderebbe fijbito tutto a bafso ; et è diffìcile forare k lucerna in
modo, che l'afse fi giri nel forame fenza dar adito all'aria, perciò
habbiamoftimato più ifpedientc, e ficuro il modo fopra defcritto. Si potrebbe
ajicora aggiongere alla moftra vna ruota dentata, che iacefse batter le hore
come ognuno può facilmente uedere ; ma per far battere le hore dentro
allamedefima lucerna potremo fare in quefta juaniera . Dentro alla colonna
nella circonfereiìza interiore, difporemo un canale aperto nella parte
fuperiore,attoa foftenere una palla di legnOschedifcendaperefib canale fatto a
fpira,cioèamodQ di uite intorno ad efla colonna j quefta palla galleggiando
fopra l'oglio, andrà difcendendo per il canale in giror'fia dunque accomodato
in modo che dopo vn bora habbia fatto vn giro intiero, et arriuata al fine di
eftb la palla vrti nel manico j onero afta di una molla fi, che alzandofi
quefta lafci trafcorrere vna ruota con il fuo contrapefo, come fono quelle
delli oriuoli a ruota, che fanno fonare le hore j a cui fia addatta^ to vn
ma,rtelletto, che batta vn campanello pofto nella fommità della lucerna 5 e
cofi fucceftìuamente cojmpito l'altro giro, la palla faccia il medefimo cftctto
di far fonare Infeconda bora, e poi lctre,quattro&:c. In qtial modo chi
camtna in carrozjZj^, ouero nauig^ per aqtta pofs^ [^f^^i h f»k^t^ 4^^ 'Viario
fstto» ^«(•^ ^^^l^g Vefta inuentione bene he fia accennata da VitruuiOj egli
XXVinllj^^^® però parla fi ofcuramente che io non ho ritrouato alcu fefe^SJ no:
il quale l'habbia fapuca interpretare ; onde mi è par SSJI'ìS fpiegarla in
quefto luogo come cofa nuoua.*fé non in foftanza, almeno in ordine
aireifettOjdeireflc* re bene intefa,e pratticata. Si mifuri il giro di vna
ruota del carro, o carezza, e fia per efempio di I o. piedi, cioè di due paflì
^ all'afle di quefta ruota A B, come fi vede nella figura, fia vn dente C.
fopra all'afTe fia vna ruota di 5 o. denti C D, et airaile I E fia vnito vn
dente E che morda vna ruota dentata E F, che farà la moftra del viaggio diuifa
per efempio in 12. parti, e ciafcuna diefse parti habbia io. denti, che faranno
in tutto 1 20. Nel centro G fia vna freccia immobile, che moftri il numero
delle miglia.. ? Impcrocheogni giro della ruota AB, cioè ogni due pafli di
viaggio fi promouerà vn dente della ruota C D mediante il dente C, et hauendo
quefta ruota 50. denti, dopo cento pafiì di viaggio la ruota C D haurà fatto vn
giro intiero, e per confeguenza mediante il dente E haurà promofso vn dente
della moftra EFj &erscndo dieci denti da vn numero ali* altro, dopo dieci
giri della ruota CD cioè dopo mille paflì, che ■ fono vn miglio, farà promofsa
vn fegno intiero la moftra E F,e la freccia moftreràil principio del numero II.
che prima moftraua il principio del I. Nel medefimo modo fi può operare
naulgando per aquife fi feruiremo di vna ruota colle ale fimilja quelle delle
ruote demoHni,Ic quali con il moto della naue vrtando nell'aqua facciano girare
la ruota,che farà in vece della ruota A B, fi che tutto l'artificio confifte in
fare, che il giro della prima ruota, che corrifponde alla quantità del
uiaggio,fia multiplicatoa proportione delle altre due ruote CD, et EFj il che
fi può fi^rc in più maniere, gome ognVno uede. L'Arti Maejlra di (Chimica
mofira la tramutatione ie** Metaltt j ^ addita la firada pir ritrouare la
^Pietra FilofofaU, fi' Qon il modo dì fare le vere Quinte Efsenze, j»'Pg E
Operationi appartenenti alla Chimica non confiftor !6§W folamente^'come rtimano
alcuni) nella tramutatione. . V^lpl de Metalli, poiché ella è vn arte molto
piii vniuerfah -w ^ÉH^ lacuale in certo modo abbraccia anche la Mcdicinf^ o
almeno le gì accolta molto da vicmo per aiutarla-, . e fi può definire efsere
vn'arte, la quale rifoluendo, e riducendt^ tutti i corpi mifti nèfuoi primi
clementi, va rintracciando la natura d effi,cfeparando il purodairimpuro,edi
quello fi ferue a perfcttiona-" ve i medefimi corpi, et anche a tramutare
vn corpo in vn altro. _] Dalla quale definitione rclìa manifefto quanto
ampiamente fi ftendrf lachimica per tutte le forti de corpi naturalijdi cui
quella p;. ite, c"hl[* s'afpetta alli foli Metalli, ha il fuo proprio nome
di Alchimia, prcft" dal vocabolo Greco, che fignitìca Su^o di Sale;
Imperciòche ncllt fpirito fugofodel Sale rificde tutta la virtiì,&
efficacia de corpi miili" La Chimica poi vien detta ancora Spagirica dal
verbo Greco . . che vai quanto dire,fciegliere, ejfeparare ; poiché come fi è
d-tcv, fepara l'inipurOjC fciegliere il puro, Altri la chiamarono cabbala
perche anticamente fi cómunicaua da Padri alli figliuoli f jlim/ntr in voce,
propagandofi à pofteri non per hiftoria, ma per fempHc!! rraditione. Altri
finalment lì diedero nome di Sapienza ; perche nO;^ (cnza ragione (limarono
impoflibile, fcnza tal arte ii poterconofcer ' perfettamente Ja natura, e 'ic
vii tu de corpi naturali. " ^'Pcr ojongere al fine da loro pi^tefo, ch'è
il perfettionarc i. cor. con la leparacione dei puro dairimp'.:io,effcrcirano i
Chimici vari'., operationi, lequali tutte fi poiTono ridurre a Tei (òrti,che
fono le pri " cipali.La prima èVà CaUinatìone con la quale i corpnl
riduco'io in calce, onero in cenere . La fecondali chiama ^olun'one^ con cui '
difsoluono nell'vmidoi corpi gii calcinati. La."terzaèla DiUiìLuo^
mediante laquale fi purg3,e fi rettifica l'vmido già diffoluro, con. di{i{
""^ liarìo vna o p]H volte;. La quarta vien detta Putrejaiuone^con'ìdi
c.u\ 10^ fi difpongono icorpi,acciò facilmente fi pofTano fcparare le parti
pure dairimpure,che fono inei?ì mefcolatc. La quinta chianiafi Suùli. tnaticne,
per mezzo della qtjalc le parti più fottìi i, fpiritofe,c volatili fono forzate
a falire in altoj acciò in tal modo fi feparino dalle parti pili ftfse, che
rimangono nel fondo del vafojda cui fi fa la fublinutione. La lefta finalmente
è l'vnione delle parti pure fpirìtofe, e volatili con le parti fimilmente
puTe,ma fifse; acciò tutte infieme vnendofi fi coagulinoje dìuenohinotìfse
jonde vien chiamata ConguUtione ^ «^ JFifsatione ', polche in tal modo le parti
pure feparate dall'impure, ancorché altre iìano volatili, altre fifse fi
vnifcono però infieme amicheuolmente,e fi congiongonocon vnfiifoj&
indiflblubile legame, et all*hora aquiftano virtù, merauigliofc, et
efficaciflìme ncll'operare j la doue primOjtale efficacia di operationiveniua
impedita dalle parti impure, nelle quali ftauano come imprigionate, e legate.
Nel che fi deue auuertire ( come diffufamente difcorrerò nell'Arto Maeftra,
trattando delliElerpenti, conforme la Filofofia de Chimici) che tutti li mifti
da quelVarte fi fcoprono eifer comporti di cinque»^ fjrti di foftanza 3 due
forti di foftanza impura, cioè, del tutto morta, e fenza alcuna virtùjO proprietà
efficace all'operare^ e credi follanza pura, nelle quali è pofta tutta la
forza, et virtuofa efficacia propria diciafcunmifto; di quefte due l'vna fi
chiama flemma,che è quanto direvna foftanza aqueafenzaaicnn' odore, o fapore;
l'altra fi chiama capo morto,e terra dannata, cioè, vna foflanz,a terrea
parimente fenxa alcun fapore,efenza alcuna virtù: Dell'altre tré poi l'vria fi
chiama-. fale,&clj fofìianza più fiiTa,cosi detta perche refifte ad ogni
violenza di fuoco,ne fi diftiugge, ne vola,o fuaniflfe per l'aria j la feconda
vien detta oglio,oucro folfo, perche a fimilitudine di efiTi è pingue,e
vifcofa; la terza chiamafi fpirito, perche è più di tutte l'altre fpiritofa,e
volatilej& ogni benché minimo calore la didìparebbe per raria,fe non_.
fofle vnitacQnilfale,cheèIa parte fifìfa, mediante foglio, che perciò è. di fua
natura tenace, e vifcido,atto a legare il volatile con il fido» Quefte tre
forti di foftanza pura fono quelle, che con altri molti nomi fi chiamano,
corpo,anima,fpi rito j amaro, dolce, acido ifale,foIfo, mercurio, &c.Et in
efle fole è pofta tutta la virtù,& efficacia delli minerali delli
vegetabili, e delli animali j con tuttoché incialcun mifto la_* quantità della
foftanza pura, in paragone dell'impura, fia meno— mifTìma. Ciò fi vedrà
manifeftamente fé prenderemo afare,dirò cosi,vna_. diligente anotomia di alcun
mifto,pereflempio delle rofe. Prenderemo dunque gran quantità di fofe frefche,
e fiorite, colte nel leuar del I07 del fole, quando fono anchor
ruggiadofc,cfubitopcfl:ate in vnmortaj-o di pietra, le metteremo in vafiditerra
vetriati, e coprendole molto bène, le Jafcieremo macerare, e putrefare fin
tanto che uedremo, e Tenti remo dall'odore efferfi inacidite ; il che farà dopo
dodici, o quindici giornii Scacciò meglio fi difpongano alla fcparatione del
puro dall'impuro, ui aggiongeremo da principio una poca quantità di fale, o
cremore di tartaro j poiché quefto penetrando incide, ediuide le foftan^e
eterogenee j onde poi più facilmente Tuna fifepara dall'altra • Dopo
queftaputrefattione prenderemo una quintale fettima parte dì dette rofe,e
pofteinuafodi uetrolediftillaremoa Bagno maria, ouero 2 bagno uaporofo/l'aqua
chenediftillerà la rimetteremo fopra uil. altra parte di rofeC liferuando però
da parte le già diftillate,nellt-* quali rimane anchor l'oglio, ed' il fale ) e
quefte dirtilieremo al medefimo modo cauandone i'aqua foprapollaui, et anche di
più quella, che in fé contengono : quale di nuouo rimetteremo fopra altre rofe,
et in-. tal modo hauercmo tutta l'aqua rettificata, e pura i nella quale fi
contengono gli fpiriti, cioè la parte più fottile,e uolatilc : che conuienc»/
feparare dalla flemma, cioè dalla foftanz.a aquea in quefto modo: metteremo
tutta queft'aqua,o parte di efia in vn vafo di vetro, cioè in-, vna boccia con
il colio alto afl'ai,efpoftoui fopra il fuo capello, con il recipiente luteremo
benidimole gionture : poi a fuoco Icogieriflimo di cenere ne caucremogli
fpiriti,reltando la fléma nel vafo,che come m >teria più grolla ed
impura,non potrà co poco calore afcenderc tanc'alto. Ma perche nuUadimeno
fempre afccnde buona parte di flemma più fottiÌe,c leggiera perciò
rettificarcmo il già diftillato,diftilIandolo,di nuouo in vafo non men alto del
primo, e con calore più moderato, nel modo che fi fa conlofpiritodi vino,
pigliando folo quello, che afcende più facilmente, e ciò replicando più volte;
poiché alla fine hiueremo benfi vna piccola parte di tutta quella foftanz,a
liquida, ma clla^ ixrì tutta fpiriti il che fi conofcerà non folo da vn
frag^rantiffimo odore, che fpargerafi per tutta vna ftanzacon folo aprire
iìvafo; ma anche perche auuicinatogli vn lume, arderà tutta nel modo, che fi
l'aqua vi?^ più fina. Conferueremo dunque quefta parte fpiritofa,,chepcrfefoìa
ha infinite virtù, j e l'altra maggior parte, eh* è la flemn^a, la gettarc-mo
fopra le rofe già diftillate,aggiongendoui anche alcr'aqua rofa, ofl^-pa■ ma
fimile per cauar da cflè rofe l'oglio ; il che fi farà diftillando a fuoco di
ccnerijcon calore alquanto galiardo; poiché in tal modo difìillarà infieme con
la detta flemma anche l'oglio, il quale via via lì andrà da fé fteflb
fcparando, e nuoterà in cima alla flemma in coloraureo,. e bcnchcla quantità di
quefto faràpochiftìma, cioè vn oncia incirca, a poco Jo8 poco più per ogni pefo
di rofe, et ynafola quinta parte dello rpirito ludetto, hauràperò maggior virtù
dello fpirito medefimoje di tutto il rimanente . Si fepari dunque ; e fi
conferui l'oglio da per fé, et anche la flemma: poi s'abbrugino le rofe rcftate
nel vafo, dalle quali fi è già cauato l'oglio, e lo fpirito j e
ncil'abbrugiarle fé gl'aggionga vn poco di folfo ; ridotte che faranno in
cenere, fé le dia fuoco gagliardo acciò diuenti bianchinfima; Quella cenerefi
ponga in vafo di vetro, o di tew ra ben vetriata, e fé le metta fopra la flemma
fudetta j poi fi faccia bollire molto bene, fin che la flemma habbia cauato
dalle ceneri il iale : All'hora fi coli
percartaemporetica,efimettaadiftiIlare,e fenecaui la flemma: e refterà il fale
puro nel fondo del vafo : le ceneri fi calcinino di nuouoa fuoco gagliardo di
reuerbero,edi nuouofìfaccino bollire con la flemma : poiché qucfl:a cauerà
dell'altro fale; e qucfta operationefi replicherà più volte, fin chele ceneri
rcftino del tutto priue di fale: cquefìefonola terra dannata, cioè la fofì:anxa
terrea impura; fi che farà terminata tutta la feparatione delle parti pure
fpirito, ogh'o,' e fale, dalle parti impure cioè dalla flemma aquci,edcilla
terra dannata,© capo morto. Ma fé il fale non fofie puriflìmo, per farlo tale,
fi folua di nuouo nella flemma,fi coli, e fi congeli con farla euaporarc, o
difl:illare, e quefta folutionc, e congelatione fi replichi più volte, et
haueremo vn fale purismo in minor quantità dell'oglio, ma di maggiore virtù.
Qdcilc tre pure foftanze ciafcuna da per fé fono efficaci flliTie: ma molto più
fé fi vniranno infieme, formando vnà Quinta elTenra, il che fi fa in quefta
maniera :Pongafi il fale puro in vn vafo di vetro col collo affai'
Jungo,epoftoa moderatiffimo calore fé «li ponga fopra vna parte di
oglio;continuifiil calore con il vafobenchiufo,(ìno che fia l'oglio
perfettamente vnito al fale, poi fi aggionga vna altra parte di oglio, e fi
continuiladecottione, ecofia poco a poco fin tanto, che tutto i^ogiio fiafiben
incorporato,&abbracciatocon il fale: all'hora fi aggionga parte dello
fpirito, e fi operi via via lentamenre nel medefimo modo che fi è tenuto con
l'oglio j poiché cofi quelle tre foftanzc pure del fale, ogiio, e fpirito fi
abbraccieranno infieme con vn vincolo indiflblubile talmente, che ninnartele
potrà più fepa rare, e germoglieranno da fé medefime in rofe benché chiufe in
uafi di uetro, operando prodigi in' medicina*,-.«..ì.jìì^ *.i- ^u>ì -ii.qoi
Da ciò fi vede come la Chimica rifoluai córpi'ne iìiòi pirmi priti-'
cipij,& elementi,faccndone anatomia, in ordirle a conofcere le quialità '
poi che ciò che fi è detto delle rofe vale di tutti gl'alti-i vegetabili j E
anche delli animali,c dclli minerali; benché in quefti fia più difficile li
feparatione della materia pura dali*inipura,e fi richiedcano diuerf«->^^ opc
ìo9 ope'rationi ; delle quali diicorrcremo altrouc ; e fi vede parimente ifi_.
qualmodofi facciano le vere quinte eflen/.c, le quali alerò non fono, che
vnafollanza pura liberata da ogni materia impura, e che eflfendo prima diuifii
intrediucrfe fodanzc, fi fapoivna fola con vn vincolo indifiblubiie di tutte
tré. Ma ricorniamo alle opcrationi de Chimici in ordine alla tramutatione de
metalli j per le quali innumerabili fono grinftrumenti, che.-» adoprano tanto
Vafi, quanto Fornelli, eoa i quali benché facciano molte cofe vtili alia
Medicina j in ordine però alla Pietra Filofofica_,, fé conofccflero la vera
ilrada per la quale imitando la natura si de caminare, lafciarebbero da parte
tante ftorEe,Iambichi, Vafi circulatorij, oui FiÌofofifici,Vafi di Ermete, forni
d'Atanor, forni otiofi, di fafione, di r!uerbero,dicalcinatioae, di digeftione,
e che so io 5 ne fi feruirebbero di alcun fuoco violento,con cui vanno in fumo
i denari, e le fperanze di nioiti,refi:andogli la fola caligine nel volto, e la
triftezza nell'animo d'hauer coni mantici foffiato viadal cruciuolo il
mercurio, e I*crodallaborfajmentre pazzi credono alNume delle bugiejeftimano
che vn Dio de ladri uà per arricchirli. Ducpoifonoleihade perlcquali procede la
Chimica, in ordin,; .a òi n'incontro volendo tramutare il piombo in argento
vino, fi metterà il piombo invnvafo di terra, che non fu vetriato, ma molto ben
lutato ; vi fi mette lopra il cape]lo,nella parte fuprema del quale fia vn
piccolo forame, e fcglVnifce vn gran recipiente, in. cui fia buona quantità di
aqua ; fi colloca fopra vn fornello à vento,e quando dal fupremo forame
predetto incomincia ad vfcire il fumo,fubito fi chiude con
diligcnra,efiaccrefce il fuoco potentemente j poiché in tal modo il piombo fi
difilla conuertito in argento viuojmadavna libra di piombo non fi caua più di
quattro oncie d'argento, viuo . . ^^^u ^.y, ^ ^ Ouero piglia calce di piombo,
fatta come fòpra con ilfale,o falnìtro, gettala in aqua bollente, fi che la
calce deponga tutto il falt-^j poi feccatafi metta in aqua di fale armoniaco
difloluto^ in cui fia alquanto di cake di fcorze d'ouo, e chiufa ogni cofa in
vafo di vctr© fifepelifcafottoiJ fimo per i^.giorni^e ritrouerafsi il piombo
mutato in argento vino» :L^c?ì! ; '-'-;' /^rr-y}} li 023!J.'": ., Ff Tir.
TRAMVTATIONE P tD/ SitAgno in aArgcnto, Rendafi vn poco di ftagno d'Inghilterra
fino,e purgato, fi chiuda invna palla di creta tenace, cioè, fi luti tutto
d'intorno la ftagno con luto fortiIIìmo,che non crepi al fuoco. Poi fi
Hqucfaccia vna buona quantità di argento in vn crogiuolo; all'hora fi metta la
palla di cicta,ofia (lagno lutato, e prima ben caldo, acciò non crcpi dentro
Targento; et acciò fi fommerga nell'argentoliqucfatto,convn ferro vi fi prema
dentro a poco a poco, e vi fi tenga immerfo per meno quarto d*hora incirca; fi
leui il luto, e ritrouerafli lo ftacrno mutato in vero argento; mafiauuerta,che
quell'argento in cui fu immcrfa la palla refta talmente infettato da maligni
vapori dello fl:agno,che poi purgandolo, e copellandoIo,fe ne perde altre
tanto,e più di quello che fi è guadagnato; non rcfta però che quefta non fia
vera tramutatione, poiché non fi può dire, che lo ftagno penetri per la creta
nell'argento, ne che l'argento penetri ou' era lo ftagnoj ma il folo odore
dell'argento comunicato allo ftagno penetrando lo muta in argento,e l'argento
vicendeuolmente riceuendo i va pori dello ftagno refta infettato da quelli;
onde chi ritrouaffcjil modo di riparare quefto danno con purgar prima lo ftagno
da quelli alici maligni, ò eoa aggiongere all'argento alcuna cofa,chc
rcprimefse tali vapori, hauerebbe vn gran fegrcto. TRAMVTATIONE r -1 .1 D*QAr
gerito viua in vero Argenta . • .-t /-» o P Rendafi del Minio,ouero altra calce
di piombo; fi mcfcoli con eflaCinabro,ouero argento viuo,e Solfo, de quali fi
compone ilCinabrojfi metta in crogiuolo, e fé gli dia fuoco prima moderato, ma
quando comincia à fumare, e volar via Targcnto viuo con il folfo,fe gli dia
fuoco potentiftìrao ; reftarà confumato tutto il folfo,eIa maggior parte
dell'argento viuo,reftando nel crogiuolo il piombo, il quale fé fi metterà alla
copella, confumato che fia, reftcrà qualche parte di argento, ma non tanta che
l'opera fia compenfata dal guadagno., % Quefta,& altre fimili fperienzehò
prouate,& vedute con gli occhi chi miei, onde non mi rimane alcun dubbio
intorno alla poiTibilid della tramutatione de metalli: Refta ch'cflaminiamo vn
altra che fi ftiaia tramutatione di ferro in rame, TRAMVTATIONE di ferro in
rame, SI prendano laftre di ferro, e fi pongano in aqua vctriolata, nella quale
ftandoimmerfefi irruginifconojfirada quella rugine,che farà poluerc roifa,!!
fonda in vn crogiuolo, e troueradì effer^-r rame perfetto. Quindi fanno il
medefimo effetto alcune aque ch^-» naturalmente fono vetriolate, perche paffano
per miniere di vetriolo; come fono quelle di vn fonte non molto lontano da
Leiden, e di vn altro appreflbilCaftclloSmolentzchi della Mofcouia; Del quale
Giorgio Agricola Lik ^. de natura foffìlium dice quefte parole;
Expuieoextrahimr atjuay ^..,:. '^i^^ì 'j^ai^m^ÙB cij^nz^ Aggiongo, cheDio perla
Prouidenw, che ha' Ù^r^ìffi^m^.h\h:, mane non deue facilmente.
pcirinecter.e,,;ch,qiOiQltia!qiii{yjn^,qtìe^*»>; art«,e
particolarmcnteiiPjenjci.pi gfandija:ehfifi ^(geifltp^tefe^'ei
cA't?à'a)^ter€Q!n a chi più li pia(;e,non'perme^9r>d0r; pwomaÌ€hefifascci;atCQmune:.3:tmiolti
.. Aggioflgafijcbe-ai cioreoftr., cQirre il pericoloni Qhi, la pofl[4edLe>fe
peraiiuemura fijrifapfta>«:diC(Hmalarla, .0 z^? i.nc::^'b " • r Sì-ì r
ijii! '••^-Yir/.| Hor per direalcuna cofa del modo,chc fiha à tenere per aqui»,
ftarla jfi de* auuertiie,anzi tenct per fermo, ch'ella tutti» cplìjQ/le ìa
(puerili due precetti, che. commuaemente danaoi maeftn^ f^ j InxHmfiat
n/olatflii; ^ iterftm/VQlaitile fiat fìxum : E voglioBKir dire,. chr dall'oro
oéairargenta fi- Qawi la femcnza, difsolueado l'oro, o 1' e*.-: Gg argen uà
ar»cnco,che fono corpi fifìfìjC permanenti alfuòcov perilche è aeceflario
ch'cfib meftruo,e liquore apra i pori dell'oro, e vi penetri dentro
amiche«olmente, feparando eflTa foftanzi vmida dall'altre parti pura, ed illefa
; e per confeguenia il mef— iruojfe ha ad operare in quello
modo,conuienejchefiavna foftanza tenuiffìma,acciò pofta entrare peri
fottiliftìmi pori dell'oro; ed in oltre congenca all'anima medefima dell'Oro,
acciò non Toffenda,nela diftrugga,maamicheuolmcnte,e fimpaticamente penetrando
fi vnifca con elf3,e la fepari dall'altre parti; In tal modoqucfta foftanza,
che vnita prima alle parti impure reftaua fifia, e pertinace al fuoco, slegata
da efle diuenta volatile, et a fuoco leggiero afcende, ediftilla per il
Lambicco, come più d'vna volta io ftcfso ho vedut» per ifperienza. E quefto è
il far diuentar volatile quello ch'era fifTo, nel che ftimafi efsere la
maggiore difficoltà di tutte l'altre» talmente, che afserifcono comunemente
eftere più difficile il diftruggere l'orOjche il farlo,' poiché quando alcuno
habbia ri trouato quello meftruo, e ridotto l'oro in prima materia,
diftruggendolo coii_p mantenere intatta lafua anima, onero Temenza, riefce
facile l'adempire il fecondo precetto, che confitte in fifsare di nuouo
queft'ani ma> 119 ma, che di fifsa è ftata fatta volatile, il che fi fa in
quefto modo. Pigliali Oro finifsimo, fi riduce in calce, cioè, in poluere
impalpabile rubicondifsima, ilchefi fa in molti modi, come diremo aitroue, ma
particolarmente diftillandoli d'addofso più volte Targento viuo prima
purgatifsimo » Sopra quefta calce di oro purifsima, fi va mettendo a poco a
poco la fopradetta anima, ò fia fcmenra, ò prima materia di oro, tenendola in
vn calore moderatifsimo dentro vn vafo figillato ermeticamente j quella
imbibitioncjche chiamano inceratione, fi dee continuare fintanto che la calce
d'oro non poffa più bere altr'anima, il che farà dopoché vna parte ne hauerà
beuutecinque,piìì ò meno conforme farà più ò meno pura j in quefto modoqueiranima,ch'cra
volatile, vnita a poco a poco con il corpo fifsoanch'efsafivà fifsando, ma fi
de'auuertire diligentemente d'inftillarla a poco a poco,lafciando fifsare la
prima parte, auanci che fi aggionga l'altra ^altramente in vece di fifsarfi
farebbe diuenrar"^ volatile anche la parte fifsa, cioè, la calce fudetta j
cosi refta nutrita l'infante come parlano i Chimici, per poi pigliar forze, e
coronarfi monarca di tutti i metalli; il che fa mentre fi va continuando, ^
accrefcendo graduatamente il calore, fin tanto,che la materia
diuentirubicondifsimacomc vn rubino, s'ella è pietra fatta con l'animi..
diOro,ouero candidifsima come vna perla s'ella e pietra fatta eoa l'anima
d'argento. Et all'hora quefta pietra non teme più alcuna^* violenia di fuoco, anz.i
da cfso piglia maggior vigore, che però la chiamano Salamandra . Efscndochc
dunque in quefta pietra cinque parti di foftanza feminale purifsima fono
perfettamente vnite ad vna foia parte di Oro puro, come cinque anime in vn fol
corpo; ella_» aquifta virtù di moIti.p.'icarc,e produrre frutti copiofi sì, che
vna fola parte può tramutare cento, et anche mille,e più parti di altri Metalli
imperfecti j non può già perù tal virtù moltiplicatiua crefcereiiL-. infinito,
come afserifcono communemente ; ma della moltiplicatione della Pietra in virtù,
ed in quantità parlerò altroue. Refta dunque folo di ritrouare vn meftruo
proportionaro alla folutÌGne,e riduttione dell'Oro in prima materia, il quale
dico,che ■OH è altro che vna fcmenza dall'Oro medefimo : cioè, vn vmido
radicale metallico fottile,pefantc>e pingjje, il quale fi ritroua in molti
corpi metallici, ma diftìcilc a fepararfi puro, netto,cd intatto;
ncll'argcmoviuofolamentefiha più copiofo^e più puro che in alcun'altro
corpo,cccetto che neiroro,e ncH'argento medef{mo;onde chi vuo-i le operare più
accertatamente, e can,iinare per la; vera ftrada,fton fi ferua d'alcun'ahra
cofa,chc del mercurio,^ dell'oro ; perciochc_-> quefti 0 2I ^uefti fono i
corpi più amie abili, fi come in Cielo; gx';*ì and hr \nLi>'.terra; che però
vno s'accofta volontieri all'altrOjC l'abbmcd.i*,. «i^^fé Tinlìnua, come vedcfi
per ifperienza ; E cioèsì vcro,clie'altlitii'ra' ifnperfcttej e nel fu«
prim/> ftifcere,cd jnquéftéla Natura ha beri si difpofta la fetncnza, ma non
ha antera -j^ per per mexzo di efsa' maturato il frutto ^ Perciò non efìfendo
ancora quella fé menza,o prima materia deiroro, ftrcttamente legata all'aU tre
foftanze, con cui formafi l'Oro perfetto, e maturo ^ ci fari facile
dottenerla,eilraendola da ogn'altrafothnza minerale Impura. Non dirci quefto,
fc io mcdefimo non hauedi hauuro fortuna di hauerc alqnanta di vna fimile
miniera, dalla quale con noa molto artifìcio fu canata vna poca quantità di
certo liquore aureo, che era la vera fcmenià di oro, ma per non cffer conofciuto,
tutto fu confumacocon g'^ttarlo fopra vna quantità di argenco vino bollente, il
quale tutto fubito congcloflì, et accrefciuto il fuoco,, refta* l^ono cinque
parti di efìb perfettamente fido, cioè» a dire vna inciz' oncia di quei liquore
fifsò, due oncie e mezza di argento,viuoj che fé foffe flato n)aggiormentc
depurato, e poi congionto come anima al fuo corpo proportionato, farebbefi con
eifo potuto formare la vera Pietra j ma fm hora non ho mai potuto ritrojuare
altra miniera fimilq a quella, e perciò atta a quefto fi nc^ Ch'intende bene
quanto fm qui (i è detto non ha bifogjjo d'sicro, ckedi elfer fauorito dalla
Diuina Prouidenza si,che gli pei:aii:?:ta_,> ilritrouare vnafimile miniera
di oro, ouero d'argento; ma ricordili,! jehe quello è dono fiagolare di Dio,
che fùole concedcFlo folo a ^erfone di retta intenciOne, acciò non ne nafcano
que'difordini,fhe come fi è detto kreUhcro co^jtcarij a
iiìoi.jleUaj4ia.PxQui--jdenza, :)'>.-.-ìì-v'I r-;--:-.:? •^: ;-:n?1
p-5n'i:n:c%i:» Retta che per vltimo fi rifponda alle obiettioniiche fogliono
fjrdcontro, la poflìbilità della tramutationp,benchequì non farebbe neceflfario
hauendone già vedutala manifefta ifperienza. Dicono prr-i?. jìiieramcnte con S.
Tomafo i.fent, di/ì.j.qua/i.^.art, i^SiC i^e Pot.(j.6, artt I. con Egidio in
^.^uod^ q,S, Auerroe m prìmum ltl>r»m de gin,amM,Si Auicenna in
Comm.Meiheor, che Toro fatto per artt-> chimica non è vero oro 3 poiché la
vera forma dell'oro non fi può» introdurre nella materia fé non per mezzo del
calore Celcfte, e folare ; onde effcndo il calore del fooco, di cui fi feruono
i Chimici molto diucrfo da quello feguita, che non pofla ge-nerare vero Oro. Al
che rifpondo primieramente, che il calore del aoftro fuoco jioaè infpecie
diuerfo da quello del Sole,e delle Stelle, eflendo-^ the produce molti effetti
del lutto fimili,, come moftrerò di— : ftejfamcnte nell'Arte Maeftra, e per
confeguenza può produrre ancor Toro . Aggiongo, che con i raggi del Sole
difcende fino alla . l^oflra terra vna puriffima (oftanza Celefle,come; dirò
altroueyla,^ ^laqof Hh quale 122 quale fé alcuno ritroHcrà modo di pefcarla in
quefto vafto oceano dell* aria,c ridurla in liquore vifibilc, egli haucrà la
chiauc di tutti i fegreri, e farà quafididì padrone della natura, che di vna
tal foftania fi fcruc per fare tutti gl'effetti 5 e mutationiche noi vediamo
marauigliofiin,, quefta noftra baila terra. *'^»j ^J ^ in fecondo luogo
oppongono con Egidio,c he quelle cofe, le quali fono perfette in alcun genere,
hanno vna fola determinata caufa della fua generatione j l'oro tra tutti i
metalli è perfetti (Timo j dunque io-. vniol modo fi potrà generare, cioè in
quello che adopera la natura j donquc non fi può generare dall'arte. Rifpondo
che l'arte chimica non fa che Torojacui ella coopera,non proceda da quella
caufa,c he dalla natura gl'è ftata determinata, parlando della caufa prodìma ed
immediata j poiché quefta èia fetenza dell'ore, la quale opera naturalmente
anche quando Tarte vi coopera; onde il chimico altro non fa che cauarc dall'oro
la femenza, et applicarla a corpi proportionati, con i quali vnita poffa render
il frutto mulciplicaiojin quel modo, che l'agricoltore non produce egli i
frutti,ma difpone,eprcparala terra,e la fcmenia vncndoli in modo, che
fruttiBchino, TerjQ oppongono che il luogo della generatione de metalli è
determinato in tal modo,chela natura li produce fempre nelle vifcerc-^ della
terra, doue concorrono tutù gì* influffi celefti,come a centra commune a tutti
j e per confeguenia l'oro non potrà generarfi fuori delle vifcere della terra,
Rifpondo che il luogo della generatione dell*oro non è tanto determinato, che
non (ì polla produrre anche fuori della terra, purché vi fia materia difpofta,e
proportionata a riccuere in fé la la femenza dell'oro j(ofi> le altre
femenze di erbe,o piante portate fopra i tetti delle cafe, pur che ritrouino
terreno, o materia in cui germogliare producono ifuoi fol iti frutti. Quarto,
Dicono che l'arte non può mutare vna foftaniain vn altra diuerfa in fpecic :
poiché il far ciò appartiene alla fola natura. Rifpondono alcuni che vn metallo
non è diuerfo in fpec ie dairaltro: ma benché fia diuerfo,dico non cfler l'arte
che lo tramuta, ma la natura aiutata dall'arte j poiché l'artefice altro non fa
che applicare vna_j materia all'altra, dalla quale debita applicatione
prouitne, che vna foftanza muti in feftefla l'altra, a cui fu congionta dall'
artefice. Coiì lafemenza dell'oro congionta come conuiene al mercurio, lo
tramuta in oro, in quel modo, che la femenza di grano congionta alla terra
tramutala terra medc^ma in grano «Quindi fi dice, che Tarte non fa l'opere
roperechc fa la natura, ma folo modifica la natura medeflma, dcterminandt)Ia ad
operar? più prefto,© più tardi,in queflo,o in quell'ai* tro modo ; come ucdefi
in molte arti, e particolarmente in quella dell* ineftare un albero fopra
l'altro . ' epe parimente quando dicono non poterfi dall'artefice far l'oro,
per non fapcr egli la proportionedelli elementi che lo compongano, ne il
temperamento delle qualità, ne gli ftrumenri, de quali la natura fi fcrue : fi
deue rifpondcre non edere neceffario il fa pere tali cofe : poiché fatte non
opera immediatamente gl'effetti, che fono della natura, ma fole» li porge la
materia, 1« quale fc prima fia ftata preparata, «_-> difpofta dairarte, U
natura opera in efifa più facilmentCo ed in modo ftfaordjnariovsrr rs«Rv pi
Finalmente o,ppongoiio alcuni che noi non potiamo fa pere fé l'oro chimico fia
vero oro', con laverà forma foftantialc dell'oro: poiché dicono potrebbe cflere
che faflTero mutati folo gl'accidenti, onde fQflcoroapparente.afìini^iO' >fl
^« Al che rifpondo che nelle cofe Bfichc non fi può hauere maggior ccrtewa che
quella che ci danno concordemente tutti i fenft, i quali conofconoU foftanz,e
dalli foli accidenti : onde quando apparifcono tutti gl'accidenti di vcfo eroj
l'intelletto naturalmente deue aflerfrc ch'egli fia vero oro, quando la fede
diuina non li diceflc il contrario, Aggiongo che loroficonofce più intimamente
che dalli accidenti cfterni, facendofcne varie proue,c faggi che da Gebro fi
riducono a noue, e fono Tinfocarlo, l'eÀinguerlo, il fonderlo j IVnirfi ch'egli
fa ali*argento viuo, poiché il vero oro fé glVnifcc più facilmente ; il
mcfcolarlo con materie adurenti : il porlo fopra vapori acuti ; il metterlo
alla Due forti di Medicamenti diftinguercmo nell'Arte Maeftra,doue irattaremo
della Medicina ; IVna è di quelli i quali operano per fimpatia che hanno con
gl'vmori veneBci,che fparfi per il corpo cagionano le infermità, quefti fono i
Medicamenti purganti, che tutti ihanao del vclenofo,anziènece(farioche habbiano
in fé foftanra ve» nefica per poter efser purganti j Impercioche per la
fimpatia, che hanno con l'altra fimile foftanza venefica fparfa per il corpo
infermo.ìa rifuegliano, la muouono,e la tirano a fé, onde laNatuta del corpo
humano per mezzj^ delia facoltà efpulfiua fcaccia poi dal corpo con il
Medicamento anche la foftanza venefica, che cagionaua»» l'infermità; cosi
ilDiagridio,per eflervn veleno, il quale ha fimpacia con Thumore venefico
picuitofo, prefo per Medicina s'infinua^ Uiagneticamentc nella pituita, e fi
vnifce con efia rifuegliandola_*, commouendola,& eccitandola, onde la
Natura fentendofi opprefla da doppio remico tumultuante, e minacciante
Teftintione del caler naturale, quefto tutto fi raccoglie, fi vnifce, e refiftendo
fa forza al oemicoje lo difcaccia da fc; onde auuienejcheilDiagridio vfcendo
dal corpo tira feco ancor l'iltro veleno, a cui fi era vnito fimpaticamente. U
aiedefimo accade del Rcubarbaro in lordine alla flaua bile. bile, deirTurbit,
ElIeboro,&c. in ordine all'altra bile, e cosi di tutti i Medicamenti
purganti, i quali non purgano fen za contrailo con la Natura,e perciò fcmpre
con debilitamento delle fue forze. L'altra forte di Medicamenti è di quelli, li
quali operano per anriparia che hanno con le qualità venefiche, e maligni
vmorifp^rfi per il corpo : Quefti per confeguenza hanno fimpana con la Natur^^
humana,cioè,J dire con il calore naturale, e con Tvoiido radicalt»ji; onde
vnendofi a quefti,& accrefcendofì le loro forzc,iì accendono
CGntroiInemico,rinueftono, e lo difca^ciano lontano dallarocca del cuore, et
anche del turca dal corpo, che è come la città, di cui impadronito rentaua
(orpendère la fortezza del cuore . Quindi è, che_^ quefta feconda forte al
Medicamenti purga da maligni, e velenoii vmori in affai diuerfe maniere j^
poiché fc tali m.aligni vn?ori, e velenofe foftanze fono fpiritofe,e fottili le
purga per i pori fcaccìandoli dal cenrro del cuore alla circonferenza, talvolta
per infen{ibMc;_^ trafpiratione,e quando fono più vmidi p fudore;Sc poi fono
vmid!,fTia più grollì, li fcaccìa,e purga per orinale finalmente fé fono groflì
e men vmidi purgali per feceflo; ladoue la prima forte dì Medica^ iTienti purga
Tempre pelfeceffo,o per vomito,rare volte per orina, e mai per fudcre, ne per
infenfibile tranfpiratione. Di qui nafce ancora, che i primi debilitano la
Natura perche li fono contrari) 5 e purgano con violenza,e con fconcerto delli
vmori, e del naturale temperamento; ladoue i fecondi più tofto fortificano, e
corroborano U Natura medefima,a cui fono fimili, e purgano foauemente, e fcKzji
rurbatione, particolarmente t^uando operano per infenfibilejraBfpiratione, o
per fudore . Da ciò che (ì è accennato,e fi dimoftrarà diffufamente a fuo
luo^o, ognVn vede quanto piìì ficuri,e gioueuoH fiano i fecondi Medicamenti,
che i primi ; nulladimeno perche i primi fono più facili arirrouarfi,e no
richiedono certe particolari preparationi,e perche operano potentemente ;
perciò fono più in vfo de gl'altri ; non operò, che non fi debbano più tofto
adoperare i fecondi j! poiché quefti fé noii danno tanta virtù alla Natura, che
bafìi per difcacciare dai corpo Tvmor vitiofo, almeno non offendono la Natura
medefima ^ e replicaci più volte finalmente a poco a poco confumano affatto il
nemico. Ma quello che quifideue auuertire, e perii che ho prcmeffo quello
difcorfo,è, che la prima forte di Medicamenti velenofi, ò fiano catartici,©
diurerici,o vomitorij, non poffono mai effere Vniuerfali sì^, che fiano
applicabili ad ogni forre d'infermità; poiché purgano folo da quel veleno
particolare, con cui ciafcun d'cfli ha fimpatìa^ma ai^ I i l'in l'incontro
gl'altri Medicamenti, i quali fono congcnei al c«loi naturale, ed vmido
radicale, fono vniuerfali, e curano ogni malaria j percirche altro non fanno,
che accrefcere leforie abbattute, e rinuigorirle, acciò la Natura medefima
pofla fcacciare da fé ogni forte di vmori a lei pcrnitiofi. Di tal forte fono
gl'elixiti, i magifteri di perle, o di coralli, i giulebbi gemmati, i Bezuari j
ma benché qucfìi in alcune forti d'infermità facciano alcun buon'effetto, pur e
he fiano fatti con quell'artejchc fi ricerca, nulladimenovedefi per ifperienza,
chelo più delle volte no hanno virtù fofficiente di efterminare l'vmore
morbifii-o^chc però 1 Medici ricorrono alle medicine purganti, che hanno del
veleno^ perche non hinno cognitione di altro medicamento, che operi
cfficscementc,e fia infieme congeneo alla Natura, onde iìa liberata dal
male,fenxareftare debilitata dal medica mento,an?LÌ fenia pericolo di reftarne
opprefla, Per tanto io pretendo di palefare qui vno fimile Medicamento, il
qualeperche,comcfi è detto, operando con dar forze alla Natura, e convna Virtù
Balfamìca contraria ad ogni forte di qualità venefica, o morbifica riefce
vciliflìmo in ogni genere d'mfermitàjperciò le diedi nome di Panacea, che vale
quanto dire Medicamento Vniucrrfale, il quale fi prepara in queftomodo^ Si
prende Salnitro ottimo, e ben raffinato^ fi mette in vn Vafo di ferro a
liquefare lentamente al fUoco ; dopo, che farà liquefatto, fi piglia carbone di
legna dolce peftato minutamente, e fé ne-» getta fop-a vna poca quantità, il
quale fubito arde, e fi confuma, all'hora fé ne mette vn altro poco, e dopo
quefto dell altro, fin che a poco a poco il Salnitro fi fifsi,fi fa di colore
alquanto verde, bc il carbone non fi folleua più a modo di fiamma, come faceua
per auanti: All'hora fig.'tta ji Salnitro fufo entro ad vn mortaro di pietra_«,
che fia calda, acciò non crepi j raffreddato che fia refterà bianco come pietra
alabafl:rma,e fragile come vetro, fubito fi pefb3,e la_. poluere fi diftende
fopra laftre di vetro,© piatti di maiolica, li quali fi tengono
efpofl:iairaria,m?^ in. luogo doue non gli pofla cader lopra ne picggia, ne
ru^giada,ne fi«no battuti dal Solej deuono collocarfi alquanto inclinati, e
pendenti, e fotto fi dee mettere vnvafo per raccoglierne il liquore, che vi
caderà dentro j poiché dopo alcuni giorni attraendo il Salnitro gran quantità
di aria firifoluerà in_. Ogìio, e per longo tempo fempre andcrà gocciando in
liquort^ ; che fé incontrerà in ilagione opportuna, farà talvolta fei,&
otto volte più in quantità, e pefo di quello, che. fofTe il Salnitro medefimo .
Queft' C^eft*^Oglio,e liquore di Nitro è vn mezzo efficaci/lìmo per eftrarre
potentemente, e con marauiglia ogni elìcnìa da tutte le forti di miftij
particolarmente fc farà rettificato, e ridotto a maggior perfetcione nel modo,
che dirò altroue . Intanto prendaci quattro, o cinque parti di eiTa, ed vna
parte di antimonio del più perfctto,cioè, di auello che è più vicino alla
miniera di oro, nella quale egli fuol gè* nerarfijeiiconofcedal colore, che in
qualche parte rofleggiajfi ponevano m vna boccia grande di vcEro,the refti
vuota almeno due terzi, e rantimonio fia macinato fotti lmente,cd il vafo
chiufo per modo, che non rcfpiri: lì tenga iodigeftione a calore moderato,come
farebbe a quello della fiamma di vna lucerna, fin tanto che il liquor.; del
Nitro,che fopra nuota all'antimoniojfia colorito in color di oro acccfo, o di
rubino : all'hora fi vuoti fuori del vafo il liquore, fi coli per carta cmporctica.e
fi metta in vn altra boccia co collo lungojvi fi metta fopra
altret3ntaaquavica,chefiafini(fima,c lenza f lemma, relUnJo la maggior parte
del Vafo vuota, e fia ben chiufaj fi tenga per alcuni giorni iadigeftionc a
moderato calore,finchc l'aquavita tiri afe tutta la tmtura, ed efscza
d€irantimonio,peroc he refterà il liquore del Nitro nel fondo bianco,echiaro,e
tutta la tintura rcfterà vnita all'aquavita, che fempre galleggia fopral'oglio
diNitro;fi decanti dunquc,e fi fepan l'aquavita daU'ogliof'ilquale è buono come
prima per reiterare la medefima opcratione ) e la detta aquavita fi ponga in vn
Lambicco, e fi diitilli foauemente, finche ne rimanga folo vna_. fluinca parte
incirca, nel Vafo inficme con la tintura, et eflenza dell'antimonio; Overo fi
caui tutta l'Aquavita, fino che rimanga la fola foftanza, dell'antimonio a modo
di fale fufibile.^. Quella è la noilra Panacea di marauigliofa Virtù per ogni
forte d'inférmità,dellaqu.ilc fé è reftata in liquore fé ne pongano cinque,
ofei goccie in liquore proportionato alla malatia,o vero itL* brodo,© Vino } ma
fé fi è ridotta in foftanza confiftente,comc fi è detto, fé ne pongono
trc,quattro,o cinque granijconforme al bifogno; auuertendQ, che l'alterar la
dofe,& accrefcerU molto più non può cagionar dapno,anzi è neceflario quando
il male è pertinace 3 poiché in tal cafo fi replica più volte pigliandone
femprc maggior dofe tre volte, o quattro alla Settimana; ma nelle infermità
ordinarie dopo due, tre; o quattro prefe gì* infermi fogliono guarire j ed in
quefto modo io ho veduto rifanare moltiffime pcrfone, che hanno prefo quefto
Medicamento, da ogni forte di malaria, particolarmente da cjuelle che erano più
inuccchiate, e più difficili a curarfi, come dalla febre cuartana, del morbo
Gal ii8 Gallico daJIa febre Etica, dairHid»opifia,e {imill : -iNfe foie gioua
per i n-;ali intcrnuma anche per gl'efterni applicato a modo cii Baiamo lite
vlccri,cancrenc,ferite,e limili. E paiimente'vtile alli diffttii della Vifta,
alla {ordità,e fimilr,rpa ottimo' riefce per lineai caduco,e per ogni
infermità, ed indirpofitiór.e del capò, e dello ftomaeo, poiché qiitllo viene
mirabilmente confortato, e quefto corroborato a bea d'gcrire. Ma peTì,che la
feconda differenza (la maggiore della prima di due vnità,e fnnilmente la terza
della fecondale, come fi vede nelle pofte differenze i. 5. 5, 7. &c. La
terza proprietà nafce dalla feconda, et è, che duplicandofi la^ radice quadra
di alcun numero quadrato, et al numero prodotto a^ giongendq vna vnit3,(; ha la
differenza tra cffo numero quadrato, e l'altro proffimo maggiore; onde tal
differenza aggionta al quadrato minore ci dà il quadrato maggiore, così la
radice del numero quadrato 4. che è 2. duplicata,& aggionta vna vnità fi ha
la differenza 5. che aggionta al 4. ci dà il quadrato 9. proflìmo maggiore.
Alfincontro, fé duplicaremo la radice di alcun numero quadrato, e^ dal prodotto
leuaremo vna vnità haueremo la differenza tra effoqua^ drato, e Taltro proffimo
minore. Ir, quale detratta dal quadrato maggiore haueremo nelrefiduo il quadiato
proflìmo minore j cosi duplicata la radice 5, del quadrato 9. haueremo 6, da
cuileuata vna^ vniti refterà 5. cioè, la differenza tra p. e 1* altro quadrato
minore 4. i:f La quarta proprietà nafce dalla precedente,& è, che fé noi
diuideremo la differenza tra due numeri quadrati proflìmi ( la quale come fi è
detto è fempre vn numero imparo ) haueremo due numeri l'vno maggiore dell'altro
vna fola vnità j Qi il maggiore farà la radice del qua quadrato maggiore, fi
come il minore è la radice del quadrato n^inore;ccsì la differenza tra 4. e p.
che è 5. diuifa ci dà a. e j.che^ fono le radici di 4.6 di p. Porto quello fi
proponga vn numero,di cui fi cerca la radice qua-" dra ; quale per
ritrouare fuppongo,che ci^ fiano note alcune radici di numeri perfettamente
quadrati facili fiì me. Per cagion' di efcmpio oon'vno sa che ice radice di
100. che lo.eradicedi 4oa.che 30. e radice di 900. e 40. e radice di 1 600.
&c. Sia dunque propeso il numero 531. di cui cercsfi la radice quadra.
Prendafi vn numero quadratodtili già noti,il quale fia minore del numero
propofto 525. e quefto fia per efcmpio 400. di cui fappiamojche la radice è 20.
La differenza tra il quadrato 400. et il profifìmo maggiore per le cofe
fopradettefarà 4T.cioè,il comporto della radice ventÌ5del numero quadrato 400.6
della radice 21. del numero quadrato proffimo maggiore; qucfì:a differenza
4i.fi aggionga al quadrato 400. 6^ hauerem.o 441. Di nuouo la
differenza,tra44i.dicuila radice e it. et il quadrato fcguente,di cui la radice
e 22. farà 45. quefta aggionta al quadrato 44i.haucrcmo 484. fimilmente
ladifterenza tra 484. &il quadrato feguente farà 4 5. eioè5maggiore
diievnità della precedente, la quale aqgionta a 484. haucrenio 5 29. che farà
il numero quadrata proffimo minore del numero propofto 552. la dicui radice e
25. detratti dunque 529. da 552.reftarà j.con cui fi forma il rottOjeffcn^
dochc il numero propofto non è quadrato perfetto. Ma più facilmente faremo
Toperatione in quefto modo.Ritrouaca la differenza tra il numero quadrato prefo
4oo.eraltro proffimo magoiore, quale fappiamo edere 4 1 . quefta fcriueremo a
parte,e fottodi effa l'altre differenze per Oidinevna maggiore dell'altra di
duevnita> comevcdefi nell'efempio qui porto; dopo aggiongercmo la prima-.
differenza,cheè 4T. al quadrato 400,3! prodotto 44i.aggiongeie« rno l'altra
differenza 43.6 cosi feguiteremo fin che haueremovn numero prolTìmo minore al
numero propofto 5 31. poiché l'vlcima differenza aggionta indicata da l'altro
lato la radice d^l numero che fi ^er ca. ai. 41. c^on .^ .i/ aa. 43. -:Sion 23.
45. 24. 47. a M ^« ^-k «if ■•* r^*? ?* *t ncj Radici Differenze. i omb 6 lì
532. Quadrato. • \> aioi^'^^x.fn 23. Radice. in Il fimilefi può fare per
mcizo della fottrattionc j poiché fé noi doyeremo ritrouarc la radice del numcso
2 8p. potremo pigliare vn numero quadrato maggiore delli già noti con la fua
radice j per cflempio rifteflb quadrato 400. Il cui radice nota è zo. e la
differenza tri elfo, et il quadratoproffimo minore perle cofe già dettefarl ^9.
qaefta fottrattada4oo. rcftarà 5 5 i.di nuouo la differenza tra 551. la cui
radice è 15).& il quadrato proflìmo minore,il cui quadrato è 185. farà
57»^a quale leuatada $6 c.reflerà 514. fimilmente da queflo Iellata l'altra
differenza 55» refleràil quadrato 289. onde lafua radice farà 17. Operifì
dunque nel modo che fièdettodifopra,fcriuendo le radici minori, e minori lotto
il quadrato prefo 400. ed in vece di aggiongerìc fi fottraggano, cerne fi vede
nelfelTempio qui pofto. zo 400 18 37 17 35 Radici Differenze Quadrato iSp. Sua
radice 17. Conquefta operatione farà facilismo ilritrouare la radice di qua! fi
voglia numero i poiché potremo prendere qualfivoglia altro numero quadrato, di
cui fia nota la radice, et il quale fia non molto maggiore, ne molto minore del
numero propofto: fé è minore, fi opererà con la prima regola della fomma 5 fé è
maggiore, fi opererà con la feconda della fottrattione : onde non farà mai
difficile il ritrouare facilmente vn numero quadrato vicino al propofto, che ci
ferua di ftrada per arriuare alla radice, che fi cerca ;fchifando con ciò tutte
le operationi laboriofe, e difficili delle diuifioni, e multiplicationi, che fi
fogliono adoperare nel modo ordinario di cauarcla radice quadra. Eperhaucrevn
numero proflìmo maggiore, o minore a quello di cui fi cerca la radice,
auuertafi di pigliare vn numero quadrato, la cui radice habbia tanti caratteri,
quanti fono i punti che fi notarebbero fotto al numero,di cui fi cerca la
radice, fé haueflìmo a cauar da elfo la radice nella forma ^ ©r . •^.-^ »K
c-T'lTI'irr.llr'.K T /•1*i,-'^i-J ?r^-:v:'r? r^,r. n^ t^ir.'ir.t. rrn, ..A 1 I
1 « ftoric, ma ancora delle fauolc de buoni poeti, e dalla lettura di cjucfti
apprenderà ràrte dell'ili iienta fé, è rìcììipirSBt-nìèlite^'Bclli fidile
imagini, gualifi sformerà di ritrarre con il pcneMondta tcIa,inaàBl ìnoJo che
«tllèdercrittioni poetiche vendono defcrirte.co* veri!,, 'n^ >-. .,
Determinata che lara la materia, o da ltorica,otauo]>jl.-,o vera, o ideale,
deuefihauer riguardo a||a rnaititu(i?ne de C'l>rpi*»difp|nendoH in modo che
non partorifcanò confw(ìonc"j perciò Benché non i\ pofla ptefwiucr numero
jlei^f^fìiinatòcfijcf^i fi^é|iojjq^ej|) ttìtci; rp£pi imerc in trodotalc, che
fi vedano i loro propri] attef^giamcnti, difetti, fcorci, p::fi' yrcyondcnop
^Ìirtorirc'arioè0nftiflone,r'cihjndo l'vno ih gran parte n^(tipft^
di^trQ,4Jrakro, renìachei'occhti^po(ra diTcemere ciò che fi faccia i In
qùèrifriódo dunque, che in vnh tragedia fi difpongono i perfonaggithcefconOin
fcenatfóh tal ordine, che dalla molntudine.^ non nafcala confufione, così nel
quadro non deuonfi rapprcfentarc li personaggi m guifi^t^le,-pheiVnQ-|olga
all'occhio il poter godere dell* altro 5 poiché cagiona noia il vedere ififcena
vn perfonjggio, cht_j pereflercon la moltitudine corfufo, non potiamo
bendikerncrc ciò eh* egli operi. >Jcl che deucfiauuer^rr^di più, chetici
teatro non fi proibisce i! molto numero delli attori, ancore he reftino
;ifFolIatri, e ftretti, purché vi fi veda vnitàin modo, che fé benerattioni, i
moti, e gràffetticficiakuhofonodiuerfi, tutti però fia no drdmati ad vn fatto
{"olo:onde nel medefinio modo, ancorché nell'ampiezza del quadro fi
contenga gran molticudine di perf(/n?,& altri oggetti, dciionfi però tutti
difporre in modo,che habbino vnione nella diucrfìtà delle parti; flc deuonfimai
fopra vn medefinao quadro rapprc^fentarc arcioni difparatejfenEachelVnahabbia
rclaticneconl'altra. Ma li come la tnufica tanto più diletta l'vdito, quanto
più varie fono le vocijcrintrecciamento delle difl'onanze con le
confonanzc,purche dalle proportionidcH'vnecon Tjlrre, nafca l'vnionedi tuttc,e
l'armonia: e rt-ì nella piiiura, tanto più l'occhione gode, quanto più
differenti fono i volti, gl'atteggiamenti, e gl'affetti delle perfonc, purché
tanta diucrfità riceua vnione,concorendo a rapprefentare vn fol fatto.
Pertantofideue porre gran ftudioindare vnioneall'attione
rapprefentata',congiongendo con l'unità di'quefta la uarieià de gli affjtti, de
gli atteggiamenti, delle pofiture de' fcorci, e fopra tutto delle
fifonomiede'uolti; nelche fi ritroua molta difficoltà j poiché ogni pittore
inclina naturalmente ad efprimere'nelli perfonaggi quelleiìfonomie, che ha più
imprcffe nell'imaginationc, onde è ftatoofferuato che i uolti pittorefchi
tengono fempre molto della fifonomia ^1 padre,della madrej o d'altra perfona più
amata, e più frequentemente ueduta dal pittore ;e rari fono que* quadri ne
quali rapprefentandofi molte hic« eie, l'vna non habbia la fifonomiafimile
all'altra. Quindi è degno di molta lode il famofifìRmoRafaellOjche in tante
opere ch'egli fecs»* difficilmente fi ritrouerà vn volto che fia fimile ad vn
altro j per lo che giouerà tra la moltitudine della gente, andar ricercando
nuoneSfono mie di volti, riponendoli nell'erario della imaginatione per ilrui
rfene airoccafione,e cofi sfuggire la fomiglianz,a nelle fue opere j ma molto
più il fapere alterare le parti che compungono il volto humanojpoiche dal
variarne vna fola il tutto prende vna differente fìfonomia. Mi piace in oltre
ciò che hanno vfato di fare lodeuolmentc i maeitridi queft'arte, per dar vaghezza
alle loro opere con la varietà, di framefcolare con i perfonaggi humani altri
oggetti confjceuoii alla ftoria,o fauola chefi rapprefenta,come animali,
piante,f.ibrichedifegnate in buona profpettiua, lontananze di paefi, e cofe
fimili, come PaolodaVerona,DanieI da Volterra, Raffaello, e tutti li buoni,
auucrtendo però che non tutte queftc cofefidouranno accopiare sempre in vna
mcdefima ftoria,ma quelle sole che à tale ftoria fi conuengono ^ per non
incorrere nella riprenfione del poeta, fatta a coloro i quali perche sanno
esprimer bene alcuna cosa particolare, quefta in ogni luogo, e fuori d'ogni
occafione esprimer vogliono, Fortalfe cupreffum Scis [ìmulare, . ., Aquefto
medefimo fine di cagionare diletto con la varietà, et anche acciò il pittore
dia faggio di molto fapere con vn fol quadro, doiirà ' procurare, che alcuni
de'perfonaggi dipinti (lano con vaghi, e naturali panneggiamenti coperti, altri
m.oftrinonuda la fchiena, altri il petto, chi le braccia, e chi le
gambe,ricordandofi però fempredinon offendere gl'occhi pudichi con nudità
difdiceuolirfimilmente alcuni volti faranno dipinti in profilo sì, che lì
fcorga folola metà, altri colloche-. ranno piegati alquanto, al tri chini,
altri folleuati al cielo : hauendo in ognicofa riguardo alla naturalezza del
fatto, et alla verità delJ:a_, ftoria, a cui non fi deue pregiudicare per
accrcfcere la varietà, coa-=. giongendo inficme cole difparate,e perfonaggi
vifluti in tempi diucrfi: come fanno alcuni che dipingono il Serafico d'AìTìfi
{opra.* il monte caluaiio prefente alla croccfiffìone de' noilro Saluatore 5
allegando p fua difcolpa quel detto trito,nìa da cfiì mal intcfo diOratio,
Viiiori'tus atijiie poetis ^idlihet auiiendi femper fu,it aqua p^oie/ias. Lodo
in oltre che i pittori imitino li poeti nelle loro iperboli, e poe^. tici
ingrandimenti 3 il che potranno fare conia fimilitudine,eparago M m ne, '3«
fic,ouerd conil oontrapofto,come appuntoperlopiufogHono fare ì ppcti: per
cagione di efempio (e tu vorrai far comparire vn huoniQ nano con la fimilitudine,
lo dipingerai in età virile, con la barba, c^ membra grofle:& apprefso di
elio dipingerai vn paggio,0 altro unciullo in età di fette, onero otto anni,
con le membra fottili,e delicate, il quale ecceda più torto che manchi
dell'altezza del nanojo pure potrai poruialato vn cane che lagnagli in
grandezza, o cofe iìmili: et infieme lo potrai far comparir nano per mezzo del
contrapolìo, collocandoui vicini altri huomìni, i quali egli con la mano non
gionga a toccarli la cintata 5 Per quefto contrapofto iperbolico fu lodato
Timan|te,il qualedipingendovn ciclope, che dormiua in vn picciol quadro, vi
fece apprcifo alcuni fatiti, li quali abbracciauano il dito groflb dell*
adormentdto,con jlqual contrapofto, benché la figura del ciclope fof-^
feriftretta inanguftatela,compariua nulkdimeno grandiffima,' cos^ |a bckàdivna
donzella, (piccherà maggiore vicino alla deformità di vn fatiro, ed il candore
di vn volto europeo, poftp al confronto di vn etiope j poiché il grande, ed ii
piccolo, il chiaro, e l'ofcuro, con tutti li ^Itri accidenti, coniparifcono
più, 0 meno dal confronto, e paragone^ ondeaffcrifconoifilofofijche feilcielo,
le delle, la terra, le piante, gì* anirnali, egl'huomini con tutte le altre
cofe che fono nel mondo, fi fa-? ^e|Irro molto maggiori, 0 minori, conferuando
la medefima propor» ^jonc, che hanno al prefente,non comparirebbero ne più
grandi 5 ne-» più piccole di quello, che hora fono. Deue dunque il diligente
Pittore hauer fempre l'occhio al paragone, e proportione de gli oggetti, che
dipinge non folo per di-' lettarecon gl'ingrandimenti iperbolici, come fi
èdctto: ma anche per non incorrere in quegli errori, che molti commettono,
mentre dipin» gono vicini a'ie c?fe, o torri huomini,ocaualii che in altezza le
medefime torri, o gl'alberi vicini formontanoro almeno tanto grandi che per la
porta di dette ca fé entrar non potrebbero, Habbiafi per tanto riguardo alla
proportione, et ordine delle cofe, et anche alla diftanza, che ii fingono
haucre tra di loro ; poiché fé noi fingeremo con la pittura una montagna in
lontananza, potrerno fopra il medefimo quadro far un cane maggiore di ella
montagna, nel che deucfi auuertire di non paflare immediatamente da un eftremo
di uicinanza, alf altro eftremo di lontananza, ma piutoftofidcuono dipingere
altre cole di mezzo, acciò fi veda una degradationedi molte parti, dalla quale
rifulta quel diletteuole inganno, di far creder lontane le cof^-* uicine.
Habbiafi fommo riguardo all'imitatione decoftumi,& alla natura-? lezza 139
lezza delle perfoncjche nella ftoria fi rapprefentano: dando a ciafcuna quelle
membra, quelle veftimenta, quelle attieni, et afFc'tti che gli fono conucneuoli
; poiché farebbe grande errore chi veftiflc Marte con gonna
feminile,eGaninniede diruido faioj o pure fé fi deffero a Rachele le mani di
villano, con le guancie crefpe di rughe, et a Sanfone le braccia, e fianchi
deboli i come anche fé rapprefentaflìmo Salo^ mone a giuocar tra fanciulli ; e
poneflìmo nelle mani di Golia la cetra del paftorelloDauide:difdiceuole farebbe
il vedere Nerone con manfueto afpetto, e con volto modello, o vero il Pio
Coftantino con la-, crudeltà di Mafcntio su la faccia : e non poiTo non
biafìmar quei pittori, i quali dipingono la Beatiflìma Vergine a pie della
croce,totalmente abbandonata perii dolore,e qua fi che disperata ; douendofi
efpri— mere in lei vn dolore grande si,ma coftante,e diuoto^quaKc la_ mo
alprefente^è tanto alto, quanto è la diftanza deireftremità dcll*:^ due detipiu
lujighiiftendendole braccia, eie mani quanto più fiupor*fibile; al qual fpatio
parimente è vguale anche la diftanza..dci& due piedi, slargandoli quanto
più fi può l'vno dall'altro. -ìir;':) '' Secondo, fc alcun huomo slargerà le
braccia, ed infieme i piedi quanto fia poflìbile i n modo, che fi formi come
vna croce, IVrabclico fata il centro di tal croce, fi che poftovn piede del
compaifo ncll'vmbelico,e tirando vn circolo paflcrà per l'eflrcmità tanto delle
mani quanto de* piedi j e tirando quattrolince rette le quali congionghinoj
l'eftremità de'piedi, e delle mani fi formerà nel detto e irculovn perfetto
quadrato. ] « »..». :Il volto è vguale di lunghezza a tutta la mano,
cioè,al!a_, diltanza della giontura della mano con il braccio, fino all'eftre
nid del dito più lungo; e fimilnienre alla profondità, che dal ventre fi llende
fino alla fchiena . queft'ifteflfi lunghezza del volto, o d^lli,. mano è vna
decima parte,o come altri vogliono alquanto più de!! i nona parte di tutta
l'altezza del corpo: la quale nelli iiuomini Jì mezzana ftatura fuoleflere di
trebraccia,o di cinque piedij e mcii», o pure (che è l'ifteffo di (J6, pollici.
.'.biji^aoìsr Quarto, Il deto pollice, la lunghezza dellorecchio,'raIt?7.za
della fronte, la lunghezza del nafo, e la dilUnza dal nafo daljmccicojii fono
tutte trajfe vguali : quindi è,che nel difcgnare vn volto dividiamo la fua
altezza in tre^parti vguali; La prima dall'infiina f:«^d. ce de' capelli fino
alla fommità del nafo ; La feconda dalla fomn^iti. del nafo fino all'infima
parte di efib; La terza da qucfta infima par4 te fino aireftremità del mento;
facendo poi le orecchie dirimpetto al nafo,cd vguali ad elfo in lunghezza.
evinto, Se fi piglia tutta la tefia dal mento fino alla fommità dei capo,
quefl:a è l'ottaua parte di tutto il corpo; e quefta parimente èli doppio della
diftanza^che è tra vn'angolo] dell'occhio airalcro, dico de gli angoli
efteriori . Sefì:0j La lunghezza dell'occhio è vguale allo fpatio, che è tra vn
occhiOje l'altro : fi che la diftanza delli angoli efteriori de gli occhi iì
diuide ^44 diuidein tre parti vguali,due de gli ccchi,& vna tramezzoad
c{Tì;e, tutta queftadiftanza è il doppio del nafo, i'ifìeira lunghezza
dell'oc-. chio vogliono chefiavguale alla bocca; ma in realtà non ho ancora^*
ritrouato alcuno che habbia la bocca fi piccola. Settimo, il foro della narice
è la quarta parte della lun ghciza dell'occhio. Ottauo,dalla forcella fupcrjore
del petto fino alla radice de'capclli,o fommità della fronte, vi è diftanza
vgUale al cubito, et alla hrgherti..f;t Finalmente, riducendo a numeri quelle
prohoVlioni, daremo rilla_. faccia parti i8,tra li due angoli efteriori dclli
occhi parti 12. La kmghezza del nafo parti 6. la lunghezza dell'orecchio parti
6. dalle radici de'capelli alnafocioè al mezzodelle ciglia parti 6. Dal
fcttonaio al mento parti 6. il pollice parti 6. La lunghezza della bocca parti
4. Dal fottonafo alla bocca parti due, l'apertura daila narice parci vnaj dalla
bocca al mento parti ^. Il cubito parti 50. il petto parti 50. claiia fommità
delia tefta, alla fommità della forcella iopra il petto parti 56, la lunghezza
dell'occhio parti 4. La diftanza tra l'vn' occhio, e raUro parti 4. dal mento
alla fommità della tefta parti 24.13 mano parti i8. il piede parti 20. tutto il
corpo parti 180. Quindi non può liare come bene auuertifce Filandro ciò che
dice Vitruuio, cioè che il petto fia la quarta parte di tutto il corpo. Chi
vorrà vedere più minutamente altre proportioni delle parti del corpo humano
legga Alberto Durero,il quale fcriffe vn intiero volume di quefta materia, a
noi baftahauer numerato le principali,c più neceflaric pervn pittore
jfenzafermarfi a confiderare quanto artiiìcioU fia 145 fia qucfìarimetria,e
propoitione, come quella che,confornie ail'inB» iiitojfapcredcldiuino artefice,
che fabricò il corpo humano, giiilli^ menteliconueniua percilerquefto il più
perfetto di tutti gl'alcri corpi. Onde è poi natoche dalle parti dieflbfi
prendanole mifurc di tutti li altri corpi jdicendofi che il tal corpo è di
tanti cubiti, di tanti palmi, di tanti piedi, di tante dita: e con
ragione,poiche la mifura è vna quantità nota,con cui lì fa con?2(fcerc vn altra
quantità ignota jondiL-» non vi elTcndo quantità alThu^mopiu nota di quella
delle fue proprie membra doueua di cffd feruirju per prima mifura : oltre che,
come dice il Filofofo, que'la cofa, che ilei fuo genere è più perfetta,deue
efter mifura di tutte le altre, che fonone! medefimo genere: che però efsendo
rhuomo il più perfetto di tutti i corpi con ragione Pitagora diflc, che
l'huonio era mifura di tutte lecofe. Quindi è che tutte le opere artificiali
fembrano più belle all'hor quando nella fimetria, e proporticne delle loro
parti, hanno qualche fimilitudinec©n la proportione delle membra humane; e ciò
particolarmente viene ofseruaco nell'architeti tura ciuile ; perche ( Ione
parole di Vitruuio nei libro terzo ) tìonpuò f africa alcuna fe»zj* mifura^ e
proporticne hauer ragione éUcomponi-r tnento.)fe prima non haiterà rifpetto^e
conjì^eratione fopra la ferace certa rapici ne dei membri delC huomo ben
proportionato : quindi nelle colonne le bafi fi rafsomiglianoa piedi, i capitelli
al capo, il fufto dimezzoal reilante del corpo humanoj Quindi ofseruò il
Villalpandoche il tempio di Salomone con proportioni a maraviglia belle fi
rendca fimile all'ordine delle parti del corpo humano,chefù il primo tempio
fabricato dalle mani diuine, per collocami la fua propria imagine, che è
l'anima noftra immortale: Quindi finalmente per tralafciare molte altre cofe
l'arca fabricata da Noè era in lunghezza 5 oc. cubiti, in larghezza 50. «d in
profondità 50. per tal modo, che la lunghezza fuperaua fei volte la larghezza,e
dieci volte la profunditàjnel medefimomodo appunto, che habbiamo detto delcorpo
hiimano,la cui lunghezza, e \%o^ partila larghezza 3 o. che fono la iefta parte
di 180. e la profondità dal ventre fino alla fchienarS.. parti, che fono vna
decima parte delle medefime i8no dall'altro, e ciafcuno in tutte quelle forme,
che fi vedono differenti in varij huomini ; poiché alcuni hanno il nafo
Ghiacciato, altri gonfio, altri aperto ; altri aquilino, altri profilato. ^
Alcuni pongono innanzi la bocca fpalancata, alcuni hanno i labri di
€{Taprommenti,altri piegati; in fomma ogni membro ha non so che di particolare,
il quale quando vi è più o meno, fa vna varietà notabile *47 bile nella
fifonomìa di tutto il volto. Di più fi dourà confi derare ;a_, varietà
de'membri, che fonoproprij di ciafcunaetà; poiché altra forma haueranno quelle
di vn fanciullo grofle, e ritorce j altra quelle di vn vecchio fcarme, fmunte,
e fottili ; auuertendo che ne corpi dc'flìnciulli non fi deueofìeruare
efattamente la proportione delle parti di fopra notata ; efiendo che efiìnon
hanno ancora il corpo, e le membri perfette j il che dcuefi intendere anche de
vecchi, ne quali alcuni membri s'incuìuanOjO fi affotigliano,© in altra maniera
fi deformano.Tutce quefle particolarità fi doneranno diligentemente ofseruare
dajla natura, che fola è la perfetta maeftra di tutte le arti. Quando poi
hauercmo fatto alcun profitto nel difegno di ciafcuna_, di quefte parti, farà
meftieri cfercitarfi nel proportionato accopiamentodiefle difegnando figure
intiere, e quelle hora in vna pofitura, bora in vn altra, fedenti, diritte in
pie, giacenti, proftrate,fupinejaItre con le fpalle riuolte, altre che moftrino
il petto j confiderando le diuerfé attitudini, nel che confifte la principale
perfettione del difegno, che però doureraoferuirfi delle ftatuc, e modelli,
fabricandone molte per confiderare inefleli diuerfifiti,c pofiture. Di più fi
deue diligentemente ftudiare ildiuerfo effetto, che fanno tutte le membra,
conforme alii diuerfi affetti dell'animo, nell'efprimere i quali fi de* porre
ogni sforz.o dell'arte eflendo quelli, che danno la viuezza, e naturalezza alla
pittM. ra;c non folo diuerfa cenuien che fia la pofitura del corpo, e
l'atteggiamento dei membri conforme a diuerfi affetti, ma anche fi
de'auueilire, che nell'iftefsa pofitura, et atteggiamento haurà vn non so che
di diuerfo vn huomo cogitabondo, ed il medefim*huomo quado flà
fpcnllerato;fimil mente quando, emefto,e quando è lieto: quando ripofa, e
quando veglia : per efprimere le quali circoftanze, vero è che gioua molto la
varietà di colori, ma anche nel folo difegno di chiari, e fcuri fi dourannofar
campeggiare con vn certo rilcntamcnto,© ftcndimento di mufcoli, con vn talqual
vigore, o franchezza delle membra,con i nei ui più, o meno ftirati, e diftefi j
la qual cofa per cfsere molto ditfi^ cilc dcuefi con maggior diligenza, et
accuratezza maneggiare, ferucndofi non folo del naturale, ma anche facendo
molto ftudio nel!'* adotomia per conofcere i diuerfi effjtti che moftrano le
diuerfe parti del corpo, diftefc,e rallentate da mufcoli, e da nerui,e per
intender doua priiìCÌpiano,c finifcono entrando vno in vn altro : ma nelJi
piegai menti de membri, ftorcimento di vita, e sforzi di tutto il corpo, fi
dolila por molta cura di non far cofa, la qui.l ecceda lapoflìbilità del
naturale i nel che molti peccano ftorcend», e dislogandoi le ofsa in tal modo,
che da quefto folo fi può conofcere cfser quello vn huomo dipinto, 48 pinto,e
non viao, perche non grida, e non fpafima per il dolore, che dourebbefentirne
feviuofoflc. Circa di ciò farebbe molco che dire, ma ofleruofolo chenclli
sforzi delia vita, e delie membra ben fpeflb ftanno nafcofti molti errori, ed
innaturalezze, le quali da chi non è bene intendente difficilmente fi
conofcono,perche tali sforzi rapifcono l'occhio con lanouirà,che cagiona non so
qual diletteuole marauiglia : ma anche in quefto, come fi è detto
dell'inuentione, ù àc procurare ben fi la marauigliaconlanouità,ma però non dee
fc olla fi dal poflibile,e dal verifimile. Per tanto la tefta di chi ftà in
piedi non fi volti più in sii, fé non quanto gì' occhi guardino mezzo il cielo
j ne più iì volti da vn lato, fé non quanto il mento tocchi la fpalla ; il
petto non-, fia fi torto che la fpallaarnui più oltre della dirittura deirvmbilico
# Il volto di chi fta fermo ha riuolto là doue è dirizzato il piede. Se alcuno
fi appoggia fopra vnfol piede, quello flanella linea che chiamano di diretionej
le mani rare volte fi alzino fopra il capo,& il gomito fopra le
fpalle,& il piede fopra il ginocchio. Finalmente giongeremo alla
perfettione di qaefta fcienzajSccopiando in vnfol quadro diuerfità di corpi
tanto humani, quanto di nltre-» forti convna qualche vaga, ed ingegnofa
inuentione,nelmodo,ehe fu detto nel capo precedente jricordandofi della
varietà, e fopra tutto d* imitare icoftumi, e proprietà di ciafcun perfonaggio
nel modo, chc^ prefcriue l'arte poetica, trattando dell' imitatione de coftumi^
auuertendo in oltre di non far perfona che flia otiofaj ma in ciafcuna.»
cfprimer quegli atti, e quegli affetti, che richiede l'iftoria,© la fauola.
Deuo anche ricordare a quelli che fi fentono inclinati dalla na^ tura a queflo
efeixitio, che fi auutziino da principio a difcgnare in graLde,cio€ conforme al
naturale: poiché in vn* imagine pie-» cola ben fpcfso vi .flanno nafcofli
errori grandi ; la doue in vn' imagine grande fi fcopre ogni benché minimo
diffetto j che altri fcolpìfca in vn anello Fetonte tirato da quattro caualìi,
non merita altra lode che di feimezza di mano, acutezza di vifta, e patienza_*
nell'operare, e quefta è più propria de* fcultori, che de pittori; i quali fc
apprenderanno bene il modo di formar imagini grandi, facilmente poi formeranno
ancora le piccole ; la doue coloro, che hanno au-» uezKa la mano a lauori
minuti, rare volte riefcono neigran-di • ?''Q'''-,.'.c..i.^.u za ijiwiii
Rcflai-cbbc per vltimo, che io daffi qui le regole det difegnarcjf in
profpcttiua,effendo che ogni quadro de* hauere determinato.il .:^ì:^^.
.•..V---V .-punto-:! 149 punto che chiamano centrico, ed il punto della
diftanza dcirocchio che-k) rimira regolando con queftidue punti le degrada
tioni, e l'altezze de gli oggetti ; ma di ciò mi riferuo a difcorrerepiua lungo
nell'arte maeftra. Hiunque fi farà perfettionato nel difegno*, ofseruando
/(fj^^^tìj^ tutti li precetti infinuati nel precedente Capo, non.. Cni!r)/ji
ritrouerà molta difficoltà nel colorire : nulladimeno Vh^*liialttijpiu ofciirij
e chiamanfi tali fuperficie ricetti de' lumi,/ «ffen deche pM»t fi tirano {u*l
quadro i feiTiplici contorni delire figure, che è la prima parte de! difegno,e
chiamafi circonfcrittio»e; ia cin noa...j(ì vede altro che la_. linea
efì:rema,che tcrmifia,e circondil rogge:t|pdifegnato: poi offeruando i termini
de' chiari, e. d€ fcurji,fi 4J-^inguo"0 eoa varie Jinee,che diuidono tutto
il carpa iurcoufcritto- in varie parti, o fupcrficie,cheèla feconda parte del
difegno: Finalmente quefte fi deuono riempire de'fuoi proprijlumi, ilchefi
faocon femplice chia* ro,e fcuro^o pure con i colori,iquali fvjnno molto
migliore effetto, perche più imitano il naEurale,e dano vsghezza,e leggiadria
al di^ iegno. In quefìo riempire di colori le fuperficie,& vniucrfalmente
nel modo ò\ colorire fideue confiderare,che fi come i corpi reali fono compofti
di quattro elementi, et in alcune parti l'vno predomina più dell'altro, onde
cagiona diuerfo colore: cosi il Pitcor^^ volendo imitare la Natura fi ferue di
quattro colori principali, che corrifpondono alli quattro elementi, cioè, del
color roffo, fia di cinabro, dilacca,odi minio,che corrifponde al fuoco; del
colore azzurro, che rapprefenta l'aria ; del verde che fi confà aH'aqua, e del
cinereo ofcuro,chc fi riferifce alla terra, e quefti colori contempcra in
modo,c he doue 'ì\ ricerca il predominio di vn elemento iui aumenta il colore a
tal elemento corrifpondente: cosi per efprimere vn volto fanguig no, et accefo
di -"degno adopera il cinabro, ed 151' ed il minia; e colendo far vn
fangue fofco vi pone laheca, ma volendo rapprefentare vn volto timido, freddo,
o languente, fi ailicn?.^ dalroflb,e vi aggiongc il cinereo j e cosi dell'altre
cole ; Per tanto io lodo molto, che non vi fia parte per minima ch'ella fia
deirimaginc, laquale non iu formata con tutti quefti quattro colori,fi come non
vi è'parte di corpo reale, la quale non fia mifta di tutti quattro gli
elementì; onde quando anche io hauerò a dipingere vna carnagione bianchtlTìma,
aggiongerò alla biacca vn poco di cinabro, il quale certo è neceflario per
cipri mere il fangue, fenza il quale non può il;arevna_. viua c^rne; ed m oltre
vi porrò alquanto di azzurro oltramsrino, il quale cagiona vn mirabile effetto
in tutti i colori, ed in particoiire.* visto moderatamente nella carnagione,
poiché le di vna ccrt'aria, e lutiìeceldle, chela rende fuauc,e dolce. In
oltre, perche inciafcua.. corpo reale olrre li quattro clementi,de*quali è
comporto, euui meicolata la luce, e doQcqucfta manca, rcfta il corpo ofcuro, e
cenebrofo; perciò nella pittura habbiamo due colori, fvnode quali èfimile
alla_. luce,e quefto è la biacca j TaUro ci efprime le tenebre,e quefto è il
ne* grodio(ro,odi fumo, odi carbone,© di terra nera; poiché, come alcroue
dimoftro,aicro non è la luce, che vn puro candore, e le tenebre vna pura
nerezza; onde il puro bianco, e. la femplice nerezza non fono due colori,ma
fono l'eAremità di e(Tì colori, come i punti fono Tcftremità della
lii>ea,'ma non fon linea; noi però perche non habbiamo ct>fa più bianca
della biacca., ne più negra del negro d'elfo; perciò adoperiamo qucfti due
colori per efprimere la luce, e le tenebre ; per tenebre intendo ancheTombre,
che fono priuationedi luce; onde-» doue è maggiore la priuatione di tal luce, e
l'ombre più gagliarde ; iui adoperiamo più quantità di negro d'olfo,doue è
minore adoperiamo con elfo più terra d'ombra, o vi mefcoliamo altro colore pju,
chiaro . Deuefi dunque in ogni oggetto dipinto, e per confeguenza in ogni
colore porre,© la biacca quando fi ha da erprimere vna parte lucida : òil negro
d'olfo quando fi ha da efprimere vna parte priua di lux:e;,e cofi conforme alk
luceminore,o maggiore adoperare più o meno di biacca, nel che farà
maeftralaprattica, conlaquale imparerà aafcitttoa mefcolarci colori, ne li
riufcirà difficile, fé hauerà ben'-intefocif), Qhe fin bora habbiamo, detto. i
> Con wttaciò perche in quefto breue trattato, pretenda d'i ftfegnare
minimamente la pratica del dipingere,non voglio tralafcÌAc di dire y come io
foglia |)rim a di dipingere far varie tinte fopra la mia. tauoli pigliando con
lap,unta del coltello i colori macinati,con filkliìa punr U vnendoUcd
impaftandoli infiemein varie parti della tauola^Pongo £"!!>•:» da MI da
vna parte vb poco di biacca fchietta,fenza mcfcolamento di altro colore, la
quale mi ferua perdarefopra la Pittura i fomtìii chiarij ed in vn altra parte
collocano va poco di negro di ofso, parimente fchietto per le ombre maggiori, e
per le minori della terra di ombrai li altri colori non li adopro mai
rchieEti,fe pure non douefsero feruire per fare qualche panneggiamento,ma ne
faccio varie tinte, e mezze tinte, con varij mefcolamenti, e prima faccio vna
tinta di azzurro cltramarino,pigliando del meno perfetto, con vn poco di
biacca,della quale mi feruo per vnire con quafi tutte le altre tinte, poi con
il cinabro,© vero terra rofsavn ita con biacca, faccio tre tinte vna più carica
dell'altra 5 e quefte mi fcruono per la carnagione 5 in modo però, ckc non le
adopro mai fole, ma vi aggiango vn poco d'vn altra tinta fatta di biacca, e di
laccai e più lacca vi metto doue la carne fi deue efprimcre più fanguigna ; ma
doue la carne dourà cflere meno fanguigna, e più pallidaifparamio la lacca, et
adopro la tinta di cinabro me» carica jfempre Peronella carnagione adopro vn
poco della fopradetta tinta di azzurre, e he riefce mirabilmente. Faccio in
oltre tre alcreche fi chiamano mezze tinte, con biacca, e terra d'ombra in tal
modo, che l'vnafia più chiara dell'altra, auertendo che nella più chiara ogni
poca quantitàdi terra d'ombra è fufficicnte, e quando voglio vna tinta più
ofcura,vi aggiongovnpocodinegro dioffo; quelle mezze tinte di terra d'ombra
feruono anch'effe per la carnagione,e particolarmente le più chiare, le quali
non fi deuono adoperare femplici,ma mefcolarui vn poco delle tinte rofsc,e
della tinta di azzurro^ nell'ombre della carnagione, cioè in quelle parti che
fono meno illuminate, aggiongafì alle mezze tinte più ofcurevn poco di tinta
fatta con la lacci, poiché quefta fa vn color carneo ofcuro,cnori s* ifparamii
l'azzurloperchc anche in qucfto luogo fa la carnagione fuauiffima, e delicata.
Deuonfi dunque con la punta del coltello fare fopra la tauola tutte le
foprad€ttetinte,e mezze tinte per mezzo della biacca, fi che ciafcuna tinta
fìadi vn color folovnito alla biacca che lo fa più chiaro quanto più vi fé
neponejpofcia ne! dipingere^iideue con il penello pigliare vn poco di vna,&
vn poco di vn altra mcfcolandole infìeme conforme al bifogno,e far /Indio che
effe tinte tutte nel metterle in», opera fi auuicinino più alla carne naturale,
e vera che fia pofTìbile, Ma perche non fi può fapere in qual luogo debbafi
porre l'vna, et ia_. qual altro vn altra, fenza la cognitione dei lumi diucrfi,
che diuerfainente ferifcono gl'oggetti che v^ogliamo dipingere, perciò flimo
necc ffario difcorrere in quefto luogo alcuna cofa intorno ai lumi 3 Poiché
dalla '5-5 dalb retta intelligenza di quefti dipende tutta queft'arte: Molte
cofe farebbero degne da ofleruarfiin quefta materia, ma che io in quefto luogo
pretendo dinfegnare piutofto la prattica del dipingere, che la fcienza
fpeculatiua de colori,& altre cofe ali' opcica appartenenti, toccherò folo
breuemente alcune oferuationi,che molto potranno gio uarc a chi l'hauerà bene
intefe. Primieramente fi oflerui dal pittore il luogo, in cui dourà cflfere
collocata lafua opera j come, fé farà vn quadro, che debba porfiinaLui luogo
detcrminato di vna fala,o chiefa, veda da qual parte,edinqual modofia
percflfcre illuminato j feda vn lato, fé in faccia, leda alto, o in altra
manierale dopo tal notitia non potendo, come farebbe bene dipingerla nel
proprio Ioco,dipinga lafua figura in modo che i chiari fianoda quella medefima
parte,dalla quale dourà hauere il lume : e quella parte della figura che farà
più rileuata, e più vicina al iumo quella facciaficon chiaro maggiore di tutte
le altre,dando poi alla pittura gl'altri chiaridi grado in grado minori,
conforme alla maggiore lontananzadal lume, et al rileuar delle partii in tal
modo, che vna fola parte della pittura fia quella,che habbia il primo, e
maggior chiaro; dopo la quale le altre habbianoichiaii minori, piu,o meno, con*
forme il fitoj cofi fé il lume veniri da alto a battere immediatamente nella
fronte dell'hucmo dipinto, quefta da quella parte che è ferita dal lume habbia
il primo, e maggior chiaro, pofciala guancia,© nafo h:ibbia vn chiaro poco
minore, e dopoqucftiIafpalla,c cofì di mano in_.r mano fino alle gambe, le quali
per effer più lontane dal lume,chefifuppone fcendere da alto, douranno hauer
minori chiari di tutte le altre parti fuperiori,& al lume più proIKìme. i
Secondariamente, habbiafi riguardo che ciò che fi è. detto, deuefì intendere di
quelle parti, le quali fono ferite perpendicolarmente, cioè, ad angoli retti, o
vogliamo dire direttamente dal lume; poiché quelle, che fono ferite
obliquamente, e con angoli ottufi, ancor che foflbro più vicine al lume,deuono
però effer più chiare,mafideue con-; temperare IVnacofa con l'altra; quindi è,
che le parti piurileuatefi fanno per ordinario più chiare, perche per lo più
riceuono il lume piu^ direttamente; diffi per lo più, perche alle volte,
conforme alle diuerfe pofiture, lo riceuono più direttamente le parti meno
rileuatcy onde, fi fanno più chiare ; come quando il lume ferendo obliquamente
la faccia, ferifce direttamente, e perpendicolarmente vn lata del nafo,e lo
rende più chiaro di quello che fia il filo del medcfimo, 'benché quefto filo
fia piurilcuato^mafe il lume ferirà diretta in ente il volto, all'hora il filo
del nafo farà quello, che hauerà il mas^ìor; laro. Q^ q In H4 In tetto luogo
oflerulfi che, fi come vn raggio di lume itott pucb ferire perpendicolarmente
vna fuperftcic, fé non in vn punro folo j cosi il maggior chiaro di ciafeuna
delle molte fuperficie del corpo di* pinco, donerà effere in quel fol punto,
che viene ferito perpendica* Iarmenteda.1 lume; e quanto più obliquainenre il
lume fcrifce le parti più lontane da quel punto, tanto meno chiare doueranno farfi,*cd
in-fquefto confitte la dcgradaiione de'colori dal maggior chiaro,finoal
maggiore orfcuca». Imperciocbe deuono degradare conforme alla_, maggiore, o
minore obliquità del raggio, fu ppofta la medefima lonrananz,adel medcfimo.Che
fé poi la parte più obliquamente ferita-* dallume,iarà anche più lontana da
eifojmaggiore donerà effere la degradationejma fé vnapaiKte farà ferita pia
obliquamente di vn altra, equ '.Ila farà più vicina allume di quefta,fi douerà
compcnfare la minor chiarezza nata; percaufa. deli*Qbliquttà,conlachiarezza
nata per la vicinanza del lirmc^ Quarto ofseruifi,che in qucfta degradatione
de* chiari, et ofcuri, o vogÌi;im,o dire de lumi^& ombre c«^fifte tutta la
fbrza del colorire, ed il rikuare delle parti; et acciò non rileuino con
afprezza, tra il maggior chiaro, ed il maggiore ofcuro,fideuono degradare
fuauemcnt^-» ed infenfibilmentei colori; poiché in quefta infenfibile
degradatione confitte la dolcezza del colorire,^c(ì fugge ogni afpcrità,la
quale otten* de l'occhio ogni qua! voha fi fa palfaggio immediatamente da vn
eftremo all'altro; che però anche gl'iftefiì contorni, ne quali pare che fi
debba pattare immediataméte dal maggior chiaro al maggiore ofcuro, fideuono
fare co vna certa fuauità sfumati j fi che teraperino quell'immediato
pattaggiodivn eftremo all'altro. Quando poi il chiaro è pofto in mezzodì vna
fuperficie, e vifonodue degradationi verfo l'ofcuro, dall'vna, cdall'ahra parte
; all'hora ne rifulta quell* effetto, che chia» mafitondeggiare; poiché la
parte di mezzo come quella che è più chiara rileua più dell'altre, le quali
declinando dall'vna, e dalKaltra parte all'ofcurojfi moftranomeno
rileuatesì,chcpirchericeuino il lume-» obliquamente, come appunto fanno le
parti laterali di vn corpo tonda ferito nel mezzo dal lume. Quinto notifi che
vna delle principali Iodi de! artefice è ch'egli nella difpofitione de chiari,e
de fcuri dia tal forza alla pittura, che riIcui qaantofia poffibile,.e per così
dire fi fpicchi fuori del quadro; per ottenere la qual cofa, oltre la predetta
intelligenza de lumi, dourà offeruaie quel precetto, che danno molti, et
èintefo da pochi, mentrc«# quelli dicono chcfidcue vfare molto parcamente la
biacca, e quefti Rimano che della quantitàdi eflà fi parli ; poiché cerco c^
che la quantità *5? tiiià della biacca necefifària a dipingere vn volto è molto
maggiore tU tufta la quantità dclii altri colori, che a tal funtjone fi
adoperano; &l viiiucrfalmente nel colorire rare voltefi adopera colore, a:
cui no»: fi, vnifca la biacca, come quella che tempera tutti icolori,in quel
n>od0j, che fa la luce fopra i corpi da efla illuminati . Il fenfo dunque di
tal precetto fi è, che in ni un luogo della pittura fi veda la purabiaccai
tolrt tone quei pùnto,chcè ferito perpendicolarmente dal lume più vicino^; etche
tutte le altre parti vadino con i debiti modi, e coni veri compartimenti de
lumi degradando vcrfo l'ofcuro, caricando poi Tombr^.^, accio al confronto di
queftefpjecando maggiormente i chiari) la pittura riceua forz,ad'ini^annarchiia
m.ira,e far credere eh* ella, sia rile-» uata dal quadro, fsn oq Sefto, deuefi
oflfcruare rintcnfionedcllumc,chc douerà i'Iuminare la.Pittura,cioè a dire fé
il luogo, nel quale deue eflere il qiiadrQ,habbia lume gagliardo, o debole, e
come dicono viuo,o mortoj poicht^ conforpie alla diuerfità del piaggiore,o
minor lume, doueran no eflere maggiori, o minori i
chiari,egIifcuridellaPittura,con reciproca prò* portione,cioè a dire, fé il
lume vero farà debole, e morto, la Pittura-* douerà haucre i tuoi lumi finti,
cioè i fuoi chiari,viui, e ga^jliardi ; ma ieillumefarà viuoe potente,(arannoi
chiari della Pittura alquanto più lieboli, e moderaci j e ]a ragione fi è,
perche il lume vero.,cbe:ièrifce la Pitturajèquellojchcriflettendofi all'occhio
infieme con il lumefintOjchc è il chiaro della Pittura, concorrono ambi vniti a
fQrmare la_» viflra: ondequefla che fi offende con gl'cltremijnon può tolcrare
due lami ambi troppo chiari,e viui j ne li piace che ambi fia no poppo dcr
bolicmorti: onde perdilettarcrocehiofideuc conteraperarc il viua del lume vero,
con il morto del finto, ed il morto di quello coni il Viuodi quefto. Che fé il
quadro foOc già dipinto, e fi cercafle vn luogo per collocamelo, fi douerà
hauereil medefimo rifpettQ,che fé i colori del quadro fono molto viui, e
chiari, fi ponga ad vn lume-» moderato j 8c all'incontro, fé i chiari faranno
dcboli,fe lidiavn lume piujviuo. Settimo, ho oflèruatOjche quando il lume
fcrifce vn corpo Hfcioi C.luftro,lo moftra molto più chiaro di que-io che
faccia vnahracojfpforaenluftro,e pulito; e particolarmence quella parte,che è
ferita perpendicolarmente dal lume fi moftra lucidiffima all'occhio ; ilche fi
può vedere in vna palla di crifbllo pulita, et anche nella luce de noftri oc;
chij : ond'è,chequella parte dell'occhio, la quaL è ferita dal lume dit
rettamente nella pittura fi efprimecon vn punto di pura biacea^5.chc
la^dimoftra.Iucidiffima eTengafi dunque per regola in materia de'lu». mi, mi,
che nel colorire fi deuono vfare maggiori chiari in quelle parti, che verremo
éfprimere più tcrfe-yc pulite^ come fé vorremo dipingere vna carnagione
Jifcia,e luftrajdoucremo farla più chiara, benché àciò pofcia aiuti anche molto
veramente la fuperfìcicjche colorica della tela fia ben lifcia,e dipinta con
colori ben macinati, alli quali alcuni aggiongono in fine certa Vernice, di cui
diremo apprcfso,--ichc però nell'efprimere quefti lumi rifleffi douremo
tingerli alquanto del colore del corpo da cui fi riflettono, ma deu' eflere vna
tintura leggieriflìma, e deueficiò pratticare con deftrezza,c ne luoghi opportuni,
che cosi cagionerà vn effetto Ict'giadro, mentre Tocchi© non folo conofce, che
quel chiaro è vn-* lume riflefso, ma anche comprende da qual corpo venghi
riflet— Cuto. Nono,per dare alla pittura què chiari, e quei fcuri,che fono
conuenelioli,ed in quelle parti che li richiedono, deuremo prima determinare
VJU. 157^ vnluo^G fuori ddlapittura^dal quale doueremo imaginar{ì,che vcngi>
il lume a ferirla,e pofcia collocare il quadro, che uogliamo dipingerci invn
tal fico uicino ad una Feneftra,che il lume entrando per efsa_».'i lo ferifca
in quel modo,che noi delìdcriamo più uiuamcnce,o meno, : da unlato,o in faccia,
o da altoje tal fico e riceuimcnto di lume hab-.i bJa il quadro,mentre fi
dipinge qual deue hauere dopo che farà dipin» WfQ collocata ai deftinaco luogo;
circa diche non lafcieròdi dire,> che quelle pitture, che riceuono il lume
da alto acquiftano una noa^ so qua! gratia,e leggiadria fopra le altre, come
ben fi ofifcrua ne uiui oggetti,neIla Ritonda di Roma,che per ordinarie
fifonomic chefiano, in quel loco coi lume alto apparifeono bellifTimcj Sempre
però o(feruifijche dobbiamo fuporre, che il lumevcnghi da vn fol punto, e
quindi fi fparga a ferire tutta la pittura,dal che nafcc la diucrfità dei
chiari, conforme le diucrfe parti, che vn tal punto riguardano j ne folo fi
dourà determinare il punto, da cui viene il lume, ma il punto, dal quale
l'occhio dourà mirare la pittura, poiché conforme al diuerfo fito dell*occhio,i
chiari appariranno in diuerfa parte; comefipuò ofl"er-«i uarcncl rimirare
vna ftatua, la quale filando immota, e riceuendo femprc vnmcdcfimolume da vna
medefima parte, fé l'occhio peròfimuouc, e da diuerfo fito la rimira, vedrà i e
hiari del lume, che la ferifce, itu. diuerfi luoghi.Finalmente perbene
intendere quefti lumi,giouerà molto rauueA7.arfi a dipingere di notte a lume di
lucerna, poiché eifcRdo quefto vn lume debole,fi canofcono in cflb più
notabilmente le degradationi poltre che ci viene da vnfol puneo, ciò che non
patiamo fpcrimentaredi giorno, benché anchedigiornodobbiamo procurare di
riceuer il lume da vna piccola feneftrella, perche in tal modo meglio li fcorge
la diuerfa illuminatione delie parti direttamente ouero obHquamence ferite dal
himergiouerà ancora Teflerc ita rfi nel ritrarre le i\i£ue,e qualfivogliaaltro corpo
dal fuo naturale; ma fopra tutto ci ap« porterà grande vtilità il dipingere dal
naturale varie forti di frutti, come anche vccelli, cani, lepri, e fimiii.
cole; la ragione fi è perche i frutti fiori,ecofefimili hanno colori molto
viuaci, ne quali percuotendo il lume moftra più difliintamente la diucrfità dei
chiari, e de gli fcuri ; Oltre a che nel dipingere li detti oggetti fi prende
vna certa franchez- za nell'operarc,che molto gioua, ed inanimifce; Tal
Francezz.a,e faci- lità nafce da quefto, che nel dipingere le dette cole
habbiamo grande libertà, e licenza di variare, facendo foglie, fiori, frutti
qui più, e la me- no carichi di colore, glVni con vna, altri con vn altra
diuerfa figura : Quefto precetto di elTercitarfi in dipingere fiorijC frutti
dal naturale fi ofserui come vn gran fegrcco di qucft'arte^vn valente maeftra
delia R r quale I5t qu^leametmolto locommendaua per molte ragforii,ma
principal- mente per la poco auanti accennata di far venire in cognitione de i
lumi, dalla quale notjtia perche dipende tutta l'arte di bendifporrf^ i e dori)
perciò ho voluto auucrtire quefte poche cofe^ ma molto fo- ftantiali in quella
materia. ^.'r-^yii Refta per fine di quefto capo che fi diano alcune altre
regole parti» colari, e pratiche per il colorito, oltre le già accennate da
principio; e già che con rintrapoftodifcorfodeluinihabbiamoperdircori inter-
meflb il colorire, voglio qui auuertire,che quandoè ftato intermefibil
laiioio,e pofcia fi ripiglia a dipingere il quadro, li cui colori fiano già
afciutti,e fecchi, acciò corra meglio il peneilo^fideuevgnerc prima il luogo
doue fi vuole fcguitar la pittura, o rittocar il fatto, con oglio di lino
cotto, cioè in cui fiaftatò poftodueonciedi litargiro per ogni li- bra
dioglio,e rifcaldato fino che incominci a bollire, la quarvntio- ne non nuoce
altrimenti alla pittura, come alcuni ftimanoj& il pro- fitto è, che
breuemente fecca, yolendiD» l'oblio (loxj cotto tempo aliai a rafciugarfi,
.-"z vi'iìr Prima di formar alcun difegno fopra il quadro, quello deue
hauere la faa imprimitura, non folo fc il quadro farà di tela, ma ancora fé
fijt di legno,o verodi rame, fopra il quale foglionfifare ì piccoli ritratti;
quefta imprimitura confifte in coprire il quadro con alcun colore,che
fuolcflerc di terra d'ombra ben macinata, con vnpoco di biacca, e»^ terra
rofla, con oglio di lino j quefta macinata alquanto più foda, e meno liquida de
gl'altri colori, fi ftende fopra il quadro cenvn coltel- lo
largo,procurandochefiaftefa,vgualmente in tutcele parti,e fotti- le i alcuni
dopo eiTer afciiicta, vene ftendono dell'altra iìno alla terz.a^ fiata; il che
a me non piace j poiché, riufcendo troppo grofla altera molto i colori, che
pofcia fé li danno fopra, mentre li fucchia, e^ l'imbeue in modo, che
partecipano del colore dell'imprimitura.* medefima. Acciò i coleri fi
mantengano vini jfideuono dar fopra il quadro più volte replicando i'iftcflb
colore fopra il primo; ed in oltre i colori fi deuono caricare alquanto più del
naturale; come nel colorire le guan- cie,e fimili parti di cinabro, e di lacca
fi ecceda alquanto facendoli più roffi ài quello che conuenga alla carnagione
naturale; imperciochc dopo qualche fpatio di tempo fi vanno moderando, e
mortificando ri- ducendofi al fuo douere; altrimenti reftarebbe il volto troppo
pal- lido, e fmorto. Molta induftria ha ni ad vfare dal Pittore nel difporre
fopra il fuo quadro gl'oggetti particolari coni loro propri], e naturali colori
itu» modo, hf9 modo, che vn colore in Vicinante dell'altro faccia fpiccarc,e
rileua- re tutte fe' parti jlmpcrcioche i tolori ofcuri, e profondi fanno
fpicca- re maggiormente i colori chiari, che li fono vicini ; quindi Ce noi vo-
gliamo che vna teftafpicchi, e rileuidifporcmoi colori intorno ad eip^. in
maniera tale,che la parte più chiara habbia vicino a fé alcun* og» getto, o
contorno di colore ofcpro, e fofco j come all'incontro la parte ombreggiata,
&ofcura dourà hauere vicino alcun* oggetto alquanto più chiaro j il quale
fé farà difpofto in modo, che riceua il lume dalla parte oppofta, e lo rifì -
tta nella parte ombrofa della tefta, vn tal lunie rifleflb cagionerà vn
belliffimo effetto, temperando alquanto l'ombra., di quella parte della tefta,
che non può rieeuere il lume di retto j Per cagionare fimili effetti, giouerà
feruirfi delli panneggiamenti formati con quelli colori che faranno più
proportionati ; poiché fiamo in libèf-' tàdi dare al panneggiamento quel
colore, che più ci aggradajc poten- dolo far fcorrere in quelle parti che a noi
piace, procuraremo di con^ durlo in modo, che i colori di effo feruano a far
fpiccare le parti me-,fb' .'0 ni r f\n♦ [VE fono li principali modi, con i
quali fogliamo dipinge- re,!* vno che chiamano dipingere a frefco/altro a
oglio. Il primo modo fu in vfo anticamente, auanti che fofle ritrouato l'altro
di dipingere a oglio, inuentione venuta^ da Fiandra, e ritrouata in
Arlemrlaqualeha aggiorno molto di v'agOjcdiluftro alla pittura, poiché riefce
delicata; e fi vCilì communemente fopi a la tela, la quale fi conferua
lunghiffimo tempo fenxa chefi fmarrifchino i colori,! quali più torto con
l'inuecchiare pi- gliano delicatezzaniaggiore j la doue il dipingere a tempera
(cofi chiamato, pcilchei colori fi ftcmperano con aqua^ fi faceua anticamen- te
fopratauole di legno, le quali con lunghezza di tempo fi tarlano, benché mantengono
la viuezza de* colori, che fi conferua più che fopra la tela, douei colori
fonoftempcrati con Foglio ; oltre che tiefce mol- to più commodo il portare, e
maneggiare le tele potendofi piegare, e leggiermente muouere; horafiè quafidel
tutto tralafciato il dipingere fopra le tauolej& anche le pitture a frefco,
fi fannofopraleteie,tol-' tone quando fiamo neceffitati a dipingere fopta il
muro. Per tanto volendo dipingere a guazzo fopra la tela, o cartone, fé li dà
prima_> fopra l'imprimitura di creta temprata con colla di ritagli, fopra la
quale dopoché farà afciutta fi mettono i colori macinati con aqua, e
ftemperaticon la niedefima colkdi riragli, ouero con la tempera fat- ta con
oua. Ma fé noi voremo dipingere fopra il muro,dourcmo far- lo fin tanto che il
muro è ancora irefco della calce, pei ò con colori ftemprati con Taqua pura, e
terre fenza adoperar biacca, lacca, cinabro, e altri minerali, feruendofi
invece di biacca, di Calcc,oiie-' re bianco fanto, Ciafcuna di qOefte due
maniere di dipingere fi può vfare in.» tré modi, che fi diftinguono dal diucrfo
maneggiare, che fi fa il pennello in lauorare ; 11 primo più vfitato, e commune
è lenendo ',ì\ che fi fa con mettere ciafcun colore a fuo luogo, t^ poi con vn
altro pennello, che ha netfo,c fenza tinta, congion- gendo le parti cftreme
dclli due colori vicini > acciò vnendofi nfieme JnCieme non cagionino vna
certa arprezza, che offenderebbe roc- chio, fé vcdeflevn colore porto
immediatamente vicino all'ahrojfen- no di pittura, e di difegno, non fi ap- plicano
al tediofo lauoro di ricamo, onde quefto refta fole nelle mani di donne, che
poco, o niente intendono le regole di buon difegno, ne fanno le cofe neceffarie
alla pittura ; nulladimeno Nicolò della Foggia di»Marfiglia a giorni no.ftfi, è
ftato mirabilifiìmo, et fi vidde va ritratto di Papa Vrbano Vili, fatto di
ricamo naruralifiìmo, che non eccedea di grandezza vno fpatio ottangolare, per
metter in vnanelio, e donato a eflb Pontefice > cofa veramente degna
d'amiratione. Simili alle imagini di ricamo fono quelle dclli Arazzi, cofi
chiamati da Arazza doue prima fi lauorarono, e fc ne fanno non folo di lana^ma
di feta ancora, che riefcono molto più belli, e quando fiano fatti coii buon
difegno, e pofti indebita diftanza dall'occhio fanno vn bdllif- fimo effetto ;
ed io direi che gl'arazzi paragonati alU ricami ^siano co- me le pitture grandi
fatte a ogiio sii la tela, in riguardo alle iraagitii fat- te a punta di
pennello. Inuentione molto più antica è ftata quella di far
lHmagini.a-Tnafa;loo e si fanno come ogn'vn sa adoperando in vece di colori
piccioli minuz- zoli di pietre pretiofe, o marmi di varij colori, o fmalti,
intrecciando insieme le minute particelle, ed vnendole in modo, che formino vna
fuperficie piana rapprefentante in buona form^a di difegn^o, e regola di
pittura alcun* imagine di floria, o d'altra cofa. Molte di qjiefte te me vedo-
vedono lauorate dalli antichi, come in S. Marco di Venetia, in Roma, ic
altroue, le quali però (ono di iauoro affai groflb, e che richiede mol- ta
diftanza acciò non fi conofc a quel difetto, che prouiene dal noii^ cflerben
temperati i colori a riguardo della groffezza delle pietre che le compongono 5
ma delle più moderne alcune fono fatte con pietre» cofi minute, che in molta
vicinanza non fi diftinguono, e fembrano pit- tore su la tela,fe non che hanno
i colori più luftri, e più viuaci,com«-» quella di S, Michele Archangelo in S.
Pietro di R.oma,difegno del Caualier Giufeppc d'Arpino, opera veramente
Angolare in tal gc- ner feixa del marmo. Finalmente a tutte le predette
inuentioni io qui ne aggiongerò vna mia, di fare, che le pitture comparifchino
delicati/lime, ed in_* modo, che non fi conofca douc, ed in qual modo fiano
dipinte. Si dee dunque auuertire, che tanto più delicate comparifcono le
pitture, quanto più vguale, e iifcia riefce la loro fuperficie,- ond*è,che
alcuni Pittori, quando hanno compira alcuna pittura.^, vi danno fopra vna
Vernice,che viene a fare alquanto più Iifcia,© luftra l'opera; ferue anche a
tale effetto il mettere l'imagine fotto il criftallo,oucro talco, poiché quefto
toglie dall'occhio molto dX T t ine- 166 incgualirà,e roz-ierza della
fupc:ficictk! quadro; ma perche il cri- ftallo,otalco non fi adatta, ed vnifce
totalmente alla pittura, anz.i vi refta di mezzo molto vacuo, perciò non può
dare alla pittura,, quel luftro,eroauità, che li darebbe fé potelle vr.irfi
alla pittura per modo tale, che non vi reftafle parte alcuna diari3,e luo5.fo
tra ef- fa pittura, ed il criltallo . Se dunque Noi dipingeremo fopra il cristallo,o
talco in tal modo che tralparifca rimanine nella faccia oppo-
ftadelmedefimocriftallo,come ho fatto io in alcune mie pitture pic- cole,
quefìe compariranno dclicariffime, ed i colori per effer imme- diatamentevniti
fopra il criftallo ('che vuol' e0cr pulitiflìmo d'ambe le parti) aquiftaranno
vna foauità marauigliofa; ma vn tal modo riefce molto arduo per due ragioni;
rv^na,perc he i colori fopra il cri- fìallo pulito non fcorrono, ne fi vnifcono
fxicilmente ; L'altra, che molto più ardua rende rimprefa,è che il primo
colore, che fi dà fopra jlcriftallojè quello che trafparifce; che però fé non è
pollo a fijo luo- go non fi può più emendar l'errore con metteruene fopra
dell'altro; onde chi vele dipingere in quella forma,
conuienc,ch'e^rhabbia-fran- coildifegno,eche lauori a botte, ouero a punta di
pennello, ma con queftodiu3rio,chequì nellauorarc a punta conuicne adoperare
anco labiacca,acciò non virefti parre'di Vetio,che non fia coperta di co-
lore,ciòche riefce molto più diflìcile del lauoro a punta di pennello fopra la
carta pecora, doue il candor della carta ferue di biacca. Perciò ho procurato
di rirrouare j! modo di fare, che vn im:)gine_-* già dipinta fopra carta
pecora, o lopravna tauola,o tela,fi vnifca,e{i attacchi alcriftallo totalmente,
fi che non vi refti aria alcuna tra mez- xo.Faccio qucfto métrc la pittura è
ancor frefca. intenerendo maggior- mente i colori con far penetrar per la
tauola,o cartapecora alcun li- quore, che intenerifca i colori, lafciando in
tanto m fopprefia la pittu- ra fopra il criftallo, acciò preniutauifopra,fiv2da
attaccando ad eifoj poiché dopo che farà bene attaccata, ed vniti i colori al
criftallo, liac- candofi la carta deftramente reftu la fuperBcie della pittura
vnica al crifìiallo, con l'imagine imprefla perfettamente, conforme fi dcfidera
. Nel che quando fi operi con tutta diligenza riefce opera veramente-» degna,
riufcendo però meglio fopra il criftallo, che fopra il talco, perche la
profondità del criftallo li da vn non so che più di luftro e delicato» Hor per
aggiongere all'opera maggiore marau!glia,dopo che fa- ranno afciugati i colori
pofti fopra il criftallo, dipingeremo fopra_, quelli medefimivn altra imagine
totalmente dsuerfa dalla prima,fiche mirandofi la faccia del criftallo, che
none dipinta trafparifca per efia cfìfa laprimaimigine^e mirandofi l'altra
faccia fi veda la feconda, n_^ tutto varia dall'altra. Ouero dipingeremo
dueimagini che trafpan'fcano fopra àviz diii?rfi criftaDi, e poi vniremotucce
due le faccie dipince di detti crifiilli j quali incaftreremo cofi vniti in vna
cornice, acciò fembri va cri- llallo folo crafparente intorno alla pittura \
poiché in tal modo d.iiiVna parte comparirà un imaginc, e dall' altra un altra
diuerfa,e munì di effe farà fopra la fuperficie, cofa che renderà marauiglia a
quelli ch^_> non fanno Tartificio, Con un altro artiticio più facile potremo
dare molta delicarf2za_, air imagine ponendoui fopra il talcojouero crftillo in
mode, che non uireftiariadi mezzo. Dopo che farà afciutta la
pttrur?.,^ilt>;.ll• peraremodella gomma netti (lima in aqua limpida,ediquefta
gamni alquanto denfa copriremo la pittura ftendendouela fopra coiìefc foffe
vernice, e mentre è ancor tenera ui metteremo fopra il r ileo pimen- douelo
fopra fintanto chefia aIIìugatalagomma,euirefti attic ato j così la gomma uerrà
a riempire ogni uacuo tra il talco, e la piruura_, come fé foffe unica
immediatamente, e dipinta fopra il talco, o criftallo. Quanto poi al modo di
difcgnare anch'egli è moìco vario, poiché alcuni difegnano con la penna, e con
l'inchioftro, e ciò in due modi. Il primo è di quelli, che lauorano
minutamente^ tratteggiando, e formando difegni, in tutto fimili alle carte
flam- pate in rame. Il fecondo di quelli, che mieftri nell'arce coi pochiflìmi
tratti di penna formano vn difegno di molte figure, nelle quali benché non vi
fia delicatezza alcuna, comparifce nulla di- meno vna gran forza di difegno
nclli atteggiamenti, e viua natu- ralezza delle cofe rapprefentate, ne! che fu
molto eccellente il Can- giafi,Luca per nome, e Genouefc,di cui ho veduto vn
tal difegno ap« preffo air lUuftrifs. Sig. Cauaglicr Celfo Lana inrendente non
folo di pittura,ma anche di fcoltura,di fortificatione, d'ailronomij,ed in ogni
forte di effercitio virtuofo fempre spplicatiflìmo. Altri difegnano comunemente
con lapis roffo, o piombino, nel qual modo meglio fpiccano i chiari, e gli
fcuri, e lo sfumare dell om- bre j e queftomododidifegnare è neccffario, che
fia bene intefo pri- ma, e pratticato da quelli, che vogliono applicarfialla
pittura 5 poi- che chi faprà ben difporrei chiari e gli fcuri rie! difegno in
carta„., non ritrouerà poi molta difficoltà in adoperare i colori fopra la_.
tela. Anche l'intaglio in rame è vna forte di difegno, nel che non dcuo 16$
deuo tralafciare di auuertire grriuagIiatorì,e quelli che formano di- fegni per
intaglio di que]rerrorc,chc fi vede in moltifsìme carte, nelle quali fi vedono
i personaggi operare con la mano finiftra,e pofte alla dcftra quelle cofe, che
dourcbbero eflere collocate alla finiftra parte; il che è effetto della ftampa,
che muta fopra la carta il fito delle figure, che fono intagliate nel rame j
perciò nel rame fi deuono ia» tagliare con fito contrario. S'intaglia anche il
rame con aqua forte, inuentione molto bella è facile de' moderni, fi dà al rame
la Vernice, e dopo efler afciuga- ta,s*imprime nella Vernice vna fottil punta
di ferro, che penetri fino z\ rame, vi fi mette poi lopra l'aqua forte, che
penetra in quei luoi ghi douenon è la Vernice, e lafcià impreflb il difegnoj ma
fé noi vorremo, che qualche parte del rame refti meno bagnata dall'aqua forte,
come quella che nell'Imagini rapprefenta vna lontananza di paefe, ongeremo
l'intaglio con vn poco di feuo, il quale diminuirà Is^ for^a ali aqua forte. %
*S4^ rca^* j»f^' *¥^* ^* nf'^* A^H' *Y4' *fe'9!*" *ì^ •JCftp ryC'»
"/sii «^9k9 ^i» ft*?*» «>fèìU «>^^ ««^s» e>^L’ARTE MAESTRA OUH'^
K " e particolarmente perche il V^tro concauo diuarica, e difvnifce i
raggi j oltre, che fi vedrebbero roucfci, poiché nella decuflatione de* raggi
171 raggi il dcftrodiuenta fmiftro, e rinfcriore fi fa fuperiore, et all'in-
contro • Si pone dunque qucfto Vetro concauo vicino airocchio, acciò che i
raggi, i quali iì vnifcono in vn 'cono,o piramide troppo acuta, fi diuertifcano
da taIevnione,e fi dilatino si, che la luce cosi fparfa,c dilatata fi pofla
foffrire dall'occhio^ e di più, accio che li raggi mcdefimi,i quali di nuouo
firenfrangono negli vmori dell'occhio, non fi vnifcano prima di arriu.ire al
fondo dcirocchio, Qyefto Vetro concauo deue parimente cfiere più, o meno \on-n,
tano dal punto delP vnjone deVaggi, conforme alla pupilla dell oc- chio di chi
rimira j poiché fé la pupilla farà più tu.Tiida,e sferica, come fuorcflere dei
giouaniper l'abbondanza di vmido, all'hora U diftanza del Vetro concauo dal
punto deU'vnione, de* eflere mag^ giorc,cioè,efler meno diftante vn Vetro
dall'altrojonde il cannochiale de accorciarfi j all'incontro fi de* allongare
quando la pupilla è meno gonfia e tumida, come fuol'eflere quella de Vecchi,
per mancanza di vmido, il che fi potrebbe facilnientedimoftrare con i fondamenti
deU Toptica, Li feconda cofa, che fi de oflcruare nella fabrica d\ quefto
ftrumento, e che a proportione della lunghezza di eflb crefca anche lo fpatio
aperto del Vetro obbicttiuo,per il quale entrano i raggi con le fpccie de gli
oggetti, Ciò fi fa comodamente, coprendo l'eftre- mità del Vetro con vn
cartoncino, il quale hahhia vn foro tondo nel mezzo della grandezza predetta j
la qual regola e molto importante, edaeffa depcnde molto il vedere l'oggetto
chiaro, e diftinto]; poiché fé il foro, et apertura del Vetro farà troppo
grande comparirà 'con- fufo, et ofcuro ; e la ragione è, perche non tutti li
raggi dopo la re- frattionc fatta dal Vetro conu;^(ro,fi vnifcono nel medefimo
punto; «• come fi vede nella figura fcguente ; poiché gl'cftremi rags;! A A fi y
J^ vnifcono più prei^odi quello,che facciano li raggi B3, cioè qneliifi
voifcono in D,e quelH in E, e fimilmente i rag^i B più prcfto, fi vnifcono che
li raggi C, poiché qucfìi fi vnifcono in F,e la ragionec, perche li raggi
eftremi vengono a^ ferire più obliquamente la fuper- ficie sferica ABCCBA, m^
gl'altri CC la ferifcono meno obliqua- mente^ onde meno, anche fi refrangono, e
confeguencemente fi lien- dono più lontani prima di vnirfi nel punto F. Se
dunque poneremo il Vetro concauo nel luogo. GG, quefto. non riceuerà altri
raggi primaiche fi vnifchino, e fi decu(fino, che li CC, poiché li raggi A A,
è: BB fi decufiinojed vriifcono in D, et in E auanti al Vetro concauo Gj
conuerrà dunque dar adito, et am- mettere nel tubo li foli raggi CC,con
gl'altri di mezzo, impedendo l'- in-. ingrefTo a gli altri con ricoprire
reftrcmità AB, AB (Eel Vetro j altri- mcnte li raggi A,B, dopoché faranno
decuffati in D, et E, confon- derebbero in tal luogo le fpecie de gli oggetti,
che feco portano, eie portano confufe all'occhio pofto vicino al Vetro G. •
Giouerà dunque molto oiTeruare vna proportione conuenicnte, nel che auuerto,che
non fi poflbno afTegnare proportioni certe, It^ quali feruano in ogni calo, ed
in ogni circoftanza;anii in due cafi la proportione fi dourà alterare .
Primieramente per ragione del Vetro conueffo; poiché s'egli haurà Sgura
Ipérbolicaj all'hora il forame, 5c apertura dourà eÌTerc molto più grande, come
dimollre-» remojne folo quando i Vetri hanno figura Iperbolica, ma anche_^
quando la figura sferica farà più efattamente fatta ; poiché in tal cafo pochi
fono li raggi inutili,che fi dcuono impedire, onde l'apertura pò-, tra eflere
maggiore ; ma fé il Vetro farà lauorato male, conuerrà fare l'apertura più
ftretta. Secondariamente, per ragione dell'illumina- tione dell'oggetto ;
poiché quando l'oggetto è affai illuminato dee l'apertura del Vetro cffcr
minore; ma particolarmente annulla de ef- fere quando noi miriamo le ftelle più
chiare, le quali altrimenti non fipofibno vedere cfattamerite, perche i raggi,
che rifplendono intor-. noallall:ellai^^ombranola vita; oltre che fanno, che il
corpo di efsa ftella comparifca più grande, nel che molti hanno errato nel
deter- minare la grandezza del Sole,e dell'altre ftelle, e pianeti; e ciò
auuìe- ne particolarmente in Mercurio, ed in Marte, come che fono pianeti più
fcintillanti; intorno alche vedafiHeuelio nella fua Selenografia, et il P.
Niicolò Zucchi nella fìlofofia optica parte prima cap. i.fe'"-'^ nuouo
refrangendofi dalli medefirai vmori, conforme la maggiore, o._ ' minore
conuefiità loro in O, et in P, dopo tale refrattione co.iJj'^,^'*f! ! v»yV
corrano finalmente in Q, fuperficie deÙ4 Retina,.ij^^ J Efsendoche dunque non
tutti gl'occhi, e pupille hanno la' me- defima figura,e conuefi^tà, per tutti
gl'occhi non ferue vgualmente i-i X X bene bene il mcdefimo Vetro toncauo j
Quefto folo fi ofseruì, che fé il Vetro oculare ùlÙ meno concauQ, e come dicono
più clo^c»/, rapprcfcntcrà l oggetto più chiaro, ma anche più piccolo, e con*
fcgucntcmentc il cannocchiale farà più corto -, all'incontro fc farà pitt
concauOjC come dicono più acuto, farà bensipiu grandi gl'o^^ getti? ma
i"cno chiari, ed il cannocchiale fari più lun^o, perche il Vetro più
concauo, più anche dilata li raggi, onde per non dilatarli iroppo dourà
riceuere folo quelli, che più fono riftrettiie tali fono quelli che fi vnifcono
pi" lontani dal Vetro conuefso . Serua dun» que di auuifo,che non fi de
accomu^odare la lunghezza del can- ^occhiale al Vetro j ma fi de cercare vn
Vetro concauo propor- tionatoalla lunghezza del cannocchiale già Inabilita,
cioè, alquanto minore del fcmidiametro della conueffità del Vetro ©bbiettiuo ;
e fé in tal diftanza vn conuefso della mcdefiitia conuedìtà richiederà vn
concauo più acuto dell'altro farà fegno di maggior perfettionc-» del medefimo
con^eflo, poiché f^rà più grande l'oggetto, fenzM ofcurarlo. Ordinariamente fi
potremo feruire della Tauola féguente, in cui fono determinate le proportioni
tra il diametro del conuefso, et il diametro del concauo, conforme ne ha
Infeguato l'ifperienza-p e J^unghezza del diametro dclconucffo I 2 o. 5^ 12
> 2. 24 3 4 5 C. 7 8 > 2. 4 II i. 41 28 2.56 51 > 2. Io > 2.43 29
> S.57 IPt Lunghezza del d'jamctiCi delconcaao 5 0. 3^ II 2, 20 »3 — > I,
28 > > I. 49 1-57 17 2. 35) 2. i^ Conueffo14 IS 16 1 20 > 2.45 1
Concaua 2. 27 2. 3 I 5 5 V 342. 37 i5 -i 3° 2.58 Conueffo 3rl > ^•47 %%. r (
2. 5 « 14 l6 i ^7 i. 5 5 1 Concauo 5 ' a. 45 5 a»^* 5 > 1. 5 3 i- 54 1 '' Li
175 JLi numeri della lunghezza del diametro del Vetro conuefsp rap. prelentano
palmi, li quali fi fuppongonodiuifi in iz,oncie,e ciafcua oncia in 60. minuti,
onde poi li numeri della lunghezza del dia^ metro del Vetro concauo fignificano
le dette oncie, et i minuti 5 siche ad vn Vetro conuefso di diametro di vn
palmo, corrifpoodQ vn concauo di diametro di oncie o. minuti $6, Doue fi
fuppone, che tanto il Vetro concauo, quanto il conueflb fia lauorato d'ambe le
partiima fé il concauo farà lauorato davna parte fola, e dair'altra refterà
piano, all'hora il diametro della concauità dourà cflere l^^, metà mmore. Circa
di che fi noti, che nulla importa che il concauo fia tale d'ambe le parti,
poiché fa l'ifteflb effetto vn concauo di dia- metro dj vn oncia,Iauorato da
vna parte foia, ed vn altro concauo di diametro di due oncie lauorato da tutte
due le parti, non cosi riefce nel conueflb,poichc fé farà di due palmi il
diametro della conueffità, cflendo lauorato da vna parte fola, porterà il
cannocchiale lungo due palmi; ma fé farà lauorato da tutte due le parti porterà
il cannochiale lungo fol vn palmo. Quinto. Si dee diligentemente auuertire,che
le parti del can^ nocchialc, che s "inferifcono Tvna nell'altra, nel modo,
eh t^ poi inregnaremo,fiano talmente ftrette,ed vnite infieme,che non vi redi
feffura alcuna, per cui poffa entr:^re la luce; la quale non dourà poter
penetrare per altra parte, che per l'apertura de i Vetri, altra- mente
confonderà le fpecie deU*oggetto,che entrano per il Vetro, fucr cedendo il
medcfimo, che in vna camera ofcurata,alla cui feneftra fia vn picciolo forame,
per il quale entrino le fpecie degli oggetti, doue fé fi ammette altra
luccjfubito fi confondono fimagini di detti oggetti . Sefto. Gioua molto per
vedere l'oggetto chiaro,e diftinto met- tere nelPeftrema parte di ciafcuna
canna del canocchiale va circo-» lo di cartone; e quefti circoli deuono effere
aperti nel mezzo con tanta apertura, che riceuano folo i raggi dell'oggettoje
le linee, che paffano per reftreme parti dell'apertura del Ve!;ro concauo, e
del Vetro conueffo pailGno medefimamente per l'eftreme parti dell'aper- tura di
tali circoli, si che dopo che hauremo detcrminate l'aperture del Vetro
concauo,e del conueffo infieme con tutta la lunghezza del
cannocchialcsinferiremo nelle canne dieffo gli altri circoli dimezzo con detta
proportione, i quali fanno quefto effetto, che impedifco- no li raggi,e
fpecie,che: dalle parti laterali entrano per il Vetro con- ueffo, acciò quefte
non arriuino all'occhio, poiché confonderebbero le fpecie dciroggctto, che fi
vede; Per quefto medefimo effetto gio- uerà '7» uerà che le canne fiano larghe
» ancorché il cannocchiale fìa corco : poiché nell'ampiezza di effe fi
debiliteranno, e fi perderanno le mede- Sme fpecie de gli oggetti ftranieri.
Settimo,per impedire maggiormente tali fpecie de gli oggetti late- rali, acciò
non entrino per il vetro conueffo, metteremo effo vetro non
totalmenteinfinedella canna, ma alquanto più indentro, acciò i lati cfìremidi
effa canna impedifcano d'ogn'intorno l'entrata a tutte le altre, fpecie, fuori
che a quelle dell'oggetto che fi può fcoprire con tale can- nocchiale : ouero
potremo ancora auanti al vetro conueffo ncll't iberna parte del tubo due, otre
diti lontano da effo vetro mettere vn circolo di cartone con tanta apertura,
che fia fufficicnte ad introdurre le fole-» fpecie dell'oggetto vifibile; nel
qualcafo non faranno neceffarij altri circoli nel mezzo del cannocchiale, ma in
ciò fare fi de'auuertire di non ofcurare troppo effe vetro cbbiettiuo, poiché
non rapprefentareb- be l'oggetto chiaramente : onde all'hora fi porremo feruire
di quella-, regola,quado vedremo che il cannocchiale rapprefenta l'oggetto
trop- po chiaro, e con qualche luce colorita a modo di Iride j poiché per to-
gliere queft'iride è vnico il rimedio predetto, non procedendo tal iride da
altro che dalla luce colorata co la fpecie de gli altii oggetti che in- fieme
fi confondono.,:o,-,i.r 1 Ottauo, il vetro concauo de' effer collocato in luogo
ofcuro quanto più fia poffibile,* e l'occhio di chi rimira de' effere in luogo
parimente ofcuro, altrimenti^ fé foffe cfpoflo al fole poco,o niente potrebbe
dif- cernere deiroggetto, e quefta regola è di grande confideratione,& è
vniuerfale per ogni forte di cannocchiale, e per ogni conditione di occhic, et
anche per vedere le cofe piccole con il microfcopio; come.* vniuerfali parimente
fono per ogni forte di cannocchiale le regole quinta, fefta,efettima
precedenti. Giouerà dunque molto tingere di color nero tutta quella parte del
tubo, che è intorno al vetro concauo, e vicina ull'occhio, e collocare effo
vetro alquanto indentro nella can- na. Queft'ifteffo c'infegnò la natura nella
fìruttura dell'occhiojpoiche intornoairvmor criftallino, che rapprefenta il
uetro,pofe la tonaca.^ detca uuea di color fofco, e denfa, acciò in tal modo la
uirtu uifiua,e gli fpiriti uiforij non fi diffipaffero:e farà meglio a nchora
tinger di nero tutta la canna nella parte interiore. Nono, Si dèfapere,che con
li cannocchiali breui fi fcopre inJ vnafola occhiata maggior fito a proportione
della minore lunghez- za^ ma quanto più oggetto,c fpatio fi fcopre tanto
minoreèladiftanza acuìpoffono diftinguere,e far comparire l'oggetto grande.
Cosi di due cannocchiali vno di due palmije l'altro di quattro/c quello.
difcerj la ragione è, perche per miraredavicino,comerièdetto,ri de allun- gare
il cannocchiale; e queftoallungandofii raggi fanno angolo mi- nore,e
perconfeguenzala punta del cono rad iofo,eirendo più picco- Ja,e
riftretta,piccola anche de eflere l'apertura del Vetro perlaquale dee pafiare.
Refta hora d'infegnare il modo di lauorare i Vetri, e formare le canne nelle
quali fi deuono inferire; per il che diamo le fe^uenti re- gole, I. Si deue far
fcicita di criftallo, il quale non habbia pori, nc^ bollc,ma fia denfo,e netto
quanto farà poffibilejcome fuol eflere il cri- ftallo di Venetia, con cui fi
lauorano gli Specchi, o altro fatto artificio- famente; Etauuertafi di pigliare
crifhl!o,in cui non fiano certe vene, overoonde,le quali nai'cono dal difetto
de gli artefici nello ftenderlo inlaftre; poiché tali onde molto più che i pori
turbano le fpecie,^^ confondono le refrattioni; perciò fi pigli criflallo,che
fialauorato, e luftro, per poter prima di fare la fatica conofcere {e inefla vi
fono bolle,e vene, che impedifcano il buon' effetto del cannocchial^-j-: Alcuni
adoprano il criftallo disiente, per efler più chiaro, ma però C^li ha yn altro
difetto, che fa minore rcfrattione del criftallo di Ve- netia,dalla qual minore
refrattionc nafce,che ingrandifce manco gl'- oggetti 5 oltreché non è facile il
ritrouare criftallo di Monte,che fia fenza vene,ed inegualità; Altri fanno de!
criftallo con arte partico- lare,e per farlo chiaro vi pongono molto di fale
Alcalino foda; ma que- fti criftalli per l'ecceflo del Tale fogliono fudare,cd
invmidcndo fi appannano,onde ogni volta che vogliamo adoperare il cannocchiale conuiene
Icuare vìa 1 Vetri dalle canne,e nettarli; e per ordinario an- che quefti
fogliono fare minor refrattionc, il qual fecondo difetto è molto coufiderabile;
anzi perciò alcuni eleggono Vetro ordinario, benché alquanto fcuro, perche
efllcndo più denfofa maggiore refrat- tione;c per confeguenza ingrolTa più
l'oggetto. Si de* ancora auuer- tire che il vetro, o criftallo non habbia
colore alcuno ; ne anche de* eficre troppo chiaro, poiché è inditio di non
eflere molto denfo, oltre che rapprefenta gl'oggetti debbolmente,& alle
volte con iride,de* dunque eflere di vna certa chiarezza, e nettezza denfa,e fé
tira alquan- to al color d'aria, oceleftc farà buoniflìmo effetto,
particolarmente nel vetro oggettiuo. Suol anche eflere ip.ditio di buon
criftallo, che men- tre fi contorna con ferrOjO forbice (ì fpezzi in particelle
minute; ma_* quando fi rompe in parti grofie,moft radi eflere imperfetto, e fi
mani- fefta i8t fetta in cflc rofcurìtà, o il color verde del crifl:allo,o
altro 5 che fé non appariranno tali colori, ma più tofto vna cerca ofcurità
tenue, e rap. prefenterà le lettere fcrittefopra la carta viuacemence, con
colore più nero di quello che fono, e con vn certo diletto dall'occhio, e
vagherà, fappiafi che è criftallo ottimo per il noftro effetto. Auuertafiin
oltre, che il criftallo per lauorareil cócauo nonhabbia alcun poro, o macchia
nel mezzo j poiché iui concorrendo vnici tutti li raggi delle fpecie
dell'oggetto, fi perturberebbero molto, facendo refrattione irrego!ata,e
confufa; onde meglio farebbe il concauo ado- perare criftallo di Monte, o altro
criftallo chiaro, ancorché non fofl'e molto denfo,poiche fé per tal ragione
farà poca refrattione, fi potrà fare alquanto più concauo, onde non ne nafcerà
altro inconue- nientt^ . Dopo, che hauremo fatto elettione di ottimo criftallo,
con- uiene tagliarlo in parti quadre,e poi contornarlo, e rifondarlo perfet-
tamente prima con vn ferro, o forbice fatta a tale effètto, poi fopra la moIa,o
ruota, acciò venga ben tondo, incontrandolo con vna carta rondata con il
compafso.Per tagliarlo in pezzi quadri fi fegna con fmeriglio,ocon vna punta di
diamante,o altra pietra pretiofa j ma fé il Vetro toffe troppo groflb, e ciò
non baftafìe per tagliarlo, dopo che rhauerai fegnato con la pietra, toccherai
eflì fcgni, e righe con vn_. ferro infocato.Onero accenderai vn filoimbeuuto di
fojfo, e difte- fofopra il Vetro, doue vuoi tagliarlo, e ciò farai più volte
nel medtv fimo luogo, fino che h^bbia bene concepito il calore, poijvi
ftenderai fopra vn altro filo bagnato di aqua fredda. IH. Il Vetro,
particolarmente l'oggettiuo, non fia troppo fottile, anzi fia alquanto groflb,
maflime quando dourà feruire pfer cannoc- chiale lungo; e più groflb fia quanto
più è chFaro, e mcn denfo; poiché efsendo grofso h maggiore refrattione; onde
fi può com^ penfare nel criftallo chiaro di Monte? o altro, la poca
refrattione-* con la maggiore grc)fi*ezza. Il Vetro fia ben piano, in modo, che
non fia più grofso dall'- vaa, che dall'altra parte ; anzi ne meno de cfsere
più denfo in vn luogo, che nell'altro, acciò le refrattioni vengano
ordinatamentc-^j perciò fi potranno fare alcuni anelli di ferro, o di rame,
alti tanto quanto dourà efsere la grofsezza del v^etroji quali douranno efsere
lauorati efsattainenie al torno, acciò vna parte non fia più alta deli% altra 5
in quefti anelli farai infondere da Vetrari il criftallo lique- fatto, e fubito
lo premeranno di lopra con vns kftra piana, procu- rando che fia premuto
vgualmente, acciò non rcfti più denfo, o qrof- fo x8» fo da vna parte che
dalPaltra ; dal che ne rìfulta anche queftj commo- ditàjchefi fparamia la
fatica di tondare il criftallo,venendo in tal for- ma perfettamente tondo : ma
conuieneauuertirc cheli detti anelli fia- no alquanto più lirghi nella parte di
fopra, per doue fi mette dentro il vetro, acciò fi poffa facilmente cauar
fuori, e mettcruenc dell* altro j (imilmcnte per Ichifare la fatica di lauorare
le lentijche fono vetri mol- to conueflì, come diremo appreflb, potremo fare
anelli, che nel fon- do fiano alquanto concaui, acciò il uetro, che ui
s'infonderà prenda_* forma conueffa. Auuertafi finalmente di far infondere il
criftallo molti giorni dopo, che il criftallo è Lìazo nella fornace, acciò fia
ben cotto, e purgato. V. La maggiore difficoltà di tutte le altre confitte nel
lauorare i piat- ti,ouero forme, fopra le quali fi lauoranopofciaiuetri,
dandoli figura conuefl^a fopra li piatti concaui, e la figura concaua fopra li
piatti con- ueflì, ouero fopra palle, o mezze palle rotonde : li uetri
conueffi,e par- ticolarmente quelli, che hanno poca conuefiìta, cioè una
piccola por- tione di una gran sfera fono più difficili da lauorare che
gl'altri: onde perciò fi richiedono piatti molto perfettive fappiafi che dalla
pcrfct- tione del piatto nafce la perfettione del uetro, poiché fé il piatto
non-, ha forma sferica perfetta, non la può communicare al uetro, che fo- pra
lui fi lauora ; per quefto pongafi fomma induftria nel lauoro di detti piatti.
Alcuni li lauorano in quello modo. Prendono vna pertica, o afta di- ritta di
tanta lunghezza, quanta vogliono che fia quella del cannoc- chiale jvn capo di
effa formano in modo che l'altro fi pofia girare, e muouerc per ogni lato, fi
che fcrua come di compafio. In quefta parte mobile fermano vna punta di ferro,
con la quale girandofi come fa la punta del compaffodifegnano fopra vna lamina
di ferro, odi ramc^ vna portionediarco,qualetagliano,econlalimalo riducono in
modo, che fia perfettamente sferico j pofcia quellurco medefimo, o vero vn-^
altro di ferro tagliato all'ifteffo modello formano a modo di lima ; eoa quefta
lima danno la forma ad vn modello di piatto fatto di legno,con il qual modello
fanno poi la forma di creta, nella quale fi fa il gitto del siietallo,e queftoè
il piatto concauo, fopra cui fi lauorano i vetri con- uedijò vero conueflb fé
fia per i vetri concaui i ma prima con la mede-f fima lima di ferro fatta a
modo di arco sferico, fi perfettiona toglien- do da eflb ogni inegualità, che
hauefle contratto con il gitto. Qual me- tallo fia migliore per quefto effetto
l'infegnerà adognVno la propria-, ifpericnia, ordinariamente fi adoprano di
bronzo, ouero di rame j e fi fiolTono fere anche di ferro ; Io nel lauorare le
lenti ? perche in tal fat- tura turafi de* lograre molto vetro, onde fi
logrerebbc molto anche la for- ma, con pericolo di perdere la perfetta (uà
figura, perciò le difrozzo prima in vna forma di piombo, e pofciale finifcodi
perfettionare in-, vn altra fimile di bronzo, o di rame, la quale quando mi
auucdo chs_^ habbia pcrfa la figura, glie la dò con l'arco di ferro fatto a limale
quefli* arco fatto a lima io adopro folo per le piccole forme da lauorare le-»
lenti: nelle quali forme non vi è molta difficoltà, ne fi ricerca fom- ma
efattezza, come nelle forme grandi, e di molto diametro 5 ne il predetto modo
della fagma tagliata con la pertica, riefcc ficura ed efatta. Perciò meglio
farebbe fare in quell'altro modo da me taluolta vfato felicemente, Attaccafivna
pertica diritta al uolto di una camera.*, ouero ad un traue, o altra cofa
immobile, e uuole attaccarfi non con., una fune, ma con anelli di ferro, acciò
non fi pofsa allungare, ne fcor- tare : All'altro capo della pertica metto vn
ferro fatto à modo di pic- colo fcalpello tagliente nella punta j ciò fatto
prendcfi il piatto di mc- ta|lo,acui vuolfi darela forma concaua, e fi colloca
direttamente fot- to la pertica pendente in aria in tal modo, chela punta dei
ferro pofta in capo alla pertica ferifca il centro del piatto, il quale vuol'
efler fer- mato ftabilmentc incaftrandoloin vnatauola,o incollandolo fopra_.
vna pietra sì, che nonfipoffa muouere^airhorafivà mouendo intorno la pertica in
modo, che la punta di ferro vada rodendo il piatto, fino che gl'haurà data la
portione di quella sfera, di cui la pertica viene^ ad effereil femidiametrojSt
accioche fi polla meglio girare la perti- ca fenza che fi alteri la di lei
luughezza, meglio farà fare, che in capo habbia vna palla,© mezza palla
rotunda, e quefta s'inferirà in vn anel- lo tondo, e concauoamodo di vn' altra
mezza palla coricaua sì, che quella in quella mouendofi la pertica faccia il
fuo effetto, ^_^ la palla fia come il centro, da cui prende il moto la medefima
pertica.^ • Ma lafciando ogn'altro modo come laboriofo, impetfetto,&
efpofio a molti pericoli di errore ;paleferò in cuefto luogo vnmodo ficuriffi-
mojcfattiffimo, e facile, con cui potremo fare piatti per cannocchiali di
cento, e più palmi fenza pericolo di errore alcuno: Quello artificio tenuto fin
bora fegreto, non voglio tralafciaredipalefarloper publico vtilc J benché forfi
a tal* vno non piacerà che io l'habbia palefato; ma fc alcuno il quale forfiè
flato il primo inuentore di quello artificio, l'ha voluto tenere
nafccftojiochefenza faperlodalui,o da altri l'ho ritrouato, poflb publicarlo
come cofa mia propria : deuo benfi però darne anche lode a chi mi ha aiutato a
perfettionarloj e ridurlo facil- % z mente i8z Hicntealhpratticajcioè al Sig.
Francefco Simonetta Ingegnere, «_, matematico molto intendente del Sereniflìmo
Sig, Duca di Parma, il quale nel mcdefimo tempo che io in Roma ; haueua penfato
in Parma_. quello artificio fenza che Tvno fapeire nulla dell'altro^ onde poi
l'anno 1660, giontoioinparmaje difcorrendoìconefib lui,rJtrouai che il •enio
conforme hauea portati ambidue ad vna medefima inuentione? Quale hora è
pratticata da quefto gentilhuomo con ogni perfettione, facendo egli piatti per
ogni forte di cannocchiale con ogni eccellenza, e maeftria. E so elfer hoggidì
pratticata ancora da altri,© efli Thab- biano ntrouatadafcmedefimi,o
l'habbianorifaputadaalcunia quali io rhocommunicatajnel che mi dichiaro di non
volere pregiudicare ad alcuno nella gloria di tale inuentione, effendo cofa
frequente cho-» piudVno s'incontri a ritrouarQ fpecolando,o prattic^ndo vna,
cofa_r. medefima.^ « Prendafi il piatto di metallo rotondato, e piano, overo
alquanto battuto, $r incauato, conforme al maggior confano, che fé li vuol
dare, e per finirlo di perfettionare,e darli perfetta figura fi incaftra
fortemente in vn capo di vn legno tondo, e cosi fermo fi fta- bilifce fnpra vn
torno in aria, in modo che fi giri nel fno centro; e per farlo girare
feguitamente fempre da vna parte fi potrà ac- commodare vna ruota, che
girandofi col premere di vn pierr nr ^nr^fy "*f o^JÌ X. Il vetro
oggiettiuo de' eflère groflb, o fottllc conforme la lun- ghezza del
cannocchiale, e eonucflìtà,che fé li vuol dare 5 e quanto più lungo farà il
cannocchiale, tanto più groffo de* eflere il vetro ^ rna_, %, è difficile il
determinare qual regola, e proportione s'habbia da ofler- uarej poiché non ogni
vetro è vgualmente denfo, o chiaro, e perciò vno fa più refrattione, e l'altro
meno j onde i vetri meno denfi deono pigliarli anche più groflì, acciò la poca
refrattione, che nafce dalla_, rarità, fia compenfata dalla groflfezza.
lotenendo vna viadi mezzo of- feruo quella proportione j piglio dodici gradi di
quel circolo (che fi fuppone diuifo al folito in $ 60, gradi ) di cui effer dee
la conuclTìtà del vetro ; come nella portione di circolo A D B, fimile al quale
cfler dec«* la conuellìtà del vetro; piglio dodici gradi cioè da A fino a B,e
vi tiro fotto vna linea ACBjpoi faccio che la groffezza del uctro fia_, tanta,
quanta è la diftanza CD duplicata, cioè tanta quanta è la Imea ig'-vv^T DE in
modojche fé il uetro nella conuellìtifofìe 12. gradi, e filano- - raffe d'ambe
le parti, nell'cllrcma circonferenza refterebbe confumata dall'arena tutta la
fua groflfezza, e finirebbe in un taglio. XI. Sopra tutto fi de' hauer riguardo
alla grandezza del uetro; poi- che fé bene poca parte di eflb de* reftare
fcoperta per riceuere i ra"^. gi de gli oggetti ; nulladimeno moftra
Tifperienza che facendoli pic- coli non prendono perfettamente la figura del
piatto, onde fi deono fare molto più grandi di quello che porti l'apertura loro
nel cannoc- chiale ; poiché lauorati, e luftrati che fiano,fe non li vorremo sì
grandi potremo poi impiccolirli; e non rincrefca ad alcunola maggior fatica,
che fiproua inlanorare,e luftrare i vetri più grandi, poiché verrà ri-
compenfata dalla perfettionedel vetro che riufcirà fenza paragone^ megliore :
come ho imparato dall' efpcrienza: Io non faccio vetro di 12. palmi che non fia
largo almeno 4. oncie,cioè vn terzo di palmo, ed i vetri di 20. palmi li tengo
larghi mezzo palmo; che peròadopro piatti affai grandi, doucndo quelli eflere
tre in quattro volte più lar^^hi del vetro nel loro diametro; onde anche
auuiene che meglio confer- uinola loro figura concaua perfetti^ . Dopo che fono
lauorati, e puliti li vetri fi deono inferire nelle canne; circa le quali oltre
lecofe già accennate difopra fide'auuerti- re di farle leggieri, acciò non fi
pieghino facilmente perii pefo ; ma nondeuono però eflere tanto fottiIi,che vi
penetri, e trafparif- ca la luce; di più non folo conuiene in ogni maniera
impedire ogni adito alla luce, facendo che vna canna vadiben ftretta con
l'altra»,, ma »>» ina anche gìoucrà per di dentro darle color neroi Giouerà
ancora^ fare le canne in modo che fiano alquanto più Jarghe nella rvl cima che
nel fondo, poiché cofi Icorrerano facilmen^ te, e diftcfe che fiano la parte
larga, vnendofi con la ftrctta fi ftringeranno forrement^^ fenza pericolo che
fi pieghino, o vacillino. !Oìt)nt)n; : ^tlli céinnocchìali dì due^ o fin 'vetri
conuef/f. I fogHono fare cannocchiali fenza vetro concauo,ponen- do vicino
all'occhio, o poco da eflb lontano come di- remo vna, o più lenti, cioè vetri
conueflì di poca sfera ; e benché li cannocchiali con vna fola lente vicina
all'- occhio rapprefentino gl'oggetti riuoltati al contrario; fi vfano però per
mirare le macchie della luna, del fole, e le altre ftelle, quali nulla rileua
che la parte deftra comparifca dalla finiftra. Per tan- to fi fanno con quefte
regole. I. La lentefcèconuelTa d'ambe le parti dceftarc dentro la canna_.
vicina all'occhio quanto è ilfemidiametro di effa lente ; ma fé è con- ueflada
vna parte fola dee fìare lontana dall'occhio il doppio, cioè quanto è tutto il
diametro. IL Al diametro del vetro oggettiuo dee corrifpondere quello della
lente; poichei vetri obbiettiuì di maggior diametro richiedonoanche vna lente
di diametro maggiore con vna tal quale proporrione; nel che fi de* fapere, che
tanto più grandi fi rapprefenteranno gl'oggetti, quanto la lente farà di minor
sfera, e di più breue diametro; ma quan- to più grandi farà gl'oggetti, tanto
più ofcuri compariranno, et all'in- contro la lente di maggior sferali
rapprefenterà più chiari,ma più pic- coli. La ragione di queftoè perche ciò che
apparifce più grandc,app2- rifce tale perche fi mirafottovn maggior angolo,
come dimoftra Top- tica;ma quelle cofé che fi vedono fottomaggiorangolo, fi
vedono più ofcuramente, perche eflendo l'angolo grande, i raggi vifuali che_»
deuono riempire eflo angolo, fi diffipano troppo, onde perdono della fua forza,
viuacità, e vigore, che riteneuano e&ndo vniti in vn angolo minore-^. Quale
debba eflere la proportione della lente con il vetro cbbietti- uo non fi può
facilmente determinare, poiché quanto più perfetta farà la figura sferica
deirobbiettiuo, tanto più gagliarda, cioè di minori;^ sfera potrà cflcre la
lente, onde anche da ciò fi conofce la perfettiono del vetro obbicttiuo, che fi
poifa accompagnare con vna lente gagliar- da, e nulladimeno con ingrandire
maggiormente roggctto,lo rappre- fenti però affai chiaro. Quando vn vetro
obbiettiuodi cannocchiale-^ C e e lungo »54 lungo 1 o. palmi fi pofTa
accompagnare con vna lente che fia di femi- diametro vna fefta parte fola diva
palmOjfide'ftimare molto perfet- to, ed io ne ho lauorati alcuni di que/h
natura 5 fi che rapprcfentano l'oggetto fefianta volte più grande di quello che
comparifca all'occhio nudo. Poiché fi de* fapere che la grandezza apparente
dell'oggetto lontanomiratocontalecannocchiale, paragonata alla grandezza ap-
parente del medefimo mirato fenza cannocchiale, ha la medcfima pro- portione,
che è tra il diametro dell'obbiettiuo, ed il diametro della len- 5e,fi che
efiendo vna fefta parte di vn palmo, a io. palmi come i.a 6q, tuie
èfimilmentela proportione dell'ingrandimento. Quindi èche fé vn cannocchiale il
doppio più lungo cioè di 20. palmi fi accompagnaf- fe con vna lente di diametro
pirimence al doppio cioè di vna terza par- te divn palmo, quefto cannocchiale
benché il doppio più lungo, non_* rapprefenterebbe niente più grande Toggecto
di quello che faccia l'al- tro; che però non deecrefcereil diametro della lente
a quella propor- tion,checrefceil diametro dell'obbiettiuo, ma molto meno. La
ragione poi per la quale l'iftciTa lente, che ferue bene ad vn ob- bicinuodi
lo.palmi nonferuaad vn altrodi 20. palmi, è perche di quanto più
lungodiam.ctro,e i! vetro, tanto piuingrandifce a propor- tione gl'oggetti, i
quali non comparifcono grandi per altro fé non per- che fi vedono fottovn
angolo maggiore; e confeguentemente conmi^ nor quantità di raggi in ciafcun
ponto dell' imagine,!a quale quanto più grande fi forma, fi forma parimente più
debbole, e meno viuace, come fi vede nelle imagini tramandate da tali vetri
obbiettiui,poftiad vn forame di vna feneftra in camera ofcura: Quindi èche
fefiaccom- pagnafle conTobbiettiuo di 20. palmi l'iftefla lentcchc ferue
perl'ob- bieitiuo di lo. palmi fi formerebbero l'imagini delli oggetti troppo
dtbboli,& ofcure; che però fi accompagna vna lente di maggior dia- metro,
la quale formi Timagini più chiare benché più piccole ; conuie- neperò notare
che l'imagini più grandi formate da vn vetro obbicttiua U.g.di 10. palmi non
fono il doppio più debboli di quelle che fi for- rnano da unuetro obbiettiuodi
io. palmi, perche la maggior quantità di ra^^ich' entrano per l'apertura
maggiore del vetro di 20. palmi compcnlala debbolezzajonde fé l'apertura del
vetro di 10. palmi po- tefle eflcre il doppio più grande di quella del vetro di
io. palmi sì,che tutti iraggsche entra{reroperefl3,fi vnifl'ero a formare
l'imagine, co» me fi vnifcono quelli eh' entrano per l'apertura il doppio
minore del vctrodi lo. palmi, l'imagine fi formerebbe il doppio più grande, c-^
nuUadimeno ritenerebbe l'iftcfla chiarezza, e viuacità jonde fi potreb- be
adoperare l'ifteifa lente, che ferue per il vetro di 10. palmi j ma_. per-
Ii>5 perche non fi può dare tant' apertura al vetro, che tutti h" raggi
che per cfla entrano vengano ad vnirfi nella formatione dell'imagine, perciò fi
deecompenfarela minore apertura, con la lente di maggior diametro: Pertanto fi
dourà ofleruare quefta regola, che nel cannocchiale più lungo quanto l'apertura
del veftro è minor di quello che dourebbe effe. re a proportione della
lunghezza, tanto maggiore fia il diametro della_, lente à proportione del
diametro della lente del cannocchiale minore, v.g. fia vn vetro di cannocchiale
di i ©.palmi, con apertura di vn oncia, C con vna lente di due oncie di
diametro, il quale riefca perfetto : oc vn altro vetro di 20. palmi non pofl'a
vnire perfettamente i raggi con aper- tura maggiore di vn oncia è mezza, fi che
manchi vna mezz'oncia alla proportione della lunghezza, la lente dourà efiere
di 5, oncie. Nel che però fi auuerta che quando dico vn oncia,o vn oncia,c mez-
za di apertura del vetro non fi de' intendere vn oncia di diametro in
lunghezza,ma in ampiezza difuperficie, eflendoche la fupcrficie non crefcc con
la proportione del diametro, ma con proportione ma^aio- re,cioè con la
proportione de' quadrati del diametro ; come dimoftra Euclide. Ciò che fi detto
del diametro della lente s'intenda ancora del diametro delconcauo, quando
quefl:o fi adopra invece di quella. Didì che la proportione della grandezza
apparéte con il canocchia- le, alla grandezza apparente fenza cannocchiale, e
la medefima ch?_-» quella del diametro del vetro obbiettiuo al diametro della
lentejil che fide'intendere quando l'oggetto ftia lontano dal vetro obbiettiuo
del cannocchiale foltanto,quanto è il diametro, onero fcmidiametrodeija
conuefiìtà del medefimo vetro, cioè quando l'oggetto è lontano dal ve- tro
quanto è il foco delvetromedefimo^nel qual cafo il cannocchiale fa l'effetto di
microfcopio : ma in maggiore dilhnza l'oggetto non com- parifce ingrandito con
la medefima proportione, ancor che cale fia la proportione de gli angpli,che
fanno i raggi, li quali vengono dall'eflire- me parti dell'oggetto al punto
della villa, la ragione è perche la gran- dezza apparente dell'oggetto, non fi
de'mifurare dall'angolo, de i rag^^i efì:remi dell'oggetto formato
nell'occhiojma dal angolo, de'medefimi « raggi dopochefi fono refratti da gli
umori dell'occhio medefimo i il che per non eifer fì:ato auuertito da molti, è
fl:ato occafionedi errore nel determinare la grandezza apparente de gii oggetti
; fia v. g, l'oggetto r-- AB prima vicino all'occhio C, l'angolo che determina
la grandezza ;f^_J^^* apparente non è l'angolo AC B,- ilchefi
prouamanifeftamcntecon-, l'ifperienza.-poiche pofto rifieflb oggetto AB al
doppio più lontano dall'occhiojcioè in GH,farà necefìariamente TangoloGCH il
dop- pio minore dell'angolo A C B, onde dourebbe l'oggetto medefimo com- pa-
196 parire il doppio più piccolo ^ e pure rifpenenza moftra, che Ce io miro
vg.vn vetro di vna fencftra prima in diftanza dicinquepaffijC poi in diftanza
di dieci paflì, in quefta feconda diftanza non mi comparirà ildoppjo più
piccolo j anzi mi comparirà poco minore di prima-. • La grandezza dunque
apparente fi dcEermina,da gl'angoli de'mcdefimi raoc^i dopoché fi fono refratti
nell'occhio, cioè dall'angolo F CE for- mato dalli raggi A CE, BCF, dopo che fi
fono decufifati, e refratti, e dall'angiolo DCI formato dalli raggi C CI, HCD,
fimiimente de- cufTsti, e refratti ; e perche l'angolo F C E, non è il doppio
maggiora-» dell'angolo DCl,benchefia formatoda raggi, che vengono dall' og-
oettoil doppio più vicinojperciò l'oggetto ancorché più vicino al dop- pio non
comparifce al doppio più grande 3 La ragione poi per la quale
quell'an^olojchedourebbe efiere al doppio più grande non Io fia, de* pende da
varie cofe,quali farebbe cofa lunga il fpiegarlejOnde mi rifer- uo a parlarne
nell'optica. i Per bora bafìii fapereche laproportionedegli angoli fatti da
raggi eftrcmi deiroggetto,ed vniti fenza refrattione all'occhio, non èia me-
defima con la proportione della grandezza apparente, e per confe- ouenxa è
falfa la regola vniuerfaie jche anche nell'ingrandimento óeK- oggetto fatto dal
cannocchiale fia la medefima proportione tra Ia-appIicheremo effo cannocchiale
con il Ve- tro cbbiettiuo al forame della feneftra,e porremo al fuo luogo la
terza lente fola,facendopafl3re per il Vetro obbiettiuo, et per cfla lente le
imagini de gl'oggetti pofti incontro alla feneftra, e collocheremo die- tro
alla lente vna carta,laquale fé farà vicina alla lente, riceuerà ì^l^ imagini
rouefciate ; ma fé fi andrà allontanando, il cerchietta delle imagini fi andrà
impiccolendo, fino chela carta fia lontana daeffa lcnte,tantoquancoè ildi lei
femidiamctroj, ed in qucfta dif- tanza farà vn piccioHffimo cerchietto, e
quafivn punto di luce vi-*. i E e e uif- 202 uifsima,ch'è quel punto, in cui fi
colloca l'occhio, mirancio per dee-' to cannocchiale di vna fola lente.
Allontanando poi maggiormente. la carta,di nuouo s'incomincierà ad ingrandire
il cerchietto, con den- tro l'imagini radrizzate.- fegno euidente,che fi
radrizzano in quel punto di luce intenfa,ouefivnirconoiraggi,efidecufl'anoj e
quanto più fi allontanerà la carta, più longo fi farà il cerchietto,e
s'ingrandi- ranno le imagini,ma perderanno ancora della fua chiareiz,a,c
viuacirà; punque collocheremo la feconda lente in quella diflanza dalla ter-
za, ncìla,'quale diitanza comparifcono le imagini radrizzate in vn cerchietto
di competente grandezza, nel quale fiano aflai chiarc,e viuejlat]ualediftanza
farà il duplicato femidiametro della terza lente, o alquanto meno. Di nuouo poi
collocheremo la carta dietro a ^'■^"'.^.quefta feconda lente,e vedremo in
cfìa le imagini parimente radriz- " ^''zate con quefta varietà peròjche in
vicinanza alia detta feconda lente,comparirannochiare»maconfufe;nia in maggiore
diftanza di quello,chefia ilfemidiametro della lente, compariranno difìiinte,
t_j qui doue fono più diftinte, e chiare fi de collocare la prima lente ocu-
lare di quella grandezza, che farà il cerchietto di.efìefopra lacarca, dietro
alla quale prima lente collocando la cartaio diftanza del femi- diametro,
vedremo vn altro piccolo punto di luce, doue fide'col- locare l'occhio,
vncndofi ini le imagini. Ciò fi dichiara nelia^ prefente figura 5 nella quale il
Vetro oggettiuo AB, riceue le ima- gini con i raggi CE, DF,
iqualifidecufsano,cfirouefcianonel- Tentrare per l'apertura dicfso Vetro sì,
che roggetto deliro vedeCi alla parte finiftra,comc è manifefto nelle imagini,
che fi vedono rap- prelentate nella carta pofta dietro ad elfo Vetro, quando
quefì:a fi applica iolo al forame della camera ofcurata ; fi riccuono dun- que
le imagini rouefciatc nella terza lente FÉ, e perciò met- tendo la carta vicina
ad efla lente tra il punto G, e la medcfir ma lente fi vedono rouefciate,fino a
tanto, che vnendofi tutti li raggi di efi^ nel punto G, fi raddrizzano, e fi
riceuono diritte-» nella lente H I, e perche i raggi di cfle fi dilatarebbero
in L, et M, perciò la feconda lente HI, li reftringe in N, et O, doue parimente
dirizzate fi riceuono nella prima lente NO, e quefta le finifce di vnire nel
punto P, poco auanti al quale fi colloca l'occhio, il quale le vede, come fé
fofsero nella fuperfi^ eie della lente NO, e perciò le vede diritte 5 so che
altri altra- mente fpiegano il modo, con cui operano quefti Vetri nel cannoc-
chiale, ma qui non voglio prendere, ed impugnare l'altrui opinioni, poiché io
non procedo con dimoftrationi geometriche, il che mi ri^ feruo 205 feruodi fare
nella mia optica; ma folo con le ragioni fìfiche cauate^ dairifperienza che
cofi m'infegna. Chi bene intende queft* effetto de i detti vetri ( e
l'intenderà più facilmente chi gli applicherà al forame della feneftra come fi
è detto) potrà difporre le lenti non a cafo, come fanno la maggior parte ài
quelli che fabricano cannocchiali, ma con arte ed in modo tale, che faranno gì
oggetti molto più grandi, con vedere infiemc molto fito . Poiché auuertirà
prima che la lente F E vuol cfìer collocata lontana.^ dal vetro obbiettiuo in
quel fito, e diibnza poco maggiore, nella quale i'imagini cheentrano per eff^
vetro obbiettiuo applicato al forame, fi vedono più chiarc,ediftintej il che
farà il femidiametrodi elfo vetro obbiettiuo. Dourà parimente effer larga acciò
riceua I'imagini di mol- ti oggetti, poiché cofi il cannocchiale vedrà maggior
quantità di o^;- getti,cioè tutti quellijdelli quali fi riceuonoleimagini m
ella tcrz,a_. lente F E j purché tutte venghino tramandate alle altre lenti ; e
perche fé la lente F E fofie troppo conuefìa ingrandirebbe ben sì, ma non rra-
mandarcbbe tutte le imagini alla feconda lente, ma folo parte di elle, e quefte
affai ofcure; perciò fi de' fare di minore conueflìtà, cioè di maggior diametro
delle altre, acciò i raggi FI, EH non fi dilatino troppo in modo, che non fi poffano
riceuere tutte le imagini nella fe- conda lente MI, la quale vuole efler pofta
difiante dal punto G,in_. cuifiriuoltano,e fi raddrizzano I'imagini, tanto,
quanto è il proprio femidiametro, e dourà effere tanto larga, quanto è il
cerchietto delì l^ imagini in quella diftanza, acciò non fi perda niuna imagine
di quella che riceue la terza lente, ma tutte fi tramandino raddrizzate alla
fe- conda, e quefta feconda lente HI, de' effere conueffa tanto, quanto bafta
perrefì:ringere i raggi GH,GI (i quali andrebbero a termina- re inL,&i\'f,)
e portarli nella prima lente in N,& O,onde neanche dourà effere troppo
conueffa altramenteli rellringerebbe troppo, ^^ per confeguenza impiccolirebbe
le imagini, fi che de'cffere taie,chei raggi H O, IN fi vadano più tofto
dilatando che reftringendo, e ter- minino in vna lente O N, tanto larga quanto
bafta a riceuere tutte le dette imagini, acciò ne anche queih ne perda alcuna;
e perche,come fi è detto più volte 5 gl'oggetti comparifcono comefefoffcro in
quefta prima lente oculare, perciò dourà effere molto più conueffa delle altre;
poiché in tal modo vnirà i raggi in maggior vicinanza cioè inP,e per
confeguenza l'angolo OPN farà maggiore; onde anche maggior^»^ comparirà
l'oggetto, il quale tanto più grande rafìembra, quanto è maggiore l'angolo
fotte cui fi vede. Nclchefipuò ofseruare che I«^ due lentivicine all'occhio
fanno l'effetto del microfcopio,ingranden-;^ do 204 do le fpecie,che fi
riceuono nell.i terza lente. • Auuertafi finalmente che le lenti fiano di
criftallo chiariilìmo, e» candido^e più fottilechefia poffibilcje
particolarmente )a lente ocu- lare de'hauere quefteducconditioni j ma la lente
di mezzo potrà efiere alquanto meno chiaraje di colore leggiermente auuinato,
par- ticolarmente quando il criftallo dell'obbiettiuo fofle aflai chiaro, ma
quando quefto fofle, come de'efìcre di colore auuinato, tutte le lenti deuono
eflcre di criftallo chiariftìmo,come quello di monte. Oltre alle tre lenti fé
ne poflbno aggiongere delle altre, e ciò in_. vari) modi, ma perche dalla
moltitudine di efie poca vtilità fi può ottenere; perciò io non ftimo, che fia
bene l'vfarle particolar- mente,perche incorreremo facilmente in alcuni difetti
difficili ad eui- tarfi nella moltiplicatione delle lenti : Ben sì io ho
efperimentato mol- lo gioueMoleTaggiongereyn fecondo Vetro obbiettiuo poco
lontano dal primo sì,chefiano due Vetri obbiettiuij&vna lentc,ouero anche
tre lentijpoiche quefta difpofitione di cinque Vetri abbreuia il can-
nochiale,ritiene in gran parte la mcdefima grandezza l'oggetto, c-^ comparifce
più chiaro: Dcuefi dunque fare vn Vetro obbiettiuo, il quale fia di minor
diametro de!ralrro,ela difterenia de'efterelaquin^ ta,ola quarta parte; per
cfempio fei'vno è di cinque paimi,raitro fi de* fare di quattro in circa; poi
quello di cinque fi de' mettere neireftre-. mo del cannocchialcjche miri
l*oggetto,e l'altro di quattro palmi 11 de' collocare più dentro nel
cannocchiale, o meno 5 conforme li di- uerfi efifetti,che pretendiamo, poiché
fé defideriamo vedere l'oggetto chiaro, e piccolo auuicineremo maggiormente edì
due Vetri obbiet-' tiuijfe vorremo che rapprefenti l'oggetto grandc,e meno
chiaro, gli allontanaremo;auuercendojche quando allontaneremo vn obbiettiuo
dall'altro, douremo auuicinarelelcntiad eflì obbicttiui,& all'incon-
troquando auuicineremo gl'obbiettiai tra di loro, douremo allonta- nare da
edile lenti. Auuertafi anchcjchcla lunghezza del cannocchiale farà motto mi-
nore di quello che farebbejfe vi fofle il folo primo obbiettiuo,che mira
l'oggetto. Di più, tal hora due Vetri cbbiertiui lauorati fopra vn medefimo
piatto fono atti a quefto effetto,quando dal modo di lauorarli vno rie-. fce di
alquanto maggiore diametro dell'altro. Notoancora,chequeftj due obbiettiui
fanno belliffìmo effetto nei cannocchiali aflTai lunghi, poiché il difetto de'
Vetri, che hanno afsai lungo diametro, confifte in non vnire bene i raggi
;& vn tale difetto viene corretto dall'altro Vetro di minore diametro,come
fi vedrà me-» olio 205 Balle le cofe, che fi diranno apprefso. Finalmente deuo
auuertire,che nelli cannocchiali di molti Vetri fi vfi molta diligenza in fare,
che la faccia di vn Vetro riguardi dirit- tamente Taltra, e non fiano ftorte,
ma Tvna efattamente parallela-, all'altra ; altrimenti il cannocchiale
rapprefenterà l'oggetto ofcura- mcnte per la confufione delle refrattioni.
Refta difcorrere de* cannocchiali ditrce più Vetri, parte de qua- li fiano
concaui,e parte conueflì; e primieramente fappiafi, che Ia_, inedefima
inuentione poc * anzi accennata di feruirfi di due Verri conueflì obbiettiui,
fa ottimo effetto anche nel cannocchiale ordina- rio con il Vetro oculare
concauo^ siche qual fi voglia cannocchiale ordinario di due Vetri,vno concauo,
l'altro conuefso fi può molto per- fettionare con aggiongere vn altro conueflb
poco lontano dal primo, edi alquanto minore diametro j poiché in tal modo il
cannocchiale^ riufcirà afsai più breue,e farà Toggetto più chiaro,abbracciando
mag- gior fico 5 e fi può allongare, et accorciare, conforme defideriamo vedere
gl'oggetti grandi, e meno chiari, overo più chiari, e pic- coli. 2. Mi piace di
riferire in quefto luogo vn altra inuentione, che confifte in fapere collocare
vn Vetro concauo circa il mezzo de! can- nocchiale ordinariosì, che fiano due
Vetri concaui jauertendo, che il concauo,che fi mette no dal capo,ma più dentro
nella canna de'cfsere disferaalsaigrande, cioè, poco concauo ^poiché in tal
modo non di- uaricarà li raggi trafmefseli dal Vetro obbiettiuo, ma folo
impedirà chefivnifcano troppo prefto,e portandoli più lontani gli vnirà tutti infiemej
ladoue prima quelli,che entrauano perle parti eilreme del Vetro fi vniuano
troppo prefto,e prima de gl'altri, e nella mcdefima maniera potremo feruirfi di
fimili Vetri concaui anche ne gl'ahri can- nocchiali con le lentijO con due
Vetri obbiettiui^ e di più porremo cor- reggere il medefimo difetto, che hanno
le lenti di non vnire tutti i rag- gi nella medefima diftanxa, con metterui
auantio dopo alcuno di quefti Vetri concaui, auuertendo, che vuole efsere
proportionatifsi- mo alla conuefsità di auellojdi cui vogliamo correCTocre il
difetto, nel che anche fi de'«faperc,che collocando quefto concauo dopo il
Vetro obbiettiuo, il cannocchiale riefce notabilmente più lungo j e fé nt«>
può facilmente intendere la ragione dalle cofe predette. ponendo la fuperficie
conuefli verfo l'oggetto vnirà i raggi in diftanza diuerfa da quello, che farà
ponendo verfo l'oggetto la_, fupcrfìcie concaua, o meno conuefsa, o piana». ;
Quindi riefce difficile il determinare precifamente la diftanza del foco dei
Vetri sferici 5 aggiongafi, che i Vetri piu denfi, e b:n_, cotti fanno maggiore
refrattione, si che vnifconoi raggia minore di- ftanzajonde non effendo tutti
li Vetri vgualmente denfi,non fi può fa- pere precifamente la quantità
dell'angolo della refrattione, potendo eflere in alcuni piu, in alcuni meno
della terza parte dell'angolo dell'-^ incidenza . Quanto è maggiore la
refrattione,tanto megliore riefce il Vetro, poiché minore fuario di refrattione
vi ètra i raggi vicini al- rafse,edi raggi da efso lontani, si che poi tutti fi
vnifcono quafiaU'if- tcfsa diftanza, Hor per fapere pratticamente la diftanza
del foco di ciafcua Vetro fi pofsono ofseruare varie maniere. 11 primo modo
affai co- mune perii Vetri conuefsi è,efporli alla luce del Solere facendo paf-
farepereflìifuoi raggi,ofreruare a qual diftanza fi vnifcano in vn mi^ nor
cerchietto di viuitfima lucej poiché tal vnione di raggi la dous fi fi, quiui
fi dice efler il foco del Vetro conueffo; fi de* però notaresche ne'Vetri di
grande sfera riefce difficile il difcernere qual fii quel fico piu,o meno
diftante,nel quale fi faccia la maggior vnione,poiche tali Vetri non vnifcono
tutti i raggi in si piccol cerchio, come fanno li Vetri di sfera minore, 2.
Pongafi vn lume dietro al Vetro in tal diftanza, che i raggi di elfo penetrando
per il Vetro efcano dall'altra parte paralleli, termi- nandofi in alcun piano
oppofto ne riftretti,ne dilatati, ma con vn cer- chio di luce vgualea'la
grandezza del Vetro j percioche tal diftanza del lume del Vetro, fé quefto farà
conueflo d'ambe le parti, farà il fe- mìdiametroj e fé conueflbda vna fol parte
dall'altra piano, farà il diametro, e comunque fia farà fempre la diftanza del
foco; Quefto modo parimente riefce piu efatto nelle lenti, et -altri Vetri di
non molta sfera; e fi de'auuertirejcheriufcirà meglio,fe illumefarà molto
pìccolojouero applicato ad vn piccolo forame. 3. Si metta l'occhio lontano dal
Vetro conueflo pofto dirimpetto ad oggetti lontani; e quando l'occhio farà
arriuaco a tal lontanan- za dalVetro,che mirando perefib gl'oggetti lontani fé
gli confondano: totalmcnte,fappiafi che tal diftanza è fito dell'occhio e
quella del focoj Que- io8 Quefta regola però non fcrueper i uìiopi, poiché
quefti ponendo in^ tal fico, o poco da eflb lontano l'occhio fenza altro vetro
concauo, ^^ fcnza lente, vedono gl'oggetti diftinti ed ingranditi, come altri
li vedo- no con il cannocchiale perfetto di due vetri, cofa offeruata
nouamente, e deonad'efiere notata come nuoua,efinfjolare, 4. Si efponga al fole
il vetro, e fi faccia riflettere il lume in vn pia- no oppoftocheftiatràil
vctro,edilfo!ejfi vadaauuicinando,o allon- tanando il vetro da elfo piano fin
tantoché i raggi rifleflì dalla fuperfi- cie di dietro dal vetro fi vnifcano in
detto piano in vn cerchietto di luce, più piccolo che farà podìbile, poiché la
diftanza del vetro dai piano farà la quarta parte del diametro della fuperfìcie
di dietro al ve- tro, che riflette tal lume, come fé fofl'e fpccchio
concauo,onde fé il vetro haurà rifìefl'acenueflìtà, anche dall'altra parte tal
diftanza farà la metà della diftanza del foco, ma fé dall'altra parte farà
piano, farà folo la quarta parte. Nella lenteèpiu facile conofcere quanta fia
la diftanza del foco non folo con le regole infegnate di fopra, particolarmente
con efporlc a rag8;i del fole, ouero ad vn lume lontano acciò i raggi fiano
paralleli fé non perfettamente almeno proflìn5amentc,& offeruarea che
diftan- za gli vnifcCjCcon por l'occhio in fito in cui fi confondono gl'oggetti
lontani: ma di più con por l'occhio aflai vicino alla lente, e quefta fo- pra
vn libro allontanandola da efibfmo che i caratteri fi vedano più ingranditi, e
più chiari che fia poflìbile; poiché tal diftanza del!a_. lente da quei
caratteri, e la diftanza del foco. Secondo fi ponga vn lu- me tral'occhio, e
lalente,ed il lume fi vada auuicinando allalcntc_j, fintantoché fi veda
riflettere dalla fuperfìcie concaua oppofta deila_» lente, vn lume rouefciato
che fporga fuori della lente quafi in aria_^ verfo l'occhio, et arriui fino al
lume vero, poiché tal diftanza del lume dalla lente, farà la metà del
femidiametrocioè del foco. Per faperpoiil foco, o come altri Io chiamano il
contrafoco de' ve- tri concaui fi miri con l'occhio vicino per il vetro vn
oggetto fino che comparifca il doppio minore, per efempiofino che due vetri di
vna feneftra comparifcano in tanto ipatio, quanto vn folo a loro vi- cino
jimpercioche la diftanza del vetro dall'oggetto farà quella del foco . La
feconda regola aflegnata di fopra per i vetri conueflì vale an- cora per i
concaui. 5. Vn altra inuentione molto vtile nel lauoro deVetri obbiettiui per
cannocchiali afìfai lunghi, è il congiongerein eflì la figura conca- ua conia
conuefla,in modo tale, che eflendo la conueftìtà portionc-» di minor sfera, e
la concauità di sfera maggiore facciano Teftetto di vetro Io9 vetro conueflfo,
con il quale artificio noi potremo lauorarc vetri (opra piatti di pochi palmi
di diametro, li quali con tutto ciò feruano per cannocchiali longhidìmijcome fé
foflerolauorati fbpra piatti di grà- diflìmo diametro: e con ciò euitaremo
quella grande difficoltà, che fi ritrouanel dare la figura perfetta conuefla
alli vetri di lungho dia- metro : oltre che fé la concauità di vna faccia del
vetro haurà vna_j conueniente proportioneconla conuefifìtà dell'altra faccia,
partorirà ottimo effetto di vriire i raggi molto meglio, che fé fofle conueflfo
dall' vna, e dall'altra parte. Nel che accade, che quanto minore farà la_.
differenza de'diametnY purché il concauofia fempredi maggior dia- metro ) tanto
più lungo riufcirà il cannocchiale,come fé il vetro foiT?^ lauorato fopra
piatti di lunghiflìmo diametro. Quefti vetri conuellb concaui,foggiaciono però
ad vna imperfettione notabile, et è ch«_/ non fé li può dare apertura maggiore
di quella, che porterebbe fé foflfe folo conueffo con l'ifteffa conue{Iìtà,onde
riceuono pochi raggi a proportione della lunghezza del cannocchiale,onde
fimagini fi ingran- difcono ben sì, ma reflano debboli 5 feruiranno nulladimeno
per li og- getti celefli, quando il uctro ricerca poca apertura, Refla per fine
di quello capo di dire alcuna cofa delli cannochiall, con i quali fi mirano gì*
oggetti con tutti e due gl'occhi che per ciò adimandiamo binoculi. Elfendo
dunque cofa certa che quando noi miriamo alcun* oggetto con ambi gl'occhi lo
vediamo più chiaro, particolarmente in molta diftanza, feguita che facendo noi
vn can- nocchiale con il quale fi poffa rapprefentare Toggetto a tutti due gl'-
occhi, non folo ci comparirà più chiaro, ma faremo meno fa— tica_j . Si farà
dunque in quefta, o altra fimil forma -, fabricheremo vn tubo di cartone di
figura ouata, e di tale larghezzasche applicato a gli oc- chi gli abbracci
ambidue j nel margine della parte fuperiore fi ta^li vn arco che copra, e fi
adatti allafronce,e nel margine inferiore fi fcaui in modo, che fé li pofìTa
comodamente addattarc il nafo j e gl'occhi re- fl:are nel fuo fito fempre
immobili, riguardando direttamente i verri obbiettiui 5 Pofcia collocherai
nell'altro cflremo del tubo,o cannoc-. chiale due vetri obbiettiui, li quali
deuonoeflfere di vna mcdefima lun- ghezza di diametro, e l'vno totalmente
fimile all'altro nella fua fi^^ura conueflfajfimilmente collocherai vicino a
grocchi due vetri concaui ; ouero due lenti, o anche fei come ne cannocchiali
di quattro vetri, Ci che fiano come due cannocchiali in vnoj ma quefti vicini a
gli occhi dcuono effere collocati con taldifl:anza,che il centro loro
coirilponda G g g efat- N efattamente al centro della pupilla de gli occhi j
ali* incontro li due vetri obbietti dcDono eflere tra di fé al quanto più
vicini, o meno conforme la lontananza del l'oggetto, e he vogliamo guardare ^
poiché in maggiore uicinanza dell'oggetto^anch'eflì deuono eflere più uicinì
tra dì fé ; acciò in tal modo i raggi uifuali d'ambidue gl'oc-? chi ipaffando
per li uetri obbiettiui,uadano a termina? re nel mcdefimo oggetto; onde douremo
addat- tare li detti uetri obbiettiui in modo, che conforme al bifogno fi
poffano auuici» nare più, e meno tra di loro, . ^n qual modo ft pojfa cono/are
fé i/// Vetro fiA perfetta^ mente lauorato, etiandio fen'^a farne l*ifùerien7a
con il Cannocchiale* \A perfetdone del Vetro, e del fuo efatto lauoro, meglio
fi conofce con Tifperienza del cannocchiale mede- fimo j nulladimeno potremo
conofcerla affai bent-^ anche fenza cannocchiale, che però accennerò come fé ne
potiamo certificare nellVnOjC nell'altro modo. Primieramente la perfettionc del
Vetro, ( parlo deli obbiettiuo per eflcrc in elfo la difficoltà maggiore^ fi
conofcerà congiongendolo in vn cannocchiale con vn Vetro concauo al modo
ordinario, poiché quanto più acuto comporterà il detto concauo,tanto più
perfetto farà il Vetro ì l'ifteflo fi può far con vna lente, la quale quanto
farà più ga. gliarda,cioè,di minor diametro, fegno farà che il Vetro fia
migliore, purché non perda di chiarezza j il concauo però dà inditio più cer-
to della bontà del Vetro. Di più, nel far quefte proue non douremo contentarfi
di mirare oggetti grandi,benche lontani ; ma douremo pia toftodirizzare il
cannocchiale verfo vn foglio di carta Rampata, con diuerficaratteri,altripiu grandi,
altri più piccoli, e pofta in vna mo- derata diftanzadi 80. overo 100. o più
pafsi,& offeruare fé tali ca- ratteri fi poffano leggere diflintamente, e
fé comparifcano ben ter- minati,fenza confufione verunajpoichedaciòfiha
ini^allibilmciite la bontà del Vetro, e del cannocchiale. Terzo, fi conofce
ancora la detta bontà del Vetro,fe li potremo dare vna apertura grande sì, che
entrando per effo maggior quantità di raggi rapprcfentino l'oggetto più chiaro,
e nulladimeno dif^into, e senza abbagliamento di luce_j; poiché l'eccessiva
chiarezza fi può fempre mai temperare con adoperare vna lente più gagliarda,
che imgrandirà maggiormente l'ogetto, ma quell'abbagliamento nato dalla
coniufion^? de'raggi, ch^ non fi vnifcono all'ifteflo punto, nó fi può leuare fcnoucó
refì:ringere l'apertura del Vetro, impedendo l'ingreffo alli raggi più lontani
dal centro del Vetro, i quali facendo refrattione maggiore degl'aitri, non fi
vanno ad vnirc inficmc con eflì, onde più tolto li confondono, con pregiuditio
dell'occhio. Si de’notare che nelle proue, e paragoni de’cannocchiali, più
ageuolmente con vn cannocchiale leggeremo vn carattere grosso mezzo dito in
diftanza di mezzo miglio, che vn carattere grosso vn dito in diftanza di vn
miglio, e ciò per due capi. Primo, perche la rarefatatione de raggi delli comi
radiofi di ciascun punto dell'oggectOj cresce non a proportionc della diftanza,
ma a proportione della superfìci^ delle sferCj di cui le diftanze fono i
diametri, si che i raggi in doppia diftanza faranno quattro volte più rari,
mentre fi diuaricanojonde ancorché l'ingrandimento cresca a proportione della
miaore diftanza, cresce però più reciprocamente la chiarezza. Secondo, perche
ia_* niaggior distanza fifrapongono più vapori dell'aria, che impediscono la
vista distinta; e particolarmente nell’uso de’cannocchiali lunghi, i quali
ingrandendo molto ogni piccolo oggetto, fanno che comparifcino ancora nell'aria
di mezzo i vapori, i quali perche stanno in vn continuo moto, e bollore, come
fi vede in effetto, perciò eoo», tale agitatione perturbano molto la vista
distinta, e tranquilla degli oggetti. Chi poi volefse conofcere fé alcun Vetro
obbiettiuo fia ben lauoratOj fenza farne prona con il cannocchiale, ciò potrà
ottenere in uarij modi. Primo, faremo paflare per il Vetro oppofto al Sole li
di lui raggi sjjche l'unione di efli uada a terminarfi in un piano pofto a
dirimpetto, e fé a proportione della diftanza del foco questi faranno uniti in
tal modo, che formino un cerchietto di luce piccolo nel piano, il quale
cerchietto sìa perfettamente rotondo, e di più le parti eftreme fiano ben
contornate, e terminate, fenza penumbra, ed in tutto il cerchietto la luce ha
ugualmente viva, farà segno della bontà del vetroj che fcpoi fi vede fte il
cerchietto di luce con le conditioni predette, ma non fofle nel mezzo
dell'ombra cagionata dal Vetro, mapiu tofto da vn lato, ciò è segno – NOTE THAT
T. USES “SEGNO” WITHOUT BURDENING THE PROSE WITHOUT ANYTHING TO DO WITH -FY, as
in SIGNI-fy -- che il vetro sia ben lauorato, ma che lalaftra del Vecro è piu
groiTa da una parte, ch5_-»dall'altra, il che fa peftìmo effetto. Secondo, si
ponga il vetro incontro a gli oggetti lontani, poi si metta l'occhio nel foco
del vetro tra effo, e gl'oggetti, e fi uedranno le imagini di tali oggetti
assai piccole, le quali quando il vetro farà ben lavorato, compariranno
diftinte, e con la loro douuta proportione, senza storcimento, o altro difetto.
Terzo, fi fermi il vetro incapo di un assé sì, che fi poffa girare in torno,
come fopra un torno in aria, ft^ poco lontano da eftb fi stenda un filo
sottile, che corrisponda al centro, e diametro del vetro j poi con Tocchivo alzato,
& abbaffato fi oflerui 1’ombra, o iraagine del detto filo nel vetro, la
quale sé si manterrà sempre parallela al filo medesimo mentre il vetro si gira
farà buon segno, Finalmente ottimo, e sicurissimo è il modo seguente. SI
accenda vn lume in vna camera oscura, e pofto il vetro in alcun luogo
dirimpetto al lume, fi tenga rocchio vicino al lume medefimoj e fi vada
allontanando il lume insieme coll'occhio dal vetro fin tanto, che corrifponda
al foco della superficie concaua jche riflette il lume dalla parte di dietro al
vetro all'occhio ifteflb, che farà la diltanza di vna quarti. parte di tutto il
diametro, © poco più, in tal fito fi oflerui il vetro con., il lume rifleflbed
vniconel punto dell'occhio, che però fi de'tener fermo ed immobile in quel punto
deUVnione de'raggi riflefiì j poiché fé vedraflì il vetro tutto ripieno, e
pregno di vna luce viua, ed vniforme, che non ondeggi, ncfia mescolata con
ombre, farà ottimo inditio INDIZIO – again use of SEGNO or INDIZIO without the
need to qualify with -fy -- della perfetta figura del vetro da quella parte che
riflette il lume, che è la, parte di dietro, la quale in tal refleflione fa
l'effetto dello fpecchio concavo: mafemouendo al quanto il lume, e l'occhio si
vedrà ondeggiare quella luce nel vetro, ovvero reftarui qualche ombra con luce
ineguale, e non vniforme, © fenza riempire tutto il vetro, farà – SARA non FARA
-- segno chiaro che non fia lauorato bene da quella parte j l'ifteflofi farà
dell'altra parte: cdin tal modo non folo conofceremo fé il vetro abbia la
figura perfetta: ma di più s'accorgeremo fé fia stato ben spoltigiiato, e ben
pulito, percio che comparifce in eflbimbeuuto in tal modo di luce, ogni minimo
segno d’asprezza, (3i righe, di onde, & altri difetti, ofiano
dell'artefice, o della natura – cf. GRICE SEGNO DELLA NATURA O NATURALE, SEGNO
DELL’ARTEFICE -- , epafta del vetro, a tal segno, che si conosce fé fia ftato
lavorato con arena grossa, o confpokiglio fino, dalle righs.,», e ruidezzeche
fempre piu, o meno comparifcono, ancorché fia finiffimamente lauorato 3 cofa
veramente degna da sperimentarsi, e di non-a poca vtilitàe. Ddli mtcrofcofu. l
come con il cannocchiale fi aiuta l'occhio a vedere gl'oggetti, li quali
auuegnache grandi, non però fipofono chiaramente difcernere a cagione della loro
lontananza, cosi è ftato ritrouato vn altro ftrumento, che chiamano
microfcopio, il qualifiche l'occhione gli oggetti vicini pofla difcernere
moltiflìmecofe, le quali per la loro picciolew^ fuggono la vifta ordinaria.
Quindi è>chc facendo effetti fimilijma oppofti a quelli del cannocchiale, fi
fabrica anche in modo fimile, ma contrario» Primo, Il cannocchiale rapprefenta
maggiori gli oggetti lon- canijqu^ntQ maggiore è il diametro della conueffità
del Vetro obbiettiuo; et airoppofto il microfcopio rapprefenta maggiori
gl'oggetti vicini, quanto è minore il diametro della conaeflità delle lenti,
delle quali è comporto, 2. Li lente obbiettlua del microfcopio non de'efìere
pia lontana dall'oggetto di quello, che fia il femidiametro della conueflìtà di
effi ientej ladoue il cannocchiale dc'hauerc l'oggetto affai lontano Nelli
cannocchiali di due Vetri conueffi, cioè, dell'obbiettiuo con vna lente oculare
fi pone il Vetro più conueflb, cioè la lente vicina all'occhio, ed il Vetro
meno conueflb lontano dall'occhio 5 nel microfcf>pio,che fuol efiere di due
lenti, fi colloca la lente meno conuefi"a vicina all’occhio, e la più
conuefla, e di minor sfera lontana dall’Occhio, e vicina all'oggetto. 4. li
cannocchiale fi pone incontro all'oggetto 5 il microfcopio fi, pone fopra
l'oggetto. Venendo dunque alla prattica di formare quefto ftrumento fi
de’fapcre, che Cebeneli mic'rofcopij più perfettifi fogliono fare di due Ienti,
vna lente fola però fa l'effetto, che noi cerchiamo d'ingrandire le cofe
picciole j e tanto maggiormente le ingrandifce, quanto la lente è più conuefla,
cioè parte di minor sfera j anzi anche vna intiera sfera di cristallo, overo
vn'ampolla rotonda piena d'aqua chiara fa il medefimoj ma Ih qucftp cafo
l'oggetto vuol porfi immediatamcntc fotto la palla, o sfera sì, chc Ja
tocchi^la doue la lente de’ftare lontana dall'oggetto tanto, quanto è il
fcmidiametro della fua conuefiìtà? Volendofi dunque feruire di vna fola lente
potremo fabricarc^lo ftrumento in vno delli due modi leguenti, Faremo vna
piccola cannetta di lamina di ottone, o cofa fimile, tanto ìarga, che vi entri
dentro la Jente, cioè quanto è l'iride dell occhio noftrOjO anche più piccola,
e lunga quanto ? il femidiametro della medefima lente. Quella cannetta farà
chiufa da vna parte, in modo però che vi refti nel mezzo vn picciol foro, fopra
il qualc pofi immediatamente la lente, dall'altra parte vicina all'occhio
reitera apertii, e farà loftentata da tre, o quattro piedi, in tal modo però,
che fi pofla alzare, & abbalfare, cioè auuicinare, o allontanare
dall'oggetto, che fi pone direttamente focto quel piccol foro, fopra cui pofa
la lente,come fi vede nella figura,nella quale A B, rapprefenta la cannetta CD,
i piedi chela foftenca no B, il piccolo forame fopra cui dentro la canna fi
pofa la lente, in modo tale, che l'oggetto E, pofto fotto alla lente, la lente
mede- fima, e l'occhio pollo in A, ftiano in retta linea . Poiché
all'hora/^'/V^r* fi pone l'occhio in A5&
auuicinafiapocoapoco,overoallontanafila^-^^-^' cannetta dall'oggetto E, pofto
fopra il piano di vna tauola, fino che fi difcerna l'oggetto chiaro, e grande
pliche fuccederà quando la_* lente farà tanto lontana dall'oggetto, quanto è il
femidiametro della medefima . Il fecondo modo di accommodare vna fola lente,
che ferua per microfcopio è quello, che fi vede nella figura, in cui fi
rapprefentayr^v^^- vn piccolo piede di legno con vn cerchietto, overo forame
nella_»XLll. parte fuperiore, nel qual forame fi colloca la lente: per il piede
forato nel mezzo paflfa vn legnetto a trauerfo, il quale eflendo parimenti^
forato da vn capo pafsa per il foro vn altro legnetto nella cui fommità, è vna
morfetta fatta di filo di ferro, o di altra materia atta a ftrin- gerc,&
afferrare vna mofca, vna fogIia,o altra fimile materia, che fi mira coll'occhio
pofto dall'altra parte della lente, Quefti microfcopij di vna fola lente
ingrandifcono l'oggetto mol- to meno di quello che facciano i microfcopij
formati di due,o più lenti nel moclo,che diremo appreffojma hanno però
vn'auuantaggio fopra gl*altri, che fi pyò vedere in vna occhiata vn'intiera
mofca, ra- gno, o altro fimile oggetto, ladoue con i microfcopij di due,o più
Vetri appena fi può vedere tutto il capo di una mofca, ouero un'intiero pulice
3 fé pure la lente oculare non è grandifiìma . I mi- 11^ I nnicrofcopij di due
lenti fono però ftimatl megliori, perche rap* prefentano gl'oggetti di gran
lunga maggiori sì, che vn capello tali*» Fiora comparifcecome vnagrofla funere
fì fabricano in c^uefto modo^ ripigliano due lenti di crifìallo Iauoi'ate,e
pulite come fi è infegnato di fopra 5 vna de' efler piccola, e conuefìa sì, che
il femidiametro della conueflìtà fia poco più, 0 meno della groflezza di vn
dito j e quefta fi accomoda immediatamente fopra l'oggetto che vogliamo
rimirar^-;, ponendola invn picciol tubo, q cannetta, come è la defcritta
poc'an- zi 5 l'altra lente de* effere affai più larga, et anche meno
conueffa,ia^ tal modojchc ii femidiametro fia di einquc,fei, o più dita in
groffezza 5 e quefta fi mette invn altro tubo di cartone, il quale fi connette
infie" mecon l'altra cannetta piccola in modo però,che fi poffa alzare, et
abballare, acciò fia più, o menolontana dalla lente piccola pofta nella parte
inferiore j finalmente nella parte fuperiorc dei tubo è vn piccol buco tanto
lontano dalla lente grande, quanto è il femidiametro delia medefima : al qual
forame fi auuicina l'occhio, che perle due lenti mira l'oggetto poftoui fotto :
ma quefto forame ancora de* poterfi hof più hor meno allontanare dalla lente.
Deuono dunque effere almeno quattro tubi conneffì infieme, come Fioura^^'O^^s.
la figura. Il primo B C piccolo, nel fondo del quale fta la lente XJLIII.
piccola, et ha vn piccol forame B fopra l'oggetto A. Il fecondo è C D conneffo
immobilmente con il primo, ma molto più largo, e lungo : Il terzo E F inferito
fopra il fecondo C D in modo, che fi poffa alzare, et abbaffarc, fopra del
quale fi colloca la lente FF: Il quarto è GH inferito fimilmente fopra il
terzo, e mobile 2 nella fommità del qual^-» vi è il forame I a cui fi applica
l'occhio per vedere l'oggetto A. circa il che fi de' auuertire. Primo, che
l'oggetto fi rapprefenta all'occhio rouefciatOje la ragio- ne è perche nella
lente oculare FF fi riceuonoi raggi con le immagini dell'oggetto dopo che già
fi fono decuffati dalla lente B ; onde fé defi- deriamo di vedere l'oggetto
radrizzato, conuienc aggiongere vicino all'occhio vn altra lente nella medcfima
forma, che fi ò detta delli can- nocchiali di più lenti: e cofi potiamo
aggiongere anche la quarta, e la quinta, a noftro piacere. Secondo, quanto più
conueffa,e di minor diametro farà la lente infe-^ riore vicina all'oggetto,
tanto piq piccola parte di effo oggetto fifcorgej ma altretanto comparifce più
grande j la ragione è manifefta, perche-» /"iffamcome fi vede nella
figura,la lente A di minore diametro de' /lare mena XUV.loritana dall'oggetto
BC di quello che fij la lente D dall'oggetto E F, cffendochc la difianz,a
de'^ffertanta,quantoèilfemidiametro-.Quindi è ^^7 è che la lente A non può
tramandare alla lente G le imagini dell^.^ parti eftrcmcB,& C delloggetto
BC^ poiché tali imagini cadono fuori della lente G come moftra la linea I L.
doue che la lente D e(ren> do più lontana dall'oggetto E F, e refrangendo
meno i raggi rappre- senta tutto l'oggetto EF, e ne porta le imagini nella lente
H vicina», all'occhio ; efìTcndo chejcome fi è detto altroue,tanto oggetto fi
vede^ quanto è quello, l'imagini del quale fi rapprefentano nella lente vicina
all'occhio j dal che auuiene, che quando fi vedono poche parti dell'og- getto,
quelle comparifcono più grandi, perche occupano tutta Tarn-. piez.za della
lente oculare; ma quando nella medefima ampiezza della ftefia lente fi
reftringono l'imagini di tutte le parti deH'oggettOjnecelTa- riamente
comparifcono più piccole. 5. Si de' fapere,chc tanto più grande comparifce
ToggcttOjquan- topiu fi allontana vna lente dall'altra; ma fi vede meno
chiaro,e fé ne fcoprc minor parte : la ragione è, perche la lente oculare
efscndo più lontana dall'altra riccue lefpecie più diuaricate,e confeguente-
mente più ingrandite ; ond* è, che anche minor parte di oggetto rap-
prefentinoj valendo fempre quella regola vniuerfale, che quando in vna lente
medefima fi vedono l'imagini di molte parti dell'oggetto, cife compaiono più
piccole,& all'incontro grandi, quando fono po- che 5 impercioche invn
medefimo fpatio,& ampiezza della lente, non fi pofl'ono dipingere molte
cofe,e tutte grandi. Quindi fi deduce inqual modo fi pofla accrcfcere o la
grandezza, o la moltitudine de gl'oggetti . Si accrefce la grandezza in due
modi. Il primo con adoperare lenti di minore sfera . Il fecondo con allon-
tanare maggiormente vna lente dall'altra; ma perche in quefto allon- tanar
delle lenti l'oggetto comparifce men chiaro, perciò farà meglio feruirfi del
primo modo. La moltitudine de gli oggetti,© delle parti di vn folo oggetto,
acciò fi fcopra tutta in vna fola vifta,fi accrefce con feruirfi di lenti di
maggior sfcra,e meno tra fé diftanti; ma perche, come fièdetto,quanto più fi
auuicinano le lcnti,overo queftefonodi maggior sfera, tanto minore comparifee
l'oggetto; perciò volendo vedere molte parti dell'oggetto,'ed infieme grandi
non v'è altro ri- mediojche feruirfi di vna lente oculare affai grande, in cui
fi pollano riceucre molte imaginijc quelle grandi; ma fi de'auuertire,che non
fi poifono fare lenti molto larghe, le quali fiano di poca sfera, onde conuiene
farle di sfera maggiore, e perche l'oggetto comparifca gran- de, fi deuono
collocare lontane dalla lente obbiettiua, la quale anch'- cfla dourà efiere di
sfera non troppo piccola, poiché fi de'auertire, 4. Che vuolfiofferuare vna
certa proportione,tra la diftanza del- I i i le ii8 le due Ienti,c la grandezza
delle mcdcfimej impcrcioche quanto faja minore il diametro della lente
obbicttiua,tanto più vicina douràefìere alla lente oculare,poicheeflendo
lontanai raggi troppo diuaricandofi dalla lente obbiettiua di poca
sfera,cadercbbero fuori della lente,e rap prefentarebbero l'oggetto ofcuro. 5.
Per ingrandire l'oggetto, fenza ofcurarlo fi potrà aggion- gerevna terza lente
vicina airocchio, laqualefia di maggior sfera del- la fecondajpoiche in tal
modo non folo (i radrizzeranno le imagini, ma compariranno anche maggiori, con
allontanare le lenti oculari dall*- obbiettiuajoueroconfare,che quefta
obbiettiua fia di minore sfera. Anzi dicojche l'ottimo modo di fare
ilmicrofcopio, e ofiTeruare Hf- teffe regole, che habbiamo date nella fabrica
delli cannocchiali di molte lentiimaalrouefciojcioè fare che nel microfcopiole
lenti più vicine all'occhio vadano crefcendo non folo io ampieiza, ma anche in
grandezza di sfera con la medefima proportione, con la quale nel cannocchiale
habbiamo detto, che deuono andarfi diminuendo, et ef- fere di minor sfera
quelle che fono più all'occhio vicine j fi che per nor- ma dclIi microfcopij
potranno feruire le regole medefime, che habbia- mo dato nelli cannocchiali di
più lenti : Auuertp folo in ordine alla-. proportione,che de' hauere la lente
obbiettiua con la lente oculare > efler ottima quella di i, à i o, cioè fé
la lente obbiettiua è nel fuo diamc*^ tro di (re tninuci di vn palmo la lentQ
oculare farà di 30. minuti. . 21$ % ^'ofidt n^fcano le imperfettioni àeU
cannoechUUjedinqttal modo (ì fo^a Untare II rimedio. IVali fiano le
imperfettioni, che neccflariamcntc nafcono ne*cannocchiali compoftidi vn
obbiettiuo conuello sfe- rico, e di vn'oculare concauo, ouero di vn* obbiettiuo
fimilmente conueflb sferico con vna,o più lenti oculari fi fono potute
ofleruare dalle cofc dette di fopra.Primic- ramente al vetro obbiettiuo non fi
può dare fé non vna certa determi- nata apertura, ond'è che entrando pochi
raggi, fé noi vogliamo ado- prare vna lente gagliarda, ouero vn concauo molto
acuto,mentre que-
ftiingrandifconoroggetto,lorapprefentanolanguidamente,perlafcar- fezza de i
raggi. Secondo dando ali* obbiettiuo apertura maggiore en- trano ben sì molti
raggi, onde rapprefentano l'oegecto chiaro, anche con lente gagliarda, ma
abbagliato,e confufo,perche non tutti que'rag- £;i, ch'entrano perii vetro,
vanno ad vnirfiordinatamente.Terzo quan- do vogliamo far comparir grande
l'oggetto, con vfarevna lente più gagliarda, ci fi rapprefenta più ofcuro : ne
lo potiamo hauer più chiaro, che non ci compaia più piccolo vQuartoadoprando vn
cannocchiale il doppio più lungo dell'altro, non perciò potiamo vedere
l'oggetto co l'iftefla chiarciza,&al doppio più grande. Quinto li
cannocchiali più lunghi benché ingrandifcano maggiormente l'oggetto,
nulladimeno non lo rapprefentano mai sì diftinto, e ben terminato come fanno i
pic- coli. Sefto li cannocchiali con le lenti fanno che fi fcopra molto cam- po
in vna fola occhiata, ma non terminano sì bene la vifta^come fan- no i
cannocchiali ordinari] con il concauo femplice. In fomma 1«-» perfettioni del
cannocchiale, che fono ingrandire l'oggetto, farlo ve- der chiaramente, farlo
comparire diftinto, e precifo fenz,a confufione, o abbagliamento di luce, e
fcoprirein vna fol vifta molti oggetti,fono perfettioni tali, che riefce
impofTìbileil congiongerle infieme in gra- do eccelente, non che perfetto,
nelli cannocchiali, che nel modo hog- eidì vfatofifabricano. Quindi acciò
ogn*vno pofsa tentare qualche ftrada di ridurli a mag- gior pcrfettione, e
sfuggire ifudetti difettijèneceffario prima conof- cere quale ne fiala prima, e
nera origine, quale procurerò di moftrarc tanto più volcntierijqaatttOjche
nonèftatafe non in parte oflferuata^ da altri ;&:a/jiche acciò meglio fi
pofTano intendere le ragioni dellt-* cofegià lopra accennate; siche dopo hauer
fcopcrto l'origine del ma- f'.'1e, potr£mo additarnieglio laftrada per
ifcanfarlo.Si debbono dun- que prima fapere alcune cofe comunemente riceuutejC
che da noi fi di- moftreranBo nella fcicnza optica. Primo, Si fiippone
comunemente, che i raggi pafì'ando dall*- >F;^«r da ciafcun punto
deiroggetto,non vengono realmente paralleli, ne (i polTono prendere per tali,
come fi fuppone nella quinta fuppoficione; poiché fé bene l'angolojche fanno
nel punto deiroggetto,dacui{ì pir- tono,èpiccoli{Iìm;),&acutiinni,&infe
ftelTo non è confiderabile-», cagioni però fenfibiie.e notabile varietà
ne'fuoieff.-tcijciò fi proui manifeftamentej poiché mirando con vn medefimo
cannocchiale, vicino al qual punto N, benché alquanto più lontano fi termina-
ranno ranno ancora i raggi più vicini all'aflfe tra AB, (la dunque AB la metà
dell'apertura del Vetro nel cannocchiale ordinario,siche li rag- gio BN con
tutti gì' altri, che cadono tra AB vadano ad vnirli quafiadvn medefimo punto N,
che però come vtili fi ammettono, ma gl'altri CH, DL, come inutili, anzi noc'ui
fi efcludono co- prendo la parte BD del Vetro. Per fare, che ancor quefti, li
quali andando in L, et H farebbero nociui,fiano vtili, e vadano con_. gl'altri
in N collocheremo vn Vetro KM conueflb-concauo poco auanti all'vnione di edì
raggi CHjDL, ilquale fia forato nel mez- zo, acciò per tal forame padì
liberamente il raggio BN, con gl'altri tra AB, i quali per efl'er vtili, ed
vnendofi tutti quafi in vn fol pun- to N, uon fi deuono alterare. La conueflìtà
del Vetro KM, per fuggire le molte refrattioni farà riuoltata verfo il Vetro
obbiettiuo,e farà di tanto femidiametro, che li raggi CG, DI, vi cadano fopra^
perpendicolarmente 5 ma perche facendo diuerfo angolo non tutti ponno cadere
perpendicolari, fi faccia almeno che vi cada perpen- dicolarmente il raggio CG,
poiché gl'altri, che faranno tra FG, e tra Gì, pochiffimo fi fcofteranno dal
cadere perpendicolari fo- pra la conue/Iìtà IcM, che però penetreranno fenza
refrattiont-* per il Vetro, fino all' altra fuperfìcie concaua in S, e Q^ Per
fare, che il raggio CG cada perpendicolare,fi notidoue vada ad vuirfi con
rafse,cioè, in H, polche HG daurà efifereil femidia- metro della conuellìtà K
M, La concauità poi RT dourà effer tanta, che il medefimo raggio CGS, il quale
fenza refrattione andrebbe in H, vfcendo dalla detta toncauità vada a
terminarfi in N, infieme con gl'altri, ììchti fi otterrà, fé tirata vna linea
da S in N mifureremo l'angolo HSN, e faremo vn altro angolo H S V, tirando la
linea SV, il quale fia il doppio maggiore di eflb HSN, poiché VS farà il
femidiametro del- la concauità RT. Ma forfi farà meglio far vn altro
concauo-conueflb, ilquale fi pon- ga con la parte concaua verfo il Vetro
obbiettiuo, e conia conucfsa.^ verfo la lente, e collocato fimilmente auanti
airinterfecatione d«^ raggi CH, DL. fi determinerà la conueflìtà KM dalla
diftanza dd^' Vetro dal punto N, poiché quanta farà efla diftanza V, g. NV,^^^*
altretanto dourà efiere il diametro della conueflìtà KM, la conca- uitàpoi fi
determinerà dalla dif>anza del punto H doue il raggio CG s'interfeca con
l'afse j onde quanta è la diftanza HV, aJtretanto farà il diametro della concauità
RT. Poiché in. quefto modo il rag^ |io CG,per la lo.fuppofitione^refrangendofi
nel vetro fi farà conia N n n pri- 254 prima rerattionc parallelo airaffc A N,
fi che poi arriuando alla fuper- ficie conuefla K M, nel vfcire farà la feconda
rcfratcione, con la qua- le perla fefta fuppofitione verrà a tcrminarfi in JNjj
eflendoche N V, e il diametro della conaellìtà K M- H ragie poi DI3 cadendo nel
ve- tro in I con maggior angolo d'inclinationcj farà ancora maggiore^
refrattione di quelloche faccia il raggio CG, conforme è neceflario acciò vada
a terminarfi anch' egli in N. vero è però che non ne farà tanca che bafti per
arriuareprecifamcntc fino in Nj nulladimeno vi arriuerà fi vicino, che ancor
tal raggio potrà e0er vtile, y.. Da ciò fi vede che potiamo far guadagno di
tanti raggi quanti fono l-Xll ^wellijche penetrano per la parte concaua del
vetro ABCD, la>* doue prima fole quelli erano vtilij che penetrauano per il
fora- me E, Vn altro modo per ottenere Ti ftefla vnione de" raggi laterali
con i _.. raggi ch'entrano vicini al'aife, può eflere il feguente. Sia il vetro
ob-, £,J''bicttiuokD,ildi cuifocofia inGjCioèil punto doue vanno ad vnirfi
tutti li raggi che cadono tra A, B con l'iftefio raggio AG perchedun- que i
raggi laterali CFjDEjfi vnifconocon l'afle AG lontano dal foco G> verfo
Tobbiettiuo cioè in E, et F, faremo che ancora il ng- gioBG inficmecon
gl'altri, li quali cadono tra AB, et andrebbero ad vnirfi in G50 poco più
lontano, faremo dico che vengano ad vnirfi più vicinij cioè tra E, et F infieme,
con i laterali. Ciò fi potrà ottener^--» per mezzo di vn vetro conuefloHlsil
quale riceuafoloi raggi di mez- zo tra LjC B, recando libero il paflb a
gl'altri laterali d'intorno, e per- ciò fare cingeremo all'intorno il vetro H I
con vna fottilifiìma laminet- ladi ftrrojin cuifiano fermati tre, o quattro
altri filetti fottili di ferro AjBjCjCon i quili fi appf>ggi fopra vn
cerchietto dentro \^ canna del cannocchiale sì, che refti fofpefo, rimanendo
libero il vano ABC, tra, » il vetro 5 et il cerchietto fopra cui fi appoggiano
que'tre ferretti :f flf^il vetroHIj douendo far pochiffima akeratione de' ra^gi
per por- ' tarli da Gjin Ejdourà perciò hauerevnaconueflìtà di grandidìma-*
portione disferaja proportione deirobbiettiuoj onde per più facilità fi potrà
vfare vn piano conueflb,^ouero anche unconMefso concauo, in modo però chela
conueJ(Iìtàfia alquanto maggiore della concauità, cioè portione di sfera
minore, conforme le regole di fopra noratej ne alcuno tema cheque* filetti, e
cerchietto di ferro,che fi frapongono irà rocchio, e robbiettiuo,fiano
perturbare punto la uifta 5 poichc-» cflendo lontani dal foco della lente
oculare, ne pur fi potranno difcer- nere, e chi noi crede ne taccia meco
l'efperienza. Della fgf^ra de' Vetri Iperbolica, ^liptica, e Parabolica. A ciò
che fi è detto fin hora, e da quello che fi dirà nella parte Optica
deirArteMaeftra,con il confenfodi tutti li Matematici fi deduce, che la figura
sferica ne* Vetri,non è tanto atta per vnire i raggi come è la figura
Ipf'rbolica,rEplitica,e la Parabolica j poiché queftc.^ vnifcono i raggi in vn
folo punto, o fia fpatio menomiflìmo j dal che_^ fi raccogIie,cheli
Vetrijiquali hanno alcuuadi quefte tre fioure,fono opportuniflìmiperil noftro
intento di fabricare i cannocchiali j poi- che dalla figura sferica molti raggi
fi vnifconOjC fi decuflano prima^ di arriuare al Vetro oculare, onde quefti
invece di giouare allavifta le apportano nocumento confondendo le fpetie
degliogaecti; All'- incontro i Vetri lperbolici,Eliptici,o parabolici vnifcono tutti
i ra^oi di vn medefimo punto dell'oggetto in vn minimo punto nel cannoc- chiale
sì, che iui la luce vnita riefce viuaciflìma.j dal che fe^uitajche lavifta
dell'oggetto fia molto chiara,e non folo nonviealcunrapojo ^he la perturbi, ma
tutti fono vtili,e coneorrono. a perfettionarla . AggioDgafi,che potiamo
lafciar apertole fcoperto tutto, quanto è am- pio il VetrO} che haurà fimile
figura,e far\o grande in modo, che pofla riccuere molte fpecie
deiroggetto,poic|5,e ninno ài quefti raggi impe- difce TaltrOjma tutti afiìeme
concorrono in vn medefimo punto, il che gioua grandemente non folo a far vedere
l'oggetto, più chiaro, e più grande,ma anche a (coprire molto maggiore fpatio
con vna fola oc- chiata; in tal modo che fefipotefle forrxiare vn Vetro
obbiettiuo con la perfetta figura Iperbolica, o fimile, farebbe effetti
marauicrliofi ed incomparabilmente meoliori di quello, che fanno i Vetri
sferici ordinarli. So che alcuni hanno condannate quefte figure delle fetrioni
co- niche} dicendo primieramente efier difficiliffimo, e quafijmpofifìbile il
lauorare i Vetri con simili figure, le quali fé non si fanno esattiflmainente,
confondono ì raggijC le specie degl’ooggetti 5 poiché tali figure hanno
infiniti centri, ed infinite circonferenze, e l'errare in vilj folo, èvn perdei
e tutta l'opera. Aggiongono, che nelli vetri obbiet»tivi ^$6 tiui 4i
cannocchiale, che non sia piccolifTìmOj è insensibile la ó'y verfità j che è
tra la figura sferkajC le altre nominate, che nascono dalla settione del cono 3ondcconfiftendo
Ia cosa in un picciolifsimo fuario, riefce imposibile nella pratcica toccare il
punto, A questi rispondocfler tanta la perfettione della figura iperbolica – H.
P. Grice IPERBOLE: Every nice girl loves a sailor --, e altre sirnilij che una di esse di un sol
palmo di diametro, farà megliore effetto
di un altro vetro obbiettivo di dieci, e quindeci palmi j
Hor una figura iperbolica – H. P. GRICE: IPERBOLE: Every nice girl loves
a sailor -- di un sol palmo di diametro, è notabilmente diversa da una figura
sferica similmente di un palmo, e per conseguenza non farà impossibile a farla,
purché noi fiserviamo di perfetti ihumenti, quali descriuerò appre(ì'oj &
ancorché non fofle perfettissima, dico che non perciò fi confonderanno le specicj ficome no si confondono dal vetro
sferico in modo, che impedisca la vistaj – cf. H. P. GRICE and W. J. WARNOCK,
‘VISA’ -- benche il vetro sferico confondai raggi decufiati, con quelli che non
sono ancora decufsati. Certo è che alcuni vetri lavorati in piatti sferici,
perche talvolta nel lavorarli prendono alquanto della figura iperbolica – H. P.
GRICE IPERBOLE: Every nice girl loves a sailor -- ,© simile, perciò riescono
molto megliori, e contrasegno n'è il richiedere un altro vetro oculare piu concavo,
il quale con la maggiore divaricatione de’raggi ricompensi la maggior unione
fatta dal vetro obbiettivo 3 ed in oltre si prova che tali vetri, i quali s’accofìano
alquanto alla figura iperbolica – H. P. GRICE IPERBOLE: Every nice girl loves a
sailor -- si pofibno lasciar più aperti,
a ricevere maggior quantità di raggi, senza pregiudicio jil che non avviene
nelii vetri semplicemente sferici – come gl’occhi di Grice – “spherical like
Grice’s eyes.” – THE SENSES OF THE MARTIANS – THE VISION OF THE MARTIANS – Four
eyes, with no exactly spherical eyes -- Secondariamente oppongono, che tal unione
di raggi in un sol punto non solo non può esser utile, ma di più è nociva
all'occhio – o gl’occhi di H. P. GRICE --, -- For eschatological problems I
will have to consider BOTH eyes as one simple organ -- il quale non può soffrire
una luce cosi intensaj e che perciò noi poniamo vicino all'occhio o gl’occhi di
H. P. Grice il vetro concavo per difunire, e difgregare que’raggi unitij che pròdunqucjdicon'efsijunirli
in un punto, fé poi necessariainente si devono difgregare. A questo rispondo
prima indirettamente, dicendo che nel canchiale di piu lenti, senza alcun vetro
concavo, si fa dalla lente vicina all’occhio o gl’occhi una fohissima unione de’raggi,
e pure tal unione non solo impediffc la vista – H. P. GRICE and G. J. WARNOCK,
VISION --, ma anzi l’aiuta molto. Di più, i cannocchiali piccoli – think John
Lennon -- sono megliori de’cannocchiali lunghi, parlando a proportione, cioè, a
dire un cannocchiale di sei palmi dovrebbe ingrandire l'oggetto al doppio di un
altro cannocchiale di tre palmi, e pure non lo fa, il che non procede d’altro, fe
non perche i vetri di cannocchiale piccolo essendo piu convessi uniscono meglio
i raggi; onde chi potesse far un vetro di trenta palmi di diametro, il quale
unifcei raggi SÌ perfettamente come vn vetro di un palmo, esso vetro in un cannocchiale
di trenta palmi ingrandirebbe l'oggetto trenta volte più di quello che fa il
cannocchiale d’un palmo j la dove per ordinario un canocchiale di 50 palmi ingrandisce l'oggettOj solo cinque, o sei
volte più di queIlo, che faccia un altro cannocchiale di un palmo. Finalmente, come
ho accennato di sopra si vede per isperienza
che di due vetri lavorati sopra il medesinio piatto concavo sferico felVno
prenderà alquanto di figura iperbolica – H. P. GRICE IPERBOLE: Every nice girl
loves a sailor --,ed unirà meglio i raggi di quello che faccia l’altro, ingrandirà
molto più l'oggettojC lo farà più chiaro – GRICE: “So ‘clear’ is essentially
PHYSICAL – cf. my remarks on ‘grow --,e scoprirà maggior paefcjcon tutto ché il
cannocchiale non fia, piu longo; onde, che quello cannocchiale, che unifce
meglio i raggi richieda poi un vetro oculare più concavo, per maggiormente divaricarlijciò
non fa ehe con quella forte unione de’raggi non renda 1'effetto megliore; e
perciò devesì ritrovare altra ragione per la quale riadoperai! vetro concavo
vicino all'occhio, la quale non è precisamcnte
per difgregare i raggi, altrimenti non riuscirebbero i cannocchiali con le
lenti, ne’quali l'unione de’raggi è molto maggiore, e pure non vi è vetro concavo,
che li diradi. Siche rispondendo direttamente dico che si adopra il vetro concavo
vicino all'occhio per far si che i raggi non si uniscano fuori dell’occhio, ma
dentro di esso in quella parte dove prodìmamente si forma la uiilaj come s'intende meglio nel trattato
dell’optica – H. P. GRICE and G. J. WARNOCK, VISION, VISVM, and the EYE. Resta
dunque manifesto quanto sia per ^iouare l'inventione delle figure fudctcc,
mentre anche la figura sferica, sole alquanto aceoftandolì ad esse fa effetto
notabilifiìmamente mogi iorcj Pere io tra molti strumenti da me a questo fifle
inventati, ne descriucrò due solij come più facili, e che pollbno ridurfi
utilmente alla prattica. Sii vn afta dirittifsima AL, che neliVftrema parte A
hjbbia vnitovna palla tonda di ferro, o di legno Cj Sia inoltre vn
le^no/'^v^y;. DE, formato immobilmente
in luogo altoj ed in mezzo a queffoLXI v' Icgftofia vn buco per il quale entri
Tedrema parte A dell'afta, c«» nella parte di sopra ila incauato sfericamente si, che vi pofi sopra la palla
C, la quale insieme con l'asta pendei ntc Ci possa girare, nvintenendofi sempre
nel medesimo centro, nel quale stando immobile, l'altra parte estrema L descriuerà
una portione di figura sferica. NH; direttamente sotto l'asta, sia collocato un
piatto sferico concauo, sopra il quale si fogliono laborare i vetri ma sia il
diametro della concavità con debita
proportione minore del diametro dell'asta, come e la concauiti sferica PQO, il
di cui centro è in R, nell'estrema parte L dell'asta lì atcachi il vetro IL, in
modo tale che il centro di cfso corrirpcnda al centro del piatto, il quale si
dourà collocare in (Ito piano orizontalc, vfando ogni diligenza, che non pieghi
piii da vna partCj chc dall'altra, ma sia posto perfettamente in piano, e direttamente a perpendicolo sotto il centro
della palla Cj poiché in quelle due cofe confifte tutta la perfettione j ciò
fatto fi vada girando, e mouendo l'afta con il vetro sopra il piatto sottoposto,
il quale coll'arena s'anderà logorando j e perche nell’accostarsi alle parti estreme,
P, ed O del piatto, cioè alla circonferenza quefte faranno piu eleuate, essendo
detto piatto di minor diametro dell'asta,
perciò il vetro nella circonferenza refterà più logorato, che nel mezzo,
prendendo figura atta al nostro fine, cioè, di sectione conica; come potrei
dimostrare con i fondamenti della geometria. E perche di mano in mano, che il vetro
si va logorando fi de'andare accoftando al piatto, acciò confricandofi con efib
fi finifca di logorare, t* prendere la fiigura douuta; per qucfto faremo entrare nella partc»^ìuperiore A dell'afta vn
ferro fatto a vite vnito alla palla, siche riuolgendo efsa vite 1'afta fi vada
abbafsando quanto farà di bisogno. Il secondo modo di dare alli vetri la figura
iperbolica – GRICE EVERY NICE GIRL LOVES A SAILOR -- è il feguente. Si pianti immobile in vn luogo
alto vn piatto conveflb ABC jnmodo che ftia infito orizontale, fotto a
quefto piatto direttamente ^i^fene ponga
vn altro parimente in fitoorizontale, il quale abbia figura concava, e quanto
più fi può simile alla DEF, che è figura iperbolica – GRICE EVERY NICE GIRL
LOVES A SAILOR; la quale per farla perfetta, si prenderà vn afta BGE, la quale
fia tonda, e paffi per vn forame tondo e fottile in modo che lo riempia conia
fui groflezza, e quefto forame fia non
nel mezzo dell'afta, ma nella parte superiore in vna proportionata distanza,
conforme alla diversità della figura iperbolica – GRICE EVERY NICE GIRL LOVES A
SAILOR, che desideriamo più, o meno concava; Sia dunque quello forame in G
formato immobilmente in, modo che ftia in retta linea col centro B, del piatto
convesso ABC, e col centro E dell'altro piatto, che de’ ricevere la figura iperbolica
– GRICE EVERY NICE GIRL LOVES A SAILOR: nell’estrema parte dell'asta B fia vn
bottoncino di ferro, che entri a vite nell'afta, acciò fi pofìfi allungare, ed
abbreuiare; nell'altro estremo E fia vn altro bottoncino intagliato a modo di
lima atto a rodere il piatto sottoposto jftando le cose dispofte nel detto modo
fé noi moveremo l'afta girando la lima E
fopra il piatto DEF, e facendo che Teftrema parte fuperiore B rada
fempre il piatto conueflb ABC, il detto piatto inferiore prenderà perfettamente
la figura iperbolica, come si vede dalle linee CD, BE, IM, LN, AF, le quali rappresentano l'asta, secondo i
varij fitiche prende nel mouerla intorno, e per ogni parte del piatto. Altri
ftrumentl fi pofsono fare, defcritti da altri Autori, e particolarmente da CARTESIO
jC dal Reità per lauorare i vetri iperbolici, nia perche con effinófi poflbno
lavorare fé no con mantenerli sempre in vn medefimo centro, il che riefce
difficiliffimo, e la forma perde predo la fua figura j perciò ho ftimato di
tralafciarli, ed appigliarmi alli due modi fudetti. Deuo folo auuertire che il
Vetro fé haurà da vna parte figura Iperbolica – GRICE EVERY NICE GIRL LOVES A
SAILOR -- dall'altra dourà efler piano, acciò riceuendo nella parte piana i
raggi paralleli gii vnifca in vn fol punto; ma fé da vna parte haurà figura
Eliptica – cf. GRICE ELLISSI --,
dall'altra parte dourà efler concauo con tale concauità sferica, che il
centro fia nel foco dell'Elipfi – GRICE ELLISI ED IMPLICATURA --, acciò i raggi
paralleli entrando pella parte eliptica,
dopo la refrattione, nell'vfcire pella parte concaua, non facciano altra
refrattione, e concorrano tutti ad eflb centro. Finalmente fi auuerta, che,
come fi difse di fopra, ! raggì, che vengono da punti dell'oggetto, fanno
angolo in eflb punto, onde non vengono paralieli, e per confeguenza, il vetro iperbolico,
o eliptico non li potrà mai vnire perfettamente in vn fol punto nuiladimeno perche dagl'oggetti assai lontani
i raggi fanno sì poco angoio, che poco pregiudica all'effetto defiderato, e
dall'altro centro viene rimediato al difetto principale del vetro sferico
conueflb, mentre in quefto gl'angoli d'inclinatione non fono vguali, come fono
nel vetro eliptico, o iperbolico, Quindi segue che tali vetri siano per giouare
grandemente, benchc non arriuino a tutta
la perfettione di queircffetto, che si cerca, cioè, di vnire i raggi ad
vn fol punto; Quefìia totale perfettione non e poflìbile ad ottenerfi in quaHi
voglia distanza dell'oggetto, poiché dipendendo da rmaggiorej O minor angolo, che
fanno i raggi del punto obbiettiuo piuvicino, o più lontano, fevn vetro vnirà
tutti i raggi di vn punto lontano, non potrà vnire tutti i raogi del medefimo
punto vicino, ed all'incontro, fé vnirà
quelli di vn punto vicino non potrà vnire quelli del punto lontano, che perciò
dobbiamo contentarfi di haoer rimediato al difetto principale nato dalla diversità
dell'angolo d'inclinatione, che fanno i raggi più vicini, e più lontani dall’afse.
DeH^'vfo dei Cannocchiali, e dn Micro fcopij.
j^EllilTima è Tempre ftara
ftimatar inuentione dcl Cannocichiale, non
tanto perii dilettOjquamo per l'vtilitàj che apporta, e che può
apportare, le quali perche confiflono nei faperio vsare, tratterò in questo
luogo in qual modo si adoperi, mostraiìdo varie cose, alle quali può feiuire, non
tutte considerate dagl'altri. Egh è dunque vtile si nella guerra, come nella
pacej e primieramefite nella guerra serve per osservare tutti gl'andamenti dell’inimico, €fpiareleattioni, e le perfoncj cosi per mezzo del cannocchiale effendo ftato
riconofciuto il Duca Francesco di Modena, che fi era in»citrato sotto la città
di Cremona gli fu tirato un colpo col cannone, da cui rcftòvccifo il marchese Villa, che gli stava
a lato. Può anche servire per leggere di notte lettere di segreto nella piazza
assediata, o fuori, come ricfpiegato nel terzo capo di queft'Opera. Di più,
non iblo lì potrà numerare quanti fianoi
pezzi di alcuna batteria scoperta, qu3nti i soIdati, ma anche fi potranno
vedere quelli che dinafcofto fi auuicinano per riconofcere i posti: e questi
all'incontro senza mettersi a pericolo con troppo auuicinarfi li potranno riconofcere da lontano con il
cannocchiale. In oltre dico, che con il cannocchiale noi potremo misurare
l'altezza delle mura, le distanze de’baluardi, la lunghezza delle Joro
faccie, e delle cortine, c5 tutto ciò che prattica la trigonometria; il che
potrà servire anche in altre occasioni, quando vorremo sapere le altezze, o diftanae
d'alcune cafe, ofiti a quali non fi potiamo accodare. Questa cosa che da altri
ch'io sappia non è stata osseruata/i potrà facilmente pratticare in quello
modo. Fabricato, che avremo il noftro cannGcchiale,
che fé farà di quattro vetri farà megliore, perche scopre piu spatio osserveremo
quanto spatio scopra in vna fola occhiata, mirando alcun'oggetto lontano venti
pafsij e questa misuri^» dello spatio, che si vede in vna fola occhiata la
noteremo fopra la canna del cannocchiale, tirandoui fopra vna linea, e
diftinguendola con li fuoi numeri; l'iftefso faremo ofseruando quanto fpatio fcopra in diftanza di trenta pafsi,
poiché come fi è detto, fcoprirà maggiore fpatio, e quefto pure lo noteremo
fopra il cannocchiale, facendo il medefimo delle dirtanze maggiori, cioè, di
50. di 40. di 50. di cento pafsi &c. et in tal modo haueremo preparato vn
cannocchiale geo-metrico; del quale quando fi vorremo feruirc per fapere per
cagione di erempio, raltezza di vna Torre, delIa quale ci (la nota la
diftanza_,j in tal diftanza la mireremo con il canocchiale, et oiTerueremo
quanta^ parte fi fc opra diefla invna occhiata, dal che raccoglieremo quanto
lìa alta. Sia per efempio vn cannocchiale^he in diftanza di cento
pafsiicopravno fpatio di venti piedi, e mirifi la Torre in tal diftanza di
cento pafsi; fc dunque fi fcopre in vna fola occhiata tutta la Torre, e
non piu, fcgnoè, chequefta è alta venti
piedi foli, ma fé non fi fcopre tutta lì ofìTerui quante occhiate vi vogliano
per fcoprirla tutta; e fé in due fi fcopre farà alta 40.piedi, fé in tre 60. ma
fé in mezza occhiata Ci fcoprilfe, farebbealtafolo dieci piedi jrifteffo fi
deue intendere della diftanza tra vn luogo e l'altro, i quali fiano lontani da
noi, come farebbe la lunghezza di vna
cortina, © diftanza tra due baluardi.
Quando poi ci farà nota l'altezza di alcuna cofa, o diftanza tra due cofe
lontane; Quindi conofceremo ficeuerfa la lontananza, che hanno da noi dalli
numeri che haueremo notati nel cannocchiale. Ma quando noi dcfideraflìmo di
fapere l'altezza di airi cuna cofa, quale non potiamo fapere, quanto fia
diftante da, noi; ed infieme la diftanza di vna cofa, quale non fappiamo quanta fia grande; e io conofceremo con fare
due offeruationi in due diihnze vna maggiore dell'alcraj come fi fuol fare con
gl'altri ftrumcntÉ altimetri. Sia V. g. la Torre AB, mirata dalluogo D, con vn
Cannocchiatc, che in diftanza di joo.pallìfcopravno fpatio di 6©. piedi; c»>
fupponiamo che in vna occhiata fi vedano due terze parti della Torre, cioèjda
B, fino a C, fi ritiraremo lontani fin
tanto, che il cannocchiale fcopra tutta la Torre, il che fuccedcrà nel fito E,
ciò fatto mì-Fi^ura fureremo la diftanza, che è tra il fito primo D, et il
fecondo Eyf-XVj. quale fupponiamo che fia 100. palli: Se dunque cento paffi di
maggior diftanza ci fanno fcoprirevn terzo di più della Torre, fecrno €, che la
diftanza tutta fia di tre volte centopa{lì, e perche nelli numeri fegnati fopra il cannocchiale ritrouo che in
diitanza di^oo.paffi fcoprò lo fpatio di
lontane; e quefto modo non più pratticato, ne auuertito da altri, ch'io fappia,
è fondato nel principio vniuerfale acuì s'appocroi-i rurta la Trigonometria,
cioè, nella propordone de' lati delli due triangoli Ooo: EBA, BBA, e DBC,
poiché tale è la proportione del lato DB, al lato BC, quale è quella del lato
EB, allato BA, come dimoftra Euclide.
Ciò che fi è detto dell’vfo Trigonometrico del cannocchiale fi può incendere di
qualunque maniera cgli fia fabricato;
rna quando fm fornito di vna, o più lenti in vece del concauo oculare, riufcirà molto più efatto il modo, che qui
foggiongo. Si formi di metallo vn cerchictto, ed in eflbfifaccjavn foro, o più tofto vna fenellrella quadra ABCD,
tagliandone tutta la laftra di Eucl. che
li due triangoli ABR, di. HGR fono proportionali, e per confeguenza anche li
triangoli SBR, e TGR, onde farà come R,S, diftanza dell'oggetco dall'obbiecciuo
a S B mecà dell’oggecco, cosi TR diftanza. dell'obbiettiuo da fili del
cerchietto a TG metà della diftanza de' fili niedefimi, e per confeguenza come
RS, ad
AB, ciocia diftanzau deiroggetto, alla grandezza di tutto l'oggetto, cosi la diftanza TR a tutta
la diftanza GH de*fili. Diuidafi dunque tutta la diftanza TR in parti vguali
alli gradi notati ne' lati del cerchietto, e poniamo, che quefta diftanza del
cerchietto dall'obbiettiuo fiano looo.dique'gradi, delli qaali HG, cioè, la
diftanza de'fili nel cerchietto fia folo 5. farà dunque come looo. a 5. così la
dìftanza nota RS, qualt-j» fuppongaii di ^ooo.
paffi alla grandezza AB, che fi cerca, cioè, paffi 10. et all'incontro
fé hanremo nota la grandezza dell'oggetto AB di paffi 10. faremo come GH, a TR,
cioè, come 5. a 1000, cosi AB IO. ai RS 2000. Che fé poi non ci farà nota ne la
diftanza ne la grandezza dell'oggetto, douremo o0eruare l'oggetto medefimo in
due diihnz^ diuerfe, poiché in maggior dìftanza 1'ifteifo oggetto manderà
i raggi cftremi tra due fili paralleli
del cerchietto, li quali faranno meno diftantì tra difcjche quando era in minor
diftanza; onde dalla.^diffjreH^La delle due diftanze de'fili nella prìma, e
feconda ofleruatione, e dalia diftania de' luoghi, ne' squali fi fono fatte le
due olferuationi deiroggcttoj conforme le regole della Trigonometria hauremo la
diftanza dell'oggetto, ed infieme la fua grandezza, T vna, e l'altra delle quali prima erano
ignote. In particolare potremo mifurare l'altezza di alcun Monte, con vna fola
oìleruatione, purché in cima di effovi fu vnoggettodi nota grandezza, poiché
mirandolo fapremo la diftanza di elfo nella lìnea, che chiamano Ipotenufa,
dalla quale infieme con l'angolo, che è facile a prendcrfi con l'inclinatione
del cannocchiale medefimo hauremo ambii
lati del triangolo, vno de*quali è la diftanza del Monte j e l'altro
l'altezza perpendicolare. Quefta inuentione riufcirà diletteuole, ed vtile, non
folo per mifurare Je diftanze, e grandezze de gli oggetti terreni j ma molto
più psr deterrr\inare efattamente li diametri de'Pianeti, quando (oao. apogei,
o quando fono perigei j benché ài ciò io mi riferuo a parlarne altroue, doue
fpiegarò alcuni nuoui modi dirinueniriJ^
con maggiore accuratezza tutte le fudette mifure per mezzo dei cannocchiale. Ma
fingolarmente ci giouerà per determinare la grandezza deU le macchie del Sole,
e della Luna, il fitOjC la lontananza, che hanno. Tvna dall'altrajovero dal
Limbo del Pianeta, le diftanze de'fatelliti di Gioue da Gioue medefimo, e tra
fé fteflì, et altre cofe fimili j per il quir le effetto ci giouerà lofccndere nel vano del cerchietto
fudetto molti fili tutti equidiftantì, e tra di fé paralleli, intrecciandoli
poi con altri fili di trauerfo sì, che formino come vna rete di molti
quadretti, per li quali paflando i raggi vifuali nel mirare, V.g la Luna,
quefta., ci comparirà reticolata in quel modo, che fi fogliono reticolare da’Pittori
le imagini, di cui vogliano cauare il difegno onde formando poi in carta vna fimile figura
reticolata, ci farà faciliffimo il collocare ciafcuna macchia a iuo luogo, e
iicauarc vn perfetto difegno della faccia lunare. Deuefi però auuertire che a
cagione della maggiore o minore diftanza deiroggettOj che firimiraj quefto
tramanda i fuoi raggi al V^etro obbicrtiuo, piu o meno proffimi all' cflere
parallelo, e perciò fanno maggiore, o minore
refrattionc nel Vccro mcdefimo, dal chenafcejchc non crefca la
dilatatione dell'angolo HRG, a proporcione della maggiore vicinanza
dell'oggetto j siche la regola fopradctta è foggetta a qualche diffetto; ma
quefto è si leggiero ne'cannocchiali Junglii, particolarmente quando fi
ofleruano oggetti molto lontanijche fa può facilmente auere in conto di nulla,
particolarmente perche. alJaproportionc,
che và diminucndo(ì la refrattione, e la dilatation« dcirangolo R del triangolo
HRG, fi abbreuia ancora il cannocchiale per vedere diftintamente i medefimi
oggetti lontani; si che la bafe HO del triangolo, che è la diftanza de'fili,
riafcirebbe maggiore del douere, ma accoftandofi all'angolo R, con lo
raccorciamcnto del cannocchiale, riefce proportiouata. Quando però per maggiore ficurczza, & efattezza noi
voleflìmo conservare iempre Tif- tcfsa
lunghezza del cannocchiale, cioè, l'iftefla diftanza delì'obbiettiuo dal
cerchietto, si potrebbe correggere quel poco di fuario della maggioreje minore
refrattione, poiché tal refrattione va diminuendofi nelle maggiori, e mag{»iori
diftanze a quel modo, che fi vanno diminuendo ifeni de gl'archi a proportione
del feno totale. Finalmente auuertafi che
nellVfo di quefto cerchietto fi de'vfare grandiffima diligenza nel mifurare le
diftanze delli due fili paralleli, per i quali padano i raggi eftrcmi
dell'oggetto j onde i gradi, ne’quali fono diuifii lati del cerchietto douranno
elTere per^tramentc vguali, efegnaticon ogni diligenza; e perche lo piu delle
volte accadere, che ofieruando li diametri de' Pianeti, o grandezze di altri oggetti, li fili tra quali
ci comparifce tutto 1’oggetto non cadano precifamént?_> fopra il finc, o
fopra il principio di alcun grado, ma fopra vna piccola partedieflo; douremo
certjficarfi quanta fia quella parte a proportione di tutto vn grado intiero;
il che non fi può fare con quella efattez;, Che nell'Aceto vi è vn buHicame di
Vermi, i quali fi vedono chiaramente con quefto ftrumento guizzare come piccole
anguille; come parimente nel latte quando incomincia ad inacidirfi, ed anche
lìcl formaggio, -"'i Nel sangue
corrotto, © infetto per qualche malatiafi fono offeruati fimili Vermi con modo
particolare; poiché fi vedono gl'occhi de'Vermi medefimi, li quali fé fono
neri, fi è prouato perifperienza., che il male è mortale j Dalle quali oflferuationi fi può probabilmente arguirc che non fi
corrompa, © putrefaccia alcuna cofa, che infiema«» non fiano fimili vermi nella
cosa putrefatta; onde anche nell'aria corrotta per cagione di pelle ilima il
noftro Kirchero, che vi fiano tali vermi, i quali riceuuti in noi, mentre
refpiriamo quell'aria ci cómu," nichinovna fimile infettione. In vn
piccioliffimo granello, © femenza ài papauero'ton il m^i croicopiofi fono numerate 48.faccie fatte
tutte a fei angoli. In alcuni femi di cedro, e di Limoni tagliati per mezzo io
ho osservato non senza stupore un’intiera pianta di cedro col tronco, f(}-j
glie, e frutti; onde. fi può credere, che in tuttele femenze vi fia com 'j: 7
n Moltiffime altre ofieruationi fi
poffono farc-nonfiDlo-nellé* parti dei gl'Animali, ma anche nell'Erbe^ nelle
piante, nei minerali, daiie quali) potrà
riceuere gran lume la naturale filosofia, come fi vedrà nella... noftr'Arte Maeftra., raa. sopra ogaalir.a. cof^ ci può gionafi^jaiìnedi;, C,fe vorremo tirare
due alere linee, che abbiano tra di sé la medesima proportionc, e fianofolo v,
g. vna_. cinquantcfima parte di effe
linee date applicheremo le punte del coni- paffo fotto il microscopio, e
parallele alla linea AB fin tanto che
cora- parifchanp ftcfe quanio è la medesima line», qucft'apcrtura, di cotnpaiTo
farà vna Iineaj l'iftefìTo fi faccia con la linea CD5&
haurcmo l'altra linea: con la medefima proportione tra loro, c'hanno le
due linee date^ma ac^ cioche la maggiore delle date alla maggiore, che fi
cerca, e la minore alla minore abbiano la proportione di 50. a i.fi dourà allontanare,
o vero auuicinare vna lente del microscopio
airaltra, fin tanto, chc Toggetto s'ingrandifca precifamente cinquanta
volte. Ma molto più facilmente potremo
ottenere le medesime cose dette di sopra, ed altre, che s'accenneranno
appr€Ìro, fe aggiongeremo al microscopio vna reticella Ornile a quellajche fi è
spiegata di sopra nell’uso del canocchialej. Quefta fi farà in vn cerchio tondo
tanto largo nella fua apcrcurajche i
raggi visuali estremi tocchino l'orlo interno di cfia sì, che egli termini la
grantjezza del campo apparente, e si collocherà dietro alla lente oculare nel
foro di eflarln quefto modo fchifaremo quella difficoltà che s'incontra
(^maflìme da quelli che non fono molto auuezzi) nel mirare con gl'occhi due
oggetti diuerfij vno reale con l'occhio fuori del microfcopio, e l'altro apparente coll'occhio sopra'l microscopio.
Sia v.g. la linea, ovvero un grado piccolo AB di alcun quadrante, ed in efìo
vna parte piccolifTima AC, e fi
defideri fapere quale proportione abbia efìa particella AC con tutto il
grado, o linea A85V,g. quante fcf-
fantefime parti, overo minuti di tutto il grado. Si accomodi il microscopio
con tali lentisC con tale diftanza traloro, che
ingrandifca Icliìiee fefsantavokejC fi faccia la reticella divisa in sei parti, si
che ad vna corrifpondano lo.minutijoueroin
i2.siche ad ogn'vna ne cornfpondano cinque. Posto il microscopio sopra
quel grado AB, e particella di efso AC, fi oiTerui in quanti fili della reticella venga compreso
tutto il grado F'tgura^j^^Q^ in quanti la particella AC, & hauremoia
proportione, clie fi cer- J.XXII^2.
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]| grado AB prenderà tuico il campo di 1 2. partijcicè,
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I -«.vf- ."^p. Nome
compiuto: Francesco Lana conte de’Terzi. Keyword: lingua universale, grammatica
ragionata. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Terzi.”Terzi.
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